Il lavoro al tempo
dello spr€ad
Proposte da una Calabria che vuol cambiare
Pedace, 20 maggio 2012
Buon compleanno Statuto!
Si dice che gli italiani dimenticano in fretta.
In parte è vero, in parte no.
Si dice che la globalizzazione insiste su nuovi modelli
di sviluppo, dedicandosi quasi per “costrizione “del
mercato, al detrimento dei diritti della persona. Quasi
a dire che ciò che conta è solo l’interesse dell’impresa.
Molti detentori del capitale dimenticano che dietro
una prestazione di lavoro sta un uomo, una sua
dignità ed una sua libertà.
Molti dimenticano troppo spesso, e tra le tante
dimenticanze omettono di ricordare che lo Statuto dei
lavoratori non è solo articolo 18 ma anche sede presso
cui si parla del valore del lavoro, indipendentemente
da qualsiasi requisito dimensionale dell’impresa in
cui si opera.
Noi non vogliamo dimenticare che l’Italia, la
costituzione ce lo ricorda nel suo incipit, è una
Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Indice
Costituzione
Prefazione S.O.S lavoro in Calabria: Salute – Organizzazione –
Sicurezza nel mercato del lavoro in Calabria
Parte I
Il contesto di riferimento
- Il Lavoro a Calopezzati per gli adolescenti nella stagione estiva
- Precarietà di senso
Parte II
Parte III
Post-fazione
Articolo 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti
della Costituzione.
Articolo 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come
singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e
richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,
economica e sociale.
Articolo 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge,
senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni
politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e
sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e
sociale del Paese.
Articolo 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le
condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la
propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale
o spirituale della società.
Articolo 9
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e
tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Articolo 10
L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto
internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità
delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle
libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo
nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.
Articolo 18
I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per
fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.
Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche
indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.
Articolo 32
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e
interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non
per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti
imposti dal rispetto della persona umana.
Articolo 35
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad
affermare e regolare i diritti del lavoro.
Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge
nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero.
Articolo 36
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e
qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla
famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non
può rinunziarvi.
Articolo 37
La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse
retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono
consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e
assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad
essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.
Articolo 38
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere
ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati
alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e
vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento
professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti
predisposti o integrati dallo Stato.
L'assistenza privata è libera.
Articolo 39
L'organizzazione sindacale è libera.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro
registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un
ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati
unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di
lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle
quali il contratto si riferisce.
Articolo 40
Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano.
Articolo 41
L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare
danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività
economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini
sociali.
Articolo 45
La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere
di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e
favorisce l'incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli
opportuni controlli, il carattere e le finalità.
La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell'artigianato.
Articolo 46
Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le
esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a
collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle
aziende.
PREFAZIONE
ANNA ROTA
S.O.S. LAVORO IN CALABRIA: SALUTE – ORGANIZZAZIONE –
SICUREZZA NEL MERCATO DEL LAVORO IN CALABRIA
Premessa
Se qualcuno consentisse una banalizzazione della solenne carta
costituzionale italiana lascerebbe dire che l’articolo uno della citata Carta
sarebbe più conforme a realtà se enunciasse “L’Italia è una Repubblica
democratica affondata sul lavoro”. Se invece la banalizzazione di una Carta
scritta dagli uomini della Resistenza fosse mal digerita, sarebbe più
opportuno sostenere che oggi la realtà delle cose registra, con maggiore
insistenza rispetto al passato, la mancanza di effettività della Costituzione.
Tale enunciato troverebbe ancor più conferma in un tessuto dai contorni
drammatici e scuri come quello della regione Calabria.
La mancata attuazione della Carta costituzionale si rintraccerebbe in
più parti. È noto ai più che manca una tutela del lavoro, sia dal punto di
vista qualitativo, sia dal punto di vista quantitativo. È di tutta evidenza poi
che il legislatore non è di grande ausilio per l’affermazione del lavoro dei
giovani e delle donne e di tutte le fasce svantaggiate rispetto al momento
dell’inserimento/reinserimento nel mercato del lavoro. Si fa ancor più
drammatico lo scenario quando il lavoro lo si guarda nel suo rapporto con la
norma di legge.
Lavoro e non lavoro: il dramma di una regione “sommersa”
Dai dati facilmente reperibili è agevole tratteggiare una Regione: con
il più alto tasso di disoccupazione giovanile e femminile; con la maggiore
frequenza di lavoro irregolare e di soggezione al giogo del caporalato (su
cui approfonditamente, A. LAISE), nonostante per tale forma di
sfruttamento sia intervenuto apposita legislazione penale; con il numero più
alto di lavoratori infortunatasi, malauguratamente (!) al primo giorno di
lavoro (cfr. in proposito, diffusamente, A. ROTA).
Tanti dati negativi ai quali tuttavia non fanno seguito politiche
aggressive che intervengano a diminuire il divario occupazionale, che
prevarichino sul dominio del “padrone” di turno che ricorre a reperire
manodopera a prezzi che definire modesti è un eufemismo (!), che
autorizzino maggiori controlli degli organi di vigilanza nel caso di
violazioni di legge in materia di sicurezza e prevenzione negli ambienti di
lavoro.
È sotto gli occhi di tutti che un fratello rumeno venga pagato quattro
soldi al termine di una giornata di lavoro manuale svolto sotto il sole
cocente di una località di mare; che una madre di famiglia, alla richiesta
della malattia bimbo, venga “pregiata” (ammesso che il datore non avesse
provveduto al momento della comunicazione dello stato di gravidanza) delle
dimissioni in bianco che le erano state fatte debitamente firmare al momento
della conclusione del contratto di lavoro; che un giovane laureato si
sottoponga nella migliore delle ipotesi ad uno stage privo di alcun compenso
spese ovviamente o a entrare, perché altro non passa il convento, nella selva
dei call center pur di non migrare in posti del Nord dove il reperimento di
manodopera e professionalità dà dimostrazione di riconoscere maggiori
chances; che lavoratori di cooperativa sociale, in realtà, devino, per fattori
esterni di varia natura, il loro apporto alla società rispetto allo scopo
mutualistico riconosciuto dalla Costituzione.
Le coordinate di riferimento del sistema regionale invero si
predispongono in un sistema di riferimento assai più complesso. Di ciò v’è
traccia nel crescente proliferarsi delle forme di lavoro sommerso. Tutti le
vedono ma nessuno, che ha il potere di intervenire, si attiva per mettere un
freno a un fenomeno che produce più danno di quanto si pensi. Si
richiamino all’uopo alcuni esempi. Quanti bagnini di salvataggio offrono la
loro attività in cambio di un compenso (v. in proposito, M. RIBERI)?
Quanti parrucchieri di saloni di grandi centri urbani non hanno un contratto
di lavoro? Quanti braccianti raccolgono arance senza garanzia di vedersi
pagare ferie e malattia perché la loro raccolta sostituisce quella dei tanti
braccianti fasulli percepenti l’indennità di disoccupazione agricola pur senza
aver mai messo piede in un campo agricolo? Quante segretari di studi
professionali percepiscono una busta paga leggera a fronte della pattuizione
di un part-time che invece nei fatti si estrinseca più nella forma del tempo
pieno e dello straordinario, a richiesta, non preavvisato?
Il quadro disegnato sembrerebbe frutto del lavoro di un dilettante! E
in tutto questo, dove sta lo Stato? Il silenzio delle istituzioni e degli organi
preposti a vigilare sulla sicurezza del (e nel) lavoro è assordante. Il lavoro si
brucia, perde forma e sostanza: confonde diritto con elargizione,
retribuzione con privilegio, etc…
A proposito di sicurezza del lavoro: effetti della precarietà
È ormai noto ai più che le nuove strutture della normativa in ambito
di forme di lavoro impediscono di creare un progetto di vita, di accendere
un mutuo, di progettare un figlio. Tutto passa sotto la lente economica (sul
rapporto economia – diritto del lavoro, L. GUARAGNA). Come si fa a
ipotizzare un futuro se i contratti si misurano in giorni, o al massimo mesi?
E soprattutto, come si chiede di pensare positivo se la maggior parte dei
contratti stipulati in Calabria, dati alla mano lo evidenziano, utilizzano la
forma del co.co.pro?
Ecco dunque tratteggiato il secondo dei mali del mercato del lavoro
regionale. Alla “beffa” di un mercato del lavoro governato da un potere
forte datoriale spesso misto a collegamenti ndranghetistici, si associa
dell’altro. In Calabria s’investe poco. E ciò deriva dal fatto che lo Stato in
Calabria non ci vuol mettere piede o se lo fa si serve di braccia che più del
loro tornaconto e della propria “clientela” non si muovono. Il ponte
Università – aziende manca (così, M. VERCILLO): dati alla mano dicono
che gli ingegneri laureati nelle sedi del sapere calabrese scappano in luoghi
dove le aziende valorizzano il sapere e pagano attenendosi ai contratti
collettivi; ricerche evidenziano che il mercato del lavoro funziona male
quando si tratta di mettere in relazione domanda ed offerta: sarà inadeguato
forse il personale del centro per l’impiego? O più semplicemente, il
problema è da relegare alla mancata conoscenza delle professionalità
disponibili a essere occupate nel settore privato? Sarà forse che da noi il
divario digitale è forse più marcato che in altri territori (su cui, F.
PUGLIESE? Sarà che siamo ancora immaturi rispetto alla comprensione del
fatto che il nostro paesaggio potrebbe rappresentare il primo importante
motore di sviluppo occupazionale? Sarà ma ad oggi ci affascina ancora
troppo l’idea di far economia rispetto a quanto sarebbe a noi spettante dal
Fondo sociale europeo! Alla faccia di quanti ci definiscono parassiti, noi
siamo la culla della generosità verso il prossimo al punto che i fondi a
nostro favore li rispediamo al mittente!
Definire da cosa dipenda il problema è alquanto complesso. Non
altrettanto oscuro resta un dato. In mancanza di comportamenti proattivi
rispetto all’inserimento nel mercato del lavoro, la precarietà e la duratura
persistenza dello stato d’inoccupazione/disoccupazione provocano picchi di
disagio psicologico così preoccupanti da portare a gesti inconsueti e tragici
come quello compiuto poco tempo fa, nella provincia cosentina, da un
agente di commercio inattivo da due anni e da una laureata in Ingegneria,
madre di una bimba di due anni rifiutata dal mercato del lavoro locale.
Muoiono uomini e donne che hanno studiato per disegnare una propria vita,
dicono basta alla vita papà e mamme di anime innocenti che un giorno
comprenderanno quanto scrivere leggi “cattive” o non intercettare i giusti
ammortizzatori sociali per sopravvivere nel momento di inattività possa
essere stato pericoloso. Siamo la generazione degli ammalati
professionalmente di stress lavoro correlato (in tema, B. FRASCA)? Si sa,
le malattie professionali si manifestano molti anni dopo dalla contrazione
della patologia. Forse, allora, anche per i “dimenticati dalle tutele” arriverà
un briciolo di giustizia… Forse… ammesso che ancora l’Inail e l’art. 38
cost. non siano stati definitivamente spazzati via da riforme avanzate in
nome della ingiustizia sociale… (!)
Benvenuti in un viaggio fatto di tante stazioni intermedie. A voi la proposta
di seguirci in un itinerario che, in 7 fermate, punterà a svelare inganni,
promesse non mantenute, fatti nascosti e soprattutto proposte.
Fto esistenze resistenti
PARTE PRIMA
Il lavoro a Calopezzati per gli adolescenti nella stagione
estiva
Nel Paese in cui vivo, il problema della disoccupazione è endemico.
Calopezzati è un piccolo paese che non offre grandi opportunità di lavoro,
poiché non ospita uffici e non ha grandi imprese che necessitano di risorse
umane, a qualunque livello.
Nel primo dopoguerra, si è assistito ad un forte fenomeno di emigrazione
verso il Nord Italia, Germania, Canada,Stati Uniti,America del Sud che ha
spopolato il Paese. La gente che ha scelto di vivere qui,ha affrontato grandi
sacrifici per riuscire a sopravvivere,adattandosi ai lavori più disperati. La
maggior parte di queste persone si doveeva dedicare per forza di cose
all’agricoltura. La generazione degli Anni 60/70,si adattava a lavori
occasionali: cuochi, assistenti tali e camerieri, prevalentemente durante le
stagioni estive.
Da allora, le cose non sono cambiate di molto. I loro figli, ancora oggi,
seguono le orme dei propri padri: una sorta di maledizione ereditata: questi
ragazzi,nei periodi circoscritti dell'afflusso turistico che va comunque
riducendosi anno dopo anno,cercano lavoro nelle strutture turistico ricettive
e nei ristoranti esistenti in Paese. Basta parlare con qualcuno di loro per
capire come funziona il lavoro a Calopezzati. L’orario di lavoro è, nella
maggioranza dei casi, indegno: dalle 6 del pomeriggio fino a mezzanotte l’una. Per quanto riguarda lo ‘stipendio’,occorre accordarsi con il datore di
lavoro,che a seconda del tipo di attività stabilisce un compenso che è sempre
iniquo. C’è da dire, poi, che questi sono tutti lavori in nero,e che i datori di
lavoro,approfittano della loro situazione economica per farli lavorare più del
dovuto (straordinari sempre con paghe inadeguate). Credo che occorra una
serie di riforme, che favoriscano lo sviluppo imprenditoriale,che apportino
capitali di investimento che portino alla nascita di imprese,industrie in modo
da occupare i giovani allontanandoli dalla delinquenza e soprattutto
restituire loro una dignità di persone e di lavoratori che oggi appaiono
ancora come un miraggio; credo che occorra la consapevolezza di una lotta
politica civile, ma serrata.
Diversamente il problema rischia di trasformarsi in tragedia…
MARIO RIBERI
(SEL CALOPEZZATI)
[email protected]
PRECARIETÀ DI SENSO
“Provavo sempre una sorta di ebbrezza quando spiegavo ai miei studenti che le teorie
economiche
erano in grado di fornire risposte a problemi economici di ogni tipo. Ero rapito
dalla bellezza e dall’eleganza di queste teorie. Poi tutto ad un tratto, cominciavo ad
avvertire un senso di vuoto. A cosa servivano tutte quelle belle teorie se la gente moriva
di fame sotto i portici e lungo i marciapiedi?”
Muhammad Yunus, economista premio Nobel per la Pace 2006
La società post-moderna si caratterizza per uno spostamento radicale di
interesse dal “Sé reale” al “Sé ideale” (quello dei mass media, quello delle
nostre illusorie aspettative, quello proiettato da genitori insoddisfatti con
voglia di riscatto sui figli, ecc. ecc.), portando alla luce quello che
Alexander Lowen (1985) e moltissimi altri autori definiscono “una società
narcisista”.
Secondo Lowen (1995), il narcisismo culturale identifica erroneamente
l’autorealizzazione con il successo. Egli scrive:
“In una società come quella contemporanea, sempre più caratterizzata
dalla manipolazione perpetrata dai media, dalla spettacolarizzazione delle
immagini e nella quale valori come la dignità e il rispetto hanno lasciato lo
spazio alla lotta per il successo e il potere, il narcisista si trova bene perché
vive lo spettacolo di sé stesso proiettato a sé stesso.
Egli non va oltre le immagini degli altri, il suo è un sapere superficiale,
privo di emozioni e sentimenti. Considera la realtà come una estensione di
sé, gli altri come uno specchio delle sue esigenze. Vive come una macchina
priva di sentimenti e, per questo, spesso ricopre posizioni di tutto rispetto e
scala velocemente la salita al successo in un’era dove vige il culto
dell’efficienza.
L'economia, da mezzo si è tramutata in fine, ma i cambiamenti, il senso
della loro presunta razionalità, sfuggono agli stessi protagonisti, i grandi
magnati della terra, sempre più simili a giocatori d'azzardo.
Una economia “dopata” che ha visto dal 2003 al 2010 crescere l’economia
reale del 73% (oggi vale 64.000 miliardi di dollari di prodotto interno
lordo) e l’economia finanziaria quasi del triplo (oggi vale 860.000 miliardi
di dollari). Il valore dell’import-export mondiale è di 15.000 miliardi di
dollari l’anno mentre il solo commercio delle valute con finalità speculative
movimenta la stessa quantità di denaro in quattro giorni. In meno di cento
ore, i “trafficanti” di valuta spostano 15 trilioni di dollari, cioè il valore
complessivo delle merci che tutti i paesi del mondo vendono e acquistano in
un anno intero.
Secondo Eric Hobsbawm (1999), l’autore de “Il Secolo breve – 1914-1991:
l’era dei grandi cataclismi”, è a metà degli anni ’70 che incomincia “l’Età
della frana”, dopo “l’Età dell’Oro” dei trent’anni gloriosi successivi alla
guerra, con il crollo degli ideali di pace e solidarietà e l’affermazione dello
strapotere del Capitalismo, un sistema che spesso permea e degrada il
mondo della tecnica e dell’economia.
Anche Lasch (1981) mette in evidenza come dopo le grandi aspettative degli
anni ’60 e ’70, negli anni ’80 si è assistito ad un decennio di “aspettative
decrescenti”, sfociate in una sorta di depressione negli anni ’90: l’inflazione
provocava l’erosione degli investimenti e dei risparmi, il futuro si faceva
incerto e minaccioso, e l’unica via di fuga sembrava il divertimento e la
“nàrchê” (da qui il termine “narcisismo”): l’addormentamento della
coscienza. Nasce il mito del “self-made man”, l’uomo che si realizza da
solo, padrone del futuro, il cui unico criterio di autovalutazione è il riuscire
a possedere beni di lusso e suscitare l’invidia altrui.
Scrive Gilles Lipovetsky (1995), sociologo e filosofo i cui contributi sono
diventati cruciali per la lettura di quella post-modernità che egli definisce
“Età del vuoto”:
“Nella società tutto comincia a essere neutrale e banale. Pare che a questa
onda di apatia è sfuggita soltanto la sfera privata. L’uomo si accontenta di
curare la propria salute, difendere la propria posizione materiale, liberarsi
dai propri “complessi”, aspettare le vacanze. Si può vivere senza ideali e
senza i fini trascendentali. […] Vivere per il presente, soltanto per l’oggi,
senza riguardi al passato e al futuro. È il “neonarcisismo”, in cui
confluiscono tutte le strategie contro il sentimento del vuoto”.
Sembra fargli eco Christopher Lasch (1985):
“L’emergere del narcisismo significa una perdita di sé stessi, molto più che
una forma di auto-affermazione. Implica un’identità minacciata dallo
spettro della disintegrazione e da un senso di vuoto interiore. La vita
quotidiana ha iniziato a conformarsi alle strategie di sopravvivenza
tipicamente necessarie a chi vive situazioni estreme. Apatia selettiva,
disimpegno emotivo dagli altri, rinuncia al passato quanto al futuro,
determinazione a vivere un giorno per volta.
Disimpegno emotivo dagli altri, rinuncia al passato quanto al futuro,
determinazione a vivere un giorno per volta, questa l’alchemica diabolica
formula che ci ha portati ad accettare placidamente quelle forme di lavoro
definite “atipiche” ma ormai sempre più usuali: lavoro part-time, lavoro
temporaneo, lavoro a progetto, formazione lavoro, apprendistato,
collaborazione occasionale, collaborazione coordinata e continuativa, ecc.
Queste tipologie di lavoro, disciplinate dalla legge 14 Febbraio 2003, n ° 30
(Legge Biagi), che nascerebbero in risposta all'esigenza aziendale di
assicurare una parziale flessibilità al lavoro e rappresenterebbero un rimedio
alla disoccupazione giovanile (il condizionale è più che doveroso), hanno
introdotto il concetto di precarietà nella società attuale.
I dati Ocse fine 2010 dichiarano che in Italia il tasso di disoccupazione
giovanile è al 27,9%, ben superiore alla media ponderata dell'area Ocse
(16,7%). La quota è forte aumento rispetto all'inizio della crisi (2007)
quando la disoccupazione giovanile era al 20,3%.
Il fallimento dell’introduzione di queste nuove forme di lavoro è
testimoniato inoltre dai dati sulla precarietà: in Italia il 46,7% delle persone
tra i 15 e i 24 anni che lavorano ha un impiego temporaneo. La percentuale
dei giovani precari in Italia, sempre secondo i dati Ocse è in costante
aumento dall'inizio della crisi: 42,3% nel 2007, 43,3% nel 2008 e 44,4% nel
2009. Il balzo avanti è ancora più rilevante rispetto al dato del 1994, quando
la percentuale di under 25 italiani con un impiego temporaneo era del
16,7%.
PRECARIETÀ: DRAMMA ESISTENZIALE
Nel titolo dell’intervento ho voluto legare la parola “precarietà” alla parola
“senso” proprio per sottolineare come questa condizione, non solo
lavorativa ma ormai esistenziale, scende ormai nelle componenti più
profonde della natura umana.
I lavoratori di oggi sono sempre in “allarme” (ansia), costretti ad inseguire
repentini e imprevedibili mutamenti economici, impossibilitati a reggere il
ritmo di un gioco a continuo ribasso, angosciati dal futuro e dalla paura del
fallimento, senza tempo da dedicare ai figli, senza la possibilità di elaborare
una narrazione, personale e lavorativa, che abbia uno sviluppo coerente e
consenta loro di costruirsi un'identità coerente con i propri valori e le
proprie passioni.
Quando la persona è artefice della propria vita può sentirsi soddisfatta, gode
di una buona autostima e di un buon senso di autoefficacia, costrutti
fondamentali per un reale benessere personale e sociale. La possibilità di
costruirsi una storia permette all'individuo di "seguire un filo" e dunque di
dare coerenza e continuità alla propria vita, in altre parole, di darle un senso.
Purtroppo il concetto attuale di lavoro limita di gran lunga questo processo.
I mass media, i nostri politici, i nostri amministratori hanno ben presente il
danno che hanno generato ma, come in un circolo vizioso degno delle più
croniche coazioni a ripetere psicopatologiche, non fanno altro che negare e
per deresponsabilizzarsi mistificano la realtà dando dei bamboccioni e degli
sfaticati a coloro che avrebbero dovuto tutelare e servire.
Coesione ed equità sociale, tutela dei saperi e delle intelligenze, possibilità
di conciliazione tra lavoro e progetti di vita delle persone, passano tutti
inesorabilmente in secondo piano : l’imperativo è garantire competitività su
scala globale alle imprese attraverso una flessibilità priva di diritti, nell’
illusoria perversa speranza di un ricambio infinito di lavoratori "low-cost".
Il dato ormai inconfutabile è la consistente relazione tra lavoro precario e
livelli di stress patologici. I dati Eurodap (Associazione europea disturbi da
attacchi di panico) di un’indagine condotta nel 2010 evidenziano che:
“Su 300 persone tra i 25 e i 55 anni, il 70% ha dichiarato di trovare
proprio sul posto di lavoro la maggiore fonte di stress. Di questi, il 60%
teme i colleghi mentre il 40% si dice completamente assoggettato al capo
per paura di essere licenziato. L’aria che si respira in ogni luogo di lavoro
è totalmente artefatta e altamente conflittuale. La paura di perdere il posto
dà luogo a dinamiche fortemente competitive, con richieste di prestazioni
dei dipendenti da parte dei datori di lavoro che difficilmente possono essere
disattese dai lavoratori terrorizzati di perdere la loro fonte di
sopravvivenza”.
Le risposte allo stress nel breve termine possono essere emotive (ansia,
tensione, insoddisfazione), fisiologiche (frequenza cardiaca elevata,
aumento della secrezione di catecolamine) e comportamentali (uso di
droghe, comportamenti antisociali, assenteismo, ecc.) mentre, più lungo
termine, l'accumulo di queste risposte può avere conseguenze negative e più
permanenti per la salute mentale e fisica. In alcuni casi, tali condizioni di
disagio possono sfociare in vere e proprie patologie: disturbi d’ansia,
attacchi di panico, depressione.
Nell'articolo "The social and economic burden of social anxiety disorder" 5
September 2003 di Antonio E. Nardi si evidenzia che c'è un'alta percentuale
di persone con difficoltà lavorative che mostrano disturbi di ansia e
evidenzia come negli USA più del 70 % dei disturbi d'ansia sono correlati al
gruppo di persone appartenenti alla fascia economica più bassa.
Una ricerca dal titolo “Risultati di un’inchiesta sulla salute mentale:un
focus sulla depressione” evidenzia la correlazione fra la precarietà del
lavoro e la depressione. La ricerca dimostra come:
"..l'analisi congiunta delle risposte relative alle situazioni a rischio e ai
sistemi di protezione sociale dei vari Paesi consente di definire alcune
strutture latenti del profilo sociale all'interno del quale origina e si
alimenta la psicopatologia depressiva.”
Il sistema del precariato pone l’individuo nella condizione di dover accettare
lavori che nulla hanno a che vedere con il suo percorso di studi, con le sue
aspirazioni; in questi casi, alle difficoltà economiche procurate da
retribuzioni insufficienti si aggiunge la complessa gestione emotiva di una
rappresentazione di sé che modifica i termini con cui il soggetto si
percepisce.
Nell’esperienza clinica risultano evidentissime le ferite che il paziente
coinvolto nelle dinamiche del precariato subisce all’immagine di sé, piegata
dall’impossibilità di costruire una propria posizione autonoma nel mondo;
sono conseguenza di ciò un forte senso di inutilità, demotivazione a
riprendere in mano la propria vita, uno stile di pensiero e di conoscenza che
rifiuta l’esplorazione considerandola infruttuosa e illusoria, forte senso di
inadeguatezza, ritiro sociale e affettivo. Quest’ultimo spesso causa di
disturbi nella sfera sessuale, che a loro volta provocano ulteriori ferite alla
già precaria immagine di sé, in una spirale disfunzionale che rende la
persona prigioniera di un incubo.
E quando dalla precarietà si passa alla disoccupazione, soprattutto in età
avanzata quando già gli esigui spazi lavorativi sono diventati chimere,
quando lo spettro della miseria viene a bussare non solo alle porte
dell’individuo ma dell’intero sistema familiare, il senso di inadeguatezza si
trasforma in angoscia e senso di colpa intollerabile; da qui il passo verso
gesti estremi diventa davvero insignificante: tra il 2011 e il 2012, 393
suicidi tra i disoccupati e 321 suicidi tra imprenditori e lavoratori dipendenti
in bancarotta.
I Programmi di intervento progettati per i lavoratori licenziati o disoccupati
risultano ormai inadeguati ad affrontare la grave emorragia di posti di
lavoro.
La valanga di dati a nostra disposizione urlano affinché ci sia una maggiore
attenzione, da parte dei governi e dei sindacati, alla precarietà del lavoro e
alle sue conseguenze sulla salute pubblica. Possa la politica ripartire
dall’individuo, e l’individuo dalle sue aspirazioni più autentiche.
Rimane per ora da lanciare un accorato appello a tutti coloro che vivono
queste tremende esperienze legate al mondo del “non-lavoro”: ripensatevi,
reinventatevi, riprendete contatto con una narrazione di sé che deve
ritrovare e scoprire pagine entusiasmanti di senso. Ritrovate la forza di
tirare nuovamente fuori dal cassetto il ritratto dei vostri sogni migliori.
BIAGIO FRASCA
SEL CORIGLIANO
[email protected]
Hanno collaborato alla realizzazione del volume:
Angelo Broccolo (SEL CORIGLIANO CALABRO), Gianfranco Castiglia (SEL
LUNGRO), Biagio Frasca (SEL CALOPEZZATI), Luigi Guaragna (SEL LUNGRO),
Francesco Imbrogno (SEL CASOLE BRUZIO), Alberto Laise (SEL CORIGLIANO
CALABRO), Fabio Pugliese (SEL CALOPEZZATI), Mario Riberi (SEL CALOPEZZATI)
Anna Rota (SEL PEDACE), Marco Vercillo (SEL CORIGLIANO CALABRO).
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Il lavoro al tempo dello spr€ad