UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA Dipartimento di Italianistica Scuola di dottorato in Scienze linguistiche, filologiche e letterarie Indirizzo di Italianistica XXIII ciclo ALESSANDRO PARRONCHI UN DECENNIO DIFFICILE E INCERTO (1943 – 1954) Direttore della Scuola: Ch.ma Prof.ssa Rosanna Benacchio Coordinatore d’indirizzo: Ch.mo Prof. Guido Baldassarri Supervisore: Ch.mo Prof. Silvio Ramat Dottorando: Emanuele Andrea Spano INDICE PREMESSA APPUNTI PER UN BILANCIO SULLA PRIMA STAGIONE DEL POETA .............. 1 CRITERI E SIGLE ...................................................................................................... 11 CAPITOLO I L’ESTREMO LASCITO DEL SIMBOLISMO: I VISI (1943) ...................................... 14 CAPITOLO II ALLE SOGLIE DEI CINQUANTA: UN’ATTESA (1949) ............................................ 33 CAPITOLO III DALLA LIRICA AL POEMETTO: PER STRADE DI BOSCO E DI CITTÀ (1954) ........................................................... 100 CAPITOLO IV UN POETA RILEGGE SE STESSO: L’AUTOCOMMENTO A “UN’ATTESA” (1962) ........................................................ 209 CONCLUSIONE DAI VERSI DEL “CORAGGIO” AI VERSI DELLA “PAURA” DI VIVERE ......... 240 BIBLIOGRAFIA ........................................................................................................ 245 Alessandro Parronchi. Firenze, 1945. PREMESSA APPUNTI PER UN BILANCIO SULLA PRIMA STAGIONE DEL POETA 1 È questa per me nonostante le apparenze – libro, segnalazione o altro…– une année damnèe vraiment plus que sainte: mi ha fatto riammalare di mali dai quali credevo ormai di essere immune. Ora, credi, non vedo che buio davanti a me. […] Proprio di questo ho bisogno, di calma e di indifferenza. Per seguitare, se seguitare bisogna.1 Nella primavera del 1950 Parronchi così chiudeva una lettera a Vittorio Sereni, confessandogli uno stato di disagio che gli impediva di dedicarsi lucidamente alla poesia. Tuttavia solo un paio di mesi prima aveva finalmente congedato Un’attesa,2 il suo terzo libro, rubricando sotto un’unica etichetta gli oltre quaranta testi successivi alla seconda raccolta e affidando idealmente a questa nuova il compito di “traghettarlo” verso una maturità poetica o verso un generale rinnovamento dei suoi modi – come l’“attesa” del titolo lascia presagire. Ma quello che, nell’ottica del poeta, doveva essere un compendio del decennio appena concluso tradiva anzitempo le sue aspettative, tanto che Parronchi se ne dichiarava insoddisfatto ancor prima di vederlo pubblicato. Non era il «libro di una vita»3 – come lo aveva immediatamente giudicato Sereni – e nemmeno quello di una stagione, ormai prossima al declino; rischiava, invece, di apparire come un contenitore informe, dove i versi erano accatastati, senza un sufficiente vaglio critico. Insomma le ragioni della delusione non vanno cercate tanto nel serbatoio tematico, né in quel movimento netto, per quanto graduale, dalla cifra simbolista a una poetica più aperta e colloquiale, quanto nell’abbandono di strutture certe, con il conseguente rischio di una perdita d’identità rispetto alle forme che avevano caratterizzato I giorni sensibili (1941) e I visi (1943). Un bilancio consuntivo degli anni Quaranta, infatti, non può prescindere dal ruolo di preminenza de I giorni sensibili, il testo d’esordio di Parronchi, soprattutto considerando che quel prosimetro si distingueva per un accurato equilibrio tra una spinta classicistica, perseguita tenacemente sul piano formale, e un surrealismo rarefatto, spesso suggellato da visoni oniriche e ribadito da un linguaggio allusivo. Peraltro la sapiente orchestrazione tra liriche e prosa, così come la struttura, ricca di simmetrie interne, ne confermavano il valore intrinseco. L’eredità di questo libro 1 Lettera del 28 marzo 1950 in Un tacito mistero. Il carteggio tra Vittorio Sereni e Alessandro Parronchi (1941-1982), a cura di Barbara Colli e Giulia Raboni e con una prefazione di Giovanni Raboni, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 253. Era stato Parronchi nella lettera del 26 febbraio 1949 (pp. 231-232) a definire il 1950 un «anno santo», anche per lui. 2 Un’attesa, Modena, Guanda, 1949. 3 Lettera del 10 marzo 1950, Un tacito mistero cit., p. 252. 2 doveva essere per Parronchi piuttosto gravosa, anche perché, se si escludono I visi,4 che nascevano di fatto dallo stesso serbatoio creativo dei Giorni e ne rappresentavano quasi una propaggine, la tappa del ’49 rappresentava l’occasione per riaffermare, in maniera decisa, la propria vis poetica, rendendo più sicuro il tratto, ancora linguisticamente instabile, degli esordi. Con Un’attesa Parronchi intendeva congedarsi da quella dimensione metafisica, affrancarsene definitivamente e procedeva, svuotando la natura del suo carattere “sensibile”, e trasformandola piuttosto in uno scenario carnale, su cui proiettare il dialogo ininterrotto con se stesso. Al tempo inesorabile delle stagioni si sostituiva il fluire dei giorni, in una dialettica continua tra un passato irrecuperabile e un presente incerto e faticoso. E così, almeno in questi versi, ci sembra di cogliere una dichiarazione di poetica: Riappari in forma nuova esisti anche se il cuore non ti crede… O chimera troppe volte concreta […] e forse basterebbe l’immagine della «chimera», di campaniana memoria, a rendere plausibile l’ipotesi che l’esortazione sia rivolta proprio alla poesia. Non arriva però una svolta di carattere “civile”, a riportare Parronchi sulla via del realismo, quella da tanti sperimentata in quegli anni – e penso, per affinità culturale, al Gatto de Il capo sulla neve – 5; le vicende della guerra giungono soltanto come echi lontani, sotto forma di immagini scomposte restituite a singhiozzo dal turbinio della memoria. In Parronchi tutta la realtà è destinata a passare attraverso il filtro dell’esperienza personale che la interiorizza. Certo non fu questa tendenza intimistica ad alimentare i dubbi di Parronchi, ma la demolizione consapevole dell’intelaiatura fisica della raccolta del ’49, dove le sezioni diventano nuclei sganciati ed indipendenti l’uno dall’altro, disposti unicamente secondo un ordine cronologico; e sparisce ogni pretesa di simmetria e di equilibrio. In quel 1949 mentre stava preparando, non senza difficoltà, Un’attesa – che poi uscirà solo nei primissimi giorni dell’anno nuovo – si palesava in Parronchi una profonda crisi creativa, che finirà col radicalizzarsi nei mesi seguenti. Non è un caso che, a distanza di anni, confessi a Sereni: 4 5 I visi, Firenze, Ed. di Rivoluzione, 1943; poi Il Fiore, 1943. A. Gatto, Il capo sulla neve, Milano, Milano-Sera, 1947 3 Solo un anno – il ’49 – ho passato senza scrivere versi6 e non è ovviamente possibile imputare questo silenzio, solamente a ragioni personali e tantomeno all’improvviso inaridirsi della vena poetica. L’apparizione di Un’attesa aveva reso in lui più pressanti gli interrogativi sulla linea da adottare: la rottura con la sua prima “stagione” doveva essere definitiva, o se ne poteva tentare un recupero? Per quanto almeno il cantiere7 del poeta testimoni un lento procedere verso nuove direzioni, resta il fatto che nel 1950 Parronchi destinò alla neonata rivista veneziana «Ca Balà» una piccola silloge, intitolata Alone,8 risalente ai primi anni Quaranta. Probabilmente era il risultato dell’assemblaggio di una serie di liriche inedite, rimaste escluse dal piano delle raccolte precedenti e riorganizzate ora in una compagine unitaria: un fatto minimo nell’economia del percorso, data anche l’esiguità e la marginalità della plaquette, ma un segnale tangibile dell’incertezza del momento. Anche in quest’occasione Parronchi mostra un tardivo pentimento, verso le liriche appena consegnate alla stampa, e così, quasi a giustificarsi, scrive a Pratolini:9 Hai visto Ca balà? Spero di no. E dire che io, per precedenti impegni, non ho potuto fare a meno di dargli qualcosa. Pace.10 Ma nella lettera successiva giunge finalmente un primo segnale positivo, che preannuncia forse l’uscita dalla crisi: Tempo addietro […] buttai giù tre quartine. Tornato a casa, il pomeriggio, ripresi il lavoro, e mi tirai fuori questa specie di romanzo. […] È cosa spietatamente sincera e realistica. […] Ora se la sincerità può far perdere l’amore, farà perdere anche la poesia? E in ogni caso. È possibile partire da qualcosa che non sia un «potenziamento di vita», un’esperienza fallita? ma anzi, una depressione, 11 Parronchi si riferisce a un primo abbozzo de La lettera, la lirica che inaugura idealmente il nuovo libro e in cui già traspare in nuce il filone cui si dedicherà nei mesi seguenti, tanto che si potrebbe pensare che tutto quel lavoro scaturisca interamente da qui e dalle 6 Lettera del 10 gennaio 1956, Un tacito mistero cit., pp. 280-281. Alludo alle carte custodite in casa Parronchi, riconducibili a quell’anno e a quanto uscirà in rivista nel 1950: in particolare Week-end e Ricordo di Lavinia Sabini in «Paragone - Letteratura», a. I, n. 10, ottobre ’50, pp. 54-55, poi destinate ad entrare nel corpus de L’incertezza amorosa, Milano, Schwarz, 1952. 8 Apparve in «Ca balà», a. I, n.2, luglio 1950, p.3 e fu inclusa, tale e quale, nel corpus delle poesie, in Un’attesa, Urbino, Istituto statale d’arte, 1962; poi in Per strade di bosco e di città, Firenze, Polistampa, 1994 e ancora in Le poesie, Firenze, Polistampa, 2000 (vol. I). 9 Il carteggio con Pratolini è suddiviso in due volumi, curati dallo stesso Alessandro Parronchi: Lettere a Sandro, Firenze, Polistampa, 1992 e Lettere a Vasco, Firenze, Polistampa, 1996. 10 Lettera del 20 giugno 1950 in Lettere a Vasco, cit., pp. 186-187. 11 Lettera del 29 giugno 1950 in Lettere a Vasco, cit., pp. 187-188. 7 4 coeve quartine del Ricordo di Lavinia Sabini – primo assaggio, in rivista, del progetto in fieri. Nel 1952, infatti, pubblicò da Schwarz L’incertezza amorosa, una cernita di poesie composte nel biennio precedente, (è opportuno ricordare che nello stesso anno, sempre dal cantiere della casa editrice milanese, uscivano Primizie del deserto di Luzi e Un grido e paesaggi di Ungaretti). Con questo nuovo libro Parronchi mette in atto la svolta presagita, anche se rimane quell’incertezza personale, ancor prima che artistica, a segnalare che non siamo ancora su un tracciato sicuro, da cui sia possibile muovere verso un terreno poetico certo. La componente amorosa, che nei libri precedenti era relegata in un ruolo accessorio, ora rappresenta il filone principale, in totale accordo con quella linea della “sincerità”, che però avrebbe potuto facilmente condurlo verso un illanguidimento dei toni. Siamo ben distanti dalla deriva sentimentale del Gatto delle Poesie d’amore12 – e penso ovviamente alla prima fase degli anni Quaranta, già da lui proposta in Nuove poesie (1950) – soprattutto se consideriamo che quel libro si configurava come un “poema” ampio e compatto, con una profonda organicità interna. La silloge di Parronchi rischiava, invece, di risolversi in una lunga elegia, dall’impianto ancora fortemente tradizionale, e le dimensioni modeste ne pregiudicavano l’efficacia. Ritorniamo allora alla lettera del’50 a Pratolini per reperirvi altri indizi utili. A poche righe di distanza, con una progettualità ora più marcata, afferma: Non ti ho mai detto come sarà il mio prossimo libro? C’è già la fine: sono i due cicli: l’Alone, che è il piccolo canzoniere del 39-42, e il Giorno di nozze, che è il mio canto più libero […] Resta la prima parte da fare. E per fare la prima parte non c’è che da vivere, e ogni volta che c’è qualche ferita versare lì il sangue che esce. 13 Parronchi ha disatteso subito questo canovaccio, cancellando dal proprio percorso Alone, e affrettandosi a concretizzare con l’Incertezza amorosa gli spunti offerti dalle nuove «quartine»; ma emerge, in queste righe, anche il riferimento a un testo che non aveva mai menzionato in precedenza. Si tratta del poemetto Giorno di nozze, la cui prima stesura – secondo quanto ricaviamo dalla preziosa “Nota” al testo di Per strade di bosco e di città (1954)14 – risaliva addirittura alla vigilia di natale del 1946 e 12 La prima pubblicazione di queste liriche è in Nuove poesie, Milano, Mondadori, 1950; poi in Poesie (1929-1969), Milano, Mondadori, 1972; una scelta di 25 liriche torna in Poesie d’amore, Milano, Mondadori, 1973 e, secondo il definitivo “piano dell’opera”, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2005, a cura di S. Ramat. 13 Lettera del 29 giugno 1950, cit. 14 La Nota al testo, che spiegava la genesi dei tre poemetti, era stata inserita per la prima volta in Per strade di bosco e di città, Firenze, Vallecchi, 1954. 5 rappresentava «l’adempimento di una lontana promessa, inserita in una poesia dei Giorni sensibili […] del ’38». Giorno di nozze nasceva come un epitalamio, scritto in occasione di «un matrimonio borghese dei nostri giorni», anche se era palese l’intento di rendere omaggio a una certa tradizione musicale e melodrammatica – e infatti sempre nella Nota l’autore menzionava l’Orfeo di Monteverdi e la Dafne del Rinuccini, quali modelli supremi. Quel testo, rimasto a lungo nel cassetto, fu recuperato nei primi anni Cinquanta e probabilmente sottoposto a un profondo lavoro di revisione, come confermano le carte15 private del poeta, fitte di correzioni, eseguite in momenti diversi. L’ennesimo ripristino di un progetto del decennio precedente, oltre a rivelare la presenza di una linea di continuità con gli esiti delle prime raccolte – seppur nel parziale accoglimento di tendenze allora rifiutate –, solleva almeno un interrogativo: Parronchi era davvero convinto di riuscire a innovare la propria poetica, facendo ricorso a una forma letteraria così scarsamente praticata e piuttosto desueta, oppure questa scelta era un tentativo di riagganciare quel sostrato classicistico, in parte affossato coll’Attesa del ’49? Certo è che siamo davanti ai sintomi di uno “sbandamento” sempre più grave, per quanto inconfessato, e ancora lontani dall’adempimento di quella «prima parte», che, almeno nelle intenzioni, doveva nascere da un rinnovato approccio alla vita (oltre che alla poesia). Ma, mentre rimaneggiava questo poemetto, giunse a Parronchi un nuovo segnale, del tutto inaspettato. Nell’agosto del’51 Parronchi, spettatore al Festival del cinema di Venezia, rimase folgorato dalla visione di Rashomon del giapponese Akira Kurosawa, tanto da decidere il giorno stesso di iniziare la stesura di un racconto in versi sulla traccia di quel film. Il primo nucleo fu portato a compimento in poche ore, nel tentativo di rovesciare immediatamente sulla pagina la forza di quelle scene, ancora vivissime nella memoria. L’ambizione era quella di riuscire a restituire l’andamento, spesso vertiginoso, delle inquadrature, attraverso il ritmo degli endecasillabi; di raccontare l’intreccio complesso della storia, piegando il proprio modus scribendi alle esigenze cinematografiche. Tuttavia l’impalcatura metrica rimaneva pressoché inalterata, mentre lo sforzo si focalizzava sull’intersezione di piani differenti e su un intreccio continuo di voci, sospese in uno scenario indefinito e allucinato. 15 Esistono almeno due stesure di Giorno di nozze: una manoscritta tra le carte dell’Archivio Bonsanti (quattro fogli fitti di varianti e correzioni) e una dattiloscritta, con diverse postille, rinvenuta tra i materiali superstiti in casa Parronchi. 6 Nonostante che nel marzo del 1952 Parronchi avesse pubblicato sulla «Fiera letteraria»16 il poemetto con il titolo Nel bosco, la sua revisione richiese ancora molta fatica. Le carte autografe – almeno due stesure manoscritte – registrano, infatti, un’elaborazione tormentata e la presenza di inchiostri differenti testimonia il ritorno, in più momenti e in più fasi, sui medesimi passi. Peraltro ad allungare ulteriormente i tempi fu la scoperta del racconto originale di Akutagawa, da cui era stato tratto il soggetto del film, che Parronchi si adoperò a far tradurre durante quell’anno.17 Le perplessità sull’efficacia dei propri versi e il confronto, oramai inevitabile, con il modello giapponese, fecero sì che il lavoro si prolungasse per molti mesi. Nel bosco non aveva concorso ad arricchire le dimensioni della poesia di Parronchi né gli aveva fornito stimoli per condurla fuori da quell’impasse in cui era relegata; era stato piuttosto un “esperimento”, mosso, come lo stesso poeta dichiarerà, unicamente dall’«intenzione di doppiare il significato di trasfigurazione puramente lirica di una poesia con qualcosa di esterno come la trama di un racconto», pur nella consapevolezza che quel genere – o quella “commistione” di generi – avrebbe avuto scarsa fortuna. La via della sperimentazione, appena intentata, non si esaurì però con questo poemetto. Sul finire di quell’anno la riflessione sulle possibilità offerte dall’endecasillabo spingeva Parronchi a ricercare «una particolare disposizione poetica che, come la camera cinematografica, permettesse di “filmare” una situazione, di darne […] il movimento elementare, realistico-estemporaneo». Questa spinta si concretò nei versi di Città, un racconto lirico, che lo occupò per quasi un anno, tra aggiustamenti e riscritture – sempre prestando fede ai manoscritti inediti. L’incessante labor limae, cui fu sottoposto anche Città, è ulteriore conferma dell’esiguità del progetto, anche perché Parronchi probabilmente temeva che quei versi apparissero come un vuoto esercizio di stile. L’eterometria di Città potrebbe essere interpretata come un’alternativa alla rigidità dell’endecasillabo classico e il passaggio dallo scenario “naturale” – ancora preponderante nel “raccontino orientale” appena congedato – a una dimensione cittadina, e a tratti quasi suburbana, parrebbe segnalare il definitivo affrancamento dalla prima maniera, tanto agognato fin dagli inizi degli anni Cinquanta. Si avverte però nuovamente la mancanza del dato personale e di una confessione umana, al punto che i 16 Nel bosco in «La fiera letteraria», 2 marzo 1952. R. Akutagawa, Jabu no naka (trad. It.) Nel bosco, Milano, Scheiwiller, 1958 (trad. di S. Mergè). In una lettera a Pratolini del settembre 1951 Parronchi afferma: «Andai a Roma lunedì, e ho trovato uno che mi traduce il racconto di Akutagawa che […] m’è arrivato da Tokio.». Si può ipotizzare che l’anonimo traduttore cui egli accenna sia proprio Mergè, il quale, dopo avere lavorato a lungo presso l’Ambasciata Italiana a Tokio, era tornato a Roma nel 1946 ed insegnava all’IsMEO (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente). 17 7 tre poemetti, riuniti definitivamente nel 1954 in Per strade di bosco e di città,18 sembrano scaturire dalla mente di un intellettuale poliedrico, anziché dalle riflessioni di uno scrittore. Nella polifonia complessa di questi versi resta tragicamente esclusa la voce del poeta, che si limita a svolgere il ruolo di regista su un copione che non gli appartiene. La rottura, rispetto a quella fase, arrivò nel 1956 con la pubblicazione di Coraggio di vivere, nella collana “Pesci d’oro” di Scheiwiller,19 con un’accurata scelta di liriche del biennio precedente. Già Pasolini,20 tra i primi a recensire il libro, sentenziava con sicurezza che esso apriva «una nuova fase» e addirittura parlava di una «conversione» di Parronchi che finalmente aveva preso coscienza di una propria «vita interiore», decidendosi a portarla sulla pagina. L’uscita da quel manierismo, che assediava le ultime prove del poeta, si realizzò non soltanto attraverso una distensione tematica, ma anche grazie a una profonda revisione del linguaggio che conduceva a una «pacata linearità, che non teme di sfiorare a volte l’andamento della prosa» – come magistralmente illustrerà Caproni,21 agli inizi degli anni Sessanta. Nel 1956, l’ anno in cui peraltro Montale consegnava alle stampe la sua terza raccolta, La bufera e altro22 – per limitarci almeno a un titolo cruciale nella storia del decennio – Parronchi aveva compiuto solo la prima tappa di un progetto in fieri, ben più articolato, che avrebbe ultimato nel giro di un lustro. A distanza di un paio d’anni riuniva, infatti, in una plaquette della neonata collanina dei “Quaderni del Critone”, La noia della natura,23 alcune liriche risalenti ai primissimi anni Cinquanta – e all’incirca coincidenti col periodo di elaborazione dell’Incertezza – che si ponevano in una continuità ideale con gli esiti dell’ultima raccolta. L’epilogo della vicenda, come anticipavo, giunge nel 1961, quando Parronchi riutilizzò il titolo Coraggio di vivere,24 proponendo da Garzanti sotto un’etichetta unitaria, accanto alla sezione eponima – e secondo la compagine originaria del ’56 – proprio L’incertezza amorosa, con un assetto parzialmente modificato, e La noia della natura, pressoché invariata. In questo senso il Coraggio assume un valore metaforico più marcato e la scelta ultimativa di unificare il trittico fa emergere un filone sotterraneo, che, si snoda dai primi segni dell’affacciarsi di una nuova poetica fino a prendere una 18 Per strade di bosco e di città (1954), cit.. Coraggio di vivere, Milano, Scheiwiller, 1956. 20 P. P. Pasolini, Parronchi e la «via dell’umano» in Passione e ideologia, Milano, Garzanti, 1960, pp. 458-459. 21 G. Caproni, recensione a Coraggio di vivere, in «Il punto», 9 settembre 1961, p. 15. 22 E. Montale, La bufera e altro, Venezia, Neri Pozza, 1956. 23 La noia della natura, Lecce, Quaderni del Critone, 1958. 24 Coraggio di vivere, Milano, Garzanti, 1961. 19 8 consapevolezza totale. Peraltro Parronchi scelse nuovamente questo titolo per accomunarvi il periodo 1952-1990, all’atto di riproporre l’intera sua opera nel 2000.25 L’improvvisa centralità di questo libro ovviamente riaccende la questione relativa al volume del 1954, che , a questo punto, appare sempre più estromesso dal percorso di Parronchi. Una conferma di questo presentimento arriva negli anni immediatamente successivi: nel 1962 egli pubblicava con il titolo Un’attesa i suoi versi giovanili, ma sceglieva di porre come explicit il termine del 1949 – ovvero quello della “prima” Attesa. Ne consegue l’ipotesi che Per strade di bosco e di città fosse destinata a rimanere confinata in un limbo, impossibilitata ad entrare tanto nel repertorio simbolico che si sviluppava sulla linea dei Giorni, quanto nell’ariosità e nell’intimismo del “nuovo corso”. Nel 1994 Parronchi, però, decise di intitolare Per strade di bosco e di città26 il libro in cui riproponeva ancora la sua prima stagione, includendovi ovviamente ora anche i tre poemetti fino ad allora esclusi. La reintegrazione di questi componimenti autorizzava anche il ripristino di altri frammenti, come i Due affreschi del 1945 – una preistoria di Giorno di nozze – e la breve sezione Ceneri di primavera, che spostava il limite temporale al 1955. Andrebbe spesa anzitutto qualche parola, per meglio comprendere i modi con cui Parronchi “tratta” la stessa propria opera, riutilizzandone i titoli anche a distanza di parecchio tempo. Abbiamo già accennato al recupero di quelli del ’49 e del ’54, ma non si può tacere anche della riacquisizione dell’Incertezza amorosa,27 che pareva ormai fagocitata nel “calderone” del Coraggio di vivere (con scarsa fortuna come testo indipendente), ma adottata nel 1992 per denominare una scelta di liriche d’amore, che abbracciava l’intero arco della sua produzione. Esistono altri casi analoghi, ma quelli esemplificati bastano a farci percepire in Parronchi un attaccamento, per certi aspetti quasi patologico, alle proprie cose, tanto che fatica a staccarsene, anche dopo molti anni. Egli sottopone la proprie liriche a un continuo lavoro di rifinitura, ne smonta le sezioni stravolgendone l’ordine originario; così come vi reintegra frammenti scartati e, dall’altro lato, espunge passi che a un certo punto gli parevano inutili o insoddisfacenti. Questa prassi correttoria si esercita soprattutto sulle raccolte degli anni Quaranta, probabilmente nel tentativo di colmare la distanza poetica che egli prende rispetto a quella cifra; basterebbe in proposito riflettere sulla soppressione – all’altezza del 1962 – delle prose dei Giorni e dei Visi, o sul graduale adeguamento linguistico delle liriche. 25 Poesie, Firenze, Polistampa, 2000. Per strade di bosco e di città, Firenze, Polistampa, 1994. 27 L’incertezza amorosa, scelta di poesie dal 1937 al 1991, Firenze, Polistampa, 1992. 26 9 Ma quelle di Per strade di bosco e di città sono pressoché immuni da qualsiasi intervento e, nella riproposizione in volume del 1994 così come nelle definitive Poesie del 2000, si presentano invariate, tranne che in qualche lieve correzione ortografica e interpuntiva. Queste osservazioni forniscono un’ulteriore conferma dell’eccezionalità di Per strade di bosco e di città all’interno del sistema poetico di Parronchi e avvalorano l’ipotesi che i poemetti fossero il risultato di un momento confuso, in cui il poeta si abbandonò a una fragile sperimentazione solo nelle forme. Se non possiamo considerare allora questi componimenti come tappe di un percorso, visto che lo stesso autore tende a rinnegarli, sarà utile investigare nel magmatico cantiere di quegli anni, frugando tra le varianti e le riscritture. 10 CRITERI E SIGLE 11 SIGLARIO Gs: I giorni sensibili, Firenze, Vallecchi, 1941. Vs: I visi, Firenze, Ed. di Rivoluzione, 1943; poi Galleria Il Fiore, 1943. Att: Un’attesa, Modena, Guanda, 1949. Ia: L’incertezza amorosa, Milano, Schwarz, 1952 Sbc: Per strade di bosco e città, Firenze, Vallecchi, 1954 Cdv: Coraggio di vivere, Milano, Scheiwiller , 1956 Ndn: La noia della natura, Lecce, «Quaderni del Critone», 1958 Cdv 2: Coraggio di vivere, Milano, Garzanti,1961 (riunisce: L’incertezza amorosa, 1952; Coraggio di vivere, 1956; La noia della natura, 1958) Att 2: Un’attesa (1937 - 1948), Urbino, Istituto Statale d’arte per la decorazione del libro, 1962 Ia 2: L’incertezza amorosa. Poesie d’amore dal 1937 al 1991, Firenze, Polistampa, 1992 Sbc 2: Per strade di bosco e di città. Poesie dal 1937 al 1955, Firenze, Vallecchi, 1994 Ps: Le Poesie, Firenze, Polistampa, 2000. 12 CRITERI DI EDIZIONE Le trascrizioni dei materiali sono presentate in edizione semi-diplomatica ed è trasmessa la lezione originale degli autografi. Il testo è proposto integralmente ed è segnalata la ripartizione nelle carte, indicate dall’abbreviazione «f.» in corsivo seguita da numeri arabi progressivi (f.1; f.2) e qualora si tratti di carte d’archivio sono rispettate le sigle originali (es.: APa 29). Le varianti sono racchiuse tra parentesi quadre [ ]; le correzioni interne a una variante sono indicate tra due doppi asterischi in apice * * ; le stratificazioni di varianti consecutive, per le quali sia possibile ricostruire la gerarchia e la filiazione, sono identificate da una numerazione progressiva a partire dal n. 2 (es.: qualche spesso albore 2 un albore pianto senza *tra* sui *tetti* muri appena vivi); le correzioni parzialmente o totalmente illeggibili sono segnalate dall’abbreviazione in corsivo corr. ill. tra quadre, mentre le altre parentesi, le sbarre o i segni diacritici vanno considerati propri del testo originale. L’uso del corsivo è riservato agli interventi del curatore utili per illustrare fatti di interesse filologico come cambi di inchiostro, differenze nella scrittura, presenza di elementi esterni e di segni di rimando, lacune. Per i dattiloscritti è mantenuto il carattere del testo (tondo, sottolineato e grassetto) e la disposizione delle pagine. Il confronto tra le lezioni è realizzato attraverso la disposizione su due colonne: in quella sinistra è collocata la lezione definitiva del testo, in quella destra la trascrizione degli autografi. Gli apparati critici, relativi alle riviste, sono posti in chiusura del confronto e sono riferiti al testo definitivo: le varianti sono registrate con il ricorso alla quadra chiusa « ] » che separa le due lezioni (es.: v. 1 Sbianca…autunno] Già di rosati e tremuli colori a cui non credo / si riempiono le valli). Per ulteriori chiarimenti si rinvia ai criteri delle singole appendici. 13 CAPITOLO I L’ESTREMO LASCITO DEL SIMBOLISMO: I VISI (1943) 14 1. Nella primavera del 1943 Alessandro Parronchi pubblicò I visi nelle edizioni della rivista «Rivoluzione»: un volumetto di appena trentatré pagine, recante nel controfrontespizio un ritratto a penna dell’autore ad opera di Mario Marcucci, e nell’estate dello stesso anno la ripropose per i tipi della galleria «Il fiore» di Firenze, in una tiratura limitata di 300 esemplari numerati. Assumo questa data come l’avvio di un decennio28 che si chiuderà con l’uscita nel 1954 di Per strade di bosco e di città: in questo periodo la poesia di Parronchi subisce un graduale rinnovamento nei modi e nelle forme, anche con sperimentazioni notevoli. Resta esclusa dalla mia analisi I giorni sensibili (1941), che appaiono sempre più come una tappa autonoma all’interno di questo percorso. Tuttavia il libro del ’43 tradisce ancora un significativo legame con i Giorni: ne eredita la struttura prosimetrica e ne condivide molte scelte lessicali e tematiche, anche se la prosa iniziale più breve, ed estranea ai vagheggiamenti di Al di qua d’una sera, e la caduta delle sezioni, così caratterizzanti nella raccolta d’esordio, denotano una generale intenzione (ravvisabile anche a livello linguistico) di alleggerire il dettato. Se indaghiamo, poi, nella preistoria de I visi, risulta che Notte fuggitiva, il testo che apre il volume, era stato pubblicato in rivista nel 1939, in concomitanza con una lirica destinata ad entrare nel blocco del ’41.29 Inoltre nel 1942 Parronchi scrive a Sereni: Ti mando un numero di «Rivoluzione» dove vedrai gli ultimi versi che ho scritto coi quali ho detto addio al mio libretto […]30 I versi a cui Parronchi si riferisce sono quelli di Sereno andare e il «libretto» a cui allude ancora I giorni sensibili, dei quali probabilmente egli progettava un’edizione riveduta ed ampliata, forse con l’aggiunta di qualche testo di questo stesso periodo.31 Sereni risponde all’amico e gli dice , quasi profeticamente: 28 La cadenza decennale dell’opera di Parronchi assume consistenza a partire dal 1961, anno di uscita della seconda edizione di Coraggio di vivere (Milano, Garzanti) a cui seguiranno con una scansione regolare le tre raccolte maggiori (Pietà dell’atmosfera, Replay e Climax) fino alla pubblicazione complessiva delle Poesie del 2000 (Firenze, Polistampa); in quell’occasione Parronchi fissò per la sua prima fase il limite del 1954 e intitolò la sezione Per strade di bosco e di città. 29 La poesia uscì su «Letteratura», a. III, n.1, gennaio-marzo 1939, insieme a Veglia in Arcetri e nello stesso anno in cui erano state anticipate su rivista anche Caducità, Acanto e Bosco Sacro, tutte inserite nel corpus de I giorni sensibili. 30 Lettera dell’8 febbraio 1942 in Un tacito mistero. Il carteggio tra Vittorio Sereni e Alessandro Parronchi (1941-1982) cit., p. 26 31 L’ipotesi più probabile in questo senso è che, oltre a Sereno andare, potessero essere inseriti i testi pubblicati in blocco nell’estate del 1941: Agli amici, Bicicletta notturna e Boschiva. (cfr. nota 35) 15 Si tratta davvero di un addio al libretto? Io potrei dire che potrebbe anche essere la prima poesia del libretto futuro32 Questi indizi non impediscono di concentrarsi sulla raccolta e di considerarla nella sua specificità, con l’obiettivo di rintracciarvi anche gli elementi innovativi rispetto a una base simbolistica comune tanto ai Visi che ai Giorni. Per una prima chiave di lettura si potrebbe partire dal densissimo incipit della prosa eponima del volume: Ripenso a quel che è passato, irreparabilmente passato, e mi domando se nulla di ciò potrà mai rivivere. Ed ecco gesti improvvisi hanno tradito la mia stanchezza, e nelle ore di sconforto mi sono detto che il tempo non ha più bisogno di me per finire davvero […] Già in questo stralcio affiora il tema del recupero del passato, che, nelle liriche, in taluni casi si configura come un impossibile ritorno alla condizione di “grazia” dell’infanzia – il che può far pensare, almeno in senso generico, al Leopardi dei piccoli idilli, così caro a Parronchi.33 I «visi», cui rinvia il titolo, sono allora presenze sepolte, che tornano a materializzarsi e, infatti, sono effettivamente molte le occorrenze legate a questa sfera di significato: le «voci strappate al vento», le «inquiete ombre» che «s’avverano» e ancora le «care anime» che «sorridono in segreto»; ma l’evocazione è sempre affidata alla Natura, cui il poeta riserva il ruolo di realizzare il trapasso dal “reale” all’ “invisibile”. Prevale, poi, l’ambientazione notturna, con la scelta di paesaggi inondati dalla luce diafana della luna, dove «arrivano le voci a disfarsi» e la vita lentamente si spegne. L’opposizione tra giorno e notte – e tra luce e buio –, costante all’interno della raccolta, si carica spesso di valenze metaforiche, come nella poesia Luce di sera sull’orto, dove la descrizione di un giardino “inghiottito” dal crepuscolo («[…] prima che nelle sue pieghe il crepuscolo / inghiotta alberi, case») coincide con il riaffiorare di immagini dal passato, tanto che la dimensione fisica e quella psicologica si fondono («Muoiono anche i ricordi […] / […] E nell’oblio dei morti fioco il giorno scompare»). Questa componente segna uno stacco rispetto alla staticità dello scenario di Gs e prelude, forse, a un filone memoriale che si svilupperà più deciso all’interno di Att. Anche il repertorio vegetale, ancora fittissimo di occorrenze, registra un abbassamento rispetto al lessico prezioso dei Giorni e ciò si spiega anche col fatto che l’ambiente che 32 Lettera del 12 febbraio 1942 in Un tacito mistero cit., p.27. A conferma del “leopardismo” di Parronchi segnalo la sua pubblicazione: Studio su Leopardi; Firenze, Vallecchi, 1944. 33 16 prevale nei Visi è quello dell’infanzia del poeta, seppur trasfigurato nella dimensione mitica del passato. Se, da un lato, Parronchi abbandona gli arcaismi e i tecnicismi, dall’altro persiste nella tipizzazione di un paesaggio in cui prevale: il giardino con le fontane e le sorgenti, l’intreccio fra pietre e piante, il tutto orientato a creare un universo che può magari farsi locus amoenus o spazio della memoria e da tacito scenario divenire simbolo o fondale per la rappresentazione. Vi si inquadra il «rumore di fontane» portato da un «soffio di scirocco», quello di «acque sepolte» o la «fontana» che «tra i / […] loggiati del romito orto diffuso / […] mormora»; tasselli raffinati che richiamano suggestioni primo novecentesche, dal Govoni di Armonia in grigio et in silenzio («giardini pieni di mute fontane / contornate di margini di schisti») al Campana orfico; sono anche evocati il modello costante del simbolismo d’oltralpe; il classicismo dell’Aprés midi d’un faune di Mallarmé, le estasi visionarie di Rimbaud nelle Illuminations e inoltre i ricchissimi cataloghi vegetali di Nerval («Ai piedi del sicomoro, o sotto gli allori fioriti, / sotto l’ulivo, il mirto o i salci tremanti»).34 Parronchi osserva, però, la realtà come attraverso un vetro senza partecipare al vortice della vita, confinato in un isolamento dal quale percepisce le voci come echi lontani, mescolate ai rumori della natura. Se il paesaggio rappresenta, ancora, il mezzo per dare voce a un’interiorità dolente che fatica a finire sulla pagina, si avvertono qui i segni di quella confessione che diventa più intimistica nelle raccolte successive. 2. L’analisi de I visi, finora condotta in astratto, deve essere integrata dallo studio dei materiali autografi conservati presso il Fondo Bonsanti e dall’eventuale confronto con le singole anticipazioni in rivista35 che testimoniano una fase intermedia tra la prima stesura e la lezione del 1943 (che assumo come termine ultimo). Occorre prendere in considerazione, tuttavia, anche le varie ristampe: Un’attesa (1962), in cui si registra una 34 Per Nerval cito la traduzione di Parronchi: Le chimere, Firenze, Fussi, 1946; per Mallarmé: Il pomeriggio d’un fauno, Firenze, Fussi, 1946 e Monologo, Improvviso, Pomeriggio d’un fauno, Firenze, Fussi, 1951; per una ricognizione complessiva sui rapporti di Parronchi con la letteratura francese e sulle traduzioni segnalo il suo Quaderno francese. Poesie tradotte con alcuni frammenti, Firenze, Vallecchi, 1989. 35 La prosa iniziale e una parte delle liriche raccolte furono anticipate in rivista tra il 1939 e il 1943. La prosa I visi fu pubblicata su «La ruota», a. II, ottobre-dicembre 1941. Delle liriche, uscirono in rivista: Notte fuggitiva, su «Letteratura», a. III, n.1, gennaio-marzo 1939; Finestra sull’occidente, su «Prospettive», a. V, n.13 (Morale e Letteratura), 15 gennaio 1941; Agli amici, su «Letteratura», a. V, n.3, luglio-settembre 1941; Bicicletta notturna su «Letteratura», a. V, n.3, luglio-settembre 1941; Boschiva su «Letteratura», a. V, n.3, luglio-settembre 1941; Sereno andare su «Rivoluzione», a. III, n.1-2, 20 novembre 1941; Ancora inverno su «La ruota», a.IV, n. 3, marzo 1943 (con il titolo Versi bianchi), la lirica finale senza titolo su «Letteratura», a. V, n. 4, luglio-settembre 1941 (con il titolo Coretto dei visi). 17 prima sistemazione di questi versi, Per strade di bosco e di città (1994) e Poesie (2000), che ripresenta l’intera opera di Parronchi. Gli avantesti sono relativi a quattro liriche – sulle undici complessive – della raccolta: Notte fuggitiva, Bicicletta notturna, Sereno andare e Passaggio primaverile; delle quali possediamo le prime stesure originali manoscritte.36 Il caso di Notte fuggitiva è probabilmente il più interessante, poiché la lezione desumibile dalle carte differisce completamente dal testo definitivo; dunque è impossibile attuare un confronto puntuale ed è necessario soffermarsi su singoli luoghi e su alcune tessere lessicali, che si mantengono inalterate nel passaggio dalla prima redazione a quella in volume. Quella su rivista, che presumibilmente si colloca a poca distanza dal primo abbozzo, coincide con la stesura del ’43, salvo qualche lieve divergenza, e perciò non aiuta a ricostruire il complesso quadro variantistico. Per analizzare il rapporto tra i due momenti, parto dal confronto degli incipit. Nell’autografo si legge: Coglie il vespro smarriti pescatori sui clivi mentre nel libro abbiamo: Sulle celebri piante sbianca la sera, […] Si mantiene la scelta del settenario in avvio, così come la tessitura metrica dell’intero testo sarà analogamente giocata sull’alternanza tra endecasillabi e settenari – piuttosto canonica nel primo Parronchi – ed anche l’insistere sull’atmosfera “crepuscolare” e la scelta dell’ambientazione naturale. Peraltro i «clivi» saranno recuperati in volume ne «l’aria intenta dei clivi» (v. 48) e, al contrario, l’immagine della sera che «sbianca» è anticipata nello «sbianchi la luna» del manoscritto. Dove inoltre i «pescatori» erano preceduti dal termine «cacciatori», immediatamente cassato, che ritornerà poi nel «[…] balzo / leggendario che arresta il cacciatore» (vv. 43-44). La presenza umana, nella lezione definitiva, si limita a questo tratto isolato, mentre la prima stesura presentava altre rilevanti occorrenze: dagli “impressionistici” «villani tra le viti», ai «ciclisti che s’attardano», fino al suggestivo «ai lieti operai scende la sera» – con un uso “animato” della preposizione, riconducibile alla grammatica ermetica. La revisione, allora, muove 36 Per la trascrizione minuta e gli apparati critici completi rimando all’appendice del capitolo. 18 a focalizzare il dato sensibile, con l’esclusione di ogni traccia dell’uomo e l’eclissi del poeta, che rinuncia a portare sulla pagina il proprio vissuto e preferisce lasciare voce al paesaggio con la sua carica evocativa. Forse ha reputato eccessiva quest’apertura, risalente comunque allo stesso periodo della gestazione della sua prima raccolta, e ha voluto ricondurre la propria scrittura dentro il repertorio simbolico di Gs. Ma insisto sul fattore lessicale, per poter aggiungere elementi al confronto. Proseguendo nell’analisi, infatti, pochi versi dopo il manoscritto reca «palpiti d’ali», nuovamente ripreso, con una variazione, nel testo edito, in «ali randage» (v. 29). Non posso tacere, però, che in Concerto di Gs c’era già «palpiti d’ali», con un accostamento analogico, molto vicino a questo di Notte fuggitiva. Allo stesso modo il verso: Rama a rama si spogliano le vallate diventa, dopo una rielaborazione totale: fonde in rame assopite (v. 13) Per quanto siano ravvisabili alcune costanti lessicali nel passaggio alla lezione definitiva, va anche segnalato che il linguaggio è sottoposto a una revisione accurata e cadono tratti preziosi ed aulici come il termine «vetrici», appartenente già al repertorio vegetale di Gs – e presente anche in Avvento notturno di Luzi –37, le «colline siderali» o ancora i «fluviali specchi», così come il verbo traboccare, che qui ricorreva in due occasioni (« […] se una musica trabocchi»; «[…] l’uve dai muri traboccanti») e torna, in accezione analoga («dai muri smarginati ove trabocca / rosso stinto di rose […]») in un altro testo dei Visi (Bicicletta notturna, vv. 21-22). Anche il caso di Bicicletta notturna , che comunque offre meno spunti all’analisi, è interessante per inquadrare la prassi correttoria di Parronchi. La stesura manoscritta è decisamente più scarna rispetto al testo pubblicato in volume (dieci versi a fronte dei ventisei definitivi), tanto da indurre a pensare che l’autore avesse progettato la lirica in una forma più contratta e che sia intervenuto in un secondo momento ad ampliarla, sulla base di quel nucleo originario. 37 Nella lirica Città lombarda: «[…]erosa dalla brezza / pencolante una luna si districa / dai vetrici […]» (vv. 12-14) in Avvento notturno, Firenze, Vallecchi, 1940. 19 A sostegno di quest’ipotesi c’è il fatto che questo primo abbozzo risulta autonomo e compiuto e che nella carta rimane un notevole spazio lasciato bianco, che Parronchi non ha poi più colmato. Nei primi versi il confronto mette in rilievo unicamente pochi interventi di carattere interpuntivo, volti a normalizzare l’assetto metrico – così la correzione nell’autografo di «infinite, a l’autunnale» in «infinite, l’autunnale» fino alla lezione «infinite, all’autunnale» del libro, con una ripresa della preposizione originaria –, che si innestano a partire dalla versione uscita in rivista nel 1941; anche se, al nostro discorso, è più funzionale un altro breve passo. Ai vv. 8-9 si legge: […] alberi un variare d’iridi al sole, un appassito raggio e nel manoscritto gli stessi versi, soggetti a una serie di modifiche, conducono a una lezione quasi coincidente. L’originale diceva: alberi, un barlume fuggitivo d’un viso che nel sole indugia ancora lungo un solitario raggio Parronchi non riduce subito, ma sostituisce qualche elemento: al posto del «viso», c’è una «rosa scolorita», più adatta al contesto silvestre; mentre il raggio, da «solitario», diventa «arido». A questo punto decide di sfoltire più decisamente per rendere più fluido il dettato e arriva a: alberi, un barlume di sole, un odor d’erba, un roseo raggio anticipando la compressione analogica che sarà realizzata nell’ultimissima fase. Allora il «roseo raggio», che si riagganciava alla «rosa impallidita» del passaggio intermedio, verrà ricorretto in «appassito», che trae spunto dall’aggettivo «arido», cassato nell’avantesto. Tale lavoro di alleggerimento e di focalizzazione appare più palese nella vicenda variantistica di Sereno andare, cui riservo l’ultima analisi. La carta autografa, gremita di correzioni apposte anche in momenti diversi – come si evince dalla presenza di almeno 20 due inchiostri differenti – reca, come nel caso precedente, un testo parziale, che Parronchi rielaborò e ampliò quando la pubblicò in rivista del 1941. I primi versi sono sottoposti a una radicale riscrittura, che, però, conserva alcune costanti tematiche e una linea comune sul piano stilistico. Nel manoscritto si leggeva: In me goccia d’aria la fragrante notte assorbe gli odori, e spira intorno di vetri il soffio della taciturna campagna che ora è morta […] poi modificato, nel libro, in: Di casa in casa arrivano le voci a disfarsi nel buio. Ora improvvisa di lentischi e di abeti la campagna ride in fondo ai cortili […] (vv.1-4) L’immagine della campagna viene recuperata, anche se in chiave quasi antitetica: infatti originariamente il sintagma «che ora è morta» segnalava il totale annullamento nella notte, mentre poi, addirittura, «la campagna / ride in fondo ai cortili», risvegliata da una nuova spinta vitalistica. Inoltre, nella revisione, Parronchi conserva l’uso animato della preposizione «di» per creare costrutti analogici, dal suggestivo «spira intorno / di vetri il soffio», amplificato anche dall’inversione, fino a «di lentischi e d’abeti / la campagna ride», con un analogo scardinamento della funzione classica del verbo, utilizzato qui in maniera inedita. Si può ipotizzare che l’espressione dell’autografo sia stata sostituita, per inserire nella lezione definitiva la locuzione «dentro il mare / limaccioso dei vetri» (vv. 13-14), in cui il sostantivo cassato («vetri») è reimpiegato in un’accezione ancora più metaforica. I versi successivi, nella versione edita, recitano: […] i fuochi erranti dell’estate tralucono vicini ai davanzali […] che riprende quella manoscritta, salvo qualche divergenza lessicale. Nell’autografo avevamo i «lumi» – anche se sotto cassatura si riconosce il termine «fuochi» – e i «davanzali» erano «alberi», modifica che potrebbe essere stata indotta dall’inserimento, 21 nella strofa aggiunta, dei «vetri» e dei «loggiati», che richiamano la presenza di una componente umana, estranea alla prima stesura. Il sostantivo «lumi» ha una fitta occorrenza nelle liriche dei Visi (come: «lume del sole», «lumi dentro i mormoranti / alberi»), mentre i «fuochi» sono più rari («[…] fuoco notturno» in Notte fuggitiva, v. 28), ma forse qui Parronchi ha voluto solo eliminare l’assonanza con «tralucono», piuttosto che ubbidire a ragioni tematiche. La casistica offerta da questi manoscritti, indispensabili per ricostruire la storia della raccolta del’43, fornisce anche spunti utili per tentare un primo inquadramento della prassi correttoria di Parronchi, così come l’analisi materiale della pagina permette di valutare le eventuali fasi intermedie e la stratificazione delle varianti nel corso del tempo. Gli interventi di alleggerimento del dettato agiscono spesso sulla sintassi, con un incessante lavoro di rifinitura e perfezionamento, mentre una particolare attenzione viene riservata alle scelte lessicali. A un primo approccio si rileva anche una peculiare attitudine a riutilizzare i materiali scartati, reinseriti in chiave diversa, un recupero che avviene talvolta tra testi differenti. La notevole uniformità della raccolta induce a pensare che le singole liriche siano state ulteriormente modificate, nella fase di gestazione del libro, per inserirle nel “sistema” dell’opera. 22 APPENDICE Quest’appendice raccoglie i materiali autografi relativi alle liriche de I visi, conservati presso il Fondo Bonsanti dell’Archivio letterario G.P. Vieusseux di Firenze, d’ora in poi siglato ArchB,dove si trovano gli avantesti di quattro poesie: Notte fuggitiva, Bicicletta notturna, Sereno andare e Passaggio primaverile. Fornisco qui un confronto puntuale tra la lezione approdata in volume in Vs e quella dei manoscritti, disponendo i testi su due colonne appaiate e registrando le correzioni e le varianti originali. Inoltre inserisco gli apparati relativi agli eventuali anticipi in rivista, che completano il quadro genetico della raccolta. 23 Notte fuggitiva La lirica Notte fuggitiva ebbe un anticipo in rivista su «Letteratura», a. III, n.1, gennaiomarzo 1939. Il manoscritto di Arch B (aPa13) è costituito da una carta solo recto, con una stesura ordinata disposta su due colonne, con qualche lieve correzione. Al confronto tra le due lezioni segue la fascia d’apparato relativa alla rivista. 5 Sulle celebri piante Coglie il vespro smarriti sbianca la sera, e lungo pescatori [cacciatori] sui clivi [olivi] l’effimere pendici villani tra le viti dilegua il sole, l’alta ombra s’approssima ciclisti che s’attardano alle fosse tranquille a udire se una musica trabocchi un vol d’uccelli stanco da un paese sfumato dietro gli olmi. più dell’usato torna e vi s’impiglia Colma la notte intona in dolcezze d’amori senza grida. calmi palpiti d’ali 5 quali filtrava agli alberi 10 15 L’erba di tali frange quando il sole vestiva tesse la notte folta di chiari aloni le capanne frali. che in sottintesi pianti Calde ai lumi d’autunno vapora la leggera ansia raccolta, passioni intenerite fonde in rame assopite nei cuori più maturi una rada cicala come l’uve dai muri traboccanti pallido oro di steli con la vampa e nelle piane lustre rosa che ai tetti solitari manca. fondersi di fluviali 10 15 specchi e fuochi fruste 20 Ora al più alto ramo di salci alle colline siderali quelle dolci vestigia, mattinali penzolano (alle volute) dolora nubi che andando tingono la campana, il torrente urge alla rapida, rapidi fiumi in terre d’occidente, doppia il vento sul colmo lega la notte e vaga 24 20 l’immagine beata rapiti i cieli e l’acque che il segreto dei boschi risvegliava alla pensosa albeggiatrice piacque dal fitto della piante addormentate. dei crinali alle mandre inerpicate. 25 Rama a rama si spogliano le vallate 25 30 E l’astro che più lucido e non è casa [fumo] in cui non s’alzi l’ombre loro sormonta fumo d’aere simposio e un trasparente non sa che a meste greggi occhio caprino ai cespi della balza. d’alberi vola il suo fuoco notturno, Alla pescaia il fiume curvo agglomera e che l’ali randage relitti, ma tra macchie sparse su quelle tacite di vetrici è vertigine di labbra apparenze, s’imbevon dall’aereo la palpebra d’aurora silenziosa. fulgore che nel vento lo trattiene. e inghiotte ogni querela. 30 35 Il cuore inalterati ama che intorbi 35 Di taciturne vene lascia luna ai battelli l’acqua s’accaglia in tenere alle pergole altrui sbianchi la luna piume, e non è la viva e perda come flauto per le trame esca del nostro pianto ora perduta? degli steccati i fiori senza nome. Fiumeggerà il chiarore Poi come auto si tuffano alla luna dell’alba, dalle immemori anche ai lieti operai scende la sera. foglie cadranno uccelli morti, e l’ombre Sbocciano lumi e gli alberi di brezza delle gelide amanti sulle tombe. parlano del tempo che verrà. 40 marg. dx. 40 Soffocherà l’ansia Cedevoli al brusio delle prime ore la caligine bionda della notte. [corr. ill.] alle campagne dei piani arati, il balzo è la strada maestra, lacrimata leggendario che arresta il cacciatore, d’ombre gelide ormai spenge la sera. quanto di vago lume 25 45 Lett.: «Letteratura», a. III, n.1, gennaio-marzo 1939 vv.2-3 lungo / l’effimere ] sulle / effimere Lett. v.12 raccolta, ] raccolta; Lett. v.13 fonde ] tresca Lett. v.17 ramo ] vimine Lett. vv.19-20 nubi…occidente, ] (nubi che andando tinge / rapidi fiumi in terre d’occidente) Lett. vv.22-24 l’immagine…addormentare ] l’immagine che ai giorni / umidi le segrete alte dei boschi / riconducevan sulle loro orme Lett. vv. 25-26 E…loro ] La stella che più vivida / le loro ombre Lett. v.27 non sa ] pensa Lett. vv.29-32 e…lo ] non ad ali randage / che ne sottraggon l’avida / apparenza esalata sul tepore / incauto che al ciglio la Lett. v.34 tenere ] dense Lett. v.36 pianto ] pianto, Lett. v.51 s’anima ] s’anima, Lett.; vivi ] miti Lett. 26 Bicicletta notturna La lirica Bicicletta notturna apparve una prima volta su «Letteratura», V, lugliosettembre 1941. Il manoscritto di Arch B (aPa 14) è costituito da una carta manoscritta, solo recto, recante una stesura parziale con diverse varianti e correzioni. Fornisco anche l’apparato genetico della lirica, relativo alla lezione in rivista. 5 10 Ora che par che la collina odori Ora che par che la collina odori e che di verde intimità respiri e che di verde intimità respiri prossima ai davanzali già la bruna prossima ai davanzali già la bruna notte rispunta. E come d’erbe intorno il maggio i muri alla città profuma notte [notte 2 foglia sps. 3 notte marg. sin.] rispunta. E come d’erbe intorno [erba corr.ill. 2 d’erbe intorno] sarà la sera trepida su scale il maggio i muri alla città profuma. verdeggianti infinite all’autunnale Sarà la sera trepida su scale trasparenza degli alberi un variare verdeggianti infinite, a l’autunnale d’iridi al sole, un appassito raggio trasparenza degli alberi, un [sps. il; sps. un] barlume di luce che si perde tra le aiuole. fuggitivo d’un viso che nel sole Sale a fiotti dall’erba il vento e vaga indugia ancora lungo un solitario raggio nella sera un gridío lungo dal borgo 10 [2 alberi, un barlume di rosa *impallidita* scolorita nascosto dietro i platani. Là sorge una luce diffusa tra le piante 15 5 che nel sole appare lungo un *tortuoso* *umido* arido raggio offuscate col giorno: ecco l’estate 3 alberi, un barlume di sole, un odor d’erba, un roseo raggio] subentra al maggio ora ch’è buio, e vanno rasentando cascate silenziose di luce che si perde tra le aiuole. d’edera appena intraveduti amanti. Sale a fiotti dall’erba il vento e vaga 15 E ortiche in fiore invadono i recessi 20 nella sera un gridío lungo dal borgo dell’incognite rupi. Poi di notte nascosto dietro i platani. Là sorge dai muri smarginati ove trabocca una luce diffusa tra le piante rosso stinto di rose anche le voci offuscate col giorno: ecco l’estate delle fontane riposano al vento. subentra al maggio ora ch’è buio, e vanno E la via tenebrosa empie una lucciola rasentando cascate silenziose 27 20 25 perpetua, e ancora indugia all’orizzonte d’edera appena intraveduti amanti. l’antica aria serena. E ortiche in fiore invadono i recessi dell’incognite rupi. Poi di notte dai muri smarginati ove trabocca 25 rosso stinto di rose anche le voci delle fontane riposano al vento. E la via tenebrosa empie una lucciola perpetua, e ancora indugia all’orizzonte l’antica aria serena. Lett.: «Letteratura», a.V, n. 4, luglio - settembre 1941 v.5 profuma ] profuma, Letteratura v.7 infinite ] infinite, Letteratura v.8 alberi ] alberi, Letteratura v.11 vento ] vento, Letteratura v.20 Poi ] Ora Letteratura v.22 rose ] rose, Letteratura v.23 riposano ] resistono Letteratura 28 30 Sereno andare La lirica Sereno andare uscì dapprima su «Rivoluzione», a.III, n.1-2, 20 novembre 1941. Il manoscritto (aPa 15) è costituito da una carta solo recto e racchiude una stesura parziale della poesia con numerose correzioni; si distinguono due inchiostri differenti che testimoniano una stratificazione di varianti nel tempo. Di casa in casa arrivano le voci In me goccia [sps. Bella] d’aria la fragrante a disfarsi nel buio. Ora, improvvisa notte assorbe gli odori [sps. la luce], e spira [sps. muore] intorno di lentischi e d’abeti la campagna 5 ride in fondo ai cortili, i fuochi erranti di vetri [sps. muri cass.] il soffio della taciturna campagna che ora è morta. dell’estate tralucono vicini I lumi [sps. fuochi] erranti ai davanzali, vola un astro come dell’estate tralucono [sps. ritornano] vicini calabrone dorato. agli alberi, il candore delle nubi Verdi piogge quassù cadono sopra bacia [scende 2 ravviva *profuma*] il [sul] muschio. l’alto boschetto, un raggio troppo forte 10 Stringe ai muri la siepe, e l’ombra stringe ai muri la siepe e l’erba ai muri si rappiglia indiscreta [invisibile] al rumore si rappiglia indiscreta. In alto, livida, del vento [corr. ill. vento] i rami mormorano 10 [parlano] amore luce la meridiana. E dentro il mare per chi soffre [di chi ignora] ignora la vita [gloria], illumini vite limaccioso dei vetri ora una barca dalla [limpida] luna [radiosa 2 celeste 3 splendente] lontana alberi muti getta l’ancora, ammaina. Più là irrompe 15 l’ombra che essenze ai neri orli divora cambio di inchiostro di vetusti giardini: al bosco chiama sono a un tratto al buio alberi muti. coi fiori che in eterno vi sospirano come sempre il sentiero solitario. Sono già nella mente al pellegrino 20 5 confusi i fiori e l’ombre, e a caso guarda se un celeste occhio rida, ove tra i rossi loggiati del romito orto diffuso la fontana mormora. 29 Riv.: «Rivoluzione», a.III, n.1-2, 20 novembre 1941 vv. 7-9 dorato…boschetto, ] dorato. Quassù tra / neri boschetti Riv. (vv.7-8) v.11 livida, ] livida Riv. (v.10) v.14 là ] giù Riv. (v.13) v.15 essenze ] ghiande Riv. (v.14) v.21 rida, ] rida Riv. (v.20) 30 Passaggio primaverile La lirica Passaggio primaverile non conobbe anticipi su rivista. Il manoscritto (aPa16) è costituito da una carta solo recto recante una stesura in pulito, con poche correzioni. Ricca si fa di sentieri l’ombra, la polvere [della polvere] s’alza [pietra si leva] e traspaiono come da un velo le case, Ricca si fa di sentieri l’ombra, la polvere le nubi, le gemme che i rami mettono intorno. s’alza e traspaiono come da un velo le case, Si sono perduti i canti, ora [da tanto], ferme nell’aria le nubi, le gemme che i rami mettono intorno. le palme, un attonito bianco dai muri ci guarda, Si sono perduti i canti, ora, ferme nell’aria la strada percorsa, il passato, svanito nell’ombra. 5 le palme, un attonito bianco dai muri ci guarda, la strada percorsa, il passato, svanito nell’ombra. 5 Ferite nere dagli alberi vengono incontro, e a chi solitario ricorda, dell’umida notte, Ferite nere dagli alberi vengono incontro, le risa, le grida felici delirio è il ricordo, e a chi solitario ricorda, dell’umida notte, un’ala che appena lo sfiora e lo spinge lontano, le risa, le grida felici delirio è il ricordo, mentre che ignote figure [intanto strade gatti] davanti alle porte un’ala che appena lo sfiora e lo spinge lontano, mentre che ignote figure davanti alle porte 10 nemmeno [solo] si muovono, i volti [volti coi] si girano altrove. nemmeno si muovono, i volti si girano altrove. Fu già dalle soglie [porte] del mare un diluvio di rose, Fu già dalle soglie del mare un diluvio di rose, entrò con l’odore dell’erba un affanno di liete 15 Dopo il titolo Passaggio primaverile sono riportati i due versi cassati: Speranza di luci. Immagini senz’ombra / volti senza sorriso. corse, di teneri baci. Repente un insetto volato dai cari paesi, dai muri in ascolto, nel vento si leva, risveglia parole vibrate 31 10 in alto dagli orci, un rumore d’acque sepolte. corse, di teneri baci. Era solo un insetto volato dai cari paesi, dai [i cari paesi porta dai] muri in ascolto, nel vento [che fra la sera e i rumori] si leva, risveglia parole vibrate in alto dagli orci, un rumore d’acque sepolte. 15 entrò con l’odore dell’erba un amore di dolci 32 15 CAPITOLO II ALLE SOGLIE DEI CINQUANTA: UN’ATTESA (1949) 33 1. Sullo scorcio degli anni Quaranta Parronchi portò a compimento Un’attesa, il suo terzo libro, approdato alla stampa a ridosso del Natale del 1949, dopo una faticosa gestazione durata oltre un anno – nei carteggi, infatti, i primi riferimenti risalgono addirittura alla fine dell’estate del’48 – un libro che proponeva le liriche composte tra il 1943 e il 1948, e che si segnala, fin dal titolo, come un momento di rottura nell’iter poetico dell’autore. Prima di procedere con un’analisi più minuziosa, è prioritario, per tracciare un’accurata storia del testo, soffermarsi su alcune questioni generali, cercando di trovare risposte a un paio di quesiti, che balzano subito in primo piano. Senza dubbio in questo senso colpisce l’anno di pubblicazione e la sua distanza dall’uscita di Vs soprattutto se si riflette sull’estrema prolificità degli esordi di Parronchi, anche se la sensazione immediata è che ci troviamo di fronte a una nuova fase, un momento di transizione, che solo una raccolta dal respiro più ampio, avrebbe potuto testimoniare. Qualche indizio lo ricaviamo dai carteggi di Parronchi: in particolare da una lettera del febbraio 194938 in cui egli scrive a Sereni: Io veramente non sono in ansia, ho rimesso ogni idea; e siccome la data 1950 – anno santo – è incompatibile col mio libretto, che dovrebbe vedere la luce nel’49, temo che rimarrà in un cassetto. L’insistenza sul 1949 come limite estremo avvalora l’idea che dietro questa scelta debba esserci una progettualità più sostenuta, per cui lo sconfinare nei Cinquanta avrebbe significato intaccare un disegno strutturale. Parronchi intendeva porre un termine ad quem nel proprio percorso, chiudere una stagione, restando all’interno di quei Quaranta, in cui si era avviata – non a caso i Giorni erano usciti nel 1941. E a sostegno di quest’ipotesi rimane l’andamento “decennale”, che Parronchi andrà imprimendo ai propri appuntamenti editoriali negli anni successivi. Accanto a tale questione, risulta parimenti significativa la scelta del luogo. L’abbandono di Firenze, seppur temporaneo, può essere giustificato con la volontà di “cambiar aria” e di cercare un bacino alternativo a quello fiorentino. Resta tuttavia da spiegare il motivo per cui Parronchi si rivolga a Guanda, privilegiando un editore che negli anni Quaranta aveva mostrato un interesse limitato per la poesia italiana e che si era dedicato di più 38 Lettera del 26 febbraio 1949, Un tacito mistero cit., pp. 231-232 34 alla saggistica e alle traduzioni – e penso soprattutto, tra le altre, a quella fortunata della Terra desolata39 di T. S. Eliot. Anche in questo caso è possibile trarre qualche informazione dai carteggi del poeta, connettendo varie tracce sparse nelle lettere della primavera del ’49. E infatti nella già citata a Sereni del febbraio, scrive: Io avevo sollecitato da Meschini la composizione del mio libro, e per tutta risposta ho avuto indietro il dattiloscritto. Questo elemento induce a pensare che, prima di giungere alla definitiva per Guanda, la raccolta abbia seguito un iter complesso, e sarà proprio Sereni a interessarsi poi di questa vicenda. Così pochi giorni dopo40 risponde all’amico proponendogli soluzioni alternative: La situazione editoriale è da questo punto di vista assai difficile. Anche colla “Meridiana” dovresti fare una lunga anticamera, col rischio di vederti passare davanti chissà che roba. E non per colpa di Solmi … Rimane una strada: Scheiwiller, l’amico, in verità un po’ troppo generoso, dei poeti. Ma non c’è bisogno di fare uno dei soliti microscopici e svalutatissimi “Pesci d’oro”. Se ne può fare uno più grande, “fuori serie”. Tuttavia questa possibilità si rivela quasi subito deludente ed è lo stesso Parronchi a darne lapidariamente notizia a Sereni, dopo avere appreso da Macrì l’esito della trattativa: Oreste mi ha scritto che Scheiwiller non pensa più a lavori del genere del mio libro. Ne dubitavo.41 Ora, per venire a capo della storia, occorre spostarsi su un altro versante e consultare il carteggio con Pratolini. Qui, per la prima volta, in una lettera del maggio dello stesso anno c’è un’indicazione a Guanda, anche se non va trascurata la possibilità che nei mesi trascorsi vi fossero state altre trattative, di cui non viene fatta menzione. Così Parronchi riferisce a Pratolini: 39 T. S. Eliot, La terra desolata, Modena, Guanda, 1942 tradotto da L. Berti. Lettera del 18 marzo 1949, Un tacito mistero cit., pp. 233-234 41 Lettera del 24 aprile 1949, Un tacito mistero cit., p. 235 40 35 A Parma vidi Guanda, al quale parlai del mio libro, tramite Macrì, Restammo d’accordo, ma ti so dire che ancora non mi ha scritto: è passata più d’una settimana, e io comincio a dubitare che non debba mai uscire…42 Sarebbe stato quindi Macrì a promuovere questa collaborazione, in virtù probabilmente dei buoni rapporti che aveva con l’editore emiliano, anche se la pubblicazione del volume, rivelatasi faticosa, si trascinò per vari mesi. Dobbiamo attendere la fine di luglio perché Parronchi ottenga una risposta definitiva – e ancora dalle lettere emergono diversi segni di stanchezza da parte sua – 43 e l’autunno per le prime bozze, finché finalmente negli ultimi giorni di quell’anno il libro vide la luce.44 Purtroppo non abbiamo informazioni in merito alle ragioni per cui scelse un editore lontano da Firenze e, se è improbabile l’ipotesi di un rifiuto da parte di Vallecchi, è più fondata quella di un “esilio” volontario. Parronchi è consapevole di avere variato il proprio modus scribendi e di avere compiuto scelte nuove, a cominciare dalla diversa partizione interna della raccolta, e così decide di sottoporla a un ambiente diverso, sottraendola a quel vincolo culturale. Ora, per una valida contestualizzazione, è imprescindibile uno studio dei fatti letterari di questi anni, che tenga conto degli autori e dei titoli più rilevanti, arretrando fino alla metà degli anni Quaranta, e muovendo proprio dall’area fiorentina e in ispecie dalle personalità più vicine a Parronchi. Luzi, dopo aver pubblicato nel 1942 la prosa lirica Biografia a Ebe, nel 1946 con Un brindisi e l’anno successivo con Quaderno gotico, ci consegna una poesia nuova, sempre più svincolata dal simbolismo degli esordi, e preludio a una svolta più netta che si avvierà negli anni Cinquanta, a partire da Primizie del deserto (1952).45 Mentre Alfonso Gatto, dopo l’esperienza devastante della guerra, si muove verso un realismo inedito – per quanto anomalo – inaugurando con le poesie resistenziali de Il capo sulla neve (1947) quel filone civile che sarà accolto in toto negli anni Sessanta nella La storia 42 Lettera del 18 maggio 1949, Lettere a Vasco cit., pp. 163-164. In una lettera del 3 luglio 1949 Parronchi scrive al proposito «Quell’idiota di Guanda non si fa vivo!», Lettere a Vasco cit., p. 166. 44 Ancora in una lettera del 6 dicembre 1949: «Il mio libro è pronto per la stampa ma il tipografo dice che non può mettere mano all’impressione prima di gennaio. Staremo a vedere se Guanda starà agli impegni», Lettere a Vasco cit., pp. 177-178. 45 Si tratta delle raccolte: Biografia a Ebe, Firenze, Vallecchi, 1942; Un brindisi, Firenze, Sansoni, 1946; Quaderno gotico, Firenze, Vallecchi, 1947; Primizie del deserto, Milano, Schwarz, 1952. Per ulteriori informazioni bibliografiche si cfr. M. Luzi, Poesie, a cura di Stefano Verdino, Milano, Mondadori (collana “I meridiani”), 1998. 43 36 delle vittime.46 La riflessione sugli eventi bellici spingerà Salvatore Quasimodo a un analogo mutamento di fronte, testimoniato dalle raccolte Giorno dopo giorno (1947) e La vita non è sogno (1949), dove l’adesione letteraria al tema si mescola a una rinnovata volontà etica.47 E sempre per riferirci al medesimo côté culturale, segnalo almeno l’uscita, nel 1947, del suggestivo Notizie di prose e di poesia di Betocchi48 e dei Nuovi campi Elisi di Sinisgalli49, con un recupero del fortunato titolo del ’39. Tuttavia, allargando il campo ad un orizzonte più ampio, spiccano ancora numerosi fatti degni di menzione. Saba nel 194550 proponeva la prima sistemazione completa del Canzoniere del 1921, per approdare nel 1948 – ampliato con gli intensi versi di Mediterranee – ai tre “volumi” della prima edizione definitiva, capitali per la storia letteraria del decennio Quaranta e non solo. Del 1947 è il fondamentale Diario d’Algeria di Sereni,51 ed anche Il dolore di Ungaretti, che nel 1950, quasi a ridosso dell’Attesa di Parronchi, pubblicava la Terra promessa.52 Un bilancio consuntivo di questa stagione esige inevitabilmente anche un’attenzione agli interventi critici e in primis uno sguardo all’Antologia della poesia italiana contemporanea curata da Spagnoletti (1946) per Vallecchi,53 dove tra gli altri figurava anche Parronchi, un libro che certo rappresenta la testimonianza militante di un’epoca, che già la preziosa introduzione contribuisce a sviscerare. Peraltro Spagnoletti, negli anni Cinquanta, riprese il progetto per Guanda e decise di far precedere ai testi, una presentazione di poche righe, scritta dagli stessi autori. È possibile porre come ulteriore termine di confronto l’operazione realizzata con un’altra antologia Lirica del novecento di Anceschi ed Antonielli,54 dove però è più marcata la direzione storicistica e l’intento antologico, volto a sistematizzare il percorso della poesia italiana dall’inizio del Novecento. Anche qui i successivi aggiornamenti a questo repertorio allargano significativamente il campo d’indagine. 46 Il capo sulla neve, Milano, Milano-Sera, 1947; La storia delle vittime. Poesie della resistenza, Mondadori, Milano, 1966. Per le informazioni bibliografiche sull’opera di Gatto si veda: A. Gatto, Tutte le poesie, a cura di Silvio Ramat, Milano, Mondadori, 2005. 47 Giorno dopo giorno, Milano, Mondadori, 1947; La vita non è sogno, Milano, Mondadori, 1949. 48 Notizie di prosa e di poesia, Firenze, Vallecchi, 1947. 49 Nuovi campi Elisi, Milano, Mondadori, 1947. 50 Canzoniere (1900-1945), Roma, Einaudi, 1945; Canzoniere (1900-1947), Torino, Einaudi, 1948. 51 Diario d’Algeria, Milano, Mondadori, 1947. 52 Il dolore (1937-1946) in Vita d’un uomo 4, Milano, Mondadori, 1947; La terra promessa: frammenti in Poesie 5, Milano, Mondadori, 1950. 53 Antologia della poesia italiana contemporanea; Firenze, Vallecchi, 1946; successivamente riedita in versione rivista ed ampliata: Poesia italiana contemporanea, Parma, Guanda, 1959-1961-1964. 54 Lirica del novecento, Firenze, Vallecchi, 1953 poi, in edizione riveduta e ampliata, Firenze, Vallecchi, 1961 e 1969. 37 Tra gli altri contributi critici di cui tenere conto c’è il volume Caratteri e figure della poesia contemporanea di Macrì,55 (1956) in cui trovava posto la recensione del 1941 ai Giorni sensibili di Parronchi, intitolata suggestivamente Neoromanticismo di Parronchi, riproposta accanto ad un inedito studio su Un’attesa. Segnalo ancora i Nuovi studi (1946) di Carlo Bo, dove era presente un’altra scheda critica alla raccolta del 1941, affiancata dalle analisi riservate a Frontiera di Sereni e ai Notturni di Fallacara.56 Negli anni che precedono Un’attesa Parronchi mostra un’attività intensa in varie direzioni e una partecipazione attiva alla vita culturale italiana. Sarebbe opportuna in questo senso una rassegna completa dei suoi interventi, al cui interno è comunque lecito isolare alcune linee privilegiate. Anzitutto il versante delle traduzioni, cui si dedica con precoce e particolare impegno da subito e che rivela una notevole capacità comparatistica. Al 1946 risale la traduzione delle Chimere di Nerval,57 capolavoro della letteratura post-simbolista, e quella dell’Après-midi d’un Faune di Mallarmé. Subito dopo egli si concentra sulle prime due stesure del poema mallarméano, il Monologue e Improvisation d’un Faune, arrivando nel 1949 ad ultimare la Nota al Fauno, completa dei riferimenti ai due avantesti, che impiegherà nel 1951, per un volume che riunisce Monologo, Improvviso, Pomeriggio d’un Fauno.58 L’attenzione riservata al poeta francese giova a inquadrare i modelli più condizionanti, e ciò appare ancor più interessante se si riflette sulla vasta monografia di Bo uscita nel 1945 – intitolata semplicemente Mallarmé – 59 e sullo Studio su Mallarmé di Luzi del ’52.60 A questo si aggiunge la traduzione di Una stagione all’inferno di Rimbaud,61 edita nell’estate del ’49, che testimonia quanto interesse nutra Parronchi per l’area simbolista francese. 2. Tornando alla raccolta poetica del ‘49, per analizzarne la storia e l’evolvere nel corso degli anni va osservato che Un’attesa scelse di abbandonare la forma del prosimetro, che ormai appariva notevolmente inflazionata e quasi totalmente superata, per disporre invece le liriche in un corpus compatto ed omogeneo. Così le 43 poesie vengono ripartite in cinque sezioni, ognuna delle quali recante un titolo e un arco temporale, secondo una disposizione libera da schemi e simmetrie interne. 55 Caratteri e figure della poesia contemporanea, Firenze, Vallecchi, 1955. Nuovi studi, Firenze, Vallecchi, 1946. 57 Le chimere di G. de Nerval, Firenze, Fussi, 1946. 58 Si tratta di: Il pomeriggio d’un fauno, Firenze, Fussi, 1946; Monologo, Improvviso, Pomeriggio d’un fauno, Firenze, Fussi, 1951. 59 C. Bo, Mallarmé, Milano, Rosa e ballo, 1945. 60 M. Luzi, Studio su Mallarmé, Firenze, Sansoni, 1952. 61 Una stagione all’inferno, Firenze, Sansoni, 1949; poi riproposto dalla medesima casa editrice nel 1991. 56 38 Soltanto dieci di questi componimenti avevano avuto isolati anticipi in rivista, tra il 1943 e il 1949,62 ma non si registrano divergenze significative rispetto alla lezione definitiva, salvo qualche cambio di titolo – su cui semmai mi soffermerò in altra sede – e rare correzioni, di carattere ortografico e interpuntivo. Questo è l’indice completo del 1949: UN’ATTESA (1943-45) Una brezza Se grido L’ultima luce A uno squarcio tra nubi ALBA Arresta dentro te la primavera SONNO DELLE STAGIONI (1943-45) Quando la zolla odora E ora che di foglie Che aspetta autunno Sbianca il cielo ADDII (1943-46) LIED NOTTE DI MARZO NARCISO, IMITAZIONE Tregua agli occhi L’antica e fredda sera Trasogna inavvertita LA GROTTA AUTUNNO PRECOCE REQUIEM «OAK’S COLLEGE» 62 Questi i dati bibliografici completi relativi agli anticipi in rivista: Una brezza di primo inverno in «Il mondo», a.I, n. 16-17, 5 novembre 1945, p. 8; Se grido nella notte in «La fiera letteraria», a.I, n.17, 9 agosto 1946; L’ultima luce in «Poesia», VII, giugno 1947, p.82; A uno squarcio tra nubi (con il titolo Tramonto) in «La fiera letteraria», a.I, n.17, 24 aprile 1949; Sbianca il cielo d’autunno (con il titolo Ballata del tempo invernale) in «La fiera letteraria», a.II, n.52, 25 dicembre 1947, p.3; La grotta in «Il popolo», a.VI, n. 249, 21 ottobre1948; Ritorna notte in «La rassegna d’Italia», a. IV, n.10, ottobre 1949, pp.1005-1006; Io solo in «La rassegna d’Italia», a. IV, n.10, ottobre 1949, pp.1005-1006; Il suo corpo fu luce in «Democrazia», a.V, n. 51, 26 dicembre 1948, p.5; Addio! Restano gli anni in I poeti scelti, a c. di G. Ungaretti e D. Laiolo, Mondadori, 1948, p.117. 39 Ritorna notte IN ASCOLTO (1946-47) Io solo All’arida montagna Io su questo deserto Infinite ombre O monte A VITTORIO AGLI AMICI VIAREGGINI IN MEMORIA CERCANDO DI RESISTERE AL SONNO FINE D’ANNO IL SUO CORPO FU LUCE OCCHI SUL PRESENTE (1948) Il cielo si richiuse Dentro, al caldo Sulle facciate Se questa sera Tutto dal cielo STRADE DOPOPIOGGIA MOTIVO Addio! Riappari in forma nuova Non è un addio La scelta di presentare in stampatello alcuni titoli potrebbe indicare la volontà di isolare singoli nuclei lirici all’interno della raccolta e di creare talvolta una sezione dentro la sezione. Allo stesso modo, induce alla riflessione il fatto che dalle indicazioni cronologiche risultino sovrapposizioni temporali: ciò testimonia che non ci troviamo davanti a una “auto-antologizzazione”, ma che, pur in assenza di strutture caratterizzanti, Parronchi ha compiuto una rigorosa cernita dei propri testi. 40 La raccolta conosce una prima significativa riproposizione nel 1962,63 quando il poeta riordina i versi giovanili, in un volume che recupera il titolo del ’49, ma in un’ottica totalmente nuova, come chiarisce Luigi Baldacci: Un’attesa era apparso una prima volta presso Guanda nel ’49, accogliendo ’48: ma quando nel ’62, si rubricava sotto tale voce tutto il liriche del ’43 - lavoro giovanile, certo il poeta caricava ulteriormente l’intenzione metaforica. Quell’attesa era la preparazione a una a una presa di coscienza e di responsabilità […] maturità, 64 La «preparazione», cui accenna Baldacci, si riferisce al Coraggio di vivere del 1956, che segna un’indubbia evoluzione nella poesia di Parronchi, e che probabilmente motiva, a pochi anni di distanza, l’esigenza di un libro come sarà quello del ’62. La questione è però più complessa ed intricata e richiede ulteriori dati sulla bibliografia parronchiana degli anni Cinquanta. Nel 1952 Parronchi pubblicava, presso l’editore milanese Schwarz, L’incertezza amorosa; nel 1954 usciva da Vallecchi, Per strade di bosco e di città, che raccoglieva tre poemetti inediti65 appena concepiti, mentre dopo il libro del 1956, or ora menzionato, nel 1958 usciva, in un’edizione “periferica”, La noia della natura. Nel 1961 Parronchi proponeva, questa volta da Garzanti, con il medesimo titolo Coraggio di vivere, una sintetica scelta di versi, secondo un’ottica più ampia, dove, accanto al blocco eponimo, trovavano spazio L’incertezza amorosa e La noia della natura, in un unico corpus, motivato forse da una consonanza di temi – per quanto al lettore questa scelta possa sembrare solo un tentativo di far riemergere due raccolte, rimaste più in ombra. Per venire ora al libro, nel 1962 Parronchi riunì i testi della stagione compresa tra il 1937 e il 1949: ovvero i Giorni e i Visi, ma privati della prosa lirica, e le sezioni di Un’attesa, inserendo tra questi due momenti, Alone,66 un frammento rimasto inedito, risalente agli anni 1939-42. In tal modo il punto d’arrivo della fase giovanile viene fissato al 1949, con l’esclusione dei poemetti di Sbc, che restano così al di fuori di qualsiasi periodizzazione. Confrontando l’indice del ’62 con quello del ’49, si rilevano una serie di variazioni, a livello macro-testuale, per cui sarà necessario procedere, analizzandone le singole 63 Un’attesa (1937-1948), Urbino, Istituto statale d’arte per la decorazione del libro, 1962. Per Alessandro Parronchi : atti della giornata di studio, Firenze, 10 febbraio 1995, a cura di Isabella Bigazzi e Giovanni Falaschi. 65 Si tratta di Giorno di nozze, Nel bosco, Città. 66 Alone in «Ca balà», a. I, n. 2, luglio 1950, p. 3. 64 41 sezioni. Le prime due non subiscono mutamento, mentre in Addii vengono cassate Narciso, imitazione e L’antica e fredda sera e dato il titolo Firenze alla lirica, che prima veniva identificata unicamente dall’incipit «Tregua agli occhi». Dalla sezione In ascolto vengono cassate Agli amici viareggini e In memoria, mentre A Vittorio si sposta nella sezione successiva e Io solo viene ricollocata dopo O monte. Per quanto riguarda Occhi sul presente, Parronchi vi inserisce L’atelier de M. e Tutto dal cielo aspettavamo e ne espunge Il cielo si richiuse, Se questa sera e Dopopioggia. Pertanto non c’è solo un riassetto strutturale, ma anche un cambiamento di fisionomia, con l’integrazione di nuovi testi,recuperati dal cantiere privato del poeta – non c’è infatti ragione per dubitare che essi appartengano al periodo che ci riguarda dei versi giovanili, pur avendo subito probabilmente una revisione “fisiologica”. Una nuova riproposizione di questi testi si ha soltanto nel 1994, con un mutamento sostanziale dell’atteggiamento nei confronti delle sue prove giovanili e con la ripresa del suggestivo titolo Per strade di bosco e di città. L’assetto viene ulteriormente modificato: la compagine dell’Attesa del ’62 è mantenuta, con l’integrazione dei poemetti del ’54 che, quasi ad assecondare un gusto antologico, vengono presentati come sezioni isolate. Ai poemetti – che idealmente potrebbero costituire un punto d’approdo della prima fase – Parronchi fa però seguire altri materiali inediti: i Due disegni (del 1945) e il blocco di Ceneri di primavera del 1953-55. L’intento di riportare in luce questi frammenti è inevitabilmente gravato dubbi che un’operazione simile può sollevare, occorre chiedersi che peso allora conferire alle quartine impressionistiche dei Disegni, nella valutazione di un percorso complessivo. Per quanto riguarda la storia di Un’attesa, si ravvisano qui pochi fatti degni d’attenzione. L’unico inserimento è quello della poesia Nella luce sempre apparirai nella sezione Un’attesa, mentre per il resto, salvo qualche cambiamento nell’ordine dei testi, si attiene al canone del’62. L’estremo rimaneggiamento del nucleo del ’49 arriva nel 2000 con la pubblicazione dell’opera complessiva di Parronchi, nei due volumi delle Poesie. In quell’occasione la necessità di fornire un’immagine stabile e consolidata del proprio percorso, porta Parronchi a un ordinamento definitivo. La fase, dal ’37 al ‘54, va ora sotto un’etichetta unificante e con un titolo, Per strade di bosco e di città, che a questo punto diviene l’ultimo filtro, attraverso cui Parronchi e il lettore osservano gli esiti di questo periodo. Nella circostanza si registrano ulteriori innovazioni all’indice del testo, qual era nel ’49, con un parziale ritorno alle origini. Nella sezione Un’attesa c’è l’inserimento dell’inedita Vigilia – datata «Natale 1944» –, Addii si mantiene uguale al ’94, mentre In 42 ascolto risulta ampliata. Qui trova posto Fine d’anno, scomparsa subito dopo il ’49, e s’inseriscono nuovi tasselli: Vecchia Faentina, Figura, come rapida salivi! e Quante volte, avviandomi nel buio, quest’ultima, come avverte la nota bibliografica, uscita per la prima volta solo nel 1978, in una plaquette di Pananti.67 La sezione conclusiva, Occhi sul presente, fornisce uno spaccato ancor più interessante di questo modo di tornare al passato: rientrano Agli amici viareggini e In memoria, che erano state espunte da In ascolto – e che vengono introdotte qui probabilmente per riunirsi ad A Vittorio in un trittico memoriale –, Dopopioggia e compare l’inedita Inverno romano. 3. Un’attesa, uscito quasi all’estremo di un ciclo, raccoglieva i frutti poetici di un lustro che, se sul piano artistico era risultato particolarmente prolifico, era stato invece contrassegnato da una profonda incertezza personale, che le circostanze biografiche possono confermare. L’attesa, evocata dal titolo, è allora metafora di una condizione esistenziale, prima ancora che letteraria, di un’insoddisfazione che solo l’avvento dell’età matura avrebbe potuto riscattare, come se la precarietà di quel periodo fosse la preparazione a una nuova fase ancora di là da venire. In questo senso sono indicative le parole rivolte a Vittorio Sereni agli inizi del 1948, quando, in riferimento alle ultime liriche composte che andavano ad integrare il primo abbozzo della futura raccolta, egli scriveva: Nascono da una disposizione nuova, da un lavoro giornaliero […] E te ne parlo molto semplicemente […] perché, ti assicuro, anche per me sono cose venute dimessamente, come un nuovo terreno, che non so e non mi preoccupo cosa possa preparare. Così t’informo che io “scrivo versi”, ma, per la prima volta, versi che non sono “scavati nella mia vita come un abisso”, ma versi semplici e forse insignificanti. È il modo come si annuncia in me l’età più matura, la quale anche se di fronte agli altri sarà banale, non cessa per questo di presentarmisi come un’incognita.68 Emergono da queste righe i segnali di un cambio di direzione all’interno del percorso di Parronchi, oltre ai sintomi di una drammatica crisi creativa. Egli forse avverte l’esigenza di portare sulla pagina il proprio vissuto e la realtà circostante, liberandosi di quel 67 Quante volte avviandomi nel buio, Umori, Firenze, Pananti, con 10 disegni di Silvio Loffredo, 1978, p. 5. 68 Lettera del 13 gennaio 1948 in Un tacito mistero cit., pp. 195-197 43 carattere metafisico e indefinito che connotava la sua poesia, e accantonando implicitamente anche la progettualità sistematica dei lavori precedenti. Il libro del’49 è infatti la trascrizione di un percorso, nel quale è palese il trapasso dalla prima maniera, il cui congedo è anticipato dalla rinuncia definitiva alla prosa lirica, in cerca di una poetica rinnovata. Alla staticità delle prime raccolte, segnate da una netta omogeneità tematica, Parronchi contrappone ora una varietà di toni e motivi; analogamente la struttura rigida del prosimetro è sostituita da una forma più aperta e il corpus della raccolta è scandito in cinque sezioni distinte. Per valutare il senso di questa scelta, ancora una volta, risultano utili gli spunti offerti dai carteggi. Sempre a Sereni, nell’agosto del 1948, egli confessava: Il libretto, dopo qualche ultima aggiunta è proprio finito: è tutto quello che accetto dal ’43 a oggi. Non ha una linea definita, sono, come è stata la mia vita stessa in questi anni, una serie di periodi che via via crescono, maturano e sboccano in qualcos’altro. Se l’occasione di stamparlo fosse nata prima sarebbe stata più breve. Ora però so che resterà così.69 La raccolta, dunque, nasce dall’accostamento di nuclei sganciati (o di «quadernetti», come egli stesso, in un’altra lettera, definisce la sezione In ascolto)70, disposti unicamente secondo un ordine cronologico. Ma il libro definitivo, a cui Parronchi era giunto dopo vari aggiustamenti e revisioni, era il risultato di un accurato assemblaggio tra momenti diversi e si presentava radicalmente mutato rispetto alla prima bozza consegnata a Vallecchi sullo scorcio finale del 1947.71 Ogni sezione assume un valore autonomo nel sistema della raccolta, anche se la prima eponima del libro insieme alla successiva, intitolata Sonno delle stagioni, costituisce un blocco omogeneo, ancora fortemente legato agli usi del primo Parronchi. In questa fase egli conferma la sua vocazione notturna con la scelta di paesaggi affondati nell’atmosfera serale («[…] il verde / intenso che sui teneri rialti / si riproduce immoto nella sera») e con una compenetrazione costante tra la dimensione crepuscolare e lo scenario silvestre, spesso realizzata attraverso costrutti analogici («affacciarsi lento tra gli abeti / di luna») ed accostamenti sintagmatici inediti. Questo paesaggio, a tratti edenico, è rappresentato in tutte le sue sfumature visive, con un’icasticità quasi 69 Lettera del 23 agosto 1948 in Un tacito mistero cit., pp. 216-218 Lettera del 12 settembre 1948 in Un tacito mistero cit., pp. 220-222 71 In una lettera a Sereni dell’8 dicembre 1947, scriveva: «Io in questi ultimi tempi non ho fatto altro che portare a Vallecchi un libretto di poesie, dal ’43 al ’47, che sono il succo e il segreto insoddisfatto di questi ultimi anni d’attesa. Un’attesa è appunto il titolo […] Ci ho messo molto a decidermi per la mancanza assoluta di un appiglio, o di qualcosa che mi facesse – dall’esterno – apparire necessario di portare a pubblicare il mio libro di versi.» in Un tacito mistero cit., pp. 185-186. 70 44 pittorica. E allora l’«erba […] inazzurra i crinali», «s’iridano le tenebre del fiume» e la «casa […] s’intorbida in ombre di viola». Una “poetica dei colori” – e penso al titolo suggestivo di un contributo di Parronchi su Campana proprio di quegli anni – 72 che rivela l’intima essenza del suo lavoro: Buio intanto raddensa l’inverno e nel più nudo dei boschi entra. Ma forse, per chi sa di morire con la sera, è profondo celeste, anche se nera lo aspetta la terra, l’ombra della natura. La dialettica tra “luce” e “buio”, che ammanta la natura di una patina chiaroscurale, è metafora di uno scontro tra “vita” e “morte”, ma esemplifica anche il tentativo di sottrarre il proprio passato all’oblio delle tenebre. Parronchi scandaglia la realtà alla disperata ricerca di un segno, vaga «a cercar nell’ombra il caro viso», anche se gli indizi si rivelano presto fallaci e l’illusione svanisce. L’agonismo della quête conduce la scrittura a una nuova soggettività: l’ “io” diviene protagonista e, non più spettatore inconsapevole, dialoga con un “tu”, prossimo a dileguarsi nel baratro del tempo, con quell’«amica» che è «con l’ombre lasciate all’altra riva / un’ombra più lontana». L’evanescenza del destinatario femminile è confermata da un giudizio dello stesso Parronchi, secondo cui nell’Attesa «di poesie col tu non c’è che le stagioni, ma nelle stagioni il tu è un fantasma»73 o forse, aggiungerei, una proiezione dell’inconscio che lo esorta a scavare nel passato, per rintracciare le origini di un malessere sopito. La tendenza introspettiva, che affiora nelle prime battute del libro, si traduce nella sezione Addii in recupero memoriale e dentro il paesaggio si materializzano immagini e luoghi del ricordo, come se all’improvviso il poeta avvertisse «degli anni / perduti la ressa disfarsi» e le voci sommerse tornassero a cantare all’unisono. Mentre la vegetazione dilegua nella notte e i rumori della natura lentamente s’affievoliscono, resistono pochi oggetti («una zucca al limitare / d’un orto») e scorci solitari («al vuoto delle arcate / nella nebbia»), attorno ai quali s’addensa il fluire del pensiero, testimoni muti svuotati di ogni funzione consolatoria. Lo scenario del processo rievocativo è attraversato costantemente da un vento («deserto delizioso / visitato dai venti») che agita i rami nella sera, fino a tramutarsi nel segno che riattiva la sfera del passato («E sembra soffiare / tuttora il vento che ne confondeva 72 “Genova” e il senso dei colori nella poesia di Campana in «Paragone», n.43, dicembre 1953 poi in Artisti toscani del primo novecento, Firenze, Sansoni, 1958. 73 Lettera del 23 maggio 1948 in Lettere a Vasco cit., pp. 134-135. 45 l’ombre […]») o a divenire simbolo della dispersione del tempo. Così nei versi iniziali di Lied: un vento che strappa l’amico all’amico, che strugge i ricordi, che annulla per sempre nel bianco dell’alba la luce d’un viso. Il vento assume allora il ruolo di correlativo – oggettivo in un’accezione vicina al Luzi di Un brindisi (1946) in cui «[…] il vento insensibile che torce / le viscere del fuoco tra le fiamme / stridule del camino […]» prelude al «volto che rovina / nell’ombra del distacco».74 Il dialogo con le ombre porta alla luce stralci di memoria collettiva e svela i fantasmi della guerra, rimasti intrappolati nelle rovine e dentro i boschi, ancora murati in quella terra dove tante voci si spensero («Anche la voce d’un grillo si perde / nel vano dove ogni altra fu bevuta»). Il trittico di poesie, cui Parronchi affida il tema, si svolge in un climax ascendente, dall’apparizione dei primi segnali fino al concretarsi del «ricordo dei morti», dentro un silenzio irreale, e giunge all’epilogo in un Requiem sommesso. Ne La grotta lo scenario spettrale richiama frammenti dell’esperienza bellica, già anticipati dal presagio funereo della «farfalla / d’ali nere», relegati da Parronchi in un inciso lapidario: – vi morirono schianti atroci, raffiche, singhiozzi, in tempi che ora più nessuno ricorda – una sequenza onirica («come un sogno durasse») che squarcia la pagina e getta il lettore nell’abisso della storia. Con Autunno precoce il compianto si declina in silenzio e ogni presenza umana si annulla, affinché sia percepibile il richiamo dei “morti” prima che «ci raggiunga il pensiero della Notte» e la memoria sprofondi nell’oblio. Mentre in Requiem il referente è l’anonimo amico scomparso, che assomma in un unico fiato l’eco di «tante vite protese» e si eclissa, risospinto «di là dal muro» insieme a tutte le ombre che affollano questi versi. Dalla sintesi tra epos civile ed elegia, che inaugura una tendenza inedita nella prassi di Parronchi, discende il ritmo narrativo di Oak’s college e il racconto smette la sua funzione corale per calarsi nel passato privato del poeta. Il collegio ch’egli frequentò 74 M. Luzi, Un brindisi, Firenze, Sansoni, 1946. I versi sono citati dalla lirica Compianto, anche se risultano fitte le occorrenze del termine in tutta la raccolta, per esempio in Diana, risveglio: «Il vento sparso luccica tra i fumi / della pianura […] Quale messaggio più caro?». 46 nell’infanzia (camuffato nella traduzione in inglese: era il Collegio alla Querce), è il luogo dal quale riemerge una stagione della sua esistenza e con essa il disagio e il senso di esclusione patiti allora. Ma la porta che si richiude, precludendo definitivamente l’accesso alle «antiche stanze» del ricordo, segna il congedo dal filone memoriale, come l’incipit dell’ultima lirica, che presagisce il ritorno simbolico della notte, riconduce drasticamente il poeta al presente. L’epilogo di questa fase, dominata dall’esperienza alienante della guerra, è tutto nell’esistenzialismo della sezione In ascolto, in cui Parronchi è alla ricerca di una redenzione personale e di una catarsi che lo preservi dall’assurdità della Storia. Il poeta si scopre solo, in balia di una realtà che non gli appartiene, e capisce che ogni sua azione è o sarebbe insensata: Io solo. E dalla notte non giunte ancora al suo risposo l’ultime parole. Mi ritrovo nella rete dei miei gesti…ma improvviso un vento li cancella. Da questa percezione si origina un blocco di poesie, abbozzate complessivamente nell’estate del 1947 mentre Parronchi soggiornava, per un breve periodo a Pian degli Ontani, paesino isolato dell’Appennino pistoiese. Mi riferisco almeno alla prima parte della sezione, fitta di richiami al paesaggio montano e imbevuta di un misticismo quasi francescano, nella quale il poeta si rivolge con un disperato vocativo «All’arida montagna» alla quale domanda «una scoscesa verità». La città, avvertita in lontananza, è ritratta «col suo vuoto di abissi / che non danno vertigine» ed incarna la perdizione del peccato, dalla quale occorre fuggire in un cammino ascensionale ribadito, pochi testi dopo, da una nuova invocazione («O monte»). Questi versi richiamano nell’intonazione e nel contesto suggestioni dal Campana pellegrino alla Verna. Parronchi, infatti, nella strofa finale scrive: eccomi, notte, eccomi, incertezza che nascondi tra opache forre la via che inevitabilmente troverà, dietro gli altipiani, l’alba. e Campana, nelle Immagini del viaggio e della montagna proposte in calce alla prosa della Verna: 47 Ecco la notte: ed ecco vigilarmi E luci e luci: ed io lontano e solo: quieta è la messe, verso l’infinito […] vanno muti carmi Il motivo della notte, che suggella entrambi i componimenti, è svolto in maniera analoga e si ripete l’uso delle iterazioni, seppur con più cautela in Parronchi. Ma per ampliare il quadro dei modelli, oltre alla vistosa impronta campaniana, non posso tacere di qualche influsso da Rebora – e non solo dai Frammenti lirici –75 e di una predilezione per Rilke che suggestionò profondamente Parronchi «per le sue qualità di mistero, di segreto incomunicabile».76 Il campionario dei motivi si arricchisce di altre sfaccettature nella seconda parte della sezione, anche se il linguaggio vi resta paratattico, alieno da preziosismi e ricercatezze formali. La morte, declinata in assenza nei versi disperati degli Addii, è ora la soglia verso un oltre possibile, nell’illusione che la salvezza agognata si realizzi in un’Aldilà («Ma chi sa, forse notte ora ma giorno / giorno pieno sarà dopo la vita…») dove finalmente i tormenti umani s’acquetino. La meditazione sommessa si scioglie in canto spirituale e la spinta si risolve nell’immagine della Resurrezione, che domina Nel suo corpo fu luce e chiude la sezione, colmando la frattura insanabile tra una terra, satura del sangue delle vittime, e un cielo, trincerato dietro una cortina di nebbia e raggiungibile solo nel superamento delle passioni dell’esistenza. Così Parronchi asseconda il presagio affidato alla chiusa aforistica di A Vittorio: si slargherà il suo cielo su noi e sempre più lievi ombre saremo al suo perpetuo schiarire. Tale soluzione doveva apparire un valido approdo per il percorso della raccolta tanto che nel 1947 egli progettava di chiudere a quel punto Un’attesa,77 ma la decisione di 75 A proposito dell’interesse per Rebora si cfr. Le poesie varie di Rebora in «La chimera», 3 giugno 1954; poi accolto nel volume Artisti toscani del primo novecento cit. 76 Lettera del 14 febbraio 1946 in Un tacito mistero cit., p. 78. 77 In una lettera del dicembre’47 a Pratolini scriveva: «Io mi sono deciso a portare il libretto che ti dicevo da Enrico. […] Mi pare che dalla prima poesia del 43 all’ultima di quest’anno – quella della montagna – 48 inserire quella che ne sarà l’ultima parte fu probabilmente motivata dall’esigenza di testimoniare l’apertura verso nuovi orizzonti, già implicita nella scelta del titolo Occhi sul presente. Questa sezione, l’ultima del libro, rappresenta l’estremo lascito degli anni Quaranta e il termine conclusivo della giovinezza poetica di Parronchi, ma al contempo è il luogo in cui ricercare in nuce gli elementi che inaugureranno la nuova fase. Il tratto innovativo certo è nella rinuncia ai toni più elegiaci e nell’essenzializzazione del linguaggio, che procede ora per immagini slegate e per periodi brevi e lapidari, come nell’incipit della prima poesia: Il cielo si richiuse: alta splendeva la luna, poi di nubi rotolò un grigio e denso si diffuse. o attraverso un ritmo narrativo, cadenzato da una punteggiatura incalzante, frantumato da parentesi e incisi, spesso con il ricorso ad iperbati e inversioni: Dentro, al caldo, le bottiglie, i profumi, e uno sguardo ti punge, dolce invito (se tutto, ah!, tutto, non fosse finito…) Dentro una realtà popolata di fantasmi («io spettro, anche tu spettro»), fra lacerti di natura appassita e paesaggi suburbani («uno scheletro di ponte») si consuma il dialogo con la donna, confidente muta, alla quale il poeta rivolge la sua litania, nella consapevolezza che il passato ha smarrito il suo valore salvifico («sul ricordo non si edifica / più che sulla sabbia») e restano pochi gesti vuoti nel presente. Il referente femminile, che a tratti si incarna in una figura reale, cela l’allocuzione alla poesia, alla «chimera», come la definisce in un impeto campaniano, cui il poeta destina la sua personale invocazione: «Riappari in forma nuova / esisti anche se il cuore non ti crede…» Parronchi raccoglie nella lirica conclusiva i motivi pregnanti del libro e costruisce una lunga confessione con un vocativo, diretto a una destinataria evanescente, che appare un bilancio su se stesso e sulla propria vita: Quanto a me, che già troppo ho vagato nel giro del mio discorso qualcosa si apre, si annuvola, si schiara, si riaddensa e fievolmente si sgretola per dare posto a qualcos’altro che, se nascerà, sarà di natura più aerea.» in Lettere a Vasco cit., p. 94. 49 […] devi sapere che molto spesso ho tradito la vita senza accorgermene, sono passato accanto distratto, al mistero che fioriva per incanto. In questa ostentata dichiarazione di poetica Parronchi prefigura l’esito della sua opera oltre il limite degli anni Quaranta e adombra un realismo, che possa archiviare le ombre per registrare l’impeto della vita nel suo movimento elementare, nei suoi oggetti e nelle sue pulsioni autentiche. 4. Per approfondire l’analisi di queste liriche e delle tendenze che emergono all’interno della raccolta è imprescindibile lo studio delle carte autografe, conservate nel Fondo Parronchi dell’Archivio letterario A. Bonsanti del G.P. Vieusseux di Firenze. La ricchezza degli avantesti manoscritti, relativi a un consistente blocco di testi, ci permette di valutare minuziosamente l’incedere del lavoro correttorio del poeta che ritorna in momenti diversi sulle varianti e riapre il proprio cantiere per limare i testi fino alla lezione definitiva. La stratificazione di inchiostri differenti, e talvolta anche di tratti dissimili, testimonia l’insicurezza di Parronchi di fronte a un libro eterogeneo e complesso, al punto che ogni intervento risponde a una precisa ratio costruttiva. Anche se esistono alcune costanti nel quadro complessivo, il suo modus operandi varia notevolmente nelle singole sezioni: nella prima parte è palese una tendenza alla compressione del dettato e una spinta verso l’essenziale; mentre nella seconda l’attenzione è più rivolta ad aspetti linguistici e ad una focalizzazione delle immagini poetiche. Proprio in virtù dell’autonomia dei diversi momenti del libro, procederò illustrando gli apparati più significativi, tenendone in considerazione lo specifico contesto. La lirica su cui apre la raccolta – e la sezione eponima Un’attesa – fornisce già una casistica utile per inquadrare l’atteggiamento di Parronchi, per la presenza di varie riscritture e di numerose varianti che giova a ricostruirne la vicenda filologicamente. Nell’incipit l’elemento della «brezza», assimilabile al vento che all’interno del libro accompagna spesso la rievocazione dal passato, era originariamente la «luce», che ritorna variata nei versi successivi e implica una serie di correzioni. La caduta del sostantivo ne consente, infatti, la reintegrazione nella formula «spazia in queste fredde luci», che apre una dialettica destinata a percorrere l’intera poesia. Interessante a questo proposito la trattazione di un passo, successivamente espunto, che subisce una serie di 50 evoluzioni. In origine vi sono le due versioni quasi coincidenti «nulla sembra aver tolto a me di luce» e «non mi toglie altra luce», ma, per eliminare la ripetizione, Parronchi inserisce il «bene», che richiama, per affinità tematica, il «cuore» («che si strappa dal cuore ogni altro bene»). Nella prima parte della stesura si individuano, parzialmente cassate, catene sinonimiche, come quando, in luogo delle «valli», il poeta suggerisce «dune cime», o ancora, al posto dei «rami», pensa a «giorni bruni golfi». Questi spunti attivano altri filoni nella seconda sequenza, in cui procede per tentativi, abbozzando e abbandonando motivi diversi, sino a giungere alla soluzione promossa a testo, che riaggancia il tema dell’inizio. L’immagine della «gioventù » che si materializza improvvisa, rimette in circolo i «golfi» («in questi golfi / della mia vita»), mentre, dopo il riferimento all’amico, così vicino ai vocativi che affolleranno le sezioni successive, c’è un «vento che dal mare / spira, e porta gli odori della vita», sintagma forse scaturito per continuità semantica proprio da quei «golfi», rimasti in trasparenza. Nel blocco definitivo il poeta provvede ancora ad asciugare il dettato, sfrondandolo di alcuni tratti faticosi – «che ebbra di sangue e lacrime / ormai tace la terra» – e arriva per compressione a un epilogo denso di pathos, dove i «cuori umidi già d’ombra già di morte» divengono i «cuori che lottano con l’ombra», in una sintesi che acuisce il contrasto tra il vitalismo dell’uomo e l’ineffabilità della natura. Anche gli avantesti delle altre due liriche di questa sezione rispondono all’esigenza di sottrarre materiale, per focalizzare in maniera più netta i temi dominanti, escludendo per gradi le divagazioni e gli indugi. Nel caso della poesia Se grido nella notte la prima parte, chiusa nel libro da un deciso segno di stacco, è sottoposta a una strenua revisione, che conduce a una lezione pressoché identica a quella che approderà in volume. Dallo studio variantistico affiorano i passaggi intermedi che precedono la mise en page definitiva, le scelte lessicali e gli aggiustamenti sintattici conseguenti, al cui proposito cito qualche esempio. L’efficace anastrofe «sulla strada lacrime non piove», che prepara un’invocazione alla luna, di leopardiana memoria, è in realtà il risultato di una serie di modifiche. La «strada» era preceduta da «negli orti rara» e da «sul tuo volto» così come avevamo il più generico «cade» invece di quel «piove», dall’accento spiccatamente metaforico e probabilmente indotto dall’immagine della strada. Tuttavia Parronchi interviene subito a cassare, nel verso successivo, la preposizione «sulle», per abolire la ripetizione, ed inserisce «tra le», che instaura anche un ritmo allitterativo («sTRAde»; «TRA le»; «moRTe cime»). 51 Il servirsi delle medesime tessere lessicali secondo nuove combinazioni caratterizza invece un altro passaggio. Ai vv. 6-8 abbiamo: […] Da te amica Tutto il freddo del vento mi divide, sei con l’ombre lasciate all’altra riva che è ottenuto a partire dal nucleo: Entro quell’ombra un freddo scorre da quell’altra riva La ripresa di alcuni elementi cardine è suggellata dall’imprevista apparizione dell’«amica»: verso di lei tende il discorso del poeta che prosegue più intenso nella seconda parte della stesura manoscritta. L’ultima strofa della versione a stampa, relegata in un lungo inciso, diverge totalmente dall’autografo, nel quale era invece sviluppata la dialettica tra il poeta e la donna, culminante nel «noi» esposto in punta di verso nell’explicit. Nonostante l’inconciliabilità tra le due lezioni, anche nell’inedito gremito di interventi si percepisce l’intento di alleggerire, estromettendo quei passi discordi dal tono riflessivo della poesia. Ne è una prova la cassatura dei versi « Ma Apollo non veduto lo conforta / da un altare invisibile», che risultavano troppo preziosi per l’andamento dialogico del testo. Un caso straordinario, all’interno di questa sezione, è quello de L’ultima luce tanto per la quantità di materiali e varianti, di correzioni ed espunzioni; tanto per la presenza di spunti capitali per afferrare la genesi della lirica in Parronchi e i modi con cui giunge, per sottrazione, all’esito definitivo. A una prima perizia le due carte contigue, compilate fittamente e strabordanti di chiose e annotazioni, appartengono a una medesima fase creativa, compiuta in un tempo assai limitato, e non registrano riprese o ritorni, data l’omogeneità dell’inchiostro e della grafia. Il testo definitivo, ancora parziale rispetto alla lezione del 1949, affiora nell’intrico della pagina, tra i frammenti rifiutati, ma vi è dislocato in maniera differente e segue un andamento irregolare. Dopo un lungo stralcio cassato con un frego, infatti, sono riconoscibili alcuni versi della seconda parte, mentre un blocco ascrivibile alla prima compare soltanto nella carta successiva all’interno di un’altra strofa inedita. L’attacco originario, eliminato in toto, sviluppa il tema della giovinezza («Gioventù ritrovata») e della rievocazione del passato, che si realizza nella dimensione onirica 52 delle notte ed è interrotta bruscamente dall’avvento dell’alba («prima che in sonno l’alba fosse scesa»). Anche l’incipit definitivo recupera questo dualismo in una chiave ossimorica e, infatti, al verso iniziale «L’ultima luce ha ritardato il giorno» è contrapposta l’apparizione della «tenebra», che presagisce la discesa nella notte; mentre il flusso dei pensieri è coagulato nel «sogno che si perde». La tendenza ad essenzializzare il testo è ravvisabile anche nel discorso all’amico, svolto nella seconda carta con una serie di interrogativi, poi nel libro ridotto al riferimento isolato «ascolto […] / sconvolgersi i pensieri dell’amico». Altre tessere sono riprese variamente dall’abbozzo: i «prati» che «hanno da tanto il freddo che ci scuote!», nella conclusione del manoscritto, sono raccordati ai «monti nella tenebra che affiora», sotto cassatura nel margine sinistro, per formare quelli che saranno il secondo e terzo verso del libro («Ma i monti nella tenebra che affiora / hanno da tanto il freddo che ci scuote»). Indubbiamente il caso di questa lirica ci fornisce la testimonianza più autentica sulla strategia di Parronchi che muove da una stesura caotica e disordinata, per poi selezionare i passi – o le immagini – e ricomporle nell’assetto definitivo. Qualche spunto notevole lo ricaviamo anche dai materiali di Sbianca il cielo d’autunno, appartenente all’esile sezione Sonno delle stagioni, per la quale possediamo due carte autonome, corrispondenti ad almeno due momenti distinti della stesura. La prima, scritta a matita, reca una trascrizione complessiva del testo, quasi coincidente con la lezione definitiva, ma diversa nell’ultima parte; mentre la seconda, ricca di correzioni e caratterizzata dal ricorso a inchiostri differenti, è concentrata sull’ultima strofa. La faticosa gestazione dei versi finali si può ricostruire dalle varianti, connettendo le tracce sparse nei manoscritti e portando alla luce le differenti stratificazioni intervenute nel testo. Nel libro questa parte si legge così: Buio intanto raddensa l’inverno e nel più nudo dei boschi entra. Ma forse, per chi sa di morire con la sera, è profondo celeste, anche se nera lo aspetta la terra, l’ombra della natura. La versione provvisoria, riconoscibile nella prima carta,era: Ai boschi l’eco penetra più forte, anche più forte del ricordo più dolce, ma non basta a colmare il nostro petto, l’anima fugge desiderando perdersi nelle trame obliose del tramonto! 53 E il finale è anticipato già all’inizio della pagina, dove figura staccato dal corpo del testo («quante volte l’anima fugge desiderando / perdersi nelle trame obliose del tramonto!»), mentre i primi due versi sono soggetti a ulteriori revisioni nella seconda carta, in cui il contrasto si condensa in un’iterazione («più pura del ricordo, / più pura») e si innesta un nucleo su cui il poeta costruirà la nuova lezione («men chi sa di morire»). In seguito, come risultante di una serie di correzioni, abbiamo l’espressione «Buio intanto si addensa coi venti […]», in cui compare un parasintetico analogo e ritorna il «vento» come fattore aggregante – o disgregante – nel processo rievocativo, che ricorre sotto cassatura anche nell’immagine analogica «Buio snidano i venti perpetuo», impreziosita dal ricorso all’anacoluto. Indagando oltre, si individuano numerose varianti per il medesimo verso, tra le quali spicca, l’interessante antecedente «Poi bufera coi venti sopra al bosco più nudo / si scatena», dal quale probabilmente si origina il passaggio successivo. Resta da accennare alla genesi dell’explicit, che Parronchi ottiene, eliminando i tratti in eccesso e condensando il dettato, così da «tutto si fa più celeste» arriva a «è profondo celeste» e ancora da «fredda / lo riceve la terra» a «nera / lo aspetta la terra», in un sincretismo visivo che fonde in un’unica immagine le dimensioni della lirica e la chiude in un movimento circolare (da «Sbianca il cielo» dell’avvio, fino alla «terra nera» e all’«ombra della natura» del finale). Per la sezione Addii, in cui è più netto lo scarto rispetto alla maniera precedente, esistono gli avantesti di due liriche, Lied e Oak’s college nelle quali l’elemento memoriale è svolto in maniera differente e le varianti, seppur esigue, consentono di valutare il lavoro di focalizzazione perseguito dal poeta. In Lied il recupero del passato è svolto in un’atmosfera notturna, carica di valenze simboliche, attraverso una fitta rete di iterazioni e contrasti. Il testo, infatti, si apre sulla figura della «stella» («A un soffio di vento dell’alba ha tremato / la stella […]»), a cui subito si contrappone l’«alba», ma la stella ritorna anche nell’avvio del periodo conclusivo, con l’immagine «Le stelle son già dileguate […]», che segnala l’impossibilità di un ritorno a quella dimensione. L’elemento dell’alba ricorre, con la sua sfera di connotazioni e significati, e Parronchi insiste sul motivo della luminosità e del candore («nel bianco dell’alba la luce d’un viso»), anche nell’autografo dove, per l’incipit proponeva la lezione, poi cassata, «Vidi una stella impallidire». Sempre nel manoscritto, all’interno del passo: 54 le dita sui rami ghiacciati di brina nel rosso dell’alba più calde passare. egli inserisce l’aggettivo «ghiacciati», in sostituzione del «bagnati» originario, per potenziare il nuovo contrasto tra caldo e freddo, cui rinviano anche i vari richiami alla stagione invernale («Invade i marosi del cielo / l’inverno […]»). La dialettica tra il poeta e la figura femminile, il cui rapporto è costantemente minacciato dall’emorragia del tempo, è incrinata, nell’autografo, dalla presenza dell’amico, al quale al culmine del percorso rivolge l’esortativo «Mio amico partiamo», che correggerà poi nel più indefinito «Andiamo!». La variante dà risalto alla compresenza, almeno in fase gestazionale, dei due destinatari privilegiati nella raccolta: la donna, che da fantasma evanescente assume a poco a poco caratteri reali, e l’amico, che nella sezione successiva si paleserà nella persona di Vittorio Sereni (A Vittorio) e in quelle degli amici «viareggini», quasi a reclamare il valore supremo dell’amicizia quale antidoto all’assurdità dell’esistenza. In Oak’s college, per la prima volta, Parronchi riporta alla luce attimi dalla sua storia individuale, da quell’infanzia, spesso invocata in astratto e ora restituita per mezzo di una serie di immagini scomposte che seguono lo sdipanarsi del ricordo, fin quando proprio la sua coscienza pone un filtro al libero fluire dei pensieri. Il trattamento della componente autobiografica rivela, nei manoscritti, un lavoro di focalizzazione sui caratteri più profondi di quel disagio patito nell’adolescenza, ed è indicativa la scelta, nel titolo, di travestire il luogo attraverso una denominazione straniera, come se intendesse prendere le distanze da quegli avvenimenti e mimetizzare . Così abbiamo il passaggio da «le grida» dei compagni a «gli sguardi», fino al definitivo «le occhiate», con un termine che definisce meglio l’atteggiamento di disprezzo e l’idea dell’isolamento, e poi il mutamento di «travaglio» con «malessere» a rimarcare una sensazione che persiste nel tempo; e questa correzione implicherà infatti, a sua volta, il mutare di «sento» in«è rinato». Ma nella stessa direzione si inserisce la variante, cassata nell’autografo, e recuperata in forma diversa nel libro. Dall’originario: Che sgomento ad un tratto aver veduto sangue la prima volta Parronchi ottiene con alcune variazioni: che sgomento fu, a un tratto avendo visto 55 la prima volta sangue, sentire che la vita continuava! Ed occorre registrare anche la scelta ultimativa di escludere un passo che nell’autografo fungeva da epilogo alla vicenda, forse per eliminare un inutile indugio sul tema o per abolire un elemento anomalo nella sua scrittura: […] (So che oggi potrei vendicarmi di te: ma seguitiamo, se durasse il giuoco più bello allora uscirne vittoriosi!) Giova anche accennare ad alcune varianti che riguardano il referente della lirica, quella voce che si affaccia nei primi versi per ammonire il poeta e che ritorna nella conclusione, instaurando una sorta di circolarità. In quest’occasione Parronchi lo definisce «Padre», lasciando intravedere in trasparenza la figura di Dio – cui peraltro tenderanno i toni mistici della sezione In ascolto – ma nel manoscritto «padre» era minuscolo, in luogo del maiuscolo inequivocabile. Con quel termine probabilmente egli voleva rivolgersi a suo padre, morto suicida nel 1929, e a sostegno di quest’ipotesi, espunta nel passaggio alla definitiva, resta l’immagine «In un sepolcro sceso / troppo presto non sei». La sezione successiva, intitolata In ascolto, traduce il tono meditativo degli Addii nella ricerca di un aldilà possibile, mentre la tensione verso l’indefinito trascende la cifra simbolista in un misticismo essenziale, con accenti metafisici ed immagini cristologiche. Parronchi sottopose questi testi a una revisione, spesso radicale, emendando i tratti più elegiaci e i passaggi che gli parevano superflui, con l’intento di focalizzare la componente spirituale, evitando di indulgere a una retorica eccessiva. Questa tendenza è ravvisabile già nella stesura autografa della lirica d’apertura Io solo che ci mostra varie riscritture della prima strofa, ma dove manca la lezione promossa a testo, inserita probabilmente in una fase successiva. Nel libro l’esordio è affidato a un blocco di versi, frantumato in tre proposizioni distinte e chiuso da un doppio senario spezzato e ripreso nella parte che segue: Io solo. E dalla notte non giunte ancora al suo riposo l’ultime parole. Mi ritrovo nella rete dei miei gesti…ma improvviso 56 un vento li cancella. Nell’autografo l’incipit originario era radicalmente diverso, con l’immagine «un’altra volta il grido di velluto», poi trasformata in «Il flauto ancora libera il suo grido», inserita una tessera classicistica, fino al ripristino della prima versione («Spunta l’umido grido di velluto»). Accanto a questo motivo, soggetto a numerosi ritocchi, si affaccia una sintesi tra natura e paesaggio urbano («preme il velo di boschi alla città»), che anticipa le «voci» e i «moti» della città, sviluppate nei versi successivi. Parronchi chiudeva questa porzione di testo con il «monte arioso che la bruma notturna / tiene ancora», innestando un elemento indispensabile per attivare la dialettica con l’alba della seconda strofa. Tuttavia in un altro stralcio, cassato ancor prima, c’era dualismo tra il «giorno d’aprile» che invadeva le strade e «l’ombra» dei cortili che, secondo il consueto topos parronchiano, era «vinta» dalla luce. L’andamento paratattico, affidato alla lapidarietà degli enunciati, è ottenuto grazie alla rinuncia ad ogni forma di analogismo, e l’accentramento sull’«io», metaforicamente isolato nel primo capoverso («Io solo.»). E anche «il vento» che, nella lezione definitiva, prepara le «luci rosa» del giorno, fungendo da raccordo tra le due sequenze della lirica, è riconoscibile sotto cassatura nella stesura lacunosa del secondo blocco a riconferma del fatto che Parronchi muove, nella fase dell’ideazione, da una serie di costanti per poi ricollocarle nell’esito finale. Purtroppo non possediamo una documentazione altrettanto ampia per valutare la genesi della poesia All’arida montagna: le carte ne riportano una trascrizione ordinata con scarse varianti e correzioni relative solo all’ultimo stadio della scrittura. Gli indizi disponibili illuminano semmai il lavoro di finitura che interessa il piano linguistico e quello sintattico, infatti Parronchi spesso propone alternative lessicali o catene sinonimiche. Così al posto del «silenzio d’antri» nel manoscritto egli scrive il «fragore» che, quasi in un movimento ascendente, è di «fontana», «torrente», «cascata» per spegnersi nell’«acqua», più consona al tono meditativo; e ancora dalla «musica sacra» all’«onda sonora» e, analogamente, dall’ «urlo» e dal «grido» al più minimale «ciarlare». La puntualità semantica che anima la vis correttoria di Parronchi è sempre mossa da un intento di equilibratura, con rinuncia talvolta a un lessico simbolistico in favore di un tono dimesso e meditabondo. La lirica Il suo corpo fu luce rappresenta l’apice del climax e realizza il trapasso dalla poesia spirituale a quella religiosa, intessuta di elementi cristologici e svolta intorno all’immagine della Resurrezione, che eleva l’uomo a una dimensione di beatitudine, come implica già la sintesi del titolo. I manoscritti rivelano una stesura tormentata, con 57 numerose correzioni ed espunzioni, con recuperi e ritorni sul testo ed emergono stralci cassati o riadattati, fondamentali per inquadrarlo sviluppo compositivo. Sintomatico, in tal senso, è il modo che Parronchi tratta un passo inserito nell’ultima strofe per escluderlo in blocco dalla lezione definitiva: Noi condannati non sappiamo piangere le lacrime dell’espiazione, da bimbo ricordo che con gioia sognavo di svegliarmi ammanettato e che ancora aspettavo che la porta del carcere s’aprisse! L’idea della redenzione assume un carattere quasi penitenziale, che l’autore infine reputerà eccessivo nell’economia del testo, ma sono numerosi i tratti lessicali legati alla sfera del peccato e della colpa riassunti nell’ossimoro finale del «tormento voluttuoso» che prolunga la dialettica tra salvezza e perdizione. Parronchi interviene anche a mitigare la componente autobiografica e infatti elimina alcuni stralci come «mai non seppi resistere / di fermarmi un momento», o ancora «per metà della vita / fu mio complice il sonno», la cui luce è troppo soggettiva e scapito della dimensione corale, universale. E sempre qui scriveva « Ma in nome di chi parlo, perché dico / noi? Di me debbo dire»; forse, anche in quest’occasione, Parronchi non cede alla tentazione di confessarsi e si confonde in quella «povera umanità» che attende un giudizio superiore, un riscatto. Per la sezione Occhi sul presente possediamo testimonianze autografe troppo limitate per accreditare l’evolvere a uno stile colloquiale e a un linguaggio più disteso: i relativi manoscritti consentono semmai di inquadrare la genesi di alcune liriche, individuando possibili linee nel lavoro correttorio. Nel caso di Addio! Restano gli anni sono riconoscibili due fasi distinte di elaborazione: la prima, affidata a un blocco di foglietti scritti a matita, con qualche correzione a penna, presenta una stesura lacunosa e ancora provvisoria, mentre la seconda è rappresentata da una trascrizione in pulito che, salvo qualche lieve intervento, reca la lezione definitiva. Già nell’abbozzo la seconda strofa, posta in apertura del manoscritto, appare compiuta, con scarse varianti, tanto da indurci a pensare che sia il punto di partenza nell’ideazione del testo. La prima strofa invece non ha ancora una struttura definita ed è radicalmente diversa da quella pubblicata nel libro: il dialogo con la donna è sviluppato in maniera più ampia, attraverso una fitta rete di interrogativi, che saranno 58 successivamente sintetizzati in una serie di immagini dense di significati («[…] io spettro, anche tu spettro»; « […] cancellare il nostro viso / soffiare le nostre orme sulla polvere»). Della lunga dissertazione, svolta nei manoscritti, resiste nell’ultimo autografo soltanto un distico « Se non fummo felici, per non esserlo / di nuovo, che nessuno ci ricordi!»; espunto nel passaggio al volume, in virtù di quella tendenza all’essenziale che domina la revisione in questa fase La questione della poesia Non è un addio è ancora più intricata per la notevole stratificazione di inchiostri e di varianti, per i ritorni a più momenti sul testo e per la complessa dislocazione della varie parti, alcune delle quali disposte come nuclei autonomi e riorganizzate soltanto nella revisione definitiva. A segnalare l’ordine da seguire è una numerazione che procede dal foglio 1 al 2, all’interno del quale in una cornice si trova il 3 bis, poi il 3, il 3 bis nuovamente e infine il 4; tuttavia, analizzando queste pagine, si ravvisano ulteriori cortocircuiti nella sistemazione dei versi accanto a passi incerti, frammenti rifiutati e lezioni lacunose. In origine la riflessione sul ruolo della memoria (« perché sul ricordo non si edifica, / più che sulla sabbia. A ogni passo / la vita fugge lontana») era collocata in chiusura del dialogo con la donna alla quale il poeta chiedeva di dimenticarlo, ma viene poi inserita dopo il riferimento alla gioventù, riapparsa da un passato sopito e invocata in un appello corale («Venite, risvegliamola!»). Tale strofa è soggetta a diverse modifiche e una sequenza viene espunta in blocco, anche se alcuni elementi sono recuperati nella riscrittura; in una prima fase avevamo: Non importa che sia finita! A noi la sua voce ha parlato? Se ha parlato non ci deve tradire. Non abbiamo lume che sempre nelle vene. Certo ha trovato modo di nascondersi […] E durante la revisione Parronchi sostituisce quest’abbozzo incerto con una parte più articolata, in cui l’immagine sopra citata ricompare in: «così sempre in un angolo / della memoria, o delle nostre vene», mentre l’interrogativo è corretto in «Non è lì a rianimarci col suo grido?», e ancora tornano sul finale le «voci» (amplificate rispetto a quella, isolata, dell’originale) che «dal passato / […] ormai fioche, ci confortano». 59 APPENDICE L’appendice raccoglie gli avantesti relativi al corpus delle liriche di Un’attesa, conservate presso Arch B, in cui sono custoditi i manoscritti relativi a tredici liriche, appartenenti alle cinque sezioni: Una brezza, Se grido nella notte, L’ultima luce, A uno squarcio tra nubi (Un’attesa); Sbianca il cielo (Sonno delle stagioni); Lied, Oak’s college, Ritorna notte (Addii); Io solo, All’arida montagna, Il suo corpo fu luce (In ascolto); Addio!, Non è un addio (Occhi sul presente). Propongo un confronto accurato tra la lezione manoscritta e quella pubblicata in volume in Att, disponendo i testi su due colonne parallele. In una fascia d’apparato genetico sono registrate le varianti rispetto agli eventuali anticipi in rivista. 60 Una brezza di primo inverno sale… La lirica Una brezza di primo inverno sale… fu anticipata sulla rivista «Il mondo», (a.I, n. 16-17, 5 novembre 1945, p. 8) fascicolo che purtroppo non mi è stato possibile recuperare. La testimonianza autografa consta di due fogli mss., siglati APa 17a e APa 17b: il primo riporta una stesura manoscritta su due colonne ricca di varianti e correzioni, il secondo una trascrizione in pulito della lirica che ha qualche lieve divergenza rispetto alla lezione del 1949. Propongo il confronto puntuale su due colonne tra il primo foglio e la lezione definitiva, mentre al secondo foglio riservo una fascia di apparato critico. Una brezza di primo inverno sale Una brezza [luce] di primo inverno sale ai monti e spazia in queste fredde luci ai monti, [ne l’averti ora lontano] [*que* liberi che il presente ti serba] e spazia in queste fredde luci che tu non vedi. Io le ritrovo invece dal mio passato anche più vive. Il giorno 5 che tu non vedi. [la terra] [Tu come vinta] [da tante] che a te le ruba lascia ora le valli Io le ritrovo, antiche dal [corr. ill.] mio passato e in rami ombrosi cangia in altri infiniti [e] E son più vere. Il [tempo] giorno rami, e fa un lampo solo di tanti anni. [nulla sembra aver tolto a me di luce] Poi tutto sfuma, l’erba ancora accesa [non mi toglie altra luce] muore nell’altra lieve, inavvertita 10 5 [fuor che queste mi toglie ogni altro bene] che inazzura i crinali: un primo accordo [che si strappa dal cuore ogni altro bene] dei prati con la sera, delle case che a [sps.] te le ruba lascia [lascia valle dune cime valli] ora le valli coi nostri cuori che lottano con l’ombra. 10 [quasi niente dall’ombra] [1 Cangia in 2 cambia altri infine] e in rami ombrosi cangia [colori e l’ombra in una da] [e un’ombra fa di tanti] rami, [giorni, rami, bruni, golfi] e fa un lampo solo di tanti anni! [Tu non vedi avresti udito Muovere i primi passi dalla sera 61 15 fremendo da finestra più lontana] [Gioventù che m’apparve e un vento subito portò via se perduta *nascosta* in questi golfi *sei g.* della mia vita sei nel giorno *freddo* uscita *sei* sole d’un giorno a un tratto *appena, ancora* uscita] 20 [Te *ora il cuore di te s’inebria e tace* Te, amico mio, non visto né dal *tedio* buio che nega ogni speranza e *nella di fortuna aspetto* Vive e mentre trionfi volge la terra là sotto una stella che trascolora, al vento che dal mare spira, *vento* e porta gli odori della vita] 25 [Il passato è scomparso che t’importa se il *del* futuro non s’apre? Che ti serba l’avvenire non so. Le nostre gioie ha consumato una breve non limitò la mano 30 giorno che passa ora tra gli alberi che spenge ora le foglie benché tutta l’ombra *ogni 1 ombra 2 erba 3 ogni erba*] E tutto il nostro essere cede, muore nell’altra [su quest’altra] [rapida, infinita, inattesa] lieve, inavvertita 35 [che s’avvolge nell’aria a poco a poco] che inazzurra i crinali [corr. ill.] [che ebbra di sangue e lacrime ormai tace la terra senza che un (tenue livore) primo accordo che *si guardi* dei prati con la sera, delle case coi nostri cuori *umidi* già d’ombra già di morte] coi nostri cuori che lottano con l’ombra. marg. dx. 62 40 e mentre [resta] appeso il mondo ruota [appeso] a una fragile stella. APa 17 b: v. 3 invece] 1 ,antiche, 2 antiche v.4 anche più vive] e son più vere v.7 anni.] anni! 63 Se grido nella notte… La lirica Se grido nella notte ebbe un anticipo su «La fiera letteraria» (a.I, n.17, 9 agosto 1946). La carta autografa, siglata APa 18, è ottenuta da una busta da lettera aperta e scritta nella sua parte esterna; a ulteriore riprova di questo dato, abbastanza insolito, sulla parte sinistra del foglio è riconoscibile l’indicazione a penna del destinatario («Sig. dottore Alessandro Parronchi / Via Luigi Settembrini, 21 / Città»). Parronchi trascrisse la poesia sfruttando separatamente le due parti del foglio: nella parte destra c’è una stesura parziale, interessata da una serie di varianti, mentre in quella sinistra è collocato altro materiale connesso all’elaborazione della lirica. Le due parti sembrano essere consecutive e perciò le riporto in successione secondo l’ordine stabilito, segnalando il passaggio da un lato all’altro, e ponendole a confronto con la lezione definitiva. Il testo pubblicato sulla «Fiera» coincide invece con quello pubblicato in volume. lato dx. Se [passeggi sui] grido [gridi] nella notte la mia [tua] voce Se grido nella notte la mia voce [non risponde] non suona, [se tu] più nemmeno [echi 2 incoerenti] alla voltata non suona. Più nemmeno alla voltata quell’eco i laggiù non si sa dove. quell’eco [echi 2 soffi ] di laggiù non si sa dove [rispondono al tuo grido] E sulla strada lacrima non piove 5 [e tra le] [negli orti rara] [sul tuo volto] sulla strada lacrima non cade [piove] o luna, spenta tra le morte cime di paurosi palazzi. Da te amica o luna, spenta tra le [sulle ] morte cime tutto il freddo del vento mi divide, di paurosi palazzi. sei con l’ombre lasciate all’altra riva [Entra quell’ombra *corr. ill.*] [Inverno è sceso / un freddo ci si qualcosa. Entro quell’ombra / un freddo scorre *pietra su pietra* da quell’altra riva] un’ombra più lontana – …come quando 10 5 va e viene tra le nuvole si muove Da te amica a primavera una verde parete tutto il freddo del vento mi [ci] divide e sulle antiche spuntano le nuove farfalle, colte da un subito gelo [sull’onde che l’onde che si richiudono / e le 10 ondate che *s’inseguono* tremano sui botri / le onde che hanno il ] le mani, gli occhi persi nella tenebra. sei con l’ombre lasciate all’altra riva 64 un’ombra più lontana. In luci rosa dopo, il giorno s’annunzia. Voci e moti consunti ha la città e non si prevede 15 Lato sx. quante [vite] ma vinto è nell’attrito [d’ogni] momentaneo il dolore [e su chi] ognuno un poco Stringe in sé la sua pena, [Anima buona] [a le] altre radici [sue più] lo uniscono alla terra, [no non tarda / il gesto che l’opprime] e guarda in giro [intorno] se scopre il [gesto] freddo gesto che l’opprime [*Maria che non veduta* Ma Apollo non veduto lo conforta / da un altare invisibile *in rovina*]: egli respira [a lungo] Anch’io senza rimorso mi sorprendo [nell’aria il suo profumo] nel mio gesto di prima! 20 Anche tu [vivi] puoi passare, come ai giorni [andati], accanto [senza che] a me bianca d’oblio [senza lasciare vedermi] senza [credere] sapere quello [quel] che [nessuna la terra morte lascerà] più non si saprà di noi. 25 65 L’ultima luce … La lirica apparve una prima volta sulla rivista «Poesia» (n. VII, giugno 1947, p.82). I manoscritti, siglati APa 19 a-b, recano una stesura parziale e fitta di correzioni della poesia. Le due carte sono legate tra di loro poiché la prima si presenta come abbozzo parziale della lirica definitiva, ricavabile da una stesura più ampia e quasi totalmente cassata, e la seconda prosegue da dove si interrompe la prima, anche se con molte oscillazioni. Confronto la lezione approdata in volume con quella degli autografi. APa 19a: 5 L’ultima luce ha ritardato il giorno. [Gioventù ritrovata Ma i monti nella tenebra che affiora come coi fiori al soffio d’arie nuove, hanno da tanto il freddo che ci scuote! pianura rinverdita E noi li precediamo nella notte, prima che in sonno l’alba fosse scesa e prima che passiamo il nostro sogno quante erbe, quanti sogni. Quanti si perde…In questo vuoto non rimane, *da* quanti prati *steli* hai *ha* falciato, quante vite pei venti che oltrepassano le cime, 5 hai stroncato perché nuove corone che un effondersi pallido di luna… al tuo tronco potessimo vedere nella notte d’aprile, appesa, e un’ultima stella M’appresto a ritrovare le parole, 10 infuocarsi al verde d’una lucciola vago a cercar nell’ombra il caro viso, 10 tra quante l’ombre portano *tante che si cercano*. La prima ascolto nella notte senza vita commuoversi i pensieri dell’amico, in una stella l’occhio di chi vide Per *per* te cresce la vita anche *e sui* nei fiori *tacere o* levarsi a risentire l’infinito. matura la certezza di morire di uscire tacito boschi *albergo* tacito albergo d’una vita *il vento affonda tra le – nelle – piante fiorite querci* l’ombra sfumata *corr. ill.* *nei boschi* ebbre di luna, e non vivono più d’oblio *allontana* *tra* muta il *sogno* rimpianto *dolore* d’una vita in tenebra 66 15 e in sonno i sogni dolci che la opprimono *il sogno dolce che la opprime*] M’appresto a ritrovare le parole, 20 vengo a cercar nell’ombra il caro viso ascolto [anche], nella notte senza vita, chino sull’acqua che non ci disseta l’amico [delle nostre vorrà i moti della vita accogliere 2 abbandonarsi] i moti della brezza accogliere [forme alte compaiono *salire* strapparci] 25 [alzarsi al] in una stella gli occhi di chi vide levarsi [alzarsi] a risentire [ricercare] l’infinito. Un sogno che nel cuore s’è richiuso [Poi venti che oltrepassano le cime *sole* insieme *a un vento* a questo tacito limpido 30 *sale* dal seno della notte luminosa sale insieme *sale il* anche il lamento ch’è rimasto chiuso] [Nel] Pel cuore che non regge alla sue pena è un profumo [che sale nel perché devi ora come un tempo] 35 di fiore appena nato [e vere ti deve] [che al vento si consuma. Perché devo dire gridare o perdermi credevo e seguitare a perdermi 40 triste in questo e non accendermi come là al fuoco verde di una lucciola un’erba si ravviva?- Non per altro tutto il suo [corr. ill.] altrettante APa 19b: e noi li precediamo nella notte [e prima] 67 45 [prima di noi] e prima che [siam passati] passiamo il nostro sogno [sfumano] si perde [perdono] [di noi 2 ombra 3 d’un ombra 4 forse 5 per cui forse] in questo vuoto non rimane [altro sull’ombra] [nei] pei venti che oltrepassano le cime [qualche spesso albore 2 un albore pianto senza *tra* sui *tetti* muri appena vivi] che un [accrescersi] effondersi pallido di luna. 50 [un vento scusare] gli alberi che al tramonto fusi in rosa *Con l’ossa* *Amico* Quando t’incontro, amico, dovrò dire: *Stanco* Non *non* ho nulla per te nelle mie mani? 55 Io che sognavo a intrania corone ho preparato A me che *da te intesi a* offrii la vita a darti onore, questo *sole* è mancato! E tu correvi perché, se tutto non *fui che* sarà che trepido salire verso il raggio d’un incontro, s’apre deserto il mondo dei tuoi doni? 60 tu, che *apri il giorno* in luce m’apristi il primo giorno e fai che or nella sera il vento scenda gli alberi del tramonto fiori in rosa?] Corre un’essenza giovane nei [pei] prati [ma le case che al tramonto nella notte *nel buio* che incomincia le rinate *ma è monti nella 65 tenebra che affiora.*] hanno da tanto il freddo che ci scuote [e la pace noi le precediamo, e da prima] 45 68 A uno squarcio tra nubi La lirica A uno squarcio tra nubi fu anticipata su «La fiera letteraria» (a.I, n.17, 24 aprile 1949), dove apparve con il titolo Tramonto. La carta manoscritta, siglata APa 20, ordinata e con poche varianti, è posta a confronto con la lezione del libro. Al testo uscito sulla «Fiera» riservo la fascia di apparato sottostante. A uno squarcio tra nubi si raddensa A uno squarcio tra nubi [La vita passa, non si ferma, passa / corr. ill. inverno] si raddensa la pioggia stelo a stelo e forma un vetro la pioggia stelo a stelo e forma un vetro dietro cui la collina pare opaca. dietro cui la collina pare opaca. Ormai chi riconosce in queste luci 5 Ormai chi riconosce [corr. ill.] in queste luci l’estate, il mondo che con lei s’apriva? l’estate, il mondo che con lei s’apriva? 5 E così, ammutolito, dopo un ultimo E così, ammutolito, dopo un ultimo singhiozzo si richiude l’occidente. singhiozzo,si richiude l’occidente. Anche se là rimane vivo il verde Anche se là rimane vivo il verde intenso che sui teneri rialti 10 intenso che sui teneri rialti si riproduce immoto nella sera si riproduce immoto nella sera che più non schiude l’angosciosa palpebra. che più non schiude l’angosciosa palpebra. Fiera: «La fiera letteraria», a.I, n.17, 24 aprile 1949. v. 1 A … raddensa] La vita passa, ora si ferma, passa Fiera 69 10 Sbianca il cielo d’autunno … La lirica conobbe un anticipo su «La fiera letteraria» (a.II, n.52, 25 dicembre 1947, p.3) con il titolo Ballata del tempo invernale. Le carte autografe, siglate APa 21a-b recano due stesure differenti, anche se strettamente imparentate tra loro, che testimoniano un’elaborazione tormentata. Riporto le due carte in successione a confronto con la lezione definitiva, e faccio seguire la fascia d’apparato relativa al testo quale uscì nella «Fiera». APa 21 a: [quante] volte l’anima [viene] fugge desiderando perdersi nelle trame obliose del tramonto! Smuore il cielo d’autunno [che ai monti ha riportato] a lungo presentirete Sbianca il cielo d’autunno. Da tanto aspettavate voi monti questo freddo: è venuto! Non meno 5 bello il sole che a tratti vi punge, l’aria nuova [il freddo] voi monti questo freddo: è venuto! Non meno che ora sciama tra gli alberi. Come stella al giorno bello il sole che tratti vi punge l’aria nuova sopravvive, tra questi poggi d’ombre e d’abeti [chi] che ora sciama tra gli alberi. Come un re che il suo male 5 viene il cuore, più lieta ai versanti vicini fece grande [corr. ill.] tra questi poggi d’ombre e [corr. Ill.] d’abeti manda la casa un raggio di luce da un’imposta. [prende possesso l’anima dimentica regna] viene il cuore [non meno bella ai monti], più lieta ai versanti vicini Buio intanto raddensa l’inverno e nel più nudo dei boschi entra. Ma forse, per chi sa di morire 10 manda la casa un raggio di luce [vistell] da un’imposta con la sera, è profondo celeste, anche se nera lo aspetta la terra, l’ombra della natura. Ai boschi l’eco penetra [più forte] più forte, anche più forte 10 del ricordo più dolce, ma non basta a colmare il nostro petto, l’anima fugge desiderando perdersi nelle trame obliose del tramonto! [La notte cieli *riempiono* pieni di *nubi* nuvole] APa21 b: 15 Ombre della natura. Il corpo muore sempre di più, e vano a cercare un arresto in questa morte del corpo. 70 ma non trova che [amara 2 amare 3 morte] amare [foglie] rami [rocce 2 stagioni], se una certezza non la illude, non vede queste che vanno, dense [colme] d’ombre ci sorridono ombre della natura chi [non cerca incontra trova] guarda le [antiche] antiche chiare [luci 2 for] se una certezza non lo illude non [vede] vede 20 queste [nude che vanno] aperte nell’ombre fioche della natura Ai boschi l’eco penetra più forte, anche più pura del ricordo più pura, men chi [sa di] deve morire. Buio [poi si scatena] intanto si addensa coi venti e [dal] nel più nudo dei boschi entra. Che importa? Per chi sa di morire [col giorno, se una] 25 con la sera è profondo celeste: anche se nera lo aspetta la terra, l’ombra della natura. [Di barche echi *vigilano* *dileguano* *anche più puri* risplendono più forti del ricordo più puro] Per chi sa di [men chi deve] morire con la [luce] sera [col giorno, se un sogno non lo illude, non ode questi accesi *accesi* tra le *nelle* ombre fioche della natura] è [sceso sul 2 celeste] profondo celeste, 30 [sorride di più] anche se nera [che parole, tutto *s’illumina* si fa più celeste,] [fredda lo riceve] la terra, l’ombra della natura. Nebbia [bruma] [Grigia] [sta più corr. ill.] richiama all’orlo dei boschi [vapora 2 vanisce] s’addensa ma che [sereno ancora] [ ma?] per chi sa di morire con la sera . [Ma poi] Buio snidano i venti perpetuo Buio a una tratto [s’addensa] scatenano i venti, ma che importa 71 35 Poi [Fiato ora] [scatenano] bufera coi venti [buio] sopra al bosco [che importa] più nudo si scatena. Che importa? Fiera: «La fiera letteraria»,a.II, n.52, 25 dicembre 1947. v. 1 Sbianca…autunno] Già di rosati e tremuli colori a cui non credo / si riempiono le valli. 72 Lied Il manoscritto autografo relativo alla lirica Lied, siglato APa22, è costituito da una carta ordinata con numerose varianti di rilievo. Trascrivo la lezione dell’avantesto, confrontata con quella definitiva inclusa nel libro. Vidi una stella [sp..] impallidire e intorno accendersi di lei La stella per un attimo Ancora per un attimo la stella 5 A un soffio di vento dell’alba ha tremato A un soffio di vento dell’alba [ti] ha tremato la stella, poi veli su veli di luce la stella, poi veli su veli di luce la vincono. Invade i marosi del cielo la vincono. Invade [ti pieghi] i marosi del cielo l’inverno e sconvolge quei rami d’ulivo l’inverno e [sui monti 2 invisibile 3 e nuvole addensa sui monti e] strapazza quei rami d’ulivo, 5 un vento che strappa l’amico all’amico, un vento che [sperde 2 porta la vita lontano] strappa l’amico all’amico, che strugge i ricordi, che annulla per sempre nel bianco dell’alba la luce d’un viso. [lontano] che strugge i ricordi, che annulla per sempre 10 nel [chiaro] bianco dell’alba la luce d’un viso. Lontano da [di] qui mi vedrai, sentiremo Lontano da qui mi vedrai. Sentiremo, speranza che ho chiusa [da tanto] nel cuore, [ricrescere foglie dal bosco 2 stringerci 3 apparire] spuntare viola [rugiada] nei fondi boscosi, degli anni speranza che ho chiusa nel cuore, spuntare 10 viole nei fondi boscosi, degli anni perduti la ressa disfarsi, cantare [corr. ill. foglie del bosco stringerci apparire a noi quelle voci che prima udivamo, E la luce del sole tra gli alberi *i rami*. Gli anni] le dita sui rami ghiacciati di brina perduti la ressa disfarsi, [venire] cantare nel rosso dell’alba più calde passare. a noi quelle voci che prima [venivano,] udivamo, [allegre in furia,] le dita sui rami ghiacciati [bagnati] di brina [in atto di] nel rosso dell’alba già calde passare. 73 15 15 La triste catena fu rotta, pareva La [dolce] triste catena fu rotta, pareva che mai l’uno all’altro saremmo sembrati che mai [non avremmo tentato 2 potuto 3 voluto tornare 4 saremmo potuti tornare] l’uno all’altro saremmo sembrati gli stessi che un giorno s’amarono…Andiamo! Le stelle son già dileguate, la neve più forte la luce, ne più dove ieri gli stessi [di prima]. [Mai i monti del borgo lontano / nessuno *già 2 ci* chiama. Mio *corr. ill.* amico partiamo] che un giorno si amarono! Andiamo! ci vinse la sera possiamo tornare. Le stelle son già dileguate, la neve coi fumi dell’alba si mischia, riappare 20 20 [nei] coi fumi dell’alba si mischia, riappare più forte la luce, né [mai] più dove [per fummo laggiù sera vivemmo felici] ieri ci [colse] vinse la sera possiamo tornare. 74 25 Oak’s college La lirica Oak’s college non ebbe anticipi in rivista. Le carte autografe, siglate APa 25 ab-c-d, constano di quattro biglietti, compilati a matita e penna, e trascritti in momenti diversi, con una notevole stratificazione di varianti. Trascrivo la lezione autografa, segnalando il passaggio da una carta all’altra e a confronto col testo pubblicato in volume. APa 25 a: 5 Quei lontani viali Quei lontani viali mi portavano qui. E sembra soffiare mi portavano qui: e sembra soffiare tuttora il vento che ne confondeva tuttora il vento che ne confondeva le ombre, e ancora uno sguardo che mi vede, [le cime] l’ombre e ancora uno sguardo che ti vede che sa tutto di me, frena gli eccessi, che sa tutto di te, vieta gli eccessi 5 è pronta a richiamarmi è pronta a richiamarti se anche per un istante se [f..] anche per un istante alla gioia mi do, una voce burbera. alla gioia ti dai, una voce burbera. Intorno una minaccia Intorno una minaccia 10 oscura, ed un invito, oscura ed un invito 10 un desiderio di sentirsi soli APa 25 b: che turbano clamori, [la vita] un desiderio di sentirsi soli che interrompono risa, che turbano clamori un tremito festivo appena il cuore che interrompono risa 15 invade il fiotto della vita. un tremito festivo appena il cuore [quante] invade il fiotto della vita. 15 Rivedendovi, antiche stanze, come Rivedendovi come sps. è rinato il malessere, le occhiate 20 su di me, dei compagni. sento [Sento] ancora il [travaglio] malessere, [le grida] gli sguardi Sui prati, dove i nostri petti rompono su di me dei compagni. l’aria serale [marg. dx. Che sgomento ad un tratto *che spavento prima* *lieto dopo* ebbri d’una realtà che non dilegua, Aver veduto sangue la prima volta] che gioia prender parte al vostro giuoco, 75 20 [E come 2 come] E come il [mal] loro [gioco è vivo] amici, e come temo d’esserne escluso, e quel timore avviva 25 [come] e di prendervi parte è gioia, pianto l’indifferenza! l’esserne esclusi, e quel dolore avviva E un giorno che la rosa dei cespugli l’indifferenza! (So che oggi potrei non voleva più cedere al tramonto, vendicarmi di te: che sgomento fu a un tratto avendo visto APa 25 c: 25 la prima volta sangue, 30 ma seguitiamo, [se più] se durasse il giuoco sentire che la vita continuava! [per molto] più bello allora uscirne vittoriosi!) Si chiude già la porta, accanto all’ombra Si richiude la porta, accanto all’ombra custodisce la sera in un benessere custodisce la sera in un benessere senza fine. [Sola] Resta la luna sola senza fine. Torna la luna nuova a imbrunire, come già fece, gli orli 30 a imbrunire, come già fece, gli orli 35 delle siepi. Ma prima era campagna delle siepi. [A quei tempi] Ma allora era campagna appena fuori dal cancello, e vive appena fuori dal cancello e vive solo nella memoria oggi quel tempo. solo nella memoria oggi quel tempo. Ecco ora che tu, Padre, mi sorprendi, Ma ecco che tu [Ma tu], padre, [se tu ora] mi sorprendi se cedo alla deriva 40 se [come allora] cedo alla deriva dei miei pensieri, la tua voce scuote dei miei pensieri. La tua voce scuote il torpore che m’addormenta…Su, APa 25 d: su! dici. E. ombra che sei, lanci più pura solo allora a matita quella tua volontà, [che ora] il torpore [in cui] che m’addormenta. Su, rianimi ancora me che troppe volte 45 35 m’indugio a ricordare. su! Tu dici. In un sepolcro sceso troppo presto non sei: serbi più [corr. ill.] pura quella tua volontà, , rianimi ancora me che troppe volte [dimentico, o non mi perdo] m’indugio a ricordare. 76 40 Ritorna notte La lirica ebbe un anticipo su «La rassegna d’Italia» (a. IV, n.10, ottobre 1949, pp.10051006): il testo coincide con quello pubblicato in volume. Il manoscritto autografo, siglato APa 26, presenta poche varianti come risulta dal confronto che segue qui sotto. Ritorna notte [Risveglia 2 Nasce 3 Mattina 4 Nasce col giorno], e con la notte l’intima Ritorna notte, e con la notte l’intima certezza che altri dopo me verrà certezza che altri dopo me verrà a sentire com’è dolce e difficile a sentire com’è dolce e difficile calcare sempre più pesi la terra. calcare sempre più pesi la terra. 5 Altrove dove il cielo è meno puro Altrove dove il cielo è meno puro, altrove dove un velo grigio preme 5 altrove dove un velo grigio preme sul cuore forse è più penoso vivere, sul cuore forse è più penoso vivere ma non sarà per caso anche più dolce ma non sarà per caso anche più dolce rovinare con gli anni e appena reggersi rovinare con gli anni e appena reggersi 10 a un nome! Come il greto che rovina a un nome, come il greto che rovina alla poca erba nuova che si tuffa alla poca erba nuova che si tuffa nel primo sole. nel primo sole. 77 10 Io solo La lirica apparve su «La rassegna d’Italia» (a. IV, n.10, ottobre 1949, pp.1005-1006): testo coincidente con la lezione definitiva. La carta autografa, siglata APa 27, è una pagina manoscritta gremita di correzioni e di versi cassati. Trascrivo la lezione originale accanto al testo pubblicato in volume, staccando le strofe per agevolare il confronto. marg. dx. [Un’altra volta il grido di velluto Io solo. E dalla notte di flauto ancora non giunte ancora al suo riposo l’ultime Un’altra volta il flauto parole. Mi ritrovo nella rete Il flauto ancora libera il suo grido dei miei gesti…ma improvviso Spunta l’umido grido di velluto un vento li cancella. *della* sulla coltre dei boschi alla città 5 una casa resiste ancora] 5 [Sera degli anni e delle case; corr. ill. pure indietro che ora un vellutato grido indietro chiama indietro se alla luce il bosco s’apre Un voce *disfa 2 percorre* l’umido velo. Di già] Ecco l’umido grido di velluto [Un grido di velluto 10 che a poco a poco disfà l’umido velo. Già preme un grido fioco di velluto] preme il velo [del bosco, il giorno appena dei prati] di boschi [di prati] alla città e del giorno d’aprile che l’invade vinta l’ombra [disperde *già esala* il suo profumo] [pei rami si disperde] dei cortili [si 15 perde] delle piazze vapora Tante speranze il cuore lascia addietro negli anni, tanti steli appena nati, 78 tante foglie rapprese come spuma vestono il monte [là, corr. ill. d’un indicibile] 20 arioso che la bruma notturna tiene ancora. segno di stacco In luci rosa, In luci rosa dopo, il giorno s’annunzia dopo, il giorno s’annunzia. Voci e moti Voci e moti consueti ha la città. L’alba s’incide consueti ha la città, l’alba s’incide nel mio volto di prima. E più nessuno, nel mio volto di prima. [Anche tu puoi ora che tutto potrebbe rinascere! ritornato dal vento attraversare, si ricorda chi fu accanto a me la via, senza sapere né dove va né perché va, ma pure quello che più rosa si saprà di noi]. stringe in se la sua pena, altre radici lo avvincono alla terra. 79 25 All’arida montagna La lirica non ebbe anticipi in rivista; gli autografi constano di due fogli (fronte e retro della stessa carta), siglati APa 28 a-b, recanti una scrittura in pulito della lirica con qualche divergenza e variante rispetto alla versione in volume. Trascrivo la lezione del manoscritto a confronto con la definitiva. Apa 28 a: 5 10 15 All’arida montagna All’arida montagna domando una scoscesa verità, domanda una scoscesa verità, al digradare lieve, per immobili al digradare lieve per [sogni] immobili soffi, delle foreste. [fiati] soffi delle foreste. Quanto cuore assorbe la città La città non ti prenda col suo vuoto nel suo vuoto d’abissi di tenebre e d’abissi [dove] che non danno vertigine. che non danno vertigine: Qui l’acque pigre, i rattenuti gridi qui l’acque pigre, [e] i gridi rattenuti d’uccelli annebbiano solo il ricordo. d’uccelli annullano [la camb…] il ricordo Ma tremano nell’uomo e tremano nell’uomo certezze indubitabili certezze indubitabili se nemmeno accorgendosene vibra quando non accorgendosene vibra al vento che sbocca dalla valle. al vento che [dilaga] sbocca dalla valle Qui corolle vivaci, fin sul tardi Qui…corolle vivaci fino sul tardi appannate di brina, ricoperte di spume, qui dolorose verità. qui dolorose verità. Quando invade le rupi Quando la roccia invade [invadeva] e in un’aria che di morte respira e in un’aria che di morte respira brulica il desiderio, a volte pare brulica il pensiero, [corr. ill.] a volte pare 80 5 10 15 20 25 di ritrovarsi a un tripudio di festa di ritrovarsi a un tripudio di festa ad un tratto finita. ad un tratto finita. Tace nella radura Tace nella radura l’aria ma come rotta d’echi e fremiti l’aria ma come rotta [di] d’echi e fremiti luttuosi: tra l’erba luttuosi, tra l’erba sembra che vesti siano sparse e cenere, sembra che vesti siano sparse e cenere vino e sangue. Remota in quell’abbaglio [sangue e vino] vino e sangue. Remota in quell’abbaglio 20 25 l’immagine del nostro essere vola, [come] l’immagine del nostro essere vola, come remota! come remota! Sembra che più potrà essere nostro 30 35 anche l’amore. O dove ricompare Sembra che [non la rivedremo più] mai più sarà nostro è una larva che da corpo alla tenebra marg. dx. anche [il passare d’amore] l’amore o in sfuggenti penombre E [corr. ill.] dove ricompare un’acqua che nel verde s’allontana… è una larva che da corpo alla tenebra Un tronco, un’ombra, subito lo cela. o in sfuggenti penombre Come se da un silenzio un’acqua che nel verde s’allontana d’antri un’onda sonora un tronco, un’ombra, subito lo cela venisse, ma un ciarlare [Così l’uomo stanco di lottare d’uomini l’interrompe, ecco, si frange. quando affannato quando affannato crea il suo paradiso 35 dispera se per poco l’intravede] Ma non è il bene della vita? In mille 40 30 Come se dal fragore [fragore, detto] [Così il volto *dal del raggio*] di [fontana] [torrenti] cascata oggetti che qui trovo, se toccati lievemente, come in creature vive [una corr. ill. sale] un’onda sonora [una musica 40 sacra] [l’urlo] [un grido] un ciarlare è un tempestoso trasalire… [Così l’uomo stanco di lottare Li ascolterò, ritenterò la musica quando affannato crea il suo paradiso che la natura ha interrotto… 45 Ora non son che un punto dispera se per poco l’intravede] [la vita] ecco, [scompare] dilegua. sperduto nell’immobile rovina. APa 28 b: Ma non è il bene della vita? In mille [Innumeri] Tra guizzi d’ombra e pietre esseri che qui trovo, se toccati 81 45 50 un muto soliloquio. lievemente, come in creature vive Anche speranza di memoria è pura [trasalgono] è un trasalire… fatalità. Dissolta in una luce paurosa, ogni certezza marg. dx. [di terminare il canto ogni illusione geme. si rianima di compire la musica] E io, che tanto vi anelo, che la natura [interrompe] ha interrotto [corr. ill.] 50 non troverò un attimo di quiete, 55 un attimo in cui s’isoli l’eterno Ora [corr. ill.] non [sei] sono che un punto e d’incanto sospesa ogni altra voce sperduto nell’immobile rovina. dilaghi al folto di giardini ombrosi… Tra guizzi d’ombra e pietre il nostro [la tua vita la vita] è [uno sperduto] muto soliloquio. In una nuova primavera, Anche speranza di memoria è [solo] pura 55 in un verde che soffochi fatalità. Dissolta in una luce 60 ogni sussulto della carne paurosa, ogni certezza m’inoltrerò…Ma presentito appena [ora chiede] ogni speranza geme. l’ingenuo, il caro volto si dilegua. marg. sx. E io che cerco da tanto E così l’uomo, stanco di lottare, non [Non] troverò un attimo di quiete quando affannato crea il paradiso 65 60 un attimo in cui s’isoli l’eterno dispera se per poco l’intravede. e [per] d’incanto sospesa ogni altra voce respiri al folto di giardini ombrosi… Qui…non veduta bellezza In un verde che soffochi [il tuo viso] oltre la volta fragile di foglie ogni sussulto della carne respira, che nessuno ama o desidera, 65 e da cupe boscaglie m’inoltrerò, [cercherò ora sempre] 70 che attendono la scure l’ingenuo, il caro volto si dilegua. non un lamento si leva, ma, a sera, Così l’uomo stanco di lottare il lume, troppo chiaro, d’una stella. quando affannato crea il suo paradiso Perché sogno da realtà fu diviso? dispera se per poco l’intravede. Chi ha separato all’uomo Qui…non veduta bellezza 75 la sua vita da quella della mente? oltre la volta fragile di foglie Da allora non conosce e non raggiunge [sparita, se d’alti martelli se d’asce 82 70 piange la *corr. ill.* boscaglia silenziosa per foreste giovinette che attendono la scure] altra certezza che la sua rovina. Negatosi all’amore tra pareti respira [corr. ill.] eterna, inascoltata tenebrose precipita, 80 75 non vista, non desiderata o amata, cede insensibilmente e da cupe foreste al suo errore, come l’astro devia che attendono la scure sopra i rami, nel vuoto senza limite. non un lamento si leva, ma a sera, [a volte] il lume, troppo chiaro, d’una stella. 80 Ma purché non s’imbeva [Come se un] Chi separò la realtà dal sogno? del suo colore consueto La bellezza chi chiese 85 la vita (come sempre riappare accanto alla sorgente il tronco d’averla, chi [separò divise] chi scompose all’uomo misero morto, il solito prato, il ponticello…), la sua vita da quella della mente? se la realtà non mi deluse, Da allora non conosce e non [può chiedere] raggiunge e goduto fu più forte l’amore 90 85 altra certezza che la sua rovina. e tormento non gli tolse l’attesa, Negatosi all’amore tra pareti eccomi, notte, eccomi, incertezza tenebrose precipita che nascondi tra opache cede insensibilmente forre la via che inevitabilmente al suo errore, devia come la stella troverà, dietro gli altipiani, l’alba. [ora verde ora rosa ora lontana da ramo a ramo tra gli evanescenti ] sopra i rami nel vuoto senza limite. 83 90 Il suo corpo fu luce La lirica ebbe un anticipo in «Democrazia» (a.V, n. 51, 26 dicembre 1948), anche se la rivista è di ardua reperibilità. La stesura autografa è riportata su sei carte manoscritte, siglate APa 29 a-b-c-d-e-f. , ottenute da fogli di un quaderno a righe strappati compilati in inchiostro nero con notevoli correzioni e cassature. Riporto la trascrizione carta per carta a confronto con la lezione del libro. APa 29 a: Se anche un istante ci ha rapiti Se pure qualche [una] volta in lei ci assorbe il supremo pensiero [Se anche *per 2 qualche volta sps.* un istante ci *possiede* ha rapito] quando ci lascia dove ci abbandona! il [pensiero] supremo pensiero quando ci lascia, dove ci abbandona! Soli in mezzo alla terra, anche noi terra, 5 Soli in mezzo alla terra, anche noi terra e col senso che ormai da questo oblio 5 a lungo da noi stessi accumulato marg. sx. e col senso che ormai da questo oblio non ci potremo sollevare. a lungo da noi stessi accumulato non ci potremo sollevare. Per noi terra è inquietudine [Eppure a lui non estranea] tanto viva incertezza, ansia, dolore, 10 che d’inverno quando racchiude il grano [Col senso che ormai da quest’oblio 10 e lo matura è come nostra carne. non ci possiamo sollevare ma terra vile con quella ch’è Carne che ha vita quando tremò chi sé rammenta più come una volta in Lui che non dissimile da ognuno al tepore dell’erba ebbe un corpo, nel vento della notte 15 e terra e non era e vivo dei germi di Resurrezione. *ma che* a te terra era estranea che sps. il corpo *che tutto non diverso non pesa sps.* Il Suo corpo fu luce. simile ti vestisti a noi tu E il fantasma d’orgoglio tanto abbassa vesti simile a noi 84 15 20 noi resi indistinguibili da opache dei germi di resurrezione iridescenze di stagno *Noi da questo profondo* senso d’oblio sps. 20 irreparabile quanto esso nella tenebra s’innalza. non la possiamo sollevare è vile tanto che l’altro Che vale a noi chiamare il giorno il giorno terra! L’altro che …………. d’inverno luce questa penombra, da te] gioia la febbre, APa 29b: sperare o disperare: anche se intatti 25 cambio di scrittura fossimo da rimorsi Eppure a Lui, questo che terra chiamo, il Suo sguardo ci coglie 25 estraneo non fu, se [il suo corpo] come il nostro sempre in contraddizione. [immagine del *come il* nostro s….. ] 30 Povera umanità tanto scaduta [uguale proprio anche lui come noi, ma definitivamente vivo] da quando vilipesa irraggiasti ebbe un corpo interamente sulla Croce che ora di te può dirsi vivo dei germi di Resurrezione. 30 che di Cristo fai a meno e non sentire 35 anche col cuore che non vibra più Per noi terra è deserto [,se] senza di Lui come deserto è il mondo [povera] vile [corr. ill.] pallida cosa tanto grezza come terra la terra che quella rossa dove il nuovo grano come restati soli orgoglio e noia spunta l’inverno, al paragone è musica. non riconosce più il suo vero volto l’uomo e iludendosi a se stesso mormora: [Certo e fu luce] Il suo corpo fu [era la] luce. Ma 35 a noi che vale a noi chiamare giorno il giorno! il fantasma dì orgoglio tanto abbassa l’anima indistinta da morte [lo spirito, Com’è che anche negandoti 40 da morte iridescenze di [uno] stagno [il fatto] c’è chi a volte ti afferma quanto [il giorno] Esso nella tenebra s’innalza [irraggiava splendeva] e troppo spesso chi ti riconosce anche se ti conquista a se, agli altri ti perde, Che vale a noi [che il giorno] chiamare giorno il giorno o mistero d’un occhio 45 luce questa [crepuscolo] penombra [gioia il fremito] che dappertutto non si sa vedere, 85 40 sgomento d’una voce [gioia dei nostri sensi?] che ci chiama nel sonno, gioia la febbre paura d’un risveglio… [durare esser] sperare o disperare? Anche se puri 50 55 O tristezza felice APa 29c: D’esser vivi per espiare, fossimo d’ogni macchia dolce abbaglio di lacrime di gioia [sempre ti coglie] il suo sguardo ci coglie primaverile che il vento sempre in contraddizione. della vita dissecca, sarà vero [Che è la nostra incoerenza che ci stanca? che ora nel viso l’uno che subito ci stanca? dell’altro non scorgiamo più la colpa? Che il nostro] 45 50 [Ma quantomeno non sarà capace Anche del nostro male Li coglie come] ci si forma un tormento voluttuoso che quanto mi sforzi d’essere vivo e poi non si sa più [mi corr. ill. fredda l’abitudine] mai non seppi resistere dove incomincia il bisogno 55 [il] di fermarmi un momento di sostare. 60 di liberarsi, di vivere, Ogni mio buono impulso dove risorga il più umile segreto. raggelò l’abitudine per [tutti gli anni] metà della vita Per l’uomo, bimbo dopo tanti secoli, fu mio complice il sonno. [Ebbi la noia la festa della vita 60 sempre prima nemica. In ultimo segreto è sempre lì per cominciare. ogni fantasia ha perso di me] 65 Ma se qualcosa di nuovo Ma in nome di chi parlo, perché dico crede che il domani gli nasconda noi? Di me debbo dire perché non lo ricerca subito, e lo possiede con impeto? Povera umanità [quanto] tanto scaduta 65 da quando vilipesa irraggiasti Se solo un poco trema d’esser vivo sulla Croce, che ora di te può dirsi: 70 perché non si ricorda APa 29d: che i lacci che lo avvincono alla terra che di Cristo fai a meno [che in Cristo più non credi] la Sua carne li ha spezzati una volta? 86 [È morta] Morta è in se la sua Cristo ha fatto il suo tempo anche col cuore che non vibra più 70 senza di te, come deserto è il mondo come terra la terra [come sole parla nell’uomo] come soli [al mondo all’uomo] rimasti noia e orgoglio parlano [ogni dietro inganno] e non sa più il suo vero volto 75 l’uomo e illudendosi a se stesso mormora: che vale a noi chiamare giorno il giorno? Com’è che chi ti nega certe volte ti afferma? [più] E chi ti riconosce 80 anche se non ti perde a se, agli altri ti perde? O mistero d’un occhio [che più nere si ravvisa di cui nulla ci parla più] 85 che dappertutto non si sa vedere, sgomento di una voce che ci coglie nel sonno, APa 29e: paura del risveglio! Noi condannati [che] non sappiamo [più] piangere 90 le lacrime [la gioia] dell’espiazione [e con gioia] da bimbo ricordo che con gioia sognavo di svegliarmi ammanettato e che [corr. ill.] ancora aspettavo che la porta del carcere s’aprisse! Ora non più: pregare 87 95 anche per me è difficile. Son cresciuto con gli altri miserabile e pigro. Anche del nostro male 100 [Anche del suo dolore] ci si forma [a se stesso] un tormento voluttuoso e poi non si [sa più] riesce a distinguere dove comincia il bisogno di liberarsi, di vivere 105 non [più] già per [ ] altri ma per se ma perché vivere dobbiamo [e a q] e [p] a questo anima e corpo ci fu dato. [L’anima non] Strano che l’uomo non se ne avveda [più la sappia amare] [e di pregare a qualcosa sfr…] né sappia [voglia 110 riesca] interpretare [corr. ill.] [ha ancora imparato] La sua forza, la sua disperazione, APa 29f: [non sa dove incomi… ] Per lui, ragazzo dopo tanti secoli, 115 dire in cosa consista la sua felicità. [La festa della vita E dopo tanti secoli ragazzo ancora la festa] marg. dx. La festa della vita [ancora] è sempre lì per cominciare. Se appena lo distrai se ne dorrà con te 88 120 e come ti odierà! 125 Se qualcosa di nuovo Crede [che] [gli serba la vita] il domani gli nasconda perché non lo [trova] ricerca subito e non lo usa con [ap corr. ill.? Fuoco?] impeto [E se appieno] Se solo un poco trema d’esser vivo perché non si ricorda che i lacci che lo legano alla terra il suo corpo una volta li ha spezzati? 89 130 Addio!Restano gli anni La lirica è raccolta per la prima volta nel volume I poeti scelti, a cura di G. Ungaretti e D. Lajolo (Milano, Mondadori, 1948, p.117), un antologia realizzata dai poeti che avevano concorso al Premio Saint Vincent, fra i quali c’era anche Parronchi. Le carte autografe constano, invece, di quattro biglietti, siglati APa 30 a-b-c-e affiancati da una trascrizione in pulito su un foglio intero, siglato APa 30 f. Procedo riportando il confronto con la lezione definitiva, ma trascrivendo accanto alla singole strofe le versioni successive dei vari manoscritti. APa 30 f: 5 Addio! Restano gli anni Addio! Restano gli anni del tumulto inconsueto della vita [passati nel pensiero luminosa che a vampe ci s’apriva… in cui] del [dolore] tumulto inconsueto della vita Ma ora, se credi, io spettro anche tu spettro, [tumultuosa] luminosa che [agli occhi] a vampe ci s’apriva. troppo triste in questi occhi rivedersi più dolce cancellare il nostro viso Ma ora, se credi, io [me] spettro, anche tu spettro, soffiare le nostre orme sulla polvere. troppo triste in questi [quegli] occhi rivedersi 5 [venirsi incontro] più dolce cancellare il nostro viso soffiare le nostre orme sulla polvere. [fare che di noi] Se non fummo felici, per non esserlo 10 di nuovo, [fare] che nessuno ci ricordi! Né io né te su uno scheletro di ponte Né io né te su uno scheletro di ponte ora (la mia non è più che un’immagine ora (la mia non è più che un’immagine 10 d’essere che si pensa e che ti pensa) d’essere che si pensa e che ti pensa) ma solo, dove fu carne ora scheletro, ma solo, dove fu carne ora scheletro, un’altra gioventù passa a un abbaglio un’altra gioventù passa a un abbaglio azzurro, da uno scheletro di ponte azzurro, da uno scheletro di ponte protesa come luce e come vento. protesa come luce e come vento… 90 15 15 Gioventù, era fatale il tuo momento! Gioventù era fatale il tuo momento! APa 30 a: Né io né te su uno scheletro di ponte 20 Ora (la mia non [forse l’] è più che un’immagine d’essere che si pensa [ ) ma] e che ti pensa) ma solo dove fu carne ora scheletro un’altra gioventù passa a un abbaglio azzurro, da uno scheletro di ponte 25 protesa come luce e come vento. APa 30 b: Che ci resta oramai se non dolore [che corr. ill. ti punge e a me e a me un lamento immemore di giorni] giorni senza passato [senza] né futuro 30 [Che] [Facciamo] Cancelliamo di noi la nostra immagine [viviamo almeno in ancora] di nuovo sps. viviamo che [almeno] nessuno ci ricordi se non fummo felici per non esserlo APa 30 c: [E tu *di* in sei questa luce e quest’azzurro] 35 [Sei qual] [Ogni figura è viva] Tu sei viva in quell’ora, in quel momento trasmesso in questa luce e in quest’ azzurro [Si trova solo chi] E che solo chi tutto si dimentica [Se qualcuno] ti trovi in quest’attimo, libera al respiro APa 30 e: Non so trasfigurare la tua vita 91 40 in un’altra [ideale], non so che quel dolore sts. [come a te il] che negli occhi tu punge [a un dolore informe giorni senza passato e avvenire] 92 45 Non è un addio Di questa lirica non possediamo anticipi in rivista, ma cinque carte autografe, in cui si alternano diverse fasi e stratificazioni, distinguibili dai cambi di inchiostro e dal passaggio tra penna e matita. Le carte, siglate APa 31 a-b-c-d-e, presentano in alto a sin. una numerazione apposta dallo stesso autore – 1, 2, 3, 3 bis, 4 – che consente di ricostruire la complessa partitura del manoscritto. Riporto a confronto la stesura originaria e la lezione definitiva. APa 31 a: In alto a sx numero 1 Non è un addio, questo che favorisce Non è un addio, questo [sembra nascere 2 sembra schiudere] che rifiorisce sps. la stagione che, lieta anche se in ombra, 5 movimenta le vie [dove lieta] la stagione che lieta anche se in ombra dove la tua figura s’avventa movimenta le strade [dove] ove col soffio della gentilezza. [dove] la tua figura s’avventa, Tu mi dici che parti: io ti guardo. col soffio della gentilezza. 5 Tu mi dici che parti: io ti guardo So che rendersi conto non è possedere, So che rendersi conto non è possedere [la vita], avverto la distanza [eppur] avverto [ch’io che] la distanza [tra te e me che] che corre tra te e me come tra rive 10 che corre tra te e me [ , ] come tra rive d’un fiume, una addensata d’un fiume, una odorosa di fiori una d’ortiche. Ma la vita di fiori, una d’urtiche. Ma la vita è di qui e di là, e nella corrente è [di] qui [e] come laggiù, e nella corrente che passa e che riunisce, che passa e che [divide] riunisce invece che dividerle, le sponde. 15 10 [le rive] invece [di] che dividerle le sponde. e se per te ciò è semplice, Ma [se] per te [è naturale] questo è semplice io l’ho acquistato con fatica, [saperlo, anche invece che per me e mi è quasi, a pensarlo, più dolore disperata gioia, una a prezzo di ] che gioia disperatamente viva. io l’ho acquistato faticosamente 93 15 e [continuo] quasi al pensarlo più dolore che gioia disperatamente viva 20 [Così a] 20 Pure non è un addio. Pure non è un addio Paesi nuovi vedrai, dove il mio sogno Paesi nuovi vedrai [Vedrai, nuovi paesi] dove il mio sogno [e laggiù in aria] da tanto ti precede. Ed io rimango 25 stretto al mio Orsanmichele, [mio sogno di morte] da tanto ti precede [Ti resterò 2 Frattanto] Ed io rimango fidando che mi giunga stretto al mio Orsanmichele per l’aria delle torri inaccessibile fidando che [quello] [mi gi] [un riflesso] [anche qui] mi giunga un riflesso della gioia che balena per l’aere [corr. ill.] delle torri inaccessibili al tuo occhio che spazia per la serena un riflesso della gioia che balena pianura. Mio solo desiderio al tuo occhio che spazia per la serena è che tu non ti ricordi di me pianura [di gioia immensamente pura] sì che quando ti riporti a me la vita 30 25 30 [Non vorrei] Mio solo desiderio è che tu sia con la presenza stupita Non ti ricordi di me che ora nel cuore profonda ci possiede. APa 31 b: A sx. il numero 2, in un riquadro interno il numero 3 bis: [e] perché sul ricordo non si [costruisce,] edifica, più che sulla sabbia… [La vita] A ogni passo la vita fugge lontana. 35 Non è difficile trovare motivi per disperare. (cambio di scrittura) Noi che di continui errori viviamo, se ogni nostro errore non ci sommerge, è un miracolo! Eppure [quante volte rinasciamo cade ] forse non esiste chi non [ risorgerà sps. però]sia molte volte risorto da sé: il bimbo che vedi con i suoi [gio] occhi 94 40 dove è un’ombra dell’Eden ha più vite [io ti dico che] anche lui della [antica] Fenice! 45 Quanto a me che già [il parlare] troppe [volte ho perduto] [ha già …] il filo delle [mio parole] discorso marg. sx. perché quando ti riporta a me la vita sia [con accordi] la presenza stupita che ora nel cuore profonda ci possiede. 50 (segno di stacco) Io mai non vorrò illuderti. [Io forse non voglio vorrò saprò mai] Io mai non saprò [saprei] illuderti Tu non sai, ora, questa fiumana che tutti urge, da me come lontana 35 Tu non sai … Questa trepida corrente [cielo di] passa, e non ne ho che rapide [farti vedere io ne so alita lontano hai paura] gocce per dissetarmi. E c’è chi invece che [qui diversamente] tutti urge da me come lontano ne beve lungamente, sorso dopo sorso, lete su lete. 40 Io cerco di afferrarne [sopra] [da me] passa e non ne ho che rare [rapide immagini 2 rapide sps.] impulsi brevi come questi [di] gocce per dissetarmi. E c’è chi invece che ora da te mi vengono. ne beve lungamente, [come te] sorso dopo Così con noi giuoca l’apparenza, sorso, [ma il] lete su lete … [A me il] senza tregua dà speranza di giungere [Io non ne ho che respiri,] Io ne afferro soltanto impulsi brevi, come questi, [rapidi fervidi giorni] a una soglia che s’allontana sempre… 45 che ora [la via la vita ti manda] da te mi vengono. Per ognuno la vita non ha che attimi! 55 60 D’ora innanzi saprò [che] solo che chiedevo Vincere la stanchezza che non è che illusione dei [nostri] sensi. [questo è il nostro compito] APa 31 c: [D’ora innanzi che sappiamo, la vita *Lo sappiamo, la vita*] Per [per] ognuno la vita non ha che attimi. 95 65 ma [dietro noi dobbiamo ascoltare anche il rimprovero dietro noi della grata per d’altro gioventù] Ma dietro noi la gioventù che mormora? Ma dietro noi [dice] la gioventù che dice? Non è lì a rianimarci col suo grido? [Non importa che sia finita! A noi 70 Come da un bosco che per ogni dove La sua voce ha parlato? Se ha parlato il sole fruga, presto si dilegua 50 dell’ombra ogni respiro, *corr. ill.*non ci deve tradire. *Che abbia lume* Non abbiamo e allora pare secca anche la fonte *abbia* lume che ci che sempre nelle vene che butta nel pieno mezzogiorno, *anzitempo trovato* Certo ha trovato modo *sempre* di nascondersi.] ma nell’impronta d’un sasso o nell’occhio Come [di] da un bosco che [ci per corr. ill. ta] per ogni dove d’animale assopito, o in un fosso che separa 55 fitto strato di nocciuoli dal caldo 75 il sole fruga [fino a dileguare] presto si dilegua dell’ombra ogni respiro vive ancora della notte l’odore, e [come] allora sembra a…. [corr. ill.] la sorgente così sempre in un angolo della memoria, o delle nostre vene, (segno di stacco) la felicità dorme. E io che davanti ai tuoi occhi 60 Venite, risvegliamola! [ho v… decorarmi del nome] sto con questo nome di poeta O piuttosto lasciamo devi sapere che [ho] a volte ho sfiorato [la poesia] Che risposi? A vegliare sul suo sonno, 80 a questo, dal passato la poesia senza accorgermene, sono passato accanto voci, ormai fioche, ci confortano. distratto, al mistero che fioriva per incanto. Nessuna [pietà] compassione, [Non] non abbiate pietà e dunque, di me. Se un giorno [una volta] dovrò [saprò] accettare 85 l’abbandono di tutti come il mendico –. Quante volte nel suo fluire [passo o la vita che] – la “Rappresentazione della strada” mi porta [ha portato] vicino a [te corr. Ill.] quante volte, senza [potere] sapere stendergli APa 31 d: 96 90 A sx. il numero 3 bis che dirompe e che dilegua nel pieno mezzogiorno ma [sotto un sasso volle corr. Ill.] nell’impronta d’un sasso [coi granchi] e nell’occhio d’una bestia assopita [tutto il giorno] tutta la sera ancora. In una fossa che divide 95 fitto strato di nocciuoli dal caldo [regna la notte ancora] [corr. ill.] della notte l’odore così sempre caldo in un angolo della memoria, o delle nostre vene, la felicità dorme. 100 Venite, risvegliamola! [Ho] O piuttosto lasciamo che riposi. A vegliare sul suo sonno: a questo [la voce anche molte] dal passato [un pò roca prima … ] sempre più fioche [roche] e nitide ci confortano. 105 (un segno di stacco) 65 Nel cuore in cui sempre il passato Nel cuore in cui sempre il passato rivive è [la pace del] pace come in questo bosco rivive, è pace come in questo bosco [- d’ombra] e l’ombra [dell’am….le] che [ai] nei trepidi con l’ombra solitaria che nei trepidi sguardi al cacciatore sorvola, [seguiti] occhi del cacciatore balena [….] finché scatta il destino che l’inchioda, 70 75 e i gigli che maturano alle prode finché [parla] il destino il [corpo] destino che [il suo destino] nel primo vento di marzo… e i gigli che si piegano [piegati] alle prode Ma attento (è a me che dico) nel [del] primo vento di marzo… che l’attimo che ti strige alla vita Ma attento (è a me che dico) anche lui presto non sia che un ricordo! che l’attimo che ti lega alla vita Perché sul ricordo non si edifica anche lui presto non sia che un ricordo. più che sulla sabbia…Ad ogni passo 97 110 115 la vita fugge lontana. Non è difficile trovare motivi per disperare. Noi, che di continui errori 80 viviamo, se ogni nostro errore non ci sommerge è un miracolo! E già forse non esiste chi non sia molte volte risorto da se medesimo: il bimbo, coi suoi occhi 85 dove è un’ombra dell’Eden, ha più vite anche lui della Fenice! Quanto a me, che già troppo ho vagato nel giro del mio discorso me che ascolti serena e che poeta 90 per una breve mattina il tuo ingenuo pensiero consacra, devi sapere che molto spesso ho tradito la vita senza accorgermene, sono passato accanto distratto, al mistero che fioriva per incanto. 95 Non abbiate pietà dunque di me Vinto anche, e fatto simile al mendico – quante volte, nel suo fluire la Rappresentazione della strada me lo riporta davanti, A sx. il numero 4, cambio di inchiostro. 100 quante volte, senza riuscire a stendergli la mano, [tua] soffro [sofferta] e [tra] rimpiango [rimpianto] la mano, soffro e rimpiango che l’amore così, all’improvviso [Che] che [la vita il vano] l’amore così […..almente] all’improvviso non lo possa trascinare, fondere non lo possa [potrà] [f] trascinare, fondere con gli altri, mentre che intorno, diviso mentre che, intorno, [….] difeso 105 come da un vetro, egli si vede il mondo 98 procedere nel suo lusso incolore, incapace di raccogliere la rosa come da un vetro egli si [la gi] vede il mondo, [e 120 lo guardi] di cui non è che l’ombra, sfiorarla e non vederla, e io con loro… 110 procedere nel suo lusso incolore Non abbiate pietà dunque di me – [ig…] incapace di [vedere] raccogliere la rosa se tuttavia saprò [egli è] [questa…sera] rosa, di povertà [di raccoglierla] [toccato] nel giorno indifferente accogliere con foga lo stesso impeto di sfiorarla e non [la guarda] vederla ed io con loro… che ora ti rapisce 115 Non abbiate pietà dunque di me – nella vita, potrà davvero splendere 125 se un giorno [una volta] saprò [dunque accettare vivere] in altri molti il bene che ho perduto. vedere tra voi tutta indifferente senza che questa forza mi abbandoni questa [forza] stessa che ora ultima, ti [trascina] rapisce nella vita, potrò dire [d’in…] che quel bene 130 che [la vita offre] all’uomo non deve mancare ho goduto. Avrò inteso che grazia il tuo saluto (è presente un segno di stacco) Racchiuda, e verso quale riva 120 Ci conduca la vela [Allora] Saprò allora che [forza] grazia il tuo saluto Che su di noi l’alba ha sembrato schiudere, racchiuda, verso quale riva la forza tanto attesa ci portasse la vela [che] di gioventù che non ci dovrà illudere. che su di noi l’alba ha sembrava di schiudere [infinitamente], [senti] la forza tanto attesa [da noi] di gioventù [la forza] che non ci dovrà illudere. 99 135 CAPITOLO III DALLA LIRICA AL POEMETTO: PER STRADE DI BOSCO E DI CITTÀ (1954) 100 1. Coi tre poemetti usciti in Per strade di bosco e di città […] si compie la prima fase della mia attività poetica: sono, questi, sforzi compositivi che nella loro diversità abbracciano interessi disparati, per la musica, per il teatro, per il cinema.78 Parronchi spiega così nelle Note in appendice a Ps, dove riunisce e sistema il suo intero percorso, il ruolo svolto dal libro uscito da Vallecchi nell’estate del 1954 in cui convergevano sotto un segno univoco tre esperienze letterarie stravaganti rispetto alla dimensione lirico-elegiaca delle raccolte precedenti. Se i libri degli anni Quaranta riunivano testi appartenenti a una medesima fase creativa secondo una scansione cronologica, Per strade di bosco e di città aggregava materiali di periodi differenti: Parronchi infatti affiancava ai due poemetti dei primi anni Cinquanta, Nel bosco e Città, scaturiti da un analogo sostrato cinematografico, Giorno di nozze, risalente al decennio trascorso e recuperato dal magmatico cantiere di quel periodo per le sue suggestioni teatrali e melodrammatiche. Per strade di bosco e di città assume una posizione eccezionale tra le stagioni poetiche di Parronchi, è l’ultima scheggia della sua prima fase, incastrata tra i tasselli di quel “secondo libro” – come egli stesso lo definiva complessivamente – che si era aperto con le evasioni elegiache dell’Incertezza amorosa (1952) e destinato a proseguire, con un tratto più deciso, in Coraggio di vivere (1956) e ne La noia della natura (1958); i tre poemetti, insomma, dopo aver patito a lungo gli effetti di un isolamento forzato si vedevano riconoscere assai tardi – solo nel 1994 – un valore testamentario, come di congedo dalla prima maniera poetica.79 Quel titolo, Per strade di bosco e di città, destinato a una responsabilità inaspettata, se il poeta lo scelse infine per l’intero blocco dei versi giovanili, era la risultante di una serie di tentativi, confidati a Pratolini e relegati nelle lettere della primavera antecedente la pubblicazione. Nel marzo di quell’anno Parronchi pensava di intitolare il libro semplicemente Tre affreschi, ponendo l’accento sulla dimensione visiva, sull’atto del guardare, che cristallizzava il movimento della realtà nella dimensione eterea della poesia, e assecondando anche la prima spinta che aveva generato quel progetto: il 78 Le poesie, vol. I, cit., p. 364. Nel 1994 Parronchi recuperò per la sua produzione giovanile il titolo Per strade di bosco e di città, inserendo nel libro anche i poemetti, rimasti esclusi in Un’attesa del 1962, ai quali seguiva soltanto la sezione inedita Ceneri di primavera, risalente agli anni 1953-55. 79 101 cinema come strumento di indagine del mondo nelle sue dissonanze, come mezzo per giungere al fondo delle cose, scavando sotto la loro apparenza. Se quest’idea fu accantonata immediatamente, resistono alcune tracce di quella denominazione negli sviluppi successivi: i tre affreschi erano in realtà tre liriche, databili al 1945, che erano la preistoria dei poemetti e, prima ancora, una preparazione dell’epitalamio Giorno di nozze, composto in quel periodo connettendo fra loro spunti già impliciti in una lirica del’38. In Per strade di bosco e di città del 1994, dove offriva un’ulteriore organizzazione della prima fase spostando i termini fino alla metà degli anni Cinquanta, comparivano Due affreschi (In viaggio ed È qui) a chiudere la sezione dei poemetti, per una precisa scelta strategica. Nella citata Nota a Ps, dove ripropone sotto l’etichetta generica Affreschi i due testi con altri frammenti inediti, Parronchi illustra il perché di tale decisione: I tre poemetti […] erano stati preceduti da Tre affreschi dei quali solo l’ultimo potevo considerare compiuto e il secondo sopravvive come un mozzicone […] Il primo, Patria dei boschi, resisto ancora ad affidarlo alla stampa, dacché il bosco, a lungo vissuto in solitudine, aveva trovato per merito di Kurosawa, quei tre straordinari abitanti che me ne svelarono interamente il segreto, e tentai di chiuderlo nel mio “raccontino orientale”.80 Il sacrificio di Patria dei boschi è motivato dall’intento di rinunciare a quella dimensione naturale, ancorata ad un retaggio simbolistico e intrisa di accenti misticheggianti, per favorire invece lo sviluppo narrativo, le storie dei personaggi che restituiscano a quel paesaggio vuoto la componente umana, rendendolo uno scenario poliedrico. Questa lirica può sopravvivere solo come incerto antecedente di una rivelazione che verrà dopo, mentre le quartine di È qui forniscono qualche chiave di lettura per comprendere la genesi dell’epitalamio, a cominciare dalla citazione di Ghiselli posta in epigrafe e dedicata a un Orfeo,81 così vicino a quello del Monteverdi, modello supremo per l’austera musicalità del Giorno di nozze. Ma ritornando alla fondamentale questione del titolo, ancora nel marzo Parronchi annunciava all’amico la rinuncia all’ultimo («Tre affreschi non mi va più») e suggeriva altre possibili soluzioni: «Ho pensato anche Inguaribile sogno (il sogno della felicità, 80 Le poesie cit., pp. 365-66 La citazione completa è «Un dio (Orfeo?) che contenga / le innumerevoli forze disperse / nella materia e nello spirito»; di Luca Ghiselli, fu Parronchi a curare l’edizione del Diario, Milano, Bompiani, 1947, dalla quale deriva questa citazione. 81 102 che è il tema del libro), pessimisticamente, L’inutile sogno».82 E certo avrà influito sul rifiuto di questa ipotesi il giudizio perentorio di Pratolini che, prospettando un’inevitabile caduta nel nichilismo, rispondeva: Per il titolo del libro, nessuno dei tre mi piace, ossia, il primo è ancora l’unico accettabile: “Tre affreschi”. “Inguaribile sogno” e “L’inutile sogno”, a mio parere, decisamente no, e proprio per quell’accentuazione pessimistica che tu avverti e che come poetica diciamo, tu intendimi, suonerebbe quale un non veritiero punto d’arrivo rispetto all’ “Incertezza”.83 Infatti di lì a pochi giorni Parronchi cambia di nuovo i suoi propositi, illustrando dettagliatamente le ragioni della propria scelta: L’altro titolo, quello del mio libretto, è ormai fissato: Nel bosco. Città è più importante di Nel bosco, ma Nel bosco è stato la molla di tutto, la catapulta. Inoltre, centrando l’attenzione del lettore sul racconto in versi, Città sarà più sorprendente, più nuova.84 La vicenda è quasi risolta, scartata anche questa ipotesa che l’autore giudica forse troppo sbilanciata in favore del “raccontino” orientale, e, dopo aver accennato a un Autoritratto in città, palesemente poco efficace, approda all’esito definitivo: un titolo non «fulminante», «duro a pronunziare», «difficilino», che però permette di creare un nesso tra le storie raccontate, di riportarle sotto un’etichetta unificante, di fonderle in un racconto globale, del quale rappresentino le tre fasi, i tre momenti.85 Il titolo Per strade di bosco e di città, per il quale andrà subito segnalata qualche vaga concessione ad una grammatica ermetica – almeno nell’abolizione dell’articolo e nell’uso ambivalente della preposizione “per” – concilia le diverse dimensioni di questo libro, in un moto discendente, dallo scenario silvestre e rarefatto del racconto orientale fino a un paesaggio cittadino privato d’ogni identità, gonfio dei rumori e degli odori della vita, in cui si schiantano le illusioni. Ma dietro questa dialettica sono riconoscibili gli ingredienti dell’intera stagione giovanile di Parronchi: il bosco che, con il suo 82 Lettera del 2 marzo 1954 in Lettere a Vasco cit., pp. 244-245. Lettera del 4 marzo 1954 in Lettere a Sandro cit., pp. 325-327. 84 Lettera del 7 marzo 1954 in Lettere a Vasco cit., pp. 246-247. 85 Lettera del 14 marzo 1954 in Lettere a Vasco cit., pp. 247-248. Nella lettera Parronchi scrive a proposito di Per strade di bosco e di città: «È duro a pronunziare, difficilino, ma “rende” quel che volevo dire nel titolo: che cioè le 3 storie son legate, che quei 2 che vanno pel bosco sono i due che si sono sposati nel 1° tempo, e che la città alla quale sono diretti è quella del 3° tempo» e, ancora, riferendosi alle opzioni scartate: «Anche tre (affreschi – incontri – storie d’amore […] – sinopie) lo lascerei come troppo mio. Questo, ultimo scelto, bisogna far fatica a ricordarlo esatto, ed è un elemento, per un libretto del genere, non trascurabile». 83 103 bagaglio immaginifico, incarna una Natura fitta di simboli e gremita di fantasmi e la città, prima presentita in lontananza e ora posseduta, conquistata al punto da trasfigurarsi in uno scenario suburbano, in una selva informe in cui la salvezza appare sfuggente ed irraggiungibile. Sarebbe forse eccessivo desumere che in questo passaggio si consumi l’uscita dall’ermetismo, inteso almeno come condizione biografica, ma certo siamo in una congiuntura cruciale per il cammino poetico di Parronchi: la giovinezza è finita – al limite dei quarant’anni – ed occorre tornare nel mondo, interpretarne i segni, ritrovando quel “coraggio di vivere” – che è anche un “coraggio di scrivere” – indispensabile per andare avanti. La sintonia tra i poemetti, in realtà distanti l’uno dall’altro per scelte stilistiche e per temi, si misura sul piano dell’eversione rispetto alle forme tradizionali, in uno sperimentalismo che spinge Parronchi a rinnovarsi sfruttando le intersezioni con il teatro e con il cinema, portando sulla pagina un intreccio polifonico di voci, cadenzate in un ritmo narrativo. Giorno di nozze è il suo primo tentativo di realizzare una commistione tra generi, attraverso la fusione tra «la forma aulica dell’intermezzo cinquecentesco», il melodramma, incarnato soprattutto dall’Orfeo musicato dal Monteverdi – in particolare «s’era impresso nell’orecchio, e vi durava profondamente il primo atto» esaltato dalla voce di Ginevra Vivante 86 – e ancora i versi della Dafne del Rinuccini, assunti a modello privilegiato. Il risultato prodotto dall’ «eco di ritmi classici e il riflesso di orpelli seicenteschi» è «un componimento tra lirico e decantato», che nasce dall’occasione pretestuosa di un matrimonio borghese87 il giorno della vigilia di Natale del 1946 e resta, poi, a lungo nel cassetto, in attesa di una destinazione e di una sede consone, insieme ad altri frammenti rifiutati. Nel 1950 Parronchi pensava di inserirlo in un progetto eterogeneo, ancora in fase di definizione, accanto ad Alone, il «piccolo canzoniere del 39-42», e confessava a Pratolini il proprio giudizio su quel componimento incerto: «[…] è il mio canto più libero: sarà pargoleggia mento forse, ma credo abbia abbastanza forza da significare in senso trasfigurato e mitico tutto quanto il sogno della passione amorosa».88 E il mito, nella severa orchestrazione classicistica del 86 Tale commento è nella Nota pubblicata in calce al testo in Per strade di bosco e di città (1954) cit. e riproposta integralmente nella Nota a Le poesie (2000) cit., pp. 364-66; qui Parronchi chiarisce che la versione dell’Orfeo cui fa riferimento è quella dell’«incisione datane dal Magazzino Musicale Milanese» e aggiunge che «la voce di Ginevra Vivante era arrivata a identificarsi per me con la musica». 87 Si veda la lettera a Sereni del 29 dicembre 1946: «Ho scritto in questi giorni un epitalamio che da tanto sognavo di scrivere per le nozze di mia cugina. È meno di quel che speravo ma è qualcosa.» cfr. Un tacito mistero cit., pp. 140-141. 88 Lettera del 29 giugno 1950 in Lettere a Vasco cit., pp. 187-188. 104 testo, assume un valore fondamentale: l’immagine di Venere, il «tenebroso bacio / di Boote» e gli «spiriti Lari», epifanie irrinunciabili nel canovaccio dell’epitalamio; il linguaggio, talora impervio e altrove cantabile, così come la dialettica tra la notte e il giorno, e tra primavera e inverno, indispensabile al raggiungimento del climax narrativo. Ma l’innovazione più vistosa è forse nell’eterometria, funzionale a seguire i movimenti delle diverse parti del testo, che scardina l’alternanza canonica tra endecasillabi e settenari, e insinua misure versali lunghe – anche oltre il doppio settenario – e brevissime, inserisce rime cantilenanti, assecondando i toni solenni o gli accenti più leggeri. Se il modello teatrale può indurre a considerare il poemetto frutto di un retaggio classicistico oramai superato, è proprio nelle scelte tecniche che si valuta il superamento degli schemi e la possibilità di rinverdire la propria scrittura, attingendo anche a serbatoi differenti. L’esperimento di Giorno di nozze risulta assai modesto rispetto a quello degli altri due poemetti, dove la spinta eversiva viene radicalizzata e conduce alla creazione di forme letterarie ibride e dove il lirismo, ancora sostenuto in quei versi, concede invece spazio a una dimensione narrativa mai tentata finora. L’origine di questa tendenza, destinata ad esaurirsi precocemente, è da ricercare nel cinema, a cui Parronchi guarda come a un modello, proponendosi di tradurre nella mimesi poetica il ritmo dei movimenti di macchina e la vertigine delle inquadrature. Già nel 1938 egli affidava le prime considerazioni su questo strumento espressivo a un breve articolo «sulla tecnica della ripresa cinematografica» al fine di isolare «i termini grammaticali del discorso»; e sempre in quell’anno pubblicava un “ritratto” di Charlot nella filmografia di Chaplin, insistendo sul rapporto ambiguo tra il regista e il personaggio.89 Ma questi contributi confermano unicamente la sua attitudine di osservatore, come i giudizi degli anni Cinquanta sui film di De Sica e Rossellini, o sul fenomeno del Neorealismo, testimoniano un’acuta capacità critica e una poliedricità intellettuale, che abbraccia sempre nuovi campi. Certo avranno influito sulla cinefilia di Parronchi le frequentazioni di Pratolini, che in quegli anni intensificava i rapporti con il cinema firmando sceneggiature significative – su tutte quella di Paisà (1946) di Rossellini e più tardi quella di Rocco e i suoi fratelli di Visconti (1960). Lo spunto inatteso, che indusse questo cambio di poetica, giunse nel 1951 al Festival del cinema di Venezia, quando Parronchi vide il film Rashomon di Kurosawa e ne rimase 89 Gli articoli sono: Cinema semplificato (sulla tecnica della ripresa cinematografica) in «Il Bargello», 16 gennaio 1938, p.3; Charlot e Chaplin in «Il Bargello», 13 febbraio 1938, p. 3. 105 impressionato per la capacità del regista di sovrapporre piani narrativi differenti, per l’intreccio vorticoso delle scene e per «la realtà umana del fatto rappresentato». La vicenda narrata è quella di un omicidio, effetto forse di una violenza carnale, ma le versioni del fatto, affidate a tre testimoni, risultano inconciliabili e contraddittorie, a dimostrare come la verità sia relativa e irraggiungibile. E quel bosco, che nella trasposizione di Parronchi assume sin dal titolo il ruolo di protagonista, è un fondale allegorico, una selva allucinata dentro cui si muovono i personaggi in un gioco di prospettive, quasi scaturissero da quel paesaggio e fossero destinati a ritornarvi, inabissandosi per sempre. Nel settembre del’51 Parronchi raccontava a Pratolini come aveva intrapreso la stesura del poemetto poche ore dopo la visione del film: Cominciando avevo il senso di fare una specie di anticaglia; poi lo scrivere mi prese e tirai giù, la sera del sabato 25, tutta la prima parte. Arrivato a Varallo lunedì sera, il martedì mattina del 28 scrissi la seconda. A Firenze appena di ritorno, ho lavorato un po’ a ritoccare; e ora ecco qui.90 Ma Parronchi confidava all’amico anche le perplessità sul rapporto tra i suoi versi e il racconto originale dello «scrittore neo-realista Ryunosuké Akutagawa» da cui era tratta la sceneggiatura del film, riferiva a Vasco anche i vani tentativi di contattare Francesco Piraino, esperto di narrativa orientale, per rintracciare quel testo. Si chiedeva, con scrupolo: La domanda che mi faccio [...] è: è lecito oggi che su una «situazione orientale» anche antica si può, volendo, arrivare a saper tutto, fregarsi dei particolari che possono non coincidere e «lavorare di maniera» come io ho fatto? E, più precisamente, il fondo umano della faccenda riscatta o no queste imprecisioni?91 In quello stesso mese egli ricevette da Tokio il racconto in lingua originale e si adoperò per farlo tradurre da uno studioso di letteratura giapponese, Salvatore Mergè,92 ma intanto proseguiva la rifinitura del proprio testo ampliato e mutato rispetto al primo nucleo, abbozzato sull’onda dell’entusiasmo per il film. A questo punto è possibile individuare due stadi fondamentali nella gestazione di Nel bosco: il primo, che trova un esito provvisorio su «La fiera letteraria» nella primavera del’52; il secondo, che in un 90 Lettera del settembre 1951 in Lettera a Vasco cit., p. 213-214. Ibidem 92 Salvatore Mergè (1899-1965) fu uno studioso di Scienze Ermetiche e responsabile della diffusione dell’Aikido in Italia, dal 1938 al 1946 lavorò a Tokio come interprete presso l’Ambasciata Italiana e successivamente si stabilì a Roma dove collaborò con l’Accademia Virgiliana, curò varie traduzioni dal giapponese tra le quali appunto quella di Nel bosco di Akutagawa (Milano, Scheiwiller, 1958). 91 106 serrato confronto con il libro di Akutagawa – tradotto compiutamente solo nel febbraio dello stesso anno – tenta di riportare il testo sotto il segno del modello, e, dopo tanti ripensamenti, giunge alla stesura che leggiamo nel volume del ’54. Certo i materiali autografi, per quanto lacunosi rispetto alla complessità della questione variantistica, arricchiscono notevolmente il quadro filologico, contribuendo a sciogliere alcuni nodi cruciali nell’iter tormentato del raccontino orientale. In particolare andrebbe valutata la distanza tra i due avantesti, pur nella consapevolezza che il secondo è ricostruibile solo congetturalmente attraverso l’interpretazione delle correzioni, esaminate le oscillazioni delle lezioni nelle varie riscritture e individuati i nuclei espunti che tornano in circolo nel cantiere del poeta e sono riutilizzati in altri luoghi del libro. Ma preliminarmente è fondamentale cercar di capire come Parronchi adatti la partitura cinematografica e la sceneggiatura al discorso poetico e come costruisca lo sviluppo narrativo della vicenda e organizzi il poemetto. Nel bosco è scandito in strofe irregolari endecasillabiche di varia lunghezza e il racconto è affidato a due ampie sezioni che ripartiscono il contenuto come i due tempi di un film: nella prima Parronchi svolge la storia, in un crescendo di violenza, fino all’assassinio di Tacheiro; mentre nella seconda è collocata la riflessione sul colpevole dell’omicidio, il resoconto dei testimoni, l’auto-accusarsi dei personaggi e in conclusione l’ipotesi labile di un suicidio del samurai, deciso a riaffermare il proprio onore attraverso la morte. A chiudere questo canovaccio aperto a molteplici soluzioni, Parronchi interviene con un epilogo che ricaccia i fatti narrati nell’oscurità del dubbio, perché «[…] mai non si raggiunge / il vero, non si legge mai la fine» e in questa agnizione c’è quasi una consonanza con il relativismo di tanta letteratura novecentesca. Quando Parronchi lesse il racconto di Akutagawa si stupì del fatto che di «pirandellismo» non vi era neppure l’ombra, in quanto Nel bosco era costituito «soltanto da un seguito di deposizioni», dagli «atti di un processo», in cui si susseguivano le risposte di tutti i personaggi che affollavano la scena, inclusa l’ombra di Takehiro riapparsa prepotentemente dal limbo cui era stata relegata.93 Parronchi allora scelse di soffocare quella miriade di voci, di ridurle a poche comparse, insistendo sulla caratterizzazione psicologica dei protagonisti, vittime inconsapevoli dei propri istinti o di un destino cruento, e sul delitto in cui si consumava lo scontro fatidico tra le passioni umane. Ma il modello giapponese possedeva altro, era «tutto assorbito nella natura» al punto che la sua «presenza, da un 93 Lettera del 10 febbraio 1952 in Lettera a Vasco cit., pp. 230-231. 107 capo all’altro del racconto» era addirittura «impressionante».94Questa caratteristica domina anche il testo di Parronchi già dai primi versi, dal quadretto impressionistico che precede l’inizio dell’azione umana: Nel folto, dove è perso ogni chiarore. O dove una radura ora interrompe l’ombra e il sentiero inoltra ad una riva che d’acque fonde un silenzio ravviva. E d’altronde Kurosawa, dopo la sequenza iniziale dell’incontro fra i testimoni sotto una pioggia incessante, rappresenta quel bosco fitto di vegetazione che inghiotte i personaggi, trasfigurandoli in un gioco di luci e ombre. La stessa «ombra di foglie» invade, in Parronchi, il fondale su cui si muovono «l’uomo e la donna», e la selva si tramuta in luogo di perdizione e si popola di presenze occulte, di rumori, di suoni. Così il «verso d’un uccello» squarcia il silenzio con «un lieve stridere», annunciando l’ingresso sulla scena del samurai, presagendo l’agguato del bandito Tagiomaru, mentre l’usignolo che, nell’ultima sezione, «versa / il suo mistero a quello delle piante», riconduce la Natura alla sua sacralità, lavandola dall’onta del sangue. Le fasi della violenza sono raccontate attraverso la lente del bosco, tra le fronde degli alberi di cedro, lungo le file di canne di bambù, sulle foglie calpestate, dentro al fiume che trascina a riva «melma e tronchi»; e il paesaggio silvestre partecipa muto alla tragicità degli eventi, con «un lacrimare / spento di vermi, sangue, ossa, vergogne». La centralità del delitto, come coacervo delle pulsioni umane, alimenta altri filoni: il nodo della colpa e della remissione, acuito dalla metamorfosi di Masago da vittima a carnefice; l’istinto cieco che spinge Tagiomaru a sopraffare la donna, il carattere ferino dell’individuo schiavo dei propri impulsi animali. E i toni violenti, spesso efferati, del racconto incidono sul linguaggio poetico e sulle scelte stilistiche, imprimendo ai versi una forza quasi icastica. Così la sequenza estenuante dell’agonia del samurai è rappresentata con tinte forti: Il samurai tra corde che gli affondano nelle carni in sudore che si tendono a spezzarsi, col cuore che si schianta a poco a poco ma non può morire… 94 Ibidem 108 ribadite dai tanti echi di morte, che affollano la sezione; e ancora la scena di Masago che, dopo la lotta disperata con il bandito, descritta in un susseguirsi vorticoso di azioni, subisce la sua violenza: Mai donna fu goduta più che Màsago dal bandito Tagiòmaru, davanti a suo marito, il samurai Takéiro. in una scena pervasa da una tensione erotica spinta ai limiti del sadismo, o altrove il ricorso ad immagini analogiche («statua di morte»), ad aggettivi luttuosi o repellenti («putrida», «funesto»), ad accostamenti ossimorici («piove il sole»; «il sole […] / secca sulle foglie morte»). La tecnica narrativa, che mira ad imprimere agli endecasillabi un movimento cinematografico, è fondata nella prima sezione sull’intreccio turbinoso delle azioni, sulla simultaneità dei piani, sulla compressione o distensione del tempo del racconto, per accrescere il pathos o aprire una parentesi di riflessione, sull’entralecement delle storie dei personaggi, interrotte e riprese continuamente. Mentre nella seconda, in cui sono registrate le testimonianze dei protagonisti, Parronchi alterna discorsi diretti ed indiretti liberi, mescola interrogativi sospesi a frasi disgregate ed espone le confessioni nella loro crudezza, davanti a un pubblico muto di inquisitori. La pluralità delle voci e l’intersezione tra toni e linguaggi diversi conferiscono al poemetto il carattere di una sinfonia, nonostante l’apparente rigidità del metro, e l’epilogo della vicenda, relegato nell’ultima sezione, restituisce le redini al poeta che, dopo aver concesso autonomia ai fatti, chiosa con un giudizio perentorio, precludendo il raggiungimento di una verità definitiva. Ma Nel bosco era per Parronchi un esperimento incerto, «una storia del fattaccio come quella che i cantastorie cantano nei paesi»,95 gravato dalla concorrenza ingombrante dell’originale e incapace di raggiungere la potenza espressiva del film di Kurosawa. Città nacque in questo frangente, dentro la revisione del raccontino orientale, dall’intento di spingere la scrittura verso uno sperimentalismo nuovo, ma anche dall’esigenza di creare un soggetto personale, svincolato da modelli, in cui realizzare 95 Sempre dalla lettera del 10 febbraio 1952, cit., dove scriveva: «E il mio racconto? Il mio racconto, che ha ricalcato il film, è al più una storia del fattaccio come quella che i cantastorie cantano nei paesi. Avrebbe dovuto, in fin dei conti, essere scritto in ottave, il più possibile vicine a quelle dell’Ariosto (che è forse l’unico poeta la cui felicità e delicatezza potrebbe avvicinasi a quella degli orientali)». 109 quella sintesi tra letteratura e cinema, quel connubio tra parola ed immagine che ancora gli sfuggiva. Purtroppo dai carteggi ricaviamo scarse indicazioni sulla genesi del testo, ma nella Nota in calce a Sbc, Parronchi avverte che la stesura, iniziata nel novembre del ’52, si protrasse fino all’ottobre del 1953 e spiega come a condurlo verso «un altro tentativo» fu la necessità di superare il ritmo statico dell’endecasillabo che rischiava di cristallizzare il movimento della cinepresa. Quella «particolare disposizione poetica», che egli vagheggiava, si tradusse in una partitura complessa in cui, sulla linea di fondo della storia dell’incontro tra due giovani, si innestavano altri nuclei tematici e alla cadenza narrativa del racconto si alternavano quella cantilenata dei ritornelli o quella frantumata del monologo interiore. Parronchi, sempre nella Nota, sostiene che Città «ruota attorno a una situazione reale, di tempo, di luogo e di sentimento», a differenza del soggetto di Nel bosco collocato in una dimensione indefinita, e aggiunge che è «tagliata fuori da un’azione vera e propria», tanto che è assente il dinamismo convulso del racconto orientale. La scrittura allora, come la macchina da presa, registra la situazione nel suo «movimento […] realistico-estemporaneo», ne filma i dettagli, affondando lo sguardo dentro i pensieri dei personaggi, scrutando le strade ingombre o i profili dei palazzi tagliati dalla luce diafana dei lampioni, spiando «l’arco di ponte» che «si disegna / contro l’angolo forte della pietra». I tre atti, in cui è ripartito il poemetto, riproducono le differenti prospettive da cui è narrata la vicenda: quella dell’uomo che attende impazientemente l’apparizione della donna, mentre vaga per le vie della città, quella di lei, «che era ancora prima che la vita / incominciasse […]», che si muove verso l’appuntamento dentro lo stesso scenario, schiava delle proprie angosce e dei propri rimorsi. E infine il punto di vista torna ad essere oggettivo, l’obiettivo riprende, come in un grandangolo, l’incontro mancato, inquadra lui, «il vagabondo», ancora ostinatamente in attesa e la donna che s’accascia a terra, sul marciapiede, tra il vociare stupito dei passanti. Il tempo del racconto è dilatato attraverso l’alternanza tra il piano dell’azione reale e quello mentale dei protagonisti, attraverso l’analessi che lascia affiorare stralci di ricordi, tracce di memorie sepolte dentro l’intreccio, provocando un cortocircuito nell’asse degli eventi. Parronchi incastra le sequenze in un montaggio cinematografico, inceppando la scrittura con parentesi e incisi, ricorrendo ad una punteggiatura nevrotica o spostandosi repentinamente dalla narrazione al monologo interiore. Così dalla descrizione del vagabondaggio dell’uomo passa alla riflessione in prima persona, come 110 in una dissolvenza (« – Ricordo altre attese […]») per poi ritornare alla realtà, soffermandosi su un particolare, su un’azione fuori campo: (Così la strada ruzzando attraversa un limpido gattino… Rallenta la gentile guidatrice […]) In altri luoghi del testo le parentesi sono utilizzate per intervenire sullo svolgimento e per riprendere in mano la regia, segnalando al lettore quei mutamenti che la scrittura non è in grado di comunicare, come quando chiarisce: «(La scena a poco a poco arretra […])» e puntualizza in seguito «(Arretra, ancora arretra / la scena…)»; mentre i trattini spesso introducono prospettive diverse, aprono il dialogo del protagonista con i fantasmi riemersi dal passato, con quella «cara ombra familiare» che si affaccia prepotentemente sul suo cammino ad ogni passo. La città non può essere considerata un semplice fondale dentro cui si muovono i personaggi, se il poeta la sceglie sin dal titolo per definire l’intera parabola dell’incontro, è lo «scenario del sogno», deformato dalla memoria, sospeso tra una dimensione eterea e una natura terrena. Parronchi costruisce il poemetto su quest’ambivalenza, insistendo già nei primi versi sul suo carattere ossimorico: Una città diversa dalla terra e dal cielo, un’aerea città confitta nella polvere del mondo. E per l’uomo che ricerca una traccia smarrita nel dedalo delle sue vie o nella vertigine dei suoi palazzi, rappresenta «il cielo e l’inferno», incarna la possibilità di un riscatto o la perdizione definitiva, finché l’illusione svanisce, l’oggetto agognato scompare in un «trambusto di cofani lucenti» e la strada si tramuta in «un bianco vortice / in cui cadere, esser portati via…». Parronchi descrive quel paesaggio urbano nei suoi chiaroscuri, riproduce in sottofondo una moltitudine di voci anonime: quella del vigile che sollecita i passanti, quella del giornalaio che chiama, quella brulicante della folla alla fermata dell’autobus, mentre le statue della piazza assistono inerti allo spettacolo della vita che si consuma. Ma questa città, in cui i personaggi si aggirano come fantasmi, è gonfia di simboli: la coppia di ragazzi che prima si affianca per poi fondersi in un unico volto è l’immagine della 111 giovinezza perduta e ancora i cartelloni pubblicitari che annunciano alla donna la «vita che sognava» – con la citazione raffinata di una pellicola dei primi anni Cinquanta96 – preludono allo schianto delle sue chimere, al sacrificio rituale del suo passato. Quelle strade chiare, inondate dal sole, si oscurano in un crepuscolo perpetuo, diventano un cimitero d’asfalto in cui la donna rimane imprigionata, mentre i sogni si sgretolano e resta unicamente il requiem sommesso, intonato dal vagabondo («Gloria per lei l’alone che diffondono / le insegne luminose, inno lo stridere / di ruote che si bloccano …»). Se la città è lo scenario in cui si disfanno le illusioni, la campagna è «il dolce / e vivente cadavere / degli anni persi» e racchiude i frutti della giovinezza appassita, è il locus amoenus in cui recuperare la condizione di grazia, l’antidoto contro la caducità umana. Gli echi di questa natura salvifica, che preme agli angoli delle case, si materializzano inaspettati nell’«odore dei tigli» che dilaga «negli orti a fianco del torrente», nella «ressa dei fiori» o nel profumo «di giacinto da colline erte al sole». Questo conflitto tra la dimensione naturale e quella urbana, che percorre il poemetto, si traduce in un appello definitivo: Oh finalmente uscire dal cerchio delle mura, ritrovarsi in quest’ora nella patria dei boschi dove immobile l’alba degli anni dura! in cui il sintagma «patria dei boschi», già scelto per intitolare uno degli “affreschi” scartati, trova una collocazione definitiva. Il tema della giovinezza è centrale anche nelle strofe di settenari rimate e in corsivo, che attraversano il testo come una trama sotterranea, in cui il poeta dialoga con il protagonista del racconto («Amico di che temi?») ripetendogli la sua stanca litania («Ricordi quanto tempo / è che ci chiaman giovani?»). In questa cantilena, con cui Parronchi insinua la sua voce nella polifonia del poemetto, c’è l’amara consapevolezza del tramonto dell’infanzia, del declino delle illusioni giovanili inghiottite nel flusso inesorabile dei giorni. Questa città allucinata è forse l’espansione dello «scheletro di ponte» di una lirica della fine degli anni Quaranta, la prosecuzione del «paesaggio / di fabbriche, deserto» violentato dal rumore di «stridori lontani / e rombi» in cui il poeta si aggira con la donna 96 La vita che sognava di W. Dieterle con W. Holden (titolo originale: Boots Malone), 1951. 112 amata nei versi dell’Incertezza amorosa, e anticipa gli scenari urbani ebbri di vita del Coraggio di vivere. Ma con il raccontino orientale Parronchi ha riconsegnato il bosco ad una dimensione mitica, restituendogli un’aura sacrale, tanto che ora quella natura intrisa di simboli può sopravvivere solo nell’evocazione del passato. 2. L’analisi dei poemetti deve essere corredata dallo studio dei numerosi materiali autografi, che consentono di ricostruire la storia del testo, di valutare le varianti alternative e le correzioni apportate, di seguire lo sviluppo dalla prima lezione fino alla definitiva. Per Giorno di nozze disponiamo di due importanti avantesti, legati a due momenti distinti della gestazione: una prima testimonianza manoscritta, appartenente al corpus delle carte conservate all’Archivio Bonsanti, è riconducibile alle fasi dell’ideazione; mentre la seconda, rinvenuta presso la casa di Parronchi a Firenze, è una bozza dattiloscritta, con qualche ritocco, pressoché coincidente con la versione stampata nel 1954. La stesura del poemetto, intrapresa nel dicembre del 1946 raccogliendo una serie di suggestioni e ricordi, richiese un arco di tempo ampio per giungere a una forma definita e conobbe una serie di riscritture, a giudicare dal carattere lacunoso e magmatico dei materiali d’archivio. Peraltro i quattro foglietti, in cui è sistemato il poemetto, presentano inchiostri e tratti diversi, che rivelano una stratificazione di varianti e una ripresa della scrittura in tempi differenti. Purtroppo non possediamo carte intermedie che ci consentano di analizzare l’evoluzione del testo rispetto a questo nucleo incerto, ma possiamo ipotizzare che il dattiloscritto si collochi alla fine degli anni Quaranta (quando Parronchi progettava di pubblicarlo in un volume eterogeneo) e che sia stato accantonato per essere riproposto in Per strade di bosco e di città con qualche lieve rifinitura. Il manoscritto è privo di una struttura organica, manca una scansione rigida in blocchi e non ci sono i titoli, che segnalino il passaggio da una scena all’altra e l’alternarsi delle varie voci, chiamate a recitare l’omaggio in occasione del matrimonio. La partizione teatrale e melodrammatica, che caratterizza l’esito finale dell’epitalamio, fu inserita successivamente, mentre il primo abbozzo del testo è un poema compatto costruito intorno a una serie di immagini, anche se nell’ultima carta, in cui si legge l’indicazione 113 sommaria Epilogo in calo e sono impiegate le prime didascalie, è accennata una dimensione corale e affiora un’impalcatura classicistica. La prima parte, che assumerà in seguito il titolo Nunzio e che svolge il ruolo di cornice e di preludio al tema trattato, presenta di massima già nell’autografo quella che sarà la forma definitiva tanto nella partitura metrica in endecasillabi e settenari, quanto nello sviluppo del topos delle stagioni, nella raffinata metafora del risveglio dell’amante. Ma a questo stadio Parronchi rinuncia all’impianto mitologico, tace i riferimenti colti a Venere e al «bacio tenebroso» di Boote, indispensabili per allacciare il modello originario e porre il componimento sotto l’egida della tradizione. Sul margine del foglio è riconoscibile, sotto cassatura, l’antecedente della strofa, mutilo di quella terminologia erudita che impreziosisce la lezione finale e chiuso da un indugio ulteriore sul tema della notte e dell’alba («scomparve la stella / che occhieggiava nel tepido cammino / e in sé richiamo il cuore /ombra, conobbe il tuo rimorso, sogno»). Un’altra tessera di questo brano è ravvisabile sul fondo della carta, affidata alla voce del coro, in uno stralcio sempre cassato in cui compare il verso: «ora verde ora rosa ora lontana». Parronchi nella revisione recupera i frammenti, li riorganizza in una compagine unitaria, sfrondando il dettato di immagini patetiche ed eccessive («antri blocchi penduli di luce») e al contempo raffina il linguaggio, lavorando sul lessico. In questa prospettiva si colloca il suggestivo parasintetico «s’invetra», a sostituire il più vago «scomparve», o l’inserimento di «spelonche» che, insieme alle «gore», riattiva quel paesaggio sospeso tra il minerale e il vegetale, tra le sorgenti e le rocce, già scelto come scenario per i Giorni sensibili. Nelle due carte successive, in un intrico di varianti e riscritture sovrapposte, è riconoscibile la sequenza dell’Addio, dominata dalla descrizione dell’ambiente naturale colto nel trapasso alla sera, dalla notte che sorprende la campagna sprofondandola nel suo oblio. La scrittura è confusa e fitta di correzioni, complicata dalle parentesi, che identificano versioni alternative o passi accantonati, da segni di rimando, che sconvolgono l’ordine dei versi, e da interventi, a matita o con inchiostro diverso, apposti in una fase posteriore. Dentro questo sistema si può valutare il trattamento del passo, che Parronchi ottiene connettendo una serie di suggestioni sparse ed eliminando i tratti più deboli sino a giungere ad una sintesi equilibrata. Del primo verso, «un accordo più etereo precede i primi passi della sera», esiste anche la variante in negativo «un ricordo più etereo segue gli ultimi passi della sera», in cui è più marcata l’idea del commiato, implicita nel titolo; mentre Parronchi scarta altre 114 opzioni faticose che inceppavano la musicalità ariosa della rappresentazione naturale, come il distico «Il giorno ebbro di canti sbocca a un freddo di luci / dove ignote primavere s’avvivano […]», strabordante di geminate e troppo incline a facili allitterazioni. L’immediatezza del bozzetto impressionistico è realizzata attraverso la riduzione a pochi tratti essenziali e perciò Parronchi sacrifica «le pergole dei campi […] gravi di vendemmia» e le «campane leggere» che «tintinnano ai borghi», troppo legate a un’atmosfera agreste e in conflitto con quello scenario ameno in cui si consuma il gesto dell’addio. Alcuni elementi cassati ritornano in circolo dentro la lirica: le «case», che si accendono e si spengono in lontananza, si fondono alle «vesti bianche» e agli «stormi d’ali bianche» per formare l’immagine della «casa […] sola, spaurita dal bianco dei fantasmi», che, nella lezione finale con un’efficace sinestesia diverrà «muta». L’ultima carta del manoscritto, sotto l’etichetta provvisoria Epilogo in calo, raccoglie i cori conclusivi degli Spiriti Lari, in una veste pressoché inalterata rispetto all’Atrio notturno della sistemazione definitiva, ma nell’avantesto il congedo è affidato all’immagine dei bambini che entrano in scena e danzano su un tappeto di foglie «su cui l’inverno della morte è sceso», quasi a simboleggiare la fine della giovinezza e l’ingresso nell’età matura («Entrano bimbi. Pioggia di rose. Stritolate di rose / bimbi danzando un umido tappeto / su cui l’inverno della morte è sceso / ridiventerà lieto»).Una traccia di questa espunzione è anche nel dattiloscritto, dove le correzioni sono illeggibili a causa della cancellatura netta con un tratto di pennarello; tuttavia in fondo all’ultima pagina si riconosce l’eliminazione in tronco di quattro versi, probabilmente ottenuti da quell’epilogo manoscritto ancora incerto. Questo blocco di carte con alcune varianti significative, ordinate con una numerazione progressiva a penna e predisposte per la pubblicazione, purtroppo non aiuta a ricostruire i passaggi intermedi, proprio perché non è possibile decifrare le correzioni. Mi limito a segnalare, a parte poche divergenze nella lezione, l’assenza di un paio di titoli (Il rito, Brindisi) e qualche difformità nella struttura e nell’organizzazione delle didascalie, a conferma dell’ipotesi che, prima della riproposizione in volume, il poeta abbia provveduto a un’ulteriore revisione. La questione relativa a Nel bosco, il raccontino orientale ispirato alla pellicola di Kurosawa, è piuttosto intricata: Parronchi sottopose il testo a numerose modifiche, prima tentando un confronto con il film e successivamente cercando di far risalire la 115 propria narrazione al libro di Akutagawa, da cui era tratta la sceneggiatura originale. La prima stesura, portata a compimento in pochi giorni dopo che il poeta aveva assistito alla proiezione di Rashomon al Festival del cinema di Venezia, è affidata a un blocco di carte manoscritte, reperito presso la casa fiorentina di Parronchi: sono 17 fogli, compilati in inchiostro blu e ordinati meticolosamente in cifre arabe, con molte correzioni, postille ed aggiunte in margine. L’altra testimonianza fondamentale è il testo pubblicato nel marzo del 1952 su «La fiera letteraria» e corredato da un breve articolo, Demonologia giapponese, in cui il poeta ricostruisce per sommi capi la storia della cultura nipponica dalle origini fino al XIX secolo, e accompagnato da alcuni fotogrammi tratti dalla pellicola di Kurosawa. Parronchi aveva ricevuto da un paio di mesi la traduzione del volume di Akutagawa e, alla vigilia di pubblicare il proprio testo, rifletteva sulla possibilità di «fare due pagine […] una col racconto in prosa e una col racconto in versi», pur nella consapevolezza che in tal modo si sarebbe esposto a un «confronto […] schiacciante».97 La scelta definitiva di presentare Nel bosco in una veste isolata, sottraendolo alla concorrenza col modello, alimenta un’intensa dialettica che spingerà Parronchi a riprendere in mano le proprie carte, a correggerle e rivederle per tentare una sintesi tra la potenza espressiva del film e l’essenzialità del racconto giapponese. Ancora nel marzo di quell’anno Parronchi confessa a Pratolini quale fosse il suo proposito: In sostanza si tratta di risalire la corrente: dal film verso il racconto. Senza, s’intende, volersi identificare con una cosa che non si può ripetere, e non si deve contraffare. Quello a cui bisogna avvicinarsi è il sentimento astrale ed eterno del racconto giapponese, che nel film è raggiunto solo fugacemente.98 L’assenza di materiali autografi relativi a questo periodo impedisce la ricostruzione dettagliata dei movimenti che condussero alla pubblicazione in volume, ma è indispensabile un confronto tra le due fasi principali: il polo rappresentato dall’abbozzo manoscritto e dalla rivista, in cui il testo riceve una prima sistemazione organica, e la lezione definitiva, ottenuta da una revisione radicale e da una riorganizzazione del racconto. Anche se esistono numerose differenze stilistiche e lessicali, intendo privilegiare il piano macrotestuale esaminando le oscillazioni della struttura, la ripartizione delle sezioni, oltre ai passi accantonati o integrati in un secondo momento. 97 98 Lettera del 10 febbraio 1952 in Lettere a Vasco cit., pp. 230-231. Lettera del 19 marzo 1952 in Lettere a Vasco cit., pp. 231-232. 116 La prima strofa del racconto subisce una serie di aggiustamenti nel passaggio alla lezione definitiva e risulta notevolmente scorciata rispetto alla versione originaria: anzitutto scompare la riflessione sul passato ridotta ,sulla «Fiera», a un riferimento fugace, poi è progressivamente abbandonata la digressione sull’angelo che accompagna il samurai e la donna nel loro cammino dentro il bosco. Tale presenza, che si materializza in altri luoghi del testo, suscitò in Parronchi qualche perplessità: si domandava se quel personaggio non fosse in contraddizione con il retaggio culturale giapponese, se fosse improprio dentro al contesto religioso dell’epoca e ancora se risultasse estraneo nella dimensione realistica adombrata dal racconto. Pratolini, interrogato in proposito, considerava quell’elemento «un po’ facile», ma indubbiamente funzionale e «perfetto, nell’esigenza del poema», in quanto serviva a rivelare Masago, ad anticipare il conflitto tra il bene e il male che si sarebbe consumato pochi versi più oltre. Tuttavia Parronchi interviene sfrondando in maniera decisa quell’indugio che appesantiva la descrizione dello scenario naturale e mantiene sul periodico pochi tratti, relegandoli in un inciso, e insistendo sull’ambiguità del ruolo dell’angelo «che non sai se nel volo li protegga / o da un suo paradiso li allontani». Il trattamento di questo personaggio motiva altre correzioni, come l’espunzione del verso sentenzioso «tra angeli e banditi non c’è intesa» e delle allusioni alla natura angelica di Masago, capace di risvegliare gli istinti sopiti di Tagiomaru. Parronchi vuol ridurre al minimo le parti didascaliche, eliminare gli interventi d’autore affinché siano i personaggi ad alternarsi sulla scena, in un susseguirsi di inquadrature e dissolvenze, per raccontare la loro parte di verità, per confessarsi lasciando al lettore il compito di vagliare le versioni del fatto, interpretando le parole dei testimoni. Per questo sceglie di spostare la riflessione sulla sommarietà della giustizia umana che spesso, per la sua brama di trovare un colpevole, ignora le ragioni profonde del gesto, prima del resoconto del bandito che si autoccusa del delitto e del racconto straziante della donna che dice di aver ucciso per vergogna il suo uomo, quasi porgendo i brandelli della storia a un uditorio invisibile. L’interrogativo pressante, «Chi dunque ha ucciso?», originariamente inserito in apertura di questo passo, è ora collocato prima del discorso del fantasma del samurai assassinato, che parla attraverso la bocca di una maga, e dice di essersi tolto la vita, preferendo la morte al disonore del tradimento. Allora la correzione più significativa nel passaggio alla lezione finale è l’eliminazione in toto del racconto del boscaiolo, che aveva assistito al delitto e che rivelava la reale dinamica 117 degli eventi: egli narrava che i due uomini si sarebbero sfidati per avere Masago, dopo che la donna aveva slegato Tacheiro, e che, dopo un duello sfiancante, il samurai sarebbe caduto a terra trafitto dalla spada del bandito. Ma Parronchi a questo resoconto aggiungeva un altro dato: il rinvenimento, dopo anni, del prezioso pugnale di Masago «dal manico tempestato di gemme» a casa del boscaiolo, che sprofondava ancora una volta la storia nel dubbio («E che allora, anche la sua / fosse una falsa storia»), lasciando come unica certezza il furto del pugnale. Tale epilogo era in consonanza con il finale del film di Kurosawa: l’apparente agnizione, la testimonianza mendace del boscaiolo, la sottrazione del pugnale e addirittura la presenza degli altri due personaggi «un ladro e un prete», ai quali, nella pellicola, era affidato il compito di svolgere per intero le fila della vicenda. La rinuncia a questo passaggio cruciale Parronchi l’anticipa in una lettera del marzo 1952 all’amico Pratolini: Seguito a ricorreggerlo, e, forse, toglierò le ultime due strofe – il racconto del boscaiolo – per aggiungere una terza parte, molto difficile a farsi, ma che se riuscisse bene farebbe qualcosa davvero di «Nel bosco»99 La terza sezione, inserita nel libro, chiude simbolicamente il discorso, affondando il paesaggio nel buio di una notte in cui «le cose che passarono / non son più vere» e anche il raggiungimento della verità perde di significato («[…] che valore / ha quel che uno ha raccontato o l’altro?»); negli ultimi versi è menzionato anche il «pugnale che s’è perso», incapace oramai di sciogliere il nodo del delitto, come ne è incapace il boscaiolo, ridotto a una comparsa muta a margine dei fatti. Questa epurazione risponde forse all’esigenza di staccarsi dalla traccia del film, di imprimere al poemetto un marchio personale riagganciando in parte il relativismo del libro di Akutagawa e proponendo una soluzione in cui il bosco torni ad impossessarsi dei personaggi e delle loro storie, custodendoli nella sua sacralità. La scoperta del racconto originale indusse Parronchi ad altri interventi: i colpi inferti al samurai, che passano dai quattordici del manoscritto ai ventitré della «Fiera», sono ricorretti in venti, i nomi subiscono un processo di normalizzazione grafica (come nel caso di Tachegiuro / Takèiro), spuntano toponimi giapponesi, come «la via di Jamascina», e inoltre c’è una riorganizzazione delle sequenze narrative e delle “deposizioni” dei personaggi, in accordo con la scansione meticolosa impartita da Akutagawa. 99 Lettera del 19 marzo 1952 cit. 118 Il lavoro correttorio di Parronchi non si applica unicamente alla complessa definizione del rapporto con i modelli, ma investe in generale il dettato, di cui Parronchi abolisce i tratti meno efficaci rendendo così più fluido il discorso poetico. Tra i vari casi utili ad illustrare l’evoluzione del testo nel passaggio dal primo abbozzo alla pubblicazione in volume, è eloquente un passo legato alla sequenza del risveglio del bandito, il quale, spinto da una forza irrazionale, prepara l’agguato al samurai Tacheiro. Nel manoscritto, per definire le ragioni oscure che animano Tagiomaru, Parronchi scriveva: una potenza che non è dell’uomo ma, anche quella, chi sa da dove viene. Dal demonio tu dici. Dice un altro: dal caso. […] utilizzando il termine «potenza», che richiamava al contempo la virilità dell’uomo e la violenza cieca della Natura, in luogo di «forza» e preferendo l’elemento demoniaco, in forte consonanza con il misticismo orientale, alla figura di «Satana», legata a una religiosità cristiana. Nella lezione definitiva Parronchi elimina quel chiasmo, giocato sull’intreccio di voci fuori campo («tu dici. Dice un’altro») e semplifica in: «Mosso dal fato, o dall’oscura forza / del caos […]», ma nel periodico si legge un interessante versione intermedia: una potenza che non è dell’uomo ma dalla terra germina, o più a fondo dal caos […] in cui compare quell’elemento dal quale scaturirà l’immagine finale: la dialettica tra il «caso», ripreso successivamente nel «fato», e il «caos», che, assecondando la radice etimologica, è rappresentato come una forza sotterranea, come un baratro o un abisso. Tuttavia il «caso» e il «demonio» sono ripresi ed inseriti nella scena appena precedente «Ma il caso lo domina ora – o il demonio», che anticipa la scatto improvviso di Tagiomaru, il suo impeto omicida. Il lessico conosce numerose occorrenze legate alla sfera animale: dalle immagini ripetute ossessivamente della «bestia» e della «belva», a quelle della «serpe velenosa» e della «vipera», che richiamano anche allusioni sessuali; ma Parronchi talvolta sceglie di attenuare le espressioni eccessive e così sostituisce l’«ululo» di Masago, tramutatasi 119 anch’essa in una «belva sfrenata» per la rabbia, con lo «strido», che evoca strazio e disperazione. Il tema erotico, sempre sotteso alla natura ferina e alla dimensione bestiale, è svolto con accuratezza: se, da un lato, il poeta inquadra le scene più lascive nel contesto della violenza, indulgendo raramente in sequenze voluttuose, dall’altro potenzia il lessico, privilegiando, già nel manoscritto, l’espressione «fu goduta», che rimarca la seduzione complice di Masago, al «fu adescata», che solleva la donna dall’accusa di tradimento. D’altronde la scoperta nel bandito di quel «fuoco che cercava», mentre sente addosso il suo respiro affannato dalla lotta, è la rivelazione di una virilità inattesa che la travolge, rendendola schiava dei suoi istinti e complice inconsapevole del delitto. Anche in questo poemetto il poeta riutilizza materiali scartati, riconnettendo in altri luoghi le tessere scomposte: nell’autografo, in riferimento al samurai Takeiro, Parronchi dice che è per il bandito «l’idolo da infrangere», parafrasando il titolo di una fortunata pellicola del 1948 – L’idolo infranto 100 – sceneggiata da Graham Greene, e, dopo aver scartato questo sintagma, nell’ultima parte della prima sezione, scrive che «Il sogno è a terra infranto»; ma in Città, composta nel medesimo periodo della revisione del raccontino orientale,si legge: «l’idolo scompare», ricalcata ancora su quell’immagine, seguita dall’esortativo «Ah meglio allora infrangerlo!». La tragica parabola amorosa di Masago, che ha visto naufragare in un gesto tutto il suo passato, è sovrapponibile al vagabondaggio della donna anonima di Città, incapace di ritornare e destinata a soccombere sotto il peso dei ricordi: la consonanza tra questi due personaggi femminili, descritti quasi come eroine del teatro classico, fa da legame tra i due poemetti e giustifica lo scambio di materiali e i prestiti tra i due cantieri. La vicenda compositiva di Città si colloca interamente in un anno, mentre è ancora in corso la revisione di Nel bosco, e si origina dal proposito di realizzare un prodotto «nuovo […] sorprendente» in cui si fondano tutte le dimensioni della poesia di Parronchi, dall’elegia alla sceneggiatura cinematografica, e la tessitura metrica assecondi i cambi di registro, i passaggi del racconto e i movimenti di macchina, trasferendo al lettore il repentino alternarsi dei diversi piani narrativi. Così nell’autunno del 1952 Parronchi ne intraprende una stesura caotica e disordinata, affidando il proprio poemetto a una serie di foglietti sparsi, continuamente ricorretti, e giungendo a un risultato definitivo soltanto vari mesi dopo. Questo blocco di carte manoscritte, 100 Idolo infranto (The fallen idol) è un film diretto da Carol Reed e basato sul racconto The basement room di Graham Greene che ne realizzò la sceneggiatura, presentato al XIII Festival del cinema di Venezia e insignito di due premi Oscar nel 1950 (per la regia e la sceneggiatura). 120 composto di 45 fogli di piccole dimensioni, è ancora custodito in casa Parronchi dentro una cartelletta in cui sono confluiti materiali eterogenei relativi alla prima metà degli anni Cinquanta. Il corpus delle carte autografe è magmatico: manca una numerazione progressiva, ci sono più inchiostri e numerose correzioni, interi passi sono espunti o spostati in altri luoghi del testo mentre la scrittura è minuziosa e accurata in alcune parti e altrove trasandata e frettolosa, tanto da risultare quasi illeggibile. Dopo questo abbozzo informe, ordinato grazie all’inserimento successivo di fogli con su indicato il numero di sezione in cifre romane, ci sono alcune scalette ed appunti, con personaggi e situazioni da inserire nel testo, e infine le prima battute di una trascrizione in pulito accantonata. Procedendo ordinatamente dalla prima sezione risaltano alcune divergenze significative rispetto alla lezione finale e si valuta, attraverso le varianti e le correzioni, l’iter tormentato del testo: in apertura del poemetto mancano quelle che saranno le tre strofe iniziali, indispensabili per descrivere il contesto urbano ed introdurre il racconto, mentre Parronchi avvia la narrazione in medias res, offrendo al lettore nella sua crudezza lo strazio dell’attesa («Apparirà allo svolto della strada […]?») e lasciando a poche tracce scomposte («il ferro d’un motore»; «la voce […] da un’altana») il compito di tessere quel paesaggio cittadino, nel cui intrico i personaggi quasi dileguano. Il protagonista è rappresentato nel manoscritto come un’«ineffabile figura di signore straniero stagionato» e ancora come un viveur con «il volto atteggiato in un sorriso di trionfo invecchiato nelle rughe», mentre nel libro Parronchi lo definirà confidenzialmente «amico», facendo emergere i riferimenti all’età dal contesto e dalla dialettica con la giovinezza, che percorre sotterraneamente lo svolgimento della storia. Nella galleria di tipi umani, proposta nelle ultime carte accanto ad una serie di annotazioni, abbiamo il «viveur straniero» e, poi, il «professore cauto», che forse incarnava una possibile alternativa, scartata per non svelare un nesso autobiografico. Nelle scalette non c’è invece il «vagabondo scalzo», tipo cruciale per la dinamica della narrazione: per costui, nell’autografo, il poeta prova invidia («Ora mi trovo a invidiare / il vagabondo […]»), quasi il rimpianto per una libertà perduta. Nella seconda strofa, incentrata sulle riflessioni della donna che si affretta verso il luogo dell’appuntamento, le correzioni sono rare anche se è ravvisabile l’intento di rendere essenziale il dettato, di sfrondarlo di espressioni inutili o eccessive. Così Parronchi cassa l’affermazione «E vorrebbe non essere mai nata», che accentuava troppo i toni patetici; elimina «i giochi bruscamente interrotti» del tempo dell’infanzia, che riconducevano a 121 un passato irrimediabilmente sepolto e focalizza le immagini poetiche meno nitide. L’affermazione perentoria «sa solo che il suo primo donarsi è stato vano» che apre il flusso inesorabile dei pensieri è ottenuta, per compressione, dall’incipit della strofa successiva: Difficile è per te dirti che tutto non termina col giorno in cui il donarsi del cuore è risultato vano ma quel «donarsi» incondizionato, scelto per sostituire questa lezione, è volutamente ambiguo, e allude a un sacrificio fisico oltre che spirituale, insistendo sull’idea della ferita, dello sfregio irrimediabile. La terza sezione del poemetto, costituita da una miscellanea di elementi diversi – dalla digressione sul passato ai riferimenti ipercolti – e da un intersecarsi di piani narrativi, è piuttosto confusa e ricca di varianti, correzioni e passi espunti. Se l’esile trama di fondo segue un filo logico, le parti stravaganti sono invece collocate disordinatamente, disposte in maniera caotica tanto che l’intera sezione appare priva di organicità. La revisione s’ispira ad una precisa ratio costruttiva che consente di riorganizzare l’insieme secondo una gerarchia implicita, anche con l’inserimento di parentesi e trattini, e risolve i passi dubbi, le immagini faticose per giungere alla limpida geometria dell’esito definitivo. Interessante l’intervento su una sequenza in cui l’uomo presagisce il tradimento della donna e lo schianto delle proprie illusioni: nel manoscritto Parronchi apre la strofa con «Pare l’angelo a volte / concederglisi, e poi / egli lo vede preda / d’altro spasimo», e questo vocabolo al posto del pronome femminile; mentre tale riferimento è abolito nella lezione definitiva, per non generare fraintendimenti con la presenza metafisica che si materializzava nei versi del raccontino orientale. Il poeta spesso ritorna su alcuni luoghi del testo per puntualizzare il linguaggio, infatti sostituisce il verso incolore «Meglio uscire dalle mura» con l’accorato esortativo «Oh finalmente uscire / dal cerchio delle mura» e corregge «il girotondo degli anni» in «alba degli anni», passando da un lessico colloquiale a un’espressione analogica più intensa. Anche se la casistica delle correzioni è ampia e articolata occorre soffermarsi sulle espunzioni e sulle cassature, per analizzare l’evoluzione del testo. Già nelle prime strofe della sezione Parronchi elimina un passaggio, subito dopo l’esordio, considerandolo 122 forse stucchevole e manieristico («Altri tentò le vie del cielo. E molti / […] sondano gli abissi. / Ma tu sola sapesti risalire tutto il passato»); e procede emendando i frammenti incerti ed alleggerendo il dettato. Nell’ultima parte addirittura scompare tutta una strofa legata ad un altro personaggio: il «vecchio maestro», riemerso nella nebbia dei ricordi dell’allievo («nell’aria di vertigine») e dileguatosi come un fantasma nella luce del tramonto; forse riconducibile alla figura del professore, annotata nel catalogo finale, insieme agli «studenti». Ma nel manoscritto c’erano già, seppur in una forma ancora indefinita, le digressioni e i richiami esterni al racconto, tra i quali spicca il riferimento colto al tempio G di Selinunte, il monumento in rovina dedicato a Giove, e quello conseguente alla «Forma della Farfalla», che cela forse memorie di un viaggio alle isole Egadi – la cui etimologia rimanda proprio alla caratteristica forma delle isole, simile a quella delle ali di una farfalla. Nonostante che le varie sequenze siano in totale disordine, anche nell’autografo il finale ritorna ai due protagonisti, destinati a restare divisi per sempre, e alla litania straziante del vagabondo, ma in questo caso il congedo è affidato alla penultima strofa, all’immagine suggestiva della strada rappresentata come «un bianco vortice» in cui ogni cosa è inghiottita. Manca il requiem, intonato tra la luce diffusa dalle insegne e il rumore delle auto che scorrono in sottofondo e, come era accaduto nell’epilogo di Nel bosco, la storia è riconsegnata al paesaggio, insieme ai personaggi trascinati dentro al gorgo delle strade. Purtroppo l’altra testimonianza che possediamo sulla gestazione del poemetto fornisce poche informazioni: le correzioni, come nel caso di Giorno di nozze, sono troppo nette e impediscono di ricostruire la lezione sottostante. Il dattiloscritto composto di 21 fogli, in cui è sistemata ordinatamente la stesura, presenta una bozza quasi definitiva, parte di un progetto più ampio, come si evince dalla numerazione progressiva apposta nell’angolo sinistro a partire dal numero 26. Le divergenze rispetto alla lezione finale, eccetto che per le parti nascoste, sono limitate: sopravvive la figura del «viveur stagionato», l’ordine tra le varie parti è ancora un po’ incerto e si individuano alcuni interventi a penna per staccare le strofe o inserire parentesi; ma nel complesso questo dattiloscritto è già il prodotto di un accurato lavoro di riscrittura e costituisce l’antecedente più prossimo al testo quale verrà pubblicato. Per aggiungere ulteriori dettagli allo studio di questa fase creativa è utile considerare anche la posizione degli “affreschi”, pubblicati in una sezione isolata in Sbc 2 e ritenuti 123 da Parronchi un antecedente incerto dei poemetti. Dei Tre affreschi originari, menzionati nelle note di Ps, ne sopravvissero soltanto due (In viaggio ed È qui), che furono poi affiancati da cinque abbozzi inediti, risalenti allo stesso periodo e affini per temi e per scelte stilistiche. Parronchi recuperò queste liriche, nonostante l’esiguità dei contenuti le votasse al sacrificio, per documentare la complessa gestazione dei poemetti e, forse, per tracciare un ponte ideale tra gli scenari rarefatti degli esordi, dominati da un’adesione quasi panica, e i paesaggi spettrali degli anni Cinquanta, precipitati in un vortice desolante. Tra questi componimenti merita particolare attenzione l’affresco scartato, escluso dal blocco per una dichiarata incompatibilità con la visione del bosco proposta nel “raccontino orientale”, che ho ritrovato in una cartelletta contenuta nel fondo Parronchi del Centro manoscritti dell’Università di Pavia. La lirica, intitolata in origine Patria e composta da undici quartine di endecasillabi, è il primo affresco composto e precede di quasi sette anni gli altri due (in fondo alla stesura è presente la data 1938), nasce insomma nel primo cantiere dei Giorni, mentre Parronchi si dedicava con la medesima costanza all’elaborazione dei primi lacerti della prosa e alla rifinitura dei versi di Eclisse. E certamente la presenza di un destinatario femminile e l’idea di una comunione ininterrotta con la donna dentro un paesaggio crepuscolare traggono ispirazione da quel dialogo con le ombre preponderante nel libro del ’41, come le «divine presenze» e la «dea» che «manca all’appuntamento celeste» riconducono allo stesso retroterra simbolistico. Il catalogo vegetale, strabordante di acacie e querce e venato dai riflessi degli ultimi raggi, invade i pensieri del poeta e si insinua tra gli interrogativi rivolti alla compagna evanescente. Quella natura muta a cui il poeta domanda con ostinazione «Perché non mi concede il cielo di perdersi?» e nella quale vorrebbe svanire per sfuggire all’insensatezza dei propri gesti, si tramuta in un rifugio sicuro dove le «dolci passioni» hanno il «bosco per patria». Sembra di vedere a tratti quel Parronchi fanciullo, rievocato nella pagine di Al di qua d’una sera, desideroso di «ospitare nel cuore la pace degli alberi», anche se in questo anelito disperato c’è la coscienza che quello scenario ha smesso la sua funzione consolatoria e non gli appartiene «se non come un lungo, eterno rimpianto». Questa lirica rivela un intimismo inedito, mescolato alle tessere classicistiche e ai riferimenti colti della poesia degli esordi, tanto che Parronchi nel passaggio dal manoscritto alla lezione definitiva attenua la dimensione confessionale e cassa l’interrogativo patetico: « Perché da solo io devo lenire il dolore / d’una vita troppo vuota». 124 La consonanza con gli affreschi degli anni Quaranta è palese tanto sul piano tematico, con la ripresa del motivo notturno e dell’atmosfera silvestre, quanto su quello stilistico in cui insiste sulla misura della quartina e sull’uso animato della punteggiatura – con esclamazioni, interrogativi e puntini di sospensione – oltre che nel ricorso a un tono colloquiale. Tuttavia questi esiti posteriori sono esigui rispetto alla purezza dell’originale, dove il bosco assommava in sé tutto il bagaglio naturale e visionario fino a divenire il referente totale per i vagheggiamenti del poeta. Ma quale componente determina l’estromissione forzata del testo e in che cosa si misura la frattura insanabile tra questa lirica, rimasta a lungo nei cassetti, e gli sviluppi narrativi del racconto orientale? Se in Patria il bosco è ritratto come il luogo della memoria e rappresenta il coacervo delle illusioni giovanili, nel poemetto si tramuta nel torbido scenario di un omicidio al punto da incarnare, nella vertigine della sua vegetazione e nel dedalo dei suoi sentieri, l’idea del peccato e della perdizione. Così da spazio metafisico, ingombro solo degli spettri del passato, diviene una scacchiera in cui si muovono i personaggi in un gioco eterno tra vita e morte, perché l’uomo ha corrotto la sacralità della natura per sempre. Quando Parronchi afferma che nel poemetto il bosco, proiezione della selva allucinata di Kurosawa, rivela il suo segreto grazie a quei tre personaggi, allude a quel viluppo di sentimenti e di colpe, di speranze e delusioni in cui si è tramutato, dopo aver smarrito la sua carica mitopoietica: il bosco è già una città informe e desolante e la Natura esiliata è un miraggio lontano, fuori «dal cerchio delle mura». 125 APPENDICE Giorno di nozze Per il poemetto Giorno di nozze esistono due testimonianze autografe: una manoscritta, custodita presso il Fondo Bonsanti, e una dattiloscritta, recuperata dalle carte presenti in casa Parronchi. Il manoscritto, costituito da quattro carte siglate APa 32 a-b-c-d, presenta una stesura lacunosa con numerose varianti e correzioni, mentre il dattiloscritto riporta il testo complessivo con qualche ritocco ed alcune cancellature di scarsa leggibilità. Il dattiloscritto è composto di 7 ff. preceduti da un frontespizio con il titolo«GIORNO DI NOZZE (intermezzo)» seguito dall’indicazione cassata «(26 novembre 1946)». Per la complessità dell’avantesto riporto il manoscritto frammentario in un’edizione semi-diplomatica segnalando in corsivo i fatti di interesse filologico e registrando le correzioni. A seguire è riportato per intero il ds. confrontato con il testo della lezione definitiva (quella pubblicata in Ps): nella colonna sx. è trascritto il poemetto nella versione edita, in quello dx. il ds., secondo la scansione originaria, con riportate l’eventuali varianti. APa 32 a: Ed agli occhi, nel tempo che all’aurora nuovi ogni giorno s’aprono, [fitto] sciami di sogni giovanili d’un subito, intraviste speranze, forma prendono in un viso. Tanto profondi odori non esala il bosco per chi vaga al vento estivo o di tempeste s’agita d’autunno la marina o quando Italia i pini non ancora sbianca un raggio di luna in tante luci non traspare il cielo in quante trascolora l’occhio che t’innamora. marg. dx. [O *il Ma attesa* quante volte spaventata del suo fulgore l’anima 126 disperò di gioire e scomparve la stella che occhieggiava nel tepido cammino e in sé richiamo il cuore ombra, conobbe il tuo rimorso, sogno, brulicò del tuo errore.] È presente un segno di stacco Ma come nube quando in cielo tarda l’ombra a venire, come luna a lungo presentita s’avvera come a un primo appannarsi è primavera vetri su cui porta petali il vento [o in antri blocchi penduli di luce, che appena] scalfisce il dente rosa della luce dal fondo delle gore [risale come un sorso d’acque morte] preme una mano l’erba appena nata un’ugola canora chiama dai ventilati orli del monte. [coro: Rotto è del tempo l’impeto leggiadro e il tuo cammino da una stella ora verde ora rosa ora lontana] APa 32b: Ed essa (ma tu) quando (vedrai) vede le case e i monti accendersi sps. spengersi lontano Sono presenti alcune righe leggere o semplicemente appare la traccia di qualcos’altro cedere il bosco (all’ombra) al freddo la sera empirsi d’aliti leggeri (dove andrai? Sconosciuta la via grave non appena il pauroso) Un accordo più etereo precede i primi passi della sera e l’organo risponde premendo da finestre più lontane [la sera] Il giorno ebbro [ebbra] di canti sbocca a un freddo di luci (sconosciute) dove ignote primavere s’avvivano e bianche vesti sbucano dall’ombra. Sia [corr. ill.] l’autunno precoce [corr. ill. ora] ha spogliato le pergole dei campi, (già gravi di vendemmia rimane ora lontano l’avvenire che amavo ora la) [chiama e più non si vede chiama il tramonto e ci… carezze della…sconosciute] 127 APa 32 c: (Laggiù il nero dei [nuvoli 2 monti] nuvoli s’apre al [nero freddo freddo vento] vento d’inverno e [porta allora] ha sollevato un ritorno di luce sui [corr. ill.] boschi solitari [un altro una lume] altri [bagliori barlumi,] vapori) [e la natura 2 s’è persa] S’è perduta inchiostro diverso la voce dei [corr. ill.] greggi che abbandona sui [lontani] remoti monti il giorno e nei botri specchi d’acque invisibili. La mano che [quasi] prima non sentivo, m’è fiorita nel suo gesto d’addio, [dalle sulle finestre] dalle colline l’ultimo bagliore è dileguato, il buio irrompe (sui vetri, dalle porte aperte sulla strada entra la notte) Un ricordo più etereo segue gli ultimi passi della sera e l’organo risponde fremendo da finestre più lontane. [Te corr. ill. di 2 Piangono] Tintinnano leggere campane ai borghi, il fondo delle grotte [si popola di strane pen… ai muri salgono stipati riflessi] s’oscura. L’aria è meno [viva] densa a tratti una foglia impercettibile che trema, e un gridio lieto, attutito al fiatar denso dell’ombra, segnale di spostamento in basso [Quando] corr. ill. la casa è sola, spaurita nel bianco dei fantasmi, e fuori il vento piega gli alberi e tutto è tepido di luna Ecco la notte a lungo attesa: l’alitare dei suoi boschi sveglia giorni di festa peri campi [quando] dove ci coglieva ancora la nostra voce e stormi s’ali [bianche] (sbucavano dall’ombra) [fuggivano trepide] alle circostanti l’erba respira appena la brezza, passi inseguono altri passi Il passo precedente va spostato qua L’ombra che tocca i muri della strada richiama cose morte alle finestre: un’unica voce dentro è rimasta a bisbigliare APa 32 d: Cambio di inchiostro e di scrittura. In alto a dx. la dicitura Epilogo in calo Coro di spiriti. Così, o ar…te dell’ombra, nel silenzio ti chiudi; e voleranno gli anni pini m…ti di tua dolcezza e ai tuoi canti, sceso su te l’oblio di cui t’illudi. [corr. ill.] re altri le tue pene forse [così] rifioriranno: ma l’ombra, ma la luce delle [corr. ill.] ime fatte serene. 128 Altri spiriti [Rimpiangerlo perché?] Perché rimproverarci? Non presa nel suo gaudio può un’anima pel bene che aspetta da sé sola combattere, sentire che con sé ogni bellezza è per finire? …… ma chi guarda in sé solo non vede altro che un’ombra È presente un segno di stacco E dunque perché illudersi, se della morte il bruno velame toglierà dolore a ognuno? Altri. Ma ciò ch’è vario in vita Certo in morte diventa. Nulla quaggiù si perde. Uno specchio, fuggendo, in noi, per rivederla, lascia l’età fiorita. Chi in questo specchio attento non si mira invan dietro i fantasmi di gioventù sospira. A chi dentro vi guarda tra i singhiozzi del suo fuggito cuore si riaccende l’amore. Entrano bimbi. Pioggia di rose. Stritolate di rose bimbi danzando un umido tappeto su cui l’inverno della morte è sceso ridiventerà lieto. 129 f. 1: NUNZIO 5 10 15 20 NUNZIO Ed agli occhi, nel tempo che all’aurora Ed agli occhi, nel tempo che all’aurora nuovi ogni giorno s’aprono, nuovi ogni giorno s’aprono, sciami di sogni giovanili, sciami di sogni giovanili, un attimo intraviste [cass. Ill.] un attimo intraviste speranze, forma prendono in un viso. speranze, forma prendono in un viso. Tanto profondi odori non esala Tanto profondi odori non esala Il bosco per chi vaga al vento estivo, il bosco per chi vaga al vento estivo, né di tempeste s’agita né di tempeste s’agita d’autunno la marina, d’autunno la marina, o quando, Italia, i pini non ancora o quando, Italia, i pini non ancora sbianca un raggio di luna sbianca in un raggio di luna in tante luce non traspare il cielo, in tante luci non traspare il cielo, in quante trascolora in quante trascolora l’occhio che t’innamora. l’occhio che t’innamora. Quando Venere, nel suo salire al vuoto Quando Venere, nel suo salire al vuoto dell’inverno s’invetra, quante volte dell’inverno s’invetra, quante volte spaventata del suo fulgore l’anima spaventata del suo fulgore l’anima disperò di gioire, disperò di gioire, e al tenebroso bacio e al tenebroso bacio di Boote, non appena di Boote, non appena in ansia la cercò più non la vide in ansia la cercò più non la vide 130 5 10 15 20 25 30 ora verde ora rosa ora lontana d’abissi che in un lampo risalite tra gli assonnati rami. tra gli assonnati rami. Ma come nube quando in cielo tarda Ma come nube quando in cielo tarda l’alba a venire, come luna a lungo l’alba a venire, come luna a lungo presentita s’avvera, presentita s’avvera, come a un primo appannarsi è primavera, come a un primo appannarsi è primavera vetri su cui porta il vento, vetri su cui porta petali il vento, ghiacci che nalla notte di spelonche ghiacci che nella notte di spelonche scalfisce il dente rosa della luce, scalfisce il dente rosa della luce, sul fondo delle gore f. 2: preme una mano l’erba appena nata, sul fondo delle gore un’ugola canora preme una mano l’erba appena nata, chiama dai ventilati orli del monte. un’ugola canora 25 30 chiama dai ventilati orli del monte. VIGILIA DELL’AMANTE [corr. ill.] VIGILIA DELL’AMANTE 35 35 Al tempo non ancora incominciato Al tempo non ancora incominciato Il suo volto appartiene, o al mio passato? il suo volto appartiene, e al mio passato? Non so, ma ovunque nella notte muovo Non so, ma ovunque nella notte muovo un’eco alla sua musica ritrovo. un’eco alla sua musica ritrovo. Fronda al buio non s’apre, né socchiusi Fronda al buio non s’apre, né socchiusi [corr. a penna su racchiusi] 40 40 occhi su lontananze 131 occhi su lontananze O notte, e tu di lei d’abissi che in un lampo risalite vaniscono, iridi su cascate ora verde ora rosa ora lontana 45 croscianti, al vento fumo, iridi su cascate in cui non splenda quasi orma più antica- croscianti, al vento fumo, mente impressa, [la virgola è a penna] colei. [a penna un segno per il punto] in cui non splenda quasi orma più anticaSimile [simile cass.] quando l’anno mente impressa colei. 50 45 raduna tutto l’oro e lo disperde Simile quando l’anno e più che secchi rami raduna tutto l’oro e lo disperde non ha il bosco di brine, rosee quinte di bruma in densi aloni e più che secchi rami attraversando della notte il nero 50 non ha il bosco di brine, sfonda l’astro leggero. rosse quinte i bruma in densi aloni attraversando della notte il nero Eppure in me non respiro, non noto sfonda l’astro leggero. vivo,che la sua immagine Eppure in me non respiro, non moto non oltrepassi, a giorno non succede 55 55 giorno che non ignori vive, che la sua immagine non oltrepassi, a giorno non succede a penna d’una migliore levità [sotto cassatura illeggibile, ma pare scritto a penna] giorni che non ignori f. 3: il suo svegliarsi tacito nelle terre che un tocco d’acqua penetra 60 e nelle acque, dovunque: nelle forre che un tocco d’aria penetra inaspettata così primavera 60 e nelle acque, dovunque: viene sopra la terra, inaspettata così primavera che in altri volti ora non germoglia viene sopra la terra da questi in cui la brezza la trasforma. che in altri volti ora non germoglia 65 da questi in cui la brezza la trasforma. O notte, e tu di lei 132 65 della vita. Nell’ombra, se il tuo cuore prende a colma forse non sei? cantare, più nessuno colma forse non sei? MATTINO – CORI 70 Giovani: Giovani: Amico della notte, non odi tu i richiami Amico della notte, non odi tu i richiami che nel giorno già chiaro a festeggiar invitano? che nel giorno già chiaro a festeggiare invitano? Di notte non è traccia se non forse nel cuore 70 che la conobbe, fremiti esalano le valli: Di notte non è traccia se non forse nel cuore accorri anche tu, i canti lontani già risuonano. che la conobbe, fremiti esalano le valli: [sono presenti quattro righe cassate illeggibili] accorri anche tu, i canti lontani già risuonano. Giovinette: Che diremo se dal vano della sua porta viene avanti? [Non è tempo di ritrarsi cass. con l’indicazione Vive! a penna] a penna La muoviamo! Giovinette: Che diremo se dal vano della sua porta la sposa Seguono quattro righe cassate e illeggibili Viene avanti? Non è tempo di ritrarsi. Su 75 Che diremo se turbata già presente il dolce fuoco muoviamo!... che la libera dagli anni tramontati e la sospinge Che diremo se turbata già presente il dolce fuoco nella vita? Ogni rimpianto già dilegua, calmo incede… 75 che la libera dagli anni tramontati e la sospinge Solo un rosso fuggitivo sopravvive, ma la pallore nella vita? Ogni rimpianto già dilegua, calma incede… smuore: è bianco, quando il cuore brucia, il viso. Solo un rosso fuggitivo sopravvive, ma in pallore smuore…È bianco, quando il cuore brucia, il viso. f. 4: IL RITO Nell’ombra di pareti proteggi me che prego, signore, scenda Nell’ombra di pareti proteggi me che prego, 80 Signore, scenda la profonda folata del tuo amore su noi, fragili atleti la profonda folata del tuo amore su noi, fragili atleti della vita. Nell’ombra, se il tuo cuore prende a cantare, più nessuno 133 80 può farlo tacere: sgorga in lacrime chiare. In quei giovani muti né dischiude alba il futuro che nel puro può farlo tacere: sgorga in lacrime chiare. In quei giovani muti chi è che parla e sfrena luminose speranza? Perché trema la mano chi è che parla e sfrena luminose speranze? diafana sui calici e corre un bisbiglio sui labbri a donne e fanciulle Perché trema la mano diafana sui calici e corre un bisbiglio su labbra a ma a un tratto si [tutte cass sps. a penna]: l’armonium un tocco profondo fa udire? donne e fanciulle 85 85 [sono presenti otto righe cassate illeggibili] ma a un tratto si tace: l’armonium un tocco profondo fa udire? INNO INNO Vago giorno, ombra più vaga 90 Vago giorno, furti lievi tra le foglie ombra più vaga, d’una luce furti lievi tra le foglie 90 d’una luce che sull’orme del tuo passo s’avvicina: che sull’orme del tuo paese s’avvicina: non c’è intorno erba che dorma. non c’è intorno erba che dorma. Tu figura che, 95 Tu figura [sps. a creatura] che, sul mare sul [sps. a nel] mare come vela come vela 95 alla brezza di mattina alla brezza di mattina non ancora piega, al primo non ancora piega, al primo tuo sbocciare tuo sbocciare prendi vita in questa forma prendi vita in questa forma, 100 100 tutto l’oro del passato non ti vale, tutto [Tutto] l’oro del passato non ti vale, vampa tepida alla bocca, vampa tepida alla bocca, 134 né dischiude alba il futuro L’ADDIO che nel puro Un accordo più etero precede i primi passi della sera occhio non sorrida e illumini. occhio non sorrida e illumini. 105 f. 5: BRINDISI Quel che una volta chiamavate amore Quel che [cass. illeggibile] una volta chiamavate amore [a penna] sta per essere vostro… sta per essere vostro … Afferratelo! Il bene non ritorna! Afferratelo! Il bene non ritorna! 105 Il tempo non lo rende. Il tempo non lo rende. Poi che in veloci fremiti è trascorso 110 Poi che in veloci tremiti è trascorso Nessuno più lo intende! 110 Nessuno più lo intende! Noi, le risa, i bagliori della festa non siamo che un riflesso dei vostri occhi. Noi, le risa, i bagliori della festa, Vorremmo dire a questo attimo: arrestati! non siamo che un riflesso dei vostri occhi. 115 Ma no, prima che un’ora alta rintocchi Vorremmo dire a quest’attimo: arrestati! 115 voi sarete lontani, [e cass] già sentite Ma no, prima che un’ora alta rintocchi accelerare i battiti del polso… volerete lontani, già sentite accelerare i battiti del polso… Sta per essere vostra giovinezza (brucia nell’aria il ramo) 120 a noi, sguardi protesi nella brezza, Sta per essere vostra giovinezza amici, [a penna, cass] altro non siamo (brucia nell’aria il ramo) che al vento poca polvere dispersa … 120 e noi, sguardi protesi nella brezza, (l’ombra ha toccato il ramo) amici, altro non siamo che al vento poca polvere dispersa… (l’ombra ha toccato il ramo) f. 6: 135 L’ADDIO Anche questo ricordo Un accordo più etereo precede i primi passi della sera in ombra svanirà e l’organo risponde fremendo da finestre più e l’organo risponde fremendo da finestre più lontane. lontane. [sono presenti dodici righe cassate illeggibili] Affondano le macchie tra pietre senza vita, nella Affondano le macchie tra pietre senza vita, nella quiete quiete 125 125 l’erba respira appena la brezza, passi inseguono l’erba respira appena la brezza, passi inseguendo altri passi, altri passi, s’è perduta la voce dei greggi che abbandona sui remoti s’è perduta la voce dei greggi che abbandona sui remoti monti il giorno e sui botri specchi d’acque invisibili. La mano monti il giorno e nei botri specchi d’acque invisibili. La mano che prima non sentivo, m’è fiorita nel suo gesto d’addio, che prima non sentivo, m’è fiorita nel suo gesto sulle colline l’ultimo bagliore è dileguato, il buio irrompe d’addio, 130 sulle colline l’ultimo bagliore è dileguato, il sopra la casa muta, spaurita dal bianco dei fantasmi, buio irrompe 130 e fuori il vento piega gli alberi, e tutto è vergine d’attesa … sopra la casa muta, spaurita dal bianco dei fantasmi, e fuori il vento piega gli alberi, e tutto è vergine d’attesa. EPITALAMIO EPITALAMIO Delle sue mani sole Delle sue mani solo vestita apparirà … vestita apparirà… Voci lontane: Son giorni che la luna Voci lontane: Son giorni che la luna 135 135 tornata in cielo è già. tornata in cielo è già Chi tutto dell’amore Chi tutte dell’amore Le immagini vedrà? le immagini vedrà? Voci vicinissime: Son giorni che la luna Voci vicinissime: Son giorni che la luna tornata in cielo è già tornata in cielo è già. Anche questo ricordo 140 136 140 in ombra svanirà? Nulla quaggiù si perde. Echi: Son giorni che la luna Uno specchio, fuggendo, Echi: Son giorni che la luna tornata in cielo è già. ATRIO NOTTURNO f. 7: ATRIO NOTTURNO 145 Spiriti Lari entrano e dicono: Spiriti Lari entrano e dicono: Perché lasciarci ad altri Perché lasciarsi, ad altri Fuggirsene, perché? 145 fuggirsene, perché? Non, presa nel suo gaudio 150 Non, presa nel suo gaudio può un’anima, pel bene può un’anima, pel bene che aspetta da sé sola che aspetta da sé sola combattere, sentire combattere, sentire 150 che con sé ogni bellezza è per finire? che con sé ogni bellezza è per finire? Altri spiriti entrano e dicono: Altri spiriti entrano e dicono: Ma chi guarda in se solo Ma chi guarda in sé solo non vede altro che un’ombra. non vede altro che un’ombra. 155 Continuano [corr. a penna su replicano] i primi: Continuano i primi: E dunque perché illudersi, E dunque perché illudersi, 160 se della morte il bruno se della morte il bruno velame toglierà velame toglierà il suo dolore a ognuno? il suo dolore a ognuno? Replicano [corr. a penna su: rispondono] gli altri: Replicano gli altri: Ma ciò ch’è vario in vita Ma ciò ch’è vario in vita certo in morte diventa. certo in morte diventa. Nulla quaggiù si perde. Uno specchio, fuggendo, 137 155 160 in noi, per rivederla, Chi in questo specchio attento non si mira lascia l’età fiorita. invan dietro i fantasmi in noi, per rivederla, di gioventù sospira. lascia l’età fiorita. A chi dentro vi guarda Chi in questo specchio attento non si tra i singhiozzi [intervento a penna] del suo fuggito cuore 165 mira si raccende l’amore. invan dietro i fantasmi [sono presenti cinque righe illeggibili] di gioventù sospira. A chi dentro vi guarda tra i singhiozzi del suo fuggito cuore si raccende l’amore. 138 165 Nel bosco Per il poemetto Nel bosco abbiamo un blocco di carte ms. gremite di correzioni, conservate presso la casa fiorentina di Parronchi, e la testimonianza del periodico in cui fu anticipato nel 1952 («La fiera letteraria» del 2 marzo). Il ms. è composto di 17 ff. compilati in inchiostro blu e numerati progressivamente nell’angolo in alto a dx. in cifre arabe, con molti interventi d’autore e varianti. Il titolo, apposto probabilmente in un secondo momento, recita: «NEL BOSCO (“Rashomon” racconto di Ryonosduke Acutagawa e film di Acura Kurosawa e )». Riporto la lezione del ms. confrontata con il testo definitivo su due colonne appaiate secondo le modalità adottate per Giorno di nozze. A seguire propongo la riproduzione del testo pubblicato su «La fiera letteraria», senza interventi ulteriori. v 139 210 x 297 mm. Inchiostro blu. 140 «La fiera letteraria», 2 marzo 1952. 141 I 5 10 f. 1: Nel folto, dove è perso ogni chiarore. Nel folto dove è perso ogni chiarore O dove una radura ore interrompe O dove una radura ora interrompe l’ombra e il sentiero inoltra ad una riva che Tagiòmaru non ne segua il moto, che d’acque fonde un silenzio ravviva. come il padrone un servo in casa propria. Non più che il passo lento del cavallo. l’ombra e il sentiero inoltra ad una riva Perché l’agile passo di Takèiro che d’acque fonde il silenzio ravviva. non da suono. Così, l’uomo e la donna, Non più che il passo lento del cavallo. come nel giorno della creazione. Perché l’agile passo di Tacheiro Vanno lieti. Pel bosco non si sente non da suono. Così, l’uomo e la donna, che il verso d’un uccello, un lieve stridere, come nel giorno della creazione. e dappertutto l’ombra, ombra di foglie. [che] Ma [il loro giorno] dietro a loro un angelo 5 10 [ha seguito s’è messo] cammina e così è triste il volto di Tacheiro. A volte nella selva uno si perde. [il passato] È il passato che [ora] preme ora [temi Avanza il samurai che la sua via giorni tempi] il silenzio conosce e sa dove, lontano, a termine, 15 di questo suo viaggio, perché è triste e, più che la sua strada, non vede. Nulla si muove intorno dai grandi alberi. felici. [corr. ill.] – Non è vero? – Non risponde Nemmeno uno che dorme, alla radice che [un] il verso d’un uccello e, in alto, il ronzio di un cedro immenso, uno pel quale invece delle mosche che addorme il mezzogiorno. il fitto bosco è interamente chiaro 20 15 portarsi dietro un carico di giorni C’è, nel lento passato – ho detto – un angelo e ogni strada che lo percorre nota che addolcisce il dolore ed anche, un poco, e battuta: non passa alto un uccello, fa meno viva la felicità. non fruscia un serpe o altra belva s’aggira, [C’è il] Sogno [di] che dentro sé ciascuno porta, non l’attraversa, incauto, un forestiero, che Tagiòmaru non ne segua il moto, 142 20 25 come il padrone un servo in casa propria. se è buono: o dal momento che la vita è [folta] intrisa di più [di] lacrime che gioia 30 25 Un calpestare filtra ora attutito come molti quest’angelo ha voluto nel suo letargo di sensi. Qualcuno per sé e per la sua donna il samurai: manda avanti un cavallo su cui bianco che gli rendesse dolce la bellezza ricade il velo d’un cappello estivo. e gli avvincesse il cuore della donna, Avanzano, e già l’uomo, alto e nervoso, gli [disperdesse] allontanasse il timore di perderla – un samurai, scritto in volto ha l’orgoglio! – e [così] fosse il pane [e il vino] dei suoi anni, l’ha scorto. Si solleva contro il tronco 30 si confondesse all’ombra della casa Tagiòmaru, e la coppia inaspettata, senza offendere il sole coi suoi lampi nuova preda, svogliatamente guarda. f.2: 35 E il suo volto, che trasogna, non cura e, poi che gli anni passano, serbasse il soffermarsi dei due più del pungere con se il profumo della giovinezza d’insetti – Passeggero, non temere, 35 per arricchirne la sua tarda età, prosegui il tuo viaggio, non ho voglia tanto che il volto suo forse più caro di tormentarti, ho sonno, è troppo caldo –. delle voci e del ridere dei figli anche [senza] velato dalle rughe e prossimo 40 S’adagia al tronco per dormire, e ancora a sparire e dissolversi … E che ora torna a udirsi il passo del cavallo. – l’angelo, sempre avanti – li preceda, [abbracci Tristi cose che passano e non si hanno, questa strada] se una forza a volerle non ci spinge, [la di fa corr. ill.] allontani i pericoli, e la croda se intorpidito nelle vene il sangue 45 40 vinca di questa via lunga e difficile [del lungo andare interminabile] riporta verso i margini del sonno. E quel velo che passa indisturbato Ma nella [da questa] selva non tutti si perdono tu non sai cosa cela…Ma ecco il vento! [non tutti – solo lì –] – c’è chi si trova – l’angelo si perde Nel dormiveglia del bandito un angelo Avanza il samurai che la sua via 143 45 50 è apparso, ed è subito sparito, conosce e sa dove, lontano, ha termine [termini] al sollevarsi del velo alla brezza. e [corr. ill.] più che la sua strada, altro non [guarda] vede [via non riconosce] Nulla si muove, intorno, dai grandi alberi. Tagiòmaru, a quel vento, ecco è mutato. Nemmeno un uomo, gettato alla base Ora il caso lo domina – o il demonio – d’un tronco immenso. Per quell’uomo [Se perché fatto è già simile a un macigno che scenda senza ostacoli un pendio. 55 60 65 50 sapesse] il bosco è interamente chiaro [com’è chiaro che] ne conosce Il samurai Takèiro s’allontana per la via di Jamàscina, nel bosco ogni parte; perché ne ha fatto [casa] stanza di cedri dove dorme a pie’ d’un tronco, e quartiere. Per lui non ha attrattive, tremendo più che un aspide, l’istinto. chi non ci si può perdere, la selva. E l’istinto s’è desto, già si libera Per lui l’alta foresta è strada nota dal sonno, avanza, splende oscuramente. e battuta: non passa alto un uccello, Mosso dal fato, o dall’oscura forza non striscia un serpe, o altra belva s’aggira del caos?...Ma non ha nome la ragione non l’attraversa, incauto, un forestiero per cui le cose accadono, è tragedia che Tagiomaru non ne segua il moto [i moti] e giuoco al tempo stesso. Pel bandito come [un servo un servo l’uomo] il padrone un 60 servo in casa propria. 55 è giuoco, e per Takèiro è, forse, morte. Chi son [sono] questi che passano e lo svegliano Morte, o qualcosa che nessuno ancora dal suo letargo di sensi? Ecco un uomo immagina. Perché lo sconosciuto che guida un cavallaccio che coperto li raggiunge di corsa e gira intorno, f.3: poi, fermatosi, al collo ora si schiaccia è dal bianco di sua moglie. 70 una mosca, e sorride? Quale idea Cattiva preda. L’uomo, alto e nervoso: gli passi per la mente il samurai un samurai. Scritto in volto ha l’orgoglio. [non non comprende: il suo ghigno è impenetrabile porta] 144 65 75 Gli domanda: – Che vuoi? – E fermo lo guarda. che passino. Ma intanto s’alza e scruta [gira] L’altro non cura la domanda. Ha un’arma Tagiomaru [intorno e rigira] perché è gente che passa nelle mani, che è splendida, e brandendola di casa sua e ha diritto di guardarla! nella luce gliel’offre da osservarla. E il suo volto, [e] che [sorride] sogghigna non E che dice? Che molte ne ha trovate in un tumolo antico, su nel bosco. Lì, via! di Tachegiuro [quell’uomo] più del pungere Perché non viene a prenderle, perché 80 70 cura a poco prezzo non vorrà una spada d’insetti – Sì , “via via” ritorna quieto, di lama che non ha l’uguale? Il bosco prosegui il tuo viaggio, non ho voglia muto sembra aspettare. E già Takèiro di tormentarti, ho sonno, è troppo caldo preso da insana bramosia, acconsente. Si getta al tronco per dormire [ed ecco] e ancora 75 torna a [battere] ad udirsi [Ma ancora s’ode] il È caduto nel tranello. Se un’arma passo del cavallo. 85 gli luccica talmente negli occhi Tristi cose che passano e non si hanno! da oscuragli i pensieri… Vada avanti Anche la vita del bandito è triste, lo straniero che può tendere insidie! perché non ha tutto quel che [vorrebbe] Via, via per bosco e gli mostri il cammino. 90 95 s’immagina. E faccia presto! Ed ora è il samurai Non tutto, anche un bandito, si può [fr] prendere. che rincorre il macigno, come un sasso Tutto, sì, quel che vuole, ma non tutto staccatosi nell’urto è lui che segue. si fa a tempo a volere, tante cose L’altro va, e con sue grida apre il silenzio passano e tu non sai quello che [corr. ill.] sono. squarcia una strada a rapidi fendenti Quel velo bianco che piove dal nell’intreccio di canne, mentre il bosco tu non sai cosa cela … Ma ecco, il vento. mosso è intorno dal vento che riprende Quando un pensiero sfugge, e lo dimentichi, da secoli di secoli il suo murmure. e si perde, non sai che cosa dire. Così dietro nonnulla l’uomo perde Non sai più dove il tuo mondo riposa 145 80 85 se gira sui suoi cardini [perché tu sai chi l’ha] il meglio di sua vita, e il samurai non osa per una spada è la vita che perde. di smarrirsi troppo oltre il tu pensiero. 90 Non sai come chiamarlo: forse il caso 100 E anche più della vita. Con un balzo o forse Dio. Ma l’angelo è fuggito; elastico il brigante lo atterra. [corr. ill.] e gli angeli non sanno certe cose Sorpreso già Takèiro si difende. che pensano i banditi. Per lui un angelo Ma il vigore del brigante raddoppia, f. 4: come d’infida belva che d’astuzia 105 e quello che ha veduto in forma umana e forza può spiegarne senza limite. 95 al sollevarsi del velo alla brezza E lei che fa, presso il fiume rimasta marg. dx. [è presente l’indicazione spazio] sola? A che cosa pensano le donne E tu, vento indicibile, quando son sole e aspettano? Non pena fantasia nulla perché sa tutto. Sa che gli uomini 110 corron dietro fantasmi, sa che giuocano Tagiomaru a quel vento [questo punto], ecco, è sempre a qualcosa, forse perché, dentro, mutato [ha smarrito il suo pensiero] un fuoco troppo vivo s’addormenti. Ora il caso lo domina – o – il demonio – È scesa da cavallo ed una mano perché non è più un uomo ma un macigno nuda ha immerso nell’acqua – E tu lo sai 115 che [ - ] scende [,] senza ostacoli un pendio. [,] che nulla come il tuo bianco passare E [e], ha mai visto qualcuno l’acqua densa ha la forza di separare il mondo delle foci alle fonti ritornare? in paradiso e inferno? Tu sai tutto È mai successo [accaduto] al mondo che la forza donna, eterna bambina, e pure vuoi non piegasse la fragile bellezza? che sia l’uomo a svelartelo. Così 120 100 E la bellezza la dolce virtù? quando ha davanti il forestiero ch’era Ora [Ma] ecco che Tachegiuro [la forza] s’è perduto [perduta] partito con Takèiro si fa pallida, 146 105 è come se la morte l’ha colpita nel bosco, dove dorme, a piè d’un tronco lei, Màsago, bellissima, che sembra tremendo più che un aspide [potenza ancor più 110 terribile] l’istinto muta ad un tratto diventata statua. E l’istinto s’è desto, ecco si libera dal sonno, avanza, splende oscuramente 125 Che l’ha morso una vipera? Che dice? Sa di [sapere] ignorare da che cosa è mosso, Dovrà credergli Màsago? Ma pure per questo è sacro. È forza ora capace incomincia a seguirlo per il bosco di [raggiungermi] completarmi accada quel che a corsa, mentre il sangue le è sparito dal volto, statua, statua della morte 130 È più in basso che scende, ecco ritrova con la quale essa corre ad incontrarsi. una potenza che non è dell’uomo E non sa cosa è nato ora nel cuore ma, anche quella, chi sa da dove [corr. ill.] viene. del bandito che a balzi ritornato Dal demonio [da satana] tu dici. Dice un altro: presso al fiume pensava di scagliar lesi 120 dal caso. Ma non ha nome [quella forza] la ragione contro e prenderla, come ha sempre prese 135 115 accada. per cui le cose accadono, [e perché accadono le donne che ha voluto, e non appena accadano così altrimenti facendo] è tragedia in quel suo volto d’angelo si è visto e [è] gioco al tempo stesso. Pel bandito – avido , quale una bestia ch’è prossima è giuoco, e per Tachegiuro è forse [ha] morte. a saziarsi – ha sentito che qualcosa c’era, prima, da romperle nel cuore. Morte, o qualcosa di infinitamente 140 Se lui non può salire fino all’angelo 125 peggio. Che vuole il bruto che ritorna scenda l’angelo a lui! Per farlo scendere indietro e ride e al ventre ora si schiaccia ecco cosa, ora, immobile le mostra. una mosca, e schernisce, e gira intorno f. 5: Il samurai tra corde che gli affondano come prima? [Quale] Che idea – certo un’invidia nelle carni in sudore che si tendono 145 – a spezzarsi, col cuore che si schianta 147 a poco a poco ma non può morire… gli passi per la mente, il Samurai Ella ancora non crede, non vuol credere non si chiede, il suo ghigno [di] è proprio 130 ignobile. che tutto nella sua vita è distrutto Non [non] lo teme, lo guarda [,] finalmente [,] ed a terra strappato brani a brani, dall’alto della sua statura: [e vuole] ha un’arma 150 che la forza da cui volle esser vinta nella mani, che è splendida, e non grida non è a un tratto che povero gingillo, gliela mostra, lo prega anche di prenderla. giuoco da bimbi! Presa nella morsa E [e] che dice? Che molte ne ha trovate 135 dell’istinto invincibile ha ceduto, d’armi simili a quella, su nel bosco. non è che un triste grumo, con un cuore 155 Perché non viene a prenderla, perché [?] dentro che vuole estinguersi e non può. anche [Anche] lui non si fa dono di un’arma [?] dalla superba impugnatura? Il bosco Davanti a lei anelante atterrita nasconde tante cose. [Egli è sicuro] Ed egli brucia ora ogni illusione, con l’orgoglio dell’uomo vinto, arsa dalla vergogna [è quella] Codesta non sarà un’arma robusta inaudita in un rapido falò. 160 ma sottratta alla rabbia del bandito [a quel ladro] I gesti ora di scherno del bandito neanche li avverte. E tutto all’improvviso È caduto nel tranello. Se un’arma le è chiaro. Ecco Takèiro che, impotente gli luccica [ora] talmente ora negli occhi li guarda e non è più che un triste grumo [da oscurargli] da oscurargli il pensiero … Vada 145 avanti con occhi per vedere e un cuore vivo 165 140 accetta [lo sporco e quell’] l’uomo sporco che può per soffrire il soffribile. Davanti, tendere insidie. lei donna, che non sa contro che correre Via, via pel bosco, e gli mostri il cammino. per scagliarsi e morire. E accanto, l’altro, E faccia presto. Ma ora è il samurai l’inatteso, che sa quel che ha voluto che va dietro al macigno, come un sasso e lo possiede. E repentinamente staccatosi nell’urto, è lui che segue. 170 con uno strido altissimo, una lama E l’altro guida, e ride, mentre il bosco 148 150 175 afferrata tra la veste, si lancia [int] mosso è intorno dal vento che riprende contro l’estraneo impetuosa urlante da secoli di secoli il suo murmure. belva sfrenata gira su se stessa Così, dietro un nonnulla, l’uomo perde per l’impeto, lo afferra si divincola, il meglio di una vita, [corr. ill.] e il samurai e ad ogni giro sfiora con la morte per una spada [perde] è la vita che perde. 155 un petto che a ogni colpo si sottrae 180 non sa per quanto tempo, non sa dove. [Ma] E anche più della vita. Con un balzo Ma finalmente è vinta; accanto all’uomo il piccolo brigante ora lo agguanta. Che anche di fronte a lei certo è più forte. f. 6: Vinta, sente da presso il suo respiro Ricco della sua forza, egli lo atterra [lo respinge]. il suo fuoco…Ecco: il fuoco che cercava! Ma [ma] tanta astuzia ha un piccolo brigante! 160 È una piccola belva che d’astuzia Mai donna fu goduta più che Màsago ne ha quantità può annerire un cuore d’uomo. dal bandito Tagiòmaru, davanti a suo marito, il samurai Takèiro. E lei che fa, presso il fiume, rimasta sola? [che pensa] A che cosa pensano lo donne 185 190 Svanisce come sogno il suo passato quando son sole e aspettano? Non pensa In questa densa vertigine. È tanto nulla, perché sa tutto. Sa che gli uomini Forte che sentimento già non è: corrono dietro fantasmi, sa che giuocano i pensieri non reggono al crescente sempre a qualcosa, forse perché, dentro sollevarsi delle onde di tempesta. con fuoco troppo vivo s’addormenti. Ecco, l’irreparabile è accaduto. È scesa di cavallo ed una mano Ora Takèiro morirà, perché nuda ha immerso nell’acqua. Tu sai tutto non gli resta più nulla da vedere. donna, eterna bambina, e pure vuoi Che importa come questo accada? È certo che sia l’uomo a svelartelo. Così che il passato è spezzato e non si sa quando ha davanti l’uomo che era andato 149 165 170 195 cos’è che ha vinto e domina e travolge con Tacheiro si fa pallida in volto, tutto: qualcosa che è di noi fanciulli, è come se la morte l’ha colpita, ma presto si corrompe, e spesso avviene lei, Masago, [così bella] bellissima che sembra che chiuso dorma in noi fino alla tomba. [la statua, statua la statua del dolore], muta ad [a] 175 un tratto diventata statua Può non crederci l’uomo, ma ne soffre. f. 7: 200 Quando irrompe funesto, non si domina. Ma tra angeli e banditi non c’è intesa. E si può esserne presi, non dirigerlo. Per Tagiomaru è Masago che è l’angelo. Ma la donna, se a un tratto lo conosce, 180 Ed è Tacheyro [è] l’uomo che ora ha avuto non lo abbandonerà, sarà il suo dio. tra le braccia e gli ha dato anche il suo amore: Perché nell’uomo pesa il suo passato, 205 l’idolo, ora da infrangere, la forza ma un destino di donna muta a un tratto amata, da disfare a pezzi a pezzi. cambia nome a un volgersi del vento E [ed ecco vedono] Masago non sa certo, né 185 immagina senza lasciare dietro sé più niente. come, ora, davanti lo vedrà. Così credeva Masàgo d’avere avuto sempre quello che stamani 210 Il Samurai [con] tra corde che gli affondano nel bosco non sapeva d’incontrare. nelle carni davanti a lei [legato] seduto Ma ora che lo conosce essa lo adora a [un tronco] terra, con il cuore che si schianta come dio. Quale sia il nome non sa. a poco a poco ma non può [vuole] morire … 190 Ella [Lei] ancora non crede, non vuol credere Il sogno è a terra infranto. Non lo piange che tutto nella sua vita è spezzato [caduto] Màsago, presa in un gorgo infrenabile. 215 ed a terra [spezzato] strappato [a poco a poco] a brani a brani, Per quanto può accadere ora, Takèiro non ha altro scampo che la morte, buio che la forza da cui volle essere vinta profondo per nasconderci il suo volto. non è [dietro che un triste giuoco] a un tratto che 195 povero gingillo, Il caso, ecco ha voluto. La realtà giuoco infantile! 150 220 225 più vera e dura a credersi, e nessuno, [è intanto ora, forse nemmeno Màsago, la vuole. schiavi ora domina E nemmeno, incredibile, nemmeno l’istinto che ha distrutto ogni illusione Tagiòmaru, che ha agito, non sa come, l’ingenuo istinto] portato dal suo impeto ed ha mosso Presa nella morsa una tempesta che anche lui può rendere dell’istinto invincibile, ha ceduto, diverso da com’era. Egli è padrone non è che un triste sacco, con un cuore sì dei suoi atti, egli ha voluto spingere dentro, che vuole estinguersi e non può il giuoco fino in fondo. Ha vinto. Deve marg. dx. portare il peso della sua vittoria, Tagiomaru pensava di scagliarsi contro 200 205 230 anche se nella sua forte natura [addosso] e prenderla, come ha sempre prese non abita rimorso. Ecco la donna le donne che ha voluto ma nel volto, che ha voluto, bellissima e già vinta, in quel suo volto d’angelo hai capito: già diversa, già sua. L’altro, minuto si è visto quale una bestia che è prossima su minuto, e sembravan tante pietre a [gettarsi fottere] saziarsi ha sentito che 210 qualcosa sul cuore, ha visto, e non ha fatto cenno, c’era, prima, da romperle nel cuore 235 quasi che anche potendo non volesse, [senza] se lui non può salire fino all’angelo non ha detto parola. Lo ha schiantato senza l’angelo a lui! Non farlo spendere l’insidia, e in logorio sempre più rapido ecco cosa, ora, immobile la morte. gli ha portato un inferno di violenze tormentose. Ora è triste anche guardarlo. 215 Nelle sue grida ormai, nelle sue lacrime, brucia ora ogni illusione con l’orgoglio dell’uomo. La sua casa, il suo passato il primo amore arsa di vergogna [cupo inf… implacabile repentina] in un unico falò 151 Le risa ora del mostro, che ha distrutto 220 tutto, neanche le nota, non la offendono. Non [capisce che] sa altro che Tachehyro non è un uomo, e non sarà più un uomo, e non è stato dunque un uomo. Perché non era entrato f. 8: nella giungla del vivere, e nemmeno 225 lei c’era entrata. Ma ora, non sa come, se l’istinto ha distrutto ogni illusione, c’è entrata. Ecco Tachegiuro che non è più un uomo ma soltanto un triste sacco con occhi per vedere e un cuore vivo 230 per soffrire il soffribile e poi è lei Masago, che non sa [più] verso chi [tendere] correre per gettarsi e morire, e c’è il brigante, Tagiomaru che sa quel che ha voluto e lo possiede. E tanto lo possiede 235 che, lei, la donna, fa quello che al grande e forte samurai non è riuscito: [Tratto un pugnale, con malizia e un pianto che c’è] Con [con] un pianto che è un ululo saluto si lancia contro l’uomo [con forza non ha tempo 2 una forza, non crederla] che, l’altro, non è un uomo[che l’altro non è più un uomo né importa 2 152 240 oramai più a nulla vale] e a [che varrebbe] nulla vale che lei, donna tenti [gli leghi] di togliergli i suoi [legami che] lacci, contro l’uomo solo rimasto, [ed è lei stessa l’uomo corr. ill.] impetuosa, urlante belva sfrenata [fin corr. ill. che natura] gira su se stessa 245 per l’impeto, lo afferra, si svincola, marg. dx. ed ad ogni colpo sfiora [passa] con la morte [ corr. ill.] un petto che ad ogni colpo si sottrae non sa per quanto tempo, non sa dove. Ma [ma] finalmente è vinta, accanto all’uomo che anche di fronte a lei, certo, è più forte. 250 Niente sente di presso il suo sospiro, il suo fuoco, ecco: il fuoco che cercava. Mai donna fu goduta più [adescata come] Masago da Tagiomaru il bandito, davanti [sotto gli occhi di suo marito Tacheiro il samurai] a suo marito, il samurai Tacheiro [suo marito] f. 9: [Il sogno è a terra infranto Ma Masago] Naufraga come un sogno il suo passato in questa brezza sconosciuta. È tanto forte che sentimento già non è: 153 255 [corr. ill.] i pensieri non reggono al crescente 260 sollevarsi delle onde di [queste] tempesteEcco, l’irreparabile è accaduto. Ora Tacheyro morirà, perché non gli resta più nulla da vedere [non dis più uomo non è ancor morto] che importa come [può accadere questo avvenga possa essere] questo accada? 265 Che il passato è spezzato, e non si sa cos’è che ha vinto e domina e [la] travolge tutto: qualcosa che è [cos’è] di noi fanciulli, ma presto si corrompe, e spesso avviene che chiuso [spento] dorma in noi fino alla tomba. 270 Può non crederci l’uomo [può], ma ne soffre Quando irrompe funesto, non si dorme [e non può] e si può esserne presi, non dirigerlo. Ma la donna, se a un tratto lo conosce, non lo abbandonerà, sarà il suo dio. 275 Perché nell’uomo pesa il suo passato, ma [Ma] un destino di donna muta a un tratto cambia nome ad un volgersi del vento, senza lasciare dietro di sé più niente [si volge, cambia meta e non lo arresta / nessuno] Così credeva Masago [ha avuto] d’avere [tutta la vita] avuto sempre questo che stamani nel bosco non sapeva d’incontrare. Ma ora che lo conosce essa lo adora 154 280 come dio. Quale sia il nome non sa. Il sogno è a terra infranto. Non lo piange 285 Masago. È la realtà che la possiede Per quanto possa fare ora Tacheyro f. 10: non ha altro scampo che la morte: [profondo] buio per celarci il suo volto non più d’uomo. Il caso, ecco, ha voluto. La realtà 290 più vera [,] è dura a credersi, e nessuno, forse nemmeno Masago, la vuole. E nemmeno, incredibile, nemmeno Tagiomaru, che ha agito, non sa come, portato dal suo impeto ed ha mosso 295 una tempesta [b corr. ill.] che anche lui può [fare] rendere diverso da come era. Egli è padrone sì dei suoi atti, egli ha voluto spingere il giuoco fino in fondo. Ha vinto. Deve portare il peso della sua vittoria, 300 anche se nella sua forte natura non abita rimorsi. Ecco la donna che ha voluto, bellissima, e già vinta, già diversa, già sua. L’altro, minuto su minuto, e sembravan tante pietre Parla e dice che quando, quando fu la sua vergogna intera, e sghignazzando 155 305 non ha detto parola. Lo ha schiantato l’insidia e , dopo, la fatalità [ha] gli ha portato un inferno di terribili 310 Conseguenze. Ora è triste anche guardarlo Sul marg. sx l’indicazione II (2) II Certo morrà – E così [ allora che, subito] proprio Certo morrà. – E così proprio, è avvenuto, è avvenuto [corr. ill.] [Ma come, come avvenne 240 se un boscaiolo raccontò d’avere [che il] se un boscaiolo raccontò d’avere trovato il suo cadavere in un viottolo. trovato il suo cadavere [nel bosco] in un E così avvenne. Ma come fu ucciso viottolo. gli uomini non lo seppero, ed ancora E così avvenne. Ma come fu ucciso 315 245 dopo novecento anni che fu ucciso gli uomini non lo seppero ed ancora non lo sanno. Tagiòmaru lo uccise, dopo novecento anni che [morì] fu ucciso o Màsago? O fu lui stesso ad uccidersi? non lo sanno. Lo uccise Tagiomaru Lo uccise la fatalità che volle f. 11: si dirigesse, incauto forestiero, O Masago? O fu lui stesso ad uccidersi? sulla via di Jamàscina, o fu il primo Lo uccise lo fatalità che volle 250 sollevarsi, alla brezza, di quel velo? [portarlo pass…. forestiero] si dirigesse, incauto 320 forestiero, Ma, certo, fu una legge, fu la legge per quel sentiero insidioso, o fu il [vento del bosco che la femmina all’agguato muoversi] primo lascia del maschio, e il maschio offre all’insidia [improvviso del velo] del serpe, e il serpe fa presa del falco, sollevarsi, alla brezza, di quel velo? 255 e il falco fa bersaglio al cacciatore, Ma, certo, fu una legge: fu la legge e il cacciatore, vinto da stanchezza, Chi dunque ha ucciso? Questo si domandano, fa pasto della belva e della belva soltanto questo gli uomini. E non sanno farà vivanda putrida alla iena più a chi chiederlo, se non forse al solo e della iena ai corvi. I fiori treman 156 325 260 al vento che sull’ultime pendici e il falco fa bersaglio al cacciatore, trascina i rami senza fine e sopra e il cacciatore, vinto da stanchezza, piove il sole e la luna e il luccichio fa [preda del] pasto della belva o della belva delle stelle, e si scioglie l’uragano [presto cibo facile] farà vivanda putrida alla iena, con fragore e bagliori e tutto inonda e della iena ai corvi. Intanto il vento 265 e scroscia ininterrotti giorni a furia 330 [fam] trascina i rami [che] senza fine e sopra al fiume in mille rivoli portando piove il sole e la luna e il tremolio melma e tronchi. Poi batte il sole a lungo [a notte] delle stelle, e si scioglie l’uragano e secca sulle foglie morte. È un giorno di luglio. con fragore e bagliori e tutto inonda, 335 Dove il sole tra i bambù al fiume in mille rivoli portando 270 appena filtra c’è una cosa orribile, melma e tronchi. Poi batte il sole a lungo mentre tutto è silenzio un lacrimare e secca sulle foglie morte. È un giorno 340 spento di vermi, sangue, ossa, vergogne. di luglio. In uno spiazzo [radura] dove il sole Un uomo, certo. Chi questo leggero appena filtra e c’è una cosa orribile, scorrere di stagioni può turbare mentre tutto è silenzio, un lacrimare 275 con qualcosa di orribile? Ecco l’uomo; secco di vermi [di dolore e di sangue], sangue, che, dentro l’uomo, tutto si corrompe. 280 ossa, vergogne Takèiro è stato ucciso. Poco importa Un uomo [uomini], certo. Chi, questo leggero chi l’abbia ucciso. Importa solo ai deboli, scorrere di stagioni può turbare che invano ricercando le ragioni con qualcosa d’orribile? Ecco, l’uomo, dei fatti voglion solo che si trovi [anche un uomo soggiaciuto a quella legge un colpevole, un vinto, uno che paghi. [Ma nell’] dentro l’uomo tutto si corrompe. Ed ecco che ciascuno di quei tre f. 12: che a caso nella selva s’incontrarono in un riso sarcastico la voce si accusa del delitto. E la giustizia prorompe – e, volto verso il samurai, 285 la giustizia degli uomini non sa mormora: – Questa donna non è degna 157 345 350 per quali vie scendere a ritrovare né di me né di te. Vuoi che l’uccida? – il vero, tanto è chiuso nel profondo. un colpevole, un vinto, uno che paghi. Né per le tortuose vie del cuore E chi sarà quel vinto? Tagiomaru 290 umano sarà mai chi lo conduca. è stato preso. Non è stato preso Quale ha mentito? Poiché tutte e tre anzi: da se è caduto. Anzi non è quelle storie ci sembrano possibili, caduto, si è confitto tante frecce tutte e tre son la pura verità nel dorso, tutte quante ne portava di tre anime preda di tormenti la sua faretra, ed ora è qui, legato 295 o rimorsi e non c’è nulla che possa 300 355 360 [anche lui] legato sì, ma non certo dagli uomini, non accadere di strano e terribile dal [fato] destino, anche lui. Così gli chiedono nel segreto di un bosco. A quale credere? chi è che ha ucciso Tacheiro. Ed egli [dice] parla Di chi la colpa? Chi tradì? Chi uccise? Non [ha] sprezza il samurai. Sembra che quasi Chi ebbe forza di scendere nell’ombra Ancora ne abbia invidia. Dice che del proprio cuore, e orgoglio non lo vinse? col pugnale che Masago gli ha dato Chi non seppe del fatto altro che dare ne ha tagliato i legami e che, Tacheiro l’immagine che meglio trasfiguri in piedi si è levato tramortito il proprio impenetrabile segreto? come da un sonno. Allora egli, ridendo, Tagiòmaru da un servo in riva al fiume gli ha gettato una spada, provocandolo 305 è stato preso. Non è stato preso, a battaglia, a battaglia disperata, anzi: la febbre lo ha precipitato senza rimedio. È sorto il samurai di sella, ed ora qui lo hanno condotto dal suo sonno. Gettatagli nel sogno prigioniero del caso, e gli domandano quella spada, nel sogno ora la gira chi è che ha ucciso Takèiro, ed egli parla. contro il bandito, pazzamente. Sembra 310 Dice che ha ucciso. Pure non avendo d’uno che a un moribondo s’avvicina prima voluto uccidere. Ed a spingerlo e il pugnale gli estrae dalla ferita… fu la donna che, pallida riavutasi Poi il torrente, la fronda, il vento tace. 158 365 370 375 315 a lui che già se ne andava, implorando In questa incerta luce che valore con parole, con lacrime, con grida, che il suo vigore sia rinato e possa che tra loro decidano se all’uno rendergli tutto quel che gli si è tolto. o all’altro essa appartenga. Mai, confessa, Ben quattordici volte. Se ne vanta mai donna più fremente e di più calda Il brigante, rinnova il suo selvaggio bellezza lo colpì. Lo ha conquistato Attacco. Ma il brigante ora lo domina. 380 385 320 per sempre. E vuole farla ora sua moglie, Quanto è più disperato, tanto riesce riaverla. E giura che da quell’istante f. 13: volle uccidere. È corso indietro e, rapido, a schivarlo, finché, vinto, due volte ha tagliato i legami al prigioniero. vinto, non cade e aspetta che la lama Sembra non sprezzi il samurai, ma quasi dell’avversario in petto gli discenda. ne abbia invidia. E animandosi racconta Tagiomaru si volge, fugge Masago, che quello appena libero dai lacci, è fuggita. Non la raggiungerà. 390 325 sguainata la pesante spada, senza 330 dir nulla con veemenza l’ha assalito. E [Ed] ora è lei stessa, Masago, che parla. Descrive come più di venti volte Parla tra pianti, come Tagiomaru [Mas] ha visto rinnovarsi il suo selvaggio ha parlato tra risa, urli, [sberleffi] bestemmie. attacco, e come ormai dalla sua furia Piange e parla con tutti i suoi [poveri] più umili quanto più è disperata tanto riesce lamenti, non più donna ma perduta a salvarsi finché, due volte vinto, creatura [sulle st del dolore ma] schiava, trepida 395 di colpa. quegli non cade e aspetta che la lama Parla, e dice che quando, quando fu dell’avversario in petto gli discenda. 335 [completa] la sua vergogna intera, [non] ella non Non appena si è vòlto, fugge Màsago, seppe è fuggita, non la raggiungerà più guardare il marito. E quando alfine E ora è lei stessa, Màsago che parla. sollevò gli occhi verso lui, spavento Parla tra i pianti, come ha raccontato più grande la colpì. Guardava [egli guardava] lui, 159 400 340 Tagiòmaru tra risa, urli, bestemmie. ma [Ma] più duro da lui farsi guardare Piange e parla con tutti i suoi più umili così, che diecimila anni di colpe lamenti, non più donna ma perduta da espiare in un unico momento! [con lucida 405 vergogna coscienza] creatura, schiava, trepida di colpa. Terribile il suo sguardo, più terribile se n’è andato il brigante, ella non seppe di qualsiasi condanna. Che può fare più guardare il marito. E quando alfine 345 essa [lei]? Non può mutare quel che è statoper sollevò gli occhi verso lui, spavento legge più implacabile [terribile] che gli uomini più grande la colpì. Guardava, lui, [sappiano] intendano. E perché non la comprende ma più duro da lui farsi guardare così, che diecimila anni di colpe Tacheiro, [!] ma da se la esclude, e sempre da espiare in un unico momento. più la esclude o [la dal] come ombra [spettro] la 410 allontana? 350 Terribile il suo sguardo, più terribile E con tutto il suo amore essa ritorna di qualsiasi condanna. Che può fare Verso di lui. Lo sa che nulla in lei essa? Non può mutare ciò che è stato ha piegato, che solo il corpo, vinto, per legge più implacabile che gli uomini come acqua fu bevuta e frutto morso, 415 intende. E perché non la comprende ha ceduto a un più forte? E non cosa 355 Takèiro ma da sé la esclude e sempre che lei, Masago, l’ama, e non è nulla Più la esclude e allontana come spettro? f. 14: E con tutto il suo amore essa ritorna quel ch’è avvenuto, altro che un sogno orribile? e grida nel suo pianto l’innocenza Così, donna, vuoi a tutto sopravvivere calpestata di chi ha dovuto arrendersi anche a te stessa. Ed ora, ecco che Masago 360 420 nella lotta a un più forte. Ed ora Màsago confessa, che [non] l’ha vinta con la furia confessa, che non l’ha vinta la furia del bruto, ma lo sguardo di Tacheiro del bruto, ma lo sguardo di Takèiro che non poteva sopportare, e sempre che non poteva sopportare e sempre la guardava, ma come i morti guardano, la guardava, ma come i morti guardano, da un altro mondo, e allora essa il pugnale 160 425 365 da un altro mondo, e allora essa il pugnale Chi dunque ha ucciso? Questo si domandano, ha preso e glielo ha spinto dentro il petto. soltanto questo, gli uomini. E non sanno Chi dunque ha ucciso? Questo si domandano, 370 375 380 385 soltanto questo gli uomini. E non sanno a chi chiederlo, se non fosse al solo più a chi chiederlo, se non forse al solo che sappia tutto, quello che ha trovato che sappia tutto, quello che ha trovato nel cespuglio, disfatto, il boscaiolo. nel cespuglio, disfatto, il boscaiolo. Parlano i morti? Parlano anche i morti. Parlano i morti? Parlano anche i morti. E quello che ha da dire il samurai E il suo segreto, il morto samurai per bocca di una maga ora [mago ecco] lo dice. per bocca di una maga ora rivela. Dice che dopo , dopo aver veduto … Dice che dopo, dopo aver sofferto Dice che a dire d’andar via e lasciarlo, il sopruso più atroce a sopportarsi, [fu ella] essa fu, più crudele del bandito. udì il bandito chiedere alla donna Dice che dopo essersi data, volle di accompagnarlo, ed essa acconsentire. esser sua per la vita, essere sciolta Dice che dopo essersi data volle dal marito per sempre, dice, e sembra esser sua per la vita, essere sciolta nella povera carne della maga [strega] dal marito per sempre…Parla, e sembra la voce stessa parli dell’ [inferno] averno nella povera carne della maga Urla [dice] che non potrà placarsi, ulula la voce della tenebra ora parli. che mai potrà lasciarlo questo spasimo Urla che mai potrà placarsi, ulula d’aver sentito Masago, il suo angelo, che mai potrà lasciarlo questo spasimo dire al bandito, stanco e quasi incredulo: d’aver sentito Màsago, il suo angelo Uccidilo! [Ma] Il bandito l’ha respinta [la sospinta] bello come non mai lo vide splendere, a terra e, con un piede anche [reggendola] dire al bandito, stanco e quasi incredulo: pestandola[gli ha detto] dice a lui: Questa donna non è – Uccidilo! – Il brigante è impallidito. degna Poi, diritto guardandola, l’atterra con un calcio – sgorgante dal profondo 161 430 435 440 445 390 in un riso sarcastico la voce perdendola. E dai lacci lo ha slegato. prorompe – e, volto verso il samurai, Per quanto egli si sente anche da morto mormora: – Questa donna non è degna f. 15: né di me né di te. Vuoi che l’uccida? – di non potere odiarlo. Non fu lui Per questo egli si sente anche da morto a tradirlo. Egli fece quel che fece, 395 di non potere odiarlo. Non fu lui 450 agì da bruto, ma fu lei, il suo angelo [a tradirlo] a svelarsi vipera [ad un tratto serpe velenosa a tradirlo, egli fece quel che fece, aspide] 455 agì da bruto, ma fu lei, il suo angelo, E in ultimo gemito Tacheiro a rivelarsi velenosa serpe. traverso il corpo della maga, [dice] prossimo Il brigante d’un colpo gli ha reciso 400 a spengersi ormai [corr. ill.] fiacca dice come la corda, e poi, dietro di lei che alzatasi solo [corr. ill.] allora disperato s’è ucciso. fugge urlando, nel folto è dileguato. Spezzata da un singhiozzo ora la voce [Ecco, non si sa come] 460 narra come fu strano ritrovarsi E Tagiomaru, Masago, Tacheiro assorti nella pace sovrumana [E tutti] si accusano [ciascuno] del delitto. E 405 degli alberi già fusi nel crepuscolo. la giustizia E in un ultimo gemito, Takèiro, la giustizia degli uomini non sa traverso il corpo della maga, prossimo per quali via scendere a ritrovare a spegnersi, ormai fiacco, dice come il vero. Tanto in basso è già discesa. solo allora, disperato, s’è ucciso. 465 Né per le tortuose vie del cuore umano sarà mai chi la conduca. III Quale ha mentito? Perché, tutte e tre quelle storie ci sembrano possibili, 410 È buio. Già le cose che passarono tutte e tre son la pura verità Non son più vere fuor che in un antico di tre anime [cuori] piene di tormenti, né di me né di te, nulla si perde bosco di cedri il breve scalpicciare 162 470 415 d’uno che a un moribondo s’avvicina non accadere di [abbastanza] altrettanto orrendo e il pugnale gli estrae dalla ferita… nel segreto di un bosco. A quale credere? Poi il torrente, la fronda, il vento tace. Di chi la colpa? Chi tradì? Chi uccise? In questa incerta luce che valore Chi ebbe forza di scendere nel fondo ha quel che uno ha raccontato o l’altro? del proprio cuore, e [non tradì] orgoglio non lo 475 vinse? Ali intorno s’inseguono, nei dialoghi Chi non seppe del patto, altro chiedere che tra le stelle e i culmini riprendono 420 l’immagine che meglio trasfiguri insiste alta una nota e dopo, cessa. il proprio [corr. ill.] impenetrabile segreto? A tarda notte un usignolo versa 480 il suo mistero a quello delle piante Marg. dx. Quanto al sortilegio della maga e nessuno lo ha mai sentito tanto a giudizi si fermano forte alzarsi e discendere, e neppure 425 che più di non ne sappiano aldilà le parole che volano dai tumoli son vere. Che c’importa di sapere La verità la disse il boscaiolo, cosa dissero gli uomini? E se i morti tanti anni dopo: disse che era stato 485 hanno parlato? Mentono anche i morti. molto più brutto, tanto il cuore umano Altri ancora s’affannano a cercare nel segreto di se stesso può scendere. 430 la verità, torturano il ricordo, La raccontò a due uomini, [in disparte] parlano di un pugnale che s’è perso, un ladro, e un prete facendosi promettere si accusano. E s’accendono bisticci che a nessuno lo direbbero. Disse e la turbava tra il prima e il dopo e indagando il segreto ancora quel ricordo, disse che che ognuno ha dentro mai non si raggiunge 435 [corr. ill.] il vero, non si legge mai la fine non era vero che avesse trovato d’una storia anche troppo conosciuta. il samurai cadavere. In realtà, f. 16: di rimorsi, e non c’è nulla che possa 163 490 nascosto, aveva visto tutto: i ladri hanno occhi e volti umani, non soltanto 495 [fiori] piante, fiori, animali. Perché l’uomo – questo però non disse il boscaiolo [l’uomo che incon…] – [tutto] l’uomo ha tutto corrotto. Si era dunque consumato il misfatto, era [drizzato] risorto a piedi Tagiomaru, e già, la noia, quasi il dispetto lo prendeva. Affranta, stesa, la donna, inanimata. Appena 500 però lo vide allontanarsi, e in piedi balzò [sorse] e [corr. ill.] corse, e ai ginocchi lo abbracciò. Ma non voleva saperne. Essa allora corse a slegare Tacheiro, e aspettava che, lupi, si sbranassero. Ma alzatosi; come vinto da un branco, il samurai, 505 la guardava, stentava quasi a muoversi poi mosso, andava via. Gli si gettò scheggia ai piedi Masago, ma [Ma] sdegno egli allora mostrandole, copertala con un’ingiuria, disse. Io non mi batto per una donna v …. Guardava assorto, [anche] Tagiomaru e a provocarlo non deciso di nuovo [corr. ill.] andare via. Fu allora, proprio, Masago, un immondo 164 510 serpe, e bianca di rabbia, offesa, piano piano, gridò che preda era dell’uomo una femmina, e l’uomo era, il più forte, 520 che avrebbe avuto lei. Lo disse, quale una belva non latra, ulula, geme come un demonio, [un mostro dell’aldilà] una lemure d’inferno. Tanto che i due, guardandosi, alle spade messa mano, avanzano. Ma, cosa 525 incredibile, i ferri ora tremavano f. 17: nella mano, e paura era, [paura] viltà nell’uomo e nell’altro. Ma più ancora in Tacheiro – E disgusto [allora] anche mi prese diceva il boscaiolo – di vedere 530 combattimento tanto abietto [strano] – Vermi, non uomini eran quelli, che strisciavano affannando, e d’un tratto, a un colpo, e via sfuggono [balzano]. Finché incespica in un ramo e il samurai, sente che è perso, ed ora 535 vedrà la morte dopo aver veduto la sua vergogna. Ed ecco si trascina, striscia nel fango [per terra] e Tagiomaru avanza, avanza ancora, ma non è sicuro che l’altro non attacchi – finché al li 165 540 delle forze] giunti mentre sforzandosi [quello] non [sa] ha [più modo] più muoversi [fuggire], la spada non gli cade quasi da se nel petto. Ed ecco [Ecco] infine la verità, che ha detto il boscaiolo. 545 Sembra poi che [ ] anni dopo si scoprisse nella sua casa un pugnale dal manico tempestato di gemme, quello proprio di Masago. E che allora, anche la sua fosse una falsa storia. O, almeno, in essa qualcosa era taciuto – perché nell’uomo invero – il furto del pugnale. 166 550 Città Per Città disponiamo di due importanti avantesti, legati a differenti fasi della gestazione del poemetto: una tormentata stesura manoscritta riconducibile al momento dell’ideazione e un dattiloscritto ordinato come una bozza preparatoria per il libro. Il blocco delle carte manoscritte è composto di 48 foglietti di piccole dimensioni compilati in inchiostro blu e nero, annotati fittamente e ricorretti in tempi diversi tanto che è ravvisabile una notevole stratificazione di varianti. Tra i fogli sono stati inseriti successivamente alcuni biglietti recanti in numeri romani l’indicazione della sezione e nell’ultima parte, dopo una serie di scalette ed appunti, trovano posto le prime due pagine di una trascrizione in pulito. Il dattiloscritto è composto invece di 21 ff. numerati progressivamente in cifre arabe a partire dal numero 26, con qualche correzione a penna (verde e nera) a matita (un lapis e un pastello rosso) e una serie di cassature illeggibili sotto l’inchiostro nero. Alla fine del poemetto è inserita anche la Nota, adottata in Sbc, con varie chiose ed interventi. Riporto la lezione del manoscritto nel suo complesso e a raffronto con quella definitiva su due colonne parallele; in seguito trascrivo integralmente il dattiloscritto. 167 210 x 297 mm. Dattiloscritto con correzioni in inchiostro nero e blu. 168 f. 1: I Una città diversa dalla terra Apparirà allo svolto della strada e dal cielo, un’aerea città dove un arco di ponte si disegna confitta nella polvere del mondo. contro l’angolo forte della pietra? Arretra, ancora arretra 5 10 Si spenge al crocevia la scena. È giorno, intensamente giorno il tramonto, s’accende una vetrina. Qualcosa erra nell’aria Il vento porta via come l’avvicinarsi d’una rosa il fumo, il fuoco d’una sigaretta. al volto. Pulsa il ferro d’un motore Come prima una voce se chiama da un’altana Stretta in membra che tremano, in tormento un’altra le risponde, il giornalaio di cosa che il momento parla forte col muro che ha di fronte turbi che, intenso, sta per accadere e si perde nell’aria ogni rumore – in lui l’anima aspetta. nel cielo oscillano le statue, il cuore 5 10 batte in ascolto. 15 Spia lo spigolo forte della pietra f. 2: che un profilo di ponte Guarda… E chi spunta, e avanza, [ed] è già vicino, 15 taglia (La scena a poco a poco arretra dallo spigolo forte della pietra, – nel tempo, che lo spazio 20 non può esser quello E lo ha [visto] veduto? [c’è chi guarda e non vede] quello di sempre!Tale Ah [Ma] non si sfugge facilmente che così non è bello il paradiso...–) in questa città all’occhio degli altri. [Appena] E chi s’affaccia Teso il volto, nell’occhio anche un momento sulla strada, campo spento il sorriso, d’ogni insidia, ogni incontro, ogni fortuna egli guarda, e in lui l’anima guarda sfortuna, è visto proprio da qualcuno se un’altra volta dalla pietra appaia cui [che più] voleva sfuggire …. lei che era prima ancora che la vita 25 20 È passato, lo ha visto, ora prosegue incominciasse, ancora viva, come più allegro, [non come] poi si volge, mentre un raggio nello spazio di specchi che viaggiano figura fuggitiva. 169 25 30 Apparirà allo svolto della strada di finestra [corr. ill.] lo frusta sulla faccia dove un arco di ponte si disegna dove s’è accesa [uno sguardo curioso un’occhiata] la curiosità contro l’angolo forte delle pietra? f.3: (Arretra, ancora arretra Risfarfalla la strada [facciata] di balconi [passi] la scena…). È giorno, intensamente giorno. E d’erbe, e [di] di s’immagina di scaglie Qualcosa erra nell’aria 30 gonfio il fiume nell’ombra controvento. come l’avvicinarsi d’una rosa 35 E viene [Viene] sull’[dall’] opposto marciapiede al volto. Pulsa il ferro d’un motore, né poteva mancare – l’ineffabile una voce se chiama da un’altana figura di signore un’altra le risponde, il giornalaio 40 45 parla forte col muro che ha di fronte straniero, [invecchiato vecchio invecchiato]stagionato e si perde nell’aria ogni rumore viveur volto atteggiato in un sorriso nel cielo oscillano le statue, il cuore di trionfo invecchiato [da tempo] nelle rughe batte in ascolto. [Egli] Risfarfalla la strada di balconi Ma [cade e piange] bando alla tristezza! e d’erbe, là s’immagina di scaglie La tua condanna, vecchio gonfio il fiume nell’ombra contro vento. viveur è in questi due quasi ragazzi La tua condanna, sento, Che da vicoli in ombra s’avvicinano [ora s’incontrano] amico, è in questi due quasi ragazzi 40 nel sole della piazza e senza dirsi che da vicoli in ombra s’avvicinano niente, con solo un più profondo velo negli occhi nel sole della piazza e senza dirsi [accanto come uniti sempre *camminano*] niente, con solo un più profondo velo 50 35 f. 4: negli occhi, Per l’anima è qualcosa di diverso incominciano a camminarsi accanto 45 dall’amore abitudine, come riuniti fossero da sempre! e dall’amore solo di due sguardi Per l’anima è qualcosa di diverso uniti dietro il volo d’una rondine. dall’amore-abitudine, 55 L’anima non confessa e dall’amore-volo di due sguardi [d’es corr. ill.] il suo timore di non essere confusi dietro il volo d’una rondine. più la stessa. E prima e dopo, L’anima non confessa nel tempo che finì prima del tempo 170 50 e dopo il tempo ricomincerà [dovrà con seguitare] il suo timore di non esser più la stessa. E prima e dopo, aspetta, che dall’angolo 60 nel tempo che finì prima del tempo della pietra protesa verso i globi 55 e dopo il tempo ricomincerà, dalle nubi, discenda aspetta, che dall’angolo il lampo che il suo tormento le rubi. della pietra protesa verso i globi f. 5: delle nubi discenda O che un tormento aggiunga al suo tormento 65 il lampo che il suo tormento le rubi. che sia più alto riposo, O che un tormento aggiunga al suo tormento pel cuore che ha da estinguersi in un fiotto 60 che sia più alto riposo, [di sangue] solo, da consumarsi pel cuore che ha da estinguersi in un fiotto [in] ad una sola raffica di vento! solo, da consumarsi E la strada è infinita da percorrere 70 ad una sola raffica di vento! [fin quando] perché al tempo che avanza senza ostacoli [coglie toglie un soffio 2 un soffio che ancora senza strada] E la strada è infinita da percorrere perché al tempo che avanza senza ostacoli – primo nostro nemico [corr. ill.] – primo nostro nemico che ormai [la] ci scava irreparabilmente!– che ormai ci scava irreparabilmente! – 75 col desiderio suo sempre deluso col desiderio suo sempre deluso e sempre nuovo e sempre nuovo, [Del nel perché in] per ore troppo brevi fatte di attimi per ore troppo brevi fatte di attimi troppo lunghi a passare, [tempo ch’è] sappia alfine la vita al proprio scopo 80 70 troppo lunghi a passare legarsi veramente, continuare! sappia alfine la vita al proprio scopo Ore veloci fatte di minuti legarsi veramente, continuare! troppo lenti a trascorrere! [fino poi a] Il tempo s’è incantato sul quadrante f. 6: nell’ombra del palazzo ch’è girata 85 65 Ore veloci fatte di minuti di tanto e lieve infila una facciata troppo lente a [passare!] trascorrere! d’una di queste vie che si diramano [sul quadrante] Il tempo s’è incantato sul quadrante nell’ombra del palazzo ch’è girata 171 75 90 95 verso il centro. di tanto, e lieve infila una facciata S’ode il trapano lento penetrare d’una di queste vie che si diramano l’intima terra. Il vigile all’incrocio verso il centro. sollecita altra gente…E tu rimani S’ode il trapano lento penetrare in attesa di che? l’ultima terra. Il vigile [a passare] all’incrocio Scenario del suo sogno sollecita altra gente – E tu rimani le vie della città in attesa di che? pareti che deviano sulla traccia Scenario del tuo sogno di luce che segnata fu da un viso. le vie della città – Io sempre vi amerò, con ciò che in voi [alle] pareti che deviano sulla traccia [raggio sono] 80 85 è invecchiato ed è nuovo, di luce che segnata fu da un [volto] viso o riporta il suo sorso di veleno – Io sempre vi amerò, con ciò che in voi a mescolarsi al respiro degli altri. 90 è invecchiato ed è [giovane] nuovo 100 Cielo e inferno tu sei, o riporta il suo sorso di veleno città, col rinnovarsi f. 7: di giorni che fa sacra ogni finestra a mescolarsi [nella gran fatica] al respiro degli altri. dove un volto della tua vita appare. Anche il volto incallito sullo stipite 105 Cielo e inferno [col] tu sei col [passare] rinnovarsi di porta col suo cinico sorridere di [stagioni] giorni che fa sacra ogni finestra 95 [fonte] mi sento in te d’amare. Anche di te solo si può vivere, Anche il volto incallito sullo stipite come il vagabondo che gira 110 115 scalzo sull’asfalto – e mentre va [dal palazzo che non] dove un volto della tua vita appare per lui l’ultimo tetto delle case di porta col suo cinico sorridere [ed una smorfia] germoglia, e il sussulto d’un motore, mi sento in te d’amare. e l’odore qui in città già diffuso f. 8: di giacinto da colline erte al sole, [Guarda] come vento che fruscia su ferite Ora mi trovo a invidiare il vagabondo che gira dilagano su lui finché trabocca. scalzo per le vie di città Il rimorso della vita non lo tocca! che per lui son quelle del mondo. 172 100 Amico, di che temi? Per lui l’ultimo tetto sulle case Non muore gioventù. Germoglia, [corr.ill.] lambretta e strepito il lancinare fuori ora [corr. ill.] 105 Ricordi quanto tempo e l’odore qui in città già diffuso 120 è che ci chiaman giovani? di giacinto da colline erte al sole come vento che fruscia su ferite Ieri, avant’ieri giovani dilagano su lui finché trabocca – domani non si sa – [con un vento ci] 110 forse saremo giovani E il rimorso della vita non lo tocca tutta l’eternità. f. 9: passaggio ad inchiostro blu 125 – E anche tu dovevi passare E anche [tu] lei dovevi passare Cara ombra familiare! Cara ombra familiare! Ombra, perché appartieni Ombra, perché appartiene [appartieni] 115 alla più vasta famiglia alla più vasta famiglia di quelli che sono scomparsi di quelli che sono scomparsi 130 e amici non hai che tra loro. e amici non hai che tra loro. Ombra, che se ti sfioro Ombra, che se [ti] la sfioro col tuo sguardo miope non vedi col suo [tuo] sguardo miope non vede [vedi] 120 me che un poco avanti procedo… me che un poco avanti [in ombra] precedo. Dovrei toccarti sul braccio [diverso non più giovane anch’io] 135 ombra, cara parente, Dovrei toccarti sul braccio sangue della mia gente, ombra, cara parente, che della vita mia non sai niente, sangue della mia gente, 125 dovrei chiamarti e non lo faccio! che della vita mia [corr. ill.] non sai niente Giovinezza, se nessuno Dovrei chiamarti [la] e non lo faccio 140 ritornò dai morti mai f. 10: perché il tempo grave a ognuno Amico di che temi? far leggero a me non sai, Non muore gioventù. perché passi perché passi Ricordi quanto tempo finché il cuor non ne trabocchi? È che ci chiaman giovani? 173 130 145 150 155 Morte in vita ho già gustato. [Io stesso ho meraviglia Ma da morti avrem più vita? che tante vite d’uomo Ah non torna in qua il passato, alla vita appartengan] la bellezza ahimé appassita Ieri e avant’ieri giovani anche prima, molto prima – domani non si sa – che di morte il dardo scocchi. forse saremo giovani Poi che amore avrà provato tutta l’eternità. più nessuno è qui felice. f. 11: Fugge il tempo, il volto amato Alla [svolta] voltata, forra di montagna dove fugga nessun dice, cittadino, perpetuo alita un vento se è pur vero che nessuno solleva le leggere vesti, bacia ritornò dai morti mai. ogni donna, ed i giovani lo sanno 135 140 che volentieri sostano 160 165 170 Alla voltata, forra di montagna sul marciapiede dirimpetto. Là cittadina, perpetuo alita un vento, ad ogni primavera solleva le leggere vesti, bacia si assiste all’affacciarsi della nuova ogni donna, ed i giovani lo sanno luce [corr. ill.] dei fiori in chi sa quale oscura che volentieri sostano cella nati. Là vengono ad infrangersi sul marciapiede dirimpetto. Là primi sogni a contatto di realtà. nel tempo acre di marzo È il tempo che dai pini / del viale si assiste alla’affacciarsi della nuova una mattina [pin t corr. ill.] ressa dei fiori in chi sa quale oscura scendon da dove? I bruchi in giallo brune serra nati. Là vengono ad infrangersi teorie. Sul cuore corre allora un brivido primi sogni a contatto di realtà. quando sente che passa impreveduta È il tempo che dai pini [sente] del viale una mattina la processione della primavera. scendon – da dove? – i bruchi in giallo brune f. 12: teorie. Nel cuore corre allora un tremito, Se è vero che il cuore ha quando sente che passa impreveduta sempre la stessa età la processione della primavera. ecco perché in me vecchio 174 145 150 155 batte un cuor ancor giovane. Se è vero che il cuore ha 175 160 sempre la stessa età ecco perché in me vecchio Ecco perché se il gelo batte un cuore ancor giovane. scava rughe più fonde più tepida nel petto ansia si riconfonde. Ecco perché se il gelo scava rughe più fonde 180 più tepida nel petto (…e perché quando il mondo ansia si riconfonde. intorno rinverdisce 165 sento a un tratto nel petto 185 …E perché, quando il mondo un cuore un po’ più vecchio) intorno rinverdisce, f. 13: sento a un tratto nel petto In lei tutto sembrava – tutto era – un cuore un po’ più vecchio. la [più alta] promessa più alta 170 [Ma può al mondo amarsi In lei tutto sembrava – tutto era – Ma quello che nel mondo chiami sogno] la promessa più alta. Ma tu non chiamar sogno [quello] ciò che al mondo Ma tu non chiamar sogno ciò che al mondo vuoi che s’avveri: in questo oltrepassare vuoi che s’avveri: in questo oltrepassare la vita per un attimo 190 la vita per un attimo 175 inizia il giuoco irreparabilmente inizia il giuoco irreparabilmente dolce e deluso che ti perderà. dolce e deluso che ti perderà. [quanto era meglio vedere] In mezzo un foglio con l’indicazione II II f. 14: In questo istante lei compare, spinge In questo istante lei [compare] socchiude, spinge la porta e va verso l’appuntamento. la porta, e va verso l’appuntamento. 195 E che nessuno sappia il tuo tormento E che nessuno sappia il suo tormento di quelli che ora passano e la guardano di queste che ora passano e la guardano è forse in lei la cosa che più duole. è [più di] forse in lei la cosa che più duole. Ma a dire quel che adesso in cuore prova Ma a dire quel che adesso il cuore prova 175 180 200 205 210 215 non bastano parole. Chiaro il senso, forse più che a descrivere l’immenso oscura n’è la ragione. S’affretta non bastano parole. [corr. ill.] Chiaro il senso verso dove divagata da quanto oscura n’è la ragione. S’affretta intorno la strada offre al suo incanto verso dove divagata da quanto – in lui l’anima aspetta. intorno la [via] strada offre al suo rimpianto Sa solo che il suo primo l’anima aspetta. donarsi è stato vano. Non si chiede f. 15: quel che avverrà domani. Non le sembra Sa solo che il suo primo nemmeno che un domani sia possibile. donarsi è stato vano. Non si chiede Soffre senza comprendere. quel che avverrà domani. Non le sembra Perché, una volta nato, non c’è forza nemmeno che [questo] un domani sia possibile. che impedisca ad un fiore ch’è sul punto E vorrebbe non essere mai nata d’aprirsi lo sbocciare dei suoi petali, perché, una volta nato, non c’è forza se non la mano che al gambo strappi, che impedisca ad un fiore ch’è sul punto o un disgregarsi d’atomo, la morte. d’aprire lo sbocciare dei suoi petali, E tu, andata a infrangerti serena se non la mano che al gambo lo strappi a una volontà d’uomo, senti il mondo o un disgregarsi d’atomi, la morte [corr. ill.]. sfuggire al tuo donarti, sei bellezza E [lei] tu [ha penato brevemente] andata a infrangerti serena 185 190 195 200 maturata alla vita inutilmente. [a infrangerti] a una volontà d’uomo, senti il mondo 220 225 Difficile è per te dirti che tutto sfuggire al tuo donarti, sei bellezza dovrà ricominciare. Ecco di pianto maturata alla vita inutilmente. bruciano gli occhi, e non importa più f. 16: se qualcuno ti vede. È la natura [per la prima volta] che piange nelle piogge a primavera, Difficile è per te dirti che tutto sono i suoi fiocchi vani che si sfanno non termina col giorno in cui [corr.ill.] il donarsi nei venti che si scontrano agli incroci [corr. ill.] del cuore è risultato vano: dei vicoli, venuti dal giardino vedere in questa tua angoscia un domani: in cui s’allunga la città a ponente. dover ricominciare. Ecco di pianto Ma il bosco non ha più richiami il giorno bruciano gli occhi, e non importa più 176 205 210 che ogni fiore è caduto e ormai deserte l’ora che fugge, ogni speranza è spenta. nel suo verde incupiscono le foglie. che qualcuno ti veda. È la natura che piange sulle piogge a primavera, 230 235 240 L’angoscia lenta ha ritrovato un muro sono i suoi fiocchi vani che si sfanno di luce a cui appoggiarsi nella piazza nei venti che si scontrano agli incroci di marmo. V’entra già l’ombra del piede dei vicoli, venuti dal giardino che l’altro e il primo e l’altro distrugge, in cui s’allunga la città a ponente. crea sulle pietre un giro di riflessi Ma l’erba non ha più sapore il giorno su cui la nave di dolore avanza. che ogni fiore è caduto e ormai deserte Vela che incrocia l’alto mare e inseguono [di fiore al sole] canocchiali puntati dalle rive, nel suo verde incupiscono le foglie. in lei la vita si rinnova, e vuole f. 17: fermare il tempo, e la sua volontà L’angoscia lenta ha ritrovato un muro cozza nel tempo, e il tempo si riattiva di luce a cui appoggiarsi nella piazza proprio dentro di lei, nel suo dolore. [che i gi] di marmo. V’entra già l’ombra del piede [dei] 215 220 225 Il getto della vasca si disfà 245 su tre bimbe che passano correndo. che [ ] l’altro [e più di] e il primo e l’altro la distrugge E all’incrocio dei raggi dove l’ombra crea sulle pietre un giro di riflessi si proietta d’un bianco monumento, su cui [la nave] la nave di dolore avanza la rasenta una voce che si sporge Vela [corr. ill.] che incrocia l’alto mare [sguardi di legno] e inseguono violenta dalle curve d’un furgone. cannocchiali puntati dalle rive Disattenta cammina ora più attenta. [e già il tempo] [immobile nel tempo] Ma non s’acqueta ciò che la tormenta. 250 Marg. inf. In lei la vita si rinnova, e vuole Affissi nuovi da un androne annunciano: fermare il tempo e la sua volontà «la vita che sognava». cozza nel [il luogo e il] tempo, e il tempo si [corr. ill] riattiva Un attimo si ferma, erra lo sguardo, s’aggrappa all’arco di due volti fusi proprio [corr. ill.] in lei, nel suo dolore l’uno nell’altro, trova una distesa 255 230 Il getto della vasca si disfà d’erba, il fruscio d’una persiana, quando su tre bimbe che passano correndo. solleva gli occhi cercando f. 18: 177 235 260 265 270 275 E all’incrocio dei raggi dove l’ombra si proietta d’un bianco monumento, È finito, è finito. A questo giorno la rasenta una voce [da] che si sporge non seguirà una sera violenta dalla [una] curva d’un furgone. d’ombre felici. Mai Disattenta cammina ora più attenta altra volta nella vita ma non s’acqueta ciò che la tormenta a un tratto vide fendersi la luce Affissi nuovi entro un portone annunciano così, come ora l’ombra dei palazzi [ l’uomo corr. ill. ] introno alla sua anima s’oscura. Un attimo si ferma, erra lo sguardo, La portano i suoi passi ancora svelti s’aggrappa all’arco [corr. ill.] di due volti fusi per una strada che mai prima d’ora l’uno nell’altro, trova una distesa seppe nell’infinita sua tristezza: [e quando è di pianto] il ritorno! d’erba, il [fragore] brusio d’una persiana, quando Vertiginosamente già lontana solleva gli occhi cercando dal momento di prima, l’ora che fugge, [corr. ill.] ogni speranza è spenta dove l’ombra improvvisa- f. 19: mente lunga traversa l’accecante È finito, è finito. A questo giorno sole sulle rotaie, non seguirà una sera sparisce nel trambusto d’ombre felici. Mai di cofani lucenti, nemmeno ai [giorni] tempo d’infanzia coi [di] giochi 240 245 250 255 ruote, ventate sulle tende, specchi bruscamente interrotti da cui rifratta immagine ritorna… 280 Come la luna, d’ombra sul crinale, a un tratto si scompaginò la luce [il volo d’un giro] riaffiora in tutti i prati della valle: la portano i suoi passi ancora svelti e la scorgi nel bianco che dai vetri per una strada che mai prima d’ora raggia sulla campagna, seppe nell’infinita sua tristezza: nei rami ora smagriti che dal monte il ritorno! tremano di spuntare… Incorniciato da un frego così, come ora [sopra i ] l’ombra dei palazzi Persa, città, nelle tue strade chiare! intorno alla sua anima s’oscura. 178 260 f. 20: III 285 290 295 300 La città dove amare è più difficile Vertiginosamente già lontana dove il sentiero che porta all’amore dal momento di prima si svia continuamente dalla terra. dove l’ombra improvvisa - Aspetta egli e non sa mente lunga traversa l’accecante [il sole] ch’ella più non verrà. sole sulle rotaie, Scenario del suo sogno sparisce nel trambusto [di] le vie della città, di cofani lucenti, il sempre vario e vivo movimento ruote, [sui ] ventate sulle tende, vetri di quanto impercettibilmente avviene. da cui rifratta immagine ritorna. A chi l’occhio s’incanta [lungo i giorni] Come [come] la luna [spinta sul crinale] d’ombra sul crinale che l’anima stregata ne rimanga [riaffiora *rispunta* in tutti i prati della valle marg. sx.] come a medusa o canto di sirene La trovi in [ tende soffusa quasi fuori spunta] l’occhio intento e l’orecchio di chi naviga. raggia [brilla] per la campagna Così aspetta nei rami ora smagriti che dal monte non più illuso, non ancora deluso. tremano di spuntare. 275 Persa, città, [La città, di corr. ill.] nelle tue strade chiare. In mezzo un foglio con l’indicazione III in fronte…Ed ecco già f. 21: s’immagina di trame inesistenti Presenza di inchiostri diversi e di un tratto a matita e inganni chiuso intorno a lui quel mondo che amava e più non ama. La città dove amare è più difficile Lei vede irriderlo, ad altri 280 dove il sentiero che porta all’amore sorridere, concedersi, confondersi [dove l’amore *è stato* fu ed è per sempre] con l’immagine languida si svia continuamente dalla terra. d’un manifesto… 310 270 a guardarlo, può darsi Del desiderio di lei più s’accende 305 265 Dove l’amore è d’un viaggio Se non gliela figura, carne aperta fu ed è per sempre in un lubrico gesto, l’inizio del più corr. ill. viaggio lo scorrere del sangue a un tratto desto. per cui l’uomo 179 285 315 La gente che passa ora com’è estranea! Per cui l’uomo [l’amore] sondano gli abissi Gli uomini con sorrisi Ma tu sola sapesti risalire tutto il passato nemici, anzi di scherno… perdendo poco a poco tutto il passato [presente] E le donne, le donne… che s’inquadra infinito che dal primo Complici avverse, gli occhi tra le ciglia doveva ricongiungerti fatti acuti e lontani… f. 22: 290 Ancora aspetta, ancora aspetta l’anima. 320 325 330 In basso tra i due argini Ancora aspetta l’anima e non sa lenta si snoda l’onda ch’ella più non verrà. liquida argilla bionda Scenario del suo sogno dove il ciel rifiorisce. le vie della città, Unire con la cera il sempre vario e vivo movimento solide penne ai margini… di quanto improvvisamente avviene. – Ma scesero sulle colline Ma chi l’occhio s’incanta cortine di nebbia, sottili a guardarlo può darsi veli di polvere sulla tua vita. che l’anima stregata ne rimanga Non sali già più le mille come [di] a medusa o canto di sirene scale bianche che la fantasia l’occhio intento e l’orecchio di chi naviga. innalza contro la vela del cielo. Allora così egli vedrà per sempre 295 300 305 Certo [corr. ill.] l’immagina fissa d’un giorno 335 – Ricordo altre attese. [d’un giorno] della sua gioventù. Riflesso nei vetri del caffè E il suo tormento non avrà mai fine è un silenzioso brusìo in penombra. f. 23: Il grigio che scende dai portici [E il tuo tormento non avrà mai fine ritmato dagli sportelli d’auto che fuori si chiudono, il tè da ora la cara immagine vedrà 310 più vicina o lontana tiepido sempre più tiepido nella tazzina… una mai prossimo tanto da afferrarla] Non aspettavo la fine di questo giorno Ma scesero sulle colline ma è venuta ugualmente, anzi più presto di sempre cortine di nebbia, sottili Altri tentò le vie del cielo. E molti veli di polvere sulla tua [sua] vita 180 315 340 Non sali già più le mille Così per interminabili sere. Avventori più rumorosi scale bianche che la fantasia discutono, s’agitano poi se ne vanno finché appoggia alla parete azzurra del cielo nell’assopirsi di vetri che dentro rilucono, (In basso tra i due argini prima inavvertito, poi smesso, ripreso, staccato, lenta si snoda l’onda 320 a lungo ha trillato il telefono, a lungo – per me. liquida argilla bionda 345 dove il ciel rifiorisce Fino a che un giorno l’idolo scompare [corr. ill.] senza rumore f. 24: e non esiste più Pare l’angelo a volte che in una ruga un poco più profonda concederglisi, e poi 325 in una riflessione un po’ più amara… 350 egli lo vede preda Ah meglio allora infrangerlo! d’altro spasimo [oltre che indaga] vita, di quella passa Strapparlo dalla propria carne viva [Passa ora *corr. ill.*su questa erta Lenta ora da questa vita che aperta la ferita ne rimanga per sentirne il dolore più profondo altre indugia che sa finché chi indugia come più acuto all’operato làncina 355 a guardarla] S’immagina di trame 330 l’arto che gli fu tolto inesistenti / e agguati chiuso intorno quando il dolore non è più dolore a lui quel mondo / ma ebbrezza, e la febbre si fa sonno. che amava e [ora adesso più] non ama Lei [l’angelo] vede irridergli [corr. ill.], ad altri Così quando la pietra del ragazzo sorridere, concedersi, [lei angelo] confondersi 335 ebbe sfranto la vivida farfalla 360 [fiato] con l’immagine languida fu la Forma della Farfalla a battere d’un manifesto [corr. ill.] l’ali sulle rovine dentro il sole Se non gliela figura, carne aperta di Selinunte. Languiva in un lubrico gesto sulla riva il vento. Partorì 365 il giorno un tenebroso lo scorrere del sangue a un tratto desto [sempre desto] sgomento. Abbacinati nell’immota f. 25: aria erano i monoliti bianco argento La gente che passa ora com’è estranea. del tempio G) Gli uomini con sorrisi 181 340 370 375 (Così nel nero del muro degli amanti [fanno gesti] nemici, anzi di scherno luceva uno smeraldo. e le donne, le donne Una frotta di ragazzi passò. Complici avverse, gli occhi tra le ciglia E non era più che una scia fissi e lontani, già invasa la faccia verde stinta sul muro….. dai primi azzurri dell’ombra…. Ma levando lo sguardo f. 26: in alto ora una verde geometria Fino a che un giorno l’idolo scompare [s’infrange] 345 imprigionava il mondo: senza rumore una pura apparenza e non esiste più [se non come d’un sogno] 350 di spazio tutto chiuso in quella verde che in una ruga un poco più profonda fosforescenza…) in una riflessione un po’ più amara. (Così la strada ruzzando attraversa f. 27: 380 un limpido gattino… [Posata il ciel corr. ill.] Rallenta la gentile Ah meglio allora infrangerlo [e che strapparlo] Guidatrice. Ma un auto nella furia strapparlo dalla propria carne viva, 355 del sorpasso, o non vuole che aperta la ferita ne rimanga o non può non lasciarlo [sempre scorra senza sangue 385 dietro sé come un guizzo sanguinante Vivo fino all’ultimo trasformarne in luce attaccato all’asfalto… profonda la natura Ma guarda in alto! quello che per molto tempo finito 360 Vedi le nubi e le montagne tingersi fatta essenza trasformata di luce] di rosa – non del rosa della riva, per tanto tempo quanto basta a farne 390 ma del breve dibattersi nel rosso luce intorno nei cuori e sulle piante attaccato alla terra, ma per poco! [corr. ill.] acqua corrente che più a sé canti di quella bianca cosa ancora viva…) volto dal nostro colle In eterno presente. Oh finalmente uscire f. 28: dal cerchio delle mura, (Così quando la pietra del ragazzo 395 ritrovarsi in quest’ora Ebbe sfranto la vivida farfalla che il rosa trasfigura fu la forma della farfalla a battere 182 365 nella patria dei boschi dove immobile l’ali sulle rovine [tra i vigneti] dentro il sole l’alba degli anni dura! di Selinunte. Languiva / sulla riva 370 il vento. Partorì il giorno un tenebroso sgomento / Là nel fresco dei pini Abbacinati nell’immota 400 405 410 l’aquilone della luna si solleva sempre più teso al vento delle notti… aria erano i monoliti bianco argento [era il caos geometria] del tempio G. Quando la pioggia offre quella verde fosforescente allo stanco passeggero f. 29: un bacio, egli già sente Così nel [lontano] nero del muro degli amanti languire la certezza del ritorno. [ – Il brucio – ] – Ma tu campagna che sei, se non il dolce [Lungo la strada degli amanti nel *con*] e vivente cadavere luceva uno smeraldo degli anni persi? In te Una frotta di ragazzi passò [e] ogni albero che cresce e mi sospinge E [e dopo] non era più che una scia in un’età che sempre [corr. ill.] verde stinta sul muro meno potrà dirsi giovinezza… [che] Catena d’anni che la luce non spezza! Ma levando lo sguardo in alto ora una verde geometria 415 – Ma riagita tra i rami il suo bubbolo di vento, [che racchiudeva] imprigionava il mondo: e libera la luna prigioniera dai suoi monti… una pura apparenza Strappa il velo di nebbie troppo dolci alla campagna di spazio tutto chiuso in 375 380 385 f. 30: perché viva stelo a stelo e sia la pianta che d’amore trabocca. da una porta uscire dal cerchio delle mura [per tempio Meglio uscire da queste mura] Essa è verde e sentieri in lei s’aggirano Ritrovarsi in quest’ora dove puoi ancora perderti che il giorno trasfigura quando l’odore dei tigli dilaga nella patria dei boschi [corr. ill.] dove immobile negli orti a fianco del torrente. [il girotondo degli anni] Lento nel verde agguato l’alba degli anni dura! delle felci t’addentri, e dal fruscìo Là nel fresco dei pini d’anni – come di secoli – rinato l’aquilone della luna si solleva 420 183 390 395 425 udrai un canto, sgorgato sempre più teso al vento delle notti dove la natura è più vivente. E quando la pioggia [il vento] si offre allo stanco passeggero ………………………………. come un bacio, già sente – Risoffoca in te, voce, questo canto languire la certezza del ritorno. 400 che nessuno lo senta. f. 31: 430 Per vivere ho dimenticato. Vive ogni attimo che [degli anni che passa solo chi di tutto si dimentica. in un’età che sempre si potrà dire giovane] E ovunque, anima, tu vada Ma tu campagna che sei, se non il dolce il cuore è prigioniero!... e vivente cadavere A tarda sera [che l’ombra che ogni ruga e linfa 435 luce rosa rivela 405 E il dono della luce e non ti spezza lindore alto di mura, [che offre allo stanco passeggero pareti arate abbagliano già sente in ogni fibra] finestre di celeste, Ma riagita tra i rami il suo bubbolo di vento profili cupi, arcuati e libera la luna prigioniera dei suoi monti, 440 portici… strappa il velo di nebbie troppo dolci alla campagna In alto, sola 445 410 una stella s’intenerisce, Venere! perché viva stelo a stelo e sia la pianta Cielo alto che un verde che d’amore trabocca. d’acque torbide sfa Essa è verde e sentieri in lei s’aggirano azzurro che le luci al neon falsano già dove puoi ancora perderti …………………………………….. quando l’odore dei tigli dilaga 415 negli orti a fianco del torrente. 450 Si spenge al crocevia f. 32: il tramonto, s’accende una vetrina. [Degli ultimi lasciata Il vento porta via e che ti sospinge il fumo, il fuoco d’una sigaretta… in età che sempre meno Come prima, potrà dirsi giovinezza] stretta in membra che tremano, in tormento [Ma lui il vigore della luce spezza] di cosa che il momento E nell’aperta notte della mente 184 420 turbi, che intenso, sta per accadere dove scendono i suoni come lago – in lui, l’anima aspetta. increspato di raffiche 425 udrai un canto sgorgato 455 460 465 A intervalli che paiono dove la natura è più vivente. secoli versa l’autobus più lento [Che dove il suo fardello umano al silenzioso Se il cuore è puro in queste crepuscolo. Già un fuoco acetilene Sempre vogliamo ] è sospeso alla brezza f. 33: sul mucchio degli aranci. Ma dove animo ti perdi Ed ecco un po’ di gente s’è fermata, Il cuore è prigioniero corre intorno a qualcosa ch’è caduto e non potrai fuggire là davanti alla porta che respira fuori dai pensieri sbiadito odore d’incenso. Finalmente tua città Accanto si domanda Tra i due argini spande e si sa che è una povera Guardo aspetto donna che così chiude Il vagabondo che gira la sua giornata. scalzo per le strade di città che per lui 470 Lasciamo il vagabondo fermo all’angolo l’ultimo tetto che ha perduto il suo tempo germoglia lo sguardo che ad aspettare chi non è venuto sguardo un’anima ti duole mentre dice per lei questo saluto: collina erta al sole come questo che 475 «C’è una donna che è bella, tanto bella dilegua la luce finché tra che tutto intorno a lei già si cancella. E il [corr. ill.] terra Non ha più forze, carne più non ha, f. 34: torna a sera al suo sonno, e la città Luce rosa rivela la trascina con sé senza vederla lindore alto di mura, la sua più rara e luminosa perla.» pareti arate abbagliano «O se, come per lei che s’è trovata finestre di celeste 185 430 435 440 445 450 480 senza accorgersi al fine della vita, profili cupi, arcuate fosse nel fosco dubbio che dirada porte, voli, contigue certezza a poco a poco più chiarita ombre, sorrisi, grida anche per me la strada: un bianco vortice più fonde [luci spente nel verde] in cui cadere, esser portati via…» [caduche dell’acque] In alto, sola 455 una stella s’intenerisce, Venere! 485 Cielo alto [torpido si sfa «Gloria per lei l’alone che diffondono corr. ill.] le insegne luminose, inno lo stridere 490 di ruote che si bloccano…Dai tetti d’acque torpide sfa tra gettiti di stelle nella notte azzurro [cielo alto] che le luci suprema di cui tutti si dimenticano al neon falsano già. una regina già sembra sorridere» [In linea tra due argini 460 lenta si snoda l’onda liquida argilla l’aria dove il ciel rifiorisce alle [corr. ill.] 465 marg. dx. Ma scesero corr. ill.] f. 35: [il brucio dei riflessi disfà] Il grigio che scende dai portici ritmato dagli sportelli d’auto che fuori si richiudono tiepido sempre più tiepido sulla terra 470 Non aspettavo la sera di questo giorno ma è venuta ugualmente non più svelta di sempre [prima] Così per interminabili sere aumentano più rumorosi E intorno, s’agitano più suoni vicini nel canto delle luci di fuori da dentro finché [corr. ill.] prima inavvertito, poi sonoro ripreso a lungo – a lungo – ha trillato stonato il telefono 186 475 f. 36: [corr. ill. 480 ] Il grigio che scende dai por… ritrovato dagli sportelli s’[corr. ill.] dei fiori ………………….. tiepido sempre più tiepido nella ……. 485 Non aspettavo la sera di questo giorno ma è venuta ugualmente non più svelta di sempre Così per interminabili sere tornato più rumoroso E intorno s’agitano più suoni vicini 490 nel canto delle luci di fuori da dentro perché [corr. ill.] prima inavvertito [corr. ill.] poi sereno spera a lungo la ta…[corr. ill.] a lungo f. 37: [Ora] Quasi è notte. E che spunti dolore colei quando che [vede male] s’aspetta che non 495 può più amare non un’altra non cercata né amata, che [pure] volle essere [mai non seppe] amata non un’altra, di quelle che s’incontrano perché negli anni si continua a vivere [sempre più grigio sempre più in concreto] 500 – che s’asp ma lei, lei vive forse non più viva – lei che era prima ancora che la vita [in]cominciasse [iniziasse] forse non vista che [corr. ill.] un’ombra [corr. ill.] allora pergola [corr. ill.] densa 187 505 di foglie [proietta] sopra volta sempre di sopra il volto [sulla fronte] le [proietta] disegna un’ombra folta e lì nella pergola d’uomini dove appare adesso regna 510 f. 38: E col suo passo maldestro ecco viene il vecchio maestro nell’[ombra] aria già di vertigine un sorriso gli tira le rughe… – Ma perché di vederlo ha rimorso 515 non era come credevi non era il tuo allievo migliore che perdeva ore e ore e tanto il tempo che s’è perso s’è perso. Eri? Non sei 520 Dunque non sei più? E questa solo una larva? S’apre come una guerra – ed è un giuoco tragico senza senso – [nella sera] la luce che nel tramonto s’attenua. 525 f. 39: A intervalli che paiono secoli versa l’autobus più lento il suo fardello umano al silenzioso crepuscolo. Già un fuoco acetilene appende il fruttivendolo sull’oro degli aranci. Ed ecco un po’ di gente s’è fermata corre intorno a qualcosa ch’è caduto 188 530 davanti al marciapiede della strada. Niente. Una vecchia urtata dalla ruota 535 d’un veicolo [barroccino]. Accanto si domanda e si sa che è una povera donna che così chiude [ha chiuso] la sua giornata. f. 40: Non resta il vagabondo ritto all’angolo 540 che ha [consumato] perso tutto il tempo ad aspettare chi non è [più] venuto che cantava per lei questo saluto. f. 41: C’è una donna che è bella, tanto bella che tutta intorno a lei già si cancella. 545 Non ha più forze, [carni, forze] carne più non ha torna a sera al suo [corr. ill.] e la città la trascina con sé senza vederla la sua più rara e luminosa perla. O se come per [quella che è accanto] lei che s’è trovata 550 Senza accorgersi al fine della vita forse nel fosco dubbio che dirada certezza a poco a poco più [corr. ill.] anche per me la strada: un bianco vortice in cui cadere, esser portati via. f. 42: 189 - esiste nella vita un dramma si può non capire e vivere - che si può sbagliare, poi lentamente capire - che si può intuire in un luogo [corr. ill.] - che si può volere agire senza riuscirci 555 Devi essere più vero della verità che fila 560 (si ripete l’incanto [il cauto professore]) - [Il professore (morto) - Il peccatore “incallito” - Il viveur straniero - Il “corniciaio” - La mendica - Gli studenti - La “nobile”] - La mondana - Il “sosia” il sestero d’altri tempi 565 570 (non la riconosco: no, non è lei) - Il bar d’angolo - Gli amici (per fortuna non sono passati) f. 43: lo scopo in un tendere 575 che si perde che ricomincia il suo oggetto [si protende il professore non è venuto alla finestra] [l’immaginazione – gelosa – figura lei nelle più losche compagnie] f. 44: CITTÀ Una città diversa dalla terra 190 580 e dal cielo, un’aerea città confitta nella polvere del mondo Si spenge al crocevia 585 il tramonto f. 45: Spia lo spigolo forte [guarda l’angolo duro] della pietra che un profilo di ponte taglia. La scena a poco a poco arretra, 590 nel tempo che lo spazio non può non esser quello quello di sempre! Tale che così non è bello il paradiso e guarda [e in lui sps.] l’anima se un’altra volta dalla pietra appaia 191 595 f. 1: I Una città diversa dalla terra e dal cielo, un’aerea città confitta nella polvere del mondo. Si spenge al crocevia il tramonto, s’accende una vetrina. Il vento porta via il fumo, il fuoco d’una sigaretta come prima stretta [o] membra che tremano, [a penna] in tormento di cosa che il momento turbi che, intenso, sta per accadere – in lui, l’anima aspetta. Spia lo spigolo forte della pietra che un profilo di ponte taglia. (a penna La scena a poco a poco arretra – nel tempo, che lo spazio non può non esser quello, che lo spazio non può non esser quello quello di sempre! Tale che così non è bello il paradiso …) f.2: Teso [teso] in volto, nell’occhio spento il sorriso, egli guarda, ed in lui l’anima guarda se un’altra volta a penna sbuchi dalla pietra corr. ill. lei che era prima ancora che la vita incominciasse, ancora viva, come marg. dx. a penna a ritroso nei vetri che viaggiano nello spazio di specchi che s’ in corr. ill. figura fuggitiva. Apparirà allo svolto della strada dove un arco di ponte si disegna contro l’angolo forte della pietra? (Arretra, ancora arretra 192 la scena…) le parentesi sono aggiunte a penna È giorno, intensamente giorno. Qualcosa erra nell’aria Come l’avvicinarsi d’una rosa al volto. Pulsa il ferro d’un motore, una voce se chiama da un’altana un’altra le risponde, il giornalaio parla forte col muro che ha di fronte [,] e si perde nell’aria ogni rumore nel cielo oscillano le statue, il cuore batte in [sps. su corr. illeggibile] ascolto. Guarda… E chi spunta, e avanza, è già vicino, dallo spigolo forte della pietra, e lo ha veduto? Ah non si sfugge facilmente in questa città all’occhio degli altri. E chi s’affaccia anche un momento sulla strada, campo d’ogni insidia, ogni incontro, ogni fortuna – f.3: sfortuna, è visto proprio da qualcuno cui voleva sfuggire … È passato, lo ha visto, ora prosegue più allegro, poi si volge, mentre un raggio di finestra lo frusta sulla faccia dove s’è accesa la curiosità. Risfarfalla la strada di balconi e d’erbe, corr. ill. là s’immagina di scaglie gonfio il fiume nell’ombra contro il vento. verso sotto corr. illeggibile fatua marg. dx. a penna figura di signore straniero, stagionato viveur, volto atteggiato in un sorriso di trionfo invecchiato nelle rughe. Ma bando alla tristezza! La tua condanna, vecchio viveur è in questi due quasi ragazzi che da vicoli in ombra s’avvicinano nel sole della piazza e senza dirsi niente, con solo un più profondo velo 193 negli occhi, incominciano a camminarsi accanto come riuniti fossero da sempre! Per l’anima è qualcosa di diverso dall’amore-abitudine, e dall’amore-volo di due sguardi confusi [uniti corr. a penna] dietro il volo d’una rondine. L’anima non confessa il suo timore di non esser più f.4: la stessa. E prima e dopo, nel tempo che finì prima del tempo e dopo il tempo ricomincerà, aspetta, che dall’angolo della pietra protesa verso i globi, delle nubi [,] discenda il lampo che il suo tormento le rubi. O che un tormento aggiunga al suo tormento che sia più alto riposo, pel cuore che ha da estinguersi in un fiotto solo, da consumarsi ad una sola raffica di vento! E la strada è infinita da percorrere perché al tempo che avanza senza ostacoli – primo nostro nemico che oramai ci scava irreparabilmente! – col desiderio suo sempre deluso e sempre nuovo, [, a penna] per ore troppo brevi fatte di attimi troppo lunghi a passare, [, a penna] sappia al fine la vita al proprio scopo legarsi veramente, continuare! Ore veloci fatte di minuti troppo lente a trascorrere! Il tempo s’è incantato sul quadrante nell’ombra del [,] palazzo ch’è girata di tanto [,] e lieve infila una facciata d’una di queste vie che si diramano verso il centro. 194 S’ode il trapano lento penetrare l’intima terra. Il vigile all’incrocio f. 5: sollecita altra gente… E tu rimani in attesa di che? Scenario del tuo sogno le vie della città pareti che deviano sulla traccia di luce che segnata fu da un viso. – Io sempre vi amerò, con ciò che in voi è invecchiato ed è nuovo, o riporta il suo sorso di veleno a mescolarsi al respiro degli altri. Cielo e inferno tu sei. Città sps. col rinnovarsi di giorni che fa sacra ogni finestra dove un volto della tua vita appare.+ Anche il volto incallito sullo stipite di porta col suo cinico sorridere mi sento in te d’amare. Anche di te solo si può vivere [a penna su corr. illeggibile] come a penna il vagabondo che gira scalzo sull’asfalto – e mentre va per lui l’ultimo tetto delle case germoglia, e il sussulto d’un motore e l’odore qui in città già diffuso di giacinto da colline erte al sole, come vento che fruscia su ferite dilagano su lui finché trabocca. Il rimorso della vita non lo tocca! f.6: Incorniciato in un fregio – [ ( ] corr. a penna Amico di che temi? Non muore gioventù. Ricordi quanto tempo È che ci chiaman giovani? Ieri, avant’ieri giovani 195 – domani non si sa – forse saremo giovani tutta l’eternità [ ) ] – E anche tu dovevi passare cara ombra familiare! Ombra, perché appartieni alla più vasta famiglia di quelli che sono scomparsi e amici non hai che tra loro. Ombra. Che se ti sfiora col tuo sguardo miope non vedi me che un poco avanti procedo … Dovrei toccarti sul braccio ombra, cara parente, sangue della mia gente, che della vita mia non sai niente, dovrei chiamarti e non lo faccio! Alla voltata, forra di montagna cittadina, perpetuo alita un vento, solleva le leggere vesti, bacia ogni donna, ed i giovani lo sanno che volentieri sostano f.7: sul marciapiede dirimpetto. Là ad ogni primavera si assiste all’affacciarsi della nuova ressa di a penna sps. fiori in chi sa quale oscura [quali oscure] serra a penna sps. nati. Là vengono ad infrangersi primi sogni a contatto di realtà. È il tempo che dai pini verso cassato del viale una mattina marg. dx. a penna scendon – da dove? – i bruchi in giallo brune [gialle brune] teorie. Nel cuore corre allora un [brivido,] tremito, quando sente che passa impreveduta la processione della primavera. – Se è vero che il cuore ha sempre la stessa età 196 ecco perché in me vecchio batte un cuore ancor giovane. Ecco perché se il gelo scava rughe più fonde più tepida nel petto ansia si riconfonde [.] [ ( ] … e perché, quando il mondo intorno rinverdisce, sento a un tratto nel petto un cuore un po’ più vecchio. [ ) ] In lei tutto sembrava – tutto era – la promessa più alta. Ma tu non chiamar sogno ciò che al mondo vuoi che s’avveri: in questo oltrepassare la vita per un attimo f.8: inizia il giuoco irreparabilmente dolce e deluso che ti perderà. f.9: II In questo istante lei scompare [corr. illeggibile], spinge la porta e va verso l’appartamento. E che nessuno sappia il suo tormento di quelli che ora passano e la guardano è forse in lei la cosa che più duole. Ma a dire quel che adesso in cuore prova [forse più che descrivere l’immenso corr. a penna] Non bastano parole. Chiaro il senso, oscura n’è la ragione. S’affretta verso dove divagata da quanto intorno la strada offre al suo [corr. ill.] incanto a penna in lui, a penna l’anima aspetta. Sa solo che il suo primo donarsi è stato vano. Non si chiede quel che avverrà domani. Non le sembra 197 nemmeno che un domani sia possibile. [verso sotto corr. ill.] Soffre senza comprendere Perché, una volta nato, non c’è forza che impedisca ad un fiore ch’è sul punto [corr. ill.] d’aprirsi lo sbocciare a penna dei suoi petali, se non la mano che [corr. al…..] al gambo a penna lo strappi, o un disgregarsi d’atomi, la morte. E tu, andata ad infrangerti serena a una volontà d’uomo, senti il mondo sfuggire al tuo donarti, sei bellezza maturata alla vita inutilmente. Difficile è per te dirti che tutto [corr. ill.] f.10: [due versi sotto cass. ill.] dovrà [dover] ricominciare. Ecco di pianto bruciano gli occhi, e non importa più [che] se qualcuno ti vede. È la natura che piange nelle piogge a primavera, sono i suoi fiocchi vani che si sfanno nei venti che si scontrano agli incroci dei vicoli, venuti dal giardino in cui s’allunga la città a ponente. Ma [corr. ill.] il bosco non ha più [corr. ill.] richiami il giorno che ogni fiore è caduto e ormai deserte nel suo verde incupiscono le foglie. L’angoscia lenta ha ritrovato un muro di luce a cui appoggiarsi nella piazza di marmo. V’entra già l’ombra del piede, che l’altro [-] e il primo [corr. ill.] e l’altro [-] la distrugge, crea sulle pietre un giro di riflessi su cui la nave di dolore avanza. Vela che incrocia l’alto mare e inseguono Canocchiali puntati dalle rive, in lei la vita si rinnova, e vuole fermare il tempo, e la sua volontà cozza nel tempo, e il tempo si riattiva proprio dentro di lei, nel suo dolore. 198 Il getto della vasca si disfà su tre bimbe che passano correndo. E all’incrocio dei raggi dove l’ombra si proietta d’un bianco monumento, la rasenta una voce che si sporge f.11: violenta dalla curva d’un furgone. Disattenta ora cammina più attenta. Ma non s’acqueta ciò che la tormenta. Affissi nuovi da [corr. ill.] un androne annunciano: [corr. ill. ] «la vita che sognava». Un attimo si ferma, erra lo sguardo s’aggrappa all’arco di due volti fusi l’uno nell’altro, trova una distesa d’erba, il fruscio d’una persiana, quando solleva gli occhi cercando l’ora che fugge, ogni speranza è spenta. È finito, è finito. A questo giorno non seguirà una sera d’ombre felici. Mai [due versi sotto cass. ill. e corr. a matita] altra volta nella vita. a un tratto a penna sps. vide fendersi [corr. ill.] la luce così, come ora l’ombra dei palazzi intorno alla sua anima s’oscura. La portano i suoi passi ancora svelti per una strada che mai prima d’ora seppe nell’infinita sua tristezza: il ritorno! Vertiginosamente già lontana dal momento di prima, dove l’ombra improvvisamente lunga traversa l’accecante sole sulle rotaie, sparisce nel trambusto di cofani lucenti, 199 f.12: ruote, ventata sulle tende, [corr. ill.] specchi da cui rifratta immagine ritorna … Come la luna, d’ombra sul crinale, riaffiora in tutti i prati della valle: e la [trovi] scorgi nel bianco che dai vetri raggia sulla campagna, nei rami ora smagriti che dal monte tremano di spuntare … Persa, città, nelle tue strade chiare! f.13: La città dove amare è più difficile dove il sentiero che porta all’amore si svia continuamente dalla terra. In un riquadro a pastelllo – Ma scesero sulle colline cortine di nebbia, sottili veli di polvere sulla tua vita. Non sali già più le mille scale [bianche] che la fantasia leva [appoggia alla parete (sulla parete a penna) azzurra del] cielo [Ancora] aspetta [Aspetta] egli [l’anima] e non sa ch’ella più non verrà. Scenario del suo sogno le vie della città, il sempre vario e vivo movimento di quanto impercettibilmente avviene. A chi l’occhio s’incanta a guardarlo, può darsi che l’anima stregata ne rimanga come a medusa o canto di sirena l’occhio intento e l’orecchio di chi naviga. [quattro versi sotto corr. ill.] a penna Così aspetta, non più illuso, non ancora deluso. Del desiderio di lei più s’accende in fronte. E nel suo sogno pare a volte concederglisi, poi 200 f.14: egli la vede preda d’altri sparire … S’immagina di trame inesistenti a inganni [corr. ill.] chiuso intorno a lui quel mondo che amava e più non ama. Lei vede irriderlo, ed altri sorridere, concedersi, confondersi con l’immagine languida d’un manifesto … Se non [corr. ill.] gliela figura, carne aperta In un lubrico gesto, lo scorrere del sangue a un tratto desto. La gente che passa ora com’è estranea! Gli uomini con sorrisi nemici, anzi di scherno … E le donne, le donne … Complici avverse, gli occhi tra le ciglia fatti acuti e lontani, di già invasa la faccia dai primi azzurri notturni … In basso tra i due argini lenta si snoda l’onda liquida argilla bionda dove il ciel rifiorisce … Segno a matita rossa corr. – Ricordo altre attese. Riflesso nei vetri il caffè è un silenzioso brusio in penombra. Il grigio che scende dai portici ritmato dagli sportelli d’auto che fuori si chiudono, il tè tiepido sempre più tiepido [corr. ill.] a penna Non aspettavo f. 15: [corr. ill.] la [sera] fine di questo giorno a penna ma è venuta ugualmente [verso sotto corr. ill.] Così per interminabili sere. Avventori più rumorosi discutono, s’agitano, poi se ne vanno, [corr. ill.] finché nell’ assopir [corr. ill.] si luci [corr. ill.] che dentro rilucono, 201 prima inavvertito, poi smesso, ripreso, staccato, ha lungo ha trillato il telefono, a lungo – per me. Fino a che un giorno l’idolo scompare senza rumore o non esiste più che in una ruga un poco più profonda in una riflessione un po’ più amara … Ah meglio allora infrangerlo! Strapparlo dalla propria carne viva [6 versi sotto corr. ill.] A penna che aperta la ferita ne rimanga per sentirne il dolore più profondo [4 versi sotto corr. ill.] come, più acuto all’operato lancina l’arto che gli fu tolto quando il dolore non è più dolore ma ebbrezza, e la febbre si fa sonno. [corr. ill.] (Così quando la pietra del ragazzo ebbe infranto la vivida farfalla fu la forma della farfalla a battere l’ali sulle rovine dentro il sole di Selinunte. Languiva sulla riva il vento. Partorì il giorno un tenebroso sgomento. Abbacinati nell’immota aria erano i monoliti bianco argento del tempio G.) f.16: (Così nel nero del muro degli amanti luceva uno smeraldo. Una frotta di ragazzi passò. E non era più che una scia verde striata sul muro. Ma levando lo sguardo in alto ora una verde geometria imprigionava il mondo: una pura apparenza 202 di spazio tutto chiuso in quella verde fosforescenza …) Oh finalmente uscire dal cerchio delle mura, ritrovarsi in quest’ora che il rosa trasfigura nella patria dei boschi dove immobile l’alba degli anni dura! Segno di stacco con l’indicazione a penna Spazio doppio Là nel fresco dei pini l’aquilone della luna si solleva sempre più teso al vento delle notti … Quando la pioggia si offre allo stanco passeggero come un bacio, già sente languire la certezza del ritorno. – Ma tu campagna che sei, se non il dolce e vivente cadavere degli anni persi? In te ogni albero che cresce mi sospinge in un’età che sempre meno potrà dirsi giovinezza … Catena d’anni che alla luce non si spezza! f. 17: Segnalazione a penna spazio. Ma riagita tra i rami il suo bubbolo di vento e libera la luna prigioniera dei suoi monti, strappa il velo di nebbie troppo dolci alla campagna perché viva stelo a stelo e sia la pianta che d’amore trabocca. Essa è verde e sentieri in lei s’aggirano dove puoi ancora perderti quando l’odore dei tigli dilaga negli orti a fianco del torrente [3 versi sotto cass. ill.] A penna Lento nel verde agguato [corr. ill.] 203 delle felci t’addentri e dal fruscio d’anni come di secoli rinato udrai un canto sgorgato dove la natura è più vivente: “Piegarsi non senti l’anima Piegarsi e vibrare al vento? Io odo nel grigio dell’inverno gli squilli dei chicchi che s’aprono. Io migro insieme allo stormo che vola diritto sull’ali verso il caldo del mezzogiorno. Spinta dai venti australi Solca il mare una paranza. Muove il mio essere alla danza il labile scocco dei flutti. “Le ondate contro gli scogli battono le mani in coro. Non vedi vanire il mio viso Nella nebbia se m’allontano? Cingimi: stranamente sento sprizzarmi via dal cuore f. 18: e correre il sangue in me. [10 versi sotto corr. ill.] “Passano gridi selvatici lungo il crepuscolo immenso. Che illumina un raggio di sole dall’estremo dell’orizzonte? Ecco m’abbandono leggera alla spinta del vento impetuoso” Risoffoca in te, voce, questo canto, che nessuno lo senta. [6 versi sotto cass. ill.] A penna marg. dx. Per vivere ho dimenticato. Vive solo chi tutto si dimentica. 204 E ovunque [ovunque], anima, [corr. ill.] tu vada il cuore è prigioniero! [3 versi sotto corr. ill.] A penna A tarda sera f.19: [4 versi sotto corr. ill.] Luce [luce] rosa rivela lindore alto di mura, pareti arate abbagliano finestre di celeste, profili cupi, arcuati portici … In alto, sola una stella s’intenerisce, Venere! Cielo alto che un verde d’acque torbide sfa azzurro che luci al neon falsano già. …………………………………….. Si spenge al crocevia il tramonto, s’accende una vetrina. Il vento porta via il fumo, il fuoco d’una sigaretta … Come prima, stretto in [corr. ill.] membra che tremano, in tormento [corr. ill.] di cosa che il momento turbi che intenso sta per accadere [corr. ill.] in lui l’anima aspetta a penna A intervalli che paiono secoli versa l’autobus più lento il suo fardello umano al silenzioso f.20: crepuscolo. Già un fuoco acetilene è sospeso a penna [corr. ill.] alla brezza 205 sul mucchio degli aranci. Ed ecco un po’ di gente s’è fermata, corre intorno a qualcosa ch’è caduto là davanti alla porta che respira sbiadito odore d’incenso Accanto si domanda e si sa che è una povera donna che così chiude la sua giornata. Lasciamo il a penna [corr. ill.] vagabondo all’angolo che ha perduto il suo tempo ad aspettare chi non è venuto mentre dice per lei questo saluto: “C’è una donna che è bella, tanto bella che tutto intorno a lei già si cancella. Non ha più forze, carne più non ha, torna a sera al suo sonno, e la città la trascina con sé senza vederla la sua più rara e luminosa perla. “O se, come per lei che s’è trovata senza accorgersi al fine della vita, forse nel fosco dubbio che dirada certezza a poco a poco più chiarita anche per me la strada: un bianco vortice in cui cadere, esser portati via … “Gloria per lei l’alone che diffondono le insegne luminose, inno lo stridere di ruote che si bloccano … Dai tetti f.21: tra gettiti di stelle nella notte suprema di cui tutti si dimenticano una regina già sembra sorridere”. f. 22: NOTA 206 Giorno di nozze è l’adempimento di una lontana promessa, inserita in una poesia dei Giorni sensibili, mi pare del ’38. Scritto otto anni dopo, più precisamente la vigilia di Natale del ‘46, questo componimento si concretò in una serie di suggestioni e ricordi. C’era stata una volta l’idea di scrivere un librettino per musica, che si riaccostasse alla forma aulica dell’intermezzo cinquecentesco. Mi s’era impresso poi nell’orecchio, e vi durava profondamente, il primo atto dell’Orfeo di Monteverdi, nell’incisione datane dal Magazzino Musicale Milanese, in cui la voce di Ginevra Vivante era arrivata a identificarsi per me con la musica. [E mi] mi proponeva l’esempio dei versi della Dafne del Rinuccini, più scarni e più scenici di quelli del Tasso, e tuttavia pieni del favoloso mitologico e teatrale che in anni ormai lontani – poi sempre più debolmente – mi scaldava la fantasia. Come che a penna [come] l’eco ………. di ritmi classici [,] e il riflesso di orpelli seicenteschi [,] si siano [sia] potuto [potuti] [costruire] fondere in un componimento tra lirico e declamato, scritto in occasione di un matrimonio borghese dei nostri giorni, è anacronismo [a penna] forse lievemente giustificato dal fatto che l’adolescente a cui promisi l’epitalamio, la sposa per cui lo scrissi, non seppe [seppero] e forse non saprà [sapranno] mai dell’omaggio. Nel bosco è nato all’improvviso, a due giorni dalla visione del film di Akira Kurosawa “Rasciomon”, proiettato all’arena del lido di Venezia, nel corso del XIII Festival cinematografico il 23 agosto del 1951. La stesura iniziale fu lavoro di due giorni: il 25, al Lido, e il 27 agosto a Borgosesia. Da allora ho rilavorato molto al racconto, soprattutto dopo aver conosciuto, nella traduzione del prof. Salvatore Mergè, la novella originale a penna rossa dopo le due novelle “Rasciomon” e “j………” di Rynosuke Akutagawa, dalla quale il film era stato tratto. Se avessi conosciuto prima questa [novella] narrazione forse non avrei scritto il racconto in versi. Ma una volta scrittolo non potevo più rinunciarvi, e ho cercato allora di migliorarlo al possibile. Il m io lavoro è f. 23: stato di [cercare] tentare di farlo risalire, dalla prima stesura, che apparve nella “Fiera letteraria” che apparve il 2 marzo 1952, verso la stupenda essenzialità di ……………….. [ ]. Ma il racconto era nato sulla traccia del film né poteva granché mutare. Mi avevano mosso inizialmente a scriverlo a penna due ragioni. L’impressione che il film mi [ produsse [ ] ] con la realtà umana del fatto rappresentato. È l’intenzione di doppiare il significato di trasfigurazione puramente lirica di una poesia con qualcosa di [ ] esterno come una trama di racconto. Senza che io nutrissi [nutrire] particolari preferenze per un genere, come quello del racconto lirico, che non ha avuto in Italia mai veramente fortuna. Mentre scrivevo Nel bosco non potevo non accorgermi che, nel verso enedecasillabo, quel ritmo che nel film di Kurosawa è [ ] ad ora ad ora statico, lento, poi all’improvviso rapido in movimenti irresistibili, si andava inevitabilmente uniformando. Nasceva in me allora l’idea di un altro tentativo da fare. Vagheggiavo una particolare disposizione poetica che, come la camera cinematografica, permettesse di filmare una situazione, di darne, per così dire, il movimento elementare, realistico-contemporaneo, senza alterazioni successive. Così è nata Città, - tra il novembre del ?52 e l’ottobre del ’53 – [a penna sts.] la 207 quale, tagliata fuori da un’azione vera e propria, ruota attorno a una situazione reale, di tempo, di luogo e di sentimento. 208 CAPITOLO IV UN POETA RILEGGE SE STESSO: L’AUTOCOMMENTO A “UN’ATTESA” (1962) 209 1. Tra le numerose carte superstiti in casa Parronchi, all’interno di una cartelletta verde stinta, ho rinvenuto un blocco di fogli dattiloscritti ordinati meticolosamente e tenuti insieme da una graffetta ormai arrugginita. L’indicazione UN’ATTESA, inserita a penna sulla cartella, riconduceva al cantiere dei versi giovanili, a quel titolo adottato prima per raccogliere gli esiti della seconda metà degli anni Quaranta e poi ripreso, oltre un decennio dopo, per sistemare in toto la prima stagione, per proporre in una veste unitaria l’insieme dei testi antecedenti agli sviluppi di Coraggio di vivere. Questo commento inedito, raccolto integralmente nel faldone, è relativo al corpus dell’Attesa del 1962, al «libriccino delle poesie giovanili», come lo stesso Parronchi lo definisce in conclusione, e risale presumibilmente agli anni Settanta. Non esiste, infatti, alcuna traccia neppure nei carteggi del poeta, ma un riferimento nel testo fornisce un inequivocabile termine post quem: Parronchi, mentre chiosa sui versi legati alla memoria della guerra nella sezione Addii, parla di «un angolo di bosco», dove ha vissuto il «passaggio del fronte» e precisa che «bruciò, con 800 ettari di terreno, il 18 agosto 1971». Tale indicazione asseconda l’idea di una notevole «disparità dei tempi in cui versi e commento sono stati scritti», avvertita dal poeta come un limite per i lettori più esigenti, ai quali riserva la trascrizione delle prose proemiali alle raccolte dei primi anni Quaranta, pur considerandole ormai «datatissime». Indubbiamente questo testo è anteriore alla pubblicazione di Sbc 2, il libro omonimo allo stravagante volume dei poemetti, in cui la “stagione giovanile” era ripresa secondo un’accezione diversa, e discende dalla medesima ratio che indusse Parronchi a ritornare sulle raccolte della prima fase per proporle in un’ottica rinnovata. Se Att 2 rispondeva all’esigenza di canonizzare quel percorso, condensandolo in un canzoniere unico scandito in sezioni, il commento nasce per spiegare i testi, per risolvere i passi dubbi e illustrare il contesto e l’origine delle liriche. Forse Parronchi temeva che quel libro, pubblicato in tiratura limitata presso un editore periferico, restasse in ombra e intendeva proporre a Garzanti, con il quale aveva avviato dall’inizio degli anni Sessanta un proficuo rapporto di collaborazione, un volume in cui riunire le poesie all’esegesi o semplicemente voleva inquadrare quel capitolo della sua vita, così distante dalla tendenze letterarie dell’epoca, svelando il sostrato culturale che lo aveva alimentato. Questo progetto trasforma il poeta in curatore della propria opera, ma lo colloca in una posizione distante da quell’apologia di se stesso tenacemente perseguita da un Saba in Storia e cronistoria del canzoniere, anche perché Parronchi si 210 mostra poco incline all’autobiografismo e più attento ai fatti linguistici, alle tessere lessicali che, senza le dovute precisazioni, rischierebbero di essere fraintese. Eppure confessa, in un fugace cappello introduttivo, che a spingerlo a scrivere quel commento, una scelta che «non si dovrebbe mai fare», fu il tentativo di «misurare la distanza» che lo separava dal «suo io d’una volta» e ammette di avere iniziato cercando di «spiegarlo a se stesso». Il commento è anzitutto uno strumento catartico, un mezzo per scavare dentro le proprie insicurezze alla ricerca di un passato sepolto, perché letteratura e vita sono in fondo la stessa cosa e occorre recuperare il motore originario per ritrovare i motivi della crisi e riappropriarsi della vocazione smarrita. L’accanimento verso questa stagione si comprende solo analizzando la tremenda congiuntura storica in cui si compì la sua giovinezza poetica, dilaniata dalla guerra che invase le città e le strade come «un’ombra che tutto sommerge» e gravata dalla responsabilità di dover riedificare il presente sulle rovine di un passato ingombrante. I lacerti dell’esperienza bellica, vissuta ai margini della campagna in un isolamento forzato, si traducono in un malcelato senso di colpa per essersi chiuso nell’inazione tanto da obbligare il poeta a giustificarsi davanti al lettore: « Fu una colpa? Fu orgoglio? Fu, certamente, il frutto di un’immaturità civile». La poesia allora è un antidoto contro i mali del mondo, «contro l’offesa dei mostri», e la Natura, testimone muta dello scempio, è l’unico rifugio dall’assurdità della storia. Gli echi della guerra intessono il commento ai versi della seconda metà degli anni Quaranta, spingendo Parronchi a confessare un senso di alienazione rispetto alla realtà, ma, accanto agli stralci di memoria collettiva, riaffiorano i ricordi dell’infanzia, i volti sommersi, i luoghi dimenticati e, con essi, le occasioni che avevano indotto la scrittura, i racconti di un’esistenza solitaria riversata sulla pagina. Quest’intimismo apparentemente contrasta con l’impostazione sistematica impartita al commento già nelle prime battute del dattiloscritto dove è inserita, a titolo indicativo, la trascrizione di alcune liriche dei Giorni sensibili, seguita da un Criterio di stampa, in cui Parronchi, dopo aver chiarito i caratteri da adottare per le due parti, avverte dell’«alternanza di testi e commenti» e impone con un rigore scientifico di «non andare a capo per ogni nuova poesia, ma soltanto a ogni nuova sezione», soffermandosi poi su altre indicazioni utili per una destinazione editoriale. Il poeta avvia la trattazione dei testi, seguendo l’indice del libro e assecondando l’ordine cronologico, e riserva alla raccolta d’esordio un’analisi accurata e quasi filologica, in cui ad ogni lirica è dedicato un breve capitolo. Egli approfondisce gli aspetti linguistici, i passaggi incerti e analizza 211 i versi, illustrandone con perizia i significati nascosti, insistendo anche sulle sfumature e sulle sottigliezze del lessico, ma si astiene cautamente dall’assumere posizioni in merito agli schieramenti e alle tendenze letterarie dell’epoca. Se confessa, con tagliente ironia, di aver contribuito alla causa dell’ermetismo attraverso l’adesione ad un «linguaggio oscuro», dall’altro lato rifiuta ogni etichetta, dichiarandosi ai margini delle schermaglie letterarie del suo tempo e rivendicando un’indipendenza ideologica, oltre che poetica. La disamina dettagliata della raccolta, affiancata anche da rilievi documentali sugli anticipi in rivista e sulle versioni originarie delle liriche, è motivata dalla notevole distanza temporale da quei componimenti e dalla difficoltà per chi legge di ricevere uno stile marcatamente allusivo e simbolico. Infatti la seconda parte del commento registra un cambio di direzione già con i Visi, affrontati sommariamente in una compagine unitaria, e successivamente con il folto corpus del volume del’49, smontato in blocchi autonomi secondo un raffinato gusto antologico. Le sezioni costituiscono dei microcosmi, dentro i quali ricercare le ragioni originarie e i temi dominanti, e le poesie sono i tasselli di un mosaico, le tappe di un percorso. Parronchi, in questa fase, rinuncia all’analisi stilistica e insiste sul ruolo dei testi, raccontando le circostanze in cui furono composti e i motivi che lo ispirarono, rivelando quella dimensione privata nascosta appena sotto la scorza della scrittura. Questa innovazione segna il definitivo trapasso dalla figura del curatore distaccato a quella del poeta che tenta l’esegesi di se stesso, pur con la consapevolezza che queste pagine rappresentano un ritratto da consegnare ai posteri. E certo non manca una forma di compiacimento, mai spinta ai limiti dell’elogio, nell’abbondante catalogo di suggestioni colte che infarcisce questo commento: i riferimenti artistici, dai giardini di Boboli ai grandi pittori rinascimentali, le citazioni legate alla poesia otto novecentesca, tra i quali spiccano la lezione capitale delle Grazie foscoliane e il misticismo tormentato di Rebora, e ancora i prestiti dalla letteratura simbolista francese, in un’acuta prospettiva comparatistica. Questo commento risulta prezioso per chi voglia sviscerare la poesia di Parronchi, scavando nella sua dimensione umana e ricercando dietro ogni verso la figura dello studioso e dell’intellettuale; ma fu accantonato ancor prima di giungere a uno stadio definitivo e abbandonato in un cassetto polveroso. Appena sotto il titolo, vergato a mano sulla copertina della cartelletta, appare un indicazione perentoria, annotata frettolosamente: «L’idea di questo commento è sbagliata. Le poesie vanno pubblicate da sole», che preclude la realizzazione del progetto auspicato. 212 Forse realmente Parronchi fu mosso in questa sua rinuncia dalla concezione che la poesia dovesse essere autonoma e non andasse “spiegata”; forse considerò l’operazione inattuabile dal punto di vista editoriale o decise di non riaprire il capitolo dei propri versi giovanili. 213 2. Nota al testo Il commento è composto di 32 carte dss., raccolte in una cartelletta verde con l’indicazione Un’attesa, e numerate progressivamente a partire dalla c.4 in cifre arabe a penna nel margine in alto a destra. La numerazione è completa ed arriva al n. 32, a parte una lacuna di due pagine all’altezza del commento ai Visi, dove Parronchi passa dal 15 al 18 per favorire un ulteriore inserimento. Sono presenti poche correzioni in inchiostro nero, poche cancellature e qualche refuso, mentre sono lasciati vuoti alcuni spazi da integrare con dati bibliografici o con gli estremi delle pubblicazioni in rivista. Sono riportate due liriche di Gs (Ragazza pensile e Bosco sacro) seguite da un accurato Criterio di stampa e, dopo il commento suddiviso per raccolte e sezioni, c’è una breve conclusione. Trascrivo il testo integralmente mantenendo i caratteri e gli spazi adottati da Parronchi nel dattiloscritto originale, intervenendo in corsivo solo per segnalare i fatti di interesse filologico e utilizzando le parentesi quadre per eventuali varianti e correzioni. Al testo seguono le note, ripartite sulla base della sezioni, con appunti critici e precisazioni indispensabili per un’analisi minuziosa di queste pagine. 214 210 x 297 mm. Dattiloscritto. 215 Sulla copertina della cartella verde contenente i fogli al centro a dx. troviamo: UN’ATTESA L’idea di questo commento è sbagliata. Le poesie vanno pubblicate da sole. f. 1: RAGAZZA PENSILE Ed io non porterò più invidia al giorno se dove l’ombra delle sere inchina una stridula voce di bambina ai bei rami sarà tessuta intorno. Già i tenebrosi allori al rosso corno della luna s’impigliano e vicina a noi è la selva dove in ghiaccia brina le si spenge annerando il capo adorno. E tentenna nel limpido topazio stupito un viso, una palpebra lieve, ed occhi ingenui bevono lo spazio, ma di questo miraggio umidi in breve i lecci amari addensano lo strazio sulle rose notturne, come neve. Le precedenti sono due poesie d’album. Futilità, sps. maniera: per questo furono tolte da Giorni sensibili. 216 f. 2: BOSCO SACRO Come l’orma più vana delle foglie o la luna fra le pure nubi dissimulandosi, nell’incerto pallore dove i pini dimorano, dimentica se d’acini la notte alta di maggio vada le primitiva erbe coprendo, furtiva intorno al tuo bosco t’aggiri. Le piante l’una sull’altra colgono cimmerie nevi, domandano invano ai vetri d’una serica mano. Tu giungi sola sul fiume, nella cedua calma dei frassini e vicino a te ascolti di terra le passeggere lacrime e d’origani lievi incatenarsi. E se più avventurandoti a queste gole non incogli in ombre gelide, ancora la luna piange sui capelli, occulta ai confini del suo stesso recinto ed estingue il suo raggio nella corsa solinga e pia dei tuoi ori. 217 f. 3: Criterio di stampa I testi, sia in verso sia in prosa: carattere tondo. I commenti: carattere corsivo, dello stesso corpo. L’alternanza di testi e commenti impone di non andare a capo per ogni nuova poesia, ma soltanto a ogni nuova sezione. Nel commento, i titoli di poesie e i versi o parti di versi citati vanno, naturalmente, in tondo. I capoversi sempre rientrati. Gli spazi doppi, dove sono segnati nel manoscritto. f. 4: In uno di quei momenti di passaggio in cui nella vita si è costretti ad abbandonare il certo per l’incerto, dovendomi mettere in viaggio, sicuro di lasciare i pensieri di ora come tanti fili sospesi che non potrò più riallacciare, ho fatto qualcosa che di solito non faccio, anzi non si dovrebbe mai fare: ho raccolto un frammento del passato per portarmelo dietro. Con che intenzione? Per riattaccarmi a qualcosa? No certo. Piuttosto direi per misurare la distanza che mi separa dal mio io d’una volta. Nessuna colpa, per quanto confessata, si distrugge mai veramente. Ce le portiamo dietro tutte, fino al giorno in cui non le abbiamo assunte in una volontà di espiazione. Ma chi ci darà mai la forza di sostenerle tutte quante insieme? Speriamo almeno che non siano troppo pesanti. Ecco il libriccino dei miei versi giovanili. Provo a rileggerlo e a spiegarlo a me stesso. Spero, facendo questo di accorgermi se per qualche contraddizione esso aderisce ancora al me di oggi, oppure se si stacca e corre via lontano senza più alcun contatto. 218 f. 5: ECLISSE Vedi imbrunire e a te risale – a te: una. una, della corona. Quale? I tratti, in me distinti qui si confondono. Caduco fremere di steli: anticipa il motivo della poesia successiva: Caducità. umidi coralli: le nubi del tramonto riflesse nel lago. incatena: sembra non debba staccarsene più (ascolto ancora quel vento, lo sento gemere ancora) il tremito dell’ora: il precedente fremere di steli si fa più concreto, o trabocca. D’onde ci nascevamo: D’onde veniamo, (chi) dove siamo, dove andiamo? Problemi d’altri tempi. Leggo in un giornale di oggi: “Domande come ‛qual è il fine della mia vita? perché devo morire? donde vengo?’ non sono soltanto eliminate dalla vita pratica, ma liquidate teoricamente e relegate tra le assurdità.” Ecco non vivono: di noi, ora, non rimangono che labili parvenze. f. 6: CADUCITÀ Il tarlo che da oriente: Per associazione auditiva il canto dell’assiolo richiama il rumore del tarlo: un tarlo che rode il paesaggio, e nel cui suono riesce a nascondersi ogni tumultuosa rovina. e il tuo destino: Da questo farsi interno, o fisico, del senso della rovina universale, scaturiscono due destini gemelli, quello di lei, che è di solitudine – si chiude, amica, nelle stanze – , quello mio che è d’inquietudine. Vi sono anime: Vi sono esseri che vivono nell’ignoto: le anime degli uomini che si aprono alle parole – i poeti –, i fiori che non si riesce a vedere quando il vento gelido della mattina ci chiude gli occhi facendoli lacrimare. Di me, cara: Io vorrei trasfondermi in quel grido dell’assiolo, che si ripete in questa fine del giorno d’estate, che già fa sentire il finire e il precipitare dell’anno. La prima stesura di questa poesia aveva il titolo Cenere e danza (“Campo di marte” ). È il mio contributo a un linguaggio oscuro – “ermetismo” – ? Ma chi non sia 219 riuscito qui ad afferrare l’analogia tarlo – assiolo, sebbene questo secondo non sia nominato, potrà mai capire una poesia “chiara”? f. 7: ACANTO La presente stesura utilizza due poesie, che apparvero con i titolo ACANTO e RELIQUIE DEL GIORNO in [ “Prospettive” rispettivamente del e del] in “Corrente” del 15 giugno 1939 e in “Prospettive” n.3, 1940. modificato con aggiunte in penna nera Le strofe di ACANTO 1, 2, 3 , e RELIQUIE, a, b, c, si alternano come segue: 1, 2, x, b, 3 sps. in penna nera dove x [è l’aggiunta che] sostituendosi ad a sts. in penna nera realizza la sutura tra i due componimenti. L’inizio di ACANTO – Vivo di questa mia / caligine [ – fu ri…. ………… …………… ………….] scomparve quando sts. a penna ma non per questo lo rielaborai pubblicai [pubblicata] la poesia in Giorni sensibili (1941). In seguito vi ho riconosciuto il verso d’inizio, che dunque andava mantenuto. il mattino / che un pallido bambino: episodio vero. porte orientali. Qui, come altrove, sto in dubbio se debba materializzare l’immagine indicandone il punto di riferimento preciso. Non è meglio che il lettore ne scelga uno a suo piacimento: quello (interventi a penna) che per associazione gli sarà nato spontaneamente? Ma il richiamo è troppo forte. È Boboli, la fontana del Carciofo ascoltata gemere di mattina, quando il sole prende d’infilata il portone di Palazzo Pitti allungandosi nella piazza. Una realtà consumata? Allora, non lo era. un lamento d’estive acque: un presagio d’estate che cade sopravanzando il passato della prima gioventù. f. 8: fiori creduti prima: effetto d’abbaglio del controluce. giovani dei: L’immagine, non mi pento a dirlo, nasce da alcune teste in cristallo di rocca del Museo degli Argenti. L’insieme della poesia, com’è annunciato dal titolo, vagheggia una stagione arcaica. 220 f.9: TRANSITO i mirti acuti quando: S’intenda: i mirti più belli, quando, guardandoli, a traverso di essi si veda una barca che s’allontana nel golfo. equoreo / grembo: È, sì, linguaggio illustre. L’immagine, per quanto possa localizzarsi geograficamente sulle pendici del Monte Morello che guardano a mezzogiorno, ha un punto di partenza figurativo: nel paesaggio di Lorenzo Lotto in basso alla tela della chiesa dei Carmini a Venezia. La pianura di Firenze diventa, in tal modo, quel mare. Appena ci divide: Dai monti, appena evocati, dall’invisibile, ci divide la sfera del sensibile. Le immagini successive vogliono appunto cogliere una realtà sensibili ai confini con l’invisibile. Altro è l’anima: Ma il sensibile non è lo spirituale. La figura di “straniera” che s’avvicina con la sua domanda d’oblio, sveglia nell’anima il ricordo, il desiderio d’un’amante lontana. f. 10: DISTANZA Lontana: Lontana la luna, ma vicina se può accendersi come una gemma sul tuo diadema, alta la “pupilla della sera”, ma pietrificata, incastrata nei rami. Lontana la stella, finché non precipita sulla terra, e tu, vicina, finché il desiderio e l’amore non facciano di te una creatura celeste, irraggiungibile. Ora il bosco non sa: il bosco ignora la vita mitologica che in lui vivo, la sua animazione notturna. Ignora in che modo, più tardi, s’illuminerà essendo giunta la luna al colmo del suo splendore, non sa dei funebri fardelli affidati alla profondità del mare, dell’alba che ci vedrà felici. Ostia di malinconico giardino: È un’epigrafe posta su una felicità che non potè, in quell’alba, attuarsi. (Facciata della Villa Corsini a Castello) 221 f. 11: NOTTE FUGGITIVA Quasi tute queste prime poesie potrebbero avere per sottotitolo: “storia di una notte”, oppure, “da un tramonto a un’aurora”. Questa poesia non presenta difficoltà. sottinte-si pianti: allude a fenomeni di vaporazione. 3a strofa. Il significato è palese: l’astro, nella sua lontananza, non sa d’esser parte della scena notturna che qui ha vita. 4a strofa. La notte compie il prodigio, lega le apparenze celesti alla terra, e libera “l’immagine beata”. 5a strofa. Ora i ruscelli sono il nostro stesso pianto. E in questo momento in cui tutto diviene sensibile, è già il presentimento dell’alba. 6a strofa. Per quanti fiori azzurri l’alba farà scorrere, i vari elementi del giorno – caligine dei campi, balzo dell’animale in fuga – risolveranno l’ansia che ora resta diffusa. 7a strofa. Ed ecco l’alba, e con essa “un tremito di nuova / speranza”. (Era presente alla memoria il madrigale del Tasso “Ecco mormorar l’onde”, musicato da Monteverdi) f. 12: CONCERTO Lo stesso di quel che ho detto all’inizio della precedente può valere per questa poesia. Ma mentre Notte fuggitiva ha un andamento strofico tradizionale (canzone tassesca), Concerto tenta nuovi ritmi, evade dall’endecasillabo in un andamento libero (sps a una parte cassata illeggibile). Ancora Pitti, Boboli, e precisamente la prima dell’Incoronazione di Poppea di Monteverdi, di cui vedi il ricordo in La pesanteur e la grace di Simon Weil. Io ero allora lontano dal pensiero della sofferenza nel mondo. In queste poesie del godimento-incanto puro – scritte in un tempo in cui l’anima lo credeva ancora possibile – io mi cullavo ripetendo mentalmente i versi delle Grazie. … e la mammola dogliosa 222 di non morir sul seno alla fuggiasca ninfa di Pratolino, o sospirata dal solitario venticel notturno Essi rappresentavano per me qualcosa di irraggiungibile, di insuperabilmente perfetto nella descrizione del piacere, di un piacere fatto di speranza e di affanno. Con gli altri versi delle Grazie che dicono appunto: soave affanno al pellegrin che inoltre improvviso nei lucidi teatri, e quella intenta voluttà del canto, ed errare un desio lieve d’amore mira né volti femminili, e l’aura pregna di fiori gli confonde il core. f.13: Ognuno allora pensava, alla fine dello spettacolo, di allontanarsi con la sua fanciulla per quel giardino. In questo vaneggiare – 2a strofa, e inizio della 3a –, stavolta l’erba irrompe di sorpresa, in luci corrusche. f.14: A UN’ADOLESCENTE Adorazione di una giovanetta – troppo giovane per essere amata –. E benché io dica all’inizio “fuggita anzitempo”, ricordo che questo era detto quasi in tono di scherzoso rimprovero. In realtà questa che incontro per caso è “più d’una fanciulla”, una troppo giovane dea. Da qui la promessa – poi mantenuta – di scriverle, un giorno, l’epitalamio. né lontano da me né vicino: del tutto fuori da me, come la giovinetta appare, passando. L’immagine dei due ultimi versi, di una sera di temporale, è sovrapposta, e chiude le prime strofe che respirano l’aria della mattina. 223 f. 15: VEGLIA IN ARCETRI È una poesia alla madre, che vive sola nella casa di campagna. La ricordo dalla città, dove son rimasto a dormire, “nella notte turbata” che sa di donne lontane che piangono, e nel sonno mi colgono domande febbrili, mentre, nel corso della notte, immagino di giungere vicino a lei, prefiguro il momento dell’arrivo. f. 16: PIETRE E MUSICA Vuol essere una fantasia musicale, un’alternanza di gioia e malinconia. La ripetizione di alcuni versi, appena variati, mostra che ho tenuto presenti le poesie di Baudelaire. f. 17: ALL’AMICA Se uno dei temi dell’ermetismo era “l’assenza”, questi versi vollero esserne una contraddizione: qui infatti si celebra la presenza della donna amata. Il motivo musicale su cui furono condotti, poté essere quello del “Gioite al canto mio” dell’ Euridice di Iacopo Peri. f.18: BALCONE FIORENTINO Qui le ultime materie preziose – oro, onice, un più luminoso albero – naufragano nel puro naturale – l’albero più verde. È la fine della prima stagione. 224 f. 19: Di queste poesie dei Visi si può fare un commento complessivo. In esse domina il paesaggio. Il paesaggio sono i dintorni di Firenze e i boschi del Chianti. Quando uscii da quel bozzolo, imparai che era “natura addomesticata dall’uomo”: cosa di cui non mi ero dubitato prima. Per me era stata natura-natura, come per un bambino può esserlo un fondo di cortile abbandonato. Oggi la maggior parte di quei boschi è stata distrutta da incendi sulle cui cause regnano dubbi (autocombustione o dolo?). È così che ho reincluso nel numero anche una poesia come Boschiva, che allora rasentava l’artificio, ma forse oggi si salva come documento di quei boschi distrutti. È un lungo indugio sul paesaggio, dove alle suggestioni dirette se ne aggiungono altre “dall’arte”, quali i dipinti di Giorgione e Marcucci mi avevano educato a sentire. Finestra sull’occidente e Alla casa, mentre dormiva sono contemplazioni statiche, serale la prima la seconda notturna. Bicicletta notturna [cass. Boschiva e Sereno andare] contemplazioni mobili. (La bicicletta, una Bianchi, n. 211015, acquistata nel 1930, fa ancora il suo dovere e trasferita, come i cavalli bolsi, in Versilia, spero mi accompagni per il resto dei miei giorni). In Bicicletta notturna è la storia di come la luce sopravvive all’arrivo della notte. f.20: Boschiva è un miscuglio di notte e giorno. Sereno andare è la vittoria dell’ombra su la luce. In Alla casa, mentre dormiva sono io che veglio (in Gaville) sul sonno di creature amate guardando la casa avvolta nella notte. in Ancora inverno è il preannuncio di un’alba. In Luce di sera sull’orto è il presentimento della guerra, delle morti e della finale dimenticanza, a rendere fragile e trasparente la campagna familiare fin dall’infanzia in uno dei suoi giorni felici e brevi, dopo di cui tutto è mutato. In Passaggio primaverile il ritmo si anima e un accelerato cammino notturno movimenta il paesaggio. (È Via del Podestà di notte, dove andavo a dormire, sfollato, durante la guerra). 225 Saluto è un addio che si protende nel futuro. Nel futuro, non vedo altra possibilità del ripetersi di quello che oggi vedo e ammiro. Ma questo futuro non sa svegliare altro che l’immagine, funebre delle neve. La gente che esce fuori delle case alla fine di Luce di sera sull’orto è qui diventata inquiete ombre. Agli amici è una poesia postuma: che presuppone la morte della felicità. Ero tornato: quando ero ancora vivo, e fui per l’ultima volta deluso. Il ricordo del passato felice vive ancora negli amici, mentre in me prevale il senso della fine imminente. Corretto dei visi. Poesia, se mai altra, nata dalla poesia: è un tentativo di ricreare in italiano qualcosa che corrisponda alle Cydalisse di Nerval. Le “amanti” ricompaiono, ma sono ormai fantasmi. Pure “da un margine lontano” trasale ancora l’illusione della loro esistenza. f.21: ALONE (Doppio senso del titolo: sost. italiano e aggett. inglese. Di quest’ultimo c’era anche il titolo di una canzonetta). È la cronistoria di un amore, degli amori dell’adolescenza il più tormentoso e infelice. Infelice per la vanità, e il senso dell’irraggiungibile che me ne tenevano schiavo. Al fondo, al mio fondo, non c’era che umanità sprovveduta, arresa, labile, immatura. Solo dopo anni (“Ca’balà”, Firenze, a. I n.2, luglio 1950) pubblicai questo rosario di versi. Nel deserto di noia: ricordo di Baudelaire. Nel seguito dei 14 frammenti sono punti di consistenza: Forse da un’altra primavera – proiezione nel futuro d’una felicità oggi intangibile –; Salvami, in cui protesto il mio limite e mi precludo volontariamente questa felicità senza peraltro volere – 3a strofa – che la realtà sia diversa da quella che è; e l’anniversario “Ora un anno tramonta”, in cui il senso della inevadibile realtà si ricarica di sgomento. 226 f. 22: UN’ATTESA Sei “poesie” di guerra. Mentre il mondo affrontava il suo divenire nell’azione, io mi ero chiuso nell’inazione. Fu una colpa? Fu orgoglio? Fu, certamente, il frutto di un’immaturità civile, se tutto passò senza che che dell’impegno alla partecipazione io m’accorgessi nemmeno. Eppure in me viveva la consapevolezza, il bisogno di mantenere un discorso umano contro l’offesa dei mostri. Una brezza è del settembre del ‛44. Io, e una persona lontana. Quello che io vedo, e che lei non vede. Cosa vedo io? Il giorno che muore inghiottendo ramo dopo ramo, filo d’erba dopo il filo d’erba. L’accensione di questo tramonto mi dà il senso che non un giorno ma tutto il mio passato finisca in quel punto. Ma il paesaggio vive questa sua morte allo stesso ritmo del cuore, che seguita a battere contro l’ombra che tutto sommerge. Se grido. Con me, da quell’autunno, era venuto a passare la guerra in campagna Mario Marcucci. Nacquero molti quadri, conversammo molto sull’arte e sul suo divenire. Poesie non se ne scrissero più fino alla primavera successiva, quando la città riapparve, lugubre e sconvolta, e la natura che intorno a lei rinasceva parve [è presente una parte cass. incomprensibile] “ombra delle cose vere”. f. 23: L’ultima luce esprime il dolore della ripresa, in cui il senso dell’avvicinamento dà labilità alla vita stessa che rinasce. A uno squarcio tra nubi. Ora è la pioggia, che dà al paesaggio occidentale il senso di un definitivo tramonto. Alba. L’alba rinasce su quello che è morto. Davanti alla vita che ricomincia, l’anima che non si è fatta matura si ritrae, e la respinge. 227 f. 24: SONNO DELLE STAGIONI L’insoddisfazione, la fatica, l’angustia di un mondo senza orizzonti, si sono costruite, durante gli anni della guerra, che videro intristire la fantasia giovanile, queste immagini delle stagioni. Esse formano idealmente un anno, durante il quale l’anima vive la vicenda di un ritrovato contatto con la natura: una natura che ora si è fatta muta e impenetrabile. Nella prima poesia – la primavera – l’anima avverte “ la forza infinita” che preme dal fondo, ma non ha da opporle che immagini defunte, che nella fantasia non danno germogli. Tutti gli spunti vivi – 3a strofa – appena comparsi scompaiono, senza offrire nessuna certezza. Ecco l’estate. Più cocente il desiderio, più intensa la delusione. Al sopravvenire della notte “il monte è di cenere”, io stesso non più che una macchia sul bianco della strada al crepuscolo. L’anima non è il respiro del vento instancabile. Si vorrebbe sottrarsi per qualche istante alla fatica del cammino – in tempo di guerra si coprivano a piedi distanze di molti chilometri – ma questo è impossibile. Il tormento della sete dà allucinazioni di benessere irraggiungibile. Poi, a notte alta, il sollievo. Con le luci dell’alba – fiorenti fantasmi – la voce dell’assiolo – che più, che più? – è una domanda che non trova risposta. f. 25: Autunno. Al tramonto di un giorno, e di un anno, sopravvive il senso del fine ineluttabile. La donna che deve arrivare all’appuntamento non reca più le ansie di un tempo. Meglio, allora, sentirla e vederla, immedesimarsi al paesaggio, A un tratto, a un sopravvenire di tempesta, tutte e due ci disperdiamo in esse. Solo l’inverno è felice. Nella raggiunta coscienza della fine di tutte le apparenze superflue, della morte che sta per inghiottirci, il cuore ritrova la sua luce, il buio, per contrasto con queste luci rinnovate, è profondo celeste. 228 f. 26: ADDII Ci si congeda, in questi tempi, da molte cose, secondo un processo che, iniziato negli anni di guerra, con la guerra non finisce. Lied, è un altro tentativo di ritmo, come Passaggio primaverile, è una poesia romantica della trasmigrazione. Notte di marzo è uno di quelli che Ghiselli chiamava “cartoni”. È un incubo da sveglio. Un paesaggio di Marcucci, che ancora possiedo, ne segna l’avvio. Trasogna inavvertita è un altro momento, che si salda ad altro più antico. Gli ultimi quattro versi sono del 1932. Illusione è un motivo “alla Rimbaud” risentito nella campagna di Greve. La costruzione sintattica favorisce il disegno di un illusione ottico-auditiva. Firenze è quanto rimane di un lungo poema-paesaggio su Firenze (1937-‛38) nato nell’eco delle Grazie del Foscolo. Gli alberi di neve sono le magnolie scempie. Non se ne vedono più a Firenze (in via Giovanni da Verrazzano, via delle Casine, via dei Serragli), e in esse era tutto l’incanto precoce della primavera. La grotta siamo già, a due anni dalle fine della f. 27: guerra, alla rievocazione. Quell’angolo di bosco dove abbiamo trascorso il passaggio del fronte, cos’è oggi? Un luogo di attesa come allora, perché anche oggi, il meglio che si possa fare è aspettare, nutrire l’ansia che vive nel battito del cuore sempre più forte. (Quell’ angolo di bosco bruciò, con 800 ettari di terreno, il 18 agosto 1971). 229 Autunno precoce nacque dall’incontro notturno con un giovane cieco che mi chiese di accompagnarlo per un tratto di strada. Prima di allora non avevo mai realizzato così crudamente la realtà dell’essere ciechi. Mi misi così a scrivere una poesia che vivesse di soli richiami uditivi e olfattivi. Non ci riuscii, perché il colore ne veniva fuori più forte. Ma si assolveva, alla fine, il senso di una morte non troppo lontana, a cui solo il vivere ciechi poteva preparare. Requiem. Scritta in ricordo all’ultima visita fatta a Ferruccio Pratolini, quando era ricoverato a Villa Morgan, sull’Affrico, nel 1941. (Oggi è sede dell’Ostello della Gioventù). Già allora avevo capito che, immagine alta e fragile di umanità, egli non avrebbe resistito all’urto di forze avverse. Queste si configurano negli aspetti del conflitto – paesaggio dei bombardieri –. Mentre tutto intorno, nella casa di cura adattata a Villa Morgan, sembra immagine di felicità, e sul muro dell’antica dimora il richiamo del “carpe diem” è significato da un verso del Petrarca inciso nel marmo. Quel marmo di _ f. 28: ventava, per richiamo a un mondo che andava scomparendo in quei giorni, il marmo del sepolcro di Ferruccio: un’esistenza che la primavera veniente, in cui i versi furono scritti, non aveva il potere di resuscitare [in realtà è scritto resucitare forse per un refuso]. “Oak’s college”. Tradotto in inglese, è il nome dell’istituto dove ho studiato da esterno [quest’ultimo sps.] da ragazzo, “Un ritorno al collegio” è sempre un groviglio di sentimenti dolci e detestabili. Si rievocano gli slanci e le delusioni, il bisogno di amicizia e il desiderio di solitudine. Col senso di tutto quello che è passato. Il “padre” dell’ultima strofa è – non si confonda – un vice-rettore che forse qualcuno dei miei coetanei ricorderà: Napoleone Rutigliano. Ritorna notte. per la prima volta mi accade di esprimere in versi la gioia di non sopravvivere, di scomparire per lasciare che altri viva. Tale certezza si sposta nello spazio geografico, con la considerazione che forse questa gioia è più viva in paesi meno 230 belli e meno felici del nostro. (Non lontani i versi del Petrarca – Trionfi – messi da Pusckin a epigrafe del canto dell’Onjieghin Là sotto i gironi nubilosi e brevi nasce una gente a cui ‘l morir non dole. ) f. 29: IN ASCOLTO È un momento di raccoglimento, il primo dopo la guerra. Le prime quattro poesie sono scritte a Pian degli Ontani, nell’Appennino pistoiese, l’estate del 1947. La montagna mi appare una realtà spirituale, che salva dalla dissipazione. Forse sento vivo in questo punto l’insegnamento di Clemente Rebora, ad aiutarmi a ritrovare nella montagna i contrasti elementari della vita. Il deserto è deserto di amore, perché l’amore tace da lungo tempo. E la stanchezza si è accumulata senza fine, e il desiderio non trova esito. L’atmosfera di Sonno delle stagioni ritorna qui in fase drammatica. Io su questo deserto non ha bisogno di commento. non difesa creatura: è la madre. Infinite ombre e o monte sono poesie spirituali. Io solo. Fu elaborata lungamente, tra il ‛46 e il ‛47. Nella seconda parte s’affaccia, come pura constatazione, il tema della dimenticanza. MOTIVO. È il punto in cui la catena dell’odio, che ha legato i lungi anni precedenti, quelli della guerra e quelli del dopoguerra si rompe. E a dare questa certezza sono le opere dei grandi. f. 30: Il vostro sguardo: avevo in mente lo sguardo del Nicodemo nella Pietà di Michelangelo, mentre la stavano issando sulla gradinata antistante Santa Maria del Fiore per rimetterla al suo posto. 231 CERCANDO DI RESISTERE AL SONNO, è un epigramma, epicureo, in cui il titolo ha il valore di un primo verso. IL SUO CORPO FU LUCE. Poesia religiosa. Non ha bisogno di spiegazione. f. 31: OCCHI SUL PRESENTE Segna un risveglio dei sensi. L’ATÈLIER DE MINA. Affidata all’album di una fanciulla, ne fu abusivamente tolta, e pubblicata nel 1962. “Dentro, al caldo”. Un momento di mutamento, l’inizio del disgelo. “Sulle facciate”. Il presente si sovrappone al ricordo. “Tutto dal cielo”. Dalle infinite contraddizioni, dai frantumi del cuore, dalle disillusioni, riconosce l’esigenza del sentimento. A VITTORIO. Più che una dedica, è un biglietto di saluto lasciato sul tavolo dell’amico, ossia la rievocazione di un momento di riposo passato nel suo studio. (Cominciavo, allora, ad ammalarmi). STRADE. I contrasti della realtà. La vita appartiene di più a chi, apparentemente, ne è privo e in realtà vi è immerso più degli altri: il mendicante. ADDIO. Corrisponde a Saluto, terzultima poesia dei Visi. Come quella era protesa verso il futuro da un presente irrealizzabile, così questa dalla certezza di ciò che è passato e non potrà più realizzarsi. Noi che c’incontriamo non siamo che spettri. L’amore è di quelli che oggi son giovani. 232 f. 32: “Riappari”. L’oggetto dell’amore tuttavia sopravvive, è di nuovo presente, e tutto sconvolge nel suo paesaggio. NON È UN ADDIO. L’epigrafe, da Eliot, dice che a questo punto sono ammalato, e raccogliendomi per sopravvivere mi stacco dalla riva della gioventù. In questa poesia, scritta di getto, ho dato parole a un incontro, rapido, a una giovane donna, che mi fa dire non essere questo un addio: tanto mi son sentito a questo punto reimmerso nella vita. È uno stacco netto da tutto quel che è passato. Questa, che è la più lunga poesia scritta fino allora, non ha bisogno di spiegazioni. L’ossessione della felicità rinasce proprio nel punto in cui mi è forza rimandarla. Si vorrebbe dimenticare, ma quella è soltanto un illusione. Il nostro è un continuo andare avanti sbagliandosi, non accorgendosi. L’unica cosa che resta è trovare il modo di rendere possibili il ripetersi della vita che urge d’intorno: non ancora partecipata. Finalmente un programma per l’avvenire? In realtà l’anno successivo, 1949, fu un anno senza poesia. Scrissi soltanto, d’estate, il saggio Sui canti dell’amore fiorentino di Giacomo Leopardi, pubblicato su “L’approdo letterario” venti anni dopo, nel 1970. Poi, nel ‛50, nacquero Città, L’incertezza amorosa, e tante altre cose. f.33: Intanto, nel mentre il viaggio nell’incerto continua, è finito il commento al libriccino delle poesie giovanili. Non so se [il commento aggiunto alle poesie cass.] esso avrà servito al lettore. Forse solo ai meno esigenti. Può darsi infatti che a qualcuno sia dispiaciuta la disparità dei tempi in cui versi e commento sono stati scritti. Per questi lettori più esigenti, non trovo altri rimedi che trascrivere di seguito due prose, una più lunga una più breve, che i lettori del ‛41 e del ‛44, trovarono ad apertura dei Giorni sensibili e dei Visi. Queste due prose, datatissime, sono un po’ di tutto: campionario di motivi, ritagli d’immagini, guazzabuglio di sentimenti. Si aggiungono qui a titolo di pura curiosità. aboli bibelot d’inanhité sonore. 233 NOTE Ragazza pensile: La definizione «poesie d’album» si riferisce alle due liriche, Ragazza pensile e Bosco sacro, proposte da Parronchi in apertura, che furono espunte in Att 2 per essere reintegrate solo in Ps. Non escluderei che tale indicazione, posta tra le due poesie, riguardasse anche Reliquie del giorno soggetta ad un destino analogo. La postilla ha il valore di un appunto. Criterio di stampa: Il criterio rivela la destinazione editoriale del commento, in quanto i suggerimenti non vengono accolti nel dattiloscritto e sono pensati in vista della pubblicazione. La precisazione sull’«alternanza di testi e commenti» aiuta a comprendere la natura del libro che Parronchi intendeva realizzare. Premessa: «Libriccino» in alternativa alla variante scempia è una forma letteraria, con notevoli occorrenze in Leopardi e negli scrittori novecenteschi. Il termine non allude all’esiguità del libro, ma alla sua modestia rispetto agli sviluppi successivi. Qui Parronchi spiega il movente del testo e al contempo si giustifica per una scelta che avverte inopportuna per un poeta. Eclisse: L’analisi considera alcuni versi o frammenti specifici, mescolandoli a riflessioni personali di carattere esistenziale. Caducità: Parronchi spiega l’immagine del «tarlo» attraverso l’analogia con l’assiolo, preferendo l’esito popolare a quello letterario («assiuolo»), assunto da Pascoli in Myricae. Gli estremi della rivista in cui la lirica conobbe un anticipo, lasciati vuoti in parentesi, sono: «Campo di Marte», a. II, n. 3, febbraio 1939. Interessante il riferimento all’ermetismo e al linguaggio oscuro dal quale Parronchi tenta di distaccarsi; nel dibattito «Che cos’è stato l’ermetismo?» avvenuto a Firenze nel 1968 e pubblicato in quello stesso anno su «L’approdo letterario» (n. 42, pp. 99-120) Parronchi afferma: «Io ho sempre teso a qualche cosa di realistico, di concreto e, per conseguenza, anche tutte le questioni che riguardano la così detta oscurità, le considero da circoscrivere […]» (p. 108). Acanto: Il poeta illustra come, dopo Gs, la lirica sia stata riveduta ed ampliata con l’inserimento della poesia Reliquie del giorno e ne spiega la struttura. La “fontana del Carciofo”, che ha suggerito a Parronchi alcune immagini centrali nel testo, si trova nella terrazza Ammanati dei giardini di Boboli in una posizione rialzata e fu scolpita nel XVII sec. da Francesco Susini e Francesco del Tadda. Anche il Museo degli Argenti fa parte 234 del complesso di Palazzo Pitti, mentre le «teste di cristallo di rocca» sono busti e cammei in pietra dura con ritratti di personaggi mitologici. Transito: Il sintagma «equoreo grembo» ha un precedente illustre nel leopardiano «equoreo seno» (Alla primavera, v. 94). Il Monte Morello si leva nella conca fiorentina a nord-ovest della città ed è delimitato dal torrente Mugnone, che scorre sotto la casa di Parronchi in via Settembrini. La tela del Lotto citata è quella di “San Nicola in gloria tra San Giovanni Battista e Santa Lucia” nella Chiesa dei Carmini di Venezia. Distanza: L’immagine «pupilla della sera» richiama suggestioni da Metastasio e riporta a un componimento anacreontico di Maffei in cui si legge : «pupilla della sera / gemma che il cielo abbella». Villa Corsini è invece un edificio barocco che sorge a Castello, sulle colline a nord di Firenze, e presenta un giardino all’italiana di forma ellittica, con al centro una quinta scenografica impreziosita dalle sculture delle quattro stagioni realizzate da Isidoro Franchi all’inizio del XVIII secolo. Notte fuggitiva: Parronchi analizza la lirica strofa per strofa e adotta, come in altri luoghi del commento, l’aggettivo «sensibili» per identificare l’empatia tra l’uomo e la natura, già implicita nel titolo della raccolta. La citazione del madrigale tassiano, incentrato su un quadretto idilliaco nel momento dell’alba, si unisce al richiamo a Monteverdi, considerato nella tradizione melica l’artista che «ha rotto gli argini alla musica per farla dilagare nel cuore di tutti» (Lettere a Vasco cit., p. 144). Parronchi mostrava una predilezione particolare per l’Orfeo che, come lui stesso dichiarerà nella nota a Sbc, gli fu modello supremo per il poemetto Giorno di nozze. Concerto: Il ritmo della lirica sfugge alla classica strofa di endecasillabi e concede spazio anche a versi più lunghi come il doppio settenario. La prima riproposizione scenica nel XX secolo dell’Incoronazione di Poppea di Monteverdi (su il libretto di Gian Franco Busenello ) fu quella allestita nel giardino di Boboli per il Maggio musicale fiorentino del 1937 e diretta da Gino Marinuzzi. La pesanteur e la grace è una raccolta di pensieri della filosofa ebrea Simone Weil, pubblicata nel 1947 da una scelta delle pagine del “diario intimo” tenuto dall’autrice tra il 1940 e il 1942; in Italia per la prima volta fu pubblicata nel 1951 nella splendida traduzione di Franco Fortini con il titolo L’ombra e la grazia (Milano, Edizioni di Comunità). I versi del Foscolo citati appartengono all’Inno secondo delle Grazie dedicato a Vesta. Parronchi considerava le Grazie un’opera di riferimento: «un grande come Foscolo non ha potuto mai liberarsi della forza del declamato, se non in certi brani rapiti delle Grazie, spenti e sospirati 235 perché rapiti», un merito che spettava, a suo avviso, soltanto a Dante e Leopardi (Lettere a Vasco cit., p. 63). All’amica: Il componimento parte da una spunto polemico sul controverso rapporto di Parronchi con l’ermetismo. L’Euridice di Jacopo Peri è considerata la prima opera lirica della tradizione italiana; il libretto è di Rinuccini, Parronchi citerà ancora Rinuccini a proposito della Dafne nella nota citata a Sbc, inserendolo tra i suoi modelli musicali per la stesura dell’epitalamio Giorno di nozze («E mi proponevo l’esempio dei versi della Dafne di Rinuccini»). Balcone fiorentino: Le «materie preziose» evocate da Parronchi fanno parte di un catalogo vegetale e minerale che ha numerose occorrenze all’interno della raccolta. Questa abitudine ha un precedente nella poesia simbolista di Baudelaire e Rimbaud: Hugo Friedrich nel suo fondamentale saggio La struttura della lirica moderna (Milano, Garzanti, 1958) sostiene: «Con le immagini tratte dall’inorganico il simbolo dello spirito assoluto viene a tal punto sopra di esse, che di nuovo ne scaturisce una tensione dissonante». Visi: L’analisi della raccolta del’43 è condensata in un commento «complessivo», in cui Parronchi riflette sul suo rapporto con la natura e fornisce alcuni spunti sul contesto, su quel paesaggio, tra Firenze e il Chianti, che visse da bambino ed è venato di suggestioni artistiche e culturali. Gli incendi a cui si riferisce sono quelli che distrussero la zona del Chianti tra gli anni Sessanta e Settanta: presso il Centro Manoscritti di Pavia è conservata una cartelletta intitolata “Incendio doloso” contenente un omonimo ed inedito frammento in versi e un paio di ritagli da «La Nazione» (18 e 19 agosto 1971) relativi a un grave incendio che funestò quell’area. Alcuni toponimi richiedono spiegazioni: Gaville è una frazione di Figline Valdarno e lo cita Dante in Inferno, XXV, 151 («l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni») mentre Via del Podestà si trova nei sobborghi meridionali di Firenze lungo la Via Senese. Le Cydalises di Nerval (riportate con una grafia errata) sono una sezione delle Odelettes pubblicate nel 1834, di Nerval Parronchi nel 1948 tradusse Le chimere. Alone: Parronchi racconta i dettagli del piccolo canzoniere dei primi anni Quaranta mai proposto in volume prima del 1962; ancora una volta ritorna il nome di Baudelaire. Un’attesa: Al tema della guerra in queste pagine Parronchi accompagna un’amara riflessione sulla propria incapacità di reagire e prendere una posizione davanti alla tragedia: in un’intensa lettera a Pratolini del gennaio ’45 egli giustificava le sue scelte e confessava: «In me per tutto il lungo periodo che abbiamo attraversato è prevalso il 236 senso di difendere qualcosa» alludendo alla letteratura come antidoto «contro l’offesa dei mostri» (Lettere a Vasco cit., p. 54). Nell’inverno del’44 Parronchi dovette abbandonare la sua casa fiorentina, inagibile a causa dei bombardamenti, per rifugiarsi con la madre nella cascina di Terreno nei pressi di Greve nel Chianti, recandosi sporadicamente a Firenze in bicicletta per mantenere i rapporti con la città e i suoi amici letterati e artisti. Nell’estate lo raggiunse anche Mario Marcucci, al quale in luglio Parronchi aveva scritto: «Tu con qualcuno dei tuoi […] se a te necessitasse restare, potete benissimo, anzi dovete, stare con noi: non nel quartiere di Firenze che è posto pericolosissimo, ma in campagna dove c’è spazio e del pericolo apparente conviene non far troppo caso» («Nell’arte la suprema necessità…» Carteggio M. Marcucci A. Parronchi, Pacini Fazzi, Lucca 2008, vol. I, p. 280). Di quel periodo di convivenza, protrattosi fino alla primavera del 1945 e presto tramutatosi in un profondo sodalizio intellettuale, Parronchi scrisse un resoconto, Marcucci 1944-45, pubblicato solo nel 1990 (su «Artista» pp.120-127). Parronchi raccontava che in quelle loro conversazioni, che echeggiarono a lungo nella sua memoria, «c’interrogavamo sulla sorte della pittura e dell’arte in generale […] sentivamo che un’epoca era nettamente trascorsa senza possibilità di riprese o resurrezioni». Sonno delle stagioni: L’esperienza della guerra torna anche nel commento a questi versi, insieme al mutato rapporto con la natura, divenuta a un tratto «muta e impenetrabile», e ricercata ossessivamente nel ritmo delle stagioni. Il riferimento all’assiolo, sempre nella grafia “popolare”, si unisce alla spiegazione dell’interrogativo «che più? che più?» che riprende il celebre rintocco «chiù» che conclude ogni strofa de L’assiuolo pascoliano. Addii: Questa sezione è ricca di riferimenti personali ed infarcita di memorie legate alla giovinezza, della quale sono rievocati luoghi e occasioni. A proposito di Notte di Marzo Parronchi richiama ancora la presenza di Marcucci oltre alla lezione di Luca Ghiselli del quale aveva curato il Diario (Milano, Bompiani, 1947). Firenze, inserita nella compagine della sezione in Att 2, è lo stralcio di un poemetto giovanile rimasto incompiuto. La grotta riporta l’attenzione sul paesaggio dilaniato dalla guerra e cita l’incendio doloso del’71, già menzionato nel commento ai Visi. In Requiem è vivo il ricordo di una visita a Ferruccio Pratolini, il fratello di Vasco scomparso prematuramente nel luglio del 1945 ed assunto in questa lirica a simbolo di quel senso di precarietà che dominò gli anni del conflitto; Parronchi fu anche destinatario di almeno cinque lettere di Ferruccio nel 1944. L’istituto citato in Oak’s college è il 237 Collegio alla Querce di Firenze gestito dai Padri Barnabiti, in cui frequentò per un certo periodo le scuole medie; il fatto che Parronchi si affretti a chiarire che il «Padre» evocato è Napoleone Rutigliano, vice rettore del collegio, rivela il timore che il lettore potesse pensare alla figura del padre del poeta, morto suicida nel 1929. I versi del Petrarca, citati a proposito di Ritorna notte, sono erroneamente attribuiti ai Trionfi, mentre sono i vv. 49-51 di RVF, XXVIII («O aspectata in ciel beata e bella»). In ascolto: Parronchi spiega l’origine di questa sezione, dominata da un inedito misticismo, citando tra i modelli privilegiati Clemente Rebora: è probabile che si riferisca ai Canti anonimi, riletti con passione in quell’anno, e non ai Frammenti lirici. Pian degli Ontani è una località dell’Appennino Pistoiese in cui Parronchi si rifugiava «di sovente» nelle estati più afose. La «Pietà» di Michelangelo è quella fiorentina, oggi conservata nel Museo dell’Opera del Duomo. Occhi sul presente: È l’ultima sezione del libro: il superamento della guerra e dei fantasmi dell’infanzia segna una rottura rispetto alle poesie precedenti. Nel commento alla lirica A Vittorio, Parronchi menziona una malattia che lo affliggerà per diverse settimane: un infiltrazione al polmone sinistro, curata con una serie di sedute di pneumotorace. A Sereni nel marzo del 1948 scriveva: «la salute non mi va bene. Mi sono stancato molto in questi anni anche se ho concluso ben poco» (Un tacito mistero cit., p. 207); e a Pratolini, nello stesso mese: «subisco le conseguenze anch’io del periodo di guerra, che se per me non fu guerreggiata, fu però molto camminata e non abbastanza “nutrita”» (Lettere a Vasco cit., 210). La malattia è il punto di partenza anche della lunga lirica Non è un addio, per la quale Parronchi sceglie da Eliot l’epigrafe “nostra sola salute è la malattia”, tratta da East coker uno dei Quattro quartetti. A questo proposito è interessante uno spunto dal carteggio con Pratolini, al quale nell’aprile del ’48 scrive: «Posto dunque e assicurato questo primo punto: che tu sei il mio medico, viene il secondo, e me lo dice Eliot: “nostra sola salute è la malattia”. Guarda se ti riesce pescarlo in libreria, l’ultimo numero delle “Tre Venezie” che riporta la traduzione della Guidacci del quartetto di Eliot East-cocker. A me arrivò un giorno dopo la pasqua, e non so come fu: seppi che Eliot nel brano del chirurgo aveva esattamente dato voce al mio animo di quattro giorni prima, del venerdì in cui ebbi la prima immissione – cosa che per uno scrittore di versi è sempre doloroso ammettere» (Lettere a Vasco cit., p. 118). L’intervento Sui canti dell’amore fiorentino di Giacomo Leopardi fu invece pubblicato in «L’approdo letterario», XVI, n. 51, settembre 1970, pp. 3-19 e poi riproposto in La nascita dell’infinito e altri studi leopardiani 238 (Montebelluna, Amadeus, 1989) e in “Il computar”e altri studi leopardiani (Firenze, Le Lettere, 1998). Conclusione: Qui Parronchi prende rapidamente congedo dal lettore, proponendogli le due prose proemiali a Gs e ai Vs (Al di qua d’una sera e I visi), estromesse dal corpus delle raccolte in Att 2. La citazione «aboli bibelot d’inanité sonore» è dal sonetto Ses purs ongles trés haut di Mallarmé e si riferisce probabilmente alla prose, considerate un «abolito gingillo d’inanità sonora». 239 CONCLUSIONE DAI VERSI DEL “CORAGGIO” AI VERSI DELLA “PAURA” DI VIVERE 240 Questo decennio, che affonda le radici nel tessuto simbolistico degli esordi e approda ad uno scardinamento dei generi, costituisce la stagione più vitale della poesia di Parronchi non tanto per l’eccezionalità delle sperimentazioni quanto per il repentino mutamento di fronte e per un’alternanza di registri che non conosce eguali in nessun altra fase della sua opera. La rigida orchestrazione dei prosimetri di inizio anni Quaranta convive insieme ai toni intimistici e quasi confessionali dell’Attesa, le evasioni “cinematografiche” dei poemetti si coniugano con l’andamento elegiaco dell’Incertezza, mentre l’originario lirismo di matrice leopardiana, nutrito di richiami alla tradizione ottocentesca e imbevuto di suggestioni d’oltralpe, si frantuma fino all’esasperazione, si moltiplica in una ridda di vocalità dissonanti. Se nel libro del ’54 Parronchi radicalizza l’eversione rispetto alle forme certe del suo passato, dall’altro lato comprende subito che si tratta di una strada scarsamente praticabile, di un tentativo destinato a sopravvivere solo come un viatico per il futuro. Quei poemetti sono l’espressione di una poliedricità intellettuale, largamente testimoniata dalla bibliografia degli interventi critici di Parronchi, anche a tacere degli articoli e delle monografie legate al suo “primo mestiere” di storico dell’arte. Le sperimentazioni di questi anni contribuiscono a scuotere la scrittura dal torpore che aveva accumulato, adombrando una dimensione umana oltre le “imposture” del simbolismo e indicando un’alternativa stilistica al ritmo monotono degli endecasillabi. In questo frangente Parronchi supera quell’ermetismo, che per lui non si tradusse mai in un codice poetico pragmatico, ma fu piuttosto appartenenza ad una comune temperie culturale, tanto che a distanza di trent’anni, interrogato sul significato di quel movimento, egli sentenziava: «dovendo parlare di quella che fu l’esperienza ermetica mia particolare […] tutto mi sentirei di fare fuorché un’apologia»,101 quasi rinnegando quel clima in cui volente o nolente si era educato. L’epilogo di questo periodo è nell’impronta realistica di Coraggio di vivere, il libro della metà dei Cinquanta dove Parronchi riscopre l’uomo oltre il poeta e il tono colloquiale e dimesso si mescola alle circostanze biografiche ed ormai è definitiva la «conversione»,102 per parafrasare un fortunato giudizio di Pasolini, alla nuova maniera. Che quel progetto si completi nel nuovo decennio con l’integrazione di sezioni rifiutate anni prima – e penso in particolare a La noia della natura e a L’incertezza amorosa – implica e vuole significare l’esistenza di una traccia sotto la cenere, così come la scelta 101 Che cos’è stato l’ermetismo? in «L’approdo letterario», n. 42, 1968, p. 99-117. P. P. Pasolini, recensione a Coraggio di vivere in « Il Punto », a. II, n. 8, 1957, p. 21, poi in Passione e ideologia, Milano, Garzanti, 1960. 102 241 di antologizzare la propria stagione giovanile103 in concomitanza con quell’uscita risponde all’esigenza di segnare lo stacco, la rottura rispetto agli stili e ai motivi degli esordi. Ma quel titolo, Coraggio di vivere, così carico di vitalismo e gonfio di un’adesione piena alle passioni dell’esistenza, abbraccia idealmente, nella macroscopica tripartizione offerta nei due volumi del 2000,104 il blocco delle raccolte pubblicate con una cadenza regolare fino agli anni Novanta. Scorrendo i quaderni di questo ampio diario lirico, intessuto di echi personali, sospeso tra un’analisi minuta del mondo e un’accettazione cristiana della realtà e sempre più votato ad una dimensione gnomica, non resiste traccia dello sperimentalismo tentato con i poemetti. Il campionario dei temi, ora filtrato attraverso la lente dell’esperienza, abbonda di spunti eterogenei: le suggestioni dall’arte, gli scarni riferimenti musicali, l’omaggio agli amici, gli scomparsi o i sopravvissuti verso i quali tende il suo dialogo, le poche tracce d’un presente anonimo e su tutto l’ombra della morte e l’approssimarsi inesorabile della vecchiaia. Forse andrebbero indagati gli interstizi, cercati in trasparenza dei segnali dietro i titoli o nelle scelte stilistiche, ed è indispensabile bucare il limite dei Novanta, scavare in quel Nuovo cammino nel quale Parronchi raccoglie gli esiti dell’ultimo decennio per scorgere qualche labile indizio. Nel volgere di quegli anni c’era stato anche il ripensamento sulle prove giovanili, l’ultima revisione delle prime raccolte, prima di quella obbligata dell’opera omnia, in cui i poemetti erano finalmente accettati come parte di un percorso ora che la distanza temporale aveva azzerato ogni dubbio; c’era stata l’auto-antologia Diadema,105 che lo aveva costretto a una cernita ragionata di tutti i suoi versi e anche un volumetto106 in cui aveva deciso di riproporre una serie di prose già cassate, come quelle proemiali ai libri degli anni Quaranta, o rimaste inedite. In questa fase estrema affiorano elementi occasionali come una plaquette intitolata Quale Orfeo?107, un poemetto scandito in tre sezioni e frammentato in un ritmo epigrammatico che sembra rimettere in circolo quell’intreccio tra melodramma e mito che aveva alimentato i versi ormai remoti di Giorno di nozze: un dialogo interiore, come recita l’epigrafe nel frontespizio, perso in una riflessione meta-teatrale. E d’altronde Parronchi in quegli anni aveva scelto di riproporre Il giuoco del barone, un’operetta 103 Un’attesa (1962) cit. Nelle Poesie del 2000 Parronchi raccoglie la sua opera poetica, dividendola in tre momenti: Per strade di bosco e di città (1937-55); Coraggio di vivere (1950-89) e Nuovo cammino (1990-99). 105 Diadema antologia personale 1934-1997, Milano, Mondadori, 1998. 106 Ut pictura, Firenze, Polistampa, 1997. 107 Quale Orfeo?, Firenze, Galleria Pananti, 1991. 104 242 leggera, musicata da Bucchi, di cui, nella sua prima giovinezza, aveva composto il libretto.108 E poi, affondato tra le poesie della raccoltina Al capolinea, dove prendeva congedo dalla vita salutando commosso i compagni di viaggio, c’è un breve intermezzo, intitolato alla memoria di Kurosawa, in cui affiorano lacerti di quel paesaggio silvestre, celebrato nel raccontino orientale e dove la natura per pochi attimi torna a farsi al contempo referente muto e scenario delle passioni umane («E tu che mordi / carne di fianchi giovani / vento sublime sveglia aride fonti»). Nel finale de Le poesie trova posto invece un altro poemetto dal titolo Paura di vivere, in antitesi a quel “coraggio” che aveva rappresentato la cifra stilistica della sua maturità poetica, un intenso discorso a se stesso sul senso della morte e sul significato dell’esistenza umana, diviso in sezioni, interrotto da voci fuori campo e da interrogativi, che ricalca, pur in assenza della commistione di generi, l’orchestrazione e la struttura di Città. Dentro questa lunga stagione poetica si colloca anche l’esperienza dell’auto-commento, progettato negli anni Settanta forse con l’idea di proporlo a Garzanti e pensato come una lucida analisi sulla propria poesia, ma presto accantonato come un vuoto esercizio esegetico, come un inutile impaccio alla vita dei testi. Quell’istintivo desiderio di raccontarsi davanti al lettore torna in una veste inedita nell’estremo lascito della poesia di Parronchi, nelle cose pubblicate negli anni Duemila dopo la sistemazione complessiva dei propri versi. Tralasciando pure la raccoltina d’occasione proposta per il novantesimo compleanno del poeta (Poesie dei 90)109e anche la breve silloge Quel che resta del giorno,110 che tradisce nel titolo un omaggio letterario e ancor più cinematografico e resta legata a tematiche senili; ma qualche parola andrà spesa per altri scritti di quegli ultimi anni. In particolare Esilio,111 un libretto di poche pagine che scava nell’esperienza della guerra e riporta a galla stralci del periodo trascorso da Parronchi in un isolamento forzato nella casa di campagna di Greve, dalla quale assisteva inerte al consumarsi del conflitto «nell’incoscienza dei […] ventinove anni». Il libro è originato, come si legge nella Premessa, dal ritrovamento fortunoso di una poesia del’43 che «al primo riapparire non […] era facile capire e datare», dopodiché Parronchi decide di «fare uno spoglio dei taccuini e delle agende 108 Il giuoco del barone in 9 e più colpi di dado, Milano, Ed. Suvini-Zerboni, 1955; poi riedito nel 1958 e riproposto in una nuova edizione nell’ambito della stagione autunnale del 1989 del teatro comunale di Firenze. 109 Poesie dei 90, Novara, Interlinea, 2004 (con una nota di Giovanna Ioli). 110 Quel che resta del giorno; Firenze, Le Cariti,2001; il titolo è ripreso da un film del 1993 con la regia di James Ivory, tratto dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro (titolo originale: The remains of the day). 111 Esilio, Novara, Interlinea, 2003. 243 […] rimaste nel fondo dei cassetti», come se quel frammento avesse aperto uno squarcio su una realtà dolorosa fino ad allora inspiegabilmente sepolta. Insieme ai lacerti restituiti a singhiozzo dalla memoria offuscata, il poeta recupera quella comunione con la natura che apparteneva alla sua prima stagione e che la colloquialità delle raccolte successive aveva lentamente cancellato o emarginato. Una prospettiva analoga è quella di un’altra importante testimonianza di Parronchi sul proprio passato: un volumetto intitolato L’inverno del’29112 lo vede, nella veste inedita di narratore, raccontare alcuni capitoli della sua giovinezza legati a quella tremenda congiuntura storica che condusse in pochi anni l’Italia dall’oppressione del regime fascista allo scoppio della guerra. Il punto di partenza in questo caso è il suicidio del padre (febbraio del 1929), un gesto apparentemente inspiegabile ma che il poeta fa risalire al senso di colpa per non aver saputo prendere una posizione netta contro il fascismo, e da lì i racconti procedono alternando le vicende private alla storia collettiva, ritornando ancora all’esilio nel Chianti e alla coabitazione con Marcucci, destinata a tradursi presto in una profonda amicizia. In queste pagine affiora dunque il tema della morte del padre, sempre accortamente schivato nel corso degli anni, e si insinua una riflessione civile, finora avvertibile solo in trasparenza dietro i versi, ma c’è anche un riandare ostinato a quella stagione in cui in Parronchi era nata la poesia. Nella longeva cerchia dei poeti fiorentini della sua generazione, Parronchi fu il più longevo e sopravvisse a Bigongiari e Luzi, continuando a scrivere finché la malattia gli tolse la padronanza di sé. Morì all’inizio del 2007. Ma in questa fase estrema della sua opera, in questi ultimi scritti che paiono quasi postumi, è ravvisabile un legame con la sua prima stagione: quella natura, densa di significati occulti, attraverso cui Parronchi interpretò nella sua giovinezza poetica i segnali di una realtà incomprensibile, è ora il presagio d’una salvezza agognata, un “oltre” in cui trovare finalmente la pace; i fantasmi evanescenti, affondati nel paesaggio notturno, si sono tramutati negli spettri di un passato che lentamente si disgrega, in volti senza memoria a un passo dal dileguarsi. 112 L’inverno del ’29, Arezzo, Edizioni Helicon, 2004; il libro è suddiviso nelle sezioni: L’inverno del’29; 25 luglio’43 – 25 aprile ’45; Marcucci a Greve nel ’44 – ’45; Solitudine e paesaggio; Vuoti di memoria. 244 BIBLIOGRAFIA 245 BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DELLE OPERE E DELLA CRITICA Opere di Alessandro Parronchi in volume La produzione letteraria di Alessandro Parronchi si distingue per la vastità e la ricchezza dei settori d’interesse (poesia, prose critiche sull’arte, traduzioni poetiche, etc.), ma qui concentriamo l’attenzione sulla poesia. Questa bibliografia si limita alle voci che ci è stato possibile reperire relative all’opera (non solo quella poetica) di Alessandro Parronchi fra il 1941 e il 1962. Bibliografia di Alessandro Parronchi Il mappamondo volubile, Firenze, Cadmo, 2004, a cura di Eleonora Bassi. Opere di poesia I giorni sensibili, Firenze, Vallecchi, 1941 I visi, Firenze, Rivoluzione 1943; poi Il Fiore, 1943 Un’attesa, Modena, Guanda, 1949 Alone, Firenze, «Ca balà», a. I, n. 2, luglio 1950. L’incertezza amorosa, Milano, Schwarz, 1952 Per strade di bosco e di città, Firenze, Vallecchi, 1954 Coraggio di vivere, Milano, Scheiwiller, 1956 La noia della natura, Lecce, «Quaderni del Critone», 1958 Coraggio di vivere, Milano, Garzanti,1961 (riunisce: L’incertezza amorosa, 1952; Coraggio di vivere, 1956; La noia della natura, 1958) Un’attesa (1937 - 1948), Urbino, Istituto Statale d’arte per la decorazione del libro, 1962 L’apparenza non inganna, Milano, Scheiwiller, 1966 Pietà dell’atmosfera, Milano, Garzanti, 1970 (include L’apparenza non inganna) Umori, Firenze, Galleria Pananti, 1978 Replay (1970-77), Milano, Garzanti, 1980 Prime e ultime, Padova, Edizioni Pandolfo, 1981 Ombra mai fu, Firenze, Galleria Pananti, 1982 Intime (con Filamenti americani di Piero Bigongiari), Urbino, bidiellepi, 1983 Expertise per Vittorio, Firenze, Galleria Pananti, 1984; poi (in edizione accresciuta) Milano, Scheiwiller, 1986 Climax (1977-1989), Milano, Garzanti, 1990 (riunisce le Ultime, 1981 e Ombra mai fu, 1982). 246 Il rispetto della natura e altre poesie, Firenze, Galleria Pananti, 1990 Quale Orfeo?, Firenze, Galleria Pananti, 1991 L’incertezza amorosa, poesie d’amore dal 1937 al 1991, Firenze, Polistampa, 1992 Per strade di bosco e di città (poesie dal 1937 al 1955), Firenze, Polistampa, 1994. Nuovo cammino, Firenze, Galleria Pananti, 1994. Diadema autoantologia 1934-1997, Milano, Mondadori, 1998. Le Poesie, Firenze, Polistampa, 2000 (raccolta completa). Quel che resta del giorno, Firenze, Le Cariti, 2001 Esilio, Novara, Interlinea, 2003. Poesie dei 90, Novara, Interlinea, 2004. Quaderno in ombra, Milano, Viennepierre, 2008. Traduzioni poetiche G. DE NERVAL, Le chimere, Firenze, Fussi, 1946. S. MALLARMÉ, Il pomeriggio d’un fauno, Firenze, Fussi, 1946. A. RIMBAUD, Una stagione all’inferno, Firenze, Fussi, 1949; poi Firenze, Sansoni, 1991. M. DE GUÉRIN, Il Centauro e altri poemi, Firenze, Fussi, 1951; poi Firenze, Le Lettere,1990. S. MALLARMÉ, Monologo, Improvviso, Pomeriggio d’un Fauno, Firenze, Fussi, 1951. S. MALLARMÉ, G. DE NERVAL, Tre poesie in Festa d’amore: le più belle poesie d’amore, a cura di C. Betocchi, Firenze, Vallecchi, 1952, pp. 320-324. M. RADIGUET, Autunno in Poeti stranieri del’90 tradotti da poeti italiani, a cura di V. 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Traduzioni di poeti, in «Il mattino dell’Italia centrale», 26 novembre 1948, p. 3; [su Giuseppe Ungaretti, Da Gongora a Mallarmé e Eugenio Montale, Quaderno di traduzioni] poi in Quaderno per Montale, 2003. Messaggio di Rebora, in «Il popolo», 16 novembre 1949, p. 3. La fede di Leopardi, in «Il popolo», 27 dicembre 1947, p. 3. La chiave di Mallarmé, in «La Nazione », 6 marzo 1952, p. 3 [recensione a Mario Luzi, Studio su Mallarmé, Firenze, Sansoni, 1952]. Rashomon, in «La Nazione», 18 marzo 1952, p. 3. Luca Ghiselli, presentazione alle poesie di L. Ghiselli in Antologia della poesia religiosa contemporanea, Firenze, Vallecchi, 1952, pp. 302-305. 248 Recensione a Umberto Bellintani, Forse un viso tra mille in«Letteratura: rivista di lettere e di arte contemporanea», I, n. 5-6, settembre-dicembre 1953, pp. 167-170. La voce di Montale, in «La Nazione», 10 ottobre 1953, p. 3. 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