Confederazione Generale Italiana del Lavoro
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Libertà di ricerca e responsabilità sociale. Scienza, tecnologia e opinione
pubblica
Venerdì 24 novembre 2006
CGIL nazionale, Roma
Omer Bonezzi
Presidente Proteo Fare Sapere
Un ringraziamento a tutti per la presenza. Credo che sia prima di tutto necessario spiegare
brevemente il senso dell’iniziativa di oggi e delle altre che seguiranno.
In una serie di incontri , sia all’interno della Cgil Conoscenza che all’interno della Cgil e anche
all’interno di Proteo Fare Sapere, di cui sono presidente, che è una associazione professionale
“parallela” alla Cgil, si è cominciato a ragionare sul fatto che il Ventunesimo Secolo vede emergere
ed esplodere temi che tradizionalmente erano confinati nei circoli accademici: i temi della scienza,
della libertà di ricerca, della proprietà intellettuale, dei diritti individuali, temi dai quali lo stesso
dibattito politico è fortemente condizionato.
Abbiamo capito che il Sindacato doveva attrezzarsi per cominciare ad affrontare questa nuova
area di problemi. Consapevoli della nostra non autosufficienza, abbiamo pensato di fare forse
l’unica cosa possibile: chiedere a delle persone esperte e competenti di darci una mano.
Nell’immediato, abbiamo progettato questo seminario, ristretto, ed altri tre della stessa natura, e la
nostra intenzione sarebbe quella di arrivare a un forum, alla presenza del nostro Segretario
Generale Epifani.
E’ un lavoro rivolto ai ricercatori, ai docenti universitari, agli insegnanti.
Ciò che vogliamo dire è che il sindacato cerca, ponendosi anche in una situazione di ascolto, di
crearsi un’idea e anche un pensiero meno labile su questi temi.
Intanto, si è celebrato, il 10 di novembre, il congresso nazionale di Proteo Fare Sapere. In quella
sede, si è deciso di istituire comitati tecnico-scientifici a livello regionale; l’idea sarebbe quella di
riunire proprio i nostri comitati tecnico-scientifici regionali, (mediamente una ventina tra ricercatori,
docenti universitari e insegnanti, per ogni regione), in questa assemblea generale, in questo forum
della ricerca, della scienza e della scuola.
Il lavoro che avviamo è un tentativo, appunto, di dotare tutti noi di nuovi apparati concettuali, di
strumenti di interpretazione delle cose, e soprattutto vedere se è possibile costruire una strategia
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sindacale e professionale capace in qualche modo di rispondere a questi temi che fino a pochi
anni fa, probabilmente, ci apparivano estranei.
Quindi questo di oggi è, noi siamo, una sorta di gruppo di ricerca: Tutto viene video ripreso e poi
ovviamente sarà depositato nei siti internet delle nostre rispettive organizzazioni. Verrà fatto un
lavoro di traduzione scritta, verrà ripreso e trasmesso anche da Radio Radicale.
Abbiamo inviato notizia di questo seminario (e lo faremo per i prossimi) alle cinquantamila persone
che ricevono regolarmente la newsletter di Proteo Fare Sapere. Raggiungiamo – oltre alla scuola –
una parte importante del mondo dell’università e della ricerca.
Ciò ha il significato e lo scopo di far sapere, quantomeno, che cominciamo ad affrontare questi
temi.
Io darei ora la parola a Gianna Cioni, ricercatrice del Centro Nazionale della Flc a cui va anche uno
speciale ringraziamento perché ha dato un notevole contributo all’impostazione di questo nostro
seminario.
Gianna Cioni
Ricercatrice FLC-CGIL
A me è stato dato il compito di spiegare un pochino di più, in particolare, l’iniziativa di oggi, ma
vorrei anche aggiungere qualche considerazione generale a quello che ha detto il Presidente di
Proteo.
Noi siamo abituati a pensare che il sindacato sia quel soggetto che deve difendere i diritti dei
lavoratori, e questo è vero. Il problema è che i diritti dei lavoratori sono sempre di più dentro una
società, una società che cambia, una società in cui le problematiche diventano sempre più
complesse.
La Cgil ha quest’anno festeggiato i suoi cento anni; in questa storia io vorrei sottolineare un
elemento: la Cgil si è battuta perché esistesse una Costituzione democratica, e oggi, negli ultimi
anni, si è battuta per difendere questa Costituzione, una Costituzione in cui il lavoro e i diritti hanno
una grandissima parte. Questo è il primo dei temi, e l’altro tema è il tema della conoscenza.
La Flc, che è nata da poco, è nata proprio come il sindacato della conoscenza, individuando la
filiera intera della conoscenza, che va dalla scuola, dalla alta formazione universitaria, dalla
formazione per tutta la vita, alla ricerca. Noi ci crediamo che questa filiera debba essere intera, e ci
crediamo come Flc, ma ci crede la Cgil, che l’ha posto come uno dei temi principali del suo
impegno.
Guardiamo la società di oggi, che è attraversata da enormi cambiamenti, enormi contraddizioni,
che derivano ad esempio – e questo è l’argomento specifico di oggi – dal fatto che, di fronte a
avanzamenti della conoscenza, della ricerca, scoperte nuove, sempre più importanti, dopo un
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periodo di grande ottimismo, che vedeva in questo la possibilità di risolvere tutti i problemi
dell’umanità, oggi emergono anche posizioni più critiche.
La gente spesso ha paura della scienza, ha paura che la scienza vada a determinare un tipo di
società che non condivide, o che non conosce.
Il grave problema è però che nel nostro paese si va diffondendo un atteggiamento che poco
garbatamente definirei di ignoranza: pensiamo a cose come la fiducia negli oroscopi, o peggio la
diffusione delle sette, sul piano religioso, e tanti altri aspetti.
Si tratta proprio di ignoranza rispetto a quello che è la scienza, a quello che è la ricerca, e quindi
incapacità di porsi di fronte alla scienza e alla ricerca con un atteggiamento responsabile.
Questa è la situazione in cui viviamo, ed è la situazione in cui si trovano gli insegnanti, che devono
rapportarsi nell’insegnare a questa realtà; parlo di insegnanti dei bambini; ma parlo anche dei
docenti universitari che spesso non sono capaci di assumersi la vera responsabilità al riguardo, e
penso anche al mondo della ricerca, che tende a chiudersi in una torre separata dal resto della
società pensando di risolvere i suoi problemi.
Poi succedono fatti come il referendum sulla procreazione assistita, in cui è stata l’ignoranza che
ha vinto, è stato il non capire e quindi il tirarsi indietro. Noi parliamo di libertà di ricerca, la libertà di
ricerca è un elemento fondamentale, è un elemento sancito dalla nostra Costituzione, però - e lo
diranno altri meglio di me, dopo, a cominciare da Carlo Bernardini, che di questo spesso fa una
battaglia perché ci crede fino in fondo – la libertà di ricerca non è esattamente la stessa cosa della
libertà di opinione che anch’essa è sancita dalla nostra Costituzione.
La Costituzione dice che io posso esprimere la mia opinione, purché non offenda gli altri, e questa
è la libertà di opinione. Ma la libertà di ricerca è qualcosa di ben più complicato perché, affinchè un
ricercatore possa essere libero, occorre che la società lo metta nelle condizioni di poterlo essere:
deve vivere in un certo ambiente culturale, deve essere in grado di arrivare a certi risultati, deve
avere anche delle risorse per poter lavorare, e poi devono esistere dei vincoli.
Allora, per sintetizzare, direi che noi stiamo vivendo in un periodo in cui la libertà di ricerca da un
lato è negata, dall’altro è una problematica di cui si ha paura.
La risposta che invece molti scienziati sanno dare, e fra questi le persone che oggi abbiamo qui, è
che libertà di ricerca non vuol dire non avere una responsabilità sociale.
Il mondo della ricerca, così come il mondo della formazione e dell’alta formazione, ha una
responsabilità sociale.
Poi c’è tutto il problema della tecnologia, che è strettamente collegato con la ricerca; e anche di
fronte ad essa, a mio parere per motivi di grande ignoranza, ci si pone con un atteggiamento che è
un misto di assoluta fiducia, (e dipendiamo tutti dalla tecnologia), e di assoluta paura,(e cerchiamo
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di dire semplicemente dei no, come tanti discorsi che sentiamo sulle biotecnologie, e anche di
questo si parlerà oggi).
Questo incontro è importante, sapevamo che non saremmo stati tanti, per mille motivi, ma di
questo incontro rimarranno tracce, e cercheremo in tutti i modi di diffonderlo perché vogliamo
veramente allargare la riflessione su queste tematiche.
A questo seminario ne seguiranno altri due, che toccano analoghi problemi: il problema della
libertà individuale, visto in modo non banale; l’abbiamo sintetizzato come la libertà della persona:
nascere, curarsi, morire; il testamento biologico; il rispetto del Dna…Non sono problematiche
banali, sono problematiche di fronte alle quali occorre interrogarsi.
Il terzo seminario sarà sulla laicità dello Stato. Noi ci crediamo fino in fondo, laicità non vuole dire
indifferenza, non vuol dire fare un passo indietro e non rendersi conto delle problematiche nuove
che esistono in una società che è multiculturale, multireligiosa, eccetera.
Quindi, di nuovo, il mondo della scuola, il mondo della formazione a tutti i livelli, su questo si deve
interrogare: come crescere per riuscire a far fronte a queste problematiche.
Nell’incontro di oggi noi abbiamo voluto chiamare persone che lavorano, o hanno lavorato per
anni, nell’ambito della ricerca, in settori particolarmente rilevanti per i temi che affrontiamo. Ma
abbiamo anche invitato persone che, direi, conoscono la società, conoscono la società da vari
punti di vista, e possono anche testimoniare, al di là delle poche e generiche cose che io ho detto,
quale sia proprio lo stato dell’ignoranza o della conoscenza che esiste oggi nel nostro paese, di
fronte a problematiche di questo rilievo.
Ci saranno relazioni abbastanza brevi, ci sarà lo spazio per un dibattito, e ci saranno delle
conclusioni, o meglio delle osservazioni per riprendere alla fine quello che è il ruolo del sindacato,
ciò che il sindacato di fronte a questi temi può già cominciare a dire, e che cosa intende poi fare e
dire nel futuro. Auguro buon lavoro a tutti noi.
Carlo Bernardini
Università La Sapienza e Direttore della rivista “Il Sapere”.
Relazione introduttiva.
Io ringrazio molto Proteo di questa occasione perché penso che, come diceva Gianna poco fa, vi
sia un grossissimo problema di comunicazione.
I mezzi di comunicazione non fanno quello che dovrebbero fare, l’opinione pubblica è molto
lontana da questi problemi, oppure addirittura li vede in un modo assolutamente inaccettabile, ma
è difficile far critiche, è difficile commentare.
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Io sono un grande estimatore della comunità scientifica perché mi sembra che sia una delle poche
comunità che a livello mondiale è riuscita a raggiungere lo stato di comunità sovranazionale.
Sovranazionale vuol dire, per noi che ne facciamo parte, la possibilità di comunicare con un
cinese, un giapponese, un russo, un americano, e questo è assolutamente normale, non ci sono
contrasti nel modo di intendere le cose o, se ci sono, li si può esplicitare con molta facilità. Ci sono
alcuni episodi estremamente importanti che sono accaduti all’interno di questa comunità, episodi di
grande rilevanza internazionale, per tutti, non solo per la comunità scientifica. Io vorrei suggerire
alle persone che si occupano di problemi di comunicazione di massa, di far sì che con tutti i mezzi
possibili questi episodi vengano collocati su un qualche piedistallo della storia.
Vi faccio degli esempi molto rapidi: per esempio la comunità dei biologi ha attraversato un
momento drammatico quando è stata concepita l’idea di armi biologiche. Devo dire che ho
ammirato molto la reazione della comunità dei biologi, in quella occasione. Ci sono personaggi
dentro questa comunità che secondo me valgono molto di più di Napoleone o di Garibaldi. Chi di
voi ha sentito nominare Metterson? Metterson era un grande biologo, che è riuscito ad ottenere un
bando delle armi biologiche, sollecitando nel modo corretto la sua comunità. Forse ci ha salvati,
forse non saremmo qui a parlare, se non ci fosse stato questo bando. Purtroppo in questi giorni ho
letto che i russi si sono rimessi a lavorare sulle armi biologiche. Trovate qualcosa su una rivista, di
nicchia però, che si chiama M Y T Technology Review, l’edizione italiana; c’è un lungo articolo su
questo problema della rinascita di attività che possono essere rilevanti per le armi biologiche in
Russia. Ma state a guardare, vi raccomando di stare a guardare con cura perché probabilmente ci
sarà un nuovo intervento della comunità, che si risveglia con facilità su queste cose.
Ecco, questo è un episodio che bisognerebbe esser capaci di raccontare bene alla pubblica
opinione, perché farebbe aumentare la fiducia nell’autocontrollo della comunità dei biologi.
La comunità scientifica si divide in molti settori, necessariamente, per competenza. Vi racconto un
altro episodio, in cui sono coinvolti i fisici, che mi ha sempre impressionato molto. Voi siete tutti
molto giovani e non so se ricordate il colonnello Powers. Il colonnello Powers volava con un aereo
spia U2, volava tranquillo sulle steppe siberiane, quando Krusciov dette ordine di abbatterlo con un
missile terra-aria per far vedere il livello che l’Unione Sovietica aveva raggiunto nella tecnologia
missilistica. Così puntualmente accadde: il missile di Krusciov abbatté l’U2 di Powers, l’aereo finì
malamente a terra e invece Powers si salvò e fu catturato. Fu poi messo su un carro e portato in
giro per i villaggi, a far vedere la preda che la grande tecnologia sovietica aveva catturato, grazie
all’uso di questi missili di precisione terra-aria: non era uno scherzo tirare giù un aeroplano a trenta
chilometri di quota! Chi di voi ha letto queste cose, forse si ricorda che fu un momento drammatico
della guerra fredda, un momento in cui si ruppero tutte le relazioni internazionali. Siamo all’inizio
degli anni sessanta. Allora rompere le comunicazioni internazionali voleva dire che non partivano
delegazioni né da una parte nè dall’altra, che non c’erano incontri di nessun tipo. Ma: i fisici fecero
ugualmente la conferenza di Rochester, che era la classica conferenza periodica dei fisici delle
alte energie. Vennero i sovietici, c’erano gli americani e parlavano, chiacchieravano,
chiacchieravano nei corridoi. In qualche modo sfuggirono alle maglie. Io lo trovo un episodio
straordinario. Il fatto che un pezzo della comunità scientifica fosse addirittura più forte di questo
scontro ideologico tra due blocchi inconciliabili, insomma, non era una cosa da poco. E di nuovo
questo mi dette una grande fiducia nel fatto che, se ci mettevamo in campo nel modo corretto, per
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valutare anche dal punto di vista etico queste cose, la comunità scientifica poteva arginare molte
perversioni, addirittura dell’umanità nel suo complesso.
Continuo a pensare che questa capacità, questo potere, in qualche modo, almeno in germe ci sia.
Il problema è quello di attivarlo correttamente, ed è anche quello di attirare l’attenzione
dell’opinione pubblica su questo strumento dei rapporti tra le persone, su questo strumento che
passa attraverso una cultura. Una cultura particolare di cui l’opinione pubblica non ha molta
coscienza, e che tratta in un modo che tutto sommato non è tanto lontano dalle volgarità che
abbiamo visto negli ultimi cinque anni, dalla mentalità, come dire, aziendalistica di una gentildonna
come la signora Moratti e suoi accoliti. La gentildonna, appunto, ha premuto il pedale sulla
cosiddetta mentalità aziendalistica e ha esplicitamente dichiarato, in più occasioni, che la cosa
migliore era di finalizzare tutto ciò che va sotto il nome di attività di ricerca, allo sviluppo, alla
crescita dell’economia del paese. Le sue parole sono state prese alla lettera, per esempio, da un
certo Pistella, che voi avrete sentito nominare, il quale, il 17 febbraio di quest’anno, sul Sole 24
Ore, ha dichiarato che finalmente era riuscito ad introdurre lo spirito aziendalista nel Consiglio
Nazionale delle Ricerche. Non c’è riuscito in realtà, però ha fatto tutto quello che poteva per
ottenere questo risultato.
Vi ho detto queste cose semplicemente per dire che questi sono pezzi di informazione che mi
sembra che non siano a disposizione dell’opinione pubblica. Queste cose non hanno dietro un
dibattito, una passione, un’opinione forte, sono notizie e basta, e la gente non capisce: ma ha
ragione Pistella, ha ragione la Moratti? Questi qui che vogliono?
Qualche anno fa, cioè nel 2003, dopo un primo incontro al Cnr, organizzato da un gruppetto di noi,
ci venne in mente che una cosa che si poteva fare per la pubblica informazione era quella di
introdurre alcuni elementi di storia patria, che tutto sommato sembra che generalmente sia
apprezzata. Perlomeno ci sono alcuni personaggi importanti che spesso dichiarano di apprezzare
questo, per esempio i Presidenti della Repubblica. Sia Carlo Azeglio Ciampi che Giorgio
Napolitano di recente hanno detto di apprezzare il fatto che nella storia di Italia ci siano attività di
ricerca, nel settore delle scienze, che val la pena di valutare e rivalutare. Io sono stato molto
contento, quando ho sentito questi pronunciamenti, sia in passato che di recente. A quell’epoca
avevamo ideato una cosa, che poi si fece, ma di cui abbiamo ancora le relazioni, e che avevamo
intitolato “Un passato da salvare”. Perché quello che avevamo capito era che i berluscones
avevano questo difetto gravissimo, che erano persone di una ignoranza mostruosa, non sapevano
che cosa c’era in questo paese, a parte le aziende, la pubblicità e le televisioni, insomma, non
avevano la più pallida idea. In quel convegno venne un sacco di gente, qualcuno è scomparso,
purtroppo, per esempio c’era Paolo Silos che raccontava quello che era successo di importante nel
settore dell’economia. C’erano persone che parlavano del settore geologico e sismologico, c’erano
persone che parlavano della chimica, che è una delle cose da guardare con la lente di
ingrandimento per capire bene come è fatta la chimica italiana, su cui qualche perplessità avrei
anche io. C’era chi parlava della fisica, dell’informatica, insomma, di tutto quello di cui si poteva
parlare. Da quello che si capiva, in tutto il Novecento, nonostante le difficoltà gravi della cultura
nazionale c’erano degli elementi di grandissima qualità, elementi che ci avevano consentito di far
parte di quella comunità sovranazionale che vi dicevo prima. Perché, per stare nella comunità
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sovranazionale, quella degli scienziati senza etichette nazionali, bisogna essere accettati, c’è poco
da fare.
Qui si parla tante volte di valutazione, ma poche volte io ho visto casi così straordinari di
valutazione spontanea, come quella che viene espressa nella comunità scientifica internazionale.
È un meccanismo quasi ovvio di promozione interna, pieno di piccole storture, anche di conflitti di
tipo internazionale. Uno dei crucci che potremmo avere, di cui per esempio posso parlare con
facilità per quanto riguarda la fisica, è il numero di Nobel rubati al nostro paese, che non abbiamo
mai difeso con la dovuta intensità, un numero enorme, a cominciare dal famoso esperimento
Conversi – Pancini – Piccioni che non ha mai preso il Nobel anche se è l’inizio della fisica detta
“delle alte energie, o Bruno Pontecorvo, che non prese il Nobel perché era andato in Unione
Sovietica; Bepo Occhialini; Bruno Rossi; Oreste Piccioni. È vero che Emilio Segre aveva preso il
premio Nobel per l’antiprotone, ma l’antiprotone era uno scherzo in confronto all’antineutrone.
Oreste Piccioni provò sperimentalmente l’esistenza dell’antineutrone: niente Nobel. Bruno
Tuschek… tutti i laboratori del mondo, in questo momento in cui si fanno alte energie, hanno un
anello di accumulazione. Bruno Tuschek, se prendete un libro americano, sulla storia della fisica
contemporanea, andate a guardare sull’indice analitico, Tuschek non c’è, si dice che gli anelli di
accumulazione sono stati scoperti in Francia. Insomma, ci sono una quantità di cose nella
comunicazione che vanno rimesse a posto. L’opinione pubblica non sa nulla di tutte queste cose, e
invece potremmo fare molto. Siccome sono diventato molto vecchio e la mia creatività si è ridotta a
zero io mi sto dedicando a corpo morto alla storia della fisica, alla storia delle scienze, perché
penso che questo possa anche influire in qualche modo sull’attività didattica, sull’insegnamento, e
così via.
Nel guardare il panorama generale della situazione nella quale ci troviamo, mi sono accorto che è
vero che la comunità scientifica italiana, tutto sommato, è ben inserita nella comunità
sovranazionale, cioè in questa comunità allargata in cui più o meno ci conosciamo tutti, o
perlomeno corrispondiamo con estrema facilità sulle idee che maggiormente ci interessano. Però
la struttura della attività scientifica nel nostro paese è una struttura assolutamente anomala, è
diventata più anomala di quanto potesse esserlo prima. Mi pare che la riflessione su questo non
stia venendo fuori, devo dire, con molto dispiacere, nemmeno sulle gazzette della nostra parte,
anche se molto spesso parlandone con l’attuale Ministro, con Fabio Mussi, mi rendo conto che è
cosciente di questo, però la gente non sa che cosa sta veramente succedendo.
Quindi fatemi spendere due parole su questa anomalia della struttura organizzativa, chiamiamola
così. Dunque, ci sono due tronconi, che sono la ricerca pubblica e la cosiddetta ricerca privata, la
ricerca nel settore industriale. La ricerca pubblica tutti quanti siamo convinti che debba essere,
appunto, finanziata da denaro pubblico, e non sottoposta a vincoli di sorta, ma il vincolo più
importante da eliminare è quello che influisce sulla possibile trasparenza. Uno dei problemi della
ricerca privata è quello della trasparenza; invece, nel caso della ricerca pubblica, la ricerca
pubblica deve essere, per ragioni di principio, completamente trasparente. La trasparenza
garantisce automaticamente la valutazione dei pari, come si dice, cioè se una cosa contiene delle
fesserie, questo viene immediatamente a galla. Molto spesso gli sbagli possono essere anche
intelligenti, non dico di no, però l’importante è accorgersene, valutarli e dichiarare come stanno le
cose. Quindi non è che gli sbagli non si facciano, anzi gli sbagli vanno fatti in pubblico, è un
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requisito essenziale e in qualche caso ci sono delle lobbies che cercano di affrancarsi da questa
valutazione. Se volete io sono pure disposto a fare nome e cognome, non ho nessuna remora su
questo, sono pronto a fare dei nomi, specialmente cominciando dalla fine dell’alfabeto, dalla lettera
Z per intenderci…
La ricerca pubblica, quindi, produce un certo numero di risultati che vengono a conoscenza del
pubblico, il quale però non li sa leggere, ma, insomma, sono a disposizione di chi ha voglia di fare
la fatica di capire. Viene finanziata, e non voglio fare lagnanze sui soldi, che pure ci sarebbero da
fare a bizzeffe, viene finanziata con una certa cifra che in questo momento, con questa finanziaria,
con questo governo, è la metà del finanziamento che va alla privata. Ma quello che si intende per
ricerca privata, generalmente è ricerca di mercato: 700 milioni alla ricerca di mercato, contro 350 –
sto dicendo numeri all’ingrosso – nella ricerca di base.
Quando era Ministro Luigi Berlinguer aveva messo in piedi una commissione di cui facevano parte:
Patrizio Bianchi, Angela Iraghi, io, Bruno Trentin, c’era un certo numero di persone, e avevamo
fatto una prima indagine sul livello di comprensione dei problemi delle tecnologie avanzate da
parte degli imprenditori. La parola analfabeti è insufficiente per qualificare il grosso di questi
personaggi, eppure sono quelli che governano l’economia del paese. Naturalmente su un
imprenditore analfabeta non c’è controllo, decide lui, e che cosa decide? Cerca di fare delle cose
che gli danno dei profitti a breve. Vogliamo fare ricerca per l’innovazione tecnologicamente
avanzata? Non se ne parla nemmeno: tempi lunghi, profitti non ce ne sono, nemmeno sentirne
parlare.
Allora avevamo discusso su che cosa fare, ed era venuto fuori intanto che nel paese manca, un
po’ anche per colpa delle facoltà di ingegneria, una figura professionale importante, che viceversa
in altri posti del mondo si trova come una figura centrale. Eppure, nel famoso passato da salvare,
l’abbiamo avuta questa figura, ed è la figura del cosiddetto sistemista. Che cosa è un sistemista?
Un sistemista è una persona che ha studiato abbastanza per capire quello che c’è nella letteratura
scientifica, e quindi capisce i risultati, ma non è lui un operatore che produce questi risultati, lui li
mette insieme per fare una cosa che non c’era prima: uno strumento, un apparecchio, per
introdurre una tecnologia che non c’era prima.
Questo sistemista, in paesi civili, ha dei gruppi finanziari a cui rivolgersi, un po’ diversi dalle nostre
maledette banche. Ha i gruppi finanziari che maneggiano i capitali di rischio, “venture capitals”
come vengono chiamati nel linguaggio internazionale degli economisti, e questi hanno un buon
gruppo di consulenti a cui dare da valutare le proposte dei sistemisti. I consulenti le valutano, e in
paesi come la Francia o gli Stati Uniti, su dieci proposte che vengono valutate positivamente, otto
in media non producono grandi profitti, ma due fanno profitti con cui il gruppo finanziario si
risarcisce di qualunque altro investimento meno fortunato.
Naturalmente la chiave di volta di questo sono i consulenti. Ora, pretendere, morattianamente,
che per esempio il professore universitario, o i ricercatori degli enti, facciano i manager in proprio,
che vadano a lavorare per l’industria, è una follia.
E qui in Italia ….ci sarebbero i capitali per fare queste cose.
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Le fondazioni bancarie hanno in tasca capitali per tre finanziarie, hanno in mano ottanta miliardi di
euro, e ne fanno un uso discrezionale, per attività culturali. Così quei fondi vengono usati per cose
che la maggior parte di noi non sa né che sono né come vengono decise, e poi si fanno drammi
non per gli ottanta miliardi delle fondazioni bancarie, ma per i trecento milioni della ricerca in Italia.
Ma vi rendete conto? …come se quelli non fossero soldi nostri. Ma da qualcuno arriveranno questi
ottanta miliardi delle fondazioni bancarie! Nessuno sa spiegarmi come fanno le fondazioni bancarie
a arrivare a ottanta miliardi. Ovviamente sono i soldi che vengono dalle banche. Ci sono i
regolamenti, ma si guardano bene dal metterli in piazza.
Allora, ammetterete che c’è qualcosa che non va.
Dicevo, c’è una massa di analfabeti che gestisce i problemi della produzione. Naturalmente ci sono
anche i grandi manager, per carità, ma c’è Pistorio, e ditemene un altro…. C’è Pistorio, ma non
può bastare un Pistorio per fare una grande industria italiana. C’è un numero enorme,
spropositato, di piccole e medie imprese che non ci pensano nemmeno lontanamente a fare cose
un po’ avveniristiche, cose che ci permetterebbero di competere o con i cinesi o con gli indiani.
Questi gruppi non assumono una persona veramente colta, una. Eppure insisto, noi, il grande
sistemista, l’abbiamo avuto, è uno dei migliori esempi della storia, si chiamava Guglielmo Marconi.
Più sistemista di quello! Ma vi rendete conto? Un autodidatta, che aveva imparato a leggere la
letteratura scientifica, che aveva capito che il signor Herz aveva inventato i poli elettromagnetici,
che poi sono le antenne, che il signor Popof aveva costruito delle antenne con le quali aveva fatto
un rilevatore di fulmini. Non era poco. Marconi aveva capito che c’era questa roba. Poi c’era un
omino, un professore di liceo, Temistocle Calzetti Onesti. L’avete mai sentito nominare?
Temistocle Calzetti Onesti era un grosso personaggio delle tecnologie italiane, aveva inventato il
coherer, era una galena, insomma, con cui si faceva un rivelatore di onde elettromagnetiche. Non
basta, il signor Marconi era in grado di leggere i lavori del signor Ivissyd, un inglese, il quale aveva
teorizzato che gli strati alti dell’atmosfera fossero ionizzati dall’ultravioletto, e che la presenza di
elettroni liberi ad alta quota fungeva da specchio delle onde elettromagnetiche. Per cui, grazie alla
riflessione sugli strati alti, si potevano fare le trasmissioni intercontinentali. Se voi guardate i
giornali d’epoca, io sono andato a guardarli, Marconi era celebrato come quello che aveva salvato
più vite umane, perché a quell’epoca si naufragava spesso con le navi, e improvvisamente “SOS
SOS” veniva trasmesso per via radio alle antenne a terra, mandavano il soccorso e la gente veniva
salvata in alto mare dall’invenzione di Marconi. Marconi era un italiano trattato malissimo dal
sistema italiano; se ne andò in Inghilterra e fece la Marconi Wireless, che esiste ancora, e forse è
l’unico grande sistemista che noi abbiamo avuto in Italia, è un sistemista esemplare. Ma se voi
leggete, e ve lo suggerisco perché è una lettura interessante, la storia della Bell Telephone
Company., è una storia da lasciare a bocca aperta, un laboratorio enorme che lavorava su
problemi di valvole per telecomunicazioni. insomma, un’industria che faceva ricerca avanzata con i
soldi suoi, non con i soldi pubblici, come questi disgraziati in Italia che ci fanno ricerche di mercato.
Vogliamo mettere riparo in qualche modo? Io penso che una cosa assolutamente essenziale per
raggiungere dei livelli decenti, sostenibili, comprensibili dall’opinione pubblica, sarebbe quella di
aprire finalmente un tavolo quasi permanente, in cui tutto il sistema confindustriale e il sistema
della ricerca pubblica si confrontano, e se le cantano e se le dicono in faccia anche duramente,
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con reciproco vantaggio. Anche la ricerca pubblica campa meglio se le tecnologie sono sviluppate,
questo è fuori dubbio, ma questo non vuol dire che le debba sviluppare da sé.
Insomma, tutte queste cose vanno portate in piazza, vanno portate in piazza con una
documentazione forte, vincente, con una documentazione che permetta di stimolare proposte di
cambiamento. Qui, se noi non ci muoviamo da una tradizione di immobilismo e separatismo, e se
continuiamo a vivere in questo paese fatto a tronconi, di pezzi in cui da una parte c’è una estrema
difesa delle prerogative accademiche, dall’altra una estrema difesa del capitale in mano a persone
che ne dispongono come vogliono, di governi che o ideologizzano le cose, o non riescono a
decidere sul tipo e sulla natura dei provvedimenti, che sono sottoposti a spinte di tutti i possibili
tipi…. siamo all’ultima occasione possibile. Il governo attuale a me sembra l’ultima occasione
possibile per liberarsi da un modo di operare dell’Italia, degli italiani, da cui ci dobbiamo staccare,
ci dobbiamo staccare in fretta.
Quindi bisogna usare tutti i mezzi di comunicazione per spiegare alla gente come stanno le cose,
in modo realistico, in modo convincente, con esempi, facendo riferimento a cose che sono state, a
cose che potrebbero essere, parlando di proposte, apertamente. Io credo che una certa vivacità
nel popolo ci sia ancora, un certo desiderio di capire sia ancora in piedi. Be’, attiviamolo. Grazie.
Manuela Giovannetti
Ordinario di Microbiologia, Università di Pisa, Coordinatore della Banca del Germoplasma IBG
"International Bank of Glomeromycota"
“La scienza e la paura delle biotecnologie”
Io ringrazio prima di tutto Proteo per avermi dato l’occasione di parlare di un argomento sul quale
imperversa l’ignoranza, e di cui quindi cercherò di far capire alcune cose: le biotecnologie. Partirei
dalla definizione di biotecnologie che ha dato la Federazione Europea dei Biotecnologi. La
definizione, un po’ arida, è questa: “la biotecnologia è l’uso integrato di microbiologia, biochimica e
ingegneria, al fine di realizzare l’applicazione industriale delle capacità potenziali di microrganismi,
cellule o parti di essa”. Cosa vuol dire? Vuol dire che la biotecnologia è strettamente connessa
all’applicazione industriale, all’industria, e che alla base della biotecnologia, per molti anni, ci sono
stati microrganismi; adesso anche cellule o parti di essa, però all’inizio delle biotecnologie, gli
organismi che erano alla base di questa erano i microrganismi. La parola microrganismi è già
legata a una paura, perchè la parola microbi è quasi sempre collegata alla parola germi, cioè si
pensa al microbo e si pensa alla malattia.. Faccio un esempio che è tratto da Repubblica di
qualche mese fa, citava: “La cravatta è un covo di batteri, medici non indossatela più”. Innanzitutto
“covo di batteri”, come covo di ladroni, covo di vipere, quindi il batterio è una cosa negativa. Un
altro esempio: l’Ansa citava un articolo di febbraio del 2006, e riportava: “Milioni di batteri sui sedili
della metropolitana di Londra”. Sfido, per forza che ci sono, mi meraviglierei che non ci fossero.
Però si gioca sulla paura e sull’ignoranza. Poi ancora citava: “Dai virus influenzali a quelli della
tubercolosi, allo stafilococco aureo resistente alla penicillina, il micidiale superbatterio che
imperversa negli ospedali del Regno Unito”. Prima di tutto, imperversa dappertutto, poi battezzarlo
“superbatterio”… insomma… Poi ancora “Alcuni dei batteri annidati sui sedili della metropolitana di
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Londra, che ha individuato sugli stessi oltre tre milioni di microbi”. Che cosa vuol dire “tre milioni di
microbi”? Vuol dire… niente, perché in un grammo di sporco, di qualunque sporcizia, ci sono dei
miliardi di microrganismi. Quindi che ci siano tre milioni di microbi… poi, dove? In un centimetro
quadrato, in un sedile, in tutta la metropolitana. L’ignoranza quindi è già nei nostri mass media.
Dicevo, c’è una paura ancestrale legata ai microrganismi e alla parola microrganismo, ce
l’abbiamo nella nostra storia perché basta pensare alla pesta nera del Medioevo, alla peste dei
Promessi Sposi, a Manzoni, a Camus, quindi abbiamo dei ricordi, ancestrali, di paura, fino
all’influenza spagnola che, molto prima dell’Aids è stata la vera prima malattia globale, che ha fatto
cinquanta milioni di morti. Quindi una paura fondata su qualcosa, sicuramente. Anche il nostro
immaginario fotografico è pieno di film dove si istilla la paura dei microrganismi, anche quando
questi microrganismi sono utili e salvafici per gli esseri umani. Per esempio, prendiamo la Guerra
dei Mondi, dove avevamo avuto l’invasione degli alieni e questi alieni poi muoiono perché sono
attaccati dai nostri microrganismi a cui non erano abituati. E in effetti Georg Wells nel suo libro già
lo diceva, diceva appunto: “Sparsi per ogni dove c’erano i marziani morti, uccisi dai bacilli della
putrefazione e del contagio, contro i quali i loro organismi non erano preparati”. Salvifici ma pur
sempre bacilli della putrefazione e del contagio. Anche in questo caso Wells, insomma, non è
precisissimo, però questa è l’idea che abbiamo dei batteri, dei microrganismi: bacilli, putrefazione
…
Su queste paure molte persone hanno giocato, e io ricordo solo quel signore che all’Assemblea
delle Nazioni Unite aveva agitato una provetta che a suo dire era piena di antrace – io non so cosa
ci fosse veramente - e disse che appunto un cucchiaino di questa polvere aveva costretto il
Senato degli Stati Uniti a chiudere nell’autunno del 2001. Quindi fece una gran paura al mondo,
voleva da tutti l’autorizzazione a fare una guerra, e una delle cose che diceva era che l’Iraq aveva
dichiarato ottomila cinquecento litri di antrace, invece secondo lui ne aveva venticinquemila litri.
Poi non sono stati trovati, ma questo è un altro discorso. Quindi sulla nostra paura giocano anche i
politici, eccetera.
Allora cerchiamo di capire se davvero dobbiamo aver paura, prima di tutto degli organismi e poi
delle biotecnologie. Le specie di microrganismi dannosi sono pochissimi, mentre centinaia di
specie sono utili, benefiche, e noi le usiamo tutti i giorni, ce le mangiamo tutti i giorni, proprio con le
biotecnologie. Perché le biotecnologie sono state utilizzate da millenni per produrre, senza
conoscere che stavamo utilizzando biotecnologie. Così, senza aver mai visto microrganismi
perché i microrganismi sono stati visti per la prima volta nel 1600, questi si usavano per produrre
cibo, come pane, formaggio, yogurt, per produrre bevande come vino e birra, e anche farmaci,
antibiotici, cortisone, eccetera. Quindi, i primi cibi biotecnologici sono stati il vino e il pane, e la
birra. Già i sumeri, tremila anni prima di Cristo, avevano imparato a utilizzare microrganismi per
produrre il formaggio, per esempio. Non starò qua a farvi l’esempio di tutti i cibi e di tutto, ma solo
una breve carrellata. Vi mostro un bel bassorilievo che era conservato nel museo di Bagdad, non
so se ci sarà ancora, dove appunto i Sumeri raccontavano come si fa a fare il formaggio. Solo per
tornare ai nostri bacilli, che non sono quelli della putrefazione del contagio, ma sono microrganismi
utili, faccio solo l’esempio del formaggio, uno per tutti. Pensiamo alle centinaia di formaggi che noi
mangiamo tutti i giorni, e facciamo una fettina sottilissima, per esempio del grana, che ha dentro
delle micronicchie. Nelle micronicchie del grana noi troviamo i bacilli, che danno la maturazione al
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formaggio e conferiscono a questo tutti i sapori e le proprietà organolettiche che ne fanno una
prelibatezza. Poi, solo per fare un altro esempio di utilizzazione di microrganismi, oggi noi siamo
assaltati dalle pubblicità di questi probiotici, latti fermentati, yogurt, che sono prodotti coi
microrganismi. Però, vedete, nell’etichetta è scritta una parolina magica, non si parla di batteri e di
bacilli ma si parla di fermenti: otto fermenti probiotici, vivi ed attivi. Benissimo, questi non fanno
paura: la parola “microbi” fa paura, la parola “fermenti” no. L’industria ha approfittato di questo,
tanto è vero che ci ha fatto poi accettare un altro microbo, che era, insomma, un po’ ostico, un
microrganismo scoperto da non tantissimi anni, si chiama “bifido” e ce l’ha fatto raccontare da una
bella ragazza, da Alessia Marcuzzi, che ci dice: “Io ho io il mio bifido che mi aiuta”. Certo, questo è
un bifido batterium, è importantissimo per noi, e lei ci ha raccontato, ci ha fatto conoscere questo
bifido, addirittura, appunto, a lei la riesce a mettere in regola, è un amico. Se andiamo a leggere
l’etichetta di questi prodotti, leggiamo ancora la parola “fermenti”. Quindi, il prodotto microrganismo
contiene una combinazione di miliardi di fermenti vivi e attivi. Ci danno i nomi, e poi ci dicono che
ce ne sono, in ogni vasetto, quaranta miliardi, sempre di fermenti vivi e attivi, e in questo modo noi
ce li mangiamo, ce li beviamo tutti i giorni perché non ci fanno paura. Qualcuno si può chiedere:
“Ma è vero che questi probiotici sono utili?”. Faccio solo vedere una copertina recentissima di
Science dove il nostro intestino, dove vivono questi microrganismi, è stato addirittura chiamato
“The tube of life”, quindi il tubo della vita che noi abbiamo, che è il nostro intestino, dove vivono dai
dieci ai centomila miliardi di microrganismi, il cui genoma è stato metasequenziato, diciamo così, è
stato fatto il metagenoma di questi microrganismi ed è stato trovato che possiedono cento volte più
geni di quanti ne possediamo noi. Quindi noi siamo proprio un organismo in simbiosi. Solo per
curiosità direi che il peso di questi organismi è circa un chilo e due. Poi, per chiudere sulla
utilizzazione e sui motivi per cui se ne parla tanto, c’è il fatto che l’Europa ha speso 15 milioni di
euro, dal ’95 al 2004, nella ricerca relativa a microrganismi e in tutto il mondo il mercato dei
probiotici vale circa 6 miliardi di dollari. Quindi i microrganismi,: non ci fanno più paura quando li
abbiamo battezzati in un modo speciale, li abbiamo chiamati “fermenti”. Ovviamente, le
biotecnologie che sono state, appunto, utilizzate da noi per produrre cibi e bevande, sono anche
alla base, da cento anni circa, di produzioni industriali che riguardano sostanze farmaceutiche.
Farò l’esempio solo della penicillina e del cortisone, ma sono centinaia le sostanze farmaceutiche
che sono prodotte attraverso le biotecnologie. L’esempio della penicillina è proprio adatto per
ritornare alla definizione di biotecnologie. In effetti, dai tempi di Fleming che scoprì il penicillium,
capace di produrre la penicillina, l’industria ha fatto molti passi avanti. I primi ceppi producevano
pochissima penicillina, cinquanta milligrammi per litro, e l’utilizzazione della genetica e della
microbiologia, ha fatto sì che poi si avessero dei ceppi che ne producevano mille volte tanta. Le
scienze ingegneristiche hanno migliorato il processo produttivo, hanno migliorato i fermentatori e
hanno abbassato i costi di produzione. Non è uno scherzo che la penicillina in pochi anni sia
passata, a quel tempo, da diecimila lire al grammo a trenta lire al grammo. Questo dà un’idea
dell’importanza industriale. Lo stesso si può dire del cortisone. Pensate che il cortisone veniva
estratto dalla bile bovina e per fare un chilo di cortisone occorrevano seicento chilogrammi di un
acido che appunto si estraeva dalla bile. Dopo che si scoprì che alcuni microrganismi, in
particolare erano delle muffe, erano capaci di trasformare gli steroidi in cortisone, il prezzo del
cortisone passò, in due anni, dal ’49 al ’51, da duecento dollari a dieci dollari al grammo. Questo
per dire quanto sono stati importanti i microrganismi e le biotecnologie anche per la produzione di
sostanze farmaceutiche. A partire dagli anni settanta del secolo scorso, a queste, che io definirei le
biotecnologie classiche, si sono aggiunti altri tipi di biotecnologie, con l’ingegneria genetica che
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permette di trasferire i geni da un organismo a un altro. Quindi abbiamo nuovi microrganismi che si
chiamano “transgenici” perché hanno geni diversi, oppure “organismi geneticamente modificati”.
Anche in questo caso, come nel caso delle biotecnologie classiche, le nuove biotecnologie,
l’ingegneria genetica ha prodotto delle molecole fondamentali per la cura di molte malattie,
cominciando dall’insulina, fino ai vaccini, o agli interferoni. L’esempio dell’insulina è un esempio
classico perché è dal 1982 che centinaia di migliaia di diabetici in tutto il mondo usano l’insulina.
Siamo riusciti a prendere geni che producevano insulina nelle cellule del pancreas e trasferirli in un
batterio, che si chiama “escherichia coli”, un bacillo, e questo batterio l’abbiamo coltivato nei
fermentatori industriali, che sono molto simili ai fermentatori in cui si fa la birra, e questo è
diventata una macchinetta che per noi produce insulina. Quindi, se pensiamo al mondo delle
biotecnologie, abbiamo le biotecnologie classiche, all’interno di queste biotecnologie classiche
troviamo un pezzetto che riguarda l’ingegneria genetica, sempre prodotta, però, da industrie
farmaceutiche.
La discussione mondiale si è accesa quando, dalla clonazione di microrganismi come l’escherichia
coli, di cui parlavo prima, si è arrivati alla clonazione di organismi superiori.
Il tema invece di cui sono più esperta, e di cui parlo, è quello che è stato comunque al centro del
dibattito mondiale e che riguarda, appunto, le piante geneticamente modificate, cioè, quando dalla
produzione in un ambiente confinato, come era quello delle industrie farmaceutiche, si è passati
alla coltivazione in campo aperto, e successivamente alla produzione di cibo transgenico. Anche
qui abbiamo avuto a che fare con le paure perché quello che mangiamo ci interessa molto da
vicino, perché queste piante che producevano cibo, dovevano fare da cibo per noi, e anche perché
poi venivano coltivate in campo aperto e quindi ci potevano essere dei problemi di diffusione dei
transgeni nell’ambiente. Tanto per avere un’idea, dal ’94 ad oggi è stata autorizzata la coltivazione
in molti paesi di queste piante e vediamo che nel ’96 eravamo a 1,6 milioni di ettari, nel 2005,
l’ultimo dato che abbiamo, nel mondo si coltivano 90 milioni di ettari di queste piante. I paesi che
ne producono di più sono gli Stati Uniti, l’Argentina, il Brasile e il Canada, seguiti e tallonati dalla
Cina. Le piante importanti sono quattro: la soia, il mais, il cotone e il canola, che è il colza. Però, la
pianta che in assoluto è la più coltivata, quasi sessanta milioni di ettari di questi novanta, è la soia
transgenica. Qualcuno si potrebbe chiedere perché proprio la soia, non che ci siano tutti questi
vegetariani nel mondo. La soia è coltivata perché viene data da mangiare agli animali per fare
bistecche e gli hamburger. Vediamo invece quali sono le modificazioni genetiche che hanno avuto
più successo. Sono due tipi, fondamentalmente, quelle che rendono le piante capaci di resistere
agli erbicidi, e quella che rende capaci le piante di produrre delle tossine che sono in grado di
uccidere gli insetti, i parassiti, e quindi di resistere. La pianta transgenica in assoluto più coltivata
nel mondo, oltre i sessanta milioni di ettari, è la soia resistente agli erbicidi. Poi abbiamo un
pochino di mais, con la resistenza agli erbicidi. Varie organizzazioni di cittadini, consumatori, riviste
scientifiche, associazioni di scienziati, si sono posti domande relative ai rischi. Le domande sono
state fondamentalmente due: uno, i rischi per la salute legati al consumo di cibo transgenico e,
due, i rischi per l’ambiente legati alla coltivazione in campo aperto delle piante geneticamente
modificate.
Prima la Food and Drug Amministration negli Stati Uniti, e poi successivamente l’Agenzia Europea
Elsa, hanno stabilito un principio che è chiamato “di sostanziale equivalenza”. È un principio che
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mette allo stesso livello, rende uguali sia le piante transgeniche che le piante non trasformate,
isogeniche, che abbiano la stessa composizione chimica. Quindi si fa un’analisi del contenuto in
proteine, grassi, zuccheri, vitamine e quant’altro e, se sono comparabili, si dice che sono
sostanzialmente equivalenti, e quindi si accettano per il consumo. I dossier sulla sostanziale
equivalenza vengono preparati dalle aziende produttrici – questo non è di secondaria importanza –
e comunque gli studi che vengono fatti per la sostanziale equivalenza sono studi di tipo
agronomico, nutrizionale, ambientale, oppure relativi alla salute umana. Finora un’importanza
piuttosto minore è stata riservata alla caratterizzazione molecolare delle piante e del cibo
geneticamente modificato, all’organizzazione del genoma dopo che si erano inseriti i transgeni.
Devo dire che alcuni scienziati avevano già cominciato nel ’99 a lavorare su questo, perché ogni
volta che un gene è inserito in un organismo, teniamo conto che non si inserisce mai un gene ma
si inserisce sempre un pacchetto di geni, quindi, ogni volta che si fa un organismo transgenico, il
funzionamento delle vie metaboliche fondamentali può essere cambiato. Appunto nel ’99, già
Nature aveva pubblicato un lavoro intitolato “Il metabolismo secondario e i rischi dei transgenici”.
Successivamente i lavori sono andati avanti, e io vi ho portato solo due di quelli che io giudico più
importanti, nel 2003, Macarevic, sulla rivista “Plant Molecular Biology” aveva pubblicato un articolo
dove evidenziava che i transgeni, il costrutto transgenico, tutti i geni che venivano inseriti nella
pianta transgenica subivano dei riarrangiamenti. Questo lo aveva provato in due diverse varietà di
avena, e si rimescolavano alla rinfusa. Aveva addirittura usato un termine: “scramble”, come
scramble egg, quindi uovo strapazzato. Questo è lo schema dello strapazzamento di questi geni,
dei costrutti genici che, inseriti nell’avena, si erano poi riarrangiati. L’altro lavoro che ho portato per
farvelo vedere, è pubblicato su Transgenich Research, che è una rivista che si occupa appunto di
transgenia. Anche qui veniva riportato uno studio fatto sul mais “mon 810” che è un mais della
Monsanto, in cui, dopo l’integrazione dei transgeni, si vedeva che la struttura differiva
notevolmente dal costrutto originario. Questo era stato poi riportato anche dalla Monsanto stessa,
che alla fine ha dovuto cambiare il brevetto perché le piante che aveva ottenuto poi in natura,
coltivandole, erano molto diverse da quelle brevettate. Quindi, io direi che le tecniche di analisi
basate sulla sostanziale equivalenza, dell’Elsa, sono leggermente antiquate, andrebbero
aggiornate con questi ultimi dati.
La Organizzazione Mondiale della Sanità non è stata ferma, si è occupata molto di questo
argomento ed è uscita con un documento intitolato: “Venti domande fondamentali sul cibo
geneticamente modificato”. Una delle domande, la domanda quattro era: come noi possiamo
determinare i rischi per la salute umana. Ovviamente faceva un elenco di rischi diretti, di tossicità,
di allergie possibili, però quello che io ho sottolineato era appunto la stabilità dei geni inseriti. Sulla
stabilità dei geni inseriti non siamo così sicuri, quindi questo è un argomento che, secondo
l’Organizzazione Mondiale della Sanità, deve essere approfondito. Poi ancora la domanda cinque
era: quali sono i principali motivi di paura sulla salute umana e, oltre alle possibili allergie, parlava
di trasferimento genico e di aut-crossing. Ne parleremo tra un po’. Per quanto riguarda il
trasferimento genico, l’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea la possibilità remota – però
esiste - del trasferimento non dei geni che interessano direttamente l’agricoltura, ma dei geni che
vengono inseriti insieme al gene brevettato per ragioni tecniche. Questa che vi mostro è una
piastra dove ci sono degli inizi, degli abbozzi di piantine trasformate, e per capire se la
trasformazione che noi abbiamo fatto in laboratorio è andata a buon fine, abbiamo bisogno di un
sistema che selezioni le piantine trasformate da quelle no. Quindi devo attaccare al gene che mi
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interessa un gene per la resistenza agli antibiotici, perché posso mettere poi un antibiotico su
questa pianta e tutte le piante che si sono trasformate cresceranno perché sono anche resistenti
agli antibiotici. Dunque, noi abbiamo in questo pacchetto anche i geni per la resistenza agli
antibiotici. Giustamente l’Organizzazione Mondiale della Sanità diceva che questo poteva costituire
un pericolo e l’uso di una tecnologia senza i geni per la resistenza agli antibiotici è stata
incoraggiata da esperti della FAO e della Organizzazione Mondiale della Sanità stessa, e tra poco,
tra due, tre anni credo che dovranno essere completamente eliminati e sostituiti con un altro tipo di
tecnologia. Per chiudere sul cibo, mi piace citare un’altra volta la rivista Nature, come sempre
lungimirante, che aveva fatto un articolo intitolato “Beyond sostantial equivalence”, cioè al di là,
oltre la sostanziale equivalenza, dicendo appunto che mostrare che il cibo geneticamente
modificato è chimicamente simile alla sua controparte naturale non è una prova adeguata che sia
innocuo per il consumo umano. Questo lo dice Nature nel ’99, già aveva cominciato a lavorare su
questo, a pubblicare articoli su questo. Per quanto riguarda invece l’altra domanda, qual è l’impatto
delle coltivazioni geneticamente modificate sull’ambiente, non voglio insistere su questo perché
forse siete più interessati al discorso del cibo, però questo è un argomento molto importante. Una
delle domande che si sono fatti gli scienziati è: i geni per la tolleranza agli erbicidi rilasciati in
campo aperto, possono diffondersi originando piante superinfestanti? Gli scienziati di tutto il
mondo hanno lavorato su questi argomenti, ci sono decine di pubblicazioni su riviste
importantissime, anche Proceeding of the National Accademy of Science, e devo dire negli Stati
Uniti più che in Europa perché in Europa abbiamo avuto la moratoria. In Italia soprattutto non
abbiamo potuto lavorare molto. Io ho avuto un progetto finanziato per due anni dal Ministero della
Salute, e ho avuto dei problemi grossi per procurarmi i semi geneticamente modificati, perché
sembra vi sia una legge che impedisce addirittura il trasporto dei semi da una città all’altra. Quindi
non vi dico come ho fatto, però in Italia abbiamo lavorato poco su questo, e anche in Europa. Le
risposte sono state di vario tipo, ovviamente differenti per le varie piante, perché il polline di una
pianta se ne può andare in giro, se la pianta è anemofila, nel senso che ci sono delle piante, come
la brassica, il colza che dicevamo prima, il cui polline transgenico è stato trovato, questo negli Stati
Uniti, anche a tre chilometri di distanza, e capace di essere interfecondo con le piante infestanti
naturali. Questo è un problema, perché se io inserisco un gene per la resistenza agli erbicidi nel
colza, e poi questo mi va a chilometri di distanza e fertilizza delle piante spontanee che sono delle
infestanti naturali, può essere che nascano delle piante superinfestanti, e infatti sono nate, non
solo resistenti a uno a ma tre erbicidi contemporaneamente. I lavori però non hanno riguardato
solo questo tipo di piante, ma per esempio il mais, il grano, e tutti i lavori degli americani, e di
qualche europeo, serviranno a noi europei e a noi italiani per stabilire le distanze a cui potremo
fare la coltivazione delle piante transgeniche. Perché è vero che c’è stata la moratoria, però
adesso, entro il 2006, le Regioni dovranno dirci quali sono le regole, dovranno darsi le regole per
la coesistenza. Quindi dovremo capire, per fare agricoltura tradizionale, agricoltura biologica e
agricoltura transgenica dovremo stabilire delle distanze. Io reputo difficile che per esempio in Italia
si possa mai fare il colza transgenico, però potremo probabilmente fare il mais, perché le distanze
proposte del mais sono due, trecento metri; il grano non ha problemi perché è autogama quindi
potremo avere distanze di zero metri; anche per la soia potremo avere delle distanze piuttosto
basse. Questo delle distanze, ovviamente, non è un tema soltanto scientifico, è un tema industriale
perché costa moltissimo fare i rifugi, che sono obbligatori, costerà anche molto agli agricoltori fare
l’agricoltura transgenica se le distanze sono troppo elevate. Quindi, questa non era una domanda
da poco. L’altra è sempre una domanda della Organizzazione Mondiale della Sanità: qual è la
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probabilità di trasferimento dei geni per la resistenza agli antibiotici dalle piante Ogm agli organismi
del suolo. Ci sono stati alcuni lavori di europei, in questo caso. Una mia collega microbiologa
tedesca ha pubblicato vari lavori sul passaggio di geni da piante transgeniche ai microrganismi del
suolo, che vivono vicini alle radici, e questi geni sono i geni della resistenza agli antibiotici. Anche
in questo caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è preoccupata, perché voi capite bene
che la resistenza agli antibiotici non è un gene che dovrebbe andare molto in giro, perché poi
potrebbero diventare resistenti agli antibiotici non solo i microrganismi del suolo innocui, ma
qualche patogeno che causa malattie a noi umani. Quindi vi ho detto prima che il gene della
resistenza agli antibiotici dovrà sparire nel giro di pochi anni. Mi piace concludere con la copertina
di “Nature” del ’99, che aveva dedicato un fascicolo a discutere degli Ogm, delle culture
transgeniche, vedete che aveva messo in copertina un mais, e la domanda che si faceva già a
quel tempo era: quanto è innocuo quello che, fra virgolette, noi definiamo innocuo? E discuteva di
questo. E poi, proprio per far capire che queste domande sull’ambiente non sono di ambientalisti,
diciamo così, oscurantisti, ma se le sono poste anche riviste importanti, mi piace citare Nature by
Technology, che è molto… by technolgy oriented, quindi è assolutamente a favore delle
biotecnologie, però aveva dedicato, nel 2002, un fascicolo intero all’impatto ambientale delle Ogm
e quindi, in copertina aveva mostrato un bellissimo campo di colza in fiore. Grazie per l’attenzione.
Elena Cattaneo
Dipartimento di Scienze Farmacologiche, Università degli Studi di Milano
“Cellule staminali: Scienza e dintorni”
Sono stata molto stimolata dalle presentazioni precedenti. Sono un ricercatore e un docente
dell’Università di Milano, e vivo molto questi argomenti di scienza e queste discussioni, anche
come un momento di riflessione e costruttivo anche del mio modo di vedere la scienza. Come
penso tutti i ricercatori, sono nata anche io con la curiosità, cioè con la curiosità di impegnarsi su
un argomento, su una molecola, su una cellula, in cui vorresti entrare, quasi fisicamente, per
capire dove è e che cosa sta facendo. Poi, quello che succede in questo percorso, perlomeno è
successo a me, succede con i colleghi del laboratorio, è che questa curiosità ci ha portato su
argomenti e con risultati che ci avvicinavano molto alle malattie umane, alle malattie del cervello, in
particolare alla Corea di Huntington, che è una malattia neurodegenerativa. C’è qui in questa sala
una persona che ha sofferto nella sua vita proprio di problemi associati a questa malattia. Poiché si
parlava di responsabilità sociale, cioè di uscire dalla torre di avorio, è vero che a volte, spesso, ci
chiudiamo con la nostra curiosità, che è già splendida, secondo me, ma quando cominci il contatto
con la malattia e con le associazioni malati, eccetera, è ovvio che cominci a uscire da questa torre
di avorio, e per noi è stato anche abbastanza immediato. Quando poi lavori su argomenti che
toccano aspetti così, eticamente sensibili, ecco che la tua ricerca diventa ancora più pubblica. In
fondo devo, e voglio rispondere di quello che facciamo, perché lo facciamo, magari sottolineando
anche che lo scienziato in fondo è non solo uno scienziato ma anche una persona, è un cittadino,
e come tutti gli uomini ha in sé, credo, i riferimenti etici per definire certi comportamenti. Quindi
tutte le volte, quando apriamo il laboratorio al mattino, si apre la tua vita di responsabilità non solo
scientifica ma anche sociale, anche etica, per cui tu hai a disposizione in fondo la possibilità di
coltivare le speranze degli altri, hai a disposizione finanziamenti di cui devi render conto, insomma,
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il tutto deve quadrare, tenendo anche presente che la scienza è ben più dei risultati che produce,
quindi è una responsabilità sociale perché la scienza per me è un percorso formativo e educativo
importantissimo, è un modo molto rigoroso di criticarsi continuamente. Io lo vivo molto questo
modo di essere da una parte ricercatore e dall’altro una persona che vuole contribuire, soprattutto
in questo campo, a chiarire alcuni aspetti. Penso che, affinché queste due entità, scienza e
società, si parlino sempre e costantemente in modo biunivoco, sia fondamentale quanto è stato
ricordato prima, cioè che la ricerca deve essere libera, deve essere sana, deve essere pubblica e
deve essere trasparente. Forse il concetto principale è “trasparente”, perché se tu sai cosa stanno
facendo gli scienziati, perché lo fanno, con che soldi, eccetera, tu istituzione, se vuoi, puoi
instaurare un dialogo, e in fondo decidere. Le istituzioni decidono se andare in una direzione o
nell’altra, ovviamente ci sarà discussione, ma questa deve essere, secondo me, pubblica e
trasparente. Proprio in questo ambito della trasparenza noi in Italia secondo me soffriamo
moltissimo, perché – e adesso arrivo anche al tema delle cellule staminali – non sono così
convinta che la trasparenza sia totale, anzi, secondo me, manchiamo proprio in questo. Devo dire
che negli ultimi anni la mia percezione, da cittadino non da scienziato, è che ci sia stata una
progressiva caduta di stile, da parte di diversi ambienti, proprio nell’accettare questo conflitto di
interesse continuo, c’è questo guardare alla scienza un po’ per tirarla per la giacchetta da una
parte e dell’altra. Ecco, quello che ho sofferto e soffro ancora adesso è sempre questo continuo
tentativo di alcune istituzioni, delle istituzioni, non voglio dire governo di destra o governo di
sinistra, comunque di manovrare la scienza. C’è questa percezione. Perché è vero che la scienza
fa paura, perché in fondo la scienza qualcuno può tentare di ingabbiarla, la possiamo rallentare ma
alla fin fine è libera. La scienza non si piegherà mai a niente perché la scienza è basata sui risultati
e possiamo così sperare, o cercare, di contrastare la ricerca sulle cellule staminali embrionali ma,
se ci saranno risultati in quelle direzioni, i risultati parleranno. Così per gli Ogm, così per… quindi è
questa paura del risultato, che possa opporsi a un’idea preconcetta, che veramente forse
sconvolge.
Vorrei infatti adesso far degli esempi specifici, citando la scienza e la scienza sulle cellule
staminali, di come chiaramente la società può influire sui ritmi della ricerca e della scienza.
Sappiamo che può influire con delle leggi, l’abbiamo visto con la legge sulla fecondazione in vitro. I
ricercatori italiani, con quella legge, perlomeno dovranno rinunciare a mettere in atto alcune delle
loro proposizioni e alcune delle loro sperimentazioni, volte magari a trovare dei metodi più ideali
per derivare cellule staminali embrionali da queste strutture blastocisti così controverse: chi dice
che è persona umana, chi dice che è un ammasso di cellule. La legge comunque ha già detto che,
a prescindere da come la pensiamo su questo argomento, quello step di ricerca, di derivazione
delle cellule, da queste blastocisti che resteranno nei freezer, destinate al congelamento
distruttivo, questo step noi non lo possiamo fare, meglio buttarle o lasciarle congelate per sempre.
Io non è che volessi fare quel tipo di step di ricerca, ne volevo fare altri, ma a prescindere da come
la pensiamo qualcuno ha già deciso, e quello non si può fare. C’è la legge e la legge limita questa
possibilità di ricerca. Ci sono altri modi, secondo me, ancora più subdoli, come quello, per
esempio, di creare un clima di ostilità verso i ricercatori che magari che si pronunciano in un modo
o nell’altro, e magari un clima invece di apertura per quei pochi ricercatori, ci sono anche in Italia,
che si fanno addomesticare, quindi un clima di non tranquillità e non facilità. Un altro modo per
manovrare, sicuramente in modo vistoso, la ricerca, è quello di manovrare la leva dei
finanziamenti. Ecco perché penso che la trasparenza nella ricerca pubblica sia sicuramente un
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chiodo su cui battere. Vi faccio un esempio semplicissimo: in Italia abbiamo una legge che ci dice:
voi non potete far quello step di derivazione delle cellule embrionali da questa blastocisti, ma
questa legge non dice se possiamo o no lavorare su quelle già derivate. Cioè, se il mio collega in
Francia o in Inghilterra ha derivato lui, per i suoi scopi, delle cellule embrionali, staminali, il mio
laboratorio è stato uno di quei laboratori che ha chiesto di poter importare queste cellule e di
poterci lavorare. Quindi di fatto la legge non mi impedisce di importare. Poi a giugno c’è stata
questa campagna, mossa non si sa da chi, secondo cui sembrava che questa cosa fosse illegale,
quindi noi abbiamo dovuto dire: no, guardate che è perfettamente legale importare perché la legge
non lo impedisce. Ebbene, però siamo fortemente limitati, sapete perché? Perché in Italia non c’è
un soldo per la ricerca sulle staminali e embrionali. Quindi, vedete, a fronte anche di una legge che
non impedisce una ricerca, si blocca o si rallenta quella ricerca semplicemente non mettendo i
finanziamenti a disposizione. I finanziamenti pubblici per la ricerca, e molti anche di molte
fondazioni, devo dire, escludono il finanziamento della ricerca sulle cellule staminali embrionali
umane, già derivate, già messe in cultura, fatte da altri ,nell’ambito di leggi ovviamente permissive
degli altri Stati. Perché c’è questa idea della complicità indiretta, quindi meglio non affrontare,
meglio starne fuori. È ovvio che c’è anche comunque una responsabilità forte nell’andare in questa
direzione, perché, io lo dico sempre, dovremmo rinunciare un domani a qualsiasi beneficio venga
fuori da queste ricerche. Oppure, dico anche, il mio laboratorio lavora su entrambe queste cellule,
sia le embrionali che le adulte, quindi da ricercatore non ho nessun preconcetto a favore dell’uno o
dell’altra. Però, siccome si è creato questo preconcetto, si deve dire: noi non finanziamo, allora
non dobbiamo beneficiarne. Bisogna anche far sì, e questo è molto difficile da attuare, che i
ricercatori che lavorano sulle staminali adulte, con i finanziamenti pubblici italiani, non beneficino
neanche mai delle scoperte altrui sulle cellule staminali embrionali, che chiaramente crossfertilizzano il campo. Ma la ricerca non è a compartimenti stagni, non è che io lavoro sulle cellule
staminali adulte e non leggo Nature quando viene fuori un articolo sulle cellule staminali
embrionali. Quindi è l’irrazionalità più assoluta, questa, ma che è stata messa in atto, e voglio farvi
vedere in quali forme, perché poi è vero che ci condizionano. Le staminali, lo abbiamo già capito,
sono di due tipi, uno sono le staminali adulte, che sono presenti nei tessuti differenziati a partire
dall’età fetale. Ci sono cellule staminali adulte, quindi, nel feto, e ci sono cellule staminali adulte nei
nostri tessuti, nella nostra pelle, nel sangue. Queste cellule staminali adulte del sangue sono
quelle che garantiscono la sostituzione degli elementi cellulari, che nel sangue si rifanno ogni
trenta giorni, sessanta giorni, è come se fosse un serbatoio che ci portiamo dietro. Alcuni tessuti
nostri hanno tante di queste staminali, altri tessuti, come il cervello, ne hanno poche, tant’è che
quando ci sono malattie neuro degenerative non è che noi abbiamo la nostra riserva di staminali,
per rifare i neuroni che sono morti. Anche perché è difficilissimo, questi neuroni non è che devi
solo rifarli e poi possono andare liberi nel cervello, si devono riconnettere l’uno con l’altro, il
cervello è complicatissimo. Questo è il panorama delle cellule staminali adulte e alcune di queste
staminali adulte per alcune malattie sono oggi efficaci. Alcune malattie del sangue, le leucemie,
sono curate con le staminali adulte, quindi non possiamo prescindere dalla ricerca sulle staminali
adulte. Le staminali embrionali invece vengono prima, cioè sono quelle che stanno dove c’è
l’ovocita fecondato che poi arriva a questo stadio di blastocisti, è una masserella piccolissima di
cellule, che appunto per una parte della società è già persona umana, e secondo altri no, qui
nasce la controversia, perché queste cellule staminali embrionali, che ci interessano così tanto,
stanno proprio qu,i nella blastocisti.
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Quindi è una popolazione di cellule transiente, che sta lì solo in quel momento; per ricavare
queste cellule embrionali che ci interessano così tanto bisogna distruggere la blastocisti. Chi
considera che la blastocisti è persona umana, ovviamente vede questo come un omicidio. Perché
ci interessano queste cellule staminali embrionali? Perché queste sono le staminali vere e proprie,
questa è la madre di tutte le staminali, queste cellule hanno tutti i segreti che portano una cellula
immatura a diventare neurone, cuore, muscolo, pelle. Quindi a prescindere dal fatto se curino o no,
un ricercatore di base, come sono anch’io, io, vuole capire come fa una cellula, che si divide per
tanto tempo, e poi improvvisamente smette di proliferare e va di qui, va di là, o va di là. Se poi
questo andar di qui o di là, il ricercatore riesce ad orientarlo in un modo da essere anche
terapeuticamente efficace, ovviamente quello è uno degli obiettivi, ben venga. Ma possiamo dire a
priori che questa ricerca non ci interessa? Possiamo dire a priori che questa ricerca non serve?
Uno degli argomenti del referendum, no? Abbiamo sentito anche purtroppo ricercatori dire: “Non
serve fare ricerca sugli embrionali, sugli adulti è sufficiente”. Ma è un’altra popolazione: per alcune
cellule, per alcune malattie, per alcuni studi, possono andar bene le adulte; per altre vogliamo
studiare le embrionali. Quindi, ecco, sono due popolazioni, ma sono ricerche che non vanno per
strade separate. In diversi network di ricerca siamo dentro insieme: chi lavora sulle adulte e chi
lavora sulle embrionali. Il mio laboratorio, di nuovo lo sottolineo, lavora su entrambe, per quel che
riguarda il cervello. Parlo delle embrionali, perché mi interessa il concetto: anche nel referendum,
in tutte le sedi in cui ho potuto impegnarmi, non mi sono impegnata e non mi interessa impegnarmi
per la difesa della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Sinceramente, sia io che altri colleghi,
se dovessimo a un certo punto essere messi di fronte al fatto che diventa impossibile lavorarci,
andremmo all’estero, in Svizzera, Francia, neanche troppo distante. Ma è il concetto che è
inaccettabile, il concetto di definire delle regole etiche e fare delle leggi su argomenti su cui la
società comunque è divisa, cercando poi di puntellare questa discussione etica, che è difficile,
estirpando alla scienza ciò che ci piace. Quindi io prendo dalla scienza questa idea, per costruirmi
un dibattito etico che mi porti in quella direzione. Questo è quello che non accetto. Tutta la diatriba
nasce da questo articolo pubblicato su Science nel 1998, quando un laboratorio per la prima volta
nel mondo isola cellule staminali embrionali umane da queste blastocisti in sovranumero destinate
al congelamento distruttivo. E’ il 1998. Che cosa succede a livello politico e di organizzazione da
parte delle istituzioni e dei governi, come si accoglie questa novità? Qui cominciano i modi per
influenzare, dirigere, guidare: tolgo i soldi, ne metto di più, li faccio solo pubblici, li faccio solo
privati. Sapete Bush che cosa ha fatto nell’agosto del 2001? Ha deciso che potevano beneficiare
dei finanziamenti pubblici solo quelle ricerche sulle embrionali umane che impiegavano cellule già
disponibili a quella data, e mi sembra fosse il 6 agosto 2001. Da quel momento in poi l’etica
cambiava, quindi diventava non etico finanziare questo tipo di ricerca, questo veto di Bush,
permane ancora adesso. Quindi solo settantadue linee cellulari nel mondo potevano beneficiare
dei finanziamenti pubblici americani. Poi sono diventate cinque, queste linee, perché poi sono
comparsi via via degli articoli, in cui gli scienziati hanno cominciato a dire: Bush, mostraci queste
linee dove sono e queste linee non esistevano. Quindi alla fine erano poche linee, ed erano linee
cellulari fatte con metodi che noi diciamo ormai vecchi, di vecchia generazione. Pensate che
bisognava farle crescere, queste vecchie, su cellule di topo. Quindi far crescere cellule umane su
cellule di topo, che forniscono dei fattori a queste cellule umane affinché proliferino. Solo
recentemente abbiamo capito quali sono questi fattori, e adesso possiamo evitare le cellule di
topo. Ma con queste cellule vecchie non andiamo da nessuna parte, se vogliamo usarle dal punto
di vista, supponiamo, terapeutico, perché possono essere contaminate da qualsiasi cosa animale.
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Questa quindi è stata la prima mossa di una società, la società americana, del governo americano
per poter gestire questa patata bollente delle cellule. Bene, quelli sono gli Stati Uniti, c’è Bush che
decide, ma già sappiamo che, gli Stati Uniti si stanno un po’ frammentando su questo argomento,
perché la California, altri Stati Federali stanno andando per conto loro. Con la Proposition 71, il
governo della California ha deciso di staccarsi dal governo federale centrale e di mettere soldi per
la ricerca pubblica in California su questi argomenti, sulle cellule staminali embrionali. Quindi tutti i
ricercatori vanno in California. Allora adesso, anche negli altri stati, Massachusetts, eccetera,
stanno adottando la stessa idea, quindi di avere dei fondi dello Stato.
Ma la discussione per noi più importante è a livello europeo.
L’Europa è incredibile come situazione, ed è interessantissimo anche a livello culturale, come è
stata affrontata questa cosa, è veramente interessante e per me devo dire che è stato un momento
di crescita molto importante. Perché sapete che i fondi europei ovviamente derivano dai
venticinque Stati che finanziano, che mettono soldi in questa borsa che è europea, che poi eroga
finanziamenti ai ricercatori europei i quali devono lavorare a network; io non posso presentare un
progetto da sola, infatti spesso sono venti laboratori di cinque, sei, sette Stati diversi, che si
mettono insieme per proporre un argomento. Questo è un modo di sollevare la ricerca europea, ed
è un modo secondo me giustissimo e che ha dato dei grandi prodotti. Che cosa è successo? Che
nel momento del bando, dell’avvio del sesto programma quadro della ricerca europea, c’era sul
tavolo, era il 2002, la patata bollente delle staminali embrionali. Allora, si possono finanziare coi
soldi europei queste ricerche? Ma…. in Italia è così, la Germania la pensa cosà, l’Inghilterra
liberale… Qual è stata la reazione? Ovviamente sempre di chiusura: un anno di moratoria. Quindi,
il Parlamento Europeo aveva dato l’okay, l’Unione Europea era pronta ad avviare i bandi anche
sulle embrionali umani; la decisione dei Ministri è stata: anno di moratoria. Vuol dire che per un
anno tutti i ricercatori che vogliono fare ricerca sulle embrionali umane stanno al paletto di
partenza e non si muovono, perché dobbiamo decidere, dobbiamo pensare come fare a regolare.
Questa era l’idea dei Ministri. Purtroppo era il semestre italiano di Presidenza Europea, dicembre
2003, sappiamo tutti come è andata: non c’è stata nessuna indicazione, quindi veramente un anno
perso, nessuna indicazione su come regolamentare la distribuzione di questi fondi. Da gennaio
2004 si sono aperti i bandi anche per le embrionali umane, con delle regole però importanti e
rigorose, che siamo noi i primi a chiedere, tra cui il fatto che i progetti non solo devono essere
scientificamente validi e, insomma, solidi nel dimostrare la necessità di ricerche sulle embrionali
umane. Ma i progetti, uno per uno, vengono sottoposti ancora adesso all’European Group Ethic,
un gruppo che discute l’etica, gli aspetti etici di questo. Terzo aspetto, sappiamo che l’Europa mai
finanzierà una ricerca che è illegale in una Nazione, e mi sembra giustissimo. Quarto, l’Unione
Europea chiede che la Nazione emetta anche un parere etico. Quindi non basta essere
scientificamente validi, ma tu devi avere un parere etico di un Comitato Nazionale di Bioetica, o del
Comitato Locale, noi lo abbiamo avuto della nostra Università. Mi sembra un modo veramente
giusto di affrontare queste differenze. Quinto, che non è da poco, tutti questi progetti, uno per uno,
vengono votati dalle delegazioni dei venticinque Paesi. Proprio c’è un voto che ogni delegazione
esprime e c’è sempre il rischio, comunque, che più delegazioni si mettano insieme per bloccare un
progetto. Quindi noi siamo sempre taglieggiati, appunto, in questo modo, nonostante tutto sia
pubblico, soldi pubblici, ricerche trasparenti, eccetera, questo è il clima. Pensate che il clima è tale
da aver portato i ricercatori all’idea che forse dobbiamo creare delle linee di embrionali umane
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politicamente corrette. Questa è significativa. C’è stato un editoriale di Nature, che diceva: “A new
age”, una nuova era, l’era delle cellule staminali embrionali politicamente corrette, e ci sono state
delle pubblicazioni dove addirittura un gruppo americano autorevolissimo ha condotto un
esperimento suggerito da un membro del Senato Americano. Un esperimento che non andrà da
nessuna parte, dal punto di vista potenziale, terapeutico, eccetera, però, insomma, per dire che
forse, anche sbagliando, ci si piega per tentare di mettere insieme tutto. Questo forse da una parte
dimostra la disponibilità della scienza, dall’altra, insomma, bisogna anche stare attenti. Voglio solo
ricordare quali erano gli argomenti a livello europeo per bloccare la ricerca sulle embrionali umane,
perché sono al di fuori del mondo. Qui non è una battaglia per la ricerca sulle cellule staminali
embrionali, è una battaglia per la ricerca. Peter Leese è uno di quelli che ha condotto la battaglia di
opposizione più imponente, che continua tuttora; la Germania, sappiamo la sua posizione insieme
all’Austria e all’Irlanda; fortunatamente col Ministro Mussi l’Italia si è svincolata da questo, e
speriamo che resti tale per il futuro. Gli argomenti sono argomenti da incubo, veramente, per un
ricercatore: la ricerca sulle cellule staminali embrionali non deve essere finanziata perché questo
tipo di ricerca è ancora nella sua infanzia, e non ha ancora prodotto risultati di utilità clinica. Ma
allora fermiamo tutto, perché tutta la ricerca di avanguardia parte una situazione simile. Il secondo
argomento, che anche qui non sta né in cielo né in terra è: è improbabile che questo tipo di ricerca
possa generare risultati all’interno del time frame del sesto programma quadro. Ma nessuno ha
scritto mai da nessuna parte che si finanziano ricerche che danno risultati entro i quattro anni,
anche perché nessuno può garantire i risultati della ricerca, è proprio il concetto di ricerca. Quindi,
quello che mi preoccupa di tutto questo è non tanto, non solo, direi, la ricerca sugli embrionali, che
i colleghi possano continuare a lavorarci, ma è questa idea proprio sbagliata, ignorante, della
scienza.
In Italia, dicevo prima, abbiamo questi vari taglieggiamenti. Il mio laboratorio può lavorare sulle
embrionali umane perché siamo riusciti ad ottenere finanziamenti europei, ma il nostro laboratorio
è un laboratorio grosso, che ha anni di esperienza. I laboratori più giovani, che vogliono avviarsi su
queste ricerche, non hanno soldi italiani, e non hanno nessuna possibilità di avere soldi europei
perché ci arrivi nel momento in cui hai dato i preliminari, dimostrate competenze, eccetera. Quindi,
avere finanziamenti italiani dedicati a questa ricerca, secondo me è importantissimo. Però la
tendenza è un’altra, ed è quella di chiudere ancora di più la porta, perché ricordiamo che la legge
sulla fecondazione assistita ha lasciato, non ho capito se è stato un errore del legislatore oppure
una cosa voluta, non so, ma ha lasciato questa mezza porta aperta per cui noi possiamo lavorare
sulle cellule embrionali importate, ma non abbiamo soldi. Poi, attenzione, perché c’è una proposta
di legge dell’Onorevole Rutelli, che invece vorrebbe chiudere completamente questa porta, e di
nuovo la si può discutere ma non accetto gli argomenti. Perché questa proposta di legge che era
stata depositata nel settembre 2005, nella sua introduzione, di nuovo propagandava l’ignoranza.
Pensate che citava milioni di cittadini italiani che sono stati curati con le cellule staminali adulte, e
se fosse vero forse appunto varrebbe sì la pena di andare subito in pensione e lavorare solo sulle
cellule staminali adulte. Ma non è così. Ma la cosa ancora più grave… perché di nuovo i dettagli io
penso che siano importanti nella scienza, come sono importanti nella politica, ed hanno anche il
peso della profondità di analisi, quando un onorevole appunto come l’onorevole Rutelli, a
prescindere dalle posizioni politiche, parlando di scienza, mi propone una legge sulla base anche
del fatto che in America una paziente italiana malata di diabete è stata curata da una equipe
italiana – continuando a spingere su questo nazionalismo, che nella ricerca non esiste – ed è stata
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curata con cellule staminali adulte pancreatiche, quando queste non sono state ancora scoperte,
allora, non so che cosa fare di questa che magari può essere anche una buona proposta. Adesso
però vorrei esaminarla perché, in realtà, quello che propone non mi piace per niente. Perché,
attenzione, propone di chiudere la porta ancora di più, perché non solo si rifa alla legge sulla
fecondazione in vitro, ma dice non solo che non possiamo derivare, ma anche che non possiamo
utilizzare cellule staminali embrionali. Quindi vuol dire che non possiamo nemmeno importarle,
vuol dire mettersi fuori completamente da tutti i programmi di ricerca. Propone, non so perché, tre
nuovi centri nazionali per la raccolta di cellule staminali adulte – questa è una legge che vuole dare
dodici milioni di euro per le staminali adulte – e questi altri tre centri nazionali noi non riusciamo
mai a capire perché servano, visto che ne abbiamo già sette o otto. Ma la cosa che di nuovo non
quadra è anche che “si promuove l’informazione”. Va benissimo promuovere l’informazione sulle
staminali, ma attenzione che qui si mettono un milione di euro annui, per tre anni, sono tre milioni
di euro, tre milioni di euro. Questo solo per dire l’idea, poi io spero che questa proposta resti tale,
che resti nel cestino, ma è per dire qual è il background sul quale poi noi lavoriamo, perché magari
non passa la legge ma ci sei dentro comunque in queste tagliole. Promozione dell’informazione,
dunque, che va benissimo, ma qui si dice: “tre milioni di euro per informare i cittadini italiani sulle
potenzialità delle cellule staminali adulte”, perché i cittadini italiani non possono nemmeno sapere
che esistono le cellule staminali embrionali. Questo è un finanziamento pubblico utilizzato per dire
solo parte dell’informazione. Quindi, al di là della ricerca, appunto, sulle cellule staminali embrionali
di per sé, mi sembra che si promuova veramente un concetto di scienza e di ricerca che non
esiste, ma non esiste in nessun paese, appunto eccetto forse l’Italia. L’ultima cosa che vorrei
aggiungere dal punto di vista scientifico: non è che lavorare sulle cellule staminali embrionali
significhi garanzia di cura, dobbiamo ricordarcelo, non è che noi siamo qui a dire che si garantisce
la cura, perché la ricerca non garantisce niente, non promette niente. Da speranze, però, e
garantisce, forse questo sì, l’assiduità del lavoro, che penso sia la cosa più importante. Quindi si
tratta di lavorare a trecentosessanta gradi. In quali direzioni? Lo sappiamo tutti, una delle direzioni
di uso delle staminali è rimpiazzare tessuti degenerati con cellule nuove. Ma già vedete da questo
schema che non sarà così per tutti i tessuti e per tutte le malattie. Alcune malattie, alcuni tessuti
avranno dei bassi gradi di complessità, per cui questo è attuabile, si prende e si ricambia il pezzo
come se fosse una macchina, ma per altri tessuti, e purtroppo mi riferisco al sistema nervoso,
Parkinson, Huntington, Alzheimer, eccetera, la storia non è così. Questo a prescindere dalle
embrionali verso le adulte, quindi figuriamoci che complessità sperimentali ci sono. Vi faccio
vedere solo questo, pensiamo al cervello, non solo ci sono cellule connesse l’una con l’altra, e le
nuove staminali da mettere dentro non solo devono essere ottimali, ma devono anche
sopravvivere e riconnettersi. Magari l’ultima cosa che direi è che spesso, quando si lavora in
questa direzione, si può riparar malattie, quindi non solo staminali che si riconnettano ma anche
che non vadano poi incontro a degenerazione perché c’è la malattia. Ecco perché in genere
almeno quello che noi in laboratorio facciamo, è lavorare su molti fronti, non solo staminali, ma
anche cercare di capire la malattia, e per noi la malattia è la Còrea di Huntington, per bloccare la
malattia, magari con dei farmaci, e poi associare… Ma questa idea proprio autostradale, che la
ricerca debba essere in una direzione sola, è pazzesca. C’è di più perché, appunto, le staminali
non sono solo trapianto ma c’è appunto la crescita culturale, scientifica, cioè il fatto che io sono
interessata a capire come fanno i nostri tessuti a prodursi, come fanno ad ammalarsi. Anche le
cellule staminali alcuni gruppi le stanno usando per studiare magari la tossicità dei farmaci, o
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mimare malattie in vitro, e quindi possibilità di identificare composti. Ma questo solo per dire che
anche staminali non è solo trapianto, c’è molto di più. Grazie.
Presidente
Ringrazio Elena Cattaneo per l’interessantissima presentazione. Voglio qui ricordare che, come
Proteo, oltre alla promozione dei comitati tecnici scientifici, stiamo cercando di fare qualche cosa di
molto strano, vorremmo lanciare un tribunale internazionale dedicato a Galileo Galilei. Perché,
secondo noi, ogni epoca viene definita anche dai suoi crimini, e secondo noi il crimine di impedire
la ricerca scientifica dovrebbe essere in qualche modo stigmatizzato. Aggiungo che abbiamo
affidato a Colaianni, che è un costituzionalista, il compito di studiarne la fattibilità, e probabilmente
in tempi anche ragionevolmente brevi saremo in grado di presentare il progetto di realizzazione di
questo tribunale internazionale. Quindi da parte nostra c’è la consapevolezza che si stanno
ponendo limiti alla ricerca scientifica, che vengono sottratte scoperte scientifiche, che ne viene
fatto un uso improprio.
Giuseppe Bortone
Mi chiamo Giuseppe Bortone, sono un compagno della Cgil Nazionale, lavoro con Morena
Piccinini e con Gigliola Toniollo. Io non faccio solo parte di una comunità, che potrebbe essere per
certi aspetti paragonata a quella degli scienziati e degli studiosi, quella dei militanti sindacali, e che
qui sta discutendo con serenità, cioè come un confronto tra le due comunità. Faccio parte di altre
due comunità, quella degli ecologisti, perché sono iscritto alla Federazione dei Verdi, e quella degli
Omosessuali, perché sono omosessuale e milito nel movimento politico attivo degli omosessuali
italiani. Quindi gli stimoli che voi mi avete dato mi colpiscono e mi interessano da svariatissimi
punti di vista. Sarebbe facile fermarsi, addirittura tacere, sentendosi un pochino in minoranza in
questo contesto, inchiodarmi io, da me stesso, su una delle tre comunità alle quali appartengo,
quella degli ecologisti. Perché, in particolare sul tema degli Ogm, sul tema che ha trattato la
studiosa di Pisa, è evidente che ci sono differenze di sensibilità, di percezioni, di impostazioni. Ma
nel poco tempo e con le risorse limitate che ho, secondo me non servirebbe insistere su questo.
Poi non si spiegherebbe perché io sono così interessato e appassionato dal dibattito di oggi, e
perché sono stato contento di sentire anche le relazioni specialistiche, tecniche. Vorrei invece
sottolineare degli elementi che forse possono fare da ponte, su cui possiamo trovare un terreno
comune. Per esempio la percezione da parte mia di una somiglianza incoraggiante, non mi viene
da chiamarla in altro modo, fra certe cose, non tutte, certe caratteristiche della comunità degli
scienziati e degli studiosi di cui voi fate parte, e delle comunità di cui faccio parte io. Per esempio,
la centralità di cose anche dure, difficili, che hanno un prezzo personale: l’eresia, il conflitto.
Quando dico “eresia”, dico anche l’urto da certe determinate comunità che talora si trovano in
minoranza rispetto a tutto il resto della società. Penso all’eresia fondativa della fisica moderna,
Galileo Galilei. Non è uno scherzo, non è una cosa da poco che una comunità si fondi sul rischio
della vita, sul rischio della tortura, che io credo che i fisici non hanno mai del tutto dimenticato, cioè
che la loro disciplina non nasce senza dramma. Secondo me non continua neanche senza
dramma. Il conflitto interno, cioè il fatto che i ricercatori intanto campano, vivono, producono,
arrivano qui col coraggio che ci hanno illustrato le ricercatrici che hanno appena parlato, con la
passione che hanno espresso, in quanto confliggono fra loro, e confliggono anche pubblicamente,
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e anche aspramente. Penso qui ai pochi libri di storia della scienza che ho letto, essendo, in
materia scientifica, lo confesso, un ignorante, che arriva meglio a ciò che gli somiglia di più della
vicenda scientifica: l’eresia, la dialettica, il dibattito, lo scontro, non le equazioni. Penso al libro di
Popper, “La logica della scoperta scientifica”, penso al libro di Thomas Kuhn, “La struttura delle
rivoluzioni scientifiche”, penso a figure che mi hanno affascinato, eppure ne so pochissimo,
diciamo tecnicamente. Come un fisico tedesco che ha collaborato, ahimè, col regime nazional
socialista, ma ai miei occhi, agli occhi di un ecologista, di un ambientalista, ha saputo vedere
anche una cosa – e qui forse ci dividiamo – che mi appassiona della comunità scientifica, la
capacità di individuare anche il proprio limite. Penso a Verner Haisenberg e alla sua riflessione
negli anni venti, sul limite non tecnico, non si trattava di fermare la ricerca ma di capire che la
ricerca non poteva capire tutto, che la ricerca moderna incontrava dei limiti, in primo luogo nel
campo allora così importante e prestigioso della fisica. Quindi eresia, conflitto, capacità anche da
parte della comunità dei ricercatori di essere in minoranza rispetto al resto della società, con
passione e pagando i prezzi necessari, e di qualche ricercatore di essere in minoranza nella sua
stessa comunità. Questa è una cosa che a me insegna molto sulla mia comunità, sulla vita anche
dell’organizzazione alla quale appartengo, la quale, per fortuna, sa dividersi, sa confrontarsi, sa
che cosa è il conflitto, sa anche che cosa è il dramma interno. Sa anche – e qui voglio offrire un
riconoscimento a una compagna, che è Gigliola Toniollo, che ha organizzato il dibattito di oggi – sa
anche l’importanza che hanno, per una comunità, persone che sanno stare sole, che sanno
portare avanti, anche da sole, non solo rispetto alla società esterna ma rispetto al proprio gruppo,
temi difficili, temi che hanno un prezzo. Questo a me piace della scienza, piace anche di certi
divulgatori. Qui voglio fare un elogio - l’ho fatto di una compagna nostra - di un ospite nostro, che
mi pare sia Pietro Greco, lo vedo lì, per una cosa rispetto alla quale Bernardini criticava la nostra
società, a ragione, cioè i difetti dei media e, come dicono sempre gli studiosi, le carenze
soprattutto italiane della divulgazione scientifica, che in Italia esiste poco, non esiste, è fatta male.
Allora, per esempio, Greco, giornalista non celebre, che non va in televisione, che non ha milioni di
ascoltatori, ha scritto un libretto, una biografia di Einstein, che per una persona come me è stata
una cosa importante, una cosa che mi ha aiutato, io credo anche un modo di avvicinare cultura
scientifica e cultura umanista, scienza e politica. Perché Greco, a differenza di me, la scienza la
capisce, la sa, per poter divulgare si è impadronito di una serie di risultati, ed è in grado di portare
a me, cittadino e militante politico, alcuni elementi di quella biografia, di quei risultati, di quegli
avanzamenti e anche di quella solitudine. Io non so cosa ne pensa Greco, ma io non credo che
Einstein, nei primi anni del ‘900, abbia scritto le cose che ha scritto, prima sulla relatività ristretta e
poi sulla relatività generale, e torno al tema dell’isolamento, della persecuzione, dell’eresia, che
evidentemente mi è molto caro, non credo abbia scritto quelle cose - come mi pare Greco faccia
capire, forse senza dichiararlo, con sobrietà - essendo indifferente al fatto che lui, giovane ebreo di
lingua tedesca, era una persona tutto sommato guardata con sospetto. Talora anche in ambiente
accademico, disprezzata perché ebrea, in un’Europa dove, vedi caso Dreyfus, negli anni subito
precedenti all’uscita dei grandi articoli decisivi di Einstein, la persecuzione antisemita riprendeva.
Einstein sarà poi nei decenni successivi cacciato dal suo paese, abbandonato dalla comunità di
scienziati alla quale apparteneva, perché gli ebrei se ne vanno e gli altri restano. Resta anche
Verner Heisenberg, se ben ricordo, che però, secondo me, insisto, ha il grande merito di aver
disegnato, tracciato un limite, dall’interno della comunità scientifica, con gli strumenti di questa
stessa comunità.
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Giuseppe Nardullo
Università di Bari.
Vorrei riprendere un tema che solo Carlo Bernardini ha evocato poco fa con la sua abituale
leggerezza, e cioè il tema religioso. Perché a me pare che forse noi capiamo quello che sta
succedendo se riflettiamo su un fenomeno che sta avvenendo nell’occidente, diciamo almeno da
venticinque anni a questa parte. È un fenomeno che il politologo francese Kepel ha chiamato la
“rivincita di Dio”. Insomma, mi pare che sottostante alle osservazioni che faceva, per esempio, la
collega Cattaneo, c’è una presenza e una pressione forte dei gruppi religiosi. Qui, secondo me,
non è soltanto in discussione, o non sarà soltanto in discussione nei prossimi anni la ricerca da
fare o la ricerca da proibire, ma anche la ricerca già fatta. Mi riferisco alla polemica che c’è in
America tra il darwinismo e il disegno intelligente. Se non ho capito male, la collega Cattaneo
parlava di una triplice alleanza, Austria –Germania – Italia, dalla quale l’Italia si è staccata, come
già l’altra volta. Però il suo posto sarà preso dalla Polonia, la quale sta già battendo aspramente
questa battaglia contro Darwin. Ma, purtroppo per noi, anche Newton non sta in buone condizioni,
perché i gruppi evangelici contestano la legge di gravità, la legge di gravitazione universale, la
quale, secondo loro, non può essere universale perché obbligherebbe gli angeli a stare coi piedi
per terra, quando essi invece vogliono volare, senza sottostare alle leggi di Newton. Che non è
uno scherzo ma fa parte di una battaglia dei gruppi evangelici americani. Adesso io voglio dire una
cosa politicamente scorretta: penso che queste pressioni aumenteranno nei prossimi anni, non
soltanto per colpa di gruppi evangelici ma anche per colpa dell’immigrazione musulmana, islamica,
nei paesi occidentali, la quale è fortemente condizionata da una lettura del Corano, da una lettura
della tradizione islamica profondamente oscurantista. Peraltro, il Corano non dice niente su
questo, quindi è proprio una tradizione che si è imposta all’originario pensiero di Maometto. Per
esempio questa è molto forte in Turchia, paese islamico però anche un paese abbastanza laico, in
cui questi gruppi religiosi fondamentalisti islamici copiano gli argomenti dei gruppi evangelici
americani, per attaccare il darwinismo. Fatta questa riflessione, vorrei chiudere con una
osservazione: questo è, secondo me, un altro esempio del declino dell’Occidente, del fatto che il
baricentro del mondo si sta spostando ad Oriente. Non so niente, non mi risulta, però forse per mia
ignoranza, che cose del genere succedano né in Corea, né in Cina, né in Giappone, diciamo, forse
per una differente impostazione culturale e religiosa.
.
Francesco Polcarro
Istituto Nazionale di Astrofisica
Un paio di considerazioni, così, al volo, che mi vengono in mente da queste prime tre relazioni,
oltre ai complimenti d’obbligo per gli organizzatori, per questa iniziativa di cui si sentiva un
grandissimo bisogno. Prima considerazione: notate un fatto strano, il problema sui
condizionamenti di natura extrascientifica sulla ricerca, viene fuori a partire dalle biotecnologie e
dalla ricerca sulle staminali perché queste ricerche hanno un potenziale economico, mentre
condizionamenti notevolmente pesanti su altri tipi di ricerca non vengono fuori. Io non bado se
questi condizionamenti sono di carattere etico, … poi “etica” è un termine molto sottile, etica è un
pochino tutto. Quando si dice “ragionamento di carattere etico” è un modo per svicolare, di solito,
un problema sostanziale, perché non si può dire “punto di vista religioso” allora si dice “punto di
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vista etico”. Però, non ci possiamo dimenticare il fatto che condizionamenti pesantissimi su
questioni di carattere scientifico, il nucleare, tanto per dire, sono stati fatti ben prima che venissero
in mente questi altri problemi. Il nucleare, in quella fase, non aveva un interesse economico per i
gruppi dominanti in Italia, in quel momento, e nessuno si è sentito di dover dire che venivano fatti
dei condizionamenti sulla ricerca scientifica. Altri tipi di ragionamento di questo genere,
condizionamenti che se vogliamo sono sempre di natura etica, sono stati fatti su alcuni tipi di
ricerca di base: ma tu che fai, studi l’astronomia? A che serve. Dobbiamo invece studiare sulle
cose che sono utili per …. E a questo punto, tra chi negli anni settanta diceva “per la società e per
l’ambiente” e chi negli anni novanta e duemila mi dice “per l’impresa”, io non faccio grandi
differenze. Quindi siamo davanti a uno specie di bivio, che io pongo in questa sala perché in
questa sala si riunisce il massimo organo della massima rappresentanza dei lavoratori italiani. Il
Sindacato perché si deve occupare della ricerca scientifica? C’è stata una proposta di legge di un
simpatico compagno, che evidentemente deve avere avuto qualche disavventura perché ha
lasciato l’incarico che aveva nel suo partito, che diceva: “facciamo una legge con un articolo unico,
sostanzialmente: la ricerca scientifica viene lasciata all’autorganizzazione del mondo scientifico”.
Be’, delle due l’una, e decidiamo, o l’autorganizzazione della ricerca scientifica viene lasciata
all’ambiente scientifico, o l’organizzazione della ricerca scientifica interessa il mondo politico, e
quindi anche le organizzazioni dei lavoratori. Ma come diceva quel famoso pastore intervistato alla
televisione, sulla conservazione del lupo negli Abruzzi, “Ma qui c’avimmo a decidere, o allivamo le
pecore, o allivamo li lupi, ma li lupi e le pecore insieme non li potimmo allivare”. Allora, che cosa
vogliamo a questo punto, vogliamo l’autoderminazione del mondo della scienza? Vogliamo questa
autorganizzazione all’interno dei limiti? Però su questo non ci prendiamo tanto in giro, il limite
fondamentale, qui è stato detto e ridetto, sono i soldi, perché è inutile che mi dicano “tu ti puoi
autodeterminare” se poi soldi di fondo ordinario non ci sono più, servono sì e no a pagare la
bolletta del telefono, ma neanche perchè ormai usiamo i cellulari nostri , serve a pagare la luce,
serve… a poco altro, e devi fare domanda su tutto, e domanda a chi? Domanda al Ministero. Chi
valuta la domanda? Ovviamente delle persone stabilite dal Ministero. Chi sono queste persone,
andatevi a guardare chi sono state fin ad ora, io non ve lo dico. Ci sono stato anche io,
quindi….ma non è che la politica sia del tutto estranea a ciò. Questo modello è compatibile con
l’autorganizzazione? Possiamo dire che è autorganizzazione? È questo il tipo di controllo sociale
che vogliamo? Può essere benissimo che si risponda di sì, ma allora non veniamo a dire che noi
vogliamo la cultura della valutazione puramente scientifica della ricerca. Lo so, queste sono
contraddizioni, sono contraddizioni interne su un discorso che è diventato complesso. Non è vero
che la società si incomincia ad occupare di ricerca con Galileo, la società si incomincia ad
occupare di ricerca quando nasce la società. Cioè, se noi parliamo di grandi progetti, Stone Age,
Età del Bronzo, è un grande progetto che sull’economia dell’epoca ha pesato molto di più del
telescopio spaziale. Archimede, tanto per dire, Vitruvio… , insomma: la scienza e la società hanno
sempre interagito. Hanno interagito con un modo molto semplice, la società ha lasciato sviluppare
alcuni settori, altri non li ha lasciati sviluppare. In alcuni casi ha fatto bene, in altri casi ha fatto
male. Adesso noi ci rendiamo conto sostanzialmente che il sistema economico italiano non
funziona più perché la vecchia visione gentiliana che vedeva la cultura solo come cultura
umanistica, ci ha portato “in braghe di tela” per quello che riguarda la produzione industriale.
Carlo Bernardini
Noi abbiamo dei nemici interni, di cui si vedono tracce, e sono gli integralismi. Il dramma di tutta la
capacità di dialogare viene dal fatto che ci si infilano continuamente gli integralismi. Io penso che
bisognerebbe estendere lo studio della storia, fatto in un certo modo, cioè alla Bertrand Russel, la
storia del secolo diciannovesimo. Eric Hobsbawm ha scritto questo libro fantastico “Il Secolo
Breve” che dovremmo portare nelle scuole, a posto della robaccia che viene usata comunemente,
perché la storia degli integralismi salta fuori veramente come una delle malattie gravi delle società
contemporanee, ma ha delle radici molto lontane. C’è un storico inglese che mi ha sempre
affascinato, si chiama Dreiper, è della fine dell’ottocento, che spiega come nei primi mille anni
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dopo Cristo, non c’era traccia di attività che si potesse chiamare ricerca scientifica, nemmeno in
matematica, perché lo slogan integralista della Chiesa era molto semplice: “inutile guardare la
natura, è tutto scritto nelle Scritture”. Era fatto obbligo ai cristiani di consultare le Scritture, se
volevano sapere qualcosa, quindi la ricerca era completamente priva di senso. Questa cosa ha
avuto un momento in cui forse aveva cominciato a scricchiolare, durante la Rivoluzione Francese,
ma dopo è ricominciata, c’è poco da fare. Se voi andate a guardare i documenti contro la
diffusione dell’energia elettrica, all’inizio del secolo, (a me lo ha insegnato Edoardo Amaldi che
aveva una collezione dei numeri del Corriere della Sera dell’epoca), secondo quei documenti c’era
un gruppo di integralisti duri che proibiva la realizzazione di linee elettriche per paura che tutta la
popolazione fosse folgorata. Gli slogan integralisti sono tornati in pieno, mi dispiace che il
compagno ecologista se ne sia andato, perché gli ecologisti non scherzano quanto a integralismi. Il
principio di precauzione, usato alla cieca, proibisce qualunque forma di dialogo. Quando c’è stato
l’incidente di Cernobyl, alcuni di noi sapevano che la centrale di Cernobyl era una cosa turpe, che
violava tutte le regole di sicurezza possibili e immaginabili. Mi ricordo di aver parlato con Eugenio
Scalfari, dicendogli: “Guarda, io vorrei scrivere un pezzo in cui si spiega che Cernobyl con le
centrali… con i light water reactors della filiera occidentale, non ha niente a che vedere”. I reattori
ad acqua leggera sono tutto un altro paio di maniche. Non ci fu verso, mi disse: “Se tu scrivi una
cosa così, Repubblica vende la metà”. Io mi sentivo male perché non avevo mai sentito dire che
fosse proibito spiegare qualcosa, soprattutto spiegarla portando dei fatti, dei documenti, delle
valutazioni che mi illudevo che tutti potessero fare. Ecco, se non abbattiamo gli integralismi, siamo
condannati poi a prendere queste ventate rutelliane, queste cose… Quello è integralismo, cos’altro
credete che sia? Insomma, tutte queste infiltrazioni dell’irrazionale, del soprannaturale, del
pregiudizio, tutto questo sta guastando la società contemporanea nel peggiore dei modi. Se non
siamo capaci di battere questo… e per questo penso che i problemi della comunicazione sono
diventati estremamente importanti, di una delicatezza estrema perché l’unica cosa che dobbiamo
riuscire a fare è di battere l’integralismo e, se non lo battiamo, siamo fregati. Bellone
Io mi chiamo Bellone e credo di essere geneticamente schierato nell’arco della sinistra, a partire
dai miei nonni. Però sono una persona che sta per perdere ogni speranza, e spiego perché.
Perché, quando la collega ha fatto vedere quella vergognosa proposta di legge, quella proposta di
legge viene da noi, non viene da Alemanno. Perché si fa quella proposta di legge? Perché è un
modo per raccogliere facilmente il consenso spontaneo, mentre mi pare che la nostra Costituzione
dica che è compito degli enti della politica costruire il consenso. E perché il consenso è
spontaneo? Perché in questo paese la sinistra, da un po’ di tempo, sia nella parte più radicale sia
nella parte più moderata, alla quale mi sento personalmente più vicino, sistematicamente fa finta di
non leggere neanche i quotidiani. Perché la sinistra italiana non può non leggere l’Avvenire.
L’Avvenire poco settimane fa ha dedicato una pagina a Darwin, ma la pagina in realtà era dedicata
a Veronesi. L’Avvenire è l’organo della Cei, quindi è uno strumento di persone colte, che fanno
politica ma sono persone molto serie, e l’accusa a Veronesi, scritta, è la seguente: siccome
Veronesi fa propaganda al darwinismo, considera che gli uomini e le donne sono anch’essi
animali, quindi sta predicando a favore del cannibalismo. Io non ho letto su alcun quotidiano una
risposta di un politico del centrosinistra a cose di questo genere, e non me ne sorprendo. Perché,
se l’organo della Cei che, ripeto, è un organo influente, giustamente influente, può permettersi di
dire che Umberto Veronesi predica il cannibalismo, lo fa perché sa che nessuno gli dirà niente. E
non gli dirà niente perché nessuno, nell’ambito del centrosinistra, si ricorda che l’attuale Pontefice,
poche settimane prima di diventare Pontefice, su Vita e Pensiero, che è un’altra rivista molto
autorevole della cultura italiana, ha sostenuto che i crimini della patologia della ragione legati alle
frontiere della biologia, sono peggiori di quelli di Polpot, perché Polpot si è limitato ad uccidere un
paio di milioni di persone, la biologia sta distruggendo lo spirito umano. Allora, di fronte a queste
cose, il silenzio è complicità. Quindi si capisce come mai. Io non sono contro questa finanziaria, lo
ribadirò oggi pomeriggio, anzi credo che sia una manovra indispensabile, ma si capisce anche
come mai in Italia non passi l’idea che la scienza non è soltanto produzione di farmaci, ma è anche
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curiosità intellettuale e deve essere libera per questo semplice motivo. Cioè, la scienza in Italia non
è considerata cultura, ma neanche da parte laica. Gran parte del settore laico dei canali di
comunicazione, sostengono che la scienza è una tekne, ma è un’altra cosa. Quindi, forse la
frontiera della civiltà sta andando verso l’India, verso la Cina, verso queste nuove strutture, e non è
detto che l’Italia ci rimanga. Non dimentichiamo che anche all’interno del centrosinistra, ci sono
posizioni secondo le quale l’Italia deve collocarsi come museo. Abbiamo tante opere d’arte, è vero,
abbiamo delle buone pizzerie… e che vogliamo di più? Chiudo con una piccola osservazione: sulla
stampa più vicina alle forze di Governo non ho visto alcuna reazione a quello che è successo l’8 di
novembre, cioè pochi giorni fa. Il Presidente Prodi un’intervista all’Espresso dice che in Italia i
tempi del nucleare … sono quelli che sono, ma che però, come Presidente del Consiglio “si
augura”, che nei politecnici e negli enti universitari, negli atenei, si mantenga la professionalità, la
competenza per affrontare il problema. Il giorno dopo, il sottosegretario all’economia gli ha risposto
molto tranquillamente che lui vuole la libertà di ricerca, ma non accetta cavalli di Troia, per cui il
Governo dovrebbe ricordarsi che l’età dell’atomo è finita. Ora, io non ho dubbi che “er Piotta”
ritenga che l’età dell’atomo sia finita, è libero di dirlo. Però io, come elettore, quando ho votato,
credevo di dover scegliere tra Prodi e Berlusconi. Adesso mi rendo conto che ho scelto tra
Calderoli e “er Piotta”, e così non mi va, assolutamente. Perché andare a votare, se la scelta era
quella? Quindi capisco l’isolamento di Mussi, e capisco la presa di posizione di Tocci, ma queste
sono cose che devono far riflettere davvero, ma davvero, anche il Sindacato.
Marco Broccati
Segreteria Nazionale FLC Cgil
Questa discussione tra scienza, etica, rapporto con la società, è una discussione che si sta
complicando vieppiù, intervento dopo intervento.
Abbiamo avuto nel passato delle polarità principali, intorno alle quali questa dinamica di relazione
si muove. Quella etica/religiosa è una di quelle fondamentali, che ci portiamo dietro dal lontano
passato, e che non ci scrolleremo di dosso per il futuro. Nel senso che c’è una dicotomia genetica
tra l’idea di scienza, come è venuta maturando nel nostro continente negli ultimi secoli, e la forma
religiosa tradizionale. La scienza si occupa di oggetti materiali, senza ricerca di fini ultimi; la
religione, per definizione, si occupa di fini ultimi. Si può tentare la conciliazione tra fede e scienza?
Certamente sì, ma la dicotomia fondamentale resta. Per questo dico che, al di là del folclore sugli
angeli che vengono inibiti dalla legge di gravità, i problemi che ruotano intorno alla dimensione
religiosa, sono destinati a permanere, per quanto attiene un rapporto con lo sviluppo della scienza.
Sarebbe anche semplice – io sono un non credente – risolvere questa dicotomia, o in termini di
caricatura o in termini di scelta esplicita di campo. Penso però che la questione continuerà a
dipanarsi per molto tempo in un rapporto dialettico, che inevitabilmente continuerà a vedere pesare
sullo sviluppo della scienza posizioni oggettivamente dannose, dal punto di vista dell’iniziativa
politica, come quella che qui ci è stata presentata, o banalmente arretrate. Però non facciamo
semplificazioni eccessive, perché questa relazione è molto mutata nell’arco del tempo, non è vero
che è rimasta immobile. E’ pur vero che il passaggio dall’autorità dei testi religiosi, come unica
fonte di verità, ha conosciuto profonde mutazioni, fino ai giorni nostri, cioè non siamo ai tempi di
Ruggero Bacone, un po’ di acqua sotto i ponti è passata. È vero che ancora oggi si tende a
demonizzare l’uso dell’energia elettrica piuttosto che quello del nucleare, però, insomma, siamo in
un ristabilimento di una relazione molto più equilibrata tra queste due grandi polarità della nostra
vita culturale.
Seconda questione, a me ha molto interessato, nella relazione della professoressa Giovannetti, il
discorso che lei non ha esplicitato fino in fondo, ma che è evidentemente altra grande polarità di
dinamica collettiva. Ha cominciato parlando della paura, e ha fatto capire come su scienze che
oggi sono di frontiera, come le biotecnologie, ma probabilmente in molti altri settori del sapere, in
realtà la dinamica della paura sia il corrispettivo legato alla mancanza di informazione, al non
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sapere, al vecchio timore dell’ignoto. Ha poi fatto un passo ulteriore perché, una volta dissipata la
nebbia dell’ignoranza, resta invece, con grande evidenza, un principio di cautela e di prudenza
nell’affrontare tematiche sulle quali ancora troppo poco sappiamo, nelle loro implicazioni profonde,
e che portano in primo piano l’altro grande tema, cioè quali sono le dinamiche che muovono e
spostano, in realtà, al di là del ragionevole dubbio e al di là di quella che sarebbe pratica
auspicabile, la ricerca e la diffusione delle tecnologie, ed è il grande tema del rapporto tra scienza
e forme di economia. Il fatto che Monsanto, grande multinazionale, semimonopolista, attraverso
l’esercizio di un potere condizionante, in realtà, non soltanto prema in una certa direzione sullo
sviluppo delle biotecnologie, ma diventi davvero uno dei poli fondamentali degli equilibri ambientali
ed economici del pianeta., perché sessanta milioni di ettari di soia, con quello che significa nel
rapporto tra i cicli della produzione del cibo, la previsione del welfare sostenibile a livello planetario,
la distribuzione delle risorse tra continenti e tra paesi, pesa un pochino più dell’Onu all’interno della
determinazione delle politiche globali. Quindi, dentro questo dibattito si introduce oggi una variabile
che la scienza in passato ha conosciuto solo marginalmente, e che è l’uso che i grandi monopoli
sono in grado di fare e in grado di orientare. Allora, se queste tre parole semplicissime sono un po’
le coordinate fondamentali di scenario, le modalità con le quali la scienza si organizza sono
modalità che partono dalla necessità di una forte contestualizzazione degli obiettivi e dei percorsi.
Io non sono convinto che esistano modelli univoci, o esclusivi, di organizzazione del sapere
scientifico, nel senso che probabilmente era possibile fare buona scienza nella Germania nazista,
così come è possibile fare buona scienza nella Cina attuale, o negli Stati Uniti di oggi. La modalità
con la quale noi scegliamo di organizzare, è una modalità che attiene sostanzialmente alla
valorizzazione dei valori fondanti. Perché il Sindacato si occupa di scienza? Il Sindacato si occupa
di scienza perché si pone il problema di una relazione esplicita tra la libertà di ricerca, che significa
progresso collettivo, e il governo di processi che hanno un’esplicita natura economica e sociale. In
quale punto tutto questo si intreccia, determina la modalità concreta con la quale è possibile
ragionare di organizzazione scientifica. Tra i modelli qui proposti, io sono per una forte enfasi
sull’autorganizzazione del sapere scientifico. Non credo che siano più fruttuosi modelli – ma credo
che questa sia una risposta assolutamente scontata – di imposizione gerarchico burocratica o
iperdecisionista, tanto meno se concentrati in sedi decisionali che, o rischiano di essere
contaminate eccessivamente dall’economia dei poteri forti, o non hanno le competenze per
organizzare. Quindi io sono per enfatizzare molto l’autorganizzazione. È chiaro e evidente che
vanno costruite le sedi, i raccordi, perché il sapere scientifico, da una parte si colleghi ad una
visibile utilità sociale, dall’altra venga messo a disposizione di una conoscenza generale, perché
non si generino quei fenomeni medioevali di demonizzazione del sapere, dall’altra, ancora, venga
ricondotto all’interno di una cornice di regole che consentano alla comunità nazionale e
sopranazionale, di volta in volta, di modulare l’uso delle risorse a seconda del peso e
dell’impetuosità dello sviluppo nei vari settori. Anche qui, con grande leggerezza, perché, se
guardiamo agli ultimi decenni, in realtà lo sviluppo delle scienze di frontiera è nato in larga parte
dalla contaminazione di saperi già esistenti, e dalla sovrapposizione di settori disciplinari già
esistenti, che hanno creato i nuovi settori., è nato all’interno di una dinamica che era, più che
riferita alla programmazione, riferita alla ricerca pura, cioè riferita alla dinamica spontanea di alcuni
settori che, intrecciando le conoscenze, hanno piano piano generato… l’informatica è andata così,
così come probabilmente è andata anche per le questioni legate alla genetica e alla biologia.
Bellone lo ha detto prima, oggi abbiamo un problema disperante per quanto riguarda le prospettive
della sostenibilità culturale ed organizzativa della ricerca in Italia. Io penso che, a partire dalle
coordinate che abbiamo sperimentato in questi anni, tenendo insieme il rispetto dell’autonomia
della scienza, la sua capacità di autorganizzazione, e la ricerca di forme di collegamento efficace e
condiviso, consapevole, tra le forme della politica, le forme della società e della scienza, forse non
è arrivato ancora il momento di dire che dobbiamo consegnare armi e bagagli a indiani e cinesi
una tradizione culturale che negli ultimi cinque o sei secoli mi pare che, nonostante le
contraddizioni, qualche risultato nella vecchia Europa l’ha portato.
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Emanuela Giovannetti
Ringrazio il collega per avermi dato l’occasione di esplicitare quello che avevo detto alla fine. Io ho
detto: “Poi magari nel dibattito posso dire quali sono le mie paure”. Una delle paure mie, e che ha
lei ha esplicitato bene, riguarda proprio la concentrazione nella mani di poche multinazionali del
cibo del mondo. Questo è il problema più grosso perché non è un caso che la gran parte della
superficie coltivata al mondo, quindi l’ottantacinque percento, sia a piante transgeniche che
presentano la resistenza agli erbicidi. Perché queste grosse multinazionali, che prima erano agrochimiche, producevano pesticidi, e adesso sono diventate agro-biotecnologiche, producono il
seme brevettato, il brevetto, guadagnano sul seme e sul brevetto e producono gli erbicidi che
vendono in un pacchetto completo agli agricoltori. Il fatto che adesso abbiano provato, per due
volte di seguito, ad introdurre i brevetti terminator, la dice lunghissima sulle loro intenzioni. Perché
loro vogliono proteggere i brevetti, i geni brevettati, che sia il gene per la resistenza agli erbicidi o il
gene per la resistenza agli insetti, non importa, vogliono proteggere quei semi, i loro brevetti. Per
proteggere questi brevetti hanno provato, e hanno fatto molti altri brevetti, che si chiamano
Terminator, Verminetor, o altri, è inutile andare ad elencarli, il concetto che è dietro a questi
brevetti ulteriori è che: al mio gene brevettato io metto accanto un gene che impedisce la
germinazione dei semi di seconda generazione, quindi gli agricoltori devono tornare da me e tutti
gli anni comprare le piante. Questo vuol dire che, se verrà accettato, avremo la concentrazione
nelle mani di pochissime multinazionali del cibo di tutto il mondo. Questa è una delle mie paure.
Tanto è vero che ci sono state due campagne mondiali degli scienziati contro il gene terminator, e
proprio recentemente, è stata chiusa, a marzo, la seconda campagna mondiale, perché, la
Monsanto, dopo aver detto che avrebbe ritirato il brevetto, poi è tornata all’attacco. Questa
campagna si è svolta, io sono stata una delle coordinatrici nel mondo di questa campagna contro i
geni contro la fertilità. Quindi ha ragione.
Elena Cattaneo
Devo dire che anche io non sono pronta, armi e bagagli, a partire e lasciare campo a India, Cina,
eccetera, però tanti dubbi li ho sulla reale possibilità di incidere. Perché alcune cose non sono così
difficili da fare. Come questa di rispondere, cioè non può essere che ci siano dei giornali, appunto,
che costantemente fanno questa opera di dissacrazione della scienza, ed è sempre, sempre così.
Però teniamo presente che in Italia ci sono stati alcuni eventi, e io li vedo come delle macchie
indelebili. Ricordiamoci il caso Di Bella, cioè, 1997, questo signore, un fisiologo, una brava
persona, eccetera, senza nessuna pubblicazione scientifica, ha mosso l’Italia e ha ottenuto dal
Governo finanziamenti, additando gli oncologici come dei disumani che non volevano considerare
la sua cura, tra virgolette, con la melatonina. Se abbiamo passato quello, vuol dire che l’Italia è
pronta a prendere gli istituti di ricerca e la scienza e a buttarla via perché tanto non serve. Questa
macchia, secondo me, è pesantissima. Negli stessi anni, Cesare Galli, il collega Cesare Galli
dell’Università di Cremona, veniva perseguito dai Carabinieri perché aveva clonato il toro Galileo,
che è stato l’unico toro, probabilmente, ad essere messo in prigione. Se penso anche ai giorni
d’oggi, io sono, insieme ad altri pochi colleghi, fra quelli che hanno denunciato alcune situazioni
sulle quali si è lavorato in modo non trasparente, con pieno conflitto di interessi, ma alla fine non è
successo nulla. L’Istituto Superiore di Sanità, presieduto dal dottor Garaci, nel 2001, su nomina del
Ministro della Salute, che era Sirchia, ha istituito una commissione sulle cellule staminali, con
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membri della commissione che si sono autoerogati dei finanziamenti. Questi sono i soldi che
escludevano, tra l’altro, le embrionali umane. Quindi, questo gruppo di dodici, molti di loro, hanno
deciso dell’erogazione dei finanziamenti, e abbiamo scoperto, sull’unica lista che è stata resa
pubblica, che un numero notevole di finanziamenti è finito ai membri stessi. E magari tutto era
lecito, però ci devono dire come hanno fatto, come hanno affrontato il conflitto di interesse, perché
la cattiva distribuzione dei fondi, non è solo quando un finanziamento va a un progetto che non
vale, ma è cattiva distribuzione dei fondi anche quando progetti meritevoli, per essere finanziati,
ricorrono a queste procedure che, secondo alcuni colleghi, sono da tavolo della Magistratura.
Questo è stato segnalato perché questa è solo una fetta del bando; del secondo e terzo bando è
sparito tutto dal sito dell’Istituto Superiore di Sanità, quando abbiamo cominciato a chiedere
chiarezza. Vi dico queste cose perché le ho sempre dette. Anche altri colleghi. l’Associazione Luca
Coscioni, l’unica che è si presa in carico questa situazione, è arrivata a fare una interrogazione
parlamentare e poco fa il sottosegretario - non mi ricordo come si chiama, scusate – ha detto: “Sì,
di fatto quella commissione ha lavorato con procedure non trasparenti” , amici come prima, punto e
basta. Vi assicuro che portare avanti una situazione del genere costa fatica, e fastidi, non è che sia
una cosa semplice. Queste situazioni su cui si può puntare il dito, sono lì, sul tavolo dei nostri
Ministri, da tempo, sul tavolo delle nostre associazioni, da tempo, nessuno fa niente. Che speranza
puoi avere? Quindi anche io ho dei dubbi di poter incidere e migliorare, in un panorama di questo
tipo, quando di fatto la comunità scientifica ha delle enormi difficoltà interne di sopravvivenza, così
tanti problemi che pochi hanno non dico il coraggio, ma la forza, la determinazione, la volontà di
dire: qui c’è stato un errore. Ci adeguiamo, ma non per spirito di polemica, ma questa non è
ricerca, se operi così, così come non è accettabile questa costante distruzione e rivisitazione della
scienza. Quello che mi stupisce è che ci sono delle situazioni in cui è facile intervenire, noi lo
abbiamo detto tante volte al ministro Mussi, e si è detto: “Adesso cambia la storia, con queste
commissioni eccetera…”..è facile e non dobbiamo neanche inventarci delle procedure per gestire
questi finanziamenti. Un neofisiologo di Torino diceva: Il modo migliore di gestire i finanziamenti
pubblici è darli in mano al Telethon. Abbiamo l’esempio in casa di come si può erogare i
finanziamenti in modo produttivo, rigoroso, perché dobbiamo chiuderci gli occhi e alla fine chiudere
questa interrogazione parlamentare dicendo: sì c’era un problema? Bisogna dare anche alla
comunità scientifica, che ha i suoi problemi, l’idea che c’è qualcuno a cui ci si può rivolgere, e che
può lavorare in queste situazioni.
Giuseppe Nardulli
Ordinario di Fisica, Università di Bari, Unione Scienziati per il Disarmo
“La responsabilità degli scienziati”
Il tema che mi è stato sottoposto, è di quelli che fan tremare le vene ai polsi. Quindi, per
affrontarlo, comincerò a fare delle distinzioni e a mettere dei paletti. Il tema generalmente evoca
dilemmi etici fondamentali, alcuni sono stati richiamati questa mattina. A me, come fisico, vengono
in mente subito dilemmi che forse molti, ma certamente alcuni degli scienziati che parteciparono al
progetto Manhattan, si trovarono ad affrontare negli anni finali della Seconda Guerra Mondiale. Per
tratteggiare con poche parole l’entità di questi problemi morali, ricordo la celebre frase di Robert
Oppenheimer, scritta nel ’48, a commento di quella vicenda: “I fisici hanno conosciuto il peccato, e
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questa è una conoscenza che essi non possono perdere”. Possiamo aggiungere che con il
progetto Manhattan, e con la nascita della grande scienza non cambiarono solo gli scienziati, ma è
cambiata proprio la scienza, sotto molti profili, ma in particolare sotto questo profilo, cioè la
distinzione tra scienza e tecnica si è attenuata. Oggi parliamo infatti di tecnoscienza, ad indicare
un’attività scientifica fortemente influenzata dalla tecnologia, sia a monte sia a valle. Sui problemi
etici posti da questa dimensione della scienza, mi soffermerò poi, ma, come dicevo, è opportuno
fare delle distinzioni. In primo luogo vorrei fare una distinzione fra scienza accademica e
tecnoscienza. Per “scienza accademica” mi riferisco a quella che Kuhn chiama la scienza normale,
cioè la normale attività di ricerca, che consiste generalmente nel risolvere problemi definiti,
all’interno di uno schema e di un quadro concettuale anch’esso definito. Per questo tipo di ricerca,
le norme etiche, che almeno idealmente, in linea di principio, gli scienziati si sono dati, sono state
ricordate varie volte questa mattina dagli oratori che mi hanno preceduto e le posso riassumere
così: la prima è che la scienza deve essere indipendente; ciò significa indipendenza da interessi
esterni e assenza di controlli extrascientifici. La seconda: la scienza deve avere carattere
universale e comunitario, il che significa che deve essere possibile, anzi necessaria, la
condivisione dei risultati della ricerca all’interno della comunità scientifica internazionale, mediante
la pubblicazione dei risultati. Terzo, fa parte dei doveri dei ricercatori anche il controllo dei risultati
scientifici, all’interno di questa comunità. Per dirla con una formula, all’interno della comunità
scientifica deve essere presente lo scetticismo organizzato. Il metodo per realizzare questa critica
permanente e istituzionale è mediante il sistema delle riviste basate sui P-Revue, cioè sui referees
anonimi, che controllano preliminarmente la qualità dei lavori sottoposti ai comitati editoriali. Il
sistema dei referees anonimi si presta a varie critiche, e vorrei fare qui una digressione sulla
scienza normale, sottolineando che l’aggettivo può sembrare riduttivo. “Normale” generalmente
non solleva grandi entusiasmi, eppure è l’attività che normalmente, diciamo quotidianamente,
facciamo noi scienziati. Dicevo che ancora di più può sembrare riduttivo, questo aggettivo, se
pensiamo che questo sistema comunque ha dei difetti, si presta a delle critiche. Ad esempio esso
favorisce soltanto lo sviluppo della scienza normale, accademica, mentre sfavorisce l’arrivo di idee
nuove, quella che Kuhn chiama “la scienza rivoluzionaria”. Inoltre questo sistema sfavorisce lo
sviluppo interdisciplinare, perché di norma i referees sono specialisti dei loro settori, e non di altri.
Ora, questi sono chiaramente difetti, ma non tali da mettere in crisi, a mio parere, il sistema. È
infatti necessario e giusto che le idee rivoluzionarie siano rare nella scienza; solo di tanto in tanto
esse sono necessarie, e cioè quando le difficoltà concettuali o sperimentali all’interno di un dato
paradigma si sono accumulate a tal punto da rappresentare un problema insuperabile all’interno
del vecchio schema concettuale. Però, al contrario, un eccesso di idee nuove è generalmente
fonte di confusione e, come ha detto il filosofo, la verità nasce più facilmente dall’errore che dalla
confusione. La scienza, cioè, è generalmente conservatrice, non è rivoluzionaria. Ancora qualcosa
sulla scienza normale. Perché, nonostante questi difetti, nonostante il fascino molto discreto
dell’aggettivo “normale”, essa è l’attività che più spesso esercitano i ricercatori? Innanzitutto
perché essa comunque ha un fascino. Il ricercatore è essenzialmente un risolutore di problemi,
“problem solver”, e la scienza normale, per l’appunto, è quella che permette di risolvere problemi
definiti all’interno di uno schema concettuale. Questo rappresenta uno stimolo e anche una
soddisfazione intellettuale, come potete facilmente immaginare. Poi, risolvere i problemi è
considerato un elemento di prestigio, e poi, per quanto possa sembrare paradossale, per il fatto
che questi problemi nascono all’interno di una comunità, sono spesso slegati da necessità
immediate o pratiche. Questo permette di risolverli perché, se uno ti propone un problema
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immediato, un problema pratico da risolvere, questo generalmente è così complesso che non si sa
da che parte cominciare. Mentre invece risolvere un problema accademico permette di enucleare
alcuni elementi che possono spingere facilmente alla soluzione. Tutto questo può sembrare poco,
può sembrare molto riduttivo, ma invece è molto, non è poco. La scienza normale permette di
risolvere questi problemi, e solo raramente questi problemi non possono essere risolti all’interno
del dato paradigma. Tutti i grandi scienziati, anche gli scienziati rivoluzionari, sono stati e sono
scienziati normali, e sospettosi delle grandi innovazioni. A me viene in mente Enrico Fermi, un
grande scienziato, ma anche un grande scienziato conservatore, che era sospettoso di tutte le
idee nuove, perché molto spesso non si basavano su nulla.
Ho voluto definire in termini un po’, naturalmente, molto grossolani, qual è l’attività accademica
tipica di un ricercatore. Da questo quadro, raramente viene fuori un problema di responsabilità
sociale, cioè un problema etico. Raramente, all’interno di questo quadro di scienze normali, si
pone un problema di questa natura. È solo nel passaggio dalla scienza normale - che però è un
caso ideale - alla scienza universitaria, o se volete, ancora di più, alla ricerca scientifica che
avviene all’interno delle grandi istituzioni, o private, le industrie, o statali, per esempio l’apparato
militare, che sorgono problemi etici, e quindi l’etica e la scienza risultano nuovamente congiunte.
Riassumo le caratteristiche della scienza normale, che in qualche modo definiscono la
responsabilità dello scienziato, quando egli è impegnato in questo tipo di attività: indipendenza
della ricerca scientifica, pubblicazione dei risultati, sistema dei P-Revue, che rappresentano quindi
le regole etiche ideali di questo tipo di scienza. Però queste regole spesso entrano in conflitto con
altre esigenze, non soltanto per quelli che svolgono, come dicevo, l’attività di ricerca nell’industria o
in settori militari, ma anche dentro le università, per il solo fatto che i professori universitari non
sono soltanto ricercatori, ma sono anche insegnanti, talvolta consiglieri del potere politico, di
aziende pubbliche e private, talvolta divulgatori. Poi, quasi sempre, sono anche ricercatori che
sono alla ricerca di finanziamenti e, pur di averli, si rivolgono a chiunque sia in grado di darglieli.
Ed è quindi attraverso questa ricerca di finanziamenti, che anche per la ricerca universitaria, che
dovrebbe essere ricerca accademica pura, può crearsi un conflitto tra la ricerca stessa e le
esigenze dei finanziatori, le esigenze esterne. Tutti questi conflitti, questi dissidi, questi dilemmi,
nascono, a mio parere, dal fatto che negli ultimi decenni, nell’ultimo mezzo secolo, si è ridotto
l’intervallo di tempo che intercorre tra la ricerca fondamentale e l’applicazione tecnologica. Quindi
la scienza accademica è sottoposta a una pressione esterna, perché essa diventi immediatamente
utile, serva a qualcosa, sia strumentale. Questo porta, quindi, adesso, al tema di come affrontare
la questione della responsabilità degli scienziati in questa fase della vita della nostra società, che
vede più forti le pressioni esterne, più importante il ruolo dei finanziamenti, e quindi più debole
l’indipendenza dello scienziato. Come affrontare il problema in questa fase. Io non credo che il
problema si possa risolvere unicamente, o anche soltanto prevalentemente, in termini di
responsabilità individuale, perché, ad esempio, può capitare che uno scienziato si rifiuti di fare una
ricerca, e però si trova qualcuno altro che la fa al suo posto, e quindi il problema non viene risolto
in questo modo. Credo quindi che il problema vada posto imponendo delle regole sociali, cioè una
regolamentazione alla quale attenersi. Noi non dobbiamo partire da zero: esiste una
regolamentazione nazionale, internazionale o, se volete, anche soltanto declaratoria, che però può
rappresentare un punto di riferimento. Per fare degli esempi, la convenzione sulle armi chimiche
proibisce – cito testualmente – “un genere di armi di annichilazione di massa, importanti e
pericolose, e impegna gli Stati membri alla distruzione degli arsenali e i laboratori dove essi
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vengono prodotti”. Questa convenzione quindi stabilisce un meccanismo legale, una norma
internazionale, e sostanzialmente universale, perché sono centosettantacinque i paesi che
aderiscono a questa convenzione, una norma universale alla quale il singolo ricercatore può fare
riferimento, e può appellarsi. Un’altra convenzione analoga è la convenzione sulle armi biologiche
e sulle tossine. Un’altra convenzione di questa natura, è la convenzione di Ottawa sulla
proibizione, l’uso, lo stoccaggio delle mine anti-persona. Ma esistono esempi anche che non
riguardano gli armamenti, ad esempio il protocollo di Montreal sulle sostanze che riducono lo strato
di ozono, e così via. Accanto a queste norme legali, che regolano aspetti particolari, possiamo
citare anche delle norme universali, di carattere etico più che legale, alle quali gli scienziati
possono ispirarsi. Non rappresentano delle norme legali ma, per la loro universalità, direi che
hanno anche esse un carattere cogente. Per esempio la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani,
adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel ’48, oppure il manifesto Russel –
Einstein, del ’54, oppure l’appello per l’eliminazione della minaccia per l’umanità rappresentata
dalle armi nucleari, firmata qualche anno fa da oltre cento personalità, tra premi Nobel e grandi
personalità scientifiche. Queste dichiarazioni, queste convenzioni legali e questi appelli hanno in
comune una cosa: fanno appello al senso di responsabilità, non soltanto nei confronti dei nostri
contemporanei ma anche delle generazioni future. Mi pare che la caratteristica che emerga, che
accomuni questi esempi che ho portato, sia quella di fare appello a quella che viene chiamata
l’etica della responsabilità, il principio di responsabilità. Possiamo esprimere questo concetto in
vari modi, una formulazione è per esempio questa: agire in modo che l’effetto della nostra azione
non sia distruttiva delle possibilità future della vita sul pianeta; oppure, più brevemente: l’esistenza
dell’umanità non deve mai essere messa in gioco. Il principio di responsabilità di Jonas è un
principio etico universale, che ricorda l’imperativo categorico di Kant, che potrebbe essere
espresso così: agisci in modo che l’essenza della tua azione possa diventare il principio di una
legge universale. L’imperativo kantiano è il principio etico di un mondo nel quale valgono alcune
regole non scritte, che Kant dà per scontate. La prima è che l’azione sugli esseri non umani non
costituisce e non genera un problema etico, sottinteso nel fatto che non venga nominato altro
essere, a parte gli esseri umani; l’etica è antropocentrica, cioè riguarda solo i rapporti tra uomo e
uomo; l’entità uomo è assunta come un dato di fatto che non può essere modificata dall’attività
storica e, infine, le conseguenze di un comportamento non etico si svolgono comunque a ridosso
dell’evento, cioè gli eventuali effetti negativi sono immediati. Queste sono delle cose non dette
dell’imperativo kantiano. Ma l’etica della responsabilità aggiunge all’imperativo altre cose,
innanzitutto l’allargamento dell’orizzonte temporale: si è responsabili non soltanto verso i
contemporanei ma anche verso le generazioni future. Poi la consapevolezza che la tecnologia può
modificare radicalmente le caratteristiche stesse della specie homo sapiens . Infine si è
responsabili non solo verso l’ambiente umano ma anche verso l’ambiente non umano: animali,
esseri inanimati. Credo quindi che questo principio di responsabilità, più e meglio dell’imperativo
categorico, possa rappresentare il codice etico per gli scienziati, e questo per il carattere pervasivo
della tecnologia e della tecnoscienza di cui si è parlato con vari esempi anche questa mattina. Ma
questo principio non può e non deve rappresentare solo un vincolo personale, individuale per gli
scienziati, dovrebbe, credo, trasformarsi in una serie di regole legali, del tipo cui accennavo prima:
le convenzioni sulle armi, e così via. Finché questo non accade o, meglio, finché questo non
avviene su una scala sufficientemente ampia, da comprendere gli ambiti sempre più vasti nei quali
si applicano le tecno-scienze, ci sarà sempre la possibilità di un conflitto tra la norma legale e il
principio etico. In ultima analisi, quando questo conflitto è arrivato a questo punto, la risposta non
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può che essere individuale, e occorre fare appello alla propria coscienza. In questi casi, il prezzo
da pagare può essere molto alto. Ricordo i due episodi che mi vengono in mente, ma ce ne sono
tanti, ad esempio il tecnico nucleare Mordechai Vanunu, israeliano, che avendo lavorato per alcuni
anni al progetto nucleare militare di Israele, nel centrale di Dimona, nell’86 rivelò a un giornale
inglese che nella centrale nucleare di Dimona si costruivano armi nucleari. Nel suo viaggio in Italia
fu rapito a Roma dai servizi segreti israeliani, fu condannato a diciotto anni di prigione, senza poter
avere contatti con l’esterno. È stato liberato nel 2004, avendo scontato tutti i diciotto anni di
prigione, accusato di aver rivelato segreti di Stato. Oppure Al Sharistani, fisico nucleare iracheno,
che si rifiutò di collaborare al progetto di armi nucleari di Saddam e ha passato dieci anni nelle
prigioni del regime iracheno, per aver opposto questo rifiuto. Direi che, quando il conflitto è di
questo genere, l’essere scienziati serve a poco, si è soli con la propria coscienza. Però, forse,
piuttosto che sperare nella buona sorte, o affidarsi a enti religiosi o esterni, potrebbe essere una
buona idea introdurre nei curricola accademici anche una sorta, diciamo così, di educazione
civica, come si diceva una volta nelle scuole, educazione civica degli scienziati, cioè uno spazio
specifico nel quale il futuro ricercatore o il futuro tecnologo impari a riflettere sul grande potere che
la scienza e la tecnologia gli dà, ma anche sulla grande responsabilità che lo sviluppo della
tecnoscienza può far gravare su di lui.
Presidente
“La scienza negata” è un testo che ci ha profondamente colpito e molto interessato, ed è anche il
titolo dell’intervento di Enrico Bellone, ordinario di Storia della Scienza, Facoltà Scienza Università
degli Studi di Milano, e direttore della rivista “Scienze”.
Enrico Bellone
Ordinario di Storia della Scienza, Facoltà di Scienze, Università degli Studi di Milano, Direttore
della Rivista "Le Scienze"
“La scienza negata”
Non parlerò del mio libro, anche perché il mio libro non contiene alcunché di originale: ho messo in
fila dei dati aritmetici che riguardano lo stato dei rapporti tra politica e ricerca di base nel nostro
paese, a partire dal 1896 per arrivare al 2004, e ne emerge che c’è un disinteresse sistematico per
quanto riguarda questo problema, il che si riassume dicendo che non è vero che l’Italia corre il
rischio di uscire dalla società della conoscenza, perché non ci è mai entrata. La seconda parte del
libro è un elenco di citazioni tra virgolette, di opinionisti tra i quali nasce appunto questa idea della
scienza negata, in campo giornalistico, filosofico, politico. Non parlo del libro anche perché sono
usciti libri molto più documentati del mio, per esempio il saggio a quattro di mani, di Bernardini e
De Mauro, “Contare e raccontare”, dal quale viene fuori una società civile, nostra, in cui c’è da una
parte analfabetismo scientifico di massa, che coinvolge non tanto l’istruzione superiore, quanto
tutto il sistema educativo nazionale prima dell’università, e il pressappochismo in area umanistica.
Il termine “pressappochismo” non è il mio, è di un umanista come Tullio De Mauro, il quale poi,
pochi mesi più tardi, ha scritto un altro bellissimo libro, edito mi pare da Laterza, “La cultura degli
italiani” che vi raccomando di leggere perché vi renderete conto di com’è la nostra società. Per
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quanto riguarda la questione già toccata questa mattina del declino del nostro sistema industriale,
c’è il saggio di Gallino, che è un classico, che si chiude con la constatazione di un fatto, non è
un‘opinione ma è un fatto: il sistema industriale italiano è in condizioni di nanismo. Per cui è da
vedere se restiamo in Europa, perché non sono in grado di competere, a livello industriale, con la
Germania o la Francia, o l’Inghilterra. Il mio punto di partenza è sempre stato, negli ultimi dieci
anni, da quando sono le scienze, una lettura di alcune di pagine di Ruberti., che come sapete, è
stato rettore a Roma, Ministro, ha ricoperto incarichi a livello europeo. Ruberti, tracciando un
bilancio della situazione italiana nella seconda metà del novecento, indicava come punti nodali due
questioni. La prima era questa: l’Italia non riconosce la scienza come una forma della cultura, e
quindi non si impegna, a livello politico e sindacale, su questo tema. D’altra parte la classe politica
– lo so che è un brutto termine ma ci comprendiamo: “gli eletti dal popolo” – riflettono in sé questo
concetto generale della cultura diffusa secondo cui la scienza non è cultura. Quindi, quando poi
fanno le leggi della Repubblica, usano questi criteri, in perfetta buona fede. Dobbiamo però
chiederci perché Ruberti aveva ragione. Intervengono, nell’ambito della nostra cultura diffusa, due
temi che finiscono quasi sempre per convergere tra di loro. Il primo tema è quello che è stato più
volte sottolineato negli ultimi trent’anni, da quello che a mio avviso è il più grande storico della
cultura, oggi vivente nel nostro paese, Paolo Rossi di Firenze. Paolo Rossi in più libri ha fatto
notare come le immagini negative di che cosa è la scienza, di che cosa è la tecnica, possono
incidere potentemente sullo stato di sviluppo di un paese. Immagine negativa della scienza non
vuol dire una critica alla scienza fatta dall’interno della comunità scientifica, è una critica di un
opinionista che vive all’esterno, in genere, della comunità, e che magari non sa distinguere
un’equazione differenziale da un ananas, però scrive un libro sulla matematica in generale. Non
facciamo nomi, ma un grande sociologo e una grande critica letteraria hanno scritto un libro “Terra
patria”, che è stato recensito in Italia da mezzi giornalistici di impronta conservatrice o di impronta
progressista, come un capolavoro. Essi sostengono – e sono un sociologo molto intelligente e una
critica letteraria molto intelligente – che la matematica ha generato nelle nostre città la sporcizia
nelle strade e la delinquenza minorile, e che l’uso della matematica porterà a una mutazione nella
nostra specie da homo sapiens a homo demens. Questi sono libri facilissimi da leggere, e
influiscono pesantemente nella cultura diffusa. Ma poi ci sono anche le immagini, non della
scienza, ma direttamente le immagini della natura. Ne cito una molto brevemente: in queste ultime
settimane la radio o la televisione, e i grandi quotidiani, i grandi settimanali, fanno pagine e pagine
sull’idea che probabilmente tra mezzo secolo la nostra specie potrebbe estinguersi. Potrebbe
estinguersi perché l’effetto serra sarebbe così pesante da portare all’estinzione di molte specie,
l’oceano che si solleva di quattro metri e che invade le grandi città, eccetera, eccetera. Qualcuno
sta anche dilettando il cittadino con l’ipotesi di andare su altri pianeti. Questa è una immagine
mistica della natura, e si basa su due errori fondamentali. Il primo errore è che la natura sia una
madre benevola, e che è stata violentata dall’uomo attraverso la tecnologia, facendo aumentare la
temperatura del pianeta, con l’immissione di Co2 in atmosfera: il tema dell’effetto serra. Ora, sulle
riviste di nicchia, cito l’ultima che ho potuto consultare, “Analysis” il n. 2 dell’anno 2006, nelle riviste
di nicchia si dice esattamente il contrario Si dice che, esaminando le carote di ghiaccio in
Antartide, si è ricostruita la storia climatica del pianeta negli ultimi 420 mila anni, dalla quale risulta
che il nostro pianeta, per cause del tutto naturali, è soggetto a cicli climatici, che si chiamano
“glaciazioni” e cose del genere. Noi stiamo uscendo, da diciottomila anni, dall’ultima glaciazione e
in modo particolare ne stiamo uscendo con fluttuazioni climatiche. Per esempio, tra l’anno 1000 e
l’anno 1500 la temperatura media globale era molto più alta di quella di adesso, e non c’erano le
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industrie a inquinare l’atmosfera con il Co2. Tra l’altro è vero che la Co2 inquina? Chi è addetto
all’agricoltura sa benissimo che nelle serre si immette Co2 per far crescere meglio i vegetali, e che
la Co2 è fondamentale nella storia del pianeta per i fenomeni di riforestazione, che senza Co2 le
foreste non rinascono. Non solo, ma va notato che, se tra il 1000 e il 1500 la temperatura era
molto più alta di adesso, ci sono anche dei fatti più recenti. Per esempio, dal 1940 al 1970, la
temperatura del pianeta è diminuita globalmente, e non c’entra niente con la Co2 perché l’ottanta
percento della Co2 oggi esistente in atmosfera è venuta fuori dopo quel periodo. Quindi non è vero
che l’immissione di Co2 in atmosfera provoca alterazioni della temperatura del pianeta, è vero il
contrario. Questo che cosa vuol dire? Vuol dire che ad esempio, sul piano politico, fare appello al
protocollo di Kyoto è estremamente rischioso. Se l’Italia dovesse adeguarsi al protocollo di Kyoto,
noi, per una decina di anni, per ogni cittadino, dovremmo tirare fuori circa ottocento dollari l’anno, e
non ce la faremmo comunque. Questo ha una ripercussione sul piano della politica, perché sullo
scenario energetico, se noi lavoriamo sul clima, tenendo conto delle cose che vi ho detto prima,
abbiamo due scelte di fondo da fare, e una è il nucleare. Ora, mi piace ricordare, senza alcuna
polemica, a chi oggi dice “nucleare no grazie”, che cosa è successo in Italia nel ’62 e ’65,: alla fine
del ’62 viene assassinato Enrico Mattei; sei mesi più tardi, Saragat attacca pubblicamente Felice
Ippolito, insieme a Saragat si schierano il Corriere della Sera e la Democrazia Cristiana, e Ippolito
verrà condannato a undici anni di carcere, un processo farsa. Negli stessi giorni in cui si fa
l’attacco a Saragat, si mettono le manette a Marotta, il quale, insieme a Bové, che è un altro
premio Nobel, pensava di poter affrancare l’Italia dall’egemonia anglo-americana sulla produzione
di farmaci di frontiera. L’accusa a Marotta non venne dal Corriere della Sera, venne dal quotidiano
l’Unità. Poco tempo dopo si fece lo stesso trattamento ad Adriano Buzzati Traverso, che voleva
rinnovare la biochimica e la biofisica nel nostro paese, e li obbligarono a chiudere i laboratori. Ora,
questo stato di cose l’ho citato perché chi dice oggi “nucleare no grazie” dovrebbe dire che
l’assassinio di Enrico Mattei fu un atto politicamente corretto, rientrava perfettamente nella logica
del “nucleare no grazie”, e non dobbiamo dimenticare che non è vero quello che si dice e si scrive
oggi in Italia sul fatto che il nucleare è spento. Sappiamo benissimo che la Francia sta cambiando i
propri cinquantanove impianti con gli impianti EPR e che in Francia nessuno protesta, anzi sono
molto contenti. Non dimentichiamo che la Finlandia ha consultato i finlandesi attraverso un
referendum, e sta avviando il quinto reattore nucleare. Tony Blair, in Inghilterra, ha reso pubblico
un documento che aveva chiesto ai propri scienziati, i quali gli consigliano di potenziare il nucleare.
In Italia ci si diletta invece a dire che esiste il carbone pulito: il carbone pulito non esiste e, se
prendiamo la strada del carbone, dobbiamo stare molto attenti a quello che succederà nelle nostre
Regioni. Che l’atto “politicamente corretto” contro Ippolito e contro Mattei fosse noto, lo sappiamo
perfettamente, perché pochi anni più tardi la prima relazione internazionale sullo stato dei sistemi
educativi nazionali, poneva l’Italia al quarantesimo posto su scala internazionale. Prima non era
così, agli inizi degli anni sessanta, cioè dieci anni prima, grazie, ad esempio, ad Edoardo Amaldi,
la fisica italiana era diventata una struttura a livello internazionale, con Buzzati Traverso anche la
biologia andava in quella direzione; con Marotta anche l’industria farmaceutica andava in quella
direzione. Ma, appunto, agli inizi degli anni settanta, arriva il giudizio severo, internazionale,
sull’Italia, e lo sapevano tutti, agli inizi degli anni settanta, come stavamo. Tanto è vero che si fece
un convegno, pubblicati poi gli atti da Feltrinelli, un convegno a Chianciano, dove parteciparono
scienziati e uomini politici, per la Democrazia Cristiana, Galloni; per il Partito Comunista Italiano,
Napolitano. Se andate a leggere le loro relazioni, trovate che erano d’accordo su due punti
fondamentali. Il primo era che, se c’era un crollo verticale nel nostro sistema educativo, non solo
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universitario, questo si era generato negli ultimi anni, ed era trasversale la responsabilità perché,
sia i partiti di governo, sia i partiti di opposizione, sia i sindacati, avevano contribuito, grazie anche
al ’68, a demolire l’esistente. Napolitano aggiunse: “Se entro venti anni non riusciremo ad invertire
la tendenza, avremo il crollo dell’attività industriale e quindi il pericolo per le stesse istituzioni della
democrazia”. Adesso ci siamo perfettamente dentro. Ho già detto questa mattina che seguo con
ammirazione gli sforzi di Mussi per almeno bloccare le fasi patologiche più acute e ne cito alcune.
Negli ultimi dieci anni, le forze di maggioranza e le forze di opposizione, e credo anche una buona
parte del sindacato, hanno favorito il raddoppio delle sedi universitarie nel nostro paese, in base
all’idea che, per vincere le elezioni comunali, provinciali e regionali, è meglio essere d’accordo su
un punto: ad ogni campanile un ateneo. Che cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo ottenuto il
passaggio da quarantuno a ottantaquattro sedi, ma i fondi sono sempre gli stessi. Ora, quante
sono le sedi in grado davvero di dare ai giovani laureandi competenze professionali degne di
essere europee? Per dare queste competenze, è necessario che in questi atenei ci sia un giusto,
un saggio rapporto tra attività di ricerca e attività di docenza. Ma se un ateneo è così piccolo da
essere sotto massa critica per quanto riguarda la ricerca, fa solo docenza. Si chiama
“licealizzazione dell’università”. Questa è la strada che è stata percorsa, quindi, a chi oggi si
lamenta, come ho letto anche il Ministro Padoa Schioppa, che dice: “Ci sono degli sprechi
all’interno delle università”, rispondo: sì, ma dove eravate quando eravate tutti d’accordo a
raddoppiare il numero degli atenei? È una domanda non polemica ma del tutto legittima. Nello
stato attuale di questa situazione universitaria, ancora Mussi ha dichiarato in una recente intervista
che, se spettasse a lui la decisione, introdurrebbe la meritocrazia nella selezione del personale
docente e ricercatore, ed è stato molto esplicito: “Abolirei tutti i concorsi”. Ha perfettamente
ragione. Io vivo in un dipartimento di fisica, poco più di cento iscritti all’anno, alla fine del secondo
anno tutti sappiamo chi sono i dieci o dodici che dovrebbe essere aiutati ad andare avanti. Ma gli
facciamo fare il concorso da dottorato! Ma che senso ha? Come diceva Tuschek: “Li si piglia e li si
mette a bottega”, a condizione, e questa è un’altra idea di Mussi, che ogni tre anni ci sia una
commissione internazionale che va a vedere come sono stati spesi i soldi e quali pubblicazioni
hanno fatto, i giovani che sono stati assunti senza concorso. Altro punto: se è vero, come io credo,
che in Italia abbiamo davvero università di serie A e università di serie B e università di serie C,
come è possibile che accettiamo che esista il valore legale del titolo di laurea. Un ragazzo, una
ragazza che si laurea con 110 e lode nella disciplina A dell’università di pincopallo, e un’altra
persona che si laurea anche lei con 110 e lode in una università di serie C, dal punto di vista legale
sono perfettamente equivalenti. Questo inquina completamente ogni meccanismo di selezione
meritocratica nel nostro paese, e quindi aboliamolo, è una legge che non costa neanche un euro,
perché non passa? Io credo che vi sia una spiegazione al “no” deciso di fronte a una proposta di
questo genere, che tra l’altro è caldeggiata da molti, anche, colleghi. Il no dipende dal fatto che
così si porrebbe il primo passo verso la selezione meritocratica del personale docente ricercatore,
che alcuni interpretano come una violazione delle regole di base della democrazia, le quali
porterebbero a pensare che nel nostro sistema educativo non si debbano selezionare i migliori, ma
dare una preparazione bassa, uguale per tutti. È il paese dell’ignoranza, certo. Se si vuole seguire
questa strada, si può andare avanti tranquillamente. Una ulteriore giustificazione per la
proliferazione delle università è quella che è diventato uno slogan ricorrente negli ultimi venti anni.
In base a questo slogan, che è condiviso dalla destra, dal centro, da una parte della sinistra, lo
scopo per cui esiste una università è di dare risposta ai bisogni locali. Io ho sempre pensato,
invece, che l’universitas studiorum non avesse un territorio a cui dare risposte, è l’università degli
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studi. Perché, se accettiamo l’ottica secondo cui l’università deve rispondere ai bisogni del
territorio, allora accade questo: io vivo in una zona dove c’è una piccola università, la città di
Alessandria; nella zona dell’Alessandrino, nessuno ha alcun bisogno di sapere qualcosa nelle parti
alte della matematica, non ci serve a niente, nessuno ha bisogno di sapere come è fatto un
ammasso di galassie, nessuno ha bisogno di quelle competenze di alta ricerca fondamentale,
perché l’unica industria che tira ancora un po’ dalle nostre parti è quella dei polimeri. Sapere
qualcosa di relatività generale non serve a niente per fare polimeri, e allora facciamo un’università
che risponde ai bisogni dei polimeri. Ma allora perché non se la fa il privato, scusate? Un privato
che ha potuto comprare il trenta percento della Shell sarà in grado di procurarsi trenta ricercatori
che studiano le sostanze plastiche, perché dobbiamo dargli anche l’università, visto che siamo in
un paese in cui gran parte degli industriali spende miliardi per il calcio, ma non tira fuori una lira per
la ricerca pubblica? Quindi si dovrebbe cambiare orientamento anche in questo senso, e ancora
una volta qui Mussi ha fatto quello che poteva fare, perlomeno ha messo un argine, ha messo un
argine anche alla proliferazione delle lauree telematiche, che sappiamo tutti che cosa sono, ma lo
si sapeva anche dieci anni fa che cosa erano. Non vorrei essere frainteso, nel mio modo di vedere
queste cose, debbo rispondere soltanto a me stesso e alla mia rivista, quindi sono estremamente
libero, ma il mio intervento non ha in alcun modo l’intenzione di essere una critica alla presente
manovra finanziaria, che credo sia una medicina amara che però dobbiamo trangugiare. Con una
sola riserva, e la riserva è questa: data la situazione che c’è nel rapporto tra politica e università,
politecnici e ricerca di base, nell’ultimo secolo, un poco di coraggio di dire al paese: “facciamo una
finanziaria severa però la facciamo con lo scopo di portare l’Italia in Europa, e quindi di potenziare
la ricerca fondamentale, senza la quale non c’è nessuna ricaduta tecnologica di alcun genere”.
Perché non è stato fatto? Perché non si dice agli italiani la verità su qual è il nostro scenario
energetico? Ci sono paesi molto più poveri del nostro, come il Brasile, che trova i soldi per
potenziare il sistema educativo nazionale; paesi più arretrati del nostro, come la Tunisia e la
Giordania, il cui tasso di crescita in questo settore è molto superiore al nostro. Non vorrei che la
risposta fosse quella che si citava prima di entrare in aula, e cioè che l’ultimo rilevamento sulla
percezione della corruzione pone l’Italia alle spalle del Botswana. Quanti spendiamo per gestire le
provincie, quanto spendiamo per gestire una platea di enti inutili? Poi ci si viene a dire che ci sono
pochi soldi per l’università. Non solo, ma come ha detto il Ministro per l’Economia, nelle università
c’è anche uno spreco. Sì che c’è uno spreco, è vero, non sto difendendo la mia categoria, so
benissimo come vanno a finire di solito i finanziamenti. Però, detto questo, io sono molto ottimista,
sono molto ottimista perché sui tempi molto lunghi avevano ragione i Greci, i quali dicevano, con
Aristotele, che la politica è l’arte per rendere felici gli esseri umani. Speriamo che in Italia qualcuno
se ne accorga.
Pietro Greco
Direttore MCS-SISSA Trieste, Giornalista scientifico e scrittore “Leggende metropolitane, scienza,
media e società”
Tra le leggende metropolitane di cui volevo parlare, forse la principale è questa, che l’Italia sia
ancora un paese avanzato, e che sia ancora la settima, ottava, sesta potenza industriale di questo
pianeta. Se mai è stato vero in un passato più o meno recente, questo non è più vero, e comunque
rischia di non essere più vero, di qui a un lasso di tempo abbastanza breve. Questa è la prima
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leggenda metropolitana che non veicola solo sui media, il fatto che l’Italia appartenga al novero dei
paesi industrializzati, dei paesi avanzati, perché, come diceva in maniera brillante Enrico Bellone,
effettivamente in questa società della conoscenza nella quale come pianeta stiamo entrando,
l’Italia non c’è, l’Italia non è mai entrata. Io volevo chiudere con dei numeri, ma aprirò per
aggiungerli semplicemente a quelli di Enrico Bellone. Che il mondo stia entrando nella società
della conoscenza, sono ancora una volta proprio i numeri a dirlo, e quali sono i numeri? Sono stati
recentemente pubblicati in un rapporto della National Science Foundation, che è l’organizzazione
pubblica degli Stati Uniti d’America, che è il massimo ente erogatore di fondi pubblici della ricerca,
al mondo. Questa analisi, periodica, ci dice che negli ultimi quindici, venti anni, le spese e gli
investimenti mondiali in ricerca e sviluppo sono quasi triplicati, passando da circa 300 miliardi di
dollari, a circa 800 - 900 miliardi di dollari. Questo significa che la ricerca nel mondo è uno dei
settori in cui si investe di più, ha quasi raggiunto gli investimenti nel militare. Quindi, prima grande
novità, l’enorme incremento degli investimenti in ricerca scientifica. Seconda grande novità,
l’enorme aumento degli investimenti in ricerca privata, ma accanto e non in sostituzione
dell’aumento degli investimenti in ricerca pubblica. In tutti i principali paesi del mondo, gli
investimenti in ricerca pubblica stanno aumentando, persino in quei paesi come il Giappone che in
decenni passati aveva scelto una strada che alcuni vorrebbero indicare all’Italia, quella
dell’investimento nel settore dello sviluppo tecnologico, lasciando da parte un po’ la ricerca di
base. Il Giappone, dopo una corsa straordinaria, negli anni cinquanta, sessanta, settanta, e
parzialmente ottanta, poi è arrivato quasi a fine corsa proprio perché si è accorto, forse, di aver
investito poco in ricerca pubblica, in ricerca di base, e da un po’ meno di dieci anni a questa parte
ha un imponente programma di investimenti in ricerca pubblica. Quindi anche nel Giappone la
ricerca pubblica è importante. Terzo, e forse principale fattore di novità, negli ultimi quindici, venti
anni, è che la geopolitica della ricerca nel mondo, sta strutturalmente cambiando, perché se,
rimanendo sempre nell’ambito del dopoguerra, l’asse fondamentale di questa geopolitica era
centrato sull’Atlantico, sostanzialmente, quindi tutto si giocava tra Europa e Nord America, con
l’importante eccezione, ma parziale, del Giappone, adesso l’asse sta cambiando perché gli
investimenti in ricerca scientifica stanno diventando, sono già diventati, in termini assoluti,
imponenti, importanti, nell’Asia Orientale e Continentale. Già oggi la Cina è il terzo paese al mondo
per spesa in ricerca e sviluppo, e la Cina è già oggi il secondo esportatore al mondo di alta
tecnologia. Tendiamo a dimenticare soprattutto un dato fondamentale: gli investimenti in ricerca e
sviluppo, in Cina, crescono al ritmo di un venticinque percento l’anno. Qualcosa di assolutamente
incredibile, diciamo. Ora, in questo panorama si colloca il problema dell’Europa, che sebbene sia
un centro di ricerca e sviluppo straordinario, rischia di non riuscire a tenere il passo. L’Europa,
come tale, come continente, investe un terzo in meno di quanto investono i principali competitori
internazionali, Stati Uniti e Giappone, e non riesce a rispettare quell’agenda di Lisbona, che essa
stessa si è data, con una certa lucidità, nel 2000, e non riesce a rispettare soprattutto quel
programma di Barcellona, in cui ha indicato nel raggiungimento del tre percento entro il 2010 il suo
obiettivo. Ma, se l’Europa arranca, l’Italia è completamente fuori, in questo scenario, l’Italia
semplicemente non esiste, gli investimenti complessivi in ricerca raggiungono a stento, e con
grosso ottimismo, l’uno percento, siamo a un terzo degli obiettivi di Barcellona, siamo alla metà
della media europea, siamo a un terzo rispetto a Stati Uniti e Giappone. Noi riusciamo a diminuire
il numero di ricercatori, sia il numero assoluto che in termini relativi, nel nostro sistema, siamo
l’unico paese al mondo che sta diminuendo il numero di ricercatori. Se rispetto agli investimenti
pubblici, siamo in ritardo rispetto agli altri paesi principali europei, in media del venticinque - trenta
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percento, un ritardo importante ma non incolmabile, per quanto riguarda gli investimenti privati,
siamo all’ottanta percento in meno, rispetto ai competitori, cioè, gli investimenti privati in Italia non
esistono. Io penso che ci sia un problema culturale, ma il problema culturale non riguarda il singolo
imprenditore che in questo momento, qui ed ora, sta investendo, perché è stato dimostrato – cito
gli studi di Sergio Ferrari ed altri, dell’Osservatorio sullo Sviluppo Tecnologico del Paese –che a
parità di investimenti, cioè di fatturato, e a parità di specializzazione produttiva, un imprenditore
italiano non investe meno in ricerca, di quanto faccia un imprenditore americano. Allora il problema
è molto più grave, il problema è che la specializzazione produttiva del nostro sistema economico è
una specializzazione arretrata, che non punta sulla ricerca., e questo, appunto, per motivi culturali,
e anche per molti dei motivi a cui accennava Enrico Bellone. Quando l’Italia ha cercato di essere
come gli altri, cioè di perseguire uno sviluppo attraverso la ricerca, e non uno sviluppo senza
ricerca, quel tentativo è stato improvvisamente abbandonato a metà degli anni sessanta.
Questa quindi è una delle leggende metropolitane, di cui volevo parlare, che è assordante per la
sua assenza sui nostri giornali. Lo dico francamente, anche io penso che questa finanziaria sia
una legge che era assolutamente necessaria per il paese. Ma questa legge poteva avere un’anima
se avesse indicato con nettezza che la specializzazione produttiva del paese, il futuro del paese è
in un altro modello di sviluppo. Per dare l’impressione che quest’anima la si stava costruendo,
bastava spostare pochi milioni di euro, cento, duecento, trecento, all’interno dell’un percento
dell’intera manovra, da un settore a un altro, da un qualsiasi settore verso la ricerca pubblica, e
questa manovra, se è giusta, se è necessaria, avrebbe avuto anche un’anima. Allora, perché di
questo problema non si parla, né a livello di classe politica né, sostanzialmente, sui media, perché
viene abbandonato, sebbene questo sia stato uno dei punti prioritari del programma elettorale
dell’attuale maggioranza? Siamo… “siamo”… mi considero parte di questa maggioranza che sta al
governo… siamo andati al governo promettendo agli elettori di puntare sulla leva della ricerca, di
puntare sul modello di sviluppo attraverso la ricerca, e questa finanziaria mi lascia alquanto
perplesso da questo punto di vista, nonostante gli sforzi di alcuni, anche all’interno del governo.
Quindi questo è un grande problema. L’altro problema è il ruolo che giocano i media, il sistema
media gioca un ruolo in cui commette tutta una serie di errori, propina tutta una serie di leggende
metropolitane. Alcune sono banali, diciamo, ancorché gravi, sono patologie limitate e persino
controllabili, per esempio ricordo che, quando ci fu un incidente a una centrale energetica di
estrazione del petrolio off shore in Brasile, intervennero i vigili del fuoco, utilizzando dell’azoto
liquido. Il telegiornale andò avanti per tre giorni a dire che avevano utilizzato un gas speciale, che
era il “nitrogeno liquido”. Non avevano fatto altro che tradurre dall’inglese all’italiano, senza
accorgersi che la parola in italiano si diceva in altro modo. O mi viene in mente un’altra leggenda…
un’altra tecnica che viene utilizzata sui nostri media è il ricorrere all’esperto. Non so se voi avete
notato il fatto che sulla stampa quotidiana straniera raramente trovate le interviste, invece sulla
stampa quotidiana italiana si ritiene che sia la cosa più facile, quella di ricorrere agli esperti. Allora
mi viene in mente che, quando ci fu l’episodio della Madonna di Civitavecchia, che sanguinava
lacrime di sangue, il vescovo spiegava che era un miracolo, e un giornale laico disse: “Ma che
miracolo, chiamiamo l’esperto”, e chiamarono l’esperto, il quale diceva che lui sì che aveva una
teoria, e spiegava che il sangue sul volto della Madonna della statua era dovuto al fatto che tutti i
corpi dei fedeli evaporavano sangue, e questo per delle forze positive si coagulava sulla faccia
della Madonnina. Pubblicato nero su bianco su un importante giornale di cui, per carità di patria,
non faccio il nome. Poi ci sono degli errori un po’ più complessi.. Ecco, per esempio, di recente,
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c’è stata questa pubblicazione della notizia che, secondo una importante associazione di medici
oncologici italiani, negli ospedali c’era una mortalità dovuta a errore medico, straordinariamente
grande. Avevano sbagliato a far di conto, avevano sostanzialmente confuso le denuncie per mala
sanità con i decessi, e quindi avevano sbagliato. Però in questo caso ci sono caduti i giornali, tutti,
sostanzialmente, ma anche il Ministero della Sanità ha impiegato qualche tempo, qualche giorno,
per recuperare il dato. Altri errori, diciamo un po’ più importanti: io ricordo che cinque, sei anni fa,
dall’università di Seul ci fu un ginecologo che annunciava di aver clonato – prima di Huang,–
clonato un embrione umano. Non aveva alcuna pezza giustificativa che comprovasse questa sua
affermazione, ma a quell’annuncio persino la rivista Time, che forse è la più accreditata al mondo
nell’ambito dei news magazine generalisti, gli dedicò la copertina. In altri tempi, Time, prima di
dedicare la copertina a una qualsiasi notizia, l’avrebbe verificata a fondo. Poi ci sono degli errori
che riguardano la comunicazione, che investono anche la comunicazione della scienza, in ambito
strettamente scientifico, su giornali… su P-Revue, appunto il caso di Huang di alcuni mesi fa,
illustre biologo coerano, investito di una grande responsabilità: fare delle biotecnologie in Corea
uno dei punti di forza di quel paese che, ricordo fra parentesi, pur avendo un reddito inferiore alla
metà del nostro, ha una spesa in ricerca e sviluppo che in termini assoluti è una volta e mezzo la
nostra, ebbene Huang ha pubblicato su importanti riviste scientifiche dei risultati scientifici che poi
si sono rivelati infondati, e il sistema di P-Revue non ha funzionato. Quindi, esistono delle
patologie che riguardano anche la patologia scientifica, che forse bisognerebbe indagare. Questi
sono i peccati, per così dire, attivi, che riguardano la comunicazione, soprattutto la comunicazione
pubblica, quella sui mezzi di comunicazione di massa. Ricordo anche, come ho detto prima, i
peccati di omissione. Uno è, come ho detto, quello che noi non ricordiamo cosa c’è all’origine del
nostro declino, o del nostro mancato successo, sostanzialmente. Ma ce ne sono tanti altri. Adesso
ricordo una persona alla quale tengo moltissimo, che è Paolo Budinich, fisico teorico di Trieste,
novanta anni il 28 agosto, è una persona che ha semplicemente cambiato l’anima di una città,
ancora per usare un termine già utilizzato prima. Trieste, negli anni cinquanta – sessanta, si
batteva sulla necessità di trovare una vocazione, che non aveva, perché era stato il porto
dell’Impero Austro Ungarico, alcuni decenni prima. Bene, Budinich è una di quelle persone che
hanno dato alla città una nuova vocazione, una nuova anima. Questa vocazione è scientifica, ha
creato degli importanti istituti di ricerca, di valenza mondiale, ricordo il primo e forse il più
importante, l’istituto per il Centro Nazionale di Fisica Teorica che ha invitato a dirigere Abdus
Salam, che poi a Trieste ha vinto il premio Nobel, e poi tutta una rete di sistemi che fanno oggi di
Trieste probabilmente una delle città, per intensità di ricerca scientifica, più importanti del paese e
d’Europa. Bene, Paolo Budinich, novanta anni il 28 agosto, è volato a Rio de Janiero, il 3
settembre, per ricevere un importante premio da parte del G77 più la Cina – G77 è
l’organizzazione dei paesi in via di sviluppo, che raggruppa non settantasette paesi ma ormai circa
centodieci, e in più c’è la Cina – e questa importante organizzazione, squisitamente politica, a
livello di Ministri, ha conferito a Budinich un premio, riconoscendogli un merito per tutto quello che
ha fatto a favore della scienza nel terzo mondo. Questa notizia è stata completamente ignorata, sia
sui media italiani, ma anche nella comunità scientifica italiana. Quindi ci sono dei peccati di
omissione che forse vanno recuperati, e peccati in generale che certo favoriscono l’aumento e la
diffusione di un atteggiamento di paura nei confronti della scienza e della tecnologia, però io non
penso che questa cultura della paura, che pure esiste ed è importante, sia una cultura prevalente.
Se devo guardare, certo con un minimo di scetticismo, ad alcuni indicatori, per esempio quello
realizzato da Euro Barometro, io trovo un atteggiamento, da parte per esempio degli europei, e poi
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delle persone che abitano nel mondo occidentale in generale, un po’ diversificato. Qui c’è, in
questo grafico che vi propongo, l’indicazione di ottimismo, la fiducia che ha la popolazione
europea, dei Venticinque dell’Europa, in otto grandi tecnologie. Come vedete, a queste persone è
stato chiesto: “Tu immagini che il tuo futuro sarà migliorato o peggiorato da queste tecnologie?”. La
gran parte delle persone, per la gran parte delle tecnologie, dà una risposta sostanzialmente
positiva; alcuni molto positiva, altri sostanzialmente positiva. Hanno un impatto molto positivo le
tecnologie informatiche, i computer, le energie solari… un po’ tutte le energie rinnovabili, la
telefonia mobile, le biotecnologie, l’esplorazione spaziale, anche le nanotecnologie, anche se
sconta un quarantadue percento di “non so”, persone che non sanno ancora che cosa sono le
nanotecnologie. C’è un’unica tecnologia in cui in Europa c’è una prevalenza di pessimismo,
rispetto all’ottimismo dichiarato, ed è la tecnologia nucleare. Questo, secondo me, è un dato
abbastanza importante in sé, ed è anche indicativo quest’altro, che ci dice qual è la
diversificazione un po’ in tutto il mondo. Si paragona l’Europa agli Stati Uniti e al Canada, e si
vede che l’Europa ha una fiducia sostanzialmente simile, in tutte le grandi tecnologie, tranne una,
dicevamo, appunto: computer information tecnology, biotecnology e nanotecnology, siamo intorno
a una fiducia, diciamo, notevole. Intorno invece all’energia nucleare, rispetto al Nord America, c’è
una più netta mancanza di fiducia, e si potrebbe discutere sulle cause di questo. L’altro grafico è
un grafico che ci dice come questa percezione, è una mera percezione, ovviamente - varia -nel
tempo. Dopo un calo, soprattutto nell’ambito delle biotecnologie, verificatosi alla fine degli anni
novanta, inizio del presente secolo, c’è una ripresa di fiducia, che è rimarchevole nel caso delle
biotecnologie in generale. C’è persino una fiducia nell’ambito delle tecnologie nucleari, anche se
sconta ancora una sostanziale sfiducia in termini assoluti. Si può discutere se questi sondaggi
rappresentano davvero.. ma se ne potrebbe aggiungere un altro, che vale la pena: il paese in
Europa in cui la popolazione, in generale, vede con maggiore fiducia la ricerca sulle cellule
staminali embrionali è l’Italia, con il settantanove percento della popolazione che è favorevole.
Bene, questo allora ci pone di fronte a un fatto: come è che in Italia la popolazione è
straordinariamente favorevole a questa ricerca, o almeno dichiara di esserlo? Negli Stati Uniti lo
stesso, la maggioranza della popolazione americana dichiara di essere a favore. Allora, come mai
ci sono i Rutelli o i Bush? Questo è un problema. C’è una divergenza tra espressione politica e
popolazione, su cui forse bisognerebbe riflettere. C’è anche un altro dato: che rispetto a questo
ottimismo, a questa fiducia, non organizzata, ci sono delle minoranze organizzate, se volete, fra
virgolette, irrazionaliste, che hanno un grande peso, che riescono a esprimere il Presidente degli
Stati Uniti, il Vicepresidente del Consiglio nel nostro paese. Carlo Bernardini ha detto una cosa
estremamente importante, ha detto a noi tutti, intendendo, immagino, soprattutto i ricercatori:
“Dobbiamo portare in piazza queste cose”. Io penso che avesse assolutamente ragione perché
oggi, e si potrebbe discutere su questo, ma io ne sono profondamente convinto, è un dato reale,
che noi lo percepiamo come un fatto positivo o negativo non ha molta importanza, però la torre
d’avorio, quella che separava, se mai c’è stata, la scienza dalla società, questa torre d’avorio è
definitivamente crollata. Questo è il Rodano, e qui noi dobbiamo saltare. Questi rapporti molto
intensi, molto interpenetrati, tra scienza e società, si vanno facendo sempre più intensi, sono
straordinariamente importanti, e quindi non c’è altro modo che “portare nell’agorà”, portare nella
piazza, i temi che riteniamo importanti, per cercare di affermarli. Quindi significa che il mondo della
scienza, i ricercatori, le persone che in qualche modo si sentono coinvolte nell’idea che la scienza
è innanzitutto cultura, ma è anche cultura del fare, e che quindi oggi è, come diceva la Nevar Bush
- che non appartiene all’attuale dinastia che domina gli Stati Uniti, ma era una persona illuminata,
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che aveva un ruolo importante negli Stati Uniti degli anni quaranta –la leva della ricchezza, della
dinamica sociale ed economica di tutti i paesi, facendo riferimento essenzialmente alla ricerca di
eccellenza e di base. Bene, se noi riteniamo questo, e io non sono un ricercatore, ma la penso
così, allora dobbiamo cercare di convincere, quindi, di affermare questa nostra visione. Oggi però
la moderna agorà è fatta anche dei media, quindi un ultimo invito anche agli scienziati, il mondo
dei media è un mondo abbastanza complicato, bisogna conoscerlo e indagarlo per poterlo
utilizzare e per poter eventualmente correggere quelle enormi, gravi patologie che investono il
sistema dei media italiano, ma non solo italiano.
Intervento dal pubblico
Io volevo fare due brevi osservazioni, che sono le seguenti. Sono d’accordo con tante delle cose
sentite, però, prima osservazione, credo dovremmo evitare, nella nostra discussione, di fare
l’errore che spesso fanno i politici, quando trattano di ricerca e di università, e cioè tendono ad
isolarle in quanto problemi a sé stanti. In realtà, tutti i dati che sono stati qui esposti sui temi della
ricerca, e anche dell’università, non sarebbero comprensibili se noi non facessimo riferimento ad
una nozione fondamentale, che ricerca e università sono priorità politiche sulle quali occorre
ragionare in sé, ma sono il portato di un tessuto comune che è la società italiana. Cioè, una
società come la nostra, quando si dice “siamo peggio del Botswana per la corruzione diffusa”, una
società che ha difficoltà dal punto di vista produttivo, che è uscita da tutti i grandi settori della
produzione della grande impresa, che è fondata su un’industria a basso valore aggiunto, che ha
tutte le caratteristiche che sappiamo ha il nostro paese, per quale diavolo di ragione dovrebbe
essere competitiva, dal punto di vista quantitativo, sulla ricerca. La domanda vera da porsi è: a
cosa serve la ricerca ad un paese come l’Italia. Questa è una questione che non è che ci
trasciniamo negli ultimi venti anni, è questione che percorre nell’ultimo secolo la storia industriale
dell’Italia, dalla fine dell’Ottocento in avanti, attraverso fasi alterne, però, in realtà, noi abbiamo
coltivato una storia economica per la quale non è mai servito più di tanto, salvo che in alcuni
momenti, come negli anni sessanta, un forte investimento, un’eccellente ricerca. Quindi qui c’è un
problema strutturale: c’è bisogno di più risorse, c’è bisogno di investimenti, c’è bisogno di regole
nuove, ma c’è bisogno di un contesto perché, se continuiamo a fabbricare scarpe e magliette, la
domanda diffusa di innovazione non trova nessun sostegno. Io non conosco, a memoria, paesi nei
quali ci sia un forte impegno in ricerca, anche quantitativo oltre che qualitativo, che non abbiano
alle spalle una domanda diffusa molto robusta. Se penso ai paesi che sono leader nella ricerca
mondiale, non ce n’è uno che abbia la ricerca come settore a sé stante, senza che dietro ci sia una
domanda sociale ed economica molto forte. Non sto parlando di innovazioni tecnologiche di
trasferimento, penso alla ricerca fondamentale. Anche i paesi che hanno una ricerca fondamentale
forte, hanno comunque un retroterra produttivo altrettanto robusto, il che vuol dire che la ricerca
nasce e si sviluppa in presenza di un contesto di un certo tipo. Allora, noi dobbiamo aggredire il
problema su più fronti, che sono le regole e le risorse destinate alla ricerca, ovviamente, ma sono,
insieme, l’evoluzione del quadro sociale che sta dietro la ricerca . Seconda osservazione, che
riguarda l’università. Il ragionamento in parte è analogo, perché la nostra università è malata di
tantissimi mali, che qui sono stati ricordati, ha regole arcaiche… anche il mestiere della docenza è
un mestiere in cui c’è una parte che fa il suo dovere fino in fondo, e di più, e getta il cuore oltre
l’ostacolo, e poi c’è una parte che sta proprio seduta, che vive in un modo assolutamente non
centrale il proprio ruolo. I problemi sono quelli che sono stati qui detti. Però, noi abbiamo provato a
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fare un ragionamento sull’applicazione di Lisbona, tanto per dirne una, e in realtà, se entro il 2010
dovessimo riuscire ad investire il tre percento del Pil in ricerca, non sapremmo dove spenderlo,
salvo buttarlo via, perché il contesto di ricevimento, oggi, non ha le dimensioni quali-quantitative
necessarie ad ospitare un investimento di quelle dimensioni. Quindi, c’è da fare una
programmazione di lungo periodo, che guardi attentamente alle condizioni che ci hanno portato
alla situazione attuale. Io, in particolare, penso che, quando ragioniamo di università, certo c’è il
problema della disseminazione eccessiva, che noi abbiamo sempre contrastato, però
complessivamente, oggi, in questa situazione di micropresenze dell’università diffusa, siamo
comunque in una situazione quantitativa lontanissima dagli altri paesi europei. Perché gli altri paesi
europei hanno una quantità di università e di sedi universitarie che si misura in due, tre, quattro,
cinque volte quella italiana, a parità di popolazione. Quindi, c’è un problema di questa natura, ma
c’è un problema di assetto generale dei sistemi di formazione. È vero che c’è la liceizzazione, è
vero che c’è la disorganizzazione, è vero che c’è la confusione che ha accompagnato il tre più due,
ma è anche vero che oggi l’università italiana ha un problema che si dipana lungo l’intera catena
formativa. Cioè, il salto qualitativo tra la scuola secondaria superiore e l’accesso all’università, che
è rimasta ancorata agli standard di richiesta in accesso che erano quelli di alcuni anni fa, si sta
rivelando non un fossato, ma un oceano. Cioè, i ragazzi che arrivano all’università, si trovano, in
moltissimi casi, con un gap di formazione, rispetto alla richiesta di accesso, estremamente
evidente. Tanto è vero che c’è una rincorsa ai corsi integrativi, a preparazioni suppletive, a
elementi ulteriori di rafforzamento. In realtà, come ci dicono le indagini PiSA, c’è un degrado
complessivo della filiera della conoscenza, che non parte dall’università ma parte molto prima.
Allora, la questione università, che ci interessa in quest’ottica, per quanto riguarda i ragionamenti
sulla ricerca, non per la sua architettura istituzionale, che è materia magari di un’altra discussione,
però la questione università è questione in realtà che attiene all’intero sistema formativo del paese,
ed è difficile immaginare che si possa intervenire sull’offerta formativa universitaria, con tutte quelle
belle operazioni di razionalizzazione e pulizia che sono necessarie, se non siamo in grado di
rimettere in fila gli addendi di questa operazione. Quindi, certo è tutto condivisibile quello che è
stato detto, salvo il fatto che nel ragionare delle questioni che qui sono state poste, bisogna che
riusciamo ad avere una visione sistemica, che attiene al funzionamento del sistema paese, in tutte
le sue componenti, quelle etiche e quelle istituzionali, quelle di funzionamento ordinario, non basta
affrontare il problema in sè e per sè, come spesso anche noi tendiamo ad accreditare, per
esempio ragionando di finanziaria, e semplificando i ragionamenti, perché quando si tratta di
emendamenti alla finanziaria non è che puoi scrivere un libro per spiegare qual è il problema,
dovrai dire che in questo caso noi abbiamo bisogno di un investimento in più. Questo è un
problema di emergenza, e lo diciamo: c’è bisogno di soldi in più, ma sappiamo che non c’è solo un
problema di soldi in più, né c’è solo l’esigenza di interventi mirati che sono… io sono d’accordo con
Bellone: i concorsi? Per carità! Insomma, noi diciamo che occorre una forma di selezione in
accesso, e dopo c’è un percorso che è tutto interno, scandito da valutazioni precise, da incentivi e
disincentivi, dentro a una unità di funzione docente, non trentasette concorsi nell’arco della vita,
fatti da commissioni finte. Figuriamoci! Però, o si riesce ad affrontare la questione nella sua
globalità, come problema del sistema paese, e delle regole del sistema paese, o altrimenti gli
interventi spot su questo o quel settore, fanno bene, sono giusti, ma rischiano di trovare un limite
oggettivo dentro la genetica e l’identità del paese.
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Francesco Porcaro
Istituto Nazionale di Astrofisica
Io sono molto d’accordo con le cose che diceva Marco Broccati prima, e vorrei anche, almeno tra
noi che siamo operatori, mettere in guardia dall’uso di quelli che sono gli indicatori che vengono
normalmente usati in questi settori. Io parto da una aporia fondamentale: se usiamo gli indicatori
che siamo abituati ad usare, sull’ università italiana, sul sistema formativo italiano, ci andiamo a
mettere in una posizione non certo esaltante. Io però mi domando: se le cose stanno così, perché i
nostri laureati, che dovrebbero uscire da un sistema che sarebbe da suicidio, se le cose che sono
state dette qui fossero vere anche nei fatti, oltre che negli indicatori, sono poi presi all’estero?
Guardate, non parlo soltanto di persone che fanno ricerca di base, parlo anche di persone che si
occupano di settori di ricerca applicata. Io ho girato abbastanza e devo dire che non sono tanto
pochi gli informatici, i biotecnologi italiani che si trovano a lavorare di qua e di là. Giro la domanda:
se il sistema anglosassone fosse veramente questo top dei top che siamo abituati a considerare,
un paese, che dal punto di vista demografico è più grosso di noi, e di parecchio, come gli Stati
Uniti d’America, perché avrebbe bisogno di drenare cervelli da tutto il mondo, invece di formarseli
da soli? Noi siamo stati abituati, praticamente dal dopoguerra in poi, ad un culto degli Stati Uniti.
Io ricordo un famoso libro che diceva che l’Italia doveva diventare un paese normale, cioè
diventare come gli Stati Uniti. Cioè, siamo stati abituati a pensare, da decenni e decenni di telefilm
americani, film americani, economisti americani, che quello che fanno negli Stati Uniti va sempre
bene. Allora io ripeto: perché le nostre università che fanno schifo riescono a formare quelle
competenze che gli Stati Uniti non riescono a formare? Perché lo sappiamo bene noi che ci
occupiamo di queste cose, che in realtà il sistema americano diventa estremamente efficace solo
per la quantità enorme di risorse che butta nel settore della conoscenza, ma la sua efficienza è
catastrofica. Sappiamo molto bene che un laureato, - io parlo per esempio del settore della fisica –
con la nostra laurea specialistica ne sa di più di un dottore di ricerca americano, e parlo della
nostra laurea specialistica attuale, perché quanto poi alla vecchia laurea, del vecchio ordinamento,
ne sapeva tre volte di più, e so che non è solo la fisica che si trova in queste situazioni. Allora io mi
chiedo di nuovo, e qui molte delle cose che sono state dette sul sistema produttivo italiano credo
che tornino utili, ma siamo veramente sicuri che il problema del rapporto tra sistema produttivo e
sistema di ricerca, in Italia, dipenda dal lato dell’offerta e non dipenda invece dal lato della
domanda? E qui vorrei sapere, tanti di quegli economisti che continuano a seguire una visione,
diciamo shumpteriana per cui l’imprenditore è naturalmente portato a competere sul vantaggio
tecnologico, hanno considerato il fatto – d’altra parte l’aveva già scoperto Gramsci – che in Italia
non c’è stata la rivoluzione borghese, quindi la borghesia italiana tende più a puntare alla rendita
che al profitto? Considerate un caso tipico, la Pirelli: faceva, tra le sue varie produzioni a
tecnologia media o medio alta, cavi in fibra ottica per la rete. Chiude e vende l’impianto e mette su
la Pirelli Real State, che è l’agenzia immobiliare. Siamo veramente sicuri che questo tipo di
problema si risolve con la ennesima riforma del sistema universitario italiano? Siamo veramente
sicuri che - qui si parlava di finanziaria – non sia un errore mastodontico defiscalizzare il dieci
percento degli investimenti per ricerca di un’industria che è fatta in questo modo? Siamo
veramente convinti che, detto in parole povere, il sistema di università e ricerca italiano abbia
bisogno veramente di essere ancora modificato, e non abbia invece molto semplicemente bisogno
solo di avere risorse umane e materiali? Perché sarebbe anche la soluzione più semplice,
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guardate. E non costerebbe neanche di più, basterebbe prendere i soldi da dove vengono buttati.
Io sono stato valutatore nella 297/99 per cinque anni, quindi se vi dico io che i soldi per la ricerca
industriale dello Stato Italiano vengono buttati, spero che ci crediate: li ho visti tutti i progetti che
sono passati in cinque anni. Allora, se si prendono un po’ di soldi lì, non dico tutti, un po’ di soldi lì
e si mettono di là, non sarà forse la soluzione più semplice?
Enrico Bellone
Non una risposta, solo una precisazione. Io non ho detto e non ho mai scritto che l’università
italiana fa schifo, assolutamente. Ho detto che nei vari atenei italiani ce n’è una dozzina che
funzionano a livello eccellente. Però ci sono tutti gli altri, e non ho detto che fanno schifo, ho detto
che non funzionano in modo eccellente. Poi non sono un grande ammiratore degli Stati Uniti, non
mi proporrei come modello quello, però non posso dimenticare che non è un accidente della storia
se negli Stati Uniti vive il settanta percento dei premi nobel. Giacconi è un italiano, ha preso il
Nobel … però mi ricordo che Giacconi, quando venne in Italia, ipocritamente festeggiato da quei
colleghi che l’avevano spinto ad andarsene, disse una cosa: “Michelangelo, se non avesse avuto
un muro, non avrebbe potuto fare la Cappella Sistina”. Ecco, il muro… quando ci sono persone
che in venti lavorano in trentasei metri quadrati, c’è da vergognarsi. È quello il muro di Giacconi.
L’altra precisazione, non è vero che l’università italiana fa schifo, non l’ho mai pensato, però c’è un
fatto, che gli altri non prendono tutti i nostri laureati, scelgono i migliori dei nostri laureati, che sono
pochi, anche perché non gli costa niente, sono pronti, li prendono. Però perché questi vanno? Io
sono d’accordo con Rubbia quando dice che il problema non è la fuga dei cervelli, è bene che
vadano fuori due, tre anni e poi rientrino. Ma perché dovrebbero rientrare? Cito ancora una volta
Mussi: un ricercatore, a quarant’anni, guadagna meno di un consigliere di circoscrizione. Allora, il
problema certo che è il contesto italiano: e cambiamo il contesto! A cosa serve la politica? A
gestire l’esistente? Se è per gestire l’esistente, per carità, abbiamo le pizzerie, abbiamo i musei,
chiudiamo le università, non se ne accorge nessuno, anche perché i più grandi opinionisti italiani
continuano a sparare a zero contro il mondo della tecnica, sia i laici che i non laici, e se andate in
una libreria i libri più venduti, che leggono i giovani, anche, sono quelli in cui si scrive che il mondo
della tecnica è il regno più abissale dell’alienazione umana; se è così, se avessi diciotto anni,
cercherei di entrare al più presto in un Consiglio di Circoscrizione, così non alieno nessuno. Ma la
politica deve reagire.
Il sindacato… se si mettessero insieme il sindacato e strutture politiche degne di questo nome,
cambierebbe il sistema, perché se la politica gestisce quello che c’è, allora chiudiamo la baracca.
Come disse Voltaire: “Si può anche coltivare le rose”.
Pietro Greco
Delle brevi notazioni. A me viene in mente come molte delle cose che abbiamo detto siano
assolutamente vere, tutte, e non sono neppure in contraddizione. Io ricordo sempre il nome di
Giuseppe Levi, che è uno dei pochi al mondo, penso, che abbia avuto come allievi tre premi
Nobel, a Torino, però tutti e tre i Nobel, quelle tre persone che sono state allievi di Giuseppe Levi,
che sono Salvatore Luria, che poi è diventato Salvator Luria, Rita Levi Montalcini e Salvatore
Dubecco, sono andati in America per vincere. Quindi noi abbiamo la straordinaria capacità,
ancora, di avere dell’eccellenza nella formazione, e purtroppo non abbiamo sempre il contesto
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perché questa eccellenza poi si affermi in Italia. Non perché i nostri non debbano andare fuori, ma
il vero nodo è che non solo non ritornano, ma che gli stranieri non vengono in Italia. D’altronde,
come potrebbero venire se poi ci sono anche leggi come la Bossi – Fini che gli impediscono
fisicamente di entrare? Ma, insomma, al di là di questo, è un dato che un qualsiasi laureato italiano
che va in Germania per prendere un dottorato – non deve andare neanche molto lontano –
guadagna uno stipendio che è di gran lunga superiore a quello che guadagna un ordinario, magari,
in Italia. Quindi il problema è perché non rientrano. L’altro problema è che noi abbiamo ancora,
dico “ancora” perché non lo so se la conserveremo in futuro, ma certamente abbiamo ancora una
capacità di produrre qualità, magari in maniera settoriale, ma ce l’abbiamo. E’ un dato, appunto,
che i nostri giovani all’estero in molti si affermano molto bene; in una recente graduatoria, e in
qualche modo anche questo tipo di graduatorie andrebbero analizzate con spirito critico,
pubblicata sulla rivista Nature, a cura di alcuni responsabili, di alcuni studiosi che lavorano per il
governo inglese, si classificano i ricercatori italiani, per produttività di singolo, a parità di
condizione, come terzi in assoluto nel mondo. Cioè, i nostri ricercatori sono assolutamente bravi.
Quindi, il problema, diceva ancora un detto inglese, è che la qualità è un lusso che possono
permettersi solo i ricchi. Noi riusciamo in parte a falsificare questa cosa, nel senso che, appunto,
abbiamo una grande qualità in alcuni luoghi di eccellenza, ma non molto diffusa. Non vorrei che
fosse presa per una sorta di glorificazione per il luogo con cui ho l’onore di collaborare, che è la
Sissa, ma, se prendiamo la classifica delle università, di Shangai, che è una classifica assoluta,
delle migliori università al mondo, l’Italia penso che si classifichi, con la Sapienza, dopo il
centesimo posto, giù di lì. Ma, se l’analizziamo, se la normalizziamo per grandezza, quindi
vediamo l’intensità di qualità presente in ciascuna di queste, due istituti italiani, che sono appunto
la Sissa di Trieste, e la scuola superiore… la scuola normale di Pisa, si classificano tra le prime
venti al mondo, e non è poi un piazzamento così cattivo. Sono entrambe realtà piccole, non sono
né La Sapienza né Standford, ma sono realtà piccole in cui la qualità può essere coltivata. L’ultima
annotazione è che tutto questo discorso può essere anche un discorso estremamente importante,
però può diventare decisivo se noi assumiamo qual è la priorità assoluta di questo paese, e mi
pare che la priorità assoluta sia proprio quella di cambiare la specializzazione produttiva del
sistema paese. Che non è un’impresa che si fa né in un anno e neanche, forse, in cinque, dieci
anni, è un’impresa assolutamente titanica per un paese grande come l’Italia, ma non è una cosa
impossibile. Alcuni paesi l’hanno fatto, non solo la Cina, l’India, tutte le economie emergenti, ma
anche in Europa, forse non puntando in maniera decisiva sulla ricerca di base, ma c’è il caso
irlandese: l’Irlanda, ancorché un piccolo paese, ha modificato la specializzazione produttiva in un
tempo estremamente breve. Io ricordo che l’Irlanda era, insieme al mio Mezzogiorno d’Italia, la
regione più povera d’Europa, oggi è tra le più ricche e, per la prima volta, penso, nella sua storia
recente, ha superato, per reddito pro capite, la Gran Bretagna.
Giuseppe Nardulli
Varie volte è stata posta la questione della finanziaria. Chiaramente, siccome io sono un docente
universitario, neanche che a me fa piacere avere i tagli, però io penso che noi dobbiamo guardare,
della finanziaria, per la parte riguardante l’università, gli aspetti positivi, e ce ne sono, innanzitutto
l’istituzione dell’Agenzia per la Valutazione, che spero poi sarà effettivamente realizzata. Questa
Agenzia per la Valutazione della Ricerca e della Didattica, indipendente dal potere politico e dal
potere accademico, dovrebbe porre la prima e fondamentale riforma per modificare la situazione
universitaria. Noi in questo momento non abbiamo bisogno di più soldi. Se io guardo agli effetti
della legge sull’autonomia universitaria, sul funzionamento dell’università, e vedo come sono stati
utilizzati questi finanziamenti, sono stati utilizzati quasi esclusivamente, o almeno per grandissima
parte, per avanzamenti di carriera interni all’università, attraverso i concorsi, prima con tre idonei e
poi con due. L’effetto complessivo è quello di aver creato una piramide rovesciata, in cui ci sono
pochissimi ricercatori, o una bottiglia, diciamo, con un collo stretto, gli ordinari; una base
piccolissima, i ricercatori; una pancia enorme che sono gli associati, absitis iniura verbis, nei
confronti degli associati. È questo la cosa di cui l’università aveva bisogno? Quindi io penso che
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fondamentale sia una riforma di questi meccanismi, e questo non può che passare attraverso
l’agenzia di valutazione, che io penso che sia, se si realizza, la cosa più importante che la
finanziaria farà per l’università.
Morena Piccinini
Segreteria Confederale Cgil
Cercherò, nel ringraziare proprio tutti quanti per il contributo e la discussione che si è svolta, di
ricollocare questa discussione in un percorso che noi stiamo facendo, come organizzazione, che in
primo luogo chiamiamo “percorso di ascolto”, anche funzionale a definire la politica
dell’organizzazione su tematiche così complesse. Faccio due passi indietro, rispetto all’oggi. Il
primo passo indietro risale a un anno, un anno e mezzo fa, quando, come organizzazione, non
formalmente ma sostanzialmente, in quanto ci siamo impegnati tutti, singolarmente, come persone
e come militanti dell’organizzazione, abbiamo fatto la battaglia per il referendum abrogativo della
legge 40. In quella fase, ci siamo trovati di fronte a una serie di problemi. La politica, ovvero il
legislatore di allora, ma da questo punto di vista penso ci sia poca differenza nel legislatore,
indipendentemente dalle tendenze politiche che ha, tendeva a dire, e dice ai cittadini: “su temi
così complessi e delicati, non c’è bisogno che pensiate voi, ci pensiamo noi, ci pensa la politica”. Il
disinteresse verso l’esercizio del diritto di voto, e il provocare l’astensionismo, aveva alle spalle
questo acquisire da parte della politica il primato assoluto, su tematiche così complesse, che
richiamavano la libertà della persona, la libertà della ricerca, la libertà della medicina, e diceva:
“Non ci pensate voi, ci pensiamo noi”. Contemporaneamente, si è assistito ad un dibattito
intenzionalmente schizofrenico, che evocava la clonazione umana, evocava la eugenetica,
evocava quindi non solo paure ma spettri che ricominciano ad aleggiare in capo ad una società
complicata come la nostra. Accanto a questa evocazione, c’era la demolizione della libertà,
dell’autonomia della ricerca, ma anche della responsabilità della medicina, e del medico, per
esempio, e c’era la demolizione della libertà individuale. Sono partita da questo, e di conseguenza
dai diritti individuali, per dire come noi abbiamo impiegato parecchio tempo ad elaborare quella
sconfitta, almeno io ho impiegato parecchio tempo. Però ci ha fatto realizzare molto di più, anche
come organizzazione sindacale, che quei tre temi, il rapporto politica/legislatore/ legislazione, nel
rapporto con i limiti e le possibilità della scienza e della ricerca, i limiti e le possibilità della
espressione dei diritti e delle libertà individuali, il tema della libertà della ricerca e delle libertà
individuali va completamente rideclinato. Pensiamo che questo sia il tema attraverso il quale si
misurerà anche un livello davvero di democrazia e di partecipazione per i prossimi anni. Quindi,
questa scansione dei tre momenti, l’approfondimento sui temi della libertà e responsabilità della
scienza e della ricerca, la fase intermedia che è quella delle libertà e dei diritti della persona, su
temi così delicati, per poi andare a ragionare di come una legislazione può essere attenta e
rispettosa di questi aspetti, senza abdicare appunto alla responsabilità e al ruolo del legislatore,
devono portarci ad un momento finale, che abbiamo identificato in un appuntamento grande, con
la presenza del Segretario Generale. Un momento finale nel quale, da questa fase di ascolto,
cercheremo di delineare una maggior precisione anche nel profilo di iniziativa politica della nostra
organizzazione. Secondo elemento, sempre di premessa: noi abbiamo recentemente svolto il
nostro congresso, che aveva il titolo “Riprogettare il paese” e che aveva una sua caratteristica
fondante, cioè un tema che permeava tutte le tesi congressuali. Questo tema era proprio come la
società della conoscenza, il valore della conoscenza, e quindi anche l’affermazione di un ruolo
nuovo e diverso della ricerca, della didattica, e anche della libertà di espressione in questo campo,
sono la premessa per poter appunto riprogettare il paese. Non a caso si continua a coniugare il
concetto di ricerca con sviluppo: ricerca come motore fondante, come elemento principale per
pensare anche ad una nuova fase di sviluppo per il nostro paese, dopo decenni che su questo
terreno non si è assolutamente investito. Lo dico subito, noi avevamo letto nel programma
dell’Unione, un filo conduttore molto rispondente a quelli che erano stati i punti fondanti del
programma sul quale noi abbiamo costruito il nostro congresso. L’abbiamo costruito in piena
autonomia, prima delle elezioni, abbiamo apprezzato, e lo dico anche con orgoglio, il fatto che nel
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programma dell’Unione ci fosse un filo conduttore che aveva, “ha” perché il programma è ancora
attuale, un investimento sulla società della conoscenza, un investimento sulla libertà e
responsabilità della ricerca, come fattori di cambiamento anche del paese. Vengo subito al punto
caldo: finanziaria. Ormai questa sembra una finanziaria sostenuta dalla Cgil e basta, e crediamo
sia un grosso problema. Noi non contestiamo la finanziaria in quanto tale, nelle sue espressioni,
nelle sue misure fondanti, consideriamo anzi che sia stato attuato un significativo cambio di fase,
sia per quanto riguarda i temi dell’equità, sia per quanto riguarda anche l’ambito degli investimenti.
Quando però, per primo, il nostro Segretario ha denunciato, appunto, questa mancanza di anima,
intendeva esattamente questo, che è poi sfociato anche nello sciopero e manifestazione della
settimana scorsa, di università e ricerca e delle categorie della Flc, per quanto riguarda noi, cioè il
fatto che, mentre nel programma dell’Unione era così forte questa accentuazione della esigenza di
investire in modo strategico, e quando diciamo “in modo strategico” non intendiamo solo le risorse
economiche, quanto anche gli strumenti complessivamente dati, una visibilità di progetto in questo
senso, nella finanziaria questo non è avvenuto, non sta avvenendo. E non è solo il problema di
quanti milioni in più, è proprio il segno complessivo che vediamo mancare, in quella direzione.
Permettetemi di dire che questo segno complessivo noi lo troviamo anche nella pochezza degli
stanziamenti, e nella non distinguibilità di cosa significa lo stanziamento per la ricerca, rispetto ai
50 milioni che sono stati destinati per agevolare gli acquisti dei televisori al plasma. Non vediamo
un filo logico. Guardate, non è il problema di quei 50… ma quelli lì sono esattamente quelli che
replicano quello che in passato era il finanziamento per i decoder. Avevamo tante altre esigenze
sulle quali poter impiegare eventualmente queste risorse, e si rischia, ed è questo che ci fa rabbia,
che il messaggio sia tale da portare ad una equivalenza dell’uno stanziamento con l’altro, quando
ci permettiamo di dire che una grossa differenza c’è. Ma, oltre alle risorse economiche, quando noi
abbiamo posto il tema “precarietà”, e abbiamo detto che la soluzione del tema precarietà passa in
primo luogo da un segnale forte di quanti sono i precari che otterranno la stabilizzazione del posto
di lavoro, nel settore pubblico, a partire dalla scuola, università, ricerca – aggiungo sanità ed enti
locali – e vediamo che esattamente nella ricerca è il terreno sul quale meno si sente questo
cambio di fase, ci preoccupiamo. Ci preoccupiamo per come viene interpretato, poi, il ruolo stesso
della ricerca e dell’università, e di chi vi opera dentro. Poi, è chiaro, il problema, anche secondo
me, non è di quanti sono i giovani che si muovono all’interno dei paesi europei, o extraeuropei,
anzi. Ma il problema è, se sono in grado di rientrare; e poi, quando fanno la scelta di rimanere qui,
che rimangono precari fino a quaranta, quarantacinque anni. Molto di più, a volte, di quanto non
avvenga nel settore privato puro, ma non privato in termini di ricerca, in termini di apprendistato in
una qualsiasi attività produttiva. Insomma, questa squalificazione noi la cominciamo a sentire
come un grosso fattore strutturale di ritardo strutturale del nostro paese. E mi pare che questo si
colleghi a un altro elemento che ci poneva prima Bellone, e che io traduco così: una
provincializzazione di molti istituti universitari, di molte strutture universitarie, provincializzazione
verso la vocazione produttiva locale. Questa provocazione mi pare sia stata posta con molta forza,
e su questa mi sono trovata anche io spesso a discutere con associazioni imprenditoriali locali che,
di fronte alla struttura universitaria locale, non grande, parlo di quelle non particolarmente grandi,
intervengono pubblicamente a dire: “quel corso a noi non serve”. Ora, io credo che questo sia un
grande tema, cioè il grande tema del quanto il sistema universitario riesce ad intercettare e ad
interpretare anche i problemi futuri del sistema produttivo, e essere agente di sviluppo e di
cambiamento del sistema produttivo ma, allo stesso tempo, quanto riesce, nelle sue strategie
interne, anche il singolo ateneo, a non essere condizionato dal contingente del sistema produttivo
provinciale. Per me questo è un grande tema aperto, soprattutto perché alla proliferazione del
numero degli atenei, e a dimensioni non particolarmente grandi, rischiamo di avere anche una
parcellizzazione, che è una parcellizzazione a sua volta strettamente di tipo provincialistico, e non
invece di dimensione strategica più ampia e più complessiva, rischiando in questo modo che
magari vengano impoveriti o privati di risorse anche dei corsi di laurea che magari avevano, o
hanno, delle cattedre eccelse anche all’interno di quelle strutture universitarie. Poi c’è l’altro
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problema che è stato affrontato questa mattina, secondo me con grande evidenza: all’interno di
tutto questo, quale caratteristica della ricerca, quale responsabilità della stessa ricerca, e quale
autonomia della ricerca. Tornando a quello che abbiamo incrociato in tutta la discussione per la
legge 40, ma che si ritrova specularmente su tantissimi temi, anche questa mattina emergeva in
modo molto forte un condizionamento, che diventa anche un condizionamento di risorse, ma che
non parte dal condizionamento di risorse. In primo luogo è un condizionamento derivante da una
scelta politica, determinata da vari fattori, tra i quali il dibattito etico di sicuro non è l’ultimo, anzi,
rischia progressivamente di acquisire un peso sempre maggiore, ma derivante da forti
condizionamenti esterni. Io credo che questo sia l’altro grosso, profondo rischio: i condizionamenti
– e lo dico subito – non all’applicazione materiale della ricerca, ma all’esercizio della ricerca in sé.
La signora Giovanetti, questa mattina, è stato molte forte il ragionamento che faceva a proposito di
Ogm, soprattutto a proposito della valutazione del rischio dei prodotti geneticamente modificati,
nella distinzione che faceva tra l’esigenza di proseguire la ricerca, per andare a identificare i fattori
di rischio, e sperabilmente a ridurre i fattori di rischio, e la legislazione che si può andare a
identificare e a prospettare come necessaria, identificati i fattori di rischio, per condizionare
l’applicazione di quella ricerca. Le distanze che citava, per un prodotto piuttosto che l’altro, sono
distanze che necessariamente deve definire il legislatore, sulla base della ricerca. Ora, io credo,
ovviamente semplificando, che la grande distinzione stia proprio qui. Il legislatore, il soggetto
esterno deve intervenire nella prima fase, ricerca, identificazione dei fattori di rischio e
superamento dei fattori di rischio, o deve intervenire nella seconda fase? Io se trovo un luogo, un
momento nel quale si può intervenire, è la seconda fase, quando, identificati i rischi, si indica come
intervenire per far sì che quei rischi non diventino danno effettivo. A questo punto pongo un altro
problema: qual è la ricerca che riesce a garantire di poter svolgere non solo la ricerca fino in fondo,
ma anche l’identificazione del fattore di rischio? Perché è ovvio che deriva sempre dalla ricerca
l’identificazione di tutto ciò. Io concludo che è solo la ricerca pubblica che lo può fare, con quel
codice di responsabilità che si diceva prima, ma è solo la ricerca pubblica che è in grado di avere
in sé, anche, la possibilità di dire no, o di esprimere un “no” che dia luogo alla possibilità di un
condizionamento nella sua applicazione. In questo caso, non è più il condizionamento negativo
che porta al divieto, è quello che porta all’integrazione tra la scelta politica e il lavoro che sta dietro
la ricerca medesima. Io credo che, lo verificheremo anche nelle prossime occasioni di confronto,
questo sia uno dei punti più difficili da affrontare nel nostro paese. Perché, siccome l’evoluzione
della ricerca tocca molti terreni che sono temi eticamente sensibili, il condizionamento, che non è
più soltanto, ripeto, quello delle risorse, ma il condizionamento ideologico, rischia di diventare il
fattore predominante, su molti campi, e su molte attività esplicate. Noi, come Dipartimento Nuovi
Diritti, abbiamo per esempio sviluppato una ricerca sui processi di secolarizzazione e, dato molto
interessante, abbiamo verificato come nel tempo, ma già da parecchi anni, i comportamenti
individuali, delle persone, si discostano sempre più, anche in modo abbastanza profondo, da quelli
che sono i dettati religiosi. Quindi ci sono una serie di comportamenti individuali che, su temi
eticamente sensibili, sia per quanto riguarda l’interpretazione di famiglia, sia per quanto riguarda
comportamenti individuali, sia per quanto riguarda il rapporto con la stessa scienza e la medicina,
vanno molto al di là e al di fuori rispetto a quelli che sono i dettati religiosi. Io credo ci sia un fattore
di reazione molto profondo, che tende a ricondurre nell’ambito di un imperativo legislativo quello
che non riesce più a essere circoscritto nell’ambito della sfera individuale dell’imperativo morale –
etico – religioso. Io lo considero, questo, decisamente molto pericoloso, perché non agisce solo
nella sfera dell’individuo, ciò che puoi o non puoi fare, arriva ad influire pesantemente nella sfera
della ricerca, di quanto la ricerca possa essere impedita, per impedire che sia funzionale a quelle
scelte individuali che dicevo prima. Lo vedo come un grosso pericolo, lo vedo da tantissimi segnali,
compreso la lettera di cinquantuno parlamentari della Maggioranza, la settimana scorsa, di
reazione alla direttiva del Ministro Bindi a proposito della quantità di sostanze che possono essere
detenute dalle singole persone, per non essere considerate rei di detenzione di sostanze
stupefacenti, e quindi passibili del carcere. Quella reazione non è una reazione soltanto a quant’è
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la quantità. Lì, ancora una volta, basterebbe affidarsi ai ricercatori, ai medici e agli scienziati, per
farsi dire qual è la quantità, semmai ci fosse, pericolosa o non pericolosa. No, lì il fatto, tutte le
volte che c’è un avanzamento rispetto a legislazioni precedenti, che intervengono su temi di questa
natura, di pretendere di circoscrivere il campo, e di invadere e di determinare condizioni altre e
diverse, rispetto a quelle che normalmente medici e scienziati dicono, credo che sia uno dei
grandi temi che avremo di fronte. Anche in questa legislatura, e anche in questa legislatura
determinerà se riusciamo a ragionare realmente di uno Stato laico, che ha in sé un portato di
contenuti morali, ovviamente, ma uno Stato laico che affronta laicamente i problemi della ricerca, i
problemi del rapporto tra etica e ricerca, i problemi della scienza, e di conseguenza anche delle
libertà individuali. O se, invece, in questo conflitto tra illuminismo, positivismo, e ritorno a un
integralismo morale, rischiamo di avere, appunto, quello che ci veniva detto, il prevalere di steccati
integralistici, che in realtà hanno dietro una connotazione profondamente politica, anche di
rapporto, e non dico altro, con le gerarchie della Chiesa. Ecco, il profilo che noi vorremmo ottenere
è esattamente questo profilo che chiede, che chiederà, come organizzazione sindacale, alla
politica, una profonda riflessione, una profonda capacità di ascolto e di dialogo, che oggi invece sta
dimostrando in tanti modi di non riuscire ad esprimere, né verso le istanze della scienza né verso
le istanze delle libertà delle persone. Vi diamo appuntamento alla prossima giornata, che sarà il 2
di febbraio, e quindi alla prosecuzione di questo nostro lavoro, per il cui contributo noi di nuovo vi
ringraziamo.
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disegno di legge sulla procreazione assistita: societa` e