LADOMENICA
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
NUMERO 456
DIREPUBBLICA
CULT
All’interno
La copertina
Zalonismo
fenomenologia
di un nuovo
arcitaliano
CURZIO MALTESE
e BENEDETTA TOBAGI
Il libro
La scuola
delle reclute
senza guerra
nel Paese-esercito
SUSANNA NIRENSTEIN
Straparlando
Franco Cerri
“Io, l’uomo
in ammollo
vissuto di jazz”
ANTONIO GNOLI
DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI
Al confine
tra Grecia
e Turchia
L’opera
L’attualità
ATTILIO BOLZONI e FABIO TONACCI
MAREK HALTER
“Il pieno, grazie”
cent’anni
di on the road
I
uanta poca fantasia ha dimostrato l’Uomo, nel corso dei millenni, per difendersi. Già dai tempi delle
prime grandi città sumeriche cominciò a erigere
muri per proteggersi dalle bande di nomadi e saccheggiatori. Ma soprattutto per dividersi da chi non
era come lui, da chi viveva in modo diverso. Appena
è uscito dalla dimensione famigliare, e si è organizzato in società
più ampie, ha cominciato a temere l’Altro. E ciò accade ancora
oggi. Solo pochi giorni fa la Gran Bretagna ha chiesto all’Europa
di alzare un muro contro “i bulgari”, gli afgani, gli africani.
Anche nella mia esperienza, il muro è anzitutto quello della separazione: il muro del ghetto. Quello che i nazisti costruirono attorno al quartiere ebraico dove vivevo con la mia famiglia a Varsavia. Lo fecero per segregare dalla società “giusta e pulita” chi,
a loro avviso, era portatore della peste. Ma detto questo, anche i
muri cadono. E quando non cadono, possono essere aggirati.
(segue nelle pagine successive)
VITTORIO ZUCCONI
L’inedito
Giochi da Joyce
“Il mio devoto sposo
è troppo umano...”
NADIA FUSINI e JAMES JOYCE
NEA VISSA (Confine Grecia-Turchia)
l fiume, l’Evros, non si vede mai. Ma è lì, dietro gli alberi. L’acqua melmosa trascina cadaveri dalle pianure della Tracia fino all’Egeo. Sembra vicino questo confine fra noi e loro, sembra solo a un passo quest’altra Lampedusa metà greca e metà
turca che invece di stare in mezzo al mare sta in mezzo alla terra. Ma
ci sono orti, piantine di aglio e di tabacco, sentieri, zolle rivoltate, poderi arati, trattori, fienili. E campi minati. Ogni tanto salta in aria un
cane o una capra, ogni tanto una donna o un bambino. Ogni tanto.
Dove il fiume fa una piccola piega e si ritira lasciando posto all’argilla, un reticolato di ottocento tonnellate d’acciaio è diventato la vera frontiera fra l’Europa e l’Asia. È il muro dell’Evros, dodici chilometri di metallo luccicante, pali, chiodi, cemento, lame e filo spinato per sbarrare il cammino alle carovane provenienti dall’Oriente. È
alto quasi quattro metri ed è costato quasi quattro milioni di euro.
(segue nelle pagine successive)
Q
“Ernani” a Roma
il diritto alla felicità
contro il potere
secondo Muti
GUIDO BARBIERI
L’arte
Il Museo
del mondo
I bambini solitari
di Soutine
MELANIA MAZZUCCO
la Repubblica
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
■ 32
LA DOMENICA
Il reportage
Un muro di dodici chilometri lungo il fiume Evros separa Grecia e Turchia là dove l’Europa sembra ormai vicina
LA CACCIA. Su un casolare abbandonato lungo la frontiera una scritta incita a sparare sui migranti
IN FUGA. Molti nordafricani, come questi ragazzi algerini, cercano di arrivare in Europa attraverso la Turchia
Cercando un buco nella rete
ATTILIO BOLZONI e FABIO TONACCI
(segue dalla copertina)
hanno finito di costruire
un anno fa, a dicembre.
Da una parte ci sono sonnacchiosi paesi greci, dall’altra i minareti delle moschee di Edirne. Da qui
prima passavano a decine
di migliaia, ora non passa
più nessuno. Sopra la sua
ferraglia volano solo poiane, falchi e sparvieri. I migranti adesso guadano il
fiume più giù, verso Didimoticho. O più a nord, fra
i boschi di Ormenio. L’attraversano a nuoto o su
malandate chiatte, a volte
GRECIA/
affogano fra i vortici, a volTURCHIA
te muoiono di freddo. So12 km
no afgani, pachistani, soacciaio, cemento
no armeni, curdi, irachee filo spinato
ni, siriani, somali, egiziani. C’è perfino qualche tunisino e marocchino,
che per non prendere il largo sui barconi nel Mediterraneo fa un lungo giro d’Africa. Vagano eternamente alla ricerca di un varco, non si fermano
mai. Appena lo trovano, s’infilano. Ce n’è sempre
uno sui centosessantasei chilometri che segnano
il limite fra il territorio turco e quello greco. C’è
sempre una breccia fra gli argini e la selva.
Dopo quello sull’Evros qualcuno ad Atene vorrebbe alzare un altro muro, ancora più imponen-
L’
te e ancora più alto. Sul bordo bulgaro che è a dieci minuti di auto dall’altro confine, c’è già uno
steccato fra la città di Svilengrad e le pinete di
Elhovo. Nel 2015 questa “barriera tecnica” — così la definiscono in gergo burocratico a Sofia —
raggiungerà i trentasei chilometri. È un Continente intero che si sta chiudendo, che sta blindando ogni sua porta all’altro mondo. Le paure e
gli egoismi che s’inseguono in quest’Europa balcanica forse, un giorno, prenderanno la forma di
un unico grande muro.
Il nostro viaggio per arrivare al fiume Evros è iniziato a Nea Vissa, l’ultimo villaggio greco che sfiora la Turchia. Poi siamo scesi a Orestiada e a Kastanies, abbiamo visitato il “centro di ammissione” di Filakio, incontrato il capo della polizia della Grecia orientale a Komotini, ci siamo arrampicati sulle montagne di Sidero dove fra le sterpaglie
sono sepolti quelli che l’Evros si è portato via nel-
le gelide notti d’inverno. Come gli altri sprofondati nel Canale di Sicilia. Lo stesso destino.
Dov’è il fiume? Dov’è la frontiera? Eccola Nea
Vissa, la nuova Vissa, fondata nel 1922 dopo che i
turchi sull’altro fronte avevano cacciato i greci da
quell’antica, una strada, una piazza, una taberna
che serve cacciagione, il cartello del check point.
Fino all’estate dell’anno scorso, dalle 3 alle 6 del
mattino Nea Vissa era affollata da centinaia di
profughi, si aggiravano nelle campagne, cercavano riparo nei casolari, si nascondevano alle ronde
dei poliziotti. Il muro l’ha svuotata. Oggi Nea Vissa sembra un paese fantasma. Due bambini giocano davanti alla chiesa ortodossa, cortili deserti,
quattro famiglie raccolte in un salone per festeggiare un battesimo. Sono tutti confusi dall’improvviso silenzio che ha avvolto le loro contrade.
«Noi greci, fra qualche anno, potremo fare la stessa fine dei migranti e cercare di entrare come loro
IL MURO. Un tratto della nuova barriera anti-immigrati al confine tra Grecia e Turchia
clandestinamente in altre nazioni», racconta Nichos Ntofis, il proprietario del bar Utopia. E il sindaco del vicino villaggio di Kastanies, Maria Liacha: «Quella del muro è stata la scelta migliore, forse però potevamo fare qualcosa di più per tenerli
a casa». La cinta sull’Evros ha “salvato” due piccoli comuni e i suoi 2800 abitanti, ma non ha dato sollievo a una Grecia che resta un colabrodo nel suo
fianco est. Chi s’avventura da Kabul o da Islamabad e percorre migliaia di chilometri in due e anche tre anni — a piedi, sui cassoni dei camion, su
mezzi di fortuna — non si fa fermare da questo
muro e da questo fiume.
Ma dov’è, dov’è l’Evros che s’ingoia esuli e profughi con tutti i loro sogni? E dov’è il muro della
vergogna? È a seicento metri, a quattrocento, a
duecento metri, è appena dietro la curva, è qui. Ma
qui non c’è il muro e non c’è il fiume, qui c’è solo
l’area proibita, una zona militarizzata per cinquecento metri. Ci sono teschi gialli che indicano
morte e segnali rossi con la scritta mines, mine. Sono dappertutto, a destra e a sinistra di una baracca dove bivaccano soldati che imbracciano mitraglie. Dicono che le hanno piazzate «per i tank
turchi». Le hanno nascoste fra questi campi nel
’74, al tempo della crisi fra Atene e Ankara per l’isola di Cipro. E le hanno lasciate lì, da quasi quarant’anni. L’alibi sono i carri armati di Ankara, ma
su quelle mine perdono le gambe o la vita i disperati che dall’Oriente arrivano sino al fiume. Dal
1990 al 2008 almeno novantadue i morti, dati più
recenti le autorità greche non ne danno. «Capita
di sentire che qualcuno finisca a pezzi in quella
striscia che c’è fra il fiume e Nea Vissa, i numeri veri però li tengono sempre segreti», dice Valantis
Pantsidis, l’avvocato di Orestiada che difende chi
I muri nel mondo / operativi
USA/
MESSICO
NORD/
SUD COREA
STRISCIA DI GAZA
E WEST BANK
INDIA/
BANGLADESH
INDIA/
PAKISTAN
MAROCCO/
SPAGNA
1.000 km
acciaio, legno
e calcestruzzo
240 km
filo spinato
e acciaio
48 km e 730 km
calcestruzzo,
filo spinato e acciaio
4.100 km
cemento, filo spinato
e rete metallica
2.240 km
cemento, filo spinato
e rete metallica
20 km
reticolato
e filo spinato
MAROCCO/
SAHARA
OCCIDENTALE
2.720 km
sabbia e pietra
CIPRO GRECA/
CIPRO TURCA
YEMEN/
ARABIA SAUDITA
180 km
cemento, bidoni
e filo spinato
1.800 km
calcestruzzo
e tubi ripieni
la Repubblica
LEGUIDE
LA STAGIONE DELLA SCALA2013-2014
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
DIREPUBBLICA
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■ 33
Traviata
Chetragedia
l’amore
Una lettura psicologica
e inedita del capolavoro
di Verdi conclude l’anno
del bicentenario nel tempio
dell’opera. Che inaugura
il 7 dicembre una stagione
ricca di compositori italiani,
da Rossini a Donizetti
e Mascagni. Con giovani
direttori e debutti nella lirica
di star della bacchetta.
E più di 60 serate di danza
CINQUE VOLTE
IN UN ANNO
La soprano tedesca
Diana Damrau.
In meno di un un anno
avrà interpretato
il ruolo di Violetta
in cinque teatri
del mondo,
da New York a Parigi
il regista Dmitri Tcherniakov
la soprano Diana Damrau
i concerti Harding a Natale
“Ho pensato
a Bergman
e Antonioni”
Una Violetta
infelice
e moderna
Cinque filoni
da Beethoven
a Berio
ANNA BANDETTINI
PAOLA ZONCA
ANGELO FOLETTO
uccede a molti, uomini e donne, anche oggi: vivono questa sensazione di amare ma
insieme di averne paura, paura di perdere.
Ecco, questa paura dell’amore mi sembra il centro della storia di Violetta», avverte subito Dmitri Tcherniakov, intelligente regista-scenografo
della Traviatadi Verdi che il 7 dicembre ( il 4 l’anteprima giovani) inaugura la nuova stagione del
Teatro alla Scala con la direzione dal podio di
Daniele Gatti. Russo, quarantatreenne, corporatura solida, una bella testa, capelli rasati, irruente e non scontato nel modo di porsi, Tcherniakov è la novità dello spettacolo. Alla Scala c’era stato solo una volta con Il giocatore, coproduzione del 2008 con la Staatsoper di Berlino, dove
è molto amato e dove a ottobre ha entusiasmato
i berlinesi con l’allestimento di La fidanzata dello zar di Rimskij-Korsakov.
(segue a pagina II dell’inserto)
È
N
S
la Violetta dei nostri giorni. Il soprano tedesco Diana Damrau in meno di un anno
avrà interpretato il ruolo, uno dei più affascinanti dell’intero repertorio operistico, cinque volte: è già accaduto al Metropolitan con
Placido Domingo e a Zurigo. Ora è la volta della
Scala, poi di Londra e Parigi. E si può dire che il
regista della Traviata dell’inaugurazione,Dmitri Tcherniakov, le abbia proprio cucito addosso
lo spettacolo, sin da quando la cantante 42enne
(alla sua seconda inaugurazione dopo L’Europa
riconosciuta di Salieri diretta da Muti nel 2004)
annunciò al sovrintendente Stéphane Lissner
che intendeva affrontare il capolavoro verdiano,
dopo aver tanto spaziato da Mozart a Strauss.
Una full immersion, insomma, da tempo vagheggiata e inseguita. «È un’opera che adoro da
quando ero bambina», spiega.
(seguea pagina II dell’inserto)
on solo opera. I diversi filoni concertistici
scaligeri intessono, e in alcuni casi integrano, i titoli teatrali di stagione. Alcuni sono
concerti ospitati, e a favore di iniziative benefiche,
che portano in Scala grandi complessi internazionali (London Symphony, Filarmonica Scala, Orchestra Verdi, Staatskapelle Dresden) e il nuovo
Progetto Pollini che propone le Sonate mature di
Beethoven accostate in febbraio a Sciarrino (Carnaval a 5 voci solo di pianoforte e 10 esecutori), in
marzo a Stockhausen (Klavierstück X) e in maggio
a Lachenman (“…zwei Gefühle”, Musik mit Leonardo per voce recitante - sarà lo stesso autore - e
ensemble). Ai cicli cameristici consueti (Recital di
canto, Scala in famiglia e Invito alla Scala), si aggiungono I Concerti dell’Accademia: cinque appuntamenti con cantanti e l’Ensemble Giorgio
Bernasconi dell’Accademia della Scala.
(segue a pagina V dell’inserto)
l’evento
ome da tradizione il 7 dicembre si alza
il sipario sulla stagione 2013-14 del
C
Teatro alla Scala di Milano. La serata
è dedicata a Verdi con La traviata diretta
da Daniele Gatti, ottavo titolo verdiano
del 2013, che chiude le celebrazioni del
bicentenario della nascita del Maestro.
Nel programma sette titoli su dieci sono di
autori italiani (Rossini, Donizetti, Mascagni)
e su libretto italiano (Così fan tutte di Mozart),
con Verdi ancora in posizione dominante
con, dopo La traviata, Il trovatore e Simon
Boccanegra; quest’ultima con la bacchetta
del direttore musicale della Scala, Daniel
Barenboim, che dirige anche La sposa dello
Zar di Rimskij-Korsakov e Così fan tutte
di Mozart, nuova produzione con regia di
Claus Guth. Sempre nel campo della lirica,
il 7 dicembre 2014 si aggiungerà Fidelio
di Beethoven (l’unico lavoro per il teatro del
compositore) che aprirà la stagione 20142015. Debutta invece alla Scala, nell’opera,
Antonio Pappano, che dirige Les Troyens
di Berlioz. La stagione di danza conta 61
recite con molti titoli del repertorio classico.
www.teatroallascala.org
la Repubblica
LA STAGIONE DELLA SCALA 2013-2014
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
■ 34
l’Opera
Sabato prossimo la tradizionale
prima presenta una versione
originale del melodramma
verdiano firmata dal regista
e scenografo Dmitri Tcherniakov
A impersonare la famosa figura
femminile è l’interprete tedesca,
fra le voci più acclamate
nei teatri internazionali. E il podio
vede il ritorno di Daniele Gatti
Traviata
L’amore
chefamale
(segue dalla prima dell’inserto)
pettacolo che verrà sempre alla Scala in
S
marzo, prima che il regista voli verso il
Metropolitan di New York per una regia
del Principe Igor di Borodin.
Ex violinista, ma di scarso talento dice lui,
amante della musica, ha firmato regie prevalentemente di opere liriche «il che è bello perché è come se avessi chiuso il cerchio delle mie
passioni», sottolinea. Fatto sta che oggi Dmitri
Tcherniakov è considerato a livello europeo
un esponente di punta nella capacità di inventare nuove forme di linguaggio scenico per
l’opera. «Non mi faccia raccontare lo spettacolo, però. Voglio che il pubblico arrivi senza
pregiudizi, la mente sgombra e il cuore libero»,
mette le mani avanti, seduto accanto alla traduttrice che lo adora.
Si parla di scelte sospette: Violetta che
muore su una lavatrice...
«Quando feci Evgenij Onegin al Bolshoi di
Mosca i giornalisti mi chiedevano se era vero
che nello spettacolo Tatiana scriveva la lettera
a Onegin con un sms seduta sul cesso. Alla prima qualcuno restò perfino deluso perché questo orrore non c’era...».
Lei ha parlato di amore e paura dell’amore:
dunque è questa la malattia di Violetta?
«Sì, io credo che Verdi ci parli del nostro rapporto con l’amore, con il sentimento dell’amore. In scena c’è una storia dove ciò che
muove tutto è il modo in cui interagiscono le
anime, come e se ci si può fidare di un’altra persona per quanto amata. Qualcosa che ritengo
molto contemporaneo: la paura di amare, appunto. La sensazione che se ti sei innamorato,
hai perso. L’amore ti espone a questo rischio.
Perché quando arriva non sei più padrone del
LA CALLAS
IN VINILE
In occasione
della prima della
Scala è stato
realizzato un
cofanetto con libro
e 3 Lp della Traviata
del 1956 diretta
da Carlo Maria
Giulini. La regia
era di Luchino
Visconti,
gli interpreti
Maria Callas e
Gianni Raimondi
il messaggio
“Quello che l’autore vuole
comunicare è molto attuale,
la sensazione di sconfitta
e di fragilità che si prova
quando ci si innamora: non sei
più padrone del tuo destino”
la scelta
“Ho voluto unire il genere
operistico con la moderna
arte psicologica, perché
i personaggi abbiano quello
spessore interiore dei film
di Antonioni e Bergman”
tuo destino. È una fregatura, diciamolo. E questo è quello che si sente nella Traviata, il suo
sguardo sulla vita».
E che donna è Violetta?
«Non è una vittima. Quando appare nel primo
atto e la ascoltiamo nella sua aria, ho sempre
l’impressione che sia una donna dall’esperienza emotiva ricca, non una povera indifesa.
È una che può lottare per se stessa e resistere ai
colpi del destino, padrona della sua vita. Alfredo e suo padre se li mangia a colazione. Ma poi
arrivano le difficoltà. Qualcosa cambia in lei: è
l’amore, a cui fino a quel momento non crede,
che la trascina, la coinvolge. A quel punto in lei
cambia tutto, anche fisicamente».
Un Verdi tutto emozioni: alla russa, verrebbe da dire. Non ha tenuto conto di tutta la tradizione interpretativa della Traviata?
BRESCIA E AMISANO © TEATRO ALLA SCALA
invetrina
ANNA BANDETTINI
EDISON ALLA PRIMA Sono trascorsi 130 anni da
quella prima della Scala del 1883 che offrì agli spettatori
della Gioconda di Amilcare Ponchielli il nuovo spettacolo
della luce elettrica. Per la prima volta le luci a gas furono
infatti sostituite da 2000 lampadine sistema Edison
il cartellone
Da Mozart
a Strauss,
tutti i titoli
in calendario
(simona spaventa)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Cavalleria rusticana
Lucia di Lammermoor
Il trovatore
La sposa dello zar
Daniel Harding è sul podio per la ripresa
della regia di Mario Martone (foto).
Mascagni è accostato a due coreografie
“floreali” affidate al Corpo di ballo:
Le spectre de la rose di Fokin, su musica
di Weber-Berlioz, e La rose malade
di Roland Petit sulle note di Mahler.
Dal 12 gennaio al 9 febbraio
Il “dramma tragico”, come lo definì
Donizetti, va in scena nella produzione
della Metropolitan Opera House di New
York. La regia è di Mary Zimmerman,
sul podio Pier Giorgio Morandi, con
Vittorio Grigolo (foto), già amato in
Rigoletto e Bohème, nel ruolo di Edgardo.
Dall’1 al 28 febbraio
Il secondo titolo verdiano della stagione
è riproposto nell’allestimento di Hugo
De Ana del 2001, centenario della morte
di Verdi. Grandi voci sul palco: il soprano
Maria Agresta, l’argentino Marcelo
Álvarez e Leo Nucci (foto). Dirige
l’emergente Daniele Rustioni, classe 1983.
Dal 15 febbraio al 7 marzo
Novità in coproduzione con Berlino,
l’opera di Rimskij-Korsakov ci
sprofonda nel medioevo russo di Ivan
il Terribile. Mai andata in scena alla
Scala, ha la regia di Dmitri Tcherniakov.
Sul podio Daniel Barenboim, che tornerà
in stagione con altri due titoli.
Dal 2 al 14 marzo
la Repubblica
LA STAGIONE DELLA SCALA 2013-2014
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
DANIEL
BAREMBOIM
Il direttore musicale
della Scala dirige
La sposa dello zar,
Simon Boccanegra
e Così fan tutte
idirettori
ESA-PEKKA
SALONEN
Il maestro finlandese
sale sul podio
della Scala per
l’Elektra di Strauss
■ 35
DANIEL
HARDING
Sua la direzione di Eliah
di Mendelssohn,
per il concerto di Natale
del 21 dicembre, e di
Cavalleria Rusticana
ANTONIO
PAPPANO
Con Les Troyens
di Berlioz, Antonio
Pappano debutta
alla Scala nell’opera
la sopranoDiana Damrau è la protagonista
“La mia Violetta,
donna di mondo
ferita nell’anima”
ilcast
PAOLA ZONCA
(segue dalla prima dell’inserto)
o visto il film della Traviata girato da Zeffirelli
H
*
TALENTI
Sopra, il direttore
Daniele Gatti con
l’orchestra della Scala.
A sinistra, Dmitri
Tcherniakov firma
la regia e le scene della
Traviata di Verdi, che
il 7 dicembre apre
la stagione 2013-2014
del teatro di Milano
«ll mio approccio a Verdi è stato simile a
quello di quando misi in scena al Bolshoi Evgenij Onegin: anche quella una vacca sacra. Io
avevo 36 anni, l’ultima messa in scena prima
della mia era del 1944, pensi le aspettative...»
Coraggioso...
«È che a quel punto della mia vita presi una
grande decisione: interpretare l’opera senza
avere nessun confronto con tutto quello fatto in precedenza per fare come se l’opera mi
fosse stata consegnata il giorno prima. Ora
posso dire che è stata la scelta giusta e quello
il periodo più bello della mia vita. Cosa feci?
L’idea fu di raccontare dei personaggi più di
quello che sappiamo, le loro motivazioni
profonde. E lo stesso voglio fare con La Traviata: unire il genere operistico con l’arte psicologica moderna, come succede nei film di
Bergman o Antonioni: far sì che il personaggio abbia quello spessore interiore, come nei
loro film, e per questo non c’è bisogno di estetica teatrale estrema, di mettere Violetta sulla lavatrice: creerebbe solo un muro tra scena e spettatori».
Che ambientazione ci sarà?
«Non è importante che Violetta sia del demimonde parigino o no. Qui è la storia di un uomo e una donna. Raccontiamo i loro segreti.
Direi così: ho cercato di fare in modo che questo spettacolo da un lato abbia segni di realtà
abbastanza visibili e tangibili e dall’altra una
certadosedistraniamentodalperiodo,perché
non c’è nulla di più importante nella storia del
rapporto tra i personaggi a cui noi ci avviciniamo come se avessimo una cinepresa, col primo piano, per vedere che succede dentro di loro, dietro la porta della loro vita sociale. Della
Traviata possiamo solo dire che è una storia
interiore, che si ripeterà sempre».
per la prima volta a 12 anni. E lì ho deciso che
volevo cantare e recitare. La mia insegnante mi
parlava della Scala, della Callas, della Tebaldi. E io sognavo. Ora il sogno si è realizzato».
Chi è Violetta?
«È una donna di mondo: conosce la vita, la società,
è anche un po’ manipolatrice. Non è una teenager che
si butta in una storia a capofitto. Anzi, ha paura dell’amore, non ci crede. Sta a guardare e vuole capire se Alfredo la ama realmente, pone continuamente ostacoli, non lascia trapelare nulla di quello che ha dentro. Lo
studia, lo osserva, analizza le sue reazioni. Si chiede:
cosa vuole da me? Nel duetto del primo atto in cui Alfredo le rivela i suoi sentimenti, rimane fredda, quasi
impietrita».
Qual è il momento in cui si lascia andare?
«Non lo fa sino al duetto con Giorgio Germont, che
la raggiunge per imporle di abbandonare Alfredo per
ragioni di convenienza sociale. E solo lì realizza di
amarlo e lasciarlo le procurerà molto dolore. Poi, però,
nella casa di Flora, deve di nuovo giocare la sua parte
di donna cinica, e questo è a mio parere l’apice dell’opera. Violetta e Alfredo sono due bocce destinate a
scontrasi violentemente».
Nell’interpretazione di Tcherniakov, quale ruolo
ha la malattia di Violetta?
«Più che una malattia del corpo, è una malattia dell’anima, del cuore. Una sorta di depressione. Violetta
sente in modo drammatico il destino di non poter vivere l’amore. Nel momento in cui può liberarsi e prendere coscienza del suo sentimento, realizza anche di
non poterlo vivere appieno. Anche perché Germont
padre le ricorda una grande verità: cosa succederà
quando il tempo avrà fatto sfiorire la passione? Ecco
allora che la morte arriva quasi come una salvezza, è
un modo per preservare l’amore dal suo estinguersi».
Chi è l’Alfredo di questa Traviata?
«A volte è visto come un ragazzotto di provincia un
po’ ingenuo. Qui è un vero uomo: maturo, ma con il
cuore aperto, irruento. Ma non è rimbecillito dall’amore. Con Piotr Beczala, che lo interpreta, ho già lavorato, c’è piena sintonia».
L’interpretazione del maestro Daniele Gatti?
«È bravissimo a creare momenti di grande atmosfera, trovo magnifico il modo in cui dirige uno dei punti
più alti dell’opera: quell’“Alfredo Alfredo di questo
cuore non puoi comprendere tutto l’amore” dove
Violetta si rivela veramente fragile».
Cosa si aspetta da questo spettacolo?
«Abbiamo la possibilità di lavorare su un capolavoro e di “ripulirlo” dai cliché pur rispettandolo. Vogliamo fare una Traviata moderna, recitando come attori di un film, curando ogni gesto e ogni dettaglio.
Il pubblico sarà sensibile ad accogliere questa versione che parla agli uomini di oggi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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PIOTR
BECZALA
Il tenore polacco
è Alfredo Germont,
protagonista della
Traviata
ELJKO
LUCIC
Il baritono, nato in
Serbia, interpreta
Giorgio Germont,
padre di Alfredo
GIUSEPPINA
PIUNTI
La soprano ha il ruolo
di Flora Bervoix
MARA
ZAMPIERI
Soprano, interpreta
Annina
Les Troyens
Elektra
Così fan tutte
Le comte Ory
Simon Boccanegra
Un’altra novità, questa volta in
collaborazione con Londra, San
Francisco e Vienna: la monumentale
grand-opéra di Berlioz ispirata
all’Eneide (cinque ore e mezzo di durata)
è allestita dallo scozzese David McVicar
(foto). Dirige Antonio Pappano.
Dall’8 al 30 aprile
Lissner l’ha definita un evento. Patrice
Chéreau, da poco scomparso, firma
la regia di questa coproduzione
internazionale del titolo di Strauss.
Sul podio, Esa-Pekka Salonen dirige
un cast stellare, con Waltraud Meier
(foto), Evelyn Herlitzius e René Pape.
Dal 18 maggio al 10 giugno
L’ultima opera italiana di Mozart va in
scena in una nuova produzione con la
regia di Claus Guth e la bacchetta di
Barenboim, che la cederà a Karl-Heinz
Steffens per alcune recite. Nel cast Maria
Bengtsson (foto), Rolando Villazón,
Michele Pertusi, Katija Dragojevic.
Dal 19 giugno al 18 luglio
Il frizzante melodramma giocoso di
Rossini in un nuovo spettacolo
di Laurent Pelly, coprodotto da Lione.
Nei panni del conte, un esperto del ruolo,
Juan Diego Flórez (foto), insieme
ad Aleksandra Kurzak e Stéphane
Degout. Dirige Donato Renzetti.
Dal 4 al 21 luglio
L’ultimo Verdi della stagione è una
ripresa della regia di Federico Tiezzi,
con la direzione musicale di Stefano
Ranzani e Daniel Barenboim.
In scena si alternano due cast stellari,
con Leo Nucci e Plácido Domingo (foto)
a dividersi il ruolo del titolo.
Dal 31 ottobre al 19 novembre
la Repubblica
LA STAGIONE DELLA SCALA 2013-2014
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
Concerti
&Balletto
Tra produzioni scaligere e ospitalità,
ecco in sintesi i cinque programmi ufficiali
da Beethoven a Berio. Per la danza,
in scena le due étoile Zakharova e Bolle
Grandiclassici
eavanguardia
ANGELO FOLETTO
(segue dalla prima dell’inserto)
a proposta sinfonica più corposa e normale - a volte parallela, a volta sganciata
da quella della Filarmonica che comunque “presta” la sua orchestra al teatro - prevede una stagione di cinque concerti replicati
tre volte, e tre primaverili singoli nel segno di
Richard Strauss (150enario della nascita, in
coincidenza con Elektra): in questo minicartellone ogni programma accosterà partiture
d’autore a commissioni in prima assoluta. I
cinque programmi ufficiali (il primo, già fatto, ha portato per la prima volta in Scala An-
L
■ 37
dré Previn) si completano col tradizionale
concerto di Natale (21 dicembre) quest’anno
dedicato all’Eliah di Mendelssohn: per la gloria di Daniel Harding e del prezioso direttore
del coro scaligero, Bruno Casoni.
Nella stagione in abbonamento, vale la regola consolidata dell’ospitalità opportunistica; ovvero il coinvolgimento di interpreti già
in teatro per produzioni operistiche. Così la
successione di maestri del podio prevede in
marzo Daniel Barenboim e in aprile Antonio
Pappano con musiche di Ravel, la Symphony
fantastique di Berlioz e la prima assoluta di
L’aurora, probabilmente di Riccardo Panfili
(commissione Scala). In maggio Esa-Pekka
Salonen abbina Seconda Sinfonia di Beetho-
Philippe Jordan dirigerà il primo appuntamento dedicato a Strauss
ottimizzazione Vale la regola
consolidata dell’ospitalità opportunistica,
cioè il coinvolgimento di interpreti
già in teatro per opere liriche, come
Daniel Barenboim e Antonio Pappano
ven e Prima “Titan” di Mahler. Bilanciato sulla musica nuova è il programma di gennaio
che riporta a Milano, dopo il successo ottenuto con Quartett di Luca Francesconi qualche
stagione fa, la direttrice finlandese Susanna
Mälkki: l’impaginato inquadra il Concerto per
violoncello e orchestra di Stefano Gervasoni,
solista Francesco Dillon, in prima assoluta in
uno storico percorso novecentesco: Boccherini/Berio, Quattro versioni originali della
“Ritirata notturna di Madrid” e Concerto per
orchestra di Bartok. In totale sono cinque le
commissioni del teatro. Il 23 aprile Poème
symphonique di Bruno Mantovani sarà tenuto a battesimo da Philippe Jordan nel primo
appuntamento del ciclo-Strauss (tra Macbeth
e Ein Heldenleben). Il 5 maggio sarà Riccardo
Chailly, speriamo una buona volta accreditato ufficialmente del ruolo di direttore musicale del dopo-Barenboim, a dirigere la prima del
nuovo lavoro di Wolfgang Rihm (tra Tod und
Verklärung, Till Eulenspiegel e i Vier lezte Liedercantati da Anja Harteros), mentre il 14 giugno Salonen si prenderà cura di Dentro non ha
Tempo per grande orchestra di Francesconi:
tra Don Juan e Also sprach Zarathustra.
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ilballetto
DAMIR YUSUPOV
iconcerti
ÉTOILE ITALIANE
PER RATMANSKY
Daniel Harding sale sul podio per il
concerto natalizio. In programma
l’oratorio per soli, coro e orchestra
Eliah di Mendelssohn-Bartholdy,
dirige il coro Bruno Casoni.
21 dicembre
Svetlana Zakharova, Roberto Bolle
e Massimo Murru aprono la
stagione con tre creazioni di Alexei
Ratmansky: Concerto DSCH,
Russian Seasons, la novità Opera.
Dal 17 dicembre al 16 gennaio
BRESCIA-AMISANO
CORO DI NATALE
CON HARDING
“JEWELS”, LE GIOIE
DI BALANCHINE
Un programma contemporaneo
che va da Béla Bartók a Berio che
rilegge Boccherini, al Concerto per
violoncello di Stefano Gervasoni,
novità commissionata dalla Scala.
Dal 20 al 23 gennaio
Smeraldi, rubini e diamanti
ispirarono George Balanchine per
questi tre “gioielli” su musiche di
Fauré, Stravinskij e Caikovskij, che
tornano dopo il successo del 2011.
Dal 9 marzo al 4 aprile
MARCO BRESCIA
SUSANNA MÄLKKI
DIRIGE BARTÓK
BOLLE SULLE NOTE
DEI PINK FLOYD
Il grande pianista in quattro
concerti in cui si muove tra le
Sonate di Beethoven e le sonorità
contemporanee di Sciarrino,
Stockhausen, Lachenmann.
Tra febbraio e maggio
Da Bach al rock secondo Roland
Petit, con la riproposizione di Le
Jeune homme et la Mort e del Pink
Floyd Ballet. Etoile Roberto Bolle,
artista ospite Ivan Vasiliev.
Dal 28 maggio al 20 giugno
MARCO BRESCIA
PROGETTO POLLINI
TRA IERI E OGGI
TRE GRANDI PER
RICHARD STRAUSS
DON CHISCIOTTE
FIRMATO NUREYEV
Jordan, Chailly e Esa-Pekka Salonen
ricordano Strauss a 150 anni dalla
morte, accanto a prime esecuzioni
di Bruno Mantovani, Wolfgang
Rihm e Luca Francesconi.
Tra aprile e giugno
Torna un classico del repertorio,
con le coreografie di Nureyev sulla
musica di Minkus. Etoile per alcune
repliche Svetlana Zakharova, in
coppia con Denis Matvienko.
Dal 17 al 29 settembre
(s.s.)
(s.s.)
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la Repubblica
LA STAGIONE DELLA SCALA 2013-2014
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
l’anteprima
Mercoledì prossimo va in scena
per il sesto anno consecutivo
“la primina”, che permette a 2000
ragazzi di assistere allo spettacolo
inaugurale pagando solo 10 euro
■ 39
pop&lirica
Marco Mengoni
«Portiamo i teenager
ad amare Wagner»
mando la classica, mi
A
sono avvicinato alla
lirica e sono sempre
rimasto colpito dai
cantanti che riescono
a comporre vere opere
usando solo lo strumento
vocale. Non posso non
ricordare le voci immense di Callas e
Pavarotti. Ma mi piace seguire anche tutti
i talenti lirici italiani che faticano a emergere.
Ascoltando alcune arie di Verdi, ho potuto
conoscere il baritono Ambrogio Maestri.
Credo che la musica lirica possa avermi
influenzato nel canto, anche se ovviamente
l’approccio al pop è diverso, soprattutto per
tecnica e respirazione. La lirica dovrebbe
avvicinarsi di più ai giovani così che
ascoltare Wagner e Mozart diventi naturale.
PAOLA ZONCA
B
asterebbe la “primina” del 4
dicembre, istituita dal sovrintendente Stéphane Lissner nel 2008, per dimostrare l’interesse che la Scala ha nei confronti dei giovani. Per la sesta volta consecutiva, anche quest’anno circa
2000 under 30 potranno vedere l’opera di inaugurazione, La Traviata
(con il primo cast), pagando un biglietto di 10 euro. In realtà il teatro
fa molto di più per coinvolgere le
nuove generazioni e, con una stima ragionevole, si può dire che sono quasi 100mila i giovani che in
ogni stagione entrano in teatro assistendo a opere, balletti, concerti,
con un prezzo scontato del 65-70
per cento.
Il grosso lavoro lo fa il Servizio di
promozione culturale, diretto da
Carlo Torresani, che offre dal 1973
occasioni di ascolto agli studenti
delle realtà scolastiche, ideando
con gli insegnanti progetti adeguati alle varie esigenze didattiche.
«Ogni stagione siamo in contatto
con circa 900 scuole lombarde di
tutti gli ordini, dalle elementari alle università (in tutto sono 5000)»,
spiega Torresani. «Ma alle iniziative, seppur in misura minore, partecipano anche scuole di altre regioni o nazioni, come Svizzera,
Germania, Francia, Inghilterra e
Stati Uniti. Dopo un lavoro preparatorio con i loro docenti, gli allievi
possono accedere a costi agevolati
ad alcune recite riservate e alle
prove. Ovviamente per il teatro
l’incasso è inferiore, ma corrisponde a un investimento per il futuro: una missione fondamentale,
sottolineata anche dal nostro statuto».
Sì, perché se è vero che lo zoccolo duro del pubblico scaligero è
rappresentato dagli abbonati che
possono permettersi di spendere
cifre piuttosto alte, lo è altrettanto
che i giovani frequentatori del teatro sono tanti (solo grazie al Servizio promozione culturale, circa
87.500), e molto meno di quelli che
lo richiederebbero. La disponibilità di biglietti agevolati e riservati
a loro è su tutti i titoli di opera e bal-
Max Gazzè
“La musica italiana
che influenza il mondo”
i sono formato
M
al Conservatorio
e quando ho iniziato
Eper i giovani
la Scala è low cost
a dedicarmi al pop mi
sono sorpreso di ritrovare
certe forme melodiche di
classica e lirica. E l’ho
anche cantata un paio
d’anni fa, con l’orchestra Toscanini, nel
progetto “L’uomo sinfonico” in cui, a modo
mio, interpretavo non da tenore, tra le altre
arie, Tu che m’hai preso il cuor di Lehar o
Non più andrai farfallone amoroso di Mozart.
E Je crois entendre encore di Bizet, che
rallentata suonava simile a una canzone di
Aznavour o Brel. La conferma che la musica
è fatta di continue influenze. E la nostra lirica
si ritrova qui e lì nel pop nostrano e di
conseguenza in quello internazionale.
Samuele Bersani
puntare alle scuole
Il grosso del lavoro lo fa
il Servizio di promozione
culturale, che dal 1973
offre occasioni di ascolto
agli studenti in accordo
con i loro insegnanti
agevolazioni
Biglietti a prezzi ridotti per
gli under 30 su tutti i titoli
di opera, balletto, canto
e sinfonica. A disposizione
anche le prove generali
dell’Orchestra filarmonica
l’intervista Ludovico Einaudi
“Divulgare
come fanno
i Tre tenori”
letto, su tutti i concerti della stagione sinfonica e di canto, e sui cicli
speciali. Sono messe a disposizione anche le prove generali dell’Orchestra filarmonica, mediamente
cinque a stagione, che si tengono la
mattina stessa del concerto. In genere sono sei le prove antegenerali
di opere e balletti riservate agli studenti della promozione, cui si aggiungono i cinque concerti del cartellone “Invito alla Scala” e le cinque “Domeniche alla Scala”.
Ma le occasioni sono molte anche per il pubblico giovane non organizzato: il pacchetto “under 30”,
inaugurato nella stagione 20092010 e strutturato come una vera
community, oltre alla possibilità di
LUIGI BOLOGNINI
C
uriosa coincidenza, la sera della prima
della Traviata Ludovico Einaudi sarà in
concerto a Milano, al teatro Arcimboldi,
che dal 2002 al 2004 fu la sede alternativa della
Scala, mentre il Piermarini veniva restaurato.
Simbolo, quasi, di una certa distanza tra la lirica e il 58enne pianista, uno dei più importanti
esponenti della classica contemporanea. Una
distanza però non eccessiva. «Sono cresciuto
con la lirica, mi incuriosisce da sempre questo
mix di musica, teatro, scenografia, testi. E di testimonianza d’epoca, perché le caratteristiche con cui ogni opera è stata concepita spiegano bene il suo tempo».
Vien da pensare che per lei la lirica scritta
nei secoli non può essere modernizzata, come invece si fa sempre più spesso.
«Il dubbio ce l’ho. Nel senso che le forme di
teatro e musica hanno avuto evoluzioni nei secoli, come tutto. Chi le scrive oggi usa linguaggi che appartengono al presente. Le opere di
una volta avevano la funzione che oggi hanno
altre forme artistiche, come il pop, le telenovelas, ma soprattutto il musical e il cinema».
E in queste forme artistiche si ritrova qualcosa della lirica?
«Di sicuro. Soprattutto nei musical e nel
pop. Pensiamo a Freddie Mercury e alla sua
impostazione di canto. O a Massimo Ranieri
accedere alla “primina” del 4 dicembre, offre l’opportunità di acquistare abbonamenti per tre spettacoli d’opera o di balletto al prezzo di un solo biglietto. Non mancano i benefit correlati, che tra l’altro
comprendono incontri di presentazione cui partecipano gli artisti
(in genere prima delle serate), con
happy hour finale, sconti del 50 per
cento su altri spettacoli, visite guidate in teatro, un pass al costo di 10
euro che consente sconti, visite
guidate e accesso alle prove. E non
va dimenticata l’iniziativa “La Scala in famiglia”, che permette ai minori di 18 anni di accedere al teatro
se accompagnati da un adulto.
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che canta con uno stile che è al contempo tenorile e di scuola napoletana. La lirica si ritrova nel pop più di quanto si pensi».
Eppure è ancora considerata musica colta,
di nicchia, per pochi.
«Credo che sia perché non è per nulla facile
seguire la successione di arie, recitativi, parti
meno interessanti. Per questo apprezzo chi ha
cercato e cerca di divulgarla, di renderla popolare, come Bocelli o i Tre tenori».
E lei come scriverebbe un’opera lirica?
«Avevo avuto dei pour parler in questo senso
col festival di Monaco di Baviera, poi la cosa è
caduta. La mia scelta sarebbe stata, e sarebbe
se mai mi cimentassi davvero, di non essere
costretto a usare gli elementi della grande tradizione: sceglierei voci non prettamente liriche, ad esempio. E poi ora esistono i microfoni e per me sarebbe sciocco non usarli».
Ha qualche opera “del cuore”?
«Da ragazzo andavo spesso alla Scala. Specie quando c’era Mozart, la mia passione, di
cui gustavo la parte suonata più che quella
cantata. Non che non mi interessassero le passioni narrate, ma allora preferivo film come Il
dottor Zivago e Lawrence d’Arabia. Alla Scala
ricordo una bella edizione del Wozzeck di Alban Berg, che Abbado diresse nel 1977 con la
regia di Luca Ronconi e le scene e i costumi di
Gae Aulenti. Riuscii a seguirne anche le prove
e rimasi affascinato da quel mondo».
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«Sempre stata popolare,
oggi sembra per pochi»
a lirica è stata, nei
L
secoli passati,
esattamente quello che
è il pop adesso. Pur non
essendo un fan in senso
stretto, credo che basti
ascoltare le opere
di Rossini per capirlo.
Non riesco a immaginare qualcosa che
all’epoca fosse più moderno e, appunto,
pop nel senso di popolare: la lirica era
la musica di tutti, ad ascoltarla andava
la gente del popolo, che si appassionava
alle vicende narrate. Adesso ha l’aura
della musica colta, per pochi eletti.
Ma certi cantanti di oggi si rifanno allo stile
lirico. Un esempio per tutti, Lucio Dalla,
che omaggiò spesso quel mondo in tante
canzoni, su tutte Caruso.
Franz Di Cioccio
“Ma facciamola uscire
dai teatri istituzionali”
ome Pfm abbiamo
C
fatto da poco Pfm
in classic in cui
rivisitiamo arie della
classica e della lirica.
Ci sembrava un
omaggio doveroso,
perché la lirica ci
rappresenta nel mondo e anche adesso
è la radice della nostra musica. Pensiamo a
Pavarotti, che non ha esitato a interpretare
classici della musica popolare e del pop.
E a una lunga serie di cantanti italiani
di pop melodico che, fatte le necessarie
distinzioni, hanno avuto un’impostazione
vocale tenorile. Sarebbe bello poter fare
della lirica contemporanea, ma mi sembra
difficile, anzitutto perché è un genere che
non è facile spostare dai teatri.
(l.b.)
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la Repubblica
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
■ 41
FOTO DI MAURO PRANDELLI
Anche qui migliaia di migranti sfidano la sorte sperando in un futuro diverso da questa parte della barriera
LA PREGHIERA. Pagine del Corano perdute lungo il fiume Evros, confine naturale tra Grecia e Turchia
SOLIDARIETÀ. Ci sono anche gruppi di supporto ai migranti, da Stop Evros Wall a Medici Senza Frontiere
REPUBBLICA.IT
Il muro sul fiume Evros è il videoreportage
di Attilio Bolzoni e Fabio Tonacci, girato
sul confine tra Grecia e Turchia, che troverete
su www.repubblica.it e che andrà in onda
oggi alle 13.50 su RNews (in tv su laEffe,
canale 50 del digitale terrestre)
ce la fa a superare il confine. Dieci anni fa la Grecia
aveva promesso di sminare la zona entro il 2009,
in quest’autunno del 2013 le mine sono ancora a
meno di mezzo chilometro dalla strada provinciale che va verso Kastanies. Tutt’intorno ci sono
gipponi della polizia che sorvegliano, i militari di
Frontex — l’Agenzia europea “per la cooperazione internazionale alle frontiere esterne dell’Ue”
— elicotteri, sentinelle con visori notturni, telecamere a raggi infrarossi. La tecnologia più sofisticata al servizio del “respingimento”, c’è solo voglia di cacciarli via i lathrometanastis, migranti di
contrabbando come li chiamano con fastidio certi greci.
Chi entra, finisce nei “centri di ammissione”. In
realtà sono centri di detenzione, prigioni. Ce ne
sono quattro davanti all’Evros, quelli di Feres e di
Soufli, quello di Tychero e quello di Filakio, il più
grande e il più nuovo. È alle porte del capoluogo di
provincia Orestiada, una costruzione governativa in mezzo al niente. Torrette e tanta polizia. In
un giorno qualunque sono rinchiusi là dentro in
240. Molti gli uomini, qualche donna, qualche
bambino. Quasi tutti afgani e pachistani. I ragazzi giocano a pallone su un quadrato di calcestruzzo, magliette della Juve e del Barcellona. Alcuni si
lamentano, gridano («Ci vogliono uccidere», «Ci
trattano come bestie»), hanno bisogno di un dottore che viene — quando viene — una volta la settimana, mangiano male. Vestono sempre come
d’estate, a gennaio la temperatura scenderà anche sotto i 15 gradi. Ogni mattina a Filakio si ripete la scena dei nuovi arrivi, gli autobus dei militari
scaricano altri lathrometanastis che poi andranno a occupare camerate e dormitori. Ci stanno otto, dieci, diciotto mesi nel bunker lontano da tut-
to e da tutti. Alcuni di loro saranno espulsi, altri
avranno la white card, un permesso di soggiorno
temporaneo — trenta giorni — che consentirà loro di andare magari fino a Patrasso e poi nascondersi sulle navi per approdare in Italia.
Fuori dalla caserma di Filakio c’è un chiosco,
vendono biglietti di sola andata per Atene. In corriera, 70 euro. Chi ha qualche soldo li compra. Chi
non ce l’ha ad Atene o a Salonicco, a Kavala o a Larissa ci va a piedi. Camminano in fila indiana, lasciando sulle strade i segni del loro passaggio.
Scarpe sfondate, bambole, bottiglie, salvagenti,
buste di latte, calze bucate, lacci, limoni marci. Gli
avanzi dei sopravvissuti del fiume.
È l’invasione della Grecia nonostante il muro
sull’Evros con i suoi trecentosettanta chilometri
di filo spinato, è la tragedia della Grecia che con la
sua spaventosa crisi economica sopporta sempre
meno gli altri, le masse erranti che vengono da
lontano. Pugno duro, reparti polizieschi in assetto di guerra, poca compassione. Nel 2010 di migranti ne sono stati arrestati trentaseimila a Orestiada (ventiseimila catturati dove oggi ci sono i
dodici chilometri e mezzo di muro) e undicimila
ad Alexandroupoli; nel 2011 a Orestiada trentamila e altrettanti ad Alexandroupoli, l’anno scorso venticinquemila e diecimila. In questi primi
nove mesi del 2013 a Orestiada i fermi sono scesi a
tremilaventi e tremilasettanta ad Alexandroupoli. È l’effetto muro. «Abbiamo risolto il nostro problema al cento per cento», taglia corto un soddisfatto Georgios Salamangas, capo del dipartimento di polizia della Macedonia orientale e un
passato sul campo a inseguire clandestini al confine greco-turco. È il gioco degli specchi. Da qui
non si scavalca più, se sbarcano sulle isole del Do-
La terra
spezzata
MAREK HALTER
(segue dalla copertina)
se non riusciamo a distruggerli
possiamo conferirgli dignità, facendoli addirittura portatori di un
messaggio di libertà. È quanto accadde
con il Muro di Berlino, prima del 1989,
quando decine di pittori e di artisti lo resero un gigantesco tazebao. Quel muro
era stato “liberato”, ed era diventato
una sorta di portavoce delle proteste.
C’era gente che veniva dal mondo intero per ammirarlo: non in quanto calce e
pietra dietro cui viveva una popolazione reclusa, ma in quanto grido di dissenso al quale ognuno poteva aggiungere un proprio segno, firmando quella
petizione universale contro la schiavitù. Lo stesso avviene oggi con il Muro
che separa israeliani e palestinesi, tutto
dipinto e colorato da chi manifesta il
proprio disaccordo, facendolo diventare un muro parlante. Sono certo che siano parlanti anche i muri che tagliano gli
Stati Uniti dal Messico e Gibilterra dall’Africa.
Esistono anche muri che hanno la valenza di un ponte. Il Muro del pianto,
per esempio, che cingeva il lato occidentale del Tempio di Gerusalemme.
Oggi è il luogo dove inviamo a Dio i nostri desideri e le nostre preghiere. Una
sorta di cassetta postale tra noi e Dio.
E
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decanneso o trenta chilometri più a nord di Nea
Vissa è come se la calata dei migranti avvenisse in
un’altra Grecia. C’è sempre la mafia turca a traghettarli. Sempre e ovunque.
Dopo avere lasciato il check point e sfiorato
campi minati — vietato fotografare i cartelle rossi, vietato filmare il muro — siamo scesi verso Soufli e per la prima volta, sulla statale fra Mandra e
Lavara, abbiamo visto l’Evros. Il fiume appare
d’incanto per una cinquantina di metri solo in
questo tratto. L’acqua è profonda, con le sue correnti e i suoi risucchi impedisce ogni attraversamento. Chi lo fa, quasi sempre muore. I cadaveri
che galleggiano vengono ripescati venti o trenta
chilometri più a sud e trasferiti all’istituto di medicina legale di Atene, ispezionati, catalogati per
razza e per religione. Poi, i “presunti musulmani”
tornano indietro avvolti in lenzuola. Vengono issati sui camion e abbandonati in una campagna
recintata, come una discarica. A Sidero, fra le
montagne.
È un paese di mezzo migliaio di abitanti. Tutti
turchi. I cadaveri sepolti a Sidero erano quarantanove nel 2011, oggi sono due o trecento. Nessuno
lo sa quanti esattamente, neanche l’imam Emin
Sharif. Le tombe sono mucchi di creta, quelli interrati da più tempo riposano in collinette coperte da erbacce, quelli morti di recente sono sotto il
fango che si è formato con le ultime piogge. Non
c’è un nome, un numero, un fiore. Un paio di volte la settimana, un camion arranca sui tornanti
che salgono verso Sidero e poi rovescia le carcasse. Altri morti dell’Evros. Altri cadaveri che nessuno mai potrà riconoscere. Come quelli in fondo al
mare di Lampedusa.
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I muri nel mondo / in costruzione
UZBEKISTAN/
KIRGHIZISTAN
993 km
recinzione di filo
spinato e sensori
BOTSWANA/
ZIMBABWE
IRAQ/
KUWAIT
IRAN/
PAKISTAN
TURCHIA/
SIRIA
ISRAELE/
EGITTO
ARABIA SAUDITA/
IRAQ
MAROCCO/
ALGERIA
BULGARIA/
TURCHIA
200 km
rete metallica
e filo spinato
215 km
rete metallica
e terrapieno
700 km
cemento armato,
terra e pietra
900 km
acciaio,cemento
e filo spinato
240 km
reticolato
e filo spinato
900 km
filo spinato
con infrarossi
tra 70 e 450 km
recinto con torri
e telecamere
107 km
steccato
con filo spinato
la Repubblica
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
■ 42
LA DOMENICA
L’attualità
1913-2013
1919
1924
STATI UNITI
STATI UNITI
Cent’anni di pieno
(ma occhio alla spia)
VITTORIO ZUCCONI
eggiadro e pretenzioso nel suo stile Art Nouveau da stazione del vecchio Metrò di Parigi, il primo tempietto della puzzolente religione che
da un secolo domina la nostra vita accese la propria insegna a Pittsburgh esattamente cento anni or sono. Era il primo dicembre del
1913 quando sul Baum Boulevard, allora periferia industriale fuligginosa e asfissiante nella città degli altoforni, la Gulf Refining Company
inaugurò qualcosa che apparve agli abitanti e persino agli automobilisti che sobbalzavano sulle loro Ford Modello T, come un’inutile stravaganza: la prima stazione di servizio per la vendita del carburante.
Con la benzina venduta al prezzo carissimo di 27 centesimi al gallone da quattro
litri, equivalenti a quasi sette dollari di oggi, quando il costo è inferiore ai quattro,
l’archetipo di tutte le stazioni di servizio aveva quelle pretese di eleganza architettonica e di sobria solennità che rispondevano alla meraviglia ancora mistica delle
carrozze senza cavalli che Henry Ford aveva da poco cominciato a sfornare. Sotto
il tetto ornato, dentro il gabbiotto ottagonale di ferro e vetro, inservienti in cravattino a farfalla e improbabile camicia bianca si affannavano come infermiere nella
nurserie di un reparto maternità attorno alle auto che si fermavano per il pieno, fornendo premurosamente olio, lubrificanti, aria per le gomme e le infinite messe a
punto che quelle neonate meccaniche richiedevano.
Fu naturale, e ovvio, che questa prima stazione di servizio nascesse a poca distanza da dove, mezzo secolo prima, dai campi di granoturco di Titusville verso
i grandi laghi era sgorgato il fiotto di quello che sarebbe divenuto ufficialmente il primo pozzo di petrolio negli Stati Uniti. Anche se la compagnia petrolifera che la costruì doveva il proprio nome alla scoperta di un altro giacimento
in Texas sul «Gulf» del Messico, la sede centrale era a Pittsburgh, nella Pennsylvania che per prima aveva visto aumentare la circolazione delle automobili.
L
Costo benzina al litro in euro attualizzati
1913
1924
0,6 lire
(2,35 euro)
Stipendio medio
200 lire
(750 euro)
Un secolo fa a Pittsburgh
in Pennsylvania comparve
il primo distributore
con benzinai in farfallino
e camicia bianca
Nacquero così i miti
dell’on the road e del drive in
Oggi stiamo tornando
alla cultura del walk in:
scendi e compra
di tutto, sennò addio
stazioni di servizio
1937
2,75 lire
(2,52 euro)
Stipendio medio
800 lire
(750 euro)
Fiat Topolino
8.900 lire
(8.500 euro)
TIMELINE Il prezzo di un litro di benzina in Italia messo a confronto con altri beni
(valori espressi in lire e in euro attualizzati). A cura di Lucio Cillis
PIT STOP
Nell’immagine
in bianco e nero
la prima stazione
di servizio inaugurata
il primo dicembre
del 1913 a Pittsburgh
in Pennsylvania (Usa)
1913
PITTSBURGH
(STATI UNITI)
1951
1955
ITALIA
STATI UNITI
la Repubblica
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
■ 43
1968
ITALIA
1950
1930
1931
1932
1934
1936
ITALIA
FRANCIA
FRANCIA
FRANCIA
ITALIA
Non furono i Mellon, padroni della Gulf, o i loro concorrenti Rockefeller, della
Standard Oil ad avere l’idea di un punto di vendita esclusivamente destinato ai carburanti, ma furono i concessionari delle case automobilistiche del tempo, la Ford,
la General Motors, la Chevrolet, la Buick di William Chrysler a suggerirla. Il Baum
Boulevard si era andato popolando di venditori di auto e i concessionari avevano
giustamente intuito che la disponibilità di carburanti, e la comodità di un «pieno»,
avrebbe incentivato la vendita dei loro scoppiettanti trabiccoli.
Fino al quel primo dicembre del 1913 in Pennsylvania, la benzina si comperava
sfusa nei negozi e negli spacci, nei drugstore e negli empori di ferramenta. Gli automobilisti riempivano taniche di metallo da rovesciare con imbuti nel serbatoio
o, nei casi migliori, pompate a mano con vigorosi esercizi muscolari, in condizioni di sicurezza anti incendio che farebbero inorridire il più indifferente degli ispettori. Roghi di auto, con esplosioni di serbatoi e ustioni mortali erano stati, nel 1912,
la prima causa di morte attribuibile al nuovo mezzo di trasporto.
Ma la pagodina della Gulf Oil a Pittsburgh fu molto più della naturale evoluzione di un servizio che il numero di automobili circolanti nel 1913, già un cospicuo
milione e trecentomila, stava rendendo indipensabile. I benzinai del Baum Boulevard furono, senza rendersene conto, i pionieri di una cultura tipicamente americana e che avrebbe scritto uno dei caratteri più inconfondibili degli Stati Uniti: la
cultura del drive in. Per la prima volta, il conducente poteva usufruire di un servizio senza dover scendere dall’automobile, una scoperta di convenience, di comodità e praticità, che avrebbe generato drive in per il cibo, per il cinema, per le lavanderie, per le farmacie, per il sesso, oggi persino per il culto. In casi estremi anche per i die in, per morire, come nei casi, rari ma non inauditi, di chi si fa seppellire al volante della propria amata vettura. Non ci sarebbe stato il mito
dell’On The Road americano se il pieno fosse stato fatto in farmacia con
gli imbuti. E milioni nuovi immigrati non avrebbero trovato il loro primo lavoro.
1960
Stipendio medio
30.000 lire
(600 euro)
Lancia Aurelia
1.750.000 lire
(32.500 euro)
1977
Prima che le ragioni del profitto, e del risparmio sui costi di manodopera, facessero trionfare il self serv, oggi divenuto universale con la sola eccezione di due Stati, il New Jersey e l’Oregon, il lavoro alla pompa era, insieme con i taxi a New York,
o i campi di frutta e verdura in California, il primo approdo dei nuovi arrivati pronti ad accettare qualsiasi lavoro. Non essendo necessaria una perfetta conoscenza
della lingua per riempire un serbatoio o per lavare un parabrezza, benzinaio e immigrato, non necessariamente documentato, erano divenuti sinonimi.
Lo zenit della gas station a servizio completo sarebbe stato raggiunto nei primi
anni ’70, quando il prototipo di Pittsburgh si sarebbe moltiplicato — pur senza farfallino e cappello con visiera stile anni ’30 — per quasi trecentomila volte. Da allora, da quando l’esplosione del prezzo del greggio cominciò a ridurre i margini di
guadagno dei rivenditori strangolati dalle grandi compagnie che vendono loro il
carburante, il numero delle stazioni di servizio ha cominciato a scendere. Oggi sono poco più di centocinquantamila e per sopravvivere hanno dovuto tradire proprio il modello che le aveva create, quello della comodità. Il guidatore, che aveva
assaporato il piacere della pigrizia lungo quella strada di Pittsburgh nel dicembre
del 1913, ora deve essere il benzinaio di se stesso. Mentre due terzi delle pompe si
sono trasformate in mini market, per vendere ai clienti tutto il vendibile.
Per raschiare profitti, le stazioni di servizio tentano di uscire anche dall’abisso
del fast food più ordinario, degli hot dog, delle merendine sintetiche, dei panini reperto archeologico, per lanciare la nuova moda del gourmet da benzinaio, dei manicaretti da buongustaio, da assaporare mentre il serbatoio si riempie. In cento anni, la rivoluzione del drive in, del guida e vai, sta tornando a essere quello che era
prima dell’apertura della Gulf, il walk in. Scendi, cammina e vieni dentro alla stazione, per spendere, lazzarone. Se i prezzi della benzina dovessero continuare ad
aumentare ancora, il cerchio potrebbe chiudersi completamente. E gli automobilisti essere costretti a tornare in farmacia, per il pieno.
1984
© RIPRODUZIONE RISERVATA
1991
1,38 euro
2001
2008
1,37 euro
1,49 euro
1,76 euro
1,57 euro
Fiat 600
600.000 lire
(11.000 euro)
Stipendio medio
650.000 lire
(800 euro)
1,90 euro
Gli anni dell’austerity
Prima
guerra
del Golfo
L’attacco
Fallisce
alle Torri la Lehman
gemelle
Brothers
1967
1967
1969
1975
1975
ITALIA
GRAN BRETAGNA
GERMANIA
FRANCIA
ITALIA
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
■ 44
L’inedito
Finn’s Hotel
Nel 1923, terminato l’“Ulisse”,
per puro divertimento
lo scrittore irlandese
compose una serie di brevi racconti
Raccolti e pubblicati
nel Regno Unito
per la prima volta l’estate scorsa
arrivano ora in Italia
Tutta la gioia
di giocare con le parole
NADIA FUSINI
oyce non scherzava quando con fare sprezzante intimò: «Cosa chiedo ai miei lettori? Che
passino la vita a leggermi». Noi suoi devoti lettori l’abbiamo fatto, e ora rejoyce, rejoyce, alleluja,
alleluja, ci arriva più Joyce, ancora Joyce... In più,
il nostro preferito ci viene servito in un libro illustrato da Casey Sorrow, artista americano, con introduzione di Danis Rose, distinto studioso del
vate dublinese, postfazione di Seamus Deane,
poeta, scrittore e accademico d’Irlanda, e nella
traduzione di un joyciano doc come Ottavio Fatica — un libro di cui non potremmo arrivare all’acquisto, fossimo in Inghilterra, dove il costo è
stellare: 2.500 euro per l’edizione di lusso, 350 per
quella numerata... Qui invece, con 13 euro il libro
è nostro, grazie alla casa editrice Gallucci.
Con assoluta fiducia ci abbandoniamo alla garanzia di fedeltà e fantasia che ci dà il nome di Ottavio Fatica, il suo modo di giocare con l’italiano,
proprio come Joyce fa con l’inglese. Non c’è altro
verso di leggere e tradurre Joyce, se non assecondando il genio della lingua. Perché se Joyce ha del
genio, esso è di natura linguistica. Per ricchezza e
originalità è incomparabile la destrezza con cui
tratta le parole e traffica con la loro intrinseca doppiezza e ambiguità. Lacan, che lo comprende come pochi, fa coincidere il suo genio e il suo disturbo nello stesso termine, cioè sintomo che scrive
Sinthome, e calca la voce perché vi si senta un’eco di Saint Thomas (d’Aquin) — il santo di Joyce;
il quale apprezza come pochi altri l’opera tomista
sul versante filosofico. E inventa, o crea un personaggio santhòmo, e cioè Leopold Bloom, che della santità svela l’aspetto ordinario, e ci fa scoprire
come siano vicini, in fondo, la terra e il paradiso, e
come si sfiorino il sublime e l’osceno. Della filosofia tomista Joyce fa suo l’assioma degli universali, secondo cuiUnum, verum et bonum convertuntur cum ente, che significa per lui che la bellezza è qui, nello splendore di una lettera (letter)
che è anche litter (scarto, rifiuto). E si fa l’idea che
la civiltà trionfi nella creazione della fogna.
Le cose potrebbero essere andate così. Nel
1923, Joyce, appena finito il suo enciclopedico
Ulisse, non è ancora pronto per Finnegans, si mette a scrivere a mo’ di divertissement alcuni racconti, che isolano momenti epifanici della storia
e della mitologia irlandese. Sono prose-bonsai
che ordina intorno al titolo Finn’s Hotel, che è poi
lì dove lavora la sua Nora, quando l’incontra.
Questi epiclets, o epicleti, ovvero rivelazioni nello
stile tranche de vie, o se volete, episodi in stile epico, piccole epiche, epichette, li scrive in brutta, li
trascrive in bella, li batte a macchina e poi li mette via tutti, tranne uno, in cui appare l’inizio di
qualcosa che in effetti sarà la «veglia funebre», o il
«risveglio» di Finnegan. In altre parole, in Finn’s
Hotel Joyce cova l’uovo da cui schiuderà l’opera
futura. Così fosse, è chiara l’importanza di queste
storie tutte.
Non tutti gli accademici concordano, però. Alcuni studiosi si domandano se questi racconti
siano o meno intesi come una raccolta e si angustiano di fronte alla questione capitale se il Finneganssia un’espansione di queste specie di Ur-stories, o un parto del tutto autonomo. Rimane il fatto che nel 1938, mentre sta lottando per il finale
del Finnegans, ritorna a questi pezzi e a mo’ di
conte Ugolino si nutre dei suoi pargoli. E già questo per noi lettori superficiali è emozionante: assistere al pasto e all’impasto dello scrittore-cannibale, al suo modo di lavorare. Questi dieci «pezzi facili» — più facili del Finnegans e dell’Ulisse —
come che sia rimangono una lettura godibilissima, che testimonia come la vera festa dell’incontro con Joyce non sia in quello che ci racconta, ma
sempre e comunque nel banchetto linguistico
che imbandisce. È nel modo in cui manipola la
lingua la jouissance specialissima di cui si gioisce
con Joyce.
La grande intuizione joyciana è questa: l’uomo, non più eroico, è un buffone. Come si evince
chiaramente dalla pìstola, ovvero epistola — leggetela qui accanto — che Anna Livia Plurabelle,
vedova Earwicker, scrive a una qualche Magistà
per scagionare il marito, il quale sembra che nel
parco abbia compiuto atti osceni. Sono tutte bugie, infamie, protesta ALP: suo marito è un uomo
d’oro, il nome suo è onorato, mente chi lo accusa,
quel codardo di McGrath... Eva difende il suo Adamo: lo sposo suo devoto è semplicemente umano, troppo umano, e chi non ha colpe, ovvero desideri sessuali osceni, scagli la prima pietra.
J
James
Joyce
LE IMMAGINI
James Joyce in un disegno
di Vivienne Flesher
Nell’altra pagina,
lo scrittore negli anni Venti
e, sotto, con l’editrice
americana Sylvia Beach
a Parigi
DISEGNO DI VIVIENNE FLESHER
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Ne anticipiamo uno:
narra di lunghe e-pìstole,
calze false e Sue Magistà...
la Repubblica
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
■ 45
‘‘
Non esistono figliole
inguaiate dal mio sposo
JAMES JOYCE
R
sua salsiccia al gatto per non avvelenarlo mentre su
tutti i domenicali hanno parlato delle schizzagrasso celebrissime di Earwicker mangiate e apprezzate da più di quindicimila persone a Dublino questo
fine settimana. Fino a un certo punto quello era
scozzese e poi l’hanno licenziato da Clune dov’era
soltanto uno de’ tanti ’spettori di reparto e più un
portunatore che altro. Per giunta ho ’nteso dire che
avrebbe dato il cattivo esempio davanti a que’ militari ma spazio permettendo sono più che mai convinta che saprei dimostrare io che fin dall’inizio era
in tensione sua mitigare la scrofola e io giuro qui di
seguito sulla vostra riferita mascistà che fu lui a pagarmi il nuovo abito a riprova di proiettile con le maniche a sbuffo perché gli ero sembrata ventunenne
e disse in fronte a me queste parole: Quant’è vero
che c’è un Dio, Livvy, ho la cràpola vuota.
Orbene, riferito, ti porgo i miei più affranti ingraziamenti con rimpianto per la pìstola e adesso chiuderò, con la speranza che tu stai nel migliore dei modi. Non me ne importa un fico d’una lettera erronima su una mia sperienza da ragazza, con quel simpaticone del mio amico prete. Embè! Ero giovane e
disinibita allora e avevo un figurino ammirato fin da
subito per rifarsi gli occhi con i soavi capelli ramati
che sfioravano le cosce innocenti e poi posso farci
quello che mi pare perché adesso è roba mia per diritto d’improprietà delle donne maritate. Lasciamo
stare il povero padre Michael adesso (Dio gliene rimeriti) quando c’è la qui presente per ribattere. McGrath Brothers farebbe calze false per trattare le vergini solo lui sapeva come. La prossima volta che vedete M.G. chiedetegli della moglie, Lily Kinsella che
è diventata la moglie del signor Vermine, e del procuratore tirabaci, fatto sta che mo’ ha ingaggiato gli
investigatori privati nascosti sotto il piano a coda
per appurare che più in là dei baci i due non vanno.
IL LIBRO
Finn’s Hotel di James
Joyce (125 pagine,
13 euro) esce martedì
3 dicembre per Gallucci
nella nuova collana
di narrativa adulti
Alta Definizione-Hd
con traduzione
di Ottavio Fatica
e disegni di Casey
Sorrow. L’introduzione
di Danis Rose
e la postfazione
di Seamus Deane
sono tradotte
da Giovanna Granato
Lily è una signora, lili-burléro bullenalò! Tant’è che
s’è fatta portare una certa medicina nella boccetta
d’un bettoliere. Vergogna! Tre volte vergogna!
Quanto mi piacerebbe che un bel giorno lui guardasse nella cassetta delle lettere e non dicesse che
certe cose spettano a un procuratore. Oh, quella è
una che sgroppa! Oddio, sai la sorpresa a veder la
sua donnina nelle mani di un procuratore, del signor Brophy, Procuratore, a farsi smancerie, sbaciucchiarsi e rimirarsi allo specchio.
In fatto d’infamità per dirla tutta non è che que’
scacagnozzi del cimitero dei poveri a Bully’s Acre
m’hanno trattato proprio coi guanti. Se uno de’ scacagnozzi di Sully facea tanto di puntarmi contro la
pistola lo mettevo in riga io a male parole. Qui occluso presento re clamo contro di lui al sergente di
polizia Laracy che se la fa all’angolo di Buttermilk
Lane con la governante dei Rafferty e lui farà i passi
necessari per vedergli di conseguenza rompere ben
bene e legalmente l’osso del collo da un norvegese
che hanno spulso dalla cristianità.
Cara Maestosità, spero che stai davvero bene.
E tutti gli altri come stanno? A letto non facciamo
che parlar di tutti voi. Io stessa mi preoccupo di tutti voi. Sento più freddo di una volta e mi tocca metter panni di flanella contro pelle. A dire il vero ultimamente la salute ne ha risentito per via de’ scagnozzi assoldeggiati per McGrath da Sully.
Ho saputo che attualmente quel passacera è all’ospedale con le palpitazioni per quanto ha bevuto e io non l’ho mai visto in altro stato. Potesse restarci per sempre anche se nel suo mestiere di ciabattino bisogna lasciarlo stare. E adesso invece farò
sapere a tutti gli interessati che vado assolutamente fiera di questo gran borghese, A.L.P. Earwicker,
lunga vita a lui, il mio sposo una volta tanto bello che
è tenero come un fungo basta vedere come sono
migliorata e sempre allettabile quando si siede per
la sua dose di bumba in fronte a me, povero fesso,
per riprender con Earwicker la nostra furbita conversazione su affari e piaceri legali quando ha voglia
di qualche bel gotto di birra e d’un pizzico di trinciatino e poi mica m’ha mai ’ncatenata a una sedia
o ’nseguito col forcone il giorno dell’ingraziamento da che quest’isola natia venitte al mondo ecco
perché i polliziotti e tutti quanti gli altri si sprofondano in inchini ovunque passo. Earwicker è umano al cento per cento, mi rivolgo a certi luridi Spioni e quanto a te, Mastro McGrath, pancetta pallida,
lombata e col grassetto, a nove pence la libbra scusa se è poco come trattamento. Con la presente sono in grado di mostrare a chi ci piace la scatola originale di dolci in confezioni singole e i settembrini
di prima qualità di Adam Findlater che ho ricevuto
quando ci fu la commovente commemorazione in
occasione delle nostre nozze d’oro da parte del signor Earwicker. Grazie, amor mio, per il bellissimissimo pacco dono. Il vero signore si distingue
sempre agli occhi di tutti per un comportamento
del genere.
Orbene, io non posso che ammirare quella loro
faccia tosta a mettere in giro la voce che per essere
acciaccato lui lo è e pure parecchio. Devo smentire
con veemenza come credo ch’è il caso qui d’aggiungere a sto punto in materia di udito che lui a
modo suo e con tanto di certificazione è duro più tosto d’o recchio. Sapevo io cosa dirgli se solo osava
dichiarare che il mio riferito sposo non è mai stato
un vero vedovo agli occhi della legge in considerazione della sua cacionevole e stinta in quanto che
l’attuale Egregio Signor Earwicker ha dato spesso al
detto teste ampi particolari rispondenti alla descrizione della tra passata ex cacionevole nelle care deliziose ore del crepuscolo quando quest’uomo invero venerando è una grande autorità se si tratta di
giocare a samantagguanto e marcomargherita e
Sarasaràmaquando dove si può con orgoglio difender sempre bene mentre noi più di tutto francamente ci godevimo i meccanismi occulti di natura
(di questo ringraziamo il cielo, è la mia umile preghiera!) ed eravamo così lieti del bel tempo. Chi si
sarebbe abbassato a discutere con una carogna
particolarmente abbietta di nome McGrath
Brothers. Se m’hanno informato a dovere prenderlo a cannonate è l’unico argomento valido su questo non ci piove con un bie co spione. Pim! Pum!
Colpiscilo ancora! Pam! Vediamo se così si decide a
sloggiare. Ah! Ah! Ah!
C’è solo da prenderla a ridere. Quel verme di McGrath ha farcito il suo ultimo sanguinaccio. Mercoledì pomeriggio alle tre. Gran corteo funebre con
fiaccolata per McGrath Brothers. Mi raccomando.
Fra non molto ci sarà il funerale. La salma va sgombrata prima delle tre in punto. R.I.P.
Orbene, riferita magistrà, mi prendo la licenza
d’augurarmi che le nubi si disseppelliranno presto
e guardo avanti alla bella giornata che abbiamo
avuto e adesso concluderò la pìstola che precede
coi migliori ingraziamenti e le mie mille benedizioni per la tua grande corte sia e per l’interessamento
per la sotto scritta e per il più caro de’ consorzi che
sempre fedele ti sarò fintanto che avrò vita e che lui
ha un barile pieno di birra Bass con affetto a sua Magis e a tutti a casa con la speranza ardita che ben presto vi godrete l’esame men ozioso di quest’istessa
mia daccapo affondo.
Mi fa da testimone quest’oggi la mia mano a contrassegno da parte della vostra riferita Magistà obbedientissima rimango
La vostra affezionata
Donn’Anna Livia Plurabelle Earwicker
(Unica legittima consorte di A.L.P. Earwicker)
XXXX
N.B. E con questo su M.G. ci facciamo una bella
croce sopra
©2013 Gallucci editore srl Roma
©2013 Ithys Press - Dublin
‘‘
iferita Magistà, tutti que’ pappalazzi
ho ’nteso e tutto quello che stanno tirando in balle su di lui ma non approveranno a niente. L’Onorevole
Signor Earwicker, lo sposo mio devoto, che è un vero signore e si cambia la camicia due volte al giorno cosa che nessuno
di que’ vermi sarà mai perché come canta il regal
bardo quelli come loro dovrebber’esser nati come
lui, lo mio devoto, e fu tra Williamstown e la strada
di Ailesbury che vedetti per la prima volta gli occhi
tuoi brillar d’amore come un par di candele sopra il
tram penso è me che sta occhieggiando ma come se
dovesse scomparire su una nuvola quand’ecco si
svegliò in un bagno di sudore affianco a me e mi
guardò dritto in faccia e mi disse con convinzione
di perdonarlo, uomo d’oro, ma aveva sognato che
quel giorno tenevo un bel visino e a me era parso
d’essere di nuovo nel perduto paradiso quand’era
sempre giugno, amore, e noi due camminavamo
mano nella mano.
Orbene, riferita macistà, io giuro qui di seguito
che in vita sua mio marito non ha mai messo in giro
le bigonce con dentro un goccio che è uno che non
fosse latte per via natural di mucca e tutto questo è
pura invenzione di una serpe in erba che chiamasi
McGrath Brothers contro quel caro uomo, lo sposo
mio onorario. Dovessi esternizzare a vostra referenza tutto quel che quel mariuolo mi ha riferito
l’anno scorso di sti tempi come dicevo alla signora
Pat pel proprio tornaconto McGrath Brothers dicevo con quella sua pancetta che non si può manco
guardare per non parlar del burro cosa che è rigorosamente proibita dai dieci comandamenti non
riportare la tua falsa testimonianza contro la moglie
del vicino. Aha, McGrath la bugia ce l’ha scritta in
faccia come le lenticchie. Ma io l’ho sgamato.
Quando penso a quello che quel viscidone ha avuto l’impudor d’insinuare riguardo al mio spettevolissimo marito come potrei scordarmelo? Giammai! Al Signore rimettere tutte le colpe di McGrath
Brothers contro l’Onorario Signor Earwicker. Per
due pagliuzze, sì e anche meno, mi basterebbe dirlo a chi so io e te lo riducettero cadavere non sai con
che piacere sparandolo in via confidenziale e di McGrath Brothers non restassero manco le briciole pei
polliziotti.
Bugie! Non c’è mai stata nessuna ragazza a casa
mia messa nei guai dal mio stimato sposo, quando
mai! Quel par di prostitute che hanno arrecato tanti guai, tutto erano fuorché due mammolette, in
conformità alla detta dichiarazione dell’ufficiale sanitario al centro per malattie veneriche io per l’in tanto sottobanco alla vostra riferita attenzione che l’Onorevole Earwicker di qui sopra possedeva
fin da piccolo un torace senzuguali cespuglioso da non credere e sopracciglia uno spettacolo degno di quello che io sono
la più privilegiata a rimirare
e di conseguenza indulgeva
alla consueta affettuosissima compagnia delle commesse. Non permetterò a
un erettile ritorcolo come
McGrath di spargere bugie in giro per tutto dove
noi abitassimo e se si crede
il pezzo da novanta in fatto
di prostitute non sarò certo
io a negarlo. Ah, è così, razza
di ’nfame! T’ho beccato. Mi
spiacerebbe dover dire cosa
penso di lui. Io schifo Vermine
McGrath, fornitori e grossisti italiani ufficiali della reale casa, intenzionato a profittar di me e del mio
consorzio nobilissimo manco fossimo
un par di sporchi parossuti. Non darei una
la Repubblica
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
■ 46
LA DOMENICA
Spettacoli
The End
Pensati, scritti, magari anche girati ma poi non finiti oppure falliti,
nascosti, perduti. Dal “Napoleone” di Chaplin
al “Leningrado” di Sergio Leone ecco (in un libro)
i grandi film che non sono riusciti ad arrivare
in sala. E in alcuni casi è stato meglio così
L’Atlantide
del cinema
ANAIS GINORI
n principio era un’ossessione. La ricerca maniacale della scena tagliata, del dettaglio censurato. Come tanti cinéphiles, Simon Braund
ha una passione che procede anche per sottrazione, nel gusto del backstage, dei director’s cut,
della parte sommersa di un’opera. Una deformazione professionale per il critico britannico,
già collaboratore della rivista Empire, abituato a
scavare dietro e intorno ai film. Ma il percorso che
propone nel suo libro The Greatest Movies You’ll
Never See va al di là della fissazione per il tassello
mancante del puzzle. È un’indagine sul buco nero della creazione, lo schermo che rimane bianco, lavori in corso senza il fatidico “The End”.
Il suo catalogo dei “film mai visti” è solo «approssimativo» tiene a precisare l’autore. Un percorso lungo quasi un secolo, attraverso una cinquantina di capolavori perduti, mai iniziati, se
non nella mente di un regista, oppure abortiti,
censurati, buttati. Un’Atlantide dei film naufragati. «Una storia alternativa di Hollywood» preferisce dire Braund che ricostruisce così storie di
delusioni, tradimenti, fallimenti personali e finanziari. Se per cominciare un film ci vuole sempre un briciolo di follia, ci sono imprese più pazze di altre. Come quando, racconta, Salvador
Dalì sbarca a Los Angeles per contattare quelli
che definisce “surrealisti americani”: Walt Disney e Harpo Marx. Il sogno hollywoodiano del
pittore svanisce presto.
Il gioco dei possibili, la teoria dell’ucronia applicata al cinema, è solo un raffinato esercizio intellettuale molto elogiato in Francia, patria di cinefili, dove il libro di Braund è stato appena tradotto dall’editore Dunod. Attraverso lo studio di
progetti non realizzati, sceneggiature mozzate,
riprese interrotte, Braund vuole dimostrare
quanto sia imprevedibile la settima arte. «Una
moltitudine di fattori può decretare la fine di un
film — racconta — non solo la sceneggiatura e il
regista giusto, ma anche l’investimento adeguato, una troupe motivata, un cast all’altezza, una
tempistica fortunata per la distribuzione e persino un trailer azzeccato». Proseguendo il gioco, il
critico britannico calcola le probabilità che alcuni di questi film possano uscire dal limbo con un
nuovo regista oppure, quando esistono già riprese, con un altro montaggio. È quasi sempre
impossibile. La Storia, anche del cinema, non è
fatta con i se.
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© RIPRODUZIONE RISERVATA
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LE IMMAGINI
Le locandine dei film mai visti pubblicate in queste pagine
sono opera di diversi designer e sono tratte dal volume
The Greatest Movies You’ll Never See (www.aurumpress.co.uk)
e nell’edizione francese Dunod (www.dunod.com)
Se quella volta Stanley Kubrick...
IRENE BIGNARDI
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iustovent’anni fa, nel corso di un’intervista faticosamente conquistata, Billy Wilder mi raccontava
di avere scritto una dozzina di film «senza poi concludere niente» e di avere un film praticamente
pronto per essere girato, ma di non voler dire una
parola di più perché «con l’aria che tira qualcuno
potrebbe copiarmelo appena mi distraggo un momento».
Anche i tredici film “possibili” di Billy Wilder
stanno nascosti da qualche parte nel cielo delle cose mai realizzate assieme al Napoleone in fuga da
Sant’Elena di Chaplin, a quello di Kubrick, al felliniano Mastorna, alla Hollywood di The Other Side
of the Winddi Orson Welles, al Prosperodi Michael
Powell, alla Megalopoli di Coppola, alla Leningrado di Sergio Leone, al clown tragico di Jerry Lewis
che accompagna i bambini del lager al loro destino terribile... In altre parole anche i film mai realizzati di Billy Wilder fanno parte di quel mondo invisibile, parallelo, virtuale, dove sono nascosti i
film mai girati o mai finiti — ma pensati, amati,
scritti, iniziati. I film che hanno cominciato a esistere e sono stati intercettati dalla malasorte, dal
disamore, da un crac economico, da un incendio,
da un infarto, e che è come non fossero mai esistiti. I film completati sì, ma spariti in un incidente,
incappati nelle maglie della censura — o, peggio
ancora, nell’autocensura dell’autore. Insomma I
film che non vedremo mai, come annuncia il titolo di un libro uscito in Gran Bretagna e Francia. Dove si mostra una volta di più, tra pellicole pensate,
mai girate, bruciate, scomparse, nascoste, di che
materia fragile e vulnerabile siano fatti i sogni cinematografici. Vedi Napoleone, oggetto delle ambizioni e delle ossessioni sia di Charlie Chaplin che
di Stanley Kubrick. Chaplin, dopo Luci della città,
immagina una storia in cui l’imperatore fugge da
Sant’Elena lasciandosi alle spalle un sosia che,
maledizione, muore nel momento meno opportuno — un po’ la vicenda raccontata poi, nel 2001,
da Alan Taylor neGli abiti nuovi dell’Imperatore. E
convive con l’idea di un film su Napoleone per tut-
TITOLO No Bail for the Judge
(Nessuna cauzione per il giudice)
ANNO 1959
REGIA Alfred Hitchcock
ATTORI Audrey Hepburn,
Laurence Harvey
TRAMA Dal libro di Henry Cecil,
una giovane avvocatessa difende
il padre, un giudice accusato
di aver ucciso una prostituta
STOP Si dice che la Hepburn
si sarebbe rifiutata di girare
una scena di stupro
DISEGNO DI MATT NEEDLE
DISEGNO DI HEATH KILLEN
(La principessa di Marte)
ANNO 1936
REGIA Bob Clampett
ATTORI cartone animato
TRAMA Avrebbe potuto essere
il primo lungometraggio d’animazione
anticipando Biancaneve. Fumetto
ideato da Edgar Rice Burroughs,
il papà di Tarzan, è la storia
di John Carter, cercatore d’oro
che da una grotta si ritrova su Marte
STOP La Mgm rinunciò: troppo
sofisticato e spaventoso per i bambini
TITOLO Don Chisciotte
ANNO 1969
REGIA Orson Welles
ATTORI Francisco Reiguera,
(o Paolo Villaggio), Ugo Tognazzi
TRAMA Le avventure del clown
Fernet che realizza di non essere
sopravvissuto a un disastro aereo
ma scopre che il mondo bizzarro
in cui è capitato è in realtà l’Aldilà
STOP Scenografie già montate
a Cinecittà, ma Fellini non riuscì
o volle mai scrivere il finale
TITOLO Napoleon
ANNO 1971
REGIA Stanley Kubrick
ATTORI Jack Nicholson,
Akim Tamiroff
Audrey Hepburn
TRAMA Ambientazione
TRAMA La vita dell’imperatore
sperimentale per il personaggio
di Cervantes che girovaga col fido
Sancho Panza per una Spagna
post-atomica
STOP Welles girò moltissime ore
ma, visto anche lo scarso interesse
commerciale, non seppe concludere
nei minimi dettagli relativi all’aspetto
militare e religioso
STOP Il regista lavorò per decenni
con lo storico Felix Markham
Ma la Mgm lo bocciò a causa
dei costi proibitivi: 40 milioni di dollari
stimati (voleva 60 mila comparse)
ti gli anni Trenta, fino a che decide di occuparsi di
un dittatore presente e più pericoloso. Trent’anni
dopo Kubrick, come Chaplin, si dedica a un collezionismo napoleonico ossessivo, raccoglie più di
cinquecento libri sull’imperatore, riempie casse
su casse di memorabilia e documenti, assolda storici, immagina scene di torrido eros imperiale, annuncia che metterà in scena le battaglie napoleoniche con un numero di figuranti pari a quanti erano i soldati di Napoleone. Poi scende a più miti
consigli. Anche perché ci pensa il nuovo padrone
della Mgm a bloccare il suo delirio di grandezza.
Per fortuna la Warner gli offre un contratto per tre
film. Kubrick comincia a lavorare all’Arancia meccanica, poi a Barry Lyndon. Avremmo avuto quei
due grandi film senza la scomparsa di scena dell’Imperatore?
Se la sparizione di alcuni film immaginati e iniziati ci fa solo tirare un sospiro di sollievo (come si
può pensare a un sequel di Casablanca intitolato
Brazzaville, con Rick agente segreto incaricato di
organizzare lo sbarco alleato nel Nord Africa e Ge-
TITOLO Il viaggio di G.Mastorna
ANNO 1965
REGIA Federico Fellini
ATTORI Marcello Mastroianni
DISEGNO DI AKIKO STEHRENBERGER
TITOLO A princess of Mars
DISEGNO DI HEATH KILLEN
DISEGNO DI SIMON HALFON
DISEGNO DI HERITA MACDONALD
47
raldine Fitzgerald nel ruolo di Ilsa? Molto meglio
una storia gay con Claude Rains), se non riusciamo a soffrire perché Robert Bresson non ha potuto realizzare la sua Genesi, se resta un generico
rimpianto per il mai fatto The White Hotel, tra i film
“virtuali” che ci sarebbe piaciuto vedere c’è però il
tormentato e mai finito Something’s Got to Give,
durante il quale si consuma la tragedia di vita di
Marilyn Monroe. Ecco i drammi e le follie sul set di
L’enfer, l’inferno della gelosia, il film del 1964 che
Henri-Georges Clouzot, in risposta alla rampante
Nouvelle Vague, vuole estremo, sperimentale, innovativo. Ma il regista de Il corvo, in profonda crisi per la morte di sua moglie, dà il peggio di sé: sveglia all’alba i tecnici e gli interpreti, Romy Schneider e Serge Reggiani, per discutere i continui cambiamenti, li costringe a giornate di sedici ore, gira
a vuoto, perde tempo, fa correre il povero Reggiani fino allo svenimento — e fino a fargli abbandonare il set. Quanto a lui, la tensione accumulata si
traduce in un infarto che lo colpisce mentre dirige
una scena lesbica tra Romy Schneider e Dany Car-
rel. I finanziatori americani si ritirano. Il film non
sarà mai finito — ma ne darà una versione meno
torrida Claude Chabrol nel 1994.
E Welles, specialista in imprese impossibili? L’elenco dei suoi film abbozzati, non finiti, persi, bruciati, rubati, occupa alcune pagine del catalogo
che gli dedica il Muenchen Filmmuseum. C’è, del
1973, l’incompiuto e mitico The Other Side of the
Wind, quasi due film paralleli, dove John Huston è
un regista che, attratto dal protagonista del suo
film, cerca almeno di sedurne l’amante — la bellissima Oja Kodar, che di Welles sarà la compagna
per gli ultimi venticinque anni della sua vita. C’è
The Deep, un thriller in alto mare, che sarà poi rigirato come Calma piattacon una giovanissima Nicole Kidman più o meno nuda. Ci sono i frammenti de Il mercante di Venezia sopravvissuti al
furto della macchina di Welles, e di cui si può vedere sul web il mirabile discorso di Shylock.
E che dire di Napoli-New York, appena pubblicato da Marsilio, il lungo trattamento di un film
che Federico Fellini e Tullio Pinelli scrissero nel-
TITOLO Leningrado
ANNO 1989
REGIA Sergio Leone
ATTORI Robert De Niro
TRAMA Ispirato al libro
di Cristopher Frayling sull’assedio
di novecento giorni a Leningrado
nella Seconda guerra mondiale,
è la storia d’amore
tra un cameraman americano
e una ragazza russa
STOP Leone morì per un attacco
cardiaco durante la progettazione
l’immediato dopoguerra e sull’immediato dopoguerra, protagonisti due ragazzini che emigrano
in una per loro magica New York? E di Leningrad,
the 900 days, il film di Leone che doveva raccontare il tragico assedio di Leningrado?
Ma in questo catalogo del possibile, il film più disturbante, più duro, più scioccante, al punto che il
suo stesso autore lo ha nascosto e “rimosso”, il film
che pochissimi hanno visto, con contrastanti reazioni, è The Day the Clown Cried, diretto e interpretato da Jerry Lewis, la storia di un clown che con
le sue gag rallegra e accompagna i bambini ebrei
destinati alle camere a gas verso la loro fine. È successo però che, una volta finito, il film è sparito: gli
autori, pentiti della loro stessa audacia, lo hanno
nascosto. Fantasia oscena, come pensa qualcuno? Humour perverso? Non c’è dubbio: il film non
lo vedremo mai. Lewis ne conserva un Vhs, ma non
vuol neanche parlarne. Chissà, se il film fosse uscito forse lo si sarebbe presto dimenticato. Così è diventato una leggenda, un film di culto dell’orrore.
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la Repubblica
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■ 48
LA DOMENICA
Next
Dream Team
Tra i tanti progetti
finanziati dal web
sta arrivando
il grande archivio
dell’incoscio
Grazie a un tipo
parecchio sveglio
I MAGNIFICI 10*
Il manuale
In Master of Anatomy
le tavole del corpo
umano disegnate
dai grandi talenti
Disney, Pixar, DC,
DreamWorks, Marvel
$532.614
Il romanzo
Tiriamo fuori
i nostri desideri
dai cassetti
To be or not to be
è il romanzo che
riscrive l’Amleto:
il lettore sceglie quale
personaggio essere
e quali scelte fare
$580.905
Le radiazioni
Safecast ha prodotto
il contatore geiger
low-cost in edizione
limitata Kickstarter
L’idea è nata
per aiutare gli abitanti
del Giappone dopo
il sisma e il disastro
di Fukushima
$104.268
Le notizie
Matter è un sito web
che raccoglie
i migliori articoli
di approfondimento
su temi di scienza
e tecnologia
Lanciato nel 2012
è stato inglobato
nel sito di Medium
$140.201
La musica
Hidden Radio
è metà radio portatile
e metà cassa acustica
Si collega mediante
Bluetooth o cavo
Per regolare il livello
del volume si ruota
il coperchio
verso l’alto
$938.771
RICCARDO STAGLIANÒ
rchiviare i sogni dell’umanità. Anche per
gli standard delle start up, che tendono a
non lesinare sull’epica, la ragione sociale
è piuttosto ambiziosa. Diventare il Google
dell’inconscio. Organizzare la materia più
eterea per definizione, strutturarla in una
gigantesca banca dati, ricercabile per parole chiave.
Niente Panocticon della psiche, però: saranno i sognatori a costituirsi. Registreranno le loro gesta oniriche su una
applicazione del proprio telefono che funzionerà anche
da sveglia “dolce” che poi, volendo, le trasmetterà su un
grande server dove rimarranno per sempre. Questo, in
buona sostanza, è il senso di Shadow. Il progetto di un
trentenne niente affatto velleitario. Che ha chiesto alla rete i soldi che gli servivano per svilupparlo e ne ha ottenuti anche più del necessario. Tra i tanti progetti che raccolgono finanziamenti volontari dal web, questo ha l’aria di
essere uno dei più suggestivi.
L’acchiappasogni si chiama Hunter Lee Soik (HLS).
Nato in Corea, adottato da una coppia del Wisconsin, voleva diventare uno skateboarder professionale, poi un fotografo ed è finito a lavorare come pubblicitario e consulente per un tour di enorme successo dei rapper Jay-Z e
Kanye West. «Shadow ne è in qualche modo un effetto
collaterale» spiega via posta elettronica da Brooklyn «nel
senso che dopo mi sono preso una pausa e ho dormito
tanto, come non mi succedeva da tempo. Ed è successa
una cosa meravigliosa: ho ricominciato a sognare. Storie
incredibili che volevo ricordare. Così ho cercato una app,
ma niente mi soddisfaceva e ho deciso di costruirla». Prima di passare all’azione, ha fatto i compiti. Ha letto Freud
e Jung, rimanendo particolarmente impressionato dal
secondo. «Shadow non è altro che un tributo al suo concetto di Ombra, gli impulsi e i desideri di cui non siamo
consapevoli e che tuttavia ci determinano. L’idea dietro
alla app è di esaminarla per capire di più sul nostro conto
e in che modo siamo connessi con le altre persone».
Il primo problema pratico, sostiene HLS, è che il 95 per
A
cento dei sogni vengono dimenticati se non sono annotati subito quando ci si risveglia. Come se non bastasse, le
normali sveglie sono troppo violente e tendono a strapparne la stoffa. «Dunque per prima cosa Shadow è una
sveglia gentile, che parte da un volume bassissimo per farvi riemergere gradualmente, in maniera naturale dalla fase ipnopompica, il limbo tra sonno e veglia». Basta spegnerla per far partire in automatico un registratore (ma
chi preferisce può scrivere), al quale affidare la propria
confessione. Un programma per il riconoscimento vocale trasformerà poi le parole in testo, indispensabile
per individuare i termini ricorrenti e per ogni altro tipo di analisi semantica, che verrà caricato in un archivio digitale.
Su chi e come potrà consultarlo, il fondatore glissa. Ciò che è certo oggi è che il progetto è uscito dalla fase della fantasia per entrare in quello della
realtà. Per sviluppare la app servivano cinquantamila dollari. Lui li ha chiesti alla comunità di
Kickstarter, il più famoso sito di crowdfunding, e ne ha ricevuti 82.577 da 3784 sconosciuti. «Nel primo mese trentamila persone
hanno detto che avrebbero partecipato all’esperimento. Esiste già un prototipo dell’applicazione che sarà affinata e data in
prova a un gruppo selezionato di utenti
a maggio. Il lancio pubblico avverrà a luglio». La squadra è piccola e delocalizzata. Un cofondatore lavora da Vancouver, in Canada, un altro da Colonia, in
Germania e un neuropsicologo collabora da Berlino. Poi
ci sono gli ingegneri informatici a San Francisco. La sostenibilità economica dell’impresa, a regime, è ancora un
mistero. Tranne per una promessa: «Non daremo mai accesso ai vostri sogni, crittati e resi anonimi, a nessun tipo
di azienda». Se migliaia di persone uploaderanno i loro
flussi notturni si tratterà ogni giorno di exabyte di dati che
necessiteranno di computer molto capienti.
HLS ha pensieri meno prosaici. Per come la vede lui, la
sua creatura potrebbe iniziare un nuovo movimento. «Il
quantified self, la tendenza a misurare con apparecchi
la Repubblica
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■ 49
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CERCARE
Google Zeitgeist
è un rapporto
annuale che rivela
le parole più cercate
sul motore
di ricerca
Insieme
A dream you dream alone
is only a dream
A dream you dream together
is reality
John Lennon
Le previsioni
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I trending topic
segnalano i temi
più caldi
trattati su Twitter,
anche grazie
all’uso di hashtag
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Dark Sky è una app
per iPhone e iPad
che vi aggiorna
sul meteo in tempo
reale: vi dice
se tra pochi minuti
pioverà nel luogo
in cui vi trovate
e per quanto tempo
$39.376
Il satellite
Si chiama Arkid
il satellite spaziale
controllato da casa
con un’interfaccia
digitale aperta a tutti
Scatta foto
ad alta risoluzione
e ne trasmette
altre degli utenti
su uno schermo
esterno
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L’inquinamento
GLOSSARIO
Sonno ipnopompico
Si riferisce ai fenomeni psichici
(allucinazioni, illusioni eccetera)
che si verificano nella fase
del risveglio dal sonno
Sonno ipnagogico
Fase di sonnolenza che precede
l’addormentamento, caratterizzata
da un particolare stato fluttuante
della coscienza e dal carattere vago
e sfumato dei pensieri
Quantified self
Un movimento che incoraggia
la raccolta di dati per migliorare
la qualità della vita degli utenti
anche grazie all’interazione
con internet di certi oggetti
Crowdfunding
Raccolta di denaro attraverso
la Rete per finanziare iniziative
di vario tipo. Per postare i propri
annunci si sfruttano piattaforme
web come Kickstarter
tecnologici vari aspetti della nostra biologia, dal battito
cardiaco all’attività fisica, è già realtà. Noi invece vogliamo occuparci dell’aspetto psicologico e realizzare il passaggio dal sé quantificato al sé compreso. E questa mole
di dati sul nostro inconscio sarà indispensabile per fare il
salto». A patto che i dati siano aggregati, contestualizzati
e analizzabili in maniera efficace. Il futuro prossimo della psiche computabile è pieno di esempi: «Potrò dire al sistema: mostrami ogni sogno che riguarda le auto. Ogni
sogno su auto fatto a Mosca. Ogni sogno su auto rosse che
riguarda uomini di Las Vegas. Comparali con quelli di
Tokyo o Parigi. E la gente famosa sogna in maniera diversa? Hai sogni più positivi se hai più soldi in banca? Puoi
quantificare i sogni della gente di successo e insegnare a
farli? Possiamo analizzarli con un algoritmo che li mette
in relazione con le notizie e trovare persone che hanno
previsto certi eventi nei loro sogni?».
Anche senza arrivare ai precog, quelle speciali creature
che in Minority Reportriuscivano a vedere in anticipo ciò
che sarebbe accaduto, lo scenario è già abbastanza futuribile. Eppure tecnologicamente praticabile. Una volta
che raccogli i dati è possibile estrarne il sentimento prevalente di chi li esprime. Google, per dire, ha battuto il
Centro di prevenzione delle malattie desumendo epidemie influenzali dall’analisi istantanea di parole chiave
pertinenti (aspirina, raffreddore, etc). Ed esistono hedge
fund che valutano dove investire facendosi guidare anche dai trending topic, i temi caldi su Twitter. L’anima del
mondo è sempre più more geometrico demonstrata. E
adesso anche l’inconscio diventa consultabile. «Immaginate di poter ricordare cosa avete sognato non dico ieri,
ma un anno fa. Niente potrà rivelarvi altrettanto bene dove, emotivamente parlando, eravate. Queste informazioni, sino a oggi, erano dati invisibili, dimenticati ogni notte. Ciò che ci piace è rendere l’invisibile visibile». Se la diagnosi di Shakespeare è giusta (“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”) Shadow ne illuminerà l’essenza, compilando una biografia collettiva inconscia che non ha precedenti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Airqualityegg
è un ovetto dotato
di sensori
che raccolgono dati
sulla qualità dell’aria,
poi trasmessi in rete
in un database
accessibile a tutti
$144.592
Il cervello
Emotiv Insight
monitora
l’attività cerebrale
e la traduce in dati
in tempo reale
grazie a una app
per smartphone
$1.643.117
La stampante
Form 1 stampa in 3D
a basso costo,
ma con una qualità
all’altezza del design
professionale
Facile da usare,
è alla portata di tutti
$2.945.885
tutti progetti finanziati
*Sono
grazie al sito web Kickstarter
la Repubblica
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LA DOMENICA
I sapori
Non solo Puglia, Liguria e Toscana. Recuperando antiche tradizioni oggi si lavora
Autarchici
E dove se ne produce poco state tranquilli: vorrà dire che è ancora più buono
Piemonte
Lombardia
Veneto
Friuli
Trentino Alto Adige
BATTUTA ALLA ROBIOLA
Girello di fassona tagliata al coltello
condito con olio e sale. Salsa
di robiola frullata con panna e pepe
RISOTTO ALLA MILANESE
Soffritto di cipolla, burro e midollo,
poi riso sfumato col vino bianco,
zafferano e brodo. Infine Parmigiano
CARPACCIO DI BACCALÀ
Dissalato e tagliato sottile, condito
con olio, pepe, limone, capperi
secchi e pomodoro affumicato
MINESTRA DI VERDURA
L’orto delle prime gelate declinato
in versione comfort food,
con un piccolo sformato di cardi
CARPACCIO DI CAPRIOLO
Taglio di entrecôte affettato
e battuto. Olio, sale e pepe,
e Puzzone di Moena a scaglie
Olio
Robur di Piero Veglio
Fruttato medio. Cultivar: Leccino,
Carboncella, Moraiolo, Grignan
Euro 14,50
Olio
Denocciolato Numero 1 Comincioli
Fruttato medio. Cultivar: Casaliva,
Leccino
Euro 34
Olio
Denocciolato Monte Guala
San Cassiano
Fruttato leggero. Cultivar: Grignan
Euro 15
Olio
Azienda Agricola Zorzettig
Fruttato medio. Cultivar: Bianchera
Istriana, Maurino, Pendolino,
Euro 11 (50 cl)
Olio
46° Parallelo Bio Agraria Riva
del Garda
Fruttato medio. Cultivar: Casaliva
Euro 16,50
DOVE COMPRARE
DROGHERIA PIERO BRODA
Piazza Garibaldi 10
Moncalvo (Asti)
Tel. 0141-917143
DOVE COMPRARE
LA DISPENSA
Via Principe Umberto 23
Torbiato di Adro (Brescia)
Tel. 030-7450757
DOVE COMPRARE
LA BOTTEGA DEL BUONGUSTAIO
Via XXV Aprile 62
Cerea (Verona)
Tel. 044-231266
DOVE COMPRARE
LA CASA DEGLI SPIRITI
Via Torriani 15
Udine
Tel. 0432-509216
DOVE COMPRARE
ANTICHI SAPORI TRENTINI
Via Belenzani 56
Trento
Tel. 0461-260535
il principe della dieta mediterranea in (quasi) ogni regione d’Italia
Olio
nuovo
che c’è
di
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LICIA GRANELLO
arda deputavit ad olium». Quando il frate benedettino Regesto Wala, abate
del monastero di San Colombano di Bobbio, nell’835 sancì la vocazione oleicola del territorio gardesano, il nonno dell’extravergine era già ampiamente
diffuso in tutto il nord Italia, a partire dalle zone lacustri, benedette da un microclima particolarmente morbido. Lombardia, Veneto, perfino Trentino,
ma anche Piemonte ed Emilia Romagna, oltre alla Liguria, davano il loro benefico contributo alla produzione di quello che un millennio (abbondante)
più tardi sarebbe stato riconosciuto come uno dei pilastri della dieta mediterranea. Nei giorni che accompagnano l’arrivo dell’olio nuovo, l’Italia si riscopre terra d’olio a tutto tondo, se è vero che l’unica regione allergica all’olivocoltura — ma ancora per poco, visto che sono in corso sperimentazioni
dedicate — è la Val d’Aosta. Diciannove regioni legittimate alla bruschetta autarchica, anche se le quantità variano in maniera esponenziale scendendo
dalle campagne prealpine lungo l’Appennino, fino alle superproduzioni meridionali. Eppure, come sosteneva l’abate Wala, coltivare l’olivo era pratica
usuale anche al nord, così come battezzare zuppe e verdure con l’olio nei refettori dei monasteri medievali. A cambiare i destini oleari nel corso dei secoli
sono state alcune gelate epocali, per certi versi irrimediabili, ma anche una
diversa lettura economica dell’impresa olearia. Due inverni terribili — nel
1789 in Piemonte e nel 1929 in Friuli — fecero da prodromi all’estirpazione di
quasi tutti gli uliveti presenti, mentre intorno ai laghi si decise che le colture
di canapa, lino e gelsi (per i bachi da seta) avrebbero garantito ben più ricchezza alle popolazioni locali.
A invertire la tendenza, insieme al decadere dell’economia legata a filatura e
tessitura, il recupero della cultura dell’olio. Certo, scorporando le quote che formano le quasi cinquecentomila tonnellate della produzione nazionale, si scopre
che metà Italia contribuisce con meno
del dieci per cento. Ma proprio perché se
ne fa poco, la cura è massima e i risultati
sorprendenti: oli eleganti, profumati,
meno sfacciati di quelli ottenuti da olive
ubriache di sole e calore. In più, nelle coltivazioni collinarie e dove il caldo-umido
è meno incombente, il rischio degli attacchi di mosca olearia si riduce di molto, insieme alla necessità di trattamenti chimici mai piacevoli.
Produzioni piccole, spesso certificate — biologico, Dop, Igp — inconciliabili con la pessima pratica di comprare all’estero e imbottigliare in Italia, per
aumentare a dismisura i numeri. Leggere bene le etichette — che fortunatamente da gennaio avranno caratteri più leggibili — è indispensabile per scegliere l’extravergine giusto, altrimenti meglio affidarsi ai manuali appena
usciti, dalla Guida agli extravergini di Slow Food al Flos Olei di Marco Oreggia. Se poi avete un amico che fa l’olio, comprate una tanica d’acciaio e andate a trovarlo, sapendo che non lo pagherete mai abbastanza per la fatica
della raccolta, l’ansia della frangitura rapida per evitare fermentazioni, l’enormità dello scarto (la resa fluttua intorno al quindici per cento). Festeggiate con una super bruschetta. Leccarsi le dita è fortemente raccomandato.
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Liguria
Emilia Romagna
Marche
Abruzzo
Molise
TROFIE AL PESTO
Pasta fresca lessata al dente
condita con pesto fresco e sugo
delle vongole, aggiunte alla fine
TAGLIATELLE DI CACCIAGIONE
Pasta fresca, sella di lepre
a tocchetti, spadellata, sfumata
con vino rosso, fino a sfilacciarsi
ZUPPA DI CECI
Lunga cottura per i legumi insaporiti
nel soffritto, arricchiti con costine
di maiale, scarola e sedano
SPIEDINI ALLA BRACE
Carne ovina o frattaglie d’agnello
e pancetta avvolte nel grasso
delle interiora, con puntarelle
CAPUNATA
Strati sovrapposti di taralli spruzzati
con aceto bianco, pomodori secchi,
peperoni, alici e uova sode
Olio
S’ciappau Gran Cru Cassini
Fruttato medio
Cultivar: Taggiasca
Euro 15 (50 cl)
Olio
Tenuta Pennita Selezione Alina
Fruttato intenso. Cultivar: Nostrana
di Brisighella
Euro 22
Olio
Oleo de la Marchia Del Carmine
Fruttato intenso
Cultivar: Frantoio
Euro 15 (50 cl)
Olio
San Martino Bio Persiani
Fruttato medio. Cultivar: Dritta,
Frantoio, Leccino, Gentile, Moraiolo
Euro 10 (50 cl)
Olio
Extravergine Colonna Molise Dop
Fruttato medio. Cultivar: Leccino,
Gentile di Larino, Rosciola
Euro 7,30
DOVE COMPRARE
LA PORTA DEI SAPORI
Via Littardi 126
Imperia
Tel. 0183-780398
DOVE COMPRARE
ANTICA DROGHERIA CALZOLARI
Via Petroni 9
Bologna
Tel. 051-222858
DOVE COMPRARE
TEMPERA GUSTI PICENI
Via Piceno Aprutina 16
Ascoli
Tel. 0736-42200
DOVE COMPRARE
L’OASI DEL BUONGUSTAIO
Largo Madonna dei Sette Dolori 21
Pescara
Tel. 085-411530
DOVE COMPRARE
SABETTA
Via IV Novembre 70
Campobasso
Tel. 0874-481042
la Repubblica
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
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Pane e...
Un centimetro e mezzo di spessore
per ogni fetta di pane casereccio
innaffiata da abbondante olio
novello e sale: è la più classica
(talvolta perduta) delle merende
A tavola
Franklin, nonna Tilde e il bombolonaio
MARCO MALVALDI
olio e l’acqua, si sa, non si mescolano. Lo sapeva bene anche Benjamin Franklin, uno dei
padri fondatori degli Stati Uniti. In un’epoca lontana, in cui i politici erano competenti in
qualcosa e sapevano sperimentare, Franklin versò un cucchiaino d’olio di oliva in uno stagno di Clapham. L’olio si distribuì sulla superficie, calmando le acque per uno specchio di circa
mezzo acro: supponendo che lo strato fosse costituito, in altezza, da una sola molecola, e conoscendo il volume del cucchiaino, Franklin ipotizzò che le molecole di olio fossero delle dimensioni di circa un nanometro. Una stima, si scoprì poi, incredibilmente accurata.
Questo fatto ha delle conseguenze. Per chi cucina, la più importante è che gli aromi si disperdono nell’acqua e nell’olio in modi differenti: il sale e gli acidi, idrofili, stanno bene nell’acqua, mentre gli eteri, gli esteri e altre molecole aromatiche si trovano, chi più chi meno, decisamente a loro
agio nelle matrici oleose. Per questo, quando cuciniamo, l’olio ha un ruolo fondamentale; assorbendo solo determinati aromi, facilita la veicolazione degli stessi verso la papilla, e cambia l’equilibrio dei sapori. Chi scrive si ricorda di merende epiche fatte esclusivamente di pane, pomodoro,
olio e sale preparate da nonna Tilde, leggendaria somministratrice di squisitezze e sganassoni in
quantità equivalente, che venivano depredate dai nipoti direttamente dal tagliere, noncuranti delle minacce e dei colpi a vuoto. Ma, per me, il ricordo più bello legato all’olio toscano rimane quello del bombolonaio della spiaggia della Sterpaia, che passava tutte le mattine a orari antelucani decantando, a voce piena, la bontà dei
propri prodotti: e, per far capire che erano appena
cotti, ancora belli unti e gocciolanti, urlava nella calma delle sette di mattina “Ce l’ho con
l’olioooo! Ce l’ho con l’oliooooo!”. Un
giorno, da una delle casette abusive vicino alla spiaggia, una voce stentorea gli rispose “E io
ce l’ho col budello di tu’
madre!”. Il bombolonaio, l’estate dopo,
cambiò spiaggia.
L’
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LA RICETTA
Aglio, olio, peperoncino,
menta e astice
Ingredienti per 4 persone
✃
Nino di Costanzo guida la cucina
del bistellato “Mosaico” (Terme Manzi
hotel di Ischia), che vanta un carrello
di extravergini con 19 etichette
di altrettante regioni italiane
200 g. di melenzane
100 g. di olio extra vergine
1 astice da 500 g.
qualche foglia di menta
3 spicchi d’aglio
1 peperoncino
200 g. di brodo vegetale
400 g. di spaghetti
Gerardo di Nola
erbe fresche
Sbianchire la coda dell’astice in acqua bollente per 6’ (le chele per 3’)
Raffreddare immediatamente, togliere il carapace. Ridurre la coda
in tocchetti. Tagliare le melanzane a metà, inciderle e farle cuocere
un’ora a 150° C con rosmarino, due spicchi d’aglio, timo e un filo d’olio
Una volta cotte, togliere la pelle e frullarle con brodo vegetale
fino a farne una purea. Far imbiondire il terzo spicchio d’aglio tritato
finissimo con olio e peperoncino, mentre a parte gli spaghetti
cuociono. Fermare la cottura dell’aglio con un un mestolino
di acqua della pasta (quella in superficie, più ricca
d’amido). Scolare la pasta molto al dente, rifinire
nella padella con aglio e olio, mantecando alla fine
con la menta tritata e l’astice. Nel piatto, sopra gli spaghetti conditi,
la crema di melanzane, qualche ciuffetto di menta e mezza chela
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
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L’incontro
Trasformati
Punk a Melbourne, molto elettrico
a Londra, poi nella Berlino di Wenders
Sempre con troppo alcol e droga
in corpo. Ora che ha cinquantasei anni,
moglie e quattro figli, scrive ancora
canzoni ma sul divano
di casa a Brighton
“Ho bisogno di tornare
a una sorta di infanzia,
dove secondo me risiede
l’idea stessa di bellezza
E del resto: a che serve l’arte
se non a ritrovare
lo stupore di quando
eravamo bambini?”
Nick Cave
l regista che dice di essere stato salvato dal rock lo aveva issato nel 1987 tra i suoi angeli
nel Cielo sopra Berlino. In mezzo a custodi alati in ansiosa ricerca di
tracce d’umanità, nel film di Wim
Wenders Nick Cave appariva e diventava icona. Ma aveva cominciato a rodarsi tre anni prima, con From Here to
Eternity insieme al gruppo che ne diventerà ombra, The Bad Seeds. A quell’esordio folgorante sono seguiti molti
album di successo, di cui l’ultimo, il
quindicesimo, viene ora srotolato da
Nick Cave & The Bad Seeds nel tour
mondiale che ha appena toccato anche Roma, Milano, Bologna, dopo un
concerto-evento a Parigi. È qui che lo
abbiamo incontrato, nei camerini regali del mitico Zénith.
Il nuovo cd è musicalmente all’opposto delle esperienze passate: dopo
anni di grida, furore ed eccitazione
elettrica, è fatto di pace e di silenzio.
L’album, Push The Sky Away, perdipiù
sa nuovamente di cielo. Solo che lo
“spazzar via” del titolo è ambivalente:
incita a liberarsi d’ogni cappa, anche
quella, ultima, dell’orizzonte o piuttosto invita a rinunciare a ogni coperta
protettiva, anche quella luminosa dell’universo? In altre parole, Mister Cave, continuiamo a restare sospesi nella sua abituale polarità? Il crooner au-
ro interessi infantili». Cave ha un lampo negli occhi e ride: «E adesso, signore e signori, ascoltati questi meravigliosi propositi, ecco arrivare i servizi
sociali pronti ad arrestarmi!». Nell’attesa che arrivino indaghiamo sull’interessante famiglia Cave... «Non avevo
mai pensato che ci potesse essere un
legame culturale tra me e mio padre.
Finora mi sono state chiare le differenze: c’è un gap generazionale incolmabile nei nostri comportamenti. Con i
miei bambini io sono molto fisico, tattile, come del resto la maggior parte dei
genitori d’oggi. Una volta, tra padre e
figli c’era un rapporto modellato su
quello tra insegnante e allievi. La principale preoccupazione era di trasmettere un sapere — la cosiddetta “esperienza” — e una sana educazione civile». E sua madre? È fiera di avere un figlio cantante? «Assolutamente. È sem-
A dodici anni
mio padre
mi lesse
“Lolita”
Non ci capii molto,
ma mi resi conto
che mi aveva ammesso
a un mondo proibito
FOTO GETTY
I
PARIGI
straliano, cinquantasei anni, sfoggia il
blu metallico e vampiresco dei suoi occhi: «Io direi che è una pausa, e che riflette un momento preciso della nostra vita. Questo lavoro deve molto anche al luogo in cui è avvenuta la registrazione, la Fabrique, in Provenza,
uno studio che ospita la più grossa raccolta di vinili classici in Europa. Mi sono sentito subito a casa, si è smosso
qualcosa di profondo, di antico, dentro di me. La mia voce è venuta fuori così, d’istinto, il timbro subito addolcito.
Noi tutti, di colpo, totalmente liberi,
calmi, sereni. Non avevamo mai lasciato tanto spazio al silenzio». Sentirsi a casa, dice, anche nel senso di tornare all’infanzia? «Sì. Del resto a che
cosa può servire l’arte se non a ritrovare lo stupore del bambino, riscoprire la
bellezza, reinventare la luce? Ho trascorso l’esistenza a cercare di rivivere
episodi che mi ricordassero l’attimo in
cui ho debuttato nella vita. Quante cose sono successe allora. La mia idea di
bellezza è totalmente legata alla prima
infanzia: scrivere è per me un modo di
ritrovare quelle sensazioni, quella
stessa luce».
Non è, la propria, l’unica infanzia
con cui Cave oggi abbia a che fare. Ci
sono i suoi figli, quattro, di cui due gemelli di dodici anni che vivono con lui
e la moglie a Brighton. «I miei bambini
vivono in un mondo che non riesco a
comprendere. Il che non significa che
io li ignori. Al contrario, con assoluta
regolarità li introduco nel mio universo. E loro ne vanno pazzi. Ho anche varato una tradizione domestica che ho
battezzato “la serata del film sconsigliato”. Guardiamo insieme film per
spettatori maturi come Scarface, o Il silenzio degli innocenti. Ne escono fieri,
consapevoli che il papà li ha ritenuti
capaci di condividere con lui un’esperienza adulta. Io avevo dodici anni
quando mio padre mi fece vedere Lolitadi Kubrick, leggendomi alcuni passi del romanzo di Nabokov. Non ci avevo capito molto, ma mi è rimasto il piacevole ricordo d’essere stato ammesso
a un mondo proibito. Immagino che
anche i miei bambini ne ricavino la
stessa sensazione: sanno bene che li
lascio guardare qualcosa che non dovrebbero. Il beneficio che ne trarranno
è ben più ampio di quel che potrei ottenere se mi sforzassi di mettermi al loro livello, cercando di condividere i lo-
pre stata dalla mia parte. Potevo aver
combinato il peggio, quel che mai si
potrebbe perdonare, e lei era sempre
lì, pronta a sostenermi. Era la prima a
venirmi a cercare anche ogni volta che
mi portavano al posto di polizia... Mia
madre, bibliotecaria dalle aspirazioni
di violinista, come mio padre, professore con velleità di scrittore, è di un’altra epoca: una vera stoica. Davanti a
qualsiasi difficoltà, alla peggiore ingiustizia, non si ferma: butta giù e via.
È da lei che ho ereditato un carattere
determinato, una volontà di ferro, che
niente può frenare. Mio padre è morto
troppo presto, in un incidente stradale, quando avevo diciannove anni. Mia
madre lo evoca di tanto in tanto. Una
volta, a Natale, ha borbottato che era
“difficile viverci insieme”: un po’ come
con me, che avevo preso molto da lui.
Mi ero chiesto allora che cosa intendesse dire, ma non l’ho mai saputo. Solo adesso, forse, comincio, a capire».
Anche Brighton, sulla costa meridionale inglese, dove si è trasferito da
oltre dieci anni, all’apparenza sembra
uno sghembo ritorno alla quiete dell’infanzia, alla riscoperta di un po’ di
pace. Dopo il ribollire d’una giovinezza inquieta, gli esordi punk, caotici e
brutali a Melbourne con la sua prima
band, The Birthday Party, lo sbarco
nella Londra anni Ottanta, la lunga parentesi creativa a Berlino e l’amicizia
con Wenders, gli abissi dell’alcol e della droga, da cui è da tempo risalito. Insomma, finalmente di nuovo a casa?
«Quasi. Casa, per me, sarà sempre
l’Australia, anche se non ci vivo più da
oltre trent’anni. Londra è una città superba, tentacolare, ma non mi calza
più a perfezione. Meglio il piccolo
mondo di Brighton, il suo semi-deserto culturale, che mi fa da chioccia, da
divano su cui stendermi a riposare e
pensare. Le canzoni dell’ultimo album
sono nate tutte lì. Una città che mi andava a pennello è stata Berlino. Prima
della caduta del Muro la divisione permetteva una strana indipendenza:
l’Ovest era un’isola fuori del mondo, a
misura di artisti, e sono tanti quelli famosi che ci hanno vissuto in quegli anni, prima di me David Bowie. A proposito: commovente il suo disco dopo
dieci anni di silenzio, Where We Are
Now?, per me un dolcissimo flashback
sentimentale. Eravamo un’autentica
comunità, tutti in fraterna e armonio-
sa evoluzione. Una città davvero unica
da questo punto di vista. Oggi, riandando a quegli anni, mi sento un privilegiato per aver provato la sensazione
di vivere solo per l’arte e attraverso l’arte». A Berlino sono sbocciate anche la
grande amicizia con Wenders e le musiche per altri film, Fino alla fine del
mondo, Così lontano così vicino, L’anima di un uomo: «Con il cinema ho stabilito un bell’andirivieni, tra colonne
sonore, collaborazioni alla sceneggiatura e mie interpretazioni: per esempio l’australiano Ghosts of the Civil
Dead di John Hillcoat, oppure Johnny
Suede di Tom DiCillo, con Brad Pitt. Il
cinema mi attira, anche in aree a me
lontane, tipo Harry Potter o, l’anno
prossimo, il docudrama 20.000 Days
on Earth, di Iain Forsyth e Jane Pollard». E poi c’è la scrittura, Mister Cave,
non solo i testi delle canzoni, ma poesie, e romanzi. Una calamita potente:
«Non so, credo di essere più lettore che
scrittore. E a volte non sono nemmeno
troppo sicuro d’essere un musicista.
Diciamo che ogni mia attività extramusicale mi serve prima di tutto per
non diluire la forza dei Bad Seeds, fare
in modo che il meglio sia per loro, perché rappresentano la mia opera più
riuscita, l’unica cui io tenga davvero.
Tutto il resto non m’importa. Esprimermi fuori della musica mi preserva
dallo scoglio più rischioso e pericoloso: realizzare con The Bad Seeds un’opera rock».
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MARIO SERENELLINI
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