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edizione del 29/08/05
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La disumanizzazione dell’arte
(luca sossella 2005)
Un pamphlet sociologico-filosofico di Josè Ortega y Gasset risalente al 1924. Un
precipitato di lucide riflessioni e luoghi comuni sull’arte contemporanea. E alcune idee
sociali palesemente reazionarie...
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lunedì 29 agosto 2005
La disumanizzazione dell’arte di Josè Ortega y Gasset –corredato da una
prefazione di Edmondo Berselli (La ribellione delle arti) e da una postfazione
di Elena Del Drago (Fuori dal dominio)– consta di tredici paragrafi nei quali
l’autore inanella le proprie tesi. Un breve pamphlet sufficiente per
evidenziare la capacità dell’autore di intravedere le potenzialità di uno studio
dell’arte dal punto di vista sociologico, anticipando di una trentina d’anni la
storia sociale dell’arte. Con i dovuti distinguo, poiché Ortega y Gasset non
stabilisce correlazioni tra forme di organizzazione sociale e tendenze artistiche, ma si
limita ad analizzare il rapporto del pubblico con le opere.
L’intera struttura argomentativa del libretto prende avvio e si fonda sull’osservazione di
una disposizione sostanzialmente unanime da parte della società/pubblico nei confronti
delle arti giovani nel loro complesso. In altre parole, il filosofo assume la constatazione
dell’impopolarità, anzi dell’antipopolarità delle arti giovani come indizio decisivo per
individuare il carattere comune e fondamentale della ricerca artistica dell’inizio del XX
secolo. E conclude che tale carattere risiede nel rifuggire da ogni possibile forma di
immedesimazione del fruitore nell’opera d’arte, nell’abolizione di “contenuti umani” -siano
essi la rappresentazione di figure in pittura o la messa in musica di drammi e passioni- per
tendere invece a un’arte artistica, il cui senso interamente estetico risiede nella
contemplazione. Per buona parte del libro, l’autore si dedica ad argomentare in favore di
un’arte artistica dunque, di un’arte che non può ripetere le forme del passato,
mostrandosi sostanzialmente solidale con gli artisti giovani. Nel far ciò, con grande
lucidità riesce a individuare una serie di caratteristiche fondanti dell’arte di quell’inizio
secolo.
Tuttavia Ortega costruisce anche una frode, porta avanti un trucco argomentativo, poiché
limitandosi a cercare “di estrarre la […] tendenza” dell’arte nuova, non pronunciandosi su
quel che pensa delle realizzazioni di “questo stile nascente”, può scoprire le sue carte solo
al termine, dichiarando: “Si dirà che l’arte nuova non ha prodotto finora niente che meriti
la pena, e io mi sento assai incline a pensare la stessa cosa”.
È ancora in chiusura del testo che il filosofo presenta, e
verrebbe da dire non dimostra, un’altra di quelle che
dovrebbero essere le tesi forti del libro. L’arte degli
artisti giovani è sì un’arte artistica, ma -si domanda
Ortega- lo è in disprezzo dell’arte o in suo amore? E
arriva a sostenere che quest’arte così costitutivamente
incline a un’ironia/farsa è intrascendente; rinuncia cioè,
nel contenuto, a investire i più gravi problemi
dell’umanità e di per sé a rappresentare un’“energia
umana che conferiva giustificazione e dignità alla
specie”.
Nascono
allora
due
interrogativi
conclusivi:
l’impopolarità o antipopolarità delle arti di inizio secolo
non era forse da considerarsi un fenomeno transitorio
piuttosto che essenziale, legato cioè ai tempi di
accettazione del nuovo? Era ed è quell’arte
intrascendente? Per rispondere a quest’ultima domanda
lascerei la parola a Pablo Picasso: “Les Demoiselles
sono state il mio primo dipinto di esorcismo. È allora
che ho capito che quello era il senso stesso della
pittura. Non si tratta di un processo estetico. E’ una
forma di magia che si interpone fra l’universo ostile e
noi, un modo di prendere il potere imponendo una forma
ai nostri terrori come ai nostri desideri. Il giorno in cui l’ho capito, ho saputo che avevo
trovato la mia strada”.
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