Anonimo Fiorentino
Tanghi lontani
(Breve prontuario in forma di romanzo
d’arte d’amor perduto e tango
(con una breve appendice poetica))
1
2
Nome: Elisabetta
Diminuitivo: Elisa, o anche Lisa
Significato: il mio Dio è perfezione.
Origine: ebraica.
Onomastico: 5 novembre.
Nome distribuito in tutta Italia in modo omogeneo. L’origine
ebraica era un composto di El, Dio, e Sheba, che vuol dire sette,
numero che in ebraico è sinonimo di perfezione.
3
Nella vita siamo pronti a tutto, meno che a
quello che effettivamente ci succede.
Il protagonista, sentendosi confuso.
4
Il fatto che non succeda nulla non esclude
che questo non possa avvenire in modo
anche molto complicato.
Il protagonista, sentendosi ancora più
confuso.
Se il mondo fosse fatto per godere ci
sarebbe un comandamento che proibisce di
nascere.
Il protagonista, bevendo per dimenticare.
Via via che si invecchia si perdono tutte le
certezze. L’unica che resta è che andando
avanti si invecchierà ancora.
Il protagonista, in compagnia di una
sbronza triste che gli ricorda una per una
tutte le cose che voleva dimenticare.
Oh no! Anche per oggi ho fatto tardi a
quella c…o di riunione!
Il protagonista, ricordandosi di colpo che
tutto quel che bevendo gli riesce di
dimenticare è di essersi iscritto agli Alcolisti
Anonimi.
La vita è una valle di lacrime: e io ho
anche finito i fazzolettini…
Il protagonista, mentre si prepara un
battuto di cipolla.
Cosa sono poi in fondo gioia e dolore, se
non due facce del medesimo culo?.
Il protagonista, in uno dei suoi in fondo
non poi così rari momenti di gioia.
5
Guardati dall’avvicinarti alle donne:
la vista non è abbastanza attenta per scrutarle:
è un attimo breve come un sogno,
ma si raggiunge la morte per averlo conosciuto.
6
Consigli di Ptahhotep al figlio, Antico Egitto, V
Dinastia, circa 2500 A. C.
Può l’uomo se vuole trascinare il suo desiderio
Per una vena di coralli o di nudo celeste.
Un giorno gli amori saranno rocce
E il tempo una brezza che si addormenta
sopra i rami.
F. G. Lorca
Ma, poiché questa bizzarra sofferenza possiede
un’autorità inquietante, dobbiamo sinceramente
desiderare che quest’anima, sperduta fra noi tutti,
e, pare, vogliosa della morte, trovi in quell’istante
serie consolazioni, e sia dignitosa!
A. Rimbaud
Non illuderti, la passione non viene mai
perdonata: non ti perdono nemmeno io, che vivo di
passione.
P. P. Pasolini
(La passione amorosa è un delirio; ma il delirio
non è poi così straordinario; tutti ne parlano e
ormai non fa più paura. Enigmatica è semmai la
perdita del delirio: dove porta?)
R. Barthes
…ma lasciamo perdere. In fondo, siamo tutti
mortali.
W. Shakespeare
7
22 dicembre 2007, ore 18.24,
Libreria Martelli, Firenze.
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1.
Mi sono innamorato di Elisabetta – che ben presto avrei
soprannominato semplicemente Ella d’Essa – con ogni probabilità in
data mercoledì 1 novembre 2006, in un orario che, se non vado
errato, si colloca fra le nove e venti e le nove e quarantacinque di
sera.
Mi ero iscritto a un corso di tango, che ancora frequento, al Circolo
del Boschetto (il Boschetto sarebbe un parco limitrofo a un celebre
quartiere fiorentino, quello di S. Frediano), che era iniziato verso la
metà di settembre. Il maestro era e resta Ignacio Elizari, un vero
argentino d’Argentina, trasferitosi da Buenos Aires a Firenze circa
dodici anni fa e che, strano a dirsi, il tango lo aveva imparato più che
altro durante il suo soggiorno italiano. Fin da subito venni colpito dal
suo stile, che mi pareva, come dire, un po’ bizzarro: uno stile insieme
sommesso e impetuoso, rigoroso epperò, al tempo stesso, subdolo,
insinuante, minacciosamente felino, capace di comporre coreografie
anche molto complicate e ardue e di come per magia dissolvere la
complessità della struttura e le difficoltà tecniche connesse in un
incanto di maschia spontaneità, forte e insieme sottile, sobria ed
elegante, in una facilità magica, potente e insieme quasi
incredibilmente schiva. Guardandolo ballare scoprii, con una certa
sorpresa, che la sua curiosa interpretazione del tango mi ricordava
una poesia e un autore che in sé e per sé con il tango non c’entrano
proprio niente, ma che, evidentemente, in un altro senso ci devono
entrare per forza, dato che ad ogni figura che Ignacio intrecciava nel
nebuloso e languido labirinto delle note di Pugliese (era questo
l’autore che udii la prima volta entrando al circolo) come una cascata
di gemme mi tornavano in mente i versi dedicati da Garçia Lorca al
poeta statunitense Walt Whitman nella celebre Ode: “Ni un solo
momento, viejo hermoso Walt Whitman he dejado de veer a tu barba
llena de mariposas, ni a tus hombros de pana gastados por la luna, ni
a tus muslos de Apollo virginal, ni a tu voz como una columna de
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ceniza…. Ni un solo momento, Adan de sangre, macho, hombre solo
en el mar, viejo hermoso Walt Whitman…”1
2.
Eh si, il tango di Ignacio doveva avere davvero qualcosa di sia
pur vagamente negromantico, o di ipnotico, se quasi non mi
accorgevo che, ovviamente, stava ballando in coppia con qualcuno.
Di ciò spero non si offenda la Bruna, la maestra che al corso si
occupava di tecnica femminile e che quella sera, come al solito,
ballava con lui per esemplificare alla classe i passi che si andavano a
imparare. Che non la notassi più di tanto non credo voglia significare
che ballava meno bene di Ignacio, ma, con ogni probabilità, soltanto
che io sono stato e probabilmente rimarrò per tutto il resto della mia
vita una sorta di eterosessuale ad alto rischio. Tanto a rischio mi
sentivo in quel momento e così rapito mi ritrovai che, oltre il
vertiginoso e vorticoso succedersi delle metafore di Garçia Lorca,
oltre la mia sessualità – o quello che è – in perenne via di
definizione, ecco che guardando Ignacio mi tornava in mente
l’arcaico e immaginifico mondo delle milonghe argentine dei magici
anni “enta” e “anta”, che pure non avevo mai visto neppure in
fotografia (anche se, ovviamente, ne avevo sentito più volte parlare).
Ignacio ballava col suo passo lento, imperioso e felpato, e simili a
ombre cinesi le sue figure mi parevano galleggiare in oscure e
tempestose nubi di fumo, di vino e di mate, in cui intravedevo
brillare gli sguardi ambigui e calienti delle prostitute-ballerine, le luci
fioche e pesanti delle lampade a olio, in cui sentivo risuonare le voci,
i rumori e la miseria dei suburbios e dei barrios porteñi, e in cui
vedevo incrociarsi i focosi insulti e i litigiosi coltelli dei gauchos
insolenti e dei marinai ubriachi. Voglio dire, come poteva anche solo
1
Nemmeno un momento, bel vecchio Walt Whitman, ho cessato di vedere
la tua barba piena di farfalle, né le spalle di velluto rose dalla luna, né le tue
cosce di Apollo vergine, né la tua voce come una colonna di cenere…
Nemmeno un momento, Adamo di sangue, maschio, uomo solo sul mare,
bel vecchio Walt Whitman…
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passarmi per la testa l’idea di non iscrivermi a questo corso, che
pareva per di più, anche nel suo vago presente, situarsi in una sorta di
non luogo fuori dal tempo e dallo spazio, dato che, forse per
aggiungere incanto alla magia, il circolo in cui aveva sede era una
struttura consunta, antiquata, di quelle che ancora oggi ricordano che
vi furono un tempo luoghi e giorni in cui gli uomini erano uomini, e
non un sorta di più o meno futile accessorio di quei computer che
chissà, forse loro stessi hanno davvero, come si dice, costruito (lo ha
scritto Günther Anders già negli anni ’50 nel suo omonimo e ormai
celeberrimo saggio, che da almeno un paio di secoli – ahimè –
“L’uomo è antiquato”, che il suo maestoso volo di gotico e terribile
rapace si è smarrito in quello arzigogolato e fastidioso di una mosca,
di un Icaro o un acaro non è chiaro se più bruscolo, minuscolo o
corpuscolo, comica e impotente marionetta appesa al filo di ali
troppo grandi per essere guidate, e troppo cervellotiche per poter
essere capite, ali ronzanti che come e in contrario che nel mito non
verso il sole della volontà di potenza lo trascinano, ma verso il
polveroso baratro del suo misero e grigio destino di borghese – come
sempre mortale si, però – ahi! – però – non più come un tempo
avveniva – nella maschera gloriosa di un eroe tragico – ma invece
nella museruola di una strana sorta di animale da compagnia, ormai
inesorabilmente costretto al guinzaglio da quegli imperscrutabili
robot che un tempo uscirono – chissà come – dalle sue favolose
mani: quattro mura come quelle di quel circolo e una danza come il
tango forse mi parevano tanto meravigliose e affascinanti perché –
immersi
come
siamo
nell’anonimato
massmediatico
e
massmacchinico di questa nostra quasi inconcepibile éra moderna
come in un maelstrom si può essere risucchiati e come resuscitati da
simboli e archetipi sopravvissuti all’imperversare della tecnica,
simboli che, quasi increduli di sé stessi e del loro avito potere, ancora
rimandano alle passate glorie della nostra ex magnifica razza, ex
umana, e ai suoi ormai quasi inimmaginabili, eroici splendori, o, più
umilmente, ad “Anni di scogli e di orizzonti stretti, a custodire vite
ancora umane e gesti conoscibili”2).
2
E. Montale, da “La bufera e altro”.
11
3.
Mah! Comunque sia, catastrofi antropologiche e mutazioni
epocali o, soprattutto, reminescenze letterarie e umanistiche a parte
(conoscevo allora il mondo del tango più che altro attraverso il
grande poeta e scrittore argentino Josè Luis Borges, un nome che
avrò modo di pronunciare ancora molte volte e per diversi motivi
andando avanti in questo racconto), devo riconoscere che a quel
tempo ero del tutto inesperto di questo a tutt’oggi e non ostante tutto
piuttosto eccentrico tipo di arte e di ambiente, ed era anche per
questo motivo che volevo frequentare più di un corso: perché
reputavo che un’ora settimanale non sarebbe senz’altro stata
sufficiente per apprenderne le formule e gli incanti in modo degno e
decentemente rapido nemmeno a un apprendista stregone di talento
quale ero o credevo, o, comunque sia, mi vantavo d’essere (in effetti,
in quel momento, come del resto anche in questo, frequentavo e
frequento anche un altro corso, oltre a quello di Ignacio, quello di
Patricia e Matteo, ma siccome quanto ivi accadde non ha rilevanza
alcuna quanto alle losche vicende che si verificarono al Boschetto,
trascurerò d’ora innanzi di accennarvi). Fu così che, seduta stante, mi
iscrissi e presi a frequentare la lezione che si svolgeva fra le otto e
trenta e le nove e quarantacinque, che era quella dedicata ai
principianti o primi passi che dir si voglia. Verso le dieci, dopo
qualche minuto di pausa dedicata per solito ad alcolici, sigarette e
alle quattro chiacchiere annesse e connesse, iniziava quella per gli
allievi avanzati, che durava fino alle undici. Vi era un solo
appuntamento settimanale, che era e resta, appunto, quello del
mercoledì.
4.
12
Mi sembra che fu già verso la terza o quarta lezione, o chissà, forse
da subito che osservando il variegato e incostante panorama degli
aspiranti ballerini (il corso era piuttosto informale, e si poteva
accedervi a piacere, senza obblighi di frequenza di alcun tipo) ebbi
modo di notare una ragazza che assomigliava in modo caratteristico a
un’altra, che avevo conosciuto intorno ai miei quindici anni, una
ragazza che faceva la modella e che per ovvi motivi mi è rimasta
molto impressa. Una peculiarità di quel volto antico e
meravigliosamente ormai perduto era senz’altro l’andamento della
curva degli zigomi, che partiva un po’ sopra le sopracciglia e che si
allungava dolcemente, interminabilmente, fin quasi sotto alle labbra,
morbide, sensuali, che formavano un cuore talmente perfetto da
ricordare quello di certe protagoniste dei fumetti (ora come ora mi
vengono in mente solo quelle di Jessica Rabbit, chissà, forse è perché
si tratta dell’unica protagonista dei fumetti con le labbra a forma di
cuore che sia mai esistita). La lunghissima curva dello zigomo era
accompagnata da un simile, interminabile incurvarsi dell’ovale, che
andava a perdersi in un mento anch’esso, strano a dirsi, di forma che
vagamente ricordava un cuore: una forma dunque altrettanto o forse
addirittura più caratteristica che quella delle labbra, che mentre
parlava sembravano accompagnare ogni parola con un bacio dato,
chiesto, o sognato. Il suo sguardo poi era un vero e proprio mare
aperto: le sue splendide iridi, enormi, luminose, insondabili,
sembravano a volte tracimare in una sorta di glauco orizzonte, in
specie quando rideva, di una risata lieve, argentina, che zampillava di
una gioiosa, giocosa e fin quasi insopportabile grazia muliebre. E,
quasi a contrappuntare tanta sfuggente e struggente delicatezza, c’era
la forza quasi maschia del suo profilo, caratterizzato dalla fronte alta,
e da un naso aquilino di forma molto decisa e forte, che però,
siccome piuttosto piccolo, riusciva in quella sorta di gioco di
prestigio estetico che si produce quando una parte quasi riesce a
confondersi quanto a contrastare con l’insieme (un effetto simile lo
creano, per esempio, le diverse gradazioni dei rossi nel celebre
Innocenzo X di Velasquez, che tanto fu di ispirazione a Francis
Bacon, o lo sfumato dello sfondo in controcanto e in coro allo
sfumarsi del volto della Gioconda (la Gioconda è, in questo senso,
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uno dei quadri più attuali e moderni che esistano, forse, in un certo
senso, ancora più attuale e moderna dei quadri di Bacon, non ostante
i quasi cinque secoli trascorsi dalla sua realizzazione: vedi come in
quel ritratto la forma del viso, e di ogni suo tratto, lo sfondo e ogni
singolo elemento dello sfondo si perdano l’uno nell’altro,
sfumandosi e trascolorando nella diafana ambiguità del gioco delle
luci e delle ombre dove pare perdersi la solidità della materia, che
nello sfuggente scivolare di luce e di colore perde indefinitamente i
suoi confini, la sua quasi inconsistente consistenza (la Gioconda è
dunque la teoria della relatività fatta simbolo, opera d’arte, estetica,
dato che nella relatività si afferma proprio questo, che materia e luce,
ovvero, massa ed energia, sono la stessa cosa, e dunque vista e tatto,
ancora, la stessa cosa, e dunque il vicino e il lontano, il qui e
l’altrove, l’io e il tu, ancora di più, la stessa cosa (lasciatemelo dire,
anzi, esclamare: ah, Leonardo..!))).
5.
Beh, comunque sia, Einstein e Leonardo a parte, la ragazza che
avevo notato al corso di tango mi ricordava molto questa rara
bellezza del mio ormai lontano o lontanissimo passato, anche se il
suo aspetto mi pareva – ahimè – assai meno inebriante. La curva
gemella degli zigomi e dell’ovale si allungava in modo molto simile
a quella, certamente, ma sembrava allungarsi troppo, finendo in un
mento ancora una volta troppo fine, e di certo non a forma di cuore,
come neppure la bocca lo era: non che fosse brutta, questo no. Era
una bocca piuttosto grande e sensuale, a suo modo bella, certamente,
ma che nondimeno non aveva proprio nulla di caratteristico. Il naso
era aquilino, come quello della ragazza dei miei quindici anni, ma
anche in questo caso si faceva notare più per la sproporzione che per
la proporzione: in effetti, il naso del presente, in relazione a quello
del passato, mi pareva troppo slanciato in avanti, e insieme troppo
affilato, così che ricordava un becco, questo è vero, però con tratti
assai più gallinacei che aquilini (a parlar male si direbbe: quel naso
sembrava esprimere una sorta di vacua fissità piuttosto che un
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carattere deciso e una sensualità potente e trattenuta). Inoltre –
ancora – troppo grandi mi parevano anche gli occhi, oltre che di un
color castano scuro piuttosto anonimo, tanto che infine il tutto mi
pareva assomigliare, più che alla ragazza così tanto sognata e così
poco sfiorata della mia adolescenza, a certe banali e diffusissime
immagini degli extraterrestri che, nella vista di fronte, vengono
rappresentate con occhi enormi e mento minuscolo: magari belle, in
certo modo, ma di una bellezza aliena, non umana, e certamente non
seduttiva, o almeno non erotica: non propriamente femminile
insomma! Guarda un po’, riflettevo scrutandola di sottecchi, come è
vago e fragile il concetto di ciò che consideriamo “bello”: aggiungi
un mezzo centimetro qui, lo togli di là, cambi il colore e il taglio
degli occhi, la sfumatura e il tipo dei capelli, ed ecco che di un volto
meraviglioso ne hai fatto uno qualsiasi, o, chissà, forse addirittura un
po’ bruttino.
6.
Roland Barthes aveva senz’altro ragione: provarsi a raccontare una
storia d’amore significa in realtà provarsi a raccontare una nonstoria. L’amore non è fatto di mutamenti catastrofici, di novità
epocali, di salvezze o apocalissi, o comunque di quantità e qualità
tangibili e universalmente significanti. L’amore è fatto di sfumature
indefinibili, di simboli privatissimi e sensazioni intraducibili, di frasi
e situazioni che vogliono dire tutto e nulla, di gesti ineffabili e
inafferrabili, di terrori suscitati da circostanze apparentemente del
tutto innocue, quali uno sguardo che per un attimo assume una
sfumatura di freddezza, l’agonica attesa di una telefonata che non
arriva, l’inspiegabile ritardo a un appuntamento importantissimo –
così importante che forse porterà a un altro appuntamento! L’amore
cresce nutrendosi di entusiasmi per un sorriso, per un saluto, di
infantili, tormentose, crudeli gelosie per persone, animali o
addirittura per oggetti che possono anche essere del tutto
insignificanti (come le celebri pere del Werther, che forse null’altro e
nulla di meno simboleggiavano che le puppe a pera della sua dolce
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Lotte), di sgomenti e gelidi sussulti per un’alzata di ciglia o di
sopracciglia, magari colta di sfuggita, di grida soffocate nel cuscino
per una scenata che forse non significava la fine di tutto ma solo
l’inizio del periodo mestruale – una non-storia appunto, fatta dunque
di non-eventi, che proprio per questo è così difficile e imbarazzante
raccontare, o anche solo ricordare (Rousseau ne “La nuova Eloisa”
sostiene, con ogni sorta di buona ragione mi pare, che nella lettera
dettata da un genuino amore non si troverà mai “Niente di rilevante,
niente di notevole; non si ricordano né parole, né modi, né frasi; non
si ammira niente, non si è colpiti da niente.” (in questo senso
possiamo dire che non c’è mai stato al mondo storia d’amore o
innamorato che non assomiglino in modo del tutto caratteristico alla
madre di tutte le commedie dell’Assurdo, “Aspettando Godot”, non
meno che alle surreali non-vicende dei suoi protagonisti, Estragon e
Vladimir: ma, anche in questo caso, avremo modo di tornare
sull’argomento).
Pure, strano a dirsi, per quanto l’amore effettivamente vissuto abbia
una consistenza che pare a volte sfiorare quella impalpabile del nulla,
lo stesso non si può dire di un’istituzione ad esso correlata, la
letteratura erotica – lettere, racconti, o poesie d’Amore – intendo –
fenomeno che, contraddittoriamente, sembra assumere sostanzialità
profonda e significato rilevante per l’Umanità tutta, Umanità la cui
Storia, come tutti sappiamo, è fatta – questa si! – di eventi grandi e
importanti, e degni perciò di gloria ed epopea. Ed è proprio questa
sconcertante non meno che inesauribile fonte di idee e immagini
universali a riscattare, almeno in alcuni casi, la sdolcinata e puerile
vacuità degli amori individuali, che però, di nuovo, sono i soli da cui
può nascere quella grande e autorevole istituzione – la letteratura
erotica appunto – che da secoli celebra, per esempio, i Dante e i
Petrarca con gli sterminati apparati storico-critici, l’accavallarsi e lo
stratificarsi delle interpretazioni, dei convegni, delle polemiche, dei
saggi critici, e, perché no, delle cavillose e feroci interrogazioni a
incolpevoli studenti del liceo o dell’università, che nulla ne sanno e
meno ne vogliono sapere del perché Beatrice la dava non si sa bene a
chi piuttosto che a Dante, o di elucubrare sul fatal dilemma se Laura
fosse una persona realmente esistente o semplicemente una fantasia
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di masturbazione del Petrarca. E, a proposito di non-storie, chi si
rende conto oggi, fra i critici di Dante, che se Beatrice fosse morta a
cinquant’anni di noia invece che a venticinque di parto, con ogni
probabilità la “Divina Commedia” non sarebbe mai stata scritta, dato
che questo viaggio nell’aldilà venne compiuto da Dante, con buona
verosimiglianza, solo per ritrovare o ripensare la di lei diletta e ormai
perduta immagine?
Da questo punto di vista, sia pure per via traslata, anche la mia nonstoria con Elisabetta può assumere una qualche rilevanza e può
essere meritevole di un sia pur labile non-racconto, non fosse altro
che per quel barlume di luce che può gettare su quell’istituzione così
importante, così umanamente rilevante che sembra essere la
letteratura erotica – nella società occidentale in particolare – ma
anche nel mondo umano in generale, cinesi, sumeri e aborigeni
australiani compresi (tanto per dare una sia pur pallida idea della
diffusione spazio-temporale della problematica di cui ci accingiamo
a trattare in queste pagine, andiamo in Egitto, un paio di millenni
prima di Cristo, quando un ornitorinco innamorato celebrava così le
grazie della sua diletta ornitorinca: “Nera è la sua chioma, più nera
della notte, più delle bacche del susino. Rosse sono le labbra, più dei
grani del diaspro, più dei datteri maturi…”). Però! Come è curioso
notare che una simile sterminata, millenaria, interminabile impresa
vada in ultima analisi a fondarsi su nonsenserie tanto minime, tanto
infantili – quali Beatrice che da e toglie il saluto a Dante – in tutto e
per tutto simili – almeno nella loro comica e cosmica insignificanza
– alle vaghe e melanconiche reminiscenze che un volto estraneo,
osservato di straforo durante un corso di tango periferia –
amaramente e dolcemente mi suscitava! Anche se devo riconoscere
che tali alate sensazioni, per quanto inizialmente molto intense,
durarono infine assai poco.
7.
17
La contemplazione del volto della ragazza fu all’inizio, come si
può immaginare, del tutto estatica e disinteressata, portatrice di
lacrimevoli rimpianti quanto alla perduta giovinezza, le perdute
illusioni, le perdute ambasce – rimpiante queste ultime quanto e più
che le gioie, di cui alla fine si scopre che, se mai vi furono, durarono
lo spazio di un mattino (cosa strana questa, non meno che antica, o
addirittura classica, dato che già se ne era accorto e l’aveva cantata
Sofocle, più o meno cinquecento anni prima di Cristo3 (Calderon de
la Barca, nell’apertura del suo celebre capolavoro “La vita è sogno”
addirittura non esita a far recitare a Rosaura i seguenti versi “que
tanto gusto había en el quejarse, un filósofo decía, que, a trueco de
quejarse, habían la desdichas de buscarse”4). Per alcuni splendidi,
pungenti, commoventi minuti, mi tornarono in mente passeggiate
mano nelle mano lungo crepuscoli e lune teneramente condivisi,
canzoni tristi allegramente fischiettate recandomi tremante ad
appuntamenti dall’esito incerto, cene romantiche, tantalici scolli e
oscuri spacchi, che sembravano porte socchiuse su un così lontano
eppur così vicino paradiso! Cos’altro dire ormai di quelle perdute
sere della mia adolescenza, se non quel che disse Leopardi dei
perduti orizzonti della sua perduta infanzia, “lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno”?
Ma, come capita, ben presto l’estatica contemplazione si interruppe
e il presente impoetico prese rapidamente il sopravvento sul poetico
passato. In effetti, a ben pensare, io mi recavo a quel corso per
imparare il tango, non per coltivare più o meno leopardiane
rimembranze, e dunque cominciai prontamente a prender
mentalmente nota delle abitudini della sconosciuta allieva più o
meno come facevo con tutte le altre, ovvero più che altro per
rendermi conto di quale livello fosse la ballerina in questione.
La prima volta, se non ricordo male, colei che avrei ben presto
soprannominato Ella d’Essa arrivò intorno alle nove e trenta, o
comunque in un orario che si trovava praticamente a ridosso della
3
Ne “L’Edipo a Colono” Medea esclama piena di sgomento e meraviglia:
“anche delle sofferenze vi è infine nostalgia!”
4
“Tanto c’è gusto a lamentarsi che pur di farlo si vanno a cercare le
disgrazie per farsene un pretesto”
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lezione successiva alla mia, quella per gli allievi avanzati, che si
svolgeva fra le dieci e le undici. Ciò mi aveva fatto pensare che fosse
“una di quelle brave”, e per questo, almeno all’inizio, evitai
accuratamente di ballarci, per paura di rimediare qualche prevedibile
non meno che sgradevole brutta figura. Ma poi, verso la metà di
ottobre mi sembra, la vidi arrivare alle otto e trenta in punto, e la
volta successiva anche prima, e ne dedussi che probabilmente non
doveva essere di un livello molto superiore al mio, e che avrei potuto
ballare con lei senza sfigurare, o, almeno, senza sfigurare troppo.
Incoraggiato anche dai buoni risultati del mio primo mese di
addestramento, che mi facevano sentire un po’ più sicuro di me, il
primo mercoledì del novembre 2006 (o forse era l’ultimo, o,
addirittura, il penultimo di ottobre?), al momento del cambio delle
coppie, ebbi l’occasione e il coraggio di invitarla a ballare, invito che
la ragazza accettò con un sorriso che mi parve tanto profondamente
quanto sorprendentemente magnetico: dolce, confidente e, strano a
dirsi quanto a una perfetta sconosciuta, persino familiare. Si avvicinò
con passi leggermente tremanti, forse addirittura un po’ nervosi
(sono il classico tipo la cui corporatura si definisce, di solito “alta e
atletica”, e può darsi che, mio malgrado, le incutessi un po’ di
aprioristica soggezione), ma quando fu vicina mi sorrise ancora con
rinnovata dolcezza mentre con gesto tanto ampio come timidamente
soave poggiava la mano sinistra sul mio braccio destro. Fu a quel
punto che io, senza che niente di più fosse accaduto e, soprattutto,
senza che potessi veramente credere a quanto mi accadeva,
rabbrividii fino alle lacrime, fino alle ossa. Come i protagonisti di
certi orribili romanzi rosa sentii subitaneamente scorrere in me da
quel tocco tanto lieve e fatato da parermi sul momento quasi
inumano, qualcosa che mi parve una sorta di fluido magico: un
dorato infuso di sensualità e pudore, di timidezza e slancio, di
infantile grazia e infantile goffaggine. Come andava via leggera,
come si affidava, si avvitava e quasi si annidava nel mio abbraccio!
Facemmo non più che pochi passi e la mia mente prese a vaneggiare
come un veggente in preda alla più sconvolgente e luminosa delle
19
visioni: “La tempesta ha benedetto i miei risvegli in mare. Più
leggero di un sughero ho danzato sui flutti”5! Preso come da un sorta
di delirio desiderai subitaneamente e selvaggiamente di abbracciarla,
di baciarla, di spogliarmi, di spogliarla, di stringerla e di non lasciarla
più, mai più! Sentimenti questi che, oltre a parermi del tutto
incongrui e ineducati in relazione a una perfetta sconosciuta, per di
più molto male si accoppiavano con l’emergenza del momento,
ovvero quella di guidare la ragazza per la sala per almeno un quarto
d’ora.
Così, stringendo i denti, mordendomi la lingua, richiamando
all’ordine il mio improvvido fantasticare a furia di indignate
autoesortazioni e severe autocritiche (del tipo “ma brutta testa di
c…o, cosa c…o ti prende, vedi di ballare in modo decente invece
di…” etc. etc.), riuscii a sopportare senza commettere atti inconsulti
o impuri il mio incredibile e dunque anche un po’ increduto delirio
d’amore, che durò e proseguì ben oltre il sospirato cambio di coppia,
giunto infine dopo ben sei estenuanti tanghi. Confusamente, mentre
ancora vittima di un lieve postumo di shock tentavo al tempo stesso
di osservare la ragazza e in qualche modo di proseguire la lezione,
mi tornò in mente un film che avevo visto, guarda caso, anche quello
da adolescente – (o, se, dopo, quanto dopo?) – un film, comunque,
che si intitolava “Ballando con uno sconosciuto” (o almeno mi pare).
In particolare, ricordai vividamente un’immagine fatale, in cui il tipo,
che non mi ricordavo chi fosse, stringe la tipa ed entrambi i tipi si
scrutano con uno sguardo tipo: ehi! ma come abbiamo fatto a
resistere fino ad ora l’uno senza l’altro? E ora che siamo allacciati in
questo disperato abbraccio, come anche solo sperare di riuscire a
slacciarci?
Dio mio, ragionavo fra me, ma come è possibile che la vita umana
reale possa avere tanta fantasia da spingersi fino al punto di
assomigliare alle fantasie più irreali, o surreali o financo farneticanti
degli esseri umani?
5
A. Rimbaud, dalla celebre poesia “Il battello ebbro”.
20
8.
“E da allora mi sono immerso nel Poema del Mare, intriso d’astri e
lattescente.. ove tingendo a un tratto le azzurrità, deliri e ritmi lenti..
più forti dell’alcol, più vasti delle nostre lire, fermentano gli amari
rossori dell’amore!6”. Ebbene si, devo tanto liricamente quanto
vergognosamente confessarlo: quell’improvvisa infatuazione, troppo
pericolosamente simile a un film o a un romanzo rosa per poter
essere presa in seria considerazione financo da un bambino di due
anni, mi lasciò tuttavia sul momento del tutto sconvolto,
assolutamente sgomento nonché per lunghi minuti quasi del tutto
incapace di intendere e di volere (della serie “portatemi un bambino
di due anni, perché io non ci capisco niente!” (Groucho Marx)).
Oggi, con uno sguardo retrospettivo, posso ipotizzare che il
fenomeno non fosse così improvvido e incredibile come mi era parso
sul momento. Forse, fin da quando avevo notato la caratteristica
somiglianza di quella sconosciuta ballerina con quell’amore tanto
magico e rimpianto della mia adolescenza la mia mente aveva preso
a fantasticare febbrilmente, e il momento del contatto fisico era
servito soltanto a rendere coscienti dei sentimenti che si erano già
fatti strada nel mio inconscio, a causa e in seguito della marea
sensuale dei dolci ricordi da cui quel volto presente era stato come
subissato – non lo so! Di certo c’è solo che in quel momento non ero
capace di formulare simili raffinate ipotesi esplicative. Per tutto il
resto della lezione infatti restai come in preda a una sorta di strano
capogiro, che non mi impediva di ballare, questo no, ma che
comunque trascinava il mio sguardo e soprattutto i miei passi a
seguire la fatale scia delle fatate evoluzioni della sconosciuta
ballerina come gli occhi di un bambino seguono quelle di un
aquilone, cosa che, prevedibilmente, mi portò a sbattere un paio di
volte contro altre coppie e a commettere tutta una serie di errori
difficilmente perdonabili anche a un principiante come me. Durante
l’intervallo scesi al bar del circolo a bere e a fumare, ma, per quanto
6
A. Rimbaud, ancora da “Il battello ebbro”, poesia a cui faremo
ulteriormente riferimento nel corso della narrazione citando il poeta
francese.
21
abbondassi in entrambe queste operazioni assai più del solito, lo
stratagemma riuscì solo in parte a correggere quella sorta di lapsus
calami erotico in cui ero improvvisamente caduto. Ciò fece si che al
termine della lezione non potetti – ahimè – resistere alla tentazione di
presentarmi alla ragazza e di chiedergli se per caso fosse interessata a
fare con me qualche “pratica” (una pratica sarebbe una sorta di
lezione in cui però non si impara nulla di nuovo, e invece si mette –
appunto – in pratica e si perfeziona ciò che si è già imparato: a questa
lezione ci sono comunque dei maestri, ma molto spesso ci si reca in
coppia e questo era precisamente quello che ambivo di fare in quel
caso).
Non appena ebbi formulato la mia improvvida richiesta mi pentii
istantaneamente di tanta fretta, perché, come tutti o quasi tutti sanno,
la fretta è una pessima consigliera sempre, ma in specie quando si
tratta di corteggiare una donna. Imberbe adolescente avevo letto ne
“Il tempo ritrovato” delle osservazioni sul tema che mi avevano
lasciato sul momento alquanto stupito, se non proprio del tutto
sconvolto: “Le relazioni con una donna che amiamo possono anche
restare platoniche per una ragione diversa da quella della virtuosità
della donna o della natura poco sensuale dell’amore da lei ispirato.
Tale ragione può consistere nel fatto che l’innamorato troppo
impaziente per la violenza del proprio desiderio, non sa aspettare con
sufficiente simulazione di indifferenza il momento in cui potrebbe
ottenere quanto desiderato (..) e a chi, troppo nervoso per
nasconderlo i primi giorni, ha lasciato indovinare il proprio
insanabile desiderio, esse (“esse”: ovvero le donne desiderate, ovvero
quelle maledette non-fatemi-dire-cosa N.d.A.) sanno di potersi
offrire il lusso di non darsi mai”.
Era il tempo della mia splendida e incredula innocenza quello in
cui leggevo e rileggevo questo incredibile passo, e ogni volta mi
sentivo come entrando e uscendo da uno strano tunnel degli orrori,
non so dire se più sconcertato, spaventato, o perplesso. Ma ben
presto, nel corso della consueta e dura “éducation sentimental” cui la
vita, volenti o nolenti, gaudenti o dolenti, infine tutti inesorabilmente
sottomette, ebbi modo di rendermi conto di persona che il buon
vecchio Proust era stato fin troppo ottimista nel dipingere le relazioni
22
fra i sessi: tanto poco sono affini il maschio e la femmina del
malcapitato genere umano che, a differenza dell’uomo, il massimo
piacere della vita la donna non lo ricava affatto con il coito ma –
chissà perché, forse a causa del peccato di Adamo – nel veder
sbavare fino alla morte un uomo di lei apertamente, perdutamente
nonché incontrollabilmente infatuato (ricordo a me stesso e al lettore
che, secondo la Bibbia nella versione dei Settanta, il peccato di
Adamo consistette essenzialmente nel tentare di conquistarsi le
grazie di Eva con la fatidica frase “tanto ti amo, oh Eva, che oso
senza tema proclamare davanti a tutti che tu sei per me l’unica donna
al mondo”; Eva si incavolò tanto che intentò una causa di divorzio ad
Adamo senza nemmeno averlo sposato, e accettando le avance del
famoso serpente della famosa mela, con le amare conseguenze che
tutti conosciamo, partorire con dolore, lavorare con sudore, magari
con un computer Apple in un ambiente con l’aria condizionata che te
lo gela addosso e ti fa morire di raffreddore).
Ma, a parte queste sacrosante non meno che irritanti
considerazioni, a preoccuparmi era anche un’altra cosa. Fatta
l’idiozia e segnato il punto a mio sfavore, divenni infatti anche di
colpo consapevole che, con ogni probabilità, al momento in cui la
sconosciuta avesse cominciato a farsi conoscere i miei subitanei
sentimenti nei suoi confronti avrebbero potuto cambiare non meno
subitaneamente che radicalmente: cosa impediva che dietro a quelle
movenze leggiadre e soavi non si nascondesse un’oca acida, o
frivola, o vanitosa, o tutte e tre le cose insieme? E, anzi, pensandoci
bene, c’era forse da aspettarsi qualcosa di diverso? Quante persone
mi è mai capitato, non dico di amare, ma anche solo di stimare
minimamente in vita mia? Nemmeno una su cinquanta. Ma allora
come sperare che un incidente del genere potesse evolversi in
qualcosa di diverso da una terribile delusione? Ma ormai era troppo
tardi: sorridendo gentilmente la ragazza mi rispose che si, era
interessata a fare queste pratiche, e mi dette il suo numero di
cellulare, che a quel punto non potevo più non registrare sul mio. Fu
così che, contro le appena formulate sagge ponderazioni e contro la
mia coscienza di adulto razionale e vaccinato, fremendo e stringendo
al cuore come un talismano il telefonino, in cui avevo inserito quelle
23
banali cifre che però in quel momento mi sembravano la segreta
formula di una specie di rivelazione talmudico-cabalistica, ecco che
appena uscito dal circolo caddi in preda ad una sorta di deliquio,
simile in tutto o forse insino in peggio a quello che subitaneo colse
Romeo alla vista di Giulietta.
9.
“Oh, essa insegna alle torce come splendere. Sembra pendere sul
volto della notte come ricca gemma dall’orecchio d’una Etiope!7”.
Preda di un’inspiegabile, agonica euforia, la memoria non poteva
trattenersi dal tornare a quel magico sentire che la sconosciuta
ballerina mi aveva donato, e tanto incontenibile era la gioia che mi
squassava il petto e le meningi che ben presto si tramutò in una sorta
d’insopportabile tormento. Con quella parte di me che in quel
momento di imprevista esaltazione ancora sembrava conservare un
minimo di ragionevolezza cercavo di nuovo di richiamarmi
all’ordine, argomentando che quella tempesta emotiva, nel bel mezzo
della quale stavo disperatamente annaspando, quasi certamente non
era stata scatenata dalla ragazza, di cui non sapevo niente, ma da una
mia situazione personale. In effetti, erano molti anni che stavo da
solo, e poteva darsi che tutto quell’amoroso “Sturm und drang”
fosse più che altro dovuto al mio desiderio così lungamente represso
e insoddisfatto. Forse tutte quelle appassionate immaginazioni
stavano insorgendo in me così prepotenti non perché l’oggetto ne
fosse degno in sé e per sé, ma perché io avevo bisogno di provarle!
Certo, è vero senza meno quel che Platone fa dire a Socrate nel
“Fedro”, che “la testimonianza degli antichi ci dice che la follia degli
dèi è più bella della saggezza di origine umana”, ma è non meno vero
che la saggezza umana, nella sua terrena pesantezza, brinda di solito
ai suoi successi con lo champagne, e non con la cicuta! E così
riflettendo intanto mi ripetevo come un mantra protettivo questa
7
Per chi non lo ricordasse, è proprio questo il delirio che colse il
malcapitato Romeo alla vista della non meno malcapitata Giulietta.
24
semplice formula: è una sconosciuta, so solo come si chiama, è una
sconosciuta so solo come si chiama, eccetera, eccetera, eccetera.
Presto, ne ero certo, al massimo in mezzora, anzi meno, in un quarto
d’ora, tutto quel gran fantasticare si sarebbe calmato, e sarei tornato a
vedere e ad accettare la mia consueta e cruda realtà di persona
introversa e solitaria, se non proprio del tutto vuota e incapace di
amare, ovvero, in ultima analisi, di quel misero misogino misantropo
che in vita sua ha conosciuto quel che di solito la gente chiama
“amore” sol perché e chissà perché un paio di volte lo ha ricevuto.
10.
Devo però riconoscere che tali autoesortazioni, per quanto
altamente illuminate e profondamente sagge, non ebbero fin da
subito gli effetti auspicabili e sperati. Al contrario, il mattino dopo,
appena alzato, mi sorpresi ancora tanto profondamente e
inaspettatamente sconvolto che fui costretto ad attaccarmi e scolare
la per fortuna ancor mezza piena bottiglia del whisky per trovare un
minimo di pace ed equilibrio, proprio come avevo fatto la sera prima
con l’altra metà, il tutto solo per trovare la forza di andare a letto e di
restarci, anche se in effetti non avevo dormito più di due o tre ore. A
dispetto della bottiglia ormai vuota, la splendida, febbrile e
dolorosissima fantasticazione erotica non ne voleva sapere di
scendere a patti con la realtà, ma – Dio mio! – che detto da un ateo è
un detto che dice proprio tutto – in ogni caso dovevo assolutamente
calmarmi: a parte il fatto che, come qualsiasi persona normale,
dovevo recarmi a lavoro e, possibilmente, anche lavorare, già a quel
punto l’esperienza aveva avuto tutto il tempo di insegnarmi alcune
tanto antiche e risapute quanto ardue e neglette verità – fra cui anche
quella forse più importante ai fini di una vita, non diciamo felice, ma,
almeno, non troppo infelice, ovvero la solenne e dura massima che ci
avverte che, onde evitare disastrose delusioni, non bisogna mai
lasciarsi andare a insensate quanto pericolosissime illusioni. Quindi
dovevo riafferrare il prima che fosse possibile l’inesorabile realtà che
si nascondeva dietro i fremiti di quel per me ormai piuttosto inusitato
25
delirio (sappia il lettore che il mio motto, almeno fino a cinque
minuti prima di quello strano incontro, era una non so quanto celebre
frase del “Caligola” di Camus che suona: “Ciò che più mi commuove
è la mia indifferenza”), ovvero convincermi che quanto era successo
la sera precedente era soltanto uno scherzo dei lunghi anni di
disamore e solitudine, della forzata astinenza connessa, o magari del
mio inconscio, o della magia del tango, oppure, che so, della
macumba della rumba, della samba della Standa, o, al limite, di un
demonio disoccupato che non aveva trovato sul momento nulla di
meglio da fare che mandarmi completamente fuori di testa! Di solito
si dice che i demoni passino il tempo che spendono su questa valle di
lacrime a far seccare le piante che stanno nei giardini degli umani, a
far fuori animali domestici (chissà perché lasciano in pace piante e
animali selvatici), o, ancor meglio e più volentieri, a far vomitare
robaccia color nero ossidiana e verde smeraldo nonché parlare lingue
esotiche e possibilmente morte e sepolte al primo disgraziato che gli
capita a tiro, non prima di avergli trasformato la faccia in qualcosa di
simile alla robaccia che ha appena vomitato – oltre ad altre orrende e
tremende non meno che del tutto inutili meraviglie: perché dunque
un demonio non dovrebbe incaricarsi infine di far perdere la testa a
uno sconosciuto per una sconosciuta, così, tanto per variare il menù
di esorcisti, demonologi e psicoanalisti?
Comunque sia, samba o Standa, rumba o macumba, qualsiasi cosa
poteva essere successa, ma, di certo, quell’innamoramento che
ancora così intensamente mi turbava, no, non poteva essere
assolutamente nulla di concreto, di possibile e, soprattutto, nulla di
nulla di reale! Dunque, tanto per fare un esempio, avrei dovuto
guardarmi bene dall’usare quel numero di telefono che così
improvvidamente avevo chiesto: nel caso che Elisabetta avesse
effettivamente accettato il mio invito (ora sapevo il nome della
sconosciuta ballerina, che non per questo però restava molto meno
sconosciuta) nell’ora o due che avremmo passato insieme alla pratica
non mi sarei trovato di fronte a quella sorta di Fata Turchina che il
mio vaneggiamento aveva prefigurato, ma bensì quella ragazza che
avevo notato un mesetto prima. Una ragazza dunque che mi sarebbe
apparsa – oltre che mediocre o, chissà, forse persino un po’ bruttina –
26
con ogni probabilità anche stupida e antipatica, dato che stupide e
antipatiche mi sono risultate infine quasi tutte le donne che ho
incontrato in vita mia, eccetto due o tre, a esagerare quattro. Poteva
forse non essere così? Ma no, ma certo, doveva essere così! – questo
mi ripetevo pieno di fervore ma – ahimè – va da sé che sul momento
non riuscivo a trovare il verso, non dico di credere, ma anche solo di
prendere in sia pur minima considerazione quelle mie proprie e mie
stesse massime di saggezza, tanto l’euforia dei sensi sembrava
capace di assordare ogni facoltà dell’anima in generale e la Ragione
in particolare, che, come tutti sanno, è quella dotata della voce più
sobria e sommessa, degli argomenti più saggi e ponderati e che,
proprio per questo, non riesce a farsi intendere quasi mai, in
particolare quando sarebbe indispensabile che lo facesse: non ce lo
dimostra questo perfino la storia della filosofia, e proprio col suo
personaggio più celebre e saggio?
11.
Nel “Fedro” Platone ci racconta quel che pensò o che comunque
disse Socrate di questa curiosa materia, o, chissà, forse, per bocca del
suo maestro ci racconta in quel che lui stesso ne pensa, chi può dirlo.
Comunque sia, in quel celeberrimo dialogo Socrate parla al
giovinetto Fedro e per spiegargli che sia l’essere innamorati e dunque
anche l’amore, come prima cosa gli parla dell’anima umana e di
quali siano le celesti vicende che essa trascorre prima di nascere,
quando eravamo “puri e privi di questo sepolcro che portiamo in giro
e che chiamiamo corpo, imprigionati in esso come nelle valve di
un’ostrica”. Socrate paragona l’anima a un carro alato, in cui l’auriga
rappresenta ciò che di solito si chiama “intelletto”, o “ragione”, e
questo auriga è chiamato a guidare il carro che viene trainato da due
cavalli, uno dei quali rappresenta ciò che modernamente si chiamano
“sentimenti”, fra i quali sono appunto da annoverarsi l’amore, la
tenerezza, l’ammirazione per il bello, sentimenti che Nietzsche ha
visto come tipici di quel modus dell’anima antica che ha definito
“apollineo”, mentre l’altro cavallo rappresenta gli istinti più bassi o
27
le passioni violente, che il solito Nietzsche di cui sopra definì
caratteristiche di quell’altro modus dell’anima antica cui dette il
nome di “dionisiaco” (per avere un’idea sintetica di questi due stati
fondamentali dell’anima antica possiamo pensare il modus apollineo
come incarnato dall’immortale donzelletta che vien dalla campagna
con cui si inizia “Il sabato del villaggio” di leopardiana memoria,
mentre il modo di vivere dionisiaco ci sembra meglio descritto dal
bunga-bunga di osservanza arcoriana).
Quest’anima, così elegantemente composta e disposta, prima di
entrare in un corpo abitante la valle di lacrime di cui tutti sappiamo,
senza che noi ce ne possiamo ricordare ha passato vicende
meravigliose, che però sono rivelate a coloro che, come lo stesso
Socrate, hanno accesso ai misteri (orfici o eleusini, questo non è
chiaro: in seguito ci occuperemo piuttosto a lungo di quelli orfici),
che rivelano ai loro adepti quale fu il loro mirabolante e meraviglioso
passato anteumano e transumano
“Tutto ciò che è anima si prende cura di tutto ciò che è privo di
anima e percorre tutto il cielo, ora in una forma, ora in un’altra.
Quando dunque è perfetta e alata l’anima vola in alto e domina il
mondo intero, ma quando perde le ali precipita finché non si afferra a
qualcosa di solido. Qui prende dimora, assume un corpo terreno, che,
grazie alla potenza dell’anima, sembra muoversi da sé. L’insieme fu
denominato essere vivente, anima e corpo connessi l’uno all’altra, e
assunse l’appellativo di mortale. L’appellativo di immortale, invece,
non deriva da un ragionamento, eppure noi immaginiamo il dio, pur
senza vederlo e comprenderlo a pieno, come un essere vivente
immortale, dotato di anima e di corpo, con l’insieme di questi due
elementi insito per sempre nella sua natura. Ma queste cose siano e
siano dette come è gradito al dio. Occupiamoci invece della causa
della caduta delle ali, per quale motivo esse si separano dall’anima.
La ragione è pressappoco la seguente.
L’attitudine naturale dell’ala è quella di portare in alto ciò che è
pesante, innalzandolo là dove ha sede la stirpe degli dei. Delle cose
che hanno a che fare con il corpo, è soprattutto l’ala che partecipa in
certo modo del divino. Il divino è bello, sapiente, buono, e dotato di
28
ogni qualità analoga. Di queste si nutre e si accresce moltissimo la
parte alata dell’anima, mentre deperisce e va in rovina a causa di ciò
che è brutto, cattivo, e contrario a quelle qualità.
Il grande condottiero che è nel cielo, Zeus, guida il carro alato e
incede per primo, conferendo ordine e sovrintendendo a tutto. Lo
segue un esercito di dei e di demoni, sistemato in undici schiere.
Rimane a casa, infatti, soltanto Estia. Degli altri dei, inquadrati come
capi in numero di dodici, ciascuno guida la schiera che gli fu
assegnata.
Molte e beate sono le figure e le evoluzioni all’interno del cielo che
la stirpe felice degli dei descrive volteggiando, facendo ciascuno la
sua parte. Li seguono quelli che di volta in volta vogliono e possono,
perché l’invidia rimane fuori dal coro divino. Quando poi vanno a
banchetto e a festino, procedono tutti in direzione della vetta, alla
sommità interna del cielo, dove i veicoli degli dei, che sono ben
equilibrati e di agevole guida, avanzano con facilità, mentre gli altri
avanzano a stento, perché il cavallo cattivo è di peso, inclina verso
terra e grava sull’auriga che non l’ha addestrato bene. Qui l’anima
fronteggia la fatica e la prova estrema. Infatti le anime che sono
chiamate immortali, una volta arrivate alla vetta, procedendo verso
l’esterno, si ergono al di sopra del dorso del cielo e, in questa
posizione, il moto circolare le fa girare, ed esse contemplano ciò che
si trova al di fuori del cielo.
Nessuno dei poeti di quaggiù ha mai celebrato né mai celebrerà in
modo appropriato questo luogo iperuranio. E il modo è questo –
bisogna avere il coraggio di dire la verità, specialmente quando si
parla della verità. Infatti in questo luogo si trova la sostanza che
realmente esiste, priva di colore, priva di forma, non percepibile al
tatto, che può essere contemplata solo dal pilota dell’anima,
l’intelletto, e che è oggetto del genere della vera scienza. Dunque il
pensiero del dio, che si nutre di intelletto e scienza pura, e così quello
di ogni altra anima a cui sta a cuore ricevere ciò che le è proprio,
vedendo per un certo tempo l’Essere, lo ama e, contemplando la
verità, se ne nutre e gode, finché compiuto il ciclo, il moto circolare
non la riporti al punto di partenza. Durante il suo giro vede la
giustizia in sé, vede la moderazione in sé, vede la vera scienza, non
29
quella che ha a che fare con il divenire, né quella che è diversa in
ciascuno dei diversi oggetti ai quali noi ora diamo nome, ma la
scienza che riguarda ciò che realmente è. E dopo aver contemplato
nello stesso modo le altre idee che realmente esistono ed essersene
cibata, si immerge di nuovo nel cielo e torna a casa. E una volta
tornata, l’auriga ferma i cavalli alla greppia, mette loro innanzi
ambrosia e poi, da bere, nettare.”
12.
Con ogni evidenza, l’anima così costretta alla vita terrena dopo
cotanta avventura astrale, anela a volte segretamente, a volte
apertamente, a liberarsi da ogni pesantezza e a librarsi di nuovo in
volo, per tornare così a contemplare le meraviglie del mondo
iperuranio che furono, chissà, forse per un istante eterno, la sua gioia.
Secondo Socrate, noi dobbiamo considerare l’amore come il mezzo
principe perché di nuovo l’anima nostra possa incamminarsi sul
sentiero tracciato dai carri alati degli dei. Non però un amore
qualsiasi è mezzo per intraprendere questo viaggio spirituale, non un
amore di quelli per cui più o meno razionalmente “ci si sistema”, o ci
si soddisfa sessualmente: questi sono senz’altro da considerare come
una sorta di annacquamenti, se non veri e propri tradimenti di quella
che è o sarebbe la vera essenza dell’amore, che non scaturisce, non
deve o non dovrebbe scaturire da ben miseri e meschini bisogni
umani, ma da quella follia divina che ispira gli oracoli, mette gli
occhi ai veggenti, che muove la mano o soffia la parola degli artisti.
Tramite l’amore l’uomo deve in altre parole perdere il contatto con il
mondo, o, meglio, con la mondanità, ovvero con tutto ciò che nel
mondo è considerato ragionevole e conveniente, e lasciarsi andare,
lasciarsi innalzare sprofondandosi in quell’estasi che non è da
considerarsi neppur lontana parente della malattia mentale, ma dono
prezioso della saggezza degli dèi “quella per cui, quando si scorge la
bellezza di quaggiù e ritorna alla memoria quella vera, si
acquisiscono le ali e, nuovamente alati, presi dal desiderio di librarsi
in volo, ma incapaci di farlo, si punta lo sguardo verso l’alto come
30
uccelli, si trascurano gli interessi terreni e si è accusati di follia. Il
discorso arriva dunque a dire che questa è la più alta tra tutte le
forme di possessione divina, che si genera, in chi ne è preso e in chi
la condivide, da quanto c’è di più nobile nell’anima, così che chi ama
i belli (ovvero i maschi adolescenti), in quanto è affetto di follia, è
chiamato innamorato.”.
13.
I sintomi di questa possessione divina che Socrate narra al
giovinetto Fedro sono quelli più o meno tipici di ogni
innamoramento, e che sono stati in modo simile descritti dagli
innamorati di ogni epoca e ogni cultura, compreso naturalmente quel
me stesso che in preda a un ansia che per l’appunto mi viene
spontaneo di definire “folle” si aggirava quel fatale giovedì mattina
dell’anno del Signore 2006 fra il bagno, la camera e il salotto non
riuscendo a trovare la borsa neppure dopo avervi inciampato tre o
quattro volte, scordandosi il portafoglio e le chiavi ovunque le
appoggiasse, scordandosi insino di trovarsi in casa propria e non in
qualsiasi altro posto al mondo e dunque domandandosi di fronte ad
ogni porta e cassetto cosa diavolo ci potesse essere dentro, o dietro, o
sotto o sopra, e dove è che fosse esattamente da collocarsi il sopra o
il sotto, oltre che, naturalmente, il davanti e il dietro – fatto
quest’ultimo particolarmente imbarazzante per chi al mattino
esordisce facendo pipì e pupù ma infine normalissimo per un
innamorato, dato che, come Socrate spiega a Fedro, quando un essere
umano più o meno particolare ricorda a un altro le sue prenatali
passeggiate nell’iperuranio “dapprima viene preso da brividi e gli si
insinua dentro uno sgomento simile a quello che provò allora
(“allora”: ovvero quando contemplò l’Idea del Bello In Sé N.d.A),
poi, fissandolo lo venera come un dio e, se non temesse di passare
per completamente folle, offrirebbe sacrifici all’amato come si fa con
una statua votiva e con una divinità. Mentre lo guarda al brivido
segue una sorta di alterazione e lo prende un sudore e un
accaloramento insolito perché, accogliendo attraverso gli occhi il
31
flusso della bellezza, si surriscalda nel punto in cui l’ala viene
irrorata e, per effetto del calore, la zona intorno al germoglio diventa
malleabile, mentre prima, serrata per la durezza, impediva all’ala di
spuntare. Con il fluire del nutrimento, il fusto dell’ala si irrobustisce
e comincia a germogliare dalla radice, sotto l’intera estensione
dell’anima, che infatti prima era tutta alata. In questo frangente,
dunque, ribolle tutta ed erompe, e l’anima di colui al quale
cominciano a venir fuori le ali prova la stessa sensazione che
avvertono i bambini ai denti, quando cominciano a spuntare:
pizzicore e infiammazione delle gengive. Alla crescita delle ali,
l’anima ribolle, si irrita e prova prurito.”.
La metamorfosi descritta da Socrate è veramente impressionante,
una sorta di licantropia al contrario si direbbe, dato che per
immaginare quel che succede all’anima nel mentre si innamora mi
viene del tutto spontaneo riandare alla celebre scena della non meno
celebre pellicola di John Landis “Un lupo mannaro americano a
Londra”, in cui il protagonista si trasforma da studente americano
arrapato e con i brufoli in una bestia tanto feroce e vorace da reggere
bene il confronto con un assessore alla cultura socialista dei beati
anni ottanta. E, se quanto alla ferocia del sentimento in questione
Socrate era lì pronto a darmi torto, il buon vecchio Cioran bussava
alle porte delle mie divagazioni pronto a darmi ragione, dato che non
esita un istante ad affermare che “All’interno di ogni desiderio
erotico lottano un monaco e un macellaio.” 8. Era questo quello in cui
mi ero trasformato dunque, in un lupo mannaro con le ali, in un
macellaio travestito da monaco e viceversa? Quali potenze del cielo
o della terra mi avevano ridotto in quelle condizioni, a sudare, a
tremare, a non dormire, ad agitarmi per qualcosa che non sapevo
cosa fosse, come se sul mio di solito così banale futuro incombesse
una sorta di imminente Apocalisse in cui tanto gli angeli quanto il
drago con le nove teste e le dodici corna annesse erano rappresentati
da una sconosciuta allieva “primi passi” di un non meno sconosciuto
corso di tango di un ancor meno conosciuto circolo di periferia di
una città invece molto conosciuta, si va bene, ma per tutt’altri motivi
8
E. Cioran, Sillogismi dell’amarezza, Adelphi, p. 94.
32
che le sue connessioni con il più prestigioso articolo di esportazione
argentino che la storia ricordi? Una licantropia alata: se il primo,
l’originario e forse il massimo dei filosofi, ovvero degli amanti del
sapere, ovvero della religione della ragione, descrive e prescrive la
follia amorosa come il dono più generoso che gli dèi possano fare a
coloro che aspirano a intraprendere il cammino astrale verso il Vero,
quale arma mi rimaneva ancora per difendermi da quella sorta di
febbre quartana che da qualche ora stava cominciando a far declinare
ogni mio senso comune verso la lontana e notturna provincia del
delirio?
14.
Quel fatidico mattino di un giorno che, ora come ora, mi sembra
già più lontano della East Coast come appariva a Lindberg mentre
avvistava la Tour Eiffel, nel quarto d’ora che come d’abitudine mi
separava dallo scendere nel garage e tirare fuori la macchina –
siccome avevo già fatto colazione a base di ansia e Ballantines –
oltre a cadere in ogni sorta di lapsus calami che il mio inconscio
fosse capace di inventare, ebbi anche tempo di guardare fuori dalla
finestra, fumare e riflettere profondamente. Nel mentre lentissimi
anelli di fumo galleggiando si disfacevano davanti ai miei occhi
abbacinati da una luce molto più forte di quella del giorno che
nasceva, udivo una voce suadente ed insieme potentissima che mi
suggeriva: lasciati andare, gettati in questo nuovo sogno e sogna, che
te ne frega della tua solita vita, grigia, arida, vuota, inutile?
Abbandonala e innalzati come un angelo sui cieli di questo Nuovo
Amore, coglilo al volo e in volo, quando mai potrà tornare? Perché
adagiarsi in una morta e inutile saggezza quando le porte stesse della
vita paiono così miracolosamente e quali vergini divinità per la prima
e unica volta intimamente aprirsi? “Nessuna massima.. ma vivete e
godete, che il tempo stringe e l’ora s’avvicina che ogni cosa vi sarà
tolta!” (questo è Carlo Michelstaedter in una delle interlocuzioni
introduttive del “Dialogo della salute”: un simile concetto, in effetti,
avrei potuto trarlo da qualche altro centinaio di opere poetiche e/o
33
filosofico-polemiche, e, in particolare dagli ultra celebri e ultra
celebrati versi di Orazio “Ecco, mentre parliamo è già trascorso il
tempo che ci contende con la sua fuga, di assaporare la dolcezza
dell’istante: cogli al volo la gioia dell’oggi, senza porre alcuna
fiducia nel domani.”; il fatto che mi venisse in mente il dubbioso
argomentare di Michelstaedter – destinato così poco tempo dopo
aver scritto queste alate righe a una così precipitosa fine – invece che
la capziosa ovvietà del’oraziano carpe diem, già allora mi metteva in
grave allarme, se l’augure sempre trema a tanto sfavorevole planare
degli uccelli (l’augure in questione è quello che, osservando il volo
degli uccelli per conoscere il futuro, si ritrova di colpo con una cacca
di piccione nell’occhio).
In effetti però, col finire della sigaretta e il caldo tambureggiare nel
sangue degli effluvi del Ballantines che, sia pur faticosamente, si
faceva strada fino alle tempie, con un certo sollievo, notavo che la
mia mente, da qualche ora in bilico sull’orlo di un piuttosto ridicolo e
infantile abisso, ancora pur tuttavia trovava in qualche modo la forza
di trattenersi dal fare il fatidico ultimo passo. Un’altra voce, l’altra
voce, quella dell’esperienza e della ragione, sia pur meno suadente e
affascinante della prima, si ostinava richiamarmi all’ordine e alla
disciplina, ripetendomi in continuazione di stare attento, ribadendo
che potevo e dovevo rendermi conto che la mia condizione era
particolarmente perigliosa, che le follie pregresse cui mi ero nella
vita lasciato andare mi avevano portato dappertutto meno che nel
luminoso iperuranio di cui parlava Socrate, che il grigio per quanto
mediocre e superficiale è meglio assai delle luttuose profondità del
nero, che arrivare alla fine di un giorno senza aver passato un guaio è
già qualcosa di più del massimo che si possa legittimamente sperare
dal mondo e dalla vita, e così avanti e ancora oltre finché, a furia di
simili auto ammonimenti e autosuggestioni, ancorché riottoso e
renitente, volli infine ascoltare la voce di quella ragion borghese che
così poco ha a che fare con quella del buon vecchio Werther, non
foss’altro che per evitare la ridicola evenienza di trovarmi
contemporaneamente con le tempie brizzolate di saggezza e il
cervello invasato dalla stupidità di un ragazzino: no, non dovevo
lasciarmi andare, a nessun costo! Con paziente fermezza e serena
34
avvedutezza rimembrai e ripercorsi tutte le volte in cui per troppa
fretta avevo fatto ignobilmente fiasco, con angosciosa severità mi
rimproverai le disgrazie che mi ero attirato sulla testa e sulle parti
basse ogni volta che mi ero arrischiato in passioni imprudenti, con
ironico orrore rividi gli altissimi e purissimi cieli dell’illusione
trasformarsi subitaneamente in baratri di sterco – per non dire di
merda – e infine, a forza di autoesortazioni alla ragionevolezza e al
principio di realtà – che avrei volentieri di nuovo innaffiate con un
bel po’ di whisky – se solo ne fosse rimasto almeno un goccio –
cominciai lentamente a convincermi che quanto mi stava succedendo
non era nulla di più e nulla di meno che un attacco di per nulla divina
follia – augurabilmente passeggero – e dunque dovevo fare in modo
che all’arrivo della settimana nuova di tutto quel magico e
tangheggiante vagheggiare non rimanesse traccia più significativa
che il numero che avevo trascritto nella rubrica del telefonino. Un
numero che mi dovevo decidere a cancellare quanto prima, onde non
soccombere a insensate fantasie, che non avrebbero raggiunto altro
scopo che fare del male a me e, chissà, forse anche alla sconosciuta
con cui avevo vissuto, pur senza condividerli, quegli strani,
stranissimi, fin quasi inconcepibili momenti di estasi e passione.
15.
Ciò stabilito, scesi sia pure un po’ barcollante verso le scale che mi
portavano verso il seminterrato, misi in moto e uscii infine in
retromarcia dal garage con la consueta, quotidiana sicurezza,
credendo che finalmente quella sorta di sogno-incubo che mi aveva
invasato durante il notturno tango fosse già svanito nelle prime
brume di ragionevolezza del mattino, ma, mentre guidavo con
alcolizzata prudenza verso il lavoro, mi resi conto che il vertiginoso
e quasi incredulo ricordo della sera precedente, non ostante tutto,
continuava a spingermi in modo piuttosto ossessivo a importune e
rischiosissime curiosità su quanto mi era solo poche ore prima
accaduto, dato che, a parte la spada evidentemente di Damocle che
tutta la situazione sospendeva sul mio capo, di certo mi restava
35
ancora una cosa da chiarire: che mi era esploso dentro (e dentro
dove?) nel fatale momento in cui quella ragazza mi aveva toccato, o,
per meglio dire, quasi come una brezza o una carezza quasi
irrealmente sfiorato? Era stata davvero, come riflettendo più tardi mi
sembrava, una sorta di privatissima allucinazione, di alterazione
percettiva, o davvero qualcosa di altro, o di alto, mi era giunto per
quella via misteriosa eppure così luminosa che è talvolta la nuda e
cruda pelle, il nudo e crudo combaciare della carne?
Si, lo sapevo, era cosa buona e giusta nonché sommamente salubre
e prudente sottoporre quello spropositato evento ad ogni sorta di
analisi razionale e di argomentazione critica, ma, d’altra parte come
mettere in dubbio che quello che mi era successo era successo per
davvero? Quella ragazza, chiunque fosse, mi aveva effettivamente
procurato un delirio, se il delirio contro cui argomentavo in quel
momento non era a sua volta un falso ricordo, frutto di un presente
delirio in cui lo immaginavo come proveniente dal passato (come
tutti sanno, gli stati deliranti sono interminabilmente fonte di altri
deliri, in cui colui che delira si immagina cause immaginarie delle
sue immaginazioni (o no?)). Comunque sia, se questo era vero, ed
era vero, il tutto significava come minimo che vi sono in giro per il
mondo delle donne capaci di avere su di me quegli stessi effetti che il
pejote produce su Diego Abatantuono in una celebre scena di
“Puerto Escondido”: che diavolo di significato può avere un fatto di
questo genere, forse che vi sono al mondo delle droghe che vanno in
giro su due gambe e che, a differenza di quelle che si comprano dai
consueti spacciatori, possono avere effetto su una, o due, o tre
persone in tutto (in effetti, anche in quello stato di scarsa lucidità era
per me piuttosto difficile immaginarmi che la tipa in questione
avesse dei consimili effetti su tutti quelli con cui ballava il tango: in
caso contrario a quest’ora avrebbe già sposato e divorziato da un tot
di milionari, non prima di avergli mangiato, bevuto nonché digerito
ed evacuato tutto il patrimonio)? Ma a che serve che in giro per il
mondo ci sia questo strano genere di droghe, che si innalzano
sorridenti e fatate sui chilometrici e pungenti tacchi del tango?
Mentre mi scervellavo su tale improbabile e forse da sempre
improponibile dilemma, senza alcun apparente nesso con le mie
36
elucubrazioni e per di più con la grave intonazione di un coro greco,
mi tornò in mente una frase che Estragon pronuncia alla fine del
Godot: “Tutti nasciamo pazzi. Alcuni lo restano.”. Dio mio, pensai
pieno d’improvvisa gioia e di non meno improvvisa, raccapricciante
nostalgia, e se qualcun altro – magari ballando il tango con una
sconosciuta – a un certo punto pazzo potesse ritornare (ma quando
era stata l’ultima volta in vita mia che ero stato pazzo? doveva essere
accaduto qualche volta, in qualche modo, certamente, ma come è che
non ero capace di rimettere insieme – nemmeno come finzione lirica
o messinscena mnemonica – il come e il quando? e non era quella
una ottima occasione per ricordarsi che cosa diavolo fosse questa
benedetta follia, di cui Socrate parla tanto bene? se non è un veicolo
alato per tornare nell’iperuranio, in cui per altro non ho mai creduto,
non potrebbe darsi che lo fosse per tornare almeno un po’ più
giovani?)?
Come il lettore avrà già immaginato, o starà testé immaginando,
quel giorno parcheggiare la macchina al solito posto in cui la
parcheggio da circa vent’anni risultò un’impresa piuttosto
difficoltosa e tormentata, che invece dei consueti quindici secondi
richiese alcuni angosciosi e interminabili minuti, in cui accaddero
cose che di solito si vedono accadere all’autoscontro oppure in certi
film particolarmente disastrosi che hanno per protagonisti Stanlio e
Ollio.
16.
In effetti, non ci fu nulla da fare. Per quanto mi sforzassi di
tornare al mio stato d’animo normale, nel trascorrere lentissimo e
quasi irreale delle ore di quel giovedì fatale della mia già allora forse
troppo lunga vita, notai che quel fastidioso, febbrile e fin quasi
nevrotico autointerrogarmi del mattino proseguiva ostinato e
imperterrito nell’amara incertezza addolcita dalla sera, a dispetto del
whisky bevuto, anzi, per meglio dire “tracannato”, e del ragionevole
e umanissimo desiderio di un balsamico e modesto oblio. La mia
focosa perplessità – che altro non era, ora lo so, che il pallido riflesso
37
del fulgore intollerabile di quell’inusitato incendio che i miei
tentativi di spegnere non riuscivano altro che a viepiù nutrire (“È il
fuoco che si ravviva col suo dannato” che altro poteva esser mai?9) –
il mio amletico dubitare, stavo dicendo, anziché dissiparsi, montava
instancabilmente in una sorta di crescendo beethoveniano anche se,
prevedibilmente, rimaneva piuttosto deludente in quanto ai risultati:
ogni risposta o ipotesi di risposta, interminabilmente prolifica come
un pestone dato a un formicaio, portava con sé una confusa nidiata di
nuove domande, nuovi dubbi, e la mia inquietudine, invece che
saziarsi, veniva ad ogni istante maggiormente turbata, intrigata e
stimolata da ogni parvenza di risposta che riuscivo a trovare – anche
se era questa, a ben vedere, un’eventualità piuttosto prevedibile, se
non propriamente logica (è vero, la logica è stata inventata sulla
terra, ma, a quanto pare, funziona in modo decente solo in un pianeta
che ancora attende di essere scoperto).
Il fatto è che, come meglio di tutti sanno gli storici, i momenti
iniziali, gli albori, le cause prime – le origini dunque – sono quasi per
definizione inafferrabili e perciò anche imperscrutabili – o, come si
dice, “misteriose” – ed è per questo che ogni civiltà, quando
comincia a raccontare la sua storia, si tiene di solito piuttosto sul
laico quando si volge a descrivere il presente o il passato prossimo,
ma, come diceva Tocqueville, è costretta a tacere o a sconfinare nel
mito quando si tratti di narrare i propri inizi dato che “lo spirito
analitico si è sviluppato nelle nazioni mano a mano che
invecchiavano, sì che, quando esse si sono interrogate sullo loro
origini, il tempo le aveva già avvolte in una nube, l’ignoranza e
l’orgoglio le avevano circondate di favole, dietro le quali si
nascondeva la verità”10. E bravo Tocqueville: ma non potremmo far
valere il medesimo ragionamento, oltre che per le civiltà e le epoche
storiche, anche per le vite dei singoli esseri umani? Tanto il presente
si mostra facile e banale, quanto il passato appare magico e
imperscrutabile: la moglie noiosa e fastidiosa che si trova tutti i
giorni a letto e in cucina (soprattutto a letto però, bisogna
9
A. Rimbaud, “Una stagione all’inferno”.
A. Tocqueville, “La democrazia in America”.
10
38
riconoscerlo) diviene un enigma, o addirittura un mito, quando si
debba ricostruire il modo in cui ci è arrivata!
Fu – credo – proprio per questo che durante la settimana che
trascorse dal mercoledì del mio innamoramento a quello in cui
aspettavo (si, quasi non potevo e certo non volevo credere a quanto
mi accadeva, ma, senza neppur sapere chi “lei” fosse, stavo già
aspettandola, anche se in quel momento non mi rendevo conto di ciò
che questo strano fatto significasse (significava più o meno questo:
“Io aspetto dunque amo” (Roland Barthes)), così che in quei giorni in
cui mentre senza saperlo amavo, senza neppur sapere chi stessi
amando, quasi sempre feci molta fatica ad addormentarmi, turbato
come ero non tanto e non solo dal mio innamoramento in sé e per sé,
credo, ma, devo riconoscerlo, proprio da quella sorta di petulante ed
ansiosa perplessità che con veemente impotenza si rivolgeva alle sue
origini (perché proprio “quella lì”, voglio dire, e non la segretaria
della palestra, che ha sempre quello scollo vertiginoso che ogni volta
suggerisce complimenti sfacciati e tuffi carpiati? perché non
l’estetista, quella con quel genere di deretano che ha spinto qualcuno
ha inventare l’aggettivo “michelangiolesco”, sempre con quel body
asfissiante e sempre lì a invitarmi a una prova gratuita di body
massage? perché non la ballerina di lap dance, che mi accompagnava
a volte anche per un’ora nelle immobili passeggiate con la cyclette?
perché eccetera, eccetera, eccetera? (non mi ricordavo in quel
momento quel che diceva Bataille in proposito, una cosa che, ahimè,
almeno nel mio caso, doveva rivelarsi drammaticamente o quasitragicamente vera: “Semplici coincidenze dispongono l’incontro e
compongono la figura femminile del destino alla quale un uomo si
sente legato, qualche volta fino a morirne. Il valore di questa figura
dipende da esigenze a lungo sperimentate in modo ossessivo e così
difficili da soddisfare che alla loro luce l’essere amato prende i
colori della chance estrema.”).
Fu così che – mentre declamavo mentalmente inefficaci massime
filosofiche abbeverandomi intanto alle sacre fonti del whisky e della
vodka – cercando in questo modo e il più delle volte inutilmente di
conciliarmi il sonno ristoratore – ogni volta l’onda oscura del mio
inconscio, o quel che fosse, mi distoglieva dai buoni propositi e mi
39
spingeva a interrogarmi con imperterrita mancanza di costrutto su
quale fosse o dovesse o potesse essere il motivo preciso di quel
fulmineo e perciò così strano sentimento – di quel desiderio duro,
inappellabile, quasi crudele che, seppur notavo andar con estenuante
lentezza attenuandosi, continuava sordamente e carsicamente a
tormentarmi.
Così passavo ore e ore, quelle ore preziose che avrebbero dovuto
essere dedicate al sonno ristoratore, lambiccandomi e alambiccando
con ogni sorta di cavillosa ipotesi esplicativa, ma, prevedibilmente,
qualsiasi cosa pensassi, qualsiasi immagine o parola o frase o
associazione o allocuzione mi traversasse la mente, sempre mi
sembrava quasi ridicolmente inadeguata a spiegarmi quelle
tempestose emozioni che per la prima e spero ultima volta mi
trovavo a dover fronteggiare in vita mia: ancora non ero consapevole
che quel labirintico fantasticare altro non era che il fantasmatico
ingresso che porta a quel groviglio di rose e fiamme, di rovi e ceneri,
in quell’enigmatico meandro che qualche secolo fa gli stilnovisti
chiamarono col terribile e leggiadro nome di “Amore”. Quella
divinità cui Omero dette il nome di Perdizione e di cui nell’Iliade
cantò con versi immortali : “vellutati passi della dea: non sul terreno
incede, ma la sua strada è sulle teste d’uomo.”11, quell’ambigua
passione che Shakespeare, per bocca di Romeo, volle
indimenticabilmente definire con ogni sorta di lapidari ossimori: “O
litigioso amore! O odio amoroso! Sempre creato dal nulla! O pesante
leggerezza! O seria vanità! Caotico inganno di leggiadre forme!
Piuma di piombo, lucido fumo, gelido fuoco, inferma salute, insonne
dormire, non è mai ciò che è!”.
17.
11
Omero, Iliade, XIX, 92 sgg.
40
Stando così le cose, non credo si stupisca o si adonti il lettore se
già da un po’ nel cielo brontolante e temporalesco di questo libro
hanno preso a lampeggiare situazioni ed espressioni, locuzioni ed
interlocuzioni, aforismi e sentenze che parranno senz’altro, mi
immagino, almeno in prima istanza, anacronistici, per non dire del
tutto ridicoli e surreali. Come diceva Barthes, l’Amore, in
quest’epoca di mercati, di efficienze e utilità, è diventato osceno,
osceno proprio perché completamente inutile, dato che la sua
oscenità non può nemmeno essere recuperata come merce a livello di
attrazione scandalistica o di pornografia (l’oscenità dell’innamorato
non è come quella di un De Sade che descrive il papa che sodomizza
un tacchino: questa è un’offesa al pudore – o, per meglio dire – al
comune sentimento dell’ipocrisia borghese, o di quel che ancora ne
rimane, ed è dunque possibile renderla in un modo o nell’altro
commestibile e commerciabile, quella dell’innamorato consiste
invece in un pudore immaturo o addirittura infantile, e spinge
soltanto a voltare altrove lo sguardo). E’ proprio per questo, perché
immerso e sommerso da questa sorta di incommerciabile e
incommestibile indicibilità, che posso andare avanti in questa
improbabile esposizione soltanto o quasi soltanto per reperti letterari
e letterari artifici – perché altrimenti neppur so immaginare la
stralunata impresa di narrare gli impacciati e antiquati dolori di quel
Lancillotto che fu un tempo un eroe, si, ma che oggi come oggi
appare inesorabilmente come un clown obeso e imbranato, che
schiatta e sbuffa in un’armatura troppo stretta, disarcionato infine da
un ronzino svogliato e anoressico mentre saluta la sua bella coperta
di veli trasparenti e televisivo pudore prima di un torneo che non
riuscirà neppure ad iniziare – ovvero la malinconica epopea di un
Don Chisciotte che nella sua follia ha smarrito, oltre che ogni dignità
e ogni lume di ragione, anche l’amichevole compagnia e gli inutili
consigli del saggio Sancio Pancia, troppo preoccupato dalla sorte dei
bond Parmalat per pensare di andargli dietro.
Non so. Sarà che l’amore istupidisce la gente, sarà che sono un
tipo senza grande esperienza letteraria, o con poca fantasia, ma non
ho trovato altro modo che questo – zoppicare, inciampare, balbettare,
divagare – si, soprattutto questo, vagare, divagare – per esprimere o
41
tentare di esprimere l’esperienza tragicomica, vertiginosa e – direi –
oniricamente crudele di quella persona che sul piano sociale ed
economico amava definirsi ormai “arrivata” e sul piano umano ben
più che arrivata, me invece del tutto cinica e disillusa – di quel grigio
contabile dell’esistenza quando si trovò di colpo e senza colpa
proiettato nel bel mezzo di un amore ancillare – risuonante di spade,
inni, preghiere, squilli di trombe e serafici sonetti dedicati a una
donna angelicata, rapita da un non meglio precisato demone o drago
– a una madonna dunque, non a una donna vera e propria – da un
inesplicabile colpo di fulmine che stramazzato a terra cadere mi fe’
per una ragazza qualsiasi o – chissà – forse perfino un po’ bruttina –
mentre intanto – ahi intanto! – nel secolo e nel mondo in cui vivevo e
vivo (o faccio finta di vivere?) una velina qualsiasi, a furia di
rapporti clintoniani con premier-proprietario tv, diventa ministro per
le pari opportunità (pari opportunità fra chi? ovviamente, fra primi
ministri e veline)!
Quanto mi stava capitando e – ahimè – mi stava per capitare – su
questo almeno convenga colui che d’ora innanzi diverrà testimone
delle mie stilnovistiche ambasce – era qualcosa di troppo
sgraziatamente insolito, dunque di troppo sottilmente vago e
incomunicabile perché il linguaggio con cui mi appresto oggi a
descriverlo non ne venga deformato, trasformato, traslato,
contagiato. Le cose che ci succedono possono cambiarci, l’incontro
con Elisabetta me lo ha dimostrato nel modo più chiaro e limpido che
sia possibile: dove è andata a finire quella persona completamente e
spietatamente sola, fredda, distaccata e disingannata che mi gloriavo
di essere? Dove è andato a finire quel professionista incravattato che
nella ventiquattrore impeccabile teneva un libretto di istruzioni che
ad ogni rigo e ad ogni pagina gli ripeteva che tutto a questo mondo si
può pagare e si paga, si può comprare e si compra? In effetti, sono
appena all’inizio di questa strana storia o non-storia d’amor perduto e
tango, e già piangendo e ridendo (ma più che altro piangendo) mi
rendo conto che il modo in cui scrivo non è quello solito, quello in
cui mi riconosco, quello familiare, non è più il mio, come, in un certo
senso, colui che scrive non sono più “io”: innamorarsi, ora lo so,
significa in fondo contemplare, almeno per un attimo, il volto
42
accecante della divinità, e nessuno che lo abbia visto può sperare di
rimanere in vita, o, perlomeno, di rimanerci allo stesso titolo e nello
stesso modo in cui, ancorché straniero e straniato, vi rimaneva prima.
18.
In quel periodo fra l’altro, guarda un po’ la coincidenza, per mera
curiosità ma anche per facilitare la mia iniziazione alle formule, ai
riti e alla magia del tango, stavo per l’appunto leggendo dei libri che
riguardavano proprio le sue origini – proprio le da sempre
imperscrutabili, misteriose origini – così che, mentre vagavo sbattuto
a destra e a manca da quel desiderio inusitato e perciò sul momento
del tutto indecifrabile, mi venne in mente una piuttosto geniale
ovvietà, ovvero che una causa primaria dei travolgenti sentimenti per
la fatata e fatale ballerina, a parte tutte le mie private circostanze
astro-psico-socio-illogiche, era senz’altro la mera esistenza
nell’universo mondo di questa danza, il tango: se io e la sconosciuta
non ne fossimo stati entrambi affascinati e non avessimo voluto
perciò iniziarci ai suoi delicati eppur facinorosi incanti non ci
saremmo mai iscritti a quel corso, e dunque non avrei potuto mai
confrontarla con un magico amore della mia adolescenza, e dunque
non avremmo mai ballato insieme, così che lei non mi avrebbe mai
toccato, abbracciato, seguito, etc. Dunque, all’origine del mio
piuttosto surreale invasamento per l’apprendista stregona o
milonguera che fosse vi era, fra l’altro, proprio il tango in persona,
persona le cui origini, esattamente come quelle delle mie inquietudini
amorose, parevano a loro volta non solo del tutto o quasi del tutto
sconosciute, ma anche ormai del tutto o quasi del tutto inconoscibili.
Scoprii infatti – e anche con una certa sorpresa devo dire – che sul
tema in questione abbondano i miti oscuri e affascinanti, le ipotesi
colte e laboriose, le brillanti e ingegnose supposizioni – tanto quanto
scarseggiano le comprovate e verificabili fonti storiche.
Quanto agli strumenti, si sussurra che il bandoleon (che sarebbe
una sorta di fisarmonica senza tastiera) fosse uno strumento usato per
seguire i cortei funerari e passato poi ad accompagnare i violini e le
43
chitarre dei musicisti di strada dapprima nell’allegria della milonga,
poi nella lugubre e oscura sensualità del tango vero e proprio. Quanto
alla musica si vagheggiano influssi più o meno sotterranei del fado e
del valzer, si accenna a certa ritmica nera giunta più o meno
incidentalmente dai porti di Cuba (di recente ho ascoltato un pezzo di
pianoforte di un compositore cubano di fine ‘800 che sembrava
proprio un tango, anche se per l’autore, con ogni evidenza, si trattava
soltanto di una traduzione in linguaggio “classico” di un pezzo da lui
ritenuto “popolare”) o da quelli del Brasile a quello di Buenos Aires
– anche se non c’è al mondo persona musicalmente ineducata e
dotata di orecchio per quanto ruvido che non si renda conto degli
abissi che separano il tango da qualsiasi altra musica popolare –
sudamericana e non – non foss’altro che per la spaesante
impossibilità di separare gli strumenti e le parti ritmiche da quelle
armoniche. Quanto alla tecnica di danza, con particolare riferimento
alle modalità dell’abbraccio, subito viene in mente il valzer (e questo
è l’unico punto su cui, almeno a livello personale, non nutro grossi
dubbi), un influsso che con ogni evidenza si estende almeno alla
coreografia più semplice, il quadrato basico, anche se c’è da notare
che le somiglianze si fermano qui, e paiono perciò tutto sommato del
tutto episodiche e minimaliste, stante il fatto che il tango è una danza
di improvvisazione e che la varietà come la complessità delle
coreografie – pur basandosi come al solito su una base relativamente
modesta (ricordo che le note musicali sono sette eppure…) – può
diventare incredibile: oltre al fatto che nel valzer non si trovano le
sacadas, i voleos, i planeos, gli ochos, le rastradas, gli enrosques, le
colgadas, le paradas, etc. Giunti a questo punto, forse non sarebbe
più neppure il caso di aggiungere che nessuno ha a disposizione la
più discutibile delle fonti storiche o la più vaga delle ipotesi critiche
che possa illuminarci quanto all’identità di chi abbia creato questi
passi con le relative variazioni coreografiche.
19.
44
Ma, come molti forse già sanno, c’è da dire che il mito del tango
non si alimenta tanto dell’imperscrutabilità della sua genesi o sulla
pur indiscussa singolarità della tecnica in sé e per sé, ma sulla sua
neppur tanto sotterranea carica erotica, che viene di solito addebitata
all’ambiente in cui nacque, che non è affatto misterioso, ma ben
conosciuto e, come si direbbe con metafora letteraria, “maledetto”, o,
come fa più direttamente Borges, nulla di meno che malavitoso.
Il tango nacque infatti nella Buenos Aires della fine dell’800, in
connessione con l’arrivo di un’enorme massa di immigranti, che
portò in poco tempo la città da circa duecentosettantamila a un
milione e duecentocinquantamila abitanti, il settanta per cento dei
quali maschi solitari, che, a parte la consueta e fedele mano destra,
non avevano altro mezzo di soddisfare le loro passioni erotiche e di
svagarsi che la frequentazione di bordelli di basso o bassissimo
rango, locali bisunti e a volte anche un po’ macabri, dove di solito si
trovava, oltre che la scarna e prevedibile coreografia dell’amore
mercenario, anche quanto necessita all’uomo per espandere i limiti di
quell’io che tanto e tanto oscuramente lo tormentano, ovvero i mezzi
per ubriacarsi e l’occasione di ballare. Fu così che le prime ballerine
di tango della storia furono, a quanto pare, delle prostitute o, per
chiamarle così, delle cameriere di dubbia moralità (non so perché la
gente le chiami in questo modo: conosco personalmente donne
inibitissime che, quanto alla quantità di acido e malumore che sono
in grado di spargere per il mondo sono capaci di fare concorrenza al
collaboratore di Saddam Hussein noto con il famigerato pseudonimo
di “Alì il Chimico”), il che faceva sì che tanto gli atteggiamenti
reciproci dei ballerini prima e durante la danza quanto i testi stessi
dei tanghi fossero espliciti a volte ben oltre i limiti dell’osceno, dato
che servivano più che altro come preparazione a volte neppur tanto
simbolica all’atto sessuale mercenario e occasionale che si sarebbe
consumato di lì a poco. Tanto per dare un’idea di ciò di cui stiamo
parlando, nei pezzi che si collocano nell’oscura aurora del tango
troviamo titoli che suonano “El choclo” (in argentino “choclo” vuol
dire “pannocchia”, ma è anche un nome volgare dell’organo sessuale
maschile) “El movimiento continuo” (che sarebbe quello del coito),
“Dejalo morir adentro” (no comment), titoli che, come si dice, sono
45
già tutto un programma, mentre invece occorre precisare che la non
meno volgare “Siete pulgadas” allude con orgoglio sfrontato e
maschilista a un organo sessuale di 17,2 cm (beh, in fondo in fine
nulla di eccezionale: per alludere a quello di Rocco Siffredi, in
proporzione, non basterebbero due tanghi). L’ambiente dei bordelli
era per di più frequentato in massa non solo da povera gente, ma
anche e soprattutto da quelli che oggi come oggi si definiscono di
solito dei teppisti o anche proprio da delinquenti matricolati, che
però allora portavano i romantici nomi cui sopra si accennava:
gauchos, compadritos, guapos. Personaggi disdegnosi, irascibili,
provocatori e svelti di mano, dotati per di più di una memoria
minuziosa e instancabilmente votata al servizio di rancori
interminabili, che di solito terminavano nei celebri e celebrati duelli
col machete o la navaja che scintillavano irreali e furibondi alla luce
ebbra della luna. Borges sostiene senza mostrare incertezza alcuna
che i gauchos non duellavano affatto per dei motivi estrinseci, ma
puramente e semplicemente per il puro e semplice gusto della sfida
con l’altro, e con la morte (che è forse il vero Altro con cui ogni
giorno ognuno nella vita si confronta): in ballo non c’erano dei veri
rancori, degli autentici interessi materiali, ma, più che altro, la pura e
vergine passione per la sfida, il nudo e incorrotto rancore del coltello.
E la cosa pare tanto più credibile se pensiamo che un vecchio
gaucho, confessando a Borges di essere andato più volte in galera, si
giustificò dicendo che lui, uomo onorato e onestissimo, non ci era
andato per motivi ignobili, quasi avesse rubato bestiame, o rapinato
banche, o per altre consimili bassezze, ma solo per omicidio (sfide
del genere avvenivano fra i samurai in quello che possiamo chiamare
il Medioevo giapponese, come fra i nobili durante il nostro: a noi
oggi sembra impossibile, ma vi sono stati innumerevoli tempi e
culture in cui la guerra e la morte erano un gioco tanto terrifico
quanto del tutto gratuito e fine a sé stesso).
Data la sua ambientazione originaria si capisce facilmente come il
tango, anche quando fu sdoganato dall’atmosfera borghese e
festaiola di Parigi, diventando così una moda di dimensioni mondiali,
non perse mai del tutto quell’aura di inquietante e cieca sensualità
che a tutt’ora volente o nolente lo circonda. E che nella leggenda ci
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dovesse essere qualcosa di vero lo stavo sperimentando io stesso, in
quel principio di insonnia che mi spingeva a chiudere il manuale di
storia del tango verso le due di notte, a fumare e bere molto più del
solito, a scoprirmi ad allucinare il volto di una sconosciuta nei
momenti più importuni e impensabili della giornata. Pure, con un
certo sollievo, anche notavo che il mio sommovimento interiore si
stava in qualche modo calmando, e già verso la domenica successiva
a quel piuttosto pazzesco mercoledì da leoni della mia vita mi
sembrava di aver del tutto o quasi del tutto ripreso il controllo di me
stesso, stante il fatto che quella disturbante eccitazione che mi aveva
colto durante la danza con la sconosciuta sembrava essersi
allontanata e la cara, vecchia, buona melanconia, il buon vecchio
male di vivere, quel dolcissimo, irresistibile pessimismo metafisico
che mi accompagna da quando la memoria è capace di riafferrare un
qualsivoglia attimo passato erano tornati a prendere o a pretendere il
loro avito e usuale posto nella sedia vuota accanto alla mia, nello
specchio del mattino e, soprattutto nel cuscino stanco e agognato
della sera (il lettore deve sapere che io sono il classico tipo di
persona che, se per disgrazia si alza dal letto pieno di buon umore e
ottimismo, subito si preoccupa, comincia ad agitarsi prima, a
domandarsi poscia cosa c’è che non va e infine, compiangendosi e
lagnandosi in ogni modo e su tutti i toni, si reca precipitosamente dal
dottore di fiducia per farsi prescrivere dei farmaci in grado di
procurargli almeno un po’ di provvidenziale mal di testa, onde venga
ristabilito al più presto l’ordine universale sconvolto dal perfido e
mellifluo attacco di ottimismo e fiducia nell’esistenza annessa da cui
era stato incolpevolmente sorpreso durante il sonno (in effetti, le
uniche volte in vita mia in cui senza alcun senso di colpa o di disagio
ho visto e sentito “La vie en rose”, la vita in rosa, è stato mentre
guardavo scene particolarmente affollate di certi film porno che
furono, ai tempi dei giovanili brufoli e furori, di mio gusto e
ispirazione (ma si consoli il lettore pensando che, contrariamente a
quanto di solito si pensa, il pessimismo metafisico è una delle più
raffinate forme, se non l’unica possibile, di umana felicità, come
tristemente ci conferma un forse allegro Pessoa ne “Il libro
dell’Inquietudine”: “Fortunati i costruttori di sistemi pessimisti! Non
47
solo si rifugiano in quello che hanno fatto, ma si compiacciono pure
di quello che hanno spiegato, e si includono nel dolore universale. Io
non mi lamento del mondo. Non protesto in nome dell’universo. Non
sono pessimista. Soffro e mi lamento, ma non so se quello che esiste
in generale sia dolore e non so neanche se sia umano soffrire. Che mi
importa sapere se è giusto o no? Io soffro. Non so se meritatamente.
(Capriolo inseguito). Io non sono pessimista, sono triste.”12 (beh, io
invece sono pessimista, un pessimista molto convinto, devo dire, uno
di quelli che pensano che il bicchiere non è affatto mezzo vuoto, ma
mezzo pieno di m…, e dunque, almeno a sentire Pessoa, sono
allegro, anzi, molto allegro, anche se magari alla maniera del più
celebre e già citato pittore del ventesimo secolo, Francis Bacon, che
nella sua opera pittorica, che pare a un primo sguardo invero
altrettanto solare e soave che un attentatore suicida durante
l’esplosione, si diceva accompagnato da uno strano non meno che
costante buon umore, da lui stesso caratterizzato come “exilarant
despair” (esilarante disperazione)))).
20.
Il mercoledì successivo arrivò dunque senza essere infine
eccessivamente sospirato, ma il caso o il suddetto demonio
sfaccendato di cui sopra volle che rivedessi la ragazza, ovvero colei
che era già diventata la misteriosa “lei” dei più banali e triviali
romanzi rosa del mondo, mentre ancora aspettavo che il circolo
aprisse, dato che entrambi, per qualche strana o fatale o dannata
coincidenza, eravamo arrivati in anticipo. “Lei”, appunto, era in
motorino, e, con il casco addosso, il suo naso aquilino troppo fine e
troppo pronunciato – che, ora che potevo osservarlo da presso e con
calma, pareva anche leggermente storto – mi sembrò ancora più
goffo e sproporzionato del solito. Riaffiorò alla mente l’immagine
della modella che avevo conosciuto o sognato tanti anni prima, e la
ragazza del presente mi parve ancora una volta e ancor di più solo e
12
F. Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”, paragrafo 125.
48
soltanto una sua mal riuscita imitazione. Così, con un sospiro
insieme di delusione e di sollievo, divenni finalmente certo che il
mio sogno d’amore non era stato altro che il frutto di un momento di
debolezza, e che quella ragazza non sarebbe stata mai altro per me
che una delle tante che andavano e venivano in quella lezione di
tango del mercoledì. Rimaneva però il fatto che, a dispetto del naso
troppo lungo, troppo fine e persino un po’ storto, con la sconosciuta
di nome Elisabetta ci avevo ballato veramente bene – “bene” nel
senso che avevo trovato con lei un’intesa ritmico-corporea che con
nessun altra avevo prima sperimentato – e decisi perciò di stare po’ lì
a chiacchierare, tirandola più in lungo che potevo, per poter poi avere
il pretesto per invitarla a ballare insieme almeno per la prima parte
della lezione (come avevo già in parte scoperto e come scoprii ancor
meglio in seguito, nel tango un’intesa di tal genere è evento piuttosto
raro, un po’ come nella vita l’intesa sessuale, ancorché la danza
risulti all’apparenza molto semplice (quindi, in un certo senso,
facevo molto bene a cercare di ripetere l’esperienza, stante il fatto
che appare in ogni caso molto difficilmente ripetibile)). E’ vero,
avevo perso l’occasione di gettarmi nel celeste abisso di un novello
grande amore, per mia fortuna, ma forse avevo trovato quella
danzante anima gemella di cui comunque abbisognavo per inoltrarmi
nel misterioso tango, un ballo che, proprio come la sconosciuta di
nome Elisabetta, mi aveva fin dal primo momento intrigato come
poche, o, forse, come nessuna cosa al mondo.
21.
Curiosamente, quando feci la proposta, la ragazza accettò il mio
invito con un entusiasmo tanto malcelato da spingermi a pensare, pur
se con un certo ormai quasi infastidito e distratto disinteresse erotico,
che anche lei avesse sviluppato in quei pochi minuti della nostra
fresca conoscenza un qualche debole per me: addirittura, nelle due
chiacchiere fuori dal circolo aveva avuto il tempo di chiedermi con
aria perfino un po’ delusa se per caso alla pratica non ci ero andato
da solo, cosa che mi fece pensare che forse anche lei, sia pure in
49
modo assai meno fervido che il sottoscritto, aveva desiderato che la
invitassi. Scossi la testa e mi strinsi nelle spalle – e mi ricordo bene
che pensai, sia pure in modo un po’ sbadato e confuso: che peccato,
che peccato che non mi sia innamorato per davvero: forse questa
poteva essere la persona giusta!
Ma poi, una volta entrati in sala, nel mentre si cambiava le scarpe
continuavo ad osservarla e continuava a crescermi dentro una sorta di
grigioamara disillusione. No, decisamente quella ragazza non mi
piaceva affatto, non era assolutamente il mio tipo: ma guarda un po’
che scherzi può fare la fantasia anche a una persona ormai matura,
che nella vita ne ha passate di tutti i colori e che si credeva diventata
immune a qualsivoglia lusinga del cuore come dei sensi! Con tenera,
luttuosa non meno che voluttuosa melanconia vennero a consolarmi
gli sconsolati versi di Baudelaire “Ogni isolotto avvistato dall’uomo
di vedetta è un Eldorado promesso dal destino; ma la Fantasia, che
un’orgia subito s’aspetta, non trova che un frangente alla luce del
mattino.”. A questo genere di triviali autoinganni ci si riduce dunque
pur di vaticinare, anche solo per un attimo, un qualche miserando
brandello di senso alla vita! Basta un qualche anno di cercata
riservatezza e di voluta e forse persino, in un certo senso, beata
solitudine, ed eccolo già sprofondato in quella “quieta disperazione”
di cui parlava Henry Thoureau, anche se non mi ricordo più dove,
eccolo crogiolarsi in quella segreta e lugubre morte dell’anima in cui
tutti o quasi senza saperlo attendiamo la pubblica e pleonastica morte
del corpo, squallido abisso per uscire dal quale anche colui che si
pretendeva armato delle invincibili corazze della sua filosofica
morale è perciò da sempre pronto a innamorarsi della prima o
seconda ballerina di tango che passa, a tormentarsi, a soffrire, a non
dormire, purché le vertigini dell’amore lo rendano cieco alle
inevitabili e metafisiche miserie della sua umana condizione – oltre
che – questo andava sottolineato – alla comica sproporzione di un
naso che, visto da vicino, come si dice dalle mie parti, “sembrava un
quarto d’agnello”! Ma perché stupirsi? “Quanto più l’uomo di spirito
50
è stanco e disilluso, quanto più rischia, se l’amore lo sorprende, di
reagire come una sartina.” 13.
Deluso e persino un po’ depresso dal come e quanto quel
momentaneo “lapse of reason” testimoniasse quanto e come la mia
pretesa, cinica saggezza non fosse altro che una vernice di belle
parole sopra una vita qualsiasi – e dunque sopra un’anima forse
addirittura men che qualsiasi – attesi senza più ansia alcuna che la
sconosciuta finisse di cambiarsi le scarpe. Fu un’operazione che mi
sembrò, strano a dirsi, studiatamente, insopportabilmente lenta, onde
ragion per cui mi ritrovai alquanto irritato e sarcastico anche verso di
lei, oltre che verso me stesso, nel momento in cui l’abbracciai per
iniziare a ballare e fu così che venni doppiamente colto alla
sprovvista quando di nuovo – di colpo – sentii il mio corpo
traversato come da una lama di fiammeggiante dolcezza: “felicità,
piaceri, trasporti, quanto pungono le vostre frecce? Chi le può
sostenere?”14. Quelle mani, quel tocco, quel magico, levitato
impaccio dei suoi giri, dei suoi passi, mio Dio, che cosa mi stava
succedendo, perché stavo fremendo in quel modo, cosa era quel
calore che si espandeva lento e inesorabile dalle parti basse fino al
cervello, fino all’estasi? Ebbene si, di nuovo stavo cadendo, di nuovo
ero caduto e di nuovo ancor caddi nel medesimo deliquio in cui ero
caduto sette giorni prima: di nuovo sentii crescere in me come
un’onda di tempesta il desiderio di stringerla, di baciarla, di toccarla,
di prenderla e portarla “via, via, vieni via con me…” (Paolo Conte,
“Vieni via con me”, un autentico capolavoro, se mi si permette il
diminutivo).
Il cambio delle coppie venne di nuovo come una liberazione, ma,
per quanto impegnato dalla danza, non riuscivo a distogliere gli
occhi dal mobile incanto dei suoi sorrisi, dei suoi abbracci, dei suoi
passi. La osservavo ballare con gli altri, e, senza che quasi me ne
fossi accorto, si era come trasformata, o addirittura trasfigurata: ora
non mi pareva più la pallida imitazione di qualcun altro. La divina
modella, o il modello di divinità della mia adolescenza (o, chissà,
13
14
E. Cioran, “Sillogismi dell’amarezza”, Adelphi, p. 98.
J. J. Rousseau, “La nuova Eloisa”.
51
forse è proprio l’adolescenza in sé e per sé a rendere divine le cose)
era stata cancellata di colpo da un atroce e lievissimo raggio di luce:
quel viso, come era meraviglioso, meraviglioso come il corpo, come
il profilo (ma come, come avevo potuto anche solo sognarmi che
quello splendido nasino fosse addirittura anche solo molto
leggermente storto?) come le gambe, come le mani, come il ventre,
come le spalle, come il collo, come tutto, o il Tutto che dir si voglia!
Quella sera tanto magica quanto terribile del nostro, o forse –
ahimè – come avrei ben presto scoperto, del mio secondo tango, il
delirio erotico che quasi mi aveva travolto il mercoledì precedente
ritornò ancora, ancora più violento, ancora più insopportabilmente
gioioso, glorioso e doloroso. Di nuovo, giunto a casa, ci fu bisogno
della bottiglia per ritornare a una calma decente, che mi permettesse,
se non di dormire, almeno di star disteso sul letto senza agitarmi
troppo.
22.
Inevitabilmente nei giorni successivi giunsi, dovetti giungere alla
conclusione che quella strana ragazza poteva, anzi doveva davvero
essere per me qualcosa di importante, anche se non capivo
assolutamente il motivo di quell’ardente, quasi insopportabile
desiderio che Elisabetta o Ella d’Essa che dir si voglia (fu poco dopo
la fine della seconda puntata del mio furore erotico che presi a
soprannominarla così, con questo nomignolo, si, lo so, lo so, scemo,
osceno e anacronistico, avendo però a quel punto compreso, sia pure
in modo carsico e confuso, che quanto mi stava capitando era la
resurrezione dal profondo del mio inconscio (inconscio?) di altre
epoche, altri linguaggi e altri e alti lignaggi, di trine e rime che il
nostro mondo ha seppellito forse per sempre nella marea montante
delle veline e letterine che, portando al petto siliconato medaglie al
valor civile ottenute a furia di calendari svestiti e servizietti di vario
genere a registi e ministri vanno infine a fare le ministre, o le
minestre (non mi ricordo mai come si dice)), quale fosse, stavo
dicendo, l’origine di quell’insostenibile brama, che “lei” – la mia
52
adorata! – la mia diletta! – sembrava capace di suscitare in ogni mia
cellula, che cosa avesse di tanto magico la sua immagine per
suscitare in me tanta passione, quel vero e proprio delirio che da quel
momento in poi prese a tormentarmi di giorno come di notte, nei
frangenti più inaspettati, insospettabili e inopportuni: la vedevo nello
specchio mentre mi facevo la barba, la immaginavo seduta accanto a
me in macchina, o a sorseggiare un caffè al bar. Addirittura, una
volta mi venne in mente mentre che ero in preda a un insopportabile
urgenza di orinare: immaginavo occupasse il bagno e che a causa sua
me la sarei fatta addosso!
Non potendo ulteriormente sopportare la sua assenza il lunedì la
invitai alla pratica con un sms, e naturalmente mi rispose che non
poteva. Mi aspettavo una cosa del genere (le donne non dicono mai
di si al primo invito, posto che lo dicano al secondo), pure, infatuato
come ero, non potei fare a meno di prendere fin da subito a
divincolarmi furibondo e disperato in quell’abbraccio di morsi,
ortiche e punture che si chiama “dubbio d’amore”. Cominciai a bere
e a fumare dapprima un po’ più del solito, poi ad attaccarmi al collo
della bottiglia e al filtro delle mitiche Gauloises come un vitello alla
tette della mucca (beh, più che altro al collo della bottiglia devo dire,
e tanto crebbe in me questa malsana passione che non mi sarei
sorpreso di sorprendermi in un momento qualsiasi della giornata, ivi
compreso durante il fino ad allora sacro e imperturbato orario di
lavoro, a cantare a squarciagola come un Atrace impazzito “Godi,
barbaro amor, perfido godi, col rimirar gl’effetti della tua tirannia,
delle tue frodi. Dell’amor mio la sete voi, cristallini umori, almen
spegnete. Su correte, o miei fidi, e dei ricchi torrenti non siate avari a
dispensare gli argenti. Che l’incessante ardore del petto estingueran,
se non del core!”15 (tanto per esser chiaro, in quel periodo mi alzavo,
vuotavo la mezza bottiglia di vodka che mi era avanzata la sera e
andavo a lavorare: non so come, ma ci andavo: e il bello è che
lavoravo pure!)). Divenni nervoso e distratto, quasi nessuna delle
mie attività quotidiane rimase immune da quel tormento, tanto che,
15
Atrace, uno dei tanti innamorati delusi de « L’empio punito » dramma per
musica di Filippo Acciaiuoli.
53
quale un Amleto che nella pazzia d’Amore davvero sia caduto e non
si finga, i miei giorni presero a trascorrere “prima per la melanconia,
poi per la mancanza d’appetito, poi per l’insonnia, poi per l’anemia,
poi per l’inedia e il delirio e quindi, sempre più declinando, nella
pazzia pura e semplice” (beh, no, per essere sinceri al delirio e alla
pazzia non ero ancora arrivato: per assistere a questo invero assai
inverecondo epperò divertente spettacolo il lettore dovrà ancora
pazientare per qualche pagina).
La mia angosciosa agitazione, che non mi lasciava neppure quando
mi recavo umilmente in bagno e, anzi, strano a dirsi, si dibatteva in
modo particolarmente frenetico nel profondo delle mie viscere
irrefrenabili proprio quando stavo sopra il cesso, dando luogo a
immaginabili effetti di cui, come si suol dire, tacere è bello, si placò
solo in parte il mercoledì successivo, quando di nuovo ci
incontrammo all’inizio della lezione, fatto che, preso come ero dalle
mie esaltate fantasie, mi sembrò l’immancabile risposta a una sorta
di tacito appuntamento (e invece come sarebbe stato più saggio
ripetermi le sacrosante parole dell’innamorato di Giulia “scambio i
miei desideri per speranze: l’ardore delle mie brame conferisce al
loro oggetto la possibilità che gli manca.”!16). Ci sedemmo accanto
per cambiarci le scarpe (dimenticavo: per chi non lo sapesse, per
ballare il tango occorrono calzature speciali, tacco alto per le donne e
suola in pelle adatta a scivolare in modo controllato sia per gli
uomini sia per le donne). Siccome lei di nuovo ci metteva un bel po’
a cambiarsi, vedendomi innervosito, quasi ridendo rispose alle
ansiose questioni a lei poste dalla mia evidentemente fin troppo
esplicita mimica facciale “lo sai come siamo noi donne, no?” e io le
risposi “no, io non lo so come è che siete voi donne” e lei “facciamo
aspettare”, parole che, non c’è bisogno di dirlo, in preda come ero
ininterrottamente alla mia dissennata esaltazione, volli a tutti costi
interpretare in modo a me favorevole (una cosa tipo: se avrai
pazienza di aspettare prima o poi mi concederò). Ballammo insieme
per una quarantina di minuti (a volte il cambio di coppie, in specie
durante il corso per principianti, veniva posticipato) e ad ogni
16
J. J. Rousseau, “La nuova Eloisa”.
54
capolavoro di aerea dolcezza dei suoi passi, dei suoi giri o dei suoi
abbracci il mio Amore cresceva e si consolidava, passando da un
etereo e febbrile vaneggiamento a qualcosa che potrei definire
“roccia eretta a divino simbolo nel deserto smisurato dell’esistere
vuoto”, o, almeno qualcosa di simile: che so, “treno che in orario
giunga non ostante lo sciopero dei COBAS”, “politico che tangenti
non chieda pur se giudice ultimo del concorso”, “soubrette che a far
carriera rinunci pur di non concedere al vile regista le sue grazie”, e
altri consimili divine altezze, quali poche volte l’uman vivere
consegue (non guadagnando peraltro in questo modo, a quanto
sembra, un molto maggior valore e una molto maggior dignità
rispetto al modo infame in cui di solito vanno le cose: anche i nobili,
i saggi e gli innamorati, non finiscono anche loro, prima o poi, anzi,
di solito più prima che poi, a contemplare i fiori dalla parte delle
radici? (“Sali sui cumuli di antiche rovine e percorrili avanti e
indietro; guarda i crani degli uomini di un tempo e di quelli del
tempo presente: chi è il malfattore, chi l’amabile filantropo?”: questo
non è, come anche si potrebbe credere, un tardo imitatore di
Shakespeare che si ispira fino al limite del plagio ai discorsi
dell’Amleto ignaro davanti alla fossa che si prepara per la suicida
Ofelia, ma un brano dell’Enuma-elish, un poema babilonese scritto
circa 4000 anni prima)).
23.
“Sono sette giorni che non vedo la mia amata: il languore m’ha
invaso, il corpo s’accascia, dimentico me stesso. Anche se verranno i
medici a che serviranno i loro rimedi? La mia amata è la sola
medicina, la sua venuta è la mia salute.”17: nel perdurare lento e
straziante dell’interminabile settimana successiva, non sopportando
oltre la sua ormai già insopportabile assenza, commisi il fatale errore
strategico di cui Proust parlava ne “Il tempo ritrovato”, e la invitai
17
Tanto per non allontanarci troppo da Babilonia, almeno sul piano
temporale, questa è una poesia d’amore egiziana, ~ 1500 AC.
55
ancora una volta alla pratica del martedì (comunque sia, a parte quel
che avevo letto in giro per romanzi, nella mia vita reale o irreale o
surreale che sia ho avuto più e più volte modo di constatare che se
mostrare a un essere umano qualsiasi un eccesso o anche solo un
accesso di dedizione è un errore strategico fatale o peggio che fatale,
il dare a una donna l’occasione di dire di no a un invito è un po’
come dare a una gallina l’occasione di fare coccodè, ma non è da
stupirsi che l’esperienza trascorsa non servisse a nulla in quel caso
specifico: ricordi il lettore che se sbagliare è umano, perseverare,
ahimè, lo è molto di più, e che, soprattutto, “amore” fa rima con
“dolore”, non con “strategia”, che invece fa rima, che so, con “mia
zia” (dev’essere per questo che Bataille scrisse che “Per gli amanti è
più probabile non riuscire ad incontrarsi, piuttosto che gioire di una
contemplazione senza limiti dell’intima fusione che li unisce”18:
perché di solito l’amante, preso da irragionevole frenesia commette
tante di quelle sciocchezze che è praticamente impossibile arrivare
ad altro che a qualche disastroso invito), invito che, come volevasi
dimostrare, di nuovo ebbe come risposta il famoso due di picche: a
quel punto non erano nemmeno tre settimane da che la conoscevo
(senza peraltro sapere di “lei” nulla di più che per lei ero, appunto,
del tutto o quasi del tutto deragliato) e già soffrivo, soffrivo –
soffrivo e speravo e disperavo, e mi rotolavo insonne nel letto, al
punto tale che per dormire dovetti ben presto farmi prescrivere dei
farmaci (“In queste notti immense tu dormi e ti esili milione d’uccelli
d’oro, oh futuro Vigore?”: tu che dici mio buon vecchio Arthur, è in
queste notti o dove, o in che altro? (questo è, naturalmente, Arthur
Rimbaud, ancora una volta da “Il battello ebbro”)).
Passarono in questo disdicevole modo altre due settimane, fatte di
giorni che, simili a stazioni di un immaginifico e facilmente
immaginabile calvario, mi portavano al sospirato mercoledì sera a
furia di ansiose sigarette e angosciosi alcolici. Ogni volta trovai la
mia adorata puntuale alle otto e trenta ad aspettarmi (che mi
“aspettasse”, è logico, lo credevo io: è un articolo che fa parte della
18
G. Bataille, “L’erotismo”, saggio già citato in precedenza e a cui faremo
costantemente riferimento d’ora innanzi ogni volta che alluderemo a
quest’autore.
56
fede religiosa di quasi tutti gli innamorati, insieme a quello che si è
fatti l’uno per l’altro, che come lei non c’è nessuno, che come me
nessuno la capirà o l’amerà mai, e via svenevolendo): e vennero così
altri tanghi d’estasi e di pena, altre magiche non meno che
imperscrutabili e futilissime quattro chiacchiere, oltre che,
naturalmente, altri due di picche ad altri due inviti alla pratica (già
allora comunque, tutto era matematicamente chiaro: quattro
(chiacchiere) meno due per due (di picche) è uguale a zero). Venne
epperò infine anche la promessa di rivedersi a un party che il nostro
venerabile maestro Ignacio Elizari, prima dell’interruzione del corso
per le feste natalizie, offriva agli aspiranti allievi nella sua casa di
campagna vicino a Siena, party a cui sarebbe seguita una milonga
nella balera di un paese vicino.
24.
Al party la ex sconosciuta che oramai potevo senz’altro definire
quasi-sconosciuta, arrivò verso le sei e mezza (io, com’è ovvio, ero lì
già da almeno tre ore). Indossava degli occhiali di forma rettangolare
(l’avevo sempre vista senza, e ne dedussi che di solito doveva portare
le lenti a contatto: che fosse questo il segreto di quel suo strano
sguardo, immenso, dirupato, come le notturne vetrate dei siderati,
sideranti non meno che siderali abissi del cosmo?) e dal mezzo della
folla degli intervenuti mi guardava con occhi che dietro gli inusitati
occhiali sembravano dirmi: perché non vieni qua, così che parliamo
un po’? E io, ovviamente, andai là e parlammo un po’, che cos’altro
potevo fare (è una cosa che poco si nota, ma parlare, ovvero
scambiarsi segni e simboli per il mezzo di onde sonore codificate che
il timpano traduce a sua volta in un codice di segnali elettrici che per
mezzo del nervo uditivo arrivano al cervello che infine li trasforma
nel fenomeno corrente che chiamiamo “parola” o “parlare”: questa è
ciò che dicesi una “relazione”, altrimenti detta un rapporto umano, o
simili; Dio mio, non è incredibile tutto questo, che un rapporto
umano si riduca a impulsi elettrici, movimenti neuronali, Elisabetta,
amore mio, eri questo tu infine per me e sono infine questo io per te
57
un movimento di neuroni, che poi, se tutto va bene, da origine a
movimenti pelvici? (verso la fine del “Godot” Beckett, forse per
sintetizzare ciò che è successo durante commedia, che è poi la Vita e
la Storia Umana in simbolo, mette questo esemplare dialogo:
“Vladimir: Dimmi, che cosa abbiamo fatto ieri sera? Estragon:
Cos’abbiamo fatto? V.: Cerca di ricordarti. E.: Bé… dobbiamo aver
chiacchierato. V.: A proposito di che? E.: Oh… di tutt’un po’, forse
del più o del meno. Ecco, adesso ricordo, ieri sera abbiamo
chiacchierato del più e del meno. Sarà mezzo secolo che non
facciamo altro.” (beh, un atteggiamento in fondo infine non del tutto
improduttivo, se è vero che “Non si fa lega con la vita se non quando
si dice – con tutto il cuore – una banalità” (Cioran)))
Dunque, come accade sempre o quasi in questi casi, ovvero in tutte
quelle commedie dell’Assurdo che, suppongo, a tutti o quasi tutti
capita prima o poi di recitare nella vita, parlammo, appunto, un po’
di tutto e un po’ di nulla prima, e un po’ di nulla e un po’ di tutto poi
(quanto al più e al meno non mi ricordo, credo di aver evitato
l’argomento, non sono mai stato forte in matematica). Lei mi
raccontò del suo lavoro (come mi sono scordato di specificare nelle
pagine precedenti, Elisabetta mi aveva detto che faceva l’interprete
per sordomuti, oltre che un bel po’ di cose al riguardo, che però ora
non mi ricordo più di tanto), che amava inoltre anche la poesia e il
teatro per sordomuti (rimasi all’inizio un po’ basito nel venire a
sapere dell’esistenza di cose del genere, ma poi pensai che
nell’universo vario, insensato e sterminato era logico che potessero
esistere, o forse addirittura necessario: un giorno, ne sono certo,
qualcuno riuscirà a inventare anche la pittura per ciechi, o il salto in
alto per paralitici, o l’onestà per politici, l’assicurazione per gli
assicuratori, etc.), in modo piuttosto dotto mi accennò alle differenze
fra il “nostro” mondo e il “loro”, e il tutto mi interessò molto, non
solo perché era lei a parlarmene (devo riconoscere che in quel
momento Elisabetta sarebbe riuscita a interessarmi anche parlando di
logica e semantica dell’assorbente intimo femminile), ma anche
perché io – per non aver nulla di meglio di cui parlare – mi occupo,
giustamente, di filosofia del linguaggio, e in quel periodo – vedi la
coincidenza! – stavo facendo astruse ricerche quanto alla capacità di
58
un linguaggio gestuale di diventare un metalinguaggio di sé stesso
(roba tipo: come si fa con un gesto a simbolizzare che quel gesto è
una parola, e non, appunto, un gesto? (guarda tu cosa deve fare per
riuscire a stare in qualche modo al mondo un essere uscito dallo
strano incontro (strano più che altro in quanto ai modi e al luogo) fra
un ovulo e uno spermatozoo!).
Verso la fine della conversazione, che si svolse in due trance e che
durò complessivamente un’oretta e mezzo, e che fu arguta,
affascinante e piacevole – più che altro perché mi aveva fatto per
lunghi minuti fantasticare quanto a positivi riscontri e sdolcinate
conseguenze – Elisabetta trovò subito il modo di darmi una prima,
pungente delusione. Stavamo piluccando qualcosa da un vassoio, e
versando qualcos’altro nei canonici bicchierini di plastica (per me
whisky, me lo ricorderei anche se non me lo ricordassi per niente, per
lei invece non me lo ricordo proprio), quando la mia dolcissima
creatura (forse stavo mordicchiando un pasticcino) con modi un po’
bruschi e con una svolta d’umore che mi parve non meno improvvisa
che improvvisata, cambiò di colpo il registro delle sue discorsive
inclinazioni: tutto d’un tratto, il suo angelico volto prese un’aria
inspiegabilmente ansiosa ed irrequieta e cominciò a parlarmi, o, per
meglio dire, ad alludere in modo piuttosto sibillino ed enigmatico,
all’oscuro e inquietante fatto che – guarda un po’ – proprio quel
mattino, non appena si era svegliata, aveva provato angoscia, ma
proprio tanta angoscia, mamma mia, quanta angoscia aveva provato!
Sbiancava e si agitava nel mentre ripeteva quelle funeste, inquietanti
frasi, che per di più non c’entravano nulla con quello (cosa?) di cui
avevamo chiacchierato fino a trenta secondi prima, ma a mia pronta e
ansiosa richiesta la cotale non seppe o non volle precisare il perché o
il per come e nemmeno il per quanto (nel senso che aveva ancora in
quel momento un momento di angoscia o che?). Ebbi perciò il
terribile sospetto che io, si, proprio io, ovvero Me Medesimo Stesso,
fossi alle origini di tali oscuri sommovimenti interiori (se non ricordo
male fu proprio da quel punto in poi che presi a soprannominarmi in
questo sgraziato e disgraziato modo, ovvero Me Medesimo Stesso:
non potevo lasciare Elisabetta, ovvero Ella d’Essa, sola con quello
strano, stilnovistico nomignolo che le avevo appiccicato! dove c’è
59
una Beatrice un Dante deve accompagnarla, dove c’è una madonna
minacciata da un drago ci deve essere un cavaliere errante, talmente
errante, ovvero in errore, da non essere capace di accorgersi che il
drago in questione era proprio la suddetta madonna, che in quel
momento, fumando dalle narici ed eruttando fuoco dalle orecchie,
sembrava accusarlo di una qualche imperscrutabile mancanza (di
che?) nei suoi confronti), ovvero di aver inopinatamente a che fare
con tali dolorosi ed inesplicabili tormenti mattutini, se non proprio di
esserne addirittura la causa più o meno diretta ed efficiente (il modo
e il tono con cui me ne aveva accennato mi lasciavano pochi dubbi in
proposito: le sue parole parevano quasi un atto d’accusa, ancorché
velato dall’oscuro mantra di illusorie allusioni che può essere
un’espressione vocale e facciale).
Ma, in ogni caso, per quanto mi prodigassi in illazioni, insinuazioni
e allocuzioni, nulla venne fuori di più concreto e preciso. Dopo
l’oscuro accenno a questa non ulteriormente decifrabile angoscia del
risveglio, continuammo a parlare, come avevamo fatto fino a un
momento prima, e parlammo, suppongo, ancora di noi, dei nostri
interessi, della nostra vita (noi, la nostra vita: in fondo è questo il
tutto e il nulla di cui si parla innanzi tutto e per lo più, senza peraltro
porvi alcuna attenzione più precisa, (il nulla pare comunque
un’espressione senz’altro più precisa: chi è che ha detto “Un nulla ci
consola, perché un nulla ci opprime”? (ah, si, dev’essere proprio lui,
dev’essere Pascal)))), di come andavano le cose (come vanno le
cose? e dove vanno? e vanno davvero da qualche parte? mah!), e
parlammo, parlammo ancora, “verba sesquipedalia” ci scambiammo
in modo tenero e amichevole, al punto che, a dispetto delle di lei non
meglio chiarite ancorché mattutine angosce, la serata sembrava alfine
promettere bene.
25.
Così, al momento in cui il party si sciolse – “ignaro del mio fato, e
quante volte questa mia vita dolorosa e nuda volentier con la morte
60
avrei cangiato”19 – ebbi il coraggio di chiederle se voleva venire alla
milonga insieme a me, dato che ero solo in macchina e che così…,
così…, ehm, così mi avrebbe fatto compagnia (in vita mia non ho
mai sopportato praticamente nessuno: come è che in quel momento
avevo bisogno proprio di quella compagnia? mah e doppio o triplo
mah!): ed ella accettò, si, accettò, si Ella d’Essa mia di Me
Medesimo Stesso, accettasti sorridendo (un mio ex compagno di
università, che adesso si può tranquillamente definire “un
promettente giovane critico” mi ha fatto notare che questo
spaventoso soprannome che mi ero auto-affibbiato – “Me Medesimo
Stesso” – suona male, anzi, peggio che male, malissimo, e rischia
perciò di rovinare, insieme a quello che ho appioppato a Elisabetta,
tutto l’interno equilibrio semeiotico (non ho la più pallida idea di che
cosa sia) nonché la coerenza stilistica del testo e dunque il lettore mi
scusi per averlo già usato per ben due volte: l’ho fatto solo per
completezza di cronaca, e giuro solennemente sulla testa dei figli di
Berlusconi – che a tanto questo punto deve essere ridotta come una
sedia di Barbie usata da Giuliano Ferrara per schiacciare un pisolino
– di non farlo per nessuna ragione mai più! (a proposito, lo sapete
come si fa distinguere il Ferrara giornalista dalla Ferrara città? il
giornalista occupa molto più spazio))!
Così – mentre pensavo con un certo sollievo che le mattinali
angosce non impedivano alla mia amata di appartarsi con me
notturnamente in macchina, e che in ragione di ciò le mie possibilità
di un approccio come minimo amichevole restavano infine intatte –
continuando a chiacchierare ci avviammo alla macchina prima e
verso la balera poi, e tutto sembrava procedere per il meglio, salvo
andare a sfociare in quello che mi sento di definire una sorta di
“simpatico incidente”. Il lettore deve sapere che, siccome ho sempre
avuto difficoltà ad orientarmi su strade sconosciute, e a volte perfino
in quelle conosciute, in specie di notte (lo spaesamento e la
meraviglia sono, credo, la forma più profonda del mio carattere), non
appena uscito dalla strada sterrata che portava dalla villa alla statale
mi resi conto che non sapevo più esattamente cosa fare, e fu così che
19
Dal Canto “Le ricordanze”, di Giacomo Leopardi
61
chiesi a Elisabetta se per caso non si ricordasse la direzione che
dovevamo prendere per andare al paese dove si sarebbe svolta la
milonga (ci trovavamo in piena campagna senese, in un punto in cui
le indicazioni, per fortuna, non abbondavano). La mia adorata,
mettendo in mostra uno dei suoi celestiali, sovrumani non meno che
enigmatici sorrisi, mi rispose che si, che se lo ricordava molto bene:
dovevo solo svoltare prima a destra e poi a sinistra, poi ancora a
destra e proseguire per un paio di chilometri, istruzioni che seguii
docilmente finché, passati un po’ di incroci, non comprendemmo di
aver perso totalmente la bussola, al punto che per un tragitto che
avrebbe dovuto richiedere un massimo di dieci minuti, impiegammo
più o meno un’ora e un quarto, se non un’ora e mezzo o più. E fu
precisamente in quell’ora e un quarto o mezzo o forse più che il mio
dolce fato ebbe a compiersi, anche se solo per trasformarsi ben
presto, ahimè, troppo presto, in un amaro calice! Fino a quel
momento, in effetti, avevo avuto con la mia adorata solo contatti
brevi ed occasionali, che ancora non mi avevano del tutto e fino in
fondo convinto che la mia passione non fosse da considerarsi infine
una sorta di allucinazione frutto del mio disperato bisogno di
sentirmi innamorato, e non vero amore. Quella sera invece, per tutto
il tempo che restò seduta accanto a me, Elisabetta mi trasmise quel
dolce e terribile segnale che indica – non so se ad altri, ma senz’altro
a me stesso – che un grande amore è in corso. A beneficio del lettore,
penso di poter tradurre efficacemente questo segnale in linguaggio
corrente facendo accenno a quella eccentrica sensazione per cui una
persona che si sa razionalmente essere una più o meno perfetta
sconosciuta viene sentita come da sempre conosciuta, o meglio, o
peggio: come una parte di noi stessi, del nostro futuro come del
passato, fenomeno strano questo, o financo borderline, che spinge i
più fanatici cultori dell’amore romantico a credere che neppure la
morte potrà mai separare dall’amata (in effetti, nel caso che la morte
fallisca si può sempre provare col divorzio).
62
26.
Alla milonga provai a ballare con la mia adorata, ma siccome non
avevo ancora appreso quel minimo di tecnica necessario per guidare
una donna nella ressa delle coppie, dovetti quasi subito lasciar
perdere (sappia il lettore che vi è una differenza fondamentale tra il
guidare una dama in una sala semivuota e in una in cui le altre coppie
vengono continuamente a intralciare il cammino: il tango è una
danza di improvvisazione e oltre a star dietro alla musica bisogna
stare continuamente attenti allo spazio che si rende disponibile o che
viene occupato nei propri dintorni, cosa che costituisce uno degli
aspetti più difficili di questa strana e affascinante o, direi, del tutto
unica ipostasi dell’Idea della Danza). Fu così che per tutta la sera fui
costretto a starmene seduto a contemplare la mia amata volteggiare
divinamente abbracciata ad altri ballerini che – molto probabilmente
solo per farmi dispetto – non la lasciavano mai per più di un decimo
secondo a sedere, e la stringevano, e la coccolavano, e la tentavano e
la portavano, e io quasi avrei voluto mettermi a gridare tanto era folle
e impotente la mia gelosia – si, la gelosia! la gelosia! – forse il più
cervellotico, enigmatico, labirintico e proteiforme mostro che da
sempre ora et labora et sopratutto divora l’anima dell’innamorato,
dato che – ahimè – “Come geloso, io soffro quattro volte: perché
sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la
mia gelosia finisca per ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da
una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere
pazzo e di essere come tutti gli altri.”20 (fra l’altro, preso com’ero da
quella sorta di isterica follia, non mi rendevo conto di star in quel
momento vivendo, “last but not least”, anche uno degli ultimi
splendidi, lancinanti e folgoranti fulgori della mia di lì a poco per
sempre perduta giovinezza. Dopo, anche in seguito alle strane
vicende di questo bizzarro innamoramento, mi è successo quel che
succede forse un po’ a tutti, ovvero quel che decanta al pubblico un
malincomico Vladimir verso la fine del “Godot”, cioè verso la fine –
20
Questo è ancora Roland Barthes, da “Frammenti di un discorso amoroso”,
testo da cui sono tratti i riferimenti che a lui abbiamo fatto e ancora faremo
nel corso dell’esposizione (esposizione di che? mah…).
63
in simbolo – della vita umana: “Abbiamo tempo di invecchiare.
L’aria risuona delle nostre grida. Ma l’abitudine è una grande
sordina.” (Michelstaedter, pur poco più che ventenne, era già anche
lui di questa opinione: “Poi la vita s’incarica di stordirli; l’essere vivi
si fa un’abitudine – le cose che non attraggono non si guardano più,
le altre sono strettamente concatenate, la trama si fa uguale – il
bambino si fa uomo – le ore degli spaventi sono ridotte al sordo e
continuo, misurato dolore, che stilla sotto tutte le cose.” (perché
Michelstaedter si è ammazzato, se era tanto saggio? secondo me il
problema deve essere stato proprio questo, che tanta saggezza gli è
arrivata tra il capo e il collo quando era ancora troppo giovane per
sopportarla: un ventenne saggio è come un settantenne pazzo, una
cosa orrida e contro natura, che necessariamente deve condurre a una
morte atroce e precoce, se la saggezza non è infine altro che una
strana forma di morte che si insinua nella nostra spenta ancorché
ironica sopravvivenza che precede di poco l’infine forse sospirata ed
effettiva dipartita))).
27.
Seduto in disparte, fremendo impotente mentre Elisabetta sorrideva
al suo cavaliere di turno e lo seguiva, sottile e inesorabile come
l’ombra seguendo i passi che vanno al sole che tramonta, tormentato
dai miei impotenti desideri, ogni secondo mi sembrava durare come
un secolo. Alla fine, dopo un paio d’ore ovvero, calcolando il tempo
in base ai parametri della gelosia, dopo 7200 secoli di tale estenuante
martirio (si, ho detto esattamente così, ho detto martirio, e non
esagero affatto, e, comunque sia, anche se il mondo intero volesse
darmi torto, beh, rimane almeno il buon vecchio Cioran a darmi
ragione: “Nella ricerca del tormento, nell’accanimento alla
sofferenza, solo il geloso può competere con il martire. Eppure si
canonizza l’uno e si ridicolizza l’altro.”21), verso il tocco e trenta
decisi di concedermi una pausa e di tornarmene a casa. Mi recai
21
E. Cioran, “Sillogismi dell’amarezza”, Adelphi, p. 93.
64
sorridendo a salutarla ma la mia diletta, strano a dirsi, parve – come
dire? – alquanto irritata per la mia prematura dipartita: così che,
quasi sentendomi un po’ in colpa (altro sintomo patognomonico del
mal d’amore, la donna vista non più come fonte di piacere ma, in
qualche modo, di fondamento morale (cfr., per es., Dante ne “La vita
nova”)), con tono un po’ intimidito e vagamente giustificatorio le
spiegai che vivevo lontano da lì, molto lontano, e che per tornare a
casa ci avrei impiegato più di due ore. Approfittai del colloquio
anche per chiedergli se potevo invitarla per la pratica del martedì
successivo e lei rispose che certo, che si, che potevo, anzi, dovevo
invitarla, il che naturalmente avvenne – ahimè e doppio ohimè – sol
perché e perch’io potessi ricevere il terzo o il quarto due di picche
consecutivo (a quanto pare ci sono certi mazzi di carte che sono
composti da quaranta due picche, più un paio di jolly che ridono,
certamente, ma che però, strano a dirsi, ridono e stringono in mano
un cetriolo di dimensioni paragonabili a quelle di un Patriot…). Un
segno questo veramente brutto per il proseguo della relazione, dato
che con ogni evidenza Elisabetta pareva intenzionata a rifiutarmi
ogni intimità che non fosse occasionata, diciamo così, da motivazioni
“ufficiali” o “pubbliche” che dir si voglia: alla lezione ballava con
me, ma di certo non ci veniva per me, e similmente al party era stata
con me, ma non ci era venuta né con me né per me. Invece, alla
pratica sarebbe venuta con me e forse anche per me, e sembrava
proprio questo il messaggio che la beffarda tentatrice voleva
tassativamente rifiutarmi: ma allora perché mi aveva chiesto di
invitarla, perché mi aveva concesso di accompagnarla in macchina
alla balera (addirittura mi era sembrato che mi avesse a bella posta
spinto a sbagliar strada per stare da sola con me un po’ tempo in
più)? Non si rendeva conto che ero cotto di lei come un tacchino
americano nel Giorno del Ringraziamento (a proposito,
ringraziamento di che? che cosa ha da ringraziare un tacchino che
finisce arrosto, del contorno di patatine?), cosa stava facendo, stava
giocando al gatto col topo, o invece alla gatta che va al lardo e ci
lascia lo zampino, così che poi deve andare con lo zoppo per
imparare a zoppicare (e cose del genere)? Ancora nessuno l’aveva
resa edotta che un cotal pedestre genere di scherzi da prete
65
pedemontano, pederasta e pedofilo – almeno su di un pover’uomo
perdutamente innamorato quale io ero in quel momento – ha il
medesimo dolce effetto di un cactus ancor dotato di tutte le sue spine
infilato su per il retto anale umettato all’uopo con catrame, polvere di
marmo e pepe di cayenna?
Quando il mercoledì successivo a lezione ci salutammo mi ritrovai
perso, immerso e disperso nei più tristi pensieri e nelle più fosche
previsioni che uno spasimante possa spasimare, spasmi che come un
coro tragico presero a rimbombare cupamente nella mia mente
annunciando tristi accadimenti: la mia amata tornava a casa per le
vacanze di Natale (dimenticavo: Elisabetta viene da Torino (ragione
questa dell’allusione al prete pedemontano etc.), anche se, strano a
dirsi, parla con un piuttosto marcato accento perugino, a dispetto del
fatto che la sua permanenza in Toscana si è svolta interamente a
Firenze e di Perugia non ha mai visto nemmeno una cartolina (mi
viene in questo momento un dubbio: che sia davvero un marziano?))
e al momento del congedo la baciai sulla guancia pieno di languido
desiderio e orride premonizioni.
28.
“Mite, mite, o demone tu sia, se alla terra materna oscuro evento
adduci. Che propizio io ti incontri, che vuota grazia io mai non
colga…”: coi giorni che passavano, ecco che il coro genericamente
tragico che avevo udito pria che la mia “lei” partisse si trasformava
in uno di quelli più belli e terribili fra quelli sofoclei, che veniva a
turbare l’intimo silenzio della mia tormentosa attesa con i funesti
versi dell’Edipo, echi che mormorando accarezzavano maestosi e
cupi abissi del mio cuore come il fruscio d’ala d’un angelo
dell’Apocalisse planando sulla valle di Giosafat – mentre intanto –
ahi! – intanto, lentamente ma inesorabilmente le cosiddette vacanze
natalizie si trasformavano in interminabili deserti, deserti che non
nascondevano dietro alcuna duna il miraggio di un prossimo
mercoledì – da leoni o da domatori, che importa? – in cui avrei
potuto rivederla e riabbracciarla, non foss’altro che per qualche
66
sperato o disperato tango, dolceamara e disarmonica armonia che fin
dall’inizio allude e prelude alla funerea nota del suo addio. Tanto mi
sentivo solo e abbandonato che per Natale, non potendo tollerare
oltre la sua assenza e la mia impotenza, le spedii un sms di auguri
che suonava più o meno “buon Natale alla mia ballerina preferita”,
messaggio a cui la mia adorata rispose poche ore dopo ricambiando
gli auguri anche se – ahimè – con assai minore entusiasmo che il
mio, dato che non si parlava di ballerino preferito o di persona che
comunque sia potesse da lei aspettarsi alcun tipo di speciale
attenzione. Per l’ultimo dell’anno, dopo sei giorni di interminabile
agonia, di nuovo non potetti e non voletti resistere, e gli spedii un
nuovo sms con quasi identico testo che quello spedito per Natale, ma
questa volta – oh morte, morte, perché tardi? non ti servirai per caso
delle Ferrovie Italiane? – non arrivò alcuna risposta, fatto che
confermò la peggiore delle mie peggiori supposizioni.
Era ovvio infatti che questa mancata risposta non era dovuta a un
qualsiasi mio comportamento o atteggiamento, a nessuna parola o
espressione o smorfia sbagliata, dato che lei si trovava a Torino e io
invece a Firenze, e nemmeno potevo pensare – ahimè – a una
qualche eventuale manchevolezza letteraria nel testo del mio sms,
dato che era pressoché identico a quello che le avevo spedito per
Natale e a cui, sia pur senza accento di calore alcuno, la mia adorata
aveva comunque con laconica stringatezza corrisposto. Il motivo si
trovava dunque solo e soltanto nelle psiche della fanciulla che, con
ogni evidenza, giudicava di avermi fatto troppo avvicinare: come
spesso succede, pensai, il mio amore ingrato aveva goduto delle mie
avances fino al punto in cui non era stata da me improvvidamente
costretta a pensare che avrei potuto chiederle qualcosa di più che una
semplice amicizia, e a quel punto si era tirata indietro senza troppi
complimenti. E, quasi certamente, dietro questo improvviso e
improvvido dietrofront c’era un ragazzo o un fidanzato che dir si
voglia, probabilmente un torinese, che, tenuto sullo sfondo dalla
distanza e dall’apparente innocenza della lezione di tango, era
ritornato prepotentemente alla ribalta con il ritorno a Torino e la
richiesta di intimità più o meno implicita nella pur timida insistenza
del mio secondo sms. Era tutto finito dunque, questo ormai era
67
certo, e l’unico dubbio che ancora mi restava, montalianamente
parlando, era se la vita fosse “crudele più che vana” o invece “vana
più che crudele” o se invece vanità e crudeltà non facessero pari e
patta e alla fine uscissero a cena insieme! Come che sia, quel che
c’era da aspettarsi era che al suo ritorno a Firenze e dunque al corso
di tango del Boschetto la mia adorata, la Beatrice dei miei sogni
sognati ad occhi aperti nella chiusa prigione delle mie notti insonni,
la visione che galleggiava nel fumo lento della milionesima
Gauloises, che si avvitava dolce nel vertiginoso vortice della vodka,
del whisky e del cognac, lei, la mia lei, la mia diletta, la strabenedetta
e stramaledetta “lei” non mi avrebbe salutato nemmeno, o,
comunque sia, lo avrebbe fatto con freddezza, o fastidio, o
imbarazzo, o tutte e tre le cose insieme. Non ci saremmo più seduti
accanto per cambiarci le scarpe, non più sorrisi e parole a perdere,
non più danze strettamente abbracciati, se non per malaugurato
scherzo di un fato ormai inutilmente crudele e beffardo. “Povero
innamorato di terre chimeriche! Bisognerà incatenarti e buttarti in
mare, marinaio ubriaco, scopritore d’Americhe il cui miraggio fa
l’abisso più amaro?”: Baudelaire aveva ragione, anzi, aveva avuto
ragione fin dall’inizio, fin da quando prima del secondo fatidico
ballo mi aveva avvertito che, senza neppur bisogno di iniziare, era
tutto finito (beh, per la verità, lo dice anche Aragon, e chissà quanti
altri lo ripetono milioni di volte, da nessuno ascoltati, meno che tutti
da sé stessi “Non c’è amore che non sia appassito. Non c’è amore
che non si nutra di dolori. Non esiste un amore felice.” (il che, in
ultima analisi, vuol dire che l’amore non è altro che una delle infinite
forme che può prendere questo infinito Proteo che è l’umana
sofferenza; ma allora perché lo si cerca con tanta ansia e tanto
ardore? Chissà, forse perché, a differenza delle altre, è una forma di
sofferenza che sembra altamente e grandemente significativa).
Ebbene si, il mio Amore, il mio Grande Amore si era rivelato infine
una Grande Beffa, e, come era prevedibile – e come avevo più o
meno inconsciamente previsto – le cose erano andate male, anche se
seguendo un percorso diverso – ovvero ben più lungo e tortuoso – da
quello che mi ero prefigurato all’inizio.
68
29.
Avevo accennato poco sopra alla rilevanza e alla grandezza della
Storia dell’Umanità, e avevo sottolineato come essa proceda, questa
si, per fatti rilevanti e drammatici, per crisi e sommovimenti e
rivolgimenti epocali (Tocqueville diceva appunto che “gli uomini
sono piccoli, ma gli avvenimenti sono grandi”: la banalità del nostro
privato è dunque, per così dire, trasfigurata e redenta dalla totalità
che produce? ma chi è che osserva dall’alto dei cieli questo
grandioso spettacolo, un dio, un demone, un regista televisivo o chi
altri o nessuno? e se nessuno l’osserva, questo grandioso spettacolo
esiste o non esiste? boh..). Avevo però trascurato di precisare che al
cospetto di tanta maestosa e spesso e più che altro catastrofica
grandezza mai mi sono in vita mia un granché commosso: il personal
computer rivoluziona l’economia mentre imperversa la guerra
fredda, il crollo del muro di Berlino sancisce la fine di un’epoca,
l’inizio delle migrazioni dall’Africa e dall’Europa dell’Est verso
l’Europa Occidentale, lo tsunami che stermina centinaia di migliaia
di persone, guerre africane stupide e interminabili in cui milioni di
negri – fra cui vecchi, donne e bambini – trovano morti non è chiaro
se più atroci o assurde, guerre e stragi etniche nei Balcani, crisi
economiche annuncianti l’Apocalisse con successivo rimbalzo delle
borse e, non si sa mai, anche degli zaini, delle tracolle e delle valigie:
tutti fatti grandiosi, meravigliosi e orrendi, bisogna scriverlo e
magari anche sottolinearlo, come anche mi sento costretto da onestà,
sincerità e schiettezza a scrivere, sottoscrivere e sottolineare che in
fondo in fine di tutti questi grandi avvenimenti a me non me ne è mai
importato un granché, o, comunque sia, mi hanno sempre commosso
e infastidito molto meno della polvere che si accumulava e che –
ahimè – ancora si accumula nella mia lussuosa e solitaria casa di
scapolo (sappia il lettore che sono uno scapolo di quelli talmente
scapoli che non arrivano a sopportare in casa nemmeno l’ombra di
una donna, fosse pure quella di servizio, dato che, sebbene mi trovi
immerso nel presente moderno ho la naturale inclinazione a pensare
69
dell’argomento quel che ne pensavano i teologi cattolici circa un
millennio fa: “Subito, all’inizio, la donna fece prigioniero l’uomo,
allontanandolo dal paradiso e colei che fu creata da Dio per essere
suo aiuto, si trasformò in una terribile causa di rovina. (..) Satana ha
esteso la sua naturale malizia fino a noi. Ha cercato di abbattere col
matrimonio colui che non poté far cadere con la lussuria”22 (beh,
quello citato in questa sede non è un teologo, ma una celebre monaca
ex innamorata di un altro celebre monaco: spero che la signora non si
offenda se le dico che mi trovo perfettamente d’accordo con lei)). I
mutamenti epocali, le grandi tragedie della Storia e dell’Umanità,
certamente, scrivete pure dei libri sul tema e magari li leggerò, ma è
davvero troppo chiedere a una misera anima di singolo essere umano
di abbracciare simili, smisurate entità – o, almeno, è troppo chiederlo
alla mia. Troppi uomini muoiono ogni giorno, troppi casi disperati si
disperano nel mondo per potersi soffermare su ognuno o, peggio,
sulla totalità di essi. La Storia, non ostante o forse proprio a causa
della sua grandezza, non è mai riuscita a suscitare in me sentimenti
anche solo vagamente paragonabili a quelli che scatenarono nel mio
povero cuore innamorato i trascurabili non-eventi della mia nonstoria con Elisabetta. Ah, come avrei voluto in quel momento essere
uno Iago sarcastico che l’ingenuo Rodrigo apostrofa e irride
sghignazzando “Io, piuttosto che annegarmi per una gallina faraona,
preferirei essere mutato in una scimmia”23!. Al contrario, laggiù,
sprofondando nel fondo senza fondo della più infondata nonché
ridicola angoscia che si possa immaginare, ovvero nel pieno del
vuoto delle vacanze natalizie venivo assalito da conati di vomito, da
improvvise e improvvide lacrime, soffocate solo in riguardo della
mia vera o presunta maturità e della mia vera o presunta forza di
maschio latino, che di latino, evidentemente, non ne aveva saputo
mai nemmeno una parola. La malinconia mi tormentava ad ogni ora
del giorno e della notte, soprattutto della notte devo dire, e a furia di
bere per calmarmi oramai non distinguevo più grappa e vodka
dall’acqua minerale naturale e, a volte, nemmeno da quella gasata.
22
P. Abelardo, “Lettere di Abelardo e Eloisa”, lettera quarta, di Eloisa ad
Abelardo.
23
W. Shakespeare, “Otello”, I; III:
70
“Mai, mai, su niente sorga l’aurora o splenda il giorno o indori sul
declivio – ho avuto piacere che durasse poco più di niente, la perdita,
prima ch’io ne godessi.”24: dunque era tutto vero, ogni mia più fosca
previsione era pronta a trasformarsi in dura realtà! Altro che oraziano
carpe diem, altro che “godi il giorno e la notte, danza e canta da
mattino a sera” (no, questo non è Orazio, anche se lo sembra: è
“Gilgamesh”, piuttosto noto poema babilonese), altro che “chi vuol
essere lieto sia, del doman non c’è certezza” (no, questo non è
“Gilgamesh”, anche se lo sembra, ma un noto componimento della
Rinascenza fiorentina)!
“Vanità delle vanità… Ciò che già fu è quel che sarà, ciò che si
fece è quel che si farà: non c’è nulla di nuovo sotto il sole” (a parte
forse, qualche nuovo tipo di crema solare)! Non più balli leggiadri,
suadenti e soavi, non più sogni ad occhi aperti, non più il suo corpo
tenue e vellutato seduto proprio lì, accanto al mio, mentre la sua
voce di topino dei cartoni animati (era e suppongo sia rimasto questo
il suo tono di voce normale) mi indica con sicurezza il modo più
diretto e semplice per perdermi nel bel mezzo della campagna
senese! Dov’era finita la mia ridente ipocrisia, dove il mio gaio e
languido cinismo? “Ogni agonia è curiosa di per sé, ma la più
interessante resta quella del cinico, di colui che in teoria la
disprezza”25. Mentre che ero intento a piangere il mio perduto amore,
barche di clandestini naufragavano nell’Adriatico in tempesta,
centinaia di morti annegati, centinaia di sbarchi di disperati, fra cui
donne e bambini, affamati, infreddoliti, terrorizzati a Pantelleria, e io
che mosso da una sorta di disperato e solitario demone fissavo lo
schermo con gli occhi umidi e il groppo alla gola di chi guarda solo
per trovare consolazione alle sue privatissime agonie nei guai altrui
(come dice il proverbio, mal comune mezzo sindaco (o era mezzo
assessore alla cultura? boh..))! Io, si, io, proprio io, ovvero un uomo
che si supponeva maturo e disincantato, che fra tutti gli auguri
possibili non riuscivo altro che ad augurarmi che il messaggino che
24
25
F. Pessoa, “Il mondo che non vedo: poesie ortonime”, poesia 169.
E. Cioran, “Il funesto demiurgo”, Adelphi, p. 155.
71
doveva rispondere al mio di capodanno si fosse perso nell’infinito
traffico di sms che si disperdono nell’etere in quell’ora fatale!
Pascal, si – proprio lui, ancora lui! – aveva ragione, aveva troppa
ragione: “Chi volesse conoscere appieno la vanità del mondo non
avrebbe che da considerare le cause e gli effetti dell’amore. La causa
è un non so che, e gli effetti sono spaventosi” (con altre parole e ben
altri intendimenti, è quel che sostiene anche Roland Barthes: “I fatti
della vita amorosa sono talmente futili che accedono alla scrittura
solo con uno sforzo immenso: ci si scoraggia di scrivere ciò che nello
scriversi, rivela in pieno la propria banalità: “Ho incontrato X… in
compagnia di Y…”, “Oggi, X… non mi ha telefonato”, “X… era di
cattivo umore”, ecc.: chi potrebbe vedere in questo una storia? Il
fatto, insignificante, non esiste altro che per le enormi ripercussioni
che esso ha: Diario delle mie ripercussioni (dei miei dolori, delle mie
gioie, delle mie interpretazioni, delle mie ragioni, delle mie velleità):
chi riuscirebbe a capirci qualcosa? Solo l’Altro potrebbe scrivere il
mio romanzo.”)!
Chissà perché, chissà, forse solo per dar ragione in pieno a Pascal,
contro le ambiguità di Barthes – che in effetti, ammette anche
l’esistenza di alcune per quanto velleitarie, trascurabili e dunque
questionabili “gioie” – angosce atroci non meno che minuziose mi
tormentarono da quel momento in poi per giorni e giorni, e, come
appeso per parti del corpo innominabili alla corda di pianoforte della
delusione, già prefiguravo quel che sarebbe successo di lì a poco. Il
corso sarebbe ricominciato verso la metà di gennaio, ma Elisabetta,
si, il mio già perduto Amore, non sarebbe di certo ritornata alla prima
lezione, forse nemmeno alla seconda. Quando poi – chissà quando –
fosse eventualmente tornata mi avrebbe evitato con il massimo
scrupolo, o, più probabilmente, mi avrebbe salutato con
un’espressione e un tono di voce che sarebbero stati una via di mezzo
fra il gelido, l’impaurito e l’imbarazzato e, ammesso che avesse
risposto al mio saluto (di certo non avrebbe preso lei l’iniziativa) mi
avrebbe congedato quanto più freddamente e rapidamente fosse
possibile.
Come subito si vede, questo era un ragionamento, come si suol
dire, molto ma molto ragionevole, ma solo chi non è mai stato
72
innamorato può immaginare che il cuore si conformi tanto presto ai
dettami dell’intelletto, e dunque, come era del tutto tragicamente
logico, per quanto preparato al peggio, continuavo inesorabilmente –
“spes contra spem” – a sperare il meglio (anche se, a dir la verità,
non mi ricordo bene che cosa vuol dire “spes contra spem”: forse
“spesa contro sperma”? boh…).
30.
Come avevo fin troppo facilmente previsto, alla ripresa del corso
Elisabetta mancò alla prima, alla seconda e poi anche alla terza
lezione. Quando si fece di nuovo vedere era già febbraio e
naturalmente (“naturalmente” nel senso che avevo previsto anche
questo) non si presentò alle otto e trenta, ovvero all’orario di quello
che per un paio di mesi avevo creduto, forse almeno in parte a
ragione, quello del nostro tacito appuntamento, ma verso le nove e
trenta, quando la sala era già piena di gente e non era neppure poi
così facile notare il suo arrivo che però, immancabilmente, io
registrai all’istante con un tuffo al cuore. “Ma silenzio! Ecco la bella
Ofelia! Ninfa, ricordati di tutti i miei peccati, nelle tue orazioni.”26 (il
più grosso, naturalmente, era stato quello di perdere la testa per lei e
di farglielo capire).
Dopo un attimo di sospesa, amletica o quasi amniotica incertezza,
siccome vedevo ch’Ella d’Essa, visibilmente imbarazzata,
distoglieva lo sguardo dai miei occhi già pronti a grondare di
disperate non meno che gioiose e inebetite lacrime, in un impeto di
inevitabile quanto inutile fervore di nuovo fui io ad avvicinarmi (solo
l’Amore rende così forte la percezione di questo per altro così
anonimo pronome personale, “io”, perché solo l’Amore ci rende
coscienti in modo tanto terrifico del fatto di solito piuttosto banale
che esistiamo (io penso, dunque sono, e a chi gliene può fregare di
meno? io amo, dunque soffro atrocemente, di questo invece,
inevitabilmente, frega a tutti, ed era questo che ero andato lì, quasi a
26
W. Shakespeare, “Amleto”.
73
gridarle, io esisto perché tu mi fai esistere), a dirle che ero felice di
rivederla, a baciarle inutilmente la guancia divenuta pallida per
qualcosa che mi parve un misto di timore e di ostilità. Era evidente
che non sapeva cosa dirmi e, siccome non ebbi la prontezza d’animo
di togliermi di torno all’istante, la mia ingrata adorata, e forse
proprio per questo ancor più adorata, non seppe far di meglio che
invitarmi timidamente al bar del circolo dove, disse, mi avrebbe
presentato una sua amica (una sua amica? ma è pazza questa qui?
non si è resa conto che sono cotto, stracotto e ricotto di lei? che me
ne frega della sua amica?). Ma, adesso lo capisco, queste parole non
erano altro che un modo, forse il più gentile possibile, di
comunicarmi quel che sapevo oramai da più di un mese, ovvero che
fra noi, posto che qualcosa fosse iniziato al di fuori delle mie
deliranti fantasie, tutto era davvero finito. Giunti al bar Elisabetta
non ebbe neppure il tempo di presentarmi la sua amica, che fra l’altro
conoscevo già da un pezzo. Appena entrati, dopo aver pronunciato
pochissime e, per quanto mi ricordi, del tutto insignificanti frasi di
circostanza (l’unica cosa degna di nota che mi disse è che aveva
passato le vacanze di Natale con suo padre, e che dunque le aveva
passate bene: “dunque” che significava “dunque”?) dunque si
disperse nella folla dei suoi amici e conoscenti del corso (non mi ero
accorto, fino a quel momento, che ne avesse così tanti) e non mi
considerò più per tutto il resto della serata. Da quel momento in poi
fui così libero di sprofondare senza più remora o dubbio alcuno nella
disperazione erotica, abisso gemello e contrario a quello del sogno
erotico, dove l’instancabile spossatezza assume le sembianze del
vuoto irreparabile, del dolore inconsolabile, della malinconia
desolata, dello spasimo abbattuto, della depressione atterrata, dello
smarrimento introvabile – insomma, del più acerrimo, lacrimevole e
mesto lutto che l’essere umano possa conoscere, quella morte in vita
che si chiama Amore Deluso (Bataille sosteneva che non ci si
innamora per essere felici ma per contemplare l’infinito dal punto di
vista del finito, la morte dal punto di vista della vita, così che amare
significa non altro che sporgersi sull’abisso della scomparsa del
proprio sé che, nel momento in cui si è innamorati, si fonde con
quello dell’amata: non la felicità dunque è lo scopo di chi ama, ma
74
l’angoscia, il terrore della perdita, la solitudine: beh, almeno da
questo punto di vista, potevo dire che ero stato accontentato). Erano
passate solo poche settimane dall’inopinato sorgere della mia
luminosa passione, e tutto quel che ne restava era quella risaputa
saggezza che mestamente ripete che il tempo lenisce le ferite, anche
se non con la stessa rapidità con cui riesce a farlo con le gioie, e che,
chissà, nei mesi o negli anni, o almeno nei secoli dei secoli a venire
avrei forse potuto in qualche modo trasformare la delusa e dolorosa
passione in una qualche forma, che so, di “tenera amicizia”? Forse
avrei avuto l’occasione – a furia di incontri o scontri accidentali,
party di Natale o di fine corso, cambi di coppia più o meno forzati –
di parlarle ancora, di conoscere più a fondo i suoi interessi, le sue
inclinazioni, le sue esperienze, le sue speranze, i suoi gusti letterari,
musicali, cinematografici, la sua storia o non-storia che dir si voglia,
il modo in cui si svolgeva la sua vita quotidiana, chi fosse quel
maledetto fidanzato torinese (esisteva, ne ero certo, anche se non
torinese di qualche altra dannatissima parte!) e che cosa avesse di
tanto meglio di me (lo sapevo già che cosa aveva di meglio: era il
suo fidanzato da un tot e sul rapporto aleggiava la almeno dal punto
di vista femminile raggiante promessa e sicurezza di un futuro
matrimonio). In questa sia pur goffa e sfortunata maniera speravo
ancora di poter soddisfare – ahimè, anche se non più in senso biblico
– quel desiderio di conoscere a cui in fondo può anche ricondursi o
almeno sublimarsi il desiderio erotico propriamente detto.
31.
Le cose sono andate male, questo mi ripetevo continuamente,
continuamente sbagliandomi. Perché, naturalmente, mi sbagliavo: le
cose non erano andate male, come previsto, erano andate assai
peggio, come mi accingevo a scoprire di lì a poco.
Il mercoledì successivo, dopo che, per evitare il prevedibile e
reciproco imbarazzo, l’avevo accuratamente sfuggita, mi andai a
sedere mestamente in un angolo nascosto della sala, riflettendo che
per almeno un mesetto avrei fatto bene a lasciarla completamente in
75
pace, per fargli capire che non le chiedevo niente e che rispettavo la
sua decisione di allontanarsi da me per tutto il tempo che voleva. Fu
proprio quando mi stavo malinconicamente e dolorosamente
ripetendo per forse la miliardesima volta in una settimana (di tanto e
di più ci vuole per convincere un desiderio atroce della sua certa,
anzi, certissima delusione) che la ragazza doveva aver qualcuno –
anzi, molto peggio che “qualcuno” – che doveva avere un fidanzato!
– e dunque con le mie attenzioni non avrei fatto altro che allontanarla
ulteriormente, oltre che infastidirla inutilmente, minacciando la sua
tranquillità relazionale – fu proprio allora che me la trovai
imprevedibilmente davanti, mentre tremando come una foglia al
vento gelido d’autunno mi chiedeva “come stai?”, domanda che
trovai invero assai pleonastica (come deve stare un innamorato
deluso? bene, molto bene, è ovvio, se solo non mi si fosse inceppata
la pistola mentre mi stavo sparando starei ancor meglio, maledetta…)
domanda a cui risposi come un automa “bene” (?!?!) senza neppur
sapere che cosa e a chi lo stessi effettivamente dicendo.
Perché mi cercava? Perché tremava? Ora addirittura mi chiedeva di
andare a fumare insieme una sigaretta! Era impazzita? Ci aveva
ripensato e aveva deciso di lasciare il fidanzato torinese, magari per
entrare in un convento di clausura? L’unico modo di risolvere tali
decisivi enigmi era seguirla, fumare la sigaretta e far finta di nulla
sentendo quel che avesse da dirmi, dato che, se mi invitava ad
appartarsi con lei, sia pure con la miserabile scusa della sigaretta,
qualcosa da dirmi ci doveva essere per forza. Ma, come scoprii ben
presto, con l’aggiunta di una certa cocente delusione, Elisabetta non
aveva nulla di particolare in serbo per me, e, se è per questo, neppure
in croato. Appena giunti fuori della sala si mise a sedere su un
gradino e continuando a tremare – a questo punto forse solo per il
freddo – chiusa e rannicchiata come un passerotto nel suo piumino la
mia adorata mi diceva e mi chiedeva cose del tutto banali e
insignificanti. Non mi parlava di un eventuale ragazzo, né dei motivi
per cui all’ultimo messaggino non mi aveva risposto, che erano le
cose che più di tutte mi preoccupavano in quel momento. Per parte
mia invece, mi sentivo in imbarazzo a introdurre la scottante
questione, scottante credo, come un bel paio di tenaglie arroventate
76
appese dove non si può dire: che cosa facevo, interrompevo così, di
punto in bianco, una splendida conversazione del tutto insignificante
per chiederle come stava il suo fidanzato o cose simili?
Certo, a ripensarci adesso, la cosa non sembra poi così illogica o
incivile, e, a ben vedere, a trattenermi non fu tanto il timore di
apparire brusco o maleducato, quanto quello di ricevere qualche poco
lieta novella, dato che l’imprevisto presentarsi di Elisabetta al mio
incredulo cospetto aveva riacceso le mie ancora non del tutto sopite
speranze. Perderla andava pur bene, ma, voglio dire, con calma, in
qualche mese ancora, in qualche settimana, o in qualche giorno, al
limite, in qualche ora, ma non così, non mentre il suo inatteso “come
stai?” aveva di colpo rimesso in moto il mio deliquio!
32.
Così, rientrando in sala gli chiesi se voleva ballare, e lei mi rispose
con palpabile nervosismo, si, certo, balliamo, balliamo, ma, ahimè, le
sorprese della serata non erano finite e dopo una sia pur parzialmente
gradita ecco che subito ne seguiva un’altra che dette a me altrettanta
gioia che il ritorno del figliol prodigo al vitello grasso. La ballerina
lieve e appassionata che avevo conosciuto quattro mesi prima
sembrava scomparsa. Quella che stringevo fra le braccia era una
creatura rigida, fredda, con la quale era impossibile comporre delle
coreografie decenti: dunque non ci aveva ripensato sul serio, dunque
c’era davvero un ostacolo fra di noi, anche se a quel punto non ero
più sicuro di quale fosse, dato che, per quanto ne sapevo fino a quel
momento, molto difficilmente una ragazza impegnata torna a cercare
un uomo che oramai non dubita più essere di lei perdutamente
infatuato. Restavano però la sua paura, i suoi tremiti, era lì che
continuamente si bloccava e si irrigidiva: non mi voleva più, se mai
mi aveva voluto, questo era chiaro. Ma allora perché era tornata a
cercarmi?
Per di più, per un qualche diabolico complotto del fato, che a
quanto pare si preoccupa di far piovere sul bagnato, di irrigare sul
fradicio, di allagare sull’inzuppato, di diluviare sull’alluvionato, e vai
77
così, di traboccare sull’inondato, tracimare sul naufragato, di
esondare sul sommerso, straripare sull’annegato, eccetera, quella sera
il buon vecchio Ignacio Elizari mise tutti i “nostri” pezzi, ovvero tutti
quei tanghi sui quali il mio amore per Elisabetta come un ingenuo
infante era nato e mi aveva regalato i primi sorrisi e i primi pianti
(stavo per scrivere: i primi vagiti e i primi pianti, il che è tutto
dire…): Ignacio fece girare sullo stereo e, di conseguenza, anche
sulle mie parti basse, tutti i pezzi migliori della celebre orchestra di
Oscar Pugliese, “Color tango”, fra cui il mio preferito fra i preferiti,
“Gallo ciego”, nonché il primo tango che ballai con Elisabetta, “Vida
mia”, di cui ora come ora non mi ricordo l’autore, ma di cui con
dolorosa nostalgia mi ricordo le parole, perché da allora mille e mille
altre volte le ho ascoltate, sognate, fischiettate e cantate: “vida mia,
lejo mas te quiero, vida mia piensa in mi regreso, sé que el oro no
tendrà tu besos, y es por eso que te quiero mas, vida mia, hasta apuro
el aliento, acercando el momento de acariciar felicidad, sos my vida
y quisiera llevarte a my lado prendida y asì aogar my soledad”27.
Elisabetta, mia adorata, mia diletta, my vida, vida mia, con tutto il
mio distrutto amore, con tutto il mio delirante ardore tentavo di
portarti in alto a tentare le volte ineffabili del cielo – o almeno quelle
del soffitto del circolo – appesa alle ali di quelle note lievi ed
ispirate, ma non ci fu verso. Quella sera la mia adorata era bloccata,
rigida, il suo tocco dolcissimo era puramente e semplicemente
scomparso. Scomparsa sembrava quella magia che mi permetteva
con lei di osare dei passi degni di un vero professionista, quali la
sacada di tacco sul giro a sinistra con successiva rastrada dopo l’ocho
all’indietro, e altri simili archetipici e funambolici acrobatismi del
tango. Di tutto e di più tentai, e anche il tutto per tutto, ma tutto fu
inutile: quel corpo solo poche settimane prima sensibile alle mie
marcas come una piuma al vento si era trasformato in una sorta di
blocco di granito. Avrei voluto piangere, se la situazione me lo
27
Vita mia, più sei lontana più ti voglio, vita mia, aspetta il mio ritorno, so
che l’oro non avrà i tuoi baci, ed è per questo che ti amo ancora di più, vita
mia, accelera il respiro quando si avvicina il momento di accarezzare la mia
felicità, SOS vita mia, vorrei portarti via tenendoti al mio fianco, e così
annegare la mia solitudine.
78
avesse consentito, ma anche questo sarebbe stato inutile e
pleonastico. La miglior cosa, lo sapevo, era dimenticarla, ma sapevo
anche che non ce l’avrei fatta, almeno finché non fossi riuscito a
conoscerla un po’ più a fondo. Se di mercoledì in mercoledì avessi
continuato a parlarci, a fumarci qualche sigaretta, a ballarci, sia pure
nello stile lieve e sensuale tipico di una coppia di bradipi ricavata da
una fusione in blocco unico di bronzo – che era quello che aveva
caratterizzato i tanghi di quella disgraziata sera del suo ritorno – alla
fine forse sarei riuscito a tirare fuori qualcosa che mi spiegasse i
motivi del suo improvviso allontanamento: se non era un fidanzato
torinese, qualche problema di qualche altro genere – che so, vasi
sanguigni intasati dai gerani, ciclo passato da mestruale a
bisettimanale, raffreddore da fieno cresciuto fino alle dimensioni di
un pagliaio – non so, qualcosa, qualsiasi cosa mi spiegasse il perché
di tutta quella terribile sofferenza che stavo passando!
Si, perché anche quella sera, come per tutte le vacanze di Natale,
per tutte le lezioni a cui e in cui era e mi era mancata, e quando era
tornata, e dopo, in ogni ora, in ogni minuto, avevo patito e stavo
patendo quella puntuale, precisa, cavillosa agonia che infligge
l’Amore agli amanti in attesa di... (attesa di che? nessuno al mondo, e
men che meno un innamorato, può dirlo di preciso, anche se tutti
instancabilmente e indiscutibilmente continuano ad attenderlo).
Non potevo averla, mi ripetevo, cercando disperatamente di
convincermi – e non c’è al mondo orecchio più sordo di quello di un
innamorato deluso da un’interprete per sordomuti – ma almeno il
fato mi avrebbe concesso di sapere esattamente il perché?
33.
Beh, come detto e sottolineato fin da principio, questa che sto
raccontando non è una storia, ma bensì una non-storia, e quindi il
lettore non si adonti se mi permetto di anticipare che la risposta a
quelle sospirate domande non l’ho mai avuta (suppongo che questa è
una cosa che si è capita già da diverse pagine: comunque sia, una
non-storia che si rispetti si svolge ovviamente attraverso una non79
trama in cui il finale può situarsi all’inizio e viceversa, tanto il punto
del racconto non è e non può essere quello di vedere come va a finire
(una non-storia, in effetti, non può avere neppure un vero finale,
anche se non per questo può essere infinita)). Ma, a dispetto di tutto,
in quel momento qualche sia pur flebile speranza la nutrivo, pur se,
appunto, a forza di flebo, o, più probabilmente, con quel genere
infernale di macchine che servono a tenere in vita artificialmente la
gente in coma, compresi quelli che non sono affatto di Como (c’è
solo una cosa al mondo più banale che essere in coma a Como, che è
essere una nuora a Nuoro). Attendevo così angosciato e fremente il
sospirato e temuto mercoledì successivo, sperando disperatamente di
poter parlare ancora con Elisabetta e, naturalmente, fantasticando su
possibili modi e strategie per poter entrare nella sua vita intima senza
ferirla e, soprattutto, senza ferirmi troppo (dovevo, in altre parole,
trovare il modo di farmi dire che era fidanzata senza che la ferale
notizia provocasse sul mio viso un eccesso di pallore o, peggio che
peggio, un qualche principio di svenimento).
Ma il tempo dell’attesa, come tutti sappiamo, è un tempo lento,
lentissimo, quasi agonico e dunque, tanto per distrarsi un po’ e
alleviare l’insopportabile tensione, mi permetto di aprire una
parentesi, per sottolineare come già a quel punto avevo avuto modo
di rendermi conto che il fatto di essere innamorato, a parte i predetti
sintomi di quasi-follia e quasi-malattia che minacciano la salute
psichica e quella fisica più o meno come una settimana ininterrotta
di toga party alla coca e bunga-bunga ad Arcore, può, in aggiunta a
ciò, avere anche tutta una serie di effetti collaterali minori più o
meno surreali e stravaganti su colui che da cotale stato di più o meno
momentanea debolezza mentale venga più o meno incolpevolmente
invaso. A parte tutto il resto (pericolosa propensione all’abuso di
alcolici e tabagismo sfrenato, insonnia e uso e abuso a ciò connesso
di sonniferi e calmanti, tremori alle mani, irritabilità, lapsus e
distrazioni di ogni sorta, diminuzione dell’efficienza in qualsiasi
attività quotidiana che non sia il pensare e ripensare all’amata fino al
sopraggiungere d’un qualche provvidenziale mal di testa, etc.) per
uno che si trovi nell’incertissima aurora della sua magari nemmeno
troppo promettente carriera di milonguero il rischio grave o
80
addirittura gravissimo è che venga alterata e alienata la percezione
stessa della musica, ovvero del tango. Già, perché devo registrare che
ancora adesso che dalle vicende sunnominate è passato all’incirca un
anno (lo so che il gentile lettore è ansiosissimo di sapere come è
andata a finire: d’altra parte lo sono anch’io (ansioso di vedere come
è andata a finire intendo), e non per questo c’è qualcuno in grado di
dirmelo e men che meno di spiegarmelo…), mi rendo conto di
conservare a tutt’oggi, a dispetto del tempo passato e passante, la
piuttosto maniacale tendenza a rimanere più o meno indifferente, o
comunque piuttosto freddino ascoltando più o meno qualsiasi tango
che non sia la già citata “Vida mia”, nella versione di Roberto Ray, e
un paio di pezzi di Osvaldo Pugliese, ovvero i sunnominati “Gallo
ciego” e “Zum”, che invece mi mandano a tutt’oggi in brodo di
giuggiole nel giro di due secondi o anche meno (non so cosa siano le
giuggiole e men che meno come si faccia a ricavarne un brodo,
anche se devo riconoscere che Elisabetta è stata bravissima a
ricavarne da me un’intera cisterna). Il motivo, ovviamente, è che
questi sono quei tanghi che più ho sentito o che comunque sia più mi
hanno colpito mentre ballavo e ballando mi innamoravo della
sconosciuta milonguera. A tutt’oggi, nel mentre odo le note di cotali
afrodisiaci capolavori vengo preso da attacchi tellurici di un esaltato
non meno che languido misticismo erotico, attacchi che mi spingono
a invitare per la tanda in questione la prima o, se è per questo, anche
la seconda o terza o quarta o quinta o anche sesta milonguera che
trovo (la sesta è la migliore di tutte, soprattutto se per “sesta” si
intende la misura del reggiseno) e di stringerla fremente e furente
come Giulietta strinse e sospinse nel suo vigineo petto quel freddo
pugnale che l’avrebbe ricongiunta al suo Romeo. Un simile
atteggiamento mi pare invero piuttosto limitato e limitante, un po’
perché non si può passar la vita ad ascoltare solamente tre tanghi, e
poi anche per un’esigenza di completezza storico-culturale, stante il
fatto che il tango ha avuto almeno tre epoche fondamentali, con
numerosi e geniali compositori ed esecutori, e relative tradizioni e
innovazioni, evoluzioni e involuzioni, restaurazioni e rivoluzioni,
etc. Atmosfere di ogni tipo, passioni di ogni sorta sono state in mille
sfumature espresse e interpretate (anche se nei testi l’amore deluso o
81
disperato che sia ha una piuttosto preoccupante tendenza a prevalere
su qualsiasi altro tema e problema): perché non ascoltavo e,
soprattutto, a tutt’oggi non ascolto altro che quei tre pezzi
sunnominati, o altri che me li ricordino fin troppo da vicino, e di
tutto il resto faccio strame, accomunando gli autori e le poetiche
musicali più diverse in un’informe marmellata ovvero in una notte
dove tutte le vacche sono nere (a giudicare dallo stato mentale in cui
mi trovavo e in cui ancora almeno in parte mi trovo il problema non
è tanto quello della notte in cui tutte le vacche sono nere, ma quella
in cui sono tutte troie: diceva bene il buon vecchio Cicerone, “oh
tempora, oh mores!”, anche se io, a dir la verità, ho sempre avuto una
discreta preferenza per i “lampones”)?
34.
Da tempo ormai cerco e mi sforzo di correggere le fissazioni che
mi sono preso nei brevissimi ma troppo lunghi mesi passati a
vagheggiare, aleggiare e tangheggiare con Elisabetta. Acquisto cd
didattici, contenenti selezioni di pezzi storicamente ordinate e
orientate, e, a furia di insistere, scopro che l’originale di “Vida mia”
è stato scritto e interpretato per la prima volta da certo Osvaldo
Fresedo, un autore a quanto pare storicamente ed esteticamente più
importante del suo interprete, fatto di cui, stante il funesto permanere
delle mie ombrose, amorose ossessioni, continuo a fregarmene
bellamente e ad ascoltare e a riascoltare, in spregio a qualsiasi
intendimento storico-didattico, sempre e comunque quella stessa
versione che a Elisabetta come un drago di incendiate farfalle
lievemente aleggiando e volteggiando e – soprattutto – ahimè –
atrocemente fiammeggiando e tangheggiando mi riporta.
Nei manuali del tango che mi sono premurato di consultare si
spiega doverosamente che Osvaldo Pugliese, il mio artista preferito,
ha scritto nei circa settanta anni in cui ha accompagnato l’evolversi
del tango, un bel po’ di pezzi a quanto pare ben più diffusi, famosi e
celebrati che quei due con cui consumo da un annetto i miei non mai
esausti timpani (sul manuale trovo citati, per esempio, “Recuerdo”,
82
con testi di E. Moreno, poi “Negracha”, “Malandraca”, etc., tutta
roba a quanto pare molto più fondamentale e famosa che “Gallo
ciego” e “Zum”, anche se, a mia parziale discolpa, posso dire che
alle milonghe fiorentine questi due pezzi li mettono quasi sempre).
Così chino la testa e cerco di fare il mio dovere di aspirante
milonguero, di ascoltare tutto, e tanto mi piace quest’autore che una
volta ho retto addirittura un’ora intera ad ascoltare pezzi di ogni sorta
– ivi compresi i da me non molto amati tangovals e milonghe –
anche se devo riconoscere che di solito, nei casi normali, dopo aver
finto un ascolto attento e concentrato per non più di cinque minuti,
ritorno a quei soliti due che amaramente e dolcemente, stancamente e
inesorabilmente mi ripetono nella misteriosa lingua del bandoleon e
del contrabbasso, del violino e del pianoforte il nome più dolce fra
tutti i nomi: “Elisabetta”, naturalmente, o “Ella d’Essa” che dir si
voglia.
35.
Pure non voglio arrendermi, non devo arrendermi, non posso
arrendermi e dunque non mi arrendo e non mi arrenderò mai! Quasi
come una cura, cerco di appassionarmi alla storia del tango, come
per spiegare a me stesso che gli orizzonti di un uomo possono essere
ben più ampi che gli occhi di una dolce fanciulla, per quanto grandi
o, almeno in questo caso, per quanto enormi ce li abbia. Insisto così a
consumare le pagine del manuale, mi getto nel capitolo che racconta
della crisi degli anni cinquanta e sessanta, ove l’autorevole,
prestigioso non meno che costoso manuale racconta dell’arrivo del
rock con il giovanilismo, il progressismo e il modernismo connessi,
che tendono a mettere in un angolo il tango diventato di colpo un
genere “vecchio e superato” (il manuale sarà pure autorevole e
prestigioso, ma le ragioni che offre di una tale crisi del tango mi
paiono in patente contraddizione con le parallele crisi economiche
che sconvolsero l’Argentina con dittatori militari annessi e dittature
connesse, che non pare lasciassero poi molto spazio a giovanilismo,
progressismo, modernismo e cose del genere (questi dittatori erano
83
dei tipi strani che, a quanto pare, per motivi non molto comprensibili,
se la prendevano col tango e lo accusavano di più o meno latente
“comunismo” (!?): non è chiaro cosa c’entri il comunismo con il
tango, chissà, forse i tangueri del tempo e del luogo volevano
togliere una televisione ai dittatori in questione, o magari si
scandalizzavano se andavano con le escort minorenni, o se
mescolavano la cocaina comprata con tangenti sugli appalti pubblici
con le loro pompinare private, boh…). Ma, comunque sia, l’epoca
della crisi non è poi molto interessante, dato che, a ben vedere, non
produce nulla di particolarmente buono, se non qualche pezzo sparso
e disperso di Astor Piazzolla e poco più.
Così, per eccitarmi un po’ nella lettura, debbo andare al capitolo
precedente (sappia il lettore che è mia costante abitudine di leggere i
libri andando all’indietro, dato che non sopporto la tensione di
andare a vedere come vanno a finire: meglio sopporto la tensione di
vedere come vanno a iniziare) ovvero al capitolo che parla degli
anni che si trovano fra il ’30 e il ’40, ovvero niente popò di meno
(anzi: tanta popò di più!) che dell’Epoca o Età dell’Oro del Tango
che dir si voglia, con le orchestre che si ingrandiscono, diventano
“professionali”, nel senso che i musicisti sono oramai dei
professionisti che conoscono la musica in senso tecnico, e, stante
anche le dimensioni dell’orchestra, con quattro o cinque bandoleon,
quattro o cinque violini, etc., nessuno si può più permettere di
suonare a orecchio, o di improvvisare (e questa sarebbe l’Epoca
d’Oro, il trasformarsi di un cuore che batte in una penna che scrive?
mah…): il tango si diffonde via radio, diventa un travolgente
fenomeno di massa, sorgono grandi, ma che dico, immensi
personaggi che, essendo quell’inqualificabile cialtrone che sono, mi
rassegno a citare a caso, ovvero nel modo piuttosto distratto e
confusionario in cui li ho letti e ascoltati: Carlos di Sarli, Lucio
Demare, Azucena Maisani, Hector Pacheco, Cézar Strocho, Homero
Manzi, Anibal Troilo, Hector Maria Artoila. Di quel periodo felice il
citato Cézar Strocho – bandoleonista di genio – ricorda pieno di
nostalgia che furono attive in Buenos Aires più di trecento orchestre,
che vi furono indimenticabili collaborazioni fra poeti, musicisti e
cantanti, indimenticabili esecuzioni di indimenticabili pezzi,
84
indimenticabili serate, indimenticabili amori scoppiati in modo
simile a quello in cui scoppiò il mio per Elisabetta (a quanto pare non
sono stato il primo e probabilmente non sarò l’ultimo ornitorinco che
ha perso la testa al primo tango per la prima ornitorinca che passava
(per il significato della parola “ornitorinco” si rimanda a una
successiva nota in parentesi)). Comunque sia, si, va beh, ti ringrazio
Cézar Strocho, racconta pure quel che ti pare, ma tanto è inutile, è
tutto inutile: leggo e rileggo il libro al capitolo in oggetto, ascolto e
riascolto orchestre dell’Epoca d’Oro del tango, ripasso i nomi di
poeti e cantanti ma non c’è niente da fare: per quanto mi sforzi di
indirizzarmi altrove nella mente torna sistematicamente il cantato di
“Vida mia”, le lacrime mi salgono agli occhi, scendono per le gote,
inzuppando infine il manuale che costa quasi cinquanta euro e che
quindi meriterebbe di essere utilizzato in modo diverso che come
sostituto di un fazzolettino. Tossisco, cerco di darmi un contegno, ma
non ci riesco, è più forte di me. Scusate: ma a me che me ne frega
della storia del tango, delle interpretazioni coreografiche durante la
ronda, se esista o meno il “Tango nuevo”, visto che in ogni caso io
sono un tipo all’antica, e dunque, anche se esistesse, non me ne
potrebbe fregar di più che del fatto che la NASA ha scoperto forme
di vita intelligente al Tg 4 (pare che siano degli esseri monocellulari
che si annidano nel microfono di Emilio Fede e che ogni tanto lo
fanno guastare (è da questo precisamente che i tecnici della NASA
hanno dedotto che sono “intelligenti”: o, almeno, più intelligenti di
quelli che lo stanno ad ascoltare (con questo non voglio svalutare la
professionalità e la buona fede del buon vecchio Emilio, al contrario:
essendo io stesso, come vedremo meglio in seguito, uno studioso di
filosofia, per quanto scassato, scalcinato e dirupato, ben mi ricordo
che della sua futura e fulgida opera di direttore di una testata
giornalistica – ancora più dura della testa di Bossi – parlava già più o
meno nel 400 a.C. nulla di meno che un arcigno e arcinoto arcirivale
di Platone, il celeberrimo Gorgia, quando diceva che “Nulla è. Se
qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile. Se fosse conoscibile non
sarebbe comunicabile. Se fosse comunicabile, sarebbe comunicata al
Tg 4.”))).
85
36.
Forse per districarmi da quei tre pezzi che proprio come Elisabetta
hanno preso a ossessionarmi fino alle ossa, anche se, almeno spero,
non fino alla fossa, ho bisogno di qualcosa di più forte, di più
profondo, di più originario. Ma certo! Certo! Il tango, appunto,
originale, quello dei suburbios, dei bordelli, dei peringundines, dei
gauchos e dei compadritos, questo è quello che mi ci vuole, quello
che il grande Borges celebra con parole alate: “Tango que he visto
bailar contra un ocaso amarillo por quienes eran capaces de otro
baile, el del cuchillo…”28: un ballo che, come Borges scrive in
“Evaristo Carriego”29, era praticato dai machos, ovvero da uomini
duri, ancor più duri della suddetta testa di Bossi che, come è noto, è
il vero zoccolo duro della Lega; uomini senza legge, che ballavano
fra di loro al tintinnare del coltello perché le donne non erano
disposte ad arrischiarsi in questa nuova danza, maleducata, spavalda,
dissoluta e maledetta. Si, forse è proprio questo il tango di cui ho
bisogno per risollevarmi dalla Grande Depressione in cui il ricordo
d’Elisabetta mi sprofonda!
Faccio dunque ancora un salto indietro nel mio manuale e mi dirigo
intrepidamente verso il suo inizio, e intanto che leggo mi faccio una
lista dei dischi da comprare, ma solo per scoprire poco dopo che non
è che questi tanghi delle origini si trovino poi così facilmente. Gira e
rigira ne ho trovato solo delle versioni recenti, interpretazioni di
musicisti che poco o nulla hanno a che fare con gli ultimi anni
dell’800 e i primi del ‘900. Dovrei farmi coraggio e provare a
scaricare qualcosa da Internet dove, a quanto pare, si riesce a trovare
di tutto, compresi i cori che dall’eternità i cherubini cantano
all’Eterno nonché gli sbadigli dell’Eterno Stesso, che dei cori dei
cherubini non ne può proprio più e, senza farsi vedere, si è messo le
cuffiette per ascoltare “Hell’s Bells”, noto capolavoro degli ancor più
noti “AC/DC” (a proposito, ma che vuol dire la sigla “AC/DC”
28
Tango che ho visto ballare contro un tramonto giallo da coloro che eran
capaci di un altro ballo, quello del coltello.
29
Cfr. in particolare il cap. XI, “Storia del tango”)
86
Avanti Cristo/Dopo Cristo o che?). È solo che io intrattengo con le
diavolerie della modernità più o meno lo stesso rapporto che i
condannati alla ghigliottina con il mal di testa: comincio a cercare le
versioni antiquate di pezzi come “El choclo”, “Señor comisario”,
“No le hagas caso”, “Queco”, “El Entreterriano”, ma, ahimè, l’unica
cosa che riesco a ottenere sono dei virus di nuova generazione che,
come mi ha spiegato il gentile tecnico dell’assistenza on site, sono in
grado bloccare il computer fino al giorno del Giudizio Universale, o
in alternativa, fino alla costruzione del Ponte sullo Stretto di
Messina, nel caso il Giudizio Universale dovesse arrivare troppo
presto (anche se, mi si assicura, arriverà senz’altro prima di quello di
Berlusconi).
Per di più, la lista dei nomi della Vecchia Guardia del tango, quella
che per convenzione si fa partire dal 1880 e terminare con il 1920,
comincia bene ma finisce male, molto male. Citando di nuovo
cialtronescamente a caso incontro nomi come quello del violinista
Casimiro Alcorta, del pianista Rosendo Mendizabal, un altro
violinista, Ernesto Ponzio, Sebastian Ramos Mejia, che il mito
decanta come colui che per primo introdusse il bandoleon nelle
orchestre dei payadores – musicisti di strada che all’inizio avevano
solo chitarre e che la tradizione – ma non Borges! – vuole all’origine
del tango, e avanti così: Tano Genaro, Juan Maglio Pacho, Juan
Carlos Cobian, Francisco Canaro, fino – ahimè – al maledettissimo e
stramaledettissimo Osvaldo Fresedo, musicista che si situa a cavallo
fra la Vecchia Guardia e l’Epoca d’Oro, compositore della versione
originale di “Vida mia”, titolo fatale che, com’è del tutto ovvio, mi fa
pensare di nuovo a Elisabetta e sollevare lo sguardo dal ponderoso e
autorevole Manuale di Storia del Tango Argentino prima che
cominci a inzupparsi eccessivamente di lacrime anche nei primi
capitoli (ormai mi manca di infradiciare anche la prefazione, poi il
mio compito a casa di studente del secondo anno può considerarsi
soddisfacentemente concluso).
87
37.
Ma, provvidenzialmente, mi rendo conto di dover saltare a piè pari
l’Introduzione (almeno qualche pagina rimarrà asciutta, che
diamine!), dato che, a furia di strafalcionare e cialtroneggiare con la
storia del tango, il mercoledì successivo al riaffacciarsi di Elisabetta
sulla da lei sconvolta mia esistenza è finalmente arrivato. Giorno
fatale, temuto quasi quanto agognato, carico di un’interminabile
settimana di impotente quanto impaziente ed angosciosa attesa, che il
mio studio storico e teorico non riusciva e non riesce – ahimè – in
nessun modo ad alleviare: era chiaro che non potevo più invitarla alle
pratiche, era chiaro che non potevo telefonarle o fare nulla di più che
aspettare, aspettare, aspettare! E quando finalmente la rividi (anche
questa volta era arrivata sul tardi, chissà perché) mi recai a salutarla,
aspettandomi di tutto ma sperando ovviamente di aver di nuovo
l’occasione di parlarle ancora un po’. Ed effettivamente la ragazza si
mostrò disponibile, anche se sembrava ancora piuttosto timorosa. Di
nuovo, nell’intervallo fra la prima e la seconda lezione, ci
appartammo a fumare e parlammo un po’, ma di nuovo il colloquio,
di nuovo contro ogni mia aspettativa, non aggiunse nulla di nuovo a
quel nulla di vecchio che già non sapevo. Io speravo e disperavo che
la ferale notizia del fidanzato torinese mi giungesse spontaneamente
da lei: mi sembrava un mio diritto! Non si può chiedere a un
innamorato di formulare la richiesta nero su bianco dei motivi della
sua prossima delusione, e, se è per questo, nemmeno grigio scuro su
grigio chiaro (il grigio medio su grigio medio era, in effetti, il modo
in cui Elisabetta si stava esprimendo, e infatti, grazie a Dio, in quel
momento non ci stavo capendo un tubo): non si può chiedere a
nessuno una cosa del genere, come nemmeno a un assassino si può
chiedere di pronunciare la propria condanna a morte! Ma la temuta,
l’attesa, la forse agognata notizia, che tutto era da sempre ormai
perduto, non arrivò. La sigaretta finì senza nessuna novità
significativa di nessun genere anche se dopo, ballando, Elisabetta mi
sembrò molto meno rigida della volta precedente, pur se non era
tornata la ballerina fatata che avevo conosciuto quattro mesi prima.
88
Di nuovo in preda a una speranza non più così folle e disperata, quel
fine settimana pensai di tentare il tutto per tutto, ovvero, in quel caso,
più che altro, il lutto per lutto, e provai di nuovo a invitarla alla
pratica, questa volta a quella del sabato sera, si, la leopardiana sera
del dì di festa, giorno simbolico in cui il vero innamorato o vero
str..zo che dir si voglia sempre invita la sua bella per farle capire
quanto è importante per lui (in questo senso un invito di lunedì
mattina risulta, più che inefficace, credo, piuttosto offensivo). In
risposta al mio sms “o la va o la spacca” ne arrivò uno che, pur
lasciandomi piuttosto felicemente stupefatto anche solo per la sua
nuda e cruda esistenza (in effetti mi aspettavo che Elisabetta
rispondesse al mio avventato o quasi sconsiderato invito con un
molto significativamente gelido silenzio), conteneva però una
risposta che mi parve tanto cripticamente ambigua quanto
oscuramente sibillina: scusami ma stasera non posso (“stasera” no:
ma allora un’altra sera si? (addirittura si scusava!)), perché lunedì ho
un esame, forse possiamo andare domani, ma mi sa che rimando
tutto (“tutto” cosa?). Già il fatto piuttosto incredibile che la ragazza
mi avesse puramente e semplicemente risposto a torto o a ragione mi
confermò di nuovo nelle mia oramai di nuovo febbrile e ansiosa
speranza: se non altro aveva preso in considerazione la mia proposta,
e, chissà, forse l’esame che doveva dare non era una men che banale
e pretestuosa scusa, forse davvero se non avesse avuto l’esame
sarebbe venuta con me alla pratica (è incredibile quanto l’Amore
possa rincoglionire la gente: secondo me il suo potere tanto
evocativo quanto rincitrullente è talmente poderoso e inarrestabile
che avrebbe convinto Einstein che “E” non è uguale a “mc²”, ma
bensì, semplicemente a “Elisabetta”, oppure, come io avevo
genialmente intuito, a “Ella d’Essa” )!
Così il giorno dopo le inviai un sms di auguri per l’esame, che di
nuovo ricevette una risposta che – addirittura – mi parve calda e
piena di gratitudine (!!!), anche se ora come ora non mi ricordo più
esattamente come suonasse (forse, come la mia testa suonata). A quel
punto presi a pensare che in effetti il mio corteggiamento potesse
ancora raggiungere un risultato un po’ meno deludente che l’amara
scoperta delle ragioni per cui Elisabetta di me non ne voleva sapere
89
nulla o quasi (e il nulla è molto meglio del quasi in certi casi, se il
lettore ci scusa l’involontaria rima ma non troppo!).
38.
Il mercoledì, ancora una volta tanto temuto quanto agognato,
giunse di nuovo (penso che dopo una storia di questo genere il
mercoledì si meriti di prendere il posto del giovedì nel celeberrimo
proverbio), e ancora ballammo e parlammo, parlammo e ballammo,
ma mi resi conto di non aver fatto alcun genere di progresso. La
ragazza era gentile, dolce, ma manteneva inequivocabilmente le
distanze. Mi ringraziò ancora degli auguri per il suo esame (le avevo
spedito una frase tratta dai “Quaderni in ottavo” di Kafka, tanto
cripticamente paradossale quanto chiaramente allusiva: “Nella tua
lotta contro il mondo vedi di stare dalla parte del mondo”, ove la
parola “mondo” faceva ovviamente le mie veci, dato che con quella
frase gli volevo dire: nella tua lotta contro di me, vedi di stare dalla
mia parte! ma era ovvio che la ragazza non voleva starci manco a
pagarla, come vedremo poi) così che alla fine della lezione, al
momento del congedo, invece che quell’invito a invitarla che io in
maniera piuttosto insensata pur tuttavia ancora speravo, mi arrivò, sia
pure accompagnato da un sorriso dolce e affettuoso, un piuttosto
deludente “ci vediamo mercoledì”, frase che io interpretai in quel
melanconico modo che mi pareva in effetti, se non l’unico possibile,
senz’altro il più ragionevole: “Guarda che è inutile che mi inviti alla
pratica di sabato prossimo, o, se è per questo, neppure in nessun altro
posto, perché tanto non vengo. Tutto quello che ho da offrirti, se li
vuoi, sono questi tanghi e queste amichevoli sigarette del mercoledì,
con le quattro chiacchiere annesse e non necessariamente connesse.
Quattro chiacchiere, naturalmente, del tutto eroticamente
insignificanti che ti prometteranno, come del resto quelle che
abbiamo appena fatto, solo altre quattro chiacchiere, e così via, nei
secoli dei secoli. Se sarai tu fortunato e io generosa, forse un giorno
mi consentirò di permetterti di offrirmi qualcosa, penso un caffè,
dato che un alcolico contiene in sé allusioni all’estasi e all’ebbrezza
90
che, nel nostro caso, sarebbero del tutto mendaci e fuori luogo, etc.,
etc. Dunque, raffredda i bollenti spiriti nel modo che ti pare e, di
nuovo, a mercoledì”.
Certo di una tale, fatale interpretazione del messaggio subliminale,
profondamente addolorato ma finalmente calmo, mi rassegnai al mio
tragicomico destino di tenero amico, e questa volta la settimana
passò in uno stato d’animo che doveva essere un misto fra quello di
un Cyrano de Bergerac che finalmente riesce a vedere al di là del
proprio naso e un Gobbo di Notre Dame che scopre infine che quello
che vede al mattino nello specchio è lui stesso, e non un dromedario
che tenta di pettinarsi la coda stando sdraiato sul lavandino. Serio e
compunto, tutto preso dalla mia maestosa, decorosa non meno che
romantica tristezza, tanto alta e solenne che quasi non aveva più
bisogno di sigarette e alcolici per poter essere dignitosamente
sopportata, mi recai alla lezione successiva convinto di fare le solite
chiacchiere più o meno insignificanti, in cui difficilmente avrei
capito qualcosa di più della situazione affettiva della mia amata (ma
oramai la situazione era – ahimè – fin troppo chiara), e di ballare con
lei qualche tango un po’ triste e ingessato e fine lì. Ma no, che le
cose andassero in questo modo, così tristemente semplice e
banalmente lineare, proprio non era possibile.
39.
Era passata solo una settimana da quel dolce e amichevole “ci
vediamo mercoledì” (“solo una settimana”, dal punto di vista di me
che l’aspettavo, voleva dire più o meno, “solo un paio di ere
geologiche”: ma dal suo punto di vista si trattava pur sempre di “solo
una settimana” (o no? boh, stiamo un po’ a vedere)) e qualcosa era di
nuovo cambiato in Ella d’Essa. Al momento in cui sorridendo mi
recai a salutarla – imprevedibilmente! – la vidi impallidire, in un
modo che mi parve nulla di meno che drammatico. Fece un piccolo
passo indietro, addirittura come temendo un’aggressione fisica (!?!?),
di nuovo la vidi tremante e imbarazzata, di nuovo, come al momento
del suo primo ritorno al corso, colsi in lei il desiderio di sfuggirmi
91
quanto prima con un pretesto qualsiasi: ma no, pensai
insensatamente, ancora fiducioso che una qualche logicità dovesse o
potesse regnare nell’animo femminile, queste sono di sicuro delle
mie false sensazioni, delle fantasie ostili e paranoiche! Lei stessa,
Ella d’Essa, mi aveva detto “ci vediamo mercoledì” e io ho rispettato
rigorosamente e dolorosamente il suo “dictamen”: perché dovrebbe
avercela con me? Così, richiamandomi piuttosto insensatamente alla
ragione e al principio di realtà (credere che una donna abbia qualcosa
da vedere col principio di realtà o, peggio ancora, con la ragione, è
come credere che – siccome uno abita a Cattolica – debba perciò
andare a fare la comunione a Ostia (oppure, come altrimenti si
potrebbe dire parafrasando Flaiano, che parafrasava a sua volta
Mussolini, capire le donne non è solo impossibile, ma anche inutile))
eppure non volli cedere alla prima impressione, per quanto potente e
convincente mi avesse assalito, e la seguii nel suo percorso verso la
borsetta, che aveva come al solito abbandonato sullo scalone che
fiancheggiava uno dei lati lunghi della sala. Mi sedetti accanto a lei
mentre vi frugava dentro e in quel mentre ebbi modo di accorgermi
definitivamente che la mia presenza non era gradita, ma proprio per
nulla gradita. Mentre eravamo seduti un tale basso e grasso e con
l’alito puzzolente di non so che, ma puzzolente, le si avvicinò e le
chiese di andare a fumare fuori, richiesta cui Elisabetta aderì con la
prontezza di chi si afferra a una ciambella di salvataggio in un mare
in tempesta (stante le dimensioni del tipo in questione non si trattava
di una ciambella in quel caso, ma proprio di un bombolone, ma
insomma…). Avendo cura non solo di non invitarmi verbalmente,
ma neppure di rivolgermi un mezzo sorriso o la metà di un
sedicesimo dell’un percento di uno sguardo di intesa, Elisabetta si
alzò, uscì, poi tornò nervosamente alla borsetta, perché aveva
dimenticato le sigarette (era un pentimento della sua improvvisa e
improvvida fuga? no, faceva tutto in fretta e furia e scansava il mio
angosciato sguardo in direzione ora del tetto ora del pavimento…), e
di nuovo si guardò bene di rivolgermi qualsiasi invito esplicito o
implicito che fosse a seguirla fuori. Quando tornò in sala si mise a
ballare con il tizio basso e grasso, e, incredulo dei miei stessi occhi,
non potei fare a meno di registrare la netta impressione che ogni
92
tanto sollevasse la testa dall’abbraccio, allo scopo, a quanto pareva,
di scrutarmi con fugaci occhiate che mi parvero, più che impaurite,
addirittura terrorizzate: che poteva significare tutto questo
(significava, come vedremo, quel che significava questo molto
significativo scambio di battute del “Godot”: “Vladimir: Tutto questo
comincia a diventare senza senso. Estragon: Ne ha ancora troppo.”:
ma appunto, vedremo, vedremo…)?
Quando dopo la pausa la lezione riprese, incredulo delle mie strane
non meno che stranite sensazioni (in quella settimana non avevo
preso alcuna iniziativa che potesse in qualsivoglia modo minacciare
la sua vita affettiva: perché poteva avercela con me?) provai in
qualche modo a, diciamo così, “verificarle” cercando nel corso della
danza di “incrociare” le sue immense pupille, che a tratti parevano
nulla di meno che inorridite, con le mie, accennando al contempo un
sorriso di intesa tipo “dopo balliamo io e te vero?”. Ma ahimè, lungi
dall’ottenere alcun effetto rassicurante, il mio tentativo di agganciare
una qualsiasi linea di comunicazione, ancorché solo a rispettosa
distanza, provocò un ulteriore peggioramento della già piuttosto
tragica vicenda (tragica per chi scrive, ovviamente: a leggere frasi
questo genere, mi rendo conto, c’è da scompisciarsi da ridere fino al
succitato Giorno del Giudizio di Berlusconi, che arriverà il giorno
del mai, nel paese del poi, all’epoca del nemmeno per sogno).
Ricevendo i miei piuttosto disperati sguardi di intesa, e forse perciò
sentendosi, come dire – sotto osservazione? – Elisabetta mi sembrò
per un attimo addirittura sul punto di crollare: incontrando i miei
occhi, di nuovo, con mio sommo sgomento, sbiancò in modo tale da
fare invidia a Dash, che lava così bianco che più bianco non si può, e
quindi – ahimè – mi dovetti tenere i due fustini che volevo darle in
cambio del suo, e cacciarmeli dove dire non si può, anche se proprio
per questo nessun luogo è tanto nominato al mondo.
40.
“Cara beltà che amore lunge m’ispiri o nascondendo il viso, fuor se
nel sonno il core ombra diva mi scuoti, o ne’ campi ove splenda più
93
vago il giorno o di natura il riso…”, ebbene si: anche oggi, anche
adesso che gli istanti delle fulgide e dolenti vette del mio Amore si
sono trasformati in sordide paludi di vuoto e di abbandono – un
abbandono privo di grandezza alcuna ormai, abbandonato da tutto e
da tutti, persino dal dolore – inesorabile e violento come un’estasi a
questi splendidi e melanconici versi di Leopardi il pensiero di
Elisabetta splendidamente e melanconicamente mi riporta. E questi
versi ancora più lontano, ancora più indietro mi rimandano – come
un’eco svanendo in altra eco rimanda al grido originario che in essa
muore e si dipana – all’antichissimo mito di Pandora che a sua volta,
come in un gioco di specchi, infine mi pone davanti agli occhi il
celebre commento che Albert Camus ne fece nei suoi “Quaderni”. Il
mito originale narra che quando dal vaso di Pandora uscirono tutti i
mali, solo uno vi rimase e ivi fu richiuso, la speranza, falsa virtù e
falso bene che, secondo Camus, sarebbe al contrario il più maligno di
tutti mali, male da cui i greci in qualche modo si salvarono con la
visione tragica della vita, infermo inferno a cui invece avrebbe
dannato l’epoca moderna il cristianesimo (in effetti, la Speranza non
fa una bella figura nemmeno nella mitologia che caratterizza la
nostra cultura Occidentale, nordica e faustiana, dato che nella sua
forse più celebre “summa”, l’ “Edda” di Snorry, essa viene descritta
come una sorta di creatura dannata di Farnir, il lupo figlio del
malvagio Loki, da lui generata quando gli dèi, venuti a conoscenza
che questa spaventosa belva crescendo li avrebbe uccisi, la
imprigionarono con l’inganno e la sprofondarono negli abissi della
terra, da dove uscirà solo nel giorno del Ragnarӧk, il Crepuscolo
degli Dei, ovvero la fine del mondo norrena che tanto assomiglia,
strano a dirsi, alla descrizione di una guerra atomica (descrizione
che, trovandoci in un libro che riguarda l’amor perduto e il tango,
faremo bene a risparmiare al lettore, non foss’altro che perché l’amor
perduto è uno di quei guai che, a volte, fanno caldamente
rimpiangere le guerre atomiche, fredde o calde che siano): “Il lupo
spalancava le fauci in modo terribile e faceva disperati tentativi e
cercava di azzannarli. Gli infilarono in bocca una spada, l’elsa
premeva sulla mascella inferiore e la punta sul palato, essa è dunque
il suo morso. Il lupo ulula spaventosamente e la saliva gli scorre
94
fuor della bocca: e questo è il fiume che si chiama Speranza.” (beh,
ragazzi, adesso avete, come si dice, una discreta possibilità di scelta;
quando vi capita di essere nei guai, eppure continuate, come diceva
San Paolo, a sperare contro ogni speranza, potete pensare 1) di essere
afflitti dal male che più profondamente alberga nel vaso di tutti i
mali, il vaso di Pandora, oppure, in alternativa, che 2) vi state
abbeverando al fiume generato dalla rabbia impotente del più
malvagio e potente degli déi norreni quando si trovò messo
nell’incapacità di nuocere: a voi la scelta (è da storie come queste
che si capisce che stare al mondo non è quella cosa semplice e
simpatica che appare quando si guardano i programmi tv della
domenica pomeriggio e la gente non fa altro che ridere e sorridere, o
quando i politici vanno da Vespa e, senza tema di smentita, spiegano
che faranno il traforo dell’Etna con un trapano da dentista, il Ponte
sullo Stretto con Vinavil e fiammiferi usati per accendere i ceri a
Santa Lucia, non prima di aver ridotto le tasse del quaranta per cento
finanziando la riduzione con una colletta natalizia fra i parenti degli
impiegati di Montecitorio e del Quirinale)).
41.
In effetti, non saprei dire se Camus aveva ragione o no (in vita mia
non ho mai coltivato particolari speranze, men che meno di quelle
metafisiche). Però mi domando: questa specie di Santo Graal al
contrario, il vaso di Pandora appunto, come altro possiamo
interpretarlo se non come un’allusione a Pandora stessa, la donna
originaria, l’Eva della mitologia greca? Tutti i mali del mondo
possiamo sperimentare stando soli, ma per sperimentare il più
terribile, il più oscuro e tentatore, la speranza, dobbiamo tornare a
Pandora, dobbiamo tornare ad amarla! E non amarla nel modo
platonico cui Leopardi allude nei versi della canzone sopra citata,
quando si rivolge alla “Cara beltà” con espressioni che la ritraggono
come mera fantasia, mito e fantasma (“Se dell’eterne idee l’una sei tu
cui di sensibil forma sdegni l’eterno senno esser vestita etc.”), ma
nella concreta figura di una donna in carne e ossa, come poi
95
tragicamente testimonierà nei canti del cosiddetto “Ciclo di
Aspasia”: è solo così infatti che la speranza, questa febbre immortale
dell’anima mortale, si può impadronire di noi e bruciare e bruciarci
fino al cielo, fino all’inferno, fino alla follia (perché un uomo tanto
arde al desiderio di eiaculare in una donna, in quest’oggetto tanto
antieconomico, oscuro, ironico e sfuggente, se il medesimo risultato
può ottenerlo così facilmente con la fedele mano destra entro un
rassicurante e illuminato lavandino? si insegue e si vuol penetrare
una donna, infine, non per un generico desiderio di piacere, ma per
poter toccare nell’attimo ineffabile e straziante dell’orgasmo
quest’orrore sorridente d’estasi, questo male dagli occhi di fata, per
dissetarsi del più dolce di tutti i veleni, la Speranza (la Speranza che
alimenta e tormenta tutti gli amanti è forse tanto inesprimibile, o
tanto difficilmente definibile, perché allude in modo inevitabile a
quella Porta dove portano tutte le porte, a quella fine che sembra
infine il solo mezzo per attraversare quel baratro (baratro di che?
forse di solitudine?) che inevitabilmente divide i singoli esseri
viventi dal tutto: non a caso Bataille sosteneva nel suo saggio
sull’erotismo che, siccome è il tentativo di colmare questa nostalgica
lontananza fra gli esseri e con l’Essere, l’amore implica sempre e
comunque una violenza, ovvero una connessione inevitabile con
l’idea e, certe volte, con la pratica della morte (il lasciarsi, la fine di
un amore, è tanto dolorosa non solo e non tanto perché si perde
l’amore di quel certo essere umano, ma perché si torna
inesorabilmente nella quasi insopportabile originaria separazione
dell’anima col tutto e da tutti (e non è terribile il pensiero che gli
amori finiscono sempre, e per sempre, in un certo senso, anche
quando durano tutta una vita?))).
42.
Pandora non viene all’uomo col suo vaso, è il suo vaso, ovverosia
il suo materno ventre, il terrestre abisso dal quale la vita sorge e al
quale forse troppo presto e sempre troppo tardi torna. Essere
posseduti dall’amore, anzi, dall’Amore, significa dunque essere
96
posseduti dalla Speranza: ma Speranza di che? Se è vero che essa
allude alla rottura della discontinuità fra gli esseri e con l’Essere, è
dunque alla Morte che l’Amore allude, ed è per questo che tanto
risulta difficile il definirlo, visto che dal tempo di Epicuro in poi è
diventato una sorta di luogo comune filosofico il pensiero che la
morte è impensabile, e che dunque risulti perciò anche indescrivibile,
se il Nulla resta alieno ad ogni immagine. È, crediamo, proprio per
questo che lo scopo dell’Amore e dunque il suo linguaggio, le sue
metafore, non sono mai state chiare a nessuno, forse meno di tutti a
chi abbia avuto la strana ventura di inventarle. I suoi vaticini, i suoi
simboli, le sue illusioni e allusioni appaiono da sempre enigmatici,
imperscrutabili, e si negano al potere razionale del concetto, come
volentieri e spesso anche a quello irrazionale del sentimento, o
dell’intuizione (solo un innamorato può capire che cosa sia l’Amore,
non certo l’occhio freddo dello scienziato, o, peggio ancora,
l’impersonale registro della macchina: a che sarebbe servito a Dante
sapere che, quando vedeva Beatrice e sveniva, si attivavano certe
zone del suo cervello e certe altre si disattivavano? l’eros non si può
osservare senza parteciparvi, come non si può capire che cos’è una
poesia senza lasciarsi andare al trasporto lirico di chi l’ha scritta (il
poeta, la poesia, e il lettore di poesie, sono, in un certo senso, la
stessa cosa, la stessa persona (la stessa musica?))). Infatti, anche a
voler fare i razionalisti, che cosa possiamo effettivamente e
razionalmente capire e carpire dai versi che, per esempio Leopardi,
dedica alla donna ideale diventata donna reale, ovvero ad “Aspasia”:
“Raggio divino al mio pensiero apparve, donna la tua beltà. Simile
effetto fan la bellezza e i musicali accordi ch’alto mistero d’ignorati
Elisi paion sovente rivelar.”? Forse, alla fine, solo questo: che, come
suona evidente dal tono elevato delle parole che l’amante è spinto a
impiegare nel suo canto, la Speranza che Amore insuffla nel cuore è
la porta ad Altri mondi, ad Altre felicità, che si affacciano in
indistinte immagini che il poetico lamento febbrilmente dispiega ma
che – ahimè – la ragione, siccome non le sente, dunque per forza di
cose è destinata a non comprenderle. Tutto è confuso in quest’abisso,
il vaso che senza fondo Pandora ci dischiude, se non la luce incerta
che tutto rischiara e tutto confonde, che tutto promette e nulla mai
97
mantiene, se non il sempiterno rinnovarsi del suo male, la Speranza
appunto: male orrendo e senza rimedio perché – ahimè – quale
fondamento può avere mai la Speranza, se poco o punto troppo
spesso ne hanno anche le speranze con la “s” minuscola?
Borges conclude la lirica “Religio Medici”, che inaugura con la
drammatica non meno che suggestiva invocazione “Defiendeme
Señor…” con questi terribili ultimi versi “Ni de la espada, ni de la
roja lanza defiendeme, sino de la esperanza.”: e io, giunto a quel
punto della mia non-storia con Elisabetta, che cosa dovevo fare, se
non proprio questo, difendermi, con tutte le mie forze e a tutti i costi
da questo male enigmatico e inconcepibile che si era impadronito di
me al momento in cui mi ero innamorato di questa enigmatica e
inconcepibile ragazza?
Si, dovevo farlo, dovevo difendermi e difendermi dovevo, pena il
prolungarsi di un tormento che, in caso contrario, mi avrebbe
senz’altro condotto a pensieri insani e a comportamenti malsani di
ogni sorta. Perché, non è forse proprio da questo falso bene, la
Speranza, che proviene il vero Male, che altro non è che il suo effetto
inesorabile, o, meglio ancora, la sua immagine rovesciata nello
specchio, la Disperazione, quella che fa gridare agli amanti delusi
quel che gridò Giulietta credendosi tradita “Quale drago abitò in un
corpo così bello?... Corvo con ali di colomba, agnello famelico come
un lupo! Lurida materia d’apparenza divina! Perfetto contrario di
quello che sembravi!”? Nell’improvviso rovesciarsi delle metafore
shakespeariane – nella colomba che diventa corvo, nella gemma di
troppo valore che diventa lurida materia – non si indovina forse il
rovesciarsi improvviso dell’anima dell’innamorato, il cielo
dell’Amore che si muta nell’abisso del Disamore, l’Eden della
pienezza e dell’altezza che si muta nella brutale “descensio at inferi”
ovvero nella cacciata verso il vuoto e il nulla del rifiuto, l’incanto
dell’aurora col disincanto feroce del tramonto, l’una dell’altro
specchi, l’un dell’altro promessa come l’un dell’altro negazione?
98
43.
Fu così amaramente ragionando che quella sera, tornando a casa –
dopo un faticoso e amleticamente e quasi atleticamente tormentato
percorso di dubitosi pensieri – sentendomi infine come uno specchio
quando si accorge che non c’è più tempo per riflettere – decisi che
era giunto il momento di dare un taglio a quella situazione: un taglio
netto, che non concedesse allo “stanco mio cor” alcuna speranza di
poter disperare ancora, nemmeno un’ultima volta. Ormai, al termine
di settimane e settimane di dolci e, soprattutto, atroci attese, di
appassionata e passiva passione, oltre a non aver ottenuto nessun
progresso nel mio tentativo di seduzione, nemmeno ero riuscito a
stabilire con la mia amata un legame anche solo vagamente
somigliante a un’amicizia – dato che le quattro chiacchiere post fine
2006 erano risultate sempre del tutto insignificanti nonché prive di
qualsiasi tono veramente intimo o anche solo amichevole – né era
subentrato a quello fra corteggiante e corteggiata qualsiasi altro
genere di etereo o solido rapporto, che so, di compagnoneria o di
solidarietà fra colleghi di corso, o cose del genere. Eppure avevo
usato ogni mezzo dialettico a mia disposizione, in ogni modo avevo
cercato di comunicarle la mia passione, come peraltro il desiderio di
sentirla vicina in qualsiasi modo e a qualsiasi costo, compreso quello
di rinunciare a qualsiasi scopo genuinamente erotico o sensuale o
sessuale o simili! La mia dedizione era giunta al punto che, pur di
avvicinarla, mi ero abbassato a compiere un atto che in situazioni
consimili avevo giudicato indegno di un vero come peraltro anche di
un falso gentiluomo: in un momento di, devo sottolineare, estrema
debolezza le avevo comunicato, sia pure di sfuggita, in modo un po’
vago e apparentemente del tutto casuale – per non darle la sensazione
che stessi cercando di comprarla (e invece era proprio quello che
stavo cercando di fare, devo dire) – la mia invero piuttosto solida
condizione economica di professionista di un certo successo. Ebbene
si: pur di averla, o almeno di continuare a sperare di averla, ero
giunto fino a questo punto, il punto più basso di tutta la mia peraltro
assai poco gloriosa carriera di seduttore, abisso dal fondo del quale
speravo di istigare la mia amata a darmi l’occasione di ripetere,
99
amaro e ironico la celebre frase di Forster che suona, mi pare di
ricordarmi, “Entravano i dividendi, salivano gli alati pensieri” (beh,
più o meno in quello stesso periodo Rimbaud ebbe a scrivere ancor
più chiaramente ne “Una stagione all’inferno”: “Non amo le donne.
L’amore è da reinventare, si sa. Loro non possono far altro che
volere una posizione assicurata. La posizione è conquistata, ed ecco
che cuore e bellezza sono messi da parte: non resta che il freddo
disprezzo, l’alimento del matrimonio, oggi come oggi.”: hai letto una
cosa così, e ci credi, eppure l’amore ancora rimane capace di
spingerti a offrire la posizione assicurata pur di avere in
contraccambio (cosa? forse, amore? Eloisa non sarebbe stata
d’accordo, dato che secondo lei “Colei che sposa più volentieri un
ricco che un povero e desidera più la ricchezza dello sposo che lo
sposo deve essere giudicata avida: a qualsiasi donna che si lasci
condurre alle nozze da questi desideri, è dovuta una paga e non certo
l’amore. Una donna simile, in realtà, vuole le ricchezze, non l’uomo
e, se potesse, si prostituirebbe al più ricco”30 (mi domando se non sia
per caso questo il motivo per cui il mondo, e il parlamento in
particolare, appare sempre più affollato di figli di, ehm, diciamo così,
di una grandissima escort (che, da quando frequentano parlamento e
ministri e primi ministri, sono diventate persone ben più rispettabili
di qualsiasi innamorato, oltre che di ministri e primi ministri (beh,
questo lo erano anche prima))))).
44.
Il mio invero alquanto timido e preventivamente disperato tentativo
di prostituire, o, come direbbe il candidato premier, di escortare
Elisabetta, come dicevo sopra, lo feci nel momento in cui, ricevuto
senza tanti complimenti l’ennesimo due di picche, avevo già
raggiunto la più o meno inconscia certezza che la mia e non mia, la
maledetta “lei” non mi amava affatto e che – ahimè – con ogni
30
P. Abelardo, “Lettere di Abelardo e Eloisa”, lettera seconda, di Eloisa ad
Abelardo.
100
probabilità non mi avrebbe mai amato. Quindi mi ero ridotto a
fantasticare che potesse avvicinarsi a me spinta da un altro genere di
interessi, meno sentimentalmente soddisfacenti ma non per questo
meno efficaci. In effetti una volta – non so bene perché, forse lo fece
solo in via amichevole e confidenziale – Elisabetta aveva accennato a
suoi per quanto forse non proprio tragici problemi economici, dovuti
più che altro alla costante precarietà del suo lavoro, uno di quelli con
cui – alla faccia del progresso supposto continuo e inesorabile della
nostra cosiddetta civiltà – che invece pare trasformarsi ad ogni
supposto progresso in una sempre più gigantesca supposta – il
capitalismo in crisi sta cominciando lentamente a trasformare il
lavoro salariato in schiavitù della gleba e per cui si viene assunti per
un massimo di tre mesi e poi lasciati a casa per uno, i giorni di
malattia non vengono pagati, e via così regredendo (mi permetto da
questa umile sede di avvertire i nostri politici, troppo impegnati a
sollazzarsi con coca, escort e trans a carico dell’erario per pensare a
cosa succede fuori dallo studio televisivo dove, dopo aver finito con
escort e trans, vanno a farsi pubblicamente spompinare dal
giornalista indipendente di turno, che mettere in concorrenza
duecento milioni di lavoratori occidentali dotati di diritti civili e
sindacali con due miliardi di schiavi cinesi e indiani, non trasforma
gli schiavi in lavoratori con diritti, ma i lavoratori con diritti in
schiavi: ciò significa, come minimo, che vi sono problemi ben più
urgenti per la nostra ormai esausta democrazia che l’immunità per
presidenti, ministri, deputati, segretari, sottosegretari, consiglieri e
altre simili e affini categorie di gangster). Come a voler rincarare la
dose, la mia amata aveva poi aggiunto che a volte le capitava di non
lavorare per tre o quattro mesi, e che le era persino successo più di
aver paura di non arrivare alla fine del mese, o di non riuscire a
pagare l’affitto, dato che spesso riceveva lo stipendio in ritardo, etc.,
e allora io, sentendomi sul punto di essere definitivamente respinto,
avevo osato sperare che, se proprio non mi desiderava e non mi
amava, diciamo così, in quanto corpo e anima, ci potesse almeno
essere la sia pur misera prospettiva di averla (“averla”? ma davvero
si può avere qualcosa a questo mondo, a parte la propria vita, e
soprattutto, la propria morte?) in cambio del vil metallo (in effetti,
101
non si trova al mondo metallo che possa definirsi coraggioso). Ma
non c’era stato nulla da fare: nemmeno la prospettiva di un futuro di
sicurezza economica in cambio di un presente che appariva invero
alquanto stringato era riuscita ad avvicinarla alle mie braccia avide
sol di stringerla e non lasciarla mai più (sappia il lettore che l’umile
scriba di queste deliranti note è stato e resta probabilmente a
tutt’oggi il classico tipo d’uomo inattendibile, inaffidabile e
irresponsabile che le donne amano stringersi al seno con lo stesso
fervore di solito riservato a un tumore al seno: in effetti, stante il
fatto che non mi è mai passato per la testa in vita mia di rovinarmi
una banale scopata con una splendida amicizia (il lettore non si
scandalizzi troppo: voglio dire, tutti siamo stati giovani, tutti
abbiamo avuto i nostri anni ruggenti, anche se, a dir la verità,
guardandoli a posteriori non si capisce più tanto bene cosa ci fosse di
tanto considerevole per mettersi a ruggire), se quale tenero fidanzato
o “surdato ‘nammuratu” che dir si voglia la mia credibilità non
supera quella di un licantropo autoproclamantesi vegetariano, posso
in compenso orgogliosamente affermare che, quanto al marito fedele
e al padre premuroso, essa risulterebbe largamente inferiore a quella
di un conte Dracula che, per supportare la sua candidatura alla
presidenza dell’Avis, giurasse sulla testa dei già citati figli di
Berlusconi di seguire una dieta a base di acqua minerale non gasata e
radicchio scondito, o come il suddetto Berlusconi che si candidasse
come comandante in capo della buoncostume dopo aver garantito
che, una volta eletto, si farà promotore di una legge per punire gli
utilizzatori finali delle escort pagate con le tangenti della sanità: pure
in quel periodo ero andato talmente fuori di testa che volevo a tutti i
costi tanto sposare quanto avere figli da quella strana ragazza (a
pensarci bene, forse è andata meglio così: chissà che cosa poteva
uscir fuori da un’interprete per sordomuti che parla perugino senza
aver mai visto Perugia e un conte Dracula presidente dell’Avis:
magari un cannibale anoressico, un politico onesto o, peggio del
peggio, un comunista che si pente e si iscrive a Forza Italia (beh,
questi in effetti esistono già, e paiono già troppi)).
102
45.
La probità e il distacco dai beni materiali manifestato da Elisabetta,
è inutile sottolinearlo, accrebbero ancor più la mia stima, il mio
amore e il mio rispetto nei suoi confronti, dato che se effettivamente
l’avessi potuta avere in quel modo basso e ignobile da me vilmente
progettato, in un altro senso l’avrei in ogni caso perduta per sempre,
dato che mai come in casi come questi ci si rende conto che “Nulla è
avuto, tutto è sprecato se il nostro desiderio è ottenuto senza gioia: è
meglio essere ciò che distruggiamo piuttosto che, grazie alla
distruzione, vivere in gioia dubbiosa.”31. Ma la nobiltà della mia
amata a che serviva, se altro non rappresentava per me che un
chiavistello ai portoni del suo amore e – ohibò, ohimè e doppio
ahimè – un altro lucchetto alla sua cintura di castità (in effetti, la
risposta negativa, o, meglio ancora, la totale indifferenza di
Elisabetta ai miei fin da principio piuttosto sfiduciati input di tipo
economico non mi aveva stupito per nulla e, anzi, intuendo quale
fosse il suo carattere, l’avevo abbondantemente prevista: ma, come
che sia, un tentativo lo avevo fatto lo stesso, sia pure con lo stesso
stato d’animo di chi, giunto alla bancarotta, tira l’ultima moneta che
gli è rimasta per decidere quali numeri giocare al superenalotto (la
piuttosto balzana idea mi era venuta nel momento in cui, nel bel
mezzo dei postumi di una disperata sbronza notturna, frammisti a
una risata sgangherata e solitaria, ultrasganasciata e follemente
schiamazzante, mi erano tornate in mente le vicende della celebre
farsa di Johann Nestroy “Il talismano” – che non a caso ricordavo
citate da Freud – in cui le fortune di un povero diavolo coi capelli
rossi variano con l’acquisto e la successiva perdita di una parrucca
nera (beh, nel mio caso, visto che io ho i capelli neri, la parrucca
doveva al contrario essere rossa, ovvero io non dovevo essere al
verde, pur se il verde del portafoglio e il rosso del conto corrente si
prestano comunque a significati contiguamente ambigui): alla fine,
non poteva darsi che questa pur così venale rivelazione potesse
invece mutare in modo decisivo le sorti della mia immagine nella
31
W. Shakespeare, “Macbeth”, III; ii.
103
mente di Elisabetta, magari nel senso di convincerla a troncare di
colpo e una volta per sempre qualsiasi relazione di qualsiasi tipo con
il sottoscritto o Me Medesimo Stesso che dir si voglia una volta
indovinata la del tutto indelicata intenzione di pagare i suoi
sentimenti, ovvero di prostituirla? In fondo, gente famosa e molto
seria ha creduto senza meno che bastasse girare intorno a Gerico per
farne cadere le invincibili mura: non c’è da stupirsi dunque che
l’Amore disperato si conceda dei tentativi di seduzione che hanno le
stesse possibilità di riuscita che una formica di gonfiare un dirigibile
a forza di scoregge (beh, come si fa a dire che non ha proprio
nessuna possibilità? in fondo in fine fa bene a provarci, tanto per
quel che costa..).
46.
La situazione era o pareva dunque senza alcuna via d’uscita, oltre
che, ehm, evidentemente, senza alcuna via di entrata.. (è un fatto che
è difficile per me come per tutti confessare la natura senz’altro anche
inconfessabilmente carnale dei desideri che provavo verso la mia
adorata: “Ci sono prestazioni che perdoniamo solo a noi stessi: se
immaginassimo gli altri nel pieno di un certo grugnito, ci sarebbe
impossibile tendere ancora loro la mano.” 32: ti immagini Dante in
quella certa situazione con Beatrice o, se è per questo, con qualsiasi
altra, e quando mai e quando più ti viene voglia di leggere le sue
poesie? (l’unione fra anima e corpo non sarà mai tanto moralmente
imperdonabile e filosoficamente impensabile come quella fra sesso e
sentimento)). In aggiunta a ciò, mi rendevo conto che nel corso delle
estenuanti quattro chiacchiere durante l’intervallo fra le due lezioni,
banalità eppure precedute da angosciose ed estenuanti attese che si
risolvevano puntualmente in altre e ancor più estenuanti ed
angosciose attese, oltre a non udire nessuna buona notizia, per
sovrappiù nemmeno si era decisa ad arrivare quella cattiva, ovvero
una reale, aperta e sincera chiarificazione dei sentimenti di Elisabetta
32
E. Cioran, “Sillogismi dell’amarezza”, Adelphi, p. 95.
104
nei confronti di qualcun altro, ovvero dell’ormai incombente
ancorché a tuttora fantasmatico fidanzato torinese. A ciò era da
sommarsi il fatto che, con mia somma incredulità, la mia adorata
sembrava spaventarsi al mio cospetto per motivi inafferrabili, e,
soprattutto, del tutto indipendenti dalle mie intenzioni e da quelli che
erano o mi sembravano essere i miei comportamenti. Questo sarebbe
stato sopportabile, o anche del tutto indifferente, se non fossi stato
completamente innamorato di lei. Ma in quella situazione simili
inspiegabili mutamenti d’umore mi avrebbero ben presto ridotto
nello stato di quel tale che Edward Munch prese a modello per il suo
celebre urlo (la disperazione d’amore, in questo senso, è ben
peggiore che un altro genere di crisi esistenziali, come sarebbe, per
esempio, accorgersi di aver perso sé stessi: in un caso come questo,
basta non pagare le bollette per sei mesi e ci pensa Equitalia a
ritrovarti in cambio di una modica penale o, in alternativa, del
sequestro di casa, macchina, moglie, figli e parenti tutti, suocera
esclusa).
Dunque, prima che il disastro avesse luogo, era il caso di prendere
provvedimenti radicali, ancora più radicali di quelli che avrebbe
preso Marco Pannella in persona, provvedimenti che si
concretizzarono nella granitica decisione di cominciare ad evitare
Elisabetta come la peste, il colera e il virus Ebola messi insieme a
partire dal mercoledì successivo. Da quel momento, se mi fosse
capitato di incontrarla, l’avrei salutata gentilmente, le avrei sorriso,
questo si, ma non le avrei rivolto più la parola, anzi, me ne sarei
tenuto il più distante possibile, oltre ovviamente a non chiederle più
di ballare. Ero certo che così facendo in un tempo brevissimo sarei
stato nella condizione di non aver mai più a che fare con lei, dato che
le donne, come tutti sanno per comune esperienza, quando si sentono
indesiderate non osano neppure avvicinarsi: all’uopo basta che il
maschio dia un sia pur minimo segno di ostilità – un tono di voce un
po’ brusco, uno sguardo anche solo vagamente torvo, un saluto
minimamente freddo – ed ecco che il desiderato effetto di
allontanarle o di levarsele dal famoso posto dove non batte mai il
sole e dove in grazia di ciò entra sempre il dottore (a Livorno,
siccome il sole c’è quasi sempre, si dice “culo”) si produce senza
105
meno. Ma nel mio strano caso – che probabilmente ricorda in
qualche punto quello più celebre del “Dottor Jeckyll e Mister Hyde”
– le cose, come il lettore avrà già a questo punto capito, se non altro
a partire dal numero di pagine che ancora mancano alla sospirata fine
di questa sospirosa non-storia, non si rassegnarono a finire neppure
in questo modo.
Per un paio mercoledì Elisabetta, come risposta alla mia
improvvisa disaffezione, si limitò a fissarmi con aria che mi parve
dapprima di dolorosa sorpresa, poi di inaccettabile scacco, che ben
presto dette l’impressione di trasformarsi in vera e propria
disperazione. Mi guardava da lontano, dall’altro capo della sala, e
con quei suoi grandi occhi di uccello marziano caduto dal suo celeste
nido astrale “all’aiola che ci fa tanto feroci” (questo, per chi abbia la
fortuna di non aver fatto il liceo classico è Dante Alighieri,
personaggio storico che si trova in perfetta consonanza con questa
disastrata vicenda: non è un caso che di solito l’asino caschi dove un
altro asino è già cascato: ma avremo in seguito modo di approfondire
le di lui disgrazie e le di lui disperazioni), sperduto spazio donde mi
lanciava sguardi che parevano non meno allucinati che lancinanti;
sguardi che sembravano ripetermi: ohibò, cosa mai ti ho fatto, perché
non mi cerchi più, perché non balli più con me? Ma, proprio perché
tali sensazioni mi facevano tutto sommato piacere – anzi, per dirla
tutta, mi facevano molto, ma proprio molto piacere – dato che il suo
disappunto significava una sia pur parziale e men che insufficiente
vendetta delle mie interminabili agonie, proprio per questo, dicevo,
ne dubitai profondamente, al punto che infine conclusi che no, quello
che percepivo, quello che credevo di intuire, o – addirittura! – di
constatare con i miei stessi occhi, no, non era proprio possibile, non
esisteva, doveva essere per forza di cose un’allucinazione prodotta
dal sangue ribollente del mio cuore ferito per occhi fin troppo
desiderosi d’ingannarsi. Se davvero Elisabetta soffriva a causa del
mio peraltro prevedibilissimo allontanamento, questo avrebbe voluto
dire che anche lei mi desiderava, o addirittura che si era innamorata
di me: e una cosa del genere non era nemmeno vagamente
ipotizzabile, dato che le avevo dato tutte ma proprio tutte le occasioni
del mondo se non altro per uscire insieme o anche solo per
106
conoscerci in una situazione del tutto neutra, innocente e amichevole
come il tempo che passavamo insieme a lezione. Dunque quelle mie
impressioni dovevano essere senz’altro una sorta di allucinazione
erotica dovuta ancora una volta al fatto che il mio improbabile e
improponibile innamoramento, lungi dall’esser cessato con
l’irrevocabile decisione di evitarla, ancora sopravviveva, e gridava, e
si dibatteva, sia pur sepolto sotto quell’apparentemente lapidaria
risoluzione, altrettanto granitica, probabilmente, che una scenografia
di Hollywood di cartapesta garantita. Se il mio deliquio mi spingeva
a vaneggiare come vero e reale un evento impossibile la mia
situazione era ancora quella di un malato molto grave, non quella di
un malato in via di guarigione, onde ragion per cui era cosa buona e
giusta rafforzare ulteriormente la terapia.
47.
Fu così che pensai bene di starle lontano non solo durante le pause
della lezione, ma anche nel mentre ballavo con Chicchessia
(“Chicchessia” era qualunque donna o ballerina di tango non fosse
stata “Ella d’Essa”), in modo che un caso malevolo non avesse
complottato a che ci trovassimo vicini proprio al delicatissimo
momento del cambio delle coppie. Un’eventualità del genere mi
avrebbe praticamente costretto a stringermi a lei, anche se solo per
ballare, esponendomi così al rischio concreto di un devastante ritorno
di fiamma del mio mal d’amore, e dunque dovevo assolutamente
usare la massima cautela: ne andava della mia salute mentale a breve
e forse anche a lungo termine. Così pensai, così decisi e, dunque,
così feci.
Ma, strano a dirsi, neppure questa strategia tanto minuziosa e
massimalista conseguì lo sperato effetto di allontanare
definitivamente da me quella strana ex sconosciuta che tanto
profondamente si era impressa nell’animo mio sgomento da
somigliare infine a un sigillo di bronzo incontro alla bollente
ceralacca. Infatti, con mia somma incredulità, notavo che il suo
sguardo smisurato si faceva ogni volta più prominente, e si ostinava a
107
inseguirmi per la sala ancora più incredulo del mio, ogni mercoledì
più smarrito e desolato (ma davvero – mi domandavo attonito –
l’amore deluso può produrre allucinazioni di questa raffinatezza, di
questa onirica precisione, di questa delirante chiarezza?) e, anzi, una
volta ebbi addirittura l’impressione che la ragazza non si sentisse da
me banalmente frustrata, ma addirittura mortalmente offesa (?!?). In
effetti, in uno di quei fatali e surreali mercoledì sera di quel fatale e
surreale 2007 della mia vita, notai con sentito stupore che dopo
averla bensì salutata, ma piuttosto di lontano (avevo preso la
ragionevole precauzione di non tenermi mai e poi mai a meno di
quattro o cinque metri dalla mia ex diletta, sempre, ma
particolarmente in quegli oramai ansiosi, ansiogeni non meno che
tristissimi minuti di attesa che preparavano la lezione vera e propria
con chiacchiere, sorrisi timidi o sfrontati, allusioni a prossimi tanghi
condivisi o condivisibili, future pratiche o milonghe da frequentare
insieme, tutte cose che ormai, almeno da parte mia, non la
riguardavano evidentemente più, posto che mai l’avessero, fuori dal
mio “possente errore”, riguardata), ma ciò non ostante Elisabetta,
evidentemente cercando di riprendere in qualche modo e quasi a
qualunque “costo” il perduto contatto, prese dapprima a passarmi
vicino, poi sempre più vicino, troppo vicino, e continuò in questo o
in ancor più sfacciato modo a blandirmi e tentarmi durante la lezione
vera e propria, in specie nel delicatissimo momento dei cambi delle
coppie, finché infine, non ottenendo in questo modo alcun risultato,
addirittura mi venne “casualmente” a urtare con la spalla un paio di
volte con la stessa gentilezza di un giocatore di football americano
che sta placcando il runner in corsa verso la sospirata meta.
Naturalmente, la crudele Crudelia non mancò di approfittare
dell’occasione da lei stessa così rudemente creata per gettarmi
sguardi che mi sembrarono inviti tanto taciti quanto quasi
aggressivamente espliciti a farmi avanti, a invitarla a ballare, o,
addirittura, a parlare (di che?), inviti che, pur sentendomi in quel
momento come un Cristo digiunatore nel deserto in balia di un
Tentatore in veste di bistecca, riuscii a ignorare con la più ferma e
fredda determinazione che mi fosse in quel momento possibile. La
ragazza però non sembrava demordere, continuava a passarmi vicino,
108
finché, dopo una terza spallata con annesso e fallimentare sguardo di
invito, la mia ex diletta, che pareva davvero furibonda, si andò a
sedere con fare coreograficamente grandioso e scenograficamente
offeso (da cosa, dal fatto che di me non ne voleva sapere nulla?
boh…) in un angolo lontano e sperduto della sala, dove in un attimo,
simili ad avvoltoi, iene, sanguisughe, od altre simili e necrofile
creature delle tenebre, altri tre pretendenti che aveva al corso si
recarono per porgerle i loro omaggi, visto che i miei non aveva
potuto (o voluto?) ottenerli (questi pretendenti erano rimasti
nell’ombra finché al sole c’ero stato io: poi erano venuti fuori come i
giornalisti e i magistrati indipendenti al tempo di Mani Pulite). Se
non ero del tutto pazzo, questo era o essere pareva il significato della
messa in scena o messa in c… o come altrimenti dir si voglia cui
avevo appena assistito: che “lei” si sentiva da me trascurata!?!? Un
significato questo, non c’è bisogno di dirlo, che mi pareva talmente
privo di significato che, sia pure con una certa timidezza, cominciai a
pensare che la mia ex diletta potesse soffrire, sia pure in modo non
gravissimo, di una qualche sorta di problemuccio mentale, sia pure di
quel genere non molto facilmente perscrutabile e ancor meno
facilmente classificabile che non impedisce a nessuno di fare
mestieri che richiedano scarsa applicazione mentale, come lo
spazzino, il tassista o, in mancanza di meglio, il primo ministro
(Rocco Buttiglione, tanto per fare un esempio, non riuscendo
neppure a fare il giornalista come la sorella o il fratello che fosse,
venne nominato dal buon Berlusca capogabinetto del consiglio dei
ministri: il suo ruolo, naturalmente, era quello di tirare lo
sciacquone). Tanto mi appariva confusa la situazione che cominciai a
pensare che per liberarmi di quella ragazza avrei dovuto decidermi a
prendere provvedimenti ben più risolutivi e decisivi che il semplice
evitarla – come, che so, emigrare in Patagonia, chiudermi in un
convento di clausura, offrirmi volontario in un esperimento di
ibernazione, o, al limite, fare in modo che lo facesse lei. D’altra parte
“Quel che par bene agli occhi di un uomo può esser male per una
donna, quel che par male al cuore di un uomo può esser bene per una
donna. Chi può comprendere i voleri delle donne, quando l’umanità
ha imparato a conoscere le celesti e sotterranee vie delle femmine?”
109
(se alla precedente frase sostituite “donne” con “déi” avete un
poemetto babilonese di circa quattromila anni fa, probabile origine
del racconto biblico riguardante la famosa pazienza di Giobbe).
Dubbi informi e angosciosi mi tormentarono per giorni e notti, dubbi
che galleggiavano nell’alcol come barchette di carta in mezzo alla
tempesta, finché un ennesimo fatale mercoledì sera la già delicata
situazione precipitò in modo alquanto improvviso e drammatico.
Mentre durante l’intervallo fra la prima e la seconda lezione parlavo
con un’amica, Elisabetta, senza tener in sia pur minimo conto le mie
costanti e minuziose manovre per evitarla, venne a sedermi accanto,
e con quel suo sguardo che si faceva con l’esausto passare dei
mercoledì sempre più tapino e stupefatto mi chiese “ma allora….,
come stai?” (!?!?). Dio mio, non aveva ancora capito la situazione?
Che cosa voleva ancora da me?
Preso da una sorta di sotterranea, sbalordita furia le risposi nel
modo più freddo, distaccato e laconico possibile che stavo bene,
anzi, benissimo, dopodiché ripresi a parlare con la mia amica e non le
prestai più la benché minima attenzione. Naturalmente, ero più che
certo che a quel punto Elisabetta si sarebbe alzata e si sarebbe
allontanata finalmente e per sempre, dato che gli avevo inflitto uno
smacco che, se per una donna normale costituisce un’onta
insopportabile, per quella minimamente suscettibile diventa la ragion
sufficiente per scatenare un attacco nucleare: ma di nuovo,
incredibilmente, mi sbagliavo. Inverosimilmente, inconcepibilmente,
Elisabetta continuava a starmi seduta vicino e accanto mentre io – sia
pur con la coda dell’occhio – contemplavo basito l’immensità
apparentemente disperata dei suoi occhi intenta ora a fissare me –
dunque la sua sinistra – ora il cielo vuoto – che stava in alto invece,
alla sua destra.
“Though this is madness there is method in it!”33 avrei voluto
esclamare come Polonio fece udendo gli argomentati e salaci deliri di
Amleto, ma – ahimè – la scena si stava svolgendo sul palcoscenico
della realtà quotidiana, non in un dramma shakespeariano, e dunque
la follia della mia amata non sembrava poter avere nessun metodo e
33
“Sebbene questa sia follia c’è del metodo in essa!”.
110
soprattutto nessuno scopo, se non quello di rovinare in via definitiva
il mio ormai piuttosto consunto sistema nervoso (e in quel caso,
questo va ben sottolineato, il metodo era da definirsi nulla di meno
che perfetto).
L’unica certezza che mi rimaneva era che l’impero dei sensi che
solo pochi mesi prima avevo prefigurato nelle mie febbrili fantasie
tangoerotiche si er rapidamente trasformato in un impero di nonsensi
che col passare dei mercoledì assomigliava sempre di più a un
quadro di un Salvador Dalì in preda a schizofrenia, paranoia con
delirium tremens annesso, oltre che al consueto LSD della colazione,
e dunque, non ostante tutto, non volli a nessun costo desistere da
quello che mi sembrava un giusto e lucido proposito. Pur per
l’ennesima volta sconvolto e quasi allucinato di fronte a un simile,
inusitato comportamento (ma è una donna questa qui, o un attore
pornografico in erezione mascherato da ballerina di tango?), che
sembrava una sorta di accanimento terapeutico crudamente e
crudelmente applicato al mio povero cuore infranto da un cardiologo
con l’hobby del serial killing, non volli a nessun costo abbandonare
la mia risoluzione: mettermi a parlare con Elisabetta significava
rianimare un rapporto che non aveva alcun futuro di alcun tipo, posto
che mai avesse avuto un passato. Non appena la musica ricominciò
ballai con la mia amica e alla mia incomprensibile e ingrata “lei” non
rivolsi più nemmeno l’ombra di uno sguardo.
48.
Con mio gran sollievo, il mercoledì successivo Elisabetta non
venne a lezione e io fui così libero di sperare che l’essersi sentita così
bruscamente e quasi maleducatamente evitata e respinta la tenesse
lontana dalla lezione almeno per un po’, almeno per altri quindici
giorni – o magari per un mese! – un tempo comunque che mi desse
modo di moderare, se non proprio di superare del tutto, il lutto per la
sua perdita. Lutto aggravato da quella strana e per me di certo del
tutto imperscrutabile situazione di stallo che si era venuta creando,
per cui non mi era riuscito né di diventare il suo ragazzo, né un suo
111
amante, o un suo amico o conoscente qualsiasi che dir si voglia, e
nemmeno mi era riuscito o mi riusciva di togliermela puramente e
semplicemente dalle balle. Sperai dunque, non diciamo che quella
strana faccenda fosse finita, ma che mi fosse concessa almeno una
prolungata pausa di riposo, per rimettermi un po’ in sesto, dormire
un po’ meglio, bere e fumare un po’ di meno, etc. anche se, lo devo
riconoscere, questa pur ragionevole speranza era come intorbidita e
ottenebrata da ogni sorta di dubbi, irrazionali e quasi superstiziosi,
certamente, ma che, proprio per questo mi parevano, strano a dirsi,
del tutto credibili e ben fondati (come il giorno che leggi sul giornale
che il debito pubblico diminuisce dello zero venti per mille e ti
domandi: è una luce in fondo al tunnel quella che si vede, o sono i
tuoi parenti morti che ti vengono incontro dall’al di là? a quel punto
puoi star sicuro che non è né l’uno né l’altro: sono i denti di
Berlusconi che promettono a tutti gli italiani di abbassare le tasse (e
in effetti le abbasserà, certo, ma bisogna ricordare che nei discorsi di
Berlusconi l’espressione “tutti gli italiani” è sinonimo di “Silvio
Berlusconi”)). In effetti, le mie speranze andarono piuttosto
goffamente deluse, perché Elisabetta si ripresentò di nuovo il
mercoledì successivo e di nuovo ebbi la sensazione, che questa volta
era praticamente una certezza, che mi guardasse davvero con aria
smarrita e addirittura molto addolorata. Con la coda dell’occhio di
nuovo vidi che mi fissava ossessivamente, con quel suo strano,
smisurato sguardo da extraterrestre dei cartoon, e a quel punto
davvero non sapevo più cosa fare né cosa inventarmi, dato che
andarla a salutare e tentare di parlarci fingendo un rapporto
meramente amichevole era a questo punto solo una forma di
ipocrisia. E, d’altra parte, cosa dovevo fare, prenderla per il collo e
dirgli in italiano corrente: guarda che sono un po’ di mesi che sono
cotto di te, dunque fammi il favore di prendere una decisione: o
diventi la mia ragazza o mi lasci definitivamente in pace?
Era questa, naturalmente, la soluzione migliore non foss’altro
perché “cosa fatta capo ha”, come disse quello che inventò la
ghigliottina (o era quello che tagliò la testa al toro? in questo
momento il dettaglio mi sfugge), ma – ahimè – “com’è terribile la
112
saggezza quando non è più di nessun aiuto per il saggio!” 34: per
qualche senz’altro poco saggio motivo non ebbi la forza di metterla
in atto, chissà perché, chissà, magari forse per puro, infantile e
semplicissimo timore di apparire ridicolo. Nessuno di noi due aveva
più quindici anni ormai, io in particolare, devo dire, ma nemmeno
Elisabetta era più una ragazzina. Da quel pochissimo che potevo
dedurre da quel quasi nulla che avevo potuto rimettere insieme sul
suo conto, più che altro a partire dal suo curriculum lavorativo e
scolastico, la mia a questo punto ormai meno diletta piuttosto che
maledetta “lei” doveva avere come minimo ventisei anni (anche se a
me sembrava che ne avesse diversi di più, senz’altro più di trenta:
l’età precisa non gliela ho mai chiesta perché, come si dice, non si
chiedono mai gli anni a una signora e nemmeno a una signorina, in
specie se si ambisce a entrare nelle sue grazie) e a una certa età non
ci dovrebbe essere bisogno di dichiarazioni d’amore o disamore
esplicite, che fanno appunto più parte della Storia propriamente detta
(in questo caso della Storia della Letteratura) piuttosto che delle nonstorie in cui si trovano effettivamente immersi gli esseri umani in
carne e ossa, in specie se stiamo parlando di questo “secol tetro”, con
tanto di “aer nefando” annesso (questo è ancora, naturalmente,
Giacomo Leopardi, ancora dal canto “Alla sua donna”: buon vecchio
Giacomino, quanta ragione avevi tu, che ti dicevano che era colpa
della gobba: te lo dice uno che, lungi dall’aver la gobba, a vent’anni
faceva il fotomodello e non stava meglio che te mentre facevi il
conto alla rovescia sul letto di morte in attesa che la cosmica
carrozza partisse per chi sa dove! (beh, comunque sia e dovunque ti
abbia portato, starai meglio lì che in questo mondo e in quest’epoca),
secol di cacca che a me, francamente, più che tetro, pare proprio
bigio e grigio, e in cui – giustamente – tanto l’Amore quanto gli
innamorati sono stati messi non molto cortesemente alla porta – e se
e quando mai si provino a rientrare dalla finestra – vengono
universalmente condannati e/o derisi come ingenui, immaturi,
34
Sofocle, “Edipo re”, nella traduzione non letterale usata da LuciferoRobert De Niro nel film “Ascensore per l’inferno”.
113
anacronistici, inopportuni, infantili, inutili, superati rottami della
storia, e chi più ne ha più ne metta.
Così, non volendo riprendere un rapporto (rapporto? era stato
quello un “rapporto”? mah…) che, oramai, lo sapevo, non avrebbe
portato altro che nove illusioni e novelle delusioni, dato che
Elisabetta già per due volte si era avvicinata per poi spaventarsi e
allontanarsi precipitosamente (o allontanarsi prima e spaventarsi poi?
ora come ora non saprei proprio dirlo, mi sento confuso, sprofondato
come sono in una di quelle situazioni di dubbio e perplessità in cui
non si sa bene se sterminare la famiglia prima e buttarsi dalla finestra
poi, o se buttarsi dalla finestra prima e sterminare la famiglia poi
(comunque sia, come già sapete, io vivo da solo, e, in effetti, l’unico
dubbio possibile che mi resta è quello se buttarmi o meno)), dunque,
stavo dicendo che… boh, non mi ricordo proprio più.
49.
Beh, qualsiasi cosa volessi dire prima, fatto sta che dopo qualche
tormentato giorno di sempre più amletica indecisione, mi resi conto
che quel punto tornare indietro era impossibile (“Ormai è tardi! Non
si torna!”, come giustamente e disperatamente grida il Blasco
nazionale nella nota e omonima canzone) e mi risolsi infine a
continuare a ignorarla. E le cose andarono bene, o bene sembrarono
andare, almeno per un paio di volte, dato che riuscii nella in quel
momento eroica non meno che ardua impresa di evitare con la mia
ingrata amata insino un incrociarsi fuggevole di sguardi (io so che
quanto sto scrivendo corrisponde in tutto e per tutto alla piena o
vuota verità dei fatti realmente o irrealmente o surrealmente accaduti,
fate voi, anche se, nel mentre ne scrivo o li ascrivo, vi inscrivo o li
descrivo mi sembra niente di meno che di star contando balle:
possibile che sia accaduto nel mondo reale, o addirittura al
Boschetto, che una sconosciuta, all’apparenza del tutto sana di
mente, si sia appiccicata a uno sconosciuto, forse non del tutto sano
di mente, con lo scopo di ottenere da lui un bel niente di niente?
eppure è così, Elisabetta non voleva amicizia, non voleva amore, non
114
voleva uscire, non voleva star lì, forse voleva solo che questo suo
disgraziato spasimante continuasse a spasimare senza che da tutti
questi spasmi uscisse fuori un qualsivoglia contatto decentemente
reale che potesse in qualsivoglia modo minacciare il suo
fidanzamento dei miei maroni (provo comunque sia a consolarmi,
come fece Montale, ripetendomi sconsolato che “resta che qualcosa è
accaduto, forse un niente, che è tutto”35 (scolio: “un niente” che è
anche tutto quel che resta?))).
E’ solo che, a dispetto della mia quasi fanatica circospezione, una
stronzissima sera, nel bel mezzo di un tango qualsiasi, quando con
una certa tranquillità stavo ballando con un’altra ballerina, ovvero
con Chicchessia e non mai e mai più con Ella d’Essa, Ignacio Elizari,
il nostro maestro argentino d’Argentina, in pratica mi obbligò a fare
un cambio di coppia e a ballare con lei. Il lettore non pensi che il mio
maestro fosse, come forse può apparire, un sadico tormentatore di
cuori e c… già abbondantemente spezzati e infranti. Anzi, il vecchio
Ignacio era un buon amico che probabilmente si era accorto che fra
me ed Elisabetta era successo qualcosa: avevamo ballato insieme per
quasi due mesi, e ora era da un bel po’ che ci evitavamo, e il maestro
doveva averlo senz’altro notato, complici anche gli oramai smisurati
non meno che disperati sguardi della ragazza che traversavano la sala
in mia direzione silenziosi e discreti come missili da crociera.
Forse, in buona fede, il mio maestro sperava di rimettere insieme
una coppia separata da qualche più o meno banale incomprensione;
forse pensava che fosse il mio stupido orgoglio di maschio ferito a
impedirmi di ballare ancora con Elisabetta, o forse no, forse no, forse
fu un caso, o, chissà, semplice e banale ordinaria amministrazione: in
effetti Ignacio aveva sempre avuto cura che tutti ballassero con tutti,
che non si creassero coppie fisse, dato che questo è un fatto
assolutamente controindicato per apprendere bene il tango, onde
ragion per cui, a volte, usava la sua peraltro molto dolce autorità di
maestro per formare a suo genio coppie che il caso o il reciproco
imbarazzo ostacolassero regolarmente. Sta di fatto che, dopo quasi
due mesi di astinenza, mi trovai di nuovo fra le braccia la ballerina
35
E. Montale, da “Satura”.
115
dei miei sogni, e questa volta dovetti fare uno sforzo non solo e non
tanto per trattenere il mio slancio erotico, quanto l’astio, l’imbarazzo,
i rimpianti, i rancori nonché la pura, semplice e perfetta disperazione.
Negli intervalli fra un tango e l’altro, quando le coppie
momentaneamente si slacciano e si ha qualche momento di tempo
per parlare, scambiarsi qualche convenevole o qualche impressione
di ballo, mi sforzavo di fare l’indifferente e di parlare esclusivamente
di tango: di cosa ci era riuscito, di quello che avevamo sbagliato, e
via così, mentre Elisabetta per parte sua continuava a fissarmi con la
sua aria incredibilmente incredula e dolorosamente addolorata, non
meno che, naturalmente, sgomenta, sconfortata e implorante, mentre
che io intanto continuavo sotterraneamente a desiderare di prenderla
per il collo e sbatterle la testa contro una delle due colonne che
stavano e ancora stanno al centro della sala: non per farle male
intendiamoci, assolutamente no, ma solo per controllare se per caso il
materiale con cui era costituita la sua materia grigia fosse grezzo e
solido granito oppure puro e semplice cemento armato. Ma – ahimè –
le circostanze mi costrinsero a trattenere la curiosità, e così al
momento del successivo cambio di coppia le detti addirittura un
bacio sulla guancia, quasi a voler sottolineare di nuovo che fra me e
lei nulla era cambiato, che tutto quel tempo in cui a malapena ci
eravamo salutati era stato solo frutto del caso, che in realtà io e lei
non eravamo mai stati altro che amici, etc. Ma, naturalmente, al di là
dell’atroce insignificanza di quelle poche, ipocrite, falsissime parole,
quei due o tre estenuanti tanghi in cui sudando le celebri sette camice
di Ercole (o erano canottiere? ora come ora il dettaglio mi sfugge)
avevo fatto finta di nulla non avevano fatto altro che rafforzare la
mia già granitica decisione di evitare a tutti i costi quella strana
ragazza che, da possibile Grande Amore, minacciava di trasformarsi
in un vero e proprio cataclisma (sta scritto nel Libro dei Proverbi
“Vi sono tre vie troppo meravigliose, anzi quattro che non capisco,
quella dell’aquila nell’aria, quella del serpente sulla roccia, quella
della nave sul mare e quella dell’uomo verso una giovane donna”:
per piacere, qualcuno me ne può prestare una quinta? perché io le
prime tre non le ho a disposizione e la quarta mi è venuta proprio a
noia). Quella sera, nonostante sonniferi e whisky in abbondanza, i
116
più fondi e lugubri rimbombi del più dissennato rancore e i violini
più acuti e stridenti della più dissonante e straziante delle malinconie
mi impedirono di prender sonno fino a notte inoltrata. Al mattino ero
conciato talmente male che al lavoro qualcuno dovette scambiarmi
per una controfigura uscita fuori da certe poco simpatiche riprese de
“La notte di morti viventi”.
50.
Pure, per quanto piuttosto abbattuto e stupefatto dell’insistenza
d’Ella d’Essa, che, proprio come la vita umana, non pareva avere
altro scopo che sé stessa, non volli però scoraggiarmi a causa di tanto
incidente e pensai che fosse cosa buona e giusta non demordere dalla
mia causa. Alla fine, mi ripetevo, quello strano fumetto dell’orrore in
cui ero andato a cacciarmi sarebbe finito, come finite erano infine
altre circostanze passate, ancora peggiori di questa (in effetti, nella
vita si può stare solo meglio, non mai bene: e si può sempre stare
meglio sol perché, grazie a Dio, al peggio non c’è fine (d’altronde, lo
dice anche Shakespeare in un celebre passaggio del “Re Lear”: “Il
peggio non è peggio finché ancora si può dire «Questo è il peggio»”;
e se lo dice Shakespeare, no, voglio dire…). Ripresi così di nuovo a
evitare quegli ex momenti magici che oramai si erano trasformati in
brutti incontri con la chirurgica accuratezza con cui si suppone che
un chirurgo eviti di farsi scivolare il bisturi nella patta, artificiosa e
faticosa strategia questa, che ovviamente mi causava ogni sorta di
impacci, di fastidi, di imbarazzi anche con altre persone che con
questa piuttosto surreale situazione non c’entravano nulla e che
perciò si chiedevano come mai mi comportassi in modo tanto strano,
ma tant’è, comunque sia tenevo duro, a qualsiasi costo, sperando
infine di aver la meglio sulla perseverante persecuzione della ex
sconosciuta, che continuava a guardarmi fissa con quei suoi
incredibili fanali di venusiana civetta – che mi spingevano a
silenziosamente esclamare “Tormentose faville che nel mio seno
ardete, non più crescete il foco, ch’a sì gran fiamma un picciol core è
117
poco!”36 – e quella non meno incredibile aria mestamente
interrogativa che sembrava domandarmi ininterrottamente “ma che
cosa ho fatto di male, perché mi stai evitando, che cosa è successo
fra di noi?” (che cosa è successo? – avrei voluto risponderle io
impugnando un manganello – è successo che mi sono innamorato di
te come un vero coglione e che tu a furia di andare e venire senza
costrutto, a furia di spaventi senza senso mi stai rovinando il sistema
nervoso, ecco che cosa sta succedendo! (è in casi come questi che
viene fuori in modo chiaro l’abisso che divide il mondo maschile da
quello femminile, dato che un uomo, al cospetto di un similare
comportamento si domanda inesorabilmente: ma perché tutta questa
fatica per avvicinarsi, se poi si deve allontanare? al che la donna, se
potesse, risponderebbe: ma se non riesco prima ad avvicinarmi, come
faccio poi ad allontanarmi (e viceversa)?).
Per colmo di sfortuna, a dispetto di ogni mia cautela in proposito,
una volta al momento del cambio di coppie ci trovammo accanto in
un punto in cui la sala era praticamente deserta, e io, forse convinto
di aver almeno in parte smaltito i miei travagli d’amore, non volli
compiere l’unico gesto davvero sensato, ovvero scansarla ancora una
volta, in modo clamoroso e insultante, tale da sconfiggere in modo
definitivo la di lei offensiva riconciliatoria. Non so bene perché non
lo feci. Chissà, forse tutto fu a causa della dannatissima educazione
nobil-romanticon-suicidale a cui sono stato piuttosto e ad ogni costo
sottoposto, e che mi ha incul(c)ato, per esempio, che le donne non si
picchiano nemmeno con un fiore – proposizione questa che ha
sempre trovato il mio consenso, non foss’altro riguardo alla
manifesta inefficacia dello strumento – che alle dame il cavaliere
deve sempre e comunque cedere il posto, pagare il ristorante, offrire
il braccio – anche se quest’ultimo magari solo in prestito – non lo so,
non ne sarò mai certo, anche se mi sento di avanzare la non troppo
peregrina ipotesi che la spina e la spinta decisiva a compiere tale atto
evidentemente autolesivo furono probabilmente le residue braci
dell’ancora non sopito incendio che aveva devastato i miei giorni e le
36
Così grida Acrimante ne “L’empio punito”, dramma per musica di
Filippo Acciauoli.
118
mie notti, riducendo praticamente in cenere il mio povero cuore
sedotto e abbandonato. Resta il fatto che non solo gentilmente le
sorrisi e ballai con lei, ma ballando volli tentare di tentarla, sperando
per l’ultima volta di infiammarla con quella stessa passione che lei
aveva scatenato in me con i suoi abbracci incantati e la goffa e
portentosa levità del suo passo milonguero: così la strinsi più
appassionatamente che potei, appoggiai la sua fronte alla mia
guancia e ballai i tanghi più languidi e struggenti che forse mai mi
capiterà di ballare in vita mia (lungo momento di pausa…).
Non so quali effetti provocò in Elisabetta la mia prestazione, quali
pensieri e sentimenti giunsi a suscitarle, se riuscii almeno per un
attimo a sciogliere quel cuore e, soprattutto, quella testa
evidentemente più duri della pietra: quel che posso dire con sicurezza
è che riuscii nella purtroppo non molto ardua impresa di
commuovere ulteriormente Me Medesimo Stesso – così, tanto per
rompere per una volta la promessa di non usare mai più questo
orrendo soprannome che mi ero autoaffibbiato – e commuovermi ben
oltre il fatidico limite della commozione cerebrale. Tanto ero
sconvolto che, al momento in cui mi slacciai dalla sua tenera, ardente
e fin quasi innominabile, insopportabile stretta, i miei palpiti ruggenti
e struggenti, i miei laschi e loschi sguardi – da triglia surgelata prima
e cotta a puntino poi – per un pelo non mi costarono un subitaneo e
ignominioso svenimento nel bel mezzo della sala.
51.
Sono passati circa sei mesi da quel momento a quello in cui scrivo
queste righe (siamo nel dicembre 2007, se non ho perso del tutto la
testa e con essa il senso insensato, il nonsenso del tempo), “e già
molte lacrime ho pianto, già molte strade ho percorso vagando col
pensiero”37 ma – ahimè – ancora sono qui a chiedermi, senza peraltro
riuscire a trovare una risposta decente, che cosa esattamente ci
37
Ancora una volta si tratta di Sofocle , ancora una volta, naturalmente, da
“L’Edipo re”.
119
trovassi in quella ragazza per arrivare sull’orlo della perdita dei
sensi. A furia di pensarci sono forse riuscito a organizzare qualche
straccio di un lacerto di un brandello di risposta, che, se non ha
convinto me, probabilmente non convincerà nemmeno il lettore. Ma
mi proverò ugualmente a esporla, nella speranza che possa gettare un
po’ di luce su uno degli argomenti più ombrosi e spinosi con cui ha
da intrattenersi l’umana esistenza – almeno nella misura in cui si
abbia la tanto poco ragionevole quanto comunemente accettata
intenzione di riprodurla (parafrasando S. Agostino, potremmo
chiederci: perché cerco una donna? se non me lo domando, lo so; se
me lo domando, non lo so (oppure, parafrasando Dio potremmo
affermare: “Non è bene che l’uomo sia solo: dunque facciamo la
donna, in modo che sia male accompagnato”)).
L’amore umano, l’amore erotico in particolare, credo che possa
essere dedicato a due tipi di oggetto che, pur somigliandosi
esteriormente in modo del tutto caratteristico, possono però essere
considerati anche molto diversi. Infatti nell’amante può insorgere un
sentimento dedicato non a questa o a quella signora o signorina in
particolare, ma bensì all’Idea Universale – e dunque alla Donna in
Generale – e in questo caso può risultare persino molto facile per
chiunque il chiarire che cosa ci trovi di bello in una donna
particolare: sono certe ben definite caratteristiche universali dell’Idea
che in quella particolare ipostasi si trovano meglio incarnate che in
un’altra (dolcezza, pazienza, erotismo, capacità di cuocere a puntino
bistecche e spaghetti, etc.). E, come subito si vede, il lato positivo di
amare l’Idea è che sempre e comunque si potrà trovare un suo
prezioso o amabile frammento più o meno in qualsiasi donna singola,
specifica o particolare che dir si voglia. Sarà dunque piuttosto facile
per un uomo incline a un tal genere di atteggiamento il passare da
una donna all’altra senza sentire troppo la differenza, dato che per lui
non conta quel che si trova di individuale e particolare in questa o
quella donna, ma invece l’Idea che in ognuna di esse più o meno
soddisfacentemente si manifesta o si incarna (c’è da dire però che vi
sono dei maschi tanto affamati e rapaci a questo mondo che
sarebbero capaci di vedere un qualche barlume dell’Idea Universale
anche in un secchio della spazzatura contenente assorbenti femminili
120
usati, escrementi di qualsiasi origine e un cane morto in via di
decomposizione, purché in tale contenitore si trovi da qualche parte
una fessura di forma oblunga e dai bordi non troppo taglienti).
Ma quando invece l’amore sia diretto verso l’Individuo, quando il
Genere o l’Idea e le sue correnti ipostasi risultino del tutto o quasi
del tutto indifferenti – e questo è precisamente il mio disgraziato
caso – oltre a non essere per nulla facile passare da una donna
all’altra – dato che ogni Individuo si definisce insondabilmente e
indefinibilmente «tale» proprio in ciò che lo distingue da tutti gli
Altri – risulta anche molto difficile spiegare al resto dell’umanità,
come peraltro anche a sé stessi, le ragioni o cause del proprio Amore,
dato che ragioni e cause si costituiscono per definizione proprio di
categorie universali e universalmente comprensibili. Come scriveva
Montale ad Irma Brandeis – che si apprestava a trasformarsi
nell’alata e inafferrabile Clizia de “Le occasioni” – “tu conoscevi
l’essenziale ma non i particolari, che sono tutto”. Ma la suddetta
Irma-Clizia avrebbe potuto rispondere a Montale che – ahimè – era
quella impresa bene più che ardua, dato che del particolare, come già
argomentava l’antico ma non mai vecchio Aristotele, non si da
definizione né discorso e dunque nemmeno conoscenza: il linguaggio
ammette solo predicati universali e dunque solo permette la
comprensione dell’Idea, che di tali predicati si adorna e in essi si
specchia e vi risplende. Ne viene di conseguenza che chi si senta
portato dalla Natura, o dal Fato o puramente e semplicemente dalla
Sfiga, quest’ultima essendo una delle divinità più potenti, se non la
più potente, fra gli Dei del Parnaso (e sappia il lettore che sopra gli
Dei del Parnaso ci sono solo quelli della Parfronte!) ad amare
Individui o donne singole che dir si voglia, percepite o più
probabilmente allucinate come del tutto diverse da tutte le altre,
ebbene, un tal sfortunato soggetto si troverà a disposizione
espressioni ed esplicazioni che saremo inesorabilmente costretti a
condannare come insipienti, banali, generiche – ovvero indefinite
fino al punto di risultare, in sé e per sé, del tutto o quasi del tutto
inespressive. Tali sarebbero frasi fatte, rifatte e strafatte quali, per
esempio: “ma non vedi, è meravigliosa!” (si, ma che cosa è che la
rende tanto meravigliosa?), oppure “è semplicemente fantastica”
121
(idem come sopra), ovvero tutta una collezione di luoghi comuni che
si riducono infine, come direbbe il Wittgenstein delle “Ricerche
Filosofiche”, a una sorta di vano gesticolare con il linguaggio. Un
atto semanticamente vuoto e gnoseologicamente disperato, che altro
risultato non consegue che il sottolineare in modo sol leggermente
diverso dal tono della voce e l’arrossare della gota l’enfasi con cui il
nostro cuore riguarda quel particolare essere umano, che non
possiede o non sembra possedere altrimenti alcuna qualità
universalmente definibile e percepibile come veramente esaltante se
non, appunto, quella di riuscire, in qualche modo non facilmente
esprimibile, ad esaltare noi (scriveva Bataille che “Sembra
all’amante che solo l’essere amato – legato a corrispondenze
difficilmente definibili, in cui la possibilità di unione sessuale si
aggiunge all’unione dei cuori – possa, in questo mondo, attuare ciò
che i nostri limiti proibiscono, la piena fusione di due esseri
individuali (…) l’essere amato equivale per l’amante, e senza dubbio
solo per l’amante (ma cosa importa questa limitazione?) alla verità
dell’essere”: naturalmente, mi permetto di aggiungere, questa nostra
privata non meno che mistica esperienza della “verità dell’essere”
non impedisce, che so, al migliore amico di considerare la nostra
esaltazione alla stregua delle visioni prodotte da LSD e altri similari
farmaci dell’ottimismo, dato che lui la nostra amata non saprebbe
distinguerla, che so, da un contenitore per la raccolta di pile usate, o
da una chiosco per la rivendita di cocktail vegetariani in disuso, e
cose del genere (in effetti, non tutti sono fortunati come Dante, che di
Beatrice poté scrivere “Tanto gentile e tanto onesta pare la donna
mia quand’ella altrui saluta c’ogne bocca divien tremando muta e gli
occhi non ardiscon di guardare. Ella s’en va, sentendosi laudare..”
più o meno come succedeva a Eloisa, che del buon vecchio Abelardo
poté scrivere “Ciò che fu sempre illusione per le altre donne, fu una
verità certa per me. Quelle qualità che solo le spose vedono nei loro
mariti, in te, invece, non le vidi solo io; il mondo intero non credette
di vederle, ma ne fu sicuro. Così, il mio amore per te è tanto più vero
quanto più è lontano dall’illusione.”38)).
38
P. Abelardo, “Lettere di Abelardo e di Eloisa”, lettera seconda, di Eloisa
122
52.
Questa dialettica fra universale e particolare, come molti sanno, fa
parte, oltre che delle più o meno moderne storie d’amore che si
ricordino, anche della storia della filosofia in senso proprio, e già da
un paio di millenni e mezzo, ovvero da quando Socrate scoprì la
dialettica fra il concetto e l’individuo che cade sotto quel concetto,
una dialettica che, qualunque parte si prenda, finisce sempre per
scivolare più o meno insensibilmente nel suo opposto, e dunque non
concede a nessuno una vera via d’uscita. Pascal scrisse in proposito
che “quando si vuol dimostrare una tesi generale, conviene di darne
la regola particolare di un caso; ma se invece si vuol dimostrare una
tesi particolare, converrà cominciare dalla regola generale… perché,
quando si propone una cosa da dimostrare, si parte sempre dal
presupposto che essa sia oscura, e che, al contrario, quella che deve
dimostrarla sia chiara”. Ebbene, io penso che l’innamorato sia
qualcuno che considera chiaro il (suo) caso particolare, ovvero gli
pare del tutto ovvio che la sua adorata sia adorabile, e poco o nulla
vede, non diciamo di adorabile, ma anche solo di apprezzabile nelle
altre (tanto per fare un esempio, l’amica che Elisabetta aveva
intenzione di presentarmi al suo ritorno da Torino l’avrei gettata in
quel momento tranquillamente fra le fiamme in cambio di un suo
bacio, di una sua carezza, o anche solo di un suo tango).
Elisabetta era dunque per me in quel momento unica, irripetibile,
insostituibile, una sorta di dea incarnata si direbbe, ma “come amare
il corpo e l’anima se non per quelle doti, che tuttavia non
costituiscono l’io (cioè l’individuo N.d.A.), perché sono caduche? Si
può forse amare l’anima di una persona in astratto,
indipendentemente dalle sue qualità? Non si può, e sarebbe ingiusto.
Non si ama dunque mai una persona, ma le sue qualità.”. Stando così
le cose, come ancora una volta sottolinea il buon vecchio Blaise, a
quale mai definizione potrò io ricorrere per squadernare agli occhi
ad Abelardo.
123
stupiti e sgomenti del lettore, che la mia adorata Elisabetta non mai
l’ha vista nemmen per un volatile istante, i singolarissimi e perciò del
tutto o quasi del tutto indefinibili, incomunicabili incanti ch’ella o
Ella d’Essa che dir si voglia mi offriva o sembrava offrirmi, anche se
solo per sottrarmeli da sotto il naso non appena mi provassi a dargli
un’occhiata più da vicino? A volte ci penso anche molto a lungo,
vago a tentoni in ogni meandro, labirinto e abisso del pensiero, ma
ciò che mi torna sempre, continuamente, inesorabilmente e
dolorosamente in mente, è la portentosa, stranissima gestualità di
questa mai avuta e ormai perduta dea dei sensi: le sue movenze
insieme passionali ed eleganti, lievi e soavemente goffe, che nello
straziante farsi e disfarsi dell’abbraccio e della melodia del tango si
mischiavano in modo inestricabile con quello che potrei definire la
sua vibrazione tattile, una qualità che solo nell’abbraccio del tango si
può scoprire (e, mi si creda, anche solo per questo conviene provarlo,
perché altrimenti a certi segreti aspetti dell’essere umano di cui
questa misteriosa danza concede le misteriose chiavi non si può
avere accesso, nemmeno facendoci l’amore). Come accade con
l’odore, o con le impronte digitali, ogni individuo possiede, appunto,
la sua vibrazione tattile, unica e irripetibile, e dunque ogni ballerino
si sentirà stretto e seguito da ogni ballerina in modo simile epperò
inesorabilmente diverso: in modo diverso si poserà la di lei mano sul
suo collo, in modo diverso la di lei destra si stringerà alla di lui
sinistra, in modo diverso il suo petto si appoggerà al tuo petto: con
battito inimitabile palpiterà il suo cuore, in modo inesprimibile si
sfumerà di pallori o rossori la sua gota, con moti ineffabili si
stringerà o prenderà altro spazio, ancora, nell’abbraccio (l’abbraccio
del tango varia di molto a seconda delle figure che si intende
eseguire, e perciò, durante la coreografia, si creerà un ritmo di
vicinanze e lontananze dall’andamento enigmaticamente diverso per
ogni coppia).
E come dimenticare il fatto che anche la ricezione che può avere il
ballerino delle singolari caratteristiche della dama è diversa, a
seconda del singolare carattere e delle singolari caratteristiche del
ballerino? Ciò che per l’uno rappresenta una qualità, per l’altro
rappresenta un difetto, ciò che esalta l’uno lascia del tutto
124
indifferente l’altro, dato che, come già si erano accorti i babilonesi
circa 4000-4500 anni fa, “Ciò che piace all’uno è sgradevole
all’altro”: invano si discuterà su istinto, sensibilità, sensualità e
bravura di questa o di quella, perché colui che preferisca una
compagna che guidar si faccia con minima pressione, male
sopporterà colei che preferisce o addirittura pretenda una guida
decisa; colui che apprezzi il volo di prontezza male sopporterà colei
che dalla lentezza e dalle pause della musica si lasci ognor tentare,
stante il fatto che quello che potremmo chiamare il sentimento del
tempo è decisivo per il livello e la profondità dell’intesa nella coppia,
oltre che per l’interpretazione della musica.
53.
Dunque la vibrazione tattile di Elisabetta, la sua singolarità in
relazione alla mia, come posso a beneficio del lettore, e, soprattutto,
di me stesso definirla? Potrei farlo in mille modi, ma quello che più
subitaneamente si impone alla mente è che Elisabetta, non so come
facesse, fin dal primo tango che ballammo insieme, sempre e
comunque si trovava dove volevo si trovasse, si muoveva sempre
come volevo si muovesse, e ad ogni mia “marca” (la “marca”
sarebbe il modo con cui il ballerino segnala alla ballerina il passo che
intende fare, non l’etichetta stampata sul reggiseno avidamente
spiato durante una pausa particolarmente lunga e significativa della
danza) rispondeva sempre con il tempo e con il modo che desideravo
e che mi aspettavo. Così che, pur essendo un miserabile principiante,
almeno in quel genere di ballo (in effetti, in passato mi ero
avventurato anche in altri generi, e, per esempio, nell’hip hop ero in
quel momento un ex quasi-professionista), ballando con lei non
sbagliavo praticamente mai, nemmeno nei passaggi più difficili: il
suo corpo mi pareva fatto di pura e semplice ricettività, di pura e
semplice passione di essere dove io volevo che fosse, di fare ciò che
io volevo che facesse (mamma mia, ancora in questo momento per
poco non mi svengo al pensiero di cotanta sensuale, corporea eppure
quasi incorporea, eterea intesa!).
125
A questa sorta di armonia prestabilita fra quello che abbiamo sopra
definito come il nostro “sentimento del tempo”, Elisabetta
aggiungeva la magica morbidezza delle sue strette, dei moti della sua
mano sul mio collo e lungo il braccio – che mi parevano sempre e
soltanto dolcissime, romantiche carezze – che miste con il suo odore
vago, dolce e insieme aspro e penetrante (“oh, gorgo di ginepro
albeggiante del tuo fiato, oh altera e perduta giraffa del tuo collo, in
quale silenzio, in quale antro di giada sei svanita?”39), andavano a
formare infine una sorta di pozione magica che, tango dopo tango,
mi ha posto ai suoi piedi in catene come un vero e proprio schiavo
(fatto strano questo, visto che nel tango l’uomo guida la donna
praticamente in ogni frangente, e dunque, almeno in teoria, dovrebbe
essere la donna a sentirsi una schiava: ma, con ogni evidenza, vi sono
delle schiave capaci di trasformare la loro tenera obbedienza nel più
duro degli ordini). E fu così che fatalmente, dopo che tango dopo
tango l’ebbi tattilmente conosciuta, la sua gestualità prese anche
visivamente a incantarmi in ogni per quanto quotidiano e banale
frangente, non solo più durante la danza: il modo in cui anche solo e
semplicemente stava in piedi o si voltava, quello in cui teneva la
sigaretta tesa o appesa fra le dita, quello in cui tanto enigmaticamente
sorrideva mi paiono a tutt’oggi semplicemente meravigliosi (esempio
di fase fatta, rifatta e strafatta di cui sopra: ma mi consola pensare
che Bataille sostiene senza tema che “anche se si sceglie una donna
che la maggior parte degli uomini avrebbe scelto, ciò che interviene è
spesso un elemento inafferrabile, non già una qualità oggettiva di
quella donna che, se non fosse stata in grado di toccare il nostro
essere interiore, non avrebbe avuto la nostra preferenza”). Prendendo
appunti per questo racconto avevo scritto da qualche parte – cito
testuale – che “persino il suo modo di vestire un po’ banale e
trasandato mi pareva, in contrappunto alla prodigiosa eleganza delle
sue movenze, qualcosa di splendido”. Un fatto talmente strano
questo, talmente inconsueta questa contrapposizione estetica ci
appare, che conviene forse di approfondirla un po’, sperando con ciò
39
Beh, in questo caso la nota serve per avvertire il lettore che l’identità del
poeta in questione è quella stessa dell’autore che lo cita: così, tanto per
dargli l’avviso di quanto lo aspetta nell’appendice in fondo a questo libro.
126
di chiarire almeno in parte gli sconcertanti meccanismi e le insolite
alchimie di quel mistero nazional-popolare che, senza por molta
riflessione sul merito e sul metodo, si chiama di solito “amore”, con
la minuscola, o, se si è dei devoti dell’argomento “Amore” con la
maiuscola.
54.
La prima volta che l’ho vista Elisabetta (stavo per scrivere
“Beatrice”, pensate un po’…) indossava jeans e camicetta, e in
questo laico, sconsacrato e insino un po’ trasandato costume l’avrei
vista agghindata il novantanove percento delle volte che avrei avuto
la grazia e/o la disgrazia di rivederla. Una divisa, come fin da subito
si arguisce, del tutto comune e ordinaria e, in aggiunta a ciò, non
molto adatta per il tango, dato che la vera tanguera dovrebbe sempre
sfoggiare vestiti molto più sensuali, rapaci, notturni: di raso o simil
raso, caratterizzati da spacchi e scollature profondi come quel mare
di sensi che il tango instancabilmente muove agli adirati e vorticanti
nembi di tempesta o ai vaghi, estenuanti e languidi dondolii della
risacca. E, visto che di mare e marinai ognor si tratta (eh si, nel caso
del tango vale proprio quel che disse Pompeo Magno “Navigare
necesse est, vivere non necesse”), di vele si abbisogna, fatte di veli
lievi, dai colori sempre molto forti, in particolare il nero e il rosso
(che simboleggerebbero Amore e Morte), o, al limite, il viola e
l’azzurro (che starebbero invece per Fiorentina e Forza Italia). Ma,
comunque sia, Elisabetta, che in opposizione a tali tassative esigenze
estetiche ed estatiche del tango compariva sistematicamente in jeans
e camicetta, non stava in questo modo affatto male, anche se a volte
giocavo a immaginare il suo corpo soave, fine e fin quasi spirituale –
tanto mi pareva in specie danzando assomigliarsi alla quintessenziale
impalpabilità dell’anima – adornato in modo più consono a tali
sensuali e sensitive circostanze. E, ovviamente, mi sembrava che così
come da me immaginata potesse essere molto più bella e ancora più
seducente.
127
Per intendersi, Elisabetta è il tipo della ragazza piuttosto esile, con
il seno piccolo, però dotata, diciamo così, di un sedere assai ben
disegnato, di quelli un po’ corti, che hanno perciò la delicata
tendenza ad allargarsi in modo più pronunciato vicino all’attaccatura
delle cosce; anche le gambe sono belle, lunghe, ben tornite, pur se
molto leggermente a ics e con i polpacci un po’ troppo fini. Se la
immagino con una blusina giropetto, possibilmente di raso o simil
raso, possibilmente nera e piuttosto bassa e con spalline molto fini,
accompagnata da una gonna lunga, oppure, meglio ancora, da un
paio di pantaloni in stile arabo – stretti in vita e ai glù-glù-glutei,
svolazzanti sotto il ginocchio e allacciati intorno alle caviglie – che
ne valorizzino l’armonioso didietro e nascondano tanto la leggera ics
delle gambe quanto i polpacci un po’ troppo fini, ecco che Elisabetta
diventa una ragazza veramente discreta. Se poi aggiungessimo infine,
quale ciliegina sulla torta, un qualche velo al posto giusto, ovvero
quel tantalizzante effetto “vedo non vedo” che tante fiamme scatena
in cuori che altro non chiedono che di potersi infiammare – beh,
messa così Elisabetta risulterebbe allora veramente un bel pezzo di
figliola, e degna forse di orbitare in quello stesso cielo della modella
menzionata nelle prime pagine di questa stessa non-storia. Anzi, a
pensarci bene, il fatto che prima di innamorarmi di lei la giudicassi
addirittura “un po’ bruttina” dipendeva probabilmente in massima
parte dal fatto che quel suo modo di vestire un po’ rustico e banale
tendeva ad annacquare la sua bellezza e a mimetizzare la sua grazia e
la sua femminilità (ai jeans e alla camicetta – a volte scelti con gusto,
ma che a volte, strano a dirsi, stante la giovane età, la facevano
sembrare quasi una vecchina – si aggiungevano di solito un paio di
scarponi talmente pesanti e ineleganti che avrebbero trasformato la
lieve passeggiata di Claudia Schiffer sulla passerella in un
bombardamento a tappeto: è una fortuna che per ballare il tango
Elisabetta fosse costretta a indossare scarpe adatte).
128
55.
Un giorno la mia adorata, quasi indovinando i miei pensieri (questo
è un modo di esprimersi ironico ovviamente), decise infine di
smettere il suo consueto abbigliamento casual e di cambiare
radicalmente immagine. Solo che, lungi dal mostrarsi a me in tutto il
suo splendore, riuscì al contrario a mettere insieme una mise il cui
avvilente cattivo gusto poteva rivaleggiare soltanto con il modo quasi
sadico in cui riusciva a svalutare le sue fatali e raffinate forme.
Quella volta che lasciò nell’armadio gli usuali jeans e camicetta,
non trovò di meglio o di peggio che mettersi un paio di pantaloni neri
– e il colore era giusto, questo bisogna riconoscerlo – solo che,
contrariamente alle esigenze del tango, il tessuto era pesante e
peloso, con tanto di rovescia e riga, particolare quest’ultimo che
conseguiva il disastroso effetto 1) di rovinare il delicato equilibrio
formale del suo deretano, creando addirittura nell’ignaro spettatore
l’illusione ottica che si trattasse di uno di quelli un po’ sfatti o, come
a volte si dice, “a pera”, 2) di esagerare la leggera e fin quasi
raffinata x delle sue gambe fino a farle parere addirittura un po’
storte, e infine 3) anche a sottolineare in modo ingiusto e indecoroso
la sottigliezza dei polpacci. A tali spropositati pantaloni la mia amata
ebbe poi cura di aggiungere un non meno improbabile maglione
verde pisello – colore questo che sta all’atmosfera del tango come la
sega a motore al negozio di manicure – per di più, di nuovo, di una
lana irsuta e pesante come un Giuliano Ferrara spettinato e con le
tasche riempite di sassi (chi è Ferrara? è uno di quelli che quando
Steve Jobs disse “Stay hungry!” non colse il senso metaforico del
detto). Per sovrappiù, a perfezionare l’opera di autodemolizione,
sopra un tale piuttosto incredibile maglione la mia dolce Tersicore
ebbe infine il lampo di genio di sovrapporre l’unico pezzo intonato
all’occasione, un velo nero che però, sopra l’orrendo maglione verde
pisello e i quasi surreali pantaloni pelosi con la riga e la rovescia, non
faceva altro che sottolineare lo spaesante non meno che
raccapricciante cattivo gusto di tutto il resto del corredo: così
malconcia pareva in tale acconciatura o sconciatura che dir si voglia
129
che al momento in cui la vidi entrare in sala per poco non mi uscì un
grido di spavento.
Beh, che dire di più? A dispetto dell’agghiacciante inestetismo
della sua vestita immagine, l’inebriante flessuosità dei suoi passi,
l’ubriacante insidia dei suoi giri, il tenero incanto del suo abbraccio,
la vaporosa e quasi irreale dolcezza che scaturiva da ogni pur
minimo suo gesto ancora una volta prevalsero su ogni terrena
pesantezza, innalzandosi sui catastrofici ritrovati del suo
abbigliamento come uno malinconico stormo di rondini migranti
sulle rovine di una città devastata e in fiamme: come in quadro di
Caravaggio, la divina luminosità dei suoi gesti veniva esaltata
dall’ombra inquietante che si allungava minacciosa dalla tetragona
ineleganza dei suoi indumenti; come nel Giudizio Universale di
Michelangelo l’armoniosa beatitudine delle sue movenze era
glorificata dalla dissonante perdizione degli inferi accozzamenti della
sua divisa. Al termine della serata la contemplai insieme estasiato e
sconvolto. Comicamente e agonicamente desiderai di non essermi
mai innamorato di una creatura tanto improbabile, capace di passare
da scarponi degni di un ciclope con l’hobby del trekking ai
raffinatissimi tacchi a spillo del tango con la stessa naturalezza con
cui era passata dal dialetto torinese a quello perugino abitando cinque
anni in quel di Firenze: oh mio Dio, che senza incertezza esisti, quale
segreto volesti rivelarmi tramite la catena con cui a cotanta creatura
mi legasti, catena acerba come ortiche o rovi, o livida e aspra come
lingua di capra, fatta di anelli ora ardenti ora gelidi come gli abissali
gironi del tuo Inferno? Forse che nelle imperscrutabili profondità
della Bellezza si fa Uno e Lo Stesso ogni contrasto? Che ogni per
quanto strana creatura è sempre e comunque specchio enigmatico del
Creatore, sia essa un cherubino intento all’arpa o un telegiornalista
nel mentre che in nome della libertà di stampa lecca il deretano in
diretta al primo ministro-proprietario della rete e dunque del TG
(ogni riferimento alla storia italiana recente è puramente casuale)?
E’ in frangenti come questi, credo, che gli uomini si chiedono
perché Dio abbia creato il mondo: e, contemplando l’inconcepibile
abbigliamento della mia amata, probabilmente se lo sarà chiesto
anche Dio.
130
56.
In effetti, non so se Dio o Chi per Lui abbiano le risposte alle
domande di cui sopra, se è vero come è vero quel che si diceva dalle
parti di Babilonia qualche migliaio di anni fa che “La volontà degli
déi non può essere intesa, le vie divine non possono essere
conosciute.”. Le mie sono quelle che già avete letto e così, in certo
modo, anche udito. Se proprio devo fare uno sforzo che il segreto del
misterico amore per Elisabetta possa in qualche modo disvelare, mi
viene infine in mente che a cotale sconvolgente effetto estetico –
ottenuto per mezzo dei più goffi e inusitati contrasti che si possano
immaginare – si aggiungeva anche l’ovvio e schiacciante senso di
tenerezza che un simile maldestro modo di abbigliarsi faceva sorgere
nel mio cuore, che, già perdutamente innamorato, non aveva peraltro
bisogno di alcun genere di incoraggiamento. Quasi mi pareva di
vederla, mentre tormentata da ogni sorta di dubbio estetico la mia
diletta pellegrinasse di negozio in negozio e ne perscrutasse ogni più
nascosto meandro e inaccessibile recesso – ivi compreso il cesso –
nell’ansiosa ricerca di un qualche capo adatto alla sua figura, finché
infine, stregata da una sorta di Genio del Male della Moda, la sua
sofferta e travagliosa scelta non cadesse inesorabilmente su un
qualche capodopera in grado di rovinare l’aspetto a uno
spaventapasseri.
Oppure, ancora, con la mia immaginazione insieme febbrilmente
sovreccitata e perdutamente commossa, la contemplavo mentre a
casa svaligiava il suo guardaroba prima e cogitava ore e ore davanti
allo specchio poi – finché non se ne usciva infine per strada con
qualche asinino assemblaggio di capi di vestiario del genere di quelli
che, probabilmente, ispirarono a Mary Shelley la stesura di
“Frankenstein” e a Mel Brooks quella di “Frankenstein junior”, e che
in ogni caso aveva spinto me a ripetere, sia pure a voce molto bassa,
quello che il Wittgenstein nei “Pensieri diversi” ebbe a dire quanto
alle sinfonie di Mahler: “ci è voluto davvero del talento per mettere
insieme un tale orrore”!
131
La donna, di solito, usa spietatamente il proprio corpo e ciò che lo
riveste come mortale arma di seduzione, come strumento per piegare
ai suoi voleri – che nessuno ha mai capito bene quali siano – l’uomo
infiammato dalle sue forme insieme tanto più assatananti quanto più
eteree e inafferrabili: tutto il contrario della mia adorata tersicorea
dunque, che mi appariva, al confronto di tali sordide adescatrici,
luminosa, pura, ingenua e disarmata (vedremo fra breve quanto poco
queste mie deliranti fantasie fossero aderenti a una forse ancor più
delirante realtà)! Tanta era la premurosa dolcezza che la sua evidente
inettitudine al glamour, allo charme e al branding mi ispirava che da
quel momento in poi mi trovai, oltre che – come al solito – ad
agognare di abbracciarla, stringerla, baciarla, sbottonarla e – ehm –
e… così via, dicevo, anche a desiderare intensamente di proteggerla:
dalle insidie del mondo in generale, naturalmente, e, più
precisamente, dai disastrosi danni che il suo snaturato modo di
concepire la moda poteva produrre alla sua tanto luminosa e fatata
quanto delicatissima bellezza. E c’è al mondo pozione d’amore più
efficace ed inevitabile di quella che spinge l’amante in un abisso
insieme di sensi e tenerezze? Quale uomo potrà mai provare
desiderio più potente di quello derivante dalla furia di possedere un
corpo sommata alla premura di vegliare su un’anima? Un desiderio
paragonabile potrebbe forse insorgere solo dall’incontro, plausibile
come la congiunzione contemporanea di tutti i pianeti del Sistema
Solare, con una fanciulla che unisse le fattezze di Pamela Anderson
con il conto corrente di Paris Hilton, fatto questo che, in caso
accadesse veramente, non preannuncerebbe senz’altro l’inizio di un
Grande Amore, ma, più semplicemente, quello del Giudizio
Universale (o magari quello di Berlusconi che, quando ci sarà, a
Milano o dove che sia, si porterà nella catodica catastrofe senza
meno l’universo tutto).
57.
A quanto detto sopra posso forse aggiungere ancora un’altra ultima
improbabile ma in fondo possibile ragione del mio Amore a prima
132
vista, che, giustappunto, a prima vista pare proprio del tutto folle,
ovvero il fatto – tanto inquietante quanto, credo, piuttosto comune fra
gli appassionati di filosofia – che dal giorno in cui sono nato in poi,
ovvero fino a questo in cui scrivo queste scombinate note d’amor
perduto e tango e, certamente o quasi, insino a quello della certa,
temuta e sospirata morte, sempre e comunque mi sono sentito fuori
posto a questo mondo, al punto che ho buone ragioni di temere che in
questo stesso modo anche mi sentirò nell’Altro, che esso esista o
meno. Dal dì del mio nascimento, simile al redivivo o redimorto
Rousseau delle “Rêveries du promeneur solitaire” (almeno mi
sembra) continuamente ho pensato di me stesso: “Tutto quello che
mi è esterno ormai mi è straniero. In questo mondo non ho più
prossimi, né simili, né fratelli. Sono sulla terra come in un pianeta
straniero dove caddi dal pianeta dove abitavo”, frase che forse ha
dato origine al romanzo preferito della mia adolescenza, che
giust’appunto si intitola “L’uomo che cadde sulla terra”. Ovunque e
sempre, per quanto la catena di specchi della memoria indietro mi
riporti, mi ricordo di me stesso come di un intruso, estraneo a
qualsiasi stanza o circostanza che mai gli fu dato di abitare. Così, una
terra d’esilio sempre ho calcato coi miei da sempre stanchi piedi,
ovunque e dovunque mi sia trovato, o ovunque e comunque mi trovi
o mi perda, financo in quella casa mia (mia?), dove, naturalmente,
vivo da solo, financo guardando quel tale che si fa la barba nello
specchio, financo sprofondato nel mio (mio?) stesso corpo
osservando mani straniere e lontane che un mondo straniero e
lontano mi obbliga a definire mie prendere o lasciare cose viste o
sognate, che dubito d’esser io a vedere o a sognare. Ovunque mi sia
trovato o mi trovi la prima domanda è “ma che ci faccio qui?” (e
dove è di preciso che si trova questo posto, quello che la gente
chiama “qui”?) e il mio primo pensiero fu sempre e sempre resta
quello del nomade che pensa che, se sono qui, è solo per andare là,
ovvero altrove o Altrove che dir si voglia, a fare qualcosa o Qualcosa
che non so dire, ma che comunque devo fare e che non è mai quella
che sto facendo, in un altro tempo, in un altro spazio, lontano di certo
da questo insensato e sperduto “qui ed ora” in cui mi trovo stretto e
costretto senza perché, né quando. Come il Pessoa-Soares de “Il
133
libro dell’Inquietudine” sto nella vita come in un letto in cui, non
trovando mai la posizione giusta, neppure riesco mai ad
addormentarmi, pur se mi trovo ad aver sempre sonno così che “Non
aspiro a nulla. Mi duole la vita. Sto male dove sto e sto già male
dove penso di poter stare.”40.
Dunque i miei luoghi “familiari” non mi dicono nulla, mi sembrano
appartenere a un altro, gli stranieri che mi salutano e mi parlano, che
so, dei “vecchi tempi”, mi sembrano delle persone di cattivo gusto in
vena di fare scherzi da prete a uno che non è in vena di capirli (chi
sono questi che si definiscono miei amici o, addirittura, miei parenti,
da dove esce questo esercito di marionette che come da dietro il vetro
di un acquario mi sfila innanzi osservandomi con irreali occhi
dipinti? come oso definirmi un uomo, se da sempre “sono stato
uguale agli altri senza somigliare a nessuno, fratello di tutti senza
appartenere alla famiglia”? 41)). Pure, con tutto quello che sono o non
sono, che sento e che non sento, quando ballavo con Elisabetta, con
le sue mani sul collo, sul braccio, sul palmo, sulla schiena, con sul
petto il tenue suo fremere di siderale farfalla, con le mie labbra
inondate dall’abisso ineffabile del suo respiro, ecco che finalmente,
sia pure solo per pochi miseri minuti, mi sentivo come per la prima
volta entrando in un luogo familiare, ebbene si, come tornando a
casa: esultavo pensando che il mio lungo viaggio era per finire, che
la mia solitudine era stata quella di un fiume che scorreva per
finalmente sfociare nell’oramai increduto mare aperto o, usando una
delle celeberrime e mediterranee metafore di Montale “come uno
scemato di memoria quando si risovviene del suo paese”.
Comunque sia, al di là, come peraltro al di qua di ogni
commovente e/o compromissoria immagine poetica, ancora una volta
mi si può e ci si può, mi e ci si deve domandare: va bene, ma perché
con lei si e con le altre no? Forse – e tento questa risposta come chi
giocando d’azzardo abbia perso tutto e lanci un ultimo, elemosinato
gettone sull’ultimissimo giro dell’implacabile roulette – fra le tante
cose, il fatto che lei fosse un’interprete per sordomuti aveva qualcosa
40
41
F. Pessoa, “Il libro dell’Inquietudine”, paragrafo 180
F. Pessoa, “Il libro dell’Inquietudine”, paragrafo 430.
134
da vedere con i miei sentimenti (or mi sovviene che avevo avuto
quest’informale informazione il mercoledì successivo al primo
esplodere del mio innamoramento, poco prima che una seconda
esplosione mi confermasse definitivamente, diciamo così, dello
scoppio della guerra: e forse questo non fu un caso). I sordomuti,
come lei stessa mi aveva fatto notare, sono persone che vivono in
una sorta di dimensione parallela, persone che non hanno percezioni
dello spazio, del tempo e dunque del mondo e delle usuali interazioni
e sensazioni umane “normali”, ovvero paragonabili alle nostre (le
barzellette nel linguaggio dei gesti, che causano fra di loro delle gran
risate, sono completamente intraducibili nei nostri schemi comici
usuali, ed è un fatto che le persone normali, comprese quelle che
fanno da interpreti, non sono in grado di capirle nel loro senso
emotivo, cioè di riderne): dunque, quelle persone, che in un certo
senso sono proprio come noi, stanno lì, in mezzo a noi, ma la loro
diversità percettiva li trasforma in dei quasi-estranei, in alieni che
con sguardo interrogativo osservano i non molto comprensibili
mutamenti del mondo intorno a loro (chissà che cosa prova un sordo
quando vede le modificazioni nell’espressione del viso di uno che
sente la musica, o i movimenti di qualcuno che balla). Anche se da
sempre vivono accanto alle persone cosiddette “normali” non
condividono – non possono condividere – il loro linguaggio con il
nostro, le loro percezioni con le nostre, i loro gesti con i nostri: un
sordo sarebbe dunque infine uno che sente o si sente come me, anche
se, ovviamente, per ragioni ben diverse da quelle che da sempre mi
costringono in questa strana condizione di “apolide dell’esistenza”,
secondo la crudele non meno che credibile definizione che Massimo
Fini ha appioppato all’umano troppo umano Friedrich Nietzsche.
Dunque, stante ciò, può darsi che nel mio più o meno profondo
inconscio possa aver pensato che Elisabetta, che di persone che
vivono in una sorta di mondo parallelo si occupava da anni e anni,
poteva essere per me, che ci vivo probabilmente fin dalla nascita, una
sorta di compagna ideale (e, ahimè, senz’altro idealizzata!), un’amica
della mia lontananza, un’interprete della mia perfino per me stesso
enigmatica e così difficilmente dislocabile alterità, così stranamente
simile a quella che il Pessoa-Soares canta melanconico nel passo
135
almeno per me più inquietante de “Il libro dell’Inquietudine”: “Sono
qualcosa che è stato. Non mi trovo dove mi sento e se mi cerco, non
so chi mi cerca. Un tedio per tutte le cose mi fa rammollire. Mi sento
espulso dalla mia anima.”42 (Scolio: motivi di spazio e di decenza mi
spingono qui così come mi spingeranno altrove a evitare di riferirmi
in alcun modo al mio piuttosto tragicomico passato – più tragico che
comico43, devo dire – di persona – appunto – “con un passato”,
anche se, come scolio dello scolio, o, se proprio si vuole, come scolo
dello scolo, posso aggiungere che il mio passato non riesco a
distinguerlo da quello di tre o quattro stranieri esiliati e dispersi che,
a parte il non potersi assolutamente né intendere né tantomeno
sopportare fra di loro – oltre che, naturalmente, con nessun altro –
hanno il comune solo il fatto che ai mefistofelici sottintesi di
Macbeth, finalmente d’accordo su qualcosa risponderebbero in coro,
con altero furore e dolente freddezza: “Io sono uno, signore, che i
vili colpi e insulti del mondo hanno inasprito a tal punto che non
m’importa cosa faccio in suo dispregio.”44 (beh, per fortuna però
questo passato, comunque sia, ora come ora è davvero passato,
talmente “passato” che, a dire il vero, non mi ricordo più nemmeno
se devo chiamarlo prossimo, remoto o participio, o come o che altro,
e l’unica traccia che in effetti mi ha lasciato è l’astratta nozione che il
capo del detto che suona “muore giovane chi è caro agli dei” risulta
più completo e convincente con l’aggiunta della doverosa coda “e chi
gli è ancora più caro non nasce proprio”, (il giovane critico di alcune
pagine fa mi ha accusato, fra l’altro, di rimanere troppo oscuro
quanto “all’identità concreta, storica, dell’io narrante”, cosicché
“questo personaggio, che è anche l’unico e il solo protagonista,
rimane, oltre che senza nome, anche senza spessore alcuno: i suoi
sentimenti non hanno sfondo e, dunque, nemmeno gli si può
attribuire profondità alcuna”: a me, naturalmente, dispiace di
deludere chiunque, e in particolare i giovani critici, ma, a parte le
42
F. Pessoa, “Il libro dell’Inquietudine”, paragrafo 180
A beneficio mio e del lettore ricordo che il comico è stato definito da Jean
Genet come il tragico preso alle spalle, mentre invece il tragico è stato
definito da me come il comico che lo prende nel culo.
44
W. Shakespeare, “Macbeth”, III; I.
136
43
presenti e pressanti ragioni di spazio, spero che basti a giustificare la
mia scivolosa e quasi viscida discrezione quanto a quell’illustre
sconosciuto che chiamo di solito “me stesso” il fatto che nel
raccontarne le passate vicende di cui sopra la paura che insorge non è
tanto quella che gli altri ridano, o non mi credano, ma piuttosto
quella di non crederci, o di riderci io (beh, comunque una cosa l’ho
già chiarita poco sopra: sono un appassionato di filosofia, anzi, un
filosofo, o tale mi reputo, e questo, a ben vedere, può essere indizio
non da poco per chi abbia la sia pur minima esperienza della forma
piuttosto informe che possono assumere un certo tipo di esseri
umani, talmente umani troppo umani da risultare infine alquanto
spesso piuttosto disumani))))).
58.
(a dir la verità, giunto ormai alla zona cesarini di questo piuttosto
sragionato e stralunato ragionamento, mi torna in mente in extremis
che la prima volta che vidi Elisabetta, guarda un po’, fu proprio nel
momento in cui entrava nella sala del Boschetto: aprendo la porta
fece un attimo di sosta, si guardò timidamente intorno e, come
incrociammo gli sguardi, le sorrisi e mi sorrise, con quel suo sorriso
luminoso, tenue ed insieme accecante, rimanendo come per un
attimo perfettamente incorniciata nella porta, e diventando perciò
molto simile a uno di quei ritratti per intero che andavano di moda
nel ‘600, almeno credo, o mi pare, se non mi ricordo male e – beh –
come che sia, potrebbe essere proprio questa una delle piuttosto
irragionevoli “ragioni” che hanno scatenato il mio delirio amoroso,
se è vero quel che dice Roland Barthes a proposito del celebre caso
letterario scatenato da Goethe “Scendendo dalla vettura, Werther
vede per la prima volta Carlotta (di cui s’innamora), incorniciata
nella porta di casa sua (lei sta tagliando delle fette di pane ai
bambini: celebre scena, spesso commentata: per prima cosa noi
amiamo un quadro. Giacché il colpo di fulmine del segno vive della
sua subitaneità (che mi rende irresponsabile, sottoposto alla fatalità,
travolto, rapito): e fra tutte le combinazioni di oggetti quello che
137
sembra vedersi meglio la prima volta è il quadro: improvvisamente si
apre un sipario: ciò che non era stato ancora mai visto viene scoperto
per intero, e da quel momento divorato con gli occhi: l’immediato
vale per il tutto; io sono iniziato: il quadro consacra l’oggetto che io
amerò.”. (scolio: ma che significa quel che dice Barthes, che,
ammesso che abbia ragione, vi sono dei casi in cui è la cornice a
dipingere il quadro, ovvero, in altre parole, che nella misura in cui un
essere umano si trova inquadrato in una cornice diventa un quadro,
diventa oggetto di contemplazione, diventa bello?))
59.
(come ultimo commento prima di affogare, mi viene in mente che
il mio caso particolare possa essere un esempio particolare di un
fenomeno invece abbastanza diffuso, quello della ribellione della
Natura alla Tecnica, dell’Uomo Antiquato contro l’Uomo Adeguato,
del Prometeo in Catene contro lo scatenato Prometeo Tecnologico in
grazia del quale tutto nella vita è profeticamente, prometeicamente
previsto (Prometeo infatti significa in greco “colui che vede avanti”,
ovvero colui che conosce, anticipa in sé il futuro), che evade
continuamente dal presente verso un domani ove tutto è calcolato,
misurato, commisurato, depurato, addomesticato: un ignoto e
onnipotente burocrate da qualche sconosciuto ufficio nascosto in un
kafkiano castello situato a Bruxelles (dov’è?) può impedirmi di fare
le mozzarelle di bufala a Roma, la pizza alla napoletana a Napoli, la
rivendita di vino e trippa per le strade di Firenze, che senza vino e
trippa non sembrano più strade di Firenze: ma nemmeno tutti i
comitati, i collegi, le commissioni, le sottocommissioni, le segreterie,
gli uffici, i ministeri, i clisteri e i dicasteri e chi più ne ha più ne
metta in universale complotto possono impedirmi (almeno per ora) di
innamorarmi a prima vista della prima interprete per sordomuti che
passa nella prima scalcinata pista di tango che capita, di soffrire
quindi atrocemente per lei per uno, due, tre, quattro o quanti anni per
me decida il fato più classico e antiquato, e alla fine del salmo di
suicidarmi per la disperazione causatami dai di lei per me del tutto
138
incomprensibili sussieghi e dinieghi – ovvero, in altre parole –
nessuna legge umana, nessun regolamento potrà mai impedire alla
mia mente calcolata e calcolante di farsi anima, di trasformare il caso
banale in accadimento tragico, il grigiore del caos nello splendore di
un destino (“L’essere amato in questo mondo disciolto è divenuto la
sola potenza che abbia conservato la virtù di riportare al calore della
vita. Se questo mondo non fosse percorso incessantemente dai
movimenti convulsivi degli esseri che si cercano l’uno con l’altro, se
non fosse trasfigurato dal viso «la cui assenza è dolorosa», avrebbe
l’apparenza di una derisione offerta a quelli che fa nascere:
l’esistenza umana vi sarebbe presente allo stato di ricordo o di film
dei paesi «selvaggi»” (questo è ancora George Bataille, dal non
molto celebre eppur splendido saggio che ha per nome “Il labirinto”;
con parole molto meno autorevoli però mie, mi sento in grado e in
dovere di aggiungere con lui concordando che l’Amore, con tutta la
sua virulenta irrazionalità, con quella che Barthes definiva
“l’economia dello spreco” contro “l’economia del profitto”, è l’unica
vera via che sia rimasta per fuggire da questa ristrettissima non meno
che ridicola prigione che è diventata la vita umana in questa società
talmente disumana, talmente imborghesita da aver tolto qualsiasi
significato alla parola “borghese” (contrapposta a che?): l’unica via
che conduca lontano dalla pura estensione senza significato, via, dal
freddo deserto del pragma-linguaggio della tecnica, verso un silenzio
dove finalmente l’anima possa ascoltarsi ed ascoltare un canto che
non viene da qui!)
60.
Un canto che non viene da qui? Boh, non so, davvero, non so e
dunque non so dire se quanto ho detto e citato spiega davvero
qualcosa, se davvero adesso mi è e vi è più chiaro perché così
profondamente, languidamente e disperatamente amai questa strana
creatura, e perché una nostalgia inconsolabile eppure splendida,
come “la pozzanghera nera e fredda” quale appare agli occhi del
divin Rimbaud, l’adolescente dalle suole di vento, “quando nell’ora
139
del crepuscolo odoroso un bimbo malinconico vi abbandona in
ginocchio un battello leggero, come farfalla a maggio” aleggi a
tutt’ora, e a tutt’ora tangheggi intorno al suo ricordo, e dunque anche
al ricordo dell’Amore che per lei atrocemente e amabilmente,
dolcemente e amaramente provai. Tanto mi sento a tuttora commosso
e sconvolto che, alla fine, qualsiasi spiegazione mi venga in mente,
logica o assurda che sia, tendo spontaneamente a denegarla, e
risolvere il tutto o il niente che forse nemmeno mi è successo
semplicemente ripetendo in sconsolato coro con me stesso: “Un
giorno mi sono svegliato, cieco come il destino.”45.
No, proprio non lo saprei dire che cosa avesse di tanto speciale
quella ragazza, come non so dire, in generale, se le nostre passioni, le
nostre emozioni, possano essere spiegate da qualcosa di diverso che
da una sorta di – come dire – di metafora di sé stesse. Una volta,
parlando con un amico di una canzone dei Nirvana, “Come as you
are” nella versione cosiddetta unplugged, mi è capitato di
sottolineare la prestazione del Grande Kurt dicendo: senti qui la sua
voce mentre grida “memoria… memoria…”, non sembra più quella
di un essere umano, pare quasi il respiro di un abisso; il timbro si fa
talmente e fatalmente viscerale, talmente e fatalmente sofferto che
sembra uscire non più da una gola umana, ma dalle fessure
intemporali di una tomba! Il che, come si suol dire, è forse
un’immagine che “funziona”, va bene, ma ora io mi domando: che
cosa ci troverei di veramente bello in una voce che davvero uscisse
da una tomba? Forse, in un caso del genere, non solo non mi
soffermerei in ammirata contemplazione, ma mi prenderei un
cosiddetto croccolone, e, molto probabilmente, fuggirei o prenderei
comunque dei provvedimenti molto seri, come chiamare l’esorcista,
la mamma, o almeno i pompieri: ma allora perché un paragone
siffatto, una metafora del genere, in relazione alla prestazione canora
del Grande Kurt sembra tuttavia poter dire qualcosa di più o di
diverso che la voce stessa? Se dico qualcosa di profondo dicendo che
quella voce sembra uscire dalla tomba, di una voce che uscisse
45
Questo sarebbe Pozzo, uno dei personaggi minori del “Godot”.
140
effettivamente dalla tomba direi qualcosa di profondo dicendo che
sembra quella di Cobain?
61.
L’estetica è una materia complessa, sfuggente, enigmatica. I suoi
sibillini labirinti possono anche risultare infernali, almeno per chi
non sia un diavolo e voglia comunque fronteggiare la strana sfida di
percorrerne gli oscuri e contorti corridoi e uscirne vivo o, almeno,
sano di mente: i feroci minotauri delle contraddizioni in adiecto,
delle tautologie per quanto apparentemente espressive, delle
delucidazioni che risultano ancor più opache di ciò che vorrebbero
delucidare, questi e altri mostri più o meno logici e mitologici sono
sempre lì, pronti ad ingoiare ogni mio, tuo o nostro per quanto
coraggioso argomentare, e, ahimè, una volta dentro non c’è Teseo
che venga a ricercarti, né filo d’Arianna che possa trarti in salvo.
I fianchi di Elisabetta, mobili e fluenti nella danza, ah, come vorrei
paragonarli alla morbidezza di un’onda! Pure, sono stato al mare
decine di volte in vita mia, e osservando le onde il 99,99% delle
volte non ci ho trovato nulla di morbido o comunque di
particolarmente bello e ammirevole! Anzi, devo confessare che in
simili frangenti e luminosi e formosi catarifrangenti ero e resto per lo
più attratto e a volte persino commosso dalle centinaia di deretani
femminili che popolano la spiaggia, in specie nel caso che a coprirli
– si fa per dire – ci sia uno di quei tanga che, pur nulla avendo a che
fare con il tango, tanto appeal donano a certe ballerine brasiliane, che
tanto sono dotate da quel magico punto di vista che non si riesce
nemmeno bene a capire perché ballino: ma allora cosa dovrei dire, se
trovandomi per caso sulla spiaggia di Copacabana a un certo punto
distogliessi lo sguardo dal carnoso panorama femminile e mi
volgessi alla contemplazione del mare lievemente mosso e
commosso: che le onde s’incurvano dolci come i deretani delle
ballerine brasiliane? E, se lo dico, dico qualcosa di significativo o di
comico, oppure non dico nulla?
141
Io, come tutti i filosofi (questa è, almeno, la materia in cui, come
ho già detto e che se non ho detto dico ora, mi sono non so quanto
onorevolmente laureato e per cui vengo chiamato con l’enfatico e
pomposo appellativo di “dottore” (che è una cosa che sembra logica:
dottori in filosofia quanti ne volete, ma chi lo ha mai visto in giro,
che so, un “infermiere in filosofia”?)), sono particolarmente dotato
quando si tratta di pormi delle domande a cui peraltro non so
abbozzare nemmeno un principio di risposta. L’amore, come la
bellezza in generale, erano e restano per me un altissimo mistero,
oltre che un profondissimo clistere. Dal mio personale e ristretto
punto di vista, devo dire che Elisabetta, naturalmente, aveva anche
altre potenti attrattive, oltre a quelle che ho sopra fin troppo a lungo
descritto. Per esempio intuivo che fra di noi (“noi”!? vedremo,
vedremo poi…) esisteva un complesso sistema di affinità elettive
dovuto a passioni che avevamo in comune, quali la poesia, il teatro,
la riflessione sull’Io e sul Mondo (ma Mondo o mondo? boh…) e il
tango, appunto. E, mentre di tali ameni argomenti discorrevamo
dicendo non mi ricordo neppur io cosa, eppure percepivo, o, più
probabilmente, m’illudevo di percepire che di tali passioni ci
occupavamo entrambi da un punto di vista simile, o almeno
paragonabile (in effetti, si può avere in comune la passione per la
musica, ma è possibilissimo che ognuno la concepisca in modo
talmente diverso da detestare l’altro in questa e in tutte le altre vite
che si è destinati a vivere e a rivivere, almeno fino all’avvento del
Nirvana, o, almeno, dei Nirvana, due eventi che sembrano capaci di
mettere tutti o quasi tutti d’accordo).
Ma è anche vero che nel momento in cui mi sono innamorato di lei
di tutte queste affinità, vere o presunte che fossero, non ne sapevo un
bel nulla: Elisabetta era solo e unicamente per me un corpo danzante,
un tenero abbraccio, una mano destra fremente nella mia sinistra, e
una sinistra nivea e lievissima sul mio collo; e poi, e poi (“gente
viene qui e ti dice”, dice Guccini) un piccolo seno appoggiato sul
mio petto, un respiro, un rossore, un sorriso, un socchiudersi
lentissimo di ciglia, uno sguardo ubiquo e irreale come il cielo, un
attimo abissale e fluente di silenzio, un’agonia riarsa di
interminabile, smaniosa attesa di scarmigliate tempeste fra rifranti
142
coralli di sirena e lugubri auspici di ninfa sorpresa nel mistico
svenarsi di sé stessa (e smeraldi tristemente invaghiti di cosmici
vampiri e allotropici licantropi, e marziani del ferroso liquame del
candore, e altre cose o non cose del genere fantasy-romantico che
non sto qui a citare).
62.
Ma, se quanto detto è vero, forse allora le cose stanno proprio
così! Che un essere umano, la sua anima, il suo carattere, è un’entità
che non si può mai cogliere nel suo intimo, unitario essenziare, ma
solo intuirla, ricostruirla attraverso le sue esterne, molteplici e spesso
anche contraddittorie manifestazioni! Pascal sosteneva che “essendo
tutte le cose causate e causanti, adiuvate e adiuvanti, mediate e
immediate, e tutte collegate da un legame impercettibile che unisce
le più lontane e le più diverse, ritengo impossibile conoscere le parti
senza conoscere il tutto, come anche conoscere il tutto senza
conoscere in particolare le parti”. Ma se Pascal aveva ragione, forse
allora il volto segreto di Elisabetta, il suo spirito, o la sua psiche,
come a volte si dice, mi si è comunicato per intero nel levitato
mistero della danza, nella magica vibrazione dei suoi gesti, e tutto
quello che di lei ho scoperto dopo era in fondo qualcosa di
pleonastico, come, che so, leggere lo spartito di una musica già
ascoltata: se tanto amavo il suo tango, se tanto gioivo a lei
stringendomi, a me stringendola, era forse del tutto logico che,
appunto, il suo spirito, la sua anima, la totalità profonda del suo
essere insomma, fosse destinato ad essere desiderato dal mio. Perché
dico questo? Ma perché, starei per dire, i suoi interessi coi miei così
almeno apparentemente tanto compatibili – insieme al suo inelegante
e quasi surrealistico modo di abbigliarsi, alla sua voce da topino dei
cartoon, e alle mille chincaglierie che infine compongono il maestoso
disegno di un carattere, il dialetto perugino parlato a Firenze da una
torinese che a Perugia non era mai stata, etc. – erano qualcosa di
strutturalmente, organicamente incluso nel suo modo di muoversi, di
sorridere, come il paesaggio diafano e la luce soffusa e diffusa sono
143
magicamente inclusi, magicamente soffusi e diffusi nel magico
sorriso della Gioconda! Non è forse d’accordo con questa mia tesi
anche Carlo Michelstaedter, che nei suoi appunti ci spiega appunto
che “nei momenti di grazia uno comunica con le cose, le intuisce nel
loro vero essere, ha verso di loro l’amore e l’interesse universale: e
allora crea e ricrea l’universo”? E non è d’accordo anche Montale
quando in uno dei tanti capolavori della raccolta “Satura” scrive
“Accade che le affinità d’anima non giungano al gesto e alla parola
ma rimangano effuse come un magnetismo. È raro ma accade.”?
Mi domando se, per caso o per necessità non stia comunque
esagerando. Forse sto sragionando, arzigogolando romanticherie da
pazzo e da strapazzo, trascinato dagli ultimi palpiti del mio amor
perduto? In effetti, sono il primo ad ammettere che le soprascritte
ipotesi esplicative del mio amoroso delirio paiono a un primo
sguardo e, se è per questo, anche a un secondo e a un terzo, non
meno che a un quarto, deboli, contorte ed irrazionalistiche, anche se,
in effetti, pur producendo ogni sorta di sforzo e di ipotesi, devo
rassegnarmi al tristo fatto che non so trovarne di migliori, di più
credibili, di più razionali, posto che la ragione abbia qualcosa a che
fare con la vita e, soprattutto, con l’amore umano.
Ma, a ben vedere, non credo di essere né il primo né l’unico
innamorato al mondo ad essersi più o meno disastrosamente
scontrato con la frustrante e ammaliante cripticità del suo stesso
Amore. Scrive magnificamente in proposito un già citato specialista
del ramo, Roland Barthes: “E’ un enigma che non riuscirò mai a
risolvere: perché desidero il Tale? Perché lo desidero
persistentemente, languidamente? E’ tutto lui che desidero (una
sagoma, un’aria)? O è solamente una parte di quel corpo? E, in tal
caso, cos’è che, in quel corpo, ha per me valore di feticcio? Quale
porzione per quanto esigua sia, quale sua caratteristica? Il taglio di
un’unghia, un dente leggermente rotto di sbieco, una ciocca di
capelli, un certo modo di muovere le dita mentre parla, mentre fuma?
Di tutte queste caratteristiche del corpo, ho voglia di dire che sono
adorabili. Adorabile vuol dire: questo è il mio desiderio, in quanto
esso è unico: «E’ questo! E’ esattamente questo (che io amo)!»
Tuttavia, più provo la specialità del mio desiderio, meno sono in
144
grado di precisarla; alla precisione di ciò che voglio dire corrisponde
uno sfocamento del nome; il proprio del desiderio non può che
produrre un improprio dell’enunciato. Di questo fallimento
linguistico, resta soltanto una traccia: la parola «adorabile» (la buona
traduzione di «adorabile» sarebbe l’ipse latino: proprio lui in
persona)”.
E’ triste concludere, all’irrazionale sospinti e rassegnati un così
lungo ponzare della “ratio”, ma, davvero, devo da ultimo riconoscere
che non so spiegare nulla di più a nessuno e men che meno a me
stesso che cosa avesse Elisabetta di tanto particolare, di tanto
diverso, che so, dall’amica che mi voleva presentare (e che poi non
mi ha nemmeno presentato), per turbare i miei sensi al punto di
sconvolgerli fino alle radici. Devo forse irritarmi per la mia
ignoranza, devo considerarla il frutto di una mia specifica
inettitudine, di una mia particolarmente spiccata ottusità? Forse no,
dato che a ben vedere, tutto questo è normale: una non-storia –
svolgendosi attraverso un’interminabile sequela di non-eventi – deve
venire per forza di cose recitata da non-personaggi, ovvero da entità
che poco o punto si prestano al discorso critico, all’inquadramento
generale, alla morale universale, al ragionamento oggettivo.
Naturalmente, ciò non impedisce che durante una non-storia,
d’amore o di nulla che sia, le paure e le angosce possano essere non
meno gloriosamente apocalittiche di quelle provate dall’ultimo dei
Trecento di fronte alla marea persiana alle Termopili, o nella segreta
e ansiosa tenda in cui Napoleone prendeva le sue finali, fatali ed
epocali decisioni a Waterloo.
63.
Ma, appunto, appunto, non divaghiamo, o, almeno, non divaghiamo
troppo – se Amore altro non è che una lunga e dolorosa divagazione
nel mare di non si sa bene che che chiamiamo nostra vita – e
riprendiamo la narrazione di questa almeno per me a tutt’oggi strana
ed enigmatica non-storia dal punto in cui l’avevamo interrotta. O,
anzi a pensarci meglio e meglio ancora! Visto che ci siamo, anche se
145
spesso sembra di non esserci, non sarà meglio riassumere tutta la
nostra non-storia fino al punto in cui è arrivata, dato che, a dispetto
della già disperatamente lunga ed estenuante litania di pagine fin qui
pedissequamente recitata, a ben vedere, i non-eventi che la
costituiscono sono pochissimi? Però, siccome suppongo e sospetto
che, data l’entità dell’interruzione, essi siano ormai sul punto di
svanire dall’orizzonte giustamente svagato dell’attenzione del lettore
– posto che non siano da tempo e meritoriamente già svaniti –
riassumerò in breve i fatti e i misfatti narrati in queste cento e passa
pagine, dato che, alla fine, il tutto o il nulla che è successo si riduce a
1) che mi sono innamorato di una sconosciuta al primo tango che ci
ho ballato, anzi, appena mi ha abbracciato per ballare, 2) che questa
sconosciuta, pur non volendone sapere di corrispondere ai miei
sentimenti e presentimenti amorosi non voleva neppure saperne di
lasciarmi in pace, al punto che mi era diventato impossibile avere
con lei tanto un rapporto di qualsiasi genere quanto l’evitarla 3) che
non riuscendo in altro modo a comunicarle il mio amore né qualsiasi
altra cosa, e neppure trovando altra possibilità di provarmi a sedurla,
mi ero deciso infine a ballare con lei un “tango pasion” talmente
appassionato che per un pelo non sono crollato a terra svenuto nel bel
mezzo della sala.
Beh, suppongo che il lettore sarà felice di sapere che a partire da
questo quasi-svenimento, causato da mio maldestro nonché
malsinistro tentativo di seduzione, riuscii finalmente nell’improba
impresa di evitare la mia ex-adorata sempre e sistematicamente,
senza che altri incidenti di alcun genere venissero più a turbare il mio
contraddittorio bisogno di lontananza e di oblio – contraddittorio
perché un bisogno del genere esiste e resiste, ovviamente, proprio
perché e finché esiste e resiste il desiderio opposto.
Per fortuna, dopo ulteriori due mesi circa di cotale dolorosa non
meno che fastidiosa cura, verso la fine di giugno il corso stesso finì e
con esso finì anche il tormento più o meno sommesso che comunque
ancora mi suscitava il vederla ogni settimana stretta e sorridente fra
le braccia di altri ballerini. A furia di dolori e delusioni, a furia di
pillole di quell’amara ma efficace medicina che si chiama “lontan
dagli occhi lontan dal cuore” (meglio si dovrebbe dire “lontan dagli
146
occhi lontan dal c…”, ma insomma…), sembrava che la mia
passione fosse definitivamente morta, o comunque giunta al lumicino
(ma, come ben presto vedremo, si trattava di un’illusione, nemmeno
infine troppo pia). Rimaneva solo un ultimo scoglio da superare
all’onda del mio scorno, un ultimo amaro brivido dovevo ormai
sopportare del celebre “inverno del nostro scontento”46, prima che
potesse disperdersi infine “in questo splendido sole di York”, ovvero
nell’agognata ultima spiaggia della pausa estiva, scoglio costituito
dalla tradizionale cena di fine corso con successiva milonga,
problemuccio che per un po’ avevo pensato semplicemente di
scansare, adducendo un pretesto qualsiasi alle amorevoli insistenze
del mio buon maestro Ignacio Elizari.
Ma, ragionavo: perché lasciarmi andare a una debolezza
similmente indegna di un vero uomo? In verità, se non fosse stato per
quello sfortunato e per di più così poco credibile incidente erotico, a
quella cena ci sarei andato, eccome, e probabilmente mi sarei anche
divertito: dunque, perché progettavo di non andare? Evidentemente,
quel che mi rendeva tanto amleticamente ansioso e dubitoso era il
timore di vedere ancora Elisabetta al di là dell’esigenza pur non
tassativa del corso, e più a lungo che in quella di solito piuttosto
anonima circostanza: timore non solo di vederla dunque, ma anche e
soprattutto di incontrarla, dato che in tutto quel tempo le occasioni si
sarebbero inopinatamente moltiplicate. Ma non dovevo cedere alla
debolezza, non dovevo, come si dice a volte, permettere alla ragazza
di invadere il mio territorio. Sarei andato, l’avrei come al solito
evitata, concedendomi e concedendole al massimo, come al solito, un
mezzo saluto da lontano, e avrei passato la serata meglio che fosse
possibile. Poi ci sarebbe stata una lunga estate per dimenticare le mie
grane amorose, e, ne ero certo, ben presto di questa brutta storia ne
avrei conservato al massimo un labile e ridicolo ricordo (che è poi in
effetti quel che è successo alla fine, anche se è successo in un modo
che in quel momento neppure sotto l’effetto dell’LSD avrei saputo
immaginare).
46
Celeberrimo attacco del “Riccardo III” di William Shakespeare.
147
64.
Ma, come tutti sappiamo, la fiera fermezza della morale e i freddi
rigori della logica funzionano soltanto o quasi soltanto in settori della
vita che siano o possano essere immuni dall’onnipotente ruggir delle
passioni, e dunque faceva bene Amleto a dire, forse senza crederci
troppo nemmeno lui, lui, così agitato da così enigmatiche e
contrastanti tentazioni, a rivolgersi a Orazio dicendo “datemi un
uomo che abbia lo stesso viso di fronte alla disfatta o alle palme, e io
gli darò il mio cuore” (anche l’intelligentissima e profondissima
Eloisa ricorda al suo ormai perduto Abelardo, che gli chiede di
pensare non più a lui, ma solo a Cristo suo sposo, che “Nulla è così
poco in nostro potere come le emozioni, alle quali io sono costretta
ad obbedire piuttosto che in grado di imporre il mio volere. Quando
le passioni ci tormentano, nessuno può opporsi ai loro improvvisi
attacchi al punto che esse si trasformino rapidamente in azioni o
sgorghino ancora più facilmente in parole.”47). Così, a dispetto
dell’apparente irremovibilità della mia decisione, al momento di
recarmi effettivamente alla cena caddi di nuovo in preda a incertezze
ed inquietudini di ogni sorta, che di nuovo fecero sorgere in me delle
angosciose, e giustamente indecifrabili preoccupazioni. Dovevo
riconoscerlo: a dispetto della mia granitica risoluzione di liberarmi
della mia ex diletta con qualsiasi mezzo, mezzo o intero che fosse,
avevo non ostante tutto ancora paura: ma paura di che, si domanderà
il lettore, se tanto eri deciso a tagliare i ponti con questa persona?
Ecco, devo riconoscere che in effetti si trattava di una paura
piuttosto indefinibile. Tutto quanto fino a quel momento mi era
accaduto era qualcosa che non aveva paragone alcuno con qualsiasi
altra esperienza che avessi avuto in precedenza nella vita, e perciò
temevo che potesse di nuovo succedere qualcosa di strano, di
imprevedibile, quasi che più o meno inconsciamente attribuissi a
Elisabetta una sorta di potere magico – un potere trasformatosi in
47
P. Abelardo, “Lettere di Abelardo e Eloisa”, lettera sesta, di Eloisa ad
Abelardo.
148
poche settimane da positivo in negativo – un potere in grado
comunque di scagliarmi addosso una qualche enigmatica
maledizione, un qualche impalpabile e imparabile malocchio. Così,
preso da oscure preoccupazioni e non meno oscuri presagi, al
momento di recarmi al ristorante dove era stata fissata la cena della
scuola cominciai a tirare in lungo i preparativi. Mi fermavo in ogni
bar in modo di avere il tempo e il whisky sufficienti per riflettere
ancora sull’opportunità della mia partecipazione a quella festa, che
per me sarebbe stata, ad andar bene, simile a un funerale. A furia di
pensare e ripensare, finì che mi presentai in netto ritardo rispetto
all’orario prestabilito, quando la cena era già da una buona mezzora
iniziata così che ebbi occasione di ripetere, sia pure a bassa voce, il
celebre detto che Gesù pronunciò durante l’ultima cena, “Beati gli
ultimi, perché saranno i primi, e beati i primi, perché gli antipasti
sono già finiti!” (per chi non l’avesse capito, causa una deprecabile
ignoranza dei santi evangeli, non ostante le virgolette la seconda
parte della frase è mia). Sempre più in preda a sempre più
enigmatiche ansie e preoccupazioni, cominciai a percorrere i tavoli
salutando amici e conoscenti e notando con crescente apprensione
che erano tutti ma proprio tutti occupati, finché, giunto all’ultimo di
quelli riservati alla scuola, vidi i di lei occhi ridenti e fuggitivi
invitarmi a sedere al capo del tavolo nell’ultimo posto rimasto (!?).
Incredibile ma vero, vero com’è vero Dio, e, soprattutto, vero com’è
vero un istrice inerpicantesi su per il retto anale facendo la ruota con
le spine previamente intinte in una mistura a base di curaro e
peperoncino rosso, eccomi qua: era proprio vicino a lei, a Elisabetta,
l’unico e ultimo posto libero rimasto in tutto il ristorante che, grazie
a una di quelle maledizioni di cui si accenna nel “Libro dei morti
tibetano” – una di quelle per cui l’anima condannata a vagare
inquieta per il mondo può essere multata ovunque per divieto di sosta
– si trovava in un punto in cui dal di lei radioso e – ahimè – ancora
troppo sospirato sorriso mi divideva e difendeva solo una persona.
Con sottomesso e rispettoso amor fati mi sedetti, dovetti sedermi, e,
per fortuna, subito mi accorsi che l’assordante brusio che regnava per
tutto il locale impediva fisicamente di comunicare con un minimo di
naturalezza – ovvero senza gridare con tutte le proprie forze – con
149
chiunque non si trovasse immediatamente accanto al proprio posto, e
questa fortunata circostanza si trasformò per me nell’agognato
pretesto per non rivolgerle neppure una mezza parola in tutta la
serata. Speravo in questo modo di superare la cena indenne da
traumi, cosa che però in un certo senso, devo riconoscere,
fortunatamente non avvenne.
65.
Accanto a Elisabetta si trovava un collega del corso, un avvocato,
probabilmente del diavolo, visto il favore che senza volere mi fece.
Sarà stato il rumore, sarà stato il troppo vino, il ragazzo aveva dopo
un po’ di tempo abbandonato l’aplomb che sembravano suggerire la
sua camicia immacolata e la cravatta fantasia (fantasia di avvocato,
ovviamente, ovvero, nessuna fantasia) e, a quanto pare si stava
lasciando andare a qualche avance un po’ troppo sessualmente
inoltrata. Vedevo Elisabetta farsi sempre più agitata, sempre più
nervosa, fino a che a un certo punto la udii distintamente sbottare a
voce molto alta, tanto alta da coprire col suo acuto e topesco
rimbombo il molesto ronzio che rimbombava per tutta la sala: “Ehi!!!
Ma io sono fidanzata!” (attimo interminabile di assoluto e abissale
silenzio, a dispetto del rumore del luogo, mentre la cinepresa si fissa
sul volto sgomento e furibondo del protagonista, poi l’azione
riprende sullo sfondo di una pianura squassata dalla furia degli
elementi).
“Soffiate venti, squarciatevi le gote! Infuriate! Soffiate! Voi
cateratte e uragani, sgorgate dal cielo a sommergere i nostri
campanili!”48: come Re Lear alla notturna tempesta dopo il
tradimento delle figlie, così io pur gridavo, sia pur silenziosamente,
immerso nella ben più modesta ma non meno funesta tempesta di
rumori di fondo che rombava nel sottofondo del ristorante affollato.
Si perché, come è facile capire, questa improvvisa ancorché
imprevedibile rivelazione di un tale e cotale segreto di Pulcinella
48
W. Shakespeare, “Re Lear”, III; II.
150
eppure mi gettò su tutte le furie: avevo infine conosciuto di prima
mano e con certezza, oltre che nel più improbabile dei modi, di aver
sofferto tutti quei mesi per una ragazza che fin dal primo momento
non era disponibile. “Ah, vergogna, dov’è il tuo rossore?”49: eppure
questo millesimo nome di Satana mi aveva pur detto di essere
interessata a fare le pratiche con me, mi aveva dato il suo numero di
telefono, si era appartata in macchina con me, indicandomi per di più
la strada sbagliata, mi aveva invitato a invitarla per poter respingere i
miei inviti (la zoccola infame o infame zoccola che dir si voglia!)!
Per di più, lei stessa aveva reso inutile con la sua incomprensibile
non meno che insistente opera di stalking (“stalking”, espressione
inglese che significa: rompere i coglioni in modo ininterrotto a un
poveraccio che non ha fatto nulla di peggio che innamorarsi di te e
fartelo capire) i miei per quanto sofferti tentativi di respingerla: a più
riprese aveva proseguito a tampinarmi con costanza e abnegazione
degni invero di ben altro scopo, o, almeno, di uno scopo qualsiasi,
alimentando in questo modo un’illusione che, a dir la verità, aveva
altrettanto bisogno di alimenti che la signora Dini dopo un eventuale
divorzio: e invece sarebbe bastato dirmi una sola frase, forse una sola
parola per evitarmi mesi di angoscia e notti insonni! Maledetta,
settanta sette volte maledetta! Come il già citato Re Lear tradito,
abbandonato e disperso nella landa desolata nonché squassata da
quell’indicibile tempesta di cui solo l’inimitabile e illimitato
Shakespeare seppe dire, avrei voluto gridare allora e ancora e viepiù
verso quel cielo che, per l’appunto, in quel momento a Firenze era,
strano a dirsi, immerso nella melassa immobile dell’afa “E tu, tuono
che tutto scuoti, schiaccia il ventre rotondo del mondo, spezza lo
stampo della natura, spargi e disperdi tutte le sementi che fanno
l’uomo ingrato!” (per non parlare poi delle donne!)! Che ero
piuttosto follemente innamorato di lei la scellerata fedifraga doveva
averlo capito fin da subito, altrimenti al mio messaggio di auguri di
fine anno avrebbe risposto senza alcun imbarazzo e – soprattutto! –
senza alcun timore e tremore avrebbe ripreso il rapporto che esisteva
prima delle vacanze. Dunque lei, l’amata, l’agognata, la svergognata
49
W. Shakespeare, “Amleto”.
151
e mille volte maledetta “lei” (settanta volte sette sono solo
quattrocentonovanta, e allora non mi bastavano), pur conoscendo
l’arcano, dopo avermi sdegnosamente allontanato era tornata a
cercarmi, a tentarmi, a sfibrarmi senza precisare nulla di nulla
(comunque questo fidanzato torinese, almeno a giudicare da come
Elisabetta si stava comportando, sembrava per l’appunto proprio un
nulla di nulla da precisare (“la donna, schiava, vile superba e stupida
s’ama senza disgusto e s’adora senza vergogna” e poi i risultati sono
questi: “l’uomo, tiranno ingordo, duro, lascivo e cupido, si fa schiavo
della schiava, rigagnolo di fogna”, buon vecchio Baudelaire, fortuna
che ci sei tu a chiarire un po’ come stanno le cose a fidanzati,
spasimanti, e spasmi e fantasmi vari ed eventuali!)!
Beh, questa era la mia situazione, come potremmo dire, interiore e
profonda, ma che stava succedendo al mio corpo, o, per essere più
precisi, dalle parti della mia faccia? Beh, sappia il lettore che il più
alto degli ideali del mio carattere è stato da sempre e senz’altro resta
come resterà per sempre la ricerca e l’affermazione del più rigoroso e
severo autocontrollo: che mai e poi mai al cuore, per quanto si voglia
ardente – “ardente” – naturalmente – nel senso che la parola assume
parlando dello spaghetto “ar-dente” – o scotto o come che sia o come
che mai e poi mai possa essere, sia permesso di risolversi all’azione,
al gesto o alla parola senza che i luminosi dettami dell’intelletto – a
sua volta guidato dalle più ispirate massime di saggezza gli fosse
dato di traudire – non avesse dato il suo sovrano imprimatur. Pure,
devo riconoscerlo: in quel disgraziato frangente ci mancò un pelo che
la ragazza non finisse sul piatto al posto dell’arrosto (che in effetti
non era nemmeno un granché). Bevvi qualche bicchiere di vino in
più, mi alzai e uscii a fumare una sigaretta, cercai di calmarmi
meglio che potevo e almeno in parte ci riuscii, anche se le
disavventure della serata non erano ancora finite. Incredibilmente,
spietatamente, spudoratamente, al termine della cena, mentre gli
studenti del corso di tango ed io a loro malinconicamente mescolato
se ne uscivano a gruppi dal locale per recarsi alla milonga, vidi
comparire accanto a me la sordida ingannatrice, che con un sorriso
invitante pareva annunciarmi il contenuto del suo prossimo
sfacciatissimo tranello “Allora, come stai? Adesso ci fumiamo una
152
sigaretta e balliamo un po’ insieme, eh!”. Avrei voluto prenderla per
il collo, picchiarla, stuprarla, ridurre la sua faccia nello stato in cui si
trova il portafoglio del consumatore italiano dall’avvento dell’euro o,
al limite, in quello in cui si trova il retto anale del contribuente a
partire dal Mesozoico, ma sarei finito in galera. Realisticamente,
l’unica cosa che potevo fare era mettermi a gridare insulti, improperi
e contumelie al suo indirizzo – non potendo inviare allo stesso un
pacco bomba o una lettera all’antrace di quelle che tanto andavano di
moda nel settembre del 2001 – ma capii subito che un tale cedimento
alle lusinghe della mia disamorata rabbia era del tutto inutile, oltre
che socialmente sconveniente: forse nemmeno se le avessi sparato
col cannone questa sorta di Pippi Calzelunghe senza trecce ed
evidentemente cerebrolesa avrebbe smesso di avvicinarsi sorridente e
chiedermi “allora, come stai? etc.” per i prossimi otto millenni. Così,
semplicemente, accelerai il passo, e mi allontanai più in fretta che
potei senza dir nulla e senza voltarmi, anche se con la coda
nell’occhio ebbi tempo di notare che il volto di Elisabetta assumeva
di nuovo quell’espressione di addolorata e quasi costipata sorpresa
che aveva assunto alcuni mesi prima, probabilmente con un contratto
a tempo indeterminato, visto che ancora non l’aveva licenziata.
66.
“Se fossi morto avanti un’ora a questo strazio, avrei pur vissuto un
tempo benedetto, perché da quest’istante nulla rimane serio nella
mortalità. Rinomanza e grazia sono morte, il vino della vita è
versato, e solo la vanità rimane da vantare a queste volte!”50. Come
un Macbeth disperato al cospetto dell’insensata e in fondo ridicola
inanità del suo pur orrido delitto, così mi rotolavo io nell’ormai
insensata e squallida banalità dei miei insensati, squallidi e infine del
tutto ridicoli inferi d’Amore: dunque non si era accorta di nulla? Io
soffrivo così e, per una qualche beffa della così poco seria vita
mortale, lei non capiva? O invece non voleva capire! Oppure la mia
50
W. Shakespeare, “Macbeth”, II, iii.
153
diletta Elisabetta, come stavo cominciando a credere, era
semplicemente, completamente pazza, anche se con un’apparenza di
normalità non meno ingannevole che quella dei vicini di Erba, che
con le loro famigerate e quasi shakespeariane gesta hanno ispirato al
sarcasmo fiorentino il forse già in tutto il mondo celebre detto “l’erba
del vicino è sempre meglio dei vicini di Erba”? Che cosa dovevo fare
per darle a intendere quello che era successo, quello che mi era
successo, quello che sentivo e che avevo sentito per lei, ammazzarla
di botte e poi suicidarmi (nessuno si stupisca o si adonti per tali
impronti accessi di impotente furia, dato che, come Shakespeare
insegna, “a voler definire la vera pazzia, che cosa occorrerebbe se
non l’esser pazzi?”: io potevo dare della pazza a lei solo perché stavo
diventando o ero già da un po’ di tempo pazzo anch’io (comunque
sia, penso che Bataille aveva davvero ragione quando scriveva che
“se manca l’elemento di violazione, o persino di violenza, che la
costituisce, l’attività erotica tocca con maggiore difficoltà la propria
pienezza”: io ora so che davvero amavo Elisabetta perché se i suoi
dinieghi erano in grado di suscitarmi quelle smisurate ondate di
violenza, amare come il fiele, anche l’assenzio del suo assenso le
avrebbe infine e ancor più e ancor meglio provocate: a pensarci bene,
quale violenza più entusiasmante e sconvolgente che sconvolgere
con la fanatica ed estatica brutalità dell’atto sessuale un corpo tanto
soave, tanto fine, tanto aereo, armonioso ed etereo, tanto
(apparentemente) docile?)).
Comunque sia, alla milonga entrai, mi risolsi a entrare, ma ero
troppo depresso e sottosopra per anche solo sognarmi di mettermi
ballare, o anche solo a parlare con qualcuno. Rimasi dunque seduto
nell’angolo più buio e lontano della sala, osservando le coppie che
volteggiavano per la pista: Elisabetta, languida, lenta e lieve come un
tramonto sereno nell’inverno, perfetta e fatale come una foglia nel
volo dell’autunno, si stringeva a un tale che non sapevo chi fosse, e
gli sorrideva come una primavera sul punto di farsi estate (il tutto in
effetti mi ricordava il gusto di una pizza quattro stagioni
completamente bruciata e/o andata a male) mentre il tango che me
l’aveva messa fra le braccia me la portava via per sempre. Avrei
voluto urlare e piangere, o, in alternativa, piangere e urlare fino allo
154
sfinimento, fino al sangue ma, come diceva Seneca “nelle situazioni
estreme, non ci sono lacrime”51. Dunque io l’avevo amata fino a
questo punto e lei non se ne era nemmeno accorta? Davvero era
successo questo? Gli auguri non corrisposti, gli inviti chiesti e
declinati, i tremiti e le paure, tutto questo perché, se lei davvero non
si era accorta di nulla? Aveva ragione Oscar Wilde, che per definire
la donna coniò il celeberrimo ossimoro di “sfinge senza enigma”, o
invece ce l’aveva Holderlin quando nell’ode “Tränen” scriveva “So
muss übervorteilt, alber doch überall sein die Liebe”, sempre
sciocco, ingannato, soverchiato, così, sempre, dev’essere l’Amore? O
invece aveva ragione il mio alter ego, il Pessoa-Pessoa di non mi
ricordo più quale capolavoro quando sottolineava che la saggezza è
impossibile, dato che “Non ci sono norme. Tutti gli uomini sono
un’eccezione a una regola che non esiste”?
Mi alzai infine, dopo una mezzora circa di dubbioso e disperato
argomentare dal mio angolo oscuro, fattosi col dubitare e domandare
viepiù oscuro e neghittoso, e curando di non farmi vedere da
nessuno, come un lebbroso o comunque un qualche reietto
dell’umanità purchessia – che sempre e da sempre così si sente un
amante per sempre respinto – mi avviai verso l’uscita, consolato e
sconsolato solo dal pensiero che il corso era finito e non avevo più da
temere di rincontrarla e ricominciare a sperare, e a soffrire. Quel
solo, incredibile, increduto pensiero restava ancora lì a tormentarmi,
incessante e fastidioso come una zanzara ronzante nell’estenuazione
dell’insonnia o come una mosca nel bruciare pungente del sudore:
davvero mi ero innamorato di lei in quel modo selvaggio,
spasmodico, atroce, e non ero riuscito a comunicarglielo nemmeno in
minima parte? (“Comunicare, comunicazione, parole che se frugo nei
miei ricordi scuola non appaiono. Parole inventate più tardi, quando
venne a mancare anche il sospetto dell’oggetto in questione52”:
perché quando penso a Elisabetta mi torna sempre in mente questa
poesia di Montale, forse perché è stato grazie a lei che ho capito che
il linguaggio è uno strumento inventato dagli uomini per avere la
51
52
Frammento della sua versione de “L’Edipo re”.
E. Montale, da “Poesie disperse”.
155
possibilità di fraintendersi?). Possibile che quella creatura che mi era
parsa tanto dolce, tanto intelligente, tanto compassionevole e
profonda, fosse al contrario una sorta di strega gelida e crudele che
gioiva nel tormentare l’incauto cuore che fosse caduto nei di lei
languidi tranelli? Questo, per quanto mi paresse piuttosto
improbabile, non era infine da definirsi caso del tutto impossibile,
dato che non c’è persona al mondo che abbia passato anche da poco
l’oscuro confine degli “anta” senza esser diventato amaramente
consapevole che “gli anni migliori sono passati. Macchinazioni,
vuote apparenze, tradimenti e ogni sorta di disordini travagliano il
nostro cammino verso la tomba” 53, anche se, a ben vedere, non si
poteva a quel punto neppure escludere dal campo delle ipotesi il
Giacomo Leopardi del celebre “Ciclo di Aspasia”, quando,
tracannato fino alla feccia l’amaro calice della delusione, scriveva
pieno di fiele che “non cape in quelle anguste fronti egual concetto. a
meno che non lo si sottolinei piuttosto energicamente con una mazza
da baseball” (per chi non l’avesse capito, la seconda parte della
citazione è una mia aggiunta originale)?
Oppure, no, ma no, ma che andavo macchinando, lambiccando e
alambiccando con tutte quelle complicazioni e labirintificazioni
mentali? Magari, le cose stavano moooolto più semplicemente di..,
di.. (di come?) e, comunque sia, non c’era affatto bisogno di
scomodare filosofi e poeti e commediografi, e il fatto era soltanto che
la ragazza, abituata da anni e anni a lunghi ed estenuanti colloqui nel
linguaggio dei muti, evidentemente non era più capace di intendersi
con le persone che ci sentono, e il problema era infine solo quello?
O, più semplicemente ancora, tutta la vicenda poteva, anzi, doveva
essere un episodio di candid camera ancor non giunto alla sua logica
agnizione! Si, certo, doveva essere questa la risposta: da un momento
all’altro sarebbe comparso un attore televisivo che con sorriso
smagliante mi avrebbe ripetuto la celebre frase che Dio pronunciò
all’indirizzo di Adamo non appena lo ebbe generato dal fango: salve,
sei su “Scherzi a parte”! (beh, se non altro il tutto costituiva la certa
53
Questo è ancora Shakespeare, per bocca di uno dei personaggi minori del
“Re Lear”.
156
dimostrazione di quel che diceva in proposito Bataille ne “Il
labirinto”: “E’ vero, al di là della prostituzione o del matrimonio, il
mondo degli amanti è ancora più abbandonato alla frode di quello del
gioco. Non c’è limite preciso, ma numerose sfumature fra l’incontro
ingenuo di personaggi incapaci di doppiezza e la civetteria
impudente che ordisce senza respiro soperchierie e manovre.”: beh, a
giudicare dalla situazione, io dovevo essere capitato in una di quelle
sfumature in cui l’amante trova il sistema di prenderlo
sistematicamente nel culo dall’amata, senza neppur trovare il modo
di riuscire a dire “ahi!” (consoliamoci pensando che la tremenda
vendetta degli innamorati è nel prosieguo di quella stessa frase di
Bataille, dato che “l’incoscienza ingenua ha sola il potere di
conquistare il mondo di miracoli dove gli amanti si ritrovano”: se è
vero che “in un rapporto quello che ama di più è il debole che soffre,
quello che ama di meno è il forte che si annoia”54 dunque, tiè e tiè
Elisabetta infame: che tu sia per tutta la vita quella che si annoia!
(comunque sia, non so se prima o dopo quest’incresciosa vicenda ho
visto un film55 dove la protagonista femminile, certa Carolyn
Polemhus se ben mi ricordo, era caratterizzata da una simile
doppiezza che la mia ex amata: avvocato dedito alle cause da sempre
perse, protettrice dei deboli e dei diseredati d’ogni sorta, donne
stuprate, bambini abusati, sfruttati o picchiati etc., al contrario, in
quanto amata ed amante la troviamo invece dedita a sedurre tutti i
malcapitati maschi ricchi e/o potenti che fossero che gli capitassero a
tiro di sottana, indi a sfruttarli senza alcuna remora o rimorso, e a
lasciarli infine senza alcuna pietà non appena si fosse resa conto di
avergli spremuto tutto ma proprio tutto quello che da loro si poteva
spremere, strana ambiguità questa, che mi spinge a domandarmi per
l’ennesima volta: che cosa ha spremuto o cosa voleva spremere da
me Elisabetta? e, soprattutto, quando è di preciso che mi ha
lasciato?)))).
54
Nota battuta tratta dal film “Harry ti presento Sally”, film a suo modo
molto istruttivo quanto all’origine e al destino dei rapporti di coppia.
55
“Colpevole d’innocenza” con Harrison Ford? Boh, in questo momento
non sono sicuro del titolo, ma Harrison Ford c’era di sicuro e, ragazzi, se
c’era Harrison Ford vuol dire che c’era davvero tutto.
157
67.
Va beh. Come il lettore avrà forse già capito a partire dal sottotitolo
di questo romanzo (romanzo? ah, già, non l’avevo scritto da nessuna
parte: è questa in questione una storia completamente vera, dal
principio alla fine, il che, in ultima analisi, altro non significa che la
vita stessa è o può essere un romanzo, o almeno: un brutto romanzo)
una delle mie passioni o passatempi preferiti che dir si voglia è
appunto, scrivere poesie e, come si può facilmente immaginare, in
quei pochi eppure interminabili mesi – fatti di incertezza, di
abbandoni, di pomeriggi vuoti, di deliri e speranze, di agoniche
attese, di abissi galleggianti costituiti per lo più dai fumi spessissimi
di alcol e sigarette – l’unico nume che dal cielo era disceso in mio
soccorso era stato l’alchemico e lirico cherubino del verso (un fatto
che sembra logico questo, dato che, come ci spiega Socrate nel già
citato “Fedro”, “Chi giunge alle soglie della poesia immune dalla
follia delle Muse, convinto che per essere poeta la tecnica gli sarà
sufficiente, sarà un poeta imperfetto e la poesia di chi è in senno sarà
oscurata da quella di chi è in preda alla follia” (beh, io non so se la
tecnica basti a essere poeta, ma se per caso bastasse la follia, in quel
momento io ero in uno stato tale che avrei potuto oscurare Omero e
Pindaro, e Dante e Leopardi in un colpo solo)). Per sfogare la mia
passione insoddisfatta, quasi senza accorgermene, avevo scritto
pagine e pagine di componimenti alla mia ingrata amata dedicati, e
siccome un bel po’ di essi erano molto brevi, non più di tre quattro
versi, mentre tornavo a casa mi resi improvvisamente conto che avrei
potuto spedirglieli via telefonino. Ma si, certo, quello poteva essere
un sistema adatto per comunicare con lei, che pareva voler
comunicare in modo tale che nulla di importante potesse venir mai
comunicato, nemmeno in quel modo così vago e dunque così poco
soddisfacente, almeno per un innamorato, che è l’allegoria gestuale,
o anche solo la più tenue e allusiva metafora d’illanguiditi sguardi!
Ovviamente, per garantirmi l’anonimato avrei usato un nuovo
numero telefonico – dato che quello che uso di solito Elisabetta lo
158
conosceva fin troppo bene – e a quel punto avrei potuto comunicare
con lei usando il diabolico connubio delle parole esplicite con
un’identità oscura e diaframmata. Questa risoluzione, me ne rendo
conto, potrà parere a qualcuno alquanto strana, in specie in relazione
al fatto che il tutto doveva servire ad una chiarificazione dei rapporti
con la ragazza. In effetti, se davvero il mio scopo era metterla a
conoscenza delle ambasce a me causate dai suoi dal mio punto di
vista piuttosto incredibili atteggiamenti, allora perché non spedirle
apertamente le mie poesie con il mio numero solito, in modo che non
ci fosse più spazio alcuno per dubbi e incertezze? Questo, in effetti,
sembrava quello che al tempo di Omero si sarebbe senz’altro
chiamato il tallone d’Achille della soluzione e della situazione
(ricordo al lettore ignaro delle vicende narrate ne “L’Iliade” che il
tallone d’Achille sarebbe quella celebre opera d’arto che rimarrà
famosa per i postumi), ovvero un punto di debolezza in grado di
trasformarla in un ennesimo problema.
Ma, a dispetto di ogni razionale considerazione, in ogni caso scelsi
senza esitare questo sia pur modernissimo genere di riservatezza per
le mie poetiche considerazioni, ferrea non meno che fervida
decisione i cui fondamenti non mi erano chiari in quel momento,
anche se devo confessare che ora sono in grado di capirli abbastanza
bene, e, anzi, mi sento di paragonarli ai motivi per cui l’Alighieri
comunicava con la sua Beatrice (stavo per scrivere: la sua
Elisabetta!) a mezzo di sonetti senza esplicita dedica, anche se i miei
– ahimè – lo riconosco – sono indegni financo di leccare un deretano
eventualmente calciato dalle nobili ciabatte del grande fiorentino.
Beh, il fatto è che, come ognun sa, i sentimenti sono nell’uomo una
parte che, strano a dirsi, risulta infine ancora più delicata e
vulnerabile che i suoi stessi coglioni, se il lettore ci consente questo
delicato francesismo. Che sarebbe accaduto se l’adorata e celeste dea
dei miei pensieri e dei miei sensi avesse trovato i componimenti alle
sue grazie e alla mia disgrazia dedicati fiacchi, noiosi o, peggio che
peggio, imbarazzanti e fastidiosi? O, peggio che peggio che peggio
ancora, se avesse trovato fastidioso e imbarazzante il fatto che
proprio io ne fossi l’autore? In casi come questi, quando l’orrido
fantasma della più nera sfiga aleggia sull’amante come una
159
squadriglia di B 52 sullo squittire di un criceto, l’anonimato serve
all’autore di presumibilmente vane composizioni erotiche – siano
esse lettere, racconti o poesie – sul piano difensivo, per proteggersi
da eventuali ulteriori umiliazioni, e, su un piano offensivo, per
rendere i propri componimenti, nel caso che siano graditi, ancora più
carichi di misterioso fascino – stante il fatto che probabilmente non
c’è donna al mondo che non venga tormentata nei secoli dei secoli
dalla curiosità di sapere con assoluta certezza chi sia l’autore di un
verso a lei dedicato, in specie, naturalmente, se il verso le piace. Le
mie poesie sarebbero state dunque, così neppur tanto
sotterraneamente mi auguravo, anche una sorta di vendetta: io sono
stato tormentato dall’amore per te, che almeno tu lo sia dalla tua
stupida e ridicola curiosità di oca superficiale, frivola, superba e
leziosa e vanitosa, e-ccetera, eccetera (sono questi i momenti in cui si
pensa che costruire un computer intelligente come un uomo non sarà
mai tanto difficile che costruirne uno stupido come una donna). Ma,
insisterà il lettore, se la ragazza non fosse stata proprio sicura
dell’identità del mittente, come potevo sperare di raggiungere il
sospirato scopo di levarmela per sempre dai cosiddetti?
68.
Il summenzionato dubbio ha, in effetti, almeno all’apparenza, un
qualche fondamento, ma, a ben vedere, non avevo alcuna ragione
profonda di credere che il mio piano non avrebbe raggiunto lo scopo
prefissato. E’ vero, Elisabetta non avrebbe mai saputo con certezza
assoluta chi fosse il mittente dei versi. Ma, almeno su un piano di
relativa ragionevolezza, ero certo che avrebbe capito che l’anonimo
emissario del poetico lamento ero proprio io, e nessun altro. Nel
corso dei nostri per quanto esigui colloqui di alcuni mesi prima, le
avevo parlato largamente dei miei interessi filosofici e letterari, e
oltre a ciò, sia pure per vie traverse, quasi certamente si era fatta
un’idea abbastanza chiara della vena creativa di questo suo
disgraziato spasimante, al punto che, commentando il mio modo di
vestire, aveva detto che avevo l’apparenza di un “vero artista”
160
(infame creatura, è così che si trattano i veri artisti? e che cosa gli fai
a quelli falsi allora? infame creatura...). In questo modo dunque, così
speravo, si sarebbe resa conto senza più alcuna vera ambiguità o
decisiva incertezza della alquanto delirante natura dei miei
sentimenti nei suoi confronti. E allora, come minimo, così pensavo e
m’illudevo, a questo punto l’avrebbe fatta finita di cercarmi e
scappar via continuando ipocritamente a far finta di credere che fra
me e lei non ci fosse altro che amicizia – quando, come si dice, “si
avvicinava” – e a sbiancare terrorizzata quando, con ogni evidenza,
vedeva in me una sorta di connubio fra un serial-killer, uno
stupratore etnico e un Giuliano Ferrara a digiuno di pastasciutta da
due mesi, e si allontanava (a quanto pare, questa è una delle attività
preferite dalle donne nei confronti degli uomini: se producessero un
chilowattora ogni volta che si avvicinano e si allontanano si sarebbe
risolto il problema dell’energia pulita).
Al momento in cui presi la fatale decisione avevo già scritto un bel
po’ di poesie brevi, e naturalmente, lì per lì progettavo di spedirgliele
tutte (a questo livello di idiozia può spingere un uomo dunque
l’amore, deluso o illuso che sia? (comunque sia, per chi non lo
sapesse, “lì per lì” fa “lì al quadrato”)). Ma, per fortuna, nei giorni
successivi al febbrile invio della prima missiva – che avvenne due
giorni dopo la tragica e definitiva rivelazione del suo status sociale di
fidanzata e che, per fortuna, non sortì effetto alcuno – riflettei molto
saggiamente che l’assai poco diabolico piano che andavo
macchinando era, con ogni probabilità, diventato a quel punto del
tutto pleonastico. Oramai non avevo più da sperare o temere di
rivedere Elisabetta per un bel po’, di sicuro fino a che il corso non
fosse ricominciato, e forse nemmeno di quell’eventualità c’era più
davvero da temere. In fondo, chi mi diceva che Elisabetta avesse
ancora voglia di imparare il tango, o che sarebbe tornata proprio a
quel corso, e che, una volta tornata, avrebbe ricominciato con la
summenzionata non meno che scellerata e assurda tiritera di
avvicinamenti con allontanamento incluso? Forse quell’ultimo rifiuto
che aveva subito l’aveva definitivamente offesa, se non era del tutto
fuori di testa in quel momento doveva aver finalmente capito la
natura dei miei desideri, senza più bisogno di ulteriori manovre. A
161
settembre, se sfortunatamente l’avessi rincontrata al corso o in
qualunque altro ambiente tanguero, con ogni probabilità mi avrebbe
lasciato in pace comunque, e quella poesia che le avevo già
inutilmente spedito e a maggior ragione quelle che avevo intenzione
di spedirle sarebbero risultate infine inutili, pleonastiche e dunque
anche ridicolmente ridondanti. In fondo, tutte le cose umane sono
umane perché trovano infine un limite e una fine: dunque doveva
avere un limite anche l’ingenuità, o la stranezza, o, forse, la stupidità
o, chissà, chissà, chi può dirlo, forse proprio la follia di
quell’incomprensibile ragazza, che tutto il mio amore e la mia
passione, con ogni evidenza, non erano bastati per capire, nemmeno
un po’.
69.
Giunto a questo punto speravo dunque che questa strana commedia
degli equivoci o dell’Assurdo che dir si voglia fosse finalmente
giunta al termine e che Godot, in qualche modo, fosse finalmente
arrivato, anche se portando, com’era del resto prevedibile e
abbondantemente previsto, una brutta notizia: le ferie da passare in
qualche modo, in cui trovare qualcosa da fare, un posto dove andare,
fumare, bere, dormire, lettere e testamento, alla fine ce l’avrei fatta
senz’altro a scordarmi di tutto (in realtà, avevo più che altro voglia di
fuggire, ma come arrivai davanti all’entrata del solito ultimo rifugio
per disperati in fuga dalla realtà che si trova su internet, ovvero al
sito dei viaggi last minute mi tornarono in mente gli atroci versi di
Baudelaire a questo tema dedicati, versi che duramente
ammoniscono l’incauto che nel partire cerchi alla prigionia del
vivere una definitiva liberazione “Amara verità si ricava dal viaggio!
Monotono e uguale il mondo ci mostra, ieri come oggi come domani
e sempre, l’immagine nostra: che siamo un’oasi d’orrore in un
deserto di noia.”: brrr, forse era meglio trovar qualcosa da fare lì a
Firenze…).
Ma l’auspicato oblio, questo Godot che arriva e con noi
felicemente resta ogni volta che non lo aspettiamo, come presto
162
vedremo, non arrivò e, sfortunatamente, la comprensione del finale
di questa strana e interminabile non-storia necessita per di più, se non
proprio del racconto, almeno dell’accenno ad altri eventi che con
essa non ebbero direttamente a che vedere, ma che, inevitabilmente,
influenzando me influenzarono anche quello che sentivo per
Elisabetta, diletto nome, adorato nume, fiore del mio abbraccio, la
benedetta e maledetta “lei”, la perduta e mai avuta Ella d’Essa, mia
croce e mia delizia, mia estasi, mio volo e, soprattutto, naturalmente,
mia agonia.
L’estate del 2007, già così come stavano le cose, non era iniziata
nel modo migliore. L’amara ancorché scontata rivelazione con cui si
era concluso, diciamo così, il corso di tango mi aveva lasciato
dapprima e per un po’ giorni completamente furioso e sconvolto, poi,
come capita, presi invece a sentirmi stanco, quasi sfinito, oltre che
profondamente depresso. E, siccome le disgrazie non vengono mai
da sole, ma vanno in giro a mo’ di quelle simpatiche comitive di
turisti giapponesi, in file di cui, se sei fortunato, conosci il terrifico
inizio ma non mai la sospirata fine, ecco che verso la metà di luglio,
a completare il disastro iniziato dalle mie invero alquanto disdicevoli
disavventure amorose, venne un lutto gravissimo, il più grave e
irreparabile che mi potesse capitare. Per ovvi motivi di spazio e,
perché no, anche di discrezione, non posso neppur tentare di tracciare
sia pur per linee generalissime il terrificante senso e nonsenso
dell’improvvisa anche se oramai da tempo aspettata dipartita di una
persona che per anni e anni avevo e, soprattutto, mi aveva amato, una
persona che forse resterà l’unica che mai – attraverso le piuttosto
tragiche vicende di una vita che sarei incline a definire maledetta – se
solo trovassi qualcuno disposto a maledirmi – l’unica, dicevo, che
mai abbia sentito veramente amica e vicina. La scomparsa di questa
persona avvenne per di più in circostanze, per così dire, basse,
ignobili, impudiche, ovvero alla fine di un decadimento fisico indotto
dall’eccesso di alcol e dal disagio psichico, causato e causa di
interminabili scontri con un mondo esterno diventato oramai solo il
pretesto per percorrere quella straziante via verso il nulla che la vita
umana si rassegna infine ad essere o non essere, questo è il problema
(la risposta, come tutti sappiamo, soffia nel vento: più probabilmente,
163
il vento di una scoreggia). Il modo peggiore, più tragico, ma forse
quello esteticamente più significativo di prendere congedo da questa
valle di lacrime e risate, da questa valle di tedio e giorni uguali, di
spaventose commedie e comiche tragedie da nulla, e del nulla e di
nulla e poco più.
70.
“Agonia, agonia, fermento y sueño, este es el mundo amigo,
agonia, agonia. Los muertos se descomponen bajo el reloq de las
ciudades, la guerra pasa llorrando con un milion de ratas grises,
pequeños moribondos iluminados dan los ricos a sus queridas, y la
vida no es noble, ni buena, ni sagrada.”56: queste arcane, buie e
terrifiche parole del grande Garcia Lorca aiuteranno me a spiegare e
il lettore a capire come l’orrido lutto mi travolse, a intendere che, pur
grattando oltre il fondo più fondo il fondo del barile di me stesso,
non potei trovare le forze per opporre una per quanto labile
resistenza alla marea montante dell’angoscia e del vuoto che mi
sopraffacevano da ogni parte e in ogni istante? Penso di no. E allora
mi permetto di aggiungere anche quelle della povera Eloisa, che
forse risulteranno più convincenti, se non altro perché ben più
esplicite e abbondanti “Oh clemenza inclemente! O Sorte sfortunata
che esaurì contro di me tutte le su frecce, al punto che non ne ebbe
più per infierire su altre vittime; svuotò contro di me l’intera faretra
così che ora la sua malevolenza non spaventa più nessuno. D’altra
parte, se le restasse ancora qualche freccia, non saprebbe più dove
ferirmi. La Sorte esitò soltanto di fronte alla ferita mortale che
porrebbe fine alla mia sofferenza; essa non smette mai di torturare,
56
“Agonia, agonia, fermento e sogno, questo è il mondo amico, agonia,
agonia. I morti si decompongono sotto l’orologio delle città, la guerra passa
piangendo con un milione di topi grigi, piccoli moribondi illuminati danno i
ricchi alle loro amanti, e la vita non è nobile, né buona, né sacra” (F. G.
Lorca, “Ode a Walt Whitman”).
164
ma teme proprio quella morte che sembra voler infliggere.”57. Mi
sono espresso adesso? Le parole pur da sempre inefficienti sono
dunque ora sufficienti, tanto per finire in rima e tornare al discorso di
prima? Non lo so. In fondo ognuno di noi, anche il lettore suppongo,
è dannato alla sua solitudine, e dalla sua “una sola moltitudine58” a
significati incomunicabili, a sfumature imponderabili, fosse pure
quelli che differenziano i berlusconiani e rossoneri miliardi del Milan
dai morattiani e nerazzurri miliardi dell’Inter. Dunque,
rassegnandomi ad essere al tempo stesso capito e non capito, dirò
solo che per lunghi, interminabili giorni mi abbandonai alla più
indegna, più alta, più nera disperazione e – finalmente – alle lacrime,
al pianto dirotto – mentre con l’ultima parcella di intelletto che in me
restava ancora accesa scoprii quanto fosse vero quel che scrisse
Cioran, probabilmente, in un momento, molto simile a questo “Non
è Dio, è il Dolore a godere dei vantaggi dell’ubiquità” (l’aspetto più
tragico di cotali tragedie è che, dopo un bel po’ di lacrime, ti
domandi se, come a volte si ride per non piangere, altre volte si
pianga per non ridere59). Nel vano tentativo di risollevare il mio
spirito – che ogni giorno assomigliava sempre di più a un pugile al
tappeto in una fabbrica di tappeti dopo un bombardamento a tappeto
– provai, più che altro per dar prova di buona volontà, a ripetermi il
motto degli stoici – “abstine et sustine”60 – condendolo con la
celeberrima frase che Ulisse si ripeteva per incoraggiarsi al terribile
finale della sua, giustappunto, odissea “cuore pazienza! Cose da cane
già tu patisti!”61. Ma – ahimè – quest’accenno alle peripezie e al
coraggio del più celebre degli eroi dell’Occidente non solo non mi
portò alcun giovamento ma, al contrario, mi suscitò le più funeste
57
P. Abelardo, “Lettere di Abelardo e Eloisa”, lettera quarta, di Eloisa ad
Abelardo.
58
Celebre titolo che è stato dato a una celebre antologia di poesie dei più
famosi eteronimi di Fernando Pessoa.
59
Il lettore arguto avrà commentato giustappunto che questa battuta è
troppo arguta per essere davvero dell’autore: e infatti questo è ancora
Beckett, ancora e sempre dall’inimitabile “Aspettando Godot”.
60
Astinenza e sopportazione.
61
“Odissea”, XX, 17-18.
165
associazioni con cui si possa mai socializzare, eccetto forse che con
un assessore socialista dei ruggenti anni ’80 (particolarmente
tremendi erano, chissà perché, quelli alla cultura). Oscuri flutti del
fiume oscuro dell’orrore gli omerici versi mi riportarono in mente
quel celeberrimo mito che Platone mette in bocca ad Aristofane nel
“Simposio”, ove in effetti ricordavo essere fra l’altro citata questa
frase de “L’Odissea”. Quivi il caustico commediografo, che per una
volta si rassegna a parlare seriamente, per spiegare il motivo per cui
gli esseri umani cadano in “stato di eros” ovvero siano o possano
essere sessualmente o sensualmente o spiritualmente attratti da altri
esseri umani, racconta che un tempo essi erano ermafroditi, ovvero
due anime che condividevano lo stesso unico corpo, che altro non era
che la curiosa non meno che mostruosa fusione di due corpi di uomo
e/o di donna così come li vediamo adesso. Questi esseri, racconta
Aristofane, si provarono a sfidare gli dèi, uno degli sport preferiti
delle creature mitologiche della grecità a quanto pare, e, risultando
come al solito sconfitti, ricevettero la giusta punizione per la loro
Giove, non trovando di meglio o di peggio, decise di tagliare
a metà questo essere doppio in modo tale che per l’eternità patisse la
mancanza dell’altro con cui era fuso. Per questo, sostiene Aristofane,
vi sono uomini che erano fusi con un uomo che sono attratti
dall’uomo, quelli che erano fusi con una donna dalle donne, e,
specularmente, donne attratte dall’uomo o dalla donna. Si verifica a
volte un caso straordinario, ossia che, a furia di incontri, scontri,
sforamenti, sfioramenti e accoppiamenti vari, avvenga infine una
sorta di miracolo, ovvero: “che un tipo così (cioè un ex ermafrodito,
N.d.A.) rincontri la sua antica metà; e sia lui un pederasta o un altro
tipo, in quell’attimo sono fulminati – ed è un mistero – da un
riconoscersi interiore, fondo, che è eros, e non ammettono, si può
ben dirlo, di essere separati, neanche per una briciola di tempo.
Questi sono gli individui pronti a invecchiare insieme, fino a morte:
non importa loro di saper definire lo scambio di necessità, o di
desiderio che li collega. Non si può certo dire che è il puro impulso
erotico, l’abbraccio, come fosse lo scopo unico per cui la coppia sta
stretta con tanta intensità. No, no, traspare l’anima in ciascuno, vuole
qualcos’altro, che però non riesce a definire, ne parla ambiguamente,
166
per oracoli, quasi indovinelli.”. Il ricordo di queste parole – in sé e
per sé, lo riconosco, non particolarmente gravi – pure riuscì a farmi
vacillare – ebbene si – cavalcando con brividi di vacuo gelo siderale
il mio corpo nell’angoscioso pensiero rattrappito e quasi mortalmente
irrigidito, pur se il calendario saggiamente mi segnalava che ci
trovavamo in piena ed abbaiante canicola estiva, per di più in una
città dove l’afa regna incontrastata da maggio a ottobre: ma – ahimè
– tali brividi sembravano in tutto e per tutto giustificati! Aristofane si
riferiva evidentemente proprio a quel genere d’Amore o “stato di
eros” da cui ero stato preso per Elisabetta, e lo spiega come un
reciproco riconoscersi di anime che un tempo erano state unite!
Seguendo questa concezione, ciò significa senza meno che perché
quel genere di scintilla scocchi c’è bisogno che due poli siano
reciprocamente attratti, non uno solo: ma allora come è che io, pur
per nulla o quasi per nulla corrisposto, avrei potuto rispondere a
Efesto “ecco, proprio questa è la mia febbre, da sempre,
confondermi, liquefarmi col mio amore, farmi uno da quei due che
siamo”? Se questo mito corrisponde al vero, mi ripetevo sazio di
ogni sorta di mitico terrore, che significava questa mia passione
atroce, che anche prima che Giove mi punisse io ero unito non con
un altro essere umano, ma col suo rifiuto, con la sua assenza e ora –
innamorato com’ero di una che di me non voleva sapere null’altro
che di lei spasimavo e arrivederci – con questa sempiterna e
irrimediabile assenza mi ero ricongiunto?
71.
“La morte è oggi dinanzi a me come la guarigione per il malato,
come l’uscire all’aperto dopo esser stati rinchiusi, come il profumo
della mirra, come lo sdraiarsi sotto una vela in un giorno di vento;
come la fragranza dei fiori di loto, come il giacere sulle rive
dell’ebbrezza.” (poesia egiziana, ~ 2000 AC). Più oscure ancora che
le porte dell’inferno si spalancarono allora per me le atroci visioni di
colui che infine vede la sua vita, ovvero quel poco di tempo che gli è
resta, quel tempo breve come la pipì di una farfalla, mostrarsi infine
167
come il vano trastullarsi degli oceani del caso con le sue passeggere
schiume, così che in mente vengano le sagge parole dei pirati in un
celebre fumetto di Asterix, mentre confabulano ansiosi sul da farsi
innanzi all’incombente abbordaggio di Obelix: “Autoaffondiamoci:
otterremo lo stesso risultato evitando un bel po’ di sberle!” (beh, a
chi veda offesa da cotale fumettistica e infantile intromissione la
solenne luttuosità di un momento tragico, posso ricordare il modo e
il motto molto più maestoso con cui armato di tutto punto Macbeth si
offre alla vendetta dei figli di Duncan: “Spegniti, spegniti breve
candela! La vita non è che un’ombra errante, un povero attore che si
fa avanti tronfio, smania la sua ora sul palco e poi non se ne sa più
nulla. E’ una storia raccontata da un’idiota, piena di grida e di furia,
che non significa nulla!”62). Accompagnandosi a cotali orridi pensieri
tornarono, tanto prevedibili quanto interminabili e acerbe, le nere
veglie e le nere voglie dell’ancor più nera insonnia, e con esse il
fumo, il whisky, e più e più volte, sprofondando nei viscerali abissi
dell’interna angoscia, più e più volte venni accarezzato, e, se è per
questo, anche abbracciato e baciato nonché sodomizzato dall’idea del
suicidio, ovvero dall’orrida idea cui comicamente alludono i pirati di
Asterix, ovvero il più grosso dei cetrioli da cui la posteriore umana
insalatiera può immaginare di venir mai sconvolta. La mia
disperazione giunse a un punto tale che non credevo possibile di
risollevarmi. Le notti si popolarono di lacerati e gelidi fantasmi, che
turbinando come le ombre nel quinto girone del dantesco inferno mi
ricordavano stridendo, oltre alle spiacevoli conseguenze dell’umana
lussuria, fra l’altro, anche i più tremendi fra i cori sofoclei: “O
generazioni dei mortali, la vostra vita e il nulla in pari conto io
tengo! Quale, quale uomo attinge felicità più salda di un’illusione
che balugina e subito declina? (oh, cazzo, cazzo… N.d.A.) Non
veder mai la luce vince ogni confronto, ma una volta venuti al
mondo tornare subito là donde si giunse è di gran lunga la miglior
sorte (oh, cazzo, cazzo… cazzo… N.d.A.): quando tramontano di
giovinezza i dolci errori chi non vaga fra dolori infiniti? Quale pena
resta fuori di noi? (già, quale?) e sopravviene in ultimo, da tutti
62
W. Shakespeare, “Macbeth”, V, v.
168
maledetta, l’impotente, l’inaccostabile, l’arida vecchiaia, essenza del
male, ove tutti i mali coabitano (oh, cazzo, cazzo, cazzo, e
stracazzo!!! N.d.A)”. Giunto a questo punto, quale altra consolazione
invocare se non proprio “lei”, quell’Altra, ultima “lei”, “colei che
tutti eguaglia, la morte, quando dall’Ade emerge la Parca, senza
danze, senza cetre, senza imenei.”?
72.
A dar man forte ai cori dell’Edipo e alla Parca, con relative Porche
annesse, giunse poco dopo, tanto per non farmi mancar nulla, anche
l’immancabile, funereo Amleto, che tradizionalmente vestito a lutto e
tenendo il consueto teschio in mano (di chi era il teschio? Forse
proprio quello di Edipo: o forse quello di uno dei pirati di Asterix)
ripeteva come al solito: “Essere o non essere, questo è il problema
(come avevamo già accennato sopra, N.d.A.). Se più nobile sia per
l’anima soffrire gli oltraggi, i sassi e dardi di Fortuna, o prender
l’armi contro questo mare di mali e opponendosi distruggerli? (già,
che cosa è meglio? N.d.A.). Morire, dormire… nulla più. E dirsi così
con un sonno che noi mettiamo fine al crepacuore ed alle mille
ingiurie naturali, retaggio della carne (e a volte anche della verdura
N.d.A.)!… E chi vorrebbe sopportare i malanni e le frustate… (segue
da qui la celebre non meno che interminabile lista dei malanni e delle
frustate che la vita umana riserva all’uomo, lista che pietosamente
risparmio al lettore, solo osservando che con l’andar del tempo si
sono aggiunte alla già terrifica litania amletica anche altro genere di
sventure, ovvero roba tipo la tassa sui rifiuti che nessuno porta via,
quella sulle comunità montane che non esistono più, quella sulla
fuoriuscita dal nucleare mentre si progettano nuove centrali, quella
sulla guerra d’Abissinia che, con ogni evidenza, si abolirà con
l’introduzione di quelle con l’Afghanistan, il Libano e la Libia, etc.),
chi lo potrebbe mai se uno può darsi quietanza col filo d’un pugnale
(già chi lo potrebbe mai? N.d.A.)?”
Così in preda ai più antichi e foschi pensieri che abbiano turbato
ciò che sta sotto il turbante dell’Umanità, mi spinsi infine a meditare
169
sulla più antica e fosca sentenza della filosofia Occidentale, che, pur
nella scalcinata situazione dell’attuale istituzione universitaria
italiana, ogni iscritto alla facoltà di filosofia è tenuto ad imparare,
quel detto di Anassimandro che sconsolato da secoli risuona “là da
dove tutte le cose vengono devono anche ritornare, secondo
necessità; esse pagano infatti l’una all’altra il fio delle loro colpe
secondo l’ordine del tempo”. Mormoravo fra me questa sentenza
atavica fissando l’Arno scorrere oscuro, putrido e lento dall’alto del
ponte alla Vittoria, udendo lo straziante fischiare di un treno che si
avvicinava alla banchina, fissando con occhi d’angoscia ciechi il
cieco abisso spalancato dalle vorticanti vertigini d’uno spaesato
terrazzo, oppure sommerso dal muggito dei tir che svanivano sotto
un come me dimenticato e solitario ponte d’autostrada, disperso nella
smisurata e quasi deserta campagna. Mormoravo fra me, tetro, queste
parole tetre, mentre intanto – ahi! – intanto – pensavo che per me,
qualunque fosse il termine delle mie interminabili fantasie
sterminatrici, tutto era finito (senza peraltro – non dico precisare –
ma anche solo domandarmi cosa e quando fosse mai iniziato). Ma,
come c’era forse da immaginarsi, quello fu precisamente il punto in
cui avvenne in me un mutamento tanto imprevedibile quanto
radicale.
73.
La sera del tre agosto 2007, una di quelle rimarranno per me
assolutamente indimenticabili, almeno fin quando non me ne sarò
dimenticato63, scoprii con gran disdetta di aver terminato i sonniferi e
che era troppo tardi per andare a comprarne, e mi aspettavo perciò,
complice anche il gran caldo, di passare l’ennesima notte agitata e
insonne. Invece, contro ogni mia aspettativa, le cose non andarono
così. Mentre già tremavo al pensiero delle ore e ore d’interminabile
insonnia condite d’amari ricordi e da brevi tratti di sonno epperò
infestati dall’atroce legione dell’incubo, contro ogni mia aspettativa
63
Battuta tratta dal celebre componimento di Borges “Las cosas”.
170
invece, non appena spenta la luce, mi tornò in mente – chissà perché
– una vecchia storia di tanti anni prima, un’antica amante, che mi
recavo a visitare di solito il fine settimana, di solito una volta al
mese, o, al massimo, ogni quindici giorni (la ragazza, guarda un po’,
era una bolognese che viveva però a Torino). Mentre con occhi
inutilmente dilatati fissavo il buio silenzioso della camera, come
lampi accecanti mi tornarono in mente l’eccitazione furibonda di
quei convegni carnali che andavano avanti per ore e ore, conditi dai
giochi erotici più rischiosi e innominabili e, come sgomento al
pensiero che quelle cose le avevo fatte proprio io, e non qualcuno
che conoscevo appena e che ricordavo alla lontana, mi domandai
stupefatto e quasi del tutto incredulo: “Dio mio, ma cosa mi metteva
addosso quella ragazza, come si spiegano quelle cose incredibili che
facevo?”. La notte restò silenziosa per alcuni attimi interminabili e
poi una voce inaudita, limpida, grave, ironicamente calma e
luminosamente misteriosa mi rispose “Mah, molto probabilmente ero
diventato matto”.
Non appena pensato questo strano pensiero mi addormentai e la
mattina successiva – era il quattro agosto del 2007 – mi alzai di
umore molto diverso da quello orrido e tetro che aveva caratterizzato
gli ultimi due mesi, anche se ancora non ero capace di definire quale.
Sbadigliando, lavandomi i denti e facendomi la barba presi a pensare
con la ferrea lucidità della logica e la retorica inesorabile del sogno
che fra tutti i desideri, i desideri erotici sono per l’umana progenie la
massima fonte di tormento, se non proprio l’unica: non è forse Eros
definito fin da Platone o da molto prima di Platone il più folle di tutti
i tiranni, il più crudele di tutti i supplizi, quello “la cui violenta
natura distrugge se medesima e, più che ogni altra passione sotto il
cielo, guida la volontà a imprese disperate” (beh, questo qui che
parla è, circa duemila anni dopo Platone, il grande Shakespeare, ma,
va beh, secondo me ci sta bene lo stesso)? E cosa restituiscono
all’uomo, in cambio di tanti spasmi questi tiranni, questi persecutori?
Il più delle volte nulla; rare volte quasi nulla; rarissime volte istanti o
minuti o forse ore di felicità (questa è di sicuro un’esagerazione), che
però sono immancabilmente pagate con ogni sorta di ambasce. E’
vero, dopo che avevo incontrato Elisabetta avevo cominciato a
171
soffrire atrocemente per la sua mancanza, ma in questo modo
accadeva forse qualcosa di veramente nuovo nella mia vita, se non
l’esacerbarsi della sua quotidiana insoddisfazione, della sua
metafisica follia (il coro rispondeva al lamento di Antigone che
gridava “Una pena mi opprime!”: “Ma già prima un’altra non ti
opprimeva?”64)?
In fondo, se Elisabetta avesse condiviso la mia passione, che cosa
sarebbe sostanzialmente cambiato nella mia vita? Quel mattino, con
lei o senza, sarei stato lì a lavarmi i denti e farmi la barba, poi avrei
fatto colazione, poi qualche altra cosa, e infine anche quel giorno,
come tutti gli altri che furono e saranno, come tutti i giorni della vita,
sarebbe finito in un altro, e poi in un altro ancora, fino alla morte,
certa e inevitabile. Elisabetta o meno, che mai poteva cambiare nella
mia misera condizione di mortale, se non l’essere tragicamente
distratta o addirittura invasata da un “pensiero dominante” in grado,
chissà perché, di occupare tutto l’orizzonte e di cancellare, come una
sorta di droga, l’infelicità e la miseria del mio metafisico destino, e di
farla parere invece una sorta di empirico accidente? Nei “Pensieri”
Pascal notò molto acutamente che “Senza esaminare tutte le
occupazioni particolari, basta comprenderle come distrazioni…
Qualcuno passa la vita senza annoiarsi giocando tutti i giorni un po’
di denaro. Dategli tutte le mattine il denaro che può guadagnare ogni
giorno, a patto che non giochi più: lo renderete un infelice.”. Proprio
come il giocatore di Pascal, in passato l’amore mi aveva donato, oltre
che i consueti, famigerati, amletici tormenti, anche, devo confessarlo,
momenti impagabili e implacabili di indescrivibili, celestiali estasi,
ali fugaci che per attimi eterni mi avevano reso empirea divinità ai
miei stessi, increduli occhi di creatura misera e mortale. Ma, in
omaggio all’oscuro destino che vuole gli uomini dannati all’infelicità
o al tedio, dopo quei momenti apparentemente così perfetti, pieno di
sgomento e stupore avevo scoperto che il sia pur traboccante calice
dei sensi è sol pochi istanti dopo causa certa nell’anima di
inquietudini altrettanto o forse addirittura più sottilmente prepotenti
che il nudo e crudo squarciarsi del dolore, che noi siamo portati a
64
La battuta è tratta da “L’Edipo a Colono”.
172
considerare un danno ma che, strano ma vero, al suo cessare è fonte
di indubitabile e a volte impagabile piacere (è da cose come queste
che anche il filosofo più stacanovista finisce per rassegnarsi al fatto
che la vita umana non è altro infine che un quintessenziale paradosso
che, ove si tenti di scioglierlo, si suddivide in infiniti paradossi). Il
timore che la fonte dell’estasi si dissecchi, o che ci venga tolta, sono
i minori dei mali. Il più e il peggio, come Freud spiegava in un
celeberrimo e ormai quasi antico saggio, “Al di là del principio del
piacere”, è che la mente umana tende come tutto l’universo
all’entropia (anche se ultimamente pare tendere più che altro
all’esco(r)troia), ovvero a un equilibrio che produce infine
l’immobilità assoluta, la pietrificazione della morte (i fisici in effetti,
parlando di questo fenomeno dicono spesso che l’universo tende alla
“morte termica”). Ma il piacere, essendo un moto vitale e dunque
anticaotico dell’anima, disturba questa sua incoercibile tendenza al
“caos calmo” che sembra essere il suo scopo ultimo non meno che il
suo ultimo destino, ed ecco dunque che esso piacere viene sentito
infine più o meno inconsciamente come un disturbo, un disturbo di
pari e a volte di maggior grado, appunto, che il puro e semplice
soffrire (tanto è vero che Rousseau, un secolo prima di Freud, fa dire
al protagonista de “La nuova Eloisa”: “Ebbro d’amore e di voluttà il
mio cuore nuota nella tristezza; soffro e languo di dolore nel seno
stesso della suprema felicità, mi rinfaccio come un delitto l’eccesso
della mia felicità. O Dio! Che spaventoso tormento è di non potersi
abbandonare del tutto a nessun sentimento, di combatterli senza posa
l’un con l’altro, di sempre mescolare l’amarezza al piacere! Sarebbe
cento volte meglio essere soltanto infelici.”). Dunque, in fondo in
fine, cosa davvero ci rimane da rimpiangere? Ah, com’era saggio,
forse ancor più di Rousseau, il nostrano Montale di “Satura” quando
carico della sua a un tempo lieve ed impiombata ironia scriveva:
“Vedo un uccello sulla grondaia, sembra un piccione ma è più snello,
ed ha la cresta, o forse è il vento, chi può dirlo, i vetri sono chiusi. Se
lo vedi anche tu – quando ti svegliano i fuoribordo – questo è quanto
ci è dato di sapere della felicità. Ha un prezzo troppo alto, non fa per
noi e chi l’ha non sa che farsene”.
173
Beh, detto questo, l’unica cosa cui un essere umano si può
ragionevolmente rammaricare è dunque di esser nato, anche se il
nascere non è propriamente un evento della vita, come del resto non
lo è neppure la morte, dato che inizio e fine non sono una parte del
percorso: ma se il percorso è dal nulla al nulla attraverso il nulla, mi
ripetevo instancabilmente, c’era forse qualcosa che Elisabetta o, se è
per questo, qualsiasi altra donna, passata, presente o futura che fosse,
potessse davvero aggiungere alla mia vita? “Siamo ridicoli ad
affidarci alla compagnia dei nostri simili; miserabili come noi,
impotenti come noi, non ci daranno nessun aiuto; moriremo da
soli”65: ma, se questo è vero – e, Dio mio, chi potrebbe negare una
verità tanto evidente? – che cosa mai ha davvero da perdere o da
guadagnare un uomo a questo mondo, se non la pace che può trovare
solo nel fondo di sé stesso, se qualsiasi evento gli capiti non può
infine provocare altro che dolore o, al limite, tedio, disinganno e
indifferenza?
74.
Al termine di questo aspro, duro e asciutto percorso di pensieri,
mentre sorbivo il caffè al bar di fronte a casa, venni come travolto da
una sorprendente, quasi inconcepibile ondata di calma, che mi
sommerse per i giorni successivi, interminabile, immensa, al punto
che credetti fermamente che nulla al mondo potesse mai più
scuotermi da questo gesto di statua, da questa tempesta di ghiaccio
che tanto pareva immobile da esser sempre esistita. Qualche pensiero
angoscioso provò ancora un assalto in quell’insperato mattino di
pace, ma lo respinsi citando le sagge parole del troppo giovane e
troppo saggio Carlo Michelstaedter: “Come quando affievolendosi la
luce nella stanza, l’imagine delle care cose, onde il vetro vela
l’oscurità esterna, si fa invisibile; così quando la trama dell’illusione
s’affina, si disorganizza, si squarcia, gli uomini, fatti impotenti, si (..)
trovano a voler fuggire la morte senza più aver la via consueta che
65
Pascal, “Pensieri”.
174
finge cose finite da fuggire, cose finite cercando”66. Già. Ma perché
fuggire di cosa in cosa, di corsa in corsa, di oblio di me in altro oblio
di me cercando una pienezza che non si può mai raggiungere, se non
con la morte? A che dannarsi l’anima e danneggiarsi il corpo, a che
tanto disperarsi intorno a delle congiunture del mondo, a dei miraggi
dei sensi che di illusione in delusione rimandano sempre al altre
simili, vane e dolorose congiunture ed illusioni?
Io, ex adolescente pericolosamente incline a una sorta di
narcisistico culto della fragilità, ex giovane sensitivo, confuso,
ridondante e classico e poi adulto romantico e passionale fino al più
freddo, crudo e financo riprovevole cinismo (in effetti, come nota
giustamente Leopardi, il cinismo più assoluto, risoluto e dissoluto
può essere infine null’altro e nulla di più che la languida
depravazione di una sentimentalità tragica, fragile e tradita), mi
trovavo infine improvvisamente immerso in un mare piatto
d’indifferenza – vacua, silenziosa, bianchissima: il mondo mi pareva
oramai un deserto di pura luce, nudo di tutto meno che della sua
accecante, perfetta nudità, mentre io, di me stesso stupito, scoprivo di
non aver più sete di alcunché di diverso che la monotona distesa
delle dune.
«Bene non seppi fuori dal prodigio che schiude la divina
Indifferenza»67: mentre come al solito, eppure così diverso dal solito,
mi recavo alla libreria Martelli per piluccare qualche libro, vagavo
fra le mie vecchie e sagge conoscenze e reminescenze dei tempi in
cui frequentavo l’università, fra le quali cercavo delle frasi che
potessero descrivere il mio nuovo stato d’animo. Cercai a lungo, e,
alla fine, me ne vennero in mente due, entrambe, chissà perché, di
derivazione cinese antica. La prima era una sentenza di Lao-Tzu, che
avevo letta in una delle infinite traduzioni del “Tao-Tè-Ching” che il
cinese antico rende possibili e che suona “il saggio non teme la
morte, perché è già morto”. La seconda era ancora di un filosofo
taoista, ma non ero e non sono a tutt’ora certo di chi fosse (a occhio e
croce mi pare che fosse Chuang-Tzu). La frase potrebbe rendersi più
66
C. Michelstaedter , “La persuasione e la rettorica”.
Eugenio Montale, da uno dei più celebri dei suoi celeberrimi “Ossi di
seppia”.
175
67
o meno così: “vi sono uomini che scelgono di vivere immersi nelle
città affollate e altri invece che scelgono la solitudine e si ritirano in
remoti eremitaggi: il saggio è colui che sceglie di vivere da eremita
immerso nelle città affollate”.
Cullato nel silenzio di quelle antiche massime da quel momento in
poi – contro ogni mia passata abitudine, contro ogni logica, e quasi
contro la mia stessa volontà – mi scoprii a non provare alcun
desiderio di nulla che non fosse interamente in mio potere: non un
solo istante di tristezza, o di angoscia, o di gioia venne a turbarmi.
Per tutta la durata di quel giorno e poi nei giorni successivi di quelle
così dolcemente immobili vacanze estive ebbi a scoprire che in
qualche modo misterioso il mio tempo quotidiano si era trasformato
in una bonaccia interminabile di una quasi divina, quasi perfetta e
quasi lasciva atarassia. Era quella la saggezza di cui parlavano gli
stoici, e io così, senza quasi alcuno sforzo di autoriflessione e
disciplina, l’avevo raggiunta?
75.
Schopenhauer sosteneva che l’amore non è altro che un inganno
che la natura usa per convincere gli esseri umani a propagare
all’infinito la Volontà di Vivere, ovvero, in ultima analisi, il nulla, il
dolore e la morte. Che dietro tale inganno, dietro le sue fasulle
altezze, le sue visioni di celeste cartapesta, altro non si celano che
delusioni e tormenti; i suoi dolori, come peraltro ogni dolore, sono
effettivi e realissimi, i suoi piaceri ineffettivi e immaginari (si pensi,
tanto per fare un esempio, che a Montale ci vorranno sei anni e più
d’inferno autentico o peggio che autentico per trasformare l’Irma
Brandeis di qualche appuntamento e un paio di scopatine ospedaliere
nella divina Clizia delle sue “Occasioni” presumibilmente già
perdute in partenza). E’ vero quel che sostiene Schopenhauer?
Diciamo che, se non lo è, lo sembra. Ma, se è vero, perché mai la
Volontà di Vivere dovrebbe voler propagarsi in questo modo, e non
in un altro? La Volontà di Vivere, per quel che si può capire, si
propaga, che so, anche attraverso il respirare, che, a dir la verità, non
176
abbisogna di similari inganni, e lo stesso dicasi del mangiare, del
bere, del defecare, e di tutte quelle funzioni essenzialissime che
tengono in vita le nostre illusorie speranze e le nostre effettive
miserie. Perché dunque la Volontà, o la Natura, a un certo punto
cessano di servirsi del puro e semplice non meno che implacabile
bisogno? Perché, se un tale mezzo funziona in modo tanto
inesorabilmente efficace, passare dalla necessità ineludibile alla
labile blandizie di tali neghittosi miraggi per spingere l’uomo a
cavalcare inutilmente l’inutile deserto, a propagare nel tempo le sue
dune, a gravare di future delusioni il vuoto suo presente? Non è più
certa dello scopo, invece della labilità dell’inganno, la dura
impellenza del minimo necessario, l’umiliazione dell’obbligo
fisiologico, gli inevitabili doveri della fame piuttosto che il lussuoso
miraggio di una felicità che ben presto si scopre inconsistente?
Schopenhauer, da buon filosofo, di fronte alle domande essenziali
si rifugia in risposte degne di un arcivescovo o di un astrologo, e in
tutta la sua opera non fa altro che ripetere che la Natura o la Volontà
di vivere ci ingannano: si, va bene, ma perché lo fanno? Chi era
Elisabetta, quella che rifulgeva altissima nell’illusione, o quella
oscura dell’abisso di vuoto e di nulla della delusione? Illusione si
definisce quel che poco dura, realtà quel che inesorabile prosegue:
ma anche l’Elisabetta della disillusione svanirà, com’è svanita quella
dell’illusione! Termineranno infine queste mie parole, terminerà la
mia vita, si cancelleranno le sue tracce e i miei ricordi. Dunque anche
la disillusione si rivelerà illusoria, bene o male, presto o tardi, a
ragione o a torto. Dunque, ancora, chi era Elisabetta, chi era colui
che l’adorava, chi è colui che dolorosamente la ricorda, chi sarà colui
che senza accorgersene l’avrà dimenticata?
76.
Invidio chi crede la nostra anima immortale, invidio chi pensa che
un giorno compariremo di fronte all’Immobile Artefice del Tempo,
perché questi credono anche che in quel medesimo giorno, oltre a
dover affrontare la sgradevole incombenza di dover rispondere di
177
fronte al di Lui tribunale di vizi, nequizie e liquirizie, potranno anche
finalmente porre a Qualcuno in grado di rispondere, si spera molto
meglio di Schopenhauer, a tutte le capitali e, se è per questo, anche le
provinciali e comunali domande che affannano, a parte tutto il resto,
l’umana esistenza o insistenza che dir si voglia. Non solo dunque,
perché viviamo, perché si desideri la felicità e solo il dolore esista
(quel filosofo che diceva che questo è il migliore dei mondi possibili
doveva essere nato e non mai uscito da Beverly Hills), ma anche
quest’altra: perché siamo costretti a dubitare di tutto, perché di nulla,
nemmeno del Nulla, si possa restar certi? Presto svanirò,
irreparabilmente; la morte prepara per me il suo abbraccio di
ineffabile, bianchissima conchiglia, di intemporale, interminata rosa:
perché, dopo tanto inutile soffrire neppur potrò conoscere chi fosse
Elisabetta, e il primo e profondo ragionar che ad amarla mi sospinse?
E ancora: perché – fra le tante altre cose che la mia ex adorata poteva
fare per divertirsi, fra le quali cacciarsi un vibratore dove non si può
dire masturbandosi e guardando un porno strettamente avvinghiata
con il suo stramaledettissimo fidanzato torinese – perché Elisabetta,
stavo dicendo, dopo avermi sedotto e abbandonato mi ha voluto
ancora e senza scopo sottoporre al tantalico supplizio dei suoi
richiami, dei suoi sguardi, fino a farmi dubitare che per qualche
oscuro motivo mi odiasse e che per questo mi volesse punire e
tormentare?
I giorni vanno via inutili, vuoti, ieri come oggi, come domani.
Perso nella sabbia precipitosa e friabile della deserta clessidra del
tempo insino e persino la certissima morte mi appare un vaneggiare
di miraggi. Sono al mondo per propagare il nulla, adesso lo so,
questo è il mio fine, Elisabetta fu solo uno strumento di tale
metafisico, nonché metachimico inganno. Che farò ora dei miei
giorni, quando più neppure un lume o un barlume d’illusione viene a
consolarmi, quaggiù, nel fondo dell’abisso dove regna incontrastato
il mostro, il buio eterno della Verità?
178
77.
Ma allora, ovverosia circa quattro mesi fa (ora come ora mi
sembrano più o meno quattro secoli) non ero ancora giunto a queste
tristi ancorché del tutto ovvie conclusioni. Sebbene il mio spirito
sembrasse oramai aver trovato l’agognata purificazione dall’atroce
fiammeggiare del vago e derisorio amore in un supremo tumulo di
grigie e fredde ceneri, verso la fine delle ferie mi resi conto che
ancora non ero diventato del tutto impermeabile alle ignobili, oscene
lusinghe del mondo. Trionfante e bianchissimo preludio ai colori
incantati dell’autunno, settembre si annunciava coi suoi bagliori
radenti e lancinanti, coi suoi tramonti sempre più estenuanti ed
elegiaci: il corso di tango stava per ricominciare e, pur cercando di
non farci caso, o di far finta di nulla, mi rendevo conto che il mare
serenamente piatto e dolcemente indifferenziato della dolce,
luminosa e quasi increduta atarassia aveva preso ad incresparsi. Non
un filo di vento si muoveva in superficie, ed era dunque piuttosto
facile dedurne che le onde che cominciavano a farsi udire, pur se
ancora quiete e tranquille come un sospirare di risacca, provenivano
da quell’inquieto abisso dove le umane passioni si nascondono a
silenziosamente tendere i loro furibondi e vaneggianti agguati. Il
corso di Ignacio stava per ricominciare, poi ricominciò e io, chissà
perché, decisi di iscrivermi – anche se avrei potuto andare da qualche
altra parte, anche se avrei potuto contentarmi di quello di Patricia e
Matteo, anche se… – e alla prima lezione, per quanto mi sforzassi di
far l’indifferente, mi resi conto che il fatto di non vedere la mia ex
adorata aggirarsi per la sala coi suoi occhi di celestiale crisalide, col
suo incantato incedere di terrena libellula, era per me motivo di un
piuttosto triste senso di sollievo (sollievo da che, visto che non
sentivo o credevo di non sentire altro che nulla? (?!?)). La successiva
settimana poi mi sentii, come dire, come angosciosamente in salvo,
ma intanto – ahi, intanto! – perché scongiuravo me stesso di non
sperare che…, di non desiderare che…, perché tutto (tutto cosa?) era
inutile, tutto era già sciupato? Forse “lei” non sarebbe più tornata,
forse non l’avrei più rivista, forse davvero quel lungo tormento era
per finire per sempre, ma – ahimè – nel corso di quella fatidica
179
seconda lezione, come più o meno sotterraneamente mi aspettavo e
ancor più sotterraneamente speravo, Elisabetta ricomparve con dolce
e maestoso sorriso sulla porta della sala e con ciò anche in quella
della mia indomita, innamorata debolezza. Fu così che il temuto,
previsto, e odiato e adorato brivido del folle desiderio traversò di
nuovo la mia anima, in cui da più di un mese regnava un cristallino
velo di imperturbabile silenzio.
La vidi, vidi il suo volto fra la ressa dei ballerini (quella sera c’era,
per fortuna, molta gente) come si può vedere una luce intensa e
purissima in un buio perfetto. Ma chiusi gli occhi e perseverai, volli a
tutti i costi perseverare sulla strada della saggezza: fuori dal silenzio
dei sensi – da quella sorta di involontaria stasi che quasi come un
dono del Cielo mi ero ritrovato in cuore – non c’era, finalmente ne
ero certo, il canto dolce della felicità. Non c’era nemmeno il grido
furioso del piacere: c’era solo il morso atroce della passione
insoddisfatta, dell’agonia, della vana attesa! No, non sarei andato a
salutarla. Avrei evitato anche solo la tentazione di riprendere in
qualsiasi modo qualsiasi rapporto, e lei (questa volta ne ero davvero
certo!) avrebbe intuito e fino in fondo capito quali fossero o fossero
stati i miei sentimenti nei suoi confronti e mi avrebbe finalmente,
come minimo, lasciato andare in santa pace a quel paese, che proprio
santo non è, ma piuttosto tranquillo deve essere, dato che nessuno ci
vuole andare di sua spontanea volontà.
Quella non-storia, ammesso che avesse avuto un passato, non
aveva alcun futuro, ed era dunque giusto che finisse in quel modo, in
quella distanza e quel silenzio che la sua strana, improvvida
somiglianza con un amore del mio passato aveva non meno
improvvidamente interrotto. In fondo, alla fine di tutto, pensandoci
bene, proprio quella doveva essere la vera ragione del mio
temporaneo stato di infermità mentale, e null’altro: i ricordi che
Elisabetta mi aveva consciamente o inconsciamente suscitato.
Quando tanto enigmaticamente avevo perso la testa per lei, un anno o
forse un secolo fa, o domani, chi può dirlo, che altro potevo saperne,
cosa di più poteva avermi impressionato, se non la sua vaga e
stralunata somiglianza con un volto amato di tanti, di troppi anni
prima? Forse avevano ragione Freud e Leopardi, quando
180
affermavano in inconsapevole coro che l’amore presente altro non è
che il ricordo-ripetizione di amori passati – gli amori dell’infanzia –
anche se – devo sottolinearlo – a me questa definizione così precisa,
così empiricamente circoscritta non riesce tutt’ora a convincermi del
tutto. Se scrivessi io un trattato sull’amore direi, molto più
genericamente, che l’amore presente non è altro che il ricordo che un
tempo si è amato, e, anzi, mi è sempre venuta spontanea l’ipotesi che
il tempo cui il ricordo amoroso si riferisce sia da collocarsi
totalmente fuori dalla scena del tempo quotidiano, quello in cui di
fatto le persone si incontrano e si innamorano, quasi che la persona
di cui ci innamoriamo non sia altro che una porta verso una diversa
dimensione della vita, e, con ciò, anche del mondo (Dante pensava
che Amore non fosse altro che l’annunciarsi della divina salvezza
attraverso un simbolo terreno, Socrate, come abbiamo visto, un
ricordo della divina cavalcata verso e attraverso il mondo iperuranio:
ma non può esserci un divino senza nome, un divino senza Dio, per
così dire, cui il ricordo o la profezia amorosa si riferisce? Io credo di
si).
In effetti, più ripenso a questa storia o non-storia che sto
raccontando, più mi convinco che, in generale, i fatti rilevanti che
riguardano un amore siano sostanzialmente inconoscibili: la
coscienza è un palco i cui attori sono i nostri sentimenti, che però
recitano un testo che hanno imparato Altrove. Il sentimento amoroso
entra in scena e ci annuncia – per mezzo di languori, rossori,
entusiasmi, angosce, nostalgie e frasi, rime ed immagini di ogni sorta
– che siamo innamorati di una certa persona, e così esultiamo, e
tremiamo, e ci rannicchiamo e ci rammarichiamo, mentre assistiamo
allo svolgersi di questa strana recita: ma chi e perché abbia scritto
quel testo, in cui magari alla fine si mette in scena il nostro stesso
suicidio, non lo sapremo mai. Il Testo, o, se si vuole, la Recita, la
possiamo, anzi, la dobbiamo ascoltare dall’inizio alla fine, e, in un
certo senso, non abbiamo nessuna possibilità di intervenire sul suo
svolgimento (anche le deviazioni che tentiamo, anche le
improvvisazioni che ci inventiamo, fanno parte del Destino da
sempre inscritto nel Testo). Ma invano ci domanderemo, magari per
anni e anni, magari per tutto il resto della vita, chi possa essere
181
l’Autore che a tale Recita ci spinga e ci costringa, tanto come
Spettatori che come Attori, o meglio: come Attori costretti ad
assistere da Spettatori alla loro stessa predestinata Recita. Il nostro
destino ultimo non è il Nonsenso, ma bensì e benpeggio,
l’Inconsapevolezza, il Nonsapere e l’Ignoranza o Chissà Che
(ammetto però che alla fine tutte queste iniziali maiuscole non mi
dicono più un Cazzo).
78.
Comunque sia, intimorito com’ero al pensiero di ricascare nei miei
da troppo poco passati deliri, per non vedere Elisabetta e non farmi
da lei vedere, per non parlarle e perché non mi parlasse, cercai per
quanto è possibile a una persona che supera il metro e novanta di
altezza di occultarmi, di mimetizzarmi nella ressa dei ballerini come
un morto si occulta e si mimetizza nella foto in cui ci sorride, chissà,
forse per la prima volta in modo sincero, dalla lapide. Quell’ora,
quell’interminabile ora di lezione sarebbe ben presto finita, mi
ripetevo a mo’ di incoraggiamento, e nel non salutarsi, nel non
guardarsi, nel non parlarsi più, quell’amore iniziato quasi un anno
prima sarebbe dunque e ordunque finito per sempre.
Ma, oh polvere da polvere alla polvere! oh niente da niente verso il
niente! appunto, niente di niente accadde di quanto da me
ragionevolmente deciso e previsto: ogni mia interna soluzione e
risoluzione, assoluzione o dissoluzione, risultò infine, ahimè,
completamente inutile. Con ogni evidenza, ci sono dei casi della vita
che non sono destinati in ogni caso a concludersi in modo semplice,
e, anzi, quanto più si cerchi di abbreviarne l’agonico finale quanto
più esso dura e perdura in un annodarsi sempre più labirintico,
sempre più intricato e inestricabile. Nonostante le mie manifeste
manovre tese a evitarne financo lo sguardo Elisabetta –
incredibilmente! – mi cercava fra la ressa dei ballerini e delle
ballerine, sorrideva con aria felice (che bello rivederti! sembravano
dire i suoi occhi con espressione insieme soavemente luminosa e
innocentemente idiota) e non sembrava aver capito che desideravo
182
che mi stesse lontana, il più lontana che fosse possibile! Mi portai al
lato opposto della sala e, addirittura, controllavo i suoi movimenti
per fare in modo di essere sempre alla massima distanza possibile
dalla di lei vellutata pelle, dal suo magico abbraccio, dai suoi passi di
terrena farfalla, ma non ci fu niente da fare. Al momento dell’inizio
della seconda lezione, mentre gli allievi formavano un largo cerchio
intorno al maestro – che stava spiegando il passo che avremmo
dovuto imparare quella sera – Elisabetta, sotto lo sguardo attonito di
tutti, traversò quasi di corsa l’intera sala che ascoltava in silenzioso
rispetto gli insegnamenti del buon Ignacio, indi mi poggiò
delicatamente la sua mano maledetta, stramaledetta e fatata
sull’avambraccio e mi chiese poscia con la sua voce inimitabile,
dolcissima, da topo dei cartoni animati: “come stai?”. Di nuovo sentii
nel sangue quel fluido infernale – di desiderio, di dedizione, di ilarità
e fantasmi – che un anno prima mi aveva sottomesso come un
incantesimo. Le risposi come un automa: “sto bene, grazie”, e, per
mia fortuna, a quel punto quello stranissimo cartone animato umano
se ne tornò al suo posto, pur continuando a guardare di tanto in tanto
in mia direzione e a sorridere. Come suscitato o resuscitato da
un’inesorabile, impalpabile droga il mio delirio riprese “quello che
avevo scambiato per la freddezza d’un amore spento non era che
l’accanimento della disperazione”68. Quella sera Elisabetta ballava
con l’avvocato che alla cena di fine corso le aveva fatto quelle
avances pesanti che mi avevano consentito di udire dalla sua stessa
voce che, ehi!!!!, lei era fidanzata (già, e allora cosa vai in giro per
tutto il mondo d’Egitto a rizzar obelischi come una sfinge allupata,
fidanzata torinese dei miei ornitorinchi! (per chi non l’avesse capito,
l’obelisco sarebbe quello che sta fra i due ornitorinchi, e il tutto serve
di solito essenzialmente a far pipì)): forse fu per questo che in quel
momento avrei fatto volentieri con il gargarozzo di entrambi una
bella composizione di nodi da marinaio, possibilmente in stile
astratto-espressionistico, anche se devo confessare che la mia ira era
in quel momento diretta più che altro verso l’avvocato, non so bene
perché, forse è proprio la professione in sé e per sé che mi viene
68
J. J. Rousseau, La nouvelle Eloise, Parte III, lettera xviii
183
spontaneo di ritenere infame (pochi sanno che fare l’avvocato del
diavolo è un mestiere particolarmente difficile perché e sol perché
non c’è un solo diavolo al mondo che non sia anche un avvocato),
non lo so. So solo che – forse invasato dallo spirito stesso di Evaristo
Carriego, ovvero “da quell’istante supremo in cui s’adempie la
terrena mission delle canaglie” – per un paio di interminabili minuti
dovetti reprimere rabbie cerbere, acerbe e innominabili, e tanto mi
imbufalii che arrivai fino al punto di immaginarmi nel bel mezzo di
Palermo, gaucho, guapo o compadrito, fate voi, l’importante era solo
avere un coltello tintinnante appeso alla cintura e un pretesto
purchessia per avviare un’animata discussione con il mio
odiosissimo rivale, discussione che mi desse infine una scusa – per
quanto cavillosa, cavallina o cavillante – per sovrapporre alla
composizione di nodi da marinaio di cui sopra un tormentato ritratto
cubista ricavato direttamente dal vivo della sua faccia (per chi non lo
sapesse, Palermo sarebbe un celebre barrio o quartiere di Buenos
Aires, ma in quel momento a me andava bene anche la Palermo
nostrana, dove, a quel che si dice, si incontra a tutt’oggi una certa
tolleranza per coloro che prendono a schioppettate i rivali in amore).
Ma, nonostante la rabbia impotente che mi rodeva e mi torturava –
o forse proprio a causa di quella – la passione per Elisabetta che
avevo insensatamente creduto per sempre sopita – e che invece era
stata solo duramente repressa o momentaneamente sospesa – risorse
dal profondo della mia anima esaltata e sconvolta, e con così
dirompente forza da suscitarmi addirittura delle visioni: incredulo di
quanto mi accadeva, mentre la osservavo ballare credevo di vederla,
o, meglio, la contemplavo in estasi attorniata da una sorta di sfera
luminosa (sic!), che pareva emanare misteriosamente dal suo corpo,
‘sì che “Quale è colui che suo dannaggio sogna e che sognando
desidera sognare sì che quel ch’è come non fosse agogna” 69 mi
pareva che lo spazio della sala si incurvasse e quasi si genuflettesse
davanti e intorno alla di lei esile figura, che mai mi era sembrata così
meravigliosamente aerea, leggiadra, fatata, così fatale, sfumata, così
perdutamente e disumanamente astrale. Mi pizzicai forte, dapprima
69
Dante Alighieri, “Divina Commedia”, Inferno, XXX.
184
su un braccio poi addirittura su una guancia, nel tentativo che
credevo ormai disperato di riprendere contatto con una sempre più
mitologica e irraggiungibile realtà, ma che invece, contrariamente
alle mie aspettative, andò a buon fine, anche se non immediatamente.
79.
Uscendo dalla sala infatti, diversamente da un anno prima, ebbi
grazie al Cielo o all’Inferno – anche se più probabilmente devo
benedire il Purgatorio, con particolare riferimento a Guttalax, Dolce
Euchessina, pastiglie Falqui e simili – ebbi, stavo dicendo, la forza
di porre un qualche freno allo tsunami del mio farneticante desiderio,
e di calmarmi: almeno parzialmente, almeno fino al punto di
sovrapporre una chiara e limpida ribellione razionale a tali assurdi,
inconcepibili, incontenibili e quasi incredibili eventi (“Conosco cieli
che esplodono in lampi, e le trombe e le risacche e le correnti:
conosco la sera, l’Alba che si esalta come uno stormo di colombe! E
ha volte ho visto ciò che l’uomo ha creduto di vedere!”, si va beh,
buon vecchio Arthur, ma quando mai si è visto lo spazio incurvarsi e
quasi genuflettersi intorno all’aura luminosa emanata da
un’interprete per sordomuti che balla il tango? (beh, se non altro
l’episodio dimostra quanto avesse ragione il buon vecchio Cioran
quando esclamava “Vitalità dell’Amore! Non si può, senza essere
ingiusti, parlare male di un sentimento che è sopravvissuto tanto al
romanticismo quanto ai bidet.” 70).
D’altra parte, come giustamente nota Roland Barthes, essere
innamorati significa essere pazzi, ma il fatto di arrivare a pensarlo, a
poterselo dire, consente senz’altro di sdoppiare la propria immagine,
di contemplare la propria pazzia come dall’esterno, di farsene
un’immagine chiara e distinta in modo da discettare su di essa, di
raccontarla, di criticarla, di esecrarla infine e, in questo modo, di
evitare di essere inghiottiti dal suo tenebroso non meno che ironico
vortice (allo stesso fenomeno allude Bataille quando afferma che “La
70
E. Cioran, “Sillogismi dell’amarezza”, Adelphi, p. 94.
185
nostra esperienza segreta non può entrare direttamente nella parte
chiara della coscienza. Perlomeno, la coscienza distinta ha il potere
di discernere il movimento mediante il quale essa scarta ciò che
condanna.”). E io, per salvarmi (si, ma da che?), proprio questo presi
a fare: a osservarmi, a descrivermi, a criticarmi, irridermi, esecrarmi.
Dunque mi condannavo, e condannandomi mi assolvevo, mi salvavo
dalla prigionia di quel delirio tanto intimo e silenzioso quanto
assorbente e assordante, ma, non ostante tutto, non ostante il
subentrare di un certo autocontrollo e di un minimo di calma, sul
treno per tornare a casa dovetti tanto constatare quanto arrendermi al
fato e al fatto che Elisabetta era ritornata di nuovo al centro nonché
alla periferia dei miei pensieri, anche se ora mi sentivo più forte, o
meno vulnerabile di qualche mese prima, non fosse altro che per un
bel po’ non ci avevo pensato quasi per nulla. Pure,
incontestabilmente, stavo di nuovo soffrendo le passate pene, e pieno
di ogni sorta di dubbi tanto erotici che filosofici, cominciavano a
vacillare quelle ferree conclusioni cui, solo poche settimane prima, il
buon vecchio Pascal mi aveva inesorabilmente spinto: davvero
potevo considerare quella sorta di stanza della tortura che l’Amore
stava apparecchiando per il mio fin troppo prossimo futuro, una sorta
di distrazione dalla mia misera condizione di mortale? “Si cerca il
riposo combattendo diversi ostacoli; ma quando si sono superati, il
riposo diventa insopportabile; perché si pensa o alle miserie che si
hanno o a quelle che ci minacciano. E quand’anche ci si vedesse al
riparo da ogni parte, la noia, con la sua autorità privata, non
tralascerebbe di affiorare dal profondo del cuore… l’uomo è tanto
infelice, che si annoierebbe lo stesso anche senza nessuna causa di
noia, per lo stato stesso della sua conformazione”: Dio mio, era vero
davvero e veramente tutto questo? Davvero io mi stavo più o meno
incoscientemente procurando quel devastante genere di del tutto
evitabile autoillusione solo per non entrare in contatto con delle
miserie inevitabili, metafisiche, contro cui nulla al mondo avrebbe
potuto fornirmi un vero rimedio (in effetti, al mio mal d’Amore un
rimedio pur a questo punto del tutto improbabile esisteva, ovvero che
Elisabetta, che so, invece che limitarsi a poggiare la sua fatata
manina sul mio avambraccio si fosse decisa, diciamo così, ad
186
appoggiarla un po’ più in basso, o, ehm, al limite, se proprio non
voleva o poteva far di più, ad abbracciarmi e baciarmi: invece, in
effetti, a quel genere di mali cui allude Pascal non c’era allora e non
c’è altro rimedio oggi che il non esser mai nati)?
Ma, pensandoci meglio, guardando più a fondo, confessandomi più
intimamente, non poteva invece essere vero il contrario? Non poteva
darsi che un mese e mezzo prima fossi andato a inventarmi Pascal,
gli stoici, i taoisti e compagnia bella solo per proteggere la mia
anima sconvolta dal dolore di aver perso per sempre la milonguera
dei miei sogni? Davvero aveva ragione, o davvero credevo che
avesse ragione, in coro con il Pascal dei “Pensieri” il Kafka dei
“Quaderni in ottavo”, quello da cui avevo tratto uno dei primi, tanto
goffi quanto speranzosi sms a Elisabetta, quando affermava che
vivere significa essere rinchiusi in un infinito carcere, in cui l’unica
libertà concessa è quella ogni tanto di poter o dover passare da una
cella all’altra (mentre si è nel corridoio può accadere che Dio si
rivolga al secondino che ci scorta e gli dica: questo lasciatelo andare,
viene con me: beh, ma quando è che arriva Dio, santo Dio?)?
Tormentato com’ero da questa sorta di dubbi eretici, erotici ed
esistenziali, l’unica cosa di cui rimanevo certo era invece che, ancora
una volta, dovevo tanto umilmente quanto furiosamente riconoscere
che non ostante tutta la mia passione, non ostante questa che oramai
potevo definire una vera e propria ossessione, non ero riuscito e non
riuscivo a venire a capo di niente quanto all’identità profonda della
mia adorata: non ero riuscito a conoscerla, a capirla, a sentirla,
questo era chiaro, perché i suoi comportamenti mi riuscivano a
tuttora completamente incomprensibili. Era fidanzata, si, ma chi era
questo fidanzato, che non era capace di tenerla lontano nemmeno da
un poveraccio che aveva avuto la disgrazia di innamorarsi di lei?
Oppure era proprio questo il problema, che non aveva capito i miei
sentimenti? Si, è vero, le avevo spedito quella poesia qualche mese
prima, ma il numero era anonimo e poteva darsi che la ragazza, con
ogni evidenza particolarmente dura di comprendonio, avesse pensato
a un’altra persona, o a uno sbaglio di numero, a un refuso della
Telecom o qualcosa del genere, non c’era da stupirsene: se il
linguaggio fosse uno strumento di comunicazione veramente
187
soddisfacente gli esseri umani non avrebbero inventato la bomba
atomica. Dunque dovevo fare qualcosa: ma cosa? Qualsiasi tentativo
di liberarmi di lei era miseramente fallito, anche se, a dir la verità,
notavo alcuni promettenti mutamenti: se all’inizio di questa strana
storia o non-storia che dir si voglia mi sentivo in quello stato che
l’Ecclesiaste definì come “abominio della desolazione”, adesso mi
trovavo nello stato contrario, che sarebbe giustappunto quello della
“desolazione dell’abominio”: mica male no? A me sembrava un bel
progresso.
80.
Fra l’altro, nel corso dei lunghi, quasi eterni giorni della mia
benedetta atarassia, avevo riflettuto anche sull’assurdità, diciamo
così, sociale della mia passione, ricordando il modo invero piuttosto
“ragionevole”, se non proprio razionale, in cui molti miei colleghi si
erano in vario modo sentimentalmente sistemati o addirittura
accasati. Forti del loro status economico si erano accoppiati con
femmine del loro medesimo livello, oppure dotate di caratteristiche
non facilmente reperibili nel corso di un “random searching” (uno in
questo senso da me particolarmente invidiato conviveva da un paio
d’anni con una spogliarellista dell’Est il cui deretano dovrebbe essere
dichiarato, come minimo, specie protetta, parco nazionale, o cose del
genere (l’ottava meraviglia del mondo è caduta un po’ in disuso)). E
io, ovvero quello scapolo d’oro impenitente e impertinente che mi
gloriavo d’essere, avrei dovuto prendere in casa un’interprete per
sordomuti in vari sensi e da vari punti di vista piuttosto scalcinata
(forse non avevo pensato, osservandola senza indossare le lenti
deformanti della farneticazione amorosa, che trattavasi di femmina
piuttosto anonima, o forse, addirittura, un po’ bruttina?), che come
unica caratteristica notevole aveva quella di ballare il tango in modo
che mi pareva divino? E, in effetti, a pensarci bene, non poteva darsi
che quell’innamoramento – nato da un tango casuale – non fosse
infine da considerarsi come il delirante frutto di sensazioni oniriche,
del tutto occasionali e passeggere, quindi ancor più inadeguate a
188
fondare una convivenza di lungo periodo che il deretano della
sunnominata convivente del sunnominato collega che, in caso di
imprevedibile decadimento, poteva essere aggiustato con fitness e
silicone? In fondo, non è che in tutto quel tempo in cui ero stato
innamorato, alla fine avessi avuto modo di conoscerla bene, di
raggiungere con lei anche un minimo di intimità, fosse pure di genere
e stile meramente amichevole o compagnonesco. Che altro poteva
essere dunque quella non dichiarata e perciò così ferrea decisione di
averla e addirittura sposarla (!?!?!?!) se non il frutto di una sorta
black out del senso comune, di un sonno della ragione che, come tutti
sanno, genera mostri (in effetti, quell’innamoramento non mi stava
facendo forse passare delle sofferenze paragonabili a quelle che
potrebbe causare un vero e proprio incubo, ovvero, appunto, un
mostro?)?
Nel mentre mi affrettavo verso la stazione mi tornò in mente una
situazione simile, che avevo incontrato in un romanzo il cui titolo è,
suppongo, ormai assai più famoso del suo contenuto, ovvero
“L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Si racconta ivi la storia di
un chirurgo prestigioso, un certo non meglio precisato Tomas, che si
innamora perdutamente di una cameriera di provincia, certa Tereza,
una femmina che, in teoria, causa uno status sociale alquanto basso,
se non proprio degradato, non avrebbe dovuto né potuto avere
nessuna chance di suscitare in lui alcun genere di durevole attrattiva.
Invece, guarda un po’, questa ragazza fragile e male in arnese in
breve tempo riesce nell’ardua impresa di andare a vivere con lui –
scapolo ancor più di me impenitente e impertinente – e poi
addirittura a farsi sposare, evento quasi impensabile questo, dato che
il chirurgo in questione appare come un estremista libertino che non
si capisce bene dove trovi il tempo di operare i suoi pazienti, visto il
numero di amanti che frequenta senza posa, senza spesa e,
naturalmente, senza sposa (l’enigma può venir risolto solo
immaginando che amanti e pazienti siano le stesse persone e che
Tomas si occupi di loro contemporaneamente dal punto di vista
medico e sessuale).
189
81.
Comunque sia, questo luminare del sesso non meno che della
medicina – scoprendosi perdutamente innamorato e addirittura sul
punto di scoppiare in impudichi singhiozzi, mentre curvo e in
ginocchio si inebria del fiato profumato dai sogni e dalla febbre di
questa donna dotata di una posizione sociale tanto inconsistente –
giunge fino al punto di sentirsi un piuttosto ridicolo impostore, un
crasso ipocrita in quello che avrebbe dovuto essere invece uno dei
momenti più veri e importanti della sua vita, quello dell’eternamente
virginea scoperta dell’Amore, dunque della più rara, incantevole e
sconvolgente delle passioni umane. Ma come è possibile che un
uomo del suo livello possa essersi addirittura innamorato di una
creatura tanto insignificante e inadeguata? che cosa ci fa una
cameriera di provincia nel glorioso e invitto divano a una piazza di
un chirurgo e Casanova di successo? Era Amore quello, o non stava
invece ingannando sé stesso con una sorta di recita a soggetto, solo
per poter credere, almeno per una volta, almeno per un attimo, di non
essere quella persona frivola e superficiale che la monomaniaca
passione e la fatua dipendenza dall’ottusa, ripetitiva e quasi
macchinica aggressività del sesso ogni giorno gli testimoniava che
fosse?
Pure, nessuna riflessione razionale riuscirà a distogliere Tomas da
questa relazione tanto improbabile da sfiorare l’improponibile e il
grottesco: lui non vedeva, non mai vedrà, come forse non mai aveva
visto una cameriera di provincia piombata in casa sua a rovinare la
rocambolesca leggerezza delle sue innumerevoli relazioni libertine.
Tereza fin dal primo istante gli appare come alla moglie del faraone
apparve Mosè, come un bimbo portato dalla corrente in un cesto di
vimini ricoperto di pece, un bimbo che il fiume della vita aveva
depositato dolcemente sulle rive del suo letto. Rapito da questa
commovente immagine, Tomas viene sopraffatto fin nelle più intime
profondità di sé stesso dalla tenerezza e dalla compassione (che in
questo senso viene vista come un patire-con.., dunque come un
sentire-con.., dunque infine come un essere la stessa cosa con
l’amata (che è quello stesso che accade all’amante di Giulia nel già
190
citato romanzo di Rousseau “Ah, se tu sapessi amare come me, la
mia felicità ti consolerebbe come la tua pena mi addolora, tu
sentiresti i miei piaceri come io sento la tua tristezza! (..) Io non mi
appartengo più, lo confesso, la mia anima alienata vive tutta in te.”),
e, stando così le cose, non aveva potuto fare a meno di prendersene
cura con tutte le attenzioni del caso, oltre che con quelle della
necessità, naturalmente (se la moglie del faraone non fosse stata
sopraffatta dalla tenerezza e dalla compassione Mosè sarebbe morto,
e tutta la storia dell’Occidente sarebbe cambiata, o forse non ci
sarebbe neppure mai stata, sottolinea Milan Kundera, con non si
capisce bene quanta ironia (Pascal, d’altra parte, sosteneva che se il
naso di Cleopatra fosse stato appena più piccolo, parimenti, la Storia
sarebbe cambiata, e più di uno studioso gli ha dato ragione senza
riderci nemmeno troppo su (forse sarebbe stata diversa anche la
storia d’Italia, se il pappagallino del Presidente di tutte le Presidenze
fosse stato anche solo un po’ meno affamato)).
Ma, mi domandavo io mentre pensosamente disperato mi avviavo
verso la stazione, se l’amore nasce davvero così, come dice Kundera,
ovvero nasce quando un incontro, una persona e una situazione
qualsiasi si fissano in noi in forma di immagini poetiche, ovvero di
metafore, quale metafora era diventata per me quella strana ragazza?
A quale metafisica entità poteva oscuramente alludere un’interprete
per sordomuti che balla il tango “perfetta e fatale come una foglia nel
vento” (così l’avevo vista svanire alla milonga di fine corso solo tre
mesi prima, e forse proprio così l’avevo vista arrivare nel momento
in cui per la prima volta posò la sua mano lieve, fatata e fatale sul
mio braccio (o che sarebbe successo se l’avessi vista, al contrario,
“ridente come un’alba, vergine e pura come verde foglia sul vergine
e verde protendersi al vento del ramo alato della primavera”?)?
Chissà, forse la magica gestualità di questa ragazza mi aveva fatto
pensare alla libera, luminosa, voluttuosa leggerezza che può liberarci
talvolta da questa sorta di Vergine di Norimberga che è la vita
umana, utero stretto e soffocante quanto più all’infinito l’universo si
estenda e si dilati? O alla fatua eppur ferrea, inesorabile casualità che
regge il nostro fato, e dunque i nostri amori, le nostre passioni più
invincibili, ovvero le cose di cui consiste il senso della nostra vita, o,
191
addirittura, la nostra vita stessa (ricordo che una foglia nel vento può
essere l’immagine di un dolce abbandono, come della tragica
sottomissione al destino di cui, in gioia e dolore, sempre e comunque
siamo schiavi)? Se è ragionevole paragonare la vita umana a una
foglia trascinata dal vento, non era forse allora in quel momento
logico e ragionevole pensarmi appunto come una foglia per la quale
un certo momentaneo refolo aveva assunto il volto oscuro e dorato, il
moto turbinoso e languido delle onde di miele in tempesta – ovvero
del tango incantato e ammaliatore di un’interprete per sordomuti per
altro verso squattrinata, giovane si, ma non più giovanissima,
fisicamente mediocre o, chissà, forse persino un po’ bruttina?
Comunque sia, era deciso: dovevo riprendere in mano le redini
della mia vita: “Dipende da noi soltanto essere in un modo piuttosto
che in un altro. Il nostro corpo è un giardino e il suo giardiniere è la
nostra volontà” (in quel momento in cui con ogni evidenza mi faceva
comodo, mi fu facile dimenticare che l’ottimista della volontà in
questione fece una fine ancora peggiore del beneamato grande
statista Bettino Craxi (si tratta di Iago, l’eroe negativo dell’Otello,
che finisce i suoi giorni in vario modo condito e cucinato, anche se il
buon vecchio Shakespeare, giunto oramai alla fine del dramma, non
si attarda in sgradevoli precisazioni (scuoiato, impalato o peggio? il
grande statista invece, pur se morto in esilio, alla fine è riuscito
persino a farsi dedicare qualche via qua e là in giro per l’Italia (e che
quest’uomo fosse ben più che un grande statista, ma addirittura un
quasi-santo, lo si scopre percorrendo queste vie perché, pare, a tutti i
fedeli che intensamente lo ricordino passando per la strada col suo
nome battezzata, lui in contraccambio fa miracolosamente sparire il
portafoglio)))?
Così, una volta salito sul treno, affacciato al finestrino per prendere
un po’ di vento che dalla soffocazione dell’angoscia potesse per un
attimo fingere di liberarmi e guardando al contempo in direzione
della stazione che si allontanava e diventava una piccola luce persa
nella notte, pensai intensamente al deretano della spogliarellista
dell’Est con cui conviveva il mio collega, e, pizzicandolo e
accarezzandolo mentalmente, argomentai che, in fondo infine, al
mondo ci sono foglie e foglie, venti e venti, e che era giusto che il
192
mio dovesse, in qualsiasi modo e a qualsiasi costo, cambiare
direzione, non foss’altro che per obbedire all’inevitabile imperativo
categorico di proteggere la mia a quanto pare assai labile e
pericolante salute mentale. L’importante non era tanto decidere cosa
fare, ma la direzione in cui andare e, in qualche modo, i mezzi per
arrivare dove volevo arrivare li avrei trovati (già, ma come può una
foglia decidere quale direzione deve prendere il vento? questa è solo
una metafora, si potrebbe obbiettare, ed è una giusta obiezione: ma
non potrebbe darsi allora che la vita umana tutta non sia altro che
un’interminabile metafora? e, se questo è vero, non può darsi che la
metaforica spirale sia infinita, stringendosi verso l’interno come
dilatandosi verso l’esterno, e che dunque ogni metafora alluda
sempre e solo a un’altra metafora, e questa a un’altra, e questa a
un’altra ancora, e così via, all’infinito, tutto il regno dell’Essere nulla
di più o di meno o di diverso da questo: metafore che fra loro si
rincorrono senza mai raggiungersi, ognuna nell’altra sfuggendo, in
un’infinita catena di impotenti allusioni?).
82.
Beh, comunque sia, alla fine, a furia di dubitare, di pensare, di
alambiccare e almanaccare con le mie oramai esauste meningi, nei
giorni successivi a quella sorta di mistica visione decisi che, per
almeno tentare di risolvere quell’improbabile, indescrivibile e fin
quasi innominabile situazione, potevo e dovevo tornare al mio
primitivo progetto: da un lato, continuare la mia strategia di evitare,
o, almeno, cercare di evitare a lezione ogni contatto verbale o fisico
che fosse (con una creatura del genere anche le cose più banali
sembravano trasformarsi, mi si creda, in imprese complicate a volte
fino all’incredibile); dall’altro di spedirle, che so, una poesia alla
settimana, sperando che Elisabetta in questo modo riuscisse a
connettere le due cose, e comprendesse infine e fino in fondo le
ambasce che a causa sua mi era toccato di sopportare. A causa sua? –
si domanderà il lettore arricciando il naso insospettito – si, certo a
causa sua! – risponderò io furibondo siccome una biscia e nel tempo
193
medesimo afferrando il suddetto naso del suddetto lettore e
torcendolo simil cavatappi: si, tutto quanto era successo a causa,
anzi, proprio per colpa sua! Perché? Ma perché sarebbe bastato che
otto mesi prima mi avesse detto, al suo ritorno da Torino, che aveva
passato il fine anno con il fidanzato (la subdola ammaliatrice mi
aveva detto che lo aveva passato con il padre: che fosse quello il
fidanzato?) e io mi sarei risparmiato mesi e mesi di inutili
sofferenze! In fondo, la gratificazione di sentirsi corteggiata,
desiderata e di rifiutarmi l’aveva avuta abbondantemente (pare che le
ragazze fidanzate vivano più che altro a questo preciso scopo:
nascondere accuratamente il fatto di esserlo, farsi corteggiare il più a
lungo e il più caldamente possibile per infine congelare il
corteggiante dicendo che hanno il ragazzo, l’uomo, o il convivente, il
marito, o quello che è: questo, naturalmente, se si è fortunati, come
io non fui; ma analizzeremo più oltre la ragione di questo
apparentemente assurdo passatempo con cui la pedissequa vanità
delle donne intrattiene probabilmente da sempre l’incurabile
stupidità dei maschi): per mesi l’avevo cercata, per mesi avevo
ballato appassionatamente e perdutamente con lei, per mesi l’avevo
inutilmente invitata a uscire! Dunque, che cosa voleva ancora da me?
Cosa dovevo fare ancora perché mi lasciasse finalmente in pace?
83.
Poco sopra, o molto sopra, comunque sia, prima di adesso,
accennavo al fatto che Schopenhauer avrebbe disvelato all’umanità
illusa, la verità, o addirittura, la Verità quanto all’insidiosa e
scurissima sostanza che si nasconde dietro le luminose e celestiali
apparenze dell’Amore. La Verità? Ho scritto proprio io proprio
questa parola, la Verità? Ma si, ma certo! Io, proprio io, incapace in
tutta la vita e con tutta la mia filosofia di produrre altro che castelli di
cartacei e incartapecoriti dubbi in aria, sono arrivato a dire proprio
questo! Pur preso alla gola e quasi soffocato dalle mie innominabili
eppur fin troppo nominate pene d’amore ho pronunciato qualche
pagina sopra la fatale parola, ho detto Verità! In appoggio alla tesi di
194
Schopenhauer ho confermato da parte mia che l’Amore non sarebbe
altro che un inganno che la Volontà di Vivere usa per spingere il
genere umano ad accoppiarsi e riprodursi, questa sarebbe la Verità!
Ma la Verità è la cosa più importante del mondo e non conviene di
lasciarsi convincere troppo facilmente! Forse, prima di abbandonarsi
al buio eterno è meglio lasciare accesa un attimo la luce della ragione
– o almeno quella del bagno – e vedere o tentare di vedere un po’
meglio in che consista, questa supposta Verità, che ha giustappunto
l’apparenza di una supposta di metafisiche dimensioni.
Se andiamo ad analizzare il problema in ambito storico-critico,
come prima cosa dobbiamo riconoscere che Schopenhauer non fu il
solo né il primo e – ahimè – nemmeno l’ultimo a giungere tali amare
conclusioni riguardo all’amore umano (l’ultimo, per quel che ne so,
sono io: il che vuol dire, come minimo, che di tipe come Elisabetta
vanno in giro un po’ per tutte le epoche e distribuite per tutti i
continenti, un fatto questo facilmente dimostrabile: per esempio, in
un libro di antropologia ho scoperto che, per esempio, nel mondo
mesopotamico “l’ardat lili è «una vergine senza latte», una femmina
che si unisce senza poter diventare madre, e che, dopo aver acceso
nell’uomo la lussuria, non lo soddisfa”71 (in effetti l’espressione
accadica “ardat lili” si può rendere in italiano, meglio che con
l’espressione “vergine senza latte”, con “interprete per sordomuti
torinese in cerca di distrazioni da un fidanzamento lungo come la
fame con un fidanzato evidentemente molto barboso”).
Scartabellando fra tutte le concezioni concepite dai vari filosofi nel
corso dei vari millenni, delle Weltanschauung altrettanto o
maggiormente pessimistiche che quella di Schopenhauer le possiamo
ritrovare in molte filosofie orientali, in molti mistici cristiani di varia
ispirazione e setta, come in molti filosofi greci e latini: già da gran
tempo nel mondo classico pre-platonico si era individuato nelle
passioni in generale e in Eros in particolare una delle maggiori fonti,
se non proprio la maggiore, dell’infelicità e della depravazione
umane (l’orfismo, una religione misterica che ha ispirato, a quanto
sembra, tanto Platone quanto Socrate, predicava una rigorosa
71
F. Thureau-Dangin, Rituels Accadiens, Parigi, 1921, p.161.
195
astinenza dai desideri, in particolar modo da quelli sessuali, ai fini
della purificazione necessaria a riunirsi alla Sostanza Originaria
distaccandosi dalla quale gli uomini sono o sarebbero caduti nella
loro infelice condizione, appunto, umana, dannata dalla corruttela del
corpo e dei sensi traditori, oltre che dalle femmine ammaliatrici e
traditrici: più oltre vedremo come questa strana sorta di religione
filosofica abbia un interesse anche più ampio ai fini del nostro
discorso). Schopenhauer fa dunque parte di un coro in cui la voce più
simile alla sua la possiamo ritrovare, strano, anzi, stranissimo a dirsi,
nel nostrano filosofo e poeta Giacomo Leopardi, che pur avendo
un’ontologia radicalmente diversa da quella di Schopenhauer – dato
che il suo stretto materialismo si contrappone nettamente al
soggettivismo sia pur non estremistico del suo coevo tedesco – su
questo argomento, molto ma molto sorprendentemente, giunge a
conclusioni che sono in tutto e per tutto simili a quelle di colui che,
in teoria, dovrebbe essere un suo acerrimo avversario sia pratico che
teoretico: il che fa pensare seriamente che il diluvio universale della
sfiga possa essere argomento in grado di mettere sotto lo stesso
ombrello anche le visioni del mondo più radicalmente concorrenti e
disparate che si possano immaginare, al punto che verrebbe
spontaneo di proporla come fondamento di una costituzione
mondiale in grado di unire popoli e culture in secolare conflitto fra di
loro al canto di “Achille infame, barbaro e boia, basta per sempre con
l’assedio a Troia, lasciamo a Elena il cavallo, e si trastulli col di lui
pisello!” (qualcuno avrà già notato la fatale coincidenza della “E”
iniziale fra Elena e Elisabetta o Ella D’Essa che dir si voglia).
Infatti, essendo il celebre recanatese appunto un materialista, nella
sua filosofia non avrebbe dovuto né potuto far riferimento ad una
forza antropomorfa – come sarebbe una Volontà qualsivoglia, di
vivere, o di potenza, o, che so, magari di passare il week end a
pescare o a giocare a rubamazzo o simili. Eppure, anche in
quell’universo del tutto cieco e caotico da lui preconizzato, ecco che
troviamo una Natura crudele e matrigna, talmente matrigna da
risultare infine addirittura peggio di una suocera. Essa infatti si
preoccupa di ingannare l’uomo ostacolando la di lui ragione con ogni
sorta di illusioni, che lo distolgono o dovrebbero distoglierlo dalla
196
nuda verità che suona o suonerebbe – ahimè – più o meno così:
“Amaro e noia la vita, altro mai nulla” (in effetti, contemplando la
nuda verità, subito si nota che ha le tette rifatte). L’Amore sarebbe
uno dei suoi più potenti raggiri, se non addirittura il più potente, e,
naturalmente (dico “naturalmente” perché stiamo parlando della
Natura) viene attuato perché l’infelice progenie di Adamo nel vuoto
del cosmo ancora si propaghi e nel prolungarsi dei secoli continui ad
offrire ad un ignoto Dio lo spettacolo delle sue sofferenze, in quella
sorta di cosmico Colosseo che sarebbe da considerarsi il mondo
umano o, almeno, quello di cui parlano i Tg (è bello scoprire che
anche il Creatore non ha un granché di diverso da fare che le sue
disgraziate creature, che ultimamente le disgrazie hanno occasione di
contemplarle dall’alto di un teleschermo). Conclusione questa che,
come subito si vede, fa il paio e il verso a quella di Schopenhauer
anche se, da un punto di vista metafisico, il punto di partenza dei due
filosofi o sfigologhi che dir si voglia non avrebbe potuto essere più
lontano e contrastante.
84.
Ma viene spontaneo osservare che quest’onnipotente nume, la
Natura Suocera o Matrigna che sia (ma a volte anche le Cognate non
scherzano, perlomeno la mia), di cui l’uomo in teoria dovrebbe
essere del tutto schiavo, si rivela infine fallibile proprio nel fatto che
quella stessa mente, da lei fagocitata con le sue false immagini, può –
sia pur sprofondata in questa oscura e miserrima condizione di
ignoranza – scoprire infine la Verità e dunque ribellarsi al suo volere,
rifiutandosi di aderire ai suoi disegni, e in particolare, a quello di
propagare e moltiplicare quella tracimante fiumana di tapini che
sarebbe in ultima analisi l’umanità. Ciò è tanto vero che uno come
Leopardi, tanto per fare un esempio, non ebbe figli, come del resto
non ne ebbe lo stesso Schopenhauer, come in generale non ne ebbero
tutti quelli che, a ragione o a torto, hanno creduto bene di far cessare
con sé stessi quella catena di Sant’Antonio della rogna iniziata con
197
Adamo ed Eva ed arrivata dopo milioni di millenni a comprendere
anche l’autore di queste umili note.
Ma, se prendiamo per buona questa teoria e vogliamo svolgerla
fino in fondo, a questo punto possiamo e dobbiamo domandarci: a
che serve un inganno che può essere disvelato? Perché la Natura non
si è premurata che i suoi raggiri fossero invulnerabili a qualsiasi
indagine o riflessione del raggirato? Come Leopardi e Schopenhauer
un giorno tutti gli esseri umani potrebbero scoprire l’amara verità e,
invece di inghiottirla, sia pure obtorto collo, con l’ausilio di un
qualche dolcificante dietetico, potrebbero al contrario ribellarsi in
unanime coro al loro solo apparentemente ineluttabile destino: che ne
sarebbe allora del Volere dell’onnipotente Volontà, o Natura, o
quello che è o non è?
Ma, qualcuno potrebbe ancora così obbiettare alla nostra obiezione:
i casi da noi portati a esempio del fallimento del celeste e dolce
inganno sono dei tipici casi limite. In generale la truffa della Natura,
Matrigna o Suocera o Cognata che sia, proprio come quella del fisco
alla fine non fallisce e prima o poi raggiunge sempre e comunque il
suo scopo comandato, dato che – come noto – gli esseri umani di
solito si fanno abbindolare e, dopo essersi innamorati, si sposano e
procreano, non foss’altro che per poi pentirsene amaramente, magari
dopo nemmeno un quarto d’ora, al primo pianto del disgraziato
infante che dal sonno ristoratore li distolga.
Ma – domandiamoci – è proprio vero tutto questo? Siamo davvero
e fino in fondo certi che le cose vadano nel modo chiaro, semplice e
Recoaro in cui vanno in questa semplice e chiara e Recoamara
immagine? Non può darsi che la realtà sia più complessa, più
sfuggente, più enigmatica e difficilmente comprensibile di quanto
non siamo inizialmente disposti a credere? Prima di accettare una
Verità tanto conclusiva e generale non sarebbe meglio andare
illuministicamente a illuminare i dettagli di qualche caso particolare,
per vedere se questi non possano a loro volta in contraccambio
gettare un po’ di luce ai nostri faticosi passi nel mentre siamo intenti
a percorrere, sia pur arrancando, inciampando e zoppicando,
quell’oscuro labirinto che si chiama “condizione umana”?
198
85.
In effetti, ragionando di “Amor che nella mente mi (s)ragiona” –
che naturalmente, per quanto mi riguarda – da un bel po’ di tempo
sol di Elisabetta alquanto sragionando mi ragiona – fino ad adesso
l’unico o quasi unico esempio di Grande Amore che mi è venuto
spontaneo di fare, manco a dirlo, è quello famosissimo non meno
che enigmatico di Dante Alighieri, che cadde innamorato di Beatrice
di Folco dei Portinari in modo talmente improvviso e virulento che
viene spontaneo di pensare a un vero virus piuttosto che a un vero
Amore. Talmente gravi sorgono gli inevitabili sospetti di fronte a tale
inusitato e quasi spropositato accadimento che, se non stessimo
parlando del Poeta fra i Poeti, verrebbe voglia di parlare di un caso,
sia pure non gravissimo, di schizofrenia con delirio paranoico
annesso. Narra la storia che a diciotto anni l’Alighieri vede passare la
signorina di Folco de’ Portinari, che lo saluta gentilmente, e il poeta
cade ex abrupto in preda a un deliquio, in tutto simile a quello in cui
io stesso caddi in seguito al mio primo tango con Elisabetta (che
bello scoprire nei manuali di Storia dei famosissimi Fessi di fesseria
uguale o addirittura maggiore che la propria!). Spaventato
dall’insorgere di tanto sentimento ei si rifugia in camera, si
addormenta e in sogno vede un vecchio avvolto in una nube rossastra
che tiene in grembo una bambina coperta sol d’una veste leggera, un
sottile e quasi inconsistente velo. Mentre la culla il vecchio tiene in
una mano un oggetto fiammeggiante, che Dante non riesce a
distinguere bene (forse si tratta di un cuore), con cui nutre l’infante,
che l’ingoia rapidamente e avidamente.
Nel mentre nel sogno queste due inquietanti figure dispaiono Dante
si risveglia di soprassalto in preda a una sorta di meraviglioso orrore:
ma non ostante ciò il Bardo fra i Bardi e le alabarde interpreta senza
incertezze questo sogno come una visione di Amore (già, Amore non
fa solo rima con Dolore, ma anche con Orrore: come diceva Bataille,
“L’amore ha come essenza e meta la fusione di due individui,
dunque di due esseri frammentati. Ma si tratta di una fusione che si
manifesta soprattutto nell’angoscia, vale a dire negativamente, nella
199
misura in cui è inaccessibile, nella misura in cui è perseguita
nell’insufficienza e nel tremore.”). Il primo sonetto dedicato a
Beatrice venne scritto nei giorni immediatamente seguenti al suo
fatale innamoramento, e, in effetti, non è altro che 1) la descrizione
del suo incontro con la sua personale ipostasi di Amore nonché 2) di
questo strano, febbrile sogno, che fu la prima conseguenza di cotale e
cotanta inconcepibile esperienza: da quel momento il fervido e fertile
immaginare intorno a questo fatto – che diventerà una sorta di centro
di gravità permanente della sua opera poetica e della sua vita
spirituale – non cesserà più per tutto il resto della sua vita.
86.
Ma, per quanto il fatto appaia di enorme importanza e ridondanza
sul piano privato e psichico, a quanto si capisce, sul piano sociale e
pratico gli effetti di tale innamoramento furono infine piuttosto
limitati e stravaganti. Se andiamo a vedere quel che lo stesso Dante
ci racconta in proposito, in tutta la sua vita egli non ebbe modo di
scambiare con la suddetta signorina de’ Portinari altro che qualche
occhiata e qualche saluto, finché anche questo gli fu tolto, pare, a
causa dell’eccessivo slancio con cui il povero innamorato
manifestava in pubblico una falsa passione per un’altra. Era infatti di
gran moda all’epoca di nascondere tanto alla donna amata quanto al
pubblico degli amici e dei conoscenti il vero oggetto del proprio
Amore e, per nasconderlo meglio, si proclamava a gran voce di
amare un’altra donna, che invece serviva come schermo ai propri
veri sentimenti: uno stratagemma questo che appare ai nostri giorni
tanto logico quanto chiamare l’idraulico e, per nascondere il
rubinetto che gocciola, fargli revisionare accuratamente quello che
funziona. Comunque sia, a Firenze comincia a circolare la voce che
l’Amore per questa donna-schermo o scherno che dir si voglia
sarebbe passato dallo stadio della pura contemplazione a quello
dell’assaggio del prosciutto, e questo equivoco crea uno sconquasso.
Data la morigeratezza dei costumi correnti, una fanciulla virtuosa
poteva sensatamente temere che un figuro del genere – capace cioè
200
di assaggiare il prosciutto dell’amata invece che limitarsi a cantare le
sue lodi – un figuro del genere, dicevamo, potesse arrivare a
infastidire infine anche la di lei virtù e reputazione. Fu così che
Beatrice tolse il saluto al suo devoto ammiratore, spingendolo per
mesi e mesi ben al di là dell’orlo della disperazione, dimostrando in
questo modo, fra l’altro, quanto i secoli siano capaci di cambiare i
costumi e le abitudini degli esseri umani, e, dunque anche il
declinarsi storico e sociale dei loro sentimenti. Oggi come oggi
Beatrice, in un caso simile, avrebbe probabilmente approfittato
dell’occasione per un bacio lesbo in TV con la sua concorrente, bacio
che le avrebbe procurato poi un calendario nudo che a sua volta le
avrebbe garantito un posto, se non proprio al sole, almeno ne L’isola
dei Famosi, magari proprio insieme a Dante, dove, stanti i costumi
correnti avrebbe potuto, oltre che, naturalmente, togliersi il costume,
anche amoreggiare con altri per farlo ingelosire, per poi litigare e
infine riconciliarsi, magari facendo un bello scambio delle coppie
con Laura e Petrarca e, chissà, magari anche con Cavalcanti e la sua
cavalcatura.
87.
Ma quelli erano proprio altri tempi, ahimè, povero Dante! Tempi in
cui il poveraccio, sedotto e abbandonato – sia pure a rispettosa e
incolmabile distanza in entrambi i casi – tenterà di riconquistare la di
lei stima a furia di sonetti, ma non ci riuscirà mai più e, stante la
situazione, va da sé che Beatrice finì per sposare un altro, anche se
l’unione non le portò più fortuna che i saluti dati e negati a Dante.
Infatti, per quel che se ne sa, l’attrice protagonista de “La Divina
Commedia” morì di parto poco dopo le nozze, contribuendo dunque
a propagare la crudele non meno che beffarda Volontà di Vivere
senza bisogno alcuno di dolci inganni, possenti errori, e nemmeno di
ispirazioni poetiche né nei confronti del marito né nei confronti di
qualcun altro (a tutt’oggi possiamo notare che un certo numero di
zeri nel conto corrente risulta dare origine a “errori” ben più possenti
di quelli generati da saluti più o meno casualmente erogati a più o
201
meno casuali sconosciuti incontrati per strada e, anzi, questo
fenomeno è tanto diffuso che a diciotto anni se ne era accorto, come
abbiamo visto sopra, anche un tipo strano come Rimbaud, che non a
caso preferì indirizzare i suoi deliri d’amore a esponenti del suo
stesso sesso). Dante, per parte sua, convolò parimenti a nozze con
diverso soggetto che quello del suo amor cortese, nozze dalle quali
ebbe due figli (addirittura, pare esista ancora in giro per la Toscana
qualche suo più o meno diretto discendente). A parte la moglie, egli
ebbe, a come sembra e si dice, anche diverse altre donne, alle quali,
al pari che alla moglie, non dedicò mai nemmeno un verso, a meno
che con la parola “verso” non si intenda qualcuno di quelli
inevitabilmente “scappano” in certi assai poco poetici frangenti
(mugolii, ansimi, uh, uh, ah, ah, oh, oh: versi cioè che, anche a
sommarli tutti non si fa nemmeno un terzo di una terzina della
Commedia).
Bene, in questo celeberrimo caso, constatiamo con tanto
indubitabile sconcerto quanto con sgomenta sicurezza che l’illusione
della Volontà o l’inganno della Natura che dir si voglia, per quanto
profondissimamente creduto, altamente celebrato, e addirittura
venerato quale manifestazione del divino nell’umano, ovvero come
fonte di fede e virtù cardinali, papali e vescovili e chi più ne ha più
ne metta, comunque sia, non è servito proprio a niente, almeno sul
piano genital-generativo. Dante, proprio come la sua adorata
Beatrice, si è premurato di propagare tanto il dolore quanto la morte
per vie diverse e di certo più impoetiche che quelle tanto
vigorosamente indicate dal celeste inganno, che in questo caso si è
rivelato, non tanto e non soltanto tragico, orrendo, spaventoso, etc.,
ma, più che altro, del tutto pleonastico, stante il fatto che, come pochi
sanno, a dodici anni Dante era stato solennemente promesso dai suoi
facoltosi genitori come sposo a un’altra donna, quella che appunto
diventò sua moglie, e quelli erano tempi in cui infrangere un certo
genere di promesse costava quanto oggi costerebbe dar della testa di
cavolo a Mike Tyson: ne viene di conseguenza quindi che
l’eventuale disponibilità di Beatrice avrebbe avuto in ogni caso
come effetto una faida come quella che colpì il povero Bontalento
de’ Bontalenti, succintamente ma efficacemente descritta dallo stesso
202
Dante nel canto – mi pare - ventitreesimo dell’Inferno, e non un
matrimonio (il caso di Dante fu del tutto simile a quello del suo
amico Cavalcanti, che si sposò ed ebbe due figli da una donna che
non era quella a cui aveva dedicato le sue splendide poesie e le sue
forse ancor più splendide malinconie, mentre Petrarca, avviatosi a
una carriera ecclesiastica che implicava il celibato, ebbe comunque
un figlio naturale da una sconosciuta qualsiasi, non certo dalla
misteriosa Laura dei sonetti, un figlio che forse per questo ebbe cura
di morire molto giovane).
Stante il fatto che “Amor che a nullo amato amar perdona” in
questo come in molti altri casi perdonò – eccome se perdonò (anzi, a
giudicare da come andavano le cose ai tempi di Dante, sembra
proprio che “perdonare” fosse una sorta di Suo secondo lavoro)! – il
massimo effetto che poteva infine sperare di produrre in quelle poco
propizie circostanze fu quello che di fatto provocò, ovvero la
redazione del più famoso poema che la letteratura italiana e forse
anche quella mondiale ricordino, ovvero nulla di più o di meglio o di
meno che una sia pur spettacolare e pletorica amplificazione di sé
stesso.
88.
Ma – ehi!!! – come esclamerebbe Elisabetta a questo punto – anzi,
ancor più incisivamente, ehi!!!!!!: a proposito di spettacolare e
pletorica amplificazione di sé stesso, a furia di riflettere sul buon
vecchio Alighiero fra gli Alighieri (un altro, se non mi ricordo male,
fu un certo Noschese), sto colpevolmente omettendo di informare il
lettore sui fatti, misfatti e strafatti che continuavano purtuttavia ad
accadere in quel momento fra me e, giustappunto, la suddetta
Elisabetta, anche se, a ben vedere, non si trattava propriamente di ciò
che comunemente si intende per “fatti”, o, almeno, di fatti rilevanti e
interessanti (forse si trattava di “fatture”, non è chiaro se nel senso
magico o fiscale del termine). Quanto a Elisabetta, in effetti, stante la
strategia da me prescelta, di costante evitazione di qualsivoglia
contatto fisico e/o verbale purchessia, unita al comico non meno che
203
disperato invio di suonati sonetti che le spiegassero la devastante
entità e la delirante natura dei miei sentimenti nei suoi confronti, quel
che le stesse succedendo e/o passando per la testa non lo sapevo, e, a
questo punto, penso che non lo saprò mai più. Quanto a me, in quella
strana sospensione del tempo in cui attendevo di constatare quale
sarebbe stato lo scopo raggiunto dalla mia piuttosto cervellotica
strategia allontanatoria, non potevo in realtà fare null’altro che
aspettare ch’Ella d’Essa – finalmente – si allontanasse, anche se non
posso nascondere che tramite le poesie speravo anche di convertire
Elisabetta a un qualche genere di relazione per quanto miseramente e
tristemente platonica, speranza questa ancor più disperata di quelli
che votano Di Pietro sperando che abbia la testa dura come pietra,
mentre invece in realtà è – ahimè – molto più dura (a ben vedere però
non si trattava di una speranza proprio del tutto del tutto insensata; tu
vai a vedere quel che è successo, che so, a Properzio, invece che a
Cyrano de Bergerac, e vedi che al celebre latino le cose alla fine
andarono bene “Non l’ho avuta con l’oro e le perle dell’India ma con
l’omaggio di una vincente poesia. Le muse sono vere e Apollo ama
chi ama, e io ho fede in loro: Cinzia, la perla è mia!”: beato te
Properzio che godi e canti, mentre io canto e me lo gratto!!).
Naturalmente, oltre ad aspettare, avevo anche altre cose molto
interessanti da fare: per esempio, vagare per i meandri più neri del
mio amore deluso e dal fato deriso, sentendomi perciò abbandonato e
solo non come un cane, ma – ahimè – come solo un uomo può
esserlo (i cani sono di solito molto più fortunati di qualsiasi essere
umano, almeno da questo punto di vista, se non altro perché la loro
vita media è ben più breve).
Aspettavo dunque, aspettavo e ancora aspettavo, senza peraltro
poter essere più preciso quanto all’oggetto della mia attesa e, dunque,
propriamente parlando, non stavo aspettando nulla, un nulla che era
però precisamente quello che stava accadendo: quindi perché
aspettare? E così, intanto che aspettavo quel nulla che non accadendo
accadeva continuamente, stanchi o stanchissimi se ne andavano via
incurvati e a passi lenti, verso il fondo della memoria prima e verso il
baratro dell’oblio poi, i mesi crudeli della speranza, i giorni
interminabili dell’agonia, gli istanti eterni del disio di Amore e Morte
204
in fraterna mano omai congiunti (perché Amore e Morte sono tanto
strettamente congiunti? beh, forse perché, a parte dormire, sono due
fra le poche cose al mondo che si fanno bene da sdraiati: se scopi in
piedi duri una fatica boia, in specie se lei somiglia ad Ave Ninchi; se
muori stando in piedi cadi a terra e ti fai male; se dormi in piedi, beh,
allora probabilmente sei un impiegato comunale e allora…)
Pure, con tutto ciò, la mia grigia, banale e stupidissima vita
quotidiana continuava a percorrere i suoi bravi e pravi sentieri fatti di
fatti insignificanti, di abitudini ossessive, di quella noia lastricata di
fastidio e polvere che conduce infine al marcio e agognato festino
della tomba. I vermi scarmigliati dell’insonnia uscivano sgangherati
dalle orbite abissali dello sguardo, le unghie e i capelli continuavano
a crescermi all’anima come ad ogni scheletro che si rispetti o si
disprezzi, cosa importa (non è che per lo scheletro le cose cambino
poi molto in ciascuno dei due casi: si è mai visto uno scheletro
andare in giro a farsi prestare forbici e tagliaunghie?). Il gelido
silenzio delle sepolcrali profondità del cosmo rimbombava nelle
oramai sempre più rare e dubbiose frasi che scambiavo non sapevo
più nemmeno bene con chi, dato che gli esseri umani che più o meno
casualmente incontravo mi si paravano innanzi come una nebbia
pesante e indistinta, satura di sbadigli, depressione e mal di testa. A
onor del vero, non posso dire che stessi precisamdente soffrendo, o,
comunque sia, come si dice o si urla fra poeti, che stessi soffrendo
atrocemente. Pure, non ostante ciò, ero in preda a un piuttosto
ansante e ansioso desiderio di lamentarmi, desiderio che però
reprimevo costantemente più che altro perché non riuscivo io stesso a
capire di cosa in effetti mi volessi o mi potessi lamentare. Soffrivo,
probabilmente, della pura e semplice meschinità dell’umana
esistenza, quando ormai si rassegna a solo esistere, a durare solo per
durare, una pena sorda che, a quanto pare, spinse Carlo
Michelstaedter al suicidio, e Fernando Pessoa a scrivere cotali e
cotanti immortali versi: “Umilia come se fossi stato umiliato, pesa,
sia quel che sia, né, come il grande dolore, ha il piacere d’esser
grande.”72.
72
F. Pessoa, “Poesie ortonime”, 150.
205
Ma, non ostante tutto, devo riconoscere che anche in quel periodo
non mancarono gli incontri e le occasioni, non dico per avere altre
donne, ma almeno per innamorarmi e soffrire per qualcun’altra dato
che, vivaddio, anche nelle sofferenze un po’ di varietà non guasta,
sennò si trasformano alla svelta anche quelle in tedio (“Una cosa è
certa: il tempo è lungo, in queste condizioni, e ci spinge a popolarlo
di movimenti.”73: ma allora perché nella mia vita non si muoveva un
tubo?).
In effetti, a dispetto della mia sempre più rassegnata disperazione
d’Amore o di che altro fosse, dovevo comunque e in ogni caso
vivere, e, vivendo, come diceva il buon vecchio Montale, “anche
senza volere mi disloco”. E così, pur senza volere dislocandomi, mi
capitava, ebbene si, di incontrare qualche altro essere umano nei miei
stessi infelici pressi dislocato, essere umano o umano essere (o non
essere? questo è ancora una volta e come sempre il problema), con
cui a volte scambiavo occhiate più o meno distratte, o, addirittura,
con cui mi spingevo insino al fatal punto delle fatali quattro
chiacchiere, fatto strano ma vero, se è vero che finché l’uomo vive
“dà e chiede, entra nel giro delle relazioni – ed è sempre lui qui e là il
mondo diverso da lui” (questo è sempre il buon vecchio
Michelstaedter, anche se non mi ricordo più da dove, chissà, magari
proprio dall’oltretomba, località da cui, dicono, si vede ancor meglio
come vanno le cose a questo mondo, se non altro per quanto riguarda
i numeri del lotto). Ma, nel mio caso, di quale mondo si parla, di
quali relazioni? Le risposte sono, almeno in apparenza, facili e
spontanee. Per esempio, mentre cercavo di tenermi in forma facendo
un po’ di aerobica e di pesi un giovane virgulto iscritto
all’Accademia di Belle Arti – cui l’Artefice di ogni Arte aveva
disegnato uno splendido sedere che si stagliava nell’orizzonte color
scatola cioccolatini della palestra con la caratteristica forma del
boero – ebbene, per quanto strano ciò possa parere, tale capolavoro
della pasticceria fiorentina, chissà perché, non andava mai a fare gli
esercizi a una distanza superiore ai tre metri da dove li facevo io. Poi,
finito di far palestra, una bionda, aitante, statuaria svedese dagli
73
Questo è, naturalmente, l’ormai ben noto Vladimir del “Godot”.
206
occhi di un inequivocabile azzurro Forza Italia e dall’improbabile
nome di Gisella mi provocava all’aperitivo, facendo sventolare i suoi
luminosi occhioni come alate bandiere in un manifesto del
sempiterno candidato premier. Poi, ancora, andando in giro per
biblioteche, ecco una napoletana dagli occhi arabi, dalla pelle indiana
e dalle tette di cui, dato il volume e la consistenza, è del tutto
indifferente e pleonastico di specificare la nazionalità, amabil
fanciulla che, trovandosi per caso sempre costretta a sedersi al mio
stesso tavolo, si dilettava a discettare con me di argomenti psico-ecotecno-teologici. Alcune altre ragazze del medesimo corso di tango di
Elisabetta (non più il mio dunque, ma il suo, come io, del resto, ero
già suo) si aggiravano furtive nei miei dintorni con fare che poteva
anche sembrare tentante e suadente. Infine, gente conosciuta e
sconosciuta qua e là in bar e strade più o meno accidentalmente
frequentati offriva sia pur transitori agganci, labili pretesti, frettolose
conclusioni. Pure, niente di niente succedeva al mio cuore infranto se
non di continuare a infrangersi sul medesimo, invincibile scoglio,
dolorosa onda di lacrime, sudore e sangue contro una roccia
ineffabile di nebbiosa carne, come un fragile cristallo incontro agli
zoccoli o alle zoccole del famoso rinoceronte entrato nel proverbiale
negozio del proverbio (a proposito, lo sapete che cosa ci fa un
rinoceronte in una cristalleria? vuol comprare un vaso di Gallé).
89.
Perché queste ragazze che ho appena ricordato e le altre che non
sono nemmeno capace di ricordare non mi facevano lo stesso effetto
di Elisabetta, o almeno un effetto anche solo vagamente simile?
Perché non mi innalzavano agli stessi cieli e non mi sprofondavano
negli stessi infermi e disperati inferni? Devo riconoscere che, come
prima non sono stato capace di dare concrete e convincenti ragioni al
“perché si”, neppure ora sono capace di spiegare più di tanto il
“perché no”. File interminabili di volti inutili, unici anche quelli
certo, ma identici infine nella loro inutilità, anonimi e quasi spietati
nella loro piatta e banale diversità che laconicamente mi ripeteva che
207
l’uno non era l’altro e che tutti erano nessuno, volti che all’infinito
mi sfilavano e a tuttora innanzi mi sfilano come grani indifferenti e
insignificanti di quel deserto in cui nacqui e in cui spero almeno di
trovar presto “quest’invocata morte” – anche se – ahimè – mi vedo
costretto a supporre che quel troppo implorato giorno, se arriverà
troppo tardi a consolarmi, sarà ancora in perfetto orario per
aggiungere tormento alla disperazione, angoscia al mio terrore, etc.
etc. (sappia il lettore che la mia vita è stata “bella” più o meno come
il film di Benigni “La vita è bella”, con particolare riferimento al
tempo secondo, quando il protagonista finisce in un campo di
sterminio nazista: in effetti, questa con Elisabetta è stata una sorta di
ciliegina sulla torta della m… dei miei rapporti con il prossimo e, se
è per questo, anche con il successivo, il seguente, e quello dopo: ma
questa è tutta un’altra storia e, forse, anche tutt’altra geografia che
quella di cui stiamo trattando): non dubito infatti che il mio destino,
crudele quasi quanto Elisabetta, vorrà ancora cuocermi a fuoco lento
o meglio ancora lentissimo in queste inutili, tetre, trite, noiose,
ingloriose pene, che a null’altro tendono che alla mia propria nonché,
suppongo, all’universale consunzione e disfazione. Ahimè, ohimè,
Elisabetta, mia diletta, mio bene, mia adorata, perché il tuo nome
tanto è riuscito e ancora riesce – ohibò – a tormentarmi? Perché le
altre donne mi parevano così vane e indifferenti e a tuttora così
appaiono e scompaiono dalla mia vita senza un sussulto che sia uno,
tanto che sono oramai perfino incapace di pormi il
fondamentalissimo problema di quali ragioni stiano alla base del mio
generico disamore, del mio intemerato e interminabile disprezzo per
quel che mi appare il loro vano, fuggitivo e futile solcare il mar
morto e disseccato del mio cuore? Elisabetta, Elisabetta, fiore delle
mie delizie e del mio affanno (beh, più che altro del mio affanno
devo dire) perché fuori di te, della tua grazia, mi sentii dannato a
quest’immoto e monotono mare di bonaccia?
208
90.
Beh, in effetti, a ben vedere, qualche sia pur vaga ragione la posso
pur trovare. Per esempio, con la biondona svedese dovevo parlare in
inglese, dopo una ventina di minuti la testa mi faceva male perché
questo è l’effetto che mi causa parlare lingue straniere in generale, e,
soprattutto, perché questa ventenne timida ed insicura come un
passerotto al primo volo a dispetto della sua monumentale,
imponente e quasi terrifica bellezza, restava ad ascoltarmi con su
fisso sulla bocca un sorriso da statua di cera di Marylin Monroe colta
da paresi (ma allora perché non la faceva finita di girarmi intorno con
quel sorriso Durban’s sulla faccia e facendo costantemente tintinnare
il ghiaccio nel bicchiere quasi a voler risvegliare la mia attenzione
che, una volta sveglia, altro non aveva da ascoltare che gli
interminati e quasi cosmici silenzi di quella bocca così ben disegnata
da sembrare quella di una qualche divinità greca travolta da una
wagneriana sindrome da crepuscolo?). In compenso, per consolarmi
di tali piuttosto irritanti frustrazioni, potevo sconsolarmi con il fatto
che la studentessa di Belle Arti, dopo aver scoperto che portava
l’omerico nome di Elena (questa parola almeno è riuscita a
pronunciarla), mi fece ben presto desiderare di telefonare a Paride o a
un figlio di Troia o troia qualsiasi che dir si voglia per chiedergli se
per piacere non mi dava una mano a levarmela di torno (ma forse,
andando come andavano le cose, a Troia, quella con la “t”
minuscola, era meglio se ci andavo io), dato che anche questa strana
ragazza sembrava afflitta da una sorta di cronico mutismo, che però,
curiosamente, non le impediva e non le impedisce a tuttora di
fissarmi ininterrottamente per tutto il tempo che stavo e sto in
palestra da una distanza, come accennavo sopra, non mai superiore ai
tre metri e a volte inferiore ai vitali cinquanta centimetri che pare
siano in ogni caso indispensabili per non sentire invaso il proprio
spazio vitale, e non sentirsi perciò scassare i sopradetti maroni non
della Lega. E parlo di cotale Elena solo per non parlare di una
alquanto surrealistica liceale a nome Melissa, che mi inseguiva e a
tutt’oggi continua a seguirmi nei miei bar preferiti al semplice scopo
di fissarmi con uno sguardo che pareva e a tuttora pare emergere da
209
un abisso di fondotinta, mal di testa e insonnia, condividendo con la
suddetta Elena l’inclinazione all’immota contemplazione dei miei
credo piuttosto incolpevoli lineamenti con l’incapacità di
pronunciare verbo quand’anche interrogata su argomenti invero tanto
banali quanto pleonastici (tipo: come stai? come va? che tempo fa?
roba così intendo, non le origini del debito pubblico italiano): roba
dunque et ordunque tanto trita e ritrita da risultare triturabile, infine,
in quanto pretesto di grigia e bigia conversazione, probabilmente
anche a un bronzo di Riace (uno di quelli, per intendersi, che paiono
esser culturisti riempiti di steroidi), o anche solo di Botero (che
sarebbero invece quelli che paiono obesi sfatti e strabordanti, farciti
dal cibo ipercalorico dei tipici fast food statunitensi (sappia
comunque, il lettore che questi casi da me esplicitamente citati sono
solo gli esempi più incredibili ed eclatanti di un esercito di mute che
in quel periodo prese ad assalirmi, assillarmi ed assediarmi più o
meno in ogni luogo e da ogni parte, un’eventualità assai fastidiosa
ma che ha avuto senz’altro il merito di darmi un’idea del contesto in
cui può essere nato il celebre detto “Ah, vita umana! Così poco
tempo e così tanta gente da mandare affanculo!” (a proposito, chi
l’ha detto questo detto? non i ricordo più, ma sono certo che doveva
trattarsi di un qualche genere di genio). Comunque sia, dato che,
come tutti oramai sappiamo, Elisabetta faceva l’interprete per
sordomuti, per un certo periodo mi sono figurato che tutte queste
controfigure femminili del Commendatore o Convitato di Pietra del
celebre capolavoro di Tirso da Molina facessero tutte parte di un
complotto cosmico per farmi credere di essere sordo e rivolgermi
così alla mia amata in via professionale invece che sentimentale (in
realtà, il tutto sta a dimostrare che volersi liberare di una donna
frequentandone altre è, diciamo così, atto tanto sensato che pulirsi il
sederino con la cacca, volgarità banale questa, lo ammetto, ma che,
presa sul serio, significa più o meno lo stesso di quel che con ben più
alate parole Pavese scrisse ne “Il mestiere di vivere”: “Chiodo
scaccia chiodo: ma quattro chiodi fanno una croce”.).
Al contrario delle suddette ammutolite creature, devo però
riconoscere che la fascinosa e raffinata napoletana cui accennavo
sopra pareva davvero ansiosa di comunicare, e forse era per questo
210
che parlava e parla invece a tuttora e in continuazione, con l’unico
difetto a tanta eloquenza di non riuscire ad aprir la rosea boccuccia –
una di quelle che per la stesura del rossetto richiedono quel tipo di
pennelli che sono in dotazione agli stradini per verniciare le strisce
pedonali – senza riuscire immancabilmente nell’ardua impresa di
dire con una sola parola almeno due cazzate (l’unico lampo di genio
lo ebbe nel momento in cui, parlando del significato della parola
“teodicea” ella ebbe a chiedermi: si, ma se è vero che esiste una
Provvidenza, come è che aiuta sempre la Juventus? (ancora non era
scoppiato il caso Moggi)). Quanto alle altre ragazze del corso di
tango esse erano – ahimè – come sommerse dall’onda di miele in
tempesta dei passi di Elisabetta, quelle agganciate nei bar si
sganciavano troppo rapidamente per poter sperare da esse qualcosa
di più di due inutili chiacchiere destinate a perdersi nell’oblio nel
giro di qualche ora e, a volte, di qualche minuto. Poi, a parte queste
summenzionate donzelle, continuavo a conoscere una marea di
donne già impegnate (fidanzate, sposate, conviventi, conmorenti, e
simili), con cui vi è di solito una pari probabilità di un qualche
seguito concreto alle loro eventuali lusinghe che di un politico a
mantenere le promesse elettorali (se l’inferno dei politici, come
scrisse Dante, sarà giustappunto il dover mantenere le promesse
elettorali, c’è da pensare che quello delle donne consisterà senz’altro
nel dover darla a tutti quelli a cui l’hanno fatta annusare (quello degli
assicuratori, detto di passaggio, sarà senz’altro dover vendere
assicurazioni nel loro stesso girone, mentre quello degli avvocati sarà
il farsi assistere da quel diavolo che fu loro cliente)).
Dunque che dovevo, che potevo fare, se non attendere che un
qualche miracolo accadesse, qualcosa che infine mi strappasse a
quell’interminabile, assurdo tormento, a quel tedio, a quella
solitudine senza più nemmeno un’ombra d’orizzonte (di solito non si
è mai soli, nemmeno quando si è soli: solo gli innamorati delusi lo
sono veramente, e questo resta, a quanto pare, l’unico privilegio che
tocca in sorte a chi si innamora, oltre a quello di assaporare la feccia
dell’amaro calice di Pandora, la schiuma velenosa di Farnir, ovvero il
furibondo fiele della Speranza, ché “solo a chi spera, chimera il gioir,
211
di speme fallace seguace è il martir; ma, folle, invan pavento, è
presago di gioie il mio tormento!”74)?
91.
In effetti, visto che negli ultimi tempi ho cominciato a credere in un
qualche Dio che in qualche modo incomba sull’umano destino (la
cosa non è frutto di paura, rassegnazione, senso di colpa o simili; il
fatto è che, come sostiene il Pessoa-Soares, “Ci siano o no gli dei, di
essi siamo servi” se è vero che, come precisa il Pessoa-Pessoa “Non
avere dèi è pur sempre avere un dio”), e avrei potuto dunque
affidarmi a Lui. Sfortunatamente il Dio in cui mi onoro di riporre la
mia fede più cieca e assoluta deve avere lo spirito umanitario di un
Adolf Hitler quando pensa a come risolvere il problema ebraico
(certa gente non deve proprio aver alcun problema nella vita per
inventarsene uno di questo tipo: non poteva mettere il buon vecchio
Adolf altrettanto impegno nel risolvere, che so, il problema del
raffreddore con emicrania annessa?) e dunque un tal genere di
divinità, Chiunque Egli Sia, non è certo il tipo di Persona o Pessoa75
a cui si possano confidare i propri guai impunemente, a meno di non
sperarne una risposta simile a quella che dette il dottore all’ammalato
di cancro nella barzelletta più crudele del mondo. Conosce il lettore
questa barzelletta? Suppongo di no, dato che io stesso ne sono il
segreto autore e perciò mi permetto di raccontarla in questa sede,
sperando in questo modo di ravvivare la piuttosto sconsolata
narrazione di queste mie, lo riconosco, piuttosto scalcinate e
ineleganti disgrazie. Dunque: un tale che ha un cancro va dal dottore
a farsi una visita di controllo e il dottore gli dice che deve dargli due
notizie, una buona e una cattiva. L’ammalato gli dice, dottore, non
mi tenga sulle spine, me le dica tutte e due insieme. E il dottore: beh,
la notizia buona è che lei un cancro non ce lo ha più, quella cattiva è
che ne ha due: ahahahahah!!! (!?!?!).
74
Questo è il solito Acrimante di cui sopra, sempre più depresso.
Il significato del cognome del celeberrimo poeta portoghese è appunto
questo,” persona.”
212
75
Il lettore non mi accusi di cinismo o di eccessivo pessimismo. In
fondo anche io sono capace di trovare qualche lato positivo nella vita
umana: per esempio, è una splendida occasione per scrivere poesie
disperate. Ma, a parte questi rari momenti di luce, devo riconoscere
che sono un po’ di mesi che mi sbatto solitario di qua e di là,
incapace di provare altri sentimenti che la noia, la malinconia e il
rimpianto, non so più nemmeno bene io di che, al punto che fin
troppo bene, per quanto cieco come il destino, troppo bene mi vedo
io descritto dai celebri versi degli “Ossi di seppia” che suonano “Se
un’ombra scorgete, non è un’ombra – ma quella io sono”. Tanto
sfiduciato e depresso mi sento che a malapena riesco a trovare la
forza per masturbarmi (una volta la settimana, il lunedì mattina, poi,
fino al lunedì successivo è tutta una discesa (nessuno osi accusare lo
scriba di volgarità per l’allusione a questa di solito disprezzata
attività sessuale, non solo perché essa, come diceva il gran maestro
Woody Allen, consiste nell’avere rapporti sessuali con qualcuno che
stimi molto, ma anche perché, che so, secondo la teologia solare di
Heliopolis il dio Rê-Atum-Khepri attuò la creazione appunto
masturbandosi (quindi state attenti a quel che fate: che in un
momento di impudica lussuria non vi scappi dalla lurida cavità
l’inizio o anche solo il più vago indizio di un nuovo e nuovamente
disgraziato universo!)). Ma allora, se l’amore o Amore che dir si
voglia può spingere un povero essere o non essere umano che sia
fino a questo punto, chi e come può credere sensatamente che il
dolce inganno serva addirittura alla riproduzione (ammesso che non
ci si riferisca con tale espressione ellittica – “riproduzione” – alla
“riproduzione della sfiga”)? Se l’infame ingannatrice ovvero la mia
ex adorata, ovvero Elisabetta non mi avesse ingannato i miei
spermatozoi non avrebbero avuto una maggior probabilità di finire i
loro giorni in località più adatte al loro scopo che i miei stessi
coglioni o il fondo anonimo e freddo di un lavandino (il lettore ci
scusi, ma in certi momenti un po’ di volgarità rende l’idea più di
qualsiasi tartufo che si possa scovare nel più fornito dei dizionari)?
213
92.
Ho scandalizzato qualcuno? Spero di no, e comunque sia, se vi
siete scandalizzati, bisogna che facciate come l’arcivescovo di
Costantinopoli quando si è disarcivescovizzato e dunque
discandalizzatevi subito, dato che, invece che prendersela per tale
innocente scurrilità, non più grave o greve di quando in fronte a un
tremebondo Dante un demoniaco cul fece trombetta, domandiamoci
invece: in quanti casi il dolce inganno ha sbagliato mira, oltre che in
quello mio personale e oscuro o in quello mai troppo celebrato del
Poeta fra i Poeti? Per esempio, come abbiamo già accennato in
precedenza, anche nel quasi altrettanto celebre e celebrato caso di
Francesco Petrarca, troviamo che l’amore o Amore che dir si voglia
per la misteriosa Laura dei suoi versi non produsse appunto altro che
quelli, senza neppure il sia pur cosmicamente insignificante quanto
umanamente tragico contorno di saluti dati e tolti, gabbi e gabbati e
altri simili, infantilmente ridicoli e orridi condimenti. Ma non
vogliamo portare il suo caso a sostegno delle nostre tesi, dato che
questa Laura, chiunque fosse, a giudicare dal tono con cui viene
cantata e decantata, più che una donna in carne e ossa, pare piuttosto
un pretesto qualsiasi per scrivere sonetti (sembra perciò del tutto
evidente che avrebbe potuto essere efficacemente sostituita in quanto
Musa o Muso del suddetto Petrarca da un merluzzo surgelato di una
sottomarca qualsiasi).
Andiamo allora ad un altro caso di innamoramento che è stato
celebre quasi al pari di quello celeberrimo dell’Alighieri, ovvero al
caso Werther. Il lettore istruito subito noterà che trattasi in questo
caso di innamoramento puramente “letterario”, dato che il povero
Werther non è affatto personaggio reale, e dunque non dovrebbe
servire in alcun modo a portare avanti la nostra argomentazione, che
tratta di gente in carne e ossa, e non delle loro più o meno credibili
fantasie letterarie. Ma qui possiamo rispondere tranquillamente che il
personaggio del romanzo e la sua trama, come è noto, altro non sono
che la sintesi letteraria di ben due innamoramenti tragici e infelici
vissuti a poca distanza l’un dall’altro dal celebre inventore del
celeberrimo personaggio, il grande Goethe, che con questo suo
214
romanzo, come molti sanno, dette a quanto pare un pessimo esempio
alla gioventù dell’epoca. Lui, per salvarsi la vita, scrisse un romanzo
in cui il protagonista, deluso dall’amata si suicida (in pratica il
disperatissimo Goethe, che per due volte aveva perso la testa per il
bel faccino di due ragazze già impegnate, per non suicidarsi lui si
inventò un alter ego letterario che lo facesse al suo posto). È solo che
ben presto questo surrogato imaginifico di un’azione non mai
compiuta divenne poi, ahinoi, un esempio pratico e concreto per i
giovani dell’epoca che, innamorandosi e andandogli le cose a quel
paese – e non essendo altresì capaci di scrivere un romanzo dove un
personaggio per quanto inverosimile e irrealistico si suicidasse al
posto loro – si suicidarono dunque in tutta serietà e in prima persona.
E che riproduzione sarebbe mai questa, in che senso questi
innamorati romantico-gotico-goethiani dettero una mano alla Natura
nel generare nuovi infelici esemplari della genia di Adamo? Qui
sembra che il dolce inganno, in dozzine di casi (se non ricordo male
la cifra si può ragionevolmente descrivere in questo modo), lungi dal
raggiungere scopi riproduttivi, sia servito al contrario a scopi
preservativi, se il lettore ci consente il poco romantico ma molto
efficace termine (beh, a dir la verità, non sono proprio sicuro che i
casi fossero dozzine: ma, comunque sia, furono abbastanza per far
notizia in un mondo in cui raccolte di spazzatura differenziata del
genere dei Tg moderni non erano ancora stati inventati).
93.
Accettiamo fin da subito – pur non credendola fino in fondo verità
assodata – l’obiezione che in questo caso realtà e letteratura si sono
troppo frammischiati fra di loro, ingenerando un genere di
allucinazioni che non è propriamente quello che la Natura
maleficamente saggia di solito produce. Allora, procedendo a furia di
inciampi, strafalcioni, lapsus calami e distrazioni, come è ormai
costume di questo sconclusionato non-libro, facciamoci animo e
andiamo in cerca di altro materiale utile alla nostra indagine.
Prendiamo, che so, la tempestosa e peccaminosa passione che
215
travolse Eloisa e Abelardo, e che infine, invece che due sposi pronti a
moltiplicare il numero dei figli carnali di questo mondo, produsse
infine due spirituali Figli della Chiesa, i suddetti Eloisa e Abelardo
appunto, quest’ultimo costretto al voto di castità e al chiostro dal di
lei zio, che, per evitare ulteriori infrazioni alla cintura di castità della
sua adorata nipote, che doveva avere dei grossi problemi al lucchetto,
pensò bene di privare il poveraccio dell’arnese che serve
giustappunto alla riproduzione, oltre che a forzare i lucchetti delle
cinture di castità in questione (i due finirono entrambi in convento e,
a quanto pare, a partire dalla sua riduzione all’infelice stato di
eunuco il buon Abelardo si rifiutava di contattare la bella Eloisa, la
qual cosa fece sospettare a lei che l’inganno che li aveva in celestiali
catene incatenati non fosse, almeno dalla parte di lui, così elevato
come poteva sembrare a prima vista, dato che Abelardo non ne volle
sapere più nulla delle di lei celestiali virtù a partire dalla privazione
delle proprie parti basse (beh, però in questo caso un figlio, sia pur
come indesiderato epifenomeno della passione carnale infine nacque,
anche se non si sa bene che fine abbia fatto).
Non basta ancora? Allora facciamo girare la trottola, lasciamo
ticchettare l’orologio, saltiamo qualche secolo, e, puntando il dito a
caso nel vasto e vario mappamondo dell’amorosa sfiga, andiamo a
vedere quel che successe nel celebrato – a torto, molto a torto
celebrato – triangolo amoroso che sorse, insorse e si contorse fra
Paul Rée, Friedrich Nietzsche, e Lou Andreas von Salomè. Beh, al di
là delle apparenze scandalistiche scopriamo che il suddetto triangolo
– non sappiamo se isoscele o rettangolo o come o cosa o che altro –
oltre a non produrre matrimoni o eredi del nulla di nulla che è o che
si dice che sia l’umana prole da quando uno dei componenti della
suddetta triade, il buon vecchio Friedrich Nietzsche, annunciò al
mondo la morte del suo Eterno Fattore – ebbene, come stavamo
dicendo, neppur produsse questo triangolo non diciamo – almeno –
un tentativo di riproduzione – ma nemmeno un singolo bacetto sulla
guancia, o sulla fronte, dato che codesta funesta gorgone, Lou von
Salomè, era a quanto pare rigorosamente contraria a che Amore si
esprimesse in altro modo che nella più rigorosa astinenza dai sensi,
così che le anime potessero meglio fra di lor dialogare sotto il cielo
216
dello spirito, reso puro da una castità che fu, così si racconta, ancor
più rigorosa di quella che di solito si respira e sospira nei recinti
claustrali (a prima vista questo sembra, più che un triangolo
amoroso, una sorta di triangolo delle Bermude, ma va beh…).
Che dire di questo nuovo caso, a che è servito il dolce e più spesso
amaro inganno, se non a produrre e riprodurre frasi romantiche,
erezioni, disperazioni, ansiose attese, angosciose contese e via così?
94.
Ma – lo devo riconoscere – il lettore potrebbe obbiettare che nei
casi che abbiamo appena citato entrano in gioco dei fattori piuttosto
rari ed eccezionali che hanno imprevedibilmente ostacolato gli scopi
dell’onnipossente Natura: nel primo caso, appunto, il feroce zio di
Eloisa, nel secondo le conclamate difficoltà sessuali di entrambi i
protagonisti maschili della filosofica tresca. In effetti il buon vecchio
Friedrich, ancorché nel celebre “Zarathustra” auspicasse l’uso della
frusta con le femmine, in fatto di sesso era a quanto pare assai più
sensibile di una monacella, e in tutta la vita non toccò donna
nemmeno con la canna da pesca, mentre il suo carissimo amiconemico Paul Rée, da parte sua, era messo appena appena un po’
meglio di lui (beh, lui almeno la moglie sembra che riuscì infine in
qualche modo a toccarla). Lou von Salomè invece, come più o meno
tutte le femministe che la storia ricorda, e che forse farebbe meglio a
scordare, era la più frigida, rigida, isterica e fanatica delle castratrici
che un obelisco eretto o meno potesse avere la disgrazia di
incontrare. Ciò non ostante, per qualche motivo che personalmente
mi risulta del tutto incomprensibile, la zoccola infame o infame
zoccola che dir si voglia in questione fece innamorare quasi tutti i
grandi (grandi!?) uomini che ebbero la disgrazia di incontrarla,
grandi uomini (uomini!?), appunto, che, pur nella diversità delle
occupazioni artistico-intellettuali (si trattò di poeti, scrittori,
musicisti, etc.) ebbero fra di loro il minimo comun denominatore di
non riuscir neppure ad annusare un singolo pelo della marmotta
dell’amata (non mi attardo a fare la lista dei disgraziati in questione:
217
per una volta il lettore mi risparmi la fatica e, se non ha voglia di
andare in biblioteca, vada su Google e se la faccia da solo, da solo
aggiunga tutta l’interminabile casistica che ritrova intorno a questa
strana tipa – famosa per aver rotto gli ornitorinchi e lasciato a
obelisco ritto i più celebri intelletti a cavallo fra due secoli – alla
precedente e successiva e trista lista di amori celebrati e celebri e,
non ostante ciò, andati a male senz’altra eco che quella letteraria
(quando ci fu)).
95.
Lasciamo dunque questa fatale e fatidica Lou Andreas von Salomè,
che almeno dal mio punto di vista, a giudicare dalla foto, l’unica cosa
di bello e affascinante che possedeva era il nome (che suonava bene,
di certo meglio, che so, di “Ella d’Essa”, lo devo umilmente
riconoscere) alla fatidica fatica del lettore e muoviamoci ancora e
ancorché a caso nel desolato panorama degli “amori ridicoli” di
kunderiana memoria (“kunderiana” vuol dire: di Milan Kundera, per
chi non conoscesse il nome del geniale romanziere praghese prima e
parigino adesso). Se peschiamo a caso nel sacco in cui sono caduti
gli innamorati celebri che – chissà perché – la Storia ricorda, è facile
trovare una marea di casi simili e similmente degni di infamia più
che di lode. Lasciamo passare ancora qualche decennio dal triangolo
barboso e amoroso di cui sopra e troviamo che un’altra grande
passione fra grandi filosofi, pur giungendo all’agognato stato della
consumazione erotica, non ebbe infine miglior fortuna riproduttiva
che il sopradescritto e filosofico triangolo di cotali fin troppo vestite
Bermude. Infatti, la celebre non meno che angosciosa e angosciata
infatuazione fra Martin Heidegger e Hanna Arendt produsse e fu di
stimolo (grazie a Dio?) non alla nascita di altri sfortunati componenti
del genere cosiddetto umano, ma solo a quella di “Essere e tempo”,
quel noto capolavoro di Heidegger che sarebbe l’equivalente
filosofico di una fabbrica di mattoni (il vero titolo doveva essere,
secondo me, “Essere e (molto) tempo (da perdere)”) mentre, da parte
sua, Hanna Arendt non seppe far di meglio che partorire una tesi su
218
“Il concetto di amore in Agostino: tentativo di un’interpretazione
filosofica”, opera che, già sfinito verso la metà del chilometrico
titolo, il lettore ha la tendenza ad abbandonare con l’aria di chi ha
appena finito di scaricare una mandria di Tir (ho scritto sopra che il
rapporto fra Heidegger e Arendt giunse all’agognato stato della
consumazione erotica, dato che questo è quel che in giro si dice,
nell’ambiente si vocifera, o in corridoio si sussurra, etc., ma poi,
sfogliando a caso una celebre opera di Heidegger, si scopre che
cotale cima di intelletto è capace di scrivere un passo filosofico
geniale come questo: “Quando diciamo: «l’acqua è fredda» addiciamo qualcosa all’ente. Certamente, ma ciò accade in modo che,
nell’attribuire qualcosa all’acqua, in ciò che viene ad-detto, viene
dis-detto il caldo. In fondo, però, nella differenza fra caldo e freddo,
ciò che è in questione non è la distinzione fra ad-dire e dis-dire ma
ciò che, conformemente al proprio , è ad-dicibile e disdicibile.”. Questo passo del grande (grande?) filosofo (filosofo?)
tedesco (tedesco, tedesco…), che si muove con la lieta e lieve levità
stilistica di un vagone piombato con l’emicrania martellante al ritmo
di un martello pneumatico, pare alludere a qualcosa come la scoperta
dell’acqua calda, poi messa bollire per cuocere gli spaghetti, o per
fare il caffè, chi può dirlo? come che sia, non è facile immaginare un
tale che scriva un tal genere di deliranti e pompose assurdità con
l’obelisco in erezione, e men che meno che una donna sia disposta a
riceverlo in qualsiasi orifizio del suo corpo, orecchie in particolare
(che cosa gli ha detto Heidegger alla sua Hanna per spiegargli quel
che aveva intenzione di fare “cara, per favore, non vorresti per caso
ad-toglierti le mutande e dis-stringere le cosce, che voglio ab-farti
una visitina?” (non so a voi, ma leggendo tali inimmaginabili
nonsensi a me viene il dubbio che Elisabetta, quando ha saputo che
sono un “filosofo”, gli è tornato in mente un passo tipo questo e ha
perciò deciso di punire me in quanto filosofo a nome di tutte le
persone normali che sono state costrette per vari anni e per
incomprensibili motivi a sorbirsi, a liceo o università, non importa,
amenità del genere? (ah, dimenticavo: a proposito di filosofi celebri,
il celebre dialogo platonico “Il simposio”, oltre che il già citato
“Fedro”, che hanno per tema appunto l’amore, riecheggiano
219
carsicamente di tutta una serie di amori più o meno passionali fra i
partecipanti alla conversazione, ma, ahimè, si tratta di amori fra
uomini che, per quanto travolgenti, non avevano e a tutt’oggi, a
dispetto di ogni progresso scientifico, non hanno alcuna speranza di
riprodurre qualcosa di diverso da quello che di solito produce un
pistola a schizzo usata su un centro per freccette (un grande amore
del genere fu, per esempio, quello che in modo piuttosto burrascoso
unì il grande Verlaine col grandissimo Rimbaud, che quanto a scopi
connessi con la riproduzione riuscì solo ad allontanare per qualche
tempo il suddetto Verlaine dalla legittima e forse perciò
legittimamente incazzata o incazzatissima moglie – per non parlare
poi dell’interminabile sequela di amori del genere di cui fu
protagonista il grandissimo Garcia Lorca e altri di cui il suddetto non
si perita di citare il nome nelle poesie loro dedicate, anche se nella
celeberrima “A los cinqo de la tarde” ben si capisce che il cotale in
questione è un torero di successo)))).
96.
Ma, ora che Heidegger è riuscito a spiegarci in modo perfetto come
mai è cosa buona e giusta tenersi a ir-rispettosa dis-tanza da un certo
genere di “filosofi” vogliamo far passare un altro po’ di tempo e
scoprire che cosa è successo a un’altra celebre coppia di anime
pensanti (anche se nessuno sa dir bene a cosa)? Ma si, lasciamolo
passare, ed ecco che, dopo nemmeno venti anni, scopriamo che non
miglior fortuna riproduttiva ebbe nei suoi rapporti con il gentil sesso
il mio filosofo preferito, il buon vecchio Ludwig Wittgenstein (che,
come pochi sanno, era un omosessuale di vecchia data), geniale
figlio dell’idealismo di Vienna e dell’empirismo di Cambridge, che,
pur convivendo da qualche anno con un suo studente,
imprevedibilmente si innamorò di un’amica della sua intemerata,
temibile e temutissima sorella, una certa Marguerite
Cazzonomiricordopiùilcognome: a parte i noti e ignobili tormenti
amorosi, la corte del più geniale filosofo occidentale degli ultimi due
millenni e mezzo a codesta Marguerite non riesce ad ottenere nulla di
220
più o di meglio di qualche chiacchierata nel salotto della sorella di
cui sopra (di cui aveva lo stesso nome, Marguerite appunto, guarda
un po’ quale edipica coincidenza), con il condimento di alcune a
quanto pare del tutto innocue passeggiate in giro per Vienna – il
tutto, naturalmente, senza arrivar neppure a tener per manino la sua
bella, che, saggia come molte donne sono capaci di restare di fronte
alla follia filosofica dei maschi quand’anche fossero acclarati geni
della materia, si guardò bene dall’accettare le sue piuttosto insensate
profferte di matrimonio per accettare quelle di un suo molto meno
geniale amico – certo Talla Sjogren – che non era una cima,
certamente, ma che a quanto pare non era nemmeno quel mattoide
para-schizofrenico che il buon vecchio Ludwig mostrava essere non
appena metteva un dito fuori dai suoi argomenti preferiti
(l’intenzionalità, il solipsismo, il problema del linguaggio privato:
tutta roba capace di far venire il mal di testa a una statua di granito,
figuriamoci a una tranquilla signorina viennese priva di particolari
ambizioni e fantasie metafisiche).
Ma lasciamoci andare, lasciamo passare ancora un paio di decenni,
passiamo dalla filosofia alla semiologia e come – ahimè – c’era da
aspettarsi, subito incontriamo il pluricitato e da me profondamente
amato Roland Barthes, il mitico strutturalista fra gli strutturalisti. Lo
incontriamo e – c’è da stupirsi? – lo sorprendiamo nel mentre si
diletta fare ai cozzi con quel almeno per noi lettori perfetto
sconosciuto (anche il Grande Roland è stato uno dei tanti geni
appartenenti alla cosiddetta Altra Sponda: sembra che un tale
traversata abbia la tendenza a rendere la gente più intelligente anche
se non molto più felice) che, infliggendogli una delle delusioni più
atroci e cocenti della sua vita – talmente cocente che a quanto pare, il
buon vecchio Roland venne per lunghi mesi scambiato da quasi tutti
i suoi amici per un pollo alla diavola ambulante – gli dette però
anche lo stimolo decisivo per comporre quel sommo capolavoro che
ha l’inquietante titolo di “Frammenti di un discorso amoroso”, un
monumento all’innamoramento e agli innamorati che, proprio come
la dantesca “Commedia”, se da un lato ci consola quanto alla
possibile sorte e sopra i possibili frutti di un amore deluso, da un
altro lato ci affligge e ci spinge al triste pensiero che la grandezza di
221
un uomo e delle sue opere deriva di solito in modo abbastanza diretto
e proporzionale dalla grandezza delle sue disgrazie (più in generale,
la grandezza dell’Uomo sembra proprio la grandezza della sua
Disgrazia, che pare consistere infine nell’essere l’unico animale che
sa di esserlo (George Bataille intendeva, credo, la stessa cosa quando
nella “Teoria della Religione” scriveva che “il mondo animale è
quello dell’immanenza, dell’immediatezza: questo mondo, che ci è
precluso, lo è nella misura in cui non possiamo discernere il potere di
trascendersi”, cioè, in parole povere, di conoscersi per quello che è,
ovvero, un animale (ma, alla fine, non si potrebbe infine definire
l’uomo come quell’animale che ha orrore della sua animalità? tutti i
tabù riguardanti il pudore in migliaia di culture anche molto
primitive passate e presenti sembrano dimostrarlo)).
Beh, comunque sia, proseguendo oltre nella nostra indagine ma
restando nei paraggi di Barthes, troviamo anche un altro autore che
tramite l’opera con cui è universalmente identificato in tutto
l’universo, ci ha fatto compagnia e che ancora ce ne farà nel corso di
questo nostro non-racconto, ovvero quel Samuel Beckett che col suo
“Aspettando Godot” ha sancito per sempre – o, almeno, fino al
lancio del prossimo I-Pad – l’insensatezza dell’umano destino in
questo mondo e, probabilmente, anche in qualsiasi altro o Altro che
dir si voglia, anche se, a dispetto di quel che potrebbe far pensare la
sua opera, le sue relazioni umane in generale e col sesso femminile
in particolare sembrano piuttosto meno tormentate che quelle che
hanno caratterizzato la vicenda umana, che so, di un Roland Barthes,
o di un Nietzsche, o di un Dante Alighieri. Pure, a questo punto è per
noi nulla di meno che inevitabile il notare e il sottolineare come da
moglie legittima e amanti sparse, a parte ispirazioni e aspirazioni
letterarie varie, non nacque altra progenie. Il che significa che anche
quest’altro formidabile genio del secolo ventesimo è morto e fu
sepolto senza contribuire in alcun modo alla continuazione di quella
tragica commedia umana che tanto bene aveva saputo rappresentare
on stage con il suo lavoro di scrittore e di regista (facendo
riferimento a un altro autore citato nel corso della presente non-storia
ricordiamo che anche Eugenio Montale, dalla sua unione pluriennale
e stabile con la celebrata Mosca, protagonista del suo forse massimo
222
capolavoro “Satura”, non trasse altro mai – appunto – che poesie, e
lo stesso è accaduto a Kundera, a Pessoa, a Kafka, e che,
probabilmente, lo stesso accadrà ed è già accaduto a chissà quanti
altri, scrittori e non scrittori, famosi e non famosi, come accadrà
anche a me, almeno con Elisabetta (dopo, chissà, chi può dirlo? (il
mio sogno è diventato quello di spogliare una spogliarellista dell’Est,
che è una cosa non facile, perché, anche quando riesci a trovarne
una, oltre a costar tanto, è anche già spogliata)).
97.
Ma non soffermiamoci troppo su tali supposizioni e supposte di
metafisica dimensione e continuiamo nella nostra ancorché
asistematica e cialtroneggiante indagine sull’Amore. Andiamo
all’esempio forse più eroticamente efficace di celeste inganno che la
storia o Storia che dir si voglia abbia mai offerto agli occhi stupiti dei
suoi spettatori, ovvero quello che subitaneamente e reciprocamente
colse Henry Miller e Anais Nïn in un bar di Parigi una cinquantina di
anni fa. In questo caso la relazione, oltre a non rimanere meramente e
melanconicamente platonica, al contrario, è diventata forse
giustamente celebre proprio per la fervente e quasi furente
passionalità con cui venne vissuto e letterariamente celebrato il suo
lato fisico (dopo tanto Stil Novo ci voleva un po’ di Stil Vecchio, che
diamine!). Ma, a dispetto di ciò, anche in questo caso dobbiamo
constatare che l’inganno della Volontà – se da un lato appare efficace
quanto alla florida produzione di furibondi accoppiamenti fra gli
ingannati – fallisce proprio al momento di conseguire il suo scopo
ultimo, dato che da tale turbolenta e turbinosa relazione col turbo non
nacque infine alcun figlio. Entrambi i protagonisti della storia erano
peraltro già sposati, ed è curioso notare come il dolce inganno o
possente errore che dir si voglia non fu capace nemmeno di rompere
i rispettivi matrimoni, nemmeno di impedire a entrambi di avere
molteplici altre relazioni! – relazioni che pure non ebbero una
ridondanza anche solo minimamente paragonabile a quella che in
modo variamente truculento li legò per circa venticinque (25!) anni.
223
Tanto per dare un’idea di ciò di cui stiamo parlando Henry Miller
scrisse alla sua amata nel solo primo anno della loro relazione circa
novecento (900!!) pagine di lettere erotico-romantiche, un’impresa
paragonabile alla “Divina Commedia” dunque, anche se,
evidentemente, solo e soltanto dal lato quantitativo. Ma, allora, a che
è servito l’amore di Henry Miller ed Anais Nïn? E’ servito a produrre
appuntamenti, baci, carezze, amplessi, orgasmi – qualcuno a quanto
pare addirittura non simulato – e, oltre a ciò, sbronze, racconti,
pensieri, lettere ed evoluzioni intellettuali ed erotiche di ogni sorta,
ma, ancora una volta, nulla di veramente utile alla propagazione della
famigerata Volontà di Vivere, ovvero nessuna generazione di nuovi e
sfortunati infanti, destinati a loro volta a ripetere all’infinito questo
fallito esperimento del Cosmo che si chiama umanità (scolio: per
quel poco o niente o meno di niente che in mezzo a questa molto
onorevole lista può contare, posso informare il lettore che prima di
innamorarmi di Elisabetta ho avuto io stesso una storia lunghissima,
non so se d’Amore o di che altro, con una ragazza, cui avevo peraltro
alluso alcune pagine sopra, storia il cui decorso erotico è stato forse
ancor più possessivo, aggressivo e trasgressivo di quello fra Henry
Miller e Anais Nïn – con tutto un vulcanico erompere di atti impuri e
scene innominabili cui non accenno neppure onde non far vietare
questo povero libro ai minori di diciotto secoli – ma infine sono
costretto registrare, con un certo sollievo devo dire, che tutto questo
materiale a luci rosse – capace di far arrossire come un semaforo
perfino la santissima trinità composta da Moana Pozzi, Ramba e
Cicciolina – di effetti riproduttivi ne ha avuti in medesima quantità e
misura che un pomeriggio intero passato a masturbarsi davanti a una
copertina di “Playboy”).
98.
Come ultimo esempio alla sequenza di casi umani in cui il dolce
inganno fallì quello che oramai possiamo a questo punto definire
senz’altro il suo presunto scopo, porterò quello più tragicomico,
surreale e forse – ahimè – più ridicolo, ovvero, guarda caso, quello
224
del mio scrittore preferito, quel Josè Luis Borges di cui ho letto le
opere complete in lingua originale almeno una diecina di volte. Un
personaggio che, causa la letteraria ossessione, ho infine deciso di
conoscere anche a livello biografico, scoprendo, con non minore
incredulità che inorridito sgomento, che cotanto lume di supremo
ingegno visse praticamente tutta la vita con la iperprotettiva nonché
iperasfissiante genitrice in un piccolo appartamento di Buenos Aires.
Questa sorta di piovra insaziabile l’accompagnò ovvero non lo mollò
nemmeno durante i suoi lunghi viaggi in Europa, e i suoi inesorabili
ed estenuanti tentacoli tanto subdolamente si allungarono sul figlio e
tanto strettamente lo avvinghiarono che, ogni volta che questi usciva
di casa, pretendeva di essere informata sul programma, sull’ora del
rientro e, se vi fossero state eventuali improvvise variazioni, era
preciso obbligo del niño di avvisarla per telefono dei suoi ancorché
minimi spostamenti (un amico di Borges fu testimone di una
piuttosto surreale scena familiare in cui una domestica chiese al
grande Josè Luis (“grande” nel senso che in quel momento aveva da
un pezzo superato i sessant’anni) se volesse del vino, al che la
poderosa madre rispose al suo posto con le testuali parole “el niño no
toma vino”: e poi ti dicono genio e sregolatezza, ti dicono….).
Ma, a dispetto o forse proprio a causa di questa alquanto edipica e
molto poco edificante relazione con la madre, troviamo che, in
conversazioni di vario genere, intime o meno, questo grandissimo
non meno che sfortunato poeta, narratore e saggista confessa che fu
per tutta la vita innamorato di una qualche esponente del gentil
(gentil!?!?) sesso, ora questa ora quella, si, ma tutte, benché diverse,
gli parvero uniche (si, vabbe’, questo però lo dicono tutti, l’avrei
detto anch’io: su Josè, fai uno sforzino dicci qualcosa di un
pochettino più poetico e originale!). A più riprese egli parla
dell’amore come di una sorta di esperienza di rivelazione, in cui tutto
l’universo sembra alludere a un solo volto, e un solo volto a tutto
l’universo (oh, qui si che ti riconosco, mio venerato aedo!), che è
meglio essere delusi piuttosto che non amare (qui si scade di nuovo
un po’ nel banale, ma passiamola…), che l’amore fu la sua grazia e
la sua disgrazia, ma che i brevi momenti di felicità sono bastati a
compensare tutti i dolori (ehi, Josè, oggi si vede che proprio non è la
225
tua giornata: casomai non te ne fossi accorto qui siamo in un
romanzo, non al Festival di S. Remo!) e tanto venne ossessionato da
questa passione che non esita ad ammettere in un’intervista che “Con
una certa tristezza scopro che ho passato tutta la mia vita pensando a
una donna o a un’altra. Ho creduto di vedere paesi, città, però ho
sempre avuto una donna che disturbava le mie visioni.” (non ci
stupisce che alla fine sia diventato cieco).
99.
Abbiamo definito questo poeta solo poche righe sopra
“grandissimo non meno che sfortunato”. Ma con queste parole non
volevamo dire che le cose gli siano andate realmente male, nel senso
che venne o venisse più o meno malamente fiutato e indi rifiutato
dalle sue Muse, che fu precisamente quel che accadde invece e
sistematicamente al povero Giacomo Leopardi (di cui la grazie a lui
celebre Fanny Targioni Tozzetti – intervistata sul tema – disse che
del celebrato poeta non sapeva bene che farsene come uomo perché
“puzzava!”). Al contrario, si sa con certezza che, oltre a due mogli,
questo devoto del tango e suoi dintorni – le cui milonghe in rima
sono state musicate niente popò di meno che da Astor Piazzolla
(quanto al tango, a quanto pare, il buon vecchio José Luis si
comportò più o meno come quanto al sesso, ovvero come una sorta
di “credente non praticante”) – ebbe anche un tot di fidanzate di cui
si proclamò innamoratissimo, sebbene si dica che i rapporti furono
sempre piuttosto tormentati, caratterizzati da incomprensioni e
scontri di vario genere (le incomprensioni sembrano peraltro la
regola nei rapporti fra uomo e donna, la cui tanto proclamata
complementarità a me ricorda non tanto, che so, quella fra il sole e la
luna, ma più che altro quella fra Napoli e i fuochi artificiali (Spengler
sostiene che quando l’uomo e la donna non si cercano per trovare il
padre e la madre dei loro figli, ma il compagna/o della vita, e dunque
anche e sostanzialmente comprensione, compenetrazione, rispetto,
amore, piacere, estasi, etc., ciò significa che una civiltà è vicina al
tramonto, alla morte, ovvero che si sta trasformando da nascente ed
226
esultante civiltà in vecchia e grigia civilizzazione: uno dei sintomi
patognomonici di questo processo di degenerazione e di
invecchiamento di un mondo storico è che i matrimoni non superano
mai o quasi mai la fatidica soglia del settimo anno e, a volte,
nemmeno quella del settimo minuto)).
Ma, non ostante l’innamorato avesse ottenuto da molteplici amate il
più sospirato dei “si” – a quanto pare nemmeno in questo caso la
Volontà di Vivere è riuscita a raggiungere i suoi scopi periscopici,
ovvero a scopare o anche solo dare il cencio, passar lo straccio,
strofinare, strigliare, spazzolare, o almeno spolverare o cose del
genere. A ennesimo esempio del Trionfo della Sfiga – oltre che di
quello piuttosto scontato della Morte – che, come noto, non fa e non
ha mai fatto sconti a Nessuno, nemmeno al buon vecchio Odisseo –
possiamo affermare che il massimo scrittore che la breve storia
d’Argentina ricordi, una volta avuto a disposizione l’oggetto della
sua passione, non seppe o non volle mai andare oltre qualche
castissimo non meno che imbranatissimo bacio. Estela Canto, una
bella e disinibita giornalista iniziò all’età di ventotto anni una
relazione con il già famoso Borges quarantacinquenne, relazione che
durò ben sette anni, sette anni in cui il lirico e romantico innamorato
non seppe o non volle far altro che tenerla per manina e
sbaciucchiarla con baci che quella crudele e pettegola megera
d’Argentina definisce timidissimi, impacciati e neppur degni del più
goffo e inesperto dei ragazzini. Le cose non parvero andar meglio
con le due mogli, Elsa Millan e Maria Kodama, dato che ci sono
piuttosto credibili testimonianze che in entrambi i casi le coppie
dormissero addirittura in letti separati, il che ci permette a questo
punto di aggiungere alla lunga lista di fallimenti della Volontà di
Vivere di proseguire sé stessa tramite le alate fiamme del “celeste
foco” anche questo in cui, pur non esistendo ostacoli di alcun genere
alla riproduzione – ma, al contrario, risultando infine quasi un
obbligo derivante dall’odioso non meno che inevitabile dovere
coniugale – constatiamo però che l’eccesso di romanticismo e
sentimentalismo nella contemplazione dell’amata non solo non è
servito a niente, ma, addirittura, è parso artificio che impedisse
all’aratro di scavare il solco, cosicché di nuove vite neppur si potesse
227
tentar l’incauta e infausta seminagione (la per quarantacinque anni
segretaria del buon Josè afferma senza troppe remore e incertezze
che, per quanto ne sapeva lei, il sesso, più che non interessarlo, lo
atterriva positivamente, così che, quasi certamente, “el señor muriò
virgen”).
100.
Al termine di questa lunga e speriamo non troppo noiosa disamina,
possiamo ora tentare di arrivare a una sintesi generale, e dunque
domandandoci: quanti, fra gli sfortunati figli di Adamo che con la
loro miserabile presenza calcano questo surrealistico Golgota che
chiamiamo “mondo”, sono stati quelli davvero generati a partire da
illusioni alte e celesti? A parte i matrimoni combinati (che sono a
tutt’ora la larga o larghissima maggioranza in posti come l’India o il
Giappone, e molti altri paesi dell’Estremo Oriente, come lo furono in
passato in Europa e più o meno un po’ dappertutto (fra l’altro, pochi
sanno che circa il cinque per cento della popolazione mondiale è
frutto di matrimoni fra cugini incrociati, matrimoni che sono perciò
decisi non tirannicamente dalla volontà autoritaria dei genitori, ma,
quasi ontologicamente, dalla collocazione parentale stessa), a parte
ogni stranezza di stampo etnologico si possa mai citare, quante libere
unioni nascono dalle convenzioni, dalla convenienza, dalla noia,
dalla ripetizione, dalla costrizione, dall’incoscienza, dalla stupidità,
dal caso? E dalla mia celeste Elisabetta, dalla mia adorata Tersicore
che cosa è nato, se non un angoscioso turbine di notti insonni,
sbronze, sigarette, inutili attese, delusioni, e, appunto, poesie, poesie,
e ancora poesie (quelle pubblicate in fondo a questo sconclusionato
volume non rappresentano nemmeno un ventesimo del totale)?
Tirare conclusioni su un tale argomento non è facile per nessuno,
ma provo comunque ad arrivare alla mia, che mi pare dover essere
per forza di cose questa: che gli inganni, i tranelli e gli orpelli più o
meno celesti che la Natura o la Volontà propinano all’uomo non
hanno, proprio come l’Arte, altro fine che sé stessi. Il mondo umano
e non, di loro privo, resterebbe più o meno il medesimo, proprio
228
come più o meno il medesimo rimarrebbe privo della Divina
Commedia o del carteggio Henry-Anais o, naturalmente, di quelle
poesie che, belle o brutte o, addirittura, del tutto insipide che siano,
seguiranno come appendice a questa sorta di prolissa introduzione
(parlare di una storia o non-storia che sia, in questo caso, non mi pare
proprio il caso: è stato tutto un caso). L’amore dunque, o, meglio,
l’Amore non serve alla Volontà di Vivere per propagarsi nel tempo,
ma semmai solo a dilatare fino alla follia – ovvero fino al
parossismo, fino all’insolenza, fino all’eccedenza, fino allo
splendore, fino alla noia, fino alla fine – la sua pura e semplice
Inutilità.
101.
Va beh, come ho spiegato o cercato di spiegare già all’inizio,
essendo questa non una storia, ma bensì una non-storia, non c’è da
sperare che possa concludersi con un vero e proprio finale, ma, come
c’era da aspettarsi, solo in un inutile e melanconico non-finale: il che
però non significa che essa sia o possa essere infinita, tutt’altro! Così
mi rendo conto che il motivo di queste mie continue divagazioni, di
questo mio continuo tergiversare, esitare, deviare, titubare, rinviare,
tentennare, storicizzare, intellettualizzare, dialettizzare e chi più ne
ha più ne metta, altro non è che il fin troppo prolisso frutto di una
una sorta di infantile non meno che intollerabile horror vacui. Passo
a passo, parola per parola, mi sto avvicinando alla fine di questo
futile non-racconto, e con tale simbolica fine si approssima la
definitiva fine della mia non-storia con Elisabetta. L’ultima pagina
oramai incombe inesorabile, è qui, con le sue ultime frasi e un’ultima
parola che si staglia all’orizzonte alta, maestosa e terrificante come la
ghigliottina incontro al condannato a morte. In realtà, lo so adesso,
come peraltro l’ho sempre saputo: tutte queste parole, tutte queste
frasi, tutte queste pagine, tutte queste tetraggini e lungaggini, altro
non sono che un interminabile fantasmatico congedo da quest’Amore
che oramai, nella nuda e cruda realtà, so essere per sempre e da
sempre ormai perduto. Tanto si dilata questo vuoto e fin quasi
229
impensabile orizzonte – “ove per poco il cor non si spaura” – che, mi
rendo conto, nel tentativo di evitare un “naufragar” che non mi pare
per nulla, ma proprio per nulla “dolce” ho passato questa volta ogni
limite umanamente comprensibile e sopportabile, e che la
divagazione è andata davvero un bel po’ troppo per le lunghe. Così,
mi trovo costretto, spero per l’ultima volta, a ricordare al lettore e
soprattutto a me stesso il punto a cui troppe pagine fa ero giunto nel
racconto della presente non-storia. Il punto, come mi ricordo o mi
sembra di ricordarmi, era quello piuttosto tragicomico in cui, vista
l’incoercibile determinazione con cui Elisabetta persisteva a
importunarmi simil zanzara, tafano o mosca o rubinetto gocciolante
et cetera, avevo deciso infine di mettere in atto un diabolico piano
per liberarmi della sua importuna insistenza – diabolico, almeno, dal
punto di vista di Topolino, o Paolino Paperino. Il piano era quello
che avevo escogitato il giugno precedente e che aveva il modesto e
solo apparentemente semplice scopo di potermi definitivamente
allontanare dal palcoscenico di questa strana commedia dell’assurdo
che era iniziata con il mio improvvido innamoramento di circa un
anno prima. Il diabolico piano consisteva infine nello spedirle via
sms una poesia la settimana e nel continuare ad evitarla, aspettando
per il resto l’evolversi degli eventi (il che dimostra, fra le tante altre
cose, che stare al mondo può essere una faccenda molto più
complicata di quanto a prima vista non si possa credere).
Muovendomi all’azione (azione?!?!) non mi sentivo più in grado di
formulare alcuna speranza di alcun genere, tanto sembrava
inconcepibile, incoercibile e quasi folle l’insistenza con cui la mia ex
diletta continuava a cercarmi per cercare di ottenere, peraltro
riuscendoci perfettamente, una sorta di non-rapporto, che consisteva
più o meno nel guardarmi fisso, nell’avvicinarsi e chiedermi – chissà
perché – “come stai?”, e nello svanire poi nel nulla, o in qualcosa di
simile, non appena un eventuale colloquio minacciasse di prendere la
sia pur minima consistenza. Un atteggiamento questo che era infine
riuscito a sconvolgere il mio sistema nervoso, incrinare il mio senso
comune e, con ciò, la mia capacità di distinguere il mondo reale da
uno scherzo da prete all’italiana, da una barzelletta di Berlusconi o, a
limite, da uno sciopero della fame di Mastella – fatto effettivamente
230
accaduto eppure tanto credibile che lo sciopero della sete di una
grondaia (in effetti, mi rendo conto che, più che di Elisabetta in sé e
per sé, stavo in quel momento tentando di liberarmi anche e
soprattutto da quello strano innamoramento verso una persona che
infine non ero riuscito a conoscere in modo minimamente concreto –
cosa che faceva si che oramai non riuscissi più a distinguere – oltre
che il mondo reale da uno scherzo da prete all’italiana etc. – anche il
mio innamoramento stesso, vero o presunto che fosse, da un mal di
testa con nausea e crisi di vomito annesse: in tutto il “Godot” non ho
trovato degli elementi di maggior assurdità che in quegli eventi che
mi stavano tanto irrealmente quanto surrealmente non-accadendo
(l’unico lato positivo di tutta la faccenda era comunque il fatto che,
almeno fino a quel momento, non avevo dovuto pagare il biglietto
per assistere alla commedia dell’Assurdo in questione: sono grazie e
disgrazie queste che capitano solo agli attori)).
102.
Ma, a dispetto della mia sfiducia, dapprima con stupore poi con
incerta gioia, osservavo che la mia strana tattica (non parlare più con
una persona, spedirgli poesie via sms e attendere gli eventi sarebbe
una tattica? ma che cavolo di tattica è, di cavolo lesso, bollito o che?)
la mia strana tattica, stavo dicendo, prendeva ad avere lentamente
effetto. Dapprincipio Elisabetta cominciò ad avvicinarsi con più
difficoltà – come se si sentisse in imbarazzo a causa di qualche
oscuro pentimento – o impedimento – poi prese a guardarmi più di
rado, meno fissamente e da più lontano, con aria oramai più
interrogativa che sgomenta e, inoltre, smise anche di far di tutto pur
di incontrarmi “per caso” e salutarmi “amichevolmente”, finché un
giorno, dopo aver cambiato scheda per spedirle la non mi ricordo se
quarta o quinta poesia, il telefonino squillò e, sorpresa delle sorprese,
mi accorgo che la mia personale Beatrice ha risposto all’ultima
composizione a lei dedicata addirittura con due sms! Preso da un
orgasmico desiderio di non so che, probabilmente solo di un
orgasmo, stavo per azionare il comando “vedi messaggio”, ma sul
231
punto di schiacciare il pulsante mi sentii di colpo come paralizzato:
scoprii d’improvviso che anche solo l’idea di leggere quelle parole
ignote mi spaventava a morte, che qualunque fosse stato il loro
contenuto mi avrebbe reso ancor più infelice: se mi avesse dato
qualche segno di affetto, sarei di nuovo sprofondato nell’abisso
luminoso e atroce della speranza, se fosse stato un nuovo rifiuto sarei
semplicemente sprofondato di un altro paio di metri in quell’altro
abisso, quello tetro e orrendo in cui peraltro già mi trovavo, quello
scavato dal disincanto, dal disamore e dalla solitudine, oltre che,
naturalmente, dalla ormai familiare disperazione, che a quel punto
avrei saputo solo notare per la sua assenza. Elisabetta aveva
qualcuno, adesso lo sapevo con certezza, e dunque non c’era più
nulla da fare né da sperare, dato che non c’è seduttore al mondo che
non conosca quanto sia improbabile la speranza di sedurre una
ragazza che è già seduta. Così, dopo circa ventiquattro ore di dubbi e
ripensamenti le spedii un sms che voleva essere di addio e che
suonava più o meno in questo modo: “Perdonami, ma non ho letto i
tuoi messaggini. Troppo mi è costato dimenticare per ricordarmi
anche solo una parola di più, bella o brutta che sia. Chi ama vuole il
corpo, l’anima e l’ultimo respiro, e io invece posso solo sperare che
le mie poesie ti siano piaciute, dirti che il mio nome non è quello con
cui mi sono presentato, che anche questo numero è falso e sta per
scomparire. Peccato, te ne avevo scritte tante. A presto, Thomas”.
103.
Queste parole meritano, così credo, una qualche spiegazione,
soprattutto quanto alla seconda parte del messaggio, in cui, mentendo
spudoratamente, dicevo a Elisabetta che vivevo costretto in una sorta
di falsa identità (il nome con cui mi presento è quello vero, se
qualcosa degno di questo nome al mondo ancor resiste), e anche va
sottolineato il fatto che, in generale, il contenuto del mio sms non
rifletteva il mio stato d’animo in maniera fedele, in particolare quel
“a presto” finale che celava il quanto e, soprattutto, il come si fossero
trasformati i miei sentimenti nei suoi confronti. Se solo pochi mesi
232
prima la mia vita consisteva nella pura e semplice speranza di
rivederla, adesso le cose erano cambiate fino al punto che, in modo
più o meno inconscio, la mia vita consisteva nello sperare puramente
e semplicemente di non rivederla mai più. E, in effetti, l’allusione ad
una presunta falsa identità non aveva altro scopo che far morire
l’infame ingannatrice, se non di delusione, come avrei voluto
ardentemente, almeno di curiosità. Non solo non avrebbe mai saputo
con sicurezza chi, fra i suoi conoscenti, fosse lo sconosciuto autore
degli amorosi versi, ma quand’anche l’avesse arguito (e l’aveva
arguito, eccome se l’aveva arguito!) gli sarebbe rimasto per sempre
nel gozzo il desiderio di sapere chi fosse veramente quel colui che
colei oramai poteva ben credere di conoscere del tutto falsamente (a
questo scopo firmarsi con un qualsiasi nome straniero risulta
strumento più efficace che firmarsi, che so, Zorro, Ercole, o
Berlusconi). Di mettermi a combattere schermaglie amorose a suon
messaggini non ne avevo più voglia, perché non avevo più voglia di
coltivare inutili speranze. Elisabetta, oltre a essere dichiaratamente
fidanzata, mi aveva sia pur parzialmente conosciuto, aveva avuto
modo – diciamo così – di “assaggiarmi” – e non mi aveva trovato di
suo gusto. Se le andavo bene o comunque rapportarsi a me le fosse
servito per conseguire qualsiasi altro scopo che quella delirante
messa in scena di andirivieni a vanvera che andava avanti e –
soprattutto – indietro ormai da un anno, avrei avuto già il modo di
constatarlo. L’unica speranza che seriamente potevo coltivare era
che Dio, il Fato, o il Caos, o il Nulla prestassero infine ascolto al mio
lamento e, visto che in nessun modo mi volevano concedere un aiuto
quanto all’ottenimento delle di colei grazie, per piacere, che almeno
mi concedessero che si togliesse dai cosiddetti tre passi (non quelli
del tango, sia ben chiaro, che sarebbero longitudinale, laterale e
ocho, variati per le diverse direzioni: è strano come gli elementi
fondamentali di una danza tanto complicata possano essere, in sé e
per sé, semplicissimi, come la vita stessa, in un certo senso lo è, dato
che anch’essa si costituisce di tre passi principali: inizio, svolgimento
e fine (la sola differenza è che di questi ultimi tre solo il secondo può
variare)).
233
104.
Beh, a dir la verità non ho ancora scoperto chi fra i quattro
sunnominati numi fosse l’autore dell’incredibile impresa, ma,
comunque sia, o Dio o il Caso o il Caos o il Nulla, in separata sede o
in combutta, chissà come o perché (“Quel che riguarda gli déi è
difficile da scoprire” come recita un poco noto proverbio
babilonese), decisero che il mercoledì successivo Elisabetta – in
effetti – non si presentasse a lezione. Lì per lì (che fa sempre lì al
quadrato) non osavo sperare che la sua assenza fosse frutto di un
successo per quanto parziale della mia tattica, o men che meno se si
trattasse – meglio ancora! – di un colpo apoplettico o qualcosa di
simile: ma scoprii che, quale che fosse il motivo, ne ero tristemente
felice. Finalmente anche le ultime propaggini di quella sfortunata
passione stavano svanendo, e, come ora svanivano dalla lezione del
mercoledì in particolare, prima o poi sarebbero svanite anche dalla
mia vita in generale.
Elisabetta mancò ancora una volta, poi due, poi tre. Infine, proprio
quando ero davvero certo di non vederla mai più, ecco che il suo
volto un tempo adorato e ancora, ahimè, assai rimpianto, ecco il suo
volto, come dicevo, ricomparire sulla porta della sala, quella stessa
porta da cui mi aveva per la prima e forse ultima volta sorriso,
inquadrandosi in questo modo in una barthesiana cornice che la
renderà forse per sempre indimenticabile, anche se non mai più
veramente amata. Ma il volto che inquadro è – ohibò – un volto ben
diverso da quello che conoscevo, e anche il suo corpo sembra
cambiato: sembra paurosamente dimagrita, pallidissima, ha un’aria
triste, fiacca, svagata, quasi malata, anche se, strano a dirsi, questa
malattia quale che fosse faceva sì che la sua lieve e quasi incorporea
presenza si facesse ancora più eterea del solito, ancora più
abbacinante, in poche parole, ancora più bella, tanto che per
l’ennesima volta in vita mia mi trovai a dover dare ragione al grande
Shakespeare: “il dolore sarebbe rarità fra le più ricercate e adorate, se
234
a tutte si addicesse altrettanto.”76. E, sebbene quella indebolita fosse
lei, a sentirmi quasi svenire fui proprio io, preso alla gola da una
turbinosa, indistinta commozione, fatta di talmente tante cose che
non riuscivo ad afferrarla, a dominarla, a definirla, così che ne fui,
almeno per alcuni istanti, costretto, dominato, definito.
Perdutamente, amaramente, dolcemente, mi sentii come sprofondare
in un abisso di tenerezza, di paura, di appassita passione e
compassione. La terra sotto i miei piedi, anzi, la terra sotto le mie
scarpe da tango cedeva, pezzo a pezzo, centimetro per centimetro, ed
io sprofondavo, immobile, impotente, con ululati di dolore, con
sghignazzi di giocosa e gioiosa rivincita, con riluttanti rivoli di
prigionia e soffocazione ed ultimi accecanti accenti di notte brava e
morte: ma, a parte ciò, di nuovo volli evitarla, a qualsiasi costo! Il
terrore di venir ancora una volta ghermito da fauci invisibili di notti
insonni e inutili attese vinse anche la mia pietà, e le voltai le spalle.
“Mors tua vita mea”, come dicevano i latini: qualunque fosse il
motivo delle sue ambasce, dovevo ignorarla, dovevo pensare a
salvare me stesso, a qualsiasi costo! Solo che, ahimè,
sfortunatamente, a dispetto dei miei sforzi di ancora e sempre
evitarla, durante la lezione ci fu un momento in cui rimanemmo
vicini, troppo vicini, sia pure solo per qualche istante, e questa
istantanea, incauta contingenza, dette di nuovo alla mia ex adorata la
possibilità di avvicinarsi ulteriormente e, con voce sia pur flebile,
intimidita – piena di sgomento dolore e sommesso, incoercibile
rimprovero – il tutto condito da un sorriso stentato e rigidissimo – di
approfittare dell’occasione per salutarmi, con accento di sofferente
rimpianto, e di morbido, profondo e ormai quasi moribondo lamento.
E io, naturalmente, a quel punto oramai più incredulo che furibondo,
mi vidi praticamente costretto a ricambiare il saluto, cosa che feci nel
modo più superficiale, ringhiosamente mendace, indifferente e
freddo che mi potesse riuscire. Ma oscuramente, sotto la maschera
della mia recitata noncuranza, sentivo che dentro di me qualcosa,
ancora una volta, si stava muovendo.
76
W. Shakespeare, “Re Lear”, IV, III.
235
105.
E infatti, poco dopo, uscito dalla lezione, l’angoscia e i sensi di
colpa di colpo mi travolsero. Dio, mio, Elisabetta sembrava stare
male sul serio e, in fondo, oramai cosa rimaneva in me di veramente
vivo, di veramente e arduamente doloroso e pungente della forse già
antica passione che verso di lei avevo pur nei mesi precedenti
tormentosamente alimentato – al punto di sentirmi come la bimba del
sogno sognato dall’Alighieri, ovvero come un infante che inghiotte
un cuore che batte furiosamente fra le fiamme? Ero davvero così
sicuro che la evitavo per non farmi del male e non per fare del male a
lei, ovvero per puro e semplice rancore, per pura e semplice
vendetta? Si, è vero, lei mi aveva fatto soffrire. Ma ora il carsico
fiume della mia annosa indifferenza e insofferenza sentimentale
aveva finalmente ripreso il suo antico, sotterraneo, arido corso: non
avevo più alcun vero motivo di far finta che non esistesse. E poi, a
ben pensare, come potevo essere certo che in tutta questa faccenda
anche lei non avesse in qualche modo sofferto, o che non ne soffrisse
ancora, anche se magari per motivazioni del tutto diverse dalle mie?
Così, giunto a casa, sia pure a malincuore, le spedii un sms per
darle il bentornato al corso (questa volta, naturalmente, non con il
numero anonimo), con parole che, alludendo in modo nemmeno
troppo labile a quanto fra di noi era successo recitava: “Come disse
Gesù agli apostoli, è più facile che un cammello passi dalla cruna
dell’ago, se l’ago non è quello da cercare in un pagliaio; comunque
sia, bentornata”. A questo ironico ma anche affettuoso sms
Elisabetta, con mio sommo stupore, rispose nel giro di pochi minuti,
e, se non ricordo male, addirittura con un certo calore, dato che il
messaggino recitava: “Grazie caro (caro?!?!?), a lezione non ci siamo
nemmeno salutati! A presto. Un bacio.” (un bacio?!?!?!?).
236
106.
Il mercoledì successivo arrivò oramai più fitto di perplessità che di
attese: un bacio? Ma perché mai voleva baciarmi? Era impazzita del
tutto, aveva bollito il fidanzato torinese nell’acido muriatico e ora
voleva provarci con me? Non sapevo più cosa pensare, e dunque,
semplicemente, aspettavo che di nuovo Dio, il Fato, o il Caos o il
Nulla, mi svelassero i loro sempre più imperscrutabili decreti.
Il mercoledì successivo Elisabetta si presentò al corso verso le nove
e trenta e si mise seduta guardando da un’altra parte e insieme –
gesto tecnico in cui le donne sono assai più specializzate che nel
preparare gli spaghetti – dedicando alla mia figura l’ammaliante coda
dei suoi occhioni, che con ogni evidenza scodinzolava tentatrice:
perché non vieni a salutarmi? Non seppi resistere, credo, più di trenta
secondi. Mi congedai per un momento dalla ballerina con cui stavo
praticando, e mi recai a salutarla. La baciai quindi delicatamente
sulla guancia, le chiesi poscia come stava, e le diedi infine
appuntamento per uno dei balli successivi. Quando iniziò la seconda
lezione lei era seduta nel medesimo punto, ancora da sola, e pareva
aspettarmi. Allora di nuovo mi avvicinai e le chiesi di ballare: con un
sorriso insieme fragile e radioso la ragazza accettò e cominciammo il
nostro ennesimo ultimo tango, anche se – ahimè – non a Parigi.
Ballammo insieme per circa trenta minuti e in tutto quel tempo, per
prima cosa mi resi conto che non ero più pazzo di lei (“Il dio fa
impazzire coloro che vuol perdere” diceva Euripide: che significava
questa improvvisa calma, che il dio, qualunque esso fosse, mi aveva
ritrovato?) dato che mi rendevo conto che la danza non mi dava più
quelle estatiche sensazioni a cui solo pochi mesi prima non riuscivo
ad abituarmi. Ero ancora, come dire – felice? – di abbracciarla,
questo si, ma oramai il delirio erotico si era annacquato di troppe
inutili attese, di troppi dubbi, di troppa malinconia, e forse anche di
troppa tenerezza per poter lasciar spazio alla nuda e cruda,
intollerabile, violenta e cioè vera passione (nel vero amore, credo, vi
è un insopprimibile elemento di incoscienza, cioè di animalità; nella
“Teoria della Religione” Bataille sosteneva che, dal nostro punto di
vista, il punto di vista umano, l’animale sta nel mondo “come acqua
237
nell’acqua”: ma non è proprio allo stesso modo, ovvero “come acqua
nell’acqua” che l’amante, attraverso l’Amore, scorre nell’amato, e si
sente da lui – e proprio dal punto di vista di sé stesso –
indistinguibile?). Scoprii anche che la sua magrezza e il suo pallore
non erano una proiezione illusoria o una mia errata impressione, ma
che effettivamente aveva dovuto di recente subire un’operazione a
un’ovaia (e com’è strano, si vorrebbe dire, che una donna tanto
amata, una semidea fonte di estasi tanto supreme possa avere
qualcosa come un’ovaia prima e un’operazione alla stessa poi!), e
che a causa di questa aveva perso un po’ di colore e circa sette chili
di peso.
107.
Andammo avanti a chiacchierare, manco a dirlo, di tutto e di nulla,
come già ci era successo e come succede forse da sempre quando un
uomo e una donna sono in qualche modo eroticamente interessati fra
di loro, e si corteggiano, facendo forse solo finta di parlare, parlare,
parlare, finché io, per continuare sul tema di questa inevitabile
finzione, le chiesi se per caso il braccialetto che portava al polso
sinistro fosse “maya” (il lettore faccia molta attenzione da questo
punto in poi). Lei, curiosamente mi rispose che non era un
braccialetto “manga” (manga? ma cosa vuol dire “manga”?), ma
“bensì” (bensì?!?!) un braccialetto maya (ma io cosa avevo appena
detto?), e che lo aveva comprato a Praga. Io, un po’ confuso dal tono
della risposta, le dissi che non sapevo nemmeno cosa fosse un
braccialetto manga, e che credevo, appunto, che fosse un braccialetto
maya, al che la ragazza, con tono insospettabilmente duro e irritato
mi rispose di nuovo che no, che si trattava di un braccialetto maya e
non manga e che lo aveva comprato a Praga. Io, stupefatto, con tutta
la dolcezza che potevo provai di nuovo a spiegarle che in effetti
“maya” era proprio ciò che io intendevo dirle, ma lei si irrigidì se
possibile ancor di più e di nuovo ripeté che avevo detto “manga”, che
“io e te”, o forse addirittura “noi (!?!?!?) eravamo destinati a non
capirci”, e che dunque quello che si stava testé svolgendo era “un
238
dialogo fra un sordo un muto”, senza peraltro precisare chi di noi due
fosse il sordo, chi il muto, e chi stesse parlando e chi ascoltando (se a
parlare fosse stato il muto e ad ascoltare il sordo il nostro dialogo
non aveva prospettive: in caso contrario qualcuna ne conservava, non
foss’altro che per il fatto che Elisabetta era appunto un interprete per
sordomuti (comunque sia, voglio anche sottolineare il fatto che Praga
è la capitale della repubblica ceca: che cosa ci va a fare un interprete
per sordomuti nella repubblica ceca, ivi si reca forse a completare il
disastro?).
Incredulo di fronte a tanta insensata e, così mi pareva, del tutto
incongrua irritazione, provai a insistere ancora sommessamente con
la mia tesi, ovvero che io, appunto avevo detto fin da principio che il
braccialetto era maya, ma la mia insistenza irritò Elisabetta fino a
spingerla ad asserire che, oltre al fatto che io avevo detto manga e
non maya, lei aveva potuto capire che io stavo parlando del suo
braccialetto “solo perché aveva letto i miei pensieri e non aveva
ascoltato le mie parole (!!?!?!)!”!!!!
108.
Il lettore minimamente esperto di quella stranissima parte del
mondo che sono i rapporti di coppia, avrà già capito il nocciolo della
situazione: il nostro colloquio, all’inizio banalmente e
stucchevolmente amichevole, stava prendendo le interessanti,
intricate e intriganti pieghe di un litigio fra amanti, nulla di meno. Le
chiesi se fosse del capricorno, e mi rispose molto irritata che no, non
era del capricorno, se fosse del toro, e con tono parimenti irritato mi
rispose che no, non era del toro – e io ridevo, pazzo e felice, convinto
di aver finalmente aperto una breccia nel suo cuore. Anche se ero già
lì, anche se già stavamo andando abbracciati nel magico e lento
incantesimo del tango, sussurrai fra me e me col tono insensibile del
pensiero, come travolto da un’onda di dolorosa, incontenibile
dolcezza “oh, fossi una colomba che rapida vola come procella!”77.
77
Si tratta ancora di Sofocle, ancora una volta da “Edipo Re”.
239
Ma l’insorgere delle mie speranze venne quasi subitaneamente
sommerso da quell’oceano di inquieta perplessità in cui ero
sprofondato per tutta la precedente settimana.
Semplicemente, quanto stava accadendo non era possibile, e
dunque non poteva essere reale. La ragazza era – come si suol dire –
impegnata e, a quanto pare, assolutamente decisa a rispettare i suoi
impegni. Dunque, qualsiasi cosa potesse significare quel piuttosto
surreale litigio, di certo non si trattava di amore o, comunque, non
era la promessa di nulla di diverso da quanto accaduto in passato.
Anche alcuni mesi prima si era a più riprese allontanata e avvicinata
a mo’ di yo-yo, e, ammesso che quel colloquio avesse effettivamente
avuto un substrato erotico, la settimana successiva, no, non ne ero
certo, ne ero certissimo, Elisabetta non si sarebbe ripresentata al
corso: questo sconosciuto fidanzato torinese, alla fine, sembrava
davvero importante, se non per i suoi sentimenti, almeno per i suoi
progetti matrimonial-riproduttivi; a trenta o più o meno anni, quanti
Elisabetta ne dimostrava, una ragazza che vuole avere figli non lascia
un porto tranquillo e sicuro per il mare aperto di un nuovo amore,
quand’anche prometta un attracco migliore di quello in cui si trova.
Così pensando, la gioia in petto scese ben presto giù nelle viscere
sotto forma di una sommessa, finale e sibilante angoscia. A pochi
minuti da questo strano screzio ci separammo. Elisabetta sembrava,
più che stanca, addirittura distrutta, e andò a mettersi a sedere
dicendo che il suo turno di ballare era finito (quella sera c’erano più
ballerine che ballerini, e a turno le ragazze dovevano stare fuori): non
so se questo fosse veramente vero, o se invece era semplicemente
stanca, come sembrava, oppure imbarazzata, o irritata o che: so solo
che, se avesse voluto, avrebbe potuto ancora continuare a ballare, o,
almeno, a parlare con me. Al momento in cui me ne andai a prendere
il treno mi recai a salutarla e la carezzai con dolce e luttuosa tristezza
sulla testa. Non l’avrei vista per molto tempo, mi ripetevo, ma solo
per non confessare a me stesso quello che veramente pensavo nel
profondo: che non l’avrei vista mai più. In preda a una sorta di
luminosa, tragica, lamentosa calma, mi recai alla stazione mentre con
profetica tristezza mi tornava in mente un’altra celebre battuta del
“Godot”, che in quella situazione ci cascava a fagiolo, o, meglio
240
ancora, proprio come il cacio sui maccheroni o, se proprio si vuole,
come il calcio su Zaccheroni, o – ancor meglio! – come una cravatta
color canapa per il compleanno del condannato all’impiccagione:
“Che stiamo a fare qui, ecco quello che dobbiamo chiederci.
Abbiamo la fortuna di saperlo. Si, in quest’immensa confusione solo
una cosa è chiara: noi aspettiamo Godot”.
109.
La funesta profezia era stata – devo riconoscerlo – fin troppo facile.
Talmente facile che, in effetti – pur continuando dolorosamente ad
aspettarla, ovviamente con la stessa irreale, de-reale e surreale
incredulità con cui sul palco di Beckett si aspettava l’arrivo di Godot
– devo infine confessare che non provai alcuna vera delusione
quando Elisabetta il mercoledì successivo, e quello dopo, e quello
dopo ancora, non si presentò al corso, senza peraltro dare segni di
vita o di morte di altro genere: non un messaggino, non un un’amica
che casualmente passando venisse a dirmi, sai Elisabetta non è potuta
venire perché…, e nemmeno mi riuscì di trovarla “per caso” andando
in giro per milonghe. Per parte mia, non mi azzardavo a telefonarle o
a fare passi di alcun genere, stante il fatto che in passato qualsiasi
mia iniziativa in tal senso non aveva fatto altro che ottenere due di
picche in serie, al punto che da un pezzo mi ero scordato che nel
mazzo potesse esserci anche qualche altro genere di carta. Avrei
voluto disperarmi, provare dolore ancora e ancora, ardentemente,
furiosamente, eroicamente, atrocemente, ma mi rendevo conto che
anche il tempo del dolore era passato, che, pur con ogni buona
volontà, non veniva e non sarebbe venuto mai più. Come scrisse
Cavalcanti a un’anonima di cui giammai sapremo il nome “Tanto è
distrutta già la mia persona ch’i’ non posso soffrire” e dunque tanto
valeva rassegnarsi e passare al Baudelaire che invocava e scriveva
alla donna fatale che prima o poi conoscerà per sempre il nostro
nome “O Morte, vecchio capitano è tempo! Su l’ancora! Ci tedia
questa terra, o Morte! Verso l’alto, a piene vele!”. Così il mio antico
malumore prese a richiamarmi all’ordine delle mie beneamate
241
abitudini, ovvero al mio buon vecchio tedio, al buon vecchio spleen,
al fastidio, all’estenuazione, e che per sempre la si finisse col morso
acuto, ancorché paradossalmente vitale della disperazione (già,
perché, come diceva Pasolini “non c’è disperazione senza un po’ di
speranza”, e dunque come non riconoscere infine che la disperazione
è una forma sia pur ultima e catacombale del male che per ultimo
insorse e insorge dal mitico eppure fin troppo reale Vaso di
Pandora?). Ero finalmente stanco. Finalmente arrivavo a sentirmi
definitivamente sfinito e ultimamente consunto. A furia di non poter
dire nulla, ascoltare nulla, afferrare nulla, di non poter capire nulla
mi ero esaurito, si, ma di quell’esaurimento che tanto assomiglia alla
pace da poter essere per essa scambiato, e con una certa dolcezza
abbracciato come una sorta di surrogato dell’impossibile e quasi
impensabile felicità.
110.
Che cosa era mai successo nella testa di Elisabetta nel mentre
pronunciava fatali e fatate parole quali “io e te”, o, addirittura, “noi
(sic!) eravamo destinati a non capirci”, o “ho potuto capire che
parlavi del mio braccialetto solo perché leggevo nei tuoi pensieri e
non ascoltavo le tue parole”? Chissà, forse in quel mentre pensava
davvero che fra “noi” potesse accadere qualcosa di diverso che
quell’ignobile via vai di avvicinamenti e allontanamenti senza
costrutto, che quell’inspiegabile abisso di incomunicabilità che
sembrava effettivamente separarci potesse essere in qualche modo o
da qualche volo valicato (scolio: “Ma si può, lo sai, amare un’ombra,
ombre noi stessi”78: mio buon vecchio Montale, ma davvero “si
può”, davvero io per tutto questo tempo ho amato solo questo, solo
un’ombra? (e un’ombra di che, davvero, forse solo di me stesso?)).
Non so. Chissà, forse anche lei, come me, in qualche oscuro modo,
aveva dovuto arrendersi alla dura verità che fra le marmoree sentenze
di Seneca risuona “Tutto va per un sentiero fisso, e il primo giorno
78
Eugenio Montale, dalla raccolta “Satura”, Xenia II.
242
ha fissato l’ultimo”. Accade a volte che desideri potenti e violenti si
contrastino, e che di volta in volta affiori alla coscienza quello che si
trova in quel momento insoddisfatto. Per esempio: “ehi!!!!!”:
Elisabetta era fidanzata e in questo modo soddisfaceva il suo bisogno
di futuro e di sicurezza, ma, come tutti ben sappiamo, non è quel che
già si possiede a fare la nostra felicità. La nostra felicità non è
qualcosa di reale, di effettivo, di presente, è il vano vaneggiare, il
funesto vaticinio del nostro desiderio insoddisfatto, del nostro esser
da sempre e per sempre bambini incontentati: dunque l’immagine
idealizzata di ciò che non si ha e che si vorrebbe rappresenta per noi
l’impossibile meta, la felicità. Ma siccome io rappresentavo per
Elisabetta qualcosa di lontano, qualcosa – chissà cosa? – che appunto
non aveva, ecco che intorno a me, per qualsivoglia purché strano e
imperscrutabile motivo, si era creato quell’alone di ingannevole
magia che, insieme a dolori talvolta poetici, e sempre atroci o
addirittura atrocissimi, portano con sé in dote i desideri insoddisfatti.
Leopardi è un riconosciuto maestro tanto nella descrizione come
nella comprensione di questa situazione così tanto umana troppo
umana, che pure, anche quando mille e mille volte capita,
commentata, sceverata, analizzata, non manca eppure della forza di
riprodurre forse per l’eternità i suoi inganni, financo nello stesso
individuo. Ma lasciamo la parola al Grande Recanatese, perché ci
illumini e ci delucidi: “Dalla mia teoria del piacere seguita che
l’uomo, desiderando sempre un piacere infinito e che lo soddisfi
interamente, desideri sempre e speri una cosa che non può concepire.
E così è infatti. Tutti i desideri e le speranze umane, anche dei beni
ossia dei piaceri più determinati, ad anche già sperimentati altre
volte, non sono mai assolutamente chiari e distinti e precisi, ma
contengono sempre un’idea confusa, si riferiscono sempre a un
oggetto che si concepisce confusamente. E perciò e non per altro, la
speranza è meglio del piacere, contenendo quell’indefinito che la
realtà non può contenere. E ciò può vedersi sommamente nell’amore,
dove la passione e la vita e l’azione dell’anima essendo più viva che
mai, il desiderio e la speranza sono altresì più vive e sensibili, e
risultano più che nell’altre circostanze. Ora osservate che per l’una
parte il desiderio e la speranza del vero amante è più confusa, vaga,
243
indefinita che quella di chi è animato da qualunque altra passione: ed
è carattere (già da molti notato) dell’amore il presentare all’uomo
un’idea infinita (cioè più sensibilmente indefinita di quella che
presentano le altre passioni) e ch’egli può concepir meno di
qualunque altra idea etc. Per l’altra parte, che appunto a cagione di
questo infinito, inseparabile dal vero amore, questa passione in
mezzo alle sue tempeste, è la sorgente dei maggiori piaceri che
l’uomo possa provare.”79.
111.
Chissà, chissà come davvero sono andate le cose “se fu inganno, fu
scelta, fu comunicazione, chi di noi due fosse il centro a cui si tira
con l’arco al baraccone”80. Forse posseduta da un nostalgico e
faustiano pathos della distanza Elisabetta, in quanto ente desiderato,
sognato, fantasmagorizzato, davvero mi voleva e mi cercava, ma,
ovviamente, ogni volta che si trovava sul punto di soddisfare il
desiderio insoddisfatto, ecco farsi di colpo minacciato
l’importantissimo e forse decisivo desiderio soddisfatto – di
matrimonio, di sicurezza, di futuro, di protezione, nido, etc., storia
vecchia, ahimè – (“Fragilità il tuo nome è donna!” si lamentava
Amleto di fronte al tristo spettacolo delle affrettate nozze della
madre, che probabilmente aveva sposato lo zio per paura della
solitudine e non per disprezzo verso il primo marito e, di certo, non
per la mitologica femminil lussuria, che esiste soltanto o quasi
soltanto nelle più ridicolmente infondate e infantili fantasie dei
maschi). Messo a rischio con l’avvicinamento il desiderio soddisfatto
con quello insoddisfatto, a questo punto tornava precipitosamente
indietro, verso il porto sicuro del suo stramaledetto fidanzato
torinese, erratica entità a cui devono essere fischiate ben bene le
orecchie, con il fischio degli Stukas in picchiata, intendo dire: se a
questo ragazzo gli sono arrivati sulla zucca anche solo un quarto
79
80
G. Leopardi, Zibaldone, nota del 6 maggio 1821.
E. Montale, “Satura”.
244
degli accidenti che gli ho mandato a questo punto deve trovarsi nelle
stesse condizioni di una fabbrica di petardi dopo un bombardamento
al napalm: chissà se è venuto o se mai verrà in qualsiasi modo a
sapere di tutto quello che, fra l’altro anche per causa sua, mi è
toccato di passare (a furia di ingurgitare alcol sono ingrassato di
dodici chili in dodici mesi, e continuavo intanto a bere e a ingrassare
senza neppur intravedere all’orizzonte il momento in cui avrei
trovato la forza di smettere).
112.
Il più delle volte sono questi i pensieri con i quali cerco di spiegaregiustificare quanto mi è accaduto. Ma altre volte mi vengono in
mente altre ipotesi, molto meno immaginose e generose di queste.
Mentre un brivido mi sale su per la schiena gelido come una stalattite
su per il retto anale, ricordo che nel celebre caso della “Gradiva”,
Jensen immagina un innamorato che, in preda al delirio, scambia
l’amata per una statua. La donna, anche lei innamorata – però lucida
e matura (non è chiaro come si possa essere lucidi maturi e al tempo
stesso innamorati: ma le donne sono maestre in questo genere di
acrobazie psicologiche) – non lo sottrae immediatamente alla sua
illusione, ovvero non lo risveglia subito dal sogno: un risveglio
troppo brusco non liberebbe, bensì distruggerebbe l’amore che
Norbert nutre per lei, anzi, forse distruggerebbe il sogno insieme al
sognatore (un sognatore senza più sogni è come un corpo senza più
vita). Allora Zoe, con femminile, lenta ed assennata cautela, si
inserisce nel labirinto delle immaginazioni del suo innamorato e,
passo dopo passo, imprigiona e uccide il Minotauro della sua follia e
lo conduce all’aperto, svelandogli infine la vera natura dei suoi
desiderata (“vera” e dunque “deludente”? Leopardi non avrebbe
avuto alcun dubbio, e forse, sotto sotto, non lo aveva nemmeno
Jensen: la realtà e la delusione sono due mondi molto più vicini di
quanto non saremmo in prima istanza disposti ad ammettere).
La donna di Jensen è dunque una sorta di spirito benefico, di
angelo salvatore, o, come forse giustamente osserva Freud nel suo
245
celeberrimo saggio, una sorta di antesignano della cura
psicoanalitica. Ma non sempre gli oggetti amati si comportano in
questo modo, materno e benigno. Roland Barthes nota molto
giustamente che “La Gradiva è una figura di salvezza, propiziatrice,
una Eumenide, una Benevola. Ma così come le Eumenidi non sono
che delle vecchie Erinni, dee della vendetta, anche nella sfera
amorosa esiste una Gradiva malvagia. Anche se inconsciamente e per
delle motivazioni che possono aver origine nel suo tornaconto
nevrotico, l’essere amato sembra allora volermi spingere sempre più
addentro nel mio delirio, sembra voler mantenere viva ed esulcerare
la mia ferita d’amore: (..) per esempio, l’altro si adopera a mettermi
in contraddizione con me stesso (il che ha per effetto il paralizzare in
me ogni linguaggio); o anche, alterna atti di seduzione ad atti di
frustrazione (episodio consueto nella relazione amorosa); passa senza
preavviso da un regime all’altro, dalla tenerezza intima, alla
freddezza, al silenzio, al commiato;”.
Frasi come queste mi fanno sospettare che il buon vecchio Roland
si sia imbattuto, se non proprio in Elisabetta, in qualcuna che gli
somigliasse molto, dato che la mia ex diletta si è comportata con me
proprio come una sorta di Gradiva al contrario, spingendomi in vari
momenti a pensare a lei come una vera e propria Erinni, ovvero
come una rompi-ornitorinchi e rizza-obelischi patentata che non
avesse altro scopo nella vita che spingere tutti quei poveri innamorati
che cadessero nelle sue losche trame a perdersi per sempre nel
labirinto in cui i suoi smisurati occhi venusiani e il suo accento
perugino imparato e/o perfettamente imitato senza aver mai visto
Perugia lo hanno perdutamente attratto. A tutt’oggi non ho ancora
sciolto il dubbio, che offro al lettore così come ancora oggi dentro di
me rimane, demone di nebbia, verme di ludibrio e morte, mentre il
tempo inesorabile trascorre e con esso anche le residue possibilità di
giungere a un qualsiasi genere di conclusione che non sia appunto, la
Conclusione.
246
113.
Dunque i motivi di Elisabetta, posto che fossero conoscibili, ormai
non ho quasi più speranza di conoscerli. Quanto ai miei, il solo
dubbio che veramente mi rimane è il perché in questo momento,
ancora sperimentando il mal sottile della sua fatale assenza, io abbia
dato l’avvio alla stesura di queste umili note, fino a questa amara
pagina. L’unica risposta che mi viene in mente è che scrivo quanto
sto scrivendo non per diventare uno scrittore, non per il mero gusto
della narrazione, ma solo e soltanto per non perderla del tutto, per
non perdere la memoria di quanto in questo strano, stranissimo anno
della vita mi è accaduto che accadesse, si, ma non solo: scrivere
questa ingloriosa non-storia d’Amore o non so che è servito e servirà
anche e soprattutto a soddisfare il proditorio bisogno di pormi e di
porre delle domande che mi paiono in tutto e per tutto fondamentali,
quanto alla mia vita e quanto alla condizione umana in generale, o
almeno, in colonnello, sergente maggiore o quello che è. Anche se,
prima di affrontare questa erculea impresa – erculea in particolare
quanto al “cul” – mi permetto di aprire e chiudere il più presto che
mi riesca l’ennesima parentesi di questo libro che ormai mi pare fatto
soltanto di parentesi (d’altra parte lo è anche la vita umana, dico, un
libro fatto di parentesi frapposte fra il nulla prima di nascere e quello
dopo il morire, e nessuno, a quanto pare, fa poi tante storie al
riguardo (a parte il Pessoa-Soares che variando su questo tema senza
tema scrisse “La vita è l’esitazione fra un punto esclamativo e uno
interrogativo. Nel dubbio, c’è un punto finale.”).
114.
Io credo che fra le cause più o meno accidentali dell’accidente che
è successo fra me ed Elisabetta, nonché di tutti gli accidenti che ho
mandato a lei e al suo fidanzato torinese – torinese o quello che è – è
quello che vorrei chiamare il triste fenomeno dei fidanzamenti
grigio-chiari, fenomeno che ritengo strettamente imparentato a quello
dei matrimoni bianchi. Un matrimonio bianco, come tutti sanno,
247
sarebbe un matrimonio non consumato, mentre un fidanzamento
grigio chiaro sarebbe un fidanzamento che viene consumato, si, ma
che poi – stante la gaussiana che regola inesorabilmente il desiderio
sessuale umano ove sia rivolto verso una sola persona – nel giro di
qualche mese comincia a diventare sempre più simile a un
matrimonio bianco, al punto che certi fidanzamenti grigio chiari, a
volte dopo nemmeno un anno, diventano chiari al punto che non si
distinguono più da quei matrimoni bianchi lavati con Dash, che lava
così bianco che più bianco non si può.
All’inizio della relazione, di solito, il fidanzato è abbastanza
entusiasta di far la festa alla fidanzata, e la fidanzata è di solito
abbastanza disposta ad assecondarlo, anche se non è chiaro quanto
effettivamente si diverta sul piano puramente e semplicemente
sessuale. Le donne godono in modo diverso da come lo prefigura la
fantasia maschile, il piacere deriva loro essenzialmente dallo stimolo
di fantasia e clitoride, possibilmente in contemporanea, e dunque le
vanterie maschili quanto al numero, l’energia e la durata degli
accoppiamenti è del tutto fuori luogo, stante il fatto che, almeno nel
novanta per cento circa dei casi, un martello pneumatico infilato
nella femminil ornitorinca è capace di smuovere la fidanzata media
come un fresco vento di primavera la sedia ove sia seduto Giuliano
Ferrara (è una vera fortuna, almeno dal punto di vista delle fortune
riproduttive del genere umano, che le donne non abbiano alcun
bisogno di un vero talento artistico per simulare il piacere, nel mentre
sono manualmente impegnate col telecomando e mentalmente con
l’agenda degli appuntamenti, con particolare riguardo a quelli di
decisiva importanza con il parrucchiere e l’estetista: tanto si
divertono gli uomini a infilarlo che questo da a loro la piuttosto
onnipotente non meno che stupefacente sicurezza che le donne si
divertano altrettanto a farsi infilare81 (l’ignoranza maschile quanto ai
81
E’ del tutto degno di nota che Lotta Continua, noto movimento della
sinistra estrema degli anni ‘70, venne sciolto proprio per motivi di questo
strano stampo. All’ultimo convegno del movimento venne infatti presentata
una mozione delle donne che protestavano perché con il pretesto del libero
amore i dirigenti le spingevano e quasi le costringevano ad accoppiarsi a
destra e a manca, anche se loro non ci trovavano nulla di divertente a darla a
248
moti e alle motivazioni profonde della sessualità femminile è tanto
biologicamente utile quanto psicologicamente sconcertante: una
volta, tanto per farmi un’idea su come vanno le cose a questo mondo,
ho provato a chiedere a un po’ d’amici se la loro compagna fosse
vaginale o clitoridea, e la risposta più sensata che ho avuto è stata “a
dirti la verità, io ho sempre creduto che fosse un’italiana”).
Ma, orgasmi a parte, la prima parte della relazione è di solito
abbastanza soddisfacente per le fidanzate perché, se non produce
altro effetto, il pipì costantemente eretto del fidanzato le fa sentire
belle e desiderabili, senza contare che a tale strano fenomeno
naturale si accompagnano di solito frasi d’amore, regali o regalini e
certe volte addirittura regaloni, cene pagate, fiori, cioccolatini,
bacioni, bacini, bacetti, etc. Ma, ahimè, dopo pochi mesi il miracolo
erotico cessa, e la relazione si trasforma in quello che tutti o quasi
chiunque gliela chiedesse – per di più del tutto aggratis: loro avevano
bisogno che qualcuno si occupasse del clitoride, sennò il libero amore
serviva solo a soddisfare l’egoismo narcisista e interclassista dei maschi!
Non è chiaro se Sofri abbia capito la situazione, almeno sul piano
strettamente sessuale, ma siccome era andato a quel congresso con la
volontà aprioristica di sciogliere il movimento, che stava pericolosamente
sbandando verso il terrorismo, prese a pretesto l’insoddisfazione sessuale
delle donne, che almeno quella risultava chiara, beata lei, e sciolse seduta
stante LC. Ciò ci spinge a consolarci pensando che per una volta nella storia
il clitoride insoddisfatto ha evitato qualcosa come una guerra civile, invece
di produrre le consuete guerre familiari con lancio di piatti e accuse
d’incomprensione e/o d’infedeltà annesse (l’intervento sul tema della
radicale Emma Bonino in parlamento invece non ebbe alcun risultato
pratico: non solo i provvedimenti da lei auspicati per far contento
l’equivalente in scala 1/10 del pisello non vennero mai presi, posto che
qualcuno possa mai capire quali essi potessero in ogni caso essere, Bonino
compresa (diffusione di film porno fin dalle case d’infanzia, corsi di
aggiornamento per fidanzati torinesi o meno o che altro?), ma la quasi
totalità dei parlamentari, per la quasi totalità maschi, non capì come mai si
dovesse discutere in quella consacrata sede della “tiroide femminile”, e
ancor meno come questa fosse o potesse essere in grado di provocare
l’orgasmo, questo sconosciuto che, se provocato, rischia di arrabbiarsi e
prendere a botte l’incauto provocatore).
249
tutti sanno: una specie di rapporto di amicizia che comporta cene e
vacanze con altre coppie nelle stesse condizioni, progetti per il
futuro, litigi per motivi del cazzo e così via, fino a trasformarsi in
evento altrettanto appassionante e coinvolgente che una fila di
quattro chilometri all’ufficio delle poste o imposte dirette o indirette
e poco importa (da questa umile sede mi permetto di avvertire tutti
quei romanticoni che vanno in giro per il mondo sognando di trovare
l’amore di tutta la vita di stare molto attenti a quello che fanno,
perché c’è il rischio che lo trovino per davvero (non sono io che sono
cinico, è Eloisa che me lo ha suggerito, ricordando al grande filosofo
e teologo Abelardo, suo celeberrimo amante che volle a tutti i costi
trascinarla nella follia di un matrimonio riparatore, alcune vecchie
questioni quanto al contrasto inevitabile fra pensiero e passione, da
una parte, e matrimonio e figli dall’altra “Chi, mentre è intento nella
meditazione di argomenti sacri e filosofici, può sopportare i pianti
dei bambini, le nenie delle nutrici che cercano di calmarli, la folla
numerosa dei servi, uomini e donne, come può tollerare la sporcizia
dei neonati repellente e continua? (..) come sarebbe stato più dolce
per lei e meno infamante per me che fosse chiamata la mia amante,
piuttosto che mia moglie, perché allora il mio amore per lei sarebbe
stato libero, e non costretto dai lacci del vincolo matrimoniale.
Inoltre, dopo ogni separazione avremmo potuto godere nei nostri
incontri gioie tanto più gradite perché più rare.”82 (un tipo molto
interessante questa Eloisa, è un vero peccato che sia morta un
migliaio di anni fa e che, comunque sia, tanto era fuori di testa per
questo Abelardo che per amor suo si rinchiuse in convento, non
perché ne avesse alcuna voglia, ma solo per non contrariarlo (sic!),
così che, anche a poter aver modo di contattarla, non credo che
nessuno potrebbe nutrire molte speranze))).
82
P. Abelardo, “Lettere di Abelardo e Eloisa”, lettera prima, in cui
Abelardo racconta ad un amico la storia delle sue sventure.
250
115.
Che fare dunque? Stante la quasi inevitabile monogamia cui la
Natura onnipossente costringe psicologicamente le donne, che
pensano all’uomo non tanto come amante, ma come padre certo di
non si sa bene di quanti e – soprattutto – di quali futuri figli (in
effetti, se la madre del buon vecchio Adolf, invece di essere quel che
era, ovvero una sessuofoba, frigida, non meno che intemerata e
integerrima e isterica sposa piccolo-borghese, fosse stata invece una
gran baldracca, amante di fumo, alcol, droghe varie e sesso
godereccio, morta precocemente e senza figli, domandiamoci: il
mondo ci avrebbe perso o guadagnato? ai posteri l’ardua sentenza),
l’unico espediente che le fidanzate hanno a disposizione per sfuggire
alla a volte mortale monotonia che incombe sulla loro vita erotica è
quello di smutandarsi, a volte in modo degno di una spogliarellista
dell’Est o dell’Ovest che sia dopo un quarto d’ora di spogliarello e,
come già accennato in precedenza, andare in giro per tutto il mondo
d’Egitto a rizzar obelischi come sfingi allupate, sperando di ricevere
dagli eccitati corteggianti tutti quei complimenti e quelle attenzioni
più squisitamente erotiche che ormai dal fidanzato – troppo
impegnato – ahimè – a dargli tutta la dolcezza e la sicurezza del
mondo – non possono più sperare di ricevere. Così, cotali allupate e
allupanti promesse spose, si danno a lasciar numeri di telefono, ad
alludere in modo scopertamente ambiguo a tutti sanno bene che, a far
complimenti e mezze promesse, a far capire e non capire, finché non
ricevono un invito a cena o qualcosa di simile, invito che
naturalmente viene più o meno sdegnosamente rifiutato, di solito non
prima di aver accusato l’ingenuo corteggiante di aver frainteso le
loro intenzioni (magari gli avevano detto che col fidanzato non
scopavano più da tre o quattro anni, che anche per fare un figlio
unico oramai si erano ridotte a confidare nell’inseminazione
artificiale, ma non importa, chi le invita a cena in ogni caso ha
frainteso le loro intenzioni (beh, questo alla fine non deve stupire e
non stupisce più di tanto, dato che il fraintendimento o malinteso che
dir si voglia è la forma più civile e normale di comunicazione che si
possa riscontrare fra due esseri apparentemente così diversi e
251
inconciliabili come un uomo e una donna, tanto è vero che, di solito,
quando arrivano a capirsi reciprocamente, passano dal
fraintendimento al lancio di stoviglie direttamente e senza passare
dal via).
Questo giochino è di solito talmente scoperto che non ci casca
quasi nessuno che non sia completamente idiota, a meno che la
donna non sia un’attrice da oscar oppure, come fu, credo, e
soprattutto spero, il caso di Elisabetta, una persona completamente o
quasi completamente ingenua e all’oscuro delle sue proprie
motivazioni – ignoranza questa che produce gli stessi effetti che il
più strabiliante talento per l’impostura e per l’inganno (non ci si
illuda: forse una certa donna è innocente, ma la natura femminile non
lo è mai). Comunque sia, a parte il mio specifico caso, i danni che in
questo modo si verificano nella psiche del maschio intrappolato in
tali losche ragnatele si riducono di solito a un po’ di giramento di
ornitorinchi, qualche contumelia all’indirizzo della rizza-obelischi di
turno, e fine lì, sempre che il maschio non sia di quel tipo generoso e
altruista che si getta in avances addirittura esagerate per puro e
semplice spirito umanitario, pari a quello di certi missionari che si
recano nei più sperduti e impronunciabili nomi del mappamondo per
porgere aiuto a popolazioni che muoiono di un altro genere di fame
(a volte, la pena provata per certi soggetti particolarmente bisognosi
ha spinto anche me a fare cose del genere: l’umana compassione mi
ha a volte soggiogato fino al punto di regalare fiori, cioccolatini, o,
addirittura, a dedicare poesie).
116.
Quanto alle donne invece, l’agognata avance ha più o meno lo
stesso desolante effetto di una sassata in un pollaio: un bel po’ di
sbatter d’ali, grandi scoccodellate, penne che volano a destra e a
manca, e nulla più. La fidanzata media, una volta respinta l’avance
quale che sia, si mette a strillare, come si dice a Firenze, che lei “c’ha
l’omo”, che lei è una brava bambina che la darebbe solo a lui – se
solo lui la prendesse (quindi non la da nemmeno a lui, N.d.A.) – e
252
infine viene il momento più bello e agognato, quando va a sfogarsi in
modo chilometrico con complici amiche possibilmente nella sua
stessa infelice situazione, avendo in questo modo l’occasione per
esaurire le centinaia di euro in omaggio che la Tim o chi per lei offre
a chi cambia gestore mantenendo lo stesso numero (vi sono dei casi
di arrapamento femminile talmente gravi cui le strabordanti e quasi
oceaniche offerte Tim, o Vodafone o che, non bastano più, e hanno
un bisogno impellente e improcrastinabile di ricorrere alla Posta del
Cuore dei più disparati e disperati giornali, come dei più incredibili e
increduli settimanali e mensili nonché delle semestrali, annuali e
certe volte anche decennali riviste di destra o sinistra o di centro di
questa terra, e forse anche di qualche altro pianeta, dato che quelle di
questo esondano ad ogni uscita di tali pensosi e penosi casi umani
che, in preda a una sorta di isterico furore erotico represso, si sfogano
col dottore o con la dottoressa di turno giurando sul tempio di Venere
e Giove accoppiati che loro stanno benissimo con il fidanzato, che
non ne possono fare a meno etc., ma che un collega di lavoro, un
vicino di casa, un palestrato della palestra, gli stanno facendo
osservare che “una parte di lei” rimane, chissà perché, “inespressa”:
mi domando come mai gli psicologi o sessuologi in questione, a furia
di ricevere similari questioni sulla medesima questione, non siano
impazziti o non si siano suicidati o – almeno – non si siano recati
all’indirizzo di una qualche mittente per vedere di dargli una mano a
risolvere il problema con un esempio pratico di come il divano di
Freud possa essere usato per tutt’altri scopi che per produrre
associazioni libere).
Forse il lettore mi vedrà come un osservatore non propriamente
obbiettivo e disinteressato, ma io trovo che questo scandalo al sole,
indecoroso sempre, lo sia particolarmente e specialmente in una città
d’arte come Firenze, dove questa torma di fidanzate sessualmente
insoddisfatte, frustrate e frustate che vanno in giro starnazzando
come oche del campidoglio “oh, ma io c’ho i’mmì omo!” (oppure,
alla classica maniera di Elisabetta “ehi!!! ma io sono fidanzata!!”)
risulta particolarmente antiestetica. A parte l’inquietante e satanistica
coincidenza che le due ultime parole della frase tipicamente
fiorentina si pronunciano allo stesso modo anche lette al contrario (e
253
come non notare che “omo”, se scritto con la “o” maiuscola altro non
è che il nome di un famoso e potente detersivo?), il caos in questo
modo ingenerosamente generato rischia di disturbare la
contemplazione delle immortali opere d’arte che la nostra città
custodisce nel suo antico seno e dunque, ancorché io sia elettore che
non si reca alle urne più o meno dal quaternario inferiore, mi
proclamo pubblicamente disposto a tornarvi e a dare il mio voto, il
mio appoggio e, se necessario, anche la mia candidatura, a una lista
che si presenti con un programma atto a risolvere il problema:
programma che pretendo, ovviamente, adeguatamente pubblicizzato
dai classici cartelloni di sei metri per tre dove il consueto politico dal
tipico sorriso di caimano con il mal di denti prometta a gran voce,
che so, “Più vibratori per tutte!” (beh, da tutto questo almeno si
induce come mai ultimamente ci sono tutte queste donne italiane che
vengono stuprate da extracomunitari: il fatto è che ormai ci sono dei
lavori che gli italiani non vogliono più fare (e il perché si capisce fin
troppo bene, almeno in questo caso)). Avendo capito dunque il
motivo per cui le donne amano avvinarsi o avvicinare l’uomo, pur
quando un tale avvicinamento non ha altro scopo che un precipitoso
allontanamento e così via, motivo che, come si è visto, è quello
stesso per cui i serpenti serpeggiano, possiamo chiudere anche questa
noiosissima parentesi, e tornare finalmente ad un argomento un po’
più serio.
117.
Che cosa è, o a che cosa serve l’Amore? Perché a un certo punto un
certo o incerto individuo compare sul mare infinitamente deserto e
morto dell’esistenza stagliandosi all’orizzonte maestoso e salvifico
come la nave negli occhi del naufrago? Tanto sono potenti i suoi
inganni, le sue lusinghe (ma davvero si tratta di inganni? sono così
ben riusciti che inganni non sembrano, ma invece piena e splendente
verità) che anche la loro simulazione letteraria o teatrale ha un
inesorabile potere anticatartico. Quand’anche l’esperienza o la
pratica religiosa più rigida ci spingano a diffidarne, sostiene Pascal,
254
nessuna forza ci trattiene dall’ammaliante potere delle sue vaghezze,
così che “si ritorna da teatro con il cuore tanto ricolmo di tutte le
bellezze e di tutte le dolcezze dell’amore, e l’anima e lo spirito tanto
persuasi della sua innocenza, che si è già preparati a ricevere le
prime impressioni, o piuttosto a cercare l’occasione di farle nascere
nel cuore d’altri, per godere gli stessi piaceri e soffrire gli stessi
dolori che si sono visti così ben dipinti sulla scena”. Ma da dove può
nascere una così poco plausibile stregoneria, come mai uno
sconosciuto, un totale estraneo, sembra a un certo punto addirittura
miracolosamente trasformarsi in parte di noi stessi, e quindi in un
essere unico, insostituibile, impareggiabile, in magica fonte di
indescrivibili gioie e anche – a quanto pare, soprattutto – di feroci,
atroci, luminosissimi dolori, che paiono incomparabilmente più alti,
più nobili, più degni di qualsiasi altra gioia nonché, naturalmente, di
qualsiasi altro dolore? Per rispondere a queste domande occorre,
credo, tornare a quell’idea che abbiamo frettolosamente esplorato
molti paragrafi fa attraverso il mito di Pandora, cioè l’idea che
l’Amore sia un’immagine, o un nucleo di immagini, che contengono
un’enigmatica allusione a una non meglio definita Speranza – non
trascurando nemmeno di ritornare alle infelici non meno che
infeconde vicende di quegli Amori celebri non meno che ridicoli che
abbiamo rapidamente esplorato qualche pagina fa e – in particolare –
a quello che abbiamo definito come il più celebre innamoramento
della Storia, che fu notoriamente vicenda profondamente infelice, se
non proprio tragica, dato che Beatrice (che giustamente fa rima con
“infelice”) non volle mai saperne di beatificare il povero Alighieri
altro che con qualche fuggevole saluto. Un Amore che dunque,
almeno per questo rispetto e dispetto assomiglia, sia pure in modo
solo un po’ vago, a quello che colse me per quella dolce rosa del
tango, una rosa – ahimè! – fatta quasi solo di spine, che ebbe a nome
Elisabetta (a proposito, il cognome non l’ho mai saputo: ma questo è
logico, dato che se attraverso una ballerina senza nome mi è stato
rivelato, in un tango senza memoria e senza futuro, il nome del Dio
che non ha nome, che cosa mai poteva rivelarmi ancora il di lei
cognome?).
255
Di Beatrice Dante, come già detto, ebbe solo il saluto. Perso anche
questo, nel modo goffo e quasi vertiginosamente ridicolo che
abbiamo sopra descritto, egli volle in tutti i modi cercare di rientrare
nell’orbita del suo personale ma non per questo meno lussureggiante
e divin Sole, ma ogni volta andò incontro a dei piuttosto dolorosi
fallimenti. Il Poeta fra i Poeti, come ci testimonia lui stesso ne “La
vita nova”, nonostante la sua dimestichezza impareggiabile nelle
manovre amorose o meno con il linguaggio scritto (cioè, in rapporto
con la pagina bianca, che è una donna simbolica a quanto pare assai
più malleabile che le donne reali o già scritte che dir si voglia)
rimane come paralizzato e ammutolito di fronte al vivo e semovente
oggetto della sua passione: arrossisce intensamente, la vista gli si
abbassa, il cuore gli balza tanto furiosamente in petto da arrivare fin
quasi a soffocarlo. I sintomi che lui stesso descrive arrivano al punto
di renderlo incapace di sostenere la mera presenza fisica di Beatrice
(Dante racconta che una volta, trovandola a una festa in cui non si
aspettava di trovarla, ebbe un quasi-svenimento simile in peggio a
quello che colse me al termine degli appassionati abbracci con cui
avevo tentato di sedurre la mia dea del tango: a me è bastato
abbracciarla, a lui addirittura avanzava l’anche solo il vederla…).
118.
Così, vedendosi freddamente e sdegnosamente ignorato, per reagire
all’amara situazione Dante non può fare nulla di più o di meglio che
scrivere sonetti in cui implora la sua amata di perdonarlo e di
riammetterlo nella grazia del suo saluto. Nella Firenze di quel
periodo il sonetto non era, come oggi, un atto privato, un grumo di
parole rimate destinate all’ombroso, intimo e a volte anche polveroso
silenzio di un libro. Era una forma di comunicazione ordinaria fra
persone di una certa categoria sociale, che si scrivevano e si
rispondevano in rima e, dato che Firenze era una città piuttosto
piccola, non ci voleva molto perché un componimento arrivasse
all’orecchio della persona a cui era dedicato. Ma quelle rimate,
splendide implorazioni – oggetto nei secoli passati, in quello presente
256
e, presumibilmente, ancora per molti di quelli futuri
dell’ammirazione e fin quasi dell’adorazione della critica o dei
semplici amanti del genere – quei capolavori scolpiti nella memoria
letteraria umana come le piramidi sul deserto di Giza, strano a dirsi,
non ricevettero il sia pur minimo ascolto proprio da quegli orecchi
per cui furono tanto dolorosamente poetate. Al contrario, lo stato di
estrema debolezza che coglie il poeta in vista di Beatrice – comune
peraltro a molti giovani e non, quando innamorati – tocca, questo si,
la giovinetta, ma in modo un po’ diverso da come ci si potrebbe
anche aspettare. Lungi dal suscitare tenerezza o affetto o, almeno,
una qualche forma di pietà, la dedizione di questo strano amante a un
certo punto si trasforma in motivo di derisione tanto per lei quanto
per le sue amiche, che non esitano a gabbarsi dei suoi rossori, dei
suoi tremiti e dei suoi impotenti silenzi. Dunque, quei versi
appassionati e disperati non sono serviti nemmeno a far nascere una
mera stima intellettuale nei confronti dell’innamorato (un tal genere
di apprezzamento comunque sarebbe stato un contentino da nulla: gli
innamorati aspirano alla stima sessuale, e del proprio e altrui
intelletto sanno poco che farsene, non fosse altro che l’amore
presuppone una perdita più o meno duratura dello stesso). Al
contrario, a quanto è dato di capire dalle pagine de “La vita nova”, i
sonetti del povero innamorato non fanno altro che accrescere il
disprezzo nei suoi confronti, quasi che la ragazza veda in essi
l’espressione, non tanto di un profondo amore, quanto di
un’imperdonabile e quasi insopportabile debolezza: e capita spesso
che un certo tipo di donne disprezzino tanto l’amore e ancor più la
sottomissione di uomini che giudicano deboli.
119.
Ma, non ostante i dinieghi, le pubbliche umiliazioni, non ostante “il
gabbo”, Dante non demorde, anche se i suoi rinnovati tentativi di
riconciliazione non ottengono altro che rinnovate delusioni, che il
poeta non descrive direttamente, ma di cui abbiamo però un riflesso
testuale piuttosto chiaro, dato che delle amiche di Beatrice viene
257
detto che “sapeano bene lo mio core, però che ciascuna di loro era
stata a molte mie sconfitte”. Il significato della parola “sconfitte”
non viene ulteriormente chiarito, ma viene facile pensare che, nei
casi migliori, Dante sia stato freddamente ignorato, oppure, nei casi
peggiori, che sia stato oggetto di altri gabbi, ovvero di beffe, frizzi,
lazzi e derisioni varie. Pure, a dispetto di tutto, la sua dedizione per
Beatrice non cessa, e dunque non cessa il profluvio di laudanti
metafore, di genuflesse rime e imploranti allegorie, non meno che di
vergini vertigini dedicate alla sua personale ipostasi d’Amore.
Questa umiliata, irrisa, rifiutata, e perciò tanto strana devozione,
dopo aver provocato disprezzo e ilarità, come accade spesso quando
comportamenti inusitati e almeno apparentemente autolesivi vengono
indefinitamente reiterati, alla fine giunge a suscitare curiosità e
stupore nel gruppo delle amiche di Beatrice, tanto che a un certo
punto si sentono irresistibilmente spinte a interrogare questo strano
innamorato, che preferisce ricevere pernacchie piuttosto che nulla
(forse il pensiero chiave è proprio questo, “piuttosto che nulla”, dato
che, come sottolinea Estragon “Troviamo sempre qualcosa, eh Didi,
per darci l’impressione di esistere!” e se non lo troviamo, mi
permetto di aggiungere io, sono guai seri, ma proprio seri: ma
svilupperemo in seguito questo argomento). Vedendolo passare lo
chiamano e Dante, che era a quel punto addirittura atterrito all’idea
di incontrare Beatrice, per paura di essere deriso, o, peggio, di
svenire, dato che le ultime volte non era riuscito a reggersi in piedi al
suo cospetto, dopo aver controllato che la sua amata non fosse
presente si avvicina al gruppo delle ragazze, alcune delle quali
stanno manifestamente ridendo di lui, sia pure in modo un po’
trattenuto. Un simile atteggiamento – rido di te, ma ti fo capire che
non vorrei fartelo capire – causa a volte ulteriore imbarazzo in chi si
senta al centro di tale sgradevole attenzione, in quanto un riso
falsamente trattenuto appare come una sorta di doppia derisione
(perché significa in effetti: rido di te, che sei tanto ridicolo che non
sei degno nemmeno che qualcuno ti rida in faccia, ovvero di essere,
diciamo così, sfidato in quel duello simbolico che è in fondo
un’aperta e reciproca derisione: dunque mi prendo gioco di te, e non
ti do neppure la possibilità di reagire): ma Dante non sembra irritato
258
più di tanto dalla penosa faccenda e si avvicina (forse non nota la
derisione perché incontrarsi con le amiche è un modo per quanto
collaterale di comunicare con Beatrice: quanto dirà sarà senz’altro a
lei riferito, la sua amata ascolterà le sue parole, anche se di seconda
mano, e dunque questa sembra un’occasione, forse irripetibile, di
poter dichiarare il suo Amore alla Sua Donna). La ragazza che lo
aveva invitato lo interroga in questo modo
«A che fine ami tu questa tua donna, poi che non puoi sostenere la
sua presenza? Dilloci, ché certo lo fine di cotale amore conviene sia
novissimo» (si noti la raffinata, insinuante e quasi feroce ironia
contenuta nella domanda: ma Dante di nuovo non si scompone N. d.
A.). E poi che m’ebbe dette queste parole, non solamente ella, ma
tutte l’altre cominciaro ad attendere in vista la mia risponsione.
Allora dissi queste parole loro: «Madonne, lo fine del mio amore fue
già lo saluto di questa donna forse di cui voi intendete, e in quello
dimorava la beatitudine, ché era fine di tutti li miei desideri. Ma poi
che le piacque di negarlo a me, lo mio segnore Amore, la sua
merzede, ha posto tutta la mia beatitudine in quello che non mi puote
venire meno». Allora queste donne cominciaro a parlare fra loro; e sì
come a volte vedemo cadere l’acqua mischiata di bella neve, così mi
parea udire le loro parole mischiate di sospiri (qui c’è da dubitare che
Dante abbia frainteso la situazione e che le amiche di Beatrice
continuassero a deriderlo in altro senso e in altro modo: se sospiri in
effetti vi furono, c’è da pensare che fossero piuttosto di invidia per
l’amica, amata a dispetto di qualsiasi derisione e di qualsiasi rifiuto,
e non certo di commozione o compassione N. d. A.). E poi che
ebbero parlato alquanto fra di loro, anche mi disse questa donna che
m’avea parlato, queste parole: «Noi ti preghiamo che tu ne dichi
dove sta questa beatitudine». Ed io, rispondendo lei, dissi cotanto «In
quelle parole che lodano la donna mia»
259
120.
Dante considerava originariamente il fine del suo Amore, il saluto
di Beatrice. Dunque non è mai stato essenziale per lui essere
corrisposto in qualcosa di più: come, che so, fare di Beatrice la sua
promessa sposa o la sua amante, o anche solo un’amica. L’oggetto
dell’Amore allora, a quanto sembra, non è un certo tipo di relazione
intima con l’amata, ma l’Amore stesso, quel pensiero dominante
capace di leopardianamente innalzarsi come torre smisurata sul
deserto dell’umana esistenza. Tanto alto pare all’innamorato il suo
sentire, la sua estasi, la sua dedizione, il suo stesso dolore, che è
grato alla “sua” donna non perché gli dona sé stessa (in questo senso,
si può dire, è essenziale che non sia mai “sua”, posto che qualcuno
possa mai appartenere altro che a sé stesso, o al proprio fato, o alla
propria morte), ma perché gli offre la pura e semplice possibilità di
amarla. E questo è tanto vero che quando anche il saluto, ovvero il
puro e semplice riconoscimento della sua esistenza, gli viene
bruscamente sottratto, pure gli rimane ancora qualcosa che, a
differenza del saluto, non può essergli tolto: poetare in lode di lei.
Ma che significa avere la possibilità di lodare qualcuno? Che cosa
c’è di interessante in una situazione siffatta? Forse questo: che se vi è
qualcosa da lodare questo qualcosa è alto, è grande, è un lampo che
rompe il grigio della vita quotidiana con una luce potente, qualcosa
come un’alba nella notte insonne e incessante che sembra il tempo
della vita umana. Vivere non è più solo e principalmente noia e
fastidio, non è più solo quotidiana consunzione, inutile fatica: è
anche e soprattutto Amore, per quanto respinto, irriso e disperato (fa
dire Rousseau alla protagonista femminile de “La nuova Eloisa”:
“Caro amico, intendo dalla tempra delle nostre anime e dall’affinità
dei nostri gusti che l’amore sarà la cosa più importante della nostra
vita. Se ha prodotto una volta le profonde impressioni che ne
abbiamo ricevute, bisogna che spenga o che assorba tutte le altre
passioni; il minimo raffreddamento sarebbe ben presto per noi un
languore mortale: un invincibile disgusto, una noia eterna
succederebbero all’amore estinto, e non vivremmo più a lungo una
volta scomparso l’amore. Per quanto mi riguarda, capisci che
260
soltanto il delirio della passione riesce a velarmi l’orrore della mia
situazione attuale, e che devo amare con trasporto oppure morire di
dolore.”).
Certo, se un essere umano, donna o uomo che sia, è tanto
importante, ciò significa che si tratta di una figura che da noi si
distacca: è più elevato, più nobile, più ispirato, un angelo si direbbe.
Ma noi possiamo ugualmente accompagnarlo nel suo volo battendo
furiosamente o lentamente, amaramente o dolcemente le ali della
lode. Il nostro sentire si innalza così al pari dell’oggetto amato, anche
se continua a parerci irraggiungibile, dato che è proprio il nostro
prostrarci e inginocchiarci di fronte alla sua irraggiungibilità che ci
spinge insino al Cielo. Beatrice non si dona a Dante: non gli offre il
corpo, né l’anima (ovvero, in altre parole, l’intimità del pensare o del
sentire), a un certo punto gli toglie persino il saluto, lo deride insieme
alle amiche, disprezza la debolezza che deriva dalla sua passione,
rifiuta qualsiasi tentativo di riconciliazione. Pure Dante ancora si
sente in debito con lei di quell’altissimo sentire che, non ostante
tutto, gli viene donato, e che prima della comparsa di Beatrice era
impossibile, se non proprio impensabile. La lode dunque ringrazia
l’essere lodato per il suo nudo esistere, dato che dona grandezza e
perciò senso alla vita. Beatrice è in questo simile a un Dio lontano e
crudele. Rida pure delle sue creature, le disprezzi, le umili, e infine,
come il Dio di Agostino e di Lutero, persino le condanni (secondo
questi due celebri teologi la stragrande maggioranza degli uomini è
stata predestinata alla dannazione, fatto che ha spinto uno dei celebri
bambini arzanesi citati nella raccolta “Dio ci ha creato gratis” a
domandarsi: “ma se Dio sapeva che quasi tutti andavamo all’Inferno
allora che ci ha creato a fare?” (azzardo una risposta: forse si
annoiava a vedere i programmi della domenica pomeriggio e voleva
solo distrarsi un po’, vedendo che cosa succedesse uscendo ed
esclamando ad alta voce frasi come, che so, “Sia la luce!”): infine,
ciò che salva l’uomo, ciò che redime dalla sua banale e grigia
esistenza mondana – nonché dai programmi della domenica
pomeriggio – non è l’amore della divinità, è la sua perfezione. Che il
Paradiso esista, pure se il mio luogo è l’Inferno: che Beatrice mi
ignori, purché Amor perduri e mai e poi mai non cessi.
261
121.
(l’antica religione orfica – cui abbiamo accennato sopra – suppone
una sostanza divina originaria di cui un tempo l’individuo era parte
indivisa, pensiero arcaico questo, ma non troppo, o non così tanto
come sembra, visto che possiamo fin troppo bene chiarirlo con
questa modernissima osservazione di Bataille “Alla base della nostra
esistenza sta una serie di passaggi dal continuo al discontinuo e dal
discontinuo al continuo. Noi siamo esseri frammentari, individui che
muoiono isolatamente nel corso di un’avventura inintelligibile, colmi
di nostalgia per la perduta unità. Sopportiamo a stento la condizione
che ci inchioda a un’individualità casuale, a quella individualità
peritura che noi siamo. E se abbiamo il desiderio angoscioso della
durata di quest’essere separato e destinato a perire, abbiamo
ugualmente l’ossessione di una totalità originaria, che ci unisca
all’essere complessivo.”. Secondo la dottrina orfica, proprio come
secondo Bataille, l’infausta esistenza che conduciamo in questa valle
ove regnano pianto e stridore di denti, non meno che le risate dei
venditori di fazzolettini e dei dentisti (con tanto di parcelle
differenziate, a seconda se si desidera o meno la fattura), altro non
sarebbe che l’inevitabile frutto di una dolorosa non meno che
misteriosa separazione da questo stato di comunione. Lo scopo dei
riti misterici come dell’ascesi morale dell’adepto altro non
rappresentavano che la strada da percorrere per ricongiungersi con la
sua perduta origine, e porre così fine al doloroso esilio della sua
esistenza intramondana, cui nessun bene è dato se non la possibilità
di esserne redenti (concezioni simili sono per esempio quelle
upanishadiche, o quelle taoiste, e, in generale, tutte le varie e
complicate ramificazioni di quella forma di pensiero che viene di
solito classificata come “gnosi”). E’ del tutto possibile dunque che
abbia ben ragione Bataille, quando afferma che un innamorato non
vede affatto in colei che ama un banale essere umano, ma bensì una
porta verso quella totalità, verso quella sostanza orfica, ossia quella
Madre trascendente da cui la nascita come una sorta di inesplicabile
262
peccato originale lo abbia tragicamente separato: per una persona
questo stato dell’anima – quel che Platone definiva lo stato di Eros –
non è da considerarsi come di semplice e volgare eccitamento
sessuale ma di vera e propria estasi religiosa (ricordo che per i greci
Eros non era certo da considerarsi un peccato, o, peggio una
trasgressione, ma un dio), e l’atto carnale cui ardentemente aspira o
può aspirare non è affatto qualcosa come un atto lubrico o ludico, ma
una sorta di rito bacchico-misterico attraverso il quale la dolorosa
separazione dall’Origine viene almeno per un po’ di tempo
ricomposta (il desiderio sessuale non è, almeno nell’innamorato,
un’animale, incontenibile e idiota brama di godere: è febbrile e
dolorosa nostalgia di unità, nascosta e dolcissima avidità di morte,
perché finché l’individuo vive, con esso viva e lancinante rimane
l’insopportabile ferita della separazione, che nessuna forma di
conoscenza astratta sembra poter guarire (è del tutto possibile che un
innamorato sia da paragonarsi a quel Virgilio deluso dalla Ragione
che compare nell’omonimo romanzo di Hermann Broch: solo che
l’innamorato, invece che morire di morte naturale, preferisce farsi
uccidere dall’Amore))
122.
(nella concezione di Bataille vediamo che l’eros appare come una
sorta di introduzione a un rito sacrificale in cui la donna fa la parte
della vittima e l’uomo quella del sacerdote uccisore: oltrepassando il
tabù riguardante il sesso, la morte, lo sporco e la violenza, l’eros
rigetta l’individuo in quel tutto da cui si è separato diventando
individuo: dunque l’eros spinge al silenzio e alla solitudine, essendo
la comunicazione fra individui fondata sul linguaggio, che
presuppone quella separazione che l’eros abolisce. Al contrario,
vediamo che Platone – seguendo le concezioni orfiche – concepisce
l’autenticità dell’eros come una radicale negazione di tutto quanto sia
corporeità, attaccamento ai sensi, e in questa estrema
spiritualizzazione del rapporto, che ha come suo culmine il logos
filosofico – in cui il linguaggio ritrova il suo fondamento e la sua
263
origine – gli amanti si aiutano in quel viaggio di ritorno verso il tutto
e la sostanza originaria che è l’autentico scopo della vita: abbiamo
dunque da una parte l’affermazione radicale della bontà del sesso,
contro a una non meno radicale condanna dello stesso per
raggiungere l’identico scopo di tornare all’unità con l’origine. Che
cosa hanno in comune questi due atteggiamenti così estremi e così
radicalmente opposti? (forse, la radicale affermazione di una
radicalità e l’estremo imporsi di un estremismo quale che sia contro
la mediocrità che a questa valle di lacrime, di pochi, porci, borghesi,
maledetti e subito così mediocremente e tediosamente ci lega)
123.
(per quel che mi riguarda, se devo proprio esprimermi in proposito
o in sproposito che dir si voglia, direi che Amore allude
effettivamente al Divino, ovvero al Dio che è, con ogni probabilità,
proprio quello di cui parla Pascal nei “Pensieri”: un Dio ridotto
all’osso e al paradosso, quel Dio ch’è fuori di noi ma al tempo stesso
dentro di noi, quel Dio ch’è un Altro, l’Altro della teologia e della
dialettica negativa (cfr., per esempio, Max Horckheimer, “La
nostalgia del totalmente altro”), un Altro che pure è più noi di noi
stessi. E’ per questo che l’oggetto amato è più me di me stesso, per
questo conquistarlo è conquistare noi stessi, perdersi in lui è ritrovare
noi stessi, perderlo è perdere noi stessi (scrive Eloisa ad Abelardo
“Sai, o carissimo, come sanno tutti, quanto persi perdendo te, e quale
enorme tradimento, ormai noto ovunque, sottrasse a me non solo te
ma anche me stessa”83): è l’altro che amiamo, con un amore che però
altro non è che un riflesso, dato che il nostro amore non è il nostro,
ma il suo, è lui, il suo nome è il nostro vero nome (Dio mio, possibile
che per alcuni mesi il Tuo nome sia stato Elisabetta, il suo, il mio
adorato nome, il mio adorato nume? (con la parola “Dio” qui non si
intende quel signore grande e grosso con la barba bianca che
83
P. Abelardo, “Lettere di Abelardo ed Eloisa”, lettera seconda, di Eloisa ad
Abelardo.
264
Michelangelo ha dipinto sulla Cappella Sistina, ma, al contrario,
Qualcosa o Qualcuno cui con l’immagine poetica, mitica o filosofica
non posso fare altro che alludere, senza mai poter dire, fuor di
metafora, che cosa sia (chi è questo dunque, il metaforico Dio che ha
metaforicamente creato le metafore, quell’infinita catena cui ogni
anello all’altro rimanda interminabilmente, così che liberarci mai
sarà possibile, se anch’essa liberazione esiste solo come
metafora?))))
124.
(comunque sia, in una cosa fondamentale mi trovo completamente
d’accordo con Barthes e Bataille e in opposizione a Platone: che
esperienze eccessive, radicali e spropositate come l’innamoramento e
l’erotismo sono al di fuori del linguaggio, che parlarne significa
parlare della loro indicibilità per mezzo dell’oscuro vaticinio della
poesia, che altro non è in realtà se non qualcosa come un gesto, un
magnifico gesto, con cui si mette a tacere la banalità del linguaggio
quotidiano e si introduce lo splendido e terrifico tacere dell’abisso.
Dunque il linguaggio che allude all’amore è come una danza, come
un rito – come un tango! – ovvero come una scala che deve essere
gettata dopo che vi si è saliti – proprio perché, come dice
Wittgenstein nel “Tractatus Logico-Philosophicus”: “Il senso del
mondo deve essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto
accade come accade; non c’è in esso alcun valore, né, se vi fosse,
avrebbe valore alcuno. Se c’è un valore che ha valore, esso
dev’essere fuori da ogni accadere ed esser-così. Infatti ogni accadere
ed esser-così è accidentale. Ciò che li rende non-accidentali non può
essere nel mondo, perché altrimenti sarebbe, a sua volta, accidentale.
Deve essere invece fuori del mondo. (T. 6.41)”: beh, se uniamo
Barthes, Bataille, Horkheimer e Wittgenstein, ecco che arriviamo a
una conclusione simile a quella del Dante della “Vita nova”, ovvero
che l’Amore è una sorta di evento trascendentale che vela e svela nel
mondo qualcosa come un Altro mondo)
265
125.
(per finire, o almeno tentare di sfinire questo decisivo argomento,
voglio notare che nella traduzione piuttosto innovativa proposta dal
grande, anzi, grandissimo e a tuttora misconosciuto ancorché defunto
filologo Giovanni Semerano, il celebre detto di Anassimandro,
quello stesso che così a lungo mi ha accompagnato lungo le strade e i
ponti delle mie fantasticherie suicide, appare piuttosto diverso da
come lo hanno tradotto, che so, Nietzsche e Platone, e, invece che la
sintesi aneddotica di un sistema concettuale astratto, sembra piuttosto
una variazione sul tema e al tempo stesso una generalizzazione del
racconto biblico della creazione. Nella traduzione di Semerano il
detto di Anassimandro suona infatti più o meno in questo modo “In
quella stessa polvere84 da cui ogni cosa sorge, ogni cosa deve infine
tornare, secondo necessità: ognuna paga infatti alle altre il fio della
sua colpa, secondo l’ordine del tempo.”. Ricordiamo che, secondo il
“Libro della Genesi”, la materia non esiste da sempre e per sempre,
eterna e increata, ma viene bensì tratta dal nulla dalla parola divina.
Dal cosmo terracqueo così generato Dio dà forma agli esseri viventi,
Platone interpreterà il termine anassimandreo  come
“indefinito” o “infinito”, perché ai suoi tempi non esisteva quella che oggi
chiamiamo la linguistica storica, e si credeva che il passare del tempo non
avesse effetti sul significato delle parole. Invece, a quanto pare, la parola
greca che al tempo di Platone significava “indefinito”, o “infinito”, al tempo
di Anassimandro significava appunto “terra da riporto”, ovvero quella terra
lasciata in deposito dalle inondazioni che è composta di polvere talmente
fine che, per esempio, lanciata in aria perde consistenza e si disperde,
nell’acqua si scioglie, ma che camminandoci su ha la tendenza a rimanere
compatta e solida, quasi dura: un tal genere di materia appare indefinita,
appunto, dato che appare ai sensi di volta in volta come solida, liquida e
gassosa. Fu dunque attraverso quello che potremmo definire il suo uso
metaforico che questo “nome di una cosa” nel giro di un secolo prenderà un
significato astratto, tanto come aggettivo che come sostantivo, appunto
quello di “indefinito”, o “infinito” (il termine greco deriva in modo diretto,
secondo Semerano, dall’accadico “aperù” che vuol dire appunto “terra da
riporto”).
266
84
buon ultimo l’uomo sua immagine, che prendono vita dal suo soffio
(la parola “anima” deriva infatti dal latino “animus”, che è la
traduzione dal greco “psiche”, che vuol dire appunto “soffio”, o
“respiro”). Invece, secondo Anassimandro – la cui visione si pone,
per così dire, in una via di mezzo fra l’orfismo e le concezioni
israelitico-babilonesi che troviamo nel Vecchio Testamento – le
cose, ossia la totalità degli enti individuali e individuabili, compreso
l’uomo, insorgono secondo modalità imperscrutabili da una sostanza
indifferenziata e increata, e in questo imperscrutabile insorgere ogni
ente viene gettato e costretto a sé stesso e in sé stesso, cioè alla vita e
nella vita, una vita che, ci spiega Anassimandro, è nella sua più
intime origini ed essenza una colpa. Colpa che consiste in primo
luogo nel fatto che la vita vive sempre a spese di altra vita (Re Lear
dice in tono quasi laudativo a un Edgar seminudo che si finge un
pazzo indemoniato “Tu non sei debitore di seta al baco, né di pelle
alla bestia, né di lana alla pecora né di profumo allo zibetto.”); in
secondo luogo perché vivere, oltre che nel distruggere altre vite,
consiste essenzialmente nel separarsi dalla sostanza unitaria, divina
eterna e originaria, che dall’individuo viene in questo modo e con
questa colpa negata, spodestata, contraddetta. Siamo all’alba del
pensiero tragico. Il concetto che troviamo in Eschilo e Sofocle, di
eroe tragico, ovvero di singolo essere umano che gli déi e il fato
costringono ad un dilemma morale senza via d’uscita, ovvero ad una
colpa atroce che sarà senz’altro e senza meno punita con un’atroce e
ignominiosa morte, viene radicalmente generalizzato dal primo
filosofo dell’Occidente, o che l’Occidente ricordi, che non a caso
pensa questo pensiero e scrive queste parole più o meno in
contemporanea con la nascita in Atene della tragedia in quanto opera
teatrale sacra, ovvero, diciamo così, di Divina Commedia
pubblicamente recitata (come è noto la tragedia ebbe origine e durò
finché visse come parte di un solenne rito religioso dedicato a
Dioniso (l’espressione greca , significa infatti
“canto del capro” o “sul capro”, e il capro era a quanto pare
l’animale simbolo del dio). Ma, al contrario degli scrittori tragici,
ovvero dei tragediografi, Anassimandro non crede all’accidentalità
ovvero alla particolarità ed unicità della condizione tragica: la colpa
267
abominevole, ignominiosa e inevitabile non ricade solo ed
essenzialmente su un uomo-eroe, ovvero su un Agamennone,
un’Antigone, o un Edipo, a causa di una volontà particolare degli déi
o del fato, no: un eroe tragico è ogni ente intramondano e dunque
ogni uomo che per mezzo di questa colpa nasce e a causa di quella
stessa colpa dovrà morire, dato che il propagarsi della vita altro non è
infine, in questa concezione, che l’interminabile propagarsi di una
colpa! Ma ora io mi domando: non è forse l’Amore una resurrezione
del pensiero tragico nell’epoca più comica, anzi, più ridicola e
surreale che il fato o chi per lui abbia destinato all’Uomo, ovvero
nell’epoca in cui i catodici deretani di soubrette, presentatori,
giornalisti, politici, in cui le foto di Facebook hanno sostituito ogni
viva e concreta realtà? Quest’io innamorato che per mezzo
dell’Amore anela a fondersi, a cancellarsi nel Tu dell’Amata non è
forse in fondo infine un ente anassimandreo che anela a cancellare la
sua colpa – che consiste nell’essere separato – o nel non-essere
l’Amata – in essa cancellandosi? Quella volontà di sottomissione che
troviamo in Dante e in ogni innamorato che si rispetti – e che invece
di solito si disprezza – non è forse la volontà di pagare all’Amata il
fio della colpa di essere da lei inevitabilmente, tragicamente distinto
dal proprio, sia pur disperatamente innamorato, essere-un-io? E
quest’Amata non è forse il simbolo della madre, di nostra madre, e
questo umile essere umano non è forse il simbolo della Madre
Universale, e questa infine non è forse l’umana traduzione e tradizione di quella sostanza indicibile, di quella terra-elemento, di
quella terra-sostanza dalla quale ogni cosa viene e dove deve dunque
tornare? Di quella terra dunque in cui infine dovrà pagare il fio della
sua colpa, che non è e non può essere altro che il suo stesso essere in
quanto distinto e altro dal Tutto e dagli altri esseri, con cui lotterà e
che per sopravvivere ucciderà, volendolo o meno, fino alla sua stessa
morte, ovvero fino all’espiazione finale, fino alla fine? (nota
sconsolatamente sullo sconsolato tema il poco tempo dopo suicida
Carlo Michelstaedter ne “Il dialogo della salute”: “(..) il vostro amore
non c’è chi lo possa saziare – né baci né amplessi, né quante altre
dimostrazioni l’amore inventi vi possono compenetrare più l’uno
nell’altro”: saziare l’Amore non si può in nessun modo, perché
268
l’Amore consiste essenzialmente non nell’amare l’Altro, ma nel
voler essere l’Altro (in un certo senso, possedere una donna non vuol
dire altro che desiderare invano di essere da lei posseduti)
126.
(prima di concludere questa volta spero in modo definitivo la
presente non meno che interminabile digressione-regressione sul
tema dell’Amore, ricordo che il nome “diavolo” deriva dal verbo
greco , che significa più o meno “gettare fuori”. Ma chi
è che viene per definizione “gettato fuori”, se non il nascituro che nel
ventre della madre scalcia furibondo e impaziente? Quel nascituro,
metafisico volersi che tragicamente scalciando vuole, pretende e
implora di esistere in quanto entità distinta da quel Tutto che in quel
momento è per lui la madre (Chrétien de Troyes spiega l’incapacità
di Perceval di riconoscere il Santo Graal con un peccato da lui
commesso contro la madre abbandonandola: “Fratello, t’ha nuociuto
un peccato che ignori. E’ il dolore che provocasti a tua madre nel
momento in cui la lasciasti. Ella ne cadde svenuta a terra a capo del
monte, davanti alla porta, e di quel dolore morì. E’ per tal peccato
che tu nulla domandasti né della lancia né del graal.”)? Dunque il
diavolo che altro è, che altro può essere, se non questa volontà di
uscire fuori, di uscire alla luce, di farsi luce, che spinge l’inconscia
coscienza a diventar cosciente, a quella nuda esposizione al mondo
che è la nostra vita? E dunque l’Amore che altro è, che Altro può
essere mai se non un modo fra i tanti tentati e da sempre e per
sempre falliti di pagare alla madre, e dunque alla Madre e dunque
infine alla terra-elemento, alla terra-sostanza il fio della propria,
universale colpa? (l’Amore è una tragedia inconclusa, perché per
quanto dolcemente, violentemente, atrocemente vissuto non mai
riuscirà a pagare quell’enigmatico debito che solo si può estinguere
con la vita, ed è probabilmente per questo che, come scrisse Leopardi
nel canto “Amore e Morte”, insieme ad esso un oscuro e disperato
desiderio di defungere subitaneo insorge: perché nell’Amore e con
l’Amore si vorrebbe pagare pur restando “io”, pur dovendo
269
tragicamente restare un io, la colpa di non essere un tu, il tu, quel Tu
che eravamo e che nascendo abbiamo oscuramente, diabolicamente
denegato e rinnegato))
127.
Ma, metafisiche parentele a parte, con loquele, querele e lamentele
annesse, perché ho avuto l’improntitudine di raffrontare il non mai
troppo celebrato Amore dell’Alighieri per Beatrice, che tanto
profonda traccia ha lasciato nella Storia Umana, a quello mio per
Elisabetta, che, prevedibilmente, ne lascerà solo nella mia, personale
o impersonale che sia? Perché ho avuto bisogno proprio di questa
pietra di paragone e non di un’altra? Beh, in primo luogo, lo
confesso, anche solo per tirarmi un po’ su il morale, dato che vedere
o allucinare dei tratti comuni fra sé e un personaggio tanto famoso
abbellisce la propria miserabile iella fino al punto di farla parere
quasi un frammento d’immortalità colto vivo in vita. Poi perché si
tratta di un Amore Infelice, o Deluso, proprio come il mio, e in terzo
luogo perché mi è parso infine di comprendere che la vicenda umana
di Dante Alighieri abbia come minimo uno sfondo simile a quella
che fu mia, anche se i punti in comune, almeno a un primo sguardo,
sembrano davvero pochi, a parte l’amara e finale delusione. Al
contrario di Beatrice, Elisabetta non mi ha mai deriso, né mai mi
sono sentito da lei disprezzato o svalutato in alcun modo: al
contrario, ho avuto molte volte la sensazione che le paure ch’Ella
d’Essa con ogni evidenza manifestava in vari modi nei miei alquanto
stupefatti confronti derivassero da una sorta di eccessiva valutazione
della mia invero alquanto trascurabile persona, o, in ogni caso, da
una sua propria autosvalutazione al sempre più stupefatto mio
cospetto. In aggiunta a ciò, anche mi sento di affermare senza
esitazione alcuna che alla sua celestiale presenza non provavo
sintomi di svenimento o debolezza di sorta, e quello che sol per un
pelo della famosa marmotta non si verificò avvenne per una serie di
concause accidentali e sfortunate: ballare un tango passionale con
una donna che non ti vuole è una di quelle aspirine in grado di
270
piegare le ginocchia a un elefante, il corno a un rinoceronte, o, al
limite, l’organo sessuale ad un attore pornografico, e dunque il mio
momentaneo quasi-mancamento deve senz’altro considerarsi almeno
parzialmente giustificato e senz’altro tollerabile anche dal maschio
più esigente in fatto di virilità. Al contrario, oltre a sostenere la sua
presenza in modo più che soddisfacente, di solito il suo tenero e
aereo corpicino stimolava in me ben altri sentimenti che il desiderio
di svenire o svanire che dir si voglia, tanto è vero che il più delle
volte i tanghi con lei li ballavo, diciamo così, con tre gambe, se il
lettore mi permette l’eufemismo, e che quello che neppur troppo
nascostamente bramavo di riceve da lei non era solo e principalmente
il suo sia pur graditissimo saluto, ma anche e soprattutto qualcosa di,
diciamo così, meno nobile e più prevedibile, che di solito si trova ben
nascosto sotto più o meno firmati pezzi di biancheria intima (è un
fatto che la firma sui capi o cappi intimi che dir si voglia la si nota
quando infine non interessa più di tanto quel che c’è sotto).
Inoltre, c’è da notare che le mie poesie via sms – di certo di
valore neppur paragonabile a un refuso di quelle composte dallo
sfortunato Alighieri – hanno ottenuto infine un qualche effetto, una
qualche risposta, anche se non ebbi e a tutt’ora non ho il coraggio di
andare a vedere quale fosse (in un certo senso comunque so bene di
che si tratta: quei due sms, qualunque cosa dicessero, volevano
significare più o meno questo: sono fidanzata, dunque mettiti il cuore
in pace e un dito in c…: il che è più o meno quello che è successo e
sta succedendo), oltre al fatto che Dio, il Caos, il Caso e il Nulla mi
hanno concesso il sia pur terribile piacere di conoscere da vicino
questa mia strana Beatrice milonguera, anche se in modo piuttosto
accidentato e di certo molto più limitato rispetto al mio desiderio:
non ho potuto parlare con lei di tutto quello che avrei voluto, solo in
modo ridicolmente ridotto e riassuntivo conosco la sua storia. Ma,
infine, che dire di quell’intimo, misterioso colloquio che avviene e
avvenne fra i due corpi abbracciati nella malia del tango, in quella
oscura e silenziosa compenetrazione delle sensibilità che
accompagna ogni passo, nel diadema di fremiti e carezze che come
un astro splende insopportabile in ogni istante di languido orrore e di
bruciante dolcezza che il corpo dell’amata dona al milonguero che la
271
stringe (la danza, lungi dall’essere una distrazione, è forse la più
antica ed archetipica forma di conoscenza che nella sua forse già
troppo lunga avventura su questo sperduto granello di polvere che
chiamiamo “terra” l’orgogliosa e angosciata umanità abbia inventato;
come osserva Galimberti “Lontani da quel “presso di sé” che pure
noi siamo, abitiamo il nostro corpo disabitandolo, e nella non identità
con noi stessi si nasconde l’unica nostra possibilità di vita. Forse per
questo la danza è, tra le forme culturali, la più diffusa e forse la
prima a far la sua comparsa all’alba della vicenda umana.
Dissolvendo nel gesto successivo l’equilibrio appena raggiunto, la
danza cancella di continuo l’identità e l’immobilità ad esso connesse
e, distanziandolo ad ogni passo da sé, è perfetta immagine della
coscienza come presa di distanza da sé, onde evitare quella
coincidenza con sé che è poi l’immagine della morte.” (scolio: ma
non è forse disabitando sé stessi che quest’essere vago, astratto e
spaesato che chiamiamo “uomo” anche solo per un attimo può
riuscire ad abitare il mondo?)?
128.
Già,
la danza,
già,
l’abbraccio del tango…
L’abbraccio del tango, la passione, l’estasi, il tormento
dell’abbraccio: è questo il tema segreto della danza, che per lo
spettatore che non ha mai praticato è invisibile e impercettibile,
addirittura inimmaginabile, e che invece per i ballerini è tutto. E’
l’essere uniti, incatenati all’altro e all’altra a rendere questa forma
della danza così unica e così giustamente leggendaria, dato che per
una volta “la leggenda” è forse addirittura inferiore a ciò che di solito
si definisce “la realtà”, perché in nessun’altra danza la connessione
che si può creare fra i corpi e le anime dei ballerini è tanto intima,
272
tanto struggente, stringente, costringente: tanto profonda, tanto
emblematica, enigmatica e così abissalmente viscerale.
Il tango crea ed abbisogna di un abbraccio del genere – è un
abbraccio del genere – perché l’uomo deve guidare la donna
essenzialmente con i movimenti del busto trasmessi al busto di lei
appunto attraverso l’abbraccio che deve perciò creare una
connessione piuttosto solida fra i due corpi. In questo modo la
reciproca interdipendenza fra i ballerini diventa totale, dato che la
donna non può muovere un sol passo se l’uomo non lo marca, e,
viceversa, anche il campione del mondo in carica nulla può fare se la
ballerina non lo segue, non lo sente. Fra la di lei fronte e la di lui
gota, fra la di lui man sinistra e la di lei man destra, fra il di lui
braccio destro e la di lei a volte così languida, immensa e denudata
schiena: fra il di lei braccio sinistro e le di lui spalle, fra la di lei man
sinistra e il di lui collo, fra i due petti l’un l’altro ora dolcemente, ora
strettamente appoggiati, ora lontani e poi vicini – troppo vicini – si
crea un dialogo di aromi e fremiti, di sguardi e tremiti, di recondite
paure e carsica eccitazione – eccitazione della paura, paura
dell’eccitazione – un invitarsi e un incontrarsi, un velarsi e rivelarsi
di sguardi, di rossori, di palpiti, di assensi e di rifiuti che solo i
praticanti del tango possono capire, perché altro non c’è al mondo
che il tango che spinga la conoscenza tra il proprio e l’altrui mondo
interiore fino a questo livello di profondità: ogni sia pur minimo
palpito, ogni sussulto, ogni timidezza e ogni arroganza – e ogni
arroganza mascherata da timidezza e ogni timidezza mascherata
d’arroganza – ogni forza e ogni debolezza – e dunque ogni forza
mascherata di debolezza e ogni debolezza mascherata di forza –
dunque ogni e qualsiasi maschera, e qualsiasi maschera che ogni
altra maschera copre fino a quel velo immenso e sommerso che
chiamiamo nostro volto, nostro spirito, nostra anima, nostro io: in
questo abisso si sprofonda e vagando e divagando ci esplora e ci
conosce il tango, nota per nota, languore per languore, timore per
timore, tremore per tremore.
273
129.
Quelli che – forse per sentito dire da qualcuno che lo ha sentito
raccontare da qualcun altro che l’ha visto leggere – dicono che nel
tango l’uomo ha la parte principale e che la donna conta poco, non
hanno capito nulla di questa danza chimica, lirica, alchemica,
frenetica, di questa ebbrezza lenta, violenta, di questo vagare cieco e
implacabilmente sensuale come di chi proceda bendato e nudo in una
stanza buia cercando a tentoni un altro corpo bendato e nudo. E’
vero, su un piano che potremmo definire “tecnico” l’uomo ha il
triplice, gravoso compito di guidare la donna, di interpretare la
musica a livello coreografico, oltreché emotivo, di tenere sotto
controllo la situazione della ronda (la “ronda” non è quella delle
guardie padane, ma bensì il movimento con cui viene in senso
antiorario percorso lo spazio della sala), e sulla base di questa, di
nuovo, calibrare la sua interpretazione coreografica. Dunque, a
livello di senso comune, si può dire senz’altro che l’uomo abbia un
ruolo dominante, dato che la donna altro non deve fare, sul lato
tecnico, che seguire le sue marcas. Ma questo compito, che pare a
prima vista così semplice, è in realtà quello psicologicamente più
importante dato che seguire non significa qualcosa come farsi
trascinare da una forza esterna, o estranea. Al contrario, la ballerina
deve abbandonare il suo corpo, i suoi sensi, la sua volontà in modo
tale da identificarsi con il corpo e l’anima dell’uomo che la guida:
deve sentire i suoi sentimenti, restituirglieli come in uno specchio,
muoversi dei suoi moti, farsi sedurre e così sedurlo, eccitare la di lui
fantasia all’ascolto emotivo della musica, infiammare i suoi sensi e,
sulle aperte ali di tali lievi fiamme, spingerlo a volare in uno con lei e
nel cielo della musica. Così la donna e l’uomo diventano la stessa
cosa, un abbraccio sensuale, ebbro, mobile, danzante.
L’abbraccio non sono io che abbraccio, non è lei che mi abbraccia:
è quel sottile, impalpabile trascorrere di due rivoli nello stesso fiume,
è giorno e notte che si fanno alba e tramonto, sottile duetto che infine
si muta in mutuo controcanto. Così, in un senso profondo, è
completamente sbagliato dire che l’uomo ha la parte dominante e che
la donna deve limitarsi a seguire. Un uomo che guidi senza sentire la
274
di lei anima, i di lei sospiri, il di lei sentimento del tempo, il di lei
rispondere al di lui corpo, non è un ballerino di tango: è un volgare e
cigolante cingolato, un trattore di quelli che trainano le macchine
incidentate dallo sfasciacarrozze.
130.
Uno sconosciuto intravede una sconosciuta nell’oscurità della sala.
I loro sguardi per un attimo si incontrano e lui si alza e la invita.
Forse è perché la vede bella, o, chissà, forse è proprio perché la vede
non molto bella, e così meno forte è il timore di essere rifiutato.
Forse è un caso, un’inezia, forse è da molto tempo che desidera e che
teme di invitarla, forse non ha incontrato altri sguardi, o forse non li
ha visti, o forse ha creduto di riconoscere una persona che invece non
è quella, ma quando è arrivato lì oramai era troppo tardi per farsi
indietro. Come che sia, forse si scambiano qualche convenevole,
qualche sorriso più o meno suadente, lieve, oppure rigido e un po’
imbarazzato (questo prologo al vero e proprio racconto può avere
infine un’importanza anche molto relativa). Poi la musica inizia: lui
offre la mano sinistra, la donna concede la sua destra, e con l’altra
sceglie il modo in cui vuole essere abbracciata. E’ il primo contatto
ed è anche l’inizio vero e proprio della storia. Le mani forse sono
rilassate, oppure tremano, a volte sono rigide, sudate, e il sudore può
essere caldo o freddo: questo può esprimere nervosismo, timidezza,
eccitazione, ansia, o, chissà, forse lo stupidissimo fatto che in sala
c’è troppa gente, il termostato non funziona, e dunque fa caldo,
troppo caldo.
Anche l’abbraccio prescelto può essere molto diverso: a volte è
serrato ma morbido, oppure stretto, ancora, ma nervoso, duro, quasi
impaurito; oppure può essere anche molto ampio, quasi distante, si
direbbe, ma con tutto ciò non manca di amichevole o addirittura
complice intimità: quante sfumature sono già possibili in questa
prima fase della danza! Tante, forse, quanti sono gli individui a
questo mondo! Comunque sia, i due si stringono e si inseriscono
nella ronda.
275
Le parole e i convenevoli scambiati solo pochi istanti prima
diventano a quel punto quel nulla che forse sono sempre stati. La
parola e con essa la coscienza, in cui freddamente e cartesianamente
domina l’io penso dunque esisto, nel tango impallidiscono fin quasi a
cessare interamente, almeno negli attimi veramente intensi della
coreografia, e solo il senso, solo il corpo stretto all’altro esiste: io
abbraccio dunque esisto, io danzo dunque esisto, tu esisti, dunque
esisto. E’ il corpo sconfinato in un altro corpo, che ora trema, forse,
di eccitazione e di paura, o di sfida, ma poi, forse, via via si scioglie,
si fida e si affida (il tremito dell’altro è il mio tremito, la sua fiducia è
la mia fiducia, la sua eccitazione la mia eccitazione). Una
camminata, una salida, un giro, probabilmente di quelli più intuitivi e
semplici, probabilmente in un punto in cui la sala è particolarmente
“larga”. Andando avanti l’intesa può diventare più solida. I corpi,
passo dopo passo, portano avanti il loro silenzioso dialogo di
turbamenti, tremiti e trasalimenti, via, nel brivido lento, impalpabile
e implacabile della musica (il tango, cielo senza orizzonte, non
consente orientamento: il ritmo è in ogni dove, nel pianoforte ora,
poi anche nel basso, poi nel violino e nel bandoleon, poi in tutti gli
strumenti in coro, poi di nuovo si scioglie e procede con diverso
tempo in ogni strumento, e così via).
131.
Ogni corpo, lo abbiamo visto sopra, ha la sua vibrazione tattile e
purtroppo – o per fortuna! – accade spesso che tale vibrazione non si
armonizzi con quella dell’altro: così l’abbraccio va avanti rigido,
impacciato, imbarazzato, o, più banalmente, poco intenso (a volte
una situazione come questa si verifica per del tutto accidentali motivi
tecnici o di complessione fisica). Oppure un’armonia in qualche
modo nasce, si, ma superficiale, banale, piatta, ripetitiva: lui “sente”
poco o nulla, forse perché non è la serata, forse perché la musica non
è la sua preferita, forse perché lei gli offre una stretta sfuggente,
diffidente: lui risponde sfuggendo e, con maschia diffidenza, si affida
alla forza della tecnica, e la porta e lei, affidandosi alla di lui come
276
alla sua propria tecnica, si fa portare: la tanda finisce i due si
salutano, ma la scintilla non è scattata. Una coreografia comunque è
venuta fuori, ma, non c’è nulla da fare: come accade con le
canzonette fatte in serie, nessuna magia si crea e l’intera e
invincibile, la solita solitudine ancora ha perdurato nel profondo
dell’abbraccio. L’alba non si è accesa, le ali sono rimaste nascoste
dentro il nido.
Ma alcune rare, preziose volte, da questo segreto di carezze, da
questo cielo di piume arruffate, da questa avventura di mani e
schiene e gote che si sfiorano, si navigano, si esplorano, scaturisce
una soffusa, incantevole, turbinante negromanzia d’intesa, come di
mani estranee che casualmente si appoggino sul pianoforte e, senza
preventivo accordo, misteriosamente collaborino alla stessa armonia.
E’ qualcosa come una vertigine nascosta dietro l’angolo, un’estasi di
reliquia, un non esser mai nati, una cecità mai sazia d’altrui visioni, e
di nascoste palpebre e pupille. Il corpo si scalda, vibra col suo con
ogni e ad ogni nota, ad ogni moto, nei celesti chiarori della pelle
dove finalmente sorge l’anima in un brivido: oh profondità nascoste
in un vortice di sciarade, dove siete andate, perché si fissa il mio
sguardo sulla palma vuota? Come può un istante eterno degradarsi
nel tempo, farsi memoria e passato se la sua impronta fatata l’oblio
non mai cancella, se il ricordo eppure sempre torna, tenue e
inesorabile come lama fatata di vertiginose ciglia, di malcelati e
flebili sospiri, e aridi e alti vortici di socchiusa porta?
Elisabetta, amore mio, così, lo so, tu mi entrasti nell’anima, con il
tuo magico abbraccio, lieve in quelle note che mai e poi mai potrò
dimenticare, vida mia, tango lontano e ormai perduto, vellutato
amplesso di astrali pampini e di giade, crotali occhiuti di rubino e
purpurei e svenati barbagli di falena che mai, mai e mai più non
tornerai! Così ci incontrammo, così, almeno, io ti incontrai nel tango
profondo, oscuro e febbrile di me stesso.
277
132.
Il magico abbraccio del tango, si, ma che dire del tuo magico
abbraccio, Elisabetta delle mie brame, milonguera più dolce del
reame? Cosa aveva questo tuo abbraccio di tanto più magico di
qualsiasi altro abbraccio per suscitare in me tanta emozione? “A
parte subjecti” ho già detto qualcosa, anche se, probabilmente,
qualcosa di non troppo chiaro. Ma, “a parte objecti” posso
aggiungere ancora qualche nota, dato che mi sono dato la pena di
osservare Elisabetta anche nel mentre ballava con altri, non solo e
non tanto perché ero geloso, ma anche e soprattutto perché ero
incuriosito da quella che mi pareva una sorta di sua straordinarietà, e
proprio dal punto di vista motorio, gestuale, oltre che, come ho già
detto, tattile.
Nel mentre si avvicina al milonguero che le ha chiesto di ballare,
Elisabetta sorride in modo dolce, modesto, sottomesso,
indicibilmente luminoso e al tempo stesso tenue. Al momento in cui
prende la mano che gli viene offerta e circonda con il braccio l’altrui
spalla, spesso va con la fronte alla sua gota, poggiando infine il
piccolo seno all’altro petto con l’inesorabile levità di una foglia che
si posa.
La sua mano sinistra è sempre aperta, aperta, voglio dire, con una
certa forza, e la pressione che esercita col palmo sul collo o sulla
schiena del milonguero da l’idea di una energia tanto intensa quanto
trattenuta (è del tutto possibile che quella parte di energia che viene
trattenuta venga impiegata proprio nella tensione con cui la mano
resta aperta, aperta con le dita anch’esse ben divaricate e tese, a volte
addirittura leggermente incurvate all’insù). Questa tensione si perde
del tutto nel momento in cui l’abbraccio comincia a scorrere per
diventare più ampio, o per tornare a stringersi: a quel punto la mano
si ammorbidisce, il suo scorrere è sempre una carezza sensuale, una
sensualità caratterizzata ancora una volta da una sorta di timidezza,
di pudore.
La mano destra invece appare sempre e comunque rilassata e la
presa sulla sinistra dell’uomo di nuovo si mostra timida, a volte
perfino un po’ debole, ma di quella timidezza e di quella debolezza
278
che servono per sedurre e non per respingere (vi è in effetti una sorta
di timidezza e debolezza isterica che mette l’uomo profondamente a
disagio, perché lo fa sentire un intruso indesiderato, quando invece la
timidezza autenticamente femminile, quella che eccita e seduce, è
quella che si vela, svelando in questo modo il desiderio). Dunque
anche la sua forse solo apparente debolezza è profondamente
attraente, dato che spinge l’uomo a sentirsi forte e padrone della
situazione (come per la timidezza, vi è parimenti una debolezza
femminile che invece blocca l’uomo, perché lo colpevolizza: vi è
invece una debolezza profondamente erotica che altro non è nella
donna che l’espressione del desiderio più o meno inconscio di essere
dominata).
133.
E’ questa di solito la conditio sine qua non del rapporto sessuale, e
dunque anche del tango, visto che il tango è una danza altamente
erotica, la più erotica fra tutte quelle esistenti, probabilmente, fra
tutte quelle immaginabili, più erotica del sesso stesso allo stato puro
(forse il tango è sesso liberato dalla paura di non avercelo duro e di
non essere abbastanza bella da farglielo diventare duro, di non
bagnarsi e di non durare abbastanza, e cose simili: frenesia dinamica
senza movimenti pelvici, orgasmo indeterminato, senza
eiaculazione): in questo senso, non ho mai trovato una ballerina che
tanto mi abbia mandato in visibilio, non solo e non tanto dal punto di
vista erotico, ma anche e soprattutto dal punto di vista della
percezione dionisiaca del ritmo.
Ciò dipende non solo dal suo abbraccio, ma anche da una dinamica
particolarissima della sua camminata. Nel tango, a parte il voleo e il
rimbalzo, i movimenti devono procedere in modo lineare, ovvero
senza che il momento iniziale e finale del passo vengano sottolineati
da un’accelerazione o da una frenata (il movimento, diciamo così,
deve scorrere liscio come l’olio, in specie in un’interpretazione
intima, tipicamente milonguera, “argentina” come quella del grande
Ignacio Elizari). In questo senso il passo di Elisabetta ha un piccolo
279
difetto, talmente piccolo che però non si può chiamare un difetto, ma
si definisce invece come una sua peculiarità, e, almeno dal mio punto
di vista, come un luminoso, febbrile, febbricitante pregio: in pratica,
al momento in cui appoggia il piede a conclusione del passo, in
specie quello all’indietro, Elisabetta opera una leggerissima frenata,
un quasi insensibile rimbalzo che si trasmette al petto sotto forma di
un’imperscrutabile incertezza, o, se si vuole, ancora una volta, di
seducente timidezza, che fra l’altro produce anche una
particolarissima, estasiante sottolineatura del ritmo della danza.
Per altro verso, la sua sequela alle marcas è perfetta, la sua
sensibilità alla musica e all’interpretazione dell’uomo divina, e la sua
tecnica non è tecnica, no: è, semplice, vergine, pura gioia quella che
si esprime ad ogni passo. La gioia di abbracciare e di sentirsi
abbracciata, di stringere e di sentirsi stretta, di carezzare e di essere
carezzata, e poi la gioia di sentirsi portata, beh, quella no, neppure mi
provo a descriverla: girate per le milonghe fiorentine, forse la
troverete, forse la riconoscerete, forse potrete anche voi chiederle di
ballare, e solo così vedrete una ragazza con un gusto piuttosto
discutibile quanto all’abbigliamento alzarsi da sedere con movimenti
vellutati, sorridere con la luce intollerabile di un mattino di settembre
e gettarsi nel vostro abbraccio con l’infantile, istintivo e impacciato
entusiasmo di una bimba che abbraccia il padre per seguirlo ovunque
vada.
Mi fermo qui, perché so che le parole non bastano mai: sono
sempre troppe, o troppo poche, troppo alte, troppo basse, troppo e
solo e soltanto parole per giungere mai a toccare davvero la realtà. Il
tango, e in particolare il tango di Elisabetta, come tutte le esperienze
estetiche genuinamente divine, non si può descrivere: vi si può
partecipare, alludere, invitare, lo si può lodare, ricordare,
rimpiangere, ma mai e poi mai veramente afferrare.
134.
“Ma è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti, ogni luna è
atroce e ogni sole è amaro: l’acre amore m’ha gonfiato di stordenti
280
torpori. Oh che esploda la mia chiglia! Ch’io vada a infrangermi nel
mare!”, si! si! così! Vai, vai così! buon vecchio Arthur, così o ancora
più in basso, o in alto o in Altro, purché in un mare, in un abisso tu ti
muova e muoia, si, perché il volo è finito e torno a terra, perché –
non ostante tutto – solo io ti incontrai e invece tu forse nemmeno mi
notasti, Elisabetta delle mie brame, delle mie trame, delle mie amare
lacrime, dei miei tormenti, dei miei lamenti e, soprattutto, delle mie
lame – lame fredde e affilate con cui a lungo e invano accarezzai le
pulsanti vene del mio polso, senza tuttavia mai trovare altro coraggio
che quello di tremare e non mai di affondare e di così recidere quei
lenti lacci cui disperate si aggrappano queste povere, ultime mani,
che reggono, finché possono, questa penna con cui la memoria ti
insegue e ti scolpisce. Icaro discende, mia adorata, mio sole che hai
sciolto la cera alle mie piume, e così solo resto e solo mi resta di
constatare l’arido e laico fatto che la conoscenza fra di noi, se così
vogliamo azzardarci a definirla, raggiunse ben presto un’insuperabile
punto di empasse, talmente insuperabile che vagando su questa terra
deserta, pesa, spessa e senza più speranza d’ali, mi viene a questo
punto quasi spontaneo di pormi una domanda, molto semplice e
molto simile a quella che, gonfia di femminil sarcasmo, l’amica di
Beatrice rivolse al Poeta fra i Poeti: ma visto che – ahimè e ohimè! –
e ohibò e Rio Bo! – Elisabetta non ci stava e, soprattutto, non ci sta,
perché mai hai continuato ad amarla per tutto questo tempo, e,
soprattutto, perché sei ancora qui a occuparti di lei, sia pure a un
livello che potremmo anche definire oramai puramente e
semplicemente speculativo e letterario? Addirittura ammetti di essere
praticamente anche se non poeticamente certo che non la rivedrai
mai più: dunque, perché ancora pensare di lei, scrivere di lei, sognare
di lei?
Confesso che a questo punto non sono più sicuro di niente (non lo
sono mai stato in vita mia, nemmeno di esser vivo), ma è probabile
che, a dispetto di tutte le constatabili e contestabili differenze, anche
per il sottoscritto valga quel medesimo ragionamento fatto da Dante
alle amiche di Beatrice: amo Elisabetta perché con lei sono entrate
nel grigiore della mia vita delle luci e delle altezze che credevo
perdute o che forse avevo completamente dimenticate, come
281
dimenticato mi sono la mia infanzia, la mia adolescenza e – ahimè,
doppio ohimè e triplo Rio Bo – anche la mia giovinezza: così che “In
fuga van l’ombre e le sembianze dei dilettosi inganni; e vengon
meno le lontane speranze ove s’appoggia la mortal natura.” (buon
vecchio Giacomino, oh immenso leopardo fra i leopardi, se becco
quello che t’ha dato del gobbo mi prenderò cura di dargli tante di
quelle legnate da ridurlo nelle condizioni di Andreotti!). Così, tanto
per proseguire in tono con Leopardi, mi afferro ancora una volta alla
mano che Shakespeare generoso mi porge e insisto e persisto sul
tema tristo, così che inconcludentemente posso concludere soltanto
rispondendo a un me stesso che non vuol sentire: “una volta spenta la
tua luce, magnifica opera della perfezione della natura, non so dove
potrei trovare il fuoco di Prometeo capace di riaccenderti!”85.
135.
Ma allora, forse proprio questa è la verità: che io insisto e resisto a
parlare, a cantare, si, di lei, di Elisabetta, d’Ella d’Essa sol perché se
tolgo il suo caro nome non mi rimane più alcun nome, forse neppure
più il mio, forse più nemmeno alcun’altra parola da pronunciare!
Penso a lei perché altrimenti non ho niente a cui pensare, scrivo di lei
perché altrimenti non ho niente di cui scrivere, sogno di lei perché
altrimenti non ho niente di cui sognare. Dunque mi ricordo di lei
perché altrimenti non ho niente da ricordare, e mi attacco alla sua
effige come in un deserto ci si attacca a un miraggio, come
annegando ci si attacca all’ultimo respiro, come nell’al di qua ci si
attacca all’aldilà: voglio che il mio cuore continui a battere, che
Amore non ostante tutto viva, e che il suo tenero seno possa così
nutrire i miei giorni di mistica dolcezza, per quanto amaro sia il fiele
che a causa di tanta illusione si debba per questo deglutire. Dunque
io non solo di lei mi ricordo e per lei ardo, ma combatto per
ricordarla e ardere, non solo l’amo disperatamente, ma combatto per
amarla e disperare, non solo le dedico poesie, ma combatto per
85
W. Shakespeare, “Otello”, V; II.
282
continuare a scriverle. E combatto perché non voglio che dentro in
me si insinui – e mi uccida – disseccando la mia anima, il mio cuore,
i miei sensi, il verme abissale, putrido e orrendo di ciò che il PessoaSoares cupamente definisce “la Decadenza”. Ma che cosa è mai
questa Decadenza – si domanderà il lettore – che tanto è decadente
da meritarsi addirittura la “d” maiuscola? E’ una domanda difficile
questa, ma, per fortuna, è il Pessoa-Soares stesso a darci una risposta:
“La Decadenza è la perdita totale dell’incoscienza; perché
l’incoscienza è il fondamento della vita. Il cuore, se potesse pensare,
si fermerebbe.”86 (tanto per rinforzare la tesi di Pessoa, che a partire
da un paio di secoli è diventata tanto diffusa da sfiorare la filosofica
banalità, ricordiamo che Beckett, nel “Godot” conferma senza
saperlo la tesi del suo quasi-epigono portoghese quando fa dire a
Vladimir: “Il terribile è di aver pensato”, che Cioran, che so, nel
“Taccuino di Talamanca” afferma senza troppi giri di parole che “Il
vuoto che le nostre infermità suscitano nel nostro essere è colmato
dalla presenza della coscienza; anzi – questo vuoto è la coscienza
stessa.”, che Leopardi nello “Zibaldone” accusa per qualche migliaio
di pagine la civiltà di aver portato la conoscenza della nullità della
vita umana fino a un punto tale da rendere insostenibile qualsiasi
passione che non sia la noia, che Pirandello chiarifica la dicotomia
disperata e irriducibile che già si annuncia nella tragedia
shakespeariana fra l’arte pur ancora possibile e la vita, diventata
un’impossibile maschera dell’arte, che il mentore di Pirandello,
ovvero l’appena citato William Shakespeare, nel più celebrato e
celebre monologo della storia del teatro, fa dire al più celebre e
celebrato personaggio della storia del teatro, ovvero al buon vecchio
Amleto, che “tutti ci rende vili la coscienza, e l’incarnato naturale
della risoluzione è reso malsano dalla pallida tinta del pensiero, e
imprese di gran momento e conseguenza, deviano per questo
scrupolo le loro correnti e perdono il nome d’azione”, che Spengler,
figlio legittimo di Nietzsche e Goethe, argomenta per centinaia di
pagine – senza mostrare nemmeno per un rigo dubbio alcuno – che
86
F. Pessoa, dall’introduzione dell’eteronimo Bernardo Soares a “Il libro
dell’Inquietudine”.
283
qualsiasi cultura, nel tristo e inevitabile passaggio dalla luminosa
gioventù della civiltà alla vecchia e stanca civilizzazione, perde la
sua vitalità, si “intellettualizza” e così si fa decrepita e si estenua fino
al pietrificarsi nella morta coscienza di ciò che fu, o che Pasolini, che
so, ne “Le ceneri di Gramsci”, tanto per dirne una, si chiede come la
sua consapevolezza di essere umano storico gli permetterà di
continuare a vivere “se la nostra storia è finita”, che Montale negli
“Ossi di seppia” parla della sua “malinconia di bambino invecchiato
che non doveva pensare”, che eccetera, eccetera, (eccetera,
eccetera…), anche se, a dire il vero, le parole forse più nette e
profonde sul tema, per di più accompagnate e chiarificate dalla
conseguenza pratica più logica e terribile che da esse si possa trarre,
sono state sparse fra i pensieri che Carlo Michelstaedter disperse qua
e là, prima di concludere la sua carriera di scrittore con la
celeberrima tesi di laurea; sono parole in cui adombrava in modo
nemmeno troppo ombroso la profonda assennatezza di
quell’imminente suo gesto, chissà perché così poco diffuso fra gli
esseri umani, il suicidio, pagine la cui ultima pagina fu
grandiosamente sigillata dal sangue esploso dalla sua stessa, indifesa
tempia, a causa di un crudele quanto forse pietoso colpo di pistola:
“E se pur pensi, ben miserevole cosa sei, che volgi le spalle ad ogni
forma di vita più forte, per illanguidirti nelle piccole gioie della tua
solitudine: – non l’amore, non la lotta, non la gloria; hai distrutto in
te ogni umanità. (..) Quale è la libertà dell’uomo in natura? è la
libertà che tutte le parti dell’universo hanno: in quanto vivono
secondo la loro legge senza averne coscienza. Ma se ne acquistano
coscienza hanno nello stesso tempo la conoscenza che questa legge è
la loro perché deve esser la loro e che tanto sono schiave quanto dura
la loro vita.” (non so se questo c’entra con il resto, ma, per dire, la
grande cantante argentina Violeta Parra, scrisse la sua canzone più
celebre “Gracias a la vida”, poco dopo una terribile delusione
d’amore e poco prima di suicidarsi (c’entra questo? ai postumi
l’ardua sentenza..)).
284
136.
Dunque che fare, quando nulla si può fare, quando nulla si può
nemmeno forse più sognare, o anche solo sognar di fare? Non so voi,
ma io combatto. Combatto comunque, e ordunque – e quantunque! –
combatto con tutte le mie forze, con tutte le mie debolezze, con tutte
le mie sfinitezze, ma – ahimè – non più per vincere ormai – ma solo
per stringere l’ultimo brano, bramito o brandello di incoscienza che
ancora mi tiene in vita, quello che ancora – non so per quanto –
consente al mio cuore stanco di battere e sbattere, ancorché a strappi,
ancorché inciampando sfinito lungo una salita che mi sembra quella
di un Calvario, si, ma senza più Passione né passione alcuna.
Così combatto, certamente, ma ormai solo per sopravvivere, al
mondo o a me stesso – chi può dirlo? – impresa tanto ardua e
titanica quanto comune e banale si direbbe, certo, ma che altro posso,
che altro ancora dovrei fare quando solo mi resta di gridare
rotolando, rantolando, precipitando, sprofondando, inabissandomi
non so come, non so dove “Tutto muore in me, persino il sapere che
posso sognare!” (Pessoa-Soares, ancora, ancora una volta da “Il libro
dell’inquietudine”, un libro che mi sembra e che vorrei aver scritto io
e che invece, ahimè, non scriverò mai)?
Pure, non ostante ogni sforzo, ogni premessa e promessa, ogni
devozione, commozione e dannazione, infine devo arrendermi al fato
e al fatto che anche questa tenera, soave, adorata, estrema immagine
sta sfumando. Oggi Elisabetta non è più donna di carne e sangue, di
agonia e di tango, di cui sono fin quasi crudelmente innamorato: è
diventata un simbolo – un simbolo, si, ma di che? Forse, il simbolo
enigmatico e amaro della Felicità, straziante, struggente, sfuggente
presenza, che quanto più cerchiamo quanto più ci ignora, che quanto
più ignoriamo quanto più ci blandisce. Oppure, forse, di quel
cosmico mare in cui noi, miserabili gocce sollevate da una furia
d’onde irose e inappellabili, accecati, accecanti, per un attimo
brilliamo di quell’eterno Sole che ci accende, ci incendia e che ci
ignora. O, chissà, forse solo il simbolo di quell’unione mistica con
l’ignoto lume e nume del tango, quel misterioso dio che nel vento
285
percorre la sterminata pampa e che ad ogni tanda promette ad ogni
piè danzante il suo delirio: chi può dirlo?
Io non so più chi Elisabetta sia, e io stesso, devo ammetterlo, oggi
sono un altro: il nulla perfetto della disperazione senza più dolore ha
invaso la mia anima, l’accecante oscurità della compiuta Indifferenza
è oramai capace di ottenebrarmi in pieno giorno. Ero uomo che con
ferrea disciplina e stoica abnegazione riusciva a ostentare olimpica
calma sul viso e nel gesto quand’anche il cuore languisse o fremesse,
quand’anche l’oscena solitudine o la morte lo tormentassero con
deserti di abbuiato carcere, o con demoni di acuminata e furibonda
rabbia. Oggi il mio sorriso immoto, i miei toni sarcastici, didascalici
e freddi, il mio volto calmo, trascolorato e stanco non sono nulla di
più che lo specchio nero, puro e profondo di quell’immobilità, di
quella stanchezza e di quel disdegnoso distacco che nel fondo
dell’alma deserta per dune ininterrotte si dipana.
137.
I giorni hanno preso ad assomigliarsi, e ad assomigliarmi, a
diventare grigi, come grigi stanno diventando i miei capelli. Non
chiedo né mi aspetto dal tempo futuro epifanie o agnizioni, salvezze
o dannazioni. La morte stessa, un tempo maledetta quale estremo
danno, o invocata quale fatal consolazione, ha infine smesso la lunga
e tetra vestaglia, il color terreo, la cavernosa voce, i simboli, le effigi,
i vaticini che svelano ai mortali il loro abisso. La sua maschera non è
quella di un teschio e noto con preoccupazione che più non protende
l’enfatica, ricurva e sanguinosa lama, né stringe nell’ossuta, eterna
mano, l’arcadica, archetipica ed enigmatica clessidra. Oggi la
legittima proprietaria del settimo sigillo mi si para innanzi
indossando un borghese doppiopetto, l’austera ventiquattrore si
sporge in vece della falce, e le due coppe contrarie dell’inesorabile
rena hanno lasciato il posto a un orologio da polso ordinario e usuale,
ancorché svizzero nel sembiante. Non più le vuote orbite mi fissano
negli occhi, ma l’espressione compunta e avvilita di un broker
quando la borsa crolla: la vita si è già presa il novantanove per cento,
286
e Lei, la oramai ex Nera Signora, incasserà solo l’ultimo barbaglio di
ciò che fu il mio spirito.
Così vado, vago per uno smisurato, banalissimo deserto, per quel
morto silenzio che un giorno fu viva parola, mentre Bataille ripete al
mio posto in un libro che non avrò mai più il coraggio di aprire le
parole che non saprò mai più ricordare o reinventare: “L’incontro
con una donna non sarebbe che un’emozione estetica senza la
volontà di possederla e di rendere vero ciò che la sua immagine
sembrava significare. Solo una volta conquistata o perduta
l’immagine del destino cessa di essere una figura aleatoria per
divenire realtà che fissa la sorte”87: ora e solo ora che ti ho per
sempre perduta, mia Elisabetta, solo ora lo so, solo ora capisco che
fra noi qualcosa di più e di diverso è successo che un incontro fatuo
in un corso di tango casuale. Solo ora intendo che sei venuta per
fissare il mio destino, per sigillare la mia sorte, che mi hai cambiato
non per un giorno o per un anno, ma per sempre, anche se non riesco
a dire esattamente in che cosa tu mi abbia trasformato: da mesi
insonne ormai balbetto a tentoni pensieri diversi e dispersi in cerca di
me stesso, ma ancora non so né trovarmi né trovare parole adatte per
descrivermi. Lo specchio non rimanda altro che vani riflessi di un
altro che non fui e che dunque mai e poi mai non sono – di uno
straniero che blatera un idioma sconosciuto, di un nessuno che non
ho mai visto e che dunque non riconosco e non capisco. Così, un
paio di giorni fa, come implorando la voce e la luce di un oracolo, ho
aperto a caso il primo libro che mi è capitato a tiro, e gli occhi mi
sono caduti su alcune parole di Montale – si ancora e sempre loro, le
sempre le stesse e sempre diverse “parole, parole, parole…”88 – si, lo
so, mio vecchio amico Amleto, parole, parole, sempre parole, ancora
parole: parole che però da quel momento hanno preso a svegliarmi, a
svogliarmi, a turbarmi e a tormentarmi, rimbombando in echi sempre
più vicini e sempre più lontani, sempre più interminabili e
innominabili nei gelidi e sterminati abissi della mia anima, al proprio
87
G. Bataille, “Il labirinto”.
Per chi non lo ricordasse, questo è un Amleto ironico che, fingendosi
pazzo, risponde a un Polonio perplesso che gli chiede che cosa stia
leggendo.
287
88
stesso silenzio abbandonata. Parole, si, mio prima illuso e poi deluso
Amleto, lo so, lo so, solo parole: però gravi, grevi ed ossessive, come
una litania funeraria, come una profezia funesta, o un’algebra che
comunque nasconda e riveli il mio destino: “Sono colui che ha visto
un istante e tanto basta a chi cammina incolonnato come ora accade a
noi, se siamo ancora in vita o era un inganno crederlo. Si slitta.”.
19 settembre 2010, ore 21.05,
libreria Edison, Firenze
288
Una breve appendice poetica: INTRODUZIONE
1.
La storia o non-storia che sia con Elisabetta, come il lettore avrà
forse già intuito, non è finita nel momento e nel modo in cui ho
descritto sopra. Questa piuttosto vertiginosa non meno che surreale e
macchinosa trama di irriducibile amore e ancor più irriducibile
incomprensione è proseguita per altri sette-otto mesi, fino ad un
epilogo deludente: ci siamo semplicemente persi di vista. In tutto
questo tempo, poco più di un anno e mezzo, ho scritto circa duecento
poesie, che da questo amore sono state in vario modo ispirate. Solo
poche fra queste, strano a dirsi, hanno come oggetto Elisabetta e
l’amore che a lei mi legava. La maggior parte sono invece dedicate a
sparsi, diversi e dispersi argomenti esistenziali, alcune sono dedicate
addirittura ad altre donne, una delle quali appartenente al mio ormai
mitico passato, il cui ricordo è stato però vivificato dal presente
amore per Elisabetta – altre ancora ad altre ballerine che mi hanno in
modo diverso coinvolto ed emozionato con il loro tango. Ma questa
lontananza di argomento è solo apparente. In realtà non vi è stato un
solo verso fra quelli che seguono che non sia stato scritto sullo
sfondo del vago e terrifico paesaggio costituito dalla passione per
Elisabetta, e perciò, anche le poesie di argomento più distante
descrivono in realtà tale passione e tale paesaggio. Nubi e montagne
sono entità fra di loro le più eterogenee possibili; pure, in un certo
senso, sono entrambi parte del cielo, le prime galleggiandovi, le
seconde in esso trascolorando e azzurrandosi: allo stesso modo, un
sonetto dallo spunto arcaico come quello che si intitola “Penelope”
non è diverso da quelli che ai vivi e vividi tanghi con Elisabetta sono
dedicati. Anche la lunga lirica che dal titolo “Signora delle vallate
dagli occhi tristi”, una variazione sul tema costituito da una non
troppo nota canzone di Bob Dylan, pur avendo cominciato a scriverla
più o meno ventisette (27) anni fa, l’ho infine dedicata ad Elisabetta,
semplicemente perché la sua atmosfera forse me la ricordava già nel
289
momento in cui avevo cominciato a scriverla (Elisabetta era forse un
verso già scritto incontrato sotto forma di ballerina di tango: non è un
caso che il Verbo si faccia Carne, entrambi sono il riflesso di uno
Stesso di cui non si può dire nulla di più, o, almeno, nulla di
veramente significativo di quanto di esso non ci dica il silenzio).
2.
Le poesie che ho scritto in quello strano periodo della mia vita si
dividono sostanzialmente in due categorie, che corrispondono a due
periodi piuttosto ben definiti di questa sfortunata passione. Quelle del
primo periodo, in cui ho usato la forma immaginifica
dell’associazione libera, derivata appunto proprio da Bob Dylan e
anche da Garcia Lorca, poesie che sostanzialmente non furono altro
che una sorta di grido della mia dolorosa speranza di riuscire infine a
ottenere le ingrate grazie della mia amata. Quando mi resi conto che
poco o nulla c’era rimasto da fare, che Elisabetta non mi amava e
non mi restava altro oramai che la rassegnazione, sono passato alla
forma classica e composta del sonetto, o comunque del verso rimato,
che meglio si adattava al luttuoso ricordo di un amore che
riconoscevo ormai come irreparabilmente perduto. A rappresentanza
del primo periodo ho inserito nel presente testo una sola poesia, la
già menzionata “Signora delle vallate dagli occhi tristi”,
semplicemente perché molto o forse addirittura troppo lunga, mentre
a rappresentanza del secondo periodo vi sono sedici sonetti e due
altre poesie di forma comunque piuttosto tradizionale, che ho
trascelto semplicemente tenendo presente la vicinanza o meno del
loro tempo e del loro argomento ai momenti e ai motivi più
significativi della mia storia con Elisabetta (il lettore dotato di senso
critico noterà una notevole differenza nella lunghezza dei versi dei
sonetti, il che si riflette inevitabilmente nel “passo”, ovvero nel
ritmo, nel tono e perciò anche, sia pur per sfumature, nello stile: ciò
non è dovuto a improbabili crisi estetiche consumatesi nell’arco di
poche settimane, ma semplicemente al fatto che i versi lunghi nelle
tre pagine di un sms non ci entravano, e così, per spedire le poesie
290
via telefonino alla mia amata, mi sono dovuto rassegnare a uno stile
compositivo diverso da quello che uso di solito).
Il tono dei componimenti poetici, come si vedrà, è radicalmente
diverso da quello con cui ho raccontato questa non-storia in forma di
romanzo. Quello del romanzo è, almeno tentativamente, leggero,
effervescente e quasi scherzoso, mentre il tono dei componimenti
poetici è pesante, duro e, direi, quasi tragico. Sfortunatamente, i miei
stati d’animo profondi, veri, nulla hanno avuto da vedere con il tono
da mistero buffo con cui nel romanzo li ho raccontati, o, almeno, mi
sono provato a raccontarli – anche se il contenuto oggettivo del
racconto corrisponde ai fatti in modo praticamente perfetto, a parte
qualche non molto significativo dettaglio (questo, dal mio punto di
vista: dal punto di vista di Elisabetta non saprei proprio dirlo). Il
romanzo è stato scritto in quel modo semplicemente per trovare una
sorta di esilarante redenzione ai tanto poco credibili quanto
drammatici non-accadimenti che hanno sconvolto la mia vita per più
di un anno – mentre le poesie non avevano altro scopo che riflettere
puramente e semplicemente ciò che davvero sentivo nel mentre lo
sentivo: sentimenti dolorosi e a volte addirittura lancinanti di
solitudine, di abbandono e di mancanza. E la redenzione attraverso la
poesia, l’unica possibile, non è certo la trasmutazione del pianto in
risata, ma quella di donare la marmorea eternità del verso alla vacua
e fin quasi astratta temporalità del dolore. Scopo della letteratura è
infatti quello di in qualsivoglia modo consolare: non sarebbe poca
cosa se il lettore provasse attraverso il precedente racconto e nei
versi che seguono anche una parte molto piccola della consolazione
che hanno offerto al loro probabilmente indegno autore.
Firenze, sabato 31 gennaio 2009.
POSCRITTO DEL 3 DICEMBRE 2009
A ormai quasi due anni dalla conclusione del testo ho deciso di
aggiungere alla seconda parte di questa breve raccolta di poesia
anche due componimenti che appartengono a tutt’altro ambiente e a
291
tutt’altro stato d’animo che quelli che li precedono. Sono due odi alla
danza moderna, che ho scritto quando frequentavo la scuola del
Balletto di Toscana ed ero innamorato compagno di un’altra donna,
con altri problemi e altre soluzioni e altre illusioni e altre delusioni.
Pure le due odi, dedicate alla danza moderna, sono con ciò dedicate
anche al tango, che credo si possa senz’altro definire “moderno”,
dato che risale agli inizi del secolo scorso: e non è forse al tango a
cui si deve e di che si incolpa per una storia come quella che precede
queste poesie?
Sia dunque ode al tango, anche se il fato la volle costellata di
lacrime e eresie.
292
Parte prima: SONETTI
293
294
De’ ballatetta alla tua amistate
quest’anima che trema raccomando,
menala teco nella sua pietate
a quella bella donna cui ti mando.
De’ ballatetta dille sospirando
quando le sei presente:
questa vostra servente
vien per ristar con vui
partita da colui
che fu servo d’amore.
G. Cavalcanti
295
296
VIDA MIA
Il cielo vuoto, si, quasi
morente,
eppure
torni in mente:
come un martello,
come un ritornello,
stella pallida e ardente,
stasi di vele, vagamente,
gorgo di miele e di mantello,
stella cadente, turbinando,
stella di stelle e fango
caduta dal cielo o dall’inferno
a inebriarmi di vino, candelieri
y tango…
297
ANGEL DEL TANGO
1.
Il cielo, ancora, del tuo abbraccio.
Specchio di fragile miraggio,
Febbre di colline, omaggio
Di albori, che nominando taccio.
La mano tua di neve sul mio collo,
Il lento e tenue ardire del tuo passo,
Estasi di gemma al suo midollo,
Grazia di denudato, puro sasso.
Va via il tempo su adagi di violino,
Su echi di tramontato contrabbasso fino
Alla lieve fatalità di canto e pianoforte:
Ecco il tuo volto oscuro, estremo: ecco la morte.
298
2.
Ecco la morte. Coi suoi lucori
Di marmi, visioni, meraviglie,
Il suo vento impuro, le sue flottiglie
Di polveroso tempo, i suoi cori
Spaventati, cupi, ossessi,
Il suo franare di galassie,
Musica e canto degli abissi.
Il nero gorgo guarda fisso:
Cerco invano un tuo senso,
Invano domando, invano ti ripenso.
Il silenzio dura – non so come –
Anche al dolce sognare del tuo nome.
299
MILONGA
Ali di seta. Ali lentissime di velo,
Ali come di vellutato airone
Planato su pianure di canzone
Immobili e vuote come il cielo.
Schiere di diafane e denudate schiene
Di rilucente seta, di trina e tacchi alti,
Di oscurità riflessa in scuri smalti,
Occulto controcanto per le vene
Ardenti di andanti e ritornelli,
Tenue rifluire di tabacchi e vini,
Di satinati satiri e ilari ospiti divini.
E noi, lontani come migranti uccelli,
Via da questo mondo vuoto e tragico,
Che, s’è tuo, è alto, è puro: è magico.
300
SANGRE DE TANGO LLENA
Simile effetto
Fan la bellezza e i musicali accordi,
Ch’alto mistero d’ignorati Elisi
Paion sovente rivelar.
Giacomo Leopardi
La tua pelle, stendardo di seta e di biancore,
Luna traboccante, via lattea di splendori.
Solenne e fonda porpora della tua bocca, ori
E notti nel tuo sguardo chinato in un pudore
Che brilla in lame di socchiusa conchiglia,
Cantico di essenze e assenzio che mi artiglia
Con frenesia di comete il tuo respiro, fragore
Carsico, di fonda fonte, fatale ardore
Sulla mia guancia cuscino alla tua fronte:
Petali le tue dita, rosa la tua mano, ponte
Sul mio abbraccio, catena ebbra d’orizzonte.
Il fiume scorre dei passi come in lenta piena
Carne svelata che nell’anelito finale si disfrena:
Naufrago in marea d’ali, sangre de tango llena.
301
ALMA DEL TANGO
Quali colombe dal disio chiamate
Con l’ali alzate e ferme, al dolce nido
Vegnon per l’aere dal voler portate.
Dante Alighieri
Così ti attendo: perso fra musica dispersa
Nel buio vago e sommesso che dipinge
Di viva fiamma i suoi lucori: mano che si stringe,
Malinconia di brezza, che ferrea ci sospinge. Tersa
La translucida seta si accende di colori e sensi
Di milonga: il viola e l’oro, il nero e il rosso;
Trascolora il passo in rapsodia di chiaroscuri densi
Di cieli arcuati di chitarra, abissi di cupo contrabbasso.
Petto incontro al petto, e poi respiro con respiro:
Brucia la pelle di profondo sale e d’agonia,
Brucia il tu nell’io, nel noi, nel fragile sospiro
Della ronda, nel tramontare d’incanti e frenesia
Fra le spaesate note. Altero, incantato, stanco,
Muore il serrato abbraccio, alma del tango.
302
GALLO CIEGO
Dorme il sorriso sul tenue corallo
Della tua bocca inebriata di gemme
Di sospiri. Dorme sognando il cavallo
Delle reni, scultoreo volo, Icaro indenne.
L’avorio della luce si fa lucente giada
Sul rame profondo e dolce dei capelli,
E nera l’orchidea della notte di pupille
Si accende, filo ridente di snudata spada.
Fonda conchiglia il tuo segreto orecchio
Mistero che ascolta e dove si ascolta il mare,
Bianchissima la guancia, argenteo specchio
Che il ritmo ripete del silenzio. Poi chiare
E lontane scie i tuoi passi vanno dove si ridona
Al corpo la sua luce, nume che avvince, ultima corona,
Armonia che cresce, divampa e non perdona.
303
COLOR TANGO
Come foglie, lievi, nel baratro lievissimo del vento.
Inesorabili tremando, ebbre della vaga vertigine,
Del vagabondo volo, luce in delirio di tramonto
Sull’orizzonte paradiso e inferno, aquila vergine
Così va la tua grazia se il mio ordinare altro non è
Che un tuo comando; così fremendo salpa, ondeggia
La gondola d’inviolate farfalle che vagheggia
Il tango, gorgo di valva, numi di nuvole, senza perché.
Come foglie, lievi, nel baratro lievissimo del vento:
Ori di fiorito candelabro nei tuoi occhi, archetipo
Di perduta luna il tuo sorriso, vasto riflesso all’alchemico
Raggio del tuo seno, luna di carne dove ritorna il tempo.
L’armonia traluce, atra, e altro più non posso, e alto
E altro più non sento che un velo di lieto e puro smalto,
Le tue mani come foglie, lievi, nel baratro lievissimo del vento.
304
PARA DOS
L’anima fiamma poi viva, e non più il fumo vuoto della carne:
Eccoti infine al suo segreto centro, al suo fondo, estremo Tutto,
Al suo ultimo abisso. Mutevole superficie al nero flutto
La tua pelle nel battito del bandoleon cresceva, carme
Di ventosi fremiti, in gorghi di sospiri che della tempesta
Del tuo ventre in estasi divelto erano le ondate in festa,
Lampi che gli occhi scoloravano, nido a luci straniere,
A errabonde furie di sensi risorti d’altri mondi, d’altre ere,
In cui il vivere si stagliava alto e Altro dall’insistere così,
A esistere esistendo, al muto lasciarsi andare all’esser qui
Ormai null’altro che attendendo il sonno in cui del tempo
Vuoto e inutile non conosceremo mai più bonaccia o vento.
Y por eso que quiero otra vez oir al poema segreto de tu voz,
Es por eso que quiero otra vez bailar ese tango: Para dos.
305
DESDE EL ALMA
…danse, danse, danse, danse!
Arthur Rimbaud
…dunque perché non risolversi, dissolversi nel baratro
Accecante, bianchissimo, del dolce, ultimo oblio?
Perché vivere, se la morte ci assomiglia infine al dio
Immortale che ci trasse dal fato onnipotente e atro
Del suo imperscrutabile volere? Fiume immenso
Ci percorrono le note, flutti ora in calma, ora cascate,
Furiose onde di piena nei tuoi occhi, ombrose e dilavate
Rive all’enfasi acuta del violino, lugubre incenso
Prima, poi gioioso gorgo, vortice che ci piega in volteggi
Sempre più lenti e lievi, in liete fantasie di pianoforte,
Diafani, ebbri sensi di bandoleon, echi di tempo e sorte,
Memorie di troppo perduti Aprile, ora risorti, se tu reggi
Corone di tenerezza nell’abbraccio, ora in festa, ora in calma,
E il silenzio che cresce come infinito ventre, desde el alma.
306
OTOÑO PORTEÑO
Rosa. Rosa di spine, spine di rosa, strana, strana
Cosa, che mai non posa, mai non posa… Rosa
Di voci, atroci, portentose, mulinello di vana,
Lievissima farfalla, butterfly, papillon, mariposa,
Che mai non posa, mai, quelle ali di velo, di vele al vento,
Vago mago di colori e luce che cuce e ricuce la rosa
Con la spina, la spina con la rosa, dolce portento,
Dolcissimo tormento, otoño porteño, brivido
Bianco, stanco, come amando, amore che sento
Scivolar via col sangue, addio di bastimento, livido
Fiato di tedio, di lamento, grido di gioia, soffocata,
Da sé stessa estasiata, da sé dilaniata, ultimo lido
Prima del mare senza fine aperto, inarcata e fatata
Sirena dell’onda che senza fine cresce, si posa,
si dilata…
307
PARA PIAZZOLLA (LUNA)
Ah, lentezza… pazza lentezza, vaghezza di spazi
Che si propagano, funambolo di leggiadre perle, di giade,
Azzurra, eterna adolescenza di zaffiri e topazi,
Stanco fermentare d’incoscienti febbri, d’incrinate spade,
E ancora e altro che più non so dire, no, non so dire
Né dare, tango che ti chiudi e ti dilati in sciarade
Strazianti di fisarmoniche e disarmoniche atmosfere, d’ire
Gigantesche e tenui di passo e contrabbasso, chitarra, pianoforte
Incanti di un mago che non so capire, né carpire, che nel fluire
Di quest’orizzonte senza orizzonti mi trascina, languida morte
Che di giro in giro ci bagna, ci accompagna, ocho adelante,
De tras, tigre fatale, fatata, agonizzante delle contorte
Rime di queste note ignote, remote, eco di pampa lancinante
Dioses di nubi appese al vento, amore cupo, tetro, abbacinante.
308
A UN’OMBRA
Solo l’amare, solo il conoscere conta,
non l’aver amato, non l’aver conosciuto:
da angoscia il vivere d’un consumato amore,
l’anima non cresce più.
P. P. Pasolini
Anche sul giorno più glorioso splende infine
Il sole del tramonto, e sull’armonia più alta
Cala infine il sipario del silenzio. Così risalta
La nostra intima essenza, la morte, nostro fine
Nascosto, nostra certa e finale, arida speranza,
Nostro ultimo dio, di cui pur si nutre il mistero
Di saperci creati a un’inutile pena, a un’erranza
Che di abisso in abisso ci conduce, erto sentiero
Di spine sanguinose, di rose vaghe e immaginarie
Tanto fragili e vane che solo una sognata mano
In sogno può raccogliere. Se poi s’incontra l’umano
Destino con l’increduta mirabilia d’una gioia, amare
Fauci la strappano all’anima con lena di affamata
Iena. Così, troppo presto sarà stato invano averti amata,
Mio bene, mio Tutto, mia adorata.
309
PENELOPE
Itaca lontana, dalle torri d’argento.
Itaca cantata, nel tramonto silente,
Foglia in cui galleggia la corrente,
Infante di sogni in braccio al tempo.
Itaca alata, salata, del dolore:
Cuore di pietra, rifranto come l’onda,
Mare senza tempo, senza sponda,
Ebbra e perduta fragranza dell’amore,
Confuso com’è confuso ogni ricordo.
Oh diafana sera, oh morte in cui non credi,
Il canto che odi non conosce accordo
Se ciò che fu orizzonte è suolo indietro i piedi,
Se il viaggio finisce nel suo dissolto incanto:
Solo mi brucia il fatuo inferno del rimpianto.
310
ANASSIMANDRO
Là da dove tutte le cose vengono,
devono anche ritornare, secondo
necessità. Esse pagano infatti l’una
all’altra il fio delle loro colpe, secondo
l’ordine del tempo.
Anassimandro
Ondate scure, lente, come l’orma al sasso:
E’ l’intima, immota risacca della notte
E’ il rifluire del Tutto a quelle grotte
Ove l’amara vita anela al contrappasso.
La nera vasca riluce di sempiterne
Scie. Vascello armato di lanterne
La Via Lattea adorna di sparuti raggi
L’arcano domandare che istupidisce i saggi:
Che resta di noi a noi stessi, supremo
Tacere delle stelle, se svolta il remo
All’atro porto, dove ogni luce è spenta,
Se altro è il mare che voglio e che mi tenta
Quello dove ogni simbolo si scolora e tace
La morte che non giunge a darmi pace?
311
TANGO A VARSAVIA
a S.
Ah ! les haillons pourris, le pain
trempé de pluie, l'ivresse, les mille
amours qui m'ont crucifié !
A. Rimbaud
1.
Cielo di notturno silenzio dei tuoi occhi, sopito fuoco
Fra lacrime d’ebbrezza, fiorito e dolce stupore del sorriso,
Giglio sensuale come il loto, tentazione che fa il respiro roco,
Sull’onda che disegna il torso, il collo che ripido e deciso
Sale al morso di miele delle labbra, alla lingua di rosa
Di fragola e ciliegia, al dente di levigato avorio che porto inciso
Qui, nel mio cuore che duole se ti vedo, o se ti sogno, penosa
Tenerezza, male che si dibatte quando ci sei, o se manchi,
Perché Altrove è sempre il luogo dell’amore, e dolorosa
La gioia degli amanti. Così, ecco il freddo rogo degli stanchi
Versi, ecco queste parole, vuote e tristi come un commiato,
Ecco il tocco tenue e stremato della nostalgia, ecco i suoi bianchi
Doni, ecco un’immagine che lascia senza mani, senza fiato,
Ecco un tuo gesto fatto di brezza, ridente, struggente, come alato.
312
2.
Velo di seta in ebbrezza la tua pelle, volo di seta su seta
La tua gonna, che avvolge e svolge la luna piena del sorriso,
Vita che si avvita nel mistico caos del sangue, nella lieta
Malinconia, nell’atra malattia del tango. Astri inondano il tuo viso,
La lenta e tentante carezza dei tuoi passi, che lievi
Tornano e vanno, tenue risacca, brezza, mare d’altro mare intriso,
Farfalla che su farfalla si posa e prende il volo. Levi
Un istante la testa, nel sigillato abbraccio dell’amante
Nascosta e offerta come biancore di perla dalle grevi
E socchiuse labbra dell’intima conchiglia, e in un istante
Di nuovo la sprofondi. E come il delfino l’arco teso del salto
Ridona al vago vortice dell’onda, così una nota tremula e distante
Ti restituisce all’abisso, al gorgo di seta dei tuoi giri, alto
Come il cielo quando dopo la pioggia il sole ne fa smalto.
313
3.
Bellezza, dove si occulta il tuo spasmo, nel tutto o nella parte?
Di dove inizia dunque a far male tua grazia, dall’umido e tumido
Ardore della bocca, dal suo rosso denso, intenso, accesso d’arte
Che strazia l’anima con estasi d’incenso? Oppure che scocca
La segreta freccia è la luna d’oriente delle labbra, l’insinuante
Curvare del sorriso? O è il biancore pazzo dell’avorio che la rocca
Salda e acuta dei denti dissolve in una luce? Cosa ama l’amante
Di te, il diafano velluto della pelle, la giunzione ammiccante
Della vita con i fianchi, o il passo rotondo, elastico, ondeggiante?
Oppure è la tua voce roca che dal fondo dell’anima vibrante
Il filo delle tue forme avvolge e svolge in sensi di frusciante
Seta, e velando e svelando fa di parti ottuse il tutto lancinante?
Io non so dire di più, se non che tu sei bella, nostalgia danzante
Di patria che ho perduto, seno di sole che s’offre dal levante,
Armonia stupenda, che quanto più vicina sei distante.
314
4.
Volerti afferrare, volerti stringere, o toccare, o anche solo
Sfiorare, è volerti perdere, ultima sete e luce di speranza,
Ultima stanchezza, ultima passione, che forse non sei che il volo
Labile di un sogno, vaghezza d’un pensiero che nella vana danza
Dei giorni m’accompagna perché nell’inganno lieve del suo velo
Si celi questo deserto fatto di vento e tempo che si avanza
Inesorabile a quel nulla che senza vedere eppure vedo
Come sola eternità e solo essere a cui la vuota vita umana
Nel suo breve sussulto si protenda. Così, solo sognando ti cedo
Tenerezza, e solo con passi di sconsolata, grigia e quotidiana
Nostalgia ti seguo nel tuo andare non so dove, stonato aedo
Che questa sorda ballata affida al vento, al caso, alla strana
Divulgazione del fato perché ti giunga, fato in cui non credo,
Caso in cui non spero, vento che non amo, cui più mi nego
Più mi lego.
315
VARIAZIONE
(sul tema di una poesia di Ruggero P.)
Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido;
E. Montale
La tua storia finisce così,
anima mia:
sulla spiaggia cammini
ombra smarrita e nuda,
bianca memoria fatta solo di parole
stranite, stremate,
strappate al sonno o al delirio.
Siamo così:
ogni conchiglia parla la stessa lingua,
ogni onda nasconde il suo segreto,
conosciuto da tutti.
Siamo così:
senza dolore
resta soltanto il male,
un mare stanco,
sciupato,
uguale.
316
Parte seconda: SIGNORA DELLE VALLATE DAGLI
OCCHI TRISTI
317
318
Si je désire une eau d'Europe, c'est la flache
Noire et froide où vers le crépuscule embaumé
Un enfant accroupi plein de tristesse, lâche
Un bateau frêle comme un papillon de mai.
Arthur Rimbaud
319
320
SIGNORA DELLE VALLATE DAGLI OCCHI TRISTI
Con i tuoi passi di cigno risorto dalle ceneri di danza
coi tuoi pensieri come rupi annegate in un liquore di Bisanzio
coi tuoi ricordi come fumo divelto in veglia funebre
e il tuo ombelico come nido di polline che migra.
Con i tuoi capezzoli come buio sepolcro di moneta
con il tuo ventre di miele, di lontra e di ventaglio acuminato
con il tuo inguine come delta di venere e mercurio
e la tua fronte d’ira falcidiata da diamanti:
con le tue dita di arabesco e la tua testa di vessillo.
Con le tue mani di scrigno che divora il suo tesoro
con i tuoi seni di limone segreto imbiancato dalla luna
con i tuoi occhi di sconfinato delfino quando il cielo nuota
ed i tuoi cantici di illuminato scorpione che si intrecciano nel vento.
Con i tuoi sogni di cornice inchiodata alle sue nuvole
con le tue tempie carezzate da pulpiti di aurora e di tramonto
con le tue labbra festanti di cristallo impuro
e le tue sopracciglia di riccio rinchiuso in ruote di sconforto:
con i tuoi cori di fango e i tuoi sorrisi di carbonio.
Signora delle vallate dagli occhi tristi
dove è ora il demone fecondo del tuo alloro
dove hai rinchiuso i tamburini di Manciuria
come fermare questa frenesia di altare in fiamme?
Coi tuoi monili dove tintinnano il ruscello e l’usignolo
coi tuoi rimpianti di brina nel focolare appassito di Babele
con le tue spalle di orgogliosa torre e di sigillo
321
ed i tuoi fianchi cui il mare fa il verso con le onde.
Con le tue palme come specchiarsi di profumo
con le tue natiche di cupola rivolta verso il vento
con le tue guance di stanchezza erosa fra gli scogli
ed il tuo fiato come un crepuscolo inciso nel risuonare della nebbia:
coi tuoi sussulti di cerbiatto e le tue tenebre di trina.
Con i tuoi lobi di fenicottero cinto in vita dalla notte
con le tue ossa di cobra nascosto nelle orbite
con le tue reni come un coro di vallate in piena
e i tuoi sospiri come uccello scomparso all’orizzonte.
Con i tuoi polsi come tempesta impigliata in mezzo ai rovi
con le tue cosce di cerbiatto che si protende in dolce fuga
con i tuoi piedi come giardino incatenato alla sua foce
e le tue lacrime come perdute aurore di fachiro:
coi tuoi saluti come un velo e le tue dita come calendario.
Signora delle vallate dagli occhi tristi
come cancellerò ora il tuo nome dal faro delle note
come si racconterà questo stupore di satiro e sciamano
chi monterà questi puledri di concerti inceneriti?
Con le tue risa di fuco innalzato su nubifragi di violette
coi tuoi capelli come strenuo sospiro di bandiera
coi tuoi polpacci di avorio denudato dal martello
ed il tuo sesso come cripta scavata tra le foglie.
Con le tue grida di drago vergine sepolto nella roccia
con il tuo sangue di vino tenue che si desta
con i tuoi fasti di Biancaneve avvitata in un serpente
e le tue palpebre che levano calici d’ebbrezza:
con i tuoi vezzi di fosforo e le tue smorfie di farfalla.
Con il tuo mento dove brucano scorie di armadillo
322
con le tue orecchie fra congiure di intangibile corona
con i tuoi indici puntati a un nodo di fantasmi
e le tue ginocchia piegate a un dio che si dissangua.
Coi tuoi furori d’aquila segnata da rivoli d’inchiostro
con le tue scapole come stemmi su anfore di schiume
con il tuo collo di conchiglia cullata da brezze coloniali
e le tue unghie percorse da sentieri di velluto:
col tuo profilo di regina ed i tuoi pungoli di seta.
Signora delle vallate dagli occhi tristi
stalattiti di attesa si sospendono amare
su un acuto stormire di cancrena:
orge di manganese in volo si contendono il tuo vuoto.
Col tuo avanzare fra nudi di sussurri fracassati
coi tuoi avambracci poggiati su balconi di polvere annodata
con le tue ire di specchio intrappolato in petali di squame
e le tue sfere annichilite in un porto di vaghezze.
Con le tue vene come un vello incantato da una rondine
con la tua schiena come lontano bastione in controluce
col tuo sudore di Saturno che gioca coi suoi anelli
e la tua lingua come rubino proteso sugli scogli:
con le tue narici di martora e i tuoi sapori di Calcutta.
Con le tue ombre cinesi proiettate su un rantolare tamburo
con le tue ciglia aperte su abissali conchiglie di rapina
con le tue iridi arruffate in un astrale delirio di radici
e le tue braccia di scongiurata fragola sospesa.
Con il tuo cuore rapito da veglie di liquame
con la tua peluria d’angelo che geme nella pioggia
con i tuoi denti di reliquia in un trionfo di catene
e le tue note di flauto che si meraviglia in un sudario:
con la tua saliva di menta e le tue storie di sambuco.
323
Signora delle vallate dagli occhi tristi
il libro aperto dei tremuli templi dell’abiura
decanta le viole dei tuoi cirrocumuli scoscesi
e freme, e resta e si commuove.
Con i tuoi gomiti di tumulto di vernici fra le spore
con le tue falangi di spade incrociate su alibi di spago
con le tue vertebre esultanti di fragranze di sarcofago
e i tuoi cortili perduti fra cattedrali di cobalto.
Con la tua spina trattenuta fra refoli di tormentoso fiume
con i tuoi palpiti di fata lanciata su prede di Murano
con la tua lussuria orgogliosa fra una folla di mirtilli
e i tuoi segreti come polvere su alfabeti di letizia:
con la tua allegria di stranezze e i tuoi richiami d’acquavite.
Con le tue furie di Cenerentola raggrumata in un ossario
coi tuoi puledri assopiti su pistilli di aranceto
con il tuo dorso come culla di sonno e di antimonio
e il tuo bacino come demone illuminato dall’ebbrezza.
Coi tuoi polpastrelli seminando incanti di scintille
coi tuoi arcobaleni come promessa di archetipi e tempeste
coi tuoi cuscini amareggiati di dolcissima sciagura
e le tue giade acute di disorientato violino e saltimbanco:
coi tuoi divani diroccati e il tuo palato di ametista.
Signora delle vallate dagli occhi tristi
perduta in una fonda nebulosa di fanghiglia
vedo congiunte la rosa, l’oro e la cicuta
la morte arida dei gigli e la sacra avidità dell’orco.
Con il tuo muco d’ambra preziosa negli albori
con il tuo femore come antico frammento fra le fronde
con il tuo delirio su calici che vanno verso il nulla
324
e le tue vesti come luce distesa in una roggia.
Con le tue giunture come un inno in frange d’alabastro
con i tuoi amanti in urne di sfrenato corallo e di lentezze
con il tuo ano come cratere in una danza di pianeti
e il tuo orgasmo come folletto che gioca con cuccioli di rosa:
con le tue stanze d’agonia e le tue gengive di frantoio.
Con il tuo sterno come ardente trasporto di colomba
con la tua gola come gondola che incanta il suo fantino
coi tuoi intestini come catrame in un’ipnosi di vetrate
e i tuoi argomenti di labirinto rappreso in un presepe.
Coi tuoi polmoni di caravelle affittate a una bonaccia di sciarade
coi tuoi palazzi di Biancaneve avvinghiata a un santuario
coi tuoi colori sillabati da una zebra in perdizione
e le tue stravaganze annunciate da un morso di circo abbandonato:
con i tuoi assoli di tango ed il tuo stomaco di cornamusa.
Signora delle vallate dagli occhi tristi
dove tristi profeti narrano nessun uomo può giungere:
potrò finalmente prostrarmi alle tue volte
o dovrò ancora aspettare ai tuoi cancelli?
325
DUE ODI ALLA DANZA MODERNA
1. ODE DEL DEMONE
Je me croix en enfer, donc je suis.
A. Rimbaud
Io
penso…
io… penso dunque non….
…..non esisto (esisto?)? eppure….
….eppure vado.
Vado:
verso rogge fugaci in incredula e florida torsione
di agonie andaluse assopite
su bassifondi di circonfuso conio
e ferramenta di lisergiche correnti di cornici e...
….io
penso…
…..io penso e dunque….
…..io….
326
…io …non sono….
…non sono (non sono?)?…
….eppure scorro.
Scorro:
su are di vento
distillate ardendo misconosciuti stracci
di incoronato fulgore di olio minerale
e di diafano tabacco di colonia,
su fiumi di vino abbietto cantando
su basi di tempesta elettrica urinante
su computer portatili vanitosamente proni
a un abisso di vati tuberosamente caleidoscopici
e di salti al propilene infrangibili e infranti e poi….
….poi….poi…
….poi
mi immergo nel sotterraneo diluvio
di frustranti codici di piñacolada
e di cavillante eredità di torride costanti,
annego in frane metropolitane crudelmente stereofoniche
e biancori ansanti di secondo bagno in fuga,
fra uno stanco galleggiare
di scrivanie erette come un profluvio di avidi scorpioni
e miserie stacanovistiche di flanelle abbandonate:
e qui….
….solo….
…..solo….
327
….qui….
…..alla fine….
….finalmente….
…..vedo.
Vedo
moltitudini
di moltitudini,
popoli di popoli,
mortitudini
di mortitudini.
E ognuno e tutti
chiusi in un destino infame e raggiante
di catapecchia assonnata
e di pistillo sepolto fra misconosciuti archi
di satura e sontuosa viscera di canzone
e chiodi – ovunque – scacciati da altri chiodi
e polvere – ovunque – scacciata da altra polvere
e silenzio che annega nel silenzio.
E – soprattutto – no!
no! non una rivelazione
ma piuttosto:
una conoscenza.
Una conoscenza, si,
fatta dell’ardente e malinconica strage del giglio incancrenito,
di scandalose canzoni di struggente clausura di melone,
di gorgoni abbandonate al tormento registrato in playback
328
di sorgenti di scatolette roventi, rabbiose e rantolanti.
Una conoscenza, si, ancora, fatta di
canzoni di concubine perdute fra arcaiche strenne
di ubiquitario curvare di mezzelune inaridite,
e, si! si! fauci di Erinni innalzate dal cerchione in fiamme
riflesso da specchi di pomate spalmate fra la corruzione
di cosce inenarrabili di prostitute immonde
e cieli che non conoscono fine al loro abisso
si…
Perché io so che il mondo non è altro che
un immenso tribunale
dove tutti e ognuno sono accusati
e si accusano
semplicemente del fatto
di essere vivi
e per ciò solo intenti a
condannarsi reciprocamente a
varie forme di morte
una della quali
la mia
mia
si
‘ché solo questo è mio
mio
solo…
…solo…
….mio….
Ora………..
………mi disperdo, si…
329
Perché chi conosce
qualche altra cosa da fare,
qualche altro demone da invocare,
qualche altro dio a cui sacrificare
qualche altra fortuna cui aspirare?
Dunque mi disperdo.
E seguo
una nevrosi di scombinata segatura di neon in fuga
in un’agonia di vie lattee claudicanti
cosparse di pupille principescamente metalliche,
mi getto in una dannazione di saltimbanchi
contorti, contaminati e concavi,
di autoclavi ammansite e sordide giunture di frattaglia,
su ritratti di scafandri imprecisati fra nebbie di grondaie
e su dislessiche ondate di cortigiane informi
sature ormai di saliva stagnante e di corrida astrale,
di eresie di acqua ragia e rotocalchi imperiosi di galeone e….
….oh, che sorpresa, trovarti!
….proprio tu, proprio qui….
…..tu…..qui…
….qui, nella cantina dimenticata dal fuoco negro e appassito
e dal sudato riccio folle di manganese,
nel sussultante soliloquio del soldatino di piombo
nutrito da uno psichedelico humus di portali,
nella vergine prateria di ermetici streptococchi
in perenne lotta per il trono conchiuso del furgone…
…proprio tu, proprio qui…….
330
…….a scaricare una piantagione di consessi di assegno postdatato,
di cirrocumuli squarciati dal letame di formicai impazziti,
fra le stagioni neutroniche della cornice astratta e cinica,
tu qui
a denudare le cronache inchiodate dei fulgori marziani
e gli albicocchi alati nella taurina neve del sodomita di cartone
si….
Perché io so che il mondo intero non è altro
che un immenso cimitero
dove morti neppure troppo viventi abitano
in tombe in affitto a volte perfino
a prezzi ragionevoli, e abbastanza
confortevoli, e
ben arredate e ben scaldate in una
wasted land di crudeli inverni di illuse delusioni
e primavere uscenti di desideri impazziti,
un cimitero di furie nutrite dalla loro stessa furia
e di ombre e indecisioni e nebbie
un cimitero
dove a ogni domanda l’unica risposta possibile è
non lo so
si….
…non lo so….
……eppure in fondo,
laggiù
proprio nel fondo più fondo
nella fossa che inghiotte ogni altra fossa
e ogni fede, ogni sogno, ogni speranza,
ogni disperazione e ogni
331
rassegnazione,
e ognuno e qualsiasi altro genere di conforto, ebbene
qualche cosa la so:
perché conosco questo cimitero
meglio di tutti
meglio di voi
che mi guardate con un cannocchiale rovesciato
solo per dire che sono un microbo
e che niente e nessuno
è più grande di una pulce
si….
….si…
…. pulci eleganti e fragorose però
in un manto rosso di Cristo
flagellato dalla sua stessa brama di martirio,
vere perle in vere conchiglie di vero sterco
date in pasto a veri, evangelici porci
in ermetica tonsura di ermeneutica santità.
Foglie, si, solo foglie,
che non sono in nessun senso
di nessun ramo e di nessun vento:
pulci che non hanno altro vizio
che un destino di seme infranto
dal creolo odore del lupo sazio e addormentato,
pulci che non hanno altra virtù che dormire
e sognare d’esser pulci,
in un universo che non ha altro limite
alla sua densa e incompresa follia di nullità
che questo affondare verso tenebre adamantine,
tenebre di generosa e alacre salsedine
disperse nella loro stessa immensità di formicaio
332
si…
Perché io so
che il mondo intero non è altro
che un cervellotico inferno di colombe intristite,
strazio di Andorre e di fugaci ansie
di suppurata ferita di unicorno,
un inferno, di sconsacrati cocci di bottiglia,
di rame fecondato da un sapore di scalo e di vetrina,
un inferno, comunque,
di distoniche carezze di sesamo e salvagente,
di sporadici flutti di sopore di crotalo ammansito,
e di spongiformi coronarie di scarabei in fiore.
Ho percorso ogni sentiero
di quest’incredibile,
incredulo,
increduto inferno.
Ne ho visitato ogni angolo, ogni anfratto,
e ho assaggiato ogni coda e ogni singolo capello e dente
di ogni singolo demone, e poi, naturalmente, anche
ogni singolo strazio di fiamma o di gelo che sia
di ogni singolo girone, e ogni follia di ogni poeta
che quest’antro di brume, sangue e salgemma ha generato.
L’ho visto in viso….
….quest’inferno…..
Ne ho incontrato
gli occhi,
ne ho scrutato
l’imperscrutabile abisso,
333
toccato il fondo senza fondo.
Ne ho conosciuto la fame nerissima
irta di sfortunate, intime rose,
e di infranti microcosmi di scirocco.
Ho conosciuto
il pianto soffocato del bambino che annega
nel gelo della palude ossessa e impudica,
nella melma orrida e infame impastata
di merda d’uomo e saliva di rospo
della pedofilia.
Ho conosciuto
l’orco atroce e febbricitante
in maschera di prefica o di prete,
il gorgo untuoso e lascivo di una fede
ch’è solo un miasma putrido di colpe crocifisse
a croci marce di bestemmie travestite
da preci, inni e invocazioni,
a onore e lode e gloria d’un dio ignavo e pallido,
nostalgico solo di propria e d’altrui morte.
Ho conosciuto
la solitudine senz’aria, senza patria e senza fine
dell’esiliato, del reietto e dell’escluso.
Ho conosciuto
il grido stranito e straziato dell’amante
con il cuore spaccato dalla freccia al curaro,
e dal flagello di ortica e di rovi dell’amato.
Ho conosciuto
l’abisso d’illimitate sbarre del drogato
334
che dilania grida di verme pravo e calpestato,
stretto nella bara di chiodi del rebound.
Ho conosciuto
le minuziose notti d’alcolizzata insonnia affondando
in un baratro fermentato d’indemoniati spettri
di uccello ridotto a macchia di crudo sangue per i cani.
Ho conosciuto
lo specchio senza ritorno dell’amico tradito e senza amici,
la stella a sei punte dell’ebreo innocente
epperò atrocemente colpevole
d’essere un lurido, putrido, porco, dannato, maledetto,
stupido, stronzo, corrotto, drogato, comunista,
negro, frocio, tardo, complottardo
d’un ebreo.
Ho conosciuto
la nera e folle risata della puttana che si ingegna
di offrire al cliente una luna di sangue marcio
ovvero
un buco di culo libero da affanni
in cambio di un danaro che altro non compra
che un sordido e furente rimpianto di esser nato.
Ho conosciuto
l’innominabile, interminabile terrore
di labirinti di vuoto impazzito e urlante
scavati da fauci di angoscia insaziabile
e saziata solo dal pasto feroce di sé stessa.
Ho conosciuto
sfinito, infine e per finire,
335
il tedio,
l’orizzonte senza inizio, senza fine,
senza orizzonti,
il disseccato e cocente oceano
di sbadigliante riflesso di meriggi,
l’assillante vessillo che si avvita
in lucidi, sudici e suicidi spasmi di serpenti
intessuti lungo festivi e cronici deserti
scolpiti di marmorea cancrena e morta polvere
fra silenzi astrali e fantasie martirizzate
da uno scheletro che reclama i suoi diritti
di futuro nulla e di fantasma.
Conosco quest’inferno, si:
in ogni baratro, in ogni rivolo, in ogni goccia,
in ogni palmo, in ogni fosso
e dunque…
…dunque…
……dunque rotolate,
rotolate per me
perle e comete perdute della danza,
intrecciate collane di fumo inesorabile
e di ansiosa steppa di collirio,
virate in coro intorno a una Caballà di vento
abbracciate a sirene infrante di psichedelica candela,
scivolate su pianure di impensabile liuto di aeratore,
innalzate un grido di fantasmatico piccione posato
su un monumento al Piccione Qualunque Ignoto
un grido che finalmente ci si doni un abbraccio,
un abbraccio d’oblio, di scudo e di corona,
un addio che mani e piedi e busto e collo e testa
336
possano finalmente celebrare,
un addio in cui svanire
in cui esultare
con tenue e divino saltare di serpente!
337
2. ODE DEGLI ANGELI.
Angeli travestiti da nubi e nubi travestite
da comuni ospiti di strutto in un inverecondo ospizio
di miserie e legnami profumati di candida e candita
angoscia di futuribile scirocco.
Cani giganteschi eppure bastardi e randagi orinano,
annusano e se ne vanno,
estraendo dal cilindro impensabili ozoni
di ali di liquefatto pipistrello e riti celtici arguti e frastornati,
masticando cervicale chewing-gum ferito dal cerino,
e dissetandosi di bestemmie
intinte nel fruttosio o nel carbone.
Angeli….
Angeli travestiti da recalcitranti stemmi
di ammaliato fantasticare di sauro ridipinto
e di laccata insinuazione di fragile liocorno.
Angeli senza più casa e senza più desiderio di cielo,
inarcando vagli di ludibrio e scapole di ventoso uranio
fra le ombrose fronde del cupo sospiro della rosa ammaestrata,
angeli nascosti negli anfratti del leone incartapecorito,
angeli che russano addormentati
su un moribondo cuscino di stanchi fragori di stanchezze.
Si, ma….
….. angeli comunque…
338
Angeli, si,
eppure attaccati alla terra con furia di postino
squartato dal suo stesso spaventoso ventre di coriandoli,
angeli che somigliano a un tramonto
che sprofonda in abissi di concerto,
angeli che lasciano impronte di Tantalo
nel fango del diluvio e che accendono
scavi di infartuata vetrata nelle fiamme di Sodoma
e nell’archivio dei violini drogati di Gomorra.
Angeli che non conoscono altro paradiso
che il sogno insospettabile dell’onnipotente albore della fame,
angeli che guardano in viso il dolore e l’agonia
di un furibondo godere ch’è eco e nostalgia di Tutto e Nulla
e un tenue sospiro di autunnale coro greco
o di ramo appeso alle sue foglie.
Angeli, si, lo ripeto. E lo ripete
la cuspide musicale che in alto li trascina,
ridente e violenta, anche forse solo
per poterli un giorno precipitare
in abissi di luminescente e lamentoso fiele,
per seppellirli in un chiostro fatto d’ombre di lavatrice
incastrata in un canyon di furie di cameriere ammaestrato.
Angeli….
….comunque…
Angeli di debole e inafferrabile mercurio,
angeli assetati di Cornovaglie impiccate
al fragore fulgido del cartone insinuato
nel ricordo perduto di un dedalo di champagne,
o in una misericordia fragrante di sdentati succhi gastrici.
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Angeli che giocano con monetine di menta
solcata da fulgidi chiaroscuri di dolente brezza,
angeli frementi di febbri ereditate
da un crepitare di scirocco
e da una malinconia di lussuriosa Venezia tra le foglie,
angeli perduti fra fiabe di fangosi e illuminati
mercanti di strenne, di cianuro e di scafandri,
angeli che cerco con il ventre perduto della conturbante follia
del corridoio assaltato da un vascello d’ombre pensili,
e da un’eredità di scoperti sussurri di vitalba.
Angeli: eppure privi di ali,
eppure dimentichi di cielo,
eppure nudi
pur con ancora indosso
le bianche vestigia della luna…
Angeli senza cuore di tenebra e senza oro di nebbia,
angeli senza più un soldo o un solo centesimo di memoria,
profughi e perduti nella mistica parvenza
di un tiro di cornuti bisavoli fra concerti di pallido elettroshock,
e annegati in intrighi di scivolosi orpelli di lupanare sulle spine,
angeli con ali spietate di vilipesa caffettiera,
angeli sardonici e misticamente legati a un futuro di vetriolo
angeli appesi a un vasellame di sconclusionata dentiera,
angeli luminescenti con ali di confusa e risibile cometa,
angeli chiunque siate portatemi via, via, vi prego,
verso quell’Onnipotente Ovvero Ovunque
che un tempo gli uomini chiamavan Paradiso.
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Io sono un pessimista