Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Vicenza «Ettore Gallo»
Laboratorio di storia contemporanea
No. FT/2014/2
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ISTITUTO STORIA DELLA RESISTENZA
E DELL’ETÀ
DELLA
CONTEMPORANEA
PROVINCIA DI VICENZA
ETTORE GALLO
Fonti e testimonianze
Responsabile di collana Giuseppe Pupillo – [email protected]
Relazione al convegno
Malga Silvagno,
l’eliminazione della componente comunista
del Gruppo di Fontanelle di Conco
Bassano del Grappa, 1° febbraio 2014
di
MARIO FAGGION
MARIO FAGGION (1938), insegnante nelle scuole primarie, poi sindacalista della FIOT-CGIL e della
CGIL-Scuola, segretario provinciale dell’ANPI vicentina dal 2006 a oggi.
Studioso della Resistenza vicentina ha pubblicato i libri Malga Campetto nella storia della Brigata
Garemi (scritto insieme a Gianni Ghiraradini e Norberto Unziani) e Figure della Resistenza
vicentina (con Gianni Ghirardini). Sempre con Ghirardini ha pubblicato nel nr. 2 dei Quaderni
Garemi il saggio Divisione Stella. Documenti della Liberazione.
La collana del Laboratorio di storia contemporanea è pubblicata a cura dell’Istrevi e
intende raccogliere memorie, interviste e documenti utili per ricostruire le vicende
politiche, sociali ed economiche del Novecento vicentino e veneto.
I quaderni del Laboratorio di storia
contemporanea
sono scaricabili all’indirizzo:
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Per contatti: [email protected]
M. FAGGION - Presidente ANPI di Vicenza
Istituto per la storia della Resistenza e dell’età
contemporanea
della provincia di Vicenza «Ettore Gallo»
c/o Museo del Risorgimento e della Resistenza – Villa Guiccioli
Viale X Giugno 115 -
I-36100 Vicenza
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I protagonisti, le testimonianze e le ricerche storiche
Dopo l’intensa attività di ricerca e di preparazione, durata due anni, di
una mostra della Resistenza nella Valle dell’Agno inaugurata nel 1985 e
composta da 102 pannelli, Gianni Ghirardini ed io abbiamo sentito la
necessità di ricostruire la storia della formazione del Gruppo di Malga
Campetto e dei suoi protagonisti, dalle origini sulle montagne di Recoaro nel
gennaio del 1944 all'avvio e allo sviluppo della lotta armata nell'Alto Vicentino
fino alla creazione della XXXª Brigata d'assalto “Ateo Garemi” (17 maggio
1944); in ciò stimolati anche dall'accurato studio riservato al Gruppo e alla
Brigata Stella dallo storico Giancarlo Zorzanello in “Brigate d'assalto Garemi Comitato Veneto-Trentino, 1978”.
Mossi dall'entusiasmo e dalla volontà di scoprire i fondatori del nucleo
originario delle Formazioni Garemi, poco esperti di metodo storiografico ma
attenti ai contenuti, eccoci allora intenti nell'opera di identificazione dei
personaggi, spesso noti solo con il nome di battaglia, di raccolta delle
testimonianze, di elaborazione dei profili di quanti sono mancati e di
consultazione di ogni fonte disponibile, orale e scritta.
Nel prosieguo del lavoro ci siamo imbattuti in un altro problema che
occorreva risolvere: prima del Gruppo di Malga Campetto, c’era stato il Gruppo
di Fontanelle di Conco; la Delegazione triveneta Garibaldi di Padova aveva
inviato lassù alcuni uomini importanti e procurato, mediante le strutture
vicentine del Pci il rifornimento di armi, di viveri e di giovani.
Occorre dire che tre eventi favorevoli ci sono stati di grande aiuto:
a) la scoperta in provincia di Padova di alcuni protagonisti, come
Raimondo Zanella (Giani) Romeo Zanella (Germano), Norberto
Unziani (Boby) ed altri ancora che negli anni 1985 e 1986 abbiamo
potuto intervistare e coinvolgere; Giani e Germano dovevano
raggiungere, secondo le indicazioni della delegazione triveneta, il
distaccamento insediato a Malga Silvagno ed erano giunti a Vicenza
il 30 dicembre 1943, dopo tre mesi di Resistenza nell'Alto Friuli;
b) l'instaurazione di un rapporto di conoscenza, di fiducia e di
collaborazione con Orfeo Vangelista () attraverso corrispondenza,
scambi telefonici e due incontri, tenuti a Bassano; Aramin ci ha
fornito le pagine inedite di “Guerriglia a Nord” (dattiloscritto
depositato a Padova presso l’archivio dell'Istituto Storico per la
Resistenza nelle Venezie già nel 1951, da noi segnalato nella
bibliografia del libro Malga Campetto, 1989) relative al Gruppo di
Fontanelle di Conco e una testimonianza-relazione di otto pagine
sul suo impegno nella Resistenza e sulla sua vita, riportata nella
nostra pubblicazione (una sintesi, nota P. Gios in Controversie sulla
Resistenza ad Asiago e in Altipiano, del 1999, del volume “Guerriglia
a Nord”);
c) l'uscita nel 1986 in Asiago ieri... oggi... domani, periodico della
Parrocchia di Asiago, del saggio di P. Gios sul Gruppo di Fontanelle
di Conco, riproposto con modifiche e integrazioni bibliografiche nel
volume sopra ricordato; esso rappresenta un contributo sostanziale
per la conoscenza dell'origine, della composizione, dello sviluppo e
della fine del Gruppo ed offre una “lettura” verosimile, suffragata da
documenti e testimonianze degli ideali e degli obiettivi che si
pongono i vari protagonisti.
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Nelle pagine riservate nel libro Malga Campetto al Gruppo di Fontanelle
di Conco riportiamo le riflessioni e i giudizi di Giuseppe Gaddi (I comunisti
veneti nella Resistenza); di Sereno Schiro (Brigate d’assalto Garemi); di Nello
Boscagli, Alberto (interessante la sua ricca relazione nel libro Malga Campetto);
di Giuseppe Landi, Zini-De Luca, riferisce il 10 gennaio 1944 a Antonio Roasio,
Pietro, sulla grave sciagura che si è abbattuta sul Distaccamento Monte
Grappa a Malga Silvagno con l'uccisione del comandante Crestani, del
commissario politico Roiatti e dei partigiani Pontarollo e Pirro; di Amerigo
Clocchiatti, Carlo-Ugo, responsabile della Delegazione Garibaldi (Cammina
frut); di Aramin (Rapporto Garemi e Guerriglia a Nord); di Pierantonio Gios
(saggio citato).
Da parte nostra (Gianni Ghirardini, il sottoscritto e Norberto Unziani che
si è unito a noi), dopo un'analisi attenta di diversi contributi esprimiamo
un'interpretazione ponderata:
Lo studio del Gios, tutto da verificare nella dinamica del sorgere e del
consolidarsi del gruppo, nella conclusione è una conferma dei giudizi espressi
da autorevoli protagonisti, quali Boscagli, Clocchiati e Aramin. Gli elementi
badogliani, poco interessati allo sviluppo aperto della lotta armata contro i
nazisti e i fascisti, ma osservatori attenti della realtà e delle prospettive future,
preoccupati per il rafforzarsi della formazione partigiana che nelle azioni e nel
comando esprime sempre più i caratteri garibaldini, provocano la sua
decapitazione, suscitando e servendosi di "preoccupazioni" politiche e religiose.
E trovano, purtroppo, ascolto e comprensione in un ambiente moderato e
fortemente legato alla tradizione che non vedeva di buon occhio i "sovversivi". Il
discorso porterebbe lontano....
Varie possono essere le cause che permettono, ai responsabili, di realizzare il
piano di annientare il comando del Distaccamento Monte Grappa. Lo scopo è, ad
ogni modo, evidente: evitare che la formazione sia guidata da esponenti
garibaldini, che rafforzi e allarghi le sue radici sull'Altopiano e nelle altre zone
dell'Alto Vicentino.
Anche nel libro Figure della Resistenza vicentina ( edito nel 1997) riportiamo
questo giudizio in una nota di tre pagine, dove, accanto ad un documento di
Amerigo Clocchiatti del 25 luglio 1946, che in modo chiaro e definitivo solleva
Carlo Segato da ogni responsabilità in merito all'uccisione dei quattro
garibaldini per il ruolo che svolgeva nel Comando Militare Provinciale Dalla
Pozza, ribadiamo la nostra opinione che si differenzia dalla sua; egli spiega la
loro drammatica fine a causa di gravi dissensi interni, senza interferenze
esterne, come aveva già detto a Gios nell'intervista del 28 novembre 1984.
Nella nota, inoltre, segnaliamo le nostre riserve su aspetti del saggio di Gios
(comando effettivo del Gruppo, tempi di inserimento, ruolo di Ageno e di Elia
Girardi, il quale dimostra di essere ben informato sugli eventi e mette in
risalto, in qualche caso, il suo intervento).
Ora abbiamo a disposizione il considerevole volume di Ugo De Grandis
Malga Silvagno - Il giorno nero della Resistenza vicentina", del 2011.
Come abbiamo affermato lassù nella malga il 14 ottobre 2012, giorno
dell'inaugurazione - a nome dell'ANPI provinciale e delle Sezioni contermini
(Altopiano, Valbrenta, Bassano e Marostica), alla presenza di numerose
delegazioni e delle autorità comunali di Valstagna e di Conco - di una lapide
storica dedicata al Gruppo di Fontanelle di Conco e alla memoria dei quattro
garibaldini caduti per mano di alcuni loro compagni, oggi esprimo la stessa
opinione:
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«Nel testo la tragica vicenda è approfondita in modo efficace, preceduta da una
ricerca ampia e rigorosa sulla loro personalità e sulla loro vita; sono chiarite le
circostanze della loro drammatica uccisione con le testimonianze di vari
“protagonisti”, diretti e indiretti, coinvolti nelle due inchieste seguite al tragico
episodio (inchieste politiche, non giudiziarie). Sono le parti apprezzabili e
condivisibili di un’opera che ha suscitato pure interrogativi, polemiche, reazioni,
contrarietà. Il testo comunque ha riproposto all’attenzione degli studiosi e dei
lettori la loro storia, che sembrava dimenticata».
Fatto il quadro, è necessario operare alcune riflessioni sulle riserve
avanzate, anche alla luce degli ultimi studi usciti.
Garibaldini e badogliani: le due anime della formazione partigiana
di Fontanelle di Conco.
L’origine del gruppo è chiaramente spiegata e acquisita; si tratta di un
gruppo locale di militari e di giovani soggetti all’obbligo militare (di Nove,
Marostica, Altopiano, località vicine e Vicenza), i quali rifiutano di mettersi al
servizio dei tedeschi e della R.S.I., ed si raccolgono attorno ad Alfredo Munari
nel settembre 1943. Godono dell’appoggio dei luoghi di provenienza e della
popolazione del posto. Nel gruppo si inseriscono, nel mese di ottobre, i
comunisti Crestani, Roiatti, Pontarollo e Zorzi-Maschio-Pirro, mandati dalla
Delegazione Garibaldi di Padova. Fanno capo, per i collegamenti e gli aiuti, allo
studente bassanese diciannovenne Orfeo Vangelista (Aramin) stretto
collaboratore della Delegazione Garibaldi (dopo l’amara esperienza di Malga
Silvagno, egli continuerà il suo impegno di costruttore della Resistenza
garibaldina prima verso il Gruppo di Malga Campetto di Recoaro, poi
sull’Altopiano Occidentale, a fianco di Spartaco, Spiridione, Blasco, Ivan, Mica,
Regolo, Nero e altri, contribuendo alla nascita del primo battaglione della
futura Brigata Pino, delle Formazioni Garemi, infine salirà in montagna a
fianco del comando Divisione Garemi e del Gruppo Divisioni Garemi in qualità
di vicecommissario politico; un protagonista, il bassanese Vangelista, che
merita di essere maggiormente conosciuto e valutato). I quattro comunisti che
entrano nel gruppo a Malga Cogolin manifestano una decisa e pronta volontà
di lotta contro i nazifascisti. I tempi del loro inserimento non sono ben definiti
né nel libro di Aramin né in quello di Clocchiatti. Non sono però molto precisi i
tempi dell’arrivo nel gruppo neppure di Renato Ageno (Centauro) e dell’inizio
della sua attività di sostegno e di raccordo con gli ufficiali antifascisti
badogliani del Distretto Militare di Vicenza e con i rappresentanti del C.M.P.
Dalla Pozza che riunisce la sinistra vicentina (comunisti, socialisti, azionisti).
Esiste una evidente contraddizione fra le testimonianze di Carlo Segato, di Elia
Girardi e di Zaira Meneghin relative a Renato Ageno negli scritti di P. Gios e il
Promemoria di tre pagine sottoscritto subito dopo la Liberazione da Centauro e
dal Segato con la formula “Letto e visto quanto sopra si conferma”. Secondo i
testimoni, Ageno assunse il suo ruolo subito, nel mese di ottobre; secondo il
Promemoria egli, con un gruppetto di uomini, parte da S. Quirico di Valdagno
per Fontanelle di Conco ai primi di novembre. Quale è la versione corretta?
Anche la questione della direzione del gruppo partigiano, cioè del
comando, in base ai lavori degli studiosi e alle testimonianze dei protagonisti
appare contraddittoria, a volte opposta. Alcuni sostengono che la formazione
partigiana è guidata, nell’ordine, da Alfredo Munari, Renato Ageno ed Elia
Girardi, che hanno un buon rapporto con la popolazione delle contrade e dei
paesi intorno ricevendo rifornimenti dai centri vicini, da Marostica e da
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Vicenza. Altri affermano che, dopo il periodo iniziale, Giuseppe Crestani è il
comandante e Ferruccio Roiatti il commissario politico. Elementi che
avvalorano la seconda tesi sono: la denominazione del gruppo, chiamato
Distaccamento Monte Grappa, che ricorre in alcuni testi e nei documenti della
Delegazione Garibaldi; le armi e gli aiuti forniti dalla sinistra vicentina e dai
comunisti di Schio e di Asiago; le visite di Clocchiatti, insieme ad Aramin, alla
casara di Monte Cogolin per l’inaugurazione della Formazione e a Malga
Silvagno per seguirne l’andamento, l’ultima alla vigilia di Natale del 1943.
Come districare questo nodo non secondario?
A mio giudizio, fatta salva l’origine locale del gruppo e la guida di Alfredo
Munari nel primo periodo, l’inserimento dei quattro esponenti comunisti, di
marcata preparazione politica e ideale per le esperienze compiute nella vita
clandestina, nell’impegno contro il fascismo e il franchismo, nelle carceri e nei
luoghi di confino, imprime una svolta rispetto alla condotta difensiva e
attendista mantenuta inizialmente dalla formazione. Prevale di fatto nelle
discussioni e nelle azioni la concezione garibaldina della lotta armata contro i
nazifascisti e questo suscita preoccupazioni, insicurezze e dubbi per
l’immediato e per il futuro nel gruppo, nell’ambiente umano e sociale che lo
ospita e negli esponenti badogliani (gli ufficiali del Distretto Militare, nonché
Renato Ageno, Elia Girardi, Alfredo Munari, Luigi Nodari).
Si apre così una competizione cieca e sorda fra le due “anime” del
distaccamento partigiano per l’egemonia. Qualsiasi altra soluzione sarebbe
stata preferibile: ad esempio una separazione concordata e lo spostamento di
una componente in un’altra area dell’Altopiano dei Sette Comuni; purtroppo
l’evolversi sempre più grave dei rapporti e degli avvenimenti condusse la
formazione partigiana verso il precipizio e l’annientamento dei due comandanti
del Gruppo nonché di Pontarollo e Zorzi-Maschio-Pirro e l’allontanamento di
altri giovani vicini alle loro posizioni.
Come è potuto accadere?
Dall’esterno (è opportuno chiarire che considero esterni gli apporti di
Ageno e di Aramin, che non risiedono stabilmente nella formazione ma vanno e
vengono, e dei loro referenti in provincia, a Vicenza e a Padova) non giunge
l’invito intelligente alla ricerca di unità e all’avvio graduale e concordato delle
azioni da portare a termine, ma piuttosto l’indicazione e la sollecitazione a
trovare la chiave del predominio sulla formazione. Il dissidio, pure alimentato
ad arte, incancrenisce i rapporti e scava un solco profondo di incomprensione
e di divisione.
Le cause della rottura traumatica, che sfocia nell’assassinio dei quattro
garibaldini, si possono, a mio giudizio, individuare e “leggere” in diversi fattori:
– nel ruolo e nell’influenza degli elementi esterni sui protagonisti del
Gruppo, schierati in fazioni sempre più divergenti;
– nella differenza di età (dai quindici ai vent’anni fra i cattolico/badogliani
e o comunisti) e di esperienze vissute;
– nelle diversità politiche, ideali, culturali e morali;
– nella rigida disciplina che viene instaurata;
– nell’esibizione e nell’affermazione da parte dei comunisti di convinzioni
ideologiche e di principi che contrastano con la sensibilità religiosa ed
etica di una buona parte dei componenti del distaccamento;
– nell’attuazione di alcune azioni partigiane estreme (il 21 novembre
l’uccisione del commerciante fascista Alfonso Caneva, di Marostica; il 26
dicembre l’uccisione a Valstagna del colonnello della R.S.I. Antonio
Faggion).
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Sono queste ultime a mettere in allarme e in movimento i rappresentanti
badogliani provinciali, locali e del distaccamento e a suscitare seri timori sulle
prospettive di esistenza e di sviluppo della formazione secondo i loro intenti, e
tutto ciò nell’ormai certa previsione di pesanti rappresaglie nazifasciste contro
le comunità e i partigiani.
D’altra parte, nella storia dei primi gruppi partigiani del Vicentino, non
c’è alcun caso di esecuzione mirata di avversari e di nemici fascisti (e non è
che essi difettassero nelle Valli dell’Agno e del Leogra, sulle colline del
Thienese e nella città di Vicenza, dove erano sorti i nuclei originari della
Resistenza), mentre, più tardi, a partire dalla primavera del 1944,
l’eliminazione di spie e l’attacco a caserme, a mezzi in transito e a strutture
militari nazifasciste divenne pratica corrente, almeno nelle Formazioni Garemi.
E non fa testo l’esecuzione, da parte del Gruppo di Malga Campetto, del
reggente del Partito Fascista Repubblicano di Altissimo, il maestro Ernesto
Cortese di Conco, “catturato e passato per le armi” nella notte fra il 5 e il 6
marzo 1944. Le circostanze della sua morte ci sono state spiegate nel 1986 dal
comandante Raimondo Zanella, Giani, che abbiamo condotto ad Altissimo e
nei luoghi della sua esperienza partigiana; essa è scaturita da un’azione di
legittima difesa e dall’assoluta necessità di salvaguardare una famiglia
vicentina di collaboratori, sfollata e ospitata in locali attigui al municipio, in
procinto di essere scoperta, che manteneva i rapporti con il recapito politico e
garibaldino della città posto in Contrada S. Barbara.
La strumentalizzazione del tema religioso il fattore determinante
della frattura nel distaccamento Monte Grappa.
Sono dunque molti i fattori, come abbiamo visto, che causano
l’insanabile frattura nel Distaccamento Monte Grappa, agitati e acuiti da
quanti, all’esterno e all’interno, vogliono porre fine alla guida garibaldina della
lotta partigiana e al suo espandersi nell’area dell’Altopiano e nella Valle del
Brenta.
Ritengo che abbia avuto un peso determinante la strumentalizzazione del
tema religioso, inteso come credo cattolico, tradizione secolare e costume,
norma di vita. Questo aspetto si coglie nelle testimonianze di Elia Girardi, nelle
domande di Luigi Nodari e negli scritti di Gios, di Aramin e di Clocchiatti.
Gios a pag. 20 e 21 di Controversie scrive che il Girardi, dopo l’uccisione
di Alfonso Caneva domenica 21 novembre,
«sospettò che gli autori dell’attentato fossero proprio loro due [Crestani e
Pontarollo]. Il lunedì successivo volle perciò salire alla casara di Monte Cogolin:
trovò distesi sull’erba il Crestani e il Pontarollo che non esitarono a confermare i
suoi sospetti: ammisero di essere proprio loro gli assassini del Caneva, anche se
non i soli; e gli assicurarono che allo steso modo avrebbero fatti fuori tutti i
fascisti, tutti i preti, compreso il curato di Rubbio» (in nota 30 APEG, “Per non
dimenticare”, f.7-8)
Amerigo Clocchiatti (Carlo) in Cammina frut
illuminante con il carabiniere Luigi Nodari.
riporta
un
dialogo
«Carlo - mi chiese - ti voglio domandare una cosa. Voi comunisti dopo la guerra
andrete al potere: io che sono un cattolico praticante potrò continuare ad andare
a messa, a credere come adesso?».
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Clocchiatti lo rassicura, riferendo che in URSS e in Ucraina aveva visto
chiese piene di fedeli e assistito a processioni, battesimi e funerali religiosi. E
continua:
«Riferii la cosa ai miei quattro compagni: aveva posto anche a loro la stessa
domanda. Può darsi che loro gli abbiano dato delle risposte meno politiche,
essendo uomini che avevano tanto sofferto... e per i quali non era quello un
problema capitale».
C’è qui quasi l’ammissione di un limite non irrilevante nelle loro risposte,
da parte di Clocchiatti. Non avere tenuto in considerazione l’importanza
basilare del fattore religioso, in quel periodo e in quella realtà umana e sociale,
ha rappresentato un errore determinante. Il problema, infatti, non deve e non
può essere liquidato come superstizione o bigottismo, come qualcuno ha
scritto; meritava allora e merita anche oggi attenzione, sforzo di comprensione
e rispetto. Nulla però può giustificare la decisione e l’atto di uccidere.
Chi ha provocato la decapitazione del Gruppo di Malga Silvagno e
l’eliminazione della componente garibaldina spingendo alcuni giovani locali
all’azione delittuosa, suggestionati e invitati a difendere le libertà più care e
profonde, ha saputo operare attivamente sulle contraddizioni, sui contrasti,
sulle paure, sulla strumentalizzazione dei temi ideali, religiosi, morali e politici
e ha conseguito l’obiettivo che si era prefisso, assumendosi delle gravi
responsabilità sul piano morale, umano e storico.
De Grandis indica Renato Ageno, nel suo libro, quale maggiore
responsabile del disegno omicida e sostiene la responsabilità di altri
personaggi esterni non individuati. Concordo con lui. Non concordo invece con
il prefatore Ezio M.Simini quando scrive:
«Sappiamo bene che forse da uno di loro (comunista per modo di dire e per
convenienza) fu dato un improvvido quanto superficiale e criminale consenso
all’esecuzione».
Quando uno storico ricorre all’avverbio “forse” significa che non sa bene
proprio niente ma vuole sottintendere, nell’interpretazione più benevola,
qualcosa che non è in grado di dimostrare.
A Malga Silvagno, sulla lapide dedicata al Gruppo partigiano di
Fontanelle di Conco e ai quattro garibaldini uccisi (Tomaso Pontarollo
(Coarossa-Masetti), “Zorzi-Pirro-Maschio”, Giuseppe Crestani (Bepi-Stizza),
Ferruccio Roiatti (Spartaco) l’ANPI ha scritto:
«Questa lapide è dedicata alla memoria del loro sacrificio e ai loro ideali di
Liberazione».
A Giuseppe Crestani, nel periodo cruciale della Resistenza, il Comando
Garemi ha riservato il nome di uno dei due battaglioni della Brigata Martiri di
Grancona IIª. Nella sua Comunità gli è stata restituita la dignità di
combattente della libertà e di cittadino il 22 aprile 2012, con l’inaugurazione
di una targa marmorea nel monumento di Fontanelle di Conco che comprende
finalmente anche il suo nome nella sezione dei partigiani caduti.
Dobbiamo essere grati, per la lapide a Malga Silvagno e per la targa a
Fontanelle di Conco, al sindaco di Valstagna Angelo Moro e al sindaco di
Conco prof.ssa Graziella Stefani, che hanno sostenuto e approvato l’iniziativa
dell’ANPI, e gli amici e compagni Pietro Crestani di Torino, nipote del
comandante Bepi-Stizza, Stefania Crestani e Roberto Rigoni di Fontanelle di
Conco. Essi sono stati i nostri concreti punti di riferimento per la realizzazione
di un progetto di alto significato civile e patriottico.
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Conclusione
E in margine all’intervento che sto per concludere devo a Ugo De Grandis
un duplice chiarimento. Non risponde al vero che l’ANPI non abbia mai
ricordato e commemorato i quattro garibaldini uccisi a Malga Silvagno. Il
sottoscritto, ogniqualvolta è stato invitato a tenere l’orazione ufficiale a
Marostica in memoria dei “Quattro Martiri” della città, fucilati il 14 gennaio
1944 (martiri, perché caduti da partigiani per mano nazifascista), ha sempre
ricordato l’impegno e il sacrificio di Crestani, Roiatti, Pontarollo e “Zorzi”. Uno
degli interventi è stato dato alle stampe prima dell’uscita del suo libro.
Quanto poi all’espressione della “dolorosa divisione interna - ripresa dal
sito dell’ANPI provinciale - che si era conclusa il 30 dicembre con l’uccisione di
quattro esponenti comunisti” non ravviso in essa alcuna ambiguità. È tratta da
un breve capitolo sulla Resistenza vicentina pubblicato in un agile libretto dal
titolo Resistenza nelle città e nelle province venete (1943-1945) edito nel 2008
a cura di Maurizio Angelini e Giorgio Fin in occasione della celebrazione del
65° anniversario del Comitato di Liberazione Nazionale della Regione Veneto).
Se dovessi riscrivere quel capitolo la userei ancora. La divisione è definita
dolorosa perché non sarebbe dovuta insorgere, perché ha avuto come
conseguenza l’eliminazione violenta di quattro partigiani garibaldini, perché ha
portato poi alla dispersione e alla fine del Gruppo di Fontanelle di Conco e
perché ha segnato una drastica battuta d’arresto del disegno della Delegazione
Garibaldi di dar vita nella zona orientale dell’Altopiano e nella Valle del Brenta
ad una formazione partigiana.
È noto che in un altro ambiente di montagna, quello di Recoaro, vicino ai
grandi centri industriali di Schio e di Valdagno, con nuovi comandanti e un
gruppo di partigiani unito e coeso, che comprendeva antifascisti esperti e
giovani comunisti, socialisti, azionisti e cattolici democratici, nella provincia e
nella diocesi di Vicenza con un clero formato da Ferdinando Rodolfi, vescovo
dal 1911 al 1943, per volontà della Delegazione Garibaldi ha preso l’avvio il
Gruppo di Malga Campetto, che ha organizzato la lotta armata contro i
nazifascisti delle Formazioni Garemi, estendendola via via sui monti e nelle
pianure del Vicentino, nell’Alto Veronese fino al Garda e nel Trentino
Meridionale.
Molto ci sarebbe ancora da dire ma non è possibile. Ringrazio tutti per
l’attenzione prestata.
M. FAGGION - Presidente ANPI di Vicenza
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