AA.VV.
Storie e
testimonianze dal
carcere
selezione di testi dal sito
http://www.ristretti.it del Centro di
Documentazione Due Palazzi di Padova
Calomelano Editrice Virtuale
ebook numero 2
http://calomelano.it/ebooks
I edizione settembre 2009
A cura di calomelano.it Marzo 2009.
Si ringrazia Francesco Morelli per la disponibilità a permettere il
remix e la redistribuzione dei contenuti.
La sintesi è stata necessaria per rendere accessibile uno spaccato
dell'abbondante materiale prodotto dai detenuti, ci scusiamo con
gli autori che sono rimasti esclusi e invitiamo il lettore a
continuare la lettura sul sito di ristretti a cui rimandiamo:
http://www.ristretti.it
Indice
Introduzione...........................................................................................................6
Veronica (Casal del Marmo) - Sono esattamente 801 giorni che sto
rinchiusa qui!................................................................................6
Carceri....................................................................................................................7
Marianne - Possiamo mettere a confronto una grande cella per i detenuti
con lo scompartimento di un treno? ................................................7
Paola - Una donna italiana in un carcere della Baviera........................9
Paolo Pasimeni - La disperazione del primo impatto con la galera al
Circondariale..............................................................................18
Susanna Ronconi - Diario minimo da un altro tempo, ma che non è
detto non sia ancora qui, annidato nel tempo presente, pronto a balzar
fuori… ......................................................................................20
Sandro Calderoni - Il carcere tra riforme e controriforme..................24
Ion Puica - Ritorno a casa… e rifinisco in galera..............................29
Affetti e sessualità................................................................................................35
Christine - Credo che curare gli affetti sia anche… voler bene a se
stessi, perdonarsi, pazientare.........................................................35
Francesco Morelli - Un punto di vista maschile sulle corrispondenze da
detenuto a detenuta.....................................................................37
Francesco Morelli - I detenuti e le detenute devono stare separati per
ovvi motivi.................................................................................42
Elton Kalica - Vini.......................................................................46
Francesco Morelli - Il sesso in carcere quello che non si dice… e non si
fa..............................................................................................57
Tossicodipendenza................................................................................................62
Noemi (Empoli) - Noemi si racconta..............................................62
Paola M. - Dalla tossicodipendenza non si scappa ............................66
Andrea Andriotto - Droga: il brutto arriva quando ti piace lo "sballo"
che ti crea ..................................................................................69
Franco Garaffoni - La verità è che amavo la droga ..........................71
Bambini in carcere...............................................................................................74
Le donne della Giudecca - Storia di Emiliana una "detenuta" di tre anni
.................................................................................................74
Giuliana - Mamme e bambini in carcere: il "nido" penitenziario della
Giudecca....................................................................................77
Stranieri................................................................................................................81
Marianne - Stranieri in depressione, tra avvocati d’ufficio e documenti
da firmare senza averne capito una parola.......................................81
Olga - Il mio zio italiano...............................................................84
Francesco Morelli - Stranieri in carcere: diritti teorici e problemi
concreti......................................................................................87
Fulvio Santagata - Quando l’immigrazione parlava calabrese..............91
Nabil Tayachi - Mamme italiane e mamme straniere, ma sempre mamme
.................................................................................................97
Nicola Sansonna - Quando gli extracomunitari eravamo noi... ........104
Arjan Goga Albania: quando il sogno diventa un incubo ................107
Artur Sognavamo un paio di jeans................................................109
Hamid - Un clandestino in cantina...............................................115
Imed Mejeri - La festa della circoncisione in Tunisia.......................124
Karim Ajili - La paura di tornare a casa a mani vuote......................130
Reinserimento.....................................................................................................134
Francesco Morelli - I lavoratori - detenuti hanno davvero delle tutele?
...............................................................................................134
Francesco Morelli - Lasciate ogni speranza… o voi che uscite...........139
Alessandro Pinti - Perché, una volta usciti dal carcere, la maggior parte
di noi torna a commettere reati?..................................................142
Giulia - Ri/Educazione - Re/Inserimento.......................................145
Paola M. - Oggi parto dalla felicità che provo a sentirmi di nuovo una
persona libera............................................................................148
Tiziano Fabbian - Un’ordinaria giornata… di carcere......................152
Prostituzione.......................................................................................................159
Lory - Mi chiamo Lory e sono nigeriana ......................................159
Francesco Morelli - Le prostitute straniere, sono schiave o sono "donne
povere in cerca di una vita migliore"?...........................................160
Aleksandar Stefanovic - La grande fuga dall’Est ............................164
Omicidi...............................................................................................................168
Graziano Scialpi - Nella testa di un uomo che ha ucciso .................168
Altin Demiri - Se uccidi non puoi essere più lo stesso anche nel chiuso
della tua coscienza ....................................................................188
Malavita..............................................................................................................191
Andrea Andriotto - Vita spericolata..............................................191
Claudio e Angelo - Banditi di domani ..........................................196
Enrico Flachi - "Tirare la lima"....................................................200
Salute e salute mentale.......................................................................................203
Francesco Morelli - Matti da slegare... .........................................203
Elton Kalica Dal T.S.O. all’O.P.G...............................................209
Danko Vukomanovic Un delinquente fuori dal comune...................213
Elton Kalica Una piccola storia di "ordinaria" sanità penitenziaria... .215
Infami.................................................................................................................219
Francesco Morelli - Codici di comportamento carcerari... ...............219
Suicidi e autolesionismo.....................................................................................225
Elton Kalica - In carcere è capitato a tanti di essere testimoni di un
suicidio ....................................................................................225
Lassad Jlassi - Solitudine che taglia come una lametta.....................230
Il Ciclo Picaresco di Nabil Tayachi....................................................................237
Storia di Nabil, la Tunisia, la Rai ................................................237
Vedi Napoli e poi muori.............................................................240
Un tunisino alla scoperta del profondo nord..................................248
Le peregrinazioni di Nabil in Italia alla ricerca di un lavoro.............258
Nabil e le donne........................................................................265
Continuano le avventure di Nabil, tunisino immigrato in Italia........271
Licenza di questo ebook.....................................................................................278
.
Introduzione
Veronica (Casal del Marmo) - Sono
esattamente 801 giorni che sto rinchiusa qui!
Marzo 2003
Chi sono? Chi siete? Il buio fuori non mi permette di
riconoscervi, il buio dentro non mi lascia capire chi sono io.
Dicono che mi chiamo Veronica, ho 19 anni e, a parte qualche
problema, diagnosticato da un paio di psichiatri, beh, a parte
questo sono nella norma! C’è chi dice che sono buona, chi dice che
sono cattiva… ma io questa sera vi dico che sono solo aria, aria
che passa sopra a tutto, sono aria di montagna, a volte lieve e
piacevole e poi d’un tratto forte, spietata e assolutamente
distruttiva.
Potrei anche dirvi che sono solo fuoco, caldo e accogliente e
improvvisamente immenso e devastante. Forse sono solo un sogno
che spera di non essere più tramutato in incubo. Domani mattina
forse sarò un fiore, una pozzanghera, chi può dirlo? La cosa
assolutamente certa è che non permetterò mai più, per nessun
motivo al mondo, che qualche estraneo entri nei miei segreti e
decida quello che sono. È assolutamente impossibile riuscire a
capire una persona mettendosi a spiarla da dietro un vetro!
lo forse non conosco molte cose di me, ma voglio essere libera di
decidere quando capirle e soprattutto libera di decidere se e da chi
farmi aiutare! Per ora so solo che sono Veronica, ho 19 anni e
vorrei tanto essere solo aria per scappare via… happy freedom.
Carceri
Marianne - Possiamo mettere a confronto una
grande cella per i detenuti con lo
scompartimento di un treno?
Ovvero: Come Marianne, olandese, detenuta alla Giudecca,
descrive l’accoglienza riservata in un paese straniero all’immigrato,
che è poi molto simile a come in carcere si accoglie un "nuovo
giunto"
Agosto 1999
Nello scompartimento sono seduti due passeggeri. Sono diventati
quasi intimi, hanno sequestrato gli altri sedili, i tavolini, le
reticelle per i bagagli, gli appendiabiti. La porta all’improvviso si
apre ed entrano due nuovi viaggiatori. Il loro arrivo non viene
molto apprezzato, al contrario si percepisce nell’aria un’avversione
evidente all’idea di doversi stringere per liberare i posti occupati.
Nel frattempo i viaggiatori che già stanno seduti all’interno si
comportano tra di loro, anche se non si conoscono, con evidente
solidarietà e sembrano un gruppo compatto di fronte alla gente che
è appena entrata loro si sentono sul loro territorio, autoctoni che
hanno diritto a tutto il posto, i nuovi viaggiatori sono invece degli
intrusi, appena tollerati, ma poi ci sì abitua anche a loro eppure
restano "stranieri".
Alla stazione successiva la porta dello scompartimento viene aperta
da due nuovi viaggiatori. Da questo momento, lo stato dei due
entrati prima di loro cambia, poco fa erano intrusi, estranei,
adesso improvvisamente sono diventati "autoctoni", appartengono
al clan dell’"ordine costituito".
Anche loro sono stati "promossi" a proprietari dello
scompartimento, con tutti i diritti che ne conseguono, anche loro
hanno la sensazione dì dover difendere il "proprio" territorio.
Dovrebbero avere un po’ di comprensione per i "novellini", dato
che si trovano nella stessa situazione in cui erano loro poco prima,
ma non se ne parla neppure: rapida e forte è infatti la
smemoratezza.
La "parabola" dello scompartimento di treno vale per il carcere, e
per il "nuovo giunto" che arriva all’improvviso ad occupare un
posto nella cella per sei o otto persone dove cinque o sei detenute
si erano sistemate da tempo, appropriandosi di ogni spazio. Tutte,
e anche io, si chiedono: come sarà questa "nuova giunta"? si
adatterà a noi o porterà ancora più problemi? Ma questo
atteggiamento, visto in piccolo per una cella del carcere, è lo stesso
che si ritrova in situazioni più importanti, nei paesi dove
improvvisamente arrivano gli immigrati stranieri, guardati a vista
come "occupanti" del proprio comodo scompartimento.
L’Homo Sapiens viene dall’Africa ed è per natura un animale
migrante, la migrazione da territori poveri a territori più ricchi
esiste da sempre. Eppure noi, che viviamo in un posto "comodo e
ricco", non siamo in genere così generosi con i nuovi arrivati. Io in
proposito posso solo raccontare qualcosa che riguarda il mio paese
d’origine, i Paesi Bassi.
Dopo la guerra, negli anni cinquanta è iniziato il rimpatrio di
olandesi dalle terre dell’ex impero coloniale (l’attuale Indonesia).
Tanti di loro hanno un colore diverso e occhi come nocciole, per
questo gli hanno dato il nome di Katjang, cioè arachide,
nocciolina. Le loro abitudini erano diverse, la loro cucina troppo
aromatica e profumata per il naso degli olandesi. Il tempo però ha
attenuato certi contrasti, e gli olandesi hanno finito per accettare
in pieno l’uso delle spezie per profumare i loro piatti, i gustosi
rysttafels, letteralmente "tavole di riso", un piatto tipico
indonesiano, sono diventati una ricetta nazionale dell’Olanda, Poi
sono arrivati gli anni ‘60, quando c’era troppo lavoro nel nostro
paese, così cominciarono ad emigrare in Olanda turchi e
marocchini, e più tardi, una ventina d’anni fa, iniziò l’emigrazione
italiana. Gli italiani lavoravano come marmisti, mosaicisti,
carpentieri, ristoratori e gelatai. Naturalmente il processo di
inserimento non fu senza problemi, e forse agli occhi delle madri
olandesi gli italiani, con le loro canzoni e i loro sorrisi, erano
troppo seducenti per le loro figlie, ma oggi tante paure sono state
sconfitte e la nostra è diventata davvero una società multietnica.
Paola - Una donna italiana in un carcere della
Baviera
Una struttura vecchia di 150 anni, con muri scrostati, celle di
"accoglienza" da 8-10 letti con un unico "bagno"
Di Paola, settembre 2003
Un’esperienza certamente dura, durissima è stata la mia
permanenza in carcere in Germania. Anzi, in Bayern. C’è una
premessa da fare: il Bayern è sì in Germania, ma è "Freistaat",
Stato Libero. Questo significa che sia le leggi penali che il regime
carcerario sono diversi dal resto del paese. Diversi, o, meglio, più
severi. Il Bayern crede nel carcere come "punizione", non certo
come "rieducazione", o almeno questa è stata la mia impressione,
basata sull’esperienza della mia permanenza di due anni e cinque
mesi in tre diversi carceri. Il primo anno l’ho trascorso nel carcere
di Norimberga.
Ero alla mia prima esperienza carceraria, e il ritrovarmi in una
struttura vecchia di circa 150 anni, con muri scrostati, celle di
"accoglienza" da 8-10 letti con un unico "bagno" (un water e un
lavabo vecchi e sporchi, rinchiusi all’interno di un "prefabbricato"
di plastica), mi ha suscitato un senso di sporco, di abbandono, che
mi ha fatto pensare a certi servizi televisivi visti sulle peggiori
strutture italiane. Sì, certo, il problema del sovraffollamento è
pressoché inesistente, o, almeno, io non l’ho toccato con mano, ma
questo perché il "Land" abbonda di carceri! Il disagio che più ho
provato è stata la sensazione di "essere prigioniera" a tutti gli
effetti. Lì non si dimentica mai.
L’anno del carcere preventivo l’ho speso in una cella "singola", di 4
metri per 2.5, con una finestra posta a filo del soffitto, alto 4
metri, con il WC e il lavabo a mezzo metro dal letto, senza
neppure una tenda per "coprirlo", senza corrente elettrica, a parte
un neon che rimaneva acceso 16 ore su 24 anche d’estate, con una
radiolina a batterie che io, tra le poche fortunate, ho potuto
comprarmi, senza acqua calda (alle docce si accedeva in sei persone
per volta, tutti i giorni dalle 17.00 alle 19.00, tranne sabato,
domenica e festivi), dove si rimaneva aperti, almeno nel mio
braccio, dalle 17.00 alle 20.45, più mezz’ora a pranzo per accedere
alla mensa. Non esistono sbarre sulle porte, ma solo blindi
completamente chiusi, con uno spioncino di modo che gli agenti
possano guardare all’interno senza essere visti e che, nella maggior
parte dei casi, veniva "oscurato" dalle detenute. Con questo tipo di
"porta" quando si è chiusi, e cioè quasi sempre, si è completamente
isolati.
Ci era concessa un’ora d’aria al giorno
Il cibo era scarso e pressoché immangiabile, e per questo, durante i
primi tre mesi, ho perso 16 kg. Ho imparato a sopravvivere
acquistando dolci e cioccolata e cucinando ogni tanto qualche
pastasciutta al pomodoro nel cucinino con due piastre che avevamo
nel corridoio, fuori dalla cella. La posta, sia in entrata che in
uscita, passava per l’Ufficio del Procuratore, veniva tradotta e
letta, e per questo impiegava anche un mese per giungere a
destinazione. Per comprendere però la vera essenza del sistema
bavarese, devo parlare del carcere definitivo di Aichach, carcere
dove sono stata un anno e mezzo. Aichach è un carcere femminile
che ospita circa 450 donne, la maggioranza con pene definitive,
più, circa, un centinaio di uomini con condanne al di sotto di due
anni. È una struttura dei primi anni del ‘900, dove, però, la
ristrutturazione è ottima e continua.
Il carcere, al primo impatto, è quasi "bello" da vedere. C’è una
struttura circolare, al centro, dove è posto un grande ufficio,
sempre circolare, tutto di vetro, dove vi è un numero enorme di
monitor attraverso i quali si controlla tutto il carcere. Da lì si
snodano quattro bracci di quattro piani l’uno (compreso il pianoterra), dove sono posizionate le celle. In ogni cella vi è un
interfono con il quale si può comunicare con l’ufficio degli agenti
di sezione. Tutto molto ordinato e burocratizzato!
Ma veniamo alle regole, molte e ferree
Gli orari sono: sveglia alle 6.00, durante la settimana e alle 8.00 il
sabato, la domenica e i festivi. Alle 6.00 le celle vengono aperte
per un’ora, per dare modo a coloro che lavorano (la maggioranza,
visto che il lavoro è obbligatorio per i "definitivi") di prepararsi, di
far colazione, di andare in doccia per essere al lavoro alle 7.00. Chi
lavora, quando lavora, perché anche lì ci sono problemi di scarsità
di "commesse", durante la settimana rimane fuori cella
praticamente tutto il giorno, ma si ritrova, nel lungo fine
settimana, a dover rimanere quasi sempre chiuso: secondo quanto
mi è stato spiegato da un agente, per aver modo di riflettere sui
propri "errori"! Arbeit macht frei!
Un capitolo a parte è quello del lavoro. Lì è obbligatorio, se ci si
rifiuta, la prima punizione è la sospensione del permesso di fare la
spesa per tre mesi! Si lavora per 7 ore e mezza tutti i giorni
fuorché il venerdì, giorno in cui si lavora 5 ore e mezza. Il salario è
di 1 euro e 32 centesimi all’ora (fino al gennaio 2003 era di un
euro e venticinque centesimi) per ogni ora effettivamente lavorata.
Se ci si assenta, anche solo per dieci minuti, per esempio per
andare dal medico o perché si viene chiamati in qualche ufficio, i
dieci minuti d’assenza vengono decurtati. Se ti spediscono in cella,
perché non c’è lavoro, non pagano. Questo significa che, quando
va benissimo (a me non è mai capitato, in un anno e mezzo) si
svolgono circa 140 ore di lavoro mensile e si ottiene uno stipendio
di circa 190 euro, da cui viene poi tolto il 3.5% per l’assicurazione
sul lavoro. Di questa cifra si può utilizzare, per la spesa mensile,
una parte pari ai 3/7 del totale, mentre i 4/7 vengono messi in un
conto "bloccato" e vengono "liberati" al momento del rilascio (o del
trasferimento in un altro paese, come nel mio caso).
Se uno ha la TV deve pagare 16 euro mensili per l’affitto
dell’apparecchio e il canone
La spesa è, appunto, mensile, si fa cioè una sola volta al mese e a
volte possono passare anche sei settimane tra una spesa e l’altra. Si
può ben capire allora cosa si possa acquistare con circa 60-70 euro,
una sola volta al mese. Ma spesso capita che gli euro a disposizione
siano molti meno, come mi è successo più di una volta, quando mi
sono arrangiata con 40 euro. 40 euro è, poi, la cifra massima di
spesa a disposizione di coloro che non lavorano. Da contare che se
uno ha la TV deve pagare 16 euro mensili per l’affitto
dell’apparecchio e il canone. In cella sono permessi due paia di
jeans, che il carcere ti dà al momento del tuo arrivo, sette maglie,
quindici paia di slip, sette paia di calzini, una camicia a scacchi,
sempre data dal carcere, non più di quattro paia tra scarpe e
ciabatte, quattro asciugamani, niente accappatoio, niente lenzuola
private, né camicie da notte private. La femminilità, la cura della
propria persona, la vanità, non sono "contemplate nel
regolamento". Tanti bei soldatini, tutti uguali, senza individualità.
Lì c’è un tentativo costante di soffocare la personalità
La burocrazia è spaventosa. La cella è piccolissima e singola, con
una finestrella da cui si vede solo il cielo e che per aprire e
chiudere bisogna salire su di una sedia, (io non sono bassa, sono un
metro e settantatre centimetri!), con tazza WC e lavabo attaccati
al letto, un tavolino, una sedia, due mobiletti per tenerci la spesa,
un armadietto per il vestiario, e questa cella non si può "arredare".
Vietato appendere ai muri o ai mobiletti qualche foto o qualcosa di
allegro (per non parlare poi di foto un po’ "osé"); c’è un’unica
stecca di legno, lunga come il letto, a cui attaccare i propri
"ricordi".
Non si può tenere in cella troppa posta o troppe foto. Bisogna
depositare ogni cosa in magazzino. Tutta la propria vita dev’essere
"custodita" in pochi metri quadri. Il non poter consegnare o
ricevere pacchi rende impossibile qualsiasi tipo di "contatto" col
mondo reale. Non si possono ricevere riviste, a meno che non ci si
faccia, da soli, l’abbonamento, il cui costo rende quasi impossibile
averne. A me venivano spediti tutti i numeri di Ristretti
Orizzonti, ma ne ho letti solo due, che sono riuscita ad avere per
l’intercessione di un’agente, l’unica un po’ "umana".
La posta, in entrata ed in uscita, viene letta da un’apposita
commissione
La privacy non esiste! La posta, in entrata ed in uscita, viene letta
da un’apposita commissione. Le lettere si devono spedire aperte e
si ricevono altrettanto aperte. Non si possono scrivere critiche al
carcere o agli agenti, non si può parlare di ciò che succede
all’interno del carcere. Io, per scrivere questo, ho atteso di
rientrare in Italia. Mi era stato chiesto di mandare qualcosa sulla
mia esperienza "tedesca" all’epoca in cui ero lì, ma non mi sono
fidata a scrivere nulla: sarebbe stato censurato.
Non esistono "discussioni" sulla situazione carceraria: il mondo
esterno non sa e non deve sapere
Lì non esistono "discussioni" sulla situazione carceraria: il mondo
esterno non sa e non deve sapere. Una raccolta di firme, una
"riunione" di detenute, una protesta di qualsiasi tipo, vengono
punite severamente. I divieti sono "milioni". Non esiste
"rieducazione". Non esistono corsi o attività ricreative. Esistono
solo il lavoro e la cella. Non c’è palestra (solo una cyclette per 120
persone, circa); c’è un misero corso di computer, a cui possono
accedere solo cittadine tedesche in procinto di uscire. Non esiste
un corso di Tedesco per stranieri, non esistono volontari che
possano entrare; esiste solo un gruppo teatrale, di circa una decina
di detenute (su 450!), di lingua tedesca, che organizza due
spettacoli all’anno. E poi… c’è la Chiesa. Tutti i giorni si può
andare a pregare.
Wurstel fritto o una coscia di pollo o tacchino, ma solo due volte
al mese
Vorrei ora dare un’idea del trattamento che si riserva ai detenuti
per quanto concerne il cibo. Innanzitutto parliamo del quantitativo
di vitamine settimanale: 300 gr. di frutta, circa due mele piccole,
alla settimana; poi, 500 gr. di latte, sempre alla settimana, 250 il
martedì e 250 il giovedì, giorni in cui viene consegnata anche la
mela. Un pranzo tipo consiste in due cucchiai di riso bollito, un
mestolino di salsa rossa, completamente liquida, al gusto di
"pomodoro", due o tre foglie di insalata scondita e un medaglione,
fritto nella margarina, fatto di pane raffermo, impastato con
qualche erba, dove le calorie derivano dai grassi contenuti nella
margarina! A volte un pezzo di strudel di mele con salsa al gusto di
vaniglia (acqua giallastra), e… basta. Spesso, al posto del riso,
patate o insalata di patate (sempre un mestolino), e, nel caso di
persone che mangiavano carne, wurstel fritto o una coscia di pollo
o tacchino, ma solo due volte al mese!
La cena, poi, consegnata intorno alle 16.00, poteva essere 4 o 5
fette di formaggio da toast, oppure 2 uova sode e un formaggino, o
un mestolino di pudding annacquato, oppure uno yogurt da 125
grammi. Con un pomodoro della grandezza di una pallina da pingpong, per i vegetariani, e per i non vegetariani c’era quasi
sempre… wurst. Cinque o sei fettine di affettato di pasta di
wurstel, di gusto indefinito. Poi, una volta alla settimana, 250 gr.
di margarina e una volta ogni due settimane 400 gr. di confettura.
Sono ancora viva, e, soprattutto, non mi sono "rovinata", ma la
mia sopravvivenza è dovuta al fatto che riuscivo a prepararmi e
mangiarmi una torta intera ogni due giorni. Sicuramente però ho
imparato "l’economia domestica": ogni piano aveva, infatti, una
cucina, completa di piccolo frigorifero, quattro piastre elettriche e
un forno, a disposizione di, circa, quaranta persone. Con i miei 5060 euro mensili (più tre spese annuali) riuscivo ad acquistare il
caffè solubile, il tabacco, le cartine per fumare, il materiale per i
dolci, il latte con cui mi preparavo lo yogurt. Poi i prodotti per
l’igiene personale, l’olio di oliva e due kg. di carote, unica verdura
accessibile e che si manteneva per un mese, fino cioè alla spesa
successiva.
Posso aggiungere anche che non solo la scarsità era scandalosa, ma
anche la qualità. Ho visto persone con problemi allo stomaco, al
fegato, all’intestino, per il cibo che ci veniva dato. Naturalmente
non si possono acquistare né patate, né succhi di frutta, né frutta
sciroppata, per non dare la possibilità ai detenuti di prepararsi
bevande alcoliche, che sono severamente vietate e altrettanto
severamente punite. Non si può avere neppure un profumo, perché
i profumi contengono alcol!
Regolamento! Nelle carceri della Baviera è una parola-incubo
A proposito di punizioni vorrei, a questo punto, parlare della
facilità con cui si prendevano e del tipo di punizioni che venivano
inflitte. Lì non si dà confidenza agli agenti, non ci si può
arrabbiare, né alzare la voce. Si rischia di essere chiuse in cella,
senza possibilità di uscire nelle ore di apertura, per una o due
settimane, a discrezione del capo sezione, senza TV. Se poi si
viene scoperte alla finestra a parlare con qualcuno del maschile,
nelle ore in cui gli uomini sono all’aria, la prima volta si ha la
chiusura in cella, la seconda volta c’è il bunker. E qui vorrei
spendere due parole sul bunker.
È una punizione che decide il direttore per i motivi un po’ più
gravi (la recidività a parlare con gli uomini era uno di questi!) come
la positività alla droga o all’alcol, o il ritrovamento, da parte degli
agenti, di pastiglie prescritte dal medico ma non ingerite quando si
doveva (quello che si chiama "accumulo"), o le liti tra detenute,
ecc. Il bunker è una cella sotterranea con una grata sul soffitto
come finestra. Una cella dove la luce del neon è accesa 24 ore su
24, dove c’è una telecamera, collegata ad un monitor che sta in
"Centrale", che spia giorno e notte ciò che la detenuta fa.
Compresi i bisogni corporali! In bunker si rimane con la camicia da
notte, poiché è l’unico indumento concesso; non si può scrivere né
ricevere posta, non si possono avere i colloqui, solo l’ora d’aria da
passare in un cortiletto a parte.
Questo è il regime di un carcere che sorge a 10-15 km da Dachau,
nome che evoca ricordi storicamente "forti" e non piacevoli! Che
sia un caso? Un’ultima parte la voglio dedicare alla possibilità che
si ha di mantenere i contatti con la famiglia e soprattutto con i
figli. I colloqui sono permessi per due ore al mese, mezz’ora alla
settimana, oppure un’ora ogni due. Per gli stranieri, naturalmente,
neppure se una persona vede i famigliari ogni sei masi è possibile
fare più di un’ora di colloquio. Il regolamento! L’incubo del
carcere bavarese. Non esistono eccezioni.
La sala colloqui è una sola, con tavolini uno vicino all’altro, dove è
impossibile parlare con un po’ di "pace". Bambini piccoli che
strillano (non esiste una sala per i "colloqui speciali"). Ai colloqui
non si può introdurre alcunché. Neppure un biberon o qualche
biscottino, nel caso si tratti di bambini piccolissimi che vengono a
trovare la madre detenuta. Unica concessione, una volta al mese:
chi viene a trovarti può acquistare all’interno del carcere un
pacchetto di sigarette e una tavoletta di cioccolato. Una delle
ultime regole che ho scoperto (tanto per dare l’esempio della
volontà di complicare la vita a noi detenute) è la seguente: non si
possono mandare nella medesima busta denaro e francobolli. Sono
piccoli esempi di come le "cose semplici" possono diventare
"questioni impossibili". Piccoli esempi di come la "burocrazia" può
complicare la vita. In Germania più che qui da noi. Legato
strettamente al problema dei colloqui, unico momento di
"contatto" con la famiglia, c’è quello delle telefonate. Peccato che
in Bavaria non c’è il diritto alle telefonate.
Solo il "buon cuore" dell’unica assistente sociale mi permetteva di
chiamare a casa una volta ogni due mesi circa
Solo il "buon cuore" dell’unica assistente sociale, che si occupava
di più di 100 persone (compresi i 7-8 bambini del nido), tutte con
pene superiori ai 5 anni, e che aveva un ruolo simile (simile per
modo di dire) a quello che qui hanno gli educatori, mi permetteva
di chiamare a casa una volta ogni due mesi circa. La cosa era a sua
discrezione, per cui è successo più di una volta, o perché la signora
era in vacanza, o perché aveva una "brutta giornata", che le
telefonate saltassero. Ho cercato, a grandi linee, di dare un’idea
della situazione carceraria di un paese dell’Unione Europea, nostro
vicino, che si ritiene molto più civile dell’Italia. Ho cercato di dare
un’idea, attraverso delle cose reali, senza descrivere i sentimenti
che può provare una persona in quelle condizioni. Ho cercato di
essere obiettiva. Sicuramente non ho esagerato la situazione.
Vi sarebbero molte altre cose da descrivere, ma il solo ricordare mi
fa male. Ho faticato molto a buttare giù questo pezzo poiché certe
esperienze è meglio dimenticarle. È più "salutare". Io ho "retto"
perché sono comunque una persona forte, ma, vi assicuro, io sto
meglio in carcere in Italia!
Paolo Pasimeni - La disperazione del primo
impatto con la galera al Circondariale
Dicembre 2005
La mia esperienza con il carcere ha avuto inizio con il mio ingresso
nella Casa circondariale “Due Palazzi” di Padova nel 2001. Non
ero mai stato in carcere prima d’allora e mai avrei pensato di
entrarvi, vista la mia totale estraneità a qualsiasi tipo di
delinquenza. Mi ricordo il mio ingresso nell’istituto come
l’ingresso in un mondo parallelo fatto da cancelli e blindi al posto
delle porte, e sbarre al posto delle persiane. Mi ritrovai in una
delle celle dell’isolamento in cui fui segregato per qualche tempo
per ordine del giudice per le indagini preliminari.
Dopo alcuni giorni, iniziai ad andare “all’aria”: un corridoio largo
circa due metri e mezzo e lungo una ventina, circondato da
cemento e filo spinato. Il regime di alta sorveglianza cessò nel giro
di meno di una settimana e venni “declassato” a detenuto comune.
Purtroppo però, a causa del sovraffollamento, mi trattennero nel
reparto isolamento nonostante l’ordinanza emessa da parte del
giudice. Nel frattempo tale reparto iniziò a popolarsi di altri
detenuti, tanto da riempire le celle d’isolamento con tre detenuti
per cella, cosa, questa, che mi pare entri in conflitto con il
significato della parola isolamento. Capii però ben presto come nel
mondo in cui ero entrato di logica ve ne fosse ben poca.
L’acqua che fuoriusciva dal rubinetto era limacciosa, i sanitari
erano fatiscenti e, per di più, non si potevano avere in dotazione i
detergenti. Ci si poteva fare una doccia una volta alla settimana,
perché l’intero braccio era pressoché sprovvisto di docce. Ben
presto alcune persone detenute presso le celle contigue alla mia
iniziarono a protestare e non mancarono atti di autolesionismo.
Per tranquillizzare gli animi, mi ricordo che venne il comandante e
ci disse che nel giro di pochi giorni saremmo stati collocati presso
il reparto dei comuni.
Nove compressi in una cella da quattro
Entrai, quindi, nella cella 25 del secondo blocco della Casa
circondariale e all’inizio mi sentii preso dall’angoscia, poiché mi
ritrovai in mezzo ad altre otto persone in uno spazio progettato
per contenerne quattro. Ero il più giovane e venni accolto
positivamente da tutti i componenti della cella. Ma stare in nove
in quella stanza così piccola era molto difficile, la convivenza
forzata fra persone estranee e con problemi differenti come la
tossicodipendenza e/o problemi psichici era spesso causa di
discussioni animate. C’é da dire che, però, io fui fortunato a
capitare in quella cella, poiché la maggior parte erano delle singole
in cui erano stipati tre detenuti che, per tutto l’arco della
carcerazione, dovevano condividere gli stessi cinque-sei metri
quadrati con annessi sanitari a vista, tavolino e 2 sgabelli. In
effetti, il terzo sgabello non aveva senso tenerlo in quelle celle, tre
detenuti in piedi non ci potevano fisicamente stare: uno, almeno,
doveva rimanere sempre seduto o disteso sul letto!
Gli spazi ricreativi erano relegati ad un’ora e mezza al giorno
passata in una sala in cui circa 50 persone si trovavano a dividere
un tavolo da ping-pong e un calcio balilla. Nemmeno le tre ore di
passeggi quotidiane erano tanto meglio. Le arie erano due. Una di
queste era un campo da calcio non regolamentare colmo di buche e
completamente sprovvisto di tettoia sotto la quale ripararsi in caso
di mal tempo. L’altro passeggio era completamente in cemento,
grande più o meno quanto un piccolo campo da pallacanestro. Va
detto, inoltre, che entrambe le arie erano sprovviste di un bagno e,
quindi, si doveva costantemente fare attenzione a non sporcarsi
con i “residui organici” altrui. Le condizioni igieniche all’interno
dell’istituto, poi, non erano tanto migliori. Aree come la biblioteca
erano pressoché inagibili, c’erano nidi di uccelli al suo interno per
non parlare dei cumuli di polvere che sovrastavano i libri. Tale
area era chiusa, perché il tragitto che portava dalla rotonda alla
biblioteca era pericolante; c’erano pezzi di soffitto sul pavimento e
le transenne piazzate per i lavori di ristrutturazione rimasero lì per
tutto il periodo trascorso da me in quell’istituto.
L’impressione che ho avuto dello stato in cui versa la Casa
circondariale di Padova è quella di una struttura al collasso, in cui
nessun parametro igienico-sanitario può venire rispettato, a scapito
della salute dei detenuti, ma anche degli operatori. Mancano i
farmaci a causa del sovraffollamento, persino le aspirine sono un
lusso e anche un semplice mal di testa può essere un problema
serio da risolvere.
Susanna Ronconi - Diario minimo da un altro
tempo, ma che non è detto non sia ancora qui,
annidato nel tempo presente, pronto a balzar
fuori…
Queste sono le carceri italiane anni ‘70 e ‘80, come escono dalle
pagine di un vecchio "diario carcerario", quello di Susanna
Ronconi, condannata per terrorismo. Ora Susanna è responsabile
del Centro Studi Gruppo Abele, e si occupa con grande
competenza di tossicodipendenza e di riduzione del danno.
Pubblichiamo queste pagine perché certe realtà del nostro passato
è sempre meglio non dimenticarle.
Novembre 2001
Le Nuove di Torino, tra gli anni ‘70 e gli ‘80
Il sotterraneo me lo ricordo, c’ero scesa con Liviana e con suor
Angela. C’erano vecchi bauli da svuotare, abiti da scena per recite
di detenute dei decenni precedenti, prima della riforma. Abiti
donati da signore della Torino bene, paillette, seta, frange. Abiti
indossati da chissà quali donne: chi c’era prima di noi e prima
delle tossiche e prima delle rapinatrici, libere donne degli anni
settanta?
C’erano le donne semilibere, qui, fino a qualche anno fa, dice suor
Angela. Che angoscia, sussurro io. Bello schifo, alla faccia della
riforma, dice Liviana.
Le celle sono sotto il livello del terreno, una grata piccola e
oscurata da polvere, terra e ragnatele fa intravedere il ciglio del
cortile di cemento. Un ottocentesco soffitto a volte percorre il
lungo corridoio dove si affacciano porte di legno grigio con
chiavistelli spropositatamente grandi, e spioncini piccoli. Ovunque
buio e umido. Un filo di luce a mezzogiorno, e scalpiccio di
pantegane, specie d’estate. Del sotterraneo, me ne aveva parlato
Sara, del suo letto di contenzione alle celle delle Nuove, nell’anno
della rivolta, il ‘77. Del sorriso del maresciallo, dopo la lotta e le
urla e il rifiuto di entrare in cella, nel girare le bende ruvide
attorno ai polsi e fissarle al pancaccio. Due giorni e due notti.
Lame di sole obliquo e buio e topi e mosche. E le voci delle altre,
a chiamare a salutare e fischiare per non farla sentire sola. E le
urla delle guardie a farle tacere.
Mani legate e corpi esposti al potere totale di un altro e buio
intorno pieno di rumori da decifrare senza poter dormire e
scalpiccio di topi o di anfibi militari che si avvicinano (perché
vengono qui? per fare cosa? cosa accadrà, adesso?)
Santa Virdiana - Firenze - Isolamento - 1982
Voci di donne, ora, stemperano la tensione accumulata in caserma
tra rumore di passi, porte aperte di scatto, uomini a cerchio
sempre attorno, lo sguardo fisso sul mio viso. Il carcere mi accoglie
di nuovo nel suo grembo di matrigna, mi nutre di cibo in scodelle
di acciaio, mi prepara il letto con lenzuola ruvide, di quelle che
durano una vita (…). Il suono femminile tenace delle voci, giù in
cortile, e la femminile perversità di accudire un corpo chiuso, mi
danno una sorda tranquillità.
Le voci delle compagne, in cortile, si fanno più eccitate,
rimbalzano sui muri alti del vecchio convento, passano le prime
sbarre, e la rete fitta, e le seconde sbarre della piccola finestra. Le
riconosco, ad ognuna il suo volto. Alcune mi emozionano. Il mio
nome e poi "fuori dall’isolamento", urlato, scandito, cantato.
Sensazione calda, sono accudita, ora posso anche piangere un po’.
Quasi mi assopisco, vedo la luce trascolorare verso un riflesso
dorato, non ho l’orologio, intuisco un pomeriggio d’autunno che si
consuma, là fuori. Le donne, nel cortile, non scandiscono più il
mio nome né gli slogan per avermi con loro. Percepisco una
contrattazione, le loro voci, acute e sovrapposte, si alternano ad
una voce, singolare e maschile. Le strisce di sole sul muro, ormai
rosate, mi dicono che il pomeriggio volge alla fine. Dovrebbero
essere chiuse in cella già da ore. Si rifiutano di rientrare,
contrattano ancora. Ho paura di sentire anfibi militari avanzare
rabbiosi sul cemento del cortile, mi sento impotente. Mi sento
desiderata, anche: impotente e intenerita.
Voghera - Massima Sicurezza - 1983
Le divise informi di stoffa ruvida con stampigliato sulla schiena
"Trani - 1944" (ma eravamo belle lo stesso, bastardi, Dio se
eravamo belle). E quando mettevano brutta musica a tutto volume
sparata dagli altoparlanti in tutti i corridoi per impedirci di
comunicare tra noi, noi cantavamo più forte, fino a gonfiare le
vene del collo. E quando, al momento dell’arrivo, ci mettevano
nude in fila e ci facevano fare sei flessioni e poi ci cacciavano a
forza sotto le docce calde, per vedere se la vagina, rilassata dal
calore, lasciava cadere esplosivi, messaggi cifrati, documenti
politici, lettere d’amore clandestine, cacciavamo le lacrime in gola
e cercavamo i nostri sguardi più sprezzanti e, perfino, qualche
scintillio di ironia. E quando, rivestite delle divise naziste, e calze
color militare che scendevano al polpaccio ad ogni passo e scarpe
di cartone, incalzate dal fiato sul collo dello sbirro che dava il
ritmo dell’apertura dell’infinita teoria dei cancelli blindati
ripetendo "muoviti puttana". Sì, anche allora eravamo belle,
bastardi, Dio se eravamo belle.
Giudecca - Venezia - Isolamento 1988
Il carcere della Giudecca, con il grande portone, mi ingoia insieme
alla scorta. Dovrò odiare questo luogo, anche questo luogo: me ne
dispiace, è la mia città. Non è così che avrei voluto tornare, non in
catene. Non si può stare chiusi, a odiare un luogo che si ama, per
cui si muore di nostalgia. Ogni carcere è migliore di questo: il più
buio, il più umido, il più duro. Ma qui, resistere alla struggente
luce della sera, e alle campane in lontananza, e al dialetto dolce
parlato dai carcerieri, e alla voce dei gabbiani. Qui la prigionia è
insostenibile.
Voci e suoni domestici, la lingua cantilenante, la lingua di mia
madre. A sentire sardo e napoletano, almeno, potevo proteggermi
con una estraneità; qui, invece, sono avviluppata dalla perversione
della familiarità. Tutto qui mi rende inquieta: pochi cancelli, molte
suore, la guardia della matricola con le pantofole friulane di velluto
e gli occhi chiari, nessuno grida, pavimenti di legno antico.
Eppure, i corpi sono chiusi, qui come altrove. È un penale, il
carcere del tempo definitivo. Provo, per tutta questa dolcezza, un
fremito di ribrezzo e, allo stesso tempo, di fascinazione. Il carcere
tutto militare e maschile e duro da cui vengo mi tranquillizza e al
contempo mi spaventa, visto da qui. Cosa e chi sto diventando, se
addirittura lo rimpiango? Perché sono più salda sulle gambe lì che
qui? Le donne qui mangiano insieme, non nelle loro celle, ma in
una sala comune. C’è aria di refettorio, di convitto. Ma io ho una
cella per me, non posso parlare con nessuna. Sono contenta di
stare da sola. Voglio ripensare a tutto il luccicore del mare, allo
Stucky che mi ha accolta. Voglio morire di nostalgia, piangere,
finalmente non vista.
Posso farlo: la cella è molto grande, potrebbe ospitare sei donne,
anche di più, con i letti a castello. C’è un angolo, vicino al cesso,
che rimane nascosto allo spioncino, fallimento della paranoia del
panopticon. Se mi metto lì, posso piangere e pensare non vista. Da
quanto non ho il dono dell’invisibilità? Si può fare, qui: sedia e
tavolo e letto non sono imbullonati al pavimento, tutto si muove e
si sposta, come in una stanza vera. La finestra ha sbarre e rete,
lascia intravedere poco del mondo. Però, schiacciando il viso sulle
sbarre, a destra, lo sguardo - forzando gli occhi fino a far male arriva ad una cupola chiara, a uno scorcio di tetti, e proprio vicino
a me, è appollaiata una coppia di colombi. Sono stanca. Prendo la
sedia che mi rende invisibile e apro il mio libro.
Sandro Calderoni - Il carcere tra riforme e
controriforme
Dal 1975 a oggi, un detenuto ripercorre illusioni e delusioni di chi,
dal carcere, ha visto alternarsi leggi garantiste a brusche e pesanti
chiusure
Ottobre 2006
Tempo fa sono venuti a trovarci in redazione, per illustrare la loro
proposta di legge di riforma dell’Ordinamento Penitenziario, i
magistrati Alessandro Margara e Francesco Maisto. La loro è stata
un’esposizione molto ampia e interessante, in cui mi sono sentito
personalmente coinvolto soprattutto quando Margara ha
ricostruito, con ricchezza di particolari e di riferimenti storici, il
complesso succedersi di riforme, mini-riforme e… controriforme
che sono state emanate in materia carceraria negli ultimi
trent’anni, a partire dall’entrata in vigore dell’Ordinamento
Penitenziario del 1975.
Questo disorganico e talvolta contraddittorio stratificarsi di leggi e
di leggine - e in certi casi di improvvisati provvedimenti
“d’emergenza” che poi sono durati anni, ammesso che non siano
ancora in vigore - io l’ho vissuto per intero, dal di dentro e sulla
mia pelle, perché ero in galera nel ’75, quando fu emanato
l’Ordinamento, e in galera ci sono anche adesso, a trent’anni
abbondanti di distanza. Credo perciò di poter offrire una
testimonianza di parte ma attendibile su quali siano state e
continuino a essere le ricadute psicologiche che questi trent’anni di
garantismo a corrente alternata hanno prodotto sulla popolazione
carceraria, piombandola in uno stato di cronica sfiducia nei
confronti di qualsiasi nuovo provvedimento venga annunciato.
Mentre Margara ripercorreva con precisione cronologica le varie
tappe attraverso cui si è giunti all’attuale normativa sul carcere,
dentro di me rivivevo il loro succedersi attraverso le mie personali
esperienze, ricordando con chiarezza e ancor viva partecipazione
sia le attese che le spinte riformiste avevano sviluppato all’epoca
fra noi detenuti, sia – e più ancora, purtroppo – le brucianti
delusioni provocate in seguito dall’involversi di quello spirito
riformatore in una prassi tutt’altro che garantista, basata perlopiù
su provvedimenti emergenziali e sostanzialmente “purgativi”. Il
mio stato d’animo, così, quella mattina altalenava in continuazione
fra alti e bassi, risvegliando in me sia il ricordo della tanto
effimera euforia suscitata dalle “aperture” quanto il profondo
senso di frustrazione provocato dalle successive, immancabili
“chiusure” di un processo di riforma che, in trent’anni, non ha
mai saputo uscire da uno stato di sostanziale precarietà.
D’altra parte va detto – e lo stesso Margara l’ha chiaramente
ammesso – che all’Ordinamento Penitenziario nel 1975 non si
arrivò grazie a un preciso disegno politico riformatore sostenuto da
una gran parte della classe politica e dell’opinione pubblica; ci si
arrivò, praticamente, per forza maggiore, perché la situazione delle
carceri italiane era divenuta insostenibile (istituti fatiscenti e
sovraffollati, condizioni igieniche disastrose, evasioni all’ordine del
giorno, frequenti e spesso clamorosi episodi di violenza fra
detenuti e fra detenuti e agenti) e occorreva assolutamente
disinnescare la “bomba” prima che esplodesse.
Pressata dagli eventi e dalla preoccupazione dell’opinione pubblica
più avveduta, la classe politica dell’epoca seppe tuttavia rispondere
a quella sfida con lucidità, emanando una riforma – quella appunto
del ’75 – talmente innovativa da porre il nostro paese, che fino
allora era stato in materia di legislazione sul carcere uno dei più
arretrati d’Europa, un passo avanti rispetto a tutti gli altri.
Uscendo dall’angusta logica della repressione fine a se stessa e
puntando tutto sui concetti di rieducazione e di recupero sociale,
l’Italia concretizzava finalmente in termini di legge quanto, quasi
due secoli prima, aveva sostenuto in tema di delitti e relative pene
il maggiore dei suoi pensatori illuministi, Cesare Beccaria.
Per quanto ben concepita e orientata, una legge però da sola non
ce la fa a modificare la realtà. Tanto più se a smentire le sue buone
intenzioni, e a renderle impopolari, sopravvengono emergenze
politiche e sociali particolarmente gravi, che fanno prevalere la
paura sulla ragione. E infatti la riforma del ’75 si impantanò,
prima ancora di essere davvero decollata, nell’ondata di allarme
sociale provocata dall’impennarsi proprio in quegli anni
dell’attività terroristica. Nel rendere impopolari certi benefici che
l’Ordinamento Penitenziario aveva appena concesso ai detenuti,
come i primi permessi premio, certo concorse anche il fatto che
più di uno di noi ne approfittò, dandosi alla fuga e commettendo
nuovi reati; è fuor di dubbio, tuttavia, che fu essenzialmente il
terrorismo – e il clima di “blindiamoli tutti” che aveva innescato –
a svuotare di ogni autentico contenuto innovatore una riforma
che, al suo nascere, aveva acceso tante speranze. E infatti non solo
fu impresso agli istituti già esistenti un deciso giro di vite, ma
vennero anche istituite nuove carceri di “massima sicurezza” in
cui, in teoria, avrebbero dovuto essere reclusi soltanto i terroristi,
ma che - in pratica - si affollarono ben presto soprattutto di
detenuti “comuni”, i quali finirono per essere le vere “cavie da
laboratorio” di un modo nuovo, ancor più repressivo, di intendere
e di gestire la carcerazione. Stipate in spazi ristretti e stressate da
controlli ossessivi, persone che spesso erano già di per sé delle
“mine vaganti” esplosero in tutta la loro dirompente aggressività,
dando luogo a un’escalation di violenze che finì presto per
contagiare anche gli istituti cosiddetti “normali”.
L’arrivo della “Gozzini” e poi la “controriforma” del 1991
Questo stato di cose si protrasse fino al 1986, anno in cui fu
varata la nuova riforma dell’Ordinamento Penitenziario, meglio
nota come legge Gozzini. Ancora una volta la repressione fine a se
stessa aveva mostrato la corda, e occorreva raffreddare l’esplosiva
situazione carceraria ponendo mano a un insieme di norme capaci
di rendere la galera non solo più vivibile, ma più educativa e
socialmente utile. La legge Gozzini seppe andare alle radici del
malessere carcerario, prefigurando non solo una detenzione più
clemente e rispettosa dei fondamentali diritti della persona, ma
anche una serie di organici interventi-ponte (permessi “di
risocializzazione” e non più solo per gravi motivi familiari, articolo
21, semilibertà, affidamento in prova ai Servizi sociali) finalizzati
a promuovere un rientro in società a pena scontata non
traumatico, ma graduale e in qualche misura guidato.
Noi detenuti vivemmo l’avvento di quella riforma con entusiasmo,
perché ci sentivamo finalmente coinvolti in un progetto che ci
stimolava a tirare fuori il meglio delle nostre risorse e a guardare al
futuro con maggiore serenità. Ma anche in quel caso le molte
attese finirono ben presto per essere frustrate da una nuova, grave
emergenza (la lotta alla mafia, questa volta), che ebbe l’effetto di
indurre un nuovo, brusco retromarcia alla politica carceraria. Nel
1991 venne emanata infatti una legge che stravolgeva
completamente lo spirito della Gozzini, escludendo del tutto dai
benefici chi si era reso colpevole di alcuni crimini di particolare
allarme sociale e prolungando i tempi d’accesso ai benefici
medesimi per gli autori di altri, numerosi reati.
Non solo l’area dei benefici si restringeva notevolmente (in molti
casi addirittura annullandosi), ma si infrangeva di fatto il principio
della individualità del trattamento, che era stato uno dei cardini
della legge Gozzini. A contare, e a determinare la “qualità” della
pena, ora era soltanto il tipo di reato; ragion per cui se
disgraziatamente venivi coinvolto anche marginalmente, e con
responsabilità personali minime, in uno dei reati che prevedevano
l’annientamento dei benefici o l’allungamento dei tempi necessari
per potervi accedere, ti ritrovavi – e in effetti ancora ti ritrovi –
catapultato nei circuiti chiusi della carcerazione “cieca”, quella che
ti taglia fuori dal mondo senza offrirti neppure una finestra di
comunicazione con la vita esterna per un lunghissimo periodo, o
addirittura fino al termine della pena.
Da allora l’Ordinamento Penitenziario ha subito piccole ma
costanti modifiche, che hanno finito per allontanarlo ulteriormente
dal suo spirito originario, basato appunto sul carattere individuale
della pena e del trattamento rieducativo. Ormai si ragiona
praticamente soltanto in termini di tipologia di reato, e questo
atteggiamento – che non tiene conto della singolarità di ogni
persona, delle sue responsabilità ma anche delle sue potenzialità di
recupero – viene rinfocolato ogni qual volta un fatto di cronaca
particolarmente odioso o efferato scuote l’opinione pubblica,
facendo prevalere la furia punitiva sul ragionamento e
sull’oggettiva valutazione dei fatti. Il risultato è che le carceri di
oggi, salvo rare eccezioni (le cosiddette “isole felici”, che poi
davvero felici non sono, ma semmai soltanto “normali”), sono
tornate a essere molto simili a quelle che la legge Gozzini si
proponeva di “umanizzare”: buona parte dei detenuti non mette
infatti il naso fuori fino al giorno della scarcerazione, e sono
davvero pochi quelli a cui è concesso imboccare e percorrere con
successo i percorsi di progressiva risocializzazione che costituivano
il tratto più innovativo di quella riforma.
Peggio ancora, sta prevalendo una visione “statistica” del carcere e
dei detenuti che vi sono reclusi, come si trattasse non di persone
(che hanno sbagliato, ma che non per questo hanno perso la
propria umanità) ma di numeri con un segno negativo sempre
davanti. Sì, perché i detenuti non hanno volto né personalità, ma
costano: e costano maledettamente caro. Oltre che una perdita
sociale, costituiscono infatti una costante perdita economica, e
ormai sono purtroppo sempre di meno coloro che capiscono (come
capì Gozzini, e capiscono ora Margara e Maisto) che l’unico modo
per far tornare i conti (o quanto meno per renderli socialmente
utili) consiste nel recuperare il maggior numero di detenuti
possibile, e non certo nel costruire sempre nuovi e più arcigni
recinti in cui ingabbiarli senza speranza.
Tornando a quella mattina in cui Margara e Maisto sono venuti in
redazione a spiegarci il loro progetto di riforma, ricordo con
grande ammirazione la generosità umana e professionale del loro
impegno. Ricordo però anche, e mi dispiace dirlo, che il mio
entusiasmo era velato da una specie di frustrazione preventiva,
perché in questi ultimi trent’anni di vita - buona parte dei quali
vissuti dietro le sbarre - ho già visto troppe volte finire in nulla le
più buone intenzioni. La mia critica non è volta certamente a
Margara e Maisto, sia chiaro: ho infatti il massimo apprezzamento
per il loro lavoro, e gli auguro con tutto il cuore di riuscire a
condurlo in porto. La mia critica riguarda soltanto la maledetta,
sfibrante altalena delle aperture e delle chiusure che si sono
succedute nell’arco di questo trentennio, e che ora costringono a
essere scettico anche chi, in cuor suo, non vorrebbe essere scettico
per niente.
Ion Puica - Ritorno a casa… e rifinisco in galera
Alcuni anni di detenzione in Italia, l’espulsione a fine pena,
appena il tempo di scendere dall’aereo e subito il nuovo arresto
testimonianza raccolta da Marino Occhipinti, giugno 2005
Ion è stato uno dei grafici di Ristretti Orizzonti per un paio
d’anni. Pochi mesi fa, quando il suo residuo pena è arrivato a
meno di un anno, è stato espulso nel suo Paese di origine, la
Romania. Mi ero raccomandato che ci facesse sapere le novità: il
suo timore, rivelatosi poi fondato, era infatti quello di venire
arrestato nuovamente, appena sbarcato dall’aereo che lo avrebbe
ricondotto in Patria, per un vecchio conto in sospeso con la
giustizia. Nel tal caso, e cioè se fosse arrivata una nuova
detenzione, a Ion avevo chiesto di raccontarci come funzionano le
carceri in Romania, se è vero che le condizioni sono migliorate,
insomma una testimonianza diretta di quella che è la situazione.
Detto e fatto, purtroppo. Ora Ion è il nostro “corrispondente
estero” per la Romania, e in una lettera ci racconta come
funzionano realmente gli istituti di pena nel suo Paese. Almeno
quelli che ha “visitato”…
Per prima cosa mi voglio scusare perché non vi ho scritto subito
quando sono arrivato in Romania. Non lo so se l’avete già saputo,
però quando sono arrivato qua mi hanno subito arrestato. Avevo
una pendenza vecchia, che spero di riuscire a far “cadere” alla fine
di questo mese quando avrò una camera di consiglio per il
riconoscimento della pena che ho già scontato in Italia. Se non
esco prima, di sicuro alla seconda camera di consiglio sarò fuori,
giusto il tempo che dall’Ufficio di Sorveglianza di Padova arrivi la
documentazione necessaria. Speriamo bene.
Vi ringrazio per la rivista che ho ricevuto. Vedete se c’è la
possibilità di continuare a spedirmi anche i prossimi numeri, così
mi passo anche un po’ di tempo con i ricordi della redazione.
Adesso io mi trovo nel carcere della mia città, Galati. Per i
precedenti tre mesi, sono stato in carcere a Bucarest, dove è molto
difficile vivere e addirittura sopravvivere. Sono sceso da un
albergo a cinque stelle all’inferno delle carceri romene! Anche
quello di Padova è un carcere, ma è imparagonabile a ciò che ho
trovato nel mio Paese. Quando ero ancora lì in redazione, sulla
rivista dell’Amministrazione penitenziaria avevo letto un articolo
sulle nostre carceri. Si diceva che gli spagnoli ci avevano aiutati
nella ricostruzione degli Istituti detentivi, che quindi venivano
presentati come i migliori. Migliori persino di quelli europei,
addiritura più vivibili di quelli italiani e tedeschi. Che bello che
era quell’articolo dove si diceva che le condizioni detentive in
Romania erano migliorate!
Non è proprio così, qui si vedono delle cose che per la mente
umana sono difficili da credere, però devo dire che dipende molto
anche dalla persona che finisce dentro, e cioè se è “conosciuta”
oppure no. Attualmente nelle carceri romene si trovano circa
50.000 detenuti contro una capienza di 36.743 posti letto. I
problemi non si fermano qui. In ogni cella ci sono circa 20-30
persone ma i letti sono molto meno, quindi, alcune brande
vengono occupate… da due persone. Vi sembrerà impossibile ma è
così. Nella cella dove mi trovo io siamo in 19 ma i letti sono
soltanto 13. I più “abbandonati” e senza famiglia, quelli “che non
li cerca nessuno”, finiscono in due nel terzo letto a castello.
Emarginati tra gli emarginati, a loro è quasi “vietato” scendere
dalla branda: lo spazio non è sufficiente per tutti. Il “blindo” è
sempre chiuso, e l’aria entra esclusivamente da una piccola
finestra. Sporco e puzza si accumulano, d’altronde la maggior
parte delle persone che sono rinchiuse qui fanno del carcere la loro
vita, e in queste condizioni perdono qualsiasi stimolo a migliorare
la loro esistenza.
I colloqui? Qualcosa di inimmaginabile. I bambini piangono
disperati perché non possono abbracciare i loro genitori, a causa di
un muro divisorio che arriva a mezzo busto. Basta allungare una
mano per accarezzare un familiare e scatta un rapporto
disciplinare, che naturalmente incide sullo sconto di pena per
buona condotta. Per ogni detenuto possono entrare fino a sei-sette
familiari, ma le sale colloqui - sporche e puzzolenti all’inverosimile
- sono piccole e si deve stare ammassati, perciò si crea una
confusione che rende impossibili scambiarsi due parole in modo
dignitoso.
Il periodo in cui si può uscire all’aria aperta si limita a 15 minuti al
giorno, gli alimenti per mangiare sono insufficienti, e quelli che si
trovano da acquistare sono scaduti da tempo. Quindi per un
detenuto che non ha nessuno è difficile vivere qui dentro, e per
andare avanti ha solo un sistema: deve lavare i vestiti e le lenzuola
per gli altri per ottenere qualcosa da mangiare. Il pranzo che
fornisce il carcere, infatti, non sarebbe sufficiente a sopravvivere
per molto tempo: una specie di minestra, così viene chiamata,
consistente in un intruglio di acqua bollente dove, ispezionando
bene, si può trovare qualche pezzettino di grasso.
Questo succede perché la carne, che dovrebbe essere preparata per
i detenuti, viene invece venduta sottobanco, da quelli che lavorano
in cucina, ai detenuti “vip”.
Un carcere in cui i detenuti “vip” hanno tutto, i poveri diavoli
nulla
I “vip” sono molto influenti e riescono ad avere di tutto, anche
cose che difficilmente si può permettere un uomo libero.
Naturalmente si tratta di cose illegali. Penso all’affettività, della
quale in redazione parlavamo spesso, anche se in questo caso
sarebbe più corretto parlare di sessualità. Ad esempio loro, i
detenuti “vip”, possono stare in compagnia di una ragazza per
due-tre ore in cambio di 100 dollari. Queste ragazze vengono
scelte tra le assistenti sanitari che si trovano dentro il carcere,
assistenti che esistono solo sulla carta perché, se chiedi qualcosa
come ad esempio un’aspirina, gli agenti ti prendono in giro
dicendo che non hai niente.
Ci sono guardie che fanno la scorta ai detenuti “vip” fino al
gabinetto, e per tale servizio prendono due-tre pacchetti di
sigarette. Naturalmente, sempre per chi ha soldi in abbondanza,
nelle carceri romene ci si può procurare anche la droga, così che il
periodo di detenzione possa trascorrere più piacevolmente (dicono
loro!). Per un ragazzo giovane che entra in carcere e
sfortunatamente non conosce come funziona il sistema detentivo
di questo Paese, la vita sarà molto dura. Non appena varcato il
portone verrà perquisito in una maniera inimmaginabile, così inizia
uno stato di alta tensione fin dal primo istante, che spesso sfocia
in atti di autolesionismo.
Una volta che la persona viene mandata nella stanza che gli è stata
assegnata, viene ricevuta da un detenuto che si chiama “capo
cella”. Ogni nuovo arrivato viene sottoposto ad un
“interrogatorio” da parte del capo cella e degli altri detenuti più
potenti, che vogliono conoscere il motivo della carcerazione e se ci
sono familiari disposti… a spedire pacchi. Ogni volta che arriva un
pacco, infatti, la metà va consegnata al capo cella. A chi si
rifiuta… lascio immaginare le conseguenze, oltre al fatto che del
pacco non ricevi più nulla, neppure quella metà che ti sarebbe
“gentilmente” stata concessa.
Stavo dimenticando di dirvi che il capo cella viene “eletto
democraticamente” dagli altri detenuti, naturalmente scegliendo
tra le persone più potenti e influenti della stanza. Sicuramente si
tratta di un membro della piccola mafia di città dove si trova il
carcere, quindi immaginate come sia difficile vivere per una
persona di una città diversa. A Bucarest infatti è stata molto dura,
ma tutto sommato sono stato quasi “fortunato”: ho trovato un
paio di ragazzi di Galati che mi hanno aiutato, abbiamo fatto
“muro” e ce la siamo cavata… D’altronde la vita quotidiana qui
dentro è organizzata a bande di 4-5 persone, che spadroneggiano
fregandosene di quelli che non hanno nulla da mangiare, ed anzi è
proprio di loro, dei più deboli, che si approfittano. Non è un caso
che quando ho spiegato ai miei attuali compagni come funzionano
le carceri italiane mi abbiano preso in giro!
Il lavoro interno praticamente non esiste. Solamente chi può uscire
a lavorare nei campi e nelle foreste, naturalmente scortato dalle
guardie, usufruisce di uno sconto di 4 giorni al mese di buona
condotta. Non so se ne valga la pena. Definirli lavori forzati è
poco. Li vedo rientrare sfiniti, e siccome poi l’acqua per lavarsi è
scarsa e dell’alimentazione vi ho già detto, non si può certamente
parlare di lavoro che favorisce il reinserimento nella società.
Sapete poi cosa ho trovato di interessante da raccontarvi? Tutti gli
stranieri detenuti dell’Unione europea, non appena diventano
definitivi, vengono trasferiti in una nuova struttura di Bucarest, il
carcere di Rahova. Lì si sta abbastanza bene, infatti ci sono anche
parecchi “vip” e detenuti influenti. Credo che questa sia una scelta
ben precisa e opportunamente studiata dalle istituzioni del mio
Paese: gli stranieri devono avere un trattamento di favore, in
modo che oltre confine non si parli male delle carceri romene.
Affetti e sessualità
Christine - Credo che curare gli affetti sia anche…
voler bene a se stessi, perdonarsi, pazientare
La testimonianza di Christine arriva dalla casa Circondariale di
Rovereto, da un giornale che si chiama Dentro e che esce come
inserto di Oltre il muro, la rivista dell’Associazione Provinciale
Aiuto Sociale che si occupa di reinserimento e alternative al
carcere a Trento.
Christine parla di affettività con coraggio: di sesso, di
omosessualità, ma anche delle lettere, che per una detenuta,
nell’assenza di tutto, spesso sono la vera valvola di sfogo, e poi
della necessità di imparare a volersi bene, a riconciliarsi con se
stesse per poter vivere meglio anche con gli altri.
Di Christine, agosto 2002
Donna… essere donna non è facile, mai! Ancor più quando si è
donne detenute. Sono però consapevole che, nonostante tutto,
l’altra metà del cielo ci appartiene, a tutte noi donne.
Nostro è il suo azzurro sereno, nostra la luce, i colori, ma anche le
nubi, la pioggia, il vento, la tempesta perché nostri sono i
sentimenti, le emozioni, come nostre sono la sofferenza, il
sacrificio, le rinunce… l’amore.
Per me, donna e reclusa, l’affettività è tutto questo: un turbine di
intense emozioni che può innalzarmi fino al cielo della felicità o
sprofondarmi nell’inferno della disperazione.
Bisogna ammettere che pur da detenuta mi è possibile non
soffocare la mia affettività, avendo la possibilità di periodici
colloqui e telefonate che permettono un confronto immediato con
i miei sentimenti.
La vera valvola di sfogo però sono le lettere: la cosa più bella in
assoluto! Infatti non hanno orari, non impedimenti, nessuno può
interromperle. A loro puoi affidare tutto, desideri, emozioni,
paure, lacrime. Tramite la carta puoi confessare, scoprire, farti
scoprire, giocare, litigare, far pace; far compagnia, voler bene,
conquistare, amare, soffrire.
In una lettera ti puoi raccontare, inventare, fantasticare,
immaginare, viaggiare, volare… evadere! Tornar qui e sorridere.
Tutto si può in questi fogli di piccola grande libertà. Puoi anche
stuzzicare, provocare e ritirarti, buttarti e ripensarci, sedurre, farti
sedurre, far l’amore… far sesso…
Ah, il sesso! Ecco il punto dolente per noi recluse, credo sia una
parte integrante dell’affettività, uno stimolo umano, un desiderio
legittimo, ma proprio nel momento in cui, forse, avremmo più
bisogno di essere rassicurate anche in questo, ci viene negato.
Palliativi ne esistono, eccome, ma palliativi appunto come
l’autoerotismo o l’omosessualità. Sull’autoerotismo non voglio
soffermarmi, appartiene alla sfera più intima di ciascuna di noi.
Dell’omosessualità ne posso accennare per averla osservata, vissuta
in terza persona. Ho conosciuto compagne che hanno avuto di
queste esperienze, magari solo per bisogno d’amore, di attenzioni,
per sentirsi importanti, per poterne parlare, per "provarci", per
essere alla moda o per passate delusioni. Anche questa è una
piccola libertà, ognuna se consapevole è libera di scegliere come
meglio vuol "farsi" la carcerazione, purché il tutto sia nel rispetto
delle altre compagne.
Quello che non sopporto è la prevaricazione, il volerci provare a
forza, questo no, non lo sopporto!
E pensare che le donne gay (vere) spesso sono goffe, timide,
prevedibili, mi farebbero tenerezza e sorridere se non fosse che in
carcere è meglio non attirare mai la loro attenzione perché
potrebbero diventare ossessive, appiccicose, morbose, gelose, a
volte violente. Roba da rinchiudersi in cella per sfuggire alle loro
avance o ancor meglio farsi trasferire di carcere.
Invece dovrebbe vigere il rispetto perché il fatto di essere
detenute non comporta a priori la rinuncia dei propri valori, della
propria dignità, del proprio "vivere", non è per intolleranza o
pregiudizio che dico questo, ma per la libera scelta che ognuna
deve poter fare.
Credo però che l’affettività sia anche… voler bene a se stessi,
perdonarsi, pazientare, smettere con il vittimismo, con le
lamentele, con la diffidenza ed il sospetto. Accettare finalmente la
pena quale logica conseguenza dei nostri sbagli; sono sicura che
questo ci aiuterebbe a vivere meglio qui dentro ed a ricostruire il
nostro futuro.
Personalmente so che pur conoscendo difficoltà, disagi,
sofferenze, sacrifici, piccole e grandi rinunce, starò male solo se e
quando mi accorgerò di non aver più niente da dare… ma forse
anche allora avrò pur sempre un sorriso, una carezza, un ciao per
tutti voi.
Francesco Morelli - Un punto di vista maschile
sulle corrispondenze da detenuto a detenuta
"Nel carcere a volte gli uomini imparano a sognare, le donne
smettono di sognare…
Neanche qui riusciamo ad andare d’accordo…"
Gennaio 2001
Da circa un anno e mezzo ho uno scambio di lettere con le donne
detenute alla Giudecca. In questo periodo ho conosciuto e
dialogato, credo utilmente, con Cristina, Bianca, Marianne, che
ora sono tornate in libertà. Attualmente sono in corrispondenza
con Giuliana, che si trova in Alta Sicurezza e spera di essere
declassificata quanto prima.
Dopo aver letto le opinioni delle donne su questo tipo di
corrispondenza, la prima tentazione è stata quella di rinunciarci
per sempre, ma ho anche considerato che tutte le "relazioni" avute
finora sono state positive, quindi che posso ragionevolmente
mettere in discussione quello che emerge dal loro articolo.
La corrispondenza tra detenuti, in particolare tra persone di sesso
differente, richiede buon senso e reciproca onestà, perché duri nel
tempo e non degeneri. Bisogna capire, innanzi tutto, che da un
altro detenuto non puoi aspettarti l’aiuto che potrebbe darti una
persona libera. Bene che vada, puoi ricevere qualche consiglio di
natura legale, o sulle migliori strategie di sopravvivenza al carcere,
se l’interlocutore ha un po’ d’intelligenza e di esperienza. È
difficile sperare in aiuti economici, perché ognuno ha già
abbastanza problemi per conto suo, e anche la prospettiva di
realizzare progetti in comune è molto remota.
Nella corrispondenza, di solito, ci riveliamo (e ci scopriamo)
diversi da quella che è la nostra immagine pubblica: magari siamo
abituati ad esibire un carattere di ferro, poi abbiamo bisogno di
uno spazio segreto in cui sfogare rabbie e frustrazioni, in cui
esternare anche il nostro dolore… se troviamo qualcuno disposto
ad ascoltarci.
Questo accade per le donne come per gli uomini ed il fatto di
essere detenuti non credo possa stravolgere certi comportamenti, li
rende solo più appariscenti. Il mostrarsi forti, in carcere, è quasi
una necessità: serve ad evitare tante piccole (e grandi)
sopraffazioni. Ma ciascuno di noi è un leone o una pecora, a
seconda delle circostanze, ed è proprio grazie a questa natura
"ibrida" che riusciamo a provare qualcosa di più umano, che non
sia unicamente il disprezzo verso chi è debole di carattere. Inoltre
interviene l’orgoglio, ad impedirci di denunciare le frustrazioni
che sperimentiamo ogni giorno.
Secondo me, le compagne della Giudecca si sentono più forti ed
autosufficienti perché vivono in una comunità di sole donne, dove
inevitabilmente sviluppano forme di compensazione all’assenza
degli uomini, che sono mitizzati, in senso positivo o, più spesso,
negativo: diventano così i molestatori, i violenti, i deboli con la
faccia da duri e così via. Accade la stessa cosa qui a Padova, del
resto, dove siamo tutti uomini e le donne vengono talvolta
facilmente classificate in due categorie: le sante (madri, sorelle,
mogli devote) e le puttane (tutte le altre… praticamente).
In carcere può succedere anche che gli uomini, che dedicano
qualche attenzione in più alle loro compagne, durante i colloqui o
tramite la corrispondenza, vengano derisi, considerati privi di
carattere; molti sono poi gli uomini che incolpano le donne di
essere all’origine delle proprie disgrazie. Sostengono di essersi
rovinati nel tentativo di procurarsi i soldi necessari per farsi
accettare da qualcuna, oppure per mantenere una relazione
dispendiosa, o anche per questioni di gelosia, e la misoginia trapela
spesso dai discorsi… naturalmente quando non ci sono donne
presenti.
Però è sufficiente che nella comunità entri una persona di sesso
differente e, di solito, gli atteggiamenti diventano più equilibrati,
gli stereotipi (positivi o negativi che siano) vanno in frantumi.
Solo vivendo vicino ad una persona puoi valutarne i pregi ed i
difetti, farti un’idea di come è realmente e decidere se vale la pena
di continuare a frequentarla: il resto è morale da caserma, al
maschile o al femminile non fa differenza, e non mi pare né
costruttiva né interessante.
Le considerazioni delle compagne sulla corrispondenza con gli
uomini sono in gran parte esatte, nella loro varietà. Ognuna
descrive un diverso aspetto della questione e ve ne sarebbero altri
da sottolineare. Per farlo, racconterò quello che succedeva alcuni
anni fa (e che probabilmente succede ancora) nel carcere di
Bergamo. Quell’Istituto ospita sia uomini che donne,
naturalmente in reparti rigorosamente separati. Soltanto il cortile
in cui le donne trascorrono le ore d’aria confina con il campo di
calcio maschile: tra le due aree c’è un muro altissimo e, sopra il
muro, sono fissati dei pannelli metallici che impediscono anche la
vista tra le finestre delle rispettive sezioni.
Però, dalla cella collocata all’estremità del reparto femminile, è
possibile vedere, lontana cinquanta metri, la finestra della cella
maschile n° 11 ed in questa cella passano tutti coloro che vogliono
salutare la "fidanzata", approfittando del momento concesso alla
socialità in sezione. Le donne, che hanno le celle aperte, si danno
il cambio all’unica finestra visibile e, pur di scambiare due parole
con gli uomini che interessano loro, finiscono con il farsi punire,
anche con l’isolamento.
Grazie alle presentazioni "a distanza", favorite da qualche amico (o
amica) che sta per uscire, è attraverso quel varco che nascono gli
amori carcerari, che avvengono le scenate di gelosia e le
riconciliazioni.
In attesa poi di potersi rivedere, i rapporti si sviluppano attraverso
la posta interna, anch’essa scoraggiata in ogni modo dalla
direzione, che non può vietarla, ma richiede l’affrancatura delle
lettere e impiega tre giorni per farle arrivare da una sezione
all’altra.
Queste lettere, a volte, sono custodite come reliquie, altre volte
vengono lette a tutti gli inquilini della cella (4 o 5), in particolare
quando hanno un contenuto più "spinto". È difficile dire chi
cominci per primo ad usare un certo linguaggio, se gli uomini o le
donne, ma di certo non ci sono troppi imbarazzi nell’invenzione
delle immagini più estreme.
Non sempre il rapporto è così spregiudicato, naturalmente, anzi
sono più frequenti le situazioni in cui i toni ricalcano i duetti di
Giulietta e Romeo. L’impressione è di assistere ad un gioco,
certamente triste, tuttavia ben accetto da entrambe le parti.
Evidentemente, in carcere, la sessualità degenera in fantasie
assurde, ossessive, e del resto non ha altro modo di manifestarsi.
Solo con il passare del tempo, con la somma degli anni di
detenzione e di quelli anagrafici, subentra un progressivo
disinteresse, forse più patologico che fisiologico…
È evidente che il carcere cambia le persone, ma questo non
significa che i cambiamenti debbano necessariamente essere in
negativo, oppure una finzione. Tanti detenuti, ad esempio,
iniziano a studiare in carcere, leggono e scrivono e fanno cose che,
fuori, nemmeno si sarebbero sognati. La mancanza di alternative,
evidentemente, ci costringe ad attingere a risorse che prima
trascuravamo.
Allo stesso modo, scopriamo l’esistenza dei sentimenti proprio
quando siamo lontani da un modello di vita nel quale essi sono
inflazionati. Le romanticherie, prive di gusto al punto da apparire
patetiche, sono il sintomo di un’immaturità sentimentale, prima
che estetica. Sono difficili da sopportare eppure andrebbero
educate, (non derise) se pensiamo che un sentimento, per quanto
espresso in maniera rozza, sia preferibile alla mancanza di
sentimenti.
Con Svetlana vorrei fare una riflessione in proposito: per quale
motivo "correte dietro" agli uomini, fuori dal carcere, se noi siamo
distratti ed insensibili? Lo fate per un interesse affettivo o per un
interesse materiale? Io penso che lo facciate per entrambe le
ragioni, ma soprattutto per la prima, e questo spiegherebbe bene
la disillusione che molte di voi mostrano di avere metabolizzato.
Le poesie e i fiori disegnati sui biglietti, saranno banali, ma volete
forse dirmi che preferite avere mariti e fidanzati infedeli, magari
anche duri e distratti, invece di quelli che vi scrivono in versi?
Conosco pure io compagni che, quando erano liberi, non si
curavano affatto della famiglia ed in carcere si scoprono mariti e
padri affettuosi. Se lo siano diventati veramente, si vedrà quando
escono. In questo momento non possono fare alcunché di tangibile
per le loro donne, quindi per non sentirsi inutili, o per la paura di
essere lasciati, si "convertono" al sentimentalismo.
Ripensando alle compagne con le quali ho scambiato
corrispondenza, ciò che più mi ha impressionato di loro è stata la
mancanza di progetti che fossero appena un po’ ambiziosi.
Nessuna mi ha scritto di avere in mente una crociera intorno al
mondo, di voler fondare una Casa di moda o di volersi candidare
al Premio Nobel… come mi è capitato di sentir dire, anche molto
seriamente, da alcuni detenuti.
Certo, sono sogni, ma forse servirebbero ad affrontare la vita con
maggiore entusiasmo. Già abbiamo tanti limiti da rispettare, tante
regole da seguire, e dobbiamo anche tarpare la fantasia in nome
del "sano" realismo istituzionale!? Faccio riferimento all’istituzione
perché credo che questa autocensura sia conseguenza del
trattamento cui siamo sottoposti. Rappresenta un elemento
negativo, infatti, dichiarare all’educatore, o allo psicologo, di
avere progetti di vita differenti dal modello che "pensano"
dovremmo adottare dopo l’uscita dal carcere: una casetta, una
famigliola, un posticino di lavoro. Sembra che dobbiamo tornare
liberi esclusivamente con questi obiettivi, altrimenti potremmo
essere "ancora" pericolosi per la società, che spesso ha paura delle
persone capaci di sognare.
Francesco Morelli - I detenuti e le detenute devono
stare separati per ovvi motivi
Riflessioni sulla sessualità in carcere e dopo, a partire dallo
"strano" incontro di un detenuto della redazione di Ristretti con la
redazione femminile della Giudecca
L’articolo che segue raccoglie le riflessioni di un detenuto che è
entrato in "permesso premio" nell’Istituto Penale Femminile della
Giudecca, come volontario che lavora nella nostra redazione.
Maggio 2002
Quando rientri da un permesso non hai nessuna voglia di scrivere
quello che hai provato. Dopo anni di emozioni controllate gli
spunti non mancherebbero ma, uscendo, assieme alla vita libera
riscopri il piacere della riservatezza, negato dal carcere. Il
traguardo rieducativo, infatti, "impone" che tu sia un libro aperto,
che confessi (meglio se davanti a un pubblico) le tue debolezze e i
tuoi desideri. In un certo senso non importa se reciti, l’importante
è parlare molto, in modo che i vari operatori possano raccogliere
elementi per capire se sei sincero o se fai la commedia.
Io mi sono adeguato, pur continuando a credere che le
"confessioni intime" non dovrebbero essere mai richieste e, a
maggior ragione, riguardo ai permessi. Quindi ne parlerò il meno
possibile, facendo soltanto delle eccezioni in casi particolari.
Questo, mi pare proprio lo sia.
Durante l’ultimo permesso sono entrato alla Giudecca, in un
carcere femminile! Mi hanno forse scambiato per una donna?
Neanche per sogno, ci sono entrato in veste di "volontario": ho
consegnato il documento d’identità, depositato gli oggetti
personali negli armadietti dei visitatori; in portineria mi hanno
perfino chiamato "signore"!
Ho potuto incontrare le compagne della redazione veneziana…
cosa che sul momento non mi è parsa tanto strana: collaboriamo
da quasi tre anni, sia pure a distanza, e di loro conoscevo i nomi e
le storie, pur non avendole mai viste di persona. Che si sia trattato
di un piccolo evento l’ho capito in seguito, ripensando alle
modalità della riunione: nell’ufficio degli educatori, con la porta
aperta e alla presenza di quattro volontari veri, cioè persone non detenute.
"I detenuti e le detenute devono stare separati, per OVVI
MOTIVI", scrivono, in un tema, gli studenti di terza media che
abbiamo incontrato lo scorso mese a Limena. I ragazzi riescono a
dire, con naturalezza, ciò che gli adulti non osano: bisogna evitare
qualsiasi occasione di possibile intimità tra detenuti di sesso
diverso. Sarebbe "pericoloso" (oltre che immorale).
Del resto, per molte persone è scandaloso pure che i detenuti
vogliano avere degli incontri intimi con i propri partner liberi,
figurarsi che cosa penserebbero se nelle carceri vi fossero spazi di
vita comune tra uomini e donne.
Per conto mio, ho percepito subito una notevole affinità con le
donne della Giudecca: condividiamo la stessa esperienza e
abbiamo, chi più chi meno, gli stessi problemi, nel rapporto con
l’esterno, con le rispettive famiglie. Di questo abbiamo parlato ed
anche con franchezza.
Non intendo, però, fare una cronaca dell’incontro; preferisco
approfondire il tema di cui abbiamo discusso "la sessualità vietata
ai detenuti", perché penso che su questo argomento si debba
lanciare un’iniziativa forte, per uno svecchiamento culturale che
chiama necessariamente in gioco anche chi è estraneo ai problemi
strettamente carcerari.
Sulla nostra strada ci sono due grossi ostacoli: la concezione del
sesso come vizio e la sua degradazione a "bene di consumo". La
religione ne fa il peccato per eccellenza e il materialismo ce lo fa
percepire come un privilegio.
Sul primo problema Adriano Sofri ha scritto un articolo, di grande
lucidità intellettuale, dal titolo "Il sesso del prigioniero mandrillo".
Ne riporto integralmente un brano, che vorrei aver scritto io: "Il
sesso è piacere e vizio: è peccato. Dunque, la privazione sessuale
non ha bisogno neanche di essere presa in conto nei codici,
nominata nei regolamenti, per essere imposta come costitutiva
della prigionia. Essa appartiene alla necessaria afflizione: di più,
essa è il cuore dell’afflizione. Tutto ciò ha fatto dimenticare che la
privazione sessuale è una barbarie che si aggiunge alla privazione
della libertà e al dolore: e fa apparire l’ipotesi della possibilità
regolata di una relazione sessuale come un cedimento spericolato e
lussurioso fatto al piacere, cioè alla peccaminosa superfluità,
dell’animale umano in gabbia. Vi si svela il fondo sessuofobico di
ogni reclusione e di ogni castigo".
Sul secondo aspetto non mi pare vi siano analisi altrettanto
precise, ma è sufficiente ricordare la famosa canzone di un altro
Adriano, Celentano, "Chi non lavora non fa l’amore", per rendersi
conto che il sesso bisogna "meritarselo" e rappresenta pure uno
degli strumenti di controllo sociale più efficaci.
Quando la religione aveva ancora un peso preponderante nella
definizione delle convenzioni, bisognava essere sposati per poter
fare del sesso in maniera lecita; oggi bisogna essere "produttivi"…
pensate allo sconcerto che suscitano le storie d’amore tra persone
disabili, o tra malati di mente. Questo atteggiamento viene
giustificato (con una logica un po’ nazista), con il "rischio" che
nascano dei bambini a loro volta ammalati, quindi senza un
futuro. Ma è soltanto una scusa; nei fatti, in una comunità che si
pone come traguardo più alto la produzione (di beni e servizi), io
credo che chi è improduttivo rappresenti un peso, un’anomalia da
correggere, una "sottospecie" dalla quale è necessario differenziarsi
il più possibile.
Poiché la vita sessuale è l’elemento che più accomuna tutti gli
uomini, a fronte di tante diversità (dalla cultura, alle fattezze,
etc.), ecco che il vero spartiacque tra i "normali" e gli "anormali" è
il pacifico riconoscimento del diritto alla sessualità per i primi e la
negazione dello stesso per i secondi. E non c’è dubbio che noi
detenuti apparteniamo alla seconda categoria: per la legge siamo
"soggetti socialmente svantaggiati", proprio come per i disabili e i
malati di mente.
Questo vuol dire che le persone normali faranno il possibile per
"aiutarci" e, allo stesso tempo, per ribadire la distanza che c’è tra
noi e loro. L’amore in carcere? Quando mai? Al massimo c’è la
perversione, lo sfogo animalesco, la prostituzione…
In questi mesi ho letto tanti documenti sulla sessualità dei
detenuti, dai trattati scientifici ai racconti, a volte deliranti, a
volte fortemente ironici degli internati nell’Ospedale Psichiatrico
Giudiziario, ma non ho trovato nulla che riguardi il dopo –
carcere, quando si presume che la persona rimessa in libertà
riprenda una vita "normale", anche sotto il profilo sessuale. Forse
si dà per scontato che sia così e, quindi, non c’è nemmeno il
bisogno di parlarne…
Una risposta certa non ce l’ho, posso soltanto dire che nelle prime
uscite in permesso ho scoperto tante altre "disfunzioni", piccole e
grandi, che il carcere mi ha provocato: la messa a fuoco della vista
è bloccata sui cinque metri, la dimensione della cella, e oltre
questa distanza vedo immagini annebbiate; non riesco a
orientarmi, a riconoscere le vie e le piazze della città, dopo dieci
anni vissuti percorrendo sempre lo stesso corridoio; le notti le
passo insonni, perché mi manca la rudezza della branda (i letti veri
sono troppo "comodi") e anche il sottofondo di rumori del carcere.
È molto difficile sentirsi "normali" quando ti usano per degli
esperimenti (saranno di tipo sociale, ma la parte della cavia la fai
ugualmente) e forse questo è un motivo in più dei tanti fallimenti
sulla strada del reinserimento: tutto è "scientifico", studiato e
collaudato. Troppo scientifico e troppo poco umano… a un certo
punto senti il bisogno di ribellarti, anche solo per demolire le
certezze di quelli che credono di sapere tutto di te.
Elton Kalica - Vini
Tutte le mattine, dal tavolino del nostro bar preferito, mentre ci
prendiamo il caffè, vediamo passare una folla di persone, stiamo a
guardare immobili, come fosse un fiume primaverile che scorre,
senza soffermarci sulle particolarità, i dislivelli o i ripetuti sbalzi
dell’acqua, fintanto che la nostra attenzione viene catturata dal
passaggio lento di una foglia caduta da chi sa dove; di un fiore
caduto per sbaglio da una mano tremante; di un vecchio ramo che
vuole finire i suoi giorni in un paese lontano.
Osserviamo sempre ciò che rompe l’uniformità. Gli occhi immersi
in qualche pensiero fisso guardano assenti la folla frettolosa,
finché non arriva ondeggiando, una donna alta con il passo
slanciato e una gonna cortissima e rossa, o un uomo che corre
inseguito da qualche pericolo, oppure una creatura strana uscita da
chi sa dove e con delle sembianze indefinibili, che solo lui,
creatore di se stesso, conosce. Osserviamo con interesse ciò che
non è grigio, anche se a volte può essere sgradevole. La
moltitudine crea sempre uniformità e da questa inevitabilmente
balza fuori il diverso, quello che si fa notare con curiosità e che
fissiamo nella nostra mente con mille domande silenziose,
supposizioni sciocche, pensieri inadeguati. Allora appoggiamo sul
tavolo la tazza di caffè e guardiamo la diversità che si distacca nel
panorama dei volti grigi, giacche svolazzanti.
Certo che quando dedichiamo un momento di riflessione a
qualcosa o qualcuno poi ce ne ricordiamo a lungo: difficilmente si
dimentica quel particolare momento che ha richiamato
silenziosamente la nostra attenzione. Anche soltanto dedicare
pochi pensieri, ci fa sentire creditori, ne prendiamo nota e a volte
richiamiamo a nostro piacimento, tutti i dettagli e le sfumature.
Tentiamo sempre di riempire i nostri diari, gli armadi, i bagagli e
le teste di cose diverse, singolari; in seguito se ci viene chiesto
cosa abbiamo fatto durante il primo anno di scuola, non
raccontiamo le lunghe ore di studio e le interminabili
interrogazioni, ma le sorprese, gli amori, le delusioni, i torti subiti,
i rancori scolpiti nella memoria; se ci domandano chi abbiamo
visto passare, non rispondiamo di aver visto 235 uomini e 164
donne mentre correvano al lavoro, a scuola, a casa, ma di aver
notato una bella gnocca con una minigonna di Gucci; un gangster
con la scorta e con un diamante al dito; un pazzo da legare tatuato
in testa; un travestito con gli occhi gonfi. Amiamo parlare di ciò
che esalta, che travolge.
Le moltitudini compatte, a mia sorpresa, le ho trovate anche in
carcere, mentre scontavo una pena di sei mesi per aver dato un
pugno a mia moglie – veramente i pugni erano stati più di uno ma
preferisco dire così a chi me lo chiede. Ce la prendiamo sempre
con i muri, le porte, gli armadi, la macchina per i nostri errori o
disgrazie, e ce la prendiamo con la moglie per le nostre incapacità
e trascuratezze.
Entrai nel carcere con delle paure, dei preconcetti e delle idee
insinuate dai celebri film di storie terribili. Trovai le stesse scene,
i luoghi immaginati, ma non i personaggi che mi sembrava di
ricordare e con le loro teorie sull’onore e sulle filosofie di vita. I
carcerati, anche se diversi dalla mia immaginazione, si
assomigliavano tutti nei loro sguardi scivolosi, a volte persi e
remoti e altre volte sagaci; si assomigliavano nelle loro mani
bianche e sfuggenti, come se le avessero tenute sempre a mollo,
anche quando le dimenavano per aria in discorsi persuasivi; si
assomigliavano nei loro corpi appesantiti dalla sedentarietà che
schiaccia le ginocchia magre. Sembrava irreale vedere questi
denominatori comuni che quasi tutti conservavano con gelosia e
che, anche i nuovi giunti prevedevano di assumere: veramente una
massa molto compatta nelle sembianze.
Ma anche lì, a volte saltava fuori la diversità: un magro psicotico
che ripeteva delle frasi precostituite o un piagnucolone che
inseguiva i nuovi arrivati raccontando le sue disgrazie e la propria
innocenza, oppure l’effeminato con le unghie rosse e il culo
grosso.
Così, quando gli amici seduti intorno ad un tavolo, mi chiedono di
parlare del carcere, richiamo sempre alla memoria quei quattro
elementi che uscivano dall’uniformità. Si parla della diversità più
facilmente e con più accuratezza perché la normalità si guarda con
occhi svagati, mentre ciò che la rompe si osserva con curiosità, e la
curiosità fa annotare nella memoria i dettagli, ed era curiosità
quella che mi obbligava ad osservare con meraviglia e minuziosità
un uomo molto diverso: il suo nome era Vini.
Vini fu la prima persona che vidi appena entrai nel penitenziario.
La mia cella era di fronte alla sua, quindi spesso oltraggiavo la sua
intimità sbirciando la sua vita informe. I primi giorni della mia
permanenza in quella cella erano talmente confusi che non mi sono
neanche accorto di avere un vicino di cella. Pensavo soltanto a
come sarei sopravvissuto per sei mesi in un luogo cosi piccolo e
sporco, a cosa mi sarebbe successo, a quello che sarebbe cambiato
fuori dopo la mia interminabile assenza. Avevo paura di alzarmi
dal letto e camminare, di affacciarmi al cancello e vedere cosa
succedeva, di parlare con la guardia e affrontare l’incognito. Poi
scattò il meccanismo che la sofferenza impone e le cose
cominciarono a diventare familiari: presi confidenza con la
televisione – l’unico interlocutore libero – con il lavandino –
l’unica cosa veramente necessaria – con il corridoio che univa
ventisei celle mescolando un unico, nebuloso insieme di rumori,
odori, voci, pianti, risate, che ora neppure ricordo.
Più difficile mi fu prendere confidenza con l’idea di vedere la
faccia di Vini ogni giorno.
Vini era un uomo che si comportava da donna, o usando il gergo
del carcere, un frocio perso. In precedenza non avevo conosciuto
dei froci, quindi, essendo i miei parametri di giudizio molto
inflessibili, inizialmente il mio pregiudizio m’impediva perfino di
guardare Vini.
Descriverlo è veramente una impresa ardua; spesso vediamo cose,
facce, gesti, scene che riusciamo a classificare verbalmente come
normali, anormali, felici, infelici, patetici, cinici, e con mille altri
aggettivi, ma a volte, proprio per la loro particolarità, ci è difficile
anzi impossibile descriverli. Bisogna essere degli psicologi per
descrivere i gesti di un uomo mentalmente morboso e Vini era
veramente tale. Il suo viso riusciva a cambiare, dietro il suo
comando, una quantità di mimiche ed espressioni, e curiosamente,
ciò che invece non mutavano erano gli occhi: piccoli e tondi che
uscivano come se volessero sfuggire dalle cavità; le due grandi
occhiaie rosa che più di stanchezza indicavano benessere,
mettevano in risalto le piccole orbite, esageratamente instabili.
Inconfondibili erano anche le sue guance, sempre rosa, che si
univano in un solo muso rotondo, che perdeva armonia soltanto
dal piccolo naso e dallo spacco netto e lungo della bocca, così da
fargli assumere le sembianze di una rana, il tutto era inquadrato
da dei cappelli ricci, rasati sui lati e lunghi una decina di
centimetri sopra la testa.
Nella mia cella ogni cinque minuti si sentiva un acuto singhiozzo;
siamo abituati a detestare i singhiozzi perché un volta comparsi
non spariscono più per lunghi e fastidiosi minuti: Vini invece ne
emetteva uno, singolo, tagliente e con il suono femminile che
ricordava il singhiozzo di una bambina. Questo strano suono che
arrivava in tutte le celle con regolarità aveva ormai abituato le
orecchie dei carcerati, ma per me fu sempre un vero tormento.
Diventò un incubo a tal punto che finivo per chiudere il blindato
e mi coprivo le orecchie con il cuscino.
Mentre Vini appoggiava con delicatezza le punta delle dita sul suo
immaginario seno e si esibiva con gli occhi chiusi in quel suono
acuto e veloce, mi riempivo di odio per questo suo lungo, lento ed
interminabile singhiozzo, prodotto da quella brutta bocca da rana;
lo guardavo con ripugnanza: diventò una condanna aggiunta.
Niente si conserva nel tempo, i colori dei vestiti e dei muri che
vanno sbiadendo, le materie che si arricchiscono continuamente di
segni e si appiattiscono, le opinioni che mutano i loro colorati
indumenti; spesso anche i sentimenti cambiano e le persone odiate
finiscono per essere accettate. Mi abituai all’idea di avere un
frocio in condominio e, cosa più importante, le mie orecchie si
abituarono ai suoi singhiozzi. Credo che anche Vini avesse capito
la cessazione delle ostilità; mi salutava con molta gentilezza
quando mi affacciavo al cancello per vedere se arrivava la posta, il
mangiare oppure le sigarette. In carcere si attende sempre qualcosa
e con impazienza: appena ti viene in mente una lettera vai al
cancello e vedi se arriva la posta; ti viene in mente un parente e
vai a vedere se ti chiamano per qualche colloquio; hai fame e vai al
cancello a vedere se arriva il carrello. Cosi, mentre immerso nel
pensiero che mi aveva spinto al cancello attendevo il rumore dei
passi, immancabile giungeva la voce di Vini: “Ciao Luca!”
Lo guardavo sempre con gli occhi di uno che è stato appena
svegliato.
“Buongiorno, buongiorno Luca, che bel sole oggi” aggiungeva con
la massima femminilità nella sua voce.
Non ho mai risposto ai suoi saluti, ma non li ho mai ignorati. Mi
piaceva fissarlo con durezza senza dire una parola, un po’ per
gioco, credo, o forse per comunicargli il mio disappunto; non si sa
mai comportarsi con quelli strani, quelli fuori della norma
”Si, si è una bella giornata” rispondeva poi da solo al suo
commento, poggiando una mano sull’immaginario petto e facendo
risuonare con il suo singhiozzo il corridoio.
Ed è stato proprio in questo periodo di “distensione” che accade
quello cui non si crederebbe mai di dover assistere finché non ti ci
trovi davanti, in modo palpabile e reale.
La cella di Vini era tutta di colore rosso, le tende, le lenzuola, la
tovaglia, le ciabatte, il grembiule e perfino gli stracci con i quali
spolverava ogni mattina. In quel periodo di “distensione”, come
ho già detto, avevo accettato l’idea della sua presenza ed avevo
cominciato ad osservare i suoi veri gesti e le attività monotone.
Lo sbirciavo spesso in quegli ultimi giorni, ma in realtà senza un
occhio particolarmente indagatore. Faceva parte della nostra
relazione di buoni vicini: ci si diverte sempre a sbirciare i vicini,
soprattutto quando ci regalano delle stranezze, e Vini era tutto
uno spettacolo che “intratteneva”. Girava per la cella camminando
sulle punte dei piedi, la mano penzolava sempre priva di comando,
per accentuare la sua femminilità; si legava un asciugamano in
testa e cantava una vecchia canzone napoletana: insomma, si
credeva una vera donna di casa e si teneva impegnato per tutta la
mattina. Con puntualità si fermava, metteva la mano sul petto
immaginario e aspirava quel suono da strano singhiozzo.
Realizzai che Vini durante gli undici anni della sua spensierata
permanenza in quella cella, aveva ripetuto con maniacalità gli
stessi passi, gli stessi gesti, la stessa canzone, lo stesso singhiozzo.
La sua quotidianità era riassunta in un unico nastro che
continuava a girare da undici anni.
Dunque, fu proprio in quei giorni ricchi di curiosità che vidi
rompersi questa quotidianità. È strano come a volte scopriamo
cose che sono state ferme, immobili, immutati da sempre e poi,
appena cominciamo ad interessarcene, le vediamo frantumarsi,
mutare, distruggersi come se avessero atteso secoli prima di
regalare questo cambiamento esclusivamente a noi. Ci si domanda
poi se siamo lì, spettatori involontari, richiamati soltanto per
assistervi e allora pensiamo che, senza di noi, forse non sarebbe
successo niente e tutto avrebbe continuato ad essere uguale per
sempre. Ero entrato in carcere da appena un mese per aver
picchiato mia moglie e dopo settimane interminabili di rimorsi,
inquietudini, pianti, avevo cominciato ad abituarmi allo sporco dei
muri, al freddo dei cancelli, alla falsità della gente ed anche a Vini,
il mio vicino di cella frocio perso.
Era l’ora di socialità e stavo scrivendo una lettera, quando vidi tre
detenuti entrare nella cella di Vini.
A quell’ora scrivevo sempre delle lettere ed ero sempre seduto
verso il cancello, cosicché vedevo tutti i suoi movimenti. Di sera il
regolamento del carcere permetteva un paio di ore di socialità tra i
detenuti della stessa sezione. Vini non usciva mai dalla cella per
fare socialità e in quei pochi giorni di “distensione” non avevo
visto nessuno andare da lui. Avevo guardato il mio vicino sempre
nella sua viziosa solitudine e ora che c’erano tre uomini con lui mi
sentivo nervoso. Appoggiai sul tavolo la penna e mi accesi una
sigaretta, si fuma sempre quando ci si trova in nuove e inaspettate
circostanze.
La cella rosa, una volta l’unico panorama, dove rilassavo il mio
sguardo quando si stancava dei pensieri, dove Vini trovava tutto
lo spazio necessario per i suoi grotteschi balli, innaturali salti e
disturbanti singhiozzi, ora era stata trasformata in un piccolo e
incolore quadrato, dove quattro uomini si stringevano
oscurandolo. Parlarono e risero per una decina di minuti come dei
vecchi amici, loro in piedi e Vini seduto sul suo letto. Nessuno
degli ospiti girò la testa per guardare dalla mia parte, ed io,
uditore silenzioso, cercavo di cogliere i dialoghi.
Poi uno s’avvicinò a Vini, gli mise la mano sui capelli ricci come
una lunga ombra obliqua, nascondendo al mio sguardo la sua
faccia. Il rosa delle tende penetrò attraverso il braccio teso e la sua
schiena gobba, avvolgendo gli occupanti della stanza, silhouettes
anonime che ora sono in me presenti solo come memorie sfocate.
Forse l’uomo chiedeva a Vini di ballare, di ridere, oppure di
baciarlo; forse Vini aveva atteso quell’incontro da tempo, e ora si
preparava a ballare, ridere, baciare. La controluce colpisce l’occhio
impedendogli di decifrare le sfumature, ma spesso, quando si
conoscono i particolari, le sagome diventano eloquenti, i
movimenti si traducono in chiare scene e tutto trova il suo senso e
il suo posto nella memoria.
Così, dopo che i due ospiti si unirono in un’unica ombra,
discostandosi dalla scena come un sipario, vidi in controluce la
sagoma dell’altro protagonista abbassarsi i pantaloni e avvicinare il
braccio, che cadeva sulla testa di Vini, verso la propria nudità. Si
chinò verso la sua mano che non si fermò ma cominciò ad
ondeggiare avanti e indietro; il braccio, ormai l’unico arto mobile,
faceva un lento movimento come se lui si stesse masturbando, poi
si staccò dalla testa scura di Vini, rimasta ormai per inerzia l’unica
cosa mobile. Mentre il movimento perverso prese velocità, l’ospite
levò la mano dietro la testa in segno di abbandono, come se
volesse dimostrare ai suoi silenziosi amici, oppure a me, lontano
spettatore, il suo godimento per quel fellatio.
“Assistiamo spesso a delle stranezze, a volte con piacere, altre
volte con disgusto, ci succede comunque di portarle impresse nella
memoria per sempre. Durante la mia breve permanenza in carcere
fui costretto ad assistere ad una scena che mi fece vomitare, ma
nel momento in cui gli amici ancora oggi mi chiedono di parlare
del carcere, richiamo sempre alla memoria la storia di Vini.”
“Si parla della diversità con più facilità poiché la normalità si
guarda con gli occhi immersi in qualche pensiero estraneo, mentre
ciò che la rompe si osserva con curiosità, e la curiosità fa annotare
i dettagli nella memoria. Ed era curiosità quella che mi obbligava a
continuare a guardare la sagoma di quell’uomo che con la testa
china parlava ad un altro uomo, forse pazzo, che immaginavo fosse
talmente impegnato da non poter rispondere.
Non so se sarei rimasto a guardare anche gli altri ospiti che
sicuramente attendevano il loro turno, ma accadde che, quando
l’ospite fu congedato, e mentre dal buio del muro si staccò un'altra
ombra per prendere il suo posto di fronte a Vini immobile, il
primo si accorse della mia presenza, reagì senza neanche indossare
i pantaloni. Venne al cancello, allungò fuori la mano tirò il
blindato, lasciandolo socchiuso. Calò il sipario anche se solo per il
primo atto.
Tutti abbiamo visto degli omosessuali per strada, in autobus, al
lavoro, intendo dire quelli effeminati che si fanno riconoscere,
sappiamo che ce ne sono altrettanti in closet, ma oltre ad essere
consapevoli della loro perversione non ci soffermiamo ad
immaginarli nei loro anormali rapporti. Tra il sapere che una cosa
succede e il vederlo, oppure immaginarlo, c’e una grande
differenza; almeno questo è ciò che ho pensato quella sera, prima
nel vedere in controluce quell’amplesso, e poi quando ho assistito
alla drammatica conclusione di quella inconsueta visita dei tre
uomini nella cella di Vini.
Dopo che l’ombra nuda aveva chiuso il blindato, scappai dalla mia
poltrona verso la finestra per prendere un po’ d’aria. Dopo essere
andato a farmi un caffè e fumare una sigaretta in bagno, tornai al
posto di prima. Ripresi la lettera lasciata a metà e cercai
inutilmente di trovare le idee lasciate in qualche angolo che ora la
mia mente sconvolta non ritrovava più. In cambio, accesi la
televisione come se le sue immagini sconnesse mi dovessero
riportare indietro di mezz’ora, per poter cosi, dimenticare le scene
ormai radicate. Era come se qualche oscuro mistero cercasse di
tenermi concentrato su quell’Ante Prima che non avevo chiesto di
vedere, forse era la stessa misteriosa entità che mi aveva spinto di
bere e picchiare mia moglie che ora, m’imponeva di essere
testimone di ciò che si stava consumando dietro il blindo
socchiuso.
Stavo pensando di buttarmi sul letto, quando all’improvviso ebbe
inizio la seconda parte: Il blindo della cella di Vini si spalancò con
forza liberando un urlo lungo e rocco “Aiuto!” Lui si era
aggrappato con le mani al cancello e cercava d’infilare la faccia
insanguinata tra le sbarre, le labbra spaccate e gonfie non
cambiavano il suono che usciva già articolato dai polmoni.
Realizzai che fosse nudo soltanto quando una mano strinse i suoi
capelli e lo tirò indietro staccando la sua faccia rossa dalle sbarre
dove rimasero aggrappate le sue lunghe dita; dopo un secondo,
anche le mani mollarono la presa per difendere la faccia dai pugni
e dagli schiaffi che la colpivano.
Uno degli ospiti poi, indossò in fretta i pantaloni e si affacciò al
cancello guardando preoccupato verso il corridoio, in attesa della
guardia che arrivò con passo lento e la testa alta. “Ragazzi arriva
la guardia” disse, ma l’avviso fermò solo parzialmente il pestaggio:
uno andò subito in bagno, mentre l’altro ora controllava
l’andatura sempre lenta dell’agente “Minchia! Me che state
facendo aa? Fermati ca l’amazzi a cussi! Collega! Venni ca
s’acchiapparono arriri chisti ca!” Arrivarono altre due guardie, si
posizionarono davanti al cancello e mi oscurarono la visione di
Vini raggomitolato che si contorceva tra il sangue, i lividi, i dolori.
Ascoltavo però il suo pianto, e la chiave che apriva
rumorosamente il cancello per fare uscire i protagonisti dello
spettacolo. “Che succediu aa?” “Niente appuntato, Mirco si è
arrabbiato con Vini perché, l’ha trovato che barava a carte” “Sì
appuntato, gli ho detto che non sopporto i bari, perché lui si era
segnato di nuovo le carte da gioco.” “Picchiasti arriri u puipu
perché ti rrobbava i caite? Ma a cu u racconti sta minchiata tu aa?
Avanti, in cella ca ora viene u ispettura e parla idu cu u puipu!
Avanti!”.
Ascoltai questo dialogo guardando le schiene delle tre divise, che
poi si mossero per accompagnare nelle rispettive celle i
protagonisti di questa parte chiaramente già recitata in quello
stesso palcoscenico, e che sicuramente sarebbe stata messa in scena
nuovamente in futuro.
Stavo fissando le tende color rosa, quando Vini si levò da terra e
con la testa bassa indossò con velocità i pantaloncini e la
canottiera del medesimo colore. Poi appoggiò con delicatezza le
punte delle dita sul suo immaginario seno e con gli occhi chiusi
singhiozzò con quel solito tono acuto e veloce, si avvicinò al
cancello e allungo la mano per tirare il blindo, ma prima di
chiuderlo mi guardò per un ultimo momento, come se avesse
capito la mia attesa della conclusione di questa storia che mi aveva
tenuto con il fiato sospeso per quasi due ore, come se sapesse che
io ero stato mandato lì per assistere a quell’evento. “Non è
successo niente sai, stavamo giocando a carte e abbiamo litigato,
adesso però devo andare, Ciao! Ciao!” Mi parlò con una voce da
bambina sbattendo le palpebre, forse in segno d’imbarazzo per il
suo aspetto orribile. Aveva un occhio viola, la bocca spaccata e
gonfia e dal naso colava del sangue che già si stava coagulando. La
maglietta sgualcita era piena di macchie rosse, nere, marrone, e
l’aveva messa a rovescio.
Siamo abituati a vedere, parlare, toccare persone in condizioni
normali, ordinate, pulite. Quando ci imbattiamo in quello diverso,
quello che esalta, che stravolge, e che non appartiene alla massa, lo
guardiamo con curiosità e diffidenza, ma li notiamo sempre nelle
loro vesti migliori – una bella gnocca con una minigonna di Gucci,
un gangster con la scorta e con il diamante al dito, un pazzo da
legare tatuato in testa, un travestito con gli occhi gonfi ma
coerente nella sua metamorfosi – così odiamo, aborriamo,
accettiamo, sogniamo, amiamo quello che è peculiare alla diversità,
mentre io vedevo Vini in una condizione rivoltante e misera, che
mi parlava con le sue frasi nauseanti che prima forse mi
divertivano e ora invece mi facevano inorridire.
Essere presente a quella scena mi ha fatto veramente male, forse la
punizione che mia moglie aveva scelto per me era proprio quella,
di farmi assistere al male vero.
Non so quante volte nella sua vita, Vini sia passato attraverso
quella situazione, forse un’infinità; ciò che per noi è diversità,
spettacolo, per altri può essere routine, normalità; ma io che fui
presente quell’unica volta da spettatore, ho tutto impresso nella
mente e rivivo la scena cui ho assistito in carcere tutte le volte
che la racconto ai miei amici.
Per quanto riguarda me e mia moglie, beh, siamo tornati insieme e
non le ho più dato uno schiaffo, anche se un paio di volte la
tentazione è stata forte; ho imparato la lezione.
Francesco Morelli - Il sesso in carcere quello che
non si dice… e non si fa
Qui si impara forzatamente a vivere facendone a meno:
naturalmente si soffre, per questa privazione, ma nella maggior
parte dei casi si cerca almeno di sopportarla con dignità
Luglio 2001
Abbiamo trattato diversi temi "difficili" però del sesso in carcere
non parliamo mai… anche perché, obiettivamente, come si fa a
scriverne? Non me la sento di intervistare un compagno
chiedendogli: "Mi dici qualcosa sulla tua vita sessuale?"; nemmeno
posso trasformare il giornale in un diario intimo…
Credo sia possibile affrontare questo argomento solo attraverso dei
discorsi ragionati, sorretti dall’osservazione e dalla conoscenza
delle espressioni (o non espressioni) che assume la sessualità nelle
persone detenute.
Il fatto che se ne parli pochissimo alimenta, com’è ovvio, la
curiosità di quanti non conoscono il carcere da vicino e a volte
questa curiosità inappagata si trasforma in ipotesi molto
fantasiose, basate sul "sentito dire", o magari sulle immagini del
cinema carcerario americano.
La realtà (per quanto ne so) è molto diversa, deluderebbe
senz’altro un interesse di natura morbosa, perché in carcere di
sesso se ne fa pochissimo, se ne parla altrettanto poco e, con il
tempo, si smette addirittura di pensarci. Semplicemente si impara
a vivere facendone a meno: naturalmente si soffre, per questa
privazione, ma nella maggior parte dei casi la si sopporta con
dignità.
I rapporti omosessuali rappresenterebbero la conseguenza più
prevedibile, mancando la possibilità di intrattenere relazioni
intime con persone dell’altro sesso, eppure io ritengo che questo
fenomeno sia molto circoscritto… anche se, evidentemente, non
posso essere al corrente di tutto ciò che accade.
In una decina di anni, nelle otto carceri che mi hanno ospitato, ho
conosciuto quattro - cinque compagni che praticavano rapporti
omosessuali senza preoccuparsi di tenere segreta la cosa; altrettanti
di cui "si diceva" avessero rapporti. Di casi di violenza sessuale, tra
tutti gli istituti (nei periodi in cui mi ci trovavo) ne è accaduto
"solo" uno.
Chi pratica il rapporto omosessuale solo perché non ha alternative,
spesso lo fa sotto l’effetto dell’alcool o di qualche droga (perché a
mente lucida non se la sentirebbe) e questo vale per gli etero, ma
anche per gli omosessuali, quando manca una vera motivazione
affettiva: il sesso senza amore, già poco gratificante tra persone
libere di scegliere il "genere" del partner, diventa terribilmente
deprimente e degradante, per chi questa scelta non può farla.
Credo questo sia il motivo principale per cui le pratiche
omosessuali sono, tutto sommato, rare; in particolare, lo sono
negli istituti dove molti detenuti hanno pene elevate, cosa che può
apparire paradossale.
Si spiega benissimo, invece, se pensiamo che, proprio nel corso
delle detenzioni più lunghe, le persone sviluppano quel rispetto
per se stessi che permette, a molti, di smettere l’uso dell’alcool e
del tabacco, che porta a curare il proprio corpo con lo sport e la
propria mente con lo studio. La controprova, se vogliamo, è nel
fatto che la maggior parte degli episodi citati prima è avvenuta in
carceri circondariali e riguardava persone da poco arrestate.
Tra i detenuti vi sono persone effettivamente omosessuali, com’è
logico sia, e di solito vengono trattate con rispetto dai compagni:
non sono discriminate in quanto "diverse" e nemmeno si approfitta
delle loro preferenze sessuali per avere rapporti facili.
Episodi come quello raccontato da Marco Rigamo nel numero di
giugno di Ristretti Orizzonti, del transessuale che, arrivato in
sezione, "ha fatto felici molti detenuti", sono accaduti e accadono
ancora, ma credo rappresentino l’eccezione, in un quadro
complessivo ben diverso: i transessuali, di solito, non sono nelle
sezioni comuni, e comunque mi lascia perplesso il fatto che una
persona si metta "a disposizione di tutti", semmai trova un amante
e gli altri detenuti non si intromettono nella loro relazione.
Il luogo comune, un po’ compiaciuto ed un po’ sadico, del vecchio
galeotto "omosessuale per bisogno", oltre ad essere falso, rende
problematiche anche le manifestazioni del più semplice affetto
amicale, che possono essere fraintese e determinare dicerie, prese
in giro, etc., in un ambiente chiuso ed intriso di pregiudizi com’è
quello del carcere.
Il timore di apparire troppo affettuosi determina anche degli
eccessi di "cautela": tra compagni, non c’è quasi alcun contatto
fisico e, visto che con gli agenti è proibito stabilire una conoscenza
che vada oltre i saluti di cortesia, le sole persone che si possono
"toccare" sono i parenti, durante i colloqui. Dipende anche dalla
cultura di provenienza, questo è vero, perché i nordafricani si
salutano baciandosi sulle guance, i meridionali si stringono la
mano ogni giorno, noi settentrionali ci scambiamo un "ciao" a due
passi di distanza…
Con il passare del tempo, in carcere l’assenza di "sensazioni tattili"
diventa un guaio serio
Potrebbe sembrare un problema di poco conto, eppure con il
passare del tempo questa assenza di "sensazioni tattili" diventa un
guaio serio: c’è il bisogno di sentire un altro corpo che vive (qui
non ci sono nemmeno gli animali, da toccare), c’è il bisogno di
essere toccati, ed allo stesso tempo ci sono gli ostacoli ambientali e
culturali che impediscono di farlo.
Di una situazione simile (seppure con caratteristiche molto
diverse), venni a conoscenza alcuni anni fa, quando ero in
corrispondenza con alcuni ricoverati in un istituto per malati
terminali di A.I.D.S. I medici e gli infermieri non li toccavano
mai a mani nude: per regolamento portavano guanti di gomma,
che servivano, ovviamente, ad impedire la trasmissione di
malattie. Però i ricoverati soffrivano per questo trattamento, che
li faceva sentire già "un po’ morti".
Tornando al carcere, ed al sesso in carcere, personalmente ripongo
poca fiducia nelle proposte di distribuzione dei preservativi, per
ridurre il rischio di contagi derivanti dai rapporti non protetti.
Pensate un attimo a ciò che può essere un rapporto sessuale in
carcere, fatto di nascosto (ed è difficile nascondersi, in una cella di
pochi metri quadri, dove perfino il bagno è controllabile in ogni
momento dall’agente), fatto con una persona che, probabilmente,
non corrisponde proprio ai tuoi gusti sessuali, fatto in condizioni
di stress e squallore estreme.
È difficile parlare per via ipotetica ma credo che, se mi trovassi in
questa situazione, non sarei particolarmente motivato e vivrei
come ulteriore elemento di disagio l’utilizzo del preservativo.
Siamo tutti perfettamente al corrente del rischio di trasmissione
dell’H.I.V. e di altre malattie, eppure non so chi lo userebbe (o
chi chiederebbe al partner di usarlo), anche se l’avessimo a
disposizione, e questo non allo scopo di avere sensazioni
particolari, nel rapporto non protetto, ma appunto perché
rappresenterebbe altra costrizione, altra deprivazione. E questo è
un ulteriore problema, dentro alla spinosa questione del sesso in
carcere.
Il dibattito sulla distribuzione dei preservativi nelle carceri va
avanti da qualche anno. Risultati concreti, però, non ve ne sono,
in
quanto
i
rappresentanti
dell’istituzione
obiettano,
semplicemente, che il sesso in carcere è un reato (atto osceno in
luogo pubblico), quindi non si può mettere a disposizione uno
strumento per "favorire" la consumazione di un reato.
È vero, però il reato può avvenire, con o senza lo "strumento" in
oggetto, e forse sarebbe meglio che ci fosse. Ripeto, io non so chi
lo userebbe, tuttavia ritengo giusto che chi lo voglia utilizzare
l’abbia a disposizione.
Questo non significa che auspico una "crociata" a favore dei
preservativi nelle carceri, perché il tema è troppo facile, in un
certo senso: facile per chi lo porta avanti come battaglia culturale,
facile anche per l’istituzione, che ribatte "sarebbero utili, a
qualcuno, ma la legge non lo permette". Nessuno nega che le
campagne culturali (e politiche) sulla prevenzione vadano fatte, il
mio timore è che questi obiettivi "alti" distolgano l’attenzione da
altri problemi, magari più seri ma meno "nobili", riguardanti la
salute dei detenuti.
Ad esempio, chi mai si occupa dell’alimentazione in carcere? L’ha
fatto, un paio di anni fa, Domenico Nucci, allora direttore della
Casa di Reclusione di Porto Azzurro. Denunciò lo scandalo degli
appalti al ribasso sulle forniture del vitto: una ditta si era
impegnata a fornire ai detenuti tre pasti completi, con 3.000 lire
al giorno. Al direttore sembrava una cifra insufficiente a garantire
un’alimentazione adeguata.
A seguito delle sue proteste scoppiarono feroci polemiche ed alla
fine Nucci diede le dimissioni. Se un direttore perde il posto in
questa maniera significa che il problema è scottante. Non mi pare
che il dibattito sui preservativi abbia mai causato dimissioni…
forse rischia di essere un po’ un parafulmine, su cui si scaricano
energie e richieste "riformatrici", con buona pace di tutti.
Tossicodipendenza
Noemi (Empoli) - Noemi si racconta
Testimonianza tratta da Fuori Binario
Marzo 2004
Vi invio questa mia storia, sperando vi possa aiutare nell’intento
di realizzare uno spazio per tutte quelle persone che, come me, si
trovano detenute e private non solo della libertà ma di tante cose:
emozioni, gioie, dolori e affetti reali. La vita all’interno di un
carcere non è vita reale, è un’altra dimensione, realtà a parte. La
vera realtà, la vita, si trova al di là di queste mura. Ove tu sei
padrone delle tue scelte, azioni e pensieri.
Mi chiamo Noemi, ho 27 anni e questa è la mia prima esperienza
carceraria. Sono stata arrestata il 5 maggio 2003 a seguito di uno
scippo. Purtroppo il mio complice riuscì a darsi alla fuga, così io
restai l’unica imputata del reato con lesioni e ricettazione, visto
che io e il mio complice eravamo in possesso di un ciclomotore
rubato. Tutti e tre gli articoli mi sono stati dati in concorso. Ho
fatto il processo per rito abbreviato e sono stata condannata a 2
anni e 6 mesi di reclusione. Mi trovo alla casa circondariale
attenuata di Empoli dal 5 agosto 2003, dove mi sono subito
adattata all’ambiente e alle compagne. Le mie giornate sono tutte
organizzate fra lavoro (mattina) e i vari corsi e studi (pomeriggio).
So che se mi trovo in carcere è perché stavo vivendo una realtà
diversa, distorta. Da tossicodipendente. La tossicodipendenza
giorno dopo giorno mi stava annientando. Mi ero isolata da tutto
e da tutti ed il mio primo pensiero era divenuto l’assumere
sostanze stupefacenti; volevo che il mio primo pensiero fosse
rivolto alla vita ma non fu così: la mia dipendenza era troppo forte
da permettermi di poter vedere oltre. Ho iniziato a usare l’eroina
a 25 anni e mezzo. Dopo varie sventure sono cascata in questo
diabolico vizio in un periodo alquanto nero della mia esistenza
trascorsa. Sono andata via dalla mia casa genitoriale a 18 anni per
seguire colui che credevo essere l’uomo della mia vita. Ahimè
quanto mi sbagliavo! Nei sette anni di convivenza con G. ne ho
passate tante, forse troppe! A 21 anni sono rimasta incinta del mio
primo figlio, T., che attualmente ha 7 anni e vive con la famiglia
adottiva a Capannori, Lucca. Quando conobbi G. studiavo presso
una scuola privata per conseguire il diploma di assistente socio
sanitario, che poi mi avrebbe permesso l’internamento alla scuola
d’infermieri. Inoltre, lavoravo in una discoteca di Firenze nelle
pubbliche relazioni. Andai a vivere con lui presso amici comuni,
poi andammo in un affittacamere, che io pagavo con i soldi
guadagnati con il lavoro di pubbliche relazioni che già svolgevo
per la discoteca, ed in più iniziai ad occuparmi della gestione
pubblicitaria di alcune ditte, tra le quali anche Radio Studio 54.
Guadagnavo abbastanza bene da permettere al mio compagno di
non lavorare. Dopo 1 anno e 7 mesi di convivenza rimasi incinta.
La mia famiglia non volle aiutarmi, quella di G. non poteva.
Andai a Capannori in una casa famiglia con mio figlio T. Ero
ingenua, desiderosa e bisognosa di avere vicino a me un punto di
riferimento che trovavo nel mio compagno (anche se poi, non lo
era). Dopo 5 giorni lui mi telefonò e mi intimò di raggiungerlo
perché sarebbe partito per Sarno (SA), il suo paese di origine, se
non lo avessi raggiunto. Stupidamente, ingenuamente, corsi da
colui che ritenevo il mio grande amore. T. restò lì a Capannori.
Mi maledico per aver anteposto un uomo a mio figlio, sangue del
mio sangue. Iniziò per me un periodo strano, irreale. Non mi
rendevo conto ero stata l’artefice di un gesto disumano. Non
avevo più un impiego e così iniziai a fare “colletta” in stazione.
Per un po’ di tempo andò abbastanza bene, certo riuscivo a far
fronte ai bisogni primari miei e del mio compagno, ma spesso mi
ritrovavo a dover dormire nelle sale d’attesa della stazione o nei
vagoni in deposito. Preferisco non dover spiegare come, ma mi
ritrovai a esercitare la prostituzione. Avevo bruciato tutto ciò che
avevo di umano, andando contro ai miei principi. Non avevo più
stima di me stessa, non avevo orgoglio, ma soprattutto volevo o
credevo di amare solo il mio compagno e non me stessa. Nel
marzo del 1997 rimasi incinta per una seconda volta. Avendo
subito un taglio cesareo e con la paura di poter perdere quel futuro
figlio, abortii. Nel giugno dell’anno successivo, rimasi incinta per
un terza volta. Fortunatamente trovai lavoro presso un’agenzia
pubblicitaria di un conoscente che mi diede anche un alloggio. A
febbraio del 1999 mio padre mi prese in affitto un bilocale ad
Empoli, mi comperò tutto l’occorrente per la bambina e provvide
al mio mantenimento, del mio compagno e di mia figlia. Questo
per due mesi, dopo i quali trovò anche un impiego al mio
compagno. P. è tuttora per me la cosa più bella al mondo, quella
che io abbia amato veramente. Anche se oramai sono 2 anni che
non la vedo e non ne ho notizie. Purtroppo, un giorno mi
suonarono alla porta due poliziotti e due assistenti sociali con un
decreto di allontanamento dalla minore da me e G. Fu affidata
all’Istituto degl’Innocenti dove, dopo tanto lottare, sono riuscita a
raggiungerla. Dopo 11 mesi di permanenza in quell’istituto ci fu
un’udienza, a seguito della quale P. fu resa adottabile. Mi cadde il
mondo sotto i piedi. Avevo perso la mia bambina, la seconda
creatura che avevo messo al mondo. Ero sola, non mi interessava
più niente. Ero senza un alloggio, senza un lavoro e… sola. Iniziai
a prostituirmi e per cercare di non pensare, cominciai a fumare
eroina con amici e/o compagni di sventura. Una sera, ero nella
macchina di un amico “femminiello” ed un altro ragazzo. Il
“femminiello”, A., usava la roba da quasi dieci anni e se la
iniettava. L’altro ragazzo non tossicodipendente si fece fare da A.
un piccolo “schizzo”. Io non avevo gli “attrezzi” per fumarla, così
quando vidi che A. sciolse con la sua busta anche la mia
dicendomi: “Noemi, domani ti ridò i soldi”, presi una decisione,
volevo provare anch’io le sensazioni che si hanno facendosi in
vena. Così A. mi fece il primo buco della mia vita. Per 3 giorni
stetti sempre con A. e il suo amico. Era un continuo bucarsi. Una
notte io ed A. restammo soli e mi invitò a trascorrere qualche
giorno presso la sua abitazione. Fu un’esperienza indimenticabile.
Ai piano inferiore la cucina, fuori uso, il frigo staccato. Al piano
superiore una stanza con un letto matrimoniale (i cui lenzuoli e la
trapunta erano sempre, perennemente i soliti, sudici e logori). Un
bagno in cui non funzionava l’acqua, dove era pieno di mosche e
moscerini per la sporcizia. Sui muri del bagno una quantità
infinita di schizzi di sangue. Dopo aver vissuto quella realtà ero
sicura che mai e poi mai avrei fatto la stessa fine. Ahimè l’ho
fatta!
N.B. Ora ho la possibilità di riscattarmi creandomi una nuova
esistenza: sana e umana!
Paola M. - Dalla tossicodipendenza non si scappa
Possiamo solo stare accanto a chi, attraverso vari segnali, ci
comunica il suo “male di vivere”, accettando anche la nostra
incapacità di trovare soluzioni alla sofferenza
Novembre 2007
Riuscire ad essere obiettivi nello scrivere qualcosa riguardo la
tossicodipendenza quando ci sei passato molto vicino e hai visto
troppa gente, anzi troppi compagni di percorso, prima rovinarsi e
poi morire di droga, non è mai facile. Mi è stato detto che sono
cinica, cattiva: io penso, ma forse sbaglio, di essere solo realista. E
questo perché penso che dalla tossicodipendenza non si scappa.
Una mia amica, ora trentaseienne, tossicodipendente da “pere” a
tredici anni, che ha smesso di farsi a quindici, sostiene che se sei
stata tossica, anche dopo anni ogni mattina quando ti alzi dal letto
devi dirti “oggi non mi faccio”. E non è assolutamente facile!
Questo vale per tante dipendenze. Ma quali possono essere
considerate dipendenze? Nei paesi anglosassoni hanno coniato un
termine “workalholic” per descrivere lo stakanovista. Quello che è
“malato” di lavoro. Ed il lavoro non è necessariamente una cosa
piacevole.
Come non lo è qualsiasi dipendenza, di qualsiasi tipo, per una
persona “libera”.
Il problema quindi si sposta, secondo me, sulla capacità degli
esseri umani di sentirsi liberi. Di avere il CORAGGIO di essere
liberi. Perché la libertà è un “lavoro”. Bisogna continuare a
faticare per mantenerla. Qualsiasi dipendenza è una forma di
schiavitù, e noi viviamo in una società che ha la tendenza a
rendere schiavi (e ora la schiavitù più “in voga” è il consumismo),
e la capacità di annientarti, un annientamento di tipo “legale”, ma
estremamente più subdolo. Quello che osservo è che anche le cose
che si decide facciano bene o male, siano lecite oppure no,
dipendono spesso dal periodo storico in cui si vive, dipendono
dalle mode, dalla morale comune.
Stefano è morto. Io non conoscevo Stefano se non attraverso i
suoi articoli. Lucidi, intelligenti, senza pietà. Stefano era una
persona che voleva essere libera, e non ci riusciva. E da persona
lucida e intelligente qual era se ne rendeva conto. Perché io sono
convinta che dalle dipendenze non si esca a meno che una persona
non abbia degli strumenti “enormi”, una gran forza personale e
soprattutto una concomitanza di eventi fortunati, che vanno tutti
ad incastrarsi, che entrano in gioco in quell’esatto momento, per
cui ci si libera dalla schiavitù che si vive in quel preciso istante,
ma senza andare a cercarsene un’altra (ce ne sono tante di
“sostitutive”, dall’alcol, dagli psicofarmaci, da altro ancora). Se
però da parte della persona non c’è quella spinta alla LIBERTÀ,
quel voler essere assolutamente liberi, che fa in modo che non si
cada preda di nuove schiavitù, di altre dipendenze, dalla droga
non si uscirà mai.
Alla fine la scelta più facile sembra quella di rinunciare a pezzi di
libertà in cambio dello “star bene” che ti danno le sostanze, in
realtà è una scelta che a lungo andare si rivela la più difficile, ma
vai a saperlo prima! Vai a sapere che poi la fatica di vivere diviene
immane.
Qualcuno
può
osservare
che
non
tutti
diventano
tossicodipendenti, pur non essendo delle persone “libere”. Vero.
Forse hanno scelto un’altra schiavitù, che non fa necessariamente
vivere meglio. Anzi, forse l’eroina, e voglio sottolineare che non
l’ho mai provata, fa stare bene nel momento in cui uno se
l’inietta, è dopo che riprende, si accentua, non ha più limiti la
sofferenza.
Quando qualcuno muore, vorremmo essere razionali per non
soffrire troppo. Ma è uno sforzo vano, di fronte alla morte non c’è
pensiero razionale che tenga, c’è la sofferenza prima di tutto. Ma
noi uomini “moderni” non siamo più capaci di pensare alla morte,
e appena ci sfiora ne rimaniamo sorpresi e attoniti. Non sappiamo
come “maneggiarla”.
Quando ho trovato mio marito, il padre di mia figlia, l’uomo che
ho amato più di me stessa, morto, sul pavimento impersonale di
una cucina di un appartamento impersonale in un condominio
impersonale dove era andato a vivere dopo che ero fuggita perché
non riuscivo più a reggere il suo “male di vivere”, le viscere mi si
sono strappate. Un dolore lancinante, senza possibilità di scampo,
senza la capacità da parte mia di accettarlo, per molti anni.
Perché di fronte alla morte siamo impotenti, davanti al male di
vivere siamo impotenti, davanti alla sofferenza siamo impotenti.
Vorremmo poter controllare tutto ma non ne siamo in grado,
vorremmo anche “aiutare” gli altri che soffrono e che noi amiamo
ad uscire dalla sofferenza. Beh, accettiamo che a volte questa
impresa è impossibile. Solo accettandolo saremo in grado di stare
vicini e sostenere chi, attraverso vari segnali e mezzi, ci comunica
il suo “male di vivere”, senza caricarci di sensi di colpa per la
nostra incapacità di “risolvere”, di trovare soluzioni alla
sofferenza.
So di non essere giunta a nessuna conclusione, di non aver dato
nessuna “ricetta”, ma sono queste le sole riflessioni che so fare
davanti ad una persona giovane che ci ha lasciato per sempre.
Andrea Andriotto - Droga: il brutto arriva quando ti
piace lo "sballo" che ti crea
Febbraio 1999
Parlare di tossicodipendenza non è mai facile. Ci sono troppe
"correnti di pensiero" su questo argomento, io non me la sento di
criticarne o di condividerne pienamente nessuna, quello che non
mi piace è quando questo problema subisce una generalizzazione.
Sono convintissimo che su un tema così complesso non si debba e
non si possa generalizzare.
Io la tossicodipendenza l’ho vissuto in prima persona, e dalla mia
poca esperienza mi sono reso conto che ci sono tipi diversi di
tossicodipendenti. So solo che all’origine ci sono sempre dei
problemi di varia natura ... ma sono appunto dei veri e propri
problemi, e neppure su questo me la sento di generalizzare.
Ognuno di noi vive e reagisce in modo diverso di fronte alle
difficoltà. non è sempre una questione di debolezza!
Farsi di eroina per la prima volta non ti dà dipendenza fisica. Di
tutte le droghe che conosco io nessuna ti dà dipendenza fisica alla
prima, alla seconda o alla terza volta che la usi (forse il crak, ma
non lo conosco e quindi non mi posso esprimere).
Il brutto delle droghe, secondo me, non è trovarsela in mano e
provarla… il brutto arriva quando capisci e ti piace lo "sballo" che
ti crea questa sostanza.
Sempre secondo il mio punto di vista, sono in polvere o in
cristalli, le droghe che sarebbe bene evitare. "Sì dai… provala,
tanto per una volta non ti fa niente!". In effetti è vero: per una
volta non ti fanno male. Spera, però, che ti prenda male. Spera di
non capire lo "sballo". Spera di non capire le "belle" emozioni che
nascondono quelle polverine "magiche".
La seconda volta, se ami il rischio, puoi anche riprovarci, stai pur
tranquillo che passato l’effetto non sentirai nessun disturbo a
livello fisico. Capirai solamente come… farti prendere… ed allora
forse inizieranno i guai.
Tutto è condizionato dal tuo livello e stato psicologico. C’è gente
che se la fa ogni tanto, quando ne ha voglia, e può farne senza
quando più lo desidera: la prende una volta ogni 15-20 giorni e
questo gli basta.
La maggior parte inizia così: assumendola quando vuole, senza
essere condizionato da un’astinenza. No, la usa quando gli fa più
comodo e quando più ne ha voglia. Credono di restare forti
talmente tanto da poterla dominare per sempre.
Poi basta un momento di sconforto, uno di quei momenti no, dove
le persone normali si danno alla disperazione piangendo o
ubriacandosi o facendo a scazzottate con un rivale… Chi conosce
il benessere psicologico che crea l’eroina non piange, non si
ubriaca, non fa a cazzotti con nessuno… si fa una "pera" e basta,
sperando che la situazione di sconforto finisca presto. Ma non fa
poi tanto per prendere in pugno la situazione, deve finire tutto
senza molto sforzo altrimenti state pur tranquilli: ci sarà solo un
tossico in più!
Ma che problemi avete?! Tanto ci sono le comunità terapeutiche
poi che guariscono questi "malati"! Ah…, sì perché ci sono molti
che sostengono l’effetto positivo che danno queste comunità di
recupero.
Io non posso portare dati o statistiche, posso solo portarvi la mia
breve, e forse, poco significativa, esperienza. Mi è sempre parso
strano il fatto che per curare un malato di mente lo si debba
necessariamente inserire in un contesto predefinito e contornato
da altri malati di mente. E mi sono sempre chiesto come si possa
sapere di riuscire a curare certi individui mettendoli a vivere
assieme ad altre persone con gli stessi loro problemi. Credo esista
ancora il detto "chi va con lo zoppo impara a zoppicare", allora chi
va con un "malato di mente" … e se sono entrambi malati?
Il tossico per me è un malato e di questo in tanti sono convinti da
moltissimi anni. Allora se vogliamo non curarlo mettiamolo pure
assieme ad altri che hanno gli stessi problemi!
Questa non vuole essere una provocazione. Si tratta solamente del
pensiero di uno fra i tanti. Forse non è giusto paragonare i tossici
a persone malate di mente o psicologicamente instabili? Mah,
secondo me un tossicomane è poco stabile con la sua psiche.
Ragazzi, per uno che l’ha provata la droga è la miglior medicina, è
la migliore amica, è la presenza che copre quei buchi di
solitudine… insomma: per un tossico non esiste miglior cosa della
"roba"!
Da quanto ne so non si riesce a venir fuori da quel tunnel (tutti lo
chiamano così) se non si è veramente convinti, se non lo si vuole
veramente. Non esistono comunità, Ser.T. o altre terapie che
possano levare quella voglia di roba.
Non è difficilissimo superare l’astinenza fisica (oddio non sto
sostenendo che sia una passeggiata anzi), la cosa più brutta da far
passare è l’astinenza psicologica.
È difficilissimo far capire ad un tossico che si può vivere
benissimo anche senza l’eroina (io porto sempre come esempio
l’eroina, ma non perché sia la droga più brutta, no: ce ne sono di
droghe anche peggiori di questa, solo che io questa la conosco
meglio e posso parlarne con più convinzione senza sparare
cazzate), bisognerebbe mettere di fronte al malato un’alternativa
valida, qualcosa che lo coinvolga completamente, che gli piaccia.
Franco Garaffoni - La verità è che amavo la droga
A favore della legalizzazione - Ora che sono in carcere è facile dire
che era tutto sbagliato, che ero troppo innamorato della droga,
che non ne valeva la pena
Novembre 2007
Cosa spinge una persona a fare uso di stupefacenti, a legare la
propria esistenza a doppio filo con la droga? Quali sono le
motivazioni, e perché pur capendo che in funzione di una scelta,
che sappiamo sbagliata e durissima, sopportiamo dei costi fisici e
psicologici devastanti, non troviamo dentro noi stessi la capacità
per dire: Io non sono tutto qui, deve esserci altro in me? Quante
volte mi sono posto queste domande, da solo, in compagnia,
davanti ad uno specchio, fissando il soffitto, e mentre pensavo
avevo la cocaina che mi guardava dal tavolo di casa, dal cruscotto
della mia auto, dalla tasca del mio abito. La verità è che amavo la
droga, era la fidanzata che mai tradiva, l’amica fedele a cui
rivolgersi nei momenti del bisogno, la porta sempre aperta per
entrare nel mondo dei balocchi, della felicità, dell’onnipotenza.
Ora che sono in carcere è facile dire che era tutto sbagliato, che
ero troppo innamorato della droga, che non ne valeva la pena, che
la libertà è un valore assoluto, che la famiglia e i figli vengono
prima di ogni cosa nella vita di un uomo, ora sono convinto di
quello che dico, ma sono sicuro che sia veramente quello che
penso?
Vi dico la verità, in carcere è facile fare previsioni positive,
pensare di essere cambiato, di avere capito gli errori, ma rimane
sempre una paura, la più dura da combattere, la paura della
libertà. Una volta libero la mia vecchia fidanzata, la cocaina, sarà
li ad aspettarmi, si insinuerà di nuovo nella mia testa?
Il mio punto di vista allora è uno solo: legalizziamola. Perché
questo comporterebbe una assunzione di responsabilità da parte di
chi la consuma, che saprebbe di avere un problema, e di poterlo
affrontare a viso aperto. Del resto alcol e sigarette creano danni e
dipendenza pari, se non superiori alla droga, e però si acquistano
liberamente. Per una persona che fa uso di sostanze stupefacenti
entrare in una farmacia per acquistare un qualsiasi tipo di droga
credo che comporterebbe il rilascio delle generalità, e questo
secondo me eviterebbe la possibilità di false giustificazioni con se
stessi.
Eviterebbe allo stesso tempo la ricerca disperata di uno
spacciatore. Ed è proprio il rapporto sistematico con lo spacciatore
che inevitabilmente, col tempo, porta il consumatore a prendere in
considerazione la possibilità di procurarsi la droga in modo
diverso, cioè spacciandola. Così ci si abitua a una consuetudine
all’illegalità in funzione di una necessità, e ci si giustifica
pensando: che male faccio se non a me stesso? Dimenticando che
spacciare crea vittime, crea dipendenza e prepara il terreno ad un
prossimo spacciatore.
Io sono convinto che si deve legalizzarla, avendo cosi la possibilità
di essere a conoscenza del problema dei cittadini che usano droghe
in modo preciso, indirizzando risorse e idee su situazioni
accertate. Oggi sono i media, tv e giornali che, a seconda del
momento, accendono o spengono i riflettori su questa emergenza,
ma nel frattempo la droga circola dappertutto, anche nelle scuole,
e sono sempre più giovani i consumatori, ai quali, non riuscendo a
intervenire con coraggio, stiamo preparando un futuro da
tossicodipendenti e di conseguenza da criminali.
Legalizzare la droga vuol dire controllo sanitario, vuol dire
assunzione di responsabilità, vuol dire evitare reati ai più deboli,
vuol dire meno decessi dovuti alla cattiva qualità, vuol dire
impedire a un minorenne di procurarsela facilmente, vuol dire
evitare l’arricchimento di organizzazioni criminali sempre più
spregiudicate e presenti sul territorio, vuol dire contare su uno
Stato che si assume la responsabilità di un rapporto chiaro con i
cittadini e garantisce loro sicurezza sui loro problemi.
Ricordiamoci che prevenire, con intelligenza e senza rigidità, resta
pur sempre meglio che curare.
Bambini in carcere
Le donne della Giudecca - Storia di Emiliana una
"detenuta" di tre anni
Quando la scarcerazione è un dramma. Eppure lei non voleva
proprio andarsene dalla galera
Gennaio 2002
Emiliana ha appena compiuto tre anni, e quello è stato un gran
brutto giorno. Il giorno che ha ricevuto l’annuncio di dover "essere
dimessa" dal carcere. Dunque c’è qualcuno che può non voler
uscire dal carcere, ed essere costretto a farlo: una bambina di tre
anni, per esempio, perché per lei il carcere è vivere con Maria, sua
madre, e uscire significa essere staccata da lei inesorabilmente. E
infatti è appena arrivata una carta del Tribunale, che ha decretato
quello che Maria temeva più di tutto: l’affidamento della figlia a
un istituto o a una famiglia italiana.
La storia di Maria, albanese, va un po’ di pari passo con quella di
Giuliana, italiana: erano detenute insieme nel carcere della
Giudecca pochi mesi fa, solo che Giuliana i figli li aveva fuori,
affidati alla sorella, e Maria l’unica figlia se l’era portata dentro.
Ma c’è un’altra differenza tra queste due donne, ed è quella che
forse peserà di più: Maria è albanese, e tutto allora per lei è e sarà
più difficile. Ora Giuliana è fuori, il suo è uno dei pochi casi di
applicazione della legge sulle detenute madri, che le ha permesso di
vivere a casa, in detenzione domiciliare, per accudire i figli. Per
Maria invece è arrivato quello che più temeva: il compleanno più
brutto, tre anni, la fine di quello strano periodo in cui un bambino
può essere carcerato.
Un mese fa avevamo parlato con lei, e ci aveva detto: "Quando mi
portano via la bambina, divento matta". Era terrorizzata da tutto:
le volontarie, che venivano a prendere Emiliana per portarla un
po’ fuori, le vedeva con sospetto, diceva che la portavano a
conoscere famiglie italiane a cui affidarla. Non aveva fiducia
neppure nei suoi parenti che stanno in Italia, temeva che non
fossero in grado di aiutarla. Il fratello che vive in Australia,
invece, le sembrava l’unica soluzione: meglio che la piccola se ne
andasse così lontano, ma con un parente, piuttosto che finisse in
una famiglia italiana.
Le straniere temono l’affidamento dei figli come la peste: forse
non fanno nemmeno tante differenze fra affidamento e adozione,
pensano che l’affidamento sia un fatto inesorabile, che poi i figli
nessuno glieli restituirà più. E se hanno i bambini con loro in
carcere, aspettano come il peggiore degli incubi il giorno che
compiono tre anni. Succede che gli ultimi mesi il rapporto tra
madre e figlio diventi addirittura morboso: e come non capirlo,
con questa separazione incombente, inevitabile e che si consuma
ogni giorno un po’?
Ma come è stata, la carcerazione di Emiliana? Una vita sempre e
solo con donne: agenti, detenute, suore, l’assenza pressoché
completa di figure maschili. Alla sera, quando le agenti chiudevano
la porta blindata della cella, c’erano le urla perché a Emiliana non
piaceva essere rinchiusa. Se succedeva poi che la madre alzava
troppo il volume della televisione, la bambina le diceva: "Abbassa,
che se no viene l’agente e ti sgrida". E poi le piaceva imitare i gesti
di tutti quegli adulti che aveva intorno: anche lei aveva imparato a
fischiare e gridare "Terapia!!!" quando lo faceva la suora, che ogni
giorno passa e distribuisce le gocce tranquillanti alle donne che
non ne sanno fare a meno perché stanno troppo male.
Poi, è successo quello che doveva succedere: è arrivata una carta,
qualcuno ha dovuto staccare la bambina dalla madre e decretare la
fine della sua carcerazione. Ma per la madre la "scarcerazione"
della figlia ha finito per essere la condanna a una pena aggiuntiva,
una separazione con davanti solo l’ignoto.
Ma che ne è stato di Emiliana, "detenuta" dimessa dal carcere
quando ha compiuto tre anni?
Emiliana qualche giorno fa è stata portata in un Istituto vicino al
carcere, in attesa di una difficile decisione su quello che sarà il suo
destino, ed ora in carcere entra come tante altre persone, che ogni
giovedì e sabato vengono a fare i colloqui con i propri familiari,
con la differenza che la Direzione del carcere le ha concesso
qualche ora in più per stare a colloquio con la madre. Maria non
ha molti soldi in questo momento, e tutte noi che siamo in cella
con lei cerchiamo di aiutarla, comprando succhi di frutta, dolci,
brioches perché questi lunghi incontri diventino più piacevoli. Ma
non è facile un colloquio in carcere per una bambina di tre anni,
perché a quell’età dover stare due ore e più nello stesso posto
senza potersi muovere liberamente è sempre un tormento.
La bambina è seguita dai volontari, dalle suore e dalle agenti che
ogni giorno si recano all’istituto per salutarla e vedere come sta.
Dalle notizie che noi abbiamo lei non ha affatto difficoltà di
inserimento con gli altri bambini.
Non si è ancora resa conto, però, che questo carcere non è più la
sua "casa". Quando arriva non ha paura del posto, anzi, chiede alle
agenti di farla salire nella sua cameretta (che sarebbe la cella che
divideva con la madre), chiede di salutare altre detenute con cui
aveva instaurato un rapporto affettivo, trova ogni scusa per farsi
"arrestare" di nuovo e continua a domandare alla madre: "Perché
non mi vuoi più qui con te?".
Finito il colloquio, al momento del distacco, piange perché sa, è
ben consapevole, nonostante l’età, che non tornerà più a mangiare,
dormire e vivere qui con sua madre, e non avrà per lungo tempo
carezze, baci e sgridate da lei.
Noi pensiamo che, qualsiasi opinione si possa avere della madre, la
realtà è una: la bambina è bene educata, è sensibile, è tranquilla, e
gli anni passati in carcere non sembra che le abbiano lasciato ferite
troppo profonde.. E allora è giusto dire che tutto questo è dovuto
davvero alla madre, che ha dimostrato grande capacità e amore
nell’educare la figlia.
Sono tante le domande che noi ci facciamo quando vediamo Maria
ed Emiliana, o le altre detenute che stanno al nido del carcere con
i loro bambini: è davvero inevitabile strappare la figlia ad una
donna, anche se ha sbagliato? E’ possibile accettare finalmente
l’idea che una donna che ha sbagliato può essere però nello stesso
tempo una madre che ha dato amore e ha saputo crescere bene la
propria figlia? E’ giusto spezzare il legame tra una figlia ed una
madre, che grazie a questo legame sta trovando l’aiuto e la forza
per cambiare la sua vita? Se questa donna perderà la bambina,
quale stimolo potrà avere per migliorare se stessa e per continuare
a vivere?
Giuliana - Mamme e bambini in carcere: il "nido"
penitenziario della Giudecca
Ma cosa vedono questi bambini, che stimoli hanno? Sempre gli
stessi muri
Marzo 2001
Sono rientrata in carcere, da definitiva, l’anno scorso a gennaio,
lasciando fuori quattro figli di dieci, nove, due e un anno. Ero
molto combattuta sulla scelta se portarmi appresso i due più
piccoli, mi dicevo: "Li tengo vicini, li proteggo, l’ultimo lo allatto
ancora, come faccio a separarmi da loro?".
Mia madre me lo ha proibito, per fortuna, a parte che non sapevo
che ero tra l’altro destinata all’Alta Sicurezza (questa è stata
un’ulteriore sorpresa). Ma credo che, anche se li avesse portati con
me, li avrei subito fatti uscire: io ho la fortuna, che ad esempio
non hanno le straniere, di poter contare su una famiglia vicina.
I bambini sono sottoposti allo stesso regolamento delle madri. Il
"nido" di Venezia è strutturato anche bene: c’è una grande sala,
dove i bambini "potrebbero" giocare, la cucina dove le mamme
cucinano i pasti per loro. Le celle sono fatte per due persone, ma
ci sono stati periodi in cui ci stavano tre madri, più tre figli. I
bambini possono stare all’aria come le madri, cioè quattro ore al
giorno. L’aria di Venezia è grande, ci sono delle aiuole, ma cosa
vedono questi bambini, che stimoli hanno? Sempre gli stessi muri.
Dopo la visita del Ministro Fassino, in occasione dell’otto marzo,
leggevo sul Gazzettino un riferimento alla presenza dei bambini in
carcere, dove dicevano che c’è un giardino con dei giochi per loro.
Quello, in realtà, è il giardino dei colloqui speciali, i colloqui delle
madri con i bambini che le vengono a trovare da fuori. I bambini
del nido di solito non ci vanno a giocare, ma poi chi dovrebbe
portarli? Al nido c’è la puericultrice, è vero, forse potrebbe farlo
lei?
Ciò che più mi turba sono i rumori e "le voci alte" che ci sono in
questo reparto (io sono isolata al nido): non mi riferisco al vociare
dei bambini, ma alle discussioni che ci sono spesso tra madri, tra le
madri e la puericultrice, tra le madri e le agenti. Questi bambini
sono dentro questa vita "ristretta", e la cosa peggiore, per loro, io
ritengo sia il vedere lo stato di impotenza delle loro madri, la loro
costretta sottomissione. Che effetto avrà in un bambino, per il
quale la madre, oltre che l’oggetto affettivo principale, è anche
l’unico punto di riferimento?
Guardando, però, queste donne e i loro figli, a volte mi chiedo: è
tutto male? Qui fanno pasti regolari, hanno vestiti puliti,
riscaldamento, acqua calda, cure mediche. Entrano non sempre in
buono stato, dopo qualche settimana rifioriscono. Sono bambini
belli, intelligentissimi e sani, vorrei sperare che non sia proprio il
carcere a costituire un miglioramento alla loro condizione di vita.
La nuova legge difficilmente risolverà il problema dei bambini in
carcere
Fortunatamente non è un problema di ampie dimensioni, ma
coinvolge oltre 50 bambini, in tutta Italia. Questo non significa,
però, che ci siano solamente cinquanta donne con figli piccoli, su
un totale di 2.326 donne detenute (dati del 31 dicembre 2000). Ad
esempio, a Venezia, su un totale di circa 100 donne, sono presenti
"solo" sette bambini, ma di madri con figli sotto i tre anni ce ne
sono altre quattro e con figli di età inferiore ai dieci anni ce ne
sono altre undici.
Nel carcere di Venezia esiste la sezione nido, ovvero il reparto
dove sono alloggiate le mamme con i bambini, ma a causa del
sovraffollamento e della struttura edilizia dell’istituto nel "nido"
vengono effettuati pure gli isolamenti giudiziari, quelli punitivi e
sanitari.
Attualmente ci sono rinchiuse otto mamme, con sette bambini:
cinque di etnia Rom, una Sinta e una straniera. Usciranno queste
mamme? Ipoteticamente potrebbero uscire libere, ma
l’applicazione dei benefici, nella realtà del "nido" di Venezia, sarà
difficile.
Tre delle madri presenti avevano ottenuto il beneficio della
detenzione domiciliare, concesso grazie alla legge Simeone, ma
sono nuovamente rinchiuse perché non hanno rispettato l’obbligo
e sono evase. Un’altra detenuta non è ancora definitiva, per cui
non può ottenere al momento nessun beneficio e la richiesta degli
arresti domiciliari le è stata respinta. Un’altra, con una figlia che
compirà tre anni tra due mesi e che praticamente è cresciuta in
carcere (è dentro, con la madre, da quando aveva venti giorni),
non ha beneficiato neppure della legge Simeone in quanto
dichiarata estremamente pericolosa (cioè con troppi precedenti
penali). Infine due detenute madri sono qui da poco e aspettano la
Camera di Consiglio, il cui esito dipenderà da quanti precedenti
penali hanno. Una sola, con un bambino di sette mesi, ha la
certezza di uscire, ma la Camera di Consiglio per ottenere la
sospensione della pena le è stata fissata per la fine di aprile.
Da rilevare anche un nuovo, recente ingresso di una mamma Rom
con un bambino di 40 giorni. È molto delicato parlare della
condizione delle donne Rom, sarebbe importante riuscire a farlo
con loro, e discutere dell’accusa che viene loro mossa, di utilizzare
a volte la loro maternità come una sorta di precondizione per avere
l’impunità.
I mass media hanno dato la notizia del varo della nuova legge con i
soliti titoli ad effetto, del tipo "Mai più bambini in carcere":
speriamo che ciò non provochi invece nuove entrate di bambini.
Da quando c’è la legge a Venezia ne sono già entrati quattro…
Stranieri
Marianne - Stranieri in depressione, tra avvocati
d’ufficio e documenti da firmare senza averne
capito una parola
Ottobre 1999
Quando uno straniero viene arrestato e messo in carcere, a volte
può accusare solo se stesso, soprattutto quando si tratta di reati di
droga.
I corrieri della droga lo fanno per lucro, oppure perché amano la
vita rischiosa, ma il più delle persone lo fa per la molta povertà che
c’è nel loro paese.
Queste persone, pur sapendo il pericolo a cui vanno incontro,
accettano di rischiare pur di riuscire ad aiutare i propri familiari a
procurarsi il minimo necessario per sopravvivere.
Così, sono in molti come me a ritrovarsi lontani dalla propria casa
e famiglia, in un paese sconosciuto. Qualche anno fa, quando
venni arrestata e messa in un piccolo carcere con altre venti
donne, mi sentii doppiamente carcerata.
Le mura e le sbarre furono il primo duro impatto con il carcere,
ma il secondo, anche più duro, venne dal fatto che non conoscevo
nemmeno una parola di italiano e non potevo comunicare con
nessuno: c’era una terribile barriera costituita dalla lingua.
Per quanto posso vedere stando in questo carcere, in Italia con il
francese, o l’inglese, o il tedesco, non vai molto lontano. Io mi
sono trovata handicappata in Italia, paese che vuole appartenere
all’Europa, procedendo in mezzo a una grande burocrazia di
domandine e documentazioni che ero costretta a firmare senza
conoscerne il contenuto.
Ho avuto bisogno di cure mediche e per spiegarmi ho utilizzato il
dizionario, non sapendo poi se il medico mi aveva capito. Per
almeno due mesi mi ha prescritto della vitamina B per curarmi dei
disturbi al cuore e la pressione del sangue alta: ero vicina alla
disperazione.
Lo stesso vale per il mio primo interrogatorio: mi è stata affiancata
una interprete francese, invece che olandese, così non ho potuto
spiegarmi bene. Dietro richiesta del mio avvocato, che
sottoponeva al giudice il problema dei documenti scritti in una
lingua che io non comprendevo, il giudice rispose che io potevo
ottenere i documenti scritti nella mia lingua pagandoli.
Come potevo pagare, essendomi stato sequestrato tutto il contante
che avevo, e non avendolo più riavuto indietro?
Anche trovare un buon avvocato è stata per me una cosa quasi
impossibile. Mi hanno affiancato un legale d’ufficio, il quale
invece di prendersi cura della mia difesa, tutte le volte che lo
incontravo mi spiegava che lui non poteva vivere con quello che gli
passava lo Stato. Nel rimanente tempo dell’udienza mi parlava di
una punizione da un minimo di dodici a un massimo di venti anni.
Tutte le volte che lo incontravo, con questi discorsi, alla fine mi
sentivo depressa almeno tanto quanto lui e l’angoscia mi chiudeva
la gola fino a togliermi il respiro.
In carcere le altre detenute mi hanno detto che la mia punizione
sarebbe stata non più di sei-sette anni e mi hanno fornito i nomi di
diversi legali a cui ho scritto chiedendo se volevano assistermi, ma
con mia somma delusione nessuno si è fatto vivo per paura di non
riscuotere la propria parcella, essendo io una straniera e non
avendo famigliari vicino. Alla fine una mia cara amica mi ha
presentato al suo legale, che ha accettato di difendermi.
Con questo avvocato potevo solamente "parlare" usando le mani,
con la porta aperta e alla presenza di un’agente che poteva
ascoltare tutto quello che dicevamo. È stata una grande sorpresa
per me, questi metodi nel mio paese non sono in vigore, ma
l’avvocato mi ha spiegato che in Italia sono normali. Di positivo
ho trovato, circa due mesi dopo l’arresto, di poter frequentare un
corso di lingua italiana. Imparare una nuova lingua è stato molto
divertente (un po’ come ricevere una nuova personalità) e gli
italiani sono tanto simpatici e mi hanno dato l’impressione che
potevo parlare bene la lingua in pochi mesi.
Però ho perduto la mia lingua nella bocca: l’italiano è una lingua
cantata, per me molto difficile. I miei pensieri, così semplici ed
eleganti nella testa, escono piatti ed infantili, ma soprattutto senza
colore ed espressione.
La sensibilità di scelta del tono giusto, tra l’ironia e il cinismo, non
mi è chiara in italiano. Tutte le frasi hanno costruzioni che non
sono le mie naturali. La consapevolezza di esprimerli in modo
incomprensibile e la confusione delle mie idee mi fanno paura. Mi
fanno pensare di essere strana, bizzarra, ingiusta o sentimentale,
nel caso migliore di essere una straniera "divertente".
Ci sono momenti in cui capisco tutto quello che dicono gli altri,
altre volte capisco solo la metà e il mio cervello non lavora.
Talvolta perdo totalmente la traccia e in questi momenti vorrei
scoppiare in lacrime e scappare.
Nonostante trascorrano gli anni la solitudine pesa di più: mai poter
parlare nella propria lingua mi sembra orrendo.
A conclusione di questa mia avventura penso che la legge debba
essere uguale per tutti e non lasciar soffrire di più lo straniero,
perché pene giuste dovrebbero prevenire la sofferenza inutile.
Mentre il carcerato italiano, comportandosi bene, può usufruire di
pene alternative, di qualche permesso per andare a casa, di due
telefonate al mese con poco costo, dei colloqui con i famigliari, lo
straniero di tutto questo non può avere niente e può solo
aspettarsi di essere espulso alla fine della pena.
Olga - Il mio zio italiano
Dall’Ucraina in Italia, a fare la schiava di uno "zio italiano"
Giugno 2000
Il mio nome è Olga, sono nata in Ucraina. A diciassette anni sono
andata a Mosca per studiare, ho frequentato una scuola tecnica e
poi mi sono sposata. Mio marito era un uomo buono, lavorava
forte e con lui stavamo benissimo, io e i nostri due bambini. Il suo
lavoro stava al primo posto, al secondo posto stavano i bambini e
al terzo io. Cinque anni fa ebbe un incidente, e io rimasi sola con
una figlia di nove anni e un figlio che dipendeva ancora da me. E
questo a Mosca nel 1995, dove nel frattempo da tre anni o più
regnava l’anarchia e la vita diveniva di giorno in giorno più
difficile.
Mia sorella nel frattempo conosce un italiano, un certo Mario. Ed
è grazie a lui che ho ricevuto un visto e immediatamente mi sono
ritrovata in Italia.
Un giorno infatti Mario mette per me un annuncio breve su un
giornale italiano: "Donna tranquilla, 38 anni, cerca calore e
attenzione, richiede poco. Non parla italiano". Arrivano 150
risposte. Mario le seleziona. Gli chiedo di scegliere un uomo
maturo, preferibilmente con una casa in campagna. Spero che un
uomo un po’ vecchio, all’infuori di un po’ d’atmosfera, di aiuto
nell’orto, un buon pasto e una casa pulita, non pretenda tanto.
Alla fine la scelta di Mario cade su un uomo di 60 anni, robusto e
con occhi penetranti. Desta fiducia. Vado con lui, con quello che
io chiamo "il mio zio italiano".
Lui ha una casa abbastanza grande, un orto, mucche, polli, cani
alle catene e conigli in una gabbia di legno. Questo posto si trova
un po’ fuori città. L’abitazione e le dipendenze sono vecchie e
mantenute abbastanza male, piene di cianfrusaglie e oggetti fuori
uso.
Penso che il mio italiano sia innamorato. Mi porta in giro per
negozi, e naturalmente lui stesso sceglie e acquista le cose più
urgenti, tutto a buon mercato. Le cose di prima necessità come la
carne, le verdure e le uova provengono dalla produzione della
fattoria.
Il modo italiano di mangiare è tanto diverso da quello russo. In
Italia mi sembra che mangino pochissimo, ma grazie a Dio non
sono una gran mangiatrice. Però in casa non c’è neppure il sapone
e tanto meno lo shampoo: scopro che non gli piace lavarsi le mani
e raramente fa la doccia.
Mia sorella mi consiglia di chiedergli di portarmi ad un grande
magazzino per comprare qualche vestito e nel frattempo prendere
anche sapone e shampoo. "Se ti farà fare questi acquisti senza
storie, vuol dire che è un buon uomo", mi dice mia sorella.
Scelgo roba a buon mercato, un paio di scarpe economiche e anche
il sapone e lo shampoo, arriviamo alla cassa, lui si volta. Io stessa
devo pagare, e lì se ne vanno i miei ultimi soldi.
Il primo mese che viviamo insieme scorre veloce. Spero che voglia
ospitare a casa mia anche mia figlia. Il periodo di prova è
proseguito bene, lui mi accompagna anche alla polizia per regolare
la mia presenza in Italia. Dopo, essendo in regola, faccio la visita
dallo specialista, il quale mi assicura che devo mangiare di più,
sono troppo magra.
Per colazione posso prendere solamente un caffè. Fa più freddo
adesso, non ci sono più frutti, i polli che ha sono piccoli, ma fanno
abbastanza uova. Le uova grandi si vendono, le piccole le
mangiamo. Quando ne cuocio due, lui ne prende uno e lo butta tra
i polli che l’hanno fatto, e quando voglio versarmi ancora una
tazza di caffè, non mi da il permesso: "Costa troppo".
Un giorno arrivano ospiti. Lui esce. Ritorna con un pezzo di
formaggio e delle salsicce. Magari, arrivassero tutti i giorni ospiti,
penso rallegrata. Finalmente qualcosa di buono a casa. Non posso
aspettare e prendo subito un pezzo di salame. "Fa sempre così",
dice lui agli ospiti. Loro abbassano gli occhi. Sprofondo nella
vergogna e non oso toccare più niente. Gli ospiti partono. Ciò che
resta viene riposto.
Quando esce di casa, il giorno dopo, vado a cercare il formaggio.
Non riesco a trovarlo da nessuna parte. La fattoria è grande, ci si
può nascondere qualsiasi cosa facilmente. Trovo solamente una
confezione di polvere su cui è stampato un teschio, e nello stesso
armadio trovo anche una pagina di un vecchio giornale polacco.
Per me, che vengo dall’Ucraina, è facile leggere il polacco. Vedo
lui a figura intera. Una delle sue donne polacche racconta quali
incubi ha vissuto e avvisa le altre di non avere fiducia in questo
mascalzone.
Vivo come uno zombie, non so dove cercare, non so cosa devo
fare. Ho fame e sono ammalata. Se mi gettassero un pezzo di pane
sul pavimento lo mangerei come un cane. Ma questo non succede.
Quando gli chiedo qualcosa da mangiare, mi dice: "Levati dalle
scatole. Ci sono tante altre straniere".
La fame è una sensazione terribile, ma ancora più spaventoso è che
vuole sempre fare all’amore. Le poche volte che lui mi lascia fare
la doccia esige di toccarmi e di fare altre porcherie. Mi vergogno a
subire queste cose, mio marito non mi ha mai chiesto cose del
genere. Mario, invece, mi spiega che sono una straniera e se
racconto quello che lui fa nessuno mi crederà, e aggiunge "Basta
che dica che mi hai rubato soldi, e andrai in carcere".
Siccome mangio troppo poco e dormo poco, divento insensibile.
Per la prima volta ho pensato ad una corda. Non posso ritornare in
Russia ed essere di peso ai miei figli, è meglio se m’impicco qui.
Ma ho paura. Piano, piano, metto un po’ di veleno nel caffè e nel
brodo. Per lui questo brodo è così gustoso che ne mangia tutti i
giorni una mezza pentola. Le sue unghie diventano blu. I suoi
capelli cadono. Un giorno si stende sul divano e dopo poco inizia
ad uscirgli una schiuma bianca dalla bocca e gli occhi gli si
rovesciano indietro. Ho avvisato la vicina di casa. Ora mi trovo in
carcere.
Francesco Morelli - Stranieri in carcere: diritti
teorici e problemi concreti
Agosto 1999
Quando parliamo di pene umanizzate, di misure alternative alla
detenzione e di integrazione sociale, dobbiamo ricordarci che un
terzo di tutti i carcerati è costituito da stranieri ed essi sono, quasi
sempre, esclusi di fatto dalle opportunità di recupero che la legge
offre. Negata dunque spesso la libertà provvisoria, negate le
misure alternative, gli arresti domiciliari, il lavoro esterno e, per i
tossicodipendenti, nessuna possibilità di accedere alle comunità
terapeutiche, Ma va sottolineato che, nel distretto di Padova, la
condizione degli stranieri detenuti è migliore che altrove: alcuni di
loro sono ammessi al lavoro esterno, alla semilibertà,
all’affidamento ai servizi sociali e un buon numero esce in
permesso premio.
Straniero, extracomunitario, immigrato, clandestino o irregolare?
Questi sono termini che utilizziamo spesso e nemmeno ci
chiediamo più se il loro uso sia appropriato, quindi credo valga la
pena di dare una definizione precisa per ciascuno di essi.
gli stranieri sono tutti coloro che non hanno cittadinanza italiana,
compresi quindi gli immigrati residenti in Italia: gli
extracomunitari sono tutti gli stranieri che non sono cittadini di
un paese dell’Unione Europea, quindi anche gli svizzeri, gli
statunitensi, etc: gli immigrati sono generalmente persone che
arrivano in Italia con un progetto di vita nel nostro paese, oppure
che vi transitano diretti in altri paesi nei quali intendono stabilirsi;
i clandestini sono stranieri entrati illegalmente in Italia,
generalmente privi di passaporto e di altri documenti di identità;
gli irregolari sono stranieri privi, per qualche ragione, del permesso
di soggiorno perché è scaduto, o perché glielo hanno revocato.
Dai fenomeni migratori vanno senz’altro distinti gli ingressi
collegati ad episodi di criminalità internazionale: i contrabbandieri
di armi, i trasportatori di clandestini e i corrieri della droga che
portano una determinata "merce" dove il mercato la richiede, poi
tornano al proprio paese e preparano un nuovo viaggio (oppure si
mettono a riposo, se hanno già guadagnato abbastanza), Anche gli
zingari, che vengono dall’estero e mantengono abitudini itineranti,
non possono certamente essere considerati immigrati, i veri
immigrati sono una percentuale ridotta sul totale degli stranieri
presenti nelle carceri italiane e, senza dubbio, sono quelli che della
pena sperimentano solo gli aspetti afflittivi.
Passeggeri di seconda classe sui treni della giustizia
Gli immigrati si fanno per intero la custodia cautelare: in attesa di
giudizio per piccoli reati in carcere ci rimangono soltanto loro.
"Per la sua condizione di straniero", recita spesso il magistrato nel
negare la libertà provvisoria, "non è affidabile, potrebbe lasciare
l’Italia rendendosi irreperibile oppure commettere altri reati,
essendo privo di fonti di sostentamento", Quello del magistrato,
del resto, è un ragionamento molto lucido: quando un giovane si
trova senza lavoro, senza scuola, senza affetti e assistenza
sanitaria, se manca insomma quella rete sociale che normalmente
dovrebbe sostenerlo, ci sono molte probabilità che si metta a
rubare, o a spacciare, e questo a prescindere dal colore della sua
pelle.
Gli immigrati che si incontrano in carcere provengono spesso da
una vita di strada e molti di loro sono tossicodipendenti: qualcuno
ha conosciuto momenti effimeri di benessere derivanti dalle
attività illecite, i più soltanto stenti e disperazione quando, nei
loro sogni, l’Italia doveva assomigliare a un paradiso terrestre. Al
processo hanno trovato difensori d’ufficio che si sono impegnati il
minimo indispensabile, hanno spesso incontrato difficoltà nel farsi
comprendere (nonostante la presenza dell’interprete) e, di solito,
hanno preso il massimo della pena. Durante la detenzione vengono
trasferiti spesso da un istituto all’altro, poiché non hanno legami
in nessuna città: trascorrono anni senza ricevere visite di parenti, a
volte anche senza poter telefonare.
La spirale prosegue con l’abuso degli psicofarmaci e con gli atti di
autolesionismo, che servono di solito per attirare l’attenzione e
reclamare i propri diritti, ma in qualche occasione anche per
ricercare la morte, a volte perfino quando sono prossimi alla fine
della pena, perché per loro finisce qualcosa di terribile, ma sta per
iniziare un futuro altrettanto privo di prospettive. Sulle loro morti
di solito non indaga nessuno.
Quando escono, trovano l’espulsione ad attenderli, oppure
rimangono in Italia come clandestini e non possono essere accolti
in una struttura pubblica, ne lavorare in regola: riprendono spesso
a drogarsi e poi a spacciare: quando durano un anno senza tornare
in carcere è già molto, le condanne che ricevono vanno
generalmente dai tre ai cinque anni, in un ciclo immutabile come
le stagioni.
Il desiderio di libertà e il rispetto delle regole
A Padova, e in particolare qui alla Casa di Reclusione, gli stranieri
trovano condizioni migliori, rispetto alla norma degli istituti
italiani, perché partecipano numerosi a tutte le attività culturali,
dalla rassegna stampa, al giornale, al laboratorio teatrale, ai corsi
scolastici e professionali.
Ma la cosa più importante è che riescono ad ottenere permessi e
misure alternative alla detenzione questo grazie a iniziative
concertate con gli enti locali, con cooperative e associazioni di
volontariato.
Naturalmente c’è anche chi ha approfittato delle uscite per
evadere e la proporzione tra gli stranieri e gli italiani non rientrati
al termine dei permessi è nettamente "favorevole" ai primi. E’ un
dato che non deve meravigliare, se pensiamo alle prospettive
concrete che un immigrato si ritrova al termine della pena. se è
irregolare lo aspetta l’espulsione, oppure il ritorno a una vita di
clandestinità.
Per la verità anche i regolari non hanno prospettive molto più
rosee, ma almeno sono paragona bili a quelle di ogni italiano che
sia privo di sostegno da parte della famiglia: un lavoro poco
gratificante e poco compensato, il pregiudizio della gente, la
sopravvivenza come obiettivo primario.
La decisione di rientrare al carcere e quindi di chiudere i conti con
la giustizia dipende molto dalle condizioni nelle quali una persona
si trova e in ciò che può ragionevolmente aspettarsi dal proprio
futuro.
Creare opportunità di integrazione sociale che siano concrete
anche per i detenuti stranieri significherebbe diminuire di molto il
rischio che essi scelgano di evadere, perché diventare latitanti
rappresenta comunque l’ultima spiaggia.
Fulvio Santagata - Quando l’immigrazione parlava
calabrese
Bologna, anni ‘60, una scuola di quartiere e un giovanissimo
immigrato: "E’ arrivato il marocchino, finalmente!", gli dicono
accogliendolo in classe. Ma il "marocchino" di Calabria non si
offende, perché non sa neppure chi è o cos’è un marocchino
Gennaio 2001
Siamo un paese che ha faticato molto ad accettare e ad accogliere
la sua immigrazione interna, dal sud al nord, dalla Puglia e dalla
Calabria a Torino, destinazione Fiat, ma anche a Milano, a
Bologna. Immaginarsi la fatica che facciamo, a trent’anni di
distanza, a non rifiutare ragazzi che arrivano dal Marocco, dalla
Tunisia, dall’Albania. La storia si ripete: "non si affittano case ai
meridionali", c’era scritto nei condomini dei quartieri popolari di
Torino, ora non c’è scritto "non si affitta a marocchini e tunisini",
perché siamo diventati più eleganti, ma la sostanza è la stessa. E
tante storie, allora come ora, finiscono in carcere: i ragazzi più
giovani, nelle carceri italiane, oggi arrivano dall’Africa o dall’est
europeo, ma le carceri sono anche piene di uomini che hanno
cominciato la loro "carriera" di delinquenti quando erano ragazzini,
emigrati dal sud, dal "nostro" sud, nelle periferie delle grandi città
del nord.
Ci piace allora raccontare, accanto alle vicende di tanti giovani
immigrati stranieri, anche le loro storie, che sono storie tutte di
casa nostra: di quando gli immigrati parlavano calabrese o pugliese.
Una tranquilla giornata invernale, il sole tiepido ancora ci
permette di giocare fuori coi calzoncini corti. In Calabria il clima è
mite, l’inverno può considerarsi come la primavera del nord. E’ il
1962, siamo in attesa di nostro padre che ha già accompagnato
parte della nostra famiglia proprio al nord, a Bologna. Siamo
rimasti con la nonna, i miei tre fratelli ed io. I nostri discorsi
evitano di affrontare l’argomento della partenza, ma sappiamo,
senza dircelo, che dispiace a tutti andar via.
Mio fratello più grande ha 12 anni, il secondo 10, io 6 ed il più
piccolo solo 4 anni. Ci sediamo a tavola per mangiare qualcosa
prima di partire, arriva in quel momento mio padre, fa le porzioni,
si siede con noi e ci fa fretta poiché il treno partirà nel giro di
qualche ora.
Prendendo alla lettera ciò che ci ha detto, ricordo, ho mangiato
d’un fiato il mio piatto di spaghetti ancor prima che la nonna mi
mettesse sopra il sugo… occasione, questa, per farci un’ultima
risata.
Poi i preparativi, le valige (le "mitiche" valige di cartone) stipate
all’inverosimile, legate con lo spago da pacchi, nodi alla marinara,
come piaceva dire a nostro padre, una grande busta di cotone
contenente tutto quanto occorreva al sostentamento durante il
viaggio, enormi ruote di pane casereccio, qualche soppressata,
qualche etto di mortadella, un po’ di formaggio, un buon fiasco di
vino e qualche bottiglia d’acqua.
Ci viene a prelevare nostro zio con la sua seicento multipla, carica
tutto, un po’ sul tettuccio un po’ incastrato tra noi nell’abitacolo,
e andiamo alla stazione. Guardando da quello spicchio di
finestrino che mi è concesso, mi vengono quasi le lacrime agli
occhi vedendo passare i volti dei miei amici che, sapevo, non avrei
più rivisto, guardavo quei luoghi a me familiari e mi immaginavo
cosa poteva aspettarmi là, dove mio padre mi stava portando,
sapevo già allora che nulla avrebbe potuto competere col "bello"
che mi stava toccando lasciare ed ero triste, molto triste anche
quando si rideva tutti insieme delle battute che si facevano
riguardo all’eldorado che ci prospettavano...
Il treno, affollatissimo… Ci siamo sistemati sul pianerottolo
appena dopo la scaletta, seduti sulle valige e sui cartoni, parecchia
gente intorno a noi era in piedi, guardavo gli occhi degli altri
ragazzi che come me seguivano i desideri dei loro padri, tristi
anche loro, ma ridevano, come me e con me, perché il gioco lo
imponeva. Dopo non so quanti chilometri, né quanto tempo,
siamo riusciti ad appropriarci di uno scompartimento, così
abbiamo potuto sistemarci un po’ meglio. Mia nonna ha
cominciato a tirare fuori il pane ed il companatico, mio padre ha
aperto il suo coltello a serramanico e con dovizia particolare, come
fosse il migliore dei chirurghi, ha cominciato a far fette come se
venissero fuori dall’affettatrice, una fetta di mortadella, una fetta
di provola un paio di fette di soppressata, la nostra cena. Ogni
boccone masticato coi ricordi di quanto lasciavamo dietro le spalle,
già quello scompartimento era un mondo nuovo. Fuori dalla porta
si scorgevano volti di persone sconosciute, si sentiva parlare una
lingua diversa, l’atteggiamento della gente, poi, non era il solito
con cui avevo avuto a che fare fino a quella mattina.
Tristezza nel mio cuore, anche se sapevo che quel viaggio mi
avrebbe condotto da mia madre e dalle mie tre sorelle che erano
partite quasi un mese prima. La voglia di riabbracciare mia madre
mi fece addormentare che ancora dovevo finire il panino…
poggiando la testa sul finestrino e guardando le luci che mi
correvano incontro ricordo di aver sognato un mondo fantastico
dove eravamo tutti riuniti a giocare e a mangiare, tutti, la mia
famiglia e i miei amici che sapevo ormai lontani.
Il viaggio durò più di ventiquattro ore, man mano che ci
avvicinavamo al nord, il freddo si faceva sempre più intenso, la
nonna tirò fuori dei maglioncini per coprirci un po’ meglio, ma i
pantaloncini rimasero corti, in quanto proprio non ne avevamo di
lunghi. Era gennaio del 1962, non ricordo un inverno più freddo
di quello, la neve aveva preso il posto del verde, il paesaggio ai
miei occhi era stupefacente, non avevo mai visto la neve. Mio
padre mi prendeva in giro perché ne avevo troppo paura, per me
era qualcosa che mi nascondeva tutto quello che conoscevo meglio,
la natura, gli alberi, le case, e il treno con la sua velocità rendeva
ancora più difficoltoso, per me, realizzare dei punti di riferimento
in mezzo a quella distesa accecante.
Arrivammo a Bologna nel tardo pomeriggio di una gelida giornata
di gennaio, c’era ad attenderci un signore, amico di mio padre, che
con la sua seicento era arrivato quasi sotto lo sportello del treno.
Io rimasi sul predellino della scaletta a guardare le operazioni di
carico di tutto quanto ci eravamo portati dietro, poi salirono i miei
fratelli e mia nonna, ma quando avrebbe dovuto toccare a me, mi
attaccai al passamano del treno e urlando dissi che non volevo
andare da nessuna parte, che non sarei andato in mezzo alla neve,
c’era letteralmente mezzo metro di neve, ed io, se non ricordo
male, arrivavo a superare quella misura solo per qualche
centimetro. Mio padre fece per un attimo la voce grossa, credendo
che stessi facendo i capricci, poi, quando si rese conto che
effettivamente se mi fossi buttato giù sarei stato sommerso dalla
neve, venne e mi prese in braccio e mi pose in macchina. Un
freddo bestiale e la sensazione di non poter più vedere il sole è il
primo ricordo che ho di Bologna.
Il signore che guidava la macchina, parlando con mio padre, lo
metteva al corrente di quanto era avvenuto durante la sua assenza,
tranquillizzandolo al riguardo delle nostre sorelle e di nostra
madre, mentre noi dietro ci tenevamo stretti e cominciavamo a
valutare il nuovo posto dove avremmo dovuto vivere.
La macchina si fermò davanti al portone di un vecchio palazzo, un
paio di colpi di clacson e dopo poco ecco materializzarsi
nell’androne nostra madre con la più piccola in braccio, dietro di
lei le altre due bambine che si tenevano aggrappate alla sua gonna
e sbirciavano impaurite la scena di noi che uscivamo dalla
macchina tutti anchilosati e stanchi del viaggio.
Appena scesi ci infilammo immediatamente dentro al portone dove
nostra madre ci abbracciò e ci bacio parecchie volte prima di
lasciarci salutare le nostre sorelle.
E subito venimmo a saper, da loro, che si stava male, che il posto
non era bello come quello che avevamo lasciato. Che i bambini che
c’erano non volevano avere a che fare con noi, che ci chiamavano
"marocchini", perché venivamo dal sud.
Cominciammo a salire una rampa di scale, poi un’altra rampa, poi
ancora e ancora scale, cinque piani e dopo l’ultimo piano una
rampa di scale in assi di legno e la soffitta: ecco la nostra
abitazione. Ricordo che mio padre e mia madre dovevano
camminare leggermente curvi per potersi muovere. Il tetto era a
spiovente su tutti e due i lati, solo nel mezzo loro potevano stare
diritti sfiorando ugualmente con la testa l’architrave che
sorreggeva il tetto. Appena dentro sulla sinistra una cucina
economica appoggiata su una pila di mattoni, nel centro della
stanza un tavolato che serviva da poggia cose, ma che al momento
del desinare diventava la tavola dove mangiare. Più avanti una
porticina che si apriva in una stanza un po’ più piccola con il letto
grande dei miei genitori, attorno un paio di culle per le sorelle più
piccole, un’altra porticina dava accesso ad un’altra stanza dove
c’erano un letto per mia nonna e tre letti per gli altri cinque figli,
due a due i maschi ed uno piccolino per mia sorella grande. Sopra
di noi si apriva un abbaino che ci dava la visione del cielo plumbeo
di quei mesi invernali. Al centro della stanza una stufa a carbone
che sfiatava dall’abbaino leggermente aperto.
Mangiammo qualcosa di caldo, dopo mia madre e mia nonna
cominciarono a preparare i letti e gli scaldaletto. Prendevano la
brace dalla stufa, la mettevano nello scaldaletto che poi ficcavano
dentro ad un letto, qualche minuto per togliere freddo ed umidità
e subito ci si infilava sotto, poi un altro e così nel giro di poco
tempo eravamo tutti sotto le coperte. Parlando con mio fratello,
che dormiva con me, ricordo quanto ci era sembrata strana tutta la
procedura, ma quanto caldo faceva sotto le coperte, poi dopo un
po’ cominciammo a risentire freddo e non riuscivamo a darci pace
per ciò che avevamo lasciato, il caldo tepore del clima calabrese. Ci
ripromettemmo che appena possibile saremmo tornati in Calabria,
anche se nostro padre non fosse stato d’accordo.
Arrivò giorno, il primo giorno a Bologna. Mia madre ci prese e ci
portò ognuno alla scuola a cui ci avevano assegnato, io facevo la
prima elementare… entrai in classe e tutti sembrava aspettassero
me, ero abbronzatissimo al loro confronto, naturalmente il primo
commento che ho sentito è stato: "E’ arrivato il marocchino,
finalmente!". All’inizio non mi arrabbiavo neppure, in quanto per
me non poteva essere un’offesa, non sapevo neppure chi era o
cos’era un marocchino, poi ci pensarono i miei compagni di classe
a farmi capire bene che non poteva non essere un’offesa e così ho
cominciato a fare a botte ogni volta che qualcuno si rivolgeva a me
con fare sprezzante. E più cercavo di farmi rispettare e più nemici
mi facevo, ma non me ne fregava nulla.
Solo contro tutti. I primi giorni sono andati via su questa falsa
riga, tornando a casa a mia madre dicevo che non mi piaceva stare
a Bologna, alle sue domande più precise rispondevo però che a
scuola andava tutto bene. Piano piano ho cominciato comunque a
farmi apprezzare nonostante "l’onta" di essere meridionale e così si
faceva gruppo con altri bambini per i giochi o per fare un po’ di
cagnara durante la ricreazione… solo che io dovevo sempre
dimostrare qualcosina in più degli altri, vuoi per recuperare una
certa posizione nell’ambito del gruppo, vuoi, forse, perché ero un
casinista di prima qualità. Sta di fatto, che tra una marachella e
l’altra riesco a finire la prima elementare facendo una collezione di
punizioni a casa e a scuola, che mi portano a fare la seconda
elementare in collegio. Ma questa è un’altra storia.
Nabil Tayachi - Mamme italiane e mamme straniere,
ma sempre mamme
Ovvero: i consigli della mamma sono sempre preziosi
Dicembre 1999
E’ tutta colpa mia: i miei genitori mi avevano consigliato di non
venire in Italia. Mia madre mi diceva sempre:
- Se vuoi andare via, vai in Libia, tu conosci un mestiere per cui là
troverai certamente lavoro, rimanendo in un paese arabo. Io così
potrò stare tranquilla. Cosa vai a fare in Italia?
Guarda la televisione: si vedono soltanto programmi con ballerini
seminudi, maleducati che sono. Non sanno che noi vediamo queste
trasmissioni e non potremmo guardarle. Noi non siamo mica senza
dignità come queste ragazze quasi nude che non hanno famigliari a
controllarle e non si vergognano davanti alle loro madri, ai loro
padri, ai loro fratelli.
- Mamma, queste cose si chiamano libertà, democrazia!
- Spostati di qua, altrimenti ti spacco la testa: ma quale libertà e
democrazia, quelli sono maleducati e basta, non hanno dignità.
Guarda per esempio quanti omicidi si vedono in televisione, non
passa un giorno senza che ci sia una sparatoria, senza che si parli
di mafia e di camorra. Senza aver bisogno di andare in Italia le
abbiamo conosciute tutte queste cose! Se ti lascio andare loro ti
ammazzano! Qui non ti manca niente: non ti abbiamo mai lasciato
senza soldi, la casa ce l’hai. Ti piace la pasta? Ti ho sempre
preparato la pasta. Ti piace la pizza? Vai in città e trovi le
pizzerie: non hai bisogno di andare in Italia! Puoi anche stare a
casa senza lavorare, tu che sei disoccupato ti vesti meglio di quelli
che lavorano.
- Senti mamma, non è che l’Italia mi piaccia particolarmente, ma è
l’unico paese nel quale non serve avere il visto per entrare, il resto
dei paesi europei ha chiuso le frontiere e non è facile avere il visto
d’ingresso: chiedono molti documenti, perché hanno già molti
immigrati.
- Se loro hanno chiuso le frontiere vuol dire che non ti vogliono!
- Non è che non mi vogliano, il problema è che non possono
ospitare tutti quanti, l’immigrazione è un fenomeno molto vasto e
da quasi tutti i paesi del terzo mondo gli immigrati si spostano
verso l’Europa. In Europa vengono ammessi solo in pochi, solo il
numero necessario a svolgere i mestieri che la gente di là non vuoi
più fare.
- Ah, allora ti sei informato bene! Dimmi una cosa, che lavoro
vorresti fare in Italia?
- Quello che trovo, mi arrangio finche trovo un lavoro che mi
piace.
- Non hai risposto alla mia domanda: che lavoro vorresti fare in
Italia?
- Ho sentito che è la stagione della raccolta del pomodoro, poi c’è
quella delle olive. Anche il lavoro come manovale o come operaio
mi andrebbe bene.
- E così vuoi andare in Europa per fare dei lavori che ci sono
anche da noi e qui non li vuoi fare: li fanno i terroni che arrivano
dal sud, voi giovani della capitale preferite emigrare in Europa!
- Mamma, in Europa non mi vede nessuno a fare questi lavori, e
quando ritorno ho la macchina e il portafoglio pieno, e racconto
una bugia dicendo che ho il lavoro in qualche ufficio.
- Ma sei matto, non è possibile nascondere niente perché tutti
guardano la RAI e conoscono la lingua italiana. Non è possibile
prenderli in giro. Pensa a tutti quelli che hanno rimandato
indietro, che non hanno nemmeno potuto mettere piede in Italia.
- Tu parli di quelli che hanno la "faccia non buona": in dogana,
quando noi tunisini arriviamo tutti assieme, con il passaporto e i
soldi, la polizia non fa passare tutti e qualcuno lo rimanda
indietro, senza motivo. Allora, quelli mandati indietro li
chiamiamo "faccia non buona", sicuramente se avessero una faccia
migliore sarebbero passati. Secondo te, io ho la faccia non buona,
loro hanno un altro come me?
- No figliolo, un altro come te non ce l’hanno certamente. Ma
voglio sapere che cosa ti manca, perché vuoi andare a tutti i costi?
- Voglio andare a cercare la mia fortuna, che qui non ho trovato.
Ho sentito parlare molto di questi paesi in cui c’è la democrazia.
- La democrazia di cui parli ne ha combinate di tutti i colori,
invece qui nessun poliziotto ti ha mai fermato, tuo padre ha molti
amici e anche se finisci in carcere loro ti tirano fuori.
- Adesso basta, oramai mi sento grande e non mi serve più
nessuno, voglio costruirmi da solo il futuro.
- Figliolo, tutti quelli che sono andati sono tornati poveri, e questo
non ti basta?
- Io non sono come gli italiani, che quando hanno bisogno di
qualcosa vanno dai loro padri e gli chiedono soldi: soldi per
comperare la macchina, per andare in discoteca, per sposarsi. Io
sono diverso, anche per la nostra tradizione: voglio fare tutto da
solo e voglio sposare la donna che amo, quella che scelgo io, quindi
le spese per il matrimonio voglio pagarle io.
- Figlio mio, tunisina o italiana, la moglie che prenderai per me è
uguale. In Tunisia, lo sai meglio di me, ci sono ragazze di tutti i
tipi: ce ne sono di bionde, con gli occhi azzurri e anche verdi.
Cosa vai a fare in Italia, che da noi c’è già tutto?
- Anche molti italiani vivono in mezzo a noi da tanti anni. gli
italiani sono stati i primi ad essere emigranti e, ancora oggi, gli
italiani all’estero sono numerosi come metà della popolazione
dell’Italia.
- Ma allora tu sei matto: se anche loro emigrano vuoi dire che nel
loro paese non c’è lavoro. Tu che diavolo vai a fare dove non c’è
lavoro? Se tu vai in Italia ritorni in una bara, come tanti altri
tunisini che sono finiti nei giri della droga. Molti sono finiti in
galera, molti sono morti.
- Ma mamma, secondo te io vado a spacciare droga!? Dopo
l’educazione che mi hai dato e tutto quello che ho imparato della
droga voglio conoscere solo il nome, non la toccherò mai! Non
voglio morire e non voglio ammazzare nessuno.
Questo era il mio "ottimistico" punto di vista: finche non sono
finito in galera, in Italia naturalmente!
Maledetti questi occidentali, hanno rovinato i nostri figli! Madri
tunisine e nipoti occidentalizzati a confronto
Febbraio 2000
Insomma, eccomi qui, in Italia, un paese che ho amato tramite la
televisione. Da piccolo avevo altri desideri, volevo imparare il
tedesco perché avevo una grande voglia di andare in Germania,
per vivere in mezzo alla "razza ariana".
Mi piaceva anche la Francia, vedendo gli emigranti che
rientravano da quel paese a Tunisi per le vacanze con macchine di
lusso e raccontavano di aver comprato perfino la casa e di avere il
conto in banca: roba da non credere! Famiglie molto numerose,
che avevano bisogno di un capitale per fare le vacanze: alcuni
erano in undici, come una squadra di calcio, altri perfino in
diciotto; che avessero meno di otto componenti, tra genitori e
figli, non ce n’erano.
Il problema di queste famiglie quando tornano in patria è che
spesso i figli non sanno parlare l’arabo, ma solo il francese, e
quando sono ospiti dai loro parenti rimasti in Tunisia non riescono
a farsi capire da loro.
Anche mia madre, quando arrivano i nostri parenti dalla Francia, è
contenta di ospitarli, ma si stanca molto per la difficoltà di parlare
con i bambini vissuti in Europa.
Quando uno di loro, alle dieci del mattino, un giorno le ha chiesto
di portargli le scarpe perché voleva uscire a giocare, lei gli ha fatto
il cappuccino, perché il francese non lo conosce. Lui ripeteva che
voleva le scarpe e lei gli ha portato una brioche; lui insisteva con le
scarpe e lei metteva più zucchero; finché il bambino è stato
costretto a prenderla per mano e portarla dove si trovavano le
scarpe, per farle capire cosa le chiedeva.
Da quel giorno, mia madre pensava di aver capito tutto: secondo
lei, chi le chiede qualcosa verso le dieci del mattino, vuole
sicuramente le scarpe.
Il giorno dopo, arriva il fratello del bambino che voleva le scarpe e
le chiede, in francese, una bibita: lei, naturalmente, va sicura e gli
porta le scarpe, ma lui non vuole quelle, insiste a chiedere la bibita
e poi comincia a piangere.
Lei cerca di calmarlo, lo prende per mano, gli mostra i vestiti, ma
lui dice di no; gli mostra i giocattoli, e lui dice ancora di no; lo
porta al bagno, neanche quello; alla fine lo porta in cucina e il
bambino comincia a sorridere, allora mia madre apre il frigorifero
e lui indica la bibita: meno male che c’è!
Con mia madre, si deve parlare l’arabo, perché solo quello capisce
e, da quando i nipoti vengono a trovarla, le sono diventati i capelli
bianchi per le preoccupazioni: per l’anno prossimo, o imparano
l’arabo, oppure vengono accompagnati dai genitori.
"Meno male che non portano gli orecchini: giuro che, se ci
provano, gli taglio l’orecchio!"
Un giorno, i due nipotini cominciano a piangere perché vogliono
andare a giocare con i figli dei vicini di casa. Mia madre non
capisce, pensa di avergli detto qualcosa di sbagliato e di averli fatti
arrabbiare, poi alla fine li lascia uscire e si ferma sulla porta di casa
per controllarli mentre giocano: "Tu stai attento di non cadere",
"Tu fai piano, altrimenti gli fai male e lo dico a tua madre", "Tu
vai via di qua che sei cattivo".
La vicina di casa esce, trova mia madre, la saluta e poi dice al
figlio che gioca di fare il bravo e di trattare bene quei due gioielli,
come fossero suoi fratelli. Mia madre le si avvicina e le racconta
sconsolata: "Sai, cara, sono figli di emigranti ed hanno dimenticato
la lingua dei loro genitori. Pensa che uno arriva alle dieci del
mattino e mi chiede le scarpe, ma io gli porto una bibita; l’altro mi
chiede una bibita ed io gli porto le scarpe".
"Eh, lo so", risponde la vicina, "sono abituati a consumare molto,
grazie ai loro genitori che possiedono i franchi francesi. I miei
figli, dopo la colazione, escono di casa e non tornano prima di
mezzogiorno".
"È logico, se tu li avessi educati bene, gli avessi comprato le scarpe
da calcio e un altro paio per passeggiare, allora anche loro
rientrerebbero alle dieci del mattino per cambiarle, ma quando ne
hanno solo un paio usano per forza quelle! Guarda quel bambino,
il figlio dei vicini, che gioca a piedi nudi: lui è molto intelligente,
ha un solo paio di scarpe e, se si rompono, rimane senza e i suoi
genitori lo picchiano anche.
Per questo gioca a piedi nudi e, quando diventa uomo, sa cosa vuol
dire la povertà e, quando ha i soldi, sa bene come spenderli. Non
come i miei figli e nipoti, che vogliono mettere questo o quell’altro
paio di scarpe, che vogliono seguire la moda, che non fumano
neanche le sigarette nazionali, ma vogliono quelle estere, che
costano il triplo.
In più non vogliono lavorare, si svegliano a mezzogiorno e
vogliono sempre soldi. Pensa che il loro padre fa brutta figura con
gli amici, quando si impegna a trovare un lavoro per i ragazzi e
loro, alla fine, rispondono di no, che preferirebbero essere morti,
oppure restarsene disoccupati, che fare quel tipo di lavoro. A
scuola sono andati male tutti quanti, così adesso non possono
neanche lavorare come impiegati di banca, o nelle assicurazioni.
Sono meglio le femmine, che studiano con più impegno, accettano
volentieri di lavorare e, quando sono di riposo, aiutano pure nelle
pulizie di casa. Mia figlia, quando le dico che una cosa non va
fatta, lei non la fa.
Invece, i maschi, quello che gli dici gli entra da un orecchio e gli
esce dall’altro, sai, è difficile educare i figli di questa generazione:
hanno la testa dura e dicono che noi abbiamo una mentalità troppo
vecchia.
Pensa, che con i soldi di uno stipendio sono capaci di andarsi a
comperare un paio di jeans tagliati sul ginocchio e pure dietro;
dicono che questa moda viene dall’occidente.
Maledetti questi occidentali, hanno rovinato i nostri figli. La
stessa cosa per i capelli, ogni mese un taglio diverso, un vera
tortura, ma loro dicono che va bene così. Meno male che non
portano gli orecchini: giuro che, se ci provano, gli taglio l’orecchio!
Ci manca solo che diventino come le femmine, così non troverei
nemmeno più i miei, di orecchini. Sai, cara, non ci sono più i
maschi di una volta: non c’è più religione!".
Nicola Sansonna - Quando gli extracomunitari
eravamo noi...
Maggio 1998
Era l’estate del 1960, io ero piccolissimo, l’unico brandello di
ricordo che ho del mio viaggio verso Torino, proveniente dalla
Puglia, è che ero stanco e volevo dormire, in treno non c’erano
posti, quindi mi addormentai su una delle "valigie" di cartone che
mio padre portava con se. lo e mio padre eravamo "l’avanguardia"
della nostra famiglia e seguivamo il fratello di mio padre, zio
Domenico, già da alcuni anni residente in Piemonte con l’ambito
posto di "operaio FIAT".
Mio padre aveva lasciato la nostra terra natia perché allora come
ora il lavoro era scarsissimo e mal pagato. Aveva fatto il bracciante
e prima di partire per il Piemonte lavorava nella "pietraia" (così
l’ha sempre chiamata) come cavato re di pietre, mi diceva che era
un lavoro massacrante.
In Piemonte io fui affidato alla moglie di mio zio (non conservo un
ottimo ricordo di quel periodo) e mio padre trovò lavoro in una
ditta, la Viberti, che faceva tubi di cemento per condotti.
Riuscì risparmiando a trovare casa e mobilio, una vecchia casa
cantoniera immersa nel verde, ma con dei topi grossi come i gatti e
senza energia elettrica. .
Mia madre ci raggiunse nel 1961 dopo che nacque mio fratello
Ruggero, così la famiglia si riunì: mio padre, mia madre, mia
sorella Teresa ed il piccolo Ruggero. Finché restammo in
campagna non ci furono problemi di sorta, giocare nei pioppeti,
raccogliere frutti di bosco erano le mie attività preferite.
Mio padre e mia madre, applicando un antico detto contadino
"Tanti figli tanta ricchezza" mi diedero la gioia di vivere in una
famiglia numerosa. Nel 1968 avevo 6 tra fratelli e sorelle, io,
Teresa, Ruggero (i pugliesi) e Celestino Gianni Mimmo Lucia (i
piemontesi), tutti più giovani di me, in casa nostra la tristezza e la
noia non erano ammesse.
I primi problemi di integrazione li ebbi quando iniziai le scuole,
infatti parlavo pochissimo e male l’italiano. Il primo anno di scuola
fu per me molto duro... e fui regolarmente bocciato. Mia madre fu
chiamata in direzione e pregata di cercare di parlare l’italiano in
casa. Ci provammo, ma dopo pochi minuti si tornava all’armonico
e melodioso pugliese! Andammo ad abitare in un paese vicino a
Torino, nelle case diroccate nel centro storico. Lo facemmo perché
mio padre cambiò lavoro, anche lui come mio zio lavorava ora per
una fabbrica che produceva balestre per auto e camion FIAT.
Lavorava vicino agli alti forni dove venivano forgiate le balestre, e
andò in pensione con grossi problemi ai polmoni.
Noi meridionali ci chiamavano "Napoli"
La prima volta che sentii la parola "terrone" ci ridevo sopra, ma
poi con l’andare del tempo litigavo con chiunque usava con me o i
miei fratelli quel termine, ed erano parecchi... spesso sono tornato
a casa con qualcosa di pesto... ma le ho anche date!
A Cambiano noi meridionali ci chiamavano "Napoli": come mi
faceva incazzare questo! Non perché io disprezzi Napoli, anzi, ma
io sono pugliese!! Il primo vero impatto con l’intolleranza lo ebbi
proprio lì a Cambiano, quando la madre di un mio compagno di
scuola portò via il figlio dal giardino pubblico dandogli due
schiaffi e dicendogli che non doveva giocare con noi meridionali.
Ma tutto sommato la stragrande maggioranza dei piemontesi che
ho conosciuto sono gente tollerante e raramente ho dovuto
sentirmi "straniero" in Italia…
Un cartello, quello sì lo ricordo bene, c’era scritto "Affittasi
appartamento 4 camere servizio e cantina, no a meridionali e
famiglie numerose". Era una bella zona, anche vicina alla scuola,
peccato che non affittavano ai meridionali, ma ormai noi
parlavamo bene l’italiano… però eravamo in 9. Ora immagino che,
se c’è ancora quel cartello, ci sarà scritto: "Affittasi 4 camere
servizio e cantina no a extracomunitari". Le famiglie numerose
non le citano più… chissà! Sarà proprio per trovar casa che si è
smesso di fare figli? Al nord ci sto bene ma il sud mi è rimasto nel
cuore, credo che se potrò tornerò in Puglia. Chissà se i meridionali
che vivono oggi a Torino, al quartiere San Salvario, hanno mai
visto un cartello "affittasi" di quel tipo. Non perdiamo la memoria,
allora gli extracomunitari eravamo noi!
Arjan Goga Albania: quando il sogno diventa un
incubo
Ottobre 1998
Era la primavera del ‘91 quando immagini drammatiche
dell’Albania giunsero attraverso la TV in tutto il mondo: si
sparava nelle piazze principali delle città, ormai senza più regole ne
ordine pubblico, si sparavano tra di loro, i miei paesani, e nessuno
capiva più cosa stesse succedendo. Una voce sola ricorreva nelle
strade: fuggiamo, presto, via via!
Le migliori occasioni le fornivano le navi che provenivano da
Durazzo, già cariche di clandestini con un sogno chiamato Italia o
Grecia, dove regnava la pace, in attesa che le acque si calmassero,
ma così non è stato.
Non potrò dimenticare gli occhi delle donne, con i loro bimbi in
braccio, e la luce negli sguardi di noi ragazzi, già uomini, che per
soffrire meno seguivamo ogni onda, consapevoli che la nostra terra
si perdeva dietro di noi, ma anche eccitati dalla prospettiva di
qualcosa che sapeva già di nuovo, di bello, decantato da tutti,
dimenticando le rivolte e le vendette, stanchi del governo
comunista che fucilava militari disobbedienti agli ordini, e ne
costringeva molti alla diserzione.
Ero uno di quelli con un sogno chiamato Italia
Bellissimo Paese: questo mi sono detto quando ho cominciato a
girare, a sognare ad occhi aperti; mi sono stabilito definitivamente
a Bolzano, dove ho trovato lavoro e mi sono sistemato. Le cose
andavano meglio, ero contento e stavo bene con tutti, ma era
destino che qualcosa non funzionasse.
Dopo sei mesi la ditta in cui lavoravo ha chiuso per fallimento ed è
diventato subito un calvario, un susseguirsi di azioni legate a
stranezze ed incredibili sfortune, anche perché la fortuna mi aveva
abbandonato del tutto. Non riuscivo più a trovare lavoro e
sembrava che anche l’aspettativa di fare l’autista (purtroppo per
lavorare falsificai la patente) non desse pace alla mia anima. Mi
sequestrarono la patente.
Molto probabilmente questo periodo segnò la mia vita: cominciai
con le conoscenze sbagliate ed i primi furti di macchine, poi
vennero i primi guai con la giustizia per la falsificazione della
patente. Oramai la cosa non mi interessava più di tanto, visto che
guadagnavo bene e rischiavo poco ed ero preso in considerazione.
Ho cominciato con le rapine quasi per gioco, poi è diventato un
"lavoro", con le mie tasche che si gonfiavano di giorno in giorno.
Frequentai assiduamente night-club e casinò, cominciai con vizi
delle donne e del gioco, era questa la vita che facevo e mi piaceva.
Il mio paese era lacerato ancora da guerre intestine
Quando nell’agosto del ‘94 i Carabinieri mi arrestano perché
ricercato da sei mesi da un ordine di cattura per una rapina, che
non era mia, mi cadde addosso il mondo. Perché, mi chiesi? Ero
tranquillo, sapevo che quella rapina non l’avevo fatta io, eppure
ero in carcere e ci rimasi venti mesi; mi domandavo chi fosse stato,
come fosse potuto accadere e soprattutto perché, non vedevo l’ora
di uscire. All’uscita dal carcere, nell’aprile del ‘96, volevo solo una
cosa: "tornare a casa mia". Deluso dalla vita e da me stesso,
promettendomi: "mai più cose del genere, basta con tutti e con
tutto, pazienza, è andata male". Ma il colpo più duro, quello
definitivo, mi venne dalla Tv e dai giornali: il mio paese era
lacerato ancora da guerre intestine, da "crack" finanziari, abusi di
potere di ogni tipo e truffe ai danni della povera gente. Cosa
potevo fare?
Molti altri miei connazionali si erano sistemati bene, avevano
avuto più fortuna di me; ora cosa faccio, mi chiesi, deluso e
amareggiato più che mai. E’ stato l’inizio della mia discesa che
tuttora mi logora l’animo ed il cuore, sofferta e dolorosa,
conseguenza dei miei errori e delle mie sfortune.
Ma mi è stata data veramente la possibilità di fare bene, di
realizzarmi in un altro Paese, visto che il mio quasi non esisteva
più? Non ne sono sicuro, anche se questa non vuoi essere una
scusante per me. Penso però che questa società, dal volto a volte
doppio ed ingannevole, sia spesso la causa delle orribili vicende
che troviamo quotidianamente sui giornali in prima pagina: la
gente si sente tradita nei propri ideali, perde fiducia in se stessa e
molti fuggono dalla loro terra lasciando tutto e trovando alle volte
la dura realtà carceraria.
Quello che in ogni caso non dimentico sono quegli sguardi, di
quella nave e di altre, sguardi che vorrei penetrassero nel muro di
ostilità di chi crede che in quelle navi siano raggruppate vite tutte
uguali, di sfruttatori o rapinatori, che sono in realtà una assoluta
minoranza.
Forse per molti non rappresenterò mai nulla, ma dentro di me
resterò sempre "uno di loro".
Artur Sognavamo un paio di jeans
Storia di uno scafista albanese
Quello che segue è il racconto di un detenuto albanese che nella
sua vita ha fatto anche lo scafista, è un’esperienza che in qualche
modo lo ha segnato e di cui conserva anche dei ricordi dolorosi.
Ognuno di noi, quando si racconta, cerca di trascurare le proprie
miserie e di dare il meglio di se, e forse anche il nostro
interlocutore lo ha fatto. Noi sappiamo che gli scafisti guadagnano
molto, che alcuni fanno parte di organizzazioni criminali, ma
sappiamo anche che ci sono ragazzi che fanno questo mestiere,
spinti dalla voglia di guadagnare un po’ di soldi, in un paese in cui
non ci sono grandi possibilità di scelta. La realtà è dunque più
complicata di come, spesso, la descrivono quei giornali che amano
le tinte forti e parlano solo di scafisti che buttano a mare donne e
bambini.
Agosto 1999
Sono nato in Albania in una città vicino al mare, Valona.
La mia è una famiglia di operai molto numerosa, mio padre
lavorava nelle cave di calce.
Avere la possibilità di studiare sotto il regime comunista di Enver
Hoxha non era molto facile. Gli studi erano riservati ai figli degli
intellettuali o agli uomini del regime, oppure bisognava essere
molto bravi per ottenere una borsa di studio, ed io lo ero.
La mia casa è proprio vicino al mare, quando ero bambino i nostri
giochi si svolgevano tutti lì, sulla spiaggia, ed il mare era la nostra
unica fonte di divertimento.
Modificando dei vecchi televisori riuscivamo a recepire il segnale
italiano, anche se sotto il regime di Enver Hoxha la ricezione delle
trasmissioni italiane era severamente vietata.
Quelle immagini mi portavano la realtà di un mondo, di un paese
che mi sembrava incredibile, quel tipo di vita la desideravo, ed
anche quelli che per lavoro, come i camionisti, avevano la
possibilità di uscire dall’Albania ci raccontavano di un paese delle
favole. Noi sognavamo veramente un paio di jeans.
Dopo la morte di Enver Hoxha, mentre frequentavo il primo anno
di ingegneria meccanica, un giorno del febbraio ‘91 iniziava la
rivolta di Valona che poi si estese in molti paesi dell’Albania:
erano in molti a tentare di assaltare i porti per espatriare, ma i
tentativi fallivano perchè i militari sparavano addosso. Le navi ed i
pescherecci furono allontanati dai porti ed ancorati allargo, nella
rada.
In una notte del marzo ‘91 io e un mio amico del mio stesso
quartiere, che lavorava su un peschereccio, ci provammo. Quella
notte ci ritrovammo a casa mia una decina di ragazzi, attendevamo
il segnale che doveva arrivarci dal peschereccio ancorato al largo.
Doveva farlo il nostro amico, a quel punto lo avremmo raggiunto a
nuoto.
Ricordo le lacrime di mia madre, che si metteva letteralmente
davanti alla porta per impedirci di partire: per quella notte sia per
il casino che fece che per la sua determinazione riuscì a fermarci.
Due miei fratelli maggiori arrivarono in Italia con il grande esodo
del ‘91, io soltanto sei mesi dopo, riuscendo finalmente a salire su
un peschereccio, dopo aver pagato cento dollari.
Approdammo nel porto di Brindisi, conoscevo un po’ di italiano e
riuscii a riunirmi con i miei fratelli. Sono rimasto in Italia sino ai
primi mesi del ‘94, facevo il muratore ma avevo molta nostalgia di
casa mia, mia madre, i miei fratelli, il mare.
Alla fine, un giorno mi imbarcai a Trieste sul traghetto con
destinazione Durazzo. Arrivato a Valona rimasi stupito del grande
cambiamento che era avvenuto in quel breve lasso di tempo:
negozi, grosse auto, gente vestita in maniera molto appariscente.
Domandai agli amici come era stato possibile tutto questo, la
risposta fu: il mare!
Il mare che da bambini guardavamo con gioia e rispetto ora poteva
cambiare la mia vita! Parlai con un mio amico che aveva alcune
conoscenze ed iniziai ad inserirmi nel giro degli scafisti, il mio
primo incarico fu di fare l’accompagnatore. Visto che parlavo
l’italiano, salivo sul gommone con la gente che chiedeva di fare la
traversata alla ricerca di fortuna e di condizioni migliori di vita,
facevo il viaggio con loro sin qui in Italia, scendevo e li
accompagnavo fino ad una stazione ferroviaria, provvedevo ai
biglietti e tornavo in Albania con il primo traghetto.
Durante questi viaggi imparai a portare il gommone: non è una
cosa facile. Dopo poco, me ne affidarono uno. La paga era più del
doppio di quella da accompagnatore.
Con i soldi guadagnati in un anno mi comperai anch’io un
gommone e mi misi per conto mio. Quello che mi stupiva, anche
se pure io avevo fatto la stessa esperienza, era la determinazione
che quelle persone avevano a voler partire ad ogni costo, spesso
erano loro
che tentavano di spingerci a partire anche se le condizioni
meteorologiche erano pessime. La decisione era comunque mia, se
le previsioni del tempo non erano buone non si partiva; mi
consigliavo anche con anziani pescatori e non sbagliavano mai!
Quando sento le storie di scafisti che gettano la gente in mare,
resto male, perché so che noi non l’abbiamo mai fatto. Capita che
qualcuno possa cadere in mare per qualche manovra improvvisa,
ma non c’è volontarietà, gli scafisti sono responsabili della gente
che trasportano, se si comportassero come tante volte si legge sui
giornali, in Albania sarebbero puniti dagli altri scafisti, anche
perché la loro attività ne verrebbe danneggiata.
La prima volta che mi affidarono un gommone, sentivo molto la
responsabilità che era caduta sulle mie spalle. Nelle mie mani c’era
la vita di trenta persone, le loro vite e la mia dipendevano dalle
decisioni che prendevo io. Un errore nell’affrontare un’onda
avrebbe significato la fine. Purtroppo nel febbraio del ‘96 accadde
proprio questo…
Partimmo da Valona, il mare era calmo e le previsioni buone.
Eravamo in trentatre sul gommone.
Uscimmo dalla baia di Valona e il mare cambiò improvvisamente,
ci ritrovammo tra onde alte ed un forte vento di tramontana
veramente cattivo: pensavamo che superato quel tratto critico il
mare sarebbe tornato navigabile, ma purtroppo non fu così Dopo
alcune miglia decidemmo di tornare indietro, le onde superavano i
quattro metri ed il vento era molto teso, proseguire era una pazzia.
Cercai di impostare la virata ma nella manovra un’onda ci
sommerse completamente, grazie aDio nessuno cadde in mare, con
quelle condizioni atmosferiche avrebbe significato la morte
sicuramente. A quel punto detti massima potenza ai motori, di
modo che la prua del gommone si alzò facendo defluire da dietro
l’acqua imbarcata.
Puntai la prua verso la costa riuscendo a percorrere oltre venti
miglia in quelle condizioni Finalmente si iniziarono ad intravedere
le luci della costa, accolte da un urlo di sollievo da parte di tutti
noi eravamo in salvo o almeno lo credevamo.
Ma il mare non ci dava tregua.
Un’onda più grossa delle altre si abbatte sui motori bloccandoli.
era successo ciò che di peggio poteva capitarci in quelle condizioni,
l’onda aveva rotto i serbatoi della benzina. La prima cosa che
pensai è che stavamo tutti per morire.
Mantenni la calma cercando di infonderla anche agli altri,
dicendogli che il gommone era quasi inaffondabile, e infatti restò
coperto d’acqua, ma galleggiava. Lanciai subito i razzi luminosi per
chiedere soccorso, dopo di che attivai la radio, ma purtroppo non
riuscii a contattare né la capitaneria del porto di Valona né quella
di Otranto.
Finalmente vedemmo una nave e iniziammo a sbracciarci ed a fare
segnali per farci notare, veniva verso di noi… forse non ci vide…
ma ci passò così vicino che rischiò di affondarci. Non so dire quale
fosse la sua nazionalità.
Le ore scorrevano ed eravamo in balia del mare, cercavamo di
dirigere il gommone a remi aiutandoci con le mani ma la corrente
era troppo forte.
Arrivò l’alba, ci eravamo nuovamente allontanati dalla costa,
continuavo a mantenere la calma e cercavo di infonderla agli altri
nella speranza che qualche imbarcazione ci vedesse e potesse
soccorrerci, ma trascorremmo anche quel giorno e la notte
successiva in quelle condizioni disperate. Il giorno seguente verso
le dieci del mattino vedemmo in lontananza il traghetto di linea
Otranto-Valona, ma a causa delle condizioni del mare non fummo
avvistati, anche perché eravamo semisommersi. Nel primo
pomeriggio udimmo il rumore dei motori di un aereo e iniziammo
ad agitare indumenti per attirare la loro attenzione.
Fortunatamente l’aereo volava a bassa quota e ci vide, ci sorvolò
alcune volte, dopo di che lanciò quattro segnali fumogeni per
segnalare la nostra presenza. Ci avevano trovati, eravamo salvi.
Dopo mezz’ora ci raccolse il traghetto di linea che in precedenza
non ci aveva visto. Il gommone fu abbandonato sul posto e dopo
quella avventura decisi di chiudere con il mare, smisi di fare lo
scafista.
La speranza è che in futuro non ci sia più necessità di rischiare la
vita per attraversate clandestine, e io spero che con l’aiuto
dell’Italia e di tutta l’Unione Europea, unita alla nostra
determinazione di popolo, riusciremo ad avere prospettive di vita
dignitosa anche in casa nostra.
Hamid - Un clandestino in cantina
Novembre 2000
"Alle nove di mattina, il giorno del mio fine pena, viene a
prendermi in carcere la polizia che mi trattiene in Questura fino
alle sette di sera. Penso che finirò in un campo di trattenimento
prima di essere rispedito in Marocco. Invece un ispettore gentile,
dopo molte telefonate, mi dà un foglio dove c’è scritto che ho 15
giorni per andarmene dall’Italia, da solo. Mi dice anche che il
permesso di soggiorno è scaduto mentre ero in carcere e che non
risulta che abbia chiesto la sanatoria. Ma anche se il permesso
fosse stato ancora valido, avrei dovuto lo stesso andare via
dall’Italia, perché ho l’espulsione in sentenza e non risulta che ne
abbia chiesto la revoca.
Non ci capisco niente: avevo chiesto di rinnovare il permesso e di
poter fare la sanatoria! E poi, se sapevano che avevo l’espulsione e
che dovevo per forza andare via, perché l’assistente sociale e
l’educatrice mi hanno anche cercato lavoro (vabbè che non l’hanno
trovato) senza dirmi che prima dovevo chiedere la revoca
dell’espulsione? Che casino, che confusione…!
Capisco solo che per 15 giorni sono autorizzato a rimanere in
Italia. Quindici giorni per trovare un lavoro, un alloggio, un
permesso di soggiorno, una cosa da niente per un ex detenuto, ex
tossicodipendente, extracomunitario. Mi sono venuti in mente
certi film di 007…".
Hamid si ritrova sulle scale della Questura con indosso un paio di
jeans, una maglietta ed un giubbotto (tutti gli indumenti li ha
lasciati ai compagni perché tra loro si usa così); nel portafogli
novecentomila lire, messe da parte lavorando in carcere, qualche
tessera telefonica, comprata durante l’ultimo permesso premio, ed
un biglietto pieno di numeri di telefono. Ma i cellulari sono spenti,
disattivi o rispondono altre voci. Se lo aspettava perché sa che i
telefonini devono essere cambiati spesso…
Attorno alla stazione e ai giardini, non riconosce nessuno.
"Chissà perché mi aspettavo di ritrovare tutti al loro posto, come li
avevo lasciati il giorno del mio arresto, tre anni e mezzo fa e
invece vedo solo facce nuove.
I miei amici avevano come me attorno ai 30 anni, un’età
drammatica, in cui si dovrebbero avere abbastanza soldi per
tornare a casa e mettere su famiglia. Qualcuno c’è riuscito, molti
hanno solo cambiato zona, molti sono in carcere, qualcuno è finito
peggio, morto, tossico o malato".
A settembre alle otto è ormai buio e Hamid deve pensare a come
trascorrere la notte. Può scegliere tra la sala d’aspetto della
stazione o uno dei vagoni ferroviari in sosta su binari periferici.
"Quando si arriva in Italia o ci si trasferisce in una nuova città, si
sa di dover passare almeno qualche notte in stazione ed io mi
sento come uno appena arrivato. Nel vagone a quest’ora non c’è
quasi nessuno: solo un paio di barboni, un tossico ed una ragazzina
che attacca bottone. Si chiama Martina, ha diciotto anni e la sua
famiglia ha un palazzo a Treviso, ma a lei piace vivere così… A
forza di frequentare stazioni, dormitori e cucine popolari, ha
imparato quasi a parlare l’arabo. E’ carina e pulita, dice che non è
tossica e neppure matta, ma anche se sono appena uscito di galera,
non mi fido. E poi mi addormento quasi subito".
Solo ora Hamid si rende conto che il vagone è pieno zeppo di
gente
Martina lo sveglia che è ancora quasi notte. Gli dice che è meglio
scendere adesso, se non vuole essere preso a pedate dalla polizia
che arriverà tra poco. Solo ora Hamid si rende conto che il vagone
è pieno zeppo di gente. Scavalcano corpi sdraiati sul corridoio,
ciondolanti dai predellini, acciambellati, raggomitolati…
Martina gli dice che qualcuno ben nascosto che non viene trovato
dalla polizia finisce che si svegli a Salerno, perché dopo un po’ la
locomotiva viene attaccata e il treno parte.
"Sempre meglio però il treno delle case abbandonate, soprattutto
se sei da solo" consiglia Martina. "Se ti trovano, certi poliziotti
non ci vanno leggeri e proprio ieri ho saputo che un tuo paesano
l’hanno quasi ammazzato di botte".
"La mattina, mi viene in mente, come se fosse la cosa più urgente,
di andare a ritirare la mia pagella nella scuola che tiene corsi in
carcere. Una bella pagella, davvero. Il preside e i professori mi
fanno i complimenti, mi incoraggiano, dicono che sono bravo e
devo continuare a studiare in una scuola serale. Se penso alla notte
prima, mi sembra di essere in un altro mondo. Una delle
professoresse mi dice che ha un amico che mi prenderebbe a
lavorare come muratore, solo che devo essere in regola. Le dico
che con i miei documenti non ci capisco niente, allora lei mi
consiglia di andare ad un Convegno sugli immigrati dove ci
saranno degli avvocati che potrebbero aiutarmi. Mi sento meglio a
questa idea e rimango ancora nella scuola, ma poi devo per forza
andare via, perché chiude."
Quando Hamid va al convegno, è la terza notte che dorme sul
treno: ha la barba lunga, la stessa maglietta di quando è uscito e
sente un forte prurito agli avambracci.
Deve essere per questo che assistenti sociali, assistenti volontarie,
educatrici, dopo averlo salutato con calore prendono le distanze.
Una delle operatrici gli va incontro sparandogli una festosa raffica
di domande.
"Dove dormi? Hai trovato lavoro? Hai rinnovato il permesso di
soggiorno? Guardami negli occhi: non hai bevuto, non ti sei fatto,
non hai ricominciato a spacciare?".
"Dormo alla stazione, non ho un lavoro e il permesso di soggiorno
me lo dovevate rinnovare in carcere".
"Alla stazione?" cambia discorso quella, "ecco perché ti hanno
mangiato le zanzare!".
Hamid ha il sospetto che si tratti di pulci, ma non lo dice.
L’operatrice si scandalizza. Non può essere che non si trovi un
posto dove dormire. E, visto che nell’auditorium ci sono assistenti
sociali e volontari, comincia a chiedere: l’ostello di qua, la casa
d’accoglienza di là, l’asilo notturno… ma gli ostelli si pagano, le
case di accoglienza spesso non fanno accoglienza, e per il
dormitorio bisogna avere documenti, permesso di soggiorno e
anche prenotare. Comunque tutti sono commossi, anche se
nessuno ha un posto libero."
Vedendo il suo interessamento, Hamid dice: "Che fortuna averla
incontrata, sono sicuro che, anche se in carcere non mi ha
rinnovato il permesso di soggiorno, mi aiuterà".
Non è uno sfacciato, ma la disperazione fa virtù.
L’operatrice stavolta si arrabbia: "Adesso sta a vedere che è colpa
mia se ti trovi in queste condizioni! Noi abbiamo inviato la
richiesta di sanatoria, ma dalla Questura ci hanno mandato a dire
che i documenti che avevi non bastavano! Che ne so, io?! E poi
potevi pensarci due volte prima di venire in Italia a spacciare!"
"Di colpo, apre la cerniera della borsa e per un attimo penso che
ne tiri fuori una pistola per spararmi. Invece è un telefonino.
Chiama preti, frati, suore e altra gente che non capisco chi sia. Ad
un certo punto la sento dire: Grazie! E mi spiega che mi ha
trovato posto da un amico, posso stare da lui finché non tornano i
genitori dalle vacanze, in cambio di un piccolo aiuto in casa".
Hamid si aspetta uno studente, invece Glauco è un quarantenne
che vive in una bella villetta immersa nel verde. Solo che i genitori
sembrano assenti da anni, invece che da un mese e il "piccolo
aiuto" consiste nel fare opera di bonifica di giardino, bagno,
cucina, dove bivaccano amici.
"Sono tutti molto simpatici e mi accolgono come se ci
conoscessimo da un sacco di tempo. Qualcuno di loro è stato in
Marocco e conosce Casablanca meglio di me. Sanno che sono stato
in carcere, mi danno pacche sulle spalle, come se fossi un reduce di
guerra. Mi chiedono se ho bisogno di abiti e mi offrono qualche
giro di spinello. Perciò, anche se devo pulire i vetri delle finestre,
le vasche e i water, mi sento una specie di attrazione. Finché tra
gli amici di Glauco non vedo una faccia che conosco: un mio ex
cliente. Un architetto pieno di soldi e di donne. Qualche volta
uscivamo insieme, avevamo addirittura trascorso un Capodanno a
Cortina, lui portava le donne, io la coca, e in genere pagavo anche
il conto, perché guadagnavo più di lui, minimo quattro milioni al
giorno. Insomma eravamo quasi amici. Adesso mi vede accucciato
a terra mentre cerco di scrostare una macchia di caffè che sembra
gomma fusa e non mi riconosce… Meno male.
Dopo due giorni Glauco annuncia che i genitori sono ormai al
casello dell’autostrada e riconsegna Hamid con una borsa di
indumenti usati all’operatrice. Questa gli annuncia che ha fissato
un appuntamento con l’avvocato per il permesso di soggiorno e
che ha un lavoro per lui. "Sto traslocando e tu potresti aiutarmi",
gli dice luminosa, come se gli avesse trovato un impiego in
banca… "E dove dormo?" chiede Hamid. Quella tira di nuovo
fuori il telefonino, ma stavolta il primo tentativo va in porto,
anche se con qualche ritocco nella forma, rispetto alla volta
precedente.
"Al frate che risponde dice sì che sono un ex detenuto, ma che tra
qualche giorno avrà il permesso di soggiorno per motivi di studio
come premio perché in carcere si è diplomato con il massimo e non
appena le scuole apriranno, sarà ospitato da una anziana e ricca
signora". Hamid pensa che non crederanno a una balla del genere e
invece quei frati lo fanno dormire per una settimana con tutti i
riguardi in un grande convento con vista sul fiume.
"Nel frattempo sono tornato clandestino vero e proprio"
"Intanto comincio ad aiutare l’operatrice nel trasloco che in realtà
non è uno, ma tre, perché dobbiamo andare a prendere alcuni
mobili dalla casa di un’assistente volontaria che sta lasciando la
città e portarli a casa dell’operatrice e portare alcuni mobili
dell’operatrice nella casa di Don Giulio, un sacerdote che sta
traslocando pure lui. E poiché anche l’assistente volontaria e don
Giulio hanno bisogno di aiuto, nell’imballaggio e nelle pulizie,
guadagno un po’ di soldi. Pochi, ma quanto basta perché riesca a
non toccare quelli che ho messo da parte in carcere. Inoltre
quando lascio i frati Don Giulio mi dice che posso rimanere per
qualche giorno a dormire da lui, così lo aiuto a portare i suoi
vecchi mobili nella casa di alcuni profughi kossovari. Penso di
essere stato fortunato ad uscire in un periodo in cui tutti
traslocano. Quando anche il parroco ha smesso di traslocare,
rimango praticamente disoccupato. Torno a dormire nel vagone
del treno, nella sala d’aspetto della stazione, in una casa
abbandonata. E’ il momento più brutto, perché nel frattempo
sono tornato clandestino vero e proprio, il che significa che devo
cercare di essere invisibile. E’ sufficiente che mi fermino e mi
chiedano i documenti per essere espulso. Quindi devo evitare i
paesani, le cucine, la stazione, proprio i posti dove si finisce
sempre per ripararsi, perché comincia a fare freddo, perché si deve
pure mangiare ed anche parlare con qualcuno!
Trovare da spacciare sarebbe facilissimo, anche se la piazza in
quattro anni è cambiata e molti paesani si sbarazzano dei
concorrenti - magari quelli appena usciti dal carcere che pensano di
ritrovare le zone di prima - denunciandoli alla polizia. Però se ci
sai fare e ti fai stimare, basta un telefonino e qualche conoscenza.
Io però in carcere non ci tornerò mai più. Lo so che tutti dicono
così, però io vedo dei ragazzini che entrano ed escono come se
niente fosse, mentre a me il carcere mi ha distrutto.
Con l’operatrice ho appuntamento dall’avvocato. Dopo aver
guardato le carte dice che si può provare a chiedere un riesame
della pratica, anche se devo procurarmi un’offerta di ospitalità ed
una di lavoro. Conferma anche che tanti casi si potevano evitare
se in carcere avessero almeno provato a chiedere il rinnovo del
permesso di soggiorno.
L’operatrice si arrabbia un po’ con l’avvocato dicendo che non è
colpa sua, ma poi telefona ad altri frati Missionari che fanno
accoglienza. Stavolta dice che ormai ho tutto pronto, permesso di
soggiorno e lavoro, ho solo bisogno di un posto dove stare quindici
giorni prima di iniziare a guadagnare. Assicura che allo scadere del
tempo stabilito verrà lei in persona a prendermi. Padre Mariano
insiste molto che io vada via a metà mese, penso perché dopo sarà
inverno e non avrà il coraggio di sbattermi fuori. Io, comunque,
riesco a rimanerci tre mesi".
Nei tre mesi che rimane dai frati, Hamid lavora come muratore in
nero, mentre continua a cercare offerte di lavoro che non trova.
Compra una bicicletta e va a mangiare alle cucine ancora con gli
abiti di lavoro.
"Il cibo è piuttosto cattivo, ma non si può guardare tanto per il
sottile e poi alle cucine ci sono dei medici volontari che ci danno
medicine se ne abbiamo bisogno e ci fanno il vaccino contro
l’influenza. Tutti pensano che le cucine siano piene di spacciatori,
ma non è così perché quelli hanno i soldi per andare al ristorante
oppure in uno degli appartamenti dove alcuni paesani cucinano il
nostro cibo. Io invece, quando ho qualche soldo in più, compro un
piatto di cous cous da Amor, un tunisino vecchio che gira a
venderlo con l’automobile. Qualche giovedì sera vado alla stazione
perché la Croce Rossa distribuisce cibo gratis a tutti, anche con il
dolce. Non ho più tanta paura dei poliziotti, perché alla stazione
sono sempre gli stessi e ormai mi vedono passare con gli abiti da
muratore. Quando arriva il Ramadan mi compro un fornelletto a
gas e cucino quand’è ancora notte.
Penso che i frati sentiranno l’odore, ma da tempo non mi dicono
più niente, al punto che spero che si siano dimenticati di me.
Dopotutto l’Istituto è grandissimo, loro non mi vedono mai e
padre Mariano è sempre via. Il venerdì vado alla Moschea, qualche
sabato esco dalla finestra (perché l’Istituto chiude alle undici) e
vado al Centro Sociale a sentire un po’ di musica, la domenica
rimango chiuso nella mia stanza.
Poi arriva Natale e il lavoro finisce. Ma non sono disperato perché
la mia ex insegnante mi ha trovato una ditta disposta a farmi la
dichiarazione di lavoro e, se don Mariano mi darà l’ospitalità, ho
tutto pronto per chiedere il permesso di soggiorno. Ma le cose non
vanno proprio così".
Quando torna, Mariano con la faccia tirata gli dice che deve
andarsene. Hamid allora gli chiede, come gli ha suggerito
l’Operatrice, se può restare pagando l’affitto della stanza, visto
che un po’ di soldi adesso ce l’ha. Ma il frate scuote la testa e
aggiunge che neanche vuol più sentir parlare di quell’Operatrice
che lo ha imbrogliato…
"Io non capisco perché, se ci sono tante stanze libere, mi comporto
bene e posso anche pagare, mi mandano via. Eppure lo sanno che
senza documenti non posso trovare neanche un posto letto. Non
capisco e neanche ho il tempo di capire perché, a fine gennaio, mi
ritrovo un’altra volta per strada, anche senza lavoro perché il
padrone si è ricordato che sono clandestino e dice che ha paura dei
controlli. Sul vagone fa troppo freddo e, visto che la gente è
sempre di più, la polizia la sfolla a calci. Così, dormo nella sala
d’aspetto e poi a casa di una tossica che ho conosciuto alla
stazione. Abita in una casa più fredda del vagone, ma è disponibile
a farmi restare ed anche a farmi la dichiarazione di ospitalità, se le
procuro un po’ di coca. Ma ho paura che se anche tocco una sola
volta la roba mi porta sfortuna. Perciò prendo la bici e me ne
vado. Ho fatto bene perché quando vado alle cucine trovo una
sorpresa."
La suora delle cucine gli dice che lo ha cercato la Franca, la cuoca
dei frati: deve andare subito perché ha un lavoro per lui.
"La Franca mi porta dalla Cecilia, una sua vicina di casa che deve
sgombrare e far ripulire la cantina. E’ una vecchietta sveglia che
parla sempre. Mi prende subito in simpatia e mi racconta dei suoi
problemi con la nuora ed il figlio che abitano nel palazzo di fronte
e che non la vanno mai a trovare… Lavoro volentieri nella
cantina: la imbianco, sistemo gli interruttori della luce, monto un
lavandino sotto il rubinetto dell’acqua, appendo due teli alle
finestre (che ci sono, anche se hanno le sbarre) e gonfio un
materassino da mare. Poi chiedo alla signora se me ne affitta una
parte. Lei dice che suo figlio le ha già detto che non vuole un
marocchino per casa, ma che in fondo non gliene importa niente
perché lui si ricorda di lei quando gli pare. Solo che ha paura
perché sono clandestino…
Allora telefono all’operatrice che si presenta come una specie di
poliziotta e assicura alla signora che, se rilascia una dichiarazione
di ospitalità alla Questura, non corre nessun rischio, anche se sono
ancora clandestino. Poi carica la vecchietta in automobile e la
porta subito in Comune, tante volte dovesse ripensarci. Così, dopo
essere uscito dal carcere, mi ritrovo sulle scale della Questura con
in mano la ricevuta della richiesta di permesso di soggiorno come
se fosse un trofeo. Non è sicuro che me lo daranno, ma intanto
posso chiedere il libretto di lavoro. Non sono ancora un regolare,
ma dopo sette mesi sono finalmente un clandestino autorizzato".
Imed Mejeri - La festa della circoncisione in Tunisia
Novembre 2000
Le feste, da noi in Tunisia, sono tante, ma due di queste sono
festeggiate alla grande, il matrimonio e la circoncisione, che non
essendo praticata in Europa è poco conosciuta, mentre per noi
mussulmani è fondamentale.
Ricordo bene la festa per la circoncisione nella quale i protagonisti
eravamo io e mio fratello: avevo sei anni, mentre lui ne aveva
quattro. Mio padre aveva tirato fuori tutti i suoi risparmi, ben
sapendo che per tradizione alla fine della festa vengono fatti dei
regali in denaro ai bambini neo-circoncisi ma, di fatto, i soldi li
prende il papà, rientrando così in possesso delle grosse spese
sostenute e guadagnandoci pure qualcosa.
Per la festa, è necessario prenotare un complessino musicale che,
girando per la città, pubblicizzerà la festa stessa, con grida dette
"berrea", alternate da tremendi rulli di tamburo: tutti devono
sentire per forza, così nessuno può affermare che non sapeva della
festa. Inoltre, viene acquistata una mucca enorme, che resterà
parcheggiata davanti a casa per cinque giorni, per fare capire a
tutti che non si è badato a spese. Vengono anche noleggiati alcuni
furgoncini che si occuperanno di andare a prelevare, a domicilio,
parenti ed amici di famiglia che abitano lontano.
Nel frattempo, mi ricordo che la nostra casa aveva subito un
cambiamento radicale: tutti i mobili erano stati spostati per
guadagnare spazio. Le donne della famiglia organizzavano la
cucina e prendevano nota di ciò che mancava. Insomma, con tutto
ciò che accadeva, la nostra casa per una settimana sembrò un
campo di battaglia, in pratica un ristorante a ciclo continuo, che
non chiudeva mai.
Io e mio fratello, in quei giorni, eravamo coccolati da tutti e la
cosa ci sembrava molto strana, però ci piaceva; mio fratello poi,
essendo più piccolo di me, era diventato la mascotte della festa.
Venivamo viziati, circondati dalle donne della famiglia e dalle loro
amiche, e preparati per la festa. Questa preparazione consiste
ancora oggi nel tingere i capelli di colore nero scuro e
nell’imprimere dei disegni sulle mani e sui piedi, con la tintura
dell’henné: sono colori prodotti in casa, utilizzando delle erbe.
Questo viene fatto per tre giorni di fila, tutte le mattine.
Il terzo giorno, ci fecero vestire come cavalieri, fatti salire su un
cavallo tutto decorato di finimenti, e coperto da una grandissima
bandiera tunisina. Mio fratello era davanti ed io dietro di lui,
eravamo attorniati da ragazzini, dai parenti, dagli amici e da
moltissimi curiosi. In testa al corteo, suonatori di pifferi e tamburi
si sbizzarrivano coinvolgendo i passanti nella festa.
In questo modo, abbiamo fatto il giro di tutto il quartiere, con le
persone che si affollavano dietro di noi, attirate dalla musica, dal
cavallo, tutto addobbato ed addestrato per camminare a passo di
musica, dai nostri costumi e dalla mucca sempre parcheggiata di
fronte a casa, che garantiva una grossa abbuffata. Il quarto giorno,
è stata organizzata una piccola festa con un gruppo musicale di
religiosi, una cena a base di pesci e tanti dolci fatti in casa nella
maniera tradizionale, con bevande analcoliche e alla fine un
bicchierino di tè verde con dei pezzi di mandorle e una foglia di
menta, per mandare via gli spiriti maligni.
Il quinto giorno, c’è stata una festa bellissima. Mio fratello, il più
grande, aveva invitato dei suoi amici che suonavano musica
folcloristica: erano cinque, uno suonava la cornamusa, da noi
chiamata "musuid", due battevano su dei piccoli tamburi
"darbouca", uno suonava su uno strumento simile al bongo
"bindir", l’ultimo era il cantante. Nella sorpresa generale, sono
state presentate le celebri ballerine Zina e Aziza: erano due
sorelle, famose per la danza del ventre, eseguita in maniera molto
seducente. È inutile sottolineare che gli applausi, per loro, sono
stati molto prolungati. Avere queste due artiste in casa, a ballare
per noi, era un grandissimo onore. Io, personalmente, le avevo
viste soltanto in TV.
Le due ballerine, prima di iniziare il loro numero, erano
completamente coperte da un velo di seta multicolore, non si
vedeva né il viso né il corpo, fatta eccezione soltanto per le
caviglie, intorno alle quali erano legati dei monili d’argento.
Ad un tratto iniziò un suono sempre più crescente dei tamburi,
caddero i veli, e apparvero con il loro splendido corpo coperto da
un reggiseno ricamato con delle piccole perle colorate e, intorno al
collo, una collana d’oro, la gonna a strisce, lunga e trasparente, che
lasciava vedere perfino le minuscole mutandine: siamo rimasti tutti
senza fiato, con le bocche aperte e gli occhi spalancati. Erano
bellissime. Chi ha avuto modo di conoscerle sa che le donne arabe
hanno un fascino particolare, un misto di pudore e mistero.
Una festa che coinvolge un intero paese, tutti i vicini… ma anche i
"lontani"
Nei festeggiamenti erano stati coinvolti tutti i partecipanti,
perfino i bambini, la voce si era sparsa in tutto il quartiere,
arrivavano i vicini… e i lontani… la casa ormai era sovraffollata, i
miei zii mantenevano l’ordine, io non capivo più niente, di quello
che stava succedendo in casa.
La gente entrava, incuriosita, per vedere le ballerine. Fu una
grandissima festa, che è rimasta sulla bocca di tutto il quartiere per
molto tempo. Il penultimo giorno, era venerdì, fu una giornata
faticosa per i miei genitori e zie. Come ben sapete, è una giornata
sacra per tutti i mussulmani, tutta la famiglia era già sveglia
dall’alba: per la mucca non c’era più scampo, l’avrebbero sgozzata
e macellata, secondo il rito mussulmano. Ero triste per l’uccisione
della mucca perché, vedendola per cinque giorni davanti a casa, ci
avevo giocato insieme e c’ero oramai affezionato. Erano le sette
del mattino, quando vidi mio padre e due miei zii, vestiti in
maniera un po’ strana.
Avevano indossato degli stivali invernali in piena estate, una
canottiera bianca e una specie di pantaloni larghi, di colore blu.
Uno dei miei zii aveva una corda in mano, mio padre portava due
coltelli, uno enorme, uno piccolo, e una lima. Si avvicinarono
piano piano a quella povera mucca e, con una grande rapidità, la
misero giù in terra, legandole tre gambe, incrociate fra di loro in
modo che non si poteva più muovere. Con un secchio d’acqua
lavarono le zone intime e il muso della mucca, dopo una breve
preghiera mio padre afferrò con la mano destra il coltello grande e
con un colpo secco la sgozzò; uscì un fiume di sangue e mio padre
chiamò sia me che mio fratello, ci intinse la mano destra nel
sangue, per poi lasciare l’impronta sul muro di casa. Questo è uno
dei tanti modi dettati dalle tradizioni per scacciare il malocchio.
Dopo che finirono di dissanguare la mucca, essa fu issata con
carrucole, per le zampe posteriori, a testa in giù. La tagliarono in
mille modi, secondo i tipi dei piatti che si volevano realizzare. Due
terzi della mucca la donammo, come prevedeva la nostra religione.
La portammo in Moschea e lì fu donata ai poveri. Quel giorno era
riservato esclusivamente a mangiare, cucinarono tutti i tipi di
piatti tradizionali, e qualsiasi persona che entrava in casa doveva
assaggiare ciò che era stato preparato, anche se non aveva fame,
ma a non aver fame ce n’erano pochi, mangiavano tutti volentieri.
L’ultimo giorno della festa, mi accorsi che qualcosa non quadrava,
tutti mi guardavano con una faccia strana, mi coccolavano più del
solito con un sorriso un po’ particolare…
La mattina siamo andati a visitare il santo, che nel mio quartiere
era il più amato (Sidy Mahres), anche questo fa parte della
tradizione, rendere omaggio in un giorno di festa ad un uomo
giusto.
Fatto il giro del centro, nella mattinata avanzata abbiamo fatto
ritorno a casa. Sia io che mio fratello siamo stati accolti come due
Re. Davanti a casa, c’era una marea di persone, parenti, vicini e
lontani; ho pensato subito che fossero tornate le ballerine, ma non
le vedevo. Erano lì per noi!
Lo sguardo strano, che avevo notato la mattina, da parte di un po’
tutti, continuava, e questo mi lasciava perplesso. Davanti a casa
nostra c’era un gruppo musicale, l’impressione che avevo era che
suonassero molto in fretta: gli era stata pagata un’ora di esecuzione
(in Tunisia, puoi noleggiare e chiedere la musica anche solo per
un’ora e, probabilmente, loro avevano un repertorio molto ampio e
lo volevano eseguire per intero).
Alla fine, ero inzuppato come un biscotto con la tintura di iodio e
farcito al borotalco
Appena siamo entrati in casa, mia madre e le mie zie ci fecero
spogliare velocemente, totalmente nudi, ci infilarono un "jeba",
una sorta di vestaglia che arriva sino alle caviglie, di colore bianco,
un paio di ciabatte di pelle a punta, ci fecero salire sul letto
matrimoniale, io in piedi, e mio fratello sdraiato dietro di me con
la faccia voltata nell’altra direzione di modo che non potesse
vedere cosa mi facevano. Ad un tratto entrò un uomo gigantesco,
iniziò a fare battutine per farci sorridere, ma noi iniziavamo ad
avere veramente paura, guardandolo meglio riconobbi quell’uomo
gigantesco, era il barbiere del quartiere, odiato da tutti i bambini:
ora iniziavo a capire il perché. Mi tirò su la vestaglia e con un
sorriso fasullo e spaventoso, m’imbrogliò dicendomi: "Guarda su,
la colomba!" ed io, come un fesso, alzai la testa. Sentii come un
pizzicotto allo "zibi", con la vestaglia alzata non potevo vedere
niente di cosa accadesse lì sotto, ma quando mi tamponò la ferita,
vidi quello che credevo fosse sangue, in realtà ero inzuppato come
un biscotto con la tintura di iodio e farcito al borotalco, in
maniera esagerata. Mio fratello più piccolo, capito che eravamo in
guai seri, tentò la fuga, ma fu subito afferrato, quindi iniziò a
frignare, con uno dei pianti più sconvolgenti che ricordo. Io lo
imitai immediatamente. Poi fu il turno di mio fratello che, pur
senza cadere nella trappola della colomba che vola, fu colpito
ugualmente.
Finito di medicarci, ci rassettarono, facendoci stendere sul letto,
uno ai piedi dell’altro. Ancora piangevamo, facendo la gara a chi
urlava di più. Uscito l’odiatissimo barbiere, cominciarono ad
entrare parenti ed amici, che lanciavano sul letto dei soldi,
fortunatamente solo banconote: erano veramente tanti, io e mio
fratello pensavamo già di poterci comprare tutti i giocattoli del
mondo e, per un po’, non piangemmo più. Al nostro risveglio, la
mattina, trovammo cinque dinari vicino al cuscino, l’equivalente di
settemila lire italiane. Quella montagna di soldi altro non era che il
capitale di mio padre investito nella festa, per comprare la mucca,
per le ballerine, per i musicisti, per l’affitto dei furgoni, e per tutte
le altre spese sostenute, che rientrava sotto forma di offerte. Al
risveglio sembrava un giorno come tutti gli altri, come se non fosse
successo niente. Gli unici che avevamo ancora dei "brucianti
motivi" per ricordare, eravamo io e mio fratello, che ci aggiravamo
per la casa come due cammelli feriti.
Karim Ajili - La paura di tornare a casa a mani
vuote
L’Europa, sogno di molti immigrati, sempre più spesso si
trasforma in incubo
Marzo 2003
Mi chiamo Karim Ajili, sono tunisino, ho abitato a Tunisi con la
mia famiglia sino all’età di venti anni. Ho deciso di venire in Italia
nel 1996 per cercare di migliorare la mia condizione di vita. Dalla
morte di mio padre, anche se ero molto giovane, sentivo la
responsabilità di tutta la famiglia. Volevo fare qualcosa. Ero il
figlio maschio più grande della famiglia, toccava a me occuparmi
delle mie sorelle, di mia madre. Avevo aperto un negozio in cui
vendevo cassette video, ma non bastava per farci vivere, quello
che guadagnavo non era sufficiente per tutta la famiglia, anche se
ero stato costretto ad abbandonare gli studi di scuola superiore per
lavorare. Così decisi di partire per l’Italia. Non sempre però quello
che si trova assomiglia a ciò che si pensava di trovare.
È facile capire che molti degli immigrati extracomunitari arrivano
in Italia nella speranza di migliorare le loro condizioni sociali,
economiche e di stile di vita in generale. Per raggiungere questo
obiettivo, ci vuole molta fatica. La speranza è quella di trovare la
strada giusta che ti offre un futuro, l’obiettivo non è certo quello
di venire in Italia o in Europa a fare le ferie… moltissimi di noi
che poi siamo finiti in carcere volevamo lavorare per poter tornare
alle nostre case, alle nostre famiglie con qualcosa in mano.
All’inizio si spera d’incontrare qualcuno che ti può aiutare. A me
avevano raccontato che in Italia ci sono molte possibilità di
lavorare, e che si guadagna bene. Le uniche persone che conoscevo
però erano clandestini, qualcuno lavorava in nero, altri
semplicemente si arrangiavano come potevano, e qualcuno era già
arrivato a spacciare. Non si può avere sempre quel che si desidera,
e quando sei in una nazione di cui non conosci niente, nemmeno la
lingua, la situazione diventa molto difficile, insostenibile a volte.
Se non hai parenti o amici la vita si complica e la strada diventa
più stretta ed è molto diversa da quello che tu pensavi. In quel
momento ti senti solo, senza nessuno che ti da una mano. La forza
la trovi nel fatto che sei ancora legato alla famiglia e a quel ritmo
di vita che non c’è più, agli affetti lasciati, e ti dici: lo sto facendo
anche per loro.
Il distacco dalla famiglia ti crea nuovi problemi che non sei
abituato ad affrontare senza il suo aiuto, anche nelle piccole cose.
Ti accorgi subito di molte cose a cui tu prima non davi
importanza. Per esempio prima c’era qualcuno che ti preparava da
mangiare, ti lavava i vestiti, si preoccupava per te quando facevi
tardi. Questo lo puoi trovare solo nella famiglia, soprattutto in
quello che fa una madre. La sua presenza nella nostra vita è molto
preziosa, non si può cambiarla con nessuna cosa al mondo.
Ognuno di noi spera di affrontare l’esperienza dell’immigrazione
con meno problemi possibile, e questo dipende certo anche dalla
fortuna, ma soprattutto dalle persone che incontri.
Se sei deciso a continuare ad andare avanti e scoprire cosa ti
regalano i prossimi giorni, devi dimenticare le esperienze negative
che quotidianamente ti accadono. Rimane nel pensiero quel che ti
dà speranza per iniziare una nuova giornata, a me personalmente è
rimasta una foto davanti ai miei occhi: quella della mia famiglia.
L’unica certezza che ho è la presenza di Dio, nelle difficoltà spesso
mi sono rivolto a Lui con la preghiera.
Passano i primi mesi e ti rendi conto di avere imparato la lingua,
magari non perfettamente ma quello che sai ti aiuta a comunicare
con le persone, e non solo con i tuoi paesani. È essenziale per
essere autonomi e sapere cosa pensano di noi, decidere da solo
dove mettere i piedi.
Per molti tornare poveri come quando si è partiti è una vergogna
Le decisioni che prendi nel primo periodo sono importantissime,
perché determinano tutto il resto. Tu sai che ci sono due strade.
C’è una strada corta ma fuori dalla legge, che ti fa guadagnare
molti soldi e una vita comoda, ma per molti finisce male e li porta
dietro le sbarre a scontare anni e anni. La notizia che sei finito in
carcere ferisce le famiglie lontane e fa pensare che il ritorno da
loro si allontana sempre più. Diventa difficile realizzare il sogno
che avevi, e in quel momento la tua vita cambia, i pensieri
prendono solo una via, devi affrontare le difficoltà della scelta che
hai fatto e sono difficoltà immense.
Per quelli che hanno scelto una strada normale dentro i limiti della
legge, la vita è certamente faticosa, con uno stipendio non
altissimo come credevamo, ma appena sufficiente per vivere una
vita serena. Se pensi di mettere da parte una somma di denaro, ti
ci vuole molto tempo, ma sicuramente sei certo di godere della
libertà. Questo non è poco per costruire un futuro, sapere di non
far soffrire le persone che ti amano, poterle aiutare anche se
limitatamente.
Noi stranieri in generale abbiamo il problema che, se superiamo il
primo anno di permanenza lontano dal paese d’origine, poi
troviamo sempre più difficile pensare di tornare di nuovo senza
aver realizzato qualcosa, che ci permetta di dedicarci a un progetto
in patria, non per forza milionario, ma che dia la possibilità di
andare avanti e non chiedere aiuto a nessuno.
Per molti rientrare al proprio paese con le mani vuote è una
vergogna. Perché sei messo a paragone con gli amici dello stesso
quartiere che hanno avuto la stessa esperienza, con la fortuna però
di tornare con macchine e tasche piene di soldi.
Il mio giudizio su questa situazione è che per tanti di noi è
diventata come una trappola. Non si può accettare la delusione e
la rabbia di essere additati in patria come degli sconfitti, dei falliti.
In questo caso si pensa solo a recuperare in fretta il tempo perso, e
a scegliere un modo, per forza illegale, con cui facilmente
riguadagnare dei soldi. Questo è quello che pensiamo noi all’idea
di tornare nel nostro paese a mani vuote, mentre invece per la
nostra famiglia l’importante è che torniamo a casa e basta. Perché
le notizie che tante volte gli arrivano, sul fatto che spesso è
difficile anche proteggere le nostre stesse vite, li lascia
eternamente in ansia per noi.
Alla fine sono tanti gli stranieri che finiscono in carcere, e molti
anche con una pena lunga, tanto che gli capita spesso di perdere le
persone più care senza poterle vedere, e questa è una gran
tristezza, ferisce nel profondo e ti fa pensare che la vita non ti dà
tanto spesso quel che desideri, a volte anzi può anche ingannarti e
toglierti il gusto di continuare a vivere
Reinserimento
Francesco Morelli - I lavoratori - detenuti hanno
davvero delle tutele?
Ci sono, ma spesso è impossibile reclamarle
Maggio 2003
Più mi confronto con persone che si occupano, in varie maniere,
del reinserimento dei detenuti e più mi rendo conto di quanto sia
difficile comunicare con loro in maniera soddisfacente, anche se
magari perseguiamo gli stessi obiettivi, con la stessa buona
volontà…
Gli operatori esterni all’istituzione, per esperti che siano, non
possono capire bene cos’è il "vivere in carcere", quello che accade
(o non accade) ogni giorno e, soprattutto, le ragioni che
determinano questi accadimenti: spesso si tratta di ragioni così
connaturate nell’ambiente carcerario che nemmeno noi detenuti le
sappiamo isolare e descrivere.
Gli operatori dell’istituzione, invece, dovrebbero vedere e capire
tutto, il problema è che lo valutano da un punto di vista differente
dal nostro. E qui non si tratta di stabilire chi ha ragione e chi ha
torto, il fatto è che, da prospettive diverse, si hanno ovviamente
delle visuali diverse.
Preparando la giornata di studi "Carcere: non lavorare stanca" (e
anche a seguito di questa) abbiamo parlato tanto del lavoro, dentro
e fuori del carcere, delle prassi migliori per dare un’occupazione ai
detenuti, degli strumenti normativi al riguardo, e via dicendo.
Una questione è rimasta un po’ in secondo piano: come sono
trattati i lavoratori-detenuti? Il fatto che non si lamentino (quasi)
mai vuol dire che sono contenti del loro lavoro, oppure che non
possono lamentarsi?
È vero che pure i lavoratori non detenuti hanno sempre meno
"convenienza" a lamentarsi, che il lavoro è sempre più precario e
"flessibile", che sul mercato della manodopera ci sono tanti
immigrati disposti (o costretti?) a lavorare in qualsiasi condizione,
e noi detenuti dovremmo solo starcene zitti, anche perché c’è già
chi pensa al nostro bene…
Però ho notato che le varie ricerche sul lavoro penitenziario hanno
dei "buchi" proprio nel passaggio tra le leggi, necessariamente
astratte, e la loro concreta applicazione. In questo caso particolare,
tra l’enunciazione dei diritti dei lavoratori-detenuti e il loro
effettivo esercizio. L’analisi, quando c’è, si arresta di fronte ad
una doppia constatazione:
1. Manca il lavoro, quindi il solo fatto di uscire dalla cella è già
una conquista;
2. Tra i detenuti manca la necessaria consapevolezza dei propri
diritti.
Entrambe queste ragioni sono condivisibili e, allo stesso tempo,
presentano dei limiti evidenti. Prima cosa, va detto che il lavoro
penitenziario non può essere valutato solo in termini economici: è
uno degli elementi del trattamento, quindi dovrebbe insegnarci (o
non farci dimenticare) cosa voglia dire "guadagnarsi onestamente
da vivere".
Questo concetto, però, lo metabolizzi meglio quando ti sono
riconosciuti alcuni diritti basilari, perché se il lavoro diventa una
forma di asservimento, se sei ricattabile da ogni punto di vista e
quindi devi sempre dire di sì, non ti rieduchi affatto, semmai
impari a tenere i nervi sotto controllo, in attesa del momento
giusto per prenderti la tua rivincita…
In carcere il lavoro è un dovere, perché se lo rifiuti senza avere un
valido motivo (es. per problemi di salute) c’è una sanzione
disciplinare, ma non è un diritto: "… salvo casi di impossibilità, al
condannato e all’internato è assicurato il lavoro", recita l’articolo
15 della legge penitenziaria. Meno di un quarto dei detenuti lavora
(13.474, di cui 11.213 alle dipendenze dell’Amministrazione
Penitenziaria e 2.261 per cooperative, etc. – Fonte: Ministero
della Giustizia), quindi l’eccezione è diventata la regola e,
naturalmente, i posti disponibili sono quanto mai preziosi.
Niente contratto
Penitenziaria
per
chi
lavora
per
l’Amministrazione
La condizione di chi lavora per l’Amministrazione Penitenziaria è
di non avere un contratto, quindi di poter essere "licenziati" in
ogni momento (in gergo si dice, significativamente, essere
"chiusi"), cosa che avviene di solito per motivi disciplinari, anche
indipendenti dal comportamento sul posto di lavoro.
Assieme al possibile rilievo disciplinare, l’altro assillo di chi lavora
è il trasferimento in un altro carcere, che può arrivare per tanti
motivi… a volte anche di difficile comprensione.
Il compenso percepito dal lavoratore-detenuto si chiama "mercede"
e, per legge, dovrebbe essere "non inferiore ai due terzi del
trattamento economico previsto dai contratti collettivi di lavoro"
(articolo 22 O.P.): la misura di questi compensi è ferma a circa 12
anni fa e, attualmente, arriva sì e no, al netto dei contributi, ai 3
euro l’ora, dai quali vengono ancora detratte le quote per il
mantenimento (circa 52 euro al mese, il costo dei pasti che ci passa
l’Amministrazione).
Va anche detto che nel 1992, dovendo fare economie,
l’Amministrazione ridusse gli orari di lavoro di molti addetti ai
servizi domestici: gli "scopini", che prima lavoravano sei ore e
mezza, ora lavorano tre ore e quaranta minuti. Gli addetti alla
cucina, che prima lavoravano otto ore, ora fanno sei ore e quaranta
minuti. Ma c’è anche chi, nei posti a rotazione mensile (che sono
la maggior parte), ha un orario di lavoro limitato ad un’ora e
mezza.
Quindi, oggi, i posti di lavoro sono gli stessi del 1992 e per di più
con orari sensibilmente ridotti, mentre i detenuti che usufruiscono
dei servizi (prestati dai loro stessi compagni), sono quasi il doppio.
Ne consegue che la qualità dei servizi domestici è peggiorata per
forza: le pulizie delle sezioni più frettolose, la preparazione dei
pasti meno curata, e via di seguito.
Qualche rimedio, per fare fronte alla quotidiana emergenza, nel
corso degli anni è stato escogitato: di solito consiste nel far
lavorare (gratis) i detenuti oltre l’orario previsto, nella pausa
pranzo, etc… ma senza che nessuno sia esplicitamente costretto a
farlo, s’intende.
È successo anche a me, quindi posso descrivere l’esperienza
diretta. Funziona così: vai in un posto, che può essere la cucina, il
sopravvitto, etc., e ti rendi subito conto che la mole di lavoro è
sproporzionata, rispetto alle persone e agli orari ufficiali che ci
sono. Quindi, per essere benvoluto dai responsabili, cominci a fare
un po’ di "volontariato", come peraltro vedi fare ai compagni che
stanno lì da più tempo. "Qui è come una grande famiglia", ti
dicono… "tu aiuti noi e noi aiutiamo te".
Ci sarebbe di che fare reclamo al Magistrato di Sorveglianza
(articolo 69 O.P.), però non è pensabile mettersi contro
l’Amministrazione, quando dipendi da lei in tutto e per tutto. Se
questo sarebbe un caso nel quale avere facilmente ragione (il
problema è solo… a quale prezzo), ancora più ardua è l’eventuale
rivendicazione di altri probabili diritti, sui quali la legge non è
esplicita e che dovrebbero essere "conquistati" attraverso cause
civili, davanti al Giudice del Lavoro, o alla Corte di Cassazione.
La legge Smuraglia (n° 193/2000) definisce il lavoro penitenziario
"lavoro in senso stretto", però l’articolo 20 O.P., al sedicesimo
comma, riconosce ai detenuti solo il riposo settimanale, la tutela
previdenziale e assicurativa e una durata massima dell’orario di
lavoro. Non si parla, ad esempio, di iscrizione al sindacato, di
Trattamento di Fine Rapporto, di licenziamento per giusta causa,
di sciopero, etc. Sarebbero diritti inconciliabili con lo stato di
detenzione? Forse sì, o forse no.
Ad esempio, nel 2001 c’è stata un’importante sentenza della Corte
costituzionale (n° 158), con la quale si è stabilito che anche i
lavoratori-detenuti hanno diritto al riposo annuale pagato (le
ferie). Le cooperative che hanno dei laboratori all’interno delle
carceri pagano le ferie e la tredicesima ai detenuti alle loro
dipendenze. L’Amministrazione Penitenziaria, da quel che mi
risulta, non si è ancora adeguata e, anche su questo, servirebbe un
ricorso al Giudice del lavoro…
Quindi la tutela del lavoro, all’interno delle carceri, è molto
problematica, ma nell’area penale esterna non è molto migliore,
perché anche lì il lavoratore semilibero, o affidato, è in una
posizione di grande debolezza contrattuale, di fronte al datore di
lavoro. Perdere l’occupazione per lui significa tornare in carcere,
suscitare antipatie o malcontenti, vuol dire che, prima o poi, al
magistrato arriva una nota negativa e chissà come la prende…
Chi assume i detenuti in misura alternativa spesso si meraviglia di
quanto sono bravi: arrivano al lavoro anche se hanno la febbre,
non si lamentano mai, e via di questo passo. Finché reggono…
perché ogni tanto qualcuno combina un disastro e, anche dopo
tutto quello che ho visto a proposito della tutela del lavoro, certi
episodi non mi meravigliano più.
La scelta di tornare all’illegalità deriva, in larga parte, da quello
che hai provato durante la detenzione, quindi dal tempo trascorso
sentendoti totalmente nelle mani degli altri, nell’incertezza sul tuo
futuro. Il carcere è scuola di criminalità soprattutto in questo
senso, perché il rapporto con tutte le altre componenti
dell’istituzione, dai giudici agli agenti, è di dipendenza assoluta: tu
stai sotto tutti, una relazione verticale che facilmente riprodurrai
appena sarai libero, naturalmente cercando di ribaltare le
posizioni… spesso con qualsiasi mezzo.
Francesco Morelli - Lasciate ogni speranza… o voi
che uscite
Ma chi riesce realmente a “reinserirsi nella società”, al termine
della pena? Forse si potrebbe dire che, tranne qualche eccezione,
ci riesce soltanto chi non è mai stato davvero “disinserito”
Settembre 2004
“Lasciate ogni speranza… o voi che uscite”. Queste sono le parole
usate dal criminologo Carlo Alberto Romano alla presentazione di
una ricerca sulla recidiva postpenitenziaria, realizzata dalla
associazione “Carcere e territorio” di Brescia, di cui è presidente.
L’indagine ha preso in considerazione per un periodo di cinque
anni (98/2002), l’attività del Tribunale Penale di Brescia ed i
risultati sono sconcertanti: l’80 per cento di coloro che hanno
terminato una pena detentiva sono nuovamente tornati a
delinquere e ad essere condannati. Una percentuale che deve far
riflettere e discutere, che deve indurre gli operatori della giustizia,
ma anche il volontariato e noi detenuti, ad avere dei dubbi
rispetto a ciò che si fa e che ci si attende sul versante del
cosiddetto “reinserimento”. Oltre tutto questa cifra è,
probabilmente, sottostimata: la ricerca si basa sui dati provenienti
dal distretto giudiziario di Brescia, non considera che qualcuno,
dopo avere scontato la pena nel carcere della città, può essere
“emigrato” in altre province o regioni e lì avere commesso dei
reati ed essere stato condannato. Poi c’è l’ulteriore problema della
esatta identificazione di molti stranieri, dell’uso degli “alias”, che
consente di figurare come incensurati (un tempo si otteneva anche
la “condizionale”, oggi soltanto una espulsione più rapida…). E,
infine, non dobbiamo dimenticare che, di tutti i reati commessi,
solo nel 15 per cento dei casi viene individuato il responsabile (la
percentuale aumenta per i reati più gravi ed è minima, ad esempio,
per i furti: 4-5 per cento). Quindi, se l’esperienza conta qualcosa, è
ragionevole supporre che un “criminale recidivo” sia un po’ più
difficile da incastrare, rispetto ad uno alle prime armi: qualcuno
che la “fa franca” ci sarà pure, insomma… Alla fine dei conti, chi
realmente riesce a “reinserirsi nella società”, al termine della
pena? A mio parere, tranne qualche eccezione, ci riesce soltanto
chi non è mai stato davvero “disinserito”. Quindi quelle persone
che finiscono in carcere per un incidente di percorso, non ci
rimangono troppo a lungo e, all’uscita, trovano intatta (e magari
rafforzata) la rete di affetti, solidarietà, e quant’altro. Invece la
grande parte dei “devianti”, quindi poi dei detenuti, lo diventa
per una serie di difficoltà: psicologiche, relazionali, economiche...,
che il carcere aggrava e complica… e non vedo come potrebbe
essere diversamente… Quando un ex detenuto viene nuovamente
arrestato nessuno si scandalizza, i giornali ne fanno una notizia
soltanto se era in misura alternativa, oppure se era uscito da pochi
giorni (o ore…), perché in questi casi serve a solleticare l’ottusa
indignazione dell’opinione pubblica. Se ha terminato la pena da un
po’ di tempo smette di essere un “ex detenuto” e diventa un
“pregiudicato”, parola che allude a colpe indelebili, debiti
inestinguibili, futuri predestinati. Un “pregiudicato” preso in
flagrante di reato è un episodio perfino rassicurante, per la gente:
conferma l’idea che un delinquente rimane tale per sempre, che i
crimini sono commessi sempre dalle stesse persone, che la polizia
sa fare bene il suo lavoro… e poi arriva un giudice a far uscire
tutti!
Un ex detenuto deve essere preparato a combattere duramente, se
vuole “stare a galla” in un mondo basato sulla competizione
Gli “ex detenuti” ottengono l’attenzione dei media solo quando
mettono in atto proteste clamorose per ottenere un aiuto: spesso
un lavoro, a volte una casa. A Caltanissetta uno si è versato
addosso della benzina, minacciando di darsi fuoco dentro il
municipio; ad Avellino un altro si è incatenato nella piazza
principale, a Torino un altro ancora si è arrampicato su una
ciminiera, dicendo che si sarebbe buttato se non arrivava un
“giudice” ad ascoltare le sue ragioni… A volte questi gesti
ottengono l’effetto sperato, qualche amministratore pubblico
impietosito (o semplicemente per evitare rogne) trova un
“lavoretto” per l’ex detenuto: quello di Caltanissetta pare abbia
avuto un “posto” dove guadagna ben 200 euro al mese, ad
esempio.E, quando accade, poi si assiste alla sollevazione dei
disoccupati “normali”, che scrivono ai giornali: “Dobbiamo
commettere un reato, per trovare lavoro?!?”. Se le guerre sono,
sempre e comunque, faccende tristi, le “guerre tra poveri” lo sono
particolarmente… Del resto non c’è dubbio che un ex detenuto
debba essere preparato a combattere duramente, se vuole “stare a
galla” in un mondo basato sulla competizione. E non sempre
questo è possibile, per ragioni di età, di salute di forza d’animo e
via dicendo. O vogliamo davvero pensare che siamo tutti deficienti
(noi detenuti, intendo), che ci piace stare in carcere… sì, sarebbe
una spiegazione molto comoda per la coscienza, ma non è così. Di
deficienti ce ne sono, come dal resto ci sono tra le persone libere,
me la gran parte di noi diventa recidivo quando si arrende, quando
decide che non ce la fa a vivere all’interno dei faticosi percorsi a
cui è obbligato. Credo non si tratti di una scelta presa a cuor
leggero, ma allo stesso tempo è anche una scelta dettata
dall’incoscienza. E chi vive ai margini è incosciente del proprio
ruolo sociale vero, si percepisce come una vittima e quindi è
pronto ad autogiustificarsi quando fa azioni non proprio corrette.
Sono disfattista? Qualcuno ce la può fare, ma deve pure avere una
buona dose di fortuna, oltre a tutto il resto… E di me stesso, cosa
posso dire? Solo un episodio, che vale più di tante chiacchiere:
l’altra sera al rientro (lavoro all’esterno in articolo 21 e rientro in
carcere alla sera) ho trovato una ingiunzione per il pagamento di
circa 25.000 euro, “spese di giustizia” accumulate dal 1990 al
1996 (quindi quelle dal ‘96 in poi devono ancora arrivare?).
Sapevo che c’erano, avevo chiesto pure la “remissione del
debito”… ma sono arrivate lo stesso! Adesso ho due soluzioni: o
trovare questi soldi entro 60 giorni, oppure chiedere una
rateizzazione e farmi decurtare il 20 per cento dello stipendio per i
prossimi 12 anni. Se fossi dell’umore giusto mi augurerei “buona
fortuna” da solo…
Alessandro Pinti - Perché, una volta usciti dal
carcere, la maggior parte di noi torna a
commettere reati?
Chi commette un reato e finisce in carcere fa una specie di salto di
una barriera etica, morale e culturale che lo fa precipitare molto in
basso, e tutte le sue convinzioni, l’educazione ricevuta, le paure
indotte, vengono a cadere inesorabilmente
Dicembre 2000
Partendo dalla mia esperienza personale, e da quella di tantissimi
ragazzi della mia generazione, proverò a dare un’interpretazione
del perché una volta usciti dal carcere la maggior parte di noi
ricommette reati, e spesso più gravi di quelli precedenti. Il carcere
quindi che diventa una sorta di scuola di delinquenza, poco
propenso al recupero e al successivo reinserimento dei detenuti
nella società: nell’immaginario collettivo, ma anche nella realtà dei
fatti, le cose stanno proprio così!
Sarò molto sincero in questo mio ragionamento, partendo proprio
da me, che dopo tantissimi anni di carcere, al termine di un
percorso trattamentale interno intenso e vissuto con
partecipazione, ottenni la liberazione condizionale, e mi ritrovo
ora nuovamente in carcere con una condanna a vita. Non sono
stato né costretto "dagli amici", o "dall’ambiente", insomma non
condizionato da motivazioni esterne alle mie convinzioni, né ho
ricommesso reati per necessità. Ma su questo tornerò più avanti.
Chi commette un reato e finisce in carcere, fa una specie di salto
di una barriera etica, morale e culturale che lo fa precipitare molto
in basso, e tutte le sue convinzioni, l’educazione ricevuta, le paure
indotte, vengono a cadere inesorabilmente. A questo punto ha due
possibilità: la prima di ritornare presto libero, spaventato
dall’esperienza, e con tutte le sue forze ricostruire la sua vita, le
sue relazioni sociali, e tornare alla vita di prima ancor più
terrorizzato dal carcere. Questa è una persona che difficilmente
ricommetterà reati.
Ma c’è una seconda possibilità, ed è che queste persone perdano
nella disperazione tutte le loro remore morali e culturali, in poche
parole una volta finite in carcere non ne abbiano più paura.
Tornate libere, laddove precedentemente si fermavano al solo
pensiero dell’illegalità, in questa nuova condizione saranno tentate
per convenienza, e non più spaventate, a commettere reati. Sono
una maggioranza silenziosa, nel senso che non sono visibili in
quanto delinquenti occasionali e comunque prudenti e responsabili
di piccoli reati.
C’è poi la recidiva che riguarda il delinquente per eccellenza, il
criminale professionale, che dell’illegalità ha fatto una scelta di
vita, come il sottoscritto.
Questo zoccolo duro è presente costantemente nelle carceri, e
costituisce il "materiale" umano sul quale, una volta che si trova in
espiazione di una pena definitiva, si riversano risorse rieducative e
trattamentali,. Non intendo certo generalizzare, ma conti alla
mano la maggior parte di queste persone ha avuto molte esperienze
di recidiva, e in prospettiva saranno sempre loro i futuri detenuti,
e forse ancora una volta si cercherà di "sottoporli a trattamento"
per rieducarli!
Sono convinto di una cosa: non esiste né rieducazione né
consapevole ridefinizione degli errori commessi attraverso un
processo autocritico del proprio passato, come invece è
espressamente indicato nel nuovo regolamento penitenziario, in
relazione alla concessione dei benefici alternativi al carcere. Non
che questo sia in assoluto escluso, anzi ritengo sia possibile, ma
sicuramente non generalizzabile!
Ognuno di noi ha comunque l’occasione per cambiare vita, modelli
di riferimento, e valori, e soprattutto per convincersi che il
commettere crimini, ad un certo punto della propria esistenza, non
conviene più. Questo complesso meccanismo "opportunistico", ma
anche di sincero desiderio di dare un taglio col passato, necessita
di percorsi dove siano esaltati i valori e la lealtà del detenuto nei
confronti di chi lo aiuta in questo suo tormentato percorso, dove
nessuno gli deve però "calare dall’alto un progetto" che non
accetterebbe mai, e tantomeno pretendere pentimenti esistenziali
di tipo religioso o uno snaturamento della sua personalità, una
sorta di destrutturazione interiore con imprevedibili effetti una
volta che sia tornato libero.
Ogni progetto reinseritivo, ogni occasione interna per allontanarsi
dalla convenienza a delinquere, devono essere certo favoriti, ma
gestiti con criteri di assoluta "laicità" e tenendo sempre presente la
personalità, quella vera e non di finzione, del detenuto "criminale
professionale" o comunque tendenzialmente tale.
Giulia - Ri/Educazione - Re/Inserimento
Ma il carcere è piuttosto "educazione" a corazzarti contro il senso
di impotenza e a non farti coinvolgere da tutto ciò che ti circonda
fino a diventare cinico
Luglio 2002
Rieducazione e reinserimento: due parole che si sentono spesso, o
per meglio dire sono alla base dei discorsi degli "addetti ai lavori"
che si occupano di carcere. Sono considerate come "fine" da
raggiungere, ma… dovrebbe essere così, e non lo è! Dovrebbe
(condizionale) con accanto il SE, se si verificano tutta una serie di
circostanze, ma con i SE spesso non si va da nessuna parte, e tanto
meno in carcere.
RI/EDUCAZIONE: cos’è? Per molti detenuti, se non per la
totalità, questa parola non ha molto senso. Del resto, "SE" fosse
possibile RIEDUCARE, ci sarebbero sicuramente meno recidivi.
Possiamo invece parlare di:
"EDUCAZIONE" al crimine, questo è reale (forse per troppi): un
esempio banale, quanto vero, è entrare in carcere per un semplice
furto e uscire sapendo come poter fare una rapina. Tra i detenuti
c’è scambio di informazioni su atti illegali, normale visto
l’ambiente promiscuo in cui si vive
"EDUCAZIONE" a corazzarsi contro il senso d’impotenza, contro
l’impossibilità a scaricare impulsi emotivi, che portano rabbia e
un’aggressività che va controllata. E per controllarla ci vuole
razionalità: bisogna costruirsi dei muri a difesa della propria
sopravvivenza. Ognuno ovviamente ha i suoi metodi. Chi si
chiude, chi diventa iperattivo, chi piange, chi diventa amorfo, chi
s’impasticca e si fa "scivolare" addosso il periodo di detenzione
"EDUCAZIONE" a non farti coinvolgere da tutto ciò che ti
circonda, a sdrammatizzare, fino (a volte) a diventare cinico o
essere considerato tale. Poi, se di per sé una persona ha già un
carattere considerato "forte", il carcere "EDUCA" ad esserlo di
più, a coltivare la durezza, la ruvidità, la severità.
Dunque realmente e nei fatti il carcere con fini "ri/educativi" non
c’è, e non c’è poi il "re/inserimento" nel tessuto sociale. Prima di
questo passo, che dovrebbe consistere nel reintegrarsi nella società,
esserne accettati, tornare a farne parte, una persona reclusa
dovrebbe infatti essere preparata. Quindi servirebbe un passaggio
intermedio tra carcere e dopo carcere. Difficilmente accade. Si
danno permessi per questo, ma generalmente non sono consoni allo
scopo da raggiungere. Già, perché in permesso chi ha una famiglia
in qualche modo inizia un riallacciamento dei legami affettivi, ma
chi è solo o è detenuto lontano dal suo ambiente famigliare (facile
che capiti) va in permesso presso strutture a loro volta chiuse o
comunque in un certo qual modo protette e non trova le
condizioni vere che dovrà affrontare all’uscita dal carcere.
La vita reale fuori dal carcere non è statica, risucchia. Un
"ristretto" dopo anni di chiusura totale vissuta a ritmi e spazi
condizionati e determinati da altri, fa fatica, non è a suo agio, si
perde. Questo provoca ansietà, paure, angosce. Una sensazione di
vacillamento in uno spazio-tempo che non sente suo. Anche lì
avrebbe bisogno di supporti: non dati "per forza" (ti costringo a
farti aiutare), ma intesi come una porta aperta dove se vuole uno
può essere libero di entrare o no.
Questo fatto, questa esigenza di non essere "ributtati nel mondo"
senza un aiuto, non vengono presi in considerazione. E anche il
lavoro all’esterno con un articolo 21 "extramurario" o una semilibertà sono occasioni sì, ma fortemente condizionate a loro volta.
Queste "opportunità" di lavorare fuori dal carcere dovrebbero
servire a procurarti un "re/inserimento" futuro. A parole è facile,
un detenuto esce in semi-libertà, svolge un lavoro, si guarda due
negozi, rientra in carcere. Certo incontra persone che non vivono
la sua stessa condizione, disposte ad accettare la sua situazione con
(naturalezza mi pare esagerato) benevolenza. Un’altra specie di
protezione.
Ma quanti ristretti si ricostruiscono una vita nella città dove sono
"ospiti temporanei" di un carcere? Credo pochi. Di conseguenza,
seppure semiliberi o in articolo 21, quando a Fine Pena se ne
andranno e torneranno nella loro città, si potrà dire di loro che
sono "RE/INSERITI?".
Certo la mia convinzione personale, e di tante altre detenute,
sarebbe che bisogna costruire dal carcere un cammino futuro, ma
in concreto non mi sembra attuabile. Perché?
Ci sono prima di tutto i TRASFERIMENTI: spesso ti allontanano
e non ti è dato certo di scegliere. E così un percorso iniziato si
interrompe bruscamente e ti ritrovi a ricominciare tutto da capo.
Poi manca spesso una FORMAZIONE LAVORATIVA adeguata
(sono poche le strutture carcerarie in grado di darla). E in fine i
PUNTI DI RIFERIMENTO, che una persona dovrebbe sempre
avere, come gli affetti, un luogo in cui abitare, il lavoro, spesso
vanno persi durante la detenzione. È un ripartire da zero! Sempre
a parole ci si dice che esistono: i Servizi Sociali, le Cooperative di
lavoro, le Associazioni "umanitarie". Ma chissà perché una volta
che ci viene tolto l’appellativo di ristretti, torniamo ad essere un
"NIENTE". Nessuno ha più interesse per noi! Dunque le uniche
soluzioni possibili che ci rimangono sono accettare lavori poco
qualificati, mal pagati e frustranti, comunque non in grado di
consentirci una vita "decente", e una "riqualificazione" sociale,
lavorativa, umana quantomeno dignitosa.
Questo appiattimento della dignità personale spinge molte volte a
non avere più speranza, a non credere più in niente, a considerare
la propria vita come non degna di essere vissuta, se non nell’unico
contesto che precedentemente ci ha portato in carcere.
Paola M. - Oggi parto dalla felicità che provo a
sentirmi di nuovo una persona libera
Il percorso di reinserimento deve essere graduale - non si può
“scaraventare” una persona di colpo in una società che non la
vuole, che la vede come “diversa”. C’è bisogno assoluto di queste
benedette “misure alternative”!
di Paola Marchetti, settembre 2007
Non voglio dire ancora delle misure alternative cose che sono già
state dette e ridette, penso che conti di più raccontare qualcosa
sulla propria esperienza, vissuta sulla propria pelle. Forse le
proprie sensazioni e le proprie sofferenze si possono ancora usare
come punto di partenza per un discorso più ampio, che non sia
solo tecnico, e che tenga conto dei fattori psicologici, che sono poi
quelli che ci spingono a scegliere un certo tipo di vita anziché un
altro, e poi a seguire un certo percorso invece che un altro anche
durante l’espiazione della propria pena.
Allora da qui parto, dalla felicità che provo a sentirmi di nuovo
una persona LIBERA, dopo sei anni e mezzo di galera, pur se con
gli ultimi sei mesi vissuti lavorando all’esterno, con un articolo 21
datomi dalla direzione, che per me è stato un riconoscimento
importante del mio impegno in un percorso di cambiamento.
Libera di farmi un documento d’identità; libera di portarmi a casa
da mangiare quello che voglio e non solo “le cose nella lista”;
libera dalle perquisizioni delle celle, dal vedersi le proprie cose,
dagli abiti alle mutande alle fotografie, toccate, spostate; libera
dalle perquisizioni degli astucci degli occhiali da vista ogni sera
quando, rientrando dal lavoro per dormire in carcere, viene
accuratamente controllato ciò che ci si porta in cella; libera dal
dover fare la “domandina” anche per respirare; libera dal dover
dare ragione a persone che magari sai che non ce l’hanno, solo per
evitare ritorsioni, perché “il coltello dalla parte del manico” finché
sei in carcere ce l’hanno sempre gli altri, mai tu. Ma felice anche
perché tutto il lavoro, tutta la fatica di questi sei anni e mezzo
sono stati riconosciuti con l’accoglimento della mia richiesta di
affidamento ai servizi sociali.
Il carcere è faticoso anche se non si fa nulla, figuriamoci poi se si
tenta di fare un lavoro su se stessi, lavoro che per come sono
strutturate le carceri italiane diviene a volte titanico, perché spesso
ci si sente circondati dalla volontà che tutto rimanga com’è, che il
detenuto non scocci più di tanto, che non pretenda di studiare, di
pensare, di progredire, di diventare qualcosa di diverso da ciò che
era.
La fatica immane che io ho fatto, con l’aiuto di qualcuno e il
boicottaggio da parte di altri, per affrontare gli studi universitari,
che già di per sé è duro in una situazione di detenzione (anche se
c’è ancora chi, senza conoscere la situazione reale, ti dice che tanto
in carcere non si fa nulla per cui c’è tutto il tempo per studiare…),
fatica che solo la mia ferrea volontà di proseguire e l’aiuto di pochi
“illuminati” mi hanno permesso di superare; il fatto che ho
preparato tutti gli esami universitari senza l’aiuto di alcun
professore; il fatto che ho sempre lavorato, magari part time; il
fatto che malgrado le avversità, che non sono state poche – dalla
grave malattia di mio padre, all’errore del laboratorio di analisi che
mi ha trovato positiva ad una sostanza che non prende più nessuno
e che mi ha bloccato i permessi premio per quasi quattro mesi –
non ho mai smesso di alzarmi presto la mattina per andare a
studiare e a lavorare: tutto ciò, insieme a molto altro, ha
dimostrato la mia volontà di cambiare vita. E questo credo sia il
fine ultimo di un percorso di recupero carcerario: che il detenuto,
arrivato a fine pena, si reinserisca nella società come cittadino
onesto e non compia più reati.
Bisogna affidarsi soprattutto a se stessi
I meriti vanno riconosciuti e premiati e le “marachelle” vanno
punite. È regola basilare nell’educazione di un bambino, ma è
regola basilare anche nel recupero di una persona che ha sbagliato.
Se si dimostra con i fatti che quelli senza meriti vengono premiati,
allora non ci sarà alcuno sforzo a migliorarsi. E purtroppo molto
spesso è ciò che accade nelle nostre carceri.
Non vi sono sufficienti educatori, non vi sono sufficienti psicologi,
non vi sono sufficienti figure che sostengano e che tengano
monitorato il reale percorso di un detenuto. Ci sono Magistrati di
Sorveglianza che conoscono le persone di cui poi si trovano a
dover decidere le misure alternative da concedere oppure no, ma
ce ne sono altri che si basano molto spesso sul tipo di reato
commesso non tenendo forse in conto il “dopo processo” cioè
tutto ciò che è stato fatto dal momento della condanna in poi, se
non usando ciò che di negativo c’è stato. Allora dobbiamo
metterci d’accordo: le buone intenzioni sono molte, i bei discorsi
anche, i fatti sono spesso tutta un’altra cosa.
Non si fanno grandi sforzi per far decollare questo benedetto
“recupero” (non uso il termine “rieducazione” che mi ricorda
molto i campi di lavoro della Cina maoista), si vive sul “già fatto e
già visto”, c’è, anzi, chi rema contro, non per volontà ma per
semplice ignoranza o impreparazione. Il detenuto che vuole
“riemergere” deve affidarsi poco all’istituzione, e molto al
volontariato o a coloro che con spirito quasi masochistico credono
ancora di poter cambiare qualcosa, come gli insegnanti che
lavorano in carcere. E soprattutto deve affidarsi a se stesso. Il che,
assicuro, non è assolutamente facile, e chi non ha alle spalle un
vissuto, un carattere, una volontà molto forti cederà. Ma proprio il
fatto di essere finiti lì è una dimostrazione che forse chi è da
recuperare questa gran forza non ce l’ha! Io credo che soprattutto
le misure alternative siano necessarie, direi essenziali per un reale
processo di reinserimento nella società. Le statistiche lo stanno a
dimostrare.
E per darle mi piacerebbe che i magistrati tenessero un po’ meno
in conto l’opinione pubblica che, gonfiata da media non certo
obbiettivi e ogni giorno più superficiali nel dare le notizie, diviene
sempre più giustizialista senza peraltro conoscere veramente ciò di
cui si parla.
Il processo di reinserimento deve essere graduale, lunghezza della
pena permettendo, perché, comunque, non è semplice neppure per
chi è stato per del tempo dentro un’istituzione così “totale”
rapportarsi nuovamente con il mondo esterno, dove non c’è
nessuno che decida per te. Quindi ben venga prima il permesso
premio, seguito dal lavoro esterno dove il denaro dello stipendio te
lo gestisce ancora l’istituzione, per poi però essere seguito dai vari
tipi di affidamento, perché solo così si arriva a gestire, almeno in
parte, la propria vita, ad imparare a camminare di nuovo con le
proprie gambe, a fare i conti con uno stipendio che non basta mai,
a vivere cioè una vita “normale”, con qualcuno, nella fattispecie
l’assistente sociale, che ti aiuta, che ti sta vicino.
Immaginiamo infatti una persona che per due, tre, quattro anni –
se è andata bene – è rimasta fuori completamente dal mondo, e
immaginiamo che sia improvvisamente “scaraventata” in una
società che, oltre al fatto che lei stessa non la riconosce più come
sua – perché forse anche prima ne era un poco ai margini – non la
vuole, la vede come “diversa”, come elemento da emarginare.
Come reagirà questa persona se non tornando ai “margini” e
quindi tornando a vivere come o forse peggio di prima? No, c’è
bisogno assoluto di queste benedette “misure alternative”!
Non siamo più capaci di pensare alla morte, non sappiamo come
“maneggiarla”
Tiziano Fabbian - Un’ordinaria giornata… di
carcere
Quarta puntata: hai bisogno di soldi? Abbiamo "lavoro" per te
Ottobre 1999
"Un’ordinaria giornata di… carcere". La cronaca a puntate di 24
lunghissime ore di galera continua con il protagonista, T.,
impegnato a farsi raccontare da G. i motivi del suo rapidissimo
rientro in carcere, a soli sessantasette giorni dalla scarcerazione.
Sono stato scarcerato in novembre, il 28, ricordi?
Mi sono trovato lì, nel piazzale antistante il carcere, con alle spalle
il passato e il futuro in faccia, ma, forse a causa della fitta nebbia
presente quella mattina, non riuscivo a scorgere chiaramente ciò
che m’aspettava.
In mano una sacca con pochi capi di vestiario, in tasca, poco più di
300 mila lire, in testa, la stessa nebbia che si trovava all’esterno e
nella quale si muoveva una sola idea: tornare nella mia città B.
Scuoti la testa, ed hai ragione!
Che tornavo a fare lì se non avevo più nessuno? Mia madre non
c’è più, quanto a mio fratello, dopo l’ultima condanna che ho
preso, non s’è fatto più sentire. Vedi, a B. perlomeno ci sono
strade con un nome che conosco; percorrendole so dove sono e
dove mi portano.
Nella mia vita ho percorso troppe strade che non conoscevo e mi
hanno portato sempre in un unico posto: qui, in carcere. Così mi
sono detto: fatti coraggio! E mi sono incamminato verso la fermata
dell’autobus.
Alla stazione, oltre al biglietto per il treno, dal giornalaio ho
acquistato il maggiore quotidiano della mia città (oddio ne
abbiamo solo due, ma questo è il più letto), era la prima copia che
tenevo in mano dopo cinque anni.
Non volevo arrivare ignaro di quanto stesse succedendo nel posto
dove intendevo ricostruirmi una vita. Che fai, sorridi?
Che vuoi che ti dica, al momento mi pareva un bell’inizio; poi, in
viaggio, non sono riuscito neanche a sfogliarlo, troppi pensieri!
Il viaggio non è stato come più volte me l’ero figurato: un
riappropriarsi dei luoghi conosciuti, nel ricordo ormai consunto
dall’uso. Oh si! Sono sempre stato al finestrino, ma in realtà non
ho visto niente. Mi sentivo come un cane, di quelli che corrono
dietro, abbaiando, a tutte le auto che passano, ma se riescono a
raggiungerne una, poi non sanno che fare. Lo stesso per me; stavo
finalmente tornando alla mia città, ma ora che le ero prossimo non
sapevo proprio che fare.
Ritornare nel "giro" avrebbe significato risolvere i problemi
immediati e… a lungo andare, anche quelli futuri se ritieni il
carcere una soluzione.
M’è venuta quella barzelletta, sai… la frigida che dice al suo uomo
tutto "sotto pressione": "…o dentro o fuori! Questo su e giù inizia
a darmi fastidio!...", a me dava fastidio più il "dentro" che il
"fuori" e su questo pensiero ho deciso di… Aspetta, se senti che
t’incazzi, lasciami finire il discorso prima di dire la tua, o.k. ?!
Allora, ho deciso di andare subito in Questura e dire loro: signori,
sono stanco della galera e voglio ricostruirmi un’esistenza, quindi
chiedo il vostro aiuto…! Aspetta t’ho detto! Lasciami finire! Senti
"grillo saggio", che potevo fare nelle condizioni in cui mi trovavo,
senza soldi, senza casa, senza lavoro, appena partorito dal
carcere?!
E poi ho pensato che non saranno mica lì solo per sbatterci dentro
quando sbagliamo, no…
Sarà ben interesse di tutti se ci danno una mano a ricostruirci una
vita diversa dalla precedente… Spiritoso, la so la differenza tra
sbirri e Assistenti Sociali, i secondi non portano la divisa. Era solo
una battuta, ascolta!
Arrivo ed esco dalla stazione; ora che sapevo che fare ero quasi
convinto che le cose sarebbero andate bene. Ero carico,
determinato e… nella mia città; un po’ fredda a dire la verità, e
allora sono entrato in un caffè lì vicino ed ho investito quasi 5.000
lire nel sogno mattutino d’ogni detenuto: cappuccino schiumoso e
croissant caldo.
Solo che di croissant non ne avevano ed ho dovuto ripiegare su un
Krapfen freddo.
Mentre bevevo il cappuccino osservavo attraverso la vetrina del
caffè le persone che passavano, velocemente affaccendate, e
pensavo: ecco che mi distingue da loro, la velocità nel camminare.
Al contrario di me hanno dove andare e sanno dove andare; la
lentezza, in questa società, significa indigenza!
Così, perché nessuno si accorga della mia situazione, esco dal caffè
e velocemente mi avvio verso la questura… velocemente, e pensare
che un tempo facevo un chilometro in più solo per non passarci
davanti!
Arrivo. Chiedo al piantone se c’è ancora l’ispettore C. C’è ancora,
salgo e busso al suo ufficio, entro. Mi riconosce e dice: "Già
fuori?!". Aveva ragione Einstein, penso, cinque anni a me son
parsi un’eternità, per lui solo un "già fuori?!". Sorvolo su questa
sua uscita e gli sciorino tutto il bel discorso che mi sono preparato:
testa a posto… mai più nel giro… con il vostro aiuto.
E lui, sai che mi dice? Anche se hai indovinato non ridere,
stronzo! Aspetta che te ne dia io motivo.
Allora si dice contento delle mie intenzioni; loro saranno ben felici
di darmi tutto l’appoggio occorrente ma (è il "ma" che ti frega),
innanzi tutto devo dar prova di voler veramente reinserirmi nella
società.
Dio mio, penso, vuoi vedere che dovrò sottopormi ad una prova
d’iniziazione?! Quale sarà? Lui soddisfa immediatamente la mia
curiosità: reintrodurmi nel "giro" e soffiare loro quello che sta per
succedere!
Ma come? gli dico, vengo a chiedere aiuto per evitare di essere
nuovamente coinvolto in affari loschi e voi mi chiedete di
riprendere la vita di prima?
Non capisco proprio la vostra logica (se può essere una logica). Ma
no! mi dice, solo per poco tempo, neanche un anno, e poi… una
mano lava l’altra.
Sì, però solo le mie mani hanno provato le manette ai polsi, anche
quando mi hanno portato al funerale di mia madre. Volete
togliermi quel poco di dignità che sono riuscito a conservare?
"Tutti uguali i delinquenti!", così mi ha detto. Lì per lì stavo per
saltargli addosso, ma mi sono trattenuto. Sono uscito sbattendo la
porta, mi arrangerò da solo, mi sono detto.
Così sono andato al dormitorio pubblico. M’hanno dato un posto
letto, solo per una settimana però, e un pieghevole con indicati
indirizzi e numeri di telefono di associazioni benefiche ed enti
assistenziali.
Meglio non lasciare la sacca, mi dice il custode, sai… Ed io mi
chiedo il perché dobbiamo sempre fregarci tra poveracci. Dopo
aver preso un caffè al distributore automatico esco per andare
all’ente comunale d’assistenza come mi ha consigliato un ospite del
dormitorio.
Si trova dall’altra parte della città, ma decido per una passeggiata a
piedi, voglio rendermi conto di quante cose sono cambiate durante
la mia assenza. Tra un moto di stupore ed un altro, arrivo a
destinazione. In attesa ci sono pochi uomini e tante donne con
bambini che giocano su un corridoio sul quale si affacciano gli
uffici.
Siedo aspettando il mio turno che arriva dopo un paio d’ore
d’attesa. Busso, entro e saluto, c’è un’impiegata che mi dice di
accomodarmi. Siedo e le spiego la situazione nella quale mi trovo.
Non batte ciglio, chissà quanti ex detenuti si sono seduti su quella
seggiola.
Inizia a compilare un modulo interrogandomi: le solite cose, dati
anagrafici ecc. Poi inizia con le richieste: stato di famiglia,
iscrizione alle liste di collocamento, certificato di nullatenenza
(nullatenente? Nulla generale sono io, fin qui niente di complicato;
domani mattina potrò fare tutto, penso) poi continua: certificato
di detenzione… qui ho il foglio di scarcerazione, le faccio
presente, CER-TI-FI-CA-TO-DI-CAR-CERA-ZIONE sillaba
decisa (telefonerò all’educatrice in istituto forse potrà farmelo
avere per posta), e per ultimo, dice, domicilio al quale sarà spedito
l’assegno a proposta di sussidio accolta.
Le spiego che non ho un domicilio e che per una settimana sto al
dormitorio pubblico, poi… non so.
Però, aggiungo, il problema non sussiste in quanto posso
sicuramente passare di persona a ritirare l’assegno. Non si può,
dice, gli assegni sono inviati rigorosamente tramite PO-STA,
quindi serve il DO-MICI-LIO, risillaba.
Bene, penso, andrò da qualche prete (caro, vecchio, bistrattato
prete, ma quando c’è bisogno sei il primo al quale si ricorre), gli
spiegherò la situazione e senz’altro mi presterà domicilio per la
corrispondenza.
Le chiedo quanto passerà tra la presentazione della richiesta e,
sempre se accolta, l’invio dell’assegno. La commissione
esaminatrice si riunisce ogni fine mese, quindi se avrà la mia
pratica COM-PLE-TA entro una settimana… diciamo per la fine
di gennaio. Cacchio… due mesi!
Penso: ho circa 270 mila lire in tasca… diviso due…
Senta, le dico, non ho soldi, né casa, né lavoro, non si potrebbe
snellire la pratica? "NO!" è la risposta, ma come faccio, le chiedo.
Avrà senz’altro qualche parente che la possa aiutare, mi dice.
Nessun parente, dico io. Gli amici? Chiede lei. Sono proprio gli
amici che devo evitare, dico io. Sono un’impiegata del comune,
non una baby-sitter, dice lei, quello che mi compete l’ho fatto! E
mi congeda.
Esco con un modulo incompleto in mano. E ora che faccio, penso.
Inizio a camminare perso in pensieri tutt’altro che sereni e, senza
accorgermene, arrivo al quartiere popolare dove sono nato e
cresciuto.
Il casermone di cemento è lì, sempre più vecchio e macchiato.
Guardo al quarto piano, quella finestra della cucina dalla quale mia
madre chiamava per la cena, interrompendo le nostre partite di
calcio, qui al campetto.
Ora non c’è più mia madre e non c’è più il campetto, solo un
grande parcheggio, nero asfaltato. E in quel momento mi cade
addosso tutta la solitudine di questo mondo.
Ma che ci sto a fare qui? Sono solo e a nessuno importa niente di
me. Tengo ancora il modulo per la richiesta di sussidio in mano,
l’accartoccio e lo scaglio a terra con un "‘fanculo!". Da una cabina
telefonica chiamo un taxi. Arriva e mi faccio portare al bar "da
M." Trovo lì R. e F. che come mi vedono mi abbracciano, mi
fanno sedere alloro tavolo e mi offrono da bere, tra un "quando sei
uscito…?", "racconta dai…", "hai bisogno di soldi?" e "abbiamo
lavoro per te!" il senso di solitudine è sparito. Per farla breve,
dopo 67 giorni, ad un posto di blocco, nel baule della macchina
hanno trovato armi e passamontagna.
Quattro anni e mezzo, ha detto il giudice… quattro anni e mezzo!
"Non dici niente?". S’accende una sigaretta, s’avvicina alla finestra
e soffia il fumo fuori, attraverso le sbarre.
Lo guardo, è di spalle, mentre osserva l’esterno e penso. "Io ti
conosco G., so che non sei un cattivo ragazzo, so che avevi
veramente intenzione di rigare dritto e sistemarti nella tua città.
Chi non ti conosce dirà senz’altro che alle prime difficoltà ti sei
arreso, che non eri veramente intenzionato a cambiare vita; quella
persona lo penserà stando nella sua casa e avrà una sua famiglia,
avrà parenti ed amici. Non avrà mai provato a dormire in un
dormitorio pubblico, non avrà mai dovuto vivere 60 giorni con
270 mila lire, non avrà mai provato a rimanere senza lavoro né la
sensazione che può dare la vera solitudine, un senso di: perduto
irrimediabilmente, un senso d’inutilità esistenziale.
Quella persona, ti giudicherà! Io ti conosco G…".
"F. scenda in rotonda 2!", mi distoglie da questi pensieri l’agente
aprendomi il cancello…
Prostituzione
Lory - Mi chiamo Lory e sono nigeriana
Testimonianza tratta da Progetto – Sermig Torino, gennaio 2004
Siamo in 5 tra fratelli e sorelle e io sono la più grande. Facevo la
parrucchiera e i soldi non bastavano mai: non bastavano per
l’affitto, non bastavano per la retta della scuola, a volte non
bastavano per mangiare tutti. Il sogno di quasi tutti i ragazzi e le
ragazze è quello di partire per l’America o per l’Europa per essere
felici, per guadagnare un po’ di soldi e aiutare la propria famiglia.
Un giorno nel negozio in cui lavoravo è arrivata un signora che mi
ha detto: “Sei giovane cosa fai qui? Perché non vai in Italia? Ti
aiuto io, conosco un ristorante in cui potresti andare a fare la
cameriera. Ti anticipo i soldi per il viaggio aereo e poi tu me li
restituisci col primo stipendio”. Ne ho parlato a casa ed è
sembrata a tutti una cosa buona. Ho viaggiato per 7 mesi col
fratello della signora che avevo conosciuto, all’inizio in macchina,
poi ho fatto tanti chilometri a piedi e poi in nave, poi ancora a
piedi. Una volta arrivata in Italia, a Torino, mi ha portata a casa
di una donna e mi ha lasciata lì, con altre ragazze che erano
appena arrivate. In questo appartamento ho assistito ad un via vai
di donne nigeriane: entravano, prendevano una o due ragazze e poi
se ne andavano. Poi è arrivato il mio turno: si è avvicinata una
donna poco più grande di me e mi ha portato a casa sua. Mi aveva
comprato ma io ancora non lo capivo. Il giorno seguente mi ha
dato dei vestiti da indossare per il lavoro: un costume da bagno,
una gonna corta e, visto che era freddo, un cappotto. Abbiamo
preso l’automobile e mi ha portato sulla strada dicendomi: “Ho
pagato 100 milioni per farti arrivare fin qui e ora me li devi
restituire tutti e in breve tempo e l’unico modo per fare tanti soldi
in poco tempo è questo qui. Se provi a scappare o a parlare con la
polizia faccio uccidere i tuoi fratelli”. Di giorno dormivo facendo i
turni con le altre ragazze per potermi coricare su un materasso
steso per terra. Nell’appartamento della “mamam” eravamo in 10:
in una stanza 8 ragazze, nell’altra lei con il suo uomo. I soldi che
guadagnavo dovevo consegnarli tutti, ma non tutti venivano
conteggiati per estinguere il debito. Una parte veniva tolta per
l’affitto dell’appartamento in cui stavo, una parte per il cibo, una
parte per pagare il posto sulla strada, che a sua volta la mamam
doveva pagare a chi stava “sopra” di lei. In mezzo allo schifo, con
la voglia di uccidere e la voglia di morire ho lavorato su quella
maledetta strada con il freddo nelle ossa e con la paura di chi
incontravo. Ho preso anche botte e insulti. Ero lì insieme a
ragazze nigeriane e rumene, albanesi e moldave, maggiorenni e non
che, come me, erano venute in Italia perché sognavano di essere
felici.
Francesco Morelli - Le prostitute straniere, sono
schiave o sono "donne povere in cerca di una vita
migliore"?
Di prostituzione abbiamo cominciato a parlare negli ultimi numeri
del giornale, e siamo intenzionati a tenere aperta la discussione
perché si tratta di un tema forte, su cui pesano vecchi moralismi e
nuovi desideri di "ripulire" le nostre città
Ottobre 2001
Le notizie che riguardano le donne immigrate spesso parlano di
condizioni di schiavitù, di sfruttamento, e sono corredate da
immagini sempre uguali: la polizia che effettua controlli, che carica
le donne sui cellulari.
Storie come queste, anche se aggiungono ben poco a quanto già
sapevamo, riscuotono un innegabile interesse, in bilico tra la
compassione e la morbosità, quindi vengono raccolte, sfruttate (a
proposito di "sfruttatori"…) e proposte regolarmente da giornali e
televisioni.
Dietro questa facciata, fatta di luoghi comuni, c’è uno dei mondi
meno conosciuti del disagio sociale, ma anche situazioni molto
diverse tra loro.
Si è cominciato a parlarne, in maniera meno banale, soprattutto da
quando la legge sull’immigrazione ha introdotto la possibilità di
assistenza e regolarizzazione per le donne straniere che decidono
di sottrarsi alle organizzazioni che le ‘controllano’.
Però, sulla dimensione del fenomeno dello sfruttamento sessuale,
non sappiamo nulla di preciso. Livia Turco, per esempio, che è
stata, assieme a Giorgio Napolitano, promotrice della legge
sull’immigrazione, oltre che ministro della Solidarietà Sociale,
sostiene che l’80% delle prostitute siano costrette a svolgere
questa attività.
Anche se il termine "costrizione" può essere interpretato in vario
modo, questa percentuale è ritenuta eccessiva dal Comitato per i
Diritti Civili delle Prostitute, che calcola in circa 3.000, il numero
delle donne realmente sottoposte a "coercizione violenta", su un
totale di 50.000 prostitute, tra le quali più della metà sono
straniere ed esercitano l’attività prevalentemente sulla strada.
In una posizione intermedia, si collocano i dati forniti
dall’associazione "On The Road" (legata al C.N.C.A.. e alla
Caritas), che parla di un 30% di prostitute vittime della tratta.
È molto difficile capire quale di queste posizioni si avvicini di più
alla realtà, ma personalmente sono propenso a credere al Comitato
per i Diritti Civili delle Prostitute, quando afferma: "Crediamo di
conoscere bene le donne che si prostituiscono. La maggior parte
sceglie liberamente la prostituzione, che prima di significare
sfruttamento e schiavitù significa autodeterminazione. Pensiamo
alle nigeriane, che vengono nel nostro paese addirittura contraendo
un debito. Per loro farlo significa cambiare un destino che
altrimenti le condannerebbe alla miseria.
Esodo, fuga, come altro indicare questa forte volontà di inseguire
un sogno di libertà dalla fame? No, non le vediamo come schiave.
Le vediamo come donne povere, questo sì, sfruttate in patria, che
premono per entrare nelle nostre cittadelle, guadagnare denaro,
molto denaro, ed in fretta: non è anche il nostro desiderio?
E pensiamo alle donne dell’ex blocco sovietico, che spesso
contattano chi fa la tratta per essere portate in occidente a
prostituirsi. Senza generalizzare, non possiamo nasconderci che
queste donne, tra le più scolarizzate d’Europa, chiedano di entrare
nei nostri paesi per guadagnare".
Questa, invece, è la posizione di Livia Turco: "Le cifre ci dicono
che oggi abbiamo all’80 % prostitute per costrizione. Certo, non
sono tutte schiave. Quanto alla libera scelta non entro nel merito.
So che ci sono donne che scelgono quella strada e le rispetto,
anche se soggettivamente non condivido. Voglio dire che, da un
punto di vista morale, io non penso che sia una libera scelta. Ma la
riconosco oggettivamente. Il problema però è che oggi abbiamo
una stragrande maggioranza di prostitute per forza, con vari gradi
di coercizione, dai casi di vera e propria schiavitù a quelle che
sono nel giro della criminalità anche se con degli spazi di
manovra".
C’è un elemento, in questo dibattito, che mi fa propendere per le
posizioni del Comitato: quasi tutte le donne immigrate arrivano
vengono da situazioni di povertà, comunque di difficoltà
personale, causata da motivi diversi.
Gli uomini, quando si trovano in situazioni analoghe, ricorrono
più spesso delle donne a mezzi illegali per cercare di emanciparsi,
di raggiungere il benessere che altrimenti non vedono alla loro
portata (almeno in tempi brevi).
Se in carcere ci sono oltre 50.000 uomini e circa 2.000 donne, a
mio parere significa anche che la prostituzione rappresenta una
‘opportunità’, per coloro che vivono situazioni particolari di
disagio e vogliono, o hanno bisogno, di guadagnare parecchio
denaro in tempi brevi.
Per ragioni culturali, le donne possono scegliere più facilmente
questa strada, mentre gli uomini scelgono prevalentemente di
dedicarsi ad attività illecite, lo spaccio di droghe, innanzi tutto.
Un altro elemento avvalora questa ipotesi: se consideriamo
soltanto le persone detenute per motivi non legati al denaro,
vediamo che la presenza femminile è molto più consistente rispetto
al totale dei carcerati: esempi significativi ne sono il terrorismo e i
delitti consumati in famiglia.
Invece,
nella
criminalità
organizzata
di
tipo
mafioso,
il
meccanismo è diverso: in quell’ambito la donna ha un ruolo
preciso, deve stare nell’ombra, mentre ad agire, a mettere quindi
in gioco la libertà e, a volte, pure la vita, sono quasi sempre gli
uomini.
Tra gli immigrati, è quasi assente la figura della donna che svolge
attività illegali in Italia: tutt’al più, ci sono donne che fanno le
"corriere" della droga, ma difficilmente quante sono già in Italia
vengono arrestate per spaccio, o per altri reati (fanno eccezione le
nomadi, anche in questo caso per motivi specifici della loro
cultura).
In definitiva, penso che la maggior parte delle prostitute scelga
volontariamente (anche se, magari, non del tutto "liberamente") di
svolgere queste attività, magari rischiosa, o degradante, (o anche
"comoda", a seconda dei punti di vista), ma che a loro sembra
comunque migliore rispetto alla vita che svolgevano nei paesi da
cui provengono (o alla situazione in cui si trovano, per quanto
riguarda le italiane, spesso in difficoltà economiche, o
tossicodipendenti).
E, soprattutto, fanno questa scelta in alternativa ad altre
prospettive del tutto illegali, che comporterebbero il rischio del
carcere e di un ritorno al punto di partenza, cioè nel disagio
economico, sociale, personale.
Aleksandar Stefanovic - La grande fuga dall’Est
Oggi tutti sono disposti ad ascoltare le storie di donne-schiave
redente e salvate, ma sono tante le donne che hanno scelto
consapevolmente di liberarsi in fretta dalla miseria, anche
prostituendosi
Febbraio 2002
La testimonianza di Aleksandar è "dura" perché, di questi tempi,
non è molto facile dire: le donne che arrivano dall’Est per
prostituirsi molto spesso lo fanno consapevolmente. È più facile
pensare che siano tutte schiave, ma è più onesto misurarsi con la
realtà, e cercare di capire cosa succede davvero, lasciando da parte
i moralismi e le storie edificanti. Le schiave ci sono, senza dubbio,
le donne costrette a vendersi anche, ma la vita è sempre più
complicata delle favole. E allora, qualche volta, è meglio dire come
stanno le cose: che tante ragazze dell’Europa dell’est scelgono di
battere le strade delle nostre città perché sanno che è la via più
dura, ma anche la più veloce per uscire in fretta dalla miseria.
Torniamo a parlarne perché pensiamo che non tutte queste donne,
forse, vogliono essere "salvate", ma che a tutte va offerta una
alternativa alla strada.
Negli ultimi anni il problema della prostituzione viene trattato
insistendo, con un senso di forte allarmismo, sulla questione delle
donne-schiave tenute prigioniere e sfruttate dai loro protettori. E
tutto questo si basa soprattutto sulle testimonianze delle ragazze
più sfortunate, sulle indagini della Polizia, sui racconti di chi
(associazioni, amministrazioni pubbliche etc.) si occupa di queste
donne, e tutto sembra scritto da un unico giornalista o regista. La
storia viene spesso accettata e venduta sotto forma della favola
triste delle Cenerentole del nuovo millennio, poiché questo
approccio fa comodo alla società, mentre quasi nessuno mostra
interesse per la vera natura del fenomeno.
Io vengo da un paese dell’Est europeo e ho una certa conoscenza
del mondo della prostituzione, e ritengo che sarebbe ora di dire
qualche parola di verità in più.
È senz’altro vero che alcune di queste ragazze sono state portate
via dal loro paese con l’inganno e, dopo una serie di
maltrattamenti, sbattute sul marciapiede, ma credo vada chiarito
che si tratta di una minoranza, mentre per la maggior parte le cose
stanno così: la caduta del muro di Berlino, la fine del comunismo e
l’arrivo della democrazia hanno trasformato la classe media
borghese dei paesi dell’est in una cosa incomprensibile ed
inspiegabile per la gente della ricca Europa occidentale. In poche
parole, una buona fetta di popolazione si è trovata nelle condizioni
che non le consentivano di acquistare il pane e il latte
quotidianamente, per non parlare di altre cose meno necessarie,
ma sempre importanti. I paesi come Ucraina, Romania, Moldavia e
le parti della ex Jugoslavia distrutte dalla guerra sono stati colpiti
in modo particolarmente duro. Basti pensare che un salario
mensile valeva fino a poco tempo fa 10.000-15.000 lire.
Gli investitori provenienti dall’occidente, soprattutto dall’Italia,
potevano così acquistare a buon prezzo le fabbriche fallite,
assicurando agli operai qualche briciola in più rispetto alle aziende
pubbliche, ma tutto questo non permetteva un tenore di vita
decente. Loro, gli stranieri, avevano portato però il sogno
americano, sogno di una bella vita, e tutti cominciavano a parlare
del denaro facile che si poteva guadagnare in Europa, che calcolato
nelle valute locali suonava come una cifra astronomica.
Tutto questo ha spinto al grande esodo. La prima ondata verso
l’occidente era composta da donne di una "certa esperienza" nel
campo. La stragrande maggioranza è venuta in Italia per un
semplice motivo: la legge del mercato. Dopo pochi mesi molte
tornavano con delle valige gonfie e una quantità di denaro
inimmaginabile per i comuni mortali. Questo ha spinto anche le
cosiddette "ragazze per bene" a pensare che partendo per un certo
periodo, dimenticando la vergogna, l’educazione cristiana, la
famiglia, avrebbero potuto tornare con una base economica
sufficiente per iniziare una vita "normale".
Un’industria ben collaudata per andarsene dalla miseria dell’Est
Il fenomeno nel frattempo aveva cominciato a mostrare un aspetto
imprevisto: molte di queste ragazze non tornavano, scomparivano
oppure finivano come cadaveri sfigurati, storie tragiche per le quali
la Polizia non trovava quasi mai un colpevole. Questi fatti hanno
contribuito alla comparsa di gruppi di maschi, provenienti dalla
stessa miseria, che vedevano la possibilità di un guadagno facile
offrendo loro una protezione dai clienti violenti, organizzando i
viaggi all’estero e l’ingresso nel paese per il quale occorreva un
visto. Quasi tutti venivano in Jugoslavia per procurarsi i
documenti, poiché grazie ad essi ottenevano lo status di profughi,
allontanando così il pericolo di espulsione. Una città vicino a
Belgrado, di nome Pancevo, era diventata un vero e proprio centro
di reclutamento per le ragazze e i ragazzi, cosiddetti body guard,
provenienti quasi esclusivamente dalle fila di ex sportivi, che nel
vero senso della parola dovevano proteggere le ragazze, salvando
molte volte le loro vite.
Bisogna anche dire che l’aggravarsi della crisi economica faceva
aumentare il numero di persone interessate ad andarsene all’estero.
Ovviamente la parte del leone apparteneva a coloro che
organizzavano queste donne e trovavano loro un "posto di lavoro"
(un pezzo di marciapiede di una delle metropoli europee), con la
garanzia di non essere disturbate nella loro attività. Vedendo la
possibilità di enormi guadagni (media di un milione al giorno),
vedendo che a volte c’erano anche clienti che offrivano il
matrimonio e la salvezza, molte di loro hanno deciso di voltare
pagina.
Alcune poi sporgevano denunce alla Polizia, a volte basate su
storie almeno in parte inventate, ottenendo in cambio il permesso
di soggiorno. Così evitavano l’obbligo di versare la somma
concordata prima della partenza dalla miseria (leggi: paese
d’origine), dalla quale da sole non sarebbero mai potute uscire.
Una volta sistemate tornavano ad esercitare il mestiere, dopo aver
cambiato città, poiché potevano contare su una certa esperienza e
spesso anche sulla protezione di qualche poliziotto in cambio di
qualche favore. In carcere finivano sempre pesci piccoli, mentre i
veri capi restavano e restano tuttora fuori dalla portata delle reti
della giustizia, grazie soprattutto alla corruzione ben radicata nei
paesi dell’est. A fianco di storie di violenza e sfruttamento, c’è
dunque anche una realtà molto diversa, una vera e propria
industria, ben collaudata, nella quale le parti conoscono bene le
proprie posizioni, anche perché il livello di istruzione delle ragazze
dell’Est europeo è molto spesso elevato, e quindi la storia
dell’inganno nella maggior parte dei casi è da scartare. E poi è
umano, è comprensibile che pochissime di loro accetterebbero di
lavorare in condizioni pesantissime, faticare e logorarsi per una
cifra alla quale possono arrivare in un solo giorno.
Omicidi
Graziano Scialpi - Nella testa di un uomo che ha
ucciso
Il racconto “in diretta” di cosa significa finire dietro le sbarre con
un grave delitto che pesa sulla coscienza. Durante gli incontri con i
detenuti, molti studenti hanno chiesto com’è l’impatto con il
carcere, senza poter ricevere una risposta esauriente a causa dello
scarso tempo a disposizione
Febbraio 2005
Da quando ho iniziato a fare un giornale in carcere, e a discutere
con i detenuti assolutamente di tutto, senza tabù, paure, chiusure,
ho cominciato anche a misurarmi in modo diverso con l’“altra”
informazione, quella fatta da giornalisti professionisti, e non,
come Ristretti Orizzonti, da dilettanti. Una prima considerazione
che mi viene in mente è che, avendo intorno, durante le riunioni
di redazione, molte persone che hanno ucciso qualcuno, e spesso
anche qualcuno di molto vicino, nelle loro famiglie, ho sentito da
subito quanto sbagliato sia il concetto di “mostro” applicato
automaticamente a chi uccide. La vita, per fortuna, è una cosa così
complessa, che riserva sempre delle grandi sorprese a chi tenta di
semplificarla.
Eppure basta accendere la televisione per essere bombardati ogni
giorno da notizie su omicidi, e in particolare omicidi in famiglia,
dove chi uccide viene descritto come una specie di mostro lucido e
spietato che brinda in cella se gli viene ridotta la pena (vedi caso
Jucker). E questa idea è ben radicata anche nella testa di molti
studenti che, negli incontri con i detenuti, quando chiedono “Ma
tu perché sei dentro” e vorrebbero sapere il reato commesso,
fanno capire che secondo loro un uomo che ha ucciso non può
avere sconti di pena né benefici, e che uccidere ti mette fuori dalla
società per sempre. Quella che segue è una testimonianza, per
certi versi agghiacciante, di quello che succede “dopo”, dopo che
un uomo fino a quel giorno assolutamente “regolare” (in questo
caso, faceva proprio il giornalista) ha ammazzato una persona della
sua famiglia e si ritrova, di colpo, nell’orrore della sua testa
impazzita, della sua coscienza e del carcere. La pubblichiamo
perché almeno qualcuno di quelli che parlano facilmente di
“mostri” possa fare un salto sulla sedia leggendola, e sentirsi lo
stomaco torcere non per l’orrore, ma per un po’ di vergogna per
certi giudizi sommari.
Ornella Favero - Redazione di Ristretti Orizzonti
È il 21 dicembre, ed è sabato. Le strade sono invase da gente che
si affanna da un negozio all’altro per gli acquisti di Natale. L’auto
dei carabinieri corre come se rinchiudermi in carcere sia una
questione di vita o di morte. Le gomme stridono e l’autista
impreca mentre l’Alfa Romeo scansa strombazzando i pedoni che
scendono dal marciapiede nella corsia preferenziale per superare gli
ingorghi davanti alle vetrine. Registro ogni particolare senza
emozione. Mi sento come un fantasma che vede continuare
intorno sé una vita di cui non fa più parte. Il mio unico desiderio è
raggiungere la prigione. Non mi interessa altro. Sono talmente
concentrato sulla mia destinazione che riesco ad bloccare i
pensieri, le immagini, le emozioni che sento premere con una
prepotenza feroce. Non potrà funzionare ancora a lungo, ma non
mi preoccupo. Prima che prendano il sopravvento troverò una
soluzione drastica e definitiva.
Ho le mani ammanettate dietro la schiena; a ogni sterzata vado a
sbattere contro le portiere, a ogni frenata vengo proiettato addosso
ai sedili anteriori. Il carabiniere al volante sta ripassando a mio
beneficio l’intero corso di guida estrema. Con un’inchiodata ci
fermiamo davanti al portone del carcere. Sbatto per l’ultima volta
contro i sedili anteriori e mi raddrizzo: sono arrivato. Forse ora
potrò trovare un po’ di quiete dopo questa giornata allucinante.
I carabinieri aprono le portiere e mi fanno scendere. Prima di
salire i quattro gradini che conducono al portone mi volto e
osservo le vetrine e le decorazioni luminose. Mi riempio i polmoni
dell’ultimo respiro di libertà. Ho la certezza che di lì non uscirò
vivo, sto entrando nel mio sepolcro. Uno dei due carabinieri, il più
giovane, coglie il gesto e si blocca. È un nanosecondo di acuta
empatia. Mi guarda negli occhi e sembra che qualcosa sia dando
una spallata alla sua bocca. Ma una simile parola non esiste, non
può essere pronunciata. Gira lo sguardo verso il portone e riprende
a camminare.
Saliamo i gradini e passiamo sotto l’arco del metal detector con il
cartello giallo che avvisa i portatori di peace maker che il loro
cuore potrebbe fermarsi e attraversiamo il primo cancello.
Riconosco l’atrio con la corona d’alloro sotto la lapide sulla parete
di sinistra che ricorda le guardie di custodia massacrate nel 1945.
Sono già stato qui per lavoro. I carabinieri mi fanno svoltare a
destra, lungo uno stretto corridoio, fino all’ufficio matricola.
Davanti al bancone mi tolgono le manette. Mentre compilano i
moduli per il passaggio di consegne, continuo a guardare in giro:
alcune scrivanie, dei vecchi schedari, calendari delle forze
dell’ordine appesi al muro scrostato. Il mio sguardo si ferma su un
attaccapanni d’acciaio dal quale penzolano tre lunghi sfollagente
neri. Tornerò decine di volte in quel ufficio, ma non vedrò mai più
manganelli. Anzi non li rivedrò più in assoluto, nemmeno durante
le proteste. Ma queste cose non le so ancora. Penso che siano una
dotazione standard. Non immagino che la loro sia una misura
eccezionale presa in mio onore, nella previsione di un’accoglienza
“movimentata”, basata su chissà quali voci che hanno preceduto il
mio arrivo.
Nel frattempo i carabinieri hanno sbrigato tutte le formalità
burocratiche, salutano i colleghi e se ne vanno. Forse anche loro
devono comprare i regali di Natale. Da questo momento sono
“proprietà” del carcere. Nelle ultime ore il mio unico pensiero era
arrivarci… ora che ci sono mi rendo conto di non avere idea di
cosa mi attende. Forse, ora che i carabinieri non ci sono più,
quegli sfollagente verranno usati per insegnarmi le regole della
galera. Forse per gli assassini è riservato un trattamento speciale.
In ogni caso il pensiero non mi turba, anzi, quasi mi attrae. Mi
sento come avvolto in un bozzolo di nauseante irrealtà. Magari un
po’ di manganellate potrebbero rompere il guscio e riportare le mie
sensazioni a una parvenza di normalità. Magari mi sveglio e scopro
che è stato tutto solo un orrendo sogno.
Ma gli sfollagente rimangono sull’attaccapanni. Il sovrintendente
invece mi invita a firmare le ricevute per i miei effetti personali e
per le duecentomila lire che ho nel portafoglio. Quando prendo la
penna mi accorgo che la mano trema. Anzi, no, tremare non è il
termine esatto. Quando cerco di usarla si muove a scatti irregolari
come se fosse dotata di una volontà propria. Devo tenerla con la
sinistra per riuscire a fare uno scarabocchio sul grosso registro
dalla copertina di tela grigia.
Quindi mi prendono le impronte digitali e mi scattano le foto con
una Polaroid. Foto di fronte, foto di profilo e poi mi fanno girare
faccia al muro e scattano parecchie foto anche ai punti di sutura
che ho sulla nuca, dove un carabiniere mi ha colpito una mezza
dozzina di volte con il calcio della pistola nel vano tentativo di
tramortirmi. Questa precauzione mi fa pensare che forse,
dopotutto, non verrò bastonato. Ma la cosa mi lascia indifferente.
E poi ci sono molti modi di picchiare senza lasciare segni.
Terminate le foto il graduato mi dice bruscamente di togliermi
cintura, lacci delle scarpe e cravatta. In pochi secondi mi libero di
cintura e lacci e li poggio sul bancone, ma non riesco a togliere la
cravatta. Il sangue, il mio sangue che ha impregnato il nodo si è
ormai seccato e, per quanto mi sforzi con le dita tremanti, non
riesco ad allentarlo. Lo spiego al sovrintendente e all’agente che
sono in attesa e li prego di tagliare la cravatta con le forbici. I due
si guardano perplessi e tergiversano. Il sovrintendente obietta che
la cravatta si rovinerà. Rispondo che comunque è da buttare. Con
molta cautela i due agenti escono da dietro il bancone, mi si
avvicinano e la tagliano facendo passare delle lunghe forbici nei
pochi millimetri che separano la tela dal mio collo. La loro
preoccupazione non è per la cravatta. Non vorrebbero avvicinare
le forbici alla mia portata, ma non hanno scelta: la cravatta deve
essere tolta.
Una volta risolto il problema della cravatta, sorge quello degli
occhiali. Gli agenti me li fanno togliere e studiano con attenzione
le leggere lenti di vetro al titanio. Mi chiedono speranzosi se posso
farne a meno, rispondo che senza di essi non ci vedo. Altro
scambio di sguardi perplessi, ma non c’è verso; anche se non
vorrebbero, gli occhiali da vista devono lasciarmeli. Le procedure
sembrano terminate e il graduato mi riaccompagna nell’atrio.
Secondo le norme della buona educazione mi faccio da parte per
lasciarlo passare. Ma lui mi dice bruscamente di camminare. Altra
regola base del carcere: l’agente non deve mai dare le spalle al
detenuto, che deve sempre precederlo. Impiegherò parecchio
tempo per liberarmi dell’abitudine cortese di cedere il passo.
Attraversiamo l’atrio fino a raggiungere un cancello speculare al
portone d’entrata: è di ferro rinforzato da longheroni e dipinto di
blu, l’unica apertura è uno spioncino di dieci centimetri sulla
porticina al centro, serve per controllare chi vuole uscire, non chi
entra. Un agente apre il cancello ed entriamo in uno spazio di un
paio di metri quadrati, di fronte c’è un altro cancello, a sinistra
una scala di pietra che sale ai piani superiori. Vado verso il
cancello, ma mi dicono di andare a destra ed entro in una
stanzetta male illuminata da una lampadina nuda da pochi watt
che penzola dal soffitto. I muri sono scrostati e riscoperti di scritte
e di segni neri lasciati dallo spegnimento di sigarette. Al centro
della stanzetta c’è una sorta di paravento di compensato che un
tempo doveva essere verniciato di grigio, sul pavimento una
pedana di legno.
L’idea della bastonatura di benvenuto riprende vita, sembra
proprio il luogo adatto. Entro senza esitare e aspetto i colpi, ma mi
viene ordinato di togliermi tutti i vestiti. Mi spoglio senza
protestare e consegno i vestiti all’agente munito di guanti usa e
getta, che li controlla, passando le dita anche lungo le cuciture.
Quando sono completamente nudo il graduato mi ordina di fare le
flessioni. Obbedisco e mi piego in avanti fino a toccare con le
mani per terra. Lui scoppia a ridere e mi chiede se è la prima volta
che entro in galera. Alla mia risposta affermativa mi spiega che
devo allargare leggermente le gambe e poi accucciarmi sui talloni e
rialzarmi per due o tre volte. Eseguo l’ordine. Quindi mi fa
spalancare la bocca e spostare la lingua di lato e infine mi fa alzare
le braccia per controllare sotto le ascelle. Posso rivestirmi. Però mi
riconsegnano solo le mutande, le calze, le scarpe e i pantaloni. La
giacca, la camicia bianca e anche la canottiera sono zuppe di
sangue rappreso. Non mi ero reso conto di averne perso così tanto.
In ogni caso le ficcano in un grosso sacco per le immondizie di
plastica nera. L’agente esce dallo stanzino e rimango solo con il
sovrintendente. Sono a torso nudo, fa molto freddo e tutto lo
stress e gli shock della giornata mi stanno crollando addosso. Inizio
a tremare. Il sovrintendente se ne accorge e mi intima più volte di
stare calmo. Avverto un certo allarme nella sua voce e cerco di
spiegargli di non avercela con lui. “Ah, meno male!” è il suo
commento. Continuo a tremare e non riesco a fermarmi. Poco
dopo ritorna l’agente e mi porge una felpa grigia. La infilo e i due
agenti mi fanno uscire dallo sgabuzzino. Passiamo l’altro cancello.
Mentre percorriamo il corridoio, reggo i calzoni con la mano
sinistra e trascino i piedi, un po’ per non perdere le scarpe senza i
lacci, un po’ perché le gambe mi stanno cedendo. Alla fine del
corridoio mi fanno girare sinistra. C’è una rampa di scale con i
gradini di pietra. Inizio a salirla. Ad ogni piano mi fermo e guardo
gli agenti, che mi fanno cenno di proseguire, fino al terzo e ultimo
piano. Di fronte alla scala un piccolo atrio, a sinistra il cancello
tinto di verde che dà accesso a un corridoio di celle, di fronte
l’infermeria. Mi fanno entrare. Il medico è piuttosto brusco, mi
chiede i dati anagrafici, le malattie che ho avuto, dà un’occhiata
alla ferita che ho sulla nuca e, infine, mi porge un bicchiere usa e
getta con dentro del liquido. Lo bevo, dal sapore potrebbe essere
Valium o qualcosa del genere. La “visita” dura in tutto un paio di
minuti. Gli agenti mi riportano dabbasso. Sono a digiuno da
almeno ventiquattro ore e quello che mi ha propinato il medico
inizia immediatamente a fare effetto. Le gambe diventano sempre
più pesanti. Scendo le scale lentamente e trascino i piedi. Il fatto
di rischiare di perdere le scarpe a ogni passo non mi aiuta.
Torniamo al piano terra e mi fanno girare a sinistra. Dopo pochi
passi ci fermiamo davanti al cancello del reparto di isolamento. Un
graduato esce da uno stanzino a sinistra del cancello e lo apre. È
l’assistente di servizio nel reparto, a differenza degli altri agenti,
indossa una mimetica grigia con gli anfibi. Mi fa cenno di
precederlo lungo i corridoio, ma non sono abbastanza veloce per i
suoi gusti, così mi spintona alla schiena usando la lunga chiave di
ottone. Ma io continuo a trascinare i piedi.
Mentre avanzo avverto la presenza dei detenuti affacciati sulla
porta delle celle che si aprono ai miei lati. Percepisco i loro
sguardi, ma non alzo la testa. Non ho la voglia né l’energia per
sostenere qualsiasi tipo di confronto. Mi sento come uno di quei
disertori o traditori del passato che, spogliati della divisa e
umiliati, venivano fatti passare tra due file di loro commilitoni.
Vorrei che quella sfilata terminasse, ma la mia cella è proprio
l’ultima. Si trova a destra, in una specie di rientranza del
corridoio. Di fronte ci sono la porta delle docce e la scrivania
dell’agente. L’isolamento è l’unica sezione al cui interno è presente
un agente ventiquattr’ore su ventiquattro. Mi fermo di fronte alla
cella mentre l’agente armeggia con la serratura. Il cancello è
dipinto con vernice verde scuro, mentre il blindato è color beige.
Alzo gli occhi e sopra la porta vedo una targa verde con dentro
scritto in bianco 8 G.S. Significa Grande Sorveglianza, ma sono
anche le mie iniziali e per un attimo riconsidero l’intera mia vita
come un percorso predestinato che mi doveva condurre qui, dove
una cella col mio nome mi aspettava.
Mentre il cancello si richiude con fragore alle mie spalle osservo la
stanza: sarà lunga tre metri e larga meno di due. Sul lato sinistro,
fissata sia al muro che al pavimento, c’è la branda di acciaio
verniciato d’arancione. Nello spazio che avanza tra la branda e il
muro su cui si apre la porta è incastrato un lavabo d’acciaio con
sopra uno specchio incollato alla parete. Di fronte al lavabo,
incastrato nell’angolo opposto, un water anch’esso d’acciaio. Sul
soffitto, che sarà alto almeno tre metri, c’è una telecamera,
puntata proprio sul water. La finestra, piccola e dotata di un vetro
opaco che si apre a compasso solo per pochi centimetri, è piazzata
al livello del soffitto. I muri, fino a un metro e mezzo d’altezza,
sono dipinti con una vernice lavabile color beige. Ovunque ci sono
schizzi di quella che presumo essere minestra. Sul lavabo è
poggiata una ciotola di plastica ripiena di quello che sembra essere
passato di piselli, dentro è immerso un cucchiaio di plastica: la mia
cena. Nella cella non c’è niente altro, né uno sgabello, né un
tavolino, né un armadietto. Ho perso l’olfatto a diciotto anni e mi
chiedo che odore possa esserci. Non deve essere piacevole.
Mi avvicino alla branda, sul ripiano d’acciaio bucherellato è
poggiato un materasso di gommapiuma ingiallita dagli anni e sul
materasso un cuscino di gommapiuma altrettanto vecchio. Mi
siedo sul materasso e inizio ad aspettare. Non so che ora sia. Ho
perso l’orologio quando mi hanno ammanettato. Mentre siedo a
testa bassa comincia un viavai di agenti davanti alla porta della
cella. Arrivano da soli o a coppie, mi osservano per qualche
secondo, bisbigliano qualcosa tra loro e se ne vanno. Non so cosa
abbiano detto in televisione, ma sembra che vengano a dare
un’occhiata alla “celebrità”. Mi sento come un animale allo zoo, e
forse è quello che sono diventato. Certo non sento più di far parte
del consorzio umano. Ho oltrepassato una barriera che non
consente di tornare indietro. Arriva anche il direttore del carcere.
Ci conosciamo, l’ho intervistato un paio di volte. Non so dove
trovo la forza, ma mi alzo e lo saluto. È visibilmente sconvolto e
mi chiede cosa è accaduto. Gli rispondo che ho combinato un
guaio enorme e che è giusto che paghi. Annuisce e se ne va. Spero
di averlo sollevato dall’imbarazzo di dovermi spiegare che la nostra
conoscenza precedente non conta più nulla e che non devo
aspettarmi altro che di essere trattato come un qualsiasi detenuto.
Se ci sono riuscito almeno avrò fatto qualcosa di decente in questo
giorno da dimenticare. Mi sembra di aver già dato fin troppo
disturbo al mondo intero.
Non appena in direttore se ne è andato arrivano un agente e un
detenuto che porta sulle braccia una specie di pacco. Sono la
coperta e le lenzuola. Il nuovo arrivato discute per qualche minuto
con il suo parigrado in servizio alla sezione. Non sanno bene cosa
fare. Alla fine decidono di consegnarmi una vecchia coperta di tipo
militare color marrone scuro e con le lettere AP bianche e la federa
del cuscino, ma non le lenzuola. Dormirò senza lenzuola per sette
mesi.
Infilo il cuscino di gommapiuma nella federa, sistemo alla meno
peggio la coperta sul materasso e torno a sedermi sulla branda.
Chissà che ora è… non devono essere più delle otto di sera.
Eppure mi sembrano passati secoli da quando sono uscito di casa
questa mattina. Anzi, da quando la persona che ero e che non
esiste più è uscita di casa. Quello che mi ha dato il medico mi
intontisce, ma non abbastanza. Non so cosa fare, non so come
comportarmi. Non ho nemmeno fame, ma prendo la ciotola con il
passato di piselli e la mangio lentamente. È fredda e insapore, ma
devo fare qualcosa, qualsiasi cosa che mi impedisca di mettermi a
pensare a quello che è successo, a quello che ho fatto.
Ma c’è solo una cosa sensata a cui posso dedicarmi: devo trovare il
modo di portare a termine quello che non sono riuscito a fare
quando mi hanno arrestato. Devo riuscire a porre fine a questa
situazione che non sono in grado di affrontare. Perlustro la cella
con lo sguardo attento di chi ha uno scopo. Niente da fare: è
completamente nuda. Non c’è nulla che possa aiutarmi ad uccidere
quello che resta di me. Impossibile stracciare la coperta e farne una
corda e, anche se fosse possibile, non vedo dove potrei fissarla.
Però mi hanno lasciato le calze. Sono lunghe fino al ginocchio e
posso ricavarne un cordone robusto. Se ne faccio un anello ritorto
da fissare alla spalliera della branda e poi ci faccio passare il collo,
sedendomi a terra posso riuscire a strangolarmi. Funzionerebbe,
ma ci vuole troppo tempo. Non è come saltare da uno sgabello con
un nodo scorsoio che ti spezza le vertebre cervicali.
Occorrerebbero parecchi minuti prima di morire, non è certo il
modo migliore per farla finita. A preoccuparmi non è la sofferenza
fisica e neppure l’eventualità un ripensamento dell’ultimo secondo,
ma il fattore tempo. L’agente che sta di fronte alla porta della mia
cella avrebbe tutto il tempo di intervenire. Per quanto ne so non si
assenta mai. E se si assenta lo fa solo per pochi minuti. E poi c’è
sempre la telecamera sul soffitto.
C’è qualcuno che osserva il monitor in continuazione? Devo darlo
per scontato. L’idea di strangolarmi con le calze deve essere
scartata. L’unica altra possibilità che riesco a vedere è la piccola
finestra. Salendo sul letto dovrei riuscire a raggiungerla. Anche se
il vetro è spesso sono sicuro di riuscire a sfondarlo con un pugno.
Ho spezzato tavolette di legno spesse tre centimetri, non può
essere tanto più robusto. Il piano è semplice: se l’agente si assenta
salto sulla branda, rompo la finestra, afferro una grossa scheggia di
vetro e me la conficco nella giugulare, magari arrivo fino alla
carotide. Non occorrerebbero più di trenta secondi. Anche se
qualcuno mi osserva dalla telecamera farebbe appena in tempo a
lanciare l’allarme. Potrei farlo anche subito, ma un dubbio mi
frena: e se non fosse vetro? A guardarlo sembra proprio vetro, ma
è possibile che dopo avermi negato le lenzuola mi abbiano lasciato
una possibilità di armarmi così facile e scontata? Se fosse un
materiale infrangibile speciale che accadrebbe? Come reagirebbero
agenti dopo avermi sorpreso a sferrare pugni come un forsennato
contro la finestra? Cosa fanno in questi casi? Legano il detenuto
alla branda? Gli mettono una camicia di forza? Non posso
rischiare, devo andare sul sicuro. Pazienza, devo avere un po’ di
pazienza. Riuscirò a trovare il modo di farla finita. È curioso, ma
neppure una volta mi viene in mente che potrei usare le lenti degli
occhiali. Forse la mia dipendenza da questo oggetto è tale che nel
subconscio penso di averne bisogno anche per vedere chiaramente
nell’aldilà.
Chiedo all’assistente se posso avere una sigaretta. I due pacchetti
di Camel che avevo con me e l’accendino li ho dovuti lasciare fuori
dalla cella. Ho un bisogno disperato di fumare, ma non oso
disturbare l’agente troppo spesso. L’assistente si alza, estrae una
sigaretta dal pacchetto aperto, prende l’accendino e percorre i due
metri che separano la scrivania dal cancello della mia cella. Si
ferma un metro prima, allunga il braccio e poggia la sigaretta sulla
finestrella rettangolare che serve a far passare i piatti. Prendo la
sigaretta, la metto tra le labbra e schiaccio la faccia contro la
finestrella tenendo le braccia lungo i fianchi. Sempre tenendosi a
distanza l’assistente allunga la mano con l’accendino e mi fa
accendere, quindi mi dice di lasciare il filtro sullo spioncino
quando ho finito. Capisco che la procedura è studiata perché non
possa afferrarlo, quanto al filtro so che bruciandolo con un
accendino e schiacciandolo è possibile ricavarne una specie di
lametta. Ma sarebbe buona tuttalpiù per farsi dei graffi, e poi non
ho l’accendino.
Aspiro il fumo con avidità nella speranza che mi possa dare un po’
di conforto, ma è inutile, la sigaretta mi sembra finire in pochi
secondi, lasciandomi con un bisogno di fumare più forte di prima.
Poso il mozzicone sullo spioncino e raggiungo la branda. Mi stendo
e mi copro con la coperta. Impossibile avere un po’ di buio. La
luce deve restare sempre accesa, il blindato deve restare aperto
perché l’agente mi deve controllare continuamente e, anche dal
corridoio, i neon inondano la cella della loro fredda luce bianca.
Ma sono stremato e finisco con l’assopirmi. Mi sembra di aver
appena chiuso gli occhi che un rumore mi sveglia. Apro gli occhi: è
l’agente che sta battendo con la chiave d’ottone sulle sbarre della
porta. Appena alzo la testa smette, si gira e torna alla scrivania.
Voleva accertarsi che fossi vivo. Va avanti così tutta la notte, tutte
le notti per non ricordo quanto tempo. Sonni di pochi minuti
tormentati da incubi e interrotti dallo sbattere del metallo contro
il metallo. Più volte mi alzo, bevo un po’ d’acqua e chiedo una
sigaretta al nuovo agente che nel frattempo ha dato il cambio al
collega. Lui mi guarda con sospetto e segue la stessa procedura
della distanza di sicurezza. Chiedo che ora è, ma mi risponde di
dormire. Non ribatto che non posso dormire perché appena mi
assopisco è proprio lui a svegliarmi.
La notte mi sembra interminabile. Ma alla fine dalla finestrella
inizia a filtrare la luce del giorno. Devono essere circa le sette e
mezza. Mi alzo dalla branda con sollievo e mi sciacquo la faccia.
Già ieri sera ho scoperto con sorpresa che dal rubinetto esce anche
acqua calda. Non ho un asciugamano e mi asciugo con il fazzoletto
che ho in tasca. L’agente mi dice che devo pulire la cella. Gli
chiedo come posso fare. Lui si rende conto che dovrebbe
consegnarmi scopa e spazzolone, ossia armi potenziali, e glissa sulla
domanda. Poi ci ripensa e mi consegna uno straccio per pavimenti
dicendomi di arrangiarmi con quello. Lo bagno, lo strizzo e mi
inginocchio sul pavimento strofinandolo con le mani.
Fortunatamente la cella è piccola e me la sbrigo in pochi minuti.
Sento nel corridoio lo sferragliare di un carrello e una voce che
annuncia: “Lattee! Caffèè!”. È il detenuto della cucina che porta
la colazione. Dopo qualche minuto arriva alla mia cella. È un
marocchino ed è gentile. Mi consegna un sacchetto di plastica
traforata con tre panini, due arance e poi mi chiede se voglio il
latte e il caffè. Rispondo che prendo solo il caffè, ma non ho il
bicchiere. Lui si allontana e torna poco dopo con un bicchiere di
plastica bianca, lo riempie di caffè con un mestolo e se ne va. Lo
sorseggio lentamente. È una broda iperallungata e quasi senza
zucchero, ma è calda e mi sembra buonissima. Ho appena
terminato di bere e sto risciacquando il bicchiere che sento rumore
di passi in corridoio e l’aprirsi e chiudersi di cancelli. Dopo
qualche minuto arriva davanti alla mia porta una pattuglia di
quattro-cinque agenti capeggiati da un ispettore.
L’agente in servizio nella sezione apre il cancello e la pattuglia
entra nella cella, riempiendola. Io mi appiattisco contro la parete
in fondo, mentre l’ispettore si guarda intorno con sospetto. Alla
fine posa lo sguardo sul water e sbotta a urlare chiedendomi dove
ho nascosto la tavoletta e il coperchio. Mi coglie di sorpresa. Ma,
prima che possa giustificarmi in qualche modo, un agente bisbiglia
all’orecchio dell’ispettore che in quella cella la tavoletta del cesso
non c’è mai stata. L’ispettore grugnisce qualcosa ed esce seguito
dal resto della pattuglia. È l’ispezione che viene effettuata ogni
mattina alle otto in tutte le celle del carcere. Quando è in servizio
quel particolare ispettore viene effettuata anche di notte, tra le
due e le tre.
Il rituale mattutino non è ancora terminato. Sono passati solo
pochi minuti quando davanti alla cella si ferma un altro carrello. È
spinto da un’infermiera in camice bianco, è vicina ai sessanta e mi
sorride con simpatia mentre mi consegna una manciata di pillole
bianche e arancioni. Chiedo di cosa si tratta. Ma l’agente mi
intima di ingoiarle immediatamente e senza discutere. Non
discuto. Prendo il bicchiere lo riempio d’acqua e mando giù le
pastiglie. La stessa scena si ripete per tre volte al giorno: alle otto
di mattina, alle tredici e alle otto di sera. Impiegherò otto mesi a
convincere il medico del carcere a togliermi la “terapia” che è stata
stabilita per me senza nemmeno visitarmi. Ogni volta che la prego
di eliminare le pastiglie dalla mia dieta lei (il medico titolare è una
donna) mi guarda con costernazione e mi risponde che deve
consultare il comandante. Gli psicofarmaci (chissà quali… non lo
saprò mai) mi vengono propinati non per la mia salute, ma per la
tranquillità delle guardie. Più volte mi chiederò in seguito come
possa continuare a sussistere il diritto alla difesa quando
l’imputato in custodia cautelare viene condotto agli interrogatori
dei pubblici ministeri intontito da quantità industriali di
tranquillanti più o meno potenti e privato del sonno.
A metà mattinata, davanti alla mia cella si ferma un ragazzo che
regge una cassetta di plastica gialla piena di qualcosa su cui è
poggiato un blocco per appunti. Ha circa trent’anni, è stempiato e
ha un po’ di barbetta. Si presenta come S., è lo spesino del
carcere, cioè il detenuto incaricato di raccogliere le ordinazioni e
consegnare i generi che si possono acquistare tramite il
“sopravvitto”. In pochi minuti mi fornisce le indicazioni generali
sul funzionamento della spesa, anche se alla mia “testa libera”
occorrerà qualche tempo per afferrarne tutti i principi. In ogni
caso capisco che la spesa viene consegnata il martedì e il venerdì e
che la mattina seguente, cioè il mercoledì e il sabato, devo
consegnare l’ordinazione per la spesa successiva scritta su un foglio
di carta o, meglio, su un apposito quaderno. Siccome sono arrivato
sabato sera ho il diritto di avere un anticipo, cioè mi è concesso di
fare l’ordinazione in ritardo. Ovviamente non ho né carta né
penna, per cui devo dettargli l’ordinazione. Cerco di fare
velocemente mente locale su quello che mi serve e inizio ordinando
la schiuma da barba. Vengo subito bloccato: niente bombolette,
solo tubetti di crema e il vecchio pennello. Allora ordino crema e
pennello, dopobarba, rasoi usa e getta, una saponetta, spazzolino e
dentifricio, e una stecca di Camel.
Lo spesino mi informa che le Camel non sono disponibili. Resto
un momento interdetto, fumo le Camel da oltre quindici anni e so
per esperienza che qualunque altro tipo di sigaretta mi provoca
tosse e acidità di stomaco. Non ho scelta, devo ripiegare sulle
Marlboro. S. prende nota di tutto e se ne va. È l’unico detenuto
che può girare quasi liberamente in tutte le sezioni della casa
circondariale. Si fermerà spesso davanti alla mia cella per fare
quattro chiacchiere in amicizia, per offrire un consiglio, per
chiedermi come è accaduto il fattaccio, per capire cosa intende
fare il mio avvocato. Tre anni più tardi si scoprirà che, a tempo
perso, faceva l’informatore per la procura e che registrava le
confidenze degli arrestati con un registratorino nascosto nella sua
cassetta di plastica.
La giornata trascorre come in un sogno, intervallato solo dal
passaggio dal carrello del pranzo e della cena e da quello
dell’infermeria che mi propina manciate di pastiglie multicolore.
Nel frattempo faccio conoscenza con il mio dirimpettaio. Mentre
sono seduto sulla branda a fissare il muro sento una voce che
chiama: “Otto! Numero otto!”. Impiego qualche istante a
realizzare che è il numero della mia cella e che la voce sta
chiamando me. Dal mio cancello, che è situato in una rientranza
del corridoio, posso vedere la porta di sole due celle dell’altro lato:
la numero sei e la sette. È appunto dalla sette che un uomo sui 45
anni, portati molto male, sta chiamando il mio numero. Si chiama
P. e ha ucciso sua madre a martellate. A suo dire stava cercando
qualcosa che i cinesi le avevano innestato nel cervello. È evidente
che non c’è con la testa. Non appena mi affaccio mi chiede
balbettando se ho una sigaretta. Gli spiego che non me le fanno
tenere in cella e che le ha l’agente nella scrivania. P. non si fa
scoraggiare e chiama a gran voce il “superiore”. L’agente in
servizio gli chiede cosa vuole e lui gli spiega che vuole una delle
mie sigarette che sono nel cassetto della scrivania. L’agente mi
guarda e mi chiede se glie la voglio dare. Alla mia risposta
affermativa commenta che non mi conviene, ma io alzo le spalle.
Solo più tardi capirò cosa intendeva dire, quando P. con la faccia
incastrata nello spioncino del blindato non si farà problemi a
chiamarmi a gran voce alle tre di notte per chiedermi una
sigaretta. È malato di fumo.
L’unico suo pensiero è fumare. Sta tutto il giorno e gran parte
della notte affacciato alla porta, pronto all’agguato per scroccare
una sigaretta a chiunque passi. Quando va al gabinetto non chiude
nemmeno la porta, continua la posta stando seduto sulla tazza del
water e se in quel momento passa qualcuno balza in piedi, tira su
mutande e calzoni senza nemmeno pulirsi e cerca di scroccare la
sigaretta. Quando si deve arrendere al fatto che non è possibile
scroccare più niente a nessuno chiede all’agente una domandina,
l’arrotola e fuma quella, se non ci sono nemmeno domandine fuma
la carta igienica (ecco perché non la usa…) e in quei momenti i
suoi colpi di tosse intervallati da conati di vomito squassano il
carcere dalle fondamenta fino al tetto.
Più tardi scoprirò che gode di una pensione di invalidità che
riscuote
mensilmente.
Naturalmente
la
spende
tutta
esclusivamente in sigarette. All’inizio quando gli arrivava la spesa
era “festa grande”. Però dopo che si è fumato una stecca di Alfa in
meno di tre ore, facendo scattare l’allarme antincendio per la
coltre di fumo che si sprigionava dalla sua cella, gli agenti gli
sequestrano le sigarette e glie ne danno solo una all’ora. Troppo
poco per una smania come la sua. A dire il vero in questo
momento lo capisco bene. Nel timore di seccare le guardie, chiedo
anche io una sigaretta all’ora. Ma è poco. Mi sembra di averla
appena accesa ed è già terminata, lasciandomi con la voglia di
accenderne immediatamente un’altra.
Appena mi fermo mi riappare davanti agli occhi il corpo di mia
cognata riverso a terra in un lago di sangue. Morta. Morta per
causa mia. Sono stato io… Ancora stento a crederlo. Mi guardo le
mani e non le riconosco, mi sembrano due protesi, due oggetti
estranei. È una sensazione sgradevole. Terribilmente sgradevole,
nauseante… Ho sempre pensato che l’espressione “si sentiva le
mani sporche di sangue” fosse una di quelle frasi fatte abusate a
sproposito. Ma quello che provo guardandomi le mani è peggio,
molto peggio. È come guardarsi allo specchio e vedere la faccia di
uno sconosciuto. Una brutta faccia.. No, è peggio ancora, perché
conoscevo le mie mani molto meglio del mio volto. Sono sempre
state le mani che ho avuto davanti agli occhi in tutto il fare della
mia vita, non la mia faccia. E ora non le riconosco più. Lo
specchio è andato in frantumi e mi sembra un’impresa impossibile
rimettere insieme i frammenti.
Al momento dell’arresto mi sono puntato la pistola alla tempia e
ho tirato il grilletto. Il colpo non è partito, ma lo scatto del cane è
risuonato come un gong che ha fatto vibrare fino all’ultima cellula
del mio corpo. Un urlo di molecolare e primordiale di incredulità
per quello che stavo facendo. Ma non sarà mai il suicidio fallito a
turbare i miei sogni. Perché c’è di peggio.
I primi giorni li trascorro in un bizzarro stato d’animo di attesa.
Sono in cella e aspetto. Non so cosa, ma mi sembra che qualcosa
stia per accadere, debba accadere da un momento all’altro. Il
lunedì vengo chiamato dall’educatrice e poi dalla psicologa. Parlo
con entrambe per una mezz’ora. Il resto del tempo aspetto.
Aspetto che qualcun altro mi chiami, aspetto non so che cosa.
Ogni tanto l’agente infila la chiave nella serratura e io scatto in
piedi pronto ad andare. Ma lui sta solo controllando che sia ben
chiusa a doppia mandata e mi guarda con aria interrogativa. È un
atteggiamento paranoico comune a tutti gli agenti di tutte le
carceri. Ogni mezz’ora passano di cella in cella a controllare che
siano ben chiuse. Con il tempo imparerò a ignorare questo
insistente sferragliare di chiavi, ma per il momento continuo a
sobbalzare. E aspetto. Aspetto perché non riesco ancora a
rendermi conto che la mia è una condizione definitiva e non
provvisoria, non comprendo che la mia nuove normalità è stare
seduto su quella branda a fissare il muro.
Mi sono capitate troppe cose e troppo traumatiche e se la legge e
io stesso non abbiamo pietà per quello che ho fatto, qualche altra
parte di me cerca di proteggermi, impedendomi di prendere atto
della realtà del mio stato troppo bruscamente. Intanto sto
imparando qualcocosa che non sapevo: il carcere non è un luogo
tranquillo e silenzioso. Tutt’altro. È un inferno di urla, richiami,
cancelli che sbattono, serrature che sferragliano, carrelli che
cigolano, gente che piange. Non c’è mai pace, nemmeno di notte.
Ogni schianto di cancello, ogni chiave che entra in una serratura
ogni rumore di passi mi fa sussultare. È un luogo che produce una
cacofonia di rumori che a un orecchio non allenato sembrano tutti
violenti, aggressivi. Ci vuole tempo per imparare a decifrarli, a
ordinarli, a catalogarli e ad escluderli come rumore di fondo. Solo
allora l’orecchio impara a individuare lo straordinario in mezzo al
caos ordinario. Bisogna avere l’udito allenato per isolare
dall’innocuo concerto di urla e porte che sbattono quel particolare
urtarsi di tavoli e sgabelli che annuncia che in una cella hanno
iniziato a suonarsele di santa ragione.
È da poco passato il carrello della terapia e ho appena ingollato
una manciata di pastiglie multicolori quando l’agente mi dice che
devo andare dal Gip. Quanto è passato dal mio arresto? Un
giorno, due giorni, tre giorni? Mi muovo in un’atmosfera onirica,
ricordo che la convalida dell’arresto deve avvenire entro cinque
giorni, l’ho studiato per l’esame da giornalista. Ma non è passato
tanto tempo. Non è ancora arrivato Natale. O sì? Prima di entrare
nell’ufficio del carcere dove si terrà l’udienza mi viene concesso di
parlare in privato con l’avvocato d’ufficio. Al termine
dell’incontro mi spiega che chiederà gli arresti domiciliari.
D’istinto gli dico di non farlo perché sto meglio in prigione. Nel
momento in cui l’avvocato mi ha prospettato la possibilità di
uscire mi sono reso conto che non potrei tollerare di incontrare la
gente, gli amici, i miei genitori. Ho spezzato una vita umana, sono
diventato un assassino, ho infranto il più sacro dei tabù: come
potrei stare in loro presenza? Il confronto mi distruggerebbe. Il
solo pensiero mi annichilisce. No, preferisco il conforto della cella.
In prigione mi sento protetto, al sicuro, dagli altri e da me stesso.
Se il procuratore sospettasse quanto mi terrorizza la sola idea,
chiederebbe la scarcerazione immediata. In questo momento non
potrei immaginare una punizione peggiore, meglio la morte…
L’udienza è incubo. Il giudice mi sembra attento e comprensivo, il
pubblico ministero sorride compiaciuto come un gatto che ha
appena ingoiato il canarino. Iniziano ad interrogarmi e mi accorgo
di non riuscire a pensare con chiarezza. Non riesco a raccontare
quello che è accaduto. Tutti i miei ricordi sembrano tessere di
tanti puzzle diversi che non riesco a ricomporre. Ogni tanto me ne
torna uno in mente, ma non riesco a collegarlo con il resto in un
insieme logico. Il pubblico ministero mi riferisce la versione di
altri testimoni. Non ricordo assolutamente i fatti che mi vengono
raccontati, ma rispondo: “Se lo hanno detto loro…”. Se mi
dicessero che qualcuno mi ha accusato di aver sparato a Kennedy
risponderei la stessa cosa: “Se lo ha detto lui… deve essere vero”.
Al processo pagherò duramente questa leggerezza, non mia, ma del
mio avvocato che ha permesso un confronto al quale non sono
assolutamente in grado di reggere. Ma al momento non me ne
frega niente, anzi, in qualche modo soddisfo le mie pulsioni
autodistruttive. Al processo non ci penso per nulla. Sono convinto
che non ci arriverò. Voglio solo che l’interrogatorio finisca. Sto
male, chiedo più volte di andare in bagno. Voglio solo che si
tolgano dai piedi, che mi lascino tornare nella mia cella, nella mia
solitudine. Finalmente l’udienza termina. Il Gip, con quella che a
me pare un’aria dispiaciuta mi comunica che deve confermare la
mia custodia cautelare in carcere. Lo ringrazio sollevato.
Finalmente posso tornare nella pace della mia cella.
È Natale. Lo capisco perché più o meno tutti gli agenti in servizio
fanno una capatina al reparto di isolamento, si fermano davanti
alla cella di P. e con la voce cadenzata gli dicono: “Buon Natale,
numero sette! Buon Natale!”. Stanno scimmiottando uno spot
pubblicitario ambientato in una prigione messicana che è in gran
voga. Terminato lo spettacolino se ne vanno sghignazzando a gran
voce. P. non si scompone, per lui qualsiasi persona si fermi davanti
alla cella, qualsiasi cosa dica, è solo un’occasione per scroccare una
sigaretta. O almeno per provarci. Si capisce che è Natale anche dal
fatto che a pranzo è stata distribuita una razione di arachidi. Per il
resto è una giornata come le altre. Interminabile. Sento provenire
dalle altre celle il rumore dei televisori. Ma nella mia cella non c’è
e non ho neppure niente dal leggere. È la prima volta da quando
ho sei anni che non ho nulla da leggere e non posso averlo. Sono
in galera! Non sono libero! È il primo flash di consapevolezza della
mia nuova condizione. Arrivano così… un lampo che ti lascia
senza fiato e in un istante ti fa percepire il vero significato del
cancello a doppia mandata che ti separa dal resto del mondo. Un
significato che può essere solo “visto, tastato”, non spiegato a
parole.
Riprendo a respirare e cerco di non preoccuparmi, di non farmi
schiacciare dalla nuova consapevolezza del mio stato. Ho altro a
cui pensare, queste sono cose che non mi riguardano. Lo spesino
mi ha portato la roba che avevo ordinato, ma mi fanno tenere
tutto fuori dalla cella. Per lavarmi i denti o farmi la barba devo
chiedere il necessario all’agente che rimane nei pressi del cancello
finché non ho terminato e riconsegnato tutto. Ma non esistono
ostacoli insormontabili. Oggi sono uscito per la prima volta all’ora
d’aria che ci è concessa e ho parlato con P. Gli ho promesso un
pacchetto intero di sigarette, in cambio domani mi porterà all’aria
uno dei suoi rasoi…
Altin Demiri - Se uccidi non puoi essere più lo
stesso anche nel chiuso della tua coscienza
Giugno 2006
È raro che uno si cacci in guai seri tutto d’un tratto. In genere nei
guai ci si finisce alzando ogni giorno un po’ di più il livello della
propria sfida alle norme di comportamento della vita “regolare”.
Le prime volte va quasi sempre tutto bene e allora subentra una
specie di febbre incosciente che ti spinge a osare sempre un poco
di più.
Il grave reato che mi ha portato in prigione, l’omicidio, non è il
prodotto fatale di quel clima, e lo dimostra il fatto che la maggior
parte dei miei amici di allora non sono diventati assassini. Ma di
quel clima è comunque figlio, perché io non avrei mai ucciso se la
parte razionale della mia personalità non fosse stata oscurata da
quel progressivo, ubriacante distacco dalla vita “regolare”.
Un uomo che uccide non può essere più lo stesso agli occhi degli
altri, ma non può esserlo più anche nel chiuso della propria
coscienza. È una consapevolezza che mi pesa ogni giorno addosso,
e di cui so che non mi libererò neppure quando tornerò libero fra i
liberi. Ma proprio perché sono consapevole della gravità del mio
delitto, credo di poter dire che un reato di sangue avviene quasi
sempre senza che ci sia una premeditata intenzione in chi lo
commette. Nel mio caso è stato senz’altro così (una rissa, nata per
futili motivi; un crescendo confuso di tensione, il sangue alla testa,
un gesto irrimediabile, che mai avrei commesso dieci minuti prima
o dieci minuti dopo), ma lo è anche nella maggior parte dei casi di
cui sono venuto a conoscenza, parlando nei miei dodici anni di
galera con persone che si sono macchiate di analoghi delitti.
Questa considerazione non toglie gravità alle nostre azioni, ma le
rende più “umane” di come in genere vengano astrattamente
giudicate. Il più delle volte Caino non è poi tanto diverso da
Abele: è animato dalla stessa sensibilità e si riconosce negli stessi
valori, nonostante un devastante offuscamento di quella sensibilità
lo abbia portato, un giorno, a calpestare quei valori nel modo più
atroce. Giusto che paghi; ma giusto, anche, riconoscergli
comunque di essere un uomo.
Quando in carcere di recente ho incontrato gli studenti di molte
scuole, sono convinto di avere fatto una cosa buona a parlare del
mio reato, anche se mi è costato, perché non è affatto facile dire
“io sono un assassino” davanti a una platea di facce che hanno gli
occhi puntati su di te. Sono sicuro però che la mia sincerità ha
lasciato qualcosa dentro a chi ha voluto capire. Ai ragazzi, giovani
come ero io quando ho commesso il mio reato, non me la sento di
dare consigli. Un invito, però, lo voglio rivolgere. Ed è l’invito a
godersi fino in fondo, ora per ora, la libertà, perché vi assicuro che
nessuno come chi l’ha persa è in grado di apprezzare il suo valore.
E non dimenticare, però, che non esiste libertà senza
responsabilità. Io l’ho capito troppo tardi, e ora ne pago le
conseguenze.
Malavita
Andrea Andriotto - Vita spericolata...
Ottobre 1998
Sono quasi le tre di notte e, per me, non c’è momento migliore per
fare delle riflessioni sulla vita, sulla mia vita! Il mio compagno di
cella sta dormendo da ormai un paio d’ore. Mi sento terribilmente
solo. Avrei voglia di svegliarlo per scambiare due parole, per
cercare di spiegargli come mi sento. Ma lui non capirebbe. Non è
il tipo a cui piace ascoltare i problemi altrui. Sono sicuro che dopo
averlo svegliato, e accennatagli un po’ la situazione, mi direbbe:
"… Andrè… non ce pensà… vattene a dormì…
Non è affatto facile dire quello… come mi sento in questi
momenti, un misto di nostalgia e rabbia, solitudine e rancore…
malinconia… ma… a dire il vero: non lo so.
Il carcere è un periodo spinoso per la vita di un uomo, è un
periodo abbastanza ostile, uno di quei "momenti" che sembrano
non finire mai… uno di quei problemi insormontabili… uno di
quei guai che non si augurano neppure al peggior nemico… è una
parentesi di vita che non si dimenticherà mai! A me, una delle cose
che fa più male è il sapere che a causa mia stanno soffrendo quelle
persone che mi vogliono bene e che, magari, s’aspettavano da me
qualcosa di positivo… e non queste terribili conclusioni!
Ora… adesso, vorrei riuscire a fare qualcosa di buono! O.K., sono
in carcere. Dovrò rimanerci ancora per qualche anno… ma:
riuscirò mai a sfruttare questo tempo nel modo più giusto? E
poi… cos’è più giusto?
Nel mio piccolo ho delle buone intenzioni: finire la scuola e
riuscire ad imparare qualcosa di buono è uno dei miei principali
obiettivi… sì… ma qualche volta mi succede di perdere… di non
avere più voglia! In fin dei conti, sì, il futuro fa parte anche di me,
ma che diavolo di progetti potrò mai fare io?! Se il futuro non può
essere una certezza per nessuno… lo può essere ancora meno per
un detenuto!
A volte manca lo stimolo giusto, quel qualcosa che riesca ad
accendere quel fuoco… quel meccanismo che abbiamo dentro, che
ci permette di iniziare e di portare a termine determinati progetti .
lo credo che la brutale mancanza d’affetto che si viene a creare in
questi posti sia uno dei punti più cruciali! Sì, è vero: chi è più
fortunato può incontrare i famigliari una volta a settimana,
intrattenere corrispondenze varie ... ma questo non può bastare ad
un uomo, è poco… troppo poco!
Sesso a parte: un uomo ha bisogno di sentirsi ammirato, cercato…
valorizzato… sostenuto… coccolato… AMATO!! Esistono degli
stati d’animo difficili da spiegare… anzi, forse non sono poi così
difficili da spiegare ma sono impossibili da capire per una persona
estranea… per una persona che non li ha vissuti .
Adesso mi ritrovo, a 24 anni, rinchiuso in un carcere
Certo che ‘sta vita è davvero strana, eh!!? Sto ripensando alla mia
giovinezza… che pacco!! Adesso mi ritrovo, a 24 anni, rinchiuso in
un carcere, seduto su uno sgabello scomodo con un caffè e una
sigaretta in mano… è sabato. Penso alla morte. Mi fa paura la
morte!
Mi fa paura sapere che devo morire convinto d’aver sbagliato
tutto. Sicuro d’avere, quella volta, sbagliato strada. Sì, c’è anche
chi paragona la vita a una strada dove, dicono, si possono
incontrare incroci, stop, semafori, diramazioni, segnali…
autostoppisti… incidenti… ed anche qualche posto di blocco.
Per sfiga, o per fortuna (questo dipende solo dai punti di vista), le
strade non sono tutte uguali. A volte si è costretti a correre su una
sdrucciolevole, o sterrata… altre volte si è più fortunati e ci si
ritrova su una più agibile. Fin qui nulla di male, è la vita di tutti i
giorni!
C’è però (e t’assicuro che è un però grandissimo) chi non vorrebbe
correre rischi, chi vorrebbe arrivare prima subito alla sua meta, e
non gli va d’incappare in incidenti. posti di blocco, autostoppisti…
ed è proprio per questi che esistono le autostrade! E’ facile entrare
in queste strade, però, poi, non ne esci più sino a quando non
decidi di pagare quel conto…
Io, anni fa, entrai in una di queste strade… così, quasi per caso.
Probabilmente volevo arrivare prima in un punto lontano, non ben
definito, visto che tuttora lo ignoro. All’inizio mi sentivo un po’
spaesato… non riuscivo ad abituarmici.
Il brutto, però, è arrivato quando ho scoperto le comodità di
questa, per me nuova, strada: ho iniziato a correre follemente…
mi divertivo quando vedevo gli altri rimanere indietro… era bello
fare il "dito" agli autostoppisti… pigiavo forte sull’acceleratore, era
troppo bello correre…
Ogni tanto mi fermavo, per pochi minuti però, giusto il tempo per
fare rifornimento. Ma se mi azzardavo a fermarmi per riposare,
c’era subito qualcuno dietro di me che mi spingeva, che mi
costringeva ad andare avanti.
Quando capii che la situazione presto sarebbe divenuta pesante,
iniziai a preoccuparmi: come potevo correre sempre senza
fermarmi mai?!! Infatti presto mi stancai! A me era sempre
piaciuto fare lunghi viaggi, ma ad una velocità moderata,
fermandomi quando più mi faceva comodo e sapendo di poter
tornare indietro, se necessario, senza dover rendere conto a
nessuno di quelle che potevano essere le mie intenzioni.
Beh, in questa nuova strada non potevo fare tutto questo.
Dovevo solo correre senza guardare in faccia nessuno e non appena
accennavo a dirigermi verso l’uscita venivo sistematicamente
bloccato da chi, in quel momento, viaggiava accanto a me!
A questo punto non potevo far altro che correre…
A questo punto non potevo far altro che correre… sorpassare tutti
e correre… Ci sono stati parecchi momenti in cui, a causa della
stanchezza, perdevo il controllo del mio veicolo, ma sono sempre
riuscito a rimettermi in carreggiata.
Un giorno, poi, quando per forza di cose dovetti rallentare un po’,
mi accorsi che poco più in là c’erano altre stradine, dove la gente
non poteva correre fortissimo però poteva viaggiare
tranquillamente… Ma fui subito costretto ad accelerare, l’ingorgo
era finito, dovevo tornare alla mia solita andatura.
Non riuscivo più a correre forte come prima… sembrava che l’auto
perdesse colpi, ed io contemporaneamente perdevo posizioni. Per
un po’ transitai sulla corsia preferenziale… sino a quando
tentarono di buttarmi fuori.
Allora cercai subito di riprendere velocità. La macchina sembrava
impazzita… raggiungeva velocità elevatissime: sorpassai molte
altre auto e mi ritrovai da solo, davanti a tutti, la strada era tutta
mia… correvo come un folle… era bello correre… sembrava bello,
correre!
Cadde su di me la stanchezza. Inevitabilmente andai ad urtare uno
spartitraffico, ma riuscii a riprendere la guida e continuai a
correre… Successe ancora!!! Altre volte, poi, mi ritrovai ad
affrontare i disagi provocati dalla stanchezza, ma ero sempre
riuscito a cavarmela. Sino a quando, in uno di questi momenti di
debolezza, invasi la carreggiata opposta. Mi ritrovai a dover
schivare chi arrivava dalla parte opposta, alcune volte mi è anche
andata bene… poi, però, inevitabile fu quello scontro frontale!
L’urto fu fortissimo, un impatto terribile…
Mi ritrovai in un campo incolto, steso… e con l’auto sopra di me.
Riuscii, a stento, a sgusciare fuori… cercai di rimettermi in piedi,
non fu facile… ma ci riuscii. Guardandomi attorno vidi solamente
erbacce, buche e dossi… il terreno era sabbioso, era difficile anche
solo rimanere in piedi.
L’autostrada era là… io, però, non potevo più ritornarci, era
impossibile! Ormai ne ero fuori, e per di più avevo la macchina
scassata.
Adesso?!?! Sto ancora spingendo quella maledettissima auto che
una volta mi faceva "divertire" un sacco. T’assicuro che non è
facile, il terreno è molto insidioso… ma io devo continuare a
spingere. Sto cercando una stradina, anche sterrata. Una stradina
che possa ricondurmi in una di quelle strade principali, ma
normali.
In lontananza ci sono delle strade… vedo passare e sorpassarmi
quelli che una volta erano rimasti indietro… anche gli
autostoppisti hanno trovato un passaggio… Per me, ora, non si
ferma più nessuno! Quel ch’è peggio è che so che hanno ragione,
fanno bene… me lo merito!
Loro non fanno altro che seguire la strada senza pretendere
d’essere i suoi padroni… Io, invece, una volta, avrei voluto
esserlo!
Per ora non posso far altro che spingere, poi… si vedrà!
Claudio e Angelo - Banditi di domani
Le carceri minorili del passato erano palestre di futuri delinquenti
speriamo che non tornino ad esserlo
Febbraio 2002
Negli anni settanta il mondo era scosso da grandi desideri di
cambiamento, i giovani si riversavano nelle piazze, gridando slogan
che inneggiavano alla libertà. Tanti aderivano a gruppi politici, di
destra o di sinistra, perché così facendo pensavano di avere una
maggiore indipendenza; altri protestavano usando la musica.
Ma c’era anche chi, insofferente alle condizioni di povertà (che
allora erano molto diffuse), si allontanava da casa per ritrovarsi
con altri giovani che volevano provare emozioni in assoluta libertà,
vivendo di espedienti e commettendo anche dei reati.
Questa inaspettata ribellione giovanile creò un forte allarme
sociale, che si tradusse presto in una indiscriminata repressione.
Chi era sorpreso in situazioni o atteggiamenti "sospetti" era
fermato e identificato (come i clandestini di oggi, anche noi
eravamo senza documenti); una volta accertate le generalità "in
base ai dati forniti dal minore", venivano chiamati i genitori, per
una verifica delle dichiarazioni rese e perché venissero a
riprendersi il figlio, se non aveva fatto niente di grave, altrimenti
per lui si aprivano le porte del carcere.
L’esperienza di Claudio
La prima volta che mi arrestarono avevo 14 anni. Eravamo nel
giugno del 1970 (erano in corso i campionati mondiali di calcio),
abitavo a Verona e vivevo in modo spensierato, del tutto
irresponsabile, assolutamente senza rendermi conto che
commettendo dei reati sarei finito in carcere. Finché mi portarono
in Questura e poi al minorile di Treviso, S. Bona Nova… qui la
realtà mi si presentò in tutta la sua crudezza. Mentre percorrevo i
lunghi corridoi che portavano all’accettazione, cercavo con lo
sguardo e speravo di scorgere un viso amico, che mi rassicurasse e
mi facesse rallentare il battito cardiaco.
Ma l’unico viso che mi trovai davanti fu quello di un omone
baffuto, dalla voce forte e autoritaria, e in quel momento compresi
che i miei 14 anni non erano sufficienti a permettermi di
mantenere un atteggiamento spavaldo… quasi mi tremavano le
gambe.
L’agente mi disse di seguirlo in una stanza vicina. sopra la porta
c’era una scritta: "Ufficio matricola". Lì mi presero le impronte e
mi fecero le fotografie. Poi passai al magazzino, dove ricevetti la
"fornitura" (lenzuola, prodotti per la pulizia, etc.).
A quel punto arrivò un "signore" senza divisa che mi spiegò: "Io
sono il tuo educatore, così mi devi chiamare… né agente, né
guardia e tanto meno secondino, capito!?". Poi mi disse di
seguirlo, attraversammo alcuni cancelli fino ad arrivare alla sezione
minorile, che si trovava di parecchio spostata rispetto al reparto
maggiorenni.
Arrivato davanti alla cella dov’ero assegnato guardai all’interno e,
con immensa gioia, finalmente vidi un viso conosciuto, quello di
un mio amico di Verona. Entrai in cella, subito lo abbracciai e,
con quell’abbraccio, ritrovai tutta la sicurezza che avevo perduto:
"Massimo, anche tu qui?!". Bastò che ci scambiassimo qualche
battuta perché si creasse un clima di complicità, e scoprii così di
poter contare sul sostegno dei miei coetanei detenuti.
Il mattino seguente mi portarono dal Giudice dei Minori; il mio
cuore ricominciò a battere forte non appena fui davanti al
magistrato, che mi invitò a sedere e mi chiese come mi chiamavo.
Il suo sguardo era severo, mi fece una infinità di domande e ben
presto compresi che aveva un atteggiamento molto
"rimproverante", ma soprattutto capii che non sarei tornato a casa
tanto presto.
Il Giudice mi chiese anche se da bambino ero stato in collegio, e
quando gli risposi che c’ero stato volle sapere il motivo per cui mi
avevano messo in collegio, quanto tempo ci ero rimasto e cosa mi
ricordavo di quell’esperienza. Non pensai al "perché" di quelle
domande, che mi sembravano avere poca attinenza con il mio
arresto, e solo oggi, 32 anni dopo, sono riuscito a capirlo.
Mario, un compagno di detenzione che ha la mia stessa età ed è
stato pure lui nel carcere minorile, un giorno mi ha detto: "Ma lo
sai, Claudio, che l’esperienza del collegio è stata la nostra prima
carcerazione!? Il 20% dei ragazzi che sono stati in collegio, poi
sono finiti nelle carceri minorili. Ti ricordi del numerino che la
nostra mamma ci cuciva su ogni indumento?". "Come no, il mio
numero era il 133", gli risposi, e Mario concluse: "Ecco, quello fu
il nostro primo numero di matricola". Lui, come me, era stato
portato in collegio a seguito di una segnalazione della S. Vincenzo
(l’Ente che aiutava le famiglie in difficoltà economica).
L’esperienza di Angelo
Nel 1994 venni arrestato per la vendita di sostanze stupefacenti.
Mentre ero in caserma e attendevo l’esito del fermo in una cella
buia e sporca, pensavo a cosa ne sarebbe stato di me, dei miei
affetti e di tutto il resto, se mi avessero convalidato il fermo.
Dopo qualche ora di attesa vennero ad aprirmi e mi dissero che il
Pubblico Ministero aveva convalidato l’arresto. Mi dissi: "Ci
siamo! Ora ti aspettano tempi duri".
Venni accompagnato, da Verona fino a Treviso, da quattro
carabinieri in borghese. Durante il viaggio mi dicevano di non
preoccuparmi, perché nel giro di poco tempo sarei tornato a casa,
ma io non li ascoltavo nemmeno, continuavo a fissare le montagne,
i paesaggi che si susseguivano, e pensavo a quando averi potuto
ancora vederli.
Arrivati davanti all’ingresso del carcere minorile, già vedere i
cancelli alti e il perimetro esterno mi fece una certa impressione,
passammo il cancello ed io rimasi a fissarlo mentre si chiudeva... I
carabinieri mi lasciarono in portineria e gli agenti mi fecero entrare
in una stanza, con una finestra alta e poca luce, dove rimasi due
giorni, finché il Giudice dei Minori decise di spostarmi nelle
sezioni dove alloggiavano gli altri ragazzi. La stanza dove ero
rimasto due giorni da solo, lo seppi in seguito, la chiamano C.P.A
(Centro di Prima Accoglienza).
Nella sezione arrivai verso le otto di sera, quando ormai era buio,
mi diedero un paio di lenzuola e niente più. Vicino al letto c’era
un televisore, il soffitto era alto e la stanza molto piccola. Mi stesi
sulla branda e rimasi fermo, immobile, a guardare il soffitto e la
finestra, che aveva sbarre arrugginite e spesse. Al mattino gli
agenti penitenziari, che al minorile non portano la divisa, mi
dissero di andare a far colazione con gli altri ragazzi, nel
refettorio. Mi preparai e, uscito dalla cella, vidi molti altri ragazzi
che attendevano il consenso dall’agente per entrare in mensa.
L’incontro con questi ragazzi non fu dei migliori, visto che lì non
si usava dare il "benvenuto" ai nuovi arrivati. In mensa eravamo
circa 30 persone, prendemmo i vassoi e un addetto alla cucina ci
diede da mangiare. Al minorile il cibo arriva dall’esterno, perché ai
ragazzi è vietato svolgere qualsiasi tipo di lavoro. Dopo aver
mangiato andammo all’aria, fino alle undici. Poco dopo mi
chiamarono gli educatori per fare il colloquio di primo ingresso.
Gli raccontai la mia storia e mi feci spiegare le regole da seguire,
riguardo agli orari per la doccia, ai colloqui con i famigliari, etc.
Il sabato, giorno di colloquio, venne a trovarmi mia madre. Prima
che riuscisse a parlarmi passarono una decina di minuti, perché
non riusciva a smettere di piangere per il dolore di vedermi in quel
posto. Nel vederla così, mi sentivo un fallito. Cercai di
tranquillizzarla dicendole che non mi trattavano male, così si
calmò un poco e riuscimmo a dialogare per il tempo rimanente, ma
l’ora del colloquio finì in fretta e lasciarsi fu molto difficile.
Dopo una settimana mi chiamò ancora l’educatore, che mi propose
di partecipare a un corso di falegnameria. Io, senza farmelo
ripetere due volte, accettai subito: potevo scegliere tra questo
corso, uno di pelletteria, e la scuola media. Nel giro di un mese
riuscii così a fare un po’ di amicizie e ad ambientarmi.
Le carceri minorili del passato erano le palestre dei banditi di
domani, il percorso di tanti ragazzi era: collegio, carcere minorile,
carcere per adulti. Oggi si parla di accelerare il passaggio al carcere
per adulti, al compimento del diciottesimo anno: ma non si rischia
di accelerare così una futura vita da delinquente?
Enrico Flachi - "Tirare la lima"
La mattina era d’incanto, il pomeriggio favoloso, la notte…
straordinaria, quando non ci si doveva alzare per andare a "tirare
la lima"
Dicembre 2000
Sono uno tra quelli che non hanno mai, fino ad un certo punto
della loro esistenza, voluto volontariamente cambiare modo,
tenore, idee, stile di vita!
La mia scuola, come per tanti altri, è stata la strada… la via
dell’illegalità, sono cresciuto con un altro tipo di valori, per molti
aspetti diversi da quelli che può avere una persona, che nel nostro
gergo definiamo "regolare".
Già sin dalle elementari ho incominciato con i primi furtarellini,
uscivo dall’aula per rovistare nelle tasche dei cappotti di ogni
scolaro, i primi soldini che con goduria poi spendevo appena uscito
di scuola… e successivamente l’idea era di osare di più, con il
colpire la borsetta della maestra… per passare a "curare" il bidello,
che appena si spostava, castigavo anche lui, e così via, via…
Spiegare il perché si continua anche se poi, gira e rigira, si viene
beccati, non è poi cosi difficile, sin da quei primi colpetti mi ERO
subito fatto un idea tutta mia… vedevo con quanto sudore mio
padre ogni giorno faticava per portare quattro lire a casa per
sfamarci tutti, eravamo una famiglia di nove persone, ed io, che a
quel tempo ancora ero un ragazzino col naso che gli colava, in una
sola mattinata spesso avevo in tasca più di quello che lui in una
settimana riusciva a guadagnare.
Molti si domandano come può una persona, dopo anni di galera,
uscire e ricominciare questa vitaccia… i perché e per come sono
una infinità, ma la spinta più forte è quella del denaro, poi viene il
fatto di essere giovane, affamato di tutto… l’ambiente in cui vivi,
dove cresci con gente uguale a te e dove quelli più astuti vedi che
possiedono quelle cose che tanto desideri… soldi in tasca, auto di
lusso, moto, e chi più ne ha, più ne metta. La notte era bella, i
pomeriggi altrettanto, e la mattina stupenda quando non ci si
doveva svegliare per andare a tirare la lima!
Non so se oggi mi posso definire diverso da tutti quelli che, in
sostanza, non hanno nessuna intenzione di pensare ad una vita più
serena, basata sulla regolarità, o non ne hanno nemmeno la
possibilità, vuoi perché non li si aiuta concretamente, quando
escono con le tasche completamente vuote, e tutto da dover
ricominciare… o, ed è giusto dirlo, vuoi anche perché c’è chi è
convinto che questa vita è l’unica in grado di gratificarlo… ma qui
subentrano fattori psicologici, sui quali io sono ignorante.
In questi anni, in tutti questi anni, trascorsi in galera, ormai 10
senza interruzione, ho di proposito guardato, passo, per passo, a
ritroso. Ho visto i mutamenti all’interno di questo mondo, ho
visto quelli che man mano entravano, uscendone poco dopo perché
incapaci di assumersi le propria colpe, e pagare a proprie spese
l’amaro peso che l’essere delinquente ti porta a dover provare. Con
razionalità ho fatto un limitato bilancio di ciò che in realtà ho
perduto e guadagnato… il risultato è per me spaventoso, ciò che
ho perso alla fine è incalcolabile, ma oltre questo, ho una famiglia
fuori, un figlio con molti, e seri, problemi fisici, una compagna che
sta sacrificando la sua, di vita, per me, e i nostri figli…
Non voglio apparire la solita vittima, quello che ho fatto sinora ho
voluto, desiderato farlo, ma oggi ho un vero, sano motivo per dire
basta con tutto questo, con questo genere di vita. So che molti
vorrebbero dire, e fare, lo stesso, ma non hanno la mia stessa
fortuna, con dei genitori disposti ad aiutarti economicamente, e
sistemarti con un lavoro sicuro. Con una propria famiglia che non
mi ha mai abbandonato, e fatto mancare amore, aiutandomi così in
quel mio percorso di cambiamento, di maturazione interiore in
vista di una vita futura diversa.
Salute e salute mentale
Francesco Morelli - Matti da slegare...
Ovvero: come Gianfranco, un internato in "osservazione", ha
vissuto il ricovero all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio
Emilia
Dicembre 1999
Rientrando in sezione, trovo un insolito movimento. Nel mezzo
del corridoio c’è il carrello che serve per i traslochi, vuoto. Un
nuovo compagno è arrivato, andando ad occupare il posto che si
era liberato soltanto ieri. In un Penale, l’arrivo o la partenza di
qualcuno costituisce un avvenimento, cosicché vado ad accertarmi
chi sia il nuovo giunto.
Non occorre che arrivi alla sua cella, la curiosità viene soddisfatta
prima perché "lui" mi piomba alle spalle (era infilato nell’ufficio
dell’agente), soffiandomi nell’orecchio un saluto che riconosco
subito: quel minestrone di accenti (perfino peggiore del mio) ce
l’ha soltanto Gianfranco, nato in Sudamerica da genitori
trevigiani, vissuto tra San Paolo del Brasile e Trento.
- Ciao, Francesco, come va?
- Tiro avanti. E tu, dove sei finito, che non ti vedo da mesi?
- Torno adesso dal manicomio.
- Cosa ti è successo?
- Ho avuto una crisi epilettica e mi hanno mandato all’O.P.G.1 di
1 Ospedale Psichiatrico Giudiziario
Reggio Emilia, ma adesso sono tornato e ho tante cose da
raccontarti.
- Come mai ti hanno lasciato andare, questo mi chiedo, non
potevano tenerti un altro po’!? (Gianfranco è un gran
rompiscatole, sa anche essere simpatico, ma con lui la pazienza
serve in quantità industriali).
- Cerca di essere serio. Leggo sempre "Ristretti" ed ho pure fatto
l’abbonamento a mia sorella. L’ho fatto conoscere anche
all’Ospedale Psichiatrico ed è piaciuto a tutti. Adesso mi devi
intervistare, così divento famoso anch’io!
- Non mi sbaglio, i dottori ti hanno dimesso perché non ti
sopportavano più e adesso tocca a me reggerti tutto il santo
giorno! L’intervista la possiamo fare, ma non posso garantirti che
sarà pubblicata e che diventerai famoso, dipende molto da quello
che hai da raccontare, devono essere cose interessanti e,
soprattutto, sensate.
- Voglio raccontare come sono finito al manicomio e quello che ho
visto e vissuto là dentro. Va bene?
- Per me va bene, ma dobbiamo parlare con calma. Stasera vieni in
socialità nella mia cella, così possiamo stare tranquilli per due ore.
Ore 17: apre la socialità e Gianfranco arriva di corsa.
- Ciao, Francesco: sei pronto a scrivere?
- Certo che sono pronto. Tu, piuttosto, cosa ci fai con i piatti e le
posate? Mica ti ho invitato a cena, siamo qui per lavorare!
- Li porto per abitudine, non si sa mai che ci scappi una fetta di
torta, o qualcosa del genere, mentre lavoriamo.
- Capiti male, io non mangio dolci.
- Ho capito, ho capito, niente torta. Posso almeno accendermi una
sigaretta?
- No che non puoi!, vuoi togliermi il "libero respiro"!?
- Allora, facciamo in fretta con l’intervista, lo sai che non resisto a
lungo senza fumare. Da dove vuoi che cominci?
Potresti cominciare dai tuoi guai giudiziari, ad esempio.
Da ragazzo ero molto turbolento e ho frequentato a lungo una
compagnia di sballoni, però ci facevamo solo qualche canna e in
carcere ci sono finito una sola volta: pochi giorni, per oltraggio a
un agente. Le droghe pesanti cominciai ad usarle a ventisette anni,
dopo la morte di mia madre (il padre di Gianfranco è morto prima
che lui nascesse - n.d.r.-). Ho provato anche a disintossicarmi e,
per due volte, sono stato in comunità.
Come mai il trattamento in comunità non ha funzionato?
A San Patrignano rimasi cinque mesi, prima di scappare. Il
"programma" era troppo duro, non ti consentiva di vedere
nessuno, non potevi telefonare e neanche scrivere Mi sembrava di
essere sepolto vivo e così ho deciso di tornare alla mia casa di
Trento, anche se ero in affidamento e andarmene dalla comunità
significava evadere. Appena arrivato a Trento sono venuti ad
arrestarmi: fino ad allora ero riuscito a rimanere fuori dal carcere,
aiutato dalle mie sorelle maggiori e da un buon avvocato, ma avevo
diverse condanne in sospeso per reati legati alla droga furti e
piccole truffe, più che altro.
Rimango detenuto a Trento per circa un anno finché, a febbraio
‘98, mi concedono la sospensione della pena in attesa di un nuovo
affidamento. Invece, dopo due giorni soltanto, mi arrestano di
nuovo, questa volta a Padova: ero venuto per comperare un po’ di
cocaina e finisco ai Circondariale, poi mi trasferiscono a Belluno,
infine arrivo qui al Penale.
Quando hai iniziato ad avere i problemi di salute che ti hanno
portato all’O.P .G. ?
Come arrivo in questo carcere mi mettono in cella con un
compagno rumeno, con il quale comincio subito a litigare, venendo
anche alle mani. Per non creare altri guai, a lui ed a me, vado dal
medico e chiedo un sacco di sedativi, incoraggiato in questo anche
dal concellino. Di solito, prendo solo una pastiglia per dormire e
tutto quel miscuglio di farmaci mi manda fuori di testa: dopo tre
giorni ho un attacco di epilessia e mi portano all’Ospedale, dove
mi fanno vari esami, al termine dei quali mi consigliano le cure di
uno psichiatra.
Quindi, hai avuto un colloquio con lo psichiatra, al rientro in
carcere?
Non ho visto né lo psichiatra né un altro dottore: l’unico
cambiamento è stata la sospensione della terapia. Un mattino, mi
chiamano in accettazione "con tutta la roba", significa che devo
partire e non so nemmeno con quale destinazione. A mezzogiorno
sono già all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia, un
Istituto che di ospedaliero ha solo il nome, perché nella struttura è
identico ad un carcere, con portoni blindati, inferriate, agenti in
divisa.
Com’è la vita in quell’Istituto?
Per quanto mi riguarda, non posso lamentarmi. Il personale ti
tratta da malato, non da detenuto, anzi, là dentro non sei
nemmeno un detenuto, ma un internato.
Gli agenti, di norma, sono gentili e così pure i medici e gli
infermieri, però se qualcuno fa troppo casino finisce legato alletto
di contenzione e prende pure botte.
La direttrice dell’Istituto conosce di persona tutti gli internati,
circa duecento, entra spesso nelle sezioni ed ascolta i loro
problemi.
Sono rimasto solo un mese all’O.PG., eppure ho potuto svolgere
delle attività dopo la prima settimana, ho chiesto di poter lavorare
e subito mi hanno trasferito al "Piano Zero", una sezione nella
quale sono organizzati corsi scolastici e altre iniziative, dal
laboratorio di pittura alla redazione del giornale Effatà. Mi
inseriscono in un corso accelerato (dura soltanto tre giorni) nel
quale insegnano ad assistere i compagni che stanno male e, al
termine dei tre giorni, ottengo la qualifica di "piantone
volontario". Si tratta di controllare le persone che hanno tendenze
suicide, o autolesioniste, per prevenire danni e per soccorrerle in
caso di bisogno, in realtà il compito principale del piantone è
quello di chiamare immediatamente l’infermiere, che poi se la
sbriga lui.
I piantoni dovrebbero essere compensati, come tutti i lavoranti,
ma il Ministero non ha i soldi per pagarli tutti e per questo le
direzioni organizzano queste iniziative di volontariato.
Come funziona l’assistenza sanitaria in quell’O.P.G. ?
In ogni sezione c’è un ambulatorio, con un infermiere presente
giorno e notte, con il pronto soccorso e i farmaci necessari. I
medici sono disponibili e passano ogni giorno nelle sezioni,
qualcuno di loro si ferma anche a scherzare con gli internati, altri
sono più formali, ma nel complesso non lavorano male.
Le terapie vengono distribuite più volte al giorno, anche sotto
forma di iniezioni che rimbambiscono per una settimana: le cose
peggiori, là dentro, sono proprio le persone ridotte come automi,
che camminano come al rallentatore, che si mettono a urlare in
piena notte chiedendo altra terapia.
I primi tempi ti spaventano, poi fai l’abitudine alle grida ed ai
blindi che sbattono senza sosta, pensi che potresti ridurti così
anche tu, se rimani là dentro a lungo.
Personalmente di cure non ne ho ricevute molte, perché ero in
osservazione: in un mese, tre colloqui con lo psichiatra e la solita
terapia, la pillola per dormire che prendo sempre.
Che tipo di persone ci sono, tra gli internati?
Ce ne sono di ogni tipo: dai prosciolti per infermità di mente, con
omicidi sulle spalle, ai barboni alcoolizzati finiti dentro per una
sciocchezza, perché non avevano un altro posto dove ricoverarli:
stanno tutti assieme, senza distinzione tra i criminali e i
disadattati.
Molte persone vengono internate in seguito a denunce dei loro
familiari, che non sopportano più di averli per casa: chi vive in
condizioni di disagio psichico è spesso violento, verso gli altri o
verso se stesso.
Ho conosciuto un internato rinchiuso dopo che aveva dato fuoco
alla propria casa, un altro che si era piantato un coltello nello
stomaco.
Ci sono persone che non trovano altra sistemazione e sono
destinate a morire là dentro, perché gli internati non hanno un
"fine pena": al termine del periodo "di cura" previsto dal giudice
(per i casi più gravi può essere di dieci anni) la sua pericolosità
sociale viene rivalutata e, se ritenuto ancora pericoloso, continua a
rimanere internato.
Spesso, dopo anni passati in reclusione e sotto l’effetto degli
psicofarmaci, una persona non riesce a comportarsi in modo
normale e viene giudicata "ancora" pericolosa, ma più rimane
internata e più le sue condizioni diventano anormali, così non esce
mai.
Dopo quello che ha raccontato, devo scusarmi con Gianfranco per
averlo preso in giro.
Comunque, durante le due ore dell’intervista, ho lasciato che
fumasse mezzo pacchetto di puzzolenti Alfa Box, tanto per
chiarire come sia facile rendermi indulgente.
Elton Kalica Dal T.S.O. all’O.P.G.
Come una semplice visita dallo psichiatra, può costare quasi due
mesi di "manicomio criminale"
Agosto 2003
Camminando lungo l’interminabile corridoio, ho incontrato un
compagno di detenzione che chiamerò Mauro. So che è stato via
per un bel po’, ma della sua assenza mi accorgo solo adesso che lo
vedo, e mi incuriosisco, perché è una di quelle tante assenze
silenziose che nessuno commenta mai, visto che qui c’è sempre
gente che viene e che va. E allora gli chiedo di raccontarmi dove è
stato. Capisco subito che lui gradisce l’idea di parlare e di sfogarsi
con qualcuno, cosicché non posso fare altro che ascoltare in
silenzio. La sua storia si rivela curiosa. Mauro, dopo più di tre
anni di carcere, ha fatto una visita specialistica dallo psichiatra. Il
dottore lo ha ricevuto con un sorriso e, dopo aver ascoltato con
pazienza i suoi lamenti, ha fatto la diagnosi e prescritto la cura. In
realtà la cura era il ricovero obbligatorio.
"Sognavo sempre delle cose strane" confessa Mauro. "Mi svegliavo
alla mattina con un senso di stanchezza e pensavo a quello che
avevo appena sognato. A volte erano immagini tetre e buie.
Soffrivo, mi angosciavo e mi svegliavo tutto sudato. Allora la
mattinata era rovinata. Quella era per me già in partenza una
brutta giornata: mi chiudevo in me e non parlavo con nessuno. Mi
prendeva una tristezza che mi pareva irreversibile, e che di solito
durava delle ore. Poi, spesso, riuscivo a dimenticare questo mio
malumore scrivendo una lettera oppure ascoltando della musica.
Ma non era sempre così. Altre volte i miei sogni erano belli,
avventurosi o rilassanti. Allora mi svegliavo con la voglia di parlare
a tutti, di scherzare, di divertirmi e andavo a fare qualche partita a
carte coi miei compagni." Mauro racconta questi risvegli e mi
guarda con degli occhi indagatori, come se cercasse di capire dalla
mia espressione se c’è qualcosa di strano in lui. Rimango immobile
per non influenzare e interrompere il suo racconto. "Dallo
psichiatra ero andato a chiedere se era normale avere questi sbalzi
d’umore. Gli spiegai tutto in maniera dettagliata, in modo da
dargli più elementi possibile sulla mia condizione. Mi prescrisse
subito dei farmaci. Seguii questa cura per circa una settimana, ma
mi accorsi che le mattine erano sempre uguali: aprivo gli occhi ed
ero triste e melanconico". Parla e mi rivolge uno sguardo dolce,
come se volesse scusarsi con me della cattiva riuscita della cura e
con gli stessi occhi volesse creare un sottofondo al suo racconto,
come a dire che mica è colpa sua se la testa continua a fargli degli
scherzi.
"Chiesi un altro colloquio con lo psichiatra", continua Mauro. "Lui
mi chiamò relativamente presto, dopo due giorni. Non mi diede il
tempo di finire che si mise a scrivere qualcosa. Mi disse che era
tutto apposto e che non mi dovevo preoccupare. Dopo nemmeno
tre ore, mi chiamano in accettazione e mi comunicano che lo
psichiatra ha raccomandato il Trattamento Sanitario Obbligatorio
(T.S.O.) in una struttura specializzata. La struttura specializzata
naturalmente non può essere altro che l’Ospedale Psichiatrico
Giudiziario (O.P.G.) di Reggio Emilia. In pochi minuti mi trovo
in un furgone blindato in viaggio verso il luogo di cura". Ferma il
suo racconto, Mauro, come se tentasse di raccogliere per un attimo
i ricordi sparsi nel suo cervello. Mauro è sui venticinque anni ma
ne dimostra meno. Forse per la sua magrezza o forse per i capelli
tagliati corti con il ciuffo che ricorda i bambini dell’asilo. Cerca di
nascondere la sua altezza tenendo le spalle strette e curve come se
stesse trasportando due pesanti e invisibili borse. Dopo un istante
di pausa, sembra aver riordinato i suoi ricordi. Io aspetto che
continui con il viaggio, invece la sua mente è già arrivata
all’ospedale. "Appena arrivato al manicomio, l’ambiente mi si è
presentato come una realtà molto crudele: pazienti legati sul letto,
canti stonati di gente con le menti che sembravano del tutto
assenti, grida strazianti provenienti da un altro tempo. Un vero
incubo. Me la stavo facendo addosso. Tremavo dall’ansia. Sono
riuscito a trovare un po’ di raccoglimento solo dopo essere entrato
in cella. Per mia fortuna mi hanno messo in una cella dove ho
trovato un ragazzo che, come me, era stato portato là per dei
disturbi di poco conto. Veniva dal carcere di Torino, e si era visto
trasferire per cura dopo una breve visita dallo psichiatra. Invece
l’altro inquilino della nostra cella era proprio malato: disteso sulla
branda c’era solamente un corpo abbandonato da ogni normale
attività del cervello. Non c’era nessun tipo di controllo o di guida
dentro quell’essere. Mi sono subito sentito molto dispiaciuto per
quel ragazzo.
Lo specialista, dopo avermi visitato, arrivò alla conclusione che io
non soffrivo di nessuna patologia grave e quindi disse che, dopo i
circa venti giorni d’osservazione che la procedura prevede, sarei
tornato in carcere. Poi continuò con le prescrizioni: "Ti faccio uno
scalo del Talofen e del Seroquen, poiché questa cura è inutile.
Devi prendere poi solo l’Anafranin che è un antidepressivo, e il
Tegratel che è uno stabilizzatore dell’umore. Con questo vedrai
che sarai più sereno e tranquillo".
Invece dei venti giorni d’osservazione, rimasi per cinquantadue, di
giorni. Un vero incubo. Scene tremende che si ripetevano in
continuazione. Facce sofferenti, corpi appesantiti dai farmaci,
anonime vite che si trascinavano lentamente, appoggiate sui muri.
Questo era lo spettacolo che mi somministravano ogni giorno per
curarmi dalla mia grave malattia".
E con questa breve descrizione di quel grosso contenitore di
dolore che è l’O.P.G, con occhi da pianto, come per sottolineare
che non sarebbe mai in grado di descrivere realmente quello che ha
visto in quei cinquantadue giorni, ma soprattutto promettendomi
che non andrà più a farsi visitare da nessuno psichiatra di nessun
carcere, Mauro conclude il racconto della sua avventura. Ci
salutiamo e ci diamo un abbraccio forte, da uomini sani.
Danko Vukomanovic Un delinquente fuori dal
comune
Storia di Muhamed, ex insegnante della ex Jugoslavia ladro per
caso
Febbraio 2002
Durante numerosi trasferimenti per giustizia ho conosciuto
moltissimi miei paesani provenienti da tutte le parti della "ex
Jugoslavia". Il volto che non dimenticherò mai è di un uomo di
nome Muhamed. Veniva da Mostar, città tristemente nota per la
distruzione del ponte, dichiarato dall’Unesco patrimonio
dell’umanità, che aveva dato il nome alla città stessa, perché in
lingua slava la parola "mostar" significa guardiano del ponte.
Passeggiava da solo, era magrissimo, aveva lo sguardo perduto ed
impaurito, diffidente. Gli altri ogni tanto gli rivolgevano qualche
parola ironizzando, prendendolo in giro. Aveva una cinquantina di
anni, ma le rughe e la barba bianca erano di un settantenne.
Qualcosa mi diceva che dovevo avvicinarlo e cercare di sfondare la
sua fortezza, costruita per difendersi dagli altri, ma che
contemporaneamente era la sua personale prigione. Appena mi
accostai sentii che aveva un altro sistema difensivo, era l’odore
insopportabile di un uomo che non si lavava da settimane. Il primo
scambio di parole mi fece capire che non era un delinquente, aveva
un linguaggio di una persona colta e non amava vantare imprese
malavitose di soldi fatti in fretta, di macchine e gioielli e donne.
Mi disse che era insegnante in un istituto tecnico superiore a
Mostar, e che all’inizio della guerra aveva portato in un posto
sicuro sua moglie e i due figli. Lui era rimasto ancora un paio di
mesi a Mostar, poi chissà come e perché si era ritrovato a Trieste
senza una lira in tasca, senza conoscere una parola di italiano.
Disse che aveva girovagato per giorni, sporco, affamato, sbandato,
finché era stato avvicinato da un paesano che gli aveva fatto la
proposta di andare con lui a prendere lo stereo della macchina
parcheggiata lì vicino alla stazione e venderlo per aver "soldi da
mangiare". Lui, nella sua ingenuità, era convinto che la macchina e
lo stereo fossero del suo "nuovo amico" che voleva aiutarlo.
"L’amico" di Muhamed era invece convinto di aver trovato uno
che gli facesse "da palo" mentre lui rubava. Il doppio errore di
valutazione ebbe conseguenze catastrofiche per Muhamed.
Durante la prima azione scattò l’antifurto, e il suo "amico" si mise
a correre via e sparì in gran fretta. Muhamed, non capendo nulla,
rimase fermo, ma, quando il guardiano del parcheggio l’afferrò
cercando di trattenerlo, nel tentativo di svincolarsi gli diede una
spinta e il guardiano, scivolando sull’asfalto bagnato, si procurò
una distorsione della caviglia. Nel frattempo arrivò la Polizia e
Muhamed, ex insegnante dalla ex Jugoslavia, finì in carcere. Con il
solito "avvocato" d’ufficio, non avendo nessuna esperienza
giuridica, con l’interprete che traduceva solo le domande rivoltegli
dal giudice, fu condannato alla pena di "anni quattro mesi sei di
reclusione per concorso in rapina, lesioni personali e resistenza a
pubblico ufficiale". Se avesse saputo e potuto raccontare ai giudici
tutta la storia, probabilmente sarebbe stato rilasciato con
sospensione condizionale.
Dopo aver sentito che la sua fortezza si era aperta ho deciso di
rivolgergli la domanda che riguardava il suo odore. La risposta è
stata forse più imbarazzante della sua vicenda giuridica. Mi disse
di non aver fatto la doccia da quando era entrato in carcere (un
paio di mesi prima) poiché temeva di essere sodomizzato, cioè gli
altri vedendo un uomo perduto l’avevano convinto, per scherzo
(bello scherzo), che il "sesso di gruppo" rappresentasse una specie
di "battesimo carcerario". E lui, richiamando alla memoria le scene
viste nei film americani girati ad Alcatraz, si era convinto della
storia. Il giorno dopo io partii per Milano e lui rimase a Trieste.
Quando sono ritornato ho saputo che l’hanno trasferito a Torino:
non ho potuto verificare se sono riuscito a convincerlo a farsi la
doccia.
Elton Kalica Una piccola storia di "ordinaria"
sanità penitenziaria
Hassan al pronto soccorso
Agosto 2003
Questa mattina, l’aria si presenta subito soffocante. Il desiderio
generalizzato dei detenuti del primo braccio è quello di stare a
letto e continuare a dormire ancora per un paio d’ore. Il caldo
impedisce di prendere sonno durante la notte, cosicché la
televisione diventa la migliore delle terapie. Solo verso le due o le
tre, quando la temperatura cala un po’, si comincia a dormire, per
poi far prolungare il sonno il più possibile, spesso fino a
mezzogiorno.
Ma questa stessa mattina, secondo il programma interno, è l’unico
giorno della settimana durante il quale si potrebbe andare in
palestra a giocare a calcetto. Spesso però il programma non viene
rispettato per mancanza di personale, e si rimandano i detenuti
alla loro solita routine. Ma questa statistica negativa non
demoralizza tutti, anzi sono in tanti che si svegliano con l’idea che
oggi c’è la palestra. Così, alcuni più fiduciosi si sono alzati dal
letto, hanno fatto il caffè e si sono messi i pantaloncini per essere
pronti nel caso si vada in palestra. Altri, quelli scettici per natura,
sono rimasti nel letto per evitare altre delusioni.
Ecco che in questa mattina di lunedì, mentre il sole con violenza
riscalda la piccola cella aggiungendo alla sofferenza del caldo il
ricordo del mare e della spiaggia, l’agente, per la gioia di tutti,
grida "palestra!". Tutti giù dal letto e via a giocare.
Se qualcuno dovesse fare la cronaca della partita in diretta,
avrebbe molte difficoltà. La varietà dei colori delle magliette non
dà la minima possibilità di distinguere le squadre. Il gioco entra
subito in una accesa competizione. Tutti rincorrono con tenacia il
pallone oppure seguono con entusiasmo lo schema che non c’è. Ci
sono un paio capaci di palleggiare e poi, piazzati nelle rispettive
difese, ci sono quelli più robusti, a volte pure grassi, che a fatica
tirano su le gambe, ma che quando intervengono su qualcuno lo
scaraventano come uno straccio contro il muro. Saltarli è facile,
ma se non ci riesci, sei spacciato. Oltre al miscuglio di magliette,
di stature e d’agilità c’è anche un miscuglio di caratteri. Alcuni
ridono e si divertono calciando il pallone ogni volta che se lo
trovano tra i piedi, altri si coinvolgono emotivamente e gridando
con nervosismo impartiscono suggerimenti oppure ordinano a chi
passare la palla.
Ecco Hassan, un arabo alto, che vedendo una palla che gli vola
vicino, cerca di fare una rovesciata, tipo Crespo. Riesce nel
tentativo, anche se cade schiaffeggiando il pavimento, però manca
il gol. Dopo tutto è stata una bella azione. Tutti hanno gradito il
gol mancato. Ma c’è qualcosa che non va, Hassan è rimasto fermo
per terra. Si è fatto male. Nessuno capisce cos’ha. Tutti i giocatori
sono corsi ad assisterlo, due di loro si staccano dal gruppo per
andare a chiamare l’agente, che si mette subito a parlare per radio.
La sua conversazione con l’apparecchio è breve. Hassan ora è in
un angolo del campo e la partita riprende.
Hassan è marocchino. I suoi capelli neri, ricci e corti, assieme al
viso lungo e scuro, mostrano chiaramente la sua origine.
L’espressione della faccia, già di per sé stampata di tristezza, ora è
esageratamente sofferente, mentre lui sta lì abbandonato in
quell’angolo del campetto. È magro e alto, Hassan, e la sua schiena
ha una naturale piega in avanti che di profilo lo fa assomigliare a
un punto interrogativo che si è perso e non segue più la domanda.
Ora però il suo corpo ha preso una forma molto strana. Nella
caduta, il suo braccio destro è uscito fuori posto e pende senza
controllo. Hassan si appoggia contro il muro e segue la partita con
occhi bastonati. Nessuno sa quanto pesa un braccio, ma vedendo
lui con la spalla inclinata si può dire che pesi una tonnellata.
La partita continua come prima tra grida, litigi e risate. Passano
una decina di minuti e Hassan viene accompagnato da un agente
fuori dalla palestra. Sparito dalla nostra vista, bastano due minuti
per dimenticarci di lui. La mattina è appena cominciata e bisogna
pensare a correre e giocare.
A mezzogiorno, appena finito di pranzare, l’agente del mio braccio
mi informa che posso andare dal dentista. Perfetto. Sono più di
otto mesi che ho fatto richiesta e finalmente posso andarci. Il
dentista mi ha otturato un dente quasi un anno fa, ma nel giro di
qualche settimana l’otturazione ha cominciato a disfarsi. Ho perso
quasi la metà del materiale in poco più di un mese. A quel punto
ho richiesto un’altra visita odontoiatrica. Ci sono voluti appunto
otto mesi per essere chiamato e ora mi preparo veloce come se
temessi che loro possano cambiare idea e rinviare la visita di altri
otto mesi. Percorro scale e corridoi correndo. Giunto nel reparto
infermeria mi indicano la cella d’attesa, poiché il dentista è
occupato. Entro nella celletta e lì trovo seduto Hassan con quella
stessa posizione deforme. L’espressione della faccia è sempre
quella di un morente, ma d’altronde non riuscirei ad immaginarlo
diversamente.
"Ma cosa fai ancora qui?", gli domando. "Non ti hanno
medicato?". Mi guarda dal basso in alto e mi risponde di no. Dopo
qualche minuto di silenzio mi racconta che gli hanno comunicato
che lo porteranno all’ospedale civile di Padova e che deve
attendere la scorta. Guardo l’orologio. Sono le 12.45 e cerco di
ricordare quante ore ha passato lì nell’attesa. Sono almeno tre ore
di dolori. Ma a un certo punto gli hanno fatto delle iniezioni di
antidolorifici e ora non sente più nulla. È seduto sulla panchina e,
con il petto che riposa sopra le ginocchia, ha lasciato il braccio
cadere fino al pavimento. Lo lascio in questa posizione scimmiesca,
quando mi chiama il dentista, e lo trovo nella stessa posizione
quando esco. Ho passato una mezz’ora dal dentista, un uomo
basso e tarchiato, con la testa grossa e pelata che fa da cornice ad
una faccia rotonda che sorride sempre. Lui mi ha dato un’occhiata
al dente e mi ha assicurato che c’è ancora materiale
dell’otturazione. Rispondo che, nonostante tutto, il buco nel dente
è diventato comunque una caverna, ma il dentista preferisce
convincermi che non c’è la necessità di rifare l’otturazione,
piuttosto che rifarla. Gli chiedo con insistenza di riempire questo
dente ormai per metà vuoto, ma la sua scarsa convinzione di farlo
lo spinge in un lungo discorso in cui mi spiega gli ideali rilievi dei
denti, il modo migliore per masticare e lavarli. Poi mi promette
che, se dovesse fuoriuscire ancora del materiale oppure cominciare
a farmi male, allora potrò ritornare, e lui mi rifarà l’otturazione.
Ma come, dovrei aspettare che esca tutta l’otturazione, oppure
faccia male un dente devitalizzato? Scappo via, perché più che un
dentista, mi sembra un venditore ambulante che cerca di rifilarmi
un pacco. Saluto Hassan augurandogli buona fortuna e mi
incammino lentamente per i lunghi corridoi in direzione della mia
cella.
Ecco che in questa mattina di lunedì, mentre il sole con violenza
continua a riscaldare la piccola cella, l’agente chiude il cancello
dietro le mie spalle. Stranamente non penso più ad Hassan che
aspetta con eroica pazienza la scorta per andare al pronto soccorso.
Non penso neanche al dentista che non ha voglia di lavorare, cerco
solo di capire se c’è qualcosa che si può cambiare in questo posto
dimenticato anche da Dio.
Infami
Francesco Morelli - Codici di comportamento
carcerari...
Codici di comportamento carcerari, solidarietà tra detenuti,
rispetto delle regole: Parliamone con un po’ di coraggio!
Febbraio 2000
Le discussioni su temi, come i codici di comportamento carcerari,
la solidarietà tra detenuti, il rispetto delle regole, sono quelle che
fanno aumentare sensibilmente in redazione il cosiddetto "tasso di
litigiosità". Ma Ristretti Orizzonti è un giornale nato proprio con
l’idea di non avere tabù e di accettare di affrontare qualsiasi
questione, anche la più spinosa: quindi litighiamo, ma parliamo di
tutto, e lo facciamo anche sulle pagine del nostro giornale,
pubblicando per esempio qui di seguito due interventi molto
diversi, a volte contrapposti, su questi temi.
Naturalmente la Redazione non ha e non vuole avere una "linea
politica" in proposito: c’è spazio per tutte le opinioni, basta
esprimerle in modo corretto e attento alle ragioni degli altri.
A proposito di codici di comportamento carcerari
Sono in carcere da circa otto anni e ho potuto constatare che il
recupero sociale è quasi un’utopia. I dati ufficiali indicano nel
70% la percentuale dei recidivi, ma a questi andrebbero aggiunti
coloro che tornano a svolgere attività illegali riuscendo a non
essere scoperti: sono in pochi, ma ci sono, quelli che ce la fanno a
reinserirsi per davvero.
Gli ostacoli al reinserimento sociale sono molti, ma almeno si
dovrebbe evitare che il carcere continui ad essere una università
del crimine, attraverso l’omologazione ai modelli della devianza
anche di persone che potrebbero essere recuperate, in special modo
i giovani.
Secondo me, se vogliamo cambiare in meglio il carcere, dobbiamo
per prima cosa liberarci da una certa mentalità, che consiste nel
sentirsi in contrapposizione con le istituzioni e orgogliosi della
propria condizione di coatti, con l’adozione di propri codici di
comportamento che non sempre hanno a che vedere con la civile
convivenza.
Le regole servono in ogni circostanza, quando due o più persone
devono convivere, altrimenti è difficile andare d’accordo. Molte di
queste regole sono dettate dalle leggi, che magari non sono
garanzia di giustizia nei rapporti sociali, ma almeno delimitano in
modo preciso quale debba essere il comportamento da tenere.
Dove non arrivano le leggi, l’esperienza e la convenienza portano
ad adottare una serie di convenzioni, accordi taciti che presentano
maggiori rischi, ma pure una maggiore aderenza alle esigenze del
momento ed ai bisogni delle persone: succede anche in una
famiglia, dove si stabiliscono delle regole che, seppure basate
sull’affetto e pensate in funzione del mantenimento dell’unione, a
volte diventano insopportabili e determinano la rottura del
rapporto.
Però ci sono anche dei luoghi, come le caserme e le carceri, nei
quali le regole non scritte a volte significano violenza e
discriminazione; questo succede perché sono pensate per scopi
diversi, di solito per imporre un potere alternativo a quello
esercitato dall’istituzione, per affermare una identità culturale
contrapposta ad essa.
Queste regole possono significare violenza in quanto esistono
soltanto se riconosciute e rispettate da tutti senza discussioni: o le
accetti, e sei integrato nella comunità, oppure le rifiuti, e sei il
disturbatore, una persona da emarginare. La violenza raramente si
manifesta in modo esplicito, ma passa attraverso gli sguardi, le
parole dette e quelle taciute, le malignità che condizionano la vita
in carcere.
Del resto, ogni detenuto è costantemente oggetto di violenza,
attraverso la miriade di piccole e grandi ingiustizie che subisce, tra
ritardi, rifiuti e incomprensioni; e questa carica di violenza
accumulata è difficile non sfogarla da qualche parte: su se stesso,
con l’autolesionismo ed il suicidio, ma a volte anche sugli altri, con
il sopruso e l’intimidazione.
Credo che la differenza tra la persona "recuperata" e quella
difficilmente recuperabile consista soprattutto nella capacità di
controllare le proprie azioni e reazioni.
Il carcere non aiuta certamente a pacificarti, semmai impari ciò
che conviene o non conviene fare e l’essere opportunisti spesso
diventa una necessità di sopravvivenza, un’abitudine che ti
accompagna anche quando torni libero: calcoli i possibili vantaggi
e svantaggi di tornare a delinquere e decidi di conseguenza.
Parlare di moralità è spesso difficile, per chi ha bruciato tanti anni
della propria vita, per chi ha conosciuto la disperazione, per chi ha
subito (e anche inflitto) umiliazioni e violenze di ogni tipo
Quella che, nell’ambito della malavita, è chiamata "morale", è
spesso la difesa di una particolare cultura che distingue tra reati
accettabili e reati inaccettabili, tra persone degne di rispetto e
persone da disprezzare.
La filosofia malavitosa trova nel carcere uno spazio privilegiato per
svilupparsi in tutte le ramificazioni e sfumature, perché in carcere
la pratica criminale è sostituita dalla teorizzazione del crimine,
dalla sua spiegazione e giustificazione: e capita allora che la "colpa"
del reato venga spesso fatta ricadere su qualcun altro, che si
ritenga di essere stati condannati a causa dell’ingiustizia sociale
(anche se è vero che nel carcere confluiscono tutti i disagi sociali),
di una famiglia disattenta ed egoista, di giudici insensibili, di
"infami" senza moralità.
Certo, il tema della collaborazione di giustizia è molto controverso
e il pentitismo è spesso nient’altro che uno squallido calcolo di
convenienza, praticato sulla pelle degli altri.
Ma credo anche che, quella di poter cambiare vita, sia
un’aspirazione legittima di ciascuno, a prescindere dal suo passato,
e normalmente questo non è concesso a chi è stato legato ad
associazioni criminali, perché i suoi compagni temono possa,
presto o tardi, rivelare dei segreti, magari costretto dalle
circostanze.
Così accade che questa persona diventi collaboratore da subito, in
modo da garantirsi almeno la protezione dello stato, perché
l’alternativa sarebbe di rimanere nell’associazione, oppure di essere
eliminato da essa (spesso, in questi casi, non potendo punirlo
direttamente, gli ex complici si vendicano uccidendo i parenti del
collaboratore, comprese le donne ed i bambini, quindi violando
pure le regole morali, da loro stessi create, secondo cui donne e
bambini devono essere rispettati).
Un’altra considerazione in merito è che un uomo che abbia
maturato un "normale" senso della giustizia può avere il desiderio
di impedire che vengano commessi nuovi reati, senza per questo
voler fare l’eroe o avere un’inclinazione poliziesca.
Comunque bisognerebbe sempre distinguere le persone che
denunciano i loro ex complici (che possono essere considerate, con
ogni ragionevolezza, traditori) da quelle che, invece, denunciano
persone estranee, che hanno usato violenza contro di loro, o
contro altri, in ogni forma; come potrebbero difendersi, se non in
questo modo: facendosi "giustizia" da sole? oppure accettando con
rassegnazione di subire il sopruso?
Alcuni crimini provocano sentimenti di rifiuto anche tra i criminali
stessi, detenuti o non, ad esempio le violenze sessuali, lo
sfruttamento della prostituzione, il matricidio: dipende forse dal
fatto che nelle vittime di questi reati ognuno identifica i propri
cari, o vede le persone più deboli e indifese come donne e
bambini.
Però, se ci pensiamo, ogni tipo di reato potrebbe colpire le persone
a noi vicine, o noi stessi, dall’omicidio, alla rapina, al furto, al
ricatto, e allora perché questi non provocano la stessa reazione?
Nel carcere si crea a volte una gerarchia di valori, in base alla
quale i detenuti sono suddivisi in una serie di sottocategorie
Per logica, noi dovremmo occupare il gradino più basso della scala
sociale, poiché godiamo di minori garanzie e diritti, spesso siamo
anche i più poveri, comunque siamo soggetti alle decisioni di
politici, magistrati e funzionari, operatori sociali ed agenti; tutti
scelgono al posto nostro e noi non possiamo scegliere neanche per
noi stessi.
Però è umanamente difficile accettare di essere gli ultimi, e allora
nascono le sottospecie di detenuti, contraddistinte da una serie di
caratteristiche personali e sociali, cominciando da quella che viene
chiamata "coerenza con le proprie scelte passate": al primo posto ci
sono di solito gli irriducibili, poi vengono i dissociati, infine i
"pentiti", o collaboratori di giustizia che dir si voglia.
Un altro criterio di separazione è quello delle condizioni personali,
dalla provenienza, alla cultura, alla salute, per cui ci sono
situazioni in cui lo straniero è considerato inferiore all’italiano e lo
zingaro inferiore a tutti, il tossicodipendente inferiore a chi non lo
è, l’omosessuale all’eterosessuale, e così via, all’infinito, in modo ci
sia sempre qualcuno inferiore ed ognuno possa costruirsi una sua
personale "classifica".
Infine c’è il criterio giuridico-morale, secondo il quale alcuni reati
godono di maggiore considerazione, mentre altri sono stigmatizzati
e, ancora, i criminali professionisti godono di una certa
"rispettabilità" e sono tenuti in maggior conto dei dilettanti ed i
dilettanti di quelli "casuali".
Sul gradino più basso ci sono i violentatori, i magnaccia e altri
simili "personaggi": questa realtà è comunemente accettata ma
determina anche situazioni paradossali per cui succede, ad
esempio, che un detenuto responsabile dell’uccisione dell’ex
fidanzata sia accettato dai compagni, mentre se l’avesse "soltanto"
violentata sarebbe considerato un infame, da relegare nelle sezioni
protette.
Poi leggo, in un libro che evoca il carcere dei tempi andati, la
protesta risentita del nostalgico di turno contro le persone che
"non sanno farsi la galera", che "pensano solo ad uscire".
Trovo molto discutibile questa protesta: a cosa dovrebbero
pensare, secondo l’autore del libro, i compagni detenuti? A "farsi
un nome" nell’ambiente della malavita, garantendosi la galera fino
alla vecchiaia!?
Cambiare vita, modificare atteggiamenti e comportamenti, non è
una scelta obbligata per nessuno ma è per me la sola scelta
intelligente, contrapposta a quella di adattarsi a regole e mentalità
che portano solo alla perdita della propria autonomia.
Quello che, secondo me, manca a molti detenuti è la capacità e la
voglia di mettersi in discussione, senza per questo dover perdere
dei pezzi della propria vita, ma piuttosto per rielaborarli alla luce
delle nuove esperienze e circostanze.
È vero che l’ambiente stesso del carcere non aiuta molto in questo
compito: poche le occasioni di confronto, molte le situazioni in cui
si deve subire in silenzio e si impara a dissimulare la propria
rabbia, a nascondere i propri sentimenti, a difendersi con la
menzogna.
Ci sono momenti nei quali il dialogo sarebbe possibile ma mancano
gli stimoli adatti: all’aria o in socialità, sotto le risate forzate, sotto
le battute spiritose ed i discorsi dotti, si respira una grande
tristezza ed indifferenza, ognuno con i suoi problemi e pensieri,
tutti insieme ma comunque soli.
Suicidi e autolesionismo
Elton Kalica - In carcere è capitato a tanti di essere
testimoni di un suicidio
Ci si accorge che qualcuno, nella cella accanto, ha smesso di
gridare, di piangere… di respirare
dicembre 2003
Avevo sopportato l’arroganza e la stupidità di Giuseppe diverse
volte, finché quel giorno non potei più resistere e gli affibbiai un
manrovescio sul muso facendogli sputare sangue per qualche
minuto.
È strano come con un semplice gesto – nel mio caso, il movimento
di un braccio – si riesca a buttare fuori lo stress, l’avvilimento,
l’odio che abbiamo accumulato nei confronti di qualcuno; l’idea di
avergli fatto del male ti fa rilassare per qualche istante, sembra
ripagarti della ingiusta sofferenza subita.
Così ero abbastanza soddisfatto, mentre l’altro si puliva col
fazzoletto il labbro spaccato; ma la mia soddisfazione trovò una
sgradevole risposta la notte stessa. Giuseppe aveva raccontato
tutto all’ispettore capo e quest’ultimo aveva fatto la dovuta
relazione al direttore, che a sua volta aveva ordinato con urgenza
che il detenuto, vale a dire il sottoscritto, fosse accompagnato in
isolamento, nell’attesa del consiglio disciplinare.
Camminai lungo il corridoio, a me già noto, in compagnia di tre
agenti silenziosi trascinando il sacco nero, con dentro lenzuola,
coperte e due cambi di biancheria. Nella fretta impostami, avevo
trovato il tempo e l’abilità di infilare anche due libri dentro le
lenzuola, ma non avevo potuto prendere la lettera per la mia
ragazza, scritta a metà. Mi venne in mente per qualche secondo il
mio viso rilassato mentre scrivevo pensieri ed emozioni speciali,
con la convinzione che sarebbero giunti alla destinataria entro il
tempo calcolato. E mi sentii ingenuo ad aver ipotecato il mio
tempo: come facevo a fare calcoli quando sapevo che, rinchiuso in
carcere, non avevo nessun dato certo riguardo alla mia esistenza,
presente e futura?
Troppe erano le circostanze che ne avevano il controllo assoluto,
che se la contendevano tra loro, e non c’era mai certezza su chi
effettivamente avrebbe prevalso: il direttore, gli agenti, i detenuti
pronti a riferire qualcosa, il magistrato, il destino stesso; erano
tutti elementi incontrollabili che potevano influenzare la mia
esistenza a loro piacimento, in assenza totale di una qualche
modifica da parte mia, studiata o istintiva. Anche l’istinto riesce a
controllarsi quando riconosce l’ineluttabilità.
Decisi quindi che non avrei più lasciato una lettera a metà:
scrivere, imbustare, spedire prima, e poi aspettare le novità che il
momento contingente mi avrebbe imposto a suo piacimento.
Per mia fortuna, non mi abituai subito alla nuova temporanea
abitazione, che non starò qui a descrivere: non si può descrivere
una scatola di scarpe con dentro una branda, se non con il silenzio.
Era proprio il silenzio quello che regnava nella cella d’isolamento,
nei primi giorni della mia permanenza. Ne approfittai per leggere e
meditare. Si legge e si pensa molto quando si ha il corpo immobile
e la consapevolezza che si rimarrà così ancora per anni.
Poi arrivò il mio tormento: un uomo che gridava con tutte le sue
forze "voglio uscire da qui" e che poi, mentre recuperava fiato per
ripetere urlando questo suo desiderio, bestemmiava a voce bassa,
come se temesse più un’offesa terrena che divina. Con difficoltà
mi abituai anche a questo, e continuai il mio impegno con i due
romanzi, con l’accompagnamento di questo sottofondo eretico.
Accadeva però che il grido di libertà fosse così acuto (invadeva,
infatti, il piccolo corridoio seguito da un’eco che mi ritornava
raddoppiando la tonalità del grido successivo), tanto da
distogliermi dalla concentrazione ormai acquisita; allora non mi
rimaneva altra scelta che affacciarmi al cancello e chiamarlo,
invitandolo a fumare una sigaretta delle mie. "Non urlare cosi
forte!" gli dicevo, "fuma una sigaretta con me e poi mettiti a letto."
"No. Io non posso stare in isolamento, tu non capisci, devo uscire
fuori di qui!", mi rispondeva, mentre allungava la mano fuori del
cancello, per prendere la sigaretta che avevo buttato sul
pavimento. Il primo giorno del suo arrivo questa scena si ripeté
cinque, sei volte. Il secondo giorno cominciò con le solite
bestemmie a voce bassa, quasi gemiti, ma abbastanza forti da
essere sentiti da me. Io leggevo, steso sul letto, con il sottofondo
delle sue sacrileghe affermazioni e domande e non mi accorsi
quando lui, stanco di attendere invano risposte che non
arrivavano, smise di sussurrare, regalandomi il silenzio dei miei
primi giorni d’isolamento, quando ero solo.
Non ricordo quando mi accorsi di questo improvviso silenzio; è
facile dimenticarsi di uno sconosciuto che ti domanda una sigaretta
nel lungo corridoio, oppure di qualcun altro con il quale scambi,
magari nella attesa di una visita medica, un insignificante dialogo
fatto di commenti futili e sfuggenti; così mi fu ancora più facile
disinteressarmi di un uomo che per me non aveva un volto e
nemmeno un nome, ma che si materializzava in una voce
offensiva, in un grido che importunava, in sussurri disperati,
soltanto per procurarmi l’emicrania.
Ero steso, immobile, dentro una scatola di scarpe e mi dimenticai
che, nella scatola affianco alla mia, qualcuno aveva smesso di
gridare, di piangere, e di respirare.
Ero nella mia singolare tranquillità, che solo l’isolamento sa
regalare, quando un odore fetido invase le mie narici. Forse
continuai a leggere fino alla fine del paragrafo, o forse, cercai per
qualche istante di risalire mentalmente alla causa di
quell’esalazione putrida che stava invadendo la mia cella e che
aveva già impestato il corridoio.
Il silenzio, da me fino a quel momento ignorato, non durò a lungo.
Saltai dal letto e aggrappandomi al cancello cominciai a chiamare
l’uomo senza volto e senza nome: "Ehi, amico, ehi, vuoi una
sigaretta? Rispondimi!". Ma l’unico a strillare questa volta ero io,
mentre l’altro voleva essere lasciato in pace. Non ricevere risposta
mi convinse del mio iniziale timore, il silenzio che prima non
aveva richiamato la mia attenzione ora era diventato eloquente,
confermando quello che il mio intuito sospettava: l’odore putrido
veniva dal suo corpo abbandonato.
Avevo già assistito a due suicidi, uno dei quali era stato per
impiccagione, e sapevo che spesso il corpo ancora caldo si rilassava
dalla lunga tensione, e di conseguenza scaricava senza nessun
imbarazzo tutto il contenuto dell’intestino ancora funzionante,
come ultimo gesto terreno, preparandosi per uscire di scena, senza
tracce di vita. Quel tanfo, che ora seguiva con accanimento il
lungo silenzio, mi convinse che la voce della scatola accanto, il mio
tormento del giorno prima, mi aveva lasciato in pace soltanto
perché soffocato da un lenzuolo.
"Agente! Agente! Agente! Corri!", chiamai a tutta forza, finché
non fui raggiunto dall’agente al quale indicai la cella della voce
ormai silenziosa.
"Porca puttana!", esclamò lui alla vista di quello che io avevo
sospettato a ragione, e corse via.
Sparì per un paio di minuti, per tornare con i rinforzi che
irruppero nella scatola da scarpe accanto alla mia, dove la voce che
io conoscevo così bene non risuonava più. Arrivò una barella
rumoreggiando, per via di una ruota che zigzagava ribelle; non
sentivo più l’odore putrido di prima, eppure i due infermieri si
coprirono il naso.
Dopo un attimo, l’uomo era pronto a lasciare la scatola adagiato in
posizione di riposo; speravo di vedere il viso, forse reso viola dalle
vene intasate all’improvviso, oppure bianco per il vuoto rimasto
dalla fuga della vita, ma la barella uscì silenziosa circondata dagli
agenti e gli infermieri che m’impedirono di dare un volto alla voce
che mi aveva parlato il giorno precedente. Potevo scorgere soltanto
la ruota che ora traballava con difficoltà sotto il peso del corpo
sconosciuto.
Sentii gli agenti, o forse gli infermieri, commentare che aveva
ancora polso, l’avevano salvato dalla morte che forse ora mi stava
guardando con animosità, trovando in me la causa del suo
banchetto mancato. Doveva capire che non era colpa mia se quello
sconosciuto aveva deciso, forse aspettato, di offrirsi alla sua tavola,
proprio mentre chi aveva il controllo momentaneo della mia
esistenza aveva deciso di portarmi nello stesso luogo predestinato.
È divertente pensare che la morte, come me che avevo lasciato a
metà la lettera per la mia ragazza, non aveva calcolato certe
influenze misteriose, sempre pronte a deridere gli ingenui.
Ne deduco che d’ora in poi, anche la morte dovrà tentare d’avere
la sua influenza tra quelle entità che, così cinicamente, si
contendono il controllo delle nostre esistenze, private delle ragioni
e degli istinti, altrimenti avrà di nuovo tra i piedi qualcuno pronto
a gridare "Agente, corri!".
Lassad Jlassi - Solitudine che taglia come una
lametta
Quando esplode la disperazione. Tre racconti sull’autolesionismo,
tre storie di “ordinaria desolazione” carceraria, in cui chi non ce la
fa usa il suo corpo per parlare della propria sofferenza
testimonianze raccolte da Mohamed Ali Madouri
gennaio 2006
A me, che sono tunisino, al mio paese hanno sempre raccontato
che è in Egitto, negli anni ‘70, che le prime persone di razza araba
e di religione musulmana cominciano a tagliarsi il corpo. Siamo in
uno dei quartieri più poveri di Alessandria, quando i poliziotti
arrivano con un autobus e con un altoparlante offrono lavoro agli
uomini disoccupati. È una trappola, perché gli uomini che vanno
agli autobus si ritrovano prigionieri ai lavori forzati, senza nessuna
paga se non il misero cibo per la sopravvivenza. Qualche giorno
più tardi un uomo si taglia le vene per non lavorare e gli altri lo
imitano. Da quel momento, pian piano la consuetudine si diffonde
anche negli altri paesi arabi. In carcere sono tanti i detenuti che si
tagliano. Per capire meglio i motivi più profondi che li spingono a
questi gesti, ho raccolto tre testimonianze di uomini che, per un
motivo o per l’altro, in carcere si sono autolesionati.
Ezzeddine è un tunisino, emigrato 23 anni fa, e che ha conosciuto
bene l’Italia di allora e quella di oggi
I primi anni in cui sono arrivato in Italia mi sentivo come se fossi
a casa mia. Una volta gli italiani erano molto più umani e buoni di
cuore. La gente era contenta di parlare con noi, era molto facile
inserirsi nella società italiana. Venti anni fa non c’era tutto questo
traffico di droga, tutta questa criminalità. Gli stranieri erano
pochi, ma soprattutto noi africani eravamo pochissimi, per questo
la gente di allora era affettuosa e aperta con noi. Dal lontano 1982
e fino al 1997 ho lavorato, anche se in nero. Ho lavorato come
muratore, imbianchino, ferraiolo, saldatore e falegname. Mi sono
sempre trovato bene, guadagnavo abbastanza, la mia vita era
semplice e in più c’era mio fratello che lavorava in una cooperativa
e mi dava una mano per andare avanti se non ce la facevo.
Poi conobbi una ragazza tossicodipendente. Mi impegnai e mi
presi cura di lei, accompagnandola ogni giorno, per tre mesi di fila,
al Ser.T., fino a quando uscì dal tunnel della droga. C’eravamo
ripromessi di realizzare una vita semplice e serena, volevamo
costruire una famiglia come tutte le altre, quello era il nostro
programma futuro. Ci riuscimmo con le nostre forze, perché
tranne mio fratello nessuno ci aiutò. Le cose andavano sempre
bene, anche dopo la nascita del nostro bambino, che ci portò
molta felicità e serenità… Ad un certo punto successe però che
entrarono nella nostra vita mia suocera ed una sua amica, che
volevano strapparmi la mia ragazza e mio figlio. E lei, stressata
dalle continue insistenze di sua madre, incapace di far valere la sua
volontà, cedette ed una sera, quando tornai a casa dal lavoro, non
trovai nessuno. Soltanto un bigliettino con sopra scritto: “Vado
via ma torno fra tre giorni”. La chiamai sul telefonino ma era
spento, quindi chiamai mia suocera che mi rispose di non sapere
nulla e chiuse la comunicazione.
Aspettai fino al giorno successivo senza ricevere nessuna notizia. A
quel punto andai in questura e denunciai l’inspiegabile scomparsa
della mia famiglia, e lasciai anche le loro foto ai poliziotti. Le cose
andarono avanti così per un mese intero, fino a quando un giorno i
poliziotti mi invitarono in questura. Andai di corsa e mi
informarono che mio figlio e la mia compagna erano in una
comunità, senza però fornirmi alcuna indicazione su come
rintracciarli. Proprio in quel periodo mi era arrivato un invito dal
Tribunale per i minorenni di Venezia: mi presentai all’udienza, il
giudice, una donna, mi domandò che cosa volessi. “Voglio la mia
famiglia”, risposi. Mi fu detto di trovarmi un lavoro ed avrei così
potuto riunirmi con la mia compagna e nostro figlio, e quando
obbiettai che un lavoro e anche una casa già li avevo, sentii
pronunciare solo un “adesso vediamo…”.
Proprio quando la situazione pareva risolversi, feci un incidente in
moto che complicò tutto. Una brutta ferita ad una gamba, per la
quale fui sottoposto anche ad un intervento chirurgico che
comportò oltre un mese di ricovero ospedaliero. La mia ragazza
veniva a trovarmi tutti i giorni, mi fu molto vicina, e in quel letto
d’ospedale le parlai di tutto quello che avevano messo in opera sua
madre e la sua amica per separarci. Una volta dimesso tornai a casa
assieme a lei. Andavamo spesso a parlare con l’assistente sociale,
con la speranza di vedere nostro figlio e stargli vicino. Lei ogni
volta ci diceva che si sarebbe risolto tutto, ma la sofferenza alla
gamba mi impediva di lavorare e ogni giorno vedevo che l’impegno
che io e la mia ragazza dimostravamo non serviva a nulla.
Cominciò una strada in salita, le cose iniziarono a peggiorare, mi
assalì l’incubo di non vedere mai più mio figlio, e fui preso dalla
disperazione di perderlo per sempre. Mi ero infilato in un mare di
sofferenza e di malinconia.
L’immagine di mio figlio era sempre nei miei occhi, e andò a finire
che, con l’illusione di dimenticare il dramma che mi stava
capitando, per estraniarmi da quella dura realtà, mi buttai sulla
droga. Le cose andarono avanti così per otto mesi, fino a quando
mi arrestarono e mi condannarono a un anno e otto mesi di arresti
domiciliari, e dopo tre mesi mi portarono in carcere. Qualche
giorno fa mi sono “tagliato”, ho bevuto candeggina e ho anche
tentato di impiccarmi. L’ho fatto perché mi manca mio figlio, non
faccio altro che pensare a lui. Mi hanno tolto la cosa più bella e
più preziosa che ho mai avuto. Da mio figlio dipende la mia
felicità o la mia sofferenza… Quando ho tentato il suicidio ho
pensato spesso, sia prima sia dopo essermi salvato, che con quel
gesto avrei fatto crescere mio figlio senza la mia presenza, senza
suo padre. Però l’ho fatto comunque perché sono disperato e stufo
di questa vita spietata, vedo tutto buio. Mi sono trovato in una
marea di problemi, da solo, ma il mio cuore è più piccolo di tutto
ciò. Il mio cervello non mi dà tregua, non vuole cancellare
l’immagine di mio figlio nemmeno per un attimo. Fino ad oggi non
ho nessuna sua notizia, spero che non passi ancora molto tempo
perché la solitudine mi sta davvero ammazzando…
Asir Mohamed è un ragazzo tunisino pieno di tagli, “tutti per
motivi differenti”, racconta lui
Nel lontano 1985, quando avevo 15 anni, mi trovavo nel carcere
minorile di Bosco Marengo, in provincia di Alessandria. Eravamo
in sei di nazionalità marocchina e facemmo una rissa con dei
ragazzi italiani. In seguito a questa lite, per evitare altri scontri, ci
divisero in due piani diversi, ma nonostante la precauzione i
problemi non erano terminati. Ogni volta che per qualsiasi motivo
ci incontravamo, ricominciavamo nuovamente a litigare. Qualche
giorno più tardi, dopo che demmo fuoco alle celle, la direzione ci
punì con l’isolamento. In isolamento avvertii forte la solitudine e
la mancanza dell’affetto familiare di cui ha particolarmente
bisogno un quindicenne: preso dalla disperazione, per la prima
volta mi feci del male, provocandomi dei grossi tagli nelle cosce.
La seconda volta che mi tagliai risale al 1987, ed avvenne a casa
mia in Tunisia. Mi ero innamorato di una ragazza che a mia madre
non piaceva, lei mi diceva in continuazione di non frequentarla,
ma io ero pazzo di questa ragazza. L’insistenza di mia madre mi
stressò al punto che un giorno, stravolto dalla rabbia, presi una
lametta e mi tagliai le braccia. Da quella volta mia madre mi lasciò
in pace e… quella ragazza divenne mia moglie! Le cose in Tunisia
non andavano bene: oramai mi avevano arrestato un sacco di
volte, anche per cose che non avevo commesso. Agli interrogatori
mi tagliavo per evitare le botte e le torture dei poliziotti. Finii in
ospedale parecchie volte. Tanti altri ragazzi si tagliavano dalla
rabbia di aver subito un torto e di non poter reagire, o anche per
aver ricevuto una brutta notizia e persino per il tradimento della
propria ragazza o della propria moglie. Ma in carcere ci si taglia
soprattutto per disperazione e per solitudine.
Cristiano, infine, è uno dei pochi italiani che ha dei tagli in
qualche parte del corpo. Lo chiamo “marocchino” perché
l’autolesionismo è tipico dei nord africani
Nel 1993 mi arrestarono con l’accusa di omicidio per aver
picchiato a morte un ragazzo del mio giro, del mondo della
tossicodipendenza. Questa accusa era partita dal gestore di un bar
che aveva visto il ragazzo vivo per l’ultima volta salire nella mia
auto, che tutti conoscevano perché abitavo in un piccolo paese.
Quando mi hanno arrestato, per il pericolo di inquinamento delle
prove mi hanno isolato completamente. Mi sono ritrovato da solo
in cella, con il terrore di essere condannato per un omicidio che
non avevo commesso, e con la disperazione del fatto che la
persona uccisa, oltre che essere un mio caro amico, era anche un
amico dei miei familiari.
Pensare a sua madre, e anche ai miei genitori e agli amici, mi
faceva stare molto male. Ero veramente provato, ero isolato da
tutto e da tutti. Non potevo nemmeno guardare la televisione per
svagare almeno un po’ la mente, non potevo ricevere posta né
effettuare neppure i colloqui con i miei famigliari, mentre in quel
momento avrei avuto molto bisogno di gridare ai miei cari, e a
tutti quelli che mi conoscevano, che ero innocente. Preso dalla
disperazione decisi allora di “tagliarmi” per poter attirare
l’attenzione di qualcuno. Ma anche così facendo non riuscii
comunque a far sentire la mia voce. Le ferite che mi procurai
furono del tutto inutili, perché mi ritrovai di nuovo in cella con la
consapevolezza di non aver risolto nulla. Mi sono rimasti soltanto
tutti i tagli che mi ricordano sempre quanto funzioni poco la
giustizia italiana, parlo per me, ovviamente, perché tre mesi dopo
venne riconosciuta la mia innocenza, per la quale sto ancora
combattendo per ottenere un risarcimento dei danni, fisici e
morali.
Non mi sono mai pentito di essermi “tagliato”, anche se non so
nemmeno io perché l’ho fatto. Forse perché mi sono trovato in
una situazione dove mi sono reso conto che per il sistema non ero
niente, non contavo nulla, per il sistema ero colpevole e dovevo
essere condannato e basta. Per questo, quando guardo questi tagli,
penso sempre che non devo mai mettermi nella situazione in cui
mi possono incolpare di qualcosa, e mi tornano in mente quei
giorni interminabili vissuti con la paranoia e la paura di passare il
resto della mia vita in carcere per responsabilità altrui.
Il Ciclo Picaresco di Nabil Tayachi
Storia di Nabil, la Tunisia, la Rai
Maggio 1998
Non può essere sempre per caso, ma a volte sì, a volte succede per
caso di emigrare. L’emigrazione non è un fenomeno nuovo ma
qualcosa di troppo vecchio, che non ha però fine, perché? è questo
il problema, c’è sempre un perché.
Io sono un emigrato extracomunitario, e ho avuto questa
esperienza di tanti anni di sofferenza e anche di disperazione, di
discriminazioni e qualche volta di felicità.
L’emigrato quando decide di partire ha un’idea fissa in mente, un
obiettivo da raggiungere: è quello di andare dove si può vivere
meglio, e dove c’è democrazia, lavoro e la possibilità di realizzare i
propri desideri e smettere di soffrire.
Il più difficile, poi, non è emigrare ma lasciare dietro di se tutto,
famiglia e amici, moglie o fidanzata, la sua terra e anche le cose
care per lui etc., etc., una scelta per rischiare, perché quello che
aspetta ogni emigrato lo sa soltanto Dio.
Quando ero ancora al mio paese, la maggior parte dei giovani
aveva voglia di emigrare e di andare a cercare fortuna in un altro
paese, e tutto questo per colpa della disoccupazione, del lavoro
nero, dei salari bassi, del regime poliziesco e anche della dittatura
del governo.
È la democrazia che là non c’è, c’è solo, potremmo dire, una
democrazia a modo nostro, e poi ancora, e questo è un punto
fondamentale, c’è la RAI e ci sono anche i primi emigrati che
tornano e sembra che abbiano fatto i soldi.
A casa mia c’è lavoro senza assicurazioni e senza diritti. Per
lavorare al mio paese, si diceva: se cerco un lavoro lo trovo, ho
studiato, ho due diplomi di meccanico, ho lavorato in tanti posti.
Ma il problema vero è che si guadagna poco.
Quando lavoro, non so quanto dura il periodo di prova, un mese o
anni, e in tutto questo lungo periodo lavoro in nero, senza
assicurazioni e non ho nessun diritto, o se anche lavoro in regola,
se protesto e chiedo i miei diritti mi mandano a casa e non posso
avere nessun risarcimento. Ricordo che il nostro ufficio sindacale
mi sembrava il più bello del mondo, quando parlavi ti ascoltavano
tutti e ti davano ragione, ma per avere qualcosa poi dovevi
aspèttare come minimo anni, se non mollavi prima, se non ti
arrendevi. E pensare che quando qualcuno passava da quelle parti
e non conosceva il sindacato, gli pareva di essere capitato in una
discoteca, perché la piazza era sempre pulita, i muri imbiancati e
c’era della bella musica ad alto volume.
Con il salario che un operaio guadagna, si può vivere "normale",
come si dice, mangiare e dormire e niente più, e ringrazia Dio se
non hai una malattia, perché pagare un medico e le medicine è
dura, sono sempre troppo cari, e anche per vestirsi, se si comprano
le cose locali si paga "un po’ normale", ma se hai voglia di
comprare qualcosa di marca estera, per esempio un paio di scarpe
da tennis, ti costano un mese di lavoro, se hai voglia di risparmiare
per sposarti devi lavorare, mangiare a casa e non far altro, e se hai
il vizio di fumare sei obbligato a smettere.
Il governo lo abbiamo avuto sempre di dittatura, il regime è
poliziesco, il capo di stato ha un potere a vita da quando ha fatto
un colpo di stato, il governo è "democratico", ma dov’è questa
democrazia?
Chi si lamenta va in galera, chi beve alcolici, e viene fermato da
un poliziotto, può essere mandato in galera, se uno è disoccupato
lo mandano ai lavori forzati con un salario di spiccioli, se baci la
tua ragazza per strada ti possono arrestare, se parli di politica sei
rovinato, se uno è sospettato di avere commesso un reato lo
incarcerano e spesso sotto tortura gli fanno firmare di aver
commesso quel reato, e poi si dice che la polizia tunisina è troppo
forte nelle indagini e arriva sempre a scoprire i colpevoli.
Il presidente, che è al potere da dieci anni, parla sempre di aiutare
i giovani, parla di democrazia e di diritti dell’uomo, ha dato diritto
ai giornalisti di parlare liberamente, ma loro, guarda caso, non si
sono mai lamentati del governo, l’hanno sempre descritto come un
gruppo di "eroi", e allora che democrazia è?
Vedi la RAI e ti viene voglia di partire Rai Uno è il canale che va
in diretta nel mio paese da una ventina d’anni, da quando il nostro
governo ha cominciato ad avere un buon rapporto di amicizia con
il governo italiano (e forse è per questo che il nostro governo ha
dato asilo a Bettino Craxi).
E proprio Rai Uno ha avuto un ruolo fondamentale perché ha dato
il coraggio a molti tunisini di emigrare in Italia: perché quando
uno guarda quei programmi, e vede quel modo di vivere, vede e
sente la democrazia, e anche la bella vita.
Poi ci sono i primi emigrati tunisini, che quando ritornano in
vacanza nel nostro paese fan vedere che economicamente stanno
bene, comprano case, hanno macchine vestiti di marca, conti i;
banca, e allora gli altri pensano solo che dall’altra parte, in
occidente, la vita sia migliore. Perché da noi invece, la macchina,
l’abbigliamento di marca, i ristoranti, queste cose se le può
permettere solo la categoria dei ricchi. Ci sono allora, mi sembra,
tanti motivi che spiegano le buone ragioni di quelli che hanno
scelto di emigrare.
Vedi Napoli e poi muori
Storia vera di un immigrato nella città del golfo
Febbraio 1999
Napoli per me è come una seconda patria, una città che presenta
grandi contraddizioni e proprio per questo interessante da visitare:
la gente è spesso buona ed accogliente, però la città per come me
la ricordo io, qualche anno fa, era anche sporca e violenta.
Sono arrivato in Italia con una nave della Tirrenia ed i documenti
in regola, sbarcando a Trapani e poi andando a Palermo, dove ho
trascorso una settimana. ma la mia intenzione era già di
raggiungere Napoli, dove speravo di trovare degli amici.
Da quando, alla metà degli anni ‘80, noi tunisini abbiamo
cominciato ad emigrare in Italia si è sparsa una informazione
dettagliata sul vostro paese: in primo luogo sulla moda, perché a
noi piace molto vestirci all’europea, e poi sul clima e sulle
possibilità di lavoro, sull’accoglienza che potevamo aspettarci…
anche se non era facile capire davvero come ci avrebbero trattato,
perché in ogni paese c’è gente brava e gente che lo è meno!
Però chi aveva esperienza di vita all’estero concordava nel
consiglio di stare alla larga dai connazionali ed ora che sono in
carcere devo proprio dargli ragione!
Dei napoletani invece si parlava molto bene e per questo avevo
deciso di andare a Napoli: ci arrivai in treno, verso le due di notte,
e la prima immagine che mi si presentò furono i barboni che
dormivano per terra alla stazione e la piazza antistante
sporchissima.
Non mi sembrava di essere Europa, ma in qualche povero Paese
dell’Africa e, senza volerlo, esclamai: "Dio mio proteggimi!".
Nei giorni successivi incontrai alcuni compaesani che lavoravano
come operai agricoli stagionali, ma a me non piaceva perché il
lavoro in campagna è pesante e poco pagato senza contare che si
correva il rischio di essere rapinati e anche peggio.
Io sono nato in una grande città e l’ambiente dei piccoli centri
rurali non fa per me, così trovai lavoro a Napoli in un
autolavaggio, dodici ore al giorno per 100.000 lire la settimana.
Capivo che mi stavano sfruttando ma avevo assoluto bisogno di
guadagnare qualcosa, nessuno mi aiutava e almeno riuscivo a stare
lontano dai "giri" dei miei paesani: a Roma, ad esempio, evitai di
andarci dopo aver sentito che parecchi immigrati lì non si
comportavano granché bene. Nell’autolavaggio lavorai per sette
mesi senza un giorno di riposo e divenni amico di tanta gente,
clienti anche di buona posizione sociale: medici, avvocati,
commercianti, poliziotti, siccome vedevano che lavoravo sodo tutti
mi volevano bene.
Tutti mi chiamavano con il soprannome di Alì. Un giorno passavo
vicino ad un ospedale ed un vigile urbano che conoscevo bene mi
chiamò per presentarmi ai medici, agli infermieri ed anche ai
malati: tutti a chiedermi, per scherzare, se avevo fatto soldi, se
avevo la ragazza, mi chiamavano con il soprannome di "Alì".
Il vigile mi disse: "Qui tutti parlano bene di te e voglio aiutarti
perché anch’io penso che sei un bravo ragazzo, ho proposto ad un
amico di assumerti come posteggiatore e lui ha accettato. Ti darà
una buona paga. da mangiare e un posto per dormire".
Gli ho risposto di sì perché mi fidavo di lui, ma il proprietario
dell’autolavaggio dove lavoravo mi sconsigliò di andarci, e anzi mi
disse che mi avrebbe messo in regola e questo per me era
importante poiché mi avrebbe fatto avere il permesso di soggiorno.
Però non poteva regolarizzarmi dandomi 100.000 lire la settimana,
e alla fine me ne offrì 150.000 ed erano sempre poche: con un
lavoro part-time di scaricatore avrei comunque arrotondato a
200.000!
Certo è duro fare due lavori, 15/16 ore al giorno, ma ero arrivato
in Italia con un progetto, quello di lavorare e mandare soldi alla
mia famiglia per mostrare loro che sono in gamba: giovane ed in
salute, potevo anche resistere ad un po’ di fatica!
Dopo due giorni, comunque, vennero a prendermi per portarmi al
nuovo posto di lavoro: erano con una Mercedes accompagnata da
quattro potenti moto, tutti giovani tra i 25 ed i 27 anni ed il vigile
stava con loro.
"Ciao Alì, sei pronto?".
"Sì…".
"Ti presento Alberto".
"Piacere". (Era un ragazzo alto, biondo e muscoloso).
"Mi ha parlato di te Antonio (che sarebbe il vigile), per me vai
bene e ti garantisco tutto quello che lui ti ha promesso, oltre ad un
milione al mese. Ok?".
"L’ufficio" era l’ombrellone con il tavolino dove avevo mangiato
Poi sono salito sulla macchina con Alberto, che era figlio del
padrone del parcheggio.
Scortato dalle moto mi sembrava di essere un diplomatico o un
presidente, ma non dicevo nulla. Ci siamo diretti ai quartieri
spagnoli, passando da un vicolo all’altro, fino a che siamo arrivati
al posto di lavoro. Erano quasi le otto di sera. Scendiamo nel
quartiere: c’era un uomo seduto sotto un ombrellone da spiaggia,
che mi fu presentato come il padre di Alberto. Mi disse di sedermi
con lui e poi chiese al figlio di portare una birra ed una pizza per
me.
Mentre mangiavo lui mi parlava di tante cose, si chiamava Franco,
ma io ero impaziente di vedere il parcheggio dove avrei lavorato.
Finalmente Alberto si decise a mostrarmelo: mi aspettavo di salire
su una macchina o un motorino per raggiungerlo invece mi disse di
seguirlo a piedi nel labirinto di vicoli e vicoletti. Mi mostrò le
automobili addossate ai muri. 100 in questo vicolo, altrettante in
quello che fa angolo. Quello era il "parcheggio…", mentre
"l’ufficio" era l’ombrellone con il tavolino dove avevo mangiato, le
chiavi delle macchine erano appese al muro sopra il tavolino.
Tra me mi dicevo: "Dovrei difendere queste macchine da tutti i
ladri di Napoli!? Qui si ammazzano per un motorino, forse è
meglio che ci ripensi prima che sia tardi…". Ma Franco mi fece:
"Alì, ti faccio vedere dove dormi".
Partiamo con il motorino ed in 30 secondi siamo arrivati: in un
cantiere edile, chiuso tra i palazzoni del quartiere, c’è la "mia"
roulotte, pulita ed adatta alle mie esigenze.
Alberto mi rassicura: "Qui tutti mi rispettano perciò non devi aver
paura di niente, vedrai che ti troverai bene…".
Io non osavo aprire bocca perché, da una parte, non credevo ai
miei occhi, dall’altra mi sembrava una pazzia accettare quel lavoro,
ma il mio carattere mi obbligava a rispettare gli accordi presi. a
non tornare indietro: "Quando comincio a lavorare"? chiedo.
"Questa sera", mi risponde (anche di notte si lavora, questa è
proprio bella!) "Va bene", dico, accettando definitivamente.
Ritorniamo in "ufficio" e lui se ne va dicendomi che sarebbe
ritornato subito. Rimango così solo mentre cominciano ad arrivare
le automobili con i clienti: mi chiedono chi sono ed io li informo
che sono il nuovo parcheggiatore. Mi chiedono dov’è Franco, dico
a tutti che tornerà presto: loro rispondono che non lo vedono da
parecchio tempo. Mi lasciano le chiavi e se ne vanno. Per fortuna
arriva Alberto a farmi vedere come vanno sistemate le macchine.
Suo padre non si fa più vedere e con lui posso parlare liberamente
tutta la sera. Mi sembra un bravo ragazzo. Arrivano anche molti
suoi amici, un vero esercito, scherzano e ridono come matti, io
cerco di essere serio ma loro continuano a sghignazzare. Capisco il
motivo quando vedo che scaldano dell’hascish. Cominciano a
fumare ed invitano anche me a farlo, mi dicono di non avere paura
e che quella ‘roba" in fondo viene dal mio Paese. "Vi sbagliate", gli
rispondo, "l’ho vista soltanto in Italia, in Tunisia non c’è: non
sono mica algerino io!".
Continuarono a fumare ed a scherzare fino alle quattro del
mattino e prima di andare a casa usarono il collirio per cancellare
dagli occhi il rossore causato dall’hascish nel timore di essere
scoperti e rimproverati dai loro genitori.
Rimasto ancora solo mi prese la paura e pensai che dovevo
accettare di fumare con loro, almeno se fossi morto non me ne
sarei accorto. pensavo seriamente che in quel posto sarei finito
ammazzato!
Come Dio volle arrivò la mattina e i clienti abbonati al posto
macchina andarono a lavorare, arrivarono altri automobilisti che si
fermavano solo qualche ora ed anche una signora bionda che
Alberto mi presentò come sua madre.
Passano così i primi due mesi e sono già diventato amico di tutta
la gente del quartiere: uomini, donne, ragazzi e bambini,
proprietari di negozi. Con Alberto ed i suoi amici ho imparato a
fumare hascish, ma ho anche cominciato a sentire voci strane
riguardanti suo padre: sarebbe tossicodipendente di cocaina. Per
me fu un duro colpo. Una mattina era appena arrivato e provai a
chiedergli il denaro che mi doveva, volevo depositarlo al sicuro in
banca.
Lui mi prese in giro e sparì dalla circolazione per evitare di
pagarmi; suo figlio Alberto ne aveva paura perché aveva trascorso
15 anni in carcere, lo aveva lasciato che era bambino e rivisto
quando oramai aveva vent’anni, e non aveva per lui vero affetto.
La madre era nella stessa condizione: aveva aiutato Franco in tutti
gli anni di carcere ed appena lui era uscito l’aveva tradita con
un’altra donna, dalla quale aveva avuto un figlio.
Fu proprio la madre di Alberto a dirmi: "Alì, ti voglio bene come
un figlio, ecco i soldi che ti spettano e se Franco non ti paga a fine
mese sei libero di andartene".
Una notte mi trovai davanti due uomini intenti a rubare una delle
"mie" macchine
Nel frattempo era arrivata l’estate e nel tempo libero andavo a
passeggio per i quartieri spagnoli scoprendo i misteri della città.
Mi chiedevo da tempo dove andassero uomini e donne, che
rimanevano fuori casa fino a tarda notte: parecchi si trovavano in
bische clandestine per giocare a carte e sniffavano cocaina per non
farsi vincere dal sonno. Loro stessi mi consigliarono di non giocare
e di stare alla larga da quel "giro".
Passato qualche giorno però mi offrirono un "tiro" di cocaina, e mi
sembrò piacevole farlo con loro perché erano tutte persone
simpatiche.
Franco aveva cominciato a trattarmi bene, mi portava al ristorante
e mi dava perfino soldi in anticipo ma un giorno abbiamo litigato e
gli ho detto che sarei andato via.
Tornai alla mia roulotte e dopo un paio di ore arrivarono tutti gli
"amici" per convincermi a rimanere: Alberto, suo padre, sua madre
e altre persone del quartiere. Alla fine mi convinsero.
Una notte mi ero messo a dormire dentro una macchina quando
sentii dei rumori insoliti, mi alzai e mi trovai davanti due uomini
intenti a rubare una delle "mie" macchine. Gridai loro di
andarsene ed uno dei due mi sparò due colpi di pistola.
Non mi colpì, per fortuna: una delle due pallottole entrò in una
finestra e l’altra si conficcò nel muro. Mi ero buttato a terra e
quando arrischiai di alzarmi loro se ne erano andati. Non avevo
avuto realmente paura perché ero pieno di cocaina.
La gente del quartiere scese a vedere cosa era accaduto e mi
dissero di non preoccuparmi perché una cosa del genere non
sarebbe più successa: arrivò anche Franco, che si complimentò con
me perché ero stato coraggioso impedendo il furto.
Dopo aver detto questo tirò fuori un sacchetto di cocaina e
sniffammo insieme. Da quel giorno mi offrì regolarmente la droga:
secondo lui, con il mio coraggio mi ero guadagnato la sua
riconoscenza.
Una notte stavo seduto su un’auto e un ladro, avvicinatosi
silenziosamente, mi puntò la pistola alla testa ordinandomi di
dargli le chiavi. Io mantenni la calma e gli dissi che quella
macchina era del "signor X", conosciuto in tutto il quartiere e che
il parcheggio apparteneva ad uno dei suoi uomini. Quello non mi
credeva e per convincerlo ho dovetti dirgli come si chiamavano il
figlio e la figlia del "signor X". A questo punto il ladro si prese
paura, capiva di aver sbagliato e si scusò per questo con me. Così
anche quella volta me la cavai. Intanto quasi tutti i clienti erano
partiti per le ferie estive; una sera arrivano due uomini in
motorino, uno lo conoscevo bene e l’altro non lo avevo mai visto.
il primo mi disse: "Ti presento il signor X!"
Io non volevo credergli, ma quell’altro (il signor X) mi disse: "Ho
sentito parlare molto di te, mi dicono tutti che sei un bravo
ragazzo".
Mi invitò a sedere al tavolo con lui e mi chiese se potevano fare
una "sniffata": io gli risposi che tutto il parcheggio era a sua
disposizione per fare ciò che voleva. Ne offrirono anche a me ed io
accettai. Poi il signor X mi disse che se qualcuno voleva farmi del
male o si comportava male con me dovevo dirgli che ero amico suo
e questo sarebbe bastato a farmi rispettare da tutti .
In seguito, ripensando a quella sera, capii il motivo per cui nei
vicoli non si vedeva anima viva: il padrone era in giro! Dopo un
po’ arrivò un taxi con quattro uomini che non avevo mai visto e
che raggiunsero il signor X al tavolo.
Prudentemente mi allontanai, mentre quelli si trattenevano a
parlare e sniffare. Andai dal taxista, che conoscevo bene, e feci
appena in tempo a salutarlo che lui mi disse in tono di rimprovero:
Alì, sei venuto in Italia per guadagnare e mandare soldi alla tua
famiglia ed ora sei un drogato, ti sei messo nel guai: stavi seduto
con una persona "sbagliata" e già due volte hai rischiato la pelle.
Vai via, Alì, va’ via di qua!".
Quella sera rimasi molto scosso dalle sue parole, andai a sedermi
lontano dal signor X e dai suoi amici per pensare alla mia
situazione: ogni tanto mi chiamavano, andai a comprargli dei dolci
ma evitai di tornare a sedermi con loro. Se ne andarono soltanto
verso le cinque del mattino. Verso le 10 io andai a casa di Franco e
lui mi disse:
"Cosa hai fatto, hai lasciato il parcheggio incustodito!?".
"Quale parcheggio?", rispondo io, "tutti i clienti sono andati in
vacanza". Lui mi disse di sedermi e mi chiese cosa non andava. Io
gli dissi che volevo andare in vacanza ad Ischia per una settimana.
Tutti i ragazzi del quartiere erano andati ad Ischia e mi avevano
detto di raggiungerli.
Allora lui tirò fuori il sacchetto con la cocaina e cominciammo a
parlare, finche si decise ad aprire una valigia e mi mostrò una pila
di atti giudiziari e ritagli di giornale. Erano tutti documenti
riguardanti i reati che aveva fatto e le condanne subite. Andammo
a pranzo al ristorante e poi passammo dalla mia roulotte per
prendere i vestiti leggeri che mi sarebbero serviti in vacanza.
Da lì raggiungemmo il porto dove, salutandolo, gli promisi di
tornare per l’inizio di settembre.
Appena lui se ne fu andato tornai all’uscita e presi un taxi per
farmi portare alla stazione ferroviaria. Saltai sul primo treno in
partenza e la destinazione era Mantova!
"Vedi Napoli e poi muori…".
Un tunisino alla scoperta del profondo nord
Giugno 1999
Per andare da Napoli a Mantova, bisogna prendere il treno per
Milano e poi cambiare. Il treno è quasi vuoto, entro in una cabina
e apro il finestrino, è troppo caldo, l’estate è quasi finita, è
l’ultima settimana di agosto.
Vengo a sapere dal controllore che il treno arriva verso sera, allora
provo a dormire ma non ci riesco. Passano tanti film davanti ai
miei occhi, il mio cervello è confuso, sono tanto agitato e forse ho
paura. Credo, dopo quello che ho passato a Napoli, che non avrò
più problemi di quel genere, ma penso al futuro: a Milano, a
Mantova, nel Nord Italia dove la ricchezza e il lavoro ci sono
dappertutto. Un buon stipendio, una casa tutta per me, poi mi
compro la macchina, vado in vacanza ogni anno a Tunisi. AI
massimo tre anni e mi sposo, porto mia moglie in Italia e viviamo
bene.
Il viaggio è troppo lungo e mi piacerebbe trovare qualcuno con cui
parlare. Voglio chiedere altre informazioni sul nord. Il treno si
ferma a Roma, ma questa città non la posso visitare, è più forte di
me: io voglio lavorare in regola, sono arrivato in Italia per lavorare
non per spacciare droga, la droga non l’avevo mai vista in vita mia,
in Tunisia. Nel mio Paese non sono mai entrato in galera e adesso
vengo qui per finirci dentro!?
Mica sono scemo: Roma. niente, è una città troppo rischiosa!
Non entro aRoma, e poi odio Roma e l’impero romano. Loro
hanno distrutto Cartagine con tutti i cartaginesi, maledetti tutti.
Chiedo a un ragazzo qual è la prossima fermata e lui mi risponde:
Firenze. Mamma mia, niente neanche Firenze, non voglio andare a
vendere droga, io vado a lavorare e basta.
Firenze Centrale: il treno si riempie ancora di più, ma la cosa
strana è che nessuno mi fa compagnia anche se il corridoio è pieno.
Mi piacerebbe che il mio scompartimento si riempisse di fanciulle
con le tette sode in mostra, le gambe lunghe e i fianchi asciutti
come le ballerine di Raffaella Carrà. Niente da fare, speriamo alla
prossima fermata. Il treno si ferma a Bologna Centrale: allora è
vero che esiste un paese con questo nome!? Quando ero a Napoli
avevo incontrato un gruppo di tunisini che mi avevano parlato di
Bologna, io insistevo che loro si sbagliavano, che Bologna non
esiste ma c’è invece la Polonia, un Paese dell’Est Europa. Loro
fanno un lavoro non onesto, mi hanno detto come potrei
guadagnare una barca di soldi. Allora, anche Bologna è da
cancellare.
Il treno continua la sua strada verso Milano, ma ancora nessuno
entra nella mia cabina: possibile che nessuno sia stanco e voglia
sedersi!? Ho cominciato a riflettere su questo tema: possibile che
gli italiani abbiano superato gli arabi nell’ospitalità? Mi lasciano
uno scompartimento tutto per me e loro se ne stanno in piedi per
tutto il viaggio. L’unica cosa che non ho capito è perché nessuno
mi ha chiesto come sto, dove vado, se ho fame, se voglio bere
qualcosa. In questo gli arabi sono più bravi: chi ti ospita divide
con te il pezzo di pane che ha, ammazza l’unico agnello che ha per
far mangiare l’ospite, divide l’unico pezzo di coperta che ha, non
ti senti mai straniero in quel posto.
Per l’arabo l’ospite è una carissima persona, è uno che ha bisogno,
e non c’entra il colore della pelle né la religione: questa è la
tradizione e uno dei valori per cui gli arabi sono famosi.
I pensieri mi hanno portato lontano, ma sono triste perché in tutto
quel tragitto non ho parlato con nessuno. Il treno si ferma a
Milano, tutti i viaggiatori scendono e anch’io. Cammino piano
piano guardando la stazione, sento tante lingue e questo vuoi dire
che ci sono molti turisti. Sento anche la lingua araba ma io non mi
fermo, non la conosco. Arrivo davanti all’uscita, grazie a Dio sono
arrivato a Milano, la seconda capitale, dopo Roma ladrona, come
dice Bossi.
L’unica cosa che l’immigrato non compra è la pianta delle città.
Perché l’immigrato non è un turista
Che gioia, sono arrivato nella capitale dell’economia e della moda!
Nella più ricca città italiana, magari potrò vedere Naomi Campbell
o Van Basten.
Cammino per la città senza sapere dove mi trovo: Milano mi
sembra pulita, le vie non finiscono mai, grandi boutique, ma la
città è vuota. Non c’è quasi nessuno, sono tutti in vacanza: beati
loro che vivono al nord! Ho camminato per ore e devo ritornare
alla stazione ferroviaria. Sono molto lontano ma non ci sono
problemi, l’unica cosa che l’immigrato non compra è la pianta delle
città. Perché l’immigrato non è un turista e la città la scopre da
solo. Arrivo davanti alla stazione, trovo tanti miei paesani, da
lontano vedo un controllo della polizia. Mi ricordo dell’unico
controllo di polizia a Napoli: appena arrivato mi fermano gli sbirri,
mi chiedono i documenti, mostro il passaporto, dopo avere visto i
documenti il poliziotto mi chiede che lavoro faccio. Rispondo che
il mio mestiere è il meccanico. Lui non è convinto, mi chiede di
mostrare le mani, gli mostro le mani e lui mi risponde: "Mi prendi
per il culo?’..
Quella frase non la capisco, lui è agitato e mi dice di seguirlo al
comando. Entriamo e si siede davanti al computer, comincia a
scrivere, ogni tanto si ferma e mi dice: "Meccanico! Adesso ti dico
io che cosa fai!".
Un suo collega arriva e gli chiede chi sono, lui gli risponde.
"Guarda le sue mani: secondo te questo è un meccanico?". L’altro
mi dice anche lui di mostrare le mani, le metto in mostra e lui mi
risponde: .’Mi prendi per il culo?".
Ma come è possibile? cosa c’è di strano, che vuol dire culo?
Quello del computer era nervoso, ha dato un calcio all’apparecchio
e ho capito che non aveva trovato niente dentro su di me: è logico,
ero appena arrivato in Italia.
Ma ora sono a Milano, sono entrato in stazione, il treno arriverà
verso le quattro del mattino. Alla sera la stazione si riempie di
persone strane, sono simili a quelli di Napoli ma non lo so cosa
prendano per ridursi così. Io d’ora in poi voglio solo pensare a
Mantova e al lavoro.
C’è qualcosa che non ho capito, come mai ci sono tante persone
che dormono in stazione e per terra? Io che sono del terzo mondo
non ho mai visto una cosa del genere. Sono dei punti oscuri che
cerco di capire.
Prendo il treno e verso le sei del mattino mi trovo a Mantova, la
Terrasanta della ricchezza, la Terra Promessa. Non ho scelto
Mantova per caso: quando lavoravo all’autolavaggio a Napoli, c’era
un T.I.R. che arrivava ogni mese a fornire merce per il mercato
napoletano, io aiutavo a scaricare la merce su un piccolo camion
per portarla ai clienti e, parlando con l’autista, lui mi diceva che a
Mantova si sta bene, che è un paese ricco, che c’è il lavoro e tutto
in regola.
Mi fermo davanti alla stazione, la prima cosa che chiedo è
l’indirizzo dell’ostello, l’albergo della gioventù dove si paga poco
per un posto letto. Appena entrato all’ostello chiedo di poter
rimanere per un mese, ma non si può per più di sei giorni.
Il mio problema è di ottenere la residenza, per avere il libretto di
lavoro. All’ostello non è male, c’è tutto: letto, bagno, toilette.
Giro per Mantova e ogni tanto trovo dei miei paesani: parlano
poco e nessuno mi mostra o mi convince che qui si sta bene, ogni
mattina vado all’ufficio di collocamento ma non c’è lavoro.
Siccome sono sempre da solo ho scelto una persona che mi fa
compagnia, un algerino che viene da Roma e che mi parla molto di
Roma e di tunisini che guadagnano molti soldi e stanno bene. Lui
è senza soldi e sta male, io ho ancora dei soldi e cerco compagnia:
dopo la mattinata all’ufficio di collocamento andiamo in giro per
Mantova da una strada all’altra, da un giardino all’altro.
I parchi sono pieni di gay e di tossicodipendenti, i tossici mi
chiedono delle "storie" ma io ribatto sempre: "Di quali storie
parli?".
Loro rispondono: "Roba!".
Ma io in storia non ho mai studiato "roba"!
Questo è stato il primo contatto con gli italiani. Il mio compagno
mi chiede di smettere di dormire all’ostello e di andare a dormire
da lui. L’ultima notte in ostello ho comperato tante cartoline, una
delle quali era molto bella, una cartolina di un parco che ho
mandato a tutti i miei amici in Tunisia. Quel parco visto in
cartolina mi piace molto e voglio visitarlo: è un peccato essere a
Mantova e non avere mai visto quel posto.
E’ la prima notte che dormo fuori. Nel parco, sotto gli alberi, non
sono da solo: sono in mezzo a centinaia di marocchini e tunisini.
Da un’altra parte ci sono immigrati del Bangladesh e prima di
dormire si tolgono tutti i vestiti, come fossero in camera da letto.
Noi del Nord Africa, invece, facciamo diversamente e i vestiti li
teniamo addosso, è logico: siamo in un giardino!
I Carabinieri vengono per controllare e non svegliano nessuno, ma
io sono sempre sveglio perché in quel posto non mi sento sicuro.
Pensavo che i Carabinieri venissero per proteggerci, ma non è
vero: nel parco ci sono molti italiani che si fanno le pere nei piedi,
a quei tempi io non sapevo niente e mi sembrava tutto strano.
Chiedo al mio amico algerino cosa fanno quelli lì e lui mi risponde:
"Mi prendi per il culo?".
Ancora questa frase: "per il culo".
"Allora: questi qua sono tossici di eroina e si fanno le pere nei
piedi per non farsi scoprire dai loro familiari".
Prima pensavo che esistesse solo la coca, adesso ho scoperto che
c’è della roba che si chiama eroina. Ma è possibile!? Al mio paese
non c’è.
Passano le giornate, ogni giorno scelgo una strada, cammino per
chilometri e busso a tante fabbriche ma la risposta è sempre la
stessa: "Non abbiamo lavoro".
Ho sentito in giro che c’è la stagione della raccolta delle mele, mi
informo e decido di andare in quel posto "X". I soldi sono quasi
finiti e ho bisogno di lavorare. Prendo un autobus e, dopo quasi
quaranta chilometri, arrivo in una piccola città. Scendo e imbocco
l’unica via principale, basta un’ora per girarla e scopro che è piena
di extracomunitari, marocchini e altri africani, e tutti hanno una
casa. Allora decido di fermarmi in quel paese, perché l’unica cosa
che conta è avere la casa. Entro in un bar per bere qualcosa ma il
padrone mi risponde di no, gli chiedo il perché e lui mi risponde
che "noi" lo sappiamo il perché.
In ogni bar che vado la risposta è sempre uguale. Pensavo che loro
sapessero che per noi musulmani è peccato bere alcolici, ma ho
scoperto dopo che i marocchini del posto ne hanno combinate di
tutti i colori dopo aver bevuto.
Ma che c’entro io: io sono tunisino!
"Ma come: sei tunisino e non sai queste cose!?".
"Sono tunisino, ma non conosco queste cose".
Sono stufo di dormire sotto un albero, quel pino alto e largo dove
siamo sistemati io e l’algerino
Cerco una sistemazione per passare la notte ma niente da fare,
nessuno mi dà ospitalità.
Poi scopro un piccolo albergo il cui padrone è italiano ma ha una
moglie marocchina: ogni sera vado a bere in quel posto.
Loro hanno capito che io e il mio amico marocchino siamo diversi
dagli altri. Piano piano il padrone ci invita a guardare la
televisione: noi beviamo da mezzogiorno fino a tarda sera senza
creare problemi. La moglie, ogni mattina, ci offre la colazione e
anche la doccia gratis.
Il primo padrone che troviamo sceglie molti marocchini e anche il
mio amico, ma io no.
Perché!? Per un mese rimango disoccupato e intanto i soldi sono
finiti: sono preoccupato. Non riesco a trovare un lavoro, né una
casa. Sono stufo di dormire sotto un albero, quel pino alto e largo
dove siamo sistemati io e l’algerino: abbiamo portato due letti e
due materassi ricoperti, tutto regalato dalla Caritas. Fa troppo
freddo e c’è molta nebbia. Quando piove siamo costretti ad andare
in un parcheggio sotterraneo, ma rimaniamo svegli tutta notte
perché ogni tanto arriva una macchina che deve entrare e tocca a
noi spostarci. E’ veramente una vita di merda. Non lo so fino a
quando devo resistere.
Mi sveglio ogni mattina e cammino per una decina di chilometri
girando da una zona industriale all’altra. La risposta alle mie
richieste di lavoro è sempre uguale: "Per il momento non ne
abbiamo".
Altri mi chiedono l’indirizzo: quando loro hanno bisogno mandano
un telegramma. Ma che indirizzo gli posso dare: "giardino X,
primo albero a destra!?".
Con l’algerino ho chiuso: da quando ha preso il primo stipendio è
cambiato, non lo vedo più, beve e mangia da solo. Torna a "casa"
ubriaco e comincia a provocarmi. Ma è possibile, dopo quello che
ho fatto per lui, che adesso mi tratti così?
Siccome non ho soldi non bevo e non mangio più, ma si sa che il
freddo e la fame non sono amici. La notte non riesco a dormire,
rimango sveglio per combattere il freddo e non morire congelato.
L’algerino russa tutta la notte e così io mi arrabbio ancora di più e
lo sveglio. "Chi credi di essere!? alzati che ti mostro chi sono io!".
Così ci siamo massacrati di botte, ogni tanto una pausa ma le
parole non finiscono mai: la mattina siamo stanchi e sanguinanti.
Lui è andato a lavorare e io sono andato a lavarmi; dopo ho
buttato i suoi mobili e così sono rimasto "singol". Con me ho
sempre un pugnale, per proteggermi: non si sa mai, la notte fa
brutti scherzi .
Verso le dieci la marocchina dell’albergo viene a dirmi che c’è un
padrone, amico di suo marito. che cerca operai per la raccolta delle
mele. Accetto subito, perché sono quattro giorni che non mangio,
non bevo e nemmeno fumo.
La mattina seguente vado a lavorare: sul posto ci sono dieci
persone, sette italiani e tre immigrati, gli italiani per la maggior
parte sono studenti, tra noi immigrati c’è un marocchino, un
ganese e io tunisino.
La raccolta delle mele non è un lavoro pesante, ma quello che mi
dà fastidio è di sentire in continuazione bestemmiare "…Dio".
Bestemmiano tutti: da quando sono arrivato a Mantova ne sento
di tutti i colori: "porco cane", etc., etc., ma è possibile!? E’ giusto
bestemmiare!?
Cazzo, hanno di tutto, sono ricchi, hanno la casa, la macchina,
vanno in vacanza: la cosa è veramente strana! Io che non ho niente
non bestemmio e loro che sono fortunati… se un integralista viene
a sapere che da queste partì Dio viene umiliato non gliela fa
passare liscia!
Dopo una settimana di lavoro mi accorgo che una ragazza mi
guarda sempre, ogni tanto i nostri occhi s’incontrano e lei mi
sorride. E’ bionda, occhi verdi, capelli lunghi, alta circa un metro
e settanta. Io rispondo al suo sorriso e il mio cervello subito si dà
da fare, per indagare su cosa vuole quella ragazza da me.
Osservando chi mi stava intorno ho capito che aveva motivo di
guardarmi: ero il più bello, avevo ventitre anni, il corpo asciutto
essendo costretto a fare la dieta per mancanza di soldi, alto un
metro e settantacinque, colorito originale mediterraneo, capelli
neri e occhi marrone: che meraviglia!
Con la scusa di aiutarla a scendere dalla scala cor; il secchio pieno
di mele mi avvicino e lei mi dice: "Merci!".
Io rispondo stupito: "De rien, tu est francaise?".
"No, je suis italienne, j’aime parler francais".
"Je suis tunisien. Je m’appele Nabil, et toi?".
"Stefanie".
"Stefanie di Monaco?".
"No, mais tu es fou".
Lei poi mi dice: "Dopo il lavoro vieni, che andiamo a mangiare
assieme?" A mezzogiorno sono andato da Stefania, che bel nome,
con un chilo di mele. Lei mi guarda, io allora le dico che da una
settimana mangio solo mele e dovrò mangiarle fino a quando
prenderò lo stipendio.
Lei era troppo sensibile, aveva quasi diciannove anni, si sentiva
male quando io le raccontavo la mia storia. Da quel giorno siamo
diventati amici e ci siamo messi d’accordo di non nasconderci
niente. Per me è diventata tutto, mi ha conquistato con la sua
simpatia, la sua bellezza. la sua femminilità, i suoi occhi e la sua
voce sensuale. Ho vissuto come un sogno, ma molto bello. "Zio
cane…" anch’io ho cominciato a bestemmiare, ma non bestemmio
Dio, soltanto mio zio.
Ogni giorno che passa mi innamoro di più, sono talmente legato a
lei che ogni volta che vado a un appuntamento non ci vado con le
gambe ma con il cuore.
"Senti, Stefania, io ti amo. Non posso vivere o andare avanti senza
di te. Non posso guardare la luce senza guardarti".
Lei mi bacia e io le rispondo, ha un sapore meraviglioso. Siamo
finiti nell’albergo della marocchina, abbiamo fatto l’amore.
Da quel momento ho cominciato a pensare solo a lei.
Siccome ogni giorno vado dalla marocchina, lì ho conosciuto
Paolo, un imprenditore calabrese, che ha tanti muratori alle sue
dipendenze, e in quell’albergo Paolo mi ha promesso un lavoro, ma
in nero, come manovale. E un giorno Paolo mi dice: "Domani parti
per Trento".
Le peregrinazioni di Nabil in Italia alla ricerca di un
lavoro
TN come Tunisia, o come Trento?
Agosto 1999
La mia vita a Mantova è sempre uguale, il giro quotidiano alla
ricerca di lavoro, con risposte sempre negative.
Nei primi tempi pensavo che si fossero messi tutti d’accordo per
non dare lavoro agli extracomunitari, come fanno nei bar non
servendo alcoolici ai marocchini, ma spesso hanno ragione, perché
non c’è un bar in cui non abbiano fatto una rissa. Per colpa loro io
e il resto di noi non possiamo bere più, e mi tocca di continuo
aprire un discorso per convincere il barista che non sono violento e
bevo per i cazzi miei.
Ogni volta che mi trovo seduto a pensare mi passano per la testa
brutte idee. Di fronte al piccolo albergo in cui sto io c’è una bella
villetta disabitata e, siccome sono molto interessato, vedo ogni
tanto qualcuno che viene a controllarla, o forse a portare qualcosa.
Non ho più soldi e ogni giorno mi dico che domani notte salterò il
muro ed entrerò in quella villetta, ma ho paura, perché in vita mia
non ho mai rubato, e allora rimando la missione di giorno in
giorno.
Mi domando sempre perché questa vita è fatta così uno ha la casa
che costa centinaia di milioni e la lascia abbandonata e altri, come
me o anche tanti italiani, sono senza casa. Ma questo non conta
niente e sono contento di non essere entrato in quella villetta. La
fortuna ha bussato al mio albero e mi ha fatto conoscere Paolo,
Mimmo e Franco.
Sono ex muratori, titolari di una impresa edile, hanno lavorato
sodo e hanno risparmiato tanto per riuscire ad aprire questa
impresa, e ora chiamano molti muratori da Reggio Calabria per
lavorare in cantieri del nord, ma in nero, niente lavoro in regola.
I padroni pagano bene, anche l’albergo e il mangiare, possono
permetterselo perché non danno niente allo stato. Un giorno mi
spiegano che hanno bisogno di un manovale per un cantiere a
Trento. La mia risposta è che sono disposto anche ad andare sulla
Luna, pur di avere un lavoro.
Loro mi dicono com’è il lavoro, che devo dormire in albergo e
mangiare a spese loro, e lavorare dieci ore al giorno. Se ero
d’accordo saremmo partiti subito, e a me stava bene così.
Salgo in macchina con Paolo, un Mercedes 250 TD, prendiamo
l’autostrada e intanto parliamo del mio paese. Lui mi racconta che
è stato all’estero per lavorare, in Germania, Polonia e Libia. Della
Germania mi dice che in molti cantieri i muratori sono quasi tutti
italiani: della Polonia invece mi descrive le donne ed i
divertimenti. Poi mi racconta una storia sulla Libia: era andato
con un’impresa per costruire il porto di Tripoli, lì non c’erano né
alcoolici né donne disponibili. Era molto dura, in un paese dove la
temperatura arriva a cinquanta gradi: una volta mentre viaggiava
in macchina e si era fermato ad una fontana pubblica per bere,
nello stesso momento arriva una limousine con a bordo un libico,
scendono molti bambini e donne che portano il chador, nonostante
il caldo sono coperte dalla testa ai piedi, si vedono solo i loro
occhi.
Il marito, vedendo che lui le guardava, lo ha aggredito e quasi gli
sparava ma come si era permesso di guardare le sue donne,
bastardo! Lui si è difeso dicendo che non le guardava perché non
c’era niente da vedere, solo i loro occhi.
E il libico allora gli ha risposto che lui era fortunato perché era
straniero e non capiva le regole del posto, se l’avesse fatto uno di
lì, il suo corpo sarebbe stato servito su un piatto d’argento per i
lupi del deserto i libici sono molto riservati e hanno una mentalità
molto antica.
Mentre facevamo questi discorsi non mi ero accorto che era
cominciato a nevicare. La strada si era imbiancata e ai lati della
carreggiata la neve era già alta, era come guidare nel deserto.
Oramai eravamo in Tunisia, tutte le macchine erano targate TN
che vuol dire Tunisia. Ma che cazzo dici, mi fa Paolo, quella è la
targa di Trento.
Arriviamo a Trento verso le sei del pomeriggio, dalla finestra
guardo la gente che cammina per la strada con vestiti pesanti. fa
molto freddo, la temperatura è di sette gradi sotto zero. Gli alberi,
le macchine, l’erba, sono coperti di ghiaccio. per fortuna non sono
venuto qui per cercare lavoro, se avessi dovuto dormire sotto un
albero sarei sicuramente diventato un blocco di ghiaccio.
Quando telefono ai miei famigliari, dico sempre che sto bene e
abito in una bella casa
Quando telefono a casa non dico niente ai miei famigliari, dico
sempre che sto bene e abito in una bella casa, che tra poco
comincerò a lavorare.
Loro mi chiedono sempre quando ritorno a Tunisi e la risposta è
sempre che torno entro l’anno. Non voglio che loro si preoccupino
e se racconto la verità mi dicono di tornare subito, ma io ho la
speranza che arrivi il giorno in cui troverò una casa e un lavoro,
costi quello che costi. Però comincio a pensare che aveva ragione
mia madre, quando diceva che in Italia non si sta bene, che ci sono
soltanto gli spaghetti e la mafia.
Paolo si ferma davanti a un albergo, entriamo. Al banco del bar
c’è una bellissima ragazza, giovane, bionda, con gli occhi azzurri.
Paolo parla con lei e le dice che sono uno dei suoi operai, io
sorrido sentendo un dialogo dialettale tra un calabrese e una
trentina.
La ragazza mi chiede i documenti e mi dice:
- Chi sei, Alì Babà?
- Porco zio, non sai leggere, scusa?
Prendo la chiave e vado nella mia camera, dormo con altri due
muratori. Faccio la doccia e poi scendo al ristorante. La ragazza
del bar mi fissa e il computer del mio cervello si mette in moto, il
suo sguardo non è cattivo, quindi cerca il dialogo.
Le chiedo dov’è Paolo e lei mi indica un tavolo, ci vado e mi
siedo, loro sono in sei e al tavolo di fianco ci sono altre otto
persone. Tutti mi guardano e io saluto, Paolo spiega che da
domani faccio parte del gruppo, i ragazzi sono giovani, hanno la
mia età. Ordino da mangiare, non conosco i prezzi e prendo
spaghetti con il ragù, bistecca ai ferri, insalata mista e birra. Quel
gruppo lo conosco per averlo visto a Mantova, abbiamo parlato
alcune volte.
Per avviare il discorso uno di loro mi dice come mai, se sono
mussulmano, bevo ugualmente birra e mangio carne di maiale.
La pasta ormai l’ho mangiata e bevo perché mi piace, lo so che è
peccato bere, ma anche in Tunisia la maggior parte delle persone
beve, anche mio padre. Il maiale invece non lo mangio perché
quello è un peccato più grave, ho mangiato la pasta con il ragù
perché non lo sapevo che conteneva maiale.
Paolo mi dice di mangiare e di non preoccuparmi, che paga lui. Gli
ho chiesto di mostrarmi il lavoro, ma lui mi dice di andare a
dormire tranquillo che saremmo andati a vederlo il giorno dopo.
Siamo andati in camera: gli altri dormono tutta la notte e russano,
io non riesco a dormire, sono stanco ma non ci riesco. Il letto è
morbido e la stanza molto calda, è una cosa nuova per me e il mio
corpo da molto tempo è disabituato al letto. La mattina alle sette
la sveglia suona ci laviamo e scendiamo al bar per la colazione, poi
andiamo al cantiere.
Non racconto bugie, al mio paese non avrei mai fatto questo tipo
di lavoro, neanche se mi avessero pagato molto bene, piuttosto
sarei rimasto disoccupato. A noi tunisini della capitale il lavoro
non piace e ci vergogniamo quando una ragazza ci chiede che
lavoro facciamo e dobbiamo rispondere il muratore.
Lei direbbe:
- Sei matto? Non ti vergogni a parlarmi, io non faccio amicizia con
un muratore, e tanto meno penso di sposarlo, ma vai…
Faceva molto freddo, nove sotto zero, porco zio. Al cantiere, il
lavoro era rimandato di una settimana, ma il geometra trentino ci
ha dato ugualmente un compito per non rimanere con le mani in
mano. Io sono stato il più fortunato, mi è toccato pulire il
cantiere: agli altri è toccato portare su per le scale le porte
blindate. Sono proprio molto fortunato.
A mezzogiorno andiamo a mangiare, uno di loro, che mi sembra il
capo, mi dice di prendere il suo posto e che lui avrebbe fatto il
mio lavoro.
Ma come, il geometra mi ha dato quel lavoro. Forse tu non hai
capito bene chi comanda la squadra?
Il pomeriggio lo passo portando porte blindate in ogni stanza,
mamma mia come sono pesanti. Finito il lavoro andiamo in
albergo, mangio e mi metto a dormire. La mattina mi svegliano e
sono l’ultimo ad alzarmi, corro a lavarmi al lavandino, riempio le
mani con l’acqua calda e mi accorgo di non riuscire a piegare la
schiena, provo un’altra volta, sono molto spaventato per la mia
salute e temo di perdere il lavoro. Mi lavo in piedi bagnandomi i
vestiti, scendo in fretta al bar.
C’è Anna, la cameriera, che mi dice:
- Buongiorno Alì Babà!
- Ancora con questo Alì!
- Ma perché ti arrabbi?
- Lascia perdere, ne parliamo quando torno dal lavoro.
- Ok, buon lavoro Alì Babà.
Un altro giorno di lavoro forzato, è molto pesante ma sono
costretto a farlo, non ho altra scelta, non ho un soldo in tasca e
devo avere pazienza. Piano piano ritornerò in forma, sfiderò il
passato e anche il presente, non lascerò che questi montanari e
quei pecorai si lamentino del mio lavoro.
La sera, tornando in albergo, la prima che incontro è Anna, che mi
accoglie con un bel sorriso.
- Ciao Anna.
- Ciao Alì Babà.
- Ma porco zio, non vedi che questo nome mi dà fastidio!?
- A me piace. Cosa vuoi bere?
- Una birra grande.
- No, Alì Babà, tu sei mussulmano e per te è un peccato bere
alcoolici.
- Falla finita con questo nome, non lo sopporto più, ho un passato
che voglio dimenticare e inoltre io sono un mussulmano di quelli
che bevono.
Di Anna mi piace il modo di parlare, la voce molto carina, che
colpisce il cuore.
- Anna, è un peccato che ti sei sposata così presto.
- Ho capito, magari aspettavo te e così mi sposavo Alì Babà.
- Non scherzo, sono felice per te.
Con il gruppo non c’è un buon rapporto, non capisco il motivo ma
continuo a lavorare in quel cantiere, anche se sono distrutto.
Questo gruppo viene da un paesino, al massimo sono cinquecento
abitanti e non sanno nulla del mondo: è la prima volta che lasciano
il loro paese e quando non hanno lavoro come muratori portano a
pascolare le pecore.
Ogni tanto mi fanno arrabbiare, succede quando mi dicono che
loro non sono razzisti. Che me ne frega, mortacci vostri. A fine
mese il grande pecoraio mi chiede se voglio andare con lui a
Mantova. Ci vado volentieri.
Durante tutto il tragitto io rimango a guardare le montagne
coperte di neve, gli alberi verdi che danno gusto a quella
meravigliosa natura intatta come l’ha creata Dio. La città di
Trento non mi è piaciuta, meglio Mantova e Napoli. Il pecoraio
corre a duecento chilometri all’ora e io ho paura, durante tutto il
percorso mi parla del suo paese che gli manca molto, delle cento
pecore che ha lasciato in custodia a suo fratello. Mi parla di come
fanno il formaggio, della moglie e dei suoi due figli. bel discorso,
ma meno male che siamo arrivati.
La sera verso le undici risalgo in macchina con il pecoraio per
tornare a Trento. Arriviamo a tarda notte, dormiamo e la mattina
andiamo a lavorare, avanti così per tre mesi. Dopo mi sono
fermato perché ho capito il motivo per cui i pecorai non mi
vogliono con loro. hanno un parente disoccupato e vogliono
metterlo al mio posto. Grazie a Dio ho lavorato tre mesi e ho
risparmiato un po’ di soldi, ma adesso devo decidere dove andare.
Certo, a Trento non rimango. Paolo mi chiede di restare con lui e
mi dice che ho lavorato molto bene, che il geometra gli ha detto di
come si sono comportati con me gli altri del gruppo.
Mi dice ancora che ha altri cantieri a Trento ed io accetto di
prendere lavoro in un’altra squadra. Preparo la mia roba, sono
incazzato, maledetti tutti, zio cane, maledetto il giorno in cui ho
deciso di venire in Italia.
La prima parte del mio soggiorno a Trento si chiude così con una
gran rabbia.
Nabil e le donne...
Ottobre 1999
Paolo, il mio datore di lavoro, è un tipo molto in gamba.
Somiglia a Saddam Hussein, scuro di carnagione e con i baffi folti,
in confronto a lui io sono molto più bianco. È alto e con le spalle
larghe, non parlo delle mani, che sembrano due mattoni.
- Non preoccuparti, Nabil, basta che tu lavori bene e io sempre
lavoro per te, se c’è qualcosa che non va telefonami. Adesso ti
porto in un posto meraviglioso, dormirai in un albergo a tre stelle
e con una ottima cucina.
- Ma scusa Paolo, ci sono le donne per…
- Stiamo andando in una zona turistica piena di donne, basta che
sai come fare per portarle a letto. Voi siete furbi, venite soli e non
portate le vostre donne, poi volete fare l’amore con le nostre. Io
sono stato in Tunisia per un anno e non ho mai visto una coscia.
Stiamo viaggiando, ci troviamo in un paesino di montagna a 1750
metri di altitudine, in vita mia non ho mai visto una pista di sci e
oggi è l’occasione buona per vederla e anche per provare a sciare:
con queste cose io non scherzo, voglio portare a casa un souvenir.
La macchina di Paolo si ferma davanti ad un albergo a quattro
stelle, molto grande con un grande parcheggio zeppo di macchine e
autobus con targhe tedesche. Che meraviglia!
Paolo aveva detto a tre stelle, adesso sono diventate quattro: lui
tratta bene i suoi operai.
Salgo in camera per fare la doccia, la mia camera è al terzo piano
ed è per tre persone con la cassaforte, la televisione, etc. Davvero
una meraviglia, ora serve solo andare d’accordo con questi due
operai. Scendo al bar e trovo Paolo con gli altri due, con i vestiti
da lavoro. Ma guarda che roba, al mio paese non li fanno entrare
così neanche se pagano il doppio, qui invece sono tutti uguali basta
pagare. I due hanno circa quarantacinque anni, sono scuri come
Paolo, uno con i baffi l’altro senza. Paolo mi presenta loro e parla
bene di me.
Dopo andiamo al ristorante, non sembra di essere in Italia, ma in
Germania: donne bionde di tutte le età, la cameriera arriva e tutti
ordinano da mangiare. Nel frattempo loro parlano di lavoro ed io
sto a guardare le donne, sono molto affamato di un corpo di
donna, magari se su un piatto mi portassero una bionda cruda, mi
ci butterei per ventiquattr’ore di fila.
Mangiamo e bevo la mia solita birra: faccio fatica a capire il loro
dialetto, ma lo stesso capisco che uno dei due operai ha viaggiato
in molti paesi d’Europa, mentre l’altro è un pecoraio che non ha
mai lasciato il suo paese in Calabria. Io sono molto intelligente e
questa volta devo usare il mio cervello per rimanere a lavorare:
bisogna studiarli e dopo userò la mie armi.
La mattina alle sei ci svegliamo, facciamo un salto al bar e poi via,
al cantiere dove stanno costruendo una pista di pattinaggio sul
ghiaccio: siamo solo noi e un altro operaio che lavora sulla ruspa.
Il mio compito è quello di manovale e loro fanno i muratori,
questa è una fregatura perché mi tocca correre a destra e a sinistra
e loro non sono mai contenti, sono veramente distrutto.
Porco zio, lavoro come un matto, fa molto freddo ma sento il mio
corpo come infiammato. A mezzogiorno andiamo a mangiare e così
cominciamo a chiacchierare: come al solito tocca a me parlare del
mio paese, del perché sono venuto in Italia.
Uno dei due, di nome Toni, mi è piaciuto subito perché è un uomo
di esperienza e ha viaggiato molto, sua moglie è polacca. L’altro è
come un animale, mangia molto piccante come fanno gli arabi, ma
non sa neanche parlare, quindi posso definirlo solo un pecoraio.
Piano piano io e Toni siamo diventati amici, visto che anche lui
non va d’accordo con l’altro, Salvatore. Il bello arriva presto,
Salvatore fa il muratore ma non è molto bravo e quando buttiamo
il cemento armato non se ne viene mai fuori. La mattina, quando
togliamo le tavole di legno, i muri escono brutti, il geometra si
incazza e anche noi perché ci tocca ogni volta rifinire il cemento
con la pala ed è lavoro extra Litighiamo sempre, io e Toni
trattiamo male Salvatore e lui è sempre zitto perché sa di aver
fatto brutta figura. Ha preso in giro Paolo dicendogli che era del
mestiere, invece era soltanto un manovale.
Quando andiamo al ristorante Toni mi dice sempre di smettere di
bere birra e di bere vino assieme a lui, così sono passato da un
boccale di birra a tre litri di vino al giorno.
Al cantiere io e Toni facciamo tutto il lavoro e Salvatore prepara il
materiale, ma quando arriva il geometra io torno a fare il
manovale, altrimenti si creerebbe un problema .
Quando si tratta di buttare il cemento il geometra mi dice di farlo
io di persona, perché i muri che avevo fatto io erano usciti puliti e
non lo so come mai, forse per colpa del vino perché sul cantiere
ero sempre ubriaco. Ma quello che conta è che il geometra parli
bene di me e anche gli altri due.
Sono passati tre mesi e non ho ancora visto donne…
Sono passati tre mesi e non ho ancora visto donne, sono molto
affamato, come una bestia. Un giorno arriva Paolo e ci chiede di
trasferirci in un altro albergo che gli ha consigliato il geometra, ha
lo stesso servizio e costa meno. Appena arrivati troviamo la
padrona, una donna meravigliosa, indossa una minigonna ed una
camicetta con un bottone di troppo aperto: mostra due gobbe più
grandi di quelle di un cammello, che io me le mangiavo con gli
occhi.
Non ho smesso neanche cenando di osservarla, lei camminava in
mezzo ai tavoli come una modella in passerella, mamma mia che
donna! La padrona faceva anche la cameriera, suo marito faceva il
cuoco e avevano un bambino di un anno. Gli italiani sono molto
tirchi anche facendo i figli: se questa donna sposa un arabo lui le
fa fare un esercito di bambini!
L’albergo non è molto pieno, siamo alla fine della stagione sciistica
e sta arrivando la primavera: io, da tre litri di vino al giorno sono
passato a sei, sono sempre ubriaco eppure me la cavo bene sul
lavoro: cammino sui ferri, sulle tavole, butto il cemento, e la
mattina dopo non ricordo niente di quello che ho fatto il giorno
prima. È lo spirito di vino, un miracolo.
Piano piano la padrona si è accorta di me, di come la guardavo, e
abbiamo un po’ più di confidenza: parliamo sempre di tanti
argomenti, di come i due calabresi si incazzano quando lei li
chiama terroni. Per me è normale, lei mi ha battezzato con il nome
di Billy, grazie a Dio è finita la storia di Alì. La padrona mi dice di
smettere di seguirla con gli occhi ma io non posso, mi piace, come
una Madonna: mi fa impazzire. Lei mi ripete che con questi
comportamenti non arrivo a niente.
Allora, perché vuole impedirmi di sciacquarmi gli occhi?
- Da molto tempo non tocco una donna e adesso per fortuna ho
trovato te e sono molto innamorato, sono pazzo del tuo modo di
camminare, della tua voce, aiutami, abbi pietà di me, non lo faccio
più! Ho una bella idea, considerami come una lampadina della tua
camera da letto, mettimi come un soprammobile sul televisore,
come una coperta che ti dà calore quando dormi, come l’acqua
quando fai la doccia.
- Ma guarda che tipo sei, ti aiuto io a trovare una donna.
- Io non voglio andare con nessun’altra donna, solo con te. Con
me fai un casino di bambini.
- Tu sei matto, cosa faccio con molti bambini, me ne basta uno.
- Sei veramente strana, perché non fai come fanno tutti gli altri
italiani.
- Come fanno gli altri italiani?
- Ogni donna ha un amante e ogni uomo pure e se un giorno lui
scopre che stiamo assieme, puoi rispondergli che io faccio il lavoro
che agli italiani non piace fare.
- Ma cosa mi racconti, io sono felice con mio marito.
- Va bene, io non ho detto nulla, ma almeno cambi genere, fuori
dalla solita routine.
- Guarda è meglio che te ne vai, altrimenti mi fai impazzire con la
tua filosofia.
- Aspetta, dammi un bacio e ricordati la tua promessa, che mi
troverai una donna.
- Va bene, te lo do ma sulla guancia, va bene?
- Perché sulla guancia, cosa cambia se sulla bocca? È tutta carne!
Sulla guancia ok, meglio di niente.
Però com’è dura questa donna! Gli altri due sentono e non dicono
una parola, ma appena lei se n’è andata mi hanno detto se sono
matto.
Ma perché, noi arabi, per le donne giovani, vendiamo tutto quello
che abbiamo. Il nostro libro sacro, il Corano, scrive che il paradiso
è sotto i piedi delle donne (ndr: precisamente dice sotto i piedi
delle madri).
Beviamo una bottiglia di vino, almeno da una parte andiamo in
paradiso, anche se con quest’ultima bottiglia finiremo all’inferno.
La sera la passiamo al bar, cercando di fare qualche conquista.
L’albergo è pieno di tedeschi, ma sono tutti di mezz’età, alti e
biondi e grossi, mangiano solo maiale e patate e bevono molto. Io
e Toni ci buttiamo sui loro tavoli e cerchiamo di conquistare
qualche donna, parliamo qualche parola di tedesco e qualche parola
di italiano e di francese, il resto lo facciamo intendere con le mani,
come tra muti.
Continuano le avventure di Nabil, tunisino
immigrato in Italia
"Se ti fermano per un controllo…, devi dirgli che sei appena
arrivato…" (E’ quello che consigliano i suoi "padroni" a Nabil,
eterno lavoratore in nero. Continuano qui le sue vicende italiane:
la mancanza di soldi, i luoghi precari in cui abitare, il lavoro mai
in regola e naturalmente le donne… Dopo Napoli e Mantova,
ancora Trento)
Dicembre 1999
Ogni giorno andiamo a lavorare già distrutti, ma il miracolo
continua. Dopo qualche mese Paolo, il mio datore di lavoro, arriva
con un nuovo operaio: è anche il giorno di paga, ma prima ci
presenta il nuovo manovale, il suo ruolo l’abbiamo capito subito:
porta una valigetta con i soldi e la apre, però nel frattempo tira
fuori la pistola. Poi chiama gli operai, uno alla volta, chiede loro
quanto hanno lavorato, e li paga: arriva il mio turno, porco zio, mi
sembra di essere in Texas.
- Tu non hai ancora capito niente di noi italiani, qui non possiamo
fidarci di nessuno.
- Guarda, Paolo, ho capito fin troppo bene e il gesto mi è piaciuto,
ma la prossima volta invece della pistola porta un mitra.
- Dai, ragazzo, non stiamo mica scherzando: siamo in mezzo alla
strada e possono fermarci i carabinieri. Se ti fermano per un
controllo devi dirgli che sei appena arrivato e sei ancora in prova,
che il tuo libretto di lavoro ce l’ha il mio ragioniere a Reggio
Calabria. Non ti metto in regola altrimenti toccherebbe a te pagare
le spese dell’albergo e del mangiare.
- Io sto bene così.
- Bravo ragazzo, continua così e vedrai che lavorerai sempre per
me.
- Inshallah!
- Che vuoi dire questa parola?
- Se Dio vuole.
Ci lasciamo tutti contenti, le tasche sono piene di soldi e io devo
pensare a come spenderli, Toni li vuol portare alla moglie e passare
le vacanze con lei, Salvatore vuole andare al suo paese e passarvi
una settimana.
Anche il nuovo arrivato ha deciso di andare con loro ed io sono
rimasto solo in camera. Una sera la padrona mi dice, servendomi il
primo:
- Comportati bene questa sera, ti ho trovato una ragazza.
- Lo sai che io non voglio nessuna, voglio solo te.
- Ma falla finita, altrimenti rimani senza del tutto.
Adesso è andata a cambiarsi e poi scende a cena, chiamala al tuo
tavolo e non preoccuparti. l’importante è che ti comporti bene.
Il ristorante è ormai pieno, sono arrivati due pullman di tedeschi e
l’unico tavolo libero è rimasto il mio, la lingua che si sente nella
sala è solo il tedesco.
Intanto il mio cervello è al lavoro, penso che tipo sarà questa
donna, magari è buona e bella, come piacerebbe a Hitler di razza
ariana.
Qui sono l’unico diverso
Ogni tanto qualcuno mi guarda, sono l’unico diverso, ma anche io
li guardo e rispondo al saluto alzando il bicchiere per un brindisi.
- Siete tutti bugiardi e mi prendete per il culo.
- Billy, che cos’hai, perché parli da solo? Eccola qua, è tutta tua.
Mi giro e guardo in su, porca miseria, è un armadio, avrà sui
quarant’anni e non è molto bella, ma è bionda e ha gli occhi
azzurri, come piacciono a me, inoltre è vestita in maniera molto
sexy.
- Guarda, lei parla un po’ di italiano così potete capirvi meglio.
Cosa prendi di secondo?
- Io prendo un fegato al sangue.
- Ma scherzi, con questa ti basta un solo fegato, non fare lo
spiritoso: cosa prendi?
- Va bene, portami una bistecca di manzo e un’insalata di
contorno. Please miss - lo mi chiamo Maria.
- Questa è bella, Maria e Billy.
- Cosa mangi?
- lo non ho molta fame, mi basta un piatto freddo.
- Ah, voi tedeschi, non avete mai fame, mangiate solo piatti
freddi. Puoi mangiare quello che vuoi perché stasera offre la casa.
- Billy, guarda che la casa non offre niente.
- Sto scherzando, offro io.
- Davvero, io non ho fame.
- Dai, lo so, girate tutto il giorno a piedi e non è possibile che la
sera tu non abbia fame. Non preoccuparti, sei mia ospite.
Così, lei che non aveva fame, ha ordinato la pasta, la bistecca più
un piatto di prosciutto con il melone, una fetta di dolce e il caffè,
senza parlare del vino. Io oramai sono pieno, parliamo di tutto.
Lavora in una casa automobilistica come operaia, ha un figlio di
otto anni ma è divorziata e il figlio vive con il padre, così lei si può
divertire.
Il ristorante oramai è rimasto vuoto, siamo soltanto noi due: arriva
la padrona e si meraviglia che siamo ancora lì.
- Pazienza, sto studiando l’avversario, mica si scherza con questa
tipa. Portaci un’altra bottiglia che chiudiamo la serata, ma in
camera mia.
- Ma perché non approfittate di questo tempo e andate a letto?
- Il fatto è che io ho paura, perché non vieni con noi?
- Smetti di scherzare, adesso devo chiudere.
- Sei fortunata, io ho lavorato in un bagno turco e so fare bene i
massaggi.
- No grazie caro, i massaggi me li fa mio marito. Dai, Maria,
portatelo via che oramai è fuori di testa.
- Sai Billy, mi piaci tanto perché sei molto spiritoso, ti va sempre
di scherzare e con te mi trovo a mio agio.
Anche io mi sento a mio agio, nel frattempo andiamo nel corridoio
che porta alle camere.
- Maria, ma tu non sei…?
- Non sono che cosa?
- Te lo dico dopo in camera.
Apro la porta e lei mi solleva tra le sue braccia di metalmeccanica:
comincia bene ragazzi! Mi butta sul letto, la bottiglia di vino quasi
mi scappa di mano e rischiamo di rimanere senza bere.
- Adesso basta parlare, mi dice, mostrami quello che sai fare!
Aiuto, mamma, ho passato cinque giorni e cinque notti con quella
bestia. L’ultimo giorno mi ha detto che era stata a Tunisi e quando
la padrona le aveva parlato di me spiegandole che ero arabo ha
accettato subito perché era sicura che non sarebbe rimasta delusa.
- Ti sono piaciuto? Porco zio.
- Anca massa, bestemmi come gli italiani del nord. Io sono metà
italiana e metà tedesca, mio padre è pugliese e mia madre tedesca.
Ho passato cinque notti e cinque giorni con due nazioni.
Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti...
Il pomeriggio sono andato a fare un giro in centro: c’è molta
gente, tutti turisti, e fa perfino caldo.
Faccio anch’io il turista, vado a piedi verso la prima collina, è
tutta verde perché è arrivata la primavera. Sulla strada incontro
molte persone di tutte le età che passeggiano per ossigenarsi i
polmoni. Nel tardo pomeriggio torno in albergo distrutto, vado in
camera e trovo gli altri operai che sono tornati.
- Ciao ragazzi, com’è andata? Cosa mi avere portato di buono,
non dite che non avete portato i dolci della nonna!
- Ma quale nonna, i nostri sono morti. Abbiamo portato del vino
buono.
- Ma siete matti, volete ammazzarmi.
- No, abbiamo anche del buon salame, ma tu non lo mangi.
- Avete capito bene, il porco lo mangia solo il porco. Dai, andate a
mangiare, che fra poco vengo. devo fare la doccia per farmi
passare il male ai piedi che mi è venuto dopo l’ultima camminata,
non camminavo tanto da quando stavo a Mantova!
Dopo la doccia mi faccio la barba e mi profumo, per fare colpo
sulle donne bisogna presentarsi così. Vado al tavolo dove sono
seduti gli altri operai e sento uno strano odore, che mi dà fastidio:
odore di salame. La padrona arriva e mi dice:
- Guarda come sei brutto!
- Tu sei solo gelosa, sono più bello di tuo marito.
- Ma falla finita. Cosa mangi?
- Voglio un petto tedesco e due gambe trentine, servito da una
bella donna.
- Billy, tu hai sempre voglia di scherzare.
- Cosa vuoi farci, è nel mio sangue. Assaggia questo salame di
porco, lo hanno portato questi qua, chiama anche tuo marito così
lo assaggia anche lui.
- Ma vuoi dirmi cosa ti devo portare?
- Quello che piace a te. Dai ragazzi, beviamo questo vino. Allora,
vi siete divertiti, avete trovato le vostre donne, le avete caricate
bene, dopo sei mesi che mancavate da casa?
Dopo cena ordino una bottiglietta di grappa alla ruta, la padrona
mi dice se sono matto a voler bere anche la grappa dopo tutto quel
vino già bevuto.
Ma io la voglio, ho un ospite che non beve vino: si chiama Angelo
ed è un nuovo operaio di Paolo.
Dopo andiamo in centro ed entriamo in un bar pieno di gente,
mentre Angelo va direttamente a dormire. Ordiniamo altra grappa
alla ruta: dopo quattro bicchieri non ce la faccio più, la testa mi
gira e voglio andare a dormire.
- Bevi acqua la prossima volta, mi dice Toni, io gli rispondo di
cantarmi una bella canzone.
Vuol cantare "I giardini di Marzo", di lucio Battisti, ma la canta in
una versione tutta sua "Quel carrello passava e Billy gridava
cemento, al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti, se
l’avesse saputo la finanza che lavoravamo in nero eravamo
rovinati. Che vino è…? Che grappa è…?".
Toni ha una bellissima voce e canta forte, tutti quelli che sono nel
bar vengono intorno a noi e cominciano a cantare con noi quella
canzone. Mi piacciono tutte le canzoni di Battisti e così
continuiamo a cantare e riprendiamo a bere, un bicchiere va e
l’altro arriva. Verso le due di notte usciamo dal bar sbandando a
destra e a sinistra, i piedi camminano da soli e ci portano in
albergo. Saliamo per una scala secondaria ed entriamo da una
finestra che abbiamo lasciato aperta, perché l’albergo a mezzanotte
chiude.
In camera troviamo Angelo che sta dormendo in bagno, è stato
male e non si è più rialzato da lì; cerchiamo di svegliarlo ma non ci
riusciamo, così lo prendiamo mani e piedi e lo trasportiamo sul
letto.
La mattina dopo la mia testa sembra piena di marmellata, mi
muovo come un robot, ho mal di testa e di stomaco. Sveglio Toni
e poi vado da Angelo, ma lui mi dice che non ce la fa ad alzarsi, di
andare solo noi al lavoro. Scendiamo al bar, la padrona ci dice che
abbiamo una faccia orribile. Arriviamo al cantiere che siamo
ancora intontiti e tocca a Salvatore iniziare il lavoro, ma dopo
mezza giornata ancora non siamo riusciti a fare niente.
A mezzogiorno torniamo in albergo per il pranzo e la padrona ci
chiede com’è andato il lavoro.
- Bene, bene, non preoccuparti: quando terminiamo, stasera,
andiamo a ballare. Porta del vino e qualcosa da mangiare.
- Volete ancora del vino?
- Certo, ci farà sentire meglio.
Dopo mangiato e bevuto il cervello sembra ritornato al suo posto,
sul cantiere abbiamo iniziato a buttare il cemento. Di fronte al
cantiere c’è una discoteca che ha appena aperto e decidiamo di
andarci quella sera.
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