LE LETTURE DEL MOMENTO Elenco degli inviti alla let tura SAGGI • THRILLER • NARRATIVA 1. Il sentiero dei profumi, Cristina Caboni «Un romanzo italiano già venduto in Europa. Un fenomeno come Il linguaggio segreto dei fiori.» L’Espresso 2. L’assassinio di Pitagora, Marcos Chicot «Un thriller storico che fa sognare tutti gli aspiranti scrittori.» Vanity Fair 3. La misura della felicità, Gabrielle Zevin «Un concentrato di ottimismo e una lettera d’amore per i libri e i lettori.» The Washington Post 4. La prima cosa che guardo, Grégoire Delacourt «Dall’autore di Le cose che non ho, il più grande successo in Francia dopo L’eleganza del riccio.» 5. La sposa silenziosa, A.S.A. Harrison «Lo stupore è continuo, come la suspense, pagina dopo pagina. Harrison scrive con un tocco luminoso, ma nondimeno devastante.» The Guardian 6. Libro, Gian Arturo Ferrari «Una riflessione perfetta, dal manoscritto al digitale, sulla forma di diffusione della cultura più potente.» Il Giornale 7. Non son degno di tre, Jon Rance «Una Bridget Jones al maschile in una brillante commedia romantica capace di commuovere e far sorridere.» 8. Outcast, Alina Bronsky «Splendido» Kerstin Gier, autrice di Red, Blue e Green 9. Questa volta tocca a te, M.J. Arlidge «Un esordio internazionale sconvolgente» The Bookseller 10. Un disastro è per sempre, Jamie McGuire «Un successo del passaparola, venduto in 25 paesi e ovunque in cima alle classifiche.» TTL- La Stampa 11. Un’idea di destino, Tiziano Terzani «Passioni e delusioni senza filtri testimoniati nel diario di una vita e di un amore.» Il Corriere della Sera 12. Un incantevole imprevisto, Marianne Kavanagh «Conteso dagli editori di tutto il mondo. Un vero fenomeno internazionale. Uno dei romanzi più attesi dell’anno.» The Bookseller 13. Vita dopo vita, Kate Atkinson «Sono vite da romanzo: tinte forti, toni accesi. Kate Atkinson attraversa i generi letterari e prova il brivido del romanzo storico e d’amore.» Il Corriere della Sera CRISTINA CABONI IL SENTIERO DEI PROFUMI UN ESTRATTO DEL LIBRO SCELTO DALLA REDAZIONE Prima edizione: maggio 2014 Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it ISBN 978-88-11-68291-2 © 2014, Garzanti Libri S.r.l., Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol Printed in Italy www.garzantilibri.it IL PROFUMO È IL SENTIERO «Chiudi gli occhi, piccola.» «Così, nonna?» «Sì, Elena. Così. E ora fai come ti ho insegnato.» Con le mani poggiate sul tavolo, in penombra al centro della camera, la bambina tiene gli occhi serrati. Le dita sottili scivolano lungo la superficie e si aggrappano al bordo smussato davanti a lei. Ma non sono le essenze conservate nei flaconi che ricoprono la parete ciò che percepisce con più forza. È l’impazienza di sua nonna. È l’odore della propria paura. «Allora?» «Ci sto provando.» La vecchia serra le labbra. L’odore della sua rabbia è acre, ricorda l’ultimo fumo che sprigiona la legna quando è quasi cenere. Tra un minuto la colpirà e poi andrà via. Elena lo sa, deve resistere ancora un po’, solo un po’. «Impegnati, devi concentrarti. E chiudi gli occhi, ho detto!» Lo schiaffo le sposta appena i capelli. Finto, come tutto il resto. Come le bugie che le racconta sua nonna, e come quelle che Elena a sua volta le dice. «Allora, dimmi cos’è!» Si è stancata di aspettare e ora le agita sotto il naso una fiala colma di essenze. Ma non è una semplice risposta ciò che desidera da lei. Vuole ben altro. Qualcosa che Elena non ha nessuna intenzione di darle. «Rosmarino, timo, verbena.» Un altro colpo. 11 Le lacrime le bruciano in gola. Ma non cede e, per farsi coraggio, comincia a canticchiare un motivetto. «No, no. Non restare fuori. Entra, cercalo... Fa parte di te, devi sentire ciò che ti suggerisce, devi comprenderlo, devi amarlo. Prova ancora, e questa volta concentrati!» Ma Elena non ama più i profumi. Non vuole vedere i prati lungo il corso del fiume dove sua madre la portava da piccola, appena fuori del paese. Non vuole udire il rumore dell’erba tenera che cresce, né quello dell’acqua che scorre. Non vuole sentire gli occhi delle ranocchie che la fissano da sotto il canneto. Stringe nuovamente le palpebre e serra i denti, decisa a tenere fuori tutto. Ma in quel nero appena punteggiato di chiaro esplode una scintilla. «Il rosmarino è bianco.» La nonna spalanca gli occhi. «Sì», mormora mentre la speranza accende il suo sguardo. «Perché? Raccontami di lui.» Elena apre la bocca, lasciando che le emozioni le scivolino dentro, riempiendo la mente e l’anima. Socchiude gli occhi, spaventata. «No! Non voglio! Non voglio!» La nonna impietrita la guarda correre via. Scura in volto, scuote la testa e si abbandona su uno sgabello. Dopo un lungo sospiro si rialza e apre le imposte. La luce stanca della sera penetra all’interno del laboratorio che appartiene alle Rossini da più di tre secoli. Lucia raggiunge la credenza in legno massiccio che occupa l’intera parete, accarezza i volumi ordinati davanti a lei, poi con calma ne sceglie uno. Lo stringe al petto per un istante e, dopo essersi seduta al tavolo di legno lucido, lo apre, sfogliandolo con cura. Le dita scorrono sulle pagine ingiallite dal tempo come hanno fatto innumerevoli altre volte. Anche in quel momento sembra che Lucia cerchi qualcosa. Ma non c’è nulla in quella grafia ordinata che possa aiutarla a spiegare alla nipotina che il profumo non è qualcosa che si sceglie. Il profumo è il sentiero. Percorrerlo significa trovare la propria anima. 12 L’ODORE DELL’ODIO Il primo ricordo di Elena era il sole accecante della Costa Azzurra, il secondo una distesa infinita di lavanda. Verde e blu e rosa e lilla, e poi bianco e ancora e ancora... e poi c’era l’oscurità della bottega, quella dove sua madre lavorava china sui tavoli ricoperti da boccette di vetro e alluminio. Era in Provenza che sua madre lavorava per buona parte dell’anno. Là avevano una casa. E là Susanna aveva ritrovato un uomo, il suo primo amore. Maurice Vidal. Era stato tra i campi fioriti che Elena aveva appreso i primi rudimenti della profumeria: quali erbe raccogliere, quali destinare alla distillazione. Ogni passo era impresso nella sua mente di bambina come un’immagine nitida. Nella sua esistenza solitaria il profumo era diventato il linguaggio attraverso il quale poteva comunicare con la sua silenziosa madre, che la portava sempre con sé, ma le parlava di rado. Maurice era alto e forte. Era il padrone del laboratorio e dei campi, e adorava Susanna Rossini. L’amava almeno quanto odiava la sua bambina. Elena sapeva perché lui non la guardava mai. Era la figlia di un altro. Ignorava cosa significasse di preciso, ma era di certo una cosa brutta. Aveva fatto piangere la sua mamma. Un giorno era rientrata a casa per fare merenda e aveva sentito sua madre discutere con Maurice. Capitava spesso, non ci aveva badato all’inizio. «È uguale a suo padre, vero? Confessalo... non ti somiglia 34 per niente. Non riesco nemmeno a guardarla. Come puoi chiedermi di tenerla con me? Con noi?» Elena si era fermata, allora. Lo stomaco improvvisamente stretto in una morsa. Era stato il tono della voce dell’uomo a trattenerla. Maurice aveva parlato a voce bassa, come si fa con i segreti. Ma lei lo aveva sentito bene. Era tornata indietro. La porta della camera da letto era aperta. Maurice era seduto su una sedia, la testa china, le mani tra i capelli. «Ho commesso un errore, ma non posso farci nulla. E d’altronde quando sono tornata con lei, hai detto che non ti importava del passato e che volevi ricominciare insieme. Cerca di capirlo. Lei è anche mia figlia.» Sì, lei era sua figlia. Susanna aveva pronunciato quella parola in modo strano. E perché stava piangendo? Non le piacevano quelle parole, aveva pensato Elena. Le facevano pizzicare la gola e gli occhi. Maurice si era coperto il viso con le mani, poi si era alzato di scatto. «Tua figlia! Tua e di chi? Chi è suo padre?» «Nessuno, te l’ho detto mille volte. Non sa neppure dell’esistenza della bambina.» Lui aveva scosso la testa. «Non riesco a sopportarlo, Susanna. So di avertelo promesso, lo so, ma non ci riesco.» In quel momento si era accorto di lei. «Che ci fai qui?» le aveva urlato contro. Elena, ammutolita, era indietreggiata, poi era corsa via. Aveva pianto solo un po’, poi si era asciugata bene il viso, e aveva capito che Maurice si era sbagliato. Lei non aveva mai avuto un papà. Forse doveva dirglielo, così le cose sarebbero andate bene. Ma per quanto nei giorni seguenti ci avesse provato, lo sguardo severo dell’uomo le metteva paura. Le parole si erano rifiutate di uscire, rimanendo chiuse nella bocca, impigliate alla lingua. Allora aveva pensato a un disegno. Le era servito tutto il foglio perché Maurice era molto alto, ma era riuscita a farcelo entrare. Eccoli loro tre insieme: Susanna la teneva per mano e lì accanto c’era lui, non un altro papà. 35 Un giorno che Maurice era davvero molto arrabbiato, Elena aveva deciso di regalargli il disegno per farlo felice. Aveva ignorato quell’espressione cupa che la intimidiva, si era fatta coraggio e gli aveva consegnato il foglio. Lui lo aveva preso senza dire nulla, poi dopo uno sguardo rapido aveva riportato l’attenzione su di lei, il volto contratto dalla rabbia. Elena istintivamente era indietreggiata, i palmi sudati, le dita chiuse sulla stoffa del vestito. Maurice si era voltato verso Susanna che stava preparando la cena, brandendo il foglio. «Pensi che questo risolverà le cose tra noi?» aveva chiesto con un tono di voce basso, quasi un sussurro. «La famigliola felice... Tu, io e la figlia di... di quello? Adesso ti metti a usare la bambina per convincermi?» Susanna aveva fissato il disegno, poi era sbiancata. «È solo un disegno, smettila», gli aveva risposto con un filo di voce. «Sai perfettamente come la penso!» aveva gridato lui accartocciando il foglio e tenendolo stretto nel grosso pugno. «Perché diavolo non vuoi capire?» aveva gridato prima di lanciarlo in un angolo. Il singhiozzo di Elena aveva spezzato il silenzio teso che era sceso su di loro. Come rendendosi conto solo in quel momento di ciò che aveva fatto, Maurice aveva fissato la piccola, poi lentamente aveva raccolto il foglio dal pavimento, lisciandolo con le dita. «Tieni», le aveva detto porgendoglielo. Ma lei aveva scosso la testa. Maurice lo aveva poggiato sul tavolo, si era stretto nelle spalle ed era scoppiato improvvisamente a ridere. Se si impegnava, se si concentrava, Elena riusciva a ricordare ancora, a distanza di tanti anni, quel suono aspro e forzato. La mattina seguente Susanna aveva fatto i bagagli ed erano partite. Erano state lontane per tutta la primavera. Ma poi erano tornate. Tornavano sempre, e Maurice era lì. E lì Elena per la prima volta aveva sentito l’odore dell’odio. Freddo, come quel36 lo di una notte senza stelle dopo che è piovuto e il vento continua a ululare. L’odore dell’odio fa paura. Qualche mese dopo Elena aveva compiuto otto anni. In autunno erano partite ancora una volta, e lei era rimasta a Firenze con sua nonna. 37 18 ANNI DOPO UN INCONTRO SPECIALE Il Marais era uno dei pochi quartieri ad aver conservato il carattere della Parigi seicentesca. Elena si aggirava tra i vicoli stretti, in cerca dell’appartamento in cui avrebbe cominciato la sua nuova vita. Si fermò accanto all’insegna di una boulangerie, guardando per l’ennesima volta il pezzo di carta sul quale aveva segnato l’indirizzo. Rue du Parc-Royal, al numero dodici. «Eccoti, finalmente», esclamò poco dopo davanti a un arco in pietra. Si tirò dietro il trolley ed entrò nel cortile. La sua amica Monique le aveva mandato un SMS. Era passata nel pomeriggio, le aveva portato un po’ di spesa e aveva lasciato la porta socchiusa. In teoria lei avrebbe dovuto giusto spingere con un po’ di energia. Con entrambe le mani sul portone, Elena fece come le aveva indicato l’amica. Ma non accadde nulla. Spinse allora, con tutte le sue forze. Il portone si spalancò di colpo, catapultandola in avanti. Cercò di recuperare l’equilibrio, le mani in avanti, il respiro affannato. Lanciò un grido quando l’oscurità sembrò inghiottirla, mentre la sua corsa terminava contro un ostacolo e le ginocchia le cedevano. «Che diavolo...?» Un braccio robusto l’afferrò alla vita, frenando la sua caduta. «Tutto bene?» A Elena servì qualche secondo per rendersi conto di ciò che era successo. Per fortuna quell’uomo l’aveva afferrata 80 prima che finisse sul pavimento. Le ci mancava solo quello, pensò un po’ stordita. «Sì, grazie», mormorò. Lui non rispose. Elena si agitò, nervosa. «Può lasciarmi ora», gli disse un po’ imbarazzata, mentre lui continuava a tenerla stretta. All’improvviso l’uomo la lasciò andare, facendosi poi da parte. «Non volevo spaventarla», fece brusco. Elena si afferrò alla voce dello sconosciuto, alla nota dolente in fondo a quella frase. Le emozioni che l’avevano oppressa un attimo prima si erano dissolte. Erano state sostituite da altre, infinitamente più interessanti. C’era del dolore nelle parole di quell’uomo. Una sofferenza antica, ingiusta. Elena si domandò perché e provò un’inspiegabile frustrazione nel pensare di non poter avere una risposta. Voleva conoscerlo, voleva sapere. Non era qualcosa di ben definito, si trattava più che altro di istinto. «Non riesco a vederla», gli rispose trovando la sua mano e afferrandosi a lui, tenendolo forte quasi volesse consolarlo per quell’assurdità. Non l’aveva spaventata, perché poi? Con le dita avvinghiate alle sue, si girò per vedere il suo viso. La luce dei lampioni che penetrava dal portone delineava la figura massiccia dell’uomo, lasciandolo tuttavia in ombra. Elena non riusciva a distinguere altro che una sagoma robusta. Era molto alto, la voce un po’ aspra, ma allo stesso tempo cortese, profonda. «Non ho paura di lei», disse. E gli sorrise. Lui non rispose, limitandosi a tenere le dita di lei che non volevano lasciarlo andare. Elena sapeva che era irragionevole, era persino assurdo. Ma in quell’ultimo periodo aveva smesso di agire in modo ragionevole. «Ha un buon profumo.» Fu un impulso quella confessione, le parole semplicemente le sfuggirono dalle labbra. Subito dopo arrossì. Cielo, sembrava volesse rimorchiarlo! «Scusi, crederà che io sia matta. Ma ho avuto una giornata orribile e la prima cosa positiva che mi è accaduta è stato il suo... salvataggio. Se lei non mi avesse afferrato sarei finita distesa sul pavimento, una fine degna di questa giornata 81 tremenda. Ero semplicemente sconcertata perché il portone si è aperto all’improvviso...» «Di cosa?» Elena ammutolì. «Di cosa... che?» «Ha detto che ho un buon profumo. Di cosa?» «Ah, sì», rise, un suono leggero, vellutato. «È un po’ una deformazione professionale.» Ma lui non rideva, continuava a fissarla intensamente. Elena sentiva quello sguardo su di sé, percepiva l’importanza di quella risposta e delle parole che quell’uomo, chiunque fosse, aspettava. Si concentrò, allora, e lasciò che il profumo di lui le parlasse, raccontandole cose che lei sola avrebbe saputo cogliere. «Sa di pioggia, di freddo, ma anche di sole. Di parole pensate, di lunghi silenzi e di riflessione. Sa di terra e di rose... Lei ha un cane ed è una persona gentile, che si ferma ad aiutare e che si addolora per ciò che ha dentro il cuore.» Un altro lungo silenzio. Poi l’uomo ritirò le mani, quasi di scatto. «Devo andare ora. Lasci il portone aperto, la luce dell’androne non funziona. Faccia attenzione.» La lasciò, indietreggiando un passo alla volta, senza distogliere lo sguardo da lei. Solo una volta raggiunta la porta si voltò e uscì. Elena represse il desiderio improvviso di richiamarlo indietro. Sollevò il viso e cercò ancora quel profumo. Era una promessa mantenuta, era la dolcezza della fiducia, il peso e la responsabilità insieme. Era azione e bisogno. Cercò ancora nella notte, fiutando l’aria, provando a rintracciare quel filo che andava scomparendo. Ma per quanto desiderasse afferrarlo, era svanito, lasciandole dentro quasi un senso di struggimento. 82 UN NUOVO INIZIO Arrivarono molte persone quella mattina. I dipendenti della profumeria erano tutti impegnati. Dopo aver memorizzato una buona parte dei profumi creati da Jacques, Elena raggiunse i banchi di vendita, ma si tenne un po’ in disparte. Claudine aveva cominciato a servire un uomo di una certa età che desiderava un profumo speciale. Era palesemente irritato, le dita nodose chiuse intorno al manico del lussuoso bastone da passeggio. «No, questo non mi piace. Sa di vecchio, mi ricorda la naftalina, buon Dio!» esclamò indignato. «Mi avevano assicurato che sareste riusciti ad accontentarmi. Un’evidente esagerazione. Perché dovrei sprecare il mio tempo con voi?» Le delicate narici della donna si dilatarono, stava perdendo terreno rapidamente. «Un momento, prego», rispose. Elena aveva assistito alla scena in disparte. L’uomo era vestito in modo originale, ma elegante. Era nervoso, ogni tanto si infilava un dito nel fazzoletto da collo, tentando di allentare la tensione. Si guardava intorno, fissava la sua attenzione sui profumi, e in quello sguardo era concentrato il suo bisogno di nuovo: una seconda giovinezza, qualcosa capace di coprire la vecchiaia, di dargli fiducia. Gli uomini facevano questo genere di scelte, cercavano di rinnovarsi sperando in piccoli miracoli... come un nuovo amore. Elena non sapeva da dove le fosse venuta quell’idea, ma se era così, se ciò che desiderava quell’anziano signore era cambiare, presentarsi con un aspetto olfattivo attraente, sapeva già cosa avrebbe fatto al caso suo. 128 «Posso chiederle quale profumo usava in passato?» gli domandò Elena avvicinandosi. Addolcì la voce e, visto che il signore era assorto nei suoi pensieri, gli ripeté la domanda. L’uomo sollevò la testa di scatto, come se solo in quel momento si fosse accorto della sua presenza. Lei gli porse la mano, un po’ imbarazzata. «Mi chiamo Elena Rossini.» «Jean-Baptiste Lagose», le rispose lui. Ma invece di stringerle la mano, la prese tra le sue e si chinò in un baciamano come un gentiluomo d’altri tempi. Cuoio, labdano e bergamotto, pensò Elena quando lui si accostò, quasi sfiorandola. Un aroma forte e sofisticato allo stesso tempo, con un sentore di fondo profondamente muschiato. Quasi riusciva a vederlo, Jean-Baptiste, mentre osservava la giostra della vita che ormai lo aveva lasciato a terra. Ne percepiva lo sgomento, il disprezzo istintivo e, celato sotto strati di struggimento, l’acuto desiderio di tornare a farvi parte. «Lei è una commessa?» le chiese. Elena annuì. «Oggi è il mio primo giorno. Lei indossa un chypre, è molto bello, ma se ho ben capito vorrebbe qualcosa di nuovo.» Improvvisamente Jean-Baptiste mise da parte tutta la sua bellicosità. «Sì, esatto. Volevo un profumo di carattere, qualcosa di deciso, ma anche originale. Ma quella... ehm... non riesce a capire, non mi ascolta.» Elena pensò a un altro chypre. Certo, si trattava di un profumo classico a base di muschio di quercia, ma poteva dargli un aspetto più frizzante, magari con del limone e del vetiver per renderlo più rotondo e fresco. Quell’uomo lo avrebbe portato benissimo. Sembrava avere gusti decisi e poco convenzionali. Aveva un’idea ben precisa che intendeva seguire. Il profumo che voleva era una strategia di conquista e per lui era così importante da convincerlo a occuparsene personalmente. «Perché non sente nuovamente queste fragranze? Potremo variarle secondo il suo gusto», gli propose Elena. Aveva 129 bisogno di guadagnare tempo, doveva parlare con Claudine. Era sicura che in negozio avessero un chypre di nuova generazione. «Torno subito», gli disse Elena con un sorriso sollevato. «Con comodo, mia cara», rispose lui. Dopo aver raggiunto Claudine le spiegò cosa aveva in mente. «Avete qualcosa che abbia del neroli, pompelmo rosa o anche del limone come note di testa, gelsomino, gardenia, magnolia o un altro mélange fiorito come cuore, ambra, sandalo e muschio? Il vetiver ad esempio sarebbe perfetto...» Claudine ci pensò su. «Sì, è un chypre. Ne abbiamo uno che potrebbe fare al caso suo. Mi pare ci sia anche del cuoio.» Elena non sperava tanto. Il cuoio era un profumo ancestrale, maschile, potente. «Sarebbe il massimo.» Claudine controllò in archivio, trovò ciò che cercava e tornò dall’uomo. Elena la seguiva a poca distanza. Jean-Baptiste si avvicinò alla mouillette. «È per un’occasione importante?» gli chiese allora Elena. L’uomo afferrò la strisciolina di carta con la punta delle dita e la portò al naso. «Sì, molto importante», sussurrò. «Lo aspiri con calma e pensi a ciò che vorrebbe, a quello che le piacerebbe accadesse. Senta se le emozioni sono giuste, o se manca qualcosa.» Lui fece come gli era stato consigliato. In silenzio, quasi con riverenza. Poi dopo un po’ cominciò a parlare. «Ci siamo lasciati male, e per nulla. Eravamo giovani, orgogliosi. Ora... le cose sono cambiate. Io non mi sono mai sposato, lei invece è vedova.» L’uomo continuò a muovere dolcemente la carta imbevuta del chypre. Elena restò in silenzio, affascinata da quella storia. «Non è stata l’unica donna che ho amato, questo no. Ma lei è stata quella per cui ho sofferto di più. Ed è rimasta sempre nei miei ricordi, con una costanza sorprendente.» Fece una pausa e agitò la strisciolina di carta. «Testarda in un modo davvero fastidioso», protestò accigliandosi ancora. «Ma quando sorrideva... quando sorride, i suoi occhi si illuminano d’un tratto, il suo sguardo ti arriva dritto all’anima. È bel130 la, lo è nonostante tutti gli anni che sono trascorsi. È bellissima per me.» Annusò nuovamente il profumo. «Mi ricorda un giardino, non solo di fiori, ma anche di piante. Ho come l’impressione di sentire l’acqua scorrere, limone... o forse si tratta di arance. Una volta siamo stati insieme in un agrumeto. È stata una bella giornata, abbiamo riso tanto, eravamo molto felici in quei giorni. Poi siamo tornati in città.» Era ritornato ai suoi ricordi. Ed era stato grazie a quel profumo. Elena non riusciva a distogliere lo sguardo, gli occhi lucidi dalla commozione. «Lei è mai stata innamorata, mademoiselle?» «No, io... credo di no», sussurrò dopo un lungo istante. Lui le rivolse uno sguardo strano. «Non si preoccupi, lei è carina, gentile. Troverà presto l’uomo giusto. È triste stare da soli, mademoiselle», disse, «l’orgoglio è caldo all’apparenza, ma poi diventa un gelido compagno. Cerchi di seguire il cuore.» Improvvisamente Elena sentì il bisogno di dire a qualcuno che il suo cuore provava curiosità per un uomo davvero singolare, che aveva incontrato solo due volte al buio. Non sapeva nemmeno che aspetto avesse davvero. Però il suo odore... quello lo conosceva bene. Sentì un fremito alla base dello stomaco, ma scacciò il pensiero e si concentrò su Jean-Baptiste. «Questo profumo mi piace molto», continuò l’uomo. «Mi ricorda il passato, ma possiede qualcosa di nuovo. Una speranza, ecco. Ed è proprio ciò che volevo. Una speranza. La vita non ha senso senza la speranza, lo sa, mademoiselle?» Sì, che lo sapeva. Era per quello che si era spostata a Parigi, quasi senza pensarci. E lo aveva fatto nonostante fosse consapevole che non sarebbe stato facile. E allora perché quel nodo improvvisamente le stringeva la gola? E quelle stupide lacrime avevano preso a bruciarle gli occhi? Le scacciò quasi con rabbia e si costrinse a sorridere. Continua in libreria e in eBook... 131 Elena non si fida di nessuno. Ha perso ogni certezza e non crede più nell’amore. Solo quando crea i suoi profumi riesce ad allontanare tutte le insicurezze. Solo avvolta dalle essenze dei fiori, dei legni e delle spezie sa come sconfiggere le sue paure. I profumi sono il suo sentiero verso il cuore delle persone. Parlano dei pensieri più profondi, delle speranze più nascoste: l’iris regala fiducia, la mimosa dona la felicità, la vaniglia protegge, la ginestra aiuta a non darsi per vinti mai. Ed Elena da sempre ha imparato a essere forte. Dal giorno in cui la madre se n’è andata via, abbandonandola quando era solo una ragazzina in cerca di affetto e carezze. Da allora ha potuto contare solo su sé stessa. Da allora ha chiuso le porte delle sue emozioni. Adesso che ha ventisei anni il destino continua a metterla alla prova, ma il suo dono speciale le indica la strada da seguire. Una strada che la porta a Parigi, la capitale del profumo, dove le fragranze si preparano ancora secondo un’arte antica. Le sue creazioni in poco tempo conquistano tutti. Elena ha un modo unico di capire ed esaudire i desideri: è in grado di realizzare il profumo giusto per riconquistare un amore perduto, per superare la timidezza, per ritrovare la serenità. Ma non è ancora riuscita a creare l’essenza per fare pace con il suo passato, per avere il coraggio di perdonare. C’è un’unica persona che ha la chiave per entrare nelle pieghe della sua anima e guarire le sue ferite: Cail. Cail che conosce la fragilità di un fiore e sa come proteggerlo e amarlo. Perché anche il seme più acerbo, quando il sole arriva a riscaldarlo, trova la forza di sbocciare. Il sentiero dei profumi è un debutto italiano che è già un fenomeno editoriale internazionale. Conteso in patria dagli editori, è stato venduto in tutta Europa. Cristina Caboni è un’autrice che conquista ed emoziona, che commuove e stupisce. E lo fa con una storia indimenticabile sulle insicurezze dell’animo umano e sul coraggio per affrontarle. Sulle cicatrici del passato che solo l’amore più profondo può rimarginare. Cristina Caboni vive con il marito e i tre figli in provincia di Cagliari, dove si occupa dell’azienda apistica di famiglia. Appassionata coltivatrice di rose, studia da tempo il mondo delle essenze e delle fragranze naturali. Il sentiero dei profumi è il suo primo romanzo. www.ilsentierodeiprofumi.com Cristina Caboni – autrice MARCOS CHICOT L’assassinio di Pitagora Traduzione di Andrea Carlo Cappi Romanzo Salani Editore Titolo dell’originale EL ASESINATO DE PITÁGORAS ISBN 978-88-6715-737-2 Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it Copyright q 2013 Marcos Chicot Copyright q 2013 Antonio Vallardi Editore s.u.r.l., Milano Copyright q 2014 Adriano Salani Editore s.u.r.l. Gruppo editoriale Mauri Spagnol Milano www.salani.it Prologo 25 marzo 510 a.C. Tra costoro c’è il mio successore. Pitagora era seduto a terra con le gambe incrociate, il capo chino e gli occhi chiusi, in uno stato di concentrazione profonda. Davanti a lui erano in attesa sei uomini. Aveva oltrepassato limiti inimmaginabili, era arrivato a dominare lo spirito umano e le leggi del cosmo. Ora il suo obiettivo principale era un altro: far sı̀ che la confraternita che aveva fondato continuasse a sviluppare le proprie capacità anche quando lui non fosse stato più alla sua guida. Inspirò a fondo l’aria del tempio. Era fresca, con un lieve profumo di mirto, ginepro e rosmarino, le erbe purificatrici bruciate all’apertura di quella riunione straordinaria. Senza preavviso alcuno, la fermezza del suo animo vacillò. Il cuore perse un paio di battiti. Fu solo grazie a uno sforzo titanico che riuscı̀ a evitare qualsiasi alterazione del viso e nessuno se ne accorse. Di fronte a lui, i discepoli di più lunga data restavano pazienti in attesa che emergesse dalla meditazione e rivolgesse loro la parola. Non si devono accorgere di nulla, si disse Pitagora, allarmato. Aveva diviso con loro la maggior parte delle sue premonizioni, ma non questa. Il presagio era troppo tenebroso. Erano settimane che lo perseguitava, senza tuttavia che gli si rivelasse alcun dettaglio. Espirò lentamente. La forza oscura del presentimento si era 5 moltiplicata, una volta entrato nel tempio. Eppure non c’era niente che facesse pensare a un pericolo immediato. I sei uomini, disposti a semicerchio davanti a lui, vestiti con semplici tuniche di lino, appartenevano al grado più alto dell’ordine, quello di grande maestro. Nel corso del tempo, Pitagora aveva maturato nei loro confronti un affetto solido e un orgoglio profondo. Le loro menti erano tra le più capaci ed evolute dell’epoca e ognuno avrebbe apportato i propri contributi al sistema. Tuttavia, solo colui che fosse stato nominato suo successore avrebbe ricevuto gli ultimi insegnamenti, salendo cosı̀ un altro gradino sulla scala tra l’uomo e la divinità. Ma, oltre a quello spirituale, il suo erede avrebbe acquisito un potere terreno unico nella storia. Sarebbe stato a capo delle ristrette cerchie pitagoriche che, sulla base dei princı̀pi etici che il fondatore dell’ordine aveva stabilito, governavano un territorio sempre più vasto. La confraternita si era estesa ormai ben oltre la Magna Grecia: governava città della Grecia continentale e qualche villaggio etrusco, e si stava persino introducendo nella fiorente Roma. Poi sarebbero venute Cartagine, la Persia... Benché non si debba dimenticare che il potere terreno è solo uno strumento. Pitagora alzò piano la testa e sollevò le palpebre. I discepoli sobbalzarono. Negli occhi dorati del maestro ardeva un fuoco più intenso del solito. I capelli, bianchi come la neve, ricadevano fluenti sulle spalle e sembravano risplendere, al pari della barba folta. Aveva superato i settant’anni, eppure manteneva pressoché intatto il vigore della gioventù. « Osservate la tetraktys, chiave dell’universo ». La voce di Pitagora, soave e profonda, risuonò nello spazio solenne del tempio circolare. Nella mano destra teneva una bacchetta di frassino, con la quale indicò il pavimento di marmo in mezzo a loro, su cui aveva dispiegato una piccola pergamena. In essa era visibile un disegno semplice, una figura triangolare formata da quattro file di punti: quattro alla base, sopra altri tre, poi ancora 6 due, fino alla cuspide di un unico punto. I dieci punti disposti a triangolo erano uno dei simboli fondamentali dell’ordine. Pitagora continuò a parlare con la sua maestosa autorità. « Nei prossimi giorni dedicheremo l’ultima ora ad analizzare il numero che li contiene tutti: il dieci ». Tracciò un cerchio intorno alla tetraktys con la bacchetta. « Il dieci contiene anche la somma delle dimensioni geometriche ». Sfiorò con la bacchetta i diversi livelli segnati sulla pergamena. « Uno, il punto; due, la linea; tre, il piano; e quattro, lo spazio ». Si protese in avanti e aguzzò la vista. Quando riprese la parola, la sua voce si era fatta più grave. « Il dieci, come sapete, simboleggia anche la piena chiusura di un ciclo ». Aveva pronunciato l’ultima frase guardando Cleomenide, il discepolo seduto alla sua destra. Questi deglutı̀, provando un moto di orgoglio. Era chiaro che Pitagora stava parlando del proprio ritiro e di chi sarebbe stato il suo successore. Cleomenide, che aveva cinquantasei anni, sapeva di essere uno dei candidati principali. Matematico di vaglia, anche se forse non il più brillante, spiccava soprattutto per la sua ferrea dedizione alle regole morali dell’ordine. Oltre che per il suo peso politico, dal momento che proveniva da una delle maggiori famiglie aristocratiche di Crotone e gestiva con abile diplomazia le questioni di governo. Il volto di Pitagora si addolcı̀, seppur senza arrivare a un sorriso. Cleomenide era il primo candidato, ma non era opportuno 7 precipitarsi a una decisione finale. Innanzitutto occorreva analizzare il comportamento di ciascuno dei grandi maestri, una volta saputo che lui stava pensando di scegliere il proprio successore. Il processo avrebbe potuto durare mesi. Ma in quel momento Pitagora doveva studiare la loro prima reazione, quella più rivelatrice. Spostò lo sguardo su Evandro, che gli rispose con un’espressione sincera e soddisfatta. Era uno dei membri più giovani della cerchia dei più intimi: aveva solo quarantacinque anni. Il padre era un commerciante di Taranto che si recava a Crotone con regolarità. Evandro, il secondo dei suoi figli, era solito accompagnarlo per imparare il mestiere; ma un giorno di venticinque anni prima aveva assistito a un discorso di Pitagora e aveva deciso senza indugio di entrare a far parte dell’ordine. Il padre si era presentato al maestro per protestare con vigore; ma nel volgere di mezz’ora aveva lasciato la comunità felice di lasciarvi suo figlio, per poi diventare a sua volta un iniziato e un assiduo frequentatore della confraternita, sino alla fine dei suoi giorni. Da allora Evandro aveva mantenuto intatto il proprio fervore, cosı̀ come qualche bagliore dell’impulsività che gli era naturale, per quanto temperata dalla sapienza raggiunta. Ma gli occorre ancora qualche anno di pratica per raggiungere un dominio completo di se stesso. Come dieci erano i punti della tetraktys, cosı̀ dieci statue di marmo contemplavano il maestro e i suoi discepoli. Alle spalle di Pitagora, la dea Estia teneva ai propri piedi il fuoco sacro che non si spegneva mai. Formava un cerchio perfetto con le altre statue, che rappresentavano le nove muse cui era dedicato il tempio. Di fronte a Pitagora, seduto ai piedi della musa Calliope, Ipocreonte guardava il maestro con sobria deferenza. I suoi sessantadue anni ne facevano l’allievo di grado massimo e di età superiore. Nativo di Crotone, si era allontanato fin da giovane dalle occupazioni della famiglia – la politica e il commercio – 8 per dedicarsi alla filosofia. Aveva una vocazione da eremita e lasciava di rado la comunità, benché quelle rare volte facesse buon uso del suo particolare carisma per ottenere preziose conversioni. I suoi rapporti con la famiglia erano di notevole interesse per l’ordine: i tre fratelli di Ipocreonte facevano parte del Consiglio dei Trecento, l’organo supremo del governo di Crotone, e lui stesso li aveva iniziati all’ordine. Di tanto in tanto si presentavano nella comunità, della quale seguivano molti precetti, oltre a essere nel novero dei consiglieri pitagorici. Se per natura Ipocreonte non provasse repulsione per la politica come i gatti per l’acqua, potrebbe essere il candidato principale. In pochi anni, il loro movimento avrebbe potuto trasformarsi in un impero: il primo impero filosofico e morale della storia. Colui che ne fosse stato a capo avrebbe dovuto avere grande attitudine alla politica. Pitagora dovette trattenersi prima di passare al candidato successivo. Chinò il capo sulla tetraktys e chiuse gli occhi. Provò una sensazione strana alla schiena e sentı̀ i peli rizzarsi sulle braccia. Annullò i propri pensieri per consentire al presagio di prendere forma. In un attimo, visualizzò lo stesso manto di oscurità delle volte precedenti. Di lı̀ a poco desistette, non essendo riuscito a distinguere nulla. Riprese il controllo di sé e alzò lo sguardo. Sotto le magnifiche statue di Polimnia e Melpomene, Oreste si mosse inquieto appena vide su di sé gli occhi penetranti del maestro. Non riesci a perdonare a te stesso ciò che da tempo hai espiato, si dolse Pitagora, che dai caldei aveva appreso l’arte di interpretare l’interiorità delle persone attraverso i loro gesti, la fisionomia, lo sguardo o la risata. In Oreste aveva percepito sin dall’inizio il rimorso e il pentimento. Da giovane politico, questi aveva rubato dell’oro, approfittando del suo incarico pubblico. Aveva pagato per le sue colpe e in seguito si era deciso a entrare nella comunità. Pitagora lo 9 aveva esaminato con scetticismo, ma con stupore aveva compreso immediatamente che Oreste non avrebbe mai più commesso atti immorali. Ancora prima di sottoporsi al processo di purificazione insegnato dal maestro, aveva cancellato dal proprio animo qualsiasi propensione all’egoismo o all’inganno. Una volta completati i tre anni da uditore, asceso al grado di matematico, aveva dimostrato doti eccezionali per i concetti numerici. Chissà che non sia tu a unire meglio di chiunque altro le capacità matematiche a quelle morali. Tuttavia, se ti toccasse il potere, la macchia del tuo passato sarebbe una pericolosa arma politica contro di te. Il discepolo successivo era Daaruk, nativo di Kosala, uno dei sedici Mahajanapad, i Grandi Regni intorno ai fiumi Indo e Gange. Il colore della sua pelle, più scuro di quello dei greci, era l’unico dettaglio che rivelasse le sue origini lontane. Si era stabilito con il padre a Crotone quando aveva undici anni e parlava greco senza accento. Ora aveva quarantatré anni, due meno di Evandro, il che faceva di lui il membro più giovane della cerchia. Fin dal principio si era fatto notare per le sue doti intellettuali. Nondimeno è improbabile che nomini lui mio successore. Non era solo perché assegnare quel titolo a uno straniero avrebbe potuto creare attrito nell’ordine. Daaruk era dotato di una mente brillante e seguiva fedele le norme etiche, ma, forse per la sua giovane età, più di una volta si era mostrato alquanto vanitoso. E negli ultimi anni aveva sviluppato una tendenza alla pigrizia. L’ultimo del gruppo guardava il maestro con intensità. Aristomaco aveva cinquant’anni ed era con lui da trenta. Era un matematico straordinario e la sua devozione all’ordine era fuor di dubbio. Non esiterebbe a dare la vita per la causa. Pitagora non aveva mai conosciuto nessuno con una simile 10 ansia di sapere, nessuno che avesse tanta necessità dei suoi insegnamenti. Aristomaco aveva assorbito ogni concetto della dottrina come se fosse l’ultima goccia d’acqua prima della siccità, cominciando ben presto ad apportarvi i propri notevoli contributi. Se fosse dotato di una personalità forte, sarebbe il candidato perfetto. Purtroppo ne era sprovvisto. Aveva cinquant’anni, ma era insicuro e nervoso come un ragazzino di dieci. Cercava di non uscire mai dalla comunità e ormai da tempo Pitagora stesso non gli chiedeva di tenere discorsi in pubblico. Il fondatore dell’ordine sospirò e ripercorse il gruppo con lo sguardo in senso opposto, senza soffermarsi su nessuno dei grandi maestri: Aristomaco, Daaruk, Oreste, Ipocreonte, Evandro, Cleomenide. Poi chinò la testa. È probabile che la scelta cada su Cleomenide. Ma prenderò la decisione solo tra qualche mese. Fece un vigoroso cenno di assenso, pensando ai propri piani per il futuro. Il prescelto cambierà il mondo. Raccolse da terra con entrambe le mani l’ampia coppa che teneva davanti. Conteneva un mosto chiaro, attraverso il quale poteva vedere la figura intagliata sul fondo: il pentacolo, la stella a cinque punte inscritta in un pentagono. Un altro dei simboli sacri dell’ordine, che celava grandi segreti della natura. In questo caso, com’era uso frequente fra i pitagorici, su ciascuna delle punte era stata aggiunta una lettera della parola « salute ». Pitagora guardò davanti a sé. Le ombre dei suoi discepoli ondeggiavano sulla parete al ritmo del fuoco sacro. Tra esse risplendevano le muse, che la luce delle fiamme tingeva di un colore aranciato. « Leviamo le coppe a Estia, dea della casa; alle muse che ci ispirano; e alla tetraktys che tanto ci rivela ». I sei discepoli presero le coppe e le levarono con deferenza 11 all’altezza degli occhi. Le tennero a mezz’aria per qualche istante, poi bevvero tutti contemporaneamente. Pitagora mise a terra il recipiente di ceramica e si passò una mano sulla barba. Alla sua destra qualcuno depose la propria coppa con un movimento brusco. Il maestro si voltò, seguendo il rumore. Cleomenide lo stava fissando con gli occhi spalancati che sembravano sul punto di uscire dalle orbite. Ma cosa...? Prima che Pitagora potesse completare il suo pensiero, il discepolo prediletto si protese verso di lui, cercando di prenderlo per un braccio. La mano, rigida, si fermò a metà strada. Cleomenide cercò di parlare, ma riuscı̀ solo a emettere un gorgoglio che gli riempı̀ la bocca di schiuma. Sul collo, rosso e gonfio, si era formato un grottesco disegno di vene sporgenti. Nel mezzo del Tempio sacro delle Muse, Cleomenide stramazzò privo di vita. 12 Capitolo 1 16 aprile 510 a.C. Akenon, senza distogliere lo sguardo dalla piccola coppa di ceramica che conteneva il suo vino, osservò l’oste con la coda dell’occhio: l’uomo si avvicinò al tavolo, si fermò a due passi, esitò e si allontanò di nuovo. Non gli andava a genio che un avventore si trattenesse cosı̀ a lungo senza neppure finire di bere la prima coppa, ma non osava disturbare lo straniero – di certo un egizio – che, oltre a sovrastarlo di tutta la testa, era armato di una spada ricurva e di un pugnale che non si curava di nascondere. Akenon tornò a chiudersi nei propri pensieri, isolandosi dall’ambiente lugubre della taverna. Era lı̀ dentro da due ore e vi sarebbe rimasto ancora più a lungo. Ma dopo il tramonto sarebbe stato in compagnia di una persona che mai vi sarebbe entrata di propria volontà. Accarezzò distratto la coppa e bevve un breve sorso. A sorpresa, il vino si rivelò più che degno. Senza sollevare la testa, percorse l’intera sala con lo sguardo. Entro stanotte sarà tutto finito. La maggior parte delle leggende si ingigantivano nel tempo, fino ad allontanarsi del tutto dalla realtà. Ma nel caso dei sibariti è quasi tutto vero, pensò Akenon. Sibari era una delle città più popolose che avesse conosciuto nella sua vita movimentata. Si diceva che contasse trecentocinquantamila anime e poteva darsi che non fosse un’esagerazione. 13 Nondimeno, gli altri miti trovavano conferma solo nella zona prossima all’importante porto cittadino. Era qui che risiedeva la maggioranza degli aristocratici, proprietari di quasi tutta la fertile pianura su cui sorgeva la città e padroni di una flotta commerciale oscurata solo da quella dei fenici. L’aristocrazia di Sibari era proprio come veniva descritta: viveva per il piacere, il lusso e la raffinatezza. Esigeva la comodità al punto da proibire nei propri quartieri la presenza di fabbri, calderai e coniatori. Benché fuggisse il lavoro come la peste, non disdegnava il controllo sul potere, che esercitava in modo diretto, e sul commercio, che manteneva attraverso dipendenti di fiducia. Erano due secoli che i sibariti accumulavano ricchezze, cosa di cui Akenon era più che soddisfatto: grazie a queste gli era stata affidata l’indagine meglio remunerata di tutta la sua vita. Era scesa da un po’ la sera quando una figura apparve sulla soglia della taverna, avvistò Akenon e, dopo avergli rivolto un cenno di saluto, uscı̀ di nuovo. Un minuto più tardi, entrarono alcuni servi, seguiti da un personaggio incappucciato. Ma a poco gli serviva nascondere il volto. Non era difficile immaginare chi fosse, con le sue lussuose vesti di raso e velluto e un fisico doppio del normale. Uno schiavo si affrettò a sistemare di fronte ad Akenon un ampio sgabello di strisce di cuoio intrecciate, su cui collocò uno spesso cuscino di piume. L’incappucciato vi prese posto, con l’aria di sentirsi scomodo. I servi lo circondarono, alcuni pronti a obbedire a qualsiasi suo desiderio, altri invece intenti a guardargli le spalle. L’oste fece per avvicinarsi, ma la scorta glielo impedı̀. Akenon levò la coppa al nuovo arrivato. « Ti raccomando il vino, Glauco. È piuttosto buono ». L’altro fece un gesto sprezzante, mentre si tirava indietro il cappuccio. Beveva solo il miglior vino di Sidone. Akenon osservò inquieto il suo commensale, che si torceva le 14 mani tozze e umidicce. Dalle pieghe carnose della pappagorgia, dove un tempo si trovava la gola, gli cadevano gocce di sudore. Gli occhi, ingannevolmente benevoli, saettavano a destra e a manca, come se non fossero capaci di soffermarsi da qualsiasi parte. Temo che stasera scoprirò un nuovo Glauco. Akenon fu assalito da un vecchio ricordo sgradevole di quando viveva nel natio Egitto, venticinque anni prima. Si era messo in luce portando a termine un’indagine in modo brillante, tanto che era stato assunto dallo stesso faraone Amosi II. In teoria, avrebbe dovuto entrare a far parte della guardia privata del sovrano. In pratica, il compito affidatogli era stato di investigare su alcuni nobili e membri della corte dalle ambizioni eccessive. Nel volgere di pochi mesi, Akenon aveva portato allo scoperto un complotto ordito da un cugino del faraone. Amosi II si era profuso in congratulazioni e il giovane Akenon si era riempito di orgoglio. Il giorno seguente era andato ad assistere all’interrogatorio del cugino cospiratore; dopo le domande e le minacce di rigore, erano cominciate le percosse. Quindi erano apparsi certi malefici strumenti metallici e l’interrogatorio si era trasformato in una brutale tortura. Akenon stava cosı̀ male che aveva lasciato che fossero gli altri a interrogare il prigioniero. Mezz’ora più tardi, nessuno si preoccupava più di fare domande. Akenon non poteva abbandonare la stanza, perché avrebbe dato un inaccettabile segno di debolezza, ma aveva distolto lo sguardo dal cospiratore. Sperava di evitare che quelle immagini da macelleria gli si imprimessero nella memoria. Tuttavia non aveva potuto fare a meno di sentire le grida del prigioniero. Dopo tanto tempo, a volte ancora si svegliava madido di sudore, con l’eco di quelle urla spaventose nella testa. Non aveva mai più voluto assistere a un interrogatorio, nemmeno se glielo chiedevano, ma quello di rivivere un’esperienza simile era uno dei suoi terrori più profondi. 15 Glauco lo richiamò al presente. « Quanto tempo bisogna attendere? » Il volto del sibarita tradiva una disperazione febbrile. « Ci vogliono dalle quattro alle sei ore perché abbia effetto con il calore della pelle. Dal momento che fa piuttosto freddo, può darsi che occorrano un paio d’ore in più ». Glauco gemette e si coprı̀ il volto con le mani. Doveva ancora aspettare ore quando ogni minuto era per lui un tormento insopportabile. Continua in libreria e in e-book 16 La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 001 Gabrielle Zevin LA MISURA D E L L A F E L I C I T À Romanzo T R A D U Z I O N E MAR A D I D O M P È EDIZIONE FUORI COMMERCIO TESTO SENZA CORREZIONI DEFINITIVE La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 002 Titolo originale The Storied Life of A.J. Fikry ISBN 978-88-429-2349-7 Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it www.infinitestorie.it g 2014 by Gabrielle Zevin. All rights reserved g 2014 Casa Editrice Nord s.u.r.l. Gruppo editoriale Mauri Spagnol La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 005 5 Vieni, mia amata adoriamoci a vicenda prima che non ci sia più nulla di te e di me JALĀL AD- DĪN MUHAMMAD RŪMĪ LAMI SURA DELLAFELI CI TÀ Une s t r a oi nant e pr i ma La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 062 62 mai pensato di avere un grande talento per la corsa di fondo. Il suo allenatore del liceo gli aveva affibbiato il lirico soprannome di « medio affidabile », per dire che si poteva star certi che A.J. avrebbe terminato ogni gara nelle posizioni medio-alte del gruppo. Ora che non corre da un po’, deve ammettere che era bravo. Nelle sue condizioni attuali, non riesce a fare più di tre chilometri senza fermarsi. Raramente corre più di otto chilometri in totale e gli fanno male la schiena, le gambe e praticamente ogni altra parte del corpo. Il dolore comunque si rivela una cosa positiva. Un tempo, durante le corse, aveva l’abitudine di rimuginare; adesso il dolore lo distrae da quell’attività cosı̀ inutile. Verso la fine della corsa, comincia a nevicare. Non volendo lasciare impronte di fango in casa, A.J. si ferma in veranda per togliersi le scarpe. Si appoggia alla porta ed essa si spalanca. Sa di non averla chiusa a chiave, ma è ragionevolmente certo di non averla lasciata aperta. Accende la luce. Niente sembra fuori posto. Il registratore di cassa pare intatto. Probabilmente è stato il vento ad aprire la porta. Spegne la luce ed è quasi arrivato alle scale quando sente un urlo, acuto come quello di un uccello. Poi il grido si ripete, più insistente. A.J. riaccende la luce. Torna all’ingresso, poi percorre avanti e indietro la libreria. Arriva all’ultima fila di scaffali: la magra sezione bambini e ragazzi. Sul La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 063 63 pavimento è seduta una bimba: in grembo, aperta a metà, ha l’unica copia presente in negozio di Nel paese dei mostri selvaggi (uno dei pochi libri illustrati che Island Books si degna di tenere). È una bimba, non una neonata, pensa A.J. Non riesce a stabilirne l’età perché, a parte se stesso, non ha mai avuto a che fare a lungo con un bambino. A.J. era il figlio più piccolo, e lui e Nic non ne hanno mai avuti di loro. La piccola indossa una giacca a vento rosa. Ha un sacco di capelli castano chiaro, molto ricciuti, gli occhi blu scuro e la pelle marroncina, un paio di toni più chiara di quella di A.J. È piuttosto carina. « E tu chi diavolo sei? » chiede A.J. alla bimba. Di colpo, lei smette di piangere e gli sorride. « Maya », risponde. È stato facile, pensa A.J. « Quanti anni hai? » Maya alza due dita. « Hai due anni? » Maya sorride di nuovo e allunga le braccia verso di lui. « Dov’è la tua mamma? » Maya ricomincia a piangere. Continua a porgere le braccia verso A.J. che, non avendo alternative, la solleva e la stringe a sé. Pesa almeno come uno scatolone di libri rilegati, quanto basta per affaticargli la schiena. La bambina gli serra le braccia intorno al collo e A.J. nota che ha un buon profumo, un odore di talco e di olio per bambini. Chiaramente non si tratta di La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 064 64 una bambina trascurata o maltrattata. È amichevole, ben vestita e si aspetta – anzi: richiede – affetto. Di sicuro, il proprietario di quel fagotto tornerà da un momento all’altro con una spiegazione perfettamente sensata. Un’auto in panne, magari? O forse la madre è stata vittima di un’intossicazione alimentare? Decide che deve rivedere la sua politica della porta aperta. Aveva pensato che qualcuno potesse rubare qualcosa, ma non che qualcuno potesse lasciare qualcosa. La bimba lo abbraccia più stretto. Da sopra le sue spalle, A.J. nota un pupazzo dei Muppet, Elmo, seduto sul pavimento: sul petto rosso, peloso e arruffato, appuntato con una spilla da balia, c’è un biglietto. Posa la bambina e raccoglie Elmo, un personaggio che ha sempre disprezzato perché gli è sempre parso troppo bisognoso di attenzioni. « Elmo! » esclama Maya. « Sı̀, Elmo », ripete A.J. Stacca il biglietto e porge il pupazzo alla bambina. Il biglietto dice: Al proprietario della libreria. Questa è Maya. Ha venticinque mesi. È molto intelligente, è eccezionalmente loquace per la sua età, ed è una bambina dolce e buona. Voglio che diventi una lettrice. Voglio che cresca in mezzo ai libri e con persone che s’interessano a questo genere di cose. Le voglio un bene immenso, tuttavia non posso più occu- La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 065 65 parmi di lei. Sul padre non posso contare e la mia famiglia non può aiutarmi. Sono disperata. Grazie, La madre di Maya Cazzo, pensa A.J. Maya piange di nuovo. Lui la riprende in braccio. Il pannolino è sporco. A.J. non ha mai cambiato un pannolino in vita sua, benché sia un discreto impacchettatore di regali. Nel periodo natalizio, quando Nic era viva, Island Books offriva confezioni regalo gratuite; A.J. suppone che l’abilità necessaria a fare pacchetti e quella richiesta per cambiare i pannolini non siano poi cosı̀ diverse. Accanto alla bambina, c’è una borsa. Lui spera con tutto il cuore che sia la borsa dei pannolini. Ed è proprio cosı̀, per fortuna. Cambia la bambina sul pavimento del negozio, cercando di non sporcare il tappeto o di non fissare le sue parti intime. L’intera faccenda richiede una ventina di minuti. A differenza dei libri, i bambini si muovono e non hanno una semplice forma squadrata. Maya lo guarda con la testa inclinata, le labbra corrugate e il naso arricciato. « Mi dispiace, Maya, ma non è stata una passeggiata neanche per me. Prima smetti di cagarti addosso, prima ci liberiamo di questa incombenza. » « Scusa », dice lei. A.J. si sente subito in colpa. « No, sono io che mi La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 066 66 devo scusare. Non so assolutamente niente di queste cose. Sono un idiota. » « Idiota! » ripete lei e poi fa una risatina. Il libraio si rimette le scarpe da corsa, poi solleva la bambina, la borsa e il biglietto, e si dirige verso il commissariato. Giacché sembra destinato a essere presente in tutti i momenti più importanti della vita di A.J., il commissario Lambiase è di servizio, quella sera. Il libraio gli mostra la bambina. « Qualcuno ha lasciato questa in negozio », sussurra, in modo da non svegliare Maya, che si è addormentata tra le sue braccia. Come nel più classico dei thriller americani, Lambiase sta mangiando un doughnut e cerca di nasconderlo, imbarazzato dal cliché. Finisce di masticare, poi rivolge ad A.J. un commento assai poco professionale: « Uh, le sta simpatico ». « Non è mia figlia », precisa A.J., continuando a sussurrare. « E di chi è figlia? » « Di una cliente, immagino. » Infila una mano in tasca e porge il biglietto a Lambiase. « Oh, wow. La madre l’ha lasciata per lei », esclama il poliziotto. Maya apre gli occhi e gli sorride. « Ma guarda com’è graziosa. » Lambiase si china su La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 067 67 di lei e la bambina gli afferra i baffi. « Chi ha preso i miei baffi? » dice l’uomo con una ridicola voce infantile. « Chi ha rubato i miei baffi? » « Commissario Lambiase, non mi sembra che lei si renda conto della gravità della situazione. » Lambiase si schiarisce la voce e raddrizza la schiena. « Okay. Ecco come stanno le cose. Sono le nove di sera di un venerdı̀. Farò una segnalazione ai Servizi per la tutela dei minori ma, considerata la neve, il fine settimana e gli orari del traghetto, dubito che qualcuno se ne possa occupare prima di lunedı̀, a essere ottimisti. Cercheremo di rintracciare la madre e anche il padre, in caso qualcuno stia cercando questa bricconcella. » « Maya », interviene Maya. « È cosı̀ che ti chiami? » dice Lambiase con voce infantile. « È proprio un bel nome. » Si schiarisce di nuovo la voce. « Qualcuno dovrà badare alla bambina durante il week-end. Io e gli altri poliziotti possiamo farlo a turno qui, oppure... » « No, non c’è problema », lo interrompe A.J. « Non mi sembra giusto tenere una bambina in un commissariato. » « Cosa sa su come tenere un bambino? » chiede Lambiase. « È solo per il week-end; mica sarà una cosa cosı̀ difficile, no? Telefonerò a mia cognata. E, se lei non sa qualcosa, lo cerco su Google. » La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 068 68 « Google », ripete la piccola. « Google! Questa è proprio una parolona! » esclama Lambiase. « Ehm. Okay, mi rimetterò in contatto con lei lunedı̀. Che strano mondo, eh? Prima qualcuno le ruba un libro, poi qualcun altro le lascia una bambina. » « Eh », dice A.J. Quando arrivano a casa, Maya è in lacrime. Piange forte, emettendo un suono che sta a metà tra una trombetta di capodanno e un allarme antincendio. A.J. desume che sia affamata, ma non ha idea di cosa dar da mangiare a una bambina di venticinque mesi. Le solleva le labbra per vedere se ha i denti. Ce li ha e li usa per cercare di morderlo. Digita su Google la domanda: « Cosa do da mangiare a un bambino di venticinque mesi? » La risposta che viene fuori è che la maggior parte dei bambini di quell’età dovrebbe essere in grado di mangiare ciò che mangiano i genitori. Google però non sa è che quasi tutto ciò che mangia A.J. è disgustoso. Il suo frigo contiene una varietà di cibi surgelati, molti dei quali speziati. Quindi telefona a Ismay, la cognata, per chiedere aiuto. « Scusa se ti disturbo, ma mi chiedevo cosa dovrei dare da mangiare a una bambina di venticinque mesi. » « Perché te lo chiedi? » domanda lei con voce dura. La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 069 69 Lui spiega che qualcuno ha lasciato una bambina in negozio. Dopo una pausa, Ismay dice che arriverà subito. « Sei sicura? » chiede il libraio. Ismay è incinta di cinque mesi e lui non vuole affaticarla. « Sono sicura. Sono contenta che tu abbia chiamato. Il Grande Romanziere Americano è fuori città e io soffro d’insonnia da due settimane. » Meno di mezz’ora dopo, Ismay arriva con una borsa di cibarie provenienti dalla sua cucina: il necessario per un’insalata, lasagne di tofu e mezzo crumble di mele. « Il meglio che ho potuto fare senza preavviso. » « No, è perfetto », commenta A.J. « La mia cucina è un disastro. » « La tua cucina è una scena del crimine. » Quando la bambina vede Ismay, si mette a strillare. « Deve mancarle la madre », mormora la donna. « Forse gliela ricordo? » A.J. annuisce, ma pensa che la vera causa di quel pianto sia un’altra. Sua cognata ha di certo spaventato la bambina. Ismay ha capelli rossi sparati, tagliati alla moda, carnagione e occhi chiari, braccia e gambe lunghe e sottili. I suoi tratti sono un po’ troppo grandi, i suoi gesti sono un po’ troppo ampi. Incinta, assomiglia a un graziosissimo Gollum. Perfino la sua voce potrebbe risultare fastidiosa per un bambino: è precisa, educata dal teatro, impostata in modo da riempire la stanza. Da quando la conosce – una quindicina La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 070 70 d’anni – è invecchiata come dovrebbe invecchiare un’attrice: da Giulietta a Ofelia, a Gertrude, a Ecate. Ismay riscalda il cibo. « Vuoi che le dia da mangiare? » chiede. Maya la fissa con sospetto. « No, ci provo io », replica A.J. Si gira verso Maya. « Usi le posate? » Maya non risponde. « Non hai un seggiolone. Dovrai creare una struttura improvvisata in modo che non cada », spiega Ismay. Lui mette Maya sul pavimento. Con un mucchio di bozze, costruisce tre pareti, poi dispone alcuni cuscini lungo quella specie di fortezza. La prima cucchiaiata di lasagne entra senza il minimo sforzo. « Facile », commenta A.J. Alla seconda cucchiaiata, Maya gira la testa all’ultimo momento, schizzando salsa ovunque: su A.J., sui cuscini, sui muri della fortezza di bozze. Poi la piccola si gira di nuovo verso di lui e gli fa un enorme sorriso, come se avesse fatto uno scherzo incredibilmente ingegnoso. « Spero che non avessi in programma di leggerle », dice Ismay. Dopo cena, mettono a dormire la bambina sul futon, nella seconda camera da letto. « Perché non hai lasciato la bambina al commissariato? » chiede Ismay. « Non mi sembrava giusto. » La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 071 71 « Non stai pensando di tenerla, vero? » La donna si accarezza la pancia. « Certo che no. Mi prendo cura di lei fino a lunedı̀ e poi basta. » « Magari prima di allora la madre si farà viva, avrà cambiato idea. » A.J. le porge il biglietto. « Poverina », dice Ismay. « Già. Io non potrei mai lasciare mia figlia in una libreria. » Lei scrolla le spalle. « Probabilmente quella ragazza aveva le sue buone ragioni per farlo. » « Che ne sai che è una ragazza? Potrebbe essere una donna di mezz’età allo stremo delle forze. » « Il tono della lettera mi sembra... giovane. Forse anche la grafia », spiega Ismay. Si passa le dita tra i capelli corti. « E per il resto, come stai? » « Sto bene. » Si rende conto che da ore non pensa al Tamerlane o a Nic. Ismay lava i piatti anche se lui le dice di lasciarli lı̀. « Non ho intenzione di tenerla », ripete. « Vivo da solo. Non ho molti risparmi, e, in questo momento, gli affari non sono esattamente in crescita. » « Certo che no », annuisce la donna. « Col tuo stile di vita, non avrebbe senso. » Asciuga i piatti, poi li mette a posto. « Non ti farebbe male, comunque, cominciare a mangiare un po’ di verdura fresca, di tanto in tanto. » La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 072 72 Ismay gli dà un bacio sulla guancia. A.J. pensa che è cosı̀ simile a Nic, ma cosı̀ diversa. Talvolta gli sembrano più difficili da tollerare le parti simili (il viso, la figura); talaltra le parti diverse (il cervello, il cuore). « Fammi sapere se hai bisogno di altro aiuto », dice la donna. Pur essendo la più giovane, Nic si era sempre preoccupata per la sorella. Dal suo punto di vista, Ismay era una specie di manuale su come non bisogna vivere. Aveva scelto un college perché le erano piaciute le fotografie sulla brochure; aveva sposato un uomo perché lui stava benissimo in smoking e aveva iniziato a insegnare perché aveva visto un film su un insegnante ispirato. « Povera Ismay. Finisce sempre per essere delusa », diceva sempre Nic. Nic vorrebbe che fossi più gentile con sua sorella, pensa. « Come sta venendo lo spettacolo? » le chiede. Ismay sorride, e sembra una ragazzina. « Caspita, A.J., pensavo che non lo sapessi neppure. » « Il crogiuolo », spiega A.J. « I ragazzini vengono a comprare il libro. » « Ah, ecco. È un testo davvero brutto, in realtà. Ma le ragazze hanno l’occasione di fare un sacco di urla e strilli, e a loro piace. A me, di meno. Vado sempre alle prove con una boccetta di Tylenol. E magari, in mezzo a tutte quelle urla e quegli strilli, imparano un po’ di storia americana. Ovviamente il vero motivo per La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 073 73 cui l’ho scelto è che ci sono molti ruoli femminili: il che significa meno lacrime quando espongo la lista delle parti assegnate. Ma adesso, col bambino in arrivo, comincia a sembrarmi... be’, insomma, un po’ pesante. È davvero troppo tragico. » Dal momento che si sente in debito con lei, A.J. si offre di aiutarla. « Forse potrei dipingere qualche fondale. Oppure magari stampo il programma di sala, eh? » Ismay vorrebbe dirgli: « Non è proprio da te », ma si trattiene. A parte suo marito, il cognato le è sempre parso uno degli uomini più egoisti ed egocentrici che abbia mai conosciuto. Se un solo pomeriggio con una bambina può produrre un tale miglioramento in A.J., cosa potrebbe succedere a Daniel dopo la nascita del loro figlio? Il piccolo gesto del cognato le infonde speranza. Si accarezza la pancia. C’è un bambino lı̀ dentro, e loro hanno già scelto un nome per lui. E anche un nome di riserva, in caso il primo non andasse bene. Il pomeriggio seguente, la neve smette di cadere, comincia a trasformarsi in fanghiglia e il mare porta a riva il corpo di una donna, depositandolo sulla lingua di terra nei pressi del faro. La carta d’identità nella tasca appartiene a Marian Wallace, e Lambiase non ci mette molto a collegare il cadavere e la bambina. La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 074 74 Marian Wallace non ha parenti ad Alice Island, e nessuno sa perché si trovasse lı̀, se fosse venuta a trovare qualcuno o perché abbia deciso di suicidarsi entrando nelle gelide acque decembrine dello stretto. Nessuno, cioè, conosce la ragione precisa di quel gesto. I fatti sono che Marian Wallace era nera, aveva ventun anni e una figlia di venticinque mesi. A ciò si può aggiungere quello che ha scritto nel biglietto lasciato ad A.J. Ne emerge una storia lacunosa ma sufficiente. Le forze dell’ordine concludono che Marian Wallace si è suicidata, niente di più. Durante il week-end, emergono altre informazioni sulla ragazza. Frequentava Harvard grazie a una borsa di studio. Era stata una campionessa di nuoto dello Stato del Massachusetts e amava scrivere. Veniva da Roxbury. Sua madre era morta di cancro quando lei aveva tredici anni; la nonna materna era morta l’anno successivo per lo stesso male; il padre era un tossicodipendente. Aveva trascorso gli anni del liceo passando da una famiglia affidataria all’altra. Una delle madri affidatarie ricordava Marian perennemente china su un libro. Nessuno sa chi sia il padre del bambino, nessuno ricorda nemmeno che avesse un ragazzo. È stata messa in congedo dal college perché, il semestre precedente, era stata bocciata in tutti i corsi: le esigenze della maternità e un rigoroso programma accademico erano diventati troppo pesanti per lei. Era carina e intelligente, il che rende la sua morte La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 075 75 una tragedia. Era povera e nera, per cui la gente dice che c’era da aspettarselo. Domenica sera, Lambiase fa un salto in libreria per controllare Maya e aggiornare A.J. Il poliziotto ha diversi fratelli minori e si offre di badare a Maya, mentre il libraio si occupa del negozio. « Non le dispiace? » chiede A.J. « Non deve andare da qualche parte? » Lambiase ha divorziato da poco. Aveva sposato la fidanzatina del liceo, il suo tesoro, e gli ci è voluto molto tempo per rendersi conto che non era affatto un tesoro, e che anzi non era neppure una bella persona. Quando litigavano, lei gli affibbiava spesso appellativi tipo « stupido » e « grasso ». Ma lui non è stupido, anche se non è particolarmente colto e non ha viaggiato molto. E non è grasso, anche se ha un fisico che ricorda quello di un bulldog: collo grosso e muscoloso, gambe corte, naso largo e piatto. Un robusto bulldog americano, non uno inglese. Lambiase non sente la mancanza della moglie, sebbene gli pesi non avere un posto dove andare dopo il lavoro. Si sistema sul pavimento e prende Maya in grembo. Quando la bimba si è addormentata, racconta ad A.J. tutto ciò che è venuto a sapere sulla madre. « La cosa più strana è che si trovasse ad Alice Island », commenta il libraio. « Be’, insomma, è piuttosto impegnativo arrivare qui. Perfino mia madre è venuta a trovarmi una sola volta in tutti questi anni. La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 076 76 Lei pensa davvero che non sia venuta a trovare qualcuno? » Lambiase sposta Maya. « Ci ho pensato. Forse non sapeva esattamente dove stava andando. Forse ha soltanto preso il primo treno che partiva e poi il primo bus e poi il primo traghetto e si è ritrovata in questo posto. » A.J. annuisce, ma non crede nelle azioni casuali. È un lettore, dunque crede nella struttura. Se nel primo atto appare una pistola, allora, entro il terzo atto, quella pistola dovrà sparare. In altre parole, crede che esista una narrazione. « Forse voleva morire in un bel posto », aggiunge Lambiase. « L’incaricata dei Servizi per la tutela dei minori verrà dunque a prendere questo angioletto lunedı̀. Visto che la madre non aveva parenti e non si sa chi sia il padre, dovranno trovarle una famiglia affidataria. » A.J. conta i soldi nel cassetto. « I bambini che vengono affidati a qualcuno non hanno esattamente una vita facile, non crede? » « Forse », dice Lambiase. « Ma questo cucciolo si comporterà bene. » Il libraio conta di nuovo i soldi nel cassetto. « Ha detto che la madre aveva vissuto con famiglie affidatarie, vero? » Il commissario annuisce. La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 077 77 « Probabilmente pensava che sua figlia avrebbe avuto più possibilità in una libreria. » Lambiase rimane in silenzio. « Non sono un uomo religioso, commissario Lambiase. Non credo nel destino », dice A.J. dopo un po’. « Mia moglie sı̀. Lei credeva nel destino. » In quel momento, Maya si sveglia e allunga le braccia verso A.J. Lui chiude il cassetto del registratore di cassa e la prende dal grembo di Lambiase. Al commissario pare che la bambina lo chiami « papà ». « Continuo a dirle di non chiamarmi cosı̀, ma non ascolta. » « I bambini si fanno certe idee... » mormora Lambiase. « Le va un bicchiere? » « Certo. Perché no? » A.J. chiude a chiave la porta d’ingresso della libreria e sale le scale. Posa Maya sul futon e va in soggiorno. « Non posso tenere una bambina », dichiara con fermezza. « Sono due notti che non dormo. È una terrorista! Voglio dire, si sveglia a ore assurde. Si direbbe che la sua giornata inizi alle 3.45 del mattino. Vivo da solo. Sono povero. Non puoi crescere una bambina esclusivamente coi libri. » « Vero », dice Lambiase. « Riesco a malapena a badare a me stesso », continua A. J. « Lei è peggio di un cagnolino. E un uomo come me non dovrebbe avere nemmeno un cane. La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 078 78 Non sa usare il vasino e io non ho idea di come comportarmi né in questa cosa, né in nessun’altra questione che la riguarda. Inoltre i bambini non mi sono mai piaciuti. Certo, Maya mi piace, ma... La conversazione con lei è a dir poco stentata. Parliamo di Elmo, che io comunque non sopporto, e a parte questo si parla principalmente di lei. È totalmente egocentrica. » « I bambini tendono a essere cosı̀. Una volta che lei conoscerà più parole, la conversazione probabilmente migliorerà. » « E vuole leggere sempre lo stesso libro, uno schifosissimo libro cartonato. Il mostro alla fine di questo libro. » Lambiase non ne ha mai sentito parlare. « Be’, mi creda. Ha proprio gusti orribili in fatto di libri », ride A.J. Il poliziotto annuisce e beve il vino. « Nessuno sta dicendo che deve tenerla. » « Sı̀, sı̀, certo. Ma lei pensa che potrei avere voce in capitolo sulla sua destinazione? È una bimba incredibilmente sveglia. Per dire, conosce già l’alfabeto e sono riuscito perfino a farle capire l’ordine alfabetico. Mi dispiacerebbe moltissimo se finisse con dei cretini che non apprezzano la sua intelligenza. Come dicevo, non credo nel destino. Ma provo un senso di responsabilità nei suoi confronti. Quella giovane donna l’ha affidata a me. » La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 079 79 « Quella giovane donna era fuori di sé », gli ricorda Lambiase. « Si sarebbe affogata di lı̀ a poco. » « Sı̀, ha ragione », borbotta A.J., accigliandosi. Uno strillo nell’altra stanza. Il libraio si scusa. « Devo andare a vedere. » Prima della fine del week-end, Maya ha bisogno di fare un bagno. Anche se preferirebbe lasciare quell’incombenza allo Stato del Massachusetts, A.J. non vuole consegnare ai servizi sociali una Miss Havisham in miniatura. Gli ci vogliono diverse ricerche su Google per stabilire le procedure del bagnetto: appropriata temperatura dell’acqua del bagno a due anni; una bambina di due anni può usare lo shampoo dei grandi?; come deve fare un padre per lavare le parti intime di una bambina di due anni senza sembrare un pervertito; quanto riempire la vasca per bambina piccola; come prevenire l’affogamento accidentale di una bambina di due anni; regole generali per la sicurezza del bagnetto eccetera. Le lava i capelli con lo shampoo alla canapa che usava Nic. Pur avendo regalato o gettato da molto tempo ogni altra cosa della moglie, non riesce a sbarazzarsi dei suoi prodotti per il bagno. Le sciacqua i capelli, e Maya si mette a cantare. « Cosa stai cantando? » « Canzone. » « Che canzone è? » La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 080 80 « La la. Buu ia. La la. » A.J. ride. « Sı̀, queste per me sono parole senza senso, Maya. » Lei lo schizza. « Mamma? » chiede dopo un po’. « No, non sono tua madre. » « Andata », dice Maya. « Sı̀. Probabilmente non torna. » Maya ci pensa su, poi annuisce. « Tu canta. » « Preferirei di no. » « Canta. » La bambina ha perso la madre. Forse cantare è il minimo che lui possa fare. Non c’è tempo di cercare su Google canzoni adatte ai bambini. Prima di conoscere la moglie, A.J. cantava come secondo tenore nei Footnotes, un gruppo vocale a cappella di Princeton, tutto maschile. Quando si era innamorato di Nic, erano stati i Footnotes a risentirne e, dopo un semestre di prove mancate, era stato silurato dal gruppo. Ripensa all’ultima esibizione dei Footnotes, un omaggio alla musica anni ’80. Per la sua performance di fronte alla vasca da bagno, ne segue il programma piuttosto da vicino, cominciando con 99 Luftballons, passando poi armoniosamente a Get Out of My Dreams (Get into My Car). E, per finire: Love in an Elevator. Si sente un po’ sciocco. Quando ha finito, lei applaude. « Ancora », ordina. « Ancora. » « Questo spettacolo prevede una sola performan- La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 081 81 ce. » La tira fuori dalla vasca e poi la asciuga, strofinando in ogni spazio tra le dita perfette dei piedi. « Luftballon », dice Maya. « Luft b... Luft bene. » « Come? » « Voglio bene. » « È soltanto l’effetto del coro ’a cappella’. » Lei annuisce. « Voglio bene. » « Vuoi bene a me? Non mi conosci neanche. Non dovresti concedere il tuo amore cosı̀ facilmente, ragazza mia. » L’attira a sé. « Abbiamo percorso un breve tratto insieme. Sono state settantadue ore deliziose e, almeno per me, memorabili. Ma certe persone non sono destinate a rimanere nella tua vita per sempre. » La bambina lo guarda coi suoi grandi, scettici occhi azzurri. « Voglio bene », ripete. A.J. le asciuga i capelli, poi le annusa la testa. « Mi preoccupi. Se vuoi bene a tutti, finirai molto spesso per essere ferita. Considerata la lunghezza della tua vita, probabilmente hai l’impressione di conoscermi da molto tempo. La tua prospettiva del tempo è assai distorta, Maya. Ma io sono vecchio e ben presto dimenticherai perfino di avermi conosciuto. » Molly Klock bussa alla porta dell’appartamento. « L’assistente sociale è arrivata. Va bene se la mando su? » A.J. annuisce. Si prende Maya in grembo ed entrambi rimangono in attesa, ascoltando lo scricchiolio delle scale che la La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 082 82 donna sta salendo. « Non avere paura, Maya. Questa signora ti troverà una casa proprio adatta a te. Meglio di qui. Non puoi passare il resto della tua vita a dormire su un futon, sai. È meglio star lontano da quelli che fanno gli ospiti a vita e dormono su un futon. » La donna si chiama Jenny. A.J. non ha mai conosciuto una donna con quel nome. Se fosse un libro, sarebbe un tascabile appena uscito dalla scatola: bello asciutto, senza orecchie né grinze sul dorso. Lui avrebbe preferito un’assistente sociale con qualche segno di usura. Immagina la quarta del libro: Quando la coraggiosa Jenny, originaria di Fairfield, nel Connecticut, era arrivata nella grande città per diventare un’assistente sociale, non poteva sapere cosa la aspettava. « È il suo primo giorno di lavoro? » chiede. « No, lo faccio da un po’. » Jenny sorride a Maya. « Come sei bella. » La bambina affonda il viso nella felpa di A.J. « Voi due sembrate molto legati. » Prende un appunto sul suo bloc-notes. « Allora, le cose andranno cosı̀. Riporterò Maya a Boston e, in qualità di sua assistente sociale, sbrigherò io le pratiche. Ovviamente non può farlo da sola, ah-ah-ah. Sarà valutata da un medico e da uno psicologo. » « A me sembra equilibrata e piuttosto in buona salute. » « È un bene che lei abbia notato queste cose. I medici cercheranno di rilevare eventuali ritardi nello La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 083 83 sviluppo, malattie e altre cose che potrebbero non essere evidenti a un occhio inesperto. Dopodiché Maya sarà collocata in una delle nostre molte famiglie affidatarie pre-approvate e... » A.J. la interrompe. « Come fa una famiglia affidataria a essere pre-approvata? È facile come, diciamo, aprire un conto presso un grande magazzino? » « Ah-ah-ah. No, naturalmente, è una procedura più lunga. Richieste, visite a casa... » Lui la interrompe di nuovo. « Quello che voglio dire, Jenny, è: come fate a essere certi che non state sistemando un bambino innocente in casa di uno psicopatico? » « Be’, Mr Fikry, non partiamo certo dal presupposto che chiunque voglia prendere un bambino in affidamento sia uno psicopatico, ma facciamo un controllo approfondito su tutte le nostre famiglie affidatarie. » « Mi preoccupo perché... be’, Maya è molto intelligente, ma è anche molto fiduciosa. » « Intelligente ma fiduciosa. Ottima osservazione. La annoterò. » Jenny annota. « Quindi, dopo averla collocata in una famiglia di emergenza non psicopatica » – precisa con un sorriso – « mi rimetterò al lavoro. Verificherò se qualcuno nella sua famiglia allargata intende accoglierla; in caso contrario, cercherò di trovarle una sistemazione permanente. » « Vuole dire un’adozione. » La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 084 84 « Sı̀, esatto. Molto bene. » Jenny non è tenuta a spiegare tutto per filo e per segno, ma le fa piacere che i buoni samaritani come A.J. abbiano la sensazione che il loro impegno è stato apprezzato. « Devo proprio ringraziarla, Mr Fikry. Avremmo bisogno di più persone come lei, disposte a farsi coinvolgere. » Allunga le braccia verso Maya. « Sei pronta, tesoro? » A.J. stringe Maya più forte. Inspira profondamente. Ha davvero intenzione di farlo? Sı`, pensa. Oddio. « Ha detto che Maya sarà collocata in una famiglia affidataria temporanea. Non potrei essere io quella famiglia? » Jenny serra le labbra. « Il fatto è che tutte le famiglie affidatarie hanno seguito la procedura, facendo richiesta di... » « So che non ho seguito la procedura, però la madre mi ha lasciato questo biglietto. » Lo porge a Jenny. « Voleva che fossi io a tenerla, capisce? È stato il suo ultimo desiderio. E credo sia giusto che io la tenga. Non voglio che sia spostata in qualche famiglia affidataria quando ha una famiglia adatta proprio qui. Ho fatto una ricerca sull’argomento su Google, ieri sera. » « Google », ripete Maya. « Si è fissata su questa parola. Non so perché. » « Quale ’argomento’? » chiede Jenny. « Non sono obbligato a darla a lei se è desiderio La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 085 85 esplicito della madre che ce l’abbia io », spiega il libraio. « Papà », esclama Maya in quell’istante, con tempismo perfetto. Jenny sposta lo sguardo dagli occhi di A.J. a quelli di Maya. Gli uni e gli altri sono determinati. Sospira. Aveva pensato che il pomeriggio sarebbe filato via liscio; invece stava cominciando a diventare complicato. Sospira di nuovo. Non è il suo primo giorno, ma ha completato i suoi studi come assistente sociale soltanto da un anno e mezzo. O è un’entusiasta, o è abbastanza inesperta da volerli aiutare. Tuttavia lui è un single che vive sopra un negozio. Una quantità assurda di pratiche da sbrigare, pensa Jenny. « Mi venga incontro, Mr Fikry. Mi dica che ha studiato pedagogia o sviluppo infantile o qualcosa del genere. » « Uhm... Prima di lasciare l’università per aprire la libreria, stavo per conseguire un PhD in Letteratura americana. Ero specializzato su Edgar Allan Poe. La caduta della casa degli Usher è un ottimo manuale su cosa non fare coi bambini. » « È qualcosa », commenta Jenny, intendendo che è qualcosa di assolutamente inutile. « È davvero sicuro di farcela? È un enorme impegno economico, emotivo e di tempo. » « No, non ne sono sicuro », replica A.J. « Tuttavia penso di poter offrire a Maya le stesse possibilità di La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 086 86 un’altra famiglia. Posso badare a lei mentre lavoro. Inoltre mi sembra che ci sia una simpatia reciproca. » « Voglio bene », dice Maya. « Continua a ripeterlo. L’ho messa in guardia, le ho spiegato che non bisogna concedere affetto se non lo si è guadagnato, ma credo che quell’Elmo abbia un’influenza insidiosa su di lei. Lui vuole bene a tutti, sa. » « Conosco Elmo », sospira Jenny. Le viene da piangere. Ci sarà una montagna di lavoro burocratico da fare. E non solo per la collocazione in affido. L’adozione vera e propria sarà un inferno. E sarà lei a doversi sobbarcare i viaggi di due ore per Alice Island ogni volta che qualcuno dei servizi sociali vorrà controllare Maya e A.J. « Okay. Sentite, voi due, devo chiamare il mio supervisore. » Da bambina, Jenny Bernstein, prodotto di due genitori equilibrati e affettuosi di Medford, Massachusetts, amava le storie di orfani come Anna dai capelli rossi e La piccola principessa. Negli ultimi tempi, ha cominciato a sospettare che sia stato proprio il sinistro effetto di quelle storie, lette più volte, ad averla spinta verso la professione di assistente sociale. In generale, il lavoro si è rivelato meno romantico di quanto le avevano fatto credere le sue letture. Il giorno precedente, una sua ex compagna di corso aveva scoperto che una donna aveva lasciato quasi morire di fame il sedicenne che le era stato affidato. Il ragazzo ormai pesava poco più di La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 087 87 venti chili e i vicini erano convinti che non avesse più di sei anni. « Voglio ancora credere che esista un lieto fine, ma sta diventando difficile », le aveva detto la sua compagna di corso. Jenny sorride ad A.J. e a Maya. Che bambina fortunata, pensa. Quel Natale e per varie settimane dopo, la notizia che A.J. Fikry, il vedovo nonché il proprietario della libreria, ha accolto una bambina abbandonata attraversa l’isola come un fremito. È da un po’ di tempo – probabilmente da quand’è stato rubato il Tamerlane – che Alice Island non dispone di un pettegolezzo cosı̀ succoso e il personaggio di Fikry è al centro dell’attenzione. L’intera cittadina l’ha sempre considerato un insensibile snob; sembra inconcepibile che un uomo del genere adotti una bambina soltanto perché è stata abbandonata nella sua libreria. Il fioraio racconta di quella volta in cui aveva dimenticato in libreria un paio di occhiali da sole e quando, meno di un giorno dopo, era tornato a riprenderli, aveva scoperto che A.J. li aveva buttati via. « Ha detto che non aveva spazio per gli oggetti smarriti. Ed ecco che fine ha fatto un bellissimo paio di Ray-Ban vintage! » esclama il fioraio. « Immaginate cosa potrebbe succedere a un essere umano! » Nel corso degli anni, poi, erano state innumerevoli le volte in cui il libraio era stato invitato a partecipare alla vita cittadina: gli era stato chiesto di La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 088 88 sponsorizzare la squadra di calcio, di partecipare alla vendita di torte per beneficenza, di comprare uno spazio pubblicitario nell’annuario del liceo. Lui aveva sempre declinato e non sempre in maniera educata. L’unica conclusione possibile era che la perdita del Tamerlane lo aveva ammorbidito. La madri di Alice Island temono che la bambina sarà trascurata. Cosa può saperne, lui, uomo e single, di come si crescono i bambini? Colgono quindi l’occasione di passare in negozio il più spesso possibile a dispensare consigli e, qualche volta, a portare piccoli regali: abiti, coperte, giocattoli. Notano che Maya sembra sufficientemente pulita, felice e sicura di sé e ne sono assai sorprese. Solo dopo essere uscite dalla libreria, chiocciano su quanto sia tragico il passato della bambina. Da parte sua, A.J. non è infastidito dalle visite. Ignora in larga misura i consigli, ma accetta i regali, sebbene li selezioni e li disinfetti non appena le donne se ne sono andate. Sa dei pettegolezzi, ma decide di non badarci. Mette sul banco un dispenser d’igienizzante per le mani, accanto al cartello: SI PREGA DI DISINFETTARSI PRIMA DI TOCCARE L’INFANTA . Il mondo è amico di Maya e quindi, per estensione, diventa amico di A.J. Inoltre le donne sanno effettivamente cose che lui ignora: cose sull’educazione al vasino (la corruzione funziona), sulla dentizione (esistono fantasiosi stampi per i cubetti di ghiaccio), sulle vac- La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 089 89 cinazioni (si può saltare quella contro la varicella). Viene fuori che, riguardo alla cura dei bambini, su Google si possono trovare un sacco di risposte, ma tutte superficiali. Facendo visita alla bambina, molte comprano anche libri e riviste. A.J. comincia a tenere certi libri solo perché pensa che le donne vorranno discuterne. Per qualche tempo, il gruppo si dimostra interessato alle storie contemporanee incentrate su donne in gamba ma intrappolate in matrimoni difficili. Se la donna ha una relazione – non che loro ce l’abbiano, o ammettano di averla avuta, ovvio –, è ancora meglio. Il divertimento sta nel giudicarla. L’idea di una madre che abbandona i figli è inconcepibile; se invece il marito rimane coinvolto in un orribile incidente, la cosa viene accolta da un certo entusiasmo (il top è se lui muore e lei trova un altro.) I romanzi di Maeve Binchy godono di una certa popolarità finché Margene, che in un’altra vita è stata una consulente finanziaria, solleva l’obiezione che si tratti di vicende troppo stereotipate: « Non ne posso più di donne che vivono in opprimenti città irlandesi e che si sposano troppo giovani con uomini affascinanti e malvagi! » Incoraggiano A.J. ad aumentare il suo impegno nella scelta dei libri. « In un gruppo di lettura, ci vuole un po’ di varietà », afferma Margene. « Ah, questo sarebbe un gruppo di lettura? » chiede A.J. La misura della felicità (Fuori commercio 137 x 205 mm) p. 090 90 « E cosa, sennò? » ribatte Margene. « Non penserà mica che tutti i nostri consigli su come crescere i bambini siano gratuiti, vero? » Ad aprile, Una moglie a Parigi. A giugno, Una moglie affidabile. Ad agosto, La moglie americana. A settembre, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo. A dicembre, A.J. esaurisce i bei libri con la parola « moglie » nel titolo. Leggono Belcanto. « E non sarebbe male se lei ampliasse la sezione dei libri illustrati », suggerisce Penelope, che ha un’aria sempre esausta. « Anche i bambini dovrebbero avere qualcosa da leggere mentre sono qui. » Le donne si portano appresso i figli perché giochino con Maya, dunque la richiesta è ragionevole. Per non parlare del fatto che A.J. è stanco di leggere Il mostro alla fine di questo libro. Pur non essendo mai stato particolarmente interessato ai libri illustrati, decide di diventare un esperto. Vuole che Maya legga libri illustrati con un valore letterario... sempre ammesso che ci siano. Preferibilmente contemporanei. E preferibilmente femministi. Senza principesse. Scopre cosı̀ che opere del genere esistono davvero. Si appassiona ai libri di Amy Krouse Rosenthal, di Emily Jenkins, di Peter Sis e di Lane Smith. Una sera, si ritrova a dire: « La verità è che un libro illustrato ha la stessa eleganza che ho sempre apprezzato nei racconti. Capisci cosa voglio dire, Maya? » Lei annuisce con aria seria e gira la pagina. Cont i nuai nl i be r i a ei ne book. . . LA STAMPA ITALIANA SU LE COSE CHE NON HO « Una storia semplice ma estremamente efficace » La Repubblica « Delacourt, con dolcezza e stupore privi di retorica, spinge chiunque a pensare alla propria vita e alle ‘cose che non ha’ » ttL La Stampa « Un romanzo sensibile e attuale » Il Sole 24 Ore.com « Una prosa incisiva e una costruzione narrativa perfetta » Famiglia Cristiana « Arriva dritto al cuore » Gioia « Libro di pensieri molto femminili, è stato scritto da un uomo » Elle « Ti lascia domande che ti porti dietro per giorni » Donna Moderna Grégoire Delacourt LA PRIMA COSA CHE GUARDO Traduzione di Riccardo Fedriga Romanzo Titolo originale: LA PREMIÈRE CHOSE QU’ON REGARDE ISBN 978-88-6715-726-6 Per informazioni sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it Copyright © 2013 Éditions Jean-Claude Lattès Copyright © 2014 Adriano Salani Editore s.u.r.l. Gruppo editoriale Mauri Spagnol Milano www.salani.it Per Faustine, Blanche, Grâce e Maximilien Can you see the real me preacher? Can you see the real me doctor? Can you see the real me mother? Can you see the real me? Quadrophenia, Pete Townshend, The Who Arthur Dreyfuss aveva l’ossessione delle tette. Di quelle grosse intendo. E l’aveva al punto che più di una volta aveva pensato: se fossi nato donna, le avrei avute grosse o piccole? Perché la madre le aveva piccole, ma la nonna – perlomeno da quel che si ricordava di abbracci soffocanti – aveva una mercanzia di tutto rispetto. Pensava che avere un bel seno obbligasse a un portamento più flessuoso, più femminile, ed era la grazia di quelle silhouette in fragile equilibrio ad affascinarlo, a turbarlo persino. Ava Gardner nella Contessa scalza, Jessica Rabbit in Chi ha incastrato Roger Rabbit, e compagnia bella. Quelle immagini lo mandavano in bambola e lo facevano arrossire. Tette. Le tette mettevano KO, lasciavano senza fiato, imponevano rispetto. Non esisteva uomo sulla faccia della Terra che non tornasse bambino alla vista di un bel paio di tette. Si poteva persino morirne, a causa di quegli sguardi. Propriamente parlando, simili tesori Arthur Dreyfuss non li aveva ancora toccati con mano, ma ne 9 aveva contemplate innumerevoli versioni in vecchie copie sgualcite di L’Homme moderne scovate da PP, e anche su Internet. A dire la verità, aveva sbirciato più volte quelli della signora Rigautmalopolepszy, che in primavera le debordavano dalla camicetta: due meloni scintillanti, così pallidi da lasciar affiorare rivoli verde chiaro, febbricitanti, palpitanti, che prendevano vita all’improvviso quando lei accelerava il passo per non perdere l’autobus che si fermava due volte al giorno in Grande Rue (una stradina dove il primo settembre 1944 uno scozzese, certo Haywood, era caduto per la liberazione della città), oppure quando il suo ignobile botolo rossiccio la trascinava tutto eccitato verso qualche schifezza. In terza la passione del giovane Arthur Dreyfuss per quei frutti carnosi gli aveva fatto scegliere come compagna di banco una certa Nadège Lepetit la quale, sebbene parecchio sgraziata, aveva il vantaggio di un’abbondante terza coppa C sulla graziosissima Joëlle Ringuet, che però era piatta come una tavola. Pessima scelta. L’ingrata proteggeva gelosamente i suoi meloncini e proibiva ai buongustai di avvicinarvisi: a tredici anni la prosperosa ortolana, consapevole delle sue grazie, voleva esser convinta che la si amasse per se stessa, e l’Arthur Dreyfuss suo coetaneo non aveva granché dimestichezza con le parole cortesi dalle rime infide. Non aveva letto Rimbaud né imparato i versi mielosi delle canzoni di Cabrel o quelli, più datati, d’un certo C. Jérôme (per 10 esempio: ‘Non, ne m’abandonne pas/Non, non, mais donne toi’1). Quando venne a sapere che Alain Roger, il suo amico di allora, aveva tenuto in punta di dita le tettine della graziosa Joëlle Ringuet, poi le aveva sfiorate con le labbra e infine se le era messe proprio in bocca, credette di uscir di senno e si chiese se non dovesse rivedere drasticamente le sue pretese mammarie... verso il basso. A diciassette anni andò ad Albert (tredicesima città della Somme) con l’orgoglioso Alain Roger per festeggiare la prima paga. Scelse una passeggiatrice dal balcone lussureggiante ma l’impazienza era tale che onorò all’istante il cavallo dei pantaloni. Scappò via affranto e pieno di vergogna e, benché se lo fosse ripromesso mille volte, senza nemmeno aver avuto occasione di accarezzare, palpare, strizzare, massaggiare quei tesori opalini. E poi morire. Quell’infortunio calmò i suoi bollenti spiriti. Ridimensionò le cose. Lesse due romanzi sentimentali dell’americana Karen Dennis, dove scoprì che il desiderio dell’altro si rivela talvolta in un sorriso, in un profumo o persino in un semplice sguardo, come gli successe sei mesi più tardi da Dédé la Frite, il bartabacchi-articoli da pesca-lotto-giornali del paese... era soprattutto il bar, quello che interessava ai pescatori: nelle albe interminabili e gelide l’insegna rossa Jupiler era per loro come la stella del mattino e attirava i fumatori, perché lì la legge del 2006 non valeva. 11 Da Dédé la Frite accadde questa cosa semplicissima: mentre gli si chiedeva cosa desiderasse, Arthur Dreyfuss levò gli occhi a incontrare quelli della nuova cameriera. Li scoprì sconvolgenti, grigi come la pioggia; amò il suono della sua voce, il suo sorriso, le gengive rosa, i denti bianchi, il suo profumo... tutte le grazie decantate da Karen Dennis. Dimenticò di guardarle le tette e per la prima volta non gli importò nulla che fossero discrete o succulente, calma piatta o colline. Ebbe allora una rivelazione. Nella vita non esistevano solo i seni a fare la grazia di una donna. Fu il suo primo colpo di fulmine. E la sua prima extrasistole auricolare... una specie di aritmia cardiaca. Ma con la summenzionata cameriera non successe niente perché era inutile iniziare una storia d’amore dalla fine e soprattutto perché la servetta dagli occhi di pioggia aveva un innamorato: un camionista che faceva Belgio e Olanda, un tizio grande e grosso, ben piantato, con mani da strangolatore, un marcantonio dal bicipite serissimo sul quale era tatuato il nome dell’amata: Éloïse; un tipo possessivo, geloso. Le conoscenze di Arthur Dreyfuss in materia di karate e cineserie erano limitate ai precetti del maestro cieco di Kung Fu (indimenticabile maestro Po) e all’urlo selvaggio di Pierre Richard nel Grande biondo (Yves Robert). Preferì dunque dimenticare la poesia del viso di Éloïse, i grigi occhi umidi, le gengive rosa; non andò più a prendere il caffè il mat12 tino e smise persino di fumare per non correre il rischio di inciampare nel camionista geloso. Per riassumere questo primo capitolo, a causa di un camionista tarchiato e sospettoso, di un’esistenza nel piccolo comune di Long, 687 abitanti, situato nella Somme (il castello del XVIII secolo, la campana della chiesa – eggià – i fuochi di san Giovanni, l’organo Cavaillé-Coll e le paludi preservate ecologicamente con qualche cavallo della Camargue d’importazione), a causa di un lavoro da meccanico che ti lascia le dita nere di grasso, Arthur Dreyfuss, anche se era un bel ragazzo – Éloïse l’aveva paragonato a Ryan Gosling in meglio – viveva da solo in una casetta isolata all’uscita del villaggio, un po’ discosta dalla provinciale 32 che porta ad Ailly-le-Haut-Clocher. Per chi non lo sapesse, Ryan Gosling è un attore canadese, nato il 12 novembre 1980, assurto agli onori planetari nel 2011, un anno prima di questa storia, con il magnifico e nerissimo Drive di Nicolas Winding Refn. Poco importa. Il giorno in cui questo libro comincia, bussarono alla sua porta. Arthur Dreyfuss stava guardando un episodio dei Soprano (stagione 3, episodio 7: ‘Problemi di famiglia’). Sobbalzò. Urlò: chi è? Bussarono di nuovo. Andò ad aprire. E non credette ai suoi occhi. Davanti a lui c’era Scarlett Johansson. 13 Fatta eccezione per una ciucca memorabile al terzo matrimonio di Pascal Payen, detto PP, il suo capo – sbronza che, per inciso, l’aveva fatto piombare in uno stato di tale rimbambimento che aveva succhiato un cocomero per due giorni – Arthur Dreyfuss non beveva. Magari una Kronenbourg la sera, di tanto in tanto, davanti a una serie tv. Non si poteva dunque imputare la visione di Scarlett Johansson sulla soglia di casa a un’allucinazione indotta dall’alcol. No. Fino a quel momento Arthur Dreyfuss aveva avuto una vita normale. Per farla breve e prima di incontrare la bomba sexy: nato nel 1990 (l’anno dell’uscita del romanzo Jurassic Park e dello sconvolgente secondo matrimonio d’amore di Tom Cruise con Nicole Kidman) nel reparto maternità del « Camille Desmoulins » ad Amiens, prefettura della Piccardia e capoluogo di provincia; figlio di Dreyfuss LouisFerdinand e di Lecardonnel Thérèse, Marie, Françoise. 14 Figlio unico fino al 1994, anno in cui arriva Dreyfuss Noiya. Noiya, che significa ‘bellezza di Dio’. E di nuovo figlio unico nel 1996 quando Inke, il vigoroso dobermann di un vicino, confonde la ‘bellezza di Dio’ con la ciotola della pappa. Il volto e la mano destra della piccola escono dal posteriore dell’animale sotto forma di sterco di canis lupus familiaris, abbandonato all’ombra tiepida della ruota di una Grand Scénic. La comunità si stringe attorno alla famiglia straziata. Arthur Dreyfuss bambino non piange perché le sue lacrime provocano quelle della madre; le fanno dire cose orrende sul mondo, la pretesa bellezza delle cose e l’abominevole crudeltà di Dio. Il bambino di nuovo figlio unico tiene per sé il suo dolore, come biglie in fondo a una tasca, pezzetti di vetro. Ci si impietosisce; gli si passano le mani tra i capelli, si mormora ‘poverino’ o ‘povero bambino’ o ‘è dura per un bambino così piccolo’. È un periodo triste e gioioso insieme. A casa Dreyfuss si mangiano un sacco di dolci ai datteri, di baklava e di baba ganush e, per non far torto alla cucina piccarda, dolci al formaggio, charlotte al caffè e alla cicoria; lo zucchero fa crescere e diluisce il dolore. La famiglia orbata trasloca nel piccolo comune di Saint-Saëns (Seine-Maritime), ai piedi della foresta demaniale di Eawy, dove Dreyfuss Louis-Ferdinand diventa guardia forestale. Certe sere, torna con fagiani, pernici rosse e altra selvaggina che la moglie piccarda trasforma in pasticci, suprême e spezzatini. 15 Una volta arriva con le spoglie di una volpe per farne un manicotto di pelliccia (si avvicina l’inverno), ma Lecardonnel Thérèse urla pallidissima che mai e poi mai metterà le mani in un cadavere. Un giorno il bracconiere esce come tutte le mattine; la bisaccia, qualche trappola in spalla. Sulla porta, come ogni mattina, esclama: a stasera! Ma nessuno lo rivede né quella sera, né nessun’altra sera. I gendarmi abbandonano le ricerche in capo a una decina di giorni; è sicura che non avesse qualcuno in città, un’amichetta? Gli uomini spesso scompaiono così: un prurito alle parti basse, una fiammata di desiderio, il bisogno di sentirsi vivi, le solite cose. Nessuna traccia, niente impronte né un corpo. Lecardonnel Thérèse perde rapidamente la poca gioia di vivere che le rimane, si attacca al Martini la sera, all’ora in cui tornava la guardia forestale, poi sempre prima, fino a cominciare all’ora antelucana in cui lui usciva di casa. Il vermut (18°) all’inizio la rianima (Arthur Dreyfuss vi attingerà una certa nostalgia taciturna) poi, poco a poco, la fa piombare in una malinconia terribile che, come nella Finestra aperta, le farà vedere il fantasma della guardia forestale che ricompare a ore strane. Poi altri spettri. Un quadrupede carnivoro. Un’attrice americana che impersonava Cleopatra. Carne attorno agli avambracci. Palpebre di polvere. Talvolta la sera Arthur Dreyfuss piange nella sua stanza sentendo la voce triste e roca di Edith Piaf 16 provenire dalla cucina e immaginando le tenebre che avvolgono sua madre. Non osa dirle che ha paura di perdere anche lei, di ritrovarsi solo. Non riesce a dirle che le vuole bene, è così difficile. A scuola Arthur Dreyfuss è nella media. È un compagnone. Imbattibile agli astragali, un gioco tornato di moda. Piace anche alle ragazze, viene eletto secondo maschio più carino della classe; il primo è un gran tenebroso, dall’aria gotica, la pelle diafana, le orecchie forate come la linea tratteggiata per strappare la carta, un tatuaggio attorno al collo (una corda attorcigliata, che si è fatto fare in seguito alla lettura in preda ai fumi dell’alcol della Ballata degli impiccati) e soprattutto poeta: rime scorreggione, assonanze scatologiche, parole idiote. Esempio: ‘Vivere è marcire, per ridere è morire’. Le ragazze l’adorano. L’unica debolezza nota di Arthur Dreyfuss è in educazione fisica: un giorno, mentre guarda una certa Liane Le Goff – una coppa E (due zucche da paura, in stile Jayne Mansfield o Christina Hendricks) – saltare al cavallo, sviene. L’arcata sopraccigliare sbatte contro le zampe metalliche dell’attrezzo, la pelle si apre con abbondante fuoriuscita di sangue. Fu elegantemente ricucito e da allora conserva sul sopracciglio un ricordo discreto di quella meravigliosa vertigine. Non detesta leggere, al contrario, ama guardare i film – soprattutto le serie, perché ha la possibilità di affezionarsi, di voler bene ai personaggi, come a una 17 famigliola – gli piace anche smontare (e rimontare) tutto ciò che è dotato di un motore o di un meccanismo. Leggerà dunque le istruzioni dei motori e dei meccanismi. La scuola gli troverà un posto da apprendista da Pascal Payen, detto PP, officina multimarche a Long, dove un giorno scoprirà un libro di poesie e un mestiere appassionante che lascia le dita nere di grasso, che fa dire alle signore in panne: sei un genio, mio caro, e un bel ragazzo, e ai signori in panne: più veloce, figliolo, è l’unica cosa che mi interessa; un lavoro che ben presto gli fa guadagnare denaro sufficiente ad accendere un mutuo per una casetta (due piani, 67 metri quadri) all’uscita del paese, poco discosto dalla provinciale 32 che porta ad Ailly-le-Haut-Clocher dove, nei giorni di vento forte, la pasticceria Leguiff avvolge l’abitato con il profumo dei croissant caldi e delle brioche con lo zucchero di canna – anche se la mattina tragica non ci sarà un filo d’aria – una casetta alla porta della quale un giorno busserà Scarlett Johansson. Ed eccoci ritornati finalmente al punto. 18 Scarlett Johansson sembrava sfinita. I capelli, di due colori diversi, erano un disastro. Ricadevano pesanti, come al rallentatore. Sulla bocca carnosa non c’era traccia del famoso rossetto. Il rimmel era colato sotto gli occhi come fuliggine, creando occhiaie malinconiche. E con grande infelicità di Arthur Dreyfuss, indossava un pullover largo. Un pullover che le stava come un sacco, una vera ingiustizia: non rivelava nulla delle forme dell’attrice, che come tutti sanno benissimo sono da schianto, capaci di stregare. Al braccio portava una Vuitton dai colori acidi che aveva l’aria di essere farlocca. Quanto ad Arthur Dreyfuss, aveva la sua mise da telenovela: canotta bianca e boxer dei Puffi; lontanissimo dall’immagine di Ryan Gosling in meglio. Eppure. Eppure, nel momento stesso in cui si guardarono, scappò loro un sorriso. Si trovarono belli? Rassicuranti? Si era aspettato, quando avevano bussato alla porta, un’emergenza, un giunto di testa che aveva ceduto, una biella rotta, 19 un problema al flussometro? Si era aspettata, mentre lui apriva la porta, un pervertito, una vecchia piena di porri, un viso anziano? Rimane il fatto che quei due, improbabili, si sorrisero come davanti a una bella sorpresa e che dalla bocca secca di Arthur Dreyfuss, in preda al suo secondo colpo di fulmine (mani sudate, tachicardia, velo di sudore, piccoli aghi di ghiaccio nella schiena, lingua ruvida, impastata) uscì una parola sconosciuta. Comine. (Per i lettori linguisti esigenti e gli appassionati di geografia, occorre precisare che esiste effettivamente una città che si chiama Comines, sita a Quesnoysur-Deûle, nel Nord, vicino alla frontiera belga – probabilmente una cittadina letargica, vi si contano non meno di cinque comitati di feste per tentare di darle uno scrollone – ma detta città non ha niente a che fare con questa storia.) Nel momento stesso in cui vide Scarlett Johansson sulla soglia di casa, ad Arthur Dreyfuss il timido comine parve la cosa più sensata, la più educata, la più carina da dire dato che, a giudicare dai sottotitoli che la accompagnano nelle serie tv che lui guarda in versione originale, significa si accomodi. E quale uomo di mondo, anche se in canotta e boxer dei Puffi, non avrebbe detto si accomodi alla fenomenale attrice di Lost in Translation? La fenomenale attrice sussurrò Thank you, facendo spuntare la punta rosa della lingua tra le labbra nel pronunciare il th, ed entrò. 20 Chiudendo con delicatezza la porta, le mani sudate, il cuore in preda a un’improvvisa extrasistole auricolare – sì, stava per morire, sì, a quel punto poteva morire – lanciò un’occhiata furtiva all’esterno per vedere se c’erano telecamere e/o bodigard e/o una candid camera, poi mise il catenaccio, per niente rassicurato. 21 I N TESTAALLECLASSI FI CHEI N USAEFRANCI A GRAZI EALPASSAPAROLA » LA GAJA SCIENZA« VOLUME 1140 © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 1 11 / 04 / 2014 14.43 LA SPOSA SILENZIOSA Romanzo di A.S.A. HARRISON Traduzione di ALISA MATIZEN e IRENE ABIGAIL PICCININI © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 3 11 / 04 / 2014 14.43 p r o p r i e tà l e t t e r a r i a r i s e rvata Longanesi & C. © 2014 - Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol www.longanesi.it ISBN 978-88-304-3935-1 Titolo originale The Silent Wife Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it Copyright © A.S.A. Harrison, 2013 All rights reserved including the right of reproduction in whole or in part in any form. This edition published by arrangement with Penguin Books, a member of Penguin Group (Usa) LLC, A Penguin Random House Company © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 4 15 / 04 / 2014 15.06 PARTE PRIMA Lei e lui © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 7 11 / 04 / 2014 14.43 1 Lei Sono i primi di settembre. Jodi Brett, in cucina, prepara la cena. Grazie all’open space, il suo sguardo può vagare senza ostacoli per il soggiorno fino alle finestre affacciate a est e da lì abbracciare una prospettiva di lago e cielo, fusi dalla luce serale in un azzurro uniforme. Una linea sottile di una tinta più scura, l’orizzonte, sembra vicinissima, quasi la si potesse toccare. Le piace l’arco che si delinea, ha come la sensazione di essere racchiusa in un cerchio. L’impressione di contenimento è ciò che ama di più di quell’appartamento appollaiato al ventisettesimo piano. A quarantacinque anni, Jodi si sente ancora una donna giovane. Non guarda tanto al futuro ma vive radicata nel presente, immersa nella vita quotidiana. Dà per scontato, ma non perché ci abbia riflettuto, che la sua esistenza andrà avanti indefinitamente nel suo equilibrio imperfetto ma del tutto accettabile. In altre parole, non sa che la sua vita sta arrivando al culmine, che la sua resilienza giovanile – lentamente intaccata dai vent’anni di convivenza con Todd Gilbert – si avvicina a una fase finale di disintegrazione, che l’idea che ha di sé e di cosa sia giusto è molto meno granitica di quanto immagini, considerato che entro pochi mesi diventerà un’assassina. © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 9 15 / 04 / 2014 15.06 10 Se qualcuno glielo dicesse, non ci crederebbe. La parola omicidio figura a stento nel suo vocabolario, è un concetto privo di significato, oggetto di articoli di giornale che riguardano persone che lei non conosce e non incontrerà mai. La violenza domestica le sembra del tutto inverosimile, non riesce a concepire che in un nucleo familiare i dissidi quotidiani possano aggravarsi a tal punto. Questo genere di incomprensione ha motivazioni che vanno al di là della sua personale abitudine all’autocontrollo: ben lungi dall’essere idealista, è convinta che nella vita si debba prendere il bello con il brutto, ha un carattere accomodante e non raccoglie facilmente le provocazioni. Il cane, un golden retriever con il pelo biondo e setoso, le sta seduto ai piedi mentre lei taglia le verdure. Ogni tanto Jodi gli lancia una fettina di carota cruda che lui addenta al volo e tritura contento. Questi lanci rappresentano un consolidato rituale prima della cena, instaurato il giorno stesso in cui Jodi lo portò a casa: con quel cucciolotto grassottello voleva distogliere Todd dal desiderio di progenie nato, in apparenza da un giorno all’altro, intorno ai quarant’anni. L’aveva chiamato Freud, pregustando le battute che avrebbe potuto snocciolare sul quel misogino omonimo che all’università era stata costretta a prendere sul serio. Freud che fa le puzze, Freud che mangia spazzatura, Freud che si morde la coda. Il cane, che ha un ottimo carattere, si lascia prendere in giro. Quando pulisce le verdure o trita le erbette, Jodi lavora con trasporto. Cucinare ha un’intensità che le piace: la pronta risposta della fiamma del gas, il timer che © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 10 11 / 04 / 2014 14.43 11 scandisce i minuti, l’immediatezza del risultato. Immersa nel silenzio della casa, pregusta il momento in cui sentirà girare la chiave nella serratura. Cucinare per Todd è ancora un’occasione felice e continua a stupirsi di come è entrato nella sua vita: un evento del tutto casuale che non lasciava presagire sviluppi e tantomeno un futuro di cenette appetitose preparate con amore. Era successo in una piovosa mattina di primavera. In quel periodo era davvero esausta. Sotto pressione con gli studi di psicologia, il lavoro di cameriera in un locale la sera, quel giorno stava anche traslocando. Era diretta verso nord, lungo State Street, alla guida di un furgone stipato di tutti i suoi averi. Mentre stava per cambiare corsia da destra a sinistra, forse aveva lanciato un’occhiata allo specchietto, forse no. Aveva appena noleggiato il furgone e alla guida era molto impacciata. Oltretutto i finestrini erano appannati e all’ultimo semaforo aveva mancato per un pelo il verde. Date queste premesse, è possibile che fosse distratta: una questione che in seguito era stata ampiamente dibattuta tra loro. Quando lui aveva urtato la portiera del furgone dal lato del conducente mandandolo in testacoda nel traffico, le macchine in arrivo si erano messe a strombazzare tra gli stridii delle frenate. Ancor prima che lei riuscisse a riprendersi dallo spavento, e a rendersi conto di non essersi fatta niente, lui si era messo a urlare col naso appiccicato al finestrino. « Ma cosa cazzo stavi facendo? Sei impazzita? Dove hai imparato a guidare? Adesso ti decidi a scendere o pensi di startene lì seduta fino a stasera? » Quel giorno, sotto la pioggia, le sue esternazioni non © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 11 15 / 04 / 2014 15.06 12 le avevano dato un’impressione favorevole, ma un uomo che ha appena avuto un incidente di solito va su tutte le furie anche quando è in torto, e in quel caso lui aveva pure ragione. Perciò, quando un paio di giorni dopo l’aveva chiamata per invitarla a cena, lei aveva accettato di buon grado. La portò nel quartiere greco, dove mangiarono souvlaki di agnello innaffiato con retsina freddo. Il ristorante era affollato, i tavoli molto ravvicinati, le luci forti. Si ritrovarono a gridare nel frastuono e a ridere perché non riuscivano a sentirsi. La conversazione ruotò intorno a poche frasi succinte: « Buono, questo piatto... mi piace il posto... avevo i finestrini appannati... se non fosse capitato, però, non ci saremmo conosciuti... » Non le capitava spesso di uscire per una serata con tutti i crismi. I ragazzi che conosceva all’università la portavano a prendere una pizza e una birra, pagando solo la loro parte. Le davano appuntamento direttamente nel locale, arrivavano trasandati e con la barba lunga, quasi sempre con gli stessi vestiti che avevano a lezione. Todd invece si era messo una camicia pulita, era passato a prenderla in macchina e poi erano andati insieme al ristorante... A tavola lui era stato molto premuroso, le riempiva il bicchiere e si preoccupava che tutto andasse bene. Jodi si gustava lo spettacolo, apprezzando la disinvoltura con cui lui si muoveva, la sua sicurezza nel tenere ogni cosa sotto controllo. Le era piaciuto che avesse pulito il coltello sul pane, come si fa a casa, e che alla fine avesse tirato fuori la carta di credito senza guardare il conto. Tornati al pick-up, Todd la portò a vedere il suo can- © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 12 11 / 04 / 2014 14.43 13 tiere a Bucktown, dove stava ristrutturando una vecchia dimora ottocentesca, che per un certo periodo era stata trasformata in una pensione, ma che ora sarebbe tornata a essere un’abitazione monofamiliare. Mentre la guidava lungo il vialetto malridotto, la tenne leggermente per il gomito. « Attenta adesso. Guarda dove metti i piedi. » Era una specie di casa degli orrori: mattoni sgretolati, intonaci che si sfaldavano e finestre strette, con ghimberghe appuntite che conferivano all’edificio una minacciosa spinta verso l’alto. Un’aberrazione in una strada di edifici squadrati completamente rimessi a nuovo. Sul davanti, al posto della veranda, campeggiava una scala a pioli su cui bisognava salire per entrare, schivando un enorme lampadario appoggiato di lato nell’ingresso. Il soggiorno, tra cumuli di macerie e fili che pendevano, assomigliava a una cripta con un soffitto assurdamente alto. « Prima qui c’era un muro », disse lui, facendole un cenno. « Si vede l’impronta. » Lei guardò il pavimento in parquet a cui mancavano alcune tavole. « Quando l’hanno trasformata in una pensione hanno tirato su un sacco di tramezzi. Adesso torneremo alla configurazione originaria. Vedi come sta riprendendo forma? » Per lei era difficile immaginare qualunque genere di risultato. L’assenza di illuminazione non aiutava, l’unica luce era un pallido riverbero proveniente dai lampioni della strada. Lui accese una candela, che fissò su un piattino dopo avervi fatto cadere qualche goccia di cera © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 13 11 / 04 / 2014 14.43 14 liquida. Era ansioso di portarla a fare il giro della casa. Alla luce della candela visitarono i vari ambienti: la cucina, poi quello che sarebbe tornato a essere un salottino, spazi provvisori definiti da muri malridotti. Al piano di sopra, le vestigia della pensione erano più evidenti, le porte delle camere chiuse dai saliscendi e le pareti dipinte di colori improbabili. Si sentiva un forte odore di muffa e c’era una strana atmosfera, con il legno che scricchiolava sotto i piedi e la candela che formava onde di luce proiettando le loro ombre su pareti e soffitti come fossero fantasmi. « Non è una ristrutturazione conservativa, sarà tutto ammodernato », le spiegò. « Pavimenti in rovere, porte interne in massello, finestre con i doppi vetri... Sarà una casa da sogno, un edificio d’epoca con una spiccata personalità, ma assolutamente solido e funzionale. » Si occupava lui di ogni cosa, le raccontò, imparando il mestiere un passo per volta, senza aiutanti. Lasciata l’università, aveva preso in prestito un po’ di soldi, vivendo di credito e ottimismo. Lei capì quanto fosse in ristrettezze quando vide il sacco a pelo arrotolato in una delle camere da letto e nel bagno un rasoio e una bomboletta di schiuma da barba. « Allora, che ne pensi? » le chiese quando furono di nuovo al pianterreno. « Mi piacerebbe vederla quando sarà finita. » Lui rise. « Dimmi la verità. Credi che io abbia fatto il passo più lungo della gamba? » « È un progetto ambizioso. » « Resterai a bocca aperta. » © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 14 11 / 04 / 2014 14.43 15 * Quando lo sente entrare, il lago e il cielo si sono stemperati in un crepuscolo vellutato. Spegne la luce centrale e lascia che siano i faretti a orchestrare un bagliore intenso, si toglie il grembiule, si lecca le dita per lisciarsi i capelli alle tempie e intanto tende l’orecchio per ascoltare i rumori provenienti dall’ingresso. Todd giocherella con il cane, appende la giacca e svuota le tasche nella ciotola di bronzo sulla mensola. Segue un breve silenzio mentre guarda la posta. Jodi sistema una trota affumicata su un piatto nel quale ha disposto un ventaglio di cracker. Todd è un uomo alto e robusto, con i capelli color sabbia, occhi grigio ardesia e un’immensa carica vitale. Quando Todd Gilbert entra in una stanza, le persone si voltano a guardarlo. È questo che direbbe Jodi, se qualcuno le chiedesse cosa ama di più in lui. E poi aggiungerebbe che riesce a farla ridere quando vuole e che, a differenza di molti altri uomini, sa fare più cose in una volta: per esempio se sta rispondendo al cellulare riesce ad allacciarle il gancetto della collana o a farle vedere come si usa un cavatappi da sommelier a doppio dente. Lui le schiocca un bacio in fronte, le gira intorno e prende i bicchieri da cocktail dal mobile. « Sembra squisito », dice. « Che cos’è? » Si riferisce al pezzo di carne in crosta dorata che è uscito dal forno e troneggia sulla teglia. « Filetto alla Wellington. L’abbiamo già mangiato, ricordi? Ti piace. » Lui ha il compito di preparare i Martini. Mentre si © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 15 11 / 04 / 2014 14.43 16 occupa della marinata per le verdure, Jodi sente gli scricchiolii dei cubetti di ghiaccio e l’aroma intenso rilasciato dal limone appena tagliato. Lui la urta, sbatte rumorosamente gli oggetti, sta sempre in mezzo ai piedi, ma a lei piace averlo vicino, la sua mole è per lei rassicurante. Jodi annusa l’odore della sua giornata, gravita intorno al calore del suo corpo. È sempre caldo, un dato significativo per una che ha quasi sempre freddo. Dopo averle messo il Martini sul bancone, lui si porta il drink in soggiorno insieme alla trota, si siede mettendo i piedi sul tavolino e apre il giornale che lei gli ha lasciato lì sopra ben ripiegato. Lei mette i fagiolini e le carotine in due contenitori separati per la cottura al vapore e prende il primo sorso del suo cocktail: le piace sentire la vodka che va subito in circolo nel suo corpo. Dal divano lui commenta ad alta voce le notizie del giorno: le prossime Olimpiadi, un’impennata dei tassi di interesse, le previsioni di pioggia. Dopo avere mangiato quasi tutta la trota e il fondo del suo Martini, lui si alza e apre una bottiglia di vino mentre lei taglia la carne a fette robuste. Portano i piatti al tavolo, da dove godono entrambi della vista sul cielo lucente. « Com’è andata la tua giornata? » le chiede lui affondando la forchetta. « Ho visto la Bergman », dice lei. « La Bergman. E che cos’aveva da dire? » È concentrato a divorare il filetto e parla senza alzare gli occhi dal piatto. « Mi ha ricordato che sono passati tre anni da quando ha fatto la pubblicità del budino. Credo che la sua idea fosse di scaricare parte della colpa su di me. » © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 16 11 / 04 / 2014 14.43 17 Dei pazienti di Jodi lui sa solo i nomi in codice. Con il fatto che vanno e vengono quando lui è al lavoro, non ne ha mai incontrato uno, ma lei lo tiene aggiornato ed è come se Todd li conoscesse tutti a fondo. Lei non ci vede niente di male, fintanto che i loro nomi veri rimangono segreti. Bergman è il soprannome di un’attrice disoccupata il cui ultimo lavoro – la leggendaria pubblicità del budino – è un lontano ricordo. « Quindi adesso è colpa tua », osserva Todd. « Sa che è la sua disperazione ad allontanare la gente e si chiede perché non l’ho aiutata. Accidenti! Ci abbiamo lavorato per mesi. » « Non so come fai a sopportarla. » « Se la vedessi capiresti. È forte, una vera combattente. Non molla mai e prima o poi cambierà. » « Io non avrei la pazienza. » « Ce l’avresti, se ti importasse di loro. Lo sai che per me i pazienti sono come figli. » Un’ombra gli scurisce il viso e lei capisce che il riferimento ai figli surrogati gli ha fatto pensare ai figli veri che non ha. Allora torna a parlare della Bergman: « Mi preoccupo per lei, però. Lei non può credere in se stessa se nessuno l’assume, ma nessuno l’assumerà perché lei non crede in se stessa, e francamente non so se la sto aiutando davvero. A volte mi dico che dovrei interrompere e consigliarle di rivolgersi a un altro terapeuta ». « Perché non lo fai? Se tanto non arrivi da nessuna parte... » « Be’, non è che non stiamo andando da nessuna parte. Come ti dicevo, quantomeno ha capito che cosa sta facendo a se stessa. » © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 17 11 / 04 / 2014 14.43 18 « Questa carne è squisita. Come sei riuscita a farla entrare nella pasta sfoglia? » Neanche fosse un veliero in una bottiglia, ma Jodi sa che lui non sta scherzando. Per essere un uomo capace di tirare su muri e gettare fondamenta, è incredibilmente ingenuo quando si tratta di cucina. « È avvolta. Pensa all’isolamento intorno a una tubatura. » Ma lui ha lo sguardo perso e non sembra registrare la risposta. Ha sempre avuto questi istanti di assenza, per quanto lei abbia l’impressione che ultimamente si siano fatti più frequenti. Un minuto è qui, quello dopo è andato, trasportato da una corrente di pensieri, congetture, preoccupazioni, chi lo sa? È possibile che stia contando in silenzio fino a cento o che stia recitando mentalmente i nomi dei presidenti. Ma non può dire niente sul suo umore. Da qualche tempo è decisamente più allegro, più simile all’uomo di una volta, al punto che Jodi comincia a pensare che la depressione sia archiviata. A un certo punto aveva cominciato a temere che non passasse più. Durava da qualche tempo e neppure Freud era servito a scuotergliela di dosso. Freud da cucciolo, con le sue buffissime pose, era meglio di un giullare di corte. Durante le cene, Todd era sempre riuscito a fingere: faceva scorrere l’alcol, mostrava il proprio lato più affabile, faceva star bene gli altri. Le donne sono sensibili alle parole di Todd, perché sanno che lui è schietto e generoso. Rosalie, hai di nuovo bevuto dalla fontana della giovinezza. Deirdre, sei così bella che viene voglia di mangiarti. Ci sa fare anche con gli uomini, li lascia parlare © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 18 11 / 04 / 2014 14.43 19 senza mettersi in competizione e fa ridere gli altri con le imitazioni: il naturopata indiano (Lei accumula trooppe, trooppe tensioni... deve andare piaano, piano piaano), il meccanico giamaicano (La magghina bisogna due gomme nuove... alza il gofano, sogio). Ora sta decisamente meglio, è più vitale e di nuovo capace di ridere anche quando sono soli, è più rilassato e disteso, la impensierisce meno, è tornato il Todd dei primi anni... anche se sono passati i tempi in cui se ne stavano nudi a letto a leggere il giornale, a guardare la partita e a condividere una scodella di cornflakes, con il cartone del latte in bilico sulla colonnina all’estremità della testiera, lo zucchero che dal sacchetto si rovesciava sulle lenzuola. Allora avevano la libertà di chi ancora non si conosce quasi per nulla; si godevano la tranquilla prospettiva di un futuro con tutte le porte ancora aperte e le promesse ancora da mantenere. « A che cosa stai pensando? » gli chiede. Lui sbatte le palpebre e sorride. « È tutto squisito », dice. Prende la bottiglia del vino già mezza vuota e riempie i bicchieri. « Come ti sembra questo vino? » Gli piace parlare di vino. Qualche volta, su quello che stanno bevendo può ruotare la conversazione dell’intera cena. Ma adesso, invece di aspettare la sua risposta, si batte la mano sulla guancia e dice: « Ah, volevo dirti... i ragazzi stanno organizzando un weekend di pesca ». « Un weekend di pesca », ripete lei. Lui ha spazzolato le sue due fette di filetto in crosta e sta facendo scarpetta con un pezzo di pane. « Partenza venerdì dopo il lavoro. Rientro domenica. » © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 19 11 / 04 / 2014 14.43 20 Todd non ha mai passato un intero fine settimana a pescare e, per quanto ne sa lei, neppure gli altri suoi amici. Capisce subito, non ha alcun dubbio, che l’espressione « weekend di pesca » nasconde qualcosa. « Ci vai? » gli chiede. « Ci sto pensando. » Ancora a metà del piatto, lei cerca di accelerare. Jodi sa di avere un modo di mangiare – a bocconi minuscoli che tiene prigionieri in bocca – che mette a dura prova la pazienza di Todd. A un certo punto le va di traverso un boccone. Ha un conato di vomito. Todd, intrepido, balza su e le batte sulla schiena, mentre lei tossisce respirando a fatica. Il grumo finalmente schizza fuori finendole in mano. Senza guardarlo, Jodi lo appoggia sul bordo del piatto. « Fammi sapere che cosa decidi », gli dice, mentre usa il tovagliolo per asciugarsi gli angoli degli occhi. « Se vai, potrei far pulire i tappeti. E fare la marmellata. » Non ha in progetto nessuna delle due cose; lo dice tanto per dire. Ha sempre considerato un punto a favore di Todd che non le racconti bugie, vale a dire che non infioretti i suoi racconti con il genere di dettagli che li trasformerebbero in bugie. Il problema è che lui non va via nei fine settimana, non lo ha mai fatto. « Ehi », dice lui. « Ho una cosa per te. » Esce dalla stanza e torna con un pacchetto: un rettangolo piatto, grande all’incirca come un libro in edizione economica, avvolto in carta marrone e chiuso. Glielo mette vicino al piatto e torna a sedersi. Le fa spesso dei regali ed è una cosa che a lei piace, ma le piace di meno se il regalo ha lo scopo di placarla. © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 20 11 / 04 / 2014 14.43 21 « Per quale occasione? » gli chiede. « Senza occasione. » Ha un sorriso sul viso ma l’atmosfera è tesa. Dovrebbero esserci oggetti che volano per la stanza, teste che girano sui colli. Lei prende il pacchetto e lo trova quasi senza peso. Lo apre con facilità e, tra due strati protettivi di cartone, Jodi tira fuori un piccolo quadro, un bel dipinto Rajput, originale. La scena, nei toni del blu e del verde, ritrae una donna in abito lungo in piedi in un giardino recintato. È circondata da pavoni e gazzelle, adorna di gioielli d’oro elaborati, e nessuna preoccupazione materiale o inquietudine terrena sembra sfiorarla. Alcuni rami creano con le loro foglie un arco protettivo sopra la sua testa e l’erba sotto i suoi piedi è un ampio tappeto verde. Studiano la scena insieme, commentano le decorazioni all’henné sulle mani della donna, il suo piccolo cestino bianco, il suo corpo incantevole che si intravede attraverso il tessuto velato della gonna. Mentre notano i dettagli raffinati e i blocchi uniformi di colore, la loro vita torna con discrezione alla normalità. Ha fatto bene a prenderglielo. Todd ha buone intuizioni. È quasi ora di andare a dormire e lei sparecchia e comincia a lavare i piatti. Lui si offre di aiutarla, ma tutti e due sanno che la cosa migliore è lasciare che lei sistemi la cucina mentre lui porta il cane a fare due passi. Non che lei sia così esigente nel rassettare. Non ha standard irragionevoli ma, se ti metti a lavarla, poi la teglia dell’arrosto non dovrebbe essere ancora unta e soprattutto non dovresti togliere via l’unto residuo asciugandola con lo strofinaccio che userai anche per i calici. È una © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 21 11 / 04 / 2014 14.43 22 questione di buon senso. Lui non è sbadato quando si tratta di edilizia. Se stesse montando uno scaffale non lo fisserebbe inclinato in modo che tutti gli oggetti che ci sono sopra finiscano sul pavimento e si rompano. Ci metterebbe attenzione e farebbe un buon lavoro e nessuno, osservandolo, lo definirebbe un perfezionista o lo accuserebbe di essere puntiglioso e pedante. Non che lei si lamenti. È risaputo che in certi contesti i punti di forza delle persone si trasformano in epici difetti. L’impazienza di Todd per i lavori domestici deriva dal fatto che la sua energia prorompente oltrepassa la scala dei compiti da eseguire. Lo vedi da come riempie una stanza, da come incombe possente in uno spazio circoscritto, ha un timbro di voce forte, i suoi gesti spazzano l’aria. È un uomo che deve stare all’aperto o in un cantiere, dove il suo fisico ha un senso. A casa, spesso dà il meglio quando è addormentato di fianco a lei, la sua mole a riposo e la sua energia acquietata in una specie di confortante assenza. Lavati i piatti, Jodi si aggira per casa, tira le tende, sprimaccia cuscini, raddrizza quadri, raccoglie pelucchi dal tappeto e, in generale, crea lo scenario nel quale vuole risvegliarsi al mattino. Per lei è importante avere tutto serenamente al suo posto quando comincia la giornata. In camera da letto rimbocca le coperte e tira fuori il pigiama per lui e la camicia da notte per sé, liscia il tessuto e li piega in modo che assomiglino di meno a corpi inanimati. Anche così, qualcosa la spaventa: il bordino bianco del pigiama scuro, le stringhe di seta della camicia da notte. Lascia la stanza ed esce sul balcone. C’è un vento aspro e, nella notte senza luna, la vista © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 22 11 / 04 / 2014 14.43 23 è di un nero smisurato. Jodi si sporge verso l’oscurità pungente, godendosi il senso di isolamento: indugia finché non ci perde gusto e allora torna dentro. È felice della stabilità e della sicurezza della sua vita, è arrivata a dare un grande valore alle libertà quotidiane, all’assenza di ristrettezze e complicazioni. Rinunciando al matrimonio e ai figli ha rinunciato ai vincoli, una condizione che le ispira un tonificante senso di leggerezza. Non ha rimpianti. I suoi istinti accuditivi trovano sfogo con i suoi pazienti e, dal punto di vista pratico, è come se fosse regolarmente sposata. Le sue amiche ovviamente la conoscono come Jodi Brett, ma per la maggior parte della gente lei è la signora Gilbert. Le piacciono quel nome e quel titolo; le conferiscono una specie di pedigree, una sorta di versatile compendio che la solleva dal dover correggere le persone o fornire spiegazioni o ricorrere a termini sgraziati come compagno e convivente. Al mattino, dopo che lui è uscito per andare al lavoro, lei si alza, si veste e porta il cane a passeggio sul lungolago fino al Navy Pier. Il sole scintilla in una foschia lattiginosa, spargendo una rete d’argento sull’acqua. Il vento che viene dal lago è pungente, carico di intensi odori di olio del motore, pesce e legno marcio. A quell’ora il molo è come un gigante addormentato, il battito lento e il respiro fievole. Non ci sono turisti, solo gente che porta a passeggio il cane o fa jogging mentre le barche ondeggiano nello sciabordio dell’acqua, la giostra e la ruota panoramica hanno un’aria abbandonata, i gabbiani si tuffano per fare colazione. Quando si gira verso la © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 23 11 / 04 / 2014 14.43 24 città, il profilo dei grattacieli si erge lungo la riva, illuminato in modo spettacolare dal sole che sorge. È arrivata a Chicago più di vent’anni fa per studiare e si è subito sentita a casa. Ci abita non solo in senso fisico, ma anche caratteriale. Dopo le limitazioni di una piccola città, si è entusiasmata per i palazzoni torreggianti, la calca, la gente dalle origini più disparate e persino le inclemenze meteorologiche. Lì è diventata maggiorenne, forgiando la sua identità, lì è fiorita come donna e come professionista. Aveva cominciato a esercitare nella primavera in cui aveva terminato gli studi. All’epoca viveva con Todd in un bilocale a Lincoln Park. I primi pazienti le erano arrivati tramite i contatti dell’università e li vedeva nel soggiorno mentre Todd era al lavoro. Già da studentessa ai primi anni aveva deciso che il suo sarebbe stato un approccio eclettico – avrebbe attinto dalle proprie conoscenze la strategia terapeutica più indicata a seconda del caso –, e perciò praticava l’ascolto attivo, si affidava alla psicologia della Gestalt per l’interpretazione dei sogni e sfidava apertamente gli atteggiamenti e i comportamenti controproducenti. Consigliava alle persone di chiedere a se stesse qualcosa di più e di assumersi la responsabilità del proprio benessere. Le incoraggiava e offriva feedback positivi. Faceva pazientemente procedere le persone col loro passo. Il suo pregio principale era una spiccata e genuina cordialità: i suoi pazienti le piacevano e concedeva sempre loro il beneficio del dubbio, il che li metteva a loro agio. I pazienti parlavano bene di lei e la sua attività cresceva. Per quasi un anno era andata avanti senza intoppi ac- © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 24 11 / 04 / 2014 14.43 25 quistando sempre più fiducia nel proprio approccio. E poi un giorno un suo paziente, un ragazzo di quindici anni con una diagnosi di disturbo bipolare, un bravo ragazzo che andava bene a scuola e sembrava perfettamente a posto – si chiamava Sebastian: capelli scuri, occhi scuri, curioso, impegnato, con una passione per le domande retoriche (Perché esiste qualcosa invece del nulla? Come facciamo a sapere qualcosa di certo?) –, questo suo paziente, il giovane Sebastian, era stato trovato morto sul marciapiede sotto il balcone del suo appartamento al decimo piano, dove viveva con i genitori. Siccome Sebastian aveva saltato una seduta, lei aveva chiamato a casa e appreso la notizia dalla madre. Quando l’aveva scoperto, Sebastian era morto ormai da cinque giorni. « Non deve farsene una colpa », aveva avuto la gentilezza di dirle la madre. Ma il ragazzo si era buttato proprio il giorno della loro ultima seduta. L’aveva visto al mattino e, neanche dodici ore più tardi, lui aveva messo fine alla sua vita. Di che cosa avevano parlato? Di un problemino che aveva agli occhi, alla vista periferica, vedeva cose che non c’erano. Era stato allora che si era iscritta alla Adler School per perfezionarsi e che aveva cominciato a operare una selezione sui pazienti. Attraversa Gateway Park, scambia due parole con un vicino e si ferma al Caffè Rom per un latte macchiato da asporto. Legge il giornale mangiando il suo uovo alla coque e il suo pane tostato e imburrato. Dopo colazione sparecchia e tira fuori il fascicolo del primo paziente in programma quel giorno, nome in codice il Giudice, © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 25 11 / 04 / 2014 14.43 26 un avvocato gay con moglie e figli. Il Giudice ha alcuni tratti in comune con altri pazienti. È in grave difficoltà, eppure è convinto o spera che la psicoterapia lo aiuterà. Vuole fare chiarezza dentro di sé, ma non rovescia addosso alla terapeuta più di quanto lei riesca a gestire. Quest’ultimo punto viene valutato durante il processo di selezione. Jodi indirizza altrove chi ha comportamenti autodistruttivi. Non segue persone che hanno dipendenze, siano esse da droghe, alcol o gioco d’azzardo, e rifiuta i pazienti con disordini alimentari, gli schizofrenici, quelli che soffrono di depressione cronica o hanno pensieri ricorrenti o tentativi di suicidio alle spalle. Persone come queste hanno bisogno di cure farmacologiche o devono rivolgersi a centri di recupero. Ha tempo solo per due pazienti al giorno, prima di pranzo. Chi si rivolge a lei – e passa la selezione – nella vita tende a essere bloccato, si sente perso o insicuro; in genere si tratta di persone che prendono decisioni in base a ciò che si aspettano gli altri, o che credono ci si aspetti da loro. Possono essere molto dure con se stesse – avendo interiorizzato i giudizi di genitori insensibili – e al tempo stesso comportarsi in modo irresponsabile o costantemente sopra le righe. Nel complesso non riescono a perseguire i propri scopi, sono incapaci di creare legami personali, trascurano quel che è nel loro interesse e si sentono vittime. La stanza che usa come studio ospita comodamente una scrivania, uno schedario e un paio di poltrone una di fronte all’altra su un kilim antico due metri per tre. In mezzo alle poltrone c’è un tavolino su cui stanno il suo blocco per appunti e una penna, una scatola di Kleenex, © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 26 11 / 04 / 2014 14.43 27 una bottiglia d’acqua e due bicchieri. Il Giudice indossa il suo solito completo scuro con scarpe stringate nere e calze a rombi dai colori accesi, che rivela quando è seduto e accavalla le gambe. Ha trentotto anni, occhi e labbra sensuali su un ovale affilato. Mentre prende posto di fronte a lui, gli chiede com’è stato dall’ultima volta che l’ha visto, una settimana prima. Lui le racconta di una serata in un locale e di quello che è successo nel corridoio dell’uscita di servizio. Scende nel dettaglio, forse spera di scioccarla, ma il sesso tra adulti consenzienti non le fa impressione e in ogni caso non è la prima volta che lui mette alla prova la sua pazienza con simili racconti. Parla in fretta, saltando da un evento all’altro, rivive l’accaduto, fa del suo meglio per coinvolgerla. « Avevo i pantaloni alle caviglie... pensi se qualcuno fosse... oh, come puzzava l’immondizia. Mi sono concentrato su quello, l’immondizia, per rallentare le cose, dovevo fare qualcosa. Lui aveva cominciato a fissarmi mentre ero al bar. Era uno che avevo già visto lì, ma non pensavo... era un secolo che non andavo in quel locale. » Mentre la storia si esaurisce lui la guarda furtivo, con gli occhi che gli brillano, le labbra umide di saliva. Gli piacerebbe se lei ridesse e gli dicesse che individuo spregevole. Ma il suo lavoro non prevede che lei riempia i vuoti nella conversazione o effettui salvataggi sociali. Lui aspetta e, siccome lei non parla, cincischia e si guarda le mani. « Quindi », dice alla fine. « Mi dispiace. Mi dispiace proprio. Moltissimo. Non avrei dovuto farlo. » Sono parole che non può dire a sua moglie, per cui le dice alla psicologa. Il suo schema è negazione cui segue soddisfazione cui © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 27 11 / 04 / 2014 14.43 28 segue un nuovo periodo di negazione. Lo stadio della negazione è accompagnato da frasi come: « Io amo la mia famiglia e non voglio farle del male ». Il rimorso è sincero, ma lui non riesce a rinunciare né ai passatempi gay né alla coperta di Linus della vita familiare. Entrambe le cose giocano un ruolo nel soddisfare i suoi bisogni e sono entrambe importanti per la sua identità. Finge con se stesso che il suo interesse per gli uomini sia una fase passeggera e non si rende conto che l’astinenza e il senso di colpa sono modi con cui ricarica le batterie per raggiungere la piena eccitazione. Come molte persone infedeli, gli piace drammatizzare. È più gay di quanto creda. « Sta a lei giudicare », gli dice. Ma lui è ancora ben lontano dall’ammetterlo. Il mercoledì è il giorno degli infedeli. La sua paziente successiva, Miss Piggy, una donna giovane e leziosa con le guanciotte rotonde e le mani piene di lentiggini, sostiene che avere un amante stimola i suoi appetiti e tiene vivo il suo matrimonio. Stando a Miss Piggy, il marito non ha alcun sospetto e, se ne avesse, non avrebbe di che lamentarsi. Non è chiaro perché Miss Piggy sia in terapia o che cosa si aspetti dalle sedute. A differenza del Giudice, non ha tormenti di coscienza e con l’amante gestisce le cose in modo pratico: si vedono il lunedì e il giovedì pomeriggio dopo avere fatto la spesa e prima di andare a prendere i bambini a scuola. Miss Piggy sembra vivere meno conflitti interiori del Giudice, ma dal punto di vista di Jodi rappresenta una sfida maggiore. La sua ansia scorre sottotraccia in rivoli sotterranei, è raro che emerga o crei interferenze. Inter- © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 28 11 / 04 / 2014 14.43 29 cettarla e portarla nel raggio della sua consapevolezza non sarà facile. Il Giudice invece è un libro aperto, un uomo sensibile che si è cacciato in un pasticcio e alla fine, con o senza l’aiuto di Jodi, il suo problema arriverà a maturazione e si risolverà. Sebbene Miss Piggy pensi che il marito sia all’oscuro di tutto, Jodi è convinta che abbia i suoi sospetti. L’adulterio manda sempre dei segnali, come lei ben sa. Per esempio, chi tradisce è spesso distratto o preoccupato e non ama che gli si rivolgano troppe domande; odori inspiegabili gli rimangono nei capelli e nei vestiti. Odori che possono essere di varia natura: incenso, muffa, erba. Collutorio. Chi usa il collutorio a fine giornata prima di rientrare a casa? Una doccia può eliminare odori corporei rivelatori, ma il sapone trovato nel bagno dell’albergo sarà diverso da quello di casa. E, come se non bastasse, ci sono i soliti indizi: uno sporadico capello rosso o biondo, macchie di rossetto, vestiti sgualciti, telefonate furtive al cellulare, assenze senza spiegazioni, misteriosi segni sul corpo... senza considerare le strane acquisizioni – il portachiavi carino o la bottiglia di dopobarba – che sbucano dal nulla, specie a San Valentino. Perlomeno Todd fa del suo meglio per essere discreto e di regola non si fa avanti con le sue amiche, anche se ci sono state eccezioni. C’era una coppia che frequentavano tanto tempo prima, li avevano conosciuti durante una vacanza ai Caraibi e avevano fatto amicizia tra un Margarita e un’immersione. Gestivano una ditta che vendeva cottage prefabbricati, roba per cui Todd non provava che disprezzo. Comunque sia, per alcuni inverni consecutivi si erano messi d’accordo per incontrarsi © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 29 11 / 04 / 2014 14.43 30 in qualche villaggio vacanza. Lei aveva avuto il sospetto che tra Todd e Sheila ci fosse qualcosa, ma aveva rimosso il pensiero fino al pomeriggio in cui erano scomparsi dal bordo della piscina ed erano ricomparsi dopo un po’ con l’aria dei gatti che si sono appena sbafati una grossa ciotola piena di panna. Fosse stato solo per quello forse non l’avrebbe notato, ma nei calzoncini da bagno di Todd erano avvenuti cambiamenti impercettibili, e uno schizzo gelatinoso gli brillava tra i peli del petto. Eppure, non fa niente. Non importa se di tanto in tanto lui scopre le sue carte, perché lei sa che lui la tradisce e lui sa che lei lo sa. Il punto è che la finzione è cruciale e va mantenuta, così come l’illusione che tutto vada bene e proceda senza intoppi. Fintanto che i fatti non emergono, fintanto che lui parla per eufemismi e circonlocuzioni, fintanto che le cose filano lisce e la calma regna in superficie, lei e Todd possono andare avanti a vivere le loro vite: perché è risaputo che per vivere bene bisogna scendere a una serie di compromessi, accettare i bisogni e le idiosincrasie di ciascuno, sapendo che non sempre è possibile ritagliare la personalità altrui in base ai propri gusti o a retrive regole sociali. Le persone vivono le proprie vite, si esprimono e perseguono il piacere, ognuno secondo i propri modi e tempi. Commetteranno errori, prenderanno qualche cantonata e sbaglieranno i tempi, imboccheranno strade sbagliate, assumeranno abitudini sgradevoli e talvolta andranno alla deriva. Se ha imparato qualcosa grazie ad Albert Ellis, padre della svolta cognitivo-comportamentale in psicoterapia, è questo: gli altri non sono qui per soddisfare i nostri bisogni o le nostre aspettative, e non ci © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 30 11 / 04 / 2014 14.43 31 tratteranno sempre bene. Chi non lo accetta svilupperà rabbia e risentimento. La serenità mentale viene accettando le persone come sono e valorizzandone gli aspetti positivi. Gli infedeli prosperano; molti di loro, quantomeno. E anche se non prosperano, non cambieranno perché, di regola, le persone non cambiano: non senza una forte motivazione e uno sforzo continuativo. I tratti basilari della personalità si sviluppano nei primi anni di vita e nel corso del tempo si fanno inviolabili, radicati. La maggior parte delle persone impara poco dall’esperienza, di rado pensa a correggere il proprio comportamento, si convince che i problemi vengano dagli altri e continua a comportarsi, malgrado tutto, nel bene e nel male, come al solito. Un infedele rimane tale esattamente come un ottimista rimane un ottimista. Un ottimista, dopo essere stato investito da un ubriaco al volante, avendo tutte e due le gambe maciullate e pure un’ipoteca sulla casa per pagare il conto dell’ospedale, dirà: « Sono stato fortunato. Avrebbe potuto ammazzarmi ». Per un ottimista, questa è un’affermazione sensata. Per un infedele ha senso vivere una doppia vita e allo stesso tempo rigirare continuamente la frittata. Quando sostiene che le persone non cambiano, Jodi intende dire che non cambiano in meglio. Quanto a mutare in peggio, quello non si discute. La vita tende a esigere il suo tributo dalla persona che pensavi di essere. Lei una volta era una donna gentile, gentile in tutto e per tutto, ma ormai non può più sostenerlo. Una volta ha lanciato il cellulare di Todd nel lago, con tanto di messaggio da un contatto femminile che lo chiamava © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 31 11 / 04 / 2014 14.43 32 « lupacchiotto ». Un’altra volta gli ha messo i boxer in una lavatrice di roba colorata. Non va fiera della sua condotta. Le piacerebbe pensare di essere superiore, di accettarlo così com’è, di non essere una di quelle donne che, pur avendo scelto consapevolmente, sentono che i loro uomini sono in debito; però considera le proprie trasgressioni delle bagatelle in confronto alle libertà che lui si concede senza limitazioni. Dopo avere accompagnato Miss Piggy alla porta, scende alla palestra nel seminterrato del condominio, dove fa pesi e dieci chilometri di bicicletta. Dopo un pranzo con un avanzo di verdure condite con la maionese, si fa una doccia e si veste per un giro di commissioni. Prima di uscire scrive le istruzioni a Klara, che viene a fare le pulizie il mercoledì pomeriggio. Il tran tran quotidiano è il grande balsamo che la mantiene su di spirito e tiene insieme la sua vita, scongiurando la paura esistenziale che può coglierti a tradimento in qualunque momento non appena ti concedi di dubitare, ricordandoti l’enormità del baratro che hai davanti. Tenersi occupati è il trucco della middle class: un espediente pratico ed efficace. A lei piace tenersi occupata con gli appuntamenti dei pazienti, mandando avanti la casa e tenendosi in forma e in ordine. Le piacciono le cose regolari e prevedibili e si sente sicura quando il suo tempo è programmato nei dettagli in anticipo. È un piacere sfogliare l’agenda e vedere quello che l’aspetta: gli appuntamenti al centro benessere e dal parrucchiere, le visite mediche di controllo, le lezioni di pilates. Va a quasi tutti gli eventi organizzati dalla sua associazione professionale e si iscrive a qualunque corso la interessi. © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 32 11 / 04 / 2014 14.43 33 La sera, se non è impegnata a cucinare per Todd, cena con le amiche. E poi ci sono le due lunghe vacanze – una d’estate e una d’inverno – che lei e Todd fanno sempre insieme. Al volante della sua Audi Coupé, abbassa il finestrino e si immerge nel trambusto cittadino, le piacciono il chiasso, la confusione e tutto quello che succede in giro: venditori, musicisti di strada e mercati, e persino la folla, le sirene e gli ingorghi del traffico. Una ragazzina con un mazzo di palloncini balla per strada. Un uomo con un grembiule bianco sta seduto nella posizione del loto sui gradini di un ristorante. Jodi si ferma dal corniciaio con il quadretto Rajput, prende un libro di viaggio, acquista una bilancia da cucina per sostituire quella rotta e, prima di rientrare, si siede con un frappuccino al suo Starbucks dietro casa, calcolando che ha tempo per portare a spasso il cane e arrostire una braciola per cena prima di andare al suo corso di composizione floreale. © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 33 11 / 04 / 2014 14.43 2 Lui Gli piace iniziare la giornata di buon’ora e negli anni ha ridotto la sua routine mattutina all’essenziale. Con una doccia fredda stronca la tentazione di indugiare, per farsi la barba usa bomboletta di schiuma e rasoio usa e getta. Si veste nella penombra della camera da letto mentre Jodi e il cane dormono ancora. A volte Jodi apre un occhio e dice: « Le tue camicie sono tornate dalla lavanderia » oppure: « Quei pantaloni si stanno sformando », al che lui le risponde: « Torna a dormire ». Butta giù un multivitaminico con una sorsata di succo d’arancia, si lava i denti da parte a parte nella maniera sbagliata ma più rapida e trenta minuti dopo essersi alzato dal letto è nell’ascensore che lo porta giù al garage. Non sono ancora le sette ed è già seduto alla sua scrivania al quarto e ultimo piano di un palazzo sulla South Michigan, sotto la Roosevelt. L’edificio – di mattoni e pietra con il tetto piatto e i serramenti in acciaio con i doppi vetri, che erano all’avanguardia quando Todd li aveva installati – è stata la sua prima ristrutturazione su larga scala dopo dieci anni di stupide casupole e prima che la mania dei condomini del South Loop facesse schizzare i prezzi degli immobili alle stelle. Quando l’aveva comprato, il palazzo era in stato di abbandono e lui ne aveva finanziato la riconversione in appartamenti © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 34 11 / 04 / 2014 14.43 35 a uso ufficio con tre ipoteche e un fido bancario, il tutto lavorando fianco a fianco con gli operai che aveva ingaggiato. Avrebbe potuto fare tutto da solo, ma se avesse finito i soldi a cantiere ancora aperto le banche gli avrebbero pignorato la proprietà. Nel suo ramo, con l’estinzione delle ipoteche, le tasse e le assicurazioni da mettere in conto, il proverbio secondo cui il tempo è denaro è vero alla lettera. Lo spazio che ha tenuto per sé non è eccessivo, due uffici, una piccola reception e un bagno. Il suo ufficio, comunque, è quello più grande e dà sulla strada. L’arredamento è moderno e sobrio, con superfici spoglie e tende avvolgibili, niente oggetti d’antiquariato e cianfrusaglie come sarebbe piaciuto a Jodi. La prima telefonata della giornata è per la gastronomia da cui ordina la colazione, chiede sempre due panini col bacon, lattuga e pomodoro e due caffè grandi. Mentre aspetta prende dal cassetto una vecchia scatola di tabacco, solleva il coperchio e ne rovescia il contenuto sulla scrivania: cartine Bugler, una scatola di fiammiferi, un sacchetto con un po’ di marijuana. Nel periodo della depressione si era reso conto che, se prima di mettersi al lavoro fumava dell’erba, emergeva dalla sua apatia e si concentrava meglio. La cerimonia di rollare e accendere è ormai un’abitudine e a lui piace cominciare la giornata in modo rilassato. Con la canna in mano, si dirige alla finestra e soffia fuori il fumo. Non è affatto un segreto che gli piaccia farsene una o due, la mattina, però è anche vero che la tjg Holdings non deve puzzare come un centro sociale. Un tempo dalla sua finestra aveva la vista libera sul cielo, mentre adesso vede soltanto una piccola chiazza © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 35 11 / 04 / 2014 14.43 36 azzurra irregolare che fluttua tra i palazzi dall’altro lato della strada. Sempre meglio di niente, e non sarà di certo lui a criticare il boom edilizio. In ogni caso la sua attenzione si concentra sulle persone in attesa alla fermata dell’autobus. Alcuni stanno al riparo della pensilina, nonostante la mattina sia limpida e tiepida e lì sotto sia pieno di rifiuti. Todd si compiace di riconoscere qualche habitué: la ragazzina con le cuffie e lo zaino che ascolta sempre la musica, il vecchio pelle e ossa col cappellino da baseball che fuma una sigaretta dopo l’altra, la donna incinta con il sari e la giacca di jeans. Quasi tutti scrutano il traffico per vedere se arriva l’autobus. Come sempre una o due persone sono scese dal marciapiede in strada per vedere meglio. E quando finalmente avvistano l’autobus, la tensione si allenta. Mentre cercano i soldi per il biglietto, da scompaginata congrega si compattano in un’irrequieta colonna. Todd ovviamente aveva scorto l’autobus quand’era ancora ad alcuni isolati di distanza. A volte si sente un po’ come Dio, lassù al quarto piano. Il garzone della gastronomia gli porta la colazione alla scrivania e prende i soldi già contati sotto il fermacarte. Todd gli fa un cenno del capo mentre continua a parlare al telefono con Cliff York. Sta prendendo appunti, anche se non ne avrà bisogno. Per lui non è un problema tenere a mente nomi, date e cifre, orari e luoghi, persino numeri di telefono. Il progetto di cui stanno discutendo, una palazzina di sei appartamenti a Jefferson Park, è a metà dei lavori. Gli ostacoli iniziali – progetti, permessi, finanziamenti – sono stati superati e tutti gli alloggi sono ormai sventrati. Lui e Cliff, il suo © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 36 11 / 04 / 2014 14.43 37 impresario edile, stanno parlando della pressione dell’acqua. Decidono a che ora vedersi nel pomeriggio per dare un’occhiata ai lavori e sentire cos’ha da dire l’idraulico. Addentando la colazione, Todd trova che il pane tostato sia un po’ molliccio, anche se il bacon è croccante. Dopo aver finito i due panini e uno dei due caffè torna al telefono, questa volta con il suo agente immobiliare, che ha trovato un potenziale cliente. È una buona notizia. La palazzina è un progetto intermedio. Todd sarebbe anche disposto ad affittare gli appartamenti, ma il piano d’azione prevede di vendere ciascuna unità immobiliare e usare il capitale per la sua prossima impresa, un palazzo di uffici su scala più larga, forse il progetto più ambizioso della sua storia professionale. Stephanie arriva alle nove e venti. Si dà una sistemata senza fretta e, quando si presenta nel suo ufficio col bloc-notes e le pratiche avvicinando la sedia alla propria scrivania, si sono fatte le nove e mezzo. Stephanie ha un’aria da ragazzina, porta bene i suoi trentacinque anni, ha folti capelli legati in una coda di cavallo. Todd è sempre curioso di vedere come e dove lei si siederà, se direttamente di fronte a lui, da dove può vederla solo dalla vita in su, o alla sua destra, dove lei tende a incrociare le gambe e a posare l’avambraccio sul tavolo per prendere appunti. L’ovale della scrivania poggia su una base rettangolare lasciando ampio spazio per le gambe, perciò quando lei decide di mostrarle, qualunque sia la ragione, per lui è un giorno fortunato. Se Stephanie indossa i jeans, Todd può ammirare il profilo dell’inguine e delle cosce; se ha la gonna, si sofferma invece sulle gi- © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 37 11 / 04 / 2014 14.43 38 nocchia e sui polpacci. Sembra che lei non si accorga che lui le guarda le gambe ogni volta che le accavalla o le scavalla, oppure non ci bada. Oggi ha i jeans, ma si siede al lato più distante della scrivania, così lui deve accontentarsi dei due airbag che premono contro i bottoni centrali della camicetta. Stephanie non arriva al metro e sessanta di statura, e forse è anche per questo che le dimensioni del suo seno appaiono tanto impressionanti. Oggi Stephanie ha portato con sé una pila di documenti e una lista di questioni in sospeso da sottoporgli: i preventivi per i ventilatori a soffitto, gli indirizzi web degli architetti da contattare, le fatture con qualche voce di spesa controversa. Todd vuole essere informato su tutto ciò che non è strettamente di routine. Non è arrivato tanto in alto trascurando i particolari o lasciandosi sfuggire di mano gli affari. Gestisce l’intera macchina da solo e non ha margini di profitto smisurati, il che significa che ogni dettaglio è importante. Dà un’occhiata all’orologio, tanto per farle capire che il suo ritardo non è passato in cavalleria. « Niente da Cliff? » le chiede, quando arrivano alle fatture. « Non ancora. » « Fammela vedere quando arriva. L’ultima volta ci ha caricato i costi di materiali che in realtà fornivamo noi. Ti ricordi di cosa si trattava? » « Piastrelle per il bagno. » « Giusto. Piastrelle per il bagno. E malta. Mi ha fatturato anche la stramaledetta malta. » Stephanie ha fatto la ricerca sui water che lui le aveva commissionato qualche tempo prima e a quel punto gli © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 38 11 / 04 / 2014 14.43 39 porge le brochure. « I modelli a basso consumo d’acqua costano meno di quelli con il doppio scarico, ma non sono affidabili. » « Cos’hanno che non va? » « A volte lo sciacquone non sciacqua. » « Deve sciacquare. » « Non sempre la manda giù. » « Cliff li ha installati altre volte. » « Non correrei il rischio, visto che poi potresti anche affittare. Dovresti dare un’occhiata ai modelli con il doppio scarico. » Lui aggrotta le sopracciglia e chiede: « Quanto costano? » « Niente di tragico. Ce ne sono di buona qualità a cinquecento dollari. » « Fa tremila cocuzze, per degli stramaledetti water. Possiamo andare da Home Depot e comprarli a cinquanta dollari l’uno. » « Potresti, ma non lo farai. » « Cos’altro? » « Devi pensare ai frigoriferi e ai piani cottura. Potrebbe volerci un po’ per la consegna. » « Fammi avere qualche preventivo. Se prendiamo tutto dallo stesso fornitore, riusciamo ad avere un po’ di sconto. » « Come faccio a sapere le misure? » « Guarda i progetti. » « Non ce li ho i progetti. Li hai portati a casa. » « Fatteli dare da Carol della Vanderburgh. Gli appartamenti non sono tagliati tutti uguali. » Dopo che lei ha raccolto i documenti e gli ha offerto © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 39 11 / 04 / 2014 14.43 40 la vista del suo culo in ritirata, lui si lascia un po’ andare, ascoltando distrattamente i rumori provenienti dall’ufficio accanto, dove lei si è messa al lavoro. La mente di Todd abbraccia ogni aspetto del lavoro, circoscrive in un unico colpo d’occhio il suo mondo, come fosse un campo da baseball su cui lui avesse appena battuto un home run sfrecciando da una base all’altra senza mai perdere di vista la palla. È arrivato al punto di godersi quello stato di costante apprensione, il rischio che corre con ogni minima decisione, lo stress di essere sovraesposto, la tensione di giocarsi il tutto per tutto nell’impresa in corso. In un certo senso l’ansia che sente è rassicurante, gli dice che è vivo e che le cose vanno per il verso giusto. È un’ansia mista al piacere dell’attesa, alla curiosità di scoprire il passo successivo, all’interesse per l’evoluzione delle cose. È questo che lo sprona per tutta la giornata. Nel periodo della depressione non aveva più quello slancio. In effetti, la perdita dello slancio era proprio all’origine del disagio. Era stato un periodo senza sfumature né inflessioni, sempre uguale, minuto dopo minuto, giorno dopo giorno. Ma lui non provava affatto quel senso di fallimento o d’inutilità di cui tanto blatera la gente quando parla di depressione. Semplicemente, lui non era lì, era un fenomeno d’assenza, come un posto vuoto a tavola. Guarda l’ora e fa una telefonata. La voce assonnata che lo saluta gli provoca un sussulto di piacere, risvegliandogli le gonadi. « Non sarai ancora a letto? » « Mmm. » © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 40 11 / 04 / 2014 14.43 41 « Ma non avevi lezione? » « No, più tardi. » « Brutta viziata. » « Lo spero bene. » « Cos’hai addosso? » « Secondo te? » « Sei come ti ha fatto la mamma. » « Perché lo vuoi sapere? » « Secondo te perché lo voglio sapere? » « È ufficiale? » « Confidenziale. » « Me lo dovrai mettere nero su bianco. » Vanno avanti per un po’. Lui se l’immagina a letto, avviluppata nelle lenzuola nell’angusta cameretta dell’appartamento che divide con le sue coinquiline, in North Claremont Avenue. Ci è andato una volta, agli inizi, quando ancora c’erano punti del suo corpo che non aveva toccato. Poi, in cucina, le coinquiline l’avevano circondato e gli avevano fatto un sacco di domande indiscrete, soprattutto sulla sua età e su sua moglie. Dopo quella volta, avevano cominciato a incontrarsi al Crowne Plaza di Madison Avenue, dove il personale è immancabilmente riservato e cortese. Mentre le parla, è tormentato da sentimenti che percepisce come vagamente estranei e si chiede se non sia ormai diventato un altro: non Todd Gilbert, ma un uomo che si è insediato nel suo corpo durante i mesi in cui lui era assente. Nel breve periodo della loro frequentazione, lei gli ha restituito la sua vita. Ecco cosa le deve, il dono della vita, con tutti i sentimenti che rendono compiuto l’essere umano: non solo amore, ma avidità, © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 41 11 / 04 / 2014 14.43 42 lussuria, desiderio... e tutto questo con il suo naturale fermento, con la sua turbolenza. Persino l’impazienza è un dono, l’urgenza di stare con lei che lo assilla tutto il giorno. Persino la gelosia è un dono. Sa che lei ha il diritto di avere un innamorato più giovane e teme che sia solo questione di tempo prima che se ne renda conto. Con tutta la sofferenza che ciò comporta, almeno Todd si sente nel mondo dei vivi. La gelosia è un sentimento nuovo per lui; era abituato a essere sicuro di sé con le donne. Secondo Jodi, questa fiducia in se stesso gli viene dal fatto che è figlio unico ed è cresciuto con una madre che stravedeva per lui, un’infermiera che aveva preferito lavorare part-time, benché la famiglia non navigasse nell’oro, solo per poter passare più tempo a casa e occuparsi del figlio: il suo modo per compensare le mancanze del marito, un alcolizzato che ogni tanto faceva lavoretti stagionali nei parchi per conto del comune. Quando era ancora al liceo, Todd aveva cominciato a provvedere alla madre dandosi da fare per guadagnare un po’ di soldi, assumendosi le proprie responsabilità, e per questo tutti lo coprivano di lodi, non solo sua madre, ma anche le amiche di sua madre, le insegnanti e le ragazze che conosceva. Alle donne lui piace. Piace perché sa come prendersi cura di loro. E infatti si prende cura anche di Natasha, ma con Natasha c’è un problema. La sua presenza gli ricorda che il proprio corpo invecchia e perde vitalità. Non per qualcosa che lei dica o faccia; solo perché è giovane e desiderabile e insaziabile. È ancora al telefono quando Stephanie torna con un mazzetto di assegni da firmare. Todd, che si aggirava © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 42 11 / 04 / 2014 14.43 43 per la stanza col cellulare in mano, ora si ferma accanto alla finestra. Lei mette gli assegni sul tavolo, restando in vigile attesa. Ha una penna in mano e gliela punta addosso come per sfidarlo a duello. Todd sa che Stephanie non ha dubbi su come stiano le cose tra lui e Natasha, che una volta è entrata in quell’ufficio con una faccia da mangiarselo vivo. Parole di Stephanie. Ma è normale che un’assistente parli in quel modo al suo capo? Peraltro, negli ultimi tempi, sembra proprio che Stephanie si diverta a entrare nell’ufficio di Todd nel bel mezzo delle sue telefonate con Natasha, non lasciandogli altra scelta che interrompere di colpo la conversazione. Ed è accaduto anche oggi. A metà giornata, prima di uscire dall’ufficio, Todd telefona a Jodi per dirle che non tornerà a casa per cena. Ma è solo una chiamata di cortesia, Jodi sa benissimo che lui stasera vede Dean. Però gli piace farle sapere che la pensa. È un uomo fortunato e non se lo dimentica. Con la sua snella figura impreziosita dai capelli scuri, Jodi è ancora una bellissima donna e, pur essendo una vera pantofolaia, sa che lui non può passare le serate chiuso in casa. Alcuni amici di Todd devono essere a casa per cena tutte le sere. Altri non possono neanche andarsi a prendere una birra dopo il lavoro. Per fortuna, lui frequenta una vasta cerchia – includendo di fatto tutti quelli con cui ha lavorato finora – e molti sono single o divorziati, sicché quasi sempre riesce a trovare un compagno di bevute. Non che gli dispiaccia una sera da solo, quando capita. Lui e Dean Kovacs si conoscono dai tempi del liceo. Dean è il suo amico di sempre ed è l’unico che ha cono- © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 43 11 / 04 / 2014 14.43 44 sciuto suo padre. Quando Todd dice che suo padre era un vecchio stronzo bastardo, Dean sa perfettamente cosa intende. Dean è uno di famiglia, praticamente un fratello. Ma è anche il padre di Natasha, e questo potrebbe essere un problema. O forse no. È difficile prevedere come reagirà Dean quando lo scoprirà. Sicuramente ne sarà sconvolto, ma poi, quando avrà avuto modo di farsene una ragione, chi lo sa? Magari ci rideranno sopra insieme, Todd lo chiamerà « papi » o « babbo » e Dean potrà mandarlo all’inferno. Magari andrà tutto liscio. E comunque non è lui a dovergliene parlare. È compito di Natasha. E lei glielo dirà quando riterrà che sia arrivato il momento giusto. Hanno deciso così. La giornata è calda e gli odori salgono dal manto stradale. Todd ama questa città fino al suo midollo di cemento, ne apprezza la pura fisicità, la stazza degli edifici enormi, e ancor di più il potere e l’arrivismo, il culto degli affari, i cartelli vendesi che spuntano ovunque e il profluvio di opportunità. Mentre percorre i tre isolati fino al parcheggio privato in cui lascia l’auto, Todd si sente terribilmente fortunato a essere dov’è, in questo posto, in questo tempo. Invece di dirigersi direttamente verso Jefferson Park, gira in Roosevelt Avenue e si ferma da Home Depot. Se dovesse calcolare il tempo complessivo che ha passato in quel negozio, scoprirebbe di averci speso interi mesi della propria vita. Ci tiene all’arredamento degli interni. La somma dei particolari è determinante per la riuscita o il fallimento di un progetto. Cliff sarebbe felice di fornire anche vernici, piastrelle, tappeti, impianti vari, sui quali ricaricare il suo dieci per cento, però poi © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 44 11 / 04 / 2014 14.43 45 Cliff non è lì quando il potenziale acquirente se ne va perché il colore o le finiture non gli piacciono: Cliff è abituato a incassare i suoi soldi qualsiasi cosa succeda. Todd no, lui rischia. Esce dal negozio senza aver comprato nulla e imbocca l’autostrada con i finestrini abbassati e l’autoradio che trasmette Nevermind. L’unico posto in cui ha il coraggio di cantare è la macchina, con il vento nelle orecchie e il rombo del motore non sente la propria voce. Conosce a memoria le parole di tutte le sue canzoni preferite e, quando prende velocità, le canta sempre a squarciagola. Ora, quell’album di vent’anni prima lo riporta al ragazzo presuntuoso di un tempo, infatuato dalle proprie capacità e di belle speranze. Ha conosciuto Jodi l’anno in cui i Nirvana avevano scalzato Michael Jackson in cima alla classifica; ogni canzone di quel periodo è come una macchina del tempo che lo riporta indietro all’esplosione del loro amore. La prima volta che la vide fu in State Street, i loro veicoli incidentati che bloccavano le due corsie in direzione est, il traffico alle loro spalle paralizzato, i clacson che strombazzavano, la gente che si accalcava, la pioggia che scrosciava, i capelli bagnati di lei appiccicati al viso, la maglietta fradicia che la faceva sembrare nuda dalla vita in su. Ma per quanto fulgidi fossero i suoi seni – piccoli ma perfetti, con i capezzoli dritti come guglie nella pioggia scrosciante – a folgorarlo fu il suo portamento, il suo essere così fredda e imperturbabile, regale e dignitosa. Non ha mai incontrato una donna che avesse metà della classe di Jodi. In cantiere trova Cliff che fuma davanti all’ingresso © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 45 11 / 04 / 2014 14.43 46 nella sua tuta da lavoro polverosa, con la cintura portaattrezzi tenuta larga. È un uomo tarchiato, che parla lentamente e dà sempre l’impressione che stia mettendo radici nel punto in cui si trova. Ha la stessa età di Todd, ma porta dei baffetti sale e pepe che lo invecchiano di dieci anni. Quando arriva l’idraulico sul suo furgone, i tre uomini entrano nell’edificio e passano in rassegna gli appartamenti. La conversazione è incentrata su condutture, tubi di scarico e affini, temi pressanti quando sei Todd Jeremy Gilbert della tjg Holdings e ti ritrovi indebitato fino al collo. Il palazzo era quasi fatiscente quando l’ha comprato e ha dovuto sfrattare gli inquilini, cosa che non gli ha fatto piacere, ma ora il progetto sta cominciando a prendere forma. Gli operai che incontrano nel loro giro stanno portando fuori vecchi cavi e installando nuove travi, anche se non c’è esattamente quel viavai frenetico che Todd vorrebbe. Sebbene lavori con Cliff da quasi vent’anni, Todd deve ancora stargli con il fiato sul collo: i costi da sostenere – quello che Todd spende ogni giorno soltanto per gestire quella proprietà e tenere alla larga la banca e il municipio – basterebbero a sfamare un villaggio africano per un anno. Mentre torna in centro, chiama Natasha nella speranza di pranzare insieme, ma lei sta già mangiando un panino. « Mangi mentre parliamo? » « Ho scartato il panino e sto per dargli un morso. » « Mettilo via e andiamo al Francesca’s. » « Non posso. Devo andare a lezione. » « Ci possiamo vedere dopo il lavoro? » « Faccio la babysitter dalle quattro alle sette. » © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 46 11 / 04 / 2014 14.43 47 « Passo a trovarti. » « Non è una buona idea. » « Lo sai che dopo ho da fare. » « Pranziamo insieme domani. » « Questo vuol dire che oggi non ti vedo. » « Pensi che sopravviverai? » « Com’è il tuo panino? » « Al salame, con il pane di segale. Di Manny’s. Con rinforzo di senape. » « Sei seduta da qualche parte? » « Te l’ho detto, sto andando a lezione. » « Stai andando a lezione proprio in questo momento? » « Sono in Morgan Avenue. Ho appena superato la biblioteca. E arriverò in ritardo se non mi lasci andare. » « Dimmi cosa indossi. » Si finge infastidita, ma lui sa che le piace. Le piace quel grado di attenzione estrema con tutte le sue sfumature erotiche. Se la immagina con lo zainetto carico, le bretelle che le tirano sulle spalle, i denti perfetti che affondano nel pane soffice imbottito di affettato. È all’ultimo anno e in primavera prenderà la laurea di primo livello in storia dell’arte. Non ha ancora pensato a cosa farà da grande; le piacerebbe sposarsi e mettere su famiglia. A proposito, gli ha detto che sarebbe un ottimo padre. Lui lo prende come un incoraggiamento, perché vuol dire che non ha intenzione di mollarlo per uno più giovane, ma Todd non pensa al futuro se non per ammettere con se stesso che tra lui e Natasha è diverso, non è quello che definiresti un flirt. Per lui un flirt è come un passatempo, una forma di svago che non interferisce © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 47 11 / 04 / 2014 14.43 48 con il tuo modo di vivere né ti fa perdere la bussola. Invece questa storia è intricata, impegnativa, gli crea dipendenza e lo riempie di angoscia. A volte giura che righerà dritto, ma perlopiù si sente come un uomo innamorato della spuma del mare nella quale sta affogando. L’idea della fuga nel fine settimana è stata di Natasha. È stata lei a trovare l’albergo sul fiume Fox con i suoi sette ettari di bosco, la piscina riscaldata, il cuoco francese, e sempre lei ha prenotato la stanza e ha caldeggiato l’idea. Potranno tornare a letto dopo colazione e fare la doccia insieme prima di cena. Potranno passeggiare nel bosco e fare l’amore in una radura assolata. Invece di fare le cose a spizzichi e bocconi come al solito, alla chetichella, potranno soddisfare i loro appetiti in tutta calma: questo è il progetto. « O preferisci stare a casa con Jodi? » gli ha chiesto. Avrebbe preferito che non tirasse in ballo Jodi. La sua vita con la moglie appartiene a un ambito che non ha niente a che fare con lei, un universo parallelo dove le cose filano lisce e continueranno a farlo, dove anni sereni si estendono con dolcezza verso il passato e serenamente verso il futuro. Una volta ha commesso l’errore di dire a Natasha che Jodi a letto è un pezzo di ghiaccio. L’idea non era quella di offendere Jodi ma di rassicurare Natasha. È un uomo generoso che nel suo comodo abbraccio assorbe un mondo di imperfezioni, in particolare quando si tratta di donne. Ha la straordinaria capacità di accettare le cose come sono e adattarsi. Cose di Jodi. Cose di Natasha. Una cosa di Jodi alla quale si adatta è che abbia una sfilza di titoli di studio. Non solo una laurea di primo © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 48 11 / 04 / 2014 14.43 49 livello come quella che prenderà Natasha, ma un dottorato e un paio di master. Non gli importa che sia intelligente, ma lo infastidiscono le prese in giro degli amici sul fatto che Jodi abbia una marcia in più di lui. Non che per lui una sfilza di titoli di studio costituisca un valore di per sé. L’istruzione serve solo a conquistare potere: il rischio è che se non vai a scuola finisci a lavorare al McDonald’s. Sono i soldi, e non l’istruzione, il sacro Graal in America. Si ferma per pranzo in un pub in stile inglese e trattiene la voglia di ordinare una birra. Quando torna in ufficio, Stephanie gli consegna i preventivi che lui le aveva chiesto e un elenco di chiamate da fare. Todd si sdraia sul divano a telefonare, poi si fa un pisolino. Quando si sveglia sono le quattro e mezzo; a quel punto va in palestra. L’attività fisica è una novità. Ha cominciato ad andare in palestra per combattere la depressione, quando il dottore gli ha spiegato che l’esercizio fisico intenso genera endorfina, il naturale analgesico del corpo. All’inizio non sentiva l’endorfina e faceva fatica a non fermarsi al bar mentre andava in palestra, ma da quando ha incontrato Natasha le cose sono cambiate. Ora si fa seguire da un personal trainer, si allena con i pesi liberi al posto delle macchine, indossando polsini e canotta sportiva. Dopo averci dato dentro per più di un’ora, si sente ricaricato e vagamente eccitato. Dopo la doccia si avvolge un asciugamano attorno alla vita e chiama Natasha, anche se lo spogliatoio è affollato e una conversazione privata è fuori questione. A dirla tutta, anche i suoi pen- © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 49 11 / 04 / 2014 14.43 50 sieri hanno bisogno di essere tenuti a freno perché non vorrebbe che il suo ardore provocasse un alzabandiera in una stanza piena di uomini nudi. Lascia che lei dica pronto tre volte di fila prima di parlare. « Cosa sei, un maniaco? » chiede lei. « Esatto: è proprio quello che sono », risponde lui. « Ma lo sai che vedo il tuo nome e il tuo numero sul display. » La prossima volta, decide, userà un telefono pubblico. Quando entra nel bar del Drake Hotel dopo avere consegnato la Porsche all’addetto al parcheggio, Dean Kovacs è già lì, seduto al bancone. Il locale, con i suoi arredi d’epoca in pelle bordeaux e legno lucido e un tocco di eleganza virile da vecchia Europa, è un posto caldo e seducente che ti fa sentire a casa. In quel momento è strapieno di gente appena uscita dal lavoro, un frastuono di voci che si alza e si abbassa mentre Todd si fa strada per la sala, dà una pacca sulla spalla di Dean e occupa lo sgabello libero alla sua sinistra, più simile a una poltrona. « Amico mio », dice Dean, tracannando l’ultimo goccio del boccale di birra. « Ho cominciato senza di te. » « Brutto bastardo », replica Todd. « Sei avanti di una. » « Sono sempre stato avanti rispetto a te. » Dean fa cenno al barista sventolando due dita. Continua a mettere su chili e, con quella faccia piena e il doppio mento, somiglia a un bambinone paffuto. Indossa un completo estivo con una camicia che gli si © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 50 11 / 04 / 2014 14.43 51 apre sulla pancia prominente, lasciando intravedere una canottiera bianca pulita. La cravatta appallottolata gli spunta dal taschino della giacca. Negli ultimi dodici anni si è guadagnato da vivere come direttore vendite in un’azienda di materiali plastici, un lavoro che tutto sommato gli piace. Il barista posa due pinte davanti a loro. Todd dà una prima lunga sorsata e si pulisce la schiuma dalle labbra col dorso della mano. Sfiancato dall’allenamento, vuole solo starsene seduto ad assorbire passivamente l’alcol e l’atmosfera circostante. Dean è un venditore nato e Todd, per farlo parlare, non deve fare altro che chiedergli dei rendimenti. « L’ultima volta che ci siamo visti eravate in una fase di flessione », dice, lanciandogli l’esca. Dean abbocca volentieri tenendo banco sulle quote di mercato e sulla competitività, permettendo a Todd di rilassarsi e di ascoltare con un orecchio solo. Preferirebbe sentire qualcosa sui prodotti e sui nuovi materiali – persino la plastica ha il suo fascino – ma Dean è preso dagli obiettivi, dalle quote e dagli utili. Todd vede Dean due, forse tre volte all’anno. È sempre Dean che lo chiama per combinare ma, se non lo facesse lui, sarebbe Todd a prendere l’iniziativa. Pur vivendo in mondi diversi, il passato è un legame forte. Sono cresciuti ad Ashburn, nella zona sudoccidentale della città, insieme hanno frequentato la Bogan High School e giocato a hockey, si sono sbronzati e hanno perso la verginità. La perdita della verginità è avvenuta durante un appuntamento in doppia coppia nel camper dei genitori di Dean. Fagli bere uno o due bicchieri e Dean tirerà sicuramente in ballo quella storia. Per Dean © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 51 11 / 04 / 2014 14.43 52 è importante avere condiviso con Todd quell’esperienza seminale, avere sentito i vocalizzi del passaggio di Todd all’età virile, e che l’amico abbia sentito i suoi. Anche per Todd è importante, però non vuole che lo venga a sapere tutto il bar. Prima che la cosa degeneri, chiede il menu e costringe Dean a concentrarsi sulla cena. Dopo gli hamburger, passano dalle birre ai superalcolici, e questo è il momento in cui Dean comincia a resuscitare sua moglie, morta dieci anni fa. « La donna migliore del mondo. Una donna così ti capita una volta sola nella vita », attacca. Poi raddrizza la schiena per darsi un tono e lascia ballonzolare convulsamente la testa avanti e indietro come uno di quei pupazzetti che si attaccano in macchina. « Una volta sola », ripete, tamburellando con le nocche sul bancone. « Se sei fortunato. » « Era una brava donna », annuisce Todd. « Quella donna era una dea, cazzo », dice Dean. « E cazzo se la veneravo, io. E tu lo sai. » Aspetta la conferma di Todd, che è ben felice di dargliela. Non vede alcuna contraddizione tra gli attuali sentimenti di Dean e il fatto che, quando la moglie era ancora viva, lui avesse molteplici relazioni extraconiugali. « Sapeva quanto l’amavi. Tutti lo sapevano. » « È così », dice Dean. « Veneravo quella donna, e la venero ancora. Se non fosse così, mi sarei risposato, e invece non l’ho fatto. » Negli ultimi anni Dean ha avuto una sfilza di fidanzate, nessuna delle quali all’altezza della sua perfetta moglie ormai defunta e nessuna con la benché minima © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 52 11 / 04 / 2014 14.43 53 speranza di sostituirla. A Dean va benissimo così, gli piace il gioco della caccia e della conquista e la sensazione di potere che gli dà tenere sulle corde una donna dopo averne catturato l’interesse. Cicchetto dopo cicchetto, Dean passa dalla fase sdolcinata a quella di piantagrane. La folla si è diradata, il chiasso si è ridotto a un brusio e Dean sta perlustrando con sguardo interessato la sala. Piegandosi e girandosi sulla sedia, scorge una giovane donna all’incirca dell’età di sua figlia, con i capelli neri rasati e labbra rosso fuoco. Fingendo di rivolgersi a Todd, comincia a sproloquiare ad alta voce su quello che vorrebbe farle e quello che vorrebbe che lei facesse a lui. Seduta a una certa distanza, assorbita dalla conversazione, lei non si accorge che Dean la sta prendendo di mira, ma la gente seduta a portata d’orecchio si sta girando quasi tutta a guardarlo. Nel frattempo Todd è scivolato in un mondo tutto suo. La parte più benevola e munifica di sé si è dilatata ed espansa fin quasi a raggiungere le dimensioni della stanza. Nella sua magnanimità Todd non giudica e non esclude nessuno, nemmeno Dean e i nemici che l’amico è impegnato a procurarsi. Tutti i presenti sono contenuti nella bolla della benevolenza di Todd. Lui è così quando beve: si immerge in una silenziosa condizione sacerdotale grazie alla quale assolve e redime tutta l’umanità. Perso l’interesse per la ragazza dalle labbra rosse, Dean si gira verso la donna seduta al bancone alla sua destra. È sovrappeso e non è giovane come l’altra ma, nelle tenebre del suo cervello obnubilato dall’alcol, questo significa con buona probabilità che potrebbe interessarsi a lui. © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 53 11 / 04 / 2014 14.43 54 Il fatto che lei stia parlando con il suo cavaliere, sedutole accanto dall’altra parte, è un’informazione che a Dean evidentemente sfugge: avvicina la sua bocca al seno sinistro e tira fuori la lingua mimando una leccata. Lei si è già accorta di lui e ha allontanato lo sgabello. Ora gli lancia un’occhiata disgustata e gli dice di andare a farsi fottere. Alla parola fottere Dean drizza le antenne e riparte alla carica con una proposta, al che lei e il suo accompagnatore – un tipo volpino con gli occhiali di marca – si alzano e cambiano posto. L’uomo, che ora si frappone come una barriera tra Dean e la donna oggetto delle sue attenzioni, non gli ha detto nulla, ma Dean protesta per principio dandogli un buffetto nelle costole. « Stavo solo esercitando i miei diritti di maschio della specie. » « Be’, vai a esercitarli da qualche altra parte », replica l’uomo. Dean si gira verso Todd: « È un mondo libero questo, o no? » Todd ha assistito alle baruffe di Dean fin dal liceo. Se avesse veramente intenzioni bellicose, lo frenerebbe e lo trascinerebbe fuori, ma in questo caso è convinto che l’atteggiamento di Dean sia innocuo. « Cerca di tenerti fuori dai guai », è l’unica cosa che gli dice. Al che Dean risponde a voce alta: « Tanto è un cesso. Posso fare di meglio ». Todd ride. « Così mi piaci », commenta, e Dean, a sua volta, si lascia andare a una risata compiaciuta. Todd sa che Dean si comporta così solo quando beve. Ci sono persone che reggono bene l’alcol; il suo amico non è tra queste. Sembra incredibile ma Dean è dav- © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 54 11 / 04 / 2014 14.43 55 vero emotivo, uno di quelli dalla lacrima facile. Alla fine del liceo era entrato nei Marines, ma non aveva avuto abbastanza fegato per fare sul serio e se n’era andato prima che gli assegnassero una destinazione. Poi era diventato un venditore. Tutto sommato Dean è un tipo tranquillo. È uno che può perdere le staffe, si sa, ma ce ne vuole per provocarlo. Quindi, riguardo a Natasha, tutto dipende dall’impatto che la notizia avrà su di lui, fattore che però Todd non riesce a prevedere. Spera solo che Natasha gli comunichi con tatto la novità. Verso mezzanotte Todd è di nuovo in macchina, chiama uno dei suoi numeri speciali e dopo un breve scambio di parole si dirige al Four Seasons, a pochi isolati di distanza. La donna è una di quelle che lui chiama all’occorrenza, di quelle che hanno abbastanza classe da essere accettabili in un hotel a cinque stelle e sono disponibili senza preavviso, specialmente quando a chiederlo è un uomo della sua generosità. È in serate come queste, quando non ha visto Natasha ed è troppo carico di energia, troppo pieno di grazia per tornarsene direttamente a casa, che gli piace approfittare dei beni e dei servizi di lusso che la città mette a disposizione. © Longanesi & C. S.p.A. La sposa silenziosa 1-336.indd 55 11 / 04 / 2014 14.43 «Credevamo che il libro fosse qualcosa di permanente, forse di perenne. Destinato a durare per sempre. Non ci sembrava immaginabile né una vita senza libri né una forma diversa del libro» (p. 11). «L’idea che i libri manchino, che non tutti verranno raggiunti, che non tutti verranno letti è consustanziale all’idea di libro. Amare i libri vuol dire anche non averli, non averli tutti» (p. 190). «In un futuro, che va oltre le nostre oneste prospettive e rischia di rientrare invece nelle aborrite previsioni, è probabile che il libro si troverà a convivere con molte forme di testualità. Riuscirà, nel brulicare d’infiniti e minuscoli replicanti, a sopravvivere?» (p. 205). © 2014 Bollati Boringhieri editore Torino, corso Vittorio Emanuele II, 86 Gruppo editoriale Mauri Spagnol isbn 978-88-339-8270-0 www.bollatiboringhieri.it Prima edizione digitale: aprile 2014 Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata. Su il sipario Il libro ci appariva perfetto. Non migliorabile, concluso, definitivo. Naturale, come qualcosa che non può essere altrimenti da com’è. Come un oggetto antico e familiare, semplice e levigato dal tempo. Come un cucchiaio, è stato autorevolmente detto. Una forma compiuta. Credevamo che il libro – il nostro libro, quello che maneggiavamo tutti i giorni – fosse qualcosa di permanente, forse di perenne. Destinato a durare per sempre. Non ci sembrava immaginabile né una vita senza libri né una forma diversa del libro. E d’altra parte il fatto che qualcosa che aveva assunto la forma di libro duemila e cinquecento anni fa continuasse a esistere, e non solo nel senso puramente passivo di un reperto museale, ma in quello ben più vitale di un oggetto di compravendita, ci pareva una prova inconfutabile e una garanzia di sopravvivenza. Ma nel libro vedevamo anche una sorta di talismano, una promessa (o un’illusione) di durata, forse di eternità. Ed è stata questa, probabilmente, la ragione profonda che ha spinto personaggi i più disparati – cui la vita non aveva certo negato ogni genere di soddisfazioni – a voler comunque scrivere un libro. Per restare, per durare. Ci sembrava soprattutto che il libro – con quella sua aria dimessa e un poco austera, con il suo racchiudere 11 qualcosa sostanzialmente privo di qualità sensibili e, per contrasto, con la sua immensa capacità evocativa – fosse il simbolo, oltre che il tramite concreto, della vita intellettuale e spirituale dell’umanità. Forse il simbolo e l’unica incarnazione sensibile dell’anima. Per questo, anche se i libri possono essere – e spessissimo sono – stupidi, futili, volgari, cattivi, il libro mantiene una sua nobiltà, crea intorno a sé un alone di rispetto, persino di reverenza, quasi segnalasse di appartenere a un ordine di realtà diverso e superiore. Con anche tutte le conseguenze negative, è ovvio: la distanza, la separatezza, la difficoltà, infine l’estraneità. E con tutte le pretese mal riposte. Quella di una superiorità etica del libro in primo luogo, facilmente quanto indebitamente estesa a chi i libri li scrive e a chi i libri li legge. Con la conseguenza ultima di avvolgere il libro in un’atmosfera zuccherosa e devozionale. Peggio ancora, di collocarlo autoritativamente nella sfera del dovere, o, futilmente, in quella del piacere, entrambe categorie, il moralismo e l’edonismo, estranee al libro e alla sua essenza. Ma trascurando questi che sono tutto sommato particolari, resta – o forse restava – l’aura di valore che circonda il libro. Un’unica luce, frazionata e riflessa dalle innumerevoli sfaccettature degli innumerevoli libri. La luce, a ben vedere, dell’umanità. Abbiamo creduto che anche il mondo del libro in cui siamo nati e cresciuti fosse immutabile, che facesse parte dell’ordine naturale delle cose. Ancora vent’anni fa il problema più dibattuto era la concentrazione editoriale e il timore più acuto quello che i prodotti dell’editoria di massa – i cosiddetti bestseller – potessero soffocare l’editoria di cultura. Ancor più in generale molto si paventava l’avvento di una civiltà (civiltà?) 12 dell’immagine, sterminate masse di bruti televedenti a circondare gli isolati castelli dei forti e nobili lettori. Non sapevamo che il futuro – cioè quello che ora è diventato presente – ci avrebbe riservato la più grande fioritura mai vista della parola scritta. Con le sterminate masse di cui sopra trasformate in legioni di scriventi. Scriventi a chiunque, a ogni ora, su qualsiasi argomento, con qualsiasi dispositivo. Altro che immagine... Vent’anni fa comunque le prospettive concrete del libro e della sua industria, l’editoria libraria, erano più che rosee. È vero che i più accreditati analisti finanziari e consiglieri d’investimenti storcevano il naso di fronte ai libri, perché non ottemperavano al comandamento di essere advertising driven cioè, in parole povere, basati sulla pubblicità. (E si è poi visto a quali belle conseguenze abbia portato questa brillante concezione...) Ed è anche vero che il capitale americano si stava ritirando quasi completamente dall’editoria libraria, cosa che avrebbe dovuto far riflettere. Ma il quadro strutturale rimaneva straordinariamente favorevole. Su circa sei miliardi di abitanti del pianeta, solo uno/due erano se non partecipi dei libri, almeno esposti ai libri. Mentre era chiaro che i restanti, nella competizione per assicurarsi migliori forme di vita, comunque dai libri, innanzitutto scolastici e di seguito tutti gli altri, avrebbero prima o poi dovuto passare. Dunque l’orizzonte del libro, il futuro del libro, era tranquillamente pensabile nella modalità prediletta dal pensiero occidentale da oltre mezzo millennio. Come espansione e conquista. Come diffusione dei lumi allietata da qualche corposo interesse. Loro finalmente acculturati e noi beneficiari di un cospicuo, cospicuissimo, allargamento del mercato. Tutti felici e contenti. 13 E invece... e invece le cose non sono andate così. È comparsa qualche minuscola crepa (tutt’oggi in Italia le vendite di ebook sono meno del tre per cento, un’inezia). È caduto qualche calcinaccio, niente di grave. Ma è quel rombo lontano che preoccupa, quel senso di movimento tellurico, laggiù nel profondo. Un brivido di ansia percorre i fragili nervi della comunità dei libri. Quando? Quando arriverà, se arriverà, la grande scossa? Che cosa resterà in piedi e che cosa, esattamente, scomparirà? La realtà è che abbiamo avuto in sorte (fortuna? disgrazia?) di assistere al tramonto di un mondo e alla nascita, probabile ma ancora indiscernibile, di uno nuovo. Un viaggio verso l’ignoto più che una rivoluzione, termine abusato che in realtà significa tornare al punto di partenza. Non intravediamo ancora nulla, non sappiamo a quali forme approderà il sommovimento che è in corso. Ma se non altro l’imminenza e il timore del pericolo ci fanno guardare con occhi nuovi a quel che fino a ieri ci appariva ovvio, scontato. Dove vedevamo un processo naturalmente cumulativo e progressivo, lineare, scorgiamo una formazione storica complessa, irregolare, contorta. Quel che credevamo perenne si rivela labile, soggetto a dissolversi così com’è venuto a nascere. Oggi che siamo obbligati a uscire dalla falsa naturalità del libro, possiamo anche vederlo, forse per la prima volta, nella fisionomia che gli è più propria e reale. Non come un culmine e un coronamento, ma come la forma sinora più rilevante – e comunque solo un tratto – nella lunga parabola della comunicazione scritta. Dobbiamo molto al libro. La vita intellettuale degli uomini ha avuto nel libro il suo utensile più versatile e insieme il suo emblema più glorioso. La vita emotiva, 14 interiore, degli uomini ha trovato nei libri quella comprensione, quel colloquio, quell’intima rispondenza a sé che non sempre gli altri uomini – quelli concreti, in carne e ossa – sono stati in grado di offrire. Un simile riconoscimento che confina con la riconoscenza non ci autorizza però né a perseverare nelle illusioni né ad avvolgere noi stessi e il libro in una nebbiosa retorica. Al contrario, possiamo usarlo – lui, il libro, e anche questo modesto libro che s’intitola «Libro» – per fare quello che gli è sempre riuscito meglio. E cioè indagare, ricercare, discernere e, alla fine, capire, conoscere. E preservare, salvare. Questo, infatti, è stato il suo ufficio, la sua fortuna e la sua gloria. Sin dagli inizi, sin dal primo grande libro in prosa della nostra cultura, che si presentava proprio così: «Questa è l’esposizione dell’indagine di Erodoto di Alicarnasso, perché gli eventi umani non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose... non restino senza fama...». Di questo il libro è stato davvero insieme l’umile tramite e l’eroe, della capacità prensile sul reale, dell’afferrare e dominare le cose, della volontà di scoprire e di sapere. Il resto, cioè il futuro, è oltre le nostre capacità di comprensione. «È ignoto a tutti – come diceva Socrate nel libro di Platone intitolato Apologia, che fingeva di non essere un libro, ma un discorso parlato – tranne che al dio». 15 Introduzione Tre libri Da circa cinquantamila anni Homo sapiens – vale a dire noi medesimi, la nostra specie – ha terminato di occupare l’intero globo terracqueo e nello stesso tempo di eliminare le altre specie di Homo che erano fin lì esistite. Da circa cinquantamila anni dovunque sul pianeta gli unici uomini siamo noi. Nell’ultimo decimo di questi cinquantamila anni, cioè da cinquemila anni (un po’ di più in realtà, dal 3300-3200 a.C.) gli uomini, che già da lunghissimo tempo lasciavano volontariamente tracce visive della loro presenza – prima immagini e rappresentazioni, poi segni –, hanno imparato a codificare i segni in veri e propri sistemi di scrittura. Nell’ultimo ventesimo, cioè negli ultimi duemila e cinquecento anni, hanno prima inventato, poi perfezionato quell’entità a tutti noi ben nota denominata libro. Nell’ultimo centesimo di questa vicenda umana, corrispondente a un quinto, anch’esso l’ultimo, della vicenda del libro, cioè negli ultimi cinquecento anni (un po’ di più in realtà, dal 1450-60 d.C.) i libri hanno assunto la veste, a noi tanto familiare che a volte, sbagliando, pensiamo sia «la» veste tout court del libro, quella cioè del libro a stampa. O, per essere più precisi, del libro stampato a caratteri mobili su carta. Infine, e per concludere, proprio oggi sta nascendo sotto i nostri 17 occhi un nuovo libro, quello denominato a volte elettronico – abbreviato in e-book o ebook (e noi adotteremo quest’ultima grafia) – a volte digitale. Di sicuro un nuovo supporto fisico, ma di sicuro anche molto di più. E questo perché la storia sta lì a mostrarci che nel delicato equilibrio del libro un cambiamento della fisicità finisce sempre per provocare un cambiamento non solo nella natura di quel che è scritto, ossia in quel che viene usualmente chiamato contenuto, ma anche nel modo in cui questo contenuto viene organizzato, strutturato e presentato, cioè nella forma libro vero e propria. Da ultimo, cambiano anche i destinatari di quella particolare comunicazione denominata libro, ossia il pubblico cui il libro è indirizzato. Ed è proprio il cambiamento contemporaneo di tutti e quattro i principali aspetti del libro – fisicità, contenuto, forma libro e pubblico – a provocare quella non piacevole sensazione di capogiro, di lieve nausea, che affligge di questi tempi tutti coloro che per un verso o per l’altro di libri si occupano. Dunque di libri, a ben vedere, ce ne sono tre. Il primo è il libro scritto a mano, che nasce attorno al 500 a.C., vive in solitudine per quasi duemila anni, fino attorno al 1450 d.C. e sopravvive in compagnia del libro a stampa, ma sempre più stentatamente, fino a scomparire del tutto a cavallo della Rivoluzione francese. Il secondo è il libro stampato, che compare alla metà del xv secolo e viene mano mano crescendo e prosperando fino ai giorni nostri, in una parabola espansiva che pareva non conoscere limiti. Espansiva ma non lineare, nel senso che la vicenda del libro stampato è composta di due segmenti assai diversi. Nel primo, il più lungo, quello del libro è un mestiere, nel secondo – che inizia nei primi decenni dell’Ottocento, ma 18 s’impone universalmente negli ultimi dell’Ottocento e nei primi del Novecento – quella del libro diventa un’industria. E sono proprio i prodotti dell’industria libraria nella sua ultima versione, quella del secondo dopoguerra, i libri che ci hanno circondato e ci circondano quotidianamente e che noi siamo, erroneamente, portati a ritenere «i» libri per antonomasia. Il terzo e ultimo libro è l’ebook, che, come l’alieno del film di Ridley Scott, adesso, proprio sotto i nostri occhi, sfonda con la sua mostruosa testolina il petto del mite astronauta che l’ha fin lì ospitato e nutrito. Vale a dire, fuor di metafora, il libro a stampa. Il tutto però con molto meno sangue e molta minor ferocia, visto che il libro a stampa non solo non è ancora morto, ma gode di una discreta (anche se inquieta) salute. E d’altra parte il neonato alieno non sembra poi così aggressivo e spietato, intento com’è (per ora) più a esplorare il suo habitat che a conquistarlo e ad annichilire il predecessore. Essendo dunque tre i libri, questo nostro libro, o libretto, sarà a sua volta diviso in tre parti, che chiameremo Libro primo, Libro secondo e Libro terzo e che avranno rispettivamente come tema il primo libro (quello più antico, manoscritto), il secondo libro (quello a stampa) e il terzo libro (il nascente ebook). Una simile struttura non deve però indurre aspettative di completezza. Questa non è una storia del libro, ma una riflessione su alcuni suoi aspetti, ovvi e meno ovvi. Non è una voce di enciclopedia, ma un tentativo di suggerire qualche prospettiva inaspettata. Non ha aspirazioni sistematiche e non è neppure una collezione di aneddoti, anche se forse ci si potrà trovare qualche episodio curioso. Infine, inutile aggiungere che si parlerà solo della tradizione occidentale del libro. Siamo tutti a giorno 19 del fatto che il primo libro a stampa conosciuto sia con ogni probabilità il cosiddetto Sutra dei diamanti, stampato nell’868 d.C. in Cina e attualmente conservato, cosa anche questa assai istruttiva, presso la British Library. Così come nessuno è tanto eurocentrico (e démodé) da trascurare che nel x secolo, durante il regno di al-Hakam II, la biblioteca reale di Cordoba contava circa quattrocentomila volumi mentre quella del famoso monastero di San Gallo si fermava a quattrocento. Ma queste e altre simili notizie o curiosità sparse non possono mascherare la sostanziale ignoranza di chi scrive sulla cultura cinese, sulle culture estremo orientali, sulla cultura araba e islamica in generale. E soprattutto sul ruolo in esse rivestito dai libri. 20 Nota bibliografica L’opera che si è presa a riferimento è The Oxford Companion to the Book, a cura di M. F. Suarez, S.J. e H. R. Woudhuysen, Oxford University Press, Oxford 2010, 2 voll. Quando non altrimenti indicato, le informazioni provengono dal Companion o sub voce o dai saggi monografici che lo introducono. Su il sipario L’autorevole assimilazione del libro al cucchiaio si deve a Umberto Eco, che l’avanzò la prima volta (per poi tornarvi a varie riprese) nel discorso di chiusura dell’edizione 2003 della Scuola per librai Umberto e Elisabetta Mauri, «Librai e millennio prossimo», ora in Vent’anni di Scuola per librai Umberto e Elisabetta Mauri, a cura di Silvana Ottieri Mauri, Scuola per librai Umberto e Elisabetta Mauri, Milano 2003, pp. 359-70. «Il libro appartiene a quella generazione di strumenti che una volta inventati non possono più essere migliorati. Appartengono a questi strumenti la forbice, il martello, il coltello, il cucchiaio e la bicicletta: nessuna barba di designer danese, per tanto che cerchi di migliorare la forma di un cucchiaio, riuscirà a farla diversa da com’era duemila anni fa... Il libro è ancora la forma più maneggevole, più comoda per trasportare l’informazione». Il passo di Erodoto è una specie di frontespizio, come si vede dal fatto che non rientra nella numerazione in capitoli. La chiusa dell’autodifesa di Socrate in Ap. 42A. Introduzione. Tre libri La conquista del mondo da parte di Homo sapiens è efficacemente descritta in G. Chelazzi, L’impronta originale. Storia naturale della colpa ecologica, Einaudi, Torino 2013. Ma si veda anche G. Manzi, Il 209 grande racconto dell’evoluzione umana, il Mulino, Bologna 2013. L’opera di riferimento, anche se un po’ datata, è R. G. Klein, The Human Career. Human Biological and Cultural Origins, The University of Chicago Press, Chicago and London 2009 (terza edizione). La contrapposizione tra la biblioteca reale di Cordoba e quella del monastero di San Gallo – soprattutto tra i quattrocentomila volumi della prima e i quattrocento della seconda – si trova in D. Sassoon, La cultura degli europei dal 1800 a oggi, Rizzoli, Milano 2008, p. 31. Libro primo. Il primo libro, il libro manoscritto Nascita in un magazzino L’opera di riferimento per quanto riguarda cultura e scrittura del Vicino Oriente Antico rimane L’alba della civiltà. Società, economia e pensiero nel Vicino Oriente Antico, tre volumi a cura di vari autori, utet, Torino 1976. In particolare il volume terzo, «Il pensiero» a cura di P. Fronzaroli, S. Moscati, G. Garbini e M. Liverani e ancor più in particolare i due saggi di Fronzaroli «La trasmissione della cultura» (pp. 3-92) e «L’espressione letteraria» (pp. 95-212). Su Uruk la sintesi più documentata e recente è il catalogo della mostra Uruk. 5000 Jahre Megacity tenutasi a Berlino presso il Pergamonmuseum tra il 25-4 e l’8-9-2013, catalogo pubblicato con lo stesso titolo, Michael Imhof Verlag, Petersberg 2013. Nascita dei testi, nascita degli scribi La presentazione completa dell’epopea di Gilgamesh in La saga di Gilgamesh a cura di G. Pettinato, Mondadori, Milano 2004. In La storia del mondo in 100 oggetti di N. MacGregor, Adelphi, Milano 2012, si possono vedere sia una tavoletta dell’epopea, la cosiddetta Tavoletta del Diluvio, proveniente da Ninive (alla pagina 100), sia il Papiro Rhind, proveniente da Luxor (alla pagina 105). Sono entrambi conservati al British Museum. Nascita dell’alfabeto Das Alphabet. Entstehung und Entwicklung der griechischen Schrift, a cura di G. Pfohl, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1968, raccoglie tutti i principali contributi sul tema dagli anni trenta 210 agli anni sessanta. Il legame della scrittura con la magia in G. van der Leeuw, Fenomenologia della religione, Boringhieri, Torino 1975 (nuova edizione). Il dito scrivente di Dio in Es. 31,18. Nonchalance greca Eraclito deposita il proprio libro nel tempio di Artemide a Efeso in Diogene Laerzio IX 6 (22 A 1 DK). Il libro di Anassagora venduto al mercato in Platone Ap. 26D (59 A 35 DK). Il medesimo, con ogni probabilità, è il libro con disegni, e dunque illustrato, in Clemente Alessandrino Strom. I 78 (59 A 36 DK). I Traci di Salmidesso in Senofonte An. VII 5, 12-14. Parola viva, lettera morta Il testo capitale sul rapporto oralità/scrittura in Grecia è E.A. Havelock, Cultura orale e civiltà della scrittura. Da Omero a Platone, Laterza, Roma-Bari 1973, traduzione italiana – con un molto opportuno cambiamento di titolo – dell’originale Preface to Plato, Harvard University Press, Cambridge 1963. Più in generale, sul rapporto tra società prive o dotate di literacy, il testo inaugurale è J. Goody, The Domestication of the Savage Mind, Cambridge University Press, Cambridge 1977. Il «patrimonio perenne» in Tucidide, I 22, 4. Nascita del lettore La notizia sull’appellativo «il lettore» dato da Platone ad Aristotele si trova in una biografia di Aristotele detta Vita Marciana al capitolo 6. La Vita Marciana dipende dalla versione araba di una biografia ellenistica opera di un certo Tolomeo denominato in arabo Tolomeo el-Garib, ossia «il forestiero». L’opera di Tolomeo è, con ogni probabilità, la fonte principale della tradizione biografica su Aristotele. Nascita (alla buon’ora!) del libro Ancorché applichi disinvoltamente al mondo antico – e non solo nel titolo – categorie tipiche e proprie di quello moderno, come «editore» e «pubblico», la miglior sintesi di partenza è Libri, editori e pubblico nel mondo antico, a cura di G. Cavallo, Laterza, Roma-Bari 211 1975 (quarta edizione aggiornata 2004). In particolare E. G. Turner «I libri nell’Atene del v e iv secolo a.C.», pp. 5-24. Sulla Biblioteca di Alessandria e su tutti i temi connessi, il testo di gran lunga più ricco, attendibile e piacevole è L. Canfora, La biblioteca scomparsa, Sellerio, Palermo 1986 (quattordicesima edizione riveduta 2013). Copie infedeli La notizia del rogo dei libri di Protagora in Diogene Laerzio, IX 52 (80 A 1 DK), poi ripresa in Esichio e in Eusebio (A 3 e A 4 DK). Il libro vivo Il testo di riferimento è Libri e lettori nel Medioevo. Guida storica e critica, a cura di G. Cavallo, Laterza, Roma-Bari 1977. Sul passaggio dalla concezione monastica del libro a quella urbano-universitaria e sul conseguente cambio di sensibilità, fondamentale il saggio di F. Alessio Conservazione e modelli di sapere nel Medioevo in La memoria del sapere, a cura di Pietro Rossi, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 99-133. Il mondo in forma di libro Il riferimento classico, e tutt’oggi insuperato, è E. R. Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, La Nuova Italia, Firenze 1992 (ma l’edizione originale tedesca è del 1948), in particolare il capitolo sedicesimo, «Il libro come simbolo», pp. 335-85. Libro secondo. Il secondo libro, il libro stampato Un libro nuovo Le due interpretazioni più influenti – e per questo imprescindibili – del complesso di fenomeni legati alla comparsa della stampa, sono da un lato L. Febvre e H.-J. Martin, La nascita del libro, Laterza, Roma-Bari 2011 (ma la prima edizione italiana è del 1977, mentre l’edizione originale francese è del 1958); dall’altro lato Elizabeth L. Eisenstein, La rivoluzione inavvertita. La stampa come fattore di mutamento, il Mulino, Bologna 1986 (ma l’edizione originale inglese è del 1979). La Eisenstein è poi tornata sul tema, correggendo in parte le 212 proprie precedenti convinzioni, con Le rivoluzioni del libro. L’invenzione della stampa e la nascita dell’età moderna, il Mulino, Bologna 1995 (ma l’edizione originale inglese è del 1983). La citazione di Curtius in cit., p. 363. Che cos’è la stampa Il miglior glossario tecnico della stampa libraria classicamente intesa (precedente quindi l’introduzione di ogni mezzo elettronico, compresa la fotocomposizione) è G. A. Glaister, Glossary of the Book, Allen and Unwin, London 1960. Per gli aspetti specifici legati soprattutto all’incisione dei punzoni e alla configurazione dei caratteri (cioè dei tipi), resta ancora insuperato J. R. Biggs, An Approach to Type, Blandford Press, London 1949. Una rassegna accurata dei principali trenta (tra le molte migliaia) caratteri, o font che dir si voglia, in A. Lawson, Anatomy of a Typeface, Godine, Boston 1990. Molto utili e ricche di acute osservazioni le sei lezioni raccolte in H. Tuzzi, Libro antico libro moderno. Per una storia comparata, Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2006. Un inquadramento accurato e fattuale della stampa entro la storia della tecnica nel saggio di M. Clapham, «L’arte della stampa», in Storia della tecnologia, a cura di C. Singer, E. J. Holmyard, A. Rupert Hall e T. I. Williams, III: Il Rinascimento e l’incontro di scienza e tecnica, Boringhieri, Torino 1963, nuova edizione 2013 (ma l’edizione originale inglese è del 1957), pp. 385-424. Il tipografo La lettera «tipografica» di Alessandro Manzoni in Tutte le lettere, a cura di C. Arieti, Adelphi, Milano 1986, I, pp. 574-75. Nel medesimo volume, passim, tutte le informazioni correlate. L’editore L’osservazione sul passatismo della scelta editoriale che è all’origine della produzione d’incunaboli, proviene dal saggio illuminante (è il caso di dirlo...) di Neil Harris «Ombre della storia del libro italiano», in The Books of Venice. Il libro veneziano, a cura di L. Pon e C. Kallendorf, La musa Talìa-Oak Knoll Press, Venezia 2008, pp. 455-516. L’osservazione su quella che Harris chiama «inerzia testuale» si trova alle pp. 462-63. 213 Nascita delle novità La vicenda del Sidereus nuncius, la novità per antonomasia, è ricostruita con precisione ed eleganza in M. Bucciantini, M. Camerota e F. Giudice, Il telescopio di Galileo. Una storia europea, Einaudi, Torino 2012. Censura L’ordine di sequestro della Procura di Milano concernente L’amante di Lady Chatterley è riprodotto in Album Mondadori 1907-2007, Mondadori, Milano 2007, p. 229. La messa all’Indice della Bibbia in volgare come una tra le cause principali della mancata diffusione della lettura in Italia nel saggio citato di Neil Harris, pp. 505-06. L’editoria industriale La meccanizzazione della stampa e di tutti i procedimenti connessi nel saggio di W. Turner Berry, «Tipografia e arti grafiche» in Storia della tecnologia cit., V: L’età dell’acciaio, pp. 694-726. Pubblico, mercato, generi Cui dono lepidum novum libellum / arida modo pumice expolitum? «A chi dono (dedico) il mio grazioso nuovo libretto / appena levigato dalla ruvida pomice?» (si intende ai bordi del rotolo avvolto), Catull. 1. Scienza, politica, soprattutto romanzi La frase di Aristotele è quella che apre la Metafisica, 980 a, 21. Le vicende legate alla pubblicazione da parte di Necker del Compte Rendue in S. Schama, Cittadini. Cronaca della Rivoluzione francese, Mondadori, Milano 1989, pp. 78-86. L’autore e i suoi diritti Le notizie sulle dissipatezze di Balzac in Honoré de Balzac, La commedia umana, Mondadori, Milano 1994, I, 1, alla p. lxiii della «Cronologia» a cura di P. Minsenti. 214 Quattro numeri in croce Dati, cifre e calcoli derivano, con qualche minore modifica, dal saggio di G. A. Ferrari «Libri e futuro» in XXI Secolo, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2009, V, pp. 185-203. Il mondo della conoscenza In questo e nei successivi paragrafi, tutti i dati che si riferiscono alle performance economiche delle società e dei gruppi editoriali derivano da Le Classement de l’édition mondiale, rassegna pubblicata annualmente da «Livres Hebdo» in Francia (per il 2012 nel numero 959 del 21 giugno 2013) e ripresa in Germania da «Buchreport», negli Stati Uniti da «Publishers Weekly», nel Regno Unito da «The Bookseller» e in Brasile da «PublishNews Brazil». Tensioni. Forma libro e contenuto Il paradosso del sorite è usualmente attribuito a Eubulide di Mileto, filosofo di scuola megarica, cui si fa a volte risalire anche il più noto paradosso del mentitore. Ma mentre quest’ultimo ha una struttura logica che fu, infatti, chiarita da Bertrand Russell, il sorite non riguarda il vero e il falso, ma l’impossibilità di connettere termini linguistici alla realtà e dunque di conoscerla. Libro terzo. Il terzo libro, il libro elettronico Un quadro generale del cambiamento che è derivato e deriverà nella dimensione conoscitiva e in senso lato culturale dall’avvento delle tecnologie digitali e della rete in R. Simone, Presi nella rete. La mente ai tempi del web, Garzanti, Milano 2012. Per quanto invece riguarda specificamente il libro, la sintesi migliore è G. Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Laterza, Roma-Bari 2010. 215 I sampietrini «Una storia del libro, un ragionamento filosofico su cosa sia un libro, e una riflessione su cosa diventerà il libro». Roberto Cotroneo «Un’importante riflessione sul libro e il suo destino». «Corriere della Sera» Gian Arturo Ferrari, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università di Pavia (dove era alunno del Collegio Ghislieri) ha perseguito per un certo tratto una doppia vita. Da un lato l’insegnamento universitario, come professore di Storia del pensiero scientifico, sempre presso l’Università di Pavia. Dall’altro l’apprendistato editoriale, prima con Edgardo Macorini alla est Mondadori, poi per un decennio, come stretto collaboratore di Paolo Boringhieri. Editor della Saggistica Mondadori nel 1984, direttore dei Libri Rizzoli nel 1986, rientrato in Mondadori nel 1988, con il 1989 ha scelto l’editoria libraria come propria unica vita e si è dimesso dall’Università. Direttore dei Libri Mondadori nei primi anni novanta, è stato dal 1997 al 2009 direttore generale della divisione Libri Mondadori, che comprendeva, oltre a Mondadori, Einaudi, Electa, Sperling&Kupfer, Edumond e, più tardi, Piemme. Dal 2010 al 2014 ha presieduto il Centro per il libro e la lettura, presso il Ministero dei Beni e delle Attività culturali. Dal 2012 è editorialista del «Corriere della Sera». www.bollatiboringhieri.it NON SON DEGNO DI TRE Romanzo di JON RANCE Traduzione di ANNAMARIA RAFFO www.longanesi.it facebook.com/Longanesi @LibriLonganesi www.illibraio.it P R O P R I E T À LE TT ERAR IA R IS ER VAT A Longanesi & C. F 2014 – Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol ISBN 978-88-304-4085-2 Titolo originale: This Thirtysomething Life In copertina: Art Director: Stefano Rossetti Illustrazione: Riccardo Gola / PEPE nymi Copyright F Jon Rance 2013 The right of Jon Rance to be identified as the Author of the Work has been asserted by him in accordance with the Copyright, Designs and Patents Act 1988. All rights reserved. First published in Great Britain in 2013 by Hodder & Stoughton An Hachette UK Company Prima edizione digitale 2014 Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata. NON SON DEGNO DI TRE Alla mia adorata moglie per il milione di cose oltre quelle che potrei mai raccontare in un libro e perché sopporta la mia « capacità di disattenzione ». Ti amo. GENNAIO 8 9 Domenica, 1o gennaio, ore 14.00 In cucina. Emily è di sopra. Nuvoloso. Potrebbe piovere. Non è passato neppure un giorno di questo anno nuovo di zecca e sono già in rotta con Emily. Cos’ho fatto di sbagliato? Non ne ho la più pallida idea. So solo che lei si comporta in modo molto strano e che è arrabbiata per qualcosa. Un quarto d’ora fa ho sentito tirare lo sciacquone, ma per il resto silenzio. Ho paura a salire. Possibili motivi per cui potrebbe essere incazzata con me: 1. Potrei aver fatto qualcosa di terribile ieri sera, di cui non ho ricordo. Ero davvero cosı̀ ubriaco? È possibile. In effetti ho vomitato in giardino, ho fatto pipı̀ nella vasca da bagno e sono riuscito a addormentarmi con i calzoni infilati col davanti dietro. Tutti pessimi indizi. 2. Potrebbe essere arrabbiata perché non ho ancora messo in ordine il capanno. Sono mesi che mi chiede di farlo ma, visto quanto è intrattabile, dev’essere qualcosa di molto, molto più serio. 10 3. Mestruazioni? Diventa di umore particolarmente instabile quando viene a trovarla la « zia Flò ». Devo controllare il calendario del ciclo. 4. Che sia arrabbiata con me perché ho comprato quei pupazzetti di Guerre stellari su eBay? Emily non capisce che sono un investimento. Per lei io ho comprato vecchi giocattoli su Internet. Ho cercato di spiegarle che potrei portarli all’Antiques Roadshow, ma mi ha detto « Non me ne frega un cazzo di Antiques Roadshow, Harry. So solo che hai speso cinquecento sterline per dei pupazzetti! » 5. Potrebbe essere una delle sue tipiche reazioni irragionevoli, come quella volta che non mi ha parlato per tre giorni e mi ha definito « un imbecille immaturo ed emotivamente inetto, che non capirebbe il significato della parola ’romantico’ neppure a calci nei testicoli ». Certo, avevo dimenticato il nostro anniversario, ma credo che abbia un tantino esagerato. Va detto che lei aveva perso un sacco di tempo a preparare un album con le nostre foto, la compilation con tutte le nostre canzoni e una cena di sei portate, ma era proprio il caso di mettere quell’annuncio sul giornale per scambiarmi con un modello migliore? La cosa peggiore è che non ha ricevuto neanche uno straccio di risposta. Ore 16.00 Emily è ancora di sopra e presumibilmente ancora incazzata. Scenderà, prima o poi? Riuscirò a trovare il coraggio di salire? È il primo di gennaio e quest’anno 11 sembra già triste e deprimente come un romanzo di Dickens. Mi sembra davvero di vivere in una « Casa desolata ». Ore 16.40 Ora basta. Ho deciso di salire ma ti confesso, caro diario, che preferirei andare incontro a un fuoco di sbarramento dell’artiglieria tedesca piuttosto che affrontare Emily quando è di cattivo umore. Ho già controllato il calendario del ciclo per vedere se è in fase premestruale (negativo) e le ho preparato una tazza di tè. Come dice sempre la mamma, « comincia l’anno nuovo come vorresti che proseguisse ». A giudicare dalle prime dodici ore, sarà un anno difficile. Ore 17.30 Sto fumando una sigaretta fuori dalla porta sul retro. Emily è di sopra e si sta preparando. Ha appena cominciato a piovere. Sono salito con la mia offerta di pace (un tè di PG Tips) e l’ho trovata che leggeva un libro a letto. Ho posato il tè sul comodino. « Ecco, Em, una bella tazza di tè. » Lei non ha detto una parola e ha continuato a leggere in un silenzio carico di tensione. Non volevo accettare passivamente il suo atteggiamento. « Scusami » le ho detto. Non sapevo bene per quale motivo, ma in ogni caso è sempre meglio scusarsi. Qualunque cosa avessi fatto di sbagliato, lei mi stava facendo chiaramente intendere che, per tornare nelle sue grazie, ci sarebbe voluto ben altro che una tazza di tè e qualche parola di scusa. 12 Alla fine, quando la sua freddezza si è tramutata in gelo polare, ha chiuso il libro con un colpo secco, si è girata verso di me e mi ha fissato con uno sguardo himalayano. I suoi profondi occhi scuri irlandesi mi hanno rivolto un’occhiata che pareva dire: La faccenda è serissima, Harry, e non pensare neppure di cavartela con una delle tue solite battute cretine. È una cosa importante e sarà meglio che tu mi stia a sentire. « Voglio avere un bambino, Harry. » « Ma, Em... ne abbiamo già parlato. » Per ben due volte, l’anno scorso, ha tirato fuori l’argomento, e in entrambi i casi è finita allo stesso modo. Io non sono pronto. Non so perché, esattamente, ma non sono pronto a rinunciare a quello che abbiamo. Forse sono egoista, ma a me piace la nostra vita cosı̀ com’è. Mi piace sapere che se volessimo potremmo passare il weekend a Dublino, Dubrovnik o Düsseldorf. È vero, ultimamente non abbiamo viaggiato molto nel weekend, e io non ho alcun desiderio di andare a Düsseldorf, ma è bello sapere che, volendo, potrei farlo. Purtroppo, a Emily non importava nulla dei weekend. Era stanca del suo lavoro. Un tempo le piaceva, ma ultimamente si sentiva impantanata ed era pronta per un cambiamento. Era pronta a metter su famiglia e a diventare quello che forse ha sempre sognato di essere. Una mamma. « Be’, io voglio parlarne di nuovo. Voglio una famiglia. Sono pronta. » « Ma... » « Ma, cosa? Dammi un valido motivo per cui non possiamo. » 13 La verità è che non avevo un valido motivo. Non avevo motivi, né validi né del tutto inaccettabili. L’egoismo non è un motivo sufficiente? Probabilmente no. E la paura di crescere è un argomento valido per non avere figli? Decisamente no. Paura irrazionale? Forse avrei dovuto dirle quanto la amavo e spiegarle che io, un giorno, avrei senz’altro voluto una famiglia. E sarebbe stata la verità. Desidero avere dei figli, portarli a scuola, magari comprare una monovolume e girare per casa in pantofole. Desidero tutte queste cose, ma non adesso. Però non potevo confessarlo a Emily, e cosı̀ ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente. « E il nostro viaggio in Italia? Avevamo detto che lo avremmo fatto prima di avere dei figli. » « E possiamo farlo, Harry. Possiamo andare nei prossimi due mesi, te lo prometto. Ti prego, dimmi che ci penserai. È importante. » Ho scelto la via più facile e ho acconsentito. Questo mi ha fruttato qualche coccola e un bacio. Le donne sono davvero subdole. E gli uomini sono deboli. Perché metter su famiglia mi spaventa cosı̀ tanto? Perché, quando tutte le persone intorno a noi sfornano figli con l’entusiasmo della famiglia Trapp, io prendo tempo con la scusa di un’immaginaria vacanza di cui si era parlato durante una cena di San Valentino in cui ero ubriaco perso? Temo di essere sull’orlo di una precoce crisi di mezza età. E, per sfregare sale su una ferita aperta, questa sera andremo a cena a casa di Steve e Fiona, a Worcester Park. Non solo hanno avuto tre bambini, ma anche il coraggio (o l’ottusità) di chiamarli tutti con nomi che 14 iniziano con la lettera J (Jane, Joseph e James). È o non è da malati di mente? Lunedı̀, 2 gennaio, ore 9.00 Bank holiday Sul divano. Sto mangiando un sandwich con il bacon. Emily dorme ancora. Nuvolo. Che serata orrenda. Steve e Fiona aspettano un altro figlio. Una quarta J da aggiungere alla loro ciurma di J. Quando si fermeranno? Ce lo hanno comunicato mentre mangiavamo il guacamole. A Worcester Park dev’esserci qualcosa nell’acqua (o magari nel guacamole). Conosciamo Steve e Fiona dai tempi dell’università e un tempo uscivamo sempre tutti e quattro insieme. Erano normali, fino a sette anni fa, quando hanno annunciato di essere incinti. All’inizio non è stato poi cosı̀ male, ero persino vagamente felice per loro, ma poi, man mano che la loro collezione di J aumentava, una serie di cambiamenti ha cominciato a minare il nostro rapporto. Steve e Fiona non potevano più uscire, e cosı̀ eravamo sempre noi a dover andare da loro per cena, che solitamente si concludeva prima delle otto con Steve e Fiona addormentati sul divano. Per due volte gli abbiamo gettato addosso una coperta e ce ne siamo andati zitti zitti. Sono anche diventati (molto in fretta) lo stereotipo delle persone con figli. Sono passati da una elegante Audi quattro porte a una monovolume che sembra un cubo. Sono ingrassati cosı̀ tanto da risultare 15 fisicamente attraenti solo l’uno per l’altra. Hanno cominciato a vestirsi come se gli abiti fossero semplici teli per ripararsi dal vomito dei loro figli, e l’ultima volta che siamo andati a casa loro per cena Steve mi ha detto (giuro, non me lo sto inventando): « Papi deve andare a fare pipı̀ nel vasino grande! » È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ovviamente, il loro annuncio ha portato all’inevitabile domanda su quando ci decideremo a fare un bambino. Occhiate di frustrazione e avvilimento da parte di Emily. A questo ero pronto, ma il seguito mi ha completamente spiazzato. Io e Steve siamo usciti a fumare una sigaretta in giardino. Per la precisione, io sono uscito a fumare una sigaretta e Steve mi ha seguito per ricordarsi com’era fumare (Fiona l’ha costretto a smettere quando hanno avuto la prima J). Mi stavo godendo il silenzio e la tranquillità, quando Steve ha detto, inalando il fumo di seconda mano: « Allora, Harry, vecchio mio, qual è il problema? » « Prego? » « Perché non vuoi avere bambini? I bambini sono fantastici! » Avevano coinvolto anche Steve. Quella era una cospirazione. Lui era una di loro. Una donna sotto le mentite spoglie di un uomo! « Non sono pronto. Tutto qui. » « Neanche io lo ero, ma ora sto per avere il numero quattro e non potrei essere più felice. Ti cambiano la vita, sai. » « Anche la calvizie ti cambia la vita, e non sono pron- 16 to neanche per quella » ho risposto, e me ne sono tornato dentro. Il resto della serata è stato un vero disastro. Un’allusione dietro l’altra. A ogni occasione mi passavano una delle loro J per giocarci, nella speranza che capissi il mio errore e annunciassi: « Sono pronto a metter su famiglia! » Perché tutti i genitori del mondo sono convinti che non si possa essere felici senza figli? Io non gli telefono alle undici di ogni domenica mattina per informarli che me ne sto a poltrire a letto. Non mando sms ogni volta che sono al pub a farmi una pinta, mentre loro sono a casa a cambiare pannolini, e non mi vanto tutte le volte che facciamo sesso, sapendo che probabilmente loro non lo fanno da mesi. I genitori sono i testimoni di Geova dei tuoi trent’anni: ti perseguitano per farti soccombere al potere supremo della genitorialità. Lasciatemi in pace, sant’Iddio. Ore 10.30 Nuovi vicini nella casa accanto. Ho dato una sbirciatina veloce dalla finestra mentre facevano il trasloco ed è un pensiero terribile, lo so, ma avevano l’aria dei terroristi. Mrs Crawley del civico 4 (capo del comitato di quartiere) è uscita immediatamente in giardino a curiosare. Non ho dubbi che vorrà indire una riunione straordinaria. Purtroppo, faccio parte del comitato. Devo andare a Canary Wharf, mi vedo a pranzo con Ben, il mio miglior amico. Speriamo che mi tiri un po’ su. 17 Ore 15.00 In cucina. Osservo uno scoiattolo scorrazzare per il giardino. Mi sento un tantino brillo dopo il pranzo con Ben. È stato bello passare un’ora con qualcuno che non sia fissato con la procreazione. Abbiamo parlato di calcio, dei bei vecchi tempi e della sua ultima avventura in Perú. Abbiamo fumato, bevuto e mangiato bene, poi Ben è tornato al lavoro. Prima che se ne andasse, però, gli ho raccontato della discussione che ho avuto con Emily e lui mi ha detto: « È perfettamente naturale, amico. Siete sposati da... quanto? Sei anni, giusto? Lei ha passato i trenta. Prima o poi doveva succedere. Se non sei pronto a fare il padre, devi scoprire il motivo e presto, perché, fidati, quando si tratta di figli le donne diventano molto impazienti. C’è un tizio, al lavoro, Rupert Strang... Era sposato da cinque minuti appena e ha divorziato. Sua moglie voleva un bambino e lui no. Certo, lui si scopava anche la segretaria, ma insomma... hai capito cosa voglio dire ». Capito benissimo. Osservo uno scoiattolo correre per il giardino e mi domando se non sono un tantino irragionevole. Forse Ben ha ragione. È un processo naturale, non si diventa più giovani. Dovrei dare un figlio a Emily comunque, che io sia pronto o no? Sarò mai pronto? A volte penso che sarebbe più semplice essere uno scoiattolo, perché lui deve preoccuparsi solo delle sue noci. Forse, dopotutto, non siamo cosı̀ diversi. 18 Martedı̀, 3 gennaio, ore 10.00 Nello studio. Ascolto i Beatles. Emily è al lavoro. Rovesci temporaleschi in arrivo da nord (secondo il meteorologo della BBC). Ieri sera quando Emily è tornata a casa, le ho preparato una cena sontuosa a base di tonno scottato al limone con noodles croccanti, erbe e peperoncino (grazie, Jamie Oliver). Mi è parsa favorevolmente sorpresa. Ho stappato una bottiglia di vino rosso italiano e ho cercato di avviare una conversazione civile sul fatto di avere un bambino. Sono stato aperto e sincero e tutto quello che secondo lei non sono. Le ho detto del mio pranzo con Ben e dello scoiattolo, cosa che, a essere sinceri, sembra averla un po’ confusa, ma è stata ad ascoltarmi con attenzione e quando ho finito mi ha detto con molta calma: « Harry, devo... devo dirti una cosa ma, ti prego, cerca di non... di non sclerare subito. Sono... sono incinta ». « Cosa? Io... io... non capisco, Em... come...? » « Tre settimane fa. Eravamo stati ai party di Natale con i nostri rispettivi colleghi. » « Io non me lo ricordo. » « Sono tornata a casa ubriaca. Tu stavi mangiando un kebab d’agnello. » « Ah, sı̀, shish d’agnello... » « È questo che ti ha rinfrescato la memoria? Comunque, quella mattina avevo dimenticato di prendere la pillola e abbiamo fatto casino con il preservativo. » « Merda. » 19 « Sabato ho fatto il test di gravidanza ed era positivo. » « Sei sicura? Perché lo sanno tutti che i test di gravidanza sono difficili da interpretare... Righe azzurre, righe rosa, righe singole, righe doppie, chi ci capisce è bravo. » « C’era scritto che sono incinta, a parole. » « Ah. » « Sono sicuramente incinta, Harry. Diventerai padre. » Non c’è niente al mondo che possa prepararti a quelle parole. Diventerai padre. Tu, Harry Spencer, trentadue anni, presto diventerai responsabile di un piccolo essere umano. Mi è passata davanti agli occhi tutta la vita e lei non aveva ancora finito di pronunciare le parole che, con mia grande meraviglia, sono scoppiato a piangere. Non me l’aspettavo, e neppure Emily, credo. La cosa che mi ha lasciato più perplesso, però, è che non sono del tutto sicuro dell’origine di quelle lacrime. È difficile classificarle perché ero sicuramente felice, ma anche terrorizzato, e di colpo mi si è seccata la bocca. Ma quando lo shock iniziale si è lentamente trasformato in sorpresa, le ho chiesto: « Ma se eri già incinta, perché mi chiedevi se volevo diventare padre? Perché tutte quelle scene a casa di Steve e Fiona? Perché non me l’hai detto subito? Sono confuso, Em ». Per la cronaca, lo sono tuttora. « Perché sapevo che sarebbe stato uno shock e pensavo che in quel modo potessi abituarti all’idea. Mi dispiace, Harry, ma lo sai come sei. » (Sı̀, acuto.) « Sei contento? » 20 Ecco, me lo aveva chiesto. Doveva farlo, suppongo, e a essere sinceri, lo ero. Non pensavo che sarei stato fuori di me per la gioia, ma la realtà era molto diversa dall’incubo che mi ero immaginato. Forse, dopotutto, ero pronto a diventare padre. L’ho guardata e ho sorriso. « Certo che sono contento, Em. Avremo un bambino. » Ci siamo baciati, abbracciati, lei ha pianto, io ho smesso di piangere, finché poco a poco il terrore si è insinuato nella mia mente. Diventerò padre per sempre. E se fallissi? E se fossi un pessimo padre? E se non amassi mio figlio? E se... Avrei potuto andare avanti all’infinito, ma mentre Emily se ne stava rannicchiata contro di me e le sue lacrime di gioia mi colavano lentamente sulla camicia, non riuscivo a liberarmi dalla paura. Mi ci erano voluti tre tentativi per superare l’esame per la patente – e avevo studiato molto – ma per la paternità non esisteva un manuale e avevo una sola possibilità per far bene. « Sarai pronto? » ha detto Emily, o qualcosa del genere, perché ero scivolato in una specie di coma tipicamente maschile. Emily ha continuato a parlare (per lo meno, le sue labbra si muovevano), ma io sono rimasto chiuso nel mio piccolo mondo finché lei mi ha riportato alla realtà con uno schiocco delle dita. « Harry, mi stai ascoltando? » « Scusa, stavo pensando. » « So che è un trauma, ma questo non è il momento per una crisi di mezza età. » « Quale crisi? Io non ho nessuna crisi di mezza età. » « Perché l’ultima cosa di cui ho bisogno in questo 21 momento è che tu perda il contatto con la realtà. Tu sarai pronto, vero, Harry? » Sarò pronto? Certo che no. Ho una crisi di mezza età? Del tutto possibile. Non sapevo cosa dire. Purtroppo, mentre riflettevo su questa eventualità, sono scivolato in un altro coma maschile e, prima di capire cosa stava succedendo, Emily stava di nuovo schioccando le dita. « Harry, Harry... » « Scusa, cos’hai detto? » « Ho detto che avrò bisogno di te. Non posso farcela da sola. » « Lo so, e io sarò qui accanto a te, in ogni momento. » « Me lo prometti? » « Te lo prometto. » Ore 13.00 Sto ancora aspettando i rovesci temporaleschi da nord. Intanto mangio un pacchetto di salatini al cocktail di gamberi. Fuori, lo scoiattolo si fa beffe di me con la sua spensieratezza. Dolore al fianco. Nel tentativo di ritardare l’insorgere della pancetta di mezza età e prepararmi psicologicamente alle fatiche della paternità, ho cercato di fare qualche flessione e sono quasi svenuto. Da allora ho un dolore continuo al fianco. Ho cercato « dolore al fianco » su Internet e potrebbe essere qualunque cosa, da una semplice fitta a un tumore del rene, da un fuoco di Sant’Antonio a un attacco di cuore! Fantastico. Ho provato a fare esercizio e questo potrebbe portarmi a una morte prematura. 22 Ho fatto anche un elenco dei pro e dei contro del fatto di avere un figlio: PRO 1. I bambini sono carini e in genere sono considerati una cosa buona. 2. Mia madre sarà la mamma più felice del mondo. 3. Emily sarà la moglie più felice del mondo. 4. Potrebbe rendere felice persino me. 5. Avremo qualcuno che si prenderà cura di noi quando saremo vecchi e tristi. 6. Avrò qualcuno da plasmare a mia immagine. 7. Potrebbe essere divertente. 8. Non divento più giovane. CONTRO 1. Sono costosi. 2. Pannolini da cambiare. 3. Mancanza di sonno. 4. Limiterà seriamente la nostra libertà. 5. Non potremo più poltrire a letto nei weekend. 6. E se distruggesse la nostra vita sessuale? 7. E se distruggesse il nostro matrimonio? 8. Non mi sento per niente pronto. 9. Sono troppo giovane. 10. Abbiamo una bella vita, due lavori sicuri e una bella casa in un bel quartiere di Londra. Sono pronto a mettere a repentaglio tutto questo per un bambino? 11. Ultimo (e più importante, credo): tutte le coppie con figli che conosciamo sono le persone più noiose sulla faccia della terra. Non sanno parlare d’altro 23 che dei loro figli. Tipo: « La scorsa settimana Angus ha fatto la sua prima cacca a forma di banana. Adorabile ». Sono pronto a diventare cosı̀? Sono pronto a parlare apertamente di popò con le persone a me più care? Vincono i contro, 11 a 8. Non è un buon segno, cazzo. Ore 21.00 Emily è a letto. Ancora nessun segno dei misteriosi rovesci temporaleschi da nord. Fumo la sigaretta quotidiana fuori dalla porta sul retro. Dolore pulsante al fianco. Strani colpi dalla casa accanto. Forse stanno fabbricando una bomba! Cosa si deve fare se si pensa che i propri vicini possano essere potenziali terroristi? Sono tentato di non fare nulla, ma se fossero veramente dei terroristi e facessero saltare in aria il Parlamento? Resterei per sempre quello che poteva fermarli e invece non ha mosso un dito. La mia foto finirebbe sulla prima pagina di tutti i giornali del paese: PROFESSORE DI STORIA COINVOLTO IN ATTENTATO ESPLOSIVO ! Mi sembra già di vedere la delusione sul volto dei miei genitori. Mercoledı̀, 4 gennaio, ore 14.00 Da Starbucks. C’è il sole. Ancora nessun segno dei rovesci temporaleschi da nord. Il dolore al fianco peggiora. 24 Questa mattina ho parlato con i miei genitori di un nipote in arrivo. Erano entrambi molto eccitati, specialmente la mamma. C’è voluto un quarto d’ora perché smettesse di piangere e strillare contemporaneamente, mentre papà contribuiva con il suo solito, laconico commento: « Ben fatto, ragazzo ». Passeranno a farci visita questo fine settimana. Forse avrei dovuto consultarmi con Emily prima di mettere in giro la voce. Gliene parlerò stasera. Sono sicuro che non ci saranno problemi. Ore 19.00 Qualche problema c’è. A cena ho accennato casualmente al fatto che ho detto ai miei del bambino e lei è andata su tutte le furie. A quanto pare, anche se non me ne ha mai fatto parola, aveva in programma di invitare le nostre famiglie per una grande festa durante la quale avrebbe dato l’annuncio ufficiale. Doveva essere un po’ come la cerimonia d’apertura dei giochi olimpici. Mi sono scusato, ma lei non ha voluto sentire ragioni e da allora non mi rivolge più la parola. Dovrò prendere un appuntamento con il dottor Prakish per il dolore al fianco. Sta peggiorando. Non voglio morire per colpa di qualche flessione. Interessanti sviluppi riguardo ai cosiddetti rovesci temporaleschi da nord. Questa sera il meteo non ne ha neppure parlato. Le previsioni per i prossimi cinque giorni sono buone. Ho perso ogni fiducia nelle previsioni del tempo. Non è una grande serata. A peggiorare ulteriormente le cose, domani è il primo giorno del secondo quadrimestre. Non ho voglia di tornare a scuola 25 dopo la pausa natalizia. Speriamo che arrivino presto le prossime vacanze. Giovedı̀, 5 gennaio, ore 22.00 In soggiorno con una bottiglia di vino vuota, sei lattine di birra vuote e due pacchetti vuoti di patatine. Emily è nel Buckinghamshire. Tutto tranquillo sul fronte di Wimbledon. Che giornata! Il rientro a scuola è stato un disastro. Ho costretto gli alunni dell’ultimo anno a guardare un video e metà classe si è addormentata. Gavin Haines russava cosı̀ forte che i ragazzi rimasti svegli non riuscivano a sentire la televisione. Lo avrei svegliato ma, a essere sincero, non ne avevo la forza. La terza si è beccata le diapositive sul Medioevo (senza commento). All’ora di pranzo ho fumato una sigaretta con Rory Wilkinson (arte) e gli ho raccontato del bambino e della mia lite coniugale. « Certo che ormai non si può più tornare indietro, no? » ha commentato Rory. « Ma cosa posso fare? Non so se sono pronto. » « Be’, puoi passare i prossimi nove mesi a rimuginare, oppure puoi accettare la cosa e prepararti a fare il papà. » « Sono le sole opzioni che ho? » « Potresti scappare, ma non credo che sia una gran mossa. Anche se Paul Gaugin ha prodotto alcune delle sue opere migliori dopo aver lasciato la moglie ed esser- 26 si trasferito in Polinesia » ha detto, e poi ha aggiunto: « Però è morto di sifilide ». « Ti saluto, Rory. » Ho passato il pomeriggio a riflettere sulla nostra conversazione e ho deciso che non voglio passare i prossimi nove mesi ingrugnito né morire di sifilide. Devo dimostrare a Emily che posso cambiare, crescere ed essere il marito e il padre che lei disperatamente desidera. Sono finalmente pronto per diventare quell’uomo. Ero impaziente di tornare a casa per dirglielo, ma il mio entusiasmo è durato poco perché quando sono rientrato a casa da scuola lei non c’era. Ho trovato un biglietto sul frigo. Ero stato abbandonato. Harry, capisco che non era tua intenzione agire da imbecille sconsiderato quando hai detto del bambino ai tuoi genitori. Capisco anche che sei terrorizzato all’idea di diventare padre, ma questa è una cosa che dobbiamo fare insieme. È un momento difficile e io devo sapere se tu ci sarai per me e per nostro figlio. Vado dai miei per un paio di giorni. Spero che questo ti dia il tempo per riflettere. Ti amo. Baci, Emily Non potevo crederci. L’ho chiamata immediatamente, ma ha risposto suo padre. Derek è un ex poliziotto ed è un tipo che incute timore. È alto due metri e largo più o meno lo stesso, e ha passato trent’anni a pattugliare le 27 strade di East London. Non è uno con cui si scherza. La conversazione non è andata nel migliore dei modi. « Salve, Derek. C’è Emily? » « Sı̀. » « Posso parlarle? » « In questo momento no. » « Perché? » « È turbata e credo che voglia parlare con noi. » « Del bambino? » « Bambino? Quale bambino? » Oh, cazzo. Evidentemente non gliel’aveva ancora detto. Mi avrebbe odiato. « Ehm... oh merda. » « Emily è incinta? » È stato allora che ho sentito Emily in sottofondo. « Emily vuole parlarti. » Gesù... « Ma cosa diamine hai nella testa? » mi ha urlato al telefono. « Io... scusami... » « Agghh! » e mi ha sbattuto giù il telefono. Questo è successo cinque ore fa. Da allora ho fatto fuori sei lattine di birra, mezza bottiglia di vino e un pacchetto di sigarette. Ho guardato su YouTube la tragica uscita dell’Inghilterra dall’Euro ’96 ai rigori contro la Germania (perché Gareth Southgate, perché?) e un classico di Baddiel and Skinner, Three Lions. Ho ascoltato anche un intero album di James Blunt. È stata una serata triste. Sono patetico. L’unica cosa positiva è che sono cosı̀ ubriaco che non sento più il dolore al fianco. 28 Venerdı̀, 6 gennaio, ore 4.00 Svegliato da un forte rumore di trapano proveniente dalla casa accanto. Forse dovrei andare da loro. Devo dare un’occhiata dentro prima di chiamare l’MI5. Non voglio sprecare denaro dei contribuenti, caso mai stessero semplicemente effettuando qualche riparazione in casa. Dinamitardi o amanti del bricolage? Ore 9.00 A casa. Sto mangiando un sandwich con i wurstel. Emily è ancora nel Buckinghamshire. Il dolore al fianco non è mai stato cosı̀ forte. La scorsa notte ho fatto un sogno erotico sulla ragazza che vive al civico 7. Ha solo diciotto anni, ma è uno schianto. Eravamo nel capanno in giardino, che era molto in disordine (devo assolutamente mettere a posto), e lei era nuda, ma quando mi ha tirato giù le mutande io ero senza pene! Piatto come Action Man. Poi è entrato il mio vecchio professore di matematica, Mr Rogers, che brandiva un batacchio enorme, e i due se ne sono andati insieme. Cosa vorrà dire? Oggi mi sono dato malato. Non riuscivo ad affrontare la scuola con il mio matrimonio a pezzi. Ho provato a chiamare Emily stamattina, ma dormiva ancora (a sentire sua madre). Devo vedere Ben alle dodici. Speriamo che almeno lui abbia una soluzione. 29 Ore 13.00 Canary Wharf. Ho appena finito una gustosa bistecca e un pasticcio di rognone. Ben è fuori, al telefono. Emily ancora nel Buckinghamshire. Ben sta organizzando una serata per soli uomini. Gli ho raccontato tutto e lui ha decretato che ho bisogno di « prendere le distanze da quel dramma e sbronzarmi alla grande ». Credo che Ben sia un vero genio. Adesso è al telefono e sta chiamando a raccolta la cavalleria. Questa sarà la mia prima serata fuori da tanto, tanto tempo. Sarà fantastica. Non dovrò preoccuparmi del bambino, di una moglie incazzata o dei vicini di casa potenziali terroristi. Stasera penserò solo agli amici, a ubriacarmi e a divertirmi. Proprio come ai vecchi tempi! Sabato, 7 gennaio, ore 11.00 A casa (per un pelo). Mi fa male la testa (tanto). Mi fa male il fianco (più della testa). Nausea mattutina (da dove viene?). Emily dorme al piano di sopra. NON BERRÒ MAI PIÙ ! Quasi certamente la peggior notte della mia vita. È cominciata bene, con qualche pinta a Covent Garden, ma arrivati in discoteca tutto ha cominciato ad andare a rotoli. Eravamo sulla pista da ballo a fare gli stupidi. Simon (Bano) Bannister (squalo di professione) ce la metteva tutta per rimorchiare ogni ragazza del locale. Richard (Ritchie) Dennis (commercialista e candidato al titolo 30 di individuo più serio del mondo) stava dando a una povera ragazza alcuni consigli sui suoi investimenti. Ben aveva attaccato bottone con una ragazza al bar e io ero cosı̀ ubriaco da non reggermi in piedi. Poi, verso mezzanotte, è scoppiato il casino. Una delle ragazze con cui stava ballando Bano aveva un fidanzato. Il quale era appena entrato con un paio di amici. Per farla breve, si sono sentite delle urla e un attimo dopo abbiamo visto Bano volare sulla pista. L’ora seguente è stata un pandemonio, col risultato che siamo stati tutti arrestati e abbiamo passato la notte alla stazione di polizia. E questa, purtroppo, non è la parte peggiore della serata. Per qualche motivo, quando mi hanno chiesto chi contattare ho dato il numero di Emily e la mattina, quando la luce è entrata dalla finestra della cella, ho visto lei e suo padre che aspettavano per riportarmi a casa. Non mi sono mai sentito cosı̀ in imbarazzo. Il viaggio in auto verso casa si è svolto in silenzio. Quando siamo arrivati, Derek se n’è andato (con un’occhiata minacciosa) ed Emily ha detto (con quel suo tono terrificante, tipico di quando non si capisce quanto sia arrabbiata): « Speravo che avresti usato questi due giorni per crescere. Non mi aspettavo di dover tornare per venire a prenderti in una stazione di polizia. Dire che sono delusa è dire poco. Adesso me ne vado a letto, su di sopra. Che non ti venga in mente di raggiungermi ». Come se non bastasse, i miei dovrebbero arrivare entro un’ora per festeggiare il loro primo nipotino. Fantastico. ASSAGGIO DI LETTURA IN ANTEPRIMA In libreria dal 24 aprile Titolo originale: Spiegelkind Traduzione dall’originale tedesco di Leonella Basiglini In copertina: foto © David Terrazas Morales / Getty Images Grafica Linda Ronzoni / Rumore Bianco Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it www.infinitestorie.it PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA Copyright © 2012 Arena Verlag GmbH, Würzburg www.arena-verlag.de through Giuliana Bernardi Literary Agency All rights reserved Casa Editrice Corbaccio è un marchio di Garzanti Libri S.r.l. Gruppo editoriale Mauri Spagnol © 2014 Garzanti Libri S.r.l., Milano www.corbaccio.it ISBN 978-88-6380-528-4 Prologo « Devi aiutarmi » dice lui. « Senza di te sono perso. Se accetti, se resti con me, se mi salvi, non te ne pentirai mai. Non ti pianterò mai in asso, te lo prometto. Io ti proteggerò. » « Sai cosa succede se non mantieni la promessa » replica lei. « Non me lo sono inventato io, è la Legge a stabilirlo. » « Corre voce che vi facciate da soli le vostre Leggi. » « È una bugia. » Silenzio. « Andiamo, so che lo vuoi anche tu » conclude lui. Lei tace. Siedono all’ombra, lei è più giovane di adesso. Non riesco a vedere i loro volti, ma il modo in cui lei china la testa, il modo in cui lui alza le spalle... li riconoscerei ovunque. La ragazza è mia madre. L’uomo è mio padre. Apro gli occhi, è notte, sono nel mio letto, sotto le coperte. Le cicatrici sulle spalle mi prudono. Non era un sogno. Sono stata non so dove, ho visto cose che non avrei dovuto vedere. Cose legate a quello che sono. Cose che non dovevo sapere. 3 La scomparsa « Meglio se non vedi » disse mio padre sbarrandomi la strada. « Perché? » domandai, cercando di infilarmi sotto il suo braccio appoggiato allo stipite. C’ero quasi riuscita, quando mi sentii afferrare per il cappuccio. « Ora meglio di no. » « Ma perché? » Scossi la testa per liberarmi dalla presa. Di solito evitava ogni contatto fisico. Lasciò andare il cappuccio, ma in compenso mi afferrò per le spalle. Sentii il peso delle sue mani. Papà era alto e magro, non certo un tipo robusto, piuttosto direi una specie di salice piangente. Si chinò verso di me per guardarmi negli occhi. Ricambiai lo sguardo, e lui distolse il suo. « Che significa? » Mi liberai dalla sua stretta. « Che ci fai qui? » « Juli » disse, stavolta senza guardarmi. « Devo dirti una cosa. » L’avevo capito, si comportava in modo troppo strano. E poi, che ci faceva a casa nostra? Era la settimana della mamma. Quando era il suo turno, papà non doveva farsi vedere in giro, e viceversa. Era l’accordo stabilito dagli avvocati, i miei genitori l’avevano sottoscritto in tribunale. Avrebbe perso di validità solo in caso di necessità. Il cuore cominciò a martellarmi contro le costole, mi sembrava di aver inghiottito Zero, il nostro canarino. Mi dominai per nascondere la paura che mi cresceva dentro. « Juli, figlia mia. » Parlò con una dolcezza insolita. « Devo dirti una cosa. È successa una cosa orribile. » Detti uno strattone e riuscii a entrare in casa. Corsi lungo il corridoio buio, tutte le porte erano chiu4 se. Riuscivo a malapena a vedere, fuori il sole era accecante. Inciampai sulle scarpe lasciate dai miei fratelli, Jaro e Kassie. Nelle settimane in cui era di turno la mamma, ogni cosa era fuori posto. Nelle settimane in cui era di turno papà, le scarpe erano nella scarpiera, le tazze nella credenza, con i manici rivolti tutti nella stessa direzione, e i giornali nel portariviste ordinati secondo la data d’uscita. Spalancai la porta del soggiorno. Nemmeno io, la mamma e i miei fratelli avremmo mai potuto fare un caos simile. I giornali erano sparpagliati sul pavimento. I vasi dei fiori rovesciati, la terra sparsa qua e là, gli steli spezzati e i petali sospesi nell’aria donavano alla stanza un’allegria fuori luogo. Le mensole dei libri erano vuote, i cassetti tirati fuori. La gabbia di Zero era aperta. A parte la piuma gialla che svolazzava attaccata alla grata, era vuota. Mi appoggiai allo stipite della porta, mi lasciai scivolare a terra e mi morsi le mani per l’agitazione. Ladri. C’erano stati i ladri. Papà mi raggiunse e mi si accovacciò accanto. « Non dovresti vedere uno spettacolo così orribile » disse. Mi voltai a guardarlo e lui si allontanò. Non so quando è successo, ma a un certo punto qualcosa nel nostro rapporto è cambiato. Quando ero piccola, veneravo mio padre. Poi dall’adorazione sono passata all’affetto e, un bel giorno, mi sono ritrovata a commiserarlo. Quando la mamma decise di lasciarlo, fu un duro colpo per lui. Dopo la separazione scoppiava a piangere già a colazione. Succedeva all’improvviso, al che io e i miei fratelli, imbarazzati, abbassavamo lo sguardo sui croissant. Se gli capitava di incrociare per strada il vicino, si sfogava anche 5 con lui, dicendo che la mamma si era comportata male ad abbandonare come un fulmine a ciel sereno la nostra bella famiglia unita. Se fosse stato qualcun altro ad agire così, l’avrebbe giudicato vergognoso. La storia del fulmine a ciel sereno non era per niente vera: da anni in casa c’era aria di temporale, l’atmosfera era carica di elettricità, i tuoni brontolavano all’orizzonte. La mamma aveva lasciato papà, ma non la famiglia. Jaro, Kassie e io c’eravamo ancora e la mamma non aveva certo intenzione di trascurarci. Ciononostante, sulle prime mi ero arrabbiata con lei per tutte le sofferenze che doveva patire papà per colpa sua. Un giorno, però, persi la voglia di consolarlo. Entrò una volta di troppo in camera mia, io ero quasi addormentata, mi svegliò per raccontarmi che si sentiva solo e che, in quanto figlia maggiore, avrei dovuto dedicarmi ancora di più a lui. Un controsenso, visto che fino a quel momento non aveva fatto che ripetere che avrei dovuto godermi spensierata gli ultimi anni dell’infanzia, prima che arrivasse la parte seria della vita. Al contrario di lui, dovevo solo preoccuparmi di andare a scuola e di imparare qualche regola. A suo tempo, per lui non era stato così, dovevo ritenermi fortunata. Probabilmente aveva ragione: a parte la separazione dei miei, per anni non avevo avuto grandi motivi di stress. Andavo a scuola in autobus e tornavo a casa. Avevo la sensazione che le faccende domestiche si facessero da sole. Nessuno mi chiedeva di badare ai miei fratelli: ci pensavano papà e mamma o i nonni. Non andavo mai a fare la spesa, non cucinavo. Dovevo solo tenere in ordine la mia stanza. A volte quasi mi annoiavo. Quando papà cominciò a pretendere il mio sostegno, 6 sulle prime cercai di accontentarlo. Facevo del mio meglio per prendermi cura di lui. Gli permettevo di accarezzarmi la testa e di piagnucolare che ero « il suo tesoro più grande », anche all’una e mezzo di notte correvo a portargli i fazzolettini profumati che produceva la sua ditta: in casa ne avevamo in gran quantità e di ogni fragranza. A poco a poco, però, smisi di credergli. Sapevo fin troppo bene che aveva molte facce. Faceva l’amministratore della Hydragon, una ditta di prodotti per l’igiene, e da piccola era sempre un’emozione quando avevo il permesso di andarlo trovare. Fu lì che scoprii che sapeva cambiare il tono di voce a seconda dell’interlocutore. Con la segretaria era freddo o dispotico. Con alcuni colleghi talmente affettuoso che parevano membri della nostra famiglia. Una volta, poi, assistetti a una scena al limite dell’incredibile: durante il colloquio con un uomo minuscolo e rugoso, incrociando curiosamente le gambe e piegandosi su se stesso era riuscito ad abbassarsi di una spanna senza darlo troppo a vedere. Stava parlando con un pezzo grosso della ditta. A un certo punto, quando papà arrivava con la valigia per iniziare la sua settimana con noi e, prima che la mamma se ne andasse, si fermava in cucina a parlare con lei di cose importanti, io cominciai ad andare in camera mia. Loro la chiamavano « la consegna », neanche fossimo pacchetti con su scritto « Attenzione, fragile! » « Tua madre è scomparsa » annunciarono papà e i poliziotti che fotografavano con i loro flash tutto quel caos. Una volante parcheggiò davanti alla porta di casa e un uomo ci raggiunse in cucina. Mi avevano detto di restare seduta e lasciar lavorare in pace gli agenti, perciò ero in cucina insieme a uno dei poliziotti che mi parlava del nipote, 7 che aveva pressappoco la mia età, tredici anni, e che era un asso del tennis. « Io non ho tredici anni, ne ho quindici! » dissi seccata. « E mia madre non è scomparsa. Qua dentro è successo qualcosa di terribile, lo vedrebbe anche un cieco. » Sui successi al tennis del nipote, avrei sorvolato anche in circostanze migliori: odiavo il tennis. Purtroppo non ero brava in nessuno sport. Ma il poliziotto sembrava non sentire. Probabilmente si era specializzato nel ridurre in poltiglia il cervello di adolescenti traumatizzati, in modo che non disturbassero durante i rilievi. Io, però, volevo essere d’aiuto. Volevo che si mettessero subito all’opera e che ritrovassero mia madre. Le persone non possono sparire di punto in bianco, di certo non in pieno giorno e in casa propria. Non nella nostra era: l’era della Normalità Assoluta. Perciò correvo in continuazione dai poliziotti che passavano al setaccio la casa, alzavano tappeti e giravano specchi, come se sotto o dietro ci fosse nascosta mia madre. « Stamattina era tutto ok, la mamma ci ha preparato la colazione, era di buonumore e voleva dipingere tutto il giorno. » Poiché ogni minimo particolare poteva essere importante, rovistavo nel cervello alla ricerca di ogni minuzia che potesse condurre a una spiegazione. Non mi ascoltarono. Come se non esistessi. Si riunirono in soggiorno, si scambiarono occhiate e cosa fecero? Non credevo ai miei occhi. Cominciarono a mettere a posto. Raccolsero i libri e li riposarono sulle mensole. Papà fece una smorfia: avrebbe preferito che li sistemassero in ordine alfabetico, ma i poliziotti non potevano certo saperlo. Uno di loro arrivò con uno scopino. Che scena ridicola 8 vedere quel gigante chino a spazzare via la terra dei vasi dal pavimento. Un altro raccolse i giornali e li ammucchiò sul davanzale. Un altro ancora guardò sbalordito la gabbia di Zero, quasi stentasse a credere che fosse davvero vuota. Poi richiuse la porticina con un’espressione eloquente. Corsi in soggiorno a riaprire la porta della gabbia. « Deve restare aperta, se Zero torna » dissi. Capitava spesso che Zero andasse in giro, la mamma gli apriva sempre la porta e lui aveva sempre ritrovato la via di casa. Papà mi guardò scuotendo la testa. « Ti ho detto di restare in camera tua ». « Credevo che avessi detto in cucina ». La mamma era sparita, qualcuno aveva devastato casa nostra: che importanza aveva in che stanza fossi? « E credevo anche che non si dovessero distruggere le impronte sulla scena di un delitto ». Parlai a bassa voce, ma sentirono lo stesso. Di colpo, sembrò che sulla stanza fosse calata una cortina di gelo. Per un attimo tutti smisero di spazzare e riordinare cronologicamente i giornali, e concentrarono gli sguardi su di me. « Chi ha mai parlato di delitto, tesoro? » domandò uno dei poliziotti, un tipo grassoccio con una pelata rosa e tre stelle sul braccio. Cercai di ricordarmi le lezioni di Legislazione al liceo, anche se erano più utili i polizieschi che ogni tanto papà guardava sui canali di intrattenimento. Da quando avevo compiuto quattordici anni, avevo il permesso di vederli anch’io. « Quando una persona viene portata via con la forza, è un delitto » tentai di dire. « Ma chi dice che sia stata portata via con la forza, piccola mia? » 9 Guardai i poliziotti, le loro facce lucide. Nessuno mi aveva mai parlato in questo modo. « Io » dissi. « Lo dico io. Hanno portato via mia madre e ne hanno approfittato per ribaltare la stanza. È chiaro come il sole. » I poliziotti si scambiarono occhiate e risate. Sembravano mansueti, ma qualcosa in quelle loro risate mi faceva paura. Il tipo grassottello e pelato mi si avvicinò. La scelta di starmi così appiccicato fu un errore strategico. Era piuttosto basso, mentre io ero più alta di quasi tutti i compagni di scuola. Perciò buona parte della sua altezzosità sparì nel momento esatto in cui, dopo avermi dato una pacca sulla spalla, mi disse in tono bonario: « Non c’è il minimo, il benché minimo indizio che tua madre sia vittima di un atto violento, bambina mia ». « Ma è evidente che è sparita. Nel nulla. O sbaglio? » Tentai di sembrare ragionevole e calma, anche se non era per niente facile. Il tizio si illuminò ancor di più e mi dette un’altra carezza. Ebbi un sussulto. Avevo paura che le sue dita scivolassero giù fino a toccare la cicatrice accanto alla scapola sinistra. Se fosse successo, lo avrei colpito di riflesso: non c’era punto del mio corpo più sensibile di quello. Ma non doveva succedere, per nessun motivo. Mi ero presa già troppe libertà. In fondo, potevo solo sperare che la smettessero di prendermi in giro come se nulla fosse successo e cominciassero a cercare mia madre. Quindi dovevo darmi un contegno e essere almeno gentile. Una delle materie complementari insegnate al liceo era « Elusione dei conflitti ». Si trattava di un corso facoltativo, ma papà aveva insistito perché lo frequentassi. La lezione consisteva principalmente nel formulare frasi colle10 gate fra loro ma talmente contorte che alla fine l’interlocutore aveva dimenticato l’argomento della discussione. Secondo papà si trattava di una delle capacità più importanti nell’era della Normalità. E intanto mi serviva a evitare battibecchi sia a scuola sia a casa. Probabilmente « Elusione dei conflitti » era stato il corso preferito di papà a scuola, perché quando litigava con la mamma non faceva mai un figurone. Lei, invece, urlava a gran voce. Certe volte i piatti volavano e finivano sul tappeto, papà si proteggeva la testa con le mani e la mamma, urlando a squarciagola, ci ricordava che nel nostro quartiere le pareti delle case erano sottili. Come se, in momenti simili, fosse lucida. « Tua madre non è qui, e allora? » mi disse il poliziotto. « Lo sai, piccola, a volte capita che alle mogli passi la voglia e se ne vadano. Lo capirai meglio quando sarai grande. » Rise. « E, allora, chi ha lottato qua dentro? » domandai. « Dove? » L’uomo in divisa si guardò intorno. Seguii il suo sguardo ed ebbi la sensazione di essere finita in un tranello. Nel frattempo la stanza era tornata quella di sempre, mancava solo il cinguettio di Zero. « Ma io l’ho visto con i miei occhi » dissi. « Era tutto sottosopra. » « Ma no » replicò il poliziotto facendo un gesto di diniego con la mano. « È stato solo un ladruncolo, un povero Freak che si è arrampicato dalla finestra in cerca di soldi e computer. Probabilmente gli sono girate le scatole perché non ha trovato quello che sperava e vi ha lasciato un bel ringraziamento. Di casi simili ne conosciamo anche troppi. Il consumo di droga tra i Freak è un problema sempre più grave. » Il poliziotto sospirò e raccolse la costa 11 strappata di un libro che il collega aveva dimenticato a terra. Rimasi in silenzio. Che cosa potevo rispondere? Un ladro che penetra in una casa del quartiere, a un’ora del giorno in cui le casalinghe sono ai fornelli e possono vedere dalla finestra della cucina la targa delle auto di passaggio? Anche se fosse, sarebbe stato un ladro molto stupido. O fuori di testa. « Per sicurezza, cambiamo la serratura e poi tornerà tutto come prima » disse il poliziotto, e i denti d’oro resero così sfavillante il suo sorriso che dovetti chiudere gli occhi. « E mia madre? » domandai. « Be’, le mamme vanno e vengono. » La sua risata fu troppo fragorosa persino per mio padre. « Va’ in camera tua a fare i compiti » mi disse in tono brusco, come se fosse tutta colpa mia. Obbedii, perché non volevo che vedessero le mie lacrime. Una Fata Volevo tanto credere che la mamma se ne fosse andata di sua spontanea volontà e che presto sarebbe tornata. Ma per quanto mi sforzassi di farlo, mi sembrava un’assurdità. Non avevo nemmeno le chiavi di casa e lei lo sapeva. Non usciva quasi mai. Al mattino aveva in programma di dipingere tutto il giorno, fino a che non rientravamo noi da scuola. Prima Kassie e Jaro, di solito quel giorno io avevo lezioni anche nel pomeriggio, ma stavolta erano sal12 tate. Per quanto papà cercasse di dipingerla come una che alla sera non sa più cosa ha detto al mattino, la mamma era una persona affidabile. « Smetti di parlare così di lei! » gli urlai, quando la sera dopo la scomparsa lo sorpresi a dire ai miei fratelli che molto probabilmente era partita per un viaggio. È una dalle idee strane, spiegò, magari ha conosciuto uno, va a sapere cosa le passa per la testa. La mia era sul punto di esplodere per la rabbia. Papà e i miei fratelli erano seduti al tavolo della cucina – Jaro gli con occhi sgranati, teso come un arco, Kassie abbandonata sulla sedia, un occhio strizzato. Papà stava raccontando quel che era successo, la sua versione dei fatti. O almeno cercava di farlo. Passai oltre, non ce la facevo ad ascoltarlo. « Tutte balle. La mamma non si sarebbe mai volatilizzata così! Era sempre contenta quando arrivava il suo turno di stare con noi, e quando toccava a te le mancavamo! Lei non si lamentava tutto il tempo come fai tu! » Papà si interruppe e mi guardò con un misto di rabbia e sorpresa. I miei fratelli restarono muti e impauriti, e persino io mi stupii di come mi ero rivolta a mio padre. Non avevo mai usato un tono simile con lui. In fondo, ero una liceale modello, una ragazza ben educata. Appena arrivati a casa, Jaro e Kassie si erano gettati al collo di papà. Per quanto poco convinto, aveva dichiarato di avere tutto sotto controllo, ma anche loro intuivano che era successo qualcosa di brutto. Al contrario di me, credevano a ogni sua parola. A quanto pare, però, questo non bastava a consolarli. In realtà mi ero ripromessa di tenere la bocca chiusa. Il sospetto che alla mamma fosse accaduto qualcosa di brutto volevo tenerlo per me, non volevo piangere, non volevo 13 arrabbiarmi, per non spaventare ancor di più i miei fratellini. Non dovevano provare il mio stesso senso di abbandono, non dovevano stare male. Ciononostante, non potevo sentire le stupide bugie di papà su nostra madre. « Se lo ripeti un’altra volta, non ti parlo più » sibilai, prima che prendesse in braccio Kassie. Amava portarsela in giro. Quando c’era papà, lei si comportava come una bambinetta, ma era una gran furba. Non so come, riuscii ad arrivare viva alla fine della giornata, mangiai un paio di panini per cena, mi lavai i denti e mi infilai a letto. Dopo aver girato più volte la chiave nella toppa, mi raggomitolai sotto le coperte. Era la prima volta che mi chiudevo a chiave nella mia stanza. Sentii Jaro piangere in corridoio. Bussò alla mia porta, ma avevo infilato la testa sotto il cuscino per prendere sonno. Jaro continuava a bussare, ma non mi mossi dal letto. Non potevo occuparmi anche di lui, stavo già abbastanza male per conto mio. Finii per restare sveglia tutta la notte a rimuginare. Rinunciai a ogni tentativo di prendere sonno. Non facevo che pensare a quello che era successo durante la giornata, a partire dall’attimo in cui avevo capito che qualcosa era andato storto. Probabilmente era stato l’istante esatto in cui avevo visto papà sulla porta. Non ero contenta di vederlo, non era la sua settimana. Ero preparata a un litigio tra i miei genitori, sulle prime avevo pensato che papà avesse violato di nuovo gli accordi. Capitava che si facesse vivo quando era di turno la mamma « solo per dire ciao! » Si aggirava per la cucina, voleva parlare con noi, ci faceva innervosire. Quando se ne andava, eravamo al settimo cielo. In fondo esisteva un accordo, e di solito papà aveva la fissa degli accordi, specie se scritti. 14 Più rimuginavo, più stentavo a credere che alla mamma fosse successo qualcosa di brutto. Mi rifiutavo di crederlo. Partivo dal presupposto che era tutto un malinteso, magari un piccolo incidente, uno stupidissimo ladruncolo che la mamma aveva... colto sul fatto? In un modo o nell’altro, la situazione si sarebbe chiarita, la mamma sarebbe tornata a casa, papà se ne sarebbe andato e avrebbe cominciato il suo turno settimanale un giorno più tardi, per compensare questo giorno extra. Era previsto dagli accordi: ciascun genitore era tenuto a recuperare il tempo perso causa forza maggiore. Ultimamente, per esempio, papà spesso stava male e così era la mamma a occuparsi di noi anche durante il suo turno. Poi, per recuperare, lui si tratteneva due settimane di seguito. Riflettevo sotto le coperte: non avevo ancora capito che quella sera, nel preciso istante in cui ero tornata a casa e avevo trovato papà invece della mamma, il mio mondo aveva cominciato a stravolgersi. Per quanto vaga, l’idea che quella che avevo vissuto finora non era stata la mia vera vita mi spaventava. Mi tirai la coperta fin sopra la testa, un sipario che si abbassava su pensieri che mi turbavano. Non volevo cambiamenti. Avrei aspettato fino all’indomani, ma poi, per favore, tutto doveva tornare come prima. Non volevo un’altra vita. La mia era ok, d’accordo, niente di eccitante, ma era pur sempre la mia vita. Probabilmente il cambiamento era iniziato proprio quella sera. Ma forse non me ne ero resa conto, visto che non pensavo neanche lontanamente a cambiare me stessa. Ero sempre stata Juliane Rettemi, liceale modello, la seconda più alta del mio anno, con le guance paffute che mi facevano sembrare anche più piccola, e parecchio sotto la media quanto a inviti alle feste di compleanno. 15 Avevo capelli normalissimi (castani, lunghi fino alle spalle, leggermente scalati), avevo fatto le stesse vaccinazioni dei miei coetanei, avevo i denti sani e una cartella fabbricata da uno dei più stimati artigiani del cuoio. Quando, durante l’ora di attività sportiva, ci mettevamo in riga davanti a uno specchio, l’unica cosa che mi permetteva di emergere tra la massa di studentesse era l’altezza. L’unico mio segno distintivo erano le due cicatrici simmetriche e lunghe circa tre centimetri che avevo sulle scapole. Mi ero ferita cadendo da piccola, ma ormai me ne ero dimenticata. A volte le cicatrici mi davano il prurito. Nell’ora di nuoto indossavo un costume con spalline molto larghe, così che nessuno potesse vederle. Le cicatrici erano una cosa da Freak, loro le trovavano così chic. Una volta papà mi aveva raccontato che i Freak amano ferirsi con coltelli e marchi a fuoco per farsi notare ancora di più. Non c’è da stupirsi, quindi, se cercano sempre di sbronzarsi, l’alcool serve a sopportare meglio. Non mi piaceva sentire papà che parlava di questa setta, mi dava il voltastomaco. Da quando i miei genitori avevano deciso di non abitare più sotto lo stesso tetto, ma di darsi il cambio ogni settimana, la mia vita era un po’ più rilassata. A dire il vero, nelle settimane della mamma non era cambiato granché, a parte il fatto che erano cessati i litigi e i silenzi. E anche se nelle prime settimane con papà ero lacerata dalla compassione, era sempre meglio che sopportare l’atmosfera respirata durante tutti gli anni in cui avevano cercato di restare insieme per il bene dei figli. Dopo la separazione, mio fratello Jaro e mia sorella Kassie stavano anche meglio, o almeno così credevo. Erano gemelli, avevano sette anni e in estate avevano iniziato 16 la prima elementare. Il mio liceo, come tutte le scuole secondarie, cominciava a partire dal quinto anno. A differenza di me, i gemelli potevano vestirsi normalmente. Invece, io nell’armadio avevo due uniformi: una nera per tutti i giorni, e un’altra composta da una giacca e una gonna a quadretti blu e rossi per le feste. E poi alcune camicie bianche. La gonna arrivava quasi al ginocchio, e quando indossavo l’uniforme nera somigliavo a una cornacchia. Era raro trovare una ragazza che stesse bene vestita in quel modo, ma il preside un giorno sì e un giorno no ci diceva che dovevamo essere orgogliose dell’uniforme: chiunque guardandoci avrebbe capito che frequentavamo una scuola d’élite e che il futuro della Normalità era nelle nostre mani. A me il futuro non interessava, se non per una domanda: quando avrei rivisto mia madre? Continua in libreria e in eBook... 17 La trama Quando Juli rientra da scuola trova la polizia e la casa sottosopra. Sua madre Laura è scomparsa. Sconvolta, si rende conto che nessuno, nemmeno suo padre, da cui Laura si è separata, si stupisce e si preoccupa che possa essere accaduto qualcosa di terribile. Con l’aiuto di una nuova amica, una ragazza un po’ strana e piena di inspiegabili risorse, Juli si lancia nell’avventurosa ricerca di sua madre. Scoprirà una realtà inaspettata, che da sempre le era stata nascosta: Laura è un’artista e i suoi quadri, che Juli pensava fossero rimasti solo entro le mura dell’atelier casalingo, sono in realtà molto apprezzati e custodiscono al loro interno un incredibile segreto. Ma non basta: Laura non è considerata una donna come tutte le altre e quelle come lei, che hanno poteri speciali, nell’era della normalità assoluta sono temute e al tempo stesso disprezzate. Per Juli la verità apre improvvisamente nuovi orizzonti e il mondo nel quale era vissuta fino a quel momento, rigido e convenzionale, inizia a starle stretto. Outcast è la storia di una ragazza che si sta affacciando al mondo adulto, della sua ricerca di identità e della sua ribellione all’ordine di un mondo solo apparentemente perfetto. L’autore Alina Bronsky, classe 1978, era una studentessa di medicina e copywriter pubblicitaria fino al giorno in cui inviò il suo manoscritto ricevendo immediatamente un’offerta da tre editori. Outcast, il suo romanzo d’esordio è stato subito apprezzato dal pubblico e dalla critica tedesca più prestigiosa, ricevendo nomination per importanti premi quali il German Book Award e il German Juvenile Literature Award. Lo Spiegel ha definito Alina Bronsky « una delle voci più promettenti della nuova generazione ». I suoi romanzi sono in via di pubblicazione in più di 15 paesi, tra cui gli Stati Uniti. «Uno splendido romanzo. Un libro intelligente. Lo consiglio a tutti!» Kerstin Gier, autrice dei bestseller Red, Blue e Green «Un libro forte, un’autrice che sa tenere i propri lettori con il fiato sospeso.» Frankfurter Allgemeine Zeitung «Vi basteranno le prime pagine per innamorarvi di questo libro.» NDR È NATO IL NUOVO RE DEL THRILLER CHE FARÀ CROLLARE TUTTE LE TUE DIFESE www.questavoltatoccaate.com Volevi lasciarti il passato alle spalle Volevi dimenticare le tue origini Ma hai sbagliato i tuoi conti DAL 15 MAGGIO IN LIBRERIA M.J. ARLIDGE QUESTA VOLTA TOCCA A TE ROMANZO «Un esordio internazionale sconvolgente» The Bookseller M.J. Arlidge QUESTA VOLTA TOCCA A TE Romanzo Traduzione di Giovanni Arduino Un estratto in anteprima In libreria dal 15 maggio www.questavoltatoccaate.com Titolo originale: Eeny Meeny Traduzione dall’originale inglese di Giovanni Arduino Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it Il sito di chi ama i libri PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA Copyright © M.J. Arlidge, 2014 The moral right of the author has been asserted All rights reserved First published in Great Britain in the English language by Penguin Books Ltd. Casa Editrice Corbaccio è un marchio di Garzanti libri S.r.l. Gruppo editoriale Mauri Spagnol © 2014 Garzanti Libri S.r.l. www.corbaccio.it ISBN 978-88-6380-763-9 Sam dorme. Potrei ucciderlo ora. È voltato dall’altra parte: non sarebbe difficile. Se mi sentisse, forse reagirebbe? Proverebbe a fermarmi? O sarebbe solo contento per la fine di un incubo? Meglio non pensarci. Devo concentrarmi su ciò che resta di vero e di buono. Però, quando sei prigioniera, i giorni sembrano infiniti e la speranza è la prima a morire. Mi scervello alla ricerca di ricordi felici per allontanare i pensieri più cupi, ma sono sempre più faticosi da evocare. Siamo qui da appena dieci giorni (o undici?) e la vita normale pare già lontanissima. Quando è successo, stavamo tornando in autostop da Londra dopo un concerto. Diluviava e una processione di automobilisti ci aveva sorpassati senza degnarci di un’occhiata. Eravamo fradici fino al midollo e pronti a gettare la spugna quando finalmente si era fermato un furgone. L’interno era caldo e asciutto. Ci venne offerto del caffè da un thermos. Il profumo bastò a tirarci su di morale. Il gusto si rivelò ancora meglio. Senza saperlo stavamo assaporando la libertà per l’ultima volta. Ripresi i sensi con una feroce emicrania. Avevo la bocca impastata di sangue. Non ero più nel furgone ma in un posto gelido e buio. Stavo sognando? Un rumore alle mie spalle mi fece sobbalzare. Era solo Sam che cercava di alzarsi barcollando. Eravamo stati derubati. Derubati e mollati chissà dove. Gli occhi si abituarono all’oscurità. Arrancai carponi, graffiando le pareti che ci circondavano. Mattonelle dure e fredde. Urtai Sam, sorreggendolo per un attimo, respirando a pieni polmoni quel suo odore che adoravo. Poi tutto finì e mi resi conto dell’orrore della nostra situazione. 5 Eravamo in una piscina in disuso. Dimenticata, cadente, denudata dei trampolini, dei cartelli e persino delle scalette. Avevano arraffato l’arraffabile, lasciandosi dietro una profonda vasca liscia dalla quale era impossibile arrampicarsi fuori. Qualcuno stava ascoltando le nostre urla? Probabile. Non appena ci zittimmo, suonò un cellulare e per un breve, fantastico momento pensammo che qualcuno stesse arrivando a salvarci. Poi lo schermo di un telefonino brillò sul pavimento della piscina, giusto di fianco a noi. Sam restò immobile e così scattai di corsa. Perché io? Perché doveva toccare sempre a me? « Salve, Amy. » La voce dall’altra parte era distorta, feroce. Avrei voluto chiedere pietà, spiegare che avevano commesso un terribile sbaglio, ma il fatto che conoscessero il mio nome frenò qualsiasi iniziativa. Non risposi nulla mentre la voce proseguiva, calma e implacabile. « Vuoi vivere? » « Chi sei? Che cosa ci hai fat... » « Vuoi vivere? » Sono muta. Ho la lingua bloccata. E dopo: « Sì ». « Vicino al cellulare troverai una pistola. Caricata con una sola pallottola. Destinata a te o a Sam. Il prezzo della libertà. Uccidere per non morire. Vuoi vivere, Amy? » Non riesco ad aprire la bocca. Mi viene da vomitare. « Allora, sì o no? » Il cellulare si spegne. « Che cosa hanno detto? » mi chiede Sam. Lui mi dorme accanto. Potrei farlo ora. La donna gridò di dolore per poi fermarsi. Strisce rosso porpora iniziarono a sollevarsi lungo la schiena. Jake rialzò lo scudiscio e lo 6 fece calare con uno schiocco. Lei si dibatté, lamentandosi, e alla fine sussurrò: « Ancora ». Di solito non diceva altro. Non era loquace, a differenza del resto dei clienti. I dirigenti, i ragionieri e gli impiegati intrappolati in relazioni dove il sesso era un miraggio morivano dalla voglia di comunicare, di piacere al Master che li castigava in cambio di denaro. Quella donna era diversa, un vero mistero. Non gli aveva mai riferito come l’avesse trovato. O perché venisse da lui. Con chiarezza e decisione elencava istruzioni e desideri, esortandolo a sbrigarsi. Jake iniziava sempre legandole stretti i polsi con due cinghie di cuoio borchiato, in modo da fissarle le braccia alla parete. Ceppi di ferro attorno alle caviglie le bloccavano i piedi al pavimento. Gli abiti erano messi da parte con cura sull’apposita sedia e lei se ne stava lì, con la sola biancheria intima, nell’attesa di venire punita. Niente giochi di ruolo. Nessun « per piacere non farmi del male, paparino » o « sono una ragazzaccia cattiva ». Voleva solo essere picchiata. In un certo senso per Jake era un sollievo. Dopo un po’ qualsiasi lavoro si trasforma in routine ed era piacevole non essere obbligato ad assecondare le squallide fantasie di aspiranti schiavi. Però era anche frustrante che lei rifiutasse un vincolo canonico. La fiducia è l’elemento basilare di ogni incontro BDSM. I sottomessi devono capire di trovarsi in mani sicure, che il Master conosce la loro personalità e le loro richieste, in modo che il rapporto sia appagante e senza rischi per entrambi. Senza tali premesse, l’incontro può rapidamente degenerare in un’aggressione o addirittura una violenza: un’eventualità che l’uomo non intendeva nemmeno considerare. E così se l’era lavorata un po’ alla volta, una domanda occasionale qui, un commentino là. Con il passare del tempo aveva scoperto l’essenziale: che non era originaria di Southampton, non aveva una famiglia, si stava avvicinando alla quarantina ma non le pesava. Dai loro appuntamenti aveva anche appurato che adorava il dolore. Non le interessava il sesso. Non voleva essere stuzzicata 7 o titillata. Il suo unico desiderio era venire punita. Le scudisciate non erano mai state eccessive, ma brutali e senza tregua. Alta, tonica e muscolosa, aveva un fisico in grado di sopportarle, e i segni di vecchie cicatrici lasciavano intendere che non fosse una novellina del giro BDSM. Però, nonostante le insistenze e le caute domande, Jake era sicuro di un solo particolare. In un’occasione, mentre la donna si rivestiva, un tesserino di riconoscimento le era scivolato dalla tasca del giubbotto. Lei l’aveva raccattato dal pavimento in un batter d’occhio, erroneamente convinta che l’uomo non l’avesse visto. Jake pensava di essere bravo a inquadrare le persone, ma quella cliente era stata capace di sorprenderlo. Se non avesse notato il tesserino, mai avrebbe immaginato che era una poliziotta. Amy è accovacciata a qualche metro da me. Non si sente più a disagio e orina sul pavimento senza ombra di imbarazzo. Osservo il sottile getto di piscio irrorare le mattonelle e spruzzarle di rimbalzo le mutandine luride. Solo poche settimane fa mi sarei voltato, ma ora è diverso. Il rivolo giallo scende lento e tortuoso per unirsi alla pozzanghera stagnante e putrida che si è allargata sul fondo della piscina. Ne fisso il percorso come ipnotizzato ma alla fine l’ultima goccia scompare e lo spettacolo ha termine. Lei torna a rintanarsi nel suo angolino. Non una parola di scuse, non un cenno di riscontro. Siamo diventati due animali, non ci preoccupiamo più di noi stessi o degli altri. Non è stato sempre così. All’inizio eravamo furiosi, sprezzanti. Convinti che non saremmo crepati qui, che insieme avremmo potuto cavarcela. Amy mi è salita sulle spalle, le unghie che le si spezzavano mentre artigliava le mattonelle, sforzandosi di raggiungere il bordo. Quando non ha funzionato, ha cercato di spiccare un 8 balzo direttamente dalla mia schiena. Purtroppo la piscina è profonda quattro metri e mezzo, forse di più, e la salvezza non sembra essere a portata di mano. Abbiamo provato a usare il cellulare, ma era bloccato con il PIN e, dopo avere tentato una serie di combinazioni, si è scaricato completamente. Abbiamo urlato e strillato fino a sgolarci. Per tutta risposta, solo la nostra eco che si prendeva gioco di noi. A volte sembra di trovarsi su un pianeta lontano, senza altri esseri umani nel raggio di chilometri. Natale è alle porte, di sicuro qualcuno ci sta cercando, ma è difficile credere che siamo qui, circondati da un silenzio eterno e spaventoso. Fuggire è impossibile e ci accontentiamo di sopravvivere. Ci siamo rosicchiati le unghie fino a farci sanguinare le dita, per poi succhiarle avidi. All’alba abbiamo leccato la condensa dalle mattonelle, ma i crampi di stomaco non si sono alleviati. Abbiamo considerato di mangiarci i vestiti... per poi ripensarci. Di notte si gela e non moriamo assiderati solo grazie ai nostri pochi stracci e al nostro calore reciproco. È la mia immaginazione o i nostri abbracci si sono fatti più tiepidi? Più incerti? Fin dall’inizio ci siamo tenuti stretti giorno e notte, spronandoci a resistere, con il terrore di restare abbandonati in questo luogo tremendo. Ci inventiamo sciocchi passatempi, immaginandoci che cosa succederà quando arriveranno a salvarci: che cosa mangeremo, che cosa racconteremo a mamma e papà, che cosa riceveremo in regalo per Natale. Lentamente questi giochetti si sono fatti più rari, mentre ci rendiamo conto che siamo stati portati qui con uno scopo preciso e che per noi due non ci sarà nessun lieto fine. « Amy? » Silenzio. « Amy, per favore, dimmi qualcosa. » Non mi guarda. Non mi parla. L’ho persa per sempre? Cerco di indovinare i suoi pensieri, ma invano. 9 Forse non è restato niente da dire. Abbiamo tentato di tutto, perlustrato ogni centimetro della nostra prigione alla ricerca di una possibilità di fuga. Solo la pistola è rimasta inviolata. Immobile, pare chiamarci. Sollevo il capo e sorprendo Amy che la fissa. Incrocia il mio sguardo e subito dopo abbassa il suo. Sarebbe capace di stringerla in pugno? Due settimane fa lo avrei ritenuto assurdo. Ma adesso? La fiducia è qualcosa di fragile, difficile da guadagnare e semplice da perdere. Non sono più certo di nulla. So unicamente che uno di noi due è destinato a morire. Helen Grace inchiodò davanti alla stazione centrale della polizia di Southampton. Il palazzo avveniristico di vetro e arenaria torreggiava sopra di lei, stagliandosi imponente sulla città e il porto. Aveva solo un paio d’anni e come tana di sbirri faceva indubbiamente colpo. Strutture di detenzione all’avanguardia, attrezzatura per i test forensi della SmartWater, un distaccamento interno del CPS, il Servizio giudiziario della Corona: tutto ciò di cui un poliziotto moderno aveva bisogno. Parcheggiò la moto ed entrò. « Dormi sul lavoro, Jerry? » L’agente del banco informazioni finì bruscamente di sognare a occhi aperti, assumendo un’aria indaffaratissima. Gli altri si drizzavano sempre sulla sedia quando lei arrivava. Non solo perché era un’ispettrice ma anche per il suo portamento. Fasciata nel completo di pelle da motociclista, era un metro e ottanta di pura ambizione ed energia. Mai in ritardo, mai malata, mai con i postumi di una sbronza. Viveva e respirava per il suo lavoro con un fervore che i colleghi potevano soltanto sognarsi. Helen puntò dritta agli uffici della squadra anticrimine. Il fiore all’occhiello della polizia di Southampton poteva anche essere qualcosa di rivoluzionario, ma la città che proteggeva non era 10 cambiata. Controllando il numero dei casi, l’ispettrice rimase scoraggiata dalla loro prevedibile banalità. Una lite domestica sfociata in un omicidio, con due vite a pezzi e un bambino preso in custodia. Il tentato omicidio di un tifoso dei Saints da parte dei sostenitori in trasferta del Leeds United e per ultimo il brutale assassinio di un ottantaduenne durante uno scippo andato storto. Gli aggressori avevano abbandonato il portafoglio fuggendo dalla scena del crimine, regalando alla polizia un’impronta digitale perfetta e la possibilità di un’identificazione istantanea. Il responsabile era una vecchia conoscenza delle forze dell’ordine cittadine, uno dei tanti balordi che aveva distrutto una famiglia ignara appena prima di Natale. Quel mattino Helen avrebbe dovuto ragguagliare il CPS sui dettagli del caso. Aprì il dossier, determinata ad accertarsi che le accuse contro quel piccolo teppista fossero a prova di bomba. « Non metterti troppo comoda. C’è del lavoro in arrivo. » Le si avvicinò il sergente Mark Fuller. Uno sbirro piacente e in gamba, aveva lavorato fianco a fianco con Helen per gli ultimi cinque anni. Omicidi, sequestri di minori, stupri, prostituzione: lui l’aveva aiutata a risolvere parecchi casi sgradevoli e lei aveva iniziato a contare sullo zelo, la dedizione e l’audacia dell’uomo. Ultimamente un brutto divorzio aveva avuto il suo peso e Fuller era diventato imprevedibile e inaffidabile. Helen restò amareggiata notando che puzzava di nuovo d’alcol. « Una ragazzina che sostiene di avere ucciso il fidanzato. » Il sergente sfilò una foto dalla cartellina e gliela consegnò. Sull’angolo superiore destro, il timbro inconfondibile dell’ufficio persone scomparse. « La vittima si chiamava Sam Fisher. » La donna abbassò lo sguardo sull’istantanea di un giovane dalla faccia pulita. Aspetto curato, ottimista, forse leggermente ingenuo. Mark restò in silenzio per un attimo, dandole il tempo di esaminare la foto, prima di passargliene una seconda. « La nostra indiziata. Amy Anderson. » Lei non riuscì a nascondere la propria sorpresa mentre studiava 11 l’immagine. Una bella ragazza dall’aria anticonformista, al massimo ventunenne. Con i lunghi capelli sciolti, gli stupendi occhi blu cobalto e le labbra delicate, sembrava il ritratto della giovinezza e dell’innocenza. Helen raccattò il giubbotto. « Non ci resta che andare. » « Vuoi che guidi io o... » « Lascia fare a me. » Scesero al parcheggio senza scambiarsi una parola. Lungo la strada, l’ispettrice recuperò un’agente dell’investigativa che da tempo collaborava con l’Ufficio persone scomparse. La spumeggiante Charlene « Charlie » Brooks era un ottimo elemento, efficiente e coscienzioso, che si rifiutava categoricamente di vestirsi da sbirro. Il piatto forte di quel giorno erano un paio di pantaloni aderenti di pelle. Non era compito di Helen riprenderla per il suo abbigliamento, anche se ne fu tentata. In auto il puzzo di alcol stantio dell’alito di Mark era ancora più forte. La Grace lo guardò di traverso prima di abbassare il finestrino. « Che cosa abbiamo? » chiese. Charlie aveva già spalancato il suo dossier. « Amy Anderson. Ne è stata denunciata la scomparsa poco più di due settimane fa. Vista per l’ultima volta a un concerto a Londra. Ha mandato un’email alla mamma la sera del due dicembre, avvertendola che sarebbe ritornata in autostop con Sam prima di mezzanotte. Da allora più nessuna notizia. È stata la madre a telefonarci. » « E poi? » « Salta fuori stamattina al Parco delle Meraviglie, racconta di avere ammazzato il suo ragazzo e dopo si chiude a riccio. Completamente muta. » « E dov’è stata tutto questo tempo? » Mark e Charlie si scambiarono un’occhiata. « Ne sappiamo quanto te », rispose alla fine il sergente. Continua in libreria... UN THRILLER ENIGMATICO HIGH CONCEPT GIÀ DIVENTATO CASO EDITORIALE UNO DEGLI ESORDI PIÙ DESIDERATI DI QUESTA STAGIONE LETTERARIA ALLA FIERA DI LONDRA HA GIÀ STREGATO LA STAMPA, I LETTORI E GLI EDITORI DI TUTTO IL MONDO L’AUTORE È UNO DEI MAGGIORI SCENEGGIATORI TELEVISIVI INGLESI DEL MOMENTO CON LO STILE DEI GRANDI MAESTRI DEL THRILLER WWW.QUESTAVOLTATOCCAATE.COM Prima edizione: aprile 2014 Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it Traduzione dall’inglese di Adria Tissoni Titolo originale dell’opera: A Beautiful Wedding © 2013 by Jamie McGuire ISBN 978-88-11-68760-3 © 2014, Garzanti Libri S.r.l., Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol www.garzantilibri.it 1. L’ALIBI ABBY Lo sentii arrivare: un malessere ostinato, intenso, che si diffuse a poco a poco in tutto il corpo. Più cercavo di ignorarlo, più diventava insopportabile. Era come un prurito irrefrenabile, un urlo che salisse in gola dal profondo. Secondo mio padre il forte istinto di scappare quando la situazione si faceva critica era una specie di tic, un meccanismo di difesa innato negli Abernathy. Lo avevo avvertito pochi istanti prima dell’incendio, e lo avvertivo anche ora. Seduta nella camera di Travis, poche ore dopo l’incendio, avevo il cuore che mi batteva all’impazzata e i muscoli scossi da spasmi. L’istinto mi diceva di guadagnare la porta, di andarmene, di fuggire, di rifugiarmi in qualsiasi altro posto ma non lì. Eppure, per la prima volta in vita mia, non volevo andarmene sola. Non riuscivo quasi a concentrarmi su quella voce che amavo tanto, su Travis che mi stava raccontando quanta paura avesse avuto di perdermi, e quanto fosse stato vicino alla salvezza quand’era corso nella direzione opposta, verso di me. Erano morte tante persone, molti sconosciuti dello State, ma altri erano ragazzi che vedevo in mensa, in classe, agli altri incontri. Noi in qualche modo ce l’eravamo cavata e ora ci trovavamo a casa sua a elaborare i fatti. Provavamo paura e senso di colpa nei confronti di chi non ce l’aveva fatta. Mi sembrava di avere i polmoni pieni di fiamme e di ragnatele, e non riuscivo a togliermi dal naso l’odore acre di pelle bruciata. Era persistente, e malgrado mi fossi fatta una doccia, 9 lo sentivo ancora, misto al profumo di menta e lavanda del sapone che avevo usato per ripulirmi. Altrettanto indimenticabili erano i rumori. Le sirene, i gemiti, le voci agitate e terrorizzate, le urla di quanti arrivavano sul posto per poi scoprire che i loro amici erano ancora dentro. Erano tutti uguali: sporchi di fuliggine, con la stessa espressione di sconcerto e di disperazione sul volto. Era stato un incubo. Nonostante faticassi a concentrarmi, sentii Travis dire: «L’unica cosa di cui ho paura è una vita senza di te, Pigeon». Eravamo stati fin troppo fortunati. Anche in quella stanza buia di Las Vegas, aggrediti dagli scagnozzi di Benny, avevamo avuto la meglio. Travis era davvero invincibile. Ma far parte del Cerchio e dare una mano a organizzare incontri in condizioni non sicure, che avevano causato la morte di numerosi ragazzi…be’, quella era una sfida che neanche lui poteva vincere. La nostra relazione aveva retto a tante cose, però ora Travis rischiava il carcere. Forse ancora non lo sapeva, ma era l’unico ostacolo che avrebbe potuto separarci. L’unico su cui non avevamo alcun controllo. «Allora non hai niente da temere», dissi. «Siamo uniti per sempre.» Lui sospirò e avvicinò le labbra ai miei capelli. Non credevo fosse possibile provare un sentimento simile per una persona. Mi aveva protetto. Ora toccava a me farlo. «Ecco», affermò. «Cosa?» «Nell’istante stesso in cui ti ho conosciuto, ho sentito che in te c’era qualcosa di cui avevo bisogno. Ma non era qualcosa. Eri tu.» A quelle parole mi sciolsi. Lo amavo. Lo amavo e dovevo fare tutto il possibile per aiutarlo, al di là di quello che avrebbe comportato e per quanto sembrasse assurdo. Dovevo convincerlo. Mi appoggiai a lui, premendogli la guancia sul petto. «Siamo noi due, Trav. Niente ha senso se non siamo insieme. Lo sai?» «Ma se te lo sto dicendo da un anno! È ufficiale: ragazze 10 stupide, incontri, separazioni, Parker, Las Vegas…incendi persino. La nostra relazione può sopravvivere a tutto.» «Las Vegas?» feci. In quell’istante mi venne in mente l’idea più folle che avessi mai concepito, eppure quando guardai nei suoi intensi occhi castani mi sembrò perfettamente logica. Quegli occhi rendevano tutto logico. Aveva il viso e il collo ancora sporchi di sudore e di fuliggine, il che mi ricordò quanto fossimo stati vicini a perdere tutto. La mia mente era un turbine di pensieri. Bastava l’indispensabile: saremmo potuti uscire nel giro di cinque minuti. Gli abiti li avremmo comprati là. Prima fossimo partiti, meglio sarebbe stato. Nessuno avrebbe pensato che due persone prendessero un aereo subito dopo una tragedia simile. Era illogico, il che era esattamente il motivo per cui dovevamo farlo. Dovevo portare Travis lontano per una ragione precisa e plausibile, malgrado sembrasse una follia. Ma in fondo folli un po’ lo eravamo. E se avessero avuto la prova che alcune ore dopo ci trovavamo a Las Vegas per sposarci, gli investigatori avrebbero forse messo in dubbio la testimonianza delle decine di ragazzi che avevano visto Travis combattere a Keaton Hall quella sera. Era un’assoluta pazzia, ma non sapevo che altro fare. Non avevo il tempo di studiare un piano migliore. Avremmo già dovuto essere su quell’aereo. Travis mi stava fissando in attesa, pronto ad accettare incondizionatamente qualsiasi cosa mi fosse uscita dalle labbra. Maledizione, non potevo perderlo ora, non dopo tutto quello che avevamo passato per arrivare fin lì. A detta di tutti eravamo troppo giovani per sposarci, troppo imprevedibili. Quante volte ci eravamo feriti, quante volte avevamo litigato per finire a letto subito dopo? Però avevamo appena visto quanto fosse fragile la vita. Chi sapeva quando sarebbe giunta la fine? Lo guardai, decisa. Travis era mio, e io sua. Se avevo capito qualcosa, era che solo questo contava. Travis s’incupì. «Sì?» «Hai mai pensato di tornarci?» 11 Lui sollevò le sopracciglia. «Non credo che sia una buona idea.» Alcune settimane prima gli avevo spezzato il cuore. L’immagine di Travis che inseguiva l’auto di America quando aveva capito che era finita era ancora vivida nella mia mente. Voleva combattere per Benny a Las Vegas e io non ero disposta a tornarci, neanche per amor suo. Aveva passato un momento terribile lontano da me. Mi aveva supplicato in ginocchio di non lasciarlo, ma io ero tanto decisa a non riprendere la mia vecchia vita in Nevada che lo avevo piantato là. Ero un’emerita idiota a chiedergli di tornarci. Mi aspettavo quasi che mi mandasse al diavolo per il solo fatto che gliel’avessi proposto, ma era l’unico piano che avessi ed ero disperata. «E se ci andassimo solo per una notte?» Una notte era tutto ciò che ci serviva. Ci bastava essere da qualche altra parte. Lui si guardò attorno, scrutando l’oscurità e cercando di capire che cosa volessi sentirmi dire. Non volevo comportarmi come quelle ragazze che, per poca sincerità, finiscono per creare spaventosi malintesi. Però non potevo nemmeno rivelargli il vero motivo per cui glielo chiedevo. Non avrebbe mai accettato. «Una notte?» Non sapeva chiaramente cosa rispondere. Con molta probabilità credeva fosse una prova, ma l’unica cosa che desideravo era che mi dicesse di sì. «Sposami», dissi senza esitare. Lui aprì la bocca, esterrefatto. Passò un’eternità prima che vedessi le sue labbra piegarsi in un sorriso e avvicinarsi alle mie. In quel bacio percepii un’ondata di emozioni diverse ed ebbi la sensazione che la testa mi scoppiasse, tanto forti erano i sentimenti di sollievo e nel contempo di panico. Avrebbe funzionato. Ci saremmo sposati, Travis avrebbe avuto un alibi e sarebbe andato tutto bene. Oh, cavolo. Accidenti. Merda. Cazzo. Mi sarei sposata. 12 TRAVIS Abby Abernathy era famosa per una cosa: la sua totale impassibilità. Poteva commettere un crimine e sorridere come se niente fosse, senza lasciar trapelare nulla. Solo una persona era in grado di scoprire il suo segno rivelatore, e a un certo punto aveva dovuto decidere se volesse farlo davvero . Quella persona ero io. Abby aveva perso la sua infanzia e io mia madre, quindi al di là delle tante divergenze c’era qualcosa che ci accomunava. Ciò mi aveva aiutato, e dopo essermi dedicato per qualche mese all’impresa, ero giunto una conclusione: il segno rivelatore di Abby era il fatto di non averne. Forse a chiunque altro sembrerà assurdo, ma a me no. Ed era stata proprio l’assenza di segni rivelatori a tradirla. La serenità dello sguardo, la dolcezza del sorriso, la postura rilassata delle spalle: da questo avevo capito che c’era qualcosa che non andava. Se non l’avessi conosciuta bene, avrei pensato che fossimo giunti al lieto fine, invece Abby stava architettando qualcosa. Seduto nel terminal in attesa di prendere l’aereo per Las Vegas, con lei accoccolata contro di me, sapevo che sarebbe stato facile far finta di niente. Continuava a sollevare la testa, a fissare l’anello che le avevo comprato e a sospirare. Una donna di mezza età di fronte a noi la osservava sorridendo, probabilmente persa nel ricordo di un tempo in cui anche lei aveva tutta la vita davanti. Non sapeva che cosa significassero davvero quei sospiri; io viceversa mi ero fatto un’idea. Con l’immagine di tutti quei morti in testa era difficile essere felici per quanto stavamo per fare. O meglio, sopra la testa: un televisore a muro stava trasmettendo il telegiornale locale. Sullo schermo scorrevano le immagini dell’incendio e gli ultimi aggiornamenti. Avevano intervistato Josh Farney. Era coperto di fuliggine e aveva un aspetto orribile, ma ero contento che ce l’avesse fatta. Quando l’avevo visto prima dell’incontro, era piuttosto sbronzo. Gran parte delle persone che frequentavano il Cerchio arrivavano ubria13 che o facevano il pieno aspettando che io e il mio avversario ci prendessimo a pugni. Quando però le fiamme avevano iniziato a diffondersi, l’adrenalina era fluita a fiumi e anche i più brilli erano tornati in sé. Come desideravo che non fosse successo! Avevamo perso tanti compagni, e dopo una sciagura del genere chi poteva aver voglia di pensare a sposarsi? Sapevo per esperienza che spesso i ricordi di una tragedia venivano distorti. Associare quella data a un’altra che avremmo festeggiato tutti gli anni era un modo per imprimercela indelebilmente nella mente. Dannazione, stavano ancora estraendo i corpi e io mi comportavo come se fosse una banale seccatura. C’erano genitori che non sapevano se avrebbero rivisto i loro figli. Quel pensiero egoistico mi scatenò il senso di colpa, e il senso di colpa m’indusse a dissimulare. Comunque, era un miracolo che ci sposassimo. Non volevo che Abby pensasse che non fossi più che entusiasta all’idea: conoscendola, avrebbe frainteso e cambiato idea. Perciò mi concentrai su di lei e su quello che stavamo per fare. Volevo essere superemozionato come qualsiasi futuro sposo: Abby non si meritava niente di meno. Non sarebbe stata la prima volta che avrei ignorato qualcosa che non riuscivo a togliermi dalla testa, e la prova stava proprio lì, rannicchiata accanto a me. Sullo schermo la giornalista teneva il microfono con entrambe le mani davanti a Keaton Hall. «…di chi è la colpa? Si chiederanno le famiglie delle vittime. A te la linea, Kent», concluse, corrucciata. D’un tratto mi venne la nausea. C’erano stati tanti morti e ovviamente avrebbero cercato il responsabile. Era colpa di Adam? Sarebbe finito in prigione? O ci sarei finito io? Strinsi Abby con forza e la baciai sui capelli. Una donna dietro un banco prese un microfono e iniziò a parlare, e il mio ginocchio a dondolare incontrollabilmente. Se non ci fossimo imbarcati subito, avrei preso Abby e sarei corso a piedi fino a Las Vegas. Avevo quasi la sensazione che avrei fatto prima dell’aereo. La hostess ci diede le istruzioni per l’imbarco. La sua voce si alzava e si abbassava leggendo l’annuncio apposito per la milionesima volta. Sembrava 14 l’insegnante di Charlie Brown: annoiata, monotona, indecifrabile. L’unica cosa che avesse un senso era il pensiero che mi girava in testa: sarei diventato il marito della seconda donna che avessi amato in vita mia. Era quasi l’ora. Maledizione. Merda, sì! Cazzo, sì! Mi sarei sposato! Continua in libreria e in eBook... 15 Dopo il fenomeno editoriale di Uno splendido disastro e Il mio disastro sei tu ARRIVA IL ROMANZO PIÙ ATTESO DELL’ANNO SUBITO AI VERTICI DELLE CLASSIFICHE ITALIANE TRE EDIZIONI IN UNA SETTIMANA «Jamie McGuire crea dipendenza. Preparatevi: Abby e Travis vi invitano al loro matrimonio.» «Usa Today» JAMIE McGUIRE ARRIVA IN ITALIA PER PRESENTARE L'ULTIMO ROMANZO UN DISASTRO È PER SEMPRE 8 maggio a Milano Libreria Feltrinelli di piazza Piemonte, ore 17 9 maggio a Torino Salone Internazionale del Libro Arena Bookstock, ore 16 Segui gli eventi online con l'hashtag #McGuireTour www.longanesi.it facebook.com/Longanesi @LibriLonganesi www.illibraio.it P R O P R I E T À L ETT ERAR IA R IS ER VAT A Longanesi & C. F 2014 – Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol ISBN 978-88-304-3948-1 Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it Prima edizione digitale 2014 Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata. © Longanesi & C. UN’IDEA DI DESTINO di TIZIANO TERZANI Prefazione di ANGELA TERZANI STAUDE A cura di ÀLEN LORETI 22 febbraio 1984, Pechino. Lettera al « Fratello ». Caro Fratello (« fratello » perché se avessi un fratello cinese saresti tu, « fratello » perché questa è la parola in codice che con Angela usiamo quando parliamo al telefono), quindi: Caro Fratello, questa è una lettera difficile perché a differenza di quelle che ti ho scritto mentalmente durante le lunghe ore di detenzione e interrogatori, questa deve essere dattiloscritta e in qualche modo le parole scritte, con la loro inevitabile precisione, fanno violenza alle cose informi che si provano, alle espressioni non formulate che ci vagolano per la testa. Sei stato importantissimo per me perché ti ho tenuto costantemente presente. Eri la traccia, il punto di riferimento. Con te ho silenziosamente discusso, ti ho consultato e nella nebbia dell’abbandono che il non dormire, il non bere, il non mangiare e lo stress inducono, ho addirittura pensato di essere te, perché ho sempre saputo che, un giorno o l’altro, questo poteva succedere a te e sarebbe stata la fine. Invece è successo a me. La mente è un oceano pieno di navi colate a picco e lo stress degli interrogatori, l’altalena di minacce e promesse, i momenti quieti tra una sessione e l’altra riportano lentamente a galla i dimenticati detriti della vita: il nostro primo incontro nel settembre 1976 alla Bank of China per la cerimonia funebre di Mao; le chiacchierate sulle nostre vite e ciò che in esse era giusto e sbagliato. Piacevoli rimasugli del passato, mentre le orecchie sono riempite di una voce metallica che giunge da una bocca distorta in un sorriso sardonico: « Confessa. Non hai altro modo. Sappiamo tutto di te, vogliamo solo che confessi. Le masse ti hanno sorvegliato da lungo tempo e ci hanno informato. Cono- © Longanesi & C. sciamo i tuoi crimini. Vogliamo solo conoscere il tuo atteggiamento. Se è buono, il governo popolare ti tratterà con clemenza; altrimenti la punizione sarà severissima. Vogliamo aiutarti. Il nostro dovere è di rieducarti. Confessa ». Ora dopo ora. Il mondo è lontano. Si guardano i rami di un albero contro il cielo grigio di Pechino e si pensa a quel che fanno in quel momento tutte le persone che si conoscono. « Sei un criminale. Devi confessare i tuoi crimini. » Un po’ ero contento, un po’ dispiaciuto che finisse presto. Finalmente si era aperta per me una piccola finestra sulla Cina vera e non volevo si richiudesse troppo in fretta. Quale privilegio, poter guardare nella pancia della balena, avvicinarsi al cuore di tenebra! Ho pensato di essere un cinese e mi sono sentito disperare. Nessuna terra ferma su cui stare, nessuna legge da citare, nessun diritto da invocare. Solo da chiedere perdono: non a un Dio lontano che una volta conoscevo, ma a un altro uomo che non ha alcuna particolare verità da spacciare, eppure è potente grazie alle sue insinuazioni. « Ci è stato detto che... » Si passano in rassegna gli amici e li si immaginano tutti come potenziali traditori. Nessuno regge ai dubbi e ci si trova soli con i nostri aguzzini o salvatori. « Apriti a noi. Dicci cosa pensi e ti aiuteremo a riformarti. » Quindi? Amo la Cina di meno. Al contrario, mi sento più vicino a essa. Ed è per questo che mi è stato facile essere come un cinese, vivere come un cinese, magari pensare come un cinese. Del socialismo? Davvero non saprei che dire. Con Orville Schell si parlava proprio alcune settimane fa del nostro vecchio entusiasmo per Mao, per la Rivoluzione culturale e « la rivoluzione » in generale. « Ci siamo sbagliati, ma non mi fido di quelli che hanno avuto ragione », diceva. Sono d’accordo. Ma eccoci qua, ancora intrappolati tra due errori, incapaci di immaginare una via nuova, impotenti nel plasmare una società che rispetti l’uomo singolo anziché « il popolo », lasciati senza una scelta, a parte quella di confessare e di © Longanesi & C. ritrovare casa nell’anonima moltitudine degli altri da cui spunteranno gli accusatori del futuro. Lo sai, Fratello? Solo per un momento in quelle ore ho avuto davvero paura: quando tutto d’un tratto ho pensato che potessi essere tu il burattinaio dietro le quinte. Allora quell’idea mi è stata insopportabile. Ancor più intollerabile mi è oggi pensare che nel nome di grandi ideali vengano costruite società in cui questi pensieri sono possibili. Grazie di tutto il tuo sostegno, della tua amicizia e soprattutto di capire la distanza da cui ti parlo. Con affetto, Tiziano *** 5 agosto 1990, Daigo. I giorni passano. Ho perso il conto e non m’importa. Ancora 12 ore di sonno tranquillo, pieno di resti di tante cose di tanto tempo fa. Nella pace tornano a galla i resti di tanti ricordi, di tanti naufragi. Bellissima corsa all’alba con Baolı̀ anche lui al massimo della felicità, sempre a caccia di topi appena annusati, sempre inteso a rispondere alla voce di quel cagnaccio lontano che è la sua eco. Sono continuamente in compagnia di Lafcadio che ha fatto il monumento a questo Giappone che sento essere stato qui attorno e che è scomparso. Alla curva di una strada che passa in una piccola gola cementata, qualcuno ha rizzato quel che resta di una bella statua di Buddha dalle mani alzate. All’ombra di un boschetto di bambù spicca ancora una pietra dedicata al « dio della forza del cavallo », coi bei caratteri colorati di blu. Una poesia scomparsa di cui ancora godono questi giapponesi che mi circondano. Mi viene continuamente nella testa d’essere felice. Forse lo sono davvero. Quasi me ne vergogno a pensare ad Angela che per salvarmi è nel mezzo dei problemi della famiglia. Ma qui è davvero il paradiso: non sento che rumori di natura, voci di uccelli, stridii di cicale. Nessuno mi chiama, nessuno vuole niente da me, al massimo Baolı̀ e a quello posso dare un calcio se mi pare. Per- © Longanesi & C. 6 sino la vanità è soddisfatta: mi abbronzo, dimagrisco, mi diverto a vedere la palla tonda della nuca rapata sulla quale ora rispuntano delle stoppie bianche. Mi spalmo la crema della farmacia di Santa Maria Novella e godo al pensiero di poter fare esattamente quel che lo stesso farmacista riteneva impossibile (per questo lui stesso era calvo): darsi questa roba puzzolente (ma sanissima) per un mese senza mai lavarsi. Splendido. Lo sto facendo. Forse perché non la conosco come quella dell’Orsigna dove mi pare di sapere di ogni sentiero, di sentire la voce di ogni bosco, la natura qui mi intriga coi suoi suoni, col cangiare dei suoi verdi. Mi perdo ore a fissare nel bosco di cedri dinanzi a casa, ad ascoltare l’abbaiare delle cornacchie, lo sfrigolare delle cicale, il ronzare disperato delle decine di mosche, mosconi, libellule, calabroni, mosconi d’oro che si affannano a trovare un’impossibile via d’uscita dalle mie vetrate. Godo del silenzio, del telefono che non squilla, del fatto che non sento nessuno soffiarmi sulla schiena, del fatto che nessuno si aspetta nulla da me, quasi nemmeno io da me stesso. Penso al Giappone, ne parlo coi pochi amici-libri che mi son portato dietro, scrivo nell’aria il libro, ma chi sa quando nel computer? In compagnia di Fou Ts’ong, che suona il suo Chopin in sottofondo, e di Baolı̀ che ignora tutto e ronfa sotto il tavolo al quale non mi siedo. Sono stato a godermi il prematuro calare del sole dietro la collina davanti a casa (sono appena le 16.45), prima insopportabile agli occhi, bruciante, poi come un risplendente diamante fra le vette degli alberi che si fanno sempre più scuri. Si alza un leggero vento che scuote le chiome degli aceri rossi e fa cinguettare gli uccelli. Che errore è stato allontanarsi dalla natura! Nella sua varietà, nella sua bellezza, nella sua crudeltà, nella sua infinita, ineguagliabile grandezza c’è tutto il senso della vita. Se mai vi viene a mancare, come mi stava succedendo, basta tornare qui, alla natura, alle origini di tutto, all’albero da cui siamo saltati giù avant’ieri, uomini miei vestiti di boria e di gessato grigio. Risalgo le scale verso la mia cuccia pregustando i resti di altri ricordi che affioreranno col sonno. © Longanesi & C. 7 *** 24 settembre 1992, Bangkok-Phnom Penh. All’aeroporto. La vista di un khmer con passaporto americano che mi guarda con complicità mi rattrista. Vestito di seta nera, si accomoda continuamente come avesse un tic il fazzolettino che gli sbuca dal taschino della giacca. Viaggia con due racchette da badminton che gli escono dalla borsa. Lo sento parlare di investimenti con il suo vicino di posto, un francese che vende materiale per ospedali. Penso sempre a scrivere un pamphlet contro l’economia. Perché dobbiamo essere governati da uomini d’affari? La loro logica è quella che esclude ogni moralità, che tiene conto solo del criterio del profitto che da qualche parte vuol dire sfruttamento di qualcuno. La Cambogia oggi è un buon esempio: è un paese spazzatura in cui vengono vendute medicine non testate, macchine che da altre parti vengono ritenute pericolose. Chi le vende fa dei buoni affari. Nessuno rimprovera loro di farli. Non ci sono leggi. Niente è formalmente illegale. Torno da correre e a parte il sudore che gronda, sento addosso la paura di quei vecchi fantasmi della depressione sempre pronti a riprendermi alla gola. Capisco che all’origine avevano le loro ragioni anche nella politica. Tornare in Cambogia è la riprova di quel che sono andato dicendo: che tutto è inutile, che la vita non ha senso, che non c’è grande significato nel passare da qui. L’ONU sta creando un mostro dominato dall’ingordigia e dall’ingiustizia. La città è inquinata, macchine di lusso che senza targa strombazzano per le strade intasate di poveri per portare i loro grassi e protervi padroni all’appuntamento con cui creare ancora più ricchezza per sé e più ingiustizia per i più. Se è questo il nuovo ordine del mondo che ci sta davanti bisogna cominciare a combatterlo, ora. Mi ricordo quanta più aria di giustizia e di compassione c’era quando arrivai qui nella Cambogia occupata dai vietnamiti. C’era un senso di una vita che ricominciava, che i cattivi avevano perso. Ora di nuovo tutto è confuso, marcio, indecifrabile, uno si sente disorientato e io sento i vecchi fantasmi in ag- © Longanesi & C. 8 guato. Forse debbo decidermi a lasciare l’Asia. Ma come posso, prima di aver fatto i conti? Un romanzo dovrei venire a scrivere e nient’altro. Non resta che sublimare questa roba in qualcosa che non sia l’articolino. Non troverò il tempo? *** 12 agosto 1993, in treno a Novosibirsk (Siberia, Russia). Cullato dal treno e leggermente gassato dalle esalazioni dell’amico mongolo che mangia e beve, ma non defeca, ho dormito otto ore. Il risveglio alla prima luce è quello di sempre negli ultimi giorni: betulle, pali della luce e rotaie. Ancora betulle, betulle, betulle. Il viaggio è bellissimo per la sua avventura umana, ma dopo l’ingresso in Siberia il paesaggio è monotono e poco avventuroso. Mi vien sempre di più da pensare a quant’è peccato che sia toccato a questi eroici cosacchi colonizzare la Siberia: una tale bella natura sprecata a fare cose banali. Dovunque emerge il sogno materialista di mettere in piedi una società di beni, di ferro, di case, di acciaio, di treni, di tralicci. Forse è stata l’influenza della guerra, forse la banalità dei sogni di chi ha dovuto sempre combattere contro gli elementi della natura, ma il fatto è che questa Siberia resta identica a se stessa da un capo all’altro del continente, sempre fatta di capanne di legno, che diventano casermoni prefabbricati e abitati da gente che sembra non cambiare mai di vestito, di gesti, di povertà. Vedo una donna che mi pare il simbolo di tutto: all’alba, con una pezzola gialla in testa e un cappotto, trascina un carrettino su una stradina fangosa a passo spedito, come se oggi davvero quella sua borsa si dovesse riempire finalmente di un tesoro. Mi colpiscono a volte i gesti gentili fra coppie. Spesso li vedo a braccetto, vecchi poveri e uniti nell’accogliente fetore delle loro casupole. Sulla pensilina le scene sono più infernali che altrove. La folla, come una belva, si butta contro il treno, corre, ansima. Mi addormento con questa immagine del popolo russo. Una © Longanesi & C. 9 nazione inquieta, in corsa, insoddisfatta, irata, ma per il momento ancora timida, ancora intimorita dai manganelli di due poliziotti con un berretto a padella con striscia rossa. E domani? Non può della gente cosı̀ restare a lungo repressa, insoddisfatta, docile dinanzi alla miseria, al sopruso. E dei cinesi cosa dire, cosı̀ anche loro in corsa, cosı̀ vincenti? Cosı̀ tronfi di sé, ancor più vedendo questi miseri russi dipendere dalla loro industria per coprirsi le carni bianche, pompate di grasso e di pane poco sano? Due grandi popoli ora al centro di grande instabilità. L’Europa ha da preoccuparsi, da ripensare. Quanti si rendono conto? Quanti politici viaggiano su questi treni, vedono queste scene? Debbo riuscire a spiegare questo fenomeno. *** 12 settembre 1996, Dharamsala. Gli eremiti. Partiamo alle dieci con la guida. Il trekking parte da lı̀, ai piedi di una modesta montagna coperta di luce verde, ora che la foresta è stata tagliata. Si passano alcune case di contadini indiani con degli enormi bufali nei cortili, dei bambini mocciosi, dei cani petulanti, e presto si arriva a una capanna di sassi ben messa sull’orlo di un pendio con una splendida vista sulla valle. Il primo « eremita » viene fuori dalla sua piccola porta di legno. Tashi, 63 anni, originario del Tibet e poi finito nel monastero di Gyuto. È qui da 12 anni, per modo di dire. Ogni quindici giorni, quando ci sono delle lezioni a Dharamsala, va a sentire e fare provviste. La sua vita qui è felice, dice, ci sono orsi e a volte delle tigri che sono cosı̀ pesanti che si sente il loro calpestio sulla terra. « Ho cominciato a morire e ora guardo avanti, alla prossima vita. » Dice che quando va giù gli prende una certa inquietudine, si perde nel gossip su quello che fanno gli altri monaci, sulle « voci » che corrono, vede tutta la roba nei negozi e gli viene voglia di questo e di quello, vede tutto il mangiare che c’è al mercato e gli viene voglia di rimpinzarsi. © Longanesi & C. 10 « Qui tutte queste tentazioni non esistono e si è molto più felici, molto più sereni e calmi. Qui non ho ’attrazioni’ e posso dedicarmi a pulire il mio cuore. Appena comincio a salire la montagna mi sento sollevare, sono felice, perché mi lascio tutto dietro. » Continua a parlare delle « attractions » che prendono l’uomo nel mondo e che creano infelicità. Lui è diventato monaco all’età di nove anni. « Se riesco a pulire bene il mio cuore in questa vita, nella prossima potrò avere delle visioni. » I soldi per le provviste gli vengono dati dall’ufficio privato del Dalai Lama. Quando qualcuno muore, i monaci fanno il servizio funebre, la gente paga e quei soldi vanno a tenere in vita gli eremiti. Ce ne sono diciassette al momento sulla collina. Si alza la mattina prima del sole, fa le sue genuflessioni, legge i testi sacri che tiene avvolti in dei pezzi di stoffa rossa e gialla in una teca. La sua capanna è magnifica, i muri esterni sono come quelli di un rifugio nella valle dell’Orsigna, sassi tenuti assieme con del fango, dalla parte della tramontana ha messo, un po’ distante dal muro, una paratia fatta di lamiere di vecchi bussolotti dell’olio. Il tetto è di ondulina di ferro, l’interno della capanna è più piacevole, le pareti fatte di fango lisciato e dipinto di un verde pisello, il letto è sotto una piccola perfetta finestra che guarda la valle, stretto tra due legni che ne fanno come una bara. Dorme su due materassini coperti di cotone, e si avvolge con una bella coperta violetta e un cappotto dalle maniche violette, con l’interno giallo di finta pelle di pecora. Sulla parete, contro la finestra, dei calendari con immagini buddhiste, delle stampe di tanka, una foto del Dalai Lama incorniciata da un kata bianco. Dietro al letto, su una mensola, una serie di piccole ciotoline (sette o multipli di sette) in cui al mattino offrire la cosa più pura e di meno valore dell’acqua. Sulla terra battuta, delle lastre di pietra, sulle lastre una sorta di coperta-tappeto. Ordine e pulito. Lui è un vecchio carino e sereno. Ci fa il tè. La cucina è isolata dalla stanza da una porta e da una grossa coperta che pende davanti alla porta. Sul fornello, un’apertura nel tetto con un vetro dà la giusta luce. Prima usava la legna per cui tutta la cucina © Longanesi & C. 11 è nera, ma ora qualcuno gli ha regalato una bombola di gas. Mi ricordo che a cena Rinpoche ha detto di voler dare agli eremiti un pannello per l’energia solare. Camminiamo ancora una mezz’ora e raggiungiamo una piccola piana con un’ultima casa di contadini, un bel bove, una donna, a pochi passi due capanne di sassi, sulla soglia di una un monaco piccolo e vecchio con l’asma, in una giacca di feltro europea con su scritto in piccolo « Patagonia ». È il monaco che, dal 1979, ogni due anni va in Italia. Ecco allora un altro « eremita » che va avanti e indietro fra Dharamsala e l’Italia. Ha 70 anni, è entrato a dieci nel monastero di Sera in Tibet, ci è stato per circa vent’anni. Nel 1960 è venuto in India, è qui a « fare l’eremita » da vent’anni. C’è qualcosa di falso in lui e mi irrito. Questo « eremita » non mi piace. Dice che gli italiani che vanno a sentirlo, al settanta per cento diventano credenti. Quando Folco gli chiede quali sono le più grandi difficoltà del vivere, risponde solo che la vita da « eremita » è dura, bisogna aver forza. Io sbotto a dire che la vera vita dura, difficile, è quella laggiù, nelle città, con mogli e figli da nutrire, con problemi da risolvere. La sua vita di « eremita » è facile, comoda, non ha da preoccuparsi di nulla, da fare nulla. Lo provoco ancora per vedere come reagisce, si irrita, non è tranquillo e alla fine dopo una mezz’ora dice: « Bene, ora vi basta? » e ci caccia. Fuori piove, ma ce ne andiamo lo stesso. Facciamo pochi passi e incontriamo altri due « eremiti » che stanno salendo verso le loro capanne. Uno ha in un orecchio l’auricolare di un walkman. Ripassiamo davanti alla capanna dei contadini. La sola differenza fra loro e gli « eremiti » è che i primi debbono lavorare per vivere. Anche Folco è deluso, dice che forse bisogna ritornare alla scienza, che avremmo dovuto dargli uno schiaffo per mettere alla prova quanto era riuscito a raggiungere comprensione e compassione. Mi fanno di nuovo rabbia i miei colleghi. Ricordo Tim come mi aveva parlato di questa scoperta degli « eremiti »: era andato a piedi per delle ore assieme al figlio di Rinpoche per rag- © Longanesi & C. 12 giungere questi posti, caverne nella montagna, magnifica gente, davvero particolare... Che inventori di miti! Perché ne abbiamo cosı̀ bisogno? Al ritorno vogliamo fermarci di nuovo dal primo eremita per lasciargli dei regali, ma l’eremita questa volta non viene fuori dalla sua capanna. È occupato a ricevere altri due « eremiti ». Gli lasciamo pacchi d’incenso e del latte fuori nel cortiletto. Il tema con Folco è come questo posto, che dal resto del mondo è visto come una Mecca, come la fonte di una qualche grandezza, non sia altro che una misera meta per turisti, come ci sia crisi, divisione, come molto di quel che da lontano si sogna sia qui senza tanto senso. « Mi viene da ridimensionare tutta questa storia », dice Folco, che ha appena finito di leggere Hitchens su Madre Teresa. Di tutti gli eremiti resta la conversazione col primo vecchino che bene spiega l’orrore della società dei consumi, che per necessità deve vendere quel che produce, che per questo deve fare pubblicità, il che vuol dire creare desideri che non esistono e con ciò seminare continuamente infelicità. *** 1o novembre 1997, mezzogiorno, New York. Ems, ce la faccio appena a sedermi a scrivere due righe. Ancora una giornata dura, ma – credimi – pacifica. Comincio a capire come debbono soffrire gli altri, quelli a cui la chemio arriva nel profondo e non trovano la pace che io ho la fortuna di vedermi sempre davanti. Chi sa perché? Ho dormito nove-dieci ore, ogni ora alzandomi, ma sempre come in trance, come ubriaco, con appena la forza di ricadere nel letto: stranissimo. Alla fine rotolo giù dal letto, le ossa fan male, specie là dove la gamba entra nel bacino, in gola come un boccone che sto sempre per rivomitare, la faccia gialla – mi accorgo che la pelle sotto la gola è tutta un frinzello, piena di grinze, come quella delle vecchie di cent’anni. Non mi tocca. Il cielo è grigio, piove leggero e fitto. Mi forzo a vestirmi, il parco è bellissimo – fai presto per goderti ancora l’incredibile © Longanesi & C. 13 combinazione dei gialli, dei rossi, gli arancioni, gli ultimi verdi e i tronchi umidi e neri, fai presto a venire prima che sia tutto spoglio – anch’io, ma quasi non ne godevo. Sono andato nel profondo del bosco selvaggio, poi è venuta una pioggia a dirotto, poi al ritorno non riuscivo ad attraversare la strada del parco: era invasa da migliaia e migliaia di maratoneti che domani parteciperanno alla grande gara che finisce proprio qui, nel mio parco, passando davanti a casa. Era strano vedere tutta quella bella, tantissima gente, sana, forte, che correva, sudava sotto la pioggia con le bandiere di tutto il mondo. Non avevo nostalgia: mi veniva in mente l’immagine di me che correvo davanti al ritratto di Mao sulla piazza Tienanmen e vedevo un vecchio cinese col cancro che da qualche parte allora mi guardava, pensando quel che penso io ora e a cui veniva in mente un’immagine di sé. Il mondo continua e gli uomini tutto sommato mi danno speranza. Già. Mi volto indietro e ripenso che è da Calcutta, con la breve, magnifica, saggia e fortunata interruzione di Hong Kong, che non vivo più normalmente. Parigi, Bologna, mesi al Contadino, poi qui ed eccomi qui ancora per settimane. E non mi angoscia. Non ho nulla da fare, nulla da sognare, nulla da sperare. Solo la pace, il silenzio e questa magnifica giornata tranquilla che ho davanti e in cui nessuno mi cercherà, non dovrò andare da nessuno... Stai bene, Ems. Io sto! tiz p.s. mi piace l’idea di scrivere di questo cancro guardando l’America dalla finestra. *** 14 aprile 1999, Kottakkal. Incredibile notte. Ho dormito benissimo nel costante, ininterrotto sbatacchiare di tamburi e cembali e piatti, e nel cantare monotono e ossessivo di un uomo dopo l’altro. Non capisco nulla ma ho l’impressione che nel corso di questo festival ci sia come un impegno a non interrompere per un solo secondo l’inneggiare agli dei, a impedire a qualsiasi costo l’intervenire di un solo secondo di silenzio. © Longanesi & C. 14 La notte passa cosı̀ col battere frenetico di strumenti a percussione sotto la mia finestra, finché il primo sole dell’alba, che fa uscire dall’ombra file e file di alberi di cocco, non mi fa alzare a godere lo strano confuso paesaggio che si apre ai miei piedi, le facciate di mattoni, alcuni camini da cui esce del fumo, e un costante odore di erbe medicinali assieme al tambureggiare e al tintinnare di sonagli. L’elefante è sempre sul piazzale. Al tramonto, nella spianata davanti all’ospedale si addensa una bella folla di gente, famiglie con bambini, vecchi che si tengono a malapena in piedi, notabili cui viene di corsa offerta una sedia. La spianata è coperta da un grande tendone di paglia intrecciata. Una grande troupe di suonatori e attori ha messo le tende negli edifici dietro il samadhi del vecchio fondatore dell’ospedale. Si vedono, puliti ad asciugare, dei grandi pentoloni in cui la troupe ha cucinato, le casse dei vestiti, le lampade votive, dei giovani attori che parlano, un vecchio seduto come in meditazione su un muro. All’ingresso della cappella della dea due bei tronchi di banano tagliati di fresco sono messi come stipiti alla porta con caschi di banane ancora attaccate. È l’ora in cui dei vecchi accendono le decine di piccole lampade a olio, quelle in piccole coppe di pietra inserite nei muri, quelle nei vari ripiani delle grandi lampade d’ottone tipiche di qui. Odore di olio bruciato spazzato via da dolcissime zaffate di medicinali che vengono dalla fabbrica accanto. Il rumore dei bambini, soffocato da un insistente, ossessionante tambureggiare e sibilare di uno di quei pifferi da incantatori di serpenti, che un vecchio lezioso e vanesio suona con maestria e perdizione mentre la lettrice della mano, cacciata dalla polizia dal suo posto di ieri, si accomoda pochi metri più in là. Suoni, luci, odori. Mi pare davvero di essere in un altro tempo. *** 13 dicembre 1999, Hong Kong. Mia carissima Saskia, grazie infinite del tuo messaggio. Ne avevo bisogno per sapervi tutti tornati a casa, ma anche per ricordarmi che ho an- © Longanesi & C. 15 cora, almeno in famiglia, delle stelle su cui orientare il mio sempre più confuso e labirintico cammino. Ieri mattina – una di quelle domeniche grigie, ma non fredde della Hong Kong invernale – mi son messo in cammino dall’università, dove sto, a piedi giù per la collina fino al lungomare e poi al traghetto per Macao. Volevo passare due giorni a Macao e respirarne l’aria prima che questo primo lembo di sogni occidentali in Asia sia, fra una settimana, anche l’ultimo ad ammainare una bandiera cristiana sulle sponde d’Oriente. Viaggiavo con in tasca un libretto su Macao, una lettera d’amore che Philippe Pons con una generosa amicizia, che io ho difficoltà a imitare, mi ha pubblicamente dedicato con la scritta « À Tiziano, cette ville en partage ». Mi immaginavo di leggerlo sulla veranda della Pousada, sulle panchine della Praia Grande. Mal me ne incolse! L’idrovolante, freddo come le celle frigorifere in un obitorio pieno di cadaveri non reclamati, mi ha scaricato in una città di cui riconoscevo solo il nome, in cui non avevo nessuno da vedere, nessuno sulla cui spalla piangere. Il solo con cui sono riuscito a discutere era padre Minella, quello che hai conosciuto anche tu, morto il 31 gennaio 1999 e sulla cui tomba, nel cimitero dietro la facciata della cattedrale, ho passato un’ora. Sono scappato a Hong Kong col primo idrovolante su cui son riuscito a salire, alle 3.45, e mi son messo a letto coprendomi bene per non farmi assaltare dai fantasmi e con una domanda in testa a cui non riesco a trovare risposta: che cosa è una città? Le case? La luce? I cammini che ci si sono fatti come le linee del destino sul palmo di una mano? O la memoria che si ha delle emozioni che ci si sono avute? Forse le fantasie che il solo nome suscita ancor prima di esserci stati? Macao. Macao per me è parte della mia vita, per me Macao è la felicità di quell’essere lontano, il ricordo di voi piccoli sul trisciò lungo la Praia Grande, le notti insonni passate ai vecchi tavoli da gioco, o quelle serene a dormire nei letti dalle reti sfondate nella Pousada, e poi al Bela Vista, odorosi di storia e di muffa. Tutto a Macao è stato rifatto, ricementato. Da nessuna parte ho sentito una zaffata di quell’odore di morte che era la sua vi- © Longanesi & C. 16 ta. Per un giorno avrei voluto essere cieco, sordo e senza olfatto, tanto ogni sensazione mi feriva. Credo che ho raggiunto il fondo del mio viaggiare in questa Asia. Penso all’India come a una grande consolazione e ancor più a San Carlo che la solita fortuna dell’istinto mi ha fatto decidere di riaprire come porto sicuro per tutte le memorie. Ah... Saskia. Che cosa è una città? E Firenze? Firenze che cosa rappresenta nell’immaginario di uno che ne è fuggito ragazzo, pur tenendola in petto come faro di orientamento, termine di paragone anche per gustare tutto « l’altro »? E tu dove hai la tua stella? In quale memoria trovi il tuo orientamento? Dove la tua sicurezza? A quale immagine di città ricorri quando vuoi sapere chi sei? Quando vuoi trovare la forza di sentirti diversa dal montare della marea altrui? Il vantaggio di noi europei è almeno quello di avere ancora delle città in cui riconoscersi, in cui non tutti i punti di riferimento sono cambiati, in cui si può ancora voltare un angolo e sapere che ci si para dinanzi una chiesa o una colonna, un albero o il portone sempre dello stesso colore di una vecchia casa. A Macao non c’era neppure più il mare a rassicurarmi col suo monotono respiro delle onde contro il muro di pietre sotto i grandi alberi. Anche il mare è stato portato via! Ah, Firenze, Firenze! Mi chiedo se abbia ragione Theroux di cui mi scrivi. Certo che ci sono ancora delle spiagge dove andare, degli alberghi boutique in cui i ricchi potranno permettersi di stare lontani dagli aussies, ma non è questo il punto. Il punto è che è finito il senso dell’avventura, il « gusto dell’altro » che ancor avant’ieri era dovunque. Nelle nostre chiacchierate da digiunatori dissennati abbiamo con Poldi deciso di rifare il mondo eliminando i passaporti, ritirando tutti quelli che esistono e lasciando che il viaggiare sia di nuovo una questione di vita o di morte... o di una raccomandazione. Ti abbraccio, mia Saskia, e grazie ancora d’aver battuto un colpo. So che ci sei da qualche parte nel mondo e quel sapere mi consola. t. © Longanesi & C. 17 *** 22 gennaio 2000, Binsar. Una silenziosa luna illumina le mie spalle, le fronde degli alberi, la foresta, la cresta di una collina e, dietro, quella di altre ombre di colline e montagne nel più limpido dei cieli. Guardo il fuoco e la luce tremula di due lampade a petrolio. Seduto per terra su una coperta di lana bianca scrivo queste righe. Sono felice. Mi pare davvero di aver fatto il primo passo di un grande viaggio, di avere la chance di una nuova, bella avventura. Il silenzio attorno è immenso e la possibilità di ascoltare la propria voce la più grande che ho mai avuto. *** 15 febbraio 2000, Binsar. Esco di casa urlando dalla gioia. Sono le sei e mezzo e la più incredibile alba sta avvenendo. Il sole sorge sotto uno strato di nuvole nere che diventano rosse di fuoco, le montagne escono dall’oscurità cosmica con toni di giallo, viola, azzurro come il mare. Mi metto sopra il pigiama giallo il berretto di lana, tre coperte, ed esco a camminare quasi scalzo sulla neve gelata. È semplicemente meraviglioso. Penso alla Saskia che ho portato ad Angkor per poterle mettere nel cuore la misura della grandezza umana, vorrei che fosse qui per sentire la grandezza del... Creatore! L’Himalaya sembra venirmi incontro con i contrafforti che si illuminano di giallo, le vette restano nell’ombra, poi una strisciata di sole come una colata d’oro sulle onde delle montagne più basse. Che spettacolo, questo del mondo che ogni giorno ricomincia e spazza via le paure della notte! *** 28 settembre 2000, New York al mattino. Accendo la mia tv, passo da un canale all’altro: un condannato a morte in Texas, un candidato presidenziale, poi un altro, la notizia che i teenager non dormono abbastanza. Un astronauta cinese reclamizza un sito web che aiuta anche chi non sa usare un computer a creare © Longanesi & C. 18 un sito di e-commerce (« Potrai da lı̀ vendere di tutto, dalla tua autobiografia ai tuoi balocchi in legno... »). Tutto è pubblicità, soldi, prodotti, lavoro... sorrisi. E tutto sembra funzionare. Sono venuto in America a curare il mio corpo, ma è chiaro che dovevo andare in India a curare la mia anima. Forse, se avessi tempo, dovrei davvero scrivere dell’America, di questa fortissima, certo stimolante contraddizione. Apro le tende di chintz della camera e un bel sole sorge su distese di macchine parcheggiate; vedo le fusoliere scintillanti degli aerei che mi passano a pochi metri dalla testa coi carrelli già pronti a toccare la pista. *** 30 gennaio 2001, Binsar. Mia cara, cara Angelinchen, il Divino Artista mi ha accolto a Binsar con uno spettacolo commovente. C’era aria d’inverno, delle nuvole nere cariche di pioggia pesavano sulla foresta e le montagne erano scomparse, avvolte in grandi nebbie fredde, quando improvvisamente là dove il sole tramonta il cielo si è aperto, le nuvole alte si sono da sotto accese di fuoco e una stupenda, strana striscia color lapislazzuli si è creata a fare da sfondo al ritaglio preciso dell’ultima fila di vette. Mi son rimesso la giacca e ho fatto la tua strada fino a dove il muro è rotto e la vastità del mondo ti appare a portata del cuore. Era bellissimo e tu eri con me. Mi sono seduto su uno dei balzi e mi sono come dimenticato. Per un attimo, in quell’incredibile silenzio nel quale solo il vento respirava lontano, m’è parso che non c’era differenza fra la mia vita e la mia morte, fra l’esserci e il non esserci. Poi ho visto i fili gialli dell’erba tremolare e sono come tornato lı̀ per terra, pesante col corpo che ancora ho. *** 5 novembre 2001, Quetta. Questa guerra non è un videogioco per quelli lontani, né parte di un adventure tourism per quelli che vengono qui. © Longanesi & C. 19 Stiamo passando una giornata di burocrazia per avere il visto per andare nel posto di frontiera con l’Afghanistan, come facemmo dal Passo Khyber, che anche da qui, come da Peshawar, è lontano tre ore di macchina. Forse, dopo tante chiacchiere e citazioni e sorrisi, riusciamo ad andarci domani. Altrimenti aspettiamo. Questo è un posto interessante, anche se stravolge stare, come ho fatto ieri, in un ospedale a parlare con bambini fatti a pezzi dalle nostre bombe mentre giocavano al pallone!!! Una vergogna, questa guerra, e alla tv sento che ora anche l’Italia vuole mandare soldati ed elicotteri qui. Una vergogna. Solo per avere Berlusconi seduto a tavola a Downing Street ieri sera. Una vergogna. L’Europa dei banchieri dell’Euro è finita, e tutti questi piccoli Gomulka e Honecker del nuovo stalinismo di Bush corrono dal padrone e dal suo rappresentante londinese. È una vergogna. Sento il mio essere qui come una missione, ma, come capisci bene tu, difficilissima, perché si tratta di dire senza dire, far capire senza assordare... e senza farsi mettere sul rogo. Grazie di esserci, mio amore, tiz CONTINUA IN LIBRERIA E IN eBOOK © Longanesi & C. 20 DI COSA PARLA IL LIBRO: « Cosa fa della vita che abbiamo un’avventura felice? » si chiede Tiziano Terzani in questa eccezionale opera inedita, che racconta con la consueta potenza riflessiva l’esistenza di un uomo che non ha mai smesso di dialogare con il mondo e con la coscienza di ciascuno di noi. In un continuo e appassionato procedere dalla Storia alla storia personale, viene finalmente alla luce in questi diari il Terzani uomo, il padre, il marito: una persona curiosa e straordinariamente vitale, incline più alle domande che alle facili risposte. Scopriamo cosı̀ che l’espulsione dalla Cina per « crimini controrivoluzionari », l’esperienza deludente della società giapponese, il passaggio professionale dalla Repubblica al Corriere della Sera, i viaggi in Thailandia, URSS, Indocina, Asia centrale, India, Pakistan non furono soltanto all’origine delle grandi opere che tutti ricordiamo. Furono anche anni fatti di dubbi, di nostalgie, di una perseverante ricerca della gioia, anni in cui dovette talvolta domare « la belva oscura » della depressione. E proprio attraverso questo continuo interrogarsi (« tutto è già stato detto, eppure tutto è da ridire »), Terzani maturava una nuova consapevolezza di sé, affidata a pagine più intime, meditazioni, lettere alla moglie e ai figli, appunti, tutti accuratamente raccolti e ordinati dall’autore stesso, fino al suo ultimo commovente scritto: il discorso letto in occasione del matrimonio della figlia Saskia, intriso di nostalgia per la bambina che non c’è più e di amore per la vita, quella vita che inesorabilmente cambia e ci trasforma. © Longanesi & C. 21 L’AUTORE TIZIANO TERZANI nasce a Firenze nel 1938. Per oltre trent’anni, dal 1972 al 2004, vive in Estremo Oriente con la moglie Angela e i figli Saskia e Folco. Corrispondente del settimanale tedesco Der Spiegel, collabora anche a L’espresso, la Repubblica e al Corriere della Sera. I suoi libri, tutti editi da Longanesi e tradotti in molte lingue, raccontano le grandi storie di cui è stato testimone. In Pelle di leopardo (1976) la fine della guerra in Vietnam; in La porta proibita (1984) la Cina del dopo Mao in Buonanotte, signor Lenin (1992) il crollo dell’Unione Sovietica; il volume In Asia (1998) raccoglie le sue migliori corrispondenze dai paesi d’oriente. Con Un indovino mi disse (1995), Lettere contro la guerra (2002) e Un altro giro di giostra (2004) affronta i temi che riguardano direttamente l’uomo e raggiunge un vastissimo pubblico. Muore a Orsigna nel luglio 2004. Nel 2006 esce postumo La fine è il mio inizio, a cura di Folco Terzani; nel 2008 Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia, con uno scritto di Angela Terzani Staude; nel 2010 Un mondo che non esiste più, fotografie e testi scelti da Folco Terzani. Alla sua memoria sono dedicati il Premio letterario internazionale dell’Associazione vicino/lontano di Udine, il Premio nazionale per l’umanizzazione della medicina di Bra, e il sito www.tizianoterzani.com. © Longanesi & C. Prima edizione: maggio 2014 Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it Traduzione dall’inglese di Roberta Scarabelli Titolo originale dell’opera: For Once in My Life © 2013 by Marianne Kavanagh Published by arrangement with Il Caduceo Agenzia Letteraria and Annette Green Literary Agency ISBN 978-88-11-68741-2 © 2014, Garzanti Libri S.r.l., Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol www.garzantilibri.it «Ti piacerebbe», disse Kirsty. Era seduta in una posizione yoga, le gambe lunghe avvolte in direzioni opposte intorno al corpo. «Chi?» chiese Tess. «George», rispose Kirsty. Era sabato mattina e stavano bevendo il caffè nel loro soggiorno malridotto; Kirsty per terra, Tess raggomitolata sul divano sfondato. Dalla grande finestra a bovindo una debole luce spuntava riluttante, quasi si scusasse di rivelare tanta polvere. C’erano effetti personali sparsi ovunque: felpe con cappuccio, borse, libri, auricolari, cuscini gonfiabili, calze rosa extralarge. Avevano spesso ospiti nel loro appartamento: vecchi compagni di Manchester venuti a trovarle, amici che dopo il pub avevano perso l’ultimo metrò. Nelle giornate storte, quando Tess rientrando trovava il frigo vuoto e un alone di sporcizia intorno alla vasca da bagno, si domandava se non stessero esagerando con l’accoglienza. Quella mattina avevano la casa tutta per loro. Kirsty era appena tornata, ma non aveva l’aria di una che era stata in giro per locali tutta la notte. I lunghi capelli neri erano lisci e lucenti, gli occhi perfettamente truccati, alla Cleopatra. «Ci risiamo», disse Tess. «Cosa?» «Non ti piace Dominic», spiegò Tess, «così continui a provarci, a presentarmi altri ragazzi.» Kirsty sembrò offendersi: «Quando mai ho detto che non mi piace Dominic?» «Da quando lo conosci?» Università di Manchester. Primo semestre del primo an3 no. Tre ragazze in un appartamento con un bagno in comune da cui Dominic era emerso indossando solo un piccolo asciugamano bianco. Kirsty, volgendo lo sguardo da lui a Tess, aveva sollevato un sopracciglio con un arco perfetto. Ma Tess non aveva spiegazioni da dare. Perché un uomo che sembrava un modello di biancheria intima aveva trascorso la notte nel suo letto? «Dominic è fantastico», disse Kirsty. Tess, diffidente, rimase zitta. «Ma George è la tua anima gemella», continuò Kirsty. «La mia anima gemella.» «Ti piacerebbe un sacco. È un musicista. Adora l’arte.» «Come molta altra gente», replicò Tess. «Ed è all’antica.» «Io non sono all’antica.» «Disse la ragazza ossessionata dal vintage.» Tess, che aveva passato tutta la mattina a leggere una copia del 1944 della rivista «Woman» (5 ricostituenti primaverili per i vostri vestiti!), fu messa a tacere. «Ti garantisco che è il tuo tipo», disse Kirsty. «E come sarebbe il mio tipo?» Kirsty la guardò dall’alto in basso con le palpebre socchiuse, come una ragazzina che stia per dire una parolaccia. «Diverso da Dominic.» Tess aprì la bocca per protestare ma si affrettò a richiuderla. Quello era un tormentone costante. «Allora, dove sei stata stanotte?» chiese Tess. «In un locale», rispose Kirsty. «Vicino a Smithfield.» Si fermò, soprappensiero. «È un po’ strano camminare per Smithfield a notte fonda. Si continua a inciampare nelle carcasse di maiale.» Per un attimo Tess visualizzò nella mente l’immagine di Kirsty circondata da file di costine. «George suonava le tastiere ed era proprio bravo. Tutti continuavano ad alzarsi in piedi urlando e battendo le mani. Poi siamo tornati a casa di Rhys a Hackney, ci siamo fatti un tè e siamo rimasti lì seduti a chiacchierare, e io pensavo: “A Tess piacerebbe un sacco. A Tess piacerebbe un sacco George”.» Tess si sforzava di non sembrare interessata. Kirsty aveva 4 un sesto senso per le persone. Se si metteva a parlare con uno sconosciuto a una fermata dell’autobus alle tre di notte, saltava fuori che era un attore dell’Old Vic o qualcuno che lavorava con Vivienne Westwood. Così Tess si limitò a dire, con aria indifferente: «Lo dicono tutti». Kirsty posò la tazza di caffè e sciolse la posizione a gambe incrociate. «Lo dicono tutti cosa?» «Che George è il mio tipo.» «Chi lo dice?» «Ellie e Lauren. Lo hanno conosciuto quando ancora stavano a Manchester.» «Com’è possibile?» chiese Kirsty. «Lui se n’è andato prima che noi iniziassimo l’università.» «Non lo so», rispose Tess. «Tramite amici di Lauren. Sai com’è lei, la regina degli intrallazzi.» «Ecco, vedi, allora», disse Kirsty. «Tutti i prerequisiti di una relazione perfetta. Siete andati alla stessa università, avete amici in comune, siete entrambi liberi e single.» Tess raddrizzò la schiena. «Ti stai dimenticando Dominic.» Kirsty si alzò con un agile scatto. Rimase lì in piedi, aggraziata, composta. «È facile dimenticarsi di lui», disse. 5 L’appartamento era stracolmo, così pieno di gente che si vedevano a malapena le pareti a cui erano appesi enormi quadri quasi completamente arancioni. Lasciarono i cappotti in un piccolo studio che, con tutti quei mucchi di seta, pelle e mohair, aveva già l’aria di un negozio dell’usato a King’s Road; poi tornarono in mezzo alla ressa che scoppiava di energia, gridando da tutte le direzioni. Si sentiva appena la musica, un misto di canto sussurrato e flauti sudamericani. George, già spaesato – a casa ma non a casa –, si guardò attorno un po’ in ansia. Quello era proprio il genere di invitati che lo faceva sempre sentire a disagio in una festa: così in anticipo sulla moda che sarebbe apparsa sulle riviste patinate da sembrare quasi rétro. Non riconobbe nessuno. «Beviamo?» chiese Rhys. «Sì.» «Cosa vuoi?» «Qualunque cosa», rispose George. «George?» Si voltò. «Conosci Tess, vero?» disse Rhys. Quello era George. Lo sapeva. Lo riconobbe, anche se non l’aveva mai visto. Aveva intorno, da ogni parte, gente che lo schiacciava, gridava sopra la sua testa, lo spintonava, eppure lui era rimasto immobile, a fissarla, con aria totalmente familiare. Rimase scioccata da quel lampo di riconoscimento. Ma al 6 tempo stesso si sentì rassicurata, perché lui era esattamente come si aspettava sarebbe stato. Tutte le volte che se lo era immaginato, lo aveva visto così: un metro e settantacinque, un metro e settantotto circa, capelli castani, occhi azzurri. Carnagione chiara di chi non prende mai il sole. Rughe sottili intorno agli occhi, come se ridesse molto, o forse si preoccupasse molto. La faccia ruvida con un accenno di barba. “Non c’è niente in lui”, pensò Tess, “che ti spinga a fermarti a guardarlo: non è né grasso né magro, né alto né basso. Non ha segni particolari né piercing, né barba o tatuaggi. Persino i suoi vestiti non sono niente di speciale: una camicia blu scuro, stropicciata come se si fosse dimenticato di stirarla o l’avesse indossata tutto il giorno, o si fosse addormentato sul divano, e il calore del suo corpo avesse creato nuove pieghe.” “Ma forse è lui che vuole essere così”, pensò. “Forse non vuole attirare l’attenzione.” (Nessuno, d’altronde, aveva mai lasciato intendere che George amasse le luci della ribalta.) “Si tiene in disparte e osserva tutti, e l’unica cosa che attira lo sguardo è quella sua aria imbarazzata. C’è una tensione in lui, come se fosse in attesa, come se non fosse sicuro che sia una buona idea dire o fare qualcosa, perché potrebbe non essere il momento giusto, o potrebbe non essere gradita, o sarebbe meglio se venisse detta da qualcun altro. Questo lo fa sembrare cauto e vulnerabile. Al tempo stesso, però, è come se porgesse un invito. La sua espressione sembra dire: ‘Di’ qualcosa e capirò ciò che intendi’. Anche i suoi occhi comunicano la stessa cosa: ‘Di’ qualcosa e so che sarà spiritosa, intelligente e divertente’. E poi, in segno di apprezzamento di tutta quella brillantezza, sorriderà. I suoi occhi si incresperanno agli angoli e intorno alla bocca appariranno le rughe della risata.” “Ed è questo che rende George particolare”, pensò Tess. “È questo che lo rende diverso. Che lo fa risaltare tra la folla. Lui vuole che tu abbia successo. Vuole che tu splenda. Vuole che tu sia felice.” Nessun gesto era appropriato. Come si saluta qualcuno che conosci già ma non hai mai incontrato? 7 «Tess», disse George. “Sapevo che la tua voce sarebbe stata così”, pensò lei. “Più calda e più profonda di quanto ti aspetteresti da uno della tua corporatura. Però sembri perplesso. Sembri confuso.” «Alla fine ci siamo incontrati», disse George. Tess scosse la testa. «Allora come faccio a conoscerti?» Erano racchiusi in una piccola bolla indipendente di beatitudine, e si sorridevano. «Però ci siamo quasi incontrati», disse George, «molte volte.» «Molte volte», ripeté Tess. «Una volta dovevi venire a cena da noi», aggiunse Tess. «Avevo cucinato lo shepherd’s pie.» «Davvero?» Tess annuì, con gli occhi che brillavano. “Mi guarda”, pensò George, “come se pensasse che sono interessante, che sto per farla sorridere.” «Rhys continuava a dirmi che ti conoscevo», continuò George. «Ogni volta. Alla fine ci ho quasi creduto.» Tess rise. «E Kirsty ci ha provato in tutti i modi.» Lei continuava a guardare la sua bocca. Aveva voglia di alzarsi in punta di piedi e baciarla. George, perso, stava osservando ogni centimetro della sua faccia. «Kirsty però non mi ha detto che ci saresti stato anche tu oggi.» George si ricordò di parlare. «Infatti non lo sapeva. Le ho fatto una sorpresa.» «Una sorpresa di compleanno.» Il sorriso di George scomparve. «Cosa c’è?» chiese Tess. «Non le ho preso il regalo.» «Lei non vuole regali.» «No?» «Io le ho comprato un cappello.» «Un cappello?» «Le piacciono.» 8 George tornò a sorridere. «Sta benissimo con i cappelli. In verità sta benissimo con tutto.» «Non lo sapevo che eri così carina.» Tess ammutolì. George si fregò la barba incolta sul mento. Aveva dita bellissime. “È un pianista”, pensò Tess. “Ora mi ricordo che suona il piano.” «Mi dispiace», disse George. Tess sorrise, un po’ titubante. «Va tutto bene.» «Non volevo metterti in imbarazzo.» «Non sono imbarazzata.» «Invece sì.» Tess rise. «Oh, okay, allora. Un po’ sì.» «Intendevo solo che in tutto questo tempo in cui non ci siamo incontrati nessuno me l’ha detto.» I suoi occhi non abbandonavano la faccia di Tess. «Nessuno mi ha detto com’eri.» «Avrebbe fatto qualche differenza?» Ma a quel punto l’espressione di George era così triste che lei smise di sorridere. Abbassarono entrambi lo sguardo, fissandosi i piedi. «Possiamo uscire da qui?» suggerì George. Tess lo guardò, sorpresa. «Non ti sento. Andiamo da qualche altra parte», le spiegò. «Non posso. È il compleanno di Kirsty. Non posso andarmene. Non ci sono ancora stati i fuochi d’artificio.» Si guardarono con aria impotente. «Sul retro», propose Tess. «C’è un cortiletto sul retro. Fuori dalla cucina.» Si dimenticarono di Rhys, che stava lottando corpo a corpo per recuperare i loro margarita. Avanzavano piano. Tess si stampò in faccia un sorriso luminoso ma vago e continuò a fare cenni affabili, come la regina, per assicurarsi di non essere coinvolta in qualche conversazione. Aveva voglia di allungare una mano e prendere 9 quella di George, che si faceva strada a spallate, ma naturalmente si trattenne. Perché non lo conosceva. Non conosceva affatto George. Non puoi prendere la mano di qualcuno se non lo conosci. Così camminò nella sua scia, cercando di stargli vicino, cercando di tenere a bada quel subbuglio di emozioni che la invadeva, minacciando di erompere dalla bocca in una specie di ululato animale. Perché conosceva George. Lo conosceva bene. Era così familiare, così carino, era evidentemente qualcuno che lei avrebbe dovuto incontrare tempo prima. Non capiva niente, ma al tempo stesso aveva tutto perfettamente senso. Quello era George. Le apparteneva. E non poteva averlo. Rimase scioccata che quel pensiero fosse così grande, così nitido, così sfrontato. Le gridava a lettere cubitali come un’esplosione di tre metri su un cartellone pubblicitario. NON PUOI AVERLO. Perché ormai era troppo, troppo tardi. “E in ogni caso”, pensò con il cuore pesante come un macigno, mentre guardava George abbassare la maniglia di una portafinestra che si aprì, miracolosamente, sul buco nero di un cortile posteriore trascurato, “lui vive a New York. Quest’uomo che ho appena incontrato, ma che conosco da molto tempo, vive a migliaia di chilometri di distanza. Il che significa”, considerò, mentre lo seguiva fuori nel minuscolo patio circondato da muri alti tre metri che si ergevano, come scogliere scure, tutto intorno a loro, “che molto presto tornerà in capo al mondo. Stasera parliamo. Domani parte.” “Quindi”, concluse, mentre George si voltava verso di lei, solo l’ombra di un uomo alla luce fioca, vana, riluttante che usciva dalla cucina nel seminterrato di un appartamento a Kennington, “tutto questo è totalmente inutile.” “Nell’attimo in cui ti ho visto”, pensò George, “ho capito chi eri. Mi sembrava di averti già incontrata moltissime volte. Ma non sapevo, fino a stasera, che eri così. Capelli scuri, occhi scuri. C’è una morbidezza in te che mi fa venire voglia 10 di allungare una mano e toccarti. Sembri così familiare. Mi sembra di averti parlato ieri. Ma non c’è mai stato nessun ieri. Allora perché mi pare di conoscerti? Conosco persino la tua voce, come se avessimo passato ore a chiacchierare. Conosco le tue espressioni, ognuna di loro. Quel piccolo sguardo perso che hai quando ti viene in mente un pensiero che ti fa sentire sola e spaventata. Il modo in cui ti mordi il labbro quando sei agitata. La luce nei tuoi occhi prima di sorridere. Come faccio a conoscere queste cose se non ti ho mai incontrato prima di stasera? Hai un sorriso così bello. Fai venire voglia anche a me di sorridere.” «Non riesco a vederti», proruppe George. «Lo so», affermò Tess. «C’è troppo buio.» I sensi di George si sentirono defraudati di lei. Da un angolo del cortile spuntò una piccola luce. Allarmato, lui guardò la cucina affollata. Kirsty salutò con la mano, ma poi voltò le spalle. Adesso George riusciva a vedere Tess. Stava tremando di freddo. Lui voleva togliersi la giacca per dargliela, ma non ce l’aveva. L’aveva lasciata dentro, da qualche parte, su un mucchio di cappotti costosi. «Hai freddo», disse. «È solo lo sbalzo di temperatura», rispose lei. «Faceva caldissimo dentro.» Si sfregò le braccia con le mani per scaldarsi. George si sentì terribilmente egoista per averla trascinata lì fuori. Arrivavano i rumori dalla strada, le macchine che sfrecciavano a sud verso Brixton, Streatham e Penge. «Eppure devo averti già incontrato», continuò George. «Dobbiamo esserci incontrati da qualche parte.» Tess scosse la testa. Lui aveva uno sguardo ansioso. «Tu suoni il piano?» «Lo suonavo. Adesso insegno.» «Suonavi quando eri a Londra.» «Ero più giovane quando ero a Londra», disse George in tono secco. «Prima o poi bisogna crescere.» Tess non disse nulla. Il silenzio era come l’enorme bocca spalancata di uno squalo, che aspettava di divorarli vivi. 11 «Non credo a una parola di quello che ho appena detto», si corresse George. «Che sollievo», sospirò Tess. «Stavo cominciando a odiarti.» Sorrise. “Che bei denti regolari” pensò George. “Tutto di lei è piccolo e perfetto.” «Non credo che dovresti rinunciare ai tuoi sogni», aggiunse Tess. «No», convenne George. «Hai ragione.» «Sono ciò che ti rende unico.» Lui annuì. Ci fu una pausa. «Sono un’ipocrita», continuò lei. Lui voleva gettarsi in sua difesa, anche se era Tess ad accusarsi da sola. «Io ho rinunciato ai miei sogni.» Aveva un tono triste e stanco. «Ho sempre pensato che avrei aperto un negozio di vestiti vintage. Li colleziono da anni. Da quando mia nonna mi raccontava le storie della seconda guerra mondiale. Li ho sempre adorati. Anche se aprissi un negozio, ne terrei qualcuno. Perché sono bellissimi. Ma non vorrei un museo. Vorrei guadagnarmici da vivere.» «È piuttosto difficile», disse George, «avviare un’attività.» «Non cercare scuse per me.» «Ma è così», insistette George. «Si rischia molto.» Tess sorrise. «Come quando rinunci a un reddito fisso per suonare jazz.» E a quelle parole sorrise anche lui, ed erano tornati nella loro bolla di reciproca comprensione. «Mi ricordo che hai suonato alle nozze di Tim e Lily.» George sembrò sorpreso. «C’eri anche tu al matrimonio? Non ti ho vista.» «Nemmeno io.» “Ci saremmo potuti incontrare”, si rammaricò lui, “tanto tempo fa.” «Ti ricordi il discorso del fratello di Tim?» chiese lei, e le si illuminarono gli occhi. George scosse la testa. Non si ricordava nessun discorso. 12 «Suonavate il bebop», disse Tess. «Conosci il bebop?» «Si intona con i vestiti», rispose Tess. «Charlie Parker. Miles Davis. Max Roach.» «Thelonious Monk», aggiunse George. «Round Midnight.» George la guardò, stupito. «Straight, No Chaser», continuò Tess. «Brilliant Corners.» «Non riesco a crederci che le conosci.» «Non si alzava sempre a ballare quando suonava?» «Non riusciva a stare fermo», disse George. «Gli si muoveva tutto il corpo.» «Lo fai anche tu?» gli chiese con uno sguardo canzonatorio. «Sono troppo represso.» «Represso?» «O forse depresso», precisò George, mentre gli angoli degli occhi si increspavano in un sorriso. Lei scoppiò a ridere. Rimasero lì immobili a guardarsi. “Se stessimo insieme io e te”, pensò George, e quell’illuminazione lo colpì con tanta lucidità che ne rimase abbagliato, “la mia vita cambierebbe completamente. Tu capisci. Non devo fare fatica per spiegarmi. Tu sei già qui, ad aspettarmi a metà strada.” «Per un po’ ho provato», disse titubante, «a cercare qualcosa di diverso.» «Di diverso?» «Non so... Qualcosa oltre Thelonious Monk.» Gli occhi di Tess erano seri. «E cos’è successo?» «Ho smesso.» «Perché?» «Non saprei», rispose. «La vita si è messa in mezzo.» “Oh, so cosa vuoi dire”, pensò Tess, figurandosi la lama d’acciaio di un raschietto sotto una tappezzeria difficile da togliere, vernice lucida bordeaux, zoccolini sbeccati. Sentì crollare tutte le domeniche del suo recente passato nell’amareggiato ricordo del fai da te, tempo buttato via nella spazzatura, irrecuperabile. “Come ho potuto lasciare che 13 succedesse? Perché mi sono comportata come se non m’importasse di ciò che facevo della mia vita?” Dopo un po’, Tess disse: «Me ne sarei dovuta andare molto tempo fa». «Dal tuo lavoro?» Ci fu un lungo silenzio. «Scusa», disse George. Tess alzò lo sguardo. «No, è una bella domanda. Solo che non so la risposta.» “Ho voglia di baciarla”, pensò George. “Cosa farebbe se la baciassi?” La portafinestra che dava sul cortile si aprì all’improvviso. «Oh», disse uno. «Non sapevo ci fosse qualcuno qui fuori.» «Non c’è problema», disse Tess. «Sono uscito a fumare.» «Stavamo rientrando.» «Ah, sì?» chiese George. «Credo che Rhys ci stia cercando.» Altre persone stavano uscendo in cortile. George e Tess rimasero uno di fianco all’altra aspettando che si aprisse uno spiraglio nel traffico della festa. Prima che gli mancasse il coraggio, George disse: «Possiamo rivederci?». «Quando?» «Prima che io riparta.» Tess esitò. «Ti prego», insistette George. continua in libreria e in e-book... 14 Tess e George non potrebbero essere più diversi, eppure sono anime gemelle. Lei è la classica brava ragazza, ordinata e per bene, lui fa il musicista, ha un’anima solitaria e qualche segreto di troppo. Eppure sono fatti l’uno per l’altro, solo che non si conoscono ancora. Vivono a Londra. Hanno frequentato la stessa università. Hanno amici in comune che cercano di farli incontrare. Ma ogni volta che stanno per conoscersi a un concerto, a un matrimonio, a una festa, una serie di imprevisti li allontana, e il fatidico momento sembra non arrivare mai. Fino al giorno in cui, per caso, finalmente le loro strade si incrociano. Non c’è bisogno di nessuna parola, di nessun gesto. Basta uno sguardo e Tess riconosce George, anche se non l’ha mai visto. In quegli occhi che la fissano immobili, c’è tutto il loro mondo, tutto il loro futuro e la certezza di stare insieme da sempre. Solo che adesso è troppo tardi. La vita li ha portati lontani l’uno dall’altro e ci sono ancora molti ostacoli a dividerli. Devono affrontarli insieme, devono trovare il modo di difendere quello che hanno di più prezioso: un amore senza uguali, un amore scritto nelle stelle. Costi quel che costi. Un incantevole imprevisto è un esordio potente e unico. Conteso dalle principali case editrici di tutto il mondo, ancor prima della pubblicazione è diventato un fenomeno editoriale senza precedenti, attesissimo dai librai e dalla stampa. Un romanzo pieno di vita. La storia di due ragazzi destinati ad amarsi nonostante tutto. La storia di due anime unite nel profondo, che niente potrà dividere. La storia di quell’amore magico e misterioso, che fa tremare lo stomaco e mancare il respiro. Perché quando si incontra la propria anima gemella non si hanno più dubbi. Quando è scritto nelle stelle, basta uno sguardo per riconoscersi. Marianne Kavanagh è una giornalista che lavora per importanti testate inglesi. Il suo primo romanzo, Un incantevole imprevisto, è in uscita in numerosi paesi come un esordio d’eccezione. MA PRI E ANT o i g Dal22mag a i er br i nl i MI GL I ORROMANZO DE L L ' ANNO PE RT HENE W YORKT I ME S,T HEGUARDI AN, T I MEEMOL T IAL T RI Kate Atkinson V IT A D O P O V IT A Romanzo TRADUZIONE DI ALESSANDRO STORTI Vita dopo la vita_ristampa.indd 3 25/03/14 15.56 Titolo originale Life After Life ISBN 978-88-429-2385-5 Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it In copertina: foto © Ilona Wellmann/Millenium Images, UK Jacket design by Keith Hayes Jacket © 2013 Hachette book group, Inc. Grafica: pepe nymi Copyright © 2013 by Kate Costello Ltd. All rights reserved © 2014 Casa Editrice Nord s.u.r.l. Gruppo editoriale Mauri Spagnol Vita dopo la vita_ristampa.indd 4 25/03/14 15.56 Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte […]»? Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immane, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina!»? FRIEDRICH NIETZSCHE, La gaia scienza* πάντα χωρει˜ καὶ ου̉δεν̀ μένει. Tutto si muove e nulla sta fermo. PLATONE, Cratilo E se avessi la possibilità di rivivere più volte la tua vita, finché non venisse come deve? Non sarebbe splendido? EDWARD BERESFORD TODD * Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, libro quarto, aforisma 341; traduzione di Ferruccio Masini, Adelphi, Milano, 2013. (N.d.T.) Vita dopo la vita_ristampa.indd 9 25/03/14 15.56 SIATE UOMINI DI VALORE Vita dopo la vita_ristampa.indd 11 25/03/14 15.56 Novembre 1930 Entrando nella caffetteria, fu investita da un’aria carica di umidità e fumo di tabacco. Fuori pioveva e c’erano ancora delle gocce che tremavano come rugiada delicata sui giacconi di pelliccia di alcune delle avventrici. Un reggimento di camerieri in grembiule bianco si affaccendava a ritmo serrato per venire incontro alle necessità di svago dei Münchner: caffè, dolci e pettegolezzi. Lui era seduto a un tavolino nel fondo, attorniato dalla solita corte di leccapiedi. C’era una donna che lei non aveva mai visto, una bionda platinata con un trucco pesante; un’attrice, a giudicare dalle apparenze. La biondina si accese una sigaretta, facendo di quel gesto uno spettacolo volgarmente allusivo. Tutti sapevano che lui prediligeva donne contegnose e morigerate, preferibilmente bavaresi. Tutti quei dirndl e le calze al ginocchio, Dio ci scampi. Il tavolo era stracarico. Bienenstich, Gugelhupf, Käsekuchen. Lui si stava mangiando una fetta di Kirschtorte. Li adorava, quei suoi dolci. Non c’era da meravigliarsi, se aveva quell’incarnato tanto cereo, era sorprendente che non gli fosse venuto il diabete. Un corpo mollemente ripugnante, che a lei ricordava la pasta, celato dai vestiti e mai esposto alla vista. Un mezzo uomo. Non appena la scorse, le sorrise e accennò ad alzarsi, dicendo: «Guten Tag, gnädiges Fräulein». Indicò la sedia accanto a lui, occupata da uno dei suoi adulatori, che balzò in piedi per farle posto. «Unsere Englische Freundin», proseguì lui, rivolto alla biondina. La donna soffiò lentamente il fumo e la squadrò, ma senza un vero interesse, infine le disse: «Guten Tag». Una berlinese. Lei posò a terra la borsetta, appesantita da ciò che conteneva, accanto alla sedia. Poi ordinò una cioccolata. Lui volle a tutti i costi che assaggiasse lo Pflaumen Streusel. Vita dopo la vita_ristampa.indd 13 25/03/14 15.56 14 «Es regnet», disse lei, tanto per fare conversazione. «Sta piovendo.» «Sì, sta piovendo», le fece eco lui, con un accento pesante. Poi rise, tutto contento della propria performance. Risero anche tutti gli altri. «Bravo», disse qualcuno. «Sehr gutes Englisch.» Lui, di buon umore, tamburellò con il dorso del dito indice sulle labbra, con un sorriso divertito, come intento ad ascoltare una melodia che esisteva solamente nella sua testa. Lo Streusel era una delizia. «Entschuldigung», mormorò lei, infilando una mano nella borsetta. Ne estrasse un fazzoletto orlato di trina e con le iniziali ricamate, UBT, un regalo di compleanno di Pammy. Si tamponò educatamente le labbra per ripulirle dalle briciole di Streusel, poi si chinò per riporre il fazzoletto e prendere il pesante oggetto che aveva portato: la rivoltella d’ordinanza di suo padre, una Webley Mark V della Grande Guerra. Una mossa che lei aveva provato cento volte. Un solo sparo. La rapidità era essenziale, eppure, dopo che lei ebbe estratto la pistola e l’ebbe puntata al cuore di lui, ci fu un istante, una bolla sospesa nel tempo, in cui tutto parve fermarsi. «Führer», gli disse, spezzando l’incantesimo. «Für Sie.» Intorno al tavolo, molte altre pistole vennero sfilate di scatto dalle fondine e puntate verso di lei. Un solo respiro. Un solo sparo. Ursula premette il grilletto. Caddero le tenebre. Vita dopo la vita_ristampa.indd 14 25/03/14 15.56 NEVE Vita dopo la vita_ristampa.indd 15 25/03/14 15.56 11 febbraio 1910 Una corrente d’aria ghiacciata, un soffio gelido sulla pelle appena esposta. Senza preavviso, eccola fuori, il suo mondo tropicale si è improvvisamente volatilizzato. Esposta agli elementi. Sgusciata come un gambero, come una noce. Non c’è respirazione. Tutto il mondo si è ridotto a questo. Un solo respiro. Polmoni piccolini come ali di libellula, da gonfiare dell’atmosfera estranea. Niente aria nella trachea serrata. Nella minuscola perla arricciata dell’orecchio, il ronzio di mille api. Terrore. La bambina che annega, l’uccello che precipita. * «Doveva esserci il dottor Fellowes», gemette Sylvie. «Come mai non è ancora arrivato? Dov’è?» Grosse gocce di rugiada sulla sua pelle, un cavallo che si avvicina al traguardo di una corsa difficile. Il camino della camera divampa come la fornace di una nave. Le pesanti cortine di broccato tirate a dare riparo dal nemico, la notte. Il pipistrello nero. «Vostro marito sarà rimasto bloccato dalla tormenta, immagino. C’è un tempo da lupi, signora. La strada sarà chiusa.» Sylvie e Bridget erano da sole, alle prese con la loro ordalia. La cameriera Alice era in visita alla madre inferma. E Hugh, naturalmente, era à Paris, a riacchiappare quell’incorreggibile ochetta di sua sorella Isobel. Sylvie non aveva la minima voglia di rivolgersi a Mrs Glover, che russava come un maiale da tartufo nella sua camera in mansarda: avrebbe preteso di comandare tutti a bacchetta, come un sergente maggiore in una piazza d’armi. Sylvie si era aspettata un parto tardivo, come i precedenti, e invece il bambino era prematuro. I conti senza l’oste, come si suol dire. Vita dopo la vita_ristampa.indd 17 25/03/14 15.56 18 «Oh, signora», gridò Bridget tutt’a un tratto. «È tutta blu.» «Una femminuccia?» «Ha il cordone avvolto intorno al collo. Oh, santa madre di Dio, è rimasta strangolata, povera piccolina.» «Non respira? Fammela vedere. Dobbiamo fare qualcosa. Che si può fare?» «Oh, Mrs Todd, l’abbiamo perduta. È morta prima di poter vivere. Mi dispiace tantissimo. Ora sarà sicuramente un piccolo cherubino, lassù in cielo. Oh, se ci fosse Mr Todd. Quanto mi dispiace. Devo svegliare Mrs Glover?» Il cuoricino. Un piccolo cuore indifeso che batte all’impazzata. Fermato all’improvviso, come un uccellino caduto dal cielo. Un solo sparo. Caddero le tenebre. Vita dopo la vita_ristampa.indd 18 25/03/14 15.56 NEVE Vita dopo la vita_ristampa.indd 19 25/03/14 15.56 11 febbraio 1910 «Per amor di Dio, ragazzina, piantala di correre in giro come una gallina decapitata e vai a prendere dell’acqua bollente e delle salviette. Non sai proprio niente? Sei cresciuta in mezzo a un campo?» «Perdonatemi, signore.» Bridget fece un inchino di scuse, come se il dottor Fellowes fosse stato un membro della famiglia reale. «Una femminuccia, dottor Fellowes? Posso vederla?» «Sì, Mrs Todd, un bel bocciolo di bimba.» Sylvie pensava che il dottor Fellowes stesse calcando un po’ troppo la mano, con quel complimento allitterante. Dire che non tendeva alla bonarietà era un eufemismo. Sembrava credere che la salute dei suoi pazienti, in particolar modo il loro arrivo o la dipartita, avesse il solo scopo d’infastidirlo. «Il cordone stretto intorno al collo l’avrebbe uccisa. Sono arrivato a Fox Corner all’ultimo minuto. Letteralmente.» Il dottore levò le forbici da chirurgo affinché Sylvie le ammirasse. Erano piccole, lucide, con punte acuminate incurvate all’insù. «Zac zac», disse. Sylvie si ripromise – pur blandamente, date la sua condizione di affaticamento e le circostanze che l’avevano causata – di comprare un paio di forbici identico, qualora si fosse presentata un’emergenza simile. (Improbabile, peraltro.) O un coltello, una bella lama affilata da portare sempre con sé, come la figlia del brigante nella fiaba La regina delle nevi. «Per voi è una fortuna che io sia arrivato in tempo, prima che la neve rendesse impraticabili le strade», proseguì il dottor Fellowes. «Ho chiamato Mrs Haddock, la levatrice, ma credo che sia impegnata da qualche parte, appena fuori da Chalfont St Peter.» Vita dopo la vita_ristampa.indd 21 25/03/14 15.56 22 «Mrs Haddock?» Sylvie si accigliò. Bridget scoppiò a ridere rumorosamente, poi si affrettò a mormorare: «Scusate, scusate signore». Sylvie pensò che lei e Bridget dovevano essere sull’orlo dell’isteria. E non c’era di che stupirsene. «Stracciona di un’irlandese», borbottò il dottor Fellowes. «Perdonatela, Bridget è soltanto una sguattera, appena una ragazzina. Devo soltanto ringraziarvi. È accaduto tutto tanto in fretta…» Sylvie pensò a quanto voleva restare da sola. Non ci riusciva mai. «Immagino che dovrete rimanere fino a domattina, dottore», aggiunse con riluttanza. «Mah, penso di sì», rispose il dottor Fellowes, con altrettanta riluttanza. Sylvie sospirò e lo invitò ad andare in cucina a farsi dare un bicchiere di brandy e magari un po’ di prosciutto e qualche cetriolino sottaceto. «Penserà Bridget a servirvi.» Voleva liberarsi di lui. Il dottore l’aveva aiutata a partorire tutt’e tre (tre!) le volte e non le piaceva nemmeno un po’. Quell’uomo aveva visto cose che soltanto un marito dovrebbe vedere. Aveva palpeggiato e pungolato con i suoi strumenti le parti più delicate e intime di lei. Ma avrebbe preferito se fosse stata una levatrice di nome Haddock, a far nascere sua figlia? Ci sarebbe voluto un medico donna, per curare le donne. Un’eventualità improbabile. Il dottor Fellowes tentennò, mormorando e borbottando, mentre sorvegliava la concitata Bridget, intenta a lavare e ad avvolgere nelle fasce la nuova arrivata. Bridget era la maggiore di sette fratelli, dunque sapeva bene come fasciare un neonato. Aveva quattordici anni, dieci meno della padrona. A quell’età, Sylvie portava ancora la gonnellina corta ed era innamorata del suo pony, Tiffin; non aveva idea di come nascessero i bambini, addirittura era rimasta frastornata durante la prima notte di nozze. Sua madre Lottie le aveva dato qualche cenno in merito alla questione, ma era stata poco prodiga di dettagli anatomici: per lei, i rapporti fra marito e moglie erano misteriosamente legati alle allodole che si alzavano in volo all’alba. Lottie era una donna riservata, qualcuno l’avrebbe definita narcolettica. Suo marito Llewellyn Beresford, il padre di Sylvie, era un ar- Vita dopo la vita_ristampa.indd 22 25/03/14 15.56 23 tista del bel mondo, ma tutt’altro che bohémien: niente nudità in casa sua, né atteggiamenti equivoci. Aveva ritratto la regina Alessandra quando era ancora principessa, diceva che era una donna molto piacevole. Abitavano in una bella casa di Mayfair, Tiffin era allogato in una stalla vicino a Hyde Park. Nei momenti di malinconia, Sylvie soleva rinfrancarsi d’animo immaginandosi in quel passato assolato, seduta composta sulla sua sella per signora, sulla piccola e larga groppa di Tiffin, a trottare lungo la Rotten Row in una tersa mattina di primavera, con i colori vivaci dei boccioli sugli alberi. «Gradite del tè caldo e una bella fetta di pane tostato e imburrato, Mrs Todd?» chiese Bridget. «Sì, Bridget, grazie.» La bambina, fasciata come una mummia egizia, arrivò finalmente fra le braccia di Sylvie, che accarezzò delicatamente le guance di pesca. «Ciao, piccolina.» Il dottor Fellowes si voltò per non assistere a quelle mielose manifestazioni di affetto. Se fosse stato per lui, tutti i bambini sarebbero stati cresciuti in una nuova Sparta. «Oh, be’, forse una piccola colazione fredda non sarebbe fuor di proposito. Per caso c’è un po’ di quel delizioso piccalilli di Mrs Glover?» Vita dopo la vita_ristampa.indd 23 25/03/14 15.56 QUATTRO STAGIONI C O LMAN O LA M I S U RA D E L L ’ A N N O* * John Keats, Four seasons fill the measure of the year; in Keats, Poesie, traduzione di Silvano Sabbadini, Mondadori, Milano,1986. (N.d.T.) Vita dopo la vita_ristampa.indd 25 25/03/14 15.56 11 febbraio 1910 Sylvie venne destata da una scheggia di luce solare che trapassava le tende come una spada d’argento luccicante. Era languidamente distesa fra i merletti e il cashmere, quando entrò Mrs Glover, reggendo con fierezza un enorme vassoio da colazione. A quanto pareva, solo un’occasione di una certa importanza poteva attirarla a tanta distanza dal suo covile. Sul vassoio c’era una boccetta che conteneva un bucaneve semicongelato. «Oh, un bucaneve!» disse Sylvie. «Il primo fiore a levare la testolina dal terreno. Che temerario!» Mrs Glover, poco convinta del fatto che i fiori possedessero temerarietà – né, quanto a ciò, nessun altro attributo umano, encomiabile o no –, era una vedova che risiedeva a Fox Corner soltanto da poche settimane. Prima del suo arrivo, c’era stata Mary, una donna dalla postura cadente, incapace di cucinare un brasato senza bruciarlo. Invece Mrs Glover, semmai, tendeva a cuocerlo troppo poco. Nell’opulenta dimora in cui era cresciuta Sylvie, la cuoca veniva chiamata “cuoca”; Mrs Glover, invece, preferiva “Mrs Glover”. La rendeva insostituibile. Eppure, Sylvie continuava a pensare a lei come alla “cuoca”. «Grazie, cuoca.» Mrs Glover batté le palpebre lentamente, come una lucertola. «Mrs Glover», si corresse Sylvie. Lei posò il vassoio sul letto e andò ad aprire le tende. La luce era straordinaria, il pipistrello nero era sgominato. «Che riverbero», disse Sylvie, schermandosi gli occhi. «Quanta neve.» Mrs Glover scosse la testa in un gesto che poteva essere di meraviglia come di repulsione. Non era sempre facile interpretare le sue espressioni. «Dov’è il dottor Fellowes?» chiese Sylvie. «C’è stata un’emergenza. Un contadino travolto da un toro.» «Spaventoso.» Vita dopo la vita_ristampa.indd 27 25/03/14 15.56 28 «Sono venuti degli uomini dal paese, a cercare di liberare la sua automobile dalla neve, ma alla fine è arrivato il mio George, che gli ha dato un passaggio.» «Ah», disse Sylvie, come se avesse improvvisamente trovato la soluzione di un dilemma che l’aveva assillata. «E hanno il coraggio di misurare la potenza in cavalli!» grugnì Mrs Glover, finendo per somigliare lei stessa a un toro. «Ecco cosa si guadagna, a fidarsi di quelle diavolerie moderne.» «Mmm», commentò Sylvie, restia a mettere in discussione opinioni impugnate tanto saldamente. La stupiva il fatto che il dottor Fellowes se ne fosse andato senza visitare né lei, né la bimba. «È entrato a darvi un’occhiata. Voi dormivate», disse Mrs Glover. Talvolta Sylvie si domandava se non fosse una telepate. Un pensiero veramente orribile. «Prima ha fatto colazione», proseguì la donna, manifestando approvazione e riprovazione nella medesima emissione di fiato. «Di appetito ne ha, parola mia.» «Io potrei mangiarmi un cavallo», rise Sylvie. Naturalmente no, non poteva. L’immagine di Tiffin le balenò nella mente. Sollevò le posate d’argento, pesanti come armi, preparandosi ad affrontare i rognoni pepati di Mrs Glover. «Deliziosi», disse (ma lo erano?) La donna però era già intenta a ispezionare la bambina nella culla. «Paffutella come un maialino da latte.» Sylvie rivolse un torpido pensiero a Mrs Haddock, domandandosi se fosse ancora bloccata da qualche parte vicino a Chalfont St Peter. «Mi hanno detto che per poco non moriva», disse Mrs Glover. «Be’…» Era tanto sottile, il confine tra la vita e la morte. Il padre di Sylvie, ritrattista di società, era scivolato su un tappeto d’Isfaha-n ai piedi della scala del primo piano, dopo una libagione serale di pregiato cognac. L’avevano trovato morto soltanto al mattino. Nessuno lo aveva sentito cadere o gridare. Aveva appena iniziato un ritratto del conte di Balfour. Mai terminato, ovviamente. Vita dopo la vita_ristampa.indd 28 25/03/14 15.56 29 A quel punto, si era scoperto che, quanto a finanze, era stato più prodigo di quanto non si fossero rese conto moglie e figlia. Segretamente dedito al gioco d’azzardo, con debiti in tutta la città, non aveva disposto nessun provvedimento in caso di morte prematura, dunque in breve tempo i creditori avevano preso d’assedio la bella casa di Mayfair. Che si era rivelata un castello di carte. Bisognava rinunciare a Tiffin. Sylvie con il cuore spezzato, in lutto più per lui che per il padre. «Credevo che il suo unico vizio fossero le donne», aveva detto sua madre, momentaneamente appollaiata su una delle casse per il trasloco, nella postura di una modella che posa per una pietà. Erano affondate in una povertà distinta e cortese. La madre di Sylvie si era fatta scialba e tediosa, le allodole non si levavano più in volo, mentre lei appassiva e deperiva. Sylvie, diciassettenne, era stata salvata da un destino di modella per pittori da un uomo conosciuto al bancone dell’ufficio postale: Hugh, stella nascente del florido settore bancario, l’archetipo della rispettabilità borghese. Che cosa poteva sperare di più, una ragazza bella ma priva di mezzi? Lottie era morta con meno lagnanze del previsto e Hugh e Sylvie si erano sposati senza troppo clamore il giorno del diciottesimo compleanno di lei. «Ecco», aveva detto Hugh. «Così non ti dimenticherai mai l’anniversario di matrimonio.» Avevano trascorso la luna di miele in Francia, una incantevole quinzaine a Deauville, per poi stabilirsi in un idillio semirurale non lontano da Beaconsfield, in una casa in stile vagamente Lutyens. C’era tutto ciò che si poteva desiderare: un’ampia cucina, un salotto buono con porte a vetri che davano sul prato, una graziosa sala della colazione e svariate camere da letto in attesa di riempirsi di bambini. C’era perfino una stanzetta sul retro, che Hugh avrebbe adibito a studiolo. «Ah, il mio covo», rideva lui. A una distanza che garantiva riservatezza, c’erano altre case simili. C’erano un prato, un bosco ceduo e un boschetto pieno di campanule attraversato da un ruscello. La stazione ferroviaria, in realtà una fermata priva di edificio, avrebbe permesso a Hugh di raggiungere la sua postazione in banca in meno di un’ora. «La valle addormentata», aveva riso Hugh, sollevando cavallerescamente Sylvie per portarla oltre la soglia. Era un’abitazione Vita dopo la vita_ristampa.indd 29 25/03/14 15.56 30 relativamente modesta, nulla di paragonabile a Mayfair, e malgrado ciò un poco al di là delle loro possibilità, un’avventatezza finanziaria che sorprendeva ambedue. «Dovremmo darle un nome», aveva detto Hugh. «Gli Allori, I Pini, Gli Olmi.» «Ma in giardino non abbiamo nessuna delle tre cose», aveva osservato Sylvie. Erano in piedi davanti alla portafinestra della villa appena acquistata, a osservare il viluppo del prato incolto. «Dobbiamo trovarci un giardiniere», aveva detto Hugh. Le voci riverberavano nella casa vuota. Non avevano ancora cominciato a riempirla con i tappeti Voysey, le fodere Morris e tutti gli altri lussi estetici di una dimora del XX secolo. Sylvie avrebbe preferito abitare a Liberty, anziché nella residenza coniugale ancora da battezzare. «Acriverdi? Bellavista? Prato Aprico?» aveva suggerito Hugh, avvolgendo un braccio intorno alla sposa. «No.» Il precedente proprietario della casa senza nome aveva venduto tutto ed era andato a vivere in Italia. «Immagina», aveva detto Sylvie, trasognata. Lei c’era stata, in Italia, da ragazza: un Grand Tour con suo padre, mentre la madre era a Eastbourne per curarsi i polmoni. «Piena di italiani», aveva obiettato Hugh, sdegnoso. «Altroché. È lì il suo bello.» Sylvie si era liberata dal suo braccio. «Gli Spioventi? Il Podere?» «Oh, finiscila.» Una volpe era spuntata dalla sterpaglia e aveva attraversato il prato. «To’, guarda», aveva detto Sylvie. «Sembra mansueta, dev’essere abituata a vedere questa casa senza nessuno.» «Speriamo che non abbia qualche cacciatore alle calcagna. È tutta pelle e ossa.» «È una femmina. Ha appena avuto i piccoli, vedi le tettine?» Hugh aveva battuto le palpebre, nel sentire un frasario tan- Vita dopo la vita_ristampa.indd 30 25/03/14 15.56 31 to rustico dalle labbra della sposina illibata. (S’immaginava. Si sperava.) «Guarda», aveva bisbigliato Sylvie. Nell’erba erano comparsi due cuccioli, che giocavano ruzzolando l’uno sopra l’altro. «Che graziose creaturine!» «Nocive, piuttosto.» «Forse per loro siamo noi, a essere nocivi. Fox Corner, ecco come dovremmo chiamare questo posto. Nessuno ha una casa con quel nome, e questa mi sembra già una buona ragione.» «Ah, sì?» Hugh era dubbioso. «Un tantino stravagante, non trovi? Sembra il titolo di un romanzo d’appendice, La casa dell’Angolo delle Volpi.» «Un pizzico di stravaganza non ha mai ammazzato nessuno.» «E oltretutto, per amor di precisione, come fa una casa a essere un angolo? Semmai si trova in un angolo.» Ecco cos’è il matrimonio, aveva pensato Sylvie. Due bimbetti fecero capolino dallo stipite, guardinghi. Sylvie sorrise. «Ah, eccovi. Maurice, Pamela, venite a salutare la nuova sorellina.» Cautamente, si avvicinarono alla culla, come dubbiosi circa il suo contenuto. Sylvie ricordò di aver provato un’emozione simile quando aveva guardato il corpo di suo padre nell’elaborato feretro in rovere e ottone, caritatevolmente pagato dagli altri membri della Royal Academy. O forse la loro circospezione era dovuta alla presenza di Mrs Glover. «Un’altra femmina», disse Maurice, in tono lugubre. Aveva cinque anni, due più di Pamela, ed era lui l’uomo di casa, finché Hugh era via. Per affari, come diceva Sylvie alla gente, anche se in realtà suo marito aveva attraversato la Manica con gran premura per strappare la sorella minore dalle grinfie dell’uomo sposato con cui era scappata a Parigi. Maurice spinse un ditino in faccia alla bambina, che si svegliò e diede uno strilletto allarmato. Mrs Glover gli pizzicò un orecchio. Sylvie trasalì, ma Maurice sopportò stoicamente il dolore. Sylvie pensò che, non appena si fosse rimessa, avrebbe dovuto dire due paroline a Mrs Glover. Vita dopo la vita_ristampa.indd 31 25/03/14 15.56 32 «Avete deciso che nome darle?» «Ursula», rispose Sylvie. «La chiamerò Ursula. Significa ’piccola orsa’.» Mrs Glover annuì distrattamente. Le classi medie avevano consuetudini tutte loro. Il suo robusto figliolo era inequivocabilmente un George, che in greco significava “contadino”, a detta del parroco che lo aveva battezzato. E George faceva davvero il dissodatore, nella vicina tenuta di Ettringham Hall, come se il suo nome fosse bastato a forgiargli un destino. Non che Mrs Glover avesse una particolare tendenza a rimuginare sul destino. O sui greci, se era per questo. «Bene, è ora che mi dia da fare», disse Mrs Glover. «Per pranzo ci sarà una bella steak pie. Seguita da un budino egiziano.» Sylvie non aveva idea di che cosa fosse il budino egiziano. Immaginò qualcosa a forma di piramide. «Dobbiamo tutti rimetterci in forze», chiosò Mrs Glover. «Già, infatti. Motivo per cui dovrei forse allattare di nuovo Ursula!» Sylvie stessa fu infastidita da quell’invisibile punto esclamativo. Per ragioni oscure perfino a lei, spesso si sentiva sollecitata a adottare un tono eccessivamente brioso nel parlare con lei, come nel tentativo di ristabilire una sorta di equilibrio naturale nel bello spirito del mondo. Mrs Glover non riuscì a trattenere un lieve fremito alla vista dei seni di Sylvie, pallidi e venati di azzurro, che fuoriuscivano dallo spumeggiante peignoir di pizzo. Scacciò in tutta fretta i bambini e uscì di gran carriera anche lei. «Porridge», annunciò, minacciosa. * «Sicuramente il Signore avrebbe rivoluto questa bambina», disse Bridget quando, in tarda mattinata, tornò nella stanza con una tazza di brodo di carne fumante. «Siamo stati messi alla prova», rispose Sylvie. «E siamo stati giudicati meritevoli.» «Per stavolta», aggiunse Bridget. Vita dopo la vita_ristampa.indd 32 25/03/14 15.56 Gu a r d ai l b o o k t r a i l e r es c o p r i d i p i ùs u www. v i t a d o p o v i t a . c o m