la domenica DI REPUBBLICA DOMENICA 10 AGOSTO 2014 NUMERO 492 Cult La copertina. L’utopia dei fabbricanti di lingue Straparlando. Eva Cantarella: “Io e Antigone” La poesia. La speranza sfiorita di Ronsard 90 Quei favolosi anni Una grande mostra celebra il decennio che pareva insignificante. E che invece... DISEGNO DI RICCARDO MANNELLI PER “REPUBBLICA” ANAIS GINORI e GUIA SONCINI Il reportage. New York Beach, a ciascuno la sua spiaggia L’inedito. Lo zoo di Proust: alla ricerca (ossessiva) degli animali perduti Spettacoli. Un giorno sul pianeta Subsonica Next. Skyline 2020, le città assalteranno il cielo anche con la sabbia e il bamboo la Repubblica LA DOMENICA 26 DOMENICA 10 AGOSTO 2014 La copertina. Quei favolosi anni Novanta TIM BERNERS-LEE INVENTA IL WORLD WIDE WEB: IL MONDO INIZIA A NAVIGARE IL PREMIER FINLANDESE È IL PRIMO A USARE UN CELLULARE GSM: IL MONDO INIZIA A TELEFONARE CON NAOMI CAMPBELL, LINDA EVANGELISTA E EVA HERZIGOVA LE MODELLE RAGGIUNGONO IL TOP LA GERMANIA VINCE ITALIA 90 BATTENDO L’ARGENTINA LA CANTANTE IRLANDESE SINEAD O’CONNOR CONTESTA IL PAPA E NE STRACCIA UNA FOTO IN TV SU MTV VA IN ONDA “THE REAL WORLD”: IL NONNO DEL “GRANDE IN TV PRIMA PUNTATA DI “NON È LA RAI” (“QUEL BONCOMPAGNI LÌ...”) ESCE “EDWARD MANI DI FORBICE” IN LIBRERIA “GENERAZIONE X” DI DOUGLAS COUPLAND, MANIFESTO DEGLI ANNI ’90 DI TIM BURTON 1990 FRATELLO” CHE VERRÀ & FRIENDS”: 1991 VIDEO-PESTAGGIO DI RODNEY KING: A LOS ANGELES SCOPPIA LA RIVOLTA DEI NERI NOBEL PER LA PACE AL PRESIDENTE DELL’URSS MICHAIL GORBACIOV MANDELA LIBERO DOPO COMINCIA LA GUERRA VENTOTTO ANNI DI CARCERE OCCHETTO ANNUNCIA LA FINE DEL PCI L'IRAQ INVADE IL KUWAIT: INIZIA LA GUERRA DEL GOLFO L TEMPO DELLA NOSTALGIA È DI VENT’ANNI. Negli anni Settanta, i Cinquanta di Happy Days. Negli anni Ottanta, i Sessanta di Sapore di mare. Nei Novanta Anima mia, e a inizio secolo Notte prima degli esami. Da che esiste il pop, i quarantenni producono opere d’ingegno sui loro vent’anni. E allora perché non c’è ancora un film o una serie sugli anni Novanta? Gli americani ci hanno appena fatto un documentario, sì (The 90s: The Last Great Decade?, su National Geographic), ma non basta. Ci dev’essere una spiegazione alla difficoltà di creare un’epica di quel decennio. Quello in cui brillanti promesse hanno raggiunto lo status (tuttora in vigore) di venerati maestri: da George Clooney a Roberto Benigni, da Nick Hornby a Fiorello. Il decennio della Cool Britannia e del clintonismo, di Titanic e di Non è la Rai. Quello in cui la Pixar cancella le generazioni e s’inventa il mondo come sarebbe stato da lì in poi: padri e figli che guardano gli stessi cartoni animati. Quello della spaccatura tra bianchi e neri con il pestaggio di Rodney King e le rivolte di Los Angeles, e della pacificazione nazionale affidata a un telefilm per ragazzini come Will, il principe di Bel Air, che fece di Will Smith la più grande star nera dopo Michael Jackson. Quello delle top model più celebri delle attrici, e dell’inizio della gastrocrazia: in principio, sembrava solo un risotto che doveva far sembrare più alla mano un uomo politico. L’ultimo decennio senza reality show, senza talent, senza la dittatura dei dilettanti. Prendiamo un anno a caso del decennio: il 1994. L’anno di O. J. Simpson, e quello di Penso positivo. Quello del premio sanremese della critica al Faletti di Minchia, signor tenente, e della morte di Kurt Cobain. Di Mandela presidente, e di Forrest Gump. Ma, soprattutto, l’anno in cui sarebbe nato il deprecabile immaginario di cui non ci saremmo mai più liberati, l’iconografia più dura a morire: Pulp Fiction. Spiega Peter Biskind in Down and Dirty Pictures (Simon and Schuster) I 1992 A PALERMO LE STRAGI DI CAPACI E VIA D’AMELIO IN CUI VENGONO UCCISI GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO IN JUGOSLAVIA A MILANO GORBACIOV SI DIMETTE. MUORE L’URSS, NASCE LA CSI TANGENTOPOLI UNA DROGA SINTETICA INVADE LE DISCOTECHE: SI CHIAMA ECSTASY. E SORRIDE GUIA SONCINI A MODENA IL PRIMO “PAVAROTTI IL TENORE È ORMAI UNA SUPERSTAR ARRESTATO MARIO CHIESA: INIZIA A WASHINGTON BILL CLINTON ELETTO PRESIDENTE DEGLI USA Web, grunge, Pulp e Diana Dopo i Sessanta e gli Ottanta è arrivato il momento di guardare all’epoca che inventò il “sestessismo” che le ragioni per cui il film di Quentin Tarantino è stato un punto di non ritorno sono due. Una economica: nessun film indipendente aveva mai superato i cento milioni di dollari d’incasso, e il produttore Harvey Weinstein dice che, per convincere un regista a lavorare con lui, non gli è mai più stato necessario dire altro che “Siamo quelli che hanno fatto Pulp Fiction”. L’altra ragione è di vanità: fu il film che illuse i registi che si potesse diventare divi in proprio. La star era Quentin: più di Uma Thurman, più di John Travolta. Essere più visibile della propria opera: Tarantino si dimostrava più egolatra di Nanni Moretti, che l’anno prima aveva definito il decennio con Caro Diario, convenzione narrativa presa tragicamente alla lettera da un pubblico che non vedeva l’ora di mettersi in scena e di raccontare i fatti propri al mondo. Certo, non tutti sapevano maneggiare una macchina da presa, E dal noi passammo all’io 4 IN COPERTINA 1. GSM 2. LUCIANO PAVAROTTI 3. KURT COBAIN 4. LEONARDO DI CAPRIO E KATE WINSLET IN “TITANIC” 5. NELSON MANDELA 6. MARCO PANTANI 7. ROBERTO BENIGNI 8. ECSTASY 9. DAVID LYNCH 10. HARRY POTTER 11. UMA THURMAN IN “PULP FICTION” 12. LADY DIANA 13. SUBCOMANDANTE MARCOS 14. NAOMI CAMPBELL 2 3 5 6 1 7 12 14 13 10 8 9 ma non serviva: era il decennio in cui si diffondeva la Rete, presto ognuno sarebbe stato artefice della propria esibizione. Sono passati vent’anni e Tarantino è ancora in copertina, per una voce di flirt con Uma Thurman probabilmente messa in giro per lanciare il terzo capitolo di Kill Bill, o per pubblicizzare il ventennale proprio di Pulp Fiction. Se non esiste un film che racconti gli anni Novanta, forse è perché dagli anni Novanta non siamo ancora usciti. Il 1994 è stato, anche, l’anno di passaggio nella definizione di quel che saremmo stati a mezzo televisione. Tra il 1993 di Delusa e il 1995 di Davvero. Delusa è forse l’unico pezzo, in un’intera 11 ELIO MICROSOFT PRESENTA WINDOWS 95: SUL PC ARRIVANO LE ICONE E LE STORIE TESE VINCITORI “MORALI” DI SANREMO CON “LA TERRA DEI CACHI” CON EBAY LO SHOPPING ONLINE DIVENTA DI MASSA SONY LANCIA LA PLAYSTATION (E I TEENAGER LA PRENDONO AL VOLO) ESCE “(WHAT'S THE STORY) MORNING GLORY?” DEGLI OASIS: IL BRIT-POP INCANTA IL MONDO 1995 A PALERMO SI APRE IL PROCESSO A ANDREOTTI PER ASSOCIAZIONE MAFIOSA ESCE “GIOVENTÙ CANNIBALE”, ANTOLOGIA DI UN NUOVO MOVIMENTO LETTERARIO ITALIANO SI SCIOLGONO I TAKE THAT, SIMBOLO DEGLI ANNI ’80 1996 ROMANO PRODI VINCE LE ELEZIONI I TALEBANI CONQUISTANO KABUL NEL CANALE DI SICILIA, NELLA NOTTE DI NATALE, LA PRIMA STRAGE DI MIGRANTI: MUOIONO 283 PERSONE CON GLI ACCORDI DI DAYTON FINISCE LA GUERRA NELL’EX JUGOSLAVIA NASCE LA PECORA DOLLY, IL PRIMO MAMMIFERO A ESSERE STATO CLONATO CON SUCCESSO la Repubblica DOMENICA 10 AGOSTO 2014 27 ENORME SUCCESSO PER “VA’ DOVE TI PORTA IL CUORE” DI SUSANNA TAMARO SULLA CBS DEBUTTA IL “LATE SHOW” DI DAVID LETTERMANN KURT COBAIN, LEADER DEI NIRVANA IN SELLA A UNA VESPA NANNI MORETTI RACCONTA IL SUO E SIMBOLO DEL GRUNGE, SI SPARA UNA FUCILATA IN BOCCA “CARO DIARIO” ESCE “PULP FICTION” DI TARANTINO: ED È SUBITO CULT IN TV SPOPOLANO LE SERIE “FRIENDS” E “X-FILES” 1993 1994 SILVIO BERLUSCONI PREMIER CATTURATO IL BOSS MAFIOSO TOTÒ RIINA, LATITANTE DA 23 ANNI. ARRESTATO ANCHE PIETRO PACCIANI: È LUI IL MOSTRO DI FIRENZE? PRIMA APPARIZIONE IN PUBBLICO DEL SUBCOMANDANTE MARCOS CENTO MILIONI DI SPETTATORI SEGUONO IN DIRETTA TV CON L’ENTRATA IN VIGORE DEL TRATTATO DI MAASTRICHT NASCE L’UNIONE EUROPEA carriera di slogan e suggestioni, in cui si capisca esattamente di cosa stia cantando Vasco Rossi: «Sei tu che quando balli così in televisione, chissà com’è orgoglioso di te il tuo papà […] Eh, sì, papà è geloso e così non ti lascia uscire: però in televisione sì, chissà perché […] Però, quel Boncompagni lì, secondo me». Erano tempi con maggior senso dello spettacolo, o forse è solo che non c’era Twitter sul quale minacciare denunce per ogni critica: a Non è la Rai Gianni Boncompagni fece cantare ad Ambra una versione del brano in cui Vasco Rossi veniva nominato al suo posto; con le accuse d’essere un vecchio porco i due furono pari, e la pubblicità per entrambi fu doppia. Davvero veniva da Mtv, dove s’intitolava The Real World, e fu l’embrione della tv del secolo successivo (il Grande Fratello sarebbe arrivato nel 2000). Sette ragazzi convivevano in un appartamento di Bologna, seguiti tutto il giorno dalle telecamere. Mancava la parte di gara, le esclusioni, il televoto, ma insomma era nato il reality. Non si sarebbe chiamato così per qualche anno ancora, ma aveva già la caratteristica precipua del genere: la realtà non è mai abbastanza interessante da costituire reality. Giovanni Minoli, che adattò il format per RaiDue, dice che inventarono «quello che poi sarebbe stato il confessionale, il se stesso che si raccontava alla telecamera» perché le riprese pure delle giornate dei ragazzi erano noiosissime. Dice anche che la loro intenzione mica era giocare al ribasso, figuriamoci: «Volevamo analizzare il rapporto reale tra antropologie diverse». Gli viene da ridere, probabilmente consapevole di come il tutto sappia di posa intellettuale posticcia, mentre aggiunge: «Non dico il Decameron, ma insomma...». Il fatto è che c’è una contraddizione non sanata, nel decennio che s’inventa «il se stesso che si racconta», quello in cui l’essere se stessi smette d’essere ambizione goffa da reginetta di bellezza e pone le basi per la dignità che avrebbe avuto nel secolo successivo: il sestessismo come discorso programmatico di presidente del LA CATTURA DI OJ SIMPSON che ancora ci sfugge. Dal crollo del muro di Berlino a quello delle Torri Gemelle, gli anni Novanta sono «ontologicamente legati alla fine», spiega François Cusset, storico delle idee e professore di Civiltà americana all’Università di Nanterre, che ha curato uno dei primi tentativi di catalogare il decennio più lungo del secolo breve. Une Histoire (critique) des Années 90, appena pubblicato dalle edizioni La Découverte, accompagna la mostra La Décennie, in corso al Centre Pompidou di Metz fino al 2 marzo 2015. La Francia è il primo paese a lanciarsi nella rievocazione di un’epoca finora considerata come una mera transizione, uno spazio bianco. «Un decennio che sfugge alle definizioni e mette in crisi la storiografia» racconta Stéphanie Moisdon, curatrice della mostra che, attraverso immagini, video, testimonianze, documenti cerca di abbozzare un racconto corale dei tremendi eppur magnifici “Nineties”. È la “Generazione X” che, secondo il romanzo di Douglas Coupland pubblicato nel 1991, ha imparato a convivere con un mondo esploso, la fine delle ideologie, il trionfo del neoliberismo, gli albori di Internet, il passaggio dalla civiltà della riproducibilità delle opere a quella dell’accesso illimitato, la fine della Storia e della militanza. Una generazione — i nati tra il 1965 e il 1977 — travolta da un’accelerazione tecnologica e scientifica (il sottotitolo del libro di Coupland era Tales for an Accelerated Culture) orfana di ogni bussola politica e culturale, con la sensazione immanente che «tutto sia già stato detto», come osservava Kurt Cobain, icona di quest’epoca di passaggio. Anni non più spensierati ma non ancora di terrore. “Meglio essere tristi che infelici” è una delle frasi simbolo di questo periodo in cui tutto è da ricostruire. «Non abbiamo cercato di celebrare un’epoca ideale e perduta, ma di rendere attuali forme di allora» spiega ancora il curatore del libro francese. Un decennio che non ha ancora avuto diritto ai grandi revival, forse perché sembrava nato-morto e invece si scopre oggi ancora vivo. Chiusa la parentesi psicotica degli Anni Zero, è la tesi della mostra a Metz, ci ritroviamo ancora immersi in quel magma informe a cui non sappiamo dare un nome. E così Les Inrockuptibles si domanda in copertina: “Dobbiamo rimpiangere gli anni Novanta?” Consiglio, nientemeno. Mentre ci confessavamo a telecamere e connessioni internet, mentre scambiavamo la rigorosa sceneggiatura di Moretti per un afflato di spontaneismo, cominciavamo anche a cercare di darci un tono. Non era tv: era ricerca antropologica. Non era vanità: era cinema d’autore. Non era una canzonetta: era polemica sociologica. Lo sintetizza bene Lorenzo Jovanotti: «Nasce la smania d’essere altro da quello che si è. Non si chiamava più “musica da discoteca” ma “club culture”: voleva dire che ballare era una cosa fatta dagli intelligenti». Volevamo essere noi stessi — qualunque cosa significasse — ma volevamo anche sentirci più bravi dei bravi: Peter Mehlman, tra gli autori della sitcom più popolare dell’epoca, Seinfeld, ha raccontato che ogni mese la segretaria gli portava centinaia di lettere standard di rifiuto da firmare, in risposta alle centinaia di americani pieni d’autostima che ogni mese pensavano che, suvvia, cosa ci vorrà mai a scrivere una cosa vista da alcune decine di milioni di persone, e inviavano la loro brava sceneggiatura di Seinfeld. Volevamo essere noi stessi, e che bastasse: persino l’arte contemporanea diventò un diario cui era stato tolto il lucchetto. La più famosa opera del filone sestessista, My Bed, il letto sfatto di Tracey Emin, è appena stata messa all’asta dal collezionista Charles Saatchi. È quasi irresistibile la tentazione di vederci la fine di un’epoca, il ritorno a una qualche lucidità in cui confessare la propria intima essenza non basti, in cui essere spontanei smetta d’essere un’ambizione. Ma nel 2014 il letto sfatto del ‘98 è stato comprato per due milioni e mezzo di sterline: è difficile spacciare la vendita per segno d’ineluttabile declino. Forse come simbolo della fine di un’epoca ha più senso prendere quel tizio che nel 1990 prese sette Oscar. Sembra un’altra vita. Si chiama Kevin Costner. La grande e definitiva opera su un’epoca forse deve partire da lui. Cominciare da Balla coi lupi, e finire alla pubblicità del tonno. © RIPRODUZIONE RISERVATA © RIPRODUZIONE RISERVATA ANAIS GINORI PARIGI U NA STORIA che comincia con una fine e termina con l’inizio di qualcosa Il decennio stavolta si mette in mostra P BLUE (COMPUTER IBM) SCONFIGGE KASPAROV (CAMPIONE DI SCACCHI) DEE LARRY PAGE E SERGEY BRIN BATTONO TUTTI FONDANDO GOOGLE I RADIOHEAD NON POSSONO FARE ALTRO CHE USCIRE CON IL LORO “OK COMPUTER” ARRIVA IL PRIMO LIBRO DELLA PIÙ FORTUNATA TRA LE SAGHE: HARRY POTTER LA FRANCIA MULTIETNICA DI ZIDANE VINCE I MONDIALI A PARIGI IL MONDO CHE VERRÀ È GIÀ NELLE SALE DEI CINEMA: ESCE “MATRIX” MARCO PANTANI FA ANCORA DI PIÙ: NASCE MESSENGER PER INVIARE MESSAGGI DI POSTA ELETTRONICA GRATIS MA VASCO ROSSI BATTE OGNI RECORD: PER LUI 130MILA PERSONE ALL’HEINEKEN JAMMIN FESTIVAL DI IMOLA “LA VITA È BELLA” DI BENIGNI VINCE TRE OSCAR VINCE GIRO D’ITALIA E TOUR DE FRANCE IL "TITANIC" CHE NON AFFONDA: VINCERÀ 11 OSCAR 1997 A MIAMI VIENE UCCISO NELLA SUA VILLA GIANNI VERSACE I LABURISTI DI TONY BLAIR VINCONO LE ELEZIONI INGLESI LA MORTE A PARIGI DI LADY DIANA COMMUOVE IL MONDO 1998 STRAGE DEL CERMIS: MUOIONO 20 PERSONE NELL’INCIDENTE PROVOCATO DA UN AEREO MILITARE USA IN TRENTINO SCANDALO LEWINSKY: IL PRESIDENTE BILL CLINTON VIENE SOTTOPOSTO A IMPEACHMENT 1999 A SEATTLE PER LA PRIMA VOLTA FA LA SUA COMPARSA IL MOVIMENTO NO GLOBAL VLADIMIR PUTIN SUCCEDE A ELTSIN ALLA PRESIDENZA RUSSA. OGGI È ANCORA IN SELLA la Repubblica LA DOMENICA DOMENICA 10 AGOSTO 2014 28 Il reportage. Beach boys In principio fu Coney Islande il suo milione di bagnanti. Poi vennero i giochi con gli idranti ALBERTO FLORES D’ARCAIS NEW YORK «U NTEMPO c’era- vamo noi e gli italiani. E si stava decisamente meglio». Avram va per gli ottanta, la barbetta bianca, una maglietta scolorita, short, sandali, un asciugamano sgargiante e voglia di chiacchierare. «Sono un vecchio e sono ebreo, aschenazita per dirla tutta. E sono americano. La spiaggia l’hanno sistemata proprio bene, eh? Però questi russi sono troppo invadenti. E anche un po’ maleducati. Pensano che il mare sia cosa loro». A Manhattan Beach — bella spiaggia semicircolare all’interno di un parco — sentir parlare russo è in effetti abbastanza comune, ma il vecchio Avram esagera. Sdraiati a prendere il sole, con o senza ombrelloni, gente di ogni tipo, accenti (e qualche lingua) diversi e fisici di tutte le taglie, si ammucchiano in questi weekend estivi alla ricerca di frescura e di una giornata al mare. A Manhattan Beach come sulla vicina Brighton Beach (qui sì i russi la fanno da padroni, tanto che viene chiamata Little Odessa), o sulle lingue di sabbia di Rockaway Beach; a Orchard Beach, la spiaggia delle famigliole del Bronx, con le sue onde inesistenti che la rendono quasi una piscina naturale per bambini; nella piccola Governors Island, a Fort Tilden come nell’oasi naturale di Jamaica Bay. Ecco i luoghi dove i newyorchesi hanno finalmente ritrovato il loro mare di casa. E hanno eletto le spiagge in dell’estate 2014. Come erano diverse le estati di un tempo nella “città che non dorme mai”, quanto sembrano lontane quelle immagini immor- BRIGHTON BEACH ORCHARD BEACH META PREFERITA DALLE FAMIGLIE DI ORIGINE RUSSA FREQUENTATA DAGLI ABITANTI DEL BRONX LONG ISLAND MANHATTAN BEACH VOLLEY SU UNA DELLE SPIAGGE PIÙ ESCLUSIVE SPIAGGIA ARTIFICIALE SULLA PUNTA DI BROOKLYN talate in bianco e nero di bambini che si rinfrescano con gli idranti a Hell’s Kitchen (in una sorta di nascondino con bonari poliziotti), quelle dei barbecue a Central Park o i tuffi delle adolescenti in improbabili bikini nelle acque (non certo chiare) dell’East River. In passato, basta risalire fino a un paio di decenni fa, il massimo era prendere il D Sixth Avenue Express, il treno rapido della metropolitana arancione per una gita a Coney Island. Grandissima striscia di sabbia, con Luna Park incorporato, che aveva visto giorni decisamente migliori (come testimoniano le incredibili foto degli anni Trenta con un milione di persone ammassate l’una sull’altra). Per il newyorchese medio era poi arrivata (insieme al boom economico degli anni Novanta) l’era del mare tutto compreso in New Jersey. Per i ricchi non era mai stato un problema: la villa agli Hamptons o in giro per il mondo, Grecia, Italia o Corsica come aree più battute. E le spiagge di New York erano state abbandonate al loro destino fatto di decadenza, piccoli crimini, gang e un po’ di spaccio. Con le comunità di un tempo, gli irlandesi, gli italiani, gli ebrei, i polacchi, che avevano lasciato un po’ di campo libero agli immigrati di nuova generazione: i russi del dopo comunismo, i latinos di ogni dove, qualche asiatico. Da qualche tempo sono invece tornate a rifiorire, complici la crisi, il dopo-crisi, l’uragano Sandy, i giovani, gli artisti e un’amministrazione comunale (quella di Bloomberg, per giudicare l’operato di De Blasio occorre attendere ancora un po’ di tempo) che ha saputo valorizzarle e ci ha investito tempo, soldi e ottimismo. Frank ha trentadue anni, fa il consulente di una start up a Brooklyn e con la fidanzata nei weekend si fionda senza indugi verso la punta di Queens, una linea espresso della subway più un bus, tre quarti d’ora per arrivare a Fort Tilden: «Per noi è il paradiso». Per Lido Manhattan Latinos e asiatici, broker e artisti, ricchi e poveri Ny ha un mare per tutti la Repubblica DOMENICA 10 AGOSTO 2014 29 Oggi, dopo anni di decadenza, le tribù della Grande Mela hanno ritrovato le loro spiagge chi la frequenta è la più sofisticata spiaggia della City con la sua “colonia degli artisti” nel cuore del Gateway National Recreation Area (dieci milioni di visitatori ogni anno), oltre diecimila ettari di terra, verde e acqua, un’ex zona militare con il suo fortino e le vecchie strutture dell’esercito abbandonate, con i capannoni industriali ammuffiti, i graffiti di anni ormai lontani: e con i suoi sentieri, gli scogli e la spiaggia lunga un miglio. Questo tratto della Rockaway Peninsula due anni fa venne chiuso. L’uragano Sandy aveva colpito duramente, e solo da poco ha riaperto. Era una spiaggia di nudisti (più o meno tollerati), ora è quella degli artisti. Artista a New York è una (auto)definizione piuttosto diffusa (“Che fai?”, “L’artista”. “E dove lavori?”, “Guadagno qualche soldo come barista”) e per ogni cento sedicenti artisti uno solo lo è veramente, ma qui a Fort Tilden quelli veri e quelli farlocchi li puoi trovare fianco a fianco, asciugamani colorati sottobraccio e occhiali da sole griffati. Merito della Rockaway Artists Alliance, che organizza un festival di arte, musica e pubbliche letture che dura da fine giugno al Labor Day (quest’anno cade il primo settembre) e che invoglia a unire la cultura al relax marino. Aiutata da personaggi della New York che conta come Patti Smith, Marina Abramovic o il direttore del MoMa PS1 (quello di Queens), Klaus Biesenbach. «Quattro-cinque anni fa c’erano praticamente solo pescatori, era tutto abbandonato, adesso il sabato e la domenica è difficile trovare due metri quadrati liberi». Tante spiagge, ognuna con una sua tribù piuttosto definita, dove tutti (o quasi) si conoscono: perché lavorano negli stessi quartieri, in uffici simili, amano la stessa musica e sono fan delle stesse serie tv. Ci sono i surfisti che all’alba raggiungono Rockaway Beach, ci sono i patiti di Governors Island, l’isoletta a sud di Manhattan con vista sulla GOVERNORS ISLAND MOLTO IN VOGA TRA I BROKER DI WALL STREET QUEENS AMATA DA VELISTI E GIOVANI DELL’UPPER EAST SIDE FORT TILDEN ROCKAWAY BEACH RITROVO COOL DEGLI ARTISTI (O ASPIRANTI TALI) È CONSIDERATA IL PARADISO DEI SURFISTI Statua della Libertà dotata di un club molto in voga tra i broker di Wall Street, con la sua piccola spiaggia (artificiale) e i concerti estivi ogni sera. C’è Breezy Point Tip, sulla punta estrema della penisola, c’è il parco naturale di Jamaica Bay, vera e propria oasi per gli amanti della natura, per chi vuole osservare (o fotografare) uccelli e animali, il tutto con il rombo dei Boeing in partenza e in arrivo. Una New York marina, racchiusa nello spazio di poche miglia quadrate tra la parte meridionale di Brooklyn, il Jfk e la lingua sud del Queens, dove trovi di tutto e di tutti, dagli analisti di Borsa (le aree della finanza a TriBeCa e Battery Park non sono poi molto distanti) agli amanti della vela, dai personal trainer con i loro clienti alle comitive un po’ caciarone di ragazzine-bene dell’Upper East Side. E poi ci sono le spiagge finte, quelle costruite a ridosso del Brooklyn Bridge Park sui Pier 5 e 6, dove non si fanno bagni ma è una fiera paesana perenne, con i suoi tendoni, il cibo di ogni genere, i ragazzini sugli skate e qualche piccolo truffatore controllato a vista dai poliziotti. Ci sono quelle (altrettanto finte) dall’altra parte della città, lungo il fiume Hudson, dove le giovani mamme di TriBeCa portano a spasso i pargoli e chi passeggia è a rischio collisione con le centinaia di ciclisti che sfrecciano sulle ciclabili. Ci sono i locavores — come vengono chiamati nello slang 2.0 (era la parola dell’anno nel 2007 per l’Oxford American Dictionary), quelli che amano mangiare local, a chilometro zero. Fanno la fila tranquilli davanti ai banconi di Smorgasburg, il mercato delle pulci che affaccia proprio sul waterfront di Williamsburg, l’area più trendy di Brooklyn, dove ogni sabato centinaia di persone sembrano pascolare e si fermano ad ammirare la skyline di Manhattan. Credendo di essere al mare. © RIPRODUZIONE RISERVATA CONEY ISLAND È TORNATA A RIEMPIRSI DI GENTE (QUASI) COME NEGLI ANNI TRENTA LA DOMENICA la Repubblica DOMENICA 10 AGOSTO 2014 30 L’inedito. A tempo perso Piccioni e canarini, gabbiani, cinciallegre, farfalle e cagnolini E poi vespe assassine, eleganti pavoni, orribili ranocchie Disegnando (e scarabocchiando) animaletti l’autore della “Recherche” raccontava anche i suoi incubi il Bestiario diProust PER UN’ORA HO ESITATO TRA LA DELIZIA DI AVERE DEGLI ANIMALI COSÌ INCANTEVOLI E L’ORRORE DI FARLI MORIRE IN UNA CAMERA IN CUI BRUCIA COSTANTEMENTE LA POLVERE ANTIASMATICA LEGRAS: HA PREVALSO LA PIETÀ. CÉLESTE HA TREMATO AL SOLO PENSIERO CHE AVESSI POTUTO PENSARE DI METTERMI IN UNA CAMERA, CHE NON PUÒ MAI PULIRE PERCHÉ NON MI ALZO MAI, DEGLI ANIMALI CHE FANNO LA PIPÌ… HA RAGIONE MARCEL PROUST AGOSTO 1922 la Repubblica DOMENICA 10 AGOSTO 2014 31 DARIA GALATERIA Q PARIGI UANDO, AQUARANTADUEANNI, Marcel Proust pubblicò Dalla par- te di Swann, il primo volume della Recherche du temps perdu, già pensava che quel libro gli sarebbe costato la vita. Nelle prime pagine preparatorie aveva scritto che lo scrittore può sparire senza rimpianti “come l’insetto che si dispone alla morte dopo aver deposto tutte le sue uova”. E all’inizio del romanzo, uscito nel novembre 1913, l’insetto riappare, nella forma di un’indimenticabile madre assassina e assassinata, per troppo amore dei figli. È la vespa scarificatrice, “che per assicurare ai piccoli, dopo la sua morte, della carne fresca da mangiare, chiama l’anatomia in aiuto alla crudeltà e, catturato qualche ragno o punteruolo, gli trafigge con una sapienza e un’abilità meravigliose il centro nervoso da cui dipende il movimento delle zampe, ma non le altre funzioni vitali, in modo che l’insetto paralizzato, accanto al quale depone le proprie uova, fornisca alle larve, quando si schiuderanno, una preda docile, inoffensiva, incapace di fuga o di resistenza, ma non ancora frollata”. A un mese dalla morte, sopraggiunta il 3 ottobre 1922, Proust di nuovo tornava, in una lettera, sulla sua vespa, con cui si identifica, perché come lui anche l’insetto ha un’“attitudine testamentaria” e muore dopo aver messo al mondo i suoi piccoli: “Non ho più né i movimenti, né la parola, né il pensiero… Così, mi rifugio nei volumi che palpo non potendoli leggere e ho verso di loro le precauzioni della vespa scarificatrice… raggomitolato come lei e privo di tutto, mi occupo più solo di fornire loro l’espansione che mi è rifiutata”. Proust ha letto della vespa scarificatrice ne L’insecte di Michelet: “Quella che non ha tempo, che muore stasera, ama il tempo che non sarà il suo… dedica al figlio di domani il suo unico giorno… è sublime”. Si sa del rimorso matricida di Proust, convinto di aver sfinito la madre adorata con le cure, le pene, il decoro violato dall’omosessualità del figlio. Il bestiario di Proust — che solo gli studi proustiani più recenti stanno investigando — pare popolato di animali assassini della propria madre: e questo è costante per gli animali letterari citati nella Recherche. Nella vita, infatti, Proust aveva grandi moti di tenerezza per le bestie. Nell’agosto del ‘22, ebbe anzi la fantasia di prendere in casa dei gattini: “Per un’ora ho esitato tra la delizia di avere degli animali così incantevoli e l’orrore di farli morire in una camera in cui brucia costantemente la polvere antiasmatica Legras: ha prevalso la pietà. Céleste (la cameriera, ndr) ha tremato al solo pensiero che avessi potuto pensare di mettermi in una camera che non può mai pulire perché non mi alzo mai degli animali che fanno la pipì… ha ragione. Per consolarmi dei gatti viventi mi procurerò i Dialoghi di Colette che non conosco”. Ma nel romanzo affiorano animali radicati nelle preoccupazioni più profonde dello scrittore; animali indecenti, spesso solo accennati — sempre letterari, comunque; ben pochi sono nella Recherche gli animali reali: polli e corvi a Combray, piccioni e canarini a Parigi, gabbiani, cinciallegre, un levriero e un cagnolino a Balbec. Un rimorso matricida nutre per esempio la ranocchia di Nerone, in apertura di Sodome. Dopo l’amore, Charlus e Jupien si lavano per “pulirsi”: e non per la paura di avere bambini, impossibile in questo caso, “malgrado l’esempio della Légende dorée”. Proust si riferisce qui alla tradizione della gravidanza di Nerone, diffusa nel Medioevo e raccolta nella Leggenda aurea di Jacopo da Varagine, in cui si dice che Nerone si maritò con un uomo. Spinto da un impulso infame, continua la storia, Nerone fece assassinare la madre e la fece tagliare in due per vedere come era stato allevato nel suo seno. I medici lo biasimarono e gli dicevano: “Le leggi e la morale vietano che un figlio sopprima la madre: ti ha generato nel dolore e ti ha allevato con tanta sollecitudine e fatica”. Nerone allora chiese loro di fargli concepire un bambino e poi partorire, per poter conoscere il dolore di sua madre. Minacciati di morte, i medici pensarono di fargli inghiottire con NELLE PRIME PAGINE PREPARATORIE delle pozioni un girino, che gli crebbe nel AVEVA AFFERMATO CHE LO SCRITTORE ventre: Nerone si persuase di essere incinto PUÒ SPARIRE SENZA RIMPIANTI ma, dilaniato dai dolori e potendo “a mala- “COME L’INSETTO CHE SI DISPONE pena respirare”, chiese di partorire. I medi- ALLA MORTE DOPO AVER DEPOSTO ci gli somministrarono un emetico, e Nero- TUTTE LE SUE UOVA”. ALL’INIZIO ne vomitò una rana orribile a vedersi, co- DEL ROMANZO L’INSETTO RIAPPARE perta di umori e di sangue. Chiese se era sta- NELLA FORMA DI UN’INDIMENTICABILE to così, uscendo dal ventre della madre; “Sì”, MADRE ASSASSINA E ASSASSINATA risposero i medici. La rana, simbolo della fer- PER TROPPO AMORE DEI FIGLI... tilità, esorcizza la sterilità degli amori omosessuali; ma richiama il motivo dell’assassi- I DISEGNI NELLA PAGINA DI SINISTRA IN ALTO: LIBELLULA, DA “ALL’OMBRA DELLE FANCIULLE IN FIORE”; SOTTO, ACCANTO A UN’IMMAGINE DI PROUST, TRE DISEGNI “MEDIOEVALI” PER L’AMANTE REYNALDO HAHN: LA PRUDENZA (UN SERPENTE CHE S’ATTORCIGLIA) L’ORGOGLIO (CHE CAVALCA UN CAVALLO IMBIZZARRITO) E LA VILTÀ (CHE FUGGE DAVANTI A UNA LEPRE). IN QUESTA PAGINA IN SENSO ORARIO DALL’ALTO: VESPA; PROFILO DI DONNA CON FARFALLE; PAVONE CHE FA LA RUOTA; UOMO A CAVALLO; CANE VISTO DI PROFILO. TUTTI I DISEGNI SONO STATI PUBBLICATI IN FRANCIA RACCOLTI DA PHILIPPE SOLLERS (“L’OEIL DE PROUST”, STOCK) nio materno. Anche del bestiario di La Fontaine sono consegnati nella Recherche solo topi. A eccezione del pederastico affetto dei Due piccioni, sono evocate nel Temps retrouvé — in modo nascosto: tramite l’illustrazione della poesia o un gioco di parole — le favole Il topo e l’ostrica e Il gatto e un vecchio topo: che mostrano un topo sgozzato da un’ostrica, e un gatto sterminatore, un Attila, flagello dei topi. Si sa della privata ossessione di Proust, che lo fece chiamare l’“uomo dei topi”: farsi portare dei topi in gabbia, per vederli trafiggere con spilloni dai ragazzi dell’Hôtel Marigny, una casa di piacere per omosessuali: atto “complicato” dalla esposizione della fotografia della madre. C’era un antecedente letterario nella Légende de Saint-Julien l’hospitalier di Flaubert; il primo atto sadico del santo era stato di trafiggere con uno spillo “una topolina bianca”, coprendola di rosse gocce di sangue. In un incubo dei Guermantes, “teniamo… i genitori morti in una gabbietta per topi, dove sono più piccoli di una topolina bianca e, coperti di bolle rosse, ci tengono discorsi ciceroniani”. Proust ha la nostalgia di un impossibile amore lecito e felice; e colpisce i topi, gli animali che “simboleggiano l’aggressione anale” (George Painter), per vendicarsi del moralismo dei genitori. Gli animali in gabbia rappresentano insieme la sua sessualità perseguitata, i genitori repressivi, i sensi di colpa. Un altro sogno, quello delle intermittenze del cuore, lancia al Narratore le parole: “Cervi, cervi”: è, reiterata, l’accusa di matricidio che un cervo rivolge a San Giuliano nel racconto di Flaubert tanto caro a Proust: “Maledetto! Maledetto! Maledetto! Un giorno, cuore feroce, tu assassinerai tuo padre e tua madre”. © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica LA DOMENICA DOMENICA 10 AGOSTO 2014 32 Spettacoli. In anteprima In uno studio dal nome fantascientifico sta nascendo il nuovo disco della band di Torino. Siamo andati a sentirlo là dove tutto è incominciato. Su Andromeda LUCA VALTORTA TORINO MARZIANI a Torino. «A Vanchiglia una volta era pieno». Scusi? «Sì, marziani: un tempo li I GLI INIZI 1996: IL PRIMO NUCLEO DELLA BAND. DA SINISTRA: BOOSTA (TASTIERE), SAMUEL (VOCE), MAX (CHITARRA). IL BATTERISTA NINJA E IL BASSISTA VICIO SAREBBERO ARRIVATI DOPO LE PROVE BLUMUSICA È LO STUDIO IN CUI PROVANO LA MAGGIOR PARTE DELLE BAND DELLA CITTÀ. QUI LO SPECIALE DOPPIO MICROFONO DI SAMUEL CREATO PER AVERE UNA PARTICOLARE ECO IL CONCERTO IL PRIMO LUGLIO 2014 HANNO SUONATO DAL TETTO DI UN PALAZZO IN PIAZZA DUOMO A MILANO DAVANTI A PIÙ DI 50MILA PERSONE. COME I BEATLES? BOOSTA: “PARAGONE IMBARAZZANTE” IL DISCO IL NUOVO ALBUM ( FOTO QUI SOPRA) SI INTITOLERÀ UNA NAVE IN UNA FORESTA. L’USCITA È PREVISTA PER IL 23 SETTEMBRE, IL SECONDO SINGOLO SARÀ DI DOMENICA chiamavamo così i drogati di eroina», risponde lo studente cui chiedo indicazioni per il quartiere in cui i Subsonica hanno lo studio. E adesso? «Ogg è più pulita». Atterriamo su Andromeda. Dopo i marziani ci sta bene. Andromeda è il nome dello studio di registrazione che ha preso il posto della vecchia Casasonica, dove la band è nata, che si trovava in Piazza Vittorio, proprio nel cuore della città. L’immaginario fantascientifico dal sapore vintage ha sempre fatto parte del mondo dei Subsonica. Esploriamo la galassia di Andromeda. Enrico Matta, detto Ninja, batterista ultratecnico, arriva trafelato con un trolley (scopriremo solo molto più tardi che non viene da una vacanza ma si porta dietro le basi del nuovo album per le prove). Dentro lo studio un grande quadro che raffigura Saturno, un manichino, pezzi di apparecchi elettronici, vecchie radio. Davide Dileo (alias Boosta, tastierista) è disteso sul divano. Max Casacci, chitarrista e produttore, fa gli onori di casa e ci conduce in studio per ascoltare il nuovo disco. Samuel, il cantante, ci raggiunge durante il primo pezzo, che è anche quello che dà il titolo all’album, Una nave in una foresta. Qui ci si sente proiettati in un mondo lontano e diverso, un mondo “subsonico” che anche nel grigiore quotidiano trova la forza del riscatto: quel cielo grigio di Torino da loro cantato viene come trafitto dai raggi di luce delle loro canzoni, capaci di farti sentire vivo: «Tu sai difendermi e farmi male/ Ammazzarmi e ricominciare/ A prendermi vivo/ Sei tutti i miei sbagli», cantavano nel pezzo con cui sono arrivati undicesimi al Festival di Sanremo nel 2000, ma poi primi nelle classifiche. Di Torino i Subsonica sono un’immagine forte. Ma la loro musica sa travalicare i confini di genere e trovare un grande pubblico nonostante le loro sonorità siano molto più vicine a quelle internazionali che alle semplificazioni da hit parade italica. Il nuovo disco è piuttosto spiazzante. Si apre con due brani di ascendenza londinese, sonorità vicine al “grime”, acide e distorte, con lunghi momenti strumentali, elettronica sperimentale mescolata al calore vintage dell’analogico. Lo ascoltiamo tutto di seguito, senza interruzioni. C’è un pezzo che si chiama I cerchi negli alberi, di liberatoria portata poetica che tocca le corde profonde dell’emozione; c’è il singolo Lazzaro che già vede la gente ballare impazzita durante i concerti; c’è una più intima Di domenica che sarà il secondo singolo e la considerevole Ritmo Abarth. C’è una enigmatica Licantropia e un’esistenziale, straniata Attacco al panico e, a chiudere, la visionaria Il Terzo Paradiso, ispi- noscevamo dai tempi della scuola e vivevamo inrata e introdotta dalla voce di Michelangelo Pi- sieme guadagnandoci da vivere facendo cover stoletto. Max: «Avevamo una musica perfetta per delle canzoni dei cartoni animati giapponesi con lui e così ci siamo incontrati. Il pezzo inizia con la gli Amici di Roland». Samuel: «A cinque anni ero sua voce a cui noi facciamo da specchio proprio già molto intonato. I miei due fratelli maggiori per essere conseguenti alla sua poetica artistica, quando andavamo ai campeggi estivi mi mettedi cui l’idea di “opera specchiante”, che racconta vano in uno scatolone: io poi saltavo fuori con un il passato ma è un presente costante, è un po’ il ful- accappatoio blu e una banana attaccata al collo e cro. Noi siamo stati il suo specchio musicale». cantavo Quando io sentire odore di banana. Tutti I Subsonica sembrano molto contenti e se ne scoppiavano a ridere ma restavano anche colpiti può intuire il motivo: il primo luglio scorso hanno dalla mia intonazione che era sorprendente per fatto un concerto in Piazza Duomo a Milano dal un bambino di quell’età. Oggi sarebbe una cosa tetto di un palazzo, davanti a una folla di circa cin- da telefono azzurro, oltre che politicamente molquantamila persone. Come i Beatles... «Ci hanno to scorretta». Boosta? «Ho chiesto io ai miei di suotormentato tutti con questo paragone. Non è no- nare il pianoforte a sei anni ma a sette mi ero stanstra intenzione fare raffronti imbarazzanti ma cato di solfeggiare e volevo smettere. Devo rinnon c’è dubbio che sia stato uno dei momenti più graziare loro che mi hanno costretto ad andare emozionanti della nostra storia», dice Boosta. avanti». A un certo punto i Subsonica hanno biso«Adesso però devi vedere il nostro ultimo, impor- gno di un batterista: «Samuel e Boosta mi hanno tante acquisto». Mi fanno salire su una scassata portato in studio da Max. Per intortarmi mi aveRitmo Cabrio: «È la macchina societaria», spiega vano detto che c’era un nuovo progetto sperimentale con molto spazio per la batteria», dice Ninja. Vicio? «Ho sempre pensato che il basso fosse uno strumento che faceva per me, discreto ma che amalgama tutto. Io detesto apparire: al basso non ci fai caso ma se lo togli le cose non sono più le stesse. Un amico mi ha detto che i Subsonica cercavano un bassista e io mi sono presentato». Non avete mai rinunciato a prendere una posizione politica forte nonostante il successo. «Negli anni Novanta la musica non era laica e noi con la politica ci siamo cresciuti. Non in senso stretto perché non è il nostro ruolo ma su certe battaglie non ci siamo mai tirati indietro», dice Samuel. Momenti belli nella vostra storia? «Tanti. Il primo che mi viene in mente coincide con una figura di merda: aveMax. «Ed ecco la musica», dice Boosta, tirando vamo fatto nottata e da lì siamo andati dritti nelfuori un contenitore di vecchie cassette. Le mette lo studio in cui registravamo al tempo, gonfissinello stereo: viene fuori un suono esile e quasi fa- mi, straparlanti. Abbiamo impostato il mix e ci stidioso che riporta a più di trent’anni fa. «Sul- siamo buttati sul divano come due squatter. A un l’impianto stereo dobbiamo ancora un po’ lavo- certo punto apriamo gli occhi e ci troviamo darare», dice Ninja che è laureato in ingegneria. vanti Fabrizio De André. Gentilissimo, si è messo Quanto è costata la macchina? «Mille e settecen- a parlare con noi e poi ha chiamato Dori e le ha detto euro: un affare». Andando a trenta all’ora pas- to: “Hai visto? Questi sono i ragazzi di cui abbiasiamo davanti all’Igloo di Merz e in pochi minuti mo visto il video e che ci piacevano” e ci ha offerto arriviamo nello studio per le prove, dove ci atten- l’aperitivo. Era anche lui in quello studio per regide l’ultimo componente della band, Luca Vicini strare quello che sarebbe stato il suo ultimo disco. detto Vicio, il bassista, appassionato di ciclismo. Eravamo anche riusciti a strappargli una proAssistere alle prove è come vedere un concerto messa di collaborazione ma poi...». E i momenti ma molto più da vicino: i Subsonica non si rispar- brutti? Boosta: «Tutte le volte che ci siamo sciolti miano. Samuel dopo tre o quattro pezzi è sudato. ma che nessuno sa». Il cielo di Torino adesso è diPer terra ci sono dei fogli. Cosa sono? «I testi delle ventato nero. È il momento di andare ai Murazzi, canzoni: si diventa vecchi. Scherzo: servono solo un luogo fondamentale per la scena musicale e all’inizio, quando sei arrugginito, per rinfrescar- non solo per quella. «Non è più come una volta si la memoria. Poi non ce n’è più bisogno anche se qui», dice Max dopo un po’. «Ma va bene: il mondo a volte l’emozione può farti dimenticare tutto al- cambia e bisogna fare cose sempre diverse. Noi l’improvviso», spiega Samuel. coi Subsonica, nel nostro piccolo ci proviamo». «Ci La storia dei Subsonica inizia da lontano e se c’è piacerebbe far nottata come ai bei tempi ma adesuna band che ha fatto tutti i gradini della classica so abbiamo quasi tutti mogli, figli, fidanzate...», gavetta sono loro: «Ci siamo incontrati dopo che dice Samuel. Le luci si riflettono nella lenta belMax era uscito dalla sua band storica, gli Africa lezza dell’acqua del Po mentre torniamo a casa. E Unite», spiega Boosta nel cortile dopo le prove, Torino dai Murazzi sembra bellissima. mentre le zanzare ci divorano. «Io e Samuel ci co© RIPRODUZIONE RISERVATA NEPPURE I MURAZZI SONO PIÙ QUELLI DI UNA VOLTA: IL MONDO CAMBIA, BISOGNA FARE COSE DIVERSE. NEL NOSTRO PICCOLO, NOI CI PROVIAMO MAX (CHITARRA) A CINQUE ANNI ERO GIÀ MOLTO INTONATO. I MIEI FRATELLI MI METTEVANO IN UNO SCATOLONE: IO SALTAVO FUORI E CANTAVO SAMUEL (VOCE) I MOMENTI BRUTTI? TUTTE LE VOLTE CHE CI SIAMO SCIOLTI E CHE NESSUNO SA: OGNUNO A UN CERTO PUNTO SE N’È ANDATO MA POI È RITORNATO BOOSTA (TASTIERE) IO DETESTO APPARIRE. HO SEMPRE PENSATO CHE IL BASSO FOSSE LO STRUMENTO PER ME: È DISCRETO, NON CI FAI CASO MA AMALGAMA TUTTO VICIO (BASSO) SAMUEL E BOOSTA PER INTORTARMI MI AVEVANO DETTO CHE C’ERA UN PROGETTO SPERIMENTALE CON MOLTO SPAZIO PER LA BATTERIA NINJA (BATTERIA) la Repubblica DOMENICA 10 AGOSTO 2014 33 IL GRUPPO DA SINISTRA: ENRICO MATTA DETTO NINJA, DAVIDE “BOOSTA” DILEO, SAMUEL ROMANO, LUCA “VICIO” VICINI E MAX CASACCI. LA BAND SI È FORMATA A TORINO NEL 1996 ED È RIUSCITA AD AVERE UN SUCCESSO DI MASSA PUR CON SONORITÀ “ALTERNATIVE” FOTO DI CHIARA MIRELLI Un giorno sul pianeta Subsonica la Repubblica LA DOMENICA DOMENICA 10 AGOSTO 2014 34 Next. Città verticali I PROGETTI DESERTO FORESTA ORIENTE UNA BABELE DI SABBIA NEL MEZZO DEL DESERTO: LA PARTE PRINCIPALE DEL GRATTACIELO È COSTRUITA CON SABBIA SINTETIZZATA ATTRAVERSO UNA STAMPANTE 3D A ENERGIA SOLARE COME UN ENORME ACQUEDOTTO CATTURA L’ACQUA PIOVANA DURANTE LA STAGIONE DELLE PIOGGE PER POI IRRIGARE IL TERRENO NELLA STAGIONE SECCA. IL GRATTACIELO È STATO PENSATO PER L’AMAZZONIA NEL PROGETTO DI TRE ARCHITETTI ITALIANI UN’IMPALCATURA DI BAMBOO RIVESTE L’OSSATURA IN ACCIAO DEL GRATTACIELO: UN MATERIALE A BASSO COSTO, ECOLOGICO E FACILMENTE REPERIBILE ILARIA ZAFFINO S I ERA detto basta. Dopo l’11 settembre mai più giganti di vetro avrebbero dovuto svettare nelle skyline delle nostre città. Sembrava che per i grattacieli fosse stata irrimediabilmente scritta la parola fine, da quel momento la città sarebbe stata orizzontale. E invece. L’aspirazione dell’uomo a oltrepassare i limiti, che dalla torre di Babele alle piramidi egiziane, dalle cattedrali gotiche all’Empire State Building non si è mai fermata, è riuscita a superare anche quello choc estremo (le Twin Towers sono state rimpiazzate giusto quest’anno dal One World Trade Center, 541 metri di altezza, che non sono pochi) e a produrre e immaginare colossi che nel giro di qualche decennio saranno in grado di risolvere molti dei problemi che affliggono le nostre città. Per i grattacieli il 2013 è stato il secondo anno migliore di sempre con il completamento di oltre settanta edifici alti più di duecento metri. Ma non solo: tante sono le “dream towers” sulla carta o quelle per le quali è già stata gettata la prima pietra, che vedranno la luce di qui al 2020. E ancora di più sono i megacolossi progettati, che ogni anno vincono concorsi di architettura futuribile, o anche solo immaginati da qualche utopista del XXI secolo innamorato di città verticali. Uno di questi è Vasily Klyukin, un imprenditore russo di trentasette anni, che nel suo Designing Legends ragiona per immagini sull’architettura di dopodomani. «Non di domani», precisa nell’introduzione al librone fotografico appena uscito in Italia per Skira (a cura di Paola Gribaudo), «perché i grandi edifici, in particolare le torri, hanno bisogno di parecchi mesi per essere progettati e di molto più tempo per essere costruiti». Per questo, parte da fotografie reali di oltre cento città di ogni continente sulle quali inserisce architetture verticali visionarie. Con risultati sorprendenti, che c’è da scommetterci potremmo vedere realizzati di qui a vent’anni. Con il crollo delle Torri Gemelle però, sostengono architetti e archistar, a cambiare per sempre è stata l’idea stessa di grattacielo. «La tendenza per il futuro, soprattutto nel mon- Se avremo grattacieli alti fino a un chilometro non sarà solo per manie di grandezza Puliranno l’aria. E saranno ricoperti di bamboo Skyline 2020 la Repubblica DOMENICA 10 AGOSTO 2014 ARIA MONTAGNA IMMAGINATO COME UN SUPER FILTRO PER PURIFICARE L’ARIA, IL GRATTACIELO DOVREBBE INALARE ANIDRIDE CARBONICA E RILASCIARE OSSIGENO CONCENTRATO DALL’IDEA DI PROGETTISTI CINESI, QUESTA TORRE SULL’HIMALAYA RACCOGLIE L’ACQUA PIOVANA, LA PURIFICA E LA CONGELA PER PERIODI DI SICCITÀ O PER IL FUTURO DOPO L’11 SETTEMBRE NON SI FA PIÙ LA CORSA ALL’EDIFICIO PIÙ LUNGO MA A QUELLO PIÙ EFFICIENTE. COME UNA MACCHINA CHE RESPIRA, SI AUTOALIMENTA E AGGIUNGE QUALCOSA ALL’AMBIENTE IN CUI SI INSERISCE petition (l’altro concorso che mette in mostra le architetture più provocatorie, visionarie ed ecofriendly di domani), servirebbero infatti come giardino verticale, per restituire un po’ di verde alla città, e come stabilizzatori durante i terremoti. Tra i progetti allo studio c’è persino chi sogna una “Babele di sabbia” nel mezzo del deserto: abbiamo capito bene, un immenso edificio fatto tutto di sabbia (sintetizzata attraverso una stampante 3D). Per l’Amazzonia invece è stato pensato un enorme acquedotto in grado di catturare l’acqua piovana durante la stagione delle piogge per poi irrigare il terreno nella stagione secca. O, ancora, tor- ri che funzionano come serre, altre il cui obiettivo è contenere i gas serra all’interno evitandone il rilascio nell’atmosfera. E per quanto riguarda i materiali “eco” che presto vedremo utilizzati non c’è solo il bamboo: ci sono quelli in fase di collaudo come i nuovi cementi, le nuove leghe metalliche e quelli ancora solo immaginati come il grafene e le bioplastiche, in fase di studio in laboratorio o sotto forma di piccoli prototipi. In questo contesto, non sorprende che la corsa a sfiorare il cielo sia tutta spostata a est, con Cina e Arabia Saudita in prima linea, che se la battono colpo su colpo: l’attuale primato della Burj Khalifa di Dubai, ben 828 metri di acciaio e calcestruzzo, sarà infatti presto battuto dalla Kingdom Tower di Jeddah che, prima al mondo, nel 2019 toccherà il chilometro di altezza. E tra i grattacieli che arriveranno nel prossimo futuro, l’ultimo annuncio risale a poco più di un mese fa: le Phoenix Towers di Wuhan, in Cina, due torri che ospiteranno all’interno una serie di stazioni per purificare l’aria. Con i loro mille metri di altezza dovrebbero uguagliare la torre di Jeddah. La sfida continua. © RIPRODUZIONE RISERVATA SKYSCRAPER DIAGRAMS © SKYSCRAPER SOURCE MEDIA'S SKYSCRAPERPAGE.COM do occidentale, non è più la corsa all’edificio più alto per affermare la propria potenza, quanto la ricerca di quello più efficiente, produttivo, in un certo senso autosufficiente: come una macchina che respira, si autoalimenta e dà qualcosa in più all’ambiente in cui si inserisce. Di qui l’idea di grattacieli come grossi serbatoi per accumulare e recuperare l’acqua, o la spazzatura. Ma anche per filtrare l’aria e produrre energia» sostiene Davide Scrofani che, insieme a Ferdinando Mazza e Giuseppe Francone dello studio DFG Architetti, ha vinto quest’anno il premio internazionale Singapore Skyscraper, unici italiani tra i primi trenta classificati. Il loro progetto è anche arrivato primo al concorso Young Italian Architect 2014 riservato agli under35. Alla base, l’utilizzo del bamboo come materia prima per rivestire l’ossatura in acciaio del grattacielo. «Un materiale finora inedito per le megastrutture, ma altamente sostenibile, facilmente reperibile ed economico, soprattutto in contesti come quello di Singapore e dell’Asia in generale dove è molto più utilizzato che da noi» continua Scrofani. Le impalcature di bamboo, che ritornano anche in altri progetti premiati quest’anno all’eVolo Skyscraper Com- 35 la Repubblica LA DOMENICA DOMENICA 10 AGOSTO 2014 Sapori. Estivi ALTRO CHE PIATTO RAPIDO E BANALE FATTO DI AVANZI: IL VERO SEGRETO È ABBINARE E NON SOMMARE BASTANO POCHI INGREDIENTI MA BUONI PER AMBIRE ALLA DIGNITÀ DI UN RAGÙ. E GUAI A CHI SCIACQUA I MACCHERONI Pasta che sia fredda. Penna o farfalla, ogni tipo ha un partner da brivido LICIA GRANELLO N PACHINO per amico. Insieme a qualche tocchetto di provola, un pizzico d’origano, due capperi qua e là, un’alicina a piacere, e chi si oppone al basilico, mal di mare lo colga. La pasta fredda è un mix di comandamenti rigorosi e inconfessabili fantasie golose, un tragitto disseminato di formati e condimenti, ingredienti e varianti, equilibri precari da rispettare e irresistibili tocchi di classe, capaci di trasformare un piatto quasi banale in un gioiello del gusto. La prima distinzione è prettamente filosofica: ricetta di risulta o scelta di principio? Perché la pasta fredda può essere semplicemente il riciclo della pasta (calda) avanzata dal giorno prima. Niente di male, basta saperlo e non pretendere che freschezza e fragranza abitino là dove qualche ora prima abbondavano sughi e ragù. Anche aprire il frigo e organizzare una pasta fredda è da considerare una soluzione d’emergenza, che assimila la pasta al riso, cereale campione delle insalate, indifferente nell’accogliere di tutto un po’, tra vasetti, scatolette e cartocci. La pasta è decisamente meno tollerante. Non a caso, il Grande Vecchio dei cuochi italiani Gualtiero Marchesi — che alla pasta fredda ha dedicato una ricetta da oscar dell’alta cucina — ha sempre osteggiato la pasta riciclata, rivendicando la dignità di spaghetti e fusilli, da pensare vestiti d’estate con la stessa rispettosa dedizione concessa a ravioli e timballi. Più che snobismo, que- da gustare in un sol boccone (meglio due). Cotta, scolata e raffreddata — senza sciacstione di palato, se è vero che i grassi cotti raffreddati fanno esplodere l’untuosità in bocca. E quarla! — la pasta è pronta per farsi abbracse i bocconi di lasagna rimasti a languire in te- ciare dagli ingredienti scelti. Che sarebbe meglia fanno salivare grandi e piccini, altro è deci- glio fossero pochi ma buoni, per poterli assadere ex novo il piatto di pranzo o cena, a mag- porare fino in fondo singolarmente — mozzagior ragione quando caldo e stanchezza — in rella buonissima, che gusto questi pomodoricittà o in vacanza, poco importa — richiedono ni! — e non solo in ensemble. La scommessa è abbinare gli ingredienti, più che assommarli, sapori freschi e appetitosi. Intanto, la protagonista, che in versione senza paura di osare il brivido di una spezia o fredda è molto più difficile da ingannare. Nien- di un frutto esotico, rubando l’ispirazione al te panna, né manciate di Parmigiano, oppure menù di qualche cuoco stellato. Il tutto, senza burro o — peggio del peggio — un pezzo di da- scordare il tocco di freschezza — scorzette d’ado, a truccare il gusto di una pasta mediocre. A grumi, peperoncino fresco, menta... — necesfare la differenza, callosità, fragranza e capa- sario per lasciare la bocca pulita e far spazio a cità di assorbire gli umori del condimento, che un buon sorbetto. In caso di giornata al mare, a sua volta esalta e non copre. Secondo pensie- con nuotate ripetute e morsi della fame placaro, quello sul formato, capace di assecondare ti con un panino, prevedete almeno un paio di al meglio i compagni di ricetta. Discorso a par- porzioni in più. Il giorno dopo, rivitalizzata da te, quello sui cosiddetti formati giganti, splen- un giro d’olio, la terrina di pasta fredda finirà didi esempi di finger food mediterraneo, con in un attimo. paccheri e conchiglioni sapientemente farciti © RIPRODUZIONE RISERVATA U Tradizionale Il guru della pasta artigianale Giovanni Assante (pastificio Gerardo di Nola, Gragnano) ha diffuso il suo decalogo: dopo una cottura ben al dente, la pasta va scolata, condita con un filo d’olio e allargata su una placca, spruzzandola con poca acqua fredda. Guai a sciacquarla Taboulè Declinazione estiva del cous cous: al posto di carne o pesce, i chicchi di bulgur (il grano spezzato della ricetta originale libanese) o di semola incocciata vengono conditi con aglio, cipollotto, pomodorini, cetrioli, prezzemolo e basilico, tutto irrorato d’extravergine e limone La ricetta Tortiglioni Breeze con pomodori e anguria INGREDIENTI P 4 : 1 OSTA DI SEDANO; 1 CAROTA; 1 PESCA 1 PICCOLO ;1 . DORI VE 200 . DORINI; 1 FETTA DI ANGURIA 1 MAZZETTO DI BASILICO; 300 G. IGLIONI SALE MARINO; OLIO EXTRAVERGINE ER PERSONE C CETRIOLO KG DI POMO RDI G DI POMO DI TORT Sushi Invenzione di Davide Scabin, chef bistellato del Combal.Zero del Castello di Rivoli, Torino: conchiglioni cotti “per infusione” a temperatura controllata, battezzati con wasabi e mirin, farciti con seppioline, mozzarella, ostriche, acciughe al verde, ricci di mare e altro, secondo il mercato del giorno er prima cosa, laviamo, mondiamo e battiamo a coltello tutta la frutta e la verdura, tenendo da parte qualche ciuffetto di basilico e tre quarti dei pomodori verdi, da sbollentare qualche minuto per privarli della pelle e dei semi. La polpa va passata al mixer con il basilico preservato, olio a filo e un pizzico di sale, poi setacciata per ottenere un dressing delicato. Adesso cuociamo i tortiglioni al dente in abbondante acqua salata, scoliamo, condiamo con extravergine, poi mescoliamo la pasta, che nel frattempo ha perso calore, con il dressing. Per servire, dressing a specchio sul fondo dei piatti, poi la pasta, frutta e verdura, qualche foglia di basilico e un giro d’olio. P LO CHEF NAZARIO BISCOTTI (“LE ANTICHE SERE”, FOGGIA) NEI PIATTI RIPENSA I SAPORI DEL GARGANO CON ORIGINALITÀ E LEGGEREZZA, COME IN QUESTA RICETTA IDEATA PER I LETTORI DI REPUBBLICA Tricolore Farfalle con pesto e peperoni per una pasta fredda gustosa e originale 36 la Repubblica DOMENICA 10 AGOSTO 2014 8 37 Sta in frigo la felicità notturna del fuorisede accoppiate MARCO LODOLI O Paccheri Spaghetti Si servono in piedi come soldatini, gli schiaffoni napoletani, farciti con gamberi crudi e stracciatella di burrata Sopra, granella di fava Tonka e un filo d’olio extravergine L’intuizione geniale di Gualtiero Marchesi ha trasformato la più banale delle paste fredde nella strepitosa insalata con erba cipollina, caviale, un pizzico di scalogno tritato Orecchiette Gnocchetti Il peperoncino fresco tagliato fine battezza la classica ricetta pastaiola estiva pugliese: pomodori ciliegino, caciocavallo fresco, origano, rucola selvatica e olio extravergine Menta e basilico a pezzetti, pomodori a tocchetti, favette fresche crude marinati nell’olio extravergine All’ultimo momento, insieme alla pasta fredda, qualche goccia di limone Farfalle Conchiglioni Pesto leggero di basilico, sbriciolatura di mandorle, pomodorini crudi e dadolata di pesce spada passato in padella, per la pasta cotta e scolata con fagiolini e patate Farcitura vegetariana per il formato gigante, da gustare come finger food: crema di ceci, salsa di sesamo e limone (tipo hummus), olive taggiasche a fettine, paprika Penne Fusilli Ricotta affumicata in scaglie, cubetti di melanzane spadellati, pomodori datterini affettati e capperi di calibro medio dissalati Profumare con scorza di limone bio grattugiata Tonno fresco scottato o filetti di sgombro con zucchine lunghe (trombetta) leggermente rosolate Rifinitura con maggiorana fresca e briciole di pane di grano arso tostate GNI PIETANZA ormai può ascendere ai cieli dorati della cucina d’autore, essere corretta o reinventata da cuochi internazionali, meritarsi diluvi di stellette e forchettine: ma la pasta fredda resta un caposaldo della vita studentesca e non accetta estrose nobilitazioni! Sta lì, da sempre nel desolato frigorifero di universitari fuorisede, uno scodellone bianco che troneggia nel vuoto bianco e gelato, come un igloo rovesciato sul pack della malinconia speranzosa. Dopo aver vagabondato per la città, dopo aver discusso dei massimi sistemi o della bella mora che proprio non ci sta con nessuno, si finiva nell’appartamentino di qualche aspirante filosofo ventiquattrenne, di qualche potenziale ingegnere con tre esami sul libretto, di qualche giovane attore in attesa perenne di una convocazione: alle tre di mattina tornava la fame, ma nessuno aveva voglia di cucinare, e allora qualcuno apriva lo sportellone del frigo, come si stappa il vaso delle belle illusioni. «C’è un po’ di pasta fredda», avvisava con soddisfazione l’avamposto degli uomini perduti. Non si sa da quanto tempo stava là dentro, da un giorno, due, tre, tanto la pasta fredda non invecchia o lo fa molto lentamente. Era un ammasso di pennette lisce condite con qualsiasi cosa: tonno, soprattutto, perché le dispense universitarie, quelle in cucina, sia chiaro, contengono sempre confezioni di scatolette di tonno comprate in offerta speciale a blocchi da dieci, e poi quel mais gallinaceo, che addolcisce e fa comunque allegria, e poi pezzetti un po’ ingialliti di mozzarella, tocchetti di formaggio scadente e di pomodoro tagliato in fretta, a volte persino una manciata di capperi portati in un vasetto dal sud. Un magma gelido, un pandemonio di ingredienti gettati un po’ a caso, un bendiddio di cui essere grati. In frigo si trovava anche qualche birretta già aperta e sfiatata o una boccia di vino bianco dei castelli, un litro di mal di testa assicurato. Era la felicità divisa gioiosamente in piatti di carta, cibo per prolungare la notte a oltranza. Non finiva mai, quella pasta fredda, si prendeva, si riprendeva e ce n’era sempre ancora in fondo alla scodellona, sempre buona per l’indomani. Aveva il potere magico dell’autorigenerazione, era una manna senza fine. «Mamma mia quanto è buona», commentava il giovane filosofo calabrese, «Una mano santa», ribadiva l’ingegnere senza esami, «E chi se la scorda più una pasta così», concludeva il poeta tardo-crepuscolare. E già, chi se la scorda più quella pasta fredda e quelle nottate di parole e sogni, chi può mai dimenticare la fame bellissima della giovinezza. © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica LA DOMENICA DOMENICA 10 AGOSTO 2014 38 L’incontro. Narratori Scoprì la letteratura da ragazzo, in ospedale: “Accadde che i fascisti avevano assalito il nostro liceo, a Ostia, e che io avessi voluto fare l’eroe. E poi che sul mio letto qualcuno dimenticasse Lo straniero di Camus”. E scoprì il teatro all’università, Valle Giulia: “Lo zoccolo duro della facoltà occupata ci cacciò via. Non siete più compagni, ci accusò, ma attori”. E fu così che lo diventò davvero, attore, poi regista e infine anche scrittore: “Figurare ma mi vengono a trovare e uno di loro dimentica sul letto Lo straniero di Camus. È il romanzo che mi ha salvato la vita. Comincio a rinascere. Da quel libro ho tratanche uno spettacolo, nel 2003». altre vite da quella che siamo co- to Per un artista di narrazione epico ed energico come Baliani, per uno che tra i suoi spettacoli vanta parabole sociali, progetti interculturali, tragedie pubun premonitore Francesco a testa in giù, lavori realizzati con ragazzi, stretti a vivere è una cosa straor- ebliche, Piazza d’Italia da Tabucchi, fino a variazioni sull’Orlando Furioso, rinascere è stato un prendere sempre nuova coscienza di sé e degli altri. «Diciottenanziché iscrivermi all’Accademia militare di Pozzuoli, e diventare ingedinaria. E rende il mondo assai ne, gnere-pilota, ricevo la telefonata di un amico: “Ma che sei matto? Vieni con me ad Architettura”, e io lo seguo, e mi ritrovo nel bordello del ’68 con estremisti di sinistra, fascisti e polizia a Valle Giulia. Di lì a poco divento un extrameno orribile”. parlamentare piuttosto animoso, in un gruppo legato ad Autonomia Operaia. PRATI, MARANE, MONTAROZZI, TERRENI DA FAR WEST, TOMBE ETRUSCHE, IL TEVERE DOVE SI FACEVA IL BAGNO IN BANDA IL RAPPORTO CON LA NATURA ERA QUOTIDIANO E SPIETATO E ANCHE I CORPI ERANO MATERIA D’INSEGNAMENTO Marco Baliani R O D O L F O D I G I AM MA R C O ROMA «N ASCO a Verbania, sul lago Maggiore, il 6 luglio 1950, e mi ti- rano fuori col forcipe dalla pancia di mia madre, sul tavolo della cucina di marmo, e io ho una fossetta sopra la testa dove il forcipe stringeva, e se avesse stretto un po’ di più Baliani oggi non ci sarebbe stato, o sarebbe menomato. È un segno indelebile: non c’è osso, c’è fontanella». È bello sentir parlare Marco Baliani, comunicatore per istinto, autore, attore e regista teatrale che scrive anche libri, e che di mestiere fa l’uomo, un uomo che ha vissuto senza risparmio. «I miei si trasferirono poi ad Acilia, a sud di Roma, perché lì si potevano costruire le case con pochi soldi. Mia madre, maestra elementare, era l’unico reddito della famiglia finché papà non fu assunto al ministero della Difesa. Ad Acilia abitavamo nel Villaggio Africa, pieno di gente cacciata via dalla Libia, come mio padre, che aveva trascorso lì sedici anni. Tra sfollati ed ex coloni ricevevo un imprinting di parlate dialettali di siciliani, calabresi, friulani, giuliano-dalmati (con cui facevamo a sassate) e romagnoli». Diceva Pasolini che la vita è determinata dalle cose che incontri e che guardi, e l’infanzia di Baliani ne è la prova. «Prati, marane, montarozzi, terreni da far west, tombe etrusche, il Tevere dove si faceva il bagno con bande di minorenni. Vivevo più fuori che dentro casa». L’ha raccontato nel suo romanzo, Il regno d’Acilia. «Il rapporto con la natura era quotidiano, spietato. E anche i corpi erano materia d’insegnamento. L’educazione si traduceva in sessualità precoce, noi spiavamo le coppiette che si infrattavano, e sono cresciuto con un concetto dell’eros senza alcuna complessità cattolica, con papà socialista e mamma comunista, senza mai mettere piede in chiesa, salvo andare all’oratorio per la merenda. Però ero battezzato perché mia madre prima del comunismo era fervente cattolica. I miei s’erano incontrati perché lei era andata con un pullman dell’Azione cattolica a Roma, dal Papa, e mio padre reduce da Tripoli era pure lui lì, ficone, bello, e l’aveva seguita e conosciuta». In gioventù arriva la prima svolta. «Qualcosa di terribile m’ac- A NAIROBI HO LAVORATO CON EX RAGAZZI DI STRADA. C’È UNA VIOLENZA PERICOLOSA, LA SERA TI RITIRI NEL COMPOUND CON GUARDIE ARMATE E FILO ELETTRIFICATO IN ATTESA CHE AL MATTINO TI RIPORTINO COL PULMINO NELLO SLUM cadde a diciassette anni. Partivo ogni mattina alle cinque da Acilia per andare al liceo a Roma, scientifico, il Cavour. Feci l’errore di volermi trasferire in una scuola più vicina, a Ostia. Ci fu un attacco fascista, ruppero banchi e vetrate, e io volli fare l’eroe insieme a un pezzo della mia nuova classe. Mi massacrarono. In ospedale ebbi una depressione fortissima, e pensieri cupi, e neri, per mesi, con tic nervosi, nausee, vomito. Come ha ragione Paul Nizan a dire “Non permetterò mai a nessuno di dire che quelli erano gli anni più belli della vita”. In un mood da ricovero, scoprii i libri. Alcuni amici da Ro- Manifestazioni, occupazioni delle case, molotov, riunioni infinite. Mi piaceva il caos, ma non i testi di Lenin. Ero un cane sciolto, bravo a parlare, dotato di buona retorica, con molta immaginazione». Oratoria da applauso. Ecco dove nasce l’attore. «Con alcuni compagni avevamo creato una comune a via dei Serpenti (ne scriverò nel mio prossimo romanzo), ma la fauna cambiò presto, c’erano i politici, quelli che si bucavano, e il mio gruppo che voleva fare happening. La sera andavamo in un baretto a via dell’Oca, dove c’erano Cucchi e De Dominicis, e cominciammo a imbiancare le loro case». Fine della comune, ma a Baliani resta lo spirito solidale. «Io e altri mettiamo su casa a Morlupo, come indiani metropolitani extracittadini. La facoltà è occupata, e lì conosco Maria Maglietta di Potere Operaio, lei non mi considera, ma una volta mi vede con un libro per me fondamentale, Moby Dick, traduzione di Cesare Pavese, e s’incuriosisce, e io le racconto di Achab e della Balena Bianca... In breve, decidiamo di mettere in scena nell’aula magna Il re è nudo, siamo in trenta, molti suonano, io faccio il narratore, e ho l’idea di trasformare in show la storia di Andersen sul potere che si denuda, col risultato che lo zoccolo duro dell’occupazione due giorni dopo ci convoca e ci caccia dalla facoltà: “Non siete più compagni, ma attori”. Per reazione decido di diventarlo, attore, e di creare a ventiquattro anni un gruppo. Cominciamo (per due lire) a dar spettacolo nei festival proletari portando nel frattempo nelle scuole tre fiabe». È così che inizia il percorso artistico di Baliani. Soprattutto col Teatro Ragazzi. Dà vita nel ’75 alla Cooperativa Ruota Libera, e nell’83-84 in un centro romano del Pigneto, davanti a masse di ragazzini, lui futuro narratore Doc nazionale, debutta da solo raccontando cose tradizionali, Cappuccetto Rosso o Hansel e Gretel, e la cosa funziona alla grande. Il passo successivo è nell’89 col monologoapologo Kohlhaas da Kleist. Un botto. Arriva la critica ufficiale a recensirlo. Il festival di Santarcangelo gli commissiona una regia su Calvino. Per l’anniversario della strage di Bologna dirige cento attori e attrici. Poi c’è l’esperienza dei Porti del Mediterraneo tra Beirut, Tunisi, Casablanca e Tirana, con interpreti di tutte le provenienze, e drammaturgia sempre di Maria Maglietta. «Progressivamente c’è anche lo stimolo che m’arriva da mio figlio musicista, Mirto, con le sue strutture sonore. Ora ha trentasei anni, e io sono nonno da nove mesi di Anita...». A Nairobi dal 2002 semina vocazioni e apprendistati. «Ho messo su spettacoli con giovani africani, e ora ho appena finito di formare nuove leve lavo- NON SONO BRAVO A DIRE I MIEI SENTIMENTI. GLI ALTRI MI VEDONO COME UNA ROCCIA, IO MI SENTO FRAGILE. HA RAGIONE PROSPERO NE “LA TEMPESTA”: C’È ALTRO. LA FISICA CI DICE CHE SIAMO NELL’ENERGIA OSCURA rando con ex ragazzi di strada. Lì devi stare attento, c’è una violenza pericolosa, e devi ritirarti la sera in un compound con guardie armate e filo elettrificato, in attesa che la mattina ti riportino col pullman nello slum, nel centro d’accoglienza costruito anche grazie a Pinocchio nero, frequentato da quattrocento, quattrocentocinquanta ragazzini». Baliani ha scritto due romanzi e una raccolta di racconti, e due diari di viaggio, ma resta un irriducibile animale della scena. «Il centro di tutto è una sala buia di qualunque teatro purché ci si possa inventare un mondo diverso da quello che c’è fuori. A me piaceva anche fare il pittore o lo scultore (lo faccio, ma seppellisco le sculture, o le incastro nei muretti a secco): sono tecniche di protezione, producono arte manuale, ma non mi importa che gli altri scoprano queste cose, le vedano. Invece mi interessa condividere il teatro, il chi siamo, il come siamo fatti, con un prodotto finale alla portata di tutti. La scrittura letteraria è un’altra cosa, ho cominciato tardi. Per paradosso il libro resta e il teatro è effimero. Quando invecchi diventi credente, e io voglio che rimanga qualcosa di più...». Un fatto di spiritualità? «Dopo le ideologie degli anni Settanta, sono sempre più affascinato dai misteri. L’Africa m’è molto servita. La fisica ci dice che siamo nell’energia oscura. Prospero, nella Tempesta, ha ragione: c’è altro». Le emozioni. «Un concerto di Bruce Springsteen, di Vasco Rossi, ovunque ci sia una scossa di vissuto. Non sono bravo a dire i miei sentimenti. Gli altri mi vedono come una roccia, io mi sento fragile, anche nel corpo». Pentimenti? «Uno, grave: non aver fermato compagni che sparavano. È uno dei motivi per cui non faccio più Corpo di Stato su Aldo Moro. Le ultime volte piangevo, senza distanze. Eppure il rimedio sta proprio nel teatro. Figurare altre vite da quella che siamo costretti a vivere rende il mondo assai meno orribile». © RIPRODUZIONE RISERVATA