Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ Libertà di ricerca e responsabilità sociale. Scienza, tecnologia e opinione pubblica Venerdì 24 novembre 2006 CGIL nazionale, Roma Omer Bonezzi Presidente Proteo Fare Sapere Un ringraziamento a tutti per la presenza. Credo che sia prima di tutto necessario spiegare brevemente il senso dell’iniziativa di oggi e delle altre che seguiranno. In una serie di incontri , sia all’interno della Cgil Conoscenza che all’interno della Cgil e anche all’interno di Proteo Fare Sapere, di cui sono presidente, che è una associazione professionale “parallela” alla Cgil, si è cominciato a ragionare sul fatto che il Ventunesimo Secolo vede emergere ed esplodere temi che tradizionalmente erano confinati nei circoli accademici: i temi della scienza, della libertà di ricerca, della proprietà intellettuale, dei diritti individuali, temi dai quali lo stesso dibattito politico è fortemente condizionato. Abbiamo capito che il Sindacato doveva attrezzarsi per cominciare ad affrontare questa nuova area di problemi. Consapevoli della nostra non autosufficienza, abbiamo pensato di fare forse l’unica cosa possibile: chiedere a delle persone esperte e competenti di darci una mano. Nell’immediato, abbiamo progettato questo seminario, ristretto, ed altri tre della stessa natura, e la nostra intenzione sarebbe quella di arrivare a un forum, alla presenza del nostro Segretario Generale Epifani. E’ un lavoro rivolto ai ricercatori, ai docenti universitari, agli insegnanti. Ciò che vogliamo dire è che il sindacato cerca, ponendosi anche in una situazione di ascolto, di crearsi un’idea e anche un pensiero meno labile su questi temi. Intanto, si è celebrato, il 10 di novembre, il congresso nazionale di Proteo Fare Sapere. In quella sede, si è deciso di istituire comitati tecnico-scientifici a livello regionale; l’idea sarebbe quella di riunire proprio i nostri comitati tecnico-scientifici regionali, (mediamente una ventina tra ricercatori, docenti universitari e insegnanti, per ogni regione), in questa assemblea generale, in questo forum della ricerca, della scienza e della scuola. Il lavoro che avviamo è un tentativo, appunto, di dotare tutti noi di nuovi apparati concettuali, di strumenti di interpretazione delle cose, e soprattutto vedere se è possibile costruire una strategia www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ sindacale e professionale capace in qualche modo di rispondere a questi temi che fino a pochi anni fa, probabilmente, ci apparivano estranei. Quindi questo di oggi è, noi siamo, una sorta di gruppo di ricerca: Tutto viene video ripreso e poi ovviamente sarà depositato nei siti internet delle nostre rispettive organizzazioni. Verrà fatto un lavoro di traduzione scritta, verrà ripreso e trasmesso anche da Radio Radicale. Abbiamo inviato notizia di questo seminario (e lo faremo per i prossimi) alle cinquantamila persone che ricevono regolarmente la newsletter di Proteo Fare Sapere. Raggiungiamo – oltre alla scuola – una parte importante del mondo dell’università e della ricerca. Ciò ha il significato e lo scopo di far sapere, quantomeno, che cominciamo ad affrontare questi temi. Io darei ora la parola a Gianna Cioni, ricercatrice del Centro Nazionale della Flc a cui va anche uno speciale ringraziamento perché ha dato un notevole contributo all’impostazione di questo nostro seminario. Gianna Cioni Ricercatrice FLC-CGIL A me è stato dato il compito di spiegare un pochino di più, in particolare, l’iniziativa di oggi, ma vorrei anche aggiungere qualche considerazione generale a quello che ha detto il Presidente di Proteo. Noi siamo abituati a pensare che il sindacato sia quel soggetto che deve difendere i diritti dei lavoratori, e questo è vero. Il problema è che i diritti dei lavoratori sono sempre di più dentro una società, una società che cambia, una società in cui le problematiche diventano sempre più complesse. La Cgil ha quest’anno festeggiato i suoi cento anni; in questa storia io vorrei sottolineare un elemento: la Cgil si è battuta perché esistesse una Costituzione democratica, e oggi, negli ultimi anni, si è battuta per difendere questa Costituzione, una Costituzione in cui il lavoro e i diritti hanno una grandissima parte. Questo è il primo dei temi, e l’altro tema è il tema della conoscenza. La Flc, che è nata da poco, è nata proprio come il sindacato della conoscenza, individuando la filiera intera della conoscenza, che va dalla scuola, dalla alta formazione universitaria, dalla formazione per tutta la vita, alla ricerca. Noi ci crediamo che questa filiera debba essere intera, e ci crediamo come Flc, ma ci crede la Cgil, che l’ha posto come uno dei temi principali del suo impegno. Guardiamo la società di oggi, che è attraversata da enormi cambiamenti, enormi contraddizioni, che derivano ad esempio – e questo è l’argomento specifico di oggi – dal fatto che, di fronte a avanzamenti della conoscenza, della ricerca, scoperte nuove, sempre più importanti, dopo un www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ periodo di grande ottimismo, che vedeva in questo la possibilità di risolvere tutti i problemi dell’umanità, oggi emergono anche posizioni più critiche. La gente spesso ha paura della scienza, ha paura che la scienza vada a determinare un tipo di società che non condivide, o che non conosce. Il grave problema è però che nel nostro paese si va diffondendo un atteggiamento che poco garbatamente definirei di ignoranza: pensiamo a cose come la fiducia negli oroscopi, o peggio la diffusione delle sette, sul piano religioso, e tanti altri aspetti. Si tratta proprio di ignoranza rispetto a quello che è la scienza, a quello che è la ricerca, e quindi incapacità di porsi di fronte alla scienza e alla ricerca con un atteggiamento responsabile. Questa è la situazione in cui viviamo, ed è la situazione in cui si trovano gli insegnanti, che devono rapportarsi nell’insegnare a questa realtà; parlo di insegnanti dei bambini; ma parlo anche dei docenti universitari che spesso non sono capaci di assumersi la vera responsabilità al riguardo, e penso anche al mondo della ricerca, che tende a chiudersi in una torre separata dal resto della società pensando di risolvere i suoi problemi. Poi succedono fatti come il referendum sulla procreazione assistita, in cui è stata l’ignoranza che ha vinto, è stato il non capire e quindi il tirarsi indietro. Noi parliamo di libertà di ricerca, la libertà di ricerca è un elemento fondamentale, è un elemento sancito dalla nostra Costituzione, però - e lo diranno altri meglio di me, dopo, a cominciare da Carlo Bernardini, che di questo spesso fa una battaglia perché ci crede fino in fondo – la libertà di ricerca non è esattamente la stessa cosa della libertà di opinione che anch’essa è sancita dalla nostra Costituzione. La Costituzione dice che io posso esprimere la mia opinione, purché non offenda gli altri, e questa è la libertà di opinione. Ma la libertà di ricerca è qualcosa di ben più complicato perché, affinchè un ricercatore possa essere libero, occorre che la società lo metta nelle condizioni di poterlo essere: deve vivere in un certo ambiente culturale, deve essere in grado di arrivare a certi risultati, deve avere anche delle risorse per poter lavorare, e poi devono esistere dei vincoli. Allora, per sintetizzare, direi che noi stiamo vivendo in un periodo in cui la libertà di ricerca da un lato è negata, dall’altro è una problematica di cui si ha paura. La risposta che invece molti scienziati sanno dare, e fra questi le persone che oggi abbiamo qui, è che libertà di ricerca non vuol dire non avere una responsabilità sociale. Il mondo della ricerca, così come il mondo della formazione e dell’alta formazione, ha una responsabilità sociale. Poi c’è tutto il problema della tecnologia, che è strettamente collegato con la ricerca; e anche di fronte ad essa, a mio parere per motivi di grande ignoranza, ci si pone con un atteggiamento che è un misto di assoluta fiducia, (e dipendiamo tutti dalla tecnologia), e di assoluta paura,(e cerchiamo www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ di dire semplicemente dei no, come tanti discorsi che sentiamo sulle biotecnologie, e anche di questo si parlerà oggi). Questo incontro è importante, sapevamo che non saremmo stati tanti, per mille motivi, ma di questo incontro rimarranno tracce, e cercheremo in tutti i modi di diffonderlo perché vogliamo veramente allargare la riflessione su queste tematiche. A questo seminario ne seguiranno altri due, che toccano analoghi problemi: il problema della libertà individuale, visto in modo non banale; l’abbiamo sintetizzato come la libertà della persona: nascere, curarsi, morire; il testamento biologico; il rispetto del Dna…Non sono problematiche banali, sono problematiche di fronte alle quali occorre interrogarsi. Il terzo seminario sarà sulla laicità dello Stato. Noi ci crediamo fino in fondo, laicità non vuole dire indifferenza, non vuol dire fare un passo indietro e non rendersi conto delle problematiche nuove che esistono in una società che è multiculturale, multireligiosa, eccetera. Quindi, di nuovo, il mondo della scuola, il mondo della formazione a tutti i livelli, su questo si deve interrogare: come crescere per riuscire a far fronte a queste problematiche. Nell’incontro di oggi noi abbiamo voluto chiamare persone che lavorano, o hanno lavorato per anni, nell’ambito della ricerca, in settori particolarmente rilevanti per i temi che affrontiamo. Ma abbiamo anche invitato persone che, direi, conoscono la società, conoscono la società da vari punti di vista, e possono anche testimoniare, al di là delle poche e generiche cose che io ho detto, quale sia proprio lo stato dell’ignoranza o della conoscenza che esiste oggi nel nostro paese, di fronte a problematiche di questo rilievo. Ci saranno relazioni abbastanza brevi, ci sarà lo spazio per un dibattito, e ci saranno delle conclusioni, o meglio delle osservazioni per riprendere alla fine quello che è il ruolo del sindacato, ciò che il sindacato di fronte a questi temi può già cominciare a dire, e che cosa intende poi fare e dire nel futuro. Auguro buon lavoro a tutti noi. Carlo Bernardini Università La Sapienza e Direttore della rivista “Il Sapere”. Relazione introduttiva. Io ringrazio molto Proteo di questa occasione perché penso che, come diceva Gianna poco fa, vi sia un grossissimo problema di comunicazione. I mezzi di comunicazione non fanno quello che dovrebbero fare, l’opinione pubblica è molto lontana da questi problemi, oppure addirittura li vede in un modo assolutamente inaccettabile, ma è difficile far critiche, è difficile commentare. www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ Io sono un grande estimatore della comunità scientifica perché mi sembra che sia una delle poche comunità che a livello mondiale è riuscita a raggiungere lo stato di comunità sovranazionale. Sovranazionale vuol dire, per noi che ne facciamo parte, la possibilità di comunicare con un cinese, un giapponese, un russo, un americano, e questo è assolutamente normale, non ci sono contrasti nel modo di intendere le cose o, se ci sono, li si può esplicitare con molta facilità. Ci sono alcuni episodi estremamente importanti che sono accaduti all’interno di questa comunità, episodi di grande rilevanza internazionale, per tutti, non solo per la comunità scientifica. Io vorrei suggerire alle persone che si occupano di problemi di comunicazione di massa, di far sì che con tutti i mezzi possibili questi episodi vengano collocati su un qualche piedistallo della storia. Vi faccio degli esempi molto rapidi: per esempio la comunità dei biologi ha attraversato un momento drammatico quando è stata concepita l’idea di armi biologiche. Devo dire che ho ammirato molto la reazione della comunità dei biologi, in quella occasione. Ci sono personaggi dentro questa comunità che secondo me valgono molto di più di Napoleone o di Garibaldi. Chi di voi ha sentito nominare Metterson? Metterson era un grande biologo, che è riuscito ad ottenere un bando delle armi biologiche, sollecitando nel modo corretto la sua comunità. Forse ci ha salvati, forse non saremmo qui a parlare, se non ci fosse stato questo bando. Purtroppo in questi giorni ho letto che i russi si sono rimessi a lavorare sulle armi biologiche. Trovate qualcosa su una rivista, di nicchia però, che si chiama M Y T Technology Review, l’edizione italiana; c’è un lungo articolo su questo problema della rinascita di attività che possono essere rilevanti per le armi biologiche in Russia. Ma state a guardare, vi raccomando di stare a guardare con cura perché probabilmente ci sarà un nuovo intervento della comunità, che si risveglia con facilità su queste cose. Ecco, questo è un episodio che bisognerebbe esser capaci di raccontare bene alla pubblica opinione, perché farebbe aumentare la fiducia nell’autocontrollo della comunità dei biologi. La comunità scientifica si divide in molti settori, necessariamente, per competenza. Vi racconto un altro episodio, in cui sono coinvolti i fisici, che mi ha sempre impressionato molto. Voi siete tutti molto giovani e non so se ricordate il colonnello Powers. Il colonnello Powers volava con un aereo spia U2, volava tranquillo sulle steppe siberiane, quando Krusciov dette ordine di abbatterlo con un missile terra-aria per far vedere il livello che l’Unione Sovietica aveva raggiunto nella tecnologia missilistica. Così puntualmente accadde: il missile di Krusciov abbatté l’U2 di Powers, l’aereo finì malamente a terra e invece Powers si salvò e fu catturato. Fu poi messo su un carro e portato in giro per i villaggi, a far vedere la preda che la grande tecnologia sovietica aveva catturato, grazie all’uso di questi missili di precisione terra-aria: non era uno scherzo tirare giù un aeroplano a trenta chilometri di quota! Chi di voi ha letto queste cose, forse si ricorda che fu un momento drammatico della guerra fredda, un momento in cui si ruppero tutte le relazioni internazionali. Siamo all’inizio degli anni sessanta. Allora rompere le comunicazioni internazionali voleva dire che non partivano delegazioni né da una parte nè dall’altra, che non c’erano incontri di nessun tipo. Ma: i fisici fecero ugualmente la conferenza di Rochester, che era la classica conferenza periodica dei fisici delle alte energie. Vennero i sovietici, c’erano gli americani e parlavano, chiacchieravano, chiacchieravano nei corridoi. In qualche modo sfuggirono alle maglie. Io lo trovo un episodio straordinario. Il fatto che un pezzo della comunità scientifica fosse addirittura più forte di questo scontro ideologico tra due blocchi inconciliabili, insomma, non era una cosa da poco. E di nuovo questo mi dette una grande fiducia nel fatto che, se ci mettevamo in campo nel modo corretto, per www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ valutare anche dal punto di vista etico queste cose, la comunità scientifica poteva arginare molte perversioni, addirittura dell’umanità nel suo complesso. Continuo a pensare che questa capacità, questo potere, in qualche modo, almeno in germe ci sia. Il problema è quello di attivarlo correttamente, ed è anche quello di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo strumento dei rapporti tra le persone, su questo strumento che passa attraverso una cultura. Una cultura particolare di cui l’opinione pubblica non ha molta coscienza, e che tratta in un modo che tutto sommato non è tanto lontano dalle volgarità che abbiamo visto negli ultimi cinque anni, dalla mentalità, come dire, aziendalistica di una gentildonna come la signora Moratti e suoi accoliti. La gentildonna, appunto, ha premuto il pedale sulla cosiddetta mentalità aziendalistica e ha esplicitamente dichiarato, in più occasioni, che la cosa migliore era di finalizzare tutto ciò che va sotto il nome di attività di ricerca, allo sviluppo, alla crescita dell’economia del paese. Le sue parole sono state prese alla lettera, per esempio, da un certo Pistella, che voi avrete sentito nominare, il quale, il 17 febbraio di quest’anno, sul Sole 24 Ore, ha dichiarato che finalmente era riuscito ad introdurre lo spirito aziendalista nel Consiglio Nazionale delle Ricerche. Non c’è riuscito in realtà, però ha fatto tutto quello che poteva per ottenere questo risultato. Vi ho detto queste cose semplicemente per dire che questi sono pezzi di informazione che mi sembra che non siano a disposizione dell’opinione pubblica. Queste cose non hanno dietro un dibattito, una passione, un’opinione forte, sono notizie e basta, e la gente non capisce: ma ha ragione Pistella, ha ragione la Moratti? Questi qui che vogliono? Qualche anno fa, cioè nel 2003, dopo un primo incontro al Cnr, organizzato da un gruppetto di noi, ci venne in mente che una cosa che si poteva fare per la pubblica informazione era quella di introdurre alcuni elementi di storia patria, che tutto sommato sembra che generalmente sia apprezzata. Perlomeno ci sono alcuni personaggi importanti che spesso dichiarano di apprezzare questo, per esempio i Presidenti della Repubblica. Sia Carlo Azeglio Ciampi che Giorgio Napolitano di recente hanno detto di apprezzare il fatto che nella storia di Italia ci siano attività di ricerca, nel settore delle scienze, che val la pena di valutare e rivalutare. Io sono stato molto contento, quando ho sentito questi pronunciamenti, sia in passato che di recente. A quell’epoca avevamo ideato una cosa, che poi si fece, ma di cui abbiamo ancora le relazioni, e che avevamo intitolato “Un passato da salvare”. Perché quello che avevamo capito era che i berluscones avevano questo difetto gravissimo, che erano persone di una ignoranza mostruosa, non sapevano che cosa c’era in questo paese, a parte le aziende, la pubblicità e le televisioni, insomma, non avevano la più pallida idea. In quel convegno venne un sacco di gente, qualcuno è scomparso, purtroppo, per esempio c’era Paolo Silos che raccontava quello che era successo di importante nel settore dell’economia. C’erano persone che parlavano del settore geologico e sismologico, c’erano persone che parlavano della chimica, che è una delle cose da guardare con la lente di ingrandimento per capire bene come è fatta la chimica italiana, su cui qualche perplessità avrei anche io. C’era chi parlava della fisica, dell’informatica, insomma, di tutto quello di cui si poteva parlare. Da quello che si capiva, in tutto il Novecento, nonostante le difficoltà gravi della cultura nazionale c’erano degli elementi di grandissima qualità, elementi che ci avevano consentito di far parte di quella comunità sovranazionale che vi dicevo prima. Perché, per stare nella comunità www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ sovranazionale, quella degli scienziati senza etichette nazionali, bisogna essere accettati, c’è poco da fare. Qui si parla tante volte di valutazione, ma poche volte io ho visto casi così straordinari di valutazione spontanea, come quella che viene espressa nella comunità scientifica internazionale. È un meccanismo quasi ovvio di promozione interna, pieno di piccole storture, anche di conflitti di tipo internazionale. Uno dei crucci che potremmo avere, di cui per esempio posso parlare con facilità per quanto riguarda la fisica, è il numero di Nobel rubati al nostro paese, che non abbiamo mai difeso con la dovuta intensità, un numero enorme, a cominciare dal famoso esperimento Conversi – Pancini – Piccioni che non ha mai preso il Nobel anche se è l’inizio della fisica detta “delle alte energie, o Bruno Pontecorvo, che non prese il Nobel perché era andato in Unione Sovietica; Bepo Occhialini; Bruno Rossi; Oreste Piccioni. È vero che Emilio Segre aveva preso il premio Nobel per l’antiprotone, ma l’antiprotone era uno scherzo in confronto all’antineutrone. Oreste Piccioni provò sperimentalmente l’esistenza dell’antineutrone: niente Nobel. Bruno Tuschek… tutti i laboratori del mondo, in questo momento in cui si fanno alte energie, hanno un anello di accumulazione. Bruno Tuschek, se prendete un libro americano, sulla storia della fisica contemporanea, andate a guardare sull’indice analitico, Tuschek non c’è, si dice che gli anelli di accumulazione sono stati scoperti in Francia. Insomma, ci sono una quantità di cose nella comunicazione che vanno rimesse a posto. L’opinione pubblica non sa nulla di tutte queste cose, e invece potremmo fare molto. Siccome sono diventato molto vecchio e la mia creatività si è ridotta a zero io mi sto dedicando a corpo morto alla storia della fisica, alla storia delle scienze, perché penso che questo possa anche influire in qualche modo sull’attività didattica, sull’insegnamento, e così via. Nel guardare il panorama generale della situazione nella quale ci troviamo, mi sono accorto che è vero che la comunità scientifica italiana, tutto sommato, è ben inserita nella comunità sovranazionale, cioè in questa comunità allargata in cui più o meno ci conosciamo tutti, o perlomeno corrispondiamo con estrema facilità sulle idee che maggiormente ci interessano. Però la struttura della attività scientifica nel nostro paese è una struttura assolutamente anomala, è diventata più anomala di quanto potesse esserlo prima. Mi pare che la riflessione su questo non stia venendo fuori, devo dire, con molto dispiacere, nemmeno sulle gazzette della nostra parte, anche se molto spesso parlandone con l’attuale Ministro, con Fabio Mussi, mi rendo conto che è cosciente di questo, però la gente non sa che cosa sta veramente succedendo. Quindi fatemi spendere due parole su questa anomalia della struttura organizzativa, chiamiamola così. Dunque, ci sono due tronconi, che sono la ricerca pubblica e la cosiddetta ricerca privata, la ricerca nel settore industriale. La ricerca pubblica tutti quanti siamo convinti che debba essere, appunto, finanziata da denaro pubblico, e non sottoposta a vincoli di sorta, ma il vincolo più importante da eliminare è quello che influisce sulla possibile trasparenza. Uno dei problemi della ricerca privata è quello della trasparenza; invece, nel caso della ricerca pubblica, la ricerca pubblica deve essere, per ragioni di principio, completamente trasparente. La trasparenza garantisce automaticamente la valutazione dei pari, come si dice, cioè se una cosa contiene delle fesserie, questo viene immediatamente a galla. Molto spesso gli sbagli possono essere anche intelligenti, non dico di no, però l’importante è accorgersene, valutarli e dichiarare come stanno le cose. Quindi non è che gli sbagli non si facciano, anzi gli sbagli vanno fatti in pubblico, è un www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ requisito essenziale e in qualche caso ci sono delle lobbies che cercano di affrancarsi da questa valutazione. Se volete io sono pure disposto a fare nome e cognome, non ho nessuna remora su questo, sono pronto a fare dei nomi, specialmente cominciando dalla fine dell’alfabeto, dalla lettera Z per intenderci… La ricerca pubblica, quindi, produce un certo numero di risultati che vengono a conoscenza del pubblico, il quale però non li sa leggere, ma, insomma, sono a disposizione di chi ha voglia di fare la fatica di capire. Viene finanziata, e non voglio fare lagnanze sui soldi, che pure ci sarebbero da fare a bizzeffe, viene finanziata con una certa cifra che in questo momento, con questa finanziaria, con questo governo, è la metà del finanziamento che va alla privata. Ma quello che si intende per ricerca privata, generalmente è ricerca di mercato: 700 milioni alla ricerca di mercato, contro 350 – sto dicendo numeri all’ingrosso – nella ricerca di base. Quando era Ministro Luigi Berlinguer aveva messo in piedi una commissione di cui facevano parte: Patrizio Bianchi, Angela Iraghi, io, Bruno Trentin, c’era un certo numero di persone, e avevamo fatto una prima indagine sul livello di comprensione dei problemi delle tecnologie avanzate da parte degli imprenditori. La parola analfabeti è insufficiente per qualificare il grosso di questi personaggi, eppure sono quelli che governano l’economia del paese. Naturalmente su un imprenditore analfabeta non c’è controllo, decide lui, e che cosa decide? Cerca di fare delle cose che gli danno dei profitti a breve. Vogliamo fare ricerca per l’innovazione tecnologicamente avanzata? Non se ne parla nemmeno: tempi lunghi, profitti non ce ne sono, nemmeno sentirne parlare. Allora avevamo discusso su che cosa fare, ed era venuto fuori intanto che nel paese manca, un po’ anche per colpa delle facoltà di ingegneria, una figura professionale importante, che viceversa in altri posti del mondo si trova come una figura centrale. Eppure, nel famoso passato da salvare, l’abbiamo avuta questa figura, ed è la figura del cosiddetto sistemista. Che cosa è un sistemista? Un sistemista è una persona che ha studiato abbastanza per capire quello che c’è nella letteratura scientifica, e quindi capisce i risultati, ma non è lui un operatore che produce questi risultati, lui li mette insieme per fare una cosa che non c’era prima: uno strumento, un apparecchio, per introdurre una tecnologia che non c’era prima. Questo sistemista, in paesi civili, ha dei gruppi finanziari a cui rivolgersi, un po’ diversi dalle nostre maledette banche. Ha i gruppi finanziari che maneggiano i capitali di rischio, “venture capitals” come vengono chiamati nel linguaggio internazionale degli economisti, e questi hanno un buon gruppo di consulenti a cui dare da valutare le proposte dei sistemisti. I consulenti le valutano, e in paesi come la Francia o gli Stati Uniti, su dieci proposte che vengono valutate positivamente, otto in media non producono grandi profitti, ma due fanno profitti con cui il gruppo finanziario si risarcisce di qualunque altro investimento meno fortunato. Naturalmente la chiave di volta di questo sono i consulenti. Ora, pretendere, morattianamente, che per esempio il professore universitario, o i ricercatori degli enti, facciano i manager in proprio, che vadano a lavorare per l’industria, è una follia. E qui in Italia ….ci sarebbero i capitali per fare queste cose. www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ Le fondazioni bancarie hanno in tasca capitali per tre finanziarie, hanno in mano ottanta miliardi di euro, e ne fanno un uso discrezionale, per attività culturali. Così quei fondi vengono usati per cose che la maggior parte di noi non sa né che sono né come vengono decise, e poi si fanno drammi non per gli ottanta miliardi delle fondazioni bancarie, ma per i trecento milioni della ricerca in Italia. Ma vi rendete conto? …come se quelli non fossero soldi nostri. Ma da qualcuno arriveranno questi ottanta miliardi delle fondazioni bancarie! Nessuno sa spiegarmi come fanno le fondazioni bancarie a arrivare a ottanta miliardi. Ovviamente sono i soldi che vengono dalle banche. Ci sono i regolamenti, ma si guardano bene dal metterli in piazza. Allora, ammetterete che c’è qualcosa che non va. Dicevo, c’è una massa di analfabeti che gestisce i problemi della produzione. Naturalmente ci sono anche i grandi manager, per carità, ma c’è Pistorio, e ditemene un altro…. C’è Pistorio, ma non può bastare un Pistorio per fare una grande industria italiana. C’è un numero enorme, spropositato, di piccole e medie imprese che non ci pensano nemmeno lontanamente a fare cose un po’ avveniristiche, cose che ci permetterebbero di competere o con i cinesi o con gli indiani. Questi gruppi non assumono una persona veramente colta, una. Eppure insisto, noi, il grande sistemista, l’abbiamo avuto, è uno dei migliori esempi della storia, si chiamava Guglielmo Marconi. Più sistemista di quello! Ma vi rendete conto? Un autodidatta, che aveva imparato a leggere la letteratura scientifica, che aveva capito che il signor Herz aveva inventato i poli elettromagnetici, che poi sono le antenne, che il signor Popof aveva costruito delle antenne con le quali aveva fatto un rilevatore di fulmini. Non era poco. Marconi aveva capito che c’era questa roba. Poi c’era un omino, un professore di liceo, Temistocle Calzetti Onesti. L’avete mai sentito nominare? Temistocle Calzetti Onesti era un grosso personaggio delle tecnologie italiane, aveva inventato il coherer, era una galena, insomma, con cui si faceva un rivelatore di onde elettromagnetiche. Non basta, il signor Marconi era in grado di leggere i lavori del signor Ivissyd, un inglese, il quale aveva teorizzato che gli strati alti dell’atmosfera fossero ionizzati dall’ultravioletto, e che la presenza di elettroni liberi ad alta quota fungeva da specchio delle onde elettromagnetiche. Per cui, grazie alla riflessione sugli strati alti, si potevano fare le trasmissioni intercontinentali. Se voi guardate i giornali d’epoca, io sono andato a guardarli, Marconi era celebrato come quello che aveva salvato più vite umane, perché a quell’epoca si naufragava spesso con le navi, e improvvisamente “SOS SOS” veniva trasmesso per via radio alle antenne a terra, mandavano il soccorso e la gente veniva salvata in alto mare dall’invenzione di Marconi. Marconi era un italiano trattato malissimo dal sistema italiano; se ne andò in Inghilterra e fece la Marconi Wireless, che esiste ancora, e forse è l’unico grande sistemista che noi abbiamo avuto in Italia, è un sistemista esemplare. Ma se voi leggete, e ve lo suggerisco perché è una lettura interessante, la storia della Bell Telephone Company., è una storia da lasciare a bocca aperta, un laboratorio enorme che lavorava su problemi di valvole per telecomunicazioni. insomma, un’industria che faceva ricerca avanzata con i soldi suoi, non con i soldi pubblici, come questi disgraziati in Italia che ci fanno ricerche di mercato. Vogliamo mettere riparo in qualche modo? Io penso che una cosa assolutamente essenziale per raggiungere dei livelli decenti, sostenibili, comprensibili dall’opinione pubblica, sarebbe quella di aprire finalmente un tavolo quasi permanente, in cui tutto il sistema confindustriale e il sistema della ricerca pubblica si confrontano, e se le cantano e se le dicono in faccia anche duramente, www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ con reciproco vantaggio. Anche la ricerca pubblica campa meglio se le tecnologie sono sviluppate, questo è fuori dubbio, ma questo non vuol dire che le debba sviluppare da sé. Insomma, tutte queste cose vanno portate in piazza, vanno portate in piazza con una documentazione forte, vincente, con una documentazione che permetta di stimolare proposte di cambiamento. Qui, se noi non ci muoviamo da una tradizione di immobilismo e separatismo, e se continuiamo a vivere in questo paese fatto a tronconi, di pezzi in cui da una parte c’è una estrema difesa delle prerogative accademiche, dall’altra una estrema difesa del capitale in mano a persone che ne dispongono come vogliono, di governi che o ideologizzano le cose, o non riescono a decidere sul tipo e sulla natura dei provvedimenti, che sono sottoposti a spinte di tutti i possibili tipi…. siamo all’ultima occasione possibile. Il governo attuale a me sembra l’ultima occasione possibile per liberarsi da un modo di operare dell’Italia, degli italiani, da cui ci dobbiamo staccare, ci dobbiamo staccare in fretta. Quindi bisogna usare tutti i mezzi di comunicazione per spiegare alla gente come stanno le cose, in modo realistico, in modo convincente, con esempi, facendo riferimento a cose che sono state, a cose che potrebbero essere, parlando di proposte, apertamente. Io credo che una certa vivacità nel popolo ci sia ancora, un certo desiderio di capire sia ancora in piedi. Be’, attiviamolo. Grazie. Manuela Giovannetti Ordinario di Microbiologia, Università di Pisa, Coordinatore della Banca del Germoplasma IBG "International Bank of Glomeromycota" “La scienza e la paura delle biotecnologie” Io ringrazio prima di tutto Proteo per avermi dato l’occasione di parlare di un argomento sul quale imperversa l’ignoranza, e di cui quindi cercherò di far capire alcune cose: le biotecnologie. Partirei dalla definizione di biotecnologie che ha dato la Federazione Europea dei Biotecnologi. La definizione, un po’ arida, è questa: “la biotecnologia è l’uso integrato di microbiologia, biochimica e ingegneria, al fine di realizzare l’applicazione industriale delle capacità potenziali di microrganismi, cellule o parti di essa”. Cosa vuol dire? Vuol dire che la biotecnologia è strettamente connessa all’applicazione industriale, all’industria, e che alla base della biotecnologia, per molti anni, ci sono stati microrganismi; adesso anche cellule o parti di essa, però all’inizio delle biotecnologie, gli organismi che erano alla base di questa erano i microrganismi. La parola microrganismi è già legata a una paura, perchè la parola microbi è quasi sempre collegata alla parola germi, cioè si pensa al microbo e si pensa alla malattia.. Faccio un esempio che è tratto da Repubblica di qualche mese fa, citava: “La cravatta è un covo di batteri, medici non indossatela più”. Innanzitutto “covo di batteri”, come covo di ladroni, covo di vipere, quindi il batterio è una cosa negativa. Un altro esempio: l’Ansa citava un articolo di febbraio del 2006, e riportava: “Milioni di batteri sui sedili della metropolitana di Londra”. Sfido, per forza che ci sono, mi meraviglierei che non ci fossero. Però si gioca sulla paura e sull’ignoranza. Poi ancora citava: “Dai virus influenzali a quelli della tubercolosi, allo stafilococco aureo resistente alla penicillina, il micidiale superbatterio che imperversa negli ospedali del Regno Unito”. Prima di tutto, imperversa dappertutto, poi battezzarlo “superbatterio”… insomma… Poi ancora “Alcuni dei batteri annidati sui sedili della metropolitana di www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ Londra, che ha individuato sugli stessi oltre tre milioni di microbi”. Che cosa vuol dire “tre milioni di microbi”? Vuol dire… niente, perché in un grammo di sporco, di qualunque sporcizia, ci sono dei miliardi di microrganismi. Quindi che ci siano tre milioni di microbi… poi, dove? In un centimetro quadrato, in un sedile, in tutta la metropolitana. L’ignoranza quindi è già nei nostri mass media. Dicevo, c’è una paura ancestrale legata ai microrganismi e alla parola microrganismo, ce l’abbiamo nella nostra storia perché basta pensare alla pesta nera del Medioevo, alla peste dei Promessi Sposi, a Manzoni, a Camus, quindi abbiamo dei ricordi, ancestrali, di paura, fino all’influenza spagnola che, molto prima dell’Aids è stata la vera prima malattia globale, che ha fatto cinquanta milioni di morti. Quindi una paura fondata su qualcosa, sicuramente. Anche il nostro immaginario fotografico è pieno di film dove si istilla la paura dei microrganismi, anche quando questi microrganismi sono utili e salvafici per gli esseri umani. Per esempio, prendiamo la Guerra dei Mondi, dove avevamo avuto l’invasione degli alieni e questi alieni poi muoiono perché sono attaccati dai nostri microrganismi a cui non erano abituati. E in effetti Georg Wells nel suo libro già lo diceva, diceva appunto: “Sparsi per ogni dove c’erano i marziani morti, uccisi dai bacilli della putrefazione e del contagio, contro i quali i loro organismi non erano preparati”. Salvifici ma pur sempre bacilli della putrefazione e del contagio. Anche in questo caso Wells, insomma, non è precisissimo, però questa è l’idea che abbiamo dei batteri, dei microrganismi: bacilli, putrefazione … Su queste paure molte persone hanno giocato, e io ricordo solo quel signore che all’Assemblea delle Nazioni Unite aveva agitato una provetta che a suo dire era piena di antrace – io non so cosa ci fosse veramente - e disse che appunto un cucchiaino di questa polvere aveva costretto il Senato degli Stati Uniti a chiudere nell’autunno del 2001. Quindi fece una gran paura al mondo, voleva da tutti l’autorizzazione a fare una guerra, e una delle cose che diceva era che l’Iraq aveva dichiarato ottomila cinquecento litri di antrace, invece secondo lui ne aveva venticinquemila litri. Poi non sono stati trovati, ma questo è un altro discorso. Quindi sulla nostra paura giocano anche i politici, eccetera. Allora cerchiamo di capire se davvero dobbiamo aver paura, prima di tutto degli organismi e poi delle biotecnologie. Le specie di microrganismi dannosi sono pochissimi, mentre centinaia di specie sono utili, benefiche, e noi le usiamo tutti i giorni, ce le mangiamo tutti i giorni, proprio con le biotecnologie. Perché le biotecnologie sono state utilizzate da millenni per produrre, senza conoscere che stavamo utilizzando biotecnologie. Così, senza aver mai visto microrganismi perché i microrganismi sono stati visti per la prima volta nel 1600, questi si usavano per produrre cibo, come pane, formaggio, yogurt, per produrre bevande come vino e birra, e anche farmaci, antibiotici, cortisone, eccetera. Quindi, i primi cibi biotecnologici sono stati il vino e il pane, e la birra. Già i sumeri, tremila anni prima di Cristo, avevano imparato a utilizzare microrganismi per produrre il formaggio, per esempio. Non starò qua a farvi l’esempio di tutti i cibi e di tutto, ma solo una breve carrellata. Vi mostro un bel bassorilievo che era conservato nel museo di Bagdad, non so se ci sarà ancora, dove appunto i Sumeri raccontavano come si fa a fare il formaggio. Solo per tornare ai nostri bacilli, che non sono quelli della putrefazione del contagio, ma sono microrganismi utili, faccio solo l’esempio del formaggio, uno per tutti. Pensiamo alle centinaia di formaggi che noi mangiamo tutti i giorni, e facciamo una fettina sottilissima, per esempio del grana, che ha dentro delle micronicchie. Nelle micronicchie del grana noi troviamo i bacilli, che danno la maturazione al www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ formaggio e conferiscono a questo tutti i sapori e le proprietà organolettiche che ne fanno una prelibatezza. Poi, solo per fare un altro esempio di utilizzazione di microrganismi, oggi noi siamo assaltati dalle pubblicità di questi probiotici, latti fermentati, yogurt, che sono prodotti coi microrganismi. Però, vedete, nell’etichetta è scritta una parolina magica, non si parla di batteri e di bacilli ma si parla di fermenti: otto fermenti probiotici, vivi ed attivi. Benissimo, questi non fanno paura: la parola “microbi” fa paura, la parola “fermenti” no. L’industria ha approfittato di questo, tanto è vero che ci ha fatto poi accettare un altro microbo, che era, insomma, un po’ ostico, un microrganismo scoperto da non tantissimi anni, si chiama “bifido” e ce l’ha fatto raccontare da una bella ragazza, da Alessia Marcuzzi, che ci dice: “Io ho io il mio bifido che mi aiuta”. Certo, questo è un bifido batterium, è importantissimo per noi, e lei ci ha raccontato, ci ha fatto conoscere questo bifido, addirittura, appunto, a lei la riesce a mettere in regola, è un amico. Se andiamo a leggere l’etichetta di questi prodotti, leggiamo ancora la parola “fermenti”. Quindi, il prodotto microrganismo contiene una combinazione di miliardi di fermenti vivi e attivi. Ci danno i nomi, e poi ci dicono che ce ne sono, in ogni vasetto, quaranta miliardi, sempre di fermenti vivi e attivi, e in questo modo noi ce li mangiamo, ce li beviamo tutti i giorni perché non ci fanno paura. Qualcuno si può chiedere: “Ma è vero che questi probiotici sono utili?”. Faccio solo vedere una copertina recentissima di Science dove il nostro intestino, dove vivono questi microrganismi, è stato addirittura chiamato “The tube of life”, quindi il tubo della vita che noi abbiamo, che è il nostro intestino, dove vivono dai dieci ai centomila miliardi di microrganismi, il cui genoma è stato metasequenziato, diciamo così, è stato fatto il metagenoma di questi microrganismi ed è stato trovato che possiedono cento volte più geni di quanti ne possediamo noi. Quindi noi siamo proprio un organismo in simbiosi. Solo per curiosità direi che il peso di questi organismi è circa un chilo e due. Poi, per chiudere sulla utilizzazione e sui motivi per cui se ne parla tanto, c’è il fatto che l’Europa ha speso 15 milioni di euro, dal ’95 al 2004, nella ricerca relativa a microrganismi e in tutto il mondo il mercato dei probiotici vale circa 6 miliardi di dollari. Quindi i microrganismi,: non ci fanno più paura quando li abbiamo battezzati in un modo speciale, li abbiamo chiamati “fermenti”. Ovviamente, le biotecnologie che sono state, appunto, utilizzate da noi per produrre cibi e bevande, sono anche alla base, da cento anni circa, di produzioni industriali che riguardano sostanze farmaceutiche. Farò l’esempio solo della penicillina e del cortisone, ma sono centinaia le sostanze farmaceutiche che sono prodotte attraverso le biotecnologie. L’esempio della penicillina è proprio adatto per ritornare alla definizione di biotecnologie. In effetti, dai tempi di Fleming che scoprì il penicillium, capace di produrre la penicillina, l’industria ha fatto molti passi avanti. I primi ceppi producevano pochissima penicillina, cinquanta milligrammi per litro, e l’utilizzazione della genetica e della microbiologia, ha fatto sì che poi si avessero dei ceppi che ne producevano mille volte tanta. Le scienze ingegneristiche hanno migliorato il processo produttivo, hanno migliorato i fermentatori e hanno abbassato i costi di produzione. Non è uno scherzo che la penicillina in pochi anni sia passata, a quel tempo, da diecimila lire al grammo a trenta lire al grammo. Questo dà un’idea dell’importanza industriale. Lo stesso si può dire del cortisone. Pensate che il cortisone veniva estratto dalla bile bovina e per fare un chilo di cortisone occorrevano seicento chilogrammi di un acido che appunto si estraeva dalla bile. Dopo che si scoprì che alcuni microrganismi, in particolare erano delle muffe, erano capaci di trasformare gli steroidi in cortisone, il prezzo del cortisone passò, in due anni, dal ’49 al ’51, da duecento dollari a dieci dollari al grammo. Questo per dire quanto sono stati importanti i microrganismi e le biotecnologie anche per la produzione di sostanze farmaceutiche. A partire dagli anni settanta del secolo scorso, a queste, che io definirei le biotecnologie classiche, si sono aggiunti altri tipi di biotecnologie, con l’ingegneria genetica che www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ permette di trasferire i geni da un organismo a un altro. Quindi abbiamo nuovi microrganismi che si chiamano “transgenici” perché hanno geni diversi, oppure “organismi geneticamente modificati”. Anche in questo caso, come nel caso delle biotecnologie classiche, le nuove biotecnologie, l’ingegneria genetica ha prodotto delle molecole fondamentali per la cura di molte malattie, cominciando dall’insulina, fino ai vaccini, o agli interferoni. L’esempio dell’insulina è un esempio classico perché è dal 1982 che centinaia di migliaia di diabetici in tutto il mondo usano l’insulina. Siamo riusciti a prendere geni che producevano insulina nelle cellule del pancreas e trasferirli in un batterio, che si chiama “escherichia coli”, un bacillo, e questo batterio l’abbiamo coltivato nei fermentatori industriali, che sono molto simili ai fermentatori in cui si fa la birra, e questo è diventata una macchinetta che per noi produce insulina. Quindi, se pensiamo al mondo delle biotecnologie, abbiamo le biotecnologie classiche, all’interno di queste biotecnologie classiche troviamo un pezzetto che riguarda l’ingegneria genetica, sempre prodotta, però, da industrie farmaceutiche. La discussione mondiale si è accesa quando, dalla clonazione di microrganismi come l’escherichia coli, di cui parlavo prima, si è arrivati alla clonazione di organismi superiori. Il tema invece di cui sono più esperta, e di cui parlo, è quello che è stato comunque al centro del dibattito mondiale e che riguarda, appunto, le piante geneticamente modificate, cioè, quando dalla produzione in un ambiente confinato, come era quello delle industrie farmaceutiche, si è passati alla coltivazione in campo aperto, e successivamente alla produzione di cibo transgenico. Anche qui abbiamo avuto a che fare con le paure perché quello che mangiamo ci interessa molto da vicino, perché queste piante che producevano cibo, dovevano fare da cibo per noi, e anche perché poi venivano coltivate in campo aperto e quindi ci potevano essere dei problemi di diffusione dei transgeni nell’ambiente. Tanto per avere un’idea, dal ’94 ad oggi è stata autorizzata la coltivazione in molti paesi di queste piante e vediamo che nel ’96 eravamo a 1,6 milioni di ettari, nel 2005, l’ultimo dato che abbiamo, nel mondo si coltivano 90 milioni di ettari di queste piante. I paesi che ne producono di più sono gli Stati Uniti, l’Argentina, il Brasile e il Canada, seguiti e tallonati dalla Cina. Le piante importanti sono quattro: la soia, il mais, il cotone e il canola, che è il colza. Però, la pianta che in assoluto è la più coltivata, quasi sessanta milioni di ettari di questi novanta, è la soia transgenica. Qualcuno si potrebbe chiedere perché proprio la soia, non che ci siano tutti questi vegetariani nel mondo. La soia è coltivata perché viene data da mangiare agli animali per fare bistecche e gli hamburger. Vediamo invece quali sono le modificazioni genetiche che hanno avuto più successo. Sono due tipi, fondamentalmente, quelle che rendono le piante capaci di resistere agli erbicidi, e quella che rende capaci le piante di produrre delle tossine che sono in grado di uccidere gli insetti, i parassiti, e quindi di resistere. La pianta transgenica in assoluto più coltivata nel mondo, oltre i sessanta milioni di ettari, è la soia resistente agli erbicidi. Poi abbiamo un pochino di mais, con la resistenza agli erbicidi. Varie organizzazioni di cittadini, consumatori, riviste scientifiche, associazioni di scienziati, si sono posti domande relative ai rischi. Le domande sono state fondamentalmente due: uno, i rischi per la salute legati al consumo di cibo transgenico e, due, i rischi per l’ambiente legati alla coltivazione in campo aperto delle piante geneticamente modificate. Prima la Food and Drug Amministration negli Stati Uniti, e poi successivamente l’Agenzia Europea Elsa, hanno stabilito un principio che è chiamato “di sostanziale equivalenza”. È un principio che www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ mette allo stesso livello, rende uguali sia le piante transgeniche che le piante non trasformate, isogeniche, che abbiano la stessa composizione chimica. Quindi si fa un’analisi del contenuto in proteine, grassi, zuccheri, vitamine e quant’altro e, se sono comparabili, si dice che sono sostanzialmente equivalenti, e quindi si accettano per il consumo. I dossier sulla sostanziale equivalenza vengono preparati dalle aziende produttrici – questo non è di secondaria importanza – e comunque gli studi che vengono fatti per la sostanziale equivalenza sono studi di tipo agronomico, nutrizionale, ambientale, oppure relativi alla salute umana. Finora un’importanza piuttosto minore è stata riservata alla caratterizzazione molecolare delle piante e del cibo geneticamente modificato, all’organizzazione del genoma dopo che si erano inseriti i transgeni. Devo dire che alcuni scienziati avevano già cominciato nel ’99 a lavorare su questo, perché ogni volta che un gene è inserito in un organismo, teniamo conto che non si inserisce mai un gene ma si inserisce sempre un pacchetto di geni, quindi, ogni volta che si fa un organismo transgenico, il funzionamento delle vie metaboliche fondamentali può essere cambiato. Appunto nel ’99, già Nature aveva pubblicato un lavoro intitolato “Il metabolismo secondario e i rischi dei transgenici”. Successivamente i lavori sono andati avanti, e io vi ho portato solo due di quelli che io giudico più importanti, nel 2003, Macarevic, sulla rivista “Plant Molecular Biology” aveva pubblicato un articolo dove evidenziava che i transgeni, il costrutto transgenico, tutti i geni che venivano inseriti nella pianta transgenica subivano dei riarrangiamenti. Questo lo aveva provato in due diverse varietà di avena, e si rimescolavano alla rinfusa. Aveva addirittura usato un termine: “scramble”, come scramble egg, quindi uovo strapazzato. Questo è lo schema dello strapazzamento di questi geni, dei costrutti genici che, inseriti nell’avena, si erano poi riarrangiati. L’altro lavoro che ho portato per farvelo vedere, è pubblicato su Transgenich Research, che è una rivista che si occupa appunto di transgenia. Anche qui veniva riportato uno studio fatto sul mais “mon 810” che è un mais della Monsanto, in cui, dopo l’integrazione dei transgeni, si vedeva che la struttura differiva notevolmente dal costrutto originario. Questo era stato poi riportato anche dalla Monsanto stessa, che alla fine ha dovuto cambiare il brevetto perché le piante che aveva ottenuto poi in natura, coltivandole, erano molto diverse da quelle brevettate. Quindi, io direi che le tecniche di analisi basate sulla sostanziale equivalenza, dell’Elsa, sono leggermente antiquate, andrebbero aggiornate con questi ultimi dati. La Organizzazione Mondiale della Sanità non è stata ferma, si è occupata molto di questo argomento ed è uscita con un documento intitolato: “Venti domande fondamentali sul cibo geneticamente modificato”. Una delle domande, la domanda quattro era: come noi possiamo determinare i rischi per la salute umana. Ovviamente faceva un elenco di rischi diretti, di tossicità, di allergie possibili, però quello che io ho sottolineato era appunto la stabilità dei geni inseriti. Sulla stabilità dei geni inseriti non siamo così sicuri, quindi questo è un argomento che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, deve essere approfondito. Poi ancora la domanda cinque era: quali sono i principali motivi di paura sulla salute umana e, oltre alle possibili allergie, parlava di trasferimento genico e di aut-crossing. Ne parleremo tra un po’. Per quanto riguarda il trasferimento genico, l’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea la possibilità remota – però esiste - del trasferimento non dei geni che interessano direttamente l’agricoltura, ma dei geni che vengono inseriti insieme al gene brevettato per ragioni tecniche. Questa che vi mostro è una piastra dove ci sono degli inizi, degli abbozzi di piantine trasformate, e per capire se la trasformazione che noi abbiamo fatto in laboratorio è andata a buon fine, abbiamo bisogno di un sistema che selezioni le piantine trasformate da quelle no. Quindi devo attaccare al gene che mi www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ interessa un gene per la resistenza agli antibiotici, perché posso mettere poi un antibiotico su questa pianta e tutte le piante che si sono trasformate cresceranno perché sono anche resistenti agli antibiotici. Dunque, noi abbiamo in questo pacchetto anche i geni per la resistenza agli antibiotici. Giustamente l’Organizzazione Mondiale della Sanità diceva che questo poteva costituire un pericolo e l’uso di una tecnologia senza i geni per la resistenza agli antibiotici è stata incoraggiata da esperti della FAO e della Organizzazione Mondiale della Sanità stessa, e tra poco, tra due, tre anni credo che dovranno essere completamente eliminati e sostituiti con un altro tipo di tecnologia. Per chiudere sul cibo, mi piace citare un’altra volta la rivista Nature, come sempre lungimirante, che aveva fatto un articolo intitolato “Beyond sostantial equivalence”, cioè al di là, oltre la sostanziale equivalenza, dicendo appunto che mostrare che il cibo geneticamente modificato è chimicamente simile alla sua controparte naturale non è una prova adeguata che sia innocuo per il consumo umano. Questo lo dice Nature nel ’99, già aveva cominciato a lavorare su questo, a pubblicare articoli su questo. Per quanto riguarda invece l’altra domanda, qual è l’impatto delle coltivazioni geneticamente modificate sull’ambiente, non voglio insistere su questo perché forse siete più interessati al discorso del cibo, però questo è un argomento molto importante. Una delle domande che si sono fatti gli scienziati è: i geni per la tolleranza agli erbicidi rilasciati in campo aperto, possono diffondersi originando piante superinfestanti? Gli scienziati di tutto il mondo hanno lavorato su questi argomenti, ci sono decine di pubblicazioni su riviste importantissime, anche Proceeding of the National Accademy of Science, e devo dire negli Stati Uniti più che in Europa perché in Europa abbiamo avuto la moratoria. In Italia soprattutto non abbiamo potuto lavorare molto. Io ho avuto un progetto finanziato per due anni dal Ministero della Salute, e ho avuto dei problemi grossi per procurarmi i semi geneticamente modificati, perché sembra vi sia una legge che impedisce addirittura il trasporto dei semi da una città all’altra. Quindi non vi dico come ho fatto, però in Italia abbiamo lavorato poco su questo, e anche in Europa. Le risposte sono state di vario tipo, ovviamente differenti per le varie piante, perché il polline di una pianta se ne può andare in giro, se la pianta è anemofila, nel senso che ci sono delle piante, come la brassica, il colza che dicevamo prima, il cui polline transgenico è stato trovato, questo negli Stati Uniti, anche a tre chilometri di distanza, e capace di essere interfecondo con le piante infestanti naturali. Questo è un problema, perché se io inserisco un gene per la resistenza agli erbicidi nel colza, e poi questo mi va a chilometri di distanza e fertilizza delle piante spontanee che sono delle infestanti naturali, può essere che nascano delle piante superinfestanti, e infatti sono nate, non solo resistenti a uno a ma tre erbicidi contemporaneamente. I lavori però non hanno riguardato solo questo tipo di piante, ma per esempio il mais, il grano, e tutti i lavori degli americani, e di qualche europeo, serviranno a noi europei e a noi italiani per stabilire le distanze a cui potremo fare la coltivazione delle piante transgeniche. Perché è vero che c’è stata la moratoria, però adesso, entro il 2006, le Regioni dovranno dirci quali sono le regole, dovranno darsi le regole per la coesistenza. Quindi dovremo capire, per fare agricoltura tradizionale, agricoltura biologica e agricoltura transgenica dovremo stabilire delle distanze. Io reputo difficile che per esempio in Italia si possa mai fare il colza transgenico, però potremo probabilmente fare il mais, perché le distanze proposte del mais sono due, trecento metri; il grano non ha problemi perché è autogama quindi potremo avere distanze di zero metri; anche per la soia potremo avere delle distanze piuttosto basse. Questo delle distanze, ovviamente, non è un tema soltanto scientifico, è un tema industriale perché costa moltissimo fare i rifugi, che sono obbligatori, costerà anche molto agli agricoltori fare l’agricoltura transgenica se le distanze sono troppo elevate. Quindi, questa non era una domanda da poco. L’altra è sempre una domanda della Organizzazione Mondiale della Sanità: qual è la www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ probabilità di trasferimento dei geni per la resistenza agli antibiotici dalle piante Ogm agli organismi del suolo. Ci sono stati alcuni lavori di europei, in questo caso. Una mia collega microbiologa tedesca ha pubblicato vari lavori sul passaggio di geni da piante transgeniche ai microrganismi del suolo, che vivono vicini alle radici, e questi geni sono i geni della resistenza agli antibiotici. Anche in questo caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è preoccupata, perché voi capite bene che la resistenza agli antibiotici non è un gene che dovrebbe andare molto in giro, perché poi potrebbero diventare resistenti agli antibiotici non solo i microrganismi del suolo innocui, ma qualche patogeno che causa malattie a noi umani. Quindi vi ho detto prima che il gene della resistenza agli antibiotici dovrà sparire nel giro di pochi anni. Mi piace concludere con la copertina di “Nature” del ’99, che aveva dedicato un fascicolo a discutere degli Ogm, delle culture transgeniche, vedete che aveva messo in copertina un mais, e la domanda che si faceva già a quel tempo era: quanto è innocuo quello che, fra virgolette, noi definiamo innocuo? E discuteva di questo. E poi, proprio per far capire che queste domande sull’ambiente non sono di ambientalisti, diciamo così, oscurantisti, ma se le sono poste anche riviste importanti, mi piace citare Nature by Technology, che è molto… by technolgy oriented, quindi è assolutamente a favore delle biotecnologie, però aveva dedicato, nel 2002, un fascicolo intero all’impatto ambientale delle Ogm e quindi, in copertina aveva mostrato un bellissimo campo di colza in fiore. Grazie per l’attenzione. Elena Cattaneo Dipartimento di Scienze Farmacologiche, Università degli Studi di Milano “Cellule staminali: Scienza e dintorni” Sono stata molto stimolata dalle presentazioni precedenti. Sono un ricercatore e un docente dell’Università di Milano, e vivo molto questi argomenti di scienza e queste discussioni, anche come un momento di riflessione e costruttivo anche del mio modo di vedere la scienza. Come penso tutti i ricercatori, sono nata anche io con la curiosità, cioè con la curiosità di impegnarsi su un argomento, su una molecola, su una cellula, in cui vorresti entrare, quasi fisicamente, per capire dove è e che cosa sta facendo. Poi, quello che succede in questo percorso, perlomeno è successo a me, succede con i colleghi del laboratorio, è che questa curiosità ci ha portato su argomenti e con risultati che ci avvicinavano molto alle malattie umane, alle malattie del cervello, in particolare alla Corea di Huntington, che è una malattia neurodegenerativa. C’è qui in questa sala una persona che ha sofferto nella sua vita proprio di problemi associati a questa malattia. Poiché si parlava di responsabilità sociale, cioè di uscire dalla torre di avorio, è vero che a volte, spesso, ci chiudiamo con la nostra curiosità, che è già splendida, secondo me, ma quando cominci il contatto con la malattia e con le associazioni malati, eccetera, è ovvio che cominci a uscire da questa torre di avorio, e per noi è stato anche abbastanza immediato. Quando poi lavori su argomenti che toccano aspetti così, eticamente sensibili, ecco che la tua ricerca diventa ancora più pubblica. In fondo devo, e voglio rispondere di quello che facciamo, perché lo facciamo, magari sottolineando anche che lo scienziato in fondo è non solo uno scienziato ma anche una persona, è un cittadino, e come tutti gli uomini ha in sé, credo, i riferimenti etici per definire certi comportamenti. Quindi tutte le volte, quando apriamo il laboratorio al mattino, si apre la tua vita di responsabilità non solo scientifica ma anche sociale, anche etica, per cui tu hai a disposizione in fondo la possibilità di coltivare le speranze degli altri, hai a disposizione finanziamenti di cui devi render conto, insomma, www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ il tutto deve quadrare, tenendo anche presente che la scienza è ben più dei risultati che produce, quindi è una responsabilità sociale perché la scienza per me è un percorso formativo e educativo importantissimo, è un modo molto rigoroso di criticarsi continuamente. Io lo vivo molto questo modo di essere da una parte ricercatore e dall’altro una persona che vuole contribuire, soprattutto in questo campo, a chiarire alcuni aspetti. Penso che, affinché queste due entità, scienza e società, si parlino sempre e costantemente in modo biunivoco, sia fondamentale quanto è stato ricordato prima, cioè che la ricerca deve essere libera, deve essere sana, deve essere pubblica e deve essere trasparente. Forse il concetto principale è “trasparente”, perché se tu sai cosa stanno facendo gli scienziati, perché lo fanno, con che soldi, eccetera, tu istituzione, se vuoi, puoi instaurare un dialogo, e in fondo decidere. Le istituzioni decidono se andare in una direzione o nell’altra, ovviamente ci sarà discussione, ma questa deve essere, secondo me, pubblica e trasparente. Proprio in questo ambito della trasparenza noi in Italia secondo me soffriamo moltissimo, perché – e adesso arrivo anche al tema delle cellule staminali – non sono così convinta che la trasparenza sia totale, anzi, secondo me, manchiamo proprio in questo. Devo dire che negli ultimi anni la mia percezione, da cittadino non da scienziato, è che ci sia stata una progressiva caduta di stile, da parte di diversi ambienti, proprio nell’accettare questo conflitto di interesse continuo, c’è questo guardare alla scienza un po’ per tirarla per la giacchetta da una parte e dell’altra. Ecco, quello che ho sofferto e soffro ancora adesso è sempre questo continuo tentativo di alcune istituzioni, delle istituzioni, non voglio dire governo di destra o governo di sinistra, comunque di manovrare la scienza. C’è questa percezione. Perché è vero che la scienza fa paura, perché in fondo la scienza qualcuno può tentare di ingabbiarla, la possiamo rallentare ma alla fin fine è libera. La scienza non si piegherà mai a niente perché la scienza è basata sui risultati e possiamo così sperare, o cercare, di contrastare la ricerca sulle cellule staminali embrionali ma, se ci saranno risultati in quelle direzioni, i risultati parleranno. Così per gli Ogm, così per… quindi è questa paura del risultato, che possa opporsi a un’idea preconcetta, che veramente forse sconvolge. Vorrei infatti adesso far degli esempi specifici, citando la scienza e la scienza sulle cellule staminali, di come chiaramente la società può influire sui ritmi della ricerca e della scienza. Sappiamo che può influire con delle leggi, l’abbiamo visto con la legge sulla fecondazione in vitro. I ricercatori italiani, con quella legge, perlomeno dovranno rinunciare a mettere in atto alcune delle loro proposizioni e alcune delle loro sperimentazioni, volte magari a trovare dei metodi più ideali per derivare cellule staminali embrionali da queste strutture blastocisti così controverse: chi dice che è persona umana, chi dice che è un ammasso di cellule. La legge comunque ha già detto che, a prescindere da come la pensiamo su questo argomento, quello step di ricerca, di derivazione delle cellule, da queste blastocisti che resteranno nei freezer, destinate al congelamento distruttivo, questo step noi non lo possiamo fare, meglio buttarle o lasciarle congelate per sempre. Io non è che volessi fare quel tipo di step di ricerca, ne volevo fare altri, ma a prescindere da come la pensiamo qualcuno ha già deciso, e quello non si può fare. C’è la legge e la legge limita questa possibilità di ricerca. Ci sono altri modi, secondo me, ancora più subdoli, come quello, per esempio, di creare un clima di ostilità verso i ricercatori che magari che si pronunciano in un modo o nell’altro, e magari un clima invece di apertura per quei pochi ricercatori, ci sono anche in Italia, che si fanno addomesticare, quindi un clima di non tranquillità e non facilità. Un altro modo per manovrare, sicuramente in modo vistoso, la ricerca, è quello di manovrare la leva dei finanziamenti. Ecco perché penso che la trasparenza nella ricerca pubblica sia sicuramente un www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ chiodo su cui battere. Vi faccio un esempio semplicissimo: in Italia abbiamo una legge che ci dice: voi non potete far quello step di derivazione delle cellule embrionali da questa blastocisti, ma questa legge non dice se possiamo o no lavorare su quelle già derivate. Cioè, se il mio collega in Francia o in Inghilterra ha derivato lui, per i suoi scopi, delle cellule embrionali, staminali, il mio laboratorio è stato uno di quei laboratori che ha chiesto di poter importare queste cellule e di poterci lavorare. Quindi di fatto la legge non mi impedisce di importare. Poi a giugno c’è stata questa campagna, mossa non si sa da chi, secondo cui sembrava che questa cosa fosse illegale, quindi noi abbiamo dovuto dire: no, guardate che è perfettamente legale importare perché la legge non lo impedisce. Ebbene, però siamo fortemente limitati, sapete perché? Perché in Italia non c’è un soldo per la ricerca sulle staminali e embrionali. Quindi, vedete, a fronte anche di una legge che non impedisce una ricerca, si blocca o si rallenta quella ricerca semplicemente non mettendo i finanziamenti a disposizione. I finanziamenti pubblici per la ricerca, e molti anche di molte fondazioni, devo dire, escludono il finanziamento della ricerca sulle cellule staminali embrionali umane, già derivate, già messe in cultura, fatte da altri ,nell’ambito di leggi ovviamente permissive degli altri Stati. Perché c’è questa idea della complicità indiretta, quindi meglio non affrontare, meglio starne fuori. È ovvio che c’è anche comunque una responsabilità forte nell’andare in questa direzione, perché, io lo dico sempre, dovremmo rinunciare un domani a qualsiasi beneficio venga fuori da queste ricerche. Oppure, dico anche, il mio laboratorio lavora su entrambe queste cellule, sia le embrionali che le adulte, quindi da ricercatore non ho nessun preconcetto a favore dell’uno o dell’altra. Però, siccome si è creato questo preconcetto, si deve dire: noi non finanziamo, allora non dobbiamo beneficiarne. Bisogna anche far sì, e questo è molto difficile da attuare, che i ricercatori che lavorano sulle staminali adulte, con i finanziamenti pubblici italiani, non beneficino neanche mai delle scoperte altrui sulle cellule staminali embrionali, che chiaramente crossfertilizzano il campo. Ma la ricerca non è a compartimenti stagni, non è che io lavoro sulle cellule staminali adulte e non leggo Nature quando viene fuori un articolo sulle cellule staminali embrionali. Quindi è l’irrazionalità più assoluta, questa, ma che è stata messa in atto, e voglio farvi vedere in quali forme, perché poi è vero che ci condizionano. Le staminali, lo abbiamo già capito, sono di due tipi, uno sono le staminali adulte, che sono presenti nei tessuti differenziati a partire dall’età fetale. Ci sono cellule staminali adulte, quindi, nel feto, e ci sono cellule staminali adulte nei nostri tessuti, nella nostra pelle, nel sangue. Queste cellule staminali adulte del sangue sono quelle che garantiscono la sostituzione degli elementi cellulari, che nel sangue si rifanno ogni trenta giorni, sessanta giorni, è come se fosse un serbatoio che ci portiamo dietro. Alcuni tessuti nostri hanno tante di queste staminali, altri tessuti, come il cervello, ne hanno poche, tant’è che quando ci sono malattie neuro degenerative non è che noi abbiamo la nostra riserva di staminali, per rifare i neuroni che sono morti. Anche perché è difficilissimo, questi neuroni non è che devi solo rifarli e poi possono andare liberi nel cervello, si devono riconnettere l’uno con l’altro, il cervello è complicatissimo. Questo è il panorama delle cellule staminali adulte e alcune di queste staminali adulte per alcune malattie sono oggi efficaci. Alcune malattie del sangue, le leucemie, sono curate con le staminali adulte, quindi non possiamo prescindere dalla ricerca sulle staminali adulte. Le staminali embrionali invece vengono prima, cioè sono quelle che stanno dove c’è l’ovocita fecondato che poi arriva a questo stadio di blastocisti, è una masserella piccolissima di cellule, che appunto per una parte della società è già persona umana, e secondo altri no, qui nasce la controversia, perché queste cellule staminali embrionali, che ci interessano così tanto, stanno proprio qu,i nella blastocisti. www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ Quindi è una popolazione di cellule transiente, che sta lì solo in quel momento; per ricavare queste cellule embrionali che ci interessano così tanto bisogna distruggere la blastocisti. Chi considera che la blastocisti è persona umana, ovviamente vede questo come un omicidio. Perché ci interessano queste cellule staminali embrionali? Perché queste sono le staminali vere e proprie, questa è la madre di tutte le staminali, queste cellule hanno tutti i segreti che portano una cellula immatura a diventare neurone, cuore, muscolo, pelle. Quindi a prescindere dal fatto se curino o no, un ricercatore di base, come sono anch’io, io, vuole capire come fa una cellula, che si divide per tanto tempo, e poi improvvisamente smette di proliferare e va di qui, va di là, o va di là. Se poi questo andar di qui o di là, il ricercatore riesce ad orientarlo in un modo da essere anche terapeuticamente efficace, ovviamente quello è uno degli obiettivi, ben venga. Ma possiamo dire a priori che questa ricerca non ci interessa? Possiamo dire a priori che questa ricerca non serve? Uno degli argomenti del referendum, no? Abbiamo sentito anche purtroppo ricercatori dire: “Non serve fare ricerca sugli embrionali, sugli adulti è sufficiente”. Ma è un’altra popolazione: per alcune cellule, per alcune malattie, per alcuni studi, possono andar bene le adulte; per altre vogliamo studiare le embrionali. Quindi, ecco, sono due popolazioni, ma sono ricerche che non vanno per strade separate. In diversi network di ricerca siamo dentro insieme: chi lavora sulle adulte e chi lavora sulle embrionali. Il mio laboratorio, di nuovo lo sottolineo, lavora su entrambe, per quel che riguarda il cervello. Parlo delle embrionali, perché mi interessa il concetto: anche nel referendum, in tutte le sedi in cui ho potuto impegnarmi, non mi sono impegnata e non mi interessa impegnarmi per la difesa della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Sinceramente, sia io che altri colleghi, se dovessimo a un certo punto essere messi di fronte al fatto che diventa impossibile lavorarci, andremmo all’estero, in Svizzera, Francia, neanche troppo distante. Ma è il concetto che è inaccettabile, il concetto di definire delle regole etiche e fare delle leggi su argomenti su cui la società comunque è divisa, cercando poi di puntellare questa discussione etica, che è difficile, estirpando alla scienza ciò che ci piace. Quindi io prendo dalla scienza questa idea, per costruirmi un dibattito etico che mi porti in quella direzione. Questo è quello che non accetto. Tutta la diatriba nasce da questo articolo pubblicato su Science nel 1998, quando un laboratorio per la prima volta nel mondo isola cellule staminali embrionali umane da queste blastocisti in sovranumero destinate al congelamento distruttivo. E’ il 1998. Che cosa succede a livello politico e di organizzazione da parte delle istituzioni e dei governi, come si accoglie questa novità? Qui cominciano i modi per influenzare, dirigere, guidare: tolgo i soldi, ne metto di più, li faccio solo pubblici, li faccio solo privati. Sapete Bush che cosa ha fatto nell’agosto del 2001? Ha deciso che potevano beneficiare dei finanziamenti pubblici solo quelle ricerche sulle embrionali umane che impiegavano cellule già disponibili a quella data, e mi sembra fosse il 6 agosto 2001. Da quel momento in poi l’etica cambiava, quindi diventava non etico finanziare questo tipo di ricerca, questo veto di Bush, permane ancora adesso. Quindi solo settantadue linee cellulari nel mondo potevano beneficiare dei finanziamenti pubblici americani. Poi sono diventate cinque, queste linee, perché poi sono comparsi via via degli articoli, in cui gli scienziati hanno cominciato a dire: Bush, mostraci queste linee dove sono e queste linee non esistevano. Quindi alla fine erano poche linee, ed erano linee cellulari fatte con metodi che noi diciamo ormai vecchi, di vecchia generazione. Pensate che bisognava farle crescere, queste vecchie, su cellule di topo. Quindi far crescere cellule umane su cellule di topo, che forniscono dei fattori a queste cellule umane affinché proliferino. Solo recentemente abbiamo capito quali sono questi fattori, e adesso possiamo evitare le cellule di topo. Ma con queste cellule vecchie non andiamo da nessuna parte, se vogliamo usarle dal punto di vista, supponiamo, terapeutico, perché possono essere contaminate da qualsiasi cosa animale. www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ Questa quindi è stata la prima mossa di una società, la società americana, del governo americano per poter gestire questa patata bollente delle cellule. Bene, quelli sono gli Stati Uniti, c’è Bush che decide, ma già sappiamo che, gli Stati Uniti si stanno un po’ frammentando su questo argomento, perché la California, altri Stati Federali stanno andando per conto loro. Con la Proposition 71, il governo della California ha deciso di staccarsi dal governo federale centrale e di mettere soldi per la ricerca pubblica in California su questi argomenti, sulle cellule staminali embrionali. Quindi tutti i ricercatori vanno in California. Allora adesso, anche negli altri stati, Massachusetts, eccetera, stanno adottando la stessa idea, quindi di avere dei fondi dello Stato. Ma la discussione per noi più importante è a livello europeo. L’Europa è incredibile come situazione, ed è interessantissimo anche a livello culturale, come è stata affrontata questa cosa, è veramente interessante e per me devo dire che è stato un momento di crescita molto importante. Perché sapete che i fondi europei ovviamente derivano dai venticinque Stati che finanziano, che mettono soldi in questa borsa che è europea, che poi eroga finanziamenti ai ricercatori europei i quali devono lavorare a network; io non posso presentare un progetto da sola, infatti spesso sono venti laboratori di cinque, sei, sette Stati diversi, che si mettono insieme per proporre un argomento. Questo è un modo di sollevare la ricerca europea, ed è un modo secondo me giustissimo e che ha dato dei grandi prodotti. Che cosa è successo? Che nel momento del bando, dell’avvio del sesto programma quadro della ricerca europea, c’era sul tavolo, era il 2002, la patata bollente delle staminali embrionali. Allora, si possono finanziare coi soldi europei queste ricerche? Ma…. in Italia è così, la Germania la pensa cosà, l’Inghilterra liberale… Qual è stata la reazione? Ovviamente sempre di chiusura: un anno di moratoria. Quindi, il Parlamento Europeo aveva dato l’okay, l’Unione Europea era pronta ad avviare i bandi anche sulle embrionali umani; la decisione dei Ministri è stata: anno di moratoria. Vuol dire che per un anno tutti i ricercatori che vogliono fare ricerca sulle embrionali umane stanno al paletto di partenza e non si muovono, perché dobbiamo decidere, dobbiamo pensare come fare a regolare. Questa era l’idea dei Ministri. Purtroppo era il semestre italiano di Presidenza Europea, dicembre 2003, sappiamo tutti come è andata: non c’è stata nessuna indicazione, quindi veramente un anno perso, nessuna indicazione su come regolamentare la distribuzione di questi fondi. Da gennaio 2004 si sono aperti i bandi anche per le embrionali umane, con delle regole però importanti e rigorose, che siamo noi i primi a chiedere, tra cui il fatto che i progetti non solo devono essere scientificamente validi e, insomma, solidi nel dimostrare la necessità di ricerche sulle embrionali umane. Ma i progetti, uno per uno, vengono sottoposti ancora adesso all’European Group Ethic, un gruppo che discute l’etica, gli aspetti etici di questo. Terzo aspetto, sappiamo che l’Europa mai finanzierà una ricerca che è illegale in una Nazione, e mi sembra giustissimo. Quarto, l’Unione Europea chiede che la Nazione emetta anche un parere etico. Quindi non basta essere scientificamente validi, ma tu devi avere un parere etico di un Comitato Nazionale di Bioetica, o del Comitato Locale, noi lo abbiamo avuto della nostra Università. Mi sembra un modo veramente giusto di affrontare queste differenze. Quinto, che non è da poco, tutti questi progetti, uno per uno, vengono votati dalle delegazioni dei venticinque Paesi. Proprio c’è un voto che ogni delegazione esprime e c’è sempre il rischio, comunque, che più delegazioni si mettano insieme per bloccare un progetto. Quindi noi siamo sempre taglieggiati, appunto, in questo modo, nonostante tutto sia pubblico, soldi pubblici, ricerche trasparenti, eccetera, questo è il clima. Pensate che il clima è tale da aver portato i ricercatori all’idea che forse dobbiamo creare delle linee di embrionali umane www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ politicamente corrette. Questa è significativa. C’è stato un editoriale di Nature, che diceva: “A new age”, una nuova era, l’era delle cellule staminali embrionali politicamente corrette, e ci sono state delle pubblicazioni dove addirittura un gruppo americano autorevolissimo ha condotto un esperimento suggerito da un membro del Senato Americano. Un esperimento che non andrà da nessuna parte, dal punto di vista potenziale, terapeutico, eccetera, però, insomma, per dire che forse, anche sbagliando, ci si piega per tentare di mettere insieme tutto. Questo forse da una parte dimostra la disponibilità della scienza, dall’altra, insomma, bisogna anche stare attenti. Voglio solo ricordare quali erano gli argomenti a livello europeo per bloccare la ricerca sulle embrionali umane, perché sono al di fuori del mondo. Qui non è una battaglia per la ricerca sulle cellule staminali embrionali, è una battaglia per la ricerca. Peter Leese è uno di quelli che ha condotto la battaglia di opposizione più imponente, che continua tuttora; la Germania, sappiamo la sua posizione insieme all’Austria e all’Irlanda; fortunatamente col Ministro Mussi l’Italia si è svincolata da questo, e speriamo che resti tale per il futuro. Gli argomenti sono argomenti da incubo, veramente, per un ricercatore: la ricerca sulle cellule staminali embrionali non deve essere finanziata perché questo tipo di ricerca è ancora nella sua infanzia, e non ha ancora prodotto risultati di utilità clinica. Ma allora fermiamo tutto, perché tutta la ricerca di avanguardia parte una situazione simile. Il secondo argomento, che anche qui non sta né in cielo né in terra è: è improbabile che questo tipo di ricerca possa generare risultati all’interno del time frame del sesto programma quadro. Ma nessuno ha scritto mai da nessuna parte che si finanziano ricerche che danno risultati entro i quattro anni, anche perché nessuno può garantire i risultati della ricerca, è proprio il concetto di ricerca. Quindi, quello che mi preoccupa di tutto questo è non tanto, non solo, direi, la ricerca sugli embrionali, che i colleghi possano continuare a lavorarci, ma è questa idea proprio sbagliata, ignorante, della scienza. In Italia, dicevo prima, abbiamo questi vari taglieggiamenti. Il mio laboratorio può lavorare sulle embrionali umane perché siamo riusciti ad ottenere finanziamenti europei, ma il nostro laboratorio è un laboratorio grosso, che ha anni di esperienza. I laboratori più giovani, che vogliono avviarsi su queste ricerche, non hanno soldi italiani, e non hanno nessuna possibilità di avere soldi europei perché ci arrivi nel momento in cui hai dato i preliminari, dimostrate competenze, eccetera. Quindi, avere finanziamenti italiani dedicati a questa ricerca, secondo me è importantissimo. Però la tendenza è un’altra, ed è quella di chiudere ancora di più la porta, perché ricordiamo che la legge sulla fecondazione assistita ha lasciato, non ho capito se è stato un errore del legislatore oppure una cosa voluta, non so, ma ha lasciato questa mezza porta aperta per cui noi possiamo lavorare sulle cellule embrionali importate, ma non abbiamo soldi. Poi, attenzione, perché c’è una proposta di legge dell’Onorevole Rutelli, che invece vorrebbe chiudere completamente questa porta, e di nuovo la si può discutere ma non accetto gli argomenti. Perché questa proposta di legge che era stata depositata nel settembre 2005, nella sua introduzione, di nuovo propagandava l’ignoranza. Pensate che citava milioni di cittadini italiani che sono stati curati con le cellule staminali adulte, e se fosse vero forse appunto varrebbe sì la pena di andare subito in pensione e lavorare solo sulle cellule staminali adulte. Ma non è così. Ma la cosa ancora più grave… perché di nuovo i dettagli io penso che siano importanti nella scienza, come sono importanti nella politica, ed hanno anche il peso della profondità di analisi, quando un onorevole appunto come l’onorevole Rutelli, a prescindere dalle posizioni politiche, parlando di scienza, mi propone una legge sulla base anche del fatto che in America una paziente italiana malata di diabete è stata curata da una equipe italiana – continuando a spingere su questo nazionalismo, che nella ricerca non esiste – ed è stata www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ curata con cellule staminali adulte pancreatiche, quando queste non sono state ancora scoperte, allora, non so che cosa fare di questa che magari può essere anche una buona proposta. Adesso però vorrei esaminarla perché, in realtà, quello che propone non mi piace per niente. Perché, attenzione, propone di chiudere la porta ancora di più, perché non solo si rifa alla legge sulla fecondazione in vitro, ma dice non solo che non possiamo derivare, ma anche che non possiamo utilizzare cellule staminali embrionali. Quindi vuol dire che non possiamo nemmeno importarle, vuol dire mettersi fuori completamente da tutti i programmi di ricerca. Propone, non so perché, tre nuovi centri nazionali per la raccolta di cellule staminali adulte – questa è una legge che vuole dare dodici milioni di euro per le staminali adulte – e questi altri tre centri nazionali noi non riusciamo mai a capire perché servano, visto che ne abbiamo già sette o otto. Ma la cosa che di nuovo non quadra è anche che “si promuove l’informazione”. Va benissimo promuovere l’informazione sulle staminali, ma attenzione che qui si mettono un milione di euro annui, per tre anni, sono tre milioni di euro, tre milioni di euro. Questo solo per dire l’idea, poi io spero che questa proposta resti tale, che resti nel cestino, ma è per dire qual è il background sul quale poi noi lavoriamo, perché magari non passa la legge ma ci sei dentro comunque in queste tagliole. Promozione dell’informazione, dunque, che va benissimo, ma qui si dice: “tre milioni di euro per informare i cittadini italiani sulle potenzialità delle cellule staminali adulte”, perché i cittadini italiani non possono nemmeno sapere che esistono le cellule staminali embrionali. Questo è un finanziamento pubblico utilizzato per dire solo parte dell’informazione. Quindi, al di là della ricerca, appunto, sulle cellule staminali embrionali di per sé, mi sembra che si promuova veramente un concetto di scienza e di ricerca che non esiste, ma non esiste in nessun paese, appunto eccetto forse l’Italia. L’ultima cosa che vorrei aggiungere dal punto di vista scientifico: non è che lavorare sulle cellule staminali embrionali significhi garanzia di cura, dobbiamo ricordarcelo, non è che noi siamo qui a dire che si garantisce la cura, perché la ricerca non garantisce niente, non promette niente. Da speranze, però, e garantisce, forse questo sì, l’assiduità del lavoro, che penso sia la cosa più importante. Quindi si tratta di lavorare a trecentosessanta gradi. In quali direzioni? Lo sappiamo tutti, una delle direzioni di uso delle staminali è rimpiazzare tessuti degenerati con cellule nuove. Ma già vedete da questo schema che non sarà così per tutti i tessuti e per tutte le malattie. Alcune malattie, alcuni tessuti avranno dei bassi gradi di complessità, per cui questo è attuabile, si prende e si ricambia il pezzo come se fosse una macchina, ma per altri tessuti, e purtroppo mi riferisco al sistema nervoso, Parkinson, Huntington, Alzheimer, eccetera, la storia non è così. Questo a prescindere dalle embrionali verso le adulte, quindi figuriamoci che complessità sperimentali ci sono. Vi faccio vedere solo questo, pensiamo al cervello, non solo ci sono cellule connesse l’una con l’altra, e le nuove staminali da mettere dentro non solo devono essere ottimali, ma devono anche sopravvivere e riconnettersi. Magari l’ultima cosa che direi è che spesso, quando si lavora in questa direzione, si può riparar malattie, quindi non solo staminali che si riconnettano ma anche che non vadano poi incontro a degenerazione perché c’è la malattia. Ecco perché in genere almeno quello che noi in laboratorio facciamo, è lavorare su molti fronti, non solo staminali, ma anche cercare di capire la malattia, e per noi la malattia è la Còrea di Huntington, per bloccare la malattia, magari con dei farmaci, e poi associare… Ma questa idea proprio autostradale, che la ricerca debba essere in una direzione sola, è pazzesca. C’è di più perché, appunto, le staminali non sono solo trapianto ma c’è appunto la crescita culturale, scientifica, cioè il fatto che io sono interessata a capire come fanno i nostri tessuti a prodursi, come fanno ad ammalarsi. Anche le cellule staminali alcuni gruppi le stanno usando per studiare magari la tossicità dei farmaci, o www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ mimare malattie in vitro, e quindi possibilità di identificare composti. Ma questo solo per dire che anche staminali non è solo trapianto, c’è molto di più. Grazie. Presidente Ringrazio Elena Cattaneo per l’interessantissima presentazione. Voglio qui ricordare che, come Proteo, oltre alla promozione dei comitati tecnici scientifici, stiamo cercando di fare qualche cosa di molto strano, vorremmo lanciare un tribunale internazionale dedicato a Galileo Galilei. Perché, secondo noi, ogni epoca viene definita anche dai suoi crimini, e secondo noi il crimine di impedire la ricerca scientifica dovrebbe essere in qualche modo stigmatizzato. Aggiungo che abbiamo affidato a Colaianni, che è un costituzionalista, il compito di studiarne la fattibilità, e probabilmente in tempi anche ragionevolmente brevi saremo in grado di presentare il progetto di realizzazione di questo tribunale internazionale. Quindi da parte nostra c’è la consapevolezza che si stanno ponendo limiti alla ricerca scientifica, che vengono sottratte scoperte scientifiche, che ne viene fatto un uso improprio. Giuseppe Bortone Mi chiamo Giuseppe Bortone, sono un compagno della Cgil Nazionale, lavoro con Morena Piccinini e con Gigliola Toniollo. Io non faccio solo parte di una comunità, che potrebbe essere per certi aspetti paragonata a quella degli scienziati e degli studiosi, quella dei militanti sindacali, e che qui sta discutendo con serenità, cioè come un confronto tra le due comunità. Faccio parte di altre due comunità, quella degli ecologisti, perché sono iscritto alla Federazione dei Verdi, e quella degli Omosessuali, perché sono omosessuale e milito nel movimento politico attivo degli omosessuali italiani. Quindi gli stimoli che voi mi avete dato mi colpiscono e mi interessano da svariatissimi punti di vista. Sarebbe facile fermarsi, addirittura tacere, sentendosi un pochino in minoranza in questo contesto, inchiodarmi io, da me stesso, su una delle tre comunità alle quali appartengo, quella degli ecologisti. Perché, in particolare sul tema degli Ogm, sul tema che ha trattato la studiosa di Pisa, è evidente che ci sono differenze di sensibilità, di percezioni, di impostazioni. Ma nel poco tempo e con le risorse limitate che ho, secondo me non servirebbe insistere su questo. Poi non si spiegherebbe perché io sono così interessato e appassionato dal dibattito di oggi, e perché sono stato contento di sentire anche le relazioni specialistiche, tecniche. Vorrei invece sottolineare degli elementi che forse possono fare da ponte, su cui possiamo trovare un terreno comune. Per esempio la percezione da parte mia di una somiglianza incoraggiante, non mi viene da chiamarla in altro modo, fra certe cose, non tutte, certe caratteristiche della comunità degli scienziati e degli studiosi di cui voi fate parte, e delle comunità di cui faccio parte io. Per esempio, la centralità di cose anche dure, difficili, che hanno un prezzo personale: l’eresia, il conflitto. Quando dico “eresia”, dico anche l’urto da certe determinate comunità che talora si trovano in minoranza rispetto a tutto il resto della società. Penso all’eresia fondativa della fisica moderna, Galileo Galilei. Non è uno scherzo, non è una cosa da poco che una comunità si fondi sul rischio della vita, sul rischio della tortura, che io credo che i fisici non hanno mai del tutto dimenticato, cioè che la loro disciplina non nasce senza dramma. Secondo me non continua neanche senza dramma. Il conflitto interno, cioè il fatto che i ricercatori intanto campano, vivono, producono, arrivano qui col coraggio che ci hanno illustrato le ricercatrici che hanno appena parlato, con la passione che hanno espresso, in quanto confliggono fra loro, e confliggono anche pubblicamente, www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ e anche aspramente. Penso qui ai pochi libri di storia della scienza che ho letto, essendo, in materia scientifica, lo confesso, un ignorante, che arriva meglio a ciò che gli somiglia di più della vicenda scientifica: l’eresia, la dialettica, il dibattito, lo scontro, non le equazioni. Penso al libro di Popper, “La logica della scoperta scientifica”, penso al libro di Thomas Kuhn, “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, penso a figure che mi hanno affascinato, eppure ne so pochissimo, diciamo tecnicamente. Come un fisico tedesco che ha collaborato, ahimè, col regime nazional socialista, ma ai miei occhi, agli occhi di un ecologista, di un ambientalista, ha saputo vedere anche una cosa – e qui forse ci dividiamo – che mi appassiona della comunità scientifica, la capacità di individuare anche il proprio limite. Penso a Verner Haisenberg e alla sua riflessione negli anni venti, sul limite non tecnico, non si trattava di fermare la ricerca ma di capire che la ricerca non poteva capire tutto, che la ricerca moderna incontrava dei limiti, in primo luogo nel campo allora così importante e prestigioso della fisica. Quindi eresia, conflitto, capacità anche da parte della comunità dei ricercatori di essere in minoranza rispetto al resto della società, con passione e pagando i prezzi necessari, e di qualche ricercatore di essere in minoranza nella sua stessa comunità. Questa è una cosa che a me insegna molto sulla mia comunità, sulla vita anche dell’organizzazione alla quale appartengo, la quale, per fortuna, sa dividersi, sa confrontarsi, sa che cosa è il conflitto, sa anche che cosa è il dramma interno. Sa anche – e qui voglio offrire un riconoscimento a una compagna, che è Gigliola Toniollo, che ha organizzato il dibattito di oggi – sa anche l’importanza che hanno, per una comunità, persone che sanno stare sole, che sanno portare avanti, anche da sole, non solo rispetto alla società esterna ma rispetto al proprio gruppo, temi difficili, temi che hanno un prezzo. Questo a me piace della scienza, piace anche di certi divulgatori. Qui voglio fare un elogio - l’ho fatto di una compagna nostra - di un ospite nostro, che mi pare sia Pietro Greco, lo vedo lì, per una cosa rispetto alla quale Bernardini criticava la nostra società, a ragione, cioè i difetti dei media e, come dicono sempre gli studiosi, le carenze soprattutto italiane della divulgazione scientifica, che in Italia esiste poco, non esiste, è fatta male. Allora, per esempio, Greco, giornalista non celebre, che non va in televisione, che non ha milioni di ascoltatori, ha scritto un libretto, una biografia di Einstein, che per una persona come me è stata una cosa importante, una cosa che mi ha aiutato, io credo anche un modo di avvicinare cultura scientifica e cultura umanista, scienza e politica. Perché Greco, a differenza di me, la scienza la capisce, la sa, per poter divulgare si è impadronito di una serie di risultati, ed è in grado di portare a me, cittadino e militante politico, alcuni elementi di quella biografia, di quei risultati, di quegli avanzamenti e anche di quella solitudine. Io non so cosa ne pensa Greco, ma io non credo che Einstein, nei primi anni del ‘900, abbia scritto le cose che ha scritto, prima sulla relatività ristretta e poi sulla relatività generale, e torno al tema dell’isolamento, della persecuzione, dell’eresia, che evidentemente mi è molto caro, non credo abbia scritto quelle cose - come mi pare Greco faccia capire, forse senza dichiararlo, con sobrietà - essendo indifferente al fatto che lui, giovane ebreo di lingua tedesca, era una persona tutto sommato guardata con sospetto. Talora anche in ambiente accademico, disprezzata perché ebrea, in un’Europa dove, vedi caso Dreyfus, negli anni subito precedenti all’uscita dei grandi articoli decisivi di Einstein, la persecuzione antisemita riprendeva. Einstein sarà poi nei decenni successivi cacciato dal suo paese, abbandonato dalla comunità di scienziati alla quale apparteneva, perché gli ebrei se ne vanno e gli altri restano. Resta anche Verner Heisenberg, se ben ricordo, che però, secondo me, insisto, ha il grande merito di aver disegnato, tracciato un limite, dall’interno della comunità scientifica, con gli strumenti di questa stessa comunità. www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ Giuseppe Nardullo Università di Bari. Vorrei riprendere un tema che solo Carlo Bernardini ha evocato poco fa con la sua abituale leggerezza, e cioè il tema religioso. Perché a me pare che forse noi capiamo quello che sta succedendo se riflettiamo su un fenomeno che sta avvenendo nell’occidente, diciamo almeno da venticinque anni a questa parte. È un fenomeno che il politologo francese Kepel ha chiamato la “rivincita di Dio”. Insomma, mi pare che sottostante alle osservazioni che faceva, per esempio, la collega Cattaneo, c’è una presenza e una pressione forte dei gruppi religiosi. Qui, secondo me, non è soltanto in discussione, o non sarà soltanto in discussione nei prossimi anni la ricerca da fare o la ricerca da proibire, ma anche la ricerca già fatta. Mi riferisco alla polemica che c’è in America tra il darwinismo e il disegno intelligente. Se non ho capito male, la collega Cattaneo parlava di una triplice alleanza, Austria –Germania – Italia, dalla quale l’Italia si è staccata, come già l’altra volta. Però il suo posto sarà preso dalla Polonia, la quale sta già battendo aspramente questa battaglia contro Darwin. Ma, purtroppo per noi, anche Newton non sta in buone condizioni, perché i gruppi evangelici contestano la legge di gravità, la legge di gravitazione universale, la quale, secondo loro, non può essere universale perché obbligherebbe gli angeli a stare coi piedi per terra, quando essi invece vogliono volare, senza sottostare alle leggi di Newton. Che non è uno scherzo ma fa parte di una battaglia dei gruppi evangelici americani. Adesso io voglio dire una cosa politicamente scorretta: penso che queste pressioni aumenteranno nei prossimi anni, non soltanto per colpa di gruppi evangelici ma anche per colpa dell’immigrazione musulmana, islamica, nei paesi occidentali, la quale è fortemente condizionata da una lettura del Corano, da una lettura della tradizione islamica profondamente oscurantista. Peraltro, il Corano non dice niente su questo, quindi è proprio una tradizione che si è imposta all’originario pensiero di Maometto. Per esempio questa è molto forte in Turchia, paese islamico però anche un paese abbastanza laico, in cui questi gruppi religiosi fondamentalisti islamici copiano gli argomenti dei gruppi evangelici americani, per attaccare il darwinismo. Fatta questa riflessione, vorrei chiudere con una osservazione: questo è, secondo me, un altro esempio del declino dell’Occidente, del fatto che il baricentro del mondo si sta spostando ad Oriente. Non so niente, non mi risulta, però forse per mia ignoranza, che cose del genere succedano né in Corea, né in Cina, né in Giappone, diciamo, forse per una differente impostazione culturale e religiosa. . Francesco Polcarro Istituto Nazionale di Astrofisica Un paio di considerazioni, così, al volo, che mi vengono in mente da queste prime tre relazioni, oltre ai complimenti d’obbligo per gli organizzatori, per questa iniziativa di cui si sentiva un grandissimo bisogno. Prima considerazione: notate un fatto strano, il problema sui condizionamenti di natura extrascientifica sulla ricerca, viene fuori a partire dalle biotecnologie e dalla ricerca sulle staminali perché queste ricerche hanno un potenziale economico, mentre condizionamenti notevolmente pesanti su altri tipi di ricerca non vengono fuori. Io non bado se questi condizionamenti sono di carattere etico, … poi “etica” è un termine molto sottile, etica è un pochino tutto. Quando si dice “ragionamento di carattere etico” è un modo per svicolare, di solito, un problema sostanziale, perché non si può dire “punto di vista religioso” allora si dice “punto di www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ vista etico”. Però, non ci possiamo dimenticare il fatto che condizionamenti pesantissimi su questioni di carattere scientifico, il nucleare, tanto per dire, sono stati fatti ben prima che venissero in mente questi altri problemi. Il nucleare, in quella fase, non aveva un interesse economico per i gruppi dominanti in Italia, in quel momento, e nessuno si è sentito di dover dire che venivano fatti dei condizionamenti sulla ricerca scientifica. Altri tipi di ragionamento di questo genere, condizionamenti che se vogliamo sono sempre di natura etica, sono stati fatti su alcuni tipi di ricerca di base: ma tu che fai, studi l’astronomia? A che serve. Dobbiamo invece studiare sulle cose che sono utili per …. E a questo punto, tra chi negli anni settanta diceva “per la società e per l’ambiente” e chi negli anni novanta e duemila mi dice “per l’impresa”, io non faccio grandi differenze. Quindi siamo davanti a uno specie di bivio, che io pongo in questa sala perché in questa sala si riunisce il massimo organo della massima rappresentanza dei lavoratori italiani. Il Sindacato perché si deve occupare della ricerca scientifica? C’è stata una proposta di legge di un simpatico compagno, che evidentemente deve avere avuto qualche disavventura perché ha lasciato l’incarico che aveva nel suo partito, che diceva: “facciamo una legge con un articolo unico, sostanzialmente: la ricerca scientifica viene lasciata all’autorganizzazione del mondo scientifico”. Be’, delle due l’una, e decidiamo, o l’autorganizzazione della ricerca scientifica viene lasciata all’ambiente scientifico, o l’organizzazione della ricerca scientifica interessa il mondo politico, e quindi anche le organizzazioni dei lavoratori. Ma come diceva quel famoso pastore intervistato alla televisione, sulla conservazione del lupo negli Abruzzi, “Ma qui c’avimmo a decidere, o allivamo le pecore, o allivamo li lupi, ma li lupi e le pecore insieme non li potimmo allivare”. Allora, che cosa vogliamo a questo punto, vogliamo l’autoderminazione del mondo della scienza? Vogliamo questa autorganizzazione all’interno dei limiti? Però su questo non ci prendiamo tanto in giro, il limite fondamentale, qui è stato detto e ridetto, sono i soldi, perché è inutile che mi dicano “tu ti puoi autodeterminare” se poi soldi di fondo ordinario non ci sono più, servono sì e no a pagare la bolletta del telefono, ma neanche perchè ormai usiamo i cellulari nostri , serve a pagare la luce, serve… a poco altro, e devi fare domanda su tutto, e domanda a chi? Domanda al Ministero. Chi valuta la domanda? Ovviamente delle persone stabilite dal Ministero. Chi sono queste persone, andatevi a guardare chi sono state fin ad ora, io non ve lo dico. Ci sono stato anche io, quindi….ma non è che la politica sia del tutto estranea a ciò. Questo modello è compatibile con l’autorganizzazione? Possiamo dire che è autorganizzazione? È questo il tipo di controllo sociale che vogliamo? Può essere benissimo che si risponda di sì, ma allora non veniamo a dire che noi vogliamo la cultura della valutazione puramente scientifica della ricerca. Lo so, queste sono contraddizioni, sono contraddizioni interne su un discorso che è diventato complesso. Non è vero che la società si incomincia ad occupare di ricerca con Galileo, la società si incomincia ad occupare di ricerca quando nasce la società. Cioè, se noi parliamo di grandi progetti, Stone Age, Età del Bronzo, è un grande progetto che sull’economia dell’epoca ha pesato molto di più del telescopio spaziale. Archimede, tanto per dire, Vitruvio… , insomma: la scienza e la società hanno sempre interagito. Hanno interagito con un modo molto semplice, la società ha lasciato sviluppare alcuni settori, altri non li ha lasciati sviluppare. In alcuni casi ha fatto bene, in altri casi ha fatto male. Adesso noi ci rendiamo conto sostanzialmente che il sistema economico italiano non funziona più perché la vecchia visione gentiliana che vedeva la cultura solo come cultura umanistica, ci ha portato “in braghe di tela” per quello che riguarda la produzione industriale. Carlo Bernardini Noi abbiamo dei nemici interni, di cui si vedono tracce, e sono gli integralismi. Il dramma di tutta la capacità di dialogare viene dal fatto che ci si infilano continuamente gli integralismi. Io penso che bisognerebbe estendere lo studio della storia, fatto in un certo modo, cioè alla Bertrand Russel, la storia del secolo diciannovesimo. Eric Hobsbawm ha scritto questo libro fantastico “Il Secolo Breve” che dovremmo portare nelle scuole, a posto della robaccia che viene usata comunemente, perché la storia degli integralismi salta fuori veramente come una delle malattie gravi delle società contemporanee, ma ha delle radici molto lontane. C’è un storico inglese che mi ha sempre affascinato, si chiama Dreiper, è della fine dell’ottocento, che spiega come nei primi mille anni www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ dopo Cristo, non c’era traccia di attività che si potesse chiamare ricerca scientifica, nemmeno in matematica, perché lo slogan integralista della Chiesa era molto semplice: “inutile guardare la natura, è tutto scritto nelle Scritture”. Era fatto obbligo ai cristiani di consultare le Scritture, se volevano sapere qualcosa, quindi la ricerca era completamente priva di senso. Questa cosa ha avuto un momento in cui forse aveva cominciato a scricchiolare, durante la Rivoluzione Francese, ma dopo è ricominciata, c’è poco da fare. Se voi andate a guardare i documenti contro la diffusione dell’energia elettrica, all’inizio del secolo, (a me lo ha insegnato Edoardo Amaldi che aveva una collezione dei numeri del Corriere della Sera dell’epoca), secondo quei documenti c’era un gruppo di integralisti duri che proibiva la realizzazione di linee elettriche per paura che tutta la popolazione fosse folgorata. Gli slogan integralisti sono tornati in pieno, mi dispiace che il compagno ecologista se ne sia andato, perché gli ecologisti non scherzano quanto a integralismi. Il principio di precauzione, usato alla cieca, proibisce qualunque forma di dialogo. Quando c’è stato l’incidente di Cernobyl, alcuni di noi sapevano che la centrale di Cernobyl era una cosa turpe, che violava tutte le regole di sicurezza possibili e immaginabili. Mi ricordo di aver parlato con Eugenio Scalfari, dicendogli: “Guarda, io vorrei scrivere un pezzo in cui si spiega che Cernobyl con le centrali… con i light water reactors della filiera occidentale, non ha niente a che vedere”. I reattori ad acqua leggera sono tutto un altro paio di maniche. Non ci fu verso, mi disse: “Se tu scrivi una cosa così, Repubblica vende la metà”. Io mi sentivo male perché non avevo mai sentito dire che fosse proibito spiegare qualcosa, soprattutto spiegarla portando dei fatti, dei documenti, delle valutazioni che mi illudevo che tutti potessero fare. Ecco, se non abbattiamo gli integralismi, siamo condannati poi a prendere queste ventate rutelliane, queste cose… Quello è integralismo, cos’altro credete che sia? Insomma, tutte queste infiltrazioni dell’irrazionale, del soprannaturale, del pregiudizio, tutto questo sta guastando la società contemporanea nel peggiore dei modi. Se non siamo capaci di battere questo… e per questo penso che i problemi della comunicazione sono diventati estremamente importanti, di una delicatezza estrema perché l’unica cosa che dobbiamo riuscire a fare è di battere l’integralismo e, se non lo battiamo, siamo fregati. Bellone Io mi chiamo Bellone e credo di essere geneticamente schierato nell’arco della sinistra, a partire dai miei nonni. Però sono una persona che sta per perdere ogni speranza, e spiego perché. Perché, quando la collega ha fatto vedere quella vergognosa proposta di legge, quella proposta di legge viene da noi, non viene da Alemanno. Perché si fa quella proposta di legge? Perché è un modo per raccogliere facilmente il consenso spontaneo, mentre mi pare che la nostra Costituzione dica che è compito degli enti della politica costruire il consenso. E perché il consenso è spontaneo? Perché in questo paese la sinistra, da un po’ di tempo, sia nella parte più radicale sia nella parte più moderata, alla quale mi sento personalmente più vicino, sistematicamente fa finta di non leggere neanche i quotidiani. Perché la sinistra italiana non può non leggere l’Avvenire. L’Avvenire poco settimane fa ha dedicato una pagina a Darwin, ma la pagina in realtà era dedicata a Veronesi. L’Avvenire è l’organo della Cei, quindi è uno strumento di persone colte, che fanno politica ma sono persone molto serie, e l’accusa a Veronesi, scritta, è la seguente: siccome Veronesi fa propaganda al darwinismo, considera che gli uomini e le donne sono anch’essi animali, quindi sta predicando a favore del cannibalismo. Io non ho letto su alcun quotidiano una risposta di un politico del centrosinistra a cose di questo genere, e non me ne sorprendo. Perché, se l’organo della Cei che, ripeto, è un organo influente, giustamente influente, può permettersi di dire che Umberto Veronesi predica il cannibalismo, lo fa perché sa che nessuno gli dirà niente. E non gli dirà niente perché nessuno, nell’ambito del centrosinistra, si ricorda che l’attuale Pontefice, poche settimane prima di diventare Pontefice, su Vita e Pensiero, che è un’altra rivista molto autorevole della cultura italiana, ha sostenuto che i crimini della patologia della ragione legati alle frontiere della biologia, sono peggiori di quelli di Polpot, perché Polpot si è limitato ad uccidere un paio di milioni di persone, la biologia sta distruggendo lo spirito umano. Allora, di fronte a queste cose, il silenzio è complicità. Quindi si capisce come mai. Io non sono contro questa finanziaria, lo ribadirò oggi pomeriggio, anzi credo che sia una manovra indispensabile, ma si capisce anche come mai in Italia non passi l’idea che la scienza non è soltanto produzione di farmaci, ma è anche www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ curiosità intellettuale e deve essere libera per questo semplice motivo. Cioè, la scienza in Italia non è considerata cultura, ma neanche da parte laica. Gran parte del settore laico dei canali di comunicazione, sostengono che la scienza è una tekne, ma è un’altra cosa. Quindi, forse la frontiera della civiltà sta andando verso l’India, verso la Cina, verso queste nuove strutture, e non è detto che l’Italia ci rimanga. Non dimentichiamo che anche all’interno del centrosinistra, ci sono posizioni secondo le quale l’Italia deve collocarsi come museo. Abbiamo tante opere d’arte, è vero, abbiamo delle buone pizzerie… e che vogliamo di più? Chiudo con una piccola osservazione: sulla stampa più vicina alle forze di Governo non ho visto alcuna reazione a quello che è successo l’8 di novembre, cioè pochi giorni fa. Il Presidente Prodi un’intervista all’Espresso dice che in Italia i tempi del nucleare … sono quelli che sono, ma che però, come Presidente del Consiglio “si augura”, che nei politecnici e negli enti universitari, negli atenei, si mantenga la professionalità, la competenza per affrontare il problema. Il giorno dopo, il sottosegretario all’economia gli ha risposto molto tranquillamente che lui vuole la libertà di ricerca, ma non accetta cavalli di Troia, per cui il Governo dovrebbe ricordarsi che l’età dell’atomo è finita. Ora, io non ho dubbi che “er Piotta” ritenga che l’età dell’atomo sia finita, è libero di dirlo. Però io, come elettore, quando ho votato, credevo di dover scegliere tra Prodi e Berlusconi. Adesso mi rendo conto che ho scelto tra Calderoli e “er Piotta”, e così non mi va, assolutamente. Perché andare a votare, se la scelta era quella? Quindi capisco l’isolamento di Mussi, e capisco la presa di posizione di Tocci, ma queste sono cose che devono far riflettere davvero, ma davvero, anche il Sindacato. Marco Broccati Segreteria Nazionale FLC Cgil Questa discussione tra scienza, etica, rapporto con la società, è una discussione che si sta complicando vieppiù, intervento dopo intervento. Abbiamo avuto nel passato delle polarità principali, intorno alle quali questa dinamica di relazione si muove. Quella etica/religiosa è una di quelle fondamentali, che ci portiamo dietro dal lontano passato, e che non ci scrolleremo di dosso per il futuro. Nel senso che c’è una dicotomia genetica tra l’idea di scienza, come è venuta maturando nel nostro continente negli ultimi secoli, e la forma religiosa tradizionale. La scienza si occupa di oggetti materiali, senza ricerca di fini ultimi; la religione, per definizione, si occupa di fini ultimi. Si può tentare la conciliazione tra fede e scienza? Certamente sì, ma la dicotomia fondamentale resta. Per questo dico che, al di là del folclore sugli angeli che vengono inibiti dalla legge di gravità, i problemi che ruotano intorno alla dimensione religiosa, sono destinati a permanere, per quanto attiene un rapporto con lo sviluppo della scienza. Sarebbe anche semplice – io sono un non credente – risolvere questa dicotomia, o in termini di caricatura o in termini di scelta esplicita di campo. Penso però che la questione continuerà a dipanarsi per molto tempo in un rapporto dialettico, che inevitabilmente continuerà a vedere pesare sullo sviluppo della scienza posizioni oggettivamente dannose, dal punto di vista dell’iniziativa politica, come quella che qui ci è stata presentata, o banalmente arretrate. Però non facciamo semplificazioni eccessive, perché questa relazione è molto mutata nell’arco del tempo, non è vero che è rimasta immobile. E’ pur vero che il passaggio dall’autorità dei testi religiosi, come unica fonte di verità, ha conosciuto profonde mutazioni, fino ai giorni nostri, cioè non siamo ai tempi di Ruggero Bacone, un po’ di acqua sotto i ponti è passata. È vero che ancora oggi si tende a demonizzare l’uso dell’energia elettrica piuttosto che quello del nucleare, però, insomma, siamo in un ristabilimento di una relazione molto più equilibrata tra queste due grandi polarità della nostra vita culturale. Seconda questione, a me ha molto interessato, nella relazione della professoressa Giovannetti, il discorso che lei non ha esplicitato fino in fondo, ma che è evidentemente altra grande polarità di dinamica collettiva. Ha cominciato parlando della paura, e ha fatto capire come su scienze che oggi sono di frontiera, come le biotecnologie, ma probabilmente in molti altri settori del sapere, in realtà la dinamica della paura sia il corrispettivo legato alla mancanza di informazione, al non www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ sapere, al vecchio timore dell’ignoto. Ha poi fatto un passo ulteriore perché, una volta dissipata la nebbia dell’ignoranza, resta invece, con grande evidenza, un principio di cautela e di prudenza nell’affrontare tematiche sulle quali ancora troppo poco sappiamo, nelle loro implicazioni profonde, e che portano in primo piano l’altro grande tema, cioè quali sono le dinamiche che muovono e spostano, in realtà, al di là del ragionevole dubbio e al di là di quella che sarebbe pratica auspicabile, la ricerca e la diffusione delle tecnologie, ed è il grande tema del rapporto tra scienza e forme di economia. Il fatto che Monsanto, grande multinazionale, semimonopolista, attraverso l’esercizio di un potere condizionante, in realtà, non soltanto prema in una certa direzione sullo sviluppo delle biotecnologie, ma diventi davvero uno dei poli fondamentali degli equilibri ambientali ed economici del pianeta., perché sessanta milioni di ettari di soia, con quello che significa nel rapporto tra i cicli della produzione del cibo, la previsione del welfare sostenibile a livello planetario, la distribuzione delle risorse tra continenti e tra paesi, pesa un pochino più dell’Onu all’interno della determinazione delle politiche globali. Quindi, dentro questo dibattito si introduce oggi una variabile che la scienza in passato ha conosciuto solo marginalmente, e che è l’uso che i grandi monopoli sono in grado di fare e in grado di orientare. Allora, se queste tre parole semplicissime sono un po’ le coordinate fondamentali di scenario, le modalità con le quali la scienza si organizza sono modalità che partono dalla necessità di una forte contestualizzazione degli obiettivi e dei percorsi. Io non sono convinto che esistano modelli univoci, o esclusivi, di organizzazione del sapere scientifico, nel senso che probabilmente era possibile fare buona scienza nella Germania nazista, così come è possibile fare buona scienza nella Cina attuale, o negli Stati Uniti di oggi. La modalità con la quale noi scegliamo di organizzare, è una modalità che attiene sostanzialmente alla valorizzazione dei valori fondanti. Perché il Sindacato si occupa di scienza? Il Sindacato si occupa di scienza perché si pone il problema di una relazione esplicita tra la libertà di ricerca, che significa progresso collettivo, e il governo di processi che hanno un’esplicita natura economica e sociale. In quale punto tutto questo si intreccia, determina la modalità concreta con la quale è possibile ragionare di organizzazione scientifica. Tra i modelli qui proposti, io sono per una forte enfasi sull’autorganizzazione del sapere scientifico. Non credo che siano più fruttuosi modelli – ma credo che questa sia una risposta assolutamente scontata – di imposizione gerarchico burocratica o iperdecisionista, tanto meno se concentrati in sedi decisionali che, o rischiano di essere contaminate eccessivamente dall’economia dei poteri forti, o non hanno le competenze per organizzare. Quindi io sono per enfatizzare molto l’autorganizzazione. È chiaro e evidente che vanno costruite le sedi, i raccordi, perché il sapere scientifico, da una parte si colleghi ad una visibile utilità sociale, dall’altra venga messo a disposizione di una conoscenza generale, perché non si generino quei fenomeni medioevali di demonizzazione del sapere, dall’altra, ancora, venga ricondotto all’interno di una cornice di regole che consentano alla comunità nazionale e sopranazionale, di volta in volta, di modulare l’uso delle risorse a seconda del peso e dell’impetuosità dello sviluppo nei vari settori. Anche qui, con grande leggerezza, perché, se guardiamo agli ultimi decenni, in realtà lo sviluppo delle scienze di frontiera è nato in larga parte dalla contaminazione di saperi già esistenti, e dalla sovrapposizione di settori disciplinari già esistenti, che hanno creato i nuovi settori., è nato all’interno di una dinamica che era, più che riferita alla programmazione, riferita alla ricerca pura, cioè riferita alla dinamica spontanea di alcuni settori che, intrecciando le conoscenze, hanno piano piano generato… l’informatica è andata così, così come probabilmente è andata anche per le questioni legate alla genetica e alla biologia. Bellone lo ha detto prima, oggi abbiamo un problema disperante per quanto riguarda le prospettive della sostenibilità culturale ed organizzativa della ricerca in Italia. Io penso che, a partire dalle coordinate che abbiamo sperimentato in questi anni, tenendo insieme il rispetto dell’autonomia della scienza, la sua capacità di autorganizzazione, e la ricerca di forme di collegamento efficace e condiviso, consapevole, tra le forme della politica, le forme della società e della scienza, forse non è arrivato ancora il momento di dire che dobbiamo consegnare armi e bagagli a indiani e cinesi una tradizione culturale che negli ultimi cinque o sei secoli mi pare che, nonostante le contraddizioni, qualche risultato nella vecchia Europa l’ha portato. www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ Emanuela Giovannetti Ringrazio il collega per avermi dato l’occasione di esplicitare quello che avevo detto alla fine. Io ho detto: “Poi magari nel dibattito posso dire quali sono le mie paure”. Una delle paure mie, e che ha lei ha esplicitato bene, riguarda proprio la concentrazione nella mani di poche multinazionali del cibo del mondo. Questo è il problema più grosso perché non è un caso che la gran parte della superficie coltivata al mondo, quindi l’ottantacinque percento, sia a piante transgeniche che presentano la resistenza agli erbicidi. Perché queste grosse multinazionali, che prima erano agrochimiche, producevano pesticidi, e adesso sono diventate agro-biotecnologiche, producono il seme brevettato, il brevetto, guadagnano sul seme e sul brevetto e producono gli erbicidi che vendono in un pacchetto completo agli agricoltori. Il fatto che adesso abbiano provato, per due volte di seguito, ad introdurre i brevetti terminator, la dice lunghissima sulle loro intenzioni. Perché loro vogliono proteggere i brevetti, i geni brevettati, che sia il gene per la resistenza agli erbicidi o il gene per la resistenza agli insetti, non importa, vogliono proteggere quei semi, i loro brevetti. Per proteggere questi brevetti hanno provato, e hanno fatto molti altri brevetti, che si chiamano Terminator, Verminetor, o altri, è inutile andare ad elencarli, il concetto che è dietro a questi brevetti ulteriori è che: al mio gene brevettato io metto accanto un gene che impedisce la germinazione dei semi di seconda generazione, quindi gli agricoltori devono tornare da me e tutti gli anni comprare le piante. Questo vuol dire che, se verrà accettato, avremo la concentrazione nelle mani di pochissime multinazionali del cibo di tutto il mondo. Questa è una delle mie paure. Tanto è vero che ci sono state due campagne mondiali degli scienziati contro il gene terminator, e proprio recentemente, è stata chiusa, a marzo, la seconda campagna mondiale, perché, la Monsanto, dopo aver detto che avrebbe ritirato il brevetto, poi è tornata all’attacco. Questa campagna si è svolta, io sono stata una delle coordinatrici nel mondo di questa campagna contro i geni contro la fertilità. Quindi ha ragione. Elena Cattaneo Devo dire che anche io non sono pronta, armi e bagagli, a partire e lasciare campo a India, Cina, eccetera, però tanti dubbi li ho sulla reale possibilità di incidere. Perché alcune cose non sono così difficili da fare. Come questa di rispondere, cioè non può essere che ci siano dei giornali, appunto, che costantemente fanno questa opera di dissacrazione della scienza, ed è sempre, sempre così. Però teniamo presente che in Italia ci sono stati alcuni eventi, e io li vedo come delle macchie indelebili. Ricordiamoci il caso Di Bella, cioè, 1997, questo signore, un fisiologo, una brava persona, eccetera, senza nessuna pubblicazione scientifica, ha mosso l’Italia e ha ottenuto dal Governo finanziamenti, additando gli oncologici come dei disumani che non volevano considerare la sua cura, tra virgolette, con la melatonina. Se abbiamo passato quello, vuol dire che l’Italia è pronta a prendere gli istituti di ricerca e la scienza e a buttarla via perché tanto non serve. Questa macchia, secondo me, è pesantissima. Negli stessi anni, Cesare Galli, il collega Cesare Galli dell’Università di Cremona, veniva perseguito dai Carabinieri perché aveva clonato il toro Galileo, che è stato l’unico toro, probabilmente, ad essere messo in prigione. Se penso anche ai giorni d’oggi, io sono, insieme ad altri pochi colleghi, fra quelli che hanno denunciato alcune situazioni sulle quali si è lavorato in modo non trasparente, con pieno conflitto di interessi, ma alla fine non è successo nulla. L’Istituto Superiore di Sanità, presieduto dal dottor Garaci, nel 2001, su nomina del Ministro della Salute, che era Sirchia, ha istituito una commissione sulle cellule staminali, con www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ membri della commissione che si sono autoerogati dei finanziamenti. Questi sono i soldi che escludevano, tra l’altro, le embrionali umane. Quindi, questo gruppo di dodici, molti di loro, hanno deciso dell’erogazione dei finanziamenti, e abbiamo scoperto, sull’unica lista che è stata resa pubblica, che un numero notevole di finanziamenti è finito ai membri stessi. E magari tutto era lecito, però ci devono dire come hanno fatto, come hanno affrontato il conflitto di interesse, perché la cattiva distribuzione dei fondi, non è solo quando un finanziamento va a un progetto che non vale, ma è cattiva distribuzione dei fondi anche quando progetti meritevoli, per essere finanziati, ricorrono a queste procedure che, secondo alcuni colleghi, sono da tavolo della Magistratura. Questo è stato segnalato perché questa è solo una fetta del bando; del secondo e terzo bando è sparito tutto dal sito dell’Istituto Superiore di Sanità, quando abbiamo cominciato a chiedere chiarezza. Vi dico queste cose perché le ho sempre dette. Anche altri colleghi. l’Associazione Luca Coscioni, l’unica che è si presa in carico questa situazione, è arrivata a fare una interrogazione parlamentare e poco fa il sottosegretario - non mi ricordo come si chiama, scusate – ha detto: “Sì, di fatto quella commissione ha lavorato con procedure non trasparenti” , amici come prima, punto e basta. Vi assicuro che portare avanti una situazione del genere costa fatica, e fastidi, non è che sia una cosa semplice. Queste situazioni su cui si può puntare il dito, sono lì, sul tavolo dei nostri Ministri, da tempo, sul tavolo delle nostre associazioni, da tempo, nessuno fa niente. Che speranza puoi avere? Quindi anche io ho dei dubbi di poter incidere e migliorare, in un panorama di questo tipo, quando di fatto la comunità scientifica ha delle enormi difficoltà interne di sopravvivenza, così tanti problemi che pochi hanno non dico il coraggio, ma la forza, la determinazione, la volontà di dire: qui c’è stato un errore. Ci adeguiamo, ma non per spirito di polemica, ma questa non è ricerca, se operi così, così come non è accettabile questa costante distruzione e rivisitazione della scienza. Quello che mi stupisce è che ci sono delle situazioni in cui è facile intervenire, noi lo abbiamo detto tante volte al ministro Mussi, e si è detto: “Adesso cambia la storia, con queste commissioni eccetera…”..è facile e non dobbiamo neanche inventarci delle procedure per gestire questi finanziamenti. Un neofisiologo di Torino diceva: Il modo migliore di gestire i finanziamenti pubblici è darli in mano al Telethon. Abbiamo l’esempio in casa di come si può erogare i finanziamenti in modo produttivo, rigoroso, perché dobbiamo chiuderci gli occhi e alla fine chiudere questa interrogazione parlamentare dicendo: sì c’era un problema? Bisogna dare anche alla comunità scientifica, che ha i suoi problemi, l’idea che c’è qualcuno a cui ci si può rivolgere, e che può lavorare in queste situazioni. Giuseppe Nardulli Ordinario di Fisica, Università di Bari, Unione Scienziati per il Disarmo “La responsabilità degli scienziati” Il tema che mi è stato sottoposto, è di quelli che fan tremare le vene ai polsi. Quindi, per affrontarlo, comincerò a fare delle distinzioni e a mettere dei paletti. Il tema generalmente evoca dilemmi etici fondamentali, alcuni sono stati richiamati questa mattina. A me, come fisico, vengono in mente subito dilemmi che forse molti, ma certamente alcuni degli scienziati che parteciparono al progetto Manhattan, si trovarono ad affrontare negli anni finali della Seconda Guerra Mondiale. Per tratteggiare con poche parole l’entità di questi problemi morali, ricordo la celebre frase di Robert Oppenheimer, scritta nel ’48, a commento di quella vicenda: “I fisici hanno conosciuto il peccato, e www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ questa è una conoscenza che essi non possono perdere”. Possiamo aggiungere che con il progetto Manhattan, e con la nascita della grande scienza non cambiarono solo gli scienziati, ma è cambiata proprio la scienza, sotto molti profili, ma in particolare sotto questo profilo, cioè la distinzione tra scienza e tecnica si è attenuata. Oggi parliamo infatti di tecnoscienza, ad indicare un’attività scientifica fortemente influenzata dalla tecnologia, sia a monte sia a valle. Sui problemi etici posti da questa dimensione della scienza, mi soffermerò poi, ma, come dicevo, è opportuno fare delle distinzioni. In primo luogo vorrei fare una distinzione fra scienza accademica e tecnoscienza. Per “scienza accademica” mi riferisco a quella che Kuhn chiama la scienza normale, cioè la normale attività di ricerca, che consiste generalmente nel risolvere problemi definiti, all’interno di uno schema e di un quadro concettuale anch’esso definito. Per questo tipo di ricerca, le norme etiche, che almeno idealmente, in linea di principio, gli scienziati si sono dati, sono state ricordate varie volte questa mattina dagli oratori che mi hanno preceduto e le posso riassumere così: la prima è che la scienza deve essere indipendente; ciò significa indipendenza da interessi esterni e assenza di controlli extrascientifici. La seconda: la scienza deve avere carattere universale e comunitario, il che significa che deve essere possibile, anzi necessaria, la condivisione dei risultati della ricerca all’interno della comunità scientifica internazionale, mediante la pubblicazione dei risultati. Terzo, fa parte dei doveri dei ricercatori anche il controllo dei risultati scientifici, all’interno di questa comunità. Per dirla con una formula, all’interno della comunità scientifica deve essere presente lo scetticismo organizzato. Il metodo per realizzare questa critica permanente e istituzionale è mediante il sistema delle riviste basate sui P-Revue, cioè sui referees anonimi, che controllano preliminarmente la qualità dei lavori sottoposti ai comitati editoriali. Il sistema dei referees anonimi si presta a varie critiche, e vorrei fare qui una digressione sulla scienza normale, sottolineando che l’aggettivo può sembrare riduttivo. “Normale” generalmente non solleva grandi entusiasmi, eppure è l’attività che normalmente, diciamo quotidianamente, facciamo noi scienziati. Dicevo che ancora di più può sembrare riduttivo, questo aggettivo, se pensiamo che questo sistema comunque ha dei difetti, si presta a delle critiche. Ad esempio esso favorisce soltanto lo sviluppo della scienza normale, accademica, mentre sfavorisce l’arrivo di idee nuove, quella che Kuhn chiama “la scienza rivoluzionaria”. Inoltre questo sistema sfavorisce lo sviluppo interdisciplinare, perché di norma i referees sono specialisti dei loro settori, e non di altri. Ora, questi sono chiaramente difetti, ma non tali da mettere in crisi, a mio parere, il sistema. È infatti necessario e giusto che le idee rivoluzionarie siano rare nella scienza; solo di tanto in tanto esse sono necessarie, e cioè quando le difficoltà concettuali o sperimentali all’interno di un dato paradigma si sono accumulate a tal punto da rappresentare un problema insuperabile all’interno del vecchio schema concettuale. Però, al contrario, un eccesso di idee nuove è generalmente fonte di confusione e, come ha detto il filosofo, la verità nasce più facilmente dall’errore che dalla confusione. La scienza, cioè, è generalmente conservatrice, non è rivoluzionaria. Ancora qualcosa sulla scienza normale. Perché, nonostante questi difetti, nonostante il fascino molto discreto dell’aggettivo “normale”, essa è l’attività che più spesso esercitano i ricercatori? Innanzitutto perché essa comunque ha un fascino. Il ricercatore è essenzialmente un risolutore di problemi, “problem solver”, e la scienza normale, per l’appunto, è quella che permette di risolvere problemi definiti all’interno di uno schema concettuale. Questo rappresenta uno stimolo e anche una soddisfazione intellettuale, come potete facilmente immaginare. Poi, risolvere i problemi è considerato un elemento di prestigio, e poi, per quanto possa sembrare paradossale, per il fatto che questi problemi nascono all’interno di una comunità, sono spesso slegati da necessità immediate o pratiche. Questo permette di risolverli perché, se uno ti propone un problema www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ immediato, un problema pratico da risolvere, questo generalmente è così complesso che non si sa da che parte cominciare. Mentre invece risolvere un problema accademico permette di enucleare alcuni elementi che possono spingere facilmente alla soluzione. Tutto questo può sembrare poco, può sembrare molto riduttivo, ma invece è molto, non è poco. La scienza normale permette di risolvere questi problemi, e solo raramente questi problemi non possono essere risolti all’interno del dato paradigma. Tutti i grandi scienziati, anche gli scienziati rivoluzionari, sono stati e sono scienziati normali, e sospettosi delle grandi innovazioni. A me viene in mente Enrico Fermi, un grande scienziato, ma anche un grande scienziato conservatore, che era sospettoso di tutte le idee nuove, perché molto spesso non si basavano su nulla. Ho voluto definire in termini un po’, naturalmente, molto grossolani, qual è l’attività accademica tipica di un ricercatore. Da questo quadro, raramente viene fuori un problema di responsabilità sociale, cioè un problema etico. Raramente, all’interno di questo quadro di scienze normali, si pone un problema di questa natura. È solo nel passaggio dalla scienza normale - che però è un caso ideale - alla scienza universitaria, o se volete, ancora di più, alla ricerca scientifica che avviene all’interno delle grandi istituzioni, o private, le industrie, o statali, per esempio l’apparato militare, che sorgono problemi etici, e quindi l’etica e la scienza risultano nuovamente congiunte. Riassumo le caratteristiche della scienza normale, che in qualche modo definiscono la responsabilità dello scienziato, quando egli è impegnato in questo tipo di attività: indipendenza della ricerca scientifica, pubblicazione dei risultati, sistema dei P-Revue, che rappresentano quindi le regole etiche ideali di questo tipo di scienza. Però queste regole spesso entrano in conflitto con altre esigenze, non soltanto per quelli che svolgono, come dicevo, l’attività di ricerca nell’industria o in settori militari, ma anche dentro le università, per il solo fatto che i professori universitari non sono soltanto ricercatori, ma sono anche insegnanti, talvolta consiglieri del potere politico, di aziende pubbliche e private, talvolta divulgatori. Poi, quasi sempre, sono anche ricercatori che sono alla ricerca di finanziamenti e, pur di averli, si rivolgono a chiunque sia in grado di darglieli. Ed è quindi attraverso questa ricerca di finanziamenti, che anche per la ricerca universitaria, che dovrebbe essere ricerca accademica pura, può crearsi un conflitto tra la ricerca stessa e le esigenze dei finanziatori, le esigenze esterne. Tutti questi conflitti, questi dissidi, questi dilemmi, nascono, a mio parere, dal fatto che negli ultimi decenni, nell’ultimo mezzo secolo, si è ridotto l’intervallo di tempo che intercorre tra la ricerca fondamentale e l’applicazione tecnologica. Quindi la scienza accademica è sottoposta a una pressione esterna, perché essa diventi immediatamente utile, serva a qualcosa, sia strumentale. Questo porta, quindi, adesso, al tema di come affrontare la questione della responsabilità degli scienziati in questa fase della vita della nostra società, che vede più forti le pressioni esterne, più importante il ruolo dei finanziamenti, e quindi più debole l’indipendenza dello scienziato. Come affrontare il problema in questa fase. Io non credo che il problema si possa risolvere unicamente, o anche soltanto prevalentemente, in termini di responsabilità individuale, perché, ad esempio, può capitare che uno scienziato si rifiuti di fare una ricerca, e però si trova qualcuno altro che la fa al suo posto, e quindi il problema non viene risolto in questo modo. Credo quindi che il problema vada posto imponendo delle regole sociali, cioè una regolamentazione alla quale attenersi. Noi non dobbiamo partire da zero: esiste una regolamentazione nazionale, internazionale o, se volete, anche soltanto declaratoria, che però può rappresentare un punto di riferimento. Per fare degli esempi, la convenzione sulle armi chimiche proibisce – cito testualmente – “un genere di armi di annichilazione di massa, importanti e pericolose, e impegna gli Stati membri alla distruzione degli arsenali e i laboratori dove essi www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ vengono prodotti”. Questa convenzione quindi stabilisce un meccanismo legale, una norma internazionale, e sostanzialmente universale, perché sono centosettantacinque i paesi che aderiscono a questa convenzione, una norma universale alla quale il singolo ricercatore può fare riferimento, e può appellarsi. Un’altra convenzione analoga è la convenzione sulle armi biologiche e sulle tossine. Un’altra convenzione di questa natura, è la convenzione di Ottawa sulla proibizione, l’uso, lo stoccaggio delle mine anti-persona. Ma esistono esempi anche che non riguardano gli armamenti, ad esempio il protocollo di Montreal sulle sostanze che riducono lo strato di ozono, e così via. Accanto a queste norme legali, che regolano aspetti particolari, possiamo citare anche delle norme universali, di carattere etico più che legale, alle quali gli scienziati possono ispirarsi. Non rappresentano delle norme legali ma, per la loro universalità, direi che hanno anche esse un carattere cogente. Per esempio la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel ’48, oppure il manifesto Russel – Einstein, del ’54, oppure l’appello per l’eliminazione della minaccia per l’umanità rappresentata dalle armi nucleari, firmata qualche anno fa da oltre cento personalità, tra premi Nobel e grandi personalità scientifiche. Queste dichiarazioni, queste convenzioni legali e questi appelli hanno in comune una cosa: fanno appello al senso di responsabilità, non soltanto nei confronti dei nostri contemporanei ma anche delle generazioni future. Mi pare che la caratteristica che emerga, che accomuni questi esempi che ho portato, sia quella di fare appello a quella che viene chiamata l’etica della responsabilità, il principio di responsabilità. Possiamo esprimere questo concetto in vari modi, una formulazione è per esempio questa: agire in modo che l’effetto della nostra azione non sia distruttiva delle possibilità future della vita sul pianeta; oppure, più brevemente: l’esistenza dell’umanità non deve mai essere messa in gioco. Il principio di responsabilità di Jonas è un principio etico universale, che ricorda l’imperativo categorico di Kant, che potrebbe essere espresso così: agisci in modo che l’essenza della tua azione possa diventare il principio di una legge universale. L’imperativo kantiano è il principio etico di un mondo nel quale valgono alcune regole non scritte, che Kant dà per scontate. La prima è che l’azione sugli esseri non umani non costituisce e non genera un problema etico, sottinteso nel fatto che non venga nominato altro essere, a parte gli esseri umani; l’etica è antropocentrica, cioè riguarda solo i rapporti tra uomo e uomo; l’entità uomo è assunta come un dato di fatto che non può essere modificata dall’attività storica e, infine, le conseguenze di un comportamento non etico si svolgono comunque a ridosso dell’evento, cioè gli eventuali effetti negativi sono immediati. Queste sono delle cose non dette dell’imperativo kantiano. Ma l’etica della responsabilità aggiunge all’imperativo altre cose, innanzitutto l’allargamento dell’orizzonte temporale: si è responsabili non soltanto verso i contemporanei ma anche verso le generazioni future. Poi la consapevolezza che la tecnologia può modificare radicalmente le caratteristiche stesse della specie homo sapiens . Infine si è responsabili non solo verso l’ambiente umano ma anche verso l’ambiente non umano: animali, esseri inanimati. Credo quindi che questo principio di responsabilità, più e meglio dell’imperativo categorico, possa rappresentare il codice etico per gli scienziati, e questo per il carattere pervasivo della tecnologia e della tecnoscienza di cui si è parlato con vari esempi anche questa mattina. Ma questo principio non può e non deve rappresentare solo un vincolo personale, individuale per gli scienziati, dovrebbe, credo, trasformarsi in una serie di regole legali, del tipo cui accennavo prima: le convenzioni sulle armi, e così via. Finché questo non accade o, meglio, finché questo non avviene su una scala sufficientemente ampia, da comprendere gli ambiti sempre più vasti nei quali si applicano le tecno-scienze, ci sarà sempre la possibilità di un conflitto tra la norma legale e il principio etico. In ultima analisi, quando questo conflitto è arrivato a questo punto, la risposta non www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ può che essere individuale, e occorre fare appello alla propria coscienza. In questi casi, il prezzo da pagare può essere molto alto. Ricordo i due episodi che mi vengono in mente, ma ce ne sono tanti, ad esempio il tecnico nucleare Mordechai Vanunu, israeliano, che avendo lavorato per alcuni anni al progetto nucleare militare di Israele, nel centrale di Dimona, nell’86 rivelò a un giornale inglese che nella centrale nucleare di Dimona si costruivano armi nucleari. Nel suo viaggio in Italia fu rapito a Roma dai servizi segreti israeliani, fu condannato a diciotto anni di prigione, senza poter avere contatti con l’esterno. È stato liberato nel 2004, avendo scontato tutti i diciotto anni di prigione, accusato di aver rivelato segreti di Stato. Oppure Al Sharistani, fisico nucleare iracheno, che si rifiutò di collaborare al progetto di armi nucleari di Saddam e ha passato dieci anni nelle prigioni del regime iracheno, per aver opposto questo rifiuto. Direi che, quando il conflitto è di questo genere, l’essere scienziati serve a poco, si è soli con la propria coscienza. Però, forse, piuttosto che sperare nella buona sorte, o affidarsi a enti religiosi o esterni, potrebbe essere una buona idea introdurre nei curricola accademici anche una sorta, diciamo così, di educazione civica, come si diceva una volta nelle scuole, educazione civica degli scienziati, cioè uno spazio specifico nel quale il futuro ricercatore o il futuro tecnologo impari a riflettere sul grande potere che la scienza e la tecnologia gli dà, ma anche sulla grande responsabilità che lo sviluppo della tecnoscienza può far gravare su di lui. Presidente “La scienza negata” è un testo che ci ha profondamente colpito e molto interessato, ed è anche il titolo dell’intervento di Enrico Bellone, ordinario di Storia della Scienza, Facoltà Scienza Università degli Studi di Milano, e direttore della rivista “Scienze”. Enrico Bellone Ordinario di Storia della Scienza, Facoltà di Scienze, Università degli Studi di Milano, Direttore della Rivista "Le Scienze" “La scienza negata” Non parlerò del mio libro, anche perché il mio libro non contiene alcunché di originale: ho messo in fila dei dati aritmetici che riguardano lo stato dei rapporti tra politica e ricerca di base nel nostro paese, a partire dal 1896 per arrivare al 2004, e ne emerge che c’è un disinteresse sistematico per quanto riguarda questo problema, il che si riassume dicendo che non è vero che l’Italia corre il rischio di uscire dalla società della conoscenza, perché non ci è mai entrata. La seconda parte del libro è un elenco di citazioni tra virgolette, di opinionisti tra i quali nasce appunto questa idea della scienza negata, in campo giornalistico, filosofico, politico. Non parlo del libro anche perché sono usciti libri molto più documentati del mio, per esempio il saggio a quattro di mani, di Bernardini e De Mauro, “Contare e raccontare”, dal quale viene fuori una società civile, nostra, in cui c’è da una parte analfabetismo scientifico di massa, che coinvolge non tanto l’istruzione superiore, quanto tutto il sistema educativo nazionale prima dell’università, e il pressappochismo in area umanistica. Il termine “pressappochismo” non è il mio, è di un umanista come Tullio De Mauro, il quale poi, pochi mesi più tardi, ha scritto un altro bellissimo libro, edito mi pare da Laterza, “La cultura degli italiani” che vi raccomando di leggere perché vi renderete conto di com’è la nostra società. Per www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ quanto riguarda la questione già toccata questa mattina del declino del nostro sistema industriale, c’è il saggio di Gallino, che è un classico, che si chiude con la constatazione di un fatto, non è un‘opinione ma è un fatto: il sistema industriale italiano è in condizioni di nanismo. Per cui è da vedere se restiamo in Europa, perché non sono in grado di competere, a livello industriale, con la Germania o la Francia, o l’Inghilterra. Il mio punto di partenza è sempre stato, negli ultimi dieci anni, da quando sono le scienze, una lettura di alcune di pagine di Ruberti., che come sapete, è stato rettore a Roma, Ministro, ha ricoperto incarichi a livello europeo. Ruberti, tracciando un bilancio della situazione italiana nella seconda metà del novecento, indicava come punti nodali due questioni. La prima era questa: l’Italia non riconosce la scienza come una forma della cultura, e quindi non si impegna, a livello politico e sindacale, su questo tema. D’altra parte la classe politica – lo so che è un brutto termine ma ci comprendiamo: “gli eletti dal popolo” – riflettono in sé questo concetto generale della cultura diffusa secondo cui la scienza non è cultura. Quindi, quando poi fanno le leggi della Repubblica, usano questi criteri, in perfetta buona fede. Dobbiamo però chiederci perché Ruberti aveva ragione. Intervengono, nell’ambito della nostra cultura diffusa, due temi che finiscono quasi sempre per convergere tra di loro. Il primo tema è quello che è stato più volte sottolineato negli ultimi trent’anni, da quello che a mio avviso è il più grande storico della cultura, oggi vivente nel nostro paese, Paolo Rossi di Firenze. Paolo Rossi in più libri ha fatto notare come le immagini negative di che cosa è la scienza, di che cosa è la tecnica, possono incidere potentemente sullo stato di sviluppo di un paese. Immagine negativa della scienza non vuol dire una critica alla scienza fatta dall’interno della comunità scientifica, è una critica di un opinionista che vive all’esterno, in genere, della comunità, e che magari non sa distinguere un’equazione differenziale da un ananas, però scrive un libro sulla matematica in generale. Non facciamo nomi, ma un grande sociologo e una grande critica letteraria hanno scritto un libro “Terra patria”, che è stato recensito in Italia da mezzi giornalistici di impronta conservatrice o di impronta progressista, come un capolavoro. Essi sostengono – e sono un sociologo molto intelligente e una critica letteraria molto intelligente – che la matematica ha generato nelle nostre città la sporcizia nelle strade e la delinquenza minorile, e che l’uso della matematica porterà a una mutazione nella nostra specie da homo sapiens a homo demens. Questi sono libri facilissimi da leggere, e influiscono pesantemente nella cultura diffusa. Ma poi ci sono anche le immagini, non della scienza, ma direttamente le immagini della natura. Ne cito una molto brevemente: in queste ultime settimane la radio o la televisione, e i grandi quotidiani, i grandi settimanali, fanno pagine e pagine sull’idea che probabilmente tra mezzo secolo la nostra specie potrebbe estinguersi. Potrebbe estinguersi perché l’effetto serra sarebbe così pesante da portare all’estinzione di molte specie, l’oceano che si solleva di quattro metri e che invade le grandi città, eccetera, eccetera. Qualcuno sta anche dilettando il cittadino con l’ipotesi di andare su altri pianeti. Questa è una immagine mistica della natura, e si basa su due errori fondamentali. Il primo errore è che la natura sia una madre benevola, e che è stata violentata dall’uomo attraverso la tecnologia, facendo aumentare la temperatura del pianeta, con l’immissione di Co2 in atmosfera: il tema dell’effetto serra. Ora, sulle riviste di nicchia, cito l’ultima che ho potuto consultare, “Analysis” il n. 2 dell’anno 2006, nelle riviste di nicchia si dice esattamente il contrario Si dice che, esaminando le carote di ghiaccio in Antartide, si è ricostruita la storia climatica del pianeta negli ultimi 420 mila anni, dalla quale risulta che il nostro pianeta, per cause del tutto naturali, è soggetto a cicli climatici, che si chiamano “glaciazioni” e cose del genere. Noi stiamo uscendo, da diciottomila anni, dall’ultima glaciazione e in modo particolare ne stiamo uscendo con fluttuazioni climatiche. Per esempio, tra l’anno 1000 e l’anno 1500 la temperatura media globale era molto più alta di quella di adesso, e non c’erano le www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ industrie a inquinare l’atmosfera con il Co2. Tra l’altro è vero che la Co2 inquina? Chi è addetto all’agricoltura sa benissimo che nelle serre si immette Co2 per far crescere meglio i vegetali, e che la Co2 è fondamentale nella storia del pianeta per i fenomeni di riforestazione, che senza Co2 le foreste non rinascono. Non solo, ma va notato che, se tra il 1000 e il 1500 la temperatura era molto più alta di adesso, ci sono anche dei fatti più recenti. Per esempio, dal 1940 al 1970, la temperatura del pianeta è diminuita globalmente, e non c’entra niente con la Co2 perché l’ottanta percento della Co2 oggi esistente in atmosfera è venuta fuori dopo quel periodo. Quindi non è vero che l’immissione di Co2 in atmosfera provoca alterazioni della temperatura del pianeta, è vero il contrario. Questo che cosa vuol dire? Vuol dire che ad esempio, sul piano politico, fare appello al protocollo di Kyoto è estremamente rischioso. Se l’Italia dovesse adeguarsi al protocollo di Kyoto, noi, per una decina di anni, per ogni cittadino, dovremmo tirare fuori circa ottocento dollari l’anno, e non ce la faremmo comunque. Questo ha una ripercussione sul piano della politica, perché sullo scenario energetico, se noi lavoriamo sul clima, tenendo conto delle cose che vi ho detto prima, abbiamo due scelte di fondo da fare, e una è il nucleare. Ora, mi piace ricordare, senza alcuna polemica, a chi oggi dice “nucleare no grazie”, che cosa è successo in Italia nel ’62 e ’65,: alla fine del ’62 viene assassinato Enrico Mattei; sei mesi più tardi, Saragat attacca pubblicamente Felice Ippolito, insieme a Saragat si schierano il Corriere della Sera e la Democrazia Cristiana, e Ippolito verrà condannato a undici anni di carcere, un processo farsa. Negli stessi giorni in cui si fa l’attacco a Saragat, si mettono le manette a Marotta, il quale, insieme a Bové, che è un altro premio Nobel, pensava di poter affrancare l’Italia dall’egemonia anglo-americana sulla produzione di farmaci di frontiera. L’accusa a Marotta non venne dal Corriere della Sera, venne dal quotidiano l’Unità. Poco tempo dopo si fece lo stesso trattamento ad Adriano Buzzati Traverso, che voleva rinnovare la biochimica e la biofisica nel nostro paese, e li obbligarono a chiudere i laboratori. Ora, questo stato di cose l’ho citato perché chi dice oggi “nucleare no grazie” dovrebbe dire che l’assassinio di Enrico Mattei fu un atto politicamente corretto, rientrava perfettamente nella logica del “nucleare no grazie”, e non dobbiamo dimenticare che non è vero quello che si dice e si scrive oggi in Italia sul fatto che il nucleare è spento. Sappiamo benissimo che la Francia sta cambiando i propri cinquantanove impianti con gli impianti EPR e che in Francia nessuno protesta, anzi sono molto contenti. Non dimentichiamo che la Finlandia ha consultato i finlandesi attraverso un referendum, e sta avviando il quinto reattore nucleare. Tony Blair, in Inghilterra, ha reso pubblico un documento che aveva chiesto ai propri scienziati, i quali gli consigliano di potenziare il nucleare. In Italia ci si diletta invece a dire che esiste il carbone pulito: il carbone pulito non esiste e, se prendiamo la strada del carbone, dobbiamo stare molto attenti a quello che succederà nelle nostre Regioni. Che l’atto “politicamente corretto” contro Ippolito e contro Mattei fosse noto, lo sappiamo perfettamente, perché pochi anni più tardi la prima relazione internazionale sullo stato dei sistemi educativi nazionali, poneva l’Italia al quarantesimo posto su scala internazionale. Prima non era così, agli inizi degli anni sessanta, cioè dieci anni prima, grazie, ad esempio, ad Edoardo Amaldi, la fisica italiana era diventata una struttura a livello internazionale, con Buzzati Traverso anche la biologia andava in quella direzione; con Marotta anche l’industria farmaceutica andava in quella direzione. Ma, appunto, agli inizi degli anni settanta, arriva il giudizio severo, internazionale, sull’Italia, e lo sapevano tutti, agli inizi degli anni settanta, come stavamo. Tanto è vero che si fece un convegno, pubblicati poi gli atti da Feltrinelli, un convegno a Chianciano, dove parteciparono scienziati e uomini politici, per la Democrazia Cristiana, Galloni; per il Partito Comunista Italiano, Napolitano. Se andate a leggere le loro relazioni, trovate che erano d’accordo su due punti fondamentali. Il primo era che, se c’era un crollo verticale nel nostro sistema educativo, non solo www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ universitario, questo si era generato negli ultimi anni, ed era trasversale la responsabilità perché, sia i partiti di governo, sia i partiti di opposizione, sia i sindacati, avevano contribuito, grazie anche al ’68, a demolire l’esistente. Napolitano aggiunse: “Se entro venti anni non riusciremo ad invertire la tendenza, avremo il crollo dell’attività industriale e quindi il pericolo per le stesse istituzioni della democrazia”. Adesso ci siamo perfettamente dentro. Ho già detto questa mattina che seguo con ammirazione gli sforzi di Mussi per almeno bloccare le fasi patologiche più acute e ne cito alcune. Negli ultimi dieci anni, le forze di maggioranza e le forze di opposizione, e credo anche una buona parte del sindacato, hanno favorito il raddoppio delle sedi universitarie nel nostro paese, in base all’idea che, per vincere le elezioni comunali, provinciali e regionali, è meglio essere d’accordo su un punto: ad ogni campanile un ateneo. Che cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo ottenuto il passaggio da quarantuno a ottantaquattro sedi, ma i fondi sono sempre gli stessi. Ora, quante sono le sedi in grado davvero di dare ai giovani laureandi competenze professionali degne di essere europee? Per dare queste competenze, è necessario che in questi atenei ci sia un giusto, un saggio rapporto tra attività di ricerca e attività di docenza. Ma se un ateneo è così piccolo da essere sotto massa critica per quanto riguarda la ricerca, fa solo docenza. Si chiama “licealizzazione dell’università”. Questa è la strada che è stata percorsa, quindi, a chi oggi si lamenta, come ho letto anche il Ministro Padoa Schioppa, che dice: “Ci sono degli sprechi all’interno delle università”, rispondo: sì, ma dove eravate quando eravate tutti d’accordo a raddoppiare il numero degli atenei? È una domanda non polemica ma del tutto legittima. Nello stato attuale di questa situazione universitaria, ancora Mussi ha dichiarato in una recente intervista che, se spettasse a lui la decisione, introdurrebbe la meritocrazia nella selezione del personale docente e ricercatore, ed è stato molto esplicito: “Abolirei tutti i concorsi”. Ha perfettamente ragione. Io vivo in un dipartimento di fisica, poco più di cento iscritti all’anno, alla fine del secondo anno tutti sappiamo chi sono i dieci o dodici che dovrebbe essere aiutati ad andare avanti. Ma gli facciamo fare il concorso da dottorato! Ma che senso ha? Come diceva Tuschek: “Li si piglia e li si mette a bottega”, a condizione, e questa è un’altra idea di Mussi, che ogni tre anni ci sia una commissione internazionale che va a vedere come sono stati spesi i soldi e quali pubblicazioni hanno fatto, i giovani che sono stati assunti senza concorso. Altro punto: se è vero, come io credo, che in Italia abbiamo davvero università di serie A e università di serie B e università di serie C, come è possibile che accettiamo che esista il valore legale del titolo di laurea. Un ragazzo, una ragazza che si laurea con 110 e lode nella disciplina A dell’università di pincopallo, e un’altra persona che si laurea anche lei con 110 e lode in una università di serie C, dal punto di vista legale sono perfettamente equivalenti. Questo inquina completamente ogni meccanismo di selezione meritocratica nel nostro paese, e quindi aboliamolo, è una legge che non costa neanche un euro, perché non passa? Io credo che vi sia una spiegazione al “no” deciso di fronte a una proposta di questo genere, che tra l’altro è caldeggiata da molti, anche, colleghi. Il no dipende dal fatto che così si porrebbe il primo passo verso la selezione meritocratica del personale docente ricercatore, che alcuni interpretano come una violazione delle regole di base della democrazia, le quali porterebbero a pensare che nel nostro sistema educativo non si debbano selezionare i migliori, ma dare una preparazione bassa, uguale per tutti. È il paese dell’ignoranza, certo. Se si vuole seguire questa strada, si può andare avanti tranquillamente. Una ulteriore giustificazione per la proliferazione delle università è quella che è diventato uno slogan ricorrente negli ultimi venti anni. In base a questo slogan, che è condiviso dalla destra, dal centro, da una parte della sinistra, lo scopo per cui esiste una università è di dare risposta ai bisogni locali. Io ho sempre pensato, invece, che l’universitas studiorum non avesse un territorio a cui dare risposte, è l’università degli www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ studi. Perché, se accettiamo l’ottica secondo cui l’università deve rispondere ai bisogni del territorio, allora accade questo: io vivo in una zona dove c’è una piccola università, la città di Alessandria; nella zona dell’Alessandrino, nessuno ha alcun bisogno di sapere qualcosa nelle parti alte della matematica, non ci serve a niente, nessuno ha bisogno di sapere come è fatto un ammasso di galassie, nessuno ha bisogno di quelle competenze di alta ricerca fondamentale, perché l’unica industria che tira ancora un po’ dalle nostre parti è quella dei polimeri. Sapere qualcosa di relatività generale non serve a niente per fare polimeri, e allora facciamo un’università che risponde ai bisogni dei polimeri. Ma allora perché non se la fa il privato, scusate? Un privato che ha potuto comprare il trenta percento della Shell sarà in grado di procurarsi trenta ricercatori che studiano le sostanze plastiche, perché dobbiamo dargli anche l’università, visto che siamo in un paese in cui gran parte degli industriali spende miliardi per il calcio, ma non tira fuori una lira per la ricerca pubblica? Quindi si dovrebbe cambiare orientamento anche in questo senso, e ancora una volta qui Mussi ha fatto quello che poteva fare, perlomeno ha messo un argine, ha messo un argine anche alla proliferazione delle lauree telematiche, che sappiamo tutti che cosa sono, ma lo si sapeva anche dieci anni fa che cosa erano. Non vorrei essere frainteso, nel mio modo di vedere queste cose, debbo rispondere soltanto a me stesso e alla mia rivista, quindi sono estremamente libero, ma il mio intervento non ha in alcun modo l’intenzione di essere una critica alla presente manovra finanziaria, che credo sia una medicina amara che però dobbiamo trangugiare. Con una sola riserva, e la riserva è questa: data la situazione che c’è nel rapporto tra politica e università, politecnici e ricerca di base, nell’ultimo secolo, un poco di coraggio di dire al paese: “facciamo una finanziaria severa però la facciamo con lo scopo di portare l’Italia in Europa, e quindi di potenziare la ricerca fondamentale, senza la quale non c’è nessuna ricaduta tecnologica di alcun genere”. Perché non è stato fatto? Perché non si dice agli italiani la verità su qual è il nostro scenario energetico? Ci sono paesi molto più poveri del nostro, come il Brasile, che trova i soldi per potenziare il sistema educativo nazionale; paesi più arretrati del nostro, come la Tunisia e la Giordania, il cui tasso di crescita in questo settore è molto superiore al nostro. Non vorrei che la risposta fosse quella che si citava prima di entrare in aula, e cioè che l’ultimo rilevamento sulla percezione della corruzione pone l’Italia alle spalle del Botswana. Quanti spendiamo per gestire le provincie, quanto spendiamo per gestire una platea di enti inutili? Poi ci si viene a dire che ci sono pochi soldi per l’università. Non solo, ma come ha detto il Ministro per l’Economia, nelle università c’è anche uno spreco. Sì che c’è uno spreco, è vero, non sto difendendo la mia categoria, so benissimo come vanno a finire di solito i finanziamenti. Però, detto questo, io sono molto ottimista, sono molto ottimista perché sui tempi molto lunghi avevano ragione i Greci, i quali dicevano, con Aristotele, che la politica è l’arte per rendere felici gli esseri umani. Speriamo che in Italia qualcuno se ne accorga. Pietro Greco Direttore MCS-SISSA Trieste, Giornalista scientifico e scrittore “Leggende metropolitane, scienza, media e società” Tra le leggende metropolitane di cui volevo parlare, forse la principale è questa, che l’Italia sia ancora un paese avanzato, e che sia ancora la settima, ottava, sesta potenza industriale di questo pianeta. Se mai è stato vero in un passato più o meno recente, questo non è più vero, e comunque rischia di non essere più vero, di qui a un lasso di tempo abbastanza breve. Questa è la prima www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ leggenda metropolitana che non veicola solo sui media, il fatto che l’Italia appartenga al novero dei paesi industrializzati, dei paesi avanzati, perché, come diceva in maniera brillante Enrico Bellone, effettivamente in questa società della conoscenza nella quale come pianeta stiamo entrando, l’Italia non c’è, l’Italia non è mai entrata. Io volevo chiudere con dei numeri, ma aprirò per aggiungerli semplicemente a quelli di Enrico Bellone. Che il mondo stia entrando nella società della conoscenza, sono ancora una volta proprio i numeri a dirlo, e quali sono i numeri? Sono stati recentemente pubblicati in un rapporto della National Science Foundation, che è l’organizzazione pubblica degli Stati Uniti d’America, che è il massimo ente erogatore di fondi pubblici della ricerca, al mondo. Questa analisi, periodica, ci dice che negli ultimi quindici, venti anni, le spese e gli investimenti mondiali in ricerca e sviluppo sono quasi triplicati, passando da circa 300 miliardi di dollari, a circa 800 - 900 miliardi di dollari. Questo significa che la ricerca nel mondo è uno dei settori in cui si investe di più, ha quasi raggiunto gli investimenti nel militare. Quindi, prima grande novità, l’enorme incremento degli investimenti in ricerca scientifica. Seconda grande novità, l’enorme aumento degli investimenti in ricerca privata, ma accanto e non in sostituzione dell’aumento degli investimenti in ricerca pubblica. In tutti i principali paesi del mondo, gli investimenti in ricerca pubblica stanno aumentando, persino in quei paesi come il Giappone che in decenni passati aveva scelto una strada che alcuni vorrebbero indicare all’Italia, quella dell’investimento nel settore dello sviluppo tecnologico, lasciando da parte un po’ la ricerca di base. Il Giappone, dopo una corsa straordinaria, negli anni cinquanta, sessanta, settanta, e parzialmente ottanta, poi è arrivato quasi a fine corsa proprio perché si è accorto, forse, di aver investito poco in ricerca pubblica, in ricerca di base, e da un po’ meno di dieci anni a questa parte ha un imponente programma di investimenti in ricerca pubblica. Quindi anche nel Giappone la ricerca pubblica è importante. Terzo, e forse principale fattore di novità, negli ultimi quindici, venti anni, è che la geopolitica della ricerca nel mondo, sta strutturalmente cambiando, perché se, rimanendo sempre nell’ambito del dopoguerra, l’asse fondamentale di questa geopolitica era centrato sull’Atlantico, sostanzialmente, quindi tutto si giocava tra Europa e Nord America, con l’importante eccezione, ma parziale, del Giappone, adesso l’asse sta cambiando perché gli investimenti in ricerca scientifica stanno diventando, sono già diventati, in termini assoluti, imponenti, importanti, nell’Asia Orientale e Continentale. Già oggi la Cina è il terzo paese al mondo per spesa in ricerca e sviluppo, e la Cina è già oggi il secondo esportatore al mondo di alta tecnologia. Tendiamo a dimenticare soprattutto un dato fondamentale: gli investimenti in ricerca e sviluppo, in Cina, crescono al ritmo di un venticinque percento l’anno. Qualcosa di assolutamente incredibile, diciamo. Ora, in questo panorama si colloca il problema dell’Europa, che sebbene sia un centro di ricerca e sviluppo straordinario, rischia di non riuscire a tenere il passo. L’Europa, come tale, come continente, investe un terzo in meno di quanto investono i principali competitori internazionali, Stati Uniti e Giappone, e non riesce a rispettare quell’agenda di Lisbona, che essa stessa si è data, con una certa lucidità, nel 2000, e non riesce a rispettare soprattutto quel programma di Barcellona, in cui ha indicato nel raggiungimento del tre percento entro il 2010 il suo obiettivo. Ma, se l’Europa arranca, l’Italia è completamente fuori, in questo scenario, l’Italia semplicemente non esiste, gli investimenti complessivi in ricerca raggiungono a stento, e con grosso ottimismo, l’uno percento, siamo a un terzo degli obiettivi di Barcellona, siamo alla metà della media europea, siamo a un terzo rispetto a Stati Uniti e Giappone. Noi riusciamo a diminuire il numero di ricercatori, sia il numero assoluto che in termini relativi, nel nostro sistema, siamo l’unico paese al mondo che sta diminuendo il numero di ricercatori. Se rispetto agli investimenti pubblici, siamo in ritardo rispetto agli altri paesi principali europei, in media del venticinque - trenta www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ percento, un ritardo importante ma non incolmabile, per quanto riguarda gli investimenti privati, siamo all’ottanta percento in meno, rispetto ai competitori, cioè, gli investimenti privati in Italia non esistono. Io penso che ci sia un problema culturale, ma il problema culturale non riguarda il singolo imprenditore che in questo momento, qui ed ora, sta investendo, perché è stato dimostrato – cito gli studi di Sergio Ferrari ed altri, dell’Osservatorio sullo Sviluppo Tecnologico del Paese –che a parità di investimenti, cioè di fatturato, e a parità di specializzazione produttiva, un imprenditore italiano non investe meno in ricerca, di quanto faccia un imprenditore americano. Allora il problema è molto più grave, il problema è che la specializzazione produttiva del nostro sistema economico è una specializzazione arretrata, che non punta sulla ricerca., e questo, appunto, per motivi culturali, e anche per molti dei motivi a cui accennava Enrico Bellone. Quando l’Italia ha cercato di essere come gli altri, cioè di perseguire uno sviluppo attraverso la ricerca, e non uno sviluppo senza ricerca, quel tentativo è stato improvvisamente abbandonato a metà degli anni sessanta. Questa quindi è una delle leggende metropolitane, di cui volevo parlare, che è assordante per la sua assenza sui nostri giornali. Lo dico francamente, anche io penso che questa finanziaria sia una legge che era assolutamente necessaria per il paese. Ma questa legge poteva avere un’anima se avesse indicato con nettezza che la specializzazione produttiva del paese, il futuro del paese è in un altro modello di sviluppo. Per dare l’impressione che quest’anima la si stava costruendo, bastava spostare pochi milioni di euro, cento, duecento, trecento, all’interno dell’un percento dell’intera manovra, da un settore a un altro, da un qualsiasi settore verso la ricerca pubblica, e questa manovra, se è giusta, se è necessaria, avrebbe avuto anche un’anima. Allora, perché di questo problema non si parla, né a livello di classe politica né, sostanzialmente, sui media, perché viene abbandonato, sebbene questo sia stato uno dei punti prioritari del programma elettorale dell’attuale maggioranza? Siamo… “siamo”… mi considero parte di questa maggioranza che sta al governo… siamo andati al governo promettendo agli elettori di puntare sulla leva della ricerca, di puntare sul modello di sviluppo attraverso la ricerca, e questa finanziaria mi lascia alquanto perplesso da questo punto di vista, nonostante gli sforzi di alcuni, anche all’interno del governo. Quindi questo è un grande problema. L’altro problema è il ruolo che giocano i media, il sistema media gioca un ruolo in cui commette tutta una serie di errori, propina tutta una serie di leggende metropolitane. Alcune sono banali, diciamo, ancorché gravi, sono patologie limitate e persino controllabili, per esempio ricordo che, quando ci fu un incidente a una centrale energetica di estrazione del petrolio off shore in Brasile, intervennero i vigili del fuoco, utilizzando dell’azoto liquido. Il telegiornale andò avanti per tre giorni a dire che avevano utilizzato un gas speciale, che era il “nitrogeno liquido”. Non avevano fatto altro che tradurre dall’inglese all’italiano, senza accorgersi che la parola in italiano si diceva in altro modo. O mi viene in mente un’altra leggenda… un’altra tecnica che viene utilizzata sui nostri media è il ricorrere all’esperto. Non so se voi avete notato il fatto che sulla stampa quotidiana straniera raramente trovate le interviste, invece sulla stampa quotidiana italiana si ritiene che sia la cosa più facile, quella di ricorrere agli esperti. Allora mi viene in mente che, quando ci fu l’episodio della Madonna di Civitavecchia, che sanguinava lacrime di sangue, il vescovo spiegava che era un miracolo, e un giornale laico disse: “Ma che miracolo, chiamiamo l’esperto”, e chiamarono l’esperto, il quale diceva che lui sì che aveva una teoria, e spiegava che il sangue sul volto della Madonna della statua era dovuto al fatto che tutti i corpi dei fedeli evaporavano sangue, e questo per delle forze positive si coagulava sulla faccia della Madonnina. Pubblicato nero su bianco su un importante giornale di cui, per carità di patria, non faccio il nome. Poi ci sono degli errori un po’ più complessi.. Ecco, per esempio, di recente, www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ c’è stata questa pubblicazione della notizia che, secondo una importante associazione di medici oncologici italiani, negli ospedali c’era una mortalità dovuta a errore medico, straordinariamente grande. Avevano sbagliato a far di conto, avevano sostanzialmente confuso le denuncie per mala sanità con i decessi, e quindi avevano sbagliato. Però in questo caso ci sono caduti i giornali, tutti, sostanzialmente, ma anche il Ministero della Sanità ha impiegato qualche tempo, qualche giorno, per recuperare il dato. Altri errori, diciamo un po’ più importanti: io ricordo che cinque, sei anni fa, dall’università di Seul ci fu un ginecologo che annunciava di aver clonato – prima di Huang,– clonato un embrione umano. Non aveva alcuna pezza giustificativa che comprovasse questa sua affermazione, ma a quell’annuncio persino la rivista Time, che forse è la più accreditata al mondo nell’ambito dei news magazine generalisti, gli dedicò la copertina. In altri tempi, Time, prima di dedicare la copertina a una qualsiasi notizia, l’avrebbe verificata a fondo. Poi ci sono degli errori che riguardano la comunicazione, che investono anche la comunicazione della scienza, in ambito strettamente scientifico, su giornali… su P-Revue, appunto il caso di Huang di alcuni mesi fa, illustre biologo coerano, investito di una grande responsabilità: fare delle biotecnologie in Corea uno dei punti di forza di quel paese che, ricordo fra parentesi, pur avendo un reddito inferiore alla metà del nostro, ha una spesa in ricerca e sviluppo che in termini assoluti è una volta e mezzo la nostra, ebbene Huang ha pubblicato su importanti riviste scientifiche dei risultati scientifici che poi si sono rivelati infondati, e il sistema di P-Revue non ha funzionato. Quindi, esistono delle patologie che riguardano anche la patologia scientifica, che forse bisognerebbe indagare. Questi sono i peccati, per così dire, attivi, che riguardano la comunicazione, soprattutto la comunicazione pubblica, quella sui mezzi di comunicazione di massa. Ricordo anche, come ho detto prima, i peccati di omissione. Uno è, come ho detto, quello che noi non ricordiamo cosa c’è all’origine del nostro declino, o del nostro mancato successo, sostanzialmente. Ma ce ne sono tanti altri. Adesso ricordo una persona alla quale tengo moltissimo, che è Paolo Budinich, fisico teorico di Trieste, novanta anni il 28 agosto, è una persona che ha semplicemente cambiato l’anima di una città, ancora per usare un termine già utilizzato prima. Trieste, negli anni cinquanta – sessanta, si batteva sulla necessità di trovare una vocazione, che non aveva, perché era stato il porto dell’Impero Austro Ungarico, alcuni decenni prima. Bene, Budinich è una di quelle persone che hanno dato alla città una nuova vocazione, una nuova anima. Questa vocazione è scientifica, ha creato degli importanti istituti di ricerca, di valenza mondiale, ricordo il primo e forse il più importante, l’istituto per il Centro Nazionale di Fisica Teorica che ha invitato a dirigere Abdus Salam, che poi a Trieste ha vinto il premio Nobel, e poi tutta una rete di sistemi che fanno oggi di Trieste probabilmente una delle città, per intensità di ricerca scientifica, più importanti del paese e d’Europa. Bene, Paolo Budinich, novanta anni il 28 agosto, è volato a Rio de Janiero, il 3 settembre, per ricevere un importante premio da parte del G77 più la Cina – G77 è l’organizzazione dei paesi in via di sviluppo, che raggruppa non settantasette paesi ma ormai circa centodieci, e in più c’è la Cina – e questa importante organizzazione, squisitamente politica, a livello di Ministri, ha conferito a Budinich un premio, riconoscendogli un merito per tutto quello che ha fatto a favore della scienza nel terzo mondo. Questa notizia è stata completamente ignorata, sia sui media italiani, ma anche nella comunità scientifica italiana. Quindi ci sono dei peccati di omissione che forse vanno recuperati, e peccati in generale che certo favoriscono l’aumento e la diffusione di un atteggiamento di paura nei confronti della scienza e della tecnologia, però io non penso che questa cultura della paura, che pure esiste ed è importante, sia una cultura prevalente. Se devo guardare, certo con un minimo di scetticismo, ad alcuni indicatori, per esempio quello realizzato da Euro Barometro, io trovo un atteggiamento, da parte per esempio degli europei, e poi www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ delle persone che abitano nel mondo occidentale in generale, un po’ diversificato. Qui c’è, in questo grafico che vi propongo, l’indicazione di ottimismo, la fiducia che ha la popolazione europea, dei Venticinque dell’Europa, in otto grandi tecnologie. Come vedete, a queste persone è stato chiesto: “Tu immagini che il tuo futuro sarà migliorato o peggiorato da queste tecnologie?”. La gran parte delle persone, per la gran parte delle tecnologie, dà una risposta sostanzialmente positiva; alcuni molto positiva, altri sostanzialmente positiva. Hanno un impatto molto positivo le tecnologie informatiche, i computer, le energie solari… un po’ tutte le energie rinnovabili, la telefonia mobile, le biotecnologie, l’esplorazione spaziale, anche le nanotecnologie, anche se sconta un quarantadue percento di “non so”, persone che non sanno ancora che cosa sono le nanotecnologie. C’è un’unica tecnologia in cui in Europa c’è una prevalenza di pessimismo, rispetto all’ottimismo dichiarato, ed è la tecnologia nucleare. Questo, secondo me, è un dato abbastanza importante in sé, ed è anche indicativo quest’altro, che ci dice qual è la diversificazione un po’ in tutto il mondo. Si paragona l’Europa agli Stati Uniti e al Canada, e si vede che l’Europa ha una fiducia sostanzialmente simile, in tutte le grandi tecnologie, tranne una, dicevamo, appunto: computer information tecnology, biotecnology e nanotecnology, siamo intorno a una fiducia, diciamo, notevole. Intorno invece all’energia nucleare, rispetto al Nord America, c’è una più netta mancanza di fiducia, e si potrebbe discutere sulle cause di questo. L’altro grafico è un grafico che ci dice come questa percezione, è una mera percezione, ovviamente - varia -nel tempo. Dopo un calo, soprattutto nell’ambito delle biotecnologie, verificatosi alla fine degli anni novanta, inizio del presente secolo, c’è una ripresa di fiducia, che è rimarchevole nel caso delle biotecnologie in generale. C’è persino una fiducia nell’ambito delle tecnologie nucleari, anche se sconta ancora una sostanziale sfiducia in termini assoluti. Si può discutere se questi sondaggi rappresentano davvero.. ma se ne potrebbe aggiungere un altro, che vale la pena: il paese in Europa in cui la popolazione, in generale, vede con maggiore fiducia la ricerca sulle cellule staminali embrionali è l’Italia, con il settantanove percento della popolazione che è favorevole. Bene, questo allora ci pone di fronte a un fatto: come è che in Italia la popolazione è straordinariamente favorevole a questa ricerca, o almeno dichiara di esserlo? Negli Stati Uniti lo stesso, la maggioranza della popolazione americana dichiara di essere a favore. Allora, come mai ci sono i Rutelli o i Bush? Questo è un problema. C’è una divergenza tra espressione politica e popolazione, su cui forse bisognerebbe riflettere. C’è anche un altro dato: che rispetto a questo ottimismo, a questa fiducia, non organizzata, ci sono delle minoranze organizzate, se volete, fra virgolette, irrazionaliste, che hanno un grande peso, che riescono a esprimere il Presidente degli Stati Uniti, il Vicepresidente del Consiglio nel nostro paese. Carlo Bernardini ha detto una cosa estremamente importante, ha detto a noi tutti, intendendo, immagino, soprattutto i ricercatori: “Dobbiamo portare in piazza queste cose”. Io penso che avesse assolutamente ragione perché oggi, e si potrebbe discutere su questo, ma io ne sono profondamente convinto, è un dato reale, che noi lo percepiamo come un fatto positivo o negativo non ha molta importanza, però la torre d’avorio, quella che separava, se mai c’è stata, la scienza dalla società, questa torre d’avorio è definitivamente crollata. Questo è il Rodano, e qui noi dobbiamo saltare. Questi rapporti molto intensi, molto interpenetrati, tra scienza e società, si vanno facendo sempre più intensi, sono straordinariamente importanti, e quindi non c’è altro modo che “portare nell’agorà”, portare nella piazza, i temi che riteniamo importanti, per cercare di affermarli. Quindi significa che il mondo della scienza, i ricercatori, le persone che in qualche modo si sentono coinvolte nell’idea che la scienza è innanzitutto cultura, ma è anche cultura del fare, e che quindi oggi è, come diceva la Nevar Bush - che non appartiene all’attuale dinastia che domina gli Stati Uniti, ma era una persona illuminata, www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ che aveva un ruolo importante negli Stati Uniti degli anni quaranta –la leva della ricchezza, della dinamica sociale ed economica di tutti i paesi, facendo riferimento essenzialmente alla ricerca di eccellenza e di base. Bene, se noi riteniamo questo, e io non sono un ricercatore, ma la penso così, allora dobbiamo cercare di convincere, quindi, di affermare questa nostra visione. Oggi però la moderna agorà è fatta anche dei media, quindi un ultimo invito anche agli scienziati, il mondo dei media è un mondo abbastanza complicato, bisogna conoscerlo e indagarlo per poterlo utilizzare e per poter eventualmente correggere quelle enormi, gravi patologie che investono il sistema dei media italiano, ma non solo italiano. Intervento dal pubblico Io volevo fare due brevi osservazioni, che sono le seguenti. Sono d’accordo con tante delle cose sentite, però, prima osservazione, credo dovremmo evitare, nella nostra discussione, di fare l’errore che spesso fanno i politici, quando trattano di ricerca e di università, e cioè tendono ad isolarle in quanto problemi a sé stanti. In realtà, tutti i dati che sono stati qui esposti sui temi della ricerca, e anche dell’università, non sarebbero comprensibili se noi non facessimo riferimento ad una nozione fondamentale, che ricerca e università sono priorità politiche sulle quali occorre ragionare in sé, ma sono il portato di un tessuto comune che è la società italiana. Cioè, una società come la nostra, quando si dice “siamo peggio del Botswana per la corruzione diffusa”, una società che ha difficoltà dal punto di vista produttivo, che è uscita da tutti i grandi settori della produzione della grande impresa, che è fondata su un’industria a basso valore aggiunto, che ha tutte le caratteristiche che sappiamo ha il nostro paese, per quale diavolo di ragione dovrebbe essere competitiva, dal punto di vista quantitativo, sulla ricerca. La domanda vera da porsi è: a cosa serve la ricerca ad un paese come l’Italia. Questa è una questione che non è che ci trasciniamo negli ultimi venti anni, è questione che percorre nell’ultimo secolo la storia industriale dell’Italia, dalla fine dell’Ottocento in avanti, attraverso fasi alterne, però, in realtà, noi abbiamo coltivato una storia economica per la quale non è mai servito più di tanto, salvo che in alcuni momenti, come negli anni sessanta, un forte investimento, un’eccellente ricerca. Quindi qui c’è un problema strutturale: c’è bisogno di più risorse, c’è bisogno di investimenti, c’è bisogno di regole nuove, ma c’è bisogno di un contesto perché, se continuiamo a fabbricare scarpe e magliette, la domanda diffusa di innovazione non trova nessun sostegno. Io non conosco, a memoria, paesi nei quali ci sia un forte impegno in ricerca, anche quantitativo oltre che qualitativo, che non abbiano alle spalle una domanda diffusa molto robusta. Se penso ai paesi che sono leader nella ricerca mondiale, non ce n’è uno che abbia la ricerca come settore a sé stante, senza che dietro ci sia una domanda sociale ed economica molto forte. Non sto parlando di innovazioni tecnologiche di trasferimento, penso alla ricerca fondamentale. Anche i paesi che hanno una ricerca fondamentale forte, hanno comunque un retroterra produttivo altrettanto robusto, il che vuol dire che la ricerca nasce e si sviluppa in presenza di un contesto di un certo tipo. Allora, noi dobbiamo aggredire il problema su più fronti, che sono le regole e le risorse destinate alla ricerca, ovviamente, ma sono, insieme, l’evoluzione del quadro sociale che sta dietro la ricerca . Seconda osservazione, che riguarda l’università. Il ragionamento in parte è analogo, perché la nostra università è malata di tantissimi mali, che qui sono stati ricordati, ha regole arcaiche… anche il mestiere della docenza è un mestiere in cui c’è una parte che fa il suo dovere fino in fondo, e di più, e getta il cuore oltre l’ostacolo, e poi c’è una parte che sta proprio seduta, che vive in un modo assolutamente non centrale il proprio ruolo. I problemi sono quelli che sono stati qui detti. Però, noi abbiamo provato a www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ fare un ragionamento sull’applicazione di Lisbona, tanto per dirne una, e in realtà, se entro il 2010 dovessimo riuscire ad investire il tre percento del Pil in ricerca, non sapremmo dove spenderlo, salvo buttarlo via, perché il contesto di ricevimento, oggi, non ha le dimensioni quali-quantitative necessarie ad ospitare un investimento di quelle dimensioni. Quindi, c’è da fare una programmazione di lungo periodo, che guardi attentamente alle condizioni che ci hanno portato alla situazione attuale. Io, in particolare, penso che, quando ragioniamo di università, certo c’è il problema della disseminazione eccessiva, che noi abbiamo sempre contrastato, però complessivamente, oggi, in questa situazione di micropresenze dell’università diffusa, siamo comunque in una situazione quantitativa lontanissima dagli altri paesi europei. Perché gli altri paesi europei hanno una quantità di università e di sedi universitarie che si misura in due, tre, quattro, cinque volte quella italiana, a parità di popolazione. Quindi, c’è un problema di questa natura, ma c’è un problema di assetto generale dei sistemi di formazione. È vero che c’è la liceizzazione, è vero che c’è la disorganizzazione, è vero che c’è la confusione che ha accompagnato il tre più due, ma è anche vero che oggi l’università italiana ha un problema che si dipana lungo l’intera catena formativa. Cioè, il salto qualitativo tra la scuola secondaria superiore e l’accesso all’università, che è rimasta ancorata agli standard di richiesta in accesso che erano quelli di alcuni anni fa, si sta rivelando non un fossato, ma un oceano. Cioè, i ragazzi che arrivano all’università, si trovano, in moltissimi casi, con un gap di formazione, rispetto alla richiesta di accesso, estremamente evidente. Tanto è vero che c’è una rincorsa ai corsi integrativi, a preparazioni suppletive, a elementi ulteriori di rafforzamento. In realtà, come ci dicono le indagini PiSA, c’è un degrado complessivo della filiera della conoscenza, che non parte dall’università ma parte molto prima. Allora, la questione università, che ci interessa in quest’ottica, per quanto riguarda i ragionamenti sulla ricerca, non per la sua architettura istituzionale, che è materia magari di un’altra discussione, però la questione università è questione in realtà che attiene all’intero sistema formativo del paese, ed è difficile immaginare che si possa intervenire sull’offerta formativa universitaria, con tutte quelle belle operazioni di razionalizzazione e pulizia che sono necessarie, se non siamo in grado di rimettere in fila gli addendi di questa operazione. Quindi, certo è tutto condivisibile quello che è stato detto, salvo il fatto che nel ragionare delle questioni che qui sono state poste, bisogna che riusciamo ad avere una visione sistemica, che attiene al funzionamento del sistema paese, in tutte le sue componenti, quelle etiche e quelle istituzionali, quelle di funzionamento ordinario, non basta affrontare il problema in sè e per sè, come spesso anche noi tendiamo ad accreditare, per esempio ragionando di finanziaria, e semplificando i ragionamenti, perché quando si tratta di emendamenti alla finanziaria non è che puoi scrivere un libro per spiegare qual è il problema, dovrai dire che in questo caso noi abbiamo bisogno di un investimento in più. Questo è un problema di emergenza, e lo diciamo: c’è bisogno di soldi in più, ma sappiamo che non c’è solo un problema di soldi in più, né c’è solo l’esigenza di interventi mirati che sono… io sono d’accordo con Bellone: i concorsi? Per carità! Insomma, noi diciamo che occorre una forma di selezione in accesso, e dopo c’è un percorso che è tutto interno, scandito da valutazioni precise, da incentivi e disincentivi, dentro a una unità di funzione docente, non trentasette concorsi nell’arco della vita, fatti da commissioni finte. Figuriamoci! Però, o si riesce ad affrontare la questione nella sua globalità, come problema del sistema paese, e delle regole del sistema paese, o altrimenti gli interventi spot su questo o quel settore, fanno bene, sono giusti, ma rischiano di trovare un limite oggettivo dentro la genetica e l’identità del paese. www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ Francesco Porcaro Istituto Nazionale di Astrofisica Io sono molto d’accordo con le cose che diceva Marco Broccati prima, e vorrei anche, almeno tra noi che siamo operatori, mettere in guardia dall’uso di quelli che sono gli indicatori che vengono normalmente usati in questi settori. Io parto da una aporia fondamentale: se usiamo gli indicatori che siamo abituati ad usare, sull’ università italiana, sul sistema formativo italiano, ci andiamo a mettere in una posizione non certo esaltante. Io però mi domando: se le cose stanno così, perché i nostri laureati, che dovrebbero uscire da un sistema che sarebbe da suicidio, se le cose che sono state dette qui fossero vere anche nei fatti, oltre che negli indicatori, sono poi presi all’estero? Guardate, non parlo soltanto di persone che fanno ricerca di base, parlo anche di persone che si occupano di settori di ricerca applicata. Io ho girato abbastanza e devo dire che non sono tanto pochi gli informatici, i biotecnologi italiani che si trovano a lavorare di qua e di là. Giro la domanda: se il sistema anglosassone fosse veramente questo top dei top che siamo abituati a considerare, un paese, che dal punto di vista demografico è più grosso di noi, e di parecchio, come gli Stati Uniti d’America, perché avrebbe bisogno di drenare cervelli da tutto il mondo, invece di formarseli da soli? Noi siamo stati abituati, praticamente dal dopoguerra in poi, ad un culto degli Stati Uniti. Io ricordo un famoso libro che diceva che l’Italia doveva diventare un paese normale, cioè diventare come gli Stati Uniti. Cioè, siamo stati abituati a pensare, da decenni e decenni di telefilm americani, film americani, economisti americani, che quello che fanno negli Stati Uniti va sempre bene. Allora io ripeto: perché le nostre università che fanno schifo riescono a formare quelle competenze che gli Stati Uniti non riescono a formare? Perché lo sappiamo bene noi che ci occupiamo di queste cose, che in realtà il sistema americano diventa estremamente efficace solo per la quantità enorme di risorse che butta nel settore della conoscenza, ma la sua efficienza è catastrofica. Sappiamo molto bene che un laureato, - io parlo per esempio del settore della fisica – con la nostra laurea specialistica ne sa di più di un dottore di ricerca americano, e parlo della nostra laurea specialistica attuale, perché quanto poi alla vecchia laurea, del vecchio ordinamento, ne sapeva tre volte di più, e so che non è solo la fisica che si trova in queste situazioni. Allora io mi chiedo di nuovo, e qui molte delle cose che sono state dette sul sistema produttivo italiano credo che tornino utili, ma siamo veramente sicuri che il problema del rapporto tra sistema produttivo e sistema di ricerca, in Italia, dipenda dal lato dell’offerta e non dipenda invece dal lato della domanda? E qui vorrei sapere, tanti di quegli economisti che continuano a seguire una visione, diciamo shumpteriana per cui l’imprenditore è naturalmente portato a competere sul vantaggio tecnologico, hanno considerato il fatto – d’altra parte l’aveva già scoperto Gramsci – che in Italia non c’è stata la rivoluzione borghese, quindi la borghesia italiana tende più a puntare alla rendita che al profitto? Considerate un caso tipico, la Pirelli: faceva, tra le sue varie produzioni a tecnologia media o medio alta, cavi in fibra ottica per la rete. Chiude e vende l’impianto e mette su la Pirelli Real State, che è l’agenzia immobiliare. Siamo veramente sicuri che questo tipo di problema si risolve con la ennesima riforma del sistema universitario italiano? Siamo veramente sicuri che - qui si parlava di finanziaria – non sia un errore mastodontico defiscalizzare il dieci percento degli investimenti per ricerca di un’industria che è fatta in questo modo? Siamo veramente convinti che, detto in parole povere, il sistema di università e ricerca italiano abbia bisogno veramente di essere ancora modificato, e non abbia invece molto semplicemente bisogno solo di avere risorse umane e materiali? Perché sarebbe anche la soluzione più semplice, www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ guardate. E non costerebbe neanche di più, basterebbe prendere i soldi da dove vengono buttati. Io sono stato valutatore nella 297/99 per cinque anni, quindi se vi dico io che i soldi per la ricerca industriale dello Stato Italiano vengono buttati, spero che ci crediate: li ho visti tutti i progetti che sono passati in cinque anni. Allora, se si prendono un po’ di soldi lì, non dico tutti, un po’ di soldi lì e si mettono di là, non sarà forse la soluzione più semplice? Enrico Bellone Non una risposta, solo una precisazione. Io non ho detto e non ho mai scritto che l’università italiana fa schifo, assolutamente. Ho detto che nei vari atenei italiani ce n’è una dozzina che funzionano a livello eccellente. Però ci sono tutti gli altri, e non ho detto che fanno schifo, ho detto che non funzionano in modo eccellente. Poi non sono un grande ammiratore degli Stati Uniti, non mi proporrei come modello quello, però non posso dimenticare che non è un accidente della storia se negli Stati Uniti vive il settanta percento dei premi nobel. Giacconi è un italiano, ha preso il Nobel … però mi ricordo che Giacconi, quando venne in Italia, ipocritamente festeggiato da quei colleghi che l’avevano spinto ad andarsene, disse una cosa: “Michelangelo, se non avesse avuto un muro, non avrebbe potuto fare la Cappella Sistina”. Ecco, il muro… quando ci sono persone che in venti lavorano in trentasei metri quadrati, c’è da vergognarsi. È quello il muro di Giacconi. L’altra precisazione, non è vero che l’università italiana fa schifo, non l’ho mai pensato, però c’è un fatto, che gli altri non prendono tutti i nostri laureati, scelgono i migliori dei nostri laureati, che sono pochi, anche perché non gli costa niente, sono pronti, li prendono. Però perché questi vanno? Io sono d’accordo con Rubbia quando dice che il problema non è la fuga dei cervelli, è bene che vadano fuori due, tre anni e poi rientrino. Ma perché dovrebbero rientrare? Cito ancora una volta Mussi: un ricercatore, a quarant’anni, guadagna meno di un consigliere di circoscrizione. Allora, il problema certo che è il contesto italiano: e cambiamo il contesto! A cosa serve la politica? A gestire l’esistente? Se è per gestire l’esistente, per carità, abbiamo le pizzerie, abbiamo i musei, chiudiamo le università, non se ne accorge nessuno, anche perché i più grandi opinionisti italiani continuano a sparare a zero contro il mondo della tecnica, sia i laici che i non laici, e se andate in una libreria i libri più venduti, che leggono i giovani, anche, sono quelli in cui si scrive che il mondo della tecnica è il regno più abissale dell’alienazione umana; se è così, se avessi diciotto anni, cercherei di entrare al più presto in un Consiglio di Circoscrizione, così non alieno nessuno. Ma la politica deve reagire. Il sindacato… se si mettessero insieme il sindacato e strutture politiche degne di questo nome, cambierebbe il sistema, perché se la politica gestisce quello che c’è, allora chiudiamo la baracca. Come disse Voltaire: “Si può anche coltivare le rose”. Pietro Greco Delle brevi notazioni. A me viene in mente come molte delle cose che abbiamo detto siano assolutamente vere, tutte, e non sono neppure in contraddizione. Io ricordo sempre il nome di Giuseppe Levi, che è uno dei pochi al mondo, penso, che abbia avuto come allievi tre premi Nobel, a Torino, però tutti e tre i Nobel, quelle tre persone che sono state allievi di Giuseppe Levi, che sono Salvatore Luria, che poi è diventato Salvator Luria, Rita Levi Montalcini e Salvatore Dubecco, sono andati in America per vincere. Quindi noi abbiamo la straordinaria capacità, ancora, di avere dell’eccellenza nella formazione, e purtroppo non abbiamo sempre il contesto www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ perché questa eccellenza poi si affermi in Italia. Non perché i nostri non debbano andare fuori, ma il vero nodo è che non solo non ritornano, ma che gli stranieri non vengono in Italia. D’altronde, come potrebbero venire se poi ci sono anche leggi come la Bossi – Fini che gli impediscono fisicamente di entrare? Ma, insomma, al di là di questo, è un dato che un qualsiasi laureato italiano che va in Germania per prendere un dottorato – non deve andare neanche molto lontano – guadagna uno stipendio che è di gran lunga superiore a quello che guadagna un ordinario, magari, in Italia. Quindi il problema è perché non rientrano. L’altro problema è che noi abbiamo ancora, dico “ancora” perché non lo so se la conserveremo in futuro, ma certamente abbiamo ancora una capacità di produrre qualità, magari in maniera settoriale, ma ce l’abbiamo. E’ un dato, appunto, che i nostri giovani all’estero in molti si affermano molto bene; in una recente graduatoria, e in qualche modo anche questo tipo di graduatorie andrebbero analizzate con spirito critico, pubblicata sulla rivista Nature, a cura di alcuni responsabili, di alcuni studiosi che lavorano per il governo inglese, si classificano i ricercatori italiani, per produttività di singolo, a parità di condizione, come terzi in assoluto nel mondo. Cioè, i nostri ricercatori sono assolutamente bravi. Quindi, il problema, diceva ancora un detto inglese, è che la qualità è un lusso che possono permettersi solo i ricchi. Noi riusciamo in parte a falsificare questa cosa, nel senso che, appunto, abbiamo una grande qualità in alcuni luoghi di eccellenza, ma non molto diffusa. Non vorrei che fosse presa per una sorta di glorificazione per il luogo con cui ho l’onore di collaborare, che è la Sissa, ma, se prendiamo la classifica delle università, di Shangai, che è una classifica assoluta, delle migliori università al mondo, l’Italia penso che si classifichi, con la Sapienza, dopo il centesimo posto, giù di lì. Ma, se l’analizziamo, se la normalizziamo per grandezza, quindi vediamo l’intensità di qualità presente in ciascuna di queste, due istituti italiani, che sono appunto la Sissa di Trieste, e la scuola superiore… la scuola normale di Pisa, si classificano tra le prime venti al mondo, e non è poi un piazzamento così cattivo. Sono entrambe realtà piccole, non sono né La Sapienza né Standford, ma sono realtà piccole in cui la qualità può essere coltivata. L’ultima annotazione è che tutto questo discorso può essere anche un discorso estremamente importante, però può diventare decisivo se noi assumiamo qual è la priorità assoluta di questo paese, e mi pare che la priorità assoluta sia proprio quella di cambiare la specializzazione produttiva del sistema paese. Che non è un’impresa che si fa né in un anno e neanche, forse, in cinque, dieci anni, è un’impresa assolutamente titanica per un paese grande come l’Italia, ma non è una cosa impossibile. Alcuni paesi l’hanno fatto, non solo la Cina, l’India, tutte le economie emergenti, ma anche in Europa, forse non puntando in maniera decisiva sulla ricerca di base, ma c’è il caso irlandese: l’Irlanda, ancorché un piccolo paese, ha modificato la specializzazione produttiva in un tempo estremamente breve. Io ricordo che l’Irlanda era, insieme al mio Mezzogiorno d’Italia, la regione più povera d’Europa, oggi è tra le più ricche e, per la prima volta, penso, nella sua storia recente, ha superato, per reddito pro capite, la Gran Bretagna. Giuseppe Nardulli Varie volte è stata posta la questione della finanziaria. Chiaramente, siccome io sono un docente universitario, neanche che a me fa piacere avere i tagli, però io penso che noi dobbiamo guardare, della finanziaria, per la parte riguardante l’università, gli aspetti positivi, e ce ne sono, innanzitutto l’istituzione dell’Agenzia per la Valutazione, che spero poi sarà effettivamente realizzata. Questa Agenzia per la Valutazione della Ricerca e della Didattica, indipendente dal potere politico e dal potere accademico, dovrebbe porre la prima e fondamentale riforma per modificare la situazione universitaria. Noi in questo momento non abbiamo bisogno di più soldi. Se io guardo agli effetti della legge sull’autonomia universitaria, sul funzionamento dell’università, e vedo come sono stati utilizzati questi finanziamenti, sono stati utilizzati quasi esclusivamente, o almeno per grandissima parte, per avanzamenti di carriera interni all’università, attraverso i concorsi, prima con tre idonei e poi con due. L’effetto complessivo è quello di aver creato una piramide rovesciata, in cui ci sono pochissimi ricercatori, o una bottiglia, diciamo, con un collo stretto, gli ordinari; una base piccolissima, i ricercatori; una pancia enorme che sono gli associati, absitis iniura verbis, nei confronti degli associati. È questo la cosa di cui l’università aveva bisogno? Quindi io penso che www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ fondamentale sia una riforma di questi meccanismi, e questo non può che passare attraverso l’agenzia di valutazione, che io penso che sia, se si realizza, la cosa più importante che la finanziaria farà per l’università. Morena Piccinini Segreteria Confederale Cgil Cercherò, nel ringraziare proprio tutti quanti per il contributo e la discussione che si è svolta, di ricollocare questa discussione in un percorso che noi stiamo facendo, come organizzazione, che in primo luogo chiamiamo “percorso di ascolto”, anche funzionale a definire la politica dell’organizzazione su tematiche così complesse. Faccio due passi indietro, rispetto all’oggi. Il primo passo indietro risale a un anno, un anno e mezzo fa, quando, come organizzazione, non formalmente ma sostanzialmente, in quanto ci siamo impegnati tutti, singolarmente, come persone e come militanti dell’organizzazione, abbiamo fatto la battaglia per il referendum abrogativo della legge 40. In quella fase, ci siamo trovati di fronte a una serie di problemi. La politica, ovvero il legislatore di allora, ma da questo punto di vista penso ci sia poca differenza nel legislatore, indipendentemente dalle tendenze politiche che ha, tendeva a dire, e dice ai cittadini: “su temi così complessi e delicati, non c’è bisogno che pensiate voi, ci pensiamo noi, ci pensa la politica”. Il disinteresse verso l’esercizio del diritto di voto, e il provocare l’astensionismo, aveva alle spalle questo acquisire da parte della politica il primato assoluto, su tematiche così complesse, che richiamavano la libertà della persona, la libertà della ricerca, la libertà della medicina, e diceva: “Non ci pensate voi, ci pensiamo noi”. Contemporaneamente, si è assistito ad un dibattito intenzionalmente schizofrenico, che evocava la clonazione umana, evocava la eugenetica, evocava quindi non solo paure ma spettri che ricominciano ad aleggiare in capo ad una società complicata come la nostra. Accanto a questa evocazione, c’era la demolizione della libertà, dell’autonomia della ricerca, ma anche della responsabilità della medicina, e del medico, per esempio, e c’era la demolizione della libertà individuale. Sono partita da questo, e di conseguenza dai diritti individuali, per dire come noi abbiamo impiegato parecchio tempo ad elaborare quella sconfitta, almeno io ho impiegato parecchio tempo. Però ci ha fatto realizzare molto di più, anche come organizzazione sindacale, che quei tre temi, il rapporto politica/legislatore/ legislazione, nel rapporto con i limiti e le possibilità della scienza e della ricerca, i limiti e le possibilità della espressione dei diritti e delle libertà individuali, il tema della libertà della ricerca e delle libertà individuali va completamente rideclinato. Pensiamo che questo sia il tema attraverso il quale si misurerà anche un livello davvero di democrazia e di partecipazione per i prossimi anni. Quindi, questa scansione dei tre momenti, l’approfondimento sui temi della libertà e responsabilità della scienza e della ricerca, la fase intermedia che è quella delle libertà e dei diritti della persona, su temi così delicati, per poi andare a ragionare di come una legislazione può essere attenta e rispettosa di questi aspetti, senza abdicare appunto alla responsabilità e al ruolo del legislatore, devono portarci ad un momento finale, che abbiamo identificato in un appuntamento grande, con la presenza del Segretario Generale. Un momento finale nel quale, da questa fase di ascolto, cercheremo di delineare una maggior precisione anche nel profilo di iniziativa politica della nostra organizzazione. Secondo elemento, sempre di premessa: noi abbiamo recentemente svolto il nostro congresso, che aveva il titolo “Riprogettare il paese” e che aveva una sua caratteristica fondante, cioè un tema che permeava tutte le tesi congressuali. Questo tema era proprio come la società della conoscenza, il valore della conoscenza, e quindi anche l’affermazione di un ruolo nuovo e diverso della ricerca, della didattica, e anche della libertà di espressione in questo campo, sono la premessa per poter appunto riprogettare il paese. Non a caso si continua a coniugare il concetto di ricerca con sviluppo: ricerca come motore fondante, come elemento principale per pensare anche ad una nuova fase di sviluppo per il nostro paese, dopo decenni che su questo terreno non si è assolutamente investito. Lo dico subito, noi avevamo letto nel programma dell’Unione, un filo conduttore molto rispondente a quelli che erano stati i punti fondanti del programma sul quale noi abbiamo costruito il nostro congresso. L’abbiamo costruito in piena autonomia, prima delle elezioni, abbiamo apprezzato, e lo dico anche con orgoglio, il fatto che nel www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ programma dell’Unione ci fosse un filo conduttore che aveva, “ha” perché il programma è ancora attuale, un investimento sulla società della conoscenza, un investimento sulla libertà e responsabilità della ricerca, come fattori di cambiamento anche del paese. Vengo subito al punto caldo: finanziaria. Ormai questa sembra una finanziaria sostenuta dalla Cgil e basta, e crediamo sia un grosso problema. Noi non contestiamo la finanziaria in quanto tale, nelle sue espressioni, nelle sue misure fondanti, consideriamo anzi che sia stato attuato un significativo cambio di fase, sia per quanto riguarda i temi dell’equità, sia per quanto riguarda anche l’ambito degli investimenti. Quando però, per primo, il nostro Segretario ha denunciato, appunto, questa mancanza di anima, intendeva esattamente questo, che è poi sfociato anche nello sciopero e manifestazione della settimana scorsa, di università e ricerca e delle categorie della Flc, per quanto riguarda noi, cioè il fatto che, mentre nel programma dell’Unione era così forte questa accentuazione della esigenza di investire in modo strategico, e quando diciamo “in modo strategico” non intendiamo solo le risorse economiche, quanto anche gli strumenti complessivamente dati, una visibilità di progetto in questo senso, nella finanziaria questo non è avvenuto, non sta avvenendo. E non è solo il problema di quanti milioni in più, è proprio il segno complessivo che vediamo mancare, in quella direzione. Permettetemi di dire che questo segno complessivo noi lo troviamo anche nella pochezza degli stanziamenti, e nella non distinguibilità di cosa significa lo stanziamento per la ricerca, rispetto ai 50 milioni che sono stati destinati per agevolare gli acquisti dei televisori al plasma. Non vediamo un filo logico. Guardate, non è il problema di quei 50… ma quelli lì sono esattamente quelli che replicano quello che in passato era il finanziamento per i decoder. Avevamo tante altre esigenze sulle quali poter impiegare eventualmente queste risorse, e si rischia, ed è questo che ci fa rabbia, che il messaggio sia tale da portare ad una equivalenza dell’uno stanziamento con l’altro, quando ci permettiamo di dire che una grossa differenza c’è. Ma, oltre alle risorse economiche, quando noi abbiamo posto il tema “precarietà”, e abbiamo detto che la soluzione del tema precarietà passa in primo luogo da un segnale forte di quanti sono i precari che otterranno la stabilizzazione del posto di lavoro, nel settore pubblico, a partire dalla scuola, università, ricerca – aggiungo sanità ed enti locali – e vediamo che esattamente nella ricerca è il terreno sul quale meno si sente questo cambio di fase, ci preoccupiamo. Ci preoccupiamo per come viene interpretato, poi, il ruolo stesso della ricerca e dell’università, e di chi vi opera dentro. Poi, è chiaro, il problema, anche secondo me, non è di quanti sono i giovani che si muovono all’interno dei paesi europei, o extraeuropei, anzi. Ma il problema è, se sono in grado di rientrare; e poi, quando fanno la scelta di rimanere qui, che rimangono precari fino a quaranta, quarantacinque anni. Molto di più, a volte, di quanto non avvenga nel settore privato puro, ma non privato in termini di ricerca, in termini di apprendistato in una qualsiasi attività produttiva. Insomma, questa squalificazione noi la cominciamo a sentire come un grosso fattore strutturale di ritardo strutturale del nostro paese. E mi pare che questo si colleghi a un altro elemento che ci poneva prima Bellone, e che io traduco così: una provincializzazione di molti istituti universitari, di molte strutture universitarie, provincializzazione verso la vocazione produttiva locale. Questa provocazione mi pare sia stata posta con molta forza, e su questa mi sono trovata anche io spesso a discutere con associazioni imprenditoriali locali che, di fronte alla struttura universitaria locale, non grande, parlo di quelle non particolarmente grandi, intervengono pubblicamente a dire: “quel corso a noi non serve”. Ora, io credo che questo sia un grande tema, cioè il grande tema del quanto il sistema universitario riesce ad intercettare e ad interpretare anche i problemi futuri del sistema produttivo, e essere agente di sviluppo e di cambiamento del sistema produttivo ma, allo stesso tempo, quanto riesce, nelle sue strategie interne, anche il singolo ateneo, a non essere condizionato dal contingente del sistema produttivo provinciale. Per me questo è un grande tema aperto, soprattutto perché alla proliferazione del numero degli atenei, e a dimensioni non particolarmente grandi, rischiamo di avere anche una parcellizzazione, che è una parcellizzazione a sua volta strettamente di tipo provincialistico, e non invece di dimensione strategica più ampia e più complessiva, rischiando in questo modo che magari vengano impoveriti o privati di risorse anche dei corsi di laurea che magari avevano, o hanno, delle cattedre eccelse anche all’interno di quelle strutture universitarie. Poi c’è l’altro www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ problema che è stato affrontato questa mattina, secondo me con grande evidenza: all’interno di tutto questo, quale caratteristica della ricerca, quale responsabilità della stessa ricerca, e quale autonomia della ricerca. Tornando a quello che abbiamo incrociato in tutta la discussione per la legge 40, ma che si ritrova specularmente su tantissimi temi, anche questa mattina emergeva in modo molto forte un condizionamento, che diventa anche un condizionamento di risorse, ma che non parte dal condizionamento di risorse. In primo luogo è un condizionamento derivante da una scelta politica, determinata da vari fattori, tra i quali il dibattito etico di sicuro non è l’ultimo, anzi, rischia progressivamente di acquisire un peso sempre maggiore, ma derivante da forti condizionamenti esterni. Io credo che questo sia l’altro grosso, profondo rischio: i condizionamenti – e lo dico subito – non all’applicazione materiale della ricerca, ma all’esercizio della ricerca in sé. La signora Giovanetti, questa mattina, è stato molte forte il ragionamento che faceva a proposito di Ogm, soprattutto a proposito della valutazione del rischio dei prodotti geneticamente modificati, nella distinzione che faceva tra l’esigenza di proseguire la ricerca, per andare a identificare i fattori di rischio, e sperabilmente a ridurre i fattori di rischio, e la legislazione che si può andare a identificare e a prospettare come necessaria, identificati i fattori di rischio, per condizionare l’applicazione di quella ricerca. Le distanze che citava, per un prodotto piuttosto che l’altro, sono distanze che necessariamente deve definire il legislatore, sulla base della ricerca. Ora, io credo, ovviamente semplificando, che la grande distinzione stia proprio qui. Il legislatore, il soggetto esterno deve intervenire nella prima fase, ricerca, identificazione dei fattori di rischio e superamento dei fattori di rischio, o deve intervenire nella seconda fase? Io se trovo un luogo, un momento nel quale si può intervenire, è la seconda fase, quando, identificati i rischi, si indica come intervenire per far sì che quei rischi non diventino danno effettivo. A questo punto pongo un altro problema: qual è la ricerca che riesce a garantire di poter svolgere non solo la ricerca fino in fondo, ma anche l’identificazione del fattore di rischio? Perché è ovvio che deriva sempre dalla ricerca l’identificazione di tutto ciò. Io concludo che è solo la ricerca pubblica che lo può fare, con quel codice di responsabilità che si diceva prima, ma è solo la ricerca pubblica che è in grado di avere in sé, anche, la possibilità di dire no, o di esprimere un “no” che dia luogo alla possibilità di un condizionamento nella sua applicazione. In questo caso, non è più il condizionamento negativo che porta al divieto, è quello che porta all’integrazione tra la scelta politica e il lavoro che sta dietro la ricerca medesima. Io credo che, lo verificheremo anche nelle prossime occasioni di confronto, questo sia uno dei punti più difficili da affrontare nel nostro paese. Perché, siccome l’evoluzione della ricerca tocca molti terreni che sono temi eticamente sensibili, il condizionamento, che non è più soltanto, ripeto, quello delle risorse, ma il condizionamento ideologico, rischia di diventare il fattore predominante, su molti campi, e su molte attività esplicate. Noi, come Dipartimento Nuovi Diritti, abbiamo per esempio sviluppato una ricerca sui processi di secolarizzazione e, dato molto interessante, abbiamo verificato come nel tempo, ma già da parecchi anni, i comportamenti individuali, delle persone, si discostano sempre più, anche in modo abbastanza profondo, da quelli che sono i dettati religiosi. Quindi ci sono una serie di comportamenti individuali che, su temi eticamente sensibili, sia per quanto riguarda l’interpretazione di famiglia, sia per quanto riguarda comportamenti individuali, sia per quanto riguarda il rapporto con la stessa scienza e la medicina, vanno molto al di là e al di fuori rispetto a quelli che sono i dettati religiosi. Io credo ci sia un fattore di reazione molto profondo, che tende a ricondurre nell’ambito di un imperativo legislativo quello che non riesce più a essere circoscritto nell’ambito della sfera individuale dell’imperativo morale – etico – religioso. Io lo considero, questo, decisamente molto pericoloso, perché non agisce solo nella sfera dell’individuo, ciò che puoi o non puoi fare, arriva ad influire pesantemente nella sfera della ricerca, di quanto la ricerca possa essere impedita, per impedire che sia funzionale a quelle scelte individuali che dicevo prima. Lo vedo come un grosso pericolo, lo vedo da tantissimi segnali, compreso la lettera di cinquantuno parlamentari della Maggioranza, la settimana scorsa, di reazione alla direttiva del Ministro Bindi a proposito della quantità di sostanze che possono essere detenute dalle singole persone, per non essere considerate rei di detenzione di sostanze stupefacenti, e quindi passibili del carcere. Quella reazione non è una reazione soltanto a quant’è www.cgil.it Confederazione Generale Italiana del Lavoro _______________________________________________________________________________ la quantità. Lì, ancora una volta, basterebbe affidarsi ai ricercatori, ai medici e agli scienziati, per farsi dire qual è la quantità, semmai ci fosse, pericolosa o non pericolosa. No, lì il fatto, tutte le volte che c’è un avanzamento rispetto a legislazioni precedenti, che intervengono su temi di questa natura, di pretendere di circoscrivere il campo, e di invadere e di determinare condizioni altre e diverse, rispetto a quelle che normalmente medici e scienziati dicono, credo che sia uno dei grandi temi che avremo di fronte. Anche in questa legislatura, e anche in questa legislatura determinerà se riusciamo a ragionare realmente di uno Stato laico, che ha in sé un portato di contenuti morali, ovviamente, ma uno Stato laico che affronta laicamente i problemi della ricerca, i problemi del rapporto tra etica e ricerca, i problemi della scienza, e di conseguenza anche delle libertà individuali. O se, invece, in questo conflitto tra illuminismo, positivismo, e ritorno a un integralismo morale, rischiamo di avere, appunto, quello che ci veniva detto, il prevalere di steccati integralistici, che in realtà hanno dietro una connotazione profondamente politica, anche di rapporto, e non dico altro, con le gerarchie della Chiesa. Ecco, il profilo che noi vorremmo ottenere è esattamente questo profilo che chiede, che chiederà, come organizzazione sindacale, alla politica, una profonda riflessione, una profonda capacità di ascolto e di dialogo, che oggi invece sta dimostrando in tanti modi di non riuscire ad esprimere, né verso le istanze della scienza né verso le istanze delle libertà delle persone. Vi diamo appuntamento alla prossima giornata, che sarà il 2 di febbraio, e quindi alla prosecuzione di questo nostro lavoro, per il cui contributo noi di nuovo vi ringraziamo. www.cgil.it