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i lettori ci scrivono
Turchia: parole nuove.
Si attendono fatti
Caro direttore,
il 15 agosto scorso, sull’isola di Büyükada, la più grande delle Isole
dei principi di fronte a Istanbul, si è tenuto un importante incontro tra il
primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, accompagnato da cinque
ministri del suo governo (tra cui il capo negoziatore con l’Unione Europea, Egemen Bagis), e alcuni rappresentanti delle minoranze religiose
presenti nel paese. L’appuntamento, definito da tutti «cordiale» e «molto positivo», non è certo il primo nel suo genere, soprattutto per quanto
riguarda il patriarca ortodosso, Bartolomeo I, accompagnato in questa
occasione dall’arcivescovo armeno ortodosso Aram Atesiyan, dal vescovo siro-ortodosso Yusuf Cetin e dai rappresentanti della comunità ebraica e siro-cattolica.
Si trattava però della prima volta in cui le autorità politiche turche si
sobbarcavano un trasferimento in un luogo non istituzionale della politica, come l’isola del Mar di Marmara, storico luogo di presenza delle minoranze cristiane istanbuliote. Nel corso di un pasto comune, il primo ministro Erdogan si è tra l’altro espresso contro le degenerazioni del nazionalismo sia etnico che religioso. Riconoscendo che nel corso del lungo
processo di democratizzazione del paese ci sono stati degli squilibri che
hanno penalizzato le minoranze religiose ed etniche, comprese quelle ufficialmente tutelate dagli accordi di Losanna (1921), Erdogan ha ribadito
la sua convinzione che il futuro di prosperità della Turchia passa attraverso un processo di riconciliazione tra le sue anime più diverse.
Sull’isola di Büyükada sorge un immenso ex orfanotrofio, costruito alla fine del XIX secolo, che lo stato turco sottrasse alla Chiesa ortodossa
greca qualche decennio fa e che è stato oggetto di visita da parte del patriarca e del primo ministro. Bartolomeo I da tempo ha ingaggiato con il
governo turco un braccio di ferro per la restituzione di molti edifici religiosi e di istituzioni filantropiche, confiscati nel tempo con la scusa che
erano vuoti e inutilizzati. Questa battaglia simbolica punta a segnalare all’opinione pubblica internazionale, e in particolare ai paesi dell’UE, la necessità di una svolta nel riconoscimento dei diritti delle minoranze religiose in un paese a stragrande maggioranza islamica. Le recenti pressioni del
presidente americano Barack Obama, in questo senso, spiegano in parte
questa mobilitazione delle autorità turche e un nuovo corso alle porte, nel
quale sono in molti a sperare.
Istanbul, 26 agosto 2009.
p. Claudio Monge
Dopo Firenze:
per una nuova stagione
Caro direttore,
alba o tramonto? Me lo sono chiesto dopo aver partecipato all’incontro fiorentino del 16 maggio 2009 («Il Vangelo che abbiamo ricevuto»). La sua eco sugli organi di informazione (cf. Regno-att. 12,2009,375;
Regno-doc. 13,2009,430) è un segno del forte significato assunto da questa convocazione per chi vive con disagio il criterio di esclusione, prevalente nella comunicazione ecclesiale, che ha trasformato l’unità della
Chiesa in uniformità (cf. Paolo Giannoni). È stato l’incontro dei senzavoce, di chi nella Chiesa sente di non poter parlare, di chi sogna più co-
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munione e meno strutture, più fraternità e meno autorità. Il grosso rischio, però, è che quell’evento rimanga circoscritto agli ultimi esponenti della generazione conciliare, a cui apparteneva la grande maggioranza dei presenti, che si sta via via assottigliando.
La Chiesa sinodale prospettata a Firenze sarà possibile se lo Spirito
contagerà con questo sogno generazioni più giovani di credenti. Un sogno che è realtà, ma ha ancora la dimensione del seme. Impegnarsi, con
operosità e fatica, per allargare la cerchia equivale al lavoro del contadino, con quella ferma speranza e lo sguardo lungo, paziente di chi sa attendere dopo aver buttato il seme (cf. 1Ts 1,2; Gc 5,7-11). Non si tratta,
perciò, di cercare uno scontro con la gerarchia, ma di lavorare nella
Chiesa e per la Chiesa. In quale direzione?
A Firenze, ho scorto due anime: c’era chi voleva approfondire la riflessione sul volto sinodale della Chiesa (ad esempio per quel che riguarda il ruolo dei laici e delle donne) e chi auspicava una parola cristiana
chiara sulle questioni socio-politiche più scottanti (a cominciare dallo
scandalo delle norme sugli immigrati). L’una non sta senza l’altra, perché il cristiano vive nella compagnia degli uomini.
Attenzione, però, allo stemperarsi della memoria del Concilio! Se
questa radice non risulta evidente, l’impegno per una società più giusta
si perde nella palude della contesa politica. In questo momento mi sembra allora necessario trasmettere un’immagine «altra» di Chiesa. Oggi i
più vedono soltanto quella istituzionale e gerarchica. È urgente far riscoprire la passione per la comunione nella diversità, per una Chiesa che rifletta l’essere trinitario di Dio, la cui immagine è Cristo e al quale tutti i
membri devono conformarsi fino a che egli non sia in essi formato (cf.
Lumen gentium, n. 7; Gal 4,19).
Nell’ultimo secolo, il rinnovamento ecclesiale è passato attraverso
tre tappe almeno: il modernismo di cui sono stati percepiti solo gli eccessi razionalistici; la testimonianza dei pionieri solitari che sono stati faro prima del Concilio (Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Michele Do
ecc.); l’entusiasmo conciliare per una riforma dal vertice che trovò un
terreno poco profondo per attecchire e l’abbraccio soffocante di molti
rovi.
Ora inizia forse una nuova fase in cui, senza guide carismatiche da
seguire e spinte dall’alto, singoli e piccoli gruppi si mettono insieme per
influire in qualche modo sui processi trasformativi della Chiesa. Come
dice Serena Noceti: «Dobbiamo studiare una strategia complessiva di
penetrazione di quell’ambiente che sente il disagio, e che in questo momento semplicemente sta ai margini oppure tende ad allontanarsi. Mancano spazi volutamente dati per ascoltare la voce di chi ha delle competenze professionali anche in altri campi e quindi vorrebbe offrirle nel
contesto ecclesiale». Quindi, non bastano assemblee una o due volte all’anno o dei forum, iniziative troppo elitarie; alle spalle ci vuole uno sforzo di comunicazione condiviso a largo raggio per creare mentalità e formare le coscienze. Ancora Serena Noceti: «Forse è giunto il tempo di organizzare una rete di tipo formativo, diffusa sul territorio, all’interno
della quale ciascuno mantenga una propria autonomia, ma in cui, con
una copertura adeguata anche dei mezzi di informazione, ci sia la possibilità anche di fare un percorso comune. Ognuno con il suo stile e le
sue modalità».
Diventa fondamentale un tema d’impatto attorno al quale aggregarsi e che possa avere una risonanza oltre la cerchia degli addetti ai lavori. Prendo spunto da un prezioso libretto di Giovanni Vannucci, pubblicato dall’editrice Fraternità di Romena, e propongo: il cristiano e la libertà. In esso si intrecciano questioni chiave come il ruolo dei laici, la libertà di coscienza, la libertà religiosa…
3 settembre 2009.
Christian Albini
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