S T O R I C A
DONATELLA TURTURA
GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
DOSSIERMETES
M E M O R I A
2007
4
DONATELLA TURTURA
GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
a cura di ANTONELLA DE MARCO
prefazione di FRANCO CHIRIACO
N O TA D E L L A C U R AT R I C E
La documentazione originale qui raccolta appartiene all’Archivio storico della Flai Cgil Nazionale, intitolato a “Donatella Turtura”.
Trattandosi spesso di interventi orali successivamente trascritti i testi hanno subito revisioni formali,
mai contenutistiche, al fine di renderli fruibili al lettore.
Grazie a Carmen, Catia, Emanuela, Kimberley, Laura, Luana, Marina, Valentina per le trascrizioni
dagli originali.
Grazie a Patrizia e Franco per le indicazioni ed i suggerimenti.
EDIZIONE FONDAZIONE METES.TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI.
FINITO DI STAMPARE NEL MESE DI SETTEMBRE 2007 PRESSO OKPRINT, ROMA.
PROGETTO GRAFICO STUDIO ROVIGLIONI, ROMA.
INDICE
PREFAZIONE
I
INTRODUZIONE
11
GLI SCRITTI
27
»“INFLUENZE DELLA LEGISLAZIONE SPECIFICA DEL LAVORO
FEMMINILE SULL’OCCUPAZIONE DELLE DONNE
IN RELAZIONE AI COSTI DIRETTI ED INDIRETTI
E A SITUAZIONI DI ALTRA NATURA”
(Relazione alla II Sottocommissione della Conferenza
governativa sull’occupazione femminile,
15 dicembre 1967)
II
31
45
X
63
XI
»“VALUTAZIONE DELLE LOTTE E DEI RISULTATI CONSEGUITI
»“VERIFICA POLITICA E INTENSIFICAZIONE DELLE LOTTE PER
»“LA LOTTA AL POSTO DELLA RASSEGNAZIONE”
»“L’AGRICOLTURA AL CENTRO DEL PROCESSO
XII
173
»“COME I BRACCIANTI POSSONO EVITARE UN
PERICOLOSO VUOTO CONTRATTUALE”
(l’Unità, 6 marzo 1979)
XV
(Lotte agrarie. Mensile della Federazione Nazionale
Braccianti Salariati Coloni Impiegati e Tecnici agricoli,
anno XII, n° 2, febbraio 1976)
123
167
»“BILANCIO E PROSPETTIVE DELLA LOTTA”*
(Conclusioni al Comitato Centrale Federbraccianti,
25 gennaio 1979)
XIV
161
»“PER LO SVILUPPO DELLA COOPERAZIONE
INTERNAZIONALE IN AGRICOLTURA”*
(Intervento alla riunione dell’UISTAFP,
Mosca 1 giungo 1978)
XIII
157
»“POLITICA DI PIANO E RICONVERSIONE INDUSTRIALE”*
(Introduzione alla Conferenza stampa di
Federbraccianti, Fisba, Uisba, 23 novembre 1977)
»“CAMPAGNA NAZIONALE PER I PIANI COLTURALI”
LA VERTENZA SUL PATTO, LA PREVIDENZA E LO SVILUPPO”
(Relazione al Comitato Centrale Federbraccianti,
27-28 maggio 1974)
107
VII
»“IL RAPPORTO CON LE FORZE SOCIALI GIOVANILI
DI RIPRESA ECONOMICA”*
(Intervento al Congresso della Federazione
dei lavoratori agricoli della Germania Federale,
autunno 1977)
(Lotte agrarie. Mensile della Federazione Nazionale
Braccianti Salariati Coloni Impiegati e Tecnici agricoli,
anno VII, n° 11, novembre 1972)
101
VI
IX
125
E CONTADINE CON LE ISTITUZIONI PER UNA POLITICA
DI INVESTIMENTI E DI PROGRAMMAZIONE”
(Intervento al X Congresso Nazionale Federbraccianti,
5-8 maggio 1977)
147
E ULTERIORE SVILUPPO DELL’INIZIATIVA RIVENDICATIVA
NEL CONTESTO DEL PROCESSO PER L’UNITÀ SINDACALE”
(Relazione al Comitato Centrale Federbraccianti,
7-8 ottobre 1971)
81
V
»“PROBLEMI E PROPOSTE DELLE LOTTE BRACCIANTILI
PER IL PIENO USO DELLE RISORSE E LO SVILUPPO
AGRO-INDUSTRIALE”
(Relazione al Convegno nazionale omonimo,
26-27 marzo 1976)
»“LO SVILUPPO DELL’INIZIATIVA SINDACALE
PER LA GESTIONE E I RINNOVI CONTRATTUALI,
PER IL COLLOCAMENTO E PER L’OCCUPAZIONE”
(Relazione al Comitato Centrale Federbraccianti,
15-16 giungo 1970)
IV
VIII
»“PREDISPORRE LA CATEGORIA AD UNA GRANDE
BATTAGLIA NAZIONALE PER IL RINNOVO DEI PATTI”
(Relazione al Comitato Centrale Federbraccianti,
14-15 febbraio 1968)
III
7
185
»“CONDIZIONE DI LAVORO E OCCUPAZIONE
IN AGRICOLTURA NELLE REGIONI
DELL’ITALIA CENTRALE”
(Intervento al Convegno omonimo, 13 luglio 1979)
SIGLARIO
189
203
* Il titolo è stato dato dalla curatrice, in assenza di un titolo nel
testo originale.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
5
PREFAZIONE
Oggi, più che mai, il ricordo e la riflessione critica dell’esperienza sindacale di Donatella Turtura, dirigente sindacale della Federbraccianti-Cgil (1967-1980) sono più che appropriate in relazione all’attuale tempo sindacale. La raccolta di materiale storiografico e documentale nonché il saggio introduttivo della dott.ssa A. De Marco – curatrice dell’opera su incarico della Fondazione Metes – rappresentano, indubbiamente, una ricostruzione storica della categoria per la comprensione di una stagione sindacale singolare (il ruolo della filiera agro-industriale, la contrattazione collettiva, il valore
lavoro). Una comprensione non solo memoriale, ma essenziale per l’attività sindacale dei nostri giorni. La particolarità di questa opera risiede nell’indagine storica di una fase sindacale lunga più di un
decennio attraversata dall’esperienza di una donna a capo di una grande categoria della Cgil come
quella dei braccianti. In altre parole, la qualità della ricerca consiste nella narrazione della formazione del pensiero e della cultura di una donna dirigente di una federazione composta, in prevalenza, da lavoratrici delle campagne italiane, nelle vicende politiche e sindacali tra le più complesse della
nostra storia sociale. La descrizione storica, organicamente organizzata nel libro, autorizza la comprensione di espressioni di vita, valori, impegni, sentimenti e ogni altra manifestazione umana e storica del passato recuperando, nella sua storicità, quel femminile che, oggi ancor di più, incarna maggiormente di altre identità, sia quella politica (la classe operaia, i lavoratori) sia di quella di
genere (il maschile) - il tema dell’uguaglianza e la questione della libertà nel lavoro.
Questi due temi, l’uguaglianza e la libertà, reclamano una inedita rappresentanza sindacale nelle
forme d’ingresso al lavoro e nelle caratteristiche di utilizzazione dei lavoratori, e si presentano come
le questioni di fondo nell’attuale trasformazione dell’economia del lavoro. Difatti, l’impatto irreversibile delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni rende indispensabili saperi, conoscenze e
continui aggiornamenti professionali e culturali, tanto che, in loro assenza, l’emarginazione e la discriminazione possono diventare conseguenza inevitabile. Una società tecnologicamente avanzata e
razionale non assicura, infatti, di per sé l’esclusione dalle involuzioni arroganti dei processi decisionali e dalla discriminazione nella crescita e nella partecipazione culturale. Questa sottile e concreta discriminazione da parte della cosiddetta società del rischio colpisce in primis, ancora una volta, il genere femminile. E’ in questo senso che la storicità del femminile riunisce i fondamenti generali per la
costruzione di una lotta contro la precarietà - intesa come insicurezza, discriminazione e come un principio della revocabilità dal lavoro e dal reddito – secondo i valori della uguaglianza e della libertà.
D. Turtura interpretava, come ci ricorda la dott.ssa A. De Marco nella introduzione all’opera, il femminismo come un “moto democratico borghese interessante”. Questa posizione fu ricordata proprio
in memoria della sua autorevolezza di dirigente sindacale nel penultimo congresso della Cgil (Rimini,
2002), dove le furono riconosciuti l’insegnamento e le qualità della sindacalista ma nel contempo,
venne rimarcata la sua lontananza dalla “cultura e la pratica femminista”. Indubbiamente D. Turtura
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
7
temeva l’ostilità e l’antagonismo con gli uomini come precondizione di un indebolimento della lotta
sindacale, ammetteva il movimento democratico delle femministe ma lo considerava distante (cioè
borghese) dall’universo femminile che, in qualità di dirigente della Federbraccianti, rappresentava.
Certamente per quel tempo era una posizione insolita e molto coraggiosa (anche P.P. Pasolini considerò il movimento degli studenti come borghese). La sua attenzione di sicuro verteva sulle influenze
positive e progressive per la crescita della consapevolezza femminile, ma le ragioni del femminismo
mal si adattavano alle condizioni di fortissime discriminazioni e di sfruttamento fisico e morale nei
luoghi di lavoro delle mondine, delle tabacchine, delle braccianti e di tutte le donne occupate nelle
campagne. La sua formazione marxista gli permetteva di cogliere le novità, che dalla società civile
pervenivano, ma di non separarle dalle condizioni materiali di lavoro e di vita delle persone.
Questo atteggiamento interpretativo della realtà – in presenza di suggestioni quanto generiche e inadatte, che puntano a sciogliere ogni contraddizione e disuguaglianza nei processi lavorativi in nome
di una astratta modernità e di una uguaglianza asfittica nella unità delle persone come consumatori
– risulta attualmente sempre più indispensabile, in quanto ancora oggi le ore giornaliere di lavoro,
per molti braccianti stagionali, superano abbondantemente le regole contrattuali e il lavoro nero è
sempre più appannaggio del caporale, signore e padrone del tempo e del destino delle persone. S.
Weil dopo l’esperienza drammatica di operaia come lavoratrice alle presse e alla fresa di una azienda automobilistica scrive: “La schiavitù mi ha fatto perdere il sentimento di avere dei diritti. Mi sembrano un favore in cui non ho da sopportare nulla quanto a brutalità umana”. Il giudizio di S. Weil
non riguardava il lavoro in sé ma il lavoro che può essere tempo perduto per la vita. E si perde tempo
per la vita quando il lavoro è ripetitivo, quando è sottomissione al caporeparto, al caporale, al padrone, quando si avverte la solitudine pur in mezzo agli altri e quando il lavoro è una schiavitù. Il riscatto sociale della lavoratrice si pone, dunque, come base del valore della persona e come base di senso
della sua esistenza.
Su questo punto gli scritti e gli interventi di D. Turtura rappresentano un riferimento essenziale. La
sua attenzione alla disparità salariale, alla discriminazione professionale storicamente esistenti fra
lavoro femminile e lavoro maschile così come i diritti della donna nella struttura della società (il diritto alla maternità, il problema degli asili nido..) ci indicano, oggi, un linea rivendicativa il cui senso si
colloca nella lotta alla precarietà in quanto tale, ma in cui il fondamento dell’azione sindacale si
estrinseca nella piena affermazione della persona nei luoghi di lavoro e nella società (la qualità della
vita non si attua se non si è liberi di scegliere e se non si afferma la piena realizzazione di sé nel
lavoro). Questo stesso impegno di D. Turtura lo si trova in un aspetto nevralgico della rappresentanza sindacale, quello relativo alla funzione e al ruolo del contratto collettivo nazionale. Su questo
punto le osservazioni di D. Turtura sono analoghe a quelle di L. Romagnoli e dello stesso G. Di Vittorio
e traggono forza soprattutto dall’esperienza sindacale bracciantile. L’assunto di queste osservazioni
scaturisce dalla necessità di affermare diritti collettivi per i lavoratori attraverso la negoziazione collettiva, la sola in grado di ridurre lo spazio di arbitrio e di discrezionalità nel contratto individuale di
compravendita della merce lavoro, che solitamente assicura all’acquirente (padroni, caporali) un
diritto di comando sulla persona. Tanto più avanza il diritto della negoziazione collettiva (il Ccnl)
tanto più si riducono gli spazi di prescrizione del datore di lavoro. Gli aspetti sempre più complessi
della organizzazione produttiva e del mercato del lavoro devono trovare, afferma D. Turtura, una
8
soluzione collettiva, generale e solidale, infatti, “non sono risolvibili dai soli contratti provinciali”. E’
un insegnamento efficace che assume il criterio, a nostro modo di vedere, di esempio dimostrativo
del valore irrinunciabile del Ccnl, rivelando, nello stesso tempo, la inefficacia e l’ingiustizia contenute nei ragionamenti dei vari “profeti della cattedra” che indicano e predicano – nell’esplicito rifiuto
della ragionevolezze delle cose, dei fatti concreti e dei lavoratori in carne ed ossa – la rinuncia o la
riduzione del ruolo del contratto collettivo nazionale.
L’indirizzo che la Fondazione Metes ha voluto scegliere per la sua linea editoriale nell’area storica si
sta dimostrando indubbiamente adeguato. Una linea cioè di ricerca che punta al carattere intrinsecamente temporale degli accadimenti e delle persone e che ammette una conoscenza storica in grado
di pretendere la verità che, in questo caso, la tradizione del movimento bracciantile avanza. E’ un
modo rigoroso di interpellare il passato e di ascoltare sempre di nuovo il senso che la storia ci tramanda anche nell’interrogare il destino (che è stato) degli uomini e delle donne, che di quel passato sindacale sono stati protagonisti. Un lavoro di ricerca storica ma nel contempo strumento prezioso
per l’attuale formazione e attività di tutto il gruppo dirigente della Flai-Cgil. Tutto ciò grazie alla
pazienza, all’intelligenza e all’impegno delle persone che di questa ricerca sono state, a vario titolo,
interpreti. Un grazie particolare alla curatrice del libro e alla responsabile dell’archivio storico
“Donatella Turtura”.
Franco Chiriaco
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
9
INTRODUZIONE
“Noi oggi alle donne chiediamo due cose, essere quello che erano nel passato e quello che
vogliamo diventino nel futuro, ma questo è impossibile”. Era il febbraio del 1966 quando
Donatella Turtura, poco più che trentenne, pronunciava queste parole alla tavola rotonda
su “La donna nel processo produttivo. Sua condizione nella fase del miracolo economico e
nella fase della recessione”1.A colloquio con Camillo Daneo2, Antonio Tatò3 e Palmieri4 la
Turtura, allora a capo dell’Ufficio lavoratrici della Cgil, si interrogava sui cambiamenti
economici occorsi nel settore agro-industriale e sui mancati adeguamenti della struttura
sociale rispetto al nuovo ruolo ed ai nuovi compiti ricoperti dalle donne. Sarebbe passato
poco più di un anno ed ella avrebbe lasciato il suo incarico in Cgil per approdare, nel
maggio del 1967, nella Federbraccianti. La sua elezione nella Segreteria Nazionale della
Federazione avviene in occasione del Comitato Centrale del 22-23 maggio del 1967, in
ragione della grande esperienza acquisita nella gestione dei problemi previdenziali e contrattuali del settore, così come ricorda lo stesso Lionello Bignami5.
Incredibilmente attuale, quel dibattito dell’inizio del 1966 mostra la concretezza della
riflessione sulla condizione femminile, una riflessione a tutto campo, incentrata non
solo sulle lavoratrici, bensì sulla difficoltà di contemperare le esigenze del lavoro al
femminile con quelle dei compiti “storicamente affidati alla donna”, come la cura della
casa e della famiglia. Quanto i temi in discussione in quella tavola rotonda rappresentano ancora terreno di confronto e di scontro? In quale misura le donne dispongono attualmente di un diverso modello di società e di organizzazione, tale da consentire loro una gestione valida dell’attività lavorativa e della vita familiare? In ultima
analisi, qual è il grado di libertà che una donna ha oggi nella gestione della sua vita
professionale e privata? Più di quarant’anni separano le donne della Flai da quella
tavola rotonda, eppure, all’interno del mondo del lavoro e fuori, la donna si misura
ancora con difficoltà e problemi assai simili a quelli.
1 Cfr.“Rassegna sindacale.Tavola rotonda del 23 febbraio 1966 su La donna nel processo produttivo. Sua condizione nella fase del
miracolo e nella fase della recessione”, in Archivio Storico Flai Nazionale (ASFlN), Fondo Federbraccianti (Fd.FdB.), busta 2.4.0/9.
2 Economista e studioso dei problemi agrari, negli anni ’50 è stato tra i primi a far parte dell’Ufficio studi della Cgil, allora da
poco costituitosi sotto la guida di Bruno Trentin. I suo studi sul capitalismo agrario rappresentano una sorta di ideale prosecuzione del lavoro iniziato da Emilio Sereni con il suo II capitalismo nelle campagne. Cfr. C. Daneo, Agricoltura e sviluppo
capitalistico in Italia,Torino, 1969.
3 Antonio Tatò, cattolico comunista, partigiano, giornalista e dirigente sindacale, è stato per quindici anni portavoce, capo dell’ufficio stampa, consigliere e confidente di Enrico Berlinguer. Dal 1969 al 1984 ha curato, per il segretario del Pci, i delicati
rapporti con i più autorevoli esponenti del mondo politico, istituzionale e giornalistico.
4 Fra la documentazione d’archivio e le pubblicazioni consultate non è stato possibile reperire notizie riguardanti l’attività di
questo personaggio all’interno della Federbraccianti né negli organismi confederali.
5 Cfr.“Atti del Comitato Centrale 22-23 maggio 1967”, in ASFlN, Fd. FdB., b. 0.3.1/23, in particolare l’intervento di L. Bignami, allora Segretario Generale della Federbraccianti.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
11
INTRODUZIONE
Sembra qui superfluo sottolineare che appellarsi, oggi, al bisogno di un nuovo movimento di emancipazione femminile sarebbe anacronistico, visti i grandi cambiamenti sociali ottenuti dalle donne negli ultimi quarant’anni. La strada percorsa a partire
dalla fine degli anni ’60, infatti, ha prodotto una vasta opera di destrutturazione di
quegli antichi retaggi culturali, traghettando il nostro Paese verso una concezione
moderna dell’essere donna e lavoratrice. Le aspre battaglie condotte per la modifica
della legge 860 del 19506, relativa alla istituzione degli asili nido, rappresentano l’icona di un movimento che avrebbe assunto, nel corso degli anni ’70, dimensioni vaste,
inaspettate ed una forza dirompente proprio perché contraria al tradizionale assetto
culturale. Il movimento femminista e le lotte per l’emancipazione femminile hanno
avuto il merito di scardinare una obsoleta struttura sociale, che relegava la donna in
una condizione di impossibili pari opportunità con l’uomo e che si manifestava inadeguata rispetto alla reale collocazione che questa occupava nella società così come
nell’assetto produttivo.
Altrettanto evidente appare, però, quanto il nostro sistema culturale e di organizzazione sociale abbia ancora un intimo legame con quello spettro tanto combattuto. In
questo nostro tempo “moderno” le lavoratrici continuano a scontrarsi con un sistema
che limita la loro possibilità di ascesa all’interno di aziende ed istituzioni e con una
struttura sociale che penalizza chi sceglie di essere madre, rendendo assai difficile conciliare questa scelta con un’attività lavorativa. Se poi si tratta di un lavoro di responsabilità la scelta diventa praticamente impossibile o quasi. Non si tratta di un’analisi
semplicistica, che potrebbe finire con lo sminuire il grande contributo che il movimento di emancipazione delle donne ha dato, bensì di comprendere i limiti e le deficienze di quelle battaglie che sono arrivati sino ai nostri giorni, cresciuti nell’humus
di una società ancora fortemente connotata al maschile.
L’intento che ha animato la scelta di ricomporre, attraverso i suoi scritti, gli anni in
cui Donatella Turtura ha operato nella struttura nazionale della Federbraccianti
(1967-1980), fino a divenire Segretario Generale della Federazione nel maggio del
19777, è stato dunque anzitutto quello di ricostruire il suo percorso, come donna,
all’interno dell’organizzazione. Circa questo aspetto è doveroso fare una precisazione,
per non incorrere nella possibilità di una interpretazione fuorviante di questo nostro
lavoro. Se è vero, infatti, che la scelta di individuare alcuni dei contributi più significativi lasciatici dalla Turtura nei suoi quattordici anni in Federbraccianti ha avuto,
come primo input, quello di indagare la sua condizione di donna, con altrettanta
determinazione abbiamo respinto qualsiasi ipotesi di farne un caso eccezionale.
L’importanza della sua attività non risiede, infatti, nella sua appartenenza di genere,
né di tale appartenenza si è voluto fare un manifesto. Il contributo alla crescita della
Federbraccianti lasciatoci dalla Turtura si inserisce in un quadro di rilevanza per la
6 Cfr. il testo della modifica alla legge redatto congiuntamente da Cgil, Cisl e Uil, in ASFlN, Fd. FdB, b. 2.4.0/8.
7 La sua nomina a Segretario Generale avviene all’indomani del X Congresso della Federbraccianti (Ariccia, 5-8 maggio 1977), ai
cui lavori partecipa ancora come Segretario Nazionale.
12
INTRODUZIONE
sua natura, per le elaborazioni da lei prodotte, per la capacità di comprendere l’inevitabile evoluzione cui il settore andava incontro, cavalcandone la modernità e le innovazioni. Donna? Anche, ma non per questo eccezionale. Preme qui, in sostanza, fuggire dall’idea, assai diffusa nonostante la nostra presunta modernità, della necessità di
sottolineare l’appartenenza di genere quando essa si traduce nel genere femminile. La
stessa Turtura, in una intervista rilasciata ad un settimanale femminile all’indomani
della sua elezione a Segretario Generale della Federbraccianti, apostrofava il femminismo come “moto democratico borghese interessante”, che finiva però con il porre un
muro fra i due sessi:“Non condivido l’ostilità con l’uomo. Ogni divisione indebolisce il
fronte delle lotte. (Il femminismo) rende la giusta polemica fra i sessi, che ci deve essere, una lacerazione che inaridisce la donna e l’uomo”. Circa le potenzialità della
donna le sue parole, in quell’intervista, appaiono ancor più significative:“Ci siamo così
convinte della nostra inferiorità mentale e intellettuale che rischiamo di smarrire il
contributo che possiamo dare per la crescita degli uomini, per emanciparli. Se la donna
si emancipasse e l’uomo restasse così com’è oggi, sarebbe un mondo davvero triste”8.
Una visione lungimirante la sua, che individuava nella complementarietà fra uomo e
donna un elemento imprescindibile anche della lotta politico-sindacale. D’altra parte
quella femminile è, storicamente, una componente fortemente presente nella categoria,
che anzi si sostanzia in una esclusività di mansioni: basti pensare alle mondine, alle
tabacchine, alle lavoratrici delle industrie alimentari di trasformazione. Un nucleo
consistente di forza lavoro tutto al femminile, in settori strategicamente importanti
all’interno del mondo agro-industriale. Ripercorrere la storia della Federbraccianti, o
meglio una porzione di essa, attraverso la figura di Donatella Turtura, offre così il
destro per richiamare l’attenzione su questa specificità, che contraddistingue il passato ed il futuro della categoria.
L’idea che uomini e donne percorressero un cammino complementare e mai antitetico è motivo di fondo della concezione politica e sindacale della giovane Donatella. Con
grande acume, in quella tavola rotonda del febbraio 1966, ella metteva in guardia,
infatti, dalla possibilità di creare divisione rispetto alla diversità di richieste avanzate
nelle piattaforme. L’esigenza di contemplare nelle trattative rivendicazioni specifiche
per le donne, al fine di rafforzare la coscienza femminile di essere forza produttiva,
doveva necessariamente essere inserita in un discorso di rivendicazioni categoriali che
prescindessero dall’appartenenza di genere. La giusta causa per il licenziamento o il
diritto alla stabilità occupazionale dovevano essere cardini delle rivendicazioni per le
donne come per gli uomini, eliminando la possibilità di creare una frattura all’interno dello stesso movimento. Necessario, invece, era creare una nuova prospettiva di politica economica in cui prevedere una ricollocazione della manodopera, mobilitata da
un settore produttivo all’altro, mediate l’uso della istruzione professionale, dove ancora le donna subiva una fortissima discriminazione.
8 Cfr.“Che mondo triste se l’uomo non si emancipa”, in Noi Donne, 19 giugno 1977, pp. 14-15.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
13
INTRODUZIONE
La lunga attività svolta presso l’Ufficio lavoratrici della Cgil rappresenta il primo
biglietto da visita che la Turtura spende in Federbraccianti. La sua partecipazione ai
lavori preparatori della Conferenza Governativa sull’Occupazione femminile, svoltasi
nell’autunno del 1968, evidenziano la ricchezza del suo pensiero in merito alla questione del lavoro femminile. Nella sua relazione alla II Sottocommissione della
Conferenza, la Turtura argomenta con grande puntualità le ragioni del suo disappunto rispetto a come il problema del lavoro femminile viene affrontato. Siamo nel dicembre 1967, si registra una consistente flessione dei livelli occupazionali fra le donne e la
relazione ne indaga le motivazioni. L’assunto da cui il Governo parte è che il lavoro
femminile non sia economicamente conveniente per le imprese e che dunque la diminuzione del numero delle occupate del settore sia frutto di motivazioni di natura economica. La giovane Segretaria nazionale pone forti motivazioni a totale discredito di
questa tesi, poiché nei settori a prevalente occupazione femminile non si registra una
diminuzione della produttività tale da poter giustificare una flessione dei livelli occupazionali, ma anzi si tratta di settori in buona espansione.
Ma c’è di più. Nei comparti a grande occupazione femminile ed in quelli ad occupazione mista i salari del manovale comune sono di molto inferiori a quelli percepiti dal
manovale che lavora in settori ad esclusiva occupazione maschile. Tale disparità salariale non è il prodotto di una maggiore o minore produttività di un settore rispetto
all’altro, bensì della differenza storicamente esistente fra lavoro femminile e lavoro
maschile. Il salario della donna è ancora visto, infatti, come un’integrazione al reddito familiare, dunque subisce lo scarto derivante dall’essere elemento complementare e
non costitutivo del bilancio economico domestico. Ne consegue l’impossibilità che esso
costituisca elemento di discrimine nell’impiego di manodopera femminile. La disparità nel trattamento salariale ha, per la Turtura, chiare cause economiche: le imprese
risparmiano sul costo del lavoro impiegando manodopera femminile, spesso affidando alle donne lavori che richiedono alte capacità professionali. La tesi iniziale viene
dunque ribaltata: la manodopera femminile è conveniente per l’azienda, che di fatto
se ne avvale sottopagandola. La resa del lavoro femminile è alta, sottolineava già nel
colloquio con Daneo, Tatò e Palmieri, ma le donne non riescono a sentirsi una forza
produttiva. Il sindacato deve lavorare in tal senso, insistendo non solo a livello della
contrattazione nazionale nella giusta valutazione del reale apporto fornito dal lavoro
delle donne, ma anche, ed in misura ancor più significativa, nel creare le condizioni
esterne che favoriscano lo sviluppo dell’azione rivendicativa al femminile.
Ancor meno regge, secondo la Turtura, il paventato maggior costo sociale del lavoro
femminile prodotto dalla maternità. Quest’ultima rappresenta un inalienabile diritto
non solo per la donna, ma anche per l’uomo, e la sua incidenza nei costi aziendali,
peraltro assai contenuta, è frutto della mancata trasformazione dell’assetto sociale in
ragione dell’evoluzione del ruolo delle donne. Il maggiore assenteismo femminile derivante dalla maternità, la cui ricaduta è comunque di molto inferiore rispetto a quanto la Confindustria del tempo indicava, ha per la Turtura la sua ragion d’essere nella
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INTRODUZIONE
stessa struttura della società. Alla donna viene richiesto di assolvere alle stesse funzioni che, storicamente, le competono nella casa e nella famiglia ed, al tempo stesso, di
essere lavoratrice, ma non le vengono forniti strumenti a supporto di questo duplice
ruolo. Se dunque la manodopera femminile può risultare meno conveniente per via
della maternità, ciò è da ascriversi esclusivamente al mancato adeguamento sociale
ed infrastrutturale ai nuovi ritmi di vita delle lavoratrici. Di qui la necessità di far ricadere sull’intero sistema socio-economico un costo assolutamente non imputabile alla
scelta individuale della lavoratrice.
All’impegno verso il mondo del lavoro al femminile la Turtura affianca, a partire dal
maggio 1967, quello più specificamente legato alle questioni di categoria. Nelle sue
riflessioni la poco più che trentenne Donatella avvia un percorso in cui, senza forzature, è possibile recuperare non solo una forte continuità con alcuni dei principali
motivi ispiratori della Federbraccianti di metà anni ’50, ma anche elementi innovativi forieri delle successive trasformazioni della categoria. La vediamo così impegnata,
nell’intervento al Comitato Centrale dell’inizio del 1968, nella riflessione sull’intera
struttura contrattuale. Rafforzare la contrattazione nazionale al fine di dare maggior
credito, presso i lavoratori, alla contrattazione aziendale: questo sembra essere il fulcro
del suo ragionamento. Si ritrova qui non solo il ruolo fondamentale attribuito al patto
collettivo9, quale strumento di tutela a garanzia di tutti i lavoratori, ma anche la possibilità che esso funga da catalizzatore sia per il contratto provinciale che per la contrattazione aziendale. Si tratta di una svolta importante, in ragione anche del particolare ruolo che quest’ultima ricopre. Gli accordi all’interno di ogni singola azienda
agricola individuano infatti la possibilità di articolare e diversificare l’azione rivendicativa in ragione delle specificità proprie di ogni realtà produttiva. Circa la possibilità
che le due sedi, nazionale e provinciale, si spartiscano la materia contrattuale viene
sottolineata l’unitarietà tra i due momenti della contrattazione, essendo quella nazionale lo strumento di tutela generale, che fissa norme valide per l’intera categoria, a cui
far riferimento per promuovere la contrattazione a livello provinciale e aziendale. La
Turtura riflette, però, sulle difficoltà che la Federazione manifesta a decollare in tal
senso, in buona parte a causa di carenze negli strumenti organizzativi adeguati
(comitati aziendali, leghe) ma anche di problemi di linea sindacale. Le organizzazioni provinciali sembrano infatti non impegnarsi a fondo verso il superamento di tale
problema. Di fatto la materia specificamente aziendale, a suo giudizio, non impegna
nella giusta misura la vita della Lega e del sindacato provinciale. Per il 1968 l’applicazione dei contratti e lo sviluppo della contrattazione aziendale rappresentano i
perni dell’azione rivendicativa.
Altrettanto importante appare, poi, la riflessione sulle modalità di costruzione della
vertenza. Non solo è necessario che essa parta dal basso verso l’alto, ma occorre una
9 I Patti nazionali regolavano la contrattazione per singole figure di lavoratori (braccianti e salariati, impiegati ecc.). Non esisteva il Contratto Collettivo Nazionale, valido per i lavoratori dell’intera categoria, che sarà stipulato soltanto nel 1976.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
15
INTRODUZIONE
visione più ampia dell’attività di contrattazione. Fare il contratto provinciale non deve
“essere tutto”, offuscando “il compito del Sindacato nella più generale gestione collettiva della forza-lavoro, a fronte dei problemi sempre vari dell’organizzazione del lavoro
e del mercato del lavoro non risolvibili dai soli contratti provinciali”.
Nella stessa relazione si affronta poi il problema della disoccupazione e sottoccupazione agricola. Preso atto che il processo di spopolamento delle campagne e di ricollocazione degli ex lavoratori agricoli nell’industria è in fase di stallo, il problema della
disoccupazione e sottoccupazione è tornato ad essere un problema tutto interno all’agricoltura. La Federazione è chiamata, in questo senso, ad assumere nuovi compiti,
usando al meglio lo strumento della contrattazione a tutti i livelli e soprattutto non
limitando il suo intervento all’aspetto dei rapporti di lavoro, ma estendendo la sua attività ai problemi che sorgono a monte del rapporto di lavoro stesso. Si configura, dunque, la necessità per la Federbraccianti di intervenire sulla programmazione a livello
istituzionale, articolando un complesso di rivendicazioni nel campo dell’occupazione
e delle trasformazioni economiche da sottoporre ai poteri pubblici. Diritto di iniziativa nell’azienda capitalistica, principio dell’esproprio per i proprietari inadempienti10,
possibilità di contrattare in materia di investimenti pubblici: questi gli strumenti di cui
il sindacato deve dotarsi per contrastare il riflusso della manodopera agricola. Di fatto
la Turtura definisce, con questi pochi tratti, la necessità che l’organizzazione sindacale di categoria compia un salto di qualità rispetto ai propri obiettivi, ampliando il suo
orizzonte rivendicativo verso un’azione articolata su più fronti.Viene così emergendo
una prima idea di collegamento tra l’agricoltura ed i settori ad essa correlati, come
inevitabile sviluppo di una questione agraria i cui contorni sfumano verso la necessità di una più organica riforma, che investa l’intero assetto dell’economia nazionale.
“Il bracciante è disoccupato non perché c’è abbondanza di manodopera ma perché c’è
carenza di sviluppo”. In termini semplici e chiari la Turtura fotografa il nodo centrale
della recessione economica attraversata dal Paese, che nel 1970 registrava una crescita del settore agricolo solo dello 0,3%.
In fieri, dunque, il nostro interesse è stato sollecitato da un’ulteriore motivo di indagine. Le considerazioni che questa dirigente ci ha lasciato offrono infatti la possibilità di
ricercare il suo originale contributo all’evoluzione della struttura della Federazione,
sin quasi a traghettarla verso l’unificazione con Filziat. All’inizio degli anni ’70 la sua
riflessione si incentra principalmente sulla possibilità di intervento del sindacato nella
risoluzione dei problemi occupazionali. Non passa la linea delle imprese, che rilevano
nell’“autunno caldo” e nelle conquiste salariali il fattore di decrescita dell’occupazione.
Commissioni Intercomunali Sindacali, ottenute nel 1969, e Piani colturali – cioè le previsioni dell’impiego di manodopera e delle tipologie colturali – rappresentano lo stru10 Il primo provvedimento organico riguardante la cessione di terre incolte o mal coltivate ai contadini viene varato nell’ottobre del 1944 da Fausto Gullo, allora ministro dell’Agricoltura. Con questo decreto veniva accordata alle associazioni contadine
la possibilità di ottenere in concessione i terreni incolti o non sufficientemente coltivati, sottraendoli all’incuria dei proprietari
che non ne sfruttavano a pieno le potenzialità. L’esproprio dei proprietari inadempienti nei confronti degli obblighi di miglioria sarebbe stato una delle principali armi del movimento di occupazione delle terre dei contadini nel secondo dopoguerra.
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INTRODUZIONE
mento di cui l’organizzazione deve servirsi per combattere dall’interno la fluttuazione
della manodopera agricola. La “contrattazione” del Piano colturale è la chiave di volta
per incidere sulla reale trasformazione dell’agricoltura, poiché la presenza del sindacato nelle Commissioni garantisce la possibilità di proporre alternative sulle politiche
occupazionali e sulla gestione del collocamento. La Commissione è un grande strumento di modernità che, in sinergia con la pianificazione colturale, può rappresentare la
soluzione per la questione della disoccupazione e sottoccupazione agricola. Il raggio
d’azione del sindacato si è dunque esteso, ma la Turtura lamenta la scarsa capacità che
l’organizzazione ha avuto sino a qual momento nell’uso di questo strumento.
E’ nell’intervento al Comitato Centrale dell’ottobre 1971 che, per la prima volta,
Donatella Turtura fa cenno all’unità intercategoriale fra braccianti e operai delle industrie affini come possibilità di aumentare la forza contrattuale e rivendicativa. La crisi
agraria comincia ad avere ricadute, infatti, anche sui settori collegati a quello agricolo: industrie di trasformazione ma anche di commercializzazione, nonché quelle della
meccanica agricola. Lo “sconfinamento della crisi agraria nei settori industriali legati
all’agricoltura” si colloca come fatto nuovo, che impone una revisione delle politiche
sino a quel momento attuate ma che, soprattutto, configura la necessità di affrontare
il loro rinnovamento in termini più ampi, travalicando la tradizionale divisione agricoltura-industria.
Torna dunque il tema della riforma agraria. Non più solo “la terra a chi la lavora” ma
un organico progetto di riforma che implichi industrializzazione dell’agricoltura,
associazionismo nella conduzione, sviluppo civile. Si rileva una continuità forte con le
prime riforme di inizio anni ’50, ma lo scenario è cambiato. All’azione nell’azienda
agricola si va sostituendo la necessità di un programmatico intervento nelle scelte di
politica agraria, che implica un diverso impegno da parte delle istituzioni. Si insiste
sulla necessità che lo Stato intervenga in misura consistente nella riorganizzazione
dell’intero settore, mediante programmazione e destinazione di finanziamenti.
La tensione, dunque, è verso il riesame del rapporto fra agricoltura ed industria.
Comincia a farsi largo l’idea della necessità di coordinare e correlare le diverse attività afferenti all’agricoltura: sono i primi cenni del concetto di agro-industria. Si tratta di
un elemento su cui poggerà l’intero impianto dell’azione politico-sindacale portata
avanti dalla Turtura, un lait motif che si ritrova, lungo l’intero decennio, in ogni suo
scritto e che sarà il fulcro di un rinnovamento generale delle attività e dei compiti della
Federazione. In tal senso non stupisce la grande attenzione che ella pone nella disamina dei Piani colturali, cui dedica più di un articolo su Lotte agrarie, il mensile della
Federazione.
Un cenno particolare merita la riflessione sull’impostazione troppo verticistica della
lotta, tema anch’esso già presente nelle elaborazioni effettuate dai quadri della
Federbraccianti già all’inizio degli anni ’50. Nel Comitato Centrale del maggio 1974,
infatti, la Segretaria Nazionale Turtura ammonisce sul fatto che “la base operaia non
tollera più il verticismo”. L’insistenza circa la necessità che le piattaforme siano frutto
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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INTRODUZIONE
di una elaborazione che parta “dal basso verso l’alto” è il portato di una progressivo
allontanamento dei quadri sindacali, nel corso degli anni ’60, dalle istanze rivendicative della base. Occorre recuperare terreno in tal senso, lavorando per colmare le distanze ed i vuoti della rappresentanza nei confronti degli iscritti. La critica, oltre che alle
carenze interne della Federazione nel condurre la lotta, è soprattutto rivolta all’attendismo ed alle incertezze espresse dalle altre due centrali sindacali:“Noi siamo mossi da
un profondo spirito unitario ma quando si è impegnati in una vertenza come la
nostra, con condizioni di lavoro e di vita come quelle dei braccianti, gli indugi possono essere tollerati fino a un certo punto dopo di che è alla nostra organizzazione che
i lavoratori guardano”.
Nella prospettiva del rinnovamento e dell’evoluzione del settore, si inserisce il primo
organico confronto fra Governo e sindacati sullo sviluppo agro-industriale, che porta
all’elaborazione di un Documento comune di Cgil, Cisl e Uil presentato al Governo il
2 maggio 1974.“Per la prima volta perveniamo ad un confronto con il Governo sui
problemi dello sviluppo agro-industriale che vede unite le forze bracciantili, mezzadrili ed operaie e che si concentra su punti di grande portata per le sorti del settore contadino”11. Il documento si incentra sul raccordo fra vertenze dei grandi gruppi industriali e richieste avanzate per l’agricoltura. Le questioni essenziali per un nuovo sviluppo agro-industriale vengono individuate in: irrigazione e forestazione; rilancio di
alcuni settori produttivi (zootecnia, foraggere, bieticoltura, olivicoltura ecc.); recepimento delle Direttive Comunitarie da adattare alla situazione italiana e riforma dei
patti agrari. “Perché insistiamo tanto sull’organicità delle politiche economiche del
movimento sindacale in questa fase? Per una ragione molto semplice: la profondità
della crisi agraria e i suoi riflessi sull’apparato economico nazionale sono tali che non
si possono modificare le distorsioni dell’economia italiana senza mettere le mani sul
nodo agrario. Bisogna cogliere il momento. Data la stretta connessione che intercorre
tra deficit agricolo e difficoltà dell’economia nazionale, data l’urgenza dei tempi e la
possibilità di ulteriori rinvii, dobbiamo comprendere che è possibile in questi mesi gettare le basi di una svolta. Se non comprendiamo questa assoluta novità, che è data
appunto dall’intreccio tra la crisi agraria e la crisi generale, noi perdiamo un occasione che per certi aspetti è storica”12.
In continuità con questa linea il convegno del marzo 1976 è completamento dedicato
allo sviluppo di una organica politica di programmazione agro-industriale. Nella sua
relazione la Turtura formula un discorso complesso ed articolato riguardo la necessità che il Governo affronti, finalmente, il nodo agrario.All’agricoltura è connesso, infatti, il rilancio dell’economia nazionale, poiché essa può fungere da volano per una molteplicità di situazioni in stallo – basti pensare al Mezzogiorno ed al rapporto città-campagna –, sia nei settori ad essa correlati che in quelli apparentemente più distanti dal
11 Cfr. in questo volume il saggio “Verifica politica ed intensificazione delle lotte per la vertenza sul patto, la previdenza e lo
sviluppo. Relazione al Comitato Centrale Federbraccianti del 27-28 maggio 1974”, p.114.
12 Ivi, p.116.
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INTRODUZIONE
suo raggio d’azione. Non c’è delega, o peggio ancora uso strumentale della critica ai
pubblici poteri, nella “linea del pieno uso delle risorse” così come essa si va costruendo
in questi anni nelle elaborazioni della Federbraccianti e, più in generale, in quelle
della Confederazione. Donatella Turtura sottolinea, infatti, l’assoluta necessità che l’attuazione di un programma riformatore passi non già, e non solo, attraverso i livelli
istituzionali, ma che sia frutto di un’azione vasta, portata avanti dalle masse “con un
grande slancio costruttivo”.A tale slancio, in quel convegno, ella richiama i lavoratori
del settore, per portare avanti le numerose vertenze che impegnano la categoria: la stabilità occupazionale; la vertenza sul Contratto nazionale, che, per la prima volta, si
pone come strumento di programmazione economica e di trasformazione agricola; la
necessità di recuperare risorse male utilizzate o completamente abbandonate.“Non ci
interessa il possesso della terra, ci interessa l’uso”. Questo il concetto fondamentale su
cui la giovane Segretaria costruisce una concezione diversa, partecipata e moderna,
della questione agraria in Italia, che non collochi più il settore in una nicchia di staticità ma che, al contrario, svolga un’azione riformatrice in sinergia con una radicale
ristrutturazione dell’economia nazionale. Di qui la prospettiva di integrare piani di
sviluppo rurale con cicli di lavoro industriale; di qui la necessità di riformare il sistema degli investimenti agricoli pubblici e privati, per meglio finalizzarne i risultati; di
qui, in sostanza, il recupero della centralità dell’agricoltura in un Paese a vocazione
agricola da sempre.
Un passaggio fondamentale, in questa prospettiva, risiede nell’urgenza di apportare
modifiche sostanziali nel funzionamento delle pubbliche amministrazioni, periferiche
e centrali. A livello centrale viene invocata la necessità di un lavoro di concerto fra il
Ministero dell’Agricoltura e gli altri Dicasteri coinvolti a vario titolo nella programmazione (Partecipazioni Statali, Industria, Commercio), che abbia poi ripercussioni
positive nella programmazione zonale13. Particolarmente sentito, poi, il problema delle
aziende a partecipazione statale, il cui ruolo di “strumenti di intervento diretto dello
Stato nell’economia” ne fa aziende affatto diverse da quelle private. La loro qualità “istituzionale” le individua, infatti, come istituti in rapporto privilegiato con gli strumenti
della programmazione economica territoriale, la cui mala gestione ha dunque ricadute economiche ancor più pesanti rispetto alle aziende gestite da privati.
Da questo poderoso ed articolato ragionamento passerà poco più di un anno e Donatella
Turtura sarà chiamata a dirigere la Federbraccianti in qualità di Segretario Generale.
Vale la pena richiamare l’attenzione su quali e quanti cambiamenti fossero occorsi nel
nostro Paese in quegli anni. Il movimento studentesco, pur con mille contraddizioni,
aveva avviato un vasto processo di rinnovamento a partire dal 1968, coniugando le
proprie ragioni con quelle del movimento operaio, che in quello stesso frangente apri13 Secondo questa, il territorio nazionale veniva suddiviso, a livello regionale, in zone omogenee per caratteristiche economiche,
sociali e strutturali.All’interno di ciascuna zona venivano poi ritagliate delle aree aventi la medesima dotazione di risorse agricole. Per ciascuna area veniva definito un programma di ottimizzazione delle risorse disponibili mediante una serie di progetti di trasformazione da realizzare nel breve periodo, capaci di determinare progressivamente un migliore e più razionale utilizzo delle risorse agricole disponibili in quell’area, in sinergia con i settori industriali ad esse correlati.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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INTRODUZIONE
va una stagione di grandi battaglie nei confronti del padronato. Nell’autunno di quel
1968 erano sorti numerosi gruppi extraparlamentari, a testimonianza della trasformazione che tra le file degli studenti andava maturando: era necessario creare un’alternativa politica rivoluzionaria, che strappasse al Partito Comunista il ruolo di primario punto di riferimento dei lavoratori. Il movimento trovava il suo culmine
nell’“autunno caldo” del 1969, che metteva in luce non solo i limiti della coscienza
rivoluzionaria della classe operaia – in cui gruppi come Lotta continua o Potere
Operaio confidavano – ma anche la forza del tradizionale legame esistente fra lavoratori, partiti della sinistra e sindacato. Cgil, Cisl e Uil, ciascuna a suo modo, erano
riuscite a sviluppare una linea autonoma rispetto ai partiti politici, mantenendo il
proprio ruolo di interlocutore e guida. Appariva chiaro, infatti, che occorreva incanalare queste nuove forze nella strategia sindacale, facendone proprie le rivendicazioni
e la rabbia. Ma non era cosa di poco conto.
Il 12 dicembre del 1969 un ordigno esplodeva presso la Banca Nazionale
dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano: sedici morti, ottantotto feriti ed una coltre pesante sulla politica e la società civile italiana. L’iniziale tesi dell’attentato anarchico, frettolosamente ordita dal Ministero degli Interni e dalla Polizia, costava la vita
al ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli. Arrestato la stessa notte dell’attentato, dopo
aver trascorso quarantotto ore presso la Questura di Milano, Pinelli muore cadendo
dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi. Ci vollero sei anni al Tribunale per
stabilire che Pinelli non era assolutamente implicato in quell’attentato: le cause della
sua morte sono tuttora oscure. Nel frattempo emergevano inquietanti verità, assai lontane dalla prima versione fornita dalla Polizia, sui reali artefici dell’attentato. Le prove
sino a quel momento ignorate riguardavano infatti non già gli anarchici, bensì un
gruppo neofascista del Veneto facente capo a Franco Freda e Giovanni Ventura, in stretti rapporti con Guido Giannetti, colonnello del Servizio informazioni della Difesa e fervente sostenitore del Msi. La commistione tra pezzi dello Stato ed eversione di destra si
manifestava in tutta la sua chiarezza all’opinione pubblica, palesando quella “strategia della tensione”, già utilizzata dai colonnelli greci, di cui ora si serviva la parte
oscura dello Stato italiano.
Nell’ottobre del 1970 si costituivano le Brigate Rosse. La sistematizzazione dell’azione
eversiva attraverso la lotta armata, la volontà di porre lo Stato di fronte alla incontrovertibile necessità di una rivoluzione sociale e politica, la violenza finalizzata al sovvertimento dell’ordine costituito, la convinzione che solo una “guerra civile” avrebbe
potuto portare ad un reale cambiamento, la fede politica cieca, folle, autoreferenziale:
questi i motivi di fondo che animavano gli uomini e le donne che di quel gruppo entrarono a far parte. Motivi che si tradussero in un triste bollettino di guerra, riportato giornalmente dalle cronache dei quotidiani, lungo l’intero decennio, culminato in due avvenimenti emblematici: il sequestro dell’On.Aldo Moro e l’assassinio di Guido Rossa, operaio e delegato Cgil all’Italsider di Genova. La riflessione ingenerata da questi due tragici omicidi consente di cogliere quale fosse la reale collocazione politica del terrorismo
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INTRODUZIONE
rosso: contro lo Stato e contro la politica, in ogni sua forma, compreso il sindacato. Se il
sequestro e l’assassinio del democristiano Moro segnano in certo modo la sconfitta delle
Br, che si “piegheranno” ad uccidere perché non accettate dallo Stato come interlocutori
con cui trattare, la tragica vicenda del delegato dell’Italsider è emblematica della forte
lotta intestina che interessa la Confederazione in quegli anni. Se è vero, come lo è, che
la Cgil rifiuta costantemente l’azione eversiva delle Br, prendendo le distanze dal movimento e condannandolo, altrettanto vero è che essa si trova a dover affrontare chi la
taccia di attendismo e di scarsa partecipazione, additandola come incapace di difendere realmente gli interessi della classe lavoratrice e, contemporaneamente, di non
riuscire a costituire un punto di aggregazione politica per tutte le forze della sinistra
extraparlamentare. Nella vicenda di Guido Rossa emergono strani silenzi, compagni a
conoscenza del postino delle Br all’interno della fabbrica che però ne tacciono l’esistenza, un consiglio di fabbrica che, di fatto, lascia Rossa solo nel momento della sua deposizione ai carabinieri. La lettura di questa triste pagina di storia nazionale e sindacale
offre dunque la possibilità di cogliere quale fosse il grado di penetrazione di quegli ideali distorti anche tra i lavoratori, quale fosse la difficoltà di mantenere compatto ed unito
il movimento sindacale di fronte ad un attacco tanto violento.
E’ in questo clima che Donatella Turtura viene eletta Segretario Generale della
Federbraccianti. Il suo discorso da Segretaria Nazionale uscente sarà quello pronunciato al X Congresso della Federazione, all’inizio del maggio 1977, dove non solo temi
e problemi della sua futura segreteria sono già ampiamente espressi, ma dove troviamo anche la chiara percezione del pericolo rappresentato dal diffondersi dell’atteggiamento di diffidenza nei confronti del sindacato.Vale la pena di riportare le sue precise
parole:“Siamo in una fase politica molto difficile, di transizione, come l’ha definita il
compagno Rossitto14 nel suo rapporto. Si sono create condizioni nuove di avanzata ma
c’è anche il rischio di un contraccolpo se la situazione non si muove dallo stallo. Mi
riferisco al rischio di un attacco eversivo, ma occorre comprendere che esso viene preparato non solo con i sequestri, le sparatorie, il terrorismo. L’eversione è anche preparata da quella potente bordata di critiche e di accuse che si riversano contro il sindacato e che tendono a ridurne il prestigio e l’autorevolezza. C’è chi difende l’attacco al
sindacato in nome della vivacità del gioco politico e del ruolo primario dei partiti ma
il fatto vero è, invece, che lo scontro di classe si è fatto più acuto”. Ed ancora: “Noi siamo
portatori di valori inconfondibili, che non debbono essere conservati nel silenzio
davanti all’attacco dell’avversario (sotto quale abito si presenta non importa) ma che
debbono essere portati in campo con vigore. Né ci deve fare effetto quella pur suggestiva vernice di ideologia che da qualche tempo viene tanto divulgata: organizzata in
realtà da coloro che, avendoci per anni attaccato da destra, visto l’insuccesso oggi ci
attaccano da sinistra”. E’ forte, dunque, la presa di posizione nei confronti di chi accusa l’organizzazione sindacale di incapacità ed inadeguatezza, offuscandone la storia
14 Feliciano Rossitto, Segretario Generale della Federbraccianti dal 1969 al 1977.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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INTRODUZIONE
e le conquiste ottenute. Di questo suo ruolo, al contrario, il sindacato deve essere consapevole, proseguendo l’azione di rinnovamento e di trasformazione in funzione dei
nuovi obiettivi che è chiamato a perseguire a livello economico ed occupazionale.
In relazione a questo, in quell’assise del maggio 1977 la Turtura torna a parlare con
forza della politica intersettoriale agro-industriale. Fondo per la riconversione industriale, Programma quinquennale per il Mezzogiorno, legge nazionale per i settori agricoli più importanti (ortofrutta, zootecnia, irrigazione, forestazione): queste le prime
importanti acquisizioni verso un organica politica di piano. La Federazione è investita
del compito di avviare una nuova politica del cambiamento, che passi attraverso una
partecipazione attiva e trasversale di tutti i lavoratori del settore e che influisca sulla
programmazione. Viene prospettato, dunque, un nuovo modo di fare sindacato: un
modo attivo, propositivo, che vada ad incidere sull’economia nazionale, sulle strutture
produttive, sulla pianificazione e sugli investimenti. La contrattazione diviene così lo
strumento attraverso cui “agire sugli investimenti e l’occupazione”, nella prospettiva di
“intervenire sulla riforma dell’economia e dello Stato”. La Turtura sottolinea, in tal
senso, la funzione di interlocutore che la Federazione deve assolvere, non sostituendosi
ai vertici aziendali nella gestione né alle Istituzioni per la programmazione economica, bensì sviluppando un proprio “ruolo autonomo, di proposta e di controllo”.“Noi non
proponiamo alle Organizzazioni contadine un nuovo blocco operaio-contadino. Questo
deve essere chiaro a tutti. Noi proponiamo una via di autonomia alle singole forze,
all’interno però di un disegno generale di trasformazione che abbia due punti fermi: lo
sviluppo programmato e i controlli sociali. Il vecchio blocco di potere non può essere
sostituito da un nuovo blocco bensì da una articolazione ricca, delle forze sociali e delle
istituzioni, che dia a ciascuno autonomia e che consenta verifiche reciproche. E’ per questa via che cresce la responsabilità sociale delle varie forze produttrici”.
La combinazione agro-industriale è divenuta così il nuovo perno della politica sindacale federativa. Nell’intervento al X Congresso Turtura indica, dunque, anche la nuova
strategia che la Federazione deve mettere in campo, in relazione agli indirizzi delineatisi: una strategia che dia preminenza alle rivendicazioni salariali ed a quelle attinenti gli investimenti. Solo così si sarebbe potuti uscire dal vecchio retaggio secondo cui
l’industrializzazione, in Italia, poteva essere effettuata esclusivamente a danno dell’agricoltura. Al contrario, era necessario creare un terreno di scambio e confronto foriero di una nuova concezione del settore agricolo, una concezione in grado di recuperare finalmente la centralità del suo ruolo nonché colmare il danno enorme arrecato
all’economia nazionale dal sistematico abbandono delle campagne attuato progressivamente a partire dagli anni del “miracolo”.
La politica della Federazione sui salari, di fatto, apriva la strada al recupero dei vecchi
temi di fondo della questione agraria, ossia l’incidenza dell’agricoltura nell’economia
nazionale ed il modello di sviluppo ad essa correlato.Accanto a questo poneva, in modo
perentorio, la necessità che il mondo contadino uscisse da logiche assistenzialiste e contingenti, indirizzando al contrario le proprie energie verso un’organica e partecipata
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INTRODUZIONE
programmazione.Per questo la Turtura torna ancora ad insistere sulla centralità di piani
intersettoriali di riconversione agro-industriale, sui piani di zona, sulle Commissioni
intercomunali sindacali, come strumenti nelle mani dei lavoratori del settore in grado
di modificare nella sostanza l’approccio alla programmazione economica.
Ed è ancora di programmazione e di intersettorialità che la Turtura parla nella conferenza stampa alla vigilia dello sciopero del 24 novembre 1977. Lo sciopero è incentrato sulla questione degli investimenti agricoli e sulla necessità di correlarli con quelli previsti dalla legge di riconversione industriale. Sono anni in cui, ricorda la Turtura,
il comparto dell’industria alimentare è investito da una “crisi profonda” – ancor più
acuta nelle aziende pubbliche operanti nel settore – che investe anche l’industria chimica e la meccanica legate al settore. Si profila dunque la situazione ideale per avviare una politica di piano, che non lasci allo spontaneismo il rapporto fra i settori interessati ma che, al contrario, venga guidato ed incanalato dai pubblici poteri. Nel quadro di una organica politica di piano, ella ribadisce la necessità di coordinare il capitolo degli investimenti, andando a creare una rete di collegamento fra i settori interessati alla riconversione e quelli afferenti al comparto agricolo. Di fatto la creazione
di rapporti intersettoriali doveva passare attraverso un’azione coordinata portata
avanti a livello centrale. Il richiamo alle istituzioni è, tuttavia, filtrato attraverso la
lente democratica: la Turtura parla di un ruolo né imperativo né coercitivo, bensì propositivo, utilizzando “la leva del finanziamento pubblico per incoraggiare le aziende
ad assumere come valide le indicazioni della programmazione, a definire le quali le
forze sociali debbono essere chiamate, in modo autonomo, a partecipare”.
Ancora, nella relazione al X Congresso, il futuro Segretario Generale si sofferma sulla
totale assenza di aiuti nei confronti dei giovani, non coadiuvati nelle loro coraggiose
scelte di attività autonoma né tantomeno compresi nella loro volontà di cambiamento e di emancipazione. Siamo nel 1977, il movimento studentesco torna a riempire le
università e le piazze, stavolta in modo ancor più duro rispetto ai giovani sessantottini. E’ proprio la durezza dello scontro fra politica istituzionale e politica rivoluzionaria che incita Donatella Turtura a ribadire ideali e priorità del sindacato.Anche qui le
sue parole sono semplici, chiare, dirette:“Nel grande confronto aperto nel Paese tra chi
vuole il nuovo e chi resiste sul vecchio, il sindacato ha scelto da tempo da che parte
stare e – pur nella delicatezza di un quadro politico complesso e difficile – mantiene i
suoi impegni davanti ai lavoratori”. Ella respinge così la posizione di quell’estrema
sinistra che, in quegli anni, non riconosce più al sindacato il fondamento del suo stesso esistere cioè la difesa dei lavoratori. Il sindacato è proiettato verso la modernità, partecipa della spinta giovanile all’emancipazione ed alla realizzazione, ma al tempo stesso ribadisce la assoluta necessità che la lotta venga effettuata entro un quadro di
democrazia e legalità.
Un ultimo elemento importante dell’intervento al X Congresso Federbraccianti, lungo
una ideale linea di continuità con le elaborazioni di fine anni’40, è relativo al rapporto con i partiti politici. Si tratta, per la Turtura, di un tassello fondamentale, che
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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INTRODUZIONE
però non può e non deve subordinare l’organizzazione sindacale a quella politica.
“Una delle caratteristiche delle masse agricole è sempre stata quella di rivolgersi ai partiti per chiedere protezione, sottolineando la propria subordinazione alle forze dirigenti e organizzate. Tratti di questa natura sono ancora presenti largamente nelle
masse agricole del nostro Paese. Di qui, il valore delle indicazioni dei nostri temi congressuali di organizzare permanentemente il confronto diretto fra i sindacati bracciantili e i partiti politici ove non chiedere protezione bensì coerenze, non presentare
petizioni bensì proposte di programmi per rincalzare gli schemi politici”. Di fatto, dunque, il sindacato deve assumere il ruolo di “pungolo”, soggetto che elabora e propone
alle forze politiche, in rapporto paritario e dialettico con esse. Emerge ancora una volta
l’indiscussa autonomia che il sindacato rivendica rispetto alle organizzazioni partitiche, a cui si aggiunge la necessità di ribadire con forza il suo ruolo di interlocutore
politico e sociale.
Donatella Turtura torna a parlare di giovani anche durante i lavori del Congresso della
Federazione di categoria dei lavoratori agricoli nella Repubblica Federale Tedesca, cui
partecipa in qualità di membro dell’UISTAFP (Unione Internazionale Sindacale
Lavoratori Agricoli Foreste e Piantagioni) nell’autunno del 1977. Accennando alla
volontà di cambiamento che in quegli anni caratterizza i giovani europei, ella si sofferma a riflettere sul fatto che tale fermento si manifesta particolarmente nei Paesi ad
alto sviluppo economico, evidenziando quali e quante contraddizioni esistano in quel
tipo di sviluppo economico – quello capitalistico – che, di fatto, si rivela “incapace di
dare ai giovani uno spazio reale per esprimere la propria personalità”.
In quella medesima occasione troviamo anche le prime, importanti riflessioni che la
Turtura dedica al rapporto tra agricoltura e Comunità Europea. Nel suo intervento ella
lamenta la scarsa attenzione a livello europeo circa le questioni inerenti l’agricoltura,
non solo riguardo le politiche agricole economiche, ma anche e soprattutto nei confronti degli occupati del settore. Il disinteresse e la superficialità che le istituzioni europee dedicano alle condizioni di vita e di lavoro degli addetti all’agricoltura denotano
la sottovalutazione di un problema che, al contrario, si manifesta come prioritario, nel
quadro di un’organica politica economica per il settore. Si tratta di una questione che
interessa in egual misura i Paesi europei come quelli del blocco sovietico e che dunque
non può e non deve essere individuato come appartenente ai soli Paesi in via di sviluppo. La Turtura riscontra così un gap fra l’importanza che l’agricoltura riveste nella
crisi economica europea coeva e l’attenzione che l’Europa dimostra nei confronti dei
lavoratori di questo settore, “la cui evoluzione è invece un aspetto di primo piano del
rilancio dell’agricoltura”. Inoltre il riesame della Politica Agricola Comunitaria, sostenuto dall’EFA (Federazione Europea Sindacati dei lavoratori Agricoli) si rende necessario, secondo la Turtura, anche in vista dell’ingresso nel MEC di alcuni Paesi del bacino mediterraneo (Spagna, Grecia e Portogallo) che in quegli anni tornano alla vita
democratica dopo anni di dittatura.
L’adesione della Federbraccianti all’UISTAFP, riflesso dell’appartenenza della Cgil alla
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INTRODUZIONE
Federazione Sindacale Mondiale, si conclude nel giungo del 1978. E’ la stessa Turtura a
darne comunicazione, nel suo breve intervento alla riunione moscovita del 1 giungo di
quell’anno. Delle motivazioni addotte a suffragio della decisione di sciogliere il vincolo
organizzativo con tale organismo sindacale internazionale, interessante è notare la
puntualizzazione che ella fa riguardo la diversità tra i rapporti intrattenuti dalla
Confederazione con la FSM e quelli che la Federbraccianti ha invece intessuto con
l’UISTAFP. La Turtura, pur affermando che la Federazione condivide in pieno la decisone maturata in seno alla Cgil di non aderire più alla FSM, distingue però l’operato di
quest’ultima dall’azione portata avanti dall’UISTAFP. Il discrimine è rappresentato dalla
visione ristretta che la Federazione Sindacale Mondiale ha portato avanti, non dando
alle sue elaborazioni programmatiche quel respiro internazionale necessario ad attuare una politica inclusiva nei confronti dei Paesi del Sud come di quelli dell’area mediterranea. In poche righe il neo eletto Segretario Generale fotografa il macchinoso e
ristretto dispiegarsi dell’azione sindacale a livello internazionale, in una visione che si
discosta grandemente dalle necessità di quel periodo, storico e sindacale. Si intravede,
anche qui, la velata rivendicazione di autonomia rispetto all’appartenenza alla
Confederazione, nel pieno rispetto di questa ma anche con al precisa consapevolezza di
dover attuare un proprio, organico, originale modello. Non si vuole qui sottolineare una
diversità che ai più potrebbe apparire forzata, quanto recuperare un concetto che è
parte integrante della storia di questo sindacato di categoria: quello che ne ha fatto una
avanguardia, in rapporto propositivo e dialettico con lo stesso livello confederale.
Questioni europee ed internazionali affiancano la materia più strettamente sindacale, in cui spicca, in prossimità del rinnovo contrattuale del 1979, l’impegno della
Turtura nel definire priorità ed obiettivi. Colpisce ancora una volta l’attenzione posta
nei confronti dei modi e dei tempi della contrattazione, in virtù della difesa della sua
centralità. Nel Comitato Centrale del gennaio 1979 la Turtura torna a parlare del rapporto fra contrattazione nazionale e territoriale: “Noi non vogliamo indebolire il
momento nazionale per riaprire il fronte dei contratti provinciali come fonte primaria della contrattazione; noi vogliamo, al contrario, un forte contratto nazionale e integrativi provinciali di un certo tipo”.Appare chiara ed evidente non solo la necessità di
coordinare i due momenti della contrattazione, ma soprattutto il ruolo che al contratto nazionale deve essere affidato: un ruolo fondamentale, primario, di pietra d’angolo.
Stupisce non solo la forte continuità tra queste istanze e gli obiettivi che la
Federbraccianti, da poco costituitasi, delineava all’inizio degli anni ’50, ma anche l’incredibile comunanza di vedute e di obiettivi con l’attuale dibattito attorno alla questione del depotenziamento del contratto collettivo. Si dipana così un unico filo conduttore, quello della difesa di diritti sanciti da norme vincolanti per i datori di lavoro,
senza deroghe, senza possibilità di scappatoie.
In quella fattispecie – nel 1979 – il rinnovo del contratto nazionale assumeva poi
anche un valore all’interno del disegno di rinnovamento economico perseguito dalla
Federazione. Il sindacato, mediante alcune norme contrattuali, veniva infatti messo
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
25
nella condizione di esaminare preventivamente le domande di finanziamento pubblico presentate da aziende private e di verificarne la fattibilità in relazione al piano
zonale. In sostanza il contratto profilava la possibilità di verificare in che misura i
finanzianti pubblici erano assegnati ad aziende che ne usufruivano non derogando al
principio della programmazione a livello territoriale. E’ nel Convegno sulle condizioni
dell’agricoltura nell’Italia Centrale, in luglio, che Donatella Turtura sottolinea l’importanza di questa norma contrattuale in sede nazionale, regionale e provinciale, come
mezzo per monitorare la reale crescita dei livelli occupazionali e produttivi. Senza
voler entrare nel tecnicismo della norma, appare evidente quali e quante implicazioni ci fossero nel mantenimento della centralità del Contratto Collettivo Nazionale e
quanto questo potesse rappresentare, a più livelli, il nodo centrale dell’intero impianto
rivendicativo.
Se la Federbraccianti ha avuto un ruolo precursore di tempi e modalità dell’azione sindacale, avviando forme di lotta e di partecipazione che sarebbero state l’antefatto del
movimento operaio degli anni ’70, – basta a tal riguardo ricordare la storia della
Federazione nel corso degli anni’50 – ad essa, ed al lavoro del suo primo Segretario
Generale donna, si deve anche l’intuizione del costituirsi di una nuova realtà economica:
“Il concetto di agroindustria, nella forzatura per la programmazione intersettoriale, è
portato direi tra i più interessanti dell’elaborazione della nostra Organizzazione. Ed è un
grosso momento di unità tra braccianti e operai e anche di unità fra i sindacati bracciantili e metalmeccanici”. Nel Comitato Centrale del gennaio 1979 la Turtura stessa sottolineava così il valore innovativo del connubio tra agricoltura ed industria, indicandone le potenzialità non solo a livello produttivo – la programmazione intersettoriale – ma
anche, e forse in misura ancor più interessante, come elaborazione in grado di superare
l’atavica divisione fra i lavoratori del settore primario e quelli dell’industria, in una
visione collaborativa delle stesse organizzazioni di categoria e di rappresentanza.
Sarebbero passati meno di dieci anni perché quell’elaborazione prendesse forma nella
Flai, dando ragione a chi in essa credeva e ne intravedeva le grandi potenzialità.
Donatella Turtura era fra loro ed ha contribuito a costruirla.
26
DONATELLA TURTURA GLI SCRITTI
INTRODUZIONE
1967
Aldo Moro è a capo del Governo per la terza volta. Firenze e Venezia tornano alla
normalità dopo l’alluvione del dicembre 1966. Viene approvata la “legge ponte”
Mancini che delega ai privati, anziché allo Stato, l’onere dell’“urbanizzazione primaria”
(strade, elettricità, gas). In autunno gli studenti occupano l’Università di Trento, poi la
Cattolica di Milano e la Facoltà di Lettere a Torino. In Bolivia viene catturato e ucciso
l’eroe della rivoluzione Ernesto Che Guevara. La Grecia passa ai colonnelli con il colpo di
stato. Scoppia la terza guerra arabo-israeliana. Si leggono i “Quaderni piacentini” e le
“Lettere ad una professoressa” della Scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani.
I
“INFLUENZE DELLA LEGISLAZIONE SPECIFICA DELLE LAVORO FEMMINILE
SULL’OCCUPAZIONE DELLE DONNE IN RELAZIONE AI COSTI DIRETTI ED INDIRETTI
E A SITUAZIONI DI ALTRA NATURA”
(Relazione alla II Sottocommissione della Conferenza Governativa sull’Occupazione
femminile, 15 dicembre 1967)
Signori,
parlo a nome dei rappresentanti delle tre Centrali Sindacali dei lavoratori, Cgil, Cisl, Uil,
nominati dalle rispettive Centrali nel Comitato Esecutivo della Conferenza Governativa sull’occupazione femminile. I sindacati dei lavoratori non hanno inglobato nelle osservazioni,
che di seguito svolgeranno, le opinioni esposte nei documenti consegnati al Ministero del
Bilancio ma pregano di considerare quelle opinioni parte integrante della presente relazione. I rappresentanti delle tre Centrali sindacali dei lavoratori si riservano anche di apportare – nel corso del dibattito – altre riflessioni e altra documentazione.
A pagina 42 del Documento distribuitoci dal Ministero del Bilancio ci si chiede di trovare
le politiche “atte a rendere economicamente conveniente l’impiego di forze di lavoro femminili”. Sorge qui, per noi, una prima domanda: per chi deve essere reso conveniente il lavoro della donna? Per la donna stessa? Per gli imprenditori? Per la società nel suo complesso?
Il documento scioglie il nostro interrogativo allorché, nelle proposizioni seguenti a quelle
testé citate, indirizza la nostra discussione verso una tastiera di questioni dalla quale si può
dedurre che gli estensori del documento ritengono già accertata l’inconvenienza economica, per le forze imprenditoriali, dell’impiego di forze di lavoro femminili, nelle condizioni
normative attuali. Strana impostazione concettuale, questa. La convenienza economica del
lavoro femminile viene vista, quindi, da un’angolatura del tutto parziale. La questione non è
formale. Se accettiamo l’assunto, il nostro lavoro può limitarsi a “proporre le politiche” atte
a eliminare la non convenienza del lavoro femminile per la parte imprenditoriale, ma la
parte sindacale dei lavoratori dichiara subito di non accettare l’assunto.
A pagina 44 del documento si entra nel merito e ci si chiede di “individuare le influenze
della legislazione specifica del lavoro femminile sull’occupazione delle donne in relazione
ai costi diretti ed indiretti ed a situazioni di altra natura”. La parte sindacale pone subito
una questione di interpretazione. L’espressione “costo-lavoro” non è univoca, ma con essa
possiamo intendere due cose. Possiamo intendere la somma di lavoro umano immessa
nella produzione o possiamo intendere la spesa in salari sostenuta dal datore di lavoro per
ottenere la produzione. Se vogliamo discutere di questa seconda interpretazione – ed è di
questa che il Documento ci invita a discutere – dobbiamo allora usare non già l’espressione “costo-lavoro”, bensì quella “costo-salari, diretti ed indiretti”. Il costo salari della produzione dipende da due cose molto concrete: dalla produttività del lavoro e dal livello dei
salari, e varia in più o in meno, cioè con effetti opposti, se l’uno o l’altro dei due elementi
varia. Se poi all’aumento dei salari corrisponde un equivalente aumento della produttività,
il costo salari non aumenta.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
31
I
I
Perché si possa dire che il costo salari diretti e indiretti della manodopera femminile non
è conveniente, bisogna dunque documentare che nei grandi settori d’impiego femminile
il costo-salari è aumentato e che la produttività del lavoro non è aumentata o non è aumentata della stesa misura. Questa documentazione deve confrontare i costi-salari e gli indici
di produttività del lavoro del periodo di massima espansione dell’occupazione con i costisalari e gli indici di produttività del periodo di massima caduta o di caduta di occupazione femminile. Il primo di tali periodi si può indicare nel 1963, il secondo nel 1966. Può
essere portata questa documentazione. Da parte dei sindacati dei lavoratori, per due settori a prevalente occupazione femminile e nei quali l’occupazione femminile è sensibilmente diminuita, questa documentazione può essere portata e da essa si evince che la produttività del lavoro, tra i due periodi considerati, è aumentata assai più di quanto non siano
aumentati i salari, rendendosi, così, il lavoro delle donne del tutto conveniente per le
imprese. Le cause della pesante flessione dell’occupazione femminile vanno dunque ricercate in altra direzione.
SETTORI
Lana
Cotone
1963
1966
COSTO SALARI (1)
PRODUTTIVITA’
COSTO-SALARI (1)
PRODUTTIVITA’
100
100
100
100
123,08
133,85
154,3
138,6
(1) Salari contrattuali (tabellari, contingenza, riproporzionamento riduzione orari).
Sbarazzato il terreno da questa prima questione, possiamo procedere. Il riferimento esplicito che il Documento fa agli oneri derivanti alla parte padronale dalle varie leggi di tutela della lavoratrice fa supporre che il costo-salario della donna risulti inconveniente alle
imprese qualora lo si metta a confronto con quello di coloro che, pur lavorando, di tali
leggi non beneficiano, cioè i lavoratori. Dobbiamo dunque fare delle comparazioni che tengano conto, per di più, come il Documento stesso indica, dei “costi diretti e indiretti e di
situazioni di altra natura”.
Del resto, esaminando il costo derivante da particolari disposizioni normative – vale a dire
il costo-salario indiretto di talune sue voci – non possiamo fare astrazione del costo-salari
diretto poiché le contribuzioni della parte padronale per le tutele sanitarie e previdenziali si concretizzano in precise percentuali sui salari. Secondo noi, dunque, una comparazione tra il “costo-salari diretti ed indiretti e di situazioni di altra natura” della lavoratrice
rispetto al lavoratore deve investire:
1. i salari tabellari; le voci aziendali, contrattate e non del salario; le distribuzione della
manodopera ai vari livelli di qualifica;
2. il salario indiretto, cioè la quota di salario versata dall’imprenditore per le prestazioni
previdenziali e assistenziali di malattia, per infortuni, per disoccupazione, per pensioni,
3. il costo derivante alle imprese dall’applicazione della legge sull’apprendistato, della
32
legge di tutela della lavoratrice-madre (n. 860 del 1950), della legge sul lavoro delle
donne e dei fanciulli (n. 653 del 26-4-1934), della legge che vieta il licenziamento della
lavoratrice in caso di matrimonio (n. 7 del 9-1-1963);
4. il costo derivante alle imprese dalla fluttuazione della manodopera e dall’assenteismo;
5. il costo derivante alle imprese dalle attività di formazione e di addestramento professionali per uomini e per donne.
1 - Il salario diretto
(salario gabellare – minimi e contingenza; voci aziendali; salario di qualifica)
Non affronteremo il problema delle discriminazioni per sesso esistenti all’interno di uno
stesso settore produttivo sia là ove la classificazione è stata unificata sia ove non è ancora
stata unificata. Situazioni di pesante discriminazione per sesso ancora esistono nel bracciantato e investono vastissimi nuclei di lavoratrici.
Questo problema, che pure dovrebbe far parte della ricerca sul costo e sulla convenienza
del lavoro femminile, è oggetto di esame presso la I Sotto-Commissione, dalla quale però i
sindacati sono stati esclusi.
Affronteremo invece le differenze contrattuali retributive esistenti tra i vari settori produttivi e, specificamente, esistenti tra i settori di massimo impiego femminile e settori ad
impiego misto o solo maschile.
SETTORE
Salario del manovale
comune della zona 0
SETTORE
(1967) (1)
Confezioni
Cotone
Dolciari
283,65
295,20
352,46
Salario del manovale
comune della zona 0
(1967) (1)
Poligrafici
Petrolieri
Pastai e mugnai
418,32
382,57
366,84
(1) Salario (paga-base, contingenza, riproporzionamento, riduz. orario).
Come si vede, nei settori a grande occupazione femminile (confezioniste, lanieri) e in
quello ad occupazione mista (dolciario), la paga del manovale comune della zona 0 è assai
inferiore a quella del manovale che lavora in settori ad esclusiva o quasi occupazione
maschile.
E’ lecito chiedersi il perché di questo fenomeno. Stentiamo a credere che ciò derivi esclusivamente dalle differenze esistenti, tra settore e settore, nei livelli produttivi. E’ vero: la
struttura economica dei settori considerati è diversa; il rapporto esistente in ciascuno di
essi tra capitale costante e capitale variabile è vario ma non ci riteniamo soddisfatti da questa risposta. Conosciamo, ad esempio, l’enorme espansione che ha investito il settore delle
confezioni dell’abbigliamento negli ultimi anni a fronte della quale sta però una ben modesta dinamica del salario.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
33
I
I
SETTORE
Confezioni
Cotone
Minatori
Dolciari
Petrolieri
Elettrici
Salario del manov.
comune della zona 0
Salario del manov.
comune della zona 0
(1956)
(31/12/1966)
163,95
155,35
171,60
161,75
188,70
210,00
283,65
295,20
361,20
352,46
382,57
496,60
DIFFERENZE
Confezioniste
Cotone
Farmaceutica
Vetro
Dolciari
Macchine utensili
+ 119,70
+ 139,85
+ 189,60
+ 190,71
+ 193,87
+ 286,60
Retrib. oraria contrat.
e contingingenza
Op. 2a cat. Zona 3a
Retrib. di fatto
media-oraria aziendale
DIFFERENZE
295,80
293,60
339,81
340,25
388,15
335,23
307,60
363,00
425,00
490,00
416
453
+ 11,80
+ 69,40
+ 85,19
+ 149,75
+ 27,85
+ 117,77
1) Retribuzione (paga-base, contingenza, riproporzionamento riduz. orario)
2) Retribuzione di fatto (retribuzione + voci aziendali contrattate e non del salario) esclusi assegni familiari, ratei 13a e 14a,
festività, ferie, eventuali integrazioni salariali.
Come si vede, i salari di fatto non correggono, anzi accentuano, le differenze esistenti nelle
retribuzioni contrattuali. Le retribuzioni di fatto nei settori di impiego femminile, pur avendo avuto una certa dinamica in forza della contrattazione integrativa articolata, risentono
fortemente sia della struttura delle imprese sia del contesto economico circostante e della
provenienza ex-agricola di gran parte della manodopera femminile.
Per ciò che si riferisce alla struttura delle imprese, la rilevazione statistica del Ministero del
Lavoro del 1963, per alcuni settori facenti capo alla chimica, documenta che più vaste sono
le dimensioni aziendali, più alto è il costo-salario diretto ed indiretto.
34
INDICE DEL COSTO MEDIO DEL LAVORO PER CLASSI ED AMPIEZZA
50-99
E’ da ritenersi perciò che a determinare le forti differenze retributive tra le varie categorie
– le quali, come dimostra la tabella, vanno accentuandosi – concorrano anche altri elementi, di natura storica, derivanti da una valutazione della retribuzione femminile fondata
sul concetto dell’integrazione del bilancio familiare e collegata ad una concezione della
femminilità che aveva giustificato per tanto tempo la disparità salariale.
Anche nei salari di fatto si manifesta una differenza tra le retribuzioni maschili e quelle
femminili e si osserva qui il consolidamento di una cristallizzazione dei fattori storici e di
costume che pesa sulla valutazione del lavoro femminile.
SETTORI
SETTORE
Chimica
Farmaceutica
Gomma
Materie plastiche
(trasform.)
100-199
200-499
500-999
1000 ed
100
100
100
113
101
107,3
116,1
119
127,7
127,8
125
139,3
135
153
191,1
100
108,6
112,9
109,8
108,6
Anche la distribuzione della manodopera ai diversi livelli di qualifica determina un condizionamento molto sensibile sul salario femminile. Le lavoratrici sono in gran parte ammassate ai livelli più bassi della scala di qualifica o – come nell’agricoltura – rinserrate in cosiddette “mansioni tipicamente femminili”. Questa collocazione non corrisponde certamente
al valore professionale, anche se conseguito attraverso il tirocinio pratico, che il lavoro della
donna esprime. In altri casi, la collocazione della manodopera femminile è il risultato di un
tipo di divisione del lavoro fra le maestranze che relega le donne ai lavori meno qualificati
bloccando così il faticoso processo di crescita delle capacità professionali della donna.
Si dice di solito, ed è stato affermato da un rappresentante confindustriale in un dibattito
radiofonico nel quale da noi veniva denunciata questa situazione,“la donna ha la qualifica
che la società le richiede”. Questa risposta incolpa in senso generale la società di un fatto
che nasce e si svolge invece nel processo produttivo, nel luogo di lavoro e che quindi ha
cause economiche ben precise. Queste cause economiche, che pur si avvalgono di cristallizzazioni del passato, si esprimono – per i sindacati – nel risparmio sui costi del lavoro,
ricercato dalle imprese. Non ci sfugge infatti che le imprese richiedono alle donne lavori
che comportano alte capacità professionali, che operano distinzioni – tra i lavori – artificiose, poiché fondate su elementi non attinenti le professionalità; che la divisione del lavoro all’interno dell’azienda è a completa discrezione dell’imprenditore.
La discriminazione nella distribuzione della lavoratrici ai diversi livelli di qualifica opera
anche nel campo impiegatizio e ciò conferma che essa agisce anche a pari capacità professionale conseguita con la preparazione teorica (scuole). In sostanza si può dire che il
costo-salari diretti sostenuto dalle imprese per la manodopera femminile, presenta una
convenienza, spesso assai rilevante, per gli imprenditori. Se ne deduce che le cause della
pesante flessione dell’occupazione femminile vanno ricercate in altra direzione.
2 - Il salario indiretto, cioè l’ammontare dei contributi previdenziali a carico dei datori
di lavoro a seconda del sesso del lavoratore, per malattia, infortuni, pensione,
disoccupazione
Se si fa eccezione per il settore agricolo e per alcuni settori minori (lavoratori addetti ai
servizi domestici familiari; apprendisti ecc.) i contributi previdenziali a carico dei datori di
lavoro sono pari ad una cifra percentuale del salario. In questi casi, quindi, la legislazione
previdenziale non dà luogo, di per sé stessa, a criteri discriminatori basati sul sesso, ma –
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
35
I
I
in forza delle differenze salariali esistenti – il costo-salario indiretto è più basso nei settori
ove il salario diretto è più basso.
Anche nei settori minori (lavoratori addetti ai servizi domestici familiari; apprendisti ecc.)
e in alcune forma previdenziali per il settore agricolo (assicurazione tubercolosi; assicurazione disoccupazione; cassa assegni familiari) il contributo previdenziale non dà luogo a
discriminazioni basate sul sesso, dato che tale contributo è stabilito in una cifra fissa identica qualsiasi sia il sesso del lavoratore dipendente. Profondamente diversa, e basata su criteri discriminatori, è invece la situazione esistente nel settore agricolo per alcune forme
previdenziali (assicurazione malattia; assicurazione invalidità e vecchiaia; contributi ENAOLI; contributi maternità). Ma tale discriminazione (come si può chiaramente vedere nella
tabella seguente) rende l’occupazione dell’uomo – e non già quella della donna – meno
conveniente, sotto tale profilo, all’imprenditore agricolo.
CONTRIBUTI UNIFICATI IN AGRICOLTURA (QUOTE GORNALIERE A CARICO DEL DATORE DI LAVORO)
Gestioni assicur. e prev.
per le quali il contributo
è diverso a seconda del sesso
del lavoratore
1) Assicuraz. malattia (INAM)
2) Ass. invalidità e vecchiaia (INPS)
contributi base
contributo integrat.(FAP)
3) E.N.A.O.L.I.
contributo base
contributo integrat.
4) Tutela maternità
TOTALE
Per salariati fissi
Per braccianti e compartecipanti
Uomini
Donne
Uomini
Donne
27,81
22,22
33,53
26,38
1,04
26,72
0,87
14,84
2
26,72
1,50
14,84
2,43
1,35
0,40
0,32
2,35
0,20
0,16
2,32
57,80
39,68
65,92
45,20
3 - Costo derivante dalle imprese dalla fluttuazione della manodopera femminile
e dall’assenteismo
Fluttuazione. E’ da rilevare innanzitutto che, essendo in gran parte occupata in aziende
piccole e medie, la manodopera femminile è esposta oggettivamente a fenomeni di fluttuazione derivanti dalla debolezza strutturale delle imprese. In secondo luogo, è da notare che il fenomeno della mobilità professionale, del quale la fluttuazione è un indice,
andrà consolidandosi negli anni avvenire per effetto del progresso tecnologico.Anche il
regime salariale, con tutte le sue componenti, influenza la fluttuazione: l’operaia tende a
migliorare le propria condizione, nel salario e nella sicurezza del posto di lavoro.
Thomas Harrell, nel suo libro Psicologia industriale, conferma la grande importanza che
ha, nella fluttuazione, la condizione salariale là ove dice, a pag.504, riferendo di una inchie-
36
sta condotta in un gruppo di aziende americane: “Le lamentele riguardanti l’entità della
retribuzione si ripetono per un numero doppio di volte rispetto ad ogni altro motivo”.
Pure le condizioni ambientali sono causa di fluttuazione. In uno studio della Federchimici
–CISL, riguardante il settore delle fibre tessili artificiali e sintetiche, a manodopera mista, si
legge:“L’anzianità di servizio denuncia la severità della selezione, infatti solo il 10,5 % delle
lavoratrici raggiunge i 12 anni di anzianità.Va rilevato (in contrasto con l’opinione diffusa)
la maggiore costanza delle donne che, di poco ma significativamente, fanno registrare una
più lunga carriera rispetto agli uomini”. Poiché è noto che le imprese non svolgono in
generale attività di formazione professionale, non si può dedurre che la fluttuazione comporti per esse un costo, oppure si può dire che dai passaggi di manodopera dalle piccole
alle medie, alle grandi aziende la grande industria ritrae il vantaggio di utilizzare manodopera già sperimentata, seppure ai livelli tecnologici inferiori. Ma la fluttuazione diventa
piuttosto uno spreco di risorse là ove si consideri che i passaggi da un’industria all’altra
non sono sempre consecutivi, bensì intercalati da periodi di totale, forzata assenza dal lavoro in forza di molteplici cause economiche e sociali. Lo stesso dicasi anche per il passaggio di manodopera da grandi aziende ad aziende di piccola e media dimensione, ove le
conoscenze acquisite nell’uso di tecniche più complesse risultano inutilizzabili: è il caso
delle lavoratrici altamente qualificate di grandi aziende tessili, espulse dal lavoro dei processi di ristrutturazione e di riorganizzazione, che si sono indirizzate verso aziende di
dimensioni minori, di altri settori, o verso il lavoro a domicilio.
Assenteismo. Sull’assenteismo è stato detto molto anche se le statistiche sono scarse.
Innanzitutto sulle cause è opportuna qualche riflessione.Thomas Harrell, nel suo libro citato, scrive: “Coloro che hanno la possibilità di sfruttare nella mansione svolta le proprie
capacità e coloro che ritengono di avere delle buone occasioni di avanzamento si astengono meno frequentemente dal lavoro, come accade anche per coloro che sono soddisfatti
del salario ricevuto o delle possibilità di vederlo aumentato”. Qui c’è già materia di riflessione. Per le donne in particolare si aggiunga poi il fatto che, in assenza di istituzioni sociali, su di esse gravano particolari funzioni di assistenza e di organizzazione della vita familiare. Ciò è il retaggio di un costume e di una antica suddivisione tra i sessi dei compiti, ma
occorre aggiungere anche che, essendo il salario della donna inferiore a quello dell’uomo,
nel bilancio familiare pesa meno un’assenza non retribuita o parzialmente retribuita della
donna rispetto a quella dell’uomo. Ne consegue che anche per l’impresa, la singola assenza è meno costosa se attuata dalla donna. Circa la documentazione statistica è opportuno
fare riferimento a rilevazioni di carattere generale piuttosto che a rilevazioni parziali, relative a singole aziende o a gruppi di aziende, per la inopportunità di generalizzare situazioni particolari e scarsamente attendibili. Quanto all’assenteismo per malattia, l’Annuario
Statistico INAM (1964) mette in luce il seguente tasso di mobilità per le malattie di durata
superiore ai tre giorni che sono, come è noto, quelle che vengono indennizzate dall’INAM:
UOMINI
Giornate 8,9 per ogni iscritto principale uomo
DONNE
Giornate 7,6 per ogni iscritto principale donna
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
37
I
I
Interessante è pure un altro dato che si ricava dallo stesso Annuario Statistico dell’INAM
(1964), che riguarda la distribuzione percentuale dei casi di malattia e delle relative giornate, distinte a seconda della durata della malattia e del sesso.
DURATA DELLA MALATTIA
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
da 16 a 20
da 21 a 25
da 28 a 30
da 31 a 40
da 41 a 50
da 51 a 60
da 61 a 90
da 91 a 120
da 121 a 150
oltre 150
CASI DI MALATTIA
GIORNATE DI MALATTIA
Uomini
Donne
Uomini
Donne
2,70
4,89
6,74
15,09
8,12
4,64
4,34
3,51
3,14
3,40
4,85
3,07
8,54
8,11
4,45
5,26
3,21
1,95
3,03
1,34
0,75
1,27
2,35
4,24
6,18
13,66
7,78
4,81
4,28
3,47
3,09
3,53
4,87
3,27
9,32
7,03
4,38
5,96
3,53
2,09
3,13
1,24
0,65
0,78
0,51
1,16
1,32
5,02
3,09
1,99
2,06
1,84
1,79
2,10
3,10
2,19
7,24
8,57
5,84
8,75
6,87
5,12
10,53
6,60
4,80
11,11
0,45
1,01
1,77
4,58
2,38
1,98
2,04
1,83
1,77
2,20
3,27
2,35
7,98
7,81
6,64
9,98
7,81
5,52
10,90
6,16
4,22
7,17
La malattia (professionale e non) è la causa principale dell’assenteismo, mentre i motivi
legati alla maternità vengono al secondo posto. Come è noto, i distacchi obbligatori per
maternità sono indennizzati al’80% della retribuzione per le lavoratrici del settore industriale e del settore del commercio e con una cifra fissa nell’agricoltura, ma tale onere non
ricade sulla singola impresa poiché è mutualizzato fra tutti i datori di lavoro.
La terza causa di assenteismo è rappresentata dagli infortuni. Le statistiche non sono sufficientemente dettagliate e aggiornate ma si può dire innanzitutto che, essendo il contributo dei datori di lavoro dell’industria determinato sulla base dell’ammontare complessivo
delle retribuzioni, la minore retribuzione femminile determina un premio di assicurazione
annuale inferiore. Le assenze per infortunio sono tuttavia derivanti non certo da un atteggiamento di indifferenza verso la produzione da parte delle donne ma da ben note condi-
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zioni ambientali inidonee, dall’assenza pressoché totale di misure di prevenzione. Nei calcoli di convenienza delle imprese, si sconta che le vite umane e i premi di assicurazione
infortunistica sono meno costosi, generalmente, di misure di prevenzione.
La quarta causa di assenteismo è costituita da “motivi vari”. I sindacati dei lavoratori non
intendono negare che l’assenteismo femminile “per motivi vari”è più forte di quello maschile. Da ogni parte si osserva però che la vera causa di questo tipo di assenteismo è di ordine
sociale, riflette cioè lo stato di carenza pressoché totale di servizi di ogni tipo, a cominciare dagli asili e dalle scuole materne. Rimuovere queste cause è un nostro preciso impegno
ma esso urta contro la resistenza della spesa pubblica ad investire parte delle sue risorse in
questo campo.Vogliamo tuttavia osservare che il cosiddetto “piccolo assenteismo”, cioè le
assenze ingiustificate e i permessi non retribuiti, non costano nulla alle singole imprese se
non qualche fastidio nell’organizzazione del lavoro nel giorno di assenza della lavoratrice.
4 - Il costo derivante dalle imprese dalla applicazione della legge sull’apprendistato,
della legge di tutela della lavoratrice-madre (n. 860 del 1950), della legge sul lavoro
della donna e dei fanciulli (n. 370 del 22/2/1934); della legge che vieta
il licenziamento della lavoratrice in caso di matrimonio
Apprendistato. E’ opportuno considerare che il rapporto di apprendistato per le donne
offre larghe e frequenti occasioni per abusi, a danno di lavoratrici che vengono pagate
meno, che sono spesso adibite a lavori redditizi per le imprese, che non hanno modo di
acquisire una vera qualifica professionale. Questo fenomeno, riconosciuto anomalo da più
parti, motiva l’esigenza di una riforma che elimini artificiose discriminazioni tra giovani e
adulti oltreché ogni abuso.
Tutela lavoratrice-madre. Considerato che gli indennizzi per i distacchi obbligatori sono
mutualizzati tra tutti i datori di lavoro, occorre verificare gli oneri derivanti alle singole
imprese degli artt. 9 (permessi di allattamento) e 11 (istituzione di camere di allattamento
e di asili-nido).
Circa il costo derivante dall’art. 9 si deve innanzitutto dire che esso agisce solo per le lavoratrici che allettano direttamente. Dai dati statistici INAM, da noi rielaborati, si ricava che
nel 1966 il costo per il permesso di due ore è stato di L. 679 al giorno nel settore industria,
di L. 666 nel settore commercio, di l. 1.080 nel settore credito. Nel caso che l’allattamento
si svolga nell’azienda, la lavoratrice ha diritto ad 1 ora e pertanto il costo soprindicato risulta dimezzato. Non è possibile sapere quanto sia il costo complessivo dell’art. 9 nella realtà
concreta in quanto non vi sono statistiche che indichino il numero complessivo di lavoratrici-madri che usufruiscono delle due ore o dell’ora per allattamento. La pratica sindacale
ci fa però dire che le aziende attuano frequentemente violazioni della disposizione di
legge. Quanto all’art. 11, l’onere derivante alle imprese è pressoché nullo, in quanto è noto
che le camere di allattamento e gli asili-nido non sono stati in generale istituiti. I sindacati
dei lavoratori hanno presentato le proposta dell’istituzione di 2.500 asili nel quinquennio
1968-72, con il concorso per metà dello Stato e per metà delle imprese, secondo il criterio della mutualità, e con il concorso dei lavoratori interni.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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Per finire, occorre demistificare la tesi corrente secondo la quale la maternità avrebbe una
incidenza altissima fra le occupate: nel ’66, secondo dati dell’INAM, i casi di maternità sono
stai pari al 5,4% di tutte le lavoratrici dell’industria; pari al 3,8% di tutte le lavoratrici del
commercio; pari al 3,5% di tutte le lavoratrici del credito.
Tutela della donna e dei fanciulli. Le legge n. 653 del 26/4/1934 e successive modifiche ci
interessa per due misure che essa regolamenta: i riposi intermedi, il divieto di lavoro notturno.
Riposi intermedi – Per quanto riguarda l’effettivo onere che sul costo della manodopera
femminile hanno i “riposi intermedi” previsti dalla legge del 1934, va precisato:
1) che i contratti nazionali di lavoro di numerose categorie industriali (esempio: tessili,
calze e maglie, ecc.) hanno da tempo superato il concetto di una distinzione tra personale maschile e personale femminile agli effetti del riconoscimento di riposi intermedi
nei casi di lavoro a turni avvicendati;
2) che in numerosi settori industriali del campo metalmeccanico, nell’industria alimentare, delle confezioni in serie, nei calzaturifici, nell’industria farmaceutica e in quella di trasformazione delle materie plastiche, così come nel commercio e nei servizi, si effettua
l’orario giornaliero con interruzioni non retribuite per il pranzo;
3) che in generale, nei contratti nazionali di lavoro (chimici, fibre chimiche, gomma, ecc.)
nei quali sono tuttora presenti norme differenziate richiamantesi a quelle generali della
legge del 1934, il maggior onere derivante dalla mezz’ora di riposo intermedio riconosciuta alle lavoratrici che superano le 6 ore di lavoro continuative è del tutto insignificante in quanto sulla retribuzione corrisposta alle lavoratrici non viene conteggiata la
percentuale di maggiorazione prevista dal contratto per tutti i lavoratori che lavorano
in turni avvicendati. Va anzi sottolineato che questi stessi contratti sanciscono il riconoscimento della maggiorazione anche ai lavoratori che si avvicendano nei due soli
turni diurni.
Divieto lavoro notturno. I datori di lavoro risolvono i problemi dell’organizzazione del
lavoro derivanti dalla disposizione legislativa, allontanando le donne dalla produzione. I
settori e le aziende che negli ultimi anni sono passati dall’orario normale giornaliero al
ciclo continuo mostrano tutti questa tendenza.
Data l’insistenza con la quale da più parti viene posto il quesito se siano utili, per l’espansione dell’occupazione femminile, norme specifiche di tutela del lavoro femminile, i sindacati dei lavoratori desiderano esprimere al riguardo la loro posizione. Noi riteniamo
innanzitutto che si debba guardare alle “tutele” in senso generale, senza eccessiva preoccupazione. Le esigenze dell’uomo, a fronte dell’attività produttiva, si diversificano non
tanto a secondo del sesso, quanto a seconda dei caratteri dell’attività produttiva stessa. In
secondo luogo, occorre liberarsi di una concezione che considera immutabile l’organizzazione della produzione e le sue esigenze, esigenze oggettive. In un Paese come il nostro,
nel quale il lavoro è scarsamente tutelato, e, quando lo è, lo è in base a ragioni forse valide
nel passato ma non certo secondo la problematica posta dal progresso tecnologico, i sindacati dei lavoratori ritengono che si tratta di qualificare tutta la protezione del lavoro –
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per gli uomini e per le donne, quindi – e ciò in forza del valore e della funzione sociale del
lavoro stesso. Ciò non significa che i sindacati dei lavoratori siano insensibili ad aggiornamenti o a modifiche delle vigenti tutele, ma per ricondurle a quei filoni della legislazione
sociale e civile nei quali esse obiettivamente rientrano: la normativa per la sanità, dalla prevenzione al recupero. Sul lavoro notturno, in particolare, i sindacati dei lavoratori considerano due esigenze: quella di carattere tecnologico e organizzativo della produzione,
quella di carattere sociale e umano del lavoro. Noi riconosciamo valida la ricerca del più
alto grado possibile di utilizzazione degli impianti – come fattore di più bassi costi produttivi – ma riteniamo che essa debba accompagnarsi alla riduzione della durata dell’orario settimanale e giornaliero, che si impone come esigenza umana e sociale.Abbiamo pertanto spesso sostenuto che là ove il processo produttivo richiede l’organizzazione del lavoro a ciclo continuo, la riduzione delle ore dei singoli turni a 6 ore consentirebbe alle lavoratrici di essere utilizzate in tre turni su quattro, distribuiti dalle ore 6 del mattino alle ore
24. Con ciò si verrebbe a consentire pure al lavoratore di turnare spesso anche durante il
giorno, riducendosi cos’ anche per esso il danno derivante dal lavoro notturno.
Divieto di licenziamento in caso di matrimonio. La parte sindacale dei lavoratori non vede
come – dalla disposizione legislativa che vieta il licenziamento per matrimonio – possa
derivare un costo particolare alle imprese inquantochè la lavoratrice effettua normalmente la sua prestazione d’opera. È vero che i congedi pagati per matrimonio sono più numerosi per le maestranze femminili rispetto a quelle maschili – e ciò dilata un po’ il cosiddetto
“assenteismo” femminile – ma le cause di questo fenomeno vanno ricercate nel più vasto
ricambio di manodopera femminile che si verifica in conseguenza dei quelle carenze,
sopra denunciate, nell’organizzazione della vita sociale.
5 - Costo derivante alle imprese dalle attività di formazione
e addestramento professionale
Nelle aziende che occupano manodopera femminile, ancor più che in quelle a manodopera mista o maschile, le attività di addestramento professionale risultano pressoché nulle.
Anche nei settori nei quali sono stai istituiti enti di addestramento e di istituzione professionale – come è il caso del settore grafico – si osserva che, mentre anche la lavoratrice
concorre indirettamente, cioè con una percentuale sul salario, alla costruzione del fondo,
le attività dell’ente sono pressoché tutte rivolte a mestieri più tradizionalmente maschili.
La parte sindacale dei lavoratori, nell’esame del costo-salario diretto ed indiretto della
manodopera femminile, si è sforzata di compiere una valutazione obiettiva e di portare una
documentazione statistica, che, se carente è, lo è in forza non già di una scelta di comodo
bensì di una lacuna generale nella conoscenza dei fenomeni complessi che investono il
mondo del lavoro. Siamo però dell’avviso che non si possa giungere alla eliminazione completa di valutazioni troppo approssimative sul lavoro delle donne allargando le funzioni gli
organismi sindacali nei luoghi di lavoro, di controllo sui fenomeni che caratterizzano la
manodopera.Anche il perfezionamento delle rilevazioni statistiche generali – che noi vivamente caldeggiamo – non potrebbe mai, da solo, mettere in luce quel complesso di moti-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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vazioni umane e sociali che spiegando il comportamento dell’uomo ci aiuta a trovare le
soluzioni. Del resto, pare a noi che l’esame dei problemi dell’occupazione femminile non
possa incentrarsi su una specie di vivisezione del comportamento della donna, bensì sulla
verifica del complesso edificio sociale che tende a condizionare e a predeterminare il comportamento di ognuno. Assumendo una visione sesso-centrica si finisce inevitabilmente
per differenziare gli individui e quindi per differenziare, per essi, i diritti economici, sociali, etici, in contrasto con la Costituzione Repubblicana e con la Carta dei Diritti dell’Uomo.
I sindacati hanno una visione unitaria del mondo del lavoro che fa loro dire – anche quando documentano la convenienza particolare, per le imprese, dell’uso della manodopera
femminile – che le differenze esistenti, nei costi salari diretti ed indiretti assolvono alle funzione di trattenere e condizionare tutta la dinamica salariale. Secondo noi, le differenze
retributive sono una delle strade attraverso le quali si svolge il meccanismo dell’accumulazione. Esse si appoggiano ovviamente a fatti di costume, a cristallizzazioni del passato ma
i fatti di costume e le cristallizzazioni del passato non sono le cause della differenziazione,
sono semmai la giustificazione apparente. La parte sindacale dei lavoratori non condivide
quindi che la pesante diminuzione delle occupate venga ricondotta ad un ipotetico particolare costo-salari della manodopera femminile.
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1968
In febbraio gli studenti occupano l’Università di Roma. La “battaglia di Valle Giulia”
è il primo scontro violento fra studenti e polizia. In aprile la protesta degli operai della
Marzotto di Valdagno, in Veneto, avvia il risveglio delle fabbriche del Centro e del Nord.
Martin Luther King viene assassinato a Memphis. Imperversa la guerra in Vietnam.
Nascono Potere Operaio, Lotta Continua, Autonomia Operaia, il Manifesto.
In giungo cade il terzo governo Moro. In luglio gli studenti di Città del Messico, riuniti in
piazza delle Tre Culture, vengono trucidati dalla polizia. In agosto l’Armata Rossa occupa
la Cecoslovacchia in risposta alla “primavera di Praga”.
Stanley Kubrick presenta “2001: Odissea nello spazio”.
II
“PREDISPORRE LA CATEGORIA AD UNA GRANDE BATTAGLIA NAZIONALE
PER IL RINNOVO DEI PATTI”
(Relazione al Comitato Centrale Federbraccianti, 14-15 febbraio 1968)
Cari compagni,
questa sessione del Comitato Centrale è chiamata a valutare, nel loro significato politico e
sindacale, i risultati conseguiti dalla nostra categoria nel corso del 1967 e a definire – sulla
base di un attento esame delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori – le linee di sviluppo della nostra azione nel 1968. E’ bene dire subito, però, che la scadenza dei Patti
nazionali dei braccianti e dei salariati fissi nel corso del 1968 conferisce – a questa sessione del C.C. – il compito non ordinario di predisporre tutta la categoria ad una grande battaglia nazionale, fondata su ampi contenuti di potere, sull’articolazione del movimento, sul
rispetto dei tempi e delle fasi contrattuali che insieme fisseremo.Andiamo a questa battaglia convinti che non debbano essere apportate delle innovazioni sostanziali alla nostra
linea stabilita al Congresso di Salerno, ma piuttosto delle sottolineature a degli arricchimenti – anche di natura politica – e, con la fiducia che ci deriva dal grado di tensione, di
capacità di iniziativa e di lotta espresso dalla nostra Organizzazione nel suo complesso,
anche nel 1967, sui problemi fondamentali dei contratti, della previdenza, del lavoro.
Nella sua relazione al Comitato Centrale del 9 ottobre u.s. il compagno Caleffi tracciò un
bilancio e un giudizio complessivamente positivi delle lotte invernali, primaverili ed estive del 1967, che pensiamo possano essere estesi a tutta l’annata da poco conclusa. Dal solo
punto di vista quantitativo, il rinnovo del Patto nazionale salariati fissi, la stipula di 56 contratti collettivi provinciali e di numerosi accordi settoriali e aziendali, il dispiegarsi su tutto
il territorio nazionale della lotta per la riforma della previdenza costituiscono una prova
della vitalità della nostra Organizzazione, della sua capacità di saldare i problemi della regolamentazione del rapporto di lavoro a quelli, più complessivi, dell’occupazione e della condizione civile.Anche dal punto di vista qualitativo il giudizio si riconferma positivo, e ciò
senza indulgere ad alcun auto-compiacimento, ma tenendo presente il contesto generale
nel quale le lotte si sono dispiegate. Ben riflettendo, nel corso del 1967 ci siamo trovati
davanti al tentativo di affermare, contemporaneamente, tre blocchi nelle campagne: quello rurale, fondato sull’aspirazione del padronato di egemonizzare ai propri fini di classe il
giusto malcontento e il profondo disagio delle categorie contadine e dei lavoratori agricoli; il blocco salariale, fondato sulla pretesa del padronato agrario ed industriale di liberasi dell’incalzante pressione rivendicativa dei lavoratori, liquidando la primaria ragione di
essere del sindacato; il blocco della spesa pubblica, per fini sociali, attuato dal governo al
fine di sovvenzionare gli investimenti privati. Quale successo ha avuto questo disegno economico e politico, a sorreggere il quale non sono mancati né il peso di una propaganda
martellante né complesse teorizzazioni economiche e sociali? La risposta nostra deve qui
farsi attenta anche perché è certo che questo disegno ci viene e ci verrà riproposto. Errato
sarebbe dire che tale linea complessiva ci ha lasciati indenni; anzi, la nostra denuncia non
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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II
deve stancarsi di ribadire i risultati negativi che quel disegno ha prodotto sulle condizioni
di lavoro e di vita dei lavoratori e sull’assetto economico e sociale delle campagne. Ma è
altrettanto vero che l’azione sindacale ha saputo dare una risposta, sia di principio che sul
terreno pratico, che tiene tuttora aperto il gioco e lo scontro. Il blocco rurale si è scontrato con 80 milioni di ore di sciopero effettuate dai braccianti, dai salariati, dai coloni cui
debbono essere aggiunte le lotte, le agitazioni, le iniziative associazionistiche dei mezzadri,
degli affittuari, dei coltivatori diretti, degli operai dell’alimentazione. Possiamo sottolineare
dunque, apertamente, che il complesso delle lotte del 1967 ha costituito una grossa spina
nel corporativismo agrario, che le alleanze naturali dei braccianti e dei salariati sono intatte e in sviluppo, che le posizioni reazionarie nelle campagne sono isolate. La nostra combattività è alta e vi è una piena disponibilità della categoria a lotte più avanzate ed incisive. Gli scioperi prolungati in Puglia, i movimenti impetuosi della Calabria e del Polesine,
hanno messo in discussione non solo la regolamentazione del rapporto di lavoro, ma
anche l’assetto agrario, fondiario e le strutture civili e sociali. Seppure su di un’area meno
vasta rispetto al 1966, le lotte dell’ultimo anno hanno posto i temi del lavoro e della terra
conseguendo significativi risultati: gli espropri di Isola Caporizzuto in Calabria e un impegnativo di 250.000 giornate di lavoro per lavori di forestazione e bonifica, il passaggio a
bonifica di 2.200 ha. nel Polesine; l’articolazione in 29 zone del territorio agrario della
Regione Siciliana con l’affermazione – fra l’altro – del diritto di esproprio; la messa a bonifica di 3.500 ha. nella sacca di Scardovari con l’assegnazione provvisoria ai lavoratori; l’approvazione alla Camera – ora al Senato – del passaggio a bonifica di altri 22.000 ha. nella
Valle del Mezzano e in altre valli minori.Anche la linea del blocco salariale ha avuto la sua
risposta, di principio e pratica, pur nei condizionamenti che da essa ci sono derivati. Gli
aumenti salariali hanno oscillato dal 2% al 10% con una percentuale media dell’8,5%.
Questi risultati non possono certamente essere giudicati soddisfacenti, dati i bassi livelli
salariali preesistenti e lo stato di sottoccupazione della stragrande maggioranza della categoria. Il blocco salariale, però, non si proponeva solo il ristagno salariale, bensì il ristagno
contrattuale più in generale. Abbiamo infatti verificato, nel corso del rinnovo dei 56 contratti provinciali, una persistente ostinazione del padronato a prolungare le vertenze, a
farle stagnare, ad allungare al massimo i periodi di carenza contrattuale, a stipulare contratti di lunga durata, a far passare – magari sotto banco – procedure contrattuali vincolanti. In generale, le province hanno risposto bene, comprendendo che la questione dei
tempi non era di natura tecnica ma qualitativa, alla pari delle rivendicazioni di potere sindacale che si intendeva affermare. Da questo punto di vista il bilancio è senz’altro positivo: la linea di Salerno è stata cioè calata nel nuovo contesto di scontro nel quale ci siamo
venuti a trovare. I problemi dell’allargamento del potere sindacale sono stati in generale
tenuti al centro delle lotte contrattuali. Certo, hanno ragione quei compagni che sostengono che le province non hanno sempre tenuto presente tutto il “pacchetto” delle rivendicazioni di qualità definite a Salerno. Questa critica è giusta, ed è accettabile anche perché viene da dirigenti provinciali che hanno saputo tener fermo il discorso su più questioni di qualità nel corso dei rinnovi contrattuali nelle loro province. Ma considerando i
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II
diversi livelli di coscienza e di organizzazione sindacale, considerando le diverse posizioni
contrattuali da cui si partiva si può dare un giudizio molto positivo sul fatto che, in ogni
provincia, almeno una (e spesso più di una) rivendicazione di qualità è stata al centro dello
scontro sino alla fine, affermandosi come conquista. Abbiamo quindi oggi delle “rotture”
significative in diverse parti del Paese su questioni di qualità, sul contenuto concreto del
potere sindacale: vogliamo ricordare innanzi tutto che in nessuna provincia si è accettata
la pretesa padronale di considerare i Patti nazionali un “tetto”, riaffermando così l’articolazione contrattuale; ricordiamo l’affermarsi a Parma del diritto alla contrattazione aziendale per il salario aggiuntivo in determinate condizioni; la splendida conquista di Ravenna
sull’assegnazione delle qualifiche che porta in sé un ruolo del Sindacato nella compra-vendita della forza-lavoro; l’affermazione dell’orario ad orologio in tutti i tipi di stalla a Parma,
Novara, Pisa, Forlì e – nelle stalle cosiddette moderne – in generale in tutte le province; le
Commissioni siciliane, di Ravenna e Ferrara per l’occupazione. A ciò si aggiunga l’abolizione delle zone salariali in tre province (Salerno, Cagliari, Brindisi), l’abolizione dei “lavori femminili”in quattro province e la riduzione dello scarto in altre dodici, le maggiorazioni
per i lavori pesanti e nocivi, il miglioramento degli istituti e delle indennità tradizionali, il
raggiungimento in 14 province di orari di lavoro oscillanti fra le 42 e le 45 ore settimanali, la riconferma e il miglioramento degli accordi extra-legem in 17 province e la loro conquista per la prima volta in altre 20. Non possiamo qui ovviamente richiamarci a tutte le
conquiste di potere sindacale raggiunte, ma ci pare di poter dire che la linea del blocco
salariale-contrattuale ha incontrato una ferma resistenza da parte nostra e che l’intransigenza iniziale ha dovuto spesso ripiegare.
Per ciò che si riferisce poi al blocco della spesa pubblica per finalità sociali, la nostra categoria è riuscita ad imporsi all’attenzione del movimento sindacale, dei poteri pubblici e
dell’opinione pubblica con la sua grande lotta per la riforma della previdenza.Anche qui,
l’inadempienza da parte del Ministro Bosco del suo impegno di presentare entro il 1967
le proposte di riforma, mette in luce una pervicace mancanza di volontà politica, da parte
del governo, di ottemperare all’impegno assunto in sede di programmazione economica di
operare per il superamento del dislivello storico tra città e campagna. Ciò non toglie, tuttavia, che la lotta della nostra categoria – che ha avuto momenti culminanti in 3 scioperi
nazionali e che si è dispiegata in tutto il Paese attraverso scioperi regionali e provinciali,
manifestazioni, cortei – ha dato un duro colpo ad una prassi di governo fondata sulla promessa e alla teorizzazione stessa del blocco della spesa pubblica per fini sociali: si è visto
chiaro, infatti, che il blocco della spesa pubblica per fini sociali ha dato una copertura di
comodo agli agrari poiché ha bloccato anche la spesa privata per fini sociali, ha cioè consentito agli agrari di attestarsi su un ammontare contributivo del tutto irrisorio; gli investimenti pubblici per fini produttivi, sì, ci sono stati, e generosi, ma in agricoltura ciò non ha
certo prodotto un incremento della produzione né creato condizioni nuove all’evolversi
dei rapporti sociali, né elevato la competitività del settore agricolo. Su questo terreno, lo
scontro rimane dunque aperto ed è destinato ad acutizzarsi, sia per la posizione assunta
dal governo sulle pensioni, sia per una serie di altri problemi che verranno a maturazione.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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II
Abbiamo già considerato essere un primo risultato l’approvazione della legge n. 4385 sull’accertamento dei lavoratori agricoli aventi diritto alle prestazioni previdenziali, specie
per il terreno nuovo che si apre – pur tra molte contraddizioni – all’azione del sindacato
con l’istituzione delle Commissioni comunali. Non c’è dubbio che se sapremo operare su
questa linea non solo potremo contenere ed impedire la cancellazione arbitraria dalle liste
ed intervenire nella fase stessa della formazione del diritto assicurativo del lavoratore, ma
si evidenzierà anche, senza equivoci, la massa di sottoccupazione che ristagna nelle campagne. L’anno appena trascorso ci ha visti, dunque, ben attenti ai disegni delle nostre controparti, capaci di contrastarli e di mantenere fermi i nostri contenuti di potere sindacale.
Uno dei risultati politico-sindacali più valido è senza dubbio il rafforzamento della unità
sindacale nelle province ed anche a livello nazionale che ha portato – pur tra difficoltà –
alla proclamazione di uno sciopero nazionale unitario. Gli attacchi duri del nostro avversario producono in verità questo effetto: si evidenzia… l’esigenza dell’unità. Riteniamo
però che queste esperienze non abbiano esaurito la loro ragion d’essere, anzi: si impone
sempre più la ricerca di una strategia comune che abbracci sia la materia contrattuale e
previdenziale che quella economica più in generale. E’ bene tuttavia che il Comitato
Centrale valuti attentamente due limiti di fondo della nostra azione per i riflessi negativi
che essi possono avere sulle lotte future. Ci riferiamo alla persistente debolezza nella
gestione contrattuale e allo scarso dispiegarsi della lotta aziendale. Solo apparentemente
questi due limiti non hanno alcun legame fra di loro. Emerge chiaramente, infatti, che una
delle cause del ristagno dell’azione articolata aziendale risiede proprio nella inadempienza contrattuale in quanto essa, svilendo il ruolo della negoziazione collettiva, crea scetticismo agli occhi dei lavoratori sulle reali possibilità dell’azione aziendale.
Un altro collegamento tra i due problemi risiede nel fatto che in diversi contratti è prevista la contrattazione aziendale su alcune norme specifiche: la non gestione di questo diritto ci taglia fuori dall’azienda. E’ ovvio inoltre che l’applicazione dei contratti ha la sua sede
naturale nell’azienda e che su di essa si innesta poi quel tipo di contrattazione integrativa
che arricchisce gli stessi contratti provinciali. Abbiamo più volte ribadito l’importanza di
questa svolta per la vita della nostra organizzazione ed i ritardi a compierla ci inducono
riflettere se essi derivino da un non accordo sulla linea o da difficoltà organizzative. Senza
dubbio queste ultime esistono: la carenza di strumenti organizzativi adeguati, cioè dei
Comitati aziendali e delle Leghe, e la difficoltà del nostro attivista ad intervenire sui problemi dell’organizzazione della produzione ostacolano fortemente questa svolta, come
pure il peso della sotto-occupazione che fa da freno. Non vediamo però un sufficiente e
generale impegno delle organizzazione provinciali per superare queste difficoltà sicché
qualche impaccio di linea ci pare esista. Ci riferiamo alla concezione di sopravalutare lo
scontro provinciale generale, che mette in ombra il fatto che il procedimento di costruzione della vertenza deve partire dal basso verso l’alto affinché la contrattazione abbia una
reale dinamica e non risenta delle spinte alla centralizzazione espresse dal padronato. Ci
riferiamo anche ad una concezione della nostra vita intera secondo la quale “fare il contratto” è tutto, e che offusca il compito del Sindacato nella più generale gestione collettiva
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II
della forza-lavoro, a fronte dei problemi sempre vari dell’organizzazione del lavoro e del
mercato del lavoro non risolvibili dai soli contratti provinciali. Così, la materia specificatamente aziendale, del salario aggiuntivo e degli organici, non impegna la vita della Lega e
del Sindacato provinciale ed il Sindacato accetta inconsapevolmente di svolgere in materia contrattuale una funzione solo da un contratto all’altro, cioè biennale. Non intendiamo
esaurire il problema. Certo è, però, che esso costituisce un punto tra i più importanti di
questa riunione del Comitato Centrale poiché, come diremo più avanti, la tattica contrattuale che proponiamo per il 1968 individua – nell’applicazione dei contratti e nello sviluppo dell’azione articolata aziendale – uno dei suoi filoni fondamentali.
La condizione di lavoro e di vita dei braccianti, salariati e coloni segna un costante aggravamento che l’azione contrattuale, da sola, attenua ma non cancella certamente.
L’espulsione di unità lavorative agricole continua veloce e gli altri settori dell’economia
non assorbono né prevedono di assorbire – sia nel breve che nel medio periodo – il potenziale che si rende disponibile. La stessa relazione annuale dell’INEA mette in luce che il
ritmo dell’esodo ha superato le previsioni del Piano quinquennale, che indicavano in 600
mila unità la prevedibile diminuzione complessiva della popolazione attiva agricola nel
quinquennio 1967-1970. L’occupazione industriale e terziaria è cresciuta ma non certo in
misura tale da assorbire i lavoratori disoccupati ed espulsi dall’agricoltura, le nuove leve e
i sotto-occupati dai vari rami industriali e terziari. Per quanto poco attendibili siano le cifre
ufficiali, esse indicano che nel 1966 90.000 braccianti sono stai espulsi dalle campagne e
che nel 1967 la cifra è stata di 11.000 unità. La diminuita espulsione nel 1967 non deve
però ingannare nessuno poiché denota perlomeno due fatti tra loro complementari: che
lo sfoltimento del mercato del lavoro agricolo dipendente ha raggiunto limiti al di sotto
dei quali l’attuale organizzazione del lavoro e della produzione non può andare; che si
rimane nell’agricoltura anche per poche giornate perché le città non assorbono e l’industrializzazione nelle campagne non si sviluppa. La sottoccupazione diviene il dato saliente
dell’occupazione dipendente agricola; diminuisce il numero di giornate di lavoro annuo e
la stragrande maggioranza dei braccianti avventizi viene ammassandosi nelle categorie
occupazionali più basse, degli eccezionali, degli occasionali. Stentata è la crescita dei nuclei
di salariati fissi che nelle regioni del Nord subiscono una diminuzione, nel 1966 e nel 1967
rispetto agli anni precedenti, come conseguenza del capovolgimento in atto nell’organizzazione del lavoro: la stalla speciale che si va affermando comporta meno manodopera; nel
campo, la macchina sostituisce l’uomo e lavora solo il cuore del campo attuandosi così una
tipica coltura di rapina. Nel settore colonico, la disdetta per rappresaglia padronale crea
una fluttuazione nel mercato del lavoro; ove subentra l’organizzazione ad economia dell’azienda si produce, in generale, una forte riduzione delle unità attive. Si conferma che l’assetto attuale dell’agricoltura non offre possibilità di lavoro e che esso non stabilizza le
forze rimaste. Le liste di collocamento agricolo si accorciano perché nell’agricoltura non
si apre una prospettiva di lavoro; in tal modo, apparentemente e ufficialmente, la disoccupazione scompare ma in realtà scompare la speranza di trovare un lavoro. Coloro che pure
si iscrivono al collocamento permangono nelle liste per una media di giornate sempre più
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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II
bassa, a dimostrazione della grande mobilità della manodopera e della ricerca disperata di
un lavoro in altri settori. L’eliminazione di certe fasi produttive, nelle aziende di trasformazione e di commercializzazione dei prodotti agricoli, riduce la possibilità dei sottoccupati agricoli di cumulare al lavoro agricolo altre attività innalzando il periodo annuo lavorativo. Il giudizio che ricaviamo da questo complesso di fenomeni è estremamente preoccupato. Lo sviluppo del settore industriale tende ad essere in prevalenza uno sviluppo
intensivo: si eleva il capitale costante, si riduce il capitale variabile. La disoccupazione si
riconferma essere il nodo indissolubile per l’attuale sistema economico davanti al quale i
Sindacati vanno sempre più convergendo sia nella analisi delle cause che nei possibili
sbocchi. In questo dibattito, tuttavia, il problema della disoccupazione e della sottoccupazione agricola non ha ancora raggiunto una elaborazione approfondita che rimane però
oggetto di un impegno comune. Noi proponiamo all’attenzione dei sindacati una riflessione; ci pare che al punto cui sono giunte le cose, vada rivisto – per il nostro settore – il
concetto stesso della sottoccupazione agricola e se essa si configuri ancora solo come
eccedenza di manodopera, ancora solo come residuo pre-moderno. Dopo l’alleggerimento del mercato del lavoro in agricoltura avvenuto negli ultimi anni, essa infatti ci appare –
sempre più e scopertamente – come il risultato di un certo tipo di riorganizzazione del
lavoro e della produzione, dell’andamento colturale basato sul profitto immediato. La
ristrutturazione dell’azienda capitalistica ha dimostrato cioè di dare stabilità di lavoro solo
a ristretti gruppi di lavoratori e di fondarsi in prevalenza sull’uso discontinuo delle forze
di lavoro. Le forze sottoccupate – uomini e donne – sono indispensabili al processo produttivo, ma lo sono proprio in quanto sottoccupati. Nei criteri attuali di direzione delle
imprese, la sottoccupazione è un dato certo e scontato. Di questo occorre prendere atto,
abbandonando – da parte dei responsabili della programmazione economica – il mito della
stabilità del lavoro dipendente agricolo se perdurano i criteri della ristrutturazione capitalistica. Saltano tutte le previsioni: l’esodo agricolo è incontrollato, l’occupazione che resta
non si stabilizza, la sottoccupazione cresce, gli altri settori economici non assorbono in
congrua misura. Sino a che l’industria ha assorbito manodopera, l’esodo e la sottoccupazione agricoli sono parsi dolorosi, sì, ma inevitabili ed auspicabili in una economia moderna; oggi, quei fenomeni ritornano ad essere un fatto interno al settore agricolo. Nasce da
questo stato di cose una spinta impetuosa a riconsiderare l’attuale assetto agrario e fondiario, il ruolo assunto e da far assumere all’intervento pubblico, la natura e la localizzazione stessa dello sviluppo industriale.Andiamo verso grandi tensioni sociali che sono inevitabili, del resto. Questi fatti affidano anche al nostro sindacato compiti nuovi.
Innanzitutto, la necessità di utilizzare, sempre più e meglio rispetto al recente passato, lo
strumento della contrattazione a tutti i livelli per i problemi dell’occupazione, di investire
chiaramente la sede contrattuale e i contratti del conflitto sociale e di classe che nasce
dallo stato di sottoccupazione, di non limitare il nostro intervento agli aspetti del rapporto di lavoro ma di estenderlo ai problemi che sorgono a monte del rapporto di lavoro stesso, per imprimergli garanzie di continuità. E’, questa, una svolta significativa che intendiamo attuare nella struttura contrattuale. Essa nasce dalla coscienza che nella struttura con-
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trattuale attuale, grandi margini di progresso non ve ne sono per affermare il nostro intervento nel processo economico: o andiamo decisamente oltre, articolando tutto un complesso di rivendicazioni nel campo dell’occupazione e delle trasformazioni o continueremo solo a sfiorare il problema che invece, oggi, scotta. Inoltre, noi riteniamo che si debba
aprire con i poteri pubblici, e specificamente con il Ministro della Programmazione
Economica, una discussione diretta. I sindacati agricoli non sono mai stai investiti delle
scelte che, sulla manodopera, la programmazione compiva: oggi non è più possibile proseguire con questo metodo poiché la situazione presenta aspetti non previsti e gravi.
Il Comitato Esecutivo dovrà stendere al più presto un documento che riassuma le nostre
posizioni sul problema, da inviare al Ministero del Programma, richiedendo un apposito
esame congiunto.Tale documento dovrà essere utilizzato al livello regionale, con le opportune integrazioni e specificazioni, per divenire materia di discussione e di contrattazione
con gli Enti pubblici, con il C.R.P.E., con gli Enti di Sviluppo. Ci pare che i punti essenziali
del documento al Governo debbano essere grosso modo i seguenti:
1) la richiesta di un pronunciamento sul grado di sopportabilità dell’esodo agricolo per salvaguardare la produzione agricola, la difesa del suolo, contro il disinvestimento, l’abbandono di enormi aree suscettibili di produttività, l’assetto monocolturale;
2) la richiesta di un pronunciamento sull’accettabilità o meno di una sottoccupazione che
appare sempre più collegata ai caratteri assunti dalla ristrutturazione e dalla incentivazione dell’azienda capitalistica;
3) l’ammontare e l’indennizzo dei contributi pubblici all’agricoltura, la loro assegnazione
agli Enti di Sviluppo, l’emanazione – subito dopo le elezioni – di una legge organica sugli
Enti di Sviluppo e la pianificazione zonale nell’ambito della legge quadro sull’agricoltura nell’ordinamento regionale;
4) i processi industriali da avviare sia nel campo della fornitura di beni all’agricoltura, sia
per la trasformazione dei prodotti agricoli in vista di dare sbocchi nuovi alla sottoccupazione e alla qualificazione del lavoro agricolo;
5) le opere pubbliche e le opere sociali da programmare, i tempi del loro avvio per elevare le produttività e la difesa del suolo e per rinnovare la condizione civile.
Si tratta di un primo gruppo di proposte, per la definizione delle quali si dovrà ancora
molto lavorare nei nostri organi dirigenti. Da esse si deduce però che noi ci proponiamo
si perseguire – con la vertenza con i poteri pubblici – fondamentalmente tre obiettivi politico-sindacali:
1) che ci venga riconosciuto un diritto di iniziativa nell’azienda capitalistica, che vengano
definiti obblighi di trasformazione per le proprietà e che conseguentemente sia affermato il principio dell’esproprio;
2) che gli investimenti pubblici, il loro ammontare, la loro destinazione diventino materia
di contrattazione;
3) che sia data vita a nuove articolazioni di base attraverso le quali le categorie contadine possano esprimersi, primi fra le quali i Consigli di Valle, i Comitati di Zona, o Comprensorio,
come punto di incontro tra gli Enti Locali e le organizzazioni dei lavoratori.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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Puntiamo, in sostanza, ad esprimere una funzione di controllo e di promozione del rinnovamento agricolo e a farci riconoscere e rispettare questa funzione. Se il Comitato Centrale
accoglierà queste proposte di lavoro di iniziativa politico-sindacale, il Comitato Esecutivo
potrà essere chiamato a discutere ed approvare il documento da presentare al Governo.
Questa iniziativa deve riproporre i temi dell’occupazione ma viene sollecitata oggettivamente da un complesso di problemi che all’occupazione sono strettamente collegati: il
reddito annuo del lavoratore bracciante, la sua condizione civile. L’abbassamento del
numero di giornate annuo e la consistenza media dei nuclei familiari fanno sì che le retribuzioni vigenti, pur migliorate con la contrattazione, non soddisfano neppure le esigenze
elementari dei lavoratori. Per quanti sforzi faccia la Confagricoltura per sostenere che le
retribuzioni agricole sono livellate a quelle degli altri settori, ogni ragionamento cade a
fronte della sottoccupazione e del numero di bocche che vivono sul reddito del bracciante. Il massiccio calo delle giornate effettuate annualmente deprime il reddito annuo e
annulla i progressi conseguiti nel salario orario, almeno in parte. I salari mantengono poi
grossi dislivelli e squilibri territoriali e di altra natura. Per ammissione ufficiale,“le retribuzioni del Centro-Sud risultano sensibilmente inferiori rispetto a Nord” e, aggiungiamo noi,
il fenomeno del sottosalario non ci dà una idea esatta del dislivello.Anche le paghe di qualifica sono assurdamente differenziate, in modo tale da aggravare gli stessi dislivelli territoriali: secondo dati del ’66, il bracciante specializzato di Terni prendeva meno del bracciante comune di Avellino; il salariato fisso specializzato di Trapani prendeva meno del salariato fisso comune di Foggia.
La Confindustria sostiene che nelle aziende più intensive, gli incrementi salariali hanno
spesso superato largamente gli incrementi di produttività, ma a parte la difficoltà ad intenderci sui criteri di rilevazione della produttività aziendale, noi vogliamo mettere l’accento
sul crescente ammontare dell’intervento pubblico (ordinario e straordinario) in agricoltura, sui contributi derivanti dal FEOGA per diverse produzioni, sul più generale intervento
indiretto dello Stato che si esprime in crediti, mutui, agevolazioni. Una valutazione approssimativa per eccesso sul monte salari del 1965 porta ad una cifra pari a 501 miliardi 645
milioni, mentre secondo dati INEA nello stesso anno gli stanziamenti complessivi del
Ministero dell’Agricoltura e gli stanziamenti di previsione delle Regioni a Statuto speciale
per l’agricoltura (che nel corso dell’anno subiscono poi sempre delle maggorazioni) portano ad una cifre pari a 511 miliardi e 407 milioni, a cui vanno aggiunti gli stanziamenti di
altri Ministeri (Lavori Pubblici, Sanità, Istruzione, Lavoro) e quelli del FEOGA.Anche scontando la parte di questi contributi che va ai coltivatori diretti, se ne può dedurre che il
costo del lavoro dipendente è scaricato per la massima parte sulla sfera pubblica.
D’altronde, i contributi pubblici e supernazionali non costituiscono, per il loro indirizzo e
per l’uso incondizionato che di essi fa il padronato, un incentivo all’espansione e alla stabilità del lavoro, ad un vasto rinnovamento delle strutture agrarie e agli investimenti diretti da parte del settore padronale e imprenditoriale agricolo. Gli investimenti lordi complessivi, privati e pubblici complessivamente, ai prezzi del 1963 risultano diminuiti nel
1966 rispetto a quella data, pur essendo sempre aumentato il contributo pubblico. In par-
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ticolare sono calati gli investimenti in opere di bonifica e di miglioramento fondiario, specie nel Sud e anche quelli in macchine ed attrezzi pure nell’Italia meridionale. L’andamento
degli investimenti privati e pubblici va dunque attentamente considerato per gli effetti
economici, e non solo, che produce.
L’intervento finanziario dello Stato per l’agricoltura cresce sensibilmente anche nelle previsioni del 1968, ma mentre crescono le spese per servizi generali, miglioramenti fondiari,
bonifiche, calano quelle per la tutela dei prodotti agricoli, per la zootecnia, per la montagna e le foreste. Il bilancio del 1968 mette in luce una perdurante dispersione finanziaria,
lo scarso intervento nelle strutture agrarie ed industriali, il peso della politica di integrazione europea. Si allargano nello stesso tempo gli squilibri della bilancia alimentare e agricola che segna nel 1967 un flusso di importazioni di prodotti pari a 1699 miliardi di lire
contro un flusso di esportazioni pari a 605 miliardi di lire. Davanti a questi gravi fenomeni che investono la politica di integrazione economica e la bilancia commerciale, viene
avanti un concentrico tentativo di eludere i problemi di fondo, che sono i pericolosi temi
dell’autarchia e del corporativismo. Così, il settore padronale del commercio chiede la
chiusura delle importazioni; così il Ministro Colombo, raccogliendo la protesta del padronato agrario, propone una modifica del sistema contributivo al Fondo FEOGA e tenta di
coinvolgere i Sindacati nella protesta contro il fatto – si dice – che “i Paesi favoriti finanziano le eccedenze produttive dei Paesi più ricchi”. Noi rifiutiamo la linea autarchica, che
taglierebbe fuori da ogni incentivo allo sviluppo e all’ammodernamento l’apparato produttivo italiano, e non abbiamo alcuna intenzione di confondere le nostre posizioni con
quelle dei responsabili della presente situazione.Anche modificando il sistema contributivo al Fondo FEOGA, senza affrontare i problemi della struttura agraria e fondiaria non
muterebbe nulla. Molto opportunamente la Segreteria della Cgil ha preso di recente una
posizione precisa in materia, che ci aiuta e che risponde, in un certo senso, anche alle frasi
pronunciate con tono in parte minaccioso e in parte querulo dal conte Gaetani e ribadite
dalla stampa degli agrari secondo cui “il 1968 sarà un anno molto delicato”, anticipando
con ciò un forte attacco all’iniziativa contrattuale e prospettando il crearsi di momenti
molto tesi se il responso elettorale non sarà favorevole alle forze padronali. Dobbiamo prepararci dunque ad uno scontro duro, nel corso del quale bisognerà fare piena chiarezza sia
sul ruolo parassitario delle forze agrarie, sia sull’accentuato sfruttamento dei monopoli
industriali e commerciali sulle campagne. Dobbiamo saper dare una risposta che riproponendo i temi del lavoro, del salario, del progresso civile, ripresenti alla classe operaia e ai
lavoratori italiani il problema agrario in tutta la sua drammaticità, non solo per la situazione esistente all’interno dei settori agricoli, ma per gli effetti che tale situazione ha per l’intera economia.
Questo stato di fatto conferma la giustezza della scelta sopra esposta di muoversi su due
fronti: investire fortemente la contrattazione a tutti i livelli dei problemi del reddito e della
occupazione ed aprire con i poteri pubblici una discussione in merito. Voi comprendete
l’obiettivo politico che ci proponiamo di raggiungere con questa impostazione: qualificare lo scontro contrattuale, riproporre all’attenzione del Paese il problema agrario. Le sedi
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e gli sbocchi saranno ovviamente diversi, ma l’avvio di due vertenze – con il padronato e
con i poteri pubblici – sugli stessi temi, darà un grande rilievo sociale, generale alle nostre
rivendicazioni. Siamo pertanto d’accordo con le tre Centrali sindacali che nel documento
comune per la Conferenza triangolare sull’occupazione hanno rilevato l’esigenza di un
approfondimento specifico sui problemi del mercato del lavoro agricolo. Pensiamo che
questa richiesta debba trovare consenziente anche la FISBA e la UISBA e ci preoccupa il
fatto che una richiesta nostra di discutere in sede sindacale tali problemi sia andata per ora
disattesa. Eppure, non solo nelle lotte previdenziali e contrattuali, ma anche nel movimento per i piani di zone e per un nuovo ruolo degli Enti di Sviluppo la pressione unitaria dal
basso è forte ed anticipa in un certo senso la nostra impostazione di aprire due vertenze
collaterali, con i privati e con i poteri pubblici.
L’impostazione che intendiamo dare alle lotte del 1968 avrà proprio nella zona la sua articolazione di base. E’ nella zona che la nostra alternativa deve evidenziarsi sino ad affermare il nostro intervento sul processo economico. Il concorso della nostra categoria, delle
altre categorie di lavoratrici, degli Enti Locali, degli strumenti dell’associazionismo contadino, dà all’elaborazione dei piani di zona un carattere democratico che sottolinea la nostra
concezione della programmazione: la partecipazione dal basso delle masse, contro le impostazioni accentratrici cha hanno sempre prevalso e che ancora prevalgono e che costituiscono sempre il terreno propizio ad involuzioni anti-democratiche. La forte saldatura tra i
temi infrastrutturali e quelli dello sviluppo produttivo toglie al piano di zona il carattere di
incentivazione e di razionalizzazione delle strutture attuali.
La sottolineatura, infine, dei problemi della condizione civile e sociale , eleva la pianificazione dal basso al livello di una pianificazione della produttività in senso sociale. I ritardi
con cui gli Enti di Sviluppo recepiscono le nostre elaborazioni zonali mettono in luce sia
l’inadeguatezza delle leggi sugli Enti di Sviluppo sia l’equivoco che ha presieduto alla loro
costituzione. La contestazione che proviene dai Consorzi di Bonifica al funzionamento dei
nuovi Enti ha un suo terreno di legittimità nella genericità delle leggi istitutive e nel fatto
che il contributo statale all’agricoltura non passa attraverso gli Enti di Sviluppo stessi, per
cui la pressione delle forze padronali riesce ancora sopraffare – anche a livello della singola zona – le spinte democratiche delle categoria contadine e delle categorie lavoratrici.
Ci sta davanti, quindi, un periodo molto complesso che dovrà unificare le volontà, l’azione
dell’insieme della nostra organizzazione sull’impostazione politico-sindacale, sui contenuti rivendicativi, sui tempi, sulle sedi. La scadenza entro l’11 novembre dei Patti nazionali ci
impegna formalmente a dare entro il 9 maggio la disdetta e a presentare le richieste entro
il 9 luglio. Una prima decisione di cui deve essere investito il Comitato Centrale è quella
di presentare le richieste subito dopo il 9 maggio, per puntare ad avere l’inizio della trattativa nel corso stesso dell’estate 1968. Se questa proposta sarà accolta, bisognerà discutere tempestivamente tutta l’impostazione con la Fisba e l’Uisba per condurre con rapidità
una vasta ed unitaria consultazione di tutta la categoria. Non si tratta di un’anticipazione
della disdetta, ma di una precisa scelta per evitare la carenza contrattuale e lo slittamento
della vertenza nazionale al 1969. I tempi e le sedi dell’azione contrattuale si intrecciano
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fortemente. Qual è infatti il calendario contrattuale provinciale, settoriale, nazionale che ci
sta di fronte?
1) Nella prima metà dell’annata saranno in corso 19 vertenze provinciali per il rinnovo dei
contratti; oltre 60 province saranno impegnate nella gestione e nell’arricchimento dei
contratti stipulati nel 1967; saranno in corso le vertenze della monda e della colonia, le
vertenze di settore dei florovivaisti, dei forestali e quella per l’Ente di Addestramento
Professionale.
2) Nella seconda metà dell’annata scadono i contratti in altre 37 province, il contratto dei
dipendenti dei Consorzi di Bonifica, il contratto dei tecnici ed impiegati agricoli oltrechè i Patti nazionali.
In ambedue i periodi sia il numero dei lavoratori interessati, sia le zone geografiche, ci consentono un movimento incisivo e significativo; anche le controparti sono sia quella privata che quella pubblica.
Questo calendario dice che due sedi saranno al centro: l’azienda, la provincia. In questo
contesto, può aprirsi la vertenza nazionale? Si, diciamo noi, se portiamo nell’azienda e nei
contratti provinciali tutti i temi e i contenuti del nostro disegno contrattuale. Pensiamo
dunque ad una vertenza nazionale che si costruisce dal basso, fondata sull’organizzazione
di un grande movimento al livello aziendale. La vertenza con i poteri pubblici rimarrà staccata dal movimento articolato? No, poiché al livello provinciale essa si traduce nella lotta
per i piani di zona che unificano e qualificano i problemi delle lotte aziendali, specie quelle delle trasformazioni e degli organici. Queste sono le proposte essenziali che avanziamo
circa le sedi e il carattere del movimento. Prevediamo tuttavia, ed anche su questo il
Comitato Centrale dovrà pronunciarsi, alcune scadenze durante l’annata che dovrebbero
segnare i vari stadi di tensione del movimento. Prima scadenza: fine aprile. Sino a quel termine l’azione si costruisce in prevalenza nell’azienda e si attua una vasta consultazione
unitaria che faccia emergere la condizione dei lavoratori agricoli; si preme per la discussione con i poteri pubblici sui temi della occupazione. In questo periodo deve dispiegarsi
la lotta colonica, aziendale, interaziendale per le trasformazioni, i riparti, la disponibilità,
anche utilizzando i risultati legislativi recentemente conseguiti per la colonia su terreno
nudo, per riaprire la contrattazione in tutte le province, la quale inizia a Reggio Calabria
proprio in questi giorni. Per la risaia si dovrà pervenire ad una lotta interprovinciale che
coinvolgerà le aziende agrarie nel loro complesso, per non isolare la vertenza-monda e per
gettare basi concrete all’assorbimento del contratto interprovinciale monda nei contratti
provinciali. I forestali e i dipendenti dei Consorzi di Bonifica dovranno estendere le loro
lotta sino alla stipulazione dei due contratti nazionali.
Seconda scadenza: fine agosto. Subito dopo le elezioni (che non debbono comportare una
mortificazione della nostra iniziativa) l’articolazione creata propone momenti di generalizzazione che sollecitano la trattativa. Convocazione – subito dopo le elezioni – di un’assemblea nazionale dei capilega e dei rappresentanti di azienda, per generalizzare i risultati delle lotte aziendali, per battere le eventuali zone di stagnazione, per rivendicare la trattativa nazionale.
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Terza scadenza: 1 settembre.Avere la trattativa, in mancanza della quale, avere la categoria
pronta alla lotta nazionale. Sviluppo della lotta per i contratti nelle 37 province che entrano in fase di rinnovo e nelle altre province per la stagione e l’arricchimento.
Noi pensiamo che se tutta la categoria sarà conquistata a questa linea, che pone – come
condizione di fondo per lo scontro generale – la più vasta articolazione, la vertenza nazionale sarà vittoriosa. Ci misuriamo con un’impostazione impegnativa, sia perché inquadriamo il fatto contrattuale in una complessa iniziativa politico-sindacale, sia perché mettiamo
a prova la nostra organizzazione nella capacità di stabilire un contatto diretto con l’azienda, maturando da quel livello obiettivi avanzati, zonali e nazionali. Insistiamo sulle tre componenti perché la richiesta salariale non può essere solo riconnessa alle esigenze vitali –
che non sono in ogni caso statiche, come pretendono gli agrari – ma anche agli elementi
di valore, di professionalità, di rendimento che il lavoratore, sempre più, esprime nell’esplicazione del suo compito produttivo, specie in una fase di trasformazione colturale e di
riorganizzazione della produzione e del lavoro. I lavoratori debbono poter beneficiare
dello sviluppo produttivo: questo il senso della richiesta del “salario aggiuntivo”, da affermare come principio nei contratti e da realizzare concretamente nella contrattazione
aziendale. Si tratta anche di esaminare se non convenga richiedere, alla pari di altri settori,
l’istituzione dei una indennità di mancato premio di produzione – a livello provinciale –
non già come sostitutivo del diritto a trattare nell’azienda, ma per fare beneficiare comunque tutti, seppur in minima parte, dello sviluppo produttivo. Complessivamente si deve
sottolineare – contro la politica del blocco salariale e della centralizzazione contrattuale –
il ruolo propulsivo che la rivendicazione e la conquista salariale assumono sia rispetto al
miglioramento della condizione sociale dei lavoratori, sia rispetto al disincentivo, al disinvestimento, alla stagnazione produttiva.
Per ciò che si riferisce all’occupazione è bene ribadire che porre tale problema, nella contrattazione ai vari livelli, non significa cadere nell’illusione di poter risolvere solo per quella via una questione di tale portata. Si tratta di utilizzare anche la sede contrattuale per far
emergere il costo sociale della disoccupazione e per dare al problema del lavoro degli
sbocchi. E’ in particolare sulla sottoccupazione che la contrattazione deve agire, nel duplice senso di meglio distribuire le possibilità di lavoro e di dilatarle. Ciò ovviamente non
sostituisce la nostra richiesta di una riforma del collocamento fondata sul ruolo dei sindacati e dello Stato. Un grosso significato va anche assumendo la creazione di nuove categorie di occupati quali i semi-fissi e gli obbligati, i lavoratori che senza essere obbligati vengono richiesti nominativamente e realizzano un certo numero di giornate. Queste ed altre
nuove categorie di occupazione stanno ad un livello intermedio tra l’avventizio ed il fisso,
ma la nostra impressione è che si va consolidando una posizione di convenienza e di
comodo dell’agrario che, mentre non vuole sobbarcarsi gli oneri di un rapporto fisso, ne
vuole ugualmente avere i vantaggi. Solleviamo questo problema, poiché, per noi, qualificare la contrattazione sui problemi dell’occupazione non significa affrontare solo la questione della quantità delle giornate di lavoro, ma anche quelle delle norme dei diritti collegati alla quantità della prestazione lavorativa. Ovviamente occorre dare battaglia alle
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eventuali tesi che assegnano al lavoro femminile un ruolo complementare, sicché l’ammassamento delle donne al livello di “eccezionale” non rappresenterebbe una riserva di
lavoro, un potenziale inutilizzato. Queste tesi hanno prodotto qualche effetto anche su
certe parti della nostra Organizzazione che non utilizzano questo spreco di valori e di
risorse produttive per dare più incisività alle lotte per le trasformazioni e l’occupazione.
Non possiamo infatti minimamente accogliere l’orientamento che sta sotto queste tesi, di
stabilizzare ristretti gruppi di lavoratori e di disporre del grande serbatoio stagionale. Una
struttura siffatta del lavoro dipendente agricolo sarebbe oltretutto anti-economica, poiché
spingerebbe inevitabilmente ad una dilatazione delle spese improduttive: assegni familiari, sussidi di disoccupazione ed altro.
Dobbiamo far entrare nei Patti e nei contratti:
1) il diritto a contrattare le trasformazioni colturali, a livello aziendale, da cui far derivare
sia le unità di lavoro da occupare, sia il periodo annuo di occupazione, sino a pattuire
impegnativi di occupazione aziendale. Per i salari fissi deve essere affermato il diritto
alla giusta causa superando il rapporto biennale;
2) norme che diano ai sindacati poteri di esame e di proposte al livello comunale, quali le
Commissioni comunali;
3) l’impegno della controparte ad una trattativa ad ogni inizio di annata agraria, per elevare le giornate da assegnare ai lavoratori avventizi uomini e donne;
4) l’indennizzo parziale dei giorni di lavoro non lavorati causa calamità naturali e altro.
La vertenza nazionale dovrà comportare un esame al tavolo delle trattative del monte giornate realizzato dell’intera categoria nell’anno precedente e delle previsioni per giungere
ad un impegnativo. Perseguire questi ed altri eventuali obiettivi in sede contrattuale, significa creare un retroterra concreto ai piani di zona, che – per la loro dimensione intercategoriale – ampliano qualitativamente il discorso sui processi di industrializzazione e commercializzazione, sui lavori pubblici, sulle opere sociali da avviare.
Per ciò che si riferisce alla costruzione dei valori professionali e al ventaglio delle qualifiche,
possiamo affermare che la nostra categoria sta procedendo ad un migliore incasellamento
delle mansioni, nei tre livelli di qualifica affermati nei patti nazionali. Ciò che ancora è debole è la definizione della qualifica, cioè dei valori professionali, personali del lavoratore, necessari per lo svolgimento della mansione. E’ vero: certe mansioni sono state meglio retribuite,
ma ciò in forza di fatti quali la pesantezza e la nocività che non investono la professionalità,
il valore soggettivo del lavoratore. Questa situazione toglie una delle motivazioni principali
alla richiesta di aumenti salariali, condanna il lavoratore – che passa ad altri settori – alla
manovalanza, mentre più in generale minimizza il problema della disoccupazione agricola,
poiché lo stato di disoccupazione di un lavoratore senza qualifica non si evidenzia come
spreco di valori. Dobbiamo dunque pervenire alla definizione delle tre qualifiche. E’ motivo
di riflessione, anche, se esse debbono aumentare, ma una maggiore articolazione potrebbe
portare ad ammassare molte mansioni ai livelli più bassi. Si deve, in ogni caso, procedere ad
un miglior raggruppamento delle mansioni sulla base di analogie di valori, quali l’uso di
mezzi meccanici, la capacità di intervenire nei processi di coltivazione ed altro ancora, rifiu-
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tando che la ripetitività di certe operazioni possa essere considerata come fattore dequalificante.Alla qualifica di “operaio comune” dovrebbero far capo mansioni di manovalanza, per
aprire, alle altre mansioni, il ventaglio verso l’alto. La pesantezza, il rischio, la nocività, non
sono fattori di qualifica, né per deprimere né per elevare certe mansioni, in quanto esse non
coinvolgono capacità professionali bensì l’organizzazione del lavoro, lo sforzo e il rischio fisico del lavoratore. Il salario dovrà corrispondere alla qualifica riconosciuta al lavoratore, indipendentemente dalla mansione affidata. E’ superfluo dire che le “mansioni tipicamente femminili”debbono saltare pena una stagnazione più generale della struttura delle qualifiche. Gli
impegni assunti nell’accordo a verbale del Patto dei braccianti avventizi debbono essere liberati da ogni equivoco attraverso una forte azione aziendale – ove si evidenzia limpidamente
l’assurdità del “ghetto” femminile – sino nei contratti provinciali.
Per ciò che si riferisce all’orario di lavoro giornaliero e settimanale, le rivendicazioni che
vengono maturando sono quelle dell’orario giornaliero di 7 ore, di ulteriori riduzioni per
lavori pesanti e nocivi, il sabato pomeriggio festivo, l’eliminazione completa dell’orariocarico, in ogni tipo di stalla. Tali rivendicazioni hanno il triplice obiettivo di difendere la
forza lavoro dall’usura di un lavoro gravoso e spesso insalubre (come quello della stalla);
di dare nuovi margini di libertà personale al lavoratore, riconoscendogli la personalità di
cittadino e non solo quella di prestatore d’opera; di condizionare anche per questa via l’organizzazione del lavoro che ristagna allorché la condizione di lavoro non si ammoderna.
Specie nel rapporto di salariato fisso nella stalla, l’impegno del sindacato su questa materia ha fatto venire alla luce tutto un insieme di condizioni incivili, di totale subordinazione
dell’uomo al fatto produttivo, di violazione della libertà personale e della sicurezza fisica.
Il tema della tutela fisica, del resto, si impone ormai davanti agli effetti prodotti della mutata organizzazione del lavoro. Nuovi rischi sono sorti, come dimostrano gli infortuni sul
lavoro, motivati in prevalenza dalla meccanizzazione, dall’uso di sostanze chimiche, dagli
allevamenti su larga scala. Nel 1965 vi sono stati 241.413 infortuni denunciati, nel 1966
282.898 di cui 952 mortali. La contrattazione vigente monetizza, in generale, la condizioni
di nocività, di pesantezza, di rischio e a ciò hanno concorso il basso livello salariale e la
mancanza del salario di qualifica. Occorre dunque combattere le carenze di misure preventive avanzando richieste per l’eliminazione delle cause di nocività e di rischio e l’adozione di misure protettive. La pesantezza va contrastata con la richiesta di mezzi meccanici per il trasporto e il sollevamento pesi. La meccanizzazione deve accompagnarsi all’addestramento professionale del lavoratore, sul quale l’iniziativa nostra è ancora troppo scarsa. Occorre inoltre, in questo campo, qualificare l’intervento degli accordi extra-legem,
combattendone il riconoscimento solo formale, per incalzare, anche per questa via, la riforma del sistema previdenziale dimostrando nei fatti che gli agrari possono pagare. In questo contesto l’art. 11 della legge di proroga recentemente approvata dalla Camera, relativo
alla riscossione dei contributi attraverso lo SCAU, permette di allargare la conquista degli
extra-legem a tutte le province e di facilitarne il funzionamento.
Infine sui diritti sindacali e sugli strumenti di gestione dei contratti, vanno generalizzati e
migliorati i diritti ai permessi sindacali e alle riunioni in azienda in orari non di lavoro.
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L’assistenza del sindacato, a richiesta del salariato fisso per la stipula del suo contratto di
lavoro, deve poter essere effettuata anche in modo collettivo e contemporaneo fra tutti i
salariati fissi di una stessa azienda.Tale diritto va conquistato anche per i braccianti avventizi e per i coloni nelle aziende ove lavorano. Nei periodi dei rinnovi contrattuali il delegato della lega deve poter raggiungere i lavoratori sul luogo di lavoro in orario non di lavoro. Strumenti fondamentali per la gestione dei contratti si riconfermano essere il libretto
di lavoro e la Commissione Comunale, che vanno generalizzati.
Complessivamente si può dire che le scelte contrattuali che mettiamo in discussione
riconfermano ed arricchiscono le linee del Congresso di Salerno e si enucleano tutte quante intorno al concetto del potere del sindacato sull’organizzazione della produzione del
lavoro. Salario di rendimento, livelli di occupazione, qualifica, orario, salute, gestione dei
contratti hanno, nella nostra visione, il loro fondamento e le loro motivazioni nell’organizzazione del lavoro e della produzione così come oggi si esprime, ed il loro banco di prova
nell’azienda agraria. Se dall’azienda questi contenuti verranno avanti, la loro generalizzazione provinciale e nazionale sarà inevitabile. Siamo in grado di aprire lo scontro in 2.0002.500 aziende da oggi sino a luglio? Se le leghe e i sindacati provinciali reggeranno a questa prova potremo veramente attuare, in settembre, se la trattativa non ci sarà, un primo
sciopero nazionale, come richiede la necessità di non dare agli agrari neppure un giorno
pacifico di carenza contrattuale. La Segreteria nazionale chiede al C.C. di condividere questa impostazione e di associarsi con impegno allo sforzo per realizzarla pienamente.
Rimane, a questo punto, solo qualche problema per ciò che riguarda la struttura dei contratti. La durata dei Patti e di contratti deve rimanere biennale tendendo ad alternare l’anno del rinnovo dei patti nazionali con quello del rinnovo dei contratti provinciali. Ciò per
meglio cogliere le modifiche che intervengono nel processo produttivo e per favorire un
ammodernamento più rapido dei contratti. Si discute anche se le due sedi, nazionale e provinciale, debbano tendere a spartirsi la materia contrattuale, ma a questo riguardo il pericolo di perdere delle sedi di contrattazione faticosamente conquistate è molto grande. Non
si tratta quindi di operare delle suddivisioni quantitative e meccaniche, bensì di concepire il patto nazionale come lo strumento che promuove certe norme che poi in sede provinciale vengono articolate. Il patto non è un tetto, bensì lo strumento che, sulla base dei
problemi maturati in sede provinciale e aziendale, fissa norme generali valide per l’intera
categoria. L’articolazione provinciale dà corpo e sostanza alle norme generali e, cogliendo
le differenziazioni settoriali e aziendali, le adegua alle varie realtà. Ad esempio, potremo
fare avanzare il problema delle qualifiche nei Patti nazionali, affermando in essi la definizione dei tre livelli di qualifica e, nei patti provinciali, attuando l’incasellamento, fissando
le procedure per l’assegnazione e la difesa della qualifica e del salario di qualifica. Il procedimento di costruzione dell’azione contrattuale rimane quello sottolineato più volte: dal
basso verso l’alto, cioè dall’azienda (per l’applicazione dei contratti, per meglio incidere
sui processi di trasformazione), alla provincia (per recepire i risultati della contrattazione
aziendale e nazionale e per innovare), alla nazione (per generalizzare le conquiste e per
promuovere nuove qualificanti rotture dell’assetto contrattuale). Fedeli a questa imposta-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
59
II
zione, siamo fortemente contrari alla trasformazione dei Patti nazionali in contratti.
Riconfermiamo la nostra propensione ad unificare i due patti nazionali per unire tutta la
categoria intorno ad alcuni qualificanti obiettivi davanti ai quali occorre la massima compattezza e per generalizzare certe norme che derivano dal rapporto di lavoro fisso o permanente. Quanto ai soggetti dei patti e contratti, oltre le figure note, occorre impegnarsi
per i tecnici agricoli dipendenti da aziende private.
Quanto all’orientamento padronale di sollecitare contratti di settore, svilendo i livelli orizzontali (azienda e provincia), si deve assolutamente evitare di prefigurare una struttura
contrattuale fondata in prevalenza sulle produzioni, cioè sostitutiva di strumenti (quali i
contratti aziendali e provinciali) fortemente unificatori degli interessi della categoria nel
suo complesso. L’eventuale contrattazione nazionale per alcuni settori deve in ogni caso
fornire la base per integrazioni specifiche da evidenziare nei contratti provinciali.
Queste sono le questioni essenziali sulle quali la Segreteria nazionale chiede una discussione e una decisione. Arricchimento dell’azione contrattuale con una qualificata iniziativa
politico-sindacale; denuncia di una situazione aggravata e necessità di una risposta articolata che prepari dei momenti generalizzatori. Rispetto dei tempi che fisseremo, valorizzazione di tutte le nostre sedi contro il blocco e la centralizzazione contrattuale. Rafforzamento
dell’unità sindacale a tutti i livelli. Fare della lega la sede della protesta e dell’organizzazione della lotta. I nostri propositi ci pare rispondano a quanto il Consiglio Generale della Cgil,
nella sua ultima riunione ha indicato a tutta l’organizzazione sindacale. Come ha detto
Novella:“Occorre utilizzare tutte le nostre capacità, tutto il nostro potenziale di elaborazione e di lotta, ricercando i terreni ed i mezzi perché sorgano dei grandiosi movimenti che
concorrano a far determinare nuovi indirizzi e nuove scelte per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori, nel rapido ed equilibrato sviluppo economico del Paese”.
60
1970
La strage di piazza Fontana, nel dicembre 1969, avvia la “strategia della tensione”.
Si diffondono e si moltiplicano i Consigli di fabbrica. In autunno viene approvato lo
Statuto dei lavoratori. Vengono istituite le Regioni. In ottobre le Brigate Rosse
annunciano la loro costituzione. In dicembre viene approvata la legge sull’aborto.
Junio Valerio Borghese, ex capo della X Mas durante la Repubblica di Salò, tenta il
“golpe”. In Cile viene eletto presidente Salvador Allende. Si ascolta “La buona novella”
di Fabrizio De Andrè. Nelle sale esce “Zabriskie point” di Michelangelo Antonioni.
III
“LO SVILUPPO DELL’INIZIATIVA SINDACALE PER LA GESTIONE E I RINNOVI
CONTRATTUALI, PER IL COLLOCAMENTO E PER L’OCCUPAZIONE”.
(Relazione al Comitato Centrale Federbraccianti, 15-16 giungo 1970)
Compagni,
la gestione e rinnovi contrattuali, il collocamento sindacale, la vertenza delle
Confederazioni sulle riforme, la vertenza per la parità previdenziale e per il sussidio di disoccupazione ci hanno posto, in questi mesi di lavoro, e ci pongono ora, problemi nuovi, di
linea, di movimento, di direzione e di organizzazione. Emerge, principalmente, in forme più
avanzate, che lo sviluppo della iniziativa rivendicativa sulla linea del potere contrattuale richiede delle risposte in materia di riforme. Abbiamo sempre detto che quella
linea aveva in sé una grande capacità espansiva.
Ora, questo giudizio si conferma nel vivo dell’esperienza, poiché essa ci pone non solo la
necessità di importanti adeguamenti delle rivendicazioni contrattuali, ma anche - e in termini ravvicinati - l’urgenza della iniziativa su due fronti (quello privato e quello pubblico),
la riconsiderazione del rapporto SUD-NORD, una nuova correlazione tra le politiche economiche di alcune categorie industriali e di quelle agricole. Proprio per questo, sentiamo
che deve di gran lunga allargarsi lo spazio dei problemi delle trasformazioni agrarie - sociali ed economiche - nelle politiche confederali e ciò non solo per sorreggere la nostra esperienza ma anche per riequilibrare meglio, in una visione d’insieme , quelle politiche.
Questo nodo – del rapporto diretto tra avanzata contrattuale e riforme – pone su un piano
ben più difficile, rispetto al ’69, anche le relazioni tra i tre sindacati agricoli: il loro attuale
peggioramento – poiché di questo si deve purtroppo parlare – ha a base questo nodo, che
va affrontato e risolto. Il C.C. si trova dunque di fronte a problemi nuovi e complessi.
1 - La gestione contrattuale e del collocamento
Il giudizio su questi primi sei mesi di gestione contrattuale e per le strutture del collocamento deve essere equilibrato ma aperto al nuovo, incoraggiante ma non trionfalistico.
Da un punto di vista quantitativo e in base a dati non completi siamo a oltre 2.000 delegati, a 1.275 assemblee in azienda in gran parte retribuite, a 643 vertenze aziendali aperte
o chiuse in questo periodo, a 163 Commissioni intercomunali Sindacali. Per il collocamento abbiamo presentato le nostre proposte nominative in quasi tutti i comuni; 1.500
Commissioni sono già state nominate e così dicasi per 60 Commissioni provinciali.
Che cosa ci dice questa esperienza? Ci dice che ci sono dei ritardi, degli squilibri e molte,
molte risposte da dare alle innumerevoli questioni di linea ed organizzare che sorgono. La
distribuzione territoriale delle cifre indicate mostra che l’esperienza dei delegati è principalmente concentrata nel Nord, anche se pure al Sud – a Salerno, a Taranto, a Foggia, a
Crotone – cominciamo ad avere dei fatti nuovi.Tuttavia lo squilibrio esiste ed occorre indi-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
63
III
viduarne le cause. Esse non risiedono solo nell’impegno delle organizzazioni meridionali sul
collocamento ma anche su una concezione del Sindacato che lo vede collocato solo nella
dimensioni territoriale – come sede d’unificazione dei lavoratori occupati e disoccupati –
secondo le tradizioni delle grandi lotte del passato e recenti. Anche la stagionalità dell’occupazione pone difficoltà alla creazione delle strutture sindacali aziendali e pertanto la discussione in corso si concentra sulla opportunità di procedere alla nomina dei delegati in
grandi assemblee comunali, utilizzando poi il collocamento, sindacale per avere la garanzia
che, all’inizio delle operazioni stagionali, i delegati eletti vengano inviati nelle aziende decisive. Occorre fare una grande «campagna» anche come Federazione Nazionale e Regionale
del Sud per il passaggio da un sindacato solo territoriale a un sindacato strettamente collegato al vivo del processo di produzione e, proprio in quanto tale, capace di far vivere a livello territoriale non solo la protesta bracciantile ma la sua risposta concreta e positiva (alla
disoccupazione, al sottosalario) basata sul controllo del processo produttivo.
Le vertenze aziendali in corso si distribuiscono su un’area territoriale assai ampia – compreso il Sud, a Taranto, a Foggia, a Lecce nel settore colonico, a Catania, a Messina, a Napoli
nei florovivaisti, a Campobasso – dimostrando la necessità di questo livello di contrattazione anche al di fuori dell’Emilia.Tuttavia, rimane basso il numero complessivo – forse un po’
più basso anche in Emilia, rispetto agli altri anni – e ciò ci richiama a sottolineare che i delegati vanno visti in funzione della vertenza, e non fine a se stessi, e che la vertenza aziendale aiuta la nomina dei delegati in un rapporto reciproco di creatività della nostra presenza.
Le Commissioni Intercomunali Sindacali costituiscono un punto negativo del nostro bilancio di questi mesi. La cifra richiamata, 163, è strettamente bassa e si tratta comunque di
Commissioni nominate ma non ancora funzionanti, almeno in generale. Non possiamo non
ricordare che questo strumento è stato al centro di una asprissima battaglia, per la sua conquista. Vanno respinte le tesi che gli attribuiscono una importanza minore, dopo la conquista del collocamento, poiché oltre ad essere lo strumento sul quale si deve incentrare
la lotta zonale per il lavoro, ad esse spettano compiti precisi in materia di violazioni contrattuali e di assegnazione delle qualifiche. Vi è stata, ci pare, (ma va qui verificato), una
certa maggiore iniziativa contro le violazioni contrattuali ma il grosso rimane ancora da
fare. Dobbiamo avere chiaro che il superamento di queste insufficienze è decisivo per
l’avanzata della categoria, ora e nella prospettiva.
Non vi potrà essere un qualificato rinnovo del Patto Nazionale, nel 1971, senza una generalizzazione immediata dei nuovi diritti di intervento sindacale, né vi potrà essere un avanzato rinnovo dei contratti padani e siciliani, quest’autunno.Al di fuori di ciò, la grande novità di una linea di potere contrattuale dal basso perderà il suo fascino, in maniera forse irrecuperabile per un lungo periodo.
La linea del potere contrattuale ha scosso profondamente la categoria, nella fase della conquista; ma soltanto la gestione concreta dà il senso vero del suo valore e delle sue enormi
potenzialità. Ove l’esperienza viene avanti, succede qualcosa di completamente nuovo,
senza dubbio sconvolgente. Dalla speranza di pesare – che è stata alla base delle grandi
lotte del ’69 – si passa all’esercizio di un peso effettivo: risultano travolte vecchie mentali-
64
III
tà, una concezione assistenziale del sindacato, il rapporto tra il sindacato e i lavoratori, il
rapporto tra sindacati. Si riapre una prospettiva.
L’esperienza lombarda e piemontese in corso si muove su questi nuovi valori. Il delegato
mette in crisi la pattuizione individuale, la pratica del vola-via; si riapre il conflitto sindacale; il lavoratore scopre l’ignominia della sua condizione confrontando i suoi diritti contrattuali e la vita concreta di lavoro subita; il padrone ascolta dalla fessura della porta la discussione che si svolge tra i lavoratori e offre di pagare le ore per l’assemblea chiedendo ai
salariati di stalla di non parteciparvi: egli si pone, così, sulla difensiva ed è la prima volta
dopo tanti anni.
Il Veneto ci mostra il grande valore della gestione attiva in una situazione di bassa sindacalizzazione. La parola del sindacato, nei magazzini, nelle aziende, apre un mondo di diritti a grandi masse di non iscritti; si gettano i germi della coscienza di una condizione collettiva; il sindacato rinasce, è il caso di Venezia con i suoi 113 delegati e il superamento del
tesseramento 1969 dopo anni di assenza dalle campagne; i gruppi dirigenti provinciali
escono dal burocratismo.
L’Emilia ci indica che anche qui il potere contrattuale può andare ancora avanti e che il
sindacato ha grandi spazi per un intervento articolato che può dare nuove motivazioni alla
continuità della tradizione sindacale: è il caso di Ferrara che getta le basi del suo ringiovanimento e della presenza sindacale costante anche al di là dei grandi scontri generali; è il
caso di Reggio Emilia, dove non avevamo più leghe e dove la FISBA attuò un patto separato, e che ora realizza il Convegno provinciale unitario dei delegati.
Il contatto vivo con la realtà aziendale è decisivo per i contenuti stessi della contrattazione aziendale. Il livello contrattuale aziendale tende infatti a liberarsi della miriade di problemi particolari per qualificarsi decisamente sui temi del salario aggiuntivo, dell’occupazione, dell’organizzazione del lavoro: la contrattazione aziendale sta evolvendo dall’iniziale ruolo di difesa dei diritti violati per porsi sul terreno della conquista. È, questa, una
evoluzione di grandissima importanza perché apre possibilità nuove al rapporto tra i tre
livelli di contrattazione – aziendale, provinciale, nazionale – in quanto si valorizzano le questioni centrali del rapporto di lavoro (ammodernando la contrattazione a tutti i livelli) e in
quanto le diverse realtà produttive, prima mediate dalla contrattazione provinciale e nazionale, vengono ad emergere spingendo per una contrattazione provinciale e nazionale
meno indifferenziata. Ma l’azienda si rivela anche il principale punto di osservazione della
politica padronale: conoscerla, aprendo la vertenza, significa poter dare contenuti concreti all’iniziativa zonale e provinciale. E’ nell’azienda che si affermano le nuove coltivazioni
in Toscana o in Sardegna; è nell’azienda che si lasciano i frutti sotto le piante, come a
Crotone, e così via: è quindi dall’azienda che si diparte il filo della nostra iniziativa – per
l’occupazione e per le trasformazioni agrarie, per l’uso dei contributi pubblici con vincoli
sociali, per il reimpiego della rendita e dei profitti – dando concretezza alla iniziativa nella
zona agraria, provinciale, regionale.
Un limite, nella gestione contrattuale in corso, risiede nel fatto che questo grosso sforzo di
penetrazione nel processo produttivo aziendale si proietta scarsamente, per ora, all’ester-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
65
III
no, mentre invece emergono dall’azione aziendale significati di valore generale. Questo
limite è meno grave nelle province che debbono rinnovare i contratti, poiché esse realizzano, dall’iniziativa aziendale, comunque, una preparazione della categoria e i primi
approcci con i temi da porre nelle piattaforme. Ma, al contrario, nelle province che non
debbono rinnovare i contratti, un’azione aziendale che rimanga chiusa in se stessa non
è sufficiente ed è rischiosa. Poiché è bene lavorare sapendo dove vogliamo andare. Noi
non vogliamo andare verso uno spezzettamento della nostra iniziativa poiché esso smorzerebbe la tensione complessiva della categoria. Noi non vogliamo che l’orgoglio dell’esercizio del potere contrattuale aziendale sbocchi, tra qualche anno, nell’aziendalismo. Noi
non vogliamo fare e avere una politica solo per i gruppi fissi e semi-fissi. Noi vogliamo, partendo dall’azienda, rilanciare la lotta per il lavoro nella sua concretezza; vogliamo un disegno complessivo di movimento, cioè, che mantenga unita la categoria e che non ci faccia disperdere niente della grande tradizione di lotte generali che abbiamo. Poiché, in
sostanza, noi stiamo passando da un tipo di sindacato che fondava la sua azione sulle grandi manifestazioni per l’assistenza e per i contratti biennali – ma che è riuscito a tenere viva
la volontà di riscatto e di emancipazione – ad un sindacato che vuole contrattare gli indirizzi dell’agricoltura a tutti i livelli trovando qui, concretamente, gli sbocchi reali del
riscatto e dell’emancipazione. Dobbiamo quindi avere un disegno provinciale di movimento che sappia utilizzare ciò che comincia a scaturire dall’azienda in materia di occupazione, di salario, di organizzazione del lavoro, per aprire vertenze provinciali specifiche
con il padronato e con i poteri pubblici su aspetti di valore generale di questa materia,
anche nel corso stesso del biennio di validità contrattuale. Ci riferiamo a vertenze zonali e provinciali per il lavoro e per le trasformazioni agrarie, per le abitazioni fuori dalla
cascina, per la giusta causa, per la qualificazione professionale, per la organizzazione di
turni che consentano ai salariati fissi di godere delle pause, delle ferie, dei riposi e così via.
Diviene, così, più impegnativo e difficile, il ruolo dei gruppi dirigenti provinciali che debbono sfondare nelle aziende ma assicurare contemporaneamente il completo mantenimento della tradizione di lotta collettiva, rinnovandone i contenuti. E’ compito arduo ma è
la condizione per una avanzata reale.
La categoria spinge per una ripresa della lotta e si deve stare molto attenti a non adottare
procedure e metodi che contraddicano questa propensione. Il processo di unità dal basso
ne aiuta il maturarsi In generale i delegati d’azienda vengono eletti in assemblee generali
degli iscritti e dei non iscritti sia che esse siano indette dai tre sindacati o solo dalla
Federbraccianti. Così, ogni delegato è sottoposto al vaglio di tutti. Credo che noi abbiamo
trovato una chiave molto importante per «aprire il sindacato», per sollecitare la sindacalizzazione, per unire alla base i sindacati. E’ la prima volta che i lavoratori decidono su degli
aspetti delle politiche sindacali uscendo dal ruolo di semplici esecutori. Essi, così facendo,
intervengono di fatto anche sui rapporti tra i tre sindacati portando aria fresca, facendo
cadere steccati artificiosi. E tutto ciò ha poi ripercussioni sulla riuscita delle lotte. Lo abbiamo visto, in questi giorni, a Rovigo ove Comuni che sono passati per questa esperienza
«aperta» hanno poi scioperato all’unanimità dopo anni di fallimenti.
66
III
Questa duplice esperienza unitaria dal basso – con i lavoratori non sindacalizzati e con
quelli iscritti nelle tre Federazioni di categoria – pone dei problemi di grande valore. Si
aprono i confini tradizionali del sindacato e siamo chiamati a decidere con lavoratori con
diverso livello di maturità collettiva: ciò non deve certo indurci a rapportare le nostre scelte di lotta ai livelli di coscienza meno maturi, ma certo deve indurci ad una grande concretezza, semplicità, tensione ideale. Non è con il tono impaziente e caporalesco che manterremo «aperto» il sindacato, così come oggi comincia ad essere: bensì con la spinta a far
comprendere, alla base non ancora sindacalizzata, che nell’organismo sindacale collettivo
si può discutere, decidere, lottare per andare avanti. E’ preoccupante al riguardo – e chiediamo ai compagni di approfondire la questione – che dopo un anno di grandi vittorie e
di discretamente vasta penetrazione nell’azienda, il tesseramento non dia segni di particolare slancio, quasi che le novità e le possibilità non valorizzassero le ragioni di essere
dell’Organizzazione, la necessità dello strumento collettivo.
La spinta unitaria che viene dall’azienda tende a creare delle strutture inter-sindacali
nuove: i tre delegati, il convegno provinciale di tutti i delegati dei tre Sindacati. Dobbiamo
rendere periodiche queste riunioni per discutere le esperienze, correggere gli errori e definire gli sviluppi dell’iniziativa. Noi abbiamo proposto alla FISBA e alla UISBA la creazione
unitaria dei nuovi strumenti sindacali, ma la FISBA non ha accolto l’invito. Ci è stato anzi
richiesto di operare perché i delegati siano eletti solo dagli iscritti nei sindacati, e così
avviene, di fatto, dove la FISBA attua l’elezione del delegato da sola. Questa procedura non
possiamo assolutamente farla nostra anche se tende – si dice – a «valorizzare lo strumento
associativo». E ciò non solo perché il Patto Nazionale parla chiaro («delegati di emanazione sindacale, eletti da e tra i lavoratori») ma principalmente perché, su quella via, il sindacato rimane chiuso in sé stesso e chiede ai non iscritti di essere puramente degli esecutori di decisioni altrui. Giustamente, Livio Ligori, Segretario Generale dell’UISBA, obiettava
che «per quella via si finisce per fare i contratti di lavoro solo per gli iscritti» e che «per
quella via, non potremo mai entrare in nessuna azienda ove non vi siano ancora degli iscritti». Questa impostazione riduttiva taglia fuori la spinta dal basso mortificando la volontà
rivendicativa. Poiché non vi può essere una politica avanzata senza la decisione convinta
dei lavoratori, che poi sono i protagonisti delle lotte, ci sorge il dubbio che la procedura
che ci viene proposta tenda a fare carico i lavoratori non iscritti di auto-condizionamento
rivendicativi che si considerano indispensabili. Se fosse così, sarebbe per lo meno ingenuo.
Il movimento bracciantile ha sofferto e soffre tuttora della esistenza di vaste zone non sindacalizzate che, proprio perché tali, ricorrono talvolta, all’improvviso, a forme di protesta
esasperata e che ci richiamano ad adottare forme di lotta che non impegnino solo le vanguardie. Solo una linea di compattezza, su obiettivi avanzati e concreti, può dissolvere questo rischio. Solo aprendo il sindacato a tutti, noi possiamo togliere al padronato la possibilità di tentare di spezzare gli scioperi utilizzando squadre di lavoratori non iscritti.
Il padronato agrario sa fare il suo mestiere e non possiamo pensare che la gestione del
potere contrattuale sindacale non provochi dei tentativi anti-sindacali. Lo vediamo già oggi
con la proposta di imbrigliare i diritto di sciopero, come risposta non solo alle lotte d’au-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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III
tunno e ai grandi scioperi generali ma, anche, come risposta allo Statuto dei diritti e alla
gestione delle norme di intervento sindacale conquistate nei contratti.
D’altronde, in modo particolare oggi – dopo la conquista del collocamento sindacale – noi
dobbiamo dare ad ogni lavoratore la certezza che il sindacato è di tutti. Il padronato non
si stanca di ripetere che useremo il collocamento per giochi di parte e tenta di allontanare dai sindacati gli specializzati e i fissi dicendo loro che il collocamento sindacale abbasserà il loro livello occupativo e di qualifica. Sulla base di questo spauracchio, il padronato
tenta di realizzare un certo consenso tra questi lavoratori sull’infame libertà della richiesta
nominativa.Tra di noi, incertezze su questo punto non ve ne sono poiché pensiamo che si
possa benissimo conciliare la difesa della capacità professionale e delle garanzie occupative con l’unità di tutta la categoria e ciò sulla base dello sviluppo della lotta generale per il
lavoro. Però, chi è affascinato dalle teorie razionalizzatici, dal mito dell’agricoltura ’80, chi
di quei miti non vede i limiti, chi dà per scontato che una agricoltura moderna debba per
forza fondarsi su ristretti nuclei di lavoratori fissi e sulla grande massa di stagionali sottooccupati qualche incertezza ce l’ha. Ecco allora che emerge la necessità di confrontare tra
i sindacati le politiche agrarie e di riesaminare il rapporto tra azione contrattuale – lotta
per il lavoro – riforme.
Vi è una grande varietà di situazioni occupazionali da regione a regione, spesso anche da
provincia a provincia. Inoltre, siamo in una fase interlocutoria nella quale se vi è molta speranza dei lavoratori verso il collocamento, vi sono anche tutti i mali generati dalla gestione padronale del mercato del lavoro: agiamo quindi in una fase assai delicata.
La prospettiva verso cui andare con il movimento – cioè la generalizzazione della lotta per
il lavoro – viene fuori con grande spinta, specie nel sud. Più difficile è invece trovare le
soluzioni immediate e pratiche a certi problemi che si pongono subito. C’è discussione e
sarà bene che ci sia anche qui.
Dove non c’è disoccupazione o sotto-occupazione, si propende a riconfermare la stabilità
esistente e a portare i semi-fissi stessi verso la stabilità. Ma dove c’è disoccupazione o sottooccupazione, si deve andare verso turni per tutti o verso la conquista o il mantenimento
della stabilità per ristretti nuclei? Le risposte sono diverse su questo punto. C’è chi mette
l’accento sul turno generalizzato; c’è chi propende per mantenere fissi quelli che già lo
sono aprendo però nelle aziende la contrattazione di impegnativi numerici quantitativi e
qualitativi e, su quella base, contrattando le previsioni complessive occupative comunali.
In ogni caso, non essere favorevoli ad aumenti nominativi di salariati fissi: (tranne che nelle
zone ove non c’è disoccupazione) spezzerebbe la categoria in due.
Anche sulla questione degli esterni, la linea deve essere duttile ma ben salda su un principio-base. Ove la manodopera locale manca non si può essere ovviamente contrari. Ove è
abbondante, si tratta di vedere perché il padronato propone di ricorrere a manodopera
forestiera: i locali non sanno fare quel certo lavoro? E se è così, perché? Entrare nel merito. In ogni caso, quando è necessario ricorrere a esterni per ragioni accettabili, si tratta di
contrattare chiaramente che quei lavoratori vengano a certe condizioni di salario, di qualifica, di trasferta, di alloggio e vitto prendendo a base il contratto più favorevole esistente
68
III
o nella provincia di partenza o in quella di arrivo. Questo principio stiamo cercando di
affermarlo nel contratto di lavoro, ad esempio, a Verona proprio per rafforzare il collocamento sindacale. Ma, ripeto, dobbiamo vedere bene da che cosa sono motivate queste
migrazioni.Voglio portare un’esperienza recente.
Diana ha detto che il collocamento sindacale umilia i lavoratori più qualificati, ma quando
siamo andati a vedere nella sua azienda di S. Ferdinando chi fa i lavori di potatura dell’oliveto, abbiamo che Diana va in Puglia a prendere i potatori dalle zone di grande disoccupazione, per pagarli meno e per tenere dequalificato il lavoro dei braccianti di S.
Ferdinando.Tra le 2.500 lire del bracciante calabrese e questo abuso nell’uso della manodopera c’è un rapporto inscindibile ed è questo rapporto che noi dobbiamo fare saltare.
Scheda diceva recentemente che il collocamento sindacale agricolo – proprio per il tessuto di arretratezza che scopre – deve avere autorità. Mi pare molto giusta questa sottolineatura. Deve esserci una nostra grande autorità sui padroni e deve esserci una nostra
grande autorità, basata sul consenso, tra i lavoratori. Deve rimanere intatta ed accrescersi
la spinta a fare pulizia e a riaprire una prospettiva. Dobbiamo spingere al massimo per una
assunzione diretta di responsabilità da parte di tutti i lavoratori, su questa linea. Le mortificanti discussioni che vi sono state tra i sindacati, in alcune province, per la rappresentanza quantitativa di ciascun sindacato nelle Commissioni comunali, non possono svilire
il dovere primario di mantenere intatto e di accrescere il prestigio del Collocamento sindacale nato da una lotta ventennale.
2 - I rinnovi contrattuali
I rinnovi contrattuali del 1970 si collocano dopo le grandi conquiste del 1969: essi debbono, da un lato, consolidare quelle conquiste e, dall’altro, prefigurare i tratti essenziali del
disegno contrattuale del 1971.
Le province interessate ai rinnovi sono 39 con 700.000 lavoratori; 27 province sono decisive: il Veneto, Bologna e Ravenna, la Lombardia e il Piemonte, la Sicilia.Vi sono inoltre da
stipulare i capitolati colonici in Calabria e a Catania e diversi contratti di settore.
Andiamo verso uno scontro molto duro e cioè precisamente perché: il padronato vuole
rifarsi del 1969, bloccare la contrattazione della parte normativa, recuperare il costo economico del Patto Nazionale svuotando così la contrattazione provinciale; noi vogliamo
portare a nuovi sviluppi, la linea del potere sindacale e contrattuale della categoria, realizzare un forte balzo salariale creando le condizioni per un rinnovo del Patto Nazionale, nel
1971, su basi e su contenuti organici e avanzati.Ancora una volta si confrontano due scelte opposte. Lo vediamo a Rovigo, a Ravenna, a Venezia dove il padronato offre poche lire
e dichiara esplicitamente che il pacchetto del 1969 è un tetto insormontabile. Lo abbiamo
visto a Cremona, dove l’offerta padronale di un rinnovo anticipato si accompagnava al no
su tutte le questioni principali (giusta causa e nuova classificazione) e alla richiesta di fare
coincidere la validità del contratto provinciale con quella del Patto Nazionale per svuota-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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III
re, di fatto, l’una delle due sedi di contrattazione. Rovigo ha già attuato 7 giorni di sciopero e nell’ultimo incontro le proposte padronali sono addirittura peggiorate. Ravenna oggi
è in lotta e si prepara ad una forte intensificazione.
Il padronato comprende perfettamente che la «svolta» contrattuale del 1969 è destinata a
produrre degli sviluppi decisivi per la categoria, e la vuole bloccare. Gli sviluppi riguardano una collocazione della categoria nel processo produttivo di gran lunga diversa
dal passato e dal presente.
Abbiamo discusso a fondo insieme ai compagni del veneto, di Bologna, di Ravenna; stiamo
discutendo in Piemonte e ancor più in Lombardia e abbiamo iniziato la riflessione in
Sicilia.
I1 Comitato Centrale deve unire tutto il nostro sindacato sulla nuova linea di avanzata. Ci
siamo posti un interrogativo: in che senso e in che modo, possiamo e dobbiamo portare a
nuovi sviluppi i risultati del 1969? Non è semplice la risposta a questa domanda. Certo,
dobbiamo perfezionare i diritti sindacali, migliorando i permessi retribuiti, ponendo limiti
alla elezione dei delegati; passare dalle Commissioni Intercomunali sindacali a quelle
comunali; migliorare la tutela del delegato e così via.Tutto questo è importante ma non dà
una risposta esauriente poiché perfeziona gli strumenti ma non qualifica, di per sé, i contenuti rivendicativi. La risposta la dobbiamo invece cercare estendendo il nostro diritto di intervento su tutto l’arco della condizione di lavoro, qualificando aspetti decisivi
della nostra gamma rivendicativa. La risposta la dobbiamo invece cercare estendendo
il nostro diritto di intervento su tutto l’arco della condizione di lavoro, qualificando
aspetti decisivi della nostra gamma rivendicativa.
Partendo da qui, sono emersi in forma nuova 4 temi: il salario, l’occupazione, la professionalità, la condizione ambientale di lavoro.
Il salario. Non è più sufficiente parlare di «alti salari». Questa impostazione solo quantitativa non esprime il nostro diritto di intervento poiché si affida solo alla nostra capacità
di denuncia delle pesanti sperequazioni categoriali e territoriali e ai rapporti di forza che
sappiamo esprimere nel corso delle vertenze provinciali. Il salario, per esprimere il nostro
diritto di intervento, deve essere: contrattato, di qualifica, «pulito», aggiuntivo, non sperequato, alto. Dobbiamo fare venire avanti, cioè, la globalità degli elementi che compongono la nostra politica salariale: solo così i possiamo sottrarre il risultato salariale dalle
usure che conosciamo. La discussione in Padana si concentra sulla necessità di: fare piazza
pulita – con il delegato aziendale – del vola-via che è salario non pattuito e che discrimina; di ripulire il salario di tutte le monetizzazioni che svuotano i diritti al riposo, alle ferie,
alle pause (a Milano, ben 750 ore di riposo, di ferie vengono monetizzate all’anno costringendo così i salariati ad un lavoro annuo di 16 mesi) e ciò puntando forte, alle 100.000 lire
mensili, proprio per il posto che il lavoratore deve avere in una agricoltura come quella
padana. Il Veneto punta alla eliminazione delle differenze zonali, dimostrando concretamente che, solo per i salariati, il padronato veneto realizza un profitto differenziale di 6
miliardi e mezzo all’anno, rispetto al padronato emiliano, attraverso la depressione salariale. Bologna punta a un riordino della retribuzione di qualifica che valorizzi al massimo i
70
III
livelli di capacità professionale. Questi sono alcuni esempi di che cosa intendiamo, in
campo salariale, per nuova estensione della linea del potere contrattuale. Non sono, se
osserviamo bene, temi nuovi ma nuovo è il modo con cui questi aspetti si integrano tra di
loro sino a divenire linea complessiva di avanzata.
L’esigenza di queste qualificanti precisazioni entra in contrasto – lo diciamo francamente
– con la riproposizione, da parte degli organismi della FISBA, del risparmio contrattuale e
della correlazione tra salari e produttività. Queste due tesi sono superate dai tempi ed eludono le complesse esigenze di ammodernamento della politica salariale che invece tutti e
tre i sindacati di categoria si trovano a dovere affrontare. La FISBA dice che il rapporto tra
salari e produttività sarebbe assai conveniente per noi, in quanto la produttività è aumentata assai di più di quanto non siano aumentati i salari. Questa tesi non ci dà una politica
salariale avanzata nelle zone di arretratezza colturale e disperde la motivazione principale
– per un sindacato – in materia salariale: le accresciute esigenze sociali dei lavoratori.Vi è,
d’altra parte, una sede contrattuale dove gli elementi specifici della produttività possono
essere colti ed utilizzati: è l’azienda e noi siamo – com’è noto – convinti assertori del salario aggiuntivo, contratto.
Vi è, quindi, una ricerca della Federbraccianti e, ci pare, anche della UISBA che tende a
riconsiderare la politica salariale alla luce del nuovo potere contrattuale conquistato nel
1969. Ciò è molto importante per una categoria che, per i caratteri del mercato del lavoro
e per l’arretratezza dell’ambiente agricolo, solo negli ultimi anni ha cominciato a costruirsi una politica salariale che non fosse solo quantitativa.
L’occupazione.
Andiamo verso una qualificazione radicale della nostra impostazione. A ciò siamo spinti
dall’esodo che continua, dalla politica padronale che viene avanti e dalle responsabilità che
ci derivano dalla gestione sindacale del collocamento.
Uno studio attento dei contratti provinciali ha messo in luce l’esistenza di numerose
norme sparse che riguardano l’occupazione che – unificate e viste di concerto con i compiti delle Commissioni contrattuali e del collocamento – sono la base per qualificare fortemente la contrattazione aziendale, provinciale e nazionale sull’occupazione. Ci riferiamo
alle norme che prevedono il reimpiego di percentuali di profitto aziendale vincolandole
all’aumento dell’occupazione; alle norme che regolamentano il numero degli addetti per
tipo di macchina; alle norme che «aprono» per definire il numero delle unità – fisse e mobili – per le stalle cosi da strutturare i turni-lavoro; alle norme che riducono l’orario di lavoro per nocività e che comportano quindi l’occupazione d’altri lavoratori; alle norme per
riposi, ferie, festività che comportano l’organizzazione di squadre di turnisti; e così via. Si
pone quindi l’esigenza del coordinamento e della generalizzazione di tutti questi diritti sparsi, così da avere una vera e propria normativa, dentro ai contratti, sull’occupazione.
Questo coordinamento e questa generalizzazione delle norme sparse già esistenti noi l’abbiamo posto esplicitamente nelle piattaforme di Ravenna, Bologna, del Veneto e abbiamo
sollevato il problema per la prima volta a livello nazionale, aprendo con la Confagricoltura
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
71
III
la trattativa per la durata del rapporto di lavoro secondo quanto l’impegno a verbale del
Patto Nazionale indica. I sindacati sono stati uniti nell’utilizzare questa possibilità di contrattazione proprio al fine di cominciare a delineare uno spazio dei contratti in materia di
occupazione.Alla richiesta di trasformazione del rapporto di lavoro da determinato a indeterminato per i salariati fissi e i braccianti, abbiamo unito la proposta di definire un «quadro di riferimento» chiaro – che possa sospingere la crescita dell’occupazione bracciantile – costituito dalle norme contrattuali e legislative esistenti. Lo sviluppo di questa vertenza è pertanto un contributo unitario nazionale molto importante per sorreggere politicamente i rinnovi dei contratti provinciali, nel senso che cominciamo anche a Roma a contrattare sull’occupazione, seppure partendo da aspetti che possono apparire e che sono
meno centrali. Ma da cosa nasce cosa.
Queste trattative vanno dunque considerate una pietra del disegno di contrattare a tutti i
livelli la condizione occupativa. Ma la legge sul collocamento apre problemi alla contrattazione. In che rapporto vengono a trovarsi questi due strumenti dell’intervento sindacale? Certe cose sono destinate a mutare. E’, ad esempio, errato, oggi, stipulare degli accordi
aziendali con impegnativi nominativi: innanzitutto, il punto da cui partire nella contrattazione aziendale, per l’occupazione, è il piano aziendale di trasformazione; in secondo
luogo, gli impegnativi che ne conseguono debbono essere numerici e non nominativi.
Dobbiamo evitare cioè che i risultati della contrattazione aziendale si esauriscano all’interno dell’azienda, nel senso che il piano di trasformazione aziendale con impegnativi
numerici deve spingere a contrattare il piano di trasformazione zonale con impegnativi numerici complessivi. Solo così noi possiamo riaprire una lotta collettiva per il lavoro per la totalità dei lavoratori, dandole degli sbocchi.
Il coordinamento e la generalizzazione delle norme contrattuali, la vertenza aziendale per
il piano di trasformazione pongono infatti problemi di dimensione territoriale più vasta e
di carattere anche settoriale. La «squadra di turnisti», per la stalla – che si può conseguire
a livello di contrattazione aziendale – può e deve stare alla base di una vertenza zonale,
comunale e provinciale: questo è solo un esempio. Cosi è per il piano di trasformazione
aziendale che apre problemi di ristrutturazione di interi settori produttivi. Prendiamo l’esempio dell’assenteismo del padronato nell’oliveto calabrese o l’esempio degli abbattimenti di frutteto in Emilia: la vertenza aziendale spinge a vertenze di settore, vere e proprie, con la controparte privata e con quella pubblica.
Ed ecco che il diritto che ci deriva dalla legge sul collocamento di contrattare le previsioni occupative, grosso modo nell’autunno, cioè all’inizio dell’annata agraria e dopo la
ondata delle vertenze aziendali, prefigura veri e propri grandi momenti di lotta autunnale per la contrattazione del lavoro, ogni anno, al di fuori delle ricorrenze biennali di
lotta per il rinnovo dei contratti. Quest’autunno noi dobbiamo già passare per questo banco
di prova. Circa 25.000 aziende agricole debbono presentare le loro previsioni di occupazione al collocamento sindacale. Noi non possiamo permetterci di attendere che le previsioni ci siano inviate spontaneamente: vorrebbe dire che nel 1970 non se ne fa niente e ciò
avrebbe ripercussioni negative anche sugli anni futuri. Sull’onda della creazione degli stru-
72
III
menti e del loro inizio di funzionamento, possiamo invece fare della strada subito. Si tratta,
tra l’altro, di richiamare per tempo i padroni – con manifesti del collocamento o sindacali –
sull’avvicinarsi della scadenza, ma anche di avere noi delle tabelle ettaro/coltura sulle quali
contrattare in azienda, nel comune. Occorre avere coscienza che si tratterà di un conflitto duro poiché questi poteri riaprono di fatto il tema della riforma agraria e della economia di intere regioni. Se quest’anno noi incalzeremo le proprietà e le imprese agrarie su
questo terreno, facendo intervenire il collocamento, la Lega, il Comune, l’Ufficio del Lavoro
per l’applicazione della legge aprendo migliaia di vertenze aziendali e zonali e almeno
alcune vertenze settoriali – poniamoci la domanda –: che cosa sarà la contrattazione nazionale del 1971? Sarà una vertenza nuova, nella quale il tema dell’occupazione potrà essere
affrontato nel merito, non dando cioè alle province solo degli strumenti (come nel 1969)
ma dando alle province degli impegnativi nazionali di occupazione per grandi settori
produttivi, avendo a base il contributo pubblico, le trasformazioni da attuare, la sottoccupazione esistente e l’arretratezza dell’organizzazione attuale del lavoro.
E’ un sindacato nuovo, quello che viene fuori da questa linea di sviluppo della nostra iniziativa, con la sua capacità di controllo del processo produttivo, con tempi precisi di movimento generale, con un forte ancoraggio nel luogo di lavoro ma anche con una visione di
insieme delle controparti e degli interessi collettivi da difendere. Le precisazioni e gli
aggiornamenti della nostra linea salariale e per l’occupazione, che vengono richieste dall’acuto disagio della categoria e dalla necessità di sviluppare i nostri diritti di intervento su
tutto l’arco della condizione lavorativa, mettono in una luce diversa dal passato la condizione professionale bracciantile. La categoria si è battuta per 20 anni per cancellare la
preistoria nella regolamentazione del rapporto di lavoro e può oggi fondatamente azzardare alcune ipotesi di trasformazione avanzata. La condizione professionale bracciantile
non solo si evolve lentamente ma, proprio per questo, la sua evoluzione non riesce a dare
un tono diverso al rapporto di produzione. Lo sviluppo della professionalità bracciantile
deve consentirci di condizionare maggiormente il rapporto di produzione per dare una
risposta all’emarginazione e alla tesi della «diminuzione inevitabile del ruolo del fattore
lavoro». Emergono diversi aspetti. L’applicazione della meccanica e della chimica all’agricoltura mette in crisi l’attuale classificazione del lavoro. Una grande mole di valori professionali acquisiti rimane sepolta sotto la teoria che il lavoro agricolo sarebbe un lavoro di
manovalanza generica, pesante magari, ma squalificato. E’ significativo che il padronato –
spinto dalla lotta su questo problema – offra soldi ma neghi la qualifica, cioè il riconoscimento contrattuale del valore del lavoro. In generale, tutte le donne e la stragrande maggioranza degli uomini sono colpiti da questo fatto.
Oppure, consideriamo la realtà della cascina padana, avvilente, con il suo sospingere inesorabile il lavoratore verso i limiti estremi della condizione non umana, cioè abominevole.
Dobbiamo avanzare proposte ardite che rovescino la situazione. Non ci può essere ammodernamento produttivo senza una collocazione avanzata del lavoratore. I compagni della
padana discutono appassionatamente se si possa, in un arco di anni relativamente breve,
riorganizzare radicalmente il lavoro in cascina rendendo intercambiabili i lavoratori di stal-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
73
III
la e di campo, fissando turni, per liberare il lavoratore dalla stalla e consentire una giornata di lavoro per tutti contenuta in un orario di 6 ore e mezzo, 7 ore.Tale intercambiabilità nel lavoro di stalla e di campo renderebbe assai complesse le capacità professionali gettando le basi per il passaggio a specializzati di tutti i lavoratori padani. Non ci sfuggono le
difficoltà di questa linea, più transitorie che di prospettiva, ma questa importante intuizione dei compagni della padana va assolutamente verificata e approfondita con i lavoratori,
specie con i giovani: ecco la prefigurazione di una condizione professionale nuova. E così
per altri temi.Ad esempio, sul salario annuo. Il sussidio di disoccupazione è uno strumento puramente assistenziale se non riusciamo a fare una grande battaglia per le trasformazioni agrarie. Ma l’assistenza mortifica la professionalità. Invece, sull’onda di risultati concreti in materia di occupazione, l’integrazione salariale perde il suo carattere assistenziale
divenendo una particolarità scontata di un processo produttivo non basato sul ciclo annuo
completo di lavoro.Anche il pensionamento, che è una componente della professionalità,
è influenzato dalla durata, dalla qualifica, dal livello salariale ma il basso livello salariale
annuo dei braccianti, e in particolare delle donne, costringe ancora troppo a optare per il
sussidio di disoccupazione (non denunciando le giornate che si fanno realmente), rinunciando alla costruzione di una condizione professionale completa e avanzata.
Il diritto di intervento su tutto l’arco della condizione lavorativa che vogliamo sviluppare,
dilatando i risultati dello scorso anno, deve dare delle risposte a questi problemi. Anche
qui, l’importante è fare passi concreti che aprano una prospettiva.
La condizione ambientale di lavoro (nocività, violazione delle leggi sociali), che costituisce il quarto filone verso cui evolve la contrattazione, ripropone il grande valore della prevenzione sul lavoro. Siamo assai indietro in questo campo per cancellare le insufficienze
della legislazione stessa.
3 - Lotte rivendicative e riforme
In sostanza, noi, non intendiamo attestarci su una linea di gestione amministrativa, paghi
dei nuovi spazi conquistati: questi spazi ne reclamano altri.
L’esperienza di questi mesi ci dice che noi possiamo riaprire una prospettiva alla categoria se sappiamo cogliere tutti gli sviluppi – la capacità espansiva, abbiamo detto all’inizio – della linea del potere contrattuale.Abbiamo visto che quella linea, nel suo attuarsi e
dispiegarsi, ci pone, dal suo interno, problemi non solo contrattuali, ma di riforma.
Dobbiamo dare delle risposte sulla occupazione in una fase in cui si accentua la meccanizzazione complessa, la stagnazione produttiva in vaste zone, il disinvestimento di certe
colture a favore di altre, estensive, a bassa occupazione.
In mancanza di certe risposte, le popolazioni fuggono – come in Calabria –, il bracciantato va ad accrescere la disoccupazione cittadina e chi rimane non supera in media le 100
giornate. Nascono figure spurie, mestieri e contratti integrativi delle giornate di lavoro salariato: per molteplici vie, la quota di lavoro non pagato si accresce; le masse disoccupate o
74
III
sotto occupate – in questa disgregazione – diventano, in parte, riserve di malcontento e di
protesta che non sfociano in uno sbocco positivo. O diamo queste risposte o anche la
gestione sindacale del collocamento diventerà un fardello compromettente, per i sindacati. Vogliamo dire con franchezza che queste risposte non debbono darle solo i sindacati
agricoli, ma anche le Confederazioni e i loro organismi periferici. Il Sud, pur con incertezze e ritardi, avverte apertamente il punto cruciale cui è giunto e ricollega la sua situazione al meccanismo generale di sviluppo del paese. Ma abbiamo l’impressione che questa
spinta a guardare ai problemi del Paese, partendo dai nodi di fondo, tardi ad essere recepita sia dagli organi Confederali che da alcune grandi categorie industriali. O almeno si può
dire che la risposta è parziale e «aggiuntiva», cioè non ancora qualificante le scelte generali. Non possiamo nasconderci che la categoria e il Sud si sono sentite scarsamente espresse dai temi che stanno alla base della vertenza Confederale con il governo (anche se quei
temi non sono – ovviamente – del tutto estranei alla categoria ed al Sud).
A livello regionale, le questioni della casa, della salute, del fisco sono state integrate – nel
Sud, nel Veneto – con le questioni dell’occupazione e dello sviluppo generale ma, a parte
certi limiti in alcune risposte di merito, ciò non ha influito nel portare alla ribalta della vertenza nazionale quelle questioni.
Il 14 aprile le Confederazioni, con una lettera motivata, hanno chiesto al governo di aprire
una vertenza sulle riforme in agricoltura con una gamma di problemi consistenti e capaci
di investire anche le masse contadine. Questo atto, però, non è stato presentato alle masse
operaie come qualificante gli sviluppi della vertenza nazionale sulla casa, la salute e il fisco.
E’ ovvio che le due vertenze debbono avere sedi diverse e, realisticamente, soluzioni autonome: ma, sul terreno della coscienza del movimento operaio e della capacità del movimento sindacale di unificare in una visione d’insieme gli obiettivi di lotta di categorie e
strati sociali diversi, si poteva e si doveva fare di più. Scollegate fra di loro, le due vertenze
perdono di potenzialità e non recuperano certe zone di stanchezza o di isolamento. Poiché
la prossima settimana pare inizi con il governo la discussione sulla lettera del 14 aprile
delle Confederazioni, dobbiamo cogliere l’importante circostanza per atti politici esterni
di massa che ci facciano superare questo scollegamento. Ad esempio, se sarà necessario
attuare altre consultazioni nelle fabbriche per la vertenza della casa, della salute, del fisco
– come è probabile – ci pare che dovrebbe entrare in fabbrica anche l’andamento della
vertenza sulle riforme in agricoltura.
Anche gli scontri duri che dobbiamo sicuramente prevedere nelle province che rinnovano i contratti ci consentono di lavorare per scioperi provinciali generali non solidaristici.
Le nostre piattaforme, infatti, ponendo i problemi centrali sopra richiamati, sollevano questioni che riguardano l’intera economia della provincia e della regione: così è nel Veneto,
così è a Ravenna e a Bologna e si deve dire che le C.C.d.L. hanno non solo colto ma condiviso pienamente la impostazione avanzata delle piattaforme. Noi ci muoviamo per scioperi di lunga resistenza e di forte incisività – e quindi articolati – in queste province, ma
abbiamo bisogno di un contesto di lotte generali. Il contributo delle Confederazioni per
rimarcare il significato generale dei nostri obiettivi è possibile e indispensabile.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
75
III
La creazione dell’Ente Regione costituisce un nuovo terreno, una nuova controparte pubblica. Dobbiamo dire con franchezza che in generale siamo indietro nella elaborazione di
piani settoriali e zonali per le trasformazioni e l’occupazione da contrattare con i poteri
pubblici. Eppure, ciò è decisivo per sostanziare la lotta con il padronato, in autunno, per la
contrattazione delle previsioni occupative. Le due controparti che ci stanno davanti a tutti
i livelli vanno investite da un moto coordinato e incisivo.Alcune regioni sono già mature
per questa esperienza così avanzata, altre potranno riprendersi dalla stagnazione sindacale solo se si muoveranno su una linea che abbia questa completezza. L’Emilia è matura per
una grande vertenza autunnale nel frutteto, preparata dai rinnovi di Bologna e di Ravenna,
da migliaia di vertenze aziendali. La Calabria si sta preparando per poter tornare a dare una
prospettiva ai disoccupati e ai sottoccupati partendo all’attacco nell’oliveto, nell’assetto
del suolo, nell’azienda agraria trasformata. Va individuato, regione per regione, il terreno
della nostra iniziativa per giungere ad un autunno che realizzi una grande ripresa del
movimento rivendicativo per l’occupazione che investa le due controparti.
Forse non abbiamo ancora riflettuto a sufficienza sulle possibilità nuove che si aprono,
proprio in materia agraria, per modificare la destinazione dell’intervento pubblico e condizionare le scelte private, operando fin dall’inizio perché la Regione non si immeschinisca nell’attesa delle leggi-quadro e nella vischiosità delle discussioni statutarie. Non perde
tempo invece la Confagricoltura, che ribadisce che l’istituto è superato poiché oggi la politica agraria si decide a livello comunitario e che quello deve rimanere il livello decisionale; che rivendica il rilancio del Ministero della Agricoltura; che stringe più fortemente, il suo
rapporto con i consorzi Agrari chiedendone un intervento diretto anche nei processi di
trasformazione industriale e che, per questo scopo, immette direttamente, nei consigli dei
Consorzi, i suoi rappresentanti per saldare i vari interessi dei diversi settori padronali.
Dobbiamo avere coscienza che il padronato agrario è alla ricerca di una sua linea d’insieme, che, naturalmente, non è un «disegno organico» senza contraddizioni ma che è sicuramente il tentativo di presentarsi come forza razionalizzatrice, di capitalismo moderno
(liberandosi dalla fama di forza parassitaria e del ristagno) per poter avere più titoli per
potere chiedere ai poteri pubblici – come fa – «una politica con gli agricoltori» e cioè la
sua partecipazione diretta alla gestione dell’intervento pubblico in agricoltura.
C’è attesa nelle campagne sul peso effettivo dei Sindacati per cambiare le cose. Il padronato oggi punta apertamente e senza infingimenti a scaricare i contadini da un qualsiasi ruolo
nel processo agrario moderno (mantenendoli però legati al blocco rurale sul terreno assistenziale) per lanciare la «grande alleanza» tra capitalismo agrario e capitalismo industriale.
L’assemblea annuale della Confagricoltura ha posto con chiarezza senza precedenti questa
scelta. Ciò spinge la massa contadina a stare all’erta, a ricercare nuovi aiuti e nuovi sostegni.
Questa attesa e questa ricerca possono involvere o possono evolvere: molto dipende da noi
e dalla nostra capacità di usare anche il nostro potere contrattuale con una visione non
ristretta ma ampia e aperta e su una linea di trasformazioni avanzate e generali.
Ripetiamo che le Commissioni Intercomunali Sindacali per l’occupazione sono strumenti
di interesse comune per i braccianti e per i contadini. La stessa cosa può dirsi per i
76
III
Comitati colonici che, nell’esame dei piani aziendali, fanno emergere questioni settoriali –
ad esempio, la situazione del vigneto – di interesse comune per i comuni per i braccianti, per i contadini, per gli operai.
Le iniziative intercategoriali per le trasformazioni debbono rappresentare l’aggregazione
sociale nuova con la quale liberarsi dall’abbraccio mortale del «blocco rurale» e dell’integrazione capitalistica tra agricoltura e industria.
Certo è che il conflitto nelle campagne è destinato ad acutizzarsi, poiché le spinte sono
potenti e agiscono velocemente. Una discussione approfondita, su questo terreno, spetta
innanzitutto ai tre Sindacati agricoli. Dobbiamo farla coraggiosamente. Non c’è dubbio che
alla base delle difficoltà del processo unitario a livello nazionale non ci stanno le questioni dell’autonomia delle Federbraccianti dal movimento politico di sinistra, bensì i nodi
davanti ai quali si trovano la categoria e l’agricoltura e il modo per affrontarli. Si possono
escogitare dei falsi idoli polemici, ma quei nodi rimangono. Quegli idoli polemici non possono essere semplicemente interpretati come degli infelici accorgimenti strumentali nella
recente fase elettorale, ma debbono essere ricondotti alla difficoltà di entrare nel merito di
quei nodi e alle riserve che permangono in certi settori sindacali a fare venire avanti il processo unitario. La Federbraccianti Nazionale si prepara dunque ad andare alla riunione dei
Consigli Generali delle tre Confederazioni non già con un contro dossier sulle violazioni
delle incompatibilità sindacali – come pare intenda fare la FISBA – ma con alcuni temi di
riflessione. E’, ad esempio, materia di riflessione l’impressione che si ricava leggendo i
documenti dell’ultima riunione del Consiglio Generale della FISBA, ove la linea sindacale
che si propone tende apertamente a smorzare la consapevolezza che esiste, ed è destinato ad acuirsi, il conflitto sociale nelle campagne; e ciò, proprio in quanto quel conflitto
viene ricondotto a una cosiddetta «visione più generale» fatta di categorie astratte («reddito nazionale», «collettività») ove i due estremi della scala sociale vengono confusi. Di qui,
poi, il rilancio della politica dei redditi, del risparmio contrattuale. Di qui, il rifiuto di fare
insieme e dal basso la nomina dei delegati che sarebbe, ed è, un’ottima occasione per sottoporre al vaglio dei lavoratori le politiche dei tre sindacati, liberandole dalle loro incertezze e dalle eventuali influenze esterne.
Non siamo comunque alieni dal discutere errori e ritardi, ma proponiamo che questa discussione avvenga alla base, in tutte le zone interessate, e che si concluda con impegni di azione
comuni. Ma insistiamo principalmente, perché si discuta delle questioni vere e di fondo.
Certamente, il passaggio dall’unità d’azione all’unità sindacale non è cosa facile, particolarmente per una categoria come la nostra, e non possiamo pensare di non incontrare difficoltà. Ma non anneghiamoci dentro, bensì utilizziamole per fare chiarezza. Vi sono, del
resto, dei ruoli da assolvere, insieme, subito. Ci riferiamo alla vertenza aperta con il
Governo per la parità previdenziale e la riforma del sussidio di disoccupazione che non
può slittare all’autunno, pena un suo affossamento. Dobbiamo sviluppare in questi giorni
iniziative politiche comuni e forme di lotta sindacale incisive ed efficaci, che però non distolgano la categoria e le tre Organizzazioni dal terreno avanzato dell’impegno per la gestione attiva dei contratti e del collocamento sindacale e per i rinnovi contrattuali. Entro il 21
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
77
III
c.m., si debbono sciogliere i nodi a livello governativo; la categoria deve allargare in questo periodo la sua pressione e tenersi pronta a passare al movimento.
Abbiamo la vertenza sull’occupazione per i forestali, già aperta con gli Enti interessati; la
vertenza unitaria, per le case ai braccianti, con il Governo; la vertenza con la
Confagricoltura per l’evoluzione del rapporto di lavoro e per la modifica del congegno
della scala-mobile; abbiamo l’iniziativa comune per la istituzione del libretto sindacale di
lavoro che deve spingere alla sindacalizzazione e al rispetto dei diritti contrattuali e legislativi.Abbiamo le vertenze provinciali del Veneto e di Ravenna, unitarie nei contenuti rivendicativi e nella conduzione dei negoziati e delle lotte; altre grosse scadenze, in Lombardia,
in Sicilia, ci impegnano ad una ricerca comune.Abbiamo la necessità di rilanciare insieme,
con la CISL e la UIL Mezzadri, l’iniziativa colonica per i riparti, le spese, le trasformazioni
sulle quali questioni abbiamo avanzato concrete proposte.
Più in generale, la vertenza per le riforme in agricoltura e quelle da aprire a livello regionale con l’Ente Regione rappresentano il terreno concreto per confrontare e, se necessario, riqualificare le politiche sindacali rispettive; per questo, chiediamo che il C.C. avanzi
ufficialmente agli organismi della FISBA e della UISBA la proposta di una riunione congiunta. Puntiamo cioè ad un confronto sulle cose di fondo, e ad un confronto che sia
funzionale all’iniziativa, non alla dissertazione. E puntiamo, per ciò che ci riguarda, ad
un ruolo attivo dei lavoratori nello sviluppo del processo unitario, anche a livello
nazionale. Su queste basi, ci pare che si possa procedere, se si vuole procedere.
Cimentarsi dunque nella ricerca di una nuova linea di avanzata della categoria utilizzando
tutti gli spazi sindacali conquistati e ancora allargando l’incisività della nostra presenza.
Uscire dall’isolamento rispetto alle città per saldare la nostra esperienza a quelli dei settori operai. Non paralizzare in vecchi steccati la spinta della categoria ma lavorare, con modestia e intelligenza, per dare motivazioni e sbocchi avanzati a questa spinta.
In ottemperanza alla decisione presa dal C.C. del febbraio di convocare a Roma
l’Assemblea Nazionale dei delegati, dei componenti le Commissioni sindacali e di collocamento, dei capi-lega per fare un primo bilancio del nostro lavoro, indicarne gli sviluppi e
ciò anche con la necessaria risonanza esterna, la Segreteria Nazionale propone di rivolgere alla FISBA e alla UISBA la richiesta di attuare insieme questa importante iniziativa. Nel
caso non sia possibile raggiungere un’intesa in tal senso, la Segreteria Nazionale propone
al C.C. di realizzare la Conferenza Nazionale il 19 settembre, a Roma.
78
1971
Viene varata la “riforma della casa”: l’intero sistema dell’edilizia pubblica viene
demandato agli Enti locali. Alla fine dell’anno viene eletto Presidente della Repubblica
Giovanni Leone con l’appoggio del Msi. Si svolge la “marcia silenziosa” nelle vie del
centro di Milano. In marzo il Parlamento dà il via libera alla pubblicità della pillola
anticoncezionale. Gli Usa sospendono la convertibilità del dollaro in oro. Nasce lo Stato
del Bangladesh. Muore a Parigi Jim Morrison, leader dei Doors. Esce nelle sale
“Morte a Venezia” di Luchino Visconti.
IV
“VALUTAZIONE DELLE LOTTE E DEI RISULTATI CONSEGUITI E ULTERIORE SVILUPPO
DELL’INIZIATIVA RIVENDICATIVA NEL CONTESTO DEL PROCESSO PER L’UNITÀ
SINDACALE”
(Relazione al Comitato Centrale Federbraccianti, 7-8 ottobre 1971)
Compagni,
il bilancio delle lotte estive è molto alto. Seppure espressa principalmente da 5 regioni, del
resto decisive, una forza immensa si è levata.
1.
La situazione politico-sindacale nella quale abbiamo operato era irta di difficoltà, non
momentanee. La Confagricoltura aveva assunto, sin dal 1969, una posizione netta contro
l’“autunno caldo” accusato di aver procurato la lievitazione dei costi dei mezzi di produzione in agricoltura e di aver colpito, così, anche l’azienda contadina. Nel 1970, la
Confagricoltura aveva ulteriormente sviluppato le sue posizioni nello schieramento antiriformatore rispetto all’iniziativa che le Confederazioni andavano dispiegando per le riforme. Gli aspetti generali del “pacchetto” confederale presi di mira erano due: tutte le rivendicazioni di riforma che toccassero la rendita fondiaria e la richiesta di impegnare di più e
meglio il reddito nazionale per finalità sociali. Di conseguenza, la resistenza e la protesta
investivano le seguenti questioni: la garanzia dei finanziamenti pubblici all’agricoltura capitalistica, la riforma dell’affittanza, la sua estensione ai rapporti di mezzadria e di colonia,
l’annunciata regolamentazione degli espropri indennizzati a prezzo agricolo per lo sviluppo urbanistico a basso costo. Con accanimento e minacce, il padronato agrario agitava lo
spauracchio di una caduta generale dei valori fondiari, che avrebbe mortificato il credito
agrario mettendo in difficoltà l’impresa e aggravando così la crisi dell’agricoltura.
“Difendere la rendita per difendere l’impresa”: questa era la linea che doveva unire le varie
componenti del padronato agrario.
Come durante l’“autunno caldo”, venivano ipocritamente assunti anche gli interessi imprenditoriali delle piccole aziende e contrapposti alla riforma della casa chiesta dai sindacati,cercando così di approfondire il solco tra operai e contadini. Su questa linea vi erano state le
manifestazioni degli agrari in numerosissime località agricole e cittadine per lunghi mesi
(sino al raduno del 7 maggio a Roma), contestualmente alle iniziative delle Confederazioni
per le riforme; non erano neppure mancate le pressioni sulla Presidenza della Repubblica e
sul Governo. Aperto dai sindacati il capitolo delle riforme, l’agraria – dopo qualche incertezza – organizzava una sua resistenza che per certi aspetti ricorda, pur nelle mutate condizioni, quella degli anni della riforma stralcio. Si è trattato di una resistenza che ha influito
nel profondo delle campagne e sui ceti-medi dei centri agricoli e di cui in generale, forse
anche per colpa nostra, il movimento operaio delle città non ha colto la gravità.
In verità, la difesa accanita della rendita rappresentava solo l’aspetto più vistoso, ma non
necessariamente il più importante, del disegno del padronato, ma tornava comodo utiliz-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
81
IV
zarlo ampiamente specie in vista delle elezioni del 13 giugno, dalle quali si auspicava uno
spostamento a destra del Paese. Per questo spostamento l’agraria ha lavorato e non senza
successo.
Sul piano più propriamente contrattuale, veniva formulato un rifiuto esplicito delle rivendicazioni sindacali, definite “tali da pregiudicare la vita delle imprese”.Tale rifiuto assumeva subito un senso preciso:“la tregua sindacale non va chiesta, bensì va imposta”. La situazione politica, economica e sindacale del Paese si andava infatti rendendo più difficile, specie dopo il voto del 13 giugno; gli inviti alla “responsabilità” e alla “tregua” si intensificavano; dopo la manifestazione per le riforme a Roma, il movimento sindacale era impegnato
principalmente in lotte aziendali. Il padronato agrario ha creduto di poter fare, con noi,
il braccio di ferro e di imporci una sconfitta che fosse una indicazione di valore generale. Bisogna dire che l’atteggiamento del Governo non è stato estraneo a questa posizione del padronato. Nel quadro del suo atteggiamento complessivo sulle riforme, il governo
ha subito l’iniziativa parlamentare sui fitti ma non l’ha – da parte di tutte le sue componenti interne – sostenuta con convinzione; inoltre, il Governo ha avuto un grave, lungo
momento di incertezza rispetto al vuoto legislativo creatosi con l’esaurimento del Piano
Verde e di altre leggi agrarie; ha attuato il blocco dei finanziamenti dell’ultimo Piano Verde;
ha approvato solo nel luglio il Ponte Verde e solo nell’agosto il rifinanziamento della legge
n. 590 per la proprietà contadina: cioè, oltre a muoversi sulla vecchia linea, si è anche
mosso in ritardo. Gli agrari hanno così avuto un alibi per ciò che riguarda la caduta degli
investimenti in agricoltura; si sono accresciuti i motivi di inquietudine tra le masse contadine; la protesta conservatrice contro i “vuoti” delle istituzioni si è alimentata. Le ripercussioni di questa situazione sulle nostre vertenze contrattuali sono state pesantissime.
È vero: i Comitati Esecutivi dei tre sindacati agricoli si incontrano per la prima volta ai
primi di giugno e realizzano per la prima volta una intesa assai positiva per la piattaforma
rivendicativa per il Patto Nazionale; anche la preparazione dei rinnovi contrattuali in tutte
le province interessate assume ampi caratteri unitari che facilitano l’intesa nazionale. Ma
si deve dire che tali intese non si sono rafforzate con una tematica unitaria politica-sindacale più vasta, che fosse all’altezza della difficile situazione e dell’attacco padronale complessivo.
Il documento di Ostia delle Confederazioni di fine giugno apre delle possibilità per spostare l’unità di azione sul piano più impegnativo delle ricerche di comuni posizioni politico-sindacali generali, ma, nel settore bracciantile, tali possibilità vengono scarsamente utilizzate. A livello Confederale, la Conferenza dell’EUR qualifica i problemi agrari e del
Mezzogiorno e la “settimana nazionale di scioperi articolati nelle campagne” del mese di
maggio offre una base all’azione unitaria ed intercategoriale; ma le Confederazioni non
riescono ad aprire la vertenza con il Governo sull’agricoltura, se si esclude un incontro
sommario con Natali, nel pieno del caldo, che rinvia a settembre gli incontri di merito,
incontri che peraltro non hanno avuto luogo. E’ ovvio che se si fosse riusciti ad aprire la
vertenza con il Governo sull’agricoltura le nostre lotte avrebbero avuto un grande sostegno politico.
82
IV
2.
In questo grado complesso così difficile, il conflitto contrattuale si è fatto subito duro. In
primavera, vi erano state le prime avvisaglie di questa asprezza nelle vertenze toscane, peraltro dirette e concluse brillantemente dalle Organizzazioni bracciantili di Firenze, Siena, Pisa.
Nelle vertenze dell’estate, il “blocco contrattuale” si dispiega pienamente: giorni e giorni di
sciopero in tutte le province interessate, in Puglia, a Salerno, senza che il padronato accetti
le trattative o senza che le trattative “quaglino” sui punti di rilievo. Direttamente dalla
Confagricoltura, le Unioni Provinciali Agricoltori sono impegnate nella massima disciplina.
Il “blocco contrattuale” rivela subito chiaramente una volontà centralizzatrice della contrattazione da parte del padronato, il tentativo di svuotare il livello provinciale della contrattazione, il rinvio al Patto Nazionale. Anziché sfiancare il movimento, questa linea di rifiuto globale dà alla categoria una spinta enorme. Il movimento che viene avanti è di eccezionale
proporzione: quantitativa e qualitativa. Scioperano le donne che vengono nelle piane dalle
montagne; scioperano quasi ovunque i salariati fissi. La gestione delle lotte è, in generale, largamente appoggiata all’iniziativa della base, cioè delle Leghe, dei delegati, dei Comitati
colonici, dei giovani. Si esprime una capacità di iniziativa che investe centinaia di
Amministrazioni comunali (sino a provocare un passo della Confagricoltura sul Ministero
degli Interni), che investe i gruppi politici.
In molte province per la prima volta, l’esperienza della lotta si arricchisce della tattica degli
scioperi differenziati, concentrati cioè sulle aziende capitalistiche e aperti alla problematica
contadina, poiché dall’asprezza stessa della lotta matura la consapevolezza che “vince chi ha
il fronte più largo”. Questa esperienza si riconferma in Emilia, si dispiega seppure con difficoltà a Ferrara, si impone a Salerno di fronte alla provocazione organizzata e si afferma a
Foggia e a Taranto come sviluppo logico delle esperienze di gestione dei poteri contrattuali
del 1969 nella aziende capitalistiche. Se la forma di lotta del Sud, esclusiva nel passato, è stata
quella del blocco stradale e dell’accerchiamento dei comuni con i picchetti posti alle vie d’accesso, quest’anno questa forma di lotta si adegua e si rinnova nell’occupazione delle aziende
capitalistiche, nell’iniziativa verso i gruppi politici e gli Enti Locali e nella minore rigidità del
blocco stradale verso i contadini. È vero: dove si sceglie questa linea, il picchetto stradale risulta in certi momenti indebolito e ciò apre dei problemi di orientamento perché nel passato
“forte picchetto stradale” è sempre equivalso a “forte sciopero”, nel giudizio dei compagni.
Questi problemi di orientamento che sorgono consentono di approfondire nelle assemblee
generali e nei comizi la linea del Sindacato nuovo.
La pressione di massa non emerge così solo e tanto come fatto quantitativo bensì qualitativo:
esprimendo capacità di colpire l’avversario contro cui lotta, di investire il fronte politico, di
intessere un rapporto di alleanza. È, questo, un grande progresso di coscienza, che trova la sua
spiegazione nell’esperienza di gestione contrattuale degli ultimi due anni, nella qualità delle
piattaforme rivendicative, nell’assimilazione rapida dei caratteri anche politici della resistenza
padronale. Lo sciopero nell’azienda con il picchetto provoca dei tentativi organizzati di crumiraggio, di ricorso ai guappi a Salerno, di provocazione fascista. Così, anche nel Sud, la difesa
dello sciopero e dei suoi caratteri democratici sviluppa la necessità della massima vigilanza.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
83
IV
I margini della protesta indistinta sono stati minimi. Le lotte mettono in luce un elemento
di consapevolezza comune al Sud e al Nord, al Veneto come alla Puglia, all’Emilia come alla
Lucania e alla Campania; il carattere è quello di una lotta operaia accompagnata da una
capacità di collegamento con le popolazioni.
È importante osservare che la tattica stancante del padronato che rifiuta le trattative non
smorza la lotta quando, infine, le trattative entrano nel vivo, bensì si realizza, in generale,
un nuovo livello di tensione quando lo scontro investe i contenuti rivendicativi. La spiegazione di tutto ciò va ricondotta a tre fattori di grande importanza: la categoria, pur svuotata dall’esodo, conserva intatta la sua capacità di giudizio politico; la linea rivendicativa,
fondata sull’espansione del potere contrattuale per i salari, l’occupazione, l’organizzazione
del lavoro, i riparti, i poteri di intervento nelle aziende coloniche, è una linea che dal 1969
dà respiro e prospettiva, è una linea che il bracciante e il colono vogliono consolidare e
gestire; la categoria comprende che le sue lotte possono e debbono realizzare un fronte
sociale e politico.
Escono completamente le posizioni di quei gruppi anti-sindacali che avevano cercato, specie in Puglia, di spezzare il rapporto tra il sindacato e i lavoratori sostenendo che le piattaforme erano sbagliate, che esse facevano comodo ai padroni, sostenendo che il sindacato sarebbe ormai incapace di sviluppare una linea per il Mezzogiorno, per i braccianti.
Escono battute pure le teorizzazioni di coloro che, partendo dai fatti di Reggio Calabria,
ritengono che le masse meridionali non siano più disponibili per una lotta democratica.
Abbiamo regolato i conti con queste posizioni e ciò non solo e tanto perché i sindacati
bracciantili sono una grande forza organizzata, ma principalmente perché la linea che ci
siamo dati è una linea convincente e di massa, nella quale il rifiuto della condizione bracciantile – di bassi salari, di sottoccupazione, di arretratezza sociale – si esprime rivendicando fermamente un potere di decisione e di controllo. I 15.000 tesserati in più che quest’anno realizziamo sono uno degli effetti, sul piano organizzativo, di questa linea.
3.
Il bilancio politico delle lotte, estremamente positivo, non ci deve impedire di vedere i problemi di orientamento che sono sorti e le insufficienze. Dobbiamo essere critici perché non
vogliamo vivere di ricordi, bensì sviluppare una originale e impegnativa linea sindacale.
L’autonomo intervento del Ministero del Lavoro su un cospicuo gruppo di vertenze provinciali ha provocato qualche senso di frustrazione e la preoccupazione che si attuasse una
sorta di centralizzazione contrattuale. Bisogna considerare che su una scala così larga l’intervento ministeriale non si era mai espresso in una categoria come la nostra, giustamente gelosa della sua autonomia e colpita duramente e spesso dai governi. Noi confermiamo
qui la nostra propensione a dare delle soluzioni sindacali ai conflitti contrattuali ma dobbiamo dire anche che è stato giusto utilizzare pienamente la mediazione ministeriale.
L’intervento ministeriale non si è limitato, infatti, a rivendicare una soluzione contrattuale,
del resto nell’insieme di positivo livello, ma – specie dopo la morte del compagno Cattani
– essa si completa in una denuncia politica del padronato e in un pesante attacco anti-sin-
84
IV
dacale delle forze moderate e conservatrici. Inoltre, la forma della mediazione è stata quella del rinvio alle province, rispettando così la nostra struttura contrattuale.
Anche per questa via, la categoria realizza l’esperienza dell’esistenza di uno schieramento
governativo e politico più articolato che nel passato, che riflette gli sviluppi che il quadro
politico complessivo del Paese ha avuto negli ultimi anni. Inoltre, non vi possono essere
dubbi sul fatto che l’eccezionale livello delle nostre lotte aveva già autonomamente prodotto il risultato di fare chiarezza sul ruolo del padronato agrario nella realtà italiana di
oggi, di isolarlo, di mettere a nudo i suoi obiettivi conservatori. Una riprova del fatto che
la mediazione ministeriale non ha smorzato la capacità di lotta della categoria sta proprio
nella stessa grande lotta emiliana dell’agosto, che ha imposto soluzioni in sede sindacale e
conseguito risultati in diversi punti autonomi rispetto a quelli pugliesi, pur avendo il
padronato sviluppato una accanita resistenza che sfogava anche la rabbia della sua sconfitta pugliese.
La nostra lotta estiva un limite vero l’ha però evidenziato. Mentre le piattaforme rivendicative marcavano fortemente i problemi dell’occupazione e quelli del controllo sugli
investimenti e le trasformazioni, realizzando – come vedremo – importanti risultati, le lotte
hanno ricercato lo sbocco contrattuale e non anche l’apertura contemporanea di vertenze con le controparti pubbliche per l’occupazione, le trasformazioni, lo sviluppo agricolo
industriale. Questa era la linea che invece avevamo deciso nel C.C. del maggio u.s.: la saldatura tra gli obiettivi contrattuali e quelli più generali.
Occorre riflettere a fondo su questo limite. Ci pare che esso abbia ragioni politiche. Non
è estraneo infatti ad esso il modo con il quale si è sviluppata l’iniziativa per le riforme e il
nostro rapporto complessivo con le masse contadine.Abbiamo detto, più sopra, che quest’anno ha fatto grandi progressi la linea delle forme differenziate di lotta. Ma dobbiamo
ora aggiungere che molto carente è però risultata la costruzione di una rivendicazione e
di un movimento contadini. Siamo cioè andati molto avanti nella tattica ma assai meno
nella strategia. Dove abbiamo lavorato per avere un fronte rivendicativo, di braccianti, di
contadini, di operai conservieri e degli scatolifici (come a Salerno), la fatica è stata immensa e si è calata in una impreparazione pratica e di orientamento.Abbiamo, sì, liquidati dei
“fronti” fatti dagli agrari, ma non abbiamo costruito dei nostri “fronti” dinamici e di prospettiva. Anche a Salerno, dove ci siamo ufficialmente impegnati a scioperare come braccianti per gli operai e per i contadini se non fosse stato ritirato il pomodoro di produzione contadina dalle industrie e se non fossero stati riaperti gli stabilimenti industriali, non
ci risulta che – dopo la conclusione della nostra vertenza – questa intesa intercategoriale
abbia avuto delle espressioni concrete, tali da pesare sull’accordo poi raggiunto in sede di
Ministero dell’Agricoltura tra produttori e industriali sul prezzo e le consegne. Questa
tematica comune doveva essere, su larga scala, quella appunto delle trasformazioni, dell’irrigazione (abbiamo visto zone ove un’ora di acqua costa al contadino L. 25.000 per ettaro), del controllo dei finanziamenti e degli strumenti pubblici, della contrattazione delle
consegne al mercato e alle industrie, dell’applicazione della legge sui fitti agrari per ciò che
riguarda i poteri di intervento.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
85
IV
Occorre rimarcare che le conflittualità tra noi e i contadini, insita nelle nostre richieste
salariali e accentuata dalla crisi contadina, non si risolve a livelli più alti e ricade negativamente su di noi se manca questa ricerca di una intesa e di una iniziativa comune sui temi
di fondo. La Bonomiana ha così potuto utilizzare i nostri limiti rinfocolando una linea antibracciantile, a tutto servizio del padronato agrario in diverse province, sebbene il carattere differenziato delle nostre piattaforme, specie per ciò che attiene i piani e la contrattazione aziendale, abbia positivamente influenzato, in generale, il comportamento delle
delegazioni della Coldiretti nei negoziati.
Dobbiamo superare, in fretta, questi limiti. Ciò ci costringe ad affrontare, nei necessari termini di lotta politica, il problema delle alleanze nel dibattito con i Sindacati della FISBA e
dell’UISBA. La FISBA in particolare non pare ancora convinta della necessità inderogabile
di una strategia di alleanze. Pesa indubbiamente, a questo riguardo, la diversità di bagaglio
di esperienze che i tre sindacati agricoli hanno realizzato nel corso delle lotte in questi 20
anni, il grado di rielaborazione condotta dalle lotte e del perché dei successi e degli insuccessi. Pesa però anche la mancanza di una valutazione comune su un dato che riguarda il
presente e cioè sull’articolazione sociale delle campagne, sul “blocco” padronale e sui
caratteri che deve assumere il processo di riforma agraria nella situazione di oggi. Su questo terreno, noi dobbiamo impegnare fortemente il rapporto inter-sindacale perché è la
stessa unità di azione che pone quotidianamente questi problemi di fondo. Non è possibile – come abbiamo sempre detto alla FISBA e alla UISBA – isolare l’unità di azione dei grandi temi della politica sindacale complessiva.
4.
Se queste sono le luci e le ombre dei nostri risultati politico-sindacali, importante è pure
esaminare i risultati contrattuali.Tale esame va condotto tenendo a base sia la linea rivendicativa che ci siamo dati sia la prospettiva del rinnovo del Patto Nazionale.
Possiamo dire, nel complesso, che la nostra linea rivendicativa è venuta avanti in tutti i suoi
aspetti, cioè che il padronato (che voleva al massimo dei rinnovi di tipo tradizionale) non
è riuscito a scompigliare il nostro disegno rivendicativo. Sui punti essenziali dell’occupazione, del salario, della professionalità acquisiamo importanti spazi che si integrano fra di
loro. Ciò non significa che non vi siano stati dei condizionamenti, anche pesanti, che ci
pongono ora dei problemi sia di gestione, sia di avanzata ulteriore con il Patto Nazionale.
Sui salari, gli aumenti conseguiti – che vanno dall’8 al 28% – affermano la tendenza al superamento delle più palesi differenze retributive tra province della stessa regione, con
aumenti scaglionati nell’arco di validità contrattuale.Alcune province superano così il plafond delle 2.800 lire gg. (paga base e contingenza) indicato nella piattaforma nazionale;
altre vi arrivano aiutate anche dai tre punti di contingenza scattati di recente; altre ancora
continuano a rimanere al di sotto del “correttivo” nazionale richiesto. Ciò significa che il
Patto Nazionale dovrà dedicare molta importanza al problema salariale, facendo leva sulle
ingiustificate differenziazioni esistenti per correggere verso un livello omogeneo più alto
che nulla tolga, però, al ruolo primario dei contratti provinciali in materia salariale.
86
IV
I riparti colonici conquistati sono invece un successo netto, per la quantità e per la riconferma del ruolo della contrattazione nel rapporto colonico contro una resistenza che sino
all’ultimo è stata accanita da parte dell’organizzazione dei concedenti.
Sull’orario di lavoro, realizziamo quasi ovunque le 40 ore settimanali entro la validità dei
nuovi contratti, cioè entro il 1973 e risulta corretto, anche se non superato, il criterio della
distribuzione non omogenea dell’orario durante l’anno.
Sulle qualifiche, salvo eccezioni, si afferma il nostro obiettivo di valorizzazione della capacità professionale e non della mansione, che trovava espressione nelle nuove definizioni
delle qualifiche e nei nuovi criteri di valutazione del lavoro. Pesano però altre questioni di
grande importanza, che sono decisive nella nostra linea sulle qualifiche, e cioè: molte promozioni verso l’alto; migliori incasellamenti (a Ferrara da 36 si passa a 4); la paga di qualifica di assunzione; il miglioramento delle condizioni per i passaggi di qualifica.
Sui diritti sindacali, si affermano alcuni perfezionamenti sul numero dei delegati e in due
province emiliane si riconosce al delegato il diritto a contrattare l’organizzare del lavoro.
Nel settore colonico realizziamo invece per la prima volta tutto un complesso di diritti di
intervento che rappresentano una vera e propria svolta, poiché essi pongono le basi per
un associazionismo colonico nella conduzione aziendale che accentua l’isolamento del
concedente e matura sbocchi di riforma.
Il punto che è emerso su tutti gli altri, che ha dominato le trattative è stato quello dell’occupazione. Mai come quest’anno la contrattazione è stata caratterizzata dai problemi del
lavoro sotto il profilo sia dei poteri sindacali di controllo sui finanziamenti e sull’assetto
colturale, sia della stabilità e degli impegnativi occupativi, sia del collegamento con il collocamento. Dobbiamo dire che, sull’occupazione, lo strumento conquistato nel 1969 – le
Commissioni Intercomunali Sindacali – non era stato da noi gestito, in parte per ragioni
anche comprensibili relative al peso enorme che è ricaduto su di noi con la conquista del
collocamento, che ha posto problemi di quadri, di rapporti tra i Sindacati, di rapporto con
i lavoratori. Le lacune nella gestione delle Commissioni Sindacali sono state rilevate nel
corso delle lotte e della loro preparazione, ma ciò non ha impedito che si esprimesse un
grande slancio nella conquista di nuovi diritti che fossero tali da rafforzare quelli già esistenti.Tre sono stati i punti rivendicativi: la conoscenza e la contrattazione dei piani colturali derivanti dall’art. 11 della legge sul collocamento; la conoscenza dei finanziamenti
pubblici e della loro destinazione; la stabilità dei fissi e dei semi-fissi. Possiamo dire che su
questi punti acquisiamo larghissimi spazi. Per il sindacato, il diritto attribuito alle
Commissioni di conoscere i finanziamenti presentati al collocamento e il diritto a conoscere i finanziamenti pubblici non sono diritti “neutri”, bensì diritti che ci abilitano alla
contrattazione. Il controllo sindacale si è dunque esteso; è emerso che le scelte colturali
non sono cose che riguardano solo i padroni, che i finanziamenti non sono un affare privato tra Stato ed imprenditori ma è necessario un controllo sociale.
Sulla stabilità, affermiamo ovunque il superamento del rapporto biennale per i salariati fissi
e il passaggio alla stabilità di vasti nuclei di semi-fissi, anche se questo passaggio viene riconosciuto non automaticamente (cioè rimane da costruire nell’annata 1971-1972) e anche
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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IV
se i motivi di risoluzione del rapporto di lavoro contengono qualche rischio. Il padronato
ha cercato di risolvere questa rivendicazione in una garanzia formale di stabilità, di non
garantire cioè la continuità di lavoro e quindi di paga, ed ha introdotto la richiesta della
Cassa integrazione per i periodi di non lavoro proprio per svuotare le nostre rivendicazioni. Non c’è riuscito. La soluzione conquistata ci affida grandi compiti di gestione, ma
pone le basi di un diritto reale, non formale, di stabilità. Qualcuno ha detto che noi abbiamo fatto una politica per i fissi e i semi-fissi, non per i braccianti, e cioè per l’azienda capitalistica, per la sua efficienza. È questa una malignità che rivela una scarsa buona fede e una
scarsa conoscenza del lavoro in agricoltura. Noi abbiamo sempre dato la massima importanza all’unità di tutta la categoria e i rischi connessi a una più ampia copertura contrattuale dei nuclei fissi li abbiamo superati conquistando dei diritti di intervento che debbono agire sull’azienda capitalistica nel suo complesso. Per questo abbiamo puntato con
tanta forza sulla richiesta di contrattare i piani aziendali! È ovvio, infatti, che la contrattazione dei piani aziendali comporta necessariamente la contrattazione di tutto il lavoro
aziendale, fisso e non fisso, il monte giornate e quindi l’assetto colturale e pone le basi per
il godimento effettivo delle ferie, delle festività, dei riposi,“liberando” così delle giornate di
lavoro che dovranno essere coperte da altri lavoratori. Nessuna politica di privilegio, quindi, bensì il collegamento tra maggiori garanzie di occupazione, per tutti, e il potere di intervento sulle scelte padronali. Non a caso gli agrari si sono difesi tanto accanitamente, sostenendo che non volevano “la polizia sindacale” nelle aziende!
Il Patto Nazionale dovrà comunque apportare perfezionamenti nel senso sopra indicato.
In sostanza, il bilancio contrattuale delle lotte è nell’insieme positivo. Non abbiamo solo
rotto il blocco ma abbiamo marcato fortemente i problemi dell’occupazione, dei salari, dell’organizzazione de lavoro, della professionalità con nuovi diritti di intervento. Le piattaforme presentate esprimevano una linea non contingente ma di lunga durata che è
andata avanti e che, negli aspetti non conseguiti, si è affermata nella coscienza di
grandi masse. Tale linea, che è quella che abbiamo fissato sul piano generale nei nostri ultimi Congressi di categoria, ci pone all’interno del movimento operaio con una politica attiva, originale che viene avanti nelle lotte.
5.
Dopo le lotte estive siamo entrati in una fase nuova. Siamo forti dei risultati politici e sindacali realizzati, ma siamo anche convinti che vi sono questioni di fondo da affrontare,
pena lo svuotamento delle conquiste stesse.
L’attacco padronale si dispiega, anche in agricoltura, con forza. I licenziamenti di lavoratori fissi sono numerosi; il padronato incolpa le lotte contrattuali delle difficoltà delle imprese; le nuove conquiste salariali irrigidiscono i rapporti nostri con le masse contadine; in
molte zone si profilano coltivazioni a basso impiego di manodopera e i padroni dicono che
questo è il risultato delle lotte estive. Occorre compiere una riflessione approfondita sui
caratteri della crisi che investe l’agricoltura e occorre individuare linee concrete di avanzata. Noi stiamo vivendo una fase di acuta stasi produttiva che ha spiegazione solo
88
IV
parziale nei mancati finanziamenti. Seppure non su tutta l’area e non con le stesse caratteristiche sui vari livelli di impresa, siamo giunti al punto di una manifesta incapacità di questa agricoltura di sviluppare le forze produttive. I fenomeni
regressivi durano già da tempo in altri settori e si allargano anche a settori che erano stati
incentivati. Nel 1970 il prodotto lordo dell’agricoltura è aumentato solo dello 0,3%; l’aumento dei mezzi tecnici impiegati, cioè dei concimi, delle macchine, dell’energia motrice,
dei mangimi, degli antiparassitari, è stato dell’1,3%. Le riconversioni colturali avvengono
ormai solo nell’ambito delle convenienze offerte dal sistema dei prezzi, per cui cresce la
coltivazione del grano duro che, come è noto, si avvantaggia di un prezzo di mercato garantito e di una integrazione comunitaria d’oltre 2.000 lire al quintale.Tra le colture orticole,
è entrata in crisi quella del pomodoro – che è decisiva per importanti zone del paese –
della quale si riducono sia le superfici che le rese. Calano le colture industriali della bietola e del tabacco, per non parlare della canapa e del cotone. La viticoltura è calata del 3,3%
e l’olivicoltura del 13,7%. La produzione della carne bovina e suina è diminuita del 3,4 e
dell’8,1%. Sul frutteto si abbatte la distruzione delle produzioni e degli impianti. Nel settore della forestazione, gli incendi distruggono più di quanto non si sia allargato il bosco
negli ultimi due anni. Dell’annata in corso si sa poco se non dell’eccezionale aumento del
grano duro, ma si ritiene che rispetto al ’70 talune difficoltà si siano accentuate ed altre si
preparino. Seppure è vero che negli ultimi due anni i finanziamenti pubblici sono stati
scarsi ed irregolari, il ristagno è palese anche in quei settori che i contributi li hanno avuti,
come è il caso dell’oliveto.
Questa situazione ha degli effetti diretti su due questioni: quella del caro-vita e quella dell’occupazione. Il caro-vita è incentivato principalmente dalle insufficienze dell’agricoltura
e dalla speculazione sempre connessa all’ingente flusso delle importazioni. Non è con le
riunioni dei Prefetti che si contiene o risolve questa situazione. La scelta delle
Confederazioni di sviluppare la lotta contro il caro-vita comporta necessariamente di
affrontarne le cause.
Per ciò che si riferisce all’occupazione, alla luce di questa situazione anche il giudizio sulla
sottoccupazione agricola va verificato come risultato del sotto-sviluppo generalizzato in
decisivi settori agricoli. Il bracciante è cioè disoccupato non perché c’è abbondanza di
manodopera bensì perché c’è carenza di sviluppo. Se l’Italia producesse più carne, più zucchero, se vi fosse cioè maggiore corrispondenza tra prodotti agricoli e domanda interna e
se si sviluppassero i commerci verso l’esterno, noi potremmo avere alcune centinaia di
migliaia di lavoratori fissi e semi-fissi in più rispetto ad ora. È almeno ridicola tutta questa
preoccupazione per l’autarchia (che sarebbe negativa, ovviamente), in una agricoltura
dove la sottoccupazione si accentua.Vi sono ampi margini per lo sviluppo della nostra produzione nazionale agricola senza cadere in visioni autarchiche, specie se consideriamo che
sulla necessità vitale dell’alimentazione non è giusto essere completamente dipendenti
dall’estero.
Un altro dato che assume rilievo è il fatto che la crisi agraria esce dai confini del settore e
comincia a investire i settori affini: della trasformazione alimentare, della commercializza-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
89
IV
zione, della meccanica legata all’agricoltura. La Cassa Integrazione Guadagni, in questi settori, ha più che raddoppiato i suoi interventi nella prima metà di quest’anno.Vi sono intere zone (Salerno, Cesena, Parma, per citarne alcune) che sono in uno stato di crisi pressoché totale che parte dalla chiusura degli stabilimenti conservieri e sconfina nei settori
meccanici collegati, dei contenitori meccanici, delle macchine alimentari ed agricole.
Questo sconfinamento della crisi agraria nei settori industriali legati all’agricoltura è un dato nuovo che allarga l’arco delle forze direttamente interessate ed
una nuova politica agraria. Esso indica che la questione agraria non è questione
settoriale e impone una verifica delle scelte economiche che il movimento operaio nel suo insieme deve perseguire.
Le cause di questa stasi non momentanea, di questa crisi strutturale e profonda sono molteplici. La divisione internazionale del lavoro dell’area capitalistica non ha prodotto solo
acute carenze nei settori industriali di avanguardia ma ha anche relegato l’agricoltura italiana al ruolo di settore passivo e mantenuto. Il MEC ha aggravato questo dato di fondo.
Questa divisione internazionale del lavoro ci ha consentito di esportare scarpe e frigoriferi
ma ci ha costretti ad importare la bistecca. Il consumo interno, pur accresciuto, non ha sollecitato una espansione e una qualificazione dell’agricoltura bensì delle importazioni.
Bisogna considerare inoltre che i Paesi terzi competono nei beni agricoli e alimentari con
prezzi di offerta di gran lunga inferiore ai prezzi di costo dei prodotti comunitari. Così è per
il pomodoro, per certi agrumi, per l’olio d’oliva. Cioè, nuove spinte accelerano una crisi che
ha le sue origini nell’assetto economico complessivo che l’area capitalistica si è data, ove si
può anche entrare nella lista dei dieci Paesi più industrializzati nel mondo rimanendo però
alla mercé del più forte sia nella produzione industriale che in quella agricola.
Le vicende del dollaro creano oggi nuovi problemi all’agricoltura italiana che si riflettono
sul caro-vita e sui livelli di occupazione. Senza fare dell’allarmismo, si può dire che, se non
si ritorna ai cambi fissi, la svalutazione della lira crea delle convenienze all’esportazione dei
prodotti ortofrutticoli italiani verso i Paesi dell’area comunitaria nei confronti dei quali –
di fatto – la lira si è svalutata; mentre invece dovrà accrescersi il nostro contributo al
FEOGA, crescerà la capacità concorrenziale dei Paesi mediterranei sui mercati del MEC e
si accentueranno le difficoltà delle nostre esportazioni verso gli Stati Uniti e la Francia,
paesi nei cui confronti la lira si è di fatto rivalutata.
6.
Non dobbiamo ritenere che il padronato agrario non si renda conto dei caratteri nuovi che
la crisi agraria ha assunto. Poiché da questa crisi sgorga inderogabile l’esigenza di un controllo sociale, il padronato agrario avverte che gli sbocchi della crisi possono colpirlo
duramente. Egli avverte che, oggettivamente, è maturo un salto di qualità che può sfociare in una gestione pubblica di taluni decisivi settori agricoli: questo chiedono oggi
uomini di insospettabile orientamento mossi da ragioni di efficienza. Il padronato agrario
dice apertamente che a questo sbocco non si deve andare. Lo dice con forza e costruisce
un fronte contro questa prospettiva poiché sa che, perché si faccia una riforma non basta
90
IV
che essa sia matura nelle cose, occorre che essa sia matura anche nelle coscienze. Per evitare che questa maturazione avvenga, espone con accanimento le sue linee. Chiede che si
punti senza indugio e decisamente sull’impresa capitalistica, punta cioè alcune decine di
migliaia di aziende che hanno una superficie di oltre dieci milioni di ettari, di terra buna,
di terra delle piane; chiede, per esse, i finanziamenti dello Stato per l’irrigazione e per l’associazionismo dei produttori; entra direttamente nel Consiglio di Amministrazione della
più grande azienda chimica a partecipazione statale e si occupa in prima persona di dare
vita a partecipazioni incrociate, punta sull’industria, cioè, in un rapporto diretto; scarica sul
settore del commercio le responsabilità del caro-vita (sul piccolo dettaglio, ovviamente,
perché i legami mafiosi tra agraria e mercati generali non si discutono); chiede che il settore contadino venga eliminato; chiede che i piani di zona degli ESA passino sotto il suo
controllo,“vincolanti” per lo Stato e “indicativi” per gli agrari. Questa linea corposa e complessa viene presentata come veramente riformatrice, capace di influire sull’opinione pubblica e sugli schieramenti politici. Il “Progetto di iniziativa popolare per la riforma dell’agricoltura”, annunciato da mesi dalla Confagricoltura, è l’espressione di questa ambizione
e lo strumento del padronato agrario per realizzare un suo fronte sociale e politico che
dovrebbe mordere anche nell’opinione pubblica e nel movimento operaio.
Vi sono, naturalmente, contraddizioni interne, specie rappresentate dal peso politico del
mondo contadino; vi sono vecchiume e visioni ristrette nel rifondo del padronato agrario
italiano: tutto questo c’è e pesa anche molto sulle ambizioni moderniste. Ma occorre comprendere, in sostanza, che in agricoltura il padronato non si limita a sviluppare una iniziativa accanita contro i nostri obiettivi di riforma, ma lancia una sua linea di “riforma” e ci
lavora sopra.
Le situazioni di crisi, infatti, in un modo o in un altro ad un certo punto si chiudono, seppure temporaneamente. Come ci muoviamo noi in questa situazione?
7.
E’ indubbio che l’eccezionale partecipazione dei braccianti, dei salariati e dei coloni alle
lotte, il consenso stesso delle popolazioni dei centri agricoli indicano che dalle campagne
si leva una grande spinta riformatrice. Eludono questa volontà coloro che – partendo dai
risultati negativi della parcellizzazione determinata da quella riforma stralcio degli anni ‘50,
che noi abbiamo sempre criticato – affermano in modo categorico che i braccianti non
vogliono più la terra. La categoria, i mezzadri, i coloni vogliono una riforma dell’agricoltura che non è più solo “terra a chi la lavora”, ma che è – insieme a ciò – industrializzazione
dell’agricoltura, associazionismo nella conduzione, sviluppo civile. E’ una spinta riformatrice molto più complessa di un tempo e con la quale dobbiamo fare i conti.
Vi è inoltre un’altra decisiva ragione che ci obbliga ad affrontare alcune scelte riformatrici. Siamo ormai giunti ad un punto in cui l’esercizio dei nostri diritti di intervento nell’azienda si imbatte quotidianamente nelle scelte generali di politica agraria. Il nostro
potere sindacale conquistato corre il rischio di rimanere coinvolto da fenomeni generali
che non possiamo dominare solo al livello aziendale; la nostra iniziativa aziendale
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
91
IV
richiede cioè degli sbocchi di riforma. Spieghiamoci con degli esempi. Nella discussione
dei piani aziendali nelle zone a frutteto noi ci imbattiamo nelle distruzioni e negli abbattimenti. Nelle aziende a zootecnia ci imbattiamo nelle scelte comunitarie fissate per questo
settore. Nelle aziende a olivicoltura, ci imbattiamo in un sistema di integrazione incontrollato del prezzo che è la causa del ristagno nel settore. Nella bieticoltura, i quantitativi assegnatici dal MEC e la politica dei monopoli zuccherieri non danno molti margini ad una iniziativa solo aziendale. O la nostra iniziativa aziendale si collega a rivendicazioni di
riforma organiche per interi settori o la sua capacità espansiva rimarrà soffocata.
Risaltano, qui, limiti e insufficienze nostre, quali quelli rilevati anche durante le lotte estive, che riguardano la nostra iniziativa zonale per le trasformazioni e lo sviluppo e che
riguardano il nostro rapporto con le masse contadine.
Ma ci sono anche limiti dell’iniziativa del movimento sindacale nel suo insieme, per le riforme. Limiti di contenuto del “pacchetto” scelto, innanzitutto, poiché in esso il problema
agrario era totalmente aggiuntivo e secondario; e limiti di condotta dell’iniziativa.Vogliamo
essere franchi. Innanzitutto ci pare che il movimento nel suo complesso non compia sempre un esame accurato degli effetti che le sue scelte contrattuali e di riforma producono
su quell’insieme articolato di forze sociali che costituiscono il tessuto del Paese. Solo chi è
a contatto, ad esempio, con i fenomeni di autentica disperazione contadina che vi sono nel
profondo delle campagne italiane può sapere quanta presa sulle masse contadine possono
avere le posizioni anti-operaie e antiriformatrici del padronato agrario. Ovviamente, non si
tratta di non fare queste scelte, bensì di avere la massima cura di spiegarne il significato
propulsivo generale e di costruire pertanto un fronte di alleanze sociali in marcia. E’, questa, una questione decisiva, se non vogliamo che si scarichino su certi comparti del movimento delle tensioni pesantissime (come è stato per noi quest’estate) e se vogliamo dare
sbocchi vincenti alla strategia che abbiamo scelto.
In secondo luogo, la scelta di una piattaforma rivendicativa di riforma non può non tener
conto che, in un Paese caratterizzato da profondi squilibri, le questioni che si avanzano non
incidono allo stesso modo su tutta l’area delle forze che poi debbono portarle avanti. Che
l’operaio lotti per il fisco e la salute è spiegabile e giusto, ma occorre rendersi conto che
il bracciante lotta per il lavoro. O la piattaforma rivendicativa di riforma esprime i diversi
livelli di esigenza o si determina una frattura nel corpo del movimento stesso, cioè nell’unità di classe.
In terzo luogo, è criticabile il fatto che una questione come quella agraria sia stata considerata secondaria e marginale rispetto al fisco, alla salute e la casa e non capace di produrre risorse e convenienze nell’apparato industriale tali da aiutare la crescita dell’economia e da consentire maggiori impieghi nei servizi sociali investiti dalla riforma. Non si sono
colti cioè i tratti complessivi del meccanismo economico. Non si può attendere che l’economia traballi anche nei settori che ha sviluppato, per comprendere che c’è un insieme
da cambiare e per impegnarsi in questo cambiamento. Il sindacato bracciantile ha lottato
contro questa emarginazione, ma forse con argomenti non sufficientemente convincenti;
comunque, le istanze che questa sintesi dovevano fare non hanno assolto a questo compi-
92
IV
to; non si è offerto, pertanto, un “tetto” più alto alle stesse grandi lotte operaie di categoria
e di riforma.
Tutto questo ha prodotto degli impacci. Dal 14 aprite del 1970 le Confederazioni hanno
chiesto al Governo di aprire una discussione su una “lettera motivata” sulle riforme in agricoltura: è passato un anno e mezzo senza che nulla sia accaduto.Tutto questo non dà ritmo
al movimento e dà il senso di una nostra inincidenza. Le differenze di valutazione tra le
Confederazioni non sono una spiegazione sufficiente. Forse abbiamo creduto di poter
avere facilmente un negoziato su un terreno assai delicato politicamente. Realizziamo cosi
un’esperienza, della quale dovremo tenere conto: la strategia delle riforme non si può portare avanti a colpi di “vertenze”; essa va intesa come un processo che ha si i suoi momenti di conflittualità generale quando perviene allo sbocco ma che – per giungere a quel
punto – deve avere una lunga fase di preparazione. Questa fase di preparazione non va
intesa come un fatto di semplice propaganda, bensì come un lungo periodo nel corso del
quale si mettono le basi, al livello del tessuto più profondo del Paese, degli strumenti nuovi,
dei controlli nuovi, che con lo sbocco riformatore si vogliono affermare. Solo così il movimento per le riforme crea anche i suoi meccanismi interni di difesa, di fronte agli attacchi
dell’avversario. Portiamo ad esempio la legge sui fitti agrari che, per i nuovi diritti che dà
al contadino, è un grandissimo passo in avanti. Ma ci siamo giunti senza preparare un
ampio tessuto di base che spingesse per questi diritti, che esprimesse più potere contrattuale; cosi, oggi, il padronato attacca a fondo e la risposta contadina tarda a venire.
Se non sì pongono robuste basi all’iniziativa per le riforme, questa strategia può essere
rimessa in discussione. E non è ciò di cui abbiamo bisogno.
8.
Anzi, la crisi agraria richiede oggi soluzioni avanzate.Tali soluzioni non possono essere rappresentate solo da alcuni passi avanti – seppure importantissimi – nel campo dei contratti agrari. Il problema fondiario ci pone oggi in un conflitto aperto con i concedenti a mezzadria e a colonìa, cioè con il settore più arretrato del padronato agrario. Ma gli elementi
della crisi sono particolarmente evidenti anche nel settore ad economia, mentre permane
una realtà contadina dispersa e arretrata. Sono quindi mature soluzioni avanzate in settori
decisivi: nella zootecnia, nell’ortofrutta, nelle bietole, nella olivicoltura, nell’assetto montano. Il senso di tali soluzioni deve essere quello di una presenza diretta e organica del
settore statale e dell’associazionismo. Noi dobbiamo essere cioè portatori della richiesta
che lo Stato non solo finanzi ma ancora più programmi, incanali le scelte private negli
argini di un controllo pubblico, sociale. Le leve sono quelle dei finanziamenti, del commercio estero, del consumo interno, del rapporto con le industrie, della riorganizzazione
del settore contadino. Dobbiamo sapere come vengono mosse queste leve e dobbiamo
farle muovere nel senso giusto. Noi abbiamo realizzato una grande conquista acquisendo,
questa estate, il diritto a controllare gli investimenti. Ma i finanziamenti pubblici sono solo
una delle leve che oggi bisogna manovrare in modo nuovo. La Regione Emiliana non potrà
mantenere fede al suo impegno di non tollerare più la distruzione della frutta se tutte quel-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
93
IV
le leve non saranno mosse. E questo è solo un esempio, che può essere ripetuto per tutte
le altre manifestazioni di crisi acuta che abbiamo di fronte.
Occorre pervenire ad un riesame del rapporto tra agricoltura e industria, ampliando il
ruolo delle imprese a partecipazione statale nella direzione del riordino della piccola industria alimentare, del rapporto tra agricoltura, chimica e meccanica, basati sullo sviluppo
agricolo-industriale zonale. Occorre programmare uno sviluppo della zootecnia che sia
fondato sulla trasformazione della zootecnia contadina (e quindi dell’azienda contadina) e
sull’utilizzazione della collina e della montagna come territori che possono essere produttivi nell’ambito delle iniziative dei demani comunali e dei contadini associati. Occorre
puntare ad una produzione bieticola corrispondente al fabbisogno nazionale. I finanziamenti pubblici vanno indirizzati verso questi problemi centrali, superando il diaframma tra
attività infrastrutturali e attività produttive e incoraggiando direttamente l’associazionismo
contadino attraverso gli Enti Regione. La nostra condotta in sede comunitaria va rapportata a questi obiettivi e vanno pertanto riviste anche tutte le restrizioni assurde nel campo
dei commerci extra-comunitari. Solo per queste vie si può perseguire un risultato reale,
non riassorbibile, nella lotta contro il caro-vita, per una nuova politica dell’alimentazione.
Non si giungerà a questo ruolo dei poteri pubblici se non ci sarà una grande
mobilitazione di massa che abbia protagonisti i braccianti, i contadini, gli operai
uniti fra di loro.
Perché la crisi in atto non si risolva in modo sbagliato, occorre guadagnare molte coscienze, cioè realizzare un fronte sociale e politico. L’unità di queste forze, che è la sola carta
vincente, chiede a noi dei compiti. Ci pare abbastanza chiaro, e non da oggi, ciò che spetta a noi circa l’esercizio dei poteri conquistati, nelle aziende e nelle zone agrarie. Ma è
ancora insufficiente la nostra capacita di costruire uno schieramento, con i contadini e con
gli operai. Non possiamo aspettare che il nuovo nel mondo contadino si produca da solo.
Dobbiamo proiettare la nostra grande forza verso quel mondo. In modo concreto, le
nostre Leghe debbono programmare un rapporto costante con le masse contadine. Le
divergenze sulle strutture organizzative dei contadini esistenti tra le Confederazioni possono anche essere risolte, ma irrisolto rimane il problema politico di una nuova unità contadina, fondata su un suo preciso potere contrattuale, liberata da una mentalità delegante
che ne svirilizza le energie e la rende subalterna. Questo sviluppo dei caratteri autonomi,
professionali delle associazioni contadine si deve realizzare conquistando queste masse al
grande progetto di una riorganizzazione del settore contadino, che lo collochi al livello di settore economico attivo nella economia nazionale e al centro di una agricoltura
socialmente nuova.
I piani contadini per le trasformazioni associate debbono essere considerati da noi come
la rottura di un equilibrio di potere attraverso il quale è passato tutto ciò che vi è di negativo.Tale rottura giova al bracciante e all’operaio non meno che al contadino. Le alleanze
non sono un fatto difensivo bensì di innovazione e di conquista. Se noi vogliamo passare,
noi dobbiamo organizzare altri “poteri”, oltre al nostro. E’ questo un compito delle
Organizzazioni sindacali orizzontali, ma è un compito principalmente nostro. Siamo noi
94
IV
che principalmente sosteniamo l’urto nelle campagne; siamo la forza principale della lotta
nelle campagne. Le chiusure categoriali tolgono prospettiva alle nostre lotte e non consentono la saldatura con le lotte delle città. Noi possiamo essere la cerniera tra il movimento operaio complessivo e il mondo contadino.
Con gli operai, noi dobbiamo realizzare delle aggregazioni rivendicative reali, non
propagandistiche. Esse sono possibili e indispensabili. Con gli edili, per tutto il campo
delle infrastrutture e dell’edilizia rurale; con gli operai dell’alimentazione, dei frigor, della
chimica e della meccanica legata all’agricoltura, per un diverso rapporto tra agricoltura e
industria. Sono intese già mature che possono essere il veicolo per una più salda unità tra
campagna e città. Le sedi di queste intese rivendicative debbono essere quelle regionali e
settoriali. I “decreti delegati” in agricoltura ci pongono dei problemi che noi dobbiamo
risolvere nel senso della massima attribuzione di poteri alle Regioni; ma ci sono poi le questioni da portare avanti, di contenuto, dei nuovi strumenti, nei comitati di zona che elaboreranno i piani di zona, negli ESA.Tali questioni di contenuto non possono essere scelte da
noi, né portate avanti con visioni settoriali, ma investono gli operai ed i contadini.
La legge sul Mezzogiorno, approvata in sede deliberante senza accogliere nessuna di quelle modifiche che un largo schieramento di forze meridionali e non meridionali aveva proposto, ci pone il problema di contrastare le impostazioni centralizzatrici e una concezione
della industrializzazione del Sud che non diviene di per sé buona se dai “poli” si passa ai
“progetti speciali”, o se ci si appoggia esclusivamente ai cosiddetti “settori strategici” scartando ancora una volta la esigenza primaria della industrializzazione della agricoltura.
Anche su questo l’arco di forze che può essere investito è enorme e deve fare leva su fattori di vera liberazione, quali sono ad esempio il superamento della colonia, l’associazionismo contadino, lo sviluppo civile.
Sui settori agricoli particolarmente in crisi si deve avviare un contatto con le associazioni
contadine ed operaie i cui risultati impegnino le Confederazioni a precisare alcuni punti
rivendicativi più mordenti di quelli del documento dello scorso anno, per il confronto con
il Governo.Anche il rinnovo contrattuale nel settore conserviero può dare degli spunti alle
nostre intese.
9.
Noi riteniamo che questa linea di unità intercategoriale rappresenti una grande spinta
all’unità sindacale su contenuti qualificanti. Negli ultimi due anni noi abbiamo insistito
molto su questo concetto: che l’unità sindacale, che non deve essere la sommatoria di tre
Confederazioni, non può neppure essere la sommatoria quantitativa delle Federazioni di
categoria, ove ciascuna si chiude nel suo guscio corporativo. Sebbene le polemiche della
FISBA verso la Federbraccianti non calino né migliorino di livello, si può dare un giudizio
positivo, molto positivo, sull’unità realizzata nelle lotte contrattuali.
Rispetto al documento delle Confederazioni, noi siamo invece in ritardo nello sviluppare
la Consultazione. Il ritardo non investe solo e tanto le tre questioni controverse (incompatibilità, contadini, affiliazione internazionale), poiché su queste si possono sempre tro-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
95
IV
vare delle soluzioni alle quali ci accingeremmo volentieri, specie sulla questione dei contadini per l’esperienza che in questo campo abbiamo accumulato; ma il ritardo investe il
dibattito sulle scelte da compiere insieme, in questa situazione di crisi profonda dell’agricoltura. Nuovamente, vogliamo riproporre la convocazione comune degli organismi nazionali delle tre Federazioni bracciantili come sintesi di quel dibattito periferico che va compiuto subito per l’immediata fase di azione sindacale che si apre. Noi non abbiamo mai
fatto solo questione di “tempi” per l’unità organica, bensì di contenuti e di modi con cui
arrivarci. Dobbiamo partire dalla convinzione che le nostre Federazioni possono portare
un grande contributo alla definizione delle politiche Confederali con le quali fronteggiare
la situazione di crisi che investe l’insieme dell’economia del Paese. Una politica per l’occupazione e contro il caro-vita, quale è quella che le Confederazioni vogliono sviluppare
non è una politica difensiva, che punta sui sussidi di disoccupazione e su misure che possono dare fiato per un po’ alle aziende in crisi. Questi rischi però sono presenti di fatto
nella realtà e la spinta che può venire da noi contro questi rischi non è indifferente.
Dobbiamo sentire questa responsabilità come sindacati agricoli. Marcando con forza l’urgenza di una modifica nella struttura agraria e fondiaria, marcando con forza la richiesta di
un diverso rapporto tra agricoltura e industria, noi possiamo offrire una base concreta alle
Confederazioni per lo sviluppo di un’azione non difensiva per l’occupazione e il caro-vita.
10.
Andiamo dunque verso un nuovo periodo di lotte. Noi dobbiamo avere la capacità di
unificare i diversi movimenti rivendicativi esistenti e nello stesso tempo di articolare al massimo le forme di lotta. E’ vero. Il Patto Nazionale richiederà necessariamente delle risposte nazionali ma noi dobbiamo evitare che ciò si traduca
in una centralizzazione del movimento rivendicativo. La conquista del Patto è un
importantissimo obiettivo immediato ma non può essere e non è il solo, così come abbiamo cercato sin qui di documentare. Debbono pertanto confluire nelle lotte l’avanzata contrattuale, obiettivi incisivi di sviluppo e di occupazione, la soluzione delle
più scottanti questioni previdenziali. Su questa impostazione l’opinione delle tre
Federazioni Nazionali è comune. Non è una confluenza strumentale per fare più imponenti le lotte. E’ una confluenza che discende dall’intreccio obiettivo che esiste fra questi
tre fronti, ciascuno dei quali si riflette sugli altri. Il Patto Nazionale deve andare oltre il livello realizzato nei contratti provinciali conquistati poiché – come abbiamo detto nei C. E.
unitari – esso deve fornire un nuovo quadro di riferimento per l’intera categoria sull’assetto salariale, sulle qualifiche, sull’occupazione, sulla contrattazione aziendale. In particolare sui salari noi puntiamo a realizzare un risultato che non riguarda solo le province
ancora al di sotto delle 2.800 lire giornaliere nella paga-base e contingenza, bensì che
tende a eliminare un condizionamento sulla dinamica salariale dell’intera categoria.
Abbiamo spesso documentato che un regime di salari assurdamente differenziato da zona
a zona crea delle “convenienze” agli agrari che si traducono nell’impoverimento delle colture nelle regioni e zone ove i salari sono più alti.Tali convenienze noi dobbiamo farle sal-
96
IV
tare se vogliamo andare tutti avanti sui salari e su un’occupazione che sia il frutto di una
trasformazione diffusa, non anarchica e momentanea.
Questa nostra scelta salariale sta perfettamente all’interno degli indirizzi indicati dalla
CGIL, che dicono “NO alle spinte salariali corporative e SI alle spinte delle categorie più
depresse”. Questa nostra scelta salariale intende anche risolvere, in sede contrattuale, la
prospettiva annunciata dal Ministero del Lavoro di regolare per legge i salari più depressi.
L’obiettivo postoci, insieme a quello di una forte levitazione del III elemento, costituisce
un terreno di scontro non facile, già emerso nelle trattative di questi giorni. La
Confagricoltura si dispone a risanare la situazione di 5 province per portarle – questa è
l’offerta – ad un salario complessivo (paga-base, contingenza, III elemento) analogo a quello da noi chiesto. Se questi credono che noi, sollevando queste questioni, abbiamo chiesto
l’elemosina, si sbagliano. Sulle qualifiche una generica disponibilità espressa in trattativa
non sembra coagulare in aperture reali.
Come è preparata la categoria? Le vertenze provinciali non hanno esaurito la capacità di
lotta della categoria, ma nelle province in cui non c’erano i rinnovi l’iniziativa non è però
stata ovunque all’altezza necessaria. Dobbiamo portare al più presto i risultati delle
trattative tra i lavoratori, con assemblee unitarie, nelle riunioni di azienda e di
comune preparandola alla lotta. Non abbiamo alcuna intenzione di trascinare il
negoziato e di spostare al ’72 gli sbocchi della vertenza né, tantomeno, di chiuderla come semplice recepimento dei livelli di conquista realizzati nelle province. Le asprezze di questa estate non è sbagliato ritenere che si ripetano ora e la categoria
deve essere preparata. Deve essere chiaro che una difficile vertenza nazionale, con niente
sul tavolo e con poco movimento, non metterebbe in difficoltà solo il rinnovo del Patto
bensì tutta la nostra iniziativa nelle aziende e nelle zone agrarie per i piani colturali e le
trasformazioni. Poiché è chiaro che tra la gestione attiva delle conquiste e i nuovi diritti
che con il Patto vogliamo affermare c’è un legame diretto, sia nei contenuti di potere che
nella aspra opposizione padronale. La mobilitazione della categoria per il Patto si incentra pertanto nella massima iniziativa per la contrattazione dei piani aziendali, per il
rispetto dei salari e dei riparti, per la contrattazione dell’organizzazione del lavoro.
Sul rifiuto all’attacco padronale nelle aziende e nelle zone agrarie, nell’esercizio dei nostri
poteri noi poniamo le basi per una nuova fase di conquiste, contrattuali e di politica agraria. La contrattazione di decine di migliaia di piani aziendali richiede di fare passare nelle
aziende quelle scelte di sviluppo zonale e settoriale che noi contrapponiamo alla crisi agraria attuale. Si tratta così:
1. di dar vita a rapide riunioni regionali con le categorie operaie e con le Organizzazioni
contadine per definire gli obiettivi di sviluppo;
2. di portare questi obiettivi al livello zonale con tutto l’arco delle forze interessate, generalizzando le conferenze di zone;
3. di aprire sia nell’azienda che con gli Enti migliaia e migliaia di vertenze.
Innanzitutto con gli Enti Regione, i dati relativi ai finanziamenti pubblici vanno inquadrati in
un esame sui fenomeni di crisi e di sottosviluppo per tradurli in decisioni operative, per le
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI
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IV
quali ciascuno faccia la sua parte. Ci mettiamo cosi alla testa di un movimento che apre con
il potere pubblico e con la sfera privata un confronto e un conflitto di vaste proporzioni.
Il rapporto nuovo con le industrie e la trasformazione del settore contadino, il rifiuto degli
abbattimenti, la semina delle sementi bieticole, lo sviluppo accelerato del rimboschimento,
la trasformazione e l’allargamento del patrimonio zootecnico costituiranno motivo di un
grosso conflitto. I suoi significati generali sono: occupazione e lotta al caro-vita attraverso un nuovo tipo di sviluppo. Vogliamo e dobbiamo uscire da un tipo di lotta per il lavoro che, al massimo, è riuscita a conseguire dei risultati nel campo delle infrastrutture, ma
assai meno, ad incidere nelle scelte private. La conquista cui puntiamo è quella di centinaia di migliaia di nuove giornate di lavoro e quindi di una consistente fissazione di
manodopera nei settori da trasformare, in una visione agricola-industriale di sviluppo.
Da questo ampio conflitto di base deve prendere forza la vertenza nazionale con il
Governo, da incentrare su richieste precise, concordate con le Organizzazioni nazionali
contadine, operaie, confederali. In questa prospettiva, non da escludere anche l’opportunità di un confronto diretto con la Coldiretti, in forme da precisare.
Il superamento della colonia, della compartecipazione e della mezzadria rimane un
punto obbligato di questo autunno. La grande manifestazione unitaria mezzadrile e colonica in preparazione per il novembre prossimo rilancia la questione al Paese. Anche qui
va detto che la creazione degli strumenti collettivi colonici conquistati prefigura
quella gestione cui vogliamo portare il settore colonico, con la riforma legislativa. Al superamento della colonia, della compartecipazione e della mezzadria si ricollega
anche il problema delle terre degli Enti Locali e minori sulle quali sta crescendo la nostra
pressione. Questa tematica rivendicativa e di movimento si completa con la riapertura del
problema delle parità previdenziale, delle pensioni, della Cassa Integrazione con il
Governo, per il quale le tre Federazioni Nazionali hanno già chiesto un’incontro.
Tutta l’esperienza del collocamento può essere di gran lunga qualificata ora che gli strumenti sindacali per l’occupazione sono usciti rafforzati dalle lotte estive. Il collocamento
va sempre più indirizzato ad agire sulle questioni delle iscrizioni del riconoscimento delle
qualifiche, della controllata fissazione dei nuclei fissi nelle aziende, della costruzione della
posizione pensionistica dei lavoratori che si avviano ad andare in pensione, oltreché dell’avvio al lavoro. Compagni, l’arco di questi temi è vasto. Su di esso dovrà svilupparsi il processo unitario che tanta forza vincente esprime quando si nutre di scelte coraggiose.
Ancora una volta, ma con maggiori e più urgenti motivazioni, andiamo verso lotte impegnative. Il senso é quello di un sindacato che si sforza di dare delle risposte che abbiano
un valore per la categoria e, nel contempo, per l’insieme del movimento e del Paese.
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1972
Prime elezioni anticipate nella storia della Repubblica: del nuovo governo presieduto da
Giulio Andreotti entra a far parte il Msi. Berlinguer viene eletto segretario del Pci.
Scoppia la “rivolta di Reggio Calabria”. Nasce la Federazione Cgil-Cisl-Uil.
Lo scandalo Watergate riempie le pagine dei quotidiani americani.
Strage di atleti israeliani ad opera dei terroristi palestinesi alle Olimpiadi di Monaco.
Gli Usa completano il ritiro delle truppe dal Vietnam. Nelle sale si vedono “Ultimo tango
a Parigi” di Bernardo Bertolucci e “I racconti di Canterbury” di Pier Paolo Pasolini.
V
“CAMPAGNA NAZIONALE PER I PIANI COLTURALI”
(Lotte agrarie. Mensile della Federazione Nazionale Braccianti Salariati Coloni Impiegati
Tecnici agricoli, anno VII, n° 11, novembre 1972)
La grande conquista delle lotte estive relativa alla “trasmissione dei piani colturali”, da
parte dei datori di lavoro, alle Commissioni Intercomunali Sindacali esprime un dato politico-sindacale molto preciso: il collocamento da solo non può farsi carico del grande problema dell’aumento dell’occupazione per tutti; la lotta per il lavoro deve avere innanzitutto precisi strumenti sindacali e permeare l’insieme delle nostre politiche. Il collocamento può e deve concorrere alla politica dell’occupazione ma non può farsene carico
esclusivo, a detrimento di altri compiti precipui che gli sono affidati (avviamento, qualifiche, previdenza) e a mortificazione del ruolo della lega, del sindacato provinciale. Da questo punto di vista, non è più possibile scavalcare il nodo della costituzione delle
Commissioni Intercomunali Sindacali, e dei comitati di zona intercategoriali coordinati
dalle Camere del Lavoro.
La “campagna per i piani colturali” richiede pertanto la valorizzazione massima del sindacato in prima persona. I piani, che debbono essere presentati alle Commissioni intercomunali Sindacali, diventano l’occasione e la condizione sia per esprimere nel concreto la
nostra “linea di controllo sulle scelte private”, sia per costruire, con un processo che parte
dal basso, i piani di zona.
Sulla costituzione delle Commissioni Sindacali Intercomunali (che riguardano anche le
zone coloniche) dobbiamo superare ogni indugio: deve essere richiesta alle Unioni
Provinciali Agricoltori (e per conoscenza agli Uffici Provinciali Lavoro) ovunque
la convocazione delle Commissioni con all’o.d.g.: “presentazione piani colturali
da parte delle aziende, esame dei più importanti processi che investono l’agricoltura nell’area intercomunale, stato dell’occupazione”. In questo quadro occorre:
1) sollecitare FISBA e UISBA a completare le nomine;
2) puntare sulle grandi aziende;
3) avere idee precise sulle colture da incentivare perché il padronato sosterrà la tesi delle
“incertezze che gravano sull’agricoltura”.
In linea generale, innanzitutto, dobbiamo rifiutare la monocoltura, il disimpegno produttivo, processi di trasformazioni colturali radicali non contrattati. In questo ambito, dobbiamo avanzare: proposte su colture specializzate ad alto impiego di manodopera ed indispensabili al fabbisogno nazionale; dobbiamo investirci del grande problema delle disinfestazioni che si preannuncia minaccioso nell’oliveto e in altre produzioni; dobbiamo fare
corrispondere le radicali trasformazioni non già a convenienze immediate bensì a convenienze produttive e sociali di lungo periodo. Da ogni piano aziendale debbono emergere
non solo i dati quantitativi di occupazione, ma anche quelli qualitativi (qualifiche) per pervenire alla definizione dell’organico aziendale (lavoratori assunti a tempo indeterminato e
lavoratori assunti a tempo determinato). In questo ambito va programmata concretamen-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 101
V
te una crescita delle giornate di lavori sino ad oggi assegnate alle donne, forzando sia la
caratteristica di “lavoratrici eccezionali” sia la caratteristica di “lavoratrici comuni”.Tutto il
problema del godimento effettivo dei diritti normativi (orari, ferie riposi ecc.) va affrontato – almeno in termini di sperimentazione in talune zone – costituendo con il
Collocamento le “squadre di sostituti”. In talune zone, sebbene assai ristrette, il padronato
di fronte alla carenza di manodopera per la stalla – si va ponendo problemi di modifica
delle fasi tradizionali delle mungiture. Dobbiamo impugnare noi questa problematica. La
“campagna dei piani” va sostenuta con il necessario lavoro di propaganda, di denuncia e
di concretezza rivendicativa. Con il settore contadino, l’iniziativa va sviluppata nel senso
non già di “contrattare” i piani bensì nel senso di individuare insieme i termini delle trasformazioni interaziendali, dell’associazionismo, delle garanzie di manodopera.
L’occupazione può crescere
Bieticoltura
Nel settore bieticolo, una valutazione nazionale minima da noi fatta mette in luce la possibilità di mettere a coltura per la produzione bieticola 50 mila ettari in più degli attuali, specie nel Sud, con un aumento dell’occupazione in questo settore, rispetto all’occupazione
attuale, di 2.500.000 giornate di lavoro. Lo sviluppo della bieticoltura è collegato all’uso
delle risorse irrigue, al perfezionamento delle canalizzazioni secondarie. Anche questa attività sviluppa occupazione.
Olivicoltura
Nell’oliveto tradizionale il padronato agrario mantiene uno stato di “cattiva coltivazione”
quasi ovunque. Le operazioni colturali, quando vengono fatte, sono al massimo biennali e
ciò produce le famose “annate buone e cattive” alternate. Questa discontinuità delle rese
annue dimostra che nell’oliveto il padronato agrario attua una “coltivazione di rapina”. I
piani aziendali, per l’oliveto, debbono partire dal rifiuto di questo stato di cose. Ecco le
giornate di lavoro che la “buona coltivazione” sviluppa:
1) oliveto tradizionale (40 alberi per Ha):
- aratura animale per due volte = 4 gg. (se con motore = 2 gg.)
- sconcatura = 2 gg.; disinfestazione fito/sanitaria = 2 gg.)
- spurgatura = 6 gg., slupatura = 2 gg., concimazione = 2 gg., raccolta (sull’albero) = 45
gg., raccolta (a terra) = 35.
Il totale complessivo è 65 gg. oppure 53 gg. a seconda del tipo di aratura e di raccolta.
Vanno aggiunti i lavori di irrigazione che oggi non si fanno.
2) oliveto moderno
- aratura: 2 gg., sconcatura: 6 gg., disinfestazione: 1 g., concimazione: un giorno, spurgatura: 10 gg., slupatura: 4 gg., raccolta: 30 gg. per un totale complessivo di 54 gg. annue
per ettaro.
102
V
Nell’oliveto moderno vi sono poi le consociazioni orticole e agrumicole che possono
anch’esse sviluppare molte giornate di lavoro.
Altri settori produttivi
Frutteto: 85 gg. di lavoro annuo in media; pomodoro: 190 gg. annue in media; cocomero: 50-60 gg. di lavoro annuo in media.
Gli imbroglioni
La CEE ha messo sotto processo gli industriali zuccherieri italiani. Monti, Maraldi e Montesi
sono infatti accusati, insieme ai loro “colleghi” belgi, francesi, olandesi e tedeschi di aver dato
vita ad un “cartello dello zucchero”, violando così le norme della Comunità che regolano la
concorrenza. In questo modo Monti, Maraldi e Montesi, che controllano il 71 per cento della
produzione nazionale ed hanno anche il controllo esclusivo delle importazioni, hanno realizzato profitti ingiustificati ed illeciti. Essi hanno imposto un alto prezzo dello zucchero ai consumatori ed un prezzo delle bietole ai contadini che gli ha garantito margini enormi di profitto. Ma il governo italiano è colpevole quanto i “baroni”. Esso ha infatti la responsabilità di:
- aver accettato un regolamento comunitario ed un contingente di produzione che mortifica le grandi possibilità espansive della coltura della barbabietola nel nostro Paese e che
è insufficiente rispetto al consumo nazionale. Siamo costretti ad importare 5 milioni di
quintali di zucchero con una spesa di 84 miliardi l’anno;
- aver permesso che le importazioni venissero fatte dai soli “baroni” dello zucchero che
così hanno accumulato molte decine di miliardi;
- aver impedito, con un meccanismo discriminatorio di assegnazione del contingente di
produzione, lo sviluppo degli zuccherifici cooperativi gestiti dai bieticoltori;
- aver sacrificato gli interessi dei braccianti, dei contadini, degli operai e dei consumatori
impedendo lo sviluppo delle produzioni e la riduzione del prezzo al consumo.
La CEE deve pertanto condannare gli industriali zuccherieri italiani al pagamento di forti
multe. Ma questo non basta! Occorre che:
- il regolamento comunitario venga modificato;
- la produzione ed il consumo nazionali di zucchero vengano sviluppati;
- siano messi immediatamente a coltura, per coprire l’attuale fabbisogno nazionale, altri 50
mila ettari di barbabietola, determinando così la creazione di oltre 2 milioni e 500 mila
giornate di nuovo lavoro in agricoltura e l’aumento della occupazione degli operai degli
zuccherifici;
- i piani colturali aziendali prevedano lo sviluppo della coltura bieticola;
- l’industria zuccheriera venga sottratta ai monipolisti e pubblicizzata nell’interesse di tutta
la collettività nazionale.
I ladri
La CEE ha proposto di modificare il meccanismo per l’integrazione del prezzo per l’olio di
oliva. La stessa infatti ha sostenuto che in Italia è in corso da anni una gigantesca frode:
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 103
V
nel 1967-68 sarebbero stati denunciati 790.000 q.li in più del reale; nel 1968-69 910.000
q.li in più del reale; nel 1969-70 940.000 q.li in più del reale. Nel 1970.71, poiché scoppiò
lo scandalo, furono denunciati solo 760.000 q.li in più (!). Questa frode immensa è stata
compiuta dagli agrari, non dai contadini. La CEE con questa iniziativa ha, di fatto, detto agli
agrari italiani che producono olive:“siete dei ladri”.
Gli organismi italiani che erogavano l’integrazione hanno anch’essi una grande responsabilità: non hanno mai esercitato controlli, sono sempre stati molto solleciti nel mandare avanti le domande presentate dagli agrari, accantonando quelle presentate dai contadini per
mesi, mesi e mesi contestandone le quantità denunciate. Con i soldi dell’integrazione: i contadini hanno pagato qualche debito; gli agrari hanno ingigantito i loro depositi bancari, investito nella speculazione edilizia o nel turismo senza rinnovare in alcun modo l’oliveto.
La CEE ha proposto che l’integrazione si basi non più sulle domande degli olivicoltori e
sui controlli dei frantoi, bensì sulle denunce di coltivazione e sulle rese medie in olio per
zone omogenee determinate dalla CEE. In tal modo: ogni azienda agraria produttrice di
olive deve denunciare quanto oliveto coltiva ed è interessata ad aumentare le rese per ettaro trasformando l’oliveto; ogni zona è interessata a specializzare l’oliveto per alzare le “rese
medie”. Il governo italiano, attraverso il Ministro dell’Agricoltura, Natali, si è opposto alle
proposte della CEE schierandosi così dalla parte degli agrari, contro l’agricoltura italiana,
contro i contadini, contro i braccianti, contro le masse lavoratrici.
La Federbraccianti dice:
- gli agrari debbono presentare i piani di coltivazione (art. 11 legge Collocamento e norma
del Patto Nazionale);
- l’oliveto deve essere lavorato (potature, innesti, disinfestazione, irrigazione);
- le aziende contadine debbono essere aiutate ad associarsi;
- il previsto aumento dell’integrazione del prezzo dell’olio per la prossima campagna deve
essere dato ma debbono essere introdotti i nuovi controlli;
- deve essere posto fine alla frode degli agrari: il Governo non può difendere i ladri!
- più reddito per i contadini, più giornate di lavoro per i braccianti, pieno rispetto delle
tariffe salariali.
104
1974
Approvata la legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Trionfa il referendum sul
divorzio. L’inflazione è alle stelle. Le Br sequestrano a Genova il giudice Mario Sossi.
Il 28 maggio esplode una bomba in piazza della Loggia a Brescia, durante una
manifestazione antifascista: 8 morti. Il 4 agosto un altro ordigno colpisce il treno
“Italicus” nel tratto Bologna-Firenze: 12 morti. In Grecia cade il regime dei colonnelli.
Muore il presidente argentino Perón. Gli israeliani si ritirano dal Canale di Suez.
Esce “La storia “ di Elsa Morante.
VI
“VERIFICA POLITICA ED INTENSIFICAZIONE DELLE LOTTE PER LA VERTENZA SUL PATTO,
LA PREVIDENZA E LO SVILUPPO”
(Relazione al Comitato Centrale Federbraccianti, 27-28 maggio 1974)
Compagni,
il Comitato Centrale deve esaminare l’andamento e gli sviluppi delle lotte rispetto alla
situazione economica aggravata e alle linee che il movimento sindacale sta precisando per
farvi fronte.
I
La categoria non ha ancora dispiegato, nei mesi di aprile e di maggio, tutto il suo
potenziale di lotta. Il lungo inverno senza lavoro induce una parte più povera della categoria a considerare irrinunciabili le giornate di lavoro primaverili ma questo non spiega a
sufficienza una serie di difficoltà che appaiono. La Segreteria Nazionale non sottovaluta in
alcun modo la riuscita degli scioperi che si è vista in certe zone del Paese sin dal 23 aprile e che si è molto accentuata nel grande sciopero nazionale del 21 e 22 maggio. C’è una
netta tendenza alla crescita ma i vuoti sono ancora numerosi e così pure le occasioni
perse. Per esempio, nella “settimana” dal 14 al 20 maggio sono state poco usate le 8 ore di
sciopero decise nazionalmente; si è trattato – di fatto – di una settimana di preparazione
interna dello sciopero del 21 e 22. E’ estremamente positivo che, rispetto allo sciopero del
23 aprile, quello di 48 ore del 21 e 22 maggio abbia segnato una considerevole estensione
delle zone dove lo sciopero ha avuto una incidenza effettiva. Ci riferiamo alla Lombardia,
alle Regioni meridionali; e in generale anche le Regioni dove in aprile eravamo andati
meglio hanno migliorato grandemente la forza dello sciopero.
Ci sono anche dei fatti nuovi: crescita di rapporti con gli operai tramite incontri, assemblee,
attivi dei Consigli di Fabbrica; con Sindaci, Enti e Regioni; cortei sulle dighe e per problemi
così sentiti da divenire cortei e blocchi stradali popolari. Questi fatti indicano che la qualificazione della piattaforma attuata con la Fisba e la Uisba sta dando i suoi primi risultati, nel senso che essa si dimostra capace di dare slancio alla lotta. Detto questo, però,
bisogna analizzare anche le cause dei vuoti: scioperi non riusciti e assemblee poco affollate in certe province o zone; parziale attuazione della indicazione di usare il 21 in campagna
e il 22 in città per spingere avanti, nel vivo della lotta, i Consigli di zona, un rapporto degli
operai con le masse contadine, una nostra pressione politica sulle sfere politiche cittadine.
Dobbiamo chiederci anche, nelle zone e nelle province dove le azioni di lotta sono state
incisive sulle produzioni di campo e di stalla, se c’è uno schieramento di forze intorno ai
braccianti o se la lotta appare solo categoriale. La Segreteria Nazionale invita il C.C. a sviluppare una riflessione molto profonda su come il movimento si è espresso sino ad oggi.
a) Innanzitutto bisogna verificare il grado di consapevolezza della categoria sulle richieste
contrattuali, previdenziali e per lo sviluppo che stanno alla base della nostra vertenza. Ci
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 107
VI
sembra che in diverse realtà del Paese gli obiettivi rivendicativi non siano sufficientemente penetrati nel profondo dell’organizzazione e della categoria. Non ci riferiamo tanto agli
obiettivi previdenziali che sono stati precisati solo di recente in termini unitari. Ci riferiamo in modo particolare alle rivendicazioni poste a base del rinnovo del Patto Nazionale. Si
ha la sensazione che, in generale, non si sia compreso ancora appieno il valore propulsivo
del correttivo sia per i salari di circa 800.000 lavoratrici e lavoratori sia per la dinamica che
esso introduce anche sui salari già più elevati; il valore delle richieste sull’occupazione e in
particolare sull’assunzione per intere fasi lavorative.Anche le richieste di una nuova organizzazione del lavoro, di una più elevata professionalità e di più ampi diritti sindacali non
sono ancora a sufficienza rapportate alle realtà locali e quindi non si stabilisce un rapporto vivo e organico tra le rivendicazioni nazionali e la condizione operaia concreta.
b) Ma in verità, compagni, noi non riscontriamo soltanto una ancora insufficiente penetrazione delle nostre rivendicazioni tra la categoria, ma anche una lentezza nell’adottare decisioni di lotta tempestive in una vertenza che è aperta ormai dal 31 dicembre.
Se mettiamo insieme questi due elementi, viene in luce quello che è, forse, il vero problema:se cioè, non ci sia una impostazione troppo verticistica nella direzione della nostra lotta.
Il fatto che non ci sia stata una consultazione di massa sulla piattaforma ha pesato e pesa
tuttora e si deve anche dire che, dopo i primi negoziati, doveva esserci la convocazione
urgente degli organismi nazionali unitari. Certo: sentiamo tutti che il condizionamento di un
rapporto unitario faticoso, lento, contraddittorio è la causa principale di questo verticismo.
Contro di esso ci siamo impegnati a fondo. Noi abbiamo sviluppato l’iniziativa verso la Fisba
seguendo il criterio di accompagnare la critica alla proposta. Questo metodo ha dato ampi
risultati, che si esprimono nella rottura delle trattative davanti ai no degli agrari, nella accelerazione dei programmi di lotta, nella rivalutazione della piattaforma del Patto, della previdenza, delle case, dello sviluppo agricolo. La crescita della piattaforma è avvenuta attraverso la battaglia politica sulla funzione della agricoltura e quindi su nodi di fondo. Se oggi ci
sono spostamenti in avanti, noi dobbiamo ricondurli al metodo seguito, all’intervento massiccio della Federazione CGIL – CISL – UIL, al risultato del 12 maggio. Ma non possiamo illuderci che questo terreno sia acquisito definitivamente e per profonda convinzione.
Passi in avanti sono anche il risultato della difficoltà – per la minoranza CISL – di indicare una
linea diversa da quella scelta dalle Confederazioni per il confronto con il Governo, al di sotto
della quale ci sono pochi spazi se si vuole mantenere una strategia riformatrice. Si accetta
quindi quella linea ma perdura a livello provinciale un forte disimpegno pratico;a livello nazionale, il nuovo rapporto con i sindacati operai è di fatto subito; le posizioni sull’efficienza capitalistica e verso il settore contadino sono quelle che sappiamo; l’ostilità ai Consigli di zona è
accanita. E’ però vero quello che ha scritto di recente “Mondo Economico”:“I dirigenti D.C.
hanno avuto modo di rendersi conto – quando hanno convocato a rapporto il 18 aprile i dirigenti della CISL – come il rapporto tra Sindacato e base operaia sia oggi lontano dai loro vecchi schemi...”. Certo, la base operaia non tollera più il verticismo e noi dobbiamo incalzare a
fondo la Fisba su questo terreno, a tutti i livelli, facendo vivere le linee di Rimini sui Consigli
Unitari sia in termini di strutture organizzative sia, sempre meglio, in termini di contenuti
108
VI
rivendicativi intercategoriali e di peso della categoria nelle decisioni. Noi siamo mossi da un
profondo spirito unitario ma quando si è impegnati in una vertenza come la nostra, con condizioni di lavoro e di vita come quelle dei braccianti, gli indugi possono essere tollerati fino ad
un certo punto, dopo di che è alla nostra organizzazione che i lavoratori guardano. E’ singolare che in diverse forti Leghe meridionali nelle assemblee generali si respiri un’aria critica, che
non è un rigurgito settario bensì indica che qualche cosa non funziona nel cogliere la spinta
e il disagio delle masse. Una condizione di fondo per mandare avanti il processo di unità sindacale è che anche noi miglioriamo il nostro lavoro e non c’è migliore occasione,per fare questo,della fase di lotta in cui ci troviamo poiché è durante la lotta che tutto è sottoposto a prova
e che può evolvere in slancio.Insistiamo tanto su questa questione perché la gravità della crisi
che travaglia le campagne pone in una luce nuova i problemi dello sviluppo della lotta, della
concretezza nelle rivendicazioni e del rapporto di massa con i lavoratori.Non ci riferiamo solo
e tanto alla vicenda di Eboli, del resto recuperata assai bene dai sindacati e con un grande
impegno della Federbraccianti salernitana. Ci riferiamo in generale al fatto che i vuoti di direzione e di movimento possono essere riempiti in modo sbagliato: da forme di lotta che isolano la categoria; da ipotesi di sviluppo unilaterali e campanilistiche; da intese tra lavoratori e
padroni al di fuori dei contratti e delle norme sul collocamento.
Emerge il problema di come gestire la spinta salariale che la categoria esprime e la spinta al lavoro. Per ciò che si riferisce alla spinta salariale, in certe province che hanno il contratto scaduto, di fronte al blocco assoluto delle UPA, c’è la tendenza a spingere avanti solo
la vertenza aziendale: ma ciò mortifica il ruolo del contratto provinciale e non dà risposta
ai lavoratori che non sono fissi nella grande azienda. In province dove i contratti non sono
scaduti vengono invece avanti proposte per contratti integrativi provinciali salariali. Ma, per
questa via, si salta a piedi pari sia l’applicazione effettiva delle tariffe sia la contrattazione
integrativa nelle grandi aziende. In altre zone si sta accentuando il compromesso fra padrone e lavoratore: qualche sopra tariffa in cambio di ore straordinarie, di ferie, di riposi, di festività violate o concessioni di un po’di terreno in affitto in cambio di salari non rispettati.
Per ciò che si riferisce alla spinta al lavoro, vengono avanti delle contrapposizioni tra
Comune e Comune per qualche fabbrica, cantiere forestale o strada frazionale: campanilismi attraverso i quali passa il notabilato e il sotto-governo. Questo indica che la crisi agraria così profonda induce a ritenere che la ricerca del lavoro può avere uno sbocco fuori
dell’agricoltura e in qualsiasi modo. Di fronte a questo complesso di difficoltà, spesso si
sente dire:“il Patto non interessa la categoria”;“la gente non vuole più lavorare in campagna”. Ebbene: il Patto, invece, certe risposte salariali le dà. Il solo “correttivo” richiesto vale
oggi 4.384 lire, dati i 24 punti di scala mobile scattati dal 1° gennaio.
Piuttosto, è l’impostazione che abbiamo dato alla nostra vertenza che non si dispiega
ancora appieno. Innanzitutto, si è detto di puntare ovunque sulla gestione generalizzata
delle conquiste. Ci sono indicazioni unitarie molto precise, al riguardo, sul sottosalario, sull’organizzazione del lavoro, la contrattazione dei piano colturali, l’utilizzazione degli strumenti di potere a cominciare dalle Commissioni Sindacali e dai delegati. Si sono anche date
indicazioni per la contrattazione di salari aggiuntivi nelle aziende non coltivatrici dirette,
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 109
VI
VI
fornendo a diverse regioni uno schema per le vertenze aziendali. Inoltre, tutto l’aggiornamento e la saldatura tra Patto e nuovo sviluppo agricolo è una risposta viva ai processi di
disgregazione della condizione lavorativa e dei livelli occupativi. E’ una risposta che salda
l’uso delle Commissioni Zonali alla richiesta di specializzare le produzioni e quindi di
aumentare l’occupazione; che salda l’obiettivo delle 151 gg. al rilancio dei principali settori produttivi con connessi processi industriali. L’esame delle insufficienze ci porta quindi a dei nodi di fondo.Tutti questi problemi debbono essere affrontati in un esame serrato
perché è di grande importanza, di importanza decisiva che non si determini in alcun modo
un distacco tra la massa dei braccianti e le politiche del sindacato. Questa verifica va fatta
al Nord, al Centro e al Sud, e deve essere guidata dal criterio di sviluppare al massimo la
corresponsabilità e la partecipazione. Una Organizzazione come la nostra, che raggiunge
ormai i 515.000 iscritti, non può accettare che non siano ancora state distribuite 70 mila
tessere pagate. Con i Congressi di zona e regionali, con la grande operazione della delega,
con il rilancio della iniziativa sulla condizione e il ruolo della donna bracciante si è cercato di sviluppare la corresponsabilità e la partecipazione. Ma la categoria non ha ancora dispiegato del tutto il suo potenziale di lotta, che può e deve invece dispiegare: questa è la
scelta che sta davanti al nostro C.C. oggi. La capacità di lotta può essere moltiplicata.
II
Compagni,
la situazione economica del Paese è molto grave. Rumor e Colombo hanno detto alle
Confederazioni che il Governo si orienta a restringere i consumi. Il costo del denaro è enormemente aumentato; le restrizioni sulle importazioni non sono accompagnate da proposte
di sviluppo.Il blocco della spesa pubblica è totale,tranne alcuni interventi-tampone settoriali
e spiccioli. Colombo ha esposto chiaramente il suo pensiero. Colombo ha detto: “E’ stata
introdotta una severa politica del credito perché questa è la condizione per evitare che le
imprese aumentino i prezzi. In tal modo si combatte l’inflazione”. Dobbiamo comprendere,
compagni, la gravità e la complessità di questa affermazione. Certo, se le imprese non ricorreranno al credito, i prezzi dei prodotti finiti non saranno gravati dagli interessi bancari e ciò
conterrà il costo della vita. Ma se le imprese non ricorreranno al credito, nella situazione
attuale, esse non potranno che ridurre o forse sospendere l’attività, si restringeranno le basi
produttive del Paese,con licenziamenti e disoccupazione di massa.E non sarà,per questa via,
neppure combattuto il carovita. E’ chiaro infatti che le grandi aziende, potendo ricorrere al
credito anche più costoso, scaricheranno sui prezzi l’aumento del costo del denaro. Quindi,
in sostanza, Colombo organizza la recensione ma mantiene anche l’inflazione. Ma dobbiamo
chiederci: perché si fa oggi questa scelta? La risposta è semplice:ciò che importa oggi al sistema è di garantire alti profitti alle grandi imprese. Se questi alti profitti sono il risultato di alti
prezzi su una produzione ristretta o di minori prezzi su una produzione di massa (come è
avvenuto durante il miracolo economico) al sistema non interessa nulla. Anzi, oggi che il
petrolio e le materie prime costano di più, il profitto si garantisce meglio restringendo la pro-
110
duzione e imponendo alti prezzi ad un consumo ridotto. Come abbiamo detto, chi è in grado
oggi di sopportare l’alto costo del denaro sono le grandi aziende, i grandi gruppi monopolistici. Saranno essi ad orientare l’economia, secondo convenienze che comunque non corrisponderanno ai bisogni sociali primari di case, di scuole, di ospedali, di agricoltura; il settore
contadino non potrà organizzare il suo sviluppo. La posta in gioco è quindi molto grossa.
Il movimento sindacale si rende perfettamente conto delle ristrettezze finanziarie. Ma esse
sono il risultato solo dell’aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime sul mercato
internazionale. Chi dice questo dice solo una parte della verità! Le ristrettezze finanziarie derivano anche dal fatto che si è speso male; che si è consentita la fuga dei capitali; che si sono
tollerati sprechi e privilegi, inauditi e inconcepibili in una società democratica. Le vicende del
mercato internazionale hanno portato allo scoperto il mal governo nazionale.Quando il movimento sindacale chiede con forza che si cambi rotta, dice quindi che il problema non è soltanto quello di ridurre il deficit della Bilancia Commerciale; esso dice che bisogna dare la precedenza assoluta ai consumi sociali, adeguando ad essi l’attività produttiva e riducendo per
questa via anche il deficit. Lo sviluppo agricolo rilancia appunto i consumi giusti e riduce
il deficit: questa è la vera risposta alla linea della restrizione indiscriminata dei consumi.
Questo conflitto sulla politica economica da avviare è in aperta contraddizione con il voto
del 12 maggio. E’ vero che il referendum riguardava un tema della avanzata civile e non già
un programma complessivo di come avanzare, ma è anche vero che – per il livello delle
lotte e delle rivendicazioni maturate dalle masse popolari, per le volontà autoritarie che serpeggiano, per i rischi di involuzione democratica che affiorano sistematicamente – il voto
del 12 maggio non è stato solo un divorzio, è stato un pronunciamento sull’interrogativo:
“Il Paese deve progredire o deve arretrare?” e la risposta è stata che il Paese deve progredire.I 19.000.000 di no hanno espresso una grande domanda di progresso,che non è del resto
inesistente neppure tra le masse che si sono pronunciate per il SI. Ebbene, questa domanda di progresso urta apertamente contro la politica economica che oggi Rumor e Colombo
vogliono imporre al Paese. Questa è una contraddizione che deve essere superata al più presto imponendo al governo una correzione della propria politica. Di qui la grande importanza del confronto Sindacati-Governo che si è aperto il 2 maggio. Dopo il grande sciopero
del 27 febbraio, che ha rafforzato il rapporto di fiducia tra i sindacati e i lavoratori e i disoccupati, il governo ha avuto tutto il tempo necessario per fare le dovute riflessioni. Il movimento sindacale non ha dimostrato intemperanza, irrequietezza, insensibilità di fronte alle
difficoltà per il Paese; anzi, ha ponderato le sue scelte, ha misurato i suoi passi, si è fatto carico della necessità che il referendum si svolgesse su un terreno di confronto civile. Ma, detto
questo, si può pervenire ad un distacco fra il sindacato e le masse, se non cogliamo il fatto
che siamo entrati in una fase nuova. E’ giunto il momento che il governo dia delle risposte,
le deve dare, non si può indugiare. Ciò perché, di fatto, il governo le scelte le fa, adotta misure unilateralmente scavalcando non solo i sindacati ma perfino il Parlamento. Nei vuoti
passa la vecchia politica: le cose non stanno ferme; nei vuoti si rilancia quella economia distorta che è l’opposto della economia riformata per la quale il movimento sindacale si batte.
Il confronto tra i Sindacati e il Governo si articola ora su singole materie in vista della con-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 111
VI
clusione generale il 6 giugno. Si devono realizzare alcuni risultati concreti nei tavoli particolari e nel tavolo finale. Certamente, l’agricoltura assume un rilievo tutto particolare. Nel
Documento dei Sindacati al Governo, alcuni problemi sull’agricoltura sono appuntati. Però
abbiamo avuto l’impressione che essi non fossero sufficientemente collegati alle nuove
politiche industriali da impostare e in modo particolare da impostare con urgenza da parte
delle Partecipazioni Statali. Per questo, abbiamo chiesto alla Federazione CGIL-CISL-UIL di
enucleare meglio le rivendicazioni sullo sviluppo agro-industriale. Tutto ciò riveste una
importanza tutta nuova rispetto alle esperienze degli ultimi due anni: da Reggio Calabria
in avanti. Per la prima volta perveniamo ad un confronto con il Governo sui problemi dello
sviluppo agro-industriale che vede unite le forze bracciantili, mezzadrili ed operaie e che
si concentra su punti di grande portata per le sorti del settore contadino. Certo, noi non
vogliamo nascondere al Comitato Centrale che ci siamo apertamente battuti perché tale
piattaforma non contenesse tutte le rivendicazioni di un piano generale di riforma agraria.
Siamo convinti infatti che per questa via il confronto con il Governo diventa una “Tavola
rotonda”. Per questa via non si acquisiscono dei risultati. Noi ci siamo quindi adoperati
perché fossero selezionate alcune questioni essenziali di un nuovo sviluppo agro-industriale, che sono appunto quelle, che voi, compagni, trovate nel Documento che abbiamo distribuito e che noi qui solo sintetizziamo: irrigazione e forestazione; alcune misure immediate di rilancio di alcuni settori produttivi (zootecnica, foraggere, bieticoltura, olivicoltrua, ecc.); recepimento delle Direttive Comunitarie da adattare alla situazione italiana e riforma dei patti agrari. Queste tre questioni, considerate da noi essenziali, pregiudiziali per l’avvio di un processo di riforma, hanno un denominatore
comune; la conoscenza esatta di quanto il governo intende spendere per l’agricoltura
in modo diretto e con il credito agevolato e un intervento nuovo delle Partecipazioni
Statali che piloti la modifica del rapporto che si è venuto a creare tra agricoltura e
industria. Come vedete, si tratta di questioni essenziali per l’economia italiana e per l’avanzata salariale e occupazionale che rivendichiamo con il Patto Nazionale. Si tratta di un
gruppo di questioni che offrono un quadro qualificato di riferimento alle politiche che
andiamo sviluppando nelle Regioni e nelle zone con in nostri Congressi zonali e Regionali.
Certamente, nel Documento complessivo presentato dalla Federazione CGIL-CISL-UIL al
Governo il 2 maggio vengono giustamente appuntate per l’agricoltura altre questioni che
sono: la politica dei prezzi alla produzione e al consumo, il superamento dei contratti agrari, la riforma degli strumenti di intervento in agricoltura. Siamo perfettamente d’accordo:
questi temi debbono essere esaminati nel corso degli incontri particolari e complessivi con
il Governo ma l’accorpamento fatto con i sindacati industriali si qualifica come una vertenza che sta dentro a quella più generale, con dei suoi caratteri specifici, ben precisi.
Perché abbiamo ritenuto necessario fare questa operazione? Compagni, parliamoci chiaro.
Uno dei punti fondamentali richiesti dalla Federazione CGIL-CISL-UIL è quello della garanzia di impegno del Governo, nella attuazione delle conquiste realizzate dagli operai con le
vertenze nei grandi gruppi. Noi siamo d’accordo che questa è una questione molto importante, specialmente se la gestione di questi accordi sarà fatta non nei termini di calare qual-
112
VI
che industria qui o là su un tessuto che rimane arretrato, creando altre lacerazioni. Gli accordi dei grandi gruppi – se vogliono trascinare le masse meridionali non in risse campanilistiche e tra notabili ma in una grande lotta per lo sviluppo – debbono aiutare a fare venire
avanti i piani zonali e debbono collegarsi direttamente alla funzione programmatoria dei
Comuni, delle Province, delle Comunità Montane, delle Regioni. Ma proprio perché l’applicazione degli accordi dei grandi gruppi ha questa grande importanza e richiede il
sostegno finanziario pubblico, era necessario che, accanto alla richiesta dell’applicazione degli accordi dei grandi gruppi, si enucleasse un concreto pacchetto rivendicativo
sullo sviluppo agro-industriale.Per certi aspetti le due questioni si accompagnano,per altri
le due questioni si intrecciano direttamente. Per esempio, lo stabilimento di automobili
della Valle del Sele deve forzare l’avvio di un piano di sviluppo zonale; l’accordo dell’ASAPANIC riguarda invece direttamente la politica che il gruppo deve fare verso l’agricoltura
per i fertilizzanti; la 5^ squadra che l’Italsider si è impegnata a fare a Taranto può essere indirettamente funzionale all’accelerazione delle strutture irrigue primarie nel Sud. Sono questi
solo degli esempi. Ma, con la definizione di alcune essenziali richieste nazionali per lo
sviluppo agro-industriale anche l’applicazione degli accordi di gruppo diviene una cosa
qualitativamente nuova. Con questo intreccio, infatti, i “pacchetti” industriali vengono raccordati a delle priorità di sviluppo.Tali priorità di sviluppo per il Sud, non possono che essere: l’agricoltura, l’edilizia per il risanamento dei centri urbani, i trasporti. E’ in tal modo che
il confronto con il governo, in materia economica, diventa concreto e serrato; e i restanti
temi – pur essi molti importanti – delle strutture igienico-sanitarie delle zone correlate,delle
pensioni e del fisco vengono a comporre una tastiera di natura sociale, sono la nostra risposta alla linea di Colombo e di Rumor di restringere la produzione, di comprimere i consumi popolari e i redditi più bassi. In particolare, la richiesta Confederale sull’aggancio delle
pensioni ai salari costituisce uno dei punti rivendicativi di maggiore rilievo anche della
nostra piattaforma previdenziale – è però un avvio al completamento della parità, alla
costruzione del salario annuo, ad una più avanzata tutela del lavoro.
Voi comprendete, compagni – non è un mistero – che ci sono delle spinte che si muovono
anche in direzioni diverse.All’interno del movimento sindacale ci sono delle forze che affermano che il Documento del 2 maggio della Federazione CGIL-CISL-UIL al Governo “pone troppe cose”e ci sono altre forze che dicono invece che “quel documento ne pone troppo poche”.
In verità il problema non è quantitativo. E’ vero che quel documento non contiene tutto quello che le lotte hanno maturato,richieste diverse è difficile che passino.Ma ciò che decide della
validità o meno di una piattaforma rivendicativa non è né il numero delle richieste né la preoccupazione a priori di non conseguirle tutte, bensì la coerenza tra i punti che si avanzano e
che si acquisiscono rispetto alle strategie generali del movimento. Ebbene, da questo punto
di vista, la piattaforma del 2 maggio è una piattaforma al di sotto della quale non c’è più
coerenza con le strategie decise nei Congressi Confederali; al di sopra di essa, invece, si cade
nella illusione; per cui, il vero problema sul quale concretamente siamo impegnati pare a noi
questo: l’accorpamento qualitativo di alcune rivendicazioni per evitare che la classe operaia lotti per certe cose e noi per altre. Per questa via, né la vertenza operaia per l’applicazio-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 113
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ne degli accordi dei grandi gruppi, né le rivendicazioni avanzate per l’agricoltura da sole e
separate possono farci sperare di realizzare dei risultati concreti e di avviare la modifica del
meccanismo di sviluppo.Abbiamo del resto ben chiaro che le strategie decise nei Congressi
Confederali non sono un “piano di emergenza”, bensì un processo riformatore, con tutto ciò
che questo significa.Andremo sicuramente a Napoli al Convegno Unitario che si è deciso per
la gestione degli accordi dei grandi gruppi industriali e per l’investimento nel Mezzogiorno; ci
andremo e porteremo delle proposte concrete, perché quegli impegni di nuovi stabilimenti
nel Mezzogiorno diventino un punto di forza per i piani zonali e per i piani delle Comunità
Montane. Ma dobbiamo anche andare, compagni, ad un grande sciopero nazionale con i settori operai sui punti essenziali di una politica agro-industriale e dovremo probabilmente venire a Roma con una grande manifestazione di massa, per accompagnare lo scontro con la
Confagricoltura e il confronto con il Governo con il movimento intercategoriale.
Perché insistiamo tanto sull’organicità delle politiche economiche del movimento sindacale in questa fase? Per una ragione molto semplice: la profondità della crisi agraria e i
suoi riflessi sull’apparato economico nazionale sono tali che non si possono modificare
le distorsioni dell’economia italiana senza mettere le mani nel nodo agrario. Bisogna
cogliere il momento. Data la stretta connessione che intercorre tra deficit agricolo e difficoltà dell’economia nazionale, data l’urgenza dei tempi e la impossibilità di ulteriori rinvii,
dobbiamo comprendere che è possibile in questi mesi gettare le basi di una svolta. Se non
comprendiamo questa assoluta novità, che è data appunto dall’intreccio tra la crisi agraria
e la crisi generale, noi perdiamo un’occasione che per certi aspetti è storica. I “giochi” si
decidono ora e – se è vero che non sono ancora fatti – è anche vero che non c’è tempo
da perdere. La chiarezza quindi del dibattito, entro il movimento sindacale, sulle priorità da sostenere nel confronto con il Governo è essenziale in questa fase.
Noi avvertiamo che sono stati compiuti dei considerevoli passi in avanti nell’orientamento
complessivo; la Federazione CGIL-CISL-UIL riconosce nel nodo agrario, meglio che nel passato, un punto centrale di una nuova politica, ma sentiamo anche che il terreno conquistato
non lo è mai definitivamente perché le controspinte sono forti, interne ed esterne. E il pericolo che i punti selezionati per lo sviluppo agro-industriale siano solo uno dei numerosi terreni del confronto con il Governo, e non quello più qualificante, è un pericolo reale.Anche
la discussione sulle forme di lotta è indicativa, al riguardo. I compagni che di fronte ai primi
no del Governo hanno di fatto prospettato l’ipotesi di un’immediato sciopero generale nazionale temono giustamente che vi sia un distacco tra la vertenza e le masse, tra i vertici e la
base: ma non ci pare che essi colgano a sufficienza la necessità che le forme di lotta siano l’espressione consapevole, il sostegno effettivo di piattaforme articolate, intersettoriali, e non
un momento di pressione generica. Con i nuovi scioperi generali su pacchetti complessivi, a
questo stadio di consapevolezza, da parte del movimento operaio, di quali siano i nodi centrali per uscire dalla crisi, si andrebbe solo verso nuovi polveroni. Si tratta invece, a parere
nostro, come ha insistito il compagno Lama, di accompagnare il confronto con il Governo
con scioperi articolati, territoriali ed intercategoriali per un nuovo sviluppo agro-industriale,
per gli investimenti nel Mezzogiorno, per le pensioni e il fisco così da far penetrare nel pro-
114
VI
fondo del Paese la validità delle nostre proposte alternative, facendo venire avanti dal basso
una grande capacità programmatoria dello sviluppo, unendo intere popolazioni sugli obiettivi concreti dello sviluppo, senza con ciò escludere, nel modo più assoluto ma al momento
opportuno, uno sciopero generale nazionale sul complesso della piattaforma presentata dai
sindacati al Governo, se i risultati degli incontri non saranno soddisfacenti. Di qui la grande
importanza della decisione di attuare 2 ore di sciopero, in forme articolate, nell’arco di
tempo che va dal 29 maggio al 6 giugno, proprio per accompagnare il negoziato alla
lotta ma anche per approfondire nella coscienza delle grandi masse i termini concreti,
non generici, delle scelte di avanzata. La piena utilizzazione di queste 2 ore ci consente di
dare forza alle nostre scelte di sviluppo agro-industriale e per il Patto Nazionale; dovremo
attuare migliaia di incontri nelle fabbriche, usando il Documento concordato con i settori
operai, dandogli una diffusione e organizzando la discussione di massa.
III
Compagni,
la vertenza per il Patto Nazionale e per i CCPL è intimamente collegata a questo quadro
generale. La vertenza contrattuale dei braccianti punta ad un’avanzata salariale normativa
qualitativa che ha delle connessioni dirette con alcune scelte immediate per lo sviluppo
agro-industriale. Se non manteniamo questa connessione, il rischio è grosso. Infatti: se conquistiamo il Patto, possiamo correre il rischio di incentivare uno sviluppo solo produttivo,
non sociale, cioè di fare usare dagli agrari i risultati della nostra lotta per lo sviluppo; ma
se conquistiamo il Patto senza acquisire risultati di segno nuovo con il Governo sulle politiche di sviluppo, corriamo il rischio che si svolga sulle nostre teste un compromesso tra
agrari e governo su politiche agrarie diverse da quelle che noi vogliamo. E’ chiaro che la
vertenza con gli agrari e quella con il governo hanno tempi politici e tavoli diversi, ma l’intreccio è strettissimo. Il no della Confagricoltura alle rivendicazioni salariali e normative
viene motivato con le restrizioni creditizie, di cui non a caso abbiamo ampiamente parlato poc’anzi, e con il fatto che le nostre richieste normative investono problemi concreti di
trasformazione dell’agricoltura e di modifica dei poteri decisionali.
Ecco perché la nostra vertenza è lo spartiacque di due linee di politica agraria. Non sta
principalmente nel costo economico la difficoltà della vertenza per il rinnovo del Patto
nazionale. Come è noto, le richieste economiche sviluppano un costo che non supera il 23
per cento del costo attuale e, d’altra parte, come ha documentato la Relazione Economica
Generale del Paese, il prodotto lordo al costo dei fattori nella campagna agricola 1973 è
aumentato (+ 7,7%) per un andamento climatico singolarmente favorevole (tranne che sul
grano) e per l’andamento dei prezzi. E’ vero che su questo aumento del reddito si è poi
abbattuto l’aumento del costo dei beni necessari alla produzione agricola, il nuovo regime
fiscale, il blocco dei prezzi di alcune produzioni (carne viva in particolare), l’aumento del
corso del denaro. Ma i vari livelli di impresa non risentono tutti allo stesso modo di questi
processi. La Confagricoltura prende spunto da questi processi per tentare di imporre al
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 115
VI
governo la sua politica agraria. Infatti, quali sono le misure che la Confagricoltura chiede
alla sfera pubblica di adottare? Essa chiede l’immediato recepimento delle Direttive
Comunitarie nel testo applicativo preparato da Natali; si tratta di un testo che è bloccato
da critiche pesantissime provenienti da ampi settori della stessa Democrazia Cristiana e
che, in sostanza, punta alla concentrazione di ogni risorsa finanziaria sulle sole aziende
capitalistiche. Nel quadro di questo tipo di recepimento delle Direttive, la Confagricoltura
chiede poi una quota di credito e una quota di finanziamento pubblico nonché l’aumento
del prezzo di alcuni prodotti: carne, latte, zucchero. Inoltre, la Confagricoltura recupera il
vecchio tema della proprietà terriera: impedire qualsiasi evoluzione della mezzadria, colonia e compartecipazione in affitto ricorda che su questo terreno “molti governi sono caduti”. Come si vede, la politica agraria che la Confragricoltura indica per uscire dalla crisi è
apertamente a senso unico: i pochi soldi che ci sono debbono andare alle grandi aziende,
il resto si arrangi. La Confagricoltura intende quindi usare la vertenza bracciantile per
premere sul governo affinché le scelte di politica agraria siano fondamentalmente indirizzate verso il settore capitalistico dell’agricoltura. In questo quadro, qualche “apertura”
sul costo economico del Patto può essere disposta ad offrirla la Confagricoltura! Ma non
è possibile, per noi, avallare questa linea. Non è possibile né per l’interesse della categoria
né per gli interessi generali. Un risultato solo economico del rinnovo del Patto senza l’affermazione delle rivendicazioni per l’occupazione e sulla organizzazione del lavoro equivarrebbe ad un aumento del salario giornaliero e a una diminuzione del reddito annuo e a
un aumento dello sfruttamento. E’ quanto già avviene dove la lotta salariale non si lega
alla lotta per lo sviluppo. Ma anche sulla sola parte economica non ci sono, del resto, offerte di significato. Gli interessi della categoria sono quindi legati all’avanzata salariale e all’avanzata di un processo riformatore che deve avere espressione anche nella nuova normativa contrattuale. E’ significativo che gli ambienti della Confagricoltura abbiano dichiarato
che noi “vogliamo delle riforme come le hanno volute gli operai in altri settori e che ciò
non è possibile”. Tutto questo spiega la portata della nostra vertenza nazionale e indica che noi dobbiamo sviluppare un attacco reale, forte, agli agrari, che invece non si
dispiega ancora a sufficienza. Bisogna avere coscienza che le campagne italiane stanno
mutando. Il 12 maggio, le masse femminili bracciantili, vastissime zone contadine hanno
espresso chiaramente la volontà che le cose cambino ed è significativo che ciò sia avvenuto su un tema non solo e tanto economico ma ideale, e su cui poteva essere anche difficile trovare la giusta saldatura tra coscienza civile e coscienza religiosa, anche dato il massiccio intervento delle gerarchie ecclesiastiche.
Se colleghiamo tutto questo al fatto che negli ultimi mesi la protesta contadina si era
espressa un po’“contro tutto e contro tutti”, vediamo bene che c’è qualche cosa che sta
mutando. Stiamo cioè passando ad una seconda fase, più avanzata. Ecco allora che sul
credito, sui prezzi, sul costo dei beni necessari alla produzione agricola la bandiera non
può essere lasciata nelle mani della Confagricoltura. Questi problemi sono invece non solo
parte integrante della nostra linea di sviluppo, ma condizionano la stessa vertenza contrattuale date le accresciute difficoltà ricadenti sul settore contadino. Siamo noi che, solle-
116
VI
vando con forza queste questioni, togliamo la possibilità alla Confagricoltura di creare un
blocco rurale nelle campagne contro le città, di organizzare la “rabbia verde” come già è
stato minacciato. Mai come oggi, proprio perché ci sono pochi soldi da spendere, viene
allo scoperto a chi questi pochi soldi debbono andare, gli agrari dicono: all’azienda efficiente; noi diciamo: per alcuni processi di sviluppo irriguo e produttivo che aprano un
avvenire anche al settore contadino, che diano subito risposte alla necessità di aumentare
l’occupazione e la produzione e che siano la base di ulteriori riforme da realizzare quando si sia usciti dalla stretta finanziaria attuale.
Di qui il valore qualitativo dei pochi punti selezionati con i settori operai. Ma non solo.
Bisogna porci il problema della iniziativa immediata,di come portiamo avanti questa linea tra
le masse contadine. L’accordo raggiunto, ad esempio, dai chimici all’ASAP-ANIC di Ravenna
circa il rapporto tra il gruppo ANIC e l’agricoltura pone le basi di un capitolo del tutto nuovo:
quello della fornitura e della consegna dei fertilizzanti da parte del gruppo anche al di fuori
dei soli canali della Federconsorzi, quello di un rapporto tra investimenti dell’ ANIC e trasformazione agraria. Questo accordo è stato impugnato ora da tutte le Organizzazioni contadine, da tutte quelle cooperative, da tutte quelle sindacali per la sua realizzazione, isolando
gli agrari. Questo è un esempio di valore nazionale, da generalizzare in tutti i gruppi chimici.
Ma anche la vertenza della Maccarese, a Roma, per l’acquisizione di 2.000 ha del S. Spirito,
aperta con le Partecipazioni Statali dalla Federazione CGIL – CISL –UIL del Lazio ha lo stesso valore emblematico perché pone il problema del rapporto tra una grande azienda agraria
pubblica e il settore contadino del Lazio nonché il mercato di Roma. Così dicasi per il grano,
per il quale i contadini devono sapere subito che noi chiediamo al Governo misure urgenti
per il prezzo e il conferimento, con più ampi compiti di intervento dell’AIMA, per garantire
il reddito e per stroncare la speculazione, non sulla base dell’ampiezza di una azienda ma
sulla base dei suoi piani di sviluppo. Cioè, non è per nulla scontato che la Confagricoltura
riesca ad inglobare nella “rabbia verde” la protesta contadina: ciò dipende da noi e – se facciamo venire avanti la nostra linea – noi facciamo anche venire avanti irreversibilmente una
maggiore consapevolezza dentro la Fisba dell’utilità di un processo di alleanze, uscendo da
fumose questioni extra-sindacali. Questi problemi sono posti con grande forza nella piattaforma presentata al Governo e sono impliciti nella vertenza sul Patto, ma non hanno
ancora la rilevanza necessaria tra le masse contadine nell’iniziativa concreta.
Inoltre, è bene dire che noi riteniamo ed auspichiamo che il settore contadino, tutto unito,
possa avere il confronto diretto ed autonomo con il Governo: noi non vogliamo “dirigere”
i contadini, anzi, essi debbono risultare sempre più diretti protagonisti; sentiamo però che
mai come oggi le loro politiche di sviluppo possono coincidere con le nostre. La nostra
vertenza porta allo scoperto e in modo positivo tutto questo. Rimarchiamo tutto questo
non per ragioni difensive, ma perché – mai come oggi – è all’ordine del giorno il problema di nuovi protagonisti dello sviluppo.Tutte le difficoltà non derivano solo dalle scarse
disponibilità di spesa, infatti. Lo scontro in atto è anche sulla strumentazione dell’intervento pubblico, cemento del vecchio meccanismo produttivo e del vecchio blocco di
potere. La riforma dell’AIMA, della Federconsorzi, dei Consorzi di Bonifica, dello SCAU non
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 117
VI
costano; una regolamentazione pubblica dei rapporti di scambio tra agricoltura e industria
non dipende dalle ristrettezze finanziarie ma dal fatto che gli attuali rapporti di scambio
sostanziano ben determinati equilibri di potere. Ecco allora che la lotta deve tenere aperto il discorso riformatore in tutte le sue implicazioni: economiche, sociali, di potere. Certo
che la lotta diviene più compressa ma ciò deriva dal fatto che le condizioni della categoria si sono aggravate per motivi nuovi. Abbiamo un’ulteriore cacciata dalle campagne,
dalle stalle e dagli impianti fissi. Il caro-vita ha decurtato buona parte dei risultati dei rinnovi contrattuali del 1973 nonché del raddoppio del sussidio di disoccupazione. Le giornate di lavoro calano poiché i padroni manifestano una linea di disimpegno. Attuata proprio in primavera, questa linea avrà gravi effetti sulle rese produttive e sull’occupazione
nelle prossime fasi di raccolta. La smobilitazione del settore contadino equivarrebbe, per
la nostra categoria, ad un calo massiccio delle giornate di lavoro e quindi di salario. Di qui
la grande urgenza di dare un’ impulso alle lotte di vasta proporzione: gli interessi della
categoria coincidono con quelli dell’intero paese. Alla Segreteria Nazionale è noto che
sono aperte migliaia di vertenze aziendali, di vertenze per la terra, di assemblee con gli
operai, di agitazioni di zona, di incontri con gli Enti e con le forze politiche. Questo movimento può e deve ancora estendersi e deve premere sugli agrari con forza, isolandoli, e
facendo emergere il valore nazionale delle linee che noi indichiamo.
Il Ministero del lavoro – dopo aver convocato i sindacati per domani su problemi previdenziali (e ciò è positivo) – ha invitato le parti a riprendere le trattative per il Patto nazionale, ma
la Confagricoltura ha già detto che le sue disponibilità sono minime in materia economica e
che non c’è alcuna disponibilità in materia normativa. E’ chiaro che lo scontro si prospetta
duro.Il C.C.deve avere piena consapevolezza del fatto che la vertenza per il Patto non può
slittare all’autunno ma deve essere sbloccata ora. Se andiamo all’autunno si indebolisce il
rapporto che abbiamo creato fra il Patto e le richieste di un nuovo tipo di sviluppo; diversi
diritti economici sarebbero annullati dalla carenza contrattuale; saremmo costretti a rivalutare la parte economica specie sul correttivo, rendendo ancora più difficile il negoziato. Uno
slittamento all’autunno presuppone di fatto un rinvio al 1975. Il Patto deve essere rinnovato
ora e prima delle grandi operazioni di raccolta, per evitare anche che sia danneggiata la produzione. Il Patto deve essere rinnovato nel giro di poche settimane e da esso debbono essere realizzati alcuni punti qualificanti che sono irrinunciabili: ci riferiamo al correttivo, alle
norme in materia di occupazione, di organizzazione del lavoro, di qualifiche, di nuovi
diritti sindacali. Su questi punti tutta la categoria si deve attestare.
In questa operazione oltranzista della Confagricoltura si innesta anche il suo rifiuto a rinnovare i CCPL scaduti in numerose province. Essa dice:“prima il Patto poi i Contratti”e per
questa via blocca tutto, accentra e non paga spese. Nella nostra linea di lotta, un grande
rilievo viene ad assumere quindi la rottura di questa paralisi contrattuale a livello provinciale, poiché essa è la componente di un disegno di stagnazione generale della contrattazione bracciantile. Di qui la grande importanza delle vertenze provinciali di Ravenna
e Bologna, del Veneto, della Toscana e della Calabria; ed anche le province Lombarde e
Siciliane debbono valutare appieno – sempre meglio – che un Patto a basso livello o slit-
118
VI
tato al 1975 peserebbe assai negativamente sui loro rinnovi provinciali dell’autunno. Ciò
propone la generalizzazione, ovunque, della gestione delle conquiste salariali, per l’occupazione facendo vivere gli strumenti di potere che abbiamo. E’ importante, ad esempio,
che – come risultato di una giusta comprensione del valore della nostra vertenza nazionale – in numerose province ci sia tutta una riscoperta del valore delle Commissioni zonali. Questo apre traguardi di grande interesse anche alla partecipazione della nostra categoria alla linea di Rimini sui Consigli unitari. Generalizzare ovunque la gestione delle conquiste; attestarsi sui punti qualificanti testé detti per il Patto; spezzare il blocco contrattuale
provinciale: sono le tre questioni decisive per vincere la battaglia complessiva. La
Segreteria indica al Comitato Centrale che occorre la massiccia espansione del movimento di lotta, che la linea è realistica, che possiamo conquistare.
Il programma di scioperi concordato con la Fisba e Uisba per il mese di giugno è importante: 24 ore di sciopero in ogni Regione con pubbliche manifestazioni nel periodo che va dal
3 al 12 giugno; una forte azione per la gestione e i rinnovi dei CCPL; uno sciopero nazionale
entro il mese insieme agli operai. Questo programma non solo va attuato compiutamente,
ma non è di per sé sufficiente a smuovere né la resistenza accanita degli agrari né a mutare
le politiche economiche del governo. Dobbiamo avere coscienza di questo. Qui occorre che,
partendo dal rapporto vivo con i lavoratori, dai loro bisogni di avanzata salariale e occupazionale, partendo dai bisogni delle popolazioni di rinascita economica si giunga ad un livello di lotta che dia ai mesi giugno-luglio il carattere di una massima tensione rivendicativa.
Molto importante è che il movimento cooperativo scenda in campo con una “giornata nazionale” fissata per l’11 giugno per le terre abbandonate, i finanziamenti, il ruolo delle
Partecipazioni Statali verso l’associazionismo e lo sviluppo agricolo, puntando in particolare
su 5 comprensori che saranno scelti tra le organizzazioni locali in Lombardia,Emilia,Toscana,
Puglia e Calabria. Sarà promosso anche un incontro nazionale tra i Movimenti Cooperativi e
la Federazione CGIL-CISL-UIL. Molto importante è che le organizzazioni mezzadrili e contadine abbiano dei ricchi programmi locali e nazionali di movimento e che abbiano deciso per
il 18 giugno a Roma una grande assise nazionale unitaria cui noi parteciperemo con il settore colonico. Stiamo anche lavorando perché il Parlamento riprenda al più presto il dibattito
sulle Direttive Comunitarie e perché risuoni in Parlamento la tematica che sta alla base del
confronto tra i Sindacati e il Governo sullo sviluppo agro-industriale.
Ma, detto questo, è chiaro che il volto di lotta delle campagne italiane nel 1974, in questo
giugno 1974, è affidato alla capacità della Federbraccianti di saper gestire al massimo livello le intese unitarie, di saperle utilizzare come il punto di partenza, – non come il punto di
arrivo – della volontà di lotta dei lavoratori, organizzando in forme varie, secondo proposte che partano dal basso, un grande movimento di lotta articolato. Solo se ci sarà questo
movimento si potrà andare a scioperi nazionali generali, ed anche lo sciopero generale con
gli operai e la venuta a Roma in 150.000 saranno fatti qualitativamente nuovi. La Segreteria
indica, pertanto, alcune componenti indispensabili di questo disegno di lotta:
- si deve prevedere uno sciopero nazionale dei forestali da costruire con scioperi per i
Piani delle Comunità;
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 119
VI
- la richiesta sull’irrigazione può emergere con una grande lotta combinata tra Puglia ed
Emilia che acquisti rilievo nazionale e significato emblematico di tutte le lotte in corso
per l’irrigazione;
- si deve andare ad uno sciopero di settore con gli alimentaristi in Padana sulla zootecnia;
- bisogna fare emergere le donne in massa, per esempio organizzando dei raduni sotto gli
oliveti per rivendicare le potature e gli altri lavori insieme agli uomini;
- bisogna costruire lo sciopero nelle zone agrumicole per il piano di riconversione e specializzazione;
- si tratta di dare un grande impulso al censimento popolare di massa delle terre abbandonate, aprendo migliaia di vertenze, per utilizzare subito almeno parte di queste terre con
semine rapide per ricavare dei raccolti anche modesti di qualità ma che possono concorrere a rimettere nel processo produttivo ricchezze oggi inutilizzate;
- bisogna rivendicare ovunque primi confronti con gli agrari sui piani colturali 1975 poiché gli orientamenti di massima si decidono subito dopo i raccolti; in questo contesto,
si tratta di chiedere (dove è possibile per lo stato dei terreni) le seconde semine, dopo il
taglio del grano, di ortaggi, di mais, di foraggere;
- in ogni fabbrica alimentare, chimica, meccanica, pubblica o a Partecipazione Statale esistente in ogni provincia dobbiamo infine costruire una vertenza sulle richieste che sono
specificate nel Documento concordato con i sindacati operai e che abbiamo distribuito.
Queste qualificazioni nazionali del programma di lotta concordato unitariamente,
mentre portano avanti l’intesa con i settori operai, portano avanti anche il territorio,
la zona, le strutture camerali, le masse contadine. I braccianti non vinceranno mai solo
con azioni intercategoriali, ma vinceranno se – con le azioni intercategoriali – essi porteranno avanti tutto il territorio, poiché vogliamo che lo sviluppo non sia solo produttivo ma
anche sociale e poiché vogliamo che, con noi, vincano i disoccupati, le masse senza potere contrattuale, le donne senza avvenire. Di qui la necessità politica di un impegno diretto
delle strutture camerali, ovunque, e la possibilità concreta che i Consigli Unitari di Zona
nascano su politiche qualificate.
Le lotte debbono e possono quindi avere un carattere chiaramente popolare; debbono
investire le città; debbono presentarsi come lotte portatrici di interessi generali, nazionali,
positivi, di denuncia sul fallimento degli agrari e sulla capacità dei braccianti, dei contadini e degli operai di essere forze protagoniste. Proprio per questo, le nostre lotte debbono
rimarcare in termini concreti, quantificati e visibili a tutti, gli obiettivi di avanzata: di sviluppo produttivo, di salario e di reddito, di occupazione. Partendo da queste motivazioni
di sviluppo, le forme di lotta possono e debbono essere anche le più avanzate: scioperi
nelle aziende veramente incisivi sulle produzioni, blocchi stradali e scioperi a rovescio,
veglie prolungate e picchetti di massa, investendo sia l’azienda che il territorio esterno.
Non è casuale ricordare, qui, che quest’anno ricorre il 25° Anniversario della grande lotta
bracciantile del 1949 che durò 36 giorni consecutivi e che costò la vita a sei braccianti.
Sempre, nei grandi momenti di svolta della vita nazionale, i braccianti hanno saputo occupare il loro posto di lotta.
120
1976
Alle elezioni politiche di giungo il Pci guadagna voti. In agosto si forma il “governo delle
astensioni” presieduto da Giulio Andreotti. Le Br uccidono Francesco Coco, procuratore
generale di Genova. Bettino Craxi è il nuovo segretario del Psi. Il Libano è sconvolto dalla
guerra civile.In Cambogia diventa primo ministro Pol Pot. Nasce la Repubblica socialista
del Vietnam. Muore Mao Tse-tung. Si ascolta “Mio fratello è figlio unico” di Rino Gaetano
e “Dancing queen” degli Abba. Francio Ford Coppola realizza “Apocalypse now”. Savelli
Editore pubblica “Porci con le ali” di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice.
VII
“LA LOTTA AL POSTO DELLA RASSEGNAZIONE”
(Lotte agrarie. Mensile della Federazione Nazionale Braccianti Salariati Coloni Impiegati
Tecnici agricoli, anno XI, n° 2, febbraio 1976)
FOGGIA, 20-21-22 Febbraio. Si svolge qui la Conferenza nazionale delle braccianti promossa dalla Fisba. Fra i 100 partecipanti, si distinguono molti visi giovani e attenti sia di
lavoratrici sia di ragazze impegnate nelle strutture provinciali, sindacali e di Patronato.
Ci sono dieci lavoratrici della Olivercoop dove è in corso una impegnativa vertenza contro i licenziamenti che qualche difficoltà ha provocato nella unità interna, dato che la direzione sa manovrare molto bene per dividere. L’attacco padronale è il punto di partenza di
tutti gli interventi delle giovani donne che si susseguono alla tribuna. Del resto, la relazione di Sartori (a parte l’incidenza forse è un po’ eccessiva di dati statistici) ha scelto con
nettezza la questione del diritto la lavoro, dell’occupazione rispetto al tradizionale discorso assistenzialistico. E’ una scelta che la Federbraccianti condivide pienamente ed anche la
Uisba, a giudicare dal suo recente Convegno di Sorrento. Ma il dibattito introduce elementi
di grande concretezza e di acuta drammaticità: sotto-salario, caporalato, ricatti, gravosità
delle mansioni affidate alle donne, disimpegno colturale delle aziende sono un tutt’uno
con il blocco alla stabilità occupativa per la grande massa delle donne. La linea dell’occupazione passa dunque attraverso una più intensa azione sindacale, contro lo sfruttamento
in tutte le sue forme e per le trasformazioni agrarie.
Questa bellissima linea sindacale espressa dal Convegno fa sorgere molti interrogativi. Il
Sindacato percepisce appieno i nuovi aggravati caratteri della condizione operaia? Siamo
capaci di organizzare una risposta puntuale e tenace? E’ senza dubbio indispensabile che
le dirigenze nazionali abbiano linee strategiche nazionali complesse e che conducano una
loro azione all’interno delle Confederazioni ma, ecco il punto, non vi è uno scollamento
troppo marcato fra i discorsi di strategia generale e l’arretratezza bruciante della condizione bracciantile che la gravissima crisi in atto acutizza? Credo che dobbiamo riflettere
tutti su questo interrogativo. Anche perché, come gli interventi hanno dimostrato, non
siamo davanti solo ad una rinvigorita capacità di denuncia da parte delle lavoratrici e dei
quadri provinciali, ma la denuncia sulle condizioni di lavori si impasta in modo nuovo con
due dati estremamente importanti: con i fermenti di avanzata nel costume e sociale che
non solo nelle città ma anche nelle campagne si sono grandemente sviluppati; con la
volontà di cambiare al posto della vecchia rassegnazione.
Ma qui si innesta una seconda riflessione. Il dibattito, in verità, non ha dedicato molto spazio ad una verifica attenta del funzionamento degli strumenti di intervento sindacale.
Eppure, sono state le grandi lotte degli ultimi anni ad affermare la figura del delegato e
della delegata, il ruolo delle Commissioni Intercomunali Sindacali, i diritti contrattuali e
legislativi a contrattare i piani colturali. E’, questo complesso di strumenti di diritti, la
nostra forza, la nostra garanzia per una lotta decisa contro lo sfruttamento, per l’occupazione, per lo sviluppo. Su questa contraddizione dobbiamo quindi riflettere. E’ vero che la
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 123
VII
relazioni e le conclusioni, l’intervento della Vinci per la CISL Confederale hanno posto con
forza il problema della partecipazione, ma credo che non sfugga a nessuno di noi che se
non vogliamo ridurre ad un dato di propaganda la sollecitazione alla partecipazione dobbiamo rimarcare sempre, con la massima forza, i valori irrinunciabili degli strumenti permanenti di tale partecipazione: i delegati, appunti, i piani, le Commissioni sindacali e di
Collocamento. E’ un nodo che investe, ci pare, tutti e tre i sindacati bracciantili, chi più chi
meno, rispetto al quale gli sforzi congiunti sono sicuramente portati di più alti risultati.
Questo ce lo indica l’esperienza.
Mi è parso del resto di avvertire una grande apertura umana in tutti i dirigenti di base e
non di base che hanno parlato; una fresca disponibilità a pesare di più come donne dentro al sindacato e nella lotta. Gli stessi argomenti di fondo introdotti dalla Baroni per conto
della Federazione unitaria degli alimentaristi – e cioè la necessità di un grande rapporto fra
braccianti ed operai per la crescita accelerata delle vertenze territoriali finalizzate allo sviluppo agro-industriale – sono stati accolti dalla assemblea non come un discorso importante ma lontano, bensì come una linea politica sulla quale concretizzare l’incidenza delle
donne nella via del sindacato e nei rapporti di produzione.
L’ambiente ha favorito al massimo il buon svolgimento del Convegno, lo ha arricchito di
spunti sociali e culturali di rilievo: come giudicare – si sono chiesti in molti – i tre grandi
pannelli apposti in una piazza di Cerignola che raffigurano tre forti pitture che esprimono
la corruzione dei potenti e l’emarginazione delle masse, lo squasso sugli affetti e sulle vite
del miracolo economico e la sua folle erroneità, il grande valore delle lotte compiute, dell’unità dei lavoratori? Ecco che è entrato, nella riflessione personale di ciascuno, di fronte
a questa grande opera culturale costruita dai pittori con i braccianti, non già il ricordo
doveroso ma formale della grande opera di Giuseppe Di Vittorio, bensì l’essenziale del suo
insegnamento: lotta accanita e unità. Più tardi, ho visto, la casa di Di Vittorio. C’è la lapide
del Comune. Mi sono fatta un’autocritica: perché non ha proposto di farla tutti insieme
questa visita? Eppure avevo raccolto, in discussioni personali, molte riflessioni importanti
sulla difficoltà del lavoro unitario nelle province. Siamo sufficientemente impegnati, in
ogni circostanza, per superare queste difficoltà e per dare ai nostri confronti un tetto morale e politico più alto?
124
VIII
“PROBLEMI E PROPOSTE DELLE LOTTE BRACCIANTILI PER IL PIENO USO DELLE RISORSE
E LO SVILUPPO AGRO-INDUSTRIALE”
(Relazione al Convegno nazionale omonimo, 26-27 marzo 1976)
Compagni,
adesso, nell’accavallarsi della crisi monetaria ed economica, risalta ancor meglio la validità
della linea sindacale del “pieno uso delle risorse” per lo sviluppo dell’occupazione, degli investimenti e della produzione nell’industria e nell’agricoltura, specie nel Mezzogiorno.
La crisi impegna il movimento ad avanzare proposte di emergenza ma queste non possono
che muoversi,per noi,all’interno di questa linea di fondo,così come ha ribadito il grande sciopero generale di ieri. L’aver eluso, da parte del governo, la proposta politica dei Congressi
Confederali del 1973 costa oggi al Paese, e in specie alle classi lavoratrici, un prezzo altissimo.
Di fronte alla svalutazione della lira il governo aumenta le tasse, restringe il credito e i consumi, mentre non adotta misure severe per colpire le evasioni fiscali ed acquisire così maggiori entrate né per tagliare le spese pubbliche non indispensabili. E’ chiaro che per questa
via si provoca carovita, recessione e disoccupazione. Se è vero che la svalutazione facilita le
esportazioni, è ancor più vero che la tempesta monetaria di altri paesi europei riduce in
parte questi vantaggi e che i costi delle materie prime importate aumentano. La lira è la cartina di tornasole della fragilità della nostra economia e della debolezza del quadro politico.
La classe operaia ed i lavoratori, che in anni recenti si sono sottoposti in milioni alla tremenda prova dell’emigrazione, non sono certo incapaci di sacrifici e rinunce ma esigono
che sacrifici e rinunce servano a mutamenti di fondo. Questa direzione politica del Paese,
senza un quadro programmatico chiaro e nuovo e colpevole di tutto il fallimento economico e morale che stiamo vivendo, non ha l’autorità che la situazione richiede. Si conferma sempre di più, invece, la maturità del movimento operaio alla direzione della vita nazionale.Anche nelle ultime settimane è emersa la grande capacità responsabile del sindacato,
che ha confermato nei fatti di voler difendere i disoccupati e i sotto-occupati, allorché ha
proposto di mettere un tetto ai livelli retributivi più alti e ha impegnato le lotte contrattuali dell’industria prioritariamente sugli investimenti e sulla occupazione rispetto alle
rivendicazioni salariali. La recente sortita di Colombo contro il contratto del settore pubblico della chimica e la resistenza della Confindustria sono un attacco aperto a questa
nostra grande politica che vuole unire il Nord al Sud, la classe operaia ai disoccupati, le
città alle campagne. Ma questa strategia comune è andata molto avanti nella coscienza di
milioni di uomini e di donne, così come dimostra anche lo sciopero di ieri, con intere
popolazioni raccolte intorno alla nostra linea.
Il Comitato Direttivo della Federazione CGIL-CISL-UIL riunitosi il 2 marzo ha richiesto “fondamentali mutamenti del programma dell’attuale governo” dato che “alla indicazione del
tutto sommaria di settori corrispondono in realtà vuoti, incertezze e casualità”. Il 5 marzo
la Federazione CGIL-CISL-UIL e i sindacati agricoli hanno approfondito questo giudizio e
deciso una iniziativa nazionale di lotta specifica.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 125
VIII
Le proposte del governo per l’agricoltura sono del tutto insoddisfacenti. Si parla di un “programma pluriennale” ma non c’è né un’ipotesi di investimento né la presentazione di
appositi progetti di legge. La carenza non riguarda solo l’incertezza finanziaria e l’assenza
di riferimenti a precisi Piani Pluriennali del settore, ma anche altri due nodi fondamentali
per il movimento sindacale: la concertazione dei programmi per l’agricoltura con quelli
dei rami industriali connessi, la rinegoziazione della politica agricola comunitaria nei suoi
interessi con gli altri settori e con le aree extra-comunitarie. Sotto questi gravi vuoti procede intanto la linea governativa di salvataggi, caso per caso, di singole aziende industriali
in crisi che assorbono risorse finanziarie senza riconversione qualificata e al di fuori di un
programma che tenga conto della esigenza dei vari comparti dell’economia. Non vi è chi
non veda che la svalutazione della lira colpisce in modo specifico l’agricoltura e innanzitutto noi. E’ il salario bracciantile che esce in particolare decurtato dall’inflazione, dato che
esso è il più basso tra quelli di tutti i lavoratori dipendenti. L’aumento del costo del denaro e l’aumento del coso dei beni necessari alla produzione incidono sugli investimenti e
sui redditi delle aziende. Di qui la pressante richiesta degli imprenditori dell’aumento dei
prezzi agricoli, che provoca tuttavia rialzi del costo della vita.
La stampa agricola padronale ha parlato testualmente di “silenzio delle organizzazioni sindacali, evidentemente contrastate fra la loro più recente vocazione agricola e l’antica tradizione di sostegno e promozione dei salari operai”. Questa accusa di opportunismo rivolta al sindacato è quantomeno arbitraria poiché, sul cruciale dilemma “prezzi al produttore
o prezzi al consumo”, il nostro parere è quello che sta alla base delle lotte: occorre uscire
dal dilemma imboccando la strada di una agricoltura programmata, che dia ordine ai posti
di produzione, alla pianificazione delle diverse produzioni e in questa logica ai prezzi, che
allarghi le basi produttive. E’ per questa via che si realizza sia la dinamica del reddito contadino che il controllo rigoroso dei prezzi al consumo. Se non si imbocca questa strada,
non si spezza la logica di una pura manovra monetaria, che è minata dai dati strutturali e
non determina pertanto né un aumento reale del reddito agricolo né il contenimento del
carovita. Marcora ha strillato a Bruxelles ultimamente, ma è rimasto dentro a quella logica,
la cui fragilità è emersa subito allorché la lira ha ancora pesantemente svalutato. Il rifiuto
di battersi per rinegoziare la politica agricola comunitaria è sempre più suicida.
Le mancate risposte del governo sull’agricoltura sono per lo meno assurde, proprio nel
momento in cui esso chiede ai sindacati di calibrare le richieste salariali per non generare
spinte inflazionistiche e nel momento in cui sceglie di ridurre in modo drastico i consumi. Siamo del tutto convinti che sono impossibili ulteriori aumenti del deficit della bilancia alimentare e che è urgente ridurre il deficit attuale. Ma noi ribadiamo che il migliore intervento contro l’inflazione è il rilancio dell’agricoltura e che l’agricoltura
ha un funzione strategica per la stessa ristrutturazione e riconversione industriale, cioè non solo un ruolo per avere meno debiti bensì un ruolo per un
nuovo tipo di sviluppo. Si stanno dunque determinando dei processi e delle scelte che possono disorganizzare duramente la nostra strategia dello sviluppo e il
quadro delle alleanze che intorno ad essa abbiamo con fatica già costruito. Il
126
VIII
movimento sindacale, mentre conduce la battaglia contrattuale impostata in modo coerente alla sua politica dello sviluppo, deve pertanto accentuare il suo impegno in via diretta
sui nodi centrali del suo programma riformatore.
Certo. La linea dei Congressi Confederali è indubbiamente andata avanti. Il concetto sommario di “centralità dell’agricoltura” si è andato definendo sempre meglio come “sistema
agro-industriale”, cioè come proposta economica di programmazione intersettoriale sulla
quale impegnare congiuntamente le Partecipazioni Statali, gli investimenti agricoli e industriali a monte e a valle, l’intervento straordinaria come quello per il Mezzogiorno, i piani
delle Regioni. La volontà di unità tra Nord e Sud, tra città e campagna si organizza cioè oggi
interna ad una proposta di programmazione intersettoriale e orizzontale.Vogliamo richiamare tre risultati nazionali già acquisiti su questa linea: i contratti bracciantili di grandi province meridionali e del Nord, con le lotte estive del 1975, che sanzionano diritti di contrattazione degli investimenti, delle trasformazioni e di pieno uso delle terre e degli impianti aziendali. Il secondo risultato riguarda l’aver strappato con le leggi d’emergenza dell’ottobre ’75 non già 100 miliardi per l’agricoltura, come voleva il governo, bensì 720 e 300
aggiuntivi per l’agricoltura meridionale. Il terzo risultato è quello raggiunto dai chimici e
dai metalmeccanici in questi giorni col settore a Partecipazione Statale sul diritto ad intervenire preventivamente sugli investimenti: data la nostra politica agro-industriale, questo è
un formidabile diritto di potere acquisito dalla classe operaia non solo per sé ma anche
per le masse bracciantili e contadine e per la crescita delle politiche economiche delle
Regioni; è un risultato che rafforza l’inizio della contrattazione con l’industria, imposta con
le lotte contadine estive, per la produzione del pomodoro. Ma la crisi accresce la validità
delle nostre scelte e sollecita una condotta delle lotte unitarie più rigorosa.Vi sono rischi
di scollamento tra città e campagna e tra Nord e Sud.
Una prima esigenza da ribadire riguarda la capacità di direzione della Federazione CGILCISL-UIL sulla vertenza per lo sviluppo agro-industriale. Solo in parte si può dire che la discontinuità dell’azione della Federazione deriva dalle difficoltà dell’unità tra i tre sindacati
bracciantili. Certo, gli accordi intervenuti tra maggioranza e minoranza all’interno della
CISL non hanno sino ad ora modificato in meglio il quadro dei rapporti tra i tre sindacati
bracciantili, sebbene proprio quegli accordi impegnassero la FISBA a partecipare in modo
convinto alla via della Federazione a tutti i livelli, di categoria e confederali, al vertice e alla
base. Ma questo dato, grave e da correggere, non cancella il fatto che sulla scelta dello sviluppo agro-industriale si sono raccolte e riconosciute molte forze, operaie e contadine, che
chiedono alla Federazione, alla pari di noi, una direzione continuativa e puntuale.
L’annuncio di una prossima riunione del Comitato Direttivo della Federazione CGIL- CISLUIL “sul funzionamento e sul ruolo della Federazione nel processo unitario” ci trova quindi molto d’accordo.
La riflessione che ormai viene avanti relativa al fatto che, pur avendo posto l’occupazione
come scelta prioritaria, in realtà si conquista sui contratti e poco sulla occupazione non
deve in alcun modo portare alla conclusione che allora bisogna cambiare strategia, ripiegare sul terreno tradizionale. Quel dato ripropone invece alcune questioni di fondo. La
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 127
VIII
prima riguarda il fatto, fondamentale, che un progetto riformatore quale il nostro non può
essere attuato solo per scelta sindacale. Ogni giorno che passa, il frenetico galoppare della
crisi ripropone il problema del quadro politico. E’ chiaro tuttavia che il movimento sindacale non può “aspettare che il quadro politico muti” poiché, nell’attesa, si disorganizza la
nostra strategia e poiché noi siamo e vogliamo essere una grande forza che concorre al
cambiamento. Sorge allora il problema se anche nella direzione delle lotte non ci sia qualcosa da mutare. Non è vero innanzitutto che i disoccupati e i sotto-occupati, i settori e le
aree arretrate non sviluppino un movimento di lotta, quasi delegando agli occupati la battaglia per l’occupazione. Il dibattito in questo Convegno documenterà un quadro di lotte
vaste, ripetute, e ciò in particolare nel Mezzogiorno. La quantità può e deve essere ancora
accresciuta, ovviamente, ma i limiti ci paiono principalmente qualitativi. C’è innanzitutto,
specie nel Sud ma anche nel Nord, una separazione tra lotte agrarie e lotte urbane concentrate alla difesa di aziende in crisi. Al contrario, urge saldare la campagna alla città, dato
che il rilancio agricolo offre uno sbocco certo ad una grande area dell’industria meridionale nonché alla decongestione e al risanamento della città. In secondo luogo, nel
Mezzogiorno, ma anche al Nord, non viene ancora avanti a sufficienza un’azione coordinata intercategoriale corrispondente alle ipotesi di sviluppo che abbiamo indicato per l’agricoltura, i trasporti, l’edilizia, l’energia. E’ singolare che in centinaia e centinaia di Comuni
si realizzino Comitati ed intese che sono l’espressione di schieramenti sociali anche molto
vasti ma che lo schieramento di classe, cioè delle forze del lavoro interessate alla stessa
politica di sviluppo, prenda in proporzione meno rilevanza.Vogliamo portare un esempio.
Il rilancio dell’agricoltura presuppone una grossa dotazione di infrastrutture e di case.
L’edilizia residenziale urbana è pertanto solo un aspetto di una politica nell’edilizia.
Dall’esperienza in corso emerge la necessità di una linea comune, tra braccianti ed edili, e
prende corpo la proposta di un “Piano pluriennale di interventi infrastrutturali per l’agricoltura e per le campagne” che faccia avanzare il criterio dello sviluppo programmato, dia
certezza all’investimento privato e si articoli in progetti esecutivi d’emergenza e a medio
termine. In sostanza, noi poniamo l’accento sulle piattaforme e sulla loro capacità effettiva di far avanzare la nostra linea dello sviluppo.
Quando denunciamo il vuoto di governo sull’agricoltura, non intendiamo affatto delegare
ai livelli istituzionali l’attuazione di un programma riformatore. La linea del “pieno uso delle
risorse” non va solo rivendicata ma costruita con una grande azione di massa, con un grande slancio costruttivo. C’è da riflettere sul fatto che – mentre chiediamo al governo almeno 4 mila miliardi per l’agricoltura – gran parte dei finanziamenti conquistati con
Decretone non siano ancora stati usati. C’è da riflettere sul fatto che un piano di settore,
già definito e coperto sotto il profilo finanziario, come è il caso del piano agrumicolo, ha
scarsa attuazione o che strutture irrigue completate siano totalmente inutilizzate.Tutto ciò
sottolinea in modo lampante che qualsiasi ipotesi di sviluppo ha bisogno di appoggiarsi
alle masse e alle forze veramente interessate al mutamento.
La nostra categoria si trova oggi in una situazione assai difficile. Si accentua sempre di più
la contraddizione fra la spinta al lavoro e l’attacco padronale e le proposte insoddisfacen-
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VIII
ti del governo. E’ una contraddizione che ha caratteri nuovi. Mai come ora, la categoria
manifesta un rifiuto alla ricerca quotidiana di una giornata di lavoro. Rispetto alla crisi del
’64, che accentuò la ricerca di occasioni di lavoro, oggi la categoria punta a rompere il cerchio storico, antico e moderno, della precarietà; punta decisamente alla conquista di
un rapporto di lavoro più stabile, garantito da certezze occupative contrattate
almeno per l’annata. Nelle assemblee di lega, l’insofferenza alla precarietà del lavoro
propone grossi problemi: di organizzazione delle squadre, di distribuzione e di avvio al
lavoro; di apertura politica ed umana alle forze che provengono dall’emigrazione, dalle
scuole, dalle città, e si esprime la disponibilità politica a scioperi a rovescio, cioè ad una
lotta che sconta persino l’incertezza di essere retribuiti pur di imporre quelle trasformazioni e quella ripresa produttiva che ad occhio nudo sono ragionevolmente possibili.
Questa spinta alla stabilità è il risultato della politica che noi abbiamo perseguito: la
coscienza che vi sono risorse indispensabili per il Paese e preziose per l’occupazione; i
diritti contrattuali sulle garanzie occupative, oltre le 151 giornate e a tempo indeterminato, affermati con le lotte.Tutti gli antichi livelli di precarietà e di instabilità sono così vissuti nei termini di un rifiuto alle cause profonde che li determinano. Ma il padronato
risponde riducendo i nuclei dei fissi, come in Padana, e degli avventizi ovunque. Esso tenta
di utilizzare l’abbondanza delle braccia. I padroni vanno dai collocatori e chiedono l’assunzione di lavoratori solo se essi sono disposti ad accettare il sottosalario. I padroni dicono:“Vieni tu che sei nell’elenco bloccato, che sei avventizio, così ho meno obblighi previdenziali e contrattuali; preferisco gli avventizi perché non hanno il delegato sindacale e
così io sono più libero”. E’ molto grave che, di fronte a simili comportamenti, numerosi collocatori osino trasmettere la proposta del sottosalario ai lavoratori e concedano l’ingaggio
se il bracciante, preso dal bisogno, rinuncia ai suoi diritti; come pure che il collocatore
avvii forestieri a sottosalario, invece che disoccupati locali solo perché organizzati, concedendo nullaosta che non possono certo essere convalidati. In altre parole, la spinta alla stabilità nel lavoro impatta contro l’uso padronale spregiudicato e meschino della crisi per
disgregare il potere contrattuale della categoria. Di fronte all’attacco, la categoria reagisce
con fermezza anche se in un mare di difficoltà. L’attacco spinge a precisare le linee rivendicative, provoca lo scandaglio delle proposte, fa emergere alcune grandi questioni di linea
politica. Se la classe operaia si difende e attacca per impedire le smobilitazioni e avviare le
riconversioni, dando prova ogni giorno di formidabili esempi di concretezza e di forza, più
difficile – perché dispersa su tutta la grande area delle campagne e perché non sorretta da
una forte guida unitaria – è la lotta dei braccianti, la nostra lotta.
Si colloca qui, in questo duro contesto di difesa e di attacco, la grande importanza
della vertenza per il Contratto nazionale di lavoro aperta dai sindacati bracciantili in
questi giorni con la presentazione della piattaforma rivendicativa. Essa si articola sulla linea
delle Confederazioni di dare priorità assoluta alle rivendicazioni sugli investimenti, le trasformazioni e l’occupazione. Non è un caso che la piattaforma, per decisione comune dei
tre sindacati, si apra per la prima volta con una premessa che propone al padronato, come
terreno di confronto, la trasformazione dell’agricoltura, lo sviluppo di tutte le sue poten-
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VIII
zialità e, su questa base, una profonda modifica della condizione di lavoro. Essa diviene
dunque un grande terreno di lotta immediata per far avanzare una nuova politica agraria,
ma diviene anche la leva per rispondere al tentativo padronale di disgregare il nostro potere contrattuale.Aumento dell’occupazione, ma aumento della produzione; nuova organizzazione del lavoro, ma ristrutturazione produttiva; miglioramenti salariali, ma avanzata del
reddito contadino; investimenti privati, ma certezze delle politiche pubbliche si saldano,
mai come in questa vertenza, così strettamente.
Nelle campagne l’offerta di lavoro salariato che non trova risposta è di almeno 200 milioni
di giornate, cui si aggiungono le forze che rientrano dalla emigrazione, dalle città, dalle scuole. E’ una quota alta della disoccupazione nazionale, anche se c’è chi sostiene che si tratta di
unità lavorative coperte dalle assicurazioni sociali. Le prestazioni per disoccupazione assicurano in media 214.000 lire all’anno: è, grosso modo, quanto percepisce in un solo mese un
operaio comune dell’industria. Rientra comunque nella lotta alle spese passive l’urgenza di
trasformare il sussidio di disoccupazione in salario da lavoro, ed in questa lotta la
Federbraccianti è in prima fila. Ma coloro che gridano allo scandalo per queste spese sono
quelli che – proprio in questi giorni – vorrebbero annullare l’impegno assunto il 21 marzo
1975 di migliorare tali prestazioni collegandole in modo nuovo con la professionalità, con la
spinta all’aumento della occupazione effettiva, secondo la richiesta dei sindacati. L’altalena
tra moralismo ed elettoralismo ha solo l’effetto pratico di bloccare l’evoluzione del diritto.
Negli ultimi tempi sono stati dati contributi importanti a smantellare la tesi che l’avvenire
dell’agricoltura risieda nella cacciata della manodopera. Si è detto da più parti, anzi, che l’agricoltura può offrire possibilità di lavoro anche consistenti. Il nostro parere è che il rilancio agricolo può consolidare di gran lunga i livelli occupativi agricoli attuali e può creare
nuovi posti nelle attività industriali a monte e a valle. Se si vuole raggiungere questo risultato, occorre però una scelta immediata e chiara: non restringere i consumi, bensì
aumentare subito la produzione nazionale. La stampa padronale ha reagito in modo
grossolano al nostro giudizio sull’aumento del 2,5% della produzione lorda vendibile nel
1975. Noi abbiamo infatti sostenuto che quell’aumento intanto deriva in gran parte dalla
produzione contadina, ma nasconde la diminuzione del 2% della produzione bovina, la
crisi di importanti settori agricoli nonché l’aggravarsi dell’interscambio con l’industria.
Anche se le lune ci hanno un pò aiutato per talune produzioni, la situazione è e rimane
grave. Il deficit della bilancia agro-alimentare è di 3.500 miliardi. Gli investimenti fissi, quelli cioè che allargano la base produttiva, sono calati negli ultimi dieci anni del 40%. L’area
coltivata si riduce. Occorre dunque l’ardire di un progetto di sviluppo che possa unire
tutte le forze che vogliono operare fuori dalle pigrizie e dalle convenienze occasionali.
II
L’agricoltura italiana si trova davanti ad acute necessità di ristrutturazione, del tutto analoghe a quelle che si impongono per l’apparato industriale del Paese. L’obiettivo irrinunciabile della ristrutturazione dell’agricoltura italiana lo impugniamo noi.
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Il capitalismo agrario punta anch’esso ad una ristrutturazione. Esso parla di “sistema agroalimentare emergente” che è sinonimo di un’agricoltura integrata al capitale industriale e
finanziario su basi ristrette, in cui si concentrino tutti i finanziamenti pubblici e la cui produzione sia indirizzata alle classi alte. Da questa ipotesi, il settore contadino è tagliato fuori
tranne che per alcuni strati, anch’essi subordinati al capitale industriale e finanziario.
Questo tipo di ristrutturazione, quindi, può determinare contemporaneamente sia alta
intensità di capitale in certe aree sia disinvestimenti, ristagno e abbandono. Quello che è
certo è che – per l’azienda capitalistica, asse portante di questo disegno – il profitto diviene più alto. Occorre avere chiaro che dentro a questa ipotesi l’occupazione attuale non si
mantiene, anche se può manifestarsi una domanda ristretta di manodopera più qualificata.
E’ anche vero, tuttavia, che nel perdurare dell’arretratezza sono parimenti compromessi
l’occupazione ed i livelli produttivi attuali. Per noi, la ristrutturazione da compiere è di
segno opposto. Essa deve fondarsi su una agricoltura impiantata su basi allargate, integrata all’industria e alla ricerca scientifica applicata per ammodernarla ed elevarne la produttività, capace di produrre una grande massa di beni per le masse popolari e per l’intero
paese, non autarchia. Il confronto è dunque aperto, su queste due linee.
L’esperienza dell’ultimo anno per i piani colturali, per l’uso della terra, per l’irrigazione, per
la forestazione, per l’applicazione della ricerca ha fatto emergere tra grandi realtà: risorse
completamente abbandonate, risorse male utilizzate, rapporti di scambio superati tra agricoltura e industria. Dobbiamo entrare nel merito di queste tre realtà.
Quando riflettiamo sulla capacità della classe operaia di contrattare l’organizzazione del
lavoro, noi scopriamo che questa capacità è il risultato di una conoscenza precisa del processo produttivo e su questa conoscenza la classe operaia innesta il suo potere di controllo
e di contrattazione.Agli stessi livelli di capacità deve pervenire anche il sindacalismo agricolo, rinnovandosi ed esaltando i due momenti aziendale e zonale, per dare forma politica
alla complessa esperienza lavorativa della categoria, che deve sempre più divenire capacità di conoscenza, di contrattazione e di controllo, cioè capacità di riappropriazione della
destinazione sociale del proprio lavoro.
Sulle risorse completamente abbandonate
Sulle terre abbandonate, il grande padronato agrario ed altri hanno disquisito sulle cifre (li
rimandiamo ai dati ufficiali!), hanno negato qualsiasi validità economica al recupero di
queste terre o l’hanno ammessa solo per fare un po’ di bosco. Questa posizione non stupisce: si confrontano infatti le due linee, quella che punta ad una agricoltura ristretta e
selettiva, quella che punta ad un’agricoltura su basi allargate. La nostra iniziativa ha messo
a nudo l’assurdità di ridurre le aree coltivate proposta dalle Direttive Comunitarie, che non
a caso non trovano applicazione alcuna da parte delle Regioni. Queste due linee contrapposte non riguardano due modelli astratti di una possibile agricoltura nazionale. In verità,
la questione è quella della massima produttività aziendale basata su convenienze imme-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 131
VIII
diate e indifferente all’occupazione e alla produzione necessaria per il Paese, o della produttività sociale che sia il risultato dell’aumento della produzione lorda vendibile, dell’occupazione ed anche dei redditi e della produttività delle imprese. Gli agrari sostengono
che tutto questo non importa, importa solo il profilo aziendale, anche se esso è il risultato
di una riduzione della produzione lorda vendibile globale, dell’occupazione e del contributo dell’agricoltura a far fronte al fabbisogno alimentare del Paese. Pertanto, anche gli
amici che ritengono che il rilancio compiuto da noi del problema dell’abbandono di vaste
superfici costituisca una impostazione premoderna ed in buona sostanza antiquata, debbono seriamente riflettere, per non dare spazio – in forza di un modernismo superficiale
– a linee di politica agraria così gravi. Ci si deve comunque spiegare come sia tollerabile
che in Italia, ove si trova il 18% della superficie agraria comunitaria, si concentri il 62% di
tutte le superfici comunitarie tenute a riposo. Noi non abbiamo mai parlato di un recupero immediato di tutte le terre abbandonate (abbiamo sempre parlato del recupero di 1
milione / 1 milione e mezzo di ettari) , ma siamo nettamente contrari a che si continui a
disquisire sull’utilità economica di questo recupero, che vediamo invece urgente proprio
in connessione con la crisi zootecnica e del legno. Il prezzo della carne aumenta, il consumo si riduce. Si parla di nuovi aumenti o della meno iniqua misura di tesseramenti.
Sulla crisi zootecnica, noi siamo un po’ dubbiosi sugli effettivi vantaggi di indirizzare il consumo su altre carni non bovine (anche se queste ultime non vanno ovviamente trascurate). Come hanno messo in luce illustri tecnici, il bovino può utilizzare foraggi mentre gli
altri animali hanno bisogno di proteine vegetali, cioè di cereali. Importeremo quindi meno
carne bovina ma più mais e più soia. Per il solo mais, l’importazione è già ora pari ad oltre
il 50% del fabbisogno ed è costata nel 1975 450 miliardi. Inoltre, la dipendenza economica dai paesi esportatori rimarrebbe, ed anche la qualità dei consumi è un problema. Si deve
perciò considerare la grande utilità, immediata, di uno sviluppo delle foraggere, ed in particolare del prato-pascolo. Noi vogliamo qui generalizzare una esperienza di rilevantissimo
valore nazionale, compiuta su prati-pascoli abbandonati. L’esperienza è questa:
l’Amministrazione Provinciale di Bologna ha bandito un Concorso con contributi per coltivatori manuali e loro forme associate per ogni ettaro di prato-pascolo realizzato. Sotto la
spinta di questo contributo pubblico, peraltro controllato, si sono avuti i seguenti risultati
calcolati sui terreni più sfavorevoli: spese di costituzione e di recinzione: L.
500.000/ha; resa per Ha/q.li 70 contro gli 8-25 q.li di prato non migliorato; carico di bestiame: 1 capo per ha; incrementi ponderali: mezzo chilo di carne per giorno; manodopera per
la conduzione: 1 addetto per 100 capi senza mungitura. L’utilità economica è questa: all’importazione, il costo di 1 q.le di fieno polifita pressato è di L. 5.500, alla produzione di L.
4.500; all’importazione, una vacca canadese gravida da latte compresa IVA costa circa L.
1.050.000, se la produciamo noi non oltre 600.000 lire. Ribadiamo pertanto le osservazioni principali da noi fatte agli svariati e tutti accantonati progetti di legge dei vari Ministri
dell’Agricoltura sulla zootecnica negli ultimi 3 anni. In quelli, come nel Progetto predisposto nei giorni scorsi e peraltro non ancora presentato, rimangono totalmente in ombra gli
indirizzi generali del recupero delle terre di collina e montagna per l’allevamento e le
132
VIII
foraggere, del rapporto con le industrie fornitrici di mezzi di produzione, delle strutture di
ricerca e di mercato. Noi riteniamo che, fermo restando che i promessi 1.200 miliardi in 5
anni per la zootecnica si debbano effettivamente stanziare, occorra una scelta di emergenza che concentri un primo scaglione di investimenti sugli allevamenti bradi
in collina e in montagna. Considerato che nel Sud tutto il patrimonio bovino è inferiore a quello della sola Lombardia e che le rese per ettaro di prato-pascolo sono in media di
9,3 q.li rispetto ai 32,6 q.li del Nord, riteniamo che questa scelta di emergenza vada applicata in particolare nel Sud: con una spesa di 90 miliardi applicata su 300.000 ha si possono ricavare, in un anno, circa 9 milioni di quintali di foraggi (per un valore circa di 50
miliardi) nonché allevare almeno 200.000 capi ed occupare 2.000 operai; dopo il primo
anno, le spese sono solo quelle di manutenzione. Non si tratta di una proposta astratta,
come dimostrano i risultati dell’allevamento brado cooperativo di Sasso Marconi costituito con la lotta su terre abbandonate nel 1975.
Riemerge quindi la questione di come si spende, per chi, per quali obiettivi sociali generali. E’ qui che le nostre vertenze aziendali e zonali hanno maturato sulle zone abbandonate una ipotesi di rilevantissimo interesse: integrare gli interventi nel bosco con gli interventi nel prato-pascolo fino a dar vita ad una combinazione produttiva agro-silvo-pastorale. Questa combinazione può costituire la base di partenza per un processo di accumulazione nelle aree caratterizzate da ristagno economico o dalla degradazione. Noi andiamo
infatti alla ricerca di un modello di sviluppo che non incentivi la produzione in una visione solo settoriale che, da sola, sappiamo essere incapace di reggere rispetto alla caduta
generale della realtà economica locale, ma andiamo alla ricerca di un modello di sviluppo
che – partendo anche da piccole risorse oggi disperse e dissociate le une dalle altre, da
piccoli investimenti disorganici e frammentari – accorpi queste risorse potenziali e questi
investimenti anche modesti in una ipotesi di sviluppo graduale ma certo. Il problema è di
grande valore economico e sociale. Isolatamente presi, gli interventi nel prato-pascolo o
nella forestazione non sono di per sé sufficienti a stabilizzare manodopera e popolazioni.
In una visione integrata, invece, c’è la possibilità di creare nuclei fissi, di stabilire delle
interrelazioni con l’economia di pianura, con i mercati ed anche di dar vita a processi elementari di prima lavorazione dei prodotti. E’ di grande significato che, dove l’esperienza è
andata avanti, si è dato vita a forme economiche di natura associativa e cooperativa, per la
gestione di questi processi combinati di sviluppo, realizzando sul piano sociale il grande
risultato di unire delle forze, delle popolazioni, di riaggregare un tessuto umano e sociale
là dove era passata la distruttrice falce dell’esodo e dell’abbandono.
Un risultato concreto di questa linea sono le cooperative miste forestali – braccianti – contadini del reggiano e del modenese costruite nel 1975. Esse si sono certo avvalse della programmazione seria attuata dalle Comunità Montane e dalla Regione. Le 4 Comunità
Montane di Modena, ad esempio, hanno programmato una combinazione produttiva
boschiva – pascoliva. Con una previsione di spesa di 2.344.500.000 lire si sono sviluppate
nel 1975, 85.450 gg. Di lavoro e, nel 1976, se ne prevedono 106.250. Questa linea è di grande rilevanza per tutte le zone interne del Mezzogiorno.
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VIII
In alcune regioni meridionali la scelta troppo unilaterale della sola forestazione mostra molti
limiti. Certo, vi sono ancora molti spazi da forestare e molti vecchi boschi da ricostituire, ma
l’avvio dello sviluppo non può essere dato dal rimboschimento a tappeto: esso deve integrarsi con il recupero del prato-pascolo, con una base zootecnica, con colture agrarie possibili nella media ed alta collina. Il problema, ancora una volta, non è solo quello di spendere
ma di spendere bene, collegando gli interventi e puntando alla ricostituzione di un patrimonio non solo produttivo ma anche umano. La legislazione regionale meridionale, tranne che
nel caso della Sardegna con la sua importantissima legge n. 39 del 1973, non è ancora orientata verso questo criterio qualitativo. Nell’ultimo anno le nostre lotte hanno conseguito risultati di investimento e occupazionali di grande rilevanza: cito come esempi la legge siciliana
del dicembre 1975 con un investimento di 100 miliardi o gli accordi calabresi. Ma questi criteri qualitativi di una politica di ripresa non sono ancora materia di confronto tra due modi
di governare. Essi debbono invece influenzare largamente il dibattito fra le forze politiche e
sociali per la definizione dei Piani delle Comunità Montane. C’è un ritardo preoccupante. I
giochi di potere hanno di molto ritardato la programmazione dal basso. La quota dei finanziamenti non spesi è molto alta e ciò è inaccettabile a fronte delle acute necessità di occupazione e di ripresa. Solo al prezzo di dure lotte riusciamo a conquistare una struttura di
bilancio delle Comunità – è il caso della Comunità del Sub Appennino Bovinese (Foggia) –
che destini alla creazione della combinazione produttiva agro-silvo-pastorale almeno il 70%
delle disponibilità. Lenta è anche l’applicazione dell’art. 9 della legge 1102 che impegna le
Comunità a passare le terre incolte in affitto a braccianti e contadini. Anche gli inceppi di
leggi superate – come quelle sugli usi civici – e la tendenza di numerosi Enti a svendere
ingenti patrimoni terrieri pubblici, diventano le armi per vedere invece gli Enti locali come
forze protagoniste e trainanti. Le forze politiche vanno chiamate ad un confronto. Ripetiamo
ancora una volta che non ci interessa il possesso della terra, ci interessa l’uso.
La responsabilità ricade anche sul governo centrale. Occorre – e qui lo ribadiamo fermamente – la legge nazionale, annunciata già dal precedente governo, sulle terre incolte e
malcoltivate. Essa deve prevedere una dotazione di almeno 30 miliardi per il primo anno
per prime opere di assetto fondiario, ed occorre che a loro volta i Piani nazionali pluriennali per la zootecnia, la forestazione, l’irrigazione fissino la quota da utilizzare
sulle terre collinari e montane abbandonate, per collegare spese infrastrutturali con spese
strutturali produttive. Senza questo quadro di certezze nazionali, anche le 4 leggi regionali
conquistate in Puglia, Campania, Marche e Abruzzi rischiano di rimanere senza attuazione e
i disegni di legge organici dell’Emilia, Piemonte e Umbria rischiano di scontrarsi con carenze legislative nazionali e di essere quindi bocciate dagli organi tutori centrali.
Risorse male utilizzate
L’esperienza dell’ultimo anno ci ha fatto verificare direttamente l’immenso serbatoio delle
risorse male utilizzate. Sono venuti allo scoperto terre malcoltivate; invasi inutilizzati; patri-
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VIII
moni terrieri e impianti di Enti pubblici non usati verso finalità di sviluppo zonale; risultati della ricerca non applicati; spreco di mezzi tecnici e contemporaneo sotto-utilizzo di
prodotti chimici e meccanici; distruzioni di produzioni agricole di qualità meschina ma
spesso anche ottima; apparati tecnici di Enti e Consorzi paralizzati; progettazioni inutilizzate o avviate e poi bloccate.
Non è facile portare a sintesi la complessa esperienza realizzata e ricavarne alcune principali indicazioni nazionali per le lotte aziendali, zonali, regionali e nazionali. Innanzitutto c’è da
dire qualcosa sulla Confagricoltura, che parla sempre di efficienza. Essa ha reagito con virulenza, riproponendo l’antica questione di quali terre possano essere considerate malcoltivate ammettendo, al massimo, l’esistenza di terre “insufficientemente coltivate”. La questione
non è nominalistica tant’è che – se siamo ben informati – la Confagricoltura è riuscita a bloccare la presentazione del disegno di legge governativo. In realtà si tratta di questo: gli agrari
non vogliono che il controllo sindacale e sociale intervenga sulle loro aziende. Ma la
Costituzione afferma che la proprietà deve assolvere ad una funzione sociale e le sentenze
della Magistratura che “sono malcoltivati tutti i terreni suscettibili di migliore coltivazione”.
E’ chiaro tuttavia che un sindacato che vuole intervenire con efficacia deve conoscere
meglio gli interventi produttivi a breve e a medio periodo, i piani pubblici di settore, le
realtà economiche territoriali esistenti e potenziali. L’esperienza dell’ultimo anno ci ha
portato a riflettere molto sulla specificità di interventi di buona coltivazione, interventi di miglioria, interventi di ristrutturazione. Il concetto di “buona coltivazione” è un concetto molto semplice: esecuzione di tutte le operazioni necessarie per la preparazione e per la raccolta delle produzioni. Moltissime operazioni vengono saltate, dagli
agrari, per ridurre il costo del lavoro, il ricorso a mezzi tecnici e quindi gli investimenti.
Consegniamo durante il Convegno 11 tabelle, con l’indicazione di tutte le operazioni di
“buona coltivazione” richieste per le principali colture, secondo “modelli di aziende”
dell’Accademia Nazionale dell’Agricoltura. E’ una indicazione tecnica indispensabile per la
nostra lotta.Vogliamo qui richiamare solo una coltura: l’oliveto. Qui si fa una media, nel settore capitalistico, di 35 gg. per ettaro contro le 73 che si dovrebbero fare; il monte giornate che viene evaso rispetto al criterio della buona coltivazione è di 10.716.836 giornate
che, in termini di unità lavorativa piene (cioè 270 gg. l’anno) sono pari a 39.692 posti di
lavoro. Data la stagionalità della produzione, ineliminabile ovviamente, questi posti di lavoro possono essere suddivisi tra 158.768 lavoratori e lavoratrici ai quali si possono garantire 67,5 giornate l’anno aggiuntive alle attuali. Sotto il profilo produttivo, si potrebbero realizzare 32 q.li di olive per ettaro, rispetto ai 25 q.li attuali (che sono la media nazionale
triennale): nel comparto capitalistico si avrebbe così un aumento di produzione di
1.974.154 q.li pari al 7,5 circa della produzione attuale. Questo esempio vale per quasi
tutte le produzioni arboree, per i cereali, le foraggere avvicendate: sono milioni e milioni
di giornate sottratte al lavoro, incalcolabili deficit produttivi, domanda elusa di mezzi tecnici all’industria.
Anche sulle migliorie occorre riflettere attentamente. Le aziende capitalistiche, alla ricerca del profitto immediato, molto spesso non attuano gli interventi sulle strutture fondiarie
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 135
VIII
e sulle attrezzature tecniche necessarie per mantenerle efficienti. I livellamenti, gli scoli, i
magazzini, i silos, gli impianti serricoli, le canalette tra un campo e l’altro, il parco macchine ed altro ancora sono spesso in uno stato di invecchiamento che incide sulla loro utilizzazione piena, sui livelli produttivi, sulla conservazione dei prodotti.Anche questo aspetto
organizzativo della produzione costituisce una delle cause della stagnazione dell’agricoltura italiana. E’ una miglioria anche l’uso di una semente suscettibile di rese più alte, o di
un composto chimico più idoneo al terreno in cui viene applicato. Occorre ridare alle
nostre lotte questa impronta sollecitatrice di una maggiore efficienza nella organizzazione della produzione. Per noi l’efficienza nell’uso della manodopera non può
essere un fattore a sé stante: quando lo è, essa diviene solo supersfruttamento e riduzione
dell’occupazione. Le ristrutturazioni in corso eliminano molto spesso impianti arborei o
colture orticole per passare a colture cerealicole estensive, con poca occupazione e basso
impiego di mezzi tecnici.
I problemi centrali della riconversione dell’agricoltura italiana sono costituiti, a
nostro avviso, dal passaggio da ordinamenti asciutti ad ordinamenti irrigui, dall’estensione ulteriore dell’ortaggio in campo e in serra, dal ringiovanimento
degli impianti arborei, dall’estensione della bieticoltura.
L’incorporamento dei risultati della ricerca scientifica nella produzione è una condizione
della riconversione così importante che ci fa dire che essa è ancora più importante della
pur grave questione della polverizzazione aziendale. Per noi, nel campo dei cereali, i problemi di fondo sono il miglioramento genetico e la buona coltivazione come condizioni
ambedue indispensabili per elevare le rese senza occupare altre superfici, anzi forse riducendole (almeno in pianura). Problema analogo poniamo per le foraggere avvicendate.
Gli interventi per l’irrigazione tendono, anche in questo periodo, a concentrarsi al Nord su
rifacimenti delle vecchie strutture e completamenti d’opere. Il Mezzogiorno vede un progresso lento delle canalizzazioni secondarie e terminali sicché grandi invasi rimangono
inutilizzati. Molte colture asciutte continuano inoltre ad essere collocate su terre già irrigabili. Noi abbiamo anche di recente ribadito che questa grande riconversione dell’asciutto irriguo dell’agricoltura meridionale è decisiva e non entra affatto in conflitto con le
nuove capacità produttive dei paesi del bacino mediterraneo, qualora si voglia pervenire a
rapporti di scambio basati sulla cooperazione, in un quadro di autonomia dell’agricoltura
e dell’economia europea e mediterranea rispetto agli Stati Uniti. Bisogna produrre più
ortaggi, riconvertire buona parte degli impianti arborei e spezzare la monocoltura. La
Padana, con il folle mito del “grande mare di mais verde”, ha fallito l’ipotesi di essere l’esclusiva area di produzione della carne, mentre la sua superficie destinata agli ortaggi è
semplicemente assurda rispetto alle grandi concentrazioni di popolazione.
Nel comparto bieticolo, per coprire il fabbisogno interno, dobbiamo investire a bietole
altri 106.000 ha specialmente nel Mezzogiorno. Considerando un impiego di manodopera
pari a 16 gg. per ettaro, possiamo realizzare 1.696.000 gg. pari a 6.821 posti lavoro solo
agricolo. Si avrebbe contestualmente la eliminazione del nostro deficit che nel 1975 è stato
di oltre 200 miliardi.
136
VIII
Per gli impianti legnosi, il 44% di vigneto ha oltre 20 anni; il 63% di questi impianti invecchiati è nel Mezzogiorno.
Certo è che questo quadro di esigenze – di buona coltivazione, di migliorie, di riconversioni – rende assai complessa la nostra esperienza o molto avanzati i nostri obiettivi.
L’ammodernamento dell’agricoltura, per noi, non è un fatto tecnico-produttivo a sé stante.
Di qui passa invece anche la trasformazione della condizione di lavoro, in termini di crescita professionale, la generalizzazione di capacità tecniche, la dinamica di qualifica. Di qui
passano l’accrescimento del numero dei tecnici, l’assorbimento dei giovani disoccupati
diplomati, il freno all’invecchiamento che uccide le prospettive del settore. Occorre dare
subito ben chiara questa consapevolezza alla categoria, che si appresta alla lotta per la conquista del Contratto nazionale di lavoro. La piattaforma spinge a fondo le richieste di nuovi
diritti nelle qualifiche, nell’organizzazione del lavoro, nell’ambiente, sul diritto allo studio,
sicché le richieste di poteri di intervento sugli investimenti, sulle risorse, sulle garanzie
annue di occupazione diventano il volano di una nuova condizione lavorativa e, insieme,
di una nuova agricoltura. Non è un caso che la piattaforma richieda anche l’unificazione
del Contratto dei braccianti e salariati con quello dei tecnici (dal quale la Federbraccianti
e l’UISBA sono slealmente escluse) nonché un secondo livello parametrale e retributivo
per l’operaio specializzato. Le lotte dell’ultimo anno ci hanno preparati a questa linea e a
questo confronto. Ci siamo mossi su più fronti: coi piani aziendali, sui piani di settore ed
anche per l’accesso alla terra richiedendola in affitto.
Ovunque gli agrari tendono a presentare piani colturali del tutto formali con ipotesi occupative bassissime e nessuna indicazione delle operazioni produttive normali e di trasformazione. Abbiamo realizzato esperienze di grandissima rilevanza: vertenze aziendali, ma
anche Assemblee comunali pubbliche per dare una risposta d’insieme agli agrari, su tutti i
piani comunali da loro presentati; oppure la lista pubblica dei lavori non fatti e da fare.
Vogliamo citare un solo risultato:l’Azienda Procaccini di Adelfia di Bari, che pagava a sottosalario e che teneva metà della terra del tutto abbandonata, è stata costretta a trasformare: scasso di un vecchissimo mandorleto, reimpianto di vigneto, frutteto e oliveto, una
stalla moderna e un capannone per la stabulazione cointeressando nel rilancio i piani pubblici previsti. E’ solo un esempio. Nasce da questa esperienza una delle principali richieste
del Contratto Nazionale: i piani colturali non possono essere solo piani annui, debbono
divenire piani pluriennali con indicazioni distinte sui lavori di buona coltivazione, di miglioria e di trasformazione previsti. Occorrerà pertanto mutare anche il
Modulo del Ministero del Lavoro che è troppo statico rispetto alle necessità di evoluzione
dell’agricoltura e del lavoro. Dove le aziende, premute dalle nostre lotte, non hanno accettato di condurre meglio le aziende, noi siamo venuti avanti chiedendo la gestione delle
terre con l’accensione di contratti di affitto. Sono sorti problemi molto complessi. Vi è
innanzitutto la questione delle Commissioni Prefettizie, che debbono essere costituite in
ogni provincia. La Commissione si è rivelata un formidabile strumento di confronto fra le
parti e di chiamata in causa del Ministero dell’Agricoltura. Noi abbiamo già conquistato
quattro delibere di assegnazione a Pordenone, Reggio Emilia e Lecce ed abbiamo in diver-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 137
VIII
se province le Commissioni convocate per esaminare le domande di concessione. Siamo
ben lontani da un impegno del Ministero dell’Agricoltura per accelerare la costituzione e
il funzionamento delle Commissioni: il Ministero subisce la pressione degli agrari.
Così, anche gli Enti di Sviluppo tentano di stroncare la nostra iniziativa contrapponendo i
braccianti ai contadini, procedendo a lottizzazioni affrettare che rompono l’unità interna
del movimento e immeschiniscono le nostre forti proposte per la conduzione comune tra
braccianti e contadini di grandi aziende unite, aperte – coi propri servizi – a tutte le aziende della zona. L’allargamento delle maglie poderali contadine, che per primi noi abbiamo
proposto, viene tentato dagli Enti solo là dove i braccianti si fanno avanti.
Il vecchio potere si aggrappa a leggi ispirate all’obiettivo politico della rottura e della divisione, pur di ostacolare un progetto nuovo di sviluppo e di ripresa. Ecco dunque che la
nostra lotta chiama in causa processi di riforma più generali, degli Enti di Sviluppo, del
potere legislativo e di programmazione da parte delle Regioni, di decentramento statale
con le Comunità Montane e con i Comprensori di Pianura mettendo a nudo il malgoverno
e la corruzione. Il conflitto mette in luce la crisi profonda che investe il Paese, le sue istituzioni, i vecchi criteri del potere. Sui Comprensori di Pianura, sono già state emanate sei
leggi regionali ma dobbiamo constatare criticamente che si tratta solo di Regioni del
Centro-Nord. Eppure, proprio nel Mezzogiorno, la creazione dei nuovo strumenti elettivi
di programmazione e di direzione dello sviluppo ha una urgenza tutta particolare. Le
nostre lotte debbono correggere rapidamente questa situazione e spingere ovunque perché si passi ai piani di zona. Anche i Piani pubblici di settore – prendiamo l’esempio del
Piano agrumicolo – non vanno avanti e sono utilizzati solo dagli agrari, quando viene meno
la certezza che essi si muovano dentro a piani zonali costruiti con le forme interessate.
Senza il piano zonale il contadino non fa il reimpianto, dato che così, almeno, il ritiro del
prodotto a prezzo AIMA è sicuro. Divengono così certi la distruzione del prodotto e il ristagno produttivo. Le Commissioni Intercomunali Sindacali debbono alimentare una vera e
propria politica di zona con obiettivi di sviluppo agro-industriale e certezze di occupazione annua che allarghino il numero di lavoratori a tempi indeterminato e oltre le 151 giornate. E’ concretamente possibile conquistare previsioni e impegni zonali di occupazione, così come richiediamo nella piattaforma per il Contratto Nazionale e così come
dovranno poi concretamente articolare i Contratti provinciali che, anche proprio per questo, rimangono un livello di contrattazione irrinunciabile.
La politica agro-industriale che vogliamo affermare può dare un colpo alla precarietà
del lavoro, integrando cicli di lavoro agricolo con cicli di lavoro industriale. Qui si tratta di
fare venire avanti progetti di sviluppo territoriali che, seppure con gradualità, avviino quello sviluppo che con i grandi poli industriali non si è avviato. Non si comprende come il
Tavoliere, che ha metano e terra e un grandioso invaso, non riesca a combinare queste tre
risorse slanciandosi in un suo progetto di trasformazione profonda. Sorge allora il quesito
se nella lotta nazionale per il Mezzogiorno, il movimento non disperda ancora un po’ troppo il suo sforzo generoso battendosi per acquisire impegni esterni di investimento
anche rilevanti, ma perseguendo complessivamente una ipotesi di sviluppo un pò generi-
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VIII
ca che non spinge avanti le potenzialità interne del Mezzogiorno. Per noi l’asse agroindustriale rimane decisivo e per portarlo avanti sono necessarie alcune scelte settoriali e
di intervento su grandi aree, concentrando su di esse tutto lo sforzo generoso del movimento.
Va pertanto rilanciata la vertenza con le Partecipazioni Statali. Una scelta verticale è e resta
la definizione normativa del conferimento all’industria alimentare di tutti i prodotti ortofrutticoli: qui si è già al confronto diretto con l’industria ma sul solo pomodoro e, in altra
sede, per la bietola. Ma altre scelte verticali non meno importanti sono la ristrutturazione
dell’industria alimentare, per immettere sui mercati esteri e nazionali prodotti conservati
che sarebbero perfettamente collocabili.
Sempre più urgente è un Piano chimico per l’agricoltura, date le nuove recenti possibilità
della chimica di aumentare e qualificare le produzioni.Anche per la meccanica vi sono problemi analoghi. Dell’edilizia, abbiamo già detto all’inizio. Il problema che la Federazione
CGIL –CISL –UIL ha posto, su nostra proposta, e cioè che una quota dei nuovi finanziamenti delle Partecipazioni Statali e della Legge sul Mezzogiorno siano destinati
ai settori industriali a monte e a valle dell’agricoltura, è dunque di grande importanza perché tenta di indirizzare la lotta nazionale del movimento sindacale per il
Mezzogiorno verso l’asse dello sviluppo agro-industriale. La concertazione dei piani di
investimento tra agricoltura e industria è uno dei volani della ripresa economica nazionale. Noi condividiamo infatti la tesi di coloro che sostengono che non bastano le alte tecnologie per uscire dalla crisi e che per ritornare in una posizione di sviluppo occorre mettere in movimento e in modo coordinato anche risorse medie e piccole. Questa linea
richiede una grande intesa intercategoriale nazionale sicché dal Mezzogiorno possano
venire avanti lotte e piani territoriali di sviluppo che incidano anch’essi sulla destinazione
degli investimenti nazionali, piegandoli verso il Mezzogiorno.
III
Queste proposte di sviluppo agricolo e agro-industriale, che scaturiscono dalla nostra
esperienza di lotta, pongono su basi diverse dal passato sia il confronto con il padronato
agrario che la linea di convergenze e di intesa con il mondo contadino.
Il problema ricorrente che ci viene prospettato quando noi poniamo problemi di sviluppo della produzione è, come è noto, quello degli sbocchi da dare a queste produzioni.
Questa obiezione trova un involontario riscontro nell’opinione pubblica che è profondamente scossa dai ripetuti fenomeni della distruzione delle produzioni. Non si può produrre per distruggere. Questo è certo anche per noi, anzi, l’abbiamo detto per primi. Ma da
questo interrogativo, che è ovviamente centrale, sorge in realtà la questione del mutamento della politica economica ed agraria europea e del passaggio ad una economia agricola basata sulla programmazione. E’ questo il nuovo terreno di confronto, in particolare con gli imprenditori capitalistici che vogliono mantenere il protezionismo comunitario e manifestano una totale indisponibilità a qualsiasi processo program-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 139
VIII
matorio che viene considerato lesivo della libertà e delle imprese. La Confagricoltura ha
manifestato una vera opposizione alle Regioni vagheggiando impossibili ritorni all’indietro, quando la politica agraria dello Stato, accentrata nel MAF, era da loro facilmente controllabile.
Anche le organizzazioni contadine, pur avvertendo tutti i limiti della politica comunitaria
e pur essendo tutte regionaliste convinte e non respingendo per principio processi programmatori pubblici, sono però portate dalle ricorrenti strettoie contingenti ad attribuire
più importanza al problema dei prezzi e al rapporto con il mercato rispetto ai grandi problemi delle trasformazioni agrarie ed agro-industriali. Indubbiamente, i rapporti con il mercato sono una componente di grande importanza nella determinazione dei cosi e dei ricavi delle aziende. Ma essi sono in ogni caso resi sicuri proprio dalla pianificazione delle
superfici destinate alle varie produzioni agricole e dalla politica di esportazione. La logica
delle distruzioni, coperte dai prezzi minimi di ritiro dell’AIMA, ha mantenuto nell’arretratezza le coltivazioni ortofrutticole, mentre invece proprio la ristrutturazione alla produzione può dare collocazione certa sui mercati e potere contrattuale con le industrie e con
la rete commerciale. E’ pertanto molto importante che il Comitato Economico e Sociale
Europeo, su proposta della delegazione sindacale italiana, abbia approvato un emendamento che respinge la richiesta del COPA (cioè del padronato agricolo europeo) di elevare i prezzi agricoli oltre i livelli proposti dalla Commissione. L’emendamento dice espressamente che la politica dei prezzi va finalizzata ad obiettivi programmatici di politica strutturale che favoriscano l’associazionismo agricolo, una più equa difesa alle produzioni
mediterranee della CEE e integrazioni ai piccoli coltivatori per aiutarne la evoluzione strutturale. La programmazione si impone dunque come un dato urgente ed ineludibile. Essa
deve essere il risultato non già di scelte imperative, imposte d’autorità sulle imprese, bensì
di scelte concertate tra la mano pubblica e le forze imprenditoriali attraverso i piani zonali, regionali e nazionali.
I sindacati, come hanno detto nei loro Congressi, ritengono che gli agricoltori abbiano
un ruolo come imprenditori e che debbano esercitarlo. Questo ruolo non può però derivare dal diritto di possedere ma dal loro impegno ad investire e a trasformare. Diana fa
un calcolo miope e perdente quando – come in questi giorni – invita i propri associati
a fare quadrato intorno alla DC per fare ritornare indietro grandi scelte riformatrici. Noi
ci rivolgiamo invece a tutte le forze politiche perché, di fronte agli elettori prima delle
elezioni, si impegnino nel Parlamento che sarà eletto a sviluppare tutte le iniziative
necessarie per la revisione della politica comunitaria e ciò non in una logica autarchica
bensì europea e aperta agli scambi e alla cooperazione con le grandi aree, specie dell’Est
e dei “paesi emergenti”.
Il movimento sindacale riconferma l’importanza dei piani agro-industriali regionali e della riforma degli strumenti di intervento. Abbiamo aperte in tutte le regioni le vertenze sindacali con le Giunte e l’esperienza in corso è di grande significato e concretezza. Con tutte le Regioni indistintamente il nostro rapporto è di piena autonomia e di
confronto aperto. La struttura dei bilanci di quasi tutte le Regioni non destina ancora all’a-
140
VIII
gricoltura una quota significativa delle risorse finanziarie regionali, ad eccezione della
Regione Emilia Romagna che stanzia il 40% del proprio bilancio. Nel riordino della spesa
pubblica, questo è un nodo di fondo.Anche i bilanci delle Amministrazioni Provinciali e dei
Comuni debbono compiere uno sforzo straordinario per rilanciare anche con interventi di
emergenza l’agricoltura. E’ assurdo che mentre la Provincia di Bologna stanzia il 14% del
suo bilancio la Provincia di Bari, di una grande area agricola cioè, stanzi lo 0,50%. Il rilancio dell’agricoltura richiede urgenti modifiche del funzionamento della pubblica
amministrazione, periferica e centrale. Di grande importanza è certamente la definizione dei Decreti di attuazione della legge n. 382, che, nel nostro campo, deve affermare
pienamente che la Regione è l’istituto portante della politica agraria statale. Il Ministero
dell’Agricoltura deve essere ridimensionato e raccordato agli altri Ministeri: delle
Partecipazioni Statali, dell’Industria, del Commercio per una politica agro-industriale concertata. Urge inoltre subito la riforma degli Enti di Sviluppo, che hanno ingenti forze tecniche capaci di dare un contributo immediato ai piani d’emergenza e alla pianificazione
zonale.
Ma la questione si pone con grande forza, e nell’immediato, anche per le aziende pubbliche che già operano nel settore agricolo e alimentare. Non è tollerabile che grandi aziende agrarie a partecipazione statale come la Maccarese siano di fatto messe a liquidazione,
né che le industrie conserviere a partecipazione statale, violando la legge, deleghino alle
associazioni dell’industria privata la propria rappresentanza nella trattativa professionale
del pomodoro, né che la FINAM non assolva con le sue strutture una politica di sviluppo.
Lo stesso dicasi per le aziende degli Enti di Sviluppo e pubblici. Il punto che allora va
acquisito, rispetto a questi comportamenti, è che le aziende pubbliche o a partecipazione statale non sono equivalenti a quelle private, ma diverse per la loro natura di strumenti di intervento diretto dello Stato nell’economia. Con questo non
vogliamo certo dire che debbono lavorare in perdita.Vogliamo dire invece che questa loro
“qualità” istituzionale pretende un loro ruolo positivo rispetto ai problemi della produzione, del rilancio dell’agricoltura e di sviluppo della occupazione, un loro rapporto con gli
strumenti della programmazione regionale e territoriale.
Su questa linea, del processo programmatorio in agricoltura, si debbono impegnare sempre più non solo i sindacati agricoli ma l’insieme delle forze sindacali, i Comuni e le
Province, le Regioni, le grandi organizzazioni contadine. Il padronato agrario deve comprendere che questo è il punto di passaggio obbligato se si voglio dare certezze alle imprese, se si vuole poter disporre di contributi pubblici che incoraggino l’investimento privato. Ciò non significa togliere libertà alle imprese ma, al contrario, incoraggiare i loro sforzi
e indirizzarli verso risultati di reddito aziendale e sociale.Anche il Sindacato, pur essendo
assertore convinto della programmazione, non intende in alcun modo rinunciare alla sua
autonomia di giudizio e di collocazione rispetto alle politiche della sfera pubblica, ma tale
autonomia non si difende chiudendosi con proposte pertinenti e con movimenti di massa
capaci di sostenere le cose giuste e di criticare quelle sbagliate.
Noi siamo del parere che ci sia un ritardo anche nei movimenti cooperativi e associativi
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 141
VIII
VIII
dei produttori. Il movimento cooperativo e associativo, bloccato dalle conclusioni della
riforma-stralcio degli anni ’50, ha rivolto i suoi sforzi negli ultimi anni più alle strutture di
conservazione e di trasformazione dei prodotti che all’associazionismo e alla cooperazione nella produzione. E’ oggi maturo invece un grande rilancio cooperativo e associativo
alla produzione, nelle riconversioni produttive dei settori strategici agricoli e nel recupero delle terre incolte. Ma per slanciarsi su questa linea, il criterio non può essere quello
della concorrenzialità, della cooperazione chiusa in se stessa e non aperta ai problemi della
zona, o di un uso delle produzioni meridionali funzionale alle cooperative di trasformazione insediate al Nord: il criterio deve essere quello di grandi strumenti unitari, di un forte
rapporto con i piani pubblici, di un grande aiuto alla ripresa del Mezzogiorno. Possiamo
annunciare qui, con piena soddisfazione, la decisione maturata nella Associazione
Nazionale Cooperative Agricole di insediare un grande pastificio nel Tavoliere della Puglia
per aiutare la specializzazione produttiva del grano duro pugliese e meridionale e per dare
potere contrattuale ai produttori contadini.Analogamente, tutte le vertenze aperte per la
terra e per la costruzione di cooperative di produzione debbono sapere di potere contare
sull’ANCA e sul CENFAC per la definizione dei piani di trasformazione e per la loro attuazione in una visione che unisce, senza concorrenze, le masse bracciantili con quelle contadine.
Il problema delle forze protagoniste del rinnovamento dell’agricoltura è stato posto dalle
masse bracciantili con le grandi lotte, che si sono mosse su una linea di sviluppo programmato ma qualificato dal controllo sociale. I braccianti hanno in sostanza offerto un
grande esempio a tutte le forze operanti in agricoltura perché prendano coscienza del loro
ruolo nazionale, non solo dei loro interessi individuali e contingenti. Su questa linea noi
intendiamo andare avanti nelle lotte immediate per il rinnovo del Contratto nazionale di
lavoro e per la vertenza con il governo. Sentiamo di avere tutta l’autorevolezza di rivolgere alle organizzazioni contadine un appello: ad una loro funzione positiva nei negoziati perché essi sono una sede qualificata per portare avanti nel Paese e con il governo quella politica di sviluppo dell’agricoltura, sulla quale la Federazione CGIL – CISL –UIL e le organizzazioni contadine hanno, proprio di recente, a grandi linee insieme convenuto. Da parte
nostra, non si tratta solo di riconfermare le forme di lotta differenziata e le rivendicazioni
della piattaforma che distinguono il settore contadino da quello capitalistico, ma di dar vita
a momenti di lotta comune con le organizzazioni contadine sui punti centrali della vertenza con il governo.
IV
Compagni,
occorre passare rapidamente all’organizzazione di un grande movimento di lotta. La “giornata” nazionale per l’agricoltura indetta dai sindacati agricoli e dalla Federazione; la “settimana” dal 5 al 10 aprile per il superamento della mezzadria e della colonìa; le tre manifestazioni regionali decise da un fronte assai largo per l’olivicoltura; le triangolari con le
142
Regioni e la Cassa del Mezzogiorno per l’irrigazione e i progetti speciali; i confronti con le
Regioni; i programmi di lotta per la vertenza del pomodoro; le migliaia di vertenze aziendali e zonali; la preparazione di massa alla lotta per il rinnovo del Contratto nazionale costituiscono primi momenti di iniziativa e di specificazione della nostra linea complessiva.
L’inizio della primavera riconduce pienamente la nostra categoria nello schieramento di
lotta dell’insieme del movimento sindacale.
La nostra linea ha bisogno di un sindacato nuovo, costruito sull’apporto di migliaia e
migliaia di delegati, di rappresentanti sindacali delle Commissioni zonali e di
Collocamento, di nuovi sindacati di settore, di una forte direzione dei Comitati regionali.
Ma la politica dello sviluppo agro-industriale richiede obbligatoriamente un’integrazione
delle nostre strutture sindacali con le strutture sindacali della classe operaia: nei Consigli
di fabbrica, ove debbono entrare, come al Petrolchimico di Brindisi, i delegati bracciantili
e colonici; nei consigli di zona, dove le nostre vertenze aziendali debbono completare le
vertenze aziendali industriali in una forte visione territoriale; nei Comitati agro-industriali
delle Federazioni CGIL-CISL-UIL, dove dobbiamo sapere esercitare il ruolo che la categoria
vuole esprimere nazionalmente sulle grandi vertenze decise a Rimini per una nuova politica dello sviluppo. Gli obiettivi ravvicinati della nostra lotta diventano pertanto:
1) conquista di un avanzato Contratto nazionale di lavoro;
2) impegnativi di occupazione annua per milioni di giornate di lavoro;
3) Piani nazionali per la zootecnia, l’irrigazione, la forestazione, la bieticoltura, per un investimento statale di almeno 4 mila miliardi in 5 anni aggiuntivi alle leggi di emergenza;
4) la destinazione alle industrie a monte e a valle dell’agricoltura di una quota dei finanziamenti previsti per le Partecipazioni Statali e per il Mezzogiorno e la concertazione
dei piani di investimento agricolo con quelli di queste industrie;
5) le leggi di superamento della colonìa, della mezzadria e sulle terre incolte e malcoltivate;
6) l’istituzione dei Comprensori di pianura e i Piani comprensoriali e di Comunità
Montana;
7) la revisione della politica comunitaria e dei piani nazionali di riconversione delle nostre
colture mediterranee: oliveto, vigneto, ortofrutta.
La proposta dell’On. La Malfa per un incontro con tutte le forze dell’arco costituzionale
per definire un programma di emergenza pare anche a noi opportuna, anche se deve essere chiaro che, per il rilancio agricolo, l’emergenza stessa non può che essere certezza di spesa e celerità di spesa, se essa vuole segnare l’avvio di una politica di lungo
periodo qualitativamente diversa da quella del passato.
L’autocritica dell’On. Zaccagnini che troppe giuste bandiere non sono state prese in mano
dal partito di governo bensì dal movimento operaio è una ammissione amara ma vera. La
nostra categoria, che pure è costretta dal malgoverno a cercarsi ogni giorno il lavoro, ha
infatti in mano la bandiera non di interessi meschini e di conservazione, ma nazionali e di
rinnovamento.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 143
1977
In febbraio gli studenti occupano l’Università di Roma. Luciano Lama, segretario
generale della Cgil, viene fischiato durante un comizio nell’Ateneo romano.
Le Br avviano la “strategia della tensione”: 7 morti, tra cui il vicedirettore de “La
Stampa” Carlo Casalegno, 40 feriti. A Milano il movimento studentesco crea una
cinquantina di centri sociali. 25 mila giovani partecipano al convegno sulla repressione
della società italiana a Bologna. Prime elezioni democratiche in Spagna. Visita del
presidente egiziano Sadat a Gerusalemme.
IX
“IL RAPPORTO DELLE LE FORZE GIOVANILI E CONTADINE CON LE ISTITUZIONI
PER UNA POLITICA DI INVESTIMENTI E DI PROGRAMMAZIONE”
(Intervento al X Congresso Federbraccianti, 5-8 maggio 1977)
Siamo in una fase politica molto difficile,“di transizione”, come l’ha definita il compagno
Rossitto nel suo rapporto. Si sono create condizioni nuove di avanzata ma c’è anche il
rischio di un contraccolpo se la situazione non si muove dallo stallo. Mi riferisco al rischio
di un attacco eversivo, ma occorre comprendere che esso viene preparato non solo con i
sequestri, le sparatorie, il terrorismo. L’eversione è anche preparata da quella potente bordata di critiche e di accuse che si riversano contro il sindacato e che tendono a ridurne il
prestigio e l’autorevolezza. C’è chi difende l’attacco al sindacato in nome della vivacità del
gioco politico e del ruolo primario dei partiti ma il fatto vero è, invece, che lo scontro di
classe si è fatto più acuto.Anche all’interno del movimento sindacale il confronto è diventato più acceso, e non solo con le componenti più moderate ma anche con coloro che,
essendosi liberati da poco dell’interclassismo, portano ancora nella lotta di classe quella
visione angusta, primitiva che Di Vittorio criticò al nostro Congresso del ’52. L’attacco si
concentra, da parte degli uni e degli altri, sulla linea di austerità che la Federazione Unitaria
ha adottato. “I sindacati non difendono più i lavoratori” – dicono alcuni –, “il sindacato
vuole un cambiamento troppo profondo” – dicono altri – . Credo che spetti proprio alla
nostra Federbraccianti, a ciascuno di noi, assolvere al compito di chiarire, di orientare e
non solo nelle campagne ma anche nelle fabbriche e tra le popolazioni. La nostra è infatti
una categoria che ha troppo sofferto per smarrire il senso dei valori di fondo, anche nelle
fasi difficili.
Noi siamo per la linea dell’austerità ed abbiamo tutta la autorità morale per chiederla.
L’indagine della Banca d’Italia sulla distribuzione della ricchezza mostra che l’86% dei salariati agricoli aveva, nel ’75, un reddito inferiore ai 2 milioni e mezzo. Nello stesso tempo la
spinta inflazionistica dal ’73 al ’75 aveva invece portato ancora più in alto tutti i redditi
oltre i 6 milioni. L’austerità per la giustizia dunque: ecco una prima funzione della linea di
austerità. Ci ritroviamo quindi perfettamente dentro la politica di difesa dei redditi bassi e
di tassazione dei redditi più alti, specie autonomi, perseguita dalla CGIL, e siamo completamente d’accordo che uno dei 5 punti indicati dalla Federazione Unitaria per gli incontri
col Governo sul nuovo programma riguardi la riforma fiscale.
In secondo luogo, l’austerità deve avere l’obiettivo del cambiamento. Vediamo in questi
giorni che l’Associazione Banche Italiane e la Finmeccanica hanno deciso aumenti individuali per impiegati e dirigenti per centinaia di migliaia di lire e in certi casi per milioni
all’anno. Ciò non riproduce solo disuguaglianza ma perpetua anche il vecchio modo di
governare. E’ il sistema clientelare di lusso, per il consenso degli strati alti. Si mette sotto
accusa la previdenza agricola poiché ci sono oggi meno soldi per l’assistenzialismo, ma il
vecchio sistema di potere non deve cambiare. Questi fatti vanno denunciati con forza: noi
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 147
IX
IX
dobbiamo fare manifesti pubblici; dobbiamo far pesare la critica e la autorità morale bracciantile. C’è bisogno di una maggiore incidenza del giudizio della nostra categoria sui fatti
che avvengono e che riempiono, in modo spesso contraddittorio e convulso, la fase di
transizione che viviamo.
Noi siamo portatori di valori inconfondibili, che non debbono essere conservati nel silenzio davanti all’attacco dell’avversario (sotto quale abito si presenti non importa) ma che
debbono essere portati in campo con vigore. Né ci deve fare effetto quella pur suggestiva
vernice di ideologia che da qualche tempo viene tanto divulgata: organizzata in realtà da
coloro che, avendoci per anni attaccato da destra, visto l’insuccesso oggi ci attaccano da
sinistra. La trattativa governo-sindacati sul costo del lavoro usata come prova di cedimento, ad esempio. Dobbiamo ricordare la forza, allora, di certi episodi nella nostra lotta.
Quello, ad esempio, dei panettieri bolognesi che nel duro inverno del 1954 dichiararono
“all’unanimità (meno di cinque voti contrari) di rinunciare a lire 25 per ogni quintale di
farina da essi panificata” per impedire l’aumento dei prezzi del pane. E’ così che il movimento operaio è diventato forza di avanguardia, capace di influire sull’intera società. E’
questa nostra immensa superiorità che oggi l’avversario vuole liquidare.
II
La finalità dell’austerità è il cambiamento e proprio per questo essa è una scelta di lotta,
difficile e contrastata.
Abbiamo dato, nei nostri Temi congressuali, una grande importanza al problema della spesa
pubblica che in agricoltura rimane dispersiva e complessivamente passiva, incapace di
organizzare l’investimento privato. Questa è la causa della disoccupazione e sottoccupazione, che è il problema fondamentale della nostra categoria. Occorre passare ad una politica di piano da parte dei poteri pubblici, aperta al controllo delle forze sociali. E’ su questo punto centrale che si snoda il confronto tra i partiti per un nuovo programma per il
Paese. Il movimento di lotta sta per realizzare su questa linea tre prime acquisizioni: il
Fondo per la riconversione industriale, il Programma quinquennale per il Mezzogiorno, la
legge nazionale per i settori agricoli più importanti (ortofrutta, zootecnia, irrigazione, forestazione) il cui iter parlamentare è stato avviato ieri l’altro. Il compagno Rossitto nel suo
rapporto ha indicato luci ed ombre di queste tre leggi di piano. Noi abbiamo qui la possibilità, per la prima volta, di fare venire avanti una politica intersettoriale agro-industriale e,
nello stesso tempo, di fare avanzare i programmi regionali e i Piani di zona, cioè la programmazione di base.
Per ciò che riguarda la politica intersettoriale agro-industriale, credo che dovremmo proporre alla Federazione Unitaria di formulare una proposta comune per la riconversione
dell’industria alimentare, collegata al Piano ortofrutticolo e zootecnico e agli incentivi
industriali straordinari del Mezzogiorno. Si rende pure possibile rivendicare dai grandi
colossi chimici un piano di produzioni legate all’agricoltura che siano indirizzate al mercato interno. Possiamo così impostare una linea comune, molto concreta, tra Valle Padana
148
e Mezzogiorno, tra fabbrica e territorio. Permettetemi qui di dire che la presenza del compagno Militello alla direzione della Federazione Chimici ci dà sicurezza, e stabilisce una
parentela tra le nostre due Federazioni.
Per ciò che si riferisce ai programmi Regionali e ai Piani di zona, dobbiamo rivendicare che
le Regioni li preparino anche prima che la legge nazionale per i settori agricoli sia approvata dal Parlamento, così non si creano vuoti e così si possono colmare anche certe insufficienze del disegno di legge stesso. Non si deve indugiare sui primi risultati conseguiti, né
sminuirli. Dobbiamo comprendere appieno la grande potenzialità di questa situazione.
Quando parliamo di “fase di transizione” parliamo in sostanza di una fase nella quale i vecchi
poteri vengono incalzati a un nuovo modo di governare e nella quale le forze del passato e
quelle dell’avvenire si misurano non su certe richieste economiche ma su certe riforme economiche, investendo così il problema della direzione dello Stato. Come deve esprimersi questo scontro? In altri Paesi,dove vecchi regimi corrotti sono caduti,la fase di transizione è stata
riempita da grandi manifestazioni di piazza, negli stadi, da grandi cortei nelle strade. Si è cioè
puntato sull’alternarsi di prove di forza,come via perché il vecchio cedesse il passo al nuovo.
L’esperienza però ormai insegna che per quella via si logorano forze, lo schieramento opposto non si influenza ma si irrigidisce e prima o poi si arriva all’impatto brutale.
Nella situazione tipica italiana, che si collega alle nostre tradizioni e al carattere articolato
su tutto il territorio nazionale della nostra grande forza democratica, le forme di iniziativa
e di lotta nella fase di transizione non possono che essere molto diverse. Esse devono partire dal basso, investire non solo le grandi città ma tutta la società, cioè anche le campagne
e le montagne, influire sulle istituzioni locali, rivitalizzare le istituzioni decentrate ed elettive. Esse devono sperimentarsi nella indicazione di proposte. E’ attraverso tutto questo
processo partecipativo che il movimento libera energie, prigioniere nell’altro blocco; preleva,
via via, ruoli di direzione dalle mani delle forze del passato; assicura il funzionamento delle
istituzioni, cambiandone però la natura e sposta, così, i rapporti di potere tra le classi.
Ritengo necessario sottolineare che, per il nostro lavoro, tutto questo non è preso dall’esterno, da questa o da quella strategia politica, bensì è connaturato alla linea di potere sindacale sulla quale ci muoviamo da alcuni anni, nonché al fatto che la riforma agraria non
potrà mai essere decisa per editto poiché è un processo che, per suo carattere intrinseco,
non può che essere costruito dal basso. Impegnare centinaia di migliaia di braccianti, forestali e coloni su questa linea è un contributo eccezionale al cambiamento. Concepire la iniziativa per piani di zona come un insieme di azioni che forniscono indicazioni di sviluppo; che sospingono la trasformazione agraria; che costruiscono l’arco annuo di occupazione; che indicano le industrie da impiantare, servizi civili da potenziare; che tengono
aperta quella spina pungente per l’agrario che è la contestazione dei piani colturali, dei terreni di riposi, abbandonati e malcoltivati per proporre la buona coltivazione, le migliorie
le trasformazioni. E questo insieme d’azioni, tutte semplici ma ricche di politicità, che la
nostra categoria deve mandare avanti. E’ per questa via che essa impara a dirigere la produzione e la società, non delegando nessuno e influendo sulle istituzioni sburocratizzandole e riformandole.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 149
IX
Certo che questo è un terreno di lotta politica ben diverso rispetto al passato anche recente, quando il peso del movimento operaio era minoritario, di opposizione frontale e si
esprimeva principalmente nella critica dura, nella capacità di resistenza davanti agli attacchi, nella fierezza davanti alla rappresaglia. Ma se è cambiato il terreno della lotta, ciò deriva proprio dal fatto che siamo diventati più forti.Apparentemente può sembrare che esso
richieda minor combattività. Sono profondamente convinta del contrario.
Cambiare la contrattazione sindacale per farla agire sugli investimenti e l’occupazione e
cambiare i caratteri dell’intervento pubblico vuole dire intervenire sulla riforma della economia e dello Stato. Ciò colpisce al cuore il vecchio sistema. Ecco perché è tanto importante l’indicazione di lotta che molti interventi hanno qui ribadito: esigere dalle Regioni la
conoscenza preventiva delle domande di finanziamento delle aziende, per esercitare il
nostro potere di controllo; organizzare subito centinaia di conferenze zonali di produzione, per forzare la elaborazione dei Piani di Zona e la costituzione e il funzionamento dei
Comprensori di Pianura e delle Comunità Montane. Dobbiamo comprendere che su queste due questioni, nei prossimi quattro anni, ci giochiamo molto del nostro ruolo politico
e della nostra condizione professionale.
Nel confronto tra le parti sindacali e padronali che ha avuto ruolo a Foggia di recente è
stato paventato, nel Documento dell’Unione Agricoltori, che la contrattazione sindacale
tenda a decidere la programmazione mentre invece il contratto di lavoro dovrebbe dare ad
essa solo “stimoli settoriali, contingenti, mediando le esigenze delle parti interessate”.
Questa impostazione non convince, anche se riconosce la necessità della programmazione. Che la programmazione non discenda dai contratti pare a noi in verità cosa ovvia. Essa
riguarda lo Stato. Ma lo strumento contrattuale non è per noi uno strumento corporativo,
dei datori di lavoro e dei lavoratori, da usare per premere sulle istituzioni. Il contratto, per
noi, sancisce proposte e vincoli di sviluppo produttivo e sugli investimenti e spazi di potere autonomo per le singole parti sociali. Per ciò che riguarda noi, non vogliamo cogestire
né le aziende né la programmazione bensì vogliamo esercitare il nostro ruolo autonomo,
di proposta e di controllo sulle scelte sia delle forze private che delle istituzioni.Al di fuori
di questa visione si va alle lottizzazioni degli interventi, che è uno dei punti più criticabili
del vecchio sistema di potere, con la compromissione dell’autonomia sindacale. Ciò vale a
nostro avviso anche per le organizzazioni contadine e cooperative, più esposte di noi al
rischio della lottizzazione. Da parte di queste forze, esempi di un rapporto deformato con
la programmazione non mancano.
La nostra organizzazione è molto impegnata per l’istituzione per legge dei Comprensori e
perché i Piani Nazionali di settore siano basati sulla pianificazione zonale. Scontiamo però
ancora pesanti ritardi da parte delle Regioni a legiferare e a promuovere interventi per
programmi, cioè non dispersivi.Vogliamo sottolineare che noi non pensiamo ad un carattere imperativo dei piani zonali ma neppure ad una pianificazione zonale senza poteri. Essa
deve indicare ordinamenti colturali che non sono vincolanti per i privati che ma che lo
diventano in caso di concessione di finanziamenti pubblici, assumendo così il piano un
carattere non solo propositivo bensì operativo. Lo stesso dicasi nel caso della creazione di
150
IX
grandi strutture produttive di soli privati ma finanziate dalla mano pubblica o, a maggior
ragione, di strutture miste.Anche nel caso di strutture pubbliche, o di aziende pilota, o di
infrastrutture come quelle irrigue l’intervento pubblico diviene diretto e quindi operativo.
Questa, per noi, è l’area politica nei piani di zona e su questo nei prossimi anni il confronto
si farà sempre più serrato. Se ne vedono già i segni; la discussione sul carattere della nostra
economia sta crescendo, tra economisti, politici, sindacati, imprenditori. Noi siamo perché
l’economia privata sia orientata da una volontà pubblica democratica, siamo cioè – come
ha detto Rossitto nel suo rapporto – perché l’economia di mercato sia orientata da indirizzi e da scelte della mano pubblica. E’, questo, uno dei grandi temi della fase di transizione che viviamo e noi dobbiamo comprendere che questo è un grande campo di lotta.
Noi abbiamo sottolineato anche nei nostri Temi congressuali la nostra totale autonomia
dalle Amministrazioni Comunali e qui riconfermiamo questa linea. Ma il fatto che oltre la
metà dei Comuni superiori ai 5.000 abitanti e che un terzo dei Comuni sotto i 5.000 abitanti siano diretti dalle forze della sinistra non ci lascia indifferenti, specie nel
Mezzogiorno, ove l’impetuosa democratizzazione di tanti Comuni, il 15 giugno 1975, ha
costituito una delle gioie più grandi della nostra vita di militanti. Non ci lascia indifferenti perché, da questi Comuni, da tutti i Comuni noi oggi vogliamo un intervento attivo nella
costituzione dei Comprensori, delle Comunità Montane e dei piani agricoli, scandagliando
a fondo la vecchia pratica assistenzialistica, municipale, chiusa ai grandi temi dell’uso delle
risorse e del controllo. Bisogna che i Comuni vengano appropriati dalle forze produttive,
e in particolare dai contadini e dai braccianti, per fare venire avanti una proposta di sviluppo e di democrazia che abbia carattere di massa. Di questo abbiamo assoluta necessità.
Il Congresso ha criticato duramente la politica perseguita dal Ministro dell’Agricoltura,
indicandone i contenuti negativi. Essa è una politica di esasperato privatismo. Sulle terre
incolte e malcoltivate, ad esempio, il Ministero dell’Agricoltura vuole escludere dall’intervento dei lavoratori e delle istituzioni tutta l’area del malcoltivato, sostenendo che poiché
siamo in una economia privata, non si deve tener conto delle indicazioni delle istituzioni
bensì delle semplici leggi del mercato. Ecco che viene così dato un colpo al ruolo dei piani
di zona, pur affermato nella legge di recepimento delle Direttive Comunitarie, e a tutta la
strategia del pieno uso delle risorse. Ma altri soprassalti privatistici, a spese della collettività, vengono su altre decisive questioni. Penso alla richiesta degli agrari, espressa di recente, di finanziare col contributo statale anche tutte le opere di sistemazione superficiale del
terreno là dove si è eseguita la bonifica idraulica. C’è un tentativo, cioè, di scaricare sullo
Stato spese e funzioni che attengono squisitamente alla proprietà, al profitto privato, all’impresa, in modo ancora più consistente che nel passato, e senza vincoli. La riflessione torna
così al tema centrale dello sviluppo programmato e controllato. Per noi, non può esservi
dubbio che la categoria nostra debba lavorare, nei prossimi anni, perché venga avanti tutto
il sistema delle deleghe ai Comuni e il loro accordo nei Comprensori sicché avanzi un
nuovo modo di governare. La nostra sarà una iniziativa capillare e insistente. Potrà sembrare che così essa abbia caratteri un po’ volontaristici, dato che anche nel movimento
operaio i livelli di base delle istituzioni e delle risorse potenziali sono ancora molto igno-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 151
IX
IX
rati. Allora noi verificheremo, di frequente, come l’articolazione dal basso debba, con
coerenza, essere racchiusa in più complesse e sempre meglio definite politiche nazionali.
Ma rimarremo ostinati – dobbiamo rimanere ostinati – sull’articolazione di base. Siamo
infatti sicuri che questa articolazione dal basso può impegnare grandi masse bracciantili e
contadine, emarginate nella lotta per un diverso sistema di governo, e dare alle campagne
un ruolo politico di primo piano nella lotta nazionale.
III
Gli incontri che hanno avuto luogo negli ultimi due anni tra la Federazione unitaria e le
Organizzazioni contadine sono un segno chiaro di un processo di crisi del vecchio blocco
agrario. Non possiamo tuttavia ritenere che questa crisi si consumi in modo automatico.Vi
è tutto un insieme di intrecci economici che condizionano i contadini ad una posizione
subalterna e difensiva di interessi immediati. La questione che si pone è invece proprio
quella che le masse delle campagne siano protagoniste del processo di rinnovamento di
cui il Paese ha bisogno. Bisogna, in altre parole, evitare che le città siano per la svolta e che
le campagne vi siano invece trascinate o passive. Ciò dipende in gran parte dalla capacità
della classe operaia di elaborare una proposta di rinnovamento non solo urbana – ma che
coinvolga direttamente anche le campagne -, e di farla conoscere e verificare alle organizzazioni contadine in incontri che debbono divenire permanenti. Noi non proponiamo alle
Organizzazioni contadine un nuovo blocco operaio-contadino. Questo deve essere chiaro
a tutti. Noi proponiamo una via di autonomia alle singole forze, all’interno però di un disegno generale di trasformazione che abbia due punti fermi: lo sviluppo programmato e i
controlli sociali. Il vecchio blocco di potere non può essere sostituito da un nuovo blocco
bensì da una articolazione ricca, delle forze sociali e delle istituzioni, che dia a ciascuno
autonomia e che consenta verifiche reciproche. E’ per questa via che cresce la responsabilità sociale delle varie forze produttrici.
Credo che certe politiche che il sindacato ha perseguito negli ultimi anni abbiano una
grandissima rilevanza nell’orientamento contadino. Non mi riferisco solo alla nostra scelta
di considerare centrale la combinazione agro-industriale nel nuovo modello di sviluppo
per il quale ci battiamo, ma anche la decisione dell’ultimo anno di una lotta alle spinte salarialistiche e di una preminenza alle rivendicazioni attinenti gli investimenti. Si dà così una
risposta alla vecchia accusa secondo la quale la lotta operaia è responsabile dell’impoverimento contadino. La riflessione viene così indirizzata verso il nodo di fondo: la politica
di abbandono dell’agricoltura, il conseguente costo nefasto delle importazioni, l’inflazione
che ne deriva con connessi aumenti dei costi di produzione e quindi i nuovi livelli di spoliazione del reddito contadino. E’ questo cerchio che va spezzato! E questa consapevolezza avvicina i contadini alle politiche sindacali. La politica della CGIL sui salari fa cioè cadere grossi equivoci e riporta il discorso ai temi di fondo, del modello, del ruolo dell’agricoltura e delle sue forze e rende più credibile l’invito al settore contadino di riorganizzarsi,
uscendo dai limiti di politiche assistenzialistiche, contingenti, difensive.
152
Nei prossimi anni verranno avanti fatti nuovi che avranno una ripercussione ampia sulla
vecchia struttura bonomiana e che apriranno una strada al confronto tra le organizzazioni
contadine e al rapporto tra contadini e lo Stato. Mi riferisco allo scioglimento delle circa 8
mila mutue contadine, con la riforma sanitaria, già in discussione, la quale introdurrà le rappresentanze contadine e quelle dei lavoratori nelle strutture gestionali, rompendo il ghetto e la separazione. Mi riferisco ai 4 mila punti di vendita dei Consorzi Agrari e alla
Federconsorzi che la riforma dell’AIMA, già in discussione, non può non affrontare. Sono
articolazioni di base, capillari, del vecchio edificio bonomiano e del vecchio blocco agrario che la spinta in avanti del Paese ha rimesso in discussione dalle fondamenta. Non possiamo non ricollegare a questi processi aperti la propensione che l’ala più avanzata della
Coldiretti esprime per gli strumenti di base della programmazione, come abbiamo visto
anche questa estate in sede di stipula del nostro Contratto nazionale. E’ a questi strumenti di base che essa ora guarda, aprendosi così una fase in cui non credo che verranno meno
tutte le antiche propensioni al collateralismo, alla gestione separata degli interessi contadini e alla cogestione col potere pubblico, specie là dove la D.C. ha ancora posizioni monolitiche. Ma mi pare che però nella Coldiretti siano in netta crescita le forze che vedono
nella programmazione una certezza rispetto a quelle che vedono in essa un limite della
libertà di iniziativa. C’è una ricerca di apporto e di partecipazione che, anche se talora
espressa in modo discutibile, va considerata nuova rispetto al vecchio sistema dei feudi
separati.
Dobbiamo capire la grande politicità di questi processi, capirli bene e per tempo. Non è
senza significato che la Confagricoltura, davanti ad essi, rivendichi a se stessa il “ruolo di
organizzazione agricola a vocazione generale” nella quale – come ha affermato il 28 aprile
il suo nuovo Presidente – “lo spazio più consistente ed in espansione è occupato dalla
impresa familiare che abbia conseguito o che stia per conseguire la soglia dell’efficienza”.
La Federbraccianti – come forza di lavoratori dipendenti e come comparto del movimento sindacale – deve quindi proiettarsi con più energia verso il mondo contadino, incoraggiare la Costituente Contadina come contributo all’unità di tutte le forze contadine, rapportandosi alla Coldiretti in incontri costanti ed avere collegamenti di massa capillari con
le forze contadine. Cardini centrali del nostro lavoro sono i piani intersettoriali di riconversione agro-industriale e i piani di zona, il lavoro comune nelle Commissioni intercomunali sindacali e per un loro rapporto autonomo con le istituzioni. Grandissima rilevanza dovrà essere data, anche al prossimo congresso della CGIL, a tutto il nodo dell’agricoltura contadina e del Mezzogiorno di fronte all’ingresso di nuovi paesi dell’area mediterranea nel MEC, ingresso che pone al movimento sindacale grandi problemi di politica non
solo agricola ma anche industriale.
Per ciò che si riferisce al rapporto con il padronato agrario, la linea esposta dal Presidente
Serra in questi giorni per il confronto con il movimento sindacale, certamente non la rifiutiamo. Anche nei nostri Temi abbiamo prospettato questa linea. Rimane sempre da tenere
presente, però, che il padronato agrario ha per molto tempo, ed anche di recente, rotto più
volte la legge umana fondamentale: quella del diritto alla vita e ciò in difesa accanita dei suoi
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 153
IX
IX
privilegi. Se la Confagricoltura ci offre oggi un confronto è perché il peso dei lavoratori non
è più quello di un tempo. Ma proprio per questo, nelle condizioni di oggi, diventano intollerabili le violazioni contrattuali e delle leggi, l’attacco al collocamento, le evasioni contributive. Non siamo neppure sicuri di poter dire che posizioni antidemocratiche non possano riemergere, nel padronato agrario, se la situazione politica dovesse involvere. Per ciò che
ci riguarda, il movimento dei lavoratori delle città e delle campagne ha tutto l’interesse di
avere, nelle campagne, non già dei feudatari e degli agrari bensì degli imprenditori. Per questo noi lavoriamo, convinti di contribuire a consolidare la democrazia nel paese.
IV
Abbiamo detto nei Temi e nella relazione che la FISBA ha come fondamentale preoccupazione quella di impedire l’evoluzione del quadro politico. Non c’è dubbio che è così. Ma il
fatto è che oggi il quadro politico fermo non può rimanere: o va avanti o va indietro. E se
va indietro, rischiano di essere compromessi quei pilastri dell’antifascismo che la FISBA
stessa dice di voler difendere. In questo sta allora il terreno nuovo e l’area comune, a noi
e alla FISBA, sulla quale dobbiamo insieme far leva per superare le difficoltà e le riserve.
Noi non vogliamo annullare le diversità che sappiamo esistere. Ma le specificità non vanno
utilizzate per legittimare la divisione, bensì possono essere un arricchimento ed una garanzia dell’unità sindacale organica. Questo è stato il richiamo fatto da questa tribuna dall’amico Puleio, Presidente delle ACLI-Terra, che non a caso il Congresso ha sottolineato con
un grande applauso. Ci sono, del resto, delle tradizioni nel pensiero cattolico bracciantile
e contadino che non sentiamo molto lontane dalle nostre. La minoranza CISL fa spesso un
richiamo all’“esperienza dei cattolici popolari impegnati nel sociale”. Giova ricordare allora che una guida morale di quell’impegno è costituita da quella Enciclica il cui decennale
è stato celebrato in questi giorni – la Populorum progressio – che critica duramente “la
proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto, senza limiti né obblighi sociali corrispondenti”. E’ un ammonimento non molto diverso da quello espresso
dalla Costituzione repubblicana, base comune per tutte le forze che si richiamano all’antifascismo. Si deve quindi alzare il livello del rapporto tra Federbraccianti, FISBA e UISBA,
alla base ed ai vertici, e ricercare con la forza del confronto le vie di una più rapida avanzata della categoria.
Una delle caratteristiche delle masse agricole è sempre stata quella di rivolgersi ai partiti
per chiedere protezione, sottolineando la propria subordinazione alle forze dirigenti e
organizzate.Tratti di questa natura sono ancora presenti largamente nelle masse agricole
del nostro Paese. Di qui, il valore dell’indicazione dei nostri Temi congressuali – ripresa da
Mezzanotte – di organizzare permanentemente il confronto diretto tra i sindacati bracciantili e i partiti politici ove non chiedere protezione bensì coerenze, non presentare petizioni bensì proposte di programmi per incalzare gli schieramenti politici. Anche in tal
modo si contribuisce a rafforzare l’autonomia di classe che è una delle condizioni decisive per l’unità sindacale organica.
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E’ certo che i compiti che escono dal Congresso per la nostra Organizzazione propongono una sua qualificazione profonda. Queste linee politiche, che abbiamo definito in questi
anni con la elaborazione e con la lotta e che trovano l’apprezzamento del movimento sindacale e di larghe forze esterne, al punto a cui siamo richiedono un cambiamento: da una
partecipazione costruita sulla spontaneità e sulla presenza di massa solo durante le lotte,
ad una partecipazione costruita su nuovi poteri permanenti di intervento e di controllo,
che possono fare di noi una forza dirigente della vita nazionale, capace di dire qualcosa di
serio nei Consigli unitari di zona, capita e seguita dalla grande massa dei giovani e degli
studenti. A questo impegno di rinnovamento sono chiamati innanzitutto gli organi che
eleggeremo, ma anche ciascun compagno, ciascuna compagna.
Noi rappresentiamo nel Paese una grande forza sottoccupata che sa però costruire coi
lavoratori occupati, dell’agricoltura e dell’industria, una strategia comune di avanzata. Noi
e gli operai possiamo rappresentare, allora, un esempio e una guida per tutte le forze che
questa società disgrega ed umilia. Questa funzione noi la dobbiamo fare emergere e rendere irreversibile nei prossimi Congressi confederali, nelle lotte e subito.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 155
X
“L’AGRICOLTURA AL CENTRO DEL PROCESSO DI RIPRESA ECONOMICA”
(Intervento al Congresso della Federazione dei lavoratori agricoli della Germania
Federale, autunno 1977)
Cari amici,
la Federbraccianti CGIL vi ringrazia sentitamente per l’invito a prendere parte al vostro
Congresso. Noi attribuiamo infatti una grande importanza alla conoscenza delle esperienze che si svolgono negli altri paesi e al rafforzamento delle relazioni fra tutti i sindacati dei
lavoratori agricoli.
Ci è molto gradito ricordare che il vostro Segretario Generale Willy Lojewski, su invito di
tutti i sindacati agricoli italiani, ha avuto modo, nel maggio ’76, di prendere contatto con
la nostra realtà agricola nazionale e di essere informato sulla forza sindacale e sulla volontà antifascista, unitaria e combattiva dei lavoratori agricoli italiani.
Il dibattito che si sta svolgendo nel vostro Congresso ci consente di attuare un confronto
fra la condizione dei lavoratori agricoli italiani e la vostra. Certamente, il fatto che nella
Repubblica Federale Tedesca non vi sia il problema drammatico che l’Italia ha, cioè la disoccupazione e la sottoccupazione agricola, configura un tipo di azione sindacale che ha
delle differenze di rilievo. In Italia tutta la nostra azione è permanentemente caratterizzata dall’iniziativa di lotta per gli investimenti in agricoltura, per piani di trasformazione e di
rinnovamento dei principali settori produttivi, per il recupero delle terre incolte, per nuovi
rapporti tra agricoltura e industria, per poteri di proposta e di controllo dei lavoratori e dei
sindacati. Sono queste le vie attraverso le quali può essere portato a soluzione il dramma
della disoccupazione e può essere aperta la prospettiva di una stabilità di lavoro agro-industriale nelle campagne italiane.
L’avanzamento della condizione dei lavoratori agricoli italiani è intimamente legata a problemi non di semplice redistribuzione del profitto ma a problemi strutturali, di crescita dell’accumulazione agricola e di maggiore spazio per i veri protagonisti dell’agricoltura quali
i salariati e i contadini. Proprio in queste settimane, le azioni sindacali condotte negli ultimi anni realizzano alcuni importanti risultati poiché nella recente “intesa programmatica”
fra tutti i partiti democratici figurano precisi impegni circa gli investimenti in agricoltura,
l’impostazione di nuovi rapporti con l’industria alimentare, l’eliminazione di alcuni contratti agrari di tipo feudale, il recupero delle terre non coltivate. Questi nostri primi successi debbono essere resi irreversibili dalla mobilitazione dei lavoratori in tutti i centri agricoli, per piani zonali di sviluppo che impegnino le strutture di base dello Stato. In questo
modo la nostra azione diviene una grande leva sia per lo sviluppo economico che per la
democratizzazione della struttura statale.
Riflettendo tuttavia sul nostro lavoro, noi constatiamo purtroppo che, nel dibattito economico e sindacale che si svolge in Italia e nei paesi industrializzati dell’Europa, la delicatezza e l’importanza del problema agricolo ed in particolare la questione della condizione del
lavoratore agricolo in questi paesi non ha il necessario rilievo. In Europa si discute della
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 157
X
condizione dei giovani, delle donne, della condizione degli operai dei settori industriali ma
assai poco si discute della condizione delle lavoratrici e dei lavoratori agricoli. Sembra
quasi che questo problema non abbia più rilevanza e che la condizione dell’operaio agricolo, nell’epoca moderna, sia un problema importante solo in quelle aree mondiali ove
non si è ancora avviato il processo di industrializzazione. E’ una deformazione grave perché le questioni dell’isolamento rurale, dei dislivelli culturali rispetto alle città, della sottoccupazione (e in certe grandi aree europee anche della disoccupazione cronica) sono
problemi che riguardano, seppur in modo differente, i lavoratori agricoli di tutti i paesi
europei all’Ovest e all’Est. Partendo da questa constatazione, Raffaele Bonino, Segretario
Generale della UISBA e vice Presidente dell’EFA, che all’ultimo momento non ha potuto
essere qui suo malgrado, ha formulato la proposta di uno scambio di idee su questo importante problema fra le rappresentanze sindacali agricole europee affiliate alle diverse centrali sindacali. E’ infatti un aspetto negativo che, mentre il ruolo dell’agricoltura riemerge
come uno dei punti della crisi della economia europea, scarsissimo rilievo abbia la condizione di lavoro e di vita dei lavoratori agricoli la cui evoluzione è invece un aspetto di
primo piano del rilancio dell’agricoltura.
Sulle questioni della politica agraria nell’area comunitaria l’EFA ha avuto il merito di proporre per prima al Consiglio dei Ministri della CEE la convocazione di una Conferenza tripartita che veda impegnati i sindacati agricoli, i governi e i datori di lavoro nell’esame della
riforma della politica agricola comunitaria. Su questa proposta dell’EFA ci sono stati importanti pronunciamenti. Ci riferiamo all’ordine del giorno in tal senso approvato dal
Parlamento italiano che ha fatto propria la proposta dell’EFA, ci riferiamo al fatto che la
Confederazione Sindacale Europea ha approvato questa iniziativa dell’EFA assumendola
come propria; e anche il Comitato Economico Sociale della CEE ha chiesto la convocazione della Conferenza Tripartita. A questo punto del nostro lavoro, riteniamo quindi necessario che l’EFA sviluppi tutta una iniziativa rinnovata sul Consiglio dei Ministri della CEE
perché si arrivi alla convocazione della Conferenza proposta. I motivi che rendono quanto mai valida questa iniziativa dell’EFA sono noti: le contraddizioni esistenti all’interno
della PAC; le insufficienze del potenziale produttivo agricolo europeo che rendono dipendente questa area da altre aree, in modo macroscopico specie per talune produzioni; l’esistenza di un rapporto tra agricoltura ed industrie collegate del tutto insufficiente e negativo per l’agricoltura. Ma a questi motivi, per così dire tradizionali, si aggiunge anche l’ingresso ormai prossimo nel MEC di alcuni paesi del Bacino Mediterraneo nei quali la lunga
lotta popolare ha portato alla liquidazione dei vecchi corrotti regimi fascisti: Spagna,
Portogallo, Grecia. Su questo problema non manca chi sostiene che l’allargamento del MEC
a questi paesi sarebbe positivo, perché all’interno della CEE si creerebbe una nuova dislocazione dei rapporti di forza che toglierebbe poteri ai paesi del Nord Europa per darlo ai
paesi del Sud Europa. Noi pensiamo che questa valutazione sia insufficiente e non del tutto
corretta. Essa riecheggia una concezione dei rapporti fra gli Stati ancora basata sulla legge
del più forte e dei contrappesi, mentre invece bisogna andare ad un nuovo ordine internazionale delle vicende economiche, basato sulla solidarietà, sulla integrazione delle eco-
158
X
nomie attraverso regolari programmi comuni da definire negli organismi supernazionali. Il
nostro sindacato guarda quindi positivamente all’ingresso di Spagna, Grecia e Portogallo
nel MEC, innanzitutto come ad un fatto di sviluppo della democrazia politica in Europa –
questi sono tre paesi riconquistati ad un avvenire democratico! – ed in secondo luogo
come ad una grande occasione per uscire da visioni anguste, eurocentriche, incapaci di
dare una risposta ai grandi problemi del sottosviluppo dei paesi arretrati dell’Africa che
oggi, come non mai, si presentano sulla scena con forza e autorità sollecitando nuove relazioni internazionali.
I sindacati agricoli, nella evenienza delle elezioni del Parlamento europeo, non debbono
perdere l’occasione di arricchire il dibattito che si svilupperà con questi nostri grandi problemi relativi alla condizione dei lavoratori agricoli dell’Ovest e dell’Est europeo, alla politica agraria europea, alle relazioni che debbono essere stabilite tra l’Europa e i paesi del
Terzo Mondo.
Cari amici, l’ampio campo di problemi che ci accomuna richiede una stretta intesa con i
sindacati operai dell’industria per eliminare le posizioni corporative e per unire tutto il
mondo del lavoro sugli obiettivi primari dello sviluppo economico e dell’occupazione, per
un cambiamento profondo della società in cui viviamo. Il cambiamento: questa è la parola
che è sulla bocca di milioni di giovani in tutto il mondo ed è significativo che lo sia proprio nei paesi a più alto sviluppo economico. Ciò significa che questo tipo di sviluppo
economico crea acute contraddizioni e inquietudine, non è capace di dare ai giovani uno
spazio reale per esprimere la propria personalità. Questa spinta al cambiamento che viene
dai giovani non deve rimanere isolata, pena l’affermarsi di forme di lotta sbagliate e letali
per la democrazia. Questa spinta va invece raccolta allargando le basi della democrazia in
tutta l’Europa. E ciò dicendo il movimento operaio si riconferma come forza di avanguardia della società moderna.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 159
XI
“POLITICA DI PIANO E RICONVERSIONE INDUSTRIALE”
(Intervento alla Conferenza stampa Federbraccianti, Fisba e Uisba, 23 novembre 1977)
Per decisione comune, i colleghi Sartori e Bonino illustreranno le richieste che con lo
sciopero di domani avanziamo alle Regioni e sui problemi previdenziali. Spetta a me, invece, esporre le richieste che avanziamo al Governo e alle controparti private.
Chi ha letto il comunicato di proclamazione dello sciopero di domani può rilevare come
il punto centrale dell’azione di lotta sia costituito dalla questione degli investimenti. Il confronto con il Governo dura precisamente dal 4 luglio 1974, quando esso si impegnò ad
investire in agricoltura 3.834 miliardi da concentrare in prevalenza su alcuni piani nazionali di settore. Considerammo allora quell’impegno come una novità perché per la prima
volta si accoglieva la proposta sindacale di passare da una politica degli investimenti a
pioggia ad una politica degli investimenti pianificati. Dopo di allora le controspinte e le
resistenze ad attuare quelle novità sono state fortissime tant’è che, per provvedere all’emergenza, sono stati emanati negli ultimi tre anni interventi tamponatori come il
Decretone del ’75 e il rifinanziamento di vecchie leggi esaurite. Si sono susseguite svariate proposte e progetti di piani di settore e il sindacato non ha mancato di intervenire su
di essi con proposte concrete, sostenendole col movimento di lotta. Ma solo nell’ultimo
anno, tuttavia, – ed anche per le spinte impresse da una importante convergenza tra i
Partiti democratici – la scelta di investimenti pianificati è entrata in una fase di maggiore
concretezza sino ad assumere la forma precisa di un disegno di legge che, come è noto, va
sotto il nome di “quadrifoglio” riguardante la zootecnia, l’ortofrutta, l’irrigazione, la forestale ed altri. Ma anche su questo disegno di legge si è espressa, nel recente dibattito svoltosi alla Camera, la resistenza accanita del ministro del Tesoro, del ministro Stammati, sull’ammontare dello stanziamento, resistenza poi superata dato che alla Camera ha, come è
noto, approvato il disegno di legge con le quantità di investimenti concordate nella “intesa programmatica”. Si pone quindi una prima questione: quella che il quadrifoglio passi
rapidamente al Senato e venga approvato nel testo licenziato dalla Camera affinché sia
posto termine al valzer dei progetti e dei disegni di legge che non si traducono in leggi
operative. Se si vuole che le Regioni, sin dal ’78, possano avviare i programmi di settore,
che compongono i piani nazionali, occorre che il senato approvi il quadrifoglio entro
dicembre.
Ma la questione degli investimenti che la Federazione Federbraccianti – FISBA – UISBA
pone al centro dello sciopero di domani ha qui solo un primo nodo. Un secondo nodo, di
eccezionale importanza, risiede nella richiesta di correlare gli investimenti agricoli con gli
investimenti industriali previsti dalla legge di riconversione industriale. Il Ministero
dell’Agricoltura ha calcolato che gli investimenti previsti per il piano agricolo-alimentare
svilupperanno una domanda di mezzi tecnici pari a 20 mila miliardi di lire. E’ una cifra
imponente, ma l’approccio del Governo al problema degli investimenti indotti dalla spesa
in agricoltura ci pare gravemente generico. Noi riteniamo che i rapporti intersettoriali non
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 161
XI
possano essere lasciati alla spontaneità. La domanda di mezzi tecnici che scaturirà dall’investimento agricolo potrà, se non sarà diretta, produrre fenomeni inflazionistici a tutto
danno in primo luogo dal reddito contadino.
D’altra parte, si tocca qui uno dei nodi più importanti della riconversione qualificata dell’industria italiana. Conosciamo tutti la crisi profonda che investe l’intero comparto dell’industria alimentare, ed in particolare le aziende pubbliche operanti nel settore, per l’assenza assoluta di programmi di produzione e di conferimento contrattati; i comparti agricoli dell’industria chimica stanno subendo gravissimi processi di smantellamento in ragione di scelte produttive sbagliate, che hanno favorito una penetrazione sempre più massiccia di prodotti di importazione; la meccanica agricola è in una situazione di stallo per la
saturazione di macchine semplici cui sono giunte le aziende, mentre la meccanizzazione
complessa è bloccata dall’assenza di processi di ricomposizione fondiaria e di nuova organizzazione delle aziende.Vi sono qui tutte le ragioni per avviare una politica di piano che
non lasci alla spontaneità i rapporti tra i settori, specie fra quelli che sono decisivi per il
superamento del dualismo Nord-Sud e città-campagna. Per noi sindacati agricoli, come
abbiamo messo in luce nella presa di posizione assunta in vista dello sciopero dell’industria del 15 novembre u.s., le scadenze indicate dalla recente legge sulla riconversione
industriale sono un punto di passaggio ineludibile di una nuova politica per l’agricoltura.
Ci riferiamo alla scadenza del 21 gennaio ’78 che impegna il CIPI a stabilire i settori e le
attività per le quali si ritiene necessario uno specifico quadro programmato di interventi;
ci riferiamo al 22 maggio ’78, data entro la quale il CIPI deve approvare, per ciascuno dei
settori e delle attività indicati, i programmi di comparto “coordinati con i programmi degli
altri settori economici”, come afferma la stessa legge di riconversione industriale.
La nostra risposta al Documento della Confindustria – che rilancia il vecchio modello industriale, oltretutto costruito su basi più ristrette – è dunque questa: avviare piani integrati
agro-industriali per guidare la riconversione industriale e la crescita dei settori e delle aree
a bassi livelli di produttività e a scarso sviluppo. Bisogna comprendere che non si avrà una
nuova politica agraria se non si avrà una nuova politica industriale. La politica agraria non
è infatti decisa solo e tanto dagli investimenti su di essa convogliati bensì dalle ragioni di
scambio con l’industria. Se il “quadrifoglio” si accompagnasse semplicemente al vecchio
modello industriale, rimarrebbero inalterati – anzi si aggraverebbero – i vecchi meccanismi
di sottrazione di ricchezza dai settori e dalle aree più deboli da parte di quelle più forti.
L’esperienza che invece ci viene proprio anche dalla crisi dell’industria è il dimostrare che
se ne può uscire solo se si passa da una produzione di beni di consumo per un mercato
interno arretrato e assistito ad una produzione di beni di investimento per un mercato trasformato e reso propulsivo.
Certo è che una politica programmata agro-industriale richiede un intervento forte ed
incisivo delle istituzioni, degli organi della programmazione nazionale, delle Regioni, dei
Comprensori, degli stessi vecchi Enti. Scontiamo oggi una difficoltà di quelle istituzioni,
cui solo di recente sono stati dati tutti i poteri loro spettanti secondo la Costituzione, e un
rilassamento persino dell’attività tradizionale da parte dei vecchi apparati burocratici. E’
162
XI
tipico di questa difficile fase di transizione dal vecchio al nuovo che comincia ad affacciarsi un disorientamento degli ingranaggi dei vecchi sistemi di direzione. Voglio portare
un esempio. In preparazione della Conferenza Nazionale governativa sul piano agro-alimentare, si è svolta il 17 e 18 u.s. la Conferenza delle Regioni del Nord. Essa ha avanzato
importanti modifiche alla proposta Marcora, indicando le correzioni proprio sui rapporti
con l’industria e sullo sviluppo intensivo dell’agricoltura meridionale. Ebbene: la replica
imbarazzata che è venuta dal Ministro non ci garantisce per nulla che egli voglia accogliere quelle autorevoli correzioni. Nella lotta tra il vecchio e il nuovo, la questione agraria si
carica dunque di grandi significati di riforma delle istituzioni, cioè di democrazia. Rispetto
a queste spinte di qualità e all’urgenza di dare risposte al Paese, il governo ha tollerato per
oltre 16 mesi l’assurdo bisticcio tra Ministero dell’Agricoltura e Ministero del Bilancio sul
piano agro-alimentare. In questa situazione, il padronato agrario porta ad un limite minimo, intollerabile, l’investimento privato, si sottrae agli obblighi contrattuali più corretti
quali quelli che si erano instaurati anche nelle campagne prima dell’esplodere acuto della
crisi. In particolare, il collocamento subisce una degradazione massiccia di cui portano
responsabilità congiunta il Ministero del Lavoro e le grandi aziende.
Questi accenni fatti alla posizione del padronato agrario ci portano a ribadire che, per il
sindacato, ad una politica di investimenti settoriali ed intersettoriali deve corrispondere
una nuova politica del lavoro che blocchi l’esodo, punti all’avanzamento delle classi più
giovani, organizzi il collegamento fra cicli di lavoro agricolo e cicli di lavoro industriale e
sia di sostegno ad una organizzazione interaziendale della produzione contadina. E’ semplicemente ridicolo che Marcora affermi che in agricoltura sono aumentati di 200.000
unità gli addetti, dato che si tratta di un rigonfiamento artificioso delle liste del collocamento causato dalla crisi, come è dimostrato dall’aggravarsi massiccio della sotto-occupazione e dal calo degli operai fissi.
Anche il padronato agrario deve riflettere sull’impulso che può derivare alle aziende da
indicazioni di piano espresse dalla mano pubblica. Ribadiamo che la programmazione in
agricoltura non deve essere né imperativa né coercitiva, bensì propositiva e che deve essere utilizzata la leva del finanziamento pubblico per incoraggiare le aziende ad assumere
come valide le indicazioni della programmazione, a definire le quali le forze sociali debbono essere chiamate, in modo autonomo, a partecipare. Il nodo non risolto dal padronato agrario del suo rapporto con la programmazione, la sua difficoltà a cimentarsi su un terreno nuovo di confronto democratico, ha un riflesso diretto sul comportamento del governo che, in materia di patti agrari e di recupero delle terre malcoltivate, subisce le pressioni più retrive. Non è accettabile che il contratto agrario più iniquo e vessatorio, quale quello colonico, venga stralciato dalla proposta di riforma sui patti agrari. Non è pensabile che,
in materia di terre malcoltivate, si definiscano tali solo le aziende che non raggiungono il
30% della produzione media della zona, perché ciò significa che si legittima lo spreco del
70% delle risorse. Non è accettabile che i giovani che organizzano cooperative – e che
proprio per questo sono tra la parte più coraggiosa e sana della gioventù – non ricevano
alcun aiuto. Se nelle città, la crisi di una parte della gioventù si caratterizza con folli atti di
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 163
XI
terrorismo politico e di delinquenza mascherata da motivazioni ideologiche, nelle campagne siamo davanti all’aumento dei furti, dei taglieggiamenti, della delinquenza comune.
Ebbene: ai giovani che chiedono le terre incolte e malcoltivate, i TAR rispondono con la
sospensiva delle assegnazioni decise dalle Commissioni prefettizie. E’invece proprio grazie
a questa spinta che in centinaia di posti i proprietari sono stati costretti ad arare le terre e
ora il movimento preme perché si passi ai piani di coltivazione.
Nel grande confronto aperto nel Paese tra chi vuole il nuovo e chi resiste sul vecchio, il
sindacato ha scelto da tempo da che parte stare e – pur nella delicatezza di un quadro politico complesso e difficile – mantiene i suoi impegni davanti ai lavoratori ed al Paese.
L’elaborazione e la lotta bracciantile indicano che le forze ostili al nuovo possono essere
battute se si superano i particolarismi, i corporativismi, i velleitarismi per insistere, con
tutto l’accanimento necessario, su priorità qualificate e su criteri rigorosi. Lo sciopero di
domani è quindi un contributo alla chiarezza.
164
1978
Secondo governo monocolore di Giulio Andreotti. In febbraio si svolge il congresso
nazionale della Cgil all’Eur. Il 16 marzo la Brigate rosse sequestrano Aldo Moro.
Il 9 maggio il suo corpo senza vita viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 in via
Caetani, a Roma. Peppino Impastato viene assassinato dalla mafia. Sandro Pertini viene
eletto Presidente della Repubblica. In maggio la legge sull’aborto diviene finalmente
legge di Stato. Sale al soglio pontificio Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II. Viene istituito
il Sistema Sanitario Nazionale ed approvata la “legge Basaglia”. Stati Uniti e Cina
annunciano l’avvio di normali relazioni diplomatiche. Approvata la nuova Costituzione in
Spagna. Nasce Louise Brown, la prima bambina in provetta. Ermanno Olmi gira
“L’albero degli zoccoli”.
XII
“PER LO SVILUPPO DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE IN AGRICOLTURA”
(Intervento alla riunione dell’UISTAFP, Mosca 1 giugno 1978)
Cari compagni,
nella riunione del Bureau dell’UISTAFP del dicembre ‘77 la delegazione italiana annunciò di
aderire alle osservazioni espresse dalla CGIL sull’impostazione del Congresso della FSM e di
condividere il comunicato della CGIL in cui si faceva riferimento all’eventualità di mutamento dei rapporti organizzativi con la FSM. Sulla base degli sviluppi che il dibattito ha avuto successivamente, dopo ampia discussione, il Consiglio Generale della CGIL, riunitosi a Roma i1
14 e 15 marzo c.a., ha approvato un ordine del giorno col quale si è deciso di sciogliere con
effetto immediato il rapporto organizzativo di associato alla FSM. Nel contempo, il Consiglio
Generale della CGIL ha approvato una modifica dell’art. 3 del proprio Statuto, aggiunta, che
recita così:“La CGIL ricerca ed intende stabilire rapporti di cooperazione sindacale e con le
organizzazioni sindacali internazionali rappresentative aventi una base mondiale o regionale”.
La motivazione di tale decisione è ampiamente nota ma ne vogliamo qui richiamare il punto
essenziale: l’inadeguatezza della FSM ad affrontare, con una strategia incisiva e con un grande
sforzo di riaggregazione del movimento sindacale mondiale, i complessi problemi della disoccupazione nelle aree non solo industrializzate ma anche in quelle sottosviluppate, dello sviluppo e della cooperazione fra le diverse regioni del mondo, della liberazione dei popoli e dei
diritti dei singoli, della distensione, del disarmo e della pace.Abbiamo anche messo l ‘accento
sulle valutazioni acritiche e sempre rosee che la FSM ha dato e dà sul ruolo del sindacato nei
paesi del COMECOM. La Segreteria nazionale della Federbraccianti condivide tale valutazione
e tale decisione del Consiglio Generale della CGIL e ci ha dato il mandato di comunicare qui
la decisione di scioglimento del nostro rapporto organizzativo con la UISTAFP.
Coma già affermammo a Parigi, noi riteniamo che la nostra Unione – in generale anche le
altre – ha manifestato difetti meno rilevanti rispetto a quelli evidenziati nel lavoro della
FSM. L’UISTAFP ha in generale avuto una visione non ristretta dei rapporti internazionali
sindacali ed è stata sensibile, e in modo non formale, agli sforzi unitari fatti nel vari Paesi.
E’ altresì vero, però, che anche la UISTAFP non è riuscita ad influenzare la FSM e a farla
evolvere e che le linee complessive della FSM non sono tali da sorreggere e far sprigionare la capacità di iniziativa della UISTAFP.
Abbiamo sinceramente sperato dall’ottobre 1977 (quando a Budapest si riunì l’Esecutivo
della FSM) che, attraverso il dibattito, potessero essere superate le difficoltà. Ciò non è
stato. Di qui la nostra decisione. Ci duole, in particolare, che si siano confermate divergenze nell’elaborazione dei documenti di orientamento generale per il IX Congresso della
FSM, che la Carta dei diritti dei lavoratori e dei sindacati abbia espresso una visiona assai
riduttiva sui diritti dei popoli e dei singoli fissati nei trattati internazionali e che non si sia
avviato un processo di revisione dello Statuto, che avrebbe resa inequivocabile la volontà
di rinnovare la FSM e di camminare verso l’unità.
La struttura della FSM è tale da rendere incompatibile la nostra presenza in essa con le ana-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 167
XII
lisi e con le politiche della CGIL e del movimento sindacale italiano. La nostra decisione di
scioglimento del vincolo organizzativo é stata ampiamente motivata. Ma deve essere chiaro che noi non romperemo la rete di rapporti bilaterali, la collaborazione sia con la FSM
sia, per quanto sta in noi, con la CISL e con la CMT. Saremo osservatori impegnati in tutte
le iniziative alle quali saremo invitati e coltiveremo con grande cura tutta le possibilità di
essere noi stessi promotori di iniziative e di rapporti di cooperazione sindacale mondiale
o regionale. Non è nostra intenzione operare per una nostra affiliazione a livello internazionale, sostitutiva di quella da cui ci sciogliamo. Infatti, noi lavoriamo per il rinnovamento e per la ristrutturazione del movimento sindacale mondiale nella sua interezza, sviluppando una posizione autonoma che auspichiamo venga con sempre maggiore impegno
portata avanti dall’intera Federazione CGIL-CISL-UIL. E’ pure noto che la CGIL ha proposto
alla FSM di ristrutturarsi in modo da concorrere a promuovere un Forum Internazionale
aperto, che divenisse sede di confronto e di incontro senza vincoli preordinati di tutti i sindacati dei vari paesi. Con questo spirito aperto noi siamo al lavoro.
Come sapete, la CGIL aderisce alla CES in forza non solo di motivi geografici, m anche storici, culturali, di concezione del ruolo del Sindacato. Proprio in questi giorni, dopo una
paziente opera di mesi, è stato definito dal Comitato Esecutivo dell’EFA un documento
sulla riforma della politica agricola comunitaria componendosi così le divergenze che si
erano manifestate fra i sindacati dei paesi del Nord della CEE e i sindacati dei paesi del Sud
della CEE. E’ un risultato di indubbio rilievo, che è stato anche facilitato dalla organizzazione di una giornata di lotta dei lavoratori europei, promossa dalla Confederazione
Europea dei Sindacati e attuata il 5 aprile u.s.. Si è trattato del primo sciopero unitario del
lavoratori dell’Europa comunitaria. Strategie unitarie e lotte unitarie: ecco la nostra linea!
Ma il nostro orientamento esclude nel modo più categorico una visione eurocentrica.
Abbiamo ben presenti i grandi drammi mondiali, ed in particolare i nodi del sottosviluppo, e le grandi lotte per l’indipendenza nazionale che si agitano nel continente africano
proprio in questi giorni e in altre aree mondiali.
Dopo la Conferenza del Bacino del Mediterraneo svolta a Damasco nel novembre del ‘77
sta per essere convocato il Comitato preparatorio permanente. Due gruppi di lavoro sono
stati costituiti rispettivamente per i problemi della riforma agraria per i problemi delle condizioni di lavoro.Attraverso queste attività il ruolo della Conferenza si qualifica, passa dalla
ritualità alla operatività e esalta l’impegno sindacale sui problemi cruciali dell’occupazione e dell’autonomia dai singoli governi.
Stiamo facendo ogni sforzo perché si pervenga ad una Conferenza della CEE con i paesi
mediterranei per affrontare i problemi dell’integrazione economica fra tutti i paesi sviluppati e sottosviluppati dell’area mediterranea. Bisogna veramente allargare gli orizzonti e
operare al massimo per il superamento dei vecchi steccati. La proposta dal Sindacato dei
lavoratori agricoli ungheresi di convocare una riunione europea sui problemi comuni dai
lavoratori agricoli d’Europa è stata da noi esposta all’EFA. L’EFA, in forza di un articolo dello
Statuto peraltro messo in discussione dall’Italia al Congresso di Londra, si è orientata a non
aderire ufficialmente alla proposta ungherese.Consideriamo però molto positivo il fatto che
168
XII
sia il Presidente dell’EFA Hubrects che il Vice Presidente Bonino abbiano dichiarato di essere disposti a partecipare alla riunione europea proposta dal compagno Dobi. E’, questa, una
occasione importante per accostare l’esperienza sindacale dei paesi socialisti europei con
quella dei paesi capitalisti europei, per conoscerci, per fare cadere pretestuosi motivi di
separazione che non consentono ai lavoratori agricoli europei,cioè di un’area altamente sviluppata, di pesare a sufficienza nella ricca vita sindacale di questo continente.
Compagni,nel corso di un recente “colloquio internazionale”che ha avuto luogo nel marzo u.s.,
promosso dalla Fiera di Verona,presenti i più autorevoli esponenti della CEE,noi abbiamo posto
l’accento sull’importanza della Conferenza sulla riforma agraria indetta dalla FAO poiché,abbiamo detto,essa non potrà ignorare la spoliazione sistematica dei paesi del Terzo mondo da parte
delle multinazionali.Alla conferenza mondiale della FAO l’Europa si deve presentare con atti
concreti,da compiere sin d’ora,capaci di arrestare la pratica seguita in tutti questi anni di spendere migliaia di miliardi per distruggere le cosiddette eccedenze o per sostenere prezzi che
sono più che doppi rispetto a quelli del mercato mondiale. Con una realtà di questo tipo,
l’Europa non potrà né superare i dislivelli di produttività rispetto agli Stati Uniti,né inserirsi con
onestà in una politica di cooperazione mondiale verso i paesi in via di sviluppo e sottosviluppati. Noi vogliamo qui dire ai compagni africani, indiani, dell’America Latina che in vista della
Conferenza sulla riforma agraria del 1979 noi opereremo in Italia, anche con iniziative aperte a
personalità autorevoli e impegnando anche i grandi sindacati dell’industria, per portare in
primo piano le grandi questioni della sviluppo squilibrato tra i vari continenti, fra città e campagna e per approfondire le cause di questa realtà,cioè per sviluppare una forte coscienza antimonopolistica e di concreta cooperazione internazionale. L’Italia ha grandi tradizioni internazionalistiche che noi siamo orientati a sviluppare sempre più, specie tra i giovani.
Il terrorismo fascista e la strategia della tensione che noi abbiamo conosciuto in questi
anni, il terrorismo che pretende di essere il segno opposto e che nelle ultime settimane ha
insanguinato l’Italia puntano a disgregare lo Stato, ad annullare la partecipazione popolare, a liquidare il terreno della democrazia che è il terreno essenziale per l’avanzata del
movimento dei lavoratori e per lo sviluppo di tutte le potenzialità democratiche della
Resistenza e dell’antifascismo italiano. Queste manovre sono tipiche delle fasi nelle quali
sono all’ordine del giorno grandi mutamenti nella direzione politica del Paese. Occorre
rispondere non solo garantendo la vigilanza e l’intervento continuo del movimento ma
anche allargando, nella coscienza delle masse lavoratrici e dei giovani, la consapevolezza
dei grandi nodi storici maturati a livello mondiale, che debbono essere affrontati non con
fughe mistiche o con processi di individualismo e di disgregazione corporativa, bensì con
la razionalità, con la crescita di una coscienza collettiva, con la selezione rigorosa ed impegnativa per tutti delle piattaforme rivendicative, dando la precedenza assoluta ai problemi
del diritto al lavoro e dei diritti dei singoli e dei popoli verso nuove regole di civiltà.
Siamo qui quindi anche per dire che, se saremo invitati, noi seguiremo con interesse le iniziative della UISTAFP in vista della Conferenza mondiale sulla riforma agraria dando tutto
il nostro modesto ma convinto contributo.
Buon lavoro, compagni!
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 169
1979
Nuove elezioni anticipate in Italia. Le Brigate rosse uccidono Guido Rossa, operaio
all’Italsider di Genova e delegato sindacale Cgil. Entra in vigore il Sistema Monetario
Europeo. Le truppe sovietiche invadono l’Afghanistan. Margaret Tatcher diventa il nuovo
primo ministro britannico. Per la prima volta un paese comunista, la Polonia, riceve la
visita di un Papa. Saddam Hussein prende il posto del presidente iraqueno Hasan al-Bakr.
Madre Teresa vince il Pulitzer per la pace. In Cambogia cade Pol Pot e il governo dei
khmer rossi. L'Ayatollah Khomeini guida la rivoluzione iraniana e sale al potere.
Esce l’album “The wall” dei Pink Floyd. Italo Calvino pubblica “Se una notte d’inverno
un viaggiatore”.
XIII
“BILANCIO E PROSPETTIVE DELLA LOTTA”
(Conclusioni al Comitato Centrale Federbraccianti, 25 gennaio1979)
Compagni,
io ritengo che queste conclusioni debbano essere dedicate prevalentemente a una verifica di quello che abbiamo fatto fino ad ora e anche alla scadenza delle cose che dobbiamo
fare nell’immediato futuro, in quanto le valutazioni sulla situazione politica, sul Piano triennale, sugli incontri triangolari delle Regioni meridionali sono valutazioni che hanno, da un
lato confermato, dall’altro arricchito le cose che Domenico aveva presentato nel rapporto
di questa mattina.
Io credo innanzitutto, compagni, che dobbiamo riflettere ancora sullo sciopero del 15 gennaio. E’ uno sciopero che noi abbiamo perseguito con accanimento, vincendo anche delle
resistenze che si erano determinate dentro lo schieramento bracciantile. Sono del parere
che vada confermato il giudizio complessivamente positivo che è stato dato nella relazione, ma che debba essere proseguita nelle nostre istanze periferiche una valutazione attenta dei risultati locali.
Noi abbiamo avuto un successo politico indubbio che è costituito dal fatto che, per la
prima volta direi da sempre, abbiamo avuto il comizio di Bari che, impegnando direttamente le tre Organizzazioni nazionali, è venuto ad assumere il valore di emblema di un
invito all’unità tra i tre sindacati agricoli. Questo è un elemento positivo che noi dobbiamo verificare a livello periferico, perché sappiamo che a livello periferico momenti di
asprezza, per la divisione delle piazze, per la rotazione degli ortatori, si sono determinati,
e che invece, alla luce dell’evento che vi è stato – perché così possiamo definirlo – nel
comizio di Bari, dobbiamo saper prevenire nelle prossime scadenze di lotta nazionale e
locale fenomeni di tensione che sarebbero del tutto negativi.
Un altro elemento su cui va attentamente riflettuto, prendendo al riguardo anche delle
decisioni operative, si riferisce alla presenza dei lavoratori di campo e di stalla che nel
mese di gennaio, il 15 di gennaio, erano al lavoro. Io condivido il giudizio secondo il quale
ancora una volta il salariato di campo è stato più presente nell’azione di sciopero, anche
se ovviamente vanno fatte delle verifiche (il compagno Lama di Ravenna dava delle informazioni, Leoncini di Forlì; si tratta appunto di province anche molto vicine, e quindi la
ricerca si svolge su un terreno più omogeneo, anche per ciò che attiene la nostra forza
organizzata), mentre invece una caduta ancora consistente della nostra tensione rivendicativa si riconferma nel campo dei salariati di stalla. Negli sviluppi che le nostre vertenze
nazionali avranno è indispensabile il recupero di questa forza. Credo pertanto che, in
modo particolare per la Padana irrigua, noi abbiamo bisogno di andare a una riunione con
le Camere del Lavoro, anche a livello regionale, per ciò che si riferisce alla Lombardia e al
Piemonte, per prendere tutte le misure anche organizzative che coinvolgano le Camere del
Lavoro e i sindacati operai, nell’obiettivo di avere, nel corso dei prossimi scioperi, la presenza assicurata di una parte consistente dei lavoratori fissi di stalla. Credo che noi dob-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 173
XIII
biamo sviluppare questa riflessione dentro ai nostri organi, non limitandoci alle Segreterie
provinciali e regionali, ma investendo i Comitati Direttivi, quindi associando i responsabili di zona e i compagni che nei Comitati Direttivi rappresentano in via diretta le grandi
aziende.
Vi sono state, nel corso dello sciopero del 15, anche alcune manifestazioni di impegno non
totale sull’area complessiva dei nostri territori provinciali; in altre parole, Organizzazioni
provinciali che hanno concordemente deciso di fare agire lo sciopero solo in certe zone.
Non c’è dubbio, compagni, che questa è una cosa che deve essere superata nel corso dello
sviluppo del movimento. Non è sciopero provinciale uno sciopero che investe solo una
zona rispetto a tre o quattro che risiedono nel territorio provinciale.
Complessivamente, credo che si possa dire che noi abbiamo avuto, anche là dove le gelate e il maltempo hanno impedito alle corriere di raggiungere i posti dei concentramenti,
vivacità e tensione nei Comuni, che stanno a dimostrare un dato che poi si è rivelato pienamente nel corso delle manifestazioni , quello cioè di un rapporto positivo fra i lavoratori e le Organizzazioni sindacali, un rapporto non incrinato, anche se è un rapporto più problematico, con lavoratori che pongono delle questioni – un compagno giustamente ha
fatto questo richiamo – che è molto promettente per ciò che si riferisce anche al ritmo
delle azioni di lotta che noi dovremmo sostenere nelle prossime settimane e mesi.
Domani verrà emesso dalla Federazione Unitaria un comunicato sullo sciopero del 2.
Dobbiamo sapere che la definizione dello sciopero terrà conto anche del quadro politico
complessivo e, quindi, probabilmente anche dei risultati degli incontri che fra i partiti della
maggioranza domani avranno luogo, e, nel caso che pare ora il più probabile di una conferma dello sciopero generale del 2, l’indicazione deve essere quella di assicurare come
categoria una grande presenza nostra nei comizi, con cartelli, con striscioni, con parole
d’ordine, con cortei anche di lavoratrici braccianti che entrano nei cortei generali e nei
raduni di piazza, migliorando decisamente, sotto questo profilo, anche gli aspetti di propaganda che stanno diventando molto importanti nel corso delle nostre manifestazioni
pubbliche, non foss’altro perché la televisione le riprende con più ampiezza che nel passato. Per quello che si riferisce invece allo sviluppo delle prossime settimane del nostro
lavoro, io farò delle riflessioni collegate unicamente ad un concetto, che è il seguente –
quello che è stata fatta da un compagno e che io condivido completamente – di una forte
debolezza tuttora perdurante nella nostra iniziativa articolata.
Il compagno Pancaldi diceva che la relazione di Solaini gli era sembrata una Firenze 2, ed è
una definizione pertinente, nel senso che, nel momento in cui si sono aperte grandi vertenze nazionali – mi riferisco a quella contrattuale con i padroni e a quelle con il Governo
per le questioni dei piani di settore – non vi è alcun dubbio che tutti gli elementi richiamati
al Convegno di Firenze circa la piena vitalità dei nostri organi di intervento sindacale, di partecipazione e di controllo acquistano oggi un’importanza eccezionalmente rilevante.
Non credo, compagni, che noi potremo, nei prossimi mesi, puntare solo su una mobilitazione della categoria intorno a grandi scioperi nazionali, che pure dovranno esserci.
L’andamento attuale delle trattative, che già abbiamo avuto, conferma che, mentre ovvia-
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XIII
mente sarà necessario ricorrere all’azione di sciopero, diviene essenziale la nostra capacità, in queste settimane e in questi mesi, di accompagnare le trattative con una rinnovata
azione di gestione degli strumenti, per i quali noi chiediamo dei perfezionamenti nei poteri di intervento e delle nuove tematiche da mettere alla base della loro funzionalità. Noi
abbiamo deciso una certa strategia di movimento quando abbiamo approvato la piattaforma contrattuale e la piattaforma presentata alle Regioni. La strategia di movimento che noi
decidiamo fu esattamente quella di lavorare per degli scioperi regionali, che abbiamo fatto
in modo particolare nel Mezzogiorno – Sicilia, Calabria, Puglia, Campania – di lavorare per
uno sciopero nazionale – che abbiamo fatto appunto il 15 di gennaio – e di lavorare per
l’apertura di una vertenza collaterale con le Regioni che ponesse con grande forza le adempienze che le Regioni, come propria funzione istituzionale, devono assolvere in materia di
collegamento fra politica degli avvenimenti e politica del lavoro. Decidemmo anche, nel
corso di quella scelta, che avremmo dovuto operare due rotture di primo piano che facessero testo a livello nazionale e che potessero essere utilizzate in tutti i confronti regionali.
Scegliemmo l’Emilia, in modo particolare, per lo sviluppo dell’occupazione, in connessione ai finanziamenti emiliani collegati alla 984, e scegliemmo orientativamente la Toscana
per ciò che si riferiva all’obbligo dei datori di lavoro di presentare i piani di coltivazione
nel momento in cui fanno domanda di finanziamenti. Noi abbiamo acquisito nelle ultime
settimane, attraverso la trattativa con queste regioni, due risultati importanti, che sono stati
richiamati nella relazione e anche in qualche intervento: una previsione di aumento dell’occupazione di 1 milione e 600 mila giornate in Emilia alla fine dell’applicazione della
984, la delibera della Giunta toscana secondo la quale i datori, le imprese che chiedono
finanziamenti debbono collegare alla domanda di finanziamento la presentazione del
piano colturale. Ma è chiaro, compagni, che questi primi risultati realizzati a livello delle
Regioni, che acquisiamo a livello istituzionale, debbono essere visti da noi in funzione di
impugnarli per essere più forti nei risultati che dobbiamo acquisire a livello del confronto
col padronato privato. Non c’è dubbio alcuno che il milione e 600 mila giornate
dell’Emilia, per diventare una cosa reale, deve essere assunto come impegno delle aziende
nel momento in cui i finanziamenti della 984 entrano in circolazione. E non è così automatico, tra una previsione di aumento fatta a livello di istituto regionale e scelte delle singole aziende, che questa corrispondenza, molto importante, possa poi esservi. Abbiamo
quindi bisogno di capire che, nel momento in cui vanno completati, il più rapidamente
possibile, gli incontri con le Regioni per realizzare risultati su questa linea in tutte le regioni, in modo particolare in quelle del Mezzogiorno, nel momento in cui completiamo la
tenuta e lo sviluppo della cosiddetta vertenza collaterale aperta con le Regioni, viene rilanciato a noi un momento di conflittualità, di negozialità con la sfera privata che acquista,
nel contesto delle trattative nazionali, un’importanza primaria.
Noi abbiamo avuto, compagni, un primo ciclo di trattative che io non esito a dirvi di grande interesse, un primo ciclo di trattative a livello nazionale con la Confagricoltura e le
Organizzazioni contadine che sta sicuramente all’altezza di una piattaforma, quale quella
che abbiamo definito, che ha fatto tesoro, giustamente, di tutti gli spazi e le potenzialità che
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 175
XIII
si sono venuti ad aprire con le prime leggi di piano. Un confronto, quindi, molto sostenuto
molto documentato, un confronto che vede anche positivamente impegnati tutti e tre i sindacati su una linea complessivamente unitaria, non concorrenziale, in cui c’è spazio per
tutti, ci sono ruoli per ciascuno, e in cui la pressione sulle delegazioni padronali fino a questo momento si esprime con grande capacità di tenuta da parte delle Organizzazioni sindacali. Credo che la sezione sindacale farà bene a formulare nei prossimi giorni una circolare
anche informativa, dettagliata alle nostre Organizzazioni provinciali.
Ma io voglio qui richiamare il succo essenziale di questi primi confronti. Noi abbiamo la
possibilità di verificare come le questioni centrali sulle quali si svilupperà un confronto
sicuramente molto duro e avanzato sono le questioni degli strumenti di controllo, che avevamo già nel vecchio contratto, ma che debbono essere tutti rivisitati alla luce della 984,
essendo una parte dei finanziamenti della 153 neppure più rilevante del complessivo
finanziamento pubblico, in considerazione del fatto che gli stessi strumenti che erano stati
costituiti con il vecchio contratto nazionale di lavoro, in particolare in materia di
Commissioni comprensoriali, presentano delle crepe vistose per ciò che attiene la presentazione dei nominativi da parte delle Organizzazioni dei datori di lavoro e la presentazione dei piani alle Commissioni comprensoriali.
Un altro punto sul quale il confronto si profila già accanito, durissimo, si riferisce alla questione dell’arco annuo di lavoro e alle garanzie minime di reddito annuo. Su queste questioni è impensabile che si possa passare a livello nazionale se noi non avremo nelle prossime settimane, da subito, una rivitalizzazione delle Commissioni comprensoriali. E’ impensabile che su questa questione si possa sfondare a Roma se non avremo centinaia di
Commissioni comprensoriali che in periferia mordono i fianchi dei padroni, danno un
ritmo all’orientamento dei lavoratori e alla loro pressione.
Un altro punto è quello che si riferisce ai piani colturali. Noi non possiamo assolutamente
passare a Roma con le cose che chiediamo sui piani colturali se in queste famose diecimila aziende che fanno più di 1.500 giornate noi non avessimo nelle prossime settimane una
pressione rivendicativa da parte dei delegati d’azienda, delle Leghe comunali, dei Comitati
di zona, dove non abbiamo i delegati o dove non avessimo le Leghe. Lo stesso si può dire
per ciò che si riferisce alla compartecipazione. Il giudizio che il padronato ha dato sulle
rivendicazioni avanzate in materia di compartecipazione è un giudizio di assoluto rifiuto,
motivato sul fatto che questi sono accordi basati sul mutuo consenso e che la negoziazione sindacale, intervenendo in essi, altererebbe dei rapporti convenuti reciprocamente fra
datori di lavoro e lavoratori. Ora, non è che possiamo passare sulla compartecipazione ,
sulla quale da 25 anni, in questa categoria, non si contratta più, se noi non abbiamo, nelle
aree dove la compartecipazione è venuta avanti, dei processi reali di contrattazione.
Quindi, compagni, io insisto con grande forza su questo fatto: noi dobbiamo avere una
visione della direzione complessiva della nostra vertenza che da un lato utilizza il pedale
regionale acquisendo risultati che forzano, che ci danno autorità e che richiamano anche
le Regioni ad assolvere le loro funzioni; dall’altro noi abbiamo bisogno di una moltiplicazione dell’iniziativa articolata che ci dia, al tavolo nazionale, una forza reale di contratta-
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zione. Io, pertanto, su questa questione sono completamente d’accordo con tutti i compagni che hanno speso parole, autocritiche e critiche, perché questo è, allo stato attuale, il
nostro reale punto debole.
Riguardo la gestione della trattativa dobbiamo sapere, compagni, che questo rinnovo contrattuale non pone come il precedente rinnovo sostanzialmente un unico grande dato, che
fu quello appunto di una rottura di principio del controllo dei finanziamenti pubblici.
Questa piattaforma pone, grosso modo, dieci-dodici grosse questioni. E’ ben pensabile pertanto che anche con una tirata di 56 ore finali, come avvenne nel ’76, si possa pervenire
alla stipula di un accordo conclusivo.Al momento noi abbiamo una delegazione padronale che ha detto ‘no’ su tutto, siamo arrivati ormai a buona metà dell’esplorazione della piattaforma e già sul costo economico sappiamo che gli orientamenti sono assolutamente
negativi. Noi dobbiamo quindi prendere un orientamento. Con una nostra pressione, forte
di ieri sera, abbiamo calendarizzato sei giorni di trattativa per il mese di febbraio, utilizzando l’impegno assunto ufficialmente anche da Serra secondo il quale questa volta non
ci debbono essere carenze contrattuali e il contratto nazionale scade il 31 di marzo, come
i compagni sanno.
Ebbene, compagni, perché questo ritmo di trattativa non siano chiacchiere in libertà, perché non ci sia carenza contrattuale, noi abbiamo l’assoluta necessità, finita l’esplorazione
della piattaforma – cosa che faremo il 9 – di cominciare a riprendere dalla prima riga la
piattaforma e, norma per norma, pretendere che si cominci a scrivere. E’ un’operazione
estremamente complessa, compagni, ma questo deve essere il ritmo che noi diamo alla
trattativa. Non può essere che si discute per mesi, poi, la vigilia di ferragosto, 18 disperati
si riuniscono presso il Ministero del Lavoro per scrivere in una notte, su due fogli di carta,
norme che devono uscire invece limpide, chiare e che possibilmente non ci costringano a
riaprire la negoziazione nel momento in cui le stendiamo in via definitiva. Questo anche
perché il 30 di aprile scadono i contratti provinciali e noi abbiamo intenzione di dare continuità al momento della negoziazione nazionale rispetto all’inizio delle trattative per la stipula dei contratti integrativi provinciali. Quindi noi andiamo verso una fase estremamente
complessa nella quale una tenuta non forte, non ritmata della vertenza nazionale può pregiudicare un’avanzata complessiva contrattuale a livello nazionale e a livello periferico.
Avremo poi modo di valutare, a un certo punto, se i ‘no’ a Roma non debbano consigliarci
di portare in movimento le province con i loro problemi specifici di integrativi provinciali. Come diceva Domenico, c’è un orientamento tra i sindacati di fare una riflessione un
pochino più avanti su questa che può essere una scelta anche tattica, ma che diventa poi
moltiplicazione della forza d’urto. Ma se fossimo costretti ad andare a questa decisione, è
chiaro, compagni, che o abbiamo oggi questa azione articolata per i piani colturali, per la
compartecipazione, per le Commissioni comprensoriali, oppure, in tutta franchezza, anche
l’apertura del fronte dei contratti integrativi provinciali potrebbe significare all’estremo
anche mortificazione del momento nazionale contrattuale e quindi un disordine della
nostra strategia contrattuale complessiva, che abbiamo definito con grande fatica nel
Direttivo Unitario con FISBA e UISBA. In altre parole, noi non vogliamo indebolire il
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 177
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momento nazionale per riaprire il fronte dei contratti provinciali come fonte primaria
della contrattazione; noi vogliamo, al contrario, un forte contratto nazionale e integrativi
provinciali di un certo tipo. Quindi sono in discussione, e dobbiamo averne coscienza,
nodi molto complessi della nostra linea.
Credo che noi dovremmo cogliere differenza di accenti nella delegazione padronale, che
si sono anche già espressi e che la direzione della delegazione padronale ha rapidissimamente messo a tacere. E’ venuta avanti, per esempio, un’inflessione molto interessante in
materia di natura dei finanziamenti pubblici, che vogliamo sottoporre a controllo, e di livelli di aziende per le quali il controllo può essere o non essere abilitato. Questo ci impegna
nei prossimi giorni a mettere le mani in un nodo che per noi è un nodo anche complesso
e nuovo, che è quello del credito, del credito agevolato, del credito non agevolato, dei contributi che le aziende ricevono per conduzione ordinaria, dei contributi a fondo perduto
che le aziende ricevono per un altro tipo di interventi che si fanno nella aziende, esaminando anche con grande attenzione tutta una serie di fatti ai quali nel passato non abbiamo dato importanza nell’erogazione dei finanziamenti alle aziende e che, oggi, possono
diventare decisivi per la definizione anche di livelli di potere di intervento. Sono i problemi nuovi del processo di programmazione, che non c’erano tre anni fa, perché non c’erano leggi di piani e perché anche, molto probabilmente, la riforma del credito agrario che
sta preparando il Ministero dell’Agricoltura ci può riservare delle sorprese.
Abbiamo l’esigenza di recuperare il rapporto con i contadini. Decisamente negativa è stata
questa collocazione. È chiaro che questo recupero dovrò avvenire anche con delle iniziative politiche nazionali riservate e accorte che dovremo sapere sviluppare nei prossimi
giorni, ma deve essere anche chiaro, compagni, che il rapporto con le Organizzazioni contadine in provincia e a livello regionale è decisivo per forzare nella nomina dei rappresentanti delle Commissioni, per fare delle valutazioni comuni sui risultati degli incontri
nazionali, per rinvenire dei terreni comuni di azione presso la mano pubblica. Con le
Regioni noi possiamo veramente fare delle cose insieme ai contadini; è chiaro che, invece,
al momento della contrattazione per il contratto nazionale, degli elementi anche di conflittualità necessariamente vengono ad essere introdotti.
Credo che noi dobbiamo mettere in tensione gli organi dirigenti. Anche su questo come
sulla verifica dello sciopero del 15, non possiamo tenerci queste valutazioni – le circolari
che arrivano, il bollettino che opportunamente abbiamo deciso di fare – come fatto solo
di orientamento di un ristretto gruppo di compagni e di lavoratori. Abbiamo bisogno di
dare massima risonanza a queste trattative e alle loro cadenze successive, anche perché noi
non abbiamo udienza presso strumenti di informazione pubblica. Guardavo ieri sera in
televisione questo grosso dibattito che c’è stato sul contratto coi metalmeccanici: siamo
già a dei confronti pubblici fra Massaccesi, la Confindustria e i lavoratori metalmeccanici
e le trattative non sono ancora cominciate. Noi che le abbiamo già cominciate siamo ancora a niente. Allora, bisogna che noi capiamo che non soltanto c’è un problema di uso anche
di questi strumenti, ma c’è un’esigenza assoluta di gestire la vertenza come grande momento di gestione collettiva dei lavoratori e non come momento di direzione affidata a dei
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ristretti gruppi dirigenti. A questo riguardo tornano molto importanti i tre Convegni che
abbiamo deciso per la Padana, per l’Italia Centrale e per il Mezzogiorno, perché con la figura del delegato, del compagno capolega, noi abbiamo bisogno di avere un rapporto anche
veloce, rapido, molto concentrato su questioni sulle quali poi si decide dell’avanzata della
condizione occupativa e professionale.
Abbiamo bisogno di seguire con attenzione le vertenze intercategoriali collaterali che si
sono venute aprendo anche per nostre pressioni. Mi riferisco alla vertenza dell’agromeccanica annunciata da Bari dai compagni della FLM, sulla quale le prime battute ci lasciano,
per certi aspetti, perplessi. Io ho sviluppato qualche riflessione sul numero di “Lotte
Agrarie” che esce domani, a proposito proprio dei contenuti di questa vertenza, che non
può non vederci appassionati protagonisti, non fosse altro perché il concetto di agroindustria, nella forzatura per la programmazione intersettoriale, è portato direi tra i più interessanti dell’elaborazione della nostra Organizzazione. Ed è un grosso momento di unità
tra braccianti e operai e anche di unità fra i sindacati bracciantili e metalmeccanici.
Sullo stesso piano convoco lo stesso Convegno di Matera sull’irrigazione, che è un grosso
momento intercategoriale con gli operai e con i lavoratori delle fabbriche alimentari che
hanno i problemi che conosciamo. Sulla questione dell’irrigazione, per ciò che si riferisca
alla nostra categoria, insisterei molto sul fatto concreto, palpabile, della localizzazione delle
strutture irrigue, capillari; dobbiamo sapere questi 400mila ettari del Mezzogiorno che
dovrebbero essere consegnati entro tre anni dove sono e non con dei numeri di distretti,
ma con delle individuazioni di Comuni, di frazioni di Comuni. E abbiamo bisogno di avere
anche delle cadenze di consegna sicure. Perché dire 400mila ettari alla fine di tre anni non
vuol dire niente. In tre anni ci sono sei semestri; se davvero ci sono delle garanzie reali di
voler raggiungere i 400mila ettari, bisogna che noi cominciamo a sapere entro il primo
semestre che cosa c’è, entro il secondo che cosa c’è, entro il terzo cosa c’è, perché allora
possiamo fare una correlazione fra l’avanzamento delle strutture irrigue e la trasformazione agraria. E qui la categoria nostra deve avere la concretezza della quantificazione delle
zone, evitando di apparire come degli ingegneri idraulici, per la qual cosa, ovviamente, non
abbiamo né l’attrezzatura conoscitiva e neppure l’attribuzione di funzioni, ma apparendo
come dei protagonisti di un processo di trasformazione. 400 mila ettari possono sviluppare grosso modo 28 milioni di giornate di lavoro in più, che possono essere centomila lavoratori a 280 giornate di lavoro all’anno. Si deve allora sapere, nella piana di Catania, che
cosa questo significa, nell’Alto Tavoliere che cosa questo significa, uscendo da una terminologia che non rende chiara agli occhi delle masse la portata radicalmente innovativa di
questa battaglia che abbiamo fatto da anni e che stiamo facendo.
Per quello che si riferisce al Governo, io credo che noi dobbiamo ricavare rapidamente
quale sia il quadro politico che avremo nei prossimi giorni, delle risposte precise per la
984, per i patti agrari, per i piani dei comparti agroindustriali e, con la Cassa del
Mezzogiorno e le Regioni interessate, dobbiamo andare a un chiarimento profondo, in
modo particolare, oltre che sull’irrigazione, sulla questione del progetto per le zone
interne. Dobbiamo essere capaci, compagni, di non accontentarci di cifre; i 250 miliardi
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promessi alla Calabria come contributo aggiuntivo dello Stato, sono niente altro che seimila posti di lavoro per cinque anni a 120 giornate all’anno, in una realtà, come quella
calabrese, dove i lavoratori addetti a questi lavori sono dai 20 ai 24mila. Quindi, nella soddisfazione di un risultato, non possiamo assolutamente smarrire l’esame di merito di quel
risultato, per gli effetti che quel risultato concreto deve produrre, evitando una genericità che a livello di problemi di programmazione brucia la nostra strategia e apre spazi a
quel fenomeno, che giustamente proprio il compagno Nedda richiamava, di interventi
che dividono, di interventi che mantengono il vecchio sistema di intervento nell’economia e nei rapporti sociali.
Per quello che si riferisce al problema previdenziale, io voglio dire su questa questione
che, innanzitutto, come vertenza complessiva, noi dobbiamo uscire da una atteggiamento
di carattere difensivo, che non ci fa cogliere tutti gli elementi di conquista che questa vertenza deve avere, di lotta al nuovo, di lotta contro una degenerazione divenuta intollerabile delle strutture pubbliche del collocamento e del dominio che di esse ha il padronato.
Una vertenza, quindi, non difensiva ma di conquiste e una vertenza, compagni – permettetemi di usare questa espressione – che deve sviluppare anche in ciascuno di noi maggiore umanità e maggiore intelligenza. Non c’è dubbio che questo è un campo complesso
e difficile, ma è un campo nel quale noi possiamo con coerenza mantenere una volontà
innovatrice e, nello stesso tempo, possiamo con coerenza mantenere fede alla linea sindacale di difesa dei redditi più bassi. Per quello che si riferisce ai problemi specifici di questa
vertenza, per quello che si riferisce alla proroga, io credo innanzitutto che, quando ci si presenta in grandi momenti nazionali che possono sollevare grosse questioni di orientamento
per l’intera categoria, ciascun compagno membro del Comitato Centrale dovrebbe sapere
che, a quel punto, le posizioni vengono verificate nelle istanze. Il comizio di Bari non era un
comizio ordinario, era un comizio difficilissimo e rischioso e necessariamente di questo
comizio la nostra Segreteria Nazionale ha fatto una tempestiva valutazione. In quella
Segreteria, proprio a proposito della proroga, noi abbiamo tutti convenuto, come compagni
componenti della Segreteria, che, nella situazione attuale, per i risultati ancora parzialissimi
acquisiti sul 1125 e sulla politica del lavoro, era inevitabile valutare che si dovesse andare
nuovamente alla proroga.C’è stata,in secondo luogo,una sollecitazione di opportunità a non
sollevare questa questione in questo momento, ma a sollevarla, ad annunciarla, eventualmente, dopo la conquista del 1125, e ci fu anche però, in Segreteria, la valutazione che, nel
caso in cui a Bari noi fossimo preceduti da un annuncio che potesse avvenire dalla FISBA,
noi dovevamo non farci spiazzare. Quindi, ad un orientamento ad andare nuovamente alla
proroga la nostra Segreteria è assolutamente unita. Questo non significa, compagni, che la
proroga non ponga dei problemi: qui è l’errore che può in qualcuno di noi insorgere.
Innanzitutto non rifare la proroga vuol dire mantenere ciò che c’è scritto nella 41 e cioè
che escono quelle tre figure che conosciamo. Orbene, tutti gli anni alcune migliaia di lavoratori usciranno anche nel futuro, cioè raggiungeranno anche nel futuro i limiti di pensione, e la fuoriuscita dei pensionati, in altre parole, non è un problema che si arresta con il
’78 e l’uscita dei 170mila pensionati quest’anno. Io non sono qui in grado di fare una valu-
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XIII
tazione dei lavoratori che sono nel blocco e che dovranno uscire, che raggiungeranno i
limiti di pensione nel ’79, ma sicuramente saremo con certezza nell’ordine di alcune altre
decine di migliaia di lavoratori. Quindi, anche nel caso della proroga, che sarà necessario,
assolutamente necessario rifare, è chiaro che il criterio della 41 dovrò continuare ad esserci. La riproposizione della proroga perciò non significa che noi ritorniamo ad un passato
e ciò quantomeno per due problemi: perché continueranno ad uscire le figure che con la
41 abbiamo deciso che escono e, in secondo luogo, perché già nella relazione di questa
mattina si profilava un’indicazione che dovrà esser valutata, quella per esempio di favorire anche dei processi di autocancellazione, come si fa per le tasse o come si è fatto per le
pensioni di invalidità. Ma io credo, per esempio, che noi, proprio perché dovranno continuare le esclusioni della 41, dovremmo riflettere anche su un dato tecnico – ecco perché
dicevo prima, per esempio, sviluppo della nostra umanità – che impedisca a tutti i lavoratori, ogni anno, di rifare la dichiarazione sostitutiva di atto notorio, per accertare se si è
pensionati o se non si è pensionati. Questo è un problema che noi possiamo forse, con
delle convenzioni anche di carattere tecnico con gli istituti, risolvere serenamente senza
dover costringere tutti i lavoratori a rifare un atto che quest’anno si è fatto. Ci può essere
una catalogazione più corretta da parte dell’INAM, da parte dell’INPS, delle classi di età dei
lavoratori che non sono usciti quest’anno, in modo da fare anche degli automatismi di
esclusione che non impegnino le altre centinaia di migliaia di lavoratori a rigare la dichiarazione sostitutiva di atto notorio.
Ma io profilo solo dei problemi e un problema che voglio profilare è quello degli elenchi
di rilevamento, perché unire una volontà di riordino ad una volontà di difesa dei redditi
più bassi vuol dire non fermare il nostro esame solo al problema degli elenchi bloccati, ma
vuole dire capire che, in modo particolare nel rilevamento, noi oggi abbiamo i fenomeni
più vistosi di anarchia, di abusivismo e anche di degenerazione. Io credo, per esempio, che,
in materia di elenchi di rilevamento, noi dobbiamo chiudere con severità ad un andazzo
che ci vede, nei Comuni, subire l’immissione negli elenchi di centinaia di persone che
spesso sono soltanto donne in stato interessante, in alcun modo legate né al bisogno né al
processo di produzione agricola, elenchi che vengono introdotti o dai collocatori di altri
sindacati in logiche che sono puramente paternalistiche, delle logiche di corruttela. Questa
questione è stata affrontata, a mio avviso, in modo molto efficace dalla provincia di Modena
e parlo intenzionalmente di una provincia del nord. Infatti, davanti a delle indicazioni
obiettive degli istituti, indicazioni che stanno dentro agli accordi presi col Ministero del
Lavoro, per cui davanti a dei fenomeni di iscrizione abusiva gli istituti non debbono fare la
denuncia ma debbono segnalare le situazioni anomale alle Commissioni di collocamento,
i compagni di Modena, nella circostanza data di una situazione comunale, hanno verificato l’anomalia di queste iscrizioni e si sono pronunciati per la cancellazione.Allora, vi sono
dei problemi di riordino che non si fanno con la legge e con i carabinieri, ma si fanno col
potere e potere è dire ‘no’ all’immissione nelle liste di gente che non c’entra niente con
noi, introdotta dai collocatori; potere è verificare, sulla segnalazione degli istituti, il diritto
o meno di figure che possono essere anche strane dentro a elenchi che sono diventati, a
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 181
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mio avviso, peggio degli elenchi bloccati. E anche al nord, perché questa non è una vertenza del Mezzogiorno, questa è una vertenza nazionale. Io credo, compagni, che anche
l’Emilia, per esempio, debba su questa strada mettersi, perché l’Emilia ha dei fenomeni, lo
diceva Solaini, che non sono giustificati dalla povertà, sono giustificati da una convenienza che noi dobbiamo spezzare, che è la convenienza spesso a non andare a lavorare, sebbene la domanda di lavoro da parte delle aziende c’è. Ecco perché dico dobbiamo ragionare anche con umanità e con intelligenza, sapendo che le situazioni sono differenziate e
che in ciascuna situazione noi possiamo unire la difesa dei redditi bassi con una volontà di
innovazione.
Noi abbiamo poi, compagni, tutto il capitolo del collocamento dentro la vertenza previdenziale. E credo che su questa questione non ci sia ancora l’attenzione necessaria neppure da parte delle province che sentono con più forza l’esigenza del risanamento. Il risanamento, in qualsiasi provincia, non è cancellazione, ma è essenzialmente recupero di un
potere sul mercato del lavoro, che porti anche a mettere in luce i fenomeni di abusivismo
che siamo d’accordo di correggere e di cancellare. Le iscrizioni corrette, la nomina dei
membri delle Commissioni, il funzionamento degli Uffici, l’organizzazione dei bacini di
traffico, l’inventiva di utilizzare anche dei congegni tecnici che consentano da un comune
all’altro di sapere la mobilità della mano d’opera nelle grandi aree di congestione stagionale o periodica: su queste questioni non c’è bisogno del 1125. Certo, il 1125 dà delle certezze di carattere generale, le dovrà dare, ma molte di queste questioni possono essere
risolte a livello locale e non mi pare equilibrata una riflessione che si sforza di insistere sul
risanamento, ma che non presenta processi di avanzamento su questi campi decisivi del
nostro potere. Lo stesso dicasi per una questione, che io non vedo evidenziata nella propaganda, della grande importanza della rivendicazione di correlare meglio le pensioni al
salario, che è una grossa questione, specialmente per i salariati fissi.
Vedete, dunque, che le questioni della previdenza sono questioni complesse, sono questioni che non si fermano alla proroga e pertanto la Segreteria ha deciso di costituire una
Commissione che dovrebbe fare delle riflessioni in una o due sedute, a seconda delle sue
necessità, che dovranno essere portate all’esame delle nostre istanze, Comitato Esecutivo,
Comitato Centrale. Le proposte che noi facciamo sono le seguenti: compagno Lenzarini,
Papiccio, Piccione,Assogni,Alana, Bellina della CGIL,Tosi dell’INPS, Santamaria dell’INCA,
Pirozzi, Abbate, Natuzzi, Papaia, Baraldi, Lama, Russo, Micalizzi, Raiti, Taverniti, Oliva,
Fioravanti, Marchini, Novelli, Mastracchio del Sindacato dei collocatori, sindacato con il
quale stiamo stabilendo dei rapporti anche per pervenire a una conoscenza dall’interno
dei meccanismi che oggi frenano un certo processo di avanzata.
Infine, compagni, vorrei spendere qualche parola sulla questione del tesseramento. Noi
abbiamo sentito un intervento del compagno Papiccio molto preciso e puntuale per ciò che
attiene una verifica critica della situazione del ’78. Voglio dire innanzitutto che, se qualche
compagno avesse avuto l’impressione che questo intervento fosse un po’ troppo sbilanciato
nella critica, non è assolutamente intenzione della nostra Segreteria Nazionale e dei compagni dell’Ufficio di Organizzazione non riconoscere dei processi anche positivi che si sono
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XIII
determinati nel ’78. Noi siamo l’unica categoria di lavoratori attivi che quest’anno cresce in
tessere, l’unica categoria di lavoratori attivi. Questo è un risultato molto importante. Ma è
anche vero, compagni, che le cifre che ci derivano dai tabulati dell’INPS, per ciò che attiene
le deleghe previdenziali, sono cifre che sono la voce della verità, sono cioè la cartina di tornasole per verificare se il nostro tesseramento è un processo che si espande oltre il momento della pratica previdenziale, se nella stessa pratica previdenziale i momenti di politicità nel
rapporto con i lavoratori ci sono o se invece tutta la grande area delle tessere che vengono
collegate alla pratica previdenziale sono una sorta di organetto che va e viene, a seconda di
come ci presentiamo nel rapporto anche con gli altri sindacati. Le cifre che sono state distribuite sono cifre che portano a delle verifiche di come sottovalutiamo i problemi di organizzazione, di come ci accorgiamo solo a posteriori che altri sindacati sono solerti e assai
veloci nel coprire anche talune nostre posizioni; sono anche una verifica, una sollecitazione ad una verifica per noi, anche nel nord, di come riusciamo a tenere su questo fronte.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 183
XIV
“COME I BRACCIANTI POSSONO EVITARE UN PERICOLOSO VUOTO CONTRATTUALE”
(l’Unità, 6 marzo 1979)
Tre mesi di trattativa non sono stati ancora sufficienti per aprire delle prospettive di soluzione alla vertenza contrattuale degli operai agricoli. Perdura sulla trattativa il rifiuto della
Confagricoltura a considerare i due grandi dati politici nuovi maturati negli ultimi tre anni:
l’avvio della programmazione agricola ed industriale e la priorità del Mezzogiorno, che
costituiscono invece punti di partenza imprescindibili, sia per tutte le parti sociali che per
le istituzioni. Non è un “ritardo culturale”, bensì una scelta politica che si riconnette al
significato più profondo della teoria della “libertà dell’impresa” che nulla altro è se non
mitizzazione dell’anarchia capitalistica, che ha prodotto guasti immani nei livelli di sviluppo del territorio e dell’economia del paese. Nasce di qui la pretesa della Confagricoltura
di considerare il controllo sugli investimenti pubblici come un fatto da riservare solo alle
istituzioni, quasi che il sindacato possa ridursi a strumento parastatale, rinunciando alla sua
autonomia rispetto al padronato e ai centri esecutivi della sfera pubblica.
Ma non sono in discussione solo principi, sebbene importantissimi. Sono in discussione
anche concrete possibilità di avviare una politica del lavoro nelle campagne che punti a
consolidare i livelli di occupazione agricola, ad aumentarla nei comparti industriali collegati all’agricoltura e ciò nel contesto di precisi impegni contrattuali sul controllo dei finanziamenti e sul pieno uso di tutte le risorse disponibili. Si deve sapere che vi sono già oggi
nel Mezzogiorno 240.000 ettari sui quali è possibile portare subito l’irrigazione trasformando le colture da estensive a intensive; che ci sono 590.000 ettari di terreno “a riposo”,
espressione aulica che nasconde disimpegno colturale e pigrizia imprenditoriale. Bastano
queste cifre, senza considerare quelle assai più imponenti connesse agli obiettivi di sviluppo produttivo fissati dalle leggi 984 e 440 (quadrifoglio e terre incolte) nonché della
legge 183 (intervento aggiuntivo nel Mezzogiorno), per riaffermare la piena legittimità
delle richieste sindacali ad estendere il controllo sindacale sui finanziamenti e sulla utilizzazione delle risorse.
Inqualificabile è poi la pretesa della Confagricoltura di sottrarsi alla regolamentazione del
caporalato, delle violazioni contrattuali macroscopiche che le aziende attuano a danno di
centinaia di migliaia di lavoratrici durante le grandi campagne produttive stagionali.
Questo è un nodo che, invece, va assolutamente risolto: per bloccare la degradazione
umana e civile e per ridare autorevolezza alla contrattazione collettiva e alle leggi.
Sul costo del lavoro, il tentativo è quello di un rinnovo a costo zero, dal momento che si
sostiene che l’istituto del “minimo” salariale nazionale (che in questi anni ha aiutato a correggere squilibri retributivi vistosissimi) avrebbe esaurito la sua funzione. Dunque, invece
di ricercare la produttività attraverso l’uso al meglio di tutti i fattori della produzione, si
ipotizza una compressione salariale proprio nella categoria che ha i salari più bassi rispetto a quelli di tutti gli altri comparti produttivi.
Sono state sicuramente apprezzate da noi le proposte e le idee espresse dalle Organizzazioni
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 185
XIV
contadine, anche se è auspicabile un loro ulteriore autonomo apporto. Ma la vertenza bracciantile pone problemi molto precisi anche per i poteri pubblici. Marcora aveva assunto l’impegno di presentare entro il mese di settembre i piani di settore, con l’indicazione delle
quote di produzione di ciascun settore, sicché le Regioni potessero subito dopo precisare i
loro programmi regionali. Marcora questo impegno non l’ha ancora mantenuto e ciò crea
problemi alle Regioni che vogliono programmare ma che sono sprovviste di indicazioni
nazionali. Analoghe inadempienze investono il Ministero del Lavoro, che su richiesta dei sindacati aveva avviato confronti sul caporalato e il collocamento, confronti che non hanno
avuto seguito, determinando, così, un vuoto di iniziativa degli Uffici del Lavoro regionali e
provinciali alla vigilia della ripresa dei lavori nelle campagne.
La proclamazione dello sciopero nazionale per il 12 marzo conclude un periodo di dibattito interno alla Segreteria della Federazione Federbraccianti, FISBA, UISBA caratterizzato
da pesanti difficoltà frapposte dalla FISBA a fare intervenire direttamente la categoria nel
difficile negoziato che si è aperto l’11 dicembre dello scorso anno. La necessità fondamentale sottolineata dalla Federbraccianti sin dall’inizio delle trattative è stata quella di
trattare. Il contratto nazionale scade il 31 marzo e il 30 aprile scadono tutti i contratti provinciali per cui si è chiesto un calendario di incontri serrato e di merito. In questi tre
mesi di trattative sono state esplorate dettagliatamente tutte le richieste avanzate unitariamente e sono stati opposti – come si è detto – dalla Confagricoltura solo rifiuti categorici. Nasce, dunque, da questo preciso comportamento padronale, la proposta che la
Federbraccianti ha sostenuto nel corso degli incontri unitari svoltisi dalla fine di gennaio
in poi, di individuare tutte le misure necessarie di iniziativa sindacale, affinché la categoria intervenga direttamente ed in particolare proprio in questa fase critica della vertenza
contrattuale.
Non si tratta di “decidere se continuare il negoziato”, bensì di accompagnare alla trattativa
la pressione del movimento e ciò proprio per non dover scontare una rottura in marzo
senza nulla in mano, senza sedi autorevoli di mediazione, senza la categoria preparata e
creando dopo il 31 marzo un vuoto contrattuale che per gli avventizi è perdita secca (irrecuperabile tecnicamente) di diritti salariali e normativi.
Se è positiva la condotta unitaria dei tre sindacati al tavolo delle trattative, non si deve ignorare il fatto che l’assenza di una costante pratica unitaria tra i sindacati agricoli consente
alla Confagricoltura di tentare operazioni di divisione e mortifica l’apporto diretto che la
categoria deve dare alla vertenza. Anche per questo occorre dare pieno sviluppo operativo alla decisione assunta dall’Assemblea dell’EUR del 14-16 febbraio secondo la quale la
segreteria della federazione CGIL – CISL – UIL “è impegnata ad aprire a tutti i livelli il
necessario dibattito per la costituzione delle strutture unitarie di base nei settori nei quali
si registrano forti ritardi”.
La vertenza bracciantile deve sapersi collegare a quelle dei meccanici e degli edili. La
Confagricoltura ha avanzato ai sindacati bracciantili la proposta di una riunione apposita
per esaminare i piani di settore dei rami industriali collegati a monte o a valle con l’agricoltura. La Federbraccianti non è ostile ad un confronto del genere, ma non ritiene si debba
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XIV
pervenire ad una equivoca posizione corporativa fra tutte le organizzazioni agricole verso
il mondo industriale.
Anche per il nostro contributo è maturata in questi anni un’ampia riflessione nel movimento sindacale sulle politiche intersettoriali e quindi sullo sviluppo agro-industriale. La
Federbraccianti ha già risposto positivamente alle proposte dei sindacati meccanici e chimici per una gestione comune delle vertenze di settore che sono aperte con il CIPI.
Analogo impegno degli altri sindacati agricoli, prima dell’eventuale incontro con la
Confagricoltura sulle politiche di settore, sarebbe un fatto molto significativo dal punto di
vista della reale autonomia del sindacato e dell’unità.
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XV
“CONDIZIONE DI LAVORO E OCCUPAZIONE IN AGRICOLTURA NELLE REGIONI
DELL’ITALIA CENTRALE”
(Intervento al Convegno omonimo, 13 luglio 1979)
La connessione tra obiettivi di sviluppo agro-industriale e condizioni di lavoro e di occupazione si va facendo sempre più evidente, insieme all’esigenza di rendere più incisiva e
penetrante l’azione dei lavoratori su tali importanti e concreti problemi. Si tratta di punti
centrali della linea del movimento sindacale che trovano nel contesto attuale una rilevante possibilità di dispiegare le notevoli potenzialità presenti in relazione alle nuove condizioni in cui ci troviamo, rappresentate sia dalla stipula dei contratti nazionali degli operai
agricoli, dei florovivaisti e dei lavoratori forestali e l’impegno conseguente dell’azione di
gestione delle conquiste, sia come fase importante del rapporto con le Regioni, con gli
effetti da determinare sull’allargamento e la qualificazione produttiva agro-industriale e la
crescita dei livelli occupazionali.
Con lo svolgimento di questo nostro convegno ci proponiamo di sviluppare una valutazione dei processi intervenuti nelle varie realtà dell’Italia Centrale, degli impegni e delle
iniziative da assumere per determinare i necessari cambiamenti sul piano produttivo e
occupazionale, attraverso l’utilizzazione coerente e positiva dei finanziamenti delle prime
leggi di piano. Per far questo è necessario affermare una chiara assunzione del metodo
della programmazione e della finalizzazione dell’uso dei finanziamenti che la collettività ha
messo a disposizione del comparto agro-industriale, dopo le molteplici lotte di questi anni
e le fondamentali scelte compiute dall’Assemblea dell’EUR dal movimento sindacale, per
rendere concreta la priorità dell’agricoltura e del Mezzogiorno come elementi essenziali
per contribuire all’uscita dal Paese dalla crisi. Ma nei piani settoriali e zonali, che sono la
base dell’intervento programmatorio, vogliamo che la componente “occupazione”sia parte
integrante e qualificante e non un semplice e formale auspicio lasciato alla spontaneità e
all’eventualità. Dobbiamo considerare questi problemi strettamente interdipendenti e
cogliere gli effetti sulla condizione del lavoratori e sulla capacità di sollecitare e sospingere un processo di riorganizzazione e di sviluppo dell’agricoltura – e dei connessi settori
industriali – per superare il vecchio e logoro meccanismo di sviluppo che ha prodotto guasti profondi, con la grave emarginazione dell’agricoltura, del Mezzogiorno e delle zone
interne, di cui i lavoratori e il Paese hanno pagato e pagano le negative conseguenze, per
le errate scelte compiute dalle forze conservatrici.
I dati occupazionali degli operai agricoli delle Regioni della Toscana, Lazio, Marche e
Umbria, che presentano dal 1974 al 1976 un calo di 4.299 lavoratori fissi e di 7.975 avventizi con una riduzione complessiva delle giornate di lavoro in due anni di 2.427.218, rivelano da soli le gravi tendenze negative verificatesi nei processi dell’agricoltura e nel degrado produttivo di larghe zone, con l’espulsione tumultuosa e continua di valide energie che
ha accelerato lo stato di invecchiamento della categoria, già assai avanzato. Riscontriamo
in ciò anche nostri ritardi nel cogliere i mutamenti della realtà, che sovente si arriva a per-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 189
XV
cepire soltanto dopo molto tempo che si sono verificati, rendendo così inefficace e ininfluente l’azione sindacale per contrastarli. Dobbiamo essere dentro e guidare i processi di
cambiamento e di trasformazione con un ruolo di partecipazione e di protagonismo dei
lavoratori, intervenendo prima e non dovendo rincorrere le situazioni prodotte dalle scelte altrui. Dobbiamo perciò dare più sostanza e funzionalità a tutti gli strumenti di potere
di cui disponiamo e gestirli in stretto raccordo con gli obiettivi occupazionali e di sviluppo produttivo indicati dal movimento sindacale e sanciti in precise norme negli stessi contratti nazionali, norme rese ancor più precise e incidenti con i recenti rinnovi contrattuali
degli operai agricoli, del florovivaisti e dei forestali. Gli importanti strumenti di potere
vanno esercitati avendo presente la realtà in cui si deve operare, conoscendone quindi i
dati caratterizzanti e gli obiettivi concreti e reali da perseguire. L’analisi e l’approfondimento deve svilupparsi perciò nelle rispettive zone e penetrare negli indirizzi produttivi
delle singole aziende per verificarne il tipo di scelte produttive, l’uso delle risorse aziendali e zonali, l’organizzazione del lavoro, i problemi della professionalità, delle qualifiche e
dell’ambiente di lavoro, affrontare in sostanza i nodi dell’occupazione e della condizione
di lavoro.
Sono molto marcati i fenomeni involutivi nel complesso della struttura economica produttiva dell’agricoltura dell’Italia Centrale, con l’estendersi del disimpegno produttivo, il
crescente allargamento delle violazioni e l’ampliarsi delle distorsioni nell’uso della previdenza con accordi individuali per passare i lavoratori da rapporto a tempo indeterminato
in avventiziato. A ciò si accompagna il manifestarsi di sempre più virulenti attacchi del
padronato agrario ai livelli occupazionali, che colpiscono fissi e avventizi e che si esprimono anche con l’utilizzo di forme nuove, con la vendita dei prodotti sulla pianta e sul
campo, il ricorso a lavorazioni in conto terzi e alla piccola compartecipazione senza tutela, mentre si accentua la disfunzione di strumenti previsti dai contratti e dalle leggi. Il
recente rinnovo contrattuale ha consentito di rimarcare questi gravi elementi sia nei confronti del patronato agrario che del Ministero del Lavoro, prevedendo un primo impegno
sia per la raccolta dei prodotti sulla pianta, con una precisa direttiva da emanare agli organismi del collocamento in modo da eliminare i notevoli abusi riscontrati, sia sui rapporti
anomali di lavoro, con la costituzione di una Commissione nazionale presso il Ministero
del Lavoro di cui fanno parte anche i rappresentanti del Ministero dell’Agricoltura, oltre
alle Organizzazioni sindacali dei lavoratori e degli imprenditori agricoli, che dovrà completare entro il 1979 i lavori di approfondimento per poter adottare i provvedimenti necessari a ricondurre detti rapporti nell’ambito della contrattazione.
Il quadro della situazione agricola delle diverse Regioni dell’Italia Centrale ha un riferimento diretto con i dati occupazionali prima richiamati e si presenta con i segni chiari di
indirizzi colturali di tipo estensivo, la riduzione e insufficiente utilizzazione delle strutture
produttive e delle risorse aziendali, la restrizione della superficie coltivata, con la crescita
e l’espandersi delle zone di incolto e di malcoltivato non solo nelle zone collinari e montane, ma anche in quelle di pianura. Infatti la riduzione della superficie agraria utilizzata,
negli anni che vanno dal 1955 al 1975, ha registrato un calo di 260.581 ettari nel Lazio, di
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XV
245.331 nella Toscana, di 148.107 nelle Marche e di 155.080 nell’Umbria. A questa situazione non si è giunti per un processo naturale, bensì per le scelte portate avanti dal patronato e dal potere pubblico che si sono mosse su una comune linea di interventi puramente
assistenziali, sia in Italia che a livello della CEE, consentendo al grande padronato agrario e
a quello industriale di imporre le proprie logiche speculative a danno delle esigenze di sviluppo agricolo ed economico e degli interessi reali del Paese, al quale lo stesso mondo contadino ha finito per avallare nella sostanza una linea assistenziale, ponendosi in condizioni
di subordinazione rispetto alle scelte di sviluppo capitalistico. E’ una linea che ha, nel permanere di situazioni di crisi generale, favorito e spinto vasti processi di ristrutturazione
aziendale, determinando, negli anni tra il 1967 e il 1975, una riduzione delle aziende del
12,5%. In particolare è da osservare che si sono andate accrescendo le aziende fino ad un
ettaro e quelle da 20 in su, mentre da 1 a 20 ettari il tasso di riduzione è più forte della
media. Nel rapporto tra azienda e superficie si ha che le aziende di 20 ettari e più coprivano il 40,9% della SUA totale nel 1967, il 46,3% nel 1970 e il 47,1% nel ’75. Si è venuto
così a riscontrare un aumento delle aziende più grandi nel contesto di una produzione
agraria quasi stazionaria. Siamo di fronte a processi spontanei che certamente non affrontano in modo adeguato il problema della mobilità del regime fondiario e del riaccorpamento e ricomposizione fondiaria. Una più notevole incidenza può essere data con il superamento dei patti agrari e con lo sviluppo dell’associazionismo e della cooperazione.
Gli investimenti in agricoltura per il periodo 1950-1977 presentano una dinamica singolare: per tutti gli anni ’50 il saggio medio di incremento è stato superiore all’8%, (comunque
nettamente al di sotto di quello relativo agli altri settori); negli anni ’60, il saggio di incremento reale è stato mediamente inferiore all’1% e non si hanno fino al 1974 modificazioni sostanziali. Nel 1977 la quota degli investimenti agricoli sul totale è tornata, a prezzi correnti, verso il livello dell’8%, dopo che nel 1974 si era toccato il livello più basso mai registrato (6,1%). E’ da notare che nel corso degli anni ’70 siamo di fronte ad una modificazione della composizione degli investimenti: si è accresciuta l’incidenza delle spese pubbliche di bonifica mentre le spese di miglioramento fondiario sono cadute, tra il 1970 ed
il 1976, dal 44 al 27% del totale. Altro elemento riguarda il notevole incremento degli investimenti in trattrici, che hanno raggiunto un saggio medio annuo d’aumento superiore
all’8% più forte ancora di quello registrato negli anni ’60 e rappresentano il 21% degli investimenti agricoli totali, raggiungendo valori più forti rispetto alle altre macchine. Ma un tale
sviluppo della meccanizzazione è stato piuttosto funzionalizzato unicamente all’espulsione della manodopera agricola, senza promuovere nuovi assetti fondiari. Ha predominato in
particolare la filosofia del trattore, non ponendo le dovute correlazioni con la qualificazione e lo sviluppo di nuovi indirizzi colturali, fornendo una gamma varia di mezzi tecnici
secondo una parallela crescita della ricerca scientifica e della sperimentazione agraria.
Nella composizione della spesa per i mezzi tecnici, infatti, nel periodo 1970-1977 le spese
per l’impiego d’energie motrici si sono sviluppate più rapidamente di altre, passando dal
4,3 al 6,5% del totale; quelle per acquisti di magazzini e di stalle sono salite dal 63 al 67%.
Pur aumentando fortemente in termini assoluti, le spese per acquisti di sementi, concimi,
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antiparassitari e di altri mezzi tecnici hanno visto diminuire la loro importanza relativa.
Dall’analisi delle spese per investimenti fissi e per mezzi tecnici si può trarre la conclusione che si è in presenza di processi sia di risparmio di manodopera sia di intensificazione nell’impiego delle risorse immediatamente disponibili, piuttosto che di un aumento
delle risorse stesse e della loro valorizzazione a lungo termine. In questo senso vanno interpretati fenomeno quali il crescente peso, all’interno di un sensibile incremento del parcomacchine, delle trattrici piuttosto che di macchinari complessi, i quali richiederebbe una
espansione di ordinamenti colturali più intensivi (orticoltura, frutticoltura, ecc.), nonché la
insoddisfacente dinamica delle spese di miglioramento fondiario. Più in generale si può
affermare che si è di fronte a processi di ristrutturazione che poggiano su un progressivo
restringimento della base produttiva, che riguarda sia l’occupazione sia l’utilizzo della
superficie, con conseguenti riflessi sul diminuito ritmo di crescita della produzione agricola. I risultati negativi di ciò sono di fronte al paese con un deficit alimentare di proporzioni sempre più gravi e una realtà agricola che riversa gli effetti negativi del mancato
avvio di uno sviluppo programmato sui livelli occupazionali e sulle condizioni di lavoro
degli operai agricoli. Ecco perché occorre un grande impegno di iniziative e di lotta che
rovesci la tendenza negativa in atto, per tradurre le leggi di piano conquistate in programmi concreti e operanti, per il conseguimento degli obiettivi di crescita produttiva ed occupazionale. Se non correggiamo immediatamente l’impostazione dello schema del Piano, gli
orientamenti e gli obiettivi generali espressi dal movimento sindacale e formalmente riportati nel Piano come indirizzi positivi da perseguire nella realtà, le stesse capacità produttive dell’agricoltura subirebbero un ulteriore aggravamento e arretramento. Deve essere
chiaro che le scelte per un riequilibrio territoriale in favore del Mezzogiorno e delle zone
interne, l’ampliamento della base produttiva, lo sviluppo programmato agro-industriale e
la crescita complessiva dell’occupazione non possono ridursi a semplici e vuote enunciazioni, ma hanno bisogno di una effettiva volontà politica e di un impegno coerente nella
determinazione di un impianto strutturale e di interventi funzionali alla loro realizzazione.
Nel campo agricolo non c’è più spazio per semplici palliativi e per tentativi puramente
razionalizzanti dell’assetto esistente. Siamo ormai nella condizione impellente di procedere con la massima determinazione a vasti e qualificanti processi programmatori di sviluppo e di trasformazione agro-industriali, senza i quali avremmo certamente una estensione
della marginalizzazione e del degrado di interi territori non solo delle zone interne, una
ulteriore riduzione delle superfici coltivate, una maggiore contrazione dell’occupazione
bracciantile e un aumento dell’esodo contadino. Sono fattori che trovano un preciso
riscontro nella realtà agricola delle Regioni dell’Italia Centrale, che peraltro più che altrove risente dei profondi e peculiari mutamenti intervenuti con lo sgretolamento della mezzadria – che per lungo tempo ha avuto una caratteristica predominante nell’assetto agricolo del Centro Italia e che ancora oggi ne costituisce una parte non trascurabile – da far
evolvere al più presto con l’approvazione della relativa legge per il passaggio al rapporto
di affitto. La stessa composizione di molti salariati fissi e di delegati sindacali ha una provenienza e una maturazione formatesi dal rapporto mezzadrile che ha avuto continuità nel-
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XV
l’impegno e nel legame con il sindacato, consentendo il crearsi ed il crescere di un vasto
tessuto di presenza e di struttura sindacale.
La nostra iniziativa e il nostro impegno devono svilupparsi con grande forza, nella fase
attuale, per modificare gli indirizzi che sembrano prevalere a livello governativo sullo schema di piano agricolo nazionale e per rivendicare alle regioni una sollecita verifica sulle
scelte dei rispettivi Piani regionali, per dargli contenuti e indirizzi capaci di influire positivamente sulla definizione del Piano Nazionale che in base alle scadenze di legge deve
completarsi il 17 agosto. Anche nei Piani regionali dobbiamo lottare perché si stabilisca
un chiaro e stretto collegamento tra finanziamenti pubblici e politica del lavoro, che punti
all’aumento e alla qualificazione dell’occupazione in agricoltura. Alla luce degli adempimenti del Piano Nazionale e in considerazione dei risultati scaturiti dai recenti rinnovi contrattuali degli operai agricoli, florovivaisti e forestali, occorre con urgenza riprendere il
confronto con le Regioni, recuperando il carattere negoziale e vertenziale proprio sulle
concrete scelte riguardanti i piani di settore e la politica del lavoro. E’ così che acquistano
pieno valore ed efficacia le norme di potere e di controllo contenute nei contratti e si
sospinge avanti un disegno programmatorio di tipo agro-industriale, che faccia da volano
ad un cambiamento del tradizionale meccanismo di sviluppo economico e valorizzi, in un
avanzato progetto di sviluppo, le molteplici ed essenziali risorse delle zone interne, integrando le scelte produttive e di forestazione della collina e della montagna con quelle delle
aree di pianura.
Non c’è dubbio che l’affermarsi di un concreto metodo di programmazione negli indirizzi e negli interventi del potere pubblico ai vari livelli condizionerà positivamente le stesse
scelte del padronato agrario, che ancora punta alla spontaneità dello sviluppo nella riscoperta di una linea neo-liberista. Si è visto in questi anni che continuare sui vecchi binari
degli interventi disarticolati e a pioggia ha il duplice effetto di sperperare le risorse finanziarie pubbliche e di facilitare il perpetuarsi di posizioni negative e arretrate in una larga
parte del mondo agrario, che finiscono per ripercuotersi pesantemente sull’occupazione,
sulle condizioni dei lavoratori e sull’estensione di zone di disimpegno e di sottoutilizzazione delle risorse produttive. Il nostro impegno di mobilitazione e di lotta va condotto
congiuntamente verso il potere pubblico ai diversi specifici livelli e verso il padronato
agrario, per sollecitare e imporre le risposte necessarie allo sviluppo agricolo, alla domanda di occupazione ed a migliori condizioni di lavoro, che in questi ultimi anni hanno conosciuto gravi fenomeni involutivi con riflessi assai negativi sulla professionalità, sulla quantità e qualità dell’occupazione, sugli aspetti salariali e sulle condizioni ambientali e civili.
Questi importanti problemi fanno risaltare l’esigenza di una riflessione e di una verifica
sulla funzionalità del collocamento per la gestione del mercato del lavoro, sull’unità della
categoria tra fissi e avventizi, giovani e anziani, uomini e donne, sulla portata e sulla funzionalità degli strumenti di potere sindacale e in particolare dei delegati aziendali e delle
Commissioni intersindacali.
Nei processi strutturali e produttivi delle Regioni dell’Italia Centrale i mutamenti verificatisi sono stati molto marcati, in primo luogo a seguito del rapporto mezzadrile che ha
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avuto soluzioni differenziate, che sono andate dall’anticipazione del passaggio in affitto
pur in assenza della legge con accordi tra le parti a soluzioni concordate sia in natura che
in moneta; dal passaggio pattuito da mezzadro a salariato all’evoluzione a coltivatore diretto con l’acquisizione del relativo podere. Un’attenzione particolare va posta, invece, alla
presenza di forme societarie non motivate soltanto da investimenti rifugio di carattere
patrimoniale, ma da una imprenditorialità diversa, moderna e spesso intrecciata con le attività di tipo industriale. Nel complesso, però, in questi anni si è andati verso un restringimento dei territori coltivati, con il permanere di una tendenza all’abbandono di terreni
montagnosi in gran parte causata da motivi di invecchiamento dei coltivatori che spesso
diventa impossibile sostituire per la scarsa presenza fisica di gente attiva, a seguito della
fuga tumultuosa dalle zone interne e dall’agricoltura avvenuta nel periodo del miracolo
economico e continuata anche successivamente, seppur a ritmo più attenuato. Un altro
elemento che ha pesato sulla riduzione delle superfici coltivate è rappresentato dal fenomeno di speculazione edilizia, in particolare in prossimità dei grossi centri, con il passaggio dei terreni da agricoli a quelli più redditizi di tipo edificabile.
Nell’ambito degli indirizzi colturali e dei fattori della produzione si è avuta una tendenza
complessivamente stagnante, salvo variazioni che hanno interessato l’espansione della
tabacchicoltura, particolarmente in Umbria, e del settore vitivinicolo con una riconversione di tipo D.O.C., ma rivelando anche segni di indirizzi monoculturali e di scarsa propensione a utilizzare i terreni per il secondo raccolto. Non sono mancati vasti processi di
ristrutturazione, specie nelle grandi aziende, e di una grossa spinta alla meccanizzazione
aziendale, che è servita a ridurre l’occupazione degli avventizi ed a colpire il nucleo dei
lavoratori fissi per intaccarne la forza e la capacità di azione. Sono propositi degli agrari
abbastanza scoperti che vanno prontamente combattuti, intervenendo e contrattando i
contenuti dei piani colturali e di ristrutturazione per indirizzarli verso una qualificazione
produttiva e una crescita dell’occupazione.
Occorre far leva sia sul potere pubblico, che deve finanziare i Piani verificandone la
coerenza con gli obiettivi zonali e regionali, sia sui lavoratori avventizi e sugli strati disoccupati che vogliono inserirsi nell’attività produttiva agricola, in modo che la vertenza si
proietti nel territorio ed esca allo scoperto il disegno padronale. Le norme sancite nel
nuovo contratto dei braccianti hanno un valore particolare proprio sui finanziamenti pubblici e l’occupazione, assegnando alla sede comprensoriale la funzione importante per l’esame preventivo delle domande di finanziamento pubblico e prevedendo incontri sindacali di verifica sulla concreta utilizzazione dei finanziamenti e sui riflessi occupazionali e
produttivi che si determinano, almeno due volte l’anno ai diversi livelli nazionali, regionali e provinciali. In questo quadro non va sottovalutato l’obbligo del rispetto dei contratti e
delle leggi sociali per le aziende che chiedono di beneficiare dei finanziamenti pubblici e
della coerenza tra le scelte dei piani aziendali e gli obiettivi dei piani di zona, sui quali il
Ministro del Lavoro si è impegnato a fare una precisa direttiva alle Regioni.Tutto ciò conferisce un rilievo straordinario alla fase di applicazione delle leggi di piano che in tre anni
prevedono finanziamenti pubblici per l’agricoltura di circa 10.000 miliardi. Si rende per-
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ciò assolutamente necessario portare il massimo impegno a tutti i livelli su questi fondamentali problemi e attrezzarci adeguatamente per dare un carattere incisivo alla attività di
gestione e piena funzionalità a tutti gli strumenti di potere e ai diritti di intervento che
abbiamo, a cominciare dalle Commissioni comprensoriali che oggi possono contare sull’apposito regolamento convenuto nella trattativa di rinnovo contrattuale.
La situazione agricola di Toscana, Lazio, Marche e Umbria è stata segnata in maniera fortemente negativa dai fenomeni involutivi prima richiamati, con effetti dannosi sull’occupazione e sulle condizioni di lavoro, ma è altrettanto possibile invertirne la tendenza e determinarne una positiva evoluzione di ammodernamento e di sviluppo, con una significativa
qualificazione in termini occupazionali e delle condizioni dei lavoratori agricoli, attraverso valide scelte di programmazione agro-industriale ed efficaci interventi nella utilizzazione dei consistenti finanziamenti pubblici previsti dalle recenti leggi.
Gli aspetti specifici della nostra riflessione si incentrano su 5 punti: l’occupazione, la professionalità, l’organizzazione del lavoro, il collocamento e la previdenza e sugli strumenti
del potere sindacale. L’occupazione costituisce uno dei punti essenziali del nostro impegno e un elemento discriminante nella valutazione dei piani di sviluppo e dell’uso dei
finanziamenti pubblici. Non possiamo e non dobbiamo rassegnarci di fronte alle tendenze
e alle risultanze negative di questi anni che hanno visto un calo notevolissimo di lavoratori fissi ed avventizi, ma dobbiamo operare con maggiore forza, puntando ad una azione
correlata tra azienda e zone, in modo da rivendicare la presentazione e discussione dei
piani aziendali annuali e pluriennali per verificarne sia i riflessi sull’allargamento e la qualificazione dell’occupazione, sia la coerenza con gli obiettivi di sviluppo dei vari settori
produttivi delle singole zone. In questo senso è di estrema importanza approfondire per
ogni specifica area territoriale zonale le previsioni quantitative e qualitative della manodopera, che si dovranno determinare con la attuazione degli investimenti derivanti dalle
nuove leggi e dai Piani di settore anche al fine di una percezione precisa delle esigenze e
della disponibilità dell’occupazione nei diversi settori. In tema di occupazione la nostra
linea di fondo è quella del rafforzamento ed estensione della stabilità del rapporto di lavoro e del salario annuo garantito per un vasto numero di lavoratori, ricercando anche le possibilità di un avvio dell’arco annuo lavorativo intersettoriale nell’ambito di un processo
agro-industriale. Il nostro impegno in questa fase deve essere molto fermo nella salvaguardia dei livelli occupazionali esistenti e in particolare del tempo indeterminato, partendo
dai diritti di intervento sanciti nell’accordo contrattuale, per contrastare i propositi di riduzione del personale e per integrare gli organici aziendali, ai fini della garanzia del godimento di tutti gli istituti contrattuali. Ma non vanno tralasciate le ampie possibilità presenti nel pieno utilizzo del potenziale produttivo agricolo nei settori di prima lavorazione
e trasformazione dei prodotti agricoli, che sono nell’Italia Centrale ad un livello notevolmente insufficiente e figurano tra le indicazioni prioritarie da sviluppare emerse nella
Conferenza Agraria dell’Italia Centrale, svoltasi a Perugia in preparazione di quella
Nazionale sul Piano agricolo-alimentare del dicembre del ’77.
La professionalità diventa in questo quadro uno degli aspetti più qualificanti per sottrarre
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la qualità della domanda e dell’offerta di lavoro al disordine e allo spontaneismo del mercato, andando invece all’organizzazione dell’offerta di manodopera sulla base delle esigenze professionali derivanti dai processi produttivi che dovranno svilupparsi. Occorre
recuperare rapidamente un ruolo e un intervento sindacale per impedire, da parte delle
aziende, una gestione unilaterale della professionalità, che nel tempo ha subito in prevalenza condizioni di adattamento forzato con le scelte organizzative e i caratteri tecnologici delle aziende, senza il riconoscimento professionale ai lavoratori delle nuove capacità
acquisite con l’esperienza pratica aziendale, ma anzi mantenendoli in una condizione di
sotto-qualificazione rispetto al livello di capacità complessiva espressa nelle prestazioni
professionali. Non possiamo consentire il protrarsi di queste situazioni e dei problemi crescenti che si pongono con l’adozione di nuove tecniche, di mezzi meccanici più complessi, di impianti più sofisticati, di interventi chimici più intensi, senza un intervento sindacale adeguato. Da questa realtà deriva l’esigenza di prestare la massima attenzione ed
impegno alla preparazione di una offerta di capacità professionale complessiva qualitativamente più avanzata, in quanto vista nella dimensione del lavoratore soggetto protagonista e critico dell’intero ciclo produttivo in cui è impegnato. Si tratta di affermare una visione moderna e di programmazione, prevedendo le esigenze professionali in rapporto ai processi produttivi nelle quali gli aspetti tecnologici e scientifici saranno sempre più importanti e rilevanti. Rispetto a ciò si evidenziano le necessarie correlazioni con i piani di attività e i contenuti della formazione professionale, da rivolgere con particolare riguardo nei
confronti delle donne e dei giovani, che è anche la condizione per assicurare una reale
prospettiva allo sviluppo agro-industriale e alle condizioni che i nuovi investimenti in agricoltura possono determinare, in particolare nella direzione di uno sviluppo delle colture
intensive, dell’ortofrutta e dell’irrigazione; di un recupero produttivo delle zone interne
nella combinazione agro-silvo-zootecnica; di una crescita dell’attività indotta per la prima
lavorazione e commercializzazione dei prodotti agricoli. E’ superfluo sottolineare le implicazioni qualitative della professionalità della categoria e dei processi di formazione della
forza-lavoro, nonché dell’impegno che ne discende, per intervenire sia a livello aziendale,
ai fini di affermare il giusto inquadramento dei lavoratori, sia a livello contrattuale e istituzionale per una migliore e più omogenea classificazione, con una adeguata attività di formazione e riqualificazione professionale attraverso precisi e validi programmi da parte
delle Regioni.
L’organizzazione del lavoro risulta come sempre un nodo di fondamentale importanza per
la salvaguardia delle condizioni di lavoro e per misurare la capacità di intervento sindacale nell’uso della forza-lavoro nello svolgimento dell’attività produttiva. Non c’è dubbio che
è soprattutto a livello delle singole aziende che vanno affrontati i vari problemi connessi
alla organizzazione del lavoro, da quelli riguardanti l’ambiente e la nocività per la prevenzione e la salvaguardia della salute a quelli che riguardano i carichi e i ritmi di lavoro svolti in azienda; da quelli inerenti il controllo del nostro orario e del ricorso alle prestazioni
straordinarie a quelli concernenti la norma del nuovo accordo contrattuale per l’integrazione dal carico di manodopera aziendale e delle squadre di sostituti finalizzate al godi-
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XV
mento dei riposi, delle ferie e delle festività. Intervenire e pesare su l’insieme di queste
questioni significa penetrare e verificare le scelte contenute nei piani aziendali ed avere
piena conoscenza della quantità e della qualità occupazionale occorrente in azienda, sia
fissa che avventizia, e quindi di poter intervenire su alcuni fenomeni, in fase di espansione, come la vendita dei prodotti sul campo e sugli alberi ai commercianti e il ricorso al
lavoro dei contoterzisti. E’ in primo luogo necessario recuperare ed esercitare una funzione di controllo sindacale aziendale su tutti gli aspetti della organizzazione del lavoro e
quindi delle scelte colturali se vogliamo tutelare realmente l’occupazione e le condizioni
di lavoro degli operai agricoli. Uno degli aspetti su cui colmare i nostri ritardi è certamente il campo della tutela della salute, che ci si presenta in termini nuovi e più avanzati con
l’impegno del nuovo accordo contrattuale sulla “mappa del rischio” e degli importanti
compiti che vengono in proposito demandati ai CIPL. Sono queste capacità di intervento
e di controllo che possono sospingere in avanti la realizzazione di una nuova politica del
lavoro in agricoltura, che rappresenta un fattore qualificante e discriminante dello stesso
processo di sviluppo e di trasformazione che si può avviare con l’attuazione delle prime
leggi di piano.
Il collocamento e la previdenza hanno per la nostra categoria un valore e una importanza
di notevole rilievo. Particolarmente in questa fase avvertiamo tutti l’esigenza pressante di
una gestione reale del mercato del lavoro e di un uso più razionale e meno distorto della
previdenza. Il controllo del mercato del lavoro tramite il collocamento è decisivo per poter
esprimere un incisivo ruolo sindacale. L’impegno per la funzionalità del collocamento
deve essere strettamente legata all’obiettivo di farne una sede di lotta per la crescita dell’occupazione e della distribuzione della forza-lavoro, superando una concezione passiva e
burocratica che si è andata involgendo nel corso degli anni dopo le memorabili lotte per
combattere il mercato di piazza, di cui Avola e i morti che ci sono stati rappresentano un
simbolo e un richiamo per un rinnovato impegno della categoria.
Altrettanto importante per la nostra categoria è la previdenza, che rappresenta comunque
una parte integrativa significativa del reddito di molti operai agricoli e forestali e deve essere uno strumento per stimolare l’impegno in direzione di un crescente lavoro produttivo,
al fine di portare i lavoratori prioritariamente verso un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e anche per raggiungere i livelli più alti delle quantità di occupazione per il diritto alle indennità integrative speciali. Al tempo stesso vanno combattuti i fenomeni degenerativi che hanno determinato un grave deterioramento e riduzione dei rapporti a
tempo indeterminato, con conseguenze alla lunga assai preoccupanti sul potere e sulla
forza dell’azione sindacale della categoria.
Gli strumenti di potere sindacale, infine, costituiscono le leve su cui poggiare la nostra
azione per portare a soluzione il complesso dei problemi richiamati, legati all’occupazione e alla condizione di lavoro degli operai agricoli, florovivaisti e forestali.Al riguardo non
possiamo non riflettere attentamente e criticamente sui limiti e le disfunzioni degli strumenti
di potere faticosamente conquistati e sull’importante ruolo che essi hanno per il conseguimento degli obiettivi complessivi che abbiamo indicato, con particolare riferimento alla fun-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 197
XV
zionalità dei delegati aziendali – quale fondamentale struttura sindacale di base – e alle
Commissioni intersindacali, per i compiti rilevanti assegnati loro dal contratto che sono collegati sia alle politiche del lavoro sia alle politiche dello sviluppo. Peraltro la recente acquisizione nell’accordo contrattuale del regolamento per il funzionamento toglie ogni motivazione e giustificazione all’avvio della funzionalità delle Commissioni intersindacali, mentre
vogliamo sottolineare la fondamentale esigenza del raccordo stretto che è necessario stabilire tra i problemi e le decisioni da assumere nelle Commissioni e l’impegno e la partecipazione dei lavoratori sugli stessi problemi sia nella fase di discussione e di decisone,sia in quella della loro applicazione nelle aziende e nelle zone.
Lo stesso impegnativo momento attuale di applicazione e gestione delle norme dell’accordo contrattuale nazionale sollecita con più urgenza la piena capacità di funzionamento di tutti gli strumenti di potere che, tra l’altro, è la condizione preliminare essenziale per
giungere all’appuntamento dei prossimi rinnovi dei contratti integrativi provinciali degli
operai agricoli e florovivaisti e degli integrativi regionali dei lavoratori forestali in posizione di maggiore forza, rendendone possibile una effettiva operatività e l’ulteriore avanzamento delle condizioni complessive dei lavoratori. Le linee e i contenuti su cui saranno
impostate ed elaborate le piattaforme rivendicative delle prossime vertenze contrattuali
dei forestali avranno a base proprio la politica del lavoro, espressa in particolare negli elementi di garanzia e crescita occupazionale e del consolidamento della condizione di lavoro, da realizzare in rapporto agli effetti attuativi dei piani settoriali in corso di definizione
a livello governativo del CIPAA e nelle Regioni. L’intreccio tra momento contrattuale e
piani di settore diventa un punto decisivo e richiama il complesso della nostra categoria
ad esercitare un forte impegno di sollecitazione e di intervento sulle scelte e sugli indirizzi concreti da assumere.
Non c’è dubbio che la mancanza di una politica economica complessiva del Governo e
l’aggravarsi dei dati di crisi, tra i quali si evidenzia quello energetico, hanno reso più difficili e più acuti i problemi urgenti e non dilazionabili posti dal movimento sindacale con le
priorità dell’occupazione, specie giovanile, e del Mezzogiorno con l’allargamento della
base produttiva agro-industriale. Il perpetuarsi della crisi politica e i tentativi di spostamento a destra, presenti nel disegno di potenti forze economiche e politiche conservatrici che sono state alla base dello stesso scioglimento anticipato del Parlamento, accentuano e protraggono lo stato di incertezza e finiscono per determinare ulteriori ritardi nella
stessa attuazione coordinata delle leggi di piano per l’agricoltura e per l’industria ad essa
collegata. La crisi di Governo non appare ancora di imminente soluzione, anche se l’incarico di formare il governo conferito dal Presidente Pertini ad un autorevole rappresentante socialista e della classe lavoratrice, come ha detto il compagno Lama al C.D. di ieri l’altro, rappresenta un fatto importante e positivo che non lascia indifferente una organizzazione sindacale come la CGIL, nella ovvia riconferma dell’autonomia di giudizio del movimento sindacale che si misurerà in rapporto alle scelte programmatiche e alla realizzazione concreta degli obiettivi fondamentali da tempo indicati dal movimento sindacale. E tuttavia il nostro auspicio è che si affermi uno schieramento progressista nell’unità delle forze
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politiche che si richiamano ai lavoratori, per una azione riformatrice nel nostro Paese.
Comunque la crisi di Governo non deve assolutamente attenuare la nostra mobilitazione
e il nostro impegno, come peraltro è dimostrato dalle lotte condotte dal movimento sindacale con lo sciopero generale del 19 giugno, la grande manifestazione dei metalmeccanici e dalle altre ancora in corso. Dobbiamo puntare ad obiettivi precisi e concreti, partendo dalle reali condizioni e situazioni delle zone in cui intervenire.
Le caratteristiche delle regioni della Toscana, Lazio, Marche e Umbria presentano una netta
prevalenza di ambienti montani e collinari ed è quindi naturale l’interesse e l‘impegno specifico in direzione dei lavoratori forestali e della zone interne. In questi anni i lavoratori
forestali dell’Italia Centrale hanno dimostrato una maturazione ed una crescita politico-sindacale, esprimendo una chiara identità e la capacità di porre con forza i problemi dello sviluppo programmato delle zone contrassegnato non da logiche assistenziali, ma esplicitamente produttive, anche negli interventi protettivi di difesa del suolo. Con l’impegno di
lotta dei lavoratori agricoli e forestali si è riusciti a suo tempo ad inserire nella legge quadrifoglio anche il piano per gli interventi nelle zone interne in una visione moderna di sviluppo agro-silvo-zootecnico, creando così le condizioni di un recupero delle risorse collinari e montane indispensabili per far fronte alle esigenze agro-alimentari e della stessa
industria cartaria e del mobile con una valida produzione legnosa. Va considerato che la
voce dei prodotti legnosi è molto alta nel deficit dei conti con l’estero del nostro Paese e
certamente esistono le reali possibilità che dalle zone interne possa venire un contributo
positivo per la fornitura della materia prima alle industrie del legno e della carta. Questo
richiede l’assunzione di una gestione del territorio e un suo utilizzo produttivo in modo
programmato da parte delle Regioni e delle Comunità Montane, con precisi e organici
piani di sviluppo da attuare con l’utilizzo di una forza-lavoro stabile e sempre più qualificata, rispondente al livello nuovo degli interventi.
Per effetto della legge 382 si è venuta ampliando, con il passaggio seppur travagliato dallo
Stato alle Regioni di notevoli territori e strutture nel settore della forestazione, la possibilità di un cambiamento di fondo nelle zone interne, che dobbiamo cogliere per determinare tutti gli interventi necessari per il rimboschimento, per il prato-pascolo in funzione
dello sviluppo zootecnico, per la realizzazione di piccoli invasi e laghetti collinari, per la
forestazione sia protettiva che produttiva utilizzando il lavoro di ricerca e sperimentazione per le tipologie più appropriate, nonché per la stessa prevenzione degli incendi in
modo da evitare la distruzione ricorrente di parte del patrimonio boschivo del Paese. Si
sono già avute proprio qui ad Arezzo delle esperienze estremamente positive con l’integrazione dell’attività di forestazione con quella del taglio e della lavorazione del legname.
I compagni interessati potranno fornire elementi più dettagliati di questa importante esperienza, che potranno confrontarsi con gli approfondimenti sollecitati per il Convegno.
Ha cominciato ad affermarsi in questi anni una prima presenza di forme di cooperative di
lavoratori forestali che dobbiamo ulteriormente estendere, specialmente ora che è andato
a soluzione il problema dell’inquadramento previdenziale in agricoltura, con le certezze e
i diritti da utilizzare per la costruzione di un reddito annuo. La fase che si apre per i rin-
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 199
XV
novi degli integrativi regionali del contratto dei lavoratori forestali sarà l’occasione per
affrontare l’insieme di questi problemi nella linea di determinazione impegni certi per i
piani di sviluppo e per la stabilità e la qualificazione occupazionale, chiamando ad un serrato e concreto confronto negoziale li Regioni e le Comunità Montane.
L’impegno sull’occupazione ha per noi un carattere prioritario in tutti i settori e lo è particolarmente dove esso viene messo in discussione con il ricorso ai licenziamenti, come sta
avvenendo in queste settimane ai lavoratori florovivaisti delle Aziende Sgaravatti di Roma,
Pistoia e Padova con la comunicazione di ben 96 licenziamenti e la decisione di smantellare tutte le attività produttive. Si è di fronte ad una arroganza padronale che manifesta con
ostinazione una volontà negativa ad ogni soluzione di ristrutturazione e di rilancio produttivo prospettate. La mancata presentazione dell’Azienda alla convocazione presso il
Ministero del Lavoro è l’ennesima riprova di assoluta e inaccettabile arroganza padronale.
Le aziende del Gruppo Sgaravatti hanno rappresentato e rappresentano una struttura di
notevole potenzialità produttiva nel settore florovivaistico del nostro Paese che non presenta caratteristiche di crisi, in quanto il settore è in piena espansione e registra una sostenuta domanda sia in Italia che all’estero. In un contesto di espansione eventuali momenti
critici, dovuti comunque alla responsabilità della conduzione aziendale, possono trovare
positiva soluzione se vi è volontà in tal senso. La vasta e dura lotta che i lavoratori sono
stati costretti ad intraprendere ha reso possibile evidenziare anche di fronte agli Assessori
dell’Agricoltura delle diverse Regioni interessate la grave insensibilità e irresponsabilità dei
proprietari per una valida soluzione. L’impegno dei lavoratori della Sgaravatti, insieme al
sostegno di tutta la categoria, vuole richiamare l’esigenza di salvaguardare il potenziale
produttivo e l’occupazione nelle forme in cui esse saranno possibili con o senza la
Sgaravatti. Nel settore florovivaistico si ha una presenza di lavoratori particolarmente specializzata, ma anche in esso occorre riprendere ed estendere un ruolo attivo del sindacato
nelle aziende per affrontare i problemi della condizione di lavoro, con riferimento particolare alle lavorazioni in serra al fine di una reale tutela della salute dei lavoratori. Abbiamo
indicato nelle esigenze di approfondimento di questo Convegno anche quello relativo alla
realtà e condizioni del settore florovivaista, che potrà dare un contributo importante ai
lavori e alle scadenze impegnative che ci attendono.
Anche altri importanti contributi potranno aversi dalle iniziative compiute nei mesi scorsi nelle Regioni dell’Italia Centrale e su quelle che abbiano orientativamente indicato nelle
riunioni preparatorie.Tra questi rileviamo i piani di sviluppo zonale che nel Lazio hanno
visto un particolare impegno su quello della zona Aurelio-Maccarese, nel quale un ruolo di
grande rilievo viene assegnato, in collegamento con il comprensorio agricolo circostante,
all’azienda pubblica della Maccarese, nella quale si è svolta recentemente una Conferenza
di Produzione per una verifica della situazione aziendale e degli impegni assunti dalle parti
per il suo rilancio e potenziamento.
Altre iniziative ed esperienze si possono trarre in Toscana, nella Media Val d’Elsa, sui problemi dell’ambiente e la medicina del lavoro, dove la lotta dei lavoratori con la vertenza
aziendale ha portato dopo serrate discussioni alla stipula della convenzione, da parte
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XV
dell’Azienda, con il Consorzio Socio-Sanitario e l’impegno per le indagini e le rilevazioni
sui materiali utilizzati e sugli ambienti; per le visite mediche ed esami di rischio connesse
all’uso dei prodotti anticrittogamici, antiparassitari e diserbanti; per la trasmissione dei
campioni dei prodotti da usare; per l’istituzione del libretto sanitario, nonché al pagamento per le visite mediche e per gli interventi del personale tecnico specializzato. Riteniamo
che sia una esperienza di grande interesse da diffondere nelle altre aziende.
Vi è inoltre da segnalare l’iniziativa nel Lazio sulla manodopera migrante e sul mercato del
lavoro, individuando nelle diverse aree dell’Agro-Pontino i punti più acuti del fenomeno
riguardanti i bacini di impiego per la manodopera migrante e quella pendolare, entrambe
soggette a forme di caporalato con tutto ciò che questo significa nel tipo di ingaggio fuori
del collocamento, nelle violazioni contrattuali e di legge e nella pratica del sottosalario.
L’indagine e l’iniziativa condotta ha fornito precisi dati sui centri di provenienza, compresi quelli provenienti dalle altre Regioni, e su quelli di destinazione. Occorre dare continuità all’iniziativa con un forte impegno che si sviluppi con una precisa azione vertenziale
nelle aree individuate, per farne scaturire concreti risultati ed eliminare i gravi e distorti
fenomeni che caratterizzano il mercato del lavoro, avvalendosi della norme pattuite con il
recente accordo contrattuale nazionale.
Sicuramente gli interventi e il dibattito arricchiranno gli accenni fatti sulle diverse iniziative ed esperienze e sugli altri problemi che sono stati oggetto di approfondimento nelle
varie Regioni e dello stesso impegno di gestione e applicazione dei nuovi contratti nazionali rinnovati.
Portare avanti il quadro degli impegni e delle iniziative richiede di avere adeguati rapporti di Unità Sindacale, la quale ha come presupposto il diffondersi della democrazia e della
partecipazione diretta dei lavoratori per un rinnovato impegno finalizzato al raggiungimento del massimo delle condizioni unitarie possibili. In questo modo si possono riaprire
spazi credibili sia per un rilancio delle strutture della Federazione Unitaria a tutti i livelli e
in particolare in quelli di zona, come nuovi centri di direzione articolata e territoriale del
movimento, sia per un rafforzamento degli strumenti sindacali con l’elezione unitaria dei
rappresentanti dei lavoratori nelle diverse Commissioni. Ciò che non possiamo fare è di
avere una posizione di rassegnazione nei rapporti unitari di fronte alle persistenti difficoltà, che nella nostra categoria hanno una non invidiabile accentuazione. Soltanto con un
coinvolgimento costante e una partecipazione diretta dei lavoratori, insieme allo sforzo e
all’acquisizione di una pratica unitaria e democratica, si può consentire lo sviluppo e la
solidità delle strutture unitarie di base e ai diversi livelli.
Compagni, abbiamo davanti a noi un grande impegno di approfondimento, di iniziative e
di lotta, unitamente alla importante occasione di determinare, con l’attuazione delle leggi
di piano, reali cambiamenti e positivi effetti sull’occupazione, sullo sviluppo e sulle condizioni di lavoro. Abbiamo la forza, la capacità e la volontà di far fronte a questi impegni,
dobbiamo operare con forza e con decisione per realizzare gli obiettivi qualificanti indicati
che interessano non solo la categoria, ma il movimento sindacale e il paese.
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 201
SIGLARIO
ACLI
Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani
AIMA
Azienda di Stato per gli Interventi nel Mercato Agricolo
ANCA
Associazione Nazionale Cooperative Agricole
ASAP-ANIC
Associazione Sindacale Aziende Petrolifere-Azienda Nazionale Idrogenazione
Combustibili
C.C.
Comitato Centrale
C.D.
Comitato Direttivo
C.E.
Comitato Esecutivo
CEE
Comunità Economica Europea
CENFAC
Centro Nazionale per lo sviluppo delle Forme Associative e Cooperative
CES
Conferenza Europea dei Sindacati
CIPA
Comitato Interministeriale per la Programmazione Agricola
CIPI
Comitato Interministeriale per la Programmazione Industriale
COMECON
Council for Mutual Economic aid,
Consiglio di mutua assistenza economica tra i paesi dell’Europa orientale
COPA
Comitato delle Organizzazioni Professionali Agricole dell’Unione Europea
CPIL
Contratto Integrativo Provinciale di Lavoro
EFA
Federazione Europea dei Sindacati Agricoli
FAO
Food and Agricolture Organization on the United Nations,
Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione
FEOGA
Fondo Europeo di Orientamento e Garanzia per l’Agricoltura
FINAM
Finanziaria Agricola del Mezzogiorno
FISBA-CISL
Federazione Italiana Salariati Braccianti Agricoli
FSM
Federazione Sindacale Mondiale
MAF
Ministero Agricoltura e Foreste
MEC
Mercato Comune Europeo
PAC
Politica Agricola Comune
UISBA-UIL
Unione Italiana Salariati Braccianti Agricoli
UISTAFP
Union Internationale Syndacale de Travailleurs de l’Agricolture Forets e Plantations,
Unione Internazionale Sindacale dei Lavoratori dell’Agricoltura Foreste e Piantagioni
UPA
Unione Provinciale Agricoltori
DONATELLA TURTURA. GLI ANNI DELLA FEDERBRACCIANTI 203
Quanto le donne hanno la possibilità di essere se stesse oggi? In che misura le loro scelte lavorative e di vita
sono realmente libere da condizionamenti? Quanto la società e le istituzioni hanno percorso la strada della
modernità per fornire un sistema di riferimento adeguato al ruolo che viene loro richiesto? Gli interrogativi
che oggi ci poniamo rispetto alla condizione della donna ripercorrono incredibilmente una strada aperta trent’anni or sono, all’interno del mondo sindacale e non solo.
Analizzare oggi il rapporto tra donna e società non è impresa facile. Stretti fra un passato di conquiste, di
emancipazione, di libertà acquisite ed un presente in cui la differenza di genere è ancora filtro e discrimine,
ci si trova impreparati a definire in che misura la modernità abbia investito questo rapporto. Se è vero infatti che la donna ha ottenuto un diverso grado di libertà ed un maggiore consapevolezza dei suoi diritti, altrettanto evidente appare il persistere di condizioni che ne limitano la possibilità di scelta, di realizzazione, di
indipendenza.
La volontà di comprendere ciò che è stato fatto e ciò che ancora è necessario fare è stata la spinta per ripercorrere, attraverso i suoi scritti, l’attività di Donatella Turtura, a dieci anni dalla sua scomparsa. Primo
Segretario Generale donna della Federbraccianti, la Turtura ha cavalcato l’ondata del femminismo senza
farne il proprio vessillo, criticandone anzi il separatismo e la chiusura, dando prova nel contempo delle straordinarie capacità di guida “al femminile”. A lei si deve, infatti, l’avvio della riflessione sul concetto di agroindustria, incipit del processo di unificazione approdato nella Flai.
Attraverso i suoi discorsi e le sue riflessioni si cerca qui di recuperare alla memoria un passato recente, caratterizzato da un’incontro-scontro di genere che a tutt’oggi fatica a trovare una sua dimensione nella categoria e nella società intera.
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DOSSIER METES – D. Turtura. Gli anni della