LADOMENICA DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 NUMERO 456 DIREPUBBLICA CULT All’interno La copertina Zalonismo fenomenologia di un nuovo arcitaliano CURZIO MALTESE e BENEDETTA TOBAGI Il libro La scuola delle reclute senza guerra nel Paese-esercito SUSANNA NIRENSTEIN Straparlando Franco Cerri “Io, l’uomo in ammollo vissuto di jazz” ANTONIO GNOLI DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI Al confine tra Grecia e Turchia L’opera L’attualità ATTILIO BOLZONI e FABIO TONACCI MAREK HALTER “Il pieno, grazie” cent’anni di on the road I uanta poca fantasia ha dimostrato l’Uomo, nel corso dei millenni, per difendersi. Già dai tempi delle prime grandi città sumeriche cominciò a erigere muri per proteggersi dalle bande di nomadi e saccheggiatori. Ma soprattutto per dividersi da chi non era come lui, da chi viveva in modo diverso. Appena è uscito dalla dimensione famigliare, e si è organizzato in società più ampie, ha cominciato a temere l’Altro. E ciò accade ancora oggi. Solo pochi giorni fa la Gran Bretagna ha chiesto all’Europa di alzare un muro contro “i bulgari”, gli afgani, gli africani. Anche nella mia esperienza, il muro è anzitutto quello della separazione: il muro del ghetto. Quello che i nazisti costruirono attorno al quartiere ebraico dove vivevo con la mia famiglia a Varsavia. Lo fecero per segregare dalla società “giusta e pulita” chi, a loro avviso, era portatore della peste. Ma detto questo, anche i muri cadono. E quando non cadono, possono essere aggirati. (segue nelle pagine successive) VITTORIO ZUCCONI L’inedito Giochi da Joyce “Il mio devoto sposo è troppo umano...” NADIA FUSINI e JAMES JOYCE NEA VISSA (Confine Grecia-Turchia) l fiume, l’Evros, non si vede mai. Ma è lì, dietro gli alberi. L’acqua melmosa trascina cadaveri dalle pianure della Tracia fino all’Egeo. Sembra vicino questo confine fra noi e loro, sembra solo a un passo quest’altra Lampedusa metà greca e metà turca che invece di stare in mezzo al mare sta in mezzo alla terra. Ma ci sono orti, piantine di aglio e di tabacco, sentieri, zolle rivoltate, poderi arati, trattori, fienili. E campi minati. Ogni tanto salta in aria un cane o una capra, ogni tanto una donna o un bambino. Ogni tanto. Dove il fiume fa una piccola piega e si ritira lasciando posto all’argilla, un reticolato di ottocento tonnellate d’acciaio è diventato la vera frontiera fra l’Europa e l’Asia. È il muro dell’Evros, dodici chilometri di metallo luccicante, pali, chiodi, cemento, lame e filo spinato per sbarrare il cammino alle carovane provenienti dall’Oriente. È alto quasi quattro metri ed è costato quasi quattro milioni di euro. (segue nelle pagine successive) Q “Ernani” a Roma il diritto alla felicità contro il potere secondo Muti GUIDO BARBIERI L’arte Il Museo del mondo I bambini solitari di Soutine MELANIA MAZZUCCO la Repubblica DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 32 LA DOMENICA Il reportage Un muro di dodici chilometri lungo il fiume Evros separa Grecia e Turchia là dove l’Europa sembra ormai vicina LA CACCIA. Su un casolare abbandonato lungo la frontiera una scritta incita a sparare sui migranti IN FUGA. Molti nordafricani, come questi ragazzi algerini, cercano di arrivare in Europa attraverso la Turchia Cercando un buco nella rete ATTILIO BOLZONI e FABIO TONACCI (segue dalla copertina) hanno finito di costruire un anno fa, a dicembre. Da una parte ci sono sonnacchiosi paesi greci, dall’altra i minareti delle moschee di Edirne. Da qui prima passavano a decine di migliaia, ora non passa più nessuno. Sopra la sua ferraglia volano solo poiane, falchi e sparvieri. I migranti adesso guadano il fiume più giù, verso Didimoticho. O più a nord, fra i boschi di Ormenio. L’attraversano a nuoto o su malandate chiatte, a volte GRECIA/ affogano fra i vortici, a volTURCHIA te muoiono di freddo. So12 km no afgani, pachistani, soacciaio, cemento no armeni, curdi, irachee filo spinato ni, siriani, somali, egiziani. C’è perfino qualche tunisino e marocchino, che per non prendere il largo sui barconi nel Mediterraneo fa un lungo giro d’Africa. Vagano eternamente alla ricerca di un varco, non si fermano mai. Appena lo trovano, s’infilano. Ce n’è sempre uno sui centosessantasei chilometri che segnano il limite fra il territorio turco e quello greco. C’è sempre una breccia fra gli argini e la selva. Dopo quello sull’Evros qualcuno ad Atene vorrebbe alzare un altro muro, ancora più imponen- L’ te e ancora più alto. Sul bordo bulgaro che è a dieci minuti di auto dall’altro confine, c’è già uno steccato fra la città di Svilengrad e le pinete di Elhovo. Nel 2015 questa “barriera tecnica” — così la definiscono in gergo burocratico a Sofia — raggiungerà i trentasei chilometri. È un Continente intero che si sta chiudendo, che sta blindando ogni sua porta all’altro mondo. Le paure e gli egoismi che s’inseguono in quest’Europa balcanica forse, un giorno, prenderanno la forma di un unico grande muro. Il nostro viaggio per arrivare al fiume Evros è iniziato a Nea Vissa, l’ultimo villaggio greco che sfiora la Turchia. Poi siamo scesi a Orestiada e a Kastanies, abbiamo visitato il “centro di ammissione” di Filakio, incontrato il capo della polizia della Grecia orientale a Komotini, ci siamo arrampicati sulle montagne di Sidero dove fra le sterpaglie sono sepolti quelli che l’Evros si è portato via nel- le gelide notti d’inverno. Come gli altri sprofondati nel Canale di Sicilia. Lo stesso destino. Dov’è il fiume? Dov’è la frontiera? Eccola Nea Vissa, la nuova Vissa, fondata nel 1922 dopo che i turchi sull’altro fronte avevano cacciato i greci da quell’antica, una strada, una piazza, una taberna che serve cacciagione, il cartello del check point. Fino all’estate dell’anno scorso, dalle 3 alle 6 del mattino Nea Vissa era affollata da centinaia di profughi, si aggiravano nelle campagne, cercavano riparo nei casolari, si nascondevano alle ronde dei poliziotti. Il muro l’ha svuotata. Oggi Nea Vissa sembra un paese fantasma. Due bambini giocano davanti alla chiesa ortodossa, cortili deserti, quattro famiglie raccolte in un salone per festeggiare un battesimo. Sono tutti confusi dall’improvviso silenzio che ha avvolto le loro contrade. «Noi greci, fra qualche anno, potremo fare la stessa fine dei migranti e cercare di entrare come loro IL MURO. Un tratto della nuova barriera anti-immigrati al confine tra Grecia e Turchia clandestinamente in altre nazioni», racconta Nichos Ntofis, il proprietario del bar Utopia. E il sindaco del vicino villaggio di Kastanies, Maria Liacha: «Quella del muro è stata la scelta migliore, forse però potevamo fare qualcosa di più per tenerli a casa». La cinta sull’Evros ha “salvato” due piccoli comuni e i suoi 2800 abitanti, ma non ha dato sollievo a una Grecia che resta un colabrodo nel suo fianco est. Chi s’avventura da Kabul o da Islamabad e percorre migliaia di chilometri in due e anche tre anni — a piedi, sui cassoni dei camion, su mezzi di fortuna — non si fa fermare da questo muro e da questo fiume. Ma dov’è, dov’è l’Evros che s’ingoia esuli e profughi con tutti i loro sogni? E dov’è il muro della vergogna? È a seicento metri, a quattrocento, a duecento metri, è appena dietro la curva, è qui. Ma qui non c’è il muro e non c’è il fiume, qui c’è solo l’area proibita, una zona militarizzata per cinquecento metri. Ci sono teschi gialli che indicano morte e segnali rossi con la scritta mines, mine. Sono dappertutto, a destra e a sinistra di una baracca dove bivaccano soldati che imbracciano mitraglie. Dicono che le hanno piazzate «per i tank turchi». Le hanno nascoste fra questi campi nel ’74, al tempo della crisi fra Atene e Ankara per l’isola di Cipro. E le hanno lasciate lì, da quasi quarant’anni. L’alibi sono i carri armati di Ankara, ma su quelle mine perdono le gambe o la vita i disperati che dall’Oriente arrivano sino al fiume. Dal 1990 al 2008 almeno novantadue i morti, dati più recenti le autorità greche non ne danno. «Capita di sentire che qualcuno finisca a pezzi in quella striscia che c’è fra il fiume e Nea Vissa, i numeri veri però li tengono sempre segreti», dice Valantis Pantsidis, l’avvocato di Orestiada che difende chi I muri nel mondo / operativi USA/ MESSICO NORD/ SUD COREA STRISCIA DI GAZA E WEST BANK INDIA/ BANGLADESH INDIA/ PAKISTAN MAROCCO/ SPAGNA 1.000 km acciaio, legno e calcestruzzo 240 km filo spinato e acciaio 48 km e 730 km calcestruzzo, filo spinato e acciaio 4.100 km cemento, filo spinato e rete metallica 2.240 km cemento, filo spinato e rete metallica 20 km reticolato e filo spinato MAROCCO/ SAHARA OCCIDENTALE 2.720 km sabbia e pietra CIPRO GRECA/ CIPRO TURCA YEMEN/ ARABIA SAUDITA 180 km cemento, bidoni e filo spinato 1.800 km calcestruzzo e tubi ripieni la Repubblica LEGUIDE LA STAGIONE DELLA SCALA2013-2014 DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 DIREPUBBLICA @ [email protected] ■ 33 Traviata Chetragedia l’amore Una lettura psicologica e inedita del capolavoro di Verdi conclude l’anno del bicentenario nel tempio dell’opera. Che inaugura il 7 dicembre una stagione ricca di compositori italiani, da Rossini a Donizetti e Mascagni. Con giovani direttori e debutti nella lirica di star della bacchetta. E più di 60 serate di danza CINQUE VOLTE IN UN ANNO La soprano tedesca Diana Damrau. In meno di un un anno avrà interpretato il ruolo di Violetta in cinque teatri del mondo, da New York a Parigi il regista Dmitri Tcherniakov la soprano Diana Damrau i concerti Harding a Natale “Ho pensato a Bergman e Antonioni” Una Violetta infelice e moderna Cinque filoni da Beethoven a Berio ANNA BANDETTINI PAOLA ZONCA ANGELO FOLETTO uccede a molti, uomini e donne, anche oggi: vivono questa sensazione di amare ma insieme di averne paura, paura di perdere. Ecco, questa paura dell’amore mi sembra il centro della storia di Violetta», avverte subito Dmitri Tcherniakov, intelligente regista-scenografo della Traviatadi Verdi che il 7 dicembre ( il 4 l’anteprima giovani) inaugura la nuova stagione del Teatro alla Scala con la direzione dal podio di Daniele Gatti. Russo, quarantatreenne, corporatura solida, una bella testa, capelli rasati, irruente e non scontato nel modo di porsi, Tcherniakov è la novità dello spettacolo. Alla Scala c’era stato solo una volta con Il giocatore, coproduzione del 2008 con la Staatsoper di Berlino, dove è molto amato e dove a ottobre ha entusiasmato i berlinesi con l’allestimento di La fidanzata dello zar di Rimskij-Korsakov. (segue a pagina II dell’inserto) È N S la Violetta dei nostri giorni. Il soprano tedesco Diana Damrau in meno di un anno avrà interpretato il ruolo, uno dei più affascinanti dell’intero repertorio operistico, cinque volte: è già accaduto al Metropolitan con Placido Domingo e a Zurigo. Ora è la volta della Scala, poi di Londra e Parigi. E si può dire che il regista della Traviata dell’inaugurazione,Dmitri Tcherniakov, le abbia proprio cucito addosso lo spettacolo, sin da quando la cantante 42enne (alla sua seconda inaugurazione dopo L’Europa riconosciuta di Salieri diretta da Muti nel 2004) annunciò al sovrintendente Stéphane Lissner che intendeva affrontare il capolavoro verdiano, dopo aver tanto spaziato da Mozart a Strauss. Una full immersion, insomma, da tempo vagheggiata e inseguita. «È un’opera che adoro da quando ero bambina», spiega. (seguea pagina II dell’inserto) on solo opera. I diversi filoni concertistici scaligeri intessono, e in alcuni casi integrano, i titoli teatrali di stagione. Alcuni sono concerti ospitati, e a favore di iniziative benefiche, che portano in Scala grandi complessi internazionali (London Symphony, Filarmonica Scala, Orchestra Verdi, Staatskapelle Dresden) e il nuovo Progetto Pollini che propone le Sonate mature di Beethoven accostate in febbraio a Sciarrino (Carnaval a 5 voci solo di pianoforte e 10 esecutori), in marzo a Stockhausen (Klavierstück X) e in maggio a Lachenman (“…zwei Gefühle”, Musik mit Leonardo per voce recitante - sarà lo stesso autore - e ensemble). Ai cicli cameristici consueti (Recital di canto, Scala in famiglia e Invito alla Scala), si aggiungono I Concerti dell’Accademia: cinque appuntamenti con cantanti e l’Ensemble Giorgio Bernasconi dell’Accademia della Scala. (segue a pagina V dell’inserto) l’evento ome da tradizione il 7 dicembre si alza il sipario sulla stagione 2013-14 del C Teatro alla Scala di Milano. La serata è dedicata a Verdi con La traviata diretta da Daniele Gatti, ottavo titolo verdiano del 2013, che chiude le celebrazioni del bicentenario della nascita del Maestro. Nel programma sette titoli su dieci sono di autori italiani (Rossini, Donizetti, Mascagni) e su libretto italiano (Così fan tutte di Mozart), con Verdi ancora in posizione dominante con, dopo La traviata, Il trovatore e Simon Boccanegra; quest’ultima con la bacchetta del direttore musicale della Scala, Daniel Barenboim, che dirige anche La sposa dello Zar di Rimskij-Korsakov e Così fan tutte di Mozart, nuova produzione con regia di Claus Guth. Sempre nel campo della lirica, il 7 dicembre 2014 si aggiungerà Fidelio di Beethoven (l’unico lavoro per il teatro del compositore) che aprirà la stagione 20142015. Debutta invece alla Scala, nell’opera, Antonio Pappano, che dirige Les Troyens di Berlioz. La stagione di danza conta 61 recite con molti titoli del repertorio classico. www.teatroallascala.org la Repubblica LA STAGIONE DELLA SCALA 2013-2014 DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 34 l’Opera Sabato prossimo la tradizionale prima presenta una versione originale del melodramma verdiano firmata dal regista e scenografo Dmitri Tcherniakov A impersonare la famosa figura femminile è l’interprete tedesca, fra le voci più acclamate nei teatri internazionali. E il podio vede il ritorno di Daniele Gatti Traviata L’amore chefamale (segue dalla prima dell’inserto) pettacolo che verrà sempre alla Scala in S marzo, prima che il regista voli verso il Metropolitan di New York per una regia del Principe Igor di Borodin. Ex violinista, ma di scarso talento dice lui, amante della musica, ha firmato regie prevalentemente di opere liriche «il che è bello perché è come se avessi chiuso il cerchio delle mie passioni», sottolinea. Fatto sta che oggi Dmitri Tcherniakov è considerato a livello europeo un esponente di punta nella capacità di inventare nuove forme di linguaggio scenico per l’opera. «Non mi faccia raccontare lo spettacolo, però. Voglio che il pubblico arrivi senza pregiudizi, la mente sgombra e il cuore libero», mette le mani avanti, seduto accanto alla traduttrice che lo adora. Si parla di scelte sospette: Violetta che muore su una lavatrice... «Quando feci Evgenij Onegin al Bolshoi di Mosca i giornalisti mi chiedevano se era vero che nello spettacolo Tatiana scriveva la lettera a Onegin con un sms seduta sul cesso. Alla prima qualcuno restò perfino deluso perché questo orrore non c’era...». Lei ha parlato di amore e paura dell’amore: dunque è questa la malattia di Violetta? «Sì, io credo che Verdi ci parli del nostro rapporto con l’amore, con il sentimento dell’amore. In scena c’è una storia dove ciò che muove tutto è il modo in cui interagiscono le anime, come e se ci si può fidare di un’altra persona per quanto amata. Qualcosa che ritengo molto contemporaneo: la paura di amare, appunto. La sensazione che se ti sei innamorato, hai perso. L’amore ti espone a questo rischio. Perché quando arriva non sei più padrone del LA CALLAS IN VINILE In occasione della prima della Scala è stato realizzato un cofanetto con libro e 3 Lp della Traviata del 1956 diretta da Carlo Maria Giulini. La regia era di Luchino Visconti, gli interpreti Maria Callas e Gianni Raimondi il messaggio “Quello che l’autore vuole comunicare è molto attuale, la sensazione di sconfitta e di fragilità che si prova quando ci si innamora: non sei più padrone del tuo destino” la scelta “Ho voluto unire il genere operistico con la moderna arte psicologica, perché i personaggi abbiano quello spessore interiore dei film di Antonioni e Bergman” tuo destino. È una fregatura, diciamolo. E questo è quello che si sente nella Traviata, il suo sguardo sulla vita». E che donna è Violetta? «Non è una vittima. Quando appare nel primo atto e la ascoltiamo nella sua aria, ho sempre l’impressione che sia una donna dall’esperienza emotiva ricca, non una povera indifesa. È una che può lottare per se stessa e resistere ai colpi del destino, padrona della sua vita. Alfredo e suo padre se li mangia a colazione. Ma poi arrivano le difficoltà. Qualcosa cambia in lei: è l’amore, a cui fino a quel momento non crede, che la trascina, la coinvolge. A quel punto in lei cambia tutto, anche fisicamente». Un Verdi tutto emozioni: alla russa, verrebbe da dire. Non ha tenuto conto di tutta la tradizione interpretativa della Traviata? BRESCIA E AMISANO © TEATRO ALLA SCALA invetrina ANNA BANDETTINI EDISON ALLA PRIMA Sono trascorsi 130 anni da quella prima della Scala del 1883 che offrì agli spettatori della Gioconda di Amilcare Ponchielli il nuovo spettacolo della luce elettrica. Per la prima volta le luci a gas furono infatti sostituite da 2000 lampadine sistema Edison il cartellone Da Mozart a Strauss, tutti i titoli in calendario (simona spaventa) © RIPRODUZIONE RISERVATA Cavalleria rusticana Lucia di Lammermoor Il trovatore La sposa dello zar Daniel Harding è sul podio per la ripresa della regia di Mario Martone (foto). Mascagni è accostato a due coreografie “floreali” affidate al Corpo di ballo: Le spectre de la rose di Fokin, su musica di Weber-Berlioz, e La rose malade di Roland Petit sulle note di Mahler. Dal 12 gennaio al 9 febbraio Il “dramma tragico”, come lo definì Donizetti, va in scena nella produzione della Metropolitan Opera House di New York. La regia è di Mary Zimmerman, sul podio Pier Giorgio Morandi, con Vittorio Grigolo (foto), già amato in Rigoletto e Bohème, nel ruolo di Edgardo. Dall’1 al 28 febbraio Il secondo titolo verdiano della stagione è riproposto nell’allestimento di Hugo De Ana del 2001, centenario della morte di Verdi. Grandi voci sul palco: il soprano Maria Agresta, l’argentino Marcelo Álvarez e Leo Nucci (foto). Dirige l’emergente Daniele Rustioni, classe 1983. Dal 15 febbraio al 7 marzo Novità in coproduzione con Berlino, l’opera di Rimskij-Korsakov ci sprofonda nel medioevo russo di Ivan il Terribile. Mai andata in scena alla Scala, ha la regia di Dmitri Tcherniakov. Sul podio Daniel Barenboim, che tornerà in stagione con altri due titoli. Dal 2 al 14 marzo la Repubblica LA STAGIONE DELLA SCALA 2013-2014 DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 DANIEL BAREMBOIM Il direttore musicale della Scala dirige La sposa dello zar, Simon Boccanegra e Così fan tutte idirettori ESA-PEKKA SALONEN Il maestro finlandese sale sul podio della Scala per l’Elektra di Strauss ■ 35 DANIEL HARDING Sua la direzione di Eliah di Mendelssohn, per il concerto di Natale del 21 dicembre, e di Cavalleria Rusticana ANTONIO PAPPANO Con Les Troyens di Berlioz, Antonio Pappano debutta alla Scala nell’opera la sopranoDiana Damrau è la protagonista “La mia Violetta, donna di mondo ferita nell’anima” ilcast PAOLA ZONCA (segue dalla prima dell’inserto) o visto il film della Traviata girato da Zeffirelli H * TALENTI Sopra, il direttore Daniele Gatti con l’orchestra della Scala. A sinistra, Dmitri Tcherniakov firma la regia e le scene della Traviata di Verdi, che il 7 dicembre apre la stagione 2013-2014 del teatro di Milano «ll mio approccio a Verdi è stato simile a quello di quando misi in scena al Bolshoi Evgenij Onegin: anche quella una vacca sacra. Io avevo 36 anni, l’ultima messa in scena prima della mia era del 1944, pensi le aspettative...» Coraggioso... «È che a quel punto della mia vita presi una grande decisione: interpretare l’opera senza avere nessun confronto con tutto quello fatto in precedenza per fare come se l’opera mi fosse stata consegnata il giorno prima. Ora posso dire che è stata la scelta giusta e quello il periodo più bello della mia vita. Cosa feci? L’idea fu di raccontare dei personaggi più di quello che sappiamo, le loro motivazioni profonde. E lo stesso voglio fare con La Traviata: unire il genere operistico con l’arte psicologica moderna, come succede nei film di Bergman o Antonioni: far sì che il personaggio abbia quello spessore interiore, come nei loro film, e per questo non c’è bisogno di estetica teatrale estrema, di mettere Violetta sulla lavatrice: creerebbe solo un muro tra scena e spettatori». Che ambientazione ci sarà? «Non è importante che Violetta sia del demimonde parigino o no. Qui è la storia di un uomo e una donna. Raccontiamo i loro segreti. Direi così: ho cercato di fare in modo che questo spettacolo da un lato abbia segni di realtà abbastanza visibili e tangibili e dall’altra una certadosedistraniamentodalperiodo,perché non c’è nulla di più importante nella storia del rapporto tra i personaggi a cui noi ci avviciniamo come se avessimo una cinepresa, col primo piano, per vedere che succede dentro di loro, dietro la porta della loro vita sociale. Della Traviata possiamo solo dire che è una storia interiore, che si ripeterà sempre». per la prima volta a 12 anni. E lì ho deciso che volevo cantare e recitare. La mia insegnante mi parlava della Scala, della Callas, della Tebaldi. E io sognavo. Ora il sogno si è realizzato». Chi è Violetta? «È una donna di mondo: conosce la vita, la società, è anche un po’ manipolatrice. Non è una teenager che si butta in una storia a capofitto. Anzi, ha paura dell’amore, non ci crede. Sta a guardare e vuole capire se Alfredo la ama realmente, pone continuamente ostacoli, non lascia trapelare nulla di quello che ha dentro. Lo studia, lo osserva, analizza le sue reazioni. Si chiede: cosa vuole da me? Nel duetto del primo atto in cui Alfredo le rivela i suoi sentimenti, rimane fredda, quasi impietrita». Qual è il momento in cui si lascia andare? «Non lo fa sino al duetto con Giorgio Germont, che la raggiunge per imporle di abbandonare Alfredo per ragioni di convenienza sociale. E solo lì realizza di amarlo e lasciarlo le procurerà molto dolore. Poi, però, nella casa di Flora, deve di nuovo giocare la sua parte di donna cinica, e questo è a mio parere l’apice dell’opera. Violetta e Alfredo sono due bocce destinate a scontrasi violentemente». Nell’interpretazione di Tcherniakov, quale ruolo ha la malattia di Violetta? «Più che una malattia del corpo, è una malattia dell’anima, del cuore. Una sorta di depressione. Violetta sente in modo drammatico il destino di non poter vivere l’amore. Nel momento in cui può liberarsi e prendere coscienza del suo sentimento, realizza anche di non poterlo vivere appieno. Anche perché Germont padre le ricorda una grande verità: cosa succederà quando il tempo avrà fatto sfiorire la passione? Ecco allora che la morte arriva quasi come una salvezza, è un modo per preservare l’amore dal suo estinguersi». Chi è l’Alfredo di questa Traviata? «A volte è visto come un ragazzotto di provincia un po’ ingenuo. Qui è un vero uomo: maturo, ma con il cuore aperto, irruento. Ma non è rimbecillito dall’amore. Con Piotr Beczala, che lo interpreta, ho già lavorato, c’è piena sintonia». L’interpretazione del maestro Daniele Gatti? «È bravissimo a creare momenti di grande atmosfera, trovo magnifico il modo in cui dirige uno dei punti più alti dell’opera: quell’“Alfredo Alfredo di questo cuore non puoi comprendere tutto l’amore” dove Violetta si rivela veramente fragile». Cosa si aspetta da questo spettacolo? «Abbiamo la possibilità di lavorare su un capolavoro e di “ripulirlo” dai cliché pur rispettandolo. Vogliamo fare una Traviata moderna, recitando come attori di un film, curando ogni gesto e ogni dettaglio. Il pubblico sarà sensibile ad accogliere questa versione che parla agli uomini di oggi». © RIPRODUZIONE RISERVATA © RIPRODUZIONE RISERVATA PIOTR BECZALA Il tenore polacco è Alfredo Germont, protagonista della Traviata ELJKO LUCIC Il baritono, nato in Serbia, interpreta Giorgio Germont, padre di Alfredo GIUSEPPINA PIUNTI La soprano ha il ruolo di Flora Bervoix MARA ZAMPIERI Soprano, interpreta Annina Les Troyens Elektra Così fan tutte Le comte Ory Simon Boccanegra Un’altra novità, questa volta in collaborazione con Londra, San Francisco e Vienna: la monumentale grand-opéra di Berlioz ispirata all’Eneide (cinque ore e mezzo di durata) è allestita dallo scozzese David McVicar (foto). Dirige Antonio Pappano. Dall’8 al 30 aprile Lissner l’ha definita un evento. Patrice Chéreau, da poco scomparso, firma la regia di questa coproduzione internazionale del titolo di Strauss. Sul podio, Esa-Pekka Salonen dirige un cast stellare, con Waltraud Meier (foto), Evelyn Herlitzius e René Pape. Dal 18 maggio al 10 giugno L’ultima opera italiana di Mozart va in scena in una nuova produzione con la regia di Claus Guth e la bacchetta di Barenboim, che la cederà a Karl-Heinz Steffens per alcune recite. Nel cast Maria Bengtsson (foto), Rolando Villazón, Michele Pertusi, Katija Dragojevic. Dal 19 giugno al 18 luglio Il frizzante melodramma giocoso di Rossini in un nuovo spettacolo di Laurent Pelly, coprodotto da Lione. Nei panni del conte, un esperto del ruolo, Juan Diego Flórez (foto), insieme ad Aleksandra Kurzak e Stéphane Degout. Dirige Donato Renzetti. Dal 4 al 21 luglio L’ultimo Verdi della stagione è una ripresa della regia di Federico Tiezzi, con la direzione musicale di Stefano Ranzani e Daniel Barenboim. In scena si alternano due cast stellari, con Leo Nucci e Plácido Domingo (foto) a dividersi il ruolo del titolo. Dal 31 ottobre al 19 novembre la Repubblica LA STAGIONE DELLA SCALA 2013-2014 DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 Concerti &Balletto Tra produzioni scaligere e ospitalità, ecco in sintesi i cinque programmi ufficiali da Beethoven a Berio. Per la danza, in scena le due étoile Zakharova e Bolle Grandiclassici eavanguardia ANGELO FOLETTO (segue dalla prima dell’inserto) a proposta sinfonica più corposa e normale - a volte parallela, a volta sganciata da quella della Filarmonica che comunque “presta” la sua orchestra al teatro - prevede una stagione di cinque concerti replicati tre volte, e tre primaverili singoli nel segno di Richard Strauss (150enario della nascita, in coincidenza con Elektra): in questo minicartellone ogni programma accosterà partiture d’autore a commissioni in prima assoluta. I cinque programmi ufficiali (il primo, già fatto, ha portato per la prima volta in Scala An- L ■ 37 dré Previn) si completano col tradizionale concerto di Natale (21 dicembre) quest’anno dedicato all’Eliah di Mendelssohn: per la gloria di Daniel Harding e del prezioso direttore del coro scaligero, Bruno Casoni. Nella stagione in abbonamento, vale la regola consolidata dell’ospitalità opportunistica; ovvero il coinvolgimento di interpreti già in teatro per produzioni operistiche. Così la successione di maestri del podio prevede in marzo Daniel Barenboim e in aprile Antonio Pappano con musiche di Ravel, la Symphony fantastique di Berlioz e la prima assoluta di L’aurora, probabilmente di Riccardo Panfili (commissione Scala). In maggio Esa-Pekka Salonen abbina Seconda Sinfonia di Beetho- Philippe Jordan dirigerà il primo appuntamento dedicato a Strauss ottimizzazione Vale la regola consolidata dell’ospitalità opportunistica, cioè il coinvolgimento di interpreti già in teatro per opere liriche, come Daniel Barenboim e Antonio Pappano ven e Prima “Titan” di Mahler. Bilanciato sulla musica nuova è il programma di gennaio che riporta a Milano, dopo il successo ottenuto con Quartett di Luca Francesconi qualche stagione fa, la direttrice finlandese Susanna Mälkki: l’impaginato inquadra il Concerto per violoncello e orchestra di Stefano Gervasoni, solista Francesco Dillon, in prima assoluta in uno storico percorso novecentesco: Boccherini/Berio, Quattro versioni originali della “Ritirata notturna di Madrid” e Concerto per orchestra di Bartok. In totale sono cinque le commissioni del teatro. Il 23 aprile Poème symphonique di Bruno Mantovani sarà tenuto a battesimo da Philippe Jordan nel primo appuntamento del ciclo-Strauss (tra Macbeth e Ein Heldenleben). Il 5 maggio sarà Riccardo Chailly, speriamo una buona volta accreditato ufficialmente del ruolo di direttore musicale del dopo-Barenboim, a dirigere la prima del nuovo lavoro di Wolfgang Rihm (tra Tod und Verklärung, Till Eulenspiegel e i Vier lezte Liedercantati da Anja Harteros), mentre il 14 giugno Salonen si prenderà cura di Dentro non ha Tempo per grande orchestra di Francesconi: tra Don Juan e Also sprach Zarathustra. © RIPRODUZIONE RISERVATA ilballetto DAMIR YUSUPOV iconcerti ÉTOILE ITALIANE PER RATMANSKY Daniel Harding sale sul podio per il concerto natalizio. In programma l’oratorio per soli, coro e orchestra Eliah di Mendelssohn-Bartholdy, dirige il coro Bruno Casoni. 21 dicembre Svetlana Zakharova, Roberto Bolle e Massimo Murru aprono la stagione con tre creazioni di Alexei Ratmansky: Concerto DSCH, Russian Seasons, la novità Opera. Dal 17 dicembre al 16 gennaio BRESCIA-AMISANO CORO DI NATALE CON HARDING “JEWELS”, LE GIOIE DI BALANCHINE Un programma contemporaneo che va da Béla Bartók a Berio che rilegge Boccherini, al Concerto per violoncello di Stefano Gervasoni, novità commissionata dalla Scala. Dal 20 al 23 gennaio Smeraldi, rubini e diamanti ispirarono George Balanchine per questi tre “gioielli” su musiche di Fauré, Stravinskij e Caikovskij, che tornano dopo il successo del 2011. Dal 9 marzo al 4 aprile MARCO BRESCIA SUSANNA MÄLKKI DIRIGE BARTÓK BOLLE SULLE NOTE DEI PINK FLOYD Il grande pianista in quattro concerti in cui si muove tra le Sonate di Beethoven e le sonorità contemporanee di Sciarrino, Stockhausen, Lachenmann. Tra febbraio e maggio Da Bach al rock secondo Roland Petit, con la riproposizione di Le Jeune homme et la Mort e del Pink Floyd Ballet. Etoile Roberto Bolle, artista ospite Ivan Vasiliev. Dal 28 maggio al 20 giugno MARCO BRESCIA PROGETTO POLLINI TRA IERI E OGGI TRE GRANDI PER RICHARD STRAUSS DON CHISCIOTTE FIRMATO NUREYEV Jordan, Chailly e Esa-Pekka Salonen ricordano Strauss a 150 anni dalla morte, accanto a prime esecuzioni di Bruno Mantovani, Wolfgang Rihm e Luca Francesconi. Tra aprile e giugno Torna un classico del repertorio, con le coreografie di Nureyev sulla musica di Minkus. Etoile per alcune repliche Svetlana Zakharova, in coppia con Denis Matvienko. Dal 17 al 29 settembre (s.s.) (s.s.) © RIPRODUZIONE RISERVATA © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica LA STAGIONE DELLA SCALA 2013-2014 DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 l’anteprima Mercoledì prossimo va in scena per il sesto anno consecutivo “la primina”, che permette a 2000 ragazzi di assistere allo spettacolo inaugurale pagando solo 10 euro ■ 39 pop&lirica Marco Mengoni «Portiamo i teenager ad amare Wagner» mando la classica, mi A sono avvicinato alla lirica e sono sempre rimasto colpito dai cantanti che riescono a comporre vere opere usando solo lo strumento vocale. Non posso non ricordare le voci immense di Callas e Pavarotti. Ma mi piace seguire anche tutti i talenti lirici italiani che faticano a emergere. Ascoltando alcune arie di Verdi, ho potuto conoscere il baritono Ambrogio Maestri. Credo che la musica lirica possa avermi influenzato nel canto, anche se ovviamente l’approccio al pop è diverso, soprattutto per tecnica e respirazione. La lirica dovrebbe avvicinarsi di più ai giovani così che ascoltare Wagner e Mozart diventi naturale. PAOLA ZONCA B asterebbe la “primina” del 4 dicembre, istituita dal sovrintendente Stéphane Lissner nel 2008, per dimostrare l’interesse che la Scala ha nei confronti dei giovani. Per la sesta volta consecutiva, anche quest’anno circa 2000 under 30 potranno vedere l’opera di inaugurazione, La Traviata (con il primo cast), pagando un biglietto di 10 euro. In realtà il teatro fa molto di più per coinvolgere le nuove generazioni e, con una stima ragionevole, si può dire che sono quasi 100mila i giovani che in ogni stagione entrano in teatro assistendo a opere, balletti, concerti, con un prezzo scontato del 65-70 per cento. Il grosso lavoro lo fa il Servizio di promozione culturale, diretto da Carlo Torresani, che offre dal 1973 occasioni di ascolto agli studenti delle realtà scolastiche, ideando con gli insegnanti progetti adeguati alle varie esigenze didattiche. «Ogni stagione siamo in contatto con circa 900 scuole lombarde di tutti gli ordini, dalle elementari alle università (in tutto sono 5000)», spiega Torresani. «Ma alle iniziative, seppur in misura minore, partecipano anche scuole di altre regioni o nazioni, come Svizzera, Germania, Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Dopo un lavoro preparatorio con i loro docenti, gli allievi possono accedere a costi agevolati ad alcune recite riservate e alle prove. Ovviamente per il teatro l’incasso è inferiore, ma corrisponde a un investimento per il futuro: una missione fondamentale, sottolineata anche dal nostro statuto». Sì, perché se è vero che lo zoccolo duro del pubblico scaligero è rappresentato dagli abbonati che possono permettersi di spendere cifre piuttosto alte, lo è altrettanto che i giovani frequentatori del teatro sono tanti (solo grazie al Servizio promozione culturale, circa 87.500), e molto meno di quelli che lo richiederebbero. La disponibilità di biglietti agevolati e riservati a loro è su tutti i titoli di opera e bal- Max Gazzè “La musica italiana che influenza il mondo” i sono formato M al Conservatorio e quando ho iniziato Eper i giovani la Scala è low cost a dedicarmi al pop mi sono sorpreso di ritrovare certe forme melodiche di classica e lirica. E l’ho anche cantata un paio d’anni fa, con l’orchestra Toscanini, nel progetto “L’uomo sinfonico” in cui, a modo mio, interpretavo non da tenore, tra le altre arie, Tu che m’hai preso il cuor di Lehar o Non più andrai farfallone amoroso di Mozart. E Je crois entendre encore di Bizet, che rallentata suonava simile a una canzone di Aznavour o Brel. La conferma che la musica è fatta di continue influenze. E la nostra lirica si ritrova qui e lì nel pop nostrano e di conseguenza in quello internazionale. Samuele Bersani puntare alle scuole Il grosso del lavoro lo fa il Servizio di promozione culturale, che dal 1973 offre occasioni di ascolto agli studenti in accordo con i loro insegnanti agevolazioni Biglietti a prezzi ridotti per gli under 30 su tutti i titoli di opera, balletto, canto e sinfonica. A disposizione anche le prove generali dell’Orchestra filarmonica l’intervista Ludovico Einaudi “Divulgare come fanno i Tre tenori” letto, su tutti i concerti della stagione sinfonica e di canto, e sui cicli speciali. Sono messe a disposizione anche le prove generali dell’Orchestra filarmonica, mediamente cinque a stagione, che si tengono la mattina stessa del concerto. In genere sono sei le prove antegenerali di opere e balletti riservate agli studenti della promozione, cui si aggiungono i cinque concerti del cartellone “Invito alla Scala” e le cinque “Domeniche alla Scala”. Ma le occasioni sono molte anche per il pubblico giovane non organizzato: il pacchetto “under 30”, inaugurato nella stagione 20092010 e strutturato come una vera community, oltre alla possibilità di LUIGI BOLOGNINI C uriosa coincidenza, la sera della prima della Traviata Ludovico Einaudi sarà in concerto a Milano, al teatro Arcimboldi, che dal 2002 al 2004 fu la sede alternativa della Scala, mentre il Piermarini veniva restaurato. Simbolo, quasi, di una certa distanza tra la lirica e il 58enne pianista, uno dei più importanti esponenti della classica contemporanea. Una distanza però non eccessiva. «Sono cresciuto con la lirica, mi incuriosisce da sempre questo mix di musica, teatro, scenografia, testi. E di testimonianza d’epoca, perché le caratteristiche con cui ogni opera è stata concepita spiegano bene il suo tempo». Vien da pensare che per lei la lirica scritta nei secoli non può essere modernizzata, come invece si fa sempre più spesso. «Il dubbio ce l’ho. Nel senso che le forme di teatro e musica hanno avuto evoluzioni nei secoli, come tutto. Chi le scrive oggi usa linguaggi che appartengono al presente. Le opere di una volta avevano la funzione che oggi hanno altre forme artistiche, come il pop, le telenovelas, ma soprattutto il musical e il cinema». E in queste forme artistiche si ritrova qualcosa della lirica? «Di sicuro. Soprattutto nei musical e nel pop. Pensiamo a Freddie Mercury e alla sua impostazione di canto. O a Massimo Ranieri accedere alla “primina” del 4 dicembre, offre l’opportunità di acquistare abbonamenti per tre spettacoli d’opera o di balletto al prezzo di un solo biglietto. Non mancano i benefit correlati, che tra l’altro comprendono incontri di presentazione cui partecipano gli artisti (in genere prima delle serate), con happy hour finale, sconti del 50 per cento su altri spettacoli, visite guidate in teatro, un pass al costo di 10 euro che consente sconti, visite guidate e accesso alle prove. E non va dimenticata l’iniziativa “La Scala in famiglia”, che permette ai minori di 18 anni di accedere al teatro se accompagnati da un adulto. © RIPRODUZIONE RISERVATA che canta con uno stile che è al contempo tenorile e di scuola napoletana. La lirica si ritrova nel pop più di quanto si pensi». Eppure è ancora considerata musica colta, di nicchia, per pochi. «Credo che sia perché non è per nulla facile seguire la successione di arie, recitativi, parti meno interessanti. Per questo apprezzo chi ha cercato e cerca di divulgarla, di renderla popolare, come Bocelli o i Tre tenori». E lei come scriverebbe un’opera lirica? «Avevo avuto dei pour parler in questo senso col festival di Monaco di Baviera, poi la cosa è caduta. La mia scelta sarebbe stata, e sarebbe se mai mi cimentassi davvero, di non essere costretto a usare gli elementi della grande tradizione: sceglierei voci non prettamente liriche, ad esempio. E poi ora esistono i microfoni e per me sarebbe sciocco non usarli». Ha qualche opera “del cuore”? «Da ragazzo andavo spesso alla Scala. Specie quando c’era Mozart, la mia passione, di cui gustavo la parte suonata più che quella cantata. Non che non mi interessassero le passioni narrate, ma allora preferivo film come Il dottor Zivago e Lawrence d’Arabia. Alla Scala ricordo una bella edizione del Wozzeck di Alban Berg, che Abbado diresse nel 1977 con la regia di Luca Ronconi e le scene e i costumi di Gae Aulenti. Riuscii a seguirne anche le prove e rimasi affascinato da quel mondo». © RIPRODUZIONE RISERVATA «Sempre stata popolare, oggi sembra per pochi» a lirica è stata, nei L secoli passati, esattamente quello che è il pop adesso. Pur non essendo un fan in senso stretto, credo che basti ascoltare le opere di Rossini per capirlo. Non riesco a immaginare qualcosa che all’epoca fosse più moderno e, appunto, pop nel senso di popolare: la lirica era la musica di tutti, ad ascoltarla andava la gente del popolo, che si appassionava alle vicende narrate. Adesso ha l’aura della musica colta, per pochi eletti. Ma certi cantanti di oggi si rifanno allo stile lirico. Un esempio per tutti, Lucio Dalla, che omaggiò spesso quel mondo in tante canzoni, su tutte Caruso. Franz Di Cioccio “Ma facciamola uscire dai teatri istituzionali” ome Pfm abbiamo C fatto da poco Pfm in classic in cui rivisitiamo arie della classica e della lirica. Ci sembrava un omaggio doveroso, perché la lirica ci rappresenta nel mondo e anche adesso è la radice della nostra musica. Pensiamo a Pavarotti, che non ha esitato a interpretare classici della musica popolare e del pop. E a una lunga serie di cantanti italiani di pop melodico che, fatte le necessarie distinzioni, hanno avuto un’impostazione vocale tenorile. Sarebbe bello poter fare della lirica contemporanea, ma mi sembra difficile, anzitutto perché è un genere che non è facile spostare dai teatri. (l.b.) © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 41 FOTO DI MAURO PRANDELLI Anche qui migliaia di migranti sfidano la sorte sperando in un futuro diverso da questa parte della barriera LA PREGHIERA. Pagine del Corano perdute lungo il fiume Evros, confine naturale tra Grecia e Turchia SOLIDARIETÀ. Ci sono anche gruppi di supporto ai migranti, da Stop Evros Wall a Medici Senza Frontiere REPUBBLICA.IT Il muro sul fiume Evros è il videoreportage di Attilio Bolzoni e Fabio Tonacci, girato sul confine tra Grecia e Turchia, che troverete su www.repubblica.it e che andrà in onda oggi alle 13.50 su RNews (in tv su laEffe, canale 50 del digitale terrestre) ce la fa a superare il confine. Dieci anni fa la Grecia aveva promesso di sminare la zona entro il 2009, in quest’autunno del 2013 le mine sono ancora a meno di mezzo chilometro dalla strada provinciale che va verso Kastanies. Tutt’intorno ci sono gipponi della polizia che sorvegliano, i militari di Frontex — l’Agenzia europea “per la cooperazione internazionale alle frontiere esterne dell’Ue” — elicotteri, sentinelle con visori notturni, telecamere a raggi infrarossi. La tecnologia più sofisticata al servizio del “respingimento”, c’è solo voglia di cacciarli via i lathrometanastis, migranti di contrabbando come li chiamano con fastidio certi greci. Chi entra, finisce nei “centri di ammissione”. In realtà sono centri di detenzione, prigioni. Ce ne sono quattro davanti all’Evros, quelli di Feres e di Soufli, quello di Tychero e quello di Filakio, il più grande e il più nuovo. È alle porte del capoluogo di provincia Orestiada, una costruzione governativa in mezzo al niente. Torrette e tanta polizia. In un giorno qualunque sono rinchiusi là dentro in 240. Molti gli uomini, qualche donna, qualche bambino. Quasi tutti afgani e pachistani. I ragazzi giocano a pallone su un quadrato di calcestruzzo, magliette della Juve e del Barcellona. Alcuni si lamentano, gridano («Ci vogliono uccidere», «Ci trattano come bestie»), hanno bisogno di un dottore che viene — quando viene — una volta la settimana, mangiano male. Vestono sempre come d’estate, a gennaio la temperatura scenderà anche sotto i 15 gradi. Ogni mattina a Filakio si ripete la scena dei nuovi arrivi, gli autobus dei militari scaricano altri lathrometanastis che poi andranno a occupare camerate e dormitori. Ci stanno otto, dieci, diciotto mesi nel bunker lontano da tut- to e da tutti. Alcuni di loro saranno espulsi, altri avranno la white card, un permesso di soggiorno temporaneo — trenta giorni — che consentirà loro di andare magari fino a Patrasso e poi nascondersi sulle navi per approdare in Italia. Fuori dalla caserma di Filakio c’è un chiosco, vendono biglietti di sola andata per Atene. In corriera, 70 euro. Chi ha qualche soldo li compra. Chi non ce l’ha ad Atene o a Salonicco, a Kavala o a Larissa ci va a piedi. Camminano in fila indiana, lasciando sulle strade i segni del loro passaggio. Scarpe sfondate, bambole, bottiglie, salvagenti, buste di latte, calze bucate, lacci, limoni marci. Gli avanzi dei sopravvissuti del fiume. È l’invasione della Grecia nonostante il muro sull’Evros con i suoi trecentosettanta chilometri di filo spinato, è la tragedia della Grecia che con la sua spaventosa crisi economica sopporta sempre meno gli altri, le masse erranti che vengono da lontano. Pugno duro, reparti polizieschi in assetto di guerra, poca compassione. Nel 2010 di migranti ne sono stati arrestati trentaseimila a Orestiada (ventiseimila catturati dove oggi ci sono i dodici chilometri e mezzo di muro) e undicimila ad Alexandroupoli; nel 2011 a Orestiada trentamila e altrettanti ad Alexandroupoli, l’anno scorso venticinquemila e diecimila. In questi primi nove mesi del 2013 a Orestiada i fermi sono scesi a tremilaventi e tremilasettanta ad Alexandroupoli. È l’effetto muro. «Abbiamo risolto il nostro problema al cento per cento», taglia corto un soddisfatto Georgios Salamangas, capo del dipartimento di polizia della Macedonia orientale e un passato sul campo a inseguire clandestini al confine greco-turco. È il gioco degli specchi. Da qui non si scavalca più, se sbarcano sulle isole del Do- La terra spezzata MAREK HALTER (segue dalla copertina) se non riusciamo a distruggerli possiamo conferirgli dignità, facendoli addirittura portatori di un messaggio di libertà. È quanto accadde con il Muro di Berlino, prima del 1989, quando decine di pittori e di artisti lo resero un gigantesco tazebao. Quel muro era stato “liberato”, ed era diventato una sorta di portavoce delle proteste. C’era gente che veniva dal mondo intero per ammirarlo: non in quanto calce e pietra dietro cui viveva una popolazione reclusa, ma in quanto grido di dissenso al quale ognuno poteva aggiungere un proprio segno, firmando quella petizione universale contro la schiavitù. Lo stesso avviene oggi con il Muro che separa israeliani e palestinesi, tutto dipinto e colorato da chi manifesta il proprio disaccordo, facendolo diventare un muro parlante. Sono certo che siano parlanti anche i muri che tagliano gli Stati Uniti dal Messico e Gibilterra dall’Africa. Esistono anche muri che hanno la valenza di un ponte. Il Muro del pianto, per esempio, che cingeva il lato occidentale del Tempio di Gerusalemme. Oggi è il luogo dove inviamo a Dio i nostri desideri e le nostre preghiere. Una sorta di cassetta postale tra noi e Dio. E © RIPRODUZIONE RISERVATA decanneso o trenta chilometri più a nord di Nea Vissa è come se la calata dei migranti avvenisse in un’altra Grecia. C’è sempre la mafia turca a traghettarli. Sempre e ovunque. Dopo avere lasciato il check point e sfiorato campi minati — vietato fotografare i cartelle rossi, vietato filmare il muro — siamo scesi verso Soufli e per la prima volta, sulla statale fra Mandra e Lavara, abbiamo visto l’Evros. Il fiume appare d’incanto per una cinquantina di metri solo in questo tratto. L’acqua è profonda, con le sue correnti e i suoi risucchi impedisce ogni attraversamento. Chi lo fa, quasi sempre muore. I cadaveri che galleggiano vengono ripescati venti o trenta chilometri più a sud e trasferiti all’istituto di medicina legale di Atene, ispezionati, catalogati per razza e per religione. Poi, i “presunti musulmani” tornano indietro avvolti in lenzuola. Vengono issati sui camion e abbandonati in una campagna recintata, come una discarica. A Sidero, fra le montagne. È un paese di mezzo migliaio di abitanti. Tutti turchi. I cadaveri sepolti a Sidero erano quarantanove nel 2011, oggi sono due o trecento. Nessuno lo sa quanti esattamente, neanche l’imam Emin Sharif. Le tombe sono mucchi di creta, quelli interrati da più tempo riposano in collinette coperte da erbacce, quelli morti di recente sono sotto il fango che si è formato con le ultime piogge. Non c’è un nome, un numero, un fiore. Un paio di volte la settimana, un camion arranca sui tornanti che salgono verso Sidero e poi rovescia le carcasse. Altri morti dell’Evros. Altri cadaveri che nessuno mai potrà riconoscere. Come quelli in fondo al mare di Lampedusa. © RIPRODUZIONE RISERVATA I muri nel mondo / in costruzione UZBEKISTAN/ KIRGHIZISTAN 993 km recinzione di filo spinato e sensori BOTSWANA/ ZIMBABWE IRAQ/ KUWAIT IRAN/ PAKISTAN TURCHIA/ SIRIA ISRAELE/ EGITTO ARABIA SAUDITA/ IRAQ MAROCCO/ ALGERIA BULGARIA/ TURCHIA 200 km rete metallica e filo spinato 215 km rete metallica e terrapieno 700 km cemento armato, terra e pietra 900 km acciaio,cemento e filo spinato 240 km reticolato e filo spinato 900 km filo spinato con infrarossi tra 70 e 450 km recinto con torri e telecamere 107 km steccato con filo spinato la Repubblica DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 42 LA DOMENICA L’attualità 1913-2013 1919 1924 STATI UNITI STATI UNITI Cent’anni di pieno (ma occhio alla spia) VITTORIO ZUCCONI eggiadro e pretenzioso nel suo stile Art Nouveau da stazione del vecchio Metrò di Parigi, il primo tempietto della puzzolente religione che da un secolo domina la nostra vita accese la propria insegna a Pittsburgh esattamente cento anni or sono. Era il primo dicembre del 1913 quando sul Baum Boulevard, allora periferia industriale fuligginosa e asfissiante nella città degli altoforni, la Gulf Refining Company inaugurò qualcosa che apparve agli abitanti e persino agli automobilisti che sobbalzavano sulle loro Ford Modello T, come un’inutile stravaganza: la prima stazione di servizio per la vendita del carburante. Con la benzina venduta al prezzo carissimo di 27 centesimi al gallone da quattro litri, equivalenti a quasi sette dollari di oggi, quando il costo è inferiore ai quattro, l’archetipo di tutte le stazioni di servizio aveva quelle pretese di eleganza architettonica e di sobria solennità che rispondevano alla meraviglia ancora mistica delle carrozze senza cavalli che Henry Ford aveva da poco cominciato a sfornare. Sotto il tetto ornato, dentro il gabbiotto ottagonale di ferro e vetro, inservienti in cravattino a farfalla e improbabile camicia bianca si affannavano come infermiere nella nurserie di un reparto maternità attorno alle auto che si fermavano per il pieno, fornendo premurosamente olio, lubrificanti, aria per le gomme e le infinite messe a punto che quelle neonate meccaniche richiedevano. Fu naturale, e ovvio, che questa prima stazione di servizio nascesse a poca distanza da dove, mezzo secolo prima, dai campi di granoturco di Titusville verso i grandi laghi era sgorgato il fiotto di quello che sarebbe divenuto ufficialmente il primo pozzo di petrolio negli Stati Uniti. Anche se la compagnia petrolifera che la costruì doveva il proprio nome alla scoperta di un altro giacimento in Texas sul «Gulf» del Messico, la sede centrale era a Pittsburgh, nella Pennsylvania che per prima aveva visto aumentare la circolazione delle automobili. L Costo benzina al litro in euro attualizzati 1913 1924 0,6 lire (2,35 euro) Stipendio medio 200 lire (750 euro) Un secolo fa a Pittsburgh in Pennsylvania comparve il primo distributore con benzinai in farfallino e camicia bianca Nacquero così i miti dell’on the road e del drive in Oggi stiamo tornando alla cultura del walk in: scendi e compra di tutto, sennò addio stazioni di servizio 1937 2,75 lire (2,52 euro) Stipendio medio 800 lire (750 euro) Fiat Topolino 8.900 lire (8.500 euro) TIMELINE Il prezzo di un litro di benzina in Italia messo a confronto con altri beni (valori espressi in lire e in euro attualizzati). A cura di Lucio Cillis PIT STOP Nell’immagine in bianco e nero la prima stazione di servizio inaugurata il primo dicembre del 1913 a Pittsburgh in Pennsylvania (Usa) 1913 PITTSBURGH (STATI UNITI) 1951 1955 ITALIA STATI UNITI la Repubblica DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 43 1968 ITALIA 1950 1930 1931 1932 1934 1936 ITALIA FRANCIA FRANCIA FRANCIA ITALIA Non furono i Mellon, padroni della Gulf, o i loro concorrenti Rockefeller, della Standard Oil ad avere l’idea di un punto di vendita esclusivamente destinato ai carburanti, ma furono i concessionari delle case automobilistiche del tempo, la Ford, la General Motors, la Chevrolet, la Buick di William Chrysler a suggerirla. Il Baum Boulevard si era andato popolando di venditori di auto e i concessionari avevano giustamente intuito che la disponibilità di carburanti, e la comodità di un «pieno», avrebbe incentivato la vendita dei loro scoppiettanti trabiccoli. Fino al quel primo dicembre del 1913 in Pennsylvania, la benzina si comperava sfusa nei negozi e negli spacci, nei drugstore e negli empori di ferramenta. Gli automobilisti riempivano taniche di metallo da rovesciare con imbuti nel serbatoio o, nei casi migliori, pompate a mano con vigorosi esercizi muscolari, in condizioni di sicurezza anti incendio che farebbero inorridire il più indifferente degli ispettori. Roghi di auto, con esplosioni di serbatoi e ustioni mortali erano stati, nel 1912, la prima causa di morte attribuibile al nuovo mezzo di trasporto. Ma la pagodina della Gulf Oil a Pittsburgh fu molto più della naturale evoluzione di un servizio che il numero di automobili circolanti nel 1913, già un cospicuo milione e trecentomila, stava rendendo indipensabile. I benzinai del Baum Boulevard furono, senza rendersene conto, i pionieri di una cultura tipicamente americana e che avrebbe scritto uno dei caratteri più inconfondibili degli Stati Uniti: la cultura del drive in. Per la prima volta, il conducente poteva usufruire di un servizio senza dover scendere dall’automobile, una scoperta di convenience, di comodità e praticità, che avrebbe generato drive in per il cibo, per il cinema, per le lavanderie, per le farmacie, per il sesso, oggi persino per il culto. In casi estremi anche per i die in, per morire, come nei casi, rari ma non inauditi, di chi si fa seppellire al volante della propria amata vettura. Non ci sarebbe stato il mito dell’On The Road americano se il pieno fosse stato fatto in farmacia con gli imbuti. E milioni nuovi immigrati non avrebbero trovato il loro primo lavoro. 1960 Stipendio medio 30.000 lire (600 euro) Lancia Aurelia 1.750.000 lire (32.500 euro) 1977 Prima che le ragioni del profitto, e del risparmio sui costi di manodopera, facessero trionfare il self serv, oggi divenuto universale con la sola eccezione di due Stati, il New Jersey e l’Oregon, il lavoro alla pompa era, insieme con i taxi a New York, o i campi di frutta e verdura in California, il primo approdo dei nuovi arrivati pronti ad accettare qualsiasi lavoro. Non essendo necessaria una perfetta conoscenza della lingua per riempire un serbatoio o per lavare un parabrezza, benzinaio e immigrato, non necessariamente documentato, erano divenuti sinonimi. Lo zenit della gas station a servizio completo sarebbe stato raggiunto nei primi anni ’70, quando il prototipo di Pittsburgh si sarebbe moltiplicato — pur senza farfallino e cappello con visiera stile anni ’30 — per quasi trecentomila volte. Da allora, da quando l’esplosione del prezzo del greggio cominciò a ridurre i margini di guadagno dei rivenditori strangolati dalle grandi compagnie che vendono loro il carburante, il numero delle stazioni di servizio ha cominciato a scendere. Oggi sono poco più di centocinquantamila e per sopravvivere hanno dovuto tradire proprio il modello che le aveva create, quello della comodità. Il guidatore, che aveva assaporato il piacere della pigrizia lungo quella strada di Pittsburgh nel dicembre del 1913, ora deve essere il benzinaio di se stesso. Mentre due terzi delle pompe si sono trasformate in mini market, per vendere ai clienti tutto il vendibile. Per raschiare profitti, le stazioni di servizio tentano di uscire anche dall’abisso del fast food più ordinario, degli hot dog, delle merendine sintetiche, dei panini reperto archeologico, per lanciare la nuova moda del gourmet da benzinaio, dei manicaretti da buongustaio, da assaporare mentre il serbatoio si riempie. In cento anni, la rivoluzione del drive in, del guida e vai, sta tornando a essere quello che era prima dell’apertura della Gulf, il walk in. Scendi, cammina e vieni dentro alla stazione, per spendere, lazzarone. Se i prezzi della benzina dovessero continuare ad aumentare ancora, il cerchio potrebbe chiudersi completamente. E gli automobilisti essere costretti a tornare in farmacia, per il pieno. 1984 © RIPRODUZIONE RISERVATA 1991 1,38 euro 2001 2008 1,37 euro 1,49 euro 1,76 euro 1,57 euro Fiat 600 600.000 lire (11.000 euro) Stipendio medio 650.000 lire (800 euro) 1,90 euro Gli anni dell’austerity Prima guerra del Golfo L’attacco Fallisce alle Torri la Lehman gemelle Brothers 1967 1967 1969 1975 1975 ITALIA GRAN BRETAGNA GERMANIA FRANCIA ITALIA la Repubblica LA DOMENICA DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 44 L’inedito Finn’s Hotel Nel 1923, terminato l’“Ulisse”, per puro divertimento lo scrittore irlandese compose una serie di brevi racconti Raccolti e pubblicati nel Regno Unito per la prima volta l’estate scorsa arrivano ora in Italia Tutta la gioia di giocare con le parole NADIA FUSINI oyce non scherzava quando con fare sprezzante intimò: «Cosa chiedo ai miei lettori? Che passino la vita a leggermi». Noi suoi devoti lettori l’abbiamo fatto, e ora rejoyce, rejoyce, alleluja, alleluja, ci arriva più Joyce, ancora Joyce... In più, il nostro preferito ci viene servito in un libro illustrato da Casey Sorrow, artista americano, con introduzione di Danis Rose, distinto studioso del vate dublinese, postfazione di Seamus Deane, poeta, scrittore e accademico d’Irlanda, e nella traduzione di un joyciano doc come Ottavio Fatica — un libro di cui non potremmo arrivare all’acquisto, fossimo in Inghilterra, dove il costo è stellare: 2.500 euro per l’edizione di lusso, 350 per quella numerata... Qui invece, con 13 euro il libro è nostro, grazie alla casa editrice Gallucci. Con assoluta fiducia ci abbandoniamo alla garanzia di fedeltà e fantasia che ci dà il nome di Ottavio Fatica, il suo modo di giocare con l’italiano, proprio come Joyce fa con l’inglese. Non c’è altro verso di leggere e tradurre Joyce, se non assecondando il genio della lingua. Perché se Joyce ha del genio, esso è di natura linguistica. Per ricchezza e originalità è incomparabile la destrezza con cui tratta le parole e traffica con la loro intrinseca doppiezza e ambiguità. Lacan, che lo comprende come pochi, fa coincidere il suo genio e il suo disturbo nello stesso termine, cioè sintomo che scrive Sinthome, e calca la voce perché vi si senta un’eco di Saint Thomas (d’Aquin) — il santo di Joyce; il quale apprezza come pochi altri l’opera tomista sul versante filosofico. E inventa, o crea un personaggio santhòmo, e cioè Leopold Bloom, che della santità svela l’aspetto ordinario, e ci fa scoprire come siano vicini, in fondo, la terra e il paradiso, e come si sfiorino il sublime e l’osceno. Della filosofia tomista Joyce fa suo l’assioma degli universali, secondo cuiUnum, verum et bonum convertuntur cum ente, che significa per lui che la bellezza è qui, nello splendore di una lettera (letter) che è anche litter (scarto, rifiuto). E si fa l’idea che la civiltà trionfi nella creazione della fogna. Le cose potrebbero essere andate così. Nel 1923, Joyce, appena finito il suo enciclopedico Ulisse, non è ancora pronto per Finnegans, si mette a scrivere a mo’ di divertissement alcuni racconti, che isolano momenti epifanici della storia e della mitologia irlandese. Sono prose-bonsai che ordina intorno al titolo Finn’s Hotel, che è poi lì dove lavora la sua Nora, quando l’incontra. Questi epiclets, o epicleti, ovvero rivelazioni nello stile tranche de vie, o se volete, episodi in stile epico, piccole epiche, epichette, li scrive in brutta, li trascrive in bella, li batte a macchina e poi li mette via tutti, tranne uno, in cui appare l’inizio di qualcosa che in effetti sarà la «veglia funebre», o il «risveglio» di Finnegan. In altre parole, in Finn’s Hotel Joyce cova l’uovo da cui schiuderà l’opera futura. Così fosse, è chiara l’importanza di queste storie tutte. Non tutti gli accademici concordano, però. Alcuni studiosi si domandano se questi racconti siano o meno intesi come una raccolta e si angustiano di fronte alla questione capitale se il Finneganssia un’espansione di queste specie di Ur-stories, o un parto del tutto autonomo. Rimane il fatto che nel 1938, mentre sta lottando per il finale del Finnegans, ritorna a questi pezzi e a mo’ di conte Ugolino si nutre dei suoi pargoli. E già questo per noi lettori superficiali è emozionante: assistere al pasto e all’impasto dello scrittore-cannibale, al suo modo di lavorare. Questi dieci «pezzi facili» — più facili del Finnegans e dell’Ulisse — come che sia rimangono una lettura godibilissima, che testimonia come la vera festa dell’incontro con Joyce non sia in quello che ci racconta, ma sempre e comunque nel banchetto linguistico che imbandisce. È nel modo in cui manipola la lingua la jouissance specialissima di cui si gioisce con Joyce. La grande intuizione joyciana è questa: l’uomo, non più eroico, è un buffone. Come si evince chiaramente dalla pìstola, ovvero epistola — leggetela qui accanto — che Anna Livia Plurabelle, vedova Earwicker, scrive a una qualche Magistà per scagionare il marito, il quale sembra che nel parco abbia compiuto atti osceni. Sono tutte bugie, infamie, protesta ALP: suo marito è un uomo d’oro, il nome suo è onorato, mente chi lo accusa, quel codardo di McGrath... Eva difende il suo Adamo: lo sposo suo devoto è semplicemente umano, troppo umano, e chi non ha colpe, ovvero desideri sessuali osceni, scagli la prima pietra. J James Joyce LE IMMAGINI James Joyce in un disegno di Vivienne Flesher Nell’altra pagina, lo scrittore negli anni Venti e, sotto, con l’editrice americana Sylvia Beach a Parigi DISEGNO DI VIVIENNE FLESHER © RIPRODUZIONE RISERVATA Ne anticipiamo uno: narra di lunghe e-pìstole, calze false e Sue Magistà... la Repubblica DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 45 ‘‘ Non esistono figliole inguaiate dal mio sposo JAMES JOYCE R sua salsiccia al gatto per non avvelenarlo mentre su tutti i domenicali hanno parlato delle schizzagrasso celebrissime di Earwicker mangiate e apprezzate da più di quindicimila persone a Dublino questo fine settimana. Fino a un certo punto quello era scozzese e poi l’hanno licenziato da Clune dov’era soltanto uno de’ tanti ’spettori di reparto e più un portunatore che altro. Per giunta ho ’nteso dire che avrebbe dato il cattivo esempio davanti a que’ militari ma spazio permettendo sono più che mai convinta che saprei dimostrare io che fin dall’inizio era in tensione sua mitigare la scrofola e io giuro qui di seguito sulla vostra riferita mascistà che fu lui a pagarmi il nuovo abito a riprova di proiettile con le maniche a sbuffo perché gli ero sembrata ventunenne e disse in fronte a me queste parole: Quant’è vero che c’è un Dio, Livvy, ho la cràpola vuota. Orbene, riferito, ti porgo i miei più affranti ingraziamenti con rimpianto per la pìstola e adesso chiuderò, con la speranza che tu stai nel migliore dei modi. Non me ne importa un fico d’una lettera erronima su una mia sperienza da ragazza, con quel simpaticone del mio amico prete. Embè! Ero giovane e disinibita allora e avevo un figurino ammirato fin da subito per rifarsi gli occhi con i soavi capelli ramati che sfioravano le cosce innocenti e poi posso farci quello che mi pare perché adesso è roba mia per diritto d’improprietà delle donne maritate. Lasciamo stare il povero padre Michael adesso (Dio gliene rimeriti) quando c’è la qui presente per ribattere. McGrath Brothers farebbe calze false per trattare le vergini solo lui sapeva come. La prossima volta che vedete M.G. chiedetegli della moglie, Lily Kinsella che è diventata la moglie del signor Vermine, e del procuratore tirabaci, fatto sta che mo’ ha ingaggiato gli investigatori privati nascosti sotto il piano a coda per appurare che più in là dei baci i due non vanno. IL LIBRO Finn’s Hotel di James Joyce (125 pagine, 13 euro) esce martedì 3 dicembre per Gallucci nella nuova collana di narrativa adulti Alta Definizione-Hd con traduzione di Ottavio Fatica e disegni di Casey Sorrow. L’introduzione di Danis Rose e la postfazione di Seamus Deane sono tradotte da Giovanna Granato Lily è una signora, lili-burléro bullenalò! Tant’è che s’è fatta portare una certa medicina nella boccetta d’un bettoliere. Vergogna! Tre volte vergogna! Quanto mi piacerebbe che un bel giorno lui guardasse nella cassetta delle lettere e non dicesse che certe cose spettano a un procuratore. Oh, quella è una che sgroppa! Oddio, sai la sorpresa a veder la sua donnina nelle mani di un procuratore, del signor Brophy, Procuratore, a farsi smancerie, sbaciucchiarsi e rimirarsi allo specchio. In fatto d’infamità per dirla tutta non è che que’ scacagnozzi del cimitero dei poveri a Bully’s Acre m’hanno trattato proprio coi guanti. Se uno de’ scacagnozzi di Sully facea tanto di puntarmi contro la pistola lo mettevo in riga io a male parole. Qui occluso presento re clamo contro di lui al sergente di polizia Laracy che se la fa all’angolo di Buttermilk Lane con la governante dei Rafferty e lui farà i passi necessari per vedergli di conseguenza rompere ben bene e legalmente l’osso del collo da un norvegese che hanno spulso dalla cristianità. Cara Maestosità, spero che stai davvero bene. E tutti gli altri come stanno? A letto non facciamo che parlar di tutti voi. Io stessa mi preoccupo di tutti voi. Sento più freddo di una volta e mi tocca metter panni di flanella contro pelle. A dire il vero ultimamente la salute ne ha risentito per via de’ scagnozzi assoldeggiati per McGrath da Sully. Ho saputo che attualmente quel passacera è all’ospedale con le palpitazioni per quanto ha bevuto e io non l’ho mai visto in altro stato. Potesse restarci per sempre anche se nel suo mestiere di ciabattino bisogna lasciarlo stare. E adesso invece farò sapere a tutti gli interessati che vado assolutamente fiera di questo gran borghese, A.L.P. Earwicker, lunga vita a lui, il mio sposo una volta tanto bello che è tenero come un fungo basta vedere come sono migliorata e sempre allettabile quando si siede per la sua dose di bumba in fronte a me, povero fesso, per riprender con Earwicker la nostra furbita conversazione su affari e piaceri legali quando ha voglia di qualche bel gotto di birra e d’un pizzico di trinciatino e poi mica m’ha mai ’ncatenata a una sedia o ’nseguito col forcone il giorno dell’ingraziamento da che quest’isola natia venitte al mondo ecco perché i polliziotti e tutti quanti gli altri si sprofondano in inchini ovunque passo. Earwicker è umano al cento per cento, mi rivolgo a certi luridi Spioni e quanto a te, Mastro McGrath, pancetta pallida, lombata e col grassetto, a nove pence la libbra scusa se è poco come trattamento. Con la presente sono in grado di mostrare a chi ci piace la scatola originale di dolci in confezioni singole e i settembrini di prima qualità di Adam Findlater che ho ricevuto quando ci fu la commovente commemorazione in occasione delle nostre nozze d’oro da parte del signor Earwicker. Grazie, amor mio, per il bellissimissimo pacco dono. Il vero signore si distingue sempre agli occhi di tutti per un comportamento del genere. Orbene, io non posso che ammirare quella loro faccia tosta a mettere in giro la voce che per essere acciaccato lui lo è e pure parecchio. Devo smentire con veemenza come credo ch’è il caso qui d’aggiungere a sto punto in materia di udito che lui a modo suo e con tanto di certificazione è duro più tosto d’o recchio. Sapevo io cosa dirgli se solo osava dichiarare che il mio riferito sposo non è mai stato un vero vedovo agli occhi della legge in considerazione della sua cacionevole e stinta in quanto che l’attuale Egregio Signor Earwicker ha dato spesso al detto teste ampi particolari rispondenti alla descrizione della tra passata ex cacionevole nelle care deliziose ore del crepuscolo quando quest’uomo invero venerando è una grande autorità se si tratta di giocare a samantagguanto e marcomargherita e Sarasaràmaquando dove si può con orgoglio difender sempre bene mentre noi più di tutto francamente ci godevimo i meccanismi occulti di natura (di questo ringraziamo il cielo, è la mia umile preghiera!) ed eravamo così lieti del bel tempo. Chi si sarebbe abbassato a discutere con una carogna particolarmente abbietta di nome McGrath Brothers. Se m’hanno informato a dovere prenderlo a cannonate è l’unico argomento valido su questo non ci piove con un bie co spione. Pim! Pum! Colpiscilo ancora! Pam! Vediamo se così si decide a sloggiare. Ah! Ah! Ah! C’è solo da prenderla a ridere. Quel verme di McGrath ha farcito il suo ultimo sanguinaccio. Mercoledì pomeriggio alle tre. Gran corteo funebre con fiaccolata per McGrath Brothers. Mi raccomando. Fra non molto ci sarà il funerale. La salma va sgombrata prima delle tre in punto. R.I.P. Orbene, riferita magistrà, mi prendo la licenza d’augurarmi che le nubi si disseppelliranno presto e guardo avanti alla bella giornata che abbiamo avuto e adesso concluderò la pìstola che precede coi migliori ingraziamenti e le mie mille benedizioni per la tua grande corte sia e per l’interessamento per la sotto scritta e per il più caro de’ consorzi che sempre fedele ti sarò fintanto che avrò vita e che lui ha un barile pieno di birra Bass con affetto a sua Magis e a tutti a casa con la speranza ardita che ben presto vi godrete l’esame men ozioso di quest’istessa mia daccapo affondo. Mi fa da testimone quest’oggi la mia mano a contrassegno da parte della vostra riferita Magistà obbedientissima rimango La vostra affezionata Donn’Anna Livia Plurabelle Earwicker (Unica legittima consorte di A.L.P. Earwicker) XXXX N.B. E con questo su M.G. ci facciamo una bella croce sopra ©2013 Gallucci editore srl Roma ©2013 Ithys Press - Dublin ‘‘ iferita Magistà, tutti que’ pappalazzi ho ’nteso e tutto quello che stanno tirando in balle su di lui ma non approveranno a niente. L’Onorevole Signor Earwicker, lo sposo mio devoto, che è un vero signore e si cambia la camicia due volte al giorno cosa che nessuno di que’ vermi sarà mai perché come canta il regal bardo quelli come loro dovrebber’esser nati come lui, lo mio devoto, e fu tra Williamstown e la strada di Ailesbury che vedetti per la prima volta gli occhi tuoi brillar d’amore come un par di candele sopra il tram penso è me che sta occhieggiando ma come se dovesse scomparire su una nuvola quand’ecco si svegliò in un bagno di sudore affianco a me e mi guardò dritto in faccia e mi disse con convinzione di perdonarlo, uomo d’oro, ma aveva sognato che quel giorno tenevo un bel visino e a me era parso d’essere di nuovo nel perduto paradiso quand’era sempre giugno, amore, e noi due camminavamo mano nella mano. Orbene, riferita macistà, io giuro qui di seguito che in vita sua mio marito non ha mai messo in giro le bigonce con dentro un goccio che è uno che non fosse latte per via natural di mucca e tutto questo è pura invenzione di una serpe in erba che chiamasi McGrath Brothers contro quel caro uomo, lo sposo mio onorario. Dovessi esternizzare a vostra referenza tutto quel che quel mariuolo mi ha riferito l’anno scorso di sti tempi come dicevo alla signora Pat pel proprio tornaconto McGrath Brothers dicevo con quella sua pancetta che non si può manco guardare per non parlar del burro cosa che è rigorosamente proibita dai dieci comandamenti non riportare la tua falsa testimonianza contro la moglie del vicino. Aha, McGrath la bugia ce l’ha scritta in faccia come le lenticchie. Ma io l’ho sgamato. Quando penso a quello che quel viscidone ha avuto l’impudor d’insinuare riguardo al mio spettevolissimo marito come potrei scordarmelo? Giammai! Al Signore rimettere tutte le colpe di McGrath Brothers contro l’Onorario Signor Earwicker. Per due pagliuzze, sì e anche meno, mi basterebbe dirlo a chi so io e te lo riducettero cadavere non sai con che piacere sparandolo in via confidenziale e di McGrath Brothers non restassero manco le briciole pei polliziotti. Bugie! Non c’è mai stata nessuna ragazza a casa mia messa nei guai dal mio stimato sposo, quando mai! Quel par di prostitute che hanno arrecato tanti guai, tutto erano fuorché due mammolette, in conformità alla detta dichiarazione dell’ufficiale sanitario al centro per malattie veneriche io per l’in tanto sottobanco alla vostra riferita attenzione che l’Onorevole Earwicker di qui sopra possedeva fin da piccolo un torace senzuguali cespuglioso da non credere e sopracciglia uno spettacolo degno di quello che io sono la più privilegiata a rimirare e di conseguenza indulgeva alla consueta affettuosissima compagnia delle commesse. Non permetterò a un erettile ritorcolo come McGrath di spargere bugie in giro per tutto dove noi abitassimo e se si crede il pezzo da novanta in fatto di prostitute non sarò certo io a negarlo. Ah, è così, razza di ’nfame! T’ho beccato. Mi spiacerebbe dover dire cosa penso di lui. Io schifo Vermine McGrath, fornitori e grossisti italiani ufficiali della reale casa, intenzionato a profittar di me e del mio consorzio nobilissimo manco fossimo un par di sporchi parossuti. Non darei una la Repubblica DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 46 LA DOMENICA Spettacoli The End Pensati, scritti, magari anche girati ma poi non finiti oppure falliti, nascosti, perduti. Dal “Napoleone” di Chaplin al “Leningrado” di Sergio Leone ecco (in un libro) i grandi film che non sono riusciti ad arrivare in sala. E in alcuni casi è stato meglio così L’Atlantide del cinema ANAIS GINORI n principio era un’ossessione. La ricerca maniacale della scena tagliata, del dettaglio censurato. Come tanti cinéphiles, Simon Braund ha una passione che procede anche per sottrazione, nel gusto del backstage, dei director’s cut, della parte sommersa di un’opera. Una deformazione professionale per il critico britannico, già collaboratore della rivista Empire, abituato a scavare dietro e intorno ai film. Ma il percorso che propone nel suo libro The Greatest Movies You’ll Never See va al di là della fissazione per il tassello mancante del puzzle. È un’indagine sul buco nero della creazione, lo schermo che rimane bianco, lavori in corso senza il fatidico “The End”. Il suo catalogo dei “film mai visti” è solo «approssimativo» tiene a precisare l’autore. Un percorso lungo quasi un secolo, attraverso una cinquantina di capolavori perduti, mai iniziati, se non nella mente di un regista, oppure abortiti, censurati, buttati. Un’Atlantide dei film naufragati. «Una storia alternativa di Hollywood» preferisce dire Braund che ricostruisce così storie di delusioni, tradimenti, fallimenti personali e finanziari. Se per cominciare un film ci vuole sempre un briciolo di follia, ci sono imprese più pazze di altre. Come quando, racconta, Salvador Dalì sbarca a Los Angeles per contattare quelli che definisce “surrealisti americani”: Walt Disney e Harpo Marx. Il sogno hollywoodiano del pittore svanisce presto. Il gioco dei possibili, la teoria dell’ucronia applicata al cinema, è solo un raffinato esercizio intellettuale molto elogiato in Francia, patria di cinefili, dove il libro di Braund è stato appena tradotto dall’editore Dunod. Attraverso lo studio di progetti non realizzati, sceneggiature mozzate, riprese interrotte, Braund vuole dimostrare quanto sia imprevedibile la settima arte. «Una moltitudine di fattori può decretare la fine di un film — racconta — non solo la sceneggiatura e il regista giusto, ma anche l’investimento adeguato, una troupe motivata, un cast all’altezza, una tempistica fortunata per la distribuzione e persino un trailer azzeccato». Proseguendo il gioco, il critico britannico calcola le probabilità che alcuni di questi film possano uscire dal limbo con un nuovo regista oppure, quando esistono già riprese, con un altro montaggio. È quasi sempre impossibile. La Storia, anche del cinema, non è fatta con i se. I © RIPRODUZIONE RISERVATA DISE GNO IK DI AK O ST EHR ENB ERG ER o) infern er (L’ f n e ’ t LO L louzo TITO 1964 ges C r o O e ANN Henri-G eggiani, IA R REG RI Serge e r e O id T stisc e AT y Schn ia ge Il marito p p o Rom A Una c pagna. ia, M am TRA ergo in c alla gelos noia e lb d r a a a ne mogli lto un a in p va travo se viene focerà primr la più gio i del pae to e e che s follia, p oi coetan o da infar in it u i s o lp co bica e p rta con iene s li che f Il regista v scena le Carrel y a n n P a u O D ST re dirige eider e ment my Schn o tra R LE IMMAGINI Le locandine dei film mai visti pubblicate in queste pagine sono opera di diversi designer e sono tratte dal volume The Greatest Movies You’ll Never See (www.aurumpress.co.uk) e nell’edizione francese Dunod (www.dunod.com) Se quella volta Stanley Kubrick... IRENE BIGNARDI G iustovent’anni fa, nel corso di un’intervista faticosamente conquistata, Billy Wilder mi raccontava di avere scritto una dozzina di film «senza poi concludere niente» e di avere un film praticamente pronto per essere girato, ma di non voler dire una parola di più perché «con l’aria che tira qualcuno potrebbe copiarmelo appena mi distraggo un momento». Anche i tredici film “possibili” di Billy Wilder stanno nascosti da qualche parte nel cielo delle cose mai realizzate assieme al Napoleone in fuga da Sant’Elena di Chaplin, a quello di Kubrick, al felliniano Mastorna, alla Hollywood di The Other Side of the Winddi Orson Welles, al Prosperodi Michael Powell, alla Megalopoli di Coppola, alla Leningrado di Sergio Leone, al clown tragico di Jerry Lewis che accompagna i bambini del lager al loro destino terribile... In altre parole anche i film mai realizzati di Billy Wilder fanno parte di quel mondo invisibile, parallelo, virtuale, dove sono nascosti i film mai girati o mai finiti — ma pensati, amati, scritti, iniziati. I film che hanno cominciato a esistere e sono stati intercettati dalla malasorte, dal disamore, da un crac economico, da un incendio, da un infarto, e che è come non fossero mai esistiti. I film completati sì, ma spariti in un incidente, incappati nelle maglie della censura — o, peggio ancora, nell’autocensura dell’autore. Insomma I film che non vedremo mai, come annuncia il titolo di un libro uscito in Gran Bretagna e Francia. Dove si mostra una volta di più, tra pellicole pensate, mai girate, bruciate, scomparse, nascoste, di che materia fragile e vulnerabile siano fatti i sogni cinematografici. Vedi Napoleone, oggetto delle ambizioni e delle ossessioni sia di Charlie Chaplin che di Stanley Kubrick. Chaplin, dopo Luci della città, immagina una storia in cui l’imperatore fugge da Sant’Elena lasciandosi alle spalle un sosia che, maledizione, muore nel momento meno opportuno — un po’ la vicenda raccontata poi, nel 2001, da Alan Taylor neGli abiti nuovi dell’Imperatore. E convive con l’idea di un film su Napoleone per tut- TITOLO No Bail for the Judge (Nessuna cauzione per il giudice) ANNO 1959 REGIA Alfred Hitchcock ATTORI Audrey Hepburn, Laurence Harvey TRAMA Dal libro di Henry Cecil, una giovane avvocatessa difende il padre, un giudice accusato di aver ucciso una prostituta STOP Si dice che la Hepburn si sarebbe rifiutata di girare una scena di stupro DISEGNO DI MATT NEEDLE DISEGNO DI HEATH KILLEN (La principessa di Marte) ANNO 1936 REGIA Bob Clampett ATTORI cartone animato TRAMA Avrebbe potuto essere il primo lungometraggio d’animazione anticipando Biancaneve. Fumetto ideato da Edgar Rice Burroughs, il papà di Tarzan, è la storia di John Carter, cercatore d’oro che da una grotta si ritrova su Marte STOP La Mgm rinunciò: troppo sofisticato e spaventoso per i bambini TITOLO Don Chisciotte ANNO 1969 REGIA Orson Welles ATTORI Francisco Reiguera, (o Paolo Villaggio), Ugo Tognazzi TRAMA Le avventure del clown Fernet che realizza di non essere sopravvissuto a un disastro aereo ma scopre che il mondo bizzarro in cui è capitato è in realtà l’Aldilà STOP Scenografie già montate a Cinecittà, ma Fellini non riuscì o volle mai scrivere il finale TITOLO Napoleon ANNO 1971 REGIA Stanley Kubrick ATTORI Jack Nicholson, Akim Tamiroff Audrey Hepburn TRAMA Ambientazione TRAMA La vita dell’imperatore sperimentale per il personaggio di Cervantes che girovaga col fido Sancho Panza per una Spagna post-atomica STOP Welles girò moltissime ore ma, visto anche lo scarso interesse commerciale, non seppe concludere nei minimi dettagli relativi all’aspetto militare e religioso STOP Il regista lavorò per decenni con lo storico Felix Markham Ma la Mgm lo bocciò a causa dei costi proibitivi: 40 milioni di dollari stimati (voleva 60 mila comparse) ti gli anni Trenta, fino a che decide di occuparsi di un dittatore presente e più pericoloso. Trent’anni dopo Kubrick, come Chaplin, si dedica a un collezionismo napoleonico ossessivo, raccoglie più di cinquecento libri sull’imperatore, riempie casse su casse di memorabilia e documenti, assolda storici, immagina scene di torrido eros imperiale, annuncia che metterà in scena le battaglie napoleoniche con un numero di figuranti pari a quanti erano i soldati di Napoleone. Poi scende a più miti consigli. Anche perché ci pensa il nuovo padrone della Mgm a bloccare il suo delirio di grandezza. Per fortuna la Warner gli offre un contratto per tre film. Kubrick comincia a lavorare all’Arancia meccanica, poi a Barry Lyndon. Avremmo avuto quei due grandi film senza la scomparsa di scena dell’Imperatore? Se la sparizione di alcuni film immaginati e iniziati ci fa solo tirare un sospiro di sollievo (come si può pensare a un sequel di Casablanca intitolato Brazzaville, con Rick agente segreto incaricato di organizzare lo sbarco alleato nel Nord Africa e Ge- TITOLO Il viaggio di G.Mastorna ANNO 1965 REGIA Federico Fellini ATTORI Marcello Mastroianni DISEGNO DI AKIKO STEHRENBERGER TITOLO A princess of Mars DISEGNO DI HEATH KILLEN DISEGNO DI SIMON HALFON DISEGNO DI HERITA MACDONALD 47 raldine Fitzgerald nel ruolo di Ilsa? Molto meglio una storia gay con Claude Rains), se non riusciamo a soffrire perché Robert Bresson non ha potuto realizzare la sua Genesi, se resta un generico rimpianto per il mai fatto The White Hotel, tra i film “virtuali” che ci sarebbe piaciuto vedere c’è però il tormentato e mai finito Something’s Got to Give, durante il quale si consuma la tragedia di vita di Marilyn Monroe. Ecco i drammi e le follie sul set di L’enfer, l’inferno della gelosia, il film del 1964 che Henri-Georges Clouzot, in risposta alla rampante Nouvelle Vague, vuole estremo, sperimentale, innovativo. Ma il regista de Il corvo, in profonda crisi per la morte di sua moglie, dà il peggio di sé: sveglia all’alba i tecnici e gli interpreti, Romy Schneider e Serge Reggiani, per discutere i continui cambiamenti, li costringe a giornate di sedici ore, gira a vuoto, perde tempo, fa correre il povero Reggiani fino allo svenimento — e fino a fargli abbandonare il set. Quanto a lui, la tensione accumulata si traduce in un infarto che lo colpisce mentre dirige una scena lesbica tra Romy Schneider e Dany Car- rel. I finanziatori americani si ritirano. Il film non sarà mai finito — ma ne darà una versione meno torrida Claude Chabrol nel 1994. E Welles, specialista in imprese impossibili? L’elenco dei suoi film abbozzati, non finiti, persi, bruciati, rubati, occupa alcune pagine del catalogo che gli dedica il Muenchen Filmmuseum. C’è, del 1973, l’incompiuto e mitico The Other Side of the Wind, quasi due film paralleli, dove John Huston è un regista che, attratto dal protagonista del suo film, cerca almeno di sedurne l’amante — la bellissima Oja Kodar, che di Welles sarà la compagna per gli ultimi venticinque anni della sua vita. C’è The Deep, un thriller in alto mare, che sarà poi rigirato come Calma piattacon una giovanissima Nicole Kidman più o meno nuda. Ci sono i frammenti de Il mercante di Venezia sopravvissuti al furto della macchina di Welles, e di cui si può vedere sul web il mirabile discorso di Shylock. E che dire di Napoli-New York, appena pubblicato da Marsilio, il lungo trattamento di un film che Federico Fellini e Tullio Pinelli scrissero nel- TITOLO Leningrado ANNO 1989 REGIA Sergio Leone ATTORI Robert De Niro TRAMA Ispirato al libro di Cristopher Frayling sull’assedio di novecento giorni a Leningrado nella Seconda guerra mondiale, è la storia d’amore tra un cameraman americano e una ragazza russa STOP Leone morì per un attacco cardiaco durante la progettazione l’immediato dopoguerra e sull’immediato dopoguerra, protagonisti due ragazzini che emigrano in una per loro magica New York? E di Leningrad, the 900 days, il film di Leone che doveva raccontare il tragico assedio di Leningrado? Ma in questo catalogo del possibile, il film più disturbante, più duro, più scioccante, al punto che il suo stesso autore lo ha nascosto e “rimosso”, il film che pochissimi hanno visto, con contrastanti reazioni, è The Day the Clown Cried, diretto e interpretato da Jerry Lewis, la storia di un clown che con le sue gag rallegra e accompagna i bambini ebrei destinati alle camere a gas verso la loro fine. È successo però che, una volta finito, il film è sparito: gli autori, pentiti della loro stessa audacia, lo hanno nascosto. Fantasia oscena, come pensa qualcuno? Humour perverso? Non c’è dubbio: il film non lo vedremo mai. Lewis ne conserva un Vhs, ma non vuol neanche parlarne. Chissà, se il film fosse uscito forse lo si sarebbe presto dimenticato. Così è diventato una leggenda, un film di culto dell’orrore. © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 48 LA DOMENICA Next Dream Team Tra i tanti progetti finanziati dal web sta arrivando il grande archivio dell’incoscio Grazie a un tipo parecchio sveglio I MAGNIFICI 10* Il manuale In Master of Anatomy le tavole del corpo umano disegnate dai grandi talenti Disney, Pixar, DC, DreamWorks, Marvel $532.614 Il romanzo Tiriamo fuori i nostri desideri dai cassetti To be or not to be è il romanzo che riscrive l’Amleto: il lettore sceglie quale personaggio essere e quali scelte fare $580.905 Le radiazioni Safecast ha prodotto il contatore geiger low-cost in edizione limitata Kickstarter L’idea è nata per aiutare gli abitanti del Giappone dopo il sisma e il disastro di Fukushima $104.268 Le notizie Matter è un sito web che raccoglie i migliori articoli di approfondimento su temi di scienza e tecnologia Lanciato nel 2012 è stato inglobato nel sito di Medium $140.201 La musica Hidden Radio è metà radio portatile e metà cassa acustica Si collega mediante Bluetooth o cavo Per regolare il livello del volume si ruota il coperchio verso l’alto $938.771 RICCARDO STAGLIANÒ rchiviare i sogni dell’umanità. Anche per gli standard delle start up, che tendono a non lesinare sull’epica, la ragione sociale è piuttosto ambiziosa. Diventare il Google dell’inconscio. Organizzare la materia più eterea per definizione, strutturarla in una gigantesca banca dati, ricercabile per parole chiave. Niente Panocticon della psiche, però: saranno i sognatori a costituirsi. Registreranno le loro gesta oniriche su una applicazione del proprio telefono che funzionerà anche da sveglia “dolce” che poi, volendo, le trasmetterà su un grande server dove rimarranno per sempre. Questo, in buona sostanza, è il senso di Shadow. Il progetto di un trentenne niente affatto velleitario. Che ha chiesto alla rete i soldi che gli servivano per svilupparlo e ne ha ottenuti anche più del necessario. Tra i tanti progetti che raccolgono finanziamenti volontari dal web, questo ha l’aria di essere uno dei più suggestivi. L’acchiappasogni si chiama Hunter Lee Soik (HLS). Nato in Corea, adottato da una coppia del Wisconsin, voleva diventare uno skateboarder professionale, poi un fotografo ed è finito a lavorare come pubblicitario e consulente per un tour di enorme successo dei rapper Jay-Z e Kanye West. «Shadow ne è in qualche modo un effetto collaterale» spiega via posta elettronica da Brooklyn «nel senso che dopo mi sono preso una pausa e ho dormito tanto, come non mi succedeva da tempo. Ed è successa una cosa meravigliosa: ho ricominciato a sognare. Storie incredibili che volevo ricordare. Così ho cercato una app, ma niente mi soddisfaceva e ho deciso di costruirla». Prima di passare all’azione, ha fatto i compiti. Ha letto Freud e Jung, rimanendo particolarmente impressionato dal secondo. «Shadow non è altro che un tributo al suo concetto di Ombra, gli impulsi e i desideri di cui non siamo consapevoli e che tuttavia ci determinano. L’idea dietro alla app è di esaminarla per capire di più sul nostro conto e in che modo siamo connessi con le altre persone». Il primo problema pratico, sostiene HLS, è che il 95 per A cento dei sogni vengono dimenticati se non sono annotati subito quando ci si risveglia. Come se non bastasse, le normali sveglie sono troppo violente e tendono a strapparne la stoffa. «Dunque per prima cosa Shadow è una sveglia gentile, che parte da un volume bassissimo per farvi riemergere gradualmente, in maniera naturale dalla fase ipnopompica, il limbo tra sonno e veglia». Basta spegnerla per far partire in automatico un registratore (ma chi preferisce può scrivere), al quale affidare la propria confessione. Un programma per il riconoscimento vocale trasformerà poi le parole in testo, indispensabile per individuare i termini ricorrenti e per ogni altro tipo di analisi semantica, che verrà caricato in un archivio digitale. Su chi e come potrà consultarlo, il fondatore glissa. Ciò che è certo oggi è che il progetto è uscito dalla fase della fantasia per entrare in quello della realtà. Per sviluppare la app servivano cinquantamila dollari. Lui li ha chiesti alla comunità di Kickstarter, il più famoso sito di crowdfunding, e ne ha ricevuti 82.577 da 3784 sconosciuti. «Nel primo mese trentamila persone hanno detto che avrebbero partecipato all’esperimento. Esiste già un prototipo dell’applicazione che sarà affinata e data in prova a un gruppo selezionato di utenti a maggio. Il lancio pubblico avverrà a luglio». La squadra è piccola e delocalizzata. Un cofondatore lavora da Vancouver, in Canada, un altro da Colonia, in Germania e un neuropsicologo collabora da Berlino. Poi ci sono gli ingegneri informatici a San Francisco. La sostenibilità economica dell’impresa, a regime, è ancora un mistero. Tranne per una promessa: «Non daremo mai accesso ai vostri sogni, crittati e resi anonimi, a nessun tipo di azienda». Se migliaia di persone uploaderanno i loro flussi notturni si tratterà ogni giorno di exabyte di dati che necessiteranno di computer molto capienti. HLS ha pensieri meno prosaici. Per come la vede lui, la sua creatura potrebbe iniziare un nuovo movimento. «Il quantified self, la tendenza a misurare con apparecchi la Repubblica DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 49 ‘‘ ce nas sto: w o o p S’È had sup gni CO ject Sto pre tri so ente e Pro ques ei nos iabilm o ch da 5% d imed a men ubito il 9 ne irr ato, rato s veglio vie entic egist el ris e dim sia r nto d e serv non ome azion sto al mpplic que L’a prio a pro CHIEDERE Una domanda, tante risposte da tutto il mondo Le raccoglie il sito “Fifty people one question” NA one IO licazi Z N p FU ’ap lta n lia ME di u a vo e CO ratta a a su onlina sveg”, Si t legat abase e un olce col n dat a com dia “d iva a u zion melo si att ale Fun una uale e voc ni con o la qtrator tes sog i p e s o o d regi k n trar un n bloc regis o u quali sui re SE ivide rma A o d AB n taf ATbile coa piat onima D IL ossi u un a an o a È p gni s form iscon ordin i so ine in onflu he li iave no onl esti c ver c le ch ogna Qu n ser paro osa s ittà o in u ase a rire c una c giorn in b scop ne in nato per erso termi le p n de in u W O D A SH om w.c o d a rsh ove c s i w.d ww CERCARE Google Zeitgeist è un rapporto annuale che rivela le parole più cercate sul motore di ricerca Insieme A dream you dream alone is only a dream A dream you dream together is reality John Lennon Le previsioni o E ean OR k, cor cano tario T EN Soi eri lici r NV r Lee a am pubb rappe I ’ l L m e n u ni nt ta Hu asci ne, è to co West n o a e i di doz vor any : gni d’a ha lacon K dice iei so e ch -Z e a app rei m Jay lla su salva modo dow” De levo c’era o Sha “Vo non creat ma sì ho Co TWITTARE I trending topic segnalano i temi più caldi trattati su Twitter, anche grazie all’uso di hashtag TO EN etto M g ZIA pro mila AN are il no 50 N o I F rso end lizz me Dark Sky è una app per iPhone e iPad che vi aggiorna sul meteo in tempo reale: vi dice se tra pochi minuti pioverà nel luogo in cui vi trovate e per quanto tempo $39.376 Il satellite Si chiama Arkid il satellite spaziale controllato da casa con un’interfaccia digitale aperta a tutti Scatta foto ad alta risoluzione e ne trasmette altre degli utenti su uno schermo esterno IL r rea o al rico ied ch an k è Pe oi viv ti ing ser lari. S fund i uten sono e l l d e o g d row o a , ch ttativ ri al c man tarter aspe dolla una icks ltre le 2.577 di K ati o uto 8 one and ricev pers Ha 3784 da $1.505.366 L’inquinamento GLOSSARIO Sonno ipnopompico Si riferisce ai fenomeni psichici (allucinazioni, illusioni eccetera) che si verificano nella fase del risveglio dal sonno Sonno ipnagogico Fase di sonnolenza che precede l’addormentamento, caratterizzata da un particolare stato fluttuante della coscienza e dal carattere vago e sfumato dei pensieri Quantified self Un movimento che incoraggia la raccolta di dati per migliorare la qualità della vita degli utenti anche grazie all’interazione con internet di certi oggetti Crowdfunding Raccolta di denaro attraverso la Rete per finanziare iniziative di vario tipo. Per postare i propri annunci si sfruttano piattaforme web come Kickstarter tecnologici vari aspetti della nostra biologia, dal battito cardiaco all’attività fisica, è già realtà. Noi invece vogliamo occuparci dell’aspetto psicologico e realizzare il passaggio dal sé quantificato al sé compreso. E questa mole di dati sul nostro inconscio sarà indispensabile per fare il salto». A patto che i dati siano aggregati, contestualizzati e analizzabili in maniera efficace. Il futuro prossimo della psiche computabile è pieno di esempi: «Potrò dire al sistema: mostrami ogni sogno che riguarda le auto. Ogni sogno su auto fatto a Mosca. Ogni sogno su auto rosse che riguarda uomini di Las Vegas. Comparali con quelli di Tokyo o Parigi. E la gente famosa sogna in maniera diversa? Hai sogni più positivi se hai più soldi in banca? Puoi quantificare i sogni della gente di successo e insegnare a farli? Possiamo analizzarli con un algoritmo che li mette in relazione con le notizie e trovare persone che hanno previsto certi eventi nei loro sogni?». Anche senza arrivare ai precog, quelle speciali creature che in Minority Reportriuscivano a vedere in anticipo ciò che sarebbe accaduto, lo scenario è già abbastanza futuribile. Eppure tecnologicamente praticabile. Una volta che raccogli i dati è possibile estrarne il sentimento prevalente di chi li esprime. Google, per dire, ha battuto il Centro di prevenzione delle malattie desumendo epidemie influenzali dall’analisi istantanea di parole chiave pertinenti (aspirina, raffreddore, etc). Ed esistono hedge fund che valutano dove investire facendosi guidare anche dai trending topic, i temi caldi su Twitter. L’anima del mondo è sempre più more geometrico demonstrata. E adesso anche l’inconscio diventa consultabile. «Immaginate di poter ricordare cosa avete sognato non dico ieri, ma un anno fa. Niente potrà rivelarvi altrettanto bene dove, emotivamente parlando, eravate. Queste informazioni, sino a oggi, erano dati invisibili, dimenticati ogni notte. Ciò che ci piace è rendere l’invisibile visibile». Se la diagnosi di Shakespeare è giusta (“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”) Shadow ne illuminerà l’essenza, compilando una biografia collettiva inconscia che non ha precedenti. © RIPRODUZIONE RISERVATA Airqualityegg è un ovetto dotato di sensori che raccolgono dati sulla qualità dell’aria, poi trasmessi in rete in un database accessibile a tutti $144.592 Il cervello Emotiv Insight monitora l’attività cerebrale e la traduce in dati in tempo reale grazie a una app per smartphone $1.643.117 La stampante Form 1 stampa in 3D a basso costo, ma con una qualità all’altezza del design professionale Facile da usare, è alla portata di tutti $2.945.885 tutti progetti finanziati *Sono grazie al sito web Kickstarter la Repubblica DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 50 LA DOMENICA I sapori Non solo Puglia, Liguria e Toscana. Recuperando antiche tradizioni oggi si lavora Autarchici E dove se ne produce poco state tranquilli: vorrà dire che è ancora più buono Piemonte Lombardia Veneto Friuli Trentino Alto Adige BATTUTA ALLA ROBIOLA Girello di fassona tagliata al coltello condito con olio e sale. Salsa di robiola frullata con panna e pepe RISOTTO ALLA MILANESE Soffritto di cipolla, burro e midollo, poi riso sfumato col vino bianco, zafferano e brodo. Infine Parmigiano CARPACCIO DI BACCALÀ Dissalato e tagliato sottile, condito con olio, pepe, limone, capperi secchi e pomodoro affumicato MINESTRA DI VERDURA L’orto delle prime gelate declinato in versione comfort food, con un piccolo sformato di cardi CARPACCIO DI CAPRIOLO Taglio di entrecôte affettato e battuto. Olio, sale e pepe, e Puzzone di Moena a scaglie Olio Robur di Piero Veglio Fruttato medio. Cultivar: Leccino, Carboncella, Moraiolo, Grignan Euro 14,50 Olio Denocciolato Numero 1 Comincioli Fruttato medio. Cultivar: Casaliva, Leccino Euro 34 Olio Denocciolato Monte Guala San Cassiano Fruttato leggero. Cultivar: Grignan Euro 15 Olio Azienda Agricola Zorzettig Fruttato medio. Cultivar: Bianchera Istriana, Maurino, Pendolino, Euro 11 (50 cl) Olio 46° Parallelo Bio Agraria Riva del Garda Fruttato medio. Cultivar: Casaliva Euro 16,50 DOVE COMPRARE DROGHERIA PIERO BRODA Piazza Garibaldi 10 Moncalvo (Asti) Tel. 0141-917143 DOVE COMPRARE LA DISPENSA Via Principe Umberto 23 Torbiato di Adro (Brescia) Tel. 030-7450757 DOVE COMPRARE LA BOTTEGA DEL BUONGUSTAIO Via XXV Aprile 62 Cerea (Verona) Tel. 044-231266 DOVE COMPRARE LA CASA DEGLI SPIRITI Via Torriani 15 Udine Tel. 0432-509216 DOVE COMPRARE ANTICHI SAPORI TRENTINI Via Belenzani 56 Trento Tel. 0461-260535 il principe della dieta mediterranea in (quasi) ogni regione d’Italia Olio nuovo che c’è di «G LICIA GRANELLO arda deputavit ad olium». Quando il frate benedettino Regesto Wala, abate del monastero di San Colombano di Bobbio, nell’835 sancì la vocazione oleicola del territorio gardesano, il nonno dell’extravergine era già ampiamente diffuso in tutto il nord Italia, a partire dalle zone lacustri, benedette da un microclima particolarmente morbido. Lombardia, Veneto, perfino Trentino, ma anche Piemonte ed Emilia Romagna, oltre alla Liguria, davano il loro benefico contributo alla produzione di quello che un millennio (abbondante) più tardi sarebbe stato riconosciuto come uno dei pilastri della dieta mediterranea. Nei giorni che accompagnano l’arrivo dell’olio nuovo, l’Italia si riscopre terra d’olio a tutto tondo, se è vero che l’unica regione allergica all’olivocoltura — ma ancora per poco, visto che sono in corso sperimentazioni dedicate — è la Val d’Aosta. Diciannove regioni legittimate alla bruschetta autarchica, anche se le quantità variano in maniera esponenziale scendendo dalle campagne prealpine lungo l’Appennino, fino alle superproduzioni meridionali. Eppure, come sosteneva l’abate Wala, coltivare l’olivo era pratica usuale anche al nord, così come battezzare zuppe e verdure con l’olio nei refettori dei monasteri medievali. A cambiare i destini oleari nel corso dei secoli sono state alcune gelate epocali, per certi versi irrimediabili, ma anche una diversa lettura economica dell’impresa olearia. Due inverni terribili — nel 1789 in Piemonte e nel 1929 in Friuli — fecero da prodromi all’estirpazione di quasi tutti gli uliveti presenti, mentre intorno ai laghi si decise che le colture di canapa, lino e gelsi (per i bachi da seta) avrebbero garantito ben più ricchezza alle popolazioni locali. A invertire la tendenza, insieme al decadere dell’economia legata a filatura e tessitura, il recupero della cultura dell’olio. Certo, scorporando le quote che formano le quasi cinquecentomila tonnellate della produzione nazionale, si scopre che metà Italia contribuisce con meno del dieci per cento. Ma proprio perché se ne fa poco, la cura è massima e i risultati sorprendenti: oli eleganti, profumati, meno sfacciati di quelli ottenuti da olive ubriache di sole e calore. In più, nelle coltivazioni collinarie e dove il caldo-umido è meno incombente, il rischio degli attacchi di mosca olearia si riduce di molto, insieme alla necessità di trattamenti chimici mai piacevoli. Produzioni piccole, spesso certificate — biologico, Dop, Igp — inconciliabili con la pessima pratica di comprare all’estero e imbottigliare in Italia, per aumentare a dismisura i numeri. Leggere bene le etichette — che fortunatamente da gennaio avranno caratteri più leggibili — è indispensabile per scegliere l’extravergine giusto, altrimenti meglio affidarsi ai manuali appena usciti, dalla Guida agli extravergini di Slow Food al Flos Olei di Marco Oreggia. Se poi avete un amico che fa l’olio, comprate una tanica d’acciaio e andate a trovarlo, sapendo che non lo pagherete mai abbastanza per la fatica della raccolta, l’ansia della frangitura rapida per evitare fermentazioni, l’enormità dello scarto (la resa fluttua intorno al quindici per cento). Festeggiate con una super bruschetta. Leccarsi le dita è fortemente raccomandato. © RIPRODUZIONE RISERVATA Liguria Emilia Romagna Marche Abruzzo Molise TROFIE AL PESTO Pasta fresca lessata al dente condita con pesto fresco e sugo delle vongole, aggiunte alla fine TAGLIATELLE DI CACCIAGIONE Pasta fresca, sella di lepre a tocchetti, spadellata, sfumata con vino rosso, fino a sfilacciarsi ZUPPA DI CECI Lunga cottura per i legumi insaporiti nel soffritto, arricchiti con costine di maiale, scarola e sedano SPIEDINI ALLA BRACE Carne ovina o frattaglie d’agnello e pancetta avvolte nel grasso delle interiora, con puntarelle CAPUNATA Strati sovrapposti di taralli spruzzati con aceto bianco, pomodori secchi, peperoni, alici e uova sode Olio S’ciappau Gran Cru Cassini Fruttato medio Cultivar: Taggiasca Euro 15 (50 cl) Olio Tenuta Pennita Selezione Alina Fruttato intenso. Cultivar: Nostrana di Brisighella Euro 22 Olio Oleo de la Marchia Del Carmine Fruttato intenso Cultivar: Frantoio Euro 15 (50 cl) Olio San Martino Bio Persiani Fruttato medio. Cultivar: Dritta, Frantoio, Leccino, Gentile, Moraiolo Euro 10 (50 cl) Olio Extravergine Colonna Molise Dop Fruttato medio. Cultivar: Leccino, Gentile di Larino, Rosciola Euro 7,30 DOVE COMPRARE LA PORTA DEI SAPORI Via Littardi 126 Imperia Tel. 0183-780398 DOVE COMPRARE ANTICA DROGHERIA CALZOLARI Via Petroni 9 Bologna Tel. 051-222858 DOVE COMPRARE TEMPERA GUSTI PICENI Via Piceno Aprutina 16 Ascoli Tel. 0736-42200 DOVE COMPRARE L’OASI DEL BUONGUSTAIO Largo Madonna dei Sette Dolori 21 Pescara Tel. 085-411530 DOVE COMPRARE SABETTA Via IV Novembre 70 Campobasso Tel. 0874-481042 la Repubblica DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 51 Pane e... Un centimetro e mezzo di spessore per ogni fetta di pane casereccio innaffiata da abbondante olio novello e sale: è la più classica (talvolta perduta) delle merende A tavola Franklin, nonna Tilde e il bombolonaio MARCO MALVALDI olio e l’acqua, si sa, non si mescolano. Lo sapeva bene anche Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti. In un’epoca lontana, in cui i politici erano competenti in qualcosa e sapevano sperimentare, Franklin versò un cucchiaino d’olio di oliva in uno stagno di Clapham. L’olio si distribuì sulla superficie, calmando le acque per uno specchio di circa mezzo acro: supponendo che lo strato fosse costituito, in altezza, da una sola molecola, e conoscendo il volume del cucchiaino, Franklin ipotizzò che le molecole di olio fossero delle dimensioni di circa un nanometro. Una stima, si scoprì poi, incredibilmente accurata. Questo fatto ha delle conseguenze. Per chi cucina, la più importante è che gli aromi si disperdono nell’acqua e nell’olio in modi differenti: il sale e gli acidi, idrofili, stanno bene nell’acqua, mentre gli eteri, gli esteri e altre molecole aromatiche si trovano, chi più chi meno, decisamente a loro agio nelle matrici oleose. Per questo, quando cuciniamo, l’olio ha un ruolo fondamentale; assorbendo solo determinati aromi, facilita la veicolazione degli stessi verso la papilla, e cambia l’equilibrio dei sapori. Chi scrive si ricorda di merende epiche fatte esclusivamente di pane, pomodoro, olio e sale preparate da nonna Tilde, leggendaria somministratrice di squisitezze e sganassoni in quantità equivalente, che venivano depredate dai nipoti direttamente dal tagliere, noncuranti delle minacce e dei colpi a vuoto. Ma, per me, il ricordo più bello legato all’olio toscano rimane quello del bombolonaio della spiaggia della Sterpaia, che passava tutte le mattine a orari antelucani decantando, a voce piena, la bontà dei propri prodotti: e, per far capire che erano appena cotti, ancora belli unti e gocciolanti, urlava nella calma delle sette di mattina “Ce l’ho con l’olioooo! Ce l’ho con l’oliooooo!”. Un giorno, da una delle casette abusive vicino alla spiaggia, una voce stentorea gli rispose “E io ce l’ho col budello di tu’ madre!”. Il bombolonaio, l’estate dopo, cambiò spiaggia. L’ © RIPRODUZIONE RISERVATA LA RICETTA Aglio, olio, peperoncino, menta e astice Ingredienti per 4 persone ✃ Nino di Costanzo guida la cucina del bistellato “Mosaico” (Terme Manzi hotel di Ischia), che vanta un carrello di extravergini con 19 etichette di altrettante regioni italiane 200 g. di melenzane 100 g. di olio extra vergine 1 astice da 500 g. qualche foglia di menta 3 spicchi d’aglio 1 peperoncino 200 g. di brodo vegetale 400 g. di spaghetti Gerardo di Nola erbe fresche Sbianchire la coda dell’astice in acqua bollente per 6’ (le chele per 3’) Raffreddare immediatamente, togliere il carapace. Ridurre la coda in tocchetti. Tagliare le melanzane a metà, inciderle e farle cuocere un’ora a 150° C con rosmarino, due spicchi d’aglio, timo e un filo d’olio Una volta cotte, togliere la pelle e frullarle con brodo vegetale fino a farne una purea. Far imbiondire il terzo spicchio d’aglio tritato finissimo con olio e peperoncino, mentre a parte gli spaghetti cuociono. Fermare la cottura dell’aglio con un un mestolino di acqua della pasta (quella in superficie, più ricca d’amido). Scolare la pasta molto al dente, rifinire nella padella con aglio e olio, mantecando alla fine con la menta tritata e l’astice. Nel piatto, sopra gli spaghetti conditi, la crema di melanzane, qualche ciuffetto di menta e mezza chela la Repubblica LA DOMENICA DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 ■ 52 L’incontro Trasformati Punk a Melbourne, molto elettrico a Londra, poi nella Berlino di Wenders Sempre con troppo alcol e droga in corpo. Ora che ha cinquantasei anni, moglie e quattro figli, scrive ancora canzoni ma sul divano di casa a Brighton “Ho bisogno di tornare a una sorta di infanzia, dove secondo me risiede l’idea stessa di bellezza E del resto: a che serve l’arte se non a ritrovare lo stupore di quando eravamo bambini?” Nick Cave l regista che dice di essere stato salvato dal rock lo aveva issato nel 1987 tra i suoi angeli nel Cielo sopra Berlino. In mezzo a custodi alati in ansiosa ricerca di tracce d’umanità, nel film di Wim Wenders Nick Cave appariva e diventava icona. Ma aveva cominciato a rodarsi tre anni prima, con From Here to Eternity insieme al gruppo che ne diventerà ombra, The Bad Seeds. A quell’esordio folgorante sono seguiti molti album di successo, di cui l’ultimo, il quindicesimo, viene ora srotolato da Nick Cave & The Bad Seeds nel tour mondiale che ha appena toccato anche Roma, Milano, Bologna, dopo un concerto-evento a Parigi. È qui che lo abbiamo incontrato, nei camerini regali del mitico Zénith. Il nuovo cd è musicalmente all’opposto delle esperienze passate: dopo anni di grida, furore ed eccitazione elettrica, è fatto di pace e di silenzio. L’album, Push The Sky Away, perdipiù sa nuovamente di cielo. Solo che lo “spazzar via” del titolo è ambivalente: incita a liberarsi d’ogni cappa, anche quella, ultima, dell’orizzonte o piuttosto invita a rinunciare a ogni coperta protettiva, anche quella luminosa dell’universo? In altre parole, Mister Cave, continuiamo a restare sospesi nella sua abituale polarità? Il crooner au- ro interessi infantili». Cave ha un lampo negli occhi e ride: «E adesso, signore e signori, ascoltati questi meravigliosi propositi, ecco arrivare i servizi sociali pronti ad arrestarmi!». Nell’attesa che arrivino indaghiamo sull’interessante famiglia Cave... «Non avevo mai pensato che ci potesse essere un legame culturale tra me e mio padre. Finora mi sono state chiare le differenze: c’è un gap generazionale incolmabile nei nostri comportamenti. Con i miei bambini io sono molto fisico, tattile, come del resto la maggior parte dei genitori d’oggi. Una volta, tra padre e figli c’era un rapporto modellato su quello tra insegnante e allievi. La principale preoccupazione era di trasmettere un sapere — la cosiddetta “esperienza” — e una sana educazione civile». E sua madre? È fiera di avere un figlio cantante? «Assolutamente. È sem- A dodici anni mio padre mi lesse “Lolita” Non ci capii molto, ma mi resi conto che mi aveva ammesso a un mondo proibito FOTO GETTY I PARIGI straliano, cinquantasei anni, sfoggia il blu metallico e vampiresco dei suoi occhi: «Io direi che è una pausa, e che riflette un momento preciso della nostra vita. Questo lavoro deve molto anche al luogo in cui è avvenuta la registrazione, la Fabrique, in Provenza, uno studio che ospita la più grossa raccolta di vinili classici in Europa. Mi sono sentito subito a casa, si è smosso qualcosa di profondo, di antico, dentro di me. La mia voce è venuta fuori così, d’istinto, il timbro subito addolcito. Noi tutti, di colpo, totalmente liberi, calmi, sereni. Non avevamo mai lasciato tanto spazio al silenzio». Sentirsi a casa, dice, anche nel senso di tornare all’infanzia? «Sì. Del resto a che cosa può servire l’arte se non a ritrovare lo stupore del bambino, riscoprire la bellezza, reinventare la luce? Ho trascorso l’esistenza a cercare di rivivere episodi che mi ricordassero l’attimo in cui ho debuttato nella vita. Quante cose sono successe allora. La mia idea di bellezza è totalmente legata alla prima infanzia: scrivere è per me un modo di ritrovare quelle sensazioni, quella stessa luce». Non è, la propria, l’unica infanzia con cui Cave oggi abbia a che fare. Ci sono i suoi figli, quattro, di cui due gemelli di dodici anni che vivono con lui e la moglie a Brighton. «I miei bambini vivono in un mondo che non riesco a comprendere. Il che non significa che io li ignori. Al contrario, con assoluta regolarità li introduco nel mio universo. E loro ne vanno pazzi. Ho anche varato una tradizione domestica che ho battezzato “la serata del film sconsigliato”. Guardiamo insieme film per spettatori maturi come Scarface, o Il silenzio degli innocenti. Ne escono fieri, consapevoli che il papà li ha ritenuti capaci di condividere con lui un’esperienza adulta. Io avevo dodici anni quando mio padre mi fece vedere Lolitadi Kubrick, leggendomi alcuni passi del romanzo di Nabokov. Non ci avevo capito molto, ma mi è rimasto il piacevole ricordo d’essere stato ammesso a un mondo proibito. Immagino che anche i miei bambini ne ricavino la stessa sensazione: sanno bene che li lascio guardare qualcosa che non dovrebbero. Il beneficio che ne trarranno è ben più ampio di quel che potrei ottenere se mi sforzassi di mettermi al loro livello, cercando di condividere i lo- pre stata dalla mia parte. Potevo aver combinato il peggio, quel che mai si potrebbe perdonare, e lei era sempre lì, pronta a sostenermi. Era la prima a venirmi a cercare anche ogni volta che mi portavano al posto di polizia... Mia madre, bibliotecaria dalle aspirazioni di violinista, come mio padre, professore con velleità di scrittore, è di un’altra epoca: una vera stoica. Davanti a qualsiasi difficoltà, alla peggiore ingiustizia, non si ferma: butta giù e via. È da lei che ho ereditato un carattere determinato, una volontà di ferro, che niente può frenare. Mio padre è morto troppo presto, in un incidente stradale, quando avevo diciannove anni. Mia madre lo evoca di tanto in tanto. Una volta, a Natale, ha borbottato che era “difficile viverci insieme”: un po’ come con me, che avevo preso molto da lui. Mi ero chiesto allora che cosa intendesse dire, ma non l’ho mai saputo. Solo adesso, forse, comincio, a capire». Anche Brighton, sulla costa meridionale inglese, dove si è trasferito da oltre dieci anni, all’apparenza sembra uno sghembo ritorno alla quiete dell’infanzia, alla riscoperta di un po’ di pace. Dopo il ribollire d’una giovinezza inquieta, gli esordi punk, caotici e brutali a Melbourne con la sua prima band, The Birthday Party, lo sbarco nella Londra anni Ottanta, la lunga parentesi creativa a Berlino e l’amicizia con Wenders, gli abissi dell’alcol e della droga, da cui è da tempo risalito. Insomma, finalmente di nuovo a casa? «Quasi. Casa, per me, sarà sempre l’Australia, anche se non ci vivo più da oltre trent’anni. Londra è una città superba, tentacolare, ma non mi calza più a perfezione. Meglio il piccolo mondo di Brighton, il suo semi-deserto culturale, che mi fa da chioccia, da divano su cui stendermi a riposare e pensare. Le canzoni dell’ultimo album sono nate tutte lì. Una città che mi andava a pennello è stata Berlino. Prima della caduta del Muro la divisione permetteva una strana indipendenza: l’Ovest era un’isola fuori del mondo, a misura di artisti, e sono tanti quelli famosi che ci hanno vissuto in quegli anni, prima di me David Bowie. A proposito: commovente il suo disco dopo dieci anni di silenzio, Where We Are Now?, per me un dolcissimo flashback sentimentale. Eravamo un’autentica comunità, tutti in fraterna e armonio- sa evoluzione. Una città davvero unica da questo punto di vista. Oggi, riandando a quegli anni, mi sento un privilegiato per aver provato la sensazione di vivere solo per l’arte e attraverso l’arte». A Berlino sono sbocciate anche la grande amicizia con Wenders e le musiche per altri film, Fino alla fine del mondo, Così lontano così vicino, L’anima di un uomo: «Con il cinema ho stabilito un bell’andirivieni, tra colonne sonore, collaborazioni alla sceneggiatura e mie interpretazioni: per esempio l’australiano Ghosts of the Civil Dead di John Hillcoat, oppure Johnny Suede di Tom DiCillo, con Brad Pitt. Il cinema mi attira, anche in aree a me lontane, tipo Harry Potter o, l’anno prossimo, il docudrama 20.000 Days on Earth, di Iain Forsyth e Jane Pollard». E poi c’è la scrittura, Mister Cave, non solo i testi delle canzoni, ma poesie, e romanzi. Una calamita potente: «Non so, credo di essere più lettore che scrittore. E a volte non sono nemmeno troppo sicuro d’essere un musicista. Diciamo che ogni mia attività extramusicale mi serve prima di tutto per non diluire la forza dei Bad Seeds, fare in modo che il meglio sia per loro, perché rappresentano la mia opera più riuscita, l’unica cui io tenga davvero. Tutto il resto non m’importa. Esprimermi fuori della musica mi preserva dallo scoglio più rischioso e pericoloso: realizzare con The Bad Seeds un’opera rock». © RIPRODUZIONE RISERVATA ‘‘ MARIO SERENELLINI