Anno XLVII - semestrale - N. 1 - Maggio 2003
Sped. A.P. - art. 2 comma 20/c Legge 662/96 - Fil. Bergamo
Direttore Responsabile: mons. Achille Sana; autorizzazione n. 8 del 17-5-1948 del Tribunale di Bergamo. Con l'approvazione dell'Autorit¥ Ecclesiastica
Il nuovo logo de “La Sveglia”
Riflessioni in margine al recente conflitto
Un look più giovane
L’Onu ha un futuro?
Negli ultimi mesi l’Associazione degli Ex
Allievi è progressivamente ringiovanita. Ecco
la nascita del sito web nello scorso mese di
ottobre: oltre 10.000 pagine viste nell’ultimo
semestre (più della metà gli ingressi unici),
considerevoli anche gli ingressi dall’estero
(Europa, America del Nord e del Sud, ex
Unione Sovietica e perfino dal Giappone).
Fatto il sito ora mettiamo mano e portafoglio
alla “Sveglia”: abbiamo per ora cominciato a
rinnovare il logo. Lo abbiamo ringiovanito,
facendo andare il pensione l’ormai leggendaria
“sveglia della g” inventata dal prof. Luciano
Doneda a cui va un ringraziamento per un logo
azzeccato che ha fatto la storia del giornale.
Dimenticavo il concorso “La mia scuola in uno
spot”. Nonostante qualche difficoltà
organizzativa iniziale sono stati diversi gli
allievi che si sono cimentati in questa
avventura. I lavori, già in avanzato stato di
elaborazione, sono gradevoli e ricchi di spunti
su cui meditare. L’anno prossimo sarà
un’iniziativa da riproporre estendendola anche
agli altri istituti superiori della bergamasca
creando una giusta e sana competizione.
Nel momento in cui la coalizione anglo-statunitense si prepara a lanciare
l’attacco finale su Baghdad, il presidente
George W. Bush ed il primo ministro Tony
Blair dichiarano che lo scopo della guerra è
quello, nobile, di volere liberare la
popolazione irachena dalla crudele tirannia
di Saddam Hussein. Questa, nella migliore
delle ipotesi, è una mezza verità.
Se i soldati statunitensi fossero intervenuti
in Irak a causa della violazione dei diritti
umani, ad oggi si sarebbero dovuti iniziare
decine di conflitti in Africa ed in Medio
Oriente.Infatti, lo scopo della guerra è quello
di eliminare le armi di distruzione di massa
ed assicurare che Saddam Hussein non
costituisca più una minaccia alla sicurezza
nazionale degli Stati Uniti.
Il conflitto è la conseguenza dei crimini
commessi l’11 Settembre 2001 e della
conseguente drammatica svolta nella
politica estera americana, ossia la
formulazione della dottrina dell’attacco
preventivo contro quelle nazioni che si
ritiene siano una minaccia, a lungo termine,
per gli Stati Uniti e per l’Occidente.
Il problema che oggi, eventualmente si pone
è come questa dottrina possa essere
compatibile con un ordine mondiale
multilaterale.
Gli Stati Uniti non possono ritenere che altre
nazioni si dichiarino d’accordo sul fatto che
solo gli USA abbiano il diritto di decidere
quando e dove si possa e si debba interferire
ed intervenire negli affari interni di altri Stati
sovrani e se questa rimanesse l’impostazione
della politica estera e di sicurezza degli Stati
fabio colombo
Assemblea degli Ex Allievi
Sabato 24 maggio alle 17.00 è convocata
l’Assemblea annuale degli Ex allievi. Dopo
il saluto del Rettore, il vicepresidente Fabio
Colombo aggiornerà sulle iniziative
dell’associazione. Saranno premiati i
neolaureati e verrà consegnato un
omaggio ai “reduci” delle Maturità 1983 e
1993. Seguirà la premiazione del concorso
“La mia scuola in uno spot”. Al termine un
rinfresco.
fabio marazzi
continua in ultima
La sveglia
maggio 2003
Al Sant’Alessandro gli Ex salgono in cattedra
Bentornati “ragazzi”
Ormai da sei mesi, sta
procedendo la serie di
incontri, dedicati agli
studenti del quarto
anno dei licei, con gli
Ex-allievi che hanno
accettato
di
presentarsi sia come
persone,
che
professionisti, per
spiegare ai nostri
studenti i loro percorsi.
Chi più chi meno, i
nostri relatori erano
emozionati nel tornare
nella loro scuola con
un ruolo diverso,
“dall’altra parte della
barricata” !
Il motivo per cui ve ne
parlo è che molti di loro
sono stati, per alcuni
anni, seduti nei banchi
anche delle mie classi e
quindi ho potuto ritrovare
in loro qualche gesto,
qualche atteggiamento, il
sorriso e lo sguardo di
allora. Cambiati? Sì ma non
così tanto, qualche capello
in meno, qualche ruga in
più e molta più sicurezza.
Industriali, managers, liberi
professionisti che hanno
raccontato di sé, dei loro
percorsi scolastici e non,
senza falsi pudori; hanno
risposto alle mie domande
(finalmente senza l’incubo
del voto!) con il desiderio di
dare dei messaggi utili, dei
consigli ai giovani studenti,
ai futuri universitari, alcuni
dei quali li hanno ascoltati
con vivo interesse o
curiosità, altri con la
presunzione di aver già fatto
la propria scelta e la paura
di veder messe in crisi le
anch’io ho dato un minimo
contributo alla buona
riuscita del futuro dei miei
studenti.Nonostante il
tempo il filo che ci lega tutti
non si è spezzato,
l’appartenza alla scuola è
significata dal senso di
collaborazione,
dalla
disponibilità ad essere utili
a qualcuno, il che gratifica
anche chi nella nostra
scuola continua a credere.
milly denti
Hanno
partecipato i
professionisti
certezze acquisite.
Dai più adulti (30 anni dal
diploma) ai più giovani
neolaureati, per tutti il leit
motiv più volte sottolineato
è stata l’utilità del metodo di
studio acquisito al liceo, la
necessità di competenze
informatiche o nelle lingue
straniere, e soprattutto
scegliere ciò che piace
perché solo così l’impegno
non pesa, gli ostacoli si
superano, si trova la
tenacia necessaria.
E’ innegabile che anch’io mi
sono emozionata nel
rivedere questi ex studenti
che mi hanno fatto riflettere
sul
tempo
che
inesorabilmente passa,
sulla fondatezza di qualche
giudizio scolastico troppo
severo che piacevolmente la
vita riesce abilmente a
smentire, e, in positivo, ho
provato l’orgoglio di dire che
pag. 2
Alberto Baldi
Claudio Brembati
Fabio Marazzi
Filippo Crippa
Gianpietro Masserini
Giovanni Modina
Giuseppe Delmestri
Marco Ferrarini
Matteo Zanetti
Mattia Rossi
Nicoletta Ianniello
Paolo Aymon
Paolo Nusiner
e gli universitari
Andrea Nozza
Chiara Mascher
Clara Bracchi
Claudia Vismara
Fabio Nani
Giordano Suardi
Laura Locatelli
Marco Ghitti
Nazareno Lombardi
Paolo Canova
Patrizia Cirillo
Salvatore Giusto
Sara Pessina
La sveglia
Non ci rendiamo conto
di vivere in
contraddizione
M
olti
nostri
comportamenti sono il
frutto di automatismi,
radicati nell’abitudine,
nell’educazione o nella
cultura. Spesso convinzioni
e comport- amenti non sono
in accordo e diverse
convinzioni
sono
in
contraddizione, senza che
ce ne rendiamo conto. La
cognizione
e
il
comportamento funzionano
spesso per compartimenti
stagni
riducendo
la
complessità della vita
quotidiana senza dover
sempre tener conto che tutto è connesso con tutto. A
volte non ci rendiamo conto
di vivere in contraddizione
con noi stessi: siamo in una
situazione di dissonanza
cognitiva.
Se sei contro la guerra
è meglio che usi la
bicicletta al posto
dell’automobile
I
mmaginatevi cinque
amici che prendono le
loro macchine per andare
ad una marcia contro una
guerra che ritengono
causata dal desiderio di
controllare pozzi petroliferi,
senza rendersi conto che
bruciando
benzina
contribuiscono a rendere
scarsa la risorsa per cui
credono si combatta la
guerra. Oppure che usano
l’ascensore anche per salire
al primo piano (magari
chiamandolo dall’ottavo),
consumando elettricità
prodotta
bruciando
petrolio.
Se supponiamo che i cinque
siano anche a favore di una
guerra
contro
la
maggio 2003
Anche tu pensi che il petrolio
sia stata la causa della guerra?
desertificazione nei paesi
più poveri, che è favorita
dall’effetto serra, prodotto
dal consumo di petrolio,
allora la dissonanza è
massima.
Dissipare la dissonanza è
possibile e il primo passo è
la presa di coscienza della
sua esistenza: i nostri
comportamenti quotidiani,
risultato dell’abitudine,
della cultura o della pigrizia
d’azione o di pensiero,
hanno un impatto globale.
Scegliendo l’automobile o il
motorino invece della bici o
del mezzo pubblico,
chiamando l’ascensore,
dilungandomi in docce
calde sto dando il mio piccolo contributo alla guerra,
alla desertificazione e a
preservare le relazioni
economiche e politiche che
ne sono alla base.
Ma cambiare questi
comportamenti in capo agli
adulti è un’impresa molto
difficile.
Si può influire sulle
nuove generazioni, non
ancora condizionate
Q
uanti dei lettori di
questo moralizzante
contributo pensano ora:
“Ma non esagerare! Il piccolo piacere di una doccia
contribuisce alla guerra!?
Mi vuoi instillare futili sensi
di colpa!”. Io stesso, che
scrivo, mi scopro a trovare
facili giustificazioni quando
compio
scelte
ecologicamente
non
compatibili (se tutti gli
esseri umani utilizzassero
tanta energia prodotta dal
petrolio come faccio io,
pag. 3
allora la terra sarebbe già
diventata
un
posto
invivibile).
Abbiamo fondato
Adventerra Games per
sviluppare giochi
S
e è tanto difficile
cambiare per gli adulti,
cosa fare? Accettare
l’ineluttabilità del destino?
La risposta di un gruppo di
persone di più paesi (Italia,
USA, Austria, Turchia,
Slovenia, Brasile) cui faccio
parte è stata ottimista. Si
può influire sulle nuove
generazioni, non ancora
condizionate ad essere con i
propri comportamenti
bombe ecologiche vaganti.
Abbiamo
fondato
Adventerra Games S.r.l.
(www.adventerragames.co
m) e Greengames.org con
l’obiettivo di sviluppare
giochi (da tavolo, di carte,
multimediali) per bambini e
ragazzi al fine di instillare in
loro tramite il divertimento
c o m p o r t a m e n t i
e c o c o m p a t i b i l i .
Perseguiamo la massima
diffusione dei giochi nel
mondo (abbiamo progetti in
Lombardia, a New York) in
modo che da adulti adottino
comportamenti e scelte
ecocompatibili.
Magari nel frattempo i bambini e i ragazzi riusciranno a
far venire qualche dubbio ai
propri genitori quando
prendono la macchina per
andare insieme alla
manifestazione per la pace.
giuseppe delmestri
socio fondatore
di Adventerra Games S.r.l.
La sveglia
Eh sì, lavoravo
lassù, proprio dentro
quel “buco”, al 26°
piano di un simbolo
infranto.
Dell’incidente aereo al grattacielo Pirelli
dello scorso 18 aprile 2002 si è parlato
tanto sia sui giornali, che in televisione;
ma in realtà oggi poco è rimasto nei
cittadini di quel dramma, velocemente
“catalogato” dai mass media come un
“tragico incidente”.
Quella maledetta sera di un
anomalo e caldo aprile, le
immagini del colosso di vetro
in fiamme, simbolo moderno
di una Milano operosa e
benestante, hanno fatto in
pochi minuti il giro del mondo,
giungendo drammatiche in
tutte le case di questo pianeta
sempre più globalizzato,
anche nella condivisione delle
paure e delle ansie. Paure ed
Ansie che sembrano sempre
essere di altri, quando le
vediamo in tv, salvo poi
comprenderne – in questi casi
così eclatanti – la loro
incredibile vicinanza anche a
noi. Oggi a quasi un anno di
distanza, tutto questo sembra
dimenticato; solo in pochi, di
quelli che passano nella zona
della stazione centrale di
Milano, alzano gli occhi per
guardare lassù il “gigante
ferito” ed Io purtroppo sono
ancora fra questi.
Eh sì, lavoravo lassù, proprio
dentro quel “buco”, al 26° piano di un simbolo infranto.
Ancora mi si stringe il cuore
quando guardo lo squarcio,
così mestamente “ingarzato”
da una rete nerastra. E subito
il pensiero corre alle colleghe,
alle amiche, Alessandra ed
Annamaria, che ora non ci
sono più. Alessandra proprio
di recente avrebbe compiuto
gli anni.
Non faccio particolare fatica a
rientrare ogni giorno nel
ventre del palazzo, ma certo
non posso fare a meno di
notare come in tanti piccoli
aspetti la vita di noi “regionali”
maggio 2003
Pirellone 18 aprile 2002
Lassù c’ero anch’io
sia cambiata da quel triste
giorno. I nostri sei ascensori
“all’americana” - un orgoglioso
brivido da 30 piani in 30
secondi
giacciono
inutilizzabili e semidistrutti
nel loro silenzioso sarcofago di
cemento, l’ingresso – prima
sempre popolato e rumoroso –
appare oggi silenzioso,
mestamente vuoto. Molti
colleghi entrano ed ancor più
escono in fretta, come se il palazzo fosse per loro un luogo
quasi ostile e poi i segni del
“botto”, rimasti qua e là un po’
dappertutto:
tubature
ammaccate dai vetri caduti,
passerelle dai tetti “bollati”,
verniciature e intonaci
“segnati”, “lame” di vetro
ancora affioranti dalle aiuole
dei dintorni.
Eravamo quasi in 1.500 nel
Palazzo prima dell’incidente,
sembravamo un po’ delle api
operaie nell’alveare, oggi in
meno di 400, in una struttura
così grande, sembriamo più gli
ultimi abitanti di una “città
fantasma”. Eppure nessuno di
noi si è arreso, nessuno si è
lasciato prendere dallo
scoramento, nessuno ha
approfittato del disastro per
non lavorare.
I dipendenti regionali hanno
invece fornito un’eccezionale
risposta; uniti e coesi in modo
impensabile prima dell’evento,
hanno saputo rimboccarsi le
maniche e ricostruire dal nulla
tutto ciò che avevano perduto.
Non un solo giorno si è fermata
l’attività generale, gli uffici
colpiti sono stati tutti subito
riattivati: c’è chi ha lavorato
sulle scale, chi al bar, chi nelle
sedi periferiche in una febbrile
corsa contro il tempo per
tornare alla “normalità”.
Alcuni di noi sono stati
impegnati senza sosta per
pag. 4
giorni, anche la domenica e nei
ponti del 25 aprile e del 1°
maggio.
Aiutati dai volontari della
Protezione Civile, dai Vigili del
Fuoco e dalle diverse società
che avevano con noi lavori in
appalto, i piani colpiti
dall’evento sono stati svuotati
e tutto il materiale è stato
catalogato,
guardato,
ricostruito. Computer ed atti
bagnati e bruciati sono stati
affidati alle mani esperte di
una società specializzata nel
recupero dei documenti e già
alla fine di maggio la
situazione regionale si era di
fatto normalizzata.
I “numeri” di quanto operato
danno un’idea della misura
del disastro: 1.000 sono stati i
traslochi di postazioni di
lavoro resisi necessari ed
eseguiti nell’arco di 15 giorni,
560 i dipendenti che hanno
dovuto essere “ricollocati” in
strutture esterne prese in
affitto subito dopo l’incidente,
11 i piani riaperti in tre giorni
dopo un febbrile lavoro di
verifica delle strutture e di
bonifica dell’ambiente, 33 gli
Enti e le Organizzazioni che
hanno preso parte agli
interventi all’interno dei piani
colpiti subito dopo l’evento e
per diversi giorni dopo di
questo, praticamente è come
se l’incidente avesse colpito un
intero piccolo comune, come
tanti ve ne sono anche in
Lombardia.
Oggi per Regione Lombardia
sta per iniziare l’ennesima
nuova scommessa. Il Pirelli,
entro la fine di marzo, sarà
completamente svuotato;
anche gli 11 piani, simbolo
dell’orgoglio
dell’Ente,
saranno liberati e sarà dato il
nicola angelini
continua in ultima
La sveglia
maggio 2003
La libera scelta
di non essere liberi
H
o deciso di non parlare
del conflitto iracheno, che
chissà se sarà già finito
quando leggerete, bensì del
fatto che un evento ben più
rilevante di una semplice
guerra si è verificato in questi
ultimi giorni e stranamente
non ha ricevuto il meritato rilievo mediatico.
Non sto parlando della nomina
di Lucia Annunziata alla RAI,
che in realtà ha avuto ben più
rilievo di quanto meritasse,
bensì dello sconvolgente
risultato del referendum
tenutosi il 16 marzo nel
Principato del Liechtenstein.
Ed è perfettamente inutile che
facciate quella faccia lì, come a
dire “è arrivato lo scemo del
villaggio”, la notizia è
veramente di quelle che
minano alla radice le
convinzioni e i luoghi comuni
tipici delle civiltà occidentali.
E che sarà mai, direte voi? E se
mi lasciate continuare ve lo dico,
rispondo io! Dunque capita che
il 64,3% dei 17.800 aventi diritto
al voto (e, mi sia consentita una
parentesi, visto che il Liechtenstein conta 30.000 abitanti, chi
saranno mai i 12.200 non aventi
diritto al voto? Non le donne,
visto che il ridente Principato ha
loro concesso il diritto di voto fin
dal lontano 1984. Ci devono
essere un sacco di minorenni!),
dunque, dicevo, capita che
costoro, con una maggioranza
che in confronto il referendum
sulla monarchia italiana
sembra un pareggio, abbiano
referendato di attribuire
maggiori poteri al principe
Hans-Adam II, tra i quali quello
di licenziare il governo, bloccare
le leggi votate dal Parlamento e
intervenire nella nomina dei
giudici. Ossia, per i non adepti,
tutti i poteri tipici di un monarca
assoluto, o per dirla tutta di un
tiranno.
Voilà: il paradosso è servito:
nella democraticissima Europa
esiste gente che liberamente e
democraticamente sceglie la
tirannia.
E occhio a non fare facili battute:
il Liechtenstein non è mica la
repubblica delle banane! A parte
il fatto che il principino (che ha
58 anni), secondo le recenti
classifiche di Forbes, dispone di
un patrimonio personale di circa
2 miliardi di dollari (curiosità: il
terzo posto nella classifica dei
monarchi più ricchi, dopo il
solito re arabo e il sultano del
Brunei, gli è insidiato da un altro
despota di tutt’altro carattere:
Saddam Hussein) e non è quindi
propriamente un balabiotto, vi
segnalo che il Liechtenstein è
l’unico paese del modo
occidentale in cui non esiste
imposta sul reddito delle
persone fisiche (che vuol dire
che i 30.000 abitanti non
pagano una lira di tasse) e che
nei forzieri delle banche del
pag. 5
Principato ci stanno ricchezze
oltre ogni immaginazione, frutto
del segreto bancario vigente, che
in confronto le banche svizzere
sono colabrodi, e della tendenza
degli istituti di credito a non fare
troppe
domande
sulla
provenienza del contante.
D’altra parte i Liechtensteinesi
(ma come si chiamano costoro?
Non è che poi salta fuori una
cosa tipo gli abitanti di Ivrea che
si chiamano eporediensi o
qualcosa di simile?) sono
talmente gelosi della loro
identità, e talmente ben messi
finanziariamente, che si
permettono di rimandare a casa
con le pive nel sacco la coda di
celebrità (cantanti, tennisti, piloti e quant’altro) che gradirebbe
assai fissare una residenza,
anche solo fittizia, nella ridente
località, ammaliata da questa
anomalia dell’assenza di
tassazione, che in confronto il
Principato di Monaco è un
vampiro che succhia sangue.
Ma ho divagato, come al solito,
perché in realtà volevo porre la
filosofica e profonda questione
della libera scelta di essere
governati da un tiranno, che
suona molto di un controsenso,
ma forse non è altro che una
sfumatura diversa dello stesso
atteggiamento bovino che
caratterizza altri popoli
occidentali. Che differenza c’è
tra un assenteismo del 30-40%
alle elezioni e la scelta
consapevole di affidare pieni
poteri a un principe? Perlomeno
la seconda è figlia di una volontà
espressa; in fondo, se si ritiene
che qualcuno sia veramente in
gamba, non è meglio dirgli
chiaro in faccia “Fai pure quello
che vuoi e non rompermi le
scatole ogni 3 per 2?” A una
condizione, è chiaro: se poi salta
fuori che non sei in gamba, ma
sei uno scemo, ci fai il favore di
levarti di torno. Ma questo lo
sanno anche in Liechtenstein:
gli elettori si sono riservati il
diritto di abolire la monarchia,
via referendum. E se davvero
avessero ragione loro?
masse
La sveglia
maggio 2003
il Ghana
la mia
Africa
A
vevo sempre pensato
l’Africa “nera” come
distese di savane brulicanti di
ogni forma di vita, fatta di safari e cocktail al tramonto...
mentre mi sono trovato di
fronte paese ricco di culture
millenarie,
paesaggi
mozzafiato, di un’atroce
storia recente di gente piena
di voglia di vivere. Iniziava
così la mia personale crociata
contro
i
problemi
odontoiatrici delle popolazioni
del continente africano, più
precisamente il Ghana,mia
prima esperienza in tale terra.
Preso possesso del mio
alloggio, una simpatica
cameretta
con
aria
condizionata (!) facevo
conoscenza degli altri discreti
inquilini con cui avrei diviso
la mia vita notturna per i
successivi due mesi:sfrattato
lo scorpione dalla doccia (più
che altro per incompatibilità
caratteriale) si presentarono a
me gecki, millepiedi grossi
come grissini, falene delle
dimensioni del palmo di una
mano, placidi rospi e
l’animale più temibile del
circondario: la zanzara
portatrice della malaria.
L’indomani mattina potevo
ammirare la bellezza del
luogo in cui mi trovavo: un
piccolo paradiso sulle rive del
fiume Volta, e mi si presenta
un’immagine che mi seguirà
per tutta la permanenza sul
posto: pescatori con le
piroghe accompagnati dal
suono dei tamburi del
villaggio sull’altra sponda del
fiume;
suono
che
accompagna
tutte
le
ricorrenze locali, dai
matrimoni ai funerali (tanto
che spesso non se ne capisce
la differenza).
Dopo un breve periodo di
“adeguamento” al clima e alla
gente, veramente simpatica e
ospitale, piena di voglia di
vivere, sempre disposta a
contraccambiare un sorriso,
mi tuffai nel mondo
dell’odontoiatria di frontiera:
deciso a debellare per sempre
carie, tartaro, aliti fetidi e
sorrisi mutilati mi trovai di
fronte ad una ben più cruda
realtà, purtroppo la maggior
parte dei casi si rivelavano
irrecuperabili e si risolvevano
con estrazioni la maggior
parte delle volte complicate
(ricordo ancora la donna di
un villaggio a cui ho estratto
nove tra radici e rimastigli di
denti e il poveruomo che dopo
una rissa è ricorso alle mie
cure con cinque estrazioni
come risultato...).
La cosa che più mi ha
sconcertato è il numero
pag. 6
esiguo di bambini da me
curato, questo dovuto
probabilmente al motto: se
non fa male da morire non
vado dal dentista o forse al
fatto che lo yavù (uomo bianco) incuteva un certo
timore...
Il Ghana rappresenta un vero
paradiso per gli appassionati
di erpetologia come me:
pitoni, cobra, agame, varani e
tartarughe marine che
vengono a deporre le uova
sulle spiagge semideserte. A
riportarmi alla realtà sono
state le visite ad alcuni
ospedali nella zona centrale
del paese, la più povera, ove ci
sono ancora bambini che
muoiono di stenti o persone
affetti da AIDS che, senza
cure, attendono di morire in
un letto di ospedale. E ancora
la visita ai castelli, questa era
conosciuta come la costa
degli schiavi, che fungevano
da centro di raccolta e
stoccaggio di milioni di esseri
umani che erano considerati
come merci in attesa di essere
esportate. Sono ancora intrisi
della
sofferenza
che
provocarono a quegli esseri
umani, sofferenza di una
storia recente che è bene non
dimenticare...
edoardo mocchi
La sveglia
Il direttore di
Canale 5
ripercorre le tappe
della sua carriera
e spiega come
funziona una rete
ell’ufficio di Giovanni
N
Modina, al sesto piano del
quartier generale di Mediaset a
Cologno Monzese, la batteria di
schermi tv che fronteggia la
grande
scrivania
è
completamente spenta: tranne
che per un solo monitor,
sintonizzato sul Televideo della
Rai.
“Guardi – ci fa notare a un certo
punto il direttore di Canale 5 – la
televisione mi ha sempre
interessato, però sinceramente
pensavo che avrei fatto
tutt’altro. Credo sia stata la vita
che mi ha portato qui. Sono
contento di ciò che ho fatto in
questi anni, mi va bene così;
però dire che le tappe che ho
percorso, e quindi anche i
successi raggiunti, sono stati
sempre
frutto
della
programmazione
di
un
bravissimo automa che ha
messo in ordine tassello dopo
tassello questo no. La vita è una
scoperta su se stessi e sugli altri,
una scoperta che continua: per
cui non c’è stata una mia scelta
che – sia da un punto di vista
personale sia professionale –
abbia esattamente portato nella
direzione in cui mi sarei
immaginato”.
Approfittiamo subito della sua
disponibilità chiedendole di
raccontare ai lettori de “La
Sveglia” le tappe del suo
percorso professionale
“Sono nato nel 1960 a Tagliuno,
capoluogo e sede comunale di
Castelli Calepio: un posto che
magari non è fra i più chiusi
della Bergamasca, perché ha
un’uscita autostradale ed è sulla
direttrice che porta al lago d’Iseo;
però è pur sempre un paesino a
20 chilometri da Bergamo, a 30
da Brescia, a 70 da Milano.
Forse è stato proprio per farmi
uscire dall’ambiente un po’
maggio 2003
Giovanni Modina
Ecco la mia tivù
ristretto del paese che i genitori
mi hanno fatto frequentare le
scuole medie inferiori a Sarnico,
un centro già un po’ più grande
e più aperto, e poi hanno fatto di
tutto per mandarmi al
“Sant’Alessandro”.
Ricordo quelli del liceo come
anni fra i più felici della mia vita;
probabilmente perché non ero
costretto ad ammazzarmi di studio visto che me la cavavo, e poi
perché ero in una classe
stupenda con la quale
continuiamo regolarmente a
ritrovarci.
Successivamente la vita è stata,
nel bene e nel male, un po’ più
complicata. Mi sono diplomato
nel ‘79 allo Scientifico; subito mi
sono poi iscritto ad Architettura
perché mi pareva il miglior modo
di coniugare un desiderio di
creatività con l’acquisizione di
un sapere tecnico che mi
sembrava desse più garanzie.
Già allora non sapevo – e non
l’ho capito ancora adesso – se
fosse meglio coltivare i miei
sogni piuttosto che da buon
bergamasco andare sul sicuro,
un passettino dietro l’altro. Ho
sempre cercato di contemperare
le due cose e devo dire che di
pag. 7
esperienze negative non ne ho
fatte tante.
Però, una volta superati quattro
esami ad Architettura, ho deciso
di passare a Economia: non a
Bergamo però – perché c’era
anche un po’ di malcelato
orgoglio nel non voler tornare
con i vecchi compagni un anno
indietro – ma alla Bocconi.
Alla fine mi laureo in finanza:
avrebbe potuto essere la carta
vincente per la mia carriera
perché a metà degli anni ‘80
stavano esplodendo i cosiddetti
“derivati” – opzioni, future e
prodotti del genere – che adesso
sono sulla bocca di tanti ma che
allora erano in pochissimi a
conoscere. E invece di coltivare
la mia laurea, cerco subito la
possibilità di fare un master:
sempre
con
addosso
un’inquietudine strana, che non
ho ancora ben capito se sia finita
o dove mi porterà ancora.
E allora faccio questo master in
marketing e comunicazione,
dubbioso se cogliere fino in
fondo le prospettive che mi
avrebbe aperto o entrare
immediatamente in azienda. O
meglio: entro a Rti, l’azienda che
raggruppava le reti Fininvest
(poi confluita in Mediaset), non
mi convinco che sia il posto
ideale per me, torno a lavorare in
una multinazionale, poi di
nuovo mi colgono altri dubbi e
decido di tornare.
Di nuovo in Fininvest ho fatto
esperienze a tutto campo: nel
senso che non parlo benissimo
le lingue, però evidentemente la
capacità di relazione che avevo
mi ha subito indirizzato
all’estero. Così ho passato molti
mesi in Polonia a gestire il
palinsesto di “Polonia 1”, molti
alberto pesenti palvis
continua alle pagine seguenti
La sveglia
Ecco
la mia tivù
mesi in Turchia a gestire quello
di “Kanal D”; mi sono dedicato
per parecchio tempo alle
relazioni con i mercati esteri, con
l’Irlanda e addirittura con la
Russia ai tempi di Gorbaciov;
poi mi sono occupato di marketing e di cinema, in particolare di
Medusa, che adesso è diventata
la più grande casa di
distribuzione italiana”.
Nell’aprile 2001 lei è
diventato direttore di Canale
5. Che cosa trova di specifico
nel dirigere un’azienda
radiotelevisiva rispetto ad
altri contesti aziendali, dei
quali ha avuto esperienza
prima di entrare a Rti?
“Guardi, non lo so perché la
posizione del direttore di rete è
talmente anomala (in Italia
siamo in sei o sette) che è difficile
fare confronti. Le posso dire solo
ciò che penso avrei potuto fare in
un altro contesto. Ammettiamo
che la mia carriera fosse andata
altrettanto bene fossi rimasto
nel settore finanziario cosa
potrei essere adesso? Forse il
responsabile della “merchant
bank” interna di un grosso
gruppo bancario. Fossi rimasto
in una multinazionale, oggi
potrei forse essere un direttore
di area, qualcosa come il capo
della Nestlè in Sudamerica. Due
posizioni abbastanza vicine al
mio precedente ruolo a
Mediaset, quello del direttore di
coordinamento.
Adesso ricopro un ruolo molto
più “pubblico”, molto più rivolto
verso l’esterno, nel quale anche
il fatto di tenere o meno certe
posizioni su piccole polemiche
che ci riguardano fa trasparire
una
certa
fisionomia
caratteriale,
una
certa
formazione, un certo tipo di idee.
L’essere arrivato a una direzione
maggio 2003
di rete ha insomma “stravolto”
un po’ la mia figura
professionale: ringrazio chi mi
ha scelto per questo ruolo, il
quale comporta però la
necessità di doti, qualità o
comunque di un atteggiamento
che prima non ritenevo né di
avere né che fosse nelle mie
corde. Non mi ci trovo male
come temevo, ma mi sto ancora
chiedendo se è esattamente ciò
per cui sono più adatto”.
Possiamo parlare un po’ di
televisione? Non tanto del
giudizio che tutti ce ne
possiamo fare da spettatori,
ma piuttosto di “come
funziona” una rete come
Canale 5, come si arriva al
prodotto che entra nelle
nostre case
“Faccio una piccola premessa di
tipo economico. Siamo in una
situazione di “quasi duopolio”
nel quale il nostro principale
antagonista – quello che una
volta era il monopolista, la Rai –
si era nel corso del tempo, per
ragioni che non avevano niente
a che fare con il mercato,
organizzato in tre reti, le quali
avevano piano piano assunto
una fisionomia diversa. Anche
chi ha deciso di contrastare il
monopolio Rai ha pensato che la
via più facile fosse quella di
opporsi negli stessi modi,
quantitativamente e forse anche
qualitativamente: ed è nata
Mediaset, composta anche da
qui tre reti con tre fisionomie diverse.
Ecco dove volevo arrivare: per
far funzionare tre reti come
fossero aziende diverse, in una
situazione come quella del
mercato italiano, non si può per
ragioni di efficienza lasciare che
giochino la loro partita in totale
autonomia. Diventa necessaria
una struttura organizzativa
complessa che prevede
l’autonomia delle direzioni, ma
impone alle direzioni di rete e al
controllo editoriale l’utilizzo degli
“staff” a matrice orizzontale, cioè
di servizi aziendali in comune. A
parte quelli di carattere generale
– le risorse umane, i servizi
pag. 8
generali,
il
legale,
l’amministrazione e controllo, la
finanza, tipici anche delle altre
aziende multiprodotto e
multicanale – noi abbiamo in
più degli staff peculiari: le
produzioni
interne
d’intrattenimento, le produzioni
fiction, gli acquisti dei diritti e
delle fiction, la gestione delle
risorse artistiche e l’ufficio marketing.
Questo fa sì che il nostro
processo decisionale sia molto
complesso, perché partendo da
un indirizzo determinato
dall’editore e da chi interpreta le
volontà dell’editore in termini di
risultato, cioè dai direttori di
rete, bisogna poi entrare in un
circolo virtuoso di carattere
economico che c’impone di
andare a cercare i prodotti
prima all’interno dell’azienda,
poi all’esterno nelle realtà con
cui
abbiamo
rapporti
professionali più sviluppati; e
soltanto in casi o di emergenza,
o di particolare euforia di
cambiamento, fuori da questi
canali.
Come avviene allora il processo?
In prima battuta rivestono un
ruolo importante gli uomini
della finanza e del controllo, che
devono tenere sotto controllo il
corso del titolo nelle borse
interne e internazionali. A
questo scopo fissano parametri
di redditività, considerano le
prospettive a medio-lungo
termine del titolo, esaminano la
struttura dei costi e dei ricavi e
fanno tutte le valutazioni
tecniche.
Una seconda fase vede l’ingresso
della nostra concessionaria di
pubblicità, Publitalia `80, la
quale ai dettami dei finanziari
risponde con una verifica di
fattibilità, valutando la
situazione di mercato, pesando i
fattori esterni che possono
complicare o migliorare il
quadro, esaminando le
prospettive del mercato
pubblicitario.
A questo punto tocca a noi,
editore, valutare, con le risorse
che abbiamo a disposizione,
La sveglia
quale tipologia di palinsesti a
medio-lungo termine riusciamo
a
fornire,
ovviamente
contemperando le esigenze
contrattuali (per quanto
riguarda sia gli artisti, sia
l’acquisto dei diritti dei prodotti
stranieri, sia gli impegni sulle
fiction) e il risultato che ci
aspettiamo in termini di “share”,
di percentuali di ascolto.
Mescoliamo il tutto per valutare
se le esigenze di tutti sono
soddisfatte oppure se la coperta
risulta da qualche parte corta e –
dovesse risultare corta – chi
deve fare il sacrificio. Siamo alla
fase numero tre: il direttore di
rete con i suoi diretti
collaboratori
decide
il
palinsesto,
cioè
la
programmazione stagionale”.
Dalla sua descrizione ricavo la
strana impressione che il
ruolo del direttore di rete, per
quanto importante, sia
condizionato da tanti vincoli.
Resta comunque un margine
soddisfacente di autonomia?
“Resta senz’altro, nel senso che
quelli descritti sono, più che veri
vincoli, le condizioni per sedersi
al tavolo: come le regole che uno
accetta quando gioca a carte o si
mette alla guida.
In questo quadro il ruolo della
direzione di rete rimane
comunque fondamentale. E’
dalla gestione quotidiana delle
cose, anche piccole, così come
impostata dalle diverse figure di
direzione che si sono
avvicendate, che emergono un
indirizzo
editoriale
e
un’immagine pubblica della
rete. C’è chi ad esempio è più un
gestore di risorse, chi è più un
creativo, chi è più orientato a
privilegiare l’aspetto informativo
e chi al contrario è più un
esperto di televisione nel senso
di diritti, fiction e cose del
genere. Alla lunga queste
differenze di impostazione
diventano evidenti e un esperto
le nota benissimo”.
Come viene gestita la parte giornalistica?
“Per legge la parte giornalistica
non dipende dalla direzione di
rete quanto a contenuti, ma
maggio 2003
soltanto quanto a collocazione. Il
direttore del Tg5, Enrico
Mentana, è responsabile non
solo del telegiornale, ma anche
di “Verissimo”, “Terra” e di tutti
gli “speciali” giornalistici.
Mentana dipende da me solo per
gli orari dove io potrei decidere di
collocarlo: però la struttura
giornalistica, il Tg5 in sostanza,
è totalmente indipendente da
me perché per legge il giornalista
dev’essere svincolato dalla
rappresentanza dell’editore”.
Come nasce un programma di
Canale 5? Quanto tempo
passa dall’idea alla sua messa
in onda?
“Proviamo a fare l’esempio di un
programma d’intrattenimento.
L’idea può avere tre partenze diverse: ci può essere un nostro
collega
della
struttura
d’intrattenimento interna che,
direttamente o tramite i suoi
responsabili, viene a presentare
la sua idea di programma; ci può
essere il contatto che – diretto
con le direzioni di rete o mediato
dalla
struttura
d’intrattenimento – ci viene
proposto da un fornitore
esterno; ci può essere l’idea
creativa partente dal nostro
interno e commissionata a
esterni o a interni.
Diciamo che il primo “step”, cioè
quello di una possibile
valutazione positiva del
progetto, viene superato;
s’ipotizzano una scaletta, un
cast, una collocazione oraria e,
se tutto appare fattibile,
s’ipotizza una qualche forma di
“test”: una prova che può essere
“non in onda” – si realizza un
numero zero e lo si fa testare a
dei gruppi qualitativi – piuttosto
che un vero “speciale” in onda.
Dall’inizio sono passati a questo
punto da due a tre mesi.
Mettiamo che il test sia andato
bene: in vista della preparazione
dei palinsesti della stagione
futura (a meno di essere in
emergenza nella stagione in
corso) interpelliamo le persone
del nostro controllo di gestione
interno, analizziamo la struttura
dei costi sulla tipologia ipotizzata
– sei, otto, dodici puntate – e
pag. 9
Ecco
la mia tivù
valutiamo esattamente i
contratti che dovremo stipulare
con autori, registi, artisti: se sta
nei binari di budget definiti
l’anno prima, e se ci pare
interessante come proposta
alternativa di palinsesto, la
inseriamo
nella
programmazione. A quel punto
si parte”.
Che cosa succede quando
finalmente il programma
viene messo in onda? Se i
risultati non soddisfano può
essere sospeso? Se ha
successo viene riproposto in
un maggior numero di
puntate, si studiano delle
derivazioni?
“I casi in cui sbagliamo
drammaticamente le aspettative
di ascolto sono molto rari e
dipendono, più che da un nostro
errore di valutazione, da un
cambio nella programmazione
della concorrenza che per
ragioni di alchimie particolari
magari ci penalizza.
Vere e proprie sospensioni di un
programma ne ho viste non più
di cinque o sei in tutta la mia
esperienza. Può però succedere
che il risultato non sia all’altezza
delle aspettative: ciò significa
che con la fine della stagione il
programma non verrà più
riproposto, o che potrà passare
su un’altra rete o in un’altra fascia oraria. Se invece il
programma fosse andato così
come ci si aspettava – è il caso
più frequente – entrerà a far
parte del “magazzino idee” che
noi continueremo a tenere
presente, fino ad esaurimento
del ciclo di vita, per l’utilizzo nei
palinsesti. Ultima ipotesi: se il
risultato d’ascolto fosse stato
assolutamente superiore alle
aspettative ci troveremmo di
fronte a un “problema” in senso
positivo, e la soluzione potrebbe
essere un allungamento del
La sveglia
Ecco
la mia tivù
ciclo di vita o uno sfruttamento
più ravvicinato e veloce, anche
con “cloni” e filiazioni immediate.
Lei ha sotto gli occhi il fatto che
la Gialappa’s Band ha potuto
fare un programma come “Mai
dire Grande Fratello” proprio
perché “Grande Fratello” ha
costituito per noi un elemento
importante del palinsesto. Non
si può definire propriamente un
“clone” però tra virgolette, mi
passi il termine, è un
programma che “si ciba” di
“Grande Fratello” e che
comunque, senza l’argomento
principale, avrebbe dovuto
trovare altre connotazioni”.
Possiamo fare un confronto
tra la televisione italiana e
quella degli altri paesi? In
generale come siamo messi?
Quali sono i nostri punti di
forza e di debolezza?
“Mi creda: checché ne abbia
scritto il “Financial Times” – in
un articolo che posso peraltro
condividere per alcune
osservazioni – non siamo
certamente peggio degli altri,
anzi! Conosco bene la tivù degli
altri paesi. Quella americana è
diventata più che altro una
grande vetrina dei propri
prodotti, come un grande canale
di televendita per il mercato
estero. Programmano quasi
ventiquattr’ore al giorno le serie
che loro stessi producono
perché possano essere “testate”
di fronte al pubblico americano e
vendute. Per loro è più
importante l’introito della
vendita dei prodotti sui mercati
terzi dell’introito pubblicitario,
cosa paradossale per un
mercato grande come gli Stati
Uniti.
Anche guardando all’Europa
non abbiamo secondo me
troppo da invidiare agli altri. Un
po’ per lo sciovinismo dei
maggio 2003
francesi e un po’ per le
caratteristiche di chiusura determinate dalla lingua inglese
(che fa sì che si ricevano solo
prodotti parlati in inglese
piuttosto che ridoppiati), mi
pare che le altre televisioni siano
più “resistenti” delle nostre ai
prodotti che vengono dall’estero.
Nel complesso, le dico
francamente
che
l’intrattenimento in Italia non è
secondo me né migliore né
peggiore – certamente non è
peggiore – che sulle altre
televisioni.
Quanto all’informazione, ritengo
già una garanzia il fatto che
abbiamo sette telegiornali sulle
diverse reti: sono d’accordo che
la Bbc inglese faccia buoni
notiziari e per certi aspetti –
come la presenza di inviati in
giro per il mondo – costituisca
una struttura ragguardevole,
però non credo che l’Italia si trovi
in una situazione così “terribile”.
La varietà di opinioni politiche
che si registra nei notiziari delle
diverse reti, e soprattutto
l’obbligatorio distacco dalla linea
editoriale nel gestire i diversi
telegiornali,
mi
paiono
sufficiente
garanzia
di
pluralismo.
Per ciò che riguarda le fiction,
non solo acquisiamo quanto di
meglio ci sia sul mercato
internazionale, ma produciamo
anche a buoni livelli: nessuno in
Europa e nel mondo – è una
cosa incredibile – produce per il
solo mercato televisivo a un
costo orario alto come il nostro.
A noi “Ferrari” è costato quanto
un film americano, e tuttavia il
suo unico sbocco è stato la
programmazione
nella
televisione italiana: un prodotto
di questo valore gli altri lo
programmano ma soprattutto lo
vendono. Noi no”.
Lei ha detto poco fa di non
sentirsi molto a suo agio nei
panni del “guru” che sa vedere
il futuro Vorrei però chiederle
ugualmente qualche scenario
da qui a qualche anno: come
sarà il sistema televisivo, che
offerta avremo?
pag. 10
“La grande novità a livello
tecnico è quella del digitale, non
ci sono dubbi. Faccio però una
considerazione: gli eventi
televisivi non si creano solo
perché dal punto di vista tecnico
avremo la possibilità di avere
un’enormità di canali. Il
problema è e sarà sempre di più
il prodotto.
Guardi, su questo punto sono
molto critico forse perché sono
di posizioni un po’ vecchie:
quando per ragioni televisive si
sono
moltiplicati
gli
appuntamenti, per esempio
quelli sportivi, gli appuntamenti
stessi hanno perso di richiamo.
Non possiamo aumentare a
dismisura il numero degli
appuntamenti solo perché
dall’altra parte c’è disponibilità
di emissione. Temo però che si
andrà comunque su questa
strada: se non lo dovessimo fare,
la grandissima disponibilità di
offerta tecnica si accompagnerà
comunque all’impossibilità di
fare dei veri e propri canali con
un contenuto vero.
Allora quale scenario si
potrebbe verificare? Una
grande disponibilità teorica di
canali tematici con però poche
punte di offerta vera: magari ci
saranno canali che 24 ore su
24 daranno “a rullo” i telefilm
degli anni ‘60, altri che
allestiranno tanti piccoli
“Grande
Fratello”
per
monitorare in continuità una
via della città, come le
telecamere
dei
grandi
magazzini,
altri
che
ripeteranno tutta la storia
della televisione, senza
considerare che poi anche i
materiali di deteriorano
insomma non so con cosa
andremo a riempire tutti
questi nuovi canali”.
alberto pesenti palvis
ndr. Il testo integrale dell’intervista
può essere letto sul sito degli Ex Allievi
www.exsantalex.it alla rubrica “Le
interviste di Alberto Pesenti Palvis”.
La sveglia
maggio 2003
Ferruccio Pilenga,
seriatese di 42 anni,
ex alunno del
Sant’Alessandro,
nell’89 ha fondato la
Scuola italiana cani
Salvataggio con sede
a Seriate e centro di
addestramento a
Sarnico: la più grande
organizzazione
nazionale dedicata
alla preparazione dei
cani e dei loro
conduttori per il
salvataggio in mare e
nelle acque interne.
protezione civile e guardia
costiera a seconda del tipo di
emergenze.
Il traguardo raggiunto è la
quota di cento unità cinofile
brevettate in servizio costante,
per lo più terranova, labrador
e golden retriver: i primi cani a
sperimentare il salvataggio
tuffandosi dall’elicottero, che è
una “macchina da tempesta”.
Quest’anno Ferruccio Pilenga
ha fondato anche la Squadra
italiana cani salvataggio,
operativa 24 ore su 24, proprio
in
una
terra,
quella
bergamasca, coperta quasi
interamente da montagne.
Un fatto straordinario? Per
niente. Basti pensare ai
salvataggi raccontati da
Ferruccio Pilenga: storie tanto
spettacolari da essersi
ritagliate un posto di assoluto
Q uando parla dei suoi
cani-bagnino ha una voce
forte e sicura. Come se le
persone salvate in tutta Italia
potessero sentirlo. Dai bambini strappati dal mare che se li
stava per inghiottire nel ‘94 a
Marina di Massa ai marinai
recuperati dalla barca in
procinto di schiantarsi contro
gli scogli a Zoagli, in Liguria.
Fino al contributo offerto lo
scorso
novembre
alle
popolazioni bergamasche
alluvionate, quando i suoi cani
hanno trascorso nelle stanze
della Prefettura una notte
intera, pronti ad intervenire in
caso di bisogno.
Merito di Ferruccio Pilenga,
seriatese di 42 anni, ex alunno
del Sant’Alessandro (maturità
scientifica nel ‘79), che nell’89
ha fondato, e ne è tuttora presidente, la Scuola italiana cani
Salvataggio (Sics) con sede a
Seriate
e
centro
di
addestramento a Sarnico: la
più grande organizzazione
nazionale dedicata alla
preparazione dei cani e dei loro
conduttori per il salvataggio in
mare e nelle acque interne.
Un’associazione
di
volontariato che dipende da
prefettura, dipartimento di
Meglio
un cane
per
bagnino
rilievo sulla stampa e le tv di
mezzo mondo.
Vedi la
mareggiata a Marina di Massa,
ricostruita negli States e
messa in onda da Discovery
Channel. O il salvataggio a
Zoagli, pubblicato sul “Reader
Digest” e poi ripreso da una
troupe canadese per girare
uno speciale sui cani-bagnino.
“La cosa che più mi aveva
entusiasmato era che il
documentario
fosse
nientemeno che per National
Geographic e in più che la
produzione volesse proprio la
storia del mio primo terranova
Mas”.
Quell’impresa non mostra solo
pag. 11
al mondo il lavoro coraggioso
dei cani, ma in seguito diviene
lo spunto per girare uno spot
pubblicitario su cibo per cani,
commissionato da una grande
ditta americana: “La scene
furono ricostruite sul lago di
Iseo, a Riva di Solto, con onde
artificiali per quelle in acqua –
ricorda
l’istruttore
bergamasco - Quasi una
tempesta perfetta dove il mio
nuovo Mas doveva lavorare da
solo, lanciarsi dall’elisoccorso,
prendere in bocca la cima della
barca per trarla in salvo con
tutti gli occupanti”. Qualche
cambiamento e poi di nuovo
altri ciak. Si gira ancora.
Questa volta per la Rai,
protagonisti nel “Pianeta delle
Meraviglie” condotto da Licia
Colò.
E’ finita? Certamente no. Il
nostro Ferruccio è affascinato
da una leggenda. Quella che
narra
dei
terranova
perfettamente a loro agio sui
velieri da dove nei secoli scorsi
si lanciavano senza paura nel
mare in burrasca per
recuperare un uomo a mare.
Sarà vero? “E’ proprio così –
conferma Pilenga – con il
regista
della
stessa
trasmissione Rai nel 2001
siamo saliti sulla Palinuro: un
veliero stupendo con tre
alberi, 160 uomini di
equipaggio, un capitano molto
disponibile, tre labrador e
sette terranova che hanno
potuto emulare i loro antenati.
Erano tranquillissimi e il
salvataggio compiuto dal
terranova Alyssa è stato
perfetto. Ora vorrei riprovarci
sull’Amerigo Vespucci”.
E magari fra un secolo
Ferruccio Pilenga sarà
ricordato non solo per le
imprese
dei
suoi
cani-bagnino, ma anche come
colui che per primo riuscì a
riportare i terranova sui velieri
con le vele spiegate al vento.
teresa capezzuto
La sveglia
maggio 2003
C
i stimola ad alcune
considerazioni la recente
uscita di un agile libretto dal
titolo “Veleni – Intrighi e delitti
nei secoli” scritto a quattro
mani per la casa editrice “Le
lettere” da due tossicologi
forensi dell’università di
Firenze, Francesco Mari ed
Elisabetta Bertol.
Per il suo carattere infingardo,
per il suo agire di sottecchi, a
tradimento, per il rifiuto di
esporsi in prima persona da
parte
dell’assassino,
l’avvelenamento è da sempre
considerato il peggiore tra i
delitti. Una legge romana,
risalente all’imperatore
Antonino Pio, è chiara al
proposito: “È più grave
uccidere un uomo con il
veleno che con la spada”.
In tempi di diffuso fervore
religioso,
il
tossico
rappresenta l’essenza stessa
del demoniaco. A precisarne i
caratteri nel corso dei secoli
sono le sue caratteristiche, la
sua evoluzione, la sua stessa
vocazione. Infatti, la via
battuta da avvelenatori,
fattucchiere, apprendisti
stregoni è stata quella di
rincorrere un veleno sempre
più in grado di rendere
“naturale” la dipartita del
disgraziato da eliminare. Ecco
allora
il
farsi
largo
dell’arsenico che, grazie alle
sue caratteristiche, viene ben
presto eletto “principe dei
veleni”: l’arsenico è difatti
solubile, incolore, ma,
soprattutto, insapore.
Aneddoti storici percorrono
trasversalmente la storia del
tossico:
la
morte
dell’imperatore Arrigo VII di
Lussemburgo avvenuta con
l’avvelenamento dell’Ostia
santa ricevuta per mano di un
frate; la carta da parati che
rivestiva la camera da letto di
Napoleone a Sant’Elena e che
IL PRINCIPE DEI VELENI
all’insaputa delle teorie del
tempo
conteneva
un
pigmento verde all’arsenico
responsabile della probabile e
lenta
intossicazione
dell’Imperatore; l’acqua di
Giulia Tofana colpevole della
morte di oltre 600 persone
nella Roma papalina del XVII
secolo.
La scienza, che permea ogni
istante della nostra vita, si è
fatta largo nel corso dei secoli
anche per questa strada:
l’opera degli avvelenatori è
diventata via via più difficile
prima con la nascita
dell’autopsia, poi con la prova
biologica. In più, grazie alla
scienza, il nostro costume si è
rivoluzionato: nuovi metodi
hanno scalzato l’indignazione,
la paura di ciò che è diverso, il
sospetto e tutti gli altri
campanelli di allarme che in
passato segnalavano e
decretavano la presenza di un
avvelenatore. Seguire le
pag. 12
vicende del veleno nel corso
dei secoli significa gettare uno
sguardo alla storia da una
diversa angolatura.
Come si è modificata la
giurisprudenza, la morale, la
letteratura, l’arte in generale
dinanzi all’urgenza di porre
fine a ogni tipo di veneficio?
Ma soprattutto: oggi la scienza
sembra poter ogni cosa e
tuttavia come tutto ciò che è
umano anche la scienza
poggia su delle premesse che,
come tali, non sono invincibili.
È
intorno
a
queste
fondamenta che bisogna
gettare più di uno sguardo: da
lì, da quel crinale sottile, il
veleno di domani potrà crearsi
un varco, con il rischio allora
che tutte le nostre difese lo
trovino ancora una volta, per
un’altra volta ancora, incolore,
insapore e inodore.
giovanni caldara
La sveglia
maggio 2003
Una mamma del Sant’Alessandro ci parla della sua attività presso il C.N.R.
In Inghilterra per la fusione nucleare
Il mio lavoro di fisico, specializzato
nello studio della fusione
termonucleare controllata, mi porta
spesso in giro per il mondo per
intervenire a conferenze specifiche o
per collaborare con istituti di ricerca
simili a quello del C.N.R. (Consiglio
Nazionale delle Ricerche) in cui
lavoro a Milano. Una di queste
collaborazioni è con il Centro di
Ricerche di Culham, vicino ad Oxford, dove è in funzione
l’esperimento più interessante per il
mio campo di ricerca: il JET.
Questo è un tokamak, una
struttura toroidale, dove gli
atomi leggeri di idrogeno sono
ionizzati da un riscaldamento
elevatissimo, cioè gli elettroni e
gli ioni di questi atomi vengono
separati.
L’idrogeno passa allora allo
stato di Plasma, quarto stato
della materia, e la fusione di
questi nuclei può essere
possibile, generando cosi
grandi quantità di energia,
come quelle sviluppate nel sole
e che ci permettono di vivere. Il
fatto che queste energie siano
di molto superiori a quelle che
attualmente si possono
ottenere dai processi
inversi di separazione di
atomi pesanti (fissione
nucleare) o dalla
combustione
del
carbone portano a
potenziare la ricerca
scientifica nel campo
della fusione in cui
opero anch’io.
Per me questo è un
lavoro
molto
interessante, che, come
dicevo, mi obbliga ad
assentarmi da casa per
periodi anche superiori
al mese. Pertanto, a
volte, sono costretta a
portare con me anche
mio figlio Jacopo,
attualmente alunno
della II media sez. C del
Sant’Alessandro. Ecco
perché alla fine del 2002
Jacopo mi ha accompagnato
per la seconda volta in
Inghilterra, dove per due mesi
ha frequentato la Scuola
Europea di Culham, adagiata
in una tranquilla campagna
inglese solcata dal Tamigi a
pochi Km da Oxford. É stata
per entrambi un’esperienza
positiva: per me continuava ad
essere
un
momento
professionale importante di
confronto e collaborazione con
altri colleghi non solo inglesi, e
per mio figlio un nuovo
momento di crescita, già
sperimentato due anni prima,
quando frequentava la quinta
elementare. Per tutti e due si è
trattato pertanto di ritrovare
posti e persone già noti, capaci
di farci sentire a nostro agio da
subito.
Nei fine settimana abbiamo
visitato non solo Londra (il
British Museum, tappa
preferita di Jacopo, la National
Gallery, la Tower Hill,
Westmister
Abbey,
Westmister Cathedral e tante
altre zone interessanti
scoperte preferibilmente a
piedi), ma anche l’Oxfordshire
con l’incantevole vallata del
Tamigi e del Cavallo Bianco, e
regioni limitrofe come il
Cotswolds con le sue dolci
colline non lontano da Bath,
famosa per le sue terme
romane, Gloucester con la sua
Abbazia dallo splendido
chiostro, Stonhenge con i suoi
noti monumenti megalitici.
Per me erano tutti posti già
visti più volte, ma per Jacopo
si è trattato di conoscere
luoghi che solo in Inghilterra si
possono trovare: soprattutto
la calma quasi irreale e fuori
dal mondo delle campagne e
dei tipici villaggi con le case
con i caratteristici tetti di
paglia. Una delle cose che ha
stregato di più mio figlio sono
state però le chiese, che in
ogni paese, grande o piccolo
che sia, sono circondate da
cimiteri semplici ma `veri’.
Lapidi di pietra e tanto verde
intorno: la pace lì diventa
quasi palpabile.
Anche questa volta, alla fine
del nostro soggiorno, ci è
dispiaciuto molto lasciare
questo angolo di Inghilterra,
che conoscevamo sempre di
più ed apprezzavamo, senza
fare i soliti confronti con
l’Italia.
Credo che ogni paese vada
amato per quello che è e
spero che in futuro Jacopo
possa fare ancora altre
esperienze analoghe, perché sono
convinta che il confrontarsi con
altri modi di pensare, di vivere e di
studiare non è affatto retorica, ma
un concreto e costruttivo tipo di
scuola.
silvana nowak
ricercatrice presso l’Istituto di Fisica
del Plasma
del CNR di Milano
pag. 13
La sveglia
maggio 2003
Fabio Zambelli ha messo a punto un sistema di raffreddamento a liquido
Il computer dal cuore di ghiaccio
asce un pc raffreddato a
N
liquido con migliori
prestazioni rispetto al
tradizionale sisyema di
raffreddamento ad aria. Si
chiama Icecore (dall’inglese
“Hi score” rende bene il doppio
senso di “punteggio massimo”
quanto a prestazioni e di
“nucleo di ghiaccio” per il
mantenimento
di
una
temperatura più bassa
rispetto ai normali sistemi) ed
è la macchina progettata,
elaborata e assemblata da
Fabio Zambelli di Cenate
Sotto, 20 anni, ex allievo del
collegio
vescovile
Sant’Alessandro.
Il prototipo è stato presentato
proprio dall’inventore nel
negozio di Trescore dove
lavora
nell’ambito
dell’informatica e a breve
Fabio Zambelli ne chiederà
l’esclusiva per la Bergamasca.
Da circa quattro mesi una
ditta americana, che ha anche
filiali europee, ne ha avviato la
produzione in blocco a livello
industriale. Ma il prototipo
messo a punto da Fabio è più
funzionale rispetto a quelli
statunitensi, perché ha
dimensioni molto ridotte. Più o
meno è un cubo di 40 x 35
centimetri. “Il mio sistema
sarebbe
l’ideale
per
applicazioni scientifiche che
richiedono grafica altamente
avanzata o per le aziende che
tengono acceso il pc tutto il
giorno – spiega Fabio Zambelli
-.
Ma come funziona questa
macchina? “In pratica è un
impianto a liquido a circuito
chiuso con scmbiatore di
calore, un impianto diverso da
quello
comunemente
installato,
dove
il
raffreddamento
invece
consiste in un dissipatore ad
aria attivo abbinato ad una
ventola che ruotando genera
un rumore elevato. chiarisce -.
Io ho sostituito il dissipatore
con uno scambiatore di calore
in rame dove viene fatta
circolare, grazie all’ausilio di
una pompa idraulica, una
soluzione composta in buona
parte da acqua distillata che si
immette poi in un radiatore
dal corpo radiante in rame e
quindi è rimessa in circolo
dalla pompa”.
Già da piccolo Fabio aveva
messo a punto dei progetti,
però
nell’ambito
dell’elettronica. Poi vengono i
tempi
del
liceo
al
Sant’Alessandro, dove affina le
proprie
capacità:
“L’esperienza del liceo mi è
servita per mettere a punto
questo progetto, parlo delle
conoscenze di fisica e di
geometria – ricorda Fabio -. Un
grazie va quindi al mio
insegnante,
Domenico
Gualandris ma anche al preside monsignor Achille Sana,
per la sua disponibilità”.
Alice Gamba espone a Berlino
are una nuova vita agli
prendere i materiali che la gente
oggetti che vengono scartati,
D
butta in discarica e, dopo averli
per creare pezzi d’arredamento
lavati e ripuliti, rimodellarli per
unici: è questa la passione che ha
portato Alice Gamba (ndr. ex
allieva),
studentessa
dell’Accademia Carrara di
Bergamo, ad essere selezionata
come unica artista italiana per
esporre al RestCycing Art Festival
di Berlino. L’evento, giunto
quest’anno alla 2ª edizione, si
terrà nella capitale tedesca il 24 e
il 25 maggio e vedrà la
partecipazione di 50 artisti
internazionali, esperti in pittura,
scultura, disegno, moda e graffito, il tutto con l’utilizzo di
materiali poveri di riciclo e di
riuso, come lattine o bottiglie di
plastica.
Nato come evento mediatico per
accrescere la sensibilità del
pubblico nei processi di riuso e di
riciclo dei contenitori di consumo
e di imballaggio ed evitare gli
sprechi, il Festival ha tuttavia
assunto lo status di vero e
proprio evento d’arte. E lei, Alice,
ventunenne bergamasca che
frequenta il quarto anno
dell’Accademia di belle arti, sarà
la prima italiana in assoluto a
vedere esposte le proprie opere in
quella che è diventata la galleria
d’arte ecologica per eccellenza.
Tanto che il viaggio sarà a carico
dell’ambasciata italiana a
Berlino. “Quello che faccio è
pag. 14
dar loro nuova vita sotto forma di
oggetti d’arredamento - spiega
Alice - Con questi materiali creo
tavoli, poltrone, divani.., tutto
quello che può arredare un
ambiente.
La partecipazione al Festival di
Berlino è nata per gioco: stavo
navigando in Internet per cercare
materiale per la mia tesi, quando
casualmente sono finita nel sito
del RestCycling Art Festival. Ho
letto il bando di concorso e mi
sono iscritta, spedendo tutto il
materiale richiesto a Berlino.
Pochi giorni fa mi è arrivata
un’e-mail
in
cui
mi
comunicavano che facevo parte
dei 50 artisti accettati
all’esposizione.
E’ una bella soddisfazione, ma
soprattutto è una grande
opportunità per farmi conoscere
anche all’estero (...). Ma ci sarà
anche la possibilità, per ciascuno
dei partecipanti, di poter portare
a Berlino ed esporre una decina
di proprie opere, che potranno
essere vendute a prezzi compresi
tra 1 e 100 euro”. Attenti dunque
a ciò che buttate dalla finestra:
potrebbe rientrare in casa
vostra per la porta principale.
simona gauri da Il Giorno
La sveglia
maggio 2003
NOTIZIE DALLA SCUOLA
Notizie in breve
Un sfida per i genitori
• La prof. Marta Recalcati ed il marito Enrico
Nusiner hanno adottano Samreedhi, una
bambina indiana di un anno.
• Rette per il prossimo anno scolastico
2003-2004: Scuola Media con settimana
tradizionale 2.895, Scuola Media con
settimana corta 3.450, Biennio 3.490,
Triennio 3.595.
• La Scuola Media ha vinto il concorso didattico
di Coin “Aspettando Natale...” Ha ricevuto in
premio cento volumi che sono stati donati alla
Biblioteca del Collegio.
• Mons. Achille Sana è stato nominato Rettore
della nuova scuola media istituita dall’Opera S.
Alessandro a Villa d’Adda.
• Giovedì 19 dicembre è nata Sara, prima figlia
della prof. Cristina Baccanelli e di Luca
Monguzzi, entrambi ex allievi.
• Venerdì 17 gennaio Xavier Jacobelli, direttore
del Corriere dello Sport-Stadio, è stato ospite
degli studenti della Scuola Media.
• Carlo Allevi e Susi Grassi hanno superato la
fase eliminatoria della gara di matematica
“Kangourou” e accedono alla finale nazionale di
Mirabilandia il 6-7 maggio.
• Mercoledì 26 marzo il Sant’Alessandro ha
conquistato il titolo provinciale di Pallamano
battendo Dalmine (15-5) e Treviglio (12-9).
• Edy Poloni e Carlo Vizzardi hanno ricevuto una
menzione d’onore per la partecipazione al
Certamen Classicum di Clusone, gara di
traduzione dal latino in italiano.
• Sono 80 gli studenti che affronteranno i
prossimi Esami di stato (nel 2002 erano stati
66): 61 dello Scientifico (+13) e 19 del Classico
(+1).
• Sabato 31 maggio si disputerà il “X Gran
Premio Donadoni” sul classico percorso di 6.6
km da Ponte Giurino a Berbenno.
• Susi Grassi, dopo aver dominato la fase
d’istituto e quella provinciale delle Olimpiadi
della matematica 2003, affronterà per la
quarta volta consecutiva la finale di Cesenatico
dall’8 all’11 maggio. Per la finale si è qualificato
anche Federico Rossi.
• La squadra del Sant’Alessandro, capitanata da
Susi Grassi, si è qualificata al secondo posto
nella gara nazionale dei Giochi a squadre di
Matematica disputata l’8 aprile 2003.
Riforma Moratti. Quale sarà il ruolo dei
genitori? A questi quesiti ha dato risposta il
preside Luigi Roffia, in servizio all’ex
Provveditorato di Bergamo (Centro servizi
amministrativi) a chiusura di un ciclo di
incontri organizzato a marzo in Collegio
dall’Agesc del Sant’Alessandro, guidato dalla
signora Marcella Vernice Ruggeri, che è
anche vicepresidente del consiglio d’istituto.
Durante l’incontro è emerso in particolare
che i genitori devono cogliere una grande
sfida: “L’autonomia offre l’opportunità ai
genitori di sentirsi dentro la scuola,
facendosi portatori di bisogni educativi a cui
i docenti devono rispondere attraverso le
varie discipline – ha sottolineato Roffia –
Scuola e famiglia devono educare insieme,
ciascuna non abdicando al proprio ruolo”.
Proprio la filosofia dei genitori del
Sant’Alessandro: “L’iniziativa è nata
dall’esigenza dei genitori di approfondire le
dinamiche e le problematiche adolescenziali,
il rapporto tra genitori, figli e scuola – precisa
la signora Ruggeri – Tutto ciò è stato reso
possibile anche grazie alla disponibilità del
preside, monsignor Achille Sana, che crede
nella presenza dei genitori per un loro forte
protagonismo nella scuola”.
teresa capezzuto
S.O.S per “La Sveglia”
Al momento in cui va in stampa questo
numero de “La Sveglia”, sul conto corrente
dell’Associazione degli Ex allievi sono
depositati 287 euro, mentre per la sola
cellofanatura e spedizione ne servono
circa 500! A nome dell’Associazione
ringrazio coloro che costantemente ci
fanno pervenire la loro offerta e invito tutti
gli Ex allievi a fornire suggerimenti per la
soluzione di questo annoso problema.
Scrivete a Eugenio Donadoni email:
[email protected]. Grazie
C/C N. 17088246
Associazione degli Ex Allievi del
Collegio Vescovile S. Alessandro Via
S. Alessandro 49, 24100 Bergamo
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La sveglia
maggio 2003
ULTIMA PAGINA
L’Onu ha un futuro?
dalla prima
Uniti, ciò comporterebbe
una crisi definitiva del
sistema di amministrazione
della pace e sicurezza
mondiale, che, dalla fine
della IIª Guerra Mondiale
sino ad oggi, è stata affidata
alla
gestione
ed
all’amministrazione delle
Nazioni
Unite.
La
caratteristica di un sistema
multilaterale, quale quello
delle Nazioni Unite, è che le
decisioni che concernono la
sicurezza globale sono prese
in conformità con regole
predeterminate e se le
Nazioni Unite dovessero
legittimare il fatto che una
sola nazione, l’unica che
peraltro risulta avere la forza
militare per farlo, imponga in
via preventiva la propria
decisione, il sistema sarebbe
fatalmente distrutto.
Né vi è motivo che una
nazione si rechi a dibattere
alle Nazioni Unite, a meno
che riconosca che le
decisioni politiche siano il
prodotto
di
una
negoziazione e di un
dibattito genuini e pertanto
riflettano gli interessi di più
Paesi partecipanti al
sistema.
Va peraltro ricordato che
questa non è certo la prima
volta che si dà inizio ad un
conflitto,
senza
autorizzazione del Consiglio
dell’ONU, per poi ratificarne,
a posteriori, la legittimità e
pertanto, ad oggi, il sistema
multiglobale è sì in crisi, ma
certamente non in pezzi
come, da più parti, si è detto.
Certamente il conflitto in Iraq
ed il dibattito svoltosi nei
mesi precedenti al 20 marzo,
provocheranno una seria
riflessione finalizzata a
rivedere ed aggiornare i
sistemi di funzionamento e
controllo del Consiglio di
Sicurezza, soprattutto
mettendo in luce l’arcaico
sistema del diritto di veto e la
forte dipendenza delle
Nazioni Unite da interessi,
più o meno palesi, di ordine
più
economico
che
umanitario. Il problema vero
che oggi emerge è che solo un
organismo che la comunità
globale accetti
come
legittimo può credibilmente
esprimere giudizi allorché vi
siano abusi e violazioni dei
diritti umani tali da
giustificare un’azione di
polizia internazionale e ad
oggi, fate salve le necessarie
revisioni sui meccanismi di
funzionamento, l’unico
soggetto legittimato sono le
Nazioni Unite.Bisogna
augurarsi che questo
conflitto a ciò sia servito, che
gli Stati Uniti riconoscano
che
una
posizione
isolazionista
è
assolutamente dannosa e
che la vicenda irachena non
può essere un modello per
interventi futuri ed infine,
che la comunità globale inizi
ad elaborare nuove regole
che si possano applicare
allorché l’abuso dei diritti
umani giustifichi un’azione
di polizia contro gli “Stati
canaglia”.
fabio marazzi
docente dell’università di Bergamo
Pirellone 18 aprile 2002: Lassù c’ero anch’io
dalla quarta
via ad una grande opera di
restauro. Sì, proprio un
restauro, il primo esempio di
restauro di un edificio
moderno, che utilizzerà
tecniche ingegneristiche mai
provate in Italia. Le linee guida
infatti sono l’unico paragone
possibile: quello del “Palazzo di
Vetro” dell’ONU a New York non
va dimenticato infatti che il Pirelli
è tutt’oggi la torre ad uffici in
calcestruzzo più alta del mondo;
un “limite strutturale” di 127,10
metri ideato dalla genialità di Giò
Ponti negli anni ‘50 e mai
eguagliato proprio perché troppo
vicino ai limiti massimi consentiti
dalle leggi della fisica. Solo il
metallo infatti dà la sicurezza
necessaria nell’edificazione delle
torri una volta superati i 100
metri d’altezza.
Il grattacielo rimarrà chiuso fino alla fine
del 2004 e sarà sottoposto ad opere
strutturali di recupero che spaziano dal
colossale remake della facciata continua
a vetri, alla ridefinizione degli spazi
interni sullo stile delle linee progettuali
dello stesso architetto studiate per la
Pirelli negli anni ‘60. I dipendenti,
nuovamente sottoposti allo stress del
trasloco verso la nuova sede provvisoria
di Via Taramelli (zona Pola/Lagosta),
aspettano ora fiduciosi l’esito di questo
maquillage, sperando di poter presto
rivedere il simbolo di Milano guarito
dalle ferite e pronto per rappresentare
nuovamente e degnamente la Regione
Lombardia nel mondo.
Il ricordo del 18 aprile 2002 invece, così
come quello delle nostre amate colleghe
scomparse, ci accompagnerà per sempre,
ormai marchiato a fuoco nel nostro cuore.
nicola angelini
La Redazione: Teresa Capezzuto, Gianpietro Masserini, Alberto Pesenti Palvis. Disegni di Stefano Savoldelli. Segretario di
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L`Onu ha un futuro?