AESVI
Rassegna Stampa del 13/04/2011
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INDICE
AESVI
12/04/2011 Il Centro - Pescara
Videogiochi, istruzioni per l'uso
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VIDEOGIOCHI
13/04/2011 La Repubblica - Nazionale
COME È BELLO ESSERE UNA SCHIAPPA KINNEY: "BASTA CON LE MAGIE MEGLIO
UN EROE IMPERFETTO"
6
12/04/2011 Audio Review
MUSICA ROCK-POP / 2
8
12/04/2011 Audio Review
MUSICA ROCK-POP / 2
16
12/04/2011 Punto Informatico 09:22
Minecraft tira le somme
25
12/04/2011 Punto Informatico 09:22
Minecraft tira le somme
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13/04/2011 Il Fatto Quotidiano - Nazionale
SCRIVERE VIDEOGAME CORSO DI CARLO LUCARELLI A BOLOGNA
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12/04/2011 Film TV
APOCALISSE USA
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13/04/2011 BravaCasa
METTERSI INGIOCO
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12/04/2011 e20express.it
FMA realizza il primo Flash Mob-Tributo a Kylie Minogue per Microsoft
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AESVI
1 articolo
12/04/2011
Il Centro - Pescara
Pag. 3
(diffusione:24265, tiratura:30718)
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Videogiochi, istruzioni per l'uso
Adiconsum tiene corsi per ragazzi e genitori
MARIA CRISTINA NANNI
PESCARA. Max Payne non è adatto ai minori di 18 anni, mentre anche i più piccoli possono calciare un
pallone con la playstation. A indicarlo sulle custodie dei videogames è il Pegi. Si tratta di un sistema di
autoregolamentazione creato dall'Associazione editori software per guidare i genitori nella scelta del
videgioco più adatto ai loro figli. Dei riquadri colorati indicano l'età minima consigliata. Ci sono cinque fasce di
età: 3, 7, 12, 16 e 18 anni. Delle icone danno poi informazioni più dettagliate sul contenuto: scene di nudo,
violenza o linguaggio scurrile.
Un sistema che esiste da oltre dieci anni, ma che davvero in pochi conoscono. Per questo l'Adiconsum,
associazione per la difesa dei consumatori e dell'ambiente, terrà in alcune scuole secondarie un ciclo di
lezioni sui videogames.
Si comincia questa mattina con la scuola media unificata Rossetti-Mazzini. Domani, toccherà ai ragazzi del
polo didattico Nicolino D'Onofrio di Villamagna. Ultima tappa del tour giovedì con la seconda e la prima classe
della sezione A della scuola Chiarini De Lollis.
Nel corso della mattinata, gli alunni parteciperanno a una serie di simulazioni per analizzare tutti i potenziali
pericoli legati ai videogiochi. La sera, invece, i genitori torneranno sui banchi di scuola per un corso
accelerato sul mondo virtuale dei loro ragazzi. «Gli adulti», spiega Antonio Stavole di Adiconsum, «quando
acquistano i giochi per console si fidano ciecamente delle indicazioni del venditore. E' come comprare
un'auto affidandosi solo alla concessionaria». Ad influire sulle scelte degli adulti è sicuramente il prezzo, ma
anche le insistenti richieste dei figli che si guardano bene dallo spiegare in dettaglio i contenuti dei giochi. «I
ragazzi sono sicuramente i maggiori esperti in famiglia. Sanno bene che alcuni videogames non sono indicati
per la loro età», spiega Alberto Corraro, dell'Adiconsum Abruzzo, «ma per loro i giochi vietati sono una
sfida, una trasgressione. E' come fumare una sigaretta o bere dell'alcol. E' il brivido della cosa proibita».
Tante le insidie che si nascondono dietro il monitor del Pc: dal furto dell'identità fino al gioco d'azzardo.
Pericoli che però non devono demonizzare i videogames e vietarli. Joystick e tastiera possono essere
utilizzati anche a scopi didattici. «Tante simulazioni e giochi sono usati nelle scuole per insegnare la
matematica, la geografia e la storia», dice ancora Stavole.
Un aiuto per memorizzare delle nozioni, ma anche per costruire un rapporto genitore-figlio. «I videogames»,
prosegue Stavole, «sono diventati quello che il trenino elettrico era una volta. Un momento da trascorrere
insieme. Un collante tra i membri della famiglia».
Ed è proprio alla consolle che si concluderanno gli incontri in programma nelle scuole, con adulti e ragazzi
che si sfideranno a colpi di control pad davanti alla tv.
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AESVI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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VIDEOGIOCHI
9 articoli
13/04/2011
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 57
(diffusione:556325, tiratura:710716)
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R2 CULTURA Il suo personaggio, pieno di difetti, è un bestseller per ragazzi. Che ora diventa un film Così
l'autore spiega questo successo: "Tutti si identificano con lui"
COME È BELLO ESSERE UNA SCHIAPPA KINNEY: "BASTA CON LE
MAGIE MEGLIO UN EROE IMPERFETTO"
"Mi interessa l'infanzia come condizione generale e di questo parlano i miei libri" "Il mio Greg richiede un
senso dell'ironia più maturo: nove anni è l'età minima per leggerlo"
MAURIZIO BONO
Se la regola generale è che più grande è un best seller, più il caso ci ha messo lo zampino, Il diario di
Schiappa, successo planetario per ragazzini da 37 milioni copie vendute in 40 Paesi, non fa eccezione:
«L'editore, quando ha deciso di pubblicare il primo volume, mi ha detto: ho una notizia buona e una cattiva.
Quella buona era che si andava in stampa. Quella cattiva che sarebbe finito in una collana per ragazzi,
mentre io l'avevo pensato per un pubblico adulto». Jeff Kinney, quarantenne sorridente, sposato e padre di
due figli (8 e 5 anni) che sta facendo il suo primo "viaggio" fuori dagli Usa seguendo l'irresistibile espansione
del suo Schiappa (in Italia 300mila copie, il quinto volume, Vita da cani, edito come gli altri dal Castoro, più
venduto tra i libri per ragazzi dall'uscita in febbraio), se ne è fatto presto una ragione: «I ragazzi crescono
sempre più in fretta. Certo, sapere di avere lettori di sette-otto anni mi lascia un po' perplesso, perché credo
che un personaggio come il mio Greg richieda un senso dell'ironia più maturo. Nove anni secondo me è il
minimo».
Riepilogo per chi non lo sapesse: Greg Heffley è un dodicenne filiforme disegnato con la testa tonda e tre
peli sul cranio, intrappolato negli anni di passaggio della scuola media a cavarsela da solo con bullismo,
mamma ansiosa, fratello dedito a scherzi feroci, pubertà neppure in vista e scelte ardue come quella tra la
playstation e i compiti, l'amico del cuore Rowley o alleanze più strategiche per la popolarità. Essendo una
"schiappa", si capisce che va per tentativi e buffi fallimenti. Da cinque volumi, il sesto in arrivo negli Usa, Greg
scrive tutto questo in corsivo, alternato a vignette, sul suo "giornale di bordo" («Sia ben chiaro che questo non
è un diario, se mamma crede che qui ci scriva i miei "sentimenti" o chissà cosa, è pazza»). Ma Greg è anche
una star del cinema: il primo film ispirato alla serie in America ha incassato 61 milioni di dollari e da noi esce
alla fine di luglio per la Fox, il secondo a marzo ha debuttato numero uno al box office, il terzo è in
preparazione. Mai vista una schiappa così vincente. Come se lo spiega? «Nel modo più semplice: siamo un
po' stanchi di eroi e supereroi. All'inizio gli uomini del marketing erano un po' preoccupati che il titolo, Diary of
a Wimpy kid - mi dicono che "schiappa" traduce bene wimpy in italiano - fosse controproducente.
Evidentemente si sbagliavano, ai ragazzi piace un protagonista imperfetto, con dei difetti. È più realistico, ci
si immedesima. La letteratura per l'infanzia è fin troppo piena di adulti in miniatura che fanno la cosa giusta, o
si scoprono poteri magici ...».
E com'è la società degli adulti, nei suoi libri? «Essenzialmente, vista con gli occhi di Greg, cioè senza
particolare attenzione. Gli adulti per un ragazzino sono un po' scontati, più un ingombro che una ragione di
interesse. Per esempio il papà non sa bene cosa faccia nella vita, la mamma è affettuosamente incombente,
ma niente di più. L'ho fatto apposta, perché quando vuoi generalizzare dare troppi dettagli è un errore. A me
interessa l'infanzia come condizione generale, per questo ho potuto iniziare ripensando la mia e magari
adesso mi capita di aggiungerci qualcosa osservando i miei figli. Forse per la stessa ragione, con mio grande
stupore, una storia molto americana, con tanto di Halloween e giorno del ringraziamento, piace anche in
Grecia o in Pakistan, da dove ricevo parecchie email di genitori....
Nel 2009 Time l'ha messa tra le 100 personalità più influenti dell'anno e recentemente un critico americano
ha visto in Greg un Giovane Holden coi calzoni corti... «L'ho letto e naturalmente mi ha fatto piacere. Credo
che ci sia anche qualcosa di vero,a pensarci bene, anche se Greg, come tutti i protagonisti dei cartoon e a
differenza di quelli dei romanzi di formazione, non cresce mai. Eternamente dodicenne, molte esperienze gli
sono precluse. Per esempio le ragazze le disegna tutte uguali perché fa fatica a distinguerle, per lui restano
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 57
(diffusione:556325, tiratura:710716)
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un mistero».
Parlando di cartoon, quali l'hanno ispirata? «Soprattutto Calvin & Hobbs, il raffinato Far side di Gary Larson,
ma anche Bloom County di Berkeley IL LIBRO "Diario di una schiappa Vita da cani" (il castoro, pagg. 220,
euro 12) Breathed, si ricorda le strisce degli anni 80 con il pinguino Opus? Per anni ho sognato di fare il
cartoonist sui giornali e Wimpy kid è nato così, sulla rivista del mio college nel Maryland».
Ai quotidiani non è mai approdato... «No, ma ho continuato a lavorare a Wimpy kid con l'idea di farne, prima
o poi, un libro. Invece quelle vignette, pubblicate on line sul sito di giochi educativi funbrain.com, sono andate
benissimo. E alla fine i libri sono arrivati davvero». Cosa c'entra, lei, con un sito di videogiochi educativi? «È il
mio mestiere, quello dalle nove alle cinque. Produco videogame, Greg lo disegno nel tempo libero».
Vuol dire che fa concorrenza a se stesso coi videogiochi, che sottraggono tanti ragazzini alla lettura? «Non
sono manicheo, i nostri giochi, per esempio una caccia ai mostri tipo Lochness o Big Foot, fanno studiare la
geografia dalla Scozia all'Himalaya. Maa me in effetti piacciono anche i videogame di intrattenimento, proprio
come a Greg. Diciamo che il messaggio è che ogni tanto puoi spegnerli e divertirti leggendo un libro. L'ironia,
se vuole, è che io ho spento i videogiochi per creare il libro su un personaggio che li adora, mentre ha poca
dimestichezza con la lettura. E che proprio quel libro ha conquistato milioni di ragazzini lettori riluttanti come
lui».
Adesso che li manda al cinema a vedere le avventure di Greg, non si sente un po' in colpa? «Diciamo che
così l'ironia è completa». © RIPRODUZIONE RISERVATA
I record BOYNE "Il bambino con il pigiama a righe" di J. Boyne (Rizzoli) STILTON "Quinto viaggio nel Regno
della Fantasia" di G. Stilton (Piemme) ROWLING "Harry Potter e i doni della morte" di J. K.
Rowling (Salani) PATTY "Il diario segreto di Patty.
Il mondo di Patty" (Sperling) RIORDAN "Il ladro di fulmini. Percy Jackson e gli dei..." di R. Riordan
(Mondadori)
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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12/04/2011
Audio Review - N.4 - aprile 2011
Pag. 111
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MUSICA ROCK-POP / 2
ERIC ANDERSEN The Cologne Concert Meyer Prezzo € 20,00 grafico Erano molti anni che gli estimatori di
Eric Andersen, parecchio numerosi tra chi conosce e ama la canzone d'autore americana, aspettavano un
disco così asciutto e spartano, inciso con pochissimi strumenti, magari in un piccolo studio appartato nel
cuore della notte. Qualcosa, per dirla in estrema sintesi, che ricordasse le atmosfere ipnotiche, intime e
sensuali di "Blue River", il suo indiscusso capolavoro dei primi 7 0 , ma che fosse al tempo stesso proiettato
nel nostro vorticoso presente. Andersen ha preferito che a partecipare a un evento così significativo ci fosse
anche il pubblico - di qui il titolo: "The Cologne Concert" - e tuttavia il mood del nuovo album è proprio quello
che vi abbiamo appena descritto. La presenza di Inge Andersen (voce) e di Michele Cazich (violino) è tanto
significativa - Inge è sua moglie, Cazich è un amico oltre che un prezioso collaboratore - quanto discreta e al
tempo stesso appassionata. L'amore e l'amicizia sono il fil rouge nella scelta delle canzoni: ci sono due inediti
- "Dance Of Love And Death" e "Sinking Deeper Into You" (un anticipo di un altro album?) - e alcuni punti
fermi di una vicenda artistica di altissimo livello, da "Blue River" a "Woman She Was Gentle" passando per
"Time Run Like A Freight Train" e per la conclusiva cover di "Last Tning On My Mind" di Tom Paxton.
Vicende che sarebbe troppo complicato analizzare in questa sede hanno impedito che Andersen
conquistasse una popolarità simile a quella di un Jackson Browne o di un James Taylor, ma la qualità delia
sua scrittura è tanto elevata che ha spinto e spinge la critica a considerarlo uno dei più importanti cantautori
della sua generazione. "The Cologne Concert" ne è l'ulteriore e splendida conferma. Giancario Susanna BOB
GELDOF How To Compose Popular Songs That Wìll Sell Mercury/Universal Prezzo € 20,00 Celdof chi lo
ascolta?, diciamoci la verità. Troppo noto per fare trend, troppo maturo per le infatuazioni: e con quella fama
di rompicoglioni buonista, poi. Però è un errore. Perché Bobby si fa vivo ogni tanto, veramente di rado, ma
quando lo fa riesce sempre a dire qualcosa di interessante, incrociando i due vizietti che si porta dietro dalla
nascita, lui figlio esemplare degli anni '50: la musica e la politica. "Sono uno che capisce e articola il mondo
tramite la retorica del rock&roll", ha spiegato bene. "Mi serve per inquadrare quello che vedo e faccio, e per
capire cosa succede". Qualche tempo fa Celdof ha trovato su una bancarella un libriccino d'altri tempi sui
"segreti" del fare musica. Gli ha fatto tenerezza, lo ha adottato e ora lo usa come ironico titolo di quest'album
che, potete scommetterci ma lo avrà fatto lui prima di voi, neanche per sogno finirà nelle classifiche dei più
venduti. Eppure è un buon disco, puntiglioso, ben suonato, con la forza e il limite di non avere una direzione
precisa e di accanirsi con la varietà: l'intensa canzone d'autore di "How I Roll", il rock blues cannibale di
"Black Fish", il ballabile mediterraneo di "To Live In Love", la festa di "Si Ily Pretty Thing" (nomen omen), la
trasparente West Coast di "Mary Says", e ci sarebbe altro ancora. Bobby non nega le derivazioni, anzi, va
fiero di un album "dove si ascolta di tutto, citazioni e allusioni dagli Swingle Singers a Captain Beefheart,
passando per Nick Drake, gli Hot Chocolate e George Harrison". A ben cercare, manca all'appello il tossico
pessimismo alla Roger Waters che aveva marchiato la penultima opera, l'affascinante soffocante "Sex, Age &
Death"; ma è passato un decennio e il nostro uomo ha quietato i suoi tormenti, dissipando le nuvole nere e
scoprendo che "i cinquantanni sono stati il periodo più felice della mia vita, chi l'avrebbe mai detto". Riccardo
Bertoncelli MARCELLUS HALL The First Hall Glacial Pace/ Goodfellas Prezzo € 18,00 Bella musica da uno
strano tipo. Marcellus Hall è un quarantenne conterraneo di Dylan ma newyorkese di adozione che da una
ventina d'anni si sbatte nel sottobosco musicale, raccogliendo magre soddisfazioni commerciali ma l'affetto
sincero dei pochi che di lui si sono accorti. Tra il 1990 e il '96 è stato l'anima dei Railroad Jerk, una
formazione che ha collezionato forse più incisioni che ascoltatori (quattro, per la storia). Con un membro di
quella band, Dave Varenka, è poi evaso per un duo di stralunata semplicità, White Hassle, disegnando
canzoni per chitarra, voce, armonica e batteria. Nella sua attuale vita ha un altro gruppo ancora, The
Hostages, e con loro (un trio di tastiere, basso e batteria) ha siglato quest'album fresco e divertente,
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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12/04/2011
Audio Review - N.4 - aprile 2011
Pag. 111
La proprietà intelletuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
fotografia di una New York che non è trendy e up to date ma riesce comunque a mandare bei segnali - anche
le metropoli hanno un'anima. Ho dimenticato di dire la cosa più importante. Hall fa il musicista in seconda
battuta, perché la sua occupazione principale è quella di illustratore: disegna bene e anche in quel campo
con sobrietà, con linee nette, mai sofisticate, immergendo i sogni nella cronaca cittadina e provando a
ricavarci qualche specie di fiaba moderna. Ha illustrato copertine di romanzi, libri per bambini, collabora con il
"Wall Street Journal" e il "New York Press" ma il disegno non gli basta e allora ecco queste filastrocche per
adulti in lingua folk rock nuda e pungente, con la schiettezza della voce ed estemporanee decorazioni di
tastiera, violino, armonica. Sembra un folksinger in qualche cava del Village ma senza l'ingenuità degli anni
'60, con un gusto più evoluto, mai duro-e-puro; ma l'affinità più convincente balza all'orecchio verso la fine,
quando canzoni come "Broken Phone" o "One Of Us" sbandano felicemente verso il folk-pop da strada di
Jonathan Richman con i Modern Lovers. Bella confezione con libretto illustrato, a unire le diverse anime del
personaggio. Riccardo Bertoncelli ALAN STIVELL Emerald Keltia Ili/Egea Prezzo € 18,00 Ogni nuovo
episodio discogra di Stivell merita rispetto. Il che non significa vietarsi di affermare con animo sereno che la
bella stagione è passata da un pezzo. Impossibile non ripensare ai quarantanni trascorsi da "Reflets ;
qualcosa di meno dai capolavori seguenti: "Renaissance de la Harpe Celtique"(1972), "A l'Olympia" (1972),
"Chemins de terre" (1973), "E Langonned" (1974). Nell'insieme un mazzo di album che non dovrebbe
mancare nello scaffale del musicofilo, a qualunque parrocchia di genere appartenga. Perché Stivell, oltre a
dissotterrare l'arpa celtica, seppe al tempo stesso individuare e definire le caratteristiche del folk-rock. Un atto
rivoluzionario, condotto in modo parallelo rispetto ai colleghi nati in terra d'Albione ma, se proprio vogliamo
fare i filologi, arrivandoci qualche attimo prima. La popolarità che quei lavori diedero all'epoca a Stivell fu
enorme, pure in Italia, dove il suo nome e la sua foto finirono sia sulle testate che si occupavano di divi pop
("Ciao 2001 ") sia su quelle dedicate all'avanguardia ("Gong"). Soprattutto, la minoritaria cultura bretone
cessò all'improvviso di essere robetta da contadini per occupare piazze e stadi. Dopo tre decenni di
vagabondaggio sonoro e molte indecisioni, Stivell è tornato negli ultimi anni a rivolgere decisamente lo
sguardo verso i suoi primi passi. La tendenza si conferma in "Emerald", produzione varia e curata ma con
qualche alto e basso di troppo. La verve degli esordi spunta fuori solo a tratti ("Brittany's", "Tamm Ha Tamm",
la suite "Mac Crimon") e alcuni episodi, ad esempio "Goadec Rock", annegano nel bicchier d'acqua
rockettaro più scontato senza neppure provare a salvarsi. In generale affiora un po' di stanchezza, ma
chiedere di più e di meglio non è corretto nei confronti di chi ha già dato così tanto. PiercaHo Poggio
SERGENT GARCIA Una y otra vez Cumbancha/Family Affair Prezzo € 18,00 L'ex punkettaro Bruno Carcia
ha indubitabilmente saputo ritagliarsi uno spazio riconoscibile nel cosmo della world music. L'ha fatto con una
certa calma, non spintonando: la posizione al sole se l'è costruita poco alla volta, grazie a un lavoro oscuro di
affinamento delle componenti che sostanziano i suoi dischi, "facili" e ballabili solo se l'ascolto è superficiale.
Dopo una cinquina di album per la Virgin-EMI, apparsi tra il 1997 e il 2006, Carcia rilascia una nuova opera
frutto di anni di peregrinazioni intercontinentali. NelI occasione la sua attenzione si è soffermata sulle sonorità
della Colombia, approfondite sul posto entrando in contatto fecondo con vari musicisti. Ad esempio Jacobo
Velez, ottimo clarinettista e capobanda di La Mojarra Eléctrica, oppure Erika Mufioz, voce dei Sidestepper
(gruppo con cui Bruno aveva già inciso l'EP "Cumbiamuffin") e Liliana Saumet dei Bomba Estéreo, nonché
con i giovani di La-33, forse la migliore formazione di salsa colombiana. Ritroviamo costoro, insieme a molti
altri, ad animare le note di "Una y otra vez". L'energia comunicativa che esso trasmette è palpabile sin dai
primi istanti della title track posta in apertura. L'infusione di salsa e reggae si allarga così a comprendere
poliritmie latinoamericane raffinate e stili fuori moda (rumba, bolero). Il risultato è di poter ascoltare potenti
inni radiofonici ispirati dal sociale ("Chacun son combat") accanto a ballabili metà romantici e metà esuberanti
("Bolero nuevo"), il soul/r&b rallentato di "To Mi To Mi" e il saltellante skatenamento di "Acho bai bai", gli
strambi accenti funky-rap di "El baile del diablo" contrapposti all'afro-cubanità essenziale e ruspante di "En mi
mochila". Bravo il Sergente, merita un'uniforme nuova. Piercarlo Poggio BUDDY MILLER The Majestic Silver
Strings NewWest/IRD Prezzo € 20,00 La prima traccia di quest'album, "Cattle Cali", potrebbe servire a
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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12/04/2011
Audio Review - N.4 - aprile 2011
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VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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spazzar via i luoghi comuni e i pregiudizi che spesso emergono quando si parla e si scrive di country. La
versione originale di Eddy ArnoldTche risale a molti anni fa e ha raggiunto lo status di un vero e proprio
standard, è stata inserita, fra l'altro, nella suggestiva colonna sonora di "My Own Private Idaho" (il titolo
italiano era "Belli e dannati") del grande regista americano Cus Van Sant: contribuiva moltissimo a stabilire la
temperatura emotiva del film e si legava indissolubilmente alla straordinaria perfomance attoriale di River
Phoenix, che interpretava il ruolo di un giovane sbandato e narcolettico. Non sembra proprio un caso che
Buddy Miller e i suoi tre compagni d'avventura - Mare Ribot, Bill Frisell, Creg Leisz - abbiano voluto aprire con
questa canzone così particolare la loro nuova avventura. Perché proprio di un'avventura si tratta, visto e
considerato che Ribot e Frisell, pur avendo ben presente il linguaggio del country, vengono da altri pianeti
musicali (jazz, sperimentazione). "Cattle Cali" è un terreno perfetto per segnare fin da principio i confini
larghissimi di un incontro che ci riporta ai tempi dei "supergruppi". E come se la levatura dei quattro musicisti
non bastasse da sola ad attrarre ascoltatori, ecco chiamate a dare un prezioso contributo voci belle e
appassionate come quelle di Shawn Colvin, Party Griffin, Julie Miller (moglie di Buddy) ed Emmylou Harris,
per citare le più note qui da noi. Il repertorio non è inoltre legato solo ai classici e comprende qualche brano
nuovo. Si tratta di un album che piacerà a chi ama le corde d'argento delle chitarre acustiche ed elettriche dei
quattro musicisti. Last but not least è il DVD che contiene un breve documentario e il frammento di un
concerto. Giancarlo Susanna RAY SHARPE Gonna Let It Go This Time Hoodoo/Egea Prezzo € 11,00 Label
ultimamente molto attiva, la Hoodoo continua a scavare in parecchi archivi per togliere dall'oblio musicisti in
voga nei '50 e nei '60. È adesso la volta di Ray Sharpe, chitarrista, cantante e compositore di colore nato nel
1938 a Forth Worth, Texas, considerato un punto di riferimento da importanti colleghi quali Doug Sahm e
Delbert McClinton, interpretato da big tipo Neil Young, Rolling Stones e Flying Burrito Brothers. L'esclusiva
miscela di soul, rock n'roll, blues e country ha indotto gli addetti a definirlo un artista di "black rockabilly". Nel
gennaio 1966 alla corte di Sharpe è passato addirittura Jìmi Hendrix per suonare la chitarra in un paio di
pezzi: uno di essi, "Help Me (Get The Feeling) Part One", è incluso nel recente cofanetto del Mancino di
Seattle. L'anno successivo la base strumentale di quella traccia ricca di groove è stata recuperata da Aretha
Franklin, che ne ha cambiato il testo e l'ha ribattezzata "Save Me", trasformandola in un successo planetario.
In aggiunta a tali commistioni Sharpe merita attenzione per il suo puntuto fraseggio con la sei corde,
certamente ispirato a T-Bone Walkere Albert King. Le venti tracce di "Gonna Let It Go This Time", prodotte da
Lee Hazlewood e Lester Sili, inquadrano il biennio 19581960 e propongono diversi hit, a cominciare da
"Linda Lu", "Kewpie Doli", "Monkey's l i n d e " , "That's The Way I Feel". Il repertorio del CD non si limita però
alla frizzante alchimia country-soul-r'n'r, ma svela altre interessanti divagazioni: si pensi all'esotica
"Bermuda", stramba fusione di flamenco e tenui umori mediorientali, o alla swingante "On The Street Where
You Live", dove Sharpe fa il verso ai grandi crooner del jazz. Tra i collaboratori si distinguono Duane Eddy, Al
Casey, Buddy Wheeler. Enzo Pavoni BABY DEE Regifted Light Drag City/Self Prezzo € 18,00 Non si sa mai
da dove partire per raccontare Baby Dee, dove incasellarla, e per un'ermafrodita (metto apposta l'apostoo
anche se non ci vorrebbe) pare d'altronde appropriato: una che artisticamente è nata come performer di
strada, salvo poi essere per dieci anni organista e direttore musicale di una chiesa, salvo poi unirsi a un circo.
La si potrebbe dire una cantautrice, non fosse che il principale fra gli strumenti che suona di solito (non qui
però), quello studiato al conservatorio, è Tarpa. A togliere Tandroginissima voce, molta della musica di
questa figlia di Cleveland adottata da New York potrebbe essere detta neoclassica e "Regifted Light" per gran
parte del suo svolgimento fa proprio questo: toglie la voce. Esordiente tardiva, Baby Dee. Nel 2001, sulle
soglie dei quarantotto anni, ma non era tanto questo a contare quanto che Antony, collega e amico che con
costei ha diviso a più riprese collaborazioni e collaboratori, la precedesse di un anno. Le evidenti affinità e
assonanze parevano avere condannato per sempre chi tardi è arrivato a male alloggiare, benché nel
sottovalutato "Safe Inside The Day", del 2007, l'arco stilistico entro il quale ci si muoveva fosse ampio: da
Bach al pop-quasi-rock passando per Broadway e nei momenti più teatrali Mare Almond e certo Scott Walker
referenti ancora più evidenti che non il signor o signora Hegarty. Un variopinto assortimento di strumenti -
12/04/2011
Audio Review - N.4 - aprile 2011
Pag. 111
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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violoncello e organo a pompa, tuba e glockenspiel, sousaphone e bassoon, melodica e percussioni assortite a circondare un pianoforte quietamente mattatore, "Regifted Light" rimette tutto in discussione,
classicheggiando con classe immane. Disco breve per gli standard attuali (33'33"), ma di un'intensità
ranssima a incontrarsi ly Cilìa NOA l Noapolis - Noa Sings Napoli Sud Music/Egea Prezzo € 18,00 ' T Inizio di
2011 invero intenso per Achinoam Nini, in arte e più familiarmente Noa, visto che non è ancora in
circolazione ma lo sarà quando leggerete queste righe un secondo album, intitolato "Eretz, Shir" e collezione
di materiali della tradizione ebraica con nientemeno che la Jerusalem Symphonic Orchestra a offrire il suo
supporto strumentale. Così come intenso e ormai di lunga durata è il romanzo d'amore fra questa grande
voce israeliana e la canzone partenopea, che trovava un primo sbocco discografico cinque anni or sono con
"Napoli-Tei Aviv", dove una serie di classici di Bovio e Di Giacomo venivano tradotti nell'idioma nativo
dell'interprete. Album entrato in diverse classifiche specializzate e pazienza se Noa si irrita un po', con
qualche buona ragione, quando la mettono negli scaffali del folk, quando la catalogano alla voce "world
music": dacché fu chiaro che non si trattava di una Joni Mitchell esotica, il suo pubblico è soprattutto quello. A
proposito di intensità... quanto intense le letture che sfilano in "Noapolis"? Abbastanza, in termini assoluti.
Straordinariamente se si tiene in debita considerazione l'eccezionale livello di difficoltà che la signora si è
imposta da sé: delle quattordici tracce ne canta ben dodici "in lingua" riuscendo nel piccolo miracolo di
risultare plausibile. Che questa o quella resa evidenzino poi una certa rigidità, o la tendenza alla bella
calligrafia, può starci e, in ogni caso, spesso non è così. Non, per dire, in una "V te vurria vasà" sul serio
"anema e core" o in una spigliata "Tamurriata nera". Indistintamente da ovazioni le performance del Solis
String Quartet, sopra la media una registrazione che valorizza al meglio sia la voce che la filigrana degli archi.
Eddy Cilìa CHRISTINE OWMAN T Throwing Kruves Revolving Prezzo € 18,00 Per metà svedese e per metà
danese, Christine Owman arriva al suo secondo album dopo l'esordio "Open Doors" del 2003. Ne è passata
di acqua sotto i ponti e nel frattempo l'apprezzamento di una vecchia volpe come Robert Plant non può che
aver contribuito ad accrescere l'interesse. In questi otto anni la songwriter ha suonato spesso dal vivo, in giro
per il mondo intero, concentrandosi in parallelo sulla sperimentazione, priva di aprioristiche limitazioni di
genere. "Throwing Knives" desta curiosità proprio per l'utilizzo complementare di strumenti tradizionali, dal
violoncello all'ukulele, e riverberi, distorsioni, elettronica. Óltre a una voce eclettica e a testi lavorati con
attenzione, gioca la sua parte persino la fascinazione verso le arti visive, la danza burlesque. La piacevolezza
coerente dell'ascolto stupisce, dato che a una marcetta folk con richiami ritmici a Tom Waits ("Spelling
Words") segue una ballata moderna, che solca binari alla Portishead ("The Conflict"). Giustapporre stili
talmente differenti, con un sorriso ai Beirut e una linguaccia ai Dresden Dolls, mantenendo ben salda una
visione d'insieme non è da tutti. Specie se si prosegue con una traccia in bilico fra sospensioni delicate ed
effetti disturbanti ("Ffwd"), una filastrocca acustica in punta di piedi ("Circles"), un minaccioso incubo dark tra
PJ Harvey, Bjòrk e Kate Bush ("Dance"), numeri di raffinato intimismo ("The Agreement"), deviazioni
avanguardistiche ("I Live I Die"), cantautorato minimale ("Sinners"), mini-pièce teatraleggianti con corde e
archi ("Apart") e congedininna nanna ("Goodnight"). Con il senno di poi l'impressione è che la scaletta sia
stata delineata accostando di proposito episodi contrastanti fra loro: la scommessa si rivelerebbe, in caso,
azzeccata. Al di là dell'incisività dei vari brani, una rivelazione da non sottovalutare. Elena Raugei JULIANNA
BARWICK The Magie Piace Asthmatic Kitty /Goodfellas Prezzo € 18,00 Confessiamo di non aver prestato
mai molta attenzione a Julianna Barwick, ma "The Magie Piace", che poi è il suo terzo capitolo in discografia,
a seguire l'esordio "Sanguine" del 2007 e l'ep "Fiorine" del 2009, potrebbe cambiare non poche cose.
L'album, suddiviso in due ideali lati come si trattasse di un vinile, è ottenuto con drone glaciali, pianoforte e
una voce spirituale, misticneggiante, non di rado persa in gorgheggi di ancestrale purezza e riflessa in varie
linee melodiche a sovrapporsi con fare straniante. Più che di vere e proprie canzoni, trattasi di composizioni
impressioniste, che fanno delle atmosfere, eteree e suggestive, il loro principale punto di forza. Spesso la
mente va ai Sigur Rós di "()" o alla Bjòrk di "Medulla , per cui è sin troppo facile collegarsi a scenari nordici.
Ma sarebbe sin troppo limitante, dato che si bazzica persino in territori folk, a partire da un approccio
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attitudinale, come confermato dalla foto di copertina, volto alla natura, all'isolamento creativo. È pur vero che
il tutto rischia di stancare, che la ricetta pare a oggi leggermente circoscritta e che le nove tracce in scaletta
finiscono per assomigliarsi pericolosamente fra loro, andando ad accostarsi in una sorta di litania ininterrotta,
di indubbio fascino ma di altrettanta indubbia, eccessiva omogeneità. A lungo andare, all'apprezzamento
puramente estetico corrisponde così il rischio di annoiarsi, di arenarsi in monocordi derive ambient. La
musicista newyorkese possiede senz'altro delle frecce al proprio arco, ma nella messa a punto di un
personale universo espressivo rischia di cadere nel tranello di una musica d'elite, o per meglio dire restia a
comunicare con l'esterno. Poco male, se il viaggio si dimostrerà via via in divenire. Elena Raugei RUMER
Seasons Of My Soul Atlantic/Warner Prezzo € 20,00 È nata una stella. Lo hanno detto in molti, ascoltando la
voce di Rumer, che si è rivelata l'anno scorso in Gran Bretagna con il suo album di esordio che esce adesso
anche in Italia. La giovane artista di origine pakistana, con la vita che sembra un romanzo e che entra
prepotentemente nella sua musica, nella sua sensibilità di donna e di interprete, è stata inserita subito a forza
nella categoria delle "divas": quelle magiche ancelle del vocalizzo che raccontano emozioni non comuni con
la sola forza della voce, che destabilizzano, o confortano dipende dai punti vista, l'anima e il cuore. Rumer è
senz'altro bravissima. Artisti come Elton John e Burt Bacharach l'hanno subito messa sul piedistallo.
"Seasons Of My Soul" e una prova convincente, ma attende, secondo noi, una conferma ulteriore. Forse
Rumer è troppo perfetta, o non tutte le canzoni sono sconvolgenti. La voce cristallina e calda di Rumer a
qualcuno ha ricordato quella di Karen Carpenter. Un'altra grande che può venire in mente è Dusty
Springfield. Insomma, paragoni più che eccellenti. Lo stile di questa artista guarda appunto a un passato
defpop che è sì nella storia, e per questo oggi suona molto "old fashioned , ma che rappresenta anche
l'eccellenza dell'entertainment del Novecento. Lei stessa ha indicato altri riferimenti, come autrice: Laura Nyro
e Joni Mitchell. Il primo singolo "Slow", lentone assassino, potrebbe ricordare certe sensualità alla Anita
Baker. Poi ognuno ovviamente trova spunti per il suo gusto. Tra pop, soul, canzone raffinata, Rumer intriga
con "Am I Forgiven?", una song brillante, "Aretha", gioiello luminoso, l'eleganza di "Thankful". Il resto è un
buon compito, non eccellente, talvolta stucchevole. Geranio Panno NOUR-EDDINE Desert contemporain
Helikonia/Egea Prezzo € 16,00 Nel Mediterraneo musicale l'azione di Nour-Eddine Fatty ha assunto ormai
precisi connotati e può essere definita come un'espressione alquanto sintomatica di quanto avviene in
quest'area. Anche nel suo caso si può parlare a ragione del tentativo di ricercare un punto di equilibrio tra il
patrimonio del passato e l'incedere verso un futuro culturale dai contorni piuttosto incerti e sfumati. Ben
conosciuto nel nostro paese per le varie collaborazioni a cui ha dato vita (Toni Esposito, Trancendental) e
l'assidua partecipazione all'ideazione di colonne sonore ("II bagno turco", "L'albero dei destini sospesi", "Elvjs
& Merilijn", "Sound Of Morocco"), Nour-Eddine è figura di artista a tutto tondo. Polistrumentista efficace
(sentir, guimbri, tbal, dumbak, bouzouki), sa essere anche vocalist perentorio oltre che organizzatore di
gruppi (Azahara, Desert Sound, Jajouka). Un'iperattività che si è tradotta in una produzione discografica non
invadente ma di qualità (ricordiamo qui "Zri Zrat", "Coexist", "Taragnawa" per la Cni). Le sue radici berbere lo
attraggono in modo costante verso sonorità iterate, debitrici di quella tradizione che si è soliti riferire ai rituali
gnawa. Cerimonie complesse appartenenti alla spiritualità sufi ma contrabbandate tra il popolo dei
dancefloor, senza molta fantasia invero, come trance music. In "Desert contemporain" ne abbiamo numerosi
esempi, anche grazie alla forte presenza del quintetto Gnawa Bambara, le cui voci, battiti di mani e
percussioni punteggiano il disco rendendo profondaTa scena. A spostare le coordinate del medesimo dalla
etno verso la world contribuisce efficacemente il sassofonista Davide Crottelli, un suono tra Coltrane e Cato
Barbieri. Piercarlo Poggio TEHO TEARDO Una vita tranquilla Universal Prezzo € 19,00 È qualcosa di più di
una semplice promessa, o di un qualcuno che timidamente si affaccia sulla scena musicale in cerca di
consensi o di un suo spazio, Teho Teardo. Eppure sono in pochi a conoscerlo e l'industria discografica non
ha tempo da perdere con chi non provenga da un talent show televisivo o da altri simili abomini. Il musicista
di Pordenone ha raggio d'azione ampio (scena Industriai in primis, dagli anni '80, e avanguardia) e per quanto
concerne le musiche per il cinema (attività cui ha cominciato a dedicarsi un decennio fa e della quale
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ricordiamo i pregevoli lavori realizzati per "L'amico di famiglia", "II Divo", "La ragazza del lago e il recente
"Gorbaciof") si distingue soprattutto per il lavoro di supporto alla crescita di giovani autori del nostro cinema.
Contesto cui appartiene questo noir intrigante diretto da Claudio Cupellini, e ambientato in una plumbea
Germania, a raccontare di un passato camorristico che riaffiora in terra straniera per un uomo certo d'essersi
costruito una nuova vita. Un taglio che non esitiamo a definire "alla Sorrentino". Quello donato da Teardo al
film è un paesaggio sonoro colto e rarefatto, minimalista e sperimentale, davvero pregevole, simbiotico con
l'inquietudine che si respira con il procedere della narrazione. Di certo 11 Teardo è la punta più avanzata
della new wave" della musica cinematografica italiana. Un plauso alla scelta dei tre brani che arricchiscono la
colonna sonora del film; "Oh, How To Do Now" dei Monks, una garage band tedesca (composta da figli di
militari di stanza in Germania) attiva dalla seconda metà dei Sessanta, dallo stile distintivo d'ispirazione beat
(suonarono al Top Ten Club di Amburgo nello stesso periodo dei Beatles), "Little Carol" della band
psichedelica padovana dei Jennifer Gentle e infine "Chains Of Love", di un'altra garage band americana della
fine dei '90. Luigi Lozzi TOMANDANDY Resident Evil: Afterìife 3D Milan/Wamer Prezzo € 19,00 II quarto
capitolo della saga fanta-horror interpretata da Milla Jovovich "Resident Evil" (derivata da un videogame di
enorme successo), si è avvalso delle musiche dei Tomandandy, un duo attivo dall'inizio degli anni Novanta e
composto dal texano Andy Milburn e dal canadese Thomas Hajdu, appassionati di musica campionata al
computer da impiegare in diversi ambiti (videogame, televisione, pubblicità e cinema, come in questa
occasione). In campo cinematografico si sono ritagliati ampi margini di credibilità grazie alla sostanza
"creativa" (hi-tech e digitai sound) dispensata in film come "Killing Zoe", "Le colline hanno gli occhi",
"Arlington Road". "Afterhfe", il film, è stato realizzato in 3-D e per il look particolarissimo messo in essere il
regista Paul W.S. Anderson ha chiesto espressamente a Andy e Tom di riprogettare la trama musicale a
sostegno delle immagini, cercando di evitare qualsiasi input potesse provenire dai precedenti capitoli (per la
cronaca, quello iniziale si era avvalso del lavoro combinato, cupo ed aggressivo, e per niente disprezzabile, di
Marco Beltrami e Marilyn Manson) e invece tendere a sperimentare nuove soluzioni alchemicoelettroniche
più aderenti ad una visione cinematografica virtuale e parallela (e quindi più prossima ad un videogame) che
tradizionale. Detto fatto, il suono prodotto (peraltro con il contributo decisivo del chitarrista Wes Borland) ha
strali "alieni", atmosfere distorte, sonorità corrosive, è il compendio perfetto del miglior "dark sci-fi metal", che
non incontrerà (forse) i favori di tanti ma che è quanto di più simbiotico ed efficace si potesse concepire per la
bisogna. Nessun tema dominante (che significato può avere un "Main Theme" in questi casi?) ma un fluido
amalgama incandescente. Provare per credere - godendosi magari in parallelo il film - ascoltando "Exit", "Far"
e "Party" oppure "Memory". Luigi Lozzi H.IIAMZY&P. THORNTON Egypt Unveiled Are Music/Evolution
Prezzo € 19,00 Di recente l'Egitto è asceso agli onori delle cronache per una rivolta di massa
abbondantemente documentata dai vari organi di informazione. Nonostante le agitazioni e la fame della gente
comune, quel Paese ricco di antichissime tradizioni popolari continua ancora a proporre parecchia musica
interessante, vedi il presente "Egypt Unveiled", quarto appuntamento discografico sull'argomento: operazione
gestita a quattro mani dall'autoctono Hossam Ramzy (stella riconosciuta della percussione mondiale) e
dall'inglese Phil Thomton (tastierista di jazz, prog-rock ed etnica). Da oltre un decennio la coppia sta
spulciando il folk della terra dei faraoni, realizzando una seria ipotesi di world music distante da qualsiasi
degenerazione turistica, puntando a un rinnovamento linguistico attraverso molteplici intrusioni stilistiche e
intelligenti commistioni elettroacustiche. A molti, forse, i nomi dei due coleader non dicono nulla, ma hanno
alle spalle un'impressionante sfilza di esperienze. Senza contare le prove solistiche, Ramzy ha collaborato
con Page/Plant, Chick Corea, Pater Gabriel, Mark Isham, Sting, Andy Sheppard, Cheb Khaled. Thornton con
Sinéad O'Connor, Daevid Allen, Arthur Brown, Mandragora. Presupposti intriganti che inducono ad ascoltare
"Egypt Unveiled". Ramzy e Thornton (l'unico non egiziano) coordinano un'orchestra di ampie dimensioni
colma di strumenti ritmici e a corda, ai quali si aggrega una scintillante sezione aarcni: quelle del posto sono
tra le più esplosive e originali in circolazione, come ha dimostrato "No Quarter" di Page e Plant. Ogni brano è
sostenuto da impulsi metrici irresistibili e complessi, permeati di un luminoso caleidoscopio di sonorità
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meticce (oud, organetti, flauti, violini, pianoforte, voci). Enzo Pavoni (r) Drama Queen Tin Angel/Goodfellas
Prezzo € 18,00 Discografia più lunga di una barba da ZZ Top e spessa quanto una rassegna stampa
composta soprattutto da ritagli di giornali esteri, l'uomo che si cela dietro una ragione sociale quanto mai
sintetica si chiama Fabrizio Modonese Palumbo e deve metà della sua piccola fama all'essere uno dei
Larsen, band avant-rock di solido culto. L'altra all'avere incrociato sul proprio percorso tanti bei nomi
dell'underground internazionale: Damo Suzuki così come i Matmos, Xiu Xiu e Baby Dee, Current 93 e Nurse
With Wound. E da questo incompletissimo elenco il lettore potrebbe avere intuito qualcosa delle atmosfere
che si respirano in quello che una scritta in rilievo sulla copertina definisce "A Gay Album". Opera di ascolto
non facile e, non avendo avuto occasione di frequentare il precedente "In Pink", mi chiedo quanto dovesse
essere disturbante se l'artefice stesso lo definisce "un resoconto autobiografico di tempi bui". Cioè... se
questo nuovo è il disco "leggero"... Un'ospite illustre quale Carla "Evangelista" Bozulich a dividere con lui il
microfono nell'articolata "See What The Boys In The Backroom Will Have", Daniele Pagliero a fiancheggiarlo
quasi ovunque principalmente da programmatore e tastierista, Palumbo disegna paesaggi foschi perlopiù sul
confine fra una ambient ansiogena e il para-industriale, fra ritmiche pulsanti, bordoni, pianto e stridordi denti.
In una scaletta che si divide fra originali e un assortimento di stravoltissime cover, l'ironia sembrerebbe
affidarsi alla scelta di queste ultime: fra una "Hot Summer Night" di Jim Steinman (!!!) e una "Afraid" da Nico
trovano spazio una "Sister Morphine" (Rolling Stones) di intensità raggelante e una brillante (e quasi
rock'n'roll nel contesto) "The Ways To Love A Man". Esatto, è quella di Tammy Wynette. Eddy Cilìa W.AA.
Musica futurista Cramps/Edel (8 CD) Prezzo € 36,00 l La musica futurista compie un secolo. Fu Francesco
Balilla Pratella, nel 1911, a ideare alcuni manifesti dileggianti tanto la canzone napoletana quanto le opere di
Puccini. Un paio di anni dopo venne "L'arte dei rumori" di Russolo a ribaltare il concetto di suono. Il dado era
tratto ne avvertiamo ancora oggi gli effetti. L'emissione del presente box, curato da Daniele Lombardi, intende
appunto illuminare da una prospettiva attuale il senso dell'esperienza musicale futurista. Chi già possedesse
le antologie "Musica futurista" (Cramps) e "The Art Of Noises" (LTM) non si deve preoccupare: se là si
trattava di originali qui troviamo esecuzioni moderne, fatta eccezione per il CD numero sei ove si ascolta
Marinetti alle prese con testi di "parolibere" degli anni 1920-1942. Lombardi siede al pianoforte nel numero
uno per regalarci brani di Pratella, Mix, Casavola, Russolo e altri, mentre nel secondo disco ci propone la sua
"Metropolis", per intonarumori e computer, del 2006. Nel terzo abbiamo pagine non solo musicali di Pratella,
Marinetti, Soffici, Casavola (tra gli esecutori il Duo pianistico di Firenze). Il quarto CD è dedicato alle
interpretazioni vocali in solo di Cabriella Bartolomei alle prese con testi suoi e futuristi. Il quinto presenta una
dedica a Russolo e vari artisti, tra cui Alvin Curran, intenti a restituirci opere per voce, pianoforte e sistemi
digitali. Detto sopra del sesto, il settimo, assai interessante, raccoglie brani di compositori stranieri legati in
qualche modo all'estetica futurista (Antneil, Ruttman, Cowell, Mossolov). A chiudere Roberto Fabbriciani e
Luisella Botteon al flauto eseguono musiche di De Lorenzo. Il quadro d'insieme è ampio e dettagliato, e
l'ascolto suggerito anche a chi si ostina a ritenere tali eventi sonori non-musica. È un'ottima occasione per
ricredersi. Piercarlo Poggio PRAXIS Profanation MOD/Audioglobe Prezzo € 18,00 A guardare distrattamente
la discografia dei Praxis, senza sapere delle vicissitudini che ne hanno segnato il percorso nell'ultimo
decennio e stupendosi magari di averli persi di vista se si conservava un buon ricordo delle prove precedenti,
c'è da restare due volte perplessi: la prima rendendosi conto di quanto fosse ormai stagionato l'album prima,
"Mold", che vedeva la luce nel lontano 1998; la seconda notando come accanto a questo "Profanation"
(sottotitolo: "Preparation For A Corning Darkness") figurino, a seconda della fonte, date diverse. In realtà non
sbaglia nessuno, visto che il disco era disponibile anche in forma fisica per il mercato giapponese sin dal
2008 ma su iTunes non lo si poteva comprare prima del 2009. Uscito infine pure su CD lo scorso gennaio per
gli USA, quanto all'Europa è fuori da pochi giorni nel momento in cui scrivo queste righe. Fatica improba
insomma renderlo pubblico dacché le traversie finanziarie in cui era invischiata la Sanctuary facevano
spostare per la prima volta in avanti un'uscita programmata dapprincipio per il settembre 2005, addirittura. E
poco da stupirsi che Bill Laswell, da sempre fulcro del progetto, abbia annunciato che non ci saranno né
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promozione né altri dischi con questa griffe. Era la cattiva notizia. La buona è che per una volta il vulcanico
bassista e produttore statunitense stoppa a un apice una delle sue mille traiettorie musicali. Chi ha ascoltato
uno almeno degli album prima saprà cosa attendersi: un frullato impazzito quanto gustoso (sapori forti) di
crossover e ilfbient, hardcore punk ed electro-funk, grind e metal più canonico, hip hop e dub e quant'altro.
Fanno la differenza una scrittura brillante e ospiti smaglianti e mi è rimasto lo spazio per citare almeno l'Iggy
Pop di "Furies". Eddy Cilìa TRILOK GURTU - SIMON PHILLIPS 21 Spices Art Of Groove/Family Affair
Prezzo € 18,00 Differenza di età modesta (sei anni: il primo è nato nel 1951, il secondo nel '57) l'indiano
Trilok Curtu e l'inglese Simon Phillips condividono tanto. Naturalmente 10 strumento di elezione, la batteria,
cui ne uniscono però altri (quello innanzitutto le tabla, questi le tastiere), e l'avere da sempre il jazz al centro
di una visione musicale dagli orizzonti sconfinati. Ce n'è immancabilmente almeno un tocco in tutto quanto
suonano e puntualmente lì finiscono per tornare dopo escursioni in lande anche lontane compiute con
un'assoluta mancanza di snobismo che è, per entrambi, il principale pregio e 11 principale difetto. In tutta
evidenza, per dire, Curtu ha qualche difficoltà a cogliere la differenza di spessore fra un Robert Miles e un
Miles Davis e quanto a Phillips, e per quanto mi riguarda, il lunghissimo elenco delta gente con cui ha
collaborato coincide in larga parte con una lista di nomi i cui dischi non vorrei in casa per nulla al mondo:
collezione di orrori che include Judas Priest e Mike Oldfield, Joe Satriani e Mick Jagger, Nik Kershaw, i Bis
Country, gli Asia e soprattutto i foto. E su altri calo un velo pietoso. Comunque "21 Spices" mi è piaciuto.
Abbastanza. Brillante I idea di partenza, che è quella di applicare per una volta la formula desueta della big
band non a un jazz ultratradizionale ma a uno che cerca il confronto con rock e assortite musiche del mondo
(non necessariamente dell'India, influssi latini si fanno notare altrettanto) non è sempre brillantissima la
realizzazione. Raccolta di registrazioni sia in studio che in concerto, l'album occhieggia in qualche frangente
un po' troppo smaccatamente ai Weatner Report tardi, ma ci sono peccati peggiori. Incisione eccelsa. Eddy
Cilìa
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ERIC ANDERSEN The Cologne Concert Meyer Prezzo € 20,00 grafico Erano molti anni che gli estimatori di
Eric Andersen, parecchio numerosi tra chi conosce e ama la canzone d'autore americana, aspettavano un
disco così asciutto e spartano, inciso con pochissimi strumenti, magari in un piccolo studio appartato nel
cuore della notte. Qualcosa, per dirla in estrema sintesi, che ricordasse le atmosfere ipnotiche, intime e
sensuali di "Blue River", il suo indiscusso capolavoro dei primi 7 0 , ma che fosse al tempo stesso proiettato
nel nostro vorticoso presente. Andersen ha preferito che a partecipare a un evento così significativo ci fosse
anche il pubblico - di qui il titolo: "The Cologne Concert" - e tuttavia il mood del nuovo album è proprio quello
che vi abbiamo appena descritto. La presenza di Inge Andersen (voce) e di Michele Cazich (violino) è tanto
significativa - Inge è sua moglie, Cazich è un amico oltre che un prezioso collaboratore - quanto discreta e al
tempo stesso appassionata. L'amore e l'amicizia sono il fil rouge nella scelta delle canzoni: ci sono due inediti
- "Dance Of Love And Death" e "Sinking Deeper Into You" (un anticipo di un altro album?) - e alcuni punti
fermi di una vicenda artistica di altissimo livello, da "Blue River" a "Woman She Was Gentle" passando per
"Time Run Like A Freight Train" e per la conclusiva cover di "Last Tning On My Mind" di Tom Paxton.
Vicende che sarebbe troppo complicato analizzare in questa sede hanno impedito che Andersen
conquistasse una popolarità simile a quella di un Jackson Browne o di un James Taylor, ma la qualità delia
sua scrittura è tanto elevata che ha spinto e spinge la critica a considerarlo uno dei più importanti cantautori
della sua generazione. "The Cologne Concert" ne è l'ulteriore e splendida conferma. Giancario Susanna BOB
GELDOF How To Compose Popular Songs That Wìll Sell Mercury/Universal Prezzo € 20,00 Celdof chi lo
ascolta?, diciamoci la verità. Troppo noto per fare trend, troppo maturo per le infatuazioni: e con quella fama
di rompicoglioni buonista, poi. Però è un errore. Perché Bobby si fa vivo ogni tanto, veramente di rado, ma
quando lo fa riesce sempre a dire qualcosa di interessante, incrociando i due vizietti che si porta dietro dalla
nascita, lui figlio esemplare degli anni '50: la musica e la politica. "Sono uno che capisce e articola il mondo
tramite la retorica del rock&roll", ha spiegato bene. "Mi serve per inquadrare quello che vedo e faccio, e per
capire cosa succede". Qualche tempo fa Celdof ha trovato su una bancarella un libriccino d'altri tempi sui
"segreti" del fare musica. Gli ha fatto tenerezza, lo ha adottato e ora lo usa come ironico titolo di quest'album
che, potete scommetterci ma lo avrà fatto lui prima di voi, neanche per sogno finirà nelle classifiche dei più
venduti. Eppure è un buon disco, puntiglioso, ben suonato, con la forza e il limite di non avere una direzione
precisa e di accanirsi con la varietà: l'intensa canzone d'autore di "How I Roll", il rock blues cannibale di
"Black Fish", il ballabile mediterraneo di "To Live In Love", la festa di "Si Ily Pretty Thing" (nomen omen), la
trasparente West Coast di "Mary Says", e ci sarebbe altro ancora. Bobby non nega le derivazioni, anzi, va
fiero di un album "dove si ascolta di tutto, citazioni e allusioni dagli Swingle Singers a Captain Beefheart,
passando per Nick Drake, gli Hot Chocolate e George Harrison". A ben cercare, manca all'appello il tossico
pessimismo alla Roger Waters che aveva marchiato la penultima opera, l'affascinante soffocante "Sex, Age &
Death"; ma è passato un decennio e il nostro uomo ha quietato i suoi tormenti, dissipando le nuvole nere e
scoprendo che "i cinquantanni sono stati il periodo più felice della mia vita, chi l'avrebbe mai detto". Riccardo
Bertoncelli MARCELLUS HALL The First Hall Glacial Pace/ Goodfellas Prezzo € 18,00 Bella musica da uno
strano tipo. Marcellus Hall è un quarantenne conterraneo di Dylan ma newyorkese di adozione che da una
ventina d'anni si sbatte nel sottobosco musicale, raccogliendo magre soddisfazioni commerciali ma l'affetto
sincero dei pochi che di lui si sono accorti. Tra il 1990 e il '96 è stato l'anima dei Railroad Jerk, una
formazione che ha collezionato forse più incisioni che ascoltatori (quattro, per la storia). Con un membro di
quella band, Dave Varenka, è poi evaso per un duo di stralunata semplicità, White Hassle, disegnando
canzoni per chitarra, voce, armonica e batteria. Nella sua attuale vita ha un altro gruppo ancora, The
Hostages, e con loro (un trio di tastiere, basso e batteria) ha siglato quest'album fresco e divertente,
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MUSICA ROCK-POP / 2
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fotografia di una New York che non è trendy e up to date ma riesce comunque a mandare bei segnali - anche
le metropoli hanno un'anima. Ho dimenticato di dire la cosa più importante. Hall fa il musicista in seconda
battuta, perché la sua occupazione principale è quella di illustratore: disegna bene e anche in quel campo
con sobrietà, con linee nette, mai sofisticate, immergendo i sogni nella cronaca cittadina e provando a
ricavarci qualche specie di fiaba moderna. Ha illustrato copertine di romanzi, libri per bambini, collabora con il
"Wall Street Journal" e il "New York Press" ma il disegno non gli basta e allora ecco queste filastrocche per
adulti in lingua folk rock nuda e pungente, con la schiettezza della voce ed estemporanee decorazioni di
tastiera, violino, armonica. Sembra un folksinger in qualche cava del Village ma senza l'ingenuità degli anni
'60, con un gusto più evoluto, mai duro-e-puro; ma l'affinità più convincente balza all'orecchio verso la fine,
quando canzoni come "Broken Phone" o "One Of Us" sbandano felicemente verso il folk-pop da strada di
Jonathan Richman con i Modern Lovers. Bella confezione con libretto illustrato, a unire le diverse anime del
personaggio. Riccardo Bertoncelli ALAN STIVELL Emerald Keltia Ili/Egea Prezzo € 18,00 Ogni nuovo
episodio discogra di Stivell merita rispetto. Il che non significa vietarsi di affermare con animo sereno che la
bella stagione è passata da un pezzo. Impossibile non ripensare ai quarantanni trascorsi da "Reflets ;
qualcosa di meno dai capolavori seguenti: "Renaissance de la Harpe Celtique"(1972), "A l'Olympia" (1972),
"Chemins de terre" (1973), "E Langonned" (1974). Nell'insieme un mazzo di album che non dovrebbe
mancare nello scaffale del musicofilo, a qualunque parrocchia di genere appartenga. Perché Stivell, oltre a
dissotterrare l'arpa celtica, seppe al tempo stesso individuare e definire le caratteristiche del folk-rock. Un atto
rivoluzionario, condotto in modo parallelo rispetto ai colleghi nati in terra d'Albione ma, se proprio vogliamo
fare i filologi, arrivandoci qualche attimo prima. La popolarità che quei lavori diedero all'epoca a Stivell fu
enorme, pure in Italia, dove il suo nome e la sua foto finirono sia sulle testate che si occupavano di divi pop
("Ciao 2001 ") sia su quelle dedicate all'avanguardia ("Gong"). Soprattutto, la minoritaria cultura bretone
cessò all'improvviso di essere robetta da contadini per occupare piazze e stadi. Dopo tre decenni di
vagabondaggio sonoro e molte indecisioni, Stivell è tornato negli ultimi anni a rivolgere decisamente lo
sguardo verso i suoi primi passi. La tendenza si conferma in "Emerald", produzione varia e curata ma con
qualche alto e basso di troppo. La verve degli esordi spunta fuori solo a tratti ("Brittany's", "Tamm Ha Tamm",
la suite "Mac Crimon") e alcuni episodi, ad esempio "Goadec Rock", annegano nel bicchier d'acqua
rockettaro più scontato senza neppure provare a salvarsi. In generale affiora un po' di stanchezza, ma
chiedere di più e di meglio non è corretto nei confronti di chi ha già dato così tanto. PiercaHo Poggio
SERGENT GARCIA Una y otra vez Cumbancha/Family Affair Prezzo € 18,00 L'ex punkettaro Bruno Carcia
ha indubitabilmente saputo ritagliarsi uno spazio riconoscibile nel cosmo della world music. L'ha fatto con una
certa calma, non spintonando: la posizione al sole se l'è costruita poco alla volta, grazie a un lavoro oscuro di
affinamento delle componenti che sostanziano i suoi dischi, "facili" e ballabili solo se l'ascolto è superficiale.
Dopo una cinquina di album per la Virgin-EMI, apparsi tra il 1997 e il 2006, Carcia rilascia una nuova opera
frutto di anni di peregrinazioni intercontinentali. NelI occasione la sua attenzione si è soffermata sulle sonorità
della Colombia, approfondite sul posto entrando in contatto fecondo con vari musicisti. Ad esempio Jacobo
Velez, ottimo clarinettista e capobanda di La Mojarra Eléctrica, oppure Erika Mufioz, voce dei Sidestepper
(gruppo con cui Bruno aveva già inciso l'EP "Cumbiamuffin") e Liliana Saumet dei Bomba Estéreo, nonché
con i giovani di La-33, forse la migliore formazione di salsa colombiana. Ritroviamo costoro, insieme a molti
altri, ad animare le note di "Una y otra vez". L'energia comunicativa che esso trasmette è palpabile sin dai
primi istanti della title track posta in apertura. L'infusione di salsa e reggae si allarga così a comprendere
poliritmie latinoamericane raffinate e stili fuori moda (rumba, bolero). Il risultato è di poter ascoltare potenti
inni radiofonici ispirati dal sociale ("Chacun son combat") accanto a ballabili metà romantici e metà esuberanti
("Bolero nuevo"), il soul/r&b rallentato di "To Mi To Mi" e il saltellante skatenamento di "Acho bai bai", gli
strambi accenti funky-rap di "El baile del diablo" contrapposti all'afro-cubanità essenziale e ruspante di "En mi
mochila". Bravo il Sergente, merita un'uniforme nuova. Piercarlo Poggio BUDDY MILLER The Majestic Silver
Strings NewWest/IRD Prezzo € 20,00 La prima traccia di quest'album, "Cattle Cali", potrebbe servire a
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spazzar via i luoghi comuni e i pregiudizi che spesso emergono quando si parla e si scrive di country. La
versione originale di Eddy ArnoldTche risale a molti anni fa e ha raggiunto lo status di un vero e proprio
standard, è stata inserita, fra l'altro, nella suggestiva colonna sonora di "My Own Private Idaho" (il titolo
italiano era "Belli e dannati") del grande regista americano Cus Van Sant: contribuiva moltissimo a stabilire la
temperatura emotiva del film e si legava indissolubilmente alla straordinaria perfomance attoriale di River
Phoenix, che interpretava il ruolo di un giovane sbandato e narcolettico. Non sembra proprio un caso che
Buddy Miller e i suoi tre compagni d'avventura - Mare Ribot, Bill Frisell, Creg Leisz - abbiano voluto aprire con
questa canzone così particolare la loro nuova avventura. Perché proprio di un'avventura si tratta, visto e
considerato che Ribot e Frisell, pur avendo ben presente il linguaggio del country, vengono da altri pianeti
musicali (jazz, sperimentazione). "Cattle Cali" è un terreno perfetto per segnare fin da principio i confini
larghissimi di un incontro che ci riporta ai tempi dei "supergruppi". E come se la levatura dei quattro musicisti
non bastasse da sola ad attrarre ascoltatori, ecco chiamate a dare un prezioso contributo voci belle e
appassionate come quelle di Shawn Colvin, Party Griffin, Julie Miller (moglie di Buddy) ed Emmylou Harris,
per citare le più note qui da noi. Il repertorio non è inoltre legato solo ai classici e comprende qualche brano
nuovo. Si tratta di un album che piacerà a chi ama le corde d'argento delle chitarre acustiche ed elettriche dei
quattro musicisti. Last but not least è il DVD che contiene un breve documentario e il frammento di un
concerto. Giancarlo Susanna RAY SHARPE Gonna Let It Go This Time Hoodoo/Egea Prezzo € 11,00 Label
ultimamente molto attiva, la Hoodoo continua a scavare in parecchi archivi per togliere dall'oblio musicisti in
voga nei '50 e nei '60. È adesso la volta di Ray Sharpe, chitarrista, cantante e compositore di colore nato nel
1938 a Forth Worth, Texas, considerato un punto di riferimento da importanti colleghi quali Doug Sahm e
Delbert McClinton, interpretato da big tipo Neil Young, Rolling Stones e Flying Burrito Brothers. L'esclusiva
miscela di soul, rock n'roll, blues e country ha indotto gli addetti a definirlo un artista di "black rockabilly". Nel
gennaio 1966 alla corte di Sharpe è passato addirittura Jìmi Hendrix per suonare la chitarra in un paio di
pezzi: uno di essi, "Help Me (Get The Feeling) Part One", è incluso nel recente cofanetto del Mancino di
Seattle. L'anno successivo la base strumentale di quella traccia ricca di groove è stata recuperata da Aretha
Franklin, che ne ha cambiato il testo e l'ha ribattezzata "Save Me", trasformandola in un successo planetario.
In aggiunta a tali commistioni Sharpe merita attenzione per il suo puntuto fraseggio con la sei corde,
certamente ispirato a T-Bone Walkere Albert King. Le venti tracce di "Gonna Let It Go This Time", prodotte da
Lee Hazlewood e Lester Sili, inquadrano il biennio 19581960 e propongono diversi hit, a cominciare da
"Linda Lu", "Kewpie Doli", "Monkey's l i n d e " , "That's The Way I Feel". Il repertorio del CD non si limita però
alla frizzante alchimia country-soul-r'n'r, ma svela altre interessanti divagazioni: si pensi all'esotica
"Bermuda", stramba fusione di flamenco e tenui umori mediorientali, o alla swingante "On The Street Where
You Live", dove Sharpe fa il verso ai grandi crooner del jazz. Tra i collaboratori si distinguono Duane Eddy, Al
Casey, Buddy Wheeler. Enzo Pavoni BABY DEE Regifted Light Drag City/Self Prezzo € 18,00 Non si sa mai
da dove partire per raccontare Baby Dee, dove incasellarla, e per un'ermafrodita (metto apposta l'apostoo
anche se non ci vorrebbe) pare d'altronde appropriato: una che artisticamente è nata come performer di
strada, salvo poi essere per dieci anni organista e direttore musicale di una chiesa, salvo poi unirsi a un circo.
La si potrebbe dire una cantautrice, non fosse che il principale fra gli strumenti che suona di solito (non qui
però), quello studiato al conservatorio, è Tarpa. A togliere Tandroginissima voce, molta della musica di
questa figlia di Cleveland adottata da New York potrebbe essere detta neoclassica e "Regifted Light" per gran
parte del suo svolgimento fa proprio questo: toglie la voce. Esordiente tardiva, Baby Dee. Nel 2001, sulle
soglie dei quarantotto anni, ma non era tanto questo a contare quanto che Antony, collega e amico che con
costei ha diviso a più riprese collaborazioni e collaboratori, la precedesse di un anno. Le evidenti affinità e
assonanze parevano avere condannato per sempre chi tardi è arrivato a male alloggiare, benché nel
sottovalutato "Safe Inside The Day", del 2007, l'arco stilistico entro il quale ci si muoveva fosse ampio: da
Bach al pop-quasi-rock passando per Broadway e nei momenti più teatrali Mare Almond e certo Scott Walker
referenti ancora più evidenti che non il signor o signora Hegarty. Un variopinto assortimento di strumenti -
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violoncello e organo a pompa, tuba e glockenspiel, sousaphone e bassoon, melodica e percussioni assortite a circondare un pianoforte quietamente mattatore, "Regifted Light" rimette tutto in discussione,
classicheggiando con classe immane. Disco breve per gli standard attuali (33'33"), ma di un'intensità
ranssima a incontrarsi ly Cilìa NOA l Noapolis - Noa Sings Napoli Sud Music/Egea Prezzo € 18,00 ' T Inizio di
2011 invero intenso per Achinoam Nini, in arte e più familiarmente Noa, visto che non è ancora in
circolazione ma lo sarà quando leggerete queste righe un secondo album, intitolato "Eretz, Shir" e collezione
di materiali della tradizione ebraica con nientemeno che la Jerusalem Symphonic Orchestra a offrire il suo
supporto strumentale. Così come intenso e ormai di lunga durata è il romanzo d'amore fra questa grande
voce israeliana e la canzone partenopea, che trovava un primo sbocco discografico cinque anni or sono con
"Napoli-Tei Aviv", dove una serie di classici di Bovio e Di Giacomo venivano tradotti nell'idioma nativo
dell'interprete. Album entrato in diverse classifiche specializzate e pazienza se Noa si irrita un po', con
qualche buona ragione, quando la mettono negli scaffali del folk, quando la catalogano alla voce "world
music": dacché fu chiaro che non si trattava di una Joni Mitchell esotica, il suo pubblico è soprattutto quello. A
proposito di intensità... quanto intense le letture che sfilano in "Noapolis"? Abbastanza, in termini assoluti.
Straordinariamente se si tiene in debita considerazione l'eccezionale livello di difficoltà che la signora si è
imposta da sé: delle quattordici tracce ne canta ben dodici "in lingua" riuscendo nel piccolo miracolo di
risultare plausibile. Che questa o quella resa evidenzino poi una certa rigidità, o la tendenza alla bella
calligrafia, può starci e, in ogni caso, spesso non è così. Non, per dire, in una "V te vurria vasà" sul serio
"anema e core" o in una spigliata "Tamurriata nera". Indistintamente da ovazioni le performance del Solis
String Quartet, sopra la media una registrazione che valorizza al meglio sia la voce che la filigrana degli archi.
Eddy Cilìa CHRISTINE OWMAN T Throwing Kruves Revolving Prezzo € 18,00 Per metà svedese e per metà
danese, Christine Owman arriva al suo secondo album dopo l'esordio "Open Doors" del 2003. Ne è passata
di acqua sotto i ponti e nel frattempo l'apprezzamento di una vecchia volpe come Robert Plant non può che
aver contribuito ad accrescere l'interesse. In questi otto anni la songwriter ha suonato spesso dal vivo, in giro
per il mondo intero, concentrandosi in parallelo sulla sperimentazione, priva di aprioristiche limitazioni di
genere. "Throwing Knives" desta curiosità proprio per l'utilizzo complementare di strumenti tradizionali, dal
violoncello all'ukulele, e riverberi, distorsioni, elettronica. Óltre a una voce eclettica e a testi lavorati con
attenzione, gioca la sua parte persino la fascinazione verso le arti visive, la danza burlesque. La piacevolezza
coerente dell'ascolto stupisce, dato che a una marcetta folk con richiami ritmici a Tom Waits ("Spelling
Words") segue una ballata moderna, che solca binari alla Portishead ("The Conflict"). Giustapporre stili
talmente differenti, con un sorriso ai Beirut e una linguaccia ai Dresden Dolls, mantenendo ben salda una
visione d'insieme non è da tutti. Specie se si prosegue con una traccia in bilico fra sospensioni delicate ed
effetti disturbanti ("Ffwd"), una filastrocca acustica in punta di piedi ("Circles"), un minaccioso incubo dark tra
PJ Harvey, Bjòrk e Kate Bush ("Dance"), numeri di raffinato intimismo ("The Agreement"), deviazioni
avanguardistiche ("I Live I Die"), cantautorato minimale ("Sinners"), mini-pièce teatraleggianti con corde e
archi ("Apart") e congedininna nanna ("Goodnight"). Con il senno di poi l'impressione è che la scaletta sia
stata delineata accostando di proposito episodi contrastanti fra loro: la scommessa si rivelerebbe, in caso,
azzeccata. Al di là dell'incisività dei vari brani, una rivelazione da non sottovalutare. Elena Raugei JULIANNA
BARWICK The Magie Piace Asthmatic Kitty /Goodfellas Prezzo € 18,00 Confessiamo di non aver prestato
mai molta attenzione a Julianna Barwick, ma "The Magie Piace", che poi è il suo terzo capitolo in discografia,
a seguire l'esordio "Sanguine" del 2007 e l'ep "Fiorine" del 2009, potrebbe cambiare non poche cose.
L'album, suddiviso in due ideali lati come si trattasse di un vinile, è ottenuto con drone glaciali, pianoforte e
una voce spirituale, misticneggiante, non di rado persa in gorgheggi di ancestrale purezza e riflessa in varie
linee melodiche a sovrapporsi con fare straniante. Più che di vere e proprie canzoni, trattasi di composizioni
impressioniste, che fanno delle atmosfere, eteree e suggestive, il loro principale punto di forza. Spesso la
mente va ai Sigur Rós di "()" o alla Bjòrk di "Medulla , per cui è sin troppo facile collegarsi a scenari nordici.
Ma sarebbe sin troppo limitante, dato che si bazzica persino in territori folk, a partire da un approccio
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attitudinale, come confermato dalla foto di copertina, volto alla natura, all'isolamento creativo. È pur vero che
il tutto rischia di stancare, che la ricetta pare a oggi leggermente circoscritta e che le nove tracce in scaletta
finiscono per assomigliarsi pericolosamente fra loro, andando ad accostarsi in una sorta di litania ininterrotta,
di indubbio fascino ma di altrettanta indubbia, eccessiva omogeneità. A lungo andare, all'apprezzamento
puramente estetico corrisponde così il rischio di annoiarsi, di arenarsi in monocordi derive ambient. La
musicista newyorkese possiede senz'altro delle frecce al proprio arco, ma nella messa a punto di un
personale universo espressivo rischia di cadere nel tranello di una musica d'elite, o per meglio dire restia a
comunicare con l'esterno. Poco male, se il viaggio si dimostrerà via via in divenire. Elena Raugei RUMER
Seasons Of My Soul Atlantic/Warner Prezzo € 20,00 È nata una stella. Lo hanno detto in molti, ascoltando la
voce di Rumer, che si è rivelata l'anno scorso in Gran Bretagna con il suo album di esordio che esce adesso
anche in Italia. La giovane artista di origine pakistana, con la vita che sembra un romanzo e che entra
prepotentemente nella sua musica, nella sua sensibilità di donna e di interprete, è stata inserita subito a forza
nella categoria delle "divas": quelle magiche ancelle del vocalizzo che raccontano emozioni non comuni con
la sola forza della voce, che destabilizzano, o confortano dipende dai punti vista, l'anima e il cuore. Rumer è
senz'altro bravissima. Artisti come Elton John e Burt Bacharach l'hanno subito messa sul piedistallo.
"Seasons Of My Soul" e una prova convincente, ma attende, secondo noi, una conferma ulteriore. Forse
Rumer è troppo perfetta, o non tutte le canzoni sono sconvolgenti. La voce cristallina e calda di Rumer a
qualcuno ha ricordato quella di Karen Carpenter. Un'altra grande che può venire in mente è Dusty
Springfield. Insomma, paragoni più che eccellenti. Lo stile di questa artista guarda appunto a un passato
defpop che è sì nella storia, e per questo oggi suona molto "old fashioned , ma che rappresenta anche
l'eccellenza dell'entertainment del Novecento. Lei stessa ha indicato altri riferimenti, come autrice: Laura Nyro
e Joni Mitchell. Il primo singolo "Slow", lentone assassino, potrebbe ricordare certe sensualità alla Anita
Baker. Poi ognuno ovviamente trova spunti per il suo gusto. Tra pop, soul, canzone raffinata, Rumer intriga
con "Am I Forgiven?", una song brillante, "Aretha", gioiello luminoso, l'eleganza di "Thankful". Il resto è un
buon compito, non eccellente, talvolta stucchevole. Geranio Panno NOUR-EDDINE Desert contemporain
Helikonia/Egea Prezzo € 16,00 Nel Mediterraneo musicale l'azione di Nour-Eddine Fatty ha assunto ormai
precisi connotati e può essere definita come un'espressione alquanto sintomatica di quanto avviene in
quest'area. Anche nel suo caso si può parlare a ragione del tentativo di ricercare un punto di equilibrio tra il
patrimonio del passato e l'incedere verso un futuro culturale dai contorni piuttosto incerti e sfumati. Ben
conosciuto nel nostro paese per le varie collaborazioni a cui ha dato vita (Toni Esposito, Trancendental) e
l'assidua partecipazione all'ideazione di colonne sonore ("II bagno turco", "L'albero dei destini sospesi", "Elvjs
& Merilijn", "Sound Of Morocco"), Nour-Eddine è figura di artista a tutto tondo. Polistrumentista efficace
(sentir, guimbri, tbal, dumbak, bouzouki), sa essere anche vocalist perentorio oltre che organizzatore di
gruppi (Azahara, Desert Sound, Jajouka). Un'iperattività che si è tradotta in una produzione discografica non
invadente ma di qualità (ricordiamo qui "Zri Zrat", "Coexist", "Taragnawa" per la Cni). Le sue radici berbere lo
attraggono in modo costante verso sonorità iterate, debitrici di quella tradizione che si è soliti riferire ai rituali
gnawa. Cerimonie complesse appartenenti alla spiritualità sufi ma contrabbandate tra il popolo dei
dancefloor, senza molta fantasia invero, come trance music. In "Desert contemporain" ne abbiamo numerosi
esempi, anche grazie alla forte presenza del quintetto Gnawa Bambara, le cui voci, battiti di mani e
percussioni punteggiano il disco rendendo profondaTa scena. A spostare le coordinate del medesimo dalla
etno verso la world contribuisce efficacemente il sassofonista Davide Crottelli, un suono tra Coltrane e Cato
Barbieri. Piercarlo Poggio TEHO TEARDO Una vita tranquilla Universal Prezzo € 19,00 È qualcosa di più di
una semplice promessa, o di un qualcuno che timidamente si affaccia sulla scena musicale in cerca di
consensi o di un suo spazio, Teho Teardo. Eppure sono in pochi a conoscerlo e l'industria discografica non
ha tempo da perdere con chi non provenga da un talent show televisivo o da altri simili abomini. Il musicista
di Pordenone ha raggio d'azione ampio (scena Industriai in primis, dagli anni '80, e avanguardia) e per quanto
concerne le musiche per il cinema (attività cui ha cominciato a dedicarsi un decennio fa e della quale
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ricordiamo i pregevoli lavori realizzati per "L'amico di famiglia", "II Divo", "La ragazza del lago e il recente
"Gorbaciof") si distingue soprattutto per il lavoro di supporto alla crescita di giovani autori del nostro cinema.
Contesto cui appartiene questo noir intrigante diretto da Claudio Cupellini, e ambientato in una plumbea
Germania, a raccontare di un passato camorristico che riaffiora in terra straniera per un uomo certo d'essersi
costruito una nuova vita. Un taglio che non esitiamo a definire "alla Sorrentino". Quello donato da Teardo al
film è un paesaggio sonoro colto e rarefatto, minimalista e sperimentale, davvero pregevole, simbiotico con
l'inquietudine che si respira con il procedere della narrazione. Di certo 11 Teardo è la punta più avanzata
della new wave" della musica cinematografica italiana. Un plauso alla scelta dei tre brani che arricchiscono la
colonna sonora del film; "Oh, How To Do Now" dei Monks, una garage band tedesca (composta da figli di
militari di stanza in Germania) attiva dalla seconda metà dei Sessanta, dallo stile distintivo d'ispirazione beat
(suonarono al Top Ten Club di Amburgo nello stesso periodo dei Beatles), "Little Carol" della band
psichedelica padovana dei Jennifer Gentle e infine "Chains Of Love", di un'altra garage band americana della
fine dei '90. Luigi Lozzi TOMANDANDY Resident Evil: Afterìife 3D Milan/Wamer Prezzo € 19,00 II quarto
capitolo della saga fanta-horror interpretata da Milla Jovovich "Resident Evil" (derivata da un videogame di
enorme successo), si è avvalso delle musiche dei Tomandandy, un duo attivo dall'inizio degli anni Novanta e
composto dal texano Andy Milburn e dal canadese Thomas Hajdu, appassionati di musica campionata al
computer da impiegare in diversi ambiti (videogame, televisione, pubblicità e cinema, come in questa
occasione). In campo cinematografico si sono ritagliati ampi margini di credibilità grazie alla sostanza
"creativa" (hi-tech e digitai sound) dispensata in film come "Killing Zoe", "Le colline hanno gli occhi",
"Arlington Road". "Afterhfe", il film, è stato realizzato in 3-D e per il look particolarissimo messo in essere il
regista Paul W.S. Anderson ha chiesto espressamente a Andy e Tom di riprogettare la trama musicale a
sostegno delle immagini, cercando di evitare qualsiasi input potesse provenire dai precedenti capitoli (per la
cronaca, quello iniziale si era avvalso del lavoro combinato, cupo ed aggressivo, e per niente disprezzabile, di
Marco Beltrami e Marilyn Manson) e invece tendere a sperimentare nuove soluzioni alchemicoelettroniche
più aderenti ad una visione cinematografica virtuale e parallela (e quindi più prossima ad un videogame) che
tradizionale. Detto fatto, il suono prodotto (peraltro con il contributo decisivo del chitarrista Wes Borland) ha
strali "alieni", atmosfere distorte, sonorità corrosive, è il compendio perfetto del miglior "dark sci-fi metal", che
non incontrerà (forse) i favori di tanti ma che è quanto di più simbiotico ed efficace si potesse concepire per la
bisogna. Nessun tema dominante (che significato può avere un "Main Theme" in questi casi?) ma un fluido
amalgama incandescente. Provare per credere - godendosi magari in parallelo il film - ascoltando "Exit", "Far"
e "Party" oppure "Memory". Luigi Lozzi H.IIAMZY&P. THORNTON Egypt Unveiled Are Music/Evolution
Prezzo € 19,00 Di recente l'Egitto è asceso agli onori delle cronache per una rivolta di massa
abbondantemente documentata dai vari organi di informazione. Nonostante le agitazioni e la fame della gente
comune, quel Paese ricco di antichissime tradizioni popolari continua ancora a proporre parecchia musica
interessante, vedi il presente "Egypt Unveiled", quarto appuntamento discografico sull'argomento: operazione
gestita a quattro mani dall'autoctono Hossam Ramzy (stella riconosciuta della percussione mondiale) e
dall'inglese Phil Thomton (tastierista di jazz, prog-rock ed etnica). Da oltre un decennio la coppia sta
spulciando il folk della terra dei faraoni, realizzando una seria ipotesi di world music distante da qualsiasi
degenerazione turistica, puntando a un rinnovamento linguistico attraverso molteplici intrusioni stilistiche e
intelligenti commistioni elettroacustiche. A molti, forse, i nomi dei due coleader non dicono nulla, ma hanno
alle spalle un'impressionante sfilza di esperienze. Senza contare le prove solistiche, Ramzy ha collaborato
con Page/Plant, Chick Corea, Pater Gabriel, Mark Isham, Sting, Andy Sheppard, Cheb Khaled. Thornton con
Sinéad O'Connor, Daevid Allen, Arthur Brown, Mandragora. Presupposti intriganti che inducono ad ascoltare
"Egypt Unveiled". Ramzy e Thornton (l'unico non egiziano) coordinano un'orchestra di ampie dimensioni
colma di strumenti ritmici e a corda, ai quali si aggrega una scintillante sezione aarcni: quelle del posto sono
tra le più esplosive e originali in circolazione, come ha dimostrato "No Quarter" di Page e Plant. Ogni brano è
sostenuto da impulsi metrici irresistibili e complessi, permeati di un luminoso caleidoscopio di sonorità
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meticce (oud, organetti, flauti, violini, pianoforte, voci). Enzo Pavoni (r) Drama Queen Tin Angel/Goodfellas
Prezzo € 18,00 Discografia più lunga di una barba da ZZ Top e spessa quanto una rassegna stampa
composta soprattutto da ritagli di giornali esteri, l'uomo che si cela dietro una ragione sociale quanto mai
sintetica si chiama Fabrizio Modonese Palumbo e deve metà della sua piccola fama all'essere uno dei
Larsen, band avant-rock di solido culto. L'altra all'avere incrociato sul proprio percorso tanti bei nomi
dell'underground internazionale: Damo Suzuki così come i Matmos, Xiu Xiu e Baby Dee, Current 93 e Nurse
With Wound. E da questo incompletissimo elenco il lettore potrebbe avere intuito qualcosa delle atmosfere
che si respirano in quello che una scritta in rilievo sulla copertina definisce "A Gay Album". Opera di ascolto
non facile e, non avendo avuto occasione di frequentare il precedente "In Pink", mi chiedo quanto dovesse
essere disturbante se l'artefice stesso lo definisce "un resoconto autobiografico di tempi bui". Cioè... se
questo nuovo è il disco "leggero"... Un'ospite illustre quale Carla "Evangelista" Bozulich a dividere con lui il
microfono nell'articolata "See What The Boys In The Backroom Will Have", Daniele Pagliero a fiancheggiarlo
quasi ovunque principalmente da programmatore e tastierista, Palumbo disegna paesaggi foschi perlopiù sul
confine fra una ambient ansiogena e il para-industriale, fra ritmiche pulsanti, bordoni, pianto e stridordi denti.
In una scaletta che si divide fra originali e un assortimento di stravoltissime cover, l'ironia sembrerebbe
affidarsi alla scelta di queste ultime: fra una "Hot Summer Night" di Jim Steinman (!!!) e una "Afraid" da Nico
trovano spazio una "Sister Morphine" (Rolling Stones) di intensità raggelante e una brillante (e quasi
rock'n'roll nel contesto) "The Ways To Love A Man". Esatto, è quella di Tammy Wynette. Eddy Cilìa W.AA.
Musica futurista Cramps/Edel (8 CD) Prezzo € 36,00 l La musica futurista compie un secolo. Fu Francesco
Balilla Pratella, nel 1911, a ideare alcuni manifesti dileggianti tanto la canzone napoletana quanto le opere di
Puccini. Un paio di anni dopo venne "L'arte dei rumori" di Russolo a ribaltare il concetto di suono. Il dado era
tratto ne avvertiamo ancora oggi gli effetti. L'emissione del presente box, curato da Daniele Lombardi, intende
appunto illuminare da una prospettiva attuale il senso dell'esperienza musicale futurista. Chi già possedesse
le antologie "Musica futurista" (Cramps) e "The Art Of Noises" (LTM) non si deve preoccupare: se là si
trattava di originali qui troviamo esecuzioni moderne, fatta eccezione per il CD numero sei ove si ascolta
Marinetti alle prese con testi di "parolibere" degli anni 1920-1942. Lombardi siede al pianoforte nel numero
uno per regalarci brani di Pratella, Mix, Casavola, Russolo e altri, mentre nel secondo disco ci propone la sua
"Metropolis", per intonarumori e computer, del 2006. Nel terzo abbiamo pagine non solo musicali di Pratella,
Marinetti, Soffici, Casavola (tra gli esecutori il Duo pianistico di Firenze). Il quarto CD è dedicato alle
interpretazioni vocali in solo di Cabriella Bartolomei alle prese con testi suoi e futuristi. Il quinto presenta una
dedica a Russolo e vari artisti, tra cui Alvin Curran, intenti a restituirci opere per voce, pianoforte e sistemi
digitali. Detto sopra del sesto, il settimo, assai interessante, raccoglie brani di compositori stranieri legati in
qualche modo all'estetica futurista (Antneil, Ruttman, Cowell, Mossolov). A chiudere Roberto Fabbriciani e
Luisella Botteon al flauto eseguono musiche di De Lorenzo. Il quadro d'insieme è ampio e dettagliato, e
l'ascolto suggerito anche a chi si ostina a ritenere tali eventi sonori non-musica. È un'ottima occasione per
ricredersi. Piercarlo Poggio PRAXIS Profanation MOD/Audioglobe Prezzo € 18,00 A guardare distrattamente
la discografia dei Praxis, senza sapere delle vicissitudini che ne hanno segnato il percorso nell'ultimo
decennio e stupendosi magari di averli persi di vista se si conservava un buon ricordo delle prove precedenti,
c'è da restare due volte perplessi: la prima rendendosi conto di quanto fosse ormai stagionato l'album prima,
"Mold", che vedeva la luce nel lontano 1998; la seconda notando come accanto a questo "Profanation"
(sottotitolo: "Preparation For A Corning Darkness") figurino, a seconda della fonte, date diverse. In realtà non
sbaglia nessuno, visto che il disco era disponibile anche in forma fisica per il mercato giapponese sin dal
2008 ma su iTunes non lo si poteva comprare prima del 2009. Uscito infine pure su CD lo scorso gennaio per
gli USA, quanto all'Europa è fuori da pochi giorni nel momento in cui scrivo queste righe. Fatica improba
insomma renderlo pubblico dacché le traversie finanziarie in cui era invischiata la Sanctuary facevano
spostare per la prima volta in avanti un'uscita programmata dapprincipio per il settembre 2005, addirittura. E
poco da stupirsi che Bill Laswell, da sempre fulcro del progetto, abbia annunciato che non ci saranno né
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promozione né altri dischi con questa griffe. Era la cattiva notizia. La buona è che per una volta il vulcanico
bassista e produttore statunitense stoppa a un apice una delle sue mille traiettorie musicali. Chi ha ascoltato
uno almeno degli album prima saprà cosa attendersi: un frullato impazzito quanto gustoso (sapori forti) di
crossover e ilfbient, hardcore punk ed electro-funk, grind e metal più canonico, hip hop e dub e quant'altro.
Fanno la differenza una scrittura brillante e ospiti smaglianti e mi è rimasto lo spazio per citare almeno l'Iggy
Pop di "Furies". Eddy Cilìa TRILOK GURTU - SIMON PHILLIPS 21 Spices Art Of Groove/Family Affair
Prezzo € 18,00 Differenza di età modesta (sei anni: il primo è nato nel 1951, il secondo nel '57) l'indiano
Trilok Curtu e l'inglese Simon Phillips condividono tanto. Naturalmente 10 strumento di elezione, la batteria,
cui ne uniscono però altri (quello innanzitutto le tabla, questi le tastiere), e l'avere da sempre il jazz al centro
di una visione musicale dagli orizzonti sconfinati. Ce n'è immancabilmente almeno un tocco in tutto quanto
suonano e puntualmente lì finiscono per tornare dopo escursioni in lande anche lontane compiute con
un'assoluta mancanza di snobismo che è, per entrambi, il principale pregio e 11 principale difetto. In tutta
evidenza, per dire, Curtu ha qualche difficoltà a cogliere la differenza di spessore fra un Robert Miles e un
Miles Davis e quanto a Phillips, e per quanto mi riguarda, il lunghissimo elenco delta gente con cui ha
collaborato coincide in larga parte con una lista di nomi i cui dischi non vorrei in casa per nulla al mondo:
collezione di orrori che include Judas Priest e Mike Oldfield, Joe Satriani e Mick Jagger, Nik Kershaw, i Bis
Country, gli Asia e soprattutto i foto. E su altri calo un velo pietoso. Comunque "21 Spices" mi è piaciuto.
Abbastanza. Brillante I idea di partenza, che è quella di applicare per una volta la formula desueta della big
band non a un jazz ultratradizionale ma a uno che cerca il confronto con rock e assortite musiche del mondo
(non necessariamente dell'India, influssi latini si fanno notare altrettanto) non è sempre brillantissima la
realizzazione. Raccolta di registrazioni sia in studio che in concerto, l'album occhieggia in qualche frangente
un po' troppo smaccatamente ai Weatner Report tardi, ma ci sono peccati peggiori. Incisione eccelsa. Eddy
Cilìa LOVIN' SPOONFUL Do You Believe In Magie / Daydream Edsel/Audioglobe (2 CD) Prezzo € 15,00 I
Lovin' Spoonful sono stati uno dei primi tentativi seri di rendere il folk che negli USA serpeggiava fra i circoli
un po' chiusi di intellettuali e puristi, un non piccolo affare commerciale. Certo, ci sono i grandi personaggi
come Dylan o i Byrds che hanno reso questo percorso splendido e splendente, ma John Sebastian e
compagni non sono stati da meno nel farne una cosa sbarazzina e ben poco esclusiva. La East Coast del
genere si tinse così, nel 1965, di colori pastello con una specie di antologia di intenti non dichiarata: "Do You
Believe In Magie?" spiegava bene perché la band prendeva il nome da un blues di Mississippi John Hurt,
"Coffee Blues", dividendo l'ispirazione fra musica bianca e nera. Oltre al pezzo che titola l'album, una radiosa
versione di "Other Side Of This Life" di Fred Neil riuscì a illustrare dove volevano andare a parare i Lovin'
Spoonful: dalle parti alte delle classifiche senza per questo essere dei semplici esecutori pop. II successivo
"Daydream" fece ancora meglio, regalando brani originali che non sfigurerebbero nel repertorio maggiore di
fratelli meno votati al commerciale: fu però un fuoco che bruciò in fretta, e già il successivo "Hums Of The
Lovin' Spoonful", nonostante la celeberrima "Summer In The City", risentiva di una stanchezza da cui il
gruppo newyorkese non si sarebbe risollevato più. Questa accoppiata di due dischi corredata di bonus è un
buon modo per riempire tasselli dimenticati di quella zona solo apparentemente indistinta in cui la band stava
in buona compagnia: Beau Brummels, RemainseTurtles, per esempio. Soggetti che non hanno retto assieme
sulla lunga distanza, ma che hanno regalato perle di rock d'epoca non ancora sorpassate. John Vignola
QUEEN A Night At The Opera (deluxe edition) Universa! (2 CD) Prezzo € 24,00 Nell'ambito della recente
(clamorosa) acquisizione del catalogo dei Queen da parte della Island ecco (ri)pubblicato in "deluxe edition",
in una prima sfornata di cinque album (preceduta dai celebratissimi "Createst Hits 1 & 2 " ) , quello che da
molti viene ritenuto il capolavoro della formazione capeggiata da Freddie Mercury: "A Night At The Opera", il
quarto della foro discografia, che come il successivo (gemello) "A Night At The Races" prende il nome da un
film dei fratelli Marx. Certo è che al loro apparire sulla scena rock, nella prima meta dei 70 (il debutto risale al
73), i Queen hanno operato un raccordo tra il rock più tradizionale, che all'epoca sembrava mostrare la corda,
e le prime avvisaglie del prossimo, debordante, fenomeno punk. Un album epocale per svariati motivi: per la
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Audio Review - N.4 - aprile 2011
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VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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compiaciuta magniloquenza e il paradossale barocchismo che lo pervade, per il mix di vaudeville e riff
hardrock, per i cori a cappella (da tragedia greca) e la sintesi di glam e rock-opera alla Andrew Lloyd Webber;
insomma il kitsch che si fa arte, il kitsch'n'roll. Poi, vi troneggia quel gioiello assoluto che e "Bohemian
Rhapsody", assurto al rango di canzone del secolo del Regno Unito. Singolo, questo, dalla lunghezza
anomala (circa sei minuti) che lanciò nel firmamento musicale la stella dei Queen, quando finì in vetta alle
classifiche nell'autunno del 1975, e può vantare un altro singolare primato: l'essere stato il primo pezzo
trasformato in videoclip. La melodia da cabaret di "Lazing On A Sunday Afternoon", a fare Nverso ai Kinks, la
bruciante T m In Love With My Car", il romantico e straniante pianoforte di "Love Of My Life" sono pezzi che
hanno concorso alla definizione del cosìdetto Queen sound. "God Save The Queen", con arrangiamento per
chitarra, chiude il disco. Nel secondo CD, sei inedite versioni di alcuni dei brani. Luigi lozzi SEBADOH
Bakesale Domino/Self (2 CD) Prezzo € 18,00 Come si arriva dall'esordio quasi assordante di "The Freed
Man", anno 1989, alle vie più rifinite ed acide di "Baesale", cinque anni pieni dopo? Lou Barlow, deus ex
machina dei Sebadoh ed allora ex compagno e amico di Mascis nei Dinosaur Jr, a una domanda del genere
risponde quasi scrollando le spalle: "all'inizio si trattò semplicemente della fine di un periodo, quello in cui mi
fidavo degli altri. Mi sono chiuso nella mia cameretta per vedere cosa ne usciva fuori". Successe così che
nacque una parte rilevantissima del cosiddetto Io-fi. Suoni alla deriva alla ricerca di qualcuno che li domasse;
"quando poi arrivammo alla Sub Pop cominciammo a capire che dovevamo addomesticarci, per continuare a
raccontare qualcosa. Ecco, 'Bakesale' è il nostro lavoro più addomesticato, ma il meno domestico". Parole
frettolose, ma sante: dopo "Bubble & Scrape", 1993, anch'esso per Sub Pop, i Sebadoh persero il vero
rumorista del progetto, Eric Caffney, a favore di Jason Lowenstein e della sua indole pop sbilenca. Risultato:
un pugno di canzoni sempre storte, ma capaci di rilevanti risultati di classifica e vendite. Non ci sono
cedimenti strutturali, grazie alla batteria metronomica di Bob Fay, in queste canzoni: semplicemente, alla
roccia degli esordi si affianca un gusto armonico per certi versi superiore. Oggi Domino ristampa questo
album di mezzo del gruppo americano, facendone risaltare i contorni modernisti, anche grazie a un intero CD
fatto di singoli, EP e rarità assortite d'epoca. La critica fu frettolosamente tranchant; oggi, il disco sembra
un'opera matura, come una fuoriuscita dall'adolescenza verso un'età giovane ma meno incosciente. Un
tassello da non dimenticare per capire il rock "fai da te" di oggi. John Vignola NEON Crimes Of Passìon
Spittle/Goodfellas Prezzo € 14,00 Solo a saperla fare durare un po' di più, alla fine i fiorentini Neon
l'avrebbero avuta probabilmente vinta e forse senza nemmeno dovere seguire i concittadini Diaframma e
(soprattutto) Litfiba sulla strada del cantato in italiano. Non si fossero sciolti all'approssimarsi dei Novanta,
Marcello Michelotti e molto variabili compagni avrebbero potuto approfittare della voga gotica divampata negli
Stati Uniti con quel decennio di ritardo, mettersi in scia a una sigla come Nine Inch Nails che avevano da ogni
punto di vista anticipato, precorrere la traiettoria dei pur assai diversi Lacuna Coil e insomma diventare grandi
intemazionalmente. Avevano tutte le carte in regola per riuscirci e che da qualche anno la ragione sociale sia
stata riattivata, fra un fervore di ristampe e live, sa di tentativo di rimettere il dentifricio nel tubetto. Tant'è...
Della discografia storica del gruppo mancavano all'appello della riedizione i tre EP della serie "Crimes Of
Passion", che nel 1987 marcavano (certamente ignari i titolari) l'addio discografico. Non più, ora che questo
CD li rende per la prima volta disponibili (ordine cronologico e programmi sono stati però rimescolati) in
digitale. È un recupero particolarmente benvenuto per il suo mettere in discussione lo stereotipo che racconta
i Neon come una compagine eminentemente elettronica. Se ne riparli dopo avere ascoltato la loro versione a
passo di carica del classico dei Black Sabbath "Paranoid", una "Destination: Unknown" che fa ossianico
Bowie, una "Chost Dance" insieme massiccia e distesa o il megahit mancato "Tears From Heaven". Peccato
solo che i suoni non siano esattamente tirati a lucido, con come un velo a offuscare tutto e un'immagine
scenica che stenta a materializzarsi. Eddy Cilìa
12/04/2011
09:22
Punto Informatico
Sito Web
Minecraft tira le somme Il videogame creato da Markus Persson è stato acquistato da quasi 2 milioni di
giocatori. Senza l'aiuto di publisher o campagne pubblicitarie Roma - Un gestionale per PC che chiede di
spostare e assemblare blocchi per costruire "cose" all'interno di un universo poligonale, completamente
plasmabile dal giocatore. Un sandbox dalla longevità infinita travestito da giochino semplice, creato nel 2009
da uno sviluppatore indipendente, che ha conquistato mezzo mondo soltanto con il passaparola. Fino a
questo momento, Minecraft ha incassato la bellezza di 33 milioni di dollari. Per l'esattezza, 1875519 utenti
hanno messo mano alla carta PayPal per acquistare la versione "Survival" del gioco che include abilità extra
rispetto alla versione gratuita, e la necessità di difendersi da vari tipi di creature. In realtà Minecraft non è
neppure finito (la versione finale è attesa per novembre) e il gioco continua ad aggiungere novità di continuo:
l'aggiornamento beta 1.5 in uscita questa settimana aggiungerà anche un nuovo sistema di statistiche, gli
obiettivi sbloccabili e gli imprevisti delle condizioni atmosferiche. Markus "Notch" Persson, il giovane
programmatore svedese seduto sopra questa miniera d'oro ha confermato che nel prossimo futuro arriverà
anche un'applicazione mobile di Minecraft dedicata ai terminali iOS. Roberto Pulito TAG: mercato, software,
videogame, mobile, Minecraft CONDIVIDI:
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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Minecraft tira le somme
12/04/2011
09:22
Punto Informatico
Sito Web
Minecraft tira le somme Il videogame creato da Markus Persson è stato acquistato da quasi 2 milioni di
giocatori. Senza l'aiuto di publisher o campagne pubblicitarie Roma - Un gestionale per PC che chiede di
spostare e assemblare blocchi per costruire "cose" all'interno di un universo poligonale, completamente
plasmabile dal giocatore. Un sandbox dalla longevità infinita travestito da giochino semplice, creato nel 2009
da uno sviluppatore indipendente, che ha conquistato mezzo mondo soltanto con il passaparola. Fino a
questo momento, Minecraft ha incassato la bellezza di 33 milioni di dollari. Per l'esattezza, 1875519 utenti
hanno messo mano alla carta PayPal per acquistare la versione "Survival" del gioco che include abilità extra
rispetto alla versione gratuita, e la necessità di difendersi da vari tipi di creature. In realtà Minecraft non è
neppure finito (la versione finale è attesa per novembre) e il gioco continua ad aggiungere novità di continuo:
l'aggiornamento beta 1.5 in uscita questa settimana implementerà anche un nuovo sistema di statistiche, gli
obiettivi sbloccabili e gli "imprevisti" delle condizioni atmosferiche. Markus "Notch" Persson, il giovane
programmatore svedese seduto sopra questa miniera d'oro ha confermato che nel prossimo futuro arriverà
anche un'applicazione mobile di Minecraft dedicata ai terminali iOS. Roberto Pulito TAG: mercato, software,
videogame, mobile, Minecraft CONDIVIDI:
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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Minecraft tira le somme
13/04/2011
Il Fatto Quotidiano - Ed. nazionale
Pag. 16
(tiratura:100000)
Se i videogiochi sfidano ormai direttamente le pellicole di Hollywood (il titolo "L.A. N o i re " della Rockstar,
verrà presentato al prestigioso festival cinematografico di Tribeca), è una buona idea quella di creare
competenze specifiche per l'intrattenimento videoludico. In questo senso si muove il corso per imparare a
scrivere una sceneggiatura per un videogioco in programma a Bologna che, unico nel suo genere in Italia,
sarà attivato nel 2012 grazie alla collaborazione tra la Bottega Finzioni di Carlo Lucarelli e l'Archivio
videoludico della Cineteca di Bologna. Gli allievi lavoreranno a un progetto che possa avere uno sbocco
produttivo, che possa insomma trasformarsi in un vero "titolo". Un assaggio della novità si potrà avere
partecipando a un workshop di tre incontri con professionisti del settore in programma il 9, il 23 e il 24 maggio
a Bologna. La quota di partecipazione è in totale di 120 euro. Le iscrizioni possono essere effettuate entro il 2
maggio 2011 tramite il sito on line della Bottega.
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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SCRIVERE VIDEOGAME CORSO DI CARLO LUCARELLI A BOLOGNA
12/04/2011
Film TV - N.15 - 17 aprile 2011
Pag. 26
SEMPRE PIÙ CINEMA NEL MONDO DEI VIDEOGAME , A PARTIRE DA HOMEFKOMT DI JOHN MILIUS,
BRUTAL LEGEND CON JACK BLACK, CRYSIS 2 MUSICATO DA HANS ZIMMER E L'ATTESO LA. MOIRE
DI ANDREA FORNASIERO
Dcad Spacc S Incrocio tra Resident Evil e Alien, la saga di Dead Space continua a fare paura anche dopo il
primo capitolo. Da un'idea di Warren Ellis (Red), anche due film d'animazione e una miniserie a fumetti, finora
inediti in Italia. Bulletstorm Sparatutto dal ritmo incalzante e azione sopra le righe, con uccisioni creative
condite da turpiloquio, Bulletstorm è scritto da Ride Remender e ricorda per immediatezza e divertimento la
serie di Duke Nukem. Videogioco di società per sfidare gli amici a interpretare le scene più memorabili di film
e telefilm, al posto o al fianco dei propri attori preferiti. Il tutto grazie alle nuove tecnologie di Kinect per Xbox
360 e Playstation Eye. Sul grande schermo l'ispirazione da pc e console è di frequente un pretesto per
liberarsi della trama e darsi al puro spettacolo, purtroppo spesso non poco ripetitivo, come in Sucker Punch di
Snyder o negli ultimi Resident Evil di Paul W.S. Anderson (Inception ed eXistenZ sono eccezioni). Al
contrario la narrazione e il cinema si fanno via via più importanti nei videogame. Tra i casi più eclatanti
dell'evoluzione del genere figura Homefront di Milius, scritto dal regista di Alba rossa e sceneggiatore di
Apocalypse Now, titoli che il gioco in qualche modo richiama, sia per l'orrore di una guerra contro un nemico
asiatico (nordcoreano), sia per l'ambientazione di un'America invasa, dove nasce una resistenza nei
sobborghi di provincia. Piccole cittadine caratterizzate da villette con giardino, complessi commerciali e
parcheggi, sono trasfigurate in un incubo repressivo dove gli invasori non sono zombie o alieni, bensì un
esercito occupante. Siamo introdotti in questo scenario da un montaggio di notiziari, mappe e scene di
devastazione che riassumono gli eventi occorsi fino al 2027, quindi ci ritroviamo nei panni di Robert Jacobs,
ex pilota dei marines ora spiantato. Salvato dalla resistenza, collabora con i ribelli a una serie di pericolose
missioni, volte a sferrare uno spettacolare e tragico contrattacco che culminerà sul Golden Gate di San
Francisco, tra guerriglia, bombardamenti e azioni kamikaze. Jacobs è tanto protagonista quanto spettatore,
perché il leader della missione è il veterano Connor, che impartisce ordini più o meno lucidi: di fronte a
cadaveri statunitensi sotterrati con i bulldozer in una fossa comune, trascinerà tutto il gruppo in un'azione di
sterminio. Questa disturbante visione degli States, approfondita nel romanzo Homefront. La voce della libertà
(vedi Film Tv n. 11/2011), non manca di stoccate agli stessi americani: verso i gruppi più indipendentisti - che
non vogliono aver nulla a che fare con il governo federale - e verso la massa sempre pronta alla xenofobia,
richiamando il razzismo degli anni 40 contro chi aveva gli occhi a mandorla, poco importa se cittadino Usa da
generazioni. Il finale critica poi l'inerte comunità europea (chissà se Milius l'avrebbe scritto anche oggi, dopo
l'intervento in Libia). Si è costretti nel percorso di gioco dalla narrazione forte, dove la linearità è però
compensata (oltre ovviamente alla modalità multiplayer) da situazioni piuttosto varie: la guerriglia, gli
appostamenti come cecchino, pilotare un elicottero e persino teleguidare un attacco aereo. Nonostante
l'assurdità della premessa di un'invasione nordcoreana in Usa (si vocifera dovesse essere cinese, ma poi si è
preferito evitare l'incidente diplomatico), l'azione frenetica e i colpi di scena ci rendono parte di un disperato
inno alla resistenza contro l'oppressione. A suo modo, Homefront è un graditissimo ritorno Ir
Anche qui un'America devastata da un'invasione (più convenzionalmente aliena), ma in questo caso l'azione
ha luogo in una New York sventrata da armi devastanti e spopolata da un virus tremendo. Contro tutto questo
un solo marine, Alcatraz, braccato da tutti ma dotato di un'armatura sperimentale che potrebbe essere la
chiave per il vaccino. Il miglior motore grafico ora in circolazione, il CryEngine, basterebbe a fare di Crysis Z
un grande spettacolo. Non ci si è però accontentati e ogni aspetto del gioco ha beneficiato di grandissima
cura: la trama è scritta dal romanziere Richard Morgan (in Italia pubblicato da Edizioni Nord), il tema musicale
portante è composto da Hans Zimmer (// Re Leone) e il 3D stereoscopico, ovviamente opzionale, è stato
elogiato da James Cameron. A.FO.
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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APOCALISSE USA
12/04/2011
Film TV - N.15 - 17 aprile 2011
Pag. 26
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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Dopo aver rivisitato il genere western con le molte citazioni cinematografiche del notevole Red Dead
Redemption, la Rockstar Games è prossima a distribuire un titolo che è tutto un programma: LA. Moire (in
uscita il 20 maggio). Protagonista Aaron Staton, il Ken Cosgrove di Mad Men, nei panni digitali di Cole
Phelps, ex eroe della Seconda Guerra Mondiale e ora poliziotto in uno scenario à la James Ellroy. Il gioco si
propone come «l'anello mancante tra cinema e videogame», immerso in atmosfere noir dalla colonna sonora
jazz, con un motion capture della recitazione preciso fin nel labiale, al punto che Rockstar Games rifiuta il
doppiaggio. Ne riparleremo. A.FO.
13/04/2011
BravaCasa - N.5 - maggio 2011
Pag. 146
(diffusione:197387, tiratura:275779)
ANNOIATI DAI MESSAGGI ECOLOGICI? SI PUÒ SALVARE IL PIANETA DIVERTENDOSI: CON UN
VIDEOGAME DOVE LA SFIDA È QUELLA DI CREARE UNA CITTÀ PIÙ VERDE. POI, PER STACCARE LA
SPINA, CI SONO I PUPAZZI ANTI SPRECO.
JACOPO CIRILLO
Capita spesso che ci sia una legittima diffidenza verso i giochi di edutainment, creati cioè non tanto per
divertire quanto per far passare un messaggio educativo, di qualsiasi tipo. Ciò accade talvolta per la scarsa
qualità del prodotto, o per la maggiore attenzione dei programmatori all'insegnamento più che alla
GIOCABILITÀ . In rete però c'è un videogioco, creato da un team di studenti dell'Università paulista brasiliana
e vincitore dell'Independent Game Festival del 2009, che scredita tutto il ragionamento precedente: City Rain
. In un mix tra Sim City, celebre esperienza urbanistica in cui l'utente deve progettare, costruire e gestire una
città, e Tetris , il puzzle-game più famoso del mondo, lo scopo di City Rain è essenzialmente creare e
mantenere infrastrutture che contribuiscano a rendere una città più verde e sostenibile. In questo universo
possibile, il giocatore è un membro di una forza di polizia, la Rain (Rescue and Intervention Non-profit), che
ha il compito di ristrutturare le città prima che vengano penalizzate dalla temibile World Environment
Protection Agency. Questo però è un gioco vero, non un semplice pretesto per imparare, e allora c'è anche il
cattivo: la Bane Industries, una delle ultime MULTINAZIONALI del mondo che rifiuta di uniformarsi alla nuova
tendenza green e fa di tutto per rovinare i piani della Rain. City Rain è prima di tutto un bel videogioco
scaricabile on line per poco meno di 10 dollari. Collateralmente insegna molte cose interessanti
sull'importanza di un approccio green e sostenibile alla costruzione di una città, virtuale, e alla vita, reale, di
tutti i giorni. Sul sito www.ovologames.com/cityrain si può eseguire il DOWNLOAD e guardare molte demo
per farsi un'idea. E, se dopo aver finito di giocare si lascia il computer o il led acceso, ci sono i No Waste!
Design Toys, pupazzi creati a partire da SCARTI INDUSTRIALI provenienti dalla lavorazione del pannolenci,
che assumono, nelle parole della creatrice, Elena Salmistraro, "espressioni di terrore davanti agli sprechi e al
disagio che sta vivendo la società odierna". In questo modo la loro presenza, così ben marcata
dall'espressione che hanno in faccia, funziona come perfetto promemoria per staccare la spina, anche con la
testa, e magari leggersi un buon libro (informazioni e prezzi sul sito www.elenasalmistraro.com/home/toysdesign ) .
Foto: I PUPAZZI No waste! Design Toys (a lato) sono stati creati dalla designer milanese Elena Salmistraro a
partire da scarti industriali provenienti dalla lavorazione del pannolenci.
Foto: Sopra, due immagini dal VIDEOGIOCO City Rain. Ideato da un team di studenti brasiliani, è scaricabile
online.
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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METTERSI INGIOCO
12/04/2011
e20express.it
Sito Web
Il Gruppo ha organizzato un flash mob per presentare il nuovo gioco Kinect Dance Central, che ha come
protagonista Kylie Minogue, con 50 insospettabili ballerini che hanno animato la città milanese.
Gruppo FMA è riuscito ad accostare una cantante del calibro di Kylie Minogue, di passaggio a Milano con il
suo tour europeo, e la più appetibile consolle giochi del momento, organizzando per Microsoft e Xbox 360 il
primo Flash Mob - Tributo all'artista, mai realizzato in Italia.Sulle note del famosissimo brano 'Can't get you
out of my head' della pop star australiana presente nel gioco Kinect Dance Central, un gruppo di ballerini
professionisti hanno interpretato le coreografie del balletto davanti ad un fondale mobile che riproduceva lo
screenshot del videogioco. Alla partenza della musica, 50 insospettabili comparse hanno iniziato ad
avvicinarsi alla scena, mano a mano a formare una spettacolare coreografia generale in perfetto Broadway
style, come fossero stati davanti ad un enorme televisore ed al loro videogioco preferito. Inoltre, grazie al tam
tam fatto attraverso il fan club di Kylie Minogue, blog e comunities in target, molte decine di giovani che erano
in attesa nelle piazze programmate si sono uniti al balletto generale che ha suscitato la curiosità e il
divertimento del folto pubblico presente.Da piazza Duomo a via Torino, dalle Colonne di S.Lorenzo a Largo la
Foppa, queste le tappe principali delle incursioni effettuate, ognuna documentata fotograficamente e postata
in tempo reale sul web dai blogger al seguito.Tutta l'organizzazione e regia è stata curata da Gruppo FMA
mentre la parte web e comunicazione dell'evento da Edelman Pubbliche Relazioni.Al link il video dell'evento:
http://youtu.be/emBoSA3Q6eA
VIDEOGIOCHI - Rassegna Stampa 13/04/2011
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La proprietà intelletuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
FMA realizza il primo Flash Mob-Tributo a Kylie Minogue per Microsoft
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Rassegna Stampa del 13/04/2011