la domenica
DI REPUBBLICA
DOMENICA 10 AGOSTO 2014 NUMERO 492
Cult
La copertina. L’utopia dei fabbricanti di lingue
Straparlando. Eva Cantarella: “Io e Antigone”
La poesia. La speranza sfiorita di Ronsard
90
Quei
favolosi
anni
Una grande mostra celebra
il decennio che pareva
insignificante. E che invece...
DISEGNO DI RICCARDO MANNELLI PER “REPUBBLICA”
ANAIS GINORI e GUIA SONCINI
Il reportage. New York Beach, a ciascuno la sua spiaggia L’inedito. Lo zoo di Proust: alla ricerca (ossessiva) degli animali perduti
Spettacoli. Un giorno sul pianeta Subsonica Next. Skyline 2020, le città assalteranno il cielo anche con la sabbia e il bamboo
la Repubblica
LA DOMENICA
26
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
La copertina. Quei favolosi anni Novanta
TIM BERNERS-LEE INVENTA IL WORLD
WIDE WEB: IL MONDO INIZIA A NAVIGARE
IL PREMIER FINLANDESE È IL PRIMO
A USARE UN CELLULARE GSM: IL MONDO
INIZIA A TELEFONARE
CON NAOMI CAMPBELL, LINDA EVANGELISTA
E EVA HERZIGOVA LE MODELLE
RAGGIUNGONO IL TOP
LA GERMANIA VINCE
ITALIA 90 BATTENDO
L’ARGENTINA
LA CANTANTE IRLANDESE SINEAD
O’CONNOR CONTESTA IL PAPA
E NE STRACCIA UNA FOTO IN TV
SU MTV VA IN ONDA “THE REAL
WORLD”: IL NONNO DEL “GRANDE
IN TV PRIMA PUNTATA DI “NON È LA RAI”
(“QUEL BONCOMPAGNI LÌ...”)
ESCE “EDWARD
MANI DI FORBICE”
IN LIBRERIA “GENERAZIONE X”
DI DOUGLAS COUPLAND,
MANIFESTO DEGLI ANNI ’90
DI TIM BURTON
1990
FRATELLO” CHE VERRÀ
& FRIENDS”:
1991
VIDEO-PESTAGGIO DI RODNEY
KING: A LOS ANGELES SCOPPIA
LA RIVOLTA DEI NERI
NOBEL PER LA PACE AL PRESIDENTE
DELL’URSS MICHAIL GORBACIOV
MANDELA LIBERO DOPO
COMINCIA LA GUERRA
VENTOTTO ANNI DI CARCERE
OCCHETTO ANNUNCIA
LA FINE DEL PCI
L'IRAQ INVADE IL KUWAIT:
INIZIA LA GUERRA DEL GOLFO
L TEMPO DELLA NOSTALGIA È DI VENT’ANNI. Negli anni Settanta, i Cinquanta di
Happy Days. Negli anni Ottanta, i Sessanta di Sapore di mare. Nei Novanta Anima mia, e a inizio secolo Notte prima degli esami. Da che esiste il pop,
i quarantenni producono opere d’ingegno sui loro vent’anni. E allora perché non c’è ancora un film o una serie sugli anni Novanta?
Gli americani ci hanno appena fatto un documentario, sì (The 90s: The
Last Great Decade?, su National Geographic), ma non basta. Ci dev’essere una spiegazione alla difficoltà di creare un’epica di quel decennio. Quello in cui brillanti promesse hanno raggiunto lo status (tuttora in vigore) di
venerati maestri: da George Clooney a Roberto Benigni, da Nick Hornby a
Fiorello. Il decennio della Cool Britannia e del clintonismo, di Titanic e di
Non è la Rai. Quello in cui la Pixar cancella le generazioni e s’inventa il mondo come sarebbe stato da lì in poi: padri e figli che guardano gli stessi cartoni animati. Quello della spaccatura tra bianchi e neri con il pestaggio di Rodney King
e le rivolte di Los Angeles, e della pacificazione nazionale affidata a un telefilm per ragazzini come Will, il principe di Bel Air, che fece di Will Smith la più grande star nera
dopo Michael Jackson. Quello delle top model più celebri delle attrici, e dell’inizio della gastrocrazia: in principio, sembrava solo un risotto che doveva far sembrare più alla mano un uomo politico. L’ultimo decennio senza reality show, senza talent, senza
la dittatura dei dilettanti. Prendiamo un anno a caso del decennio: il 1994. L’anno di
O. J. Simpson, e quello di Penso positivo. Quello del premio sanremese della critica al
Faletti di Minchia, signor tenente, e della morte di Kurt Cobain. Di Mandela presidente, e di Forrest Gump. Ma, soprattutto, l’anno in cui sarebbe nato il deprecabile
immaginario di cui non ci saremmo mai più liberati, l’iconografia più dura a morire:
Pulp Fiction. Spiega Peter Biskind in Down and Dirty Pictures (Simon and Schuster)
I
1992
A PALERMO LE STRAGI DI CAPACI
E VIA D’AMELIO IN CUI VENGONO UCCISI
GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO
IN JUGOSLAVIA
A MILANO
GORBACIOV SI DIMETTE.
MUORE L’URSS, NASCE LA CSI
TANGENTOPOLI
UNA DROGA SINTETICA INVADE LE DISCOTECHE:
SI CHIAMA ECSTASY. E SORRIDE
GUIA SONCINI
A MODENA IL PRIMO “PAVAROTTI
IL TENORE È ORMAI UNA SUPERSTAR
ARRESTATO MARIO
CHIESA: INIZIA
A WASHINGTON BILL CLINTON
ELETTO PRESIDENTE DEGLI USA
Web, grunge, Pulp e Diana
Dopo i Sessanta e gli Ottanta
è arrivato il momento
di guardare all’epoca che
inventò il “sestessismo”
che le ragioni per cui il film di Quentin Tarantino è stato un punto di non ritorno sono due. Una
economica: nessun film indipendente aveva
mai superato i cento milioni di dollari d’incasso,
e il produttore Harvey Weinstein dice che, per
convincere un regista a lavorare con lui, non gli
è mai più stato necessario dire altro che “Siamo
quelli che hanno fatto Pulp Fiction”. L’altra ragione è di vanità: fu il film che illuse i registi che
si potesse diventare divi in proprio. La star era
Quentin: più di Uma Thurman, più di John Travolta. Essere più visibile della propria opera: Tarantino si dimostrava più egolatra di Nanni Moretti, che l’anno prima aveva definito il decennio con Caro Diario, convenzione narrativa presa tragicamente alla lettera da un pubblico che
non vedeva l’ora di mettersi in scena e di raccontare i fatti propri al mondo. Certo, non tutti
sapevano maneggiare una macchina da presa,
E dal noi
passammo
all’io
4
IN COPERTINA
1. GSM 2. LUCIANO PAVAROTTI 3. KURT COBAIN
4. LEONARDO DI CAPRIO E KATE WINSLET IN “TITANIC”
5. NELSON MANDELA 6. MARCO PANTANI 7. ROBERTO BENIGNI
8. ECSTASY 9. DAVID LYNCH 10. HARRY POTTER
11. UMA THURMAN IN “PULP FICTION” 12. LADY DIANA
13. SUBCOMANDANTE MARCOS 14. NAOMI CAMPBELL
2
3
5
6
1
7
12
14
13
10
8
9
ma non serviva: era il decennio in cui si diffondeva la Rete, presto ognuno sarebbe stato artefice della propria esibizione.
Sono passati vent’anni e Tarantino è ancora in
copertina, per una voce di flirt con Uma Thurman probabilmente messa in giro per lanciare il
terzo capitolo di Kill Bill, o per pubblicizzare il
ventennale proprio di Pulp Fiction. Se non esiste
un film che racconti gli anni Novanta, forse è perché dagli anni Novanta non siamo ancora usciti.
Il 1994 è stato, anche, l’anno di passaggio nella definizione di quel che saremmo stati a mezzo
televisione. Tra il 1993 di Delusa e il 1995 di Davvero. Delusa è forse l’unico pezzo, in un’intera
11
ELIO
MICROSOFT PRESENTA WINDOWS 95:
SUL PC ARRIVANO LE ICONE
E LE STORIE
TESE VINCITORI
“MORALI”
DI SANREMO CON
“LA TERRA DEI CACHI”
CON EBAY LO SHOPPING ONLINE
DIVENTA DI MASSA
SONY LANCIA LA PLAYSTATION
(E I TEENAGER LA PRENDONO
AL VOLO)
ESCE “(WHAT'S THE STORY) MORNING
GLORY?” DEGLI OASIS: IL BRIT-POP
INCANTA IL MONDO
1995
A PALERMO SI APRE
IL PROCESSO A ANDREOTTI
PER ASSOCIAZIONE MAFIOSA
ESCE “GIOVENTÙ CANNIBALE”,
ANTOLOGIA DI UN NUOVO MOVIMENTO
LETTERARIO ITALIANO
SI SCIOLGONO I TAKE THAT, SIMBOLO DEGLI ANNI ’80
1996
ROMANO PRODI VINCE LE ELEZIONI
I TALEBANI CONQUISTANO KABUL
NEL CANALE DI SICILIA, NELLA NOTTE
DI NATALE, LA PRIMA STRAGE
DI MIGRANTI: MUOIONO 283 PERSONE
CON GLI ACCORDI DI DAYTON
FINISCE LA GUERRA
NELL’EX JUGOSLAVIA
NASCE LA PECORA DOLLY,
IL PRIMO MAMMIFERO A ESSERE STATO
CLONATO CON SUCCESSO
la Repubblica
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
27
ENORME SUCCESSO PER “VA’ DOVE
TI PORTA IL CUORE” DI SUSANNA TAMARO
SULLA CBS DEBUTTA
IL “LATE SHOW”
DI DAVID LETTERMANN
KURT COBAIN, LEADER DEI NIRVANA
IN SELLA A UNA VESPA
NANNI MORETTI
RACCONTA IL SUO
E SIMBOLO DEL GRUNGE,
SI SPARA UNA FUCILATA IN BOCCA
“CARO DIARIO”
ESCE “PULP FICTION” DI TARANTINO:
ED È SUBITO CULT
IN TV SPOPOLANO LE SERIE
“FRIENDS” E “X-FILES”
1993
1994
SILVIO BERLUSCONI PREMIER
CATTURATO IL BOSS MAFIOSO
TOTÒ RIINA, LATITANTE DA 23 ANNI.
ARRESTATO ANCHE
PIETRO PACCIANI: È LUI
IL MOSTRO DI FIRENZE?
PRIMA APPARIZIONE IN PUBBLICO
DEL SUBCOMANDANTE MARCOS
CENTO MILIONI
DI SPETTATORI
SEGUONO
IN DIRETTA TV
CON L’ENTRATA IN VIGORE
DEL TRATTATO DI MAASTRICHT
NASCE L’UNIONE EUROPEA
carriera di slogan e suggestioni, in cui si capisca
esattamente di cosa stia cantando Vasco Rossi:
«Sei tu che quando balli così in televisione, chissà com’è orgoglioso di te il tuo papà […] Eh, sì,
papà è geloso e così non ti lascia uscire: però in televisione sì, chissà perché […] Però, quel Boncompagni lì, secondo me». Erano tempi con maggior senso dello spettacolo, o forse è solo che non
c’era Twitter sul quale minacciare denunce per
ogni critica: a Non è la Rai Gianni Boncompagni
fece cantare ad Ambra una versione del brano in
cui Vasco Rossi veniva nominato al suo posto;
con le accuse d’essere un vecchio porco i due furono pari, e la pubblicità per entrambi fu doppia.
Davvero veniva da Mtv, dove s’intitolava The
Real World, e fu l’embrione della tv del secolo
successivo (il Grande Fratello sarebbe arrivato
nel 2000). Sette ragazzi convivevano in un appartamento di Bologna, seguiti tutto il giorno
dalle telecamere. Mancava la parte di gara, le
esclusioni, il televoto, ma insomma era nato il
reality. Non si sarebbe chiamato così per qualche anno ancora, ma aveva già la caratteristica
precipua del genere: la realtà non è mai abbastanza interessante da costituire reality. Giovanni Minoli, che adattò il format per RaiDue, dice che inventarono «quello che poi sarebbe stato il confessionale, il se stesso che si raccontava
alla telecamera» perché le riprese pure delle
giornate dei ragazzi erano noiosissime. Dice anche che la loro intenzione mica era giocare al ribasso, figuriamoci: «Volevamo analizzare il rapporto reale tra antropologie diverse». Gli viene
da ridere, probabilmente consapevole di come il
tutto sappia di posa intellettuale posticcia, mentre aggiunge: «Non dico il Decameron, ma insomma...». Il fatto è che c’è una contraddizione
non sanata, nel decennio che s’inventa «il se stesso che si racconta», quello in cui l’essere se stessi smette d’essere ambizione goffa da reginetta
di bellezza e pone le basi per la dignità che avrebbe avuto nel secolo successivo: il sestessismo come discorso programmatico di presidente del
LA CATTURA
DI OJ SIMPSON
che ancora ci sfugge. Dal crollo del muro di Berlino a quello delle Torri
Gemelle, gli anni Novanta sono «ontologicamente legati alla fine»,
spiega François Cusset, storico delle idee e professore di Civiltà
americana all’Università di Nanterre, che ha curato uno dei primi
tentativi di catalogare il decennio più lungo del secolo breve. Une
Histoire (critique) des Années 90, appena pubblicato dalle edizioni La Découverte,
accompagna la mostra La Décennie, in corso al Centre Pompidou di Metz fino al 2
marzo 2015. La Francia è il primo paese a lanciarsi nella rievocazione di un’epoca
finora considerata come una mera transizione,
uno spazio bianco. «Un decennio che sfugge alle
definizioni e mette in crisi la storiografia»
racconta Stéphanie Moisdon, curatrice della
mostra che, attraverso immagini, video,
testimonianze, documenti cerca di abbozzare un
racconto corale dei tremendi eppur magnifici
“Nineties”. È la “Generazione X” che, secondo il
romanzo di Douglas Coupland pubblicato nel
1991, ha imparato a convivere con un mondo
esploso, la fine delle ideologie, il trionfo del
neoliberismo, gli albori di Internet, il passaggio
dalla civiltà della riproducibilità delle opere a
quella dell’accesso illimitato, la fine della Storia e
della militanza. Una generazione — i nati tra il
1965 e il 1977 — travolta da un’accelerazione tecnologica e scientifica (il sottotitolo
del libro di Coupland era Tales for an Accelerated Culture) orfana di ogni bussola
politica e culturale, con la sensazione immanente che «tutto sia già stato detto», come
osservava Kurt Cobain, icona di quest’epoca di passaggio. Anni non più spensierati
ma non ancora di terrore. “Meglio essere tristi che infelici” è una delle frasi simbolo di
questo periodo in cui tutto è da ricostruire. «Non abbiamo cercato di celebrare
un’epoca ideale e perduta, ma di rendere attuali forme di allora» spiega ancora il
curatore del libro francese. Un decennio che non ha ancora avuto diritto ai grandi
revival, forse perché sembrava nato-morto e invece si scopre oggi ancora vivo. Chiusa
la parentesi psicotica degli Anni Zero, è la tesi della mostra a Metz, ci ritroviamo
ancora immersi in quel magma informe a cui non sappiamo dare un nome. E così Les
Inrockuptibles si domanda in copertina: “Dobbiamo rimpiangere gli anni Novanta?”
Consiglio, nientemeno. Mentre ci confessavamo a telecamere e connessioni internet, mentre
scambiavamo la rigorosa sceneggiatura di Moretti per un afflato di spontaneismo, cominciavamo anche a cercare di darci un tono. Non era
tv: era ricerca antropologica. Non era vanità: era
cinema d’autore. Non era una canzonetta: era
polemica sociologica. Lo sintetizza bene Lorenzo Jovanotti: «Nasce la smania d’essere altro da
quello che si è. Non si chiamava più “musica da
discoteca” ma “club culture”: voleva dire che ballare era una cosa fatta dagli intelligenti».
Volevamo essere noi stessi — qualunque cosa
significasse — ma volevamo anche sentirci più
bravi dei bravi: Peter Mehlman, tra gli autori della sitcom più popolare dell’epoca, Seinfeld, ha
raccontato che ogni mese la segretaria gli portava centinaia di lettere standard di rifiuto da firmare, in risposta alle centinaia di americani pieni d’autostima che ogni mese pensavano che,
suvvia, cosa ci vorrà mai a scrivere una cosa vista
da alcune decine di milioni di persone, e inviavano la loro brava sceneggiatura di Seinfeld.
Volevamo essere noi stessi, e che bastasse:
persino l’arte contemporanea diventò un diario
cui era stato tolto il lucchetto. La più famosa opera del filone sestessista, My Bed, il letto sfatto di
Tracey Emin, è appena stata messa all’asta dal
collezionista Charles Saatchi. È quasi irresistibile la tentazione di vederci la fine di un’epoca, il ritorno a una qualche lucidità in cui confessare la
propria intima essenza non basti, in cui essere
spontanei smetta d’essere un’ambizione. Ma
nel 2014 il letto sfatto del ‘98 è stato comprato
per due milioni e mezzo di sterline: è difficile
spacciare la vendita per segno d’ineluttabile declino. Forse come simbolo della fine di un’epoca
ha più senso prendere quel tizio che nel 1990 prese sette Oscar. Sembra un’altra vita. Si chiama
Kevin Costner. La grande e definitiva opera su
un’epoca forse deve partire da lui. Cominciare da
Balla coi lupi, e finire alla pubblicità del tonno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ANAIS GINORI
PARIGI
U
NA STORIA che comincia con una fine e termina con l’inizio di qualcosa
Il decennio
stavolta si mette
in mostra
P BLUE (COMPUTER IBM) SCONFIGGE
KASPAROV (CAMPIONE DI SCACCHI)
DEE
LARRY PAGE E SERGEY BRIN BATTONO
TUTTI FONDANDO GOOGLE
I RADIOHEAD NON POSSONO FARE ALTRO
CHE USCIRE CON IL LORO
“OK COMPUTER”
ARRIVA IL PRIMO LIBRO
DELLA PIÙ FORTUNATA TRA LE SAGHE:
HARRY POTTER
LA FRANCIA MULTIETNICA
DI ZIDANE VINCE I MONDIALI A PARIGI
IL MONDO CHE VERRÀ È GIÀ NELLE SALE
DEI CINEMA: ESCE “MATRIX”
MARCO PANTANI FA ANCORA DI PIÙ:
NASCE MESSENGER PER INVIARE
MESSAGGI DI POSTA ELETTRONICA
GRATIS
MA VASCO ROSSI BATTE OGNI
RECORD: PER LUI 130MILA
PERSONE ALL’HEINEKEN
JAMMIN FESTIVAL DI IMOLA
“LA VITA È BELLA” DI BENIGNI
VINCE TRE OSCAR
VINCE GIRO D’ITALIA
E TOUR DE FRANCE
IL "TITANIC" CHE NON AFFONDA: VINCERÀ 11 OSCAR
1997
A MIAMI VIENE UCCISO
NELLA SUA VILLA
GIANNI VERSACE
I LABURISTI DI TONY
BLAIR VINCONO
LE ELEZIONI INGLESI
LA MORTE A PARIGI DI LADY DIANA
COMMUOVE IL MONDO
1998
STRAGE DEL CERMIS:
MUOIONO 20 PERSONE
NELL’INCIDENTE
PROVOCATO DA UN AEREO
MILITARE USA IN TRENTINO
SCANDALO LEWINSKY:
IL PRESIDENTE
BILL CLINTON
VIENE SOTTOPOSTO
A IMPEACHMENT
1999
A SEATTLE PER LA PRIMA VOLTA
FA LA SUA COMPARSA
IL MOVIMENTO NO GLOBAL
VLADIMIR PUTIN SUCCEDE
A ELTSIN ALLA PRESIDENZA
RUSSA. OGGI È ANCORA IN SELLA
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
28
Il reportage. Beach boys
In principio fu Coney Islande il suo milione di bagnanti. Poi vennero i giochi con gli idranti
ALBERTO FLORES D’ARCAIS
NEW YORK
«U
NTEMPO c’era-
vamo noi e
gli italiani. E
si stava decisamente meglio». Avram
va per gli ottanta, la barbetta bianca, una maglietta scolorita,
short, sandali, un asciugamano sgargiante
e voglia di chiacchierare. «Sono un vecchio
e sono ebreo, aschenazita per dirla tutta. E
sono americano. La spiaggia l’hanno sistemata proprio bene, eh? Però questi russi sono troppo invadenti. E anche un po’ maleducati. Pensano che il mare sia cosa loro». A
Manhattan Beach — bella spiaggia semicircolare all’interno di un parco — sentir
parlare russo è in effetti abbastanza comune, ma il vecchio Avram esagera. Sdraiati a
prendere il sole, con o senza ombrelloni,
gente di ogni tipo, accenti (e qualche lingua) diversi e fisici di tutte le taglie, si ammucchiano in questi weekend estivi alla ricerca di frescura e di una giornata al mare.
A Manhattan Beach come sulla vicina Brighton Beach (qui sì i russi la fanno da padroni, tanto che viene chiamata Little Odessa), o sulle lingue di sabbia di Rockaway
Beach; a Orchard Beach, la spiaggia delle famigliole del Bronx, con le sue onde inesistenti che la rendono quasi una piscina naturale per bambini; nella piccola Governors
Island, a Fort Tilden come nell’oasi naturale di Jamaica Bay. Ecco i luoghi dove i
newyorchesi hanno finalmente ritrovato il
loro mare di casa. E hanno eletto le spiagge
in dell’estate 2014.
Come erano diverse le estati di un tempo
nella “città che non dorme mai”, quanto
sembrano lontane quelle immagini immor-
BRIGHTON BEACH
ORCHARD BEACH
META PREFERITA DALLE FAMIGLIE DI ORIGINE RUSSA
FREQUENTATA DAGLI ABITANTI DEL BRONX
LONG ISLAND
MANHATTAN BEACH
VOLLEY SU UNA DELLE SPIAGGE PIÙ ESCLUSIVE
SPIAGGIA ARTIFICIALE SULLA PUNTA DI BROOKLYN
talate in bianco e nero di bambini che si rinfrescano con gli idranti a Hell’s Kitchen (in
una sorta di nascondino con bonari poliziotti), quelle dei barbecue a Central Park o i tuffi delle adolescenti in improbabili bikini nelle acque (non certo chiare) dell’East River.
In passato, basta risalire fino a un paio di decenni fa, il massimo era prendere il D Sixth
Avenue Express, il treno rapido della metropolitana arancione per una gita a Coney
Island. Grandissima striscia di sabbia, con
Luna Park incorporato, che aveva visto
giorni decisamente migliori (come testimoniano le incredibili foto degli anni Trenta con un milione di persone ammassate l’una sull’altra).
Per il newyorchese medio era poi arrivata (insieme al boom economico degli anni
Novanta) l’era del mare tutto compreso in
New Jersey. Per i ricchi non era mai stato un
problema: la villa agli Hamptons o in giro
per il mondo, Grecia, Italia o Corsica come
aree più battute. E le spiagge di New York
erano state abbandonate al loro destino fatto di decadenza, piccoli crimini, gang e un
po’ di spaccio. Con le comunità di un tempo,
gli irlandesi, gli italiani, gli ebrei, i polacchi,
che avevano lasciato un po’ di campo libero
agli immigrati di nuova generazione: i russi
del dopo comunismo, i latinos di ogni dove,
qualche asiatico. Da qualche tempo sono invece tornate a rifiorire, complici la crisi, il
dopo-crisi, l’uragano Sandy, i giovani, gli artisti e un’amministrazione comunale (quella di Bloomberg, per giudicare l’operato di
De Blasio occorre attendere ancora un po’ di
tempo) che ha saputo valorizzarle e ci ha investito tempo, soldi e ottimismo.
Frank ha trentadue anni, fa il consulente
di una start up a Brooklyn e con la fidanzata
nei weekend si fionda senza indugi verso la
punta di Queens, una linea espresso della
subway più un bus, tre quarti d’ora per arrivare a Fort Tilden: «Per noi è il paradiso». Per
Lido
Manhattan
Latinos e asiatici, broker
e artisti, ricchi e poveri
Ny ha un mare per tutti
la Repubblica
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
29
Oggi, dopo anni di decadenza, le tribù della Grande Mela hanno ritrovato le loro spiagge
chi la frequenta è la più sofisticata spiaggia
della City con la sua “colonia degli artisti”
nel cuore del Gateway National Recreation
Area (dieci milioni di visitatori ogni anno),
oltre diecimila ettari di terra, verde e acqua,
un’ex zona militare con il suo fortino e le vecchie strutture dell’esercito abbandonate,
con i capannoni industriali ammuffiti, i
graffiti di anni ormai lontani: e con i suoi sentieri, gli scogli e la spiaggia lunga un miglio.
Questo tratto della Rockaway Peninsula
due anni fa venne chiuso. L’uragano Sandy
aveva colpito duramente, e solo da poco ha
riaperto. Era una spiaggia di nudisti (più o
meno tollerati), ora è quella degli artisti. Artista a New York è una (auto)definizione
piuttosto diffusa (“Che fai?”, “L’artista”. “E
dove lavori?”, “Guadagno qualche soldo come barista”) e per ogni cento sedicenti artisti uno solo lo è veramente, ma qui a Fort Tilden quelli veri e quelli farlocchi li puoi trovare fianco a fianco, asciugamani colorati
sottobraccio e occhiali da sole griffati. Merito della Rockaway Artists Alliance, che organizza un festival di arte, musica e pubbliche letture che dura da fine giugno al Labor
Day (quest’anno cade il primo settembre)
e che invoglia a unire la cultura al relax marino. Aiutata da personaggi della New York
che conta come Patti Smith, Marina Abramovic o il direttore del MoMa PS1 (quello di
Queens), Klaus Biesenbach. «Quattro-cinque anni fa c’erano praticamente solo pescatori, era tutto abbandonato, adesso il sabato e la domenica è difficile trovare due metri quadrati liberi».
Tante spiagge, ognuna con una sua tribù
piuttosto definita, dove tutti (o quasi) si conoscono: perché lavorano negli stessi quartieri, in uffici simili, amano la stessa musica
e sono fan delle stesse serie tv. Ci sono i surfisti che all’alba raggiungono Rockaway
Beach, ci sono i patiti di Governors Island,
l’isoletta a sud di Manhattan con vista sulla
GOVERNORS ISLAND
MOLTO IN VOGA TRA I BROKER DI WALL STREET
QUEENS
AMATA DA VELISTI E GIOVANI DELL’UPPER EAST SIDE
FORT TILDEN
ROCKAWAY BEACH
RITROVO COOL DEGLI ARTISTI (O ASPIRANTI TALI)
È CONSIDERATA IL PARADISO DEI SURFISTI
Statua della Libertà dotata di un club molto
in voga tra i broker di Wall Street, con la sua
piccola spiaggia (artificiale) e i concerti
estivi ogni sera. C’è Breezy Point Tip, sulla
punta estrema della penisola, c’è il parco naturale di Jamaica Bay, vera e propria oasi
per gli amanti della natura, per chi vuole osservare (o fotografare) uccelli e animali, il
tutto con il rombo dei Boeing in partenza e
in arrivo. Una New York marina, racchiusa
nello spazio di poche miglia quadrate tra la
parte meridionale di Brooklyn, il Jfk e la lingua sud del Queens, dove trovi di tutto e di
tutti, dagli analisti di Borsa (le aree della finanza a TriBeCa e Battery Park non sono poi
molto distanti) agli amanti della vela, dai
personal trainer con i loro clienti alle comitive un po’ caciarone di ragazzine-bene dell’Upper East Side.
E poi ci sono le spiagge finte, quelle costruite a ridosso del Brooklyn Bridge Park
sui Pier 5 e 6, dove non si fanno bagni ma è
una fiera paesana perenne, con i suoi tendoni, il cibo di ogni genere, i ragazzini sugli
skate e qualche piccolo truffatore controllato a vista dai poliziotti. Ci sono quelle (altrettanto finte) dall’altra parte della città,
lungo il fiume Hudson, dove le giovani mamme di TriBeCa portano a spasso i pargoli e
chi passeggia è a rischio collisione con le centinaia di ciclisti che sfrecciano sulle ciclabili. Ci sono i locavores — come vengono chiamati nello slang 2.0 (era la parola dell’anno
nel 2007 per l’Oxford American Dictionary), quelli che amano mangiare local, a
chilometro zero. Fanno la fila tranquilli davanti ai banconi di Smorgasburg, il mercato delle pulci che affaccia proprio sul waterfront di Williamsburg, l’area più trendy di
Brooklyn, dove ogni sabato centinaia di persone sembrano pascolare e si fermano ad
ammirare la skyline di Manhattan. Credendo di essere al mare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
CONEY ISLAND
È TORNATA A RIEMPIRSI DI GENTE (QUASI) COME NEGLI ANNI TRENTA
LA DOMENICA
la Repubblica
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
30
L’inedito. A tempo perso
Piccioni e canarini, gabbiani, cinciallegre, farfalle e cagnolini
E poi vespe assassine, eleganti pavoni, orribili ranocchie
Disegnando (e scarabocchiando) animaletti
l’autore della “Recherche” raccontava anche i suoi incubi
il
Bestiario
diProust
PER UN’ORA HO ESITATO
TRA LA DELIZIA
DI AVERE DEGLI ANIMALI
COSÌ INCANTEVOLI
E L’ORRORE DI FARLI
MORIRE IN UNA CAMERA
IN CUI BRUCIA
COSTANTEMENTE
LA POLVERE
ANTIASMATICA LEGRAS:
HA PREVALSO LA PIETÀ.
CÉLESTE HA TREMATO
AL SOLO PENSIERO
CHE AVESSI POTUTO
PENSARE DI METTERMI
IN UNA CAMERA,
CHE NON PUÒ MAI PULIRE
PERCHÉ NON MI ALZO MAI,
DEGLI ANIMALI
CHE FANNO LA PIPÌ…
HA RAGIONE
MARCEL PROUST
AGOSTO 1922
la Repubblica
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
31
DARIA GALATERIA
Q
PARIGI
UANDO, AQUARANTADUEANNI, Marcel Proust pubblicò Dalla par-
te di Swann, il primo volume della Recherche du temps perdu, già pensava che quel libro gli sarebbe costato la vita. Nelle prime pagine preparatorie aveva scritto che lo scrittore
può sparire senza rimpianti “come l’insetto che si dispone alla morte dopo aver deposto tutte le sue uova”. E all’inizio del
romanzo, uscito nel novembre 1913, l’insetto riappare, nella forma di un’indimenticabile madre assassina e assassinata, per troppo amore dei figli. È la vespa scarificatrice, “che
per assicurare ai piccoli, dopo la sua morte, della carne fresca
da mangiare, chiama l’anatomia in aiuto alla crudeltà e, catturato qualche ragno o punteruolo, gli trafigge con una sapienza e un’abilità meravigliose il centro nervoso da cui dipende il movimento delle zampe, ma non le altre funzioni vitali, in modo che l’insetto paralizzato, accanto al quale depone le proprie uova, fornisca alle larve, quando si schiuderanno, una preda docile, inoffensiva, incapace di fuga o di resistenza, ma non ancora frollata”. A un mese dalla morte, sopraggiunta il 3 ottobre 1922, Proust di nuovo tornava, in una lettera, sulla sua vespa, con
cui si identifica, perché come lui anche l’insetto ha un’“attitudine testamentaria” e muore
dopo aver messo al mondo i suoi piccoli: “Non ho più né i movimenti, né la parola, né il pensiero… Così, mi rifugio nei volumi che palpo non potendoli leggere e ho verso di loro le precauzioni della vespa scarificatrice… raggomitolato come lei e privo di tutto, mi occupo più
solo di fornire loro l’espansione che mi è rifiutata”. Proust ha letto della vespa scarificatrice
ne L’insecte di Michelet: “Quella che non ha tempo, che muore stasera, ama il tempo che
non sarà il suo… dedica al figlio di domani il
suo unico giorno… è sublime”. Si sa del rimorso matricida di Proust, convinto di aver
sfinito la madre adorata con le cure, le pene,
il decoro violato dall’omosessualità del figlio. Il bestiario di Proust — che solo gli studi proustiani più recenti stanno investigando — pare popolato di animali assassini della propria madre: e questo è costante per gli
animali letterari citati nella Recherche.
Nella vita, infatti, Proust aveva grandi
moti di tenerezza per le bestie. Nell’agosto
del ‘22, ebbe anzi la fantasia di prendere in
casa dei gattini: “Per un’ora ho esitato tra la
delizia di avere degli animali così incantevoli e l’orrore di farli morire in una camera in
cui brucia costantemente la polvere antiasmatica Legras: ha prevalso la pietà. Céleste
(la cameriera, ndr) ha tremato al solo pensiero che avessi potuto pensare di mettermi
in una camera che non può mai pulire perché non mi alzo mai degli animali che fanno
la pipì… ha ragione. Per consolarmi dei gatti
viventi mi procurerò i Dialoghi di Colette
che non conosco”. Ma nel romanzo affiorano
animali radicati nelle preoccupazioni più
profonde dello scrittore; animali indecenti,
spesso solo accennati — sempre letterari,
comunque; ben pochi sono nella Recherche
gli animali reali: polli e corvi a Combray, piccioni e canarini a Parigi, gabbiani, cinciallegre, un levriero e un cagnolino a Balbec.
Un rimorso matricida nutre per esempio
la ranocchia di Nerone, in apertura di Sodome. Dopo l’amore, Charlus e Jupien si lavano per “pulirsi”: e non per la paura di avere
bambini, impossibile in questo caso, “malgrado l’esempio della Légende dorée”. Proust si riferisce qui alla tradizione della gravidanza di Nerone, diffusa nel Medioevo e raccolta nella Leggenda aurea di Jacopo da Varagine, in cui si dice che Nerone si maritò con
un uomo. Spinto da un impulso infame, continua la storia, Nerone fece assassinare la
madre e la fece tagliare in due per vedere come era stato allevato nel suo seno. I medici
lo biasimarono e gli dicevano: “Le leggi e la
morale vietano che un figlio sopprima la madre: ti ha generato nel dolore e ti ha allevato
con tanta sollecitudine e fatica”. Nerone allora chiese loro di fargli concepire un bambino e poi partorire, per poter conoscere il
dolore di sua madre. Minacciati di morte, i
medici pensarono di fargli inghiottire con NELLE PRIME PAGINE PREPARATORIE
delle pozioni un girino, che gli crebbe nel AVEVA AFFERMATO CHE LO SCRITTORE
ventre: Nerone si persuase di essere incinto PUÒ SPARIRE SENZA RIMPIANTI
ma, dilaniato dai dolori e potendo “a mala- “COME L’INSETTO CHE SI DISPONE
pena respirare”, chiese di partorire. I medi- ALLA MORTE DOPO AVER DEPOSTO
ci gli somministrarono un emetico, e Nero- TUTTE LE SUE UOVA”. ALL’INIZIO
ne vomitò una rana orribile a vedersi, co- DEL ROMANZO L’INSETTO RIAPPARE
perta di umori e di sangue. Chiese se era sta- NELLA FORMA DI UN’INDIMENTICABILE
to così, uscendo dal ventre della madre; “Sì”, MADRE ASSASSINA E ASSASSINATA
risposero i medici. La rana, simbolo della fer- PER TROPPO AMORE DEI FIGLI...
tilità, esorcizza la sterilità degli amori omosessuali; ma richiama il motivo dell’assassi-
I DISEGNI
NELLA PAGINA
DI SINISTRA
IN ALTO: LIBELLULA,
DA “ALL’OMBRA
DELLE FANCIULLE
IN FIORE”; SOTTO,
ACCANTO
A UN’IMMAGINE
DI PROUST,
TRE DISEGNI
“MEDIOEVALI”
PER L’AMANTE
REYNALDO HAHN:
LA PRUDENZA
(UN SERPENTE
CHE S’ATTORCIGLIA)
L’ORGOGLIO
(CHE CAVALCA
UN CAVALLO
IMBIZZARRITO)
E LA VILTÀ (CHE
FUGGE DAVANTI
A UNA LEPRE).
IN QUESTA PAGINA
IN SENSO ORARIO
DALL’ALTO: VESPA;
PROFILO DI DONNA
CON FARFALLE;
PAVONE CHE FA
LA RUOTA; UOMO
A CAVALLO; CANE
VISTO DI PROFILO.
TUTTI I DISEGNI
SONO STATI
PUBBLICATI
IN FRANCIA
RACCOLTI
DA PHILIPPE
SOLLERS
(“L’OEIL DE PROUST”,
STOCK)
nio materno. Anche del bestiario di La Fontaine sono consegnati nella Recherche solo
topi. A eccezione del pederastico affetto dei
Due piccioni, sono evocate nel Temps retrouvé — in modo nascosto: tramite l’illustrazione della poesia o un gioco di parole —
le favole Il topo e l’ostrica e Il gatto e un vecchio topo: che mostrano un topo sgozzato da
un’ostrica, e un gatto sterminatore, un Attila, flagello dei topi. Si sa della privata ossessione di Proust, che lo fece chiamare
l’“uomo dei topi”: farsi portare dei topi in
gabbia, per vederli trafiggere con spilloni
dai ragazzi dell’Hôtel Marigny, una casa di
piacere per omosessuali: atto “complicato”
dalla esposizione della fotografia della madre. C’era un antecedente letterario nella
Légende de Saint-Julien l’hospitalier di
Flaubert; il primo atto sadico del santo era
stato di trafiggere con uno spillo “una topolina bianca”, coprendola di rosse gocce di
sangue. In un incubo dei Guermantes, “teniamo… i genitori morti in una gabbietta per
topi, dove sono più piccoli di una topolina
bianca e, coperti di bolle rosse, ci tengono discorsi ciceroniani”.
Proust ha la nostalgia di un impossibile
amore lecito e felice; e colpisce i topi, gli animali che “simboleggiano l’aggressione anale” (George Painter), per vendicarsi del moralismo dei genitori. Gli animali in gabbia
rappresentano insieme la sua sessualità
perseguitata, i genitori repressivi, i sensi di
colpa. Un altro sogno, quello delle intermittenze del cuore, lancia al Narratore le parole: “Cervi, cervi”: è, reiterata, l’accusa di matricidio che un cervo rivolge a San Giuliano
nel racconto di Flaubert tanto caro a Proust:
“Maledetto! Maledetto! Maledetto! Un giorno, cuore feroce, tu assassinerai tuo padre e
tua madre”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
32
Spettacoli. In anteprima
In uno studio dal nome fantascientifico
sta nascendo il nuovo disco della band
di Torino. Siamo andati a sentirlo
là dove tutto è incominciato. Su Andromeda
LUCA VALTORTA
TORINO
MARZIANI a Torino. «A Vanchiglia una volta era pieno». Scusi? «Sì, marziani: un tempo li
I
GLI INIZI
1996: IL PRIMO NUCLEO
DELLA BAND. DA SINISTRA:
BOOSTA (TASTIERE), SAMUEL
(VOCE), MAX (CHITARRA).
IL BATTERISTA NINJA
E IL BASSISTA VICIO
SAREBBERO ARRIVATI DOPO
LE PROVE
BLUMUSICA È LO STUDIO
IN CUI PROVANO LA MAGGIOR
PARTE DELLE BAND
DELLA CITTÀ. QUI LO SPECIALE
DOPPIO MICROFONO
DI SAMUEL CREATO PER AVERE
UNA PARTICOLARE ECO
IL CONCERTO
IL PRIMO LUGLIO 2014
HANNO SUONATO DAL TETTO
DI UN PALAZZO IN PIAZZA
DUOMO A MILANO DAVANTI
A PIÙ DI 50MILA PERSONE.
COME I BEATLES? BOOSTA:
“PARAGONE IMBARAZZANTE”
IL DISCO
IL NUOVO ALBUM ( FOTO
QUI SOPRA) SI INTITOLERÀ
UNA NAVE IN UNA FORESTA.
L’USCITA È PREVISTA
PER IL 23 SETTEMBRE,
IL SECONDO SINGOLO
SARÀ DI DOMENICA
chiamavamo così i drogati di eroina», risponde lo studente cui chiedo indicazioni per il
quartiere in cui i Subsonica hanno lo studio. E adesso? «Ogg è più pulita». Atterriamo su
Andromeda. Dopo i marziani ci sta bene. Andromeda è il nome dello studio di registrazione che ha preso il posto della vecchia Casasonica, dove la band è nata, che si trovava in
Piazza Vittorio, proprio nel cuore della città. L’immaginario fantascientifico dal sapore
vintage ha sempre fatto parte del mondo dei Subsonica. Esploriamo la galassia di Andromeda. Enrico Matta, detto Ninja, batterista ultratecnico, arriva trafelato con un trolley
(scopriremo solo molto più tardi che non viene da una vacanza ma si porta dietro le basi
del nuovo album per le prove). Dentro lo studio un grande quadro che raffigura Saturno,
un manichino, pezzi di apparecchi elettronici, vecchie radio. Davide Dileo (alias Boosta,
tastierista) è disteso sul divano. Max Casacci, chitarrista e produttore, fa gli onori di casa
e ci conduce in studio per ascoltare il nuovo disco. Samuel, il cantante, ci raggiunge durante il primo
pezzo, che è anche quello che dà il titolo all’album, Una nave in una foresta. Qui ci si sente proiettati in
un mondo lontano e diverso, un mondo “subsonico” che anche nel grigiore quotidiano trova la forza
del riscatto: quel cielo grigio di Torino da loro cantato viene come trafitto dai raggi di luce delle loro
canzoni, capaci di farti sentire vivo: «Tu sai difendermi e farmi male/ Ammazzarmi e ricominciare/ A
prendermi vivo/ Sei tutti i miei sbagli», cantavano nel pezzo con cui sono arrivati undicesimi al Festival di Sanremo nel 2000, ma poi primi nelle classifiche. Di Torino i Subsonica sono un’immagine forte. Ma la loro musica sa travalicare i confini di genere e trovare un grande pubblico nonostante le loro
sonorità siano molto più vicine a quelle internazionali che alle semplificazioni da hit parade italica.
Il nuovo disco è piuttosto spiazzante. Si apre con due brani di ascendenza londinese, sonorità vicine
al “grime”, acide e distorte, con lunghi momenti strumentali, elettronica sperimentale mescolata al
calore vintage dell’analogico. Lo ascoltiamo tutto di seguito, senza interruzioni. C’è un pezzo che si
chiama I cerchi negli alberi, di liberatoria portata poetica che tocca le corde profonde dell’emozione;
c’è il singolo Lazzaro che già vede la gente ballare impazzita durante i concerti; c’è una più intima Di
domenica che sarà il secondo singolo e la considerevole Ritmo Abarth. C’è una enigmatica Licantropia e un’esistenziale, straniata Attacco al panico
e, a chiudere, la visionaria Il Terzo Paradiso, ispi- noscevamo dai tempi della scuola e vivevamo inrata e introdotta dalla voce di Michelangelo Pi- sieme guadagnandoci da vivere facendo cover
stoletto. Max: «Avevamo una musica perfetta per delle canzoni dei cartoni animati giapponesi con
lui e così ci siamo incontrati. Il pezzo inizia con la gli Amici di Roland». Samuel: «A cinque anni ero
sua voce a cui noi facciamo da specchio proprio già molto intonato. I miei due fratelli maggiori
per essere conseguenti alla sua poetica artistica, quando andavamo ai campeggi estivi mi mettedi cui l’idea di “opera specchiante”, che racconta vano in uno scatolone: io poi saltavo fuori con un
il passato ma è un presente costante, è un po’ il ful- accappatoio blu e una banana attaccata al collo e
cro. Noi siamo stati il suo specchio musicale».
cantavo Quando io sentire odore di banana. Tutti
I Subsonica sembrano molto contenti e se ne scoppiavano a ridere ma restavano anche colpiti
può intuire il motivo: il primo luglio scorso hanno dalla mia intonazione che era sorprendente per
fatto un concerto in Piazza Duomo a Milano dal un bambino di quell’età. Oggi sarebbe una cosa
tetto di un palazzo, davanti a una folla di circa cin- da telefono azzurro, oltre che politicamente molquantamila persone. Come i Beatles... «Ci hanno to scorretta». Boosta? «Ho chiesto io ai miei di suotormentato tutti con questo paragone. Non è no- nare il pianoforte a sei anni ma a sette mi ero stanstra intenzione fare raffronti imbarazzanti ma cato di solfeggiare e volevo smettere. Devo rinnon c’è dubbio che sia stato uno dei momenti più graziare loro che mi hanno costretto ad andare
emozionanti della nostra storia», dice Boosta. avanti». A un certo punto i Subsonica hanno biso«Adesso però devi vedere il nostro ultimo, impor- gno di un batterista: «Samuel e Boosta mi hanno
tante acquisto». Mi fanno salire su una scassata portato in studio da Max. Per intortarmi mi aveRitmo Cabrio: «È la macchina societaria», spiega vano detto che c’era un nuovo progetto sperimentale con molto spazio per la batteria», dice
Ninja. Vicio? «Ho sempre pensato che il basso fosse uno strumento che faceva per me, discreto ma
che amalgama tutto. Io detesto apparire: al basso
non ci fai caso ma se lo togli le cose non sono più le
stesse. Un amico mi ha detto che i Subsonica cercavano un bassista e io mi sono presentato». Non
avete mai rinunciato a prendere una posizione politica forte nonostante il successo. «Negli anni Novanta la musica non era laica e noi con la politica
ci siamo cresciuti. Non in senso stretto perché non
è il nostro ruolo ma su certe battaglie non ci siamo
mai tirati indietro», dice Samuel. Momenti belli
nella vostra storia? «Tanti. Il primo che mi viene
in mente coincide con una figura di merda: aveMax. «Ed ecco la musica», dice Boosta, tirando vamo fatto nottata e da lì siamo andati dritti nelfuori un contenitore di vecchie cassette. Le mette lo studio in cui registravamo al tempo, gonfissinello stereo: viene fuori un suono esile e quasi fa- mi, straparlanti. Abbiamo impostato il mix e ci
stidioso che riporta a più di trent’anni fa. «Sul- siamo buttati sul divano come due squatter. A un
l’impianto stereo dobbiamo ancora un po’ lavo- certo punto apriamo gli occhi e ci troviamo darare», dice Ninja che è laureato in ingegneria. vanti Fabrizio De André. Gentilissimo, si è messo
Quanto è costata la macchina? «Mille e settecen- a parlare con noi e poi ha chiamato Dori e le ha detto euro: un affare». Andando a trenta all’ora pas- to: “Hai visto? Questi sono i ragazzi di cui abbiasiamo davanti all’Igloo di Merz e in pochi minuti mo visto il video e che ci piacevano” e ci ha offerto
arriviamo nello studio per le prove, dove ci atten- l’aperitivo. Era anche lui in quello studio per regide l’ultimo componente della band, Luca Vicini strare quello che sarebbe stato il suo ultimo disco.
detto Vicio, il bassista, appassionato di ciclismo. Eravamo anche riusciti a strappargli una proAssistere alle prove è come vedere un concerto messa di collaborazione ma poi...». E i momenti
ma molto più da vicino: i Subsonica non si rispar- brutti? Boosta: «Tutte le volte che ci siamo sciolti
miano. Samuel dopo tre o quattro pezzi è sudato. ma che nessuno sa». Il cielo di Torino adesso è diPer terra ci sono dei fogli. Cosa sono? «I testi delle ventato nero. È il momento di andare ai Murazzi,
canzoni: si diventa vecchi. Scherzo: servono solo un luogo fondamentale per la scena musicale e
all’inizio, quando sei arrugginito, per rinfrescar- non solo per quella. «Non è più come una volta
si la memoria. Poi non ce n’è più bisogno anche se qui», dice Max dopo un po’. «Ma va bene: il mondo
a volte l’emozione può farti dimenticare tutto al- cambia e bisogna fare cose sempre diverse. Noi
l’improvviso», spiega Samuel.
coi Subsonica, nel nostro piccolo ci proviamo». «Ci
La storia dei Subsonica inizia da lontano e se c’è piacerebbe far nottata come ai bei tempi ma adesuna band che ha fatto tutti i gradini della classica so abbiamo quasi tutti mogli, figli, fidanzate...»,
gavetta sono loro: «Ci siamo incontrati dopo che dice Samuel. Le luci si riflettono nella lenta belMax era uscito dalla sua band storica, gli Africa lezza dell’acqua del Po mentre torniamo a casa. E
Unite», spiega Boosta nel cortile dopo le prove, Torino dai Murazzi sembra bellissima.
mentre le zanzare ci divorano. «Io e Samuel ci co© RIPRODUZIONE RISERVATA
NEPPURE I MURAZZI
SONO PIÙ QUELLI
DI UNA VOLTA: IL MONDO
CAMBIA, BISOGNA FARE
COSE DIVERSE.
NEL NOSTRO PICCOLO,
NOI CI PROVIAMO
MAX (CHITARRA)
A CINQUE ANNI ERO
GIÀ MOLTO INTONATO.
I MIEI FRATELLI
MI METTEVANO
IN UNO SCATOLONE:
IO SALTAVO FUORI
E CANTAVO
SAMUEL (VOCE)
I MOMENTI BRUTTI?
TUTTE LE VOLTE
CHE CI SIAMO SCIOLTI
E CHE NESSUNO SA:
OGNUNO A UN CERTO
PUNTO SE N’È ANDATO
MA POI È RITORNATO
BOOSTA (TASTIERE)
IO DETESTO APPARIRE.
HO SEMPRE PENSATO
CHE IL BASSO FOSSE
LO STRUMENTO PER ME:
È DISCRETO,
NON CI FAI CASO
MA AMALGAMA TUTTO
VICIO (BASSO)
SAMUEL E BOOSTA
PER INTORTARMI
MI AVEVANO DETTO
CHE C’ERA UN PROGETTO
SPERIMENTALE
CON MOLTO SPAZIO
PER LA BATTERIA
NINJA (BATTERIA)
la Repubblica
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
33
IL GRUPPO
DA SINISTRA: ENRICO MATTA
DETTO NINJA, DAVIDE “BOOSTA”
DILEO, SAMUEL ROMANO, LUCA
“VICIO” VICINI E MAX CASACCI.
LA BAND SI È FORMATA A TORINO
NEL 1996 ED È RIUSCITA AD AVERE
UN SUCCESSO DI MASSA
PUR CON SONORITÀ “ALTERNATIVE”
FOTO DI CHIARA MIRELLI
Un
giorno
sul pianeta
Subsonica
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
34
Next. Città verticali
I PROGETTI
DESERTO
FORESTA
ORIENTE
UNA BABELE
DI SABBIA
NEL MEZZO
DEL DESERTO:
LA PARTE
PRINCIPALE
DEL GRATTACIELO
È COSTRUITA
CON SABBIA
SINTETIZZATA
ATTRAVERSO
UNA STAMPANTE
3D A ENERGIA
SOLARE
COME UN ENORME
ACQUEDOTTO
CATTURA L’ACQUA
PIOVANA
DURANTE
LA STAGIONE
DELLE PIOGGE
PER POI IRRIGARE
IL TERRENO
NELLA STAGIONE
SECCA.
IL GRATTACIELO
È STATO PENSATO
PER L’AMAZZONIA
NEL PROGETTO
DI TRE ARCHITETTI
ITALIANI
UN’IMPALCATURA
DI BAMBOO
RIVESTE
L’OSSATURA
IN ACCIAO
DEL GRATTACIELO:
UN MATERIALE
A BASSO COSTO,
ECOLOGICO
E FACILMENTE
REPERIBILE
ILARIA ZAFFINO
S
I ERA detto basta. Dopo l’11 settembre mai più giganti di vetro
avrebbero dovuto svettare nelle skyline delle nostre città.
Sembrava che per i grattacieli fosse stata irrimediabilmente
scritta la parola fine, da quel momento la città sarebbe stata
orizzontale. E invece. L’aspirazione dell’uomo a oltrepassare
i limiti, che dalla torre di Babele alle piramidi egiziane, dalle
cattedrali gotiche all’Empire State Building non si è mai fermata, è riuscita a superare anche quello choc estremo (le
Twin Towers sono state rimpiazzate giusto quest’anno dal
One World Trade Center, 541 metri di altezza, che non sono
pochi) e a produrre e immaginare colossi che nel giro di qualche decennio saranno in grado di risolvere molti dei problemi
che affliggono le nostre città.
Per i grattacieli il 2013 è stato il secondo anno migliore di sempre con il completamento
di oltre settanta edifici alti più di duecento metri. Ma non solo: tante sono le “dream towers”
sulla carta o quelle per le quali è già stata gettata la prima pietra, che vedranno la luce di qui
al 2020. E ancora di più sono i megacolossi progettati, che ogni anno vincono concorsi di architettura futuribile, o anche solo immaginati da qualche utopista del XXI secolo innamorato di città verticali. Uno di questi è Vasily Klyukin, un imprenditore russo di trentasette
anni, che nel suo Designing Legends ragiona per immagini sull’architettura di dopodomani. «Non di domani», precisa nell’introduzione al librone fotografico appena uscito in Italia
per Skira (a cura di Paola Gribaudo), «perché i grandi edifici, in particolare le torri, hanno
bisogno di parecchi mesi per essere progettati e di molto più tempo per essere costruiti».
Per questo, parte da fotografie reali di oltre cento città di ogni continente sulle quali inserisce architetture verticali visionarie. Con risultati sorprendenti, che c’è da scommetterci
potremmo vedere realizzati di qui a vent’anni.
Con il crollo delle Torri Gemelle però, sostengono architetti e archistar, a cambiare per
sempre è stata l’idea stessa di grattacielo. «La tendenza per il futuro, soprattutto nel mon-
Se avremo grattacieli alti fino a un chilometro
non sarà solo per manie di grandezza
Puliranno l’aria. E saranno ricoperti di bamboo
Skyline
2020
la Repubblica
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
ARIA
MONTAGNA
IMMAGINATO
COME
UN SUPER
FILTRO
PER PURIFICARE
L’ARIA,
IL GRATTACIELO
DOVREBBE
INALARE
ANIDRIDE
CARBONICA
E RILASCIARE
OSSIGENO
CONCENTRATO
DALL’IDEA
DI PROGETTISTI
CINESI,
QUESTA TORRE
SULL’HIMALAYA
RACCOGLIE
L’ACQUA
PIOVANA,
LA PURIFICA
E LA CONGELA
PER PERIODI
DI SICCITÀ
O PER
IL FUTURO
DOPO L’11 SETTEMBRE
NON SI FA PIÙ
LA CORSA
ALL’EDIFICIO PIÙ LUNGO
MA A QUELLO
PIÙ EFFICIENTE.
COME UNA MACCHINA
CHE RESPIRA,
SI AUTOALIMENTA
E AGGIUNGE QUALCOSA
ALL’AMBIENTE
IN CUI SI INSERISCE
petition (l’altro concorso che mette in
mostra le architetture più provocatorie,
visionarie ed ecofriendly di domani),
servirebbero infatti come giardino verticale, per restituire un po’ di verde alla
città, e come stabilizzatori durante i terremoti. Tra i progetti allo studio c’è persino chi sogna una “Babele di sabbia” nel
mezzo del deserto: abbiamo capito bene,
un immenso edificio fatto tutto di sabbia
(sintetizzata attraverso una stampante
3D). Per l’Amazzonia invece è stato pensato un enorme acquedotto in grado di
catturare l’acqua piovana durante la stagione delle piogge per poi irrigare il terreno nella stagione secca. O, ancora, tor-
ri che funzionano come serre, altre il cui
obiettivo è contenere i gas serra all’interno evitandone il rilascio nell’atmosfera. E per quanto riguarda i materiali
“eco” che presto vedremo utilizzati non
c’è solo il bamboo: ci sono quelli in fase di
collaudo come i nuovi cementi, le nuove
leghe metalliche e quelli ancora solo immaginati come il grafene e le bioplastiche, in fase di studio in laboratorio o sotto forma di piccoli prototipi.
In questo contesto, non sorprende che
la corsa a sfiorare il cielo sia tutta spostata a est, con Cina e Arabia Saudita in prima linea, che se la battono colpo su colpo:
l’attuale primato della Burj Khalifa di Dubai, ben 828 metri di acciaio e calcestruzzo, sarà infatti presto battuto dalla
Kingdom Tower di Jeddah che, prima al
mondo, nel 2019 toccherà il chilometro
di altezza. E tra i grattacieli che arriveranno nel prossimo futuro, l’ultimo annuncio risale a poco più di un mese fa: le
Phoenix Towers di Wuhan, in Cina, due
torri che ospiteranno all’interno una serie di stazioni per purificare l’aria. Con i
loro mille metri di altezza dovrebbero
uguagliare la torre di Jeddah. La sfida
continua.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
SKYSCRAPER DIAGRAMS © SKYSCRAPER SOURCE MEDIA'S SKYSCRAPERPAGE.COM
do occidentale, non è più la corsa all’edificio più alto per affermare la propria potenza, quanto la ricerca di quello più efficiente, produttivo, in un certo senso autosufficiente: come una macchina che respira, si autoalimenta e dà qualcosa in
più all’ambiente in cui si inserisce. Di qui
l’idea di grattacieli come grossi serbatoi
per accumulare e recuperare l’acqua, o la
spazzatura. Ma anche per filtrare l’aria e
produrre energia» sostiene Davide Scrofani che, insieme a Ferdinando Mazza e
Giuseppe Francone dello studio DFG Architetti, ha vinto quest’anno il premio internazionale Singapore Skyscraper, unici italiani tra i primi trenta classificati. Il
loro progetto è anche arrivato primo al
concorso Young Italian Architect 2014
riservato agli under35. Alla base, l’utilizzo del bamboo come materia prima per
rivestire l’ossatura in acciaio del grattacielo. «Un materiale finora inedito per le
megastrutture, ma altamente sostenibile, facilmente reperibile ed economico, soprattutto in contesti come quello di
Singapore e dell’Asia in generale dove è
molto più utilizzato che da noi» continua
Scrofani. Le impalcature di bamboo, che
ritornano anche in altri progetti premiati quest’anno all’eVolo Skyscraper Com-
35
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
Sapori. Estivi
ALTRO CHE PIATTO
RAPIDO E BANALE
FATTO DI AVANZI:
IL VERO SEGRETO
È ABBINARE
E NON SOMMARE
BASTANO POCHI
INGREDIENTI
MA BUONI
PER AMBIRE
ALLA DIGNITÀ
DI UN RAGÙ. E GUAI
A CHI SCIACQUA
I MACCHERONI
Pasta che sia fredda.
Penna o farfalla, ogni tipo
ha un partner da brivido
LICIA GRANELLO
N PACHINO per amico. Insieme a qualche tocchetto di provola, un pizzico d’origano, due capperi qua e là, un’alicina a piacere, e chi si oppone al basilico, mal di mare lo colga. La pasta fredda è un mix di comandamenti rigorosi e inconfessabili fantasie golose, un tragitto
disseminato di formati e condimenti, ingredienti e varianti, equilibri precari da rispettare e irresistibili tocchi di classe, capaci di trasformare un piatto quasi banale in un gioiello del gusto.
La prima distinzione è prettamente filosofica: ricetta di risulta o
scelta di principio? Perché la pasta fredda può essere semplicemente il riciclo della pasta (calda) avanzata dal giorno prima. Niente di male, basta saperlo e non pretendere che freschezza e fragranza abitino là dove qualche ora prima abbondavano sughi e
ragù. Anche aprire il frigo e organizzare una pasta fredda è da considerare una soluzione d’emergenza, che assimila la pasta al riso, cereale campione delle insalate, indifferente nell’accogliere di
tutto un po’, tra vasetti, scatolette e cartocci.
La pasta è decisamente meno tollerante. Non a caso, il Grande Vecchio dei cuochi italiani Gualtiero Marchesi — che alla pasta fredda ha dedicato una ricetta da oscar dell’alta cucina — ha sempre osteggiato la pasta riciclata, rivendicando la dignità di spaghetti e fusilli, da pensare vestiti
d’estate con la stessa rispettosa dedizione concessa a ravioli e timballi. Più che snobismo, que- da gustare in un sol boccone (meglio due).
Cotta, scolata e raffreddata — senza sciacstione di palato, se è vero che i grassi cotti raffreddati fanno esplodere l’untuosità in bocca. E quarla! — la pasta è pronta per farsi abbracse i bocconi di lasagna rimasti a languire in te- ciare dagli ingredienti scelti. Che sarebbe meglia fanno salivare grandi e piccini, altro è deci- glio fossero pochi ma buoni, per poterli assadere ex novo il piatto di pranzo o cena, a mag- porare fino in fondo singolarmente — mozzagior ragione quando caldo e stanchezza — in rella buonissima, che gusto questi pomodoricittà o in vacanza, poco importa — richiedono ni! — e non solo in ensemble. La scommessa è
abbinare gli ingredienti, più che assommarli,
sapori freschi e appetitosi.
Intanto, la protagonista, che in versione senza paura di osare il brivido di una spezia o
fredda è molto più difficile da ingannare. Nien- di un frutto esotico, rubando l’ispirazione al
te panna, né manciate di Parmigiano, oppure menù di qualche cuoco stellato. Il tutto, senza
burro o — peggio del peggio — un pezzo di da- scordare il tocco di freschezza — scorzette d’ado, a truccare il gusto di una pasta mediocre. A grumi, peperoncino fresco, menta... — necesfare la differenza, callosità, fragranza e capa- sario per lasciare la bocca pulita e far spazio a
cità di assorbire gli umori del condimento, che un buon sorbetto. In caso di giornata al mare,
a sua volta esalta e non copre. Secondo pensie- con nuotate ripetute e morsi della fame placaro, quello sul formato, capace di assecondare ti con un panino, prevedete almeno un paio di
al meglio i compagni di ricetta. Discorso a par- porzioni in più. Il giorno dopo, rivitalizzata da
te, quello sui cosiddetti formati giganti, splen- un giro d’olio, la terrina di pasta fredda finirà
didi esempi di finger food mediterraneo, con in un attimo.
paccheri e conchiglioni sapientemente farciti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
U
Tradizionale
Il guru della pasta artigianale
Giovanni Assante (pastificio
Gerardo di Nola, Gragnano)
ha diffuso il suo decalogo:
dopo una cottura
ben al dente, la pasta va scolata,
condita con un filo d’olio
e allargata su una placca,
spruzzandola con poca acqua
fredda. Guai a sciacquarla
Taboulè
Declinazione estiva
del cous cous: al posto
di carne o pesce,
i chicchi di bulgur (il grano
spezzato della ricetta originale
libanese) o di semola incocciata
vengono conditi con aglio,
cipollotto, pomodorini, cetrioli,
prezzemolo e basilico, tutto
irrorato d’extravergine e limone
La ricetta
Tortiglioni Breeze
con pomodori e anguria
INGREDIENTI P 4
:
1 OSTA DI SEDANO; 1 CAROTA; 1 PESCA
1 PICCOLO
;1
.
DORI VE
200 .
DORINI; 1 FETTA DI ANGURIA
1 MAZZETTO DI BASILICO; 300 G.
IGLIONI
SALE MARINO; OLIO EXTRAVERGINE
ER
PERSONE
C
CETRIOLO
KG DI POMO
RDI
G DI POMO
DI TORT
Sushi
Invenzione di Davide Scabin,
chef bistellato del Combal.Zero
del Castello di Rivoli, Torino:
conchiglioni cotti “per infusione”
a temperatura controllata,
battezzati con wasabi e mirin,
farciti con seppioline,
mozzarella, ostriche, acciughe
al verde, ricci di mare e altro,
secondo il mercato del giorno
er prima cosa, laviamo, mondiamo e battiamo a coltello tutta la frutta e la verdura,
tenendo da parte qualche ciuffetto di basilico e tre quarti dei pomodori verdi, da sbollentare qualche minuto per privarli della pelle e
dei semi. La polpa va passata al mixer con il basilico preservato, olio a filo e un pizzico di sale, poi
setacciata per ottenere un dressing delicato.
Adesso cuociamo i tortiglioni al dente in abbondante acqua salata, scoliamo, condiamo con extravergine, poi mescoliamo la pasta, che nel frattempo ha perso calore, con il dressing. Per servire, dressing a specchio sul fondo dei piatti, poi la pasta, frutta e verdura, qualche
foglia di basilico e un giro d’olio.
P
LO CHEF
NAZARIO
BISCOTTI
(“LE ANTICHE
SERE”, FOGGIA)
NEI PIATTI
RIPENSA I SAPORI
DEL GARGANO
CON ORIGINALITÀ
E LEGGEREZZA,
COME IN QUESTA
RICETTA IDEATA
PER I LETTORI
DI REPUBBLICA
Tricolore
Farfalle con pesto
e peperoni per una pasta
fredda gustosa
e originale
36
la Repubblica
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
8
37
Sta in frigo
la felicità
notturna
del fuorisede
accoppiate
MARCO LODOLI
O
Paccheri
Spaghetti
Si servono in piedi
come soldatini,
gli schiaffoni napoletani,
farciti con gamberi crudi
e stracciatella di burrata
Sopra, granella di fava Tonka
e un filo d’olio extravergine
L’intuizione geniale
di Gualtiero Marchesi
ha trasformato la più banale
delle paste fredde
nella strepitosa insalata
con erba cipollina, caviale,
un pizzico di scalogno tritato
Orecchiette
Gnocchetti
Il peperoncino fresco
tagliato fine battezza
la classica ricetta pastaiola
estiva pugliese: pomodori
ciliegino, caciocavallo
fresco, origano, rucola
selvatica e olio extravergine
Menta e basilico a pezzetti,
pomodori a tocchetti, favette
fresche crude marinati
nell’olio extravergine
All’ultimo momento,
insieme alla pasta fredda,
qualche goccia di limone
Farfalle
Conchiglioni
Pesto leggero di basilico,
sbriciolatura di mandorle,
pomodorini crudi e dadolata
di pesce spada passato
in padella, per la pasta
cotta e scolata
con fagiolini e patate
Farcitura vegetariana
per il formato gigante,
da gustare come finger food:
crema di ceci,
salsa di sesamo e limone
(tipo hummus), olive
taggiasche a fettine, paprika
Penne
Fusilli
Ricotta affumicata in scaglie,
cubetti di melanzane
spadellati, pomodori
datterini affettati e capperi
di calibro medio dissalati
Profumare con scorza
di limone bio grattugiata
Tonno fresco scottato
o filetti di sgombro con
zucchine lunghe (trombetta)
leggermente rosolate
Rifinitura con maggiorana
fresca e briciole di pane
di grano arso tostate
GNI PIETANZA ormai può
ascendere ai cieli dorati
della cucina d’autore,
essere corretta o
reinventata da cuochi
internazionali, meritarsi diluvi di
stellette e forchettine: ma la pasta fredda
resta un caposaldo della vita studentesca
e non accetta estrose nobilitazioni! Sta lì,
da sempre nel desolato frigorifero di
universitari fuorisede, uno scodellone
bianco che troneggia nel vuoto bianco e
gelato, come un igloo rovesciato sul pack
della malinconia speranzosa.
Dopo aver vagabondato per la città, dopo
aver discusso dei massimi sistemi o della
bella mora che proprio non ci sta con
nessuno, si finiva nell’appartamentino di
qualche aspirante filosofo
ventiquattrenne, di qualche potenziale
ingegnere con tre esami sul libretto, di
qualche giovane attore in attesa perenne
di una convocazione: alle tre di mattina
tornava la fame, ma nessuno aveva
voglia di cucinare, e allora qualcuno
apriva lo sportellone del frigo, come si
stappa il vaso delle belle illusioni.
«C’è un po’ di pasta fredda», avvisava con
soddisfazione l’avamposto degli uomini
perduti. Non si sa da quanto tempo stava
là dentro, da un giorno, due, tre, tanto la
pasta fredda non invecchia o lo fa molto
lentamente.
Era un ammasso di pennette lisce
condite con qualsiasi cosa: tonno,
soprattutto, perché le dispense
universitarie, quelle in cucina, sia chiaro,
contengono sempre confezioni di
scatolette di tonno comprate in offerta
speciale a blocchi da dieci, e poi quel
mais gallinaceo, che addolcisce e fa
comunque allegria, e poi pezzetti un po’
ingialliti di mozzarella, tocchetti di
formaggio scadente e di pomodoro
tagliato in fretta, a volte persino una
manciata di capperi portati in un vasetto
dal sud. Un magma gelido, un
pandemonio di ingredienti gettati un po’
a caso, un bendiddio di cui essere grati.
In frigo si trovava anche qualche birretta
già aperta e sfiatata o una boccia di vino
bianco dei castelli, un litro di mal di testa
assicurato.
Era la felicità divisa gioiosamente in
piatti di carta, cibo per prolungare la
notte a oltranza. Non finiva mai, quella
pasta fredda, si prendeva, si riprendeva e
ce n’era sempre ancora in fondo alla
scodellona, sempre buona per
l’indomani. Aveva il potere magico
dell’autorigenerazione, era una manna
senza fine.
«Mamma mia quanto è buona»,
commentava il giovane filosofo
calabrese, «Una mano santa», ribadiva
l’ingegnere senza esami, «E chi se la
scorda più una pasta così», concludeva il
poeta tardo-crepuscolare. E già, chi se la
scorda più quella pasta fredda e quelle
nottate di parole e sogni, chi può mai
dimenticare la fame bellissima della
giovinezza.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 10 AGOSTO 2014
38
L’incontro. Narratori
Scoprì la letteratura da ragazzo, in ospedale: “Accadde che i fascisti
avevano assalito il nostro liceo, a Ostia, e che io avessi voluto fare l’eroe. E poi che sul mio letto qualcuno dimenticasse Lo straniero di Camus”. E scoprì il teatro all’università, Valle Giulia: “Lo zoccolo duro
della facoltà occupata ci cacciò via. Non siete più compagni, ci accusò, ma attori”. E fu così che lo diventò davvero, attore, poi regista e
infine anche scrittore: “Figurare
ma mi vengono a trovare e uno di loro dimentica sul letto Lo straniero di Camus.
È il romanzo che mi ha salvato la vita. Comincio a rinascere. Da quel libro ho tratanche uno spettacolo, nel 2003».
altre vite da quella che siamo co- to Per
un artista di narrazione epico ed energico come Baliani, per uno che tra
i suoi spettacoli vanta parabole sociali, progetti interculturali, tragedie pubun premonitore Francesco a testa in giù, lavori realizzati con ragazzi,
stretti a vivere è una cosa straor- ebliche,
Piazza d’Italia da Tabucchi, fino a variazioni sull’Orlando Furioso, rinascere è stato un prendere sempre nuova coscienza di sé e degli altri. «Diciottenanziché iscrivermi all’Accademia militare di Pozzuoli, e diventare ingedinaria. E rende il mondo assai ne,
gnere-pilota, ricevo la telefonata di un amico: “Ma che sei matto? Vieni con
me ad Architettura”, e io lo seguo, e mi ritrovo nel bordello del ’68 con estremisti di sinistra, fascisti e polizia a Valle Giulia. Di lì a poco divento un extrameno orribile”.
parlamentare piuttosto animoso, in un gruppo legato ad Autonomia Operaia.
PRATI, MARANE,
MONTAROZZI,
TERRENI
DA FAR WEST,
TOMBE ETRUSCHE,
IL TEVERE
DOVE SI FACEVA
IL BAGNO IN BANDA
IL RAPPORTO
CON LA NATURA
ERA QUOTIDIANO
E SPIETATO
E ANCHE
I CORPI ERANO
MATERIA
D’INSEGNAMENTO
Marco
Baliani
R O D O L F O D I G I AM MA R C O
ROMA
«N
ASCO a Verbania, sul lago Maggiore, il 6 luglio 1950, e mi ti-
rano fuori col forcipe dalla pancia di mia madre, sul tavolo
della cucina di marmo, e io ho una fossetta sopra la testa
dove il forcipe stringeva, e se avesse stretto un po’ di più
Baliani oggi non ci sarebbe stato, o sarebbe menomato. È
un segno indelebile: non c’è osso, c’è fontanella». È bello sentir parlare Marco
Baliani, comunicatore per istinto, autore, attore e regista teatrale che scrive anche libri, e che di mestiere fa l’uomo, un uomo che ha vissuto senza risparmio.
«I miei si trasferirono poi ad Acilia, a sud di Roma, perché lì si potevano costruire le case con pochi soldi. Mia madre, maestra elementare, era l’unico reddito
della famiglia finché papà non fu assunto al ministero della Difesa. Ad Acilia abitavamo nel Villaggio Africa, pieno di gente cacciata via dalla Libia, come mio padre, che aveva trascorso lì sedici anni. Tra sfollati ed ex coloni ricevevo un imprinting di parlate dialettali di siciliani, calabresi, friulani, giuliano-dalmati
(con cui facevamo a sassate) e romagnoli». Diceva Pasolini che la vita è determinata dalle cose che incontri e che guardi, e l’infanzia di Baliani ne è la prova.
«Prati, marane, montarozzi, terreni da far west, tombe etrusche, il Tevere dove si faceva il bagno con bande di minorenni. Vivevo più fuori che dentro casa».
L’ha raccontato nel suo romanzo, Il regno d’Acilia. «Il rapporto con la natura
era quotidiano, spietato. E anche i corpi erano materia d’insegnamento.
L’educazione si traduceva in sessualità precoce, noi spiavamo le coppiette
che si infrattavano, e sono cresciuto con un concetto dell’eros senza alcuna
complessità cattolica, con papà socialista e mamma comunista, senza mai
mettere piede in chiesa, salvo andare all’oratorio per la merenda. Però ero
battezzato perché mia madre prima del comunismo era fervente cattolica.
I miei s’erano incontrati perché lei era andata con un pullman dell’Azione cattolica a Roma, dal Papa, e mio padre reduce da Tripoli
era pure lui lì, ficone, bello, e l’aveva seguita e conosciuta».
In gioventù arriva la prima svolta. «Qualcosa di terribile m’ac-
A NAIROBI HO LAVORATO CON EX RAGAZZI DI STRADA.
C’È UNA VIOLENZA PERICOLOSA, LA SERA TI RITIRI
NEL COMPOUND CON GUARDIE ARMATE
E FILO ELETTRIFICATO IN ATTESA CHE AL MATTINO
TI RIPORTINO COL PULMINO NELLO SLUM
cadde a diciassette anni. Partivo ogni mattina alle cinque
da Acilia per andare al liceo a Roma, scientifico, il Cavour.
Feci l’errore di volermi trasferire in una scuola più vicina, a
Ostia. Ci fu un attacco fascista, ruppero banchi e vetrate, e
io volli fare l’eroe insieme a un pezzo della mia nuova classe.
Mi massacrarono. In ospedale ebbi una depressione fortissima, e pensieri cupi, e neri, per mesi, con tic nervosi, nausee,
vomito. Come ha ragione Paul Nizan a dire “Non permetterò
mai a nessuno di dire che quelli erano gli anni più belli della vita”. In un mood da ricovero, scoprii i libri. Alcuni amici da Ro-
Manifestazioni, occupazioni delle case, molotov, riunioni infinite. Mi piaceva
il caos, ma non i testi di Lenin. Ero un cane sciolto, bravo a parlare, dotato di
buona retorica, con molta immaginazione». Oratoria da applauso. Ecco dove
nasce l’attore. «Con alcuni compagni avevamo creato una comune a via dei
Serpenti (ne scriverò nel mio prossimo romanzo), ma la fauna cambiò presto, c’erano i politici, quelli che si bucavano, e il mio gruppo che voleva fare
happening. La sera andavamo in un baretto a via dell’Oca, dove c’erano Cucchi e De Dominicis, e cominciammo a imbiancare le loro case». Fine della comune, ma a Baliani resta lo spirito solidale. «Io e altri mettiamo su casa a Morlupo, come indiani metropolitani extracittadini. La facoltà è occupata, e lì conosco Maria Maglietta di Potere Operaio, lei non mi considera, ma una volta
mi vede con un libro per me fondamentale, Moby Dick, traduzione di Cesare
Pavese, e s’incuriosisce, e io le racconto di Achab e della Balena Bianca... In
breve, decidiamo di mettere in scena nell’aula magna Il re è nudo, siamo in
trenta, molti suonano, io faccio il narratore, e ho l’idea di trasformare in show
la storia di Andersen sul potere che si denuda, col risultato che lo zoccolo duro dell’occupazione due giorni dopo ci convoca e ci caccia dalla facoltà: “Non
siete più compagni, ma attori”. Per reazione decido di diventarlo, attore, e di
creare a ventiquattro anni un gruppo. Cominciamo (per due lire) a dar spettacolo nei festival proletari portando nel frattempo nelle scuole tre fiabe».
È così che inizia il percorso artistico di Baliani. Soprattutto col Teatro Ragazzi. Dà vita nel ’75 alla Cooperativa Ruota Libera, e nell’83-84 in un centro romano del Pigneto, davanti a masse di ragazzini, lui futuro narratore Doc nazionale, debutta da solo raccontando cose tradizionali, Cappuccetto Rosso o Hansel e
Gretel, e la cosa funziona alla grande. Il passo successivo è nell’89 col monologoapologo Kohlhaas da Kleist. Un botto. Arriva la critica ufficiale a recensirlo. Il festival di Santarcangelo gli commissiona una regia su Calvino. Per l’anniversario della strage di Bologna dirige cento attori e attrici. Poi c’è l’esperienza dei
Porti del Mediterraneo tra Beirut, Tunisi, Casablanca e Tirana, con interpreti di
tutte le provenienze, e drammaturgia sempre di Maria Maglietta. «Progressivamente c’è anche lo stimolo che m’arriva da mio figlio musicista, Mirto, con le
sue strutture sonore. Ora ha trentasei anni, e io sono nonno da nove mesi di Anita...». A Nairobi dal 2002 semina vocazioni e apprendistati. «Ho messo su spettacoli con giovani africani, e ora ho appena finito di formare nuove leve lavo-
NON SONO BRAVO A DIRE I MIEI SENTIMENTI.
GLI ALTRI MI VEDONO COME UNA ROCCIA, IO
MI SENTO FRAGILE. HA RAGIONE PROSPERO
NE “LA TEMPESTA”: C’È ALTRO. LA FISICA
CI DICE CHE SIAMO NELL’ENERGIA OSCURA
rando con ex ragazzi di strada. Lì devi stare attento, c’è una violenza pericolosa,
e devi ritirarti la sera in un compound con guardie armate e filo elettrificato, in attesa che la mattina ti riportino col pullman nello slum, nel centro
d’accoglienza costruito anche grazie a Pinocchio nero, frequentato da
quattrocento, quattrocentocinquanta ragazzini».
Baliani ha scritto due romanzi e una raccolta di racconti, e due diari
di viaggio, ma resta un irriducibile animale della scena. «Il centro di tutto è una sala buia di qualunque teatro purché ci si possa inventare un
mondo diverso da quello che c’è fuori. A me piaceva anche fare il pittore o lo scultore (lo faccio, ma seppellisco le sculture, o le incastro nei
muretti a secco): sono tecniche di protezione, producono arte
manuale, ma non mi importa che gli altri scoprano queste cose, le vedano. Invece mi interessa condividere il teatro, il chi
siamo, il come siamo fatti, con un prodotto finale alla portata di tutti. La scrittura letteraria è un’altra cosa, ho cominciato tardi. Per paradosso il libro resta e il teatro è effimero. Quando invecchi diventi credente, e io voglio che rimanga qualcosa di più...». Un fatto di spiritualità? «Dopo
le ideologie degli anni Settanta, sono sempre più affascinato dai misteri. L’Africa m’è molto servita. La fisica
ci dice che siamo nell’energia oscura. Prospero, nella
Tempesta, ha ragione: c’è altro».
Le emozioni. «Un concerto di Bruce Springsteen, di Vasco Rossi, ovunque ci sia una scossa di vissuto. Non sono
bravo a dire i miei sentimenti. Gli altri mi vedono come
una roccia, io mi sento fragile, anche nel corpo». Pentimenti? «Uno, grave: non aver fermato compagni che sparavano. È uno dei motivi per cui non faccio più Corpo di Stato su
Aldo Moro. Le ultime volte piangevo, senza distanze. Eppure il
rimedio sta proprio nel teatro. Figurare altre vite da quella che
siamo costretti a vivere rende il mondo assai meno orribile».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Scarica

la domenica - La Repubblica.it