Domenica
La
di
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
Repubblica
l’inchiesta
Le piazze della nuova domenica
EDMONDO BERSELLI, GABRIELE PORRO e CINZIA SASSO
le storie
L’uomo che scoprì il rigore perfetto
GABRIELE ROMAGNOLI
Saddam Hussein da 400 giorni sta in una cella
tre metri per quattro dove scrive poesie
e cura una piccola palma. Questo è il racconto
della sua vita in carcere, ricostruita attraverso
le testimonianze dirette di chi lo ha incontrato
Il prigioniero
di Bagdad
Inchiesta di copertina
a cura di:
CARLO BONINI
FORT HOOD (USA)
A. FLORES D’ARCAIS
WASHINGTON (USA)
ATTILIO BOLZONI
RENATO CAPRILE
D. MASTROGIACOMO
BAGDAD (IRAQ)
ELENA DUSI
IL CAIRO (EGITTO)
STEFANIA DI LELLIS
GINEVRA (SVIZZERA)
CLAUDIA FUSANI
RICCARDO STAGLIANÒ
ROMA (ITALIA)
R
accontano che il prigioniero sia un corpo di vecchio. Avvolto nella tunica della tradizione, un’ampia dishdasha alle caviglie, di un bianco immacolato. Il
volto scavato, acceso da improvvisi lampi, ora di furia, ora di paura. Solo. «Forse pazzo», nel ciabattìo di un paio di sandali di gomma che da 415 giorni si trascinano in una cella di tre metri per quattro.
I giorni di Saddam Hussein sono un segreto intermittente che appartiene all’Esercito degli Stati Uniti. L’Esercito non mostra e non dà accesso al prigioniero. L’Esercito è
padrone delle informazioni che danno conto del suo isolamento. Decide quali dare. Come darle. E dunque. Saddam prega genuflesso su un materassino rivolto alla Mecca. Tre volte al giorno, a orari comandati, mangia in silenzio il cibo dei suoi nemici. A cominciare dalle ipercaloriche razioni di sopravvivenza liofilizzate Mre, Meal ready to eat, confezionate in buste color cachi dai contractorcivili del Pentagono. «Ha imparato ad apprezzare» i muffinse i cookies. Alterna riso, patate, pesce, carne e broccoli cucinati nelle pignatte della mensa da campo dei suoi
carcerieri. Saddam ha diritto a una doccia, al barbiere e ogni giorno gli concedono tre ore di aria
in un piccolo giardino dominato da una giovane palma circondata da siepi basse, dove ha deposto delle piccole pietre. E qui è sollecitato a una ginnastica spontanea che lo sottragga all’anchilosi. Divide le altre 21 ore del giorno tra il letto pieghevole della cella e la piccola scrivania che
ne occupa un lato. Dietro lenti dalla montatura spessa, scrive poesie che leggono solo i suoi censori e lavora al romanzo cui si dice abbia cominciato a metter mano negli ultimi giorni da Raìs e
che nessuno pubblicherà, Andatevene dannati!. Pagine in cui si vaneggia di un tempo che forse è stato. Di un’epica mesopotamica da anno Mille, di re, cavalieri, del sangue degli infedeli.
(segue nelle pagine successive)
FOTO REUTERS
i luoghi
Matera, i pionieri del passato
EMANUELA AUDISIO e MARIO PIRANI
cultura
La MuseoLand di Hong Kong
FEDERICO RAMPINI e SALVATORE SETTIS
spettacoli
Buscaglione, la faccia del Boom
GIORGIO BOCCA, GINO CASTALDO e PINO CORRIAS
l’anniversario
Monopoli, 70 anni di successo
STEFANO BARTEZZAGHI e ILARIA ZAFFINO
22 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
la copertina
Carcere speciale
La cella del Raìs, tre metri per quattro, è a Camp
Cropper, vicino a Bagdad, in quello che era il suo
complesso residenziale preferito. Ma su di lui,
l’Esercito Usa ha steso un velo di mistero.
“Repubblica” ha parlato con i testimoni diretti
per ricostruire la vita del prigioniero più famoso
Poesie, preghiere e rabbia
i 400 giorni in catene
(segue dalla copertina)
B
akhtiar Amin, 46 anni,
provvisorio ministro iracheno per i diritti umani è
un curdo di Kirkuk. Ha studiato alla Sorbona in Francia, e in Svezia. Saddam ha
sterminato 60 tra uomini e donne della
sua famiglia. La vendetta privata è stato
bussare alla sua cella. «A Bagdad le voci
continuavano ad inseguirsi: “Saddam è
stato portato fuori dal Paese”. “Ha un
cancro”. “Ha avuto un infarto”. “È stato
violentato”. Decisi di vedere con i miei
occhi e, come ministro, ne avevo titolo».
«Saddam mangia meglio di un iracheno
medio — racconta dunque Amin — e
vede i medici due volte al giorno». Lo auscultano quotidianamente, ne prelevano periodicamente il sangue, lo sottopongono a cicli di antibiotici, perché
l’uomo non muoia o non decida di darsi la morte prima di aver conosciuto il
proprio destino e quello della sua gente. I bollettini trasmessi dal Comando
americano alla Croce rossa internazionale di Ginevra documentano un «paziente» in «una condizione di salute generalmente buona». Diagnosticano
«pressione alta», «problemi alla vista»,
un’ernia, una «prostata ingrossata» e
annotano il «rifiuto» del prigioniero ad
una biopsia in grado di escluderne degenerazioni cancerose.
«Ma sì, sì — si spazientisce il ministro
— l’operazione di ernia, la pressione al-
ta, la prostata ingrossata. E allora? Le
analisi dicono che non è preoccupante.
Che non dovrebbe esserci tumore. Il 30
per cento degli uomini della sua età ha lo
stesso problema. C’è un detto in Francia:
“Se hai 50 anni e non hai acciacchi di cui
lamentarti vuol dire che sei morto”. Saddam ne ha 60 e sta benone per la sua età».
Bakhtiar e Saddam non hanno scambiato una sola parola. Si sono fissati in silenzio. «Avrei potuto dirgli o chiedergli
qualcosa — racconta il ministro — ma
non l’ho fatto. Mi è bastato vederlo depresso, sapere che la notizia della creazione di un nuovo governo in Iraq lo aveva gettato nello sconforto. La verità è che
ad un certo punto ho avuto voglia di vomitare. Mi faceva schifo vedere l’uomo
che ha ucciso milioni di iracheni avvicinarsi alla sua piccola palma come un
amorevole giardiniere. Proprio lui che
con gli uomini ha offeso anche la natura,
distruggendo l’Eden di paludi, allevamenti, pesca a ovest di Bassora per vendicare la ribellione durante la prima
Guerra nel Golfo...».
***
La cella di Saddam Hussein è a Camp
Cropper, dieci chilometri a occidente
della zona verde, sulla verticale dell’aeroporto. Un cerchio di filo spinato e alte
torri di guardia all’interno di Camp Victory, ieri oasi del regime, oggi casa di 14
mila fanti americani.
Nella scelta del luogo del contrappasso l’America ha messo del metodo. Assegnato al terzo corpo di armata di Fort
Il ministro dei diritti
umani Amin ha visto
il suo nemico
di un tempo:
“Sta bene e mangia
meglio del nostro
popolo”. In cella
legge, scrive e cura
una piccola palma
DAL CUNICOLO
ALL’AULA
In alto, la buca in cui
Saddam è stato catturato
e l’ex dittatore iracheno
al momento della visita
subito dopo il suo
arresto. Sotto la
sequenza del suo primo
interrogatorio pubblico
Hood, Texas, il capitano David Olson è
appena rientrato dall’Iraq. È un ragazzone del Nebraska e nell’oasi diventata
guarnigione dei vincitori e prigione del
vinto ha trascorso sei mesi. «Camp Victory e Camp Cropper — racconta — erano il cuore del regime. Magnifici palazzi
dagli immensi saloni rivestiti di marmi
che affacciavano su un lago artificiale,
alimentato da condutture che pescavano acqua nel Tigri. E poi, una fittissima
piantagione di palme, che i figli di Saddam avevano voluto come riserva di caccia, dove tirare ai leoni e alla selvaggina
africana che lì veniva ripopolata. Nella
gerarchia del Baath, il rango si misurava
in chi era ammesso o meno a tanta bellezza». Oggi, quei palazzi si sono fatti prigioni. «Il lago — sorride Olson — è diventato uno stagno, la riserva di caccia
una legnaia per le truppe, la rete di pompaggio dal Tigri un ammasso di tubature
arse, portate in superficie e tranciate dai
cingoli dei carri armati Bradley».
Saddam Hussein è qui. La sua cella
tre per quattro, il suo spicchio di cielo,
la sua palma solitaria, sono stati ritagliati in uno dei palazzi del potere abbattuto. E separati da altri angoli di
reggia diventati prigione, dove altri
undici dignitari del regime, con lui apparsi in aula e come lui in attesa di processo, conoscono un rigore meno assoluto di quello cui è sottoposto il
Raìs. Che li ammette alla socialità del
backgammon, del domino e degli
scacchi. Ma non gli risparmia l’obbli-
Quando l’inviata della Croce Rossa
lo visitò, lui la fissò con stupore poi
le consegnò una lettera per le figlie
go di svuotare le latrine. Dicono si salutino tra loro come nel tempo che
non c’è più. Con deferenti inchini e
sussiegosi appellativi.
***
Bakhtiar Amin non è stato il solo civile
ammesso al cospetto di Saddam. Il 21
febbraio 2004 anche una donna ha attraversato il confine di Camp Cropper. Senza uniforme. In cerca del prigioniero tra
i prigionieri. E da allora cinque volte ancora. Ad intervalli di quarantacinque,
sessanta giorni. Da ultimo, il 15 gennaio
scorso. Cinque ore in 415 giorni. È una
svizzera tedesca dal nome slavo e l’arabo
fluente. Lavora a Ginevra negli uffici della Croce Rossa Internazionale, che ne
protegge l’identità.
Quel giorno di febbraio, il prigioniero
fissò in silenzio la donna, chiedendosi se
dovesse credere a chi dopo due mesi e otto giorni di isolamento lo sollecitava a riferire delle condizioni del suo corpo, della sua mente, impegnandosi a mantenere il segreto su quanto avrebbe ascoltato.
E per giunta lo invitava a chiedere sigarette se ne avesse desiderio, a servirsi della biblioteca di 170 volumi in lingua araba cui di lì in avanti avrebbe avuto diritto e cui oggi continua ad avere diritto. Libri di avventura e di viaggio.
Non fu semplice. Gli Stati Uniti avevano ceduto alle pressioni della Croce
Rossa soltanto il 9 gennaio del 2004.
Quando il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, non era riuscito a difendere oltre le «ragioni» per sottrarre il
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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 23
LA GUERRA DEL GOLFO
Il 2 agosto 1990 le truppe
irachene invadono il Kuwait:
l’Onu intima il ritiro e, al rifiuto di
Saddam, scaduto l’ultimatum il
17 gennaio 1991 Bush senior
dà inizio all’operazione Desert
Storm. La guerra dura poco più
di un mese: il 28 febbraio gli
iracheni si ritirano dal Kuwait
tiranno alla Convenzione di Ginevra
sui prigionieri di guerra, quale Saddam
era. «Offrimmo a Washington la garanzia che qualunque obiezione avessimo
ricevuto o mosso alle condizioni di detenzione ne avremmo fatto oggetto di
esclusivo confronto con le autorità
americane — racconta Antonella Notari, portavoce della Croce Rossa Internazionale — In cambio ottenemmo
l’impegno a poter condurre le visite restando soli con il detenuto».
A Saddam venne consegnato un cartoncino dal layout prestampato. La donna svizzera che aveva di fronte lo invitò a
scrivere ciò che volesse, indicandone il
destinatario. Ventidue righe per raccontare due mesi e otto giorni. Il Raìs si fermò
a riga quattordici. E nel riconsegnarle alla donna, chiese che venissero recapitate a Raghad e Ala, le figlie riparate in Giordania. Di quattordici righe, la censura
americana ne cancellò nove. «Il mio spirito e il mio morale sono alti, rendendo
grazie a Dio», lesse Raghad lungo le linee
risparmiate dai tagli. E ancora: «Io sono il
Presidente dell’Iraq».
Mohammed Najeeb al Rashdan, avvocato giordano incaricato dalle figlie
di Saddam, avrebbe sostenuto che quei
tratti di pennarello nero con cui era stata cancellata «la voce del Presidente»
nascondevano il segreto delle sevizie e
delle ferite ricevute in carcere nel gennaio del 2004. E in una telefonata da
Amman spiega: «È tagliato fuori dal
mondo: le lettere che gli sono state spe-
dite sono arrivate con mesi di ritardo. E
altre che lui ha scritto non sono mai
giunte a destinazione. Inoltre ho ricevuto un rapporto confidenziale della
Croce Rossa che documenta torture fisiche e psicologiche».
«È assolutamente falso che esista un
rapporto della Croce Rossa consegnato al signor al Rashdan — replica la Notari — Abbiamo soltanto recapitato un
messaggio di Saddam ai familiari. Ogni
osservazione sulle condizioni di detenzione è stata girata alle sole autorità
americane perché provvedessero». Almeno fino al 30 giugno scorso e quindi
nei mesi a seguire, quando Saddam
Hussein ha cessato di essere un «prigioniero di guerra» per diventare il primo dei detenuti dell’autorità di governo provvisoria dell’Iraq.
***
Il prigioniero continua a incombere
come un insopportabile fardello. Ma
sui nemici di oggi, più che sui liberati di
ieri. I suoni, la gioia e i profumi che ne
salutarono la cattura sembrano memoria di un tempo lontanissimo. Sadr
City, lo sterminato quartiere di Bagdad
dove vivono più di 2 milioni di sciiti, la
casba dove ogni famiglia ha un padre o
un figlio o una parente da piangere,
qualcuno fatto giustiziare da Saddam,
è tornato luogo inaccessibile alla Coalizione che ha abbattuto il tiranno. Non
ci sono più dolci di miele da offrire a
mani occidentali e lungo la Djawadir, la
grande strada lunga e dritta che taglia
IL SECONDO CONFLITTO
A più di 10 anni dalla campagna
del padre, Bush jr. torna in Iraq per
risolvere il “problema” Saddam.
Nella notte tra il 19 e il 20 marzo
2003 inizia l’operazione Iraqi
Freedom: il 9 aprile cade Bagdad e
viene abbattuta la statua di
Saddam, il 22 luglio vengono
uccisi i figli del Raìs
in due il quartiere, la gente ha smesso di
chiedere vendetta sul Raìs e combatte
chi pure li ha messi in grado di consumarla. Il 13 dicembre 2003 è diventato
il giorno in cui tutto è cominciato e non
finito. Lo sanno bene a Bagdad. Ma
quel che importa è che ne sembra consapevole l’uomo che quella notte, ai
piedi di una botola nascosta in una
piantagione di datteri nella regione di
Tikrit, si disse avesse scritto la Storia. E
oggi, al contrario, dice di esserne soltanto «un paragrafo». L’uomo si chiama James Hickey. Ha 44 anni, è nato a
Chicago e parla un inglese pulito, ricco,
che segnala un’intelligenza vivace. È
un colonnello dell’Esercito degli Stati
Uniti. Comanda la prima brigata della
quarta divisione di fanteria. È l’ufficiale che ha catturato Saddam Hussein.
Per arrivare al suo ufficio-comando
nella base di Fort Hood, Texas, si sfila
lungo il «muro della memoria e dell’omaggio». Una statua in bronzo sorveglia ottantuno placche per ottantuno
nomi. «Sono i ragazzi della divisione
che non abbiamo riportato indietro vivi — spiega Hickey — La statua, invece,
è un’altra storia. È un pezzo di Saddam:
feci tirare giù dal piedistallo una sua
statua equestre a Tikrit, e chiesi ai miei
soldati di farla a pezzi, sapevo che se ne
poteva fare qualcosa di meglio». Ci
pensò poi un artigiano iracheno a fonderla e a tirarne fuori una nuova statua:
una bambina che appoggia la mano
sulla spalla di un fante inginocchiato
LA CATTURA
Nella notte del 13 dicembre 2003
Saddam viene catturato in una
fattoria vicino Tikrit, con la barba
lunga, senza opporre resistenza.
Il primo interrogatorio è
all’aeroporto di Bagdad: l’ex
dittatore dichiara di non aver mai
posseduto armi di distruzione
di massa
mentre piange i suoi morti.
Il Saddam di carne e di ossa, Hickey
se lo trovò di fronte il 13 dicembre. «Alle 20 e 15 di una sera fredda e senza luna…», racconta lui sorridendo, come
fosse l’incipit di una fiaba in grado di
rassicurarlo. «Era la dodicesima volta
che uscivo per la caccia. Che dicevo a
me stesso che quella sarebbe stata la
notte. Sentivo che eravamo a un passo.
I prigionieri che avevamo catturato nei
giorni precedenti avevano dato l’indicazione. Alle tre del pomeriggio del 13
avevo chiesto di incontrare in privato il
generale Odierno, il comandante della
divisione. “Forse ci siamo davvero”, gli
dissi. “È per stasera”. Il generale mi
guardò in silenzio e dopo qualche
istante mi congedò con tre parole: “Mi
faccia sapere…”».
Lo sguardo del colonnello si accende.
«Decisi di guidare in prima persona le
due squadre d’assalto. La zona del raid
era stata sigillata da terra e dal cielo. Io
e i miei raggiungemmo su tre humvee
la piantagione di datteri che ci era stata indicata. Ci dividemmo. Alle 20 e 05
scoprimmo che i due luoghi che ci erano stati indicati dagli informatori erano vuoti. Però le tracce di un passaggio
fresco portavano verso una botola mal
camuffata. Quel che accadde dopo, lo
sapete… ». Non tutto. Non quello che
è rimasto nella memoria di Hickey.
«Saddam vestiva lo stesso abito della
prigionia di oggi, una dishdasha di tela grezza. Aveva le braccia al cielo e una
Uno dei suoi legali, il giordano
al Rashdan, parla di torture e dice:
“È tagliato fuori dal mondo”
pistola infilata nella cintola. Disse:
“Sono Saddam Hussein, Presidente
dell’Iraq e intendo negoziare”. Poi,
tacque. Non c’era più traccia del dittatore arrogante per cui ero finito in quel
posto. Avevo di fronte un uomo improvvisamente vecchio, sporco nella
barba e nei capelli, docile. Lo feci bendare e ammanettare ai polsi. Chiesi un
elicottero Apache per l’evacuazione
immediata. Alle 20.26 chiamai il comando di divisione via radio e dissi
una sola cosa: “Abbiamo il jackpot”».
Una pausa. E quindi senza neanche lasciar finire la domanda: «Sì, certo, fu
un’emozione. Ma ogni volta che ripenso a quei 26 minuti della mia vita riconosco che non mi diedi troppo tempo
per pensare a quel che stava accadendo. Tornai a fare il comandante dei miei
uomini. A preoccuparmi di un’imboscata di cui eravamo stati avvertiti e ci
dovevamo guardare, e che nessuno invece aveva preparato. Mi calai nel buco
di Saddam e affondai le mani in quel
che restava del suo tesoro. Una cassa
con 750 mila dollari in biglietti da cento, che feci caricare su un Humvee prima di chiamare una seconda volta il comando per dire ridendo: “Il jackpot è in
aria, io vi sto mandando un milione in
contanti da terra”. Poi radunai i ragazzi, gli strinsi la mano e continuammo a
lavorare fino all’alba. In un altro quadrante. Con altri raid».
(segue nella pagina successiva)
24 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
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la copertina
Carcere speciale
(segue dalla pagina precedente)
Dalla notte del 13 dicembre la strada di
James Hickey e quella di Saddam Hussein
non si sono più incrociate. «Se proprio dovessi dire, da cittadino americano e non da
ufficiale, sarei curioso, oggi, di stargli di
fronte. Chi sa…». Già, chi sa. La prima brigata della quarta divisione di fanteria tornerà in Iraq al più presto entro la fine di
quest’anno, al più tardi entro l’inizio del
prossimo. «Se per allora avrò ancora il privilegio di comandare questi uomini sarò
con loro. Come ho detto, il lavoro non è finito. Saddam deve essere ancora processato, l’Iraq deve ancora trovare la pace. E
noi del 13 dicembre siamo diventati soltanto un paragrafo della Storia…».
***
Che Saddam debba essere processato,
è asserzione che viene ripetuta con la sicurezza riservata alle ovvietà. Lo è assai
meno che qualcuno riuscirà poi davvero a
farlo, chi debba farlo e come e dove e in nome di quale legge penale. In questi primi
415 giorni di prigionia — come riferisce
una qualificata fonte dell’Antiterrorismo
americana — il Raìs, «già inutile sotto il
profilo dell’intelligence» perché «impermeabile» agli interrogatori della Cia, si è
dimostrato materia «complicatissima»
anche per gli uomini del Fbi spediti da Washington a Camp Cropper con l’incarico
di trasformare un trofeo di guerra americano in un imputato in attesa di giudizio
della giustizia irachena.
Saddam ha molti avvocati (venticinque) che dicono di difenderlo. E quei po-
Durante un colloquio di quattro ore, un altro suo
avvocato, Khalil Duleimi, gli ha annunciato la morte di
Arafat. L’ex dittatore avrebbe rivendicato il suo ruolo
nella guerriglia: “È la mia profezia che si realizza”
chi che ha accettato di incontrare hanno
avuto accesso alla sua cella soltanto nel dicembre scorso. Sei mesi dopo la sua formale incriminazione e soltanto una volta.
Alla presenza di due funzionari del governo americano che hanno registrato in audio e in video l’intero colloquio tra il prigioniero e i suoi legali. Curtis Doebbler è
uno di loro. È un americano di Buffalo, un
pacifista che non fa mistero di esserlo, cui
dal 30 dicembre scorso, si è associato
Ramsey Clark, già Attorney General degli
Stati Uniti durante la presidenza di Lyndon Johnson.
Doebbler si anima. Dice: «È tutto da vedere se il processo si farà in Iraq o, come noi
chiediamo, Saddam non dovrà invece essere giudicato da un tribunale internazionale che garantisca l’imparzialità del giudizio. Quel che vediamo è che questo processo è illegale e non rispetta neppure gli
standard minimi previsti dalle leggi internazionali. A cominciare dal tribunale che
dovrebbe giudicare l’imputato».
Gary J. Bass insegna Politica e Affari Internazionalialla Woodrow Wilson School
della Princeton University e con il suo Stay
the Hand of Vengeance — The Politics of
War Crimes Tribunals, è tra i più riconosciuti esperti americani in diritto penale
internazionale. «Allawi ha fretta — dice —
ma non ricordo un solo Paese in cui ci sia
stato un processo per crimini di guerra
mentre è in corso un conflitto civile. Esiste
il grave pericolo che i Baathisti uccidano i
giudici della Corte». Una preoccupazione
che non sembra togliere il sonno a Michael Scharf, direttore del Frederick K. Cox
Una fonte riservata
dell’antiterrorismo
Usa riferisce
che il Raìs “è inutile
sotto il profilo
dell’intelligence,
perché
impermeabile
agli interrogatori
della Cia”
International Law Center della Case Western Law School. Scharf è uno dei cinque
«consulenti internazionali» cui Washington ha affidato l’addestramento e la formazione dei giudici iracheni del tribunale speciale che dovrà giudicare Saddam.
Dice: «Sono stati fatti molti progressi. Il
processo comincerà presto e si terrà in
una località sicura dell’Iraq. Sarà aperto al
pubblico e alla stampa. E forse alle televisioni. Forse. Il Tribunale speciale iracheno deve completare le norme di procedura. Saddam deve essere formalmente accusato e alla difesa deve essere data la piena opportunità di preparare il processo,
compreso l’accesso a ogni prova in possesso dei procuratori. In ogni caso, non se
ne parlerà prima dell’estate del 2005».
«Estate del 2005? Direi che è molto difficile... ». Cherif Bassiouni è Professor of Law
e presidente dell’International Human
Rights Law Institutedella De Paul University di Chicago. Ha diretto la commissione
delle Nazioni Unite che accertò le violazioni della legge umanitaria internazionale nella ex Jugoslavia e quella incaricata di
dare vita al Tribunale Penale Internazionale che oggi processa Milosevic. Parla un
perfetto italiano. Spiega: «Superate le elezioni in Iraq si insedierà la nuova Assemblea Costituente che resterà in carica fino
al 30 agosto. E non è possibile fare il processo prima che venga varata la nuova Costituzione. In ogni caso, sarà comunque
necessaria una legge che abroghi quella in
vigore, che porta la firma di Paul Bremer e
dell’Autorità politica provvisoria, un soggetto istituzionale che ha cessato di esiste-
Secondo alcune voci, non
confermate, in questi giorni
sarebbe stato trasferito in Qatar
re». «La legge “Bremer” è un “pasticcio”—
aggiunge Bassiouni — Fissa i reati di genocidio, crimini di guerra e crimini contro
l’umanità. Gli stessi previsti nello statuto
della Corte Penale Internazionale. Bene, il
codice penale iracheno non li prevede e,
soprattutto, gli Stati Uniti non hanno sottoscritto lo statuto della Corte Penale Internazionale».
A Washington, una fonte del ministero
di Giustizia americano sostiene che la
nuova legge per processare Saddam è già
allo studio in grande segretezza, ma aggiunge che anche i tecnici che la stanno
materialmente stendendo dubitano che
possa essere approvata entro il 30 agosto
dall’Assemblea Costituente. «E quello che
succederà da qui al 30 agosto — conviene la fonte — Dio solo lo sa... ». Anche perché, non esiste solo un problema tecnico. Se ne rintraccia uno di merito. Secondo una fonte del Dipartimento di Stato,
«un processo ci sarà solo quando saranno pronti a testimoniare contro Saddam
un numero sufficiente di alti esponenti
dell’ex regime. In carcere ci sono altri 43
papaveri che stanno trattando». Uno di
loro è l’ex ministro degli Esteri e numero
due del regime Tareq Aziz. «Provate a immaginare che colpo sarebbe se il primo a
testimoniare fosse lui».
***
Oggi l’Iraq voterà e il prigioniero non
sarà della partita. Lunedì 17 gennaio il
quotidiano libanese Al Mustaqbal, citando fonti anonime vicine al governo provvisorio iracheno e al comando Usa, ha accreditato l’ipotesi che Saddam possa la-
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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 25
Le schede della Croce Rossa
A fianco i moduli usati dalla Croce Rossa durante le visite nelle
carceri, gli stessi compilati da Saddam Hussein. In basso, il
più piccolo è il “modulo di cattura” e contiene i dati personali del
prigioniero, che Ginevra adopera per monitorare la situazione. L’altro
invece, in quattro fogli, viene utilizzato per far arrivare messaggi
personali del prigioniero ai familiari, messaggi che vengono filtrati
dalla censura e poi riconsegnati alla Croce Rossa
Se l’Islam
processa il capo
L’orgoglio
e la vendetta
KHALED FOUAD ALLAM
BERNARDO VALLI
significativo che gran parte del vocabolario della terminologia politica araba (siyasa) rimandi all’esercizio del potere: ad
esempio sultan (“potere”), malik (“re”: deriva
da mulk, altro sinonimo di “potere”), raìs, etc.
L’iconografia usata per rappresentare il potere
si basa costantemente su due elementi: il color
verde, che simboleggia l’islam, dunque il registro religioso; e la sciabola, con cui nasce e muore ogni potere. La ricca e complessa storia della
genesi del potere politico nell’islam è legata all’invenzione di norme che hanno l’unica funzione di legittimare il potere; tali norme si argomentano in funzione delle circostanze storiche
del momento. In tutta la storia dell’islam, il potere ha inventato le proprie norme; ciò è avvenuto anche nei vari sultanati della periferia dell’islam (Asia e Africa subsahariana). E quelle
norme hanno avuto sempre la stessa funzione:
costruire il potere politico intorno all’elemento
essenziale che struttura le società musulmane,
la dinastia; e dinastia significa filiazione, genealogia, vale a dire il sangue. La sciabola ha la doppia funzione di conquistare il potere rovesciandolo per poi mantenerlo con l’uso della forza.
Il concetto di dinastia va riferito a un nodo
fondamentale, al fatto che le società musulmane sono formate da gruppi, le tribù. Dalla
tribù esce il leader, che può divenire re, emiro,
sultano o presidente. Nella storia politica dell’islam la leadership è sempre stata emanazione di un certo gruppo etnico-tribale o religioso, gruppo che esercita il suo dominio sugli altri gruppi, che li costringe all’obbedienza attraverso l’esercizio del potere. Esiste dunque
nella trattatistica arabo-islamica tutta una letteratura sul dovere dell’obbedienza, un problema che si è sempre posto nell’islam.
La contestazione nei confronti del principe si
è sempre manifestata in funzione del suo comportamento: se il principe non si comporta da
buon musulmano, se il suo comportamento
non è di esempio, che cosa deve fare il popolo,
deve obbedirgli oppure no? Già intorno al 1200
la scuola filosofica e teologica del mutazalismo
affermava che di fronte a un sovrano empio, il
dovere del popolo era obbligarlo a comportarsi da buon musulmano. Più tardi, ancora a Bagdad, quando Gengis Khan stava per metterla a
ferro e fuoco, il teologo e giurista Ibn Taymiyya
nel celebre trattato Siyasa al-shari’a (Politica
musulmana) radicalizzò la problematica legittimando l’assassinio politico: affermò fosse dovere dei musulmani mandare via o condannare a morte l’emiro che non si comporta da buon
musulmano. Questa tesi sarà ripresa dall’ideologia del fondamentalismo, per estenderla al
concetto di stato islamico.
La letteratura politica araba ha posto costantemente in rilievo la relazione fra il potere
politico e la sua genesi, spesso lamentando l’uso della forza. Ad esempio al-Bukhari, celebre
giurista dell’islam, mette in rilievo il fatto che il
potere conquistato con le armi può mantenersi solo attraverso la tirannia. Una leadership
ottenuta ed esercitata essenzialmente attraverso la forza rappresenta un fenomeno perpetuatosi fino ai giorni nostri: molti esperti
hanno affermato che lo stato moderno nell’islam si è costruito contro la propria società. Il
gruppo (kabila, tribù) tende a mantenere il
proprio potere favorendo ed aiutando la gente che di esso fa parte, vale a dire la gente della
propria genealogia, della propria regione. E
questo fenomeno è alla base di un vuoto nella
storia politica dell’islam: manca ciò che è chiamato società civile, quell’elemento fondamentale per mantenere l’autonomia dei diversi poteri e la fabbrica della democrazia.
Mi chiedo spesso perché questi elementi abbiano connotato così pesantemente le società
musulmane: probabilmente perché nelle nostre società è mancata la fase di transizione tra
feudalismo e capitalismo, è mancato quel corpo intermedio che è all’origine della modernità
politica in occidente, vale a dire la borghesia.
Certo, l’attuale processo di democratizzazione
attraverso le elezioni può apparire come una
forzatura, per la preoccupante assenza di sicurezza del territorio, e l’assenza del corpo intermedio della borghesia. La democrazia può apparire zoppicante, ma la necessaria transizione
tra nazionalismo tirannico e democrazia si è già
indirettamente compiuta, perché per la prima
volta nella storia del mondo islamico il potere è
transitato dai fastosi palazzi alla prigione di
Saddam; ed è anche la prima volta che il potere
non viene sostituito con la sciabola o con il colpo di stato. È anche la prima volta che quel potere, sprovvisto della storica rete protettiva, è
costretto a confrontarsi con il suo popolo e con
il diritto. Quella che si sta creando è una prospettiva totalmente nuova, perché attraverso il
diritto il popolo diventa soggetto della storia, in
una democrazia che costruirà la sua legittimità
nelle stanze di un tribunale. Oggi in Iraq ci troviamo di fronte a un cambiamento storico: vale
a dire una rivoluzione per delega. E per la prima
volta nel mondo islamico un potere politico
messo a nudo dovrà confrontarsi con il popolo
e con la storia. Si tratta di un vero trauma per il
mondo arabo e per i musulmani; ma può rappresentare una chance, può significare il loro
brusco ingresso nel XXI secolo.
È
sciare Camp Cropper diretto nella base
americana di Al-Adid, vicino a Doha in Qatar. Un’ipotesi che non trova conferme. Il
capo del team di avvocati Mohammed al
Rashdan dice: «Questa voce è circolata varie volte in passato, tanto che si è parlato
pure di brevi spostamenti del prigioniero
da Bagdad a questa base o addirittura in
Giordania. Ma adesso non ho alcuna indicazione in proposito». E lo stesso dice il ministro Bakhtiar Amin. Di certo l’ex Raìs non
voterà. «Saddam ne avrebbe il diritto perché non ancora giudicato — spiega il presidente della Commissione elettorale Abdel
Hussein — Ma ragioni di calendario hanno
impedito di allestire seggi mobili nelle carceri». Non voterà e non conoscerà neppure il risultato. Non ha televisioni da ascoltare, quotidiani da leggere. I suoi carcerieri
hanno l’obbligo di non rivolgergli la parola. Le notizie, dunque, soprattutto le notizie della politica lo raggiungono in ritardo
e frammentarie.
Della morte di Yasser Arafat, del ritiro del
contingente spagnolo dalla Coalizione, ha
saputo soltanto il 16 dicembre scorso. Da
Khalil Duleimi, l’ultimo degli avvocati che
ha avuto accesso alla sua cella. Un colloquio durato quattro ore e ricostruito nel
dettaglio dalla newsletter vicina ai servizi
israeliani Debka File. Saddam ha chiesto di
portare i suoi omaggi e il suo grazie a Ramsey Clark, l’ex attorney general americano
che ha deciso di unirsi al collegio difensivo.
All’ex primo ministro malese Mahatir
Mohammed, all’amico scozzese George
Galloway. Al giornalista egiziano Mustafa
Bakri. Si è lamentato della «scarsa gentilez-
za e rispetto» mostrati
nei suoi confronti dai funzionari
della Croce Rossa, chiedendo di farne cessare le visite. Ha parlato da Presidente dell’Iraq, leggendo a Duleimi uno dei versi delle sue poesie della prigionia: «Se non puoi
essere in cima, non essere in fondo. Perché in
fondo c’è solo la coda». Ha quindi rivendicato a se stesso, alla sua ultima decisione da
Raìs, il dopoguerra di violenza che stanno
conoscendo gli americani. «Bagdad — ha
detto Saddam all’avvocato Duleimi — non
si è arresa, né è stata conquistata. Bagdad è
stata presa prigioniera. Quando l’11 aprile
del 2003 i miei comandi militari mi informarono che non avevamo più uomini sufficienti ad opporci, ordinai il passaggio dalla guerra convenzionale alla guerriglia.
Dissi ai miei ufficiali: gli americani si allungheranno sull’Iraq come una vipera e quello sarà il momento di attaccare, sezionando il serpente in pezzi da eliminare uno ad
uno. È esattamente quel che sta accadendo... ». Si è quindi congedato con una profezia. Che è anche un’indicazione politica
e una chiamata alle armi. «Non mi sorprende che quei traditori dei persiani (gli
sciiti iraniani ndr) abbiano attraversato il
confine per partecipare alle elezioni (di
oggi ndr), ma sunniti e sciiti iracheni ora
devono trovare la loro unità contro il conquistatore americano. Devono sapere
che oggi è toccato all’Iraq e domani toccherà alla Siria. L’ho fatto sapere anche a
Bashar Assad (il presidente siriano ndr)
che il prossimo sarà lui... ».
L’
apparizione di Saddam Hussein sui teleschermi, nel luglio scorso, suscitò in
molti iracheni indignazione e dolore,
collera e vergogna. Fu come se la figura del Raìs
prigioniero, interrogato da un giudice, riesumasse nelle menti e nei cuori trent’anni di storia nazionale. Alcuni, soprattutto sunniti, in
preda all’emozione, si dissero pronti sacrificare la vita, o addirittura la famiglia, per salvare
Saddam. Altri, non soltanto sciiti o curdi, le due
comunità da lui represse, non nascosero il desiderio di vendetta. L’avrebbero voluto, subito, morto. Quel tumulto di sentimenti contrastanti, che alimenta da un anno e mezzo la violenza, fu visibile, palpabile, nei minuti della
trasmissione, che doveva essere l’introduzione al futuro processo.
Il giudice lesse a Saddam davanti alle telecamere le pesanti imputazioni cui dovrà rispondere. E lui reagì con vivacità, astuzia, come uno
sperimentato attore chiamato a interpretare il
ruolo di un dittatore che ha perduto il potere
ma non il coraggio. Le immagini di sei mesi prima, al momento della cattura, di quando fu
stanato come un coniglio, ridotto allo stato di
barbone, lo sguardo stralunato e la barba incolta e zeppa di pulci, furono cancellate dalla
nuova esibizione, in cui l’assenza totale di autocritica, di un ripensamento, di un minimo
tentativo di introspezione, poteva anche essere confusa con la dignità.
Questa è la chiave per capire quel che rappresenta ancora oggi Saddam per molti iracheni. Da un lato il desiderio di vedere condannato, e magari giustiziato, il sadico despota di un
tempo. Dall’altro la nostalgia del Raìs, un tempo crudele incarnazione
della patria, e
quindi dell’orgoglio nazionale. Il quale si
confonde spesso con la fedeltà
tribale.
Senza decifrare quest’ultima, vale a dire
il mosaico delle
tribù, con le annesse lealtà e
complicità,
non si entra
nella realtà irachena. Come
senza la password non si
entra nel computer. Questo
vale anche per
leggere quel
che Saddam ha
rappresentato
per molti iracheni, e quel
che di lui è rimasto nelle
memorie.
Molti, nel luglio scorso, daSU TUTTE LE TV
Una televisione trasmette
vanti al Raìs inil primo interrogatorio
corniciato nel
pubblico dell’ex Raìs
teleschermo,
cercarono i
suoi occhi. Lo fecero per istinto. Fu come una
sfida. Equivaleva a violare un antico tabù. Pochi
osavano o potevano fissarli quegli occhi, quando era al poter. I soldati ai quali appuntava una
decorazione sul petto, e lui prediligeva quel tipo di cerimonia, inclinavano la testa su una
spalla e rivolgevano lo sguardo al suolo. Lo
affondavano nella polvere, a terra. Ed era come
prostrarsi, stando impalato sull’attenti. Sarebbe stato un affronto incrociare lo sguardo del
Raìs. Poteva costare la vita.
Una curiosità morbosa ha spinto anche me a
cercare sul teleschermo quegli occhi che potevano fulminare i sudditi audaci o imprudenti, e che hanno ipnotizzato, terrorizzato o
fulminato per decenni il Paese. Senza contare
che lo sguardo dell’allora Raìs seppe prima sedurre e poi inorridire l’Occidente. Da strenuo
e utile difensore di una laicità musulmana opposta alla vicina rivoluzione islamica dell’Iran, quale era considerato negli anni Ottanta,
Saddam diventò nel decennio successivo il
concreto simbolo del Male, per l’America di
Bush e i suoi alleati.
Non è dunque lo sguardo di un decaduto tiranno regionale che cercai, ma quello di un capo arabo che, sempre restando un personaggio sanguinario, passò dal ruolo di complice a
quello di demonio, al punto da mobilitare come tale la più forte armata dello storia. Un’armata che ora occupa il suo Paese ma che non
è ancora riuscita, dopo quasi due anni, a domare gli uomini rimastigli fedeli. Credo che
nessuno (neppure tra gli insorti) creda alla
possibilità di un ritorno di Saddam.
Ma quando gli verrà fatto il giusto processo,
molte verità risulteranno scomode anche per
coloro che prima lo trattarono come un alleato,
obiettivo se non formale, e poi come il più detestabile dei nemici.
26 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
l’inchiesta
Riti moderni
Centri commerciali sempre più imponenti, cittadelle dello shopping
a prezzi scontati, mega-cinema fuori porta dove trascorrere anche
l’intera giornata: sono i luoghi che hanno definitivamente rivoluzionato
il fine settimana degli italiani, le cattedrali di un culto che ha messo
sullo stesso piano e confuso la tradizionale voglia di incontrarsi
e l’irresistibile attrazione del consumismo
Le piazze della nuova domenica
GABRIELE PORRO e CINZIA SASSO
P
L’orologio pazzo della città
I popoli del “mega” sono infatti anche il
nuovo popolo della domenica. «La domenica — spiega Sandra Bonfiglioli, ordinario di Pianificazione territoriale al Politecnico di Milano — è insieme alla notte la
nuova frontiera del tempo. Il tramonto
dell’economia industriale ha mutato radicalmente la vita delle persone e sovvertito i ritmi fissi che la fabbrica imponeva».
Non esiste più il sincronismo statico tempo libero-tempo di lavoro, come non esiste più la città chiusa d’agosto, le ferie in
massa e tutti in coda ai caselli per l’esodo
estivo. «Adesso la città ha un orologio pazzo, basato sulla flessibilità degli orari e dei
giorni di lavoro. Stiamo vivendo una rivoluzione post-industriale sull’uso del tempo». Bonfiglioli, che collabora alla stesura
delle politiche sui tempi della città non solo a Milano ma anche in altri centri italiani, vede ancora la domenica come un giorno «particolare» — «non più il giorno del
Signore, ma ancora il giorno del vestito
buono» — nel quale vivere alla grande, altro che riposare.
Marta Boneschi, nel suo Poveri ma belli, racconta così l’Italia del dopoguerra:
«Nel ’54, quando l’Europeo pubblica
un’inchiesta Doxa sul tempo libero degli
italiani, la gran baraonda dei divertimenti
non è ancora cominciata. Quando gli italiani non lavorano, non fanno nulla. Riposano o, al massimo, giocano a carte o
ascoltano la radio». È solo all’inizio degli
anni ’60, quando le grandi aziende come
Olivetti e Fiat congedano operai e impiegati già il sabato pomeriggio, che il tempo
del riposo — una giornata e mezza — sarà
troppo lungo per essere vuoto di attività.
Ancora Boneschi: «Occorrerà cominciare
a riempirlo con viaggi, soggiorni, gite, spostamenti, visite turistiche e quant’altro è
alla portata della propria curiosità e del
proprio bilancio». Mezzo secolo dopo, è
un’indagine del Censis, promossa dalla
Conferenza episcopale italiana, interessata per sua parte a capire che cosa minacci oggi il rito della messa, a tratteggiare
la nuova domenica degli italiani.
Anche secondo il Censis la domenica
resta, per l’85 per cento degli italiani, il
tempo della famiglia, dei parenti, degli
amici. Il pranzo è in casa per l’82 per cento
mentre il 13 mangia da un familiare. La casa resta il luogo «più rappresentativo dell’atmosfera della domenica» per il 66,5 per
FOTO PEPI MERISIO
er cercare il nuovo popolo della domenica bisogna dimenticare la piazza, dimenticare la
messa, dimenticare la città. E
mettersi in auto. Bisogna farsi
guidare da cartelli che misurano la distanza in minuti e non più in chilometri. Fino ad arrivare nel mega posteggio, parcheggiare senza difficoltà. E scoprire che altri templi e altri riti occupano
ora il settimo giorno degli italiani. Templi
con nomi che appena cinque anni fa
avrebbero detto pochissimo anche ai più
informati: “shopping mall”, “outlet”,
“multiplex”. E che raccolgono sempre più
adepti. L’ultima notizia riguarda proprio i
multiplex: i frequentatori, cioè il pubblico
degli spettatori di cinema che scelgono i
mega-store con otto o più sale tutte insieme, nati come cattedrali solitarie fuori
dalle città, sono diventati maggioranza e
l’80 per cento di chi sceglie di vedere un
film sceglie anche di vederlo in un complesso multisala. I vecchi cinema Paradisosono destinati a trasformarsi in arnesi di
archeologia culturale.
Domenica pomeriggio, Europlex Bicocca, Milano. Claudio, 20 anni: «Qui ho
più possibilità di scelta, e l’orario va sempre bene. È il massimo come qualità e poi
posso mangiare e bere mentre sto vedendo il film». Multiplex Move In Medusa,
Cerro Maggiore. Massimo, 17 anni: «Mi
piace perché incontro sempre qualche
amico e poi ci ho conosciuto diverse ragazze. Vengo al multiplex perché c’è più
divertimento, ci sono i negozi, le sale giochi, si mangia bene, c’è la focacceria». E il
film? Quello, si capisce, conta sempre meno. Il 73 per cento dei frequentatori dei
multisale della catena Warner Village ha
tra i 18 e i 44 anni e nell’84 per cento dei casi ha il diploma di scuola media superiore
o (20 per cento) la laurea. Un mercato davvero interessante tanto che una multinazionale francese (450 schermi in Francia e
50 in Spagna) tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo aprirà fuori Roma una Mecca
del cinema: l’Ugc Fiumicino, con 24 sale
per 6.100 posti. Sarà il complesso più grande d’Italia, di un terzo più capiente dei già
sterminati Warner Village Parco de’ Medici a Roma e Europlex Bicocca a Milano che
di sale ne hanno 18.
Piazza Duomo,
a Crema, in una
domenica mattina
degli anni Sessanta
IERI
cento del campione. Ma le novità di cui
parla Bonfiglioli si fanno avanti anche nelle statistiche: ormai lavora di domenica il
31,3 per cento della popolazione e lo fanno soprattutto giovani (42 per cento tra i 30
e i 44 anni) e laureati (47,5 per cento). Sono le upper class che indicano la tendenza, le fasce di popolazione più svincolate
dalle tradizioni, impegnate nelle nuove
professioni. Ma i numeri descrivono anche un’altra novità: il 33,3 per cento degli
italiani ha fatto acquisti di domenica, gli
adolescenti sono il 73,8 per cento. Per negozi si va «in compagnia» nel 72,6 per cento dei casi: o con la famiglia (52,9) o con gli
amici (19,7) e comunque quasi il 30 per
cento ritiene che frequentare i negozi sia
«un modo divertente di trascorrere la festa». Al solito, chi meno ha più vorrebbe e
così è dal Sud e dalle Isole, dove ancora
non esistono centri commerciali, che la
domanda è più pressante: il 51,8 per cento considera l’outlet il luogo eletto degli incontri. Percentuale che sale al 64,3 per
cento tra gli adolescenti.
Il centro commerciale, dunque, che è
poi la realizzazione materiale del sogno
del «popolo delle griffe», come lo chiama-
no gli spin doctors del marketing, si avvia
sempre più a diventare la nuova «piazza»
degli italiani. Sottolinea il Censis: «Perfino
i nuovi templi del consumo sono frequentati non tanto perché esiste un virus consumista che attanaglia gli italiani, ma perché vengono trasformati in occasioni di
incontro». Per preparare l’apertura del
primo centro commerciale in Italia,
McArthur Glen, società che nei suoi 13 poli sparsi per l’Europa mette insieme 50 milioni di visitatori l’anno, ha stabilito che il
progetto ha possibilità di successo se poggia su un bacino di utenza di almeno 12
milioni di abitanti distribuiti nel raggio di
90 minuti. Ma quello che è importante soprattutto è che il centro diventi un punto
di richiamo nel suo insieme, non solo per
quello che vende. I prodotti hanno sì importanza, ma solo per definire il target dei
visitatori. Se ad Ashford, in Inghilterra, il
Designer Outlet è stato progettato dall’architetto che ha fatto il Millenium Dome di
Londra, a Serravalle Scrivia — sull’autostrada dei Fiori, tra Milano e Genova,
35mila metri, 150 negozi — è nata una città
fatta di parcheggi, case, viali alberati, piazze con panchine e fontane, ristoranti, bar
con i dehors. «Il nostro consumatore medio — dice Stefano Stroppiana, direttore
generale per l’Italia — è una coppia sui 38
anni che nel centro trascorre tre ore, visita
14 negozi e che ci passa undici volte l’anno, quasi una volta al mese».
Il centro commerciale diventa la meta della gita domenicale, la fuga dalla città, dal
traffico, dai problemi. Giampaolo Fabris,
ordinario di sociologia dei consumi allo
Iulm di Milano, a proposito di questo fenomeno parla di «incantamento» e dell’importanza del fare «l’esperienza»: «Entrare in uno shopping center significa venire irresistibilmente proiettati in un’atmosfera emozionalmente calda e spettacolare. Superata la soglia, il sentimento
più diffuso che sopravviene è l’incantamento. Il consumatore è investito improvvisamente da un’atmosfera di festa,
di benessere, di stimolazioni poli-sensuali, è come essere sempre a Natale. O come
essere a un casinò di Las Vegas, dove non
sai mai se è giorno oppure notte».
Famiglie come al luna park
Al “Barlumeria” del Fidenza Village, vecchi tavoli di legno come in un’osteria emiliana originale, menù su carta paglia, prodotti tipici dal parmigiano al culatello di
Zibello, un’intera parete di forme di Reggiano, domenica Luca e Massimo, manager romani in trasferta per lavoro, i sacchetti dello shopping sotto il tavolo, bevono Nabucco dell’azienda “Monte delle Vigne” e si confidano sulle fidanzate: «Non
siamo venuti per comprare, siamo venuti
perché questo posto è bello. Poi è anche
capitato di trovare l’occasione…». Hanno
30 anni e raccontano di essere visitatori affezionati di Castel Romano: «La domenica
— dice Luca — vado a fare un giro in moto
con gli amici e al ritorno ci fermiamo lì. Si
sta bene, e questo è tutto».
I commessi raccontano che le famiglie
si presentano come fosse il luna park. Mirella, che lavora all’outlet Franciacorta,
osserva che il picco degli ingressi è il pomeriggio: «Questa è una terra di tradizioni: prima si pranza in famiglia, poi si caricano i nonni e i bambini e si viene nella
grande giostra». Qui è venuto Patrick del
Grande Fratello e quelli di Zelig; qui, fino a
metà dicembre, c’è stato il Planetario e per
tutto l’inverno i bambini hanno a disposizione una pista di pattinaggio sul ghiaccio.
Se poi non è l’outlet, va bene anche il
fratello minore, il centro commerciale.
Secondo un’indagine della Camera di
commercio di Milano svolta sulla città e
sulla provincia più ricca d’Italia, nell’ultimo anno la domenica si sono registrati
aumenti di presenze con punte fino al 40
per cento; la domenica, ormai, è il giorno
che fa registrare l’affluenza più alta di visitatori. Ma anche più giù nella scala del
commercio, la domenica è diventata un
giorno da allarme rosso: all’Esselunga di
viale Papiniano, il primo supermercato
milanese a restare sempre aperto, già
luogo di leggendari incontri per single, le
code alla cassa sono di mezz’ora almeno
e tutta la via è bloccata da auto in seconda e terza fila, dopo che il grande parcheggio è perennemente esaurito. Laura,
impiegata, vive a Milano e viene da Treviso: «Dalle mie parti non esiste ancora, ma
è talmente comodo fare la spesa quando
si ha del tempo libero che io non mi lascio
scappare l’occasione».
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 27
33,3%
31,3%
Un italiano su tre fa acquisti
di domenica. La percentuale
di chi dedica il giorno festivo
allo shopping cresce in
misura notevole tra gli
adolescenti: a utilizzare la
domenica per frequentare
negozi e centri commerciali è
il 73,8 per cento
FOTO AGF
EDMONDO BERSELLI
FOTO AFP
L
Glossario
MULTIPLEX
I cinema multiplex sono quelli
progettati esplicitamente per
mettere a disposizione più sale di
proiezione (almeno otto), dotati di
ampi parcheggi e attrezzati
anche con altri servizi di
intrattenimento (ristoranti, bar,
sale giochi, negozi)
OUTLET
Sono centri commerciali nei quali
le aziende (in prevalenza di
abbigliamento) vendono
direttamente i propri prodotti. Si
tratta di collezioni degli anni
precedenti e proprio per questo i
prezzi sono particolarmente
convenienti
SHOPPING MALL
La definizione arriva dagli Stati
Uniti e indica i centri commerciali
più grandi che nascono fuori dalle
metropoli, vere e proprie
cittadelle degli acquisti dove è
possibile trovare prodotti di ogni
tipo ma anche luoghi di
aggregazione e di intrattenimento
Il cinema multiplex che sarà
aperto a Fiumicino, a poche
decine di chilometri da
Roma, entro gli inizi di marzo
sarà il più imponente d’Italia.
Potrà contare infatti su 24
sale e 6.100 posti, oltre che
su parcheggi, ristoranti ed
esercizi commerciali
Quei templi laici
dove i nostri figli
assaggiano la vita
OGGI
L’outlet di Castel
Romano, ritrovo
degli abitanti
della capitale
6.100
La domenica è diventata una
giornata lavorativa per il 31,3
per cento degli italiani. Lo
rivela una ricerca Censis per
conto della Cei, realizzata
con metodo Cati su un
campione di 1.000 persone
dai 16 anni in su fra il 13
settembre e il 1 ottobre 2004
IL SORPASSO
Negli ultimi mesi nei multiplex italiani sono stati staccati più
biglietti che in tutti gli altri cinema. Se ad essi si aggiungono
anche i multisala tradizionali si tocca l’80 per cento del totale
a preghiera domenicale
dell’italiano moderno è
riprodotta in uno scontrino, alla cassa di un centro commerciale? Certo
sarebbe più facile ricorrere alle statistiche sulla frequenza
religiosa per rilevare le modalità con
cui la società italiana si è secolarizzata. Ed è interessante cercare le tracce
della perdita della religione tradizionale nelle scritture pubbliche della
sensibilità collettiva, nei film come
nei romanzi: ad esempio, nell’ultimo
libro di Tullio Avoledo, Lo stato dell’unione, il protagonista, un pubblicitario, un professionista dell’immagine,
un individuo perfettamente inserito
nella contemporaneità come qualsiasi italiano evoluto di oggi, a un certo punto commenta fra sé: «Non conosco nessuno che vada a messa».
Tuttavia, per riscontrare sul piano
dei comportamenti generali che l’estremo riflesso del sacro, almeno in
quanto ritualità, si è spostato dalle
chiese alle cattedrali del consumo, è
proprio necessario compiere lo sforzo di parcheggiare l’auto negli spazi
immensi di un ipermercato: nei nonluoghi che si stendono davanti allo
stile artificiale dei prefabbricati, a
quel finto neoclassico che può ricordare i vecchi cinema, e lasciarsi prendere dal flusso incessante del popolo
che scorre all’interno.
Un vecchio calembour sostiene
che nelle regioni rosse si è compiuta
la perfetta trasformazione dei comunisti in consumatori, che ha equiparato le feste dell’Unità ai megamarket. Ma più in generale ciò che
colpisce è il trionfo silenzioso di
quella che gli apocalittici hanno
chiamato la “Coca-colonization” del
mondo contemporaneo, la globalizzazione omologatrice nel segno del
logo. E nello stesso tempo la diffusione ormai pervasiva dello schema che
il sociologo americano George Ritzer
ha descritto come la “mcdonaldizzazione” della società.
I quattro comandamenti del
McWorld sono l’Efficienza, la Calcolabilità, la Prevedibilità, il Controllo, e
presiedono un processo apparentemente inesorabile, dalle regole ferree, in cui il futuro è una derivata del
presente. Sicché l’effetto principale,
l’immagine che domina il supermercato, non è tanto l’impressione della
quantità, del consumo vistoso, eventualmente dello spreco, come veniva
classificato dai critici moralisti del capitalismo: è piuttosto la sensazione
che fra ciò che viene venduto e ciò che
viene indossato non ci sia nessuna
differenza, che le commesse siano
modelli di stile per la generalità delle
ragazze e delle clienti,
insomma che non esista un diaframma tra
ciò che viene esposto
nelle vetrine e ciò che si
vede nelle corsie del
passeggio continuo, fra
due ali di negozi dalle
luci aggressive e di isole
architettoniche disegnate per il fast food (in
modo analogo, negli
outlet dove vengono
smerciati come in allegre lotterie i campionari delle griffe di moda, si
assottiglia l’ammontare di danaro necessario
per adeguare il proprio
look alle immagini della televisione, e si accresce la chance di approssimarsi al glamour
di massa).
Ciò che è dentro è
uguale a ciò che è fuori.
L’acconciatura alla
moda di un parrucchiere, «hair stylist», in
una delle sale di tendenza presenti in loco sarà il punto di
riferimento dei giovani che ci passano davanti. Gli abiti sono uguali dentro e fuori i negozi. I gadget decorativi, le borsette, pure. La bigiotteria è
identica ai piercing. Ma il senso dell’identificazione totale, ciò che può
rivelare l’omologazione integrale lo
si coglie alla fine soprattutto nei
comportamenti: negli spazi commerciali si realizza infatti una variante spazio-temporale e tematica
dei «distretti del piacere», come Aldo
Bonomi ha definito i parchi dell’intrattenimento come Gardaland, Canevaworld o Mirabilandia.
C’è in sostanza una generazione
piuttosto ampia che ha scalfito la
scansione settimanale del ciclo di lavoro e tempo libero. Che per certi
aspetti tende a ripetere le ritualità famigliari delle domeniche del tempo
andato, il pranzo in casa o in famiglia,
ma ha trasferito nei centri commerciali il luogo degli incontri e delle relazioni personali. Non si tratta dell’uso
ludico degli ipermercati che praticano a loro modo anche le generazioni
molto più anziane (bastano un autobus e un’ora di esplorazione per ingannare il tempo e vedere un po’ di
movimento), e nemmeno dell’utilizzo dei luoghi del commercio come
oasi estiva, secondo ciò che aveva
suggerito il ministro Girolamo Sirchia per ridurre grazie all’aria condizionata gratuita la mortalità da calura. No, il supercentro, l’ipermercato è
il teatro di una fitta rete di occasioni
interpersonali, in cui le nuove generazioni mettono alla prova le loro
strategie comunicative.
Modellato dalla pubblicità e dalle
leggi del mercato, il centro commerciale diventa così anche un luogo sottratto alla logica esclusiva del profitto:
è anche lo spazio in cui si muove guardinga la generazione secolarizzata.
Cioè quella parte della società, ha
scritto il sociologo cattolico Pier Paolo Donati, abituata a vedersi in azione
dentro momenti emozionali, «eroi» di
un attimo, presi dal desiderio di vivere con la massima intensità la situazione che stanno sperimentando, capaci di interpretare nel modo più appropriato una società «adiaforica», in
cui la tecnica sostituisce l’etica. Detto
in parole più miserabili, che «ci provano». Fanno le loro prove di educazione sentimentale. O almeno si trovano, si mostrano, si scrutano, si misurano, talvolta cuccano.
Salvo poi che anche i loro genitori,
vale a dire la generazione precedente, subiscono in modo analogo la fascinazione di un luogo che è insieme
catalogo delle meraviglie, esposizione permanente del mutare della tecnologia, così come reinterpretazione
del mercato ortofrutticolo, una vuccirìa standardizzata, magazzino degli alimenti junk ma anche megasantuario dello slow food, con preziosità
introvabili vent’anni fa, grande reparto formaggeria, buona enoteca,
riserva di specialità gastronomiche
«glocal», ma anche palcoscenico delle interazioni sociali.
Se è vero che nell’Ottocento i membri della classe altoborghese si osservavano a vicenda dai palchi dei teatri,
confrontando gli abiti e i collier, e fino
ai primi anni Settanta la brava gente si
salutava alla messa grande delle 11,
mentre oggi i «vincenti» della lotta di
classe che perdura sotto altre forme si
confrontano nelle feste in casa e nei ristoranti plasmati dalla dittatura modernista di Ferran Adriá, oggi la vasta
«bolla di ceto medio» che secondo
Giuseppe De Rita ha sostituito la borghesia trova se stessa, i propri parametri, il proprio eclettico stile nel melting pot dei centri commerciali, provando un abito da modella o da buttafuori in un outlet (senza contare che il
confronto può cominciare già nel parcheggio, auto contro auto).
Trovare un fuori catalogo di Armani o di Dolce & Gabbana a un decimo
del prezzo atteso consente evidentemente di lucidare il proprio status, la
consapevolezza sociale, la propria
condizione, perfino l’autostima. Ma
alla fine dell’esperienza ritualizzata
dell’esplorazione e dell’acquisto c’è
soprattutto come risultato il chiudersi di un cerchio, in cui la pubblicità e
il consumo coincidono, i comportamenti individuali si sposano a quelli
collettivi, e nella grande società secolarizzata il privato e il pubblico si
identificano senza residui nella grande liturgia del mercato.
28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
le storie/1
DALLE OLIMPIADI ALL’ASSEDIO
L’8 febbraio 1984 iniziano a
terribile assedio di Sarajevo: la
Sarajevo i Giochi olimpici
guerra civile dura dal 6 aprile
invernali: il monte Bjelasnica
1992 al novembre 1995
(m. 2.070) è la sede delle gare
quando vengono firmati gli
di sci alpino. La stessa
accordi di Dayton che dividono
montagna da dove, per
il paese in Federazione croatoquattro anni, sono partiti gli
musulmana e Repubblica
spari dei cecchini durante il
serba di Bosnia
Ritorno alla pace
Sciare sul monte dei cecchini
cendono sci in spalla fra i
minareti della città vecchia
in una fredda giornata di sole, lungo ripide strade in selciato. I loro scarponi scricchiolano
sulla neve fra casette, panetterie, legnaie, piccoli cimiteri, botteghe e moschee grondanti di lumini come un
presepe austriaco. Sono i sarajevesi che tornano
lassù, nel nido
del cecchino, a
sciare sulle piste
olimpiche del
1984, riaperte
dopo la guerra.
Sfida, esorcismo, voglia di dimenticare: chi lo
sa. Ma oggi andare lassù è facilissimo: basta
prendere il bus
sul fiume alle otto e mezza del
mattino.
A Sarajevo tutto incombe, le piste e i mortai. La
montagna ti assedia anche in
tempo di pace. Il
forestiero deve
imparare in fretta: qui il dislivello
è assassino. Per
quattro anni
quelli in alto hanno ammazzato
quelli che stavano in basso. Se
sali, trovi piazzeforti. Se scendi,
scopri un arcipelago di camposanti coperti di
neve fresca e fiori
viola: prati senza
muri di cinta, coperti di candidi
obelischi coetanei, in maggioranza di uomini,
segno di un unico
cataclisma. In
mezzo alle lapidi,
donne salgono controluce, ciascuna
in un’aureola di vapore. La vista sulla
città è scandalosamente bella. A Sarajevo morte e paesaggio coincidono,
e la vita, per ricominciare, ha scelto
proprio i luoghi della morte. Nella parte serba, belvederi e grill sulle spianate dei mortai; in quella bosniaca ristoranti panoramici accanto ai cimiteri.
Il bus parte con destinazione Jahorina, la prima delle montagne olimpiche, quella con le piste più belle. Sulla
tua destra, il colle imbiancato di Bistrik, fumante di comignoli e sovrastato dal fronte. A destra la città innevata
che risplende con la biblioteca rimessa a nuovo, l’antico mercato di Bascarsija, il caravanserraglio, i chioschi
asburgici. Lontano dalle devastazioni
della periferia i restauri sono andati
avanti, qui Sarajevo pare una strana
Svizzera con i muezzin. È da poco finito il Bajram, il natale dell’Islam, e nella cattedrale semivuota l’organista si
sbraccia, spreme dalle canne una musica guerriera, che maschera l’inquietudine dei cattolici in una città sempre
più piena di minareti.
Una gola gelida ti inghiotte tra due
torrioni di roccia e una curva improvvisa del fiume. In alto, sul lato sud, c’è la
pista di bob del monte Trebevic, olimpica pure quella. Ma è ancora off limits:
campi di mine sbarrano la strada a quasi dieci anni dalla guerra. «Da lì potevamo scendere con gli sci, fino al ’92», mi
dice uno sul sedile accanto. Come a
Oslo, Innsbruck e Grenoble, qui si poteva rincasare sciando. Sarajevo ebbe,
prima in Europa, piste illuminate. Nei
fine settimana le pizzerie chiudevano
all’alba perché era di moda sciare di
notte e dormire di giorno. Era una pacchia la Sarajevo d’antan.
Vai verso Est, e i segnali d’Oriente anziché intensificarsi cessano di colpo.
Entri nella Repubblica serba e finiscono i minareti. Non c’è nessuna sbarra,
offensiva serba del ’94. Babin Dol, la
stazione di partenza dell’unica seggiovia, non è il nido intatto del cecchino.
Tutto quello che vedi è post-bellico,
nuovo di zecca. Il resto è macerie, rimosse dai bulldozer o coperte di neve.
Dalla stazione meteorologica si spalanca la Bosnia intera. Il mondo danubiano da una parte, i monti adriatici
dall’altra. In mezzo, a est, la ferita
profonda scavata dal fiume Drina. Poi
un labirinto di cocuzzoli tutti eguali,
come un mare in
tempesta. La Treskavica misteriosa, mille volte presa e perduta, oggi
chiusa agli umani
per le troppe mine.
In basso, le piste
olimpiche di fondo e i due trampolini. Subito oltre,
l’Igman, difeso
con le unghie, per
quattro anni unica
via d’accesso alla
città. Poco a destra, più distante, a
picco su Sarajevo,
il Trebevic, ancora
disseminato di roba inesplosa. La
città è là sotto,
inerme nel suo catino, sigillata da un
banco di nubi. La
topografia del
fronte è tutta lì, come su una carta
militare. Di nuovo
bellezza e morte
coincidono.
Scendo con Samer in neve fresca.
Sotto c’è la selvaggia gola della
Rakitna, dove
nemmeno la guerra ha mai messo
piede. Lontano, le
casette di Lukomir, il villaggio più
alto della Bosnia,
dove l’elettricità è
arrivata solo da tre
anni. L’inverno,
lassù, dura sei mesi, e d’estate vi pascolano cavalli liberi. A nordest, la
Roccia delle Vergini, con la sua triste
leggenda balcanica. Quella di due giovani amiche, innamorate dello stesso
uomo, che «si gettarono da una roccia
per non farsi torto a vicenda». Dall’altro lato, la valle percorsa nel gennaio
del ’42 dalla Prima Brigata Proletaria,
in un’epica marcia contro i tedeschi.
Samer è nato nel ’78, ma delle olimpiadi si ricorda benissimo. «Non nevicò fino alla vigilia, avevano chiamato
l’esercito per fronteggiare la penuria.
Poi, la notte, ne scese così tanta, che
l’esercito fu mobilitato per sgomberarla. Mio nonno mi portò a vedere la
discesa del bob. Erano astronauti, venivano giù come missili. Dieci anni dopo, in quello stesso luogo, la guerra si è
portata via centinaia di uomini». Scende un po’ di nevischio, al rifugio — costruito da soli tre anni — hanno acceso
il caminetto e sfornano micidiali frittelle al kajmak, un mascarpone di tradizione anatolica. Incontro Darko, un
fan della Bjelasnica. Ci andava sempre
lassù, prima della guerra. Poi una pallottola gli ha massacrato un ginocchio
e addio montagna. «Da allora — ghigna addentando una sigaretta — non
pianifico più nulla».
Esce la luna, passiamo sotto la moschea in legno che ricorda i caduti dell’Igman, poi è di nuovo Sarajevo, con il
suo odore di camini accesi e carbone
solforoso, l’aeroporto, la periferia ovest, la più martoriata. Fa meno dieci, un
gruppo di anziani beve birra all’aperto,
in piedi attorno a un gran fuoco. Riprende a nevicare fitto e fine, le macerie si vestono da sposa. Nella birreria
“Hs”, dove una granata provocò una
strage, giovani a fiumi mandano a quel
paese la memoria, i Balcani, la guerra.
Fuori da una taverna di Skenderija due
innamorati si baciano su una scalinata
in pietra. Quando usciamo, un’ora dopo, sono ancora lì, incollati nel gelo. Sarajevo, la leggenda continua.
FOTO RIKARD LARMA/AP
S
SARAJEVO
La gente di Sarajevo torna a fare sport sulle piste
olimpiche del 1984, riaperte dopo la guerra. Qui
il dislivello è assassino: per quattro anni quelli
in alto hanno ammazzato quelli in basso, se sali trovi
piazzeforti e se scendi un arcipelago di camposanti
ma tutto cambia: polizia, alfabeto, le
distruzioni che cessano. È sempre intatto il nido del cecchino. Non c’è nessuna bandiera, ma un market-duty free
sta lì al passaggio tra i due mondi. Un
monumento all’ipocrisia di Dayton, la
cosiddetta pace che ha ibernato la divisione della Bosnia. Jahorina, oggi, non
è più la montagna olimpica di Sarajevo.
È solo la «montagna serba».
Arrivi sull’altopiano e la vista si spalanca su pascoli e foreste. Il cartello in
cirillico dice «Pale», il quartier generale
del super ricercato Radovan Karadzic.
Il luogo dove è stato concepito il peggio
del peggio, l’urbanicidio, è un agreste
villaggio con covoni, casette di vacanza, contadini ed ex combattenti in libera uscita. Qui nacque “Vucko”, il lupetto di pelouche con sciarpetta biancorosso-blu che fece da mascotte ai Giochi del 1984. Oggi è solo la tana del lupo, ancora sorvegliata dalla polizia internazionale. Gli americani la
chiamerebbero «paese-canaglia».
Sali ancora e a 1200 metri, oltre un
bosco di abeti smisurati, ecco la sorpresa. La Serbia primitiva scompare, e
ti trovi davanti un circo di impianti e piste di funzionalità austriaca. Niente più
cirillico sulla segnaletica e sui menù,
gatti della neve in funzione, maestri di
sci e camerieri depurati da ogni scoria
di rudezza balcanica. Una pacchia da
16 euro al giorno, il costo dello ski-pass.
All’hotel “Dva Javora”, grandi vetrate e
legno di pino, senti Sole mio con Pavarotti e ti scodellano spaghetti al dente.
Venghino venghino signori. Croati,
sloveni, musulmani che importa. Il denaro non puzza. Ti chiedi se quella appena finita sia stata un’illusione ottica,
una guerra dei bottoni.
Tutto è perfetto, tranne una cosa. Per
venire qui è meglio non avere memoria. Se ce l’hai, sei fregato. Vedi la scritta «Wanted» sopra ogni casa. Ti disturba che la gente si diverta e persino che
le case siano intatte. Ti chiedi se il proprietario della seggiovia sia un criminale di guerra, oppure se lo chef che dà
ordini secchi alla cucina del tuo risto-
FOTO CORBIS
PAOLO RUMIZ
LA RICONQUISTA
DELLA NORMALITÀ
Nella foto grande,
i colpi dei cecchini
ancora visibili sulla
struttura utilizzata per le
premiazioni olimpiche.
Sopra, caschi blu
dell’Onu impegnati nella
missione in Bosnia
rante non abbia comandato con la stessa voce l’alzo dei mortai. Pensi ai conti
in banca di Karadzic e della vedova di
Zeljko Raznjatovic detto Arkan, costruiti sui furti della pulizia etnica.
Difatti, metà Sarajevo non ci mette
piede. Beca, una ragazza di 19 anni, è
qui per la prima volta e non vuole più
tornare. Dice: «Mi fa male pensare che
in questo incanto sono accadute tante
porcherie». Mustafa, un altro sarajevese, ghigna: «Qui tutto è in mano ai
boss che hanno gestito prima la guerra di rapina e poi gli aiuti umanitari. La
guerra è una merda ma anche la pace
lo è. Non è cambiato nulla». Ma Samer,
un venticinquenne che fa la guida
escursionistica, spiega che a lui importa solo il paesaggio e la montagna.
Ha passato due anni e mezzo senza
uscire di casa, sotto le bombe, e ora ha
fame di spazio, aria, luce.
Mustafa è alto e biondo come tanti
da queste parti, e sa che nessun serbo
potrebbe riconoscerlo dalla faccia come musulmano. La discesa con lui da
Ogorjelica, una delle cime più alte, è
una lussuosa vertigine, senza code
agli impianti e affollamento sulla pista. In basso distribuiscono fumante
vin brulé alle prugne, gli alberghi all’ora di pranzo profumano di zuppa di
cipolle. L’hotel “Bistrica”, che era un
sogno, oggi è un rudere spolpato dai
profughi, ma il resto luccica, funziona. La neve c’è e avanza, sui Balcani ne
viene anche troppa, come in Abruzzo.
Fa anche un freddo becco, appena
una nube oscura il sole.
Dalla Jahorina Sarajevo non si vede.
È un oggetto di desiderio — o un senso
di colpa — rimosso e lontano. Per vedere la città dall’alto devi uscire dal territorio serbo e andare sull’altra montagna olimpica, quella delle discese libere. Bjelasnica, 2067 metri, mitica, solitaria, rotonda e battuta dal vento. Bjelasnica della guerra partigiana e dei villaggi d’altri tempi, cima bella e
maledetta dove si combattono i climi e
gli eserciti. L’altra faccia della Luna, devastata dalle granate nella tremenda
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
le storie/2
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29
Pallone e scienza
Se Baggio avesse avuto i suoi consigli, l’Italia
avrebbe vinto il Mondiale ’94. Chi poteva cambiare
l’albo d’oro è un professore di fisiologia e biofisica,
che da anni cerca il segreto del tiro infallibile.
Ora giura di averlo trovato e ci sono squadre
che pensano davvero di metterlo sotto contratto
ERRORE DECISIVO
Anno 1994, Pasadena.
Lo sconforto di Roberto
Baggio subito dopo il
decisivo rigore sbagliato
nella finale Italia-Brasile
qui arriviamo a Usa ’94, Italia-Brasile: la
schioppettata al cielo di Baggio, le lacrime di Baresi e, secondo la fisiologia del rigore, gli errori di Sacchi. Disse poi Baggio:
«Non sentivo più le gambe». E Baresi rientrava dopo un’operazione al menisco,
non tirava da due anni, avendo sbagliato
l’ultimo e decisivo in finale di coppa Italia contro la Juventus. Sacchi li mise nei
punti chiave della sequenza: primo e ultimo. Dove andrebbero, dati alla mano,
non solo i più precisi (e Baresi non lo era),
ma quelli in migliori condizioni fisiche
(nessuno dei due). Bastano pochi secondi per valutare l’acido lattico, nessuno lo
fa. Baggio era sotto stress da settimane,
stanco e imballato. Dagli studi di Ranvaud l’ultimo tiratore dev’essere un cinico, una iena. Non esattamente il Codino.
Se proprio doveva tirare (avesse sbagliato un altro per lui che avrebbero detto di
Sacchi?) allora per secondo, nel momento più rimediabile. Fuori Baresi, la sequenza slitta. Ma chi mettere nei punti
cardine, primo e ultimo? La soluzione
Ranvaud è questa: i più freschi. Quindi?
Alla fine Evani, entrato da poco (che infatti segnò, ma per terzo). E per primo?
Pagliuca. Motivazione: se lo alleni, un
portiere è perfetto, sa più degli altri sull’avversario, lo mortifica, segna e va in
porta con due mosse, scacco matto. Tutto è facile, dopo. Ma davvero anche il rigore è una scienza prevedibile? E se un tizio, da vaghezza punto, dichiara (e poi
esegue): «Mò je faccio er cucchiaio?».
GABRIELE ROMAGNOLI
L
In principio, la fisica
L’uomo che studia i rigori è nato a Firenze e si è laureato in fisica a Oxford. Poi,
dottorato negli Usa e ricerche all’Istituto
Max Planck di Grenoble. Specializzato in
campi magnetici intensi, ha finito per essere calamitato da quelli di calcio e per
scovare l’intensità nel momento del rigore. Docente di fisiologia e biofisica all’università di San Paolo del Brasile, da quattro anni lo studia come fenomeno dell’attenzione. Valuta l’influenza dello
stress, la percezione visuale del tiratore,
la sua soglia di non ritorno, oltre la quale
se cambia strategia zappa (Costacurta alla finale intercontinentale di Tokyo). Ha
effettuato alcune curiose scoperte. Due
su tutte. La prima: l’esistenza della macchia cieca per il rigorista. Volgarizzando:
ognuno di noi ha un occhio dominante,
poniamo il sinistro. Prendiamo un rigorista con quella condizione. Mettiamo che
sia del tipo a ciclo chiuso, ossia di quelli
che aspettano la mossa del portiere per
mettere la palla dall’altro lato. Facciamolo correre verso il dischetto fissando il
portiere, che s’inclina verso il palo alla
sua destra. Il tiratore mira dall’altra parte
ma, a due metri dalla palla, il palo sinistro
scompare dalla sua vista, “risucchiato”
nella regione in cui il nervo ottico esce dal
globo oculare. Il tiratore non se ne avvede, ma ha perso un punto di riferimento e
ha più possibilità di sbagliare.
Per evitarlo occorrerebbe verificare
l’occhio dominante dei rigoristi e reagire
di conseguenza. Qualcuno l’ha mai fatto?
No. Perché? Questa è la seconda scoperta del professor Ranvaud: nessuno (o
quasi) prepara il rigore. Gli allenatori trascurano, gli attaccanti sono troppo presi
da spot e vallette. Gli unici a provarci sono i portieri, infatti la percentuale di rigori parati sta aumentando. Di poco, perché essendo una punizione (massima) è
concepita in modo da favorirne l’efficacia.
Ogni giorno, l’allenamento
Dalle interviste fatte a centinaia di rigoristi è risultato che non uno sa in quali zone i portieri sono più vulnerabili e che
rapporto esiste tra velocità e precisione. I
rigori rappresentano, nelle statistiche di
Ranvaud, circa il 15 per cento dei gol segnati, decidono finali che spostano patrimoni e creano miti, eppure l’allenamento specifico è minimo. Nel momento della verità tutta la strategia di un allenatore
pagato milioni per le sue scelte consiste
nell’avvicinarsi a un capitano stanco e
chiedergli: «Te la senti?». Quello, incapace di verità e presunta viltà, trotta nell’area piccola e tira “come gli viene”. Poi una
città intera resta con la memoria sfregiata da una vangata del pur coraggioso Graziani. Quale rimedio? Come disse il giovane carioca: allenarsi di più. Ranvaud ha
metodi specifici. Due su tutti: uno per i tiratori, l’altro per i portieri. Il primo parte
dal principio per cui il rigore non è un gesto d’artista, ma da artigiano. Va provato
e riprovato: cento volte alla fine di ogni se-
FOTO LA PRESSE
a storia non si fa con i “se”, ma
se Arrigo Sacchi avesse portato con sé ai Mondiali del ’94
il professor Ronald Ranvaud,
l’Italia li avrebbe (probabilmente) vinti. Adios al cliché
“lotteria dei rigori”. Come disse a Ranvaud un giovane centravanti brasileiro:
«Certo, ci vuole fortuna, ma ho notato che
più mi alleno e più sono fortunato». Questa è la storia di una quadriennale ricerca,
in cui la scienza è stata portata a 11 metri
da una porta per misurare sguardi e riflessi, un milione di esecuzioni sono state catalogate, un migliaio vagliate millisecondo per millisecondo, sono stati
ascoltati tiratori, portieri e allenatori. Alla fine è, anche, l’esito (segnato) di un
duello tra il caso e la logica, la demistificazione del fatalismo per cui «Ho tirato
dove mi veniva», «Mi son buttato dove mi
sentivo» e , quindi, «Era destino». C’è una
spiegazione, va da sé rigorosa, per (quasi) tutto. Esiste una fase oscura in ogni
percorso e un punto di non ritorno per
qualsiasi scelta. È possibile crescere,
giungendo alla relativa perfezione. A
questo punto, se il migliore dei tiratori
possibili va contro il migliore dei portieri
possibili, ossia una “forza irresistibile”
incontra un “ostacolo insormontabile”,
chi vince? La risposta arriverà, ma non
saltate alla conclusione, occorre prendere la rincorsa, insieme con Totti e Palermo, Mihajlovic e, inesorabilmente, Roberto Baggio.
L’uomo che scoprì
il rigore perfetto
duta, dichiarando dove si tirerà. Niente
finte, ripensamenti, improvvisazioni.
Una videocamera per misurare la velocità e rapportarla alla precisione, innescando le traiettorie ideali, da cui non deviare mai. Per i portieri, altra corvée: cinquanta tiri a destra e cinquanta a sinistra,
dichiarati. Scopo del gioco: quando in
partita l’attaccante prenderà la rincorsa,
il cervello del portiere avrà registrato inconsciamente i movimenti visti cento
volte di uno che tira a destra o a sinistra e
Il segreto: una
macchia cieca
che distrae
il bomber durante
la rincorsa
darà al corpo il suggerimento opportuno.
Altroché la suggestione para-normale:
«Mi sono buttato dove mi sentivo».
Quel pomeriggio, Baggio
Un po’ di ortottica e tanta pratica posson
bastare? La risposta di Ranvaud è una sfida (che ha attirato l’interesse di alcuni
club, tra cui il Liverpool): «Datemi una
squadra per un mese prima di un torneo.
Se va ai rigori contro un’altra che non ha
avuto la stessa preparazione, vince». E
All’improvviso, il cucchiaio
Di tutti i modi in cui battere un rigore il
cucchiaio (palla colpita sotto e spedita al
centro) è il più irrituale. Totti-gol contro
l’Olanda nella semifinale degli Europei
2000 è l’esempio che tutti ricordano (il
suo “negativo” è Totti contro il Lecce, che
imbocca l’immobile portiere Sicignano).
In apparenza il gesto sembra un azzardo
assoluto. In realtà, mettere la palla in
mezzo non è folle come può sembrare.
Quando il tiratore supera la soglia di non
ritorno i portieri si buttano. Tutti quelli
intervistati da Ranvaud l’hanno confermato. Perché, lo ha spiegato un brasiliano: «Dobbiamo mostrare impegno». Con
precisione merceologica che sa di cicatrice d’esperienza ha aggiunto: «Altrimenti
quei bastardi sulle gradinate ci tirano le
pile delle radioline». La sola ragione per
cui Sicignano non si buttò è che ci si poteva aspettare da Totti quella possibilità
per chiunque altro remota. Anche il più
accanito tifoso, benché carico di batterie,
avrebbe capito, avesse incassato un tiro
angolato, che l’immobilità non significava disinteresse. Dopodiché, il cucchiaio
resta un episodio, non un modello.
Infine, la perfezione
In quei 50 nastri contenenti un milione di
esecuzioni esiste quella giudicata perfetta. La partita è Fiorentina-Lazio, tredicesima di ritorno del campionato ’99-’00,
poi vinto dai biancazzurri. Al dischetto va
per gli ospiti Mihajlovic. Di fronte c’è Toldo. Il serbo lascia partire uno dei suoi missili terra-terra. Il portiere si distende in
tutta la sua non comune lunghezza. Botta e tuffo scoccano all’unisono. Le mani
di Toldo si protendono verso la palla che
schizza con traiettoria angolata. Riesce a
sfiorarla con la punta delle dita. Basta per
deviarla: fuori. Dov’è la perfezione? Sta
nel fatto che la Lazio ottiene, più tardi, un
secondo rigore. Dare fiducia allo stesso
tiratore è considerato un rischio. È la cosidetta “sindrome di Palermo”, dal nome
dello sventurato attaccante argentino
che detiene il record negativo: sbagliò tre
rigori nella stessa partita. Mihajlovic se ne
infischia e riprova. L’esecuzione è identica: missile terra-terra, Toldo che si distende all'unisono nella sua inusuale
lunghezza, eppure stavolta non ci arriva:
gol. Cos’è cambiato? A occhio nudo sembra che Mihajlovic abbia ripetuto il medesimo gesto. Ma quando il professor
Ranvaud scompone la ripresa e ne conta
i frammenti scopre che ne manca uno: il
secondo rigore dura 17 millisecondi in
meno, la palla viaggia a una velocità superiore del 7per cento. Mihajlovic ha accelerato la battuta, quel tanto che basta
perché Toldo non possa arrivarci. Una
macchina dotata di strumentazioni? No,
un uomo che sa quel che fa. Ha talento,
ma con la preparazione ne acquisisce il
controllo. In definitiva quel gesto viene a
dirci che, nel campo delle intense situazioni umane, una forza irresistibile, se gestita a dovere, supera un ostacolo apparentemente insormontabile. Benché la
storia non si faccia con i “se” occorre aggiungere: se le viene concessa una seconda occasione.
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
i luoghi
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
Città-palcoscenico
Il primo ad innamorarsi di queste case scavate
nelle grotte è stato il cinema italiano, poi è arrivato
Mel Gibson. Ma i Sassi non sono un film,
sono una specie di esperimento sociale con un gruppo
di persone che ha deciso di provare a vivere nella storia.
Con qualche ostacolo da superare
Matera, i pionieri del passato
EMANUELA AUDISIO
O
MATERA
cchi pesti, occhi bui. Uno
sopra l’altro, che ti guardano. Lanciandoti un’eternità di sassi, pietre, caverne. Senti che dietro a quei buchi, a
quelle pupille nere, c’è una raucedine
antica, un’architettura saggia. Il sangue della terra che continua a scorrere.
Qualcosa di primordiale, che oggi è anche tuo, ma che tossisce in maniera
moderna. I Sassi di Matera, primo luogo al mondo ad essere decretato «paesaggio culturale». Un centro abitato
strano, con una novità immensa. Tremila persone che tornano a vivere in un
c’era una volta ristrutturato: in grotte,
cavità, case trogloditiche scavate nella
roccia. Pioneri del passato. Gente che
ha rifiutato il condominio, la casetta
comoda, il garage, la macchina. Che
preferisce i cunicoli, i dislivelli, salire e
scendere ogni volta cento gradini, avere il tetto al di sopra di una strada, di una
scalinata, pur di restare abbracciata
agli avi. È buffo: in genere gli esperimenti, gli ecosistema, si tentano con gli
strumenti della modernità, qui invece
cercando di recuperare un ritmo di vita
antico. Arrivano i pullman pieni di
giapponesi, di australiani, di americani. Il film di Gibson, certo. Ma soprattutto la voglia di vedere come ha fatto
l’uomo della caverna a cavarsela da solo e se è possibile farlo ancora oggi. Nello stesso ambiente, migliorato. Un record a bassa voce: 90 mila biglietti staccati per il circuito delle chiese rupestri.
I Sassi di Matera hanno sempre meritato la maiuscola. Davanti a rughe fresche, sane, piene di futuro, ci si toglie il
cappello. Tufo ossidato, grotte, rovine.
Ma anche bellezza indelebile, originalità, nulla di artificiale. Caro marziano,
ti scrivo, di case il cui tetto è la base dell’altra casa. Un West italiano, canyon
medioevali, dove leggi la fatica dell’uomo, dove senti il fiato consumato. Dove la luce nello scavo era studiato: d’inverno i bassi raggi del sole arrivavano al
fondo della grotta, d’estate invece non
ne superavano l’ingresso. Il set perfetto per un tempo immobile, senza tempo, quasi metafisico. Ha scritto la sorella di Levi: «L’Inferno di Dante, come lo
immaginavamo a scuola». Quando il
sud nel set doveva venire arretrato,
drammatico, misero, c’era Matera. Qui
sono venuti i registi quando hanno
avuto bisogno del Settecento (Il sole anche di notte), dell’Ottocento (Allonsanfan), di un paese basco del Novecento
(L’albero di Guernica), di Gerusalemme
(King David), di un’atmosfera fiabesca
(C’era una volta) della Sicilia (La Lupa e
L’Uomo delle stelle), di una terra sacra e
drammatica (Il Vangelo secondo Matteo
e La Passione di Cristo). Qui Lina Wertmuller girò I Basilischi, versione meridionale dei Vitelloni, con il suicidio
‘‘
... mi misi finalmente
a cercare la città.
Allontanatami ancora
un poco dalla stazione,
arrivai ad una strada,
che da un solo lato era
fiancheggiata da vecchie
case, e dall’altra
costeggiava
un precipizio. In quel
precipizio è Matera. [...]
La forma di quel burrone
era strana; come quella
di due mezzi imbuti
affiancati...
CARLO LEVI
da “Cristo si è fermato a Eboli”
freddo di una vecchia che prima di lasciarsi andare dal balcone fa segno a
una bambina di stare zitta e di non dare
l’allarme. Qui Pier Paolo Pasolini nel
1964 fece saltare una cava con una mina, qui Mel Gibson nel 2002 per simulare il sudore ha spalmato glicerina sul
volto del suo Cristo. E dopo tre ore di discussione con padre Gavazzeni, che gli
diceva di essere pronto a dare la vita per
Gesù, ha risposto «Me too». «Io anche».
Certi Sassi induriscono la fede. E fanno
pensare che Kiefer nell’hangar della Bicocca con i suoi Sette Palazzi Celesti li
ha reinventati di cemento.
Matera è dal ’93 con i suoi rioni più
caratteristici, il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano, nella lista del Patrimonio
Mondiale dell’Umanità dell’Unesco.
Come recita una guida da viaggio inglese: «L’unico posto al mondo dove gli
abitanti possono dire di vivere nelle
stesse case dei loro avi di novemila anni prima». Per Sasso s’intende un quartiere scavato nella roccia, e qui i Sassi
sono intagliati a ridosso di un profondo
burrone, la Gravina. Se un grande architetto come Mario Botta si lamenta in
generale dei progetti attuali perché
«sono un disimpegno verso la storia,
perché si abbandonano le città vere per
farne delle false, perché manca la memoria e la stratificazione dei segni», si
accomodi a Matera, dove appunto i
Sassi stanno rinascendo, lontani da
quella indifferenza che fece fermare
Cristo ad Eboli.
Allora, ai tempi del confino di Carlo
Levi, le abitazioni erano promiscue e in
molti casi ospitavano persone ed animali, non c’erano condotte per l’acqua
corrente, né fognature. Le condizioni di
vita erano drammatiche: se nel ’49 in
Italia nascevano 112 nati morti su mille
nati vivi, a Matera la cifre era quadrupla,
463 su mille nati vivi. «Una vergogna nazionale», decretò in visita Palmiro Togliatti. «Un trogloditismo di ritorno»,
sentenziarono gli antropologi. Insomma, uno schifo per tutti. Tanto che De
Gasperi nel 1952 dopo aver fatto un giro
in città, firmò la prima Legge Speciale
per lo sfollamento dei Sassi. I due terzi
degli abitanti furono costretti ad abbandonare 30 ettari di Sassi e a trasferirsi in
nuovi rioni per decisione dello Stato.
Era la prima volta che veniva presa una
decisione così drastica. I più grandi architetti e urbanisti del tempo, tra cui
Piccinato, Quaroni, De Carlo e Aymonino, vennero chiamati a progettare i
nuovi quartieri della città che avrebbero accolto i 18 mila sfollati che non persero però le vecchie abitudini: coltivare
il basilico nella vasca da bagno. Nacquero tre borghi rurali, La Martella, Venusio e Picciano, per alloggiare le famiglie dei braccianti. In cambio della nuova casa, gratuita, veniva espropriata la
vecchia nei Sassi che diventava demaniale. Altri quartieri urbani furono costruiti nel pieno rispetto del Piano Regolatore, che Matera fu la prima ad avere nel meridione, a firma di Piccinato.
Così Matera diventò una città viva
con un centro storico morto. Poi i riflettori si spensero. La coscienza nazionale si placò, non c’erano più uomini che
vivevano accanto agli asini. Nessuno ci
mise più piede. I Sassi anche se ventre
di uno stesso corpo erano un luogo
oscuro da evitare, un peccato di cui
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
I Sassi, teatro fossile
del ritorno alla vita
MARIO PIRANI
LA PASSIONE
DI GIBSON
Il regista
australiano Mel
Gibson, che a
Matera ha
girato
numerose
scene del suo
“The Passion”
ha detto:
“Alcune parti
della città
sono antiche di
duemila anni e
ricordano il
paesaggio che
doveva esserci
in Giudea ai
tempi di Gesù”
Anche se qualche fico sul tetto si vede
ancora. Ha scritto su Matera prima del
risanamento attuale Cesare Brandi:
«Vivi che vivono nei sepolcri di grotte
murate senza quei dannati ferri battuti
che hanno ridotto le vie di Assisi come
una donna vecchia e artefatta».
Silvia Padula, sovrintendente al patrimonio artistico e storico di Matera, sottolinea: «Facendo richiesta al comune,
si ha gratuitamente in concessione per
99 anni un immobile nei Sassi, a condizione che lo si risani, e dei soldi per la ristrutturazione, una cifra che va dal 40 al
60 per cento è data dallo Stato a fondo
perduto. Una parte dei Sassi sta trasformandosi in sistema museale: della civiltà contadina, demo-antropologico,
circuito delle chiese rupestri, mostre
d’arte. Palazzo Lanfranchi, primo assegnamento scolastico di Giovanni Pascoli, è un centro che lavora bene. Questo è
un pezzo di sud lontano, nascosto, ma
legale. Santa Lucia alle Malve è stata la
prima chiesa rupestre restaurata mantenendo gli affreschi in loco. Ora abbiamo il problema della manutenzione,
delle fluorescenze, nonostante i bioacidi, perché l’afflusso dei turisti rovina gli
affreschi». Michele Morelli, assessore alla cultura, di Rifondazione, parla di 150
mila presenze di visitatori l’anno, con un
aumento del 30-40 per cento.
I Sassi stanno lì: nudi e belli, abitati.
Ma da fuori il paesaggio sembra un Truman Show dell’antichità, non senti voci,
non vedi un pallone tra i vicoli, nessun
bambino che si azzuffi, mancano le
chiacchiere domestiche. Tutto magnifico, ma dov’è il rumore imperfetto della
vita? La sensazione è quella di un museo
I
all’aria aperta. Di un presepe per raffinati cultori di atmosfere.Vendesi tour
nella Las Vegas dell’antichità:3.012 abitazioni, di cui 665 con ingresso al di sotto del piano stradale a cui si accede solo
da botole, 1672 con accesso al livello del
piano, 362 con ingresso sopraelevato al
piano stradale, 307 al primo piano e solo 8 al secondo. Oltre la metà, 1645, interamente scavate nella roccia. Prego notare il sistema di ventilazione naturale
delle grotte che serviva ad eliminare l’umidità, e in più la capacità di raccogliere acqua piovana. Chi è tornato ad abitarci è una generazione tra i 40 e 50 anni,
fortemente motivata a livello intellettuale, decisa a restaurare la casa dei
nonni e a conservare la propria anima.
L’architetto Mattia Antonio Acito, che
ha appena vinto a Monterey, in California, un progetto di sostenibilità sociale
con un modello (senza auto) ispirato a
Matera, è stato tra i primi nel 1983 a scegliere di abitare i Sassi. Dice: «Ci vuole
tempo, perché questo diventi anche un
laboratorio sociale e non solo architettonico. Vedremo come reagiranno i nostri figli all’essere cresciuti in un ambiente senza macchina, con i marciapiedi sconnessi, sottobraccio alle pietre
del passato. Vedremo se un giorno la
scelta che noi abbiamo fatto anche per
loro sarà vissuta come propria e non imposta. Se la vita reale si insedierà nei Sassi e se la palla di un bambino rimbalzerà
su questi gradini, come in un qualsiasi
vicolo di città. Noi abbiamo riacceso le
luci, ora deve arrivare la gente».
E il rumore del pallone che rimbalza,
del vetro che si rompe, del ragazzo che
fugge, della parolaccia che segue.
FOTO TOMMASO BONAVENTURA/CONTRASTO
pentirsi, una vergogna del passato.
Una cisti, una brutta malattia da nascondere. Per più di 35 anni chi ci era
nato e cresciuto non tornò più a vederli. Ora invece l’imbarazzo è quello di
aver abbandonato una parte della propria storia. Ora c’è voglia di tornare ad
accarezzarla quella storia, di frequentarla, di rivitalizzarla, di farsi perdonare il tradimento così sciocco. Renato
Donno, 76 anni, convertitosi nel ’97: «Io
sono uno di quelli che aveva voltato le
spalle ai Sassi, poi ho capito, li ho amati e li ho scelti. Adesso ci vivo, felice. È
grazie a noi privati, se stanno rinascendo. Non mi frega se mi devo arrampicare sui gradini, se non posso usare l’auto, se devo scarpinare per buttare l’immondizia. Mi piace qui, c’è silenzio,
nessuno mi rompe l’anima».
I Sassi sono tornati di moda, come
certi cactus, splendidi nella loro solitudine. Molto ha fatto l’architetto Pietro
Laureano nel sottoporre all’attenzione
internazionale la diversità dei Sassi.
Hollywood non spinge masse di turisti,
ma incoraggia. Ciak: il regista Francis
Ford Coppola è nato a Bernalda, a 30
chilometri da qui. Matera, Basilicata è
un sud composto, non troppo disgraziato, a bassa criminalità, anche se l’industria dei divani è in crisi e Barilla
chiuderà il pastificio nel 2006. Sui Sassi
si investe, sono un mattone antico, si
recuperano: alberghi, bar, locande
(anzi bed and breakfast), pizzerie, ristoranti, negozi di artigianato, abitazioni. Le case si travestono da loft antichi, ampi spazi su vari livelli, volte a non
finire. Tutto diventa carino, più gentile,
meno selvatico, quasi una Todi del sud.
l mio rapporto con la Lucania si dipana lungo
l’arco di lettura di due bellissimi libri. Il primo,
oggi reperibile solo in antiquariato, si chiama
Paese lucano. A cura di Leonardo Sinisgalli e del
fotografo Mimmo Castellano, venne edito nel 1965
da Amilcare Pizzi a Milano sotto il patrocinio dell’Eni, di cui dirigevo allora l’ufficio stampa. Mattei era
già morto da tre anni ma la sua politica, in cui rientrava una connessione intelligente tra industria e
cultura, non era andata del tutto dispersa. Per questo venne accolta l’originale idea di Sinisgalli di celebrare l’entrata in produzione di un grande stabilimento chimico a Pisticci con un libro strenna, che
nulla aveva a che fare con la tematica industriale ma
servisse, invece, come testimonianza ultima di una
civiltà agreste in rapidissima disparizione.
Sinisgalli, nativo di Montemurro, un paesino di
quella regione allora sperduta, oltre il Vallo «dove Cristo si era fermato», era noto come raffinato poeta e
poligrafo e altresì ingegnere. In questa poliedrica veste aveva fondato e diretto una rivista dell’Iri, di grandissimo prestigio — Civiltà delle Macchine — prima
di essere chiamato da Enrico Mattei ad ispirare la
pubblicità dell’Agip. Il volume era scandito da poesie
di poeti lucani, a cominciare da Sinisgalli e da Rocco
Scotellaro, che accompagnavano le straordinarie fotografie di Castellano, immagini e luoghi, a cominciare dai Sassi, di volti, di oggetti antichi, di ex voto, di
squarci ultimi di vita di paese destinati a sparire. Non
vi è dubbio che gli autori volevano fissare nel verso e
nella foto l’istantanea estrema di un trapasso senza
ritorno. Recita Sinisgalli: «Al pellegrino che s’affaccia
ai suoi valichi, /... all’emigrante, al soldato, / a chi torna dai santuari o dall’esilio, / a chi dorme negli ovili,
al pastore, al mezzadro, al mercante / la Lucania apre
le sue lande, / le sue valli dove i fiumi scorrono lenti /
come fiumi di polvere. / Lo spirito del silenzio sta nei
luoghi / della mia dolorosa provincia... /... cumuli di
macerie restano intatti per secoli: / nessuno rivolta
una pietra per non inorridire. / Sotto ogni pietra, dico, ha l’inferno il suo ombelico...».
Sono passati quarant’anni ma le cose non sono andate, almeno in parte, come il poeta temeva. Per uno
di quegli inattesi miracoli che la storia compie quando meno lo si aspetta, sotto quelle pietre non ci celava
l’ombelico dell’inferno ma il segreto della rinascita. La
sorprendente metamorfosi è narrata in un secondo libro: Giardini di pietra. I Sassi di Matera e la civiltà mediterranea (edizione Bollati Boringhieri) scritto dall’architetto Pietro Laureano. Ne ho già parlato su queste colonne (I Sassi di Matera nell’età del chip, Repubblica 15 novembre u. s.) per indicare come il recupero
in chiave futuribile del passato abbia rappresentato
l’elemento propulsivo non del tutto espresso ma potenziale di una rinascita basata sulla ricchezza agrorupestre del Materano.
Il nesso più significativo di quest’originale rapporto
tra passato presente e futuro è Ipogea, un centro di alta qualifica che dalla città lucana procede, per conto
dell’Onu e dell’Unesco, all’inventario su scala mondiale delle conoscenze tecniche tradizionali e ai progetti sul loro possibile uso innovativo. Scrive Laureano: «Basta affacciarsi oltre la passeggiata del corso
principale di Matera per trovarsi immersi in un mondo alieno, primordiale, dove passato e presente, natura e conoscenza s’incrociano e confondono in uno
scenario grandioso. E siamo in Italia, in una moderna
cittadina del Sud, dentro il cuore pulsante dell’Occidente. L’importanza dei Sassi e della Gravina è dovuta
al perpetuarsi dei principi su cui si fonda la pratica insediativa per un periodo lunghissimo dalla preistoria
fino al secolo XVIII».
Il libro prosegue raccontando la decisione del 1950
di dislocare gli abitanti dei Sassi nei nuovi villaggi del
circondario per porre fine a quella che era considerata «una vergogna nazionale». L’espulsione fu «un fenomeno comparabile all’abbandono improvviso
delle grandi capitali precolombiane... E l’ultima grande diserzione urbana della storia. Una città fino a quel
momento abitata e viva, sotto la pressione di uno
shock culturale e violento, è rapidamente svuotata. Le
strade divengono mute, le luci si spengono, tutte le case vengono forzatamente murate... I Sassi divengono
il più grande centro storico abbandonato che si conosca». Infine la cronaca avvincente del ritorno: «E’ sera, nei Sassi si accendono le lampade di case nuovamente abitate... Nel corpo fossile di questo teatro del
mondo, in cui sparisce la differenza tra palchi e scena,
attori e spettatori, dove tutte le età sono contemporanee, rifioriscono i giardini di pietra, torna la vita a rappresentare la millenaria vicenda umana».
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
Il progetto urbanistico è pronto, il concorso lo ha vinto
l’architetto inglese Norman Forster: su tutto il Distretto dei Musei
sarà sospeso un cielo di plastica trasparente che garantirà
un perfetto microclima. La posta in gioco sono 40 ettari di lungomare in uno
degli angoli più costosi del pianeta. Guggenheim, MoMA, Beaubourg, Victoria
and Albert sono pronti ad esportare il loro“know-how”
La MuseoLand
di Hong Kong
I
HONG KONG
l piano è così ardito da sembrare
stravagante. Trasformare Hong
Kong, questa città di mercanti bische e finanzieri, da «paradiso di
capitalisti filistei», nella capitale culturale
dell’Asia? Nella Cina di oggi tutto sembra
possibile, e anche questo progetto attira
attenzioni speciali. Il Beaubourg e il MoMA, il Guggenheim e il Victoria and Albert
Museum sono mobilitati per conquistarsi uno spazio sul mercato
asiatico, in una operazione
che non ha precedenti. Il segretario agli Interni Patrick
Ho la collega idealmente alle visioni sociourbanistiche
della New Geography elaborate da teorici come Joel
Kotkin: «L’economia globale un tempo era fondata
sullo Stato nazione ma ora
si evolve verso il primato
delle città-regioni. I gangli
vitali del pianeta si concentrano in non più di trenta
città-regioni. Sono quelle
che hanno accumulato un
dinamismo culturale e un
pluralismo così forti da attirare i capitali e le nuove élite professionali urbane, ingredienti essenziali per vincere nella competizione
globale».
Qui a Hong Kong i capitali non sono
mai mancati; in quanto all’élite professionale, in passato doveva stabilirsi qui per
forza chi voleva occuparsi della Cina e al
tempo stesso godersi gli agi della modernità, cominciando dalla “rule of law” cioè
lo Stato di diritto. Ora la rendita di posizione sta scomparendo e la rinascita di
Shanghai sottrae linfa vitale alla ex-colonia britannica. A Hong Kong non rimane
che sfruttare ciò che ancora la distingue:
la libertà. L’assenza di censura e di un potere centrale totalitario, la circolazione
delle idee, la società civile multietnica. Di
qui la decisione — inaudita per quest’isola di banchieri che non ha mai avuto un
museo appena decente — di lanciare un
investimento massiccio nella cultura. Per
sprigionare verso la Cina continentale e
verso tutta l’Asia quell’attrazione che
hanno da noi Parigi Londra e New York,
con la loro ricchezza di esposizioni, teatri,
orchestre. Non ci si improvvisa per decreto città d’arte, la vocazione di Parigi è il
frutto di una storia; ma Hong Kong è convinta che nell’era della delocalizzazione
anche il know how culturale è esportabile: dopo Disneyland vuole far nascere una
MuseoLand subappaltata in franchising
alle più grandi istituzioni culturali e artistiche del mondo occidentale.
Naturalmente Hong Kong rimane se
stessa, per avere finanziatori questo progetto poggia su una speculazione edilizia
importante che interessa i tycoon dell’isola come Li Ka-shing. Questo aspetto suscita controversie, e l’amministrazione di
Hong Kong ha dovuto aprire un’ampia
consultazione con la cittadinanza. La posta in gioco: 40 ettari di lungomare in uno
degli angoli più cari del pianeta, sulla penisola di Kowloon tra il Victoria Harbour
e Canton Road, sono all’asta al migliore
offerente. Èun magnifico tratto urbano di
costa che dalla terraferma guarda verso la
Discovery Bay e quindi il mare della Cina
meridionale. Chi lo avrà potrà costruirci e
gestire per trent’anni palazzi residenziali
di lusso, grattacieli per uffici, alberghi e
shopping mall. A condizione di riservare
315mila metri quadri al futuro Distretto
Culturale di West Kowloon: quattro musei di 75mila metri quadri, tre teatri da tremila spettatori, un auditorium da 10mila
posti, un padiglione per esposizioni itineranti, un anfiteatro sull’acqua.
Il progetto urbanistico è già pronto e
anche questo non è banale. Il concorso internazionale lo ha vinto l’architetto ingle-
se Norman Foster che fra i suoi tanti lavori ha firmato il Carré d’Artdi Nimes, il nuovo Reichstag di Berlino e il Millennium
Bridge di Londra, ma soprattutto due fra
le opere più belle di Hong Kong: in centro
il grattacielo della Hong Kong Shanghai
Bank of China, e a Lantau il nuovo aeroporto Chek Lap Kok. A 70 anni Foster vuole coronare la carriera con il progetto di
Kowloon, la più audace delle sue creazioni: su tutto il distretto culturale sarà sospeso un “cielo” di plastica trasparente,
come un immenso baldacchino etereo,
morbido e poroso, che sposa tutte le cur-
ve degli edifici.
Il “cielo” da solo costerà 400 milioni di
euro, ma servirà ad avvolgere tutto il distretto nell’intimità di un ambiente a misura d’uomo, e anche a garantire gradevoli passeggiate fra i musei in un microclima riparato sia dall’afa estiva che dagli
scrosci dei monsoni tropicali. Foster è
convinto che il suo cielo sinuoso adagiato
sul West Kowloon Cultural District diventerà il luogo-simbolo di Hong Kong come
la torre Eiffel per Parigi o il Golden Gate a
San Francisco.
Per inventarsi una città-museo, calaFOTO CORBIS
FEDERICO RAMPINI
GUGGENHEIM
Il Solomon R. Museum di New York
progettato da F. L. Wright. É la più
completa documentazione dell’arte
europea e americana del dopoguerra
VICTORIA AND ALBERT
Londra, la costruzione (1899-1909)
si deve a Sir Aston Webb. Il primo
finanziamento per il Museo
ammontava a 186mila sterline
MOMA
Fu fondato nel 1929 a New York. Le
risorse si devono a tre signore: Lillie
P. Bliss, Mary Quinn Sullivan e Abby
Aldrich Rockefeller
BEAUBOURG
Il Centre Georges Pompidou è
firmato da Renzo Piano e Richard
Rogers: centomila metri quadrati nel
centro della capitale francese
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
LA PENISOLA
La penisola di Kowloon, tra il Victoria Harbour
e Canton Road, affacciata sulla Discovery Bay
e sul mare della Cina meridionale, è uno dei
terreni urbani più costosi del pianeta. Ora
quaranta ettari di questo pregiatissimo
lungomare sono all’asta, tra vivaci polemiche,
per costruirci sopra palazzi residenziali,
grattacieli per uffici, alberghi, shopping mall e,
in cambio, la futura MuseoLand di Hong Kong
FOTO REUTERS
mita di un nuovo turismo intellettuale,
Hong Kong rimedia all’inesperienza con
una scorciatoia che non si sa se definire
post-moderna o coloniale. I costruttori in
lizza per aggiudicarsi il progetto devono
allearsi con grandi musei stranieri, che
garantiscano di costruire e gestire la nuova città dell’arte nel cuore dell’Asia. Quest’idea di trasportare musei da un angolo
all’altro del pianeta raccoglie una tendenza già in forte sviluppo. Il Guggenheim è
diventato una multinazionale che clona
modelli di museo esportando un know
how collaudato nell’organizzazione di
grandi mostre: dopo New York e Venezia
c’è stato Bilbao, e poi a ruota San Pietroburgo, Berlino e Las Vegas. Il Boston Museum of Fine Arts ha aperto una succursale a Nagoya, Giappone. La Tate Gallery si
è allargata a Liverpool e poi si è sdoppiata
con la Tate Modern nella stessa Londra.
I dirigenti del Guggenheimhanno già le
idee chiare su Hong Kong. Oltre a farne la
tappa asiatica privilegiata per le grandi
esposizioni itineranti dall’Occidente, gli
americani puntano ad agganciare per primi il grande risveglio della Cina, sia nel recupero di un patrimonio antico ancora
mal valorizzato, sia nell’esplosione di
creatività degli artisti di avanguardia. «La
storia culturale di questa parte del mondo
è immensa — ha dichiarato al New York
Times il direttore della Fondazione Guggenheim Thomas Krens — e il centro dell’arte contemporanea non è necessariamente New York. Per la dimensione e la
collocazione il distretto culturale di Kowloon è la più eccitante opportunità del
mondo».
I rivali storici del business americano
dei musei privati in franchising sono i
francesi, con i loro grandi musei ancora
sotto il controllo dello Stato. Tuttavia anche la Francia è in gara per creare e gestire il distretto culturale di Kowloon. Il presidente Jacques Chirac si è impegnato
personalmente in un’offensiva diplomatica. Dopo aver proclamato l’anno della
cultura cinese in Francia, alla sua visita di
ottobre a Pechino Chirac ha aggiunto appositamente una tappa finale qui a Hong
Kong. Nell’isola ha portato in prestito la
Parade di Picasso, e alla fine ha presentato alle autorità locali la sua richiesta: che
almeno uno dei musei di Kowloon sia affidato in gestione al Centre Beaubourg-
Le vetrine dell’arte-merce
e il felice ritardo dell’Italia
SALVATORE SETTIS
FOLLA E TRAFFICO
Scene di folla al mercato
e di traffico nelle strade
di Kowloon, la zona sulla baia
di Hong Kong destinata ad
ospitare la nuova MuseoLand
‘‘
tendenza
Su una città-limite
si innesta quella
tendenza alla
delocalizzazione
dei musei che dà
mille avvisaglie
FOTO ZEFA
A
che serve un museo a Hong Kong, terra doppiamente bruciata, dal colonialismo e dalla speculazione edilizia? Ovviamente a intrattenere (entertainment), forse a educare (education), o a tutt’e due
(edutainment). Ma edu-intrattenere chi?
Evidentemente, non i cittadini ma le volatili folle di
viaggiatori per affari o per turismo. S’innesta così sul tessuto di una città-limite quel movimento alla delocalizzazione dei musei che
sta dando mille avvisaglie.
Fallito (per ora) il progetto di fare del
Guggenheim una sorta di meta-museo
con tante sedi (cioè senza sede), e le opere in perpetuo viaggio, si parla di aprire
qua e là «vetrine» dei maggiori musei del
mondo. Non bastano più le mostre, dove vengono esposte singole opere, ma
anche ampie scelte (per esempio, capolavori dell’Hermitage), badando sempre
meno ai danni che possono venirne (per
esempio ai dipinti su tavola).
Presto vedremo una sezione del Louvre a Kyoto, un pezzo del British Museum a Brasilia, un segmento dell’Hermitage a Canberra? Il museo è travolto,
volente o nolente, da un movimento
mimetico verso le regole del mercato.
Girano le merci, cadono i confini. Anche per le opere d’arte, tende a cadere il
confine fra quelle sul mercato (che seguono i destini, e gli indirizzi, degli acquirenti) e le opere museificate che, in
quanto «fuori mercato», sembravano più sedentarie.
Ma anche le opere in museo sono sempre meno al sicuro: i musei americani (per esempio il MoMA) vendono
alla chetichella qualcosa, magari per acquistare qualcos’altro. Per un residuo di pudore, non si usa la parola
«vendita», ma l’eufemismo de-accessioning: proprio
come (commenta H. Zerner) uccidere dei civili in guerra si chiama ormai collateral damage. La «vetrina» di un
museo in un’altra città servirà a invitare i giapponesi a
Parigi e i brasiliani a Londra, o prelude a una fase ulteriore, in cui «vetrina» non sarà più una metafora ma (letteralmente) una campionatura di merce in vendita? C’è
da temerlo, quando si sente dire che a questi musei-dépendance andrebbero destinate le opere «minori»,
quelle che nella concezione scientifica del museo vanno esposte a rotazione e devono essere visibili nella
study collection come in quella, esemplare, della National Gallery di Londra.
I musei italiani sono i più restii del
mondo ad adeguarsi a questo trend, e per
due ragioni, una cattiva e una buona.
Prima la cattiva: perché i nostri musei
sono ingessati in una crescente paralisi
istituzionale, nel triangolo delle Bermude fra Stato, regioni e privato, e mostrano in genere scarsa capacità progettuale. La buona ragione è che i musei in Italia, più che in qualsiasi altro paese (tranne forse la Grecia), sono, persino quando
accolgono collezioni private, espressione assai più del territorio che del mercato. Perciò il nostro sistema di tutela prevede le Soprintendenze, che tutelano sia
il Caravaggio in chiesa che quello in museo (pessima idea scardinare questa essenziale unità coi “poli museali”).
Perciò opere «alte» e «basse», nel museo e fuori, in Italia si legano in un tessuto organico, e spezzarlo vuol dire impedirsi di capire. Se mai gli Uffizi, Capodimonte o l’Accademiadi Venezia dovessero aprire una «vetrina» a Hong Kong, non
dovrebbe essere per contribuire alla moda dello sradicamento delle opere d’arte, della loro mercificazione sotto
la dubbia bandiera dell’«arte per l’arte», ma solo per trasmettere e diffondere, con coscienza e con orgoglio, il
modello italiano della conservazione contestuale, del
nesso forte fra musei e città, del legame essenziale fra patrimonio culturale e cittadinanza. Sarebbe, se ne avessimo la capacità, una bella sfida.
Georges Pompidou. Ha gettato sulla bilancia il fatto che il Beaubourgpuò fare arrivare in Cina anche opere in prestito dal
Louvre. Sarebbe la prima volta che un museo di Stato francese crea una filiale in terra straniera. Parigi ne fa una questione di
prestigio nazionale, e naturalmente anche di battaglia politica contro l’egemonia culturale americana nel mondo. Sono
volati giudizi pesanti. «Per il Centre Pompidou sarebbe il primo ed unico progetto
all’estero — ha detto il suo direttore Alfred
Pacquement — noi non apriamo filiali come fossero fabbriche della Coca Cola».
Il soprintendente del Beaubourg Alain
Sayag ha rincarato la dose definendo il
Guggenheim «un museo di seconda classe». La curatrice dell’arte contemporanea, Camille Morineau, ha contestato il
ruolo dei privati: «Sono bravi a far pagare
cari i biglietti d’ingresso, e a vendere cataloghi costosi. Ma se si tratta di prendere rischi, di fare scelte coraggiose e impopolari, sono i musei pubblici a osare di più». A
sorpresa poi il Beaubourge il Guggenheim
hanno finito per coalizzarsi, con una dichiarazione d’armistizio consegnata dal
Consolato francese di Hong Kong. I due
ora puntano a spartirsi il distretto culturale di Kowloon partecipando con lo stesso gruppo di costruttori edili privati (Dynamic Star International). L’irresistibile
attrazione cinese è riuscita perfino a realizzare il miracolo di un’alleanza francoamericana.
Perché nel frattempo le cordate concorrenti hanno ingaggiato altre due rispettabili istituzioni: il Museum of Modern Artdi New York (MoMA) e il Victoria
and Albert Museumdi Londra. Tutti convertiti all’idea di esportare il proprio
know how aprendo succursali nel vecchio porto d’ingresso degli occidentali in
Cina. Il professore Cheung Bing-leung
della City University di Hong Kong non è
affatto persuaso: «Possiamo anche darci
dei musei di classe internazionale, dei
grandi teatri e delle esposizioni dal resto
del mondo. Ma ancora non abbiamo risposto alla domanda più elementare:
quali arti e quale cultura vogliamo sviluppare con l’impronta di Hong Kong?».
In fondo l’operazione del Distretto culturale di Kowloon è già riuscita nel passato ad alcune città americane come
Chicago e Dallas: pur avendo una storia
giovane, le loro ricchezze hanno consentito di costruire grandi musei con opere
dal resto del mondo. La Cina però ha una
civiltà più antica di quella greco-romana. Forse scavando con più coraggio in
quel passato Hong Kong potrebbe dare
una risposta alla questione della sua
identità. Ci guadagneremmo tutti qualcosa. L’alternativa è un mondo in cui
viaggeremo trovando gli stessi Matisse e
Van Gogh esposti a rotazione in ogni
continente, come oggi il caffè Starbucks
ci aspetta nella Città Proibita.
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
Il 3 febbraio di quarantacinque anni fa muore a Roma in un incidente,
mentre rientra in albergo sulla sua Thunderbird rosa decappottabile,
il più americano dei cantanti italiani. Due milioni di lire a serata,
il sogno a colori dell’Italia in bianco e nero, è stato l’interprete di gioielli come
“Eri piccola”, “Che bambola!”, “Teresa non sparare”. Iniziava la corsa economica,
l’era del frigorifero e della Cinquecento. Che lui raccontava giocando con lo swing
PINO CORRIAS
F
Buscaglione
red Buscaglione è un duro alla
boia fauss. Vagabondo di cuore e romantico di sguardo.
Dondola le bionde foderate di
lamé. Canta dentro al fumo
delle sigarette. Fronteggia
Buck la Peste, Jack Bidone e Billy Karr. Ha
un sinistro da un quintale. Vince al tressette. Indossa smoking. Ha la mimica, ha la
sagoma. Ha la voce rauca. Respira Gauloises e qualche volta lacrima Cutty Sark. È
senza duplicato. È un duro. È inimitabile.
Ferdinando Buscaglione è un giovanotto dritto, magro e allampanato. Nato nel
gelo della portineria di piazza Cavour 3,
Torino, il 23 novembre del 1921. Timido di
sguardo e fragile di cuore. Solfeggia la musica, ubbidisce alla mamma. Tifa Juventus, è un po’ monarchico, suona il violino.
Parte per la guerra. Finisce in Sardegna a
fare musica con gli Alleati. Gli piacciono
Frank Sinatra e Gilbert Becaud. Beve Dolcetto, fuma Alfa. S’è innamorato di una sola donna, Fatima Robbins, pescata al Cécile di Lugano, acrobata e cantante, con sangue marocchino nelle vene e il coltello della gelosia nella borsetta.
L’uno e l’altro, Fred e Ferdinando, all’alba di mercoledì 3 febbraio 1960, corrono
lungo via Paisiello, Roma, dentro ai sedili
in pelle di una solitaria Ford Thunderbird
rosa, decappottabile. La Thunderbird ha i
parafanghi cromati e gli interni crema.
Viaggia a 100 chilometri all’ora. Ha navigato tra via Margutta e i night di via Veneto, ora sta filando verso il Rivoli Hotel dei
Parioli. Sono quasi le 6.20. Mancano dieci
incroci all’alba. L’uno e l’altro, Fred e Ferdinando, la maschera e l’anima, il duro e il
morbido, non sono mai stati così distanti
tra loro, così separati dentro alla stessa pelle. Anche se il re della criminalsong e il cantantino di balera torinese, emanano una
sola luce, sono la star dei nuovissimi Anni
Sessanta: ecco a voi Fred Buscaglione, il
cantante dell’anno, 2 milioni di lire a serata, il sogno a colori dell’Italia in bianco e nero. La luce è un riflettore. Lo ha acceso il
successo di quegli strani sketch musicali
che suonano dentro la scatola magica del
televisore, lungo gli ingranaggi americani
del juke box, e in un milione di dischi già
venduti, che fanno scintillare, a 78 giri,
gioielli tipo Eri piccola, Porfirio Villarosa,
Teresa non sparare.
È l’alba del Boom, l’inizio della grande
corsa economica italiana, la fatica rurale
che diventa fabbrica, l’era del frigorifero,
dell’automobile, della plastica, del sogno
americano. Nilla Pizzi porta fiori esangui.
Il grande Fred li raddrizza dentro al whisky.
Modugno vola nel blu. Lui atterra nel jazz.
Canta il cielo dei bar. Gioca con lo swing. Si
porta dentro la verità della gavetta, gli spigoli della strada, e l’immaginazione di Leo
Chiosso, altro torinese di ballatoio, ma con
il genio del racconto in due righe, un bacio,
una promessa, uno schiaffo, un addio.
Leo Chiosso ha un anno più di Fred. Ha
studiato da avvocato, ma ha letto tutt’altro, i romanzi di Dos Passos, i gialli di
Mickey Spillane e di Damon Runyon. Conosce la malinconia di Philip Marlowe. Ha
visto i musical di Fred Astaire. Inventa storie di bulli e pupe ambientate alla Viscosa.
Oggi che ha 84 anni e sta scrivendo il libro
della vita I giorni di Fred, racconta: «Lui
aveva questa faccia alla Clarke Gable. Gli
Fred, Ferdinando e il Boom
IL PERSONAGGIO
A destra,
Buscaglione
in uno scatto
del ’59. Sotto,
una scena
di “Noi duri” con
Totò e Linda
Sini. Nella foto
grande,
il musicista
al Covo di NordEst, storico
locale di Santa
Margherita
Ligure
mancava la brillantina e un po’ di Be Bop.
Eravamo giovani, tutto ci sembrava a portata di mano, compresi i sogni. Fred ci mise il pianoforte, io l’America». All’inizio c’è
solo il Dopoguerra. A Torino aprono 50 sale da ballo. Ci sono le macerie e c’è la voglia
di dimenticarle. Il maestro Angelini dirige
l’orchestra della sala Rai. In radio canta il
Trio Lescano. Nasce la casa discografica
Fonit Cetra. Fred si arrangia con il contrabbasso. Racconta Leo Chiosso: «L’ho
conosciuto al Caffè Ligure. Non aveva ancora i baffi. Era mingherlino, con un vestito azzurro due taglie più grande. Nell’intervallo dell’orchestra, lui prendeva il violino e con il pianista faceva Polvere di stelle e Blue Moon».
Racconta il pianista Dino Arrigotti, classe 1923, che ai tempi suoi suonava con un
mazzo di rose sul pianoforte: «Nel 1949 ho
il mio quintetto. Suono alla Tavernetta che
è un dopo teatro un po’ di classe con il trio
spagnolo che fa il flamenco e le entraîneuse ai tavoli. Una notte, al Bar Sandro di via
Verdi, incontro Fred. Sto cercando un violinista e lui mi fa: l’hai trovato. Cominciamo così, ma si capisce che è un leader. In
capo a un paio di anni, lui fonda il gruppo
e io gli faccio da pianista». Il gruppo si chiamerà Asternovas. Nasce nel 1955, quando
cominciano gli anni d’oro, quelli che corrono verso il successo. Alle spalle ci sono le
‘‘
Faccia alla Gable
Aveva la faccia alla
Clarke Gable.
Eravamo giovani,
tutto ci sembrava
a portata di mano,
compresi i sogni. Fred
ci mise il pianoforte,
e io l’America
LEO CHIOSSO
tournée in Svizzera, Olanda, Germania.
C’è l’ingaggio a 2.500 lire a sera al Dancing
Florida. C’è la carriera di Fatima, cantante
e moglie, che per un po’ sembra il centro di
tutto. E ci sono i riflettori che lentamente si
spostano su di lui, Fred, ostinato e sgobbone come tutti i buoni torinesi, con la sua
voglia di arrivare, di cantare le sue canzoni, scalando le serate, i contratti, gli applausi. Di notte, o all’alba, nascono le canzoni. Che bambola!, il primo successo, è
del 1956. Racconta Chiosso: «Venne come
quasi tutte le altre, lui in canottiera al pianoforte, io con la matita». Racconta Arrigotti: «Provavamo le nuove canzoni a fine
serata, quando i ragazzi della pista si erano
stancati di limonare. Le cose di Fred non
erano quasi mai ballabili. All’inizio la gente si scocciava, poi ci fu il passaparola».
Nascono Che notte, Il dritto di Chicago,
Eri piccola. Più sale la stella di Fred, più
s’appanna quella di Fatima. L’amore si fa
vetro, il vetro si incrina. Dirà Gino Latilla,
cantante e amico della coppia: «È brutto
dirlo, ma lei era gelosa del suo successo».
Fatima fa serate con altri gruppi perché
negli Asternovas non c’è più posto. Racconta Arrigotti: «Fred un po’ ci soffriva e un
po’ se la godeva. Era solo. Era un bel mammifero. Tutte le donne se lo mangiavano
con gli occhi».
Le belle donne volano sui rotocalchi,
con i loro occhi affamati di luce, Anita Ekberg che ancora deve infilarsi nella vasca
del cinema italiano, ma intanto fa la bionda carrozzata con Fred, poi Hanna Rasmussen, Maria Grazia Buccella, Jane
Russel e Scilla Gabel, la biondissima. Dice
Fatima in una intervista: «L’improvvisa
celebrità ha calamitato attorno a Fred dozzine di bambole… Me le vedo ovunque,
nelle canzoni, nei film e qualcuna anche
nella vita reale. Più passa il tempo e più
Fred mi trascura. La nostra vita coniugale
è ormai diventata un fantasma del passato».
Il futuro per Fred, che a fine ’59 compie
38 anni, sembra molto più reale di qualunque morbido fantasma del passato. Suona
una sera al night romano Le Grotte, lo vede Mario Riva, quello del Musichiere, e dice: «Mandatemelo domani sera in trasmissione». Fred, la prima volta in tv, canta circondato da un mucchio di bambini,
anche se indossa il gessato e fa le smorfie di
Whisky facile. Al secondo passaggio compare con il panciotto e la pistola. La Rai lo
scrittura per il sabato sera di Musica alla ribalta. Per strada gli chiedono l’autografo.
Lo vogliono i registi del cinema e quelli dei
caroselli pubblicitari per la birra Asso e gli
sciroppi Fabbri. Lo ingaggiano i locali migliori, il Grillon di Ginevra, la Bussola di
Viareggio, l’Embassy di Rimini. Suona una
sera a Paraggi, davanti al giovane Giovanni Agnelli, che fa il playboy e non ancora
l’Avvocato. Va al suo tavolo a fine serata.
Gli dedica la sweet song che ha appena
composto al pianoforte del Carillon: Love
in Portofino, che diventa uno standard in-
ternazionale per la penombra dei night.
Un omaggio al re della Fiat e un addio alla
vecchia 1400 Fiat che cade in pezzi. Fred
spende 6 milioni di lire per un’automobile da fumetto americano la Thunderbird.
In Italia c’è solo un altro modello in circolazione. La guida l’astro nascente dei presentatori, Mike Bongiorno, che gira l’Italia
con Campanile sera e viene davvero dall’America.
Fred lavora molto, beve molto, dorme
poco. Fred comincia a vivere troppo dentro alle sue canzoni. Fred viaggia lungo i
rettilinei dei suoi luoghi immaginari. Dice
Dino Risi, che lo ha diretto in Poveri milionari: «Raccontava amori senza lieto fine.
Faceva ridere, ma era anche struggente».
Nella notte di Capodanno del 1960, Fred
gira per feste romane. Chiama Fatima al
telefono senza trovarla. Ha appena finito
di girare il primo film da protagonista, Noi
duridi Camillo Mastrocinque. Ha contratti e serate già firmate per i prossimi due anni. Ha il pubblico in tasca. Ha amori veloci. E albe solitarie nella sua camera di albergo al Rivoli Hotel, singola con bagno,
letto a una piazza. Si sfoga in un’intervista:
«Da vent’anni suono nei night e nelle sale
da ballo. Ho conosciuto i locali di quart’ordine, le pensioni più scadenti, le trattorie
dalle quali esci con l’appetito. Ho capito
che se riesco a durare ancora un paio di anni sono a posto… Poi prima che la gente mi
volti le spalle, Fred ridiventerà Ferdinando
Buscaglione, di professione pensionato».
Il gennaio 1960 corre come un’autostrada. Racconta Piero Vivarelli, autore di canzoni celebri come 24 mila bacie regista dei
primissimi film musicali: «Fred lavorava
come un dannato e non dormiva mai. Aveva voglia di tutto, anche di dimenticarsi».
Fred ha comprato una delle prime pianole elettriche e in albergo ha scritto una delle sue canzoni più tristi, Notte di pioggia,
dedicata a Fatima. Racconta Arrigotti:
«Noi siamo partiti per Torino. Lui doveva
vedersi con Mina che allora cantava con le
braccia dietro alla schiena, pesava 35 chili, ma era già fantastica». Fred la vede al ristorante di via Margutta. Poi segue un paio
di musicisti al night, dove entra tra gli applausi, beve, sparisce al Bristol, riappare
all’alba. È stanco, ha freddo, ha sonno.
L’ultimo incrocio della sua vita, ore 6.20
di 45 anni fa, è una frenata e uno schianto
contro un camion che porta blocchi di
tufo. Dirà l’autista: «È sbucato, ho frenato,
ha sbattuto». C’è un carabiniere davanti
all’Ambasciata americana, che corre verso l’ammasso di lamiere rosa. C’è l’autista
dell’autobus 90 che aiuta il carabiniere a
estrarre il corpo, per poi partire di corsa
verso il Policlinico. Il ferito respira ancora.
Nessuno sa chi sia. Il carabiniere ha detto
che forse è un americano. Chi diavolo guida una Thunderbird rosa a Roma? I medici che gli chiudono gli occhi hanno la risposta. E la risposta fa piangere l’Italia e
tutti i musicisti da balera, tutti i duri da night, e le donne bellissime e Fatima che è rimasta sola. Morto per sempre Ferdinando
Buscaglione, di professione direttore d’orchestra, fragile di cuore e romantico di
commiato. Andato via come un eroe notturno, come un solitario, come Fred. Andato via per tornare, ogni volta che sale
l’orchestra, scendono le luci, e ricomincia
la vita.
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
L’eroe della Torino
che faceva squadra
GIORGIO BOCCA
C
he differenza c’è fra la Torino dell’industria, della Fiat, degli Agnelli, dei
comunisti Negarville e Roveda, del maestro Angelini, del paroliere
Chiosso, del cantante Buscaglione che all’alba del 3 febbraio 1960 va a
schiantarsi con la sua Thunderbird rosa confetto contro un camion carico di
tufo in una strada dei Parioli e la Torino di oggi tecnologica, finanziaria, delle
olimpiadi invernali, che si inventa, giorno dopo giorno i lavori che per noi vecchi non sono veramente lavori, che aspetta la linea ferroviaria veloce con Lione senza sapere bene quale sarà il vantaggio di metterci qualche minuto in meno? La differenza è che nella prima tutto si teneva, automobili e canzoni, affari
e politica, padroni e operai, tutto era causa-effetto subito ravvisabile.
Buscaglione aveva fatto l’alpino con il paroliere Chiosso, e la prima persona
che incontra nella Torino del 25 aprile, della caccia ai cecchini fascisti è proprio
Chiosso anche lui con il fazzoletto verde di GL, che sta riannodando i rapporti
con gli altri musicisti di avanguardia. E dove lo incontra? Nella casa del senatore Giovanni Agnelli, il fondatore, perché in quella Torino partigiani padroni e
operai stanno assieme, perché insieme devono fare la Cinquecento voluta da
Valletta e da Togliatti. E quella Torino divisa nella politica ma unita nella ricostruzione ha la gente che occorre, gente di prima qualità, come Ferdinando,
FredBuscaglionediplomatoalConservatorioGiuseppeVerdi.Ancheluihafatto il militare in guerra, catturato dagli americani come il giovane Gianni Agnelli, ha dovuto aspettare un po’ di più
per essere liberato ma insomma, un
destino simile, delle vite che si tengono, un futuro torinese per entrambi.
Buscaglioneeraunbell’uomosomigliante a Clark Gable e Chiosso gli
disegnò addosso il personaggio del
duro dal cuore tenero, del bevitore
di whisky e conquistatore. «Mi trovavo per la strada circa all’una e
GINO CASTALDO
trentatrè / l’altra notte mentre uscivo dal mio solito caffè / quando inquei tempi a colpi di swing si poteva
contro un bel mammifero modello
demolire tutto un mondo fatto di
103 (fischio). Che bambola / riemedere, vecchi scarponi e malinconipiva un bel vestito di magnifico
ci autunni. Buscaglione portò quel suo
lamé / era un cumulo di curve come
sfrontato vento americano nella sonnacal mondo non ce n’è. Che bambochiosa canzone italiana con un vigore oggi
la». È il primo successo seguito da
inimmaginabile. Che Bambola! arrivò alla
Teresa non sparare, Porfirio Rubiroragguardevole cifra di un milione di copie
sa che faceva il manovale alla Viscovendute. Oggi un pezzo così i discografici
sa.
non lo prenderebbero neanche in consiLa morte di Buscaglione fu una
derazione. Ma quel seme gettato con didelle morti in cui quella Torino avesinvoltura tra le melodie nazionalpopolava come la rivelazione della sua
ri è rimasto vivo, insidioso e disturbante
unità, della sua compattezza, come
come un virus indistruttibile. In fondo erala scomparsa a Superga del grande
no piccole sceneggiate, ma condite con
Torino, come la morte dei giovani
umorismo moderno, tanto cinema, una
Agnelli e poi dell’Avvocato, come la
valanga di slang americano e il carisma inmorte di Valletta e di Togliatti.
domabile dell’antieroe. La vena è sopravMomenti trafiggenti di stupore e
vissuta in certe gag celentanesche, è rimdismarrimento,pezzidellacittàche
balzata nei balbettii beat, adottata come
se ne vanno, la cognizione improvsottofondo dai primi cantautori, è stata rivisa di quanto quei morti erano stascoperta dal rock demenziale quando
ti importanti da vivi anche come neFreakantoni degli Skiantos, assumendo
mici, come facevano parte di un cotemporaneamente lo pseudonimo di Pepmune tessuto di vita, di memorie, di
pe Starnazza, si mise addirittura a ricantadestini. In quella Torino i musicisti e
re quel repertorio.
i cantanti, come gli eroi sportivi i
L’influenza di Buscaglione è cresciuta, si
Coppi, i Bartali, i Meazza, i Gabetto
è ingigantita quando qualcuno volle leggerappartenevano a un divismo che
ne delle tracce nella originalità dell’altro
stava ancora in quella compattezza,
grande piemontese Paolo Conte, è tracimaerano degli eroi normali, alla mano.
ta in sberleffi meteorici come il “Sabato itaI cantanti alla Latilla, Carosone, Toliano” di Sergio Caputo, nell’irriverenza
gliani li incontravi dal parrucchiere,
convinta di Francesco Baccini e nella follia
al bar, il maestro Angelini era un lostralunata di Vinicio Capossela.
ro zio bonario.
Oggi, cinquant’anni dopo, ancora non si
Ilprimostrappoversoundivismo
riesce a prescindere dal mitico Fred quandiverso, nevrotico, miliardario lo fedo ci si lancia nel divertimento swing, vedi
ceMinaunaseradel1961.QuellasePaolo Belli e soprattutto il travolgente Roy
ra aveva una chioma folle e un abito
Paci che addirittura di Buscaglione riprosu cui brillavano le paillette. Si torduce anche il celebre baffetto. Ma in fondo
ceva le mani per vincere la tensione
in fondo anche Renzo Arbore un piccolo dedella folla incombente, in una sala
bito con Buscaglione non farebbe fatica ad
da ballo della Barriera di Milano, già
ammetterlo. Viene quasi un dubbio. Ogni
fuori le mura. Per inaugurarla le avevolta che c’è di mezzo humour e swing forvano dato mezzo milione, cifra
se bisogna tornare sempre lì. Per favore, Teastronomica per allora. Il guadagno
resa, non sparare.
di un operaio in un anno. E per vederla quella sera gli operai del quartiere avevano pagato cinquecento
lire a testa, la paga di due giornate di
lavoro.L’antroèimmenso,fumoso,c’èuncaldodasoffocarci.Intornotuttitendono cartoline e foglietti per gli autografi e implorano con voci roche «firmacela Mina, per piacere». Un fotografo smilzo e spelacchiato la prega di accarezzare una bambina. «Ehi voi — dice Mina — non vedete che schiacciate mia
madre?», i giovanotti si ritraggono di pochi centimetri. Un tale in un abito viola è salito sul palco e annuncia che Mina sta per cantare. Lei lascia cadere la pelliccia di visone fra le mani di sua madre, umile e taciturna ancella. Poi sale di
corsaigradinidelpalco,afferrailmicrofono,rispondealleacclamazioni.Ascolto la sua famosa voce, intermittente come le luci dei flipper e con singhiozzi che
secondo i suoi biografi «danno un brivido lungo». Stasera per cinquecentomila lire a Torino, domani per un milione a Rimini, poi alla sei giorni ciclistica di
Milano e poi in Giappone.
Poco lontano dalla sala da ballo, in corso Giulio Cesare c’era la casa del bandito Cavallero, un altro personaggio della Torino integrata che non c’è più. Andai a casa sua pochi giorni dopo che lo avevano arrestato in un casello della ferrovia vicino a Casale. Piero Cavallero è a San Vittore, sua moglie Anita mi dice:
«Stiamo in piedi per non cadere. Ma perché la vita è così schifosa?». Lavora in
casa, per campare cuce le asole, attacca perline, bottoni, lavoro a domicilio. Su
una parete della cucina c’è una piccola libreria. Accanto a un libro di Ostrovskji, Come fu temprato l’acciaio, sui soviet di Leningrado che Piero comprò
quando dirigeva la gioventù comunista, vedo la mia Storia della guerra partigiana, perché anche io ho vissuto e lavorato in quella Torino, anche io faccio
parte della sua trama stretta e precisa, delle sue cause-effetto.
Ricordate l’attentato a Togliatti? I partigiani di Rocca erano tornati sulle colline del Monferrato; Piero voleva raggiungerli. Era il giovane comunista più in
gamba della barriera di Milano. Un capo ma non un militante. Sapeva solo comandare non obbedire. Così un brutto giorno del ’55 il partito lo molla e non
c’è un lavoro che vada bene per lui. L’unico che vada bene a lui e a quelli come
lui è di improvvisarsi banditi, fino alla pazza corsa in auto per Milano sparando sulla polizia e sulla gente che non si scansa. Rapinatori, cantanti, Fred Buscaglione e Piero Cavallero, il partito di Gramsci e Togliatti, le Stelle rosse della
Fiat nella notte, la Torino che si tiene, la Torino che non c’è più.
Quel seme swing
tra edera e scarponi
FOTO GILLO FAEDI/ PER GENTILE CONCESSIONE DELL’EUROPEO
A
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
spettacoli
IL PERSONAGGIO
Laura Pausini è nata il 16
maggio 1974 a Solarolo
(Ravenna). Da bambina
accompagna il padre
cantante nei piano bar.
Primo successo “La
solitudine” nel 1993
Canzone
italiana
CARLO MORETTI
I
RAVENNA
l sogno americano di Laura Pausini s’è spezzato due anni fa in una
camera d’albergo a Miami. La radio era accesa. C’era un discografico in lacrime e, a terra, una minigonna
e un paio di scarpe con il tacco a spillo.
Laura non voleva diventare la nuova
Shakira. La radio intanto passava un’irritante versione dance della sua Surrender: anche a Laura venne un po’ da piangere. Era la prima volta che l’ascoltava. E
così Laura Pausini ha chiuso il sogno
americano in un cassetto. Le 27 versioni
di Surrender le ricordano ormai soltanto
le classifiche dance di Billboard. Nel
2004 ha inciso un album in italiano, Resta in ascolto. Ha scelto una band tutta
italiana. E, a quattro anni dal suo precedente giro di concerti, il 5 febbraio partirà da Torino per il suo nuovo tour mondiale. Un mese in Italia, poi tra marzo e
aprile le date in tutta Europa; quindi Cile, Venezuela, Brasile, Messico, Portorico e una coda americana con i concerti di
New York, Miami e Los Angeles.
Per ora sotto i piedi ci sono le strade di
casa ma la testa vola già alla coda negli
Stati Uniti e il pensiero agita il cuore, una
delusione riemerge e si trasforma in rabbia e voglia di rivalsa: «Quest’anno nel
gruppo che mi accompagnerà non ho voluto musicisti stranieri. Chi lo dice che un
batterista americano sia meglio di un italiano? Solo perché si chiama Steve invece
di Stefano?». Qualche tempo fa Laura
Pausini è tornata negli uffici della sua casa discografica a Miami, l’Atlantic dei sogni. Ma è cambiato tutto: «C’erano 120 dipendenti, ora sono rimasti in due e si occupano di dance». Inutile andare a cercare i pezzi del sogno rimasti in quell’albergo, perché non c’è più modo di metterli
assieme. Resta il ricordo delle lezioni
d’inglese all’Università, l’anno trascorso
con lo zainetto sulle spalle, e quelle folli
Pausini.“Che delusione
il mio sogno americano”
attraversate in macchina in cui il discografico faceva da manager, autista, e
mentre guidava registrava in un microfono lo spot che avrebbe passato alle radio.
E poi il truccatore per gli stati della costa est, quello per gli stati della costa ovest, che poi erano gli stessi che truccavano Gwen Stefani. Cartoline da un’America di provincia dove una cantante italiana è una mosca bianca, e dove tante
volte si è ritrovata a fare concerti sul cubo come fosse in una discoteca. «Vorrei
fare un tour dai suoni puliti, niente superproduzioni, niente americanate», dice. E capisci che non si riferisce soltanto
alla scenografia. Anche se poi rivela che
l’idea della scena essenziale con i sei
schermi che si muovono, creando moduli e fondali diversi, l’ha avuta dopo
‘‘
Steve e Stefano
Un batterista americano
è meglio di un italiano
solo perché si chiama
Steve invece di Stefano?
aver visto uno show di Robbie Williams.
Un americano per scelta.
Laura Pausini prende le distanze da
quell’album in inglese così poco apprezzato dagli anglosassoni, eppure proprio
con From the insideha raggiunto mercati che prima le erano preclusi, come
quello sterminato della Russia, di solito
attento alle produzioni italiane ma dove
lei era presente solo tra i dischi d’importazione. Grazie a quell’album ora là è nato il primo fan club; e dalla Russia è arrivato il ventunenne Boris Filkin, che ha
vinto il viaggio e soggiorno premio a Ravenna per il raduno del fan club ufficiale
e per l’anteprima della tournée mondiale. In platea, al Pala De André, ci sono seicento fan, la maggior parte italiani ma i
più assidui, una ventina, sono arrivati
dal Belgio e dall’Olanda, i primi Paesi a
darle il successo all’estero, dalla Francia,
dalla Spagna.
Il discorso dell’estero è una costante, e
il ricordo dell’America ancora brucia.
Come un conto che non torna. «Io non
mi spiego perché un’artista straordinaria come Elisa che canta da sempre in inglese e che è stata prodotta da Glen Ballard, non debba funzionare in America.
Potrebbe essere più grande di Alanis
Morissette, che tra l’altro ha il suo stesso
produttore, ma anche più grande di
Bjork». E Giorgia? «Ecco, di Giorgia non
capisco perché non vuol fare un disco in
inglese, con le doti che ha e il genere che
interpreta sarebbe perfetta per quel
mercato, anche se di artiste r’n’b negli
Stati Uniti è pieno così. Ma mi piace, ha
fatto quello che voleva fare e ci vuole coraggio a far così, quando hai dietro tanta
gente che ti vuole consigliare».
Quello con gli Stati Uniti è un amore
frustrato. «Avevo il mito dell’America,
per la sua storia, per la sua musica. Ma è
ora che noi artisti italiani capiamo che
bisogna smettere di pensare che là suonano o cantano meglio di noi. Dopo dodici anni di successo internazionale voglio essere me stessa. Lo dico continuamente a Eros Ramazzotti: “Facciamo un
duetto insieme e vediamo se hanno il coraggio di ignorarlo”». Pochi si sono accorti che la critica agli Stati Uniti da parte della Pausini è diventata radicale, fino
al punto di parlare di «attacco terroristico contro il terrorismo» per l’intervento
in Iraq spiegando il brano Dove l’aria è
polvere dal nuovo album: «L’aquila non
dorme mai/ sacrifica i suoi eroi/ mette in
mostra le sue stelle e i suoi trofei/ il bambino è orfano di casa e di poesia/ per l’indifferenza che/ la guerra ha dentro sé»,
canta la Pausini ricordando Alì Ismail
Abbas, il bambino iracheno cui un bombardamento ha portato via le braccia e
l’intera famiglia.
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
l’anniversario
Passatempo da tavolo
Nato negli Stati Uniti nel 1935, dall’idea di un ingegnere disoccupato,
il gioco più celebre del mondo compie 70 anni e continua ad
appassionare con la sua semplice strategia bambini e adulti. È stato
tradotto in 26 lingue ed è diffuso in 80 Paesi: 160 milioni le scatole
vendute in tutto il mondo. Una delle ultime edizioni è quella russa
postcomunista in caratteri cirillici
Giochi
Vecchio Monopoli
che passione
ILARIA ZAFFINO
L
e sfide più memorabili restano quelle consumate
per ore sott’acqua, giornate intere in un ascensore in
movimento, persino utilizzando come tabellone il soffitto di casa. Oppure trasformando strade e marciapiedi, come hanno
fatto gli studenti di un
campus universitario della Pennsylvania, in un immenso tavolo da gioco: 170
metri per lato. Con persone in
carne e ossa che si muovono
avanti e indietro come segnalini.
Il Monopoli compie 70 anni e a dispetto dell’invasione dei nuovi giochi che dalla tv rimbalzano nelle vetrine dei negozi — da Affari tuoi all’Isola
dei famosi — il capostipite dei passatempo da tavola non perde terreno.
Anzi, continua ad appassionare grandi e bambini, dagli 8 agli 80 anni e più,
come si legge ancora sul libretto delle
istruzioni. Ad inchiodare in salotto,
specie nelle serate di pioggia, generazioni a confronto.
Semplici le regole, banconote alla
mano tutto è permesso: vendere, comprare, ipotecare i terreni su cui si è costruito quando il denaro comincia a
scarseggiare. L’abilità è indispensabile
ma ci vuole fortuna: ad ogni giro di tabellone, sono i dadi a decidere dove il
segnalino capita e chi compra Parco
della Vittoria — nella versione originale la proprietà più costosa, ma anche
quella che rende di più — è già a metà
dell’opera. Ma poi intervengono imprevisti e probabilità e in un istante tutto può cambiare: non è escluso persino
un salto in prigione.
Tradotto in 26 lingue (recente l’edizione russa in caratteri cirillici), venduto in 80 paesi, più di 160 milioni le scatole che circolano in tutto il mondo. La
versione più costosa, con tanto di casette d’oro e d’argento, è stata comprata per 25mila dollari. Per i golosi ne
hanno inventata addirittura una tutta
di cioccolato. In Italia l’ultima arrivata
è quella dedicata alla Ferrari: quattro
circuiti al posto delle classiche stazioni, stabilimenti e scuderie sostituiscono case ed alberghi, automobiline in
miniatura, in metallo fiammante, fanno da segnaposto. Settant’anni dunque, ma non li dimostra: è il 6 febbraio
1935 quando il Monopoly viene messo
per la prima volta in vendita negli Stati
Uniti dalla Parker Brothers. L’inventore è un ingegnere disoccupato — sono
gli anni della grande depressione —
Charles B. Darrow che, in realtà, si ispira a giochi brevettati già nei primi anni
del secolo. Perché dietro a tutto c’è la
mano di una donna, Elizabeth Magie, e
il suo “game” del proprietario terriero:
40 caselle, 4 ferrovie, un centinaio di
copie fatte a mano per gli amici. Nulla
di più. Non pensava certo di far soldi
così. Anzi. A mancare era persino lo
scopo capitalistico del gioco, quella
possibilità di costruirci su case ed alberghi, che nel tempo non è rimasta
immune da critiche. Da noi il Monopoly arriva l’anno dopo: un giornalista
della Mondadori lo traduce ispirandosi ai nomi delle vie della Milano dell’epoca. Ed è subito amore: alla Rinascente vengono indette dimostrazioni per
insegnare le regole, le poesie di Carlo
Porta recitate in sottofondo durante le
partite. Luigi Barzini jr. lo consacra sulle pagine del Corriere della Sera: è il battesimo ufficiale.
Tutto il resto è storia: spuntano tornei come funghi, vengono creati dal
nulla club dedicati al padre di tutti i giochi. Che di anno in anno si rinnova, si
adegua all’euro che avanza, mette sul
mercato sempre nuove edizioni, con i
lungometraggi Disney o i personaggi di
Guerre Stellari. Ma la chiave del suo
successo resta ancora racchiusa in una
frase di Aldous Huxley: «La gente si diverte a mandare al tappeto il migliore
amico». Magari senza fargli veramente
male. Perché «uno nel gioco vuole delle alternative. Vuole credere che facendo la scelta giusta vincerà quella maledetta partita».
Dadi e segnalini
Indimenticabili il funghetto, la candela e il
fiasco giallo e rosso: nell’edizione del 1940
tutti i sei segnalini erano in legno. Poi,
arrivato l’euro, gli oggettini sono stati
sostituiti dalle miniature dei monumenti più
famosi delle capitali europee. Nell’edizione
Guerre stellari (1999) sono sbarcati Luke e
la principessa Leila, nel 2003 è stata la
volta dei personaggi Disney: Dumbo,
Pinocchio, Cenerentola. Nell’ultimo nato
Monopoli-Ferrari si gioca con i modellini
Le banconote
Il Monopoli si adegua ai tempi che passano e sostituisce le vecchie banconote
colorate in lire (dalle famose 100 lire di carta azzurre, le mille lire verdi, fino alle
50mila lire rosse) con quelle in euro: introdotte anche le monete da un euro, in
plastica bicolore che sembrano vere. Nella versione Disney sulle banconote è
raffigurato zio Paperone: non si poteva immaginare personaggio più azzeccato
Risiko
Nato in Francia negli anni ’60,
è un gioco da tavolo e di
simulazione. Su una mappa
geografica i piccoli carri
armati colorati si muovono
alla conquista dei territori
CLASSICI & NUOVI
Scarabeo
Il gioco di parole più amato:
lo scopo è comporre la
parola più lunga sfruttando
le caselle che permettono di
moltiplicare il valore di una
lettera o dell’intera parola
Fantacalcio
Consente di simulare una
intera stagione con tanto di
fantamercato: il gioco ha 500
schede tra giocatori e
pagelle. Si parte con l’asta
per l’acquisto dei giocatori
Affari tuoi
Dalla tv al salotto di casa: la
trasmissione di Bonolis
racchiusa in una scatola con
tanto di pacchi, riprodotti in
plastica, che contengono
cifre esorbitanti o fagioli
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
La censura
160 milioni
Il cinema
I record
Lo spazio
Superano i 160 milioni le scatole
vendute in tutto il mondo: più di
480 milioni di persone hanno
giocato a Monopoli, 5 miliardi le
casette verdi costruite dal 1935
26 lingue
Troppo capitalistico: il
Monopoli viene vietato a
Cuba e in Unione Sovietica.
Salito al potere, Castro
ordina la distruzione di tutte
le scatole in circolazione
Dal tavolo da gioco al grande
schermo: il Monopoli viene
citato anche in “Qualcuno
volò sul nido del cuculo” e ne
“Il re dei giardini di Marvin”
con Jack Nicholson
Sono 26 le lingue in cui il Monopoli
è stato tradotto, cirillico compreso,
80 i Paesi in cui è venduto.
L’edizione giapponese ha i nomi
americani delle strade, quelle in
arabo e cinese i nomi di Londra
Ben 70 giorni: tanto è durata
la partita più lunga. Quella
più lunga giocata invece in
un ascensore in movimento
240 ore, 99 in una vasca da
bagno e 36 ore a testa in giù
Monopoli sbarca nello
spazio: su richiesta della
Nasa già pronte due scatole
speciali, con carta ignifuga e
case ed alberghi in alluminio
per giocare anche su Marte
LE CURIOSITÀ
Le case e gli alberghi
Le casette verdi e gli alberghi rossi cambiano aspetto
al passo coi tempi: diventano astronavi nella versione
Star Wars, il castello di Cenerentola nel Monopoli
Disney, stabilimenti e scuderie nell’edizione Ferrari
I contratti
Quando un giocatore capita
su un terreno che ancora
non appartiene a nessuno lo
può comprare, se ha tutti i
terreni di un colore può
costruirci su. Il nostro Parco
della Vittoria, la proprietà
più costosa, in America si
chiama Boardwalk e
nell’edizione Ferrari è
diventato Schumacher
campione del mondo
Il piano di gioco
Comprare, vendere, ipotecare le proprietà sul tabellone: tutto è
permesso pur di trarre profitto e diventare il giocatore più ricco,
anzi addirittura il “monopolista”. Partendo dal “Via”, ogni
giocatore sposta il segnalino sulle caselle secondo la gettata dei
dadi. Chi possiede una proprietà ha diritto a goderne la rendita,
costituita dal pedaggio che gli altri, quando vi si fermano sopra,
sono costretti a pagare
Ripetitività strategica e controllo sull’avversario: i segreti del successo
N
on è vero che l’ansia dell’aggiornamento, il brivido del ritocco, il
mercato del reload è una legge generale. Si ridisegnano i corpi e le
abitudini, cambia il giornale preferito, si rinnova il telefonino, si rivoluziona il cruscotto dell’automobile, i giocattoli si mettono a parlare: eppure qualcosa riesce
a star fermo, e zitto.
Le storie dei giochi raccontano che il Monopoly
(questo il nome originale del gioco che in Italia conosciamo come Monopoli) è uscito nel 1935, per
la Parker Brothers: consapevolmente o meno, clonava un brevetto precedente, e precocissimo, del
1904. La versione che ebbe successo fu quella del
1935, e come spesso succede nella storia dei giochi del Novecento la data di nascita da prendere in
considerazione (in linea di principio) non è quella dell’idea iniziale ma quella della sua commercializzazione più geniale, e vincente. È successo lo
stesso con il cruciverba, di cui si ebbero precursori anche italiani (e infatti in provincia di Como una
via è dedicata a Giuseppe Airoldi, “inventore del
cruciverba”), ma che si diffuse a partire dalla sua
incarnazione newyorkese del 1913. I giochi sono
tombini in cui precipita un’immagine di quel che
passa di sopra: quello che conta non è il primo
tombino che è stato aperto ma quello in cui cade
l’immagine più rappresentativa, capace di trascinare con sé i fantasmi del grande pubblico.
Il Monopoli: evoluzione capitalista, o per meglio dire novecentesca, del rurale gioco dell’oca.
Un percorso obbligato e ciclico, da ripetere numerose volte secondo schemi di ricorsività alienante, con pedaggi, trappole, imprevisti: è l’im-
L’evoluzione capitalista
dell’andirivieni dell’oca
STEFANO BARTEZZAGHI
magine della città e della vita cittadina come corsa competitiva e in tondo, dove non vince chi arriva alla meta per primo ma chi riesce a controllare
i nodi principali del percorso. Il capitalismo, dunque, è reso come una concorrenza sulle rendite di
posizione, un’evoluzione moderna del feudalesimo: “di qui, devi passare” (ivi profeticamente
compresi, soggiorni fugaci e non
compromettenti dalle carceri
municipali).
La storia italiana del Monopoli
pare mito, e non lo è. Già dalla
metà degli anni Venti l’importazione delle mode americane aveva subìto, sull’onda dei massmedia e dello spirito modernista
del tempo, un’accelerazione prima impensabile. Accelerazione
oltretutto osteggiata dal fascismo, che diffidava dei prodotti importati dagli
Stati Uniti, e dello spirito ludico applicato alla
scottante materia del capitalismo e della rendita
finanziaria. Già nel 1936, un anno dopo il successo, il Monopoly viene proposto dagli editori americani ad Arnoldo Mondadori, che però non ha intenzione di diversificare la sua produzione e gira
la proposta ai suoi collaboratori. L’offerta viene
accettata dal capo del suo ufficio stampa, il giornalista Emilio Ceretti, che assieme al figlio di Arturo Toscanini, Walter, e a un altro amico decide
di produrre il gioco. Il lancio, alla fine di quell’anno, avviene grazie alla rete di relazioni che i tre
amici possono vantare. Il poeta Delio Tessa dà loro la disponibilità degli uffici, e della macchina da
scrivere, del suo studio di avvocato in via Rugabella, a Milano; il
gioco viene presentato alla Rinascente e in numerose serate
mondane, a cui lo stesso Arturo
Toscanini partecipa — a quanto
si dice più per il piacere di ascoltare Tessa recitare le poesie di
Carlo Porta che per l’ansia di
conquistare Parco della Vittoria
o Viale dei Giardini (o come allora si chiamavano).
Nel gennaio 1937 Luigi Barzini jr. dedica al gioco un elzeviro del Corriere della Sera, con il ritratto sornione di un Vecchio Finanziere che spiega al
giornalista come sia stato battuto nelle partite con
i figli adolescenti e come tutto sommato sia più
quieto e riposante il proprio lavoro, fatto di soldi
veri. E sull’Eco di Bergamo si celebra il momento
solenne in cui i giocatori possono dire all’amico
«Caro, sei fallito». Nel gioco è così possibile reintrodurre il tabù luttuoso della bancarotta e della
rovina, un tabù che proprio l’universo dei giochi
aveva prestato a quello della finanza e che sul tavoliere del Monopoli viene gentilmente restituito.
Dentro alle regole del gioco è infatti prevista l’infrazione massima alla regola del Buon Giocatore:
la distruzione dell’avversario, evidentemente
contraria a ogni possibile fair play.
Da allora a oggi non tutto è rimasto immutato:
la toponomastica del gioco originale è stata almeno leggermente corretta; la grafica ha avuto
qualche ritocco; nel 2001 si è ovviamente passati dalla lira all’euro. Dopo la perestrojka si è avuta la sospirata edizione russa, e in generale il
marketing ha avuto le sue trovate: edizioni per
petrolieri con tavoliere d’oro e diamanti, lussuosi campionati mondiali, giustificati solo dal desiderio dell’autocelebrazione visto che l’agonismo del gioco è irrimediabilmente inficiato dal
grande ruolo che ci gioca il caso.
Quel che è rimasto è la forma, anche esteriore,
del gioco: il Monopoli ha continuato a raccontare la sua favola di successo e di rovina, di iattanza e di dileggio. In molti giochi l’egoismo dei giocatori è previsto e istigato. Nel Monopoli l’identità di ogni giocatore è definita dalla ricchezza e
dalla capacità di accrescerla e farla fruttare a discapito degli altri: si gioca, dunque, con la propria antipatia. Poterla esibire per gioco, in una
cornice che ormai deve la propria ingenuità anche agli invecchiati connotati iconografici (stazioni, casette, alberghini), aiuta anche sé stessi:
possiamo illuderci che sia essa stessa un gioco, e
di averla messa fra parentesi.
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
le tendenze
Le ultime sfilate a Parigi e Milano l’hanno dimostrato:
lui si vergogna sempre meno di concedersi
accessori un tempo squisitamente femminili.
E così, tramontato il vecchio borsello anni
Settanta, ecco tascapane, bandoliere, borsoni
da viaggio, messenger bag e zainetti tecnici
Nuove mode
L’uomo con la borsetta
ora non fa più paura
L
AURELIO MAGISTA’
a crisi del maschio avrebbe adesso un’ulteriore conferma, se questa tesi non fosse ormai
da archiviare come mitologia di comodo, o almeno chiave di lettura troppo approssimativa
ma utile per spiegare la grande metamorfosi virile degli ultimi dieci anni. Lui sta cambiando, confusamente, con concessioni alla promiscuità dei ruoli, come dimostrano il vertiginoso aumento di cosmetici per lui e le non rarissime richieste di aspettativa per paternità,
e si vergogna sempre meno di dettagli un tempo squisitamente femminili, soprattutto
quando queste concessioni non sono dettate dal caso della moda ma dalle necessità della vita.
La borsa, per esempio, oggetto che non si può definire accessorio quando si tratta di donne,
poiché è piuttosto estroflessione della personalità, prolungamento fisico dell’io, contamina le
proposte per lui: forme, colori, soluzioni progettuali storicamente femminili contagiano molte
delle novità per l’uomo come hanno appena confermato Pitti Uomo e le sfilate milanesi. Quella del maschio e della borsa è una relazione storicamente dialettica, se non proprio sofferta. La
borsa infatti è pratica, risponde a un bisogno reale, ma ha sempre avuto un richiamo equivoco:
corollario dell’identità femminile, mette l’uomo in imbarazzo. E così, dopo la parentesi del borsello, sperimentata in quegli anni Settanta ansiosi di varcare frontiere e violare confini, ma
goffa fin dal nome (l’imposizione grammaticale del genere maschile), lui sembrava essersi
rassegnato alle borse tecniche e professionali, le ventiquattrore, i portacomputer, al limite
gli zainetti rivisitati in chiave urbana, nei casi più impegnativi i borsoni e i trolley da
weekend, per finire poi ogni estate, sparite giacche, giacconi, cappotti e con essi tutte le
relative comode tasche, a invidiare la borsetta della compagna. Invece adesso, accanto
alle virili bandoliere di The Bridge, ai seriosi tascapane Lacoste, appaiono messenger
bag a motivi floreali gialli (Bally), borsoni turchesi (Jill Sander) tracolle arancio (Prada
Sport), zainetti dal design spudoratamente femminile (Piquadro) e perfino borse come la quadrangolare di Gucci: oggetti ibridi, di confine, androgini se non proprio ermafroditi. Qualcuno leggerà in questi stilemi il declino e la caduta del maschio. Spiriti meno conservatori vi troveranno il segno che l’uomo può finalmente permettersi di giocare con i dettagli femminili proprio perché sta uscendo dall’antica
ossessione della propria virilità.
DUE MANI, UNA TRACOLLA
Due mani che suonano
una chitarra: graffiti
stile murales
per la tracolla Paul Smith,
di piccole dimensioni
ma grandi aspirazioni
BISACCIA AMBIVALENTE
Nostalgie retrò nella
forma ma funzioni
adeguate alla modernità,
come segnala la tasca
portacellulare.
Firmata The Bridge,
la bisaccia monospalla
in cuoio pieno fiore
COME UNA VOLTA
Il primo amore
non si scorda mai:
Keepall, la capiente
tracolla Louis Vuitton
con impugnature
in cuoio e doppia
bandoliera in corda,
è la reinterpretazione
di una storica
borsa della maison.
Evidenti i richiami
ai grandi viaggi
del primo Novecento
COME UNA CINTURA, PER L’ESTATE
Ideale per l’estate, quando alleggeriti dagli abiti
non si sa dove mettere le cose, la cintura con tasche Dior
in camoscio nero con rifiniture e fibbie in metallo
PER GLI INDECISI
Sportiva, da portare
senza formalizzarsi.
La piccola borsa
con doppia tasca,
dedicata agli indecisi
tra cintura e marsupio,
è realizzata in tela
di cotone, giocando
sui toni del marrone.
Lacoste by Samsonite
SPORTIVE
TRENDY
LO ZAINO
INTELLIGENTE
Evoluzione dello zaino
in chiave ergonomica,
Flight Series è dotato
di pannello dorsale
in materiale espanso
che ridistribuisce il peso
in maniera uniforme.
Eclettico, si adatta alle
esigenze di ogni sportivo.
Di North Face
DETTAGLI
ANDROGINI
Perfino la pochette diventa per
il maschio il contenitore più comodo
per chiavi e cellulare. Un nuovo segno
di emancipazione dalla virilità?
Design sofisticato,
con una implicita
citazione di Mondrian,
la borsa di Gucci risolve
stilemi femminili
scegliendo la ruvidezza
della tela. I dettagli
sono in pelle nera
e la fibbia spicca
su un nastro
in tessuto bicolore
DUE BUONI MOTIVI
PER UN WEEKEND
COLORATISSIMA
PER VOCAZIONE
Adatta per fine
settimana al mare,
almeno per due
buone ragioni:
le dimensioni
— vera 48ore
da diporto —
e il colore, un
turchese intenso.
In pelle, Jill Sander
Per gli uomini
che non amano passare
inosservati, Prada Sport
ha fatto questa borsa
arancio, con tracolla
e profili a contrasto
URBANO, SULLA SPALLA
O ALLA MANO
Classico zainetto
urbano da portare
a spalla o alla mano,
in poliestere, grigio
e giallo con stampa
del logo Sergio Tacchini
sulla capiente tasca
anteriore. Anche
nella versione
blu/rosso/bianco
NON DITELO
AL POSTINO
Messenger bag: il nome
si deve al modello
originale cui questa
e altre borse si rifanno:
la sacca del postino.
L’antica sobrietà diventa
bizzarria nella stampa
floreale e nel colore giallo
fluo. In tela, di Bally
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
i sapori
Una volta si bevevano, oggi si degustano.
Nonostante le raccomandazioni dei salutisti
e la crisi economica, gli italiani continuano
a regalarsi a fine pasto il piacere dei superalcolici.
A patto che il brivido distillato in fondo al bicchiere
sia di ottima qualità
Alta gradazione
Friuli
itinerari
Appassionato
di cocktail e
distillati,
Alessandro
Giani
lavora come
maître
all’Enoteca
Pinchiorri,
ristorante di
Firenze
che vanta una
delle più
prestigiose
cantine
Emilia Romagna
LA GRAPPA
Dopo anni di
ghetto alcolico,
è stata
sdoganata dai
friulani Nonino
con un paziente
lavoro su qualità
e immagine.
Dal bottiglione si è passati alle
pregiate ampolle di vetro soffiato,
mentre il “torcibudella” è stato
sostituito da monovitigni, cru,
barricati, distillati di uva e di miele.
Primario l’uso degli alambicchi
discontinui
Sardegna
IL BRANDY
I pionieri sono
stati Jean
Bouton, Lionello
Stock, Ausano
Ramazzotti,
Antoni Carpené,
i Branca. La
famiglia Zarri di
Bologna, proprietaria del marchio
OP-Pilla ha riportato il brandy italiano
a uno stato di grazia. Il segreto? Uve
Trebbiano di prima qualità e
alambicco discontinuo “Charantais”,
come i cognac più prestigiosi
IL MIRTO
Liquore sardo
per eccellenza.
Si ottiene per
infusione
idroalcolica
delle bacche o
delle foglie del
mirto, da cui la
doppia tipologia (rosso o bianco).
La pianta cresce in tutta la regione.
Se ne producono 2 milioni
di bottiglie l’anno. Marchio di punta,
il “Zedda Piras” di Sella&Mosca
(Campari)
DOVE DORMIRE
HOTEL MONTE DEL RE, via Monte
del Re 43, telefono 0542-679078,
Dozza (Bologna). Camera doppia da
85 euro, colazione inclusa
DOVE DORMIRE
HOTEL CARLOS V, Lungomare
Valencia 24, telefono 079-979501,
Alghero. Camera doppia con
colazione da 150 euro
www.hotelcarlosv.it
DOVE MANGIARE
AGLI AMICI, via Liguria 250, telefono
0432-565411, Godia (Udine).
Chiuso il lunedì, menù da 40 euro,
vini esclusi
DOVE MANGIARE
IL SOLE -ANTICA LOCANDA del
TREBBO (con camere), via Lame 67,
telefono 051-700102, Trebbo di
Reno (Bologna). Chiuso sabato a
pranzo e domenica, menù da 45
euro, vini esclusi
DOVE MANGIARE
ANDREINI, via Arduino 45,
telefono 079- 982098, Alghero.
Chiuso il lunedì, menù da 40 euro,
vini esclusi
DOVE COMPRARE
LA CASA DEGLI SPIRITI,
via dei Torriani 15,
telefono 0432-509216, Udine
DOVE COMPRARE
ENOTECA ITALIANA, via Marsala
2/b, telefono 051-235989, Bologna
DOVE COMPRARE
GASTRONOMIA MANGATIA, via
Università 68, telefono 079-234710
Sassari. www.mangatia.com
DOVE DORMIRE
SCACCIAPENSIERI, via Morpurgo
29, telefono 0432-674907, Buttrio
(Udine). Doppia con colazione a 100
euro
Liquore
Sono i litri del
volume di
mercato
nel settore
superalcolici
7,5litri
È di 7,5 litri
il consumo
pro capite
di superalcolici
in Italia
+5,2%
È l’aumento
complessivo
della spesa
per i
superalcolici
Poco ma molto buono
così cambia il dopocena
LICIA GRANELLO
S
48 mln
tate terminando una cena deliziosa: piatti riusciti, un bicchiere giusto per accompagnarli, compagnia all’altezza.
La domanda, pudica, attesa,
quasi retorica, arriva puntuale
insieme a una ciotola tentatrice, colma di
biscotti-cioccolatini-scorzette candite:
chi vuole un liquore? E sia, visto che malgrado gli allarmi a cadenze fisse, tesi a dipingerci come un popolo di potenziali
etilisti, le statistiche ci assistono benevole: fortunatamente lontani dai numeri
che condannano Stati Uniti, Nord ed Est
europeo nella classifica delle patologie da
abuso di alcol, amiamo regalarci qua e là
il piacere di un brivido distillato.
Già. Ma quale? Il ventaglio delle scelte, per tipologie, marche, valore, non è
mai stato tanto ampio come in questi
primi anni del secolo, comprendendo
liquori allegri e raffinati, chicche di pregio assoluto e piccoli rituali irrinunciabili, mediocri novità senza futuro e vecchie ricette mai sconfitte dal tempo.
Certo, se è vero che la crisi sta dimezzando i consumi voluttuari, i superalcolici più pregiati sono a rischio massimo. Racconta Gianola Nonino, la donna che ha ridato dignità e valore alla
grappa («nostra signora delle grappe»,
per dirla con Gianni Brera), padrona di
casa, ieri, del trentesimo celebre premio culturale: «Abbiamo lavorato tanto per creare la grappa da cru di monovitigno, e oggi ce la comprano solo all’estero».
È la triste sorte comune a molti grandi distillati, che la crisi economica induce a comprare con sempre maggior
parsimonia. Però, se nella quotidianità
dei pasti casalinghi, finanze e salute
consigliano di non andare oltre il “resentìn” di tradizione veneta (la minidose che serve a “sciacquare” la tazzina
dove abbiamo appena bevuto il caffè),
l’arrivo di ospiti cambia la prospettiva.
Perché il dopocena induce a ritualità
più intime e meditate. Ci si attarda a tavola, o ci si accoccola in poltrona. Per
quel momento, per quel gesto, vale la
pena investire qualche euro in più.
Così, se il bere giovane & veloce coincide con bicchierini meno pretenziosi
come il limoncello o più netti nel gusto
come la vodka, chi ha qualche anno in
più vira sui liquori ambrati, morbidi e
complessi. Non la quantità, ma la qualità a fare la differenza, anche nei bicchieri, sempre più tecnici — per esaltare aromi e profumi — ma anche belli da
vedere, da toccare, da rigirare tra le mani. Una ritualità capace di coinvolgere
anche l’universo femminile, a cui sono
dedicati i superalcolici meno aggressivi — rum agricoli, ottenuti da canna da
zucchero e non da melassa, distillati
d’uva — che ben si affiancano ai più tradizionali vini liquorosi, dal porto allo
sherry.
Cambiano anche i verbi, se è vero che
i superalcolici, soprattutto quelli di
qualità più alta, non si bevono ma si degustano. A volte, accompagnati in maniera forte da un sigaro. Più spesso (e
meglio per la salute) in abbinamento al
cioccolato. Non più all’interno delle
praline (gli storici “cuneesi” al rum),
ma serviti accanto uno all’altro, in un
gran bell’alternarsi di aromi e sentori.
Un “vizietto” che trasmigra facilmente da casa al ristorante. Siamo in
grande compagnia: dalla Francia all’Inghilterra, i paesi a più alta tradizione alcolica vantano ristoranti con carrelli di superalcolici così ricchi da risultare irresistibili. Da una parte cognac,
armagnac, calvados. Dall’altra, whisky
— di solo malto o assemblati — e gin.
Resistono, comunque, le chicche nazionali, a cui siamo affezionati e fedeli,
a patto di non metterle in concorrenza
con i Grandi Stranieri: il mirto, la sambuca, gli amari. E la grappa, che invece
ha messo le ali e vola alto nelle enoteche di tutto il mondo. Un secolo fa, la
usavano per darsi coraggio prima di andare in battaglia. Molto meglio godersela sorseggiandone un poco con le
“chiacchiere” dolci di Carnevale.
31,3%
È la quota di
consumo
nel Nord-ovest,
l’area dove
si beve di più
Rum
Demerara 1980
Whisky Port Ellen
Distillery 1978
Cognac Delamain
Reserve de la Famille
Prodotto nella Guyana
francese 25 anni fa a
partire dalla canna
da zucchero (da cui
la denominazione
“agricole”), è stato
imbottigliato in
Inghilterra.
Morbido ed
elegante: 110
euro
È un single malt
con 25 anni e 50 gradi
alcolici. Distillato nel
settembre del 1978 e
invecchiato nelle botti
dello sherry,
imbottigliato due
anni fa. Ha gusto
dolce.
Costa
90 euro
Riserva pregiata, vanta
la denominazione
“Tres vieille Grand
Champagne”
(vecchissima grande
campagna). Il vitigno
utilizzato è il Pinot de
Charente. Prezzo
consigliato
in enoteca
180 euro
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
GRAPPA
Per la grappa cru monovitigno Picolit,
l’uva-culto radicata in Friuli, i NONINO
usano vinacce fresche e selezionate. Le
bottiglie sono numerate. La rivista “Wine
Spectator” l’ha eletta distillato-principe
per il brindisi di inizio millennio. Costa 74
euro in enoteca. Usa gli alambicchi
discontinui anche la famiglia
BERTAGNOLLI, che produce DECEM,
blend di quattro vinacce, in barrique
per dieci anni. A 80 euro.
Il designer austriaco Willsberger ha
messo a punto un calice perfetto per la
degustazione olfattiva. Costo: 30 euro.
La discussione era finita,
ma Feodor Pavlovitc...
si accigliò e tracannò
ancora un bicchierino di
cognac, il qual bicchierino
era proprio di troppo
MIRTO
Il mirto dell’azienda BRESCA DORADA
di Paolo Melis è realizzato vicino a
Cagliari, ed esiste bianco - derivato dalla
foglia - e rosso, prodotto a partire dalla
bacca. Le uniche aggiunte sono miele
e zucchero. È in vendita a 9 euro.
Altro mirto di qualità, il TIU PEDRU.
È prodotto in Gallura da Giuseppe
Mangatia, gourmand con punto vendita
a Sassari. Costo: 10 euro.
Il bicchiere da mirto è studiato per
esaltare i particolari sentori della
bacca o della foglia. Il “Quinta Essentia”
di Spiegelau costa 22 euro.
FEODOR DOSTOEVSKIJ
da I FRATELLI KARAMAZOV
La solitudine
significa anche:
o la morte
o il libro.
Ma innanzitutto
significa alcol
MARGUERITE DURAS
da SCRIVERE
BRANDY
VILLA ZARRI, MILLESIMATO 1987:
un’annata speciale per il brandy
romagnolo che si ispira ai cognac.
Armonioso e speziato al naso, morbido,
con note di cuoio, in bocca: 45 euro.
Alto livello anche per il brandy della
famiglia ANTINORI: una produzione
speciale, realizzata in trent’anni solo
quattro volte e in piccole quantità. È
in vendita a 24 euro.
Il bicchiere da degustazione soffiato
a bocca, che esalta i profumi vinosi,
costa 30 euro (calice Willsberger
Brandy & Cognac).
Il piacere del bere: così cambiano le abitudini degli italiani
Frammenti di storia
nel bar del salotto
GIAMPAOLO FABRIS
L
Quindici uomini
sulla cassa del morto.
Yo-ho-ho, e una bottiglia
di rum! Il vino e il diavolo han
già fatto il resto. Yo-ho-ho,
e una bottiglia di rum
R. L. STEVENSON
da L’ISOLA DEL TESORO
Vodka
Grey Goose
Gin Bombay
Sapphire
Una vodka insolita,
perché prodotta in
Francia. Arriva dal
cognac, dove subisce
un processo reiterato di
distillazione (5 volte!),
a partire da cereali
coltivati in terra
di Champagne.
Costo sui
40 euro
Un distillato di dieci
tra erbe e spezie
di tutto il mondo,
dall’iris al coriandolo,
con un melange
segreto. Molto
piacevole anche
bevuto in
purezza.
Costo:
13 euro
e motivazioni e le tipologie del bere da parte degli italiani
forniscono una ulteriore, importante cartina di tornasole
di quanto incisivamente sia cambiato il Paese. Una premessa anzitutto. L’analogia, tanto cara a Sirchia il Talebano che
minaccia nuovi divieti sul fronte dell’alcol, tra l’Italia e quei Paesi in cui l’etilismo è davvero una piaga sociale — e dove anomia
e solitudine si annegano letteralmente nel bere — è del tutto
infondata. Non si registrano infatti, da noi, incrementi nel numero degli alcolisti, le quantità di alcol consumate sono rimaste stabili o in leggero regresso. Si diffonde, semmai, un positivo atteggiamento di chi non vuole rinunciare a uno dei possibili piaceri della vita ma in modo responsabile. Un atteggiamento di moderazione tanto diverso e lontano dagli eccessi così frequenti nel Nord d’Europa e l’Est europeo.
Un tempo i consumi di alcolici degli italiani si orientavano
prevalentemente verso grappa e brandy. La prima — oltre che
per radicate tradizioni e una vasta produzione autoctona — per
il costo più abbordabile rispetto a qualsiasi altro alcolico. In alcune aree del Paese la grappa si affianca al caffè nei consumi
mattutini. Il secondo — siamo già nell’epoca dei Caroselli —
presidia l’immaginario degli italiani con cacce alla volpe, camini accesi, atmosfere kitsch di status, incauti consumatori che
fanno richiesta di brandy senza marca squalificandosi davanti
a tutti sullo sfondo di una sfida epocale tra Stock 84e Vecchia Romagna. Una immagine caricaturale che purtroppo condizionerà a lungo — dopo gli iniziali successi — l’immagine e il vissuto di un prodotto pur tanto straordinario come il brandy.
Sono gli anni in cui, per gli italiani, il consumo
di alcolici mantiene ancora qualcosa di peccaminoso e il mondo degli amari ben si presta a fornire un potente alibi salutistico. Con gli amari —
un fenomeno di mercato tutto italiano e sconosciuto nei paesi industriali avanzati — l’alcol che
fa male si tramuta — per gli effetti presunti, per
la composizione organolettica — nell’alcol che
fa bene, che consente di superare l’impasse digestiva ed ha anche una contenuta gradazione.
I consumi sono elevati e, ripeto, propongono
una tipologia di alcolici tutta italiana. Il bar casalingo invece è presidiato da una eterogenea
famiglia di liquori dolci — talvolta la stessa bottiglia dura anni — stereotipicamente destinati ad improbabili
ospiti e ad un pubblico femminile.
L’epoca del whisky segna una vistosa discontinuità rispetto
agli alcolici di produzione italiana. Il whisky è uno dei prodotti
più esemplari del diffondersi della modernità, di quell’american way of life la cui attrattività riesce persino a far aggio sulle
pregiudiziali ideologiche nei confronti degli Usa. All’inizio è il
mero possesso/consumo a qualificare socialmente, i whisky
più diffusi sono tutti blended. Poi cominciano a farsi strada i puro malto e l’intenditore per antonomasia si chiama Michele
(Glen Grant) anche se “abbiamo l’esclusiva” — una delle campagne più emblematiche dei valori degli anni Ottanta, “Milano
da bere” non regge il confronto — è appannaggio, per gli yuppies di allora, di una marca più titolata (The Glenlivet). Il passo
successivo, che ci porta ai nostri tempi — ma il trend di consumo è costantemente in discesa — è verso i whisky di Islay, torbati, con nomi in gaelico impronunciabili ma, anche per questo, di culto. Negli ultimi anni i white spirits — vodka e gin — e
il rum acquisiscono il testimone dell’attualità culturale ma sono soprattutto cocktail a bassa gradazione a divenire popolari
fra i più giovani: dal Campari mix al Bacardi breezer. E le rumerie e il rapido, travolgente diffondersi dei locali happy hour con
nuove modalità aperitivali segnano l’ingresso in una nuova
epoca.
L’autore è ordinario di Sociologia
dei consumi alla Uilm
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 GENNAIO 2005
l’incontro
Tecnologie ribelli
A dicembre il suo iPod, regalato in
milioni di esemplari, lo ha
trasformato nel primo Babbo Natale
della globalizzazione. Ora ha un
nuovo sogno: “dare a tutti un
computer”, sfida che
rischia di vincere con
il Mac mini. Ma lui,
l’uomo in jeans, alla
vigilia dei cinquant’anni,
si definisce solo
“fortunato”. Non per le
soddisfazioni e i soldi
accumulati nel 2004, ma per aver
sconfitto la malattia e poter contare
sulla “miglior famiglia del mondo”
Steve Jobs
ica male, eh?».
L’uomo in jeans
scoloriti e girocollo nero strizza l’occhio soddisfatto al gruppetto di
giornalisti che lo hanno seguito quando, sceso dal palco, è andato a raccogliere i saluti e gli abbracci dei familiari
e degli amici più intimi. Nella grande
sala del Moscone Center di San Francisco i grandi altoparlanti neri stanno ancora lanciando nell’aria ad alto volume
le note di canzoni rock mentre migliaia
di persone sfollano con calma. Steve
Jobs non può nascondere la propria
soddisfazione mentre Al Gore gli si avvicina e lo abbraccia.
Ci sono diversi volti noti in platea,
ma per una volta anche un ex vicepresidente che è stato quasi presidente
passa quasi inosservato, lui come gli
altri vip presenti. Tutta l’attenzione è
per quell’uomo in jeans, quell’eterno
ragazzo visionario, uno dei pochissimi al mondo che può far parte di quell’incredibile club di scienziati-inventori che ha provocato la grande rivoluzione del fine-secolo scorso: la rivoluzione dei computer.
«La presentazione è finita ragazzi»,
aggiunge sorridendo mentre familiari
e colleghi cercano di fargli da guardie
del corpo, e con passo svelto si avvia
verso l’uscita stringendo mani ignote e
salutando con il piglio da rockstar.
«Ci dica almeno come è andato l’anno che è appena finito, è contento?». Il
viso del guru della Apple si fa per un attimo serio, sembra concentrarsi su
qualcosa, come se stesse vedendo immagini lontane. «È stata una bella sfida,
sì. Credo di essere proprio un uomo fortunato». In quel momento, mentre l’attore Robin Williams lo abbraccia quasi
commosso, si intuisce che il “miliarda-
ta libertaria che mal sopporta i lacci
del conformismo e del perbenismo ufficiale, Bob Dylan come artista favorito — «è un vero poeta» — l’essere vegetariano. Quando un anno fa lancia
iTunes, quei due mondi si ritrovano
nel grande universo dell’iPod, così come ha fatto incontrare (grazie alla casa di animazione Pixar) Hollywood e la
Silicon Valley, un connubio che già
qualcuno chiama «Silliwood».
«Anche professionalmente è stato
un anno veramente straordinario»,
aggiunge quasi in colpa per aver deviato dai suoi compiti ufficiali — promuovere i nuovi prodotti Apple al
McWorld, la annuale fiera dei “mcmaniaci” — «e io mi sento veramente molto bene». Gli anni difficili sono lontani,
la battaglia, persa, contro John Sculley
— il manager che veniva dalla Pepsi
Cola e che nominato presidente lo esiliò in quella che Steve chiamò «la mia
Siberia» — è un ricordo sbiadito, forse
ancora più piacevole perché addolcito
dalla vendetta finale.
Il periodo nero,
che lo ha portato
ad essere estromesso
dalla sua stessa
società, è alle spalle,
i vip fanno la fila
per salutarlo e lui
può voltarsi indietro
e dire: “Sono proprio
soddisfatto”
FOTO CORBIS
«M
SAN FRANCISCO
rio in jeans” non sta parlando dei clamorosi successi del suo business 2004;
si capisce che il “babbo natale della globalizzazione”, l’uomo che ha portato
milioni di regali (in forma di mini iPod)
sotto gli abeti addobbati di tutto il mondo, si riferiva a una sfida molto più importante, a un regalo di Natale che nessun negozio — neanche quei posti da
sogno post-moderno che sono i negozi
della Apple — avrebbe potuto vendere
o regalare: stava parlando di quanto
successo l’estate scorsa, quando è finito sotto i ferri del chirurgo per un cancro pancreatico.
«Sì, sono stato fortunato, in questi
casi impari ad apprezzare tutto ancora
di più». E così a settembre è potuto tornare al lavoro con una voglia di rivincita verso la vita ancora più grande del solito: «Ho capito che amo la vita, la amo
veramente. Ho la migliore famiglia del
mondo, ho il mio lavoro. E mi basta.
Non sono il tipo che socializza molto,
non mi piace andare in giro a tenere
conferenze, amo la mia famiglia, amo
dirigere Apple».
«Un fortunato» Steve Jobs lo è stato in
diverse occasioni, nei suoi cinquant’anni di vita e la sua fortuna forse
è iniziata proprio lì dove per altri possono iniziare le difficoltà, in una nascita che avrebbe potuto renderlo infelice
per sempre. Anche se nelle biografie ufficiali è un orfano adottato da una famiglia californiana e nei suoi ricordi è
nato a San Francisco, Steve Jobs è in
realtà nato — il 24 febbraio del 1955 —
a Green Bay, Wisconsin, da una donna
che si chiamava Joanne Simpson e da
un padre egiziano di cui nessuno ha
mai saputo il nome e che è scomparso
nel nulla.
Quel che è vero è che, nato da poco,
viene adottato da Paul e Clara Jobs, una
coppia di Mountain View, California,
oggi cuore della Silicon Valley, «un posto dove c’è un capitale umano di
straordinario valore». Steven Paul Jobs
non è felice nella scuola di Mountain
View, così «papà Paul e mamma Clara»
si trasferiscono nella vicina Los Altos,
dove il futuro ragazzo-prodigio frequenta la Homestead High School: non
eccelle negli studi ma il suo insegnante
di elettronica lo ricorderà per «avere
sempre un modo diverso di guardare le
cose».
Crescere in Northern California —
così diversa da quella del sud, la California di Los Angeles — segna il carattere e il futuro di Steve, che diventa
uomo in mezzo a due universi solo apparentemente in contraddizione:
quello della innovazione tecnologica
e quello della musica psichedelica e
del rock della West Coast. Degli anni
Sessanta — «tutto quello che succedeva aveva successo, l’America mi sembrava così giovane e ingenua, un posto
dove tutto era possibile» — assorbe
tutto il meglio, del mondo degli hippies gli restano ancora delle eredità: il
suo modo informale di vestire, una vi-
Dopo la high-school Steve va al Reed
College di Portland, Oregon, dove studia fisica, letteratura e poesia, ma che
abbandona dopo appena un semestre.
Tornato in California diventa uno dei
più assidui frequentatori del “Homebrew Computer Club”, insieme a un altro ragazzo di qualche anno più grande di lui, che con lui divide la visionaria
immagine del mondo del futuro: Steve
Wozniak. E saranno proprio i due Steve — dopo una parentesi di lavoro alla
società di giochi elettronici Atari — a
fondare nel 1976 (quando Jobs ha solo
21 anni) la Apple.
Di quei primi anni gli restano l’entusiasmo, il successo, i tradimenti che lo
portano fuori dalla società da lui fondata, la voglia di rivincita. Gli resta “anche una figlia”, Lisa, avuta a 23 anni da
una madre che non ha mai sposato e
che da teen-ager va a vivere con il padre. Nel 1991, prima del grande ritorno
da protagonista a capo della Apple,
sposa Laurene Powell, conosciuta all’università di Stanford dove era andato a tenere una conferenza; con cui ha
altri tre figli e con cui vive nella villa (degli anni Trenta) da quattro milioni di
dollari di Palo Alto, orgoglio della cittadina che ospita Stanford.
Risale a molti anni fa anche la scoperta di una sorella naturale, che cerca
fino a quando non la trova; una sorella
— «che oggi è una delle sue migliori
amiche» — Mona Simpson, scrittrice di
successo e autrice di The Lost Father,
romanzo che ha molto di autobiografico; come molto reale è il personaggio di
un altro libro che sembra la copia fiction di Steve Jobs.
Nel familiare ambiente del Moscone Center Steve Jobs è tornato per lanciare il più ambizioso obiettivo della
Apple nei suoi ormai quasi trent’anni
di storia: «Dare a tutti un Mac». Ha parlato a braccio per quasi un’ora e mezza, con il suo abbigliamento preferito,
che a guardare le foto nel corso degli
anni sembra quasi il suo unico modo
di vestire: jeans scoloriti, maglia a girocollo nera, scarpe da runner. Gesticolando in piedi, o stando seduto dietro un iMac ha illustrato il nuovo rivoluzionario «computer per tutti da 499
dollari», un iPod da 99 dollari, nuovi
software e un sistema operativo ancora più semplice e ricco.
«I nuovi prodotti?». Ci pensa un attimo, quasi a voler dire «ma non li avete
visti?», poi scuotendo la testa spiega:
«Sono qualcosa di veramente nuovo».
Storicamente il cliente Apple è un «professionista creativo», uno che non si
preoccupa troppo se deve pagare di
più, in cambio vuole — e ottiene — alta
qualità. Questa volta le novità di cui
parla Jobs si rivolgono a un mercato di
massa, a quelli che definisce gli switchers, gente che vorrebbe passare al
Macintosh ma è frenata dai costi, oppure che vuole aggiungere il Mac al Pc
come secondo computer, quasi fosse la
«seconda casa» quella delle vacanze o
delle grandi occasioni: «Noi pensiamo
che il Mac mini, lo abbiamo chiamato
così dopo il grande successo del mini
iPod, rimuoverà l’ultima barriera per
chi vuole avere un Mac. Adesso tutti ne
potranno avere uno al prezzo più abbordabile che si sia mai visto». Prezzo
abbordabile senza nulla perdere in
qualità, «anzi gli diamo qualcosa di più,
perché nel Mac mini ci sarà il nuovo sistema operativo Tiger, con un proprio
motore di ricerca».
Come rivoluzionario è il nuovo piccolissimo iPod Shuffle, che in realtà
non è neanche un iPod ma un lettore
di Mp3, solo più bello, più leggero, più
semplice da usare e più economico.
«Ci siamo domandati se ci sarebbero
stati problemi senza il display per leggere i titoli delle canzoni», poi hanno
scoperto che la stragrande maggioranza degli Ipodisti non lo guarda, una
volta scaricata la musica mette la modalità shuffle, per sentire le canzoni
così come capitano, random: «La gente ha scoperto un nuovo modo per
ascoltare musica. Non sei tu che la cerchi è lei che ti trova».
Sorride ripensando a quello che gli
dicevano gli analisti quando lanciò il
colorato mini iPod da 4 gigabyte a 249
dollari, un «prezzo troppo alto, non
sfonderà». E invece aveva ancora una
volta ragione lui. Del resto dal 2001, anno in cui ha fatto la sua comparsa il primo iPod, di quell’oggetto ormai cult ne
sono stati venduti più di dieci milioni,
di cui 8,2 solo nel 2004; una crescita del
500 per cento annuo.
«L’era della musica digitale è appena
iniziata e sarà un mercato enorme», aggiunge mentre fa segno con la mano
che deve andare. La Apple diventerà
una company di musica digitale? «No,
ma è un grande mercato. Ogni anno in
America ci sono 800 milioni di cd venduti, il che significa circa dieci miliardi
di canzoni vendute legalmente. E noi le
vendiamo a 99 cents l’una». «Sì sono
proprio soddisfatto».
‘‘
ALBERTO FLORES D’ARCAIS
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DI Repubblica - La Repubblica.it