Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
I regimi non democratici
• Diffusione dei regimi non democratici
• Definizioni e distinzioni
• I regimi autoritari
• I regimi totalitari
• I regimi sultanistici
• I regimi post-totalitari
• Crisi e trasformazione dei regimi totalitari
• Le dinamiche autoritarie
• Il caso del fascismo
• I regimi militari
• I regimi burocatico-autoritari
1
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
Regimi democratici e non democratici nel mondo
(1870-2000)
200
Regimi democratici
180
Regimi non democratici
160
Numero di stati
140
120
100
80
60
40
20
0
1870
1880
1890
1900
1910
1920
1930
1940
Anno
2
1950
1960
1970
1980
1990
2000
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
Definizioni e distinzioni
Linz e Stepan (1996) hanno proposto una
classificazione parsimoniosa e puntuale dei
regimi non democratici:
1.
2.
3.
4.
REGIMI
REGIMI
REGIMI
REGIMI
AUTORITARI;
TOTALITARI;
POST-TOTALITARI;
SULTANISTICI.
3
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
I REGIMI AUTORITARI
Secondo la definizione classica dei regimi autoritari,
elaborata da Juan Linz (1964), i regimi autoritari
sono caratterizzati da:
 pluralismo politico limitato;
 una classe politica irresponsabile del proprio operato;
 mancanza di una ideologia guida articolata, ma dotati
di mentalità specifiche;
 assenza di una mobilitazione politica capillare e su
vasta scala.
4
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
Il pluralismo nei regimi autoritari sarà perciò:
• LIMITATO, le organizzazioni autorizzate a mantenere ed
esercitare potere politico sono pochissime; vengono legittimate
dal leader; hanno sfere riconosciute di autonomia alquanto
circoscritte;
• NON COMPETITIVO, le organizzazione non entrano in
competizione tra loro essendo “monopolistiche” nel loro settore;
• NON RESPONSABILE, le organizzazioni alle quali è consentito
di sopravvivere non debbono rispondere a nessun elettorato,
comunque definito; non debbono rispondere alla “base”; sono
strutturate al loro interno in maniera gerarchica.
5
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
La mentalità autoritaria
Per Linz la mentalità autoritaria è un insieme di credenze
flessibili, con margini di ambiguità interpretativa, meno
codificato e meno rigido rispetto a una “ideologia”.
La mentalità è diffusa tra i governati e sfruttata e potenziata dai
capi del regime autoritario per ottenere acquiescenza,
obbedienza o, molto raramente, impegno attivo.
La mentalità autoritaria più diffusa fa
leva su una tradizionalissima triade:
Dio, patria, famiglia.
Proprio perché la maggior parte dei regimi autoritari non ha una
ideologia precisa e sviluppata, le loro “mentalità” possono presentare
differenze considerevoli, costruendosi con riferimento a tradizioni
politiche, sociali, culturali e religiose con base grosso modo nazionale.
6
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
La mobilitazione nei regimi autoritari
I regimi autoritari differiscono dai regimi totalitari anche per la loro
incapacità di natura organizzativa a mobilitare grandi masse.
Solo in alcuni momenti del loro sviluppo, i regimi
autoritari presentano e promuovo una mobilitazione
estesa o intensa. Questi movimenti coincidono in
particolare con la fase di instaurazione del regime.
Il ruolo del leader nei regimi autoritari
La maggior parte dei regimi autoritari dipende in maniera significativa
dalla figura del loro fondatore, che esercita il potere politico
entro certi limiti mal definiti, essenzialmente arbitrari, eppure
relativamente prevedibili.
A causa di questa dipendenza sulla figura del
leader-fondatore, raramente i regimi autoritari
riescono a superare le crisi di successione.
7
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
I REGIMI TOTALITARI
Secondo Friedrich e Brzezinski, le caratteristiche distintive
dei regimi totalitari sono:
la presenza di un partito unico;
una polizia segreta notevolmente sviluppata;
il monopolio statale dei mezzi di comunicazione;
il controllo centralizzato di tutte le organizzazioni
politiche, sociali, culturali, fino alla creazione di un sistema
di pianificazione economica;
 la subordinazione completa delle forze armate al
potere politico.




Inoltre, per Hannah Arendt, se la legalità è l’essenza del governo
democratico, «il TERRORE è l’essenza del potere totalitario».
8
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
Il partito unico
Il partito unico è lo strumento principale per
l’acquisizione e l’esercizio del potere politico nei
regimi totalitari. Il pluralismo in questi regimi è
perciò totalmente assente.
Nei regimi totalitari, in cui il leader è, nella maggior parte
delle occasioni, il prodotto di organizzazioni, il
superamento delle crisi di successione è più semplice e
lineare rispetto a quanto avviene nei regimi autoritari.
9
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
L’ideologia dei regimi totalitari
Per Friedrich e Brzezinski, l’ideologia ufficiale dei regimi totalitari va concepita
come «un insieme di idee ragionevolmente coerenti che riguardano i mezzi
pratici per cambiare totalmente e per ricostruire una società con la forza o con
la violenza, fondata su una critica globale o totale di quel che è sbagliato nella
società esistente o antecedente».
L’ideologia totalitaria è, in qualche modo, utopica ed escatologica,
vale a dire orientata alla definizione e al conseguimento di fini
ultimi da realizzarsi al di fuori e al di là dell’esistente.
Il regime totalitario nazista non era
attrezzato con una vera e propria
ideologia, poiché il manifesto
programmatico di Hitler, esposto in Mein
Kampf, non è paragonabile all’ideologia
marxista-leninista. Tuttavia anche il
nazismo conteneva forti elementi
escatologici.
I regimi totalitari di tipo comunista
(Urss, Cina, Corea del Nord e, per una
fase limitata, Vietnam del Nord) hanno
avuto a disposizione un’ideologia
marxista-leninista, che presentava
caratteristiche di uniformità, rigidità,
univocità e mirava a plasmare sistema
politico e società, a fonderli.
10
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
La mobilitazione nei regimi totalitari
I regimi totalitari mirano a mantenere la società in uno stato
di mobilitazione imposta dall’alto che sia la più estesa,
la più frequente e la più continua possibile: una
rivoluzione permanente al fine di cambiare la società e
formare l’uomo nuovo.
I regimi totalitari si propongono di essere
perciò REGIMI DI MOBILITAZIONE, i quali
richiedono:
• impegno continuativo degli individui;
• imposizione dall’alto di una mobilitazione frequente e intensa;
• eliminazione di ogni confine fra pubblico e privato.
11
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
Domenico Fisichella (da ultimo, 2002) è pervenuto a
considerare come caratteristica fondante dei regimi
totalitari l’esistenza o la costruzione di un
UNIVERSO CONCENTRAZIONARIO.
Con questo concetto si deve intendere, in particolare, «una
struttura politica per lo sradicamento del tessuto sociale mediante
lo strappo e la cancellazione dalla società di interi settori o gruppi».
L’elemento del terrore (politico e psicologico), anche nella sua versione di
“universo concentrazionario”, resta una caratteristica cruciale dei totalitarismi,
ma, secondo alcuni studiosi, richiede 2 indispensabili elementi coadiuvanti:
un grado di sviluppo tecnologico che
consenta al controllo terroristico
totalitario di dispiegarsi pienamente
la presenza di un partito unico
organizzato in maniera da applicare il
controllo terroristico con estesa capillarità
12
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
I REGIMI SULTANISTICI
Nel corso della storia sono esistiti autoritarismi di tipo sultanistico,
ma alcuni casi di sultanismo sopravvivono tuttora. Gli esempi, più
o meno recenti, sono:











Haiti sotto i Duvalier (padre e figlio);
la Repubblica Dominicana sotto Trujillo;
la Repubblica Centro-africana di Bokassa;
le Filippine sotto Marcos;
l’Iran dello Shah;
la Romania di Ceausescu;
Cuba sotto Batista;
l’Uganda di Idi Amin Dada;
il Nicaragua di Somoza;
lo Zaire sotto Mobutu;
l’Iraq sotto Saddam Hussein (un sultanismo rafforzato dalla
presenza, seppur depotenziata, del partito Ba’ath).
13
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
Le caratteristiche dei regimi sultanistici:
 non possiedono nessuna ideologia, in qualche modo elaborata o
coerente;
 non hanno nessuna mentalità specifica e distintiva;
 il pluralismo politico, religioso o sociale è limitato dai vincoli di
accettabilità imposti dal sultano;
 non necessitano di alcuna forma di mobilitazione, che può avvenire
solo in forma sporadica e cerimoniale;
 cancellano le differenze fra il privato e il pubblico per quel che
riguarda la sfera di attività e di proprietà del leader;
 non riescono a sprigionare nessuna dinamica di transizione alla
democrazia, poiché terminano con la scomparsa del sultano.
14
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
I REGIMI POST-TOTALITARI
Linz e Stepan, dopo aver giustamente puntualizzato che solo il
totalitarismo può essere il “padre” dei regimi post-totalitari, individuano
3 tipi di regime, prendendo in considerazione l’evoluzione dei rispettivi
regimi già totalitari e le caratteristiche specifiche del pluralismo,
dell’ideologia, della mobilitazione e della leadership:
1.
2.
3.
REGIMI DI POST-TOTALITARISMO INIZIALE;
REGIMI DI POST-TOTALITARSIMO MATURO;
REGIMI DI POST-TOTALITARISMO CONGELATO.
15
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
• I regimi di post-totalitarismo iniziale: sono quelli che hanno
appena intrapreso il processo di cambiamento. La loro leadership non
può più essere carismatica, poiché non è più quella del fondatore del
regime, ma si è sostanzialmente trasformata in leadership burocratica
ed è diventata spesso collegiale (es. Corea del Nord);
• i regimi di post-totalitarismo congelato: comporta la tolleranza di
alcune attività critiche della società civile, che sono suscettibili di
tradursi nella creazione di gruppi e associazioni. Il regime mantiene
comunque intatto o quasi l’insieme dei suoi meccanismi di controllo;
• i regimi di post-totalitarismo maturo: sono quei regimi in cui
soltanto il ruolo del partito non viene messo in discussione. Tutte le
altre componenti (ideologia, mobilitazione, neo-pluralismo sociale e
leadership) sono profondamente mutate (esempio, possibile e
discutibile: Cina).
16
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
Crisi e trasformazione dei regimi totalitari
Nei regimi totalitari, il pluralismo può emergere quando fa la sua
comparsa una dialettica politica “potere politico/società”, che
finisce per incrinare il regime totalitario. Questa dialettica può
assumere 3 diverse forme:
1.
può essere il prodotto di una SCELTA consapevole della leadership
totalitaria, che mira a mantenere il potere controllando il grado di
apertura del regime;
2.
può derivare da un’inarrestabile DECADENZA delle componenti
totalitarie: ideologia che si svuota, mobilitazione che diventa puro
rituale burocratico, invecchiamento della leadership, comparsa di
sacche di resistenza al partito unico;
3.
può essere il prodotto di una CONQUISTA SOCIALE a opera dei
gruppi che, per ragioni diverse, si erano visti riconoscere qualche
spazio di organizzabilità nella sfera economica e socio-culturale,
oppure lo avevano gradualmente conquistato.
17
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
La dinamica autoritaria: origine e trasformazione
Nel corso dell’allargamento del suffragio e dell’espansione della
partecipazione politica, si producono tensioni fra i gruppi sociali già
collocati all’interno del sistema politico in posizione di rilievo (i detentori
del potere) e gruppi sociali relativamente, ma non completamente,
emarginati (gli “sfidanti”). Il regime autoritario può essere interpretato
come l’esito dello scontro tra detentori del potere e “sfidanti”.
Il regime autoritario, inteso come l’esito dello scontro tra
detentori del potere e “sfidanti”, può essere il prodotto di:
Un’opposizione al processo di
democratizzazione
una democratizzazione interrotta
I regimi autoritari risultano il prodotto
della vittoria dei gruppi che si oppongono
alla democratizzazione sui gruppi che la
desiderano.
18
I regimi autoritari risultano il prodotto
di una democratizzazione tentata in
maniera troppo rapida, rimasta
incompiuta e ripiegatasi su se stessa.
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
Il crollo dei regimi autoritari
L’obiettivo implicito dei regimi autoritari tradizionali consiste nel
contenere il ritmo del mutamento socio-economico, nel
controllarlo e, se possibile, nel rallentarlo, al fine di evitare una
mobilitazione dei settori popolari e, eventualmente, di rintuzzare
le richieste di qualche libertà d’azione da parte delle classi medie.
I regimi autoritari falliscono quando si
producono cambiamenti positivi, quando si
ha sviluppo economico, in special modo se
non voluto dal regime autoritario.
Grazie alla limitata pluralità delle organizzazioni tollerate, alla scarsa e rara
mobilitazione, alla sopravvivenza di mentalità tradizionali che non diventano
ideologia formalizzata, al potere discrezionale ma non totalmente sregolato del
leader, i regimi autoritari “classici” manifestano una notevole capacità di durata.
19
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
Studio di un caso: il regime autoritario fascista
Il fascismo italiano, prototipo dei regimi autoritari, può essere interpretato in
2 modi, secondo le 2 diverse fasi che ha sperimentato:
- come MOVIMENTO, rappresentò la reazione delle classi dirigenti a una
sfida abortita delle classi popolari. Costruì il suo successo attraverso una
consapevole mobilitazione secondaria dei ceti medi, soprattutto della piccola
borghesia; mobilitazione favorita dal loro “panico di status” a fronte della
sfida dei settori popolari, organizzati dai comunisti e dai socialisti;
- come REGIME autoritario, quando il movimento si rese conto che non
aveva la forza per assoggettare tutte le altre istituzioni e organizzazioni, si
trasformò in regime, adeguandosi al pluralismo limitato, non responsabile,
non competitivo delle istituzioni già esistenti:
 le manifestazioni di mobilitazione si fecero limitate e sporadiche;
 il leader (il Duce) esercitò il suo potere in maniera discrezionale e arbitraria, ma sostanzialmente
prevedibile;
 il regime rinunciò a plasmare la società: si limitò a dominarla, opprimerla e, saltuariamente, a
reprimerla in maniera selettiva;
 si assecondò una limitata modernizzazione socio-economica, che sarebbe ugualmente avvenuta.
20
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
I REGIMI MILITARI
Samuel Huntington (1968) ha definito PRETORIANESIMO
il fenomeno dell’intervento dei militari in politica e ne
ha identificato 3 FASI specifiche, a seconda del livello di
partecipazione politica:
1.
OLIGARCHICO: quando la partecipazione politica è limitata a cricche e clan. In questo caso
i militari hanno per obiettivo, per lo più limitato, l’acquisizione di qualche privilegio di
carriere e status, mediante l’esercizio contenuto della violenza;
2.
RADICALE: quando la partecipazione politica è estesa fino a comprendere le classi medie.
Se i militari intervengono nella sfera politica, lo fanno a sostegno di alcuni gruppi della
classe media contro altri e esercitando un livello medio di violenza;
3.
DI MASSA: quando la partecipazione è estesa fino a comprendere anche le masse popolari,
organizzate o in partiti di sinistra oppure mobilitate in movimenti, anche populisti.
L’intervento dei militari, inteso a bloccare preventivamente o successivamente l’accesso al
governo dei rappresentanti delle masse popolari, si traduce in veri e propri governi militari,
di durata variabile. In questi casi, il livello della violenza può diventare molto elevato.
21
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
L’uscita dei governi militari dalla sfera politica risulta sempre un processo
alquanto complicato e assume abitualmente 3 forme:
1. SCONFITTA politica dei militari, spesso derivante da una sconfitta
militare (es. Grecia 1974, Argentina 1982, Cile 1988);
2. DISIMPEGNO volontario, spesso di fronte all’ostilità crescente della
società, ma negoziato (come in Urugay nel 1985), e ripetutamente
contrattato (come in Thailandia), anche da posizioni di forza (come in
Brasile nel 1982);
3. GOLPE NEL GOLPE, attraverso la sostituzione degli ufficiali
interventisti a opera di ufficiali “costituzionalisti”, che si impegnano a
restituire il potere ai politici (es. Perù dopo il 1974, Nigeria diverse
volte negli anni ’70, ’80, ’90).
22
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
Nel corso degli anni ’70, ’80 e ’90, i tentativi di introduzione o sostituzione dei regimi militari
sembrarono generalizzarsi, estendersi, consolidarsi e avere duraturo successo, soprattutto in
America Latina e in Medio Oriente.
Con riferimento a questo fenomeno, O’Donnell (1973) ha teorizzato
la nascita e il consolidamento di regimi definibili come
BUROCRATICO-AUTORITARI, destinati a mettere profonde radici
e dotati delle seguenti caratteristiche:
 la base sociale è rappresentata da una borghesia oligopolistica e transnazionale;
 gli specialisti della coercizione, i militari, hanno un ruolo decisivo;
 i settori popolari sono esclusi;
 le istituzioni democratiche e i diritti di cittadinanza sono liquidati;
 il sistema di accumulazione capitalistica rafforza le disuguaglianze nella distribuzione
delle risorse sociali;
 la struttura produttiva viene “transnazionalizzata”;
 criteri di presunta neutralità, obiettività e razionalità tecnica vengono utilizzati per
spoliticizzare le tematiche salienti;
 i canali di accesso alla rappresentanza, chiusi per i settori popolari e gli interessi di
classe, servono le forze armate e le grandi imprese oligopolistiche.
23
Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, Il Mulino, 2009
Capitolo X. I regimi non democratici
Transizioni e trasformazioni dei regimi militari
La transizione dei regimi autoritari caratterizzati da una presenza
cospicua o dominante dei militari è fortemente condizionata
dall’organizzazione militare al governo.
A tal proposito, si possono individuare 2 casi generali:
Quando gli ufficiali al governo
hanno sovvertito la gerarchia
dell’organizzazione militare
(come i colonnelli greci), i militari
non sono in grado né di negoziare
né di controllare la transizione,
che, di conseguenza, risulterà
alquanto complicata.
L’istituzione militare è
rimasta gerarchicamente
intatta e, perciò, decide tempi
e modi della transizione, e
negozia con i civili oppure
sceglie i civili a cui restituire il
potere politico. La transizione
risulta morbida e controllata.
24
Scarica

outline_cap10 - Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali