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2010 LUGLIO/AGOSTO n. 7
“C’era... il bene comune”
La teoria ingannevole di “un pollo a testa”
foto archivio MS / Oprandi
continuare a rifletV ogliamo
tere su qualche idea centra-
le dell’enciclica di papa Benedetto XVI “Caritas in veritate”.
La dottrina sociale della chiesa
è per tutti i cristiani, ma per noi
missionari in particolare, la stella
polare nel nostro servizio a ogni
persona e all’umanità intera.
Qualità di vita per tutti
Tra le idee più frequentemente
espresse dal papa c’è il principio
del “bene comune”, una verità
che in questi ultimi tempi sembra andata in eclisse. Il papa ne
parla in modo esplicito almeno
diciotto volte e, dopo aver detto
che la dottrina sociale della chiesa si fonda sulla giustizia e sul
bene comune (n.6), spiega che il
bene comune è un valore che ci
fa attenti non solo al benessere di
ciascun individuo, ma anche alla
qualità della vita di “noi tutti”.
«Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità» (n.7). Lo chiamiamo anche impegno politico,
ossia un impegno per la comunità
civile o politica, dalla parola greca polis che vuol dire la città ed
è una logica deduzione del “comandamento nuovo” di Gesù.
La carità politica
«Si ama tanto più efficacemente il prossimo - scrive Benedetto
XVI - quanto più ci si adopera
per un bene comune… Ogni cristiano è chiamato a questa carità,
nel modo della sua vocazione e
secondo le sue possibilità d’incidenza nella polis» (n. 7).
Questa è giustamente chiamata la carità politica, che non è
TESORI DELLA CHIESA MISSIONARIA
Perché non si può evadere la trasparenza
p. MARCELLO STORGATO, sx
la fine di una cena
V erso
famigliare, un giovane
aspirante imprenditore mi aveva rivolto la domanda: “A Marcè, dicci la verità. Quanti soldi
cià er Vaticano?”. Saperlo! Una
domanda da cento milioni...
Ma non potevo tirarmi indietro
dalla provocazione. Gli avevo
fatto anch’io una domanda:
- “Te lo dico subito: tu quanto
dai ar Vaticano?”.
- “Io? Manco ‘na lira!”.
- “Bene! Moltiplica un miliardo
di cattolici per «manco ‘na lira»
e avrai il totale del tesoro del
Vaticano”.
Evidentemente, non è proprio così. Ma se nessuno dà
niente, da dove viene il “tesoro”? E se il tesoro c’è, perché
non dirlo apertamente?
Non posso dubitare della
buona fede, della retta coscienza, della buona gestione di sua
eminenza un cardinale, che deve sottoporre all’approvazione
ogni atto di bilancio nella massima trasparenza. Credo anche
sia abbastanza facile - almeno
per chi è nel giro - fare tutto
nei limiti della legalità. Ma
l’eticità del bilancio è un’altra
cosa, un po’ più difficile e complessa specialmente nel nostro
mondo finanziario attuale.
Eppure, è proprio qui che la
chiesa può e deve distinguersi: nella sua “finanza etica”,
seguendo i criteri evangelici, i
principi della morale cristiana
e della dottrina sociale, che la
chiesa emana non solo per gli
altri, ma prima di tutto per se
stessa. Almeno per non dare
consistenza al detto: “predica
bene e razzola male”.
Propaganda Fide è la congregazione che guida tutta l’attività della “evangelizzazione
dei popoli” nel mondo. Tutti i
missionari e le missionarie sono legati - nella buona e nella
cattiva sorte - con questa venerabile istituzione della chiesa
universale. In questi giorni è
sulle prime pagine dei giornali
(e non solo) non esattamente
per ragioni di “propagazione
della fede”, ma per storie intricate di palazzi venduti e case
affittate... Ci dispiace. Tanta
gente ci guarda, ci domanda,
esprime dubbi: “ma allora anche voi...”. Ci fa sentire come
quegli “effetti collaterali” nei
bombardamenti, vittime di una
bomba (tele)comandata.
Fortunatamente, la nostra
chiesa non ha ancora una “legge - bavaglio” che ci impedisca
di esprimere ciò che abbiamo
nel cuore e che ci preme più
della vita. La vera trasparenza
nell’etica finanziaria non teme
di mettere tutto sul piatto, e
di dare “a cesare ciò che è di
cesare”, perché venga dato “a
Dio ciò che è di Dio” e venga
donato il vangelo di salvezza
all’umanità intera.
“Ecco i tesori della chiesa”
- aveva esclamato Lorenzo, il
diacono dell’antica chiesa di
Roma. Gli avevano chiesto di
consegnare “i tesori” di cui era
amministratore. Lui in fretta
distribuisce tutte le offerte ai
poveri e ai malati, poi li mostra
al tiranno, dichiarandoli “tesori della chiesa”. Fu messo sulla
graticola, ma almeno aveva
praticato il vangelo.
Davvero, i nostri tesori sono i
poveri - nel corpo e nell’anima
- con i quali noi vogliamo condividere la fede, la speranza e
la carità cristiana. Ci sentiamo
responsabili di ogni lira che ci
viene affidata. E vorremmo che
tutti - proprio tutti - possano
fidarsi, come ha scritto Mario
nella “lettera al direttore” (pagina 7 di questo mese), dopo
aver visto di persona: “ci pensano i missionari a trasformare le
nostre piccole offerte in pane,
■
istruzione, medicine”.
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p. GABRIELE FERRARI, sx
meno carità di quella che regola
le relazioni interpersonali con il
prossimo. Anzi, l’impegno per il
bene comune «s’iscrive in quella
testimonianza della carità divina
che, operando nel tempo, prepara
l’eterno e contribuisce all’edificazione di quella universale città
di Dio verso cui avanza la storia
della famiglia umana» (n. 7).
Oggi però la ricerca del bene comune è diventata un bene
tanto prezioso quanto raro. Per
questo il titolo di questo editoriale assomiglia all’inizio di una
favola: “C’era una volta il bene
comune...”.
Il libero mercato
Purtroppo oggi ciò che vediamo attorno a noi contraddice
spesso il bene comune. Molti
neppure se ne rendono conto,
vittime forse della logica del cosiddetto libero mercato che oggi
è il sistema unico dominante. Il
libero mercato parte dall’assunto
che la molla dello sviluppo economico è la ricerca individualistica del proprio benessere e
vantaggio, nella convinzione che
la ricchezza così accumulata si
riversi poi su tutta la società.
Ha come metro di valutazione della ricchezza di un paese il
famoso “pil” - prodotto interno
lordo - che si ottiene sommando
la ricchezza prodotta in un anno
dalle imprese e dai singoli dividendola poi tra tutti i cittadini.
Questa è la ricchezza pro capite.
Ma lo vede anche un cieco che
questo è un calcolo che nega il
“bene comune”, immaginando
una società dove tutti sarebbero
ugualmente ricchi, ma solo per
le statistiche. La realtà è ben diversa. È la solita storia dei polli:
uno ne mangia quattro, un altro
tre, un altro uno e uno non ne vede neppure le piume… Eppure,
secondo la statistica, ciascuno
ne ha mangiato due a testa: pro
capite, appunto!
Il “dono” condiviso
La teoria del bene comune o
della fraternità è invece misurata
sulla condivisione o sul “principio del dono”. Questo è un altro
punto forte dell’enciclica Caritas in veritate, un principio antico che viene da Gesù stesso.
È lui che ce l’ha insegnato quel
giorno lungo le rive del lago di
Tiberiade, quando condividendo
il poco che aveva trovato, diede da mangiare a tutti, sotto lo
sguardo sbalordito dei discepoli,
vittime già allora della logica del
mercato: “Dovremmo andare a
comprare il pane per tutti…, ma
chi ci dà i soldi?”.
Quel giorno è stato inaugurato
anche lo stile missionario della
chiesa. A partire di lì è cresciuta
e si coltiva a tutt’oggi la spiritualità missionaria, che proviene
ed è nutrita dalla logica del dono
e della sovrabbondanza. Condividere tutto - dal pane alla fede
e alla speranza - con i più bisognosi, è la base di quello sviluppo umano integrale che secondo
Benedetto XVI è la missione
della chiesa.
In questa linea si iscrivono anche le vocazioni missionarie, il
volontariato, l’accoglienza dei
poveri e degli immigrati che approdano tra di noi. Ciò che ci
meraviglia è che tutto ciò, purtroppo, non è percepito come un
frutto normale di quelle radici
cristiane che diciamo essere le
nostre.
■
7
2010 luglio/agosto n.
ANNO 63°
2
Una rosa rossa per il Burundi
3
Ricevere e donare qualcosa
4/5
Tecnologia a due facce
6
Paradossi del vitello d’oro
Ecologia del cuore e della testa
Continuano la loro missione dopo la morte
Storia illustrata della zanzara curiosa
Messaggio: La Turchia è anche cristiana
2010 LUGLIO/AGOSTO
m is sion e e spirito
missione FAMIGLIA
Paradossi del vitello d’oro
Sarebbe più utile che avere un figlio!
tempo fa, prima che
M olto
esistesse l’abbondanza di
consumismo che oggi conosciamo, la saggezza popolare considerava la nascita di un bimbo
come un dono senza prezzo.
L’amore matrimoniale è da sempre impreziosito dalla nascita di
un bimbo. Il figlio desiderato, o
almeno generosamente accolto,
spezza il circolo chiuso, spesso
egocentrico della coppia, per
aprire spazi immensi e imprevedibili, capaci di generare gratuità
e gioia illimitate.
Ma alcuni psicologi, sociologi e sapientoni da telenovela,
pretendono di emancipare la famiglia dal compito di generare.
Descrivono il possibile figlio
come un di più che comporta
sacrifici enormi, innumerevoli e
penose attenzioni, gravi responsabilità e paure; sarebbe fonte di
frustrazioni e sfiancamento dei
genitori, oltre che di infelicità
per i figli stessi...
I bambini che nascono nei paesi impoveriti, poi, sono solo dei
miserabili, i loro genitori degli
incoscienti ignoranti, il loro futuro un peso per tutta l’umanità.
Come dire: sarebbe meglio che
mai nascessero. Quei bambini
devono essere necessariamente
rifiuti della società, mentre dai
figli nostri ci si aspetta solo - se
proprio devono nascere - che
siano bambini prodigio, rivelando così ancora una volta l’ambizione egocentrica di noi adulti.
Certi urbanisti, adoratori del
benessere più materiale, ignorano la presenza dei bambini e
costruiscono quartieri e piccole
case a misura di adulti. Perché i
figli sono un peso. Anzi, il figlio
non-nato dovrebbe congratularsi
con i suoi non-genitori che hanno raggiunto esiti professionali
abbondanti, vivono confortevolmente la “dolce vita”, hanno
auto sportive, casa al lago, mari
e monti, ogni tipo di elettrodomestico, conti correnti bancari
significativi... E tutto proprio
grazie al fatto che lui è rimasto
nella dimensione del nulla.
Oggi una gravidanza viene
MARIO, EGLE SBERNA
spesso considerata come una
vera e propria catastrofe. Molta
gente preferirebbe la nascita di
un vitellino a quella di un bambino. Il vitello è utile, si fa di tutto per farlo nascere. Un bambino
non sempre è utile, e dunque si
fa di tutto per non farlo nascere:
dal contraccettivo alla sterilizzazione volontaria, all’aborto.
I bambini oggi non sono i benvenuti: se insistono nel voler
venire al mondo, è legalmente
consentito sradicarli dall’utero
fin dal concepimento.
Come siamo riusciti ad arrivare a tanto? In parte la risposta
viene dalla nostra storia recente:
nel corso degli ultimi decenni, ci
siamo trasformati in solidi materialisti. Tutto è diventato mercato, moneta, commercio. Il vitello
è diventato d’oro e al soldo ci
siamo convertiti facilmente. I
nostri pensieri girano attorno a
numeri: di bancomat, di crediti e debiti, di rate e bollette, di
scontrini e magari di evasioni...
Ci siamo fatti i calli sulle mani a forza di contare denaro e
piacere.
Anche i pochi bambini cui
permettiamo di nascere - bontà nostra - sono frutto di calcoli: con certosina precisione,
decidiamo in anticipo quando,
come, dove, se. Non sembrano figli dell’amore. Sembrano figli dei conti: adesso no,
è presto, più avanti forse; prima la casa, il lavoro, le ferie...
E quanto lavoro ci daranno
quando nasceranno? Quanto
tempo ci faranno perdere (il
tempo è denaro!)? Quanto bene dovremo (potremo) dargli?
Quanto ci saranno utili?
La cosa stupirebbe fino a un
certo punto se, per paradosso,
chi pone queste domande non
fosse la stessa società che parla in continuazione di diritti
umani e animali. Anzi, chi più
si impegna a difendere i diritti
umani (contro la pena di morte
e l’infibulazione, contro la schiavitù delle donne e dei minori…),
proprio costoro più si impegnano
a difendere il diritto di non-farnascere i bambini. E - altro paradosso - chi più si impegna per
i diritti degli animali, proprio a
costoro poco importa dei diritti
degli umani.
Genitori e figli insieme in un villaggio
del Bangladesh: poveri ma felici...
Paradossi. Perché il diritto alla vita umana è il primo e fondamentale. Se non sappiamo difendere questo, come potremo essere credibili nel difendere gli altri
diritti? Noi che contiamo denaro,
legalizziamo l’aborto e parliamo
di diritti umani e animali, al materialismo aggiungiamo null’altro
che l’ipocrisia. E continuiamo a
guardarci tranquillamente allo
specchio, come se nulla fosse. ■
missione GIOVANI
MISSIONE BAMBINI
La TARTARUGA E LA CUGINA
Dona il sorriso a chi ti sta vicino
POF, sx
P
ian piano se ne andava Kobe, la tartaruga. Era così immersa
nei suoi pensieri che non si accorgeva di chi le passava accanto. Doveva andare in fretta - si fa per dire - da sua cugina che le
aveva mandato un messaggio urgente. Voleva un consiglio su certe
cose che le stavano capitando, e non sapeva a chi rivolgersi. Kobe
era molto saggia; conosceva le giuste strade della vita. Non poteva
rifiutare l’invito.
Mentre camminava, si chiedeva che cosa fosse successo alla cugina. Ogni tanto si fermava vicino a una pietra per scaldarsi e riprendere forza. Mangiava qualcosa e si
dissetava con acqua fresca, perché
sentiva fame e sete, e il viaggio
era ancora lungo. Tutto per essere
pronta, quando sarebbe arrivata, a
fare quello che la cugina le aveva
chiesto.
Ormai il sole stava tramontando:
quasi si tuffava, rosso rosso, laggiù
in fondo al lago Tanganika. Anche
lei stava per arrivare alla meta.
Quando era vicina, Kobe sentì un
grido festoso, un benvenuto allegro! Era sua cugina che l’accoglieva
e l’ospitava nella sua casa. Si salutarono con gioia, guardandosi negli
occhi, che parlavano meglio delle
loro bocche.
Si sedettero sulle radici di un baobab e la cugina cominciò il suo
racconto. Ogni tanto Kobe l’interrompeva per avere spiegazioni. Si
sentiva così vicina che quasi le pareva di vivere anche lei quello che
era successo alla cugina. Alla fine,
ci fu un po’ di silenzio... Poi Kobe,
dolcemente, le rivolse la parola:
“Ti ho ascoltato volentieri, cara cugina, e ho cercato di capire qual è il tuo problema. Prova a
dimostrare simpatia e attenzione a chi ti è vicino. Se farai capire
che sei disponibile, sarai benvoluta e desiderata. Ci vuole un po’
di pazienza. Ogni giorno getta un raggio della tua luce sugli altri,
trasformandolo in dono. Allora il sorriso sarà il più bel grazie”.
La cugina cominciò a sorridere, e non si fermò più.
■
• Osserva l’icona: chi vedi, cosa fanno? Cosa dicono, secondo te?
• Sul vangelo di Luca, al capitolo 1, leggi i versetti da 39 a 45,
2
e il 56.
• C’è qualcosa di simile tra i due racconti? Ti piace il consiglio di
Kobe alla cugina?
Ecologia del cuore e della testa
F
inalmente sono arrivati!
Luglio e agosto per tanti
di noi equivalgono alle sospirate vacanze. Brevi o lunghe che
siano, quando il caldo fa la sua
comparsa è inevitabile che la
testa inizi il conto alla rovescia
verso laghi, mare o montagna.
Belle le vacanze, soprattutto
se trascorse in posti diversi da
quelli in cui si abita, a contatto
con la natura e con le persone
cui teniamo di più. E una volta
tornati alla base, diventa un rito il racconto sui luoghi visitati,
le esperienze vissute, le nuove
amicizie…
Spesso, però, le vacanze diventano il pretesto per esagerare,
per fare qualcosa di più e di troppo. Quasi che il detto “semel in
anno licet insanire - una
volta all’anno è lecito
impazzire”, passasse dal
carnevale all’estate. È
il festival dell’alcool e
fumo, del divertimento
senza regole e senza…
testa. Tutto giustificato
con un “tanto sono in vacanza”.
Non è mio compito
fare il “bacchettone”,
anche perché senza divertimento che vacanze
sono! Però, non sarebbe
una cattiva idea affiancare alla
spensieratezza un pizzico di sana ecologia. Per ecologia, mi riferisco a stili di vita che vanno al
di là del senso letterale di questa
parola, ormai diventata di moda.
Anche noi giovani, lontani dalle
preoccupazioni quotidiane, potremmo sfruttare il periodo di
vacanza per curare di più quegli
aspetti che di solito tralasciamo.
L’ambiente. Prima di tutto,
mi riferisco all’attenzione per
l’ambiente in cui viviamo. Non
è vacanza lasciare le spiagge
sporche di rifiuti dopo un falò
serale; non sono un bel vedere le
pinete montane riempite di bottiglie di birra, perché comunque
qualcuno (che in vacanza non è)
provvederà a pulire. Recuperiamo il rispetto per chi ci ospita
e alleniamoci a mantenere più
belli il paese, il quartiere, la via
dove di solito abitiamo.
La sobrietà. Un altro aspetto
che non fa rima con vacanza è
lo spreco. Nessuno ci obbliga a
scialacquare denaro inutilmente,
a vivere con una marcia in più
per forza, perché lo richiede il
periodo. La luce, l’acqua, l’aria
Un gavettone in spiaggia
non passa mai di moda,
ma usate l’acqua del mare!
INTENZIONE MISSIONARIA
E PREGHIERA DEL MESE
I cristiani si impegnino a
offrire dappertutto un valido
contributo alla promozione
della cultura, della giustizia,
della solidarietà e della pace.
La chiesa sia la “casa” di
tutti, pronta ad aprire le porte a chi è costretto a emigrare dalle discriminazioni, dalla
fame e dalle guerre.
Conforti: “Essere fedele nelle
piccole cose è una grande cosa”.
DIEGO PIOVANI
non sono solo un nostro diritto.
Un corretto utilizzo delle risorse
oggi significa un mondo migliore per i giovani domani. Quando
in un ristorante vedo intere portate tornare in cucina, mi viene
male a pensare che tutto finisce
in un cassonetto! Non è un auspicio, è un consiglio: perché
non fare un pensiero ai poveri
del mondo, prima di ordinare e
...buttare?
I rapporti. L’ecologia può essere applicata anche alle relazioni umane. Avendo più tempo per
noi, possiamo dedicarne un po’
anche agli altri. Non c’è bisogno
di diventare soccorritori o volontari in prima linea. Ad esempio,
basterebbe stare un po’ più di
tempo con i nonni, che magari ci
hanno fatto da “badanti”
e che, una volta cresciuti i nipoti, diventano
utili quasi solo per la
mancia della domenica.
Ascoltare un po’ dei loro
racconti (anche se non è
la prima volta) fa bene a
loro e a noi.
E perché no, perfino
genitori e zii, se sono
più rilassati, potranno
essere maggiormente
predisposti ad ascoltarci
e consigliarci. Apertura
e attenzione verso gli altri non
vanno in vacanza… Magari possiamo mandarci un po’ del nostro egoismo. Il tempo che passa
sempre troppo in fretta, ogni
tanto ci regala delle occasioni
uniche. Tocca a noi sfruttarle al
meglio.
Chiamatela pure “ecologia del
cuore”. Io però ci credo… più
■
che alla prova costume!
2010 LUGLIO/AGOSTO
V ITA S AV ERIA NA
Una rossa rossa per il Burundi
Il ricordo di p. Victor Ghirardi e dei giovani
Nato a Salò (Brescia) il 2 agosto 1931, p. Vittorino Ghirardi è stato missionario in Africa
dall’inizio del 1967, prima in
Zaire e poi in Burundi. È stato
un grande animatore giovanile.
Lo ricordano tre “vecchi amici”:
p. Marano, direttore del centro
giovani Kamenge dall’inizio, e i
coniugi Petraglio, che lo hanno
conosciuto dagli anni ‘80 e che
dal 1993 si recano a Kamenge
ogni estate.
anno il 17 luglio ricorO gni
diamo “Victor”. Si faceva
chiamare così p. Vittorino Ghirardi, uno dei tre saveriani che
hanno iniziato a Bujumbura il
“Centre Jeunes Kamenge”, lasciandoci per primo. Era la nostra luce. Al centro giovani non
si faceva niente senza programmarlo con lui. E lui c’era sempre,
come un nonno che accompagna
con la testimonianza e la parola,
il conforto e la risata gioiosa.
Se n’è andato il 17 luglio
1994, domenica mattina durante
l’omelia, per un arresto cardiaco.
Nella sala in cui celebrava l’Eucarestia c’erano anche due medici, le suore e oltre 500 giovani. L’ho trasportato all’ospedale e l’hanno subito attaccato alle
macchine. Sono corso a telefonare ai suoi, al nunzio, ai superiori. Poi all’ospedale mi hanno
detto che era morto. Il nunzio gli
aveva dato gli oli santi. I giovani
erano ancora là, davanti alla sala
della Messa, seduti e impietriti.
Cielo e terra s’intrecciano
Avevo comunicato subito a
tutti che l’avremmo sepolto in
Africa, accanto a una palma,
come lui voleva. E così abbiamo fatto, tre giorni dopo. C’era
la guerra. Abbiamo affittato 25
bus, caricato tutti i giovani e abbiamo riempito la cattedrale e
cantato i suoi canti, ricordandoci di lui. Presenti due vescovi,
abbiamo celebrato l’Eucarestia
e l’abbiamo sepolto al cimitero
del seminario. Una folla di giovani ha testimoniato il ricordo e
l’amore per “Victor”.
Lo ricordiamo ogni anno, il 17
luglio. Andiamo al cimitero per
cantare, pregare e ricordarci di lui
con rose rosse, incenso e candele.
La domenica seguente l’Eucarestia è in memoria di lui e dei 248
giovani morti in questi anni, per
guerra, incidenti e malattie.
Così ci mettiamo in contatto
con il Centre Jeunes del cielo,
là dove “Victor” è il superiore
e i giovani che ci hanno lasciato
gli iscritti, intrecciandosi con il
Centre Jeunes della terra per fare un mondo di fratelli.
a cura di p. CLAUDIO MARANO, sx
pensano ancora p. Victor con
grande ammirazione. “Lo ricordiamo seduto sotto il giovane mango, appena fuori casa, sul
terreno ricoperto di ghiaia e pietre. Lì seduto, parlava con i giovani. Un amico, un confidente,
una guida della quale ci si poteva fidare: così era p. Victor. A
volte questi incontri avvenivano anche dopo cena, nella notte.
Lui, Victor, era capace di aiutarti
a trovare un senso per le tue preoccupazioni e i tuoi dubbi.
Vederlo seduto a conversare
con i giovani è stato per noi un
incoraggiamento. Ci ha aiutato
ad aprirci ai burundesi, a cercare insieme a loro qualche risposta agli interrogativi che la vita pone a ciascuno, agli africani
e anche a noi. Certo, dall’estate del 1994, sotto il mango c’è
uno spazio vuoto. Ma quel man-
Ogni 17 luglio, a Bujumbura in Burundi, si ricordano p. Victor Ghirardi,
iniziatore del centro giovani Kamenge, e gli altri giovani già in cielo
go, allora giovanissimo, ha cominciato a portare frutti.
Quanto a noi, ci siamo fermati
mille volte davanti alle due mensole della biblioteca, in corridoio al primo piano. Abbiamo trovato un volumetto sul “Cantico dei cantici” con annotazioni
scritte a mano da p. Victor, anche in ebraico, e un libro fatto da
lui stesso sul Corano e l’islam.
Chissà se p. Victor avrebbe previsto il moltiplicarsi di moschee
e l’estendersi dell’islam anche a
Bujumbura.
In ogni caso, quei due libri sono per noi un invito ad affrontare
la Bibbia in modo serio, per trarne nutrimento nella vita, e a pensare che il dialogo con l’islam
sia una cosa importante. Anche
queste sono parole e messaggi
che p. Victor, solo apparentemente assente, continua a rivolgere ancora al suo centro Ka■
menge”.
Due messaggi ancora attuali
Maria Pia e Renzo Petraglio
Recentemente il Signore della vita ha chiamato a sé ben quattro suoi missionari; prendono il posto preparato per loro nel regno dei cieli. Un dolore profondo per la famiglia saveriana, per i
famigliari e gli amici. Diversamente vivi, “continuano la loro missione anche dopo essere stati sepolti, come il grano di frumento
che muore per generare nuova vita”, come ha scritto p. Medici.
P. EMILIO PALOSCHI:
IL FRATELLO DI TUTTI
P. Vittorino Ghirardi
Salò (BS) 02.08.1931
Bujumbura 17-07-1994
LAICATO SAVERIANO
Convegno giovanile saveriano
A Foligno, dal 29 agosto al 2 settembre
Da domenica 29 agosto pomeriggio al pranzo di giovedì 2
settembre, è in programma a Foligno il IV convegno giovanile missionario saveriano.
Si tratta di una grande esperienza di aggregazione dove i
giovani possono ascoltare le testimonianze di missionari provenienti da diversi continenti e i coetanei che hanno vissuto brevi
esperienze in missione, possono interrogarsi sulle proprie scelte di vita e riflettere su cosa significa fare missione anche qui e
ora. Il tutto, in un clima sereno e gioioso, davvero “giovanile”.
Il tema del convegno di quest’anno è: “Volti e storie al crocevia della missione”. Perché un tema così? Perché alla domanda, “che cosa ti resta dell’esperienza in missione?”, la risposta del missionario è quasi sempre la stessa: “I volti e le
storie delle persone con le quali ho camminato”.
La missione, infatti, è prima di tutto condivisione di vita. Si
parte, prima che per fare qualcosa, per condividere la propria
vita con persone che in comune hanno l’umanità e il desiderio
di felicità e di pace. L’incontro e la condivisione poi, avvengono
all’insegna di un Volto e di una Storia che per ciascuno di noi
hanno fatto la differenza: il Volto e la Storia di Gesù Cristo.
L’organizzazione e la gestione del convegno vede la partecipazione dell’intera “famiglia saveriana”, composta dai
missionari saveriani, le missionarie saveriane e i laici saveriani, in collaborazione con il movimento giovanile missionario
(mgm). è davvero tutto pronto.
Allora, ci diamo appuntamento a Foligno! E se conoscete
dei giovani dai 18 ai 35 anni, sensibili alla missione (magari
nella vostra parrocchia), o volete far vivere ai vostri figli e figlie un’esperienza diversa, sana, coinvolgente, divertente e
allo stesso tempo arricchente, mettetevi in contatto con noi.
Sicuramente torneranno a casa più ricchi e felici!
Consultate il sito: www.saveriani.it, cliccando su “Convegno
missionario giovanile”: troverete tutto l’occorrente, e tanto
di più. Per informazioni: Andreoli Alessandro,
cell. 349 0580330; e-mail: [email protected]
Nato a S. Salvatore di Sospiro
(Cremona) nel 1936, a vent’anni
Emilio Paloschi entra nel seminario di Cremona, ma dopo tre
anni decide di diventare saveriano. Completati gli studi a Parma, diventa sacerdote nel 1961.
è in Sierra Leone nel 1964, ma vi
resta solo un anno, perché colpito da una grave forma di malaria. Dal ‘66 al ’71 è in Scozia per
lavorare nell’animazione missionaria e vocazionale.
Nel 1973 parte per il Brasile
con l’impegno nella formazione e nella pastorale parrocchiale. Lavora con successo alla trasformazione di varie “favelas”
in villaggi con nuove case, chiese e scuole. Nel 1995, p. Emilio
è ancora in Scozia con l’incarico
di “Giustizia e pace”. Nel 2008
rientra a Parma per motivi di salute, fino al 23 maggio, domenica di Pentecoste, consumato
dal tumore al pancreas, assistito
dalla sorella Selene. Aveva confidato: “la malattia è per me un
tempo di grazia”.
■
P. AGOSTINO CLEMENTINI:
L’AMICO DEI MALATI
Padre Agostino Clementini,
maceratese di Urbisaglia, è spirato a Parma il 2 giugno 2010,
per infarto, all’età di 84 anni.
Entrato nella scuola apostolica a 13 anni, è diventato prete nel 1953 ed è stato missionario in Indonesia dal 1961 al
1968: pochi anni, utili per mantenere i contatti con i missionari e con le famiglie amiche, fino a voler festeggiare la “Messa d’oro” in Indonesia, insieme
al compagno di ordinazione p.
Pietro Grappoli.
Tre impegni hanno caratterizzato la sua vita missionaria: il lavoro come “economo” nelle varie comunità saveriane in Italia;
l’assistenza spirituale ai malati,
come cappellano negli ospedali di Viareggio e Imola; il redattore della pagina locale di “Missionari Saveriani”, di cui conservava tutti gli articoli da lui scritti. Dopo i funerali nella storica
abbadia di Fiastra, le spoglie di
p. Agostino riposano nel cimitero di Urbisaglia.
■
P. LUIGI MEDICI:
IL PIONIERE CORAGGIOSO
Padre Luigi Medici è morto
il 6 giugno, anch’egli a Parma,
il mattino del Corpus Domini”,
all’età di quasi 90 anni. Originario di Sassuolo (MO), studia
nel seminario di Reggio Emilia,
finché a 21 anni decide di diventare saveriano. Dopo l’ordinazione sacerdotale nel 1945,
la sua vita missionaria si svolge quasi interamente in Brasi-
le, eccetto alcuni anni di servizio in Italia, nelle comunità di
Parma, Cagliari e Roma.
In Brasile, p. Medici è spesso pioniere in situazioni anche
difficili, rivelando grande intuizione e creatività: diffonde
l’ideale missionario attraverso l’animazione, la preghiera e
la stampa; fonda vari seminari per la formazione di giovani brasiliani alla missione; cura
la crescita della pastorale missionaria nelle parrocchie. Dal
2007 era in cura nell’infermeria della casa madre.
■
P. GIUSEPPE CHIARELLI:
IL CROCIFISSO E IL ROSARIO
Padre Giuseppe Chiarelli, saveriano di Martina Franca (Taranto), ha terminato la sua vita terrena a Parma, il 12 giugno
2010, all’età di 66 anni, consumato dal tumore, stringendo
tra le mani il Crocifisso e il rosario missionario. Si è così unito
in cielo agli altri quattro saveriani ordinati sacerdoti il 27 settembre 1970: p. Renzo Vignato,
p. Luigi Palagi, p. Giovanni Tumino e p. Ivaldo Casula.
Terzo di sette figli, era alunno nei seminari di Taranto e
Molfetta, quando a 18 anni
ha deciso per la vita missionaria. In Italia ha lavorato a Salerno come formatore dei giovani
(1971-’76) e a Parma per assistere i missionari malati (1993-’99).
È stato missionario in Burundi
(1976-’80) e poi per 24 anni in
Brasile, dedicandosi alla formazione dei giovani aspiranti alla
vita missionaria. Una vita seria
e gioiosa, sempre esemplare e
al servizio di tutti.
■
3
P. Emilio Paloschi
P. Agostino Clementini
P. Luigi Medici
P. Giuseppe Chiarelli
2010 LUGLIO/AGOSTO
LA PARTENZA
TANTI AMICI LUNGO IL VOLO
Zic Zac e la famiglia Moscone
E
ra un pizzicotto piccolo piccolo, ma aveva reso felice ZIP, la zanza- ra che scoccia. Lei volava dappertutto ed era davvero una
curiosona.
Voleva conoscere
tante cose. Ma quando aveva sete, nessuno la fermava più.
Se vedeva una bella
vena, zac!, si buttava a capofitto e via
a succhiare e bere. A
volte, beveva poco.
Ma qualche volta si
ubriacava.
Il sangue, si sa,
per le zanzare è...
la fine del mondo.
È il loro desiderio
nascosto, e non
possono farne a
meno. A ognuno i suoi gusti,
ma...
Ma lei aveva anche
un altro desiLa zanzara Zip,
ria
derio
nascosto, disto
lla
de
a
ist
protagon
verso da tutte le altre
zanzare. Loro si accontentavano di succhiare le vene ed erano
contente. Zip no, lei voleva conoscere da dove veniva il sangue. Insomma, voleva andare alla fonte, al cuore. Le sue amiche la prendevano in giro, le dicevano di lasciar stare. Da che
mondo è mondo, non si è mai vista una zanzara succhiare il
cuore. Ma chi credeva di essere!
ZIC ZAC e ZAC ZIC, la zanzara veloce e la nonna
Ma lei, testarda, insisteva. Voleva raggiungere quel sogno.
Finché un giorno non si decise a fare un lungo viaggio. Preparò il suo zainetto con le poche cose che aveva e una piccola borraccia con del sangue di riserva. Non si sa mai: è meglio
essere previdenti! E cominciò a volare…
Ogni tanto si fermava a chiedere informazioni, ma nessuno le sapeva dire dove trovare chi potesse aiutarla. Finché
un giorno, stanca e assetata, si fermò su un fungo. Aprì la
sua borraccia e bevve una goccia di sangue. Quando all’improvviso vide arrivare ZIC ZAC, la zanzara più veloce del
mondo. Anche lei era assetata e chiese gentilmente da
bere. Zip le diede la
sua borraccia e Zic
Zac si dissetò. Poi
le chiese come
mai era da quelle
parti. Zip le spiegò il suo problema. Zic Zac batté le ali e disse:
“Se vuoi, ti posso accompagnare da qualcuno
che potrà darti la risposta.
Abita nella foresta di
Zan Zan. Si
chiama ZAC
ZIC ed è mia
nonna. Lei,
vedrai, ti aiuterà. Se ti sei
riposata, possiamo andaL’incontro con l’amica
Zic Zac
re”. E così Zip
e Zic Zac cominciarono il lungo viaggio insieme.
MOSCONE e la sua famiglia
Erano appena partite, che nel cielo apparvero dei grandi nuvoloni neri. Fra poco sarebbe arrivata la pioggia e le due amiche non sapevano dove ripararsi. Si guardarono intorno e videro che poco distante c’era una casetta. Si dissero che forse là
qualcuno le avrebbe accolte. Volarono veloci, in tempo per non
prendere le prime gocce che cadevano forti. Picchiarono ai vetri dell’unica finestra.
4
2010 LUGLIO/AGOSTO
QUANDO OGNUNO RICEVE e dona QUALCOSA
Qualcuno aprì e chiese: “Cosa volete? Chi siete?”. Ma non
vedeva nessuno. Gli risposero che erano due zanzare in viaggio e che chiedevano di potersi riparare a causa della pioggia.
Il signor MOSCONE, così si chiamava il proprietario, non era
molto d’accordo, ma sua moglie MOSCA gli disse di farle entrare. “Insomma”, diceva, “tra insetti ci si deve aiutare!”. E così entrarono.
Furono fatte accomodare vicino al camino. Erano stanche e
volevano solo riposarsi. Ma arrivarono volando i MOSCHINI, figli di Mosca e Moscone, e cominciarono a tempestarle
di domande. In poche parole, passarono tutta la notte a chiacchierare. Si erano dimenticate anche della fame e della sete.
Ma mamma Mosca, premurosa, era andata in cantina a prendere una bottiglia di quello (sangue) buono, che tirava fuori
solo per le grandi occasioni. Apparecchiò la tavola e condivisero con gioia quello che avevano. Poi stanche, ripiegarono le
alette e si addormentarono.
L’ARRIVO
LA PICCOLA STORIA DI ZIP, LA ZANZARA CURIOSA
Testo di p. OLIVIERO FERRO, sx LE SAGGE PAROLE DELLA NONNA
Disegni di GIUSEPPE CAMPANA
La rugiada, il fiore blu e le api
P
adre Oliviero Ferro, in arte «POF», è un saveriano di origine piemontese con formazione scout (lo si vede dalla
foto), ma anche umanistica e teologica, evidentemente. È stato missionario in Zaire e in Camerun; ha una grande passione
per l’Africa e per il racconto. Praticamente, inventa “storie”,
imbrogliando le cose, dando parola agli animali più bizzarri,
tirando fuori la saggezza degli anziani d’Africa...
Questa storia a puntate l’ha composta in riva al lago d’Orta in un giorno di quiete al monastero dell’isola San Giulio,
dove pregano e lavorano le monache benedettine. Desiderio dell’autore è che la storia venga rappresentata in forma
teatrale dai bambini a scuola o negli oratori.
Intanto, la proponiamo con le illustrazioni a fumetto dell’artista salernitano Giuseppe Campana - lo stesso che illustra la
rubrica mensile “missione bambini” a pagina 2 di questo mensile - e che ringrazio sentitamente, anche a nome di tutti i nostri lettori e lettrici. “Ho preferito illustrare le dieci puntate
con altrettanti disegni descrittivi. Senza scavalcare il fantastico testo di «POF», ho provato ad aiutare il lettore, a comprendere meglio il senso della storia”. I disegni sono arrivati in redazione all’una di notte, quando la sposa Lavinia e il piccolo
Mattia erano in sonno profondo già da qualche ora...
1. Leggete voi stessi la storia, e fatela leggere ai bambini,
o meglio, leggetela insieme a loro.
2. Ragionateci un po’ insieme: che senso ha creare una storia così lunga su una zanzara fastidiosa e antipatica, e
che preferiremmo tutti far fuori con una bella manata?
Zip incontra altri animali più o meno simpatici, ma tutti
cortesi con lei: come mai? L’incontro finale con la nonna
- zanzara anche lei! -, è riuscito a cambiare qualcosa?
3. Qual è la “morale della favola”? Si può applicare alla
nostra vita?
Buona lettura, con gusto! Grazie.
p. Marcello, sx
Fru Fru: “Allora, siete pronte? Ho voglia di farmi
D isse
una bella camminata”. E un salto di qua e uno di là, partì
foto archivio MS
GLI INCONTRI
il viaggio si fa in tre...
Il riccio rubacuori, il leprotto corridore
Zip e Zic Zac a casa della famiglia Moscone,
dove le due amiche hanno trovato ospitalità
LIB, la libellula
Il sole stava accarezzando con i suoi raggi i rami dell’abete che faceva ombra alla casa. Tutto il prato intorno si era già
messo in movimento. Ma le nostre amiche volevano ancora
dormire. Quando mamma Mosca, volando leggermente verso di loro, le risvegliò, fecero fatica ad aprire gli occhi. Ma
quando videro in una scodellina delle gocce di rugiada, fresche fresche, si precipitarono a bere. Era buona, perché il
sole l’aveva scaldata bene. Si sentivano pronte per il nuovo viaggio. Ringraziarono con gioia chi li aveva ospitate
e volarono via allegre.
Da lontano si vedeva il bosco, illuminato dal sole.
Non sapevano bene dove passare, ma certamente avrebbero trovato qualcuno che avrebbe insegnato loro la direzione giusta. Volando volando, arrivarono all’entrata del bosco. Naturalmente si posarono su un bel fungo rosso.
Mentre si chiedevano come fare per entrare, LIB, la libellula, si intromette nei loro discorsi. Aveva sentito che cercavano
la casa di Zac
Zic. Lei la
conosceva
bene. Anzi,
tutti nel bosco avevano fiducia in
lei. Quindi era
facile trovare
la via per arrivarci. Si offrì di
accompagnarle.
Controllarono se
le alette erano ancora in buono stato. E poi via, facendo attenzione
ai rami, ma aprendo gli occhi per
vedere tutte quelLa terza compagna di viaggio:
le meraviglie. ■
Lib, la Libellula
I
l sole giocava a rimpiattino tra i rami. Sembrava dare
loro delle carezze di luce. Le nostre tre amiche erano felici di volare insieme. Guardavano dappertutto. Zip,
oltre che scocciante, era molto curiosa. Voleva conoscere tutto e faceva tante domande Le altre due, con molta
pazienza, le spiegavano le cose. “Perché questo sasso è
verde? Perché questo fungo è così strano? Cosa sono questi frutti? Cosa dicono quegli uccelli sui rami? Perché gli
scoiattoli si rincorrono sempre?...”.
Insomma, era una domanda continua, tanto che Lib, la
libellula, domandò a Zic Zac: “Ma la tua amica quando si
riposa? Non ho mai conosciuto una zanzara così curiosa!”. E
Zic Zac le rispose: “Anch’io pensavo di conoscerla, ma questo
viaggio mi riserva tante sorprese. È veramente speciale. Sai,
la chiamano Zip, la zanzara che scoccia”.
“È vero che scoccio - disse Zip - ma io voglio conoscere e
questo viaggio è un’occasione magnifica per imparare tante
cose. Voi le conoscete, ma voglio saperle anch’io. Mi piace tanto!”. “Va bene, ma ogni tanto lascia riposare le nostre
orecchie”, disse Lib. “Promesso… Però perché le formiche
camminano in fila indiana e i grilli saltano sempre?”. Insomma Zip non voleva proprio tacere.
Finalmente arrivarono a un piccolo laghetto e le tre amiche
si fermarono per riposarsi. Zip, ormai, non sentiva più il
bisogno di bere goccie di sangue. Aveva imparato a
gustare l’acqua e se
n’era innamorata.
Era qualcosa di
bello, di pulito, di
fresco, che la faceva
star bene. Chiuse i
suoi occhi e si mise
a sognare. Le sembrava di essere già arrivata alla casa della nonna
di Zic Zac, quando sentì
una voce forte che diceva: “Ehi, cosa fate nel mio
prato? Chi vi ha dato il permesso?”. Era RIC, il riccio,
che non era molto contento
di quelle intruse.
cuori”
Ric, il riccio “ruba
FRU FRU, il leprotto
“Scusa”, gli dissero le tre amiche. “Ci stavamo riposando,
perché stiamo facendo un lungo viaggio. A proposito, ci puoi
indicare la strada per andare da Zac Zic? Sai, è mia nonna”.
“Ah! Quella simpatica vecFru Fru, il leprotto corridore
chietta che racconta
tante storie”, disse Ric.
“La conoscono tutti. E
quando qualcuno va da
lei, viene accolto bene,
ma deve avere pazienza
per ascoltarla. Racconta
delle storie meravigliose.
Se volete, vi accompagno
per un pezzo di strada,
fin dal mio amico FRU
FRU, il leprotto. Ma,
state attente! Lui è sempre di fretta”. E così si
misero in cammino.
Ric però non aveva
detto che anche lui era
un grande chiacchierone.
Dopo qualche minuto, già
sapevano le ultime notizie
della foresta. Lui conosceva tutto e tutti. Sembrava
che i suoi aculei attirassero le
notizie, come il polline attira le api. Anzi, passando davanti a
un alveare, furono invitate a prendere qualche goccia di miele.
Veramente delizioso! Avrebbero voluto sapere qualcosa di più
sulla vita delle api. Ma Ric le richiamò alla realtà. La strada era
ancora lunga e non ci si poteva fermare troppo.
A una svolta della strada, videro una piccola casetta e un
tale che correva avanti e indietro, a tutta velocità. “Ehi, Fru
Fru”, disse Ric al leprotto, “ti stai allenando per le olimpiadi
del bosco?”. “Ciao Ric!”, disse Fru Fru, “non ti avevo visto. Ma chi sono quelle che ti accompagnano? Sono una tua
nuova conquista?”. Sembra che Ric avesse la fama di conquistatore in tutto il bosco. Divenne un po’ rosso, ma poi rispose: “Non ti preoccupare. Sono delle amiche che cercano la casa di Zac Zic. Vogliono avere delle risposte. Naturalmente, tu puoi accompagnarle”, disse Ric. “Aspetta che
faccio ancora una corsa e poi, dopo una doccia veloce, sarò
pronto. Intanto, voi entrate in casa e bevete del succo di mirtillo. È delizioso, lo avete mai assaggiato?”.
E così dicendo Fru Fru filò via velocissimo. Ma dopo
qualche minuto era di ritorno, soddisfatto per il suo allenamento.
■
a tutta velocità. Le due amiche facevano fatica a seguirlo. Gli
gridarono di andare più piano, ma lui non sentiva. Era tutto felice. Non si accorse neppure che stava per sbattere contro una
roccia segnaletica. All’ultimo minuto riuscì a frenare. Ma che
paura! “Te l’abbiamo detto”, ripeterono le due amiche, “va’
più piano! E adesso dove andiamo?”. “Un attimo, mi sono
perso”, disse Fru Fru. “Ma c’è qualcuno che può aiutarci. Lo
vedete quell’uccello là in alto, che picchia sempre? È PIC, il
picchio. Lui sicuramente ci darà qualche indicazione giusta”.
E rivolgendosi a lui: “Ehi Pic, come va? Ci puoi indicare
la strada per andare da nonna Zac Zic?”. “Ah, sei tu, il solito
confusionario”, disse Pic; “seguitemi pian piano e vi porterò
sulla strada giusta”. E così Fru Fru dovette andare piano per
accompagnare le sue amiche. La strada diventava sempre di
più piena di fiori. Sembrava un viale che doveva portare da
qualche parte.
Finalmente sbucarono su una radura. Aveva qualcosa di
speciale. Tutto intorno c’erano le panchine che
sembravano aspettare qualcuno. In fondo c’era una
casetta piena di fiori. Era
un arcobaleno di colori. “Eccovi arrivati”,
disse Pic. “Ma fate
attenzione. È il momento della siesta
della nonna. Aspettate un pochino. Poi
tirate quella campanella e lei verrà
ad aprirvi. Ciao
a tutti. Sono stato
contento di avervi conosciuto”. E
se ne volò via.
La vecchietta
simpatica
Pian piano Lib,
Zip e Zic Zac si avvicinarono alla casetta di nonna Zac Zic.
Pic, il picchio
Tirarono la campanella
e la casa della nonna
e… una simpatica vecchietta aprì loro la porta. Riconobbe subito la nipote e accolse le sue amiche con gioia. Entrarono in punta di zampette
in quel regno meraviglioso che era la casa della nonna. Non
avevano mai visto nulla di simile. Tutto era in ordine, pulito.
C’erano fiori dappertutto e alle pareti dei piccoli quadretti,
fatti con le foglie del bosco. Era veramente bello stare lì.
La nonna le fece accomodare. Andò a prendere del succo
di lampone. Era la sua specialità. Lo mescolò con la rugiada.
Era veramente delizioso. Ascoltò pazientemente le tre amiche.
Le lasciò parlare a lungo. Aveva capito quello che cercavano.
Ma voleva che da sole trovassero la risposta ai loro problemi.
E fece finta di dormire...
Ma Zip la risvegliò dicendole: “Allora, nonna, cosa dobbiamo fare? Abbiamo fatto un lungo viaggio per chiedere i
tuoi consigli e tu ti metti a
dormire? Lo
sappiamo che
sei stanca,
perché lavori molto. Ma
noi abbiamo
bisogno del
tuo aiuto.
Per favore, dacci
una mano!”.
Nonna Zac
Zic si aggiustò bene gli
occhiali, le
guardò con
dolcezza e
cominciò a
parlare.
La nonna Zac Zic
con Zip
Finché un giorno...
Disse la nonna: “Sono contenta che siate venute a trovarmi.
Lo sapevo che un giorno vi avrei viste. Grazie, cara
nipote, che mi hai portato la
il fiore blu
La nonna e
tua amica Zip. Grazie anche
a Lib e a tutti gli amici della
foresta che vi hanno accompagnato. Sapete, anch’io
in tutti questi anni ho
cercato delle risposte. Avevo tante
domande da fare
a qualcuno. Ma
non ho mai trovato chi mi aiutasse. Finché un
giorno…
Stavo passeggiando intorno
alla casa, vicino a quel grande
fungo bianco che
insieme ai suoi
fratelli fanno corona alla casa. A
un tratto, delle
gocce di rugiada caddero dai
rami del grande
abete. Le vedevo ogni giorno. Era una cosa normale. Ma
quella volta caddero su un fiore azzurro che le accolse
tutto contento. Bevve con avidità, quando arrivò subito
uno sciame d’api. Avevano l’acquolina in bocca e volevano fare festa anche loro.
Il fiore azzurro le accolse tutto contento. Voleva condividere con altri quello che aveva ricevuto. Insomma,
avevo capito: avevo finalmente trovato la risposta. Allora Zip chiese: “Ma quale risposta?”. “È semplice”, disse
la nonna, “le gocce di rugiada si erano mescolate con
il fiore e il fiore con le api. Ognuno aveva ricevuto e
dato qualcosa. Per questo erano felici. Prova a farlo
anche tu e vedrai. Ma ora è tardi. Andate a dormire,
perché domani avrete un lungo viaggio”.
“Buonanotte, nonna”, dissero in coro le tre amiche e si addormentarono. ■
BUON VIAGGIO !
Il sole si era appena alzato, quando la nonna svegliò
le tre amiche. “Forza, venite a fare colazione. C’è della
rugiada fresca e del succo di more. Buonissimo!”, disse
la nonna. E le tre amiche si misero a tavola. Non sapevano più come dire grazie alla nonna per tutto quello che avevano ricevuto. “Il grazie ve lo dico io”, disse la nonna. “Voi avete condiviso con me un po’ della
vostra vita, delle vostre difficoltà. Mi avete reso molto
felice. Buon viaggio!”.
E le tre amiche se ne volarono via. Incontrarono tutti quelli che avevano loro indicato un pezzetto di strada. Ormai Zip era arrivata a casa sua. Salutando le sue
amiche, vide che sotto la finestra era cresciuto un fiore
azzurro e intorno a lui uno sciame d’api.
Chissà come era successo?
5
2010 LUGLIO/AGOSTO
il m on do in casa
SUD/NORD NOTIZIE
Tecnologia a due facce
Normale emergenza
pagina a cura di DIEGO PIOVANI
Discariche hi-tech. I rifiuti
elettrici ed elettronici sono sempre di più e minacciano ambiente
e salute. Ciò accade soprattutto
nei paesi in rapida crescita economica (Cina, Sudafrica, Brasile
e Senegal). Nei prossimi 10 anni,
con le vendite di prodotti elettronici in nazioni emergenti aumenterà la quantità di rifiuti. Senza
politiche per raccolta e riciclaggio di queste apparecchiature,
molte nazioni si troveranno con
rifiuti pericolosi e gravi conseguenze per ambiente e salute. La
classifica degli inquinatori elettronici è guidata da Stati Uniti e
Cina. I telefoni e i computer portatili consumano il 3% dell’oro e
dell’argento, il 13% del palladio
e il 15% del cobalto estratti ogni
anno in tutto il mondo.
sizione alla radioattività causa gravi problemi di salute, con
tassi di mortalità doppi di quelli
nel resto del Niger.
● Niger: il Paese radioattivo.
La falda acquifera contaminata
per anni, livelli di radioattività
500 volte superiori ai valori normali, metalli radioattivi venduti
nei mercati locali: è la denuncia
di Greenpeace, dopo uno studio
nelle città minerarie di Arlit e
Akokan, in Niger.
Qui opera “Areva”, azienda francese leader mondiale nel campo
dell’energia nucleare, secondo la
quale nessun materiale contaminato proviene dalle miniere. Ma
Greenpeace ha trovato diversi
bidoni e materiali di provenienza mineraria che gli abitanti usano per costruire le case. L’espo-
● Oro rosso. Violando le sanzioni Onu, oro estratto dalle miniere
del Congo RD è stato esportato
in altri stati africani con falsi certificati. Il contrabbando delle risorse preziose del sottosuolo è tra
le cause delle guerre civili. È un
traffico ancora fiorente anche se
l’industria dei gioielli ha messo al
bando diamanti non certificati.
E in Nigeria più di cento bambini sono morti per avvelenamento da piombo, utilizzato per
separare l’oro dalla roccia. Gli
scarti di lavorazione provenienti
da miniere illegali sono finiti nei
corsi d’acqua, contaminando attrezzi da lavoro e terreni.
●
Cercatore d’oro in una miniera africana
● Etiopia: si coltiva di
più. L’aumento delle superfici destinate alle coltivazioni, ha consentito
all’Etiopia di incrementare le esportazioni agricole
nei primi mesi del 2010.
Negli ultimi anni il Paese,
ha adottato una politica
per estendere la superficie
di terreni coltivati, cresciuti del 20%. La compagnia aerea etiope, inoltre, offre tariffe agevolate per i prodotti nazionali destinati all’esportazione. Eppure, è noto che la
popolazione del Corno
d’Africa soffra per fame.
India: sentenza chock! A 26
anni dal disastro di Bhopal, capitale del Madhya, quando il gas
sprigionato dall’impianto della multinazionale statunitense di
insetticidi Union Carbide causò
20mila morti e centinaia di migliaia di malformazioni, il tribunale ha decretato che otto ex dirigenti tutti indiani siano colpevoli di negligenza fatale. La pena è
di due anni di carcere e 1.800 euro di multa. Indignati gli abitanti
e le famiglie delle vittime. Oggi
l’impianto è abbandonato, l’area
attorno è contaminata, ma abitata. Nessun dirigente americano
fu mai condannato, così come
non è stata mai imputata la multinazionale Usa, forse anche per
una scelta diplomatica.
■
●
MISSIONI NOTIZIE
Senza il bavaglio
● Operatori di pace e verità. Alcuni mass media cattolici
di Burundi, Congo RD e Ruanda hanno lanciato un appello affinché “i giornalisti cattolici dei
tre Paesi siano operatori di pace,
evitando la cultura della menzogna, della violenza e della divisione”. L’invito è arrivato durante un incontro a Goma sul tema: “I media cattolici e la politica elettorale nell’area dei Grandi Laghi”.
Infatti, i tre stati nei
prossimi mesi sono chiamati alle
urne. Per questo, i media devono
riferire le informazioni in modo
corretto, rispondendo alle sfide
di riconciliazione e pace.
I partecipanti si sono impegnati anche a lavorare insieme e
hanno chiesto ai governanti dei
tre Paesi di rispettare le regole
della democrazia, inclusi il codice elettorale e la Costituzione.
Burundi: un commento. Dal
centro giovani Kamenge in Burundi, p. Marano fa il punto della situazione. “Siamo nel periodo
elettorale e già abbiamo assistito a spettacoli inverosimili: gruppi di giovani messi in rivalità con
altri, slogan, grida e pestaggi; non
●
6
sono mancati i morti. Finiti i periodi della guerra etnica sono arrivati quelli di altre divisioni. Anche questa volta hanno utilizzato i giovani, ricambiati con una
maglietta del partito, un cappello
o qualche altra cianfrusaglia elettorale. Il Paese sembra bloccato
in attesa del responso politico. Lo
sciopero delle scuole può riprendere a giorni, il governo promette aumenti che poi non arrivano e
noi al centro andiamo avanti tra
problemi e soddisfazioni: al momento siamo in 34mila di etnie e
religioni diverse, insieme per costruire un futuro di pace”.
Ucciso attivista per diritti
umani. In Congo RD è stato assassinato Floribert Chebeya, militante dei diritti umani e direttore dell’ong “La voce dei senza
voce”, a Kinshasa. La condanna
è stata unanime così come la richiesta di un’inchiesta imparziale e indipendente per identificare esecutori e mandanti di questo
atto ignobile. I vescovi congolesi hanno alzato la voce: “Va fatta giustizia, perché è impensabile costruire uno stato democratico
spegnendo la voce di chi difende
i diritti dell’uomo”. Chebeya seguiva vari casi importanti e scot-
●
Invitiamo i lettori, dotati di computer e
internet, a consultare la MISNA (Agenzia
missionaria di informazione mondiale) per
allargare la mente al mondo intero: www.misna.org
Visitate anche il nostro sito www.saverianibrescia.com nel quale potete
leggere tutte le notizie, le testimonianze e le proposte
del nostro mensile, comprese le edizioni locali e la
versione in formato pdf.
tanti. Si vorrebbe collocare la sua
tomba nel palazzo del Popolo, sede dell’assemblea nazionale. ■
La prima volta di...
● “Padri Bianchi”: superiore africano. Il ghanese Richard
Baawobr è il nuovo superiore
dei missionari d’Africa, noti come “Padri Bianchi”. È il primo
africano ad assumere l’incarico
di superiore generale della società missionaria fondata nel 1868
dall’arcivescovo di Algeri, il cardinale Lavigerie, che conta oggi
1541 membri originari di 42 nazioni e attivi in 21 paesi d’Africa. “è una tappa importante per
il nostro istituto e rappresenta un
punto di arrivo della scelta iniziata 20 anni fa, quella di aprirci
alle vocazioni africane”, ha detto il superiore generale uscente
Gérard Chabanon. Il neo eletto
ha una specializzazione in Sacre
Scritture e un’esperienza di missione in Congo RD.
● Donna bangladeshi in Parlamento. Una cittadina britannica
di origine bangladeshi ha conquistato per la prima volta nella storia un seggio in Parlamento. Rushanara Ali, 35enne musulmana, è stata eletta fra le file
dei laburisti. L’intera comunità
di immigrati bangladeshi ha coronato il sogno di vedere un proprio rappresentante eletto nella
Camera bassa del Regno Unito.
La notizia della sua elezione ha
ASL nel terzo mondo
Cercasi medico per l’Africa.
Uno degli obiettivi del millennio
per lo sviluppo riguarda l’aspetto sanitario. Manca personale
medico in dieci paesi africani.
Alcuni esempi. Il Ciad ha meno
di un dottore ogni 20mila persone e solo quattro letti ospedalieri
ogni 10mila. In Burundi, dove la
malaria è responsabile del 47%
delle morti, il governo offre assistenza materna e infantile gratuita e cure mediche ai sieropositivi, ma manca personale qualificato. La Sierra Leone ha solo 3 medici ogni 100mila persone e fa ricorso a dottori cubani e
nigeriani. Il Mozambico ha solo
548 medici per una popolazione
di oltre 22 milioni di persone.
●
● Farmaci
per pochi. Le realtà
assistenziali operanti in comunità povere del mondo hanno evidenziato che i diritti previsti negli strumenti internazionali “sono lontani dall’essere assicurati”. Uno dei principali impedimenti è costituito dalla “mancanza di accesso ai medicinali
a prezzi ragionevoli e agli strumenti diagnostici”. Le malattie
dovute alla povertà rappresentano ancora il 50% delle malattie
nei paesi in via di sviluppo.
Nel complesso, quasi 2 miliardi di persone non possono
accedere ai farmaci essenziali.
Le prime vittime sono i bambini per i quali molti farmaci essenziali non sono stati prodotti. Il diritto alla salute non è per
tutti.
■
mEssaggi dalle chiese
LA TURCHIA è ANCHE CRISTIANA
mons. LUIGI PADOVESE
Da un’intervista del 2008 di mons. Padovese, vescovo dell’Anatolia in
Turchia, ucciso il 3 giugno 2010.
Il ruolo dei cristiani in Turchia è quello di congiungersi al passato e dare testimonianza in un mondo islamico. Mostrare, quindi, che la Turchia
non è un Paese solo musulmano, ma c’è anche una presenza cristiana.
Siamo una minoranza che dev’essere riconosciuta e rispettata. Se anche
ci fosse un solo cristiano, bisognerebbe essere presenti. I cattolici sono
pochi, ma ci sono cristiani di diverse confessioni che si radunano nelle
piccole chiese che ancora esistono.
Il nostro è un ecumenismo dal basso: ci ritroviamo là dove ci sono luoghi di culto. Questo ci permette di affermare la nostra identità. Tra la
gente c’è voglia di sapere, perché si conosce poco del cristianesimo in
Turchia. Uno dei servizi che offriamo è tenere aperte le chiese al pomeriggio per dare possibilità a chi lo vuole di vedere e parlare.
L’islam in Turchia è molto articolato. I rapporti con le autorità religiose islamiche sono improntati alla cortesia. Anch’io ho buoni rapporti con i muftì. Ci sono attività che mi auguro continueranno, ma sono
una goccia nel mare. Una parte dell’islam ricerca dialogo e armonia: chi
fa rumore non costituisce la maggioranza della popolazione, non dobbiamo farci impressionare.
Le diversità ci sono e non vanno taciute perché non aiuterebbero il dialogo. Il fatto di ascoltarsi è molto positivo, anche se difficilmente s’arriverà
a un dialogo teologico perché le posizioni sono troppo differenti. Però, c’è
il dialogo della vita, della condivisione e delle esperienze religiose.
In Turchia, la chiesa cattolica formalmente non esiste, non ha alcun
tipo di riconoscimento giuridico. Libertà di religione e di coscienza qui
stentano. Tra le autorità politiche c’è volontà, ma i passi sono piccoli.
conquistato le prime pagine dei
giornali in Bangladesh.
La 35enne, laureata ad Oxford
in scienze politiche, si è trasferita
all’età di 7 anni con la famiglia a
Londra. Il padre era un operaio, ma
ha permesso alla figlia di frequentare la prestigiosa università. ■
Una storia speciale
● Lolo, il giornalista beato.
Manuel Lozano Garrido è il primo giornalista laico proclamato beato (12 giugno a Linares,
in Spagna). Meglio noto come
“Lolo”, Garrido era un giornalista e scrittore. Nonostante abbia trascorso 28 anni di vita su
una sedia a rotelle, era un giovane allegro. Nato in Spagna nel
1920, aderì all’Azione cattolica
a 11 anni; nel 1942 contrasse la
spondilite e rimase paralizzato.
Nel 1962 divenne cieco e perse
l’uso della mano destra, imparò a scrivere con la sinistra fino
alla paralisi totale. Da quel momento, dettò i suoi articoli alla
sorella. Scriveva per quotidiani,
periodici cattolici e agenzie di
stampa. Fondò la rivista “Sinai”
e nel 1969 vinse il prestigioso
premio giornalistico “Bravo”.
Lolo era un giornalista che
lavorava senza pausa. Rendeva
normale lo straordinario (il suo
medico gli diceva: “sei l’infermo
grave che gode della migliore
salute”), vivendo come un uomo
sano e forte! L’Eucaristia è stata
la sua vera forza e il suo grande
amore. Morì nel 1971.
“I giornalisti - ha detto il Papa
- potranno trovare un testimone eloquente del bene che si può
fare quando la penna riflette la
grandezza dell’anima e si mette al servizio della verità e delle
cause nobili”.
■
2010 LUGLIO/AGOSTO
D I A L O G O E SO LID A RIETÀ
lettere al direttore
p. Marcello Storgato
MISSIONARI SAVERIANI
Via Piamarta 9 - 25121 Brescia
E-Mail: [email protected]
Pagina web: saveriani.bs.it/missionari_giornale
MI SONO TUFFATO TRA LA GENTE
Caro direttore,
ho fatto una breve esperienza di missione, che non dimenticherò. L’età
non è più verde, ma ho affrontato il viaggio per accertarmi di persona
su quello che fanno i missionari. L’occasione mi è stata data dalla
visita al centro giovani Kamenge e alle altre missioni dei saveriani a
Bujumbura, in Burundi. Le mie aspettative non sono andate deluse.
Ho visto iniziative e opere grandi, mandate avanti da missionari anche
anziani, coadiuvati da volontari e da uno stuolo di animatori locali.
Mi sono subito tuffato tra la gente: sono rispettosi e discreti; al saluto, rispondono con un inchino, mentre il viso si illumina di sorriso. Il
primo giorno non vedevo altri che gente “di colore”, ma dal secondo
giorno il colore è scomparso e incontravo solo persone, come noi e
migliori di noi, perché nella loro povertà conservano la dignità e la
solidarietà. Ho fatto un bagno di giovinezza. Dappertutto spuntano
bambini sorridenti e festosi, maglietta e pantaloncini, le ciabatte ai
piedi; non tendono la mano a chiedere; cercano solo un segno d’affetto. Basta poco: ci pensano i missionari a trasformare le nostre piccole
offerte in pane, istruzione, medicine.
Mario, Cagliari
Caro Mario,
il tuo messaggio mi ha dato un immenso piacere, come il racconto di
un’esperienza sincera, di un desiderio pienamente soddisfatto: grazie
a Dio! Ho gustato, leggendo, e vissuto con te questa breve esperienza
per “vedere cosa fanno i missionari” e, più ancora, per “vedere come
la gente vive”.
Sono anch’io convinto che la missione fa bene. Non si tratta di stare
meglio o peggio per quanto riguarda i soldi e i consumi. Si tratta di
constatare e avere la conferma che la felicità è interiore, un modo di
essere che il benessere economico e i consumi non possono regalarci
né acquistarci. Credo sia questo il succo di quanto hai provato e raccontato, e di cui ti ringrazio sinceramente.
La questione del “colore” sparito già al secondo giorno, poi, è davvero un bellissimo tocco di rapida guarigione interiore. Sono certo
che continuerai a scorgere i bei colori anche in Italia e a Cagliari, per
apprezzare le persone che li vestono nei loro volti e nelle loro anime.
Il tuo racconto corrisponde ai racconti di tutti coloro che - giovani e
adulti - sacrificano un pezzo delle loro vacanze e del loro tranquillo
benessere per andare a vedere di persona... “cosa fanno i
missionari”. Saluti fraterni e a te, ai missionari, a tutti i
cari lettori, auguro una buona estate!
p. Marcello, sx
STRUMENTI D'ANIMAZIONE
CONSIGLI PER LA VOSTRA ESTATE
Tra i vantaggi dell’estate, ci sono le giornate più lunghe e più
tempo da vivere “svegli”, in compagnia e in solitudine. Parte di
questo tempo possiamo dedicarlo utilmente alla preghiera e alla lettura. Permettete, dunque, qualche consiglio per ...ammazzare bene il tempo.
Anche voi foste stranieri (Attualità, Laterza
€ 16) - Il direttore di “Famiglia Cristiana”, don Antonio
Sciortino, analizza il rapporto tra l’immigrazione, la chiesa e la società italiana: “Per un Paese come il nostro, è
difficile capire come si possa discriminare gli stranieri e
atteggiarsi poi a difensori del crocifisso”.
Come rovinare un figlio
in dieci mosse (Attualità,
Exodus € 10). Don Antonio Mazzi
“provoca”, con il suo stile caratteristico, i genitori un po’ distratti degli anni duemila.
Il genocidio silenziato
(Storico, Emi € 11) - Joseph Sagahutu, giovane prete ruandese
scampato al genocidio, racconta
la fuga in Congo RD, dove continua a essere braccato per anni. La sua testimonianza è
raccolta in questo libro.
In nome della madre
(Spiritualità, Feltrinelli € 7,50) - Erri De Luca descrive una storia misteriosa e sacra, ma con le corde vocali di una ragazza-madre Miriàm/Maria, fabbrica di scintille, e dell’amore smisurato dello sposo Iosef.
Il tulipano giallo (Spiritualità, Messaggero Padova € 9,50).
Mons. GianCarlo Bregantini, arcivescovo metropolita di Campobasso-Bojano, ci regala racconti a colori perché “tutti i colori della vita
confluiscono nella luce dei nostri occhi, lucerna del cuore”.
I MISSIONARI SCRIVONO
Dall’Amazzonia al Ciad, la felicità corre dietro al pallone
Il primo a reagire è stato p. Filippo Rota Martir, saveriano bergamasco che vive in Amazzonia. È spesso
in giro nelle missioni della vasta regione brasiliana, soprattutto per incontrare ragazzi e giovani e parlare loro
della nostra bella vocazione missionaria. La foto scattata all’inizio di giugno in un villaggio vicino ad Abaetetuba, prova l’entusiasmo con cui i brasiliani hanno
accompagnato i mondiali di calcio. Scrive p. Filippo:
“Dovunque, anche nei quartieri più poveri, molte strade sono così: tutte verdi, con strisce e bandierine e...
tanti auguri. Speriamo che vinca il Brasile!”.
Ma anche i missionari sembrano non resistere al fascino del pallone, dall’Asia all’Africa. Spesso non hanno la tv né il maxi schermo. E allora? Basta una radiolina, come scrive p. Gabriel Arroyo, saveriano messicano che vive in Africa: “Pensate che anche qui in Ciad,
in mezzo al niente, ho seguito insieme ai miei moretti la partita del Messico: alla radio d’onda corta, con la
voce che va e viene. Ormai siamo passati agli ottavi e andremo in finale, con il tifo di tutti i miei ragazzi!”.
La riconoscenza dell’asino e... del ladro ripescato di Bukavu
Il nostro p. Luigi Stevanin, classe 1932, cappellano nel carcere di Bukavu, ha sempre qualcosa di nuovo da
raccontare. Questa volta la notizia è andata a finire sulle radio della città. Alcuni sconosciuti gli fanno visita in piena notte (18 aprile). Entrati nella stanza da letto, lo pregano di star buono e continuare a sognare. Per sicurezza, lo chiudono a chiave, mentre in ufficio rovistano le carte e trovano qualche busta
con soldi depositati dalla gente. Si dirigono poi verso la stanza di p. Riccardo Nardo, noto a tutti come “esorcista”. Trafficano nel buio per aprire la porta quando d’improvviso arriva la luce. Il cortile
s’illumina, le sirene suonano, p. Riccardo si sveglia e si affretta a intervenire. I tre visitatori scoperti corrono verso l’uscita, rovesciano i vasi di fiori, saltano il muro e scappano.
La notizia si diffonde per tutta la vallata di Kadutu e per la città. Tutti commentano, e interpretano l’arrivo della luce come un segno del cielo contro il potere delle tenebre. Anche i detenuti
nella prigione sono preoccupati e diventano i primi investigatori. Hanno qualche sospetto...:
un detenuto dello scorso anno, aiutato più volte dal missionario. Il poveraccio è preso, pestato dai soldati, riammesso nel club dei reclusi, e riceve il resto della lezione dai vecchi compagni di merenda.
In una delle sue visite, p. Luigi lo incontra e lo saluta dicendo: “Shukrani ya punda… - la riconoscenza
dell’asino…”; ma subito l’amico completa il proverbio: ni teke - è un calcio sul sedere”. Il padre mette la
mano in tasca ed estrae… una caramella: la offre a chi l’aveva visitato quella notte nel buio.
p. Giuseppe Dovigo, sx - Bukavu (Congo)
Quando un ragazzo domanda... e riceve un bel ceffone
Quando ero ragazzo, Gesù era il mio “Eroe”. Ma con la chiesa avevo un rapporto difficile, perché c’erano
troppi comandamenti. Le cose che mi piacevano erano proibite; quelle spiacevoli erano comandate. Rivolgevo spesso domande a mia madre e alla nonna: “Perché dovrei confessarmi ogni settimana e raccontare i
miei peccati al prete, quando lui non mi dice mai i suoi?”. In risposta,
è arrivato un bel ceffone in testa!
Anche a Dio rivolgevo molte domande: “Esisti davvero? È possibile
conoscerti?”. Lui non ha mai risposto, fino al giorno in cui ho celebrato il 25° di sacerdozio. Entrato nella sacrestia di Reggello, il paese toscano in cui sono nato, ho visto la statua del Sacro Cuore davanti alla
Padre
quale pregavo da bambino. Mi è sembrato che mi dicesse: “Michele,
Michele Davitti
ho risposto alle tue tante domande?”. Per un momento, a 55
è parroco della
“missione cinese”
anni, ho rivisto tutta la mia vita passata, e gli ho detto: “Sì,
Santa Teresa
Signore, hai risposto ben oltre le mie aspettative”.
a Chicago
p. Michele Davitti, sx - Chicago (Usa)
Potete trovare e ordinare questi e molti altri libri presso
la “Libreria dei popoli”, via Piamarta 9 - 25121 Brescia.
Potete consultare tutto (e anche ordinare online) sul link:
http://www.saverianibrescia.com/libreria_dei_popoli.php
Non esitate a telefonare: volentieri padre Gianni vi assisterà nella scelta. Tel 030 3772780; fax 030 3772781;
e-mail: [email protected]
Alfabeto della vita (Spiritualità, Paoline € 13). Meditazioni quotidiane dell’indimenticabile don Tonino Bello, con la presentazione di mons. Antonio Riboldi.
Nina, la bambina della sesta
luna (Fantasia, Giunti Junior € 7,90)
- Una storia di fantasia per bambini e
bambine fantasiose e con tanta voglia di
sognare.
Kaspar, il bravo soldato (Romanzo, Giunti Junior
€ 7,00) - Guido Sgardoli offre un romanzo di grande poesia,
un inno alla pace sopra ogni cosa, per ragazzi e non solo.
Un arcobaleno nella notte
(Romanzo, il Saggiatore € 12). L’autore
di “La città della gioia”, Dominique Lapierre, racconta la storia del Sudafrica di
Nelson Mandela.
Con il vento nei capelli (Romanzo, Giunti € 11,90). Salwa Salem, autrice palestinese scomparsa nel 1992, ha
fatto in tempo a raccontare la sua storia,
con l’aiuto di Laura Maritano.
solidarietÀ
piccoli progetti
6/2010 - BUKAVU
Muro per il monastero
Le suore “trappistine” del monastero di
Murhesa, vicino a Bukavu, dopo l’uccisione
di suor Dénise e un secondo assalto, sentono la necessità di costruire un “muro di clausura” di cento metri, nella parte più esposta.
Chiedono un aiuto per 12.000 euro per materiale e manodopera.
• Responsabile del progetto è il saveriano
p. Antonio Trettel.
5/2010 - CAMERUN
La scuola distrutta a Nefa
Nella nuova missione di Nefa, in Camerun,
l’annuncio del vangelo va insieme all’acqua
potabile e alle scuole. Nel villaggio di Songa la scuola è stata distrutta da una tromba
d’aria. Per ricostruire le sei aule occorrono €
3.500 ciascuna, per un totale di 21.000 euro.
• Responsabile del progetto è il saveriano
p. Gianni Abeni.
Chi desidera partecipare alla realizzazione di questi progetti, può utilizzare l’accluso Conto corrente
postale, oppure può inviare l’offerta direttamente
al C/c.p. 00204438, intestato a:
Procura delle Missioni Saveriane,
Viale S. Martino 8 - 43100 PARMA
oppure
bonifico bancario su C/c 000072443526
CARIPR&PC - Ag. 6, via Farini 71, 43100 Parma
IBAN  IT86 P062 3012 7060 0007 2443 526
Si prega di specificare l’intenzione
e il numero di Progetto sul C/c.p. Grazie.
2010 LUGLIO/AGOSTO
ALZANO
24022 ALZANO L. BG - Via A. Ponchielli, 4
Tel. 035 513343 - Fax 035 511210
E-mail: [email protected] - C/c. postale 233247
La missione tra i seminaristi
Bilancio dell’esperienza in Lombardia ed Emilia
per la pontificia
Q uest’anno
unione missionaria (Pum),
ho visitato 16 seminari di Lombardia ed Emilia Romagna per
un totale di 695 seminaristi: 159
sono studenti delle superiori, 60
dell’anno propedeutico e 476 studenti di teologia. Le ordinazioni
sacerdotali nelle due regioni per
l’anno 2009-2010 sono state 67.
Tanto interesse, poco tempo
La mia visita durava da un
minimo di due giorni a un massimo di una settimana. L’ultima
settimana l’ho trascorsa nel seminario più popoloso: quello di
Bergamo, con 181 seminaristi.
Ho ricevuto sempre una cordiale accoglienza e un’attenta collaborazione da parte dei formatori.
L’interesse dei seminaristi per
tutto il mondo missionario è notevole, anche grazie alla presenza in tutte le diocesi di sacerdoti
“fidei donum”, che tengono viva
p. STEFANO BERTON, sx
la sensibilità missionaria.
Ho incontrato i seminaristi
soprattutto nei momenti liturgici
(lodi, meditazione, Eucaristia) o
dopo cena, per parlare loro delle
missioni e trattare temi e argomenti tipicamente missionari.
Qualche altro incontro sarebbe
stato auspicabile per presentare
temi fondamentali e urgenti, ma
questo desiderio si scontra spesso con gli orari e i tanti impegni,
spesso imprevedibili.
Padre Stefano Berton a colloquio con i seminaristi:
la missione ha bisogno di giovani entusiasti!
Viaggio in Bangladesh, atto terzo
Incontri ed emozioni, tappa per tappa
è
la terza volta che vado in
Bangladesh a trovare p.
Enzo Valoti. Questa volta sono
stato accompagnato da mia sorella Mariuccia e dalle nipoti Paola e Simona. A Dhaka abbiamo
incontrato p. Alfio Coni, che ci
ha accolto con grande ospitalità.
Abbiamo conosciuto anche altri
saveriani che si trovavano lì di
passaggio.
Una tazza di tè
e una banana
Dopo pranzo abbiamo fatto una passeggiata in città e
il primo impatto è stato forte:
marciapiedi gremiti di venditori ambulanti con merce di ogni
tipo e mendicanti che chiedono elemosina nell’indifferenza
dei passanti. Padre Enzo aveva
preparato un programma denso
di visite e spostamenti. Il mattino seguente siamo partiti per
Satkhira, la missione dove lui
lavora. Siamo arrivati verso se-
8
ra, dopo otto ore di viaggio avventuroso. Non ho visto grandi
cambiamenti rispetto al 1982.
La sorpresa è stata per i cento
ragazzi, arrivati all’orfanatrofio
per iniziare il nuovo anno scolastico: hanno trovato una nuova torre di tre piani, con servizi
igienici e docce in abbondanza.
Il problema è saldare il debito;
ma - come dice p. Enzo - “c’è
sempre la Provvidenza”.
Il giorno dopo siamo partiti per
un villaggio dove vive p. Luigi
Paggi. A Borodol abbiamo incontrato p. Antonio Germano e i 60
ragazzi di diversa età e religione
della sua scuola. A Baghachara abbiamo trovato p. Gabriele
Spiga che gestisce una cooperativa-laboratorio per disabili.
Naturalmente in ogni villaggio
siamo accolti con tanta curiosità
dai ragazzi. Un tè e una banana
non mancano mai. Al ritorno, abbiamo visitato suor Filomena che
lavora in Bangladesh da 35 anni
Baghachara, con p. Enzo Valoti (cappellino) e p. Gabriele Spiga (barba bianca)
i protagonisti del viaggio in Bangladesh: Lorenzo, Mariuccia, Paola e Simona
LORENZO VALOTI
e dirige un gruppo di donne che
ricamano tovaglie e tessuti.
Miseria e dignità
Domenica 24 gennaio p. Enzo
ha celebrato la Messa nel villaggio di Senergharti, dove 27
anni prima aveva celebrato il
matrimonio di suo fratello Mino
con Anna. Grandi preparativi e
accoglienza straordinaria. Dopo
la Messa siamo stati trascinati
dagli abitanti per i sentieri del
villaggio. Tutti hanno voluto
mostrarci la loro abitazione: una
vera processione, ma quanta
miseria! Tuttavia la gente vive
con serenità e dignità. Abbiamo
constatato personalmente quanta differenza ci sia ancora tra il
nostro e il loro livello di vita.
A Khulna abbiamo incontrato
il vescovo e visitato l’ospedale, dove a turno operano medici
provenienti dall’Italia.
Al termine dell’avventura,
siamo tornati a Dhaka. Dopo la
Messa, c’è stato ancora il tempo per un’ultima camminata con p.
Arduino Rossi. Quante sorprese, quante
emozioni, quanta povertà, ma anche quanta serenità e gioia di
vivere la gente bengalese ci ha trasmesso. Certamente non
potremo dimenticare
il sorriso dei bambini e l’accoglienza ricevuta in ogni villag■
gio.
Incontri di formazione
e il convegno annuale
Ai seminaristi ho presentato
il fondamento biblico della missione, a partire dalla Parola di
Dio e dai documenti del concilio
Vaticano II; senza dimenticare i
pronunciamenti più importanti
del magistero della chiesa sulla
natura dei missionari diocesani
“fidei donum”. Quasi ovunque
ho cercato di provocare la curiosità presentando una varietà di
libri e pubblicazioni missionarie. Soprattutto negli incontri serali, mi sono servito di DVD per
presentare alcuni testimoni della
missione o situazioni attuali di
alcune nazioni dove i missionari
lavorano.
In ogni visita ho dato priorità
al gruppo Gamis (Gruppo di animazione missionaria), presente
in tutti i seminari, incoraggiando
i seminaristi a tenersi informati
sui temi della missione anche attraverso fonti informatiche. Naturalmente i gruppi Gamis che
sono guidati da un formatore del
seminario sono molto più vivaci
e attivi, rispetto agli altri che sono un po’... balbettanti.
Nel mese di aprile si è tenuto il 54° convegno missionario
nazionale dei seminaristi, organizzato dalla Pum e ospitato a
Torino dall’istituto della Consolata. Gli appartenenti ai Gamis
dei 33 seminari maggiori d’Italia, stimolati dagli interventi dei
vari relatori, hanno sviluppato il
tema del convegno: “Presbiteri,
evangelizzatori senza confini”.
Visita estiva in Bangladesh
L’animazione missionaria nei
seminari proseguirà con le visite
estive alle missioni, che sono organizzate un po’ ovunque e sono
molto apprezzate. È all’avanguardia il seminario di Vigevano
che ha inserito l’esperienza missionaria per tutti nel curriculum
formativo, prima del diaconato.
Nelle esperienze missionarie
estive hanno priorità le missioni dove sono presenti i “fidei
donum” della diocesi stessa. In
qualche caso, questo può nuocere all’ampiezza universale della missione. L’adozione di una
o più parrocchie nelle giovani
chiese, infatti, non deve esaurire
la dimensione universale della
chiesa locale nella responsabilità missionaria universale di tutta
la chiesa.
Per l’estate in corso, ho proposto la visita alle missioni saveriane del Bangladesh e alle opere di
madre Teresa di Calcutta. Il numero di partecipanti che accompagnerò di persona in agosto ha
già raggiunto il massimo. Speriamo e preghiamo perché il nostro impegno ed entusiasmo contribuiscano a creare nei futuri sacerdoti italiani la disponibilità a
dilatare il regno di Dio fino agli
estremi confini della terra. ■
UN’ACCOGLIENZA “ESPECTACULARE”
Primo messaggio dopo l’arrivo in Colombia
Cari amici, il primo messaggio dall’amata terra colombiana è comunitario, per tutti voi che fate parte della mia grande famiglia di famigliari, confratelli e amici. Il volo fino a Bogotà è stato ottimo, comodo e confortevole. Il primo impatto con la Colombia l’ho avuto viaggiando con la compagnia colombiana Avianca: un aereo nuovissimo e
super tecnologico, con televisore individuale e la possibilità di vedere
film, ascoltare musica e giocare con videogames a piacere.
Il viaggio è stato lunghetto, ma lo sapevo. Sono partito da Milano
alle 12,30 e, dopo uno scalo a Barcellona, sono arrivato a Bogotà alle
3 di notte (orario italiano), le 21 in Colombia. Il primo impatto è stato tipico... alla colombiana: un gruppo di parrocchiani con chitarre ha
cantato “Eres mi amigo del alma”; su un cartello era scritto: “Un buen
hijo siempre regressa a casa” - Un buon figlio torna sempre a casa!
Insomma, l’avrete capito: l’accoglienza è stata davvero “espectaculare”, come dicono qui. Ora vi saluto, ringraziandovi di nuovo per l’affetto e l’amicizia che mi avete sempre dimostrato e che certamente
resteranno. Un abbraccio.
p. Leonardo Raffaini, sx
Padre Leonardo Raffaini accolto all’aeroporto di Bogotà dal giovane
superiore dei saveriani p. Mauro Loda
2010 LUGLIO/AGOSTO
BRESCIA
25121 BRESCIA BS - Via Piamarta, 9
Tel. 030 3772780 - Fax 030 3772781
E-mail: [email protected] - C/c. postale 216259
Gianni Ghedi consegna un
premio alla signora Fulgenzia
Stesso spirito in casa e fuori
Gli amici della stampa missionaria
I
l 6 giugno s’è tenuta la festa degli amici dei saveriani, atto conclusivo dell’iniziativa missionaria “Costruiamo insieme la città dell’uomo”,
per sostenere la stampa missionaria, l’informazione sui popoli e paesi che spesso non entrano nei circuiti informativi della
grande stampa.
La partecipazione all’iniziativa è stata lusinghiera. Nella bella chiesa di “San Cristo”, dedicata proprio al “Corpus Domini”
e nel giorno di questa festa liturgica, anche le nostre offerte e i
gesti di collaborazione alle iniziative missionarie ricevono subito un respiro mondiale.
Dopo la celebrazione della
Messa, l’estrazione dei biglietti è stata animata da Diego, con
l’aiuto della “valletta” Michela e
del “notaio” Annalucia. Non poteva mancare Gianni, uno degli
artefici dell’organizzazione, che
ha fatto da “attore” nella consegna dei premi, provenienti dalle nostre missioni: dalla Cina, le
cassapanche finemente scolpi-
te; dal Giappone, i ricami di seta e i foulard; da Bali, i tavolini in legno di rosa e la statua del
pescatore; dal Perù, l’arazzo di
lana. Infine, il globo illuminato
ha raccolto in un abbraccio ideale tutto il mondo, riassumendo l’impegno di chi ha risposto
all’appello “Costruiamo insieme
la città dell’uomo”.
Il pomeriggio si è concluso con
il rinfresco, preparato nel chiostro
dalle zelanti volontarie. “È stato
p. GESUINO PIREDDA, sx
veramente bello, e spero che si
ripeta”, ha detto una partecipante. “È stata una scoperta per me ha esclamato un’altra - ho il rammarico di avervi conosciuto solo
ora; grazie per quello che fate”.
Grazie lo diciamo noi a tutti coloro che hanno partecipato. Pubblichiamo qui di seguito la lista
dei numeri premiati, con l’augurio di rinnovare questi nostri piccoli gesti di solidarietà a favore
della “stampa missionaria”. ■
I numeri premiati
1° premio
2° premio
3° premio
4° premio
5° premio
6° premio
7° premio
8° premio
9° premio
10° premio
11° premio
12° premio
13° premio
14° premio
15° premio
Braga Maddalena
Filippini Paolo
Delaini Cristina Schivalocchi Giuditta
Andreoli Mauro
Guardini Marialucia Farioli Paola
Pasotti Luisa
Togni Andrea
Chiroli Tarantola Emma Storgato Stefano
Corradini Samuele
Barbato Lanfranco Rivadossi
Bonvento Ivana Brescia
Ghedi (BS)
Brescia
Concesio (BS)
Desenzano (BS)
Toscolano (BS)
Brescia
Brescia
Trovo (PV)
Guidonia (RM)
Brescia
Sparanise (CE)
Rodengo-Saiano (BS)
Brescia
Amazzonia... ultimo atto
Premiazione dei lavori degli studenti
14 maggio è stato
V enerdì
un giorno movimentato dai
saveriani di Brescia! Quattrocento ragazzi con i loro insegnanti
hanno affollato la chiesa di San
Cristo. Erano rappresentate le
classi elementari, medie, superiori e perfino l’università, che hanno ravvivato con la loro presenza
la premiazione dei lavori da loro
stessi presentati. Tanta gioventù
proveniente da ogni parte del
mondo ha colorato l’evento, con
una partecipazione entusiasta e
con la consapevolezza delle proposte educative recepite.
Riflessioni, poesie, applausi
I premi consistevano, oltre a
8
una medaglia ricordo, in volumi
e buoni-libro offerti dalla “Libreria dei popoli” del centro saveriano di Brescia, insieme a un
DVD ricordo della mostra.
La giornata è iniziata con il
benvenuto del superiore p. Mario; è seguita la proiezione di
un gustoso filmato preparato
da p. Fiorenzo, che ha ricreato
in modo poetico uno scorcio
dell’Amazzonia. Le volontarie hanno poi proceduto alla
premiazione, individuale e di
classe, consegnando anche una
“pergamena” con le motivazioni
del premio.
Alcuni degli studenti premiati hanno voluto esprimere
Padre Mario Menin ringrazia gli studenti bresciani che hanno partecipato
al concorso, nell’ambito della mostra sull’Amazzonia
La gita alla Venaria Reale di Torino
p. MARCO VIGOLO, sx
è
passato un po’ di tempo
da quella mattina del 16
maggio quando 99 persone sono partite alla volta del Piemonte. Abbiamo goduto di un ottimo
clima meteorologico per tutta la
gita, e questo mi fa dire un grandioso “grazie” al Padreterno che
nei giorni precedenti aveva fatto
piovere tanto.
La nostra gita aveva un programma preciso, che però ha
fatto i conti con un imprevisto.
Dopo la prima sosta, al cellulare
arriva la notizia: “Abbiamo dimenticato una persona all’autogrill”. Così siamo dovuti tornare
indietro per recuperarla. E anche
qui un altro grande “grazie” va
al Padreterno perché la salute
e la tranquillità di una persona
è più importante anche del bel
tempo.
Arrivati a destinazione, abbiamo visitato la reggia di Venaria,
percorrendo saloni e stanze della splendida residenza Sabauda,
a cui si ispirò la reggia di Versailles. Dopo il pranzo, ci siamo
diretti verso il centro di Torino,
girovagando in libertà.
Siamo contenti di aver realizzato questo piccolo sogno: visitare la Venaria Reale. Siamo disposti ad accogliere suggerimenti
per le prossime mete. Penso che
l’obiettivo di stare insieme gioiosamente sia stato raggiunto. Grazie a tutti i partecipanti e a quanti
hanno collaborato per la riuscita
dell’iniziativa. E così i “grazie”
sono diventati almeno tre… ■
I gitanti all’ingresso della magnifica
reggia di Venaria, a Torino
GRAZIA DE GIULI
al microfono le loro riflessioni
sull’esperienza vissuta, mentre
altri hanno letto una poesia da
loro composta, per dimostrare
amore e solidarietà per questa
terra grandiosa e indifesa. Lunghi applausi hanno accompagnato ogni intervento.
Un cammino laborioso
Una premiazione ha coinvolto
anche gli stessi saveriani per la
loro attiva collaborazione e disponibilità: un riconoscimento
scritto su pergamena. La conclusione è stata gestita da p. Marco,
con l’invito alla prossima mostra
sul Giappone.
A cerimonia finita, la festa è
proseguita nel chiostro, dove
erano esposti tutti i lavori: un
viavai disciplinato e composto
di studenti e insegnanti che si
scambiavano osservazioni e opinioni. Dulcis in fundo, tutti sono
stati rifocillati con un rinfresco
offerto dai volontari.
Con questa giornata si è chiuso
il capitolo “Amazzonia”, iniziato il 6 novembre 2009. È stato un
cammino laborioso e gratificante
da parte di tutti gli operatori, ma
crediamo che abbia portato buoni
frutti nel campo della conoscenza
e comprensione fra i popoli. ■
IL CONVEGNO CEM è... “ADESSO!”
Dal 26 al 29 agosto a San Marino
BRUNETTO SALVARANI
Da molto tempo si dice che abitiamo una società globale sempre
più complessa, intrecciata, meticcia. Negli ultimi tre anni, il convegno
del CEM (Centro di educazione alla mondialità) ha cercato di fornire
qualche risposta in merito. In particolare, l’anno scorso abbiamo riflettuto sulla felicità. Quest’anno rifletteremo sulla paura, intesa come benzina per intolleranze di vario genere ma anche come realtà da
vincere con coraggio civile.
Se le città e i paesi in cui viviamo sono sempre più multi culturali,
la nostra società ha l’obbligo di formare cittadini capaci di vivere con
pienezza in questi nuovi contesti. Solo così saranno ricostruiti i legami
sociali e la solidarietà che tengono assieme le nostre vite.
Di questo e di molto altro ci occuperemo nel nostro 49° convegno,
richiamando la parola d’ordine che don Primo Mazzolari, molti anni
fa, si era dato nel proprio impegno quotidiano: “Adesso!”.
Il programma è molto articolato e adatto a tutti: insegnanti, educatori, formatori; a chi è stanco di essere prudente e vuole partecipare alla sfida di ricostruire la cittadinanza. Si inizia giovedì 26 agosto
con la relazione di don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele e di
Libera, e si prosegue con conferenze e laboratori fino alla festa finale del 29 agosto, quando Mohamed Ba saluterà con il suo spettacolo
teatrale “In canto dello spirito”.
Per informazioni: tel. 030 3772780, interno 3
E-mail: [email protected]
2010 LUGLIO/AGOSTO
CAGLIARI
08015 MACOMER NU - Via Toscana, 9
Tel. 340 0840200
E-mail: [email protected] - C/c. postale 207084
Pellegrinaggio missionario a Sanluri
La collaborazione porta sempre buoni frutti
I
l 18 maggio si è svolto il
pellegrinaggio annuale delle delegate missionarie del sud
Sardegna. La meta era il convento dei cappuccini di Sanluri, che
ospita il museo etnografico. Abbiamo ripercorso 400 anni di storia dei cappuccini in Sardegna e
le attività lavorative dei frati: falegname, orologiaio, sarto, fabbro,
cantiniere, calzolaio, mugnaio.
Ci sono anche gli strumenti
musicali dei frati appassionati
di organetto sardo (launeddas),
i barattoli di erboristeria, i piatti,
bicchieri e boccali dei frati vivandieri o farmacisti. Interessante è
pure il salone dell’arte sacra, che
raccoglie quadri e reliquie, paramenti e statue, ex voto e collane,
e una collezione di stampe con
canti gregoriani miniati a mano.
Il convento dei cappuccini
Il cappuccino ottantenne p.
Giulio è pittore, scrittore, predicatore e missionario. L’ho incontrato la prima volta durante le
confessioni per le Quarant’ore a
Cuglieri. L’ho invitato a parlare
ai pellegrini della storia del convento, su cui ha scritto un libro.
Padre Giulio è stato missionario
in Congo e alle Seychelles: ha
ricordato che la missione apre il
cuore all’accoglienza degli altri.
Il convento, fondato nel 1609,
è stato anche lazzaretto per dare
ricovero agli appestati del 1652:
un gesto che causò la morte di
cinque frati. La soppressione del
1875 ci ricorda la politica del Risorgimento dopo l’unità d’Italia,
con l’esproprio dei beni agli ordini religiosi e la soppressione delle
congregazioni religiose. Questo
ha causato la diminuzione della
carità sociale della chiesa verso i
bisognosi e l’inizio dell’emigrazione delle popolazioni povere.
p. DINO MARCONI, sx
I frati dovettero pagare l’affitto
al comune, fin quando un amico comprò il convento all’asta e
lo ridonò loro. Il convento è ora
un luogo di spiritualità e di accoglienza per i ritiri.
La preghiera per ogni
continente
In chiesa abbiamo recitato la
preghiera alla Madonna della
strada perché ci accompagni nel
nostro cammino della vita, nelle
tribolazioni e nelle difficoltà, a
tener viva la nostra fede. All’offertorio abbiamo fatto la processione con le bandiere di alcuni
paesi dove lavorano i saveriani,
pregando la Madonna per i cristiani e i missionari che vivono
nei cinque continenti.
Padre Daniele Targa ha letto la
preghiera mariana alla Madonna
di She shan, perchè sostenga
l’impegno dei cristiani in Cina:
Il Signore completi l’opera
Nel mio cuore un ricordo indelebile
Vi facciamo dono della lettera
che la sorella saveriana Elena
Loi ha scritto da Londrina, in
Brasile, il 19 maggio 2010. È
indirizzata alle sorelle, al parroco e comunità di San Giovanni
Evangelista, e a tutti gli amici
della Sardegna. Ci fa capire un
po’ gli inizi della nostra comunità missionaria di Oristano.
potendo partecipaN on
re personalmente alla ri-
correnza dei 25 anni di presenza delle saveriane a Oristano,
vi raggiungo con questo scritto. Con il pensiero sono andata a
rivisitare i preparativi per quella nuova avventura di 25 anni fa, quando insieme a Caterina Sias e a Giuliana Picci arrivammo a Oristano. Il viaggio in
nave fino a Olbia e poi in treno,
era accompagnato da sentimenti
8
di gratitudine per quel “sogno”
che si realizzava, di speranza,
ma anche di timore per un inizio
così incerto. Sapevamo che don
Muscas ci metteva a disposizione parte della sua casa di via Ponente e che i cappuccini avevano accettato che noi lavorassimo nella loro parrocchia.
Alla stazione di Oristano la prima sorpresa: p. Silvio ci venne incontro per accompagnarci al convento. Subito dopo pranzo, don
Muscas ci portò a casa sua. Cantammo il “Magnificat” per ringraziare il Signore, e poi cominciammo a guardarci attorno. Chiedevamo lumi allo Spirito Santo perché
ci facesse capire in che direzione
muoverci. Ci eravamo poste una
sfida: vivere di Provvidenza. Infatti non avevamo alcuna entrata
economica e nessuna di noi aveva un lavoro retribuito. Eppure la
Con il parroco don Franco, le saveriane di Oristano e la direttrice
generale sr. Ines Frizza (a destra)
Gli amici della Sardegna meridionale
in pellegrinaggio al santuario
dei Cappuccini di Sanluri
ELENA LOI, mM
Provvidenza, attraverso tanti amici e famigliari, non ci lasciò mancare nulla.
Abbiamo conosciuto la nuova
realtà e le persone, attraverso visite alle famiglie e gruppi di riflessione nelle case. Seguivamo il
cammino che la comunità parrocchiale stava facendo e allo stesso
tempo prendevamo i contatti con
i saveriani e altre parrocchie per
l’animazione missionaria.
Poi arrivò don Franco; la parrocchia fu smembrata e noi abbiamo partecipato all’organizzazione della nuova parrocchia. Rivedo i tanti volti di persone, giovani e adulti, che si sono dati da
fare per le varie iniziative pastorali, per dare appoggio ai primi
passi della comunità di San Giovanni Evangelista. Ricordo l’inizio del centro missionario diocesano, l’attività con i senegalesi,
il coinvolgimento di Rosaria Garau nell’ufficio diocesano per la
catechesi, l’attività con i missionari saveriani di Macomer e Cagliari... e tante altre attività.
Sono passati 25 anni! Oggi
mi trovo a Londrina, nel sud del
Brasile, ma i dieci anni trascorsi in Sardegna hanno lasciato
un solco profondo nel mio cuore. Per questo, con voi, ringrazio
il Signore e gli chiedo di portare a compimento l’opera da lui
iniziata 25 anni fa. A ciascuna e
ciascuno, un abbraccio con grande affetto,
Elena Loi, mM
tra le quotidiane fatiche, continuino a credere, a sperare e a
trovare la comunione ecclesiale.
La saveriana messicana Olivia,
come rappresentante dell’America latina, ha letto la preghiera
alla Madonna di Guadalupe, perché continui a manifestare il suo
amore per gli indio e la sua protezione per l’evangelizzazione
dei popoli delle Americhe.
Padre Virginio Simoncelli, per
22 anni in Congo, ha recitato la
preghiera per la riconciliazione,
la giustizia e la pace in Africa
con la protezione di Maria, come
suggerito dall’ultimo sinodo dei
vescovi africani. Padre Giuseppe
Marzarotto, vissuto in Indonesia,
ha pregato Maria affinché guidi
i cristiani dell’Oceania al porto
sicuro dell’incontro con Gesù.
Estrazione… benefica
Dopo il pranzo in fraternità
nel refettorio dei frati, l’incontro
si è concluso con l’estrazione
dei premi della sottoscrizione
pro “Yos Sudarso”, l’ospedale
cattolico di Padang in Indonesia,
danneggiato dal terremoto del 30
settembre 2009. Nell’ospedale
sarà costruita la sala da parto
“Edelweis” (stella alpina).
Alla generosità sarda si sono unite anche le offerte raccolte dagli amici del “Bar Sport” di
Gatteo (Forlì) per la morte improvvisa di mio nipote Davide,
avvenuta durante la preparazione dell’iniziativa di sottoscrizione di beneficenza. È un bel messaggio per le delegate e gli amici: la collaborazione porta sempre i suoi buoni frutti.
■
24 - 27 agosto: ritiro estivo
Ricordiamo a tutte le delegate saveriane e agli amici della Sardegna che il ritiro estivo 2010 si tiene nella casa di Macomer da
martedì 24 a venerdì 27 agosto. Lo guidano gli ultimi saveriani
arrivati: il rettore padre Virginio Simoncelli e l’animatore padre
Daniele Targa.
UN COMPLEANNO SPECIALE
Le saveriane in Sardegna da 25 anni
PIERA GRANDI, mM
Domenica 23 maggio abbiamo celebrato il “sì” di madre Celestina
Bottego: il 24 maggio 1944 ha dato inizio alle missionarie di Maria saveriane, insieme a p. Giacomo Spagnolo. Nello stesso giorno abbiamo festeggiato anche i 25 anni di presenza delle saveriane in Sardegna, nella comunità di Oristano.
In preparazione a questa ricorrenza, abbiamo vissuto tre giorni di
spiritualità con tutta la comunità parrocchiale di S. Giovanni Evangelista, con incontri belli e profondi, di comunione e di respiro missionario: giovedì l’adorazione Eucaristica; venerdì la recita del rosario missionario; sabato la veglia di Pentecoste in cattedrale.
Domenica, dopo la celebrazione Eucaristica presieduta da don Franco e da p. Daniele Targa, il gruppo giovani ci ha presentato un bel recital missionario, “La coperta del mondo”. Il recital
ci ha condotto in alcune parti del mondo
sulle tracce della “visita di Maria alle varie Elisabette di oggi…”. Lo spettacolo si
è chiuso con una danza con “la coperta
del mondo”, fatta da tanti pezzi di stoffa
annodati tra loro: insieme per riscaldare il
mondo, insieme per realizzare il progetto
che Dio ha sull’umanità.
La nostra gratitudine va al Signore che
si serve delle persone per riscaldarci e farci guardare al futuro con serenità. Ricordiamo con gioia ogni gesto, ogni presenza, ogni provvidenza. E chiediamo al Signore che ci faccia essere - a nostra volta provvidenza, presenza e gioia per tutti.
2010 LUGLIO/AGOSTO
CREMONA
26100 CREMONA CR - Via Bonomelli, 81
Tel. 0372 456267 - Fax 0372 39699
E-mail: [email protected] - C/c. postale 00272260
Il saveriano dal volto sereno
Ricordiamo il cremonese p. Emilio Paloschi
grave lutto ha colU npitoaltrola comunità
saveriana
di Cremona. Dopo la morte di p.
Gianni Lazzari a fine gennaio,
domenica 23 maggio ci ha lasciato anche p. Emilio Paloschi,
nato a San Salvatore di Sospiro
il 26 aprile 1936. Era stato ordinato sacerdote il 15 ottobre 1961
insieme ad altri quattro saveriani cremonesi: p. Luigi Brioni, p.
Franco Fiori, p. Carlo Lucini e
p. Sandro Parmiggiani. Ha lavorato in Sierra Leone, Gran Bretagna e Brasile. Da vari mesi era
nell’infermeria della casa madre
di Parma per curare una grave
malattia al pancreas.
“Un tempo di grazia”
Per due anni circa, p. Emilio
è stato nella comunità saveriana
di via Bonomelli. Qui conobbe
la gravità del suo male e capì
che non avrebbe potuto vivere a
lungo, ma non ne era spaventato. Un giorno mi disse, con mio
grande stupore: “Per me è un
tempo di grazia!”. Conoscevo
da mezzo secolo il suo carattere
allegro, amante della musica e
della danza. Mi piaceva scherzare con lui chiamandolo il saveriano ballerino. Ma non avrei
mai immaginato una simile definizione della malattia, che per la
maggioranza degli uomini è un
tempo di disgrazia.
Padre Emilio è morto il giorno di Pentecoste, che conclude
il tempo pasquale con la discesa
dello Spirito Santo, il Consolatore, lo Spirito della vita senza
fine. Il funerale si è svolto in due
tappe: il mattino del 25 maggio a
Parma, nel santuario dove riposa
il beato Conforti, alla presenza
di tanti saveriani anziani e malati che spesso p. Emilio serviva
e incoraggiava; il pomeriggio
nella chiesa gremita di San Salvatore, al paese natale, con tanti
sacerdoti e numerosi saveriani
provenienti da varie comunità
p. SANDRO PARMIGGIANI, sx
d’Italia e tre anche dalla Scozia.
Ci sono ancora i santi...
Il “dulcis in fundo” vale anche
per un funerale. Infatti, con dolci
parole don Antonio Censori, un
saveriano scozzese e due donne
della parrocchia hanno messo in
luce le virtù di p. Emilio: la sua
capacità di ascolto e di dialogo, di vicinanza ai poveri e agli
emarginati, perfino ai drogati e
alcolizzati. Padre Emilio aveva sempre serenità e dolcezza,
calma e pazienza, anche nelle
varie prove e sofferenze della
vita, sopportate senza lamenti o
ribellioni.
Grazie, padre Emilio, per i
tuoi esempi: ci hai fatto capire
che nella chiesa ci sono ancora
i santi, più numerosi di quanto
pensiamo!
Il “grazie” degli amici
“Caro p. Emilio, per noi sei
sempre stato un grande amico.
Caro fratello universale...
Un amico saveriano ricorda p. Emilio
E
milio, ti ricordi quando
Selene, tua sorella ancora
sedicenne, ti ha accompagnato a
Ravenna per iniziare il tuo noviziato e diventare missionario? Al
momento di tornare a casa senza
di te è crollata a terra svenuta.
L’hai vista invece oggi? Selene è
venuta a leggere, al tuo funerale:
ha proclamato il paradiso e la vita eterna per te. Ti ha lasciato andare e, come tu le avevi suggerito, ha posto la sua fiducia nelle
cose che “verranno”. Noi tre
saveriani della Gran Bretagna Jim, Tom and John - ammiriamo
la sua fede e la ringraziamo.
Fratello di tutti e con tutti
Ricordi Emilio, quante volte
mi hai parlato del tuo “San Salvatore” e quante volte mi hai
8
Padre Emilio Paloschi,
a sinistra, con il cognato
e la sorella Selene in Scozia,
a metà anni novanta
detto che amavi profondamente
i tuoi compaesani? Oggi però,
voglio dir loro che anche noi
della Gran Bretagna ti diciamo
“nostro”, perché sei venuto tra
noi per amore e con cuore sincero ci hai amati. Anche quando
hai dovuto trasferirti in Italia a
causa della malattia, hai chiesto
di rimanere nell’elenco dei saveriani della Gran Bretagna.
Come i grandi missionari - Patrizio, Damiano, Ricci - che si sono identificati talmente con il popolo che servivano da dire: “noi
irlandesi, noi lebbrosi, noi cinesi...”. Credo che anche tu potresti
dire “noi scozzesi, noi brasiliani,
noi poveri...”, perché ovunque
sei andato, hai saputo diventare
loro, fratello universale!
Vorrei che tu venissi fuori da
p. GIOVANNI ZAMPESE, sx
quella cassa per stare ancora in
mezzo a noi. Sei stato capace di
dialogare con tutti e spronarli a
vivere in pienezza la loro vita.
Direttore di
un’orchestra vivente
Ti ricordi di p. Peter Dolan,
parroco di Ingol? Ti ha supplicato
d’insegnargli l’arte di far dialogare la gente. Diceva: “Basta che
padre Emilio si sieda, dopo aver
letto il vangelo, e tutte le bocche
sembrano aprirsi e dialogare tra
loro; e lui diventa il direttore di
un’orchestra vivente”. Come dimenticare le innumerevoli feste
missionarie quando, scendendo dal pulpito e camminando
in mezzo ai fedeli, li aprivi alla
verità di essere figli del Padre e
tutti responsabili della sua famiglia umana? Tutti missionari, tutti
impegnati per il regno di Dio!
In Scozia abbiamo finalmente
costruito il nuovo centro per incontri e dialogo. Più ci penso e
più tu ci appari come colui che
ce l’aveva indicato tanto tempo
fa come il nostro futuro. Questa
che è stata sempre la tua visione
sta diventando ora la nostra nuova forza. Ma ci occorre il tuo stile, la tua eleganza nell’accogliere e la tua capacità di guidare al
dialogo con tutte le fedi e le culture. Stacci vicino, fratello Emilio, in questa nostra attività di
■
animazione missionaria.
Padre Emilio Paloschi, a sinistra, immortalato con un amico di famiglia
durante una vacanza a Rimini
Abituati a pensarti lontano a
compiere la tua missione, il nostro cuore era sempre in attesa
di un tuo rientro. Ogni volta era
per noi un avvenimento speciale.
Sul piazzale della chiesa sapevi
ascoltare ognuno di noi che ti
raccontava il susseguirsi degli
avvenimenti brutti e belli della
propria vita e del paese; a ciascuno donavi una parola buona
e un consiglio, affiancati sempre
dal sorriso.
Ora da lassù, vicino al Padre
celeste, ci stai ascoltando e noi
vogliamo dirti: grazie per l’amore verso il tuo paese, che non hai
mai dimenticato. Grazie per le
tue preghiere e per tutto quello
che avresti desiderato fare per
noi”.
(i compaesani)
Grazie anche a Selene
“Caro p. Emilio, grazie per il
bene che hai fatto, per come lo
hai fatto e a chi lo hai fatto. Hai
scelto i più poveri e fra questi i
più deboli, cioè i bambini delle
favelas. Per loro hai pensato al
dono più difficile da offrire: insegnare a leggere e a scrivere.
Dicevi: «Solo così sapranno difendere i loro diritti e quelli dei
loro fratelli».
Grazie a tua sorella Selene,
hai saputo coinvolgere e aggregare tanti amici che per anni,
insieme anche al gruppo missionario di Cristo Re, ti hanno dato
una mano, garantendo una continuità nell’alfabetizzazione di
questi ragazzi. Cara Selene, tu
eri il “ponte” tra padre Emilio e
noi; senza di te non sarebbe stato
possibile nulla di ciò che è stato
fatto. Tu, per Emilio, sei stata
non solo la sorella, ma anche
l’amica e la madre”. (Pierina
Beltrami e gruppo missionario
■
“Cristo Re” di Cremona)
LA FESTA DEI BENEFATTORI 2010
p. SANDRO PARMIGGIANI sx
Domenica 30 maggio si e conclusa
con la tradizionale festa dei benefattori l’iniziativa missionaria “Battere la
fame si deve”. Noi missionari ci sentiamo sempre in prima linea, usando
tutte le nostre energie, risorse e strumenti di comunicazione, per “ridimensionare questa triste realtà” - come raccomanda il Papa.
La festa è iniziata con la Messa in
onore della Santissima Trinità, in suffragio dei nostri cari benefattori e dei
nostri confratelli defunti, che hanno
consumato tutta la loro vita per la
diffusione del vangelo e per la salvezza dei poveri. Certamente continueranno da lassù a collaborare con noi
per far conoscere e amare Dio.
Premi e premiati
1° premio Zelioli Lanzini - Cremona; 2° premio Fiora Francesca - Pizzighettone (CR); 3° premio Zanesi Corda - Soresina (CR); 4° premio
Grulli Rina - Cremona; 5° premio Rossini Rita - Manerbio (BS); 6° premio Tagliasacchi Lucia - Soresina (CR); 7° premio Bignami Renato Pizzighettone (CR); 8° premio Angioletti Gildo - Bergamo; 9° premio
Aporti Renato - Solarolo Monasterolo (CR); 10° premio Lazzari Luisa Persichello (CR); 11° premio Anglois Giovanni - Cremona; 12° premio
Brambilla Luca - Concorezzo (MI); 13° premio Paggi Giovanna - Trigolo (BG); 14° premio Belli Gino - Cremona; 15° premioPapa Angelo Castelleone (CR)
L’elenco dei vincitori sarebbe più lungo per i tanti premi di consolazione che sono stati distribuiti ai presenti. È doveroso ringraziare anche chi non ha vinto nulla, o non ha potuto partecipare alla festa. Abbiamo manifestato la nostra riconoscenza con il rinfresco finale e un
gioioso fraterno arrivederci all’anno prossimo!
2010 LUGLIO/AGOSTO
DESIO
20033 DESIO MI - Via Don Milani, 2
Tel. 0362 630591 - Fax 0362 301980
E-mail: [email protected] - C/c. postale 00358200
L’umanità che sogniamo
A Desio, la festa dei popoli 2010
è
stata davvero la festa dei
popoli, delle famiglie, dei
bambini, degli immigrati, delle
associazioni di volontariato e
dei giovani quella che si è svolta
il 15 e 16 maggio nel cortile dei
missionari saveriani, in via Don
Milani a Desio. “Il sogno dei
popoli, l’umanità che sogniamo”
era il titolo scelto per questa edizione, che ha visto la partecipazione di tanti stranieri.
“La nostra festa - ha spiegato
p. Rosario Giannattasio, retto-
L’altare e il palco per la Messa della “Festa dei popoli” 2010 immortalati… dall’alto!
PAOLA FARINA
re della comunità saveriana di
Desio - non è una sagra, ma
un momento di incontro e di
riflessione sull’importanza del
dialogo tra culture e religioni
diverse”.
Il programma delle due giornate è stato intenso. Sabato sera
si è esibito il gruppo “Gobar”,
con brani musicali e letture. Domenica mattina è stata celebrata
la Messa all’aperto, presieduta da p. Filippo Rondi, che per
molti anni ha lavorato a Desio
nell’animazione giovanile ed è
ora missionario in Bangladesh.
Nel pomeriggio, ci sono stati
i giochi per i bambini, le danze
popolari e il gesto della pace organizzato insieme dai giovani
cristiani e musulmani. In serata,
lo spettacolo “Sharg Uldusù Stella d’Oriente”, con musiche
dal Caspio alla Grecia.
Sono rimaste aperte le mostre
“I giusti dell’Islam”, sui musulmani che hanno salvato gli ebrei
perseguitati nel periodo nazista,
e “Dudal Jam”, il progetto promosso da Cem Mondialità a favore del Burkina Faso. Sono stati allestiti gli stand delle associazioni di volontariato e per tut-
ta la manifestazione è rimasto
a disposizione il servizio ristoro
gestito dall’associazione “Rete
Speranza”. Con un’attenzione
particolare ai prodotti equo solidali e all’acqua, rigorosamente
di rubinetto, fornita dall’azienda
dei servizi Brianza Acque. ■
Gli stand della “Festa dei popoli” 2010
nel giardino dei saveriani di Desio
Tornare per... ritornare
Quando una figlia missionaria è a casa
in tante circostanU siamo
ze la parola “ritornare”:
ritornare dal lavoro o dalle vacanze, ritornare indietro nel tempo ricordando il passato, e così
via… Ma non ho mai riflettuto
così tanto su questa parola come
adesso, perché per me ha avuto
un significato tutto speciale e
con un sapore particolare.
Siamo i genitori di Elena Conforto, saveriana da sette anni in
Brasile, nella periferia di San Paolo. Lavora nella pastorale giovanile, a contatto con situazioni di forte degrado, aiutando gli emarginati e gli esclusi. Tutto ciò è molto
bello. Siamo fieri che il Signore
abbia voluto benedire con questa
chiamata la nostra famiglia.
Anche la “nube islandese”...
Ogni giorno lo ringraziamo
per il grande dono che ci ha fat-
8
to. Certo non è stato tutto così
semplice per noi. La sofferenza
della lontananza alcune volte riempie il nostro cuore e così ci
abbandoniamo nelle braccia del
Signore mettendo nelle sue mani
tutta la nostra debolezza.
Dopo quattro anni, ecco che
Elena è ritornata a casa per un
periodo di riposo. Quando ci ha
comunicato la notizia del suo
rientro, la gioia è stata grande.
Abbiamo preparato la sua camera, pronti ad accoglierla con
trepidazione e calore. Più si avvicinava il giorno del ritorno e
più l’ansia aumentava.
Ma a sconvolgere i nostri piani ci ha pensato la nube islandese che l’ha bloccata a San Paolo
per altri dieci giorni. Poi, finalmente, eccola ritornare a casa.
Elena ha portato una ventata di
gioventù. La nostra casa è stata
La saveriana Elena Conforto con i genitori Tina e Giovanni, felici per il... “ritorno”
mamma TINA
spesso visitata da amici e conoscenti che si sono fatti vicini a
Elena in questo cammino, accompagnandola e sostenendola.
Il nostro piccolo “sì”
I giorni sembravano passare
troppo in fretta. Abbiamo trascorso una settimana in montagna
dove, per tanti anni, quando l’età
per noi era più verde, abbiamo
condiviso tante belle salite, zaino
in spalle, su fino anche a tremila
metri, da dove si poteva godere
un panorama mozzafiato con lo
Stelvio, il Cevedale e il Bernina.
Tutto molto bello, ma… in
fondo al cuore spesso aleggiava la fatidica parola ritornare.
Elena è sì ritornata a casa, ma si
avvicinava anche la data del suo
ritorno in Brasile. Cercavamo di
godere ogni piccolo momento,
senza perdere nessuna occasione
di gioia, condividendo tutto il più
possibile. Dopo due mesi di permanenza con noi, ecco che Elena
è ritornata tra i suoi giovani.
Certo per noi questo ritorno non è stato indenne. Siamo
tornati… a rimetterci nelle braccia del Signore. Non che con
Elena a casa ci fossimo dimenticati di lui, anzi, lo ringraziavamo sempre per i momenti di gioia trascorsi insieme. Ora gli chiediamo di aiutarci perché ancora
ci dia la forza per ribadire il nostro piccolo “sì” alla chiamata di
■
Elena.
I volontari della “Festa dei popoli” 2010 al lavoro in cucina…
GLI ALTRI: OSPITI O STRANIERI?
p. STEFANO DELLA PIETRA, sx
Il 14 maggio scorso, nell’ambito dell’annuale “festa dei popoli”
presso la casa dei saveriani di Desio, si è svolta la seconda conferenza
del ciclo “Religioni a confronto”. Il tema era molto interessante e di
grande attualità: “Le religioni e l’altro: ospite o straniero?”. Hanno
parlato tre relatori: un rappresentante dei sufi, un esperto di migrazioni e una docente universitaria.
Il sufi Mouelhi Mohsen ha ricordato che noi siamo portati a classificare gli altri in base al colore della pelle, alla lingua e alla religione,
anziché vederlo semplicemente come un “essere umano”. Ma valutare gli altri in modo discriminante è andare contro la volontà di Dio,
che non fa queste distinzioni. I credenti di tutte le religioni verranno
giudicati sulla base del bene che hanno fatto agli altri.
Il prof. Franco Valenti ha citato il racconto biblico della torre di Babele, dove gli uomini erano impegnati a edificare un solo popolo, con
un unico intento e un’unica lingua. Ma Dio scompiglia i piani e dà origine alla molteplicità dei popoli e delle lingue. Oggi gli immigrati nelle nostre strade e piazze sono come un segno dei tempi: possiamo dire
che la chiesa è diventata veramente cattolica, cioè universale.
La prof.ssa Patrizia Pozzi, docente all’università di Milano ed esperta in ebraismo, ha ricordato il comandamento che Dio ha dato al popolo eletto di amare lo straniero come se stesso. Sui grandi interrogativi dell’uomo, le tre fedi monoteiste dovrebbero aprirsi e proporre
quei valori individuali e universali che possono facilitare la convivenza, nel rispetto di tutti.
I relatori della conferenza su “le religioni e l’altro”, con il moderatore
Diego Tanderini, il 14 maggio dai saveriani di Desio
2010 LUGLIO/AGOSTO
FRIULI
33100 UDINE UD - Via Monte S. Michele, 70
Tel. 0432 471818 - E-mail: [email protected]
- C/c. postale 210336
Ripartenza a settant’anni
Un desiderio covato nel cuore
caratteristica del nostro
U nafondatore,
il beato Guido
Conforti, emersa dagli studi recenti sulla sua vita è stata quella
delle “ripartenze”. Davanti alle
molteplici difficoltà che ha incontrato sul suo cammino fin da
giovane, e poi come fondatore
dei missionari saveriani e perfino da vescovo di Ravenna e di
Parma, non si è mai scoraggiato, ma è sempre “ripartito” con
nuovi tentativi e tanto coraggio,
cercando nuove soluzioni.
Mi sento ancora utile
Io non posso certo paragonarmi al beato Conforti, ma ciò che
ho sempre covato nel profondo
del cuore è stato il desiderio di
ripartire per l’Amazzonia, dove ho già lavorato per 15 anni.
Ora che mia mamma è andata in
cielo, voglio cercare di rendermi
ancora utile in qualcosa.
Sono consapevole che ripartire
a settant’anni non è la stessa cosa di quando ne avevo 35, come
è accaduto la prima volta. Qualche acciacco c’è, ma i medici mi
hanno dato il “via libera” per la
partenza. Ritornando nello stesso
ambiente, spero di non fare tanta fatica a inserirmi nuovamente
nel contesto missionario.
Sono consapevole che il passo che sto per fare è duro, ma
con l’aiuto del Signore desidero tentare. Sì, più volte mi sono
chiesto se sono “mezzo pazzo”,
un incosciente, o uno che ha la
voglia di provare a ripartire, di
dare ancora qualche anno di vita
per la missione. Il tempo darà la
risposta giusta.
Come i perni della bicicletta
Ho confidato alcune mie perplessità a un confratello che lavora a Taipei, capitale dell’isola
p. DOMENICO MENEGUZZI, sx
Taiwan. Lui mi ha risposto così:
“Per il ritorno in Amazzonia, a
botta calda, mi viene da dire che
fai benissimo, che ci vuole, che
è profetico. Vedrai quanto utile
sarai: forse non per le energie fisiche, ma per il fatto di esserci,
di ascoltare, di fare il tifo, di sostenere, di condividere... I perni
delle biciclette si muovono solo
su se stessi, non toccano la strada, ma sono indispensabili alle
ruote. C’è un livello di servizio
missionario che solo gli anziani
possono dare, ed è appunto quello spirituale. Se la salute tiene un
po’, credo che sarà un’esperienza bellissima, molto ricca e soprattutto molto utile per tanti”.
L’esperienza che ho fatto nella
chiesa di Udine è stata certamente
preziosa per me, anche se non sono mancate le difficoltà. Ringrazio e saluto di cuore tutti coloro
che il Signore ha messo sul mio
‘Dinsi une man’ è bello
p. CARMELO BOESSO, sx
Comunità di volontariato... diversamente abile
di volontariaL’ associazione
to “Dinsi une man” (Dia-
moci una mano), riconosciuta
come onlus dal 1988, lavora da
diversi anni nel territorio regionale del Friuli per aiutare persone con handicap fisici. Trova
le sue origini nella “Comunità
Piergiorgio” di Udine che, fra
le altre attività, nel 1972 iniziò a
Lignano Sabbiadoro (UD) i soggiorni marini per i diversamente
abili.
Ospiti dei saveriani
di Udine
Nel 1988 la “Comunità Piergiorgio” ha voluto affidare questa iniziativa ai disabili coinvolti, che divennero in tal modo i
primi protagonisti nell’organiz-
8
zazione dei loro soggiorni, e ai
volontari, che già da anni erano
impegnati a condividere e collaborare in tale esperienza. Così si
è costituita la comunità di volontariato “Dinsi une man’”.
La sua sede legale è situata a
Tolmezzo (UD) che trovandosi
però un po’ decentrata rispetto
all’attività che si sviluppa in tutta la regione, ha chiesto di poter
usufruire di alcuni ambienti della casa dei saveriani in via San
Michele a Udine. Già sono state
svolte varie attività in diverse
occasioni, con il desiderio di
continuare a dare la nostra disponibilità.
La principale attività dell’associazione sta nell’organizzare e
gestire i soggiorni estivi al ma-
Alcuni rappresentanti dell’associazione di volontariato “Dinsi une man”
che si riunisce anche dai saveriani di Udine
re, che coinvolgono circa 200
persone fra diversamente abili
e volontari. Queste persone non
provengono solo dal Friuli Venezia Giulia, ma anche da altre
regioni italiane e da alcuni stati
confinanti, come Austria, Slovenia e Germania. Attualmente
il soggiorno si svolge a Bibione
in una sede messa a disposizione
dal C.I.F. di Venezia, la colonia
marina Pio XII.
Un’opportunità per tanti
Quest’esperienza permette di
entrare a contatto con il mondo dei diversamente abili e le
loro famiglie, di conoscerne
le problematiche nelle diverse
sfaccettature e di sviluppare relazioni significative con tutti i
partecipanti.
Infatti, l’esperienza dei soggiorni ha favorito la nascita di
varie iniziative di volontariato,
oggi consolidate e che lavorano
nei vari territori: gruppi e associazioni di volontariato, comunità
di vita e gruppi di famiglia, cooperative sociali, famiglie aperte...
Per molti giovani è stata un’occasione per orientare concretamente le proprie scelte di vita.
Nel corso dell’anno, inoltre,
l’associazione è impegnata in attività di sensibilizzazione ai temi dell’handicap e in quelli per
il reperimento e la formazione
dei volontari, con incontri nelle
scuole e nei gruppi giovanili delle parrocchie e degli scout. ■
Padre Domenico Meneguzzi è tornato in Brasile, per provare l’effetto della missione
all’età di settant’anni; nella foto, quando gli anni erano la metà...
cammino: sacerdoti, laici giovani
e adulti. Li porto tutti nel cuore.
Una lettera tanto… sudata
Cari amici, questa ultima parte
ve la scrivo da Belém dove sono
arrivato il 27 maggio alle 13 (ora
locale). Il viaggio è stato buono,
senza nessun disguido. Ora mi
trovo provvisoriamente a Belém,
capitale dello stato del Pará, in
Amazzonia. Mentre vi scrivo,
in stanza sono completamente
circondato da 33 gradi. Spalancando porta e finestre, ogni tanto arriva uno spiffero di vento.
Molti vecchi amici, saputo che
sono arrivato, mi cercano per
telefono o vengono a trovarmi.
Nella prossima settimana, dopo
aver terminato le formalità con
la polizia federale, mi trasferirò
ad Abaetetuba.
Da là vi darò notizie più precise circa l’indirizzo e il numero telefonico. Per il momento mi
fermo qui, anche per asciugarmi
per la terza volta il sudore che
cade dalla fronte e dalle spalle.
Ma fra qualche giorno mi sarò
abituato e anche questo disagio
si farà sentire di meno. Grazie a
tutti voi per il sostegno e le preghiere. Alla prossima.
■
“COPPIE PER CRISTO”
Associazione per la famiglia e la vita
p. LORENZO MATTIUSSI, sx
In questi mesi l’associazione cattolica “Coppie per Cristo”, nata nelle Filippine, si è radunata varie volte nella casa dei saveriani di Udine e ha programmato un nuovo incontro il 15 agosto prossimo. È un
movimento fondato dai coniugi Francisco e Geralda Padilla nel giugno 1981. Propone alle famiglie cristiane un cammino di formazione
ai valori evangelici, perché siano di ispirazione e guida nella loro vita famigliare e nella società. Gli incontri di formazione e di preghiera
per gli sposi e i figli, ovviamente sono organizzati con modalità, dinamiche e contenuti diversi.
“Coppie per Cristo” ha diversi gruppi non solo in Italia, ma anche
in Austria, Francia, Germania e Svizzera, dove si trovano immigrati filippini. Accoglie volentieri anche coppie di altre origini e di diversa
religione, inclusi i musulmani. Con un documento della segreteria di
Stato del 10 settembre 2009, il Vaticano ha ufficialmente approvato
lo statuto del movimento.
Il prossimo incontro nella nostra comunità riunisce gli aderenti al
movimento provenienti dall’Austria, dal Veneto e dal Friuli Venezia
Giulia. La giornata classica di ritiro prevede momenti di preghiera e di
formazione per le coppie e per i figli separatamente, alternati a momenti di convivialità.
Gli organizzatori desiderano rendere questi incontri più frequenti
(con un ritmo mensile), ma le distanze rendono difficile la realizzazione di questo desiderio. I saveriani di Udine sono comunque pronti ad
accoglierli a braccia aperte.
L’associazione filippina “Coppie per Cristo” si ritrova dai saveriani di Udine;
con loro, da buon padrone di casa, p. Lorenzo Mattiussi
2010 LUGLIO/AGOSTO
MACOMER
08015 MACOMER NU - Via Toscana, 9
Tel. 0785 70120 - Fax 0785 70706
E-mail: [email protected] - C/c. postale 207084
La “Madonnina nera” di Valverde
Il pellegrinaggio missionario ad Alghero
amici e le delegate misG lisionarie
di Macomer e del
nord Sardegna il 1° giugno sono
stati in pellegrinaggio al santuario Nostra Signora di Valverde,
ad Alghero. In una bella giornata di sole, ci siamo avvicinati al
santuario ammirando un paesaggio verde, di nome e di fatto, per
l’insolita stagione piovosa e per
la presenza di oliveti e vigneti
ben coltivati.
Ritornare alla fonte
Ricorre il 75° anniversario della solenne incoronazione della
statua della Madonna di Valverde,
avvenuta il 26 maggio del 1935
alla presenza di tutti i vescovi
della Sardegna. Le statue e le immagini della Madonna venivano
solennemente incoronate dopo
eventi miracolosi a favore della
popolazione, come vediamo in
diversi santuari mariani per rico-
noscenza alla divina protezione.
La pergamena esposta in sagrestia ricorda che nel 1949 Pio XII
ha proclamato Nostra Signora di
Valverde co-patrona della città e
della diocesi di Alghero.
Il pellegrinaggio mariano non
è solo un ricordo della fede popolare del tempo passato, ma deve continuare a indicarci “la fonte” della grazia e della religiosità
anche per le generazioni attuali
e per ciascuno di noi. Maria è
la via privilegiata per accostarci
all’amore del Padre e alla volontà salvifica di Gesù Redentore. Il
suo sguardo di Madre spirituale
ci guida ancora in questo difficile cammino della vita.
Un culto di lunga tradizione
La piccola “Madonnina nera”
tiene in braccio Gesù che a sua
volta tiene in mano il mondo.
Questo particolare ricorda il
p. DINO MARCONI, sx
bambino Gesù della Madonna di
Gonare. La devozione alla Madonna di Valverde ha una lunga
storia ed è molto sentita. Nel
Medioevo la zona era certamente luogo di ritiro di eremiti che
hanno costruito varie chiesette.
L’origine della statuetta in terracotta scura, alta circa 40 centimetri, è sconosciuta. La tradizione parla di un provvidenziale
ritrovamento: era stata nascosta
sotto terra, ai piedi di una colonna che si vede sul piazzale, per
sottrarla alla profanazione dei
pirati saraceni, che distruggevano i segni cristiani e portavano
via gli uomini per farli schiavi
(come è accaduto nel 1530 nel
villaggio di Valverde).
Si racconta che verso la fine
del 1300 un eremita - ispirato in
sogno dalla Vergine - trovò la
piccola statua nascosta sotto una
colonna accanto all’antica chiesa
Il Signore completi l’opera
Nel mio cuore un ricordo indelebile
Vi facciamo dono della lettera
che la sorella saveriana Elena
Loi ha scritto da Londrina, in
Brasile, il 19 maggio 2010. È
indirizzata alle sorelle, al parroco e comunità di San Giovanni
Evangelista, e a tutti gli amici
della Sardegna. Ci fa capire un
po’ gli inizi della nostra comunità missionaria di Oristano.
potendo partecipaN on
re personalmente alla ri-
correnza dei 25 anni di presenza delle saveriane a Oristano,
vi raggiungo con questo scritto. Con il pensiero sono andata a
rivisitare i preparativi per quella nuova avventura di 25 anni fa, quando insieme a Caterina Sias e a Giuliana Picci arrivammo a Oristano. Il viaggio in
nave fino a Olbia e poi in treno,
era accompagnato da sentimenti
8
di gratitudine per quel “sogno”
che si realizzava, di speranza,
ma anche di timore per un inizio
così incerto. Sapevamo che don
Muscas ci metteva a disposizione parte della sua casa di via Ponente e che i cappuccini avevano accettato che noi lavorassimo nella loro parrocchia.
Alla stazione di Oristano la prima sorpresa: p. Silvio ci venne incontro per accompagnarci al convento. Subito dopo pranzo, don
Muscas ci portò a casa sua. Cantammo il “Magnificat” per ringraziare il Signore, e poi cominciammo a guardarci attorno. Chiedevamo lumi allo Spirito Santo perché
ci facesse capire in che direzione
muoverci. Ci eravamo poste una
sfida: vivere di Provvidenza. Infatti non avevamo alcuna entrata
economica e nessuna di noi aveva un lavoro retribuito. Eppure la
Con il parroco don Franco, le saveriane di Oristano e la direttrice
generale sr. Ines Frizza (a destra)
ELENA LOI, mM
Provvidenza, attraverso tanti amici e famigliari, non ci lasciò mancare nulla.
Abbiamo conosciuto la nuova
realtà e le persone, attraverso visite alle famiglie e gruppi di riflessione nelle case. Seguivamo il
cammino che la comunità parrocchiale stava facendo e allo stesso
tempo prendevamo i contatti con
i saveriani e altre parrocchie per
l’animazione missionaria.
Poi arrivò don Franco; la parrocchia fu smembrata e noi abbiamo partecipato all’organizzazione della nuova parrocchia. Rivedo i tanti volti di persone, giovani e adulti, che si sono dati da
fare per le varie iniziative pastorali, per dare appoggio ai primi
passi della comunità di San Giovanni Evangelista. Ricordo l’inizio del centro missionario diocesano, l’attività con i senegalesi,
il coinvolgimento di Rosaria Garau nell’ufficio diocesano per la
catechesi, l’attività con i missionari saveriani di Macomer e Cagliari... e tante altre attività.
Sono passati 25 anni! Oggi
mi trovo a Londrina, nel sud del
Brasile, ma i dieci anni trascorsi in Sardegna hanno lasciato
un solco profondo nel mio cuore. Per questo, con voi, ringrazio
il Signore e gli chiedo di portare a compimento l’opera da lui
iniziata 25 anni fa. A ciascuna e
ciascuno, un abbraccio con grande affetto,
Elena Loi, mM
Delegate missionarie e amici, accompagnati dai saveriani, in pellegrinaggio
al santuario Nostra Signora di Valverde, ad Alghero
del Pilar, dove poi venne portata. L’attuale chiesa risale invece
al 1600 ed è dedicata anche alla Madonna della Freccia, pure
venerata nella parte superiore
dell’altare maggiore.
I “gemellaggi mariani”
La chiesa in stile neoclassico prende il nome dalla statua
in terracotta della Madonna di
Valverde. Nei secoli, le pareti
del piccolo santuario sono state
ricoperte da quadri e tele di santi.
Gli ex voto di ringraziamento dei
devoti nelle cappelle laterali sono
suddivisi secondo il genere delle
grazie ricevute: in mare, in campagna, in malattia, in guerra...
Una specie di “gemellaggio
mariano” è ricordato dalle statue e immagini poste sugli altari
laterali: Nostra Signora di Meritxell del santuario di Andorra; la
Madonna di Montserrat donata
dall’abbazia presso Barcellona;
l’immagine della Madonna di
Pompei; la statua della Lauretana; l’icona di Cze˛stochowa...
Anche noi abbiamo fatto parte
del coro di tutte le genti che cantano “beata te, o Maria, per la
tua maternità umana e divina di
Gesù, figlio di Dio!”. Abbiamo
concluso la giornata con la visita
a Capo Caccia per contemplare
le meraviglie naturali di questo
nostro mondo, a cui Gesù tiene
così tanto da aver dato la propria
vita per salvarlo.
■
24 - 27 agosto: ritiro estivo
Ricordiamo a tutte le delegate saveriane e agli amici della Sardegna che il ritiro estivo 2010 si tiene nella casa di Macomer da
martedì 24 a venerdì 27 agosto. Lo guidano gli ultimi saveriani
arrivati: il rettore padre Virginio Simoncelli e l’animatore padre
Daniele Targa.
UN COMPLEANNO SPECIALE
Le saveriane in Sardegna da 25 anni
PIERA GRANDI, mM
Domenica 23 maggio abbiamo celebrato il “sì” di madre Celestina
Bottego: il 24 maggio 1944 ha dato inizio alle missionarie di Maria saveriane, insieme a p. Giacomo Spagnolo. Nello stesso giorno abbiamo festeggiato anche i 25 anni di presenza delle saveriane in Sardegna, nella comunità di Oristano.
In preparazione a questa ricorrenza, abbiamo vissuto tre giorni di
spiritualità con tutta la comunità parrocchiale di S. Giovanni Evangelista, con incontri belli e profondi, di comunione e di respiro missionario: giovedì l’adorazione Eucaristica; venerdì la recita del rosario missionario; sabato la veglia di Pentecoste in cattedrale.
Domenica, dopo la celebrazione Eucaristica presieduta da don Franco e da p. Daniele Targa, il gruppo giovani ci ha presentato un bel recital missionario, “La coperta del mondo”.
Il recital ci ha condotto in alcune parti del
mondo sulle tracce della “visita di Maria alle varie Elisabette di oggi…”. Lo spettacolo si è chiuso con una danza con “la coperta del mondo”, fatta da tanti pezzi di stoffa annodati tra loro: insieme per riscaldare
il mondo, insieme per realizzare il progetto
che Dio ha sull’umanità.
La nostra gratitudine va al Signore che
si serve delle persone per riscaldarci e farci
guardare al futuro con serenità. Ricordiamo
con gioia ogni gesto, ogni presenza, ogni
provvidenza. E chiediamo al Signore che ci
faccia essere - a nostra volta - provvidenza,
presenza e gioia per tutti.
2010 LUGLIO/AGOSTO
MARCHE
60129 ANCONA AN - Via del Castellano, 40
Tel. 071 895368 - Fax 071 2812639
E-mail: [email protected] - C/c. postale 330605
SAVERIANI MARCHE
Un grande esempio di umanità
Il cappellano speciale: p. Agostino Clementini
Padre Agostino Clementini, saveriano maceratese di Urbisaglia,
ci ha lasciati il 2 giugno 2010. Dopo il rito funebre in casa madre
dei saveriani a Parma, la salma è
stata trasportata all’abbadia di
Fiastra per la santa Messa di commiato e la sepoltura nel cimitero
di Urbisaglia, sabato 5 giugno.
Mercoledì 9 giugno il vescovo
di Imola ha celebrato, insieme
ai saveriani e vari sacerdoti della
diocesi, la santa Messa di suffragio nel settimo giorno della morte del missionario.
Erano presenti anche alcuni
dottori e le “donne” che collaboravano con lui nel servizio pastorale ai malati dell’ospedale.
Al termine, la signora Vittoria
ha voluto ricordare il missionario
con le parole che pubblichiamo.
avuto la fortuna di coH onoscere
p. Agostino Cle-
mentini subito dopo il suo arrivo
come cappellano all’ospedale di
Imola, il 22 gennaio del 2007. Il
missionario cercava “donne” disposte a collaborare, che lo aiutassero a visitare i malati. Non
molti sanno che qui a Imola egli
aveva impostato il suo lavoro
di cappellano in modo del tutto
nuovo: non da solo, bensì con la
collaborazione di alcune persone,
che lui scherzosamente soleva
definire come “le mie donne”.
Padre e guida per tanti
Nella sua bella età, era un uomo lucido, volitivo, capace di cogliere lo stato d’animo di chi gli
stava davanti. Mi hanno colpito
la sua serenità e chiarezza nei
rapporti con le persone, nonché la
VITTORIA PALMONARI
profonda umanità che emergeva
anche dai racconti, spesso piacevoli, della sua vita di missionario
o dell’esperienza fatta in altri
ospedali a Viareggio e a Genova.
Sin dall’inizio del lavoro
svolto con lui, l’ho sentito come padre e guida: il dialogo era
possibile anche quando le idee
erano divergenti e il confronto
riguardo ai problemi incontrati durante le visite in corsia era
costruttivo. Padre Agostino ha
lasciato un grande rimpianto in
coloro che l’hanno conosciuto:
la chiarezza di idee, la determinazione, l’indipendenza di giudizio, unite alla dolce fermezza
del suo carattere non potevano
non colpire.
Con spirito missionario
La profonda sensibilità di cui
Il bene dei corpi e delle anime
La passione di p. Agostino Clementini
P
adre Agostino Clementini
ci ha lasciati così inaspettatamente da farci pensare alle
parole di Gesù: “Vegliate, perché non sapete in quale giorno il
Signore verrà…” (Mt 24, 42-44).
La morte arriva all’improvviso,
ma per lui, forse, non è stata così inaspettata, perché il Signore
spesso dà dei presentimenti.
Era preparato e si è presentato
in cielo come uno di quei servi
che l’evangelista Matteo descrive nella scena del giudizio finale: “Venite, benedetti dal Padre
mio, perché avevo fame e mi
avete dato da mangiare, ero malato e mi avete visitato…”.
8
Diligente e capace
Agostino era nato a Urbisaglia, in provincia di Macerata, il
6 agosto 1926. A tredici anni era
entrato nella scuola apostolica
di Poggio San Marcello (AN)
ed era stato ordinato prete il 21
marzo 1953, a 27 anni. Aveva
avuto vari incarichi nelle comunità saveriane d’Italia, spesso
come economo. Anch’io l’ho
avuto come economo per sette
anni, prima a Parma e poi a Roma. Era diligente e capace, provvedeva sempre alle necessità dei
confratelli con premure fraterne
e sapeva conquistare la simpatia
e l’affetto dei benefattori.
Ha servito bene nell’obbedienza, ma non era questa
l’aspirazione del suo cuore.
Egli viveva di nostalgia per la
missione dell’Indonesia dove
era stato per tre anni dal 1961, e
poi di nuovo nel 1968, costretto
però a tornare in Italia per ragioni di salute. Aveva nel cuore la
passione per il bene delle anime.
Perciò, trovava sempre il tempo
p. AUGUSTO LUCA, sx
per dedicarsi ai ministeri più vari, soprattutto visitando le famiglie e i malati. Vi portava il dono
dell’amicizia e una parola buona
che si depositava nel cuore delle persone, specie se afflitte da
qualche dolore.
Padre Agostino davanti all’abbadia di Fiastra,
dove è cresciuto con la sua famiglia
A servizio dei malati
Quando, in anni recenti, fu
mandato a Genova - Pegli,
non trovò sufficiente prestarsi per qualche ministero
domenicale, ma scelse un
apostolato fisso in ospedale.
Ricordo con quale soddisfazione raccontava la risposta
spirituale dei malati.
Sentiva che era un grande apostolato, tanto che,
trasferito a San Pietro in
Vincoli (Ravenna), trovò il
modo dedicarsi a pieno ritmo all’assistenza dei malati
nell’ospedale di Imola. Risiedeva all’ospedale e tornava in comunità un giorno
la settimana. Quando me ne
parlava, ho avuto l’impressione che abusasse un po’
delle sue forze, tenuto conto
dell’età e dei vari acciacchi.
Caro padre Agostino, tu
sei arrivato alla meta e già
contempli il volto di Dio.
Prega per noi, per i tuoi parenti che ti hanno voluto bene, per noi che ti abbiamo
sentito fratello e ci siamo
edificati per la tua vita e la
■
tua pietà.
Padre Agostino
con due collaboratrici
era dotato lo rendeva partecipe
dei problemi e delle sofferenze
di ciascuno, soprattutto dei malati, cui si dedicava senza risparmiarsi. Ha svolto il suo servizio
con vero spirito missionario, con
totale disponibilità per tutto l’arco della giornata.
Conquistava i pazienti al punto che molti sono arrivati a dire
“è un mio amico”. Ma la cosa
più grande è che il Signore gli
ha dato la consolazione di convertire non poche persone giunte al termine della loro vita, o
di preparare adeguatamente la
famiglia e ottenere il permesso
di somministrare l’olio santo.
Numerose anche le comunioni
che venivano distribuite in giorni stabiliti o quotidianamente.
Una carezza, un bacio...
Perché la luce di Dio è pene-
trata in tanti cuori? La profonda
umanità di quest’uomo è stato il
mezzo di cui il Signore si è servito. Padre Agostino si avvicinava
ai malati ponendosi sullo stesso
piano, colloquiando con giovani
e anziani, dando una carezza e
anche un bacio. Se non era nei
reparti, lo si trovava in cappella
in preghiera, sempre disponibile
per colloqui e confessioni.
Quando le forze hanno cominciato a venirgli meno e la
malattia ha avuto il sopravvento, ha cercato di combatterla, pur
nel disagio fisico e psicologico,
con quella determinazione che
lo contraddistingueva; ma negli
ultimi tempi del padre Agostino
che avevamo conosciuto non era
rimasta neppure la voce.
Mi piace pensare che le schiere degli angeli lo abbiano accolto,
per portarlo nella pace di Dio. ■
MATTEO RICCI E L’ AGGIORNAMENTO
p. AGOSTINO CLEMENTINI, sx
Questi pensieri del missionario scomparso, ripresi dal numero di
gennaio 2010 (edizione Romagna), sono stati letti al termine della
Messa all’abbadia di Fiastra.
Come missionario e ancor più come maceratese, sto vivendo con interesse il 4° centenario della morte di p. Matteo Ricci, il gesuita matematico, astronomo, filosofo e letterato, detto il “Colombo dell’oriente”. Padre Ricci nel 1577, dopo sei mesi di navigazione, giunse a Goa
in India; da qui proseguì per Macao e il 24 gennaio 1601 mise piede
a Pechino. Qui morì e fu sepolto, dopo aver creato in nove anni di
intensa attività un ponte tra la Cina e il resto del mondo.
Nel 1961 la sua grande storia mi aiutò a capire la mia. Nel salpare
da Venezia con il mercantile “Isarco” verso l’Indonesia (dove sarei
giunto dopo 24 giorni), la cerimonia più sentita non fu il canto di
“Mamma, addio” e di “Ave maris Stella”, ma la sostituzione della veste nera con quella bianca. Indossando quella veste sentivo di entrare
in un altro mondo.
Ricordo che negli anni ‘50 fece epoca la richiesta di un missionario
che, dovendo rimpatriare dalla Cina dopo oltre 30 anni, scriveva ai
suoi fratelli: “Potete venire a prendermi alla stazione con un asino?”.
I fratelli non sapevano come accontentarlo, perché l’asino con cui era
stato accompagnato alla stazione non c’era più.
Una volta ci si accorgeva del passare degli anni dalla crescita dei
bambini e dall’invecchiamento degli adulti. Oggi si invecchia
più lentamente, grazie a Dio. Non sono gli
anni che ci sfuggono,
ma il mondo in cui
viviamo che cambia
da un giorno all’altro.
E chi per lavoro ha a
che fare con il mondo,
deve continuamente
aggiornarsi. Da questo
dovere non possiamo
Padre Agostino Clementini,
esimerci noi missionasaveriano marchigiano di Urbisaglia (MC),
ri, sia nel conservare la
8.8.1926 - 2.6.2010, in veste di cappellano
fede sia nel proporla.
dell’ospedale di Imola (2007)
2010 LUGLIO/AGOSTO
PARMA
43100 PARMA PR - Viale S. Martino, 8
Tel. 0521 920511 - Fax 0521 920502
E-mail: [email protected] - C/c. postale 153437
P. Luigi Medici intervistato per la radio
della parrocchia di Santa Mariana in Brasile
Il Brasile palmo a palmo
L’opera missionaria di p. Luigi Medici
P
adre Luigi Medici ha trascorso quasi cinquant’anni
in Brasile e scriverne la vita ne
verrebbe fuori un romanzo. È
quello che ha cercato di fare un
nipote, Giuseppe Botti, che ha
raccolto i racconti dalla viva voce dello zio missionario, componendo una specie di piccolo romanzo storico di poco più di 150
pagine, intitolato “Santa Flora”.
Il protagonista è lui, padre Luigi,
ma compare con il nome di “padre Marco”.
Il cardinale Camillo Ruini, in
una breve prefazione, afferma:
“Ciascuno dei brevi scritti che
compongono questo libro è ricco di un’esperienza di vita tanto
semplice e immediata, quanto
significativa e profonda”.
“Il Signore mi ha preso
in parola”
Luigi Medici era nato a Sassuolo il 13 gennaio 1920, terzo
di sei fratelli. Il padre Vincenzo
morì che egli aveva nove anni
e la madre Ida portò avanti la
numerosa famiglia con grande spirito di sacrificio e tanta
fede. Luigi voleva farsi prete e
la mamma chiese aiuti a conoscenti e amici per mantenerlo in
seminario. Quando Luigi ebbe
terminato il liceo, entrò nell’istituto dei saveriani per studiare la
teologia e andare in missione.
Sua madre accettò con fede questo distacco e gli scrisse: “Quand’eri ancora nel mio
grembo ti offrii al Signore perché fossi tutto suo. Oggi mi accorgo che il Signore mi ha preso
in parola” (lettera del 18 giugno
1941). Divenuto prete il 29 giugno 1945, rimase alcuni anni in
Italia, poi nel 1954 ebbe il via
libera per il Brasile. La mamma
gli scrisse ancora: “Caro Gigi,
non ti nasconderò che ho pianto
tutto il giorno. Piango, però credo che il Signore sia padrone dei
nostri figli. Il Signore ti accompagni ovunque tu vada”.
Dalla catapecchia
al seminario
Il primo compito che gli fu affidato, quando non sapeva ancora molto la lingua portoghese, fu
di andare a San Paolo per chiede-
p. AUGUSTO LUCA, sx
re a un vescovo di fare servizio
in una parrocchia. Il vescovo lo
mandò in una parrocchia alla periferia della città, ma il parroco
non lo fece nemmeno entrare in
casa, perché la parrocchia aveva
molti immigrati russi e p. Luigi
non sapeva parlare il russo.
Era sera e lui non sapeva dove andare. Si trovò, per caso, a
passare davanti alla porta di un
convento di cappuccini e chiese
ospitalità. Dormì in una catapecchia, destinata ai poveri. Il
giorno dopo, il vescovo gli offrì un’alternativa, dove p. Luigi
esercitò il primo ministero, per
due o tre anni. A San Paolo, in
quel periodo egli iniziò un centro di animazione missionaria,
con la distribuzione del rosario
missionario e di statuette sacre.
Una vera comunità cristiana
Nel 1958, il superiore lo inviò
nella città di Jaquapità per fare il
parroco e fondarvi un seminario
saveriano. Con l’aiuto dei cristiani, il seminario fu costruito e cominciò a funzionare nell’agosto
1960. Fu poi mandato a Laran-
Il premio di Dio e della gente
Riconoscenza e affetto senza tempo
storia saveriana in BraN ella
sile, p. Medici sarà ricorda-
to per aver fondato il primo centro
di animazione missionaria, per
aver costruito il seminario principale a Jaquapità e altri tre piccoli
seminari, ma ciò che lo ha distinto
è stata l’attività pastorale, portata
avanti con grande zelo e spirito
di iniziativa. I suoi parrocchiani
lo ricordano con riconoscenza e
affetto. Se ne è avuta una prova
quando celebrò il sessantesimo di
ordinazione presbiterale.
L’ultimo incarico carioca
Erano 25 anni e più che egli
aveva lasciato Santa Mariana,
8
ma i fedeli di quella parrocchia
lo ricordavano con affetto e vollero festeggiarlo nella loro chiesa. Lo fecero il 2 giugno 2005.
Siccome si prevedeva che i fedeli sarebbero stati molto numerosi, la celebrazione fu organizzata
nello stadio con una capienza di
circa cinquemila persone.
Poi padre Luigi fu costretto
a tornare di nuovo in Italia con
il cuore gravemente in disordine. Ma dopo i vari tentativi e
rimedi, pareva che i medici non
sapessero più cosa fargli. Allora
egli chiese di tornare in Brasile,
pur conoscendo le sue precarie
condizioni di salute. Disse che
Nel 2005 p. Luigi Medici, a destra, ha festeggiato in Brasile il 60° di ordinazione
sacerdotale: ha presieduto l’Eucaristia il cardinale Evaristo Arns,
arcivescovo emerito di San Paolo
p. A. LUCA, sx
se non poteva dedicarsi all’apostolato, sarebbe rimasto nella casa religiosa a ordinare l’archivio
saveriano. Così fece con diligenza e grande capacità.
Gli anni più difficili
Quando le sue condizioni fisiche si deteriorarono ancor più,
nel 2007 p. Luigi tornò in Italia.
Questi ultimi anni sono stati assai penosi per lui, perché il male
avanzava inesorabile. Il Signore
ha voluto farlo passare attraverso il dolore per purificarlo come
l’oro e prepararlo così all’incontro gioioso con il Padre. Questo
incontro è avvenuto la mattina
di domenica 6 giugno 2010,
partendo dalla casa madre e dal
santuario del beato Conforti,
fondatore dei saveriani.
Ringraziamo padre Medici
per tutto quello che ha fatto per
la chiesa brasiliana, per l’amore
che ha sempre dimostrato per la
congregazione, e lo raccomandiamo alla misericordia di Dio,
perché gli dia il premio per il suo
zelo e le sue fatiche. Caro p. Luigi, dal cielo prega per noi, per i
tuoi familiari e per la tua e nostra
congregazione. Non dimenticare
il tuo Brasile per il quale hai la■
vorato e sofferto tanto.
jeira do Sul, ancora con il compito di costruirvi un seminario.
Trovò una chiesa bella e grande,
sempre piena; la corrispondenza
dei fedeli dava soddisfazione.
Qui p. Luigi fondò la “Legione
di Maria”, un’associazione che
ha fatto del bene.
Poi altri cambiamenti: fondazione della parrocchia di Santa
Mariana e costruzione di un piccolo seminario saveriano. “La
gioia più grande - diceva - l’ho
vissuta nella parrocchia di santa
Mariana”. Là si è fermato più a
lungo e ha avuto la consolazione
di vedere trasformarsi la città in
una vera comunità che viveva intensamente la vita cristiana. Nel
1978 p. Luigi è stato eletto per
tre anni superiore dei saveriani
in Brasile, prima di approdare a
Curitiba.
■
(continua a lato)
“NellA vita ci vuole coraggio”
GABRIELLA MEDICI
L’8 giugno nel santuario “Beato Conforti”, al termine dell’Eucaristia
di commiato, la nipote Gabriella ha voluto salutare padre Medici con
parole affettuose e sincere.
Caro zio, non potevo lasciare questa chiesa senza darti il mio ultimo
saluto. Sei mancato alle 6.30 nel giorno del Corpus Domini. Alla stessa ora mi ero alzata, ho guardato l’orologio, era presto, sono tornata
a letto. Dopo ho capito, eri venuto a salutarmi.
Caro zio, quanto mi mancherai! Non dovrei essere triste perché tu
non avresti voluto, per te così ispirato nel portare avanti la missione,
tu che ritenevi la morte un passaggio, l’anticamera di qualcosa di più
grande. Ma sono triste lo stesso, perché mi mancheranno le nostre
chiacchierate, le tue sonore risate, le tue barzellette, i tuoi consigli e
grandissimi insegnamenti.
Anche quando la malattia cominciava a prenderti e le tue facoltà ti
stavano abbandonando, riuscivi a rimanere l’uomo ispirato e illuminante quale sei stato. Ricordo la fatica a comunicare con te, perché
eri sordo come una campana e ci sentivi poco e male, e noi dovevamo urlare, con dispiacere forse dei missionari che assistevano ai nostri colloqui quasi surreali.
I tuoi sorrisi, la tua innata allegria, la tua voglia di scherzare nella
vita e sulla vita ci accompagneranno nei ricordi. Entusiasta della vita,
dicevi: “La vita è bella perché è un dono. Il sole, la pioggia, la tempesta, il venticello sono le pennellate dell’amore di Dio e tutte hanno il
loro fascino e mi modellano per l’eternità”.
Chiunque ti abbia conosciuto ricorderà la tua tenacia, il tuo ottimismo, l’impegno nella missione e la forza d’animo che hai dimostrato fino all’ultimo anelito. Mi porterò sempre nel cuore una frase
che amavi ripetermi: “Nella vita ci
vuole coraggio”. Il coraggio dei
forti, come tu hai saputo essere.
In questi anni, visitando la casa madre dei saveriani, ho respirato un sentimento che è patrimonio comune per coloro che si sono
dedicati alla missione che il beato
Conforti ha indicato loro: “la serenità”. Scrivevi in uno dei tuoi diari, riferendoti ai missionari scomparsi: “continuano la loro missione anche dopo essere stati sepolti, come il grano di frumento che
muore per generare nuova vita”.
Riposa in pace, zio.
Padre Medici nell’ufficio dell’archivio regionale dei saveriani a San Paolo, in Brasile
2010 LUGLIO/AGOSTO
PIACENZA
25121 BRESCIA BS - Via Piamarta, 9
Tel. 030 3772780 - Fax 030 3772781
E-mail: [email protected] - C/c. postale 216259
La missione tra i seminaristi
Bilancio dell’esperienza in Lombardia ed Emilia
per la pontificia
Q uest’anno
unione missionaria (Pum),
ho visitato 16 seminari di Lombardia ed Emilia Romagna per
un totale di 695 seminaristi: 159
sono studenti delle superiori, 60
dell’anno propedeutico e 476 studenti di teologia. Le ordinazioni
sacerdotali nelle due regioni per
l’anno 2009-2010 sono state 67.
Tanto interesse, poco tempo
La mia visita durava da un
minimo di due giorni a un massimo di una settimana. L’ultima
settimana l’ho trascorsa nel seminario più popoloso: quello di
Bergamo, con 181 seminaristi.
Ho ricevuto sempre una cordiale accoglienza e un’attenta collaborazione da parte dei formatori.
L’interesse dei seminaristi per
tutto il mondo missionario è notevole, anche grazie alla presenza in tutte le diocesi di sacerdoti
“fidei donum”, che tengono viva
p. STEFANO BERTON, sx
la sensibilità missionaria.
Ho incontrato i seminaristi
soprattutto nei momenti liturgici
(lodi, meditazione, Eucaristia) o
dopo cena, per parlare loro delle
missioni e trattare temi e argomenti tipicamente missionari.
Qualche altro incontro sarebbe
stato auspicabile per presentare
temi fondamentali e urgenti, ma
questo desiderio si scontra spesso con gli orari e i tanti impegni,
spesso imprevedibili.
Padre Stefano Berton a colloquio con i seminaristi:
la missione ha bisogno di giovani entusiasti!
Viaggio in Bangladesh, atto terzo
Incontri ed emozioni, tappa per tappa
è
la terza volta che vado in
Bangladesh a trovare p.
Enzo Valoti. Questa volta sono
stato accompagnato da mia sorella Mariuccia e dalle nipoti Paola e Simona. A Dhaka abbiamo
incontrato p. Alfio Coni, che ci
ha accolto con grande ospitalità.
Abbiamo conosciuto anche altri
saveriani che si trovavano lì di
passaggio.
Una tazza di tè
e una banana
Dopo pranzo abbiamo fatto una passeggiata in città e
il primo impatto è stato forte:
marciapiedi gremiti di venditori ambulanti con merce di ogni
tipo e mendicanti che chiedono elemosina nell’indifferenza
dei passanti. Padre Enzo aveva
preparato un programma denso
di visite e spostamenti. Il mattino seguente siamo partiti per
Satkhira, la missione dove lui
lavora. Siamo arrivati verso se-
8
ra, dopo otto ore di viaggio avventuroso. Non ho visto grandi
cambiamenti rispetto al 1982.
La sorpresa è stata per i cento
ragazzi, arrivati all’orfanatrofio
per iniziare il nuovo anno scolastico: hanno trovato una nuova torre di tre piani, con servizi
igienici e docce in abbondanza.
Il problema è saldare il debito;
ma - come dice p. Enzo - “c’è
sempre la Provvidenza”.
Il giorno dopo siamo partiti per
un villaggio dove vive p. Luigi
Paggi. A Borodol abbiamo incontrato p. Antonio Germano e i 60
ragazzi di diversa età e religione
della sua scuola. A Baghachara abbiamo trovato p. Gabriele
Spiga che gestisce una cooperativa-laboratorio per disabili.
Naturalmente in ogni villaggio
siamo accolti con tanta curiosità
dai ragazzi. Un tè e una banana
non mancano mai. Al ritorno, abbiamo visitato suor Filomena che
lavora in Bangladesh da 35 anni
Baghachara, con p. Enzo Valoti (cappellino) e p. Gabriele Spiga (barba bianca)
i protagonisti del viaggio in Bangladesh: Lorenzo, Mariuccia, Paola e Simona
LORENZO VALOTI
e dirige un gruppo di donne che
ricamano tovaglie e tessuti.
Miseria e dignità
Domenica 24 gennaio p. Enzo
ha celebrato la Messa nel villaggio di Senergharti, dove 27
anni prima aveva celebrato il
matrimonio di suo fratello Mino
con Anna. Grandi preparativi e
accoglienza straordinaria. Dopo
la Messa siamo stati trascinati
dagli abitanti per i sentieri del
villaggio. Tutti hanno voluto
mostrarci la loro abitazione: una
vera processione, ma quanta
miseria! Tuttavia la gente vive
con serenità e dignità. Abbiamo
constatato personalmente quanta differenza ci sia ancora tra il
nostro e il loro livello di vita.
A Khulna abbiamo incontrato
il vescovo e visitato l’ospedale, dove a turno operano medici
provenienti dall’Italia.
Al termine dell’avventura,
siamo tornati a Dhaka. Dopo la
Messa, c’è stato ancora il tempo per un’ultima camminata con p.
Arduino Rossi. Quante sorprese, quante
emozioni, quanta povertà, ma anche quanta serenità e gioia di
vivere la gente bengalese ci ha trasmesso. Certamente non
potremo dimenticare
il sorriso dei bambini e l’accoglienza ricevuta in ogni villag■
gio.
Incontri di formazione
e il convegno annuale
Ai seminaristi ho presentato
il fondamento biblico della missione, a partire dalla Parola di
Dio e dai documenti del concilio
Vaticano II; senza dimenticare i
pronunciamenti più importanti
del magistero della chiesa sulla
natura dei missionari diocesani
“fidei donum”. Quasi ovunque
ho cercato di provocare la curiosità presentando una varietà di
libri e pubblicazioni missionarie. Soprattutto negli incontri serali, mi sono servito di DVD per
presentare alcuni testimoni della
missione o situazioni attuali di
alcune nazioni dove i missionari
lavorano.
In ogni visita ho dato priorità
al gruppo Gamis (Gruppo di animazione missionaria), presente
in tutti i seminari, incoraggiando
i seminaristi a tenersi informati
sui temi della missione anche attraverso fonti informatiche. Naturalmente i gruppi Gamis che
sono guidati da un formatore del
seminario sono molto più vivaci
e attivi, rispetto agli altri che sono un po’... balbettanti.
Nel mese di aprile si è tenuto il 54° convegno missionario
nazionale dei seminaristi, organizzato dalla Pum e ospitato a
Torino dall’istituto della Consolata. Gli appartenenti ai Gamis
dei 33 seminari maggiori d’Italia, stimolati dagli interventi dei
vari relatori, hanno sviluppato il
tema del convegno: “Presbiteri,
evangelizzatori senza confini”.
Visita estiva in Bangladesh
L’animazione missionaria nei
seminari proseguirà con le visite
estive alle missioni, che sono organizzate un po’ ovunque e sono
molto apprezzate. È all’avanguardia il seminario di Vigevano
che ha inserito l’esperienza missionaria per tutti nel curriculum
formativo, prima del diaconato.
Nelle esperienze missionarie
estive hanno priorità le missioni dove sono presenti i “fidei
donum” della diocesi stessa. In
qualche caso, questo può nuocere all’ampiezza universale della missione. L’adozione di una
o più parrocchie nelle giovani
chiese, infatti, non deve esaurire
la dimensione universale della
chiesa locale nella responsabilità missionaria universale di tutta
la chiesa.
Per l’estate in corso, ho proposto la visita alle missioni saveriane del Bangladesh e alle opere di
madre Teresa di Calcutta. Il numero di partecipanti che accompagnerò di persona in agosto ha
già raggiunto il massimo. Speriamo e preghiamo perché il nostro impegno ed entusiasmo contribuiscano a creare nei futuri sacerdoti italiani la disponibilità a
dilatare il regno di Dio fino agli
estremi confini della terra. ■
UN’ACCOGLIENZA “ESPECTACULARE”
Primo messaggio dopo l’arrivo in Colombia
Cari amici, il primo messaggio dall’amata terra colombiana è comunitario, per tutti voi che fate parte della mia grande famiglia di famigliari, confratelli e amici. Il volo fino a Bogotà è stato ottimo, comodo e confortevole. Il primo impatto con la Colombia l’ho avuto viaggiando con la compagnia colombiana Avianca: un aereo nuovissimo e
super tecnologico, con televisore individuale e la possibilità di vedere
film, ascoltare musica e giocare con videogames a piacere.
Il viaggio è stato lunghetto, ma lo sapevo. Sono partito da Milano
alle 12,30 e, dopo uno scalo a Barcellona, sono arrivato a Bogotà alle
3 di notte (orario italiano), le 21 in Colombia. Il primo impatto è stato tipico... alla colombiana: un gruppo di parrocchiani con chitarre ha
cantato “Eres mi amigo del alma”; su un cartello era scritto: “Un buen
hijo siempre regressa a casa” - Un buon figlio torna sempre a casa!
Insomma, l’avrete capito: l’accoglienza è stata davvero “espectaculare”, come dicono qui. Ora vi saluto, ringraziandovi di nuovo per l’affetto e l’amicizia che mi avete sempre dimostrato e che certamente
resteranno. Un abbraccio.
p. Leonardo Raffaini, sx
Padre Leonardo Raffaini accolto all’aeroporto di Bogotà dal giovane
superiore dei saveriani p. Mauro Loda
2010 LUGLIO/AGOSTO
PIEMONTE
e liguria
20033 DESIO MI - Via Don Milani, 2
Tel. 0362 630591 - Fax 0362 301980
E-mail: [email protected] - C/c. postale 00358200
Un grande esempio di umanità
Il cappellano speciale: p. Agostino Clementini
Padre Agostino Clementini,
saveriano maceratese di Urbisaglia (MC), ci ha lasciati il 2
giugno 2010. Dopo il rito funebre in casa madre dei saveriani
a Parma, la salma è stata trasportata all’abbadia di Fiastra
per la santa Messa di commiato e la sepoltura nel cimitero di
Urbisaglia, sabato 5 giugno.
Mercoledì 9 giugno il vescovo
di Imola ha celebrato, insieme
ai saveriani e vari sacerdoti della diocesi, la santa Messa di suffragio nel settimo giorno della
morte del missionario. Erano
presenti anche alcuni dottori e
le “donne” che collaboravano
con lui nel servizio pastorale ai
malati dell’ospedale.
Al termine, la signora Vittoria ha voluto ricordare il missionario con le parole che pubblichiamo.
avuto la fortuna di coH onoscere
p. Agostino Cle-
mentini subito dopo il suo arrivo
come cappellano all’ospedale di
Imola, il 22 gennaio del 2007. Il
missionario cercava “donne” disposte a collaborare, che lo aiutassero a visitare i malati. Non
molti sanno che qui a Imola egli
aveva impostato il suo lavoro
di cappellano in modo del tutto
nuovo: non da solo, bensì con la
collaborazione di alcune persone,
che lui scherzosamente soleva
definire come “le mie donne”.
Padre e guida per tanti
Nella sua bella età, era un uomo lucido, volitivo, capace di cogliere lo stato d’animo di chi gli
stava davanti. Mi hanno colpito
la sua serenità e chiarezza nei
rapporti con le persone, nonché la
profonda umanità che emergeva
anche dai racconti, spesso piace-
VITTORIA PALMONARI
voli, della sua vita di missionario
o dell’esperienza fatta in altri
ospedali a Viareggio e a Genova.
Sin dall’inizio del lavoro
svolto con lui, l’ho sentito come padre e guida: il dialogo era
possibile anche quando le idee
erano divergenti e il confronto
riguardo ai problemi incontrati durante le visite in corsia era
costruttivo. Padre Agostino ha
lasciato un grande rimpianto in
coloro che l’hanno conosciuto:
la chiarezza di idee, la determinazione, l’indipendenza di giudizio, unite alla dolce fermezza
del suo carattere non potevano
non colpire.
Con spirito missionario
La profonda sensibilità di cui
era dotato lo rendeva partecipe
dei problemi e delle sofferenze
di ciascuno, soprattutto dei malati, cui si dedicava senza rispar-
MISSIONE E PREGHIERA / 5
Lo sguardo verso il cielo
Il segreto che Maria ci insegna
I
n piena estate, la chiesa
celebra la più grande e antica festa mariana: l’Assunzione
o “Dormizione” - come dicono i
cristiani d’Oriente - della beata
vergine Maria. Una festa che ci
invita a guardare in alto: “Un segno grandioso apparve nel cielo:
una donna vestita di sole, con la
luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle”
(Ap 12,1).
8
Un segno
inconfondibile
Come la chiesa nascente mosse i primi passi sotto la materna guida e tutela di Maria (cf. At 2,14; Gv
19,26-27), così anche oggi,
in questo tempo di nuova
evangelizzazione, la chiesa ha particolarmente bisogno di affidarsi alla vergine
Madre.
Ad opera del mistero di
iniquità - sempre presente nel mondo - una grande
foschia tenta di ostacolare
ai credenti la visibilità della strada da percorrere, ma
questa dolcissima luce si
apre costantemente un varco e brilla come segno inconfondibile tra molti falsi
bagliori che potrebbero farci disorientare.
Qual è il segreto del sicuro cammino che Maria ci
insegna? Quello della preghiera,
da cui scaturisce la forza di mettere in atto ogni virtù cristiana.
Chi prega, infatti, si unisce intimamente al Signore, conosce
i “pensieri di pace del suo cuore” (cf. Ger 29,11), aderisce con
amore al suo volere, si conforma
a lui nella bontà misericordiosa
verso ogni creatura, sperimenta
la santa gioia insita nel sacrificio, nel generoso impegno di fa-
Madonna Assunta tra S. Rocco e S. Sebastiano
Padre Agostino
con due collaboratrici
miarsi. Ha svolto il suo servizio
con vero spirito missionario, con
totale disponibilità per tutto l’arco della giornata.
Conquistava i pazienti al punto che molti sono arrivati a dire
“è un mio amico”. Ma la cosa
più grande è che il Signore gli
ha dato la consolazione di convertire non poche persone giunte al termine della loro vita, o
di preparare adeguatamente la
famiglia e ottenere il permesso
di somministrare l’olio santo.
Numerose anche le comunioni
che venivano distribuite in giorni stabiliti o quotidianamente.
Una carezza, un bacio...
Perché la luce di Dio è penetrata in tanti cuori? La profonda
umanità di quest’uomo è stato il
mezzo di cui il Signore si è servito. Padre Agostino si avvicinava
ai malati ponendosi sullo stesso
piano, colloquiando con giovani
e anziani, dando una carezza e
anche un bacio. Se non era nei
reparti, lo si trovava in cappella
in preghiera, sempre disponibile
per colloqui e confessioni.
Quando le forze hanno cominciato a venirgli meno e la
malattia ha avuto il sopravvento, ha cercato di combatterla, pur
nel disagio fisico e psicologico,
con quella determinazione che
lo contraddistingueva; ma negli
ultimi tempi del padre Agostino
che avevamo conosciuto non era
rimasta neppure la voce.
Mi piace pensare che le schiere degli angeli lo abbiano accolto,
per portarlo nella pace di Dio. ■
M. ANNA MARIA CàNOPI, osb
[email protected]
re della propria vita un servizio a
tempo pieno per gli altri.
Stare alla presenza di Dio
Il segreto che Maria ci insegna
è dunque quello di aprirci totalmente a Dio, alle sue chiamate
- sia quelle quotidiane, sia quelle esistenziali, definitive, vocazionali - senza timore di perderci, ma anzi, conoscendo la gioia
della vera libertà.
Chi prega scopre l’altra dimensione del mondo,
quella interiore spirituale, e
supera la soglia dell’ansia
che nasce dall’incapacità di
decisione. La preghiera, infatti, è l’attività dello Spirito Santo in noi. Per pregare bisogna semplicemente togliere gli ostacoli delle
nostre resistenze, dei nostri
progetti; bisogna stare alla
presenza di Dio, rimanere
nel suo amore, finché il nostro cuore diventa tutto un
grido: “Abbà, Padre!”.
È grido di riconoscenza e
di gioia, di lode e di supplica. È il grido di Gesù sulla
croce - il grido che dà voce
a tutti i “crocifissi della storia” - da cui è scaturito poi
quel grido del Risorto: “Alleluja! Pace a voi! Andate
dunque e fate discepoli tutti
i popoli!” (cf. Gv 20,21; Mt
■
28,20).
IL BENE DEI CORPI E DELLE ANIME
p. AUGUSTO LUCA, sx
Agostino era nato a Urbisaglia, in provincia di Macerata, il 6 agosto
1926. A tredici anni era entrato nella scuola apostolica di Poggio San
Marcello (AN) ed era stato ordinato prete il 21 marzo 1953, a 27 anni. Aveva avuto vari incarichi nelle comunità saveriane d’Italia, spesso come economo. Anch’io l’ho avuto come economo per sette anni,
prima a Parma e poi a Roma. Era diligente e capace, provvedeva sempre alle necessità dei confratelli con premure fraterne e sapeva conquistare la simpatia e l’affetto dei benefattori.
Ha servito bene nell’obbedienza, ma non era questa l’aspirazione
del suo cuore. Egli viveva di nostalgia per la missione dell’Indonesia
dove era stato per tre anni dal 1961, e poi di nuovo nel 1968, costretto
però a tornare in Italia per ragioni di salute. Aveva nel cuore la passione per il bene delle anime. Perciò, trovava sempre il tempo per dedicarsi ai ministeri più vari, soprattutto visitando le famiglie e i malati.
Vi portava il dono dell’amicizia e una parola buona che si depositava
nel cuore delle persone, specie se afflitte da qualche dolore.
Quando, in anni recenti, fu mandato a Genova - Pegli, non trovò sufficiente prestarsi per qualche ministero domenicale, ma scelse un apostolato fisso in ospedale. Ricordo con quale soddisfazione raccontava
la risposta spirituale dei malati.
Sentiva che era un grande apostolato, tanto che, trasferito a San Pietro in Vincoli (Ravenna), trovò il modo dedicarsi a pieno ritmo all’assistenza dei malati nell’ospedale di Imola. Risiedeva all’ospedale e tornava in comunità un giorno la settimana. Quando me ne parlava, ho
avuto l’impressione
che abusasse un po’
delle sue forze, tenuto conto dell’età e
dei vari acciacchi.
Caro padre Agostino, tu sei arrivato
alla meta e già contempli il volto di Dio.
Prega per noi, per i
tuoi parenti che ti
hanno voluto bene,
per noi che ti abbiamo sentito fratello e
Padre Agostino Clementini,
ci siamo edificati per
saveriano marchigiano di Urbisaglia (MC),
la tua vita e la tua
8.8.1926 - 2.6.2010, in veste di cappellano
pietà.
dell’ospedale di Imola (2007)
2010 LUGLIO/AGOSTO
PUGLIA
74100 LAMA TA - Via Tre Fontane, 15
Tel. 099 7773186 - Fax 099 7772558
E-mail: [email protected] - C/c. postale 10423747
“Sono pronto e mi affido a Lui”
P. Chiarelli, saveriano di Martina Franca
P
artecipiamo al dolore della famiglia Chiarelli, di
Martina Franca (Taranto), per la
morte di padre Giuseppe, avvenuta a Parma il 12 giugno 2010
all’età di 66 anni, dopo un anno
e mezzo di malattia e sofferenza,
sopportate con grande serenità.
Scriveremo più diffusamente di lui nel numero prossimo,
ma intanto vogliamo ricordare
questo santo missionario pugliese che ha speso la sua vita
per Cristo in Italia, in Burundi e
soprattutto in Brasile. All’inizio
dell’Eucaristia di commiato nel
santuario “Beato Conforti” di
Parma, presenti i fratelli e famigliari Chiarelli e tanti confratelli
saveriani, p. Ermanno Ferro ha
letto un breve profilo di padre
Giuseppe, compilato dai compa-
a cura di p. MARCELLO STORGATO, sx
gni di classe in vista dell’ordinazione sacerdotale (27 settembre
1970). È un anticipo di ciò che
p. Giuseppe è stato nella sua vita
missionaria.
Missionario serio
ed entusiasta
“Dicono che le prime impressioni siano quelle che contano.
La prima volta che incontrai
Padre Giuseppe Chiarelli (al centro),
saveriano di Martina Franca, con il fratello
Tonino (a destra) e p. Michele D’Erchie
Il bene dei corpi e delle anime
La passione di p. Agostino Clementini
P
adre Agostino Clementini
ci ha lasciati il 2 giugno
2010, così inaspettatamente da
farci pensare alle parole di Gesù:
“Vegliate, perché non sapete in
quale giorno il Signore verrà…”
(Mt 24, 42-44). La morte arriva
all’improvviso, ma per lui, forse, non è stata così inaspettata,
perché il Signore spesso dà dei
presentimenti.
Era preparato e si è presentato
in cielo come uno di quei servi
che l’evangelista Matteo descrive nella scena del giudizio finale: “Venite, benedetti dal Padre
mio, perché avevo fame e mi
avete dato da mangiare, ero malato e mi avete visitato…”.
8
Diligente e capace
Agostino era nato a Urbisaglia, in provincia di Macerata,
il 6 agosto 1926. A tredici anni
era entrato nella scuola apostolica di Poggio San Marcello (AN)
ed era stato ordinato prete il 21
marzo 1953, a 27 anni. Aveva
avuto vari incarichi nelle comunità saveriane d’Italia, spesso
come economo. Anch’io l’ho
avuto come economo per sette
anni, prima a Parma e poi a Roma. Era diligente e capace, provvedeva sempre alle necessità dei
confratelli con premure fraterne
e sapeva conquistare la simpatia
e l’affetto dei benefattori.
Ha servito bene nell’obbedienza, ma non era questa
l’aspirazione del suo cuore.
Egli viveva di nostalgia per la
missione dell’Indonesia dove
era stato per tre anni dal 1961, e
poi di nuovo nel 1968, costretto
però a tornare in Italia per ragioni di salute. Aveva nel cuore la
passione per il bene delle anime.
Perciò, trovava sempre il tempo
Le lettrici e i lettori non dimenticheranno
p. Agostino Clementini; per 12 anni ha vissuto e lavorato nella comunità saveriana
di Taranto ed è stato responsabile
della pagina di “Missionari Saveriani”
p. AUGUSTO LUCA, sx
per dedicarsi ai ministeri più vari, soprattutto visitando le famiglie e i malati. Vi portava il dono
dell’amicizia e una parola buona
che si depositava nel cuore delle persone, specie se afflitte da
qualche dolore.
A servizio dei malati
Quando, in anni recenti, fu
mandato a Genova - Pegli, non
trovò sufficiente prestarsi per
qualche ministero domenicale,
ma scelse un apostolato fisso
in ospedale. Ricordo con quale
soddisfazione raccontava la risposta spirituale dei malati.
Sentiva che era un grande
apostolato, tanto che, trasferito a
San Pietro in Vincoli (Ravenna),
trovò il modo dedicarsi a pieno
ritmo all’assistenza dei malati
nell’ospedale di Imola. Risiedeva all’ospedale e tornava in comunità un giorno la settimana.
Quando me ne parlava, ho avuto
l’impressione che abusasse un
po’ delle sue forze, tenuto conto
dell’età e dei vari acciacchi.
Caro padre Agostino, tu sei arrivato alla meta e già contempli
il volto di Dio. Prega per noi, per
i tuoi parenti che ti hanno voluto
bene, per noi che ti abbiamo sentito fratello e ci siamo edificati
per la tua vita e la tua pietà. ■
Giuseppe quando giunse tra noi,
lo trovai un giovane serio, perfino di poche parole, ma entusiasta della sua scelta missionaria.
La diocesi gli sembrava troppo
angusta per i suoi desideri; pensava che non avrebbe potuto
donarsi così totalmente agli altri
come in missione.
Originario di Martina Franca,
dalla sua gente, da quella terra
assolata e asciutta, da quel cielo
luminoso e chiaro, sembra aver
ereditato la corporatura robusta,
la volontà tenace e la semplicità
nei modi. Con notevoli doti intellettuali, il nostro Giuseppe pone il suo motto nell’attività. Con
disinvoltura passa dai lavori di
fatica (vanga, badili, allevamento polli), a quelli di precisione
(falegnameria, ciclostile). Se hai
un favore da chiedergli, sta’ certo che non si fa aspettare e te lo
fa con un bel sorriso e… senza
suonare le trombe.
Una generosità fattiva che,
unita alla sua serietà, lo rende
ben accetto a tutti. Sportivo, preferisce l’atletica, le ascensioni in
montagna, le lunghe gite a piedi
che gli fanno sognare i safari nella savana africana. Serio, generoso, impegnato, Giuseppe è pronto
per il lavoro missionario”.
Il suo testamento:
il Crocifisso e il rosario
Il rito delle esequie è stato presieduto da p. Carlo Pozzobon,
superiore dei saveriani in Italia,
che ha ricordato alcuni momenti
confidenziali degli ultimi mesi
di vita del caro confratello.
“Dopo gli accertamenti medici
fatti all’ospedale e saputa la diagnosi, padre Giuseppe è venuto
subito da me e mi ha detto: «La
volontà di Dio si manifesta negli eventi della nostra vita: ho un
tumore al fegato - mi disse con
serenità - mi resta poco tempo di
vita… Sono pronto e mi affido
a Lui». Ci siamo lasciati con un
grosso nodo alla gola. Pochi minuti dopo è tornato portando un
computer comprato pochi giorni
prima per portarlo in missione.
Mi disse: «Ecco, disponi di questo arnese, fanne dono a un confratello che ne ha bisogno».
Nei giorni seguenti, abbiamo
pregato per ottenere il miracolo… Lui non guariva, ma procedeva nella vita quotidiana con
serenità e forza, senza disturbare
nessuno. Per me, padre Giuseppe aveva già vinto il tumore
Alla fine della scorsa settimana, padre Giuseppe mi ha
mostrato dove stava il suo testamento prezioso, non scritto. Mi
ha detto di aprire il cassetto del
comodino: «Guarda in fondo,
c’è il Crocifisso della professione; quando morirò mettimelo in
mano e così pure il rosario». Padre Giuseppe ha voluto che noi
confratelli e famigliari avessimo
la sua fotografia più espressiva:
la sua croce e la sua corona, pregata per essere, come Maria, servitore con umiltà e dolcezza”.
La nostra fede ci assicura che
p. Giuseppe è ora presso il Signore, nel posto che Egli ha preparato per lui, servo fedele e buo■
no.
HO MESSO LA BIBBIA “IN TRONO”
p. AGOSTINO CLEMENTINI, sx
Ripubblichiamo questo breve articolo, ripreso dal numero di luglio/
agosto 2007: rivela lo spirito missionario con cui p. Agostino viveva il
suo servizio pastorale ai malati nell’ospedale di Imola.
Di una cosa sono convinto: la storia della salvezza non si ferma mai. Per questo, appena iniziato il servizio come cappellano
nell’ospedale di Imola, mi sono proposto di “mettere in trono” la
Bibbia. Ci sono riuscito subito, grazie a don Giovanni Zardi che mi
ha fornito il leggio e, per Pasqua, anche il candelabro con cui ho potuto far “risorgere” il cero pasquale che giaceva sepolto dal 1993.
Nella chiesa dell’ospedale passano molte persone; la porta è sempre aperta. Chi entra o esce, difficilmente tira dritto, senza volgere
uno sguardo alla Bibbia. La presenza di quel librone (il Lezionario della Messa) sembra non sia sfuggita a nessuno. Molti non si accontentano di un segno di croce o di un’occhiata fugace, ma entrano per una
breve visita. Lo dico con commozione: non avrei mai immaginato che
quasi tutti si fermassero anche davanti a quella Bibbia.
Giorni fa, una persona mi ha chiesto: “Quel libro è il volume di
un’enciclopedia? Mi sa
dire quanti volumi sono e dove posso comprarli?”. L’aspetto non
sembrava quello di un
grande intellettuale...
Gli ho spiegato e consigliato di acquistare la
Bibbia, in un solo volume. Ma lui ha risposto:
“No, voglio prendere
proprio quei volumi,
voglio regalarli al mio
Padre Agostino Clementini,
parroco, perché anche
saveriano marchigiano di Urbisaglia (MC),
lui li esponga nella no8.8.1926 - 2.6.2010, in veste di cappellano
stra chiesa”.
dell’ospedale di Imola
2010 LUGLIO/AGOSTO
REGGIO
CALABRIA
89135 GALLICO SUPERIORE RC - Via Rimembranze
Santuario Madonna della Grazia
Tel. 0965 370304 - Fax 0965 373137 - E-mail: [email protected] - C/c. postale 10444891
I fedeli amici del nostro parco
Il luogo in cui tutti diventano bambini
I
bravi economisti e dirigenti fanno a intervalli
un censimento dell’indice di
gradimento di un prodotto o
di un servizio pubblico. Per il
“parco della mondialità” non
serve farlo per iscritto: la numerosa frequenza di tanti “utenti”
è il miglior indice eloquente di
gradimento. Dai piccolissimi,
che con tanta spontaneità ed
esuberanza condividono la gioia
delle giostrine, agli anziani, che
siedono di fronte all’area dedicata all’infanzia e si godono lo
spettacolo dei piccoli.
A volte perfino gli adulti sono tentati di partecipare di persona a tanta gioia, e salgono
sulle giostrine. Così, alla mia
osservazione che le giostrine
sono per i bambini, non per gli
adulti…, mi sento rispondere
con tanta spontaneità e cando-
re: “Eh, quando veniamo qui,
diventiamo tutti bambini!”.
Non so cosa replicare! Mi
sembra crudele negare agli adulti, magari amareggiati da tante
vicende della vita, di poter rivivere anche per breve tempo
la spontaneità e l’esuberanza
dell’infanzia, come l’abbiamo
vissuta o l’abbiamo sognata. Però… quelle povere giostrine hanno ragione di lamentarsi e scricchiolare sotto il peso esagerato!
Donazioni... pesanti
C’è chi esprime il suo apprezzamento e riconoscenza per il
parco della mondialità anche
con gesti concreti e donazioni...
pesanti. Come la “Edil Calcestruzzi”, gestita dalla gentile
Patrizia Scarpell, e la “Canali
Trasporti” sempre disponibili
a fornire materiali necessari al
p. MARIO GUERRA, sx
restauro e consolidamento delle
strutture del parco.
Ai generosi benefattori va il nostro cordiale “grazie”, ricordando
a tutti che ciò che seminiamo è
ciò che anche raccoglieremo: “chi
semina bene, raccoglierà bene”!
La natura e la vita felice
Che dire del movimento
“scout”, che trova straordinario
vivere - anche per pochi giorni
- in un ambiente naturale esotico con la natura, grande maestra
di vita in armonia e benessere?
Questa natura esuberante di vegetazione e animali, di laghetti
e monumenti, si trova proprio
a pochi chilometri dalla foresta
del cemento cittadino. La natura
resta sempre la grande maestra
di una vita felice. E nel nostro
parco ce n’è in abbondanza: di
natura, di vita e di felicità. ■
Bambini sulle altalene nell’affollata area per l’infanzia, creata all’interno del parco della mondialità di Gallico.
Alcuni amici e collaboratori dei saveriani… Il parco della
mondialità non ha età: accoglie tutti, anche sulle giostrine
che sarebbero vietate agli over 10.
Il diavolo e lo zampino
Una storia vera, finita bene per caso...
è
ospiti finiscono la loro seduta
ed escono nel corridoio davanti
all’ascensore. Richiamo la loro
attenzione e spiego la situazione. Che Dio li benedica! Come
se avessi messo il piede su un
formicaio! Qualcuno ha sentito
e sparge la voce... È il putiferio! Quante voci, quante grida:
“il padre muore! È bloccato
nell’ascensore! Chiamate subito
i pompieri! eccetera eccetera!”.
Qualche muscoloso cerca di
forzare la porta. Niente da fare.
Da fuori, arrivano alla povera
vittima (che ero io) tanti premurosi consigli: “Padre, stia calViva Dio e la Calabria
mo... Respiri adagio... Abbiamo
E mo’ che faccio ? Devo anche
chiamato i pompieri... Vedrà che
celebrare la santa Messa per gli
In trappola nell’ascensore
ne uscirà vivo...”!
ospiti! Ammazza il diavolo! Gli
Perciò avevo deciso di saliInfatti, i pompieri arrivano in
re in camera e prendere la
15 minuti e, con una semplice
macchina fotografica per
chiavetta (quella giusta!) aproraccogliere evidenza e poi
no la porta e io esco tra il granscrivere un articolo per “Misde giubilo dei soccorritori. Absionari Saveriani”: un’opera
bracci, baci, congratulazioni,
certamente buona agli occhi
auguri, un bicchiere d’acqua...
di Dio, e quindi appetitosa
Io partecipo al grande tripudio,
per lo zampino del diavolo...
ringrazio i miei salvatori: i
Inoltre, era quasi tempo per
pompieri e la grande folla.
la seconda fase dell’incontro:
Come se niente fosse, io
la celebrazione Eucaristica,
urgo tutti alla Messa: “Svelti,
che dovevo presiedere io: alsiamo 20 minuti in ritardo!”.
tra opera buona agli occhi di
All’omelia è stato il momenDio e quindi appetitosa per lo
to della mia riscossa: il diavozampino del diavolo...
lo si è preso una strigliata taInsomma, mi precipito
le che certamente lo zampino
all’ascensore per salire in camepuzzava di bruciato e i miei
ra e fare quanto mi ero proposto
salvatori davano grandi cenni
e ho appena descritto. Si chiude automaticamente la porta, Padre Mario Guerra è rimasto boccato in ascensore, di assenso. Viva Dio e la Calabria!
■
ma poi è riuscito a celebrare Messa
schiaccio il bottone appropriato
successo a marzo, e mi ha
confermato la convinzione che già avevo: il diavolo c’è
e ha pure gli zampini, che ogni
tanto allunga per rovinare i bei
piani e le buone intenzioni di
qualche ben pensante.
Prova ne è che quel giorno, rientrato in casa dopo una celebrazione, ho trovato i nostri amici
dell’associazione “Pace e Bene”
radunati per il loro incontro settimanale. L’oratore di turno era
ormai alla fine della sua testimonianza. Ho ascoltato per qualche
minuto e mi era piaciuto molto
quello che diceva.
8
p. MARIO GUERRA, sx
e... scatta la trappola dello zampino! L’ascensore si blocca.
Faccio appello a tutte le mie
conoscenze tecniche: schiaccio
tutti i bottoni, cerco di forzare
la porta. Niente da fare! Sono in
trappola! Tutti i missionari sono
assenti per i loro impegni. Batto
forte e ripetutamente sulla porta
per richiamare l’attenzione di
qualche ospite... Niente! Il rumore della mia porta è solo uno
dei tanti rumori che fanno tutte
le porte, perché tira un gran vento di tramontana!
Ditta
Calcestruzzi...
e ditta
trasporti.
“ma il signore capisce!”
p. LUIGI PAGGI, sx
Cara mamma Delfina, quante volte vi ho visto leggere un libretto dalla copertina nera e dalle pagine ormai sgualcite… Era il libro per l’ufficio dei defunti che si usava ai tempi della vostra gioventù. Nel libro
c’erano i salmi in latino. Una volta vi chiesi: “Ma capite quello che leggete?”. La vostra risposta fu: “Io non capisco, ma il Signore capisce!”.
La lettura di quel libretto dalla copertina nera divenne vostro pane
quotidiano specialmente dopo la morte del papà Giuseppin: lo leggevate al mattino, al pomeriggio e alla sera. E con il libretto dalla copertina nera pregavate e per i morti e per i vivi! Pregavate per le vostre
figlie e le loro famiglie, per i vostri nipoti e pronipoti, di cui avevate le
fotografie sul muro della cucina e di cui sapevate i nomi a memoria.
E chiaramente pregavate per me. Pregavate la Madonna e San Miro perché potessi godere di buona salute e potessi svolgere
degnamente il lavoro che il Padrone della
messe mi ha affidato in questi villaggi sperduti tra le paludi del Gange, tra queste pecore sperdute senza Pastore!
Il libretto dalla copertina nera ormai non vi
serve più! Mamma Delfina, riposate in pace!
Dal lontano Bangladesh, vostro figlio Luigi
La signora Delfina Paggi è morta il 10
maggio 2010. Il figlio missionario in Bangladesh, non ha potuto essere presente al funerale, ma ha inviato una lettera affettuosa
e riconoscente.
Mamma Delfina Rossi Paggi,
93 anni, di Sorico (Como)
2010 LUGLIO/AGOSTO
ROMA
00165 ROMA RM - Via Aurelia, 287
Tel. 06 39366929 - Fax 06 39366925
E-mail: [email protected] - C/c. postale 45206000
Un grande esempio di umanità
Il cappellano speciale: p. Agostino Clementini
Padre Agostino Clementini,
saveriano maceratese di Urbisaglia (MC), ci ha lasciati il 2
giugno 2010. Dopo il rito funebre in casa madre dei saveriani
a Parma, la salma è stata trasportata all’abbadia di Fiastra
per la santa Messa di commiato e la sepoltura nel cimitero di
Urbisaglia, sabato 5 giugno.
Mercoledì 9 giugno il vescovo di Imola ha celebrato, insieme ai saveriani e vari sacerdoti
della diocesi, la santa Messa di
suffragio nel settimo giorno
della morte del missionario.
Erano presenti anche alcuni
dottori e le “donne” che collaboravano con lui nel servizio
pastorale ai malati dell’ospedale.
Al termine, la signora Vittoria ha voluto ricordare il missionario con le parole che pubblichiamo.
avuto la fortuna di coH onoscere
p. Agostino Cle-
mentini subito dopo il suo arrivo
come cappellano all’ospedale di
Imola, il 22 gennaio del 2007. Il
missionario cercava “donne” disposte a collaborare, che lo aiutassero a visitare i malati. Non
molti sanno che qui a Imola egli
aveva impostato il suo lavoro
di cappellano in modo del tutto
nuovo: non da solo, bensì con la
collaborazione di alcune persone,
che lui scherzosamente soleva
definire come “le mie donne”.
Padre e guida per tanti
Nella sua bella età, era un uomo lucido, volitivo, capace di cogliere lo stato d’animo di chi gli
stava davanti. Mi hanno colpito
la sua serenità e chiarezza nei
rapporti con le persone, nonché la
profonda umanità che emergeva
anche dai racconti, spesso piace-
VITTORIA PALMONARI
voli, della sua vita di missionario
o dell’esperienza fatta in altri
ospedali a Viareggio e a Genova.
Sin dall’inizio del lavoro
svolto con lui, l’ho sentito come padre e guida: il dialogo era
possibile anche quando le idee
erano divergenti e il confronto
riguardo ai problemi incontrati durante le visite in corsia era
costruttivo. Padre Agostino ha
lasciato un grande rimpianto in
coloro che l’hanno conosciuto:
la chiarezza di idee, la determinazione, l’indipendenza di giudizio, unite alla dolce fermezza
del suo carattere non potevano
non colpire.
Con spirito missionario
La profonda sensibilità di cui
era dotato lo rendeva partecipe
dei problemi e delle sofferenze
di ciascuno, soprattutto dei malati, cui si dedicava senza rispar-
Il bene dei corpi e delle anime
La passione di p. Agostino Clementini
P
adre Agostino Clementini
ci ha lasciati così inaspettatamente da farci pensare alle
parole di Gesù: “Vegliate, perché non sapete in quale giorno il
Signore verrà…” (Mt 24, 42-44).
La morte arriva all’improvviso,
ma per lui, forse, non è stata così inaspettata, perché il Signore
spesso dà dei presentimenti.
Era preparato e si è presentato
in cielo come uno di quei servi
che l’evangelista Matteo descrive nella scena del giudizio finale: “Venite, benedetti dal Padre
mio, perché avevo fame e mi
avete dato da mangiare, ero malato e mi avete visitato…”.
8
Diligente e capace
Agostino era nato a Urbisaglia, in provincia di Macerata, il
6 agosto 1926. A tredici anni era
entrato nella scuola apostolica
di Poggio San Marcello (AN)
ed era stato ordinato prete il 21
marzo 1953, a 27 anni. Aveva
avuto vari incarichi nelle comunità saveriane d’Italia, spesso
come economo. Anch’io l’ho
avuto come economo per sette
anni, prima a Parma e poi a Roma. Era diligente e capace, provvedeva sempre alle necessità dei
confratelli con premure fraterne
e sapeva conquistare la simpatia
e l’affetto dei benefattori.
Ha servito bene nell’obbedienza, ma non era questa
l’aspirazione del suo cuore.
Egli viveva di nostalgia per la
missione dell’Indonesia dove
era stato per tre anni dal 1961, e
poi di nuovo nel 1968, costretto
però a tornare in Italia per ragioni di salute. Aveva nel cuore la
passione per il bene delle anime.
Perciò, trovava sempre il tempo
p. AUGUSTO LUCA, sx
per dedicarsi ai ministeri più vari, soprattutto visitando le famiglie e i malati. Vi portava il dono
dell’amicizia e una parola buona
che si depositava nel cuore delle persone, specie se afflitte da
qualche dolore.
Padre Agostino davanti all’abbadia di Fiastra,
dove è cresciuto con la sua famiglia
A servizio dei malati
Quando, in anni recenti, fu
mandato a Genova - Pegli,
non trovò sufficiente prestarsi per qualche ministero
domenicale, ma scelse un
apostolato fisso in ospedale.
Ricordo con quale soddisfazione raccontava la risposta
spirituale dei malati.
Sentiva che era un grande apostolato, tanto che,
trasferito a San Pietro in
Vincoli (Ravenna), trovò il
modo dedicarsi a pieno ritmo all’assistenza dei malati
nell’ospedale di Imola. Risiedeva all’ospedale e tornava in comunità un giorno
la settimana. Quando me ne
parlava, ho avuto l’impressione che abusasse un po’
delle sue forze, tenuto conto
dell’età e dei vari acciacchi.
Caro padre Agostino, tu
sei arrivato alla meta e già
contempli il volto di Dio.
Prega per noi, per i tuoi parenti che ti hanno voluto bene, per noi che ti abbiamo
sentito fratello e ci siamo
edificati per la tua vita e la
■
tua pietà.
Padre Agostino
con due collaboratrici
miarsi. Ha svolto il suo servizio
con vero spirito missionario, con
totale disponibilità per tutto l’arco della giornata.
Conquistava i pazienti al punto che molti sono arrivati a dire
“è un mio amico”. Ma la cosa
più grande è che il Signore gli
ha dato la consolazione di convertire non poche persone giunte al termine della loro vita, o
di preparare adeguatamente la
famiglia e ottenere il permesso
di somministrare l’olio santo.
Numerose anche le comunioni
che venivano distribuite in giorni stabiliti o quotidianamente.
Una carezza, un bacio...
Perché la luce di Dio è penetrata in tanti cuori? La profonda
umanità di quest’uomo è stato il
mezzo di cui il Signore si è servito. Padre Agostino si avvicinava
ai malati ponendosi sullo stesso
piano, colloquiando con giovani
e anziani, dando una carezza e
anche un bacio. Se non era nei
reparti, lo si trovava in cappella
in preghiera, sempre disponibile
per colloqui e confessioni.
Quando le forze hanno cominciato a venirgli meno e la
malattia ha avuto il sopravvento, ha cercato di combatterla, pur
nel disagio fisico e psicologico,
con quella determinazione che
lo contraddistingueva; ma negli
ultimi tempi del padre Agostino
che avevamo conosciuto non era
rimasta neppure la voce.
Mi piace pensare che le schiere degli angeli lo abbiano accolto,
per portarlo nella pace di Dio. ■
MATTEO RICCI E L’ AGGIORNAMENTO
p. AGOSTINO CLEMENTINI, sx
Questi pensieri del missionario scomparso, ripresi dal numero di
gennaio 2010 (edizione Romagna), sono stati letti al termine della
Messa all’abbadia di Fiastra.
Come missionario e ancor più come maceratese, sto vivendo con interesse il 4° centenario della morte di p. Matteo Ricci, il gesuita matematico, astronomo, filosofo e letterato, detto il “Colombo dell’oriente”. Padre Ricci nel 1577, dopo sei mesi di navigazione, giunse a Goa
in India; da qui proseguì per Macao e il 24 gennaio 1601 mise piede
a Pechino. Qui morì e fu sepolto, dopo aver creato in nove anni di
intensa attività un ponte tra la Cina e il resto del mondo.
Nel 1961 la sua grande storia mi aiutò a capire la mia. Nel salpare
da Venezia con il mercantile “Isarco” verso l’Indonesia (dove sarei
giunto dopo 24 giorni), la cerimonia più sentita non fu il canto di
“Mamma, addio” e di “Ave maris Stella”, ma la sostituzione della veste nera con quella bianca. Indossando quella veste sentivo di entrare
in un altro mondo.
Ricordo che negli anni ‘50 fece epoca la richiesta di un missionario
che, dovendo rimpatriare dalla Cina dopo oltre 30 anni, scriveva ai
suoi fratelli: “Potete venire a prendermi alla stazione con un asino?”.
I fratelli non sapevano come accontentarlo, perché l’asino con cui era
stato accompagnato alla stazione non c’era più.
Una volta ci si accorgeva del passare degli anni dalla crescita dei
bambini e dall’invecchiamento degli adulti. Oggi si invecchia
più lentamente, grazie a Dio. Non sono gli
anni che ci sfuggono,
ma il mondo in cui
viviamo che cambia
da un giorno all’altro.
E chi per lavoro ha a
che fare con il mondo,
deve continuamente
aggiornarsi. Da questo
dovere non possiamo
Padre Agostino Clementini,
esimerci noi missionasaveriano marchigiano di Urbisaglia (MC),
ri, sia nel conservare la
8.8.1926 - 2.6.2010, in veste di cappellano
fede sia nel proporla.
dell’ospedale di Imola (2007)
2010 LUGLIO/AGOSTO
ROMAGNA
48100 S. PIETRO in VINCOLI RA - Via Angaia, 7
Tel. 0544 551009 - Fax 0544 551811
E-mail: [email protected] - C/c. postale 13591482
Un grande esempio di umanità
Il cappellano speciale: p. Agostino Clementini
Mercoledì 9 giugno a Imola il
vescovo mons. Tommaso Ghirelli
ha celebrato, insieme ai saveriani e vari sacerdoti della diocesi,
la santa Messa di suffragio per
p. Agostino Clementini, nel settimo giorno della morte. Erano
presenti anche alcuni dottori e le
“donne” che collaboravano con
lui nel servizio pastorale ai malati dell’ospedale. Al termine, la
signora Vittoria ha voluto ricordare il missionario con le parole
che pubblichiamo.
avuto la fortuna di coH onoscere
p. Agostino Cle-
mentini subito dopo il suo arrivo
come cappellano all’ospedale di
Imola, il 22 gennaio del 2007 (si
veda anche il breve articolo “Un
«primario» speciale”, su Missionari Saveriani aprile 2007, pagina Romagna - ndr). Il missionario cercava “donne” disposte
a collaborare, che lo aiutassero a
visitare i malati. Non molti sanno
che qui a Imola egli aveva impostato il suo lavoro di cappellano
in modo del tutto nuovo: non da
solo, bensì con la collaborazione
di alcune persone, che lui scherzosamente soleva definire come
“le mie donne”.
Padre e guida per tanti
Nella sua bella età, era un uomo lucido, volitivo, capace di cogliere lo stato d’animo di chi gli
stava davanti. Mi hanno colpito
la sua serenità e chiarezza nei
rapporti con le persone, nonché la
profonda umanità che emergeva
anche dai racconti, spesso piacevoli, della sua vita di missionario
o dell’esperienza fatta in altri
ospedali a Viareggio e a Genova.
Sin dall’inizio del lavoro
svolto con lui, l’ho sentito come padre e guida: il dialogo era
possibile anche quando le idee
erano divergenti e il confronto
riguardo ai problemi incontrati durante le visite in corsia era
costruttivo. Padre Agostino ha
lasciato un grande rimpianto in
coloro che l’hanno conosciuto:
la chiarezza di idee, la determinazione, l’indipendenza di giudizio, unite alla dolce fermezza
del suo carattere non potevano
non colpire.
VITTORIA PALMONARI
Con spirito missionario
La profonda sensibilità di cui
era dotato lo rendeva partecipe
dei problemi e delle sofferenze
di ciascuno, soprattutto dei malati, cui si dedicava senza risparmiarsi. Ha svolto il suo servizio
con vero spirito missionario, con
totale disponibilità per tutto l’arco della giornata.
Conquistava i pazienti al punto che molti sono arrivati a dire
“è un mio amico”. Ma la cosa
più grande è che il Signore gli
ha dato la consolazione di convertire non poche persone giunte al termine della loro vita, o
di preparare adeguatamente la
famiglia e ottenere il permesso
di somministrare l’olio santo.
Numerose anche le comunioni
che venivano distribuite in giorni stabiliti o quotidianamente.
Una carezza, un bacio...
Perché la luce di Dio è penetrata in tanti cuori? La profonda
umanità di quest’uomo è stato il
mezzo di cui il Signore si è servito. Padre Agostino si avvicinava
ai malati ponendosi sullo stesso
Il bene dei corpi e delle anime
La passione di p. Agostino Clementini
P
adre Agostino Clementini
ci ha lasciati così inaspettatamente da farci pensare alle
parole di Gesù: “Vegliate, perché non sapete in quale giorno il
Signore verrà…” (Mt 24, 42-44).
La morte arriva all’improvviso,
ma per lui, forse, non è stata così inaspettata, perché il Signore
spesso dà dei presentimenti.
Era preparato e si è presentato
in cielo come uno di quei servi
che l’evangelista Matteo descrive nella scena del giudizio finale: “Venite, benedetti dal Padre
mio, perché avevo fame e mi
avete dato da mangiare, ero malato e mi avete visitato…”.
8
Diligente e capace
Agostino era nato a Urbisaglia, in provincia di Macerata,
il 6 agosto 1926. A tredici anni
era entrato nella scuola apostolica di Poggio San Marcello
(AN) ed era stato ordinato prete il 21 marzo 1953, a 27 anni.
Aveva avuto vari incarichi nelle comunità saveriane d’Italia,
spesso come economo. Anch’io
l’ho avuto come economo per
sette anni, prima a Parma e poi
a Roma. Era diligente e capace,
provvedeva sempre alle necessità dei confratelli con premure
fraterne e sapeva conquistare la
simpatia e l’affetto dei benefattori.
Ha servito bene nell’obbedienza, ma non era questa
l’aspirazione del suo cuore.
Egli viveva di nostalgia per la
missione dell’Indonesia dove
era stato per tre anni dal 1961, e
poi di nuovo nel 1968, costretto
però a tornare in Italia per ragioni di salute. Aveva nel cuore la
passione per il bene delle anime.
Perciò, trovava sempre il tempo
per dedicarsi ai ministeri più va-
Le lettrici e i lettori non dimenticheranno
p. Agostino Clementini, per tanti anni
responsabile della pagina di Romagna
del mensile “Missionari Saveriani”
p. AUGUSTO LUCA, sx
ri, soprattutto visitando le famiglie e i malati. Vi portava il dono
dell’amicizia e una parola buona
che si depositava nel cuore delle persone, specie se afflitte da
qualche dolore.
A servizio dei malati
Quando, in anni recenti, fu
mandato a Genova - Pegli, non
trovò sufficiente prestarsi per
qualche ministero domenicale,
ma scelse un apostolato fisso
in ospedale. Ricordo con quale
soddisfazione raccontava la risposta spirituale dei malati.
Sentiva che era un grande
apostolato, tanto che, trasferito a
San Pietro in Vincoli (Ravenna),
trovò il modo dedicarsi a pieno
ritmo all’assistenza dei malati
nell’ospedale di Imola. Risiedeva all’ospedale e tornava in comunità un giorno la settimana.
Quando me ne parlava, ho avuto
l’impressione che abusasse un
po’ delle sue forze, tenuto conto
dell’età e dei vari acciacchi.
Caro padre Agostino, tu sei arrivato alla meta e già contempli il
volto di Dio. Prega per noi, per i
tuoi parenti che ti hanno voluto
bene, per noi che ti abbiamo sentito fratello e ci siamo edificati per
la tua vita e la tua pietà.
■
Padre Agostino
con due collaboratrici
piano, colloquiando con giovani
e anziani, dando una carezza e
anche un bacio. Se non era nei
reparti, lo si trovava in cappella
in preghiera, sempre disponibile
per colloqui e confessioni.
Quando le forze hanno cominciato a venirgli meno e la
malattia ha avuto il sopravvento, ha cercato di combatterla, pur
nel disagio fisico e psicologico,
con quella determinazione che
lo contraddistingueva; ma negli
ultimi tempi del padre Agostino
che avevamo conosciuto non era
rimasta neppure la voce.
Mi piace pensare che le schiere degli angeli lo abbiano accolto, per portarlo nella pace di
■
Dio.
Un redattore fedele e costante
DIEGO PIOVANI
Padre Agostino parlava sempre con voce calma e dal tono basso. Quando l’ho conosciuto, era il redattore della pagina della
Romagna per “Missionari Saveriani”. All’inizio, mi è sembrato
un po’ scorbutico; ma poi, una volta sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, siamo riusciti a instaurare una collaborazione
davvero proficua. La fiducia e la stima sono diventate reciproche
e bastava poco per capire le intenzioni sue e nostre.
Era sempre puntuale nel preparare e inviare il materiale per la
“sua” pagina e non mancavano mai le fotografie dei vari gruppi
che utilizzavano la casa saveriana di S. Pietro in Vincoli per i loro
incontri di formazione e spiritualità. Ci teneva che ogni evento,
ritiro, convegno venisse immortalato e raccontato. Ma non era
solo cronaca. A lui piaceva scrivere per donare qualcosa di importante e interessante a tutti i numerosi e affezionati lettori.
Speriamo d’averlo accontentato e ci promettiamo di continuare a farlo, nonostante qualche inevitabile rimbrotto che già sentiamo arrivare da Lassù. Grazie p. Agostino!
HO MESSO LA BIBBIA “IN TRONO”
p. AGOSTINO CLEMENTINI, sx
Ripubblichiamo questo breve articolo, ripreso dal numero di luglio/
agosto 2007: rivela lo spirito missionario con cui p. Agostino viveva il
suo servizio pastorale ai malati nell’ospedale di Imola.
Di una cosa sono convinto: la storia della salvezza non si ferma mai.
Per questo, appena iniziato il servizio come cappellano nell’ospedale
di Imola, mi sono proposto di “mettere in trono” la Bibbia. Ci sono
riuscito subito, grazie a don Giovanni Zardi che mi ha fornito il leggio e, per Pasqua, anche il candelabro con cui ho potuto far “risorgere” il cero pasquale che giaceva sepolto dal 1993.
Nella chiesa dell’ospedale passano molte persone; la porta è sempre aperta. Chi entra o esce, difficilmente tira dritto, senza volgere
uno sguardo alla Bibbia. La presenza di quel librone (il Lezionario della Messa) sembra non sia sfuggita a nessuno. Molti non si accontentano di un segno di croce o di un’occhiata fugace, ma entrano per una
breve visita. Lo dico con commozione: non avrei mai immaginato che
quasi tutti si fermassero anche davanti a quella Bibbia.
Giorni fa, una persona mi ha chiesto: “Quel libro è il volume di
un’enciclopedia? Mi sa
dire quanti volumi sono e dove posso comprarli?”. L’aspetto non
sembrava quello di un
grande intellettuale...
Gli ho spiegato e consigliato di acquistare la
Bibbia, in un solo volume. Ma lui ha risposto:
“No, voglio prendere
proprio quei volumi,
voglio regalarli al mio
Padre Agostino Clementini,
parroco, perché anche
saveriano marchigiano di Urbisaglia (MC),
lui li esponga nella no8.8.1926 - 2.6.2010, in veste di cappellano
stra chiesa”.
dell’ospedale di Imola
2010 LUGLIO/AGOSTO
SALERNO
84135 SALERNO SA - Via Fra G. Acquaviva, 4
Tel. 089 792051 - Fax 089 796284
E-mail: [email protected] - C/c. postale 00205849
Adesso tocca proprio a noi
Alla vigilia dei viaggi missionari di agosto
C
hi l’avrebbe mai detto che
quest’estate sarebbe toccato proprio a noi! Dopo tanti anni
passati a vivere in maniera indiretta le emozioni di un’esperienza
inenarrabile, eccoci qui a preparare i nostri attrezzi per affrontare
una nuova avventura, forse la più
grande e sicuramente la più arricchente della nostra vita.
Chi siamo?
Iniziamo dicendo che siamo un
gruppo di giovani, provenienti da
diverse parti d’Italia. Ognuno di
noi lavora o studia, e siamo accomunati dal trasporto verso gli
ideali e lo spirito degli “stravaganti” missionari saveriani. Da
un po’ di tempo a questa parte,
viene concessa ad alcuni giovani l’opportunità di recarsi per un
breve periodo nei luoghi dove i
saveriani hanno le missioni.
L’obiettivo è rendersi conto
di cosa significhi concretamente
essere vicini a persone appartenenti a un mondo completamente diverso dal nostro. Le nazioni
in cui avremo l’onore di essere
ospitati quest’anno, con realtà
completamente differenti l’una
dall’altra, sono: Bangladesh,
Colombia e RD Congo. Noi cinque - Alessandra, Andrea, Francesca, Sara & Sara - andremo in
Congo.
Perché partiamo?
Le motivazioni che ci spingono ad andare sono tante e variano per ogni persona. A volte non
sono proprio chiare e immediate
neanche a noi stessi. In tutti c’è
il desiderio di toccare con mano
ciò che in questi anni ci è stato
ANDREA & C.
sempre raccontato: incrociare lo
sguardo di chi racconta vite sicuramente diverse dalla nostra, e
pian piano arrivare a veri e propri confronti che saranno preziosi per la nostra crescita umana e
spirituale.
In venti giorni non sarà possibile contribuire ad aiutare concretamente persone molto meno
fortunate di noi, ma ciò che ci
preme dimostrare con tutto il
cuore è testimoniare che, in un
mondo fondato ormai sugli interessi e sull’assenza di valori, c’è
ancora la speranza e la voglia
di sentirsi tutti fratelli, di sostenere anche con la sola presenza
persone con situazioni difficili,
fermandosi semplicemente ad
ascoltare ciò che c’è da imparare
da gente con tradizioni e culture
differenti.
Abbiamo raccontato l’incontro
Un successo la festa dei popoli a Salerno
A
Salerno la “festa dei
popoli” sta diventando
una bella tradizione. È un modo simpatico e interessante per
conoscere tante culture, tutte in
un giorno. Ne abbiamo molte
qui a Salerno, come nel resto
dell’Italia: Marocco, Filippine,
Moldavia, Polonia, Romania,
Senegal, Sri Lanka, Cuba, India, Ucraina… Un immenso
atlante reso vivo da tante persone simpatiche, che incontriamo
ogni giorno nei nostri quartieri e
che ci danno il meglio della loro
cultura.
Alcune parole chiave
Il tema di quest’anno era,
“Dall’incontro al racconto”.
Domenica 23 maggio ci siamo
trasferiti in un mondo di fiabe,
in cui ogni cultura fa sognare. I
8
sogni sono diventati realtà attraverso storie, rappresentazioni,
stand colorati, senza dimenticare
la cucina.
Tutto è stato preparato con
tanti incontri, tanta pazienza
e tanta voglia di conoscersi e
ascoltarsi. È doveroso spiegare
però cosa s’intende con la frase,
“Dall’incontro al racconto”. Seguiteci con attenzione.
C’è racconto nella musica:
danze e canti comunicano gli
stati d’animo e i messaggi. Nei
giochi c’è comunicazione perché mettono in relazione e fanno
confronto. Nelle tradizioni religiose c’è conoscenza: il senso di
Dio è presente in tutte le culture. Nelle fiabe e nelle feste c’è
tradizione, perché si condivide
un passato che è vissuto ancora
oggi.
Uno dei tanti momenti dedicati alla danza, durante la “festa dei popoli”
che s’è tenuta il 23 maggio a Salerno
p. OLIVIERO FERRO, sx
Sfilata di colori,
musica e danze
La festa è cominciata con una
preghiera ecumenica, un vero
dialogo interreligioso. L’Ucraina
ha aperto le danze con una fiaba:
ci ha detto che insieme si possono vincere le difficoltà. La Polonia ci ha descritto l’origine della
capitale Varsavia e ci ha trasportato nelle loro terre. Le comunità
di Romania e Moldavia ci hanno
deliziato con un ballo “Hora”. Gli
amici dello Sri Lanka, dopo un
ballo tradizionale, ci hanno ricordato che sono intervenuti in tante
situazioni difficili qui a Salerno
per risolvere qualche problema.
Del Marocco, una new entry,
abbiamo apprezzato i dolci e
i vestiti tradizionali. Da Cuba
sono arrivati i ritmi sudamericani… E allora tutti a bailar.
Il Magreb ha messo in mostra i
suoi vestiti e oggetti colorati. Il
Senegal ci ha fatto muovere al
ritmo dei tamburi. Mentre la comunità delle Filippine ci ha fatto
danzare e sognare con i loro canti. Infine, l’Italia ci ha ricordato
che la storia di “S. Francesco e il
lupo” è sempre attuale.
Una cosa è leggere un libro di
geografia, un’altra è vederla, toccarla con le nostre mani. Ci siamo conosciuti, apprezzati e forse… ora ci vogliamo un po’ più
bene. Basta poco. Non possiamo
dimenticare chi ha lavorato duramente e con fantasia. Grazie per
il vostro impegno! Non aspettiamo il 2011: ogni giorno sia “festa
■
dei popoli”.
Ci sentiamo preparati!
Questa non è certo
un’esperienza da sottovalutare e necessita di un po’
di preparazione. Durante
questi mesi, guidati dai
saveriani, abbiamo partecipato a incontri mensili
nei quali abbiamo riflettuto sul senso della missione
e della sua importanza al
giorno d’oggi.
Sono stati incontri molto
utili: ci sono state esposte
le possibili difficoltà che
incontreremo nei paesi
a noi sconosciuti. Senza
cadere in allarmismi, ci è
stato presentato anche il
comportamento migliore
da assumere in tali circostanze.
E per la diversità della lingua come faremo? I
saveriani anche su questo
sono all’avanguardia. È
stato organizzato un corso
di lingua francese e di swahili in
modo da saper perlomeno comunicare in maniera essenziale con
le persone.
Un dono da condividere
Armati di questo semplice bagaglio, sospinti dalla curiosità di
affrontare questa nuova grande
emozione, aspettando trepidanti che giunga il mese di agosto,
siamo pronti per partire, ognuno
alla volta della propria meta.
Sentiamo il desiderio di lasciarci coinvolgere e travolgere
da tutto ciò che le missioni ci
offriranno, di guardare con i nostri occhi come i missionari sono
Alcuni dei giovani che in agosto vivranno
un’esperienza missionaria in Africa, Asia
e America latina
impegnati in queste realtà, e la
luce e la fede che c’è negli occhi
della gente, nonostante le sofferenze della vita. Il mondo non si
ferma al nostro paese, alla nostra
casa, alle nostre confortanti abitudini. È grande e vale la pena
conoscerlo, anche nei suoi aspetti più duri.
Ovviamente, la missione non è
solo intesa come partire per terre lontane, ma anche essere missionari nel piccolo mondo quotidiano. Dopo aver finalmente visto tutto ciò, avremo sicuramente voglia di testimoniarlo, perché
un dono diventa ancor più bello
se è condiviso.
■
ECHI DEL 50°
IL BORSELLINO DEL VESCOVO BUONO
In ricordo di mons. Cammarota, vescovo di Vallo della Lucania (da
un articolo di p. Eugenio Morazzoni, pubblicato su “Lucania Missionaria” del gennaio 1937).
…E le medicine, padre! - Ci penserà il Signore! Anche il vescovo però!”. E fece per prendere qualche cosa. Ma quale non fu il suo rincrescimento quando non riuscì a trovare niente, né nel cassetto, né nel
suo portafoglio! Era in procinto di partire e aveva già spedito tutto.
Non poco addolorato disse: “Padre, vorrei aiutare ancora, ma mi trovo ormai sprovvisto. Questi pochi centesimi”.
E in così dire consegnò al padre il suo borsellino e ordinò di vuotarlo. In verità c’era davvero poco: ma v’era anche molto, giacché v’era
tutto il cuore del vescovo buono. Di medicine non s’ebbe più bisogno, perché in giornata quasi tutti s’alzarono. Valeva forse più una
santa benedizione!
Ma l’episodio non termina qui. Dopo qualche giorno un signora invia da Policastro un vaglia di lire 200 “per incarico di una pia persona che si raccomanda alle preghiere dei
missionari”. A dir la verità, pensammo
che “la pia persona” non fosse altro che
la stessa signora già abituata a santamente mentire verso noi per mettere in
pratica il consiglio evangelico.
Ma quale non fu la sorpresa del rettore qualche settimana dopo, durante
i solenni funerali celebrati nella cattedrale di Policastro. Venne a sapere che
la “pia persona” era proprio Sua Eccellenza, il quale voleva riparare con l’aggiungere la somma generosa ai “pochi
centesimi” del borsellino.
Padre Agostino Clementini, saveriano
marchigiano, che da poco ci ha lasciato,
a Vallo della Lucania nel 1947-48
2010 LUGLIO/AGOSTO
22038 TAVERNERIO CO - Via Urago, 15
Tel. 031 426007 - Fax 031 360304
E-mail: [email protected]
C/c. postale 267229; Banca Raiffeisen, Chiasso C/c.p. 69-452-6
TAVERNERIO
Lettera a mamma Delfina
Sul fiume Mera il castagno longevo
Pubblichiamo la commovente
lettera che dal Bangladesh ha
inviato il figlio p. Luigi Paggi, e
che è stata letta durante il funerale della mamma, morta il 10
maggio 2010.
C
ara mamma Delfina, la notizia della vostra improvvisa partenza per il grande viaggio
è arrivata come un fulmine a ciel
sereno! Sapevo che ultimamente
il vostro stato di salute aveva subito un leggero deterioramento,
ma nessuno pensava che la vostra “ora” fosse così vicina.
Negli ultimi anni di vita, papà
Giuseppin parlava spesso della
sua “ora”. L’ultima volta che
lo salutai mi disse: “Vieni poi a
seppellirmi quando arriverà la
mia ora”. La sua ora è arrivata
e suo figlio a seppellirlo non
c’era... L’ora è arrivata anche per
voi e anche questa volta vostro
figlio non era presente a darvi
l’estremo saluto.
La salute “campestre”
Nelle quattro righe che avevo
mandato per il funerale di papà
Giuseppin, avevo paragonato la
sua vita al fiume Mera che scorre
davanti alla nostra casa ai Preorini. La vostra vita la paragonerei
invece a una di quelle piante forti
e robuste che ancora oggi possiamo trovare nei nostri boschi.
Inizialmente avevo pensato alla
quercia, ma poi mi è sembrato
che il castagno sia più adatto,
perché è una pianta longeva...
La vostra vita non è stata breve. Infatti, siete arrivata alla bella
età di 93 anni. Il castagno è una
pianta forte e robusta; così è stata
la vostra persona. Avete vissuto
la vostra vita tenacemente legata
alla terra: il grano turco da seminare, il fieno da tagliare, l’orto
p. LUIGI PAGGI, sx
da zappare, la vigna da potare, la
stalla da governare... Tutti questi
lavori li svolgevate sempre assieme al papà Giuseppin che seguivate dappertutto, sia nei campi
nel pian di Spagna che nella vigna e i boschi della Pizza.
Il segreto della vostra perfetta
salute lo si deve cercare proprio
nella vita “campestre”. L’aria
salubre della vigna, del bosco,
dell’erba, dei campi, hanno
contribuito a farvi diventare per
qualche mese la cittadina più anziana di Sorico.
Quei frutti senza tempo
Il castagno produce frutti in
grande quantità. Tutti coloro che
sono riuniti attorno a voi avranno
notato i frutti che la vostra lunga
vita ha maturato. In particolare, i
frutti della sobrietà e dell’austerità, che oggi sono poco apprezzati, ma sono virtù che hanno
Lutto nelle nostre famiglie
Quando una persona cara ci lascia
di poco tempo
N eltrevolgere
“donne missionarie”,
famigliari di tre saveriani, hanno raggiunto la casa del Padre:
la signora Maria, sorella di p.
Alfredo Spigarolo; la signora Delfina, mamma di p. Luigi
Paggi; la signorina Antonia, consacrata nell’Opera della Regalità
dell’università Cattolica, sorella
di p. Gabriele Ferrari.
I primi due saveriani erano
assenti ai funerali, essendo impegnati in terra di missione: il
primo in Messico e il secondo
in Bangladesh. Questa assenza
può essere considerata da alcuni come un atto eroico, da altri
come mancanza di sensibilità.
Più semplicemente, per noi missionari si tratta di sacrifici che
fanno parte della nostra vocazione. La comunità saveriana
ha partecipato alle esequie, sentendosi vicina con la preghiera e
8
Maria Spigarolo, 83 anni, di
origine padovana, deceduta
a Parabiago, Milano
l’affetto. Infatti, ognuno di noi
sente come proprie la mamma o
la sorella degli altri confratelli.
Maria: tutta casa e chiesa
Maria Spigarolo ci ha lasciato
il 16 aprile 2010, all’età di 83 anni. Gli Spigarolo sono originari di
Cittadella (Padova), ma la famiglia di Maria risiede da 40 anni a
Ravellodi di Parabiago (Milano).
Ha sempre lavorato, dedicandosi
all’educazione dei figli e nipoti.
Era tutta “casa e chiesa”.
Il 17 marzo 1996, le quattro sorelle Spigarolo, insieme
a padre Alfredo, erano a Roma
per partecipare alla gioia della
famiglia saveriana in occasione
della beatificazione del fondatore mons. Guido Conforti. È stata
davvero una festa famigliare, intensa di gioia e di fede.
Colpita da Alzheimer, negli
ultimi sette anni la signora Maria ha sofferto molto, offrendo il
suo dolore per la famiglia e per
i missionari. Delle quattro sorelle Spigarolo, ora vive solo la
signora Adelina, che passa il suo
tempo tra la famiglia naturale e
la famiglia saveriana, estesa fino
al Messico, dove padre Alfredo
lavora dal 1964.
Antonia: laica consacrata
Così si è espresso p. Gabriele
Ferrari, al termine della Messa
di commiato alla sorella Antonia, 73 anni, nella chiesa di San
Marco a Rovereto. “Antonia era
a cura di p. FRANCO BERTAZZA, sx
una donna ricca di qualità umane
e di sentimenti, una cristiana coraggiosa che si era consacrata a
Dio fin dalla sua prima età adulta,
una donna non di mezze misure.
Aveva messo le sorti della sua
vita nella mani di Dio e da lui si
lasciava guidare nella fede e nella
speranza. Aveva certo anche qualche difetto di cui non si vantava,
ma che riconosceva e che forse
un po’ coltivava… e per questo
volentieri la riconosciamo nostra
sorella e compagna di viaggio.
Il Signore l’ha provata nella
vita. Ma lei è riuscita a tenere la
lampada accesa fino alla fine. E
nella notte, il 5 giugno scorso, è
scoccata l’ora dell’incontro con
Dio. Antonia era pronta ed è entrata nella festa della comunione
eterna, dopo questi lunghi mesi di
sofferenza e di umiliazione. Ringraziamo Dio per averci dato Antonia; ringraziamo anche tutti voi,
che l’avete amata e assistita”. ■
Antonia
Ferrari, laica
consacrata
di Rovereto
I saveriani di Tavernerio, e non solo, al funerale di mamma Delfina
hanno rappresentato idealmente il figlio p. Luigi Paggi, missionario in Bangladesh
un valore inestimabile. Se vivo
felice da ormai 35 anni tra gente
che non ha niente, è perché voi
- papà Giuseppin e mamma Delfina - mi avete insegnato questi
valori fin dalla culla...
E poi ci sono laboriosità e operosità. Non ho mai visto mamma
Delfina con le mani in mano. Anche negli ultimi anni della vostra
vita, quando ormai non eravate
più in grado di andare nell’orto,
in casa sferruzzavate all’uncinetto
e, in occasione delle feste di San
Miro e dell’Immacolata o di San
Biagio, i vostri cuscini all’incanto
dei canestri andavano a ruba!
Nessuno con cui far pace
Il castagno del bosco ha poi
altre belle caratteristiche. Quando fa caldo, sotto l’ombra dei
suoi rami frondosi ci si sta bene,
e d’inverno un pezzo di legno di
castagno nel caminetto riscalda
gli animi oltre che i corpi. Così
eravate voi nei rapporti con le
persone; comunicavate freschezza e calore umano. Negli altri
vedevate sempre i loro aspetti
positivi. E non mi pare di avere
mai sentito che eravate in collera o in inimicizia con qualcuno.
Non dovevate mai fare pace con
nessuno. Forse per questo il Padrone della vita vi ha preso con
Mamma Delfina Rossi Paggi,
93 anni, di Sorico (Como)
sé così in fretta!
A quest’ora avrete ormai incontrato i vostri antenati e coetanei Sgarlin: dal nonno Cristoforo ai cugini Domenico, Erminia,
Saule, dalle tre zie del Vallate
alle vostre quattro sorelle.
Con la vostra scomparsa la
nostra famiglia sperimenta il suo
secondo lutto. Come ci è mancato molto papà Giuseppin, così
ci mancherà molto anche mamma Delfina. Ma siamo sicuri che
adesso abbiamo due angeli custodi che dal cielo continueranno a guidarci e a proteggerci. ■
(continua nel riquadro)
“ma il signore capisce!”
p. LUIGI PAGGI, sx
La signora Anna Maria Copes, mandandomi le sue condoglianze
via telefono, mi ha detto queste testuali parole: “Tua mamma è morta senza soffrire minimamente. Il Signore l’ha premiata per le sue costanti preghiere”. Il frutto della fede in Dio, una fede di quelle semplici ma profonde, che si nutrono di preghiera continua e assidua.
Cara mamma Delfina, quante volte vi ho visto leggere un libretto
dalla copertina nera e dalle pagine ormai sgualcite… Era il libro per
l’ufficio dei defunti che si usava ai tempi della vostra gioventù. Nel
libro c’erano i salmi in latino. Una volta vi chiesi: “Ma capite quello che leggete?”. La vostra risposta fu: “Io non capisco, ma il Signore capisce!”.
La lettura di quel libretto dalla copertina nera divenne vostro pane
quotidiano specialmente dopo la morte del papà Giuseppin: lo leggevate al mattino, al pomeriggio e alla sera. E con il libretto dalla copertina nera pregavate e per i morti e per i vivi! Pregavate per le vostre
figlie e le loro famiglie, per i vostri nipoti e pronipoti, di cui avevate le
fotografie sul muro della cucina e di cui sapevate i nomi a memoria.
E chiaramente pregavate per me. Pregavate la Madonna di Gallivaggio e San Miro perché potessi godere di buona salute e potessi
svolgere degnamente il lavoro che il Padrone della messe mi ha affidato in questi villaggi sperduti tra le paludi del Gange, tra queste pecore sperdute senza Pastore!
Il libretto dalla copertina nera ormai non vi serve più! Mamma Delfina, riposate in pace!
Dal lontano Bangladesh, vostro figlio Luigi
2010 LUGLIO/AGOSTO
VICENZA
36100 VICENZA VI - Viale Trento, 119
Tel. 0444 288399 - Fax 0444 288376
E-mail: [email protected] - C/c. postale 13616362
Missionario fin dalla culla
Mai sentito parlare di tal “padre Foresta”?
P
adre Giuseppe Lorenzato è
nato a Madonna delle Grazie - Costabissara il 6 febbraio
1933. Secondo di 12 figli, fin da
piccolo ha sempre manifestato
il desiderio di diventare missionario. A Madonna delle Grazie
c’è appunto la famosa chiesetta,
meta di pellegrinaggio di molti
missionari dell’istituto saveriano
di Vicenza. Lì per la prima volta
conobbe i saveriani.
“Nella, metti sì!”
Un giorno durante il catechismo, la maestra ha presentato
una letterina inviata dai saveriani di Vicenza, per far conoscere
un po’ i missionari ai bambini
delle parrocchie. C’erano dieci
domande a cui rispondere e una
di queste era: “Cosa vuoi fare da
grande? Il professore, il medico,
l’artista, il contadino, il musicista, il missionario...”. Questa
domanda colpisce molto il pic-
colo Giuseppe e la sua risposta è
pronta e decisa: “Voglio diventare missionario!”. Siccome non
sapeva ancora scrivere, Giuseppe
dice alla sorella maggiore seduta
accanto: “Nella, metti «sì»”.
Terminate le scuole elementari nel 1945, chiede di entrare
nell’istituto. Ma non viene accolto perché non aveva fatto
l’esame di ammissione alle medie; a causa della guerra poche
scuole avevano potuto farlo.
L’anno successivo ai primi di
marzo entra presso i “paolini”
di Sacile per la 1ª ginnasio. Finalmente, nell’estate del 1947, si
presenta all’istituto dei saveriani
con mamma Maria e chiede nuovamente di poter entrare. Questa
volta la risposta è affermativa.
L’approdo in Sierra Leone
A Vicenza frequenta 2ª e 3ª
ginnasio, a Zelarino la 4ª e la 5ª,
per poi proseguire con il novizia-
Padre Giuseppe Lorenzato a Kamanca,
in Sierra leone, con i bambini del villaggio
BARBARA PERIN
to a San Pietro in Vincoli (Ravenna). Per gli studi filosofici viene
mandato a Desio e nel 1958 va
a Parma per studiare teologia. Il
28 ottobre del 1962 è ordinato
sacerdote e il suo sogno diventa
realtà: finalmente è missionario.
Per due anni lavora in Italia, prima a Udine poi nel noviziato di
Nizza Monferrato (Asti), come
animatore missionario.
Finalmente nel maggio 1965
arriva la destinazione per la Sierra Leone. Così, un altro sogno si
avvera: infatti, fin da studente,
p. Giuseppe voleva fare il missionario... in foresta. Proprio per
questo lo avevano soprannominato “padre Foresta”.
Va in Scozia per tre mesi per imparare un po’ d’inglese e a settembre parte per l’Africa. Al suo arrivo
in missione la cosa che lo impressiona di più è proprio la foresta:
incantevole e fantastica, come lui
l’aveva sempre immaginata.
Formare i giovani a Belém
Un’altra tappa di vita missionaria
C
ari amici e amiche, prima
di tutto grazie per il sostegno che continuamente date
a tutti i missionari nell’arduo
compito dell’evangelizzazione,
che Cristo ha affidato alla chiesa. Siamo tutti parte di questo
grande Corpo, che è la Chiesa:
in modi diversi siamo chiamati
a far conoscere il grande amore
che Dio ha verso tutti.
Tanti testimoni della fede
Fino a poco tempo fa mi trovavo nella grande parrocchia
di Acarà nel nord del Brasile,
composta da circa 80 comunità
cristiane sparpagliate in un’area
territoriale con più di quattromila chilometri quadrati. Posso
dire con tutta sincerità che questi
primi nove anni di missione in
8
p. VALTER PARISE, sx
Amazzonia hanno segnato profondamente la mia vita spirituale
e religiosa con i saveriani.
Mi sono accorto ancora più
profondamente che l’amore di
Dio ci sostiene, ci guida e ci precede sempre nel nostro ministero
sacerdotale e missionario. Questo
suo amore si fa visibile, concreto
ed efficace attraverso l’azione di
tante persone generose che ogni
giorno offrono il proprio contributo affinché si realizzi il sogno
di Dio: “fare del mondo una sola
famiglia cristiana”.
Spesso mi vengono in mente i
ragazzi, i giovani, gli adulti e gli
anziani che ho avuto la grazia di
conoscere e che nella loro vita,
pur tra tante sofferenze e difficoltà, vivono il vangelo e danno una grande testimonianza di
Padre Valter Parise, vicentino di Sandrigo, tra le sorelle Emanuela e Mirka,
anch’esse animatrici missionarie
fede. Prego il Signore affinché,
nella sua infinità misericordia,
continui ad accompagnarli e a
custodirli.
Come un fratello maggiore
Ora inizierò un’altra tappa
della mia vita missionaria. Mi
è stato chiesto di dedicarmi alla
formazione dei giovani brasiliani aspiranti alla vita missionaria
a Belém. Per prepararmi, ho partecipato a un breve corso per formatori e animatori vocazionali a
Roma, all’università Salesiana.
Sappiamo che la formazione è
un servizio offerto a quei giovani che scoprono su di loro un
disegno che viene dall’alto.
Considero il formatore come
un fratello maggiore, che condivide con i giovani un tratto
di strada e di vita, perché questi possano meglio conoscere se
stessi e il dono di Dio, e decidano di rispondervi in libertà e con
senso di responsabilità.
Di fronte a un compito così arduo e pensando alla mia debolezza, sento la necessità di chiedere a Dio che mi aiuti a vivere questa nuova tappa della mia
vita con spirito di viva fede e di
servizio, confidando sempre nel
suo aiuto. Ricordatemi nella preghiera, affinché io possa stare al
fianco di questi giovani in ricerca vocazionale e contribuire alla
loro formazione missionaria in
modo adeguato ed efficace. ■
Due ananas e un treno
Per ambientarsi un po’ il primo periodo p. Giuseppe rimane
a Makeni come aiutante del parroco della cattedrale; poi va a
Lunsar, cittadina mineraria, per
aiutare nell’attività scolastica.
Finalmente come lui desiderava,
viene destinato a Yele, una parrocchia in mezzo alla foresta.
Padre Giuseppe vive con la
gente che si distingue per cordialità, ospitalità e rispetto verso
i missionari, sempre pronti a servirli in qualsiasi momento. Ecco
un esempio.
Un giorno “padre Foresta” parte
con l’aiutante Agostino per la visita alle scuole di un villaggio lontano. Percorrono circa 30 miglia con
il camioncino, ma le ultime sette
miglia devono farle a piedi, lungo
un sentiero a fianco delle rotaie
dell’unica ferrovia in Sierra Leone. Arrivano stremati e il capovillaggio subito offre loro due grandi
ananas per rifocillarsi un po’.
Padre Giuseppe fa la sua visita alla scuola, saluta i maestri,
interroga gli studenti sul catechismo e guarda i registri. Al ritorno, sentono arrivare un treno
(ne passava uno ogni due mesi!).
Vedendoli, il macchinista ferma
il treno e li fa salire. Padre Giuseppe si commuove per questo
gesto; non si sarebbe mai aspettato che il treno si fermasse apposta per farli salire.
■
(continua nel riquadro)
CON IL CUORE IN SIERRA LEONE
B. PERIN
Nel 1998 p. Giuseppe torna in Italia per cure mediche e lavora per
alcuni anni come animatore missionario ad Ancona, a Reggio Calabria
e a Cagliari, in Sardegna.
Finalmente nel 2007 riparte per la Sierra Leone, ma a causa della
sua salute cagionevole vi può rimanere poco più di un anno. Trascorre
qualche tempo nella casa madre dei saveriani a Parma per curarsi.
Poi viene di nuovo nella comunità di Vicenza, dove tuttora risiede.
Qui si presta volentieri per qualsiasi lavoro: aiuta l’economo e gli altri
saveriani della casa, va a prestare servizio nelle parrocchie, soprattutto a Costabissara, suo paese d’origine, dove è molto “richiesto” e
stimato.
I suoi compaesani lo considerano “il missionario della Sierra Leone”.
Infatti, fin dall’inizio della
sua missione lo hanno sempre aiutato e sostenuto,
anche economicamente,
per realizzare progetti in
missione. Uno degli ultimi
è stata la costruzione di
una chiesetta dedicata alla
Madonna “Nostra Signora,
Stella dell’evangelizzazione”, nel villaggio di Maburé, vicino a Makeni.
Anche se fisicamente è
qui a Vicenza, p. Giuseppe
ha il cuore ancora... in foresta. Con l’aiuto di amici benefattori, sta realizzando la
costruzione di una scuola
elementare per i suoi bambini sierraleonesi.
Un bel primo piano di “padre
Foresta”, alias p. Giuseppe Lorenzato, che attualmente vive nella
comunità saveriana di Vicenza
2010 LUGLIO/AGOSTO
ZELARINO
30174 ZELARINO VE - Via Visinoni, 16
Tel. 041 907261 - Fax 041 5460410
E-mail: [email protected] - C/c. postale 228304
Una gran bella festa all’aperto
Solidarietà e divertimento non hanno età
C
os’è stata la festa all’aperto per le missioni? Per i
bambini, nuove scoperte e nuove emozioni; per i genitori, un
aggiornamento vicendevole e
informale sulla crescita in età,
sapienza e grazia dei propri figli; per i nonni, la possibilità di
ammirare con gioia la nuova primavera. E per i volontari? Dalle
8 alle 22, ben quattordici ore di
servizio generoso e gratuito, con
tanti meriti… per il paradiso e
con il “grazie!” nostro e di tutti.
Tutto questo e ancora di più è
stata la festa all’aperto per le missioni, organizzata dai saveriani di
Zelarino domenica 16 maggio.
Animali e animazione
Chi ha faticato molto sono stati i cavalli, al piccolo trotto, che
hanno trainato le carrozze cariche di bambini divertiti, assieme
a qualche adulto. I più gettonati
e ammirati sono stati gli animali:
i pony, un asinello, le ochette, i
pulcini, i coniglietti e gli anatroccoli, disturbati e guardati con
meraviglia da tanti bambini che
li vedevano, forse, per la prima
volta! Beh, in compenso, almeno
per un giorno hanno avuto cibo
e acqua in abbondanza e anche
qualche affettuosa carezza.
Le missioni erano ben rappresentate da vari poster esposti
alle finestre della casa e dalle
numerose bandiere di nazioni
diverse che sventolavano nei locali dove si è svolta la festa. Le
sante Messe in parrocchia sono
state animate dai saveriani, che
hanno raccontato l’esperienza
di missione non come un fatto
personale, ma come manifestazione dell’azione di Dio, che
vuole tutti salvi. È questa azione del Signore che, attraverso i
protagonisti della missione, ci
fa capire quanto anche noi abbiamo bisogno di migliorare la
nostra pratica cristiana.
Feste nella festa
Al pranzo in gran forma erano
presenti tanti amici di Zelarino e
dintorni. Alcuni sono arrivati apposta anche da una distanza di 40
chilometri. Tutti hanno gustato i
cibi e il buon vino, hanno partecipato a una ricca tombola amiche-
p. FRANCO LIZZIT, sx
vole e hanno preso dal mercatino
oggetti e regali, lasciando un’offerta volontaria per le missioni.
Tra i presenti c’erano anche i
signori Gamba Camillo e Clara,
una coppia che aveva festeggiato il giorno prima le nozze d’oro
nella nostra cappella: battimani
e foto d’obbligo. A quel punto si
sono fatti avanti altri due sposini,
i coniugi Niero Bruno e Luigina
con figli, nipoti e pronipote: loro
festeggiavano 64 anni di fedeltà,
tutti ancora freschi, con la promessa di essere fedeli ancora per
tanto tempo.
La cena è stata meno formale,
ma molto famigliare. Vi hanno
partecipato anche don Daniele,
parroco di Zelarino, tanti membri del consiglio parrocchiale e
altri amici che non erano potuti
venire per il pranzo.
A tutti quanti, visitatori, ospiti e volontari abbiamo donato un
segnalibro con le finalità della
giornata: “costruire persone” in
Sierra Leone, Camerun e Ciad.
Grazie per la partecipazione e la
collaborazione, e arrivederci alla
■
prossima edizione!
La missione in clausura
Una testimonianza interessante
Q
uale apporto danno le
suore di clausura alla missione? Ce ne ha parlato madre
Damiana, delle suore clarisse
cappuccine, superiora del monastero San Giuseppe a Mestre.
Via telefono, abbiamo ascoltato
la sua testimonianza missionaria
giovedì 20 maggio, nell’incontro
di preghiera per le vocazioni.
8
Le clarisse cappuccine
“È proprio lo Spirito Santo
che scende sugli apostoli e sulla chiesa ad aprirla al mondo
intero”, ha esordito la monaca.
“Lo Spirito anzitutto opera la
nostra conversione e ci mette in
un rapporto intimo e personale
con Gesù. La missione comincia
proprio da noi, spingendoci alla
preghiera e al sacrificio, perché
Gesù sia conosciuto e amato anche dagli altri. Questo è avvenuto per santa Teresa del Bambin
Gesù, ma anche per santa Chiara
e san Francesco d’Assisi”.
Madre Damiana ha poi parlato
delle clarisse cappuccine, fondate nel 1535 da Maria Lorenza
Longo (Catalogna 1463 - Napoli
1549). La nobildonna spagnola
seguì il marito a Napoli a servizio nella corte di Ferdinando
II. Rimasta vedova e inferma,
si recò a Loreto e ottenne dalla
Madonna il miracolo della guarigione. Tornata a Napoli, vi fondò l’ospedale degli incurabili.
Nel 1535, seguendo il consiglio
di san Gaetano da Thiene, fondò
l’ordine delle clarisse cappuccine, che ebbe grande diffusione
in Italia e all’estero.
Unite a tutti i missionari
“Da giovane - ha spiegato madre Damiana - ero impiegata in
un ufficio di pratiche per patenti
e facevo parte dell’Azione cattolica, collaborando alle attività
missionarie. Nel 1976 il mio di-
La chiesa del monastero
delle clarisse cappuccine di Mestre
a cura di p. FRANCO LIZZIT, sx
rettore spirituale mi consigliò di
passare una settimana di preghiera in questo monastero, costruito
nel 1960, da dove alcune monache stavano partendo per aprire
una nuova comunità in Brasile.
Quando nel ’78 vi tornai per fare
il noviziato, le monache erano
già partite e io rimasi missionaria
da questo luogo per tutta la vita.
Il nostro legame con le missioni si basa sulla preghiera, ma
abbiamo anche stretti legami
con altre fondazioni in America
latina e Africa. Il nostro ordine
sta aprendo nuovi monasteri
in nazioni dove i cattolici sono
una piccola minoranza, spesso
perseguitata, con consorelle di
diversa nazionalità. Noi, da questo monastero di Mestre, siamo
vicine ai saveriani, che hanno
studiato a Zelarino: ci sentiamo
per telefono e ne aspettiamo la
visita. Prossimamente verrà p.
Faustino Turco, missionario in
Congo; siamo ansiose di vederlo
e ascoltarlo.
Ci sentiamo unite anche a voi
in questa preghiera per le vocazioni e le missioni. Per intercessione della Madonna, Gesù possa regnare nel nostro cuore e
nel cuore di tutte le persone del
■
mondo”.
Scene da un 50° di matrimonio: Gamba Camillo e Clara hanno festeggiato
l’anniversario anche durante la festa per le missioni…
…mentre Niero Bruno e Luigina con tutta la famiglia ne hanno festeggiati 64!
19 settembre: festa dei famigliari
Domenica 19 settembre si terrà il tradizionale incontro con i
famigliari e i benefattori dei missionari. Ci sarà con noi p. Luigi
Menegazzo, vicario generale dei saveriani.
Il programma prevede l’accoglienza alle 10, la conversazione
sulle missioni di p. Menegazzo, l’Eucaristia e il pranzo.
Segnate subito questa data sul vostro calendario. Vi aspettiamo numerosi! Vi preghiamo di segnalare la vostra adesione entro il 15 settembre, al numero 041 907261
UNA LAPIDE MISSIONARIA
p. FRANCO LIZZIT, sx
Il 22 agosto 1960, festa del Cuore Immacolato di Maria, il vescovo saveriano mons. Assuero Bassi consacrava la chiesa dei missionari saveriani costruita con le offerte di tanti benefattori e in particolare di Antonio Bertoli, allora medico condotto di Zelarino, e la sua signora Carolina Crepet.
Nell’ultimo decennio le strutture, eccetto una piccola parte, sono passate alla diocesi di Venezia, che ha diviso la chiesa in due piani, ricavando l’auditorium nella parte inferiore e la chiesa in quella superiore.
La lapide che ricorda la consacrazione avvenuta 50 anni fa è stata
ora collocata nella nuova chiesa. Resterà a ricordo del vescovo saveriano consacrante, dei benefattori, di centinaia di giovani che qui si sono
formati alla vita missionaria. Tra tutti ricordiamo p. Ottorino Maule,
martire in Burundi. La lapide diventi ispirazione a quanti, pregando
in questo luogo, faranno proprie le ultime parole di Gesù: “Andate in
tutto il mondo e predicate il mio vangelo a ogni creatura”.
Una santa Messa per i benefattori è stata celebrata in giugno con
la partecipazione dei nipoti Bertoli - Crepet e alcuni degli operai che
hanno costruito l’edificio.
La lapide collocata
per ricordare
la consacrazione
della chiesa dei
saveriani a Zelarino,
avvenuta 50 anni fa
“Al Cuore Immacolato di Maria, nel mistico preludio del suo
profetato trionfo, S.E. Assuero T.
Bassi , vescovo di Loyang - Cina
-, della ferocissima persecuzione
comunista perseguitato ed esiliato testimone in trepidazione di
apostoliche speranze, questo sacro tempio eretto per la generosa
oblazione di Antonio e Carolina
Bertoli - Crepet, oggi 22.8.1960
solennemente consacrava.
La quotidiana ardente preghiera dei giovani apostoli,
implorante qui la salvezza del
mondo infedele, salga in benedizione perenne per i fondatori
del tempio e per tutti i benefattori dell’istituto”.
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