dello stesso Autore:
1989 - Lungo pranzo degli dei in Baviera, Poggibonsi, Lalli editore
1989 - Au château d’If, in Vaga la fantasia, La repubblica
1989 – Tabarin, “Temporali” n. 2, Bologna, Editoriale Mongolfiera
1991 – Gioco di coppie 1: paesaggi di mare, “Tutto Ferrara” n. IV,
30
2014 – Dentro/fuori - memorie di un sessantasettenne
2015 – Don Giovanni nel teatro letterario italiano
Ottavio Malavasi
40 ANNI
DI DURO LAVORO
MISCELLANEA
di studi 1965-2007
©2015 Ottavio Malavasi
versione .pdf all'indirizzo www.webalice.it/ottaviomal/miscel.pdf
INDICE
Prologo
Parte prima - Letteratura
1.1
Colloquio ideale fra i giovani e Dante
nel settimo centenario della nascita
1.2
Introduzione alla lettura del canto XXIX
del Purgatorio
1.3
Il teatro del Rinascimento: introduzione
alla Mandragola di Niccolò Machiavelli
1.4
Gramsci critico teatrale
1.5
Il teatro e l'Islam
1.6
La scrittura teatrale
Parte seconda - Storia
2.1
Appunti
2.2
Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una
superpotenza: una lettura critica
Parte terza - Ricerche
3.1
Il disagio scolastico: una esperienza di
ricerca e progettazione
3.2
Disagio giovanile e relazione docentestudente: storia di un'esperienza
3.3
L'identità della sinistra
3
7
11
29
43
97
119
151
229
303
329
339
1
2
PROLOGO
Ho l'impressione di cominciare ad esagerare! Prima le memorie1, poi la tesi di laurea2 e adesso questa miscellanea di scritti
di letteratura, storia e ricerche sul sociale.
L'impulso è sempre lo stesso: riprendendola in mano, questa
vecchia roba mi pare degna di considerazione, certo più che
non quando la scrissi; è il solito effetto di sottovalutazione da
cui ero afflitto, ma da cui pare sia guarito. Ovvio che non avrei
preferito essere un presuntuoso e un vanitoso concentrato
nella lode di se stesso e incapace di collocarsi nella scala dei
valori in nessun altro luogo che all'apice, ma appunto mi pare
di aver esagerato nell'understatement, che per altro continuo
a coltivare ad esempio ipotizzando che adesso sto esagerando
con 'sta mania di pubblicare (ma siccome lo faccio a mie spese
e non scoccio nessuno, che male c'è?).
Oppure, forse la motivazione è la stessa che mi spinse alla redazione di Dentro/fuori: un bisogno di mettere ordine, prima
della prevedibile dipartita, senza lasciare gravami ad altri.
In verità, con questo volumetto la mia opera omnia è pressoché completa; mancano i racconti (editi ed inediti), i testi teatrali e alcuni tentativi poetici, vedrai che prima o poi ci torno
su; mancano i miei scritti politici, ma di quelli non ho quasi più
niente perchè consistettero soprattutto in interventi, lettere ai
giornali e documenti collettivi (in realtà redatti quasi interamente da me): tutto ciò è andato perso, anche grazie al fatto
che il mio "segretario" Remo, quando non fui rieletto, buttò
1
2
Dentro/fuori - memorie di un sessantasettenne, 2014.
Don Giovanni nel teatro letterario italiano, 2015.
3
via tutto il mio archivio e forse fece bene (rimpiango solo la
perdita della famosa cartellina "cazzate" in cui avevo riposto
atti miei ed altrui da null'altro motivati che dalle stupide regole del gioco della politica). Mancano anche le piccoli ricerche
che ho fatto fare ai miei studenti per molti anni, in cui evidentemente il mio apporto era importante, soprattutto in fase di
elaborazione del rapporto finale; mah, magari si potrebbero
esumare anche quelle, alcune sono davvero carine.
E alla fine di tutto questo lavorio archeologico, si potrebbe,
come ironizzavamo con l'amico Enzo prematuramente scomparso, fare l'edizione completa in carta di riso che ogni Autore
canonizzato merita, con fotografia ed autografo.
Nel trascrivere questi testi ho fatto pochissime correzioni, intervenendo su errori di battitura e simili, ma dove necessario
ho cercato di chiarire qualche punto, senza, spero, falsare lo
stile originale, da quello un po' confuso degli scritti giovanili a
quello più ragionato dei successivi. Ovviamente, il titolo richiama i fasti del mai dimenticato prof. Aristogitone3, modello
per tutti noi che abbiamo dedicato la vita alla scuola, in cambio sì di uno stipendio garantito, ma pur sempre con una certa qual spinta ideale.
Spero che gli amici destinatari di questa stampa trarranno un
qualche diletto dai saggi di lettura che ne faranno; grato della
loro benevola disposizione, li saluto ancora una volta da questo prologo.
3
Per i più giovani: uno dei personaggi di Alto Gradimento, trasmissione radio cult degli anni '70 inventata da Arbore e Buoncompagni.
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PARTE PRIMA - LETTERATURA
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6
1.1 - COLLOQUIO IDEALE FRA I GIOVANI
E DANTE NEL SETTIMO CENTENARIO
DELLA NASCITA4
4
Questo è il tema con cui vinsi il "Premio Galvani" del mio Liceo,
nell'anno 1965.
E' incredibile, anche se comprensibile, che tutto quello che gli studenti scrivono nel corso della loro carriera scolastica vada distrutto; questo mio tema si è salvato solo perchè mi è stato restituito.
Di tutti gli altri rimane solo il ricordo: quelli spesso di fantasia e di
avventura che facevamo alle medie (alla prof piacevano soprattutto i miei e quelli di Gigi Canè ed Andrea Legnani) e il giorno del
tema era quasi una festa, quelli seriosi e pallosi delle superiori...
A rileggere questo 50 anni dopo sento una terribile puzza di scuola: non contraddire l'assunto del tema, lodare sperticatamente ciò
o chi è oggetto di studio, aggiungere sempre un po' di artifici oratori come se si dovesse declamare il testo... insomma, seguire i
precetti della rettorica gesuita. In quel 1965 centenario di Dante
non so quanti temi confezionammo sull'argomento, ed io evidentemente mi ero fatto esperto e accorto: scrivere scrivere, senza
dire quasi nulla.
Nonostante debba riconoscere che il mio parto è scritto in un ottimo italiano, aulico quanto basta e con qualche vezzo non eccessivo di vocabolario e sintassi, mi domando tuttavia perchè fu scelto il mio tra i tanti: ma credo di avere la risposta! Perchè sembra
sincero; invece, era solo conformista, fino a tanto midollo che non
ne ero nemmeno consapevole. D'altra parte, la scuola è questo
(addestramento all'uso delle idee ritenute appropriate, che sono
quelle che apposta ti vengono insegnate) e non è detto che sia il
male peggiore.
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In pratica si può affermare che da più di sei secoli un importantissimo e nutrito ramo della critica si occupa di Dante e della sua opera poetica e trattatistica. E questo in tutti i sensi, da
quello filologico a quello più propriamente estetico. La relativa
vicinanza del poeta, in confronto ad altri ovviamente, la certa
tradizione del suo testo non darebbero di per sé stessi adito a
tutte quelle questioni, che, allora, si pongono causa la immensa grandezza dell'anima che in quelle pagine si espresse, o
meglio quasi si confessò. Grandezza che non vuole solo significare statura storica e poetica, ma anche ricchezza di problemi
e situazioni: la problematica dell'uomo nel suo rapporto con
Dio e con l'Umanità, uomo e società nello sviluppo e nella costruzione di essa, uomo e Dio nella ricerca di una felice superiore risoluzione di rapporti. Le conclusioni a tali problemi sono quelli di un medievale, le più alte, se non le più nuove, di
una spiritualità che vanta una tradizione di innumeri secoli. Al
moderno tali conclusioni possono apparire sotto molteplici
aspetti: credo per lo più concezione valida solo in senso storico, cioè come miglior espressione del pensiero di un'epoca
lontana, se non molto per numero di secoli, certo immensamente per i grandi mutamenti, di ordine storico e ideologico,
in essi avvenuti. Ma all'uomo del nostro tempo è possibile accettare la formulazione di tali problemi perché questi sono in
fondo ancora i suoi: non parlo della filosofia ufficiale, quanto
piuttosto di quella semplice nella totalità delle proposizioni,
che chiamerei personale, dalle speculazioni della quale derivano moralità ed ideali. Credo che solo in questo senso, sia
pure con palesabili limiti, all'uomo moderno sia possibile intendere il pensiero di Dante, ovviamente però non come un
puro fatto di cultura al quale restare estranei ed indifferenti,
ma come appunto la più completa formulazione di un'aspirazione umana al divino dell'antichità. E come tale comprenderla, anche senza condividerla, trovare in essa l'uomo che pensa
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e vuole, e con ciò scoprire l'intima grandezza poetica. Ed è
perciò naturale parlare infatti di quella divina "Commedia" che
è il fulcro di un'attività e l'apice di un pensiero. La poesia, non
voglio dire rivesta la forma filosofica, ma è da essa causata.
Proprio dalla sincera adesione, che pare spontanea, al pensiero nasce la poesia, nasce la lirica, frutto appunto della sentimentale espressione di questo mondo di valori e di idee. La
forma che riveste è piuttosto la costruzione, la materializzazione se vogliamo, di questo mondo, tratta da un costume, il
che comporta qualche stridore, dovuto credo più alla impossibilità di comprensione da parte nostra, che alla reale limitazione da parte del poeta a superare le barriere che una certa
moda culturale poneva alla sua libera creazione: voglio dire
insomma che di fronte alla a-poeticità e stramberia di certi
fatti dobbiamo fare più un colpa a noi, resi incapaci da secoli
di storia a comprendere il significato, fra l'allegorico e il religioso, dato a certe cose. Ma questo vuole solo porre il problema di quanto sia a noi comprensibile del mondo reale che
Dante ha costruito nella sua opera. Comunque se ne possano
trarre le conclusioni, resta pur sempre tutti il meraviglioso mistero di questa poesia, fatta di filosofia religiosa, di pittura, di
scienza, di politica, di umanesimo in una parola. Credo che in
fondo a tutti Dante faccia questo effetto: un mistero è la sua
poesia, donde realmente venga e di cosa realmente sia fatta.
Ma Dante non è solo un poeta: per me anzi è di più, è in fondo
un simbolo. Il simbolo dell'uomo che crede, combatte, serio di
idee, ricco di cultura, padrone di se stesso. Come ogni simbolo
parrebbe lontano dalla realtà del suo tempo: ma da ciò lo salva il suo impegno nel tempo, la sua forza politica, la sua animosità. E questa completezza lo rende grande. E a questo
punto diventa quasi inutile domandarsi se Dante sia attuale o
no: il problema può solo porsi riguardo quei valori che egli espresse, in forma eterna perché poetici. La lotta di ogni uomo
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si vuole compendiare in quella sua contro il peccato e contro il
male, in quella contro la malsana autorità e la corruzione. E
non c'è bisogno di fare del poeta un moralista per poter affermare che egli è maestro di comportamento: quella seria
opposizione, fatta di cultura, diventa l'unica degna dell'uomo.
E ciò che vale in Dante, oggi e sempre, è la sua capacità in ogni
tempo di suggerire qualcosa all'uomo: sarà la potenza della
rivelazione cristiana quale egli sente, sarà la grandiosità del
sistema politico che gli ispira la condotta civile, sarà anche solo, solo non in senso qualitativo, la forza degli ideali che gli
propose. Sempre ad ogni uomo giungerà qualcosa del pensiero del poeta. Anche all'uomo moderno, a cui può portare il
sentimento della necessità di una sintesi, ad esempio. E a noi
giovani? Certamente un senso della vita dell'uomo e della poesia altissimo. Un senso estetico, che nasce direttamente dal
misterioso fascino dei versi e qui per fascino intendo la naturale attrazione al bello; uno civile, che scaturisce appunto da
quella sintesi grandiosa che però sa non annullare l'uomo nella sua finitezza e particolarità, di cui parlavo sopra. E queste
due cose sono quelle più grandi che si possono domandare a
un poeta. Dante le sa donare.
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1.2 - INTRODUZIONE ALLA LETTURA
DEL CANTO XXIX DEL PURGATORIO5
5
Dice il mio amico Vanni che nello scegliere il XXIX del Purgatorio
per la Lectura Dantis affidata ad un alunno della III F nell'Anno
centenario 1965 compii un atto coraggioso, evitando un canto più
classico e rinomato. Non fui consapevole di tanto ardire: in realtà
ero attratto dal teatro e quello era forse l'unico che c'entrava un
po'. Affrontai il compito seriamente e scrissi anche a mio zio Riccardo Dusi, italianista di vaglia, per avere lumi su cosa leggere; lui
si limitò a indicarmi i commenti più in voga e quindi ad essi, quelli
che potevo avere sottomano, mi limitai. Feci una bozza con la Remington di mio papà, ma poi scrissi il testo finale su un macchinone dell'Istituto dei ciechi "Cavazza" che aveva caratteri più grandi;
e non lo feci leggere preventivamente a nessuno, mi pare ma non
ne sono certo.Il giorno della conferenza, c'erano i miei compagni e
forse nessun altro; non ricordo che ci fosse nemmeno il prof di italiano, Polloni, che comunque non fece alcun commento nè prima
nè dopo: strano comportamento, per lui era una formalità da cui
rifuggiva, ma a me avrebbe fatto piacere. Quel pomeriggio, poi
tornammo al Cavazza a studiare; non mi pare di essere salito nelle
stima dei miei amici, anche se in proposito eravamo molto discreti.
Verso la fine dell'anno fui chiamato in Presidenza e mi affidarono
le bozze da correggere (ovviamente non sapevo come si facesse,
ma imparai); qualche tempo dopo mi consegnarono 50 copie del
mio testo: mi domandai che farne e non sapendolo le scialai dandone una un po' a tutti, tanto che me n'è rimasta una sola.
A rileggerla oggi non è poi tanto male, ma è evidente che avrei
voluto fare di meglio, cioè parlare del teatro medievale, ma non ne
sapevo nulla; comunque, corre via liscia e quasi non ci si accorge
che non va da nessuna parte. Quanto allo stile, è un tema: quello
sapevo fare e quello ho fatto.
11
12
Credo sia tutti evidente che uno dei principali banchi di prova
di ogni sistema critico in campo letterario sia proprio l'opera di
Dante: e questo per moltissimi motivi, primo fra tutti la grandezza del Poeta. E ugualmente metro di giudizio nei riguardi di
una critica credo sia la maggiore o minore comprensione da
parte di essa di un certo Dante, cioè di quello creduto più spiccatamente medievale e quindi più oscuro, artificioso e lontano
dalla pura poesia: vedendo queste parti come espressione di
mentalità medievale e dandone un giudizio negativo in quanto
tali, si può arrivare perfino a svalutare molta parte dell'intera
opera, facendo una vera propria graduatoria dei canti migliori
e dimenticando che non è assolutamente concepibile immaginarne anche uno solo disgiunto dagli altri, fuori dal suo contesto, a sé stante. Infatti tutta la ricchezza di significati, analogie,
motivi si spiega solo attraverso il pensare unitariamente tutta
l'opera: si tratta insomma di un discorso continuato, in cui
tutto contribuisce e va visto in funzione dell'insieme. Dalla
stessa organicità del poema ciò è chiaramente intuibile: veramente si tratta di un viaggio, con un suo inizio e una sua fine,
con i suoi motivi causali e naturalmente le sue conclusioni; e
fermarsi su particolari momenti di ispirazione poetica mi sembra accettabile solo se accompagnato dalla decisa volontà di
considerare tutto come parte dell'opera, cioè di non porsi in
una posizione di cernita sempre frutto di presunta superiorità,
ma di critica nel senso di avvicinamento dei termini poesia e
comprensione.
A me interessa soprattutto dunque, e ciò spiega l'introduzione, indagare il significato che ha il canto XXIX in tutto l'insieme. Subito il discorso si presenta in questi termini: a che cosa
serve tutta quella processione sulle rive del Letè, che sembra
interrompere con una minuziosità difficile l'armonia dei canti
precedenti, tutti soffusi di una luce divina, di delicatezza sentimentale e di sentimento di puro amore? Per rispondere mi
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sembra necessario tornare un po' indietro per vedere il passato e un poco avanti per comprendere meglio: dunque, in sintesi, Dante è salito, e di una vera e propria salita si tratta, fino
al Paradiso terrestre: lì deve incontrare Beatrice secondo
quanto gli è stato detto da quel Virgilio che lo ha accompagnato in valore e figura di simbolo; si tratta perciò di una conclusione e di un inizio, di un passaggio da una sfera ad un'altra.
E' la fine, ho detto, della lunga ascesa per le chine del monte
ed è in pratica la conclusione del viaggio nei due regni del peccato; quindi una purificazione, una processione mistica sono
più che giusti, come chiusura di un capitolo che, se l'esperienza del poeta non può dimenticare, certo la sua fede vuole. Ma
ciò che mi sembra più importante è l'inizio: a questo punto
comincia il contatto con ciò che è più vicino al divino, rappresentato da Beatrice, la donna stilnovisticamente mediatrice fra
cielo e terra. E qui si esprime tutto l'amore di Dante: essa,
simbolo di ogni bene, deve apparire in mezzo a una fantasmagoria, a una coreografia tale da lasciare attoniti di incomprensione, di stupore e tale da ridurre proprio nei termini dovuti la
presunzione. Questa processione è fatta per lei, che sarà il
centro verso di cui tutta l'espressione della fede umana (i libri
sacri) si volgeranno e in questo Dante non è certo pagano,
giacché per lui la Donna era veramente portatrice di divino e
ispiratrice di fede. La processione serve dunque a definire
l'ambiente per l'apparizione di Beatrice e soprattutto la condizione necessaria nell'animo del poeta per il successivo pentimento.
Ma oltre tutto ciò, genericamente, essa mette in chiaro certe
peculiarità di tutto il pensiero dantesco, tipiche d'altronde più
di una cultura che di un solo uomo, poeta.
Prima fra tutte, l'ordine. Credo a tutti sia risultata evidente
che nelle due cantiche trascorse tutto abbia il suo significato, il
suo posto, il suo schema: nell'ordine dei gironi, dei cerchi, in
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tutto insomma, all'ispirazione si unisce questo desiderio, o
questa esigenza. Naturalmente ciò non esclude una grande
libertà, ma determina in un certo senso molte cose e ne spiega
molte altre. Più semplicemente, il fatto che si tratti di una processione non deve meravigliare: è tipico di tutto il Medioevo
sognare una perfetta costruzione dell'aldilà, vedere anche,
forse, dopo la morte ordine e giustizia avverati appieno; caratteristica principale di una civiltà è appunto il vedere tali ideali
realizzabili al di qua o realizzati al di là della morte. Dante li
vede più dopo di essa, sia per reazione alla sua esperienza sia
soprattutto per motivi religiosi. Genericamente la processione
rappresenta la più completa forma di ogni culto: basta pensare all'organizzazione della devozione dei Santi e alle reliquie
del Medioevo. Però questa processione è complicata, se così si
può dire, da un fatto: è simbolica, nel senso che qui ogni cosa
ha un suo significato recondito, più o meno a seconda dei casi,
ogni particolare è importante e necessario all'insieme.
I trentuno vecchi, i quattro animali, le sette donne hanno certo rapporti non casuali con la storia sacra, dovrebbero per certo significare i libri sacri, i Vangeli, le Virtù; ma se Dante non ci
dà una sua spiegazione, una sua interpretazione del fatto e
non tenta anzi nemmeno di capirlo, se non si pone il problema
in altre parole, vuole chiaramente dire che la cosa non lo interessa e che anzi una maggiore incomprensione giova all'effetto. Come già detto infatti, l'ambiente spirituale doveva essere
di sottomissione assoluta.
In generale ancora la processione esprime anche questo sentimento: il significato dei Libri sacri. Scritti da Dio secondo il
dogma, essi servirono a dare agli ebrei loro una legge attraverso la quale giungere alla piena morale, norma di vita voluta
dall'Ente supremo; per un cristiano essi rappresentano la prima ed unica rivelazione del divino all'umanità intera e come
tali precedevano e accompagnavano ogni comprensione. E qui
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infatti sono alla base di una successiva rivelazione, quella di
Beatrice, accompagnano insomma l'uomo nel suo ipotetico
ascendere a Dio, nella sua ricerca dell'irraggiungibile contatto.
E in fondo rappresentano anche la storia dell'uomo, cui per
grazia di Dio è stato una volta per tutte indicata la via da seguire; essi cioè sono alla base di ogni elevamento spirituale.
Altra cosa da mettere in rilievo, posta dalle ipotesi dei commentatori e chiosatori di Dante, è il significato complessivo
della processione: in essa si è voluto vedere il trionfo della
Chiesa. Certo, a stare solo al contenuto del XXIX la cosa non è
molto evidente, ma pensando ai successivi sviluppi, alle trasformazione del carro, ai partecipanti alla processione, l'ipotesi appare certa oltre ogni dubbio. E a questo proposito molte
cose sono state dette: dal guelfo bianco, al ghibellino fuggiasco, dal filo imperiale al proposto santo della Chiesa cattolica,
attraverso tutti i partiti si può dire Dante sia stato fatto passare, al variare dei tempi, delle condizioni e delle necessità storiche. Resta certo che, a considerare il problema, del resto per
la critica moderna post-romantica completamente risolto, solo
per quanto riguarda la posizione del poeta nei confronti della
Chiesa, la soluzione è intuibile dalla stessa opera di Dante: è il
più grande amore, il massimo rispetto che determinano la critica a volte crudele e le nette posizioni nei riguardi della Chiesa temporale, degno del nome di cristiano in questo perché
uomo al servizio della verità. E certo per lui amare l'istituzione
della Chiesa dopo tante esperienze negative dovette essere il
frutto di un lungo travaglio e soprattutto il risultato in ultima
analisi della sua seria e virile adesione alla dottrina; se il compito morale non è mai assente dal pensiero e dall'opera di
Dante, la critica dovette assumere il significato di un esempio,
di un modo di intendere le cose al di sopra dei facili scandalismi o delle chiuse e cieche obbedienze.
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In sintesi queste sono, fra le tante caratteristiche dell'intero
poema, le tre che più risultano qui evidenti.
Venendo al canto nel suo insieme, io distinguerei alcuni momenti. Prima di tutto occorre mettere in risalto come qui l'atteggiamento di Dante diventi passivo dove invece prime era
stato più che mai attivo, nel senso che vi era una sua volontaria e diretta partecipazione al divenire dei fatti: nel suo interessamento alla sorte dei dannati, nel suo umano preoccuparsi di fronte ai pericoli della salita, nel suo continuo domandare
spiegazioni per cercare di comprendere ciò che la sua povera
ragione gli negava di capire si era ben dimostrato il suo atteggiamento. Ma come ho già detto qui il rapporto diventa diverso: il passaggio segna anche l'inizio della comprensione della
incapacità di andare avanti nella speculazione; qui dunque
Dante subisce senza reagire se non spiritualmente, segue Matelda lungo le rive, assiste: quando sarà chiamato in causa a
rispondere dei suoi peccati contro l'Amore e la Donna, allora
scioglierà la lingua ma la vivace dialettica dell'Inferno e del
Purgatorio lascerà il posto a un doloroso assenso.
Il primo momento, preparatorio esso stesso all'avvento della
processione, è quello del cammino lungo il fiume; poi il presentarsi violento e subitaneo di un fenomeno naturale inspiegabile, indi lo svolgersi della processione e infine l'arresto di
essa. In un numero ristretto di versi Dante arriva nel luogo del
prodigio:
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allora si mosse contra il fiume, andando
su per la riva, e io pari di lei,
picciolo passo con picciolo seguitando.
Non eran cento tra' suoi passi e' miei
quando le ripe igualmente diêr volta,
per modo ch'a levante mi rendei.
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Né anco fu così nostra via molta,
quando la donna tutta a me si torse,
dicendo: - Frate mio, guarda ed ascolta -.
All'insegna di tutto ciò è ancora la sottomissione assoluta, non
più come prima a chi conosce la strada e si pone come guida,
ma a chi già supera la comprensione, quale una visione, un
vero simbolo sacro. Timidezza e rispetto sono alla base di questo cammino, lo scandiscono, dolcemente:
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picciolo passo con picciolo seguitando.
Nel secondo momento, il presentarsi del fenomeno, è lo stupore più assoluto che domina; esso si esprime però non sotto
le consuete forme, ma con addirittura un'espressione di odio
verso colei che fu la causa del dolore degli uomini, impedendo
ad essi di continuare a godere della gioia della visione del divino. Ma qui forse più che altro c'è il rimpianto genericamente
tipico di ogni religione per la passata età dell'oro in cui l'uomo,
a contatto del divino. poté godere della piena felicità.
Non bisogna dimenticare a questo proposito come anche qui
la storia dell'uomo assuma il carattere di allontanamento da
Dio e del conseguente tentativo di rinnovare il contatto: il che
non è da parte di Dante una novità dottrinale, venendogli tale
concezione, avvicinabile a quella della "caduta", proprio dal
cristianesimo.
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...................; onde buon zelo
mi fe' riprender l'ardimento d'Eva
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che là dove ubbidia la terra e il cielo
femmina sola e pur testè formata
non sofferse di star sotto alcun velo;
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sotto il quale se devota fosse stata,
avrei quelle ineffabili delizie
sentite prima, e più lunga fiata.
Questo stupore fa poi sentire al poeta alla necessità di interrompere quasi il procedere degli avvenimenti, di raccogliersi
prima della grande descrizione. L'invocazione direi assuma qui
questo significato, senza dimenticare peraltro la indubbia influenza di molti altri illustri esempi letterari, da Omero fino ai
latini: in questo sarei propenso a vederla come un tributo che
ogni tanto, nei momenti di più intensa carica emotiva, Dante
concede alla letteratura, tradizionalmente incline a simili espedienti. E così si spiega anche il ricorso a divinità, le Muse,
nettamente pagane, che potrebbe stonare nell' acceso fervore
religioso che domina tutto il canto; il compromesso, naturalmente di carattere letterario, è forse raggiunto anche col rivolgerle l'invocazione ad Urania, Musa celeste.
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O sacrosante vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
cagion mi sprona che io mercé vi chiami.
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Or convien ch'Elicona per me versi
e Urania m'aiuti con suo coro
forti cose a pensare mettere in versi.
Col delinearsi sempre più netto dei componenti la processione, si passa al terzo momento: e qui direi che tutto voglio ubbidire a un solo fine, la coreografia. Certo descrivendo simile
avvenimento, e creandolo naturalmente, Dante aveva davanti
agli occhi qualcosa di simile, come sacre rappresentazioni o
processioni religiose; di tutte queste esperienze rimane traccia
solo dell'insieme generale dell'effetto, mentre nei casi particolari il poeta si lascia portare dalla sua fantasia.
Interessante mi sembra sia osservare questo: come tutto non
si presenti mai di colpo, ma che segua sempre precisandolo il
fatto precedente; questo dimostra la chiara volontà di mantenere sempre un clima di attesa appunto, presentando i singoli
particolari come definizione, complemento di altri, lasciando
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loro la possibilità di essere successivamente chiariti. Difatti
Dante, dimostrando ancora una volta la sua incapacità a comprendere, si fissa umanamente su di un solo particolare, il
primo, capace già di per se stesso di disorientare completamente, e solo dopo un richiamo è capace di ritornare a contemplare l'evento nel suo insieme:
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La donna mi sgridò: - Perché pur ardi
sì nell'aspetto delle vive luci,
e ciò che vien diretro a lor non guardi? -
Si arriva così all'ultimo momento del canto, cioè all'arrestarsi
della processione; qui di certo Dante raggiunto il maggior effetto:
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E quando il carro a me fu a rimpetto
un tuon s'udì; e quelle genti degne
parvero aver l'andare più interdetto,
fermandosi ivi con le prime insegne.
Il completamento alla lenta costruzione e il lento definirsi
dell'immagine è dato da un colpo di tuono, da un elemento
improvviso cioè che potrebbe sembrare contraddittorio rispetto all'andamento del resto; ma io credo di non sbagliare
considerando questo finale come il più giusto completamento,
perfettamente consono a tutto il contesto: infatti, come già
detto, la passività di Dante è qui totale, e la processione è essenzialmente apportatrice e creatrice in un intenso clima spirituale; proprio per questo una chiusa violenta rende appieno la
funzione, dando un fine deciso agire dei sensi, per lasciare il
passo a quello del sentimento. Dopo, con l'apparizione di Beatrice, non si potrà parlare più di coreografia, diventata inutile
per lo stesso sovrapporsi di altri pensieri e momenti poetici
(ma il peso di questo discorso non vuole essere grande per la
mia convinzione che solo il sentimento e la sensibilità di Dante
abbiano determinato una simile conclusione).
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Il canto dunque si chiude con un tuono e con l'arrestarsi subitaneo della processione: la vicenda può ora superare la scena,
fermarsi su altri elementi a lungo, per riallacciarsi all'inizio con
lo sparire del carro e delle altre figurazioni.
A questo punto, delineato il canto nelle sue linee generali, mi
sembrerebbe ingiusto non considerare un po' più particolareggiatamente e da vicino il punto centrale, cioè la processione, e questo non perché io la consideri come una palestra di
sbizzarrimenti interpretativi o per sfoggio di erudizione, ma
perché la vedo come una cosa notevole, se non proprio e
strettamente dal punto di vista poetico almeno da quello culturale.
Certamente nè l'uso di un arcano simbolismo nè l'uso di una
processione, come già visto, sono cose casuali: rispondono
anzi ad una chiara esigenza tipica dell'epoca e, di riflesso, del
suo massimo poeta. Ecco un breve riassunto, che ritengo utile
per riuscire a vedere l'evento nel suo schematico insieme:
Un "lustro subito" annuncia il fenomeno ed una melodia
lo accompagna; con l'avvicinarsi della processione e del
poeta, la luce indefinita comincia ad assumere l'aspetto di
un grande fuoco e la musica quella del canto.
Ma il fuoco si rivela subito per sette alberi ardenti, e poi
ancora finalmente per sette candelabri accesi, e unitamente a ciò, col perfetto intendere dei sensi, le voci si
chiariscono in un Osanna.
Dietro ai candelabri vengono ventiquattro vecchi cinti di
fiordaliso, mentre in cielo si dipingono sette liste luminose, grandemente distanti fra di loro e prolungantesi all'infinito.
Dietro a quattro seniori, quattro animali coronati di verde, con sei ali ricche di molti occhi ognuna; fra di essi si
trova un carro tirato da un grifone, che per la parte di uccello è d'oro e per il resto bianco e rosso.
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Alla destra del carro vi sono tre donne, una rossa, una
verde e una bianca; alla sinistra quattro donne vestite di
porpora, che seguono danzando una di esse, con tre occhi.
Dopo tutto ciò due vecchi, uno medico e l'altro soldato,
poi ancora quattro e infine uno, che cammina dormendo,
tutti coronati di fiori rossi; un tuono segna l'arresto della
processione.
Mi sembra impossibile, come si è sentito facilmente, cercare
di dire in altre parole ciò che Dante ha ottenuto, cioè un momento di fantasmagorica allegoria di grande suggestione. Già
dal raccontare così l'avvenimento l'impressione che se ne ricava è di un grande inutile artificio, cerebrale e pesante, al contrario di quanto se ne deduce dalla lettura diretta: in effetti
l'avvenimento in sé può essere considerato bello solo in rapporto a certe idee. Voglio dire che, se oggi una tale cosa ci lascia indifferenti, e anzi non sarebbe nemmeno immaginabile,
per un medievale essa significa una forma di espressione, avvicinabile a quella del nostro teatro certamente, non indifferente; a noi può rimanere solo la suggestione che può provocare una simile cosa.
Non bisogna dimenticare però che essa non ci viene dal fatto
in sé quanto piuttosto dalla sentitissima descrizione che ne fa
il poeta, evidentemente capace di comprenderne appieno il
significato; comunque questo è certo uno di quei punti in cui
le critiche di tutti i tempi hanno trovato modo e possibilità di
sbizzarrirsi.
Tutto è volutamente misterioso, la presenza dei soliti numeri
(3 e 7) offre adito a numerosissime interpretazioni alla luce
della Storia sacra e delle tradizioni medievali: tutte cose di ben
scarso interesse mentre interessante ne risulta l'insieme, per
le molte cose che indica e mette in luce del pensiero di un'epoca, non ultimi alcuni particolari atteggiamenti dello spirito.
22
Come dunque ho cercato di delineare, ben poca cosa resta se
dall'insieme si toglie l'arte di Dante: meglio giova la lettura
diretta attraverso la quale molte cose verranno chiarite, appunto perché immesse nel loro ambiente naturale, espresse
da chi le potè sentire.
Prima però di una lettura del testo, vorrei indicare brevemente alcuni punti del canto in questione che, o per motivi poetici
o per altri, mi sono sembrati più interessanti.
Riguardo a questo particolare aspetto, quello più propriamente poetico, credo che chiunque si sentirebbe spaventato dalla
gravezza del compito e dall'intimo sentimento di rispetto che
ogni verso, e ancor più ogni canto dantesco, deve per certo
ispirare: in vero parlare della poesia di Dante è una cosa quanto mai difficile, se non impossibile.
Si tratterebbe in un certo qual modo di voler limitare, schematizzare e analizzare, cose certo che sono più che mai lontane
dalla poesia; ma, ciò nonostante, a me tocca di parlarne e mi
affiderò alla comprensione di quanti mi ascoltano.
Dunque indubbiamente sono molti momenti di più sincera,
umana e schietta poesia; basta pensare al famoso inizio:
1
Cantando come donna innamorata
e, proseguendo, ad altri altrettanto famosi versi; ma più che
un verso della sua perfetta costruzione, come al solito mi
sembra valga di più un insieme; ritorno a quella prima parte:
1
Cantando come donna innamorata,
continuò col fine di sue parole:
- Beati quorum tecta sunt peccata! -
4
E come ninfe che si givan sole
per le salvatiche ombre, desiando,
qual di vedere, qual di fuggir lo sole,
7
allor si mosse contro il fiume, andando,
su per la riva, ed io pari di lei,
23
picciol passo con picciol seguitando.
10
Non eran cento tra' suoi passi e' miei
quando le ripe igualmente diêr volta,
per modo ch'a levante mi rendei.
13
Nè anco fu così nostra via molta,
quando.......
Nel lento progredire del poeta e di Matelda sulle rive del fiume sembra di ritornare al Dante dei sonetti amorosi per Beatrice e alla vita di tutta la congrega dei poeti fiorentini: e così
viene al ricordo, più che La vita nova, il Dante delle Rime (A
Violetta per esempio) in cui una grande freschezza e gaiezza
del verso, una grande musicalità sono accompagnate da un
non mai sopito sentimento morale.
Qui però nel Purgatorio lo stesso ambiente e la nuova ispirazione sembrano voler evitare simili esperienze letterarie, e la
differenza consiste poi, oltre che nel mutato atteggiamento
dell'anima, nel significato che elementi tradizionali assumono
qui, come ad esempio le Ninfe: non certo divinità campestri,
amanti o allettatrici, ma traduttrici in immagini di un gran numero di sentimenti istantaneamente presenti nell'animo del
poeta, come l'incanto per l'ambiente naturale, per la figura di
Matelda, e come ancora una volta creatrici esse stesse di una
particolare atmosfera, in questo caso labile e di breve durata.
Da queste immagine è facile poi passare alle altre del canto,
che accompagnano di pari passo il delinearsi della processione
simbolica:
24
16
Ed ecco un lustro subito trascorse
da tutte parti per la gran foresta
tal che di balenar mi mise in forse;
19
ma perchè il balenar, come vien, resta,
e quel, durando, più e più splendeva,
nel mio pensare dicea: - Che cosa è questa? -
22
E una melodia dolce correva
per l'aere luminoso.....
Anche qua, nei due versi iniziali e finali, tutto sembra rispondere a interessi puramente poetici: quella luce improvvisa,
quel bagliore, quella melodia che così bene si accompagna
all'aere luminoso, sembrano quasi rappresentare una tanto
intima coesione dell'animo del poeta all'evento, che si può
chiamare magico, da far sorgere spontanea la domanda se si
tratti di finzione o di realtà. Ma credo sia naturale rispondere
che, se anche per Dante in fondo il suo viaggio è un sogno, al
quale poi si addizionano tanti motivi, tante cause, tante teorie,
questo certo è un ambiente di sogno, intendendolo come espressione di una possibile sensazione fisica. E a noi verrebbe
voglia di dire che, in quanto sogno, tutto qui è magicamente
falso, fallace: ma credo che ciò sia più che mai ingiusto, perché
grande, totale è qui la partecipazione dello spirito, serio il sentimento e sincera soprattutto l'espressione.
Poco oltre, col necessario prevalere della narrazione, evidentemente importante, necessariamente la poesia deve lasciare
il passo; resta naturalmente, oltre alla meravigliosa tecnica
che informa il verso, quell'aderenza di cui si parlava poco fa, la
quale poi si manifesta in quei versi:
97
100
A descriver lor forme più non spargo
rime, lettor, ch'altra spesa mi strigne,
tanto che a questa non posso essere largo.
Ma leggi Ezechiel, che li dipigne
come li vide dalla fredda parte
venir con vento, con nube e con igne;
In questi versi, in cui verrebbe spontaneo dire che Dante si
accorge di non dover esagerare in questo rigido dipingere delle orrende figurazioni di animali, sembra che abbia desiderio
25
di intraprendere una discussione sull'interpretazione della sacra Scrittura; ma si trattiene e conclude secco. Veramente allora in fondo qualcos'altro lo interessa: memore dell'invito di
Matelda, è il carro ora ad attrarre la sua attenzione, il suo stupore, come poi saranno le donne, i seniori e tutto il resto. E
questo comprova come qui non la teologia, la cruda cultura
religiosa, determinino gli avvenimenti, bensì un sentimento,
esso stesso poi unione di personalità e di cultura.
Ritornando a quanto dicevo poco sopra, la poesia deve per
forza di cose lasciare il passo alla più stretta narrazione, alla
"non poesia" per dirla crocianamente; ciò non esclude però
che laddove ne abbia la possibilità Dante inserisca spunti che
si possono indubbiamente definire lirici. Naturalmente la costruzione stessa dell'avvenimento glielo impedisce quasi sempre, ma ciò nonostante, nell'uso delle similitudini ad esempio,
si intuisce facilmente tale volontà; fra queste, una delle più
belle è quella dei versi:
52
Di sopra fiammeggiava il bello arnese
più chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo mese.
Qui è la suggestione del verso a creare l'immagine necessaria:
e in quell'insistere sulla parola mezzo come per accrescere
ancor di più l'idea di luce trovo un elemento poetico appunto,
anche per la semplicità che è all'insegna del verso stesso.
E ancora:
67
l'acqua splendea dal sinistro fianco
e rendea a me la mia sinistra costa,
s'io riguardava in lei, come specchio anco.
Anche qua l'armonia del verso dà quella suggestione che origina ed è alla base dell'immagine.
Passando a un altro campo, quello umano si potrebbe dire,
interessanti mi sono parsi i versi:
26
55
Io mi rivolsi d'ammirazione pieno
al buon Virgilio, ed esso mi rispose
con vista carca di stupor non meno.
Malignamente si potrebbe dire che Dante si prende una rivalsa sulla sapienza di Virgilio; più esatto sarebbe dire però che
questo è un altro di quegli elementi che formano la tensione
spirituale: neppure Virgilio ha mai visto una cosa del genere!
La saggezza antica e la poesia non poterono mai arrivare a,
non dico vedere, ma anche solo ad immaginare una cosa già
tanto vicina alla fede che ormai la ragione è impotente e incapace a proseguire da sola. Nell'attimo di superare lo stesso
tenue confine tra fede e ragione, il sentimento può essere solo
quello dello stupore, della meraviglia e del peccato. Ma, quanto a Virgilio, qui vedo anche un'espressione dell'amore, come
se veramente avesse convissuto con lui per un tale viaggio, di
Dante per il poeta latino: amore che si nutre di comunanza
spirituale, di rispetto e naturalmente di ammirazione.
E su questo vorrei insistere, su come cioè Dante abbia sentito
l'amicizia, idealizzata in quel supremo amico di tutti poeti, come un'autentica scuola di vita; anche se ciò è un po' fuori
dall'argomento, vorrei aggiungere che Virgilio realmente accompagna Dante, come un po' la sua coscienza di uomo di lettere e di grande spiritualità. Egli dovette apparire a Dante come il necessario aiuto all'uomo nel suo progredire, e come
un'ulteriore prova della grandezza dell'anima e dell'intelligenza umana.
Sarebbe il momento di trarre una conclusione, ovvero di trovare una fine: in realtà il discorso è ancora quanto mai vasto,
ricco di possibilità; e perciò io vorrei solo invitarvi a volere ora
considerare voi il canto XXIX attraverso la vostra particolare e
personale sensibilità.
27
28
1.3 - IL TEATRO DEL RINASCIMENTO:
INTRODUZIONE ALLA MANDRAGOLA
DI NICCOLO' MACHIAVELLI 6
6
Quell'infido prof. Petroni con cui nel 1968-69 dovevo fare la tesi
volle organizzare dei seminari ad uso dei suoi laureandi, ovviamente sul teatro del Rinascimento, argomento del suo corso di
Storia del teatro. Eravamo un piccolo gruppo di forse quattro studenti, e ad ognuno fu affidato un testo; e fin qua tutto bene. Ascoltai le relazioni di alcuni degli altri, intervenni con osservazioni
che furono poco gradite ai miei colleghi, come se li volessi boicottare, e intanto io ne preparavo una di tutt'altro tenore: tecnica,
politica, ideologica. A me pareva venuta bene perchè ci avevo
messo dentro molte delle mie convinzioni, ma Petroni si arrabbiò
moltissimo: si spazient, mi attaccò furiosamente, mi fece domande
a bruciapelo sperando di vedermi sbagliare (e almeno con una ci
riuscì, la definizione di "tragicommedia"), alzò la voce e se la legò
al dito. E così io non l'ho più cercato (lo vedevo solo alle lezioni a
cui ero obbligato), nè prima nè dopo la tesi.
Riletto adesso, il mio scritto mi pare pieno di grinta ma, ahimè,
anche di "illazioni", cioè di affermazioni non dimostrate. Forse ero
in una fase in cui i tempi mi avevano spinto ad indulgere in ideologismi vari, moderatamente ed provvisoriamente ma comunque
con baldanza (probabilmente mi sentivo parte della battaglia culturale che caratterizzava quel fatale anno 1968).
Non credo però che avesse ragione lui, che voleva un testo pulitino
e inoffensivo e che comunque considerava il teatro solo un genere
letterario: meglio strabordare per entusiasmo che accettare il lungo sonno che lui rappresentava. Tieh!
29
La cosa che subito stupisce è quanto poco la critica abbia detto sulla Mandragola. Dopo un esame, sia pure limitato, dei
principali testi critici, ci si rende conto che, se si vuole concludere in qualche modo, bisogna ammettere che ancora una
volta in gran parte De Sanctis ha visto giusto e solo perché più
"vergine" degli altri. Un argomento come la Mandragola, che
per forza di cose richiama tanti problemi, storici, filosofici, eccetera, ha indubbiamente molto affascinato ma l'errore è stato forse averla considerata il più delle volte come un'opera
polemica e astiosa, quando invece essa è una dimostrazione
pressoché scientifica di un assunto ideologico sotto le vesti di
un puro divertimento, colto finché si vuole. In questa prospettiva si spiegano forse le pagine di Giulio Augusto Levi (che la
interpreta dando a Machiavelli l'intenzione di mostrare come
causa dei mali d'Italia sia la corruzione della famiglia) e di Silvio D'amico, che invece vi vede un attacco alla Chiesa e quindi
si sente in dovere di difendere e dare giudizi di più ampio ambito storico, comunque troppo generali ). Evidentemente un
simile atteggiamento significa trasferire in Machiavelli pensieri
ed intenzioni proprie di altri tempi e tutto ciò disorienta il lettore, che veramente, per reazione avrebbe voglia di cercare lo
stupendo della Mandragola o di buttarla definitivamente a
mare.
Altro atteggiamento presente e comune nelle pagine critiche
consultate è quello di interpretare la Mandragola in definitiva
solo studiandone i personaggi, il che chiaramente non è sufficiente: lo sarebbe forse dopo un discorso che riconoscesse
essere quello un teatro di personaggi e che intenzione di Machiavelli era di creare dei tipi; in alcuni autori tale convinzione
è presente (Apollonio). in altri è sottintesa e quindi manca. E
comunque un'interpretazione letteraria di un fatto teatrale è
sempre e irrimediabilmente poco; ecco perché è più "sano" De
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Sanctis che in fondo fa della sua critica un fatto morale, di gusto personale e quindi conquista un punto di vista più alto.
Analizzare poi la vita teatrale dei personaggi attraverso il solo
linguaggio non basta, a meno che non si riconosca che quello
era un teatro di solo linguaggio, cosa che nessuno ha voglia di
ammettere. Insomma, le direzione allora per una lettura della
Mandragola appaiono definibili solo per via negativa: no alla
sola interpretazione dei personaggi, no al solo studio del linguaggio fino al momento in cui non si sia dimostrato che quel
teatro era solo tipo e parola; quindi, cercheremo un rapporto
più completo fra il fatto teatrale e il suo autore (o determinatore) alla ricerca di un perché unitario, il più possibile originario, e di uno schema interpretativo, cioè un'analisi dei fini che
l'autore persegue, coscientemente o no, partendo da un esame della sua stessa condizione di Autore. Nel caso specifico,
così, la Mandragola (fatto teatrale che implica un fatto sociale) come frutto di un momento della vita di Machiavelli, che
egli interpreta in un certo modo e che cerca di dominare con
certi strumenti: perché Machiavelli scrive una commedia di
nome Mandragola e che cosa gli serve (di fronte al suo pubblico, s'intende ma quanto più sarà possibile scendere all'intimo,
alla sua "utilità", tanto meglio sarà)?.
Il senso ultimo del teatro medievale era certo stato quello di
aver recuperato il significato sacro del teatro classico: comunità di persone in un luogo, unite da un comune spirito religioso
che in parte poteva superare le differenze di classe; comunità
di persone riunite ad ascoltare un fatto di cui ognuno conosce
bene ogni particolare sfumatura e di cui gode solo nella misura in cui partecipa al rito del gruppo, misura l'attesa e la carica
psicologica che porta con sé, misura il valore della parola e
dell'azione. Quello medievale è teatro per tutti e in definitiva
in ogni posto, allora qualcosa di più del teatro classico, forse,
legato ai luoghi e ai tempi (anche nel teatro creare luoghi e
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tempi significa creare categorie di esclusi). Il teatro così inteso
comincia a morire quando gruppi di individui cominciano a
pensare a un luogo e a un tempo per sé, migliore di quello degli altri, più tecnico o anche solo più comodo: finisce la comunità degli spettatori e nasce il principesco divertimento della
corte intorno al principe, una nuova comunità, evidentemente
non spontanea nè casuale. Il teatro trova due strade: quella
dotta e quella popolare, distinte nei luoghi. Ma c'è anche un
altro fatto: l'umanesimo nobilita la parola e quindi lo stile,
come riflesso dell'opposizione pensiero/azione: se il dotto lodava per via teorica l'azione in realtà si riservava la parola come dominio tecnico.
Con il culto della parola (nel senso migliore per adesso) nasce
l'archeologia teatrale: la parola vecchia va sempre bene e si
può quindi riproporre, ma il resto è incomprensibile (per capire la parola di Plauto basta stare ad ascoltare, ma il gesto sociale del suo teatro, cioè il complesso rapporto che si stabilisce
fra l'autore, l'attore e lo spettatore non è più ricostruibile perché non è scritto). Ci vogliono bocche buone per gustare un
piatto così raffinato, preparate da anni di studio a soddisfarsi;
il popolo non capisce, il dotto capisce ma non gli basta: il culto
della parola (intesa in senso sempre peggiore) lo spinge ad un
ulteriore dose di archeologia, l'imitazione, il saccheggio, il centone, raffinatissimo ma pur sempre un falso. Nascono con ciò
stesso "i" pubblici: ogni classe si crea un teatro, un divertimento proprio.
Questi due teatri coesistono e si guardano: il dotto scende ad
esaminare il mondo dei poveri e il povero ammira il paradiso
dei ricchi (re e regine delle favole, miseri ma saggi della letteratura); il dotto guarda in basso per pochi momenti, quanto gli
basta per credere di capire: alla sera, però, si riveste dei panni
curiali. Solo Shakespeare nell'Amleto ha capito qualcosa del
teatro del suo tempo, e l'ha capito perché un Comico. Guarda
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caso la grande stagione del teatro post-mediovale coincide
con lo sviluppo della Commedia dell'arte, come se, al di là della letteratura, il vero teatro fosse restato vivo solo in quei carri
(il capocomico che si fa colto si migliora, il dotto che guarda al
popolo dal trono è falso).
Questa è la situazione teatrale che Machiavelli ha davanti ancora, certo in formazione ma già delineata. La sua posizione lo
pone fra i dotti e il suo teatro, quello che usa e quello che scrive, è dotto. Machiavelli è inattivo da tempo: ignorato e mediocrizzato dai potenti, deve crearsi un mondo a parte di cui
possa considerarsi il solo interprete; la sua vita è un rituale di
gesti: di giorno vive coi villici, li guarda lavorare e bere all'osteria, ma poi si riveste per leggere i classici e in quel momento
concepisce nel modo più chiaro che la vita è altro dall'osteria e
dai campi, che solo lui sa che cos'è la vita, quella vera. Soggettivamente può anche essere convinto, ma resta il fatto che
nessuno in quel secolo, e lui nemmeno, ha mai guardato alla
vita in modo vero, sempre o da troppo in alto o da troppo in
basso, da padre che perdona o da rozzo che sghignazza.
Forse nel suo teatro voleva dimostrare che la gente, la gentaccia e i borghesucci, non sono capace di grande passione né di
grande nobiltà, che la loro vita non interessa a nessuno, tanto
che l'argomento della commedia poteva essere un altro e altri
personaggi, e che in fondo si faceva per far ridere principi e
cardinali. Se De Sanctis, quando diceva che la Mandragola aveva fatto il suo tempo, avesse potuto intendere che era inutile fare anche noi dell'archeologia e che quel far ridere principi
e cardinali era troppo congeniale a principi e cardinali, sarebbe certo da sottoscrivere ma diceva di meno.
Perché è ovvio che la Mandragola fatto il suo tempo: è stato
un episodio nella vita di una persona che pensava a ben altro
(vedi il prologo), un episodio già vecchio il giorno dopo, una
commedia consumata in un tempo relativamente breve che
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incomincia presto a seguire le sorti della letteratura. Perché
dovremmo dire che la Mandragola vale ancora? Perché ci piace la parola, perché ci fa ancora ridere, perché i personaggi
sono ben trattati, perché è "bella"? Dovremmo dire che è astrattamente bella (parola inutile ed ambigua), o che fu bella
per loro e che quindi dovrebbe essere bella anche per noi, ma
così saremmo archeologi e ci auto-convinceremmo.
Certo l'interesse della Mandragola sta altrove. Se voleva dimostrare qualcosa, la Mandragola interessa la storia del pensiero di Machiavelli: come tale è in primo luogo giustificabile
parlarne.
Machiavelli non crede negli uomini ma nelle idee; ma è troppo
politico per dirlo e allora crede in un uomo, perché è colui che
"uccide" le idee cioè le usa, le adatta, le desacralizza. Coraggiosamente, il vecchio luogo comune della caducità delle umane cose è trasferito nella potenza del Principe: lui è la vanità delle cose, la precarietà per gli altri, mentre a sé riserva i
grandi pensieri e le grandi cose, come se fosse immune dalla
caducità. Così nella Mandragola domina un pensiero di fondo:
il mondo non è se non volgo, ma il Principe ha un fine superiore.
Ma un Principe nella Mandragola non c'è, ci sono solo dei mediocri: come infatti era possibile a Machiavelli creare teatralmente altre persone se altre non ne conosceva? Non poteva
mettere in scena i suoi principe e cardinale, il suo pubblico, nè
i dotti, anche loro, come lui, rivestiti dei panni curiali: della vile
materia della sua commedia si poteva solo ridere (dei mediocri si ride e solo per questo si ride). Ma quei mediocri sono tali
perchè non cercano di arrampicarsi verso il tutto-bene o il tutto-male (altrimenti Machiavelli li avrebbe maledetti senza pietà), è gente che vive bene nel suo brodo e l'autore li osserva
come attraverso il vetro di una provetta: quei personaggi gli
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servono così e non hanno alcun motivo per essere diversi perché non sarebbero utili a dimostrare nulla; i mediocri dimostrano di esserlo e siccome il campionario sociale è abbastanza
ampio la conclusione è che tutti sono mediocri, salvo Colui che
non c'è. Ad esempio: quel dotto messo in berlina è ingenuo e
buffo (il pubblico coglieva subito la differenza fra sé e Nicia),
non è un vero dotto perchè altrimenti non starebbe dietro alle
beghe degli altri, e invece lega agli altri la sua sorte e chiede il
loro aiuto; questo impedisce ogni tipo di realismo: falso l'ambiente, falsi i personaggi, falso tutto!
Quindi la scelta di Machiavelli non è di rappresentare realisticamente un mondo borghese e popolare, ma di dare una dimostrazione di com'è il mondo senza quello che dovrebbe esserci, un mondo dove non c'è il Principe, che va cercato altrove. E' ridicolo chi vi si atteggia e allora qui serve la rigidità dei
personaggi che come lettere di un'equazione debbono dare un
risultato nel minor numero di passaggi possibile.
Se fosse vera questa tesi, avremmo determinato il "perché"
della Mandragola.
Pensiamo ora alla letterarietà dell'opera e quindi al particolare
atteggiamento dell'autore che ne è il corollario: l'esame del
mondo consiste nel rappresentare in un certo modo una realtà mal conosciuta dando per scontato che per lo spettatore è
quella vera, cosa che principi e cardinali sarebbero pronti a
sottoscrivere semmai si potessero porsi il problema. Ogni richiamo ad un preteso realismo della Mandragola non sussiste
se non nella misura in cui esso è pur sempre necessario al teatro, alla sua stessa natura di genere drammatico.
La staticità e particolarità dei personaggi diventa così per Machiavelli una necessità e non una vocazione, visto che vuole
rappresentare la perfetta copia di quella che è creduta la realtà e perciò gli serve cioè che i personaggi siano così, perchè lui
e il suo pubblico credono che la gente vera sia così. Tutto
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questo non è un gioco di parole evidentemente: è necessario
decidere se la Mandragola vale per quello che rappresenta (se
è cioè un documento della società del '500) o per quello che
dimostra (un teorema sul Principe); se la Mandragola può essere considerata come opera d'arte o se invece vada giudicata
alla luce del principio di verificare quanto e come esprime l'ideologia dell'Autore. Se dessimo una risposta, saremmo vicini
al "perché".
A me pare che Machiavelli sia riuscito perfettamente a farci
entrare nella sua ideologia attraverso una porta facile: è riuscito prima di tutto a non farci giudicare i suoi personaggi, a
mantenerli cioè nella sfera dell'incerto fino a convincerci che
l'incerto è in essi e quindi non sono capaci in alcun modo di
qualcosa che sappia di scelta morale. Ecco perché è inutile dire
che Timoteo è mellifluo e avido, Lucrezia buona e onesta e
così via: Machiavelli non puntava assolutamente ad un giudizio di questo tipo perchè la sua dimostrazione includeva la descrizione di un mondo che per funzionare in senso meramente
meccanico non poteva permettersi principi morali. Il principio
morale che ostacola Lucrezia è in fondo convenzionale e non
personalmente verificato; un fatto ad esso contrario si impone
come più valido unicamente perché ha avuto la forza di accadere e instaura un nuovo principio morale: Lucrezia sarà fedele al nuovo "matrimonio" (la scena finale ne ripercorre i passi
rituali, come in una parodia): lo stato di amante acquista subito le sue leggi sociali, i suoi giochi e forse i suoi inganni.
L'azione della Mandragola è aperta in mille direzioni perché
siamo nel regno del gioco degli scacchi, del ragionamento sulle
pedine, della consequenzialità delle mosse: i personaggi entrano perché necessari al proseguimento della drammaturgia,
si formano legami fra di loro man mano che vengono coinvolti,
anzi sono lì a giustificare gli sviluppi; non c'è un personaggio
che contesti l'azione: l'ordine d'ingresso e l'alternarsi in scena
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impedisce che uno assuma il ruolo centrale; essi entrano ed
escono unicamente per produrre, interrompere o iniziare l'azione, le cose nascono solo dalla loro azione e muoiono per la
loro azione. La limitatezza e l'incompletezza di quei borghesi
moltiplica i personaggi a seconda delle competenze; il furbo, il
servo, l'innamorato, il frate corrotto... ognuno rappresenta
un'attitudine e tutti insieme concorrono a realizzare un progetto.
Sono i signori del loro mondo e il caso vi ha piccolissima se
non nessuna parte. Questa è la seconda cosa importante della
Mandragola.
Il senso sapiente della scena si applica ad un modello di società che è falso ma è ritenuto vero ed è quello quasi canonizzato
della commedia di costume di allora; i suoi personaggi ubbidiscono a un disegno preciso donde la loro necessarietà perché
vogliono dimostrare un assunto ideologico; in quel mondo
borghese non è dato lo scontro tra le grandi forze che fanno la
storia (nella Mandragola non ci sono forze contrastanti, c'è un
fine da raggiungere ed è un fine necessario altrimenti non esisterebbe la commedia) e quindi la "fortuna" non vi ha luogo.
La storia sono un gioco di "virtù" e "fortuna"; in fondo il Principe sa che la fortuna ha gran parte, chi non è Principe crede o
che l'abbia tutta o nessuna, manca cioè di qualunque equilibrio. I personaggi della Mandragola sono sicuri della loro azione, sono certi che andrà a buon fine ed essa va a buon fine
perché hanno calcolato bene i termine dell'equazione non
perché siano stati coscienti della loro virtù; non c'è in loro mai
il dubbio sull'azione (nemmeno Lucrezia: domanda all'autorità
se quello che le si chiede sia morale o no, e sa some giustificarla a posteriori), sono destinati all'azione e al movimento
senza averlo scelto come fatto politico, sono una virtù incosciente di se stessa e quindi non riconoscono il ruolo della fortuna, sono il rischio, l'imponderatezza, l'avventura.
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Avventura, ecco la molla della commedia: la notte del rapimento, nella piazza in cui si alternano i personaggi c'è un clima
di avventura e non ce n'è uno che abbia coscienza del gioco e
che ne sia l'anima critica. Da tutto questo nasce la sensazione
che la Mandragola dà al lettore moderno: non solo un fondo
pessimistico (come vogliono Croce ed altri) ma addirittura la
bocca amara; si capisce certo il Cinquecento in maniera lucidissima, il distacco fra classe politica e popolo, fra letteratura
e popolo, fra dotto e popolo, si sente in ogni momento che
dietro c'è Machiavelli coi suoi panni curiali che c'insegna, che
ci mostra il volgo, e ce lo mostra nella sua incoscienza, nel suo
divertimento, che non diverte ma fa ridere.
Se ho sostenuto che la Mandragola in fondo è una dimostrazione serrata quanto uno scritto politico, anzi è essa stessa un
fatto politico, bisogna poi aggiungere che, altrettanto evidentemente, doveva servire a far divertire; ora, questo non è solo
un problema di forma letteraria: quei personaggi sono semplici e comprensibili e ciò rende più facile da parte dello spettatore coglierli come qualcosa di diverso dalla realtà da lui controllabile; in definitiva il dotto crede che il borghese sia così,
limitato e ridicolo, e lo lusinga concepirlo come fuori della
propria sfera di realtà, come altro da sé e per propria strutturazione mentale come inferiore; quel pubblico colto forse doveva ridere per il solo fatto che Callimaco fosse innamorato,
Nicia stupido e così via, tutti dominati insomma da passioni un
po' animalesche.
Nel creare quella visione falsificata della vita, Machiavelli modella i personaggi in modo che lo soddisfino, siano cioè adatti
alla sua dimostrazione, e siano anche comici, cioè facciano
ridere il pubblico e lo convincano. La Mandragola è comica
perché doveva far ridere: non è una tautologia perché sottintende che Machiavelli non poteva mancare lo scopo che si era
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prefisso adottando quel genere letterario e perché quel risultato era la sua politica.
Semmai il problema sarà perché anche oggi la Mandragola
diverta, accezione ristretta del problema di prima, in che senso è ancor interessante per i moderni.
Forse perché noi concepiamo il mondo borghese ancora come
Machiavelli, come luogo delle minuscole passioni, delle furbizie e degli inganni modesti, dell'eterna mediocrità; perché noi
come il dotto Machiavelli ci sentiamo diversi da quei personaggi: come quel lontano pubblico capiva che Nicia non era
uno dei loro, così noi capiamo che quel mondo messo in mostra non è nostro, quello che sperimentiamo direttamente, e
quindi crediamo che al posto di Nizza non saremmo stati ingannati e godiamo della beffa fatta ai danni dell'ingenuo. Allargando un po' il quadro, in una parola la Mandragola nasce
da un'ideologia dell'uomo e delle classi che è ancora la nostra
e così il pubblico ride delle stesse cose.
Dunque, tutto questo schema si basa sulla supposizione che
Machiavelli nella Mandragola voglia dimostrare, per via negativa cioè attraverso Colui che non c'è, qualcosa intorno al Principe; quest'ipotesi, oltre che dalla sua logica interna, è confortato dal Prologo dove la mediocrità delle opere dei contemporanei è messa in diretto rapporto con la mancanza delle antiche virtù: il rovescio logico di questo discorso è appunto il
Principe. Ma lo stesso prologo pare anche dare elementi sufficienti per inficiare tutto il mio discorso: Machiavelli attribuisce
alla "favola" il significato e il valore di un passatempo per l'Autore, che non avendo di meglio da fare si occupa di materia
non degna di persone importanti. Letteratura o convinzione?
E' lecito insomma supporre dietro al divertimento un più alto
intendimento?
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Certo, tutta la critica è d'accordo che la Mandragola significa
"qualcosa" ma molti le danno solo il valore di un documento di
vita; solo in fondo Momigliano e Sapegno riconoscono che la
chiave principale dell'opera è il non esserci del Principe. Io
credo che quest'ipotesi sia giustificata anche da motivi storici:
il grande successo presso i contemporanei e specie in
quell'ambiente fiorentino apertissimo a discutere e a vivere
problemi politici vitali, il favore caparbio di Guicciardini, la
condanna della commedia all'epoca dell'anti-machiavellismo
evidentemente causata dall'aver capito che nella Mandragola
si esprimeva la stessa politica delle opere saggistiche e storiche, e infine anche l'affermazione di De Sanctis che la Mandragola dà inizio a un'era nuova, in cui il soprannaturale non
ha più spazio e il calcolo politico è alla base dell'agire, il riconoscimento cioè che la commedia è qualcosa di più di un divertimento o di un documento verista.
E ancora, da Machiavelli, dalla sua vita, non ci possiamo aspettare un momento di totale disimpegno, completo fino a fargli
scordare perché è lì nella sua villa e non a Firenze in Palazzo
vecchio. Così Machiavelli ci appare il meno letterato dei suoi
compagni, il più tipico rappresentante di quella classe (i filosofi) che tutta una tradizione chiamava al governo dello Stato;
Machiavelli ci appare così un politico che cerca un potere per
una classe nuova e che ha fatto della politica una scuola e della sua arte un mezzo.
Bibliografia
Niccolò Machiavelli, La mandragola, per la prima volta restituita alla sua integrità a cura di Roberto Ridolfi, Firenze, Olschki, 1965
40
Mario Apollonio, Storia del teatro italiano, Firenze, Sansoni,
1928
Luigi Blasucci, Le opere letterarie di Machiavelli, in Storia della
letteratura italiana, direttori Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Milano, Garzanti, 1965
Benedetto Croce, Poesia popolare e poesia d'arte. Studi sulla
poesia dal Tre al Cinquecento, Bari, Laterza, "Scritti di storia
letteraria e politica" XXVIII, IV ed., 1957
Silvio D'amico, Storia del teatro drammatico, Milano, Rizzoli,
1939-1940
Francesco de Sanctis, Storia della letteratura italiana, Firenze,
Sansoni, "Universale Sansoni" 8, 1965
Francesco Flora, Storia della letteratura italiana, Milano,
Mondadori, XII ed., 1962
Eugenio Levi, La mandragola di Machiavelli, in Nicolò Machiavelli, La Mandragola, a cura di Guido Davico Bonino con un
saggio introduttivo di Eugenio Levi, Torino, Einaudi, "Collezione di teatro diretta da Paolo Grassi e Gerardo Guerrieri" 33,
1964
Giulio Augusto Levi, Da Dante a Machiavelli, Firenze, La Nuova
Italia, 1935
Attilio Momigliano, Storia della letteratura italiana dalle origini ai giorni nostri, Milano, Principato, VIII ed., 1965
Ireneo Sanesi, La commedia, Milano, Vallardi, 1935
Natalino Sapegno, Compendio di storia della letteratura italiana, Firenze, La Nuova Italia, XVIII ed., 1963
41
42
1.4 - GRAMSCI CRITICO TEATRALE 7
1.4.1
1.4.2
1.4.3
1.4.4
1.4.5
1.4.6
1.4.7
INDICE
Il giovane Gramsci e le Cronache
Concezione e funzione del teatro
Panorama del teatro italiano fra '800 e '900
Le Cronache: i criteri di analisi e i temi ricorrenti
Gli Autori delle Cronache
Il caso Pirandello
Conclusioni
44
51
55
62
78
89
95
7
Eternità delle stranezze italiane! Nel 1972, quando cominciai ad
insegnare in Italia, nella scuola si entrava come incaricato annuale
e in tale stato giuridico si rimaneva fino a quando non si vinceva
una cattedra; ma siccome i "precari" erano moltissimi, prima o poi
una qualche legge li inseriva in ruolo senza concorso, con grande
gioia loro ma anche dei politici e dei sindacati che ne lucravano il
merito (questa è la ragione per cui in 40 anni il problema non è
mai stato risolto!).
A me toccò quindi, per entrare in ruolo ancor prima che, eventualmente e chissà quando, il concorso (di cui feci solo lo scritto)
me lo consentisse, di sottopormi nell'anno scolastico 1975-76 ai
"Corsi abilitanti", che erano qualcosa di meglio dell'immissione
ope legis (visto che comunque si trattava di lezioni che potevano
servire a qualcosa, almeno a salvare la faccia) ma pur sempre una
roba di dubbia qualità; oltretutto i corsisti, convinti che il solo fatto
di aver insegnato uno o più anni desse loro sufficiente qualifica
professionale e corrispondenti diritti, potevano prendere la procedura come meglio loro pareva perchè avevano copertura sindacale
sufficiente per sentirsi garantiti dell'esito e addirittura proponevano, in nome dei più alti ideali, il voto uguale per tutti.
43
1.4.1. Il giovane Gramsci e le Cronache
I due momenti in cui Gramsci si occupa specificamente di teatro sono collocabili il primo negli anni torinesi intorno alla
prima guerra mondiale e il secondo in quelli del carcere; frutto
Mi ritrovai quindi in una situazione che metteva un po' in conflitto
i miei interessi e le mie opinioni; svolsi un'azione moderatrice (nel
gruppo c'erano anche dei "radicali", tipo l'avvenente Flavia Marostica, sindacalista e quindi già ben sistemata all'IRRSAE, un criptico Centro di studi sulla scuola) e insomma feci dei compromessi,
tentando di salvare almeno la mia vocazione per la serietà.
I docenti erano disparati: un vecchio prof di storia che non aveva
nulla da dire e fu subito contestato, una pedagogista dalle idee
vaghe come si conviene, ed altri che non ricordo; ma Direttore del
corso era fortunatamente un'illuminata figura di Preside, quello
del Liceo Minghetti, con cui ebbi ottimi rapporti, specie nel corso di
riunioni ristrette in un cui concordammo le modalità dell'esame: la
redazione e la discussione di una tesina (individuale o di gruppo),
mentre la prova scritta avrebbe consentito ad ognuno di trattarne
sinteticamente. Il Preside Cazzani mi insegnò anche qualcosa di
utile, facendomi conoscere una illustre figura di antifascista e partigiano di Giustizia e Libertà, Augusto Monti, che fu insegnante
d'italiano, al Liceo di Torino, di Cesare Pavese, Leone Ginzburg e Massimo Mila, oltre che essere stato amico e collaboratore di Gramsci e di Gobetti. Consiglio a tutti la lettura del suo I miei
conti con la scuola, Einaudi, 1965.
Così, fatto gruppo con l'amica Luisa e una clamorosa "bella ma
oca" che non diedero al lavoro un apporto se non formale, redassi
lo scritto che segue, che mi pare essere degno di considerazione: ci
sono molte delle mie passioni, ma soprattutto da Gramsci imparai
che la cultura è anche un fatto produttivo e organizzativo.
44
della prima fase sono le Cronache sull'Avanti! dal 1916 al
19208 e della seconda le riflessioni sul tema contenute nei
Quaderni, principalmente il saggio su Pirandello9, degli anni
intorno al 30.
Uno degli elementi più caratteristici delle Cronache è il loro
riferirsi ad un ambiente cittadino ben preciso, quello di una
Torino che Gramsci così definiva:
Torino rappresenta in piccolo un vero e proprio organismo
statale. Tutte le energie vi sono rappresentate, tutte le
forze antitetiche di uno Stato vi operano. E' una città moderna nel senso più schiettamente storico dalla parola. In
essa tutte le scorie medioevali che ancora deturpano in Italia la società borghese, sono precipitate; i mezzi termini
sono stati aboliti; i comodi cuscinetti che nelle lotte sociali
attutiscono gli urti troppo violenti sono stati mandati al
rigattiere per il rapido quasi convulso crearsi di un'organizzazione proletaria agile e combattiva. La lotta di classe
integrale, cosciente, che caratterizza la storia attuale, in
Torino e ormai perfettamente individualizzata. 10
Torino è una città moderna. L'attività capitalistica vi pulsa
col fragore immane di officine ciclopiche che addensano in
poche migliaia di metri quadrati decine e decine di migliaia di proletari. Torino ha più di mezzo milione di abitanti, la umanità vi è divisa in due classi con caratteri di
8
Antonio Gramsci, Cronache teatrali dell'Avanti! 1916-20, in Letteratura e vita nazionale, Roma, Editori Riuniti, "Le idee" 56, 1971.
D'ora in poi citato CR.
9
Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale, cit., p. 46. D'ora in
poi citato LVN.
10
Antonio Gramsci, Scritti giovanili 1914-18, Torino, Einaudi,
1969, p. 36. D'ora in poi citato SG.
45
distinzione quali non esistono altrove in Italia. Non abbiamo democratici, non abbiamo riformistucci fra i piedi.
Abbiamo una borghesia capitalistica audace, spregiudicata, abbiamo organizzazioni poderose, abbiamo un movimento socialista complesso, vario, ricco di impulsi e di bisogni intellettuali... Qui la lotta di classe vive in tutta la
sua rude grandiosità, non è una finzione retorica, non è
un'estensione dei concetti scientifici e antiveggenti a fenomeni sociali ancora in germe e in maturazione. 11
Come è noto tutta la formazione di Gramsci risente di questo
particolare ambiente che, accanto ad una vita culturale intensa e viva, da un lato rappresentava il momento di massimo
sviluppo capitalistico in Italia, dall'altro la culla del proletariato
moderno e delle sue organizzazioni di classe. Questo spiega
perché subito nel giovane Gramsci appaia chiaro l'intento di
rivedere le correnti concezioni della cultura alla luce delle esperienze che vive nella situazione politica e sociale torinese, e
insieme l'ideologia e la prassi del movimento operaio alla luce
dei migliori risultati del pensiero filosofico italiano e della elaborazione culturale italiana. Ecco quindi la sua duplice polemica: contro una concezione della cultura che la separi radicalmente dal sociale e l'astragga dalla lotta di classe, e contro
una semplificazione di tipo positivistico o addirittura anticulturale della ideologia socialista, come da Marx in poi si era venuta definendo. Proprio su questo terreno Gramsci riuscirà a
raggiungere quella originalità di pensiero che ne ha fatto fin
dagli anni giovanili un punto di riferimento ben importante
nella vita culturale e politica italiana. Ma è anche evidente
11
SG, p. 238.
46
quanto questo intento fosse contro corrente (anzi contro due
correnti) e quindi difficile da perseguire coerentemente.
Questa duplicità di fronte di lotta si rivela bene nella polemica
contro i principali rappresentanti della cultura di sinistra: così
le obiezioni che muove a Salvemini sono di natura prettamente politica e quelle che muove ai socialisti della II Internazionale di natura culturale (e di conseguenza di politica culturale).
Su Salvemini osserva:
Il messianesimo giacobino è completato dal messianesimo
culturale, che in Italia è rappresentato da Gaetano Salvemini e ha fatto nascere dei movimenti ideali, quali in passato quello della Voce è attualmente quello dell'Unità. Il
messianesimo culturale ha sviluppato della tradizione rivoluzionaria francese la corrente liberale. Anch'esso attende al culto della verità, ma il culto professa non al modo dei cattolici, ma al modo dei protestanti; con grande
tolleranza, con infinita fede nell'efficacia della discussione
e della propaganda, con molta tenacia e coraggio alimentato dalla persuasione che la maggioranza degli uomini è
formata di individui fondamentalmente onesti e retti che
sono preda e vittime dell'ignoranza o di una confusa nozione dei loro reali interessi e dei fini che più utilmente si
dovrebbero perseguire. Quest'indirizzo, così simpatico, così attraente per un infinito numero di ragioni, rientra
anch'esso nella corrente politica del se. Il messianesimo
culturale astrae anch'esso dalle concrete forme della vita
economica e politica, pone anch'esso un assoluto fuori del
tempo e dello spazio, è fenomeno di indisciplina e di disorganizzazione sociale, finisce col diventare un'utopia, col
creare dei dilettanti e dei leggeri irresponsabili. 12
12
SG, p. 272.
47
Se così critica il radicalismo giacobino in cui prevale il dominio
della cultura borghese, anzi piccolo-borghese, che aspetta la
rigenerazione spontanea attraverso un illuministico trionfo
della verità, altrettanto vivacemente polemizza coll'inefficienza della politica culturale del PSI e soprattutto con certi esponenti della corrente "intransigente" che rifiuta la cultura come
corruttrice dei valori proletari e difende lo spontaneismo delle
masse, in una visione tutta banalmente positivista della storia:
Ma tutto ciò non può avvenire per evoluzione spontanea,
per azioni e reazioni indipendenti dalla propria volontà,
come avviene nella natura vegetale ed animale in cui ogni
singolo si selezione e specifica i propri organi inconsciamente, per legge fatale delle cose. L'uomo è soprattutto
spirito, cioè creazione storica, e non natura. Non si spiegherebbe altrimenti il perché, essendo sempre esistiti
sfruttati e sfruttatori, creatori di ricchezza e consumatori
egoistici di essa, non si sia ancora realizzato il socialismo.
Gli è che solo a grado a grado, a strato a strato, l'umanità
ha acquisito coscienza del proprio valore e si è conquistato
il diritto di vivere indipendentemente dagli schemi e dai
diritti di minoranze storicamente affermatesi prima. E
questa coscienza si è formata non sotto il pungolo brutale
delle necessità fisiologiche, ma per la riflessione intelligente, prima di alcuni poi di tutta una classe, sulle ragione di
certi fatti e sui mezzi migliori per convertirli da occasione
di vassallaggio in segnacolo di ribellione e di ricostruzione
sociale.13
Se questo tipo di riflessione utilizza largamente strumenti di
derivazione crociana, tuttavia dal neoidealismo lo separa una
concezione molto meno aristocratica dell'intellettuale e un più
13
SG, p. 24.
48
vivo interesse per gli aspetti sociale dell'attività di pensiero. La
guerra e la rivoluzione bolscevica lo conducono con più forza
alla concretezza del problema delle insufficienze e dei ritardi
della cultura socialista, e lo spingono a porre al centro della
sua riflessione l'organizzazione di classe della cultura, finalizzandola cioè alla lotta del proletariato. Ciò si collega a temi di
più vasto ambito, sia politici (contro la linea del PSI, per un
diverso rapporto fra base e organi dirigenti) che culturali (verso una cultura alternativa a quella borghese, che però non ne
rifiutasse i risultati, pur sempre di un certo valore, scambiandoli per l'unica cultura possibile). Più forte si fa così la polemica contro ogni intrusione positivista nel pensiero socialista,
fino a famosi giudizi su Marx:
Il marxismo si fonda sull'idealismo filosofico... L'idealismo
filosofico è una dottrina dell'essere e della conoscenza, secondo la quale questi due concetti s'identificano e la realtà è ciò che si conosce teoricamente, il nostro io stesso.
Che Marx abbia introdotto delle sue opere elementi positivistici non meraviglia e cioè si spiega: Marx non era un
filosofo di professione e qualche volta dormicchiava
anch'egli. Il certo è che l'essenziale della sua dottrina è in
dipendenza dell'idealismo filosofico, e che nello sviluppo
ulteriore di questa filosofia è la corrente ideale in cui il
movimento proletario socialista confluisce in aderenza
storica.14
Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e
naturalistiche. 15
14
15
SG, p. 327.
SG, p. 150.
49
E' ovvio che tutto quanto sopra non può essere scritto senza
utilizzare argomenti di marca idealista16, che però sempre più
egli utilizza finalizzandoli ad un problema diverso, quello della
collocazione della cultura e dell'intellettuale all'interno della
lotta di classe, problema rifiutato sia dei socialisti alla Bordiga,
sia dai crociani. Certo, allora, in questa fase del processo di
formazione del giovane Gramsci si può avere l'impressione
che il neoidealismo abbia un peso prevalente, ma proprio
questo è il momento in cui si pone la base del successivo superamento di quel sistema filosofico, nel senso più "gramsciano": non rifiuto della cultura borghese, o della cultura tout
court, in nome dello spontaneismo, non fede cieca in un meccanismo della storia che prescinda dalle azioni umane e dalla
coscienza che gli uomini ne hanno, ma costruzione di una cultura "interessata" e di parte che sappia indicare fini e metodi
della lotta. Non a caso questo processo si accompagna alla
costruzione del partito leninista in Italia da una parte, e dall'altra a un sempre maggior impegno politico di Gramsci.
In conclusione, il periodo dalle Cronache va visto come quello
in cui Gramsci elabora un particolare criterio di analisi del prodotto culturale, in grado di determinarne l'uso e la funzione
sociale, la valenza politica ed ideologica piuttosto che la forma
estetica autonomamente considerata. Questo criterio è frutto
di una polemica contro praticamente tutti gli uomini di cultura, eccezion fatta per Gobetti. E' evidente infatti come questo
criterio fosse ugualmente lontano dal semplicismo e dall'ap-
16
Ancora più evidente questo limite di analisi negli articoli sulla
rivoluzione bolscevica, detta "rivoluzione contro il capitale [di
Marx]", in cui ad esempio il salto della fase borghese e il diretto
passaggio alla dittatura del proletariato è spiegato ricorrendo a
una coscienza storica superiore che lo avrebbe permesso.
50
prossimazione corrente fra i socialisti (che ovviamente aveva
un preciso riflesso politico) e dalla rivendicazione di autonomia della cultura e dall'interesse esclusivamente estetico degli
idealisti.
1.4.2 Concezione e funzione del teatro
Da questo quadro della formazione culturale di Gramsci e delle motivazioni e degli obiettivi che egli via via con sempre
maggiore consapevolezza si pone, appare chiaro perché il teatro, in quanto per eccellenza momento di socialità, doveva
interessarlo e affascinarlo. In effetti, quando come cronista
tuttofare della pagina torinese dell'Avanti comincia a scrivere
di teatro è proprio il valore sociale del fenomeno che lo colpisce: l'organizzazione dei teatri, il tipo di pubblico il problema
dei testi (visti perciò non solo dal punto di vista estetico), il
valore educativo:
Perciò nessuno ha fatto loro rilevare e ha deplorato che a
Torino da più di un mese e mezzo non sia aperto nessun
teatro degno di tal nome e non si è domandato quale sia
la causa dello strano avvenimento... tutti quelli che dopo
una giornata di lavoro febbrile pesante, sentono la necessità di una serata di svago, sentono il bisogno di un'occupazione cerebrale che completi la vita, che non riduca l'esistenza a un puro esercizio di forze muscolari. Poiché
questa è una delle ragioni che danno un valore sociale al
teatro. Accanto all'attività economica pratica e all'attività
conoscitiva che ci rende curiosi degli altri, del mondo circostante, lo spirito ha bisogno di esercitare la sua attività
51
etica. L'impastoiare questa è un limitare arbitrariamente
la nostra personalità. 17
Il teatro ha grande importanza sociale: noi ci preoccupiamo della degenerazione di cui è minacciato per opera degli industriali e vorremmo reagire per quanto ci è possibile
a essa.18
Un'atmosfera palpabile di bestialità si forma nella sala
dell'Alfieri: promana dai visi ridenti, dagli occhi lucidi, dalle brevi e nervose risate degli spettatori: si diffonde grossa
e pesante dagli attori, dal palcoscenico. Neppure un brivido di umanità, di spiritualità. Eppure questi spettatori non
sono dei greggi ammassi di carne ed ossa fasciati di epidermide. Si commuovono, hanno la possibilità di commuoversi.19
E' evidente che Gramsci, in quanto si poneva sin dagli inizi da
un punto di vista di classe, fosse preoccupato dei riflessi che
questo tipo di organizzazione teatrale poteva avere sul pubblico proletario. E non solo: da quelle pagine risulta evidente anche l'intento di ricercare una possibile alternativa allo stato di
cose, in vista della educazione di un pubblico nuovo attraverso
un'organizzazione nuova; ciò soprattutto nella piena consapevolezza dell'efficacia del teatro come divulgatore e stabilizzatore dell'ideologia dominante:
Possibile che gli operai non si siano accorti oggi, con la
dimostrazione tremenda e imponente dei fatti, che la classe dominante ha a sua disposizione tutti i mezzi, attraver-
17
CR, p. 304.
CR, p. 335.
19
CR, p. 365.
18
52
so il potere politico, per rendere vane anche le eventuali
conquiste del campo materiale? 20
Non bisogna dimenticare quanto quest'interesse per il teatro
fosse lontano dalla posizione crociana che, se pur accoglieva il
testo letterario, rifiutava tuttavia con forza la possibilità che il
critico si potesse occupare di realizzazioni sceniche e che il
fenomeno potesse essere visto come ricco di implicazioni sociali. E' questo un punto che distingue Gramsci nettamente
non solo dai suoi modelli filosofici, ma anche dagli altri critici
neoidealisti (tipo Simoni ed altri).
D'altra parte però a questa prospettiva decisamente nuova
nella quale Gramsci colloca il fenomeno teatrale (e che meglio
ci si preciserà in seguito) non si accompagna una parallela
modificazione della concezione formale del teatro: Gramsci
rimane solidamente ancorato alla definizione di dramma dei
filosofi idealisti tedeschi, cioè soprattutto come luogo di espressione dei rapporti intersoggettivi, in una logica interna al
dramma stesso che non ammette riferimenti ad altro da sé nè
procedimenti di tipo epico21. A titolo d'esempio:
Può tutto ciò essere rappresentato in teatro cioè col dialogo, con parole che non raccontano e descrivono, analizzando, ma sono esse stesse quei sentimenti quelle passioni, quell'ambiente, in una lingua diversa e tanto lontana
da quella che può sola essere espressione sincera del
mondo che si vuole rappresentare? 22
Il dramma, perché sia veramente tale, e non è inutile iridescenza di parole, deve avere un contenuto morale, deve
essere la rappresentazione di un urto necessario fra due
20
SG, p. 60.
vedi 1.6.
22
CR, p.328.
21
53
mondi interiori, fra due concezioni, tra due vite morali. In
quanto l'urto è necessario il dramma ha immediata presa
sugli animi degli spettatori e questi lo rivivono in tutta la
sua integrità, in tutte le motivazioni da quelle più elementari a quelle più squisitamente storiche. E rivivendo il
mondo interiore del dramma, ne rivivono anche l'arte, la
forma artistica che a quel mondo ha dato vita concreta,
che quel mondo ha concretato in una rappresentazione viva e sicura di individualità umane che soffrono, gioiscono,
lottano per superare continuamente se stesse, per migliorare continuamente la tempra morale della propria personalità storica, attuale, immersa nella vita del mondo.23
La parabola è qualcosa di misto fra la dimostrazione e la
rappresentazione drammatica, tra la logica e la fantasia.
Può essere mezzo efficace di persuasione nella vita pratica, è un mostro nel teatro, perché nel teatro non bastono
gli accenni, perché nel teatro la dimostrazione è impersonata in uomini vivi, e gli accenni non bastano più, e le sospensioni metaforiche devono scendere al concreto della
vita, perché nel teatro non bastano le virtù dello stile per
creare bellezza, ma è necessaria la complessa rievocazione di intuizioni interiori profonde di sentimento che conducono a uno scontro, a una lotta, che si snodano in una
azione. 24
... se l'opera drammatica non fosse opera d'arte, cioè di
poesia, soggetta a nessuna logicità che non sia quella della fantasia del poeta, che ha in sé la sua legge e soltanto
ad essa deve ubbidire. 25
23
CR, p. 342.
CR, p. 366.
25
CR, p. 471.
24
54
Dato che il problema centrale del teatro fa la fine del secolo e
l'inizio del Novecento è proprio la crisi di questa definizione di
dramma e il tentativo di trovarne una nuova, non si può non
considerare limitata la visione che Gramsci ha di questo punto
cruciale della storia teatrale; egli si muove infatti nella prospettiva di un teatro diverso che però mantenga la stessa definizione formale del vecchio. A riprova, non si può nemmeno
d'altra parte affermare che Gramsci abbia chiaramente intuito
la portata degli esperimenti che Ibsen ed altri in Europa stavano realizzando, così come non ha colto appieno la portata innovatrice del teatro di Pirandello. Questo fatto dovremo attribuirlo alla persistenza nei criteri di analisi di Gramsci di motivazioni neoidealistiche.
1.4.3 Panorama del teatro italiano fra '800 e '900
"Quando l'idea di un teatro è inadeguata e manchevole siamo
ridotti a speculare sul malessere dell'intera cultura"26: partendo da questa massima di Ferguson introduciamo un breve panorama della situazione teatrale italiana negli anni in cui
Gramsci scriveva le sue Cronache. E' evidente infatti il collegamento che si stabilisce fra le condizioni generali dello sviluppo storico, economico e culturale dell'Europa fra i due secoli e l'espressione teatrale di essa: caduti i miti ottimistici
dell'Ottocento, la collocazione dell'intellettuale fattasi meno
sicura nella società, il concetto stesso di arte messo in crisi da
una evoluzione non più univoca e sempre problematica, anche
il teatro conosce ben chiaramente quel fenomeno che va sotto
26
Francis Ferguson, Idea di un teatro, Milano, Feltrinelli, 1962.
55
il nome di "crisi della cultura borghese". In particolare dal modello teatrale romantico si sviluppano due possibilità: quella
delle rinnovamento, che tocca scarsamente l'Italia, che attraverso Ibsen, Strindberg, Čechov, Pirandello e altri costituirà la
base del teatro moderno, e quella della conservazione, ovvero
della ripetizione sempre più stereotipata, astratta dal contesto
sociale, sempre più ridotta ad oggetto di consumo idiota di
una classe incosciente, ripetizione che costituirà il bersaglio
della critica delle menti più aperte del tempo, ma insieme la
connotazione più massicciamente presente nella vita teatrale.
Nel caso italiano poi questa crisi si accompagna a tradizionali
debolezze, carenze e ritardi: mancanza di un teatro nazionale
romantico, dipendenza culturale dall'estero e conseguente
colonizzazione, arretrato sviluppo di quella borghesia che costituiva la base di consenso per quel teatro e sua incapacità di
ad evolvere in senso non reazionario, ecc.
Il teatro italiano del primo Novecento (e qui tralasciamo la
produzione futurista, che rimane generalmente fuori dai teatri
normali e che, se pur rappresenta una netta rottura con la
tradizione letteraria ed organizzativa del teatro, poche tracce
lasciò e scarsa influenza esercitò sugli autori italiani, eccezion
fatta in minima misura per i Grotteschi e Pirandello) è dominato da alcune tendenze che proseguono esperienze iniziate in
Italia e in Europa alla fine del secolo precedente.
Veristi - Certamente la corrente più significative e più nuova,
che ha radici prima europee che italiane, è quella verista, che
meglio di tutte, qualificandosi come continuazione della corrente democratico-liberale del Risorgimento ed essendo passata attraverso Verga, interpreta la crisi del momento. In effetti l'intero naturalismo, e anche in larga misura il verismo
italiano, "esprime nella sua pretesa di distacco obiettivo e
quasi scientifico la nuova situazione di disagio dell'intellettuale
56
e dell'artista che, distaccatosi dalla propria classe non potendosi più riconoscere politicamente in essa, si proietta verso le
classi popolari, ma non riesce a identificarsi neppure con esse
e quindi si arresta in una specie di terra di nessuno"27. Volendo schematizzare, il verismo teatrale italiano può essere distinto in due gruppi: quello in lingua (prevalentemente di ambiente borghese, a sfondo individualistico e psicologico) e
quello in dialetto (di ambiente popolare, a sfondo corale); ma
ugualmente valida, e che non esclude né coincide con la precedente, è la distinzione teatro del Nord e del Sud, che seguiremo.
Al Nord, sotto l'influenza della città industrializzata, con la
maggiore presenza e il peso di una vasta classe piccoloborghese, con la maggiore importanza che vi ha assunto la
questione sociale nelle sue forme di espressione moderne,
prevalgono ambientazioni al chiuso, di case e salotti borghesi
per lo più; vi si rappresentano soprattutto conflitti di ambizioni e angustie morali, in un forte senso di grigiore in cui il
problema di come si appare agli altri diventa angoscioso. Il
linguaggio si presenta perciò discorsivo, sfumato, espressione
di una interiorità dimessa, avvilita. Ricordiamo i principali autori: Bertolazzi, Giacosa, Rovetta, Praga; il primo predilige
quadri ampi e movimentati della Milano proletaria, ambienti
miserabili, alberghi notturni, bottegucce ecc., ove l'elemento
drammatico si stempera nei particolari di ambiente e di costume; negli altri tre prevale un'impostazione ironica, un'ossessiva predilezione per il tema amore/denaro, in tutte le sue
27
Massimo Castri, Per un teatro politico, Torino, Einaudi, "La ricerca critica - teatro" 2, 1973, p. 49.
57
varianti che condizionano i rapporti fra i sessi per la necessità
della finzione a difesa del decoro. Praga si differenzia per il
pessimismo più cupo e chiuso dei personaggi, sia maschili che
femminili (tema della libertà della donna; gli uomini eterni
scapoli e dongiovanni, ecc.), che agiscono secondo un criterio
di opportunità e si ritirano prima di compromettersi.
Al Sud invece la matrice è prevalentemente popolaresca, anche perché diverso è il grado di sviluppo e il tipo di rapporti
sociali che lì prevalgono. Nel teatro dominano temi quali la
religiosità, la fatalità, la superstizione, il destino; l'ambientazione è prevalentemente all'aperto. Principali autori Verga,
Capuana, Di Giacomo e, in parte almeno, Bracco. Quest'ultimo
è Autore più politico e cosmopolita, raccogliendo elementi
delle diverse esperienze italiane ed europee (dramma sociale
alla Dumas, psicologico alla Ibsen, romantico-popolare alla
Sardou, teatro boulevardier, ecc.); gli altri, senza entrare in
particolari, presentano una intonazione più prevalentemente
lirica e regionale.
Decadenti - Il teatro propriamente decadente dal punto di vista dell'ambientazione ha qualche punto di collegamento col
teatro verista meridionale, prediligendo ambienti pastorali e
campagnoli e un trattamento passionale. Uno degli aspetti
caratteristici è il connubio fra una certa ricerca realistica e intenti fantastici, sensitivi, che ben testimoniano il senso di incoererenza con la realtà sociale che contraddistingue la cultura del tempo specie di questo gruppo di autori. D'Annunzio si
stacca così dal verismo per il rifiuto della rappresentazione
dell'umile quotidiano, banale, normale ma vi si accosta peraltro per l'empito lirico che si avvicina al linguaggio melodrammatico e canoro che certi veristi del sud avevano usato in funzione folklorica; i personaggi plebei sono così trasformati in
eroi da tragedia afflitti da un verbalismo che è la più completa
58
negazione della loro definizione sociale. Non si può negare
però al suo teatro una funzione importante di reazione alla
piattezza ed ovvietà di situazioni del corrente teatro borghese,
reazione realizzata attraverso il ricorso alla psicologia d'eccezione, il gusto delle situazioni sconcertanti e aristocraticamente anormali, il linguaggio e un diverso costume teatrale. Sulla
scia di D'Annunzio si sviluppò un ampio filone di carattere storico-mitologico che si contrapponeva soprattutto a Pirandello
e ai Grotteschi, e che procurava fremiti di evasione ed atmosfera eccitante al pubblico borghese; fra questi autori ricordiamo Benelli, Morselli e Berrini.
Intimisti - Al teatro decadente è da avvicinare l'enorme produzione catalogabile sotto il nome di "teatro intimista", anche
se in essa ha maggior peso la singola personalità di ogni Autore, proprio in quanto vi domina la libera espressione di stati
sentimentali personali. Certo questa è stata la produzione che
più si è adattata alle esigenze dell'industria teatrale, seguendo
cioè le esigenze commerciali e solleticando gli istinti irrazionali
del pubblico, e quindi anche la più presente sulle scene. E evidente poi la sua dipendenza dal teatro francese alla Géraldy o
simili, anche se pur tuttavia in alcuni Autori non si può negare
una diretta dipendenza da modelli ben più importanti, Čechov
o Ibsen ad esempio. Ricordiamo fra gli autori Simoni, Contini,
Gherardi e Ugo Betti prima maniera.
Grotteschi e Pirandello - Negli anni intorno alla prima guerra
mondiale, nel quadro di un rinnovamento culturale di cui la
Voce, Gramsci e Gobetti rappresentano un aspetto ben importante, che tendeva ad una sprovincializzazione della cultura e
alla eliminazione di pregiudizi moralistici nel tentativo di stabilire nuovi rapporti fra l'individuo e la realtà esterna, si svolgono le esperienze di rottura dei Grotteschi e di Pirandello, oltre
che dei Futuristi come già si è accennato (noi però continuia59
mo a riferirci e a limitarci al teatro che Gramsci poté vedere
rappresentato). I Grotteschi (Cavicchioli, Chiarelli, Rosso di San
Secondo ecc.), rifuggendo da ogni lenocinio del pubblico e anzi
presentandosi violenti e sconcertanti, tentando di indurlo invece ad accettare con nuove forme espressive problemi coerenti con il momento, presentano personaggi continuamente
compromessi fra un decoro da salvare e una realtà ben più
squallida; i mezzi teatrali prescelti sono quelli della satira di
costume spinta anche fino all'interno della stessa logica
drammatica, cioè satira dello stesso teatro corrente, che mira
a cogliere gli aspetti appunto grotteschi, e a grottescamente
rappresentarli, della vita moderna in ambiente borghese. Caratteristico poi, e venato di implicazioni surrealiste, il tema del
continuo moltiplicarsi dell'Io. Non si può dimenticare infine di
notare che i Grotteschi introdussero in Italia un genere di teatro molto vicino alle contemporanei esperienze degli Espressionisti tedeschi e che questo ebbe un'enorme importanza in
tutta la vita teatrale italiana, dai testi, alla recitazione, alla
scenografia, alla regia. Ma è certo solo con Pirandello che il
nostro teatro trova il più corrente critico del dramma borghese, in tutte le sue espressioni storiche, come meglio si vedrà in
seguito. I limiti di questa produzione vengono in genere messi
in luce da tutti i critici contemporanei rilevandone sia quelli
formali che quelli di contenuto, di senso storico e politico.
D'altra parte nessuno può negare che essa rappresenti la realtà teatrale italiana di mezzo secolo, con la quale quindi si deve
fare i conti sia misurandone il valore intrinseco sia valutandone l'importanza come formatrice di un costume teatrale certo
non ancora defunto. A meno che non si voglia parlare solo di
qualche raro rarissimo capolavoro e intendere il resto con le
parole di Slataper:
60
Non più arte ma fotografia acquarellata. Servi della borghesia. Il teatro della scena realistica è fatta per i borghesi, o democratici che si voglia dire. Non borghesia classe
sociale ma come la parte che c'è fra popolo e noi, come
tra noi e l'aristocrazia: senza forza fantastica e con pretese emozionali, senza cultura storica e con pretese di cognizioni senza gusto, e con pretese di freddezza critica.
Questa gente s'è pagata dei drammaturghi che hanno ridotto il dramma storico a corso rapido per imparare le varie fogge di vestiario e il dramma borghese a dei soffiamenti di naso i quali con la loro indiscutibile verisimiglianza portassero senza alcuno sforzo fantastico al piacevole
solletico dell'emozione, hanno artificiato una commedia
che fosse così identica alla vita dei loro proprietari che essi, divertendosi, pur potessero criticarla obiettando al
compositore che quel particolare non era mai accaduto a
loro. Insomma hanno saputo inventare un teatro comodo
che fosse verisimile quel tanto che lo si ascoltasse senza
disturbi; ma, non potendosi mai giungere per la strada del
verosimile al vero, nello stesso tempo non obbligasse lo
spettatore a credere con dolore in ciò che accadeva davanti ai suoi occhi... La nuova catarsi artistica è star seduti
comodamente in una poltroncina e mangiare limoncini e
sorridere beati che il protagonista, in fondo, soffre per
modo di dire. Ed essi con lui. 28
Dove sono il dramma storico e il dramma borghese italiano?
28
Scipio Slataper, Del teatro, "La Voce" III, n. 52.
61
1.4.4 - Le Cronache: i criteri di analisi e i temi ricorrenti
Se questa era dunque la produzione che Gramsci vedeva rappresentata nei teatri torinesi (oltre a quella straniera) appare
ben chiaro il senso di tutto il suo discorso di fondo: questo teatro rappresenta perfettamente la crisi della borghesia italiana
sia dal punto di vista ideologico (fra neoidealismo e positivismo), politico (fra reazione e moderato riformismo), psicologico (fra impegno e beata incoscienza), di costume (fra dannunzianesimo e moralismo bigotto). Questo evidente collegamento Gramsci lo coglie per esempio in una delle Cronache:
Torino ha il teatro che si merita: esso è lo specchio della
sua anima, della sua vita. 29
Quindi, se, come abbiamo detto, il compito che Gramsci si prefigge è quello di introdurre un metodo di analisi marxista non
solo della società borghese ma anche del suo prodotto culturale e della sua ideologia, è proprio questa rispondenza fra
teatro e società, che Gramsci afferma e usa come strumento
critico, la più grossa novità portata nella critica teatrale; questo lo differenzia da tutti gli altri critici italiani, anche perché
egli assume come destinatario del suo discorso non il pubblico
dei teatri, in prevalenza borghese, né quello dei lettori di cronache teatrali, anch'essi borghesi, ma un tipo di proletario che
egli comincia a conoscere nella Torino industriale e al quale
solo vuole parlare. Certo, il suo pubblico lo conosce ancora
poco e, forse per entusiasmo politico, è portato ad idealizzarlo
descrivendolo come puro e ingenuo o almeno capace di quella
immediata partecipazione sentimentale che pare negata alla
viziosa borghesia. Leggiamo nella recensione a Casa di bambo-
29
CR p. 364.
62
la, espressione di un'idea progressista e come tale rifiutata e
annegata nell'incomprensione del pubblico borghese (ma qui
Gramsci confonde forse comprensione del dramma di Nora
con comprensione del dramma di Ibsen):
Nostro costume. Cioè costume che ha importanza nella
storia attuale perché è il costume della classe che della
storia stessa è protagonista. Ma accanto a esso è un altro
costume, in formazione, quello che è più nostro, perché è
della classe cui apparteniamo noi. Costume nuovo? Semplicemente costume che s'identifica meglio con la morale
universale, che aderisce tutto alla morale universale, tale
perché profondamente umana, perché fatta di spiritualità
più che di animalità, di anima più che di economia o di
nervi e muscoli. Le cocottes potenziali non possono comprendere il dramma di Nora Helmer. Lo possono comprendere, perché lo vivono quotidianamente, le donne del
proletariato, le donne che lavorano, quelle che producono
qualcosa di più che non siano i pezzi di umanità nuova e i
brividi voluttuosi del piacere sessuale. Lo comprendono
per esempio due donne proletarie che io conosco, due
donne che non hanno avuto bisogno né del divorzio né
della legge per ritrovare se stesse, per crearsi il mondo
dove fossero meglio capite e più umanamente se stesse.
Due donne proletarie le quali, col consentimento pieno dei
loro mariti, che non sono cavalieri ma lavoratori semplici e
senza ipocrisie, hanno abbandonato la famiglia, sono andate con l'uomo che meglio rappresentava l'altra loro metà e hanno continuato nell'antica dimestichezza, senza
che per ciò si creassero le situazioni boccaccesche che sono un retaggio più proprio della borghesia grossa e piccola dei paesi latini. Esse non avrebbero grossolanamente riso della creatura che la fantasia di Ibsen ha messo al
mondo, perché avrebbero riconosciuto in lei una sorella
spirituale, la testimonianza artistica che il loro atto è
63
compreso altrove perché essenzialmente morale, perché
aspirazione di animi nobili a un'umanità superiore, il cui
costume sia di pienezza di vita interiore, escavazione profonda della propria personalità e non vile ipocrisia, solletico di nervi malati, animalità grasse di schiavi diventati
padroni. 30
Questa posizione era ben lontana della linea anti-culturale alla
Bordiga, proprio in quanto si riferiva al teatro inteso come
strumento di educazione. E forse proprio in questa linea (un
teatro nuovo per un pubblico nuovo) sta la ragione della simpatia istintiva che Gramsci prova per tutto quello che è comunque nuovo e può indicare una cultura alternativa.
Vedi ad esempio il giudizio sui futuristi:
... i lavoratori che vedevano nel futurismo gli elementi di
una lotta contro la vecchia cultura accademica italiana,
ossificata, estranea al popolo. 31
I Futuristi, nel loro campo, nel campo della cultura, sono
rivoluzionari; in questo campo, come opera creativa, è
probabile che la classe operaia non riuscirà per molto
tempo a fare di più di quanto hanno fatto i futuristi:
quando sostenevano i Futuristi, i gruppi di operai dimostravano di non spaventarsi della distruzione, sicuri di potere, essi operai, fare poesia, pittura, dramma, come i Futuristi; questi operai sostenevano la storicità, la possibilità
di una cultura proletaria creata dagli operai stessi.32
30
CR p. 342.
Antonio Gramsci, Una lettera s Trotskij sul futurismo, in Scritti
politici, Roma, Editori riuniti, "Le idee" 79-80-81, 1975, III p. 48.
D'ora in poi citato SP.
32
SP, II p. 182.
31
64
e in generale l'atteggiamento verso i Grotteschi e Pirandello,
anche se poi vi trova mille difetti, per tutto quello che è formativo del gusto e ricco di possibilità educative (vedi la polemica contro le rappresentazioni di Shakespeare alla Ruggeri33),
atteggiamento quanto mai distante da quello di altri critici,
tipo Lanza, sospettose di ogni cosa che potesse venire a turbare lo svolgimento di una produzione indirizzata ormai su binari
sicuri e di sicuro reddito34.
Anche l'atteggiamento verso il pubblico è diverso in Gramsci:
mentre egli si preoccupa della sua educazione e ne attribuisce
33
Confronta invece D'Amico ("I futuristi hanno sollevato, di quando in quando, un certo gaio rumore, ma, almeno a teatro, non
hanno creato granché" - Il teatro italiano, Milano, Treves, 1937, p.
241) e Cardarelli (I futuristi uccisero il chiaro di luna, ma hanno
proposto la riforma del caffè concerto e cominciano ad attuare
con successo quella del teatro dei burattini. Ed è sempre lo stesso
commercio esercitato sull'ingenuità e il volontario, crudele, raffinato turismo del forestiero. Non diciamo con quale vantaggio per
il nostro paese perchè si andrebbe troppo sul serio" - La poltrona
vuota 1910-1936, Milano, Rizzoli, 1969, p. 104).
34
"Mentre gli scrittori che ora sono morti o silenziosi nel quarto
del secolo precedente hanno di sé pur lasciato qualche non distruttiva orma, io vorrei persuadermi che coloro i quali attualmente da circa dieci anni farneticano in fiabesche, puerili variazioni di
vecchi temi e corrono dietro a illusioni e a chimere di concessioni
straordinarie, tormentando sè e gli altri in viluppi di arzigogoli
pseudofilosofici e attaccandosi a sottigliezze di spirito edi pensiero, che pompeggiano di sole frenetiche esteriorità, io vorrei persuadermi dico che essi abbiano finora dato qualcosa di più e di
meglio dei loro predecessori" (Alberto Blandi, Domenico Lanza:
mezzo secolo di teatro, Torino, Ordine dei SS Maurizio e Lazzaro,
1970, p. 117).
65
i difetti appunto ad ignoranza rimediabile e ad origine di classe, altri lo dispregiano quando la commedia che sostengono
ha fatto fiasco (mettendo in moto un meccanismo masochista
per cui il pubblico lettore di critica teatrale gode nel sentirsi
dare del cretino):
Ah, la moralità delle platee! E' spaventevole! E chissà,
quella sera, quanti ladri, quanti scrocconi, quanti mantenuti e quante dame adultere, e quante etère erano in teatro.35
E questo disprezzo è spesso venato da interessi di classe, come si vede ad esempio in Praga quando descrive il pubblico
del dopoguerra:
Sino a qualche anno fa il pubblico del teatro era assai più
limitato che oggi non sia. Su centomila cittadini, forse mille, in via ordinaria e salvo casi eccezionali, erano gli abituali frequentatori dei teatri di prosa. Ed erano mille che,
per essere appunto degli assidui e perché otto su dieci erano persone colte, che leggevano, che viaggiavano... 36
L'atteggiamento di fiducia nella novità, che Gramsci condivide
in fondo solo con Gobetti, certo si ricollega almeno in parte ai
temi che la Voce veniva affrontando in quegli stessi anni, riconducibili sotto due categorie, provincialismo e insincerità,
che Gramsci utilizza ampiamente nelle Cronache. Ricordiamo
però come i crociani e in gran parte anche i vociani guardassero al teatro unicamente come fatto estetico e non ne considerassero l'aspetto pratico, o addirittura lo rifiutassero aristocra-
35 Marco
36
Praga, "L'illustrazione italiana" n, 6, febbraio 1929.
Marco Praga, Cronache teatrali, Milano, Treves, 1920-1929, II
p. 197.
66
ticamente (diceva Slataper: "Teatro: falsa arte, falso sentimento, falsa morale, falsa vita, falso viso"37).
Riguardo al primo tema, Gramsci non si stanca nelle recensioni
di mettere in rilievo l'aspetto arretrato e chiuso della produzione italiana e osserva come sulle scene italiane vengono in
verità rappresentati scarsamente i migliori testi stranieri, e di
solito con cattivo successo, e abbondino invece i peggiori esempi della produzione commerciale, specie francese: non
una provincia insomma ma una colonia. Osserva anche come
in Italia siano ancora in voga generi teatrali altrove ormai spariti (magari sostituiti dal cinematografo38) in funzione solo di
37
Scipio Slataper, Del teatro citato.
Gramsci, attenendosi al suo solito criterio che privilegia l'uso
sociale del prodotto e basando il suo giudizio su quello che poteva
vedere a Torino, non manifesta nessuna simpatia per il cinema, al
massimo ammira l'industria cinematografica, non nutre nessuna
fiducia in un suo miglioramento (opinione del resto allora assai
diffusa) e lo accomuna al teatro volgare ("la ragione della fortuna
del cinematografo e dell'assorbimento che esso fa del pubblico
che prima frequentava i teatri, è puramente economica: il cinematografo offre le stesse, le stessissime sensazione che il teatro
volgare, a migliori condizioni, senza apparati coreografici di falsa
intellettualità, senza promettere troppo mantenendo poco...
D'Annunzio, Bernstein, Bataille avranno sempre maggiore successo al cinematografo: la smorfia, il contorcimento fisico trovano
nella film materia più adatta alla loro espressione" - CR, p. 305).
Usa poi il termine "attore da film" è in senso spregiativo ("Lyda
Borelli... è un pezzo di umanità preistorica, primordiale. Nessuno
sa spiegare cosa sia l'arte della Borelli perché essa non esiste...
perciò la Borelli è l'artista per eccellenza della film, in cui lingua è
solo il corpo umano, nella sua plasticità sempre rinnovantesi" CR, p. 334.
38
67
cassetta come il drammone storico e il Grand guignol . Anche
se poi dice che il teatro straniero, pur avendo "un fondamento
spirituale per cui le contraddizioni e le incongruenze della vita
sono viste da un angolo visuale nuovo, originale per noi"39 non
è poi un granché, tuttavia fa notare la differenza di livello medio generale (e noi dobbiamo anche considerare che Gramsci
non poteva essere perfettamente informato di tutto quello
che si faceva allora in Europa); esemplare a questo proposito,
negli anni della guerra e della più acuta propaganda nazionalista, la difesa di Wagner e Toscanini come espressione di una
corrente comunque innovatrice ed europea.
Gramsci invece non considera come espressione di provincialismo la ricca tradizione del teatro dialettale italiano, nè in contraddizione con lo spirito di innovazione che lo anima, ma anzi
come una prima indicazione provvisoria del futuro teatro proletario; ma non manca poi di notare a cosa si è ormai ridotto
questo genere, insistendo sul pessimismo che lo anima al riguardo:
E se si guardano questi poveri attori che goffamente si agitano. goffamente cantano o sgambettano pigramente, e
ripetono con convinzione delle freddure stantie, aspettando l'applauso che non viene mai, si sente un'infinita pietà.
Eppure questi attori credono sul serio di continuare la tradizione dialettale. 40
Più positivo il giudizio sul teatro dialettale di Musco, ma in generale si può dire che all'epoca delle Cronache Gramsci non ha
39
CR, p. 288.
Antonio Gramsci, Buscaje, "Sotto la mole" p. 231, citato da Guido Davico Bonino, Gramsci e il teatro, Einaudi, "La ricerca critica/teatro" 1, 1972, p. 64. D'ora in poi citato B.
40
68
ancora elaborato la precisa teoria sui rapporti fra lingua e dialetto che troviamo nei Quaderni.
Quanto all'insincerità, seguendo un preciso pensiero di Croce
Oltre all'insincerità superficiale... ve n'è un'altra profonda
che usiamo con noi stessi... la poca chiarezza interiore, lo
stato psicologico in cui l'uomo non mente più agli altri,
perché ha già mentito a se stesso e a furia di mentirsi ha
ingenerato tale confusione nel suo animo che non si raccapezza più; ha arruffato una matassa che non riesce più
a dipanare; è pervenuto ad una sorta di incolpevolezza ed
ingenuità, che ha per fondamento una grande colpa e un
grande artificio 41,
Gramsci la mette spesso in conto agli Autori che esamina sottoforma di artificiosità, vacuità, banalità:
Se Ferdinando Martini si occupasse ancora di queste bazzecole e si ponesse di nuovo la questione del perché non
esiste un teatro nazionale italiano, gli si potrebbe rispondere, prendendo le mosse dall'ultima produzione, che il difetto d'origine è l'insincerità degli Autori, specialmente
giovani. La mancanza di un genio può spiegare il non sorgere di capolavori, e questi d'altronde non paiono sfangare con molta frequenza neanche fuori d'Italia. E' proprio
l'insincerità, la mania letteraria che impedisce a molti di
fare qualcosa di buono, anche dei limiti più modesti. Per il
razzo di una trovata, per il barbaglio di una situazione piccante o di un personaggio che nessuno ha mai posto in
scena, si sacrifica tutto quello che può veramente dare ossa e carne a una commedia. 42
41
Benedetto Croce, La letteratura della Nuova Italia, Bari, Laterza,
1942, IV p. 197.
42
CR, p. 283.
69
Nella letteratura (arte), contro la sincerità e spontaneità si
trova il meccanismo o calcolo, che può essere un falso
conformismo, una falsa socialità, cioè l'adagiarsi nelle idee fatte ed abitudinarie. Ricordare l'esempio classico di
Nino Berrini, che scheda il passato e cerca l'originalità nel
fare ciò che non appare nelle schede... Con questi criteri è
certo che non si possono avere catastrofi commerciali. Ma
è questo conformismo o socialità nel senso detto? Certo
no. E' un adagiarsi nel già esistente.43
La ragione di tutto ciò Gramsci la trova prima di tutto in un
atteggiamento culturale generale, che quindi critica seguendo
l'impostazione vociana, e poi anche, ed è questo che lo distingue, nell'organizzazione teatrale che spinge gli Autori al conformismo, al cedimento nei confronti dei grandi attori, al far
soldi, alla sudditanza ai trust, ecc. :
La ditta Chiarella, che ha il monopolio dei teatri torinesi,
contribuisce a questo abbassamento del livello del gusto
generale. 44
Un altro punto in cui Gramsci si rivela indipendente da crociani
e vociani è quello del riconoscere un valore positivo nel teatro
"sincero" almeno come espressione di professionalità, cioè
quando non si ammanta di pretese ed è quindi immediatamente macchina teatrale:
E perciò faccio una confessione: amo la pochade e mi diverto immensamente ad ascoltarla. Ne so i difetti, ne so i
trucchi e le macchinazioni, prevedo quasi dal primo atto
dove andrà a finire, ma mi sento perciò sicuro dagli inganni, dalle truffe dell'arte seria.. tra la Falena di Bataille
43
44
LVN, p. 44.
CR, p. 355.
70
o Le donne forti di Sardou e La dame de chez Maxim preferisco quest'ultima, che non ha pretese, e non nasconde il
belletto e la sfacciataggine. 45
Ma è su un altro piano che Gramsci raggiunge la massima originalità e indipendenza dai suoi modelli culturali, su quello
cioè dell'analisi dell'organizzazione teatrale e dell'attore e della loro funzione nel teatro. Quando infatti Gramsci ricerca le
cause della situazione teatrale italiana, e torinese in particolare, non dimentica di attribuire precisa responsabilità ai tramiti
fra Autore e pubblico. Nella polemica contro i fratelli Chiarella,
che detengono praticamente il monopolio dei teatri torinesi,
Gramsci mostra tutto il peso del trust che fa degenerare Autori, attori, compagnie e pubblico, e semina germi di marcio che
poi coltiva accuratamente:
Barnum o il consorzio teatrale: Barnum o il trust dei fratelli Chiarella. Lo spirito animatore è lo stesso: è lo spirito
dell'accumulatore di quattrini, cieco, sordo, insensibile a
tutto ciò che non sia cespite di guadagno. Se domani sarà
provato che è più conveniente adibire i teatri alla rivendita
delle noccioline americane e dei rinfreschi ghiacciati, l'industria teatrale non esiterà un istante a farsi rivenditrice
di noccioline e di ghiacciate, pur mantenendo nella ditta
l'aggettivo "teatrale"... Il trust teatrale a Torino e andato
un po' troppo oltre nella sua abilità industriale, Torino è
completamente tagliata fuori dalla vita teatrale italiana...
L'industria teatrale è entrata in concorrenza con il varietà,
cerca di accaparrarsi la categoria più redditizia di questo
pubblico. Persegue così il suo fine monopolistico... Le
grandi compagnie si dissolvono, gli attori sono costretti
45
Antonio Gramsci, Elogio della pochade, "Sotto la Mole" p. 14,
citato in B, p. 71.
71
per vivere a dedicarsi al cinematografo; l'industria teatrale, monopolizzata, non se ne preoccupa; i suoi affari prosperano ugualmente per l'impossibilità della concorrenza,
per l'abbassamento del livello estetico.46
I proprietari di teatro sono riuniti in consorzio su basi
commerciali e industriali; essi tutelano i propri interessi
esclusivamente: dell'arte se ne infischiano. Pensar che a
un tratto questa gente si trasformi in un'accolita di mecenati o di persone che si accorgono di non speculare su delle scarpe, sarebbe ingenuità. 47
Anzi è precisamente un criterio da caffettiere che ispira il
consorzio, il quale è sempre in caccia del genere o dell'individuo che piace al pubblico, e domani - logicamente - farebbe qualsiasi qualità di spettacolo se non ci fossero i
vincoli delle leggi sulla moralità, sul gioco e su altre miserie. E' facile intuire in quali condizioni si trova l'arte
drammatica alla mercé di costoro.45
Questa tragica realtà non era sentito solo da Gramsci (e infatti
cita anche una lettera di Praga in proposito48) ma è notevole
qui la lucidità di analisi se si pensa che siamo agli albori della
civiltà dei mass-media. E poi, Gramsci non manca di dare subito anche l'indicazione politica contro il monopolio: è lo Stato
che deve intervenire!
Il trust ha possibilità di rivalsa, contro le quali solo lo Stato
potrebbe intervenire. 49
46
47
CR, p. 353.
CR, p. 361.
48
CR, p. 359.
49
CR, p. 361.
72
Le esagerazioni del monopolio non possono che essere
frenate dai calmiere di Stato. 50
E collega tutto il discorso specificamente teatrale alla funzione
che lo Stato borghese di fatto esercita in tutti i campi, quello
culturale compreso, sino alle sue articolazioni locali:
Il Comune stesso, quando era retto da uomini meno intellettualmente beceri, si preoccupava del problema e a ragione. 51
Quale superiore ragione può mai più oltre far considerare
intangibili teatri della ditta Chiarella, mentre i locali scolastici sono ritenuti tangibilissimi e tangibilissimo è stato il
Teatro Regio per le requisizioni belliche?52
Il discorso sugli attori è articolato in diverse direzioni che si
compenetrano e si spiegano a vicenda: rapporto Autore/attore, capocomico, grande attore, compagnia, formazione
dell'attore. Qui subito un primo fatto: Gramsci considera essenziale la funzione dell'attore distaccandosi sia dalla posizione crociana e vociana sia da quella di Praga (interessato, in
quanto Autore) e gli riconosce un'importante funzione culturale:
L'artista deve continuare il lavoro fantastico dell'Autore.
Nella sintesi, nel frammento deve sentire la continuità,
l'accessorio, l'alone che circonda la luce, ciò che è vita diffusa, ma sentirle in relazione all'esistente creato dall'Autore, sentirlo come lo sentiva la fantasia dell'Autore quando scriveva quelle tali parole. Perché dovendo dare vita fisica, reale persona alla bocca che pronuncia quelle parole,
50
CR, p. 353.
CR, p. 304.
52
CR, p. 353.
51
73
deve creare un accordo, un'armonia, solo dalla quale scaturisce la bellezza. 53
D'altra parte però l'attore deve concepire il proprio ruolo come complementare quello dell'Autore, e quando invece sorpassa questo stadio cade nel difetto tipico del grande attore
(difetto che può però diventare un valido antidoto alla debolezza dei testi come spesso Gramsci nota):
L'attore che recita sempre bene. Che in ogni sua interpretazione, anche di cose mediocri o nulle, sa far risaltare la
sua parte, sa farsi notare, sa strappare a un certo punto
l'applauso. Ripensandoci, si trova che in ciò consiste il suo
talento e la sua deficienza di artista. Gli Autori potranno
essergliene grati, il pubblico non deve essergliene grato. E
neppure tutti gli Autori; gli Autori mediocri, che non sanno
dire una parola che valga in sé per sé, che viva di vita propria... Ruggeri non sa abbandonarsi all'Autore, nell'espressione verbale; egli vi si sovrappone. Ruggeri non è
una piccola causa del pervertimento estetico del pubblico
di teatro. Egli riesce a dare impressioni di bellezza e di
grandezza anche quando la bellezza e la grandezza lasciano il posto al lenocinio e alla tecnica, e il pubblico fini-
53
CR, p. 319. Confronta invece Slataper ("L'attore ha un semplice
compito, modestissimo, di medio, per cui sono inutili del tutto le
scuole di recitazione, la casta 'artisti' o che so io. Basterebbero
alcuni dilettanti di buona volontà... con un po' d'amore e d'ingegno. Il resto, coreografia ecc., sarebbero giustamente assorbiti
dall'operetta" - Del teatro citato) e Praga (" Chi crea è di razza superiore a chi eseguisce... sì, io considero l'Autore di una razza assai più elevata dell'attore - citato in Guido Lopez, Carteggio PragaSabatino Lopez, "Il dramma" n. 267, dic. 1958, p. 65).
74
sce col confondere, col perdere ogni esatto criterio di giudizio, col ritenere che valgono ugualmente Bernstein e
Shakespeare. 54
Da notare però come Gramsci attribuisca ancora una volta una
parte di responsabilità del dilagante malcostume del grande
attore all'organizzazione teatrale:
Primeggiare nel guadagno va di pari passo col primeggiare nella compagnia, nelle funzioni direttive e autoritarie,
nella libertà di scegliere per sé le parte di successo e spiccare, monumento funerario, in un cimitero di fosse comuni.55
Infatti il grande attore falsa anche i rapporti che debbono esistere all'interno della compagnia:
La compagnia teatrale, come complesso di lavoro retto
dai rapporti che intercedevano nell'arte medievale fra il
maestro e i discepoli, si è dissolta: ai vincoli disciplinari
generati spontaneamente dal lavoro in comune - lavori di
natura particolare, perché tendenti a fini di creazione artistica - sono successi vincoli che legano l'imprenditore ai
salariati, i vincoli della forca e dell'impiccato.53
E dà poi indicazioni sul metodo di lavoro dell'attore e sulla sua
formazione all'interno della compagnia:
Virgilio Talli è forse il più acuto critico letterario che oggi
esiste in Italia... L'energia critica del Talli si rivela e si esaurisce nell'ambito della compagnia drammatica di cui è direttore: i suoi saggi sono le interpretazione che la compagnia crea dei drammi e delle commedie, la sua specifica
opera è diventata spontaneità, naturalezza negli attori,
54
55
CR, p. 372.
CR, p. 447.
75
adesione del gesto, della musica vocale con l'intimo spirito
dei personaggi rappresentati. La personalità del Talli viene
così a sparire nell'insieme, è difficilmente rintracciabile.
L'attività sua di rivelatore, di maestro diventa vita degli altri, dei discepoli... Talli svolge la sua attività nelle prove:
lavoro di miniatura, raffinato e sottile sforzo di elaborazione paziente. Il dramma si frantuma nei suoi elementi
primordiali: le parole, i movimenti. Ma in ognuno di questi
elementi continua a vivere l'intero dramma. E l'analisi minuziosa incomincia. Il dramma viene esaminato, pesato,
studiato, in ogni più sottile nervatura, in ogni fibrilla di
tessuto. Talli è l'orafo che trae dal metallo il suo timbro riposto, ne intuisce il valore effettivo, e lo sgrana in collane
e monili d'infinito pregio. La sua fantasia, dall'intuizione
rapida e dominatrice, padroneggia tutta l'azione e la rivive per i suoi discepoli. Ogni personaggio acquista una individualità distinta, ogni parola diventa sintesi di uno stato d'animo distinto. Talli ripete la parola, la amplifica, la
pone in relazione con il discorso anteriore sottaciuto di cui
è conseguenza: essa perde così ogni valore meccanico, di
pura sonorità, diventa interiorità, vita spirituale, si colora
di tutta una personalità, di tutta un'anima, scocca dalla
gola, dalle labbra come una necessità fatale, si comprende come debba essere quella e non un'altra, accompagnata da quel gesto e non da un altro, modulata con quei toni
e non con altri. E l'unità spirituale dell'individuo diventa
unità spirituale della scena. Tutto vive: l'ambiente deve
essere così e non altrimenti, perché anche la esteriore
parvenza delle cose si riflette sugli uomini e ne determina
sfumature di atteggiamento che non bisogna trascurare...Così Talli sminuzza e ricrea i drammi per i suoi attori, li
analizza e sembra distruggerli; ma nella sapiente analisi la
sintesi è potenziale e si afferma nelle prime rappresentazioni, davanti al pubblico che applaude e non pensa nep-
76
pure all'artefice maggiore, al maestro che ha raccolto in
un fascio le singole energie e le ha rivelate a loro stesse.56
Risulta qui chiarissimo l'altissimo concetto che Gramsci ha della professione dell'attore; ed ha modo pure di rilevare molto
acutamente la novità della figura di Talli, ormai molto più regista che capocomico. Rileva poi che l'attore può ricevere una
formazione completa solo all'interno di una compagnia come
quella di Talli, o quella Galli-Guasti-Bracci57, o di Sainati (che
lavora sull'attore potremmo dire in un senso un po' diverso:
Guignol italiano ha avuto però un merito. E' servito a creare una compagnia di prim'ordine. Ha servito a formare
degli attori eccellenti. La riproduzione plastica del terrore
domanda intelligenza e studio. Se Guignol non ha valore
estetico linguistico, ha valore estetico plastico. I suoi interpreti devono acquistare, attraverso uno sforzo cosciente e un lavorio interiore indefesso, una grande capacità fisica di espressione, una capacità di rinnovamento che
renda possibile la varietà e la novità degli atteggiamenti.
Alfredo Sainati è riuscito a costituire così una compagnia
non comune per affiatamento e per omogeneità. 58).
In conclusione, come ben si vede Gramsci, se analizza i testi
con metri crociani, sa poi trovare fuori di essi una serie vastissima di interessi e problemi del teatro che fanno in fondo la
forza delle sue Cronache, per l'acutezza di certe intuizioni e la
precisione di certi giudizi.
56
CR, p, 402.
CR, p. 286.
58
CR, p. 339.
57
77
1.4.5 Gli Autori delle Cronache
Vediamo ora di esaminare alcuni degli Autori di cui Gramsci si
occupa particolarmente nelle Cronache, tralasciando per il
momento quanto scrive di Pirandello. Questa sarà l'occasione
per verificare la validità di alcuni giudizi la felicità di certe intuizioni e costituirà anche un quadro di come Gramsci si ponesse, anche dal punto di vista del linguaggio giornalistico, di
fronte alla produzione che esaminava.
Veristi - Di quelli di derivazione verghiana recensisce Quac59
quarà di Capuana, un testo che giudica molto brutto e indegno di una edizione postuma, ed effettivamente il grosso di
questa produzione appare ormai lontano dalle scene torinesi.
Molto più presente Bracco di cui si rappresentano fra il 16 e il
20 tre commedie: Il piccolo santo60 che vive solo dell'interpre61
tazione che ne dà Ruggeri; L'amante lontano , dramma non
sviluppato che rimane allo stadio intenzionale; e Occhi consacrati62, che fa parte del ricco filone provocato dalla guerra e
che si distingue per le forti tinte dialettali.
Dei veristi del Nord Gramsci vede le opere di Lopez, d'Antona
Traversi e di Praga. Del primo, Sole d'ottobre63, tipica commedia borghese perbene che valuta
un nulla, adorno di parole drogate per palati casalinghi,
64
e Schiccheri tu sei grande di cui dice:
59
CR, p. 293.
CR, p, 283.
61
CR, p. 321.
62
CR, p. 396.
63
CR, p. 412.
64
CR, p. 478.
60
78
Sabatino Lopez è diventato grande come sono grandi le
piramidi quando la pianura del Nilo è una marcita popolata di ranocchi.
Del secondo Le Rozeno65 che definisce pleonastico e basato su
di un motivo di facile presa, la maternità.
Su Il bell'Apollo di Praga si sofferma con dente più avvelenato:
La battaglia meritava di essere perduta: la commedia non
ha alcuna consistenza drammatica, essa è una pura esteriorità di parole e di scene ben congegnata. Manca in questa commedia ogni rappresentazione di caratteri; sarebbe
stato meglio trarre dall'argomento un romanzo d'appendice con un urlo popolaresco contro il cinico signore che
non si preoccupa se i suoi sollazzi lascino uno strascico di
cuori insanguinati... E' il successo del teatro moderno o del
teatro dell'arte? Pare veramente che si ritorni indietro di
200 anni; il pubblico non si preoccupa dell'amore fisico ma
dell'interpretazione artistica. Non ci sarebbe niente di male se dal teatro non ricavassero fama e quattrini scrittori
che non merito nell'una né gli altri a così buon mercato. 66
Infine citiamo due autori dialettali: il siciliano Martoglio, in
accoppiata con Musco, autore di L'aria del continente67,
un seguito di scene caricaturali nelle quali il filo conduttore dell'azione non è dato dal carattere dei personaggi ma
dall'ambiente;
65
CR, p. 323.
CR, p. 469.
67
CR, p. 291.
66
79
di U' riffanti68,
Un seguito di bozzetti scenici senza intreccio drammatico,
senza alcun approfondimento di carattere, senz'altra pretesa che non sia quella di dare ad Angelo Musco il modo di
creare una macchietta esilarante, perché esteriori e solamente fisiche sono le possibilità rappresentative della
commedia;
di Scuru69 di cui rileva la tragicità tutta posta nell'ambiente,
nella vita stessa seguendo in ciò il tema maeterlinckiano de I
Ciechi da cui è tratta; de Il contravveleno70 di cui rileva il ritmo
convulso e la sconnessione delle scene; e di S. E. di Falcomarzano71, tre atti lieti e ridanciani,
lisci come il pavimento incerato di un salotto borghese,
ma piacevoli perché senza ricercatezze.
Di Mario Leoni Gramsci recensisce L'erbô d'la libertà, commedia patriottica:
L'erbô avrà delle repliche e Mario Leoni, alla fine della
carriera di fortunato negoziante di stoffe, allieta la sua
vecchiaia con lo stringere le catene matrimoniali alle coppie amanti, col firmare molti atti di stato civile e con lo
scrivere commedie. E continui pure per molti anni 72;
'L môrôs dmia fômma73, che fa ridere francamente per la sua
arguzia dialettale senza sottintesi, e L'arch an cel, di cui dice:
68
CR, p. 341.
CR, p. 351.
70
CR, p. 390.
71
CR, p. 404.
72
CR, p. 280.
73
CR, p, 326.
69
80
Mario Leoni è un rozzo uomo, che ha per cuore una bistecca e per cervello una spugna da massaggio. Con la sua
praticoneria da esercente furbo, infarcisce zibaldoni verbali, speculando sul candore e l'ingenuità del pubblico popolare, come un'astuta mercantessa di carne femminile
può speculare sui primi brividi della pubertà degli adolescenti allevati a bacioni materni e a caramelle sororali.
Non è possibile che neanche un'ombra di rispetto si possa
sentire per le fatiche di questo dozzinale acciabattone, che
non rispetta nulla e nessuno, che mercanteggia la commozione istintiva per il dolore materno imbrattandolo subito dopo con la più goffa buffoneria, che impiastriccia le
commedie con la stessa disinvoltura che serve allo straccivendolo per ficcare in un sacco sudicio tutti i rifiuti della
vita. Col signor Marco Leoni non è possibile e sarebbe indecoroso anche accennare uno spunto critico; non si può
dialettizzare il tanfo. 74
Decadenti - Gramsci vede Il poeta e la signorina75 di Berrini,
esempio di insincerità a teatro, e La signora innamorata76 che
l'autore chiamò storica e Gramsci preistorica. Di Morselli Il
glauco77 che lo colpisce per "'orrida e ossuta schematicità di
simboli e che poi collega alle ipotesi di rinnovamento che l'Autore vorrebbe rappresentare:
E' esatto dire che si tratta di un tentativo apertamente
confessato di fare in teatro cosa, se non nuova, diversa
almeno dal comune, di trasfigurare l'azione scenica con
un'intuizione di poesia. Ma è pur esatto dire che il tentati-
74
CR, p. 420.
CR, p, 283.
76
CR, p. 413.
77
CR, p. 474.
75
81
vo è fallito... forse chi è abituata al teatro attuale vi trova
qualcosa di nuovo. Ma per il nuovo si perde il meglio, si
perde quello che conta e che vale; si perde la spontaneità
e la pienezza dell'azione, si oscilla fra una realtà e un sogno che non hanno entrambi consistenza che di parole.
Non si afferra di concreto nulla che non potrebbe essere
contenuto in una qualsiasi mediocre favola borghese.
Di Niccodemi Scampolo di cui mette in rilievo "la figurina selvaggiamente ingenua della protagonista"78 e nota il clima di
convenzionalismo sentimentale e di travestimento che mandava invece in visibilio Simoni79 e Praga80; Il titano, volgare
speculazione sulla retorica bellica:
Il colpo era sicuro. La tirata contro i fornitori, eloquente
come una forbita orazione di avvocato fiscale, suscitò i
frenetici applausi dalla platea (ingresso) e dal loggione; le
poltrone e i palchi prudentemente si astennero. Gli attori
non erano altro che fonografi e non poterono per mancanza di materia prima creare nessun carattere... Il Niccodemi, come Gilberto della sua commedia, troverà nella
sua coscienza la carceriera che lo punirà dall'aver speculato sul dramma nazionale, per raggiungere in poco tempo
solo ciò che un onesto e lungo lavoro gli avrebbe dato allo
stesso modo81;
78
CR, p. 282.
quel modo delicato onde quel fiore di serra truccato da fiore di
campo - Renato Simoni, Cronache della ribalta 1914-21, p. 135.
80
una cosetta gaia, piacevole, festosa... senza complicazioni, senza grovigli, senza volgarità, senza atteggiamenti farseschi; anzi,
castigata e garbata; tessuta con un dialogo pieno di spirito, di vivacità e di brio - Emilio Praga, Cronache teatrali 1919, p. 104.
81
CR, p, 295.
79
82
La nemica82 in cui mitologica diventa l'aristocrazia e reale la
piccola borghesia in scalata: ma la macchina teatrale è complicatissima e i riferimenti ai tardo romantici francesi serve solo a
maestrina provocare sommovimenti violenti dei precordi;
La83, che presenta il tipico espediente di far terminare l'atto in
una scena patetica d'affetto ed è quindi prova di buon mestiere; e infine La volata84 sul tema dell'eguaglianza sociale:
La lotta di classe è vista dall'angolo visuale della tenerezza
e del buon cuore; non è neppure una distinzione di classi
che si fissa, ma una convenzionale caricatura degli uomini,
secondo le categorie morali del bene e del male, secondo
le categorie letterarie dell'angelo e del piededicapra, secondo le categorie oleografiche del lavoro e del sangue
putrido... Niccodemi non s'innalza di un dito sulla statura
intellettuale e artistica di Carolina Invernizio.
Grand Guignol - Gramsci ne coglie tutte le implicazioni sociali
e di costume teatrale:
Guignol sulla scena cerca di ricreare lo strano, miracoloso
paese delle oche; il paese dell'orribile, del raccapricciante,
che dovrebbe far sentire ai pellegrini che vi viaggiano dei
fremiti, dei tuffi al cuore, degli scombussolamenti capillari
ed epidermici come al tempo in cui i serpenti a sonagli al
braccio dei megateri passeggiavano ingordi sotto gli alberi trasformati in grappoli umani dai primitivi aborigeni delle palafitte. Guignol ha fatto del teatro un gabinetto spiritico per imbestiare gli spiriti... ha fatto del terrore fisico
tutto il dramma della vita dell'uomo. 85
82
CR, P. 313.
CR, p. 386.
84
CR, p, 436.
85
CR, p. 339.
83
83
Grotteschi - Più approfondito il discorso sui Grotteschi, di cui
apprezza l'ansia di novità anche se manifesta qualche dubbio
sul valore dei risultati raggiunti. Ma ciò è già un fatto notevole
se si pensa alla posizione di Tilgher86 e di Praga87.
Di Antonelli vede L'uomo che incontrò se stesso:
Questo strano sogno che l'autore ha portato sulla scena,
superando difficoltà di tecnica teatrale che sembravano
insormontabili, questa fine satira della vita ha stupito il
pubblico a cui da tempo non si ammanniscono lavori atti a
sviluppare un pensiero. Molte cose buone si possono e si
debbono attendere da questo giovane Autore che sembra
fornito di tutte le doti che occorrono a forgiare opere che
lascino tracce nella vita del teatro e a cui arrise al Carignano il più completo successo con la sua fantastica avventura88;
e La fiaba dei tre maghi
86
Gente nuova al teatro, ingenua incolta e inesperta; mettono in
scena non caratteri ma pupi, non situazioni ma meccanismi, non
idee ma sproloqui, non luci e lampi ma bengala e raganelle; e poi
filtri, e teschi, e rotelle e cianciafruscole... Se non una loggia massonica la loro è una specie di camera del lavoro - Adriano Tilgher,
Cronache teatrali 1920, p. 60.
87
Tirando le somme, bisogna riconoscere che risultato è magro... i
più canuti e barbuti luoghi comuni della satira politica e dell'immoralismo da caffè - Emilio Praga, Studi sul teatro contemporaneo, p. 109.
88
CR, p. 408.
84
Nessuna avventura della fiaba dell'Antonelli: essa è una
moralità, è una dimostrazione logica, è una tesi, una vecchia tesi diventata accademica pedantesca. 89
Di Chiarelli La maschera e il volto:
Le rappresentano in un modo curioso, deformandole, esasperandole, esteriorizzandole, con molte parole, con molti
particolari, con molta convinzione, ma riuscendo tuttavia
a raggiungere degli effetti di rappresentazione, riuscendo
a fondere in un complesso piacevole e spiritoso molte banalità. molti luoghi comuni. molte affermazione del senso
più comune. L'Autore ha volontariamente costruito la
macchina teatrale convenzionale che regge i tre atti: egli
non nasconde la volontà del convenzionale, non tende delle trappole al pubblico; il suo lavoro è come una campana
di cristallo e lascia trasparire il suo volto che sogghigna
senza la maschera della falsa serietà drammatica ed artistica. Il suo lavoro pertanto è opera di sincerità e ha un
grande valore per l'educazione estetica del pubblico, per
correggere il gusto del pubblico, attutito e fatto lapposo
dalla falsa grandezza e dall'artificio abilmente nascosto
nel teatro solito 90;
e Chimere in cui Bene e Male si combattono in scena:
Una parte del pubblico temeva di essere preso in burletta,
un'altra parte trovava nei personaggi simbolici significati
profondi, degni di pensiero e di riflessione matura. 91
Di Cavacchioli L'uccello del paradiso
89
Indigeste e confuse reminiscenze di filosofi irrazionalisti alla
moda - Adriano Tilgher, Studi citato.
90
CR, p. 352.
91
CR, p. 460.
85
Divertono e interessano perché, insomma, questi giovani
adempiono pure a un compito: rendere intollerante la
vecchia moda del teatro romantico d'appendice, sfrenare
un'irrequietudine interiore, corrodere i sentimenti di sugna inacidita che facevano grossi cuoricini più microscopici... E' difficile analizzare le loro commedie senza dilungarsi sazievolmente; non si può essere severi perché esse sono un'istituzione del gusto che non ha ancora esaurito il
suo ufficio storico. Sono quasi sempre bene eseguite, perché domandano studio e lavoro e spoltriscono i facili
schemi irrigiditi degli attori 92;
e Quella che t'assomiglia:
Caviccioli è stato un militante della retroguardia marinettiana: in lui il futurismo appare nella sua forma letteraria
essenziale, come un travestimento nell'epoca delle macchine e della grande industria moderna, del romanzo truculento e grandiosamente cretino del '48.93
Di Rosso di San Secondo Marionette che passione:
L'ingegno permette a Rosso di San Secondo di portare sul
teatro la formula famosa: per fare un cannone si prende
un buco e lo si avvolge di bronzo: egli prende il vuoto, lo
avvolge di parole, messe in ordine dialogico, divise in sezioni (scene e atti).94
92
CR, p. 426. Confronta Praga: Teatro nuovo, rivoluzionario, riformatore, no, in Cronache 1919 citate, p. 131, e D'Amico: Supremo
portato di un'arte scettica e stanca, incapace di fede nelle sue
stesse creature, negatrice a priori di ogni loro sostanza nell'atto
stesso che la viene creando - Cronache del teatro citato, I, p. 147.
93
CR, p. 452.
94
CR, p. 397.
86
Di Veneziani infine Il braccialetto al piede 95 che definisce una
farsa con personaggi presi dalla cronaca più banale; La finestra
sul mondo:
Carlo Veneziani appartiene un gruppo di scrittori che si è
proposto di rinnovare il fiato italiano... Nei loro lavori i
personaggi assumono in confronto della vita sessuale una
posizione critica, assolutamente intellettuale, di introspezione96;
Io prima di te
Si contempla nei tre atti lo spettacolo penoso di un mediocre freddurista che si sforza di sembrare intelligente e originale 97;
e Colline filosofo98, tratto dalla Bohème e farcito di declamazioni, " fiume lutulente di mutria e di sentimentalismo".
Molti altri sarebbero gli autori su cui meriterebbe spendere
parola, se non altro per riferire di quello che Gramsci ne dice:
Fraccaroli, Forzano, Martini, Testoni e altri ancora. Ma riteniamo il quadro abbastanza chiaro.
Stranieri - Agli Autori stranieri Gramsci dedica parecchie delle
sue Cronache. Fra i principali, Bataille, tipico rappresentante
del peggior teatro commerciale francese; Bernstein, tipico Autore di drammi coniugali a tre; Guitry, a cui riconosce genialità
di invenzione soprattutto nella costruzione delle psicologie,
pur nella semplicità del linguaggio; Sardou, il cui Robespierre
gli pare melensa rappresentazione di terrore e di morti senza
95
CR, p. 377.
CR, p. 414.
97
CR, p. 460.
98 CR, p. 469.
96
87
verità storica. Molto più positivo e acuto il giudizio su altri Autori, non a caso i più rappresentativi della scena europea:
Andreiev con Anfissa:
In questo senso Andreiff ha scritto un dramma borghese,
non solo introducendo in un ambiente comune un fatto
tragico o qualche elemento di tragicità, ma cercando di
ottenere da un esacerbato contrasto di passioni una trasfigurazione dell'ambiente e se un appunto è da fargli, è
quello di avere in questo senso troppo insistito, introducendo esempio elementi secondari che servono a creare e
mantenere un senso di diffusa drammaticità e di incertezza99;
Ibsen con Casa di bambola:
Perché il pubblico è rimasto sordo?... E avvenuto semplicemente una rivolta del nostro costume alla morale più
spiritualmente umana... a un altro costume, a un'altra
tradizione, superiore, più spirituale, meno animalesca 100;
Shaw con Cesare e Cleopatra:
Il suo lavoro è una ribellione, una stranezza, un paradosso
per gli inglesi 101;
Wilde; Turgheniev con Pane altrui102, ritratto della Russia zarista, della sua ignorante borghesia, nel segno del disprezzo.
99
CR, p, 471.
CR, p, 342.
101
CR, p, 344.
102
CR, pp. 409 e 462
100
88
1.4.6 Il caso Pirandello
Gramsci si occupò delle opere di Pirandello per tutto l'arco
delle Cronache man mano che esse venivano presentate a Torino. Cerchiamo di vedere alcuni di questi giudizi:
Pensaci Giacomino - I tre atti corrono su un solo binario. I
personaggi sono oggetto di fotografia piuttosto che di approfondimento psicologico: sono ritratti della loro esteriorità più che in una intima ricreazione del loro essere morale. E' questa del resto la caratteristica dell'arte di Luigi Pirandello, che coglie della vita la smorfia più che il sorriso,
il ridicolo più che il comico, che osserva la vita coll'occhio
fisico del letterato, più che con l'occhio simpatico dell'uomo artista e la deforma per un'abitudine ironica che è l'abitudine professionale più che visione sincera e spontanea. I personaggi sono di una povertà interiore spaventosa
in questa commedia, come del resto nelle novelle, nei romanzi e nelle altre commedia dello stesso Autore. Hanno
solo delle qualità pittoriche, o meglio pittoresche; un pittoresco caricaturale, con qualche velatura di malinconia,
che è anch'essa smorfia fisica più che passione 103;
Liolà - Rimane una bella commedia, forse la migliore delle
commedie che il teatro dialettale siciliano sia riuscita a
creare... E' il miglior prodotto dell'energia letteraria di Luigi Pirandello. In essa il Pirandello è riuscito a spogliarsi
delle sue abitudini retoriche. Rispetto a Il fu Mattia Pascal,
il fantasma artistico è stato completamente rinnovato...
libero completamente di tutto quel bagaglio moraleggiante e artatamente umoristico che lo aduggiava. Liolà è una
farsa nel senso migliore della parola, una farsa che si riat-
103
CR, p. 345.
89
tacca ai drammi satireschi della Grecia antica... È una efflorescenza di paganesimo naturalistico, per il quale la vita, tutta la vita, è bella, il lavoro è un'opera lieta, e la fecondità irresistibile prorompe da tutta la materia organica104;
Così è se vi pare - La verità in sé non esiste... Luigi Pirandello non ha saputo trarre dramma da questa affermazione filosofica. Essa rimane tutta esteriorità, essa rimane
giudizio superficiale. Dei fatti si svolgono, delle scene si
susseguono... I tre atti sono un semplice fatto di letteratura, privo di ogni connessione drammatica, privo di ogni
connessione filosofica; sono un puro e semplice aggregato
meccanico di parole che non creano nè una verità né
un'immagine... La parabola è un mostro nel teatro 105;
Il piacere dell'onestà - Pirandello è un ardito del teatro. Le
sue commedie sono tante bombe in mano a mano che
scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di
banalità, rovine di sentimenti, di pensiero. Luigi Pirandello
ha il merito grande di far perlomeno balenare delle immagini di vita che escono fuori dagli schemi soliti della
tradizione, e che però non possono iniziare una nuova tradizione, non possono essere imitate, non possono determinare il clichè di moda. C'è nelle sue commedie uno sforzo di pensiero astratto che tende a concretarsi sempre in
rappresentazione, e quando riesce dà frutti insoliti nel teatro italiano, d'una plasticità ed un'evidenza mirabile. Così
avviene nei tre atti del Piacere dell'onestà106;
104
CR, p. 347.
CR, p. 366.
106
CR, p. 376.
105
90
A' berritta ccu li ciancianeddi - E' una parentesi nel teatro
di Luigi Pirandello, un episodio, un abbozzo...In questi due
atti il sofisma, il paradosso non acquista pregio nel dialogo, non suscita dramma originale 107;
Il gioco delle parti - Non è delle migliori... il gioco vi è diventato meccanismo esteriore di dialogo, puro sforzo letterario di verbalismo pseudofilosofico. L'incomprensione
reciproca delle marionette sceniche si è proiettato nel teatro; pieno dominio di monadi senza porte e senza finestre,
incomunicabili e incoercibili, l'Autore, i personaggi e il
pubblico 108;
La ragione degli altri - Pirandello abbandona i motivi letterari... e poggia lo svolgimento dell'azione su un motivo
primordiale di umanità la più profonda ed istintiva... Si ha
l'impressione penosa... dello stento; il motivo fondamentale è accennato vagamente 109;
La bilancia (in collaborazione con Martoglio) - I tre atti sono freddi e scarni: non si esce dalla esteriore narrazione di
un avvenimento di cronaca 110;
Come prima, meglio di prima - Il contrasto è accennato,
non è approfondito; gli episodi nei quali si realizza sono di
carattere secondario. L'Autore non ha curato il dialogo,
com'è nel suo carattere di scrittore di teatro 111;
107
CR, p, 384.
CR, p. 423.
109
CR, p. 459.
110
CR, p. 463.
111
CR, p. 465.
108
91
Tutto per bene - Il lavoro è affrettato e la figura di Martino Lori non riesce a dominare lo svolgimento e a organizzarlo per giustificarlo... non diventa un carattere. 112
Come ben si vede Gramsci non è affatto convinto del valore di
Pirandello: ora i suoi testi gli paiono solo abbozzi, ora peccano
di intellettualismo e di eccessiva macchinosità, ora sono espressione di pura letteratura e non di liricità. Lo convincono
solo Liolà e Il piacere dell'onestà. proprio perché in essi meglio
si realizza il concetto di liricità e di sincerità, e di fusione fra la
macchina teatrale esteriore e la capacità di persuasione fantastica. D'altra parte riconosce però a Pirandello una funzione
rinnovatrice non indifferente; già da questi giudizi appare differente il tono con cui affronta Pirandello (vedi quanto scriveva Praga che accomunava il giovane Pirandello a Niccodemi113)
teso a identificare alcuni punti della personalità dell'artista: il
rapporto scena/platea; il paganesimo; lo sdoppiamento
dell'uomo come individuo e come essere sociale, che accosta
acutamente al modo futurista:
Luigi Pirandello inizia la presentazione della moglie come
personificante la visione che della vita hanno gli scultori e
pittori del futurismo postcubista: l'interiorità spirituale è
una scomposizione di volumi e di piani che si continuano
lo spazio, non una limitazione rigidamente definita in linee
e superfici114;
Tuttavia l'analisi gramsciana continua per il resto ad usare canoni crociani: sincerità, letteratura/liricità, logica/fantasia, e
questo gli impedisce di valutare forse appieno il nesso che esi-
112
CR, p. 466.
Marco Praga, Cronache teatrali, Milano, 1919, p. 108.
114
CR, p. 423.
113
92
ste fra la funzione innovativa del teatro di Pirandello e la sua
forma estetica.
Nei Quaderni di Gramsci ritornò poi sull'argomento inserendolo nel più vasto quadro della sua ricerca sulla letteratura e la
condizione dell'intellettuale nella vita italiana. Qui Gramsci
coglie il fondo della visione del mondo di Pirandello:
L'importanza del Pirandello mi pare di carattere intellettuale e morale, cioè culturale, più che artistica: egli ha
cercato di introdurre nella cultura popolare la dialettica
della filosofia moderna, in opposizione al modo aristotelico-cattolico di concepire l'oggettività del reale. L'ha fatto
come si può fare nel teatro e come può farlo il Pirandello
stesso: questa concezione dialettica dell'oggettività si presenta al pubblico come accettabile, in quanto essa è impersonata da caratteri d'eccezione, quindi sotto veste romantica, di lotta paradossale, contro il senso comune e il
buon senso 115
Anche qua è facile dimostrare l'acutezza della nota gramsciana, specie se prendiamo come termine di paragone Tilgher
che dice:
La vera debolezza di questa curiosa commedia, secondo
me, consiste in questo: Pirandello non ha saputo dare valore e senso universalmente umano al contrasto fra realtà
e illusione, tra volto individuale e immagine sociale di esso, che egli sente con forza allucinatoria ed ossessionante.
Egli arzigogola una situazione anormale inverosimile paradossale, che rende possibile quella posizione estrema, e
non si accorge che alla catastrofe che essa provoca viene
così a togliere ogni valore universale, il solo che possa legittimare così audaci capovolgimenti della realtà normale
115
LVN, p. 70.
93
e da loro senso e scopo. Sì che alla fine ci si domanda perplessi se tutto ciò abbia valore e senso universali, o se
l'Autore non abbia inteso limitarsi a riprodurre sulla scena
certi curiosi casi, o certe particolarissime situazioni psicologiche.116
Gramsci ha chiaro il valore di rottura dell'opera di Pirandello:
E' certo che Pirandello è sempre stato combattuto dai cattolici... Lo spunto contro Liolà fu dato da una pretesa oscenità della commedia, ma in realtà tutto il teatro di Pirandello è avversato dai cattolici per la concezione pirandelliana del mondo, che, qualunque essa sia, qualunque
sia la sua coerenza filosofica, è indubbiamente anticattolica, come invece non era la concezione umanitaria e positivista del verismo borghese del teatro tradizionale 117
Gramsci poi si domanda se Pirandello sia o no filosofo, e da
dove prenda la sua filosofia. Questa gli sembra derivare, nelle
opere in dialetto, da una tradizione popolare ma poi la sicilianità si scontra con la italianità e anzi le europeità. E' quindi
libero Pirandello da ogni intellettualismo? No, ed è quindi artista solo quando è dialettale. Gramsci conferma così il suo giudizio di 10 anni prima.
E scopre poi un altro limite del teatro pirandelliano:
Quando Pirandello scrive un dramma egli non esprime letterariamente cioè con la parola che un aspetto parziale
della sua personalità artistica. Egli deve integrare la stesura letteraria con la sua opera di capocomico e di regista...
116
Adriano Tilgher, Voci del tempo, citato in B, p. 112.
LVN, p. 70. Confronta D'amico, Teatro italiano citato, p. 128:
Paolo deve redimere le colpe di Saulo, perché essendo diventato
un altro è sempre la stessa persona.
117
94
Cioè, il teatro pirandelliano è strettamente legato alla
personalità fisica dello scrittore e non solo ai valori artistici letterari scritti. Morto Pirandello... che cosa rimarrà del
teatro di Pirandello? Un canovaccio generico, che in un
certo senso può avvicinarsi agli scenari del teatro pregoldoniano, dei pretesti teatrali, non della poesia eterna118
Riassumendo: Gramsci, nei due momenti del suo esame di Pirandello, giunge alla conclusione che il suo teatro rappresenta
un momento contraddittorio dello sviluppo della civiltà teatrale italiana: da un lato rinnovatore profondo grazie a una visione del mondo diversa, dall'altro non artista se non in rare occasioni e quindi espressione della crisi della drammaturgia.
Mancò cioè a Gramsci una chiara visione del collegamento fra
forma drammatica e valore rinnovatore del teatro di Pirandello. La causa di quest'incomprensione, che condanna per ragioni estetico-formali il Pirandello più nuovo, va ancora una volta
vista nella persistenza di moduli neoidealistici di visione e forse anche in una informazione limitata su quanto Pirandello e
gli altri producevano negli anni in cui Gramsci era all'estero o
in carcere.
1.4.6 Conclusione
Crediamo che i vari momenti dell'analisi proposta da Gramsci
siano legati da un filo conduttore ben preciso, che si qualifica
in positivo (fatta salva la derivazione crociana dei canoni di
interpretazione dei testi e l'appartenenza ad un generale indi-
118
LVN, p. 76.
95
rizzo culturale di cui la Voce rappresenta il tono) come una
nuovissima attenzione al teatro come fatto sociale, attenzione
che si ripercuote a tutti i livelli (testo, attori, compagnia, organizzazione teatrale, funzione didattica, problema del pubblico
di classe, amore per la novità, ecc.) e in negativo come una
non chiara visione della crisi del teatro borghese, dei suoi
sbocchi e degli strumenti critici con cui analizzarla, pur dimostrando in ogni occasione una cauta ma sempre appassionata
e fiduciosa speranza in quanto di meglio in Italia e in Europa si
veniva producendo.
96
1.5 - IL TEATRO E L'ISLAM 119
1.5.1
1.5.2
1.5.3
1.5.4
1.5.4.1
1.5.4.2
1.5.4.3
1.5.4.4
1.5.5
1.5.6
1.5.7
1.5.8
1.5.9
INDICE
Premessa
Il teatro e l'Islam
Il divieto
Il conflitto
Prometeo impossibile
Antigone impossibile
Serse impossibile
Edipo impossibile
Una soluzione dell'enigma
Le eccezioni
La rinascita
Oriente e Occidente
Bibliografia
98
101
102
103
105
105
106
107
107
109
111
112
116
119
Ad Algeri avevo tentato di seguire l'attività teatrale ma secondo me non ce n'era nessuna se non quella ufficiale al TNA (Théatre
National Algérien) che di solito consisteva di un qualche sporadico
spettacolo di una qualche compagnia francese.
Nemmeno sul versante degli studi teatrali trovai nulla, se non un
libretto di un tunisino molto francesizzato stampato in Italia per
conto della SNED (l'unico editore algerino, quello ufficiale). Quel
testo costituisce la base del mio scritto: lo riassumo, ne estraggo
informazioni che confronto con pochi altri saggi e tiro poi le mie
conclusioni in assoluta libertà. Ho avuto la buona idea di partire
da un racconto di Borges, autore amatissimo e che parecchie volte
ho immaginato mi avesse anticipato su alcune strade di riflessione
e di scrittura.
L'occasione per riprendere in mano l'argomento e riconfezionare il
mio testo fu data dalla felice idea di un gruppo di insegnanti
dell'IPSIA: sostituire agli inverecondi corsi di aggiornamento a
97
1.5.1 - PREMESSA
120
Jorge Luis Borges Acevedo nel suo racconto La ricerca di
Averroè121 immagina il filosofo andaluso Abulgualid Muhammad Ibn-Ahmad Ibn-Muhammad Ibn-Rushd122 mentre è intento allo studio di Aristotele.
cui eravamo in qualche modo costretti contributi personali sui temi che ad ognuno parevano più congeniali; così, io e almeno altri
due colleghi ammannimmo ad una platea di una decina di persone
le nostre opere: essa parve gradire anche se non si impegnò a fare
altrettanto. Per almeno un paio di anni facemmo così e mi pare
che fossero occasioni piacevoli e rilassate.
Al posto di un prevedibile autore italiano, io scelsi un tema "esotico", un po' perchè l'avevo quasi pronto e avrei fatto prima, un po'
per snobismo ma anche e soprattutto perchè il rapporto fra Islam
e Occidente è sempre stato fra i miei temi preferiti e il teatro si
presta bene a mettere in risalto somiglianze e differenze
120
Buenos Aires 1899 - Ginevra 1986. La sua opera (poesie e racconti) è caratterizzata insieme da un cultura cosmopolita (nello
spazio e nel tempo: dal mondo classico a quello medievale e moderno orientale, dalla pampa ai deserti africani ed asiatici) e da
profonde radici argentine; costante la presenza del fantastico e il
ricorso alla metafora (il Tempo, la Memoria, L'Eterno Ritorno, Babele, il Labirinto, la Biblioteca, la Tigre, la Spada, ecc.).
121
in L'Aleph, Milano, Feltrinelli, 1959.
122
Nato a Cordoba nel 1126, morì a Marrakech nel 1198 dove
soggiornava alla corte almohade. Conosciuto nell'Occidente europeo come il Commentatore per eccellenza, si occupò in effetti
principalmente delle opere di Aristotele redigendo Il Grande
Commento, Il Medio Commento ed Il Piccolo Commento, ma scrisse anche testi di teologia e un libro di medicina noto in Occidente
con il titolo di Caggigeto. Le sue posizioni filosofiche sono rias-
98
Scriveva con lenta sicurezza, da destra a sinistra; l'esercizio di
formare sillogismi e di concatenare vasti paragrafi non gli impediva di sentire con benessere la fresca e spaziosa casa che lo
circondava. Il meriggio risuonava del roco tubare di amorose
colombe; da un patio invisibile si levava il rumore di una fontana; qualcosa nella carne di Averroè, i cui antenati venivano
dai deserti d'Arabia, era grato al fluire dell'acqua. In basso erano i giardini, l'orto; in basso, il Guadalquivir percorso da imbarcazioni e l'amata città di Cordova, non meno illustre di Bagdad o del Cairo, simile ad un complesso e delicato strumento,
e intorno (anche questo sentiva Averroè) si ampliava fino alle
frontiere la terra di Spagna, nella quale sono poche cose, ma
dove ciascuna sembra starvi in modo sostanziale ed eterno.
Ad un tratto, si imbatte nuovamente in due parole:
Il giorno prima, due parole dubbie lo avevano arrestato al
principio delle Poetica. Le parole erano Tragedia e Commedia.
Le aveva trovate, anni prima, nel terzo libro della Rettorica;
nessuno, nell'ambito dell'Islam, aveva la più piccola idea di
quello che volessero dire.
Consulta allora molti testi della sua biblioteca, mentre intanto
dalle finestre penetrano i rumori della città. A sera, durante la
cena a casa dell'alcoranista Farach, dopo dotte discussioni teologiche il mercante Abulcasim al-Asharì racconta che
- Una sera, i mercanti musulmani di Sin Kalàan mi condussero
ad una casa di legno dipinto, nella quale vivevano molte persone. Non è possibile descrivere questa casa: era piuttosto una
sola stanza, con file di gabbie o di balconi, una sull'altra. In
sumibili in tre punti: la subordinazione della fede alla ragione, l'eternità della materia e del mondo, l'unicità dell'intelletto possibile
per tutti gli uomini (monopsichismo).
99
quelle cavità c'era gente che mangiava e beveva, e così anche
sul pavimento e sulla terrazza. Le persone che erano sulla terrazza suonavano il tamburo e il liuto, tranne quindici o venti,
con maschere di color rosso, che pregavano, cantavano e dialogavano. Erano prigionieri e non si vedeva la prigione; cavalcavano ma non si vedeva il cavallo; combattevano, le spade
erano di canna; morivano e poi si rialzavano.
- Gli atti dei pazzi, disse Farach, eccedono le previsioni del savio.
- Non erano pazzi, spiegò Abulcasim, rappresentavano, a
quanto mi disse un mercante, una storia.
Nessuno comprese, nessuno sembrò voler comprendere.
I convitati affrontano allora complessi problemi letterari e Averroè
disse che negli antichi e nel Corano era racchiusa tutta la poesia e condannò come vana e frutto d'ignoranza l'ambizione di
innovare.
Poi, all'alba, torna a casa e subito riprende il lavoro.
Qualcosa gli aveva rivelato il significato delle due parole oscure. Con ferma e curata calligrafia aggiunse al manoscritto
queste righe: "Aristù chiama tragedia i panegirici e commedie
le satire e gli anatemi. Mirabili tragedie e commedie abbondano nelle pagine del Corano e nelle iscrizioni del Santuario".
Uscendo dalla metafora, Borges conclude
che è più poetico il caso di un uomo il quale si propone un fine
che non è vietato agli altri, ma a lui soltanto [...] Sentii, giunto
all'ultima pagina, che la mia narrazione era un simbolo
dell'uomo che io ero mentre la scrivevo, e che, per scriverla,
avevo dovuto essere quell'uomo, e che, per essere quell'uomo,
avevo dovuto scrivere quella storia, e così all'infinito. (Nell'istante in cui cesso di credere in lui, Averroè sparisce).
100
1.5.2 - IL TEATRO E L'ISLAM
La storia raccontata da Borges, che sempre ama mescolare
erudizione e fantasia, non è affatto campata in aria: in effetti
Averroè compì un (consapevole?) errore, scambiando categorie drammatiche per generi poetici.
E' veramente stupefacente il fatto che l'Islam, che ha integrato
nella sua cultura quasi tutta quella del mondo classico, ne abbia invece rifiutato un tratto essenziale, quello del teatro appunto; lo stesso si può dire del suo rapporto con la civiltà vedica, di cui ignora la vastissima produzione di drammi sacri.
Il rifiuto giunge al punto che i Commentatori medievali che
hanno tradotto e trasmesso all'Occidente Platone, Plotino o
Aristotele, per non dire Euclide, Tolomeo o i sapienti alessandrini, non hanno tradotto un solo verso di Eschilo, Sofocle od
Euripide.
Fino al 1848, quando il maronita Maroun al-Nakkach (che ben
conosceva l'italiano e il francese) traduce e fa rappresentare a
Beyruth una traduzione de L'Avare di Molière, non c'è menzione nelle fonti di alcuno spettacolo teatrale in lingua araba123.
Come si può spiegare un simile atteggiamento? Cercare di capirlo ci può aiutare a comprendere meglio alcuni significati di
fondo del teatro, oltre che naturalmente delle culture dell'Occidente e dell'Oriente mediterraneo, che a ben vedere non ci
appariranno alla fine così estranee come l'apparenza sembra
indicare.
123
Ma ancor prima, nel 1815, il viaggiatore e avventuriero italiano
Giovanni Battista Belzoni riferisce di due commedie viste rappresentare in Egitto.
101
1.5.3 - IL DIVIETO
Esistono spiegazioni del "mistero" che adducono come causa
lo stile di vita nomade dei popoli arabi; ma è spiegazione debole, visto che molto presto la loro civiltà ha prodotto splendide e ricche città (pur senza tuttavia che ciò portasse a rinnegare completamente i valori dello spazio, del deserto e della
solitudine errabonda). Oltretutto, alcune di queste città sorgevano su precedenti insediamenti greco-romani e le rovine dei
teatri erano ben visibili, almeno quanto le Terme (che si trasformarono negli hammam) ed altri edifici pubblici.
Ancora più debole, anzi francamente risibile124, quella che imputa il rifiuto del teatro all'impossibilità di portare in scena
delle donne; è stranoto infatti che gran parte della storia del
teatro europeo conosce divieti simili, che hanno resistito fino
al XIX secolo.
Più sensato è il riferimento al divieto di figurazione e quindi,
per estensione, di rappresentazione; ma in realtà nel Corano,
a parte l'anatema gettato su pratiche idolatriche ben precise,
non c'è nulla in tal senso: è piuttosto la tradizione (gli hadith)
che ha aggiunto qualche divieto:
di adorare le tombe e le immagini di profeti e santi, nonchè la croce;
di usare cuscini recanti immagini (hadith per altro controverso, visto che altre tradizioni affermano che il Profeta
ne possedesse alcuni);
124
seppure sostenuta da Jacob M. Landau, Etudes sur le théâtre
et le cinéma arabes, Paris, G.-P. Maisonneuve et Larose, 1965, p.
3.
102
inoltre, si pronostica che i fabbricanti di immagini il giorno del Giudizio finale saranno costretti al compito impossibile di resuscitare le creature che hanno figurato.
Notiamo che gli hadith citati non fanno riferimento alla rappresentazione, ma solo alla figurazione, e hanno comunque un
chiaro contenuto anti-idolatrico, di derivazione biblica125 e
quindi comune all'ebraismo, al cristianesimo orientale (iconoclastia) e ad alcune Chiese riformate, tutte culture in cui il teatro ha conosciuto un forte sviluppo.
D'altra parte gli hadith in questione sono stati interpretati, nel
corso dei secoli, in modi molto diversi: Nawawi (XIII sec.) limita
il divieto alle sole immagini che fanno ombra, Al-Kurtubi ritiene perfettamente lecite l'arte e la figurazione; ciò spiega perchè sia esistita una vera e propria pittura figurativa islamica,
anche se non massicciamente diffusa e duratura.
Insomma, più che divieti è il caso di parlare di restrizioni, che
non sono sufficienti a spiegare il rifiuto del teatro.
1.5.4 - IL CONFLITTO
Se è evidente un legame della pratica teatrale delle origini con
quella religiosa (come ben dimostra l'esempio greco), perchè
alcune culture religiose non hanno sviluppato una letteratura
teatrale ovvero, come nel nostro caso, hanno rifiutato quella
loro pervenuta da precedenti civiltà?
125
Esodo, XX, 4: " E Dio pronunciò tutte queste parole: [...] Non ti
fare alcuna scultura, nè immagine delle cose che splendono su nel
cielo, o sono sulla terra, o nelle acque sotto la terra. Non adorare
tali cose nè servire loro".
103
La risposta potrebbe essere che la religiosità greca ha potuto
consentire la nascita di un teatro (e anche di una politica, visto
che Platone riteneva essere Atene una "teatrocrazia"126) perché lo ha fondato sul conflitto derivante dall'esercizio della
libertà.
Il teatro è "un'invenzione poetica di situazioni concrete ove si
esprime il conflitto fra le aspirazioni alla libertà e le costrizioni
che vi si oppongono"127: Prometeo ruba il fuoco agli Dei, Antigone viola le leggi della Città, Serse si ostina a voler andare
contro la storia, Edipo si ingorga nei suoi crimini contronatura,
ecc.
Il dramma classico è "libertà e vincolo, volontà e decisione [...],
contrasto fra passion e devoir128". O, per dirla ancor meglio
con Hegel: "La collisione è il punto cardine del dramma: da
una parte tutto tende alla esplosione di questo conflitto, ma
dall'altra proprio la discordia e la contraddizione di contrastanti disposizioni di animo, fini ed attività hanno comunque
bisogno di una soluzione e vengono spinti verso questo risultato"129.
Secondo uno schema semplificante ma efficace (che assume
130
come paradigma la tragedia greca) il conflitto può essere
verticale (la libertà umana si oppone alla volontà divina =
Prometeo);
126
Leggi, 701.
Jean Duvignaud, Sociologie du thèâtre, Paris, PUF, 1965.
128
Peter Szondi, Teoria del dramma moderno, Torino, Einaudi,
1962, p. 9.
129
G.W.F. Hegel, Estetica, Milano, 1963, p. 1548 .
130
cfr. Mohamed Aziza, Le théâtre et l'Islam, Alger, SNED, 1970.
127
104
orizzontale (l'individuo si oppone alle leggi sociali, al potere = Antigone);
dinamico (l'individuo si oppone al destino, alla storia, al
fato = Serse)
interno (l'Io si oppone a se stesso, come fosse un nemico
= Edipo).
1.5.4.1 - PROMETEO IMPOSSIBILE
Nel sistema di valori religiosi propri dell'Islam non può esistere
alcuna dualità fra uomo e Dio: il mondo è un "meccanismo" di
cui Egli tira i fili, e quindi la libertà dell'uomo è condizionata
dalla volontà divina di cui egli non è altro che lo strumento; la
sua libertà è compiere il suo destino. Anche la conoscenza che
abbiamo del mondo è frutto di un ordine divino.
Il conflitto fra libero arbitrio e predestinazione diventa così un
falso problema: l'uomo è libero di volere ciò che Dio vuole.
Essendo la volontà dell'uomo un atomo infinito di quella di Dio
(è dentro di essa) il conflitto è impossibile. D'altra parte, nell'Islam "Dio ha una presenza troppo forte per tollerare la ricerca
sistematica di una visione materialistica dell'ordine umano"131;
l'unico sentimento possibile è quindi quello della piccolezza e
della vacuità al cospetto di Dio, non certo della rivolta.
1.5.4.2 - ANTIGONE IMPOSSIBILE
"L'Islam è una religione, ma è anche una comunità (umma) in
cui il legame religioso fissa, per ogni singolo uomo e per tutti
132
gli uomini nel loro insieme, le condizioni e le regole di vita".
Anche tutti i riti (preghiera, pellegrinaggio, digiuno, ecc.) han-
131
132
Jean Duvignaud, Sociologie du thèâtre, Paris, PUF, 1965.
Louis Gardet, La Cité musulmane, Paris, Vrin, 1961, p. 209.
105
no un carattere sociale; l'individuo non esiste se non in adesione perfetta al gruppo. Questa è la ragione profonda della
mancanza di separazione fra potere temporale e potere spirituale (che tuttavia è una caratteristica per così dire recente
del pensiero occidentale).
Al contrario che nella polis greca, il cui corpo sociale oscilla
dinamicamente fra tentazione individualista e integrazione ai
valori collettivi (Socrate innocente beve la cicuta per non violare le leggi), nella Città musulmana la protesta individuale
non genera civico dibattito ma diventa ipso facto extracomunitaria.
1.5.4.3 - SERSE IMPOSSIBILE
Nel pensiero occidentale, la Storia procede (evolve) in senso
rettilineo orizzontale (la freccia) e in un tempo oggettivo che
non concorda necessariamente con il tempo soggettivo
dell'uomo, che è intessuto, invece che di fatti, di desideri e
aspirazioni; da qui la natura drammatica della Storia in rapporto alla coscienza dell'individuo.
Per l'Islam tradizionale invece la Storia è ciclica e mitica. Si
muove in senso ascendente-discendente, dall'Origine (il patto
fra Dio e gli uomini) all'Origine (il patto continuamente ricordato): tutto quello che accade è inscritto in una traiettoria verticale (quella orizzontale non è che un accidente, un'illusione).
Questo atteggiamento di solito viene inteso come fatalismo: è
invece un determinismo ottimista (ciò che accade è scritto, ma
lo è stato a giusta ragione: possiamo anche non capire il senso
di ciò che accade, ma possiamo essere certi che risponde a un
disegno segreto che, magari a lungo termine, non potrà che
essere positivo), in ragione del quale non ha senso lottare contro la Storia.
106
1.5.4.4 - EDIPO IMPOSSIBILE
Se l'individualismo non ha senso, neanche il conflitto interiore
può averne: i conflitti psicologici, individuali ed individualisti, si
cancellano nella condotta del gruppo o sfumano nella psichiatria sociale.
Il sistema di valori sommariamente descritto nei paragrafi precedenti offre molte sicurezze, o almeno molti ammortizzatori
dei conflitti; agli occhi di un occidentale sembra definire la
condizione umana come una sorta di "libertà sorvegliata" che
può apparire insopportabile o desiderabile a seconda del grado di tolleranza al conflitto (questa è forse la ragione delle
numerose conversioni di europei all'Islam).
1.5.5 - UNA SOLUZIONE DELL'ENIGMA
Proprio il concetto di "libertà sorvegliata" ci aiuta a dare una
soluzione al "mistero" del perchè la civiltà araba non abbia
sviluppato una tradizione teatrale: la "libertà sorvegliata" è in
netta contraddizione con l'assolutezza del dramma ("il dramma non conosce nulla al di fuori di sè") perchè cita continuamente come motivazione all'agire umano la volontà di Dio; in
altre parole, nell'Islam l'unico dramma possibile sarebbe quello con Dio (ma Lui davvero) in scena.
"Ogni teatro dipende in definitiva dal modo con cui si concepisce la storia, anche quando il soggetto non sia specificamente
storico. Ogni teatro esige una coscienza divisa o quanto meno
aperta [...] esso è l'eterna rappresentazione di due sistemi etici giustificati, alternativamente, nella loro intenzione profonda
e durevole. E' un mezzo di azione capace di riabilitare il passato o di tracciare il cammino dell'avvenire perchè mette in discussione il presente, il diritto e la verità del presente. [...] Ma
Dio può essere messo in discussione? No! Dio non può essere
107
messo in dubbio; deve continuare ad essere il garante del passato perchè garantisce anche il futuro"133.
Oltre a questa spiegazione di fondo (la concezione della storia)
possiamo indicare anche una causa minore, squisitamente di
tipo letterario, una sorta di peccato d'orgoglio.
Come conclude Averroè nel racconto di Borges, il teatro è un
curioso poema dialogato, e non vale la pena di imitarlo perchè, dice Al Jahez nel Kitab al Hayawan (XIII sec.), "il dono della Poesia è una cosa esclusiva degli Arabi e di coloro che ne
parlano la lingua". L'arabo classico prevede tre registri di linguaggio (al'ichara, il designare più o meno allusivamente una
cosa; al'taabir, il designare più o meno esplicitamente; al dalalat, il designare per significanza, in modo più o meno simbolico). La poesia (cioè l'Arte per eccellenza che gli Arabi si sono
riservati134) appartiene alla sfera del dalalat: ecco perchè il
teatro (il cui linguaggio appartiene necessariamente al taabir,
visto che "si coniuga" al presente, aderisce all'esperienza,
mette in rapporto i personaggi) non interessa ai letterati, contenti del "giardino pietrificato" della loro tradizione poetica.
Questo ragionamento ci può spiegare perchè le uniche, deboli
forme di teatro del mondo arabo si radichino nell'ambiente
popolare e utilizzino una lingua dialettale.
133
Abdallah Laroui, L'ideologia araba contemporanea, Milano,
Mondadori, 1969, p. 246.
134
Ibn Rashiq, al 'Umda: "Gli Arabi sono il migliore dei popoli, e la
loro Arte (la Poesia) è l'Arte suprema. Essi si sono riservati l'Arte
della Parola".
108
1.5.6 - LE ECCEZIONI
Naturalmente, sono esistite delle eccezioni. La più importante
è rappresentata, a partire dal VII secolo, dallo sviluppo in Persia (e quindi nell'ambito dell'Islam sciita135) delle ta'ziyé, rappresentazioni teatrali (prima con una sola voce narrante, poi
con l'intervento di più agonisti: ciò ripete l'evoluzione del teatro greco dalle forme originarie a quelle classiche) del martirio
di Hossein, il figlio di Alì decapitato e oltraggiato nella terribile
battaglia di Kerbela (10 ottobre 680) dai sostenitori di Mo'awiya, la cui vittoria trasferì il califfato al di fuori della famiglia del
Profeta.
In linea con quanto affermato precedentemente, l'eccezione
rappresentata da questa tradizione (vivissima fino alla proibizione negli anni '20 di questo secolo; oggi si continua nella città di Kerbala, nel quadro del culto dell'attuale regime iraniano
per il martirio) è spiegabile considerando che gli Sciiti hanno
vissuto un'esperienza di esclusione dalla comunità dei Credenti (scia = separazione) e interpretato il martirio di Hossein come una colpa propria; in conseguenza di ciò ne risultò modificata la loro concezione della Storia: il patto fra Dio e uomini si
era macchiato del sangue di Hossein e di Alì, e quindi bisognava purificarla in vista dell'avvento di un Califfo che avrebbe
135
Sono le comunità islamiche che, non avendo Maometto lasciato indicazioni precise sulla sua successione, rifiutarono l'ascesa al
califfato di Mo'awiya ai danni dei figli di Alì (il quarto califfo, genero di Maometto e rivale della di lui vedova Aisha, ucciso nel 661).
Religione di Stato in Persia (Iran), l'Islam sciita attribuisce grande
valore al martirio, predica l'avvento di un Califfo discendente di Alì
ed è organizzato secondo una rigida gerarchia clericale (ayatollah).
109
salvato il mondo (ovviamente questo progetto si colorava delle rivendicazioni politiche dei Persiani nei confronti degli Arabi).
Oltre alle ta'ziyé (che avevano luogo in un apposito spazio, un
palco rotondo o quadrato attorniato dal pubblico), è evidente
che sono esistite forme che potremmo definire "pre-teatrali",
non legate ad una struttura precisa di rappresentazione; sono
in fondo le stesse che si possono vedere ancor oggi in una
piazza di un qualunque villaggio arabo in festa, per non dire
nella celebre Jamâa al Fna di Marrakech.
Cantastorie, mimi, trovatori, attori che si esibiscono in melopee dialogate, cantanti che raccontano storie a più voci... insomma, l'ambito di quello che si è usi chiamare folklore, ricco
e diverso dal Maghreb alla Turchia.
A questo patrimonio potremmo aggiungere quello di carattere
parareligioso: processioni, iniziazioni di certe sette, celebrazioni di feste locali (di cui alcune utilizzavano autentici canovacci).
Maggiore sviluppo ha conosciuto il teatro d'ombre, diffusosi
nel mondo arabo a partire dall'XI secolo proveniente dall'India
(il termine "ombre cinesi" è quanto mai inesatto) e culminato
nel ricco repertorio del Karakôz turco (apparso all'inizio dei
XIV secolo), da cui poi sono derivate altre tradizioni, tutte di
lunga durata e di grande popolarità.
Importante è stato pure il teatro per marionette (diffusosi
probabilmente dalla Sicilia), anch'esso presente in molte versioni locali..
110
1.5.7 - LA RINASCITA
"Da un secolo gli Arabi cercano di edificare in forme nuove quelle che colpirono i primi viaggiatori in Occidente, teatro e
romanzo soprattutto - una letteratura che sia degna del legato
prestigioso del passato. Gli sforzi non sono mancati e questa
letteratura moderna supera, almeno quanto a numero di opere, quella dei periodi classici"136.
Per quanto riguarda il teatro, dopo l'esperimento di Maroun Al
Nakkach bisogna attendere sessant'anni perchè si formi una
compagnia stabile che opera in vari Paesi arabi, dall'Egitto
all'Algeria. In tutta evidenza, si tratta di un fenomeno di acculturazione: non di teatro arabo ma di teatro in arabo, i cui modelli sono le compagnie europee che si esibivano in Nord Africa e nel Vicino e Medio Oriente. La nascita del teatro insomma
è un effetto del colonialismo, che tuttavia (pur se sentito come una disfatta) ha avuto il merito di avviare nella cultura araba un processo di "scoperta dell'Altro" che ha reso possibile
una drammaturgia.
Fra i primi autori ed attori spiccano in un primo momento arabi di fede cristiana, ma poi il fenomeno si consolida seguendo
varie direzioni (teatro classico, musicale, popolare, ecc.) e
raggiungendo un buon livello di risposta da parte del pubblico.
In linea del tutto generale, è l'Egitto il Paese all'avanguardia;
quanto ai testi, abbondano le traduzioni, ma vi è anche una
ricca produzione (per lo più in arabo dialettale) di farse, di
drammi storici, melodrammi (a forte influenza francese e italiana) e di commedie; poche le tragedie (che richiedono l'uso
136
Abdallah Laroui, L'ideologia araba contemporanea, Milano,
Mondadori, 1969, p. 217.
111
dell'arabo classico), pochi i testi di contenuto politico e che
trattano problemi psicologici o maggiormente simbolici.
Fra gli autori più importanti (sia in arabo classico che dialettale):
Ahmad Shauqi (1868-1932), egiziano: Ali Bey (tragedia
storica), Mjnun Laila (poema drammatico amoroso), La
caduta di Cleopatra e Cambise (drammi storici), ecc.
Taufiq al-Hakim (1898-1950), egiziano: Dopo la morte
(dramma amoroso), Il sesso debole (satira antifemminile),
Quelli della caverna (che si risvegliano dopo tre secoli),
ecc.
Mahmud Taimur (1894-?), egiziano: Il vino oggi (dramma
storico), Rifugio n.13 (dove un gruppo di personaggi durante un bombardamento aereo scopre, provvisoriamente, la stupidità delle divisioni sociali), Bombe, ecc.
1.5.8 - ORIENTE E OCCIDENTE
"Nel secolo XIII l'Europa non dipese più dagli Arabi nella conoscenza della cultura ellenica e, soprattutto, della sua tradizione filosofica. [...] Per quando grandi si rivelassero successivamente le divergenze tra cultura araba e cultura europea, in
quel tempo esse formavano ancora due rami di una stessa ci137
viltà . [...] Ci potremmo divertire ad immaginare degli Europei del medio Evo che conducessero la loro vita ordinaria in un
coevo ambiente arabo. Ebbene quasi tutti i re e i cavalieri, i
mercanti, i viaggiatori, i cultori di scienza, i filosofi e gli uomini
137
Norman Daniel, Gli Arabi e l'Europa nel Medio Evo, Bologna, Il
Mulino, 1981, p.424.
112
di legge dell'Europa medievale possono benissimo essere immaginati come arabi"138.
In effetti nel corso di questa nostra superficiale esposizione
dovrebbe essere risultato evidente che le somiglianze fra le
due culture sono ben maggiori delle differenze; richiamiamo i
punti discussi:
Arabi ed Europei hanno in comune lo stesso Aristotele,
tradotto e commentato da Averroè; ciò dura fino all'inizio
del XIII secolo, quando ne tornano disponibili in Occidente gli originali, fatto da cui scaturisce un'autentica rivoluzione culturale;
A corollario, anche l'Europa condivide la confusione fra
categorie drammatiche e generi poetici; prova ne sia che
Dante chiama il suo Poema Commedia per indicare un registro linguistico "medio";
Di fatto, nemmeno in Europa il teatro sopravvive alla fine
del Mondo Antico, se non per quanto riguarda rappresentazioni pre-teatrali139, da un lato quelle "laiche" di
piazza (giullari, ecc.), di cui per altro sappiamo molto poco, e dall'altro le sacre rappresentazioni (dentro le Chiese
o sui sacrati), le processioni, ecc.
Anche il mondo cristiano condivide, come già si è detto,
le preoccupazioni anti-idolatriche e i divieti di Mosè (Origene, Ireneo, Eusebio di Cesarea); certo, in forma più attenuata, in ragione dell'ingombrante tradizione figurativa
138
ibidem, p.485.
cfr. Paolo Toschi, Le origini del teatro italiano, Torino, Boringhieri, 1976.
139
113
del mondo romano e della forza che presto assunse il culto della Croce, dei Santi, delle immagini e delle reliquie,
ma non tale comunque da impedire l'iconoclastia dell'Oriente bizantino (725-842) e di alcuni Riformatori (Wycliffe, Huss e recentemente Karl Barth);
L'idea di "conflitto" non è certo presente nel pensiero
medievale, che privilegia l'immagine di un mondo "ordinato" da Dio; non c'è un "altro" che possa essere accettato;
Nemmeno in Occidente è concepibile un dualismo DioUomo; libertà e libero arbitrio sono termini variamente
intepretati (Pelagio / Agostino, Erasmo / Lutero, Molinisti
/ Giansenisti, ecc.), ma sempre in rapporto alla prevalente, onnipotente volontà di Dio (prescienza, provvidenza,
predestinazione, grazia);
Il Medioevo europeo è una "società di ordini" in cui il
sentimento di individualità è debole (tanto che l'uso del
termine "individuo" - che è la traduzione latina del greco
atomon - per indicare una persona compare solo nell'Età
Moderna). La distinzione fra potere civile e religioso) è
frutto di un "accidente" della storia dell'Europa Occidentale; in tutto il resto del Mediterraneo cristiano essa era
incomprensibile: nell'Impero d'Oriente la Chiesa non era
che un'appendice dell'apparato statale (fu Costantino, ad
esempio, che, come "vescovo dei laici", convocò il Concilio di Nicea).
Garanzia della prevalente concezione cristiana della Storia è il concetto di Provvidenza, secondo la quale i fini che
gli uomini si propongono sono strumentali rispetto al disegno divino, che si realizza attraverso le azioni umane
ma senza che questi intendano o neppure sappiano di
114
collaborare alla realizzazione del volere di Dio (Agostino).
Si tratta perciò di una concezione finalista che esclude la
casualità. Il Cristianesimo rifiuta però la ciclicità (che
piacque invece agli uomini del Rinascimento e poi a Vico);
Infine, anche in Occidente a lungo gli intellettuali affermarono il primato della poesia sugli altri generi letterari.
Se così stanno le cose, si può proporre a titolo di conclusione
un rovesciamento dei termini del problema: non è “strano”
che non si sia sviluppato un teatro nel mondo arabo, è “strano” piuttosto che ciò sia accaduto in Occidente.
Allora, la domanda diventa: come mai in Occidente rinacque
un interesse per il teatro, nonostante il lungo iato, nonostante
la sua assenza presso le culture vicine, nonostante l'evidente
pregiudizio religioso? Ciò è indubbiamente collegato alla rivoluzione intellettuale che si è soliti chiamare Umanesimo e/o
Rinascimento; non è certo un caso che uno dei principali preumanisti, Albertino Mussato (1261-1329), studi Seneca e scriva una tragedia; non è ancora un caso se tra i 238 volumi che
Giovanni Aurispa porta da Costantinopoli a Firenze nel 1424 ci
siano Eschilo e Sofocle, su cui poco o nulla si sapeva.
Passo dopo passo, la riscoperta del Mondo Antico e l'intenzione di continuarlo dopo "i secoli bui" genera quel complesso di
valori sull'uomo e l'individuo, la libertà, la Storia, il divino, la
società, l'Arte, che collegano il mondo moderno all'antichità
classica140. E' questa "iniezione" audace di "paganesimo" che
140
A titolo di esempio: Umberto Eco costruisce la trama del suo
romanzo Il nome della rosa sull'occultamento del libro della Poetica che Aristotele dedicò alla commedia (cioè al comico); non è
quindi privo di implicazioni filosofiche e religiose il fatto che il
115
consente ai letterati di occuparsi nuovamente di teatro e di
ottenere, facendo tesoro dell'esperienza pratica accumulata
dai teatranti medievali, splendidi risultati.
Non c'è nulla nell'Islam di paragonabile all'Umanesimo; ragioni
storiche (il dominio di conquistatori prima non arabi ma islamici, poi nè arabi nè islamici) ma anche ragioni intrinseche
hanno impedito l'innescarsi di quel processo di "modernità"
che, agli occhi di oggi, ci appare essere stato una delle ragioni
del successo delle culture che l'hanno inventato. E' per questo
che oggi per il mondo islamico è così difficile fare il conti con il
presente141, almeno quando per noi è capirlo e conviverci.
1.5.9 - BIBLIOGRAFIA
L'Autore (che non è evidentemente un esperto islamista) si è
occupato dell'argomento oggetto di questo scritto in anni molto lontani. La bibliografia quindi non solo non è affatto aggiornata ma è anche limitata alle poche opere che si trovano ancora nella sua biblioteca.
Mohamed Aziza, Le théâtre et l'Islam, Alger, SNED, 1970
Rinascimento faccia "entrare tale comicità nel consorzio civile degli uomini e della cultura [...] con pari diritto di tutte le altre espressioni letterarie tra le forme d'arte e di cultura" (Nino Borsellino, introduzione a Commedie del Cinquecento, Milano, Feltrinelli,
1962, p. XV).
141
"Da tre quarti di secolo gli arabi si pongono un'unica e medesima domanda: - Chi è l'altro e chi sono io?-" (Abdallah Laroui,
L'ideologia araba contemporanea, Milano, Mondadori, 1969, p.
33)
116
Nino Borsellino (a cura di), Commedie del Cinquecento, Milano, Feltrinelli, 1962
Norman Daniel, Gli Arabi e l'Europa nel Medio Evo, Bologna, Il
Mulino, 1981
Jean Duvignaud, Sociologie du thèâtre, Paris, PUF, 1965
G.W.F. Hegel, Estetica, Milano, 1963
Louis Gardet, La Cité musulmane, Paris, Vrin, 1961
Jacob M. Landau, Etudes sur le théâtre et le cinéma arabes,
Paris, G.-P. Maisonneuve et Larose, 1965
Abdallah Laroui, L'ideologia araba contemporanea, Milano,
Mondadori, 1969
Peter Szondi, Teoria del dramma moderno, Torino, Einaudi,
1962
Paolo Toschi, Le origini del teatro italiano, Torino, Boringhieri,
1976
117
118
1.6 - LA SCRITTURA TEATRALE142
spunti di riflessione sul teatro del '900 tratti prevalentemente da Peter Szondi143, Teoria del dramma moderno (1880-1950), Torino, Einaudi, 1962;
anche a proposito di Luigi Pirandello, Sei personaggi
in cerca di autore e Enrico IV
1.6.1
1.6.2
1.6.3
1.6.3.1
1.6.3.2
1.6.3.3
1.6.3.4
1.6.3.5
1.6.3.6
1.6.3.7
1.6.3.8
1.6.3.9
INDICE
Premessa
Il dramma
Gli Autori della fase critica
Ibsen
Čechov
Strindberg
Maeterlinck
Hauptmann
Gli espressionisti
Piscator e Brecht
Il teatro epico
E poi?
120
122
124
125
126
128
129
130
131
132
133
135
142
Questo testo nacque come appendice a Gramsci critico teatrale, ma poi lo rielaborai per uso didattico: mi piaceva proporre in V
qualcosa di un po' più raffinato, a volte suscitando qualche salutare curiosità ma altre totale ripulsa. Ricalca di libro di Szondi ma si
allarga anche in qua e in là.
143
Nato a Budapest nel 1929, fu allievo di Emil Steigher e poi
ordinario di letterature comparate all'Università di Berlino. Morì
suicida nel 1971.
119
1.6.4
1.6.4.1
1.6.4.2
Pirandello
Sei personaggi in cerca d'autore
Enrico IV
135
136
145
PAROLE CHIAVE
Epico - ciò che viene raccontato per mezzo di un
narratore (romanzo, ecc.; ma anche, in un film, la
soprascritta di spiegazione o la voce fuori campo
che commenta l'azione)
Drammatico - ciò che viene mostrato mentre accade (teatro, cinema, ecc.), per mezzo di attori ecc.
Formale - ciò che è determinato dalle regole del
genere artistico (ad es.: cantare, invece di parlare,
in un melodramma o un musical)
Tematico - ciò che è giustificato dalla vicenda o
dalla situazione proposta (ad. es.: cantare se in
quel punto il personaggio fa una serenata)
1.6.1 - PREMESSA
Il linguaggio del dramma (e del cinema) ci è tanto noto che ci
appare naturale e ovvio; invece esso si fonda su di un insieme
di regole formali molto complesso e molto tipico della cultura
occidentale (il teatro cinese o quello giapponese ne seguono
di molto diverse e quindi a noi appaiono appunto esasperatamente "formali", innaturali, artificiali...).
Gran parte di queste regole risalgono al dramma antico, così
come fu prodotto dalla civiltà greca di cui costituisce uno dei
tratti più caratteristici. Viene perciò anche detto dramma ari120
stotelico, nel senso che fu Aristotele a fissarne i parametri
fondamentali (le tre unità, ma non solo); variamente contaminato dalla drammaturgia medievale, il dramma antico si
continua in quello rinascimentale, e poi in quello barocco,
classicista e romantico. Sulla base di questa continuità, Szondi,
nella scia di Brecht144, Benjamin145, Lukacs146 e Adorno147,
interpreta la vicenda teatrale del nostro secolo come disgre-
144
Bertold Brecht nacque ad Augsburg nel 1898. Dopo la partecipazione alla I guerra mondiale, aderì alla sinistra rivoluzionaria e
iniziò a scrivere testi teatrali a stretto contatto con la vivace intellettualità della Repubblica di Weimar. Dopo il lungo esilio provocato dal nazismo, tornò nella DDR e morì a Berlino nel 1956. La
sua produzione fu fondamentale per il teatro del '900, anche dal
punto di vista teorico (teatro epico); ricordiamo fra le opere
principali: Tamburi nella notte, L'opera da tre soldi, Terrore e miseria del Terzo Reich, Vita di Galileo, Madre Courage, La resistibile ascesa di Arturo Ui, Il cerchio di gesso del Caucaso.
145
Walter Benjamin nacque a Berlino nel 1892; dal 1935 fu membro dell'Institut fűr Sozialforschung trasferito da Francoforte a
Parigi. Si suicidò nel 1940 per sfuggire alla Gestapo mentre cercava di riparare in Spagna. Fra le sue opere: L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità, Avanguardia e rivoluzione, Il dramma
barocco tedesco, Origini del dramma tedesco.
146
Nato a Budapest nel 1885, Gyorgy Lukàcs vi morì nel 1971. Fu
autore di opere fondamentali quali Teoria del romanzo, Estetica, Il
dramma moderno, Storia e coscienza di classe e Filosofia dell'arte.
147
Theodor Wiesengrund Adorno (1903-1969) dopo l'esilio statunitense ritornò a insegnare a Francoforte filosofia e sociologia; fu
autore di saggi fondamentali per una lettura critica della musica
contemporanea, in particolare La filosofia delle musica moderna.
121
gazione del modello drammatico aristotelico e approssimazione a quello epico.
1.6.2 - IL DRAMMA
Il dramma, per come storicamente è nato nel Rinascimento
(italiano, inglese e poi francese) e per come si è affermato nel
Classicismo e nel Romanticismo tedesco, per come è stato definito dai filosofi idealistici (Hegel in particolare), è essenzialmente un'immagine dell'uomo come membro di una società
(questa concezione costituisce uno dei più forti legami di continuità con la cultura classica).
La sfera dei rapporti intersoggettivi è quindi l'oggetto della
rappresentazione, ed in essa è il momento della decisione che
permette al soggetto di manifestarsi (da ciò discende l'importanza data al tema della libertà).
L'inesprimibile nei rapporti umani, ciò che non esce dal soggetto, non può trovare posto nel dramma così inteso (anche
perchè lo spettatore non potrebbe percepirlo), che vive così di
dialogo (o più in generale di comunicazione verbale e non
verbale). Sono possibili eccezioni giustificate tematicamente:
ad esempio, un personaggio può, per una qualche ragione,
rifiutarsi di comunicare.
Ricorre ad un espediente formale invece il monologo, che consente al pensiero racchiuso nel soggetto di uscirne anche in
assenza di un interlocutore: tipicamente, l'attore si colloca in
un luogo deputato non tematicamente giustificato (di solito, il
proscenio, al di là quindi della linea del sipario) o accompagna
con un gesto (la mano a lato della bocca) la frase che convenzionalmente si intende non udibile da parte del personaggio
interlocutore.
122
L'autore non vi può comparire: egli crea il rapporto intersoggettivo (i personaggi, la situazione, il conflitto) ma non vi si
introduce in quanto ogni scelta deve apparire come liberamente determinata, ogni parola liberamente decisa dai personaggi. Il dramma è dunque, per così dire, opera dell'autore
nel suo insieme, ma non nei particolari.
Il dramma non riconosce e non si rivolge al pubblico, che assiste in silenzio, passivo, paralizzato, impotente, isolato dal buio della sala (quando questo divenne l'uso): lo spettatore può
rinunciare al proprio Io e identificarsi completamente con i
personaggi (catarsi), ovvero (ad esempio, se viene disturbato
dal vicino) esserne completamente separato: insomma, è
altro, fuori, finchè esiste come persona. Accade come per gli
ambigui disegni della Gestalt: posso vedere il vaso o i due volti
affrontati, ma non tutti e due contemporaneamente.
Da ciò la ragione formale della scena di tipo rinascimentale: il
palco isola le due sfere contemporaneamente presenti (quella
del dramma e quella del pubblico), le luci illuminano la scena
autonomamente rispetto alla sala (dal di dentro), il sipario,
come per caso (ma sarebbe meglio dire: per un miracolo
atteso ed evocato), si alza a mostrare squarci arbitrari e
frammentari di un mondo parallelo e presto poi si richiude a
nasconderlo di nuovo; quel mondo si deve supporre che abbia
un proprio passato e un proprio futuro, che continui ad esistere al di là di esso prima e dopo la rappresentazione, che consiste allora solo nello svelamento di una parte significativa,
per qualche ragione a scelta dell'autore, della vita dei personaggi.
In realtà, il sipario non mette in comunicazione i due mondi:
esso si limita a rendere trasparente (ma solo nel senso salascena) la quarta parete che delimita lo spazio scenico.
I personaggi non vedono la sala (in realtà, nemmeno gli attori
se questa è buia) e non si rivolgono al pubblico, ma ai loro in123
terlocutori (ad esempio, un attore cinematografico non deve
guardare in camera, a meno che essa non sia usata in funzione
soggettiva e rappresenti gli occhi del personaggio con cui egli
dialoga; all'opposto, il lettore del telegiornale o il politico intervistato devono guardare in camera perchè ciò significa che
riconoscono il pubblico, sono se stessi e non stanno recitando).
D'altra parte, il pubblico non può interferire nella rappresentazione se non interrompendola e costringendo l'attore a uscire dal personaggio.
Insomma, il dramma è primario, non cita nulla che sia al di
fuori di sé, il suo tempo è un eterno presente, il suo spazio è
assolutizzato, non sopporta nulla che non sia tematicamente
motivato ed anche gli eventi proposti come casuali debbono
esservi radicati.
Non ammette alcun elemento epico, a meno che un personaggio non assuma la veste di narratore.
I suoi pilastri assiomatici, in estrema sintesi, sono due: i rapporti intersoggettivi sono possibili; la realtà è assoluta e definita da una dialettica in sè assoluta.
1.6.3 - GLI AUTORI DELLA FASE CRITICA
Sarebbe troppo lungo cercare qui di citare tutti i complessi
fenomeni storici, economici e culturali che hanno fatto venir
meno, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, la fiducia
nella possibilità dei rapporti intersoggettivi, da un lato, e,
dall'altro, nella assolutezza della realtà come luogo in cui l'Io
esprime la sua libertà di scelta.
Ci basti solo notare come la forma del dramma entrò in crisi
nel momento in cui gli autori tentarono di affrontare temati124
che nuove contraddittorie rispetto ad essa, che per questa
via ne fu a poco a poco distrutta.
1.6.3.1 - IBSEN
Secondo la tesi di Szondi, Ibsen148 rappresenta un primo livello di coscienza del problema e una prima indicazione di
marcia.
Il tema del tempo passato inutilmente, nell'incomprensione e
nel silenzio, non viene rappresentato ma raccontato, non attualizzato ma messo fuori dal dramma. I rapporti intersoggettivi esistono sì, ma limitati all'intimo dei personaggi, che in
realtà appaiono isolati ed estranei e interagiscono per rivelarne l'inconsistenza e marciare poi verso il silenzio, o ai vaghi
ricordi di un passato che frammentariamente raccontano. Ibsen, con la tecnica analitica, con i leitmotive, con i simboli, con
il tema dell'ereditarietà cerca di giustificare tematicamente
questo tipo di dramma che stride con la sua definizione formale149.
148
Henrik Ibsen (1828-1906) fu nel suo secolo provocatore di
scandalo, in quanto estremamente sensibile al muoversi delle
idee e quindi aspramente anticonformista: la sua opera raccolse
consensi e dissensi nel quadro di una battaglia ai confini della
mentalità borghese, già inquieta sul suo destino. Il suo teatro rappresenta in massimo grado un rapporto fra teatro e società inteso soprattutto come atto di provocazione e momento di coscienza. Fra i testi principali ricordiamo: Peer Gynt, Casa di bambola, Un nemico del popolo, Spettri, L'anatra selvatica, Rosmersholm, La donna del mare, Hedda Gabler, John Gabriel Borkman.
149
da Spettri
OSVALD - Mamma, mamma, dammi il sole, mamma!
SIGNORA ALVING - Cosa dici?
125
1.6.3.2 - ČECHOV
In Checov150, personaggi votati alla rinuncia della vita e che
non possono mai incontrarsi fra di loro, vivono di nostalgie che
negano sia l'azione che il dialogo; il monologo (o il monologo
travestito da dialogo - tipico quello ne Le tre sorelle fra Andrej
e l'usciere sordo che ne rappresenta la giustificazione tematica) è la modalità preferita, attraverso la quale si esprimono
ricordi o speranze, cioè non una situazione ma il tema stesso.
I contorni dei personaggi non sono dati da un susseguirsi di
azioni, dallo svolgersi del classico "intreccio", ma affiorano in
trasparenza attraverso le loro parole.
OSVALD - Il sole, il sole!
SIGNORA ALVING - Cos'hai detto, Osvald?
da Un nemico del popolo
DOTTOR STOCKMAN - E' questa la scoperta, state a sentire: il più forte uomo del mondo è colui che è più solo.
da John Gabriel Borkman
ELLA - E' molto tempo che non ci ritroviamo così, a faccia
a faccia, Borkman.
BORKMAN - Sì, molto, molto tempo. Cose atroci ci separano da quell'ultimo incontro.
ELLA - Tutta una vita. Tutta una vita sprecata.
150
Il teatro di Anton Pavlovic Checov (1860-1904) colpì i contemporanei per l'apparente mancanza di azione, ma sostanziò lo sviluppo della teoria teatrale di Stanislavskij ("l'azione scenica deve
essere intesa in senso interiore e solo su di essa, liberata da tutto
ciò che è pseudoscenico, si possono fondare e costruire le opere
drammatiche nel teatro"). Fra i titolo principali: L'orso, Una domanda di matrimonio, Il gabbiano, Zio Vanja, Le tre sorelle, Il
giardino dei ciliegi.
126
In questo mondo di creature fragili ed illuse, ogni vicenda,
anche la più crudele, si svolge quasi inosservata: l'esplosione
del dramma viene come assorbita senza rumore, nell'indifferenza delle vita che continua.
L'impotenza dei personaggi si riflette nella realtà che li circonda: tutto appare illusorio e privo di concretezza, quasi immagini create dalle parole.
Paradossalmente (ma non poi tanto) Checov suggeriva una
recitazione leggera, genere vaudeville, quasi a rimarcare l'ottica di impossibile adesione che lo legava ai suoi personaggi.
Anche nel caso di Checov, quindi, solo espedienti tematici
consentono di collocare nella forma drammatica tradizionale l'espressione di sentimenti che con essa sono in aperta
contraddizione151.
151
da Il gabbiano
(A destra, dietro le quinte, si ode un colpo di rivoltella.
Tutti trasecolano)
ARKADINA - Che è successo?
DORN - Nulla. Probabilmente è scoppiata qualche boccetta della mia farmacia portatile. Non allarmatevi.[...] Due
mesi fa è stato pubblicato un articolo su questa rivista...
una lettera dall'America ed io volevo domandarvi
(prende TRIGORIN sotto braccio e lo conduce verso la ribalta) ...poichè si tratta di una questione che mi interessa molto... (in tono più basso, a mezza voce) Conducete
via Irina Nikolaevna. Il fatto è che Konstantin Gavrilovic si
è ucciso.
da Il giardino dei ciliegi
FIRS - Chiuso... sono partiti... si sono dimenticati di me...
non importa: aspetterò qui. [...] E la vita è passata, come
se non avessi vissuto. Mi corico un momento... (par-
127
1.6.3.3 - STRINDBERG
Con Strindberg152 il problema si infittisce e si complica. Egli
privilegia l'elemento autobiografico, nella convinzione che si
può conoscere bene solo la propria vita. L'Io del personaggio
centrale (cioè l'Autore, che interviene quindi direttamente nel
dramma) lega e fonda l'unità dell'azione: siamo al monodramma (un solo personaggio) o al dramma dell’Io (tutti visti
attraverso uno solo, che assorbe in sè ogni dialogo e nesso
oggettivo fra i vari personaggi).
Ecco allora la tipica forma del dramma a tappe, con il protagonista che incontra lungo un determinato percorso vari altri
e quindi racconta quello che vede di loro (in definitiva, la propria evoluzione interiore), nella fondamentale estraneità di
tutto a tutti e sua agli altri. A volte non ha nemmeno un nome, è "lo sconosciuto", e assume dunque la funzione epica di
153
chi mostra, illustra e guida .
lando a se stesso) non hai più forza... non ti è rimasto
niente... niente! Ah!... povero buono a nulla!...
(Resta immobile. Si ode un suono lontano, come dal cielo,
il suono di una corda musicale che si spezza, triste e morente. Poi, il silenzio. E solo echeggiano di lontano i colpi di
ascia che abbattono gli alberi del giardino dei ciliegi).
152
Johan August Strindberg (1849-1912) soffrì per tutta la vita di
forti manie di persecuzione, che determinarono il taglio tutto
particolare della sua opera, caratterizzata da una concezione
dell'esistenza tragica e fatale, dominata dalla lotta fra i sessi e
ridotta a prigione dello spirito. Fra le opere principali: La signorina
Giulia, Avvento, Verso Damasco, Danza macabra, La sonata degli
spettri, Il pellicano.
153
da Il sogno
128
1.6.3.4 - MAETERLINCK
In Maeterlink154 l'idea centrale della morte, che da nulla è
causata e di cui nessuno è colpevole, nel quadro di una concezione dell'uomo come esistenzialmente impotente, uccide
L'UFFICIALE - Ecco qui un pensionato che attende la fine della
vita; è certamente un capitano che non è mai diventato maggiore, o un sostituto notaio che non è mai diventato as- sessore; molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti... Passeggia in attesa della
colazione...
IL PENSIONATO - No, del giornale! Del "Giornale del mattino"!
L'UFFICIALE - E ha solo cinquantaquattro anni: può tirare
avanti ancora per venticinque anni aspettando i pasti ed
il giornale... Non è orribile?
da La sonata degli spettri
BENGTSSON - E' la solita cena degli spettri, come la chiamano loro: Prendono il tè senza dirsi una parola. Tutt'al
più il colonnello parla lui solo... è questa storia da
vent'anni: sempre le stesse persone, che dicono le stesse
cose o tacciono allo stesso modo, per non dover arrossire
dalla vergogna. [...]
LO STUDENTE - Mi dica: perchè i suoi genitori rimangono
in quel salotto così silenziosi, senza scambiarsi una parola?
LA FANCIULLA - Perchè nulla hanno da dirsi, perchè l'uno
non crede a ciò che dice l'altro. Mio padre ha riassunto
tutto ciò in questa frase: "A che scopo parlare, poichè,
dopo tutto, non riusciamo ad ingannarci l'un l'altro?".
154
Maurice Maeterlink (1863-1949) partecipò al movimento
simbolista. Fra le principali opere teatrali: L'intrusa, I ciechi, Pelléas et Mélisende, L'uccellino azzurro.
129
l'azione e instaura la situazione, in cui i personaggi restano
finchè non muoiono, sempre anonimi, muti, ignoranti, passivi.
Il dialogo nulla è più se non una descrizione (epica quindi) a
voci alterne155.
1.6.3.5 - HAUPTMANN
156
Nel teatro di Hauptmann è la tematica sociale a rivelare la
crisi della forma drammatica.
Egli si rende conto che cercare di descrivere le condizioni che
determinano socialmente gli individui (e quindi di fatto circoscrivono la loro libertà di scelta) significa citare e porre accanto alla sfera del dramma un'altra dimensione, la realtà
stessa.
Ricorre pertanto spesso (come anche Strindberg, ma senza
porre l'Io come unico punto di riferimento) ad un espediente
155
da I ciechi
LO STRANIERO - Ora sorridono in silenzio, nella stanza.
IL VECCHIO - Sono tranquilli. Non l'aspettano questa sera...
LO STRANIERO - Sorridono senza muoversi, ma ecco, il
padre mette un dito sulle labbra...
IL VECCHIO - Accenna al bambino addormentato sul seno
della mamma.
LO STRANIERO - Lei non osa alzare gli occhi per timore di
risvegliarlo.
156
Gerhart Hauptmann (1862-1946) iniziò la sua produzione
nell'ambito del naturalismo (Prima dell'alba, I tessitori) e passò
poi al simbolismo misticheggiante, nel tentativo di conciliare la
denuncia delle condizioni del proletariato con la "sublimazione"
dell'esperienza sociale.
130
tematicamente giustificato, "l'estraneo", "il viaggiatore" o simili (un Io epico, in sostanza: a volte ne sa di più dei personaggi!) che viene dal di fuori (cioè dalla realtà, di cui anche gli
spettatori sono partecipi) a vedere gli avvenimenti che accadono nel dramma e si fa garante dell'unità dell'azione.
Quando cala il sipario, i due mondi non rimangono separati,
ma, tornando il viaggiatore nel mondo, il seguito è collocato
nella vita reale.
1.6.3.6 - GLI ESPRESSIONISTI
In tutti gli autori fin qui citati la contraddizione scoppiata all'interno del dramma aristotelico è parzialmente risolta con espedienti tematici; elementi comuni sono la comparsa del personaggio epico (narratore, rivelatore, catalizzatore) e il sempre più vigoroso contrapporsi del soggetto all'oggetto del
dramma, che invece prima coincidevano (nel senso che il soggetto era l'oggetto).
Nella produzione successiva a questi autori, il contrasto fra
forma drammatica ed esigenze tematiche nuove tende a
scomparire, nel senso che se ne formalizzano alcune, attraverso un lungo processo di ricerca di cui Brecht rappresenta in
fondo una delle conclusioni.
Il dramma-conversazione (in cui il dialogo perde la sua apoditticità e cita la vita reale), il dramma a tesi (che di-mostra qualcosa), l'atto unico (in cui la tensione drammatica è data per
scontata e si è già all'epilogo della vicenda) rientrano in questa ricerca.
131
I primi ad elaborare in maniera compiuta una nuova forma
drammatica sono gli Espressionisti157 tedeschi,
Partendo dal dramma a tappe strindberghiano (stationendrama) il loro teatro frammenta l'azione in scene staccate,
propone personaggi senza individualità precisa ("Il padre", "la
madre", ecc.) che parlano un linguaggio esaltato (il grido), iterato ed ellittico (non naturalistico) e adotta una messa in scena fondata sull'uso violento delle luci (che fanno emergere i
personaggi dal buio che li circonda.
Quello che si vuole esprimere è il lato in ombra della realtà
e proporre un mondo estraniato a cui si contrappone il soggetto: si formalizza così una nuova possibilità d'azione, quella derivante dall'alienazione.
1.6.3.7 - PISCATOR E BRECHT
158
Con Piscator
si realizza l'idea della rappresentazione come
spaccato della vita reale (il cinema si introduce nel teatro
come componente formale); infine Brecht problematicizza i
157
Tra i principali autori: Oscar Kokoschka (L'assassinio, speranza
delle donne), Reinhardt Johannes Sorge (Zarathustra), Reinhard
Göring (Battaglia navale), Ernest Toller (Uomo massa, Oplà noi
viviamo), George Kaiser (Gas I, Gas II).
158
Erwin Piscator (1893-1966) è stato il regista più importante
della scena europea fra le due guerre mondiali: a lui si deve
l'impiego in teatro di nuovi mezzi quali, oltre al cinema, i tapis
roulants, i girevoli, ecc.; condivise con Brecht il tentativo di trascinare lo spettatore sul terreno della passione politica proponendogli, a livello razionale, elementi atti alla formazione di un
giudizio sulla situazione proposta e tali da indurlo a partecipare
al suo cambiamento.
132
rapporti interpersonali e mette al centro della sua riflessione
la lotta di classe, cioè appunto la genesi e la trasformazione di
questi rapporti.
1.6.3.8 - IL TEATRO EPICO
Siamo così giunti alla proposta di una nuova forma teatrale,
detta epica o non-aristotelica, il cui principio formale è la
contrapposizione fra soggetto ed oggetto (in senso scientificoconoscitivo-rivoluzionario) e in cui i rapporti interpersonali
diventano tematici, cioè non sono dati come assoluti ma vanno spiegati, sono un punto d'arrivo e non di partenza.
Il teatro non deve porsi come imitazione della realtà e l'attore
non deve immedesimarsi nel personaggio di un'azione data
per ineluttabile nella sua proposizione ed assoluta; il teatro
deve assumere invece una forma aperta e definirsi in rapporto ad una concezione della storia come cambiamento e trasformazione.
La realizzazione di questa concezione è affidata all'effetto di
straniamento. Per Brecht l'attore deve vivere le proprie emozioni oltre che rappresentare quelle del personaggio e deve
evidenziane la contradditorietà; egli non è protagonista di
un'azione che, essa sola, ne giustifica la presenza sulla scena,
ma è un uomo che incontra ed esplora una possibilità di azione, ben consapevole che essa è solo una delle tante varianti
possibili dello svolgimento storico. L'evento è quindi citato in
un rapporto in forza del quale nulla di quanto accade sulla
scena deve essere presentato come ovvio o fatalmente ineluttabile; tutta va vissuto come strano ed estraneo.
Lo scopo ultimo è di impedire che lo spettatore si immedesimi
nei personaggi e sia così dispensato dal prendere posizione;
egli deve invece essere spinto a prendere coscienza e a riflettere su contraddizioni che nessuno più si incarica di rendere
tematicamente giustificate e comprensibili.
133
Oltre che attraverso la recitazione, l'effetto può essere raggiunto attraverso espedienti che sollecitino costantemente
lo spettatore a mantenere una posizione distante e critica rispetto alla vicenda: la divisione in scene distinte l'una dall'altra
da cartelli (che evidentemente non stanno dentro la vicenda),
il ricorso a ballate e canzoni (non tematicamente giustificate), l'abolizione del sipario, la citazione esplicita di elementi
della realtà attuale, ecc.: insomma un continuo entrare ed
uscire dal dramma.
Molti autori e registi (allora ed ancor oggi), fra cui anche Pirandello, hanno inoltre limitata (ad esempio, con il palcoscenico circolare) o azzerata la separazione scena-sala facendo
muovere gli attori in ambedue gli spazi o facendoli interagire
con il pubblico (o con altri attori sparsi fra di esso - vedi ad
esempio Questa sera si recita a soggetto), sia ammettendo
l'improvvisazione (che in fondo, fino a tutto il '700, era proprio
una tecnica che intrecciava strettamente, adattandola, la vicenda alle circostante esterne: non è affatto un caso che il
buio in sala, il silenzio del pubblico e la fedeltà al testo siano
esigenze nate in teatro con il Romanticismo) sia cercando di
prevedere nel testo le possibili reazioni. Molto comune è stato poi dare completa visibilità alla macchina teatrale (illuminotecnica in vista, cambi di scena senza sipario, ecc.).
Alcuni gruppi contemporanei hanno preferito abbandonare
del tutto il luogo teatrale strutturato (teatro di strada) e/o
affidarsi completamente all'improvvisazione.
Anche il cinema ricorre ad effetti epici: famosa la "firma" apposta da Hitchcock ai suoi films apparendo in una scena iniziale; abusata nel film comico la "strizzatina d'occhio" al
pubblico realizzata da un personaggio che gli rivolge la parola;
in Jesus Christ superstar si assiste all'arrivo degli attori sul set
ed alla loro preparazione per le riprese.
134
1.6.3.9 - E POI?
L'impressione generale, a 50 anni da Brecht, è che il teatro
epico, forse l'unica forma che poteva ridare al teatro una sua
connotazione specifica rispetto al cinema ed alla televisione,
non abbia avuto poi una grande storia, se non nel senso che
ha reso disponibili e comuni nuove tecniche di recitazione e di
messa in scena.
Finita la stagione degli sperimentalismi, oggi assistiamo ormai
solo a rappresentazioni di carattere drammatico tradizionale;
anche il teatro, insomma, è dominato dal postmoderno classicista (e il canonizzato Pirandello rischia di apparire addirittura
troppo audace).
1.6.4 - PIRANDELLO
Il teatro di Pirandello (non tutto, e comunque non certo quello
ispirato al verismo) rappresenta uno dei tentativi di rendere
nuovamente coerente la forma drammatica al contenuto tematico attraverso la formalizzazione di alcuni espedienti. In
numerose sue opere troviamo sparsi elementi che ci testimoniano questa intenzione (che tuttavia Pirandello non teorizzò
in maniera compiuta e consapevole: la sua debolezza filosofica
e la sua capacità di orecchiare - fino al plagio - e volgarizzare
temi complessi sono note): esemplare è il ricorso al personaggio del ragionatore-contestatore che spiega, alla maniera epica, ciò di cui è separato spettatore (vedi ad esempio Il gioco
delle parti), ma utilizzò anche il "teatro nel teatro", il sipario
aperto, il coinvolgimento del pubblico o di un suo rappresentante, la pluralità dei luoghi di azione scenica, ecc., tutte tecniche che, se pur a volte mutuati dagli impressionisti, dai futuristi e dai grotteschi, raggiunsero per suo tramite il grande
pubblico.
135
Nei Sei personaggi in cerca d'autore (ed in minor misura
nell'Enrico IV) egli si è spinto più in là sulla strada del nuovo,
analizzando proprio l'impossibilità del dramma tradizionale,
pur senza rinnegare altri suoi temi usuali (la maschera, la pazzia, uno-nessuno-centomila, ecc.).
1.6.4.1 - SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE
Nella Prefazione al dramma (che in verità è incentrata più sul
"mistero" della creazione artistica che sulla teoria teatrale)
Pirandello spiega la genesi dell'opera:
"Orbene, questa mia servetta Fantasia ebbe, parecchi anni or
sono, la cattiva ispirazione o il malaugurato capriccio di condurmi in casa tutta una famiglia... e or l'uno or l'altro, anche
spesso l'uno sopraffacendo l'altro, prendevano a narrarmi i
loro tristi casi, a gridarmi ciascuno le proprie ragioni, ad avventarmi in faccia le loro scomposte passioni".
I Personaggi dunque raccontano la loro storia perchè egli la
scriva, cioè fissi in una forma definitiva il loro mondo, in modo
che essi possano prendere ad agire scegliendo liberamente,
possano non sapere come la storia finisce: "nati vivi, volevano
vivere". Chiedono di essere drammatizzati secondo la forma
tradizionale, in cui la loro soggettività coincida con l'oggettività, essi con la loro vicenda, la quale per altro rientra nei canoni del dramma famigliare borghese: il Padre (dirigente), la
Madre ("povera, umile donna"), il Figlio (strappato alla Madre
e allevato secondo i precetti pedagogici del Padre-Patriarca):
una famiglia fondata sul legame-oppressione, bigotta, sessuofobica; e accanto ad essa, l'altra famiglia, illegittima, povera, peccaminosa, che si affaccia sull'abisso della prostituzione.
Ma Pirandello si dichiara incapace, sente l'impossibilità di quel
tipo di dramma; ma ormai i Personaggi esistono... ecco allora,
il rovesciamento:
136
"O perchè, mi dissi, non rappresento questo nuovissimo caso
di un autore che si rifiuta di far vivere alcuni suoi personaggi,
nati vivi nella sua fantasia, e il caso di questi personaggi
che, avendo ormai infusa in loro la vita, non si rassegnano a
restare escludi dal mondo dell'arte? ".
Il dramma impossibile diventa oggetto del dramma possibile,
quello epico, in cui i Personaggi raccontano criticamente la
propria storia.
Ma essi vogliono anche (cosa che si rivelerà impossibile) vivere la loro storia; è necessaria quindi una "macchina" teatrale,
un palcoscenico, delle luci, degli attrezzi, degli attori, ecc.: e
da qui prende le mosse il testo.
Pirandello dimostra l'impossibilità del dramma tradizionale
(ha rifiutato "non essi stessi, evidentemente; bensì il loro
dramma"; "li ho però accolti e realizzati come rifiutati: in cerca
d'altro autore") prima di tutto attraverso la natura non drammatica dei Personaggi e il loro porsi "al di fuori":
non hanno determinato la loro storia e non sono padroni
di se stessi, poichè "ciascuno di essi esprime come sua
viva passione e suo vivo tormento quelli che per tanti
anni sono stati i travagli del mio spirito", cioè non esistono di per sè ma solo in funzione del loro Autore;
i loro rapporti intersoggettivi sono altamente problematici: "l'inganno della comprensione reciproca [...] fondato
irrimediabilmente sulla vuota astrazione delle parole";
la molteplicità ed l'incompletezza dei loro esseri rende le
loro relazioni ambigue o impossibili, sia perchè si trovano ognuno ad uno stadio diverso di realizzazione creativa, sia a causa del "tragico conflitto immanente tra la vita che di continuo si muove e cambia, e la forma che la
fissa, immutabile";
Madama Pace poi, che nella Prefazione Pirandello definisce "personaggio-funzione", è dichiaratamente il mezzo
137
attraverso il quale l'Autore entra direttamente in scena
(evocato).
Il Capocomico, gli Attori ed i Personaggi passano in rassegna
alcune possibilità di dramma:
quello "a triangolo" (Padre, Madre e secondo “marito”,
che però non c'è),
quello "pasticcetto romantico-sentimentale" (che suscita
le reazioni dei Personaggi e non si fa),
quello veristico-naturalistico (che la Figliastra propone
ma che gli Attori non sanno fare se non cadendo nel ridicolo),
quello "alla Strindberg" o "alla Ibsen" con il Figlio che rifiuta il dialogo (ma non accetta nemmeno di lasciarsi
rappresentare come rifiutante: egli difende il suo ruolo
della vicenda "reale", proprio quella che non si può rappresentare perchè manca l'identificazione del soggetto
con l'oggetto),
quello "dell'Io" (che il Padre vorrebbe per sé e la Figlia
gli contesta).
Nessuna di queste possibilità si realizza (e del resto, anche
all'interno della storia dei personaggi vi sono tratti di non assolutezza ovvero di incompletezza: l'incesto, o pseudo-incesto
che sia, si è realizzato o no?):
gli Attori non riescono a identificarsi con i Personaggi
(nè riescono d'altra parte a provare Il gioco delle parti),
rivelano la loro mediocre incapacità, interrompono e disturbano;
il Capocomico non vuole frasi troppo audaci nè troppi
cambiamenti di scena;
i Personaggi parlano troppo a bassa voce;
il Macchinista fa calare il sipario a sproposito...
138
Si tratta di veri e propri effetti di straniamento; e del resto
l'intera struttura dell'opera è straniata: il “primo atto” è
l'esposizione epica di quello che si vedrà nei due successivi
(cioè nei due quadri della "commedia da fare", che tutti vogliono e nessuno sa realizzare).
Il fallimento di questo dramma è forse il fallimento di ogni
dramma?
Ci sono però alcune incongruenze:
se il dramma è il dramma dell'impossibilità del teatro
borghese, di quello in particolare centrato sulla Famiglia
e sulla sessualità, perchè alla fine, fuggita la Figliastra,
morti il Giovinetto e la Bambina, si ricostituisce la famiglia legale (Padre, Madre e Figlio)? Da lì non potrebbe ricominciare, all'indietro, un dramma?
Se il sipario alla fine del "secondo atto" cala per un errore
del Macchinista, perché il pubblico (già, com'è possibile
che ci sia un pubblico?) l'intervallo lo fa davvero? E perchè alla fine del "terzo" il testo dice cala la tela?
Se per tutta l'azione Pirandello ha tenuto distinti e ha
presentato come inconciliabili il piano della storia dei
Personaggi e quello dei tentativi della Compagnia di
rappresentarla, perché nel finale essi si fondono e il Giovinetto e la Bambina muoiono davvero, in ambedue i piani? O magari, perchè erano in scena, vivi?
Forse Pirandello non ha resistito alla tentazione di stupire e
confondere, in un nuovo rovesciamento, quello che poteva
apparire chiaro.
Troppo attraente per lui doveva essere il richiamo alle esperienze espressioniste e grottesche, al loro alludere ad una dimensione mistica e misteriosa.
E poi, è tipico di Pirandello concludere con un "ho scherzato,
niente è più chiaro di prima, il problema rimane, voi credeva139
te di aver capito ma invece, non vi do la soddisfazione di credervi più intelligenti di me"159.
159
dal "primo atto":
IL PADRE - E' in noi, signore. Il dramma è in noi; siamo
noi; e siamo impazienti di rappresentarlo, così come dentro ci urge la passione.
LA FIGLIASTRA - Senta, per favore: ce lo faccia rappresentare subito, questo dramma, perchè vedrà che a un erto
punto io - quando prendo questo amorino qua [...] Dio la
toglierà d'improvviso a quella povera madre; e quest'imbecillino qua farà la più grossa delle corbellerie, proprio
da quello stupido che è.
LA MADRE - Oh, signore, la supplico di impedire a questo
uomo di ridurre a effetto il suo proposito, che per me è
orribile.
LA FIGLIASTRA - Qui non si narra! Qui non si narra!
IL PADRE - Ma io non narro! Voglio spiegargli.
LA FIGLIASTRA - Ah, bello, sì! A modo tuo!
IL PADRE - Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! [...]
Crediamo d'intenderci; non c'intendiamo, mai!
IL CAPOCOMICO - Ma tutto questo è racconto, signori
miei!
IL FIGLIO - Ma sì, letteratura! Letteratura!
IL PADRE - Ma che letteratura! Questa è vita, signore!
Passione!
IL CAPOCOMICO - Sarà! Ma irrappresentabile
IL FIGLIO - Ma lascia star me, chè io non c'entro!
IL PADRE - Come non c'entri?
IL FIGLIO - Non c'entro, e non voglio entrarci, perchè sai
bene che non son fatto per figurare qua in mezzo a
140
voi! - [...] Signore, quelle che io provo, quello che sento,
non posso e non voglio esprimerlo. Potrei al massimo
confidarlo, e non vorrei neanche a me stesso. Non può
dun que dar luogo, come vede, a nessuna azione da parte
mia. Creda, creda, signore, che io sono un personaggio
non "realizzato" drammaticamente; e che sto male, malissimo, in loro compagnia.
IL PRIMO ATTORE - Ma dice sul serio? Che vuol fare?
L'ATTOR GIOVANE - Questa è pazzia bell'e buona!
UN TERZO ATTORE - Ci vuol fare improvvisare un dramma, così su due piedi?
L'ATTOR GIOVANE - Già! Come i Comici dell'Arte! [...] Ma
cose inaudite! Se il teatro, signori miei, deve ridursi a
questo...
dal "secondo atto":
IL PADRE - Ma se i personaggi siamo noi...
IL CAPOCOMICO - E va bene: i "personaggi"; ma qua, caro
signore, non recitano i personaggi. Qua recitano gli attori.
I personaggi stanno lì nel copione, quando c'è un copione!
IL PADRE - Appunto! Poichè non c'è e loro signori hanno la fortuna d'averli qua vivi davanti, i personaggi...
IL CAPOCOMICO - Oh bella! Vorrebbero far tutto da sè?
Recitare, presentarsi loro davanti al pubblico?
IL PADRE - Eh già, per come siamo.
IL CAPOCOMICO - Ah. le assicuro che offrirebbero un bellissimo spettacolo!
IL PRIMO ATTORE - E che ci staremmo a fare nojaltri, qua,
allora?
IL CAPOCOMICO - Non s'immagineranno mica di saper recitare loro? Fanno ridere...
141
IL PADRE - Non so più che dirle.. Comincio già... non so, a
sentire come false, con un altro suono, le mie stesse parole.
IL CAPOCOMICO - Bisognerà assegnare le parti. [...] Lei, signorina, s'intende, la figliastra. [...]
LA FIGLIASTRA - Dicevo per me, che non mi vedo affatto
in lei, ecco. Non so, non... non m'assomiglia per nulla![...]
IL CAPOCOMICO - Oh, insomma! Qua lei, come lei, non
può essere! Qua c'è l'attore che lo rappresenta; e basta!
[...] Le pare che la scena stia bene così?
LA FIGLIASTRA - Mah! io veramente non mi ci ritrovo.
Ma già la scena tra la Figliastra e Madama Pace, durante
la protesta degli Attori e la risposta del Padre, sarà cominciata, sottovoce, pianissimo, insomma naturalmente,
come non sarebbe possibile farla avvenire in palcoscenico. [...]
LA PRIMA ATTRICE - Così non si sente nulla!
L'ATTOR GIOVANE - Forte! Forte!
LA FIGLIASTRA - "Forte", già! Che forte! Non son mica cose che si possano dir forte![...]
IL CAPOCOMICO - Oh bella! Ah, è così? Ma qui bisogna
che si facciano sentire, cara lei! [...] Bisogna far la scena!
[...] Bisogna rispettare le esigenze del teatro!
La rappresentazione delle scena, eseguita dagli Attori,
apparirà fin dalle prime battute un'altra cosa, senza che
abbia tuttavia, neppur minimamente, l'aria di una parodia; apparirà piuttosto come rimessa in bello. Naturalmente, la Figliastra e il Padre, non potendo riconoscersi affatto
in quella Prima Attrice e in quel Primo Attore, sentendo
proferir le loro stesse parole, esprimeranno in vario modo, ora con gesti, or con sorrisi, or con aperta prote-
142
sta, l'impressione che ne ricevono di sorpresa, di meraviglia, di sofferenza, ecc. [...]
IL PADRE - Appunto, gli attori! E fanno bene, tutti e due le
nostre parti. Ma creda che a noi pare un'altra cosa, che
vorrebbe essere la stessa, e intanto non è!
LA FIGLIASTRA - Sa come mi rispose lui? "Ah, va bene! E
togliamolo via subito, allora, codesto vestitino!"
IL CAPOCOMICO - Bello! Benissimo! Per far saltare così
tutto il teatro?
LA FIGLIASTRA - Ma è la verità!
IL CAPOCOMICO - Ma che verità, mi faccia il piacere! Qui
siamo a teatro! La verità, fino a un certi punto![...] Ma
comprenda anche lei che tutto questo sulla scena non è
possibile!
LA FIGLIASTRA - Non è possibile? E allora, grazie tante, io
non ci sto!
LA FIGLIASTRA - Ma io voglio rappresentare il mio dramma! Il mio!
IL CAPOCOMICO - Oh, infine, il suo! Non c'è soltanto il suo, scusi! C'è anche quello degli altri! [...] Ah, comodo, se
ogni personaggio potesse in un bel monologo, o... senz'altro... in una conferenza venire a scodellare davanti al
pubblico tutto quel che gli bolle in pentola! Bisogna che
lei si contenga, signorina!
LA FIGLIASTRA - Ebbene, faccia uscire quella madre.
LA MADRE - No, no! Non lo permetta signore! Non lo
permetta!
IL CAPOCOMICO - Ma sì, qua, senz'altro! Sipario! Sipario!
Alle grida reiterate del Capocomico, il Macchinista butterà
giù il sipario [...]
143
IL CAPOCOMICO - Ma che bestia! Dico sipario per intendere che l'Atto deve finire così, e m'abbassano il sipario
davvero!
dal "terzo atto":
LA FIGLIASTRA - Ma guardi bene che svolgerlo tutto nel
giardino, come lei vorrebbe, non sarà possibile![...]
IL CAPOCOMICO - Eh già! Ma d'altra parte, capiranno, non
possiamo mica appendere i cartellini, o cambiar di scena a
vista, tre o quattro volte per Atto!
IL PADRE - Quando un personaggio è nato, acquista subito
una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che
può essere immaginato in tutt'altre situazioni in cui l'autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte,
un significato che l'autore non si sognò mai di dargli!
IL CAPOCOMICO - (rivolgendosi al Giovinetto) Venga,
vanga avanti lei, piuttosto! Vediamo di concretare un po'!
(E poichè il ragazzo non si muove) Avanti, avanti! (Poi, tirandolo avanti, cercando di fargli tener ritto il capo che
ogni volta ricasca giù) Ah dico, un bel guajo, anche questo
ragazzo... Ma com'è... Dio mio, bisognerebbe pure che
qualche cosa dicesse... [...] E dico, se la bambina, sorprendendolo così a spiare, accorresse a lui e gli cavasse di
bocca almeno qualche parola?
IL FIGLIO - Non ho proprio nulla, io da far qui! Me ne lasci andare, la prego! [...] Io non rappresento nulla! E l'ho
dichiarato fin da principio! [...]
LA FIGLIASTRA - Non può, vede? Non può! Deve restare
qui per forza, legato alla catena, indissolubilmente. [...]
IL FIGLIO - Ah, ma io no! Io no! Se non me ne posso andare, resterò qua; ma le ripeto che io non rappresento
nulla!
144
1.6.4.2 - ENRICO IV
Anche nell'Enrico IV, dello stesso anno 1921, possiamo trovare degli spunti che dimostrano come Pirandello sia al contempo testimone della crisi del dramma ed alla ricerca di una
possibilità di superamento (quale? forse nessuna).
IL FIGLIO - Ma non ha ancora compreso che questa
commedia lei non la può fare? Noi non siamo mica dentro di lei, e i suoi attori stanno a guardarci di fuori. Le par
possibile che si viva davanti a uno specchio che, per di
più, non contento d'agghiacciarci con l'immagine della
nostra stessa espressione, ce la ridà come una smorfia irriconoscibile di noi stessi?
IL PADRE - Questo è vero! Questo è vero! Se ne persuada!
IL PADRE - Tu la farai! Per tua madre! Per tua madre!
IL FIGLIO - Non faccio nulla! [...] Io non mi presto! Non mi
presto! E interpreto così la volontà di chi non volle portarci sulla scena!
IL CAPOCOMICO - Ma se ci siete venuti!
IL FIGLIO - Lui, non io!
LA PRIMA ATTRICE - E' morto! Povero ragazzo! E' morto!
Oh che cosa!
IL PRIMO ATTORE - (ridendo) Ma che morto! Finzione!
Finzione! Non ci creda!
ALTRI ATTORI DI DESTRA - Finzione? Realtà! Realtà! E'
morto!
ALTRI ATTORI DI SINISTRA - No! Finzione! Finzione!
IL PADRE - Ma che finzione! Realtà, realtà, signori! Realtà!
IL CAPOCOMICO - Finzione! Realtà! Andate al diavolo tutti
quanti! Luce! Luce! Luce!
145
Qui però il discorso è non univoco e contraddittorio, anche
perchè è svolto in maniera più indiretta ed allusiva.
Enrico vive in un mondo bloccato, privo di spazi lasciati alla
libera scelta del personaggio: egli è quindi essenzialmente antidrammatico, visto che recita la parte che il Caso (la caduta
da cavallo) ha fissato per lui ovvero che gli altri si aspettano
da lui e che egli ha accettato per vendicarsi della brutalità della vita e impedire agli altri di porgli la maschera per piace loro.
La pazzia rende immutabile la Storia: egli la accetta e la conferma (non la crea).
La convinzione che la vita sia una ripetizione dei gesti e della
parole dei morti rende Enrico totalmente incapace di agire: la
pazzia, appunto, gli dà la struttura che cita la vera condizione
umana (quella di cui egli diventa consapevole rinsavendo),
che gli impedisce ogni forma di rapporto drammatico con gli
altri se non all'interno del canovaccio storico che li accomuna,
li lega e li costringe.
Nel terzo atto Enrico è costretto a rivelare il gioco: se fino a
quel momento l'oggetto del dramma è stato il personaggionulla (manifestazione del nulla della vita), a quel punto diventa un personaggio tradizionale: si apre la strada per un dramma psicologico-sentimentale o romanzesco.
Ma l'esito è invece il rifiuto di questa possibilità: Enrico uccide
chi ha provocato lo svelamento e si rifugia nella sua primitiva
dimensione della pazzia, quella in cui non è possibile il conflitto.
Mentre nei Sei personaggi Pirandello provoca in scena la rappresentazione-verifica dell'impossibilità del dramma, in Enrico
146
IV difende con la spada dai perturbatori l'antidramma del nulla
esistenziale160.
160
Dal III Atto:
BELCREDI - Tu non sei pazzo!
ENRICO IV - Non sono pazzo? Eccoti! (e lo ferisce al ventre)
[...] (rimasto sulla scena fra Landolfo, Arialdo e Ordulfo,
con gli occhi sbarrati, esterrefatto dalla vita della sua
stessa finzione che in un momento lo ha forzato al delitto)
Ora sì... per forza... qua insieme, qua insieme... e per
sempre!
147
148
PARTE SECONDA - STORIA
149
150
2.1 APPUNTI DI STORIA161
INDICE
2.1.1
2.1.1.1
2.1.1.2
2.1.1.3
2.1.1.4
2.1.1.5
ALCUNE PREMESSE
Storia generale e storie specialistiche
La periodizzazione
I calendari
L'eurocentrismo
Le rappresentazioni della storia
152
152
153
155
157
158
2.1.2
2.1.2.1
2.1.2.2
LA PREISTORIA
Produttività e organizzazione sociale
Agricoltura e civiltà urbana
161
161
164
2.1.3
2.1.3.1
2.1.3.2
2.1.3.3
2.1.3.4
2.1.3.5
2.1.3.5
IL MONDO ANTICO
L'eredità della classicità
Una periodizzazione
La monarchia idraulica
Il clan e la polis
Il mondo romano
Lo schiavismo
166
166
167
168
170
174
177
161
Vabbè, sarà pure una dispensa per uso scolastico (in origine
conteneva anche prospetti cronologici, che qui ho omesso), ma è
anche un distillato di molte cose che ho studiato ed approfondito,
denso come uno sciroppo ma pur sempre leggibile, che avrebbe
dovuto consentire agli studenti di essere messi al corrente di alcune idee fondamentali senza cui è impossibile capire la storia. Aggiornata e limata per anni, ad essa ritorno di tanto in tanto per
aggiungere una parola sull'onda di una lettura recente. Non c'è
"tutto" ma molto di quello che so, accennato ma, mi pare, non
banalmente.
151
2.1.4
2.1.4.1
2.1.4.2
2.1.4.3
2.1.4.4
2.1.4.5
IL MEDIOEVO
I "barbari"
Il feudo
La Chiesa
Il Comune
Un'immagine del Medioevo
180
180
181
183
184
186
2.1.5
2.1.5.1
2.1.5.2
2.1.5.3
2.1.5.4
2.1.5.5
2.1.5.6
L'ETA' MODERNA
Riforma e Controriforma
Colonie e mercantilismo
L'Assolutismo
Il Parlamentarismo
La rivoluzione scientifica
Un "mondo nuovo"
189
189
192
194
196
197
200
2.1.6
2.1.6.1
2.1.6.2
2.1.6.3
2.1.6.4
2.1.6.5
L'ETA' CONTEMPORANEA
Le grandi ideologie politiche
Gli Stati nazionali
L'industrializzazione
Colonialismo, decolonizzazione, neocolonialismo
Il mondo contemporaneo
202
202
207
210
217
220
2.1.1 ALCUNE PREMESSE
2.1.1.1 Storia generale e storie specialistiche
Le scienze storiche si propongono di descrivere sequenze di
avvenimenti, analizzare lo svolgimento nel tempo di fenomeni
sociali, economici, politici, ecc., interpretare i fatti attraverso
la ricerca di rapporti causa/effetto.
Come tutti gli altri scienziati, quindi, lo storico parte dalla ri152
cerca e dall'accertamento di fatti (desumibili da documenti:
reperti archeologici, fonti scritte, testimonianze, ecc.), procede analizzandoli ed avvalendosi dell'apporto di altre discipline
(antropologia, archeologia, epigrafia, ecc.), infine li integra in
un ordine logico che li spiega e li interpreta.
Come tutte le altre scienze, la storia non pretende di raggiungere verità assolute e definitive, ma è consapevole che le sue
affermazioni sono relative (se non si sono fatti errori, sono
vere nei limiti delle fonti utilizzate, che a volte possono essere molto scarse) e provvisorie (un nuovo documento può
sconvolgere una ricostruzione che sembrava perfetta).
Ovviamente, si può fare la storia di tutto: un fatterello di cronaca, una giornata di scuola, la vita di un individuo, le vicende
di una famiglia, lo svolgimento di una guerra, ecc.
I manuali scolastici in genere presentano un rapido quadro
delle principali vicende di un periodo, prestando particolare
attenzione ai dati politici, militari, economici, sociali e culturali (storia generale); ma esistono anche opere storiche più
approfondite (un periodo, un personaggio, uno Stato, ecc.) o
più specialistiche, che trattano ad esempio le modificazioni
del costume, o della tecnologia, o degli ordinamenti giuridici, o
della politica, o della cultura, o delle armi, e così via.
2.1.1.2 La periodizzazione
L'Universo si originò forse 15.000.000.000 di anni fa; le prime
forme di vita sulla Terra sono apparse circa 3.500.000.000 di
anni fa; le prime specie umane circa 2.000.000 di anni fa
(homo abilis); l'homo neanderthaliano162 e l'homo sapiens cir-
162
La specie umana a noi più simile e con cui abbiamo a lungo
convissuto (qualche traccia ne è rimasta nel nostro patrimo-
153
ca 200.000 anni fa; le civiltà mediterranee (Egitto, ecc.) si sono sviluppate a partire da circa 6.000 anni fa (che corrispondono a circa 200 generazioni)... la nostra storia, insomma, è
una piccolissima frazione di quella del Pianeta.
Per comodità è uso dividere questo pugno di anni in due
grandi fasi (preistoria fino all'invenzione della scrittura, e storia) e in diversi periodi, di cui quelli iniziali sono distinti sulla
base delle abilità tecnologiche e sono molto diversificati per
durata da area ad area:
paleolitico - circa dal 600.000 a.C.
mesolitico - circa dal 10.000 a.C.
neolitico - circa dall'8.000 a.C. E' nel corso di questo periodo che in alcune aree si sviluppa l'agricoltura, si inventa la scrittura e si entra quindi nella fase storica.
età del rame - circa dal 2.500 a.C.
età del bronzo - circa dal 2.100 a.C.
età del ferro - circa dal 1.200 a.C.
Età antica - dall'invenzione della scrittura al 476 d.C, caduta dell'Impero romano d'Occidente
Medioevo - dal 476 al 1492, scoperta dell'America
Età moderna - dal 1492 al 1789, scoppio della Rivoluzione francese
Età contemporanea - dal 1789 a oggi.
Questi ultimi quattro periodi fanno riferimento alla storia mediterranea ed europea, ma sono spesso utilizzati anche per
altre aree (vedi eurocentrismo).
nio genetico) prima della sua estinzione, di cui potremmo essere
stati responsabili.
154
2.1.1.3 I calendari
Termini quali "paleolitico, mesolitico, neolitico, età del rame,
del bronzo, del ferro" costituiscono una cronologia relativa,
nel senso che, come si è detto, iniziano e finiscono in epoche
diverse da luogo a luogo.
L'indicazione invece di anni seguita dalla sigla "a.C." (= avanti
Cristo) o "d.C." (= dopo Cristo) rappresenta una cronologia
assoluta, cioè uguale per tutte le aree e determinata a partire
da un unico punto di partenza: oggi è universalmente utilizzato l'anno della (probabile163) nascita di Cristo, ma altre culture
utilizzano o hanno utilizzato termini diversi.
Nell'antichità, i Greci utilizzavano una cronologia basata sulle
Olimpiadi; Romani consideravano come punto di partenza la
fondazione di Roma, che fu fatta poi corrispondere al 753 a.C.
della nostra Era. Negli ultimi secoli dell'Impero romano il calendario fu cristianizzato e si cominciò a contare gli anni a partire da quello tradizionalmente fissato per la nascita di Cristo
164
(ma fu saltato l'anno 0 : per questa ragione i secoli ed i millenni non iniziano il 1 gennaio dell'anno ..00 ma il 1 gennaio
dell'anno ..01).
Quello arabo parte dalla fuga di Maometto da Medina, che
corrisponde all'incirca al 622 dell'Era cristiana; quello ebraico
inizia dalla creazione del mondo, fissata tradizionalmente a
163
Se sulla esistenza storica di Gesù non si nutrono più dubbi, la
sua data di nascita è incerta: fra le più probabili, quella del 5 a.C. I
Vangeli, sia i 4 cosiddetti canonici, sia gli altri detti apocrifi, risalgono ad almeno un secolo dopo e quindi non sono affatto certi
come fonte storica.
164
D'altra parte, nella matematica antica il numero 0 non esisteva:
fu inventato in India e introdotto in Occidente dagli Arabi verso il
1000 d.C
155
poco più di 5.000 anni fa.
Molto diversi sono o sono stati i calendari utilizzati in passato
o ancora oggi: ve ne sono o ve ne sono stati di lunari, di solari
e di misti (come il nostro, che si basa sull'anno solare ma non
rinnega i mesi lunari). La grande varietà nei modi di misurare il
tempo si spiega con l'isolamento delle diverse culture ma è
dovuto anche ad un fatto oggettivo: le durate dei moti della
Terra (rotazione su se stessa e rivoluzione intorno al Sole) e
della Luna (rivoluzione intorno alla Terra) non sono multipli
l'una dell'altra (di questo si accorsero le più antiche civiltà,
che svilupparono molto precocemente ampie conoscenze astronomiche) e non può quindi esistere un calendario che le
metta facilmente d'accordo.
Il calendario egiziano era di 365 giorni, ripartiti in 12 mesi di
30 giorni ognuno; i 5 giorni restanti erano contati a parte alla
fine dell'ultimo mese; nel 238 a.C. venne introdotto l'anno bisestile (cioè con un giorno in più).
Quello cinese era in origine lunare, ma poi fu riformato nel
2357 a.C. e trasformato in solare, con un certo numero di
giorni che venivano aggiunti ogni 19 anni per ritornare in pari
con il Sole.
Quello arabo (ancora in uso) è integralmente lunare, con 12
mesi alternativamente di 29 o 30 giorni: è quindi più corto
dell'anno solare e così non c'è corrispondenza fissa fra mesi e
stagioni.
Quello romano fu riformato da Giulio Cesare che introdusse
l'anno bisestile (uno ogni quattro) e poi da papa Gregorio XIII
che nel 1582 dispose che non siano bisestili gli anni divisibili
per 100 (ad esempio il 1900) a meno che non lo siano anche
per 400 (come il 2000): in tal modo lo scarto si riduce a 24 secondi l'anno, e per qualche millennio si potrà andar avanti
così.
Solo recentemente è entrata in uso la numerazione ordinale
156
dei secoli e dei millenni; (ad esempio:
I secolo d.C. = dall'anno 1 all'anno 100
II secolo d.C. = dall'anno 101 all'anno 200
XX secolo d.C. = dall'anno 1901 all'anno 2000;
I secolo a.C. = dall'anno -1 all'anno -100);
I millennio d.C. = dall'anno 1 all'anno 1000
I millennio a.C. = dall'anno -1 all'anno -1000)
In Italia inoltre per i secoli dal XIII in poi si usano anche denominazione quali "il Duecento (o '200)", ecc.
2.1.1.4 L'eurocentrismo
Come è noto, nel XIX secolo con l'espansione coloniale gli Stati europei hanno acquisito, grazie alla loro superiorità tecnologica, il controllo dell'intero pianeta. Ciò ha determinato
l'eurocentrismo, cioè una concezione dello spazio e del tempo
che fa centro sull'Europa.
Ad esempio, nelle rappresentazioni cartografiche essa è posta
al centro del mondo (la stessa classificazione "oriente" ed occidente" ne dipende). Ad esempio, ancora, tutte le "storie"
delle diverse aree vennero ordinate secondo i parametri propri di quella europea e le diverse civiltà poste a diversi gradi
di sviluppo a seconda del livello raggiunto rispetto a quello
europeo.
Nonostante la trasformazione del mondo contemporaneo in
un villaggio universale e nonostante il grande ruolo assunto
dai Paesi extraeuropei, un fondo eurocentrico rimane forte
nella nostra cultura: ad esempio, si usano ancora espressioni
come "popoli rimasti all'età della pietra", "senza storia", "arretrati, primitivi", come se l'evoluzione europea fosse l'unica
possibile e quindi obbligatoria per tutti, e le "altre" civiltà potessero essere interpretate come stadi arretrati di essa. E' evidente invece che ogni area, ogni civiltà, ogni popolo ha avuto
una propria storia (anche se ne ha perso memoria, molte vol157
te proprio a causa del colonialismo), un proprio sviluppo, una
propria evoluzione; negarlo, oltre a essere sintomo di ignoranza e prodromo del razzismo, è un grosso ostacolo allo sviluppo, perchè si può proprio dire che la ragione del successo
della specie umana sta nel continuo confronto fra diverse culture (cioè, modi di fare le cose e di rappresentarle) realizzato
attraverso i commerci, le guerre, le migrazioni, e così via.
Ai fini pratici, tuttavia, è comprensibile che per gli studenti
italiani sia più importante conoscere la storia del loro Paese e
dell'area culturale a cui esso appartiene piuttosto che quella di
qualche popolo piccolo, lontano e sconosciuto. Così accade
che a scuola poco o nulla si dica delle civiltà asiatiche, africane, americane ecc. se non a partire dal momento in cui gli Europei hanno conquistato quei continenti.
Anche questa dispensa (così come i manuali scolastici) si occuperà prevalentemente dell'evoluzione storica dell'area mediterranea ed europea, ma ciò non vuol dire che si condivida la
stupida convinzione che gli altri popoli abbiano vissuto immobili e fuori dal tempo per millenni aspettando che arrivassero i
colonizzatori!
2.1.1.5 La rappresentazione della storia
L'ultima parte del paragrafo precedente induce ad una riflessione filosofica.
Nella nostra cultura è ancora forte l'immagine della storia
come una freccia. Abbiamo già detto che è impossibile e assurdo pretendere di collocare tutte le diverse civiltà su un'unica linea di evoluzione, in cui c'è chi è avanti e chi è rimasto
indietro. Si può aggiungere adesso un'ulteriore considerazione: qual è il verso di questa freccia? Va forse dalla barbarie alla
civiltà, dal primitivo all'evoluto? O magari ogni tanto si incurva
e si ripete, o cambia verso procedendo dalla civiltà alla barbarie? E quale bersaglio raggiungerà, se mai c'è un bersaglio da
158
raggiungere?
Fino a pochi anni fa, l'idea di progresso era dominante nella
cultura occidentale e "alla fine della storia" si prevedeva un
mondo perfetto; oggi è grande la paura di una distruzione del
pianeta o di una regressione della civiltà (determinate dalla
guerra atomica o dalla catastrofe ecologica - pensa ai molti
film di fantascienza che propongono l'immagine di un mondo
futuro ritornato alla preistoria o al Medioevo) e si nutrono forti dubbi sulla ottimistica previsione di una società ideale ed
eterna165. Sorgono così interrogativi per i quali ovviamente
non abbiamo una risposta certa: ci sarà ancora un progresso?
Se sarà solo di tipo tecnologico, come potrà essere compatibile con la salvaguardia dell'ambiente? Come saranno governabili società sempre più complesse? La tecnologia non le renderà per caso più autoritarie e violente?
Alcuni ritengono che non sia possibile trovare un senso alla
vicenda storica degli uomini: come per il resto del mondo vivente, essi in fondo non sono governati da altra logica che da
quella della sopravvivenza della specie (l'evoluzione è "cieca"
cioè non ha un fine particolare da raggiungere), e nell'adattarsi alle situazioni più svariate sono stati bravissimi nel creare
sempre nuovi bisogni e nel trovare sempre nuove soluzioni,
ma non per questo hanno saputo dare un senso e un obiettivo preciso alla loro esistenza, anche se magari hanno sempre
creduto di averne uno. Al contrario si può anche sostenere che
tutto quanto è accaduto, accade e accadrà fa parte di un disegno divino che a noi rimane sconosciuto (a meno di essere
un mago o un profeta) o il cui fine ultimo ci è stato rivelato da
165
Che non possa essere "eterna" è certo: il sistema solare è destinato inevitabilmente al collasso, fortunatamente fra milioni di
anni.
159
Dio stesso. Ad ognuno il compito di trovare la sua risposta a
queste difficili domande.
160
2.1.2 LA PREISTORIA
2.1.2.1 Produttività e organizzazione sociale
La ricostruzione della fasi preistoriche, per le quali disponiamo
solo di documenti sulla vita materiale (resti umani, ossa di animali, utensili, tracce di abitazioni, ecc.), è molto difficile,
soprattutto quando si tenta di ipotizzare quali fossero la vita
spirituale di quelle popolazioni, la loro organizzazione sociale,
il loro modo di rappresentare il mondo e la propria vita, ecc.
Può essere di aiuto la comparazione con popolazioni contemporanee che vivono in condizioni simili (i cosiddetti "primitivi"), ma non si può spingere il paragone più in là di tanto perché molto diversi sono i contesti.
Possiamo tentare però di sintetizzare l'evoluzione umana
nelle epoche più antiche utilizzando i concetti di specializzazione (e conseguentemente di divisione del lavoro), di produttività e di organizzazione sociale.
La specie umana si originò, attraverso un lungo e lento processo evolutivo, da primati (antenati anche delle scimmie attuali) che abbandonarono la vita arboricola, adottarono la stazione eretta e occuparono le pianure invadendo la nicchia ecologica degli erbivori e dei predatori, con cui entrarono in
competizione166. Il suo successo derivò probabilmente dal
167
fatto che essa via via si adattò, geneticamente e cultural-
166
Lo sviluppo del nostro cervello è stato forse dovuto alle esigenze di termoregolazione determinate dalla corsa necessaria per
cacciare.
167
Cioè attraverso modificazioni che si trasmettono automaticamente ai discendenti perchè scritte nel codice genetico; si trat-
161
mente168, a sempre nuove condizioni, diventando onnivora,
imitando le tecniche di caccia collettiva169 di alcuni predatori
e sviluppando l'intelligenza (cioè la capacità di porre e risolvere problemi), in particolare la funzione del linguaggio e la capacità di inventare, costruire e usare utensili. Oggi insomma
diremmo che la nostra specie ha creato e consolidato il suo
dominio sulle altre occupandone tutti gli spazi grazie all'uso
opportunistico170 soprattutto della comunicazione e della tecnologia.
Come le altre scimmie171, gli uomini hanno sempre vissuto in
ta tuttavia di poca cosa: l'evoluzione dell'uomo è stata molto veloce e le mutazioni genetiche richiedono invece tempi lunghissimi.
168
Cioè attraverso modificazioni che si trasmettono ai discendenti
per via di apprendimento.
169
Importante fu probabilmente in questa fase il cambiamento dei
comportamenti sessuali delle nostra specie: mentre fra i primati le
femmine sono disponibili all'accoppiamento solo in certi periodi e
questo genera una forte conflittualità fra i maschi che competono
per il possesso delle femmine, la disponibilità in qualunque momento delle femmine umane consentì di ridurre la competizione
fra i maschi e incentivò la loro capacità di collaborare.
170
Una specie è tanto più opportunista quanto più è capace di
adattarsi a situazioni diverse (ad esempio: il panda che si nutre
esclusivamente di una sola specie vegetale è a rischio di estinzione; gli uomini, che si nutrono praticamente di tutto, no di certo).
La nostra specie ha fatto sempre più ricorso alla tecnologia per
adattarsi ad ambienti sempre meno ospitali.
171
Dell'uomo si è detto che in fondo non è altro che una scimmia
nuda cioè quasi completamente priva di peli. D'altra parte, condividiamo con gli scimpanzé il 98,6% del patrimonio genetico.
162
gruppo,172 con, all'inizio, una organizzazione sociale basata
sulle differenze di età (i piccoli/gli adulti) e di sesso (i maschi/le femmine). In questa fase più antica, la specializzazione
e la divisione del lavoro erano molto limitate: sostanzialmente, tutti facevano più o meno le stesse cose, cioè ricercare individualmente il cibo necessario (economia di raccolta); la
produttività (cioè la quantità di cibo raccolta) di ogni individuo
non eccedeva il fabbisogno personale e quello dei piccoli;
non esistevano quindi nè accumulo, nè scambio. Le regole
sociali necessarie per la vita del gruppo erano perciò estremamente semplici.
La spinta biologica a far sopravvivere un maggior numero di
piccoli e ad allungare l'esistenza, e quindi il bisogno di alimentare una popolazione più numerosa, spinse ad aumentare la
produttività: caratteristico della nostra specie è stato l'aver
tentato di farlo incrementando il ricorso alla tecnologia e alla
divisione del lavoro, cioè specializzando parti del gruppo in
certi lavori (ad esempio: i maschi andavano lontano a caccia,
le donne raccoglievano altro cibo nelle vicinanze del "campo
base" = economia di caccia e raccolta, come puoi aver visto
nei films sugli indiani d'America). Questa situazione impose
l'adozione di regole di scambio e causò quindi una complicazione dell'organizzazione sociale.
E così via: ogni nuova specializzazione, mentre produceva in
genere migliori opportunità di sopravvivenza, generava anche una maggiore complessità sociale, l'adozione di gerarchie
172
E' da sfatare quindi la leggenda che le società umane si siano
formate per aggregazione di piccoli gruppi in altri più grandi (dalla
famiglia - Adamo ed Eva - via via fino allo Stato). E' vero semmai il
contrario, dal gruppo allo sviluppo della famiglia (a più generazioni – allargata - e infine nucleare); lo Stato appare molto più tardi.
163
che accentuavano le disparità nell’accesso al cibo e un sempre
più grande numero di regole da condividere, apprendere,
modificare, ecc.
2.1.2.2 Agricoltura e civiltà urbana
Il passaggio all'allevamento e poi all'agricoltura (che in una
prima fase fu compatibile con il nomadismo173 ma successivamente ne impose gradualmente l'abbandono), la vita in villaggi stabili (civiltà urbana), l'apparire del concetto di proprietà, la creazione di rapporti di scambio con altri gruppi (attraverso la guerra e il commercio), l'invenzione di tecnologie
sempre più complesse (pensa soprattutto alla lavorazione dei
metalli, prima di quelli che fondono a più bassa temperatura,
poi di quelli a più alta), complicarono sempre di più le cose nel
tentativo di garantire il sostentamento di un maggior numero
di individui174: agricoltori, cacciatori, allevatori, artigiani,
173
Erano popolazioni di cacciatori-raccoglitori ancora nomadi
quelle che edificarono imponenti luoghi di culto megalitici (ad esempio a Göbleki Tepe nell'odierna Turchia).
174
Tentativo che poteva rivelarsi fallimentare se la popolazione
aumentava troppo: da qui, in assenza di sistemi contraccettivi efficaci (che sono disponibili solo da una cinquantina d'anni), il ricorso all'infanticidio, magari giustificato ritualmente, per lo più
selettivo (la fertilità di una popolazione è determinata dal numero delle femmine e non da quello dei maschi!). Una interessante
teoria ipotizza che una delle spinte principali all'evoluzione tecnologica sia stato proprio il desiderio di ridurre l'infanticidio (di cui
resta il ricordo nella mitologia - Romolo e Remo, Abramo ed Isacco - e che è ancora praticato presso numerose popolazioni, probabilmente tutte quelle in cui il numero delle femmine è, contrariamente a quanto dovrebbe essere naturalmente, inferiore a
164
commercianti, guerrieri, sacerdoti, amministratori e così via si
differenziarono fra di loro e dal resto della popolazione: ogni
gruppo deteneva ormai proprie tecniche sconosciute agli altri
ed acquisite dopo un lungo apprendistato.
Tutto ciò fece sorgere strutture sociali molto complesse, come il clan (insieme di individui che si ritengono discendenti
di un unico progenitore), la famiglia (attraverso la quale si regola il passaggio dei beni da una generazione all'altra e si garantisce un miglior allevamento dei piccoli) e lo Stato (che ha il
compito di regolare la vita collettiva attribuendo ad alcuni il
potere di comandare sugli altri). Il tutto fu presumibilmente
accompagnato dall'adozione di conseguenti rappresentazioni
sociali, valori religiosi, credenze, ecc.
Quando in alcune aree si sviluppano tecniche agricole basate
sulla regolazione delle acque (agricoltura idraulica) la complessità fu tale che per coordinare la vita economica e sociale
divenne necessario manipolare grandi quantità di informazioni: ciò spinse all'invenzione della scrittura (circa 3.000 a.C.),
prima ideografica e poi alfabetica175.
quello dei maschi). E' una forma di infanticidio selettivo mascherato quello che consiste semplicemente nel curare e nutrire meno le
femmine (è ancora diffuso anche da noi il pregiudizio che "sono
più forti", "mangiano meno"), o nel vietare loro l'accesso all'istruzione. D'altra parte, diciamo ancora "Auguri e figli maschi"!
175
In un sistema di scrittura ideografico, ad ogni parola corrisponde un segno, che di solito, o almeno in origine, richiama l'oggetto
designato dalla parola stessa. Ovviamente questo è un sistema
molto complicato e difficile da apprendere (ma non poi tanto, visto che lo usano ancor oggi milioni di cinesi, ad esempio).
In un sistema alfabetico, ad ogni segno corrisponde invece un
suono, e quindi per scrivere una parola basta mettere insieme
165
2.1.3 IL MONDO ANTICO
2.1.3.1 L'eredità della classicità
La cultura occidentale colloca le proprie radici nel mondo
mediterraneo, in particolare nella civiltà greco-romana cosiddetta "classica". Essa in certe epoche (Umanesimo, Rinascimento, ma non solo) fu oggetto di un autentico culto e a lungo si discusse addirittura se gli "antichi" potessero essere superati dai "moderni"; oggi la questione è superata, ma in ogni
caso qualunque problema si analizzi (storico, scientifico, arti-
i segni che corrispondono ai suoni che la compongono. E' questo
un sistema molto meno complicato, perché richiede l'uso di un
numero limitato di segni, uno per ogni suono (come l'alfabeto latino, o quelli arabo ed ebraico che addirittura possono fare a meno di scrivere le vocali, o uno per ogni sillaba come quelli giapponesi).
Alcune civiltà del passato o del presente utilizzarono o utilizzano
sistemi misti, cioè potevano scegliere se utilizzare ideogrammi o
un alfabeto da essi derivato (gli antichi egiziani), o tutte e due insieme (i giapponesi usano caratteri ideografici - qualche migliaio mescolati con segni alfabetici che scelgono fra due tipi diversi).
Uno dei settori più importanti ed interessanti della ricerca storica
è quello dell'interpretazione delle antiche scritture. Il caso più famoso è quello dei geroglifici egiziani, di cui si scoprì la "chiave"
grazie alla stele bilingue trovata a Rosetta (ed oggi a Londra) durante la campagna napoleonica in Egitto e agli studi di Champollion. Ma famose sono anche le vicende relative alla decifrazione
delle scritture mesopotamiche e del lineare B di Creta ad opera di
Evans; oggi il caso irrisolto più noto è quello dell'etrusco, lingua
tuttavia da cui sfortunatamente c'è poco da tradurre.
166
stico, politico, giuridico, ecc.) è spesso necessario un riferimento al mondo classico. Vi sono poi strutture che rappresentano concreti elementi di continuità, come ad esempio la
Chiesa romana.
Ovviamente, sotto il termine "mondo antico" comprendiamo
cose molto diverse e un arco temporale molto lungo; ogni
generalizzazione quindi è pericolosa, ma cercheremo comunque di accennare qui ad alcuni elementi di fondo.
2.1.3.2 Una periodizzazione
Il lungo svolgimento della storia antica può essere così schematizzato:
le civiltà della Mezzaluna fertile - In una prima fase (circa
dal 4000 al 500 a.C.) il centro della vita mediterranea è
posto in Oriente, dove (dall'Egitto alla Mesopotamia) si
sviluppano le grandi culture egiziana, assira, babilonese,
ecc.
le civiltà indoeropee - Nel corso del II millennio a.C. emigrano in Europa dalle zone centrali dell'Asia le popolazioni cosiddette indoeuropee, che si dividono in vari gruppi
(Germani, Slavi, Greci, Latini, ecc.). Nei secoli successivi
progressivamente alcuni di esse acquisiscono il controllo di vaste aree (i Greci con Alessandro Magno costituiscono un grande Impero mediterraneo ed asiatico; i Romani arrivano a controllare l'intero bacino mediterraneo e buona parte dell'Europa continentale).
L'impero romano - Nei primi secoli dell'era cristiana Roma
realizza l'unità economica e politica del mondo mediterraneo permettendo l'integrazione fra culture diverse;
l'Impero tracolla poi in Occidente, a causa dell'invasione da parte di nuove popolazioni indoeuropee (i cosiddetti barbari) spinte alle spalle da nuove migrazioni che
dal mondo asiatico si dirigevano verso l'Europa.
167
Ognuna di queste tre fasi ha lasciato alla cultura occidentale
importanti "eredità".
2.1.3.3 La monarchia idraulica
Le prime civiltà urbane mediterranee si svilupparono nella
cosiddetta Mezzaluna fertile, dalla Mesopotamia all'Egitto,
area in cui la presenza di vaste pianure e di grandi fiumi consentiva di incrementare la produttività agricola sfruttando la
risorsa rappresentata dall'acqua (agricoltura idraulica). In
generale, si trattò di società agricole con scarso interesse per
la navigazione marittima (ciò non vale chiaramente per tutte: i Fenici, stretti fra la costa e le montagne del Libano, costruirono una vasta rete di relazioni e di colonie che copriva
l'intero bacino); tutto sommato furono civiltà molto stabili,
cioè con una evoluzione molto lenta.
I regimi di fiumi quali il Nilo, il Tigri e l'Eufrate, che percorrono
migliaia di chilometri con una pendenza molto relativa, sono
caratterizzati dall'alternanza di fasi di piena ad altre di secca;
essi quindi, pur se quasi sempre navigabili (e quindi in grado
di collegare zone anche molto lontane), per essere sfruttati
convenientemente devono essere regolati (con dighe, canali,
bacini, serbatoi, ecc.) e quanto più questa regolazione si applica ad aree vaste tanto più essa è efficace.
Ecco perchè in queste zone apparvero grandi e complesse
formazioni statali, grandi per la vastità dei territori controllati
e la varietà dei popoli sottomessi, e complesse per l'organizzazione in cui si concretavano.
Simbolo di questa grandezza e complessità era il monarca, il
cui compito fondamentale era di sovrintendere, per mezzo di
una numerosa burocrazia, alla regolazione delle acque, coordinando il lavoro collettivo necessario per la costruzione e la
manutenzione delle grandi opere idrauliche. La centralità del
suo ruolo lo rendeva assoluto nei suoi poteri e divino nella sua
168
persona; egli disponeva di tutte le terre e di tutto il raccolto (la
parola "Faraone" vuol dire "grande casa", cioè grande centro di raccolta), e di fronte a lui tutti i sudditi erano più o meno schiavi176.
Questi tratti fondamentali sono comuni a tutte le civiltà
dell'Oriente mediterraneo, anche se naturalmente vi furono
molte differenze da regione a regione e da periodo a periodo.
Ad esempio, in quelle mesopotamiche aveva un maggior peso l'attività di scambio (in ragione della loro collocazione al
crocevia fra Asia e Mediterraneo) che determinò una maggiore frammentazione del territorio in Stati cittadini e un maggior ruolo dei ceti artigianali e commerciali; in Egitto per lunghi tratti il potere reale trovò ostacolo in quello delle caste
sacerdotali; ecc.).
Questo modello di monarchia orientale, assoluta e divinizzata,
si estese dalle aree di cui era originario (quelle in cui era possibile l'agricoltura idraulica) ad altre, costituendo così uno dei
modi di rappresentare il Potere di più lunga durata: esso influenzò il mondo romano (che lo adottò sul finire del I secolo a.C.); la tradizione imperiale romana poi si continuò (per il
tramite della Chiesa), dopo la fase medievale, nelle monarchie
assolute dei secoli dal XVI al XVIII, che come è noto vennero
176
E' un'immagine di fantasia (collegata al racconto biblico, privo
di fondamento storico, sugli Ebrei in Egitto) che a costruire i grandi monumenti siano stati degli schiavi a suon di frustate: al contrario, le piramidi non potevano che essere l'opera di lavoratori altamente specializzati e ben remunerati. Se ancor oggi esse stupiscono per la loro mole e pongono interrogativi su come tecnologie
primitive le abbiano rese possibili, è perchè non si tiene conto di
due fattori di produzione che l'industrializzazione ha teso a ridurre
al minimo: la quantità di manodopera e il tempo disponibile.
169
abbattute dalle Rivoluzione dell'Età moderna.
Nelle aree extraeuropee, questo modello si applicò alla grandi
pianure alluvionali della Cina e ad alcune delle civiltà americane pre-colombiane.
Oggi il ricordo si continua, curiosamente ma non tanto, nei
"cattivi" di alcuni film di fantascienza, che sono rappresentati
come Imperatori di tipo orientale.
Le grandi civiltà dell'Oriente mediterraneo ci hanno lasciato
anche altre eredità: ad esempio, vaste conoscenze nel campo
dell'astronomia, della geometria e del calcolo, dell'ingegneria
e dell'idraulica (tutte attività in qualche modo legate all'agricoltura), ma anche nel campo delle medicina (che è legata al
culto dei morti) e della religione. Per quanto riguarda quest'ultimo punto, osserviamo che da Oriente ci viene il monoteismo
(spesso collegato alla divinizzazione del sovrano), la credenza
nella resurrezione dei morti e molto altro ancora.
Nell'antico Oriente si radicano anche molte delle attuali credenze riguardo l'astrologia e la magia (il fatto che si siano trasmesse fino a noi pressocchè immutate è la miglior prova della
loro inattendibilità scientifica). In generale, oggi molti credono
che gli antichi possedessero conoscenze sull'universo più approfondite delle nostre, magari frutto dell'intervento di extraterrestri, segrete ed accessibili a pochi iniziati (esoterismo); si
è sviluppata così la fantastoria, che spiega appunto con il ricorso a indimostrabili fantasie (ovviamente protette da complotti necessari a mantenerle segrete) i molti "misteri" che la
scarsità delle fonti non consente alla ricerca storica di svelare.
Al di là dell'indubbio fascino di libri e films sull'argomento, è
ovvio che tutto ciò nulla ha di serio.
2.1.3.4 I clan e la polis
Di un altro grande modello statale siamo debitori nei confronti del mondo antico, quello della città-stato (in greco
170
Polis). Anche esso fu di lunga durata: ad esempio, il sistema
feudale (originandosi dalla fusione di elementi della tradizione imperiale romana con altri apportati dalle popolazioni
"barbariche") per molti aspetti ne dipende.
Grosso modo, in Europa non c'è nessuna area che abbia caratteristiche idrografiche paragonabili a quelle del Nilo; non vi
si sviluppò perciò un agricoltura di tipo idraulico.
Oltretutto, il più lento sviluppo culturale delle aree europee
determinò una minore resistenza all'arrivo degli Indoeropei,
che, forti della loro superiorità bellica (le armi di ferro e il cavallo), sottomisero con relativa facilità gli indigeni177.
Gli Indoeuropei erano portatori di una civiltà tipica di popoli di
cacciatori ed allevatori nomadi e guerrieri; tanto distanti erano
dall'agricoltura, che, ad esempio, le loro divinità erano celesti
e non terrestri, e bruciavano i cadaveri invece di seppellirli.
177
Gli Indoeuropei (o indogermanici o ariani) sono così chiamati in
quanto comprendono popolazioni che si sono stanziate, oltre che
in Europa, anche in Asia (Persia, India ecc.). La scoperta di questa
"razza" è avvenuta nel XVIII secolo confrontando lingue apparentemente prive di rapporto fra loro, come ad esempio il latino ed il
sanscrito (la lingua dell'antica civiltà indiana); il termine "ariano" è
stato poi utilizzato dal nazismo per definire la "razza superiore"
germanica.
Le uniche popolazioni non indoeuropee presenti oggi in Europa
sono quella dei Baschi (pre-indoeuropei) e degli ugrofinnici (ungheresi e finlandesi, giunti attorno al 1000 d.C); di tutte quelle
parlate in Eu- ropa, solo le loro lingue non appartengono al ceppo
indoeuropeo, di cui fanno parte invece il gruppo slavo, il gruppo
germanico (tedesco, inglese, ecc.), il gruppo neolatino (italiano,
francese, spagnolo, portoghese, rumeno, ecc.), il greco, ecc.
171
Anche quando si fissarono in una regione e impararono dai
nativi le pratiche agricole, mantennero la loro vocazione alla
guerra di conquista (fino a giorni nostri, si potrebbe dire) e la
loro organizzazione sociale e politica, caratterizzata dalle debolezza del potere del re (che è prima di tutto un capo guerriero) e dalla prevalenza del sistema tribale dei clan (puoi fartene un'idea pensando a molti films sugli Indiani d'America, ad
esempio Un uomo chiamato cavallo).
Ogni clan (insieme di famiglie che discendono da un progenitore comune, reale o mitico che sia) si stabilì in un proprio
territorio, separato da quello degli altri, sotto la guida di un
capo-clan e dei suoi più stretti parenti (aristocrazia, che da
guerriera si trasformò spesso in terriera); chi non faceva parte del clan (ad esempio, i contadini indigeni sottomessi) era
servo, plebe, privo di diritti e di rappresentanza.
Più clan si potevano riunire e dare origine ad un agglomerato
urbano ed allora il potere spettava all'Assemblea dei capi dei
clan e ad un re, che aveva funzioni limitate, per lo più religiose.
Più comunità potevano allearsi per una guerra di conquista
(pensa ai Greci che assediano Troia) ed allora il potere reale
trovava una sua maggiore giustificazione; cessata la guerra,
tutto tornava come prima (pensa al tragico ritorno degli eroi
greci da Troia ed alla fatica che dovette fare Ulisse per riaffermare ad Itaca il suo ruolo politico).
Questo modello trovò la sua realizzazione più evidente nell'area greca e a Roma.
I Greci (anche in ragione di una orografia che isolava una vallata dall'altra) si organizzarono in polis, città-stato autonome,
rette in un primo tempo da re i cui poteri erano limitati
dall'Assemblea dei capi dei ghéne (= clan). In alcuni casi (Sparta ad esempio) il bisogno di mantenere l'equilibrio fra i vari
clan indusse ad una sorta di "comunismo aristocratico" (vita in
172
comune, ecc.) tipico di una società fortemente militarizzata.
In altri invece (soprattutto Atene), cessata la fase di espansione il potere reale si ridusse via via a favore dell'Assemblea aristocratica; successivamente la crescita di nuovi ceti legati al
commercio ed all'artigianato provocò riforme in senso prima
timocratico (attribuzione di diritti politici in base al reddito) e
poi democratico178 (attribuzione di uguali diritti politici a tutti i
cittadini). Il passaggio dalla fase aristocratica a quella timocratica fu spesso caratterizzato da governi di tiranni che favorivano le richieste dei ceti popolari.
Il particolarismo greco (che al massimo consentiva alleanze fra
città, di cui alcune, come quella di Atene, raggiunsero un'elevata complessità), sempre fonte di un'alta conflittualità, resistette fino a che Alessandro Magno (che greco non era ma era
stato educato nientemeno che da Aristotele) incluse le polis in
un unico stato adottando gli usi (fra cui quello della proskinesis, del prostrarsi cioè davanti al Re) ed i valori della monarchia orientale e dando così inizio alla fase storica denominata
ellenismo.
La vicenda politica greca e in particolare di Atene (il centro
culturale più importante della civiltà ellenica) influenzò profondamente i pensatori del '700 e i rivoluzionari americani e
francesi, che in essa (così come nella Roma repubblicana) videro l'origine dei valori in cui credevano (antiassolutismo,
repubblica, libertà, democrazia, uguaglianza, ecc.).
178
Il concetto di democrazia nel mondo antico ebbe un senso
molto limitato: erano infatti esclusi da ogni diritto gli schiavi e gli
stranieri anche se residenti (ad Atene ad esempio i cittadini erano solo l'8% della popolazione).
173
2.1.3.5. Il mondo romano
Il caso di Roma, anche se la sua grande espansione determinò
problemi più complessi, fu in fondo abbastanza simile.
Dapprima la polis romana fu retta da re il cui potere in qualche misura risentiva, per via dell'influenza etrusca179, della
concezione orientale del potere (Romolo è divinizzato). La
cacciata dell'ultimo re (sette secondo la leggenda - in realtà
quella figura deperì poco a poco, riducendosi a un ruolo puramente religioso) dette origine ad un regime tipicamente
aristocratico, fondato sul Senato (assemblea dei capi delle
grandi gens) e su varie assemblee dei cittadini, divisi per clan
per censo, che eleggevano magistrature annuali e collegiali
(due consoli, due pretori, ecc.) nell'intento di evitare ogni
concentrazione di potere ed il ritorno alla monarchia.
La crescita dei ceti artigianali e commerciali (plebe) in parallelo alla conquista di sempre più vasti territori in Italia e poi nel
Mediterraneo (le cui popolazioni non acquisivano automaticamente la cittadinanza romana e quindi non avevano peso
nella vita politica) ebbe come conseguenza riforme di tipo
timocratico e il sorgere di conflitti di cui la fase più acuta fu
quella legata al nome dei Gracchi.
Nel I secolo a.C. la lotta politica si acuì e sfociò, a causa
dell'importanza assunta dall'esercito, nelle guerre civili
(Mario/Silla, Cesare/Pompeo, Ottaviano/Antonio) che opponevano un partito "conservatore e senatorio" ad uno "antiaristocratico e popolare". La vittoria di Ottaviano riportò la
pace, ma il prezzo ne fu lo stabilimento di un regime che fingeva di non essere una monarchia ma di fatto era sempre più
179
A lungo si ritenne che provenissero dall'Asia minore, ma oggi
non se ne è più tanto certi.
174
centralizzato e che (soprattutto ad opera di imperatori "cattivi" come Nerone, Domiziano, ecc.) tolse progressivamente
ogni potere al Senato sostituendogli quello della burocrazia
alle dirette dipendenze del sovrano. In questo senso, Roma si
orientalizzò, in coerenza con il raggiunto dominio sul Mediterraneo: già a partire da Augusto gli imperatori furono divinizzati
e il loro patrimonio confuso con quello dello Stato; con Caracalla sparirono le differenze fra chi era cittadino romano e chi
no, e tutti divennero sudditi; con Teodosio il Cristianesimo
(che dal punto di vista politico è fortemente orientale180) divenne religione di Stato, la Chiesa divenne parte dell'apparato
statale e l'Imperatore fu fortemente sacralizzato.
Come abbiamo già detto, Roma costruì un vasto impero che
aveva il suo centro nel Mediterraneo. Ciò fece con un'enorme
capacità di adattamento delle sue strutture politiche alle circostanze e con un'altrettanta stupefacente capacità di integrare culture diverse; ad esempio, assorbì da Oriente il forte
concetto di Stato che era appartenuto alle grandi monarchie
asiatiche e diffuse anche nelle più sperdute zone dell'Europa i
valori della vita urbana (il teatro, la piazza, le terme, i templi,
ecc.) e le dotò di grandi strade per collegarle, E' per questo
che anche nelle fasi più confuse della storia medioevale si
continuò a pensare all'Impero come struttura politica necessaria e dalla tradizione romana si continuò a trarre ispirazione.
Ciò fu soprattutto dovuto alla Chiesa, che raccolse l'eredità di
quel sistema e lo diffuse in tutta Europa presso le nuove popolazioni, romanizzandole nel momento stesso in cui le cristianizzava.
Concetti come quello di "unità mediterranea" sopravvissero
180
Omnis potestas a Deo, ogni potere deriva da Dio, dice S. Paolo, e l'ubbidienza al sovrano è un obbligo anche religioso.
175
alla sparizione dell'Impero in occidente e furono determinanti
almeno fino all'Età moderna (basta pensare alle Crociate).
Così pure, oggi, l'idea di "unità europea" si sostanzia di ricordi
dell'Impero o per lo meno di quel tentativo di sua ricostituzione che fu fatto da Carlo Magno nell'800 d.C. (ad esempio, i trattati di fondazione della CEE furono, ovviamente,
firmati a Roma).
La Chiesa cattolica contemporanea, infine, nel momento in
cui persegue obiettivi di "unità dei cristiani" ripropone in fondo una centralità di Roma che si giustifica appunto nel ricordo della funzione imperiale che la città svolse fino a 1500 anni
fa. All'opposto, come meglio vedremo in seguito, la Riforma
protestante fu anche una ribellione politica al primato di Roma, e non a caso ancor oggi il mondo anglosassone (pensa ai
films di fantascienza) associa all'idea di Impero quella di qualcosa di oppressivo, corrotto, negativo.
Dal mondo greco-romano ci viene poi, come già si è visto, il
Cristianesimo, che (al di là delle credenze individuali) è un elemento fondamentale della cultura europea almeno quanto
l'enorme complesso della produzione artistica, scientifica,
giuridica, filosofica, ecc. che ci è stata tramandata (a volte
per vie traverse e complesse) dall'antichità.
Fu merito di S. Paolo (che era ebreo ma anche cittadino romano, e ci teneva molto!) se la nuova fede iniziò a trasformarsi
da fenomeno interno al mondo ebraico a religione universale
(cioè del mondo romano)181, integrando via via elementi (teo-
181
Si impose così la concezione monoteistica secondo la quale vi è
un solo Dio, che esclude e rende falsi tutti gli altri Dei. In fondo i
Romani pensavano che tutti gli Dei, anche quelli degli altri popoli,
fossero "veri": semmai, alcuni erano più potenti ed efficaci di
176
logici, rituali, organizzativi, ecc.) della tradizione orientale (l'ebraismo, i culti misterici, ecc.) e di quella occidentale (ad esempio, l'umanità del divino), sostituendo il politeismo con il
culto dei santi e contaminandosi con le filosofie laiche.
Nei primi secoli i cristiani furono perseguitati, non tanto per
ragioni religiose quanto piuttosto perchè rifiutavano il culto
dell'Imperatore; fu Costantino ad intuire che invece il Cristianesimo, in quanto universale, poteva diventare elemento unificante dell'Impero e rafforzarlo: perciò, prima ne ammise il
culto, poi ne sottomise la gerarchia alla propria autorità, imponendo (Concilio di Nicea) un credo unico alle diverse chiese
locali che proponevano opinioni spesso molto diverse in campo teologico (in particolare la natura di Cristo, il suo rapporto
con il Padre, ecc.).
2.1.3.6 Lo schiavismo
Dal punto di vista economico, il mondo antico fu caratterizzato
da società fondamentalmente agricole, anche se in molte di
esse intenso fu lo sviluppo dell'artigianato (addirittura, durante l'Impero si svilupparono alcune forme di produzione che
anticipavano quelle della rivoluzione industriale del XVIII secolo) e del commercio (durante l'Impero, tutto il Mediterraneo
era in fondo un "laghetto" sul quale transitavano merci di
ogni tipo nel quadro di un mercato fortemente integrato).
Ma ci fu un altro elemento caratteristico: le società antiche
furono tutte schiavistiche, nel senso cioè che la gran parte della mano d'opera era proprietà dell'imprenditore (che disponeva del prodotto al solo costo dell'acquisto e del mantenimento del lavoratore). In queste condizioni, la produttività
altri; da qui l'enorme diffusione a Roma di culti di ogni tipo, in un
clima di grande tolleranza.
177
non poteva che situarsi al più basso livello: lo schiavo non aveva alcun interesse ad aumentarla perchè comunque la sua
condizione rimaneva la stessa; d'altra parte il padrone non
poteva punirlo più di tanto perchè avrebbe potuto causarne
l'indebolimento o la morte e di conseguenza essere obbligato
a sborsare la somma necessaria per acquistarne un altro. Finchè la disponibilità di schiavi sul mercato fu alta (erano il
principale "ricavo" della guerra) e quindi il loro prezzo basso,
si tentò di rimediare alla scarsa produttività aumentandone il
numero con nuove conquiste (ma costavano) o tentando di
farli riprodurre in cattività (ma per far questo occorreva farli
stare meglio, consentire loro di avere una famiglia, ecc. e ciò
spesso non era conveniente); in ogni caso, la forte concentrazione generava continue ribellioni che tenevano i padroni romani sempre con il fiato sospeso.
Bisogna poi considerare che la larga disponibilità di mano d'opera schiava non sollecitava all'impiego di macchine che risparmiassero lavoro (ad esempio, la macchina a vapore è
un'invenzione ellenistica ma a nessuno venne in mente di utilizzarla per la produzione).
Insomma, le contraddizioni erano molto forti ed il risultato fu
che le economie antiche si mantennero al di sotto delle potenzialità conseguenti alla relativamente ampia disponibilità
di capitali, di materie prime, di mercati e di conoscenze scientifico-tecnologiche. Solo in tarda età imperiale si cominciò a
delineare una nuova figura di lavoratore: spinti da motivazioni
filosofico-religiose, molti padroni (seguaci ad esempio dello
Stoicismo o cristiani) consentivano ai loro schiavi di possedere
beni propri e poi li liberavano dietro compenso: diventando
liberti, questi rimanevano legati all'ex padrone da precisi
obblighi giuridici (aiuto economico, fedeltà, ecc.). Come si
vede, si aprì così la strada alla figura del servo medioevale,
che appunto è economicamente autonomo, pur se vincolato
178
da obblighi verso il dominus, e sa pertanto che ogni aumento
della sua produttività andrà anche a suo vantaggio.
Lo schiavismo fu poi ancora episodicamente presente nel
mondo mediterraneo cristiano e musulmano; divenne invece
fenomeno di massa nelle colonie americane (qualche milione
di africani furono preda della tratta) e fu abolito solo grazie al
diffondersi dei principi liberali (uguaglianza degli uomini per
nascita) e dell'industrializzazione (che presupponeva un lavoratore sollecitato a raggiungere la massima produttività).
179
2.1.4 IL MEDIOEVO
2.1.4.1 I "barbari"
L'invio delle insegne imperiali a Costantinopoli (476 d.C.) simboleggia la sparizione dello Stato romano in Occidente, ma
ovviamente il processo della sua dissoluzione fu molto lento.
Era incominciato qualche secolo prima con la penetrazione
entro i confini di nuove popolazioni nomadi e guerriere: le
prime erano già molto romanizzate e si stanziarono in un territorio ben definito; le ultime ad arrivare invece erano molto
meno "educate" e così percorsero in lungo e in largo l'Europa
mediterranea (per lo più arrestandosi in fondo alle penisole o
a ridosso di altri popoli che le avevano precedute); erano organizzate secondo il modello tribale che abbiamo sopra descritto, avevano un concetto molto vago della proprietà privata (tanto più di quella della terra) e non erano interessate ai
complessi meccanismi dell'amministrazione statale.
Quando si fermarono, scelsero le campagne, dove sfruttavano il lavoro dei servi contadini; non amavano nè capivano le
città (il cuore del sistema di vita romano), che sparirono o decaddero per "asfissia" (essendosi rotta la rete di comunicazione che le legava le une alle altre); in esse l'unica autorità che
rimase fu quella del vescovo.
Il processo di fusione fra le culture barbariche e quella romana iniziò subito, ma fu molto lento: prima la conversione al
Cristianesimo, poi l'adozione di un modello statale monarchico (ma si trattava di re molto deboli rispetto agli altri capi
guerrieri, cioè all'aristocrazia), poi la trascrizione delle leggi
tribali, infine (con Carlo Magno) il tentativo di restaurare l'Impero (Sacro Romano Impero). Ma il problema era come costruire e su cosa reggere la complessa gerarchia che caratterizza
un apparato statale.
180
2.1.4.2. Il feudo
La miglior soluzione in quelle condizioni fu quella di mescolare
elementi della cultura barbarica (in particolare, la visione tipicamente indoeuropea della tripartizione della società: oratores, coloro che pregano; bellatores, coloro che combattono;
laboratores, coloro che lavorano) e del diritto romano (in particolare l'istituto tardo-imperiale della commendatio, che a sua
volta derivava da quello del liberto: il più forte si impegnava a
proteggere il più debole che in cambio gli conferiva una parte
del proprio prodotto e gli prestava alcuni servizi di natura economica o militare).
Così, i bellatores capi dei diversi clan (che occupavano ognuno una parte delle campagne) furono sollecitati a riconoscere
l'autorità del Re in quanto da lui ricevevano in uso la terra (non
in proprietà!) in cambio di servizi di natura militare; il patto
era di natura personale e implicava reciproca fedeltà. A sua
volta il detentore di un feudo poteva cederne una parte a
qualcun altro e i due si legavano con un patto analogo; e
così fino ai laboratores, i contadini, che ricevevano un lotto di terra (manso).
In teoria quindi si veniva a costituire un insieme piramidale di
catene di legami personali (con al vertice l'Imperatore o il Re,
e alla base i servi) che avrebbe dovuto garantire la funzionalità
di quel poco di Stato che così si veniva a ricostruire. In realtà,
di solito chi stava "sotto" tendeva a sottrarsi ai patti e chi stava "sopra" doveva combattere per far valere la sua autorità;
quando poi le concessioni feudali non furono più revocabili e
divennero ereditarie, il risultato fu che ogni feudo di norma
costituiva una unità autonoma e spesso autosufficiente: il Signore riceveva dalle famiglie dei servi quanto necessario al
mantenimento suo, della corte e del cavallo (che era il simbolo
del suo status sociale); sui servi egli esercitava un'autorità di
tipo sia privato (quella insomma tipica di un proprietario di
181
terre che riscuote degli affitti) che statale (aveva potere di
giustizia, di imporre tasse, ecc.). In cambio, ne doveva assicurare la difesa.
Solo col tempo i Re riuscirono a imporsi con la forza ai feudatari grandi e piccoli del loro territorio: fu questo il lungo processo di formazione delle monarchie nazionali, il cui esito fu in
alcuni casi il risorgere della monarchia assoluta (Francia, Spagna, ecc.) e in altri (Inghilterra) di una monarchia condizionata
dai grandi feudatari (è questo il significato della Magna Charta) da cui poi scaturì l'idea della monarchia costituzionale e
parlamentare.
Nei secoli successivi al Medioevo e con particolare forza
all'epoca della Rivoluzione francese (quando appunto furono
aboliti i privilegi feudali), il termine feudalesimo fu inteso
come sinonimo di guerre continue, di sopraffazione e di abuso
soprattutto nei confronti dei più deboli. Certo, questo è vero,
e i Re nazionali, proprio per riuscire a sottrarre ai feudatari i
loro poteri di tipo statale (fiscali, giudiziari, ecc.), lasciarono
loro volentieri mano libera nello sfruttamento dei contadini;
ma bisogna anche considerare che il sistema feudale fu efficace almeno per alcuni aspetti:
dotò l'Europa di una capacità militare tale da resistere
alla pressione degli Arabi (che, pur se molto più avanzati
sul piano culturale, economico, militare e scientifico, furono costretti a limitare le loro conquiste in Europa alla
Spagna e alla Sicilia) e a quella di altre popolazioni che
premevano da est (ungheresi, ecc.);
permise presto (con le Crociate) agli europei di rinavigare
il Mediterraneo, senza il quale l'economia del continente
era impossibilitata a svilupparsi;
consentì il mantenimento di un'identità culturale euro182
pea unitaria e fondata sulla tradizione classica e sul cristianesimo
2.1.4.3 La Chiesa
Come abbiamo già detto, i "barbari" non "capivano" le città e
resero loro la vita impossibile o difficile.
Laddove esse sopravvissero (come accadde per lo più in Italia)
vi accadde un fatto di capitale importanza, che differenziò la
storia europeo-occidentale da quella della altre aree: di tutte
le forme in cui si esprimeva l'autorità imperiale, resistette
solo quella dei vescovi, a quel punto non più funzionari
dell'apparato statale (come sempre rimasero nell'Impero
romano d'Oriente e poi, ancor oggi, nel mondo ortodosso)
ma dotati di un potere autonomo.
A partire da un certo momento, la Chiesa (gli oratores) si pose
addirittura come erede e continuatrice dell'Impero (appoggiandosi sulla Donazione di Costantino, di cui solo nel XV secolo fu dimostrata la falsità: Costantino, abbandonando Roma
per trasferire la capitale a Costantinopoli, affida al Papa la parte occidentale dell'Impero). I Papi (una volta che furono riusciti a imporre la loro autorità ai vescovi ed agli ordini monastici - fecero fatica, ma ci riuscirono ben prima dei Re, a cui in
questo senso fecero da maestri di centralizzazione e di assolutismo) affermarono la loro supremazia sugli Imperatori (Dictatus papae di Gregorio VII: il potere imperiale deriva da quello papale che a sua volta proviene direttamente da Dio) e costituirono un proprio Stato.
Dal primo di questi due fatti derivarono le lunghe lotte fra
Papato e Sacro Romano Impero (lotte per le investiture, fra
Guelfi e Ghibellini, ecc.); quando poi il titolo imperiale, a causa
del sorgere della Monarchie nazionali, perse ogni consistenza
se non nell'area tedesca, i Papi considerarono i Re nazionali
come emanazione del loro potere di origine divina, e ci riusci183
rono (più o meno) fino alle rivoluzioni del XVIII secolo che imposero (insieme alla concezioni dell'origine "dal basso" del
potere) il riconoscimento della piena sovranità dello Stato
nazionale.
Dal secondo, dipese il fatto che in Italia, nonostante fosse
l'area più avanzata e in cui meglio si erano conservate le tracce dell'antico mondo romano, non si formò uno stato nazionale nel corso del Medioevo (la Chiesa era troppo debole per
unificare la penisola da sola, ma troppo forte per consentire
ad altri di farlo); ciò espose il nostro Paese ad una lunga serie
di dominazioni straniere, attratte anche dalla superiorità economica e culturale della penisola.
La funzione di garantire la continuità fra mondo antico e
mondo medioevale fu esercitata dalla Chiesa anche attraverso
il monopolio della cultura (conservazione dei libri, istruzione,
ecc.) e della lingua scritta (il latino appunto, che ancora oggi
simboleggia l'universalità della Chiesa cattolica).
2.1.4.4 Il Comune
Ritorniamo alle città: formalmente facevano parte di qualche
feudo (una contea, un marchesato, ecc.), ma spesso al Signore non interessava (o non riusciva) più di tanto farvi valere la
sua autorità: come si diceva allora, "l'aria della città rende
liberi" e il più delle volte il servo fuggito vi trovava sicuro rifugio; altre volte esse erano costituite in feudo ecclesiastico e il
Vescovo vi aveva rafforzato la propria autorità con una investitura imperiale o papale.
Dopo l'anno 1000, L'Europa cominciò a respirare: era in atto
una "rivoluzione agricola" che consentì alla popolazione di riprendere ad aumentare e l'arrivo di nuove popolazioni "barbare" (da Nord e dall'Est: Normanni, Ungheresi) era sul punto
di arrestarsi. Soprattutto nel Nord e nel Centro Italia (ma non
solo), le città rifiorirono: si espansero, si dotarono di mura, di
184
piazze e di cattedrali, sottomisero il contado controllandone i
Signori. Un nuovo ceto (i borghesi) si rafforzò, anche in coincidenza con la ripresa dei traffici marittimi (sia nel Mediterraneo che nei mari nordici); le basi economiche delle città
stavano infatti nell'attività artigianale182 e in quella commerciale (che si svolgeva nella piazza, dove sostavano cambiavalute, banchieri, ecc.). In molti casi le città conquistarono la
loro autonomia (contro Signori, Imperatori, Re e Papi) costituendosi in liberi Comuni, sulla base di un giuramento collettivo che impegnava i cittadini alla mutua difesa; in altri casi,
attrassero dei feudatari dalla campagna ed essi ne fecero la
capitale della loro Signoria (come gli Este).
Le storie furono molto diverse da luogo a luogo e da epoca ad
epoca (Comuni del popolo grasso, del popolo magro, podestarili; Signorie di famiglie mercantili, ecc.) ma al fondo c'era una
novità importante: l'idea di un potere politico che derivava
dalla volontà dei cittadini (o almeno di una parte di essi). Anche quando i Comuni sparirono, in molti parti d'Europa i Re,
nella costruzione dei loro Regni, dovettero riconoscere larghe
autonomie alle città (propri Parlamenti, ecc.).
In alcune zone d'Italia, dopo una lunga fase di lotte fra centri
vicini, si costituirono Stati regionali sotto la guida di una città egemone (Firenze, Venezia, Milano): fu questa la forma statale che durante il Rinascimento garantì all'Italia floridezza
economica, primato culturale e capacità militari sufficienti ad
evitare invasioni straniere. Ma poi questi Stati si rivelarono
182
Essa era centrata sulla bottega con il mastro artigiano, gli
apprendisti e i salariati. Più botteghe dello stesso settore erano
riunite in Corporazioni che regolavano monopolisticamente l'accesso alla professione, la quantità e la qualità della produzione, i
prezzi.
185
deboli rispetto alle grandi monarchie nazionali estere e perdettero la loro indipendenza.
All'Italia di oggi, della fase comunale e signorile è rimasta una
grande eredità: splendidi centri storici e una dimensione locale della politica che ci crea tanti problemi (siamo un Paese con
uno scarso sentimento nazionale) ma anche ci dà tante diverse e ricche identità culturali.
2.1.4.5 Un'immagine del Medioevo
Nel senso comune, la parola "Medioevo" evoca castelli, battaglie, violenza, streghe, roghi, persecuzioni, ecc.
Nel '700, nel quadro della polemica illuminista si descrissero
quei secoli come bui, dominati dalla superstizione e dall'ignoranza; i Romantici, invece, vi videro la gloria legata alla formazione delle nazionalità e allo sviluppo della civiltà germanica.
Ambedue le immagini sono, ovviamente, false e vere nello
stesso tempo: come già si disse per il mondo antico, è impossibile racchiudere tanti secoli in un'unica formula.
Certo è che il Medioevo fu il crogiolo di nuove lingue e di nuove identità politiche e culturali, frutto di diverse mescolanze
fra gli apporti romani e quelli barbarici. Ma la loro costruzione
ebbe dei costi: l'affermazione delle monarchie nazionali e ancor prima del ruolo centrale (politico e religioso) del Papato
imposero forti limiti a quelle che poi si chiameranno le libertà
(di coscienza, di religione, di espressione, ecc.): da qui ad esempio le lotte contro le cosiddette eresie (cioè le opinioni in
materia di fede diverse da quelle sostenute dalla Chiesa ufficiale), le persecuzioni contro Ebrei ed altre minoranze, la repressione dei comportamenti in qualche modo difformi perchè legati magari alla cultura popolare e pagana e poco controllabili dal potere. Insomma, ogni Stato nazionale, per definire la propria identità, cercava l'omogeneità (linguistica, religiosa, ecc.) della sua popolazione, riservando agli Imperi (co186
me il Sacro Romano, quello bizantino ecc.) di raggruppare popoli differenti per etnia, tradizioni ecc.
Ma forse la ragione più forte per la quale spesso si può, esagerando e banalizzando, immaginare il Medioevo come una
fase storica dominata dall'intolleranza e dal conformismo sta
proprio nel suo rapporto con la cultura classica.
Per tutto il Medioevo la civiltà greco-romana fu considerata
una sorta di "Paradiso perduto" irraggiungibile e insuperabile;
tutto quanto era antico godeva di assoluta autorevolezza (da
ciò il grande uso di falsi, fra cui la famosa Donazione di Costantino) ed era oggetto di un culto, frutto di un insuperabile
complesso di inferiorità, che ne impediva una conoscenza esatta; le contraddizioni (ad esempio, fra la natura pagana della civiltà classica e le radici cristiane di quella del mondo europeo) erano inavvertite o superate attraverso ogni sorta di
stravolgimenti, resi possibili fra l'altro da un'imperfetta conoscenza dei testi antichi, tramandati nei secoli in una lunga
catena di copie che avevano moltiplicato errori, tagli e manipolazioni. Tutto ciò naturalmente costituiva un forte impedimento allo sviluppo di nuove conoscenze.
Sul finire del Medioevo, a partire dal XV secolo gli Umanisti
proposero, sempre con maggiore sicurezza, una visione nuova
del mondo classico, non più "Paradiso perduto" ma vicenda
storica ed intellettuale di cui essi si sentivano i continuatori e
che quindi poteva continuare una volta messa in soffitta la
"barbarie" scesa dal Nord; la storia non si era fermata con la
caduta di Roma e l'umanità non era destinata all'esilio eterno.
Una conoscenza più esatta dei testi, una visione più articolata
e corretta della lunga storia del Mondo antico, il recupero di
alcune linee di pensiero prima trascurate (Platone, ad esempio) permisero di riallacciare dei fili, di riprendere uno sviluppo di pensiero, di imitare consapevolmente; gli antichi avevano non solo edificato monumenti, scritto grandi opere e
187
creato l'Impero Universale, ma anche indicato un metodo e
dei valori, rifacendosi ai quali era possibile riprendere il cammino interrotto e procedere nella conoscenza: da loro si poteva assumere una concezione della vita più mobile, varia e
curiosa, più libera e mondana. Certo, il rischio era che la riscoperta delle radici pagane della civiltà europea cozzasse contro
la tradizione cristiana, la sua filosofia dell'uomo, il suo modo di
concepire la storia e la politica: così, spesso gli uomini
dell'Umanesimo (e poi del Rinascimento) furono paganeggianti o almeno sincretici: non a caso i Riformatori protestanti,
quando se la prendevano con la "corruzione del clero", intenderanno colpire (oltre che autentici fenomeni di ladrocinio) un
cristianesimo umanistico troppo compromesso con il paganesimo e un legame con la romanità che le nuove nazioni cominciavano a rifiutare.
188
2.1.5 L'ETA' MODERNA
2.1.5.1 Riforma e Controriforma
Gli storici hanno scelto come inizio dell'Era moderna il 1492,
anno segnato da due avvenimenti di grande significato, anche simbolico:
la scoperta dell'America ben rappresentò il nuovo spirito
di apertura al nuovo, di curiosità e di conquista, che nasceva sì dalla cultura mediterranea ma trovava nell'Atlantico il suo campo d'azione;
la cacciata degli Arabi e degli Ebrei dalla Spagna indicava
con tragica forza che l'Europa aveva ormai costruito una
sua forte identità fondata sul Cristianesimo.
Tutto ciò è come dire che non essa aveva più complessi d'inferiorità nè nei confronti della cultura classica (in particolare della sua concezione dello spazio in dimensione mediterranea
e "chiusa") nè rispetto a quelle del ricco Oriente arabo; era
ideologicamente pronta, insomma, a conquistare il mondo.
L'identità religiosa dell'Europa fino ad allora si era articolata in
due grandi confessioni: quella occidentale (la Chiesa di Roma,
detta cattolica cioè universale) e quella orientale (le chiese
dette ortodosse) nell'area di influenza dell'Impero romano
d'Oriente (o bizantino, dall'antico nome della capitale Costantinopoli). All'epoca della formazione dei regni barbarici, il Papa e l'Imperatore d'Oriente avevano fatto a gara per cristianizzare le nuove popolazioni e incoronare i loro deboli re (che
per ciò stesso, almeno in teoria, li riconoscevano come fonte
della loro autorità). Le differenze fra i due Cristianesimi erano
di ordine teologico (la natura di Cristo, ecc.) e strutturali (la
Chiesa orientale era sottomessa al potere politico, quella occidentale no), ma ambedue si richiamavano con forza alla tra189
dizione romana, ad esempio continuando la prima l'uso del
latino e la seconda quella del greco.
In Occidente, all'inizio del XVI secolo, la Riforma protestante
offrì all'Europa una interpretazione del Cristianesimo che cercava di ridare coerenza al rapporto fra religione e società.
Le monarchie nazionali avevano "ucciso" l'Impero universale: perchè ancora una sola Chiesa e per di più romana?
La Riforma le sostituì Chiese locali autonome, di cui alcune (riprendendo l'esperienza medioevale dello scisma
d'Occidente) assunsero dimensione nazionale e furono
poste sotto la giurisdizione del re (la Chiesa anglicana di
Enrico VIII).
Le culture nazionali stavano ripensando i loro legami
rispetto alla tradizione classica: perchè ancora una Chiesa
gelosa continuatrice delle romanità e che affermava di
essere fonte di legittimità per i Sovrani? La Riforma ruppe
la continuità, negando il valore delle tradizioni accumulatasi nei secoli e ritornando alle origini evangeliche (come
del resto avevano proposto molti eretici medioevali): solo
ciò che ha base biblica fu accettato (vennero aboliti così
molti Sacramenti, il culto dei Santi e quello della Madonna, il Purgatorio, ecc.).
La nuova civiltà post-medioevale, urbana, commerciale,
borghese, si fondava su una valorizzazione dell'individuo,
della sua libertà e della sua responsabilità: perciò, i Riformatori, rifiutando il concetto di una Chiesa mediatrice
fra l'umano e il divino attraverso i suoi riti e le sue gerarchie, affermarono il diritto alla libera interpretazione della Bibbia da parte di ogni fedele e ridussero il sacerdote
a pastore, guida sì del suo gregge, ma non dotato di poteri sovrannaturali: ogni uomo poteva rivolgersi direttamente a Dio (sacerdozio universale).
190
E' soprattutto da valori come questi che scaturirono le
grandi novità dell'Età moderna, in campo politico (il parlamentarismo), economico (lo sviluppo del capitalismo) e
culturale.
La Controriforma cattolica non fece alcuna concessione alle
nuove idee: si limitò a centralizzare ancora di più la Chiesa,
migliorandone l'organizzazione ed aumentandone la capacità
di penetrazione fra le grandi masse, e indicò in sostanza nella
figura del Papa anche il modello politico a cui gli Stati cattolici
dovevano attenersi; in questo senso, la Chiesa cattolica si
identificò con l'Assolutismo (fu questo un errore che poi pagò
ben caro!).
Tutta l'Europa fu sconvolta dalle guerre di religione, che in
realtà erano provocate anche da interessi politici ed economici (fra l'altro, quello di togliere ai banchieri italiani il monopolio del mercato finanziario). Non si deve credere che ci
fosse più tolleranza da una parte che dall'altra: nonostante i
protestanti fossero più sensibili ai valori della libertà di coscienza individuale, scannavano gli avversari altrettanto bene
dei cattolici, e lo stesso Lutero non tollerò che la rivolta contro Roma si trasformasse anche in una messa in discussione
dell'autorità dei Re e dei Signori. Ad un certo punto si affermò
il principio "cuius regio, et eius religio": il popolo segua la religione del Sovrano, salvo la concessione di appositi decreti di
tolleranza. Ma alla lunga si diffuse la convinzione che non si
potessero far finire le guerre di religione se non considerando
la fede un fatto privato ed escludendo che lo Stato se ne dovesse occuparsene (laicità): e con ciò si affermò uno dei valori
più caratteristici dell'Occidente, la tolleranza religiosa e poi
quindi anche politica, culturale, ecc.
Ancor oggi, la frattura fra il mondo cattolico e quello protestante è forte, nonostante la Chiesa (dopo il Concilio Vaticano
II) abbia largamente fatto propri alcuni temi della Riforma
191
(non sul piano teologico nè su quello del ruolo del Papa183). In
molti paesi di cultura anglosassone (gli USA per esempio) i
cattolici sono ancora sospettati di scarso patriottismo per loro
fedeltà a Roma. In generale poi, i paesi cattolici hanno fatto
più fatica ad accettare i valori su cui è basato il mondo moderno (belli o brutti che siano): spirito imprenditoriale capitalistico (concorrenza, ricchezza come segno della benevolenza
divina, ecc.), liberalismo e liberismo, individualismo, ecc. che
traggono in parte origine dalle riflessioni dei Riformatori.
2.1.5.2 Colonie e mercantilismo
La scoperta dell'America fu un evento rivoluzionario per almeno tre ragioni di capitale importanza.
La prima è che lo sfruttamento dei nuovi territori spostò il
cuore dell'Europa dal Mediterraneo all'Atlantico, che divenne sempre più la sede strategica del commercio a
grande distanza: i Paesi posti sulle coste dell'Oceano
(Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia, Olanda) diventarono presto, e in competizione fra di loro, i più forti economicamente e militarmente, e parallelamente i Paesi
mediterranei iniziarono a decadere, anche per via
dell'ostacolo ai traffici commerciali rappresentato (almeno per un certo periodo) dalla conquista da parte dei
Turchi del mondo arabo.
183
Ad esempio, molto vicine si sono fatte le posizioni della Chiesa
cattolica e di quella anglicana (che fin dalla sua formazione era
stata molto moderata nell'accogliere le novità della Riforma), anche se il problema del sacerdozio femminile (che quest'ultima ha
ammesso) ha riallargato le distanze.
192
Inoltre, dalle Americhe arrivò un'enorme quantità di
metalli preziosi (oro e argento) che mise in crisi gli equilibri di un'economia mediterranea commisurata ad
una quantità di moneta infinitamente inferiore (sostanzialmente la stessa presente nel mondo romano).
La seconda è che per la prima volta gli Europei si confrontarono con civiltà radicalmente diverse; in fondo, girando in lungo e in largo per il vecchio continente (Africa,
Asia ed Europa) essi avevano sempre trovato popoli con
cui avevano molti elementi comuni. Le culture184 (così
come la flora e la fauna) delle Americhe apparirono invece così differenti da generare il dubbio (è l'inizio del razzismo) che gli "indiani" non fossero uomini ma strani animali. Da ciò l'avvio di pratiche di sfruttamento disumane, che dimezzarono in breve tempo la popolazione del
Continente.
La terza è che, al contrario di quanto era avvenuto nei
rapporti con l'Asia (con cui si avevano intensi scambi
commerciali) e con l'Africa (di cui interessavano le coste
come punti di scalo per i traffici marittimi), nel continente
americano si mirò alla costituzione di colonie popolose,
stabili ed estese all'interno. Il vero e proprio sistema coloniale, che si sviluppò appieno solo nella seconda metà
del XIX secolo come conseguenza dell'industrializzazione, trae le sue origini e i suoi valori (gli indigeni come
184
Nell'area americana, isolata da millenni dal resto del mondo, si
erano sviluppate civiltà avanzate ma prive di alcune delle caratteristiche più tipiche di quelle degli altri continenti; basta citare il
ferro, la ruota e il cavallo per capire quanto apparissero "strane"
agli europei, che, con la complicità delle malattie che portarono,
le conquistarono facilmente.
193
sottouomini selvaggi e demoniaci, il territorio come fonte
di materie prime e come mercato per i prodotti della
"madrepatria") dagli Imperi spagnolo e portoghese; la
tratta dei negri favorì poi l'estensione del colonialismo
all'Africa e infine anche all'Asia (con la sola eccezione
del Giappone).
L'economia dell'Età moderna è stata definita mercantilista:
in effetti la fonte principale della ricchezza (dei privati e degli
Stati) risiedette non tanto nella quantità della produzione
quanto nel controllo delle vie di comunicazione e nel trasferimento di merci da una sponda all'altra dell'Oceano; tipico il
circuito triangolare inglese: il cotone delle colonie veniva lavorato in Gran Bretagna, l'eccedenza di tessuto venduta in
Africa in cambio di schiavi che venivano trasferiti nelle piantagioni americane, e così via.
Il ruolo del capitale nella produzione fu limitato, poichè essa
era sostanzialmente di tipo artigianale.
Le politiche mercantiliste puntavano all’accumulo di ricchezza
(in metalli preziosi) che, almeno in Inghilterra, permise poi
l'industrializzazione (nel caso della Spagna invece, le enormi
quantità di oro ed argento predate nelle Americhe scoraggiarono la produzione e facilitarono le importazioni dagli altri
Stati europei: i capitali finirono perciò nella mani dei più parsimoniosi e laboriosi artigiani inglesi, francesi, ecc., determinando il tracollo della potenza spagnola.
2.1.5.3 L'Assolutismo
"L'état c'est moi": il detto attribuito a Luigi XIV ben rappresenta la concezione assolutistica che si affermò in Europa per
influenza del diritto romano-imperiale e della Chiesa (quindi,
di preferenza nei Paesi cattolici). In verità, nessuno dei Re
raggiunse mai concretamente il livello di concentrazione dei
poteri tipico dagli antichi monarchi orientali: troppo articolate
194
e complesse erano le società europee, ed inoltre la fase feudale e cittadina aveva lasciato una pesante eredità di "libertà" e diritti particolari che non era facile eliminare.
Ma ciò non toglie che i Re furono fortemente sacralizzati (e
costretti ad un rituale di Corte di forte sapore religioso), furono posti al di sopra di ogni legge e in grado di governare a loro
arbitrio, e divennero titolari di numerosi monopoli e privilegi
che, unitamente alla leva fiscale, consentivano loro di pesare
grandemente anche sulla vita economica.
I Signori feudali dovettero accettare che molte delle loro prerogative fossero avocate dallo Stato (quelli francesi furono
costretti a risiedere a Versailles e a dissipare le loro ricchezze
nel tentativo di seguire le dispendiose "mode" che il Re imponeva); l'amministrazione dello Stato fu centralizzata e burocratizzata (finanza, giustizia, ecc.); i sudditi furono considerati
privi di ogni difesa legale contro la volontà del Sovrano.
Se fu merito dell'Assolutismo la creazione della moderna
185
concezione amministrativa dello Stato (quello francese più
di altri ne continua ancor oggi la tradizione), certo esso si
185
Lo statalismo (controllo dello Stato sull'attività dei cittadini) e il
centralismo (concentrazione dei poteri in organismi centrali, di
solito posti nella capitale) sono oggi termini molto usati nella polemica politica: in Europa, proprio in ragione di questa tradizione
gli Stati fanno fatica a rinunciare ai loro poteri di controllo e a decentrare le loro funzioni alla periferia. Negli Stati Uniti, invece, lo
Stato fin dalla sua formazione si occupa di poche cose e i cittadini
godono di maggiore autonomia (ma anche lì c'è chi si oppone,
spesso violentemente, all'ingerenza statale nei suoi affari e rivendica l'assoluta libertà dell'individuo - d'altra parte, sulla prima
moneta coniata dai ribelli americani Franklin fece incidere la frase
"fate i vostri affari").
195
rivelò alla lunga incapace di comprendere che la società evolveva verso una complessità tale da non poter essere governata con quei metodi; possiamo prendere a simbolo di questa
"cecità" (che costò la testa o il potere a vari monarchi fra XVIII
e XIX secolo) il fatto che ancora Luigi XVI ragionava nei termini
medioevali della tripartizione e non capiva che all'interno del
terzo stato (i laboratores) era ormai radicale la differenza fra i
ceti borghesi e quelli proletari, e che i primi rivendicavano un
ruolo politico ed economico che lo Stato assolutista non poteva loro riconoscere.
2.1.5.4 Il Parlamentarismo
Abbiamo già visto come in Inghilterra il potere del Re fosse
stato limitato fin dal Medioevo da quello dell'aristocrazia (i
lords). Nonostante i loro sforzi, i Re inglesi non riuscirono
quasi mai a diventare sovrani assoluti, nemmeno quando (con
Enrico VIII) estesero il loro potere anche all'ambito ecclesiastico. Addirittura alla metà del XVII secolo una rivoluzione,
guidata da Cromwell, affermò la supremazia del Parlamento
sul Re; il Regno inglese così si avviò verso una forma di monarchia costituzionale, in cui cioè il potere del Re fu limitato da
quelli della Camera dei Lords e della Camera dei Commons
(cioè dei borghesi della città).
Parallelamente, alcuni teorici della politica (Locke, in opposizione a Hobbes, ed altri) avanzarono nuove teorie sull'origine
dello Stato, che veniva concepito come limitato nei suoi poteri rispetto alle libertà dei cittadini (coscienza, religione, espressione, proprietà, ecc.) e dipendente dal loro consenso; il
potere cioè "viene dal basso" (sovranità popolare) e nessuno
è al disopra della legge (stato di diritto). La teoria dell'origine
contrattuale dello Stato affermava che gli uomini, per non
scannarsi continuamente fra di loro, avevano deciso di sottomettersi ad una autorità: si trattava di capire se le avessero
196
conferito tutti i poteri di governo o solo quelli necessari per
garantire la pacifica convivenza. Come ben si capisce, questa
concezione è l'opposto di quella dell'origine divina del potere
statale, secondo cui tutti i poteri sono stati trasmessi da Dio al
monarca.
Insieme alle teoria del francese Montesquieu sulla tripartizione dei poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario: è
meglio che siano affidati a entità distinte e indipendenti l'una
dall'altra, in modo che si controllino a vicenda e lascino spazio
al cittadino), tutto questo costituì le basi del liberalismo che
poi gli Illuministi ed i rivoluzionari di fine '700 e della prima
metà dell'800 affermarono via via in vari Paesi europei.
Infine, da questo clima culturale nacque (con Adam Smith)
anche la teoria economica liberista o dell'economia di mercato, i cui pilastri sono il non intervento dello Stato in economia,
l'assenza di limiti ai diritti della proprietà privata, la concorrenza e la libertà di commercio come molle del progresso.
2.1.5.5 La rivoluzione scientifica
Dobbiamo a Galileo Galilei la diffusione di fondamentali novità in campo scientifico. Attraverso un lunga serie di opere di
cui alcune in difesa del modello cosmologico copernicano e
contro la concezione tradizionale degli astri come corpi inalterabili ruotanti entro sfere di cristallo intorno alla Terra (come
affermava il modello tolemaico), egli si propose di "finalmente
adattare la filosofia al mondo ed alla natura" e di gettare le
basi di un nuovo metodo, che privilegiasse il ragionamento
induttivo rispetto a quello deduttivo,186 si concentrasse sull'e-
186
In ragionamento di tipo deduttivo (dalla legge generale al caso
particolare), se la premessa è vera e se non si commettono errori
logici, si ottengono conclusioni necessariamente vere.
197
same quantitativo della realtà (da qui il rilievo assegnato alla
misura ed alla elaborazione matematica187) oltre che su quello qualitativo, e verificasse sperimentalmente188 le ipotesi via
via formulate.
All'epoca, solo apparentemente la controversia fra la "scienza nuova" e quella "aristotelica" riguardò la cosmologia, se
cioè fosse il Sole a girare intorno alla Terra o il contrario (in
effetti, è solo un problema di punto di riferimento: per altro
allora - fino a Keplero e Newton - il modello copernicano spiegava il moto degli astri peggio di quello tolemaico): quello
che colpiva i contemporanei era il rovesciamento dell'immagine del mondo tradizionale: spariva la distinzione fra mondo
celeste (immutabile ed incorruttibile) e mondo terreno (mutabile e corruttibile) in quanto tutti e due erano retti dalle stesse
In quello di tipo induttivo (dai casi particolari alla legge generale)
invece, anche se le premesse sono vere e non si commettono errori logici, non necessariamente si ottengono conclusioni vere: ciò
perché i casi particolari osservati sono un numero limitato e ne
può sempre saltar fuori uno che contraddice la legge generale.
187
Misurare (cioè trasformare i fenomeni in numeri) e matematicizzare rappresenta un'enorme economia: si possono manipolare
dati ed elaborare deduzioni con un semplice pezzo di carta, senza
avere a che fare continuamente con oggetti materiali.
188
Sperimentare vuol dire studiare i fenomeni in situazione controllata; un esperimento per avere validità scientifica deve essere
replicabile. Questa forma di controllo è la migliore garanzia (che
ovviamente non è mai assoluta) della possibilità della scienza di
correggere i suoi errori e di progredire. Fondamentale però è che
gli scienziati possano comunicare liberamente fra di loro.
198
leggi fisiche; la Terra perdeva la sua unicità189 e così si insinuavano dubbi sulla Rivelazione.
Ma ancor più, era sconvolgente l'affermazione implicita nel
nuovo metodo galileiano che non esistono verità assolute ed
eterne (sono possibili solo quelle relative ai dati osservati e
quindi provvisorie; lo scienziato deve essere consapevole che
un piccolo fatto nuovo può distruggere la più consolidata teoria). Affermando l'autonomia della scienza rispetto alla filosofia ed alla fede (che garantisce certezze, ma indimostrabili), e
la non infallibilità della scienza antica, Galilei introdusse nella
cultura europea quei principi antidogmatici e dinamici che
ne diventarono una caratteristica fondamentale. Tutto ciò
costituì una formidabile "molla" che consentì alla conoscenza
scientifica di procedere, da allora in poi, a velocità sempre
crescente.
Perseguitato dalla Controriforma (preoccupata delle conseguenze in materia religiosa e politica delle sue affermazioni
relativistiche) Galilei trovò seguaci e continuatori in una grande schiera di scienziati europei, che non solo dimostrarono
l'esattezza del modello copernicano e ne definirono le leggi
meccaniche (Keplero e Newton), ma affrontarono con lo stesso spirito rivoluzionario nuove e vecchie questioni scientifiche, svilupparono nuove tecniche matematiche, ecc.
Infine, caratteristico di Galilei stesso (che amava costruire
strumenti e si comportava spesso come un artigiano) e degli scienziati che ne adottarono il metodo fu l'interesse per le
applicazioni pratiche delle conoscenze acquisite. Lo stretto
rapporto stabilito fra scienza e tecnologia costituì la base culturale della rivoluzione industriale
189
Già Giordano Bruno, arso sul rogo nel 1600, aveva sostenuto
per via filosofica la "pluralità dei mondi".
199
2.1.5.6 Un mondo nuovo
Tiriamo le somme: intorno alla metà del secolo XVII la cultura europea ha ormai elaborato gran parte delle idee e dei valori tipici della nostra Era contemporanea: un'immagine
dell'Uomo più autonomo, libero e creatore; un metodo scientifico efficace che produce conoscenze e nuove tecnologie;
una concezione della politica che, superando l'Assolutismo,
valorizza il ruolo degli individui e dei gruppi, e la diversità delle
loro opinioni; una teoria economica che prelude alla incombente industrializzazione in quanto fondata sulla libera iniziativa.
Su questi temi rifletterono gli Illuministi190 (che applicarono
190
Gli scienziati della natura, quanto più hanno fatto proprio il
metodo sperimentale galileiano, tanto più hanno ottenuto successi nella comprensione del mondo; ne hanno ricavato la certezza
che, al di là delle molteplicità degli eventi, tutta la realtà è soggetta a semplici leggi razionali eterne (poste al di fuori della storia) ed
esprimibili col linguaggio della matematica.
Perchè non sottoporre anche gli usi sociali ad un "controllo" di
razionalità? Si scopre allora che la maggior parte dei conflitti fra
gli uomini derivano da abitudini e convinzioni irragionevoli, da
superstizioni ridicole stratificatesi nel tempo e destinate a perpetuare ignoranza ed ingiustizia. Religioni, nazioni... tutte assurdità
che causano guerre: gli uomini nascono uguali (egualitarismo) e
senza patria (cosmopolitismo), dotati di facoltà intellettive che li
portano a riconoscere in Dio la Ragione Suprema (teismo) e nei
propri simili dei fratelli da aiutare (filantropismo).
Da riflessioni come queste e dal seme del razionalismo cartesiano
nella seconda metà del secolo sboccia l'Illuminismo: sensista (è
conoscibile solo ciò che percepiamo con i sensi) e materialista,
animato dall'aspirazione a ricostruire la società secondo un or-
200
anche alle scienze storiche, politiche e sociali il metodo galileiano, e si impegnarono per la diffusione della nuova cultura
presso i ceti borghesi); le loro idee vennero, almeno parzialmente, tradotte in fatti dai rivoluzionari americani e francesi,
i quali veramente credettero di vedere l'alba di un mondo
nuovo.
dine razionale dopo aver abbattuto quello esistente e a mezzo di
riforme che sopprimano ogni ingiustizia, critico e scettico nei confronti della tradizione, negatore delle religioni storiche a favore di
quella naturale o addirittura ateo, l'Illuminismo diffonde spirito
egualitario, aspirazioni antitiranniche e libertarie, tolleranza.
Poichè è una filosofia pragmatica, empirica, fondata sull'assunto
che l'uomo è naturalmente buono (lo stato di natura) e che tutto
il male risiede nell'organizzazione sociale, gli illuministi si impegnano in un colossale opera di divulgazione (L'Encyclopédie, ad
esempio, ma anche i giornali e le riviste) e promuovono riforme
(confidando, se possibile, sull'appoggio di sovrani illuminati ma
spesso scontrandosi con la resistenza dell'ordine assolutistico) il
cui fine ultimo è il progresso, cioè il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione (istruzione, sanità, ecc.).
201
2.1.6 L'ETA' CONTEMPORANEA
2.1.6.1 Le grandi ideologie politiche
Nel corso dei secoli XIX e XX si è svolto un grande processo
politico ed istituzionale che possiamo così riassumere: i regimi
assolutisti sono stati a poco a poco abbattuti e sostituiti con
sistemi di tipo liberale; successivamente, questi evolvettero
in senso democratico, spesso in concorrenza con le ideologie
socialiste e con quelle totalitarie. I tempi di questo processo
sono stati molto differenziati da Paese a Paese: in genere, la
Gran Bretagna ha preceduto tutti, l'Italia è arrivata fra gli ultimi.
Per capire bene questo concetto, occorre tenere presente che
liberalismo, democrazia e socialismo derivano dalla stessa
cultura rivoluzionaria del XVIII secolo, quella che possiamo
riassumere nel famoso motto liberté, egalité, fraternité.
Il liberalismo esalta il termine libertà, intesa soprattutto
nel suo significato economico (proprietà, iniziativa, ecc.),
e attribuisce all'uguaglianza un valore solo di tipo eticogiuridico e di principio; di fatto realizza società caratterizzate da grandi possibilità di sviluppo (individuale e
collettivo: se tutti si danno da fare per conseguire il successo economico personale, anche tutta la società nel
suo complesso diventa più ricca) ma anche da forti disparità di reddito e di condizione sociale. Nell'800 il liberalismo collegava il godimento dei diritti politici al livello
di reddito (ad esempio, ricorrendo a sistemi elettorali
censitari).
L'ideologia democratica propugna l'uguaglianza dei diritti
politici per tutti i cittadini (suffragio universale, obiettivo
202
che fu raggiunto in quasi tutta Europa a cavallo fra '800 e
'900) ed assegna, pur senza rinnegare i principi dell'economia liberista, allo Stato il compito di ridurre almeno
parzialmente le differenze (ad esempio, garantendo anche ai più poveri l'istruzione, l'assistenza medica, la pensione, ecc. = welfare state - Stato assistenziale, Stato sociale). In tal modo realizza società meno differenziate dal
punto di vista del reddito e delle possibilità, ma in cui lo
Stato ha progressivamente assunto un forte ruolo economico di regolazione del mercato e di gestione dei servizi191. Negli ultimi anni, il welfare state è stato messo in
crisi non solo dai suoi altissimi costi (e in Italia anche dalla
sua scarsa efficienza) ma anche da tendenze neoliberiste
che hanno investito un po' tutti i Paese industrializzati.
Il socialismo e il comunismo (di cui il massimo teorico è
stato Marx) sostengono invece il valore dell'uguaglianza,
non solo politica ma anche economica: per realizzarla, è
necessario vietare o limitare la proprietà privata dei mezzi di produzione (terra, fabbriche, ecc.), e per raggiungere
questo obiettivo si teorizzava che fosse necessaria una ri-
191
Nel vocabolario politico attuale, essendosi annullate le differenze sul piano istituzionale fra liberalismo e democrazia avendo il
primo accettato il suffragio universale, si parla correntemente di
sistema liberal-democratico.
Nei Paese anglosassoni, tipicamente il sistema liberal-democratico
è organizzato in forma bipartitica (maggioranza e minoranza: la
prima governa, la seconda fa opposizione; le parti si possono
scambiare in conseguenza di un nuovo risultato elettorale = alternanza). In Italia, la presenza di molti partiti (anche se coalizzati in
due poli) rende le cose un po' più complicate e instabili.
203
voluzione, alla cui testa si sarebbe posta la classe operaia, che avrebbe abbattuto lo Stato borghese. I socialisti
hanno operato sulla scena politica attraverso organizzazioni sindacali e partiti di massa (collegati internazionalmente); nei Paesi occidentali il più delle volte hanno rinunciato all'ipotesi rivoluzionaria ed hanno contribuito alla costruzione del moderno Stato sociale, compatibile con
l'economia di mercato e con scarsi limiti alla proprietà
privata dei mezzi di produzione. Invece, i sistemi "comunisti" che si sono realizzati nel XX secolo (socialismo reale) in URSS ed altri Paesi hanno attribuito, più o meno totalmente, la proprietà dei mezzi di produzione allo Stato,
che si è trasformato così in una entità onnipotente e oppressiva delle libertà dei cittadini. Questo modello autoritario si realizzò di preferenza in Paesi privi di tradizione
liberal-democratica, con caratteri fortemente "orientali"
ed assolutisti (Russia, Cina, ecc.) e scarsamente o per nulla industrializzati (contraddicendo la visione di Marx che
immaginava che la rivoluzione sarebbe scoppiata laddove
la classe operaia era più forte, cioè nei Paesi altamente
sviluppati), molte volte a prezzo di grandi tragedie e
stermini; spesso i primi a perdere vita e libertà erano quei
comunisti che credevano che il socialismo fosse il completamento e lo sviluppo della democrazia e non la sua
morte.
Oggi, la sparizione dei regimi comunisti sembra aver riportato
un po' ovunque la dialettica politica al contrasto fra partiti di
centro-destra liberali-conservatori (che non vogliono che lo
Stato interferisca nella vita economica e propugnano quindi
un ridimensionamento dello Stato sociale) e di centro-sinistra
democratici-progressisti-socialisti-postcomunisti (che difendono, e per questo tentano di riformarlo, lo Stato sociale in
204
quanto garantisce a tutti certi servizi e certe provvidenze); ma
la tradizionale distinzione fra destra e sinistra ha perso molto
del suo significato, ed è arduo per tutti definire la propria identità politica.
Nel corso del '900 la concezione assolutistica del potere
fu riproposta, con molte differenze, dal totalitarismo (fascismo, nazismo, stalinismo), che teorizzò e praticò la
completa dipendenza del cittadino dallo Stato, la cui
competenza e il cui controllo si estese ad ogni aspetto
della vita privata e collettiva (partito unico e in qualche
modo divinizzato, manipolazione dell'informazione e
dell'istruzione, dirigismo o statalismo nell'economia, creazione di organizzazioni di massa, ecc.). La grande differenza fra Assolutismo e Totalitarismo sta nel fatto che
nelle società di massa come quelle del nostro secolo fu
essenziale il consenso ed il controllo della pubblica opinione: in fondo il Sovrano assoluto non si poneva nemmeno la domanda se i suoi sudditi fossero d'accordo o
no, viveva separato e lontano dalla folla e sapeva che la
paura dell'Inferno era sufficiente al controllo delle coscienze. Mussolini, Hitler e Stalin, invece, avevano continuo bisogno di bagni di folla, di una propaganda ideologica martellante (spesso tesa a solleticare, attraverso i
nuovi mass media, grandi sentimenti collettivi, come il
nazionalismo, il razzismo, il militarismo ed il culto della
forza, ecc.) e di un efficace apparato poliziesco (oltre che
naturalmente della complicità dei grandi capitalisti, per i
primi due, o della statalizzazione dell'economia, nel caso
del terzo).
Nel corso degli ultimi decenni è progressivamente cresciuto il
ruolo della Chiesa, e non solo nei Paesi cattolici, come dimostra il ruolo avuto da Giovanni Paolo II nella caduta del comu205
nismo. Abbiamo già osservato come la Chiesa, essendosi identificata con l'Assolutismo, rimase tagliata fuori dai grandi cambiamenti che avvennero nel corso del XIX secolo: tutto quanto
era "moderno" venne drasticamente condannato dal Sillabo di
Pio IX (1864). Sul finire del secolo, la Rerum novarum di Leone
XIII iniziò un difficile processo di revisione criticando sia il liberalismo (fondato sull'egoismo individuale) sia il socialismo (ateo e materialista) e proponendo una dottrina sociale in qualche modo alternativa ad ambedue; si formarono così sindacati
e partiti cattolici (anch'essi di massa), che in genere si collocarono al centro delle schieramento politico. Il sorgere del fascismo in Italia (dobbiamo ricordare che fino a pochi anni fa la
Chiesa aveva una dimensione prevalentemente italiana: Giovanni Paolo II è stato il primo Papa straniero dopo molti secoli)
interruppe questo processo, in quanto la Chiesa lo appoggiò
ovunque in funzione anticomunista. E' stato il Concilio Vaticano II a rimettere la Chiesa sulla strada delle riforme. Oggi, è
facile sentir dire che, tramontate le grandi ideologie ottocentesche, in mancanza di grandi leader mondiali dotati di carisma, in presenza di un rafforzamento del sentimento religioso
nelle grandi masse, l'unico punto di riferimento morale universale è diventato il Papa di Roma, capace di proporre valori
alternativi al consumismo imperante e ad una concezione del
mercato priva di spessore etico; tuttavia, la Chiesa è anche
oggetto di feroci critiche a proposito della gestione finanziaria
del proprio patrimonio, del comportamenti di molti prelati
(pedofilia, ecc.), ed è rimasta molto tiepida rispetto ai diritti
civili e alla sessualità (che per secoli è stata il suo principale
strumento di controllo della società).
206
2.1.6.2 Gli Stati nazionali
Il secondo grande processo che caratterizzò i secoli XIX e XX
può essere così definito: il modello dello Stato nazionale 192 si
è esteso ad altre aree europee in cui era assente (Italia, Ger-
192
Nazione potrebbe definirsi un'insieme di popolazione che riconosce, per ragioni culturali, storiche, linguistiche o religiose di appartenere ad un'unica comunità. In genere, perciò, una nazione è
caratterizzata da una sola lingua (la lingua nazionale appunto), da
una religione prevalente, ecc. Tuttavia si sono Paesi in cui è forte il
sentimento di appartenenza nazionale, ma si parlano più lingue
(come la Svizzera), o si praticano più religioni (Germania, Giappone ecc.); così come vi sono nazioni, culturalmente ben definite,
che sono divise in più Stati (Germania ed Austria) senza che questo crei particolari problemi (oggi almeno: Hitler si diede come
programma lo slogan Ein Folk, Ein Reich, Ein Fürher - Un popolo,
uno Stato, un Capo = pangermanesimo); altri, come gli USA, hanno sempre di più assunto una configurazione multietnica.
Il caso italiano è abbastanza particolare: se un'identità culturale
italiana è ben definita da secoli (almeno in campo letterario, artistico, ecc.), il ritardo e le modalità (il Risorgimento fu un fatto di
ristrette élites) con cui si è formato lo Stato nazionale hanno reso
agli italiani difficile sentirsi tali (d'altra parte, qualcuno subito dopo l'Unità diceva: Fatta l'Italia, dobbiamo fare gli italiani). Si usa
dire oggi che fra gli scarsi elementi che cementano il nostro sentimento nazionale ci sono soprattutto fatti di costume come il cibo e la Nazionale; tuttavia, per quanto debole esso sia, è stato
sufficiente per rendere poco convincente la proposta di secessione della "Padania". Questa nostra condizione è insieme un grande
vantaggio e un altrettanto grande svantaggio: da un lato ci rende
molto europeisti ed aperti al resto del mondo, dall'altro ci differenzia profondamente dai nostri partners europei che possono
contare su un fortissimo sentimento della loro identità nazionale.
207
mania, ecc.) spesso determinando la dissoluzione di grandi
Imperi multinazionali (quelli austro-ungarico e turco con la I
Guerra mondiale, quello russo è entrato in crisi solo con il crollo dell'URSS).
Come già abbiamo spiegato, lo Stato nazionale è il risultato di
un'evoluzione iniziata nel Medioevo, ma furono solo la Rivoluzione americana, quella francese e le campagne napoleoniche
a imporlo come modello statale via via in tutta Europa193. Nella prima metà del XIX secolo, si formarono Stati nazionale nella penisola balcanica (a spese dell'Impero turco: Grecia, ecc.);
nella seconda metà giunsero a compimento i processi di unificazione tedesco ed italiano194, che ambedue contribuirono a
ridimensionare il ruolo dell'Impero asburgico.
Se la formazione del Regno italiano non mutò più di tanto gli
equilibri europei, quella delle Stato tedesco aprì una lunga
stagione di conflitti, essendo sorta nel cuore dell'Europa una
grande potenza economica e militare che minacciava il tradi-
193
La formazione degli Stati nazionale comportò spesso l'oppressione di minoranze: tipico è (in Europa) il caso dei Baschi, divisi fra
Francia e Spagna.
194
Nonostante i tempi e le modalità molto simili con cui avvennero i due processi (elementi che hanno poi continuato ad operare
nella storia dei due Paesi contribuendo spesso a intrecciarne le
vicende), vi fu una differenza fondamentale: l'Italia, contro il parere (rivelatosi poi esatto) di alcuni intellettuali risorgimentali, scelse
come modello lo Stato unitario ed accentrato di tipo francese, la
Germania ne adottò invece uno federale. Alla lunga, la scelta italiana si è rivelata non più adeguata: infatti, nel nostro Paese si è
molto parlato di riforme in senso federalista, che tuttavia per il
momento hanno prodotto solo un aumento della burocrazia e
della corruzione.
208
zionale primato inglese e francese. E' questa in fondo la ragione dei conflitti nazionalistici ed imperialistici che caratterizzarono la storia europea nella seconda metà del XIX secolo e nella prima metà del XX (due Guerre mondiali). Oggi, pare invece
ormai pacifico che la superpotenza economica europea sia la
Germania, ma in un quadro di collaborazione con gli altri Paesi
europei195.
Dopo la I Guerra mondiale, la sparizione degli Imperi multinazionali asburgico e ottomano, e la crisi di quello russo (in preda alla guerra civile conseguente alla rivoluzione bolscevica)
consentì l'affermazione piena del principio dello Stato nazionale (ne furono creati dei nuovi, alcuni in verità alquanto artificiali, come quello ceco-slovacco che non ha infatti resistito
alla caduta del comunismo), seppure con alcune eccezioni di
cui la più cospicua fu l'attribuzione all'Italia del Sud-Tirolo di
lingua tedesca196.
Gli esiti della II guerra mondiale e la guerra fredda hanno in
sostanza congelato questa situazione. Intanto però alcuni leaders europei avevano fortunatamente capito, dopo due guer-
195
Quando la Germania si riunificò nel 1989, dovette accettare,
come segno di irrevocabile volontà di pace, di rinunciare al Marco
a favore dell'Euro.
196
Alla fine della II Guerra mondiale, Italia ed Austria, Paesi sconfitti anche se con qualche merito o attenuante (la prima aveva
contribuito alla vittoria alleata con la Resistenza, la seconda era
stata invasa da Hitler nel 1938) furono spinte ad un accordo che,
lasciando all'Italia il Sud Tirolo, le imponeva però l'autonomia
pressoché totale per le popolazioni di lingua tedesca, poste sotto
la tutela internazionale dell'Austria. La buona convivenza che ne è
risultata (a parte alcuni episodi) è stata un incitamento alla costruzione dell'Europa.
209
re così distruttive, che non c'era alternativa alla convivenza fra
popoli "diversi": da qui la spinta alla formazione dell'Unione
Europea.
Ciò non ha impedito tuttavia che in alcune aree con la caduta
del muro di Berlino si riaccendessero (prima con la dissoluzione dello Stato multietnico della Jugoslavia, poi con le guerra
nel Kosovo, in Cecenia ecc.) conflitti nazionalistici che tentano
per mezzo di atroci "pulizie etniche" di realizzare minuscole ed
instabili entità statali caratterizzate dalla pretesa omogeneità
culturale della popolazione. In realtà, è facile dimostrare che
lo società che hanno avuto più successo sono sempre state
quelle multietniche, in cui cioè si possono confrontare pacificamente diversi modi di fare le cose: l'Impero romano, quello
arabo, ed oggi gli Stati Uniti.
In molte parti del mondo vi sono minoranze che lottano per
staccarsi dagli Stati in cui sono inglobate e formarne uno indipendente (ben noti gli esempi dei Kurdi, divisi fra Russia, Irak,
Siria, Iran e Turchia; dei Baschi, di cui si è già detto; o degli Irlandesi del Nord che vorrebbero unirsi alla Repubblica d'Irlanda). Pur con tutto il rispetto per le aspirazioni indipendentiste
di tanti popoli martoriati, è invece evidente che ormai la sempre più forte integrazione economica (mondializzazione, globalizzazione) rende ancora più tragicamente inutili tali tipi di
conflitto: sono necessarie invece forme di superamento degli
Stati nazionali, anche se per il momento non è facile prevedere come e con che costi questo avverrà; certo è che le Organizzazioni internazionali come l'ONU non sono per il momento
in grado di svolgere la funzione di Governo mondiale che ci si
attenderebbe da loro.
2.1.6.3 L'industrializzazione
Il terzo grande processo dell'Età contemporanea può essere
succintamente definito così: l'industrializzazione dall'Inghilter210
ra si è allargata a vaste aree europee e ad alcune extraeuropee (USA e Giappone) determinando certamente un miglioramento delle condizioni materiali di vita, ma anche conflitti provocati dalla concorrenza (imperialismo), il colonialismo e quindi il sempre più forte squilibrio fra paesi ricchi
(Nord del mondo) e poveri (Sud del mondo). Inoltre, l'intensità
dello sviluppo pone sempre più difficili problemi di compatibilità ecologica.
La Rivoluzione industriale avvenuta in Inghilterra nella seconda metà del XVIII secolo fu resa possibile dalla disponibilità di
capitali, accumulati nella fase mercantilista
di macchine, frutto delle scoperte scientifiche
di forza-lavoro (i contadini rovinati dalla nuova agricoltura capitalistica)
di materie prime, spesso importate dalle colonie
di una classe imprenditoriale audace e portatrice di nuove idee (la borghesia).
Il nuovo modo di produrre attraverso le macchine e un massiccio ricorso alla divisione del lavoro ebbe effetti sconvolgenti
sulla struttura sociale (nacque la classe operaia e si accrebbe il
potere della borghesia a scapito delle vecchie classi dirigenti
aristocratiche), sull'ambiente (le città si ingigantirono e le
campagne via via si spopolarono), sulla mobilità, sugli equilibri
politici interni ed internazionali, sugli stili di vita, ecc. Sulla scia
delle Rivoluzione francese e delle conquiste napoleoniche l'industrializzazione197 si allargò a molte aeree europee, proce-
197
Ci sono vari modi di classificare le diverse fasi della Rivoluzione
industriale: si parla ad esempio di una prima Rivoluzione per indicare le fasi iniziali, caratterizzate dal vapore come forza motrice e
dal tessile come ramo trainante della produzione, e di una se-
211
dendo grosso modo da ovest verso est, secondo tempi e modi
propri di ogni realtà.
Alcuni casi di industrializzazione meritano di essere ricordati.
Il primo è quello tedesco. Fino alla metà dell'800 la Germania era un'area fortemente arretrata, ma poi (in coincidenza con il processo di formazione dello Stato nazionale) essa iniziò una rapida industrializzazione che ebbe tanto più successo quanto più si applicò a settori nuovi (siderurgia, chimica) in cui minore era la concorrenza; un forte
ruolo giocò in tutto ciò l'alto livello della scienza tedesca
e l'ottimo sistema di istruzione. In pochi anni la Germania
diventò una grande potenza economica in diretta competizione con l'Inghilterra; affrontò poi due guerre mondiali
per affermare il proprio primato, e oggi è la potenza eco-
conda per indicare la fase dello sviluppo delle siderurgia, della
meccanica, della chimica e dell'elettricità, fino alla produzione in
serie (resa possibile dal taylorismo, cioè dalla parcellizzazione ed
ottimizzazione del processo) che riduceva i costi e rendeva i
prodotti accessibili a masse sempre più grandi di consumatori.
Oggi si usa insistentemente il termine Rivoluzione informatica
(la terza), per indicare i grandi cambiamenti portati nella produzione dall'elettronica.
Di grande interesse è una classificazione che utilizza la distinzione
fra settore primario (agricoltura, miniere), secondario (industria),
terziario (servizi). Si parla così di economie (e quindi di Paesi o di
fasi) preindustriali (in cui la maggioranza delle popolazione è occupata in agricoltura), industriali (la maggioranza delle popolazione è occupata nell'industria) e postindustriali (la maggioranza delle popolazione è occupata nei servizi - questa è oggi la situazione
dei Paesi più sviluppati, ovviamente Italia compresa: più o meno,
la ripartizione della forza lavoro fra i settori è 10%, 30%, 60%).
212
nomica leader dell'Europa.
Il secondo caso è quello del Giappone, l'unico dei Paese
extraeuropei ad aver evitato la colonizzazione: dopo secoli di isolamento, a partire dalla metà del XIX secolo il
Giappone, assorbendo la cultura tecnica europea, si industrializzò utilizzando prevalentemente capitali dello Stato;
una volta raggiunto l'obiettivo, le fabbriche furono privatizzate e la grandi famiglie che costituivano la classe dirigente del Paese si trasformarono da feudali a imprenditoriali. Già agli inizi del '900 il Giappone si muoveva sulla
scena mondiale come una grande Potenza economica e
militare, ruolo che ha poi rafforzato nel periodo fra le due
guerra costituendo un grande Impero asiatico, e confermato (ma non dal punto di vista militare) dopo la disastrosa sconfitta del 1945.
Il terzo è quello dell'Italia, la cui industrializzazione fu ritardata (fine del XIX secolo) e fortemente squilibrata
(Nord e Sud). In realtà, il nostro Paese è diventato realmente una potenza industriale (dopo essere stata la
quarta o la quinta del mondo, oggi è in una forte crisi sia
di carattere economico che politico) solo nel secondo dopoguerra, con il "boom" degli anni 50-60198, forse il caso
198
Non è affatto un caso che le tre Potenze uscite sconfitte dalla II
Guerra mondiale (Germania, Italia e Giappone) abbiamo avuto
nel dopoguerra un incredibile sviluppo economico: poste nell'orbita americana, beneficiarono di imponenti aiuti alla ricostruzione
e, soprattutto, poterono esimersi, al solo costo della limitazione
della loro autonomia politica, dalle colossali spese militari che la
Guerra fredda rendeva necessarie.
213
più clamoroso (per tempi e modi) di industrializzazione.
Essa ebbe i suoi punti di forza nella grande disponibilità di
mano d'opera offerta dal Mezzogiorno e nella capacità
imprenditoriale di tante piccole e medie aziende che ancor oggi (diversamente che altrove, dove domina la grande impresa) costituiscono la nostra forza (è più facile per
loro adattarsi ai continui mutamenti del mercato) ma anche la nostra debolezza (non sono spesso in grado di
competere con le grandi concentrazioni).
Da citare è anche il caso dell'URSS: prima della Rivoluzione del '17, l'Impero russo era fortemente arretrato, anche se possedeva importanti centri industriali; fu solo negli anni '30 che Stalin avviò un programma di industrializzazione forzata che, con costi umani altissimi, trasformò il
Paese in una grande potenza economica. Nonostante i
grandi successi (ancora negli anni '60 si discuteva se l'economia comunista fosse più efficace di quella capitalistica), via via il sistema perse forza, da un lato per le carenze nella produzione agricola, dall'altro per l'incapacità
di produrre i beni di consumo che la popolazione cominciava a richiedere (influenzata dal modello di vita occidentale); l'entità delle spese militari necessarie per la
competizione con gli USA e il ritardo con cui fu avviata in
URSS la rivoluzione informatica, più naturalmente fattori
politici, ne determinarono alla fine degli anni '80 il tracollo.
Fenomeno molto recente è stata la rapida industrializzazione di alcune aree asiatiche (Corea del Sud, Taiwan,
ecc.). In effetti nessun modello di sviluppo applicato a
214
Paesi del Terzo mondo199 si è dimostrato efficace, né
quelli ispirati al socialismo né quelli di tipo capitalistico:
troppo forte è la concorrenza delle grandi potenze industriali, troppo deboli le classi dirigenti locali, troppo precarie le risorse di capitali (per lo più derivate dalla vendita
di materie prime), troppo alto il gap nei settori chiave
della formazione e delle ricerca tecnologica. Ma alcuni
Paesi asiatici negli anni '80 riuscirono, sfruttando il basso
costo delle mano d'opera e inserendosi con decisione in
settori del tutto nuovi (l'elettronica e l'informatica), a
raggiungere importanti risultati, che solo negli ultimi anni
'90 hanno cominciato ad appannarsi. Gli esperti stimano
che nel prossimo secolo assisteremo al frenetico sviluppo
dell'economia cinese e di quella indiana, mentre per quasi tutti gli altri Paesi… ci sarà poco da fare.
Lo sviluppo dell'industrializzazione pone oggi gravissimi problemi causati dallo squilibrio e dalla compatibilità ecologica.
A proposito del primo punto, ci si domanda per quanto
tempo potrà durare una situazione che vede una piccolissima parte della popolazione mondiale mangiare quasi
tutta la torta, e tutto il resto dell'umanità dividersi poche
199
Era uso fino a pochi anni fa indicare con primo mondo i Paesi
sviluppati di tipo capitalistico, con secondo mondo quelli socialisti,
con terzo mondo tutti gli altri; poi entrò nel vocabolario anche il
termine quarto mondo, per distinguere i Paesi che non avevano
nessuna possibilità di sviluppo da quelli che ne possedevano alcune (in quanto ricchi di materie prime). E' stato in voga anche l'ottimistico eufemismo "Paesi in via di sviluppo"; oggi, si preferisce
un'indicazione che è economica ma anche grosso modo geografica: Nord e Sud (del mondo).
215
briciole. I fenomeni di migrazione200, l'instabilità politica e
le guerre in molte aree del mondo sono solo le avvisaglie
di un processo che, in un futuro non lontano, potrebbe
assumere caratteri catastrofici. Lo squilibrio è accentuato
da fattori demografici: i popoli ricchi si riproducono più
lentamente (è l'Italia a detenere il record della più bassa
natalità), quello più poveri (proprio perché tali) hanno un
alto tasso di crescita, che è molto difficile ridurre e che
annulla ogni aumento del PIL (prodotto interno lordo).
D'altra parte, non si può immaginare o sperare che tutti i
popoli della Terra si sviluppino secondo il nostro modello
e raggiungano il nostro livello di consumi, perché ciò sarebbe catastrofico dal punto di vista ambientale. Certo, si
può sempre ipotizzare che nuove tecnologie risolveranno
tutto (ad esempio, l'energia sicura e illimitatamente di201
sponibile ricavata dalla fusione nucleare ), ma non è affatto detto che esse saranno disponibili in tempi accettabili e compatibili.
200
In Italia sono particolarmente sentiti perché molto recenti: da
popolo di emigranti ci siamo rapidamente trasformati in un Paese
che ospita centinaia di migliaia di immigrati, quantità più piccola
di quella della Francia o della Germania ma sufficiente a creare
grande allarme sociale e generare paure. Eppure, l'economia italiana ha bisogno, almeno in certe aree, di mano d'opera e quella
locale non è più disponibile a fare lavori gravosi e poco pagati…
201
Il sogno di una fonte di energia a basso costo derivata dalla
fissione nucleare si è infranto in anni recenti (Chernobyl, 1986) a
causa di irrisolvibili problemi di sicurezza e di smaltimento delle
scorie.
216
2.1.6.4 Colonialismo, decolonizzazione, neocolonialismo
Nonostante sia stato un fenomeno di breve durata (dalla seconda metà del XIX secolo alla fine degli anni '60, quando più
meno tutte le colonie diventarono indipendenti, con l'eccezione di quelle portoghesi, per le quali bisogna attendere la "rivoluzione dei garofani" del 1975 - particolare il caso dei regimi
razzisti dell'apartheid in Africa australe, formalmente indipendenti, ma in cui la maggioranza indigena era priva di qualunque diritto), il colonialismo ha modificato radicalmente la storia del pianeta.
Conseguenza dei conflitti imperialistici fra le Potenze europee
(che cercavano spazi per acquisire materie prime e nuovi mercati, ma volevano anche dare prova di forza e aumentare il
loro prestigio), ebbe l'effetto di sconvolgere le economie delle
aree colonizzate (povere, ma spesso equilibrate) sottomettendole agli interessi della Metropoli (ad esempio imponendo la
monocoltura); ciò ha fatto sì che, anche una volta raggiunta
l'indipendenza, gran parte di questi Paesi siano rimasti legati
alla ex-Potenza coloniale, ai suoi interessi economici e strategici (neocolonialismo).
Un altro effetto gravemente negativo fu la distruzione delle
culture indigene (ritenute "selvagge" se non addirittura demoniache) e l'imposizione di quella europea; non in tutti i casi
questo processo arrivò alle ultime conseguenze, cioè quello
della depersonalizzazione completa delle popolazioni: gli attuali conflitti fra occidentali e mondo arabo (e il sorgere
dell'integralismo islamico) sono proprio legati al recupero di
un'identità culturale che il colonialismo non è stato in grado di
202
distruggere .
202
Questo tipo di problema non è limitato al terzo mondo: oggi si
parla frequentemente di colonialismo culturale per intendere
217
Fra i pochi effetti positivi del sistema coloniale possono essere
citati la diffusione dell'istruzione (anche se ovviamente di
quella "bianca" e limitatamente a pochi "integrati") e l'introduzione della medicina europea203.
L'effetto del colonialismo che peserà di più sul futuro è che ha
fatto sì che tutte le regioni del nostro pianeta siano state integrate in un mercato che via via ha assunto caratteri globali.
Gli Imperi coloniali dell'Età contemporanea si sono formati
parallelamente all'industrializzazione. Inglesi, francesi, olandesi ampliarono i loro antichi possedimenti; Italia e Germania
arrivarono buone ultime (quest'ultima, poi perdette le proprie
colonie dopo la sconfitta nelle I Guerra mondiale; l'Italia204
l'adozione su scala planetaria di modelli e modi di vita importati
dagli USA. Anche gli europei sono molto preoccupati al pensiero di
veder le loro ricche e diverse identità uccise da una monocultura
statunitense imposta dai mass media, e stanno adottando misure
di salvaguardia (ad esempio, tentando di incrementare la produzione cinematografica e televisiva europea). L'Unione Europea
dovrà servire anche a questo, a non far deperire l'enorme ricchezza rappresentata dal patrimonio culturale delle diverse nazioni
che la compongono.
203
Paradossalmente, quest'ultimo fatto ha contribuito a squilibrare demograficamente molti Paesi, che soffrono non tanto per le
troppe nascite quanto piuttosto per le conseguenze dell'innalzamento della durata della vita.
204
E' falsa l'immagine (frutto della propaganda che motivava le
campagne di conquista con la "liberazione" di popoli oppressi: i
libici dal dominio turco, gli etiopici dal regime feudale nel Negus)
che il colonialismo italiano sia stato meno crudele e rapace di
quello degli altri, "buono" e civilizzatore insomma: in Libia e in
Etiopia le nostre truppe commisero atrocità che ancor oggi ci
218
vincitrice le mantenne, ed anzi le ampliò con la precaria conquista dell'Etiopia, fino al II conflitto).
La loro distruzione è da mettere nel novero delle conseguenze
della II Guerra mondiale. Le due superpotenze che dominavano il mondo erano state ambedue in gran parte estranee allo
sviluppo del colonialismo: gli USA, nati da una rivoluzione anticoloniale, propugnavano l'indipendenza dei popoli (ciò non
impedì tuttavia alcune imprese di tipo coloniale in Asia ed
America), disponevano di immensi territori interni da sfruttare205 e ciò li mantenne estranei alla corsa ai territori africani ed
asiatici (addirittura, promossero la nascita della Liberia, in cui
emigrarono ex schiavi americani, che peraltro si comportarono
al pari dei colonizzatori bianchi); l'URSS, in quanto erede
dell'Impero russo, disponeva di enormi territori asiatici (altro
esempio di "colonialismo interno") ed ideologicamente era
sostenitrice dell'indipendenza dei popoli.
Gli interessi politici connessi alla guerra fredda fecero il resto:
gli USA non vedevano di cattivo occhio una riduzione dell'influenza internazionale di Paesi come l'Inghilterra e la Francia,
alleati sì ma a cui sostituirsi nel controllo del mondo; l'URSS
per parte sua appoggiava i movimenti di liberazione, anche se
spesso solo per accrescere il suo ruolo mondiale.
dovrebbero mettere in imbarazzo. Dal punto di vista economico la
gestione di quelle aree fu fallimentare; da quello politico forse
ancor peggio: non è certo un caso che tre dei Paesi africani oggi
più instabili (Somalia, Eritrea e Libia) siano stati colonie italiane (a
paragone, i colonialisti britannici furono molto più attenti alla
formazione di una classe dirigente locale).
205
Per certi aspetti, la conquista del West e lo sterminio delle popolazioni indigene assomiglia molto al colonialismo: si parla a
questo proposito di "colonialismo interno".
219
La Gran Bretagna, a partire dall'indipendenza dell'India nel
1947, capì che il mondo era cambiato e accettò che il suo Impero coloniale venisse in pochi anni smantellato; molto intelligentemente, fece in modo che questo avvenisse il più possibile pacificamente206 in modo che i suoi interessi fossero meglio
salvaguardati.
La Francia (non dimentichiamo che all'inizio della guerra essa
era stata umiliata dai tedeschi e che il suo contributo alla vittoria alleata era stato limitato) pagò a caro prezzo il tentativo
caparbio di non perdere il suo ruolo imperiale (sconfitta in Indocina nel 1954 - guerra d'Algeria dal 1954 al 1962).
2.1.6.5 Il mondo contemporaneo
Il tornante del cambio di secolo207 e di millennio induce a riflessioni che non hanno certo la pretesa di avere un valore
conclusivo.
1.
Finita la guerra fredda con la sparizione di uno dei contendenti, il mondo è diventato unipolare, nel senso che è
206
Tentò però di evitare, insieme alla Francia, la perdita del canale
di Suez con un fallimentare intervento militare (subito bloccato da
USA ed URSS.) contro il leader egiziano Nasser che lo aveva nazionalizzato. Oggi ritarda l'adesione all'euro e difende l'esistenza di
un' “area della sterlina" nelle ex-colonie.
207
Vale la pena notare che il XX è stato chiamato "secolo breve"
per intendere che nei fatti è cominciato nel 1914 (scoppio della
prima guerra mondiale e quindi fine del mondo ottocentesco) ed
è finito nel 1989 (crollo del muro di Berlino). Se si adotta questo
punto di vista, si converrà che allora lo si potrebbe anche chiamare "secolo americano" (affermazione degli USA) o "secolo sovietico" (nascita e distruzione dell'URSS).
220
rimasta una sola superpotenza nucleare208. Se gli USA
continueranno a esercitare un controllo pressocchè totale sul pianeta (come un gendarme), o se questa funzione
verrà assunta da Organismi internazionali più democratici, è questione molto dibattuta, tenendo sempre conto
del fatto che nuove Potenze stanno crescendo (la Cina) e
ciò non mancherà di provocare conseguenze anche sconvolgenti. In ogni caso, il pericolo più grande viene dal fatto che molti Paesi (India, Pakistan, Corea del Nord, Israele) dispongono (o potrebbero disporre: Iran) di armamenti nucleari sufficienti per un conflitto locale ma che non
mancherebbero certo di scatenare reazioni a livello planetario; come si possa tenerli sotto controllo è questione
molto complicata: il mondo unipolare è quindi, contrariamente alle speranze di pace universale suscitate dal
"crollo del muro", molto più difficile da equilibrare209.
208
Ma oggi la Federazione russa di Putin pare intenzionata a recuperare il ruolo mondiale dell'URSS, si spera in un quadro di rapporti con l'Occidente meno conflittuale
209
La lunga fase della guerra fredda si è retta su un semplice concetto: la guerra era evitabile (e infatti è stata evitata) solo se nessuna delle due superpotenze avesse la certezza di poter uscire
vincitrice da un conflitto: questa condizione è stata raggiunta (equilibrio del terrore) grazie allo sviluppo delle armi nucleari e della
missilistica (se una Potenza attaccava per prima, l'altra aveva pur
sempre il tempo di lanciare la sua riposta: il risultato sarebbe stato che la "perdente" sarebbe stata distrutta per prima ma la "vincente" poco dopo). Oggi questa condizione non sussiste più e le
guerre sono diventate possibili, sia quelle locali (che del resto non
sono mai mancate: dietro ad ognuna delle parti era facile riconoscere la zampino della superpotenza che la sosteneva; la diffe-
221
2.
Un grande fatto nuovo, per le ragioni che abbiamo già
accennate, è la formazione dell'Unione Europea, che oggi
è spesso definita "un gigante economico, un nano politico, un verme militare". Il giorno il cui l'Europa volesse e
riuscisse ad assumere un peso politico e militare adeguato alla sua potenza economica potrebbe contribuire a ridisegnare gli equilibri mondiali, si spera favorendo l'affermazione di principi di pace e libertà che può facilmente ricavare dall'intuizione che sta alla base delle sua giovane storia: non c'è alternativa, se non la reciproca distruzione, alla pacifica convivenza di popoli diversi. Di fatto però, oggi, mentre risorgono un po' ovunque spinte
nazionalistiche e razziste, e molti Governi cedono all'egoismo nazionale, l'Europa vacilla, ad esempio rifiutando di
gestire un grande problema mondiale come quello dei
flussi migratori che attraversano il Mediterraneo o dimostrando poca lungimiranza nel risolvere economiche crisi
renza sta nel fatto che una volta, prima o poi, le superpotenze
arrivavano ad un accordo: oggi invece questi conflitti possono durare all'infinito e venire "dimenticate" se non interessano a nessuno), sia quelle che possono coinvolgere vaste aree, sia quelle
(un po' "strane" in verità) in cui una vastissima coalizione internazionale combatte contro un piccolo Paese (che non ha nessunissima possibilità di resistere) in nome di principi di diritto internazionale (Guerra del Golfo), umanitari (Kosovo) o di lotta la terrorismo (Afganistan e Iraq). Questo tipo di conflitto, a causa della disproporzione (soprattutto tecnologica) delle forze in campo e al
fine di evitare perdite umane che sarebbe insopportabili per l'opinione pubblica interna, è caratterizzato dal fatto che arriva a conclusione con il solo uso della forza aerea; ma poi, al momento di
gestire il dopoguerra, cominciano i veri guai…
222
locali (Grecia); di fatto, la potenza leader, la Germania,
non pare capace di giocare politicamente un ruolo europeo, e si limita, efficacemente, alla difesa dei suoi interessi.
3.
La globalizzazione pare essere un fenomeno irreversibile
(e lo sviluppo delle comunicazioni sta a dimostrarlo); ma
è anche comune sentir dire che le regole del mercato non
possono essere le uniche e che il continuo aumento del
PIL non può essere l'unico obiettivo delle società. Oggi
tutti gli Stati soffrono di un deficit di competenza: mentre
210
l'economia è mondializzata , le imprese (anche quelle
criminali o terroristiche) hanno una dimensione planetaria e i capitali si spostano da una parte all'altra del Globo
con la semplice digitazione di un ordine sul computer, essi ragionano ed operano ancora sulla base di leggi che
hanno validità solo entro confini che non appaiono più
dotati di senso, e non sono quindi in grado di governare
un bel niente (in molti romanzi di fantascienza infatti il
potere politico - o per meglio dire la democrazia, cioè la
possibilità per tutti di poter partecipare alla formazione
delle scelte - è sostituito completamente da quello economico di grandi imprese private).
4.
Ha sicuramente a che vedere con la globalizzazione l'ossessione identitaria a base religiosa che caratterizza molto società ed ha rilevanti conseguenze politiche: una vasta gamma di atteggiamenti (dagli integralisti protestanti,
210
Il bisogno di dare alle imprese europee una dimensione compatibile con quella dei grandi colossi mondiali e un mercato interno sufficientemente vasto è un'altra delle ragioni che giustificano
la creazione dell'Unione Europea.
223
che interpretano la Bibbia alla lettera, combattono i diritti civili, l'evoluzionismo, ecc.; a quelli cattolici che, ritenendosi gli unici detentori della verità, difendono la famiglia "naturale" e non riconoscono diritti a chi pratica una
sessualità diversa dalla loro; a quelli islamici, che intendono purificare il mondo dagli infedeli211 e impongono
dove possono la sharia come unica legge, con il suo seguito di decapitazioni, discriminazione delle donne, ecc.;
ai partiti politici di destra estrema e xenofoba che sognano il risorgere212 di entità nazionali o regionali monoetniche) sembra motivata da un unico sentimento, la paura e lo smarrimento di fronte alla trasformazione del
mondo in cui vivono. Poichè questi gruppi sono spesso
molto efficaci nel loro proselitismo, non c'è da sperar bene, se non nuovi atroci conflitti.
5.
E' evidente da quanto abbiamo già detto che tutti i sistemi politici sono entrati in una fase di crisi, non solo quelli
di tipo "socialista" di cui rimangono solo i brandelli, non
solo quelli autoritari (che almeno in occidente non sono
più nemmeno lontanamente immaginabili), ma anche
quelli liberal-democratici: nei Paesi retti in questo modo,
sempre più scarso è il numero dei cittadini che scelgono
211
E' questa il tipo di terrorismo oggi più presente (Al Qaeda, ISIS,
ecc.). Ma la parola ha una lunga storia ed indica un tipo di conflitto in cui una parte, non potendo competere in campo aperto, utilizza tecniche di combattimento (attentati, ecc.) che producono
effetti vistosi pur con un relativo impiego di mezzi; purtroppo il
più delle volte coinvolgono massicciamente la popolazione civile.
212
Ammesso che siano mai esistite, ma questa è la loro lettura
mitica della storia.
224
di votare (l'Italia solo recentemente si sta allineando) e
ancora più esiguo quello di coloro che si impegnano nel
sindacato213o in politica (e così essa diventa terreno di azione per disonesti ed ambiziosi). Ciò può essere molto
pericoloso, perché è ovvio che qualcuno che eserciti i poteri politici ci deve pur essere, e tanto peggiore sarà la
qualità del suo governo quanto più minore sarà il controllo dei cittadini. All'opposto, cresce la capacità di impegno
dei singoli in attività di tipo sociale (volontariato, associazionismo) e qualcuno vede in ciò (il cosiddetto terzo settore, quello del no-profit) una prospettiva di cambiamento molto importante.
6.
Difficile valutare quale sarà l'impatto sul futuro di cam214
biamenti culturali molto recenti, di cui il principale è
quello attiene al ruolo delle donne. La "rivoluzione"
215
femminile è cominciata da nemmeno un secolo ed ha
già modificato grandemente il costume e l'economia. Si
213
Ricordiamo che l'azione sindacale volta a conseguire più alti
salari è stata un spinta formidabile all'evoluzione tecnologica: non
è affatto un caso che la rivoluzione informatica (robotica, ecc.) sia
venuta dopo una lunga stagione di salari in crescita.
214
Non dimentichiamo quello legato all' "invenzione" (soprattutto
dal 1968 in poi) della categoria dei giovani, portatrice di valori
propri oltrechè naturalmente fascia di consumatori di grande rilevanza economica.
215
Prima con i movimenti a favore del diritto di voto per le donne,
poi con l'accresciuto ruolo economico femminile (come produttrici e come consumatrici) determinato dalle guerre e dagli sviluppi
dell'industrializzazione, infine con le modificazioni della famiglia,
dei comportamenti sessuali (resi possibili dalla contraccezione),
ecc.
225
può ottimisticamente ipotizzare che le donne potranno
introdurre in un mondo da millenni dominato dai maschi
i valori che sono loro più congeniali216 (solidarietà, dedizione all'altro, rapporto più equilibrato con la natura,
ecc.) , ma si può anche sostenere che invece faranno
propri quelli maschili (competizione, aggressività) e li utilizzeranno con maggiore spregiudicatezza.
7.
Forte è il dibattito sul ruolo della scienza, da cui ci aspettiamo che risolva i nostri problemi (malattie, ecc.) e ci
fornisca nuovi oggetti tecnologici, ma che temiamo possa
peccare di "spregiudicatezza" (biotecnologie, ecc.) e provocare disastri. In realtà, la scienza deve essere spregiudicata, nel senso che deve poter ricercare liberamente; il
problema semmai è quello dell'uso che si fa delle sue
scoperte: oggi solo gli Stati e le grandi imprese possono
finanziare una ricerca scientifica diventata costosissima,
ed ovviamente se ne aspettano un ritorno (i primi per lo
più di carattere militare, le seconde in termini economici). Da qui il tema della responsabilità degli scienziati, che
ha avuto un suo episodio cruciale al tempo della costru217
zione delle armi atomiche e che oggi investe soprattut-
216
E' molto difficile stabilire quali comportamenti femminili siano
di carattere biologico e quali invece siano state determinati da
una cultura fondata sulla loro sottomissione.
217
Da un lato gli scienziati coinvolti nel progetto Manhattan avevano ben chiaro che la bomba che stavano costruendo sarebbe
stata causa di morte per molti uomini, dall'altro stimavano che la
sconfitta del nazismo rendesse quelle perdite accettabili. Analogamente, pochi anni dopo, alcuni scienziati stimarono necessario
"aiutare" l'URSS a dotarsi anch'essa di armi atomiche, nella con-
226
to il settore della manipolazione genetica. Comunque sia,
l'enorme accumulo di conoscenza scientifica realizzato in
questi due secoli ha profondamente modificato la nostra
concezione del mondo: basta pensare alla fisica quantistica e alla relatività einsteiniana218, alla psicoanalisi219,
all'adozione del metodo scientifico in medicina220, agli
vinzione (rivelatasi esatta) che in un mondo bipolare il rischio di
guerra sarebbe stato minore.
218
Le novità più importanti della fisica del '900 sono l'abbandono
del determinismo (quindi, il mondo fisico, almeno a scala subatomica, è analizzabile solo in termini di probabilità.) e la fine dell'assolutezza dello spazio e del tempo.
219
Freud ha rivelato che dentro di noi opera un inconscio di cui
non siamo consapevoli: ha rotto insomma l'unità dell'Io.
220
La medicina fino alla metà del secolo scorso era un accumulo di
conoscenze anatomiche e fisiologiche magari approfondite ma da
cui non era derivata una reale efficacia terapeutica; oltretutto il
medico in senso proprio aveva a disposizione un numero limitatissimo di rimedi, spesso tramandati da una tradizione mai sottoposta a verifica sperimentale, e rifuggiva dalla pratica della chi- rurgia, patrimonio di figure prive di preparazione scientifica (barbieri, cavadenti, conciaossa, levatrici, ecc.). L'applicazione anche
alla medicina del metodo sperimentale, lo sviluppo della chimica e
della biologia (cruciali la scoperta che molte malattie erano prodotte da microrganismi e l'adozione dei vaccini), la rivalutazione
della chirurgia consentirono alla medicina di conseguire risultati
sempre più clamorosi, fino a fare del medico una delle figure che
godono di maggiore prestigio sociale. Oggi, alcuni eccessi da un
lato e alcune mode dall'altro (le medicine alternative - tradizionali,
orientali -, un certo bisogno di irrazionale) hanno rimesso un po'
in discussione la figura del medico; il caso Di Bella (o il più recente
Stamina) è stato a suo modo esemplare nel contrapporre la
227
sviluppi del darwinismo221, ecc. Proprio per questo molti
si aspettano che gli anni futuri saranno caratterizzati ancora da un grande progresso, ma altri temono invece che
la scienza ci condurrà alla catastrofe.
medicina fondata sul metodo scientifico a quella empirica ma più
"umana" (nel senso che tiene più in conto le aspettative del malato) di curatori interessati o ingenui. Purtroppo, anche se non è da
escludere che dal grande calderone delle medicine popolare e
tradizionali sia possibile estrarre qualcosa di veramente efficace,
non ci possiamo aspettare vittorie sulle malattie (tumori, ecc.) se
non da un lungo lavoro di ricerca fondato sul metodo sperimentale.
221
Dopo aver confermato con le sue ricerche che l'evoluzione delle specie viventi è un fatto, Darwin la spiegò con la teoria della
selezione naturale, che rende inutile l'ipotesi di una "mente" creatrice od ordinatrice; al contempo, tolse all'Uomo quei caratteri di
separazione dal resto del mondo animale che finora gli erano stati
attribuiti: le oggi sempre più diffuse convinzioni ambientaliste ed
animaliste partono da qui.
228
2.2 - GIORGIO RUFFOLO, QUANDO L'ITALIA
ERA UNA SUPERPOTENZA: UNA
LETTURA CRITICA222
INDICE
2.2.1
2.2.1.1.
2.2.1.2
2.2.1.3
2.2.2
2.2.2.1
2.2.2.2
2.2.2.2.1
2.2.2.2.2
2.2.2.2.3
2.2.2.2.4
2.2.2.2.5
2.2.2.2.6
2.2.2.2.7
2.2.2.2.8
IL RUOLO DI GIORGIO RUFFOLO NELLA POLITICA ECONOMICA ITALIANA
Nota biografica
L'Italia del centro sinistra
Giorgio Ruffolo nella realtà politica attuale
ANALISI DEL TESTO
Prefazione
Parte prima - Il ferro di Roma
Cap. I - Alba sul Tevere
Cap. II - La Repubblica imperiale
Cap III - La crisi del III secolo
Cap. IV - L'inflazione e la crisi fiscale
Cap. V - La rivelazione cristiana
Cap. VI - Il miracolo del IV secolo
Cap. VII - La grande scissione
Qualche nota di commento
230
230
237
255
261
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273
274
277
222
Questo testo nacque come tesi... per mio fratello; non mi sento
un verme per aver barato così radicalmente: in fondo, a 71 anni
(nel 2007), dopo una lunga vita professionale e dopo aver comunque dato un po' di esami, una laurea telematica se la meritava!
L'idea del tema mi venne in ragione della conoscenza personale di
Ruffolo, che veniva una volta all'anno a Ferrara per una conferenza organizzata dal Circolo Micromega di cui ero socio: brava persona, una vita politica esemplare, simpatico e cordiale; come storico non è al livello di Cipolla ed altri, ma comunque è un ottimo
divulgatore "all'anglosassone" (in Italia è cosa rara).
229
2.2.2.3
2.2.2.3.1
2.2.2.3.2
2.2.2.3.3
2.2.2.3.4
2.2.2.3.5
2.2.2.3.6
2.2.2.3.7
2.2.2.4
2.2.3
Parte seconda - L'oro dei mercanti
Cap. I - Roma nei secoli bui
Cap. II - L'italia longobarda
Cap. III - La frontiera mediterranea
Cap IV - L'egemonia mediterranea
Cap. V - L'egemonia europea
Cap. VI - Il lungo tramonto
Qualche nota di commento
Conclusioni
BIBLIOGRAFIA
279
279
282
283
285
288
291
295
296
298
2.2.1 IL RUOLO DI GIORGIO RUFFOLO NELLA POLITICA
ECONOMICA ITALIANA
2.2.1.1 Nota biografica
In questo paragrafo riporto alcune sintetiche notizie su Giorgio
Ruffolo e (nelle note) su alcune Istituzioni di cui ha fatto parte
e su alcuni dei suoi “compagni di strada”, nel tentativo di cominciare a ricostruire il quadro storico in cui si è svolta la parte
più importante della sua vicenda politica, quella che dagli anni
’60 agli ’80 lo ha visto protagonista delle politiche di programmazione economica.
Giorgio Ruffolo è nato a Roma nel 1926. Socialista dal 1944, ha
sempre collegato un forte e convinto impegno culturale e politico - sin dalla sua militanza nei quadri della Federazione Giovanile Socialista, negli anni della Liberazione - con un'intensa
carriera professionale, che gli ha permesso un’esperienza ricca
e differenziata come esperto economico e finanziario, ad e-
230
sempio nell'ufficio studi della Banca Nazionale del Lavoro223,
nell'Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea
(OCSE)224 a Parigi, all'Eni al fianco di Enrico Mattei225 dal 1956
fino alla sua tragica fine nel 1962.
223
L'arco di tempo compreso tra l'immediato dopoguerra e la ripresa economica, che culminerà nel cosiddetto boom, rispecchiò
in maniera esemplare la capacità della Banca di farsi interprete,
anche per mezzo di un ufficio studi di altissimo livello, della voglia
di rinascita e di rinnovamento degli italiani. Il settore industriale e
quello agricolo, insieme alle operazioni finanziarie previste dal
Piano Marshall e dalla Cassa per il Mezzogiorno, rappresentarono
le principali aree di intervento. Protagonista della crescita di questi decenni è Imbriani Longo - ai vertici della Banca per più di un
ventennio, prima come Direttore Generale e poi come Presidente
- figura decisamente aperta alle novità.
224
La creazione dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, da cui l'acronimo OCSE nasce dall'esigenza di
dar vita a forme di cooperazione e coordinamento in campo economico tra le nazioni europee nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. Tra gli obiettivi vi è soprattutto quello di usufruire al meglio degli aiuti statunitensi
dell'European Recovery Program, meglio conosciuto come Piano
Marshall. Nell'aprile del 1948 si giunge così alla firma di una prima
convenzione per la cooperazione economica, entrata in vigore il
28 luglio 1948 e ratificata da 16 stati europei, mentre la Repubblica Federale Tedesca ne divenne membro solo dopo la fine del periodo di occupazione dei paesi alleati e la Spagna vi aderì nel 1959.
La sede dell'organizzazione, inizialmente denominata Organizzazione Europea per la cooperazione economica (OECE) fu fissata a
Parigi. La cooperazione economica tra gli aderenti fu essenzialmente sviluppata attraverso una liberalizzazione dei rispettivi
scambi, attuata puntando alla liberalizzazione degli scambi in-
231
dustriali e dei movimenti di capitali. Nel 1950 in particolare i paesi
membri dell'OECE diedero vita all'Unione Europea dei paga menti
(UEP) che introduceva un sistema di pagamenti multilaterali, permettendo una compensazione dei crediti in una moneta europea
di uno stato membro verso l'altro. Questo sistema si trasformò nel
1959 in un regime di piena convertibilità delle monete, con mutamento dell'UEP nell'accordo monetario europeo.
All'inizio del 1960 appariva evidente che un vero processo di integrazione europea poteva avvenire solo successivamente ad una
revisione dell'OECE nella direzione di vera e propria unione economica tra stati aderenti. La cosa risultava impossibile a seguito
della creazione nel 1957 da parte di Italia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Francia e Germania Ovest delle Comunità europee
(CECA, EURATOM), e da altri sette paesi europei nel 1959 della
Zona europea di libero scambio. A Parigi, il 14 dicembre 1960 si
giunse alla firma di una nuova convenzione da cui nacque l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (OCSE),
entrata in funzione il 30 Settembre 1961 e sostitutiva dell'OECE.
225
Nato ad Acqualagna (Pesaro) nel 1906, partecipò attivamente
alla resistenza durante l'occupazione nazista; finita la seconda
guerra mondiale divenne vicepresidente della Federazione Italiana Volontari della Libertà e fu nominato commissario straordinario dell'AGIP, di cui alla fine del 1945 assunse la carica di vicepresidente. Sfidando gli interessi dell'industria privata in campo energetico, sviluppò l'attività dell'AGIP nella pianura padana, fino alla
scoperta dei giacimenti di Caviaga e Cortemaggiore. Eletto deputato nelle liste della Democrazia Cristiana nella prima legislatura
(1948-53), divenne presidente dell'ENI che cercò di affrancare dalle grandi multinazionali statunitensi per gli approvvigionamenti,
concludendo accordi di fornitura direttamente con l'Unione Sovietica e con i paesi produttori di petrolio, in particolare l'Iran, anche
sostenendone la lotta per l’indipendenza (Algeria). Morì in cir-
232
Con Riccardo Lombardi226, Antonio Giolitti227 e Pasquale Saraceno228 è stato tra i promotori di una politica di piano intesa
costanze mai chiarite per l'esplosione del velivolo su cui stava
viaggiando.
226
Nato a Regalbuto nel 1901 e morto a Roma nel 1984, fu antifascista attivo nel movimento di Giustizia e libertà e tra i fondatori
del Partito d'azione (1942), che rappresentò nel CLNAI. Ministro
dei trasporti (1945-46), deputato alla costituente per il Partito
d’azione (di cui fu segretario sino allo scioglimento nel 1947), confluì nel Partito socialista per il quale fu deputato dal 1948. Direttore dell’Avanti! (1948-50) e membro della direzione del partito,
fu inizialmente favorevole alla politica di centro-sinistra. Successivamente, critico verso il primo gabinetto Moro e contrario alla
permanenza al governo del PSI, assunse la leadership della nuova
opposizione di sinistra interna al partito. Contrario all'unificazione
del PSI col PSDI (1966), evitò un'aperta rottura con la direzione del
partito unificato, ma sempre perseguendo una politica di “alternativa di sinistra”.
227
Nato a Roma nel 1915 e nipote di Giovanni Giolitti, fu arrestato
per attività antifascista nel 1941; scarcerato, partecipò alla Resistenza. Assertore della “via italiana al socialismo”, dopo la denuncia dei crimini di Stalin, operò per una maggiore autonomia da
Mosca, dimettendosi dal PCI a seguito della repressione sovietica
della rivolta ungherese (1956). Aderì al PSI nel 1958, nelle cui liste
fu eletto al parlamento. Sostenitore della politica delle riforme
strutturali e della pianificazione economica, fu ministro del bilancio (1963) nell'epoca del centro-sinistra e redasse un piano quinquennale che incontrò opposizioni, provocando la caduta del governo (1964). Di nuovo al bilancio (1970-74), fu poi presidente
dell'OCSE (1974), fece parte della Commissione esecutiva della
CEE (1976) e fu deputato al Parlamento europeo (1979). Cri-
233
come strumento per superare gli squilibri territoriali, ridurre le
disuguaglianze sociali, estendere la democrazia. Nel 1962 il
Ministro del Bilancio La Malfa229 lo incaricò di organizzare gli
tico verso la linea sviluppata nel PSI da Craxi, nel 1987 fu eletto al
senato come indipendente tra le file del PCI.
228
Nato nel 1903 e morto nel 1991, professore di tecnica industriale alla Cattolica di Milano e poi all’Università di Venezia, fu tra
i massimi esperti di economia pubblica.
229
Ugo La Malfa (Palermo 1903 - Roma 1979), antifascista, entrato
nel movimento di Giustizia e Libertà, fu tra i fondatori del Partito
d'azione (1942), in rappresentanza del quale fece parte del Comitato di liberazione nazionale. Ministro dei trasporti (1945), del
commercio con l'estero (1945), nel 1946 lasciò il Partito d'azione
dando vita con Parri al movimento di Concentrazione democratica
repubblicana, confluito poi nel Partito repubblicano (1947) di cui
fu deputato. Aderì con il PRI alla svolta politica di De Gasperi, rottura con la sinistra (1947) e la formula governativa centrista. Dopo
le elezioni del 1953 sostenne la necessità di modificare questa
formula per arginare il predominio della DC. In questa prospettiva,
fu tra i promotori dell'apertura ai socialisti e della politica di centro-sinistra. Ministro del bilancio (1962-63), quale segretario del
PRI ( 1965-75) si battè per una politica di controllo della spesa
pubblica, dei salari e dei prezzi in funzione antinflazionistica. Ministro del tesoro (1973-74) e vicepresidente del consiglio (1974-76),
nel 1975 lasciò la segreteria del PRI. assumendone la presidenza.
Nella crisi sfociata nelle elezioni anticipate del 1976, svolse un
ruolo di primo piano nelle trattative che portarono alla costituzione del governo di “solidarietà democratica” presieduto da Andreotti (luglio 1976). sostenendo che il paese era ingovernabile senza
il PCI. Primo laico incaricato di costituire un nuovo governo (1979)
rinunciò all'incarico.
234
Uffici tecnici della programmazione, che poi ha guidato come
collaboratore diretto di Giolitti e di Pieraccini230.
È stato Segretario Generale della programmazione economica
fino al 1975. Come esperto economico di problemi internazionali, ha collaborato con la CEE e con l'OCSE, partecipando e
presiedendo comitati di studio, come il gruppo del Progetto
Europa.
Dal 1975 al 1979 Ruffolo ha presieduto la FIME (Finanziaria
Meridionale) per lo sviluppo di nuove iniziative industriali nel
Mezzogiorno. Dal 1979 al 1983 è stato deputato al Parlamento
Europeo.
Nel 1981 ha costituito insieme ad un gruppo di economisti, tra
i quali Antonio Pedone231 e Luigi Spaventa232, il Centro Europa
230
Giovanni Pieraccini (Viareggio, 1918, laureatosi in giurisprudenza a Pisa, prese parte attiva alla Resistenza partigiana e successivamente aderì al Partito Socialista Italiano, Eletto in Parlamento nel 1948 tra le fila del Fronte Democratico Popolare, divenne membro della direzione del suo partito nel 1956. Dal 1960
al 1963 fu direttore de L'Avanti!, da cui si dimise nel 1963 per diventare ministro del Lavori Pubblici durante il primo governo Moro; in questa legislatura egli propose un nuovo piano urbanistico
che non ottenne però la fiducia dalla Camera dei Deputati.
Ministro del Bilancio dal 1964 al 1968, Pieraccini fu protagonista
del primo tentativo di programmazione in Italia. Senatore dal
1968 al 1976, divenne presidente del gruppo socialista al Senato.
Dopo essere stato ancora due volte ministro (della Marina Mercantile nel 1973 e per la ricerca scientifica nel 1974), si ritirò dalla
vita politica attiva. Attualmente è membro dei Democratici di Sinistra, al cui interno è avversario del processo di formazione del
Partito Democratico.
235
Ricerche, un istituto specializzato in previsioni economiche e
analisi critiche della politica economica, del quale è oggi il presidente.
Nel luglio 1983 è stato eletto deputato del PSI alla Camera dei
Deputati e nominato Presidente della Commissione Finanze e
Tesoro. È stato eletto Senatore della Repubblica nel 1987 e
nuovamente nel 1992. Dal 1987 al 1992 ha ricoperto la carica
di Ministro dell'Ambiente. Nel 1994 è stato eletto Deputato al
Parlamento Europeo come indipendente nelle liste del PDS. E
nel giugno 1999 nelle liste dei DS.
231
Nato nel 1936, è stato Consigliere di amministrazione della
Banca Nazionale del Lavoro, dell'Istituto Mobiliare Italiano (IMI),
del Gruppo Bancario San Paolo di Torino, del Banco Ambrosiano
Veneto, e Presidente del Crediop dal 1992. E’ autore di oltre 100
pubblicazioni ap- parse su riviste scientifiche italiane e straniere e
di alcuni libri in materia di finanza pubblica, tassazione e politica
economica.
232
Nato a Roma nel 1934, Luigi Spaventa si è laureato in Giurisprudenza e attualmente insegna Economia alla facoltà di Scienze
Statistiche. È stato Presidente della Commissione Nazionale per le
Società e la Borsa (Consob) fra il 1998 e il 2003 e membro del Comité des Sages nominato dal Consiglio Europeo Ecofin per la regolazione dei mercati finanziari in Europa, fra il 2000 e il 2001.
Prima di ricoprire tali incarichi era stato deputato al Parlamento
(1976-1983) e Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica (1993-1994). È stato anche Presidente del Consiglio di
Amministrazione della Banca Monte dei Paschi di Siena (19971998) e Consigliere della Banca Nazionale del Lavoro. Autore di
numerose pubblicazioni in materia economica in volumi e riviste
scientifiche, ha collaborato ai quotidiani Il Giorno, Il corriere della
sera, La Repubblica.
236
Ha scritto numerosi saggi (e anche un romanzo storicofantastico, Il cavallo di Federico, Mondatori, 1991) tra cui ricordiamo: La disoccupazione in Italia, La grande impresa nella
società moderna (Einaudi, 1968), Rapporto sulla programmazione (Laterza, 1973), Riforme e controriforme, Potenza e Potere (Laterza, 1988), La qualità sociale (Laterza, 1990), Lo sviluppo dei limiti (Laterza, 1994), La fluttuazione gigante
dell’Occidente (Laterza, 1988), Cuori e Denari: dodici biografie
di economisti (Einaudi, 1999).
Grande successo di lettori hanno riscosso due recentissime
opere, Quando l’Italia era una superpotenza: il ferro di Roma e
l’oro dei mercanti (Einaudi, 2004) e Lo specchio del diavolo: la
storia dell’economia dal paradiso terrestre all’inferno della
finanza (Einaudi, 2006 – da questo testo Luca Ronconi ha tratto uno spettacolo prodotto dallo Stabile di Torino in occasione
delle Olimpiadi), con cui ha arricchito di riflessioni storiche la
sua costante presenza nel dibattito politico, economico e culturale per mezzo di conferenze, partecipazione a convegni ed
interventi su quotidiani (La repubblica in particolare) e periodici (fra l’altro, ha fondato nel 1986 la rivista Micromega: le
ragioni della sinistra, da cui tuttavia si è in seguito distaccato).
2.2.1.2 L'Italia del centro sinistra
Poiché mi propongo qui di rievocare il contesto politico ed economico il cui operò Giorgio Ruffolo, mi pare bene partire da
un suo intervento alla trasmissione Rai Il grillo del 13 febbraio
2002233 che contiene, ricostruiti da un protagonista, tutti i te-
233
Giorgio Ruffolo, Gli anni del centrosinistra, intervista per il programma Il Grillo (14/5/2002), www.filosofia.rai.it
237
mi di nostro interesse. La riporto quasi integralmente, considerato che si tratta di un documento certo poco noto.
“Scheda introduttiva: Tra il 1958 e il 1963 l'Italia conosce il
culmine del boom economico, uno sviluppo industriale e produttivo senza precedenti che modificò radicalmente consumi,
costumi e comportamenti. Questa tumultuosa crescita economica si realizzò prescindendo, in buona parte, dal controllo
politico, anche se Enti statali, come l'I.R.I. e soprattutto l'E.N.I.
di Enrico Mattei ne furono tra i massimi protagonisti. Ben presto però s'impose l'esigenza di governare cambiamenti che
apparivano ormai irreversibili e la politica italiana cominciò a
percorrere strade fino ad allora inesplorate. Gli anni Sessanta
sono gli anni del Primo Centro-Sinistra, gli anni in cui il maggiore partito italiano, la Democrazia Cristiana, apre al Partito
Socialista. L'ingresso nell'esecutivo dei massimi dirigenti del
P.S.I., come Pietro Nenni, sembrò la chiave politica attraverso
cui avviare alcune cruciali riforme quali: la nazionalizzazione
dell'energia elettrica, la riforma scolastica, l'istituzione delle
Regioni, la legge urbanistica. Alcune di queste riforme trovarono però applicazione soltanto parziale e altre, addirittura,
restarono inapplicate. Scontavano infatti la doppia anima di
un Centro-Sinistra lacerato tra chi riteneva che gli interventi
del Governo dovessero essere esclusivamente correttivi e chi
sosteneva che le riforme non potevano che essere strutturali,
in grado di cambiare profondamente la società italiana e con
essa la struttura dello Stato. I giudizi sull'esperienza di quegli
anni sono diversi; gli storici tendono ad evidenziare come il
tentativo di gestire politicamente il boom economico debba
essere valutato tenendo conto della cronica arretratezza della
macchina statale italiana, in buona parte ancora di impostazione fascista e soprattutto della situazione internazionale. Né
possiamo dimenticare la posizione assunta allora dall'altro
grande partito della Sinistra, il Partito Comunista, ma forse
proprio l'analisi degli errori commessi e delle conquiste rag-
238
giunte in quegli anni, può tornare utile nel giudicare l'attuale
situazione politica.
STUDENTE: Professore, prima del Centro-Sinistra, quali erano
stati i rapporti tra la Sinistra e la Democrazia Cristiana?
RUFFOLO: Innanzitutto bisogna distinguere alcune fasi del
rapporto tra la Sinistra e la Democrazia Cristiana. In una prima fase, che si chiama "arco costituzionale", i due partiti, che
si erano opposti al fascismo e che avevano militato nella Resistenza, erano, addirittura, collegati da un Patto d'unità d'azione e quindi erano tutti e due all'opposizione. Questo creava
una situazione di solidarietà democratica, tuttavia il conflitto
tra i due era forte, soprattutto tra il Partito Comunista, che
era maggioritario in Italia nella Sinistra e il partito Socialista,
sui riferimenti internazionali, sulle politiche e sulle strategie
economiche e sociali. Da questo contrasto, nacque un'apertura a sinistra della Democrazia Cristiana e quindi un conflitto
abbastanza forte tra il Partito Comunista, che rimaneva su posizioni esterne sia dal punto di vista internazionale che dal
punto di vista interno e il partito Socialista, che accettò questa
sfida del Centro-Sinistra, che era quella di far parte di un governo insieme con la Democrazia Cristiana, per realizzare una
parte importante di riforme strutturali del sistema economico
e sociale italiano.
STUDENTE: In quale contesto internazionale si inserisce l'esperienza del Centro-Sinistra?
RUFFOLO: Il contesto generale iniziale è quello della Guerra
Fredda, ma il Centro-Sinistra si inserisce in un contesto internazionale che è mutato in meglio. La triade Kruscev, Kennedy
e Giovanni XXIII apre una prospettiva di distensione, di pace e
anche di riavvicinamento delle posizioni estreme. Ha inizio una
fase di speranza nella possibilità che riforme importanti riescano a risolvere i problemi gravissimi lasciati dalla guerra,
dalle distruzioni. Una prospettiva rosea, questa, favorita dalla
grande espansione economica che aveva in parte già risolto
alcuni gravi problemi e l'Italia si trasforma sotto il vento di mi-
239
racolo economico, che ha anche risvolti negativi, perché introduce tensioni che sono inevitabili per una crescita economica
così tumultuosa. Da qui lo squilibrio in termini socio-economici
tra il triangolo industriale - Torino, Milano, Genova - e le altre
parti d'Italia, con il Sud, soprattutto, che rimane fortemente
sottosviluppato. Iniziano i contrasti tra il settore dell'agricoltura, che continua ad essere depressa e l'industria che, invece, si
sviluppa rapidamente in modo folgorante. Il contesto internazionale è appunto segnato da speranze di distensione, che aprono la possibilità a delle riforme importanti della struttura
economica, sociale e istituzionale del Paese.
STUDENTESSA: La Chiesa del Concilio Vaticano II ebbe un suo
ruolo nel determinare le scelte della Democrazia Cristiana?
RUFFOLO: Senz'altro, perché il clima da crociata che esisteva
in qualche modo prima, anche rispetto alle Sinistre, rispetto al
Partito Comunista, viene sostituito da un clima di attenzione
nel quale determinate iniziative di carattere riformistico possono essere affrontate senza cadere immediatamente sotto i
colpi della Guerra Fredda. Il Concilio Vaticano II, dal canto suo,
ha creato una migliore possibilità di dialogo tra laici e cattolici, superando così quel varco che esisteva prima favorendo
l'incontro tra forze politiche di ispirazione diversa. Il CentroSinistra nasce nel contesto di un dialogo, della possibilità di
parlare, di affrontare insieme dei problemi, che chiude il periodo del confronto verticale tra posizioni inconciliabili.
STUDENTESSA: Chi fu il principale autore dell'alleanza tra Democrazia Cristiana e il Partito Socialista? E quali funzionalità
ebbe questa alleanza nel quadro della situazione politica generale?
RUFFOLO: I principali protagonisti di questa apertura a Sinistra sono stati certamente Moro per la Democrazia Cristiana e
Nenni per il Partito Socialista che aveva maturato, molto faticosamente, una posizione autonoma rispetto all'altro grande
partito della Sinistra, il Partito Comunista, con il quale era stato alleato. A quell'alleanza si sottrasse il Partito Socialista di
240
Nenni, anche se non tutto il Partito Socialista era favorevole
ad un incontro con la Democrazia Cristiana. C'era, da un lato,
una forte minoranza che continuava a definire come obiettivo
fondamentale della Sinistra l'unità della Sinistra e quindi la
necessità di non staccarsi da quello che si chiamava il "grande
fratello", dall'altro, c'era invece una forte corrente socialista
riformista, che invece puntava verso esperienze di riforma e di
compromesso con il capitalismo, già sperimentate in altri Paesi europei. Quindi un avvicinamento all'Occidente, una presa
di distanza forte e decisa dall'Unione Sovietica e necessariamente quindi l'apertura di un confronto molto aspro con il
Partito Comunista, il quale non vedeva di buon occhio l'esperienza del Centro-Sinistra, perché temeva che questa portasse
ad una supremazia dei socialisti e ad un ruolo meno importante del Partito Comunista. Nenni è stato certamente un protagonista discusso, perché molti continuano a rimproverargli di
essere stato prima succube dei comunisti e poi succube della
Democrazia Cristiana, di avere passato la frontiera senza una
capacità d'iniziativa autonoma. Probabilmente in qualche
modo questo è vero, ma bisogna considerare la situazione di
allora che era quella di un partito, quello socialista, che si trovava tra due fuochi, tra due grandi partiti attrezzati, i quali
avevano un retroterra di potenze come la Chiesa da una parte
e l'Unione Sovietica dall'altra molto importanti sullo scacchiere internazionale. Proprio nel momento in cui entrava nella
maggioranza e nel governo del primo Centro-Sinistra, il partito
socialista si spaccò, cosicché una parte di esso fondò un nuovo
partito che si chiamava P.S.I.U.P., molto più vicino al Partito
Comunista.
STUDENTESSA: Quali erano i leaders del Partito Socialista di
allora? Somigliano a quelli di oggi?
RUFFOLO: I protagonisti del Partito Socialista erano Nenni, ma
anche Morandi, Basso, Vittorio Foa, Riccardo Lombardi e Antonio Giolitti. Poi c'era una pattuglia che noi chiamavamo, in
tono polemico, i "carristi", perché avevano aderito alla posi-
241
zione dell'Unione Sovietica quando i carri armati sovietici erano entrati a Budapest per schiacciare la rivolta ungherese. I
carristi erano decisamente contrari all'apertura a sinistra, alla
formazione di un partito, di un governo e di una maggioranza
di Centro-Sinistra. Perseguivano una linea, che non si potrebbe
dire rivoluzionaria, ma certamente di contestazione forte, del
capitalismo in genere. Allora le posizioni erano piuttosto rigide
e nette. C'erano quelli che intendevano l'economia come un
terreno sul quale combattere il capitalismo e le sue istituzioni
in vista di una pianificazione di tipo sovietico, addirittura,
quindi di una preminenza assoluta dello Stato sul mercato e
c'erano quelli che invece premevano per una modernizzazione
dell'economia e della società in senso occidental-capitalistico.
Poi c'era una pattuglia non molto numerosa, alla quale io appartenevo, che avrebbero voluto seguire le esperienze delle
social-democrazie più progredite in Europa, dei laburisti in
particolare, esperienze che, si dice oggi, keynesiane perché si
ispiravano alla nuova economia. Allora si sarebbe potuto parlare certo di nuova economia, di nuova politica economica che
si richiamava a Keynes, ad un compromesso con il capitalismo
che accettava il mercato come terreno fondamentale di organizzazione dell'economia, ma lo subordinava a certi obiettivi
fondamentali di carattere sociale che il mercato non era in
grado di raggiungere spontaneamente. Il primo e fondamentale era quello della piena occupazione. Quindi l'esperienza e
l'esperimento diciamo riformistico nel quale il Centro-Sinistra
s'identificava, era soprattutto il tentativo di applicare, anche
in Italia, politiche sociali ed economiche ispirate a Keynes, ispirate alla social-democrazia più avanzata. Tuttavia, questo tentativo ebbe sorte piuttosto negativa, perché era sostenuto da
una minoranza di intellettuali che militavano nel Partito Socialista, nella Democrazia Cristiana e persino nel Partito Comunista, ma che si trovavano in una condizione fortemente minoritaria rispetto alle due grandi correnti, ossia a quella conservatrice e a quella, chiamiamola, rivoluzionaria.
242
STUDENTE: Potrebbe fare un'analisi più dettagliata del Partito
Comunista e dei confronti con la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista?
RUFFOLO: Io penso che il Partito Comunista Italiano sia stato
una forza anomala nello schieramento dei Partiti Comunisti
negli altri Paesi europei, perché alla fedeltà molto stretta rispetto all'Unione Sovietica, che lo escludeva dalla possibilità di
partecipare a governi in Italia, accoppiava poi un radicamento
sociale univoco, molto forte. Quindi il Partito Comunista era
un partito alleato dell'Unione Sovietica, che per questa ragione si auto-escludeva dalla possibilità di partecipare a governi
nazionali in Italia, ma anche una grande forza democratica,
perché esprimeva i bisogni, con molto vigore, di grandi masse
di popolazione, soprattutto operaia e contadina. Era un partito essenzialmente riformista, ma bloccato nella sua adesione
al blocco sovietico che gli impediva di svolgere un ruolo di sinistra di governo in un Paese come l'Italia, che faceva parte di
un'alleanza occidentale. Questa doppiezza del Partito Comunista è stato un guaio, a mio modo di vedere, per la democrazia
italiana, perché ha impedito che il tentativo di svolgere una
politica di grandi riforme strutturali avesse dietro di sé una
grande forza. I socialisti non avevano questa grande forza,
perché contavano molto meno di quanto contassero i comunisti, dal punto di vista elettorale e della rappresentanza delle
grandi forze sociali, perciò il Centro-Sinistra nacque debole,
nacque senza avere alle spalle la grande forza della maggioranza della Sinistra. Diversamente avveniva nelle socialdemocrazie del Nord, dove tutta la Sinistra era organizzata in
grandi partiti, socialisti e riformisti, che affrontarono il problema del governo senza alcuna remora e che quindi condussero il loro programma riformista in modo vittorioso. Essi si
ponevano il problema nei modi non di una rivoluzione che eliminasse il capitalismo, come si diceva allora la "fuoriuscita"
dal capitalismo, ma di un grande compromesso con il capitalismo, segnato però dall'egemonia degli obiettivi e dei valori di
243
una Sinistra Democratica. Il Partito Comunista svolse quindi
un funzione ambigua, cosicché nel Centro-Sinistra noi, che
partecipavamo all'esperienza del Centro-Sinistra nel governo,
soprattutto al tentativo di una programmazione democratica,
fummo resi molto più deboli dalla mancanza di un grande sostegno. Se in quel momento il Partito Comunista avesse fatto
una scelta, che allora era estremamente difficile e che fu terribilmente ritardata negli anni successivi, probabilmente in Italia avremmo avuto una stagione molto più riformatrice di
quanto non poté essere quella del Centro-Sinistra, che pure alcune riforme importanti le fece e segnò l'evoluzione economica e sociale in un senso molto progressista.
STUDENTE: Che tipo di partito era, all'epoca, quello socialista,
impegnato direttamente nell'esperienza di governo?
RUFFOLO: Era un partito difficile, perché di frontiera. Tra i due
grandi blocchi, la Sinistra Comunista e la Democrazia Cristiana, quest'ultimo di un partito di conservazione moderata, ma
anche con notevoli forze di carattere riformista all'interno, ecco, tra questi due grandi blocchi, che avevano alle spalle, l'una
l'Unione Sovietica e l'altra la Chiesa, per il Partito Socialista
era difficile trovare una zona, una sua quota, una sua capacità
autonoma. Era quindi continuamente tormentato dalle tensioni interne, tra Sinistra e Destra, tra filo-comunisti e diciamo
governativi. Naturalmente ciò indeboliva fortemente le sue
possibilità di realizzare grandi riforme, che riuscì anche a promuovere, ma non fu capace di sostenerle fino in fondo proprio
per questa sua collocazione subalterna rispetto alle altre due
grandi forze della Democrazia Italiana.
STUDENTE: Quali furono, secondo Lei, i limiti, se ce ne sono
stati, dell'esperienza politica del Centro-Sinistra e per quali
motivi non si riuscì a portare a termine il suo programma di riforme?
RUFFOLO: I motivi erano tanti. C'era una forte resistenza conservatrice ad ogni forma di programmazione economica da
parte della Destra, che stava nella Democrazia Cristiana e in-
244
fluiva sulle scelte di questo partito. La Destra allora esisteva,
eccome, intenta com'era ad appoggiare la pretesa della grande industria italiana di non avere alcun vincolo di carattere sociale, di potere proseguire sulla strada del miracolo. Il miracolo economico era stato qualche cosa di straordinario dal punto
di vista dell'energia imprenditoriale, della capacità di sviluppo,
ma aveva anche, come dicevo prima, dei risvolti sociali estremamente negativi. Innanzitutto esso si era realizzato attraverso una formidabile migrazione di milioni e milioni di contadini
meridionali che, riversandosi nelle città del Nord, creava inevitabili tensioni sociali, bisogni collettivi inespressi e insoddisfatti. Tutto questo faceva sì che un esperimento riformista avrebbe dovuto contare su una grande forza politica per potersi
affermare. C'era quindi la resistenza della grande industria
italiana, c'era la resistenza di forze conservatrici che erano rimaste tali dopo la liberazione e c'era dall'altra parte una non
disponibilità dei Partito Comunista e del grande sindacato della C.G.I.L. a una politica dei redditi, ossia a una politica di accordo tra imprenditori e lavoratori, sulla base di certi obiettivi,
stabiliti in sede di Governo e di Parlamento. La programmazione avrebbe dovuto basarsi sulla "politica dei redditi", su
questo compromesso, come era avvenuto in Francia e come
era avvenuto in altri Paesi europei, per esempio in Olanda, per
ottenere dei risultati importanti. Da noi invece c'era questo
doppio blocco, a Destra e a Sinistra, che non lasciava molto
spazio per le riforme necessarie. Il Piano che noi elaborammo
nell'ambito del primo Centro-Sinistra era molto ambizioso ed
esprimeva la necessità che lo Stato assumesse su di sé l'obiettivo della piena occupazione; definiva una politica macroeconomica di tipo keynesiano, politica monetaria e politica fiscale, cioè espansivo, con uno Stato che dà fiato all'economia attraverso un grande programma di investimenti e definiva, inoltre, la necessità di una grande riforma burocratica. Un altro fattore che impedì il successo della pianificazione economica era la situazione della nostra Amministrazione Pubblica,
245
ben lontana dall'efficienza di quella francese che aveva aderito pienamente all'esperimento del piano, funzionò da freno
con la burocrazia con la quale difendeva le sue prerogative, i
suoi terreni di cultura e non aveva nessun interesse a partecipare alla politica economica. Noi incontrammo quindi una fortissima resistenza di carattere amministrativo e burocratico,
un vero e proprio sabotaggio
STUDENTESSA: Che significato ebbe la "Primavera di Praga" e
la sua conseguente repressione in seguito al Patto di Varsavia?
RUFFOLO: Ebbe un significato importante, perché rappresentò
l'Unione Sovietica non come il Paese del socialismo, ma come
il Paese della repressione antisocialista, antidemocratica e il
Partito Comunista Italiano criticò aspramente l'intervento
dell'Unione Sovietica, tanto da iniziare un lento distacco dalla
potenza sovietica. Ecco, allora, che si aprì la possibilità di nuovi esperimenti riformisti che, anche se non si verificarono, conferì alla Sinistra italiana, nel suo complesso, una caratteristica
occidentale molto forte, tanto da farla rientrare nell'ambito di
quella Sinistra socialista, democratica, riformista, che in Europa aveva la sua espressione nei grandi partiti socialisti. Certamente non fu soltanto Praga che determinò queste vicende
e questi esiti, ma senza dubbio fu un fattore importante perché svelò la realtà sovietica.
STUDENTESSA: Lei non crede che la classe politica italiana sia
stata quasi colta di sorpresa dalle contestazioni studentesche
del '68, dimostrandosi incapace di gestire gli eventi?
RUFFOLO: Tutti furono presi di sorpresa dall'esplosione del
'68. Fu una prima espressione di quel distacco tra politica e
società civile, che poi abbiamo sperimentato anche nei decenni successivi. Nell'esperienza del '68, c'erano certamente delle
ambizioni e delle pretese utopistiche, ma io sono convinto che
fondamentalmente sia stata una fase di rigenerazione anche
della politica italiana; non a caso molti esponenti del '68 sono
poi diventati dirigenti democratici, riformisti e modernizzatori
246
nel senso reale. I movimenti non devono essere considerati
come alternativi ai partiti, ma come nutrimento dei partiti,
come sfida ai partiti, perché i partiti, da soli, senza avere un'apertura alla società civile si isteriliscono e questo era capitato
al Centro-Sinistra. Il fallimento dell'esperimento di programmazione e di riformismo del Centro-Sinistra ebbe nei movimenti del '68, una riprova, perché avrebbe dovuto essere un
Paese più moderno quello che accoglieva le nuove generazioni, le quali si trovavano a vivere una prosperità economica, ma
al tempo stesso, un'arretratezza dal punto di vista della coscienza civile, delle abitudini, degli stili di vita. Il '68, infatti, fu
una rivolta soprattutto civile, l'espressione di nuovi bisogni
collettivi, di nuove solidarietà, di nuovi rapporti familiari che
ogni destano l'attenzione della politica.
[…]
STUDENTE: Secondo Lei in che misura la Sinistra italiana di
oggi può essere considerata figlia dell'esperienza passata?
RUFFOLO: C'è una continuità nella Sinistra e per questo gli obiettivi di maggiore eguaglianza, di maggiore libertà, di maggiore armonia nell'organizzazione della società, rimangono gli
stessi valori della Sinistra. Certo ci sono differenze fondamentali, oggi, da allora, ciò nonostante io ritengo che, nella sua
espressione più essenziale, il Centro-Sinistra attuale ripete, dal
Centro-Sinistra di allora, il fondamentale impegno a una modernizzazione della società all'insegna non della contestazione
globale del capitalismo, ma dell'esigenza di un compromesso
tra democrazia e capitalismo, molto avanzato sul piano della
democrazia. Il Centro-Sinistra di oggi è il rifiuto della fuoriuscita dal capitalismo, perché nel capitalismo ci siamo, però esso
non deve perdere l'impronta fondamentale della nostra esperienza sociale; siamo favorevoli all'economia di mercato perché funziona meglio di qualunque altra, ma non siamo favorevoli alla società di mercato. Questo era chiaro anche in passato. Occorre un equilibrio tra mercato e democrazia, dunque,
che si può raggiungere soltanto attraverso riforme istituzionali
247
che permettano alla democrazia di orientare lo sviluppo sociale, accettando la sfida del capitalismo, ma tenendola a freno.
Credo che il Centro-Sinistra, dovrebbe, oggi, come avrebbe dovuto allora, fondarsi soprattutto su quei bisogni di solidarietà
che esistono nella nostra società, che si esprimono qualche
volta in forma contestativa, ma che possono essere messi al
servizio di una grande progetto riformatore. Quello che manca
al Centro-Sinistra di oggi è proprio quel progetto, che allora
era scritto e fu scritto sulla carta senza avere forze reali politiche e adesso potrebbe avere dietro una grande massa, soprattutto di giovani, che credono in questi valori e che sono convinti che essi possano realizzarsi non soltanto attraverso la
contestazione, ma attraverso il governo della società. Una Sinistra di governo: questo è un riformismo forte”.
Di tutti i temi trattati in questa intervista, mi preme sottolineare qui quello della politica economica tentata dal centrosinistra, cioè della cosiddetta programmazione economica di
cui Ruffolo è stato uno dei grandi protagonisti.
In estrema sintesi, l'ideologia democratica che si afferma via
via a partire dalla seconda metà del XIX secolo, oltre a propugnare l'uguaglianza dei diritti politici per tutti i cittadini attraverso il suffragio universale, tese nel XX secolo ad assegnare
allo Stato, pur senza rinnegare i principi dell'economia liberista, il compito di ridurre almeno parzialmente le differenze (ad
esempio, garantendo anche ai più poveri l'istruzione, l'assistenza medica, la pensione, ecc.) attraverso il welfare state (o
Stato assistenziale, Stato sociale). In tal modo puntava a realizzare società meno differenziate dal punto di vista del reddito e delle possibilità, ma in cui lo Stato progressivamente assumeva, sull’onda del pensiero di Keynes, un forte ruolo economico di regolazione del mercato e di gestione di servizi.
Anche se negli ultimi anni, il welfare state è stato messo in
248
crisi non solo dai suoi altissimi costi (e in Italia anche dalla sua
scarsa efficienza) ma anche da tendenze neoliberiste che hanno investito un po' tutti i Paese industrializzati, è indubbio che
quell’esperienza politica ha segnato profondamente la storia
europea e ne costituisce ancor oggi una delle peculiarità (rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti).
In via generale, “il tema del ruolo dello Stato ha sempre suscitato il più grande interesse fra gli economisti e gli storici
dell'economia, dando luogo a una vasta letteratura. Per quanto concerne l'esperienza italiana diversi studi hanno consentito di delineare un quadro sufficientemente chiaro in ordine
agli aspetti più generali: nel periodo tra gli anni Venti e gli anni
Cinquanta l'intervento dello Stato sembra presentare elementi
prevalentemente di permanenza: la relativa indipendenza delle istituzioni finanziarie e degli enti economici pubblici sorti dal
primo dopoguerra alla "grande depressione", la continuità delle strutture della pubblica amministrazione, la funzione di
supplenza nei confronti di un'iniziativa privata ancora insufficiente. Non possono tuttavia essere ignorate anche altre forti
ragioni di discontinuità, collegate alle trasformazioni dell'ordinamento statuale, delle linee di governo, della composizione
della classe politica. Relativamente all'intervento dello Stato
nel secondo dopoguerra, poi, sono state espresse valutazioni
molto differenti, da quella del protezionismo liberale all'idea
della mediazione politica del consenso. Occorre allora chiedersi quale sia stato il grado di coerenza delle politiche pubbliche
nei diversi periodi, valutando se tali politiche siano riuscite o
meno a fornire stabilità e guida all'economia del paese.
Un'ulteriore questione è quella della tipicità o meno del caso
italiano, che richiede di non trascurare la dimensione internazionale. Si tratta di inquadrare l'esperienza dell'Italia nel contesto di una comune accentuazione delle politiche di interven249
to statale nelle economie di mercato, quale si verificò nella
prima metà del Novecento.
Una notevole rilevanza dell'intervento statale è ravvisabile,
come noto, nell'evoluzione dei sistemi finanziari. L'intervento
dello Stato incontrò una prima espressione di collegamento
con il sistema finanziario nella costituzione dell'INA avvenuta
nel 1912. Altre e più durature novità nel rapporto tra Stato e
sistema finanziario si registrarono in seguito, con gli interventi
per sostenere la mobilitazione bellica, per salvare importanti
istituti di credito e gruppi industriali nel dopoguerra, per rimediare al disordine monetario dei primi anni Venti. Un nuovo
periodo della storia finanziaria è racchiuso tra le principali leggi di riforma del sistema creditizio tra 1926 e 1936. Esso si caratterizzò per il ruolo decisivo dello Stato nella regolazione
degli istituti di credito e del rapporto di queste con il sistema
produttivo. Un ulteriore cambiamento dell'intervento pubblico in campo finanziario si sviluppò nel periodo intercorso tra la
trasformazione dell'IRI in ente permanente (avvenuta nel
1937) e la costituzione del Ministero delle partecipazioni statali nel 1956. Ciascuno di questi periodi presenta dunque elementi e problematiche specifiche, ma anche la persistenza di
alcuni fattori istituzionali, che la ricerca intende affrontare sulla base di un'idonea documentazione.
Se poi si considera lo specifico ambito del credito mobiliare,
l'idea che la crescita dell'apparato industriale e la modernizzazione delle infrastrutture dovessero essere sostenute da una
mobilitazione del risparmio operata dallo Stato mediante apposite istituzioni pubbliche, separate dall'amministrazione ordinaria e dotate di autonomia operativa, come noto risale già
agli anni della prima guerra mondiale e alla creazione del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali, seguito dal Consorzio di credito per le opere pubbliche, dall'Istituto di credito per
le opere di pubblica utilità e infine del Credito navale. Con
250
l'avvio dell'IMI e dell'IRI e con la legge bancaria del 1936 si
completò un'architettura istituzionale destinato a svolgere un
ruolo chiave anche nel secondo dopoguerra. Ma a quel punto
emerse con forza anche la questione di una revisione delle
strutture di credito mobiliare per tenere conto delle esigenze
della piccola e media imprese, e si assistette ad una rapida
trasformazione degli istituti che fornivano sostegno agli investimenti delle imprese private”234.
Come conclusione a questa discussione, potremmo dire che,
tra i due poli contrapposti dell’economia di mercato tradizionale (liberismo) e dell’economia di piano alla sovietica, le forze
democratiche si proposero una sorta di terza via, su cui (e ciò
è particolarmente importante per l’Italia) potevano convergere, pur con differenze di accento, sia il pensiero di matrice socialista (anche marxista), che quello cattolico (dottrina sociale
della Chiesa), sia naturalmente quello della ali più progressiste
del liberalismo (Gobetti). Si trattava cioè, in Italia, di ritrovare
quell’unità di intenti che aveva portato al patto costituzionale,
ottima sintesi delle diverse correnti ideologiche di allora unite
da una visione solidaristica della società.
La stagione del centro-sinistra voleva essere questo, e se non
ci riuscì che parzialmente, ciò fu dovuto a molteplici fattori
politici (l’ambiguità della DC da un lato e l’opposizione del PCI
dall’altro) ed economici (la particolare struttura
dell’imprenditoria italiana, tra capitalismo famigliare da un
234
Abstract del programma di ricerca dell’Università Cattolica del
Sacro Cuore su Intervento pubblico, dirigismo e programmazione
economica in Italia: continuità e cambiamenti (1922-1956),
www.ricercaitaliana.it
251
lato e micro-impresa dall’altro, due realtà in cui è difficile per
lo Stato inserirsi; la scarsa efficienza dell’Amministrazione
pubblica; ecc. ecc.).
Il dibattito sul tema del ruolo economico della Stato fu acceso;
dice Ernesto Ragionieri: “Ci siamo soffermati su questo momento iniziale del quarto governo Fanfani perché questa fase
della vita politica italiana, pur venendo vista da molti come il
frutto ritardato della svolta del 1960, appare caratterizzata da
una ripresa di entusiasmo, dopo la lunga stagione della conservazione centrista. La diffusa coscienza della gravità degli
squilibri persistenti nello sviluppo italiano, i primi segni di una
maggiore diffusione del benessere, la durevole elevata congiuntura internazionale ed interna, la stessa rabbiosa ed esagitata reazione delle forze più conservatrici alimentavano la speranza che fosse finalmente possibile giungere, in tempi relativamente brevi, ad una trasformazione razionale della struttura
della società italiana. Per molti, insomma, il centro-sinistra
apparve come l'equivalente italiano della kennediana nuova
frontiera negli Stati Uniti: e l'idea-cardine attorno alla quale
ruotavano gli entusiasmi innovatori era quella della programmazione economica, considerata da tutti i fautori della nuova
politica come strumento per superare con scadenze ravvicinate gli squilibri sempre più evidenti nello sviluppo italiano.
Ugo La Malfa, che di quegli entusiasmi fu uno dei più sinceri e
autorevoli interpreti, li riassumeva egregiamente in quella Nota aggiuntiva al bilancio di previsione 1962-63, che è stata
considerata il vero manifesto del centro-sinistra:
La politica di programmazione che oggi ci si propone di attuare non è altro in sostanza, che un'azione rivolta, mediante gli opportuni istituti e strumenti, ad indirizzare i
processi di sviluppo in maniera che si tenga conto degli
squilibri esistenti e dei problemi insoluti, sicché la politica
252
di superamento degli squilibri non sia una circostanza di
semplice accompagnamento di uno sviluppo che mantiene
immutati i suoi centri motori, ma uno degli elementi di
maggior rilievo e di maggiore impulso dello sviluppo stesso.
Ponendo al centro della futura politica economica i problemi del superamento degli squilibri fondamentali del Paese nel quadro di una continua vigorosa crescita dell'intero
sistema economico, ed adeguando a tali problemi la nostra azione, verremo ad influire sulla direzione dell'ulteriore sviluppo ed otterremo una rilevante modificazione nelle
decisioni relative ai consumi ed agli investimenti, in modo
da porre anche le basi per il progressivo soddisfacimento
dei bisogni civili che una società dotata di un alto livello di
reddito, quale la società italiana si appresta a divenire, non
sempre è in grado di realizzare spontaneamente.
Sarebbe certamente facile, oltre che storiograficamente ingiustificato, limitarsi a sottolineare come il disegno di La Malfa sia
rimasto sostanzialmente inattuato tanto per quanto riguarda
la continuità dei ritmi di sviluppo, quanto in relazione al superamento degli squilibri, anche se, pur prescindendo dall'opposizione comunista che manifestava aperto scetticismo nei confronti delle capacità della coalizione governativa di sviluppare
coerentemente il discorso avviato, non mancavano obiezioni
più tecniche, relative proprio al modo in cui la tematica era
stata impostata. Indipendentemente dagli esiti, il discorso sulla programmazione era di per sé una novità di rilievo nella politica italiana, in quanto, almeno sul piano teorico, segnava il
superamento della tradizionale prevalenza liberistica. Certo,
era un tentativo forse velleitario data l'assoluta carenza di
strumenti efficaci (per tacere delle oscillazioni riscontrabili nello schieramento governativo, in cui, per fare solo un esempio,
253
Ferrari Aggradi e Antonio Giolitti davano interpretazioni largamente divergenti della Nota aggiuntiva), ma cercava comunque di adeguare la politica economica alle nuove condizioni dell'economia nazionale, che aveva ormai assunto caratteristiche tali da consentire, teoricamente, scelte effettivamente rinnovatrici.
Il dibattito sulla programmazione, di un'ampiezza tale, anche
nel momento di avvio, da non poter essere riassunto neppure
sommariamente, continuerà per quasi tutti gli anni '60, costituendo anzi il punto nodale attorno al quale verrà estenuandosi tutta la carica riformatrice del centro-sinistra; tuttavia,
quello che importa qui sottolineare è il fatto
che esso costituiva in qualche modo la traduzione italiana di
una convinzione diffusa in tutto l'Occidente, secondo la quale
il capitalismo aveva ormai raggiunto livelli di sviluppo capaci di
consentire un'espansione indefinita, in cui le variazioni congiunturali avrebbero assunto un'ampiezza sempre più contenuta. Ciò contribuiva a conferire al dibattito una certa astrattezza fin dalle fasi iniziali e faceva dimenticare a molti l'immensità del compito dell’eliminazione degli squilibri e la potenza delle forze che al disegno innovatore sarebbero state
duramente contrarie”235.
Come abbiamo visto nella nota biografica, Giorgio Ruffolo è
stato sempre impegnato su questi temi, sia con ruoli operativi
sia di studioso e politico, condividendo glorie e fallimenti di un
tentativo di governo dell’economia che ha caratterizzato un
lungo periodo della nostra storia.
235
Ernesto Ragionieri, Stagnazione politica e sviluppo economico,
in AA.VV., Storia d’Italia Einaudi – Dall’Unità ad oggi, Einaudi, Torino 1975, vol 14, pp. 2658-2659.
254
2.2.1.3 Giorgio Ruffolo nella realtà politica attuale
Con la rivoluzione di Tangentopoli e la sparizione della DC e
del PSI, con la fine della guerra fredda e la mutazione del vecchio PCI, per Giorgio Ruffolo e la sinistra di cui fa parte è iniziata un’era nuova all’insegna di quel riformismo di cui oggi egli
appare uno dei “padri nobili”. La sua azione politica in
quest'ultimo torno di anni è stata incentrata (ancora una volta
con grande coerenza, come la nota biografica ci ha mostrato)
su alcuni grandi temi, strettamente interconnessi:
1. Europa
2. ambiente
3. modello di sviluppo
4. mondializzazione
5. etica politica.
Su ognuno di essi ha dato un forte contributo di idee e di azione politica, da rappresentante delle Istituzioni o da semplice
militante, attraverso un’intensissima attività di giornalista,
scrittore, conferenziere. E’difficile sintetizzare temi così complessi, ma mi provo ad indicarne alcune tratti fondamentali,
basandomi sulle impressioni ricavate dalla lettura dei suoi interventi sulla stampa.
1.
Gli uomini della generazione di Ruffolo, che hanno visto
due guerre mondiali, sanno che cosa realmente significa il
processo di costruzione dell’Unione Europea: la garanzia
della pace (ricordo che il cancelliere Kohl affrettò il passaggio all’euro considerando che se si fosse atteso ancora
non ci sarebbero più stati in Germania un numero sufficiente di testimoni della II guerra mondiale da garantirgli
255
il necessario consenso dell’opinione pubblica!)236, la premessa di un rinnovato sviluppo, la necessaria premessa di
un’autonomia politica rispetto all’Impero americano e ai
nuovi Imperi che nasceranno237, la sicurezza che i valori di
civiltà che rappresenta siano salvaguardati. Il tema europeo (ma anche tutti gli altri del resto) necessita per esse-
236
“Come si può non vedere che l´Europa è oggi una grande realtà
politica in divenire, e in un divenire difficilmente reversibile? Il
solo fatto che lo stato di guerra sia diventato, per i paesi aderenti
all´Unione, un fatto del tutto improbabile, e ciò sulla base di un
grande processo pacifico di integrazione commerciale ed economica, avrebbe compiaciuto come una luminosa conferma delle
sue teorie sul doux commerce il barone di Montesquieu. Il fatto
che il problema tedesco, incubo dell´Europa moderna, sia stato
risolto pacificamente, non si deve forse alla capacità politica ed
economica dell´Unione di assorbirlo senza grandi traumi? Il fatto
che tre paesi mediterranei, Grecia Spagna e Portogallo si siano
potuti liberare di regimi fascisti, transitando dalla depressione
economica e dall´oppressione politica alla democrazia e alla prosperità, non si deve in gran parte all´attrazione politica e
all´efficacia pratica dell´Unione? Il fatto che otto paesi dell´Europa
orientale, liberati dalla cappa di piombo sovietica, possano guardare oggi con fiducia a una condizione di economia libera ma non
sregolata e caotica, avrebbe potuto realizzarsi senza l´incubatrice
dell´Unione?” (Giorgio Ruffolo, Il sogno che accompagna il progetto della nuova Europa, La Repubblica, 5/5/2004).
237
“A che cosa vuole servire l´Europa? Proprio a questo: a evitare
la deriva di un mondo che una Superpotenza solitaria si rivela impotente a governare. A porre il primo tassello di una nuova grande rete di Superpotenze che siano in grado di affrontare insieme,
attraverso la cooperazione, i problemi suscitati da una globalizzazione sregolata” (ibidem).
256
re affrontato seriamente di una profonda conoscenza della storia e di un’altrettanto grande capacità di ragionare
in termini di tempi lunghi; solo così si possono sopportare
le contraddizioni e le meschinerie238 del presente, solo se
si sa guardare molto lontano.
2.
Ruffolo non è un ecologista, tanto meno uno che ostenta
comportamenti alla moda; è un politico che ha capito la
rilevanza epocale del problema ambientale e tenta di
guardare ancora più lontano di quanto ad esempio, come
dicevo prima, i temi europei consiglino. Acqua, clima, sviluppo compatibile sono grandi questioni tecnicamente
molto complesse e dubbie, ma di cui bisogna avere coscienza assoluta: il ruolo della politica è di realizzare ciò
che è possibile tenendo ferma la barra nella direzione
giusta e coinvolgendo l’opinione pubblica.
3.
“Dittatura del PIL” è stata chiamata la ricerca dello sviluppo come che sia: oltre alle compatibilità ambientali, ci
sono quelle sociali; non è più possibile diventare noi
sempre più ricchi se non ci facciamo carico della povertà
degli altri e non immaginiamo un modo per crescere in-
238
“L´Europa è un progetto freddo? Certo che sì. Non perché il
"sogno" o l´utopia di una Europa unita non circoli in tutta la sua
storia. Della Loggia non dice affatto questo. Dice che c´è uno scarto tra quell´utopia e questo progetto. Ora, lo scarto c´è, sicuramente. Ma quale utopia ha potuto tradursi concretamente in storia senza subire uno scarto? Lo scarto è il costo che la politica paga alla filosofia, per acquistare concretezza. Per evitare fallimenti
e, soprattutto, deragliamenti fatali” (ibidem).
257
sieme o per raggiungere un positivo equilibrio239, necessariamente pagando il prezzo che i nostri privilegi di oggi
ci impongono; non è un problema di buon cuore, ma di
ridefinizione delle mete che vogliano dare al nostro vivere economico e sociale240.
239
“Già gli economisti classici liberali – Smith, Ricardo, Stuart Mill
– dicevano che la fase della crescita non può che essere transitoria. Non ci sono, né in natura né nella storia, fenomeni di crescita
illimitata. Non ci sono alberi che crescono illimitatamente né uomini che crescono illimitatamente *…+ Esiste una possibilità di costruire una strategia dell’equilibrio e non della crescita?” (Essere
umano a rischio, intervista a Giorgio Ruffolo di Stefano Lucci,
www.rassegna.it).
240
“Ripeto spesso, scherzando, che letto al contrario il Pil diventa
Lip: lordura interna prodotta. Dobbiamo quindi minimizzare
l’impatto sull’ambiente delle nostre attività. Un economista americano, Herman Daly, ispirandosi al suo maestro, il grande Nicholas Georgescu-Rogen, ha definito un indice del buon comportamento economico, che non è quello di accrescere all’infinito la
produzione, ma di equilibrarla con l’ambiente, minimizzando la
produzione di detriti, e quindi economizzando sulle materie e sulle energie che si usano e, al contrario, massimizzando le utilità e i
servizi – soprattutto di ordine immateriale – che si traggono da
questa produzione. Per tornare a quanto detto prima il complesso
della produzione va portato a uno stato di equilibrio stazionario.
Quindi, non serve più il Pil, ma un indice composito della buona
utilizzazione delle risorse in equilibrio con l’ambiente *…+ Il mercato è un meccanismo quasi perfetto per il perseguimento degli interessi individuali, e per questo va tutelato e difeso dalle interferenze, pubbliche e non. Ma non funziona per i bisogni collettivi,
che vanno tutelati con scelte che solo la collettività può fare perché solo a questo livello si colgono le esigenze relative alla sod-
258
4.
Tanto, prima o poi altri Paesi ci faranno le scarpe (letteralmente!): il problema è di sapere se questo comporterà
conflitti “di civiltà” o se sarà possibile crescere insieme. Il
caso dell’Italia superpotenza narrato nel libro di cui mi
sono occupato insegna proprio questo, che si può decadere dando molto agli altri e ricevendo molto dagli altri. I
fenomeni migratori sono un trauma, ma se sapremo dare
e ricevere dai nostri nuovi vicini ci sarà qualcosa in più
per tutti241.
disfazione, appunto, dei bisogni collettivi *…+ Dovremmo avere
un’economia in grado di avvertire i bisogni collettivi (per esempio:
cultura, istruzione, ricerca), individuare democraticamente con
quali beni essi possono essere soddisfatti, quante risorse devono
essere destinate a essi e in quale equilibrio rispetto ai beni e ai
bisogni privati. Questo è il carattere sociale di un’economia moderna” (ibidem).
241
“Noi dobbiamo accettare le sfide della competizione e della
mondializzazione. Ma dobbiamo predisporre gli argini e la canalizzazione e gli spazi nuovi dell’iniziativa sociale perché quel flusso
non disgreghi la coesione sociale; perché si traduca in lavoro per
tutti, in piena occupazione; perché non impantani la vita morale.
Argini, canali, non dighe, non barriere. Governo, non gestione
dell’economia.
Noi dobbiamo cogliere la mobilità mondiale dei capitali come
l’occasione per coinvolgere nello sviluppo nuove immense masse
di uomini del mondo escluso. Ma non dobbiamo permettere che
sia smarrita la distinzione liberale tra mercati del risparmio e giochi d’azzardo distruttivi della ricchezza. I mercati sono strumenti
da regolare. Non idoli e feticci da adorare. Noi dobbiamo snidare
la pigrizia, l’ignavia che stanno nelle pretese protezionistiche, dovunque si annidino, smantellare i grandi e i piccoli bunker del
259
5.
Ruffolo è passato indenne attraverso il craxismo (qui inteso, riduttivamente, come fenomeno di malaffare politico istituzionalizzato e pervasivo), ma la situazione di oggi
gli appare ancor più compromessa; manca all’Italia una
classe dirigente all’altezza del suo compito, e se la ragione è un terrificante mix di presuntuosa ignoranza, di incompetenza e di ingordigia, c’è da dubitare del futuro. Su
questo, io credo, Ruffolo è pessimista quanto me.
privilegio corporativo; ma dobbiamo farci carico dell’autentico
bisogno di protezione dei più deboli, degli emarginati, degli esclusi, della "povera gente" diceva il Sindaco di Firenze che si chiamava Giorgio La Pira: per riportarli al lavoro, per assicurargli la dignità, per ristabilire instancabilmente qualche cosa che somigli
all’eguaglianza delle opportunità” (Giorgio Ruffolo, Intervento di
apertura agli Stati generali della sinistra, Firenze 12/2/1998).
260
2.2.2 ANALISI DEL TESTO
2.2.2.1 Prefazione
“L'Italia è l'unico paese del mondo ad avere attraversato, nella
storia, due epoche di indiscussa superiorità mondiale: politica
la prima, nell'antichità: economica la seconda, nel Medioevo.
Questa anomalia italiana è lo spunto da cui parte il libro che
mette a confronto i due fatidici primati: quello conquistato
con il ferro dalla Roma dei re, dei senatori, degli imperatori e
quello acquistato con l'oro dalle Repubbliche italiane”242.
Così nella prefazione l’Autore chiarisce il titolo del libro (ed
elimina il termine superpotenza, troppo giornalistico243).
A proposito, un primo problema: quanto è corretto utilizzare il
termine superpotenza in quei contesti storici? Se esso indica
uno Stato che ne domina altri sia militarmente che economicamente e politicamente, può un insieme di Stati al massimo
di dimensione regionale e in guerra fra di loro (questa è stata
per secoli la realtà dell’area italiana) essere suscettibile di
questa definizione?
Ed un secondo, la faccenda dell’anomalia italiana.
E’ metafora antica quella di comparare l’evoluzione di uno Stato (o di un popolo, di una cultura, ecc.) alle fasi della vita
dell’uomo (nascita, infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia),
al corso della giornata (alba, mezzogiorno, tramonto, notte) o
242
Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza – il ferro
di Roma e l’oro dei mercanti, Torino, Einaudi, 2004, p. V.
243
E’ l’opinione anche di Guido Barbarigo in una recensione su
www.clarissa.it: “Il titolo non ci è piaciuto, ma attira: e poi tutto
sommato risulta anche ben sostenuto dal testo”.
261
al ciclo delle stagioni (primavera, estate, autunno, inverno). Da
qui il ripetersi del vanitas vanitatum o le infinite discussioni
degli storici sulle decadenze, ad esempio, di Roma, dell’Impero
ottomano o di Venezia (le cui durate fanno impensierire
sull’accettabilità del termine).
Nel caso dell’Italia, ci sarebbe dunque stata una doppia vita244
(come suggerisce il termine rinascita), caso unico nella storia
del mondo? Lo si può sostenere, ma servirebbe almeno che ci
fosse stata una effettiva discontinuità fra i due momenti: in
realtà, tutto il Medioevo ragiona come se l’Impero romano ci
fosse ancora245, la Chiesa sostiene di esserne l’erede diretta e
gli uomini del ‘400 e del ‘500 si concepivano come continuatori del mondo antico (il termine rinascimento appare solo nel
XIX secolo!); quindi, è possibile sostenere che l’area italiana (in
effetti, è questo il solo senso storicamente coerente del termine Italia, sostanzialmente come espressione geografica o al
massimo culturale) ha dominato l’Europa per quasi un paio di
millenni, con alti e bassi naturalmente (e magari solo per certi
aspetti), ma sempre senza concorrenti adeguati, almeno fino
all’Età moderna.
Ciò detto, rimane il fatto che si trattò sicuramente di due cicli
economici distinti, anche se correlati, ma non ci spingeremmo
fino a dire che sia stato o che sarà un caso unico al mondo
(basta pensare, per restare all’attualità, alla Cina). La metafora
dell’anomalia è però, almeno provvisoriamente, efficace (e
infatti in Italia se ne abusa, spesso per giustificare i nostri vizi!)
244
ibidem, p. 174 l’Autore pone la domanda in forma diversa:
“C’è una storia d’Italia, o ce ne sono due?”.
245
Basta pensare a Dante! Di fatto, per lo più solo a livello formale, il Sacro Romano Impero, per via della Donazione di Costantino
e del riconoscimento di Bisanzio, è l’Impero romano d’Occidente.
262
se si vogliono trattare, come sostiene Ruffolo, delle continuità
e delle discontinuità della storia d’Italia senza “autocompiacimenti patriottardi” ma anche senza “quella che Carlo Emilio
Gadda chiamava la porca rogna italiana dell’autodenigrazione”246: via, siamo stati proprio bravi a vincere due
volte in una gara in cui di solito i primi diventano presto ed
irrimediabilmente gli ultimi!
2.2.2.2 Parte prima – Il ferro di Roma
Come già abbiamo visto, Ruffolo intende trattare di “due fatidici primati: quello conquistato con il ferro dalla Roma dei re,
dei senatori, degli imperatori e quello acquistato con l'oro dalle Repubbliche italiane”: l’uno l’Italia l’ha conquistato e l’altro
l’ha acquistato.
E’ indubitabile che il primato militare sia stato uno dei fattori
fondamentali del successo romano e che il dominio della moneta e della finanza lo sia stato per gli Stati italiani, ma non si
può dimenticare che anche altro spiega la lunga durata
dell’Impero (ad esempio, il sistema di integrazione economica)
o il primato italiano (che è prima di tutto culturale, ma si fondò anche sulla conquista armata del Mediterraneo).
Vedremo come in seguito Ruffolo preciserà questi termini; per
il momento, facciamo tesoro di questa riassuntiva opposizione
lessicale.
246
ibidem, p. VII.
263
2.2.2.2.1 Capitolo primo - Alba sul Tevere
Il libro ha la forma di un “racconto *…+ disinibito”247, che comincia evocando la fondazione di Roma con accenti ossianeschi248. Il mito di Romolo e Remo (figli di una prostituta), dice
Ruffolo, non è particolarmente lusinghiero ma ben si attaglia
alla natura rude e selvaggia della città, crocevia di traffici ma
anche di conflitti tra latini, sabini ed etruschi, in cui spesso non
si capisce chi è il vinto e chi il vincitore.
Subito emerge una particolarità cruciale: “diversamente dalle
città stato sumeriche, elleniche e fenicie Roma non si identificò con una nazione *…+ e la sua identità fu lo Stato, la Repubblica”249. Fin dalle origini quindi la capacità di integrare culture
diverse si rivelò vincente, ma il suo risvolto negativo fu che,
attenuandosi i conflitti di clan, si esaltarono quelli di censo e di
classe (patrizi e plebei, ricchi e poveri, liberi e schiavi), con la
conseguente spinta alla conquista esterna per tenerli sotto
controllo.
Anche in ciò una particolarità determinante: le colonie fondate nelle terre conquistate rimasero legate a Roma (colonizzazione cumulativa, a differenza di quella diffusiva greca) ed i
plebei emigrati che avevano fatto fortuna divennero una forza
247
ibidem, p. VI.
“Nella notte che cominciava a dileguare dai monti selvosi al
mare, lungo le grandi anse del fiume, non si distinguevano ancora
le forme, ma si levavano già i muggiti e i belati delle mandrie”,
ibidem, p. 6.
249
ibidem, p. 10. Ci si potrebbe domandare se Roma potrebbe
essere definita una Stato laico nell’accezione moderna del termine… certo, esisteva una religione di Stato, ma essa stessa era oltremodo laica e politica. Il tema è cruciale a proposito del conflitto
con il cristianesimo.
248
264
politica, che premette per sostituire all’aristocrazia del sangue
quella della ricchezza.
La tesi di Ruffolo è che la futura storia di Roma repubblicana
ed imperiale sta già tutta in questi caratteri originari; è un
punto di vista molto attuale, almeno per quanto riguarda la
multiculturalità (del resto, spesso la durata dei grandi Imperi
multinazionali – compreso quello americano? - è stata correlata alla capacità di integrare popoli diversi250).
Ma a proposito dell’aristocrazia della ricchezza, ci preme sottolineare che proprio questo è uno dei più forti elementi di
continuità tra mondo romano e Italia medievale e rinascimentale.
2.2.2.2.2 Capitolo secondo – La repubblica imperiale
“Nessuna città-stato è diventata una Monarchia imperiale:
tranne Roma251”. Il successo di Roma fu fondato sulla sua
struttura militare e, come si è detto, sulla capacità di integrare
le popolazioni conquistate. Tuttavia, nota Ruffolo, esso si realizzò nonostante la mancanza di una cosciente politica economica: la fase cruciale fra il II secolo a.C e il II d.C. non si risolse
252
che in un “capitalismo mercantile abortito” , cioè non riuscì
ad innescare un “processo di sviluppo autopropulsivo”253; eppure, “la repubblica imperiale si era avvicinata, con la villa, alla
250
“i romani *…+ furono più impegnati nelle trasfusioni di sangue
che nel suo spargimento. *…+ non c’è stato dominio nella storia
che abbia saputo legare a se stesso tanta parte della cultura e delle classi dirigenti dei sudditi: con il consenso, e non solo con la
violenza”, ibidem, p. 52.
251
ibidem, p. 19.
252
ibidem, p. 21.
253
ibidem, p. 23.
265
soglia dell’economia capitalistica”254 (anche se a costo della
rovina dei piccolo agricoltori, vero nerbo della società romana)
e lo sviluppo del commercio aveva pressoché saturato l’ “area
semichiusa”255 dell’impero. Come mai il “sistema agrariomercantile a base schiavistica”256 non fece il grande salto?
Una prima risposta: la classe dei ricchi (non solo quelli di origine aristocratica, gli honestiores, ma anche quelli plebei, gli equites) attribuiva al successo economico la funzione di consentire uno stile di vita ozioso e soddisfatto di sè: “Qui, in questa
‘contentezza, sta la differenza specifica del mercante antico:
non soltanto con il capitalista moderno, ma anche con il borghese medievale, sempre insoddisfatto della sua condizione
sociale e politica”257; “Ai romani, per esempio, il concetto di
produttività, secondo il quale le risorse devono essere indirizzate preferibilmente verso gli usi che permettono di riprodurle
e di ampliarle, era totalmente estraneo”258 . “Mercanti, appaltatori, banchieri, appartenenti o no all’ordine equestre, costituivano dunque una quasi-classe. E certo che essa restò, come
tale, molto al di qua del ruolo rivestito dalla borghesia commerciale del Medioevo e dalla borghesia industriale moderna:
per cui appaiono fortemente anacronistiche e frutto di sovrapposizioni ideologiche le interpretazioni moderniste di illustri storici che hanno visto nella fioritura di quei ceti una anticipazione, se non addirittura una prima edizione del capitali-
254
ibidem, p. 26 – A pag. 41, Ruffolo definirà la villa “fordista”.
ibidem, p. 28.
256
ibidem, p. 29.
257
ibidem, p. 32.
258
ibidem, p. 64.
255
266
smo. Non ci addentriamo in quella lunga e non chiusa disputa
che abbiamo già sfiorato”259.
Questa conclusione è confortata dalla successiva analisi dello
schiavismo. La tesi di Ruffolo è che “questo tipo di organizzazione del lavoro abbia rappresentato una risposta efficace a
una sfida. La sfida era quella della improvvisa ‘globalizzazione’
dei mercati: le conquiste avevano creato uno spazio economico vastissimo, assolutamente straordinario; e quindi possibilità
inedite per produzioni di vasta scala. Dal punto di vista strettamente economico, la produzione di massa, militarmente
organizzata, costituiva la risposta più razionale”260. Ma quel
modello “si fermò, ben al di qua delle due soglie critiche del
capitalismo moderno: il salariato e la meccanizzazione”261: da
un lato ragioni economiche dall’altro la paura delle rivolte
spinsero alle manomissioni e a normative via via più umanitarie, con il risultato che “la punta più avanzata del mondo ro262
mano verso una rivoluzione capitalistica”
non raggiunse
l’obiettivo.
Dopo una lunga parentesi in cui tratteggia temi relativi
all’impiego delle risorse (l’esercito: “è il suo pilastro, diventerà
263
264
la sua mina” ; il consumo cospicuo: dal “mal della pietra”
all’otium delle classi ricche, alla città di Roma: “non faceva che
cambiare, con ritmo incalzante, grazie a quell’ansia costruttiva, a quel mal della pietra: con un ritmo paragonabile a quello
259
ibidem, p. 33-34.
ibidem, p. 38.
261
ibidem, p. 39.
262
ibidem, p. 41.
263
ibidem, p. 293.
264
ibidem, p. 54.
260
267
attuale di New York”265), Ruffolo, nonostante l’intenzione sopra citata di non volersi addentrare in una “lunga e non chiusa
disputa”13, torna sulla questione nel paragrafo Un capitalismo
abortito266.
Raffinando concetti già espressi più sopra l’Autore dà una risposta al problema, ma essa ovviamente risente
dell’impostazione tipica di quella disputa, che non è obbligatorio condividere. E’ ovvio infatti che domandarsi perché il capitalismo non sia nato nell’antica Roma implica un certo determinismo, cioè la convinzione che esso fosse in qualche modo
un passaggio necessario, inevitabile ed atteso267, a cui qualcuno è arrivato prima e qualcuno dopo; si potrebbero applicare
quindi a questo caso (potremmo chiamarlo capitalocentrismo)
le stesse critiche rivolte all’eurocentrismo, che considera l'evoluzione europea come l'unica possibile e quindi obbligatoria
per tutti, e interpreta le civiltà primitive (senza storia, ferme
nel tempo, ecc.) come stadi arretrati di essa. A nostro umile
avviso, la domanda in sè è improponibile: estremizzando, chi
mai si interrogherebbe seriamente sul perché i Sumeri non
hanno inventato la televisione? E allora perché chiedersi perché i Romani non hanno inventato il capitalismo? E’ vero però
che anche le domande improponibili sono suscettibili di risposte utili ed interessanti…
265
ibidem, p. 55.
ibidem, da p. 67.
267
“La storia lo scartò. O comunque, lo rinviò ad altra epoca”, ibidem, p. 294
266
268
2.2.2.2.3 Capitolo terzo - La crisi del III secolo
Il capitolo si apre con una riflessione sui termini Basso Impero
e Tarda antichità, che nella storiografia sintetizzano il primo
una - sorpassata - visione catastrofista (e moralista) della fine
dell’Impero e il secondo una più recente valorizzazione degli
elementi di continuità. Sta di fatto però che con il III secolo
l’Occidente “punta, sia pure attraverso tutte le oscillazioni e le
differenziazioni, verso il basso: verso la destrutturazione politica, verso l’impoverimento economico”268.
Caratteri fondamentali ne furono l’instabilità politica, il rovesciamento delle frontiere (“Era questa, del resto, la configurazione di tutti i grandi imperi dell'antichità. Li si potrebbe definire sistemi geopolitici duali: un nucleo di ordine stabile circondato da una corona turbolenta. Quei sistemi attraversavano di solito due fasi. Nella prima, centrifuga, era il nucleo a
premere sulla corona. Nella seconda, centripeta, la pressione
si rovesciava, fino a spezzare il nucleo. Questo era stato il destino degli Imperi mesopotamici. Questo sarebbe stato il destino dell'Impero romano, persiano, cinese”269), il rompersi
dell’equilibrio augusteo fra Imperatore e Senato270, lo strapotere del ceto militare. Tra pestilenze ed invasioni “si era sviluppata una monarchia assoluta, fondata su un esercito violento e su una burocrazia invadente”271.
268
ibidem, p. 79.
ibidem, p. 83.
270
“Su che cosa si regge il potere degli imperatori? L’unica risposta sensata sembra: su se stesso”, ibidem, p. 90.
271
ibidem, p. 99.
269
269
2.2.2.2.4 Capitolo quarto - L'inflazione e la crisi fiscale
I tentativi di reagire alla crisi furono molteplici, ma a poco valsero sia il superamento dello schiavismo per mezzo del colonato sia il dirigismo, che tentò di porre limiti ad un’inflazione
provocata dall’aumento delle spese statali (e quindi della
pressione fiscale - specie di quella a carico dei municipia -, aggravata da un iniquo ed inefficiente sistema di riscossione) e
dalla rottura dell’equilibrio nel sistema monetario (in sostanza,
svilimento del saggio): “Il fatto è che, soprattutto nella parte
occidentale dell’Impero, si era scavato un solco profondo tra
lo Stato e la società. Uno Stato sempre più invadente e prepotente. Una società profondamente divisa, tra una minoranza di
privilegiati, di honestiores, e una massa di povera gente, di
humiliores”272.
2.2.2.2.5 Capitolo quinto - La rivelazione cristiana
Secondo il laico Ruffolo, il cristianesimo fu autore di una radicale rivoluzione/rivelazione perché “portava alla luce della
storia, scopriva, un mondo muto, oscuro, passivo, la massa
degli umili, delle vittime, dei vinti. Un mondo di dolore e senza
speranza, escluso dalla gioia, potenzialmente carico di una
immensa domanda di giustizia”273.
Dopo la svolta paolina, la nuova fede si propagò “per conta274
275
gio” e creò comunità “immerse nella società” . Da qui il
conflitto, perché i cristiani “accettavano il dominio romano ma
contestavano apertamente i suoi miti e i suoi riti”276; nono-
272
ibidem, p. 113.
ibidem, p. 114.
274
ibidem, p. 117.
275
ibidem, p. 118.
276
ibidem, p. 120.
273
270
stante la persecuzione, il movimento non si arrestò: “Il cristianesimo assunse fin dall’inizio la forma di una potenza. Potenza morale, ma non solo. Potenza sociale. Potenza economica e finanziaria. E’, fin dall’inizio, un movimento ben organizzato *…+ vera e propria società nella società”277, con beni, banche, ecc. “E’ certo che la potenza finanziaria della Chiesa svolse un ruolo non secondario *…+ In conclusione, non ci fu
l’apocalisse. La vittoria del cristianesimo non adempì il messaggio dell’avvento delle città di Dio. E non ci fu la fuga dei
cristiani dal mondo. Al contrario, la vittoria cristiana, suggellata dalla clamorosa conversione imperiale di Costantino, fondò
il formidabile potere mondano della Chiesa. Ma: quantum mutata ab illa! Altro che fuga dal potere: la Chiesa si identificò
con il potere imperiale a Oriente, e fronteggiò da rivale il potere dei successivi imperi e monarchie in Occidente”278.
Questa lettura della “vittoria” del cristianesimo ci pare alquanto superficiale, e non solo perché un po’ vetero-socialista nella
sua insistenza sul ruolo dell’economia ecclesiastica e di conseguenza sul tradimento del messaggio originale.
Eppure, Ruffolo aveva a disposizione un ottimo punto di partenza per ragionarci, quello della capacità tutta romana di integrare culture diverse: a noi pare che l’adozione ufficiale della nuova religione279 ne sia stato il capolavoro! Fu merito di S.
277
ibidem, p. 122.
ibidem, p. 124-125.
279
A proposito del tradimento (tema che ritornerà continuamente
nei secoli successivi), bisogna considerare che il cristianesimo non
è dato fin dalle origini (la predicazione di Gesù) ma si forma attraverso un lungo processo di conflitti (teologici, ecc.): quello che
“vince” nel IV secolo non è lo stesso cristianesimo del I secolo,
278
271
Paolo (che era ebreo ma anche cittadino romano - e ci teneva
molto! - perfettamente integrato e consapevole dei suoi diritti) se il cristianesimo iniziò a trasformarsi da fenomeno interno
al mondo ebraico a religione universale (cioè del mondo romano), incorporando elementi (teologici, rituali, organizzativi,
ecc.) della tradizione orientale (l'ebraismo e il monoteismo, i
culti misterici, la concezione del potere, ecc.) e di quella occidentale (la tradizione filosofica, ad esempio, ma anche
l’iconografia religiosa, la visibilità del divino e altro ancora).
Non stupisce che Costantino ad un certo punto della sua vicenda politica abbia intuito che il Cristianesimo, così sincretico, poteva diventare elemento unificante dell'Impero e rafforzarlo280: perciò, prima ne ammise il culto, poi ne sottomise la
gerarchia alla propria autorità, imponendo al Concilio di Nicea
un credo unico alle diverse chiese locali281.
Quanto al potere della Chiesa, andrebbe precisato che esso si
affermò solo a partire dall’ultima fase dell’Impero occidentale
quando accadde un fatto di capitale importanza che differenziò la storia europeo-occidentale da quella della altre aree: di
tutte le forme in cui si esprimeva l'autorità imperiale, resistette nelle città solo quella dei chierici, a quel punto non più
funzionari dell'apparato statale (come sempre rimasero
nell'Impero romano d'Oriente e poi, ancor oggi, nel mondo
ortodosso – lo stesso può dirsi, con l’eccezione a tratti degli
sciiti, per quello musulmano) ma dotati di un potere autonomo; è su questa base che la Chiesa svolse la funzione di ga-
ma uno degli esiti della sua evoluzione (in parte almeno, quello
che Costantino sceglie per i suoi fini).
280
Del resto è ciò che Ruffolo sostiene a pag. 157.
281
vedi in proposito ibidem, p. 158-160.
272
rantire la continuità fra il mondo antico e le età successive, di
cui ancor oggi è il segno più cospicuo282.
2.2.2.2.6 Capitolo sesto - Il miracolo del IV secolo
Il IV secolo apre una fase più positiva, grazie all’ancor alta capacità militare romana e alla diminuzione della pressione alle
frontiere da un lato, alla maggiore stabilità politica e ad una
certa ripresa economica (anche se non in tutte le aree)
dall’altro; ma il giudizio di Ruffolo è che comunque si trattava
“di un’economia stagnante, incapace di generare uno sviluppo
autopropulsivo, di compensare i danni e di ridare vigore a un
sistema infiacchito”283. E’ quindi dall’alto che vengono promossi tentativi di riforma, quali quello di Diocleziano e di Costantino: con il comune denominatore della divinizzazione
dell’Imperatore, si riorganizza l’esercito, si tenta la stabilizzazione della moneta (il primo adotta in controllo dei prezzi, il
secondo il gold standard che ricaccia gran parte della popolazione nell’economia di baratto) e si riforma il sistema fiscale.
Ma comunque il conflitto fra ricchi e poveri da un lato e fra
governati e governanti dall’altro (che determinano una condi284
zione di “violenza endemica, non esplosiva” ) impongono
una pietrificazione della compagine sociale (unici canali di
mobilità sociale rimangono il servizio militare e quello ecclesiastico); lo straripante peso della burocrazia genera il dominio
della corruzione.
282
Ruffolo stesso chiarisce tutto questo nel capitolo I della seconda parte (pp. 177-190).
283
ibidem, p. 131 - Ma allora perché il capitolo si intitola “Il miracolo”?
284
ibidem, p. 145.
273
Conclude Ruffolo: “ il Dominato è un'età di transizione. Ma
verso che cosa? *…+ verso due realtà storiche diverse, due contrapposti destini che si compiranno l'uno nell'Oriente, nel
nuovo Impero bizantino potente, ricco, colto, raffinato, solido,
come la sua moneta, destinato a durare ancora, con alterne
vicende, un buon millennio; l'altra nell'Occidente che, sotto
l'urto rinnovato dei barbari, vedrà sprofondare l'Impero in una
barbarie da cui, molto più tardi, germoglierà una civiltà nuovissima”285. Ecco ancora affermata (ma non dimostrata) la discontinuità che gli serve affermare per dare fondamento
all’anomalia italiana; noi conserviamo intatte le nostre riserve.
2.2.2.2.7 Capitolo settimo - La grande scissione
Se Oriente ed Occidente hanno avuto destini diversi, ciò è dovuto al fatto che la frattura tra Stato e società era più forte nel
secondo, perchè nel primo gli effetti delle riforme erano stati
più incisivi e la situazione economica più florida.
Ma c’è di più: c’era in Occidente “un'antica e per tanti aspetti
misteriosa vocazione all'individualismo e all'autogoverno che,
nata in Grecia, si era estesa all'Italia e, favorita dal municipalismo romano, alle province occidentali. Era questa forza che
opponeva una resistenza tenace alla centralizzazione del potere: forza di ceti e di istituzioni generate e vissute in una libertà
orgogliosa: l'antica aristocrazia, i vecchi ordini, le borghesie
municipali. Ora, mentre le classi urbane, colpite dalla decadenza economica, non avevano trincee nelle quali riparare,
l'aristocrazia terriera aveva la possibilità di ritirarsi nelle sue
campagne. Questa regressione assunse in Occidente dimen-
285
ibidem, p. 151.
274
sioni e ritmi man mano più rilevanti, opponendo al governo
centrale un crescente potere diffuso e disegnando già a matita, sullo sfondo dell'imponente scenario dello Stato imperiale
in lenta dissolvenza, il paesaggio frastagliato del feudalesimo”286.
Riemerge qui quella concezione (storiografica, ideologica ed
anche politica, soprattutto di questi tempi) secondo la quale
l’Occidente è stato la terra di elezione della forma di governo
centrata sulla polis287 e l’Oriente di quella fondata sulla monarchia assoluta e divinizzata. Questo modo di rappresentazione ha evidentemente riscontri certi, almeno nel mondo antico, e se lo si adotta si può considerare, ad esempio, un processo di orientalizzazione quello che ha trasformato la Repubblica romana in Impero (cosa che comunque Ruffolo non ha
fatto288). Questa tesi (e il suo corollario economico, il cosiddetto modo di produzione asiatico) è stata spesso criticata, ma a
tratti rispunta (magari oggi con una venatura razzista) soprattutto quando di tratta di ragionare sul perché in Occidente
prevalgano sistemi politici liberal-democratici e altrove quelli
assolutisti; anche questo è un fatto, ma come si può pensare
64
che una “per tanti aspetti misteriosa vocazione” duri così a
286
ibidem, p. 154.
In senso lato: sistemi politici con una monarchia limitata nei
suoi poteri, in genere da un’assemblea di capi-clan, e repubbliche
aristocratiche, timocratiche, democratiche, cioè quelli che anticipano le moderne forme di governo liberal-democratiche; fu un
modello politico applicato di solito a piccoli territori (e infatti l'ingrandimento dello stato romano lo mise in crisi).
288
Non ha usato il termine nemmeno trattando del cristianesimo,
che pure introduce in Occidente per opera di S. Paolo un vistoso
“segno orientale”, l’omnis potestas a Deo.
287
275
lungo? Non avrà per caso una base genetica? O davvero le
continuità fra mondo antico e mondo attuale (in fondo si tratta solo di 5000 anni) superano di gran lunga le discontinuità?
O magari tutto ciò è solo un’apparenza, perché si potrebbe
sostenere che le forme di governo autoritarie che prevalgono
oggi nel Terzo Mondo sono un frutto del colonialismo (e l’India
costituirebbe l’eccezione che conferma la regola, così come il
Giappone la controprova). E poi, noi europei, che abbiamo
inventato il totalitarismo, abbiamo delle lezioni da dare? Non
abbiamo una risposta, ci accontentiamo di porre il problema.
La scissione comincia quando Costantino fonda la sua nuova
capitale sul Bosforo. Con ciò, “consegnava praticamente al
papa romano la città di Roma. ‘Ahi Costantin, di quanto mal fu
matre!’ avrebbe esclamato Dante dieci secoli più tardi”289.
Ruffolo passa poi a trattare una vexata quaestio: perché cadde
l’Impero d’Occidente? Tra tutte le risposte (raggruppabili a
seconda della preferenza accordata a cause interne od esterne), due emergono nella storiografia, quella che ne attribuisce
la responsabilità ai cristiani e quella che la imputa ai barbari.
La posizione di Ruffolo circa la prima è che effettivamente i
cristiani “nell’insieme, non contribuirono attivamente alla difesa dell’Impero. Dunque, non assassini, ma, al più, spettatori
più o meno indifferenti”290.
Circa la seconda, ritiene che le ondate barbariche furono preceduta ed accompagnate da quel processo di disgregazione
sociale ed economica che più sopra aveva tratteggiato, e che
spiega la scarsa resistenza che le nuove popolazioni incontra-
289
ibidem, p. 156 – Andiamoci piano però! Dante credeva
nell’autenticità della Donazione di Costantino!
290
ibidem, p. 161.
276
rono291. Lo “squilibrio tra produttività ed esigenze di centralizzazione”292 del Dominato fece prevalere in Occidente le forze
centripete e “partito l’imperatore da Roma si sciolsero i vincoli
di quel minimo di solidarietà tra i gruppi sociali che permette
ad una società di stare in piedi *…+ La spallata finale, furono i
popoli della foresta a darla”293.
A chiusura del capitolo, Ruffolo introduce un tema chiave della
storia italiana: intorno al fatidico 476, in varie parti d’Europa si
cominciano a formare regni barbarici che diventeranno i nuclei delle future monarchie nazionali; in Italia no, il sogno di
Teodorico è infranto dalla parziale riconquista di Giustiniano:
“era destino, ancora una volta che l’Italia seguisse un’altra
strada. Essere anomala in Europa sembra sia la sua sorte”294.
In coda, una conclusione della prima parte dell’opera che anticipa la seconda: “Come Atene, Roma sembrava ridotta al destino di un villaggio. E con essa, l’Italia, a un’oscurità servile.
Invece, la storia avrebbe svoltato, dopo una lunga curva. E
295
proprio in Italia, avrebbe scelto il luogo di un nuovo inizio” .
2.2.2.2.8 Qualche nota di commento
Abbiamo più volte espresso la nostra opinione su singoli
aspetti della trattazione di Ruffolo. Ci preme ora sottolinearne qui uno che è in qualche modo trasversale alla
291
Ruffolo cita anche l’esempio, di due secoli più tardo, della conquista araba dell’Africa mediterranea, che fu accolta dalle popolazioni (ma non dai berberi delle montagne) come una liberazione
dal latifondo e dalle tasse.
292
ibidem, p. 163.
293
ibidem, p. 165.
294
ibidem, p. 168.
295
ibidem, p. 169.
277
concatenazione dei capitoli: i personaggi della storia romana a cui l’Autore dedica qualche attenzione oltre lo
stretto indispensabile, come se a loro andasse la sua simpatia umana. Nell’ordine: Tarquinio il vecchio, Ottaviano
Augusto e Costantino296. Ci pare abbiano una cosa in comune: l’essere stati uomini di frontiera, audaci ma anche
prudenti innovatori, portatori di un progetto ricco di prospettive che la sorte avrebbe premiato o punito; uomini
di governo a tutto tondo, insomma, di quelli le cui decisioni imprimono una svolta alla storia, nel bene o nel male. Questo non ci stupisce in Ruffolo: il riformismo è stata
la sua bandiera ed ha sempre attribuito alla politica (lo
dimostra il ruolo che vi ha svolto e vi svolge) la funzione
di discutere di grandi disegni strategici e non di beghe di
condominio.
Come avevamo già accennato nel paragrafo 2.2.2.1, il
“conquistato” si è rivelato solo un’approssimazione utile
al lettore per inquadrare l’argomento: l’analisi di Ruffolo
è stata molto più articolata e ha messo ben in evidenza
che oltre a conquistare Roma seppe anche fare ben altro.
296
In realtà, si dilunga anche sulla storia esemplare del banchiere
Callisto che divenne papa (p. 123-124) e dedica molto spazio a
Diocleziano (ma in parallelo a Costantino, da p. 131 a p. 144, e al
solo scopo di illustrarne la politica economica). Pressoché assenti i
personaggi femminili, ma efficaci sono comunque il ritratto di Giulia Domna e famiglia (p. 91-92).
278
2.2.2.3 Parte seconda - L'oro dei mercanti
2.2.2.3.1 Capitolo primo - Roma nei secoli bui
Nell’aprire la seconda parte del libro (con la rievocazione
dell’atto di morte dell’indipendenza italiana, il trattato di Cateau-Cambrésis) Ruffolo si domanda (noi l’abbiamo preceduto
nel paragrafo 2.2.1): “Che relazione ha, questo secondo primato, con quello dell’antica Roma? C’è qualche traccia di continuità o c’è una discontinuità totale fra i due? C’è una storia
d’Italia, o ce ne sono due?”297. Anticipiamo che, curiosamente,
una vera e propria risposta a questa domanda cruciale (ricordiamo che essa è essenziale per la teoria dell’anomalia italiana e della doppia vita) in verità non c’è, e che, come vedremo
298
più avanti , l’unica discontinuità netta che l’Autore identifica
è quella fra Comuni italiani e municipia romani.
Comunque sia, l’Autore tratteggia i 5 “secoli bui”dal VI al X,
partendo dalla situazione della città di Roma, ridotta ad un
“villaggio povero”299 assediato da pestilenze e barbari, ma anche da rapaci bizantini che ne spogliano i monumenti.
Nell’assenza o nella lontananza del potere politico, sono i vescovi (papi) della città a governarla, costruendo, in particolare
Gregorio il grande, l’autonomia della Chiesa. Di quel grande
papa Ruffolo sottolinea la romanità (“capacità di governare,
amministrare, gestire”300), ma non sottovaluta la fede e la disponibilità di enormi ricchezze.
Le dispute teologiche (la questione monofisita, poi quella monotelita, il filioque e infine l’iconoclastia) offrono le occasioni
297
ibidem, p. 173.
vedi 2.2.2.3.5.
299
ibidem, p. 174.
300
ibidem, p. 180.
298
279
per smarcarsi da Costantinopoli, in ragione anche del fatto che
in tutte e quattro i casi era in gioco la concezione occidentale
e romana del cristianesimo (l’umanità del divino - il ruolo del
Figlio -, la tradizione iconografica, ecc.)301.
L’arrivo dei Longobardi e la conseguente separazione dei territori che controllano da quelli bizantini “sanziona *…+ per i secoli a venire quella divisione politica fra Nord e Sud d’Italia che
costituirà un segno distintivo della nostra storia”302. La Chiesa
opera in maniera “fermissima, ma anche intelligente e duttile”303 in difesa del suo potere (è in questa fase che appare la
Donazione di Costantino); ma quando lo sente minacciato si
rivolge ai Franchi, grazie ai quali “il Papato non solo si emancipava dalla sovranità bizantina, non solo si liberava dalla minaccia perenne dei Longobardi, ma si installava da sovrano a
Roma e in buona parte dell’Italia centrale”304.
301
Vedi anche la citazione di R. Lopez, a p. 210: “Gli occidentali
preferivano le teorie che più avvicinavano Dio gli uomini, gli orientali respingevano ogni compromesso che rischiasse di abbassare la
spiritualità divina”. Il tema è tornato attuale con il discorso tenuto nel settembre 2006 da papa Benedetto XVI in Germania sul
rapporto fra fede e ragione, e proprio per questo contestato dal
mondo musulmano (che ha forse dimenticato Averroè...).
302
ibidem, p. 176 – a p. 206, Ruffolo tuttavia precisa che “La cesura che si creò, a quel tempo, non divideva tanto il Nord dal Sud
*…+ Si manifestava allora, più che altro, come di una frontiera tra
l’Italia mediterranea e l’Italia continentale”; ancor meglio, potremmo dire fra le realtà politiche proiettate verso il mare e quello rivolte al territorio.
303
ibidem, p. 186.
304
ibidem, p. 189.
280
L’Autore non manca di rievocare la notte di Natale dell’800:
“Nessuno può dire *…+ se quella fu veramente un’improvvisata
che contrariò Carlo305 o una sceneggiata concordata fra i due.
Sta di fatto che cambiò la storia: *…+ riapparivano così, su una
scena diversa, i due Imperi della tarda antichità, quello carolingio d’Occidente e quello bizantino d’Oriente”306.
Il capitolo si chiude con tre sottolineature: la prima, che al popolo di Roma non venne mai meno la spinta all’autogoverno;
la seconda, che l’ascesa del Papato “fu un potente enzima della formazione della nazione italiana *…+ e al tempo stesso un
macigno posto sulla strada della sviluppo di uno”307; la terza,
che all’allontanamento della Chiesa dalle “sue premesse morali”61 rimediò lo sviluppo del movimento monastico. Ci preme
sottolineare che per mezzo della distinzione fra nazione e Stato nazionale Ruffolo vuole chiaramente indicare le radici di
un’anomalia che solo nel XIX secolo, una volta apparsa come
tale, troverà soluzione.
305
perché con ciò stesso riconosceva che il suo potere derivava
dalla Chiesa in ragione della Donazione costantiniana; ci penserà
Napoleone a rimettere le cose a posto obbligando il Papa ad assistere alla sua auto-incoronazione! La continuità istituzionale con il
mondo romano si spezza il quel momento, o al massimo poco dopo, nel 1806, quando Francesco II d’Austria rinuncia al titolo di
Sacro Romano Imperatore (ma i Savoia utilizzeranno ancora a lungo quello di Vicari del SRI!).
306
ibidem, p. 191.
307
ibidem, p. 195. E’ una tesi che risale ai tempi di Machiavelli e
Guicciardini.
281
2.2.2.3.2 Capitolo secondo - L'Italia longobarda
Il ritratto dell’Italia longobarda è dominato da una opinione
netta e definitiva fondata sugli studi di Guglielmo Pepe: “Diciamo la verità: all'Italia, forse per una oscura legge di contrappasso, sono toccati, in definitiva, i barbari meno intelligenti e più grossolani d'Europa. Totalmente incapaci di fondersi
con il popolo vinto, allevatori di maiali e cacciatori forsennati,
totalmente incapaci di lavoro produttivo, gente rozza ‘senza
idealità, senza poesia, senza leggi senza ricchezza, senza patria’ (si scannavano tra loro tradendosi continuamente), sono
stati per l'Italia una vera maledizione. Hanno segnato - è sempre Pepe che parla - il secolo più ‘infelice’, in senso ideale vichiano, della nostra storia. Ci hanno lasciato qualche parola.
Ne avremmo fatto volentieri a meno”308.
Tuttavia, nota che (una volta fisicamente annientata la classe
proprietaria) “la condizione dei contadini *…+ non mutò granchè: forse, migliorò persino, per il minor gravame fiscale ri309
spetto a quello della soffocante amministrazione bizantina” ;
comunque il ruolo economico e sociale della Chiesa rimase
pressoché intatto; e nonostante tutto nell’VIII secolo si manifestò un certo risveglio economico.
Fra i pesanti lasciti di quell’epoca (oltre le novità lessicali) la
divisione fra Nord e Sud310 e soprattutto lo scarso senso dello
Stato: “la frammentazione, il privatismo politico, l'indifferenza
e diffidenza verso lo Stato: un sentimento che diventerà una
radice avvelenata del carattere nazionale, e che sta in aperto
contrasto sia con la grande tradizione romana, sia con le espe-
308
309
310
ibidem, p. 299.
ibidem, p. 198.
nel senso precisato alla nota 302.
282
rienze che in quello stesso tempo accumulano negli altri paesi
europei un patrimonio prezioso”311. Notiamo in proposito, però, che di solito si attribuiscono questi tratti soprattutto alle
popolazioni meridionali che in genere rimasero allora sotto il
controllo bizantino… forse questa radice ha propaggini più
complesse.
2.2.2.3.3 Capitolo terzo - La frontiera mediterranea
Citando gli studi di C. M. Cipolla e di M. Luzzati, Ruffolo sintetizza così i rapporti fra le due sponde del Mediterraneo: “Mentre in Europa, e in Italia, nei secoli bui dell'alto Medioevo ‘il
mercato aveva cessato in larga parte di operare, la moneta era
quasi scomparsa e quei pochi scambi venivano attuati per
mezzo del baratto’ sull’altra sponda del Mediterraneo fioriva
la potenza e la ricchezza di due grandi potenze rivali, quella
antica di Bisanzio e quella nuova dell'Islam. Rovesciando la tesi
di Henri Pirenne, si potrebbe dire che da quelle sponde giunsero in Italia, tra il VII e il X secolo, gli stimoli a una ripresa dei
traffici: la quale diventerà, dopo il fatidico anno Mille, una vera e propria ‘rivoluzione commerciale’. *…+ Dunque, bizantini e
arabi colti e raffinati, latini barbari o imbarbariti? Cosi si semplifica un po' troppo. Ma è indubbio il grande debito culturale
che l'Occidente europeo ha verso il mondo bizantino e quello
312
musulmano” .
E’ facile rendersi conto di quando sia di attualità il riferimento
alle tesi di Perenne, che Ruffolo contesta con un’argomentata
riflessione che tocca temi quali la continuità dei traffici nel
Mediterraneo anche dopo la conquista araba, il fiorire degli
311
312
ibidem, p. 205.
ibidem, p. 300.
283
scambi tra Vicino ed Estremo Oriente, il ruolo del conflitto fra
Bisanzio e l’Islam.
Analizzate in breve le alterne vicende dell’Impero d’Oriente,
l’Autore nota che “l'assenza di uno Stato accentrato rende la
civiltà islamica più duttile rispetto alla possibilità di adattamento alle altre culture. *…+ nelle classi alte si sviluppa il gusto
e la pratica della ricerca, nasce la curiosità per gli antichi testi
e per gli antichi autori della cultura greca, si praticano contaminazioni culturali che fanno inorridire gli imam. A questo Rinascimento313 arabo-ellenico moltissimo deve il posteriore
Rinascimento italiano, europeo, occidentale: in particolare
nelle scienze naturali, nella matematica, nell'astronomia. E un
Rinascimento fiorito in un tempo in cui l'Europa è governata
da re analfabeti e da baroni arroganti e ignoranti”314.
La contesa fra Bisanzio (impero che ha un’evoluzione centripeta) e Islam (che invece ne ha una centrifuga) finisce alla pari,
con il risultato che tutti e due sono soppiantati, a causa della
trascuratezza verso la marineria dei primi e dell’incapacità dei
secondi di tenere il passo dell’intraprendenza degli italiani315.
313
Non so quando il termine sia applicabile al mondo arabomusulmano, che era “appena nato”; di solito si dice invece che gli
è mancato un Rinascimento, che da noi ha significato secolarizzazione e laicismo, spirito critico, ecc. E’ tutto da discutere anche
l’uso del termine a proposito della cultura ellenistica, che non aveva mai perso la sua centralità in tutto l’Oriente; a noi pare che
bisogni aspettare i patrioti greci del XIX secolo per sentir parlare di
un Rinascimento ellenico.
314
ibidem, p. 214.
315
“Quale fu il senso del loro duello? Chi lo vinse? E come mai lasciarono tanto spazio ad un terzo attore – le Repubbliche italiane
– che finì per essere il vero vincitore?”, ibidem, p. 209.
284
2.2.2.3.4 Capitolo quarto - L'egemonia mediterranea
L’antesignana della conquista del mare fu Amalfi, di cui
l’Autore ricostruisce il percorso: grazie a “competenza tecnica,
audacia spericolata, diplomazia spregiudicata”316 in breve e
fino all’arrivo dei Normanni la Repubblica controllò Tirreno,
Ionio e basso Adriatico e trafficò con l’Oriente, fino all’India.
Poi si sviluppa Venezia, che eccelle nella diplomazia volta a
preservare “la libertà della Repubblica sfruttando sapientemente le opposte e reciproche contraddizioni”317 e nella costruzione di navi (tra cui le galere, “nipoti delle trireme romane”318) mosse non da “equipaggi di schiavi, ma di cittadini liberi, marinai e guerrieri audaci e spietati”86.
Poi Genova e Pisa; insomma, “a cavallo del fatidico X secolo, le
quattro più forti repubbliche italiane emancipatesi dalla sovranità bizantina o germanica, spazzati dall’Adriatico e dal Tirreno i covi e le basi dei pirati slavi o saraceni, si affacciano sul
319
mare grande, su quel Mediterraneo che era stato di Roma” ;
ben prima delle Crociate quindi. La chiave del successo non è
tanto la disponibilità di tecnologie particolari quanto
“l’addestramento dei suoi marinai combattenti e la loro quali320
tà di liberi cittadini” , a cui si aggiunge l’invenzione della società commerciale: a ben vedere, la chiave di tutto sta “nella
natura politica dei mercanti italiani: che non erano un ceto
interstiziale e subalterno. Erano liberi cittadini, motivati certo
dallo scopo di guadagno, ma anche dall’orgoglio patriottico,
dalla passione civile per la loro città. Dal desiderio di accre-
316
ibidem, p. 221.
ibidem, p. 225.
318
ibidem, p. 226.
319
ibidem, p. 227.
320
ibidem, p. 229.
317
285
scerne il prestigio, la potenza, la ricchezza: e la bellezza”87.
Compare qui per la prima volta l’idea che Ruffolo utilizzerà per
concludere l’opera (“L’essenza del miracolo italiano fu questa:
di aver creato una ricchezza che non si trasformò in potenza,
ma si trasfigurò in bellezza”321) e su cui ritorneremo.
Le vere motivazioni delle Crociate, che trasformarono il protagonismo italiano in egemonia, costituiscono secondo Ruffolo
un enigma: scontro di civiltà? Libertà di accesso ai luoghi santi? Interessi politici contingenti dei Papi? Non basta, occorre
tirare in ballo “una pulsione originata forse da un surplus di
vitalità demografica ed economica, dal risveglio vitale di un
Occidente a lungo depresso, che sfoga le sue energie per rimuovere frustrazioni troppo a lungo subite”322.
Sta di fatto che tuttavia esse furono un fallimento geopolitico;
e furono un successo economico solo per gli italiani (prima
genovesi e pisani, poi anche veneziani), per i quali “fede cristiana e necessità di arricchimento [erano] valori entrambi
323
fondamentali ed assolutamente non contrastanti fra loro” .
“L’irruzione dei mercanti italiani nell’Oriente mediterraneo
animò il traffico su queste vie intercontinentali [la prima quella via terra attraverso Mesopotamia, Persia ed India fino alla
Cina; la seconda marittima navigando il Mar Rosso e l’Oceano
indiano; la terza, ancora terrestre, dal Mar Nero all’Asia Centrale], promuovendo una grande espansione del commercio
totale (qualcuno azzarda una valutazione: decuplicandolo!) e
soprattutto una sua diversificazione”324: non più solo merci
321
ibidem, p. 288.
ibidem, p. 230. Però, detta così assomiglia un po’ troppo al lebensraum nazista!
323
ibidem, p. 231; la citazione è di Franco Cardini.
324
ibidem, p. 233.
322
286
leggere e di lusso, ma anche derrate alimentari, tessuti e materie prime.
A questo punto l’Autore pone una rilevante questione: “E’ ancor oggi questione controversa tra gli storici se l'insieme del
commercio mediterraneo tra Oriente e Occidente, gestito in
gran parte dagli italiani, presentasse un deficit strutturale a
svantaggio dell'Occidente. E probabile che il deficit commerciale visibile fosse in parte compensato da partite invisibili,
costituite soprattutto dai noli. Gli italiani, comunque, minimizzarono quel disavanzo attraverso un complesso sistema di
triangolazioni: le esportazioni italiane verso i mercati del Mediterraneo occidentale erano pagate con l'oro che le carovane
portavano dall'Africa nera, attraverso il Sahara, sulle sponde
del Mediterraneo; e l'oro era speso nei tre quadranti del Mediterraneo orientale per pareggiare i conti”325.
Secondo Ruffolo, il passaggio dalla supremazia commerciale al
vero e proprio imperialismo delle Repubbliche italiane fu segnato dall’attacco all’Impero bizantino all’inizio del XIII secolo;
ma già prima c’era stato un simile processo interno, quello che
aveva portato al declino di Amalfi e Pisa, e all’egemonia di Genova e Venezia.
Per caratterizzare queste due ultime realtà Ruffolo ne sintetizza lo specifico politico: “Venezia *…+ fonda uno Stato forte e
un sentimento pubblico profondo; laddove a Genova prevalgono, nonostante il patriottismo, gli spiriti animaleschi di un
individualismo irriducibile”326.
325
ibidem, p. 234 - Questo tema del deficit commerciale strutturale è di grande attualità nell’Italia contemporanea, quella che ha la
più alta densità di telefonini senza produrne nemmeno uno: che
cosa diamo in cambio per le nostre importazioni?
326
ibidem, p. 235.
287
Venezia approfittò della IV Crociata per diventare padrona di
“un quarto e mezzo dell’Impero” (addirittura “Enrico Dandolo
non divenne imperatore a 94 anni, rifiutò saggiamente
l’offerta”) ma nonostante ciò nella seconda metà del secolo la
“bilancia dell’egemonia si sposta a vantaggio della sua grande
rivale”327, Genova, che prese a contrastarla proprio in Oriente.
L’egemonia italiana si sarebbe potuta espandere, via terra e
via mare, ancor più ad oriente, verso India e Cina, ma i Mongoli in tumultuosa conquista lo impedirono: molto poco saggiamente328, i cristiani sognarono un’alleanza con loro in funzione
antimusulmana. Il risultato è che queste prospettive si consumarono, anche se, fortunatamente, nello stesso torno di
tempo Genova iniziava a tracciare le rotte atlantiche: il baricentro dell’Europa si stava spostando verso occidente.
Ruffolo non sottolinea, come a noi sarebbe parso il momento,
come questa sia una delle più notevoli discontinuità fra mondo romano e medieval-moderno: mentre il primo guardava
costantemente all’Oriente, il secondo farà la sua fortuna volgendosi ad occidente; a corollario, le Repubbliche italiane si
fecero superare dai Paesi atlantici proprio perché furono troppo e troppo a lungo fedeli al vecchio modello.
2.2.2.3.5 Capitolo quinto - L'egemonia europea
Passate le grandi bufere, in tutta Europa dopo l’anno 1000 la
situazione inizia a migliorare; ciò è evidente soprattutto in Italia dove fioriscono i liberi Comuni.
327
ibidem, p. 238.
vedi ibidem, p. 242; Ruffolo richiama il progetto multiculturale
di Federico II e ricorda la sua entrata a Gerusalemme a fianco del
Califfo; insomma, semmai era meglio un’alleanza con i musulmani
contro i mongoli.
328
288
Ruffolo si inserisce nel dibattito sul tema della loro nascita,
sottolineando prima di tutto la continuità delle città romane
(mai del tutto scomparse) in quelle medievali: chiusa “la fase
‘vescovile’ *…+ quando la comunità dei cittadini ha raggiunto
una consistenza che le permette di prendere coscienza di
sé”329, nascono centinaia di nuove realtà politiche che si autogovernano.
Il problema è valutare se il Comune fu “un istituto originario o
una riedizione dei municipia romani”330; la risposta dell’Autore
è netta: “non è una riedizione del Municipio romano. C’è una
discontinuità netta tra i due fenomeni *…+ Il Comune è una
creatura autentica del Medioevo italiano”331. Anche se questa
tesi non viene motivata, essa è finora l’unica discontinuità che
Ruffolo ha trovato per rispondere alla domanda posta a pag.
173 (vedi 2.3.1.).
Rafforzatesi queste nuove polis, “comincia così, alle soglie del
XII secolo, la grande stagione del primato economico italiano
in Europa. La protagonista di questa stagione è la città-stato,
nelle sue due forme: quella più antica, delle Repubbliche marinare, senza retroterra, tutte protese verso l'esterno, prevalentemente oligarchiche; quella più giovane, dei Comuni
dell'interno, legati profondamente al loro retroterra, al contado, tendenzialmente popolari. Le due forme *…+ ‘fanno sistema’. Realizzano una massa critica che esercita una attrazione
centripeta su tutto il mondo europeo e mediterraneo *…+ il
nord d'Italia costruisce il polo principale della prima ‘economia-mondo’”332 che si snoda sul grande asse da NO a SE.
329
ibidem, p. 248.
ibidem, p. 247.
331
ibidem, p. 302.
332
ibidem, p. 249 – cioè, diremmo oggi, globale.
330
289
Ma “il primato italiano non nasce soltanto dall’audacia e
dall’astuzia *…+ Lo specifico degli italiani non fu certo che scoprirono il mercato; ma che seppero organizzarlo. Che inventarono il capitalismo *…+ e il suo software, le grandi istituzioni
immateriali [bancarie, finanziarie, fiscali, giuridiche, ecc.] che
hanno permesso di integrarlo nella società”333.
Oltre a Genova e Venezia emersero Firenze e Milano, a cui
Ruffolo dedica due approfonditi ritratti.
A Firenze i conflitti interni (i suoi “cittadini non erano mossi
dalla politica del bisogno, ma dal bisogno della politica”334)
sembrano favorirne lo sviluppo economico e, a tratti, la democratizzazione. La ragione di un così grande successo fu almeno
per lungo tempo una superiore tecnologia nella rifinitura dei
tessuti comprati all’ingrosso all’estero e trattati secondo quel
gusto fiorentino che costituisce il vero segreto; poi la tessitura
della lana in proprio secondo metodi standardizzati; insomma,
un perfetto mix fra capacità commerciale e produttiva, per di
più a mezzo di imprese di carattere multinazionale.
Milano, proprio non aveva mai cessato durante il Basso Impero e l’Alto Medioevo di essere un centro importantissimo, si
335
caratterizza subito come “città capitale” e segue un cammino di sviluppo economico simile a quello di Firenze, ancorché
incentrato sulla metallurgia, sul maggior peso degli artigiani
rispetto ai mercanti e da una minore conflittualità interna, e
da una rilevante forza militare; e poi, il milanese “non è un
fiorentino amaro, ma *…+ dinamico e ottimista”336.
333
ibidem, p. 251-252.
ibidem, p. 253.
335
ibidem, p. 260.
336
ibidem, p. 265.
334
290
All’inizio del ‘200 il rapporto di ricchezza fra Nord e Sud si è
rovesciato, a tutto vantaggio del primo: la ragione è che “i re
normanni *…+ hanno soffocato le nascenti autonomie delle
città, costruito le maglie di un rigido ordine feudale, ribadito la
preminenza dell’agricoltura e della pastorizia sulle manifatture
e sui commerci”337; Federico II tentò delle riforme, ma “è certo
un’utopia, anzi una ucronia che in Italia si potesse compiere
allora una sintesi impossibile tra la ricchezza delle Repubbliche
e la potenza del Regno”338. L’opposizione Nord/Sud, da quella
definita nel senso della nota 80, diventò simile a quella attuale.
2.2.2.3.6 Capitolo sesto - Il lungo tramonto
Il capitolo, dominato dal tema della decadenza, si apre con
l’analisi della crisi del XIV secolo, intessuta di recessione economica, peste, che, nonostante la sua gravità, viene tuttavia
superata.
Ruffolo, sulla base della tesi di Braudel sui “due Rinascimenti:
il primo *…+ che si apre intorno al 1100 e si chiude con la grande crisi di metà del 1300; e il secondo, che dal 1400 o giù di lì
raggiunge la fine del Cinquecento, o addirittura la metà del
337
ibidem, p. 266.
ibidem, p. 267 – Ruffolo immagina che questa sintesi avrebbe
potuto significare la nascita di uno Stato nazionale su base federativa: “Io mi sono divertito a immaginare un Federico, vittorioso sì,
sulle Repubbliche del Nord, come fu effettivamente, nella giornata di Cortenuova; ma pronto poi a stringere con esse una storica
alleanza; e una Lega italica disposta a stringersi, in una originale
forma di monarchia federativa, attorno a un prestigiosissimo re
(Federico era molto più italiano che tedesco)”.
338
291
Seicento”339, ritiene quindi che ad una lunga primavera, segua
una breve estate e un lungo autunno.
Questo autunno è provocato dalla spostamento dei traffici
verso l’Atlantico, dal crescere delle monarchie del Nord Europa; ma il vero tallone d’Achille è politico: “Il fallimento
dell’Italia rinascimentale sta nella sua incapacità di costruire
uno Stato nazionale”340; “Come in Roma antica era abortito il
capitalismo, così nell'Italia moderna abortì lo Stato nazionale.
La Signoria ne fu una parodia. Se uno vuole avere la percezione visiva e tragica di quel fallimento, deve vedere II mestiere
delle armi, il film di Ermanno Olmi”341.
Quali le cause? Colpa della Chiesa, tesi classica? Colpa del particolarismo del Comuni, come sostenne Gramsci342? Ruffolo
propende per la seconda e conforta la tesi della discontinuità
tra comuni e municipia con l’incapacità dei primi di riconoscere altra autorità fuori da sé e di mediare i conflitti interni.
La Signoria fu dunque il surrogato, la parodia della Stato nazionale: nata per mettere fine ai conflitti fra i maggiorenti della città, anche se a prezzo della libertà, riuscì effettivamente a
garantire maggiore tranquillità, ma non potè reggere il confronto con le Monarchie nazionali d’Oltralpe, né per estensione né per forza militare. Il passaggio dalla Signoria al Principato segnò poi un’ulteriore frattura con la tradizione
dell’autogoverno e della partecipazione (fa eccezione Vene-
339
ibidem, p. 269.
ibidem, p. 273.
341
ibidem, p. 303.
342
ibidem, p. 274: “E’ nella stessa struttura dello Stato comunale
che non può svilupparsi in un grande Stato territoriale”.
340
292
zia): “Affermava il principio suicida di uno Stato senza popolo”343.
In sintesi “dunque, gli Stati regionali italiani non offrirono un
modello alle nuove monarchie nazionali. E vero che i politici
italiani, con la loro acutezza spregiudicata, erano particolarmente ricercati come consiglieri e ministri dalle Corti europee.
Ma lì la loro intelligenza si coniugava con la potenza delle armi; mentre in Italia doveva giocare il gioco stretto, di breve
raggio dell'astuzia, che spesso si traduce, nel lungo periodo, in
stupidità”344.
L’insistenza sul tema dello Stato nazionale è corretta e convincente: tuttavia, appare un po’ troppo determinista, nel senso
almeno che non era affatto obbligatorio che tutte le aree europee si volgessero verso lo stesso modello (il caso della Confederazione elvetica potrebbe esserne un esempio); forse solo
un insieme di cause può spiegare la sottomissione dell’Italia
alle grandi Potenze europee, ad esempio la loro debolezza militare unita alla fine della centralità mediterranea, alla riforma
luterana, ecc.
L’ultimo paragrafo del capitolo è dedicato alla mutazione dei
mercanti ed è riassumibile nell’affermazione che “parte di
questo fallimento, indubbiamente, è dovuto all'incapacità dei
‘mercanti’ italiani a diventare ‘borghesi’; e alla loro congenita
345
attrazione verso l'aristocrazia” , fino ad adottarne valori ed
usi (il loro ideale diventa investire nelle terre, costruire splendide ville e ritirarsi in campagna). Tagliando i ponti con i loro
caratteri originari (Ruffolo ne fa un ultimo efficace ritratto: “In
ciascuno di loro c’è un po’ di Shylock e un po’ di Ulisse. La cu-
343
ibidem, p. 279.
ibidem, p. 280.
345
ibidem, p. 303.
344
293
pidigia non toglie la curiosità. E la curiosità non toglie il coraggio. E’ il rischio della fortuna che accende la virtù”346), si diedero ad una vita principesca, ma “i costi di quella scelta sono evidenti. Costi politici: la rinuncia a investire in potenza per
spendere in magnificenza è costata lo stallo degli Stati regionali, il disarmo e la sudditanza verso i nuovi Stati nazionali.
Costi economici: quel fallimento politico, prima o poi, comportava la mancata unificazione di un vero mercato nazionale interno, base essenziale dello sviluppo economico moderno.
Costi sociali: l'aborto della formazione di una vera grande borghesia nazionale, orgogliosa delle sue origini, capace di egemonizzare le forze produttive della nazione. Al suo posto restava una élite ansiosa di nobilitarsi, di vestire panni aristocratici”347.
“La rovina della libertà italiana *…+ non fu accompagnata da
una recessione economica, che anzi la prosperità sembrò rifiorire, per un secolo almeno, illudendo gli italiani che niente di
348
irrimediabile fosse realmente accaduto” . E’ il momento in
cui “la fioritura culturale fu ancora più sorprendente” 115; spesa
improduttiva, si domanda Ruffolo? Macchè! E’ essa che ha
consentito all’Italia di mantenere ancora per lungo tempo il
primato culturale e che consente oggi di sfruttare un imponente patrimonio artistico e un mito del made in Italy più che
mai di grande valore economico.
“L'essenza del miracolo italiano fu questa: di aver creato una
ricchezza che non si trasformò in potenza, ma si trasfigurò in
bellezza. Se questa è decadenza, la si può accettare con sere-
346
ibidem, p. 281.
ibidem, p. 285.
348
ibidem, p. 286.
347
294
no orgoglio. Ogni cultura che s'irradia consuma, come una
candela, il corpo da cui trae luce. ‘Quando finalmente cadde
sull'Italia la notte, tutta l'Europa ne fu illuminata’ ''349.
2.2.2.3.7 Qualche nota di commento
Alla galleria di personaggi a cui va la simpatia di Ruffolo,
si aggiungono in questa seconda parte papa Gregorio
Magno (che fa di tutto, fino al travestimento, per evitare
la carica ma poi la esercita con vigore e coerenza); Federico II, riformatore animato da una grande e utopica visione multiculturale; e Francesco Datini, il mercante fattosi da sé dal nulla che “non brigò per pubblici uffici, che
quando vennero, però, curò degnamente”350. Mancano
del tutto (a conferma di quale sia stato l’ideale di uomo
politico a cui l’Autore ha cercato di conformarsi) i personaggi “machiavellici” (Lorenzo de’ Medici, ecc.)
Nemmeno l’“acquistato” ha trovato piena conferma nella
trattazione: anche se l’egemonia europea delle città italiane ebbe un carattere prevalentemente economico e finanziario, almeno per quando riguarda il Mediterraneo il
modo con cui essa si impose fu di tipo militare (le potenze navali di Amalfi, Pisa, Genova e Venezia).
349
ibidem, p. 288 – La citazione è di Braudel.
ibidem, p. 283 – In opposizione allo spirito che animava questo
personaggio, Ruffolo tratteggia i ritratti di Niccolò di Jacopo Alberti e di Dino Rapondi, che fecero fortuna con la politica e adottarono uno stile di vita magnifico.
350
295
2.2.2.4 CONCLUSIONI
Anche si ci pare di aver sufficientemente messo in risalto alcuni elementi di riflessione sul testo, è bene qui richiamarne alcuni e focalizzarne altri.
1.
“L'Italia è l'unico paese del mondo ad avere attraversato,
nella storia, due epoche di indiscussa superiorità mondiale: politica la prima, nell'antichità: economica la seconda,
nel Medioevo. Questa anomalia italiana è lo spunto da
cui parte il libro che mette a confronto i due fatidici primati”351 - “C’è una storia d’Italia, o ce ne sono due?”352.
Questa tesi (che abbiamo evidenziato in 2.2.2.1.) riteniamo non sia adeguatamente dimostrata, in quanto non
sono stati identificati elementi di discontinuità significativi, come del resto abbiamo più volte rilevato. La ricerca
delle continuità e delle discontinuità si è conclusa con
una netta prevalenza delle prime sulle seconde. Ma ci
preme sottolineare anche un secondo aspetto: come abbiamo già detto, Ruffolo si è proposto di trattare di continuità e discontinuità senza “autocompiacimenti patriottardi” ma anche senza “quella che Carlo Emilio Gadda
chiamava la porca rogna italiana dell’autodenigrazione”353. E’ molto saggio che l’Autore abbia insistito su questo punto: chi ha avuto frequenti contatti con
persone di altra nazionalità (è appunto il suo caso) sa
quando sia loro incomprensibile l’abitudine denigratoria
degli italiani nei confronti del proprio Paese, il nostro
351
vedi nota 242.
vedi nota 244.
353
vedi nota 246.
352
296
continuo cercare scuse o, peggio, attribuire i nostri difetti
nazionali ai comportamenti di qualche etnia locale (i meridionali, ecc.); tutto ciò trae origine da un sentimento di
inferiorità che ci portiamo dentro: siamo stati colonizzati
e ancora condividiamo la pessima opinione che avevano
di noi i colonizzatori; va bene non amare la retorica nazionalista, ma questo è veramente troppo! Purtroppo, se
un'identità culturale italiana è ben definita da molti secoli, il ritardo e le modalità con cui si è formato lo Stato nazionale (il Risorgimento fu un fatto di ristrette élites)
hanno reso agli italiani difficile sentirsi tali (d'altra parte,
qualcuno subito dopo l'Unità diceva: Fatta l'Italia, dobbiamo fare gli italiani). Si usa dire oggi che fra gli scarsi
elementi che cementano il nostro sentimento nazionale
ci sono soprattutto fatti di costume come il cibo e la Nazionale di calcio: questa nostra condizione è insieme un
grande vantaggio e un altrettanto grande svantaggio: da
un lato ci rende molto europeisti ed aperti al resto del
mondo (difficile sapere se tutto ciò durerà ancora, in ragione soprattutto delle migrazioni che hanno di fatto diffuso chiusure razziste), dall'altro ci differenzia profondamente dai nostri partners europei che possono contare
su un fortissimo sentimento della loro identità nazionale.
2.
354
Circa l’ “aver creato una ricchezza che non si trasformò in
potenza, ma si trasfigurò in bellezza”354 vorremmo precisare che questa bellezza ebbe spesso un carattere privato, che solo le trasformazioni contemporanee hanno reso
pubblico. Non è questo un problema da poco, perché im-
vedi nota 349.
297
plica conseguenze sul piano del comportamento, ad esempio lo scarso rispetto per monumenti ed opere
d’arte, l’insufficiente etica pubblica nei riguardi di grandi
e anche di piccole cose (la pulizia delle strade, ecc.), come
se ancora provassimo odio per qualcosa che oggi ci appartiene ma non è stato fatto per noi ma per lor signori.
3.
Infine: come si è visto, Ruffolo ha selezionato e organizzato i fatti storici in ragione dell’attualità dei problemi, molte volte affermandola esplicitamente, altre lasciando al
lettore il compito di coglierla. Insomma, historia magistra
vitae… in fondo, perché no?
2.2.3 BIBLIOGRAFIA (della parte su Giorgio Ruffolo)
AA.VV., Storia d’Italia Einaudi – Dall’Unità ad oggi , Einaudi,
Torino 1975
Anonimo, Abstract del programma di ricerca dell’Università
Cattolica del Sacro Cuore su “Intervento pubblico, dirigismo e
programmazione economica in Italia: continuità e cambiamenti (1922-1956)”, www.ricercaitaliana.it
Guido Barbarico, recensione a Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia
era una superpotenza - Il ferro di Roma e l'oro dei mercanti,
www. clarissa.it
Stefano Lucci, Essere umano a rischio, intervista a Giorgio Ruffolo, www.rassegna.it
298
Giorgio Ruffolo, Gli anni del centrosinistra, intervista per il
programma Il Grillo (14/5/2002), www.filosofia.rai.it
Giorgio Ruffolo, Il sogno che accompagna il progetto della
nuova Europa, La Repubblica, 5/5/2004
Giorgio Ruffolo, Intervento di apertura agli Stati generali della
sinistra, Firenze 12/2/1998
299
300
PARTE TERZA - RICERCHE
301
302
3.1 - IL DISAGIO SCOLASTICO: UNA
ESPERIENZA DI RICERCA E
PROGETTAZIONE355
INDICE
3.1.1
3.1.2
3.1.2.1
3.1.3
3.1.3.1
3.1.3.2
3.1.3.3
3.1.3.4
Premessa
Il Progetto 1989/90
Cos'è un Professionale
La ricerca 1990 - Obiettivi e metodologia dell'indagine
L'indagine storica: ritiri, bocciature, ripetenze,
abbandoni, regolarità
Il questionario - Il campione: caratteristiche socioanagrafiche
La scelta iniziale
Come gli studenti giudicano il loro Istituto
304
306
306
307
308
311
312
314
355
Ho raccontato altrove di quante energie dedicai negli anni
dell'IPSIA ai temi del disagio, in anticipo sui tempi posso ben dire:
2 ricerche (la prima con il solo Paolo Trabucco, la seconda anche
con altri) nel 1989 e nel 1990 (vedi questo testo che riassume il
ponderoso rapporto della
prima) e un VHS (vedi:
https://www.youtube.com/watch?v=TfFwWbqJa6s) ne furono il
risultato; un lavoro molto arduo (dall'uso di un programma statistico di inaudita complicazione, al montaggio video senza alcuno
strumento se non due videoregistratori), ma di buona qualità tanto da essere poi spesso citato (e sfruttato dal mio Preside); poi il
tutoraggio (vedi il testo successivo), poi la gestione innovativa delle ore di approfondimento (dimostrando che era possibile disarticolare le classi, modularizzare veramente e liberare la scuola da
alcune delle rigidezza che la soffocano). Tutto caduto nel dimenticatoio, ma mi pare ancora di aver fatto cose intelligenti.
303
3.1.3.5
3.1.3.6
3.1.3.7
3.1.3.8
3.1.3.9
3.1.4
3.1.5
Le difficoltà incontrate
Di chi è la colpa?
Gli insegnanti visti dagli alunni
I compagni
Alcune considerazioni finali
Com'è andato avanti il Progetto 1990-91
Riferimenti bibliografici
315
316
318
320
320
322
325
Questo articolo è dedicato al GRUPPO Dl LAVORO SUL DISAGIO dell'Istituto Professionale "Ercole I d'Este" di Ferrara.
3.1.1 PREMESSA
Un gruppo di meno di dieci insegnanti, di diverse materie, a
partire dallo scorso anno ha iniziato ad affrontare i problemi
della propria scuola secondo un ottica un po' diversa dal solito, che, volendo usare vocaboli di moda, potremmo definire
"post-ideologica".
Gli insegnanti del gruppo sono apparsi convinti che potesse
essere più produttivo occuparsi del come stanno a scuola insegnanti ed allievi, della qualità delle loro relazioni, delle opportunità umane che I'istituzione può rendere possibili. Questo tipo di approccio al problema non ha generato una strategia psicologistica, ma pragmatica ("l'unico modo per fare
una cosa è farla"), tesa alla ricerca di ogni minima strategia
che potesse rendere più vivibile la scuola. Ma ovviamente
prima di progettare un qualunque intervento occorreva un
check-up accurato dell'Istituto.
304
305
3.1.2 IL PROGETTO 1989/90
ll Progetto prevedeva la ricerca sul disagio di cui riferiremo
ampiamente. La scelta di questo tema probabilmente risente
del fatto che l'IPSIA è un Professionale, un tipo di scuola le cui
particolarità sono probabilmente note solo ai colleghi che vi
hanno insegnato.
3.1.2.1 COS'È UN PROFESSIONALE
I Professionali sono strani oggetti: prima di tutto non consistono più in semplici corsi di addestramento al lavoro e il peso
della materie teoriche si è enormemente accresciuto negli anni (di fatto, sono una copia dei Tecnici e sempre più ad essi si
omologheranno); potendo modificare i propri ordinamenti con
un semplice Decreto Ministeriale (per le altre scuole servono
invece leggi del Parlamento) sono stati sicuramente gli Istituti che più si sono adattati, con nuovi profili professionali, nuovi
orari, nuove materie, alle esigenze (o a quelle che il Ministero
credeva fossero le esigenze) della domanda di operai specializzati e di quadri tecnici; con il ministeriale Progetto '92 stanno per trasformarsi ulteriormente secondo alcune delle linee
della mai realizzata Riforma delle Superiori. I Professionali sono un ibrido insomma, molto all'italiana.
In secondo luogo (e questo è il fatto più carico di significato)
essi accolgono una popolazione scolastica più problematica
rispetto agli altri Istituti, quella meno motivata o ritenuta dagli
insegnanti delle Medie meno adatta a proseguire gli studi,
quella che più è stata interessata da ripetenze durante I'obbligo: si tratta quindi di una sorta di ultima spiaggia, di ultima
alternativa prima dell'abbandono degli studi.
306
3.1.3 LA RICERCA 1990 - OBIETTIVI E METODOLOGIA
DELL'INDAGINE
L'IPSIA "Ercole I d'Este", con Sede centrale a Ferrara e Scuole
coordinate ad Argenta, Portomaggiore e Lido Estensi, accoglie
ogni anno oltre 1200 studenti (per la quasi totalità maschi),
distribuiti in diverse specialità dei settori elettrico-elettronico
e meccanico, in vista del raggiungimento, dopo tre anni, di un
diploma di qualifica o, dopo altri due, della maturità professionale.
Obiettivo della ricerca è stato quello di delineare un quadro il
più possibile preciso dei modi di vivere I'esperienza scolastica
da parte degli alunni, per trarne elementi di correlazione con i
fenomeni del disagio scolastico (di cui il segnale più evidente è
dato dal tasso di ripetenza e di abbandono, ma che in realtà si
manifesta in forme molto diversificate nella quotidianità della
vita in classe) e più in generale del disagio giovanile: in particolare, oggetti d'indagine sono state le motivazioni e le aspettative nei confronti della scuola, così come appaiono nelle rappresentazioni dei ragazzi, dalla scelta iniziale alle esperienze
successive, sul piano didattico-istituzionale e su quello dei
contesti relazionali (famiglia, compagni, insegnanti).
Gli strumenti di indagine sono stati due:
a. una ricerca d'archivio per gli anni dall'84/85 all'88/89
b. un questionario, appositamente predisposto, somministrato, nel febbraio 1990, a 10 classi (dalla prima alla
quinta, 5 di elettrici e 5 di meccanici) di Ferrara e a un triennio elettrici della sede di Portomaggiore, per un totale
di 198 alunni (il 16.3 dei 1215 iscritti).
Il campione è stato costruito secondo criteri di opportunità e
non di rappresentatività dell'intera popolazione; tuttavia non
ne se distacca poi di tanto, mediamente di un 5% in più o in
meno rispetto al reale.
307
3.1.3.1. L'INDAGINE STORICA: RITIRI, BOCCIATURE, RIPETENZE, ABBANDONI, REGOLARITA'
Una volta iniziato l'anno scolastico, il primo evento che evidenzia sintomi di disagio è il ritiro.
All'IPSIA, negli ultimi cinque anni, il ritiro si è aggirato, senza
grosse variazioni, sul 7.5% degli alunni iscritti. Ha raggiunto
punte del 21.7 nelle quarte meccanici o addirittura del 23.5
nelle prime (ancora dei meccanici), ma è anche sceso spesse
volte a 0. specie nelle quinte e più in generale nel triennio:
dati molto variabili, a seconda degli anni e delle singole sedi,
che comunque permettono di individuare nelle prime (soprattutto di meccanici) e nelle quarte le classi più colpite dal fenomeno.
Non siamo in grado purtroppo di dire quanti ritiri si trasformano in abbandoni definitivi della scuola, ma possiamo supporre che si tratti della grande maggioranza.
A fine anno, sono stati bocciati mediamente, nel periodo considerato, più del 25. degli alunni scrutinati. Anche in questo
caso le I e le IV sono le classi più colpite (il tasso è del 28., con
punte del 36.1 nelle prime; circa del 39. nelle quarte, con punte del 48.9), ma a volte le II superano le I.
Nel corso degli anni, i corsi elettrici hanno profondamente
modificato la loro struttura per quanto riguarda gli esiti finali:
le bocciature in IV sono progressivamente calate, configurando così un quinquennio con valori abbastanza costanti nelle
diverse classi. I corsi meccanici mantengono invece un forte
tasso di respinti in IV e di conseguenza una netta distinzione
fra triennio e biennio. Notiamo inoltre come i non maturi siano mediamente quasi il 6., ma con punte fino al 13. o addirittura del 23%.
Ricordiamo infine, a titolo di confronto, che Ferrara è stata
negli ultimi anni fra le province della regione Emilia-Romagna
una di quelle col più alto tasso di bocciature.
308
All'IPSIA, che come abbiamo visto è caratterizzalo da alti tassi
di ritiro e di bocciatura, relativamente consistente è il numero
di ripetenti e alto il numero di abbandoni.
L'abbandono nelle classi I è nel corso degli anni (eccezion fatta
per l'88/89) tendenzialmente salito (dal 19.6 dell'84/85 al 27.7
dell'87/88), ma soprattutto fra i meccanici (dal 18.5 al 35.2%).
Anche nelle II è andato fortemente crescendo, passando dal
12.7 al 20.6.
Tende a calare invece I'abbandono dopo la bocciatura in III.
Dopo il diploma di qualifica, la tendenza ad interrompere gli
studi si è rafforzata nel corso degli anni considerati, passando
dall' 8.9 al 25.4, ma differenziandosi fortemente fra elettrici
(dal 9. al 18.1) e meccanici (dal 12.4 al 36.7). E la riprova di
quanto più sopra affermavamo: mentre per i primi il biennio è
il quasi naturale completamento del triennio, per i secondi il
diploma di qualifica è un obiettivo in gran parte soddisfacente.
Gli abbandoni in IV (come abbiamo già visto per i ritiri e le
bocciature) sono molto alti (mediamente nei 5 anni oltre il
27.) ma in forte e costante calo (dal 37.7 al 20.8).
Ovviamente il tasso crolla in V (mediamente il 3.), anche se
resta alto avendo raggiunto punte dell' 11.8.
Limitatamente all'a.s. 1986/87 possiamo confrontare i nostri
dati con quelli della Regione e delle altre scuole della provincia
ripartiti per sesso (fonte: Regione Emilia-Romagna): in
quell'anno, fra gli alunni maschi iscritti nei Professionali il tasso di abbandono è stato del 12.3 (contro il 2. dei Licei, il 4.5
dei Tecnici, l'8.7 dei Magistrali), cioè il doppio della media (6.1)
degli iscritti in tutti i tipi di Istituti e il 50.3 del totale della popolazione scolastica.
La provincia di Ferrara, che come abbiamo già detto ha un
maggior numero dl bocciati, ha invece un tasso di abbandono
più basso (nei Professionali è dell'11.4 e si tratta del 60.9 del
totale).
309
Orbene, applicando la stessa procedura di calcolo utilizzata
per ottenere questi dati, abbiamo verificato che nel nostro
Istituto in quell'anno gli abbandoni furono invece del 18.27
(16.5 per gli elettrici e 19,9 per i meccanici).
Per l'87/88 disponiamo di dati più sintetici (limitati alle prime
due classi) e non divisi per sesso (fonte: CDS). La percentuale
di abbandono nei professionali della Regione fu del 10.4, a
Ferrara del 17., all'IPSIA del 22.4.
Nelle classi I la media della Provincia era del 29.5; nel nostro
Istituto del27.7. Nelle II a fronte di un 10.7 provinciale abbiamo avuto un 16.1 all'IPSIA.
Le rilevazioni nazionali disponibili (fonte: ISTAT) si riferiscono
al 1981 ed indicano un abbandono del 21.5 nelle classi I, del
9.8 nelle II e del 3.8 nelle III.
Da tutti questi dati (per quanto si possano supporre diverse
discrepanze nelle modalità di calcolo) emerge che nel nostro
Istituto il problema dell'abbandono è molto più grave che in
ogni altra realtà presa a confronto.
Per avere un'indicazione sulla regolarità (quanti alunni raggiungono il termine degli studi nel tempo prefissato) abbiamo
utilizzato i dati sopra esposti (bocciature, ritiri, abbandoni) in
senso trasversale, partendo dalle prime dell'84/85 per giungere alle quinte dell'88/89 (vedi tab. 1). Nei trienni, su 100 alunni
delle prime, 33 raggiungono il diploma, 35 abbandonano e 32
ripetono uno o più anni. Passando al biennio, dei 33 diplomati
27 si iscrivono in IV e alla fine avremo 15 maturi, 47 abbandoni
e 38 ritardi.
Anche in questo, i valori dell'IPIA confrontati con i dati regionali e provinciali testimoniano un imponente fenomeno di selezione.
310
3.1.3.2 IL QUESTIONARIO (vedi allegato 1) - IL CAMPIONE:
CARATTERISTICHE SOCIO-ANAGRAFICHE
ll campione conferma il dato già noto che colloca gli studenti
degli Istituti professionali a livelli socio-economico-culturali
medio-bassi.
Il nucleo familiare tipo risulta non molto numeroso: i ragazzi
sono figli unici nel 29.4 dei casi, e per il 54.1 non hanno più di
un fratello.
Oltre la metà abita in un Comune diverso da quello della sede
scolastica.
Per più dell'80. la scolarizzazione dei genitori non supera il livello dell'obbligo, ma frequenti sono i casi di sola licenza elementare (circa il 30).
311
La condizione professionale prevalente è quella operaia (62.6
dei padri e 36.8 delle madri, fra cui si conta il 45.1% di casalinghe).
3.1.3.3 LA SCELTA INIZIALE
La maggior parte dei ragazzi ha dichiarato di aver scelto autonomamente di frequentare I'IPSIA (69.9); solo 2 si sono avvalsi
del consiglio degli insegnanti delle medie. La famiglia è intervenuta nel 27.5 dei casi.
Le motivazioni alla base della scelta possono essere classificate in:
1. attitudinali (50.5), determinate cioè da inclinazioni, interessi, gusti culturali, e in senso più largo da un progetto di
crescita personale non necessariamente vincolato a prospettive immediate di tipo professionale;
2. strumentali (23.2), in funzione cioè di un inserimento nel
lavoro a breve termine (15.8), o comunque legate alle attività pratico-manuali, che secondo gli studenti l'Istituto
privilegerebbe (7.4);
3. di comodo (21.1), con cui intendiamo una sorta di autoprolungamento dell'obbligo in mancanza però di precise
motivazioni ("è una scuola facile" - 15.3, "di breve durata" - 5.8);
4. casuali (5.3).
Quando si è chiesto ai giovani un giudizio sulla funzione della
scuola secondaria in generale (con maggiore riferimento quindi al suo ruolo sociale che non alle motivazioni soggettive) diminuisce considerevolmente la percentuale di coloro che vedono nella scuola uno strumento per elevare la propria cultura
personale e per favorire la crescita umana in generale (meno
del 35.). Aumenta invece la percezione di una scuola in grado
solo di "insegnare un mestiere" (più del 50%) o di "dare un
312
313
pezzo di carta" (7"/.'). Solo 4 ragazzi la vedono come un tratto
del percorso che porta all'Università.
La scelta iniziale, come già si è detto, implica un certo ruolo
della famiglia: se essa (come si è rilevato da altre domande del
questionario) da un lato appare un punto di riferimento abbastanza rassicurante sul piano affettivo ("si interessa a me" 67.; "se non vado bene mi dicono di studiare"; "parlano con i
prof"; "mi mandano a ripetizione") - solo l'8. avverte un vero e
proprio distacco: "se ne fregano", "non riesco a parlarci"),
dall'altro è fragile nell'intervento orientativo: nel 30. dei casi la
famiglia ha in mente semplicemente un progetto di tipo professionale, in un altro 30% cerca di assecondare le attitudini
dei figli, e per il rimanente fa riferimento a motivazioni più vaghe.
Questa incapacità da parte dei genitori, più ancora che dei figli, di considerare I'istruzione secondaria come una significativa opportunità di crescita globale, delinea quindi un modello
contraddittorio di famiglia: quasi sempre disponibile sul piano
affettivo essa è assente sul piano formativo, non è in grado di
fornire ai giovani valide ragioni e profonde motivazioni per
affrontare un percorso scolastico che, spesso, finisce con il
trasformarsi in un "campo minato", specie se vengono a mancare altri figure di riferimento, su cui i ragazzi vorrebbero poter contare di più, come i compagni (33.9) e gli insegnanti
(27.5).
3.1.3.4 COME GLI STUDENTI GIUDICANO IL LORO ISTITUTO
La prima impressione che gli studenti hanno avuto al loro impatto con l'Istituto non è stata generalmente favorevole, tranne che per una particolarità: "c'è il bar".
Il 18.2 lamenta le cattive condizioni dell'edificio, ma al 30. piace l'idea di poter disporre di officine e laboratori. Nessun alunno, comunque, indica la struttura in sè come un fattore su
314
cui agire per migliorare il rendimento scolastico. Altri fattori di
tipo ambientale hanno raccolto maggiore attenzione, come ad
esempio l'assenza di ragazze, la pesantezza dell'orario (che nei
Professionali raggiunge anche le 40 ore settimanali) e soprattutto le lezioni pomeridiane, che secondo molti, soprattutto
delle prime classi, incidono negativamente sui risultati.
Sui programmi di insegnamento, i ragazzi hanno detto poco
perché evidentemente non si sentono in grado di darne una
valutazione (è la domanda che ha avuto il più alto tasso di non
risposte : 27.3): il 77.8 li giudica buoni, il 40. vecchi (ma si passa dall'8.1 delle I al 65. delle V), il 38,3 difficili (qui passando di
classe in classe si tende a scendere). L'aggiornamento dei programmi è ritenuto soprattutto dalle V (22.7) un mezzo per migliorare il rendimento scolastico.
Serpeggia poi in diversi punti del questionario la lamentela per
la mancanza di occasioni di svago (o comunque di alternative
alla lezione) quali il cinema, le gite, ecc., di cui invece usufruiscono abbondantemente gli alunni di altre scuole.
Emerge pure un risentimento diffuso per norme ed usi in vigore nell' Istituto (giustificazioni, permessi di uscita, ecc.).
E' forte, nel complesso, la percezione di un contrasto fra la
realtà che i giovani vivono a scuola e le aspettative che li avevano motivati.
Infine, più dell'88. ha la consapevolezza che I'IPSIA è giudicato
in termini negativi dagli studenti degli altri Istituti ("dicono che
è una scuola poco quotata, dalla cattiva reputazione, frequentata da grezzi"). Tuttavia, secondo il 70.7 si tratta di un giudizio ingiusto e che andrebbe corretto, perchè in fondo "è una
scuola come le altre" (32.6) ed è anzi "buona" (36.4).
3.1.3.5 LE DIFFICOLTA' INCONTRATE
Richiesti di indicare le materie per i cui risultati fossero più
forti le preoccupazioni al momento della somministrazione del
315
questionario (si era alla chiusura del 1° quadrimestre), i nostri
ragazzi hanno dato una valutazione abbastanza realistica del
loro profitto: solo il 7.6 ne ha citate più di 5, il 5.4 ha dichiarato di non avere problemi, e la grande maggioranza si è limitata
ad 1 (21.1), 2 (35.7) o 3 (20.).
Non ci sono grosse differenze fra classe e classe, ma le IV appaiono essere le più ottimiste e le I le più in ansia.
E Italiano (21.1) la materia denunciata come fonte maggiore di
preoccupazione; seguono poi quelle professionali (le elettriche
hanno il 26.1, le meccaniche il 19.1 nei corsi dei rispettivi settori), inglese (15.6), matematica (13.1) e fisica (10.6, ma nelle I
18.4).
Per molti ragazzi I'esperienza che stanno vivendo non sembra
differire molto, dal punto di vista del rendimento, da quella
fatta durante la scuola dell'obbligo. Allora si trattava di "difficoltà di apprendimento o di espressione" (35.4); "non avevo
voglia di studiare", "non me ne fregava niente" (34.); per qualcuno (11.8) "era colpa degli insegnanti"; solo pochi affermano
di non avere avuto problemi (4.9).
In realtà il percorso precedente l'iscrizione all'IPSIA è stato per
i nostri soggetti abbastanza accidentato: l'1.5 ha ripetuto una
classe alle elementari, e il 29.4 una alle medie (l'1.5 due addirittura); il 9.5% poi è stato bocciato in un altro Istituto superiore.
I ritardi scolastici durante I'obbligo evidentemente hanno una
forte incidenza sugli esiti successivi: dalla I alla V aumenta infatti costantemente la percentuale di coloro che non hanno
vissuto quel tipo di insuccesso (dal 56.9 all'86.4).
3.1.3.6 DI CHI E' LA COLPA?
Perchè risultati così negativi? Riferendosi al loro stato presente il 47.3 dei ragazzi fornisce una spiegazione autocolpevolizzante ("mi interessa poco", "non mi impegno", "non mi va di
316
studiare"), ma si fa duro anche il giudizio sugli insegnanti (è
colpa loro per il 13.2); per altri dipende dalle difficoltà delle
materie (18.2); emerge poi la consapevolezza di "mancare di
buone basi" (11 .3, con un picco del 26.9 in V).
L'ovvio rimedio sarebbe quindi "studiare di più" (59.5) ed "avere dagli insegnanti più aiuto e spiegazioni più chiare" (15.9).
Ma perchè in alcune materie si va meglio che in altre? Le risposte a questa domanda non sono affatto speculari alle precedenti.
Lo "studiare di più" è indicato dal 19.4 dei ragazzi, il 45.6 sostiene invece che il merito va alle materie in sè, che sono più
"comprensibili", più "utili", o verso le quali si è "più portati";
per il 12. dipende invece dalla maggiore capacità degli insegnanti o dalla simpatia che essi ispirano.
Riferendosi a sè, i ragazzi sono molto portati, anche in ragione
delle loro età, a introiettare il modello di spiegazione colpevolizzante, quello con tutta probabilità proposto loro più frequentemente dagli adulti. Essi si vivono così come incapaci,
inadatti alla scuola, e questo è particolarmente grave in un
sistema economico che imporr:à loro sempre più di entrare in
contatto con le diverse agenzie della formazione e dell'aggiornamento professionale.
Tuttavia, quando essi passano a parlare non di sè ma del problema in generale, allora le cause dell'insuccesso vengono individuate in fattori prevalentemente esterni: solo il 13.8 confida sull'impegno del singolo studente ed emerge invece con
forza (26.7) la richiesta di maggiore disponibilità, equità, brevità e chiarezza da parte degli insegnanti, e di un clima scolastico più libero, aperto e sincero; insomma si richiede "maggiore
correttezza" nei rapporti interpersonali (10.1) e "più aiuto e
solidarietà" tra i compagni" (7.4).
317
3.1.3.7 GLI INSEGNANTI VISTI DAGLI ALUNNI
Le rappresentazioni che gli studenti hanno dato degli insegnanti, possono essere raggruppate in due aree, quella didattico-professionale (preparazione, impegno, metodo) e quella
relazionale (caratteristiche umane, simpatia, interessamento,
disponibilità al dialogo). Dai dati emersi risulta che mediamente i docenti appaiono preparati al 27. degli studenti, impreparati invece al 6.; impegnati e dotati di buon metodo al 14.7, il
contrario al 6.9; hanno buone caratteristiche umane per il
18.3, cattive per il 16.5. Complessivamente gli insegnanti sono
valutati in termini positivi dal 60%.
La priorità è stata data a caratteristiche di tipo didatticoprofessionale rispetto a quelle relazionali (57.5 contro 42.4).
Ma questo rapporto si inverte quando gli alunni sono stati richiesti di delineare un'immagine un po' più ideale dell'insegnante. In questo caso i giudizi possono testimoniare il posto
che le diverse caratteristiche assumono nella scala di valori dei
giovani: il 46.8 ha indicato quelle di tipo umano (33.2 "pazienti, disponibili, buoni, interessati, comprensivi"; il 13.6 "simpatici, educati, corretti") e il 27.1% quelle di tipo professionale
(19.6 impegno, buon metodo; 7.5 buona preparazione).
Dato piuttosto significativo è che più del 15. non abbia riscontrato nulla di positivo negli insegnanti.
Per quanto riguarda le peggiori caratteristiche, il 56. indica
quelle che hanno diretta attinenza con i rapporti umani (23.2
"aggressivi, arroganti, prepotenti, impazienti, isterici..... sadici"; 12.1 "ingiusti, fanno preferenze per simpatia o antipatia";
9.1 "distaccati, scarsamente comprensivi e disponibili al dialogo; non si riesce a parlare"; 4. "criticoni, prendono in giro, criticano il modo di pensare e di agire degli studenti anche per
cose al di fuori dell'ambito scolastico").
318
È evidente che la percezione di una difficoltà nella comunicazione, soprattutto in caso di risultati scadenti, è fonte di disagio e aggrava i problemi.
Il 33.3 indica difetti di ordine didattico (15.2 'troppo esigenti,
rancidi nei voti"; 14.1% "scarsamente impegnati, evasivi, frettolosi, pensano solo allo stipendio o al loro secondo lavoro").
Anche la conoscenza e I'accettazione dei criteri di valutazione
adottati dagli insegnanti è un fattore molto importante, che
entra in relazione in modo molto stretto con i livelli di profitto.
Il 50.8% ritiene di essere valutato secondo parametri largamente oggettivi, il 27.4 rileva il peso nella valutazione del
comportamento complessivo e il 21.8 della simpatia/antipatia,
di fattori non inerenti lo studio.
In caso di cattivi risultati, i ragazzi rilevano tre tipi di atteggiamento da parte dei loro insegnanti:
a. interessamento ("mi aiutano, mi sollecitano a studiare"):
50.
b. aiuto condizionato ("mi aiutano se studio"): 12.
c. completo disinteresse ("se ne fregano proprio": 37 .5).
Di fronte alle difficoltà, solo il 2.7% dei ragazzi si rivolge agli
insegnanti, ma il 27.5 vorrebbe poterlo fare di più. Il desiderio
di migliori rapporti all'interno della scuola è insomma un dato
che emerge con insistenza: spicca la richiesta da parte dei ragazzi di insegnanti "più disponibili, giusti e interessati ai problemi degli alunni" (26.7).
E da sottolineare che (a livello di analisi statistica dei dati) alcune delle variabili relative all'interazione alunno/insegnante
sono risultate significativamente (p.001, p<.0001) correlate al
profitto, molto più di altre solitamente indicate dalla letteratura (pendolarismo, condizione socioeconomica, ecc.).
319
3.1.3.8 I COMPAGNI
Anche per quanto riguarda il rapporto coi compagni abbiamo
trovato gravi problemi di relazione: il gruppo di classe appare
scarsamente in grado di rappresentare per il giovane una fonte di sicurezza e autostima, visto che è spesso caratterizzalo da
sentimenti di rifiuto o di indifferenza (forse modellati sul modello individualista e competitivo degli adulti).
Così, fin dall'inizio dell'esperienza all'IPSIA, mentre il 18.4%
trova nei nuovi amici una fonte di gratificazione, il 14.4 ne ricava invece delusione.
Quando un ragazzo è in difficoltà, trova aiuto nei compagni
(50.8), ma anche indifferenza (30.1). Dalla percezione di questo clima in classe deriva che solo il 30.1 cerca aiuto nel gruppo, anche se desidererebbe poterlo fare di più (33.9). Il 17.4
infine indica nel miglioramento delle relazioni fra alunni un
importante fattore per elevare il profitto generale.
3.1.3.9 ALCUNE CONSIDERAZIONI FINALI
I nostri risultati appaiono del tutto coerenti con quanto emerso con particolare forza dal dibattito più recente sul drop-out,
e rafforzano la convinzione che I'esito scolastico negativo sia
la conseguenza, non la causa, di una caduta di motivazioni.
Così la "non voglia di studiare" delinea il più delle volte un
rapporto in qualche modo interrotto tra il giovane e la scuola.
Da questo punto di vista, se è vero che nel nostro Istituto vi è
una larga percentuale di alunni che è spinto da una esigenza
formativa coerente con i propri interessi, attitudini, progetti, è
anche vero però che un buon 2O. appare privo di motivazioni
iniziali forti, che d'altra parte la famiglia è incapace di fornire.
La caduta di motivazione, che si avverte diffusamente nelle
risposte fornite al questionario, è dovuta a molteplici fattori,
che abbiamo già succintamente descritto: frustrazione di molte aspettative, rapporti umani non soddisfacenti e fonte di
320
disagio, materie vissute come noiose e difficili da affrontare
perchè non se ne hanno gli strumenti, orari pesanti e faticosi,
strutture carenti quando non addirittura opprimenti, ecc.
A questo'occorre aggiungere che nel nostro Istituto circa il 30.
degli alunni ha avuto un percorso scolastico accidentato già
nella scuola dell'obbligo, e circa l'85. incontra all'IPSIA nuove
difficoltà che determinano abbandoni e ripetenze.
E' dimostrato che, così come esperienze positive possono produrne una positiva autostima dal punto di vista scolastico,
l'accumulo di esiti negativi distrugge la disponibilità affettiva,
fa sedimentare I'interiorizzazione dell'insuccesso come fatto
"naturale" e rinforza la percezione della propria inadeguatezza
allo scuola: si crea così un circolo chiuso da cui non si immagina più di poter uscire e che si concretizza in una sorta di autoselezione.
D'altra parte, appariva abbastanza evidente (a proposito dei
criteri di valutazione, ad esempio) la convinzione da parte degli alunni che i fattori di successo e di insuccesso dipendessero
anche dalle aspettative che gli insegnanti parevano avere nei
loro confronti; si potrebbe quindi legittimamente chiamare in
causa il ben noto "effetto Pigmalione", cioè una sorta di profezia educativa autorealizzantesi.
Alla luce di queste valutazioni, ci pare quindi che sarebbe necessario interrompere il flusso dei messaggi negativi e partire
dal convincimento che ogni soggetto ed ogni gruppo sono portatori di energie positive che bisogna saper catalizzare intorno
a progetti che siano fonte di gratificazione. Ma una scuola che
sappia fare questo è tutta da inventare; per il momento, ci si
potrebbe accontentare di ridurre le frustrazioni ed aumentare
le gratificazioni.
321
3.1.4 COME E' ANDATO AVANTI IL PROGETTO 1990/91
La diffusione, all'interno della Scuola, del Rapporto sulla ricerca ha provocato interessanti reazioni: da un lato la stragrande
maggioranza degli insegnanti ha rafforzato il proprio sospetto
nei confronti dell'iniziativa (che supponeva diretta a metterli
sotto accusa), ma dall'altro ha permesso di allargare la partecipazione al lavoro del Gruppo ad altri docenti che si sono lasciati coinvolgere. Ciò ha consentito di precisare meglio obiettivi e strategie.
Gli obiettivi che si sono identificati sono i seguenti:
sollecitare gli studenti a prendere coscienza delle modalità e delle cause di un disagio che finora sono state espresse solo con atteggiamenti di rifiuto;
prepararli alla elaborazione di progetti educativi che li
vedano protagonisti;
farli vivere in una struttura più aperta, disponibile, accogliente, gratificante, a misura delle loro potenzialità espressive;
evitare a molti di loro le delusioni derivanti dal non essere stati correttamente orientati;
fornire, infine e soprattutto, un punto di riferimento preciso che li aiuti ad affrontare le difficoltà.
In conseguenza, il PROGRAMMA è stato articolato come mostra la Finestra 1, e il suo punto di forza è il servizio di tutoraggio descritto nella Finestra 2.
È presto per dire dove questa esperienza porterà e quali risultati avrà: di fatto, la cosa più importante è che essa proceda
per la strada che di volta in volta saprà tracciarsi davanti, correggendo il tiro a seconda degli effetti, delle nuove occasioni
che si presentano, delle modificazioni insomma di una realtà
di cui non si pensa affatto di poter controllare tutte le variabili.
Certo è che in un anno sono stati realizzali un'approfondita
322
analisi dell'Istituto e un video per illustrarne ai ragazzi i risultati; è in corso la somministrazione del secondo questionario
(vedi allegato 2)356 e l'intervista di gruppo a tutte le classi dopo
356
Se questo articolo sintetizza bene il primo Rapporto di ricerca,
del secondo (1992, un po' meno voluminoso ma comunque cospicuo) non mi pare il caso proporre qui la trascrizione: poichè il questionario era stato somministrato alla quasi totalità degli iscritti,
raffinava alcune analisi e aggiungeva particolari, ma il senso del
discorso era lo stesso. Riporto quindi solo la conclusione, un ritratto dei nostri studenti che mi fa rivivere, con emozione, quella stagione:
Insicurezza ed incertezza - Hanno scarsa fiducia nei loro
mezzi e grandi insicurezze sul loro futuro che, unite alla
non chiara percezione delle abilità loro richieste per superare i compiti di apprendimento, li spingono a vivere la loro esperienza scolastica in modo fatalistico, rassegnato e
passivo.
Noia e indifferenza - Scarso è l'investimento affettivo:
serpeggia una sorta di distacco emotivo ed intellettuale
dall'ambiente e dalle sue finalità tanto più grande quanto
peggiori sono i livelli di profitto. Vengono ricercate invece
con convinzione le occasioni relazionali gratificanti e in
grado di sopperire alla generale indifferenza e al disinteresse per le materie e per ciò che la scuola rappresenta.
Immobilità e rassegnazione - La scuola, quando non è
contestata globalmente in maniera qualunquistica e comunque assolutamente generica, è vissuta come qualcosa
di ineliminabile e immodificabile; le sue regole sono subite e il cambiarle è visto come una prospettiva forse teoricamente possibile ma in cui comunque non ci si impegna
perchè in fondo non c'è vera e soggettiva ragione di credere di poter influenzare il processo. Gli atteggiamen-
323
ti propositivi riguardano prevalentemente questioni molto specifiche, per altro notevolmente diversificate secondo criteri individualistici o di gruppo (classe, età: i diritti
dei diciottenni, il tal professore, il vicepreside, ecc.).
Questo è il quadro, che collima del resto perfettamente
con quanto ogni giorno viviamo in classe; e anche per gli
insegnanti grande è il rischio di assimilarvisi.
Noi continuiamo a credere che, sotto una crosta molto
dura fatta di conformismo e di arte di cavarsela, dai nostri ragazzi si alzi una pressante richiesta di aiuto, che
consiste prima di tutto nel potersi fidare di adulti competenti che sappiano essere ai loro occhi modelli di giustizia,
coraggio, coerenza, professionalità, disponibilità e così via.
E' chiedere tanto, soprattutto quando il sistema nel suo
complesso è così disastrato, capace solo di perpetuarsi
immobile e di rigettare lontano da sè (attraverso un complesso processo di di-gestione burocratica che tutela mille
piccoli equilibri) ogni novità che sia progettata a partire
da bisogni reali. E' chiedere troppo, però tentare di dare
una risposta è anche forse l'unico modo che ancora abbiamo per rimediare anche al nostro disagio.
Io sul piano didattico sono riuscito a fare ben poco, ma su quello
delle idee ci ho messo davvero molto entusiasmo. Alla fine, cambiati vari Presidi (uno peggio dell'altro) e soprattutto constatato
che il peso di quei genitori che non sanno mai prendersi alcuna
responsabilità si faceva insopportabile, me ne sono andato in pensione.
324
la visione del video357, che si potrà (fra breve si spera) disporre
di locali per le libere attività associative dei ragazzi, e così via.
La somma di questi piccoli addendi sta modificando il clima: i
ragazzi discutono del loro stare a scuola, e gli insegnanti (la
maggior parte), pur continuando a non partecipare, forse sentono che rischiano di essere coinvolti: la curiosità sta prendendo il posto del sospetto...
3.1.5 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Bernardi L., La scuola ha un problema solo, i ragazzi che perde,"Scuola e professione" 4/87
Besozzi E., Uguaglianza e diversità nella scolarizzazione iniziale, "Scuola e professione" 4/87
C.D.S., Il fabbisogno formativo potenziale in provincia di Ferrara, 1989-95, "Osservatorio economico- Quaderni della Provincia di Ferrara" 4/89
Corradini L., Benessere e scuola, "Nuova secondaria" 10/88
De Simone G., La secondaria del malessere, "Nuova secondaria" 10/88
Forni R., Abbandono scolastico e disagio adolescenziale,
"Scuola e professione" 1/89
357
Quelle interviste sono state poi trascritte in un fascicolo, IPSIA
dixit: illuminante!
325
Gandini A., Gallotta M.R., Fabbisogno di docenti e di strutture
scolastiche nei distretti della Provincia di Ferrara, in Annuario
1988, Ferrara, CDS
Giovannini G., Il biennio che scotta, "Scuola e professione"
4/87
Magri P. (a cura di), Indagine sui livelli di ingresso nelle prime
classi elementari, medie e superiori della Provincia di Ferrara,
Centro per la verifica dell'apprendimento scolastico, 1986
Provincia di Genova, ILRES, Altra scuola, altro lavoro, Genova,
Marietti, 1988
Regione Emilia-Romagna, Scuola, formazione professionale e
mercato del lavoro. Rapporto 1990, Milano, Angeli, 1990
Ribolzi L., Il problema degli abbandoni nella scuola secondaria,
"Aggiornamenti sociali" 11/85
Ricolfi L., Scamuzzi S., Sciolla L., Essere giovani a Torino, Torino, Rosemberg e Sellier, 1988
Schettini B., Progetto Giovani 1992 e sistema formativo: dalla
scuola all'extra-scuola, "Rivista dell'istruzione" 4/90
Vezzani B., Tartarotti L., Benessere/malessere nella scuola, Milano, Giuffrè, 1988
326
327
328
3.2 - DISAGIO GIOVANILE E RELAZIONE
DOCENTE-STUDENTE: STORIA DI
UN'ESPERIENZA358
Ho una piccolissima premessa da fare. Ho assistito ai lavori di
questa giornata, ho ascoltato le relazioni con grande interesse;
per ognuna dicevo: beh, qui c'è qualcosa di interessante, c'è
qualcosa che si potrebbe fare, però poi, sentimentalmente,
ritornavo sempre alla mia scuola, alla mia esperienza, alla mia
realtà, ai colleghi che conosco, alle scuole in cui sono stato (7,
8, 10 non mi ricordo più) e sempre sentivo che c'era una grossa differenza. Questo per dire che il mio intervento è quello di
un insegnante medio, un insegnante-massa cioè, che non ha
competenze particolari psicologiche, sociologiche, ecc. e fa
riferimento ad una realtà particolarmente problematica che
però credo sia la realtà della gran parte delle scuole italiane, al
di là di alcune eccezioni che sono state descritte. Ciò detto,
I'esperienza di cui vi riferisco è quella dell'IPSIA di Ferrara, Istituto professionale di stato per I'industria e l'artigianato: è una
grande realtà scolastica con 1200 studenti, con sedi in città e
358
E la Flavia Marostica rispuntò nella mia vita... saputo dei miei
lavori all'IPSIA, mi invitò al convegno dell'IRRSAE sulla parola magica di gran moda nel 1994, "orientamento". Feci il mio intervento
e ottenni il solito risultato, lo stesso delle volte che partecipavo a
riunioni/corsi/convegni a cui il Preside mi mandava: facce cupe al
tavolo della Presidenza (un'Ispettrice del Ministero mi dette addirittura del sabotatore), espressioni di malcelato entusiasmo fra il
pubblico. Mi divertivo moltissimo a gettare sassolini nello stagno.
329
330
in provincia, e specializzazioni nel settore meccanico, elettrico
ed elettronico. Come vi è certamente noto i Professionali sono, come dire, degli oggetti un po' particolari nel variegato
quadro dell'istruzione in Italia e questo già un po' è stato detto. Prima di tutto non consistono più in semplici corsi di addestramento al lavoro e il peso delle materie teoriche si è enormemente accresciuto negli anni; di fatto in sostanza sono
una coppia dei Tecnici. Questo lo dico perché, a giudicare dai
libretti che vengono dalle Medie, gli insegnanti non sanno assolutamente cos'è un Istituto professionale, sembra incredibile ma è così. Il peso delle materie teoriche si è enormemente
accresciuto anche in ragione del fatto che, potendo modificare
i propri ordinamenti con un semplice Decreto Ministeriale,
quindi avendo una situazione giuridica un po' speciale, sono
stati via via adattati alle esigenze della domanda di operai specializzati e di quadri tecnici; con il Progetto '92 stanno ulteriormente trasformandosi. In secondo luogo, i professionali
sono oggetti un po' particolari (e questo è il fatto più carico di
implicazioni) perchè accolgono una popolazione scolastica più
problematica rispetto a quella degli altri Istituti, cioè quella
meno motivata o ritenuta dagli insegnanti delle Medie meno
atta a proseguire gli studi, quella che è più stata interessata
dalle ripetenze durante I'obbligo (nella mia scuola il 30% degli
iscritti in I è stato bocciato alle Medie). Sono quindi una sorta
di ultima spiaggia prima dell'abbandono degli studi.
Il nostro Istituto (e I'abbiamo scoperto attraverso un'indagine
storica che ha costituito I'esordio del nostro Gruppo di lavoro
sul benessere a scuola) rientra perfettamente in questo quadro: per limitarmi a pochi dati vi dirò che i ritiri in corso d'anno
toccano il 7.5, ma con punte anche del 20., le bocciature il 25.
ma con punte anche del 49., gli abbandoni si collocano intorno
al 22.; in sostanza vuol dire che su 100 alunni iscritti in I solo
331
15 arrivano in V nel tempo prestabilito; se gli diamo il tempo
di ripetere arriviamo a malapena al 30.
Abbiamo tentato di capire il perché di risultati così drammatici, superiori a qualunque media regionale, anche al di là di un
certo vittimismo degli insegnanti che in qualche maniera sono
poi responsabili di queste cose, e I'abbiamo fatto attraverso
due questionari e una serie di interviste di gruppo a tutte le
classi dell'Istituto somministrate dopo che un video, appositamente e molto artigianalmente da noi realizzato, aveva invitato i ragazzi a riflettere sul problema. Una piccola parentesi
su questo: la proiezione di questo video tecnicamente bruttissimo ma utile, ha fatto parlare i ragazzi con un insegnante non
della loro classe e ha consentito loro finalmente di poter parlare liberamente; questo li ha esaltati. Abbiamo registrato tutte queste cose ed è venuto fuori un libro che abbiamo chiamato, spero spiritosamente, Ipsia dixit, che ha rivelato un mondo
assolutamente inatteso e ha consentito di cogliere il senso dei
vuoti ma anche dei pieni di cui sono portatori gli studenti. Far
parlare gli studenti si è rivelato molto utile didatticamente, ma
soprattutto umanamente di una ricchezza incredibile. Da queste attività abbiamo ricavato una grande massa di dati che,
seppure complessivamente non si discostano molto da quelli
di altre ricerche, nei loro particolari ci hanno rivelato la centralità di un tema, quello della relazione docente-studente, che
da allora in poi è diventato il terreno prevalente della nostra
riflessione.
Per i nostri ragazzi, già indeboliti dalle difficoltà che hanno incontrato durante I'obbligo, la caduta di autostima e di motivazione, che ne determina il fallimento e I'abbandono, è principalmente dovuta a cattiva modalità di relazione con gli insegnanti. In caso di difficoltà scolastica, infatti, solo il 2,7% si rivolge al proprio insegnante, il che vuol dire che in assenza di
efficaci supporti familiari (come è il caso della gran parte dei
332
nostri ragazzi), non hanno nessuno a cui chiedere aiuto o consiglio. Gli insegnanti vengono così criticati non per le loro capacità professionali, ma per quelle relazionali. Quanto emerso
ha rafforzato in noi la convinzione che il problema della scuola
in Italia non consista solamente nella struttura organizzativa
del sistema e/o nei programmi (da innovare) e/o nelle tecniche didattiche (da introdurre). Ci è piaciuto ad un certo momento definirci post-ideologici proprio per marcare la convinzione che forse è più utile, di fronte al disastro, occuparci del
come stanno a scuola insegnanti e allievi, dalla qualità delle
loro relazioni, delle opportunità umane che I'istituzione poteva ancora rendere possibili e quindi ricercare pragmaticamente e laicamente ogni strategia che potesse rendere più vivibile
la scuola. Insomma ci pare necessario attivare delle energie e
delle competenze all'interno della scuola, nella convinzione
che siano in definitiva le uniche in grado di indurre il cambiamento, piuttosto che aspettare, come dire, il completamento
dello sfascio da cui soggettivamente sentiamo di essere circondati. E' un programma che non manca di ambizioni e di
difficoltà: per aiutare gli studenti a superare le difficoltà di un
corso di studi che si rivela prestissimo non essere affatto tranquillo e di poco impegno come avevano creduto o come gli
avevano fatto credere (è un professionale, c'è solo da usar le
mani, vai tranquillo), procedendo per successive approssimazioni, ci siamo occupati di vari temi, dalle modifiche del regolamento interno per renderlo meno inutilmente illiberale (e
non abbiamo ottenuto gran che in quanto prevale ancora un
modello militare-carcerario), alla ricerca di spazi a disposizione
delle libere aggregazioni degli allievi, (un'aula in cui potessero
ritrovarsi), alla realizzazione di un programma di accoglienza
per le prime classi che in sostanza è quello che la studentessa
vi ha descritto stamattina.
333
Ma soprattutto ci siamo proposti di attivare un servizio di tutoraggio su cui adesso mi soffermerò, dandovi qualche particolare. Il servizio nasce dal convincimento che sia poco efficace appaltare ad operatori esterni (psicologi e altre figure) gli
interventi tesi ad aumentare il benessere nella scuola agendo
sulla leva del miglioramento delle relazioni interpersonali fra
insegnanti e allievi: è meglio che sia la stessa Istituzione a farsene carico. E' vero che la gran parte degli insegnanti è ancora
poco sensibile a questo tema, in particolare quelli di materie
tecniche. Ma è anche vero che per gli insegnanti già in qualche
modo sensibilizzati il contesto della classe e gli impegni didattici rendono molte volte difficoltoso affrontare i problemi di
relazione in maniera efficace e che il potere di cui il docente è
titolare (dare voti, promuovere, bocciare) può bloccare I'espressione spontanea dei ragazzi, in quanto il fatto di essere
valutati fa parte del loro disagio. Ecco allora I'idea del Servizio
di tutoraggio, che si situa in un'area più neutra, dentro la scuola ma fuori dalla classe, e utilizza come operatori insegnanti
che non sono docenti di quel corso.
Il servizio non ha un carattere psicologico nè tanto meno terapeutico; si propone semplicemente di offrire agli studenti la
possibilità di avere un interlocutore che li aiuti ad organizzare
la loro risposta al disagio. Gli operatori insomma mirano non
tanto a dare dei buoni consigli quanto a stabilire una relazione
di fiducia e confidenza con i ragazzi che maturano, almeno, il
convincimento che I'Istituzione si sta occupando personalmente di loro e trovano più facilmente il modo di esprimere le
loro difficoltà per poterle poi analizzare, contestualizzare ed
infine affrontare. Il Servizio non opera quindi in contrapposizione al consiglio di classe e agli insegnanti (questo è stato il
timore più forte che i colleghi hanno manifestato) ne è al suo/loro servizio; è invece, senza allusioni a null'altro, un servizio
"parallelo": gli alunni che trovano già nei loro insegnanti un
334
supporto sufficiente, non lo utilizzano o lo utilizzano di meno,
quelli che invece non riescono a trovarlo, sia per timori che
per difficoltà reciproche, sia per abitudine a non vedere negli
insegnanti altro che dei dispensatori di voti (e questo nei ragazzi è profondamente radicato) lo utilizzano di più. L'essere
parallelo non implica che il servizio sia indifferente o non comunicante o peggio non trasparente: certamente per ben
comprensibili ragioni esso si fonda su una promessa di lealtà
fra operatori e utenti (nulla di quanto viene detto in quegli
incontri viene divulgato all'esterno, mai I'operatore chiede o è
disponibile a dare informazioni al consiglio di classe o a singoli
insegnanti su un singolo allievo). Solo nel caso in cui un ragazzo richieda esplicitamente e ripetutamente un intervento, I'operatore, dopo attenta riflessione, può funzionare da tramite
fra gli interessati. Invece gli operatori raccolgono nel consiglio
e nella classe elementi di conoscenza sul clima della relazione
e si fanno portatori nel consiglio di classe, e alla classe, delle
problematiche emerse nel corso dei colloqui. Ciò è la premessa perché poi la classe possa essere abituata a discutere dei
problemi e perché il consiglio di classe riesca ad affrontarli efficacemente.
Per il momento il Servizio si limita a 5 delle classi I della sede
centrale. e viene assicurato da 5 volontari, a titolo gratuito,
che hanno come specifica caratteristica solo quella di occuparsi da tempo del problema del disagio giovanile; per il resto sono come tutti gli altri colleghi e come loro vivono il lavoro in
classe e la relazione con i ragazzi, in termine di motivazione,
impegno, profitto ecc., In maniera problematica: non si sentono affatto più bravi, nè più intelligenti, nè più buoni di nessun
altro. Dal punto di vista operativo i Tutori si presentano alla
classe loro affidata, illustrano I'intervento che intendono fare
e avviano, utilizzando le opportune metodologie ((giochi didattici sui temi dell'adolescenza, compiti di sviluppo e così vi335
a), il rapporto. Invitano poi i ragazzi ad un colloquio individuale
nel corso del quale, utilizzando una traccia appositamente
predisposta, si mettono a fuoco tutte le problematiche relative al benessere a scuola. Il Tutor rimane poi a disposizione per
tutto I'anno, e si spera anche per quelli successivi, per ulteriori
colloqui richiesti dal ragazzo o ritenuti opportuni per una qualche ragione.
La descrizione che ho dato del nostro Servizio ha forse fatto
venire in mente qualche altro modello, il counselling della
scuola anglosassone, i centri d'ascolto per la prevenzione delle
tossicodipendenze o altro. Ma a noi che, come dicevo prima, ci
definiamo pragmatici e post ideologici, piace sottolinearne
I'originalità perché ci rende più liberi di adattare ad ogni momento I'esperienza ai risultati ottenuti.
Desidero far una serie di osservazioni finali. Mi domando infatti se il concetto di orientamento non corra il rischio di essere,
al di là ovviamente dell'intenzione e della serietà scientifica,
una sorta di paravento per nascondere il fatto che non sappiamo esattamente ancora come affrontare un dato, secondo
me, di immensa portata culturale, cioè il fatto che noi a scuola
non ci troviamo più sui banchi degli studenti, cioè ragazzi che
hanno acquisito un ruolo preciso, ma abbiamo davanti delle
persone molto più complicate, che solo parzialmente, oltre
che naturalmente occasionalmente, assumono il ruolo dello
studente. L'istituzionalizzazione di attività quali I'orientamento
e la prevenzione del disagio sono certamente obiettivi razionali, obiettivi di cambiamento, di progresso; però, I'esperienza ci
insegna, sono anche fonti di frustrazione, se vengono appaltati
ad agenzie esterne alla scuola, la quale, in cambio di uno stanziamento di bilancio, può così lavarsene le mani e lasciare gli
insegnanti "fuori" senza che essi siano parte di un cambiamento voluto, promosso, diretto e verificato. E ancora I'istituzionalizzazione di queste attività rischia di essere fonte di frustra336
zione se esse vengono, spesso prima ancora che si cominci a
fare qualcosa di concreto, inscatolate in leggi, decreti e circolari che tutto sono in grado di trasformare in obblighi di servizio, pezzi di carta, sedute interminabili, e che il più delle volte
sembrano nascere dall'esigenza di impedire qualcosa piuttosto
che di favorire qualcos'altro.
Sarebbe auspicabile (ma questo è solo un mio sogno) una
scuola che consentisse un recupero di libertà ed efficienza,
che abbattesse i muri delle classi e che, senza preoccupazioni
di cattedre e di orari (che sono le cose che poi concretamente
determinano le scelte organizzative), rimescolasse gli studenti
e gli insegnanti (uno solo, due, tre, quattro non lo so) in mille
combinazioni di corsi, materie, opzioni, scelte e percorsi359.
359
E' quello che poi cercammo di fare con la gestione delle 4 ore di
"approfondimento": offerta di corsi modulari extracurricolari (ma
anche di recupero), scelte dagli alunni (o dal consiglio di classe),
gruppi ad hoc, ecc. Il sistema funzionò due anni, poi fu affossato
dal nuovo Preside e dall'opposizione di molti colleghi: ma avevamo
dimostrato che molte cose nuove erano fattibili.
337
338
3.3 - L'IDENTITA' DELLA SINISTRA360
INDICE
3.3.1
3.3.2
3.3.3
3.3.4
3.3.5
3.3.6
3.3.7
3.3.8
3.3.9
Premessa metodologica
Caratteristiche socio-anagrafiche del campione
La definizione dell'area della sinistra
La storia
I valori
La riconoscibilità
Il Partito della sinistra
Giudizio sul questionario e messaggi conclusivi
Conclusioni
339
340
341
343
347
350
351
353
354
3.3.1 PREMESSA METODOLOGICA
Il Circolo Micromega di Ferrara nel novembre 1995 ha promosso la somministrazione di un Questionario sull'identità
360
Nel 1992, finita l'esperienza della lista civica Ferrara democratica, che prese il 25% dei voti ma poi fu affondata da alcuni suoi
dirigenti attenti alla propria carriera, tentai di fare la mia parte
per salvare il salvabile aderendo al Circolo Micromega (così come
poi fondando Il pane e le rose e l'Istituto Gramsci). Presidente del
Circolo era Pasquino Ferrioli, socialista (di quelli onesti), ex Assessore, ex Presidente del Teatro comunale, personaggio simpaticamente snob, molto attivo e corretto; i miei figli lo prendevano in
giro perchè quando mi cercava al telefono si presentava come "il
povero Pasquino". Nel 1995 proposi e realizzai questa ricerca (la
corressi con Mario Miegge), di cui mi colpisce ora la dimensione
profetica: c'era quasi tutto quello che poteva servire per fondare
una nuova sinistra, ma nulla è stato fatto e siamo sempre allo
stesso punto.
339
della sinistra allo scopo di aiutare una comune riflessioni sulle
ragioni di una appartenenza diventata quanto mai di difficile
definizione.
Il Questionario è stato inviato a 154 personalità delle sinistra
ferrarese, note per il ruolo politico che svolgono in città o comunque ritenute interessate a dare il proprio contributo all'iniziativa. I nominativi sono stati scelti tenendo conto (anche se
non in maniera rigida) delle aree politiche di riferimento: 19
Cristiano-sociali, 28 socialisti (SI, PSDI, Laburisti), 31 del PDS,
17 fra Verdi, Rifondazione, Rete e PRI, 25 senza affiliazione
precisa; all'elenco sono stati poi aggiunti i 34 soci del Circolo.
Hanno restituito il questionario 38 soggetti, cioè il 25 % del
totale. E' una percentuale alquanto bassa, e non è certo spiegabile con il solo fatto che la compilazione esigeva un certo
impegno: è invece forse il segnò di una difficoltà molto diffusa
a rapportarsi alla politica, anche quando si ha alle spalle una
lunga storia di impegno.
3.3.2 CARATTERISTICHE SOCIO-ANAGRAFICHE DEL CAMPIONE
Pur essendo il questionario anonimo, erano richiesti alcuni
dati socio-anagrafici. I soggetti che hanno risposto sono al
100% maschi (1 non risposta); I'età è in media di 52 anni (2
non risposte) e varia fra un minimo di 30 ed un massimo di 74;
per quanto riguarda la professione esercitata, contiamo (oltre
a 2 non risposte) 11 professionisti, 6 dirigenti, 6 impiegati, 7
fra insegnanti e docenti universitari, 5 pensionati e 1 imprenditore.
21 soggetti non dichiarano affiliazioni a partiti o movimenti
politici; 6 invece sono del PDS, 3 Laburisti, 3 Cristiano-sociali, 2
340
di Rifondazione, 1 del SI ed 1 della Rete; 3 aderiscono (anche o
solo) al Movimento Prodi.
3.3.3 LA DEFINIZIONE DELL'AREA DELLA SINISTRA
Le prime tre domande affrontavano il tema di come definire
I'area politica a cui i soggetti, con le dovute differenze, sentivano di appartenere.
3.3.3.1 - Nella prima, era proposto un elenco di 16 denominazioni, rispetto alle quali era richiesto di esprimere il proprio
giudizio di adeguatezza su una scala a 4 gradi (da 0 = per niente a 3 = molto).
341
I risultati (vedi tab. 1) fanno intendere una spiccata preferenza per progressista, democratica, riformista, sinistra europea e
laica, che riportano tutte un punteggio compreso fra molto e
abbastanza.
3.3.3.2 Le due domande successive (n. 2 e 3) chiedevano di
definire più estesamente la denominazione più gradita e quella meno gradita. Per quanto riguarda il primo blocco, è sul
termine socialista che si è concentrata I'attenzione dei nostri
soggetti (6 definizioni che fanno riferimento alla giustizia sociale, alla libertà, alla solidarietà e alla protezione dei più deboli; fra di esse ne spicca una che efficacemente definisce il
socialismo "la dottrina secondo la quale gli uomini, oltre ad
essere uguali nei doveri, sono uguali anche nei diritti").
Progressista piace perchè si oppone a conservatore ed è una
denominazione ormai "accettata dalla pubblica opinione".
Di Democratica si sottolinea il significato complessivo (sociale,
politico ed economico) e storico ("uno degli apporti più qualificanti della civiltà occidentale"), e la si definisce come "capacità di esercizio di un controllo critico sul potere".
Riformista evoca la necessità di cambiamenti che garantiscano
più legalità, libertà e solidarietà.
Con il termine Sinistra europea si intende soprattutto, in riferimento alle esperienze inglesi e tedesche, "il mantenimento,
la difesa e la riforma del welfare state".
Laica sottintende il rifiuto di ideologie e ortodossie (ma anche
di interferenze religiose).
Considerando tutto I'insieme delle definizioni proposte, è interessante osservare che gli items a cui più si ricorre per spiegare il significato di altri sono democrazia e riformismo, che appaiono quindi come termini di riferimento imprescindibili.
In buona sostanza, mettendo insieme i dati desunti dalla due
domande, I'area a cui i nostri soggetti sentono di appartenere
342
è definibile prima di tutto democratica, progressista e riformista.
3.3.3.3 Fra i termini meno graditi troviamo soprattutto comunista (10 definizioni) e cattolica (6 definizioni): di ambedue i
termini si sottolinea il significato eminentemente ideologico,
ma per il
primo massiccio è il riferimento all'esperienza totalitaria e al
fallimento storico. Forte è anche il rifiuto di postdemocristiana
(6 definizioni che associano il termine al vecchio regime).
3.3.3.4 L'insieme delle definizioni è stato sottoposto anche ad
una analisi di contenuto, alla ricerca dei valori a cui esse fanno
riferimento.
Il quadro che ne esce (come meglio si chiarirà al paragrafo 5.3)
delinea una sinistra molto interessata ai temi della giustizia
sociale ed altrettanto fedele ad una concezione laica e democratica dello Stato.
3.3.4 LA STORIA
Le due successive domande (nn. 4 e 5) ci hanno consentito di
indagare le ragioni storiche dell'appartenenza alla sinistra.
3.3.4.1 Sul piano della storia personale (vedi tab. 2), peso determinante viene attribuito all'area della propria formazione.
In particolare, vengono citati il corso degli studi (da cui si è
ricavata la convinzione che "la sinistra è sempre stata dalla
parte dei più deboli), la cultura umanistica (che abitua alla
"libertà di gusto e di opinione") e molte letture formative
(Maritain, Milani, Dossetti, ma anche testi sulla rivoluzione
russa).
343
L'ambiente famigliare (specie se contadino od operaio) ha avuto un grosso ruolo in quanto ha precocemente avvicinato ai
problemi della povertà e dello sfruttamento, ma non mancano
i casi di scelte politiche fatte in contrapposizione all'educazione ricevuta in casa.
Viene infine sottolineato il ruolo dell'ambiente culturale in cui
ci si è formati ed in particolare I'incontro con "maestri" quali
Rodolfo Morandi, Salvemini e Silvano Balboni361.
Vengono infine citati per il loro ruolo formativo eventi collettivi quali la guerra e la Resistenza, il '68 e la vicenda del Manifesto.
361
Interessantissima figura di pacifista ferrarese, antifascista esule
in Svizzera dopo una lunga latitanza, assessore socialista negli
anni della Liberazione, amico di Aldo Capitini e federalista europeo.
344
3.3.4.2 Minor peso è stato attribuito all'esperienza di militanza politica, sindacale e nel sociale: anche se essa è stata duratura e cospicua, le risposte rivelano molto spesso un sentimento di delusione o di stanchezza, quando non addirittura di
rifiuto ("mi ha allontanato dalla vita politica").
3.3.4.3 Solo una parte dei soggetti ha avuto la possibilità di
trovare coerenza fra i propri ideali politici e la professione: si
tratta di lavoratori dipendenti che si sono confrontati con il
mondo del lavoro, di avvocati che hanno difeso partigiani e
sindacalisti, di docenti che hanno formato giovani ed insieme
ai colleghi si sono occupati di riforme della scuola, di scrittori
che con la loro opera "difendono il bene della fantasia appiattita dalla società di massa", di architetti per cui è quasi d'obbligo una "visione di problemi di scala molto vasta e quindi
avanzata, quindi di sinistra". Ma per molti altri vale quanto
affermato da un soggetto: "non posso dire che mi abbia spinto
a sentirmi di sinistra".
3.3.4.4 Le risposte alla domanda sugli eventi significati della
storia collettiva (vedi tab. 3) consentono di ripercorre quasi un
secolo di storia, dalla rivoluzione russa a Tangentopoli.
3.3.4.5 più importanti sono considerati gli eventi di carattere
nazionale, in particolare quelli legati alla Resistenza e all'immediato dopoguerra, agli anni del Centrosinistra ed al '68. Fra
i personaggi, il più citato è Berlinguer.
3.3.4.6 Anche la scena internazionale ha influenzato la collocazione politica dei nostri soggetti: in particolare, sono fra i più
ricordati eventi quali la II Guerra mondiale, il Vietnam e la ca
345
duta del muro di Berlino che ha aperto "la speranza di una
nuova forza di sinistra laica, democratica e progressista".
3.3.4.7 La politica locale ha un peso molto minore: sono citate
le grandi lotte sindacali degli anni '50 e '60, ma il maggior numero di riferimenti sottolinea la buona prova di governo data
dalla sinistra a Ferrara e nell'Emilia; vi è tuttavia chi denuncia il
pericolo rappresentato dai metodi politici del Sindaco Soffritti.
3.3.4.8 Dei 5 soggetti sotto i 40anni, 4 non citano nessun evento internazionale (1 la Rivoluzione russa); per quanto riguarda la politica nazionale, 2 non indicano nulla, 2 stanno
sulle generali (la storia del movimento operaio, la Resistenza)
ed 1 solo fa riferimento ad un fatto preciso, le riforme istitu346
zionali proposte da Craxi; sul piano locale, 4 non danno risposta. Forse, ai più giovani la storia recente appare un po' vuota.
3.3.5 I VALORI
Le tre domande successive (n. 6, 7, 8) indagavano il campo dei
valori che costituiscono il patrimonio caratteristico di chi si
sente di sinistra.
3.3.5.1 La prima proponeva una lista di 11 items e chiedeva di
valutare I'importanza di ognuno su una scala a 4 gradi (da 0 =
per niente a 3 = molto).
La tab. 4 mostra chiaramente che tutti i valori sono largamente condivisi, ma emergono dubbi su quelli relativi alle libertà
del mercato e dell'impresa; qualche perplessità anche sull'europeismo e sull'idea di progresso e benessere.
347
Si conferma la centralità dei temi dell'eguaglianza e della giustizia sociale che, insieme a quelli della cultura, hanno il punteggio medio più alto.
3.3.5.2 La forte unanimità sui valori fin qua riscontrata (ovviamente era difficile non considerare importanti tutti gli items proposti) è corretta dalla due domande successive, che
chiedevano di definire più estesamente il valore più condiviso
e di indicare quello più trascurato dalla sinistra negli ultimi
dieci anni (vedi tab. 5).
Nel primo caso si conferma, all'interno di un ventaglio di opinioni più vario, il peso attribuito all'uguaglianza, alla giustizia
sociale, allo solidarietà ed alla tutela dei più deboli; nel secondo emergono con forza i temi della cultura e dell'istruzione, i
più trascurati insieme ai due sopra citati.
Da questo insieme di dati (che abbiamo sommato nella presunzione che si denunci scarso interesse soprattutto in rapporto ai valori che più si condividono) risulta un forte grado di
insoddisfazione per il fatto che la sinistra è stata carente proprio nell'affermazione di valori ritenuti cruciali: non ha sufficientemente garantito uguaglianza e giustizia sociale, non ha
difeso i più deboli, ha trascurato cultura ed istruzione.
3.3.5.3 Le definizioni proposte dei valori più condivisi sono
state sottoposte ad una analisi di contenuto.
Le libertà civili ed i diritti politici hanno soprattutto una funzione di garanzia fondamentale.
L'uguaglianza e la giustizia sociale significano superamento
dell'egoismo e dell'interesse particolare, rispetto e pari
opportunità per tutti tenuto conto del merito, e sono "il
grande portato storico specificamente di sinistra".
348
Per solidarietà e la tutela dei più deboli si intende "una società
più rispettosa dell'uomo" e la "condivisione nel bene e nel male".
La pace e la cooperazione internazionale sono la ''condizione
indispensabile per il progresso''.
Solo I'europeismo e la sua "logica sopranazionale possono
consentire di trovare soluzioni durevoli".
Buona amministrazione vuol dire essere "vicini alla gente".
Cultura ed istruzione consentono di "dare strumenti di lettura
della realtà contrabbandata dai mass media" e favoriscono "la
fondazione di principi di convivenza di diverse idee politiche,
di scrivere regole di libertà, di giustizia, ecc.".
Il lavoro è condizione di dignità.
Tutti questi valori costituiscono i fondamenti di un'etica che va
coniugata con I'azione politica. Dalla tab. 6 (che riporta anche i
dati desunti dalle domande 2 e 3 - vedi paragrafo 3.3.4) si ricava ancora una volta la prevalenza delle idee di giustizia sociale, solidarietà, dignità della persona e pari opportunità.
349
3.3.6 LA RICONOSCIBILITA'
La successiva domanda (n. 9) chiedeva ai nostri soggetti di esprimersi sulla riconoscibilità degli appartenenti all'area di sinistra, per come pensano e per come agiscono (vedi tab. 7).
Il risultato pare indicare una qualche difficoltà.
Se è vero che viene ritenuto tipico della sinistra interessarsi ai
problemi della società ed essere coerente (intellettualmente
e praticamente) con le proprie idee, si esprimono però in vario
modo dubbi sul fatto che ciò sia realmente vero e non è certo
un caso che le risposte più minuziose sono quelle che riguardano modi di essere o di fare valutati negativamente: "i comportamenti spesso sono messi in ombra dal prevalere della
350
ragioni tattiche"; "vedi il misero comportamento di certi professionisti e di certi politici, il cui stile di vita è ben lontano dal
rigore che deve essere proprio di un uomo di sinistra". L'immagine reale, insomma, solo parzialmente corrisponde, a
quella ideale.
Per molti soggetti invece la riconoscibilità non è garantita:
"non esiste un ethos culturale di sinistra, o non esiste più"; "la
distinzione desta/sinistra perde sempre più significato: un
tempo definire uno di sinistra indicava la sua opinione pressoché su ogni problema".
Un soggetto infine fa presente il valore della privacy, per cui
pretendere riconoscibilità dei comportamenti è "voglia di eguaglianza".
3.3.7 IL PARTITO DELLA SINISTRA
L'ultima domanda del questionario (vedi tab. 8) proponeva ai
soggetti I'arduo compito di indicare le caratteristiche che dovrebbe avere un partito o un movimento di sinistra a cui aderirebbero con entusiasmo.
Le risposte indicano un interessante ventaglio di caratteristiche auspicabili, che si può tentare di sintetizzare così:
fondato sulla Costituzione, il partito che non c'è (stando ai risultati esposti al punto 3.3.2, potrebbe chiamarsi semplicemente Partito democratico) difende valori laici di giustizia sociale, libertà e democrazia; consapevole di essere un mezzo e
non un fine, non ricerca il potere personale; è rigoroso, coerente e trasparente nelle sue decisioni e al contempo è aperto
al confronto con tutti; propone programmi chiari e operativi
("concreto su poche cose da fare, evitare di voler cambiare
tutto"), ma sa anche guardare lontano; ha un apparato leggero che impedisce il culto del Capo (che comunque "dopo un
certo periodo programmato dovrà essere sostituito") e garan351
tisce a tutti gli aderenti piena libertà di opinione (ma richiede
anche disciplina: "prima democrazia interna, poi disciplina").
Questa immagine ideale evidentemente risente delle vicende
interne ed esterne ai Partiti accadute in questi ultimi anni; può
apparire utopica, ma a ben guardare ci pare del tutto possibile.
352
3.3.8 GIUDIZIO SUL QUESTIONARIO E MESSAGGI CONCLUSIVI
Infine, i nostri soggetti avevano spazio per esprimere un giudizio sul questionario e/o formulare un'opinione conclusiva.
3.3.8.1 L'hanno trovato utile, buono o addirittura ottimo 13
soggetti (ma alcuni ne sottolineano la difficoltà): "un metodo
da perseguire", "si vede la voglia di ricominciare"; 3 lo hanno
criticato ("è vago e lascia ampio spazio a professionisti dell'inconcludenza e ai parolai"; "alcune domande sono assurde";
"ha i limiti e le omissioni tipici dei questionari"); 2 lo hanno
ritenuto troppo complesso; 15 non hanno dato risposta.
3.3.8.2 Sono 6 i messaggi finali, tutti interessanti:
"Nonostante il sistema elettorale che ci deve portare necessariamente verso la costruzione di aggregati, penso che le profonde differenze nella storia dei partiti storici pesino notevolmente";
"La giustizia fiscale e I'utilizzazione corretta del patrimonio
artistico, ambientale e territoriale risolverebbero tutti i problemi dell'Italia";
"Uno Stato illegale non ha credibilità e crea sconcerto nella
gente; non si crede più a niente, si vota per chiunque e si crede al primo venuto o ultimo arrivato che ti promette in TV una
giustizia sociale";
"La sinistra deve migliorare la propria credibilità proponendo
ed attuando programmi ispirati ai principi di libertà, democrazia, uguaglianza, legalità e garanzia del diritto. La sinistra deve
saper proporre rappresentanti di più elevato spessore morale,
culturale e di onestà irreprensibile, il tutto senza compromessi
e con assoluta chiarezza e trasparenza";
"Ferrara Democratica mi ha molto deluso per il suo silenzio";
"Da un secolo andiamo dicendo 'Proletari di tutti i paesi unitevi' ed abbiamo partorito solo scissioni; i mascalzoni di tutto il
353
mondo invece sono sempre uniti. E' possibile fare qualcosa?
Finchè avrò un po' di fiato ripeterò: sì".
3.3.9 CONCLUSIONI
Su alcuni punti ci pare utile soffermare I'attenzione.
3.3.9.1 La centralità della giustizia sociale, della solidarietà e
della tutela dei più deboli. E' questo il valore affermato con più
fona dai nostri soggetti, evidentemente convinti che in esso
stiano le ragioni più vere (storiche ed attuali) della sinistra. Se
con qualche ragione si può sostenere che ormai sono parole
utilizzate da tutti, anche da destra, noi abbiamo ben chiaro
che non sono solo parole e che devono tornare ad essere il
tratto distintivo della sinistra.
3.3.9.2 L'importanza attribuita alla cultura ed all'istruzione,
anche nei suoi aspetti formativi di valori ed ideali nelle generazioni più giovani, e il fatto che nella nostra appartenenza alla
sinistra hanno giocato un ruolo primario proprio lo studio, la
lettura ed i grandi maestri, devono farci riflettere sulla necessità di un grande lavoro di ricostruzione culturale che sappia
contrastare la devastante omologazione televisiva a modelli a
dir poco cretini.
3.3.9.3 Infine, il bisogno di partiti o movimenti che non ripropongano i riti e le abiezioni di quelli storici, quali la repressione
del dissenso, il culto della personalità, il perseguimento di interessi personali.
354
3.3.9.4 Orbene, oggi la destra italiana propone il mercato come unica regola362, è di chiara derivazione televisiva e mescola
con facilità interesse privato e pubblico: si vede bene come le
differenze esistano ancora, come le ragioni della sinistra siano
ancora del tutto valide e necessitino di cittadini liberi e forti
per affermarsi, e come in questo compito sia necessario ritrovarsi tutti, gelosi ognuno della propria identità ma lealmente
pronti a capire le ragioni degli altri.
362
Per questo, consapevole che i miei diritti politici sono negati, mi
sono rifugiato nella salvaguardia e l'uso di quelli di consumatore
(compro quasi tutto sul web e apro vertenze ad ogni piccola inadempienza, quasi sempre con successo perchè lì la concorrenza
funziona!). In campo politico, pare invece proprio che gli "addetti"
siano quasi tutti della stessa pasta, difendono i loro interessi di
categoria, enfatizzano differenze trascurabili e si accordano poi su
quasi tutto; è un vecchio vizio trasformista, che non riesce mai ad
essere condivisione sui grandi temi che toccano gli interessi nazionali.
355
356