Viaggiatrice nel passato suo malgrado per un dono di
famiglia, Gwen, giovane londinese che vorrebbe avere
a che fare con i problemi tipici della sua età e dei suoi
compagni di scuola, si trova catapultata da un secolo
all'altro con una pericolosa missione da compiere.
Peccato che non sappia di chi può fidarsi, dei
Guardiani del Tempo o del terribile Conte di Saint
Germain, dell'affascinante ma scostante Gideon o
dell'invidiosa cugina Charlotte. A un certo punto
l'unico vero amico sembra essere Xemerius... un
gargoyle col muso di gatto.
VOLUME DLB 172
Abyssinian (for DLB)
&
Mimmy (for Agartha)
"Molto probabilmente il mio organismo aveva
prodotto più adrenalina negli ultimi giorni che nei
sedici anni precedenti. Erano successe così tante cose e
avevo avuto così poco tempo per riflettere"
Gwendolyn ha tutte le ragioni di questo mondo per
pensarla così. Ha appena scoperto di non essere una
normale ragazza londinese, bensì una viaggiatrice nel
tempo che i Guardiani - una setta segreta che ha sede
nel dedalo di vie intorno a Temple Church - inviano
nelle epoche passate per prelevare una goccia di
sangue dai dodici prescelti e completare il cronografo,
una missione da cui dipende il destino dell'umanità.
Peccato che la sua famiglia non l'avesse informata
perché tutti erano convinti che la predestinata fosse
l'odiosa cugina Charlotte e peccato che, di
conseguenza, Gwen avesse trascorso gli ultimi sedici
anni della propria vita a studiare (poco), giocare
(molto), chiacchierare e divertirsi con le amiche come
ogni ragazza. Mentre avrebbe dovuto imparare a tirare
di scherma, ballare il minuetto, apprendere nozioni di
storia universale e conversare in modo appropriato
con l'aristocrazia del Settecento. Quasi tutto, nella sua
nuova situazione, la infastidisce: essere sballottata
avanti e indietro nei secoli, la supponenza mista a
invidia della cugina Charlotte, la noia delle lezioni di
ballo e portamento... Poche cose le piacciono: il
piccolo gargoyle fantasma Xemerius, che solo lei Gwen
può vedere e, naturalmente, il suo compagno di viaggi
nel tempo: Gideon, bello da morire...
Titolo originale:
Saphirblau, Liebe geht durch alle Zeiten
Traduzione dall'originale tedesco
di Alessandra Pelrelh
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Copyright © 2010 Arena Verlag Cìmbll.
Wurzburg, Germany
through Giuliana Bernardi Literary Agent
© 2011 Casa Editrice Corbaccio s.r.l.. Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
www.corbaccio.it
ISBN 978 88 6380-277-1
Fotocomposizione:
Nuovo Gruppo Grafico s.r.l. - Milano
Finito di stampare
nel mese di settembre 2011
per conto della Casa Editrice Corbaccio s.r.l.
dalla Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD)
Printed in Italy
Frank,
senza di te non ce l'avrei mai fatta
PROLOGO
Londra
14 maggio 1602
I vicoli di Southwark erano bui e deserti. Nell'aria ristagnava un
odore di alghe, liquami e pesce morto. Lui le strinse più forte la
mano, involontariamente, e continuò a camminare. «Sarebbe stato
meglio proseguire lungo il fiume. In questo dedalo di vicoli
rischiamo di perderci» bisbigliò.
«Già, e in ogni angolo può essere in agguato un ladro o un
assassino.» La voce di lei aveva un tono divertito. «Splendido, non
trovi? È mille volte meglio che starsene seduti tra quelle quattro
mura soffocanti a fare i compiti!» Si sollevò il pesante abito e si
staccò da lui, avanzando a passo svelto.
Lui sorrise nonostante tutto. Lucy aveva un talento straordinario
per trovare sempre il lato positivo in ogni situazione e in ogni
momento. Non si lasciava intimidire neppure nell'età d'oro
dell'Inghilterra, che in quel momento non rendeva giustizia al suo
nome e al contrario aveva un'aria piuttosto tetra.
«Peccato che non abbiamo mai più di tre ore di tempo» osservò
mentre lui la raggiungeva. «Avrei apprezzato ancora di più l'Amleto,
se non avessi dovuto assistervi a puntate.» Evitò agilmente una
rivoltante pozzanghera fangosa, o almeno lui si augurava che fosse
tale. Poi mosse qualche leggiadro passo di danza e fece una
giravolta. «Tutti ci rende vili la coscienza... è stato fantastico, non ti
pare?»
Lui annuì e dovette fare uno sforzo per reprimere un altro sorriso.
Gli capitava di tarlo troppo spesso in presenza di Lucy. Se non stava
attento, avrebbe fatto la figura del completo idiota.
Si stavano dirigendo verso il London Bridge; il ponte di
Southwark, situato in posizione decisamente più favorevole,
purtroppo all'epoca non era stato ancora costruito. Dovevano
sbrigarsi, se non volevano che la loro scappatella segreta nel XVII
secolo venisse scoperta.
Dio, che cosa avrebbe dato per potersi finalmente liberare da quel
rigido colletto bianco! Era come portare uno di quei collari di
plastica che vengono messi ai cani dopo le operazioni.
Lucy svoltò verso il fiume. Stava ancora pensando a Shakespeare.
«Come hai fatto a convincere quell'uomo a farci entrare al Globe
Theatre, Paul?»
«Gli ho dato quattro di queste pesanti monete, non ho idea di
quanto valgano.» Scoppiò a ridere. «È probabile che corrispondano
al salario di un anno.»
«In ogni caso sono servite. I posti erano superlativi.»
Raggiunsero di corsa il ponte. Come era già accaduto all'andata,
Lucy si fermò per osservare rapita le case che vi sorgevano sopra. Lui
la sospinse in avanti. «Pensa a quello che ci ha detto Mr George: se
rimani troppo a lungo sotto una finestra, va a finire che ti rovesciano
in testa il contenuto di un vaso da notte» le ricordò. «E poi dai
nell'occhio.»
«Non sembra nemmeno di essere su un ponte, sembra una strada
come tutte le altre. Guarda, un ingorgo! È ora che costruiscano
qualche altro ponte.»
Diversamente dai vicoli laterali, il ponte era ancora affollato, ma i
carri, le portantine e le carrozze che volevano raggiungere la riva
opposta del Tamigi non si muovevano di un passo. Più avanti si
sentiva un vociare concitato, imprecazioni, nitriti di cavalli, ma non
era possibile individuare la causa del blocco. Un uomo con un
cappello nero si sporse dal finestrino di una carrozza proprio accanto
a loro. La rigida gorgiera di pizzo gli si inclinò fino a sfiorargli le
orecchie.
«Non è possibile attraversare questo maledetto fiume da qualche
altra parte?» gridò in francese al suo cocchiere.
Il vetturino fece cenno di no. «E comunque non potremmo
tornare indietro, siamo bloccati! Proverò ad andare a vedere che
cosa è successo. Di sicuro presto ci rimetteremo in marcia, sir.»
L'uomo ritirò testa, cappello e gorgiera dentro la carrozza
sbuffando, mentre il vetturino scendeva e si faceva strada in mezzo
alla ressa.
«Hai sentito, Paul? Sono francesi!» bisbigliò Lucy entusiasta. «Dei
turisti!»
«Già, fantastico. Ma noi dobbiamo andare avanti. Non ci resta più
molto tempo.» Ricordava vagamente di aver letto che a un certo
punto quel ponte era stato distrutto e ricostruito successivamente a
quindici metri di distanza. Non era dunque il posto più indicato per
un salto nel tempo.
Seguirono il vetturino francese, ma poco più avanti veicoli e
persone erano così accalcati da non permettere di procedere oltre.
«Ho sentito che un carro carico di barili d'olio ha preso fuoco»
disse la donna davanti a loro a nessuno in parti colare. «Se non
stanno attenti, finiranno per dare fuoco a tutto il ponte.»
«Non accadrà oggi, a quanto ne so» mormorò Paul afferrando il
braccio di Lucy. «Vieni, torniamo indietro e aspettiamo il momento
sull'altra riva del fiume.»
«Ricordi qual è la parola d'ordine? Giusto nel caso non facessimo
in tempo.»
«Qualcosa con cavia e lapide.»
«Gutta cavai lapidem, stupido.» Lo guardò con un risolino divertito.
I suoi occhi azzurri lampeggiavano allegri e all'improvviso gli tornò
in mente ciò che gli aveva risposto il fratello Falk quando lui gli
aveva chiesto come capire se fosse il momento giusto. «Io non
perderei troppo tempo in chiacchiere. Lo farei e basta. Se lei poi ti
molla un ceffone, sai che cosa pensa.»
Naturalmente Falk aveva voluto sapere chi fosse la ragazza in
questione, ma Paul non aveva nessuna voglia di intavolare una di
quelle discussioni che cominciavano con «lo sai che i rapporti tra i de
Villiers e i Montrose devono restare sul piano puramente
professionale!» e terminavano con «e poi le ragazze Montrose sono
tutte delle oche che si trasformano in draghi come Lady Arisa».
Altro che oche! Forse poteva valere per le altre Montrose, di
sicuro non per Lucy.
Lucy, che ogni giorno lo stupiva di nuovo, alla quale aveva
confidato cose che non aveva mai raccontato a nessun altro. Lucy,
con la quale si poteva letteralmente...
Fece un profondo respiro.
«Perché ti sei fermato?» domandò Lucy, ma lui intanto aveva
chinato la testa verso di lei posandole le labbra sulla bocca. Per tre
lunghi secondi temette che lei lo respingesse, ma poi la sentì superare
il momento di sorpresa e ricambiare il bacio, dapprima cauta, poi
più appassionata.
In realtà era tutt'altro che il momento perfetto e in effetti
andavano molto di fretta, perché avrebbero potuto compiere il salto
nel tempo da un momento all'altro, e inoltre...
Paul dimenticò completamente l'inoltre. Tutto ciò che contava ora
era lei.
Un attimo dopo, il suo sguardo si posò distrattamente su una
figura incappucciata di nero ed egli fece un balzo indietro,
spaventato.
Lucy gli rivolse un'occhiata irritata, poi arrossì e chinò lo sguardo
verso i propri piedi. «Scusa» mormorò imbarazzata. «Anche Larry
Coleman dice che quando bacio sembra che qualcuno ti sprema sulla
faccia un limone.»
«Un limone?» Lui scrollò la testa. «E poi chi diavolo sarebbe Larry
Coleman?»
Lucy lo guardò senza capire e lui dimenticò all'istante il proprio
risentimento. In un modo o nell'altro doveva tentare di mettere
ordine nel caos che regnava nella sua testa. Sospinse Lucy fuori dalla
luce delle fiaccole, l'afferrò per le spalle e la guardò intensamente
negli occhi. «D'accordo, Lucy. Punto primo: il tuo bacio sa più o
meno di... di fragola. Punto secondo: quando trovo questo Larry
Coleman, giuro che gli stacco il naso. Punto terzo: tieni bene a
mente dove ci siamo interrotti. Purtroppo al momento abbiamo un
problema un po' più pressante.»
Senza aggiungere altro indicò l'uomo alto che si staccava con
passo disinvolto dall'ombra di una carrozza e si chinava sul finestrino
di quella del francese. Lucy sgranò gli occhi terrorizzata. «Buonasera,
barone» disse l'uomo in francese. Sentendo la sua voce, Lucy artigliò
con le unghie il braccio di Paul. «Che piacere rivedervi. Le Fiandre
sono molto distanti da qui.» Si abbassò il cappuccio.
Un grido di sorpresa eruppe dall'interno della carrozza. «Il falso
conte! Che cosa ci late qui? Come si spiega tutto ciò?»
«Piacerebbe saperlo anche a me» disse Lucy a voce bassa.
«È questo il modo di salutare la propria discendenza?» ribatté
benevolo l'uomo alto. «Dopo tutto sono pur sempre il nipote del
nipote di vostro nipote e, anche se vengo chiamato spesso l'uomo
senza nome, vi posso assicurare che un nome ce l'ho. Addirittura
diversi, per essere precisi. Posso farvi compagnia in carrozza? Qua
fuori non si sta molto comodi e l'ingorgo sul ponte durerà ancora
parecchio.» Senza attendere risposta né guardarsi intorno, aprì lo
sportello e salì in carrozza.
Lucy aveva spinto Paul di lato, ancora più lontano dall'alone delle
fiaccole. «È proprio lui! Solo molto più giovane. Che cosa facciamo
adesso?»
«Proprio niente» bisbigliò Paul. «Non possiamo certo andare a
salutarlo! Noi non dovremmo essere qui.»
«E come mai lui invece è qui?»
«Deve trattarsi di una semplice coincidenza. In ogni caso non deve
vederci. Vieni, scendiamo sulla riva.»
Ma nessuno dei due si mosse d'un passo. Entrambi rimasero a
fissare paralizzati il finestrino buio della carrozza, ancora più
affascinati di quanto fossero stati prima davanti al palcoscenico del
Globe Theatre.
«In occasione del nostro ultimo incontro, vi ho espresso
chiaramente ciò che penso di voi» incalzò la voce del barone
francese dalla carrozza.
«Proprio così!» La lieve risata del visitatore fece accapponare la
pelle a Paul, senza che riuscisse a capirne la ragione.
«La mia decisione è irrevocabile.» La voce del barone indugiò
lievemente. «Consegnerò questo apparecchio diabolico all'Alleanza,
e non m'importa quali perfidie userete per cercare di dissuadermi dal
farlo. So che voi siete in combutta con il diavolo.»
«Cosa dice?» chiese Lucy.
Paul scrollò il capo.
Si sentì risuonare un'altra risata lieve. «Povero antenato cieco e
meschino! La vostra vita - e anche la mia! - avrebbe potuto essere
ben più serena se aveste dato ascolto a me e non al vostro vescovo
o a quei patetici fanatici dell'Alleanza. Se aveste usato la ragione al
posto del rosario. Se aveste riconosciuto che fate parte di qualcosa di
ben più grande di ciò che predica il vostro sacerdote.»
Per tutta risposta sembrò che il barone si mettesse a recitare un
padrenostro. Paul e Lucy lo sentirono borbottare sottovoce.
«Amen!» sentenziò il visitatore con un sospiro. «Dunque questa è
la vostra ultima parola in proposito?»
«Voi siete il diavolo in persona!» esclamò il barone. «Uscite dalla
mia carrozza e non fatevi più vedere da me.»
«Come volete. Ci sarebbe ancora un dettaglio irrilevante. Finora
non ve l'ho detto per non turbarvi inutilmente, ma sulla vostra
lapide, che ho visto con i miei occhi, è segnata come data della
vostra morte il 14 maggio 1602.»
«Ma è...» disse sommessamente il barone.
«...esatto, oggi. Non manca più molto a mezzanotte.»
Il barone singhiozzò.
«Che cosa sta facendo?» mormorò Lucy.
«Sta infrangendo le sue stesse leggi.» Un brivido risalì lungo la
schiena di Paul. «Parla di...» si interruppe, perché avvertì la familiare
sensazione di vertigine allo stomaco.
«Il mio vetturino sarà qui tra pochi istanti» provò a obiettare il
barone, con voce impaurita.
«Certo, non lo metto in dubbio» replicò il visitatore quasi
annoiato. «Per questo vedrò di sbrigarmi.»
Lucy si portò una mano allo stomaco. «Paul!»
«Lo so, lo sento anch'io. Maledizione... dobbiamo correre, se non
vogliamo finire miseramente in mezzo al fiume.» L'afferrò per un
braccio e la trascinò con sé, facendo la massima attenzione a non
rivolgere il viso verso il finestrino.
«In realtà siete morto a casa vostra per le complicazioni di una
spiacevole influenza» sentirono pronunciare dal barone mentre
superavano di corsa la carrozza. «Siccome però le mie visite presso di
voi hanno avuto come ultima conseguenza che oggi vi troviate qui a
Londra in perfetta salute, è chiaro che qualcosa ha spezzato
l'equilibrio. E, da quella persona corretta che sono, mi sento in
dovere di dare una mano alla morte.»
Nonostante Paul fosse concentrato sulla sensazione che provava e
sul valutare quanti metri mancassero fino alla riva, il significato di
quelle parole penetrò nella sua mente costringendolo a fermarsi di
nuovo.
Lucy gli diede uno spintone nel fianco. «Corri!» lo incitò, mentre
faceva lo stesso. «Manca solo qualche secondo!»
Lui tornò a correre con le ginocchia molli e, mentre l'immagine
della riva davanti a lui si annebbiava, udì provenire dall'interno della
carrozza un grido agghiacciante seppure soffocato, seguito da un
«demonio!» rantolato - poi un silenzio di morte.
Dagli Annali dei Guardiani
18 dicembre 1992
Oggi alle ore tre Lucy e Paul sono stati inviati a trasmigrare
nell'anno 1948. Al loro ritorno alle ore sette, sono atterrati nel
roseto di fronte alla finestra della sala del drago, con costumi del
XVII secolo completamente fradici.
Mi hanno dato l'impressione di essere sconvolti, pronunciavano
frasi sconnesse, per questo ho deciso contro il loro parere di
informare Lord Montrose e Falk de Villiers. La vicenda tuttavia è
stata subito chiarita. Lord Montrose ricordava ancora con precisione
la festa in costume celebrata nel 1948 in giardino e di come in
quell'occasione alcuni ospiti, tra i quali anche Lucy e Paul, fossero
finiti nella vasca dei pesci rossi dopo aver bevuto troppo. Lord Lucas
si è assunto la responsabilità dell'accaduto e ha promesso di sostituire
i due esemplari di Rosa «Ferdinand Picard» e «Mr John Laing» che
erano andati distrutti. Lucy e Paul sono stati severamente ammoniti
di evitare il consumo di alcolici in futuro, in qualsiasi circostanza.
Autore: J. Mountjoy, adepto di secondo grado
Capitolo 1
«Signori, siamo in una chiesa! Non ci si bacia qui dentro!»
Spalancai gli occhi sgomenta e mi staccai, convinta di vedermi
piombare addosso un antiquato sacerdote con la tonaca svolazzante
e l'espressione censoria, pronto a investirci con un predicozzo
tonante. Invece non era stato il parroco a disturbare il nostro bacio.
Non si era trattato di un essere umano. Il guastafeste era un
gargoyle, un piccolo doccione come lui puntualizzò, appollaiato sul
banco proprio accanto al confessionale che mi guardava con la mia
stessa espressione frastornata.
A pensarci bene non era possibile, perché ormai mi trovavo in
una condizione che sostanzialmente non poteva più essere definita
come frastornata. In tutta sincerità dovrei descriverlo piuttosto come
una specie di gigantesco cortocircuito mentale.
Era cominciato tutto con questo bacio.
Gideon de Villiers aveva baciato me, Gwendolyn.
Naturalmente mi sarei dovuta chiedere come mai all'improvviso
gli fosse venuta in mente questa idea, dentro un confessionale in una
chiesa da qualche parte a Belgravia nell'anno 1912, poco dopo aver
superato una fuga rocambolesca costellata di ostacoli durante la
quale non era stato solo il mio abito aderente fino al polpaccio con
il ridicolo colletto alla marinara a intralciarmi.
Avrei potuto compiere paragoni analitici con i baci ricevuti da
altri ragazzi per capire dov'era che Gideon baciava tanto meglio.
Mi avrebbe potuto dare da pensare anche il fatto che c'era la
parete di un confessionale a separarci e che Gideon aveva dovuto
sporgere la testa e le braccia attraverso la finestrella, e che quelle non
erano di certo le circostanze ideali per un bacio, a prescindere poi
dal fatto che non avevo bisogno di incasinare ulteriormente la mia
vita, dopo aver saputo da appena tre giorni di avere ereditato il
gene dei viaggi nel tempo dalla mia famiglia.
In realtà non riuscivo a pensare proprio a niente, a parte forse oh
e mmmm e ancora!
Per questo non mi accorsi neppure del crampo allo stomaco e
solo adesso, di fronte all'occhiata che mi scoccò il piccolo doccione
con le braccia conserte dal banco di fronte, solo adesso che lo
sguardo mi cadde sulla tenda marroncina del confessionale che fino a
un attimo prima era stata di velluto verde, si affacciò alla mia mente
la consapevolezza che nel frattempo eravamo balzati nel presente.
«Accidenti!» Gideon si ritirò dalla sua parte del confessionale
massaggiandosi la nuca.
Accidenti? Precipitai malamente dalla mia nuvola di estasi e mi
dimenticai del doccione.
«A me non è sembrato poi così male» dichiarai cercando di
mantenere un tono di voce il più possibile disinvolto. Purtroppo ero
un po' trafelata e questo rovinò l'effetto. Siccome non riuscivo a
guardare Gideon negli occhi, continuavo a fissare la tenda di
poliestere marrone del confessionale.
Mio Dio! Avevo viaggiato nel tempo per quasi cento anni senza
nemmeno accorgermene, perché questo bacio mi aveva totalmente e
completamente... colto di sorpresa. Cioè, fino a un attimo prima
questo tipo non la smette di brontolare, poi ci si ritrova nel bel
mezzo di un inseguimento con tanto di uomini armati di pistole e
all'improvviso, così, di punto in bianco, quello ti viene a dire che sei
speciale e ti bacia. Come sapeva baciare Gideon! Provai
un'immediata gelosia per tutte le ragazze dalle quali aveva imparato.
«Nessuno in vista.» Gideon si sporse dal confessionale, poi uscì
nella chiesa. «Perfetto. Prenderemo l'autobus per tornare a Tempie.
Vieni, ci staranno già aspettando.»
Lo fissai interdetta da dietro la tenda. Stava forse dicendo che
voleva tornare di nuovo all'ordine del giorno? Dopo un bacio (in
realtà sarebbe stato meglio farlo prima, ma ormai era troppo tardi)
c'erano un paio di cosette da spiegare, oppure no? Quel bacio era
stato una specie di dichiarazione d'amore? Adesso io e Gideon
stavamo insieme? Oppure avevamo soltanto pomiciato un po',
perché non avevamo niente di meglio da fare al momento?
«Vestita così non salgo sull'autobus» dichiarai categorica, mentre
mi alzavo con tutta la dignità possibile. Piuttosto mi sarei morsa la
lingua, ma non gli avrei mai rivolto nessuna delle domande che mi si
erano affacciate alla mente.
Indossavo un abito bianco con nastri azzurro cielo intorno alla
vita e alla scollatura, probabilmente all'ultimo grido nel 1912, ma
non certo adatto per salire sui mezzi pubblici nel XXI secolo.
«Prenderemo un taxi.»
Gideon si girò verso di me, ma non disse niente. Con la sua
finanziera e i pantaloni con la piega non dava l'idea di essere troppo
a suo agio per prendere l'autobus. Bisogna però ammettere che stava
proprio bene, soprattutto ora che aveva i capelli un po' scompigliati
che gli ricadevano sulla fronte invece di essere lisciati dietro le
orecchie come fino a un paio d'ore prima.
Uscii anch'io nella navata e rabbrividii. Faceva un freddo cane lì
dentro. Oppure dipendeva dal fatto che negli ultimi tre giorni in
pratica non avevo mai chiuso occhio? O ancora da ciò che era
appena successo?
Molto probabilmente il mio organismo aveva prodotto più
adrenalina negli ultimi tempi che nei sedici anni precedenti. Erano
successe così tante cose e avevo avuto così poco tempo per riflettere
e mi sentivo scoppiare la testa per tutte le informazioni e le
sensazioni che vi si agitavano. Se fossi stata un personaggio di un
fumetto, avrei avuto sopra di me un enorme punto interrogativo. E
magari anche un paio di teschi.
Cercai di dominarmi. Se Gideon voleva tornare all'ordine del
giorno, poteva accomodarsi. «Bene, muoviamoci a uscire da qui»
dissi brusca. «Ho freddo.»
Stavo per superarlo, quando lui mi afferrò per un braccio. «Senti,
a proposito...» si interruppe, di sicuro sperando che concludessi io la
frase al posto suo.
Io, naturalmente, non lo feci. Ero troppo curiosa di sapere che
cosa voleva dire. E poi avevo il respiro cono, per la sua vicinanza.
«Il bacio di prima... io...» Di nuovo una frase lasciata a metà. Ma
io la terminai mentalmente senza esitazioni.
Io non facevo sul serio.
Certo, chiaro, ma allora non avrebbe neppure dovuto farlo,
giusto? Era come dare fuoco a una tenda e poi stupirsi se tutta la
casa si incendiava. (Ok, un paragone balordo.) Siccome non volevo
facilitargli le cose, rimasi a guardarlo con aria distaccata e
interrogativa. Cioè, provai a guardarlo con aria distaccata e
interrogativa, perché in realtà dovevo avere un'espressione del tipo
sono il piccolo Bambi, per favore non uccidermi e non potevo farci
niente. Ci mancava solo che cominciasse a tremarmi il labbro
inferiore.
Io non facevo sul serio. Avanti, dillo!
Gideon invece non disse proprio niente. Mi sfilò una forcina dai
capelli spettinati (la mia elaborata acconciatura a chiocciola nel
frattempo doveva somigliare a un nido appena abbandonato), prese
una ciocca e se l'avvolse intorno al dito. Con l'altra mano cominciò
ad accarezzarmi il viso, poi si chinò verso di me e mi baciò di nuovo,
questa volta con grande tenerezza, lo chiusi gli occhi - e poi accadde
la stessa cosa di prima: il mio cervello ritornò in quella benefica
condizione di stand-by (trasmetteva soltanto oh e mmmm e ancora!).
Purtroppo durò al massimo dieci secondi, perché subito una voce
proprio accanto a noi dichiarò stizzita: «Allora, ricominciamo?»
Sbigottita, diedi una lieve spinta a Gideon sul petto e mi ritrovai a
fissare il grugno del piccolo doccione che nel frattempo penzolava a
testa in giù dal matroneo sotto il quale ci trovavamo. Per la
precisione si trattava del fantasma di un doccione.
Gideon aveva lasciato cadere i miei capelli e aveva assunto
un'espressione neutra. Oddio! Chissà che cosa pensava di me adesso.
I suoi occhi verdi erano imperscrutabili, al massimo un po'
sconcertati.
«Mi... mi sembrava di aver sentito un rumore» mormorai.
«Ok» disse lui un po' tirato, ma decisamente amichevole.
«Tu mi hai sentito» disse il doccione. «Mi hai sentito!» Era grosso più
o meno quanto un gatto, con il muso da felino, ma oltre alle grandi
orecchie a punta da lince aveva anche due cornetti arrotondati e poi
un paio di ali sulla schiena e una lunga coda squamosa da lucertola
che terminava a triangolo e si agitava qua e là. «E riesci anche a
vedermi!»
Io non risposi.
«Sarà meglio andare» disse Gideon.
«Riesci a vedermi e a sentirmi!» esclamò il piccolo doccione
entusiasta, poi si lasciò cadere dal matroneo su uno dei banchi
saltellando su e giù. Aveva una voce roca come quella di un
bambino raffreddato. «Me ne sono accorto, sai!»
Non dovevo commettere neppure un errore, altrimenti non mi
sarei mai liberata di lui. Feci scorrere lo sguardo volutamente
indifferente sui banchi, mentre mi dirigevo verso l'ingresso. Gideon
mi tenne aperta la porta.
«Grazie, molto gentile!» disse il doccione intrufolandosi fuori con
me.
Sul marciapiede rimasi abbagliata dal chiarore. Il cielo era
nuvoloso, ma a giudicare dalla luce doveva essere tardo pomeriggio.
«Aspetta!» esclamò il doccione tirandomi la gonna. «Dobbiamo
parlare subito! Ehi, mi stai calpestando i piedi... non fingere di non
vedermi. Lo so che mi vedi.» Un fiotto d'acqua gli uscì dalla bocca
formando una piccola pozzanghera sulla punta del mio stivaletto
abbottonato. «Ops. Scusa. Mi succede solo quando sono agitato.»
Alzai lo sguardo verso la facciata della chiesa. Sembrava costruita
in stile vittoriano, con le vetrate colorate e due graziosi campanili
slanciati. L'alternanza di file di mattoni e intonaco bianco panna
creava un piacevole motivo a strisce. Ma, per quanto cercassi di
spingere lo sguardo in alto, non mi riuscì di scorgere neppure una
statua o un doccione in tutto l'edificio. Strano che quel fantasma si
trovasse lì.
«Sono qui!» gridò il doccione arrampicandosi sul muro proprio
davanti al mio naso. Si muoveva con l'agilità di una lucertola, come
fanno tutti i doccioni. Indugiai per un attimo con lo sguardo sul
mattone accanto alla sua testa, poi mi girai.
Ora il doccione non era più così sicuro che io fossi in grado di
vederlo. «Ti prego» disse. «Sarebbe così bello poter parlare ogni tanto
con qualcun altro che non sia il fantasma di sir Arthur Conan Doyle.»
Raffinato, il tipetto. Ma io non abboccai. Mi faceva pena, certo,
ma sapevo quanto potevano diventare moleste quelle creature, e
poi mi aveva interrotto nel bacio e per colpa sua ora Gideon mi
considerava nella migliore delle ipotesi una lunatica.
«Tiprego, tiprego, tipreeeego!» cantilenò il doccione.
Io continuai a far finta di niente. Santo cielo, avevo già un sacco
di problemi.
Gideon si era spostato sul ciglio del marciapiede e stava facendo
segno a un taxi. Naturalmente ne arrivò subito uno libero. Certe
persone hanno sempre una fortuna sfacciata. Oppure un'autorità
innata. Come mia nonna Lady Arisa, per esempio. Le basta fermarsi
sul marciapiede con sguardo truce e i tassisti inchiodano subito.
«Vieni, Gwendolyn?»
«Non puoi andartene così!» La vocetta infantile era piagnucolosa,
straziante. «Ora che ci siamo appena conosciuti.»
Se fossimo stati da soli, forse mi sarei lasciata convincere a parlare
con lui. Nonostante i dentini aguzzi e gli artigli, era grazioso e non
doveva avere molta compagnia. (Il fantasma di sir Arthur Conan
Doyle sicuramente aveva di meglio da fare. Chissà che cosa ci faceva
a Londra.) Ma mettersi a parlare con i fantasmi in presenza di altre
persone è disdicevole e si rischia di passare per bugiardi e sbruffoni nella migliore delle ipotesi - se non addirittura per pazzi. Non
volevo rischiare che Gideon mi giudicasse pazza. Inoltre l'ultimo
spirito di doccione al quale avevo rivolto la parola aveva sviluppato
un tale morboso attaccamento per me che non mi lasciava
nemmeno andare al bagno da sola.
Per questo salii sul taxi con espressione impietrita, fissando
insistentemente davanti a me. Gideon guardava fuori dal finestrino.
Il tassista lanciò un'occhiata al nostro abbigliamento nel retrovisore
alzando le sopracciglia, tuttavia non disse niente. Molto signorile,
bisognava riconoscerlo.
«Sono quasi le sette» disse Gideon, nel tentativo di intavolare una
conversazione neutra. «Ci credo che sto morendo di fame.»
Adesso che mi ci faceva pensare, mi resi conto di avere anch'io un
grande appetito. Per colpa della pessima atmosfera a colazione non
ero riuscita neppure a finire il toast e il pranzo alla mensa come al
solito era stato immangiabile. Pensai con una punta di nostalgia ai
tramezzini e alle focaccine disposti in maniera appetitosa sul tavolo
da tè di Lady Tilney, che purtroppo non avevamo avuto modo di
gustare.
Lady Tilney! Solo adesso mi resi conto che io e Gideon avremmo
fatto meglio a parlare della nostra avventura nell'anno 1912. Dopo
tutto la situazione era scivolata fuori controllo e non avevo idea di
come avrebbero reagito i Guardiani, notoriamente poco inclini
all'umorismo per quanto riguardava le missioni nel tempo. Io e
Gideon eravamo stati inviati lì con il compito di inserire Lady Tilney
nel cronografo (vorrei precisare, a margine, che non avevo ancora
capito per quale motivo, ma il tutto aveva un'aria terribilmente
importante; a quanto ne sapevo doveva trattarsi come minimo del
salvataggio del mondo). Prima che avessimo potuto farlo, erano
spuntati mia cugina Lucy e Paul - in apparenza i cattivi della storia.
Questo, quantomeno, era ciò che credeva la famiglia di Gideon e lui
con loro. Lucy e Paul avevano rubato il secondo cronografo e si
erano nascosti insieme a esso da qualche parte nel tempo. Erano
anni che nessuno aveva più loro notizie, fino al momento in cui
erano apparsi da Lady Tilney e avevano scombussolato il nostro
piccolo ricevimento per il tè.
Il momento in cui erano entrate in gioco le pistole lo avevo
rimosso per lo shock, ma a un certo punto Gideon aveva puntato
un'arma alla testa di Lucy, una pistola, che in realtà non avrebbe
dovuto portare con sé. (Come io non avrei dovuto portare il
cellulare, ma almeno con il cellulare non si ammazza nessuno!) Poi ci
eravamo rifugiati nella chiesa. Ma per tutto il tempo non ero riuscita
a liberarmi dalla sensazione che la storia con Lucy e Paul non fosse
poi così univoca, come piaceva sostenere ai de Villiers.
«Che cosa racconteremo a proposito di Lady Tilney?» domandai.
«Giusto.» Gideon si massaggiò la fronte con un gesto stanco. «Non
dovremmo mentire, ma forse in questo caso sarebbe più saggio
tralasciare qualche particolare. Meglio che lasci parlare me.»
Eccolo di nuovo, quel suo tono autoritario. «Ma certo» replicai.
«Terrò la bocca chiusa e mi limiterò ad annuire, come si conviene a
una brava ragazza.»
Incrociai involontariamente le braccia sul petto. Possibile che
Gideon non riuscisse mai a comportarsi in maniera normale? Prima
mi baciava (e non una volta soltanto!) e subito dopo si trasformava
nel Gran Maestro della loggia dei Guardiani in persona.
Ci girammo entrambi a guardare ciascuno fuori dal suo finestrino.
Fu Gideon a rompere il silenzio per primo e questo mi diede una
certa soddisfazione. «Che cosa succede, il gatto ti ha rubato la
lingua?» Lo disse con un tono quasi impacciato.
«Come, scusa?»
«Me lo chiedeva sempre mia madre da piccolo. Quando me ne
stavo lì a fissare testardo, il vuoto come stai facendo tu adesso.»
«Tu hai una madre?» Solo dopo averlo chiesto mi resi conto di
quanto fosse idiota la mia domanda.
Gideon alzò un sopracciglio. «Perché, che cosa pensavi?»
domandò divertito. «Che fossi un androide assemblato da zio Falk e
Mr George?»
«Non sarebbe stato tanto assurdo. Hai delle tue foto da piccolo?»
Immaginandomi Gideon da piccolo con il faccino paffuto e senza
capelli, mi venne da ridere. «Dove sono i tuoi genitori? Vivono
anche loro a Londra?»
Gideon scrollò il capo. «Mio padre è morto e mia madre vive ad
Antibes, nel sud della Francia.» Strinse le labbra per un secondo,
inducendomi a pensare che non volesse aggiungere altro. Ma poi
proseguì: «Insieme a mio fratello più piccolo e al suo nuovo marito,
monsieur Chiamami papà Bertelin. Lui ha un'azienda che produce
microcomponenti di platino e rame per apparecchi elettronici e gli
affari devono andargli proprio bene: quantomeno ha battezzato il
suo vistoso yacht Creso».
Ero sbigottita. Tutte queste informazioni personali in una volta
sola, non era da Gideon. «Ah. BÈ, di sicuro deve essere fantastico
trascorrere le vacanze lì, giusto?»
«Come no» ribatté lui sarcastico. «Hanno una piscina grande
quanto tre campi da tennis e il suddetto yacht ha la rubinetteria
d'oro.»
«È certamente meglio di un cottage senza riscaldamento a
Peebles.» Nella mia famiglia le vacanze estive si trascorrevano
prevalentemente in Scozia. «Se fossi in te e la mia famiglia vivesse nel
sud della Francia, andrei a trovarli ogni fine settimana. Anche senza
piscina e senza yacht.» Gideon mi guardò scrollando la testa. «Ma
davvero? E come ti regoleresti dovendo saltare in continuazione
all'indietro nel tempo? Non è proprio un'esperienza invidiabile
quando si viaggia a 150 all'ora sull'autostrada.»
«Oh.» Tutta quella storia dei viaggi nel tempo per me era piuttosto
nuova e non mi ero ancora fatta un'idea della portata delle sue
conseguenze. Esistevano solo dodici gene-portatori, suddivisi in vari
secoli, e io stentavo a credere di essere una di loro. Fino a pochi
giorni prima si pensava che la prescelta fosse mia cugina Charlotte
che si era preparata al suo ruolo con grande zelo. Invece, per ragioni
inspiegabili, mia madre aveva tenuta nascosta la mia vera data di
nascita e adesso era scoppiato il pasticcio. Esattamente come per
Gideon, anch'io avevo un'unica alternativa: o saltavo nel tempo in
maniera controllata con l'aiuto del cronografo, oppure lasciavo che
ciò avvenisse di sorpresa e in qualsiasi momento, e mi ero resa
conto, per esperienza personale, che non era una cosa proprio
piacevole.
«Ovviamente dovresti portarti dietro il cronografo, in modo da
poter trasmigrare quando necessario in epoche non pericolose»
riflettei a voce alta.
Gideon sbuffò sarcastico. «Sarebbe proprio un viaggio molto
rilassante, e si potrebbero visitare un sacco di località storiche. Ma, a
prescindere dal fatto che non mi verrebbe mai permesso di
andarmene in giro con il cronografo nello zaino, che cosa faresti tu
senza lo strumento?» Si girò dalla mia parte e guardò ostentatamente
fuori dal finestrino. «Grazie a Lucy e Paul ce n'è rimasto solo uno,
oppure lo hai dimenticato?» La sua voce si fece tagliente, come
capitava tutte le volte che parlava di Lucy e Paul.
Scrollò le spalle e io guardai a mia volta fuori dal finestrino. Il taxi
procedeva a passo d'uomo verso Piccadilly. Fantastico. Il traffico
congestionato della City nell'ora di punta. Avremmo fatto prima ad
andare a piedi.
«Forse non ti è ancora ben chiaro che non avrai più molte
possibilità di lasciare quest'isola, Gwendolyn!» La voce di Gideon
trasudava amarezza. «E neppure questa città. Invece di farti fare le
vacanze in Scozia, la tua famiglia avrebbe fatto meglio a portarti in
giro per il mondo. Ora è troppo tardi. Rassegnati al fatto che potrai
vedere solo attraverso Google Earth tutti i luoghi dove sogni di
andare.»
Il tassista tirò fuori dalla tasca un libro stropicciato, si appoggiò
allo schienale del sedile e si mise comodamente a leggere. «Ma tu...
tu sei stato in Belgio e anche a Parigi» obiettai. «Per viaggiare nel
passato da lì e ottenere il sangue di non so chi e fare...»
«È vero» mi interruppe lui. «Insieme con mio zio, tre Guardiani e
una costumista. Un viaggio fantastico! A parte che poi il Belgio è un
posto follemente esotico. Non sogniamo forse tutti di poter passare
qualche giorno in Belgio prima o poi?»
Intimidita dalla sua improvvisa aggressività, domandai sottovoce:
«Dove ti piacerebbe andare se potessi scegliere?»
«Intendi dire se non tossi stato colpito da questa maledizione dei
viaggi nel tempo? Oddio, non saprei da dove cominciare. In Cile,
Brasile, Perù, Costarica, Nicaragua, Canada, Alaska, Vietnam, Nepal,
Australia, Nuova Zelanda...» Abbozzò un sorriso. «In pratica
dappertutto, a parte che sulla Luna. Però non è divertente pensarci
sapendo che non ti sarà mai possibile tarlo. Dobbiamo rassegnarci al
fatto che dal punto di vista dei viaggi la nostra vita sarà piuttosto
monotona.»
«A prescindere dai viaggi nel tempo.» Arrossii, perché aveva detto
«la nostra vita» e mi era sembrata un'espressione così... intima.
«Direi che come minimo è la giusta ricompensa per il costante
controllo a cui siamo sottoposti» osservò Gideon. «Se non ci fossero i
viaggi nel tempo, sarei già morto di noia. Paradossale, ma vero.»
«Sinceramente, per darmi la carica a me basterebbe vedere di
tanto in tanto un bel film appassionante.»
Lanciai un'occhiata malinconica a un ciclista che zigzagava in
mezzo al traffico. Volevo tornare a casa! Le auto davanti a noi non
avanzavano neppure di un millimetro e il nostro tassista sembrava
del tutto soddisfatto della cosa.
«Se la tua famiglia vive nel sud della Francia, tu dove abiti?»
domandai a Gideon.
«Ho preso da poco un appartamento a Chelsea, dove in realtà
vado solo a fare la doccia e a dormire. Quando ci riesco.» Sospirò.
Era chiaro che negli ultimi tre giorni aveva dormito poco
esattamente come me. Forse addirittura di meno. «Prima ho vissuto a
Greenwich insieme a zio Falk da quando avevo undici anni. Quando
mia madre ha conosciuto monsieur Facciadaschiaffi e ha deciso di
lasciare l'Inghilterra, ovviamente i Guardiani hanno avuto da ridire.
In fondo mancavano solo pochi anni al mio salto di iniziazione e io
avevo ancora molte cose da imparare.»
«Tua madre ti ha lasciato qui da solo?» Mia madre non ci sarebbe
mai riuscita, questo era sicuro.
Gideon scrollò le spalle. «Voglio bene allo zio, è un tipo a posto,
quando non tira fuori quella sua aria da Gran Maestro della loggia.
In ogni caso lo preferisco mille volte al mio cosiddetto padre
putativo.»
«Ma...» non avevo il coraggio di chiederglielo, quindi abbassai la
voce a un sussurro. «Ma lei non ti manca?»
Un'altra alzata di spalle. «Fino a quindici anni, quando potevo
permettermi di viaggiare senza rischi, ho sempre trascorso le vacanze
da loro. Dopo mia madre ha cominciato a venire a Londra almeno
due volte l'anno, ufficialmente per stare con me, ma in realtà per
spendere i soldi di monsieur Bertelin. Ha un debole per
l'abbigliamento, le scarpe e i gioielli antichi. E per i ristoranti
macrobiotici a cinque stelle.»
Doveva essere proprio una madre da manuale. «E tuo fratello?»
«Raphael? Ormai si è trasformato in un vero e proprio francese.
Chiama papà Facciadaschiaffi e un giorno erediterà il suo impero di
platino. Al momento tuttavia non sembra neppure intenzionato a
prendere il diploma, quello scansafatiche. Preferisce dedicarsi alle
ragazze piuttosto che ai libri.» Gideon allungò il braccio sullo
schienale dietro di me e il mio respiro accelerò di conseguenza. «Che
cos'è quello sguardo scioccato? Forse ti faccio pena?»
«Un pochino» risposi sincera, pensando al ragazzino di undici anni
costretto a restare in Inghilterra tutto solo. In compagnia di uomini
sfuggenti e misteriosi che lo avevano obbligato a prendere lezioni di
scherma e di violino.
E di polo! «Falk non c neppure il tuo vero zio. Solo un lontano
parente.»
Qualcuno dietro di noi suonò il clacson spazientito. Il tassista
lanciò una breve occhiata allo specchietto poi ingranò la marcia
senza farsi distrarre troppo dalla lettura. C'era solo da sperare che il
capitolo non fosse troppo coinvolgente.
Gideon non sembrò far caso a quanto stava succedendo fuori.
«Falk è sempre stato come un padre per me» disse. Mi rivolse un
sorriso storto. «Sul serio, non devi guardarmi come se fossi David
Copperfield.»
Come? Perché avrei dovuto pensare che era David Copperfield!
Gideon sbuffò. «Mi riferisco al personaggio del romanzo di
Charles Dickens, non all'illusionista. Ti capita di leggere qualche libro
ogni tanto?»
Eccolo di nuovo, il vecchio Gideon pieno di sé. E pensare che io
traboccavo già di fiducia e amicizia verso di lui. Stranamente però
rimasi quasi sollevata di ritrovarmi davanti quell'insopportabile
arrogante. Assunsi un'espressione il più possibile superba e scivolai un
po' più lontano da lui. «Preferisco la letteratura moderna.»
«Davvero?» Gli occhi di Gideon lampeggiarono divertiti. «Per
esempio?»
Non poteva sapere che mia cugina Charlotte mi aveva ripetuto la
stessa identica domanda per anni e con pari arroganza. In realtà
leggevo molto e perciò ero sempre stata pronta a dare informazioni,
ma siccome Charlotte liquidava regolarmente le mie letture
definendole con disprezzo «stupide baggianate da ragazzine» alla fine
mi ero stufata e le avevo rovinato il divertimento una volta per
tutte. A volte bisogna colpire l'avversario con le sue stesse armi. Il
trucco è che parlando non bisogna mostrare la minima esitazione e si
deve inserire nel discorso almeno un famoso autore di best seller,
meglio se di lui si conosce veramente qualche libro. Altra regola: più
il nome suona esotico e straniero tanto meglio.
Alzai il mento e fissai Gideon negli occhi. «Per esempio mi
piacciono molto George Matussek, Wally Lamb, Pjotr Selvjeniki, Liisa
Tikaanenen. In generale apprezzo molto gli autori finnici, per il loro
particolare umorismo, e ho letto tutti i libri di Jack August
Merrywether, anche se l'ultimo mi ha un po' deluso. Poi ci sono
Helen Marundi, naturalmente, Tahuro Yashamoto, Lawrence Delaney
oltre a Grimphook, Tsherkowsky, Maland, Pitt...»
Gideon mi fissava perplesso.
Alzai gli occhi al cielo. «Rudolf Pitt, non Brad.»
Lui sollevò impercettibilmente gli angoli della bocca.
«Devo dire tuttavia che Neve d'ametista non mi è piaciuto» mi
affrettai ad aggiungere. «Troppe metafore ampollose, non trovi anche
tu? Mentre lo leggevo continuavo a pensare che dovesse averglielo
scritto qualcun altro.»
«.Neve d'ametista?» ripete Gideon sorridendo. «Sì, hai ragione è
terribilmente ampolloso. Al contrario La valanga d'ambra mi è
piaciuto un sacco.»
Non potei fare a meno di ricambiare il suo sorriso. «Sì, con La
valanga d'ambra si è proprio meritato il premio nazionale austriaco
per la letteratura. Che te ne pare di Takoshi Mahuro?»
«L'opera giovanile è eccellente, ma il fatto che continui a
rielaborare i suoi traumi infantili alla lunga mi sembra un po' noioso»
osservò Gideon. «Tra gli autori giapponesi preferisco Yamamoto
Kawasaki oppure Haruki Murakami.»
Scoppiai in una risata irrefrenabile. «Murakami esiste davvero!»
«Lo so» rispose Gideon. «Charlotte mi ha regalato un suo libro. La
prossima volta che parleremo di libri, le consiglierò Neve d'ametista.
Come si chiama l'autore?»
«Rudolf Pitt.» Charlotte gli aveva regalato un libro? Ma che
pensiero - hmm - gentile da parte sua. Un'idea veramente originale.
E per il resto che cosa facevano insieme, a parte parlare di libri? Il
mio buonumore fu spazzato via. Come facevo a starmene seduta fi a
parlare con Gideon come se tra noi non fosse mai successo niente?
Prima di tutto avremmo dovuto chiarire un paio di cosette. Lo
guardai e feci un profondo respiro, senza sapere con precisione che
cosa volessi chiedergli.
Perché mi hai baciata?
«Siamo quasi arrivati» annunciò Gideon.
Guardai fuori dal finestrino, distratta. Proprio così; a quanto
sembrava, durante il nostro scambio di vedute sulla letteratura, il
tassista doveva aver messo da parte il libro e proseguito il viaggio e
adesso era in procinto di svoltare in Crown Office Row nel distretto
di Tempie, dove aveva sede la società segreta dei Guardiani. Poco
dopo fermò il taxi in uno dei posti riservati accanto a una scintillante
Bentley.
«È sicuro che possiamo fermarci qui?»
«È tutto a posto» gli garantì Gideon scendendo. «No, Gwendolyn,
tu resta pure dentro, mentre vado a prendere i soldi» mi disse
quando feci per scendere a mia volta. «Non dimenticare: qualunque
cosa ci chiedano, lascia parlare me. Torno subito.»
«Il tassametro scorre» brontolò il tassista.
Guardammo Gideon scomparire tra le antiche e rispettabili
dimore di Tempie e solo allora compresi che ero stata lasciata in
macchina come pegno.
«Siete gente di teatro?» mi domandò il tassista.
«Come dice?» Che cos'era quell'ombra svolazzante sopra di noi?
«Lo chiedevo per via dei vostri buffi vestiti.»
«No. Lavoriamo in un museo.» Dal tettuccio dell'auto
provenivano strani fruscii. Come se un uccello si fosse posato lì
sopra. Un grosso uccello. «Che cos'è?»
«Che cosa?» chiese il tassista.
«Credo che un corvo o qualcosa del genere si sia posato sull'auto»
risposi speranzosa. Ma naturalmente non fu un corvo quello che
sporse il muso oltre il tettuccio e guardò dentro il finestrino. Era il
piccolo doccione di Belgravia. Alla vista della mia espressione
raccapricciata, il suo muso da gatto si illuminò di uh sorriso di
trionfo e un getto d'acqua dalla sua bocca inondò il parabrezza.
L'amore non conosce ostacoli; né porta né serratura,
a passare sempre riuscirà.
L'amore non ha principio, batte le ali per sua natura,
e per sempre le batterà.
Matthias Claudius (1740-1815)
Capitolo 2
«Sei sorpresa, eh?» esclamò il piccolo doccione. Non aveva smesso
un momento di parlare con me da quando ero scesa dal taxi. «Non è
tanto facile liberarsi di noi.»
«Sì, va bene. Senti...» Lanciai un'occhiata nervosa verso il taxi.
Avevo detto al tassista che dovevo prendere subito una boccata
d'aria fresca perché mi sentivo poco bene e ora lui mi fissava con
sospetto chiedendosi come mai stessi parlando con il muro della
casa. Di Gideon ancora nessuna traccia.
«Inoltre so volare.» Per dimostrarmelo spiegò le ali. «Come un
pipistrello. Più veloce di qualunque taxi.»
«Stammi a sentire: il fatto che riesca a vederti non significa che...»
«Vedermi e sentirmi!» mi interruppe lui. «Sai la cosa buffa? L'ultima
che riusciva a vedermi e sentirmi era Madame Tussaud, che
purtroppo non dava molta importanza alla mia compagnia. Di solito
mi spruzzava d'acqua benedetta e pregava. La poverina era piuttosto
impressionabile.» Alzò gli occhi al cielo. «Sai com'è: troppe teste
mozzate...» Spruzzò un altro getto d'acqua, stavolta proprio davanti
ai miei piedi.
«Smettila!»
«Scusa! È l'agitazione. Un piccolo ricordo di quando stavo sulla
grondaia.» Avevo poche speranze di riuscire a liberarmi di lui, ma
volevo almeno provarci. In maniera amichevole. Mi chinai verso di
lui fino a trovarmi all'altezza dei suoi occhi. «Sei davvero un tipo in
gamba, ma non puoi assolutamente restare con me! La mia vita è già
abbastanza complicata e sinceramente mi bastano i fantasmi che
conosco. Quindi ti prego di sparire.»
«Io non sono un fantasma» obiettò il doccione offeso. «Sono un
demone. O, meglio, ciò che resta di un demone.»
«Dove sarebbe la differenza?» esclamai spazientita. «Io non dovrei
vedere né fantasmi né demoni, lo capisci! Devi tornare alla tua
chiesa.»
«Dove sarebbe la differenza? Ma come! I fantasmi sono solo
proiezioni di persone morte che per qualche motivo non vogliono
lasciare questo mondo. Io da vivo ero un demone. Non puoi
confondermi con un fantasma qualunque. E comunque quella non è
la mia chiesa. È solo che mi piace stare da quelle parti.»
Il tassista intanto mi guardava a bocca aperta. Dal finestrino
aperto evidentemente aveva sentito ogni parola, ogni mia parola.
Mi massaggiai la fronte. «Non m'interessa. In ogni caso non puoi
restare con me.»
«Di che cosa hai paura?» Il doccione mi si avvicinò fiducioso e
inclinò la testa di lato. «Oggigiorno nessuno viene più messo sul rogo
per stregoneria, solo perché vede e sa qualcosa in più delle persone
normali.»
«Oggigiorno però chi parla con i fantasmi - cioè , con i demoni finisce ricoverato in psichiatria» ribattei. «Ma non capisci che...»
Lasciai perdere. Non sarebbe servito a niente. Con le buone non
avrei ottenuto alcun risultato. Per questo aggrottai la fronte e dissi
nella maniera più brusca possibile: «Il fatto che io abbia la sfortuna di
riuscire a vederti non ti dà il diritto di esigere la mia compagnia».
Il doccione rimase impassibile. «Tu però puoi avere la mia,
fortunata creatura...»
«Te lo dico una volta per tutte: mi scocci! Quindi, per favore,
vattene!» ringhiai.
«No, non farlo! Poi te ne pentiresti. Ecco che torna il tuo
amichetto.» Fece una smorfia e schioccò le labbra in un bacio sonoro.
«Ma stai zitto.» Vidi Gideon avvicinarsi a grandi passi. «E sparisci
una buona volta.» Queste parole le sibilai senza muovere le labbra,
come un ventriloquo. Il doccione naturalmente non si fece
impressionare.
«Modera i toni, ragazza!» disse divertito. «Ricorda che, quando si
grida nel bosco, si ottiene sempre l'eco.»
Gideon non era solo. Alle sue spalle vidi ondeggiare la figura
tonda di Mr George, costretto a correre per stare al passo con
Gideon. Non appena mi vide assunse un'espressione raggiante.
Io mi rialzai e mi lisciai l'abito.
«Gwendolyn, grazie al cielo» disse Mr George mentre si asciugava
il sudore dalla fronte con il fazzoletto. «Tutto a posto, ragazza mia?»
«Il piccoletto ciccione è proprio senza fiato» commentò il
doccione.
«Magnificamente, Mr George. Abbiamo solo incontrato qualche
piccolo, hmm, problemino.»
Gideon, che stava pagando il tassista, mi lanciò un'occhiata
d'avvertimento da sopra il tettuccio del taxi.
«...con il tempismo» mormorai guardando il tassista che uscì dal
parcheggio scrollando la testa e se ne andò.
«Già, Gideon mi stava dicendo che c'è stata qualche
complicazione. È inconcepibile che possa esistere una lacuna nel
sistema. Dobbiamo analizzare a fondo la cosa. E magari cambiare
strategia. La cosa principale, comunque, è che non vi sia capitato
niente.» Mr George mi offrì il braccio in un gesto piuttosto buffo, dal
momento che era una spanna più basso di me. «Vieni, ragazza mia,
c'è ancora qualcosa da fare.»
«Veramente volevo tornare subito a casa» protestai. Il demone si
arrampicò su per una grondaia e rimase appeso al tetto, cantando a
squarciagola Friends will be friends.
«Sì, certo» disse Mr George. «Ma oggi sei stata nel passato solo per
tre ore. Per essere sicuri da qui a domani, devi trasmigrare ancora un
paio d'ore. Non preoccuparti, non sarà niente di faticoso. Un
comodo scantinato dove potrai fare i compiti.»
«Ma... di sicuro la mamma mi aspetta e sarà preoccupata!» E poi
oggi era mercoledì e a casa c'era la nostra serata con pollo arrosto e
patatine. Senza parlare poi del bagno e del letto che mi aspettavano!
Pensare di fare i compiti in tali condizioni era davvero inaudito.
Qualcuno mi avrebbe scritto la giustificazione. Siccome Gwendolyn di
recente è impegnata quotidianamente in importanti missioni di viaggi nel
tempo, dovrà essere esentata dai compiti in futuro.
Il doccione continuava a cantare dal tetto e io dovevo fare un
grande sforzo di volontà per non correggerlo. Grazie a Singstar e ai
pomeriggi di karaoke con la mia amica Leslie, conoscevo alla
perfezione i testi dei Queen e sapevo che in quella canzone non si
parlava di cetrioli.
«Basteranno due ore» disse Gideon, incamminandosi a lunghe
falcate che costrinsero Mr George e me ad affrettare il passo per
tenergli dietro. «Poi potrà tornare a casa a riposare.»
Non sopportavo quando gli altri parlavano di me in mia presenza
usando la terza persona. «Bene, la cosa la rende molto felice» risposi.
«In effetti è stanchissima.»
«Telefoneremo a tua madre e le spiegheremo che tornerai a casa al
massimo per le dieci» disse Mr George.
Le dieci? Addio bella coscia di pollo. Ero pronta a scommettere
qualunque cosa che prima del mio arrivo sarebbe finita tra le fauci
del mio vorace fratellino.
«When you're through with life and all hope is lost» cantava il
doccione mentre, svolazzando e scivolando lungo il muro, scendeva
fino a terra per poi posarsi leggiadro di fianco a me.
«Le diremo che hai ancora una lezione» proseguì Mr George quasi
parlando tra sé. «Forse sarà meglio se non racconti niente della tua
avventura nel 1912, visto che lei era convinta che fossi stata mandata
a trasmigrare nel 1956.»
Intanto avevano raggiunto il quartiere generale dei Guardiani. Da
qui venivano controllati i viaggi nel tempo da secoli. La famiglia de
Villiers discendeva direttamente dal conte di Saint Germain, uno dei
più famosi viaggiatori nel tempo della linea maschile. Noi Montrose,
viceversa, eravamo la linea femminile e questo sembrava implicare
per i de Villiers che non avessimo alcuna rilevanza.
Era stato il conte di Saint Germain a inventare i viaggi nel tempo
controllati con l'aiuto del cronografo e sempre lui aveva dato
l'ordine bislacco di inserire assolutamente tutti i dodici viaggiatori nel
tempo nel cronografo.
Ormai mancavano solo Lucy, Paul, Lady Tilney e una certa Tussi,
una dama di corte di cui non ricordavo il nome. A loro bisognava
ancora prelevare qualche goccia di sangue.
La domanda cruciale era questa: che cosa sarebbe accaduto
quando i dodici viaggiatori nel tempo fossero stati inseriti e il cerchio
si fosse chiuso? Nessuno sembrava saperlo con precisione. I
Guardiani si comportavano come dei veri e propri lemming quando
si parlava del conte. In confronto una cieca adorazione era niente!
A me invece si chiudeva letteralmente la gola al pensiero di Saint
Germain, perché il mio unico incontro con lui nel passato era stato
tutt'altro che piacevole.
Davanti a me Mr George arrancava per la scala d'ingresso. La sua
figura rotondetta come sempre emanava un che di confortante. In
ogni caso era praticamente l'unico di tutta la combriccola del quale
mi fidassi. A parte Gideon, anche se, no, nel suo caso non si poteva
parlare di fiducia.
L'edificio della loggia non era diverso da tutte le altre costruzioni
che fiancheggiavano i vicoli intorno alla chiesa di Tempie ed erano
occupate principalmente da studi legali e dagli alloggi dei docenti
dell'Istituto di Giurisprudenza. Io però sapevo che la sede
dell'organizzazione era molto più grande e decisamente meno
modesta di quanto apparisse all'esterno e che la parte più estesa era
nel sotterraneo.
Giunti sulla porta, Gideon mi trattenne e mi sibilò all'orecchio:
«Ho detto che eri molto spaventata, quindi fammi il favore di
sembrare un po' sconvolta, se stasera vuoi tornare presto a casa».
«Mi pareva di farlo sempre» mormorai.
«Vi aspettano nella sala del drago» ansimò Mr George
dall'ingresso. «Voi cominciate ad avviarvi, io dirò a Mrs Jenkins di
portarvi qualcosa da mangiare. Scommetto che siete affamati.
Qualche desiderio particolare?»
Prima che potessi manifestare le mie preferenze, Gideon mi aveva
afferrato per un braccio conducendomi via. «Se possibile molto di
tutto!» gridai girando la testa verso Mr George, prima che Gideon mi
trascinasse oltre una porta in un altro corridoio. Con la mia gonna
lunga e stretta rischiai di inciampare.
Il doccione intanto saltellava leggiadro accanto a noi. «Non mi
sembra che il tuo amichetto sia molto educato» osservò. «In genere
questo è il modo con cui si trascina una capra al mercato.»
«Non tirarmi così» dissi a Gideon.
«Prima la facciamo finita, prima potrai tornare a casa.» Le sue
parole erano dettate dalla sollecitudine nei miei confronti, oppure
dal fatto che voleva liberarsi di me?
«Sì, ma... forse piacerebbe partecipare anche a me, ci hai pensato?
Ho un sacco di domande e sono stufa di non ricevere risposte.»
Gideon rallentò leggermente il passo. «In ogni caso oggi nessuno
ti risponderebbe, oggi vogliono sapere soltanto com'è possibile che
Lucy e Paul ci abbiano intercettato. E purtroppo tu resti ancora la
nostra principale sospettata.»
Quel nostra mi provocò una fitta nel petto e la cosa mi irritò a
non finire.
«Io sono l'unica a non sapere niente di tutta la faccenda!»
Gideon sospirò. «Ho già cercato di spiegartelo una volta. Adesso
sei all'oscuro di tutto e... innocente, ma nessuno sa che cosa potrai
fare in futuro. Non dimenticare che potresti viaggiare nel passato e
informare Lucy e Paul della nostra visita.» S'interruppe. «Cioè...
avresti potuto informarli.»
Alzai gli occhi al cielo. «Anche tu avresti potuto farlo! E,
soprattutto, perché dovrebbe essere proprio uno di noi due? Non
potrebbe essere stata Margret Tilney a lasciare un messaggio nel
passato? Oppure i Guardiani? Avrebbero potuto dare una lettera a
uno dei viaggiatori nel tempo, da qualche tempo in qualunque
tempo...»
«Eh?» esclamò il doccione che ora svolazzava sopra di noi.
«Qualcuno potrebbe spiegarmi di che cosa state parlando? Non ci
capisco un'acca.»
«Certo, esistono diverse spiegazioni possibili» disse Gideon
rallentando ulteriormente. «Ma oggi ho avuto l'impressione che Lucy
e Paul ti abbiano, come dire, colpito.» Si fermò, mi lasciò il braccio e
mi fissò serio. «Tu avresti parlato con loro, avresti creduto alle loro
fandonie, forse avresti acconsentito a mettere il tuo sangue nel
cronografo rubato, se non ci fossi stato io a impedirtelo.»
«No, non l'avrei fatto» replicai. «Di sicuro però mi sarebbe
piaciuto ascoltare quello che avevano da dirci. Non mi hanno fatto
una cattiva impressione.»
Gideon annuì. «Proprio come dicevo io. Gwendolyn, questa gente
vuole distruggere un segreto custodito per centinaia di anni.
Vogliono rimpossessarsi di qualcosa che non gli appartiene. Per farlo
gli basta avere il nostro sangue. Non credo che si fermerebbero
davanti a niente pur di ottenerlo.» Si scostò una ciocca castana dalla
fronte e io trattenni involontariamente il respiro.
Dio, quant'era bello! Quegli occhi verdi, le labbra piene ben
disegnate, la pelle chiara: tutto di lui era semplicemente perfetto. E
poi aveva un buon profumo, tanto che per un secondo accarezzai il
pensiero di posare la testa sul suo petto. Ma naturalmente non lo
feci.
«Forse ti sei dimenticato che anche noi vogliamo il loro sangue. E
poi sei stato tu a puntare una pistola alla testa di Lucy, e non
viceversa» precisai. «Lei era disarmata.»
Sulla fronte di Gideon comparve una ruga di collera.
«Gwendolyn, non essere tanto ingenua. Siamo stati attirati in una
trappola, per quanto inspiegabilmente. Lucy e Paul avevano rinforzi
armati, la proporzione era di quattro a uno.»
«Due!» lo corressi. «C'ero anch'io.»
«Cinque, se si conta Lady Tilney. Senza la mia pistola a quest'ora
probabilmente saremmo morti. Quantomeno sarebbero riusciti a
prelevarci il sangue con la forza, era proprio quello il loro scopo. E
tu avresti voluto parlare con loro?»
Mi morsi il labbro.
«Pronto?» intervenne il doccione. «C'è qualcuno che pensa anche a
me? Io non ci capisco proprio niente!»
«Capisco che tu sia confusa» disse Gideon con molta più dolcezza,
anche se la sua voce tradiva una nota di inconfondibile superiorità.
«In questi ultimi giorni hai vissuto e imparato troppe cose. Eri del
tutto impreparata. Come potresti capire che cosa sta succedendo?
Hai bisogno di farti una bella dormita. Quindi vediamo di
concludere in fretta la cosa.» Mi afferrò di nuovo per un braccio e mi
spinse in avanti. «Io parlerò e tu confermerai la mia storia, ok?»
«Va bene, è la ventesima volta che me lo ripeti!» esclamai stizzita,
puntando i piedi davanti a una targhetta di ottone con la scritta
Ladys. «Potete cominciare senza di me, dato che devo andare in
bagno dal giugno 1912.»
Gideon mi lasciò. «Sei capace di trovare da sola la strada fino al
piano superiore?»
«Ma certo» risposi, pur non essendo affatto sicura di potermi
fidare del mio senso dell'orientamento. Quell'edificio aveva troppi
corridoi, troppe scale, curve e porte.
«Bravissima! Finalmente ci siamo liberati di quello scocciatore»
disse il doccione. «Ora puoi spiegarmi con tutta calma che cosa sta
succedendo.»
Aspettai di vedere Gideon scomparire oltre l'angolo successivo,
poi aprii la porta del bagno e mi rivolsi brusca al doccione: «Sbrigati,
entra qui!»
«Come?» Lui mi lanciò un'occhiata offesa. «Al gabinetto? Senti, mi
sembra veramente...»
«Non mi interessa quello che ti sembra. Non ci sono molti posti
dove poter chiacchierare in pace con un demone e non voglio
rischiare che qualcuno ci senta! Avanti, dentro!»
Il doccione si tappò il naso e mi seguì controvoglia nel bagno.
C'era solo un vago odore di disinfettante e limone. Gettai una breve
occhiata nel cubicolo. Nessuno. «Ora ascoltami bene: so che non
potrò liberarmi tanto velocemente di te, ma se vuoi restare con me
dovrai rispettare qualche semplice regola, chiaro?»
«Non infilarmi le dita nel naso, non dire parolacce, non
spaventare i cani...» elencò il doccione.
«Come? No, quello che voglio che tu rispetti è la mia sfera
privata. Di notte voglio poter starmene da sola in bagno e nel caso
capiti di nuovo che qualcuno mi bacia» - dovetti fare una pausa a
questo punto - «non vorrei avere testimoni, è chiaro?»
«Tzè» sbuffò il doccione. «Senti da che pulpito. Dalla bocca di una
che mi ha trascinato al gabinetto.»
«Allora siamo d'accordo? Rispetterai la mia sfera privata?»
«Di sicuro non voglio guardarti mentre fai la doccia oppure - che
schifo! - mentre baci qualcuno» confermò con enfasi il doccione.
«Non devi preoccuparti per questo. E in genere trovo anche
piuttosto noioso guardare la gente mentre dorme. Quel russare e
quello sbavare, per non parlare di tutto il resto...»
«Inoltre non devi intervenire quando sono a scuola, oppure
quando parlo con qualcuno, e per favore, se proprio vuoi cantare,
non farlo davanti a me!»
«Ma sono molto bravo a imitare il suono di una tromba, sai?»
obiettò il doccione. «Oppure di un corno da postiglione. Hai un
cane?»
«No!» Feci un profondo respiro. Con un tipo del genere avrei
avuto bisogno di nervi d'acciaio.
«Non puoi procurartene uno? Potrebbe andare anche un gatto,
ma sono sempre così arroganti e non si arrabbiano facilmente. Certi
uccelli possono vedermi. Hai un uccello?»
«Mia nonna non sopporta gli animali domestici» dichiarai,
trattenendomi dall'aggiungere che molto probabilmente avrebbe
avuto a che ridire anche di fronte a quelli invisibili. «Allora,
ricominciamo dal principio: io sono Gwendolyn Shepherd. Piacere di
conoscerti.»
«Xemerius» rispose il doccione raggiante. «Molto piacere.» Si
arrampicò sul lavandino e mi guardò negli occhi. «Sul serio! Molto,
davvero molto piacere! Mi compri un gatto?»
«No. E adesso esci, perché mi scappa sul serio.»
«Blah.» Xemerius attraversò veloce la porta con un balzo e lo
sentii ricominciare a cantare Friends will be friends in corridoio.
Rimasi in bagno molto più a lungo del necessario. Mi lavai
accuratamente le mani e mi sciacquai generosamente il viso con
l'acqua fresca, nella speranza di schiarirmi le idee. Purtroppo non mi
riuscì di fermare il vorticoso carosello di pensieri che mi occupava la
mente. Mi guardai allo specchio: sembrava che una cornacchia mi
avesse fatto il nido in testa, allora cercai di lisciarmi i capelli con le
dita e di assumere un'espressione allegra. Come avrebbe fatto la mia
amica Leslie se fosse stata qui.
«Ancora un paio d'ore e sarà finito tutto, Gwendolyn. Comunque
complimenti, nonostante la stanchezza e la fame, non hai poi un
aspetto così terribile.»
La mia immagine riflessa mi lanciò un'occhiata carica di
rimprovero con i suoi occhi sgranati e cerchiati.
«D'accordo, non è vero» riconobbi. «Sei orribile. Ma, tutto
sommato, è capitato anche di peggio. Pensa a come eri ridotta
quando avevi la varicella. Quindi, animo! Ce la farai.»
Xemerius si era appeso come un pipistrello a un lampadario in
corridoio. «Che posto tetro» dichiarò. «È appena passato un templare
con un braccio solo. Lo conosci?»
«No» risposi. «Grazie al cielo no. Vieni, dobbiamo andare da
questa parte.»
«Mi spieghi la storia dei viaggi nel tempo?»
«Non la capisco nemmeno io.»
«Mi compri un gatto?»
«No.»
«Io però so dove si possono prendere gratis. Ehi, dentro
quell'armatura c'è un uomo.»
Gettai un'occhiata di sottecchi all'armatura. In effetti mi parve di
vedere scintillare un paio d'occhi dietro l'elmo chiuso. Era la stessa
armatura alla quale il giorno prima avevo dato una pacca esuberante
sulla spalla, convinta che fosse una scultura decorativa.
Sembravano trascorsi anni da ieri.
Davanti alla porta della sala del drago mi imbattei in Mrs Jenkins,
la segretaria. Teneva un vassoio tra le braccia e fu grata che le aprissi
la porta.
«Per il momento solo tè e biscotti, tesoro» mi disse con un sorriso
di scuse. «Mrs Mallory è già andata a casa e ho dovuto guardare io
stessa che cosa potevo trovare in cucina per due ragazzi affamati.»
Annuii educata, ma ero sicura che, con un po' di attenzione, si
sarebbe potuto sentire il mio stomaco che brontolava «ordina
qualcosa dal cinese».
Nella sala trovai ad aspettarmi lo zio di Gideon, Falle, che con i
suoi occhi d'ambra e la chioma brizzolata mi faceva sempre pensare
a un lupo, il rigido dottor White dall'aria tetra, con il suo
immancabile abito nero, e - con mia sorpresa - anche il mio
professore di inglese e storia, Mr Whitman, soprannominato
scoiattolo. Il mio disagio raddoppiò e mi cincischiai imbarazzata il
nastro azzurro del vestito. Quella mattina Mr Whitman aveva
sorpreso me e Leslie a marinare la scuola e ci aveva fatto la predica.
Inoltre aveva confiscato il faldone con il materiale raccolto da Leslie.
Che appartenesse alla cerchia interna dei Guardiani finora era stata
solo una supposizione da parte nostra, ma ora veniva ufficialmente
confermata.
«Eccoti, finalmente, Gwendolyn» mi salutò Falk de Villiers in tono
amichevole ma senza sorridere. Avrebbe avuto bisogno di un
barbiere, ma forse era uno di quegli uomini che, pur radendosi al
mattino, la sera avevano già una barba di tre giorni. Forse dipendeva
dall'ombra scura intorno alla bocca, ma in ogni caso sembrava molto
più teso e serio del giorno precedente e anche di qualche ora prima.
Un capobranco nervoso.
Mr Whitman tuttavia mi ammiccò e il dottor White borbottò
qualcosa di incomprensibile in cui colsi soltanto le parole «donne» e
«puntualità».
Accanto al dottore c'era come sempre il piccolo fantasma
bambino Robert, in apparenza l'unico contento di rivedermi, perché
infatti mi sorrise raggiante. Robert era il figlio del dottor White, era
annegato in una piscina all'età di sette anni e da allora seguiva il
padre passo passo. A parte me non poteva vederlo nessuno e,
siccome il dottore era onnipresente, non avevo ancora avuto la
possibilità di intavolare un dialogo sensato con Robert, per esempio
per scoprire come mai si trovasse ancora sulla terra.
Gideon era appoggiato a braccia conserte a uno dei pannelli di
legno finemente intagliati che rivestivano le pareti. Mi degnò di
un'occhiata fugace, poi si soffermò a fissare i biscotti sul vassoio di
Mrs Jenkins. Penso che il suo stomaco brontolasse quanto il mio.
Xemerius si era intrufolato nella stanza prima di me e si guardava
intorno incuriosito. «Accipicchia» osservò. «Niente male la
catapecchia.» Fece un giro d'ispezione ammirando gli artistici intarsi
dei quali neppure io riuscivo mai a saziarmi. In particolare ero
attirata dalla sirena che nuotava sopra il divano. Ogni squama era
resa con grande realismo e la sua coda scintillava in tutte le tonalità
del blu e del turchese. La sala doveva il suo nome all'enorme drago
che serpeggiava sull'alto soffitto tra i lampadari, così realistico da
dare l'impressione di poter spiegare le ali e spiccare il volo da un
momento all'altro.
Alla vista di Xemerius, Robert spalancò gli occhi stupito e si
nascose dietro le gambe del padre.
Io avrei voluto dirgli: «Stai tranquillo, non ti farà niente, vuole
solo giocare» (augurandomi che fosse vero), ma parlare di un
demone con un fantasma in presenza di altre persone che non erano
in grado di vedere né l'uno né l'altro non è mai consigliabile.
«Vado a vedere se trovo qualcos'altro da mangiare in cucina»
annunciò Mrs Jenkins.
«A quest'ora dovrebbe essere andata a casa già da tempo, Mrs
Jenkins» disse Falk de Villiers. «Negli ultimi tempi fa troppe ore di
straordinario.»
«Sì, vada pure a casa» l'apostrofò brusco il dottor White. «Di sicuro
qui nessuno morirà di fame.»
Io sì! Ed ero sicura che anche Gideon la pensasse come me.
Quando i nostri sguardi si incrociarono, lui sorrise.
«Dei biscotti tuttavia non costituiscono un sano pasto per dei
bambini» obiettò Mrs Jenkins a bassa voce. Ovviamente io e Gideon
non eravamo più bambini, ma ci meritavamo comunque un pasto
come si deve. Peccato che Mrs Jenkins fosse l'unica a condividere la
mia opinione, perché purtroppo non aveva un grande ascendente.
Sulla porta si scontrò con Mr George che sopraggiungeva trafelato
reggendo due pesanti volumi rilegati in cuoio.
«Ah, Mrs Jenkins» disse. «Grazie per il tè. Ora può andare e, mi
raccomando, si ricordi di chiudere l'ufficio.»
Mrs Jenkins fece una smorfia piena di disapprovazione, ma si
limitò a replicare cortese: «A domani».
Mr George richiuse la porta sbuffando e posò i pesanti tomi sul
tavolo. «Eccomi. Possiamo partire. Con quattro membri della cerchia
interna non siamo in grado di deliberare, ma domani saremo quasi
al completo. Sinclair e Hawkins come annunciato non sono
disponibili e hanno delegato me per il voto. Oggi si tratta soltanto di
definire una direzione di marcia generale.»
«Sarà meglio sederci.» Falk indicò le sedie collocate intorno al
tavolo proprio sotto il drago intagliato e tutti si accomodarono.
Gideon appese la finanziera alla spalliera della sedia di fronte a
me e si arrotolò le maniche della camicia. «Lo ripeto: Gwendolyn
non dovrebbe partecipare a questa riunione. È stanca e molto
impaurita. Dovrebbe trasmigrare e poi essere riaccompagnata a
casa.»
E prima qualcuno dovrebbe ordinare una pizza con doppia farcitura al
formaggio.
«Niente paura, Gwendolyn dovrà soltanto
brevemente le sue impressioni» spiegò Mr George.
riassumerci
«Quindi la porterò io stesso di sotto nella stanza del cronografo.»
«A me non dà l'impressione di essere particolarmente impaurita»
borbottò il nero dottor White. Robert, il piccolo fantasma, era in
piedi dietro la spalliera della sua sedia e guardava incuriosito verso il
divano dove stava stravaccato Xemerius.
«Che cos'è quella cosa?» mi chiese.
Io naturalmente non risposi.
«Non sono una cosa. Sono un amico di Gwendolyn» rispose
Xemerius al posto mio, facendogli la linguaccia. «Forse addirittura il
migliore. Mi comprerà un cane.»
Gettai un'occhiata severa verso il divano.
«È accaduto l'impossibile» annunciò Falk. «Quando Gideon e
Gwendolyn sono andati a trovare Lady Tilney, qualcuno li aspettava
già. Tutti i presenti possono testimoniare che abbiamo scelto la data
e l'ora della visita in maniera del tutto arbitraria. Tuttavia Lucy e Paul
li stavano aspettando. Non può essersi trattato di una coincidenza.»
«Ciò significa che qualcuno doveva averli avvisati del loro arrivo»
disse Mr George mentre sfogliava uno dei volumi. «Resta da scoprire
chi sia stato.»
«Piuttosto quando» obiettò il dottor White guardandomi.
«E a quale scopo» aggiunsi io.
Gideon corrugò la fronte. «Lo scopo è chiaro. Hanno bisogno del
nostro sangue per inserirlo nel cronografo che hanno rubato. Per
questo si erano portati dietro dei rinforzi.»
«Negli annali non si fa parola della vostra visita» disse Mr George.
«Eppure avete avuto contatti con almeno tre Guardiani, senza
contare le sentinelle all'ingresso. Vi ricordate i loro nomi?»
«Siamo stati accolti dal primo segretario in persona.» Gideon si
scostò un ricciolo dalla fronte. «Burghes, o un nome simile. Ha detto
che i fratelli Jonathan e Timothy de Villiers erano attesi per
trasmigrare nel tardo pomeriggio, mentre Lady Tilney lo aveva già
fatto di primo mattino. Poi un uomo di nome Winsley ci ha portato
in carrozza sino a Belgravia. Avrebbe dovuto aspettarci fuori, ma
quando siamo usciti la carrozza era scomparsa. Siamo dovuti
scappare a piedi e aspettare il salto in un nascondiglio.»
Mi sentii arrossire al ricordo della nostra attesa nel nascondiglio.
Mi affrettai a prendere un biscotto facendomi scivolare i capelli
davanti alla faccia.
«La relazione di questa giornata è stata scritta da un Guardiano
della cerchia interna, un certo Frank Mine. Si compone di poche
righe, in cui parla del tempo e poi di un corteo di protesta delle
suffragette nella City, annotando quindi che Lady Tilney si era
presentata puntuale per trasmigrare. Nessun avvenimento
particolare. I gemelli de Villiers non sono nominati, ma all'epoca
erano già membri della cerchia interna.» Mr George richiuse il
volume con un sospiro. «Molto strano davvero. Il tutto lascia
supporre un complotto al nostro interno.»
«L'interrogativo principale resta: come potevano Lucy e Paul
sapere che voi due sareste comparsi da Lady Tilney quel giorno a
quell'ora?» domandò Mr Whitman.
«Puh» sbuffò Xemerius dal divano. «Con tutti questi nomi c'è da
perdere la testa.»
«La spiegazione è lampante» dichiarò il dottor White guardando
ostentatamente verso di me.
Tutti assunsero un'espressione tetra e pensierosa, me compresa. Io
non avevo fatto niente, ma evidentemente qui tutti presumevano
che in futuro avrei sentito la necessita di rivelare a Lucy e Paul
quando saremmo andati a trovare Lady Tilney, chissà per quale
motivo. Era una situazione davvero intricata e più ci pensavo più mi
sembrava illogico. Di colpo mi sentii molto sola.
«Certo che voialtri siete gente proprio tarata» esclamò Xemerius
balzando dal sofà e andandosi ad appendere a testa in giù a uno dei
lampadari. «Viaggi nel tempo? Noialtri ne abbiamo viste tante di
cose strane, ma anche per me è un territorio sconosciuto.»
«C'è una cosa che non riesco a capire» dissi. «Perché si aspettava
che ci fosse scritto qualcosa della nostra visita in quegli annali, Mr
George? Voglio dire, se ci fosse stato, l'avrebbe già visto e avrebbe
saputo che quel giorno ci saremmo recati lì e che cosa ci sarebbe
accaduto. Oppure succede come in quel film con Ashton Kutcher?
Tutte le volte che uno di noi torna dal passato l'intero futuro è
cambiato?»
«È una domanda molto interessante e molto filosofica,
Gwendolyn» osservò Mr Whitman come se fossimo in classe durante
una sua lezione. «Non conosco il film di cui parli, ma in effetti,
secondo le leggi della logica, il minimo cambiamento nel passato
può avere un'enorme portata sul futuro. A tale proposito, Ray
Bradbury, in un suo racconto...»
«Forse sarà meglio rimandare le discussioni filosofiche a un altro
momento» lo interruppe Falk. «Ora mi piacerebbe conoscere i
particolari dell'imboscata a casa di Lady Tilney e sapere come siete
riusciti a fuggire.»
Lanciai un'occhiata a Gideon. Che si accomodasse pure a riferire la
sua versione purgata dalla pistola. Da parte mia, presi un altro
biscotto.
«Siamo stati fortunati» disse Gideon con un tono tranquillo. «Mi
sono accorto subito che c'era qualcosa che non andava. Lady Tilney
non sembrava neppure sorpresa di vederci. La tavola era
apparecchiata e, quando sono spuntati Paul e Lucy e il maggiordomo
si è piazzato davanti alla porta, io e Gwendolyn siamo scappati dalla
porta di servizio passando per la stanza adiacente. La carrozza era
scomparsa, perciò ci siamo messi a correre.» Non sembrava che gli
costasse troppa fatica mentire. Nessun rossore sospetto, nessun
fremito di ciglia, niente sguardo teso verso l'alto, neppure l'ombra di
un'esitazione nella voce. Tuttavia avevo l'impressione che nella sua
versione della storia mancasse quel certo qualcosa da renderla
credibile.
«Singolare» osservò il dottor White. «Se l'agguato fosse stato
progettato con cura, sarebbero stati armati e avrebbero fatto in
modo di bloccarvi ogni possibile via di fuga.»
«Aiuto, mi gira la testa» disse Xemerius dal divano. «Odio queste
forme verbali che mescolano futuro e passato con un condizionale.»
Rivolsi un'occhiata carica d'aspettativa a Gideon. Adesso sì che
doveva farsi venire in mente qualcosa se voleva tener fede alla sua
versione senza pistola.
«Credo che siamo riusciti a coglierli di sorpresa» disse Gideon.
«Hmmm» fece Falk. Anche gli altri avevano un'espressione
tutt'altro che convinta. Naturale! Gideon aveva rovinato tutto!
Quando si mentiva, bisognava offrire particolari di scarso interesse
per confondere le idee.
«Siamo stati davvero molto veloci» intervenni precipitosamente.
«La scala di servizio doveva essere stata appena lucidata, ho rischiato
di cadere, in realtà l'ho scesa più che altro scivolando. Se non mi fossi
tenuta al corrimano, adesso mi ritroverei con l'osso del collo
spezzato nel 1912.
Che cosa succede in realtà se si muore durante un salto nel
tempo? Il cadavere torna da solo nella sua epoca? Comunque, di
sicuro siamo stati fortunati a trovare la porta di servizio aperta
perché proprio in quel momento stava entrando una cameriera con
un cesto della spesa. Era una tipa bionda e grassa. Per un attimo ho
temuto che Gideon volesse travolgerla, c'erano delle uova nel
paniere, sarebbe stato proprio un grosso guaio. Però siamo riusciti a
schivarla e siamo usciti di corsa per strada. Ho tutte le vesciche ai
piedi.»
Gideon si era appoggiato allo schienale della sedia a braccia
conserte. Non riuscivo a interpretare il suo sguardo, ma di sicuro non
era né di approvazione né di gratitudine.
«La prossima volta mi metterò le scarpe da tennis» dichiarai nel
silenzio generale. Poi presi un altro biscotto. A parte me sembrava
che nessuno avesse fame.
«Io ho una teoria» annunciò Mr Whitman lentamente,
giocherellando con l'anello che portava alla mano destra. «E più ci
penso più sono sicuro che sia corretta. Mettiamo che...»
«Comincio a sentirmi proprio uno stupido, perché l'ho ripetuto
già tantissime volte. Secondo me lei non dovrebbe assistere a questa
riunione» disse Gideon.
La lieve spina che avevo conficcata nel cuore si trasformò in
qualcosa di più. Non ero più offesa, ero su tutte le furie.
«Ha ragione lui» concordò il dottor White. «È del tutto
sconsiderato metterla a parte delle nostre riflessioni.»
«Però i ricordi di Gwendolyn sono fondamentali per noi» obiettò
Mr George. «Ogni minimo particolare sull'abbigliamento, le parole,
l'aspetto potrebbe rivelarci quale sia l'epoca in cui si nascondono
Lucy e Paul.»
«Queste cose le saprà benissimo anche domani o dopodomani»
intervenne Falk de Villiers. «Ritengo che la cosa migliore adesso sia di
portarla di sotto a trasmigrare, Thomas.»
Mr George incrociò le braccia sull'ampio addome e tacque.
«Andrò io con Gwendolyn nel... nella stanza del cronografo a
controllare il suo viaggio nel tempo» si offrì Mr Whitman spingendo
la sedia all'indietro.
«Benissimo.» Falk annuì. «Basteranno due ore. Uno degli adepti
potrà aspettare il suo ritorno. Abbiamo bisogno di te qui.»
Rivolsi un'occhiata interrogativa a Mr George che si limitò a
scrollare le spalle rassegnato.
«Vieni, Gwendolyn.» Mr Whitman intanto si era già alzato. «Prima
finisci, prima potrai andare a letto, così domani a scuola sarai
riposata. Tra l'altro non vedo l'ora di leggere il tuo tema su
Shakespeare.»
Accidenti, che spudoratezza! Tirare fuori Shakespeare in questo
momento era proprio inaudito!
Per un istante mi chiesi se fosse il caso di protestare, ma poi ci
ripensai. Tutto sommato non avevo nessuna voglia di stare lì a
sentire ancora quelle chiacchiere idiote. Volevo tornare a casa e
dimenticarmi di tutta la storia dei viaggi nel tempo, compreso
Gideon. Che continuassero pure a discutere di segreti nella loro
stupida sala fino a stramazzare per la stanchezza. Lo auguravo in
particolare a Gideon.
Xemerius aveva proprio ragione: erano tutti tarati.
Peccato però che, nonostante tutto, non potei fare a meno di
guardare verso Gideon e di pensare una cosa tanto assurda come se
adesso mi sorride, gli perdono tutto.
Naturalmente non lo fece. Mi fissò invece con sguardo
inespressivo, senza che fosse possibile indovinare che cosa gli
passasse per la testa. Per un momento l'idea che ci fossimo baciati mi
apparve lontanissima e non so perché mi tornò in mente
all'improvviso la stupida rima inventata da Cynthia Dale, l'esperta
d'amore della nostra classe: «Occhi verdi, aria da rospo, mette
l'amore in quel posto...»
«Buonanotte» augurai sdegnosa. «Buonanotte» mi risposero tutti.
Cioè, tutti tranne Gideon. Lui disse: «Non dimentichi di bendarle gli
occhi, Mr Whitman».
Mr George sbuffò stizzito dal naso. Mentre Mr Whitman apriva la
porta e mi conduceva in corridoio, lo sentii dire: «Avete mai pensato
che forse è proprio questo atteggiamento di esclusione nei suoi
confronti che potrebbe essere la causa degli avvenimenti accaduti?»
Non ebbi modo di sentire se qualcuno gli rispondesse. La pesante
porta si richiuse silenziosamente, cancellando tutte le voci.
Xemerius si grattò la testa con la punta della coda. «Siete davvero
la combriccola più stramba che abbia mai incontrato!»
«Non avertene a male, Gwendolyn» disse Mr Whitman. Tirò fuori
dalla giacca un fazzoletto nero e me lo agitò sotto il naso. «Dopo
tutto sei l'ultima arrivata in questo gioco. La grande incognita
dell'equazione.»
Che cosa avrei potuto dire? Per me era tutto nuovo! Fino a tre
giorni fa non sapevo neppure dell'esistenza dei Guardiani. Fino a tre
giorni fa la mia vita era ancora perfettamente normale. BÈ, almeno a
grandi linee. «Mr Whitman, prima di bendarmi... potremmo passare
dall'atelier di Madame Rossini così posso recuperare le mie cose? Ho
già lasciato qui due uniformi scolastiche e ho bisogno di qualcosa da
mettere per domani. Inoltre ho anche lo zaino.»
«Ma certo.» Mentre camminava, Mr Whitman agitava
allegramente il fazzoletto in aria. «Se vuoi, ti puoi già cambiare, visto
che nel tuo viaggio nel tempo non incontrerai nessuno. In quale
anno vogliamo spedirti?»
«Direi che non ha nessuna importanza, dal momento che rimarrò
chiusa in uno scantinato» osservai.
«Certo, ma bisogna che sia un anno nel quale tu possa ritrovarti
senza problemi nel... hmmm, nel suddetto scantinato, possibilmente
senza incontrare nessuno. A partire dal 1945 non dovrebbero esserci
problemi - prima il locale veniva usato come rifugio antiaereo. Che
ne dici del 1974? È il mio anno di nascita, una buona annata.» Rise.
«O magari possiamo prendere il 30 luglio 1966. È la data della
vittoria dell'Inghilterra sulla Germania nella finale dei mondiali di
calcio. Scommetto però che il calcio non ti interessa, giusto?»
«Sicuramente no, quando me ne sto rinchiusa venti metri
sottoterra» risposi stanca.
«È solo per il tuo bene.» Mr Whitman sospirò.
«Aspetta un momento» disse Xemerius che ci svolazzava accanto.
«Continuo a non capire bene. Significa che adesso salirai su una
macchina del tempo e viaggerai nel passato?»
«Sì, esatto» risposi.
«Allora prendiamo il 1948» disse allegramente Mr Whitman.
«L'anno delle Olimpiadi di Londra.»
Siccome mi camminava davanti, non si accorse che alzavo gli
occhi al cielo.
«Viaggi nel tempo! Mi sono scelto proprio una bella amica!»
esclamò Xemerius, e per la prima volta mi parve di cogliere una nota
di rispetto nella sua voce.
La stanza dov'era custodito il cronografo si trovava sottoterra e,
sebbene fossi stata sempre bendata tutte le volte che mi ci avevano
portato, ormai avevo l'impressione di sapere più o meno dove si
trovasse. Anche perché avevo potuto lasciare la stanza sia nel 1912
sia nel 1782 per fortuna senza benda sugli occhi. Quando Mr
Whitman mi condusse per i corridoi e le scale oltre il laboratorio di
Madame Rossini, il tragitto mi risultò familiare, a parte l'ultimo
tratto, dove ebbi la sensazione che Mr Whitman facesse qualche
deviazione extra per confondermi.
«Certo che è proprio emozionante» disse Xemerius. «Perché
tengono questa macchina del tempo nascosta sottoterra?»
Sentii Mr Whitman che parlava con qualcuno, poi una pesante
porta si aprì e si richiuse e Mr Whitman mi tolse il fazzoletto dagli
occhi.
Sbattei gli occhi accecata dalla luce. Accanto a Mr Whitman c'era
un giovane dai capelli rossi con l'abito nero e l'aria un po' nervosa
che sudava per la tensione. Cercai Xemerius che per divertimento si
era messo con la testa fuori dalla porta chiusa mentre il resto del
corpo era rimasto nella stanza.
«Sono i muri più spessi che abbia mai visto» dichiarò quando
tornò da me. «Potrebbe starci benissimo un elefante tutto intero e
messo pure di traverso, non so se mi spiego.»
«Gwendolyn, questo è Mr Marley, adepto di primo grado»
annunciò Mr Whitman. «Aspetterà qui il tuo ritorno e poi ti
accompagnerà di sopra. Mr Marley, le presento Gwendolyn
Shepherd, il rubino.»
«È un vero piacere, miss.» Il giovane fece un lieve inchino.
Io gli sorrisi impacciata. «Hmmm, è un piacere anche per me.»
Mr Whitman si mise ad armeggiare intorno a una cassaforte
ultramoderna con display lampeggiante che non avevo notato
durante le mie due ultime visite qui sotto. Era nascosta dietro un
arazzo che riproduceva scene di fiabe di ambientazione medievale.
Cavalieri su destrieri con elmi piumati e damigelle con copricapi a
punta e veli erano raccolti in adorazione di un giovane seminudo
che aveva sconfitto un drago. Mentre Mr Whitman digitava la
combinazione, il giovane Mr Marley teneva lo sguardo rivolto con
discrezione sul pavimento, anche se non era necessario, perché Mr
Whitman nascondeva alla nostra vista il display con la sua ampia
schiena. Lo sportello della cassaforte si aprì con un lieve scatto e Mr
Whitman prelevò il cronografo custodito su un panno di velluto
rosso e lo depose sul tavolo.
Mr Marley trattenne il fiato stupefatto.
«Oggi è la prima volta che Mr Marley vede come viene utilizzato
il cronografo» spiegò Mr Whitman ammiccando verso di me. Con il
mento indicò una torcia tascabile posata sul tavolo. «Prendila, nel
caso ci siano problemi di elettricità. Cosi non dovrai restare al buio.»
«Grazie.» Mi domandai se fosse il caso di chiedere anche un
insetticida, di sicuro un vecchio scantinato di quel tipo doveva essere
infestato di ragni e... topi? Non era giusto spedirmi laggiù da sola.
«Potrei avere anche un bastone, per favore?»
«Un bastone? Gwendolyn, non incontrerai nessuno laggiù.»
«Però forse ci sono i topi...»
«I topi hanno più paura di noi che viceversa, credimi.»
Mr Whitman intanto aveva sfilato il cronografo dalla sua custodia
di velluto. «Stupefacente, vero, Mr Marley?»
«Sì, signore, molto impressionante, signore.» Mr Marley fissava
l'apparecchio pieno di deferenza.
«Che leccapiedi» esclamò Xemerius. «I rossi di capelli sono sempre
leccapiedi, non trovi?»
«Io me l'ero immaginato più grande» dissi. «E non avrei mai
pensato che una macchina del tempo potesse somigliare così tanto a
un orologio da parete.»
Xemerius fischiò a denti stretti. «Che pietruzze notevoli, se fossero
vere, anch'io terrei quest'affare in cassaforte.» In effetti il cronografo
era incastonato di pietre preziose decisamente grandi che
scintillavano come gioielli della corona tra le superfici dipinte e
iscritte del bizzarro apparecchio.
«Gwendolyn ha scelto il 1948» annunciò Mr Whitman aprendo
degli sportelli e mettendo in movimento minuscoli ingranaggi. «Che
cosa accadde quell'anno a Londra, Mr Marley, lo sa?»
«Ci furono i giochi olimpici, signore» rispose Mr Marley.
«Che presuntuoso» commentò Xemerius. «Quelli coi capelli rossi
sono sempre presuntuosi.»
«Molto bene.» Mr Whitman si raddrizzò. «Gwendolyn approderà
il 12 agosto di quell'anno alle ore dodici e trascorrerà lì esattamente
centoventi minuti. Sei pronta, Gwendolyn?»
Deglutii. «Ecco, veramente vorrei sapere... è proprio sicuro che
non incontrerò nessuno?» A parte ragni e topi, naturalmente. «Mr
George la volta scorsa mi aveva dato il suo anello, in modo che
nessuno mi potesse...»
«L'ultima volta eri stata mandata nell'archivio, un locale molto
usato in tutte le epoche. Questa stanza invece è vuota. Se resti
tranquilla e non esci da qui - comunque la porta sarà chiusa a chiave
- non incontrerai nessuno. Nel dopoguerra questa parte dell'edificio
era usata di rado. All'epoca in tutta la città era scoppiata la febbre
dell'edilizia in superficie.» Mr Whitman sospirò. «Che epoca
entusiasmante...»
«E se qualcuno dovesse entrare nella stanza proprio in quel
momento e mi trovasse? Almeno dovrei conoscere la parola d'ordine
del giorno.»
Mr Whitman inarcò le sopracciglia lievemente irritato. «Nessuno
verrà qui, Gwendolyn. Te lo ripeto: finirai in una stanza chiusa a
chiave dove trascorrerai centoventi minuti per poi ritornare qui
senza che nessun essere umano del 1948 se ne renda conto.
Altrimenti ci sarebbe scritto qualcosa della tua visita negli annali.
Inoltre adesso non abbiamo il tempo per controllare quale fosse la
parola d'ordine di quel giorno.»
«Partecipare è tutto» disse Mr Marley timidamente.
«Come dice, scusi?»
«La parola d'ordine durante le Olimpiadi era: partecipare è tutto.»
Mr Marley chinò lo sguardo a terra, impacciato. «Me ne ricordo
perché era l'unica che non fosse in latino.»
Xemerius alzò gli occhi al cielo e Mr Whitman si trattenne a
stento dal fare altrettanto. «Benissimo. Allora, Gwendolyn, hai
sentito. Di sicuro non ti servirà, ma se ti fa sentire meglio... ora vuoi
venire?»
Mi avvicinai al cronografo e porsi la mano a Mr Whitman.
Xemerius si posò a terra accanto a me.
«E ora?» chiese emozionato.
Ora veniva la parte più spiacevole. Mr Whitman aveva aperto
uno sportellino del cronografo dove infilò il mio dito indice.
«Credo che sia meglio se mi tengo stretto a te» disse Xemerius
cingendomi il collo da dietro come una scimmietta. Non avrei
dovuto avvertire nessuna sensazione, ma in realtà era come se
qualcuno mi avesse messo una sciarpa bagnata sulla nuca.
Mr Marley teneva gli occhi spalancati per l'emozione.
«Grazie per la parola d'ordine» gli dissi, poi feci una smorfia
quando un ago appuntito mi penetrò nel polpastrello e tutta la
stanza si riempì di luce rossa. Strinsi forte l'impugnatura della torcia,
mentre colori e persone vorticavano davanti ai miei occhi e io mi
sentivo strattonare con violenza.
Dai protocolli dell'Inquisizione
del frate domenicano Gian Petro Baribi
Archivio della Biblioteca universitaria di Padova (decifrazione,
traduzione e commento a cura del dottor M. Giordano)
23 giugno 1542, Firenze. Il capo della congregazione mi ha
confidato un caso che richiede la massima discrezione e delicatezza,
ed è di una bizzarria senza pari. Pare che Elisabetta, la figlia minore
di M.1, da dieci anni chiusa in convento, rechi in grembo un
succubus2, prodotto da una fornicazione con il diavolo.
Effettivamente io stesso mi sono convinto di una possibile
gravidanza della giovane nel corso di una visita, e ho inoltre
constatato un suo stato mentale lievemente alterato. Sebbene la
badessa, che gode della mia più totale fiducia e pare essere una
donna di sano buon senso, non escluda una naturale spiegazione del
fenomeno, il sospetto di stregoneria è stato avanzato proprio dal
padre della fanciulla. Sembra che abbia visto con i suoi stessi occhi il
diavolo che, sotto forma di un giovanotto, abbracciava la giovane in
giardino e poi si smaterializzava in una nuvola di fumo3 lasciando
dietro di sé un lieve odore di zolfo. Altre due allieve del convento
avrebbero testimoniato di aver visto spesso il diavolo in compagnia
di Elisabetta, che da lui avrebbe ricevuto regali sotto forma di pietre
preziose. Per quanto la vicenda possa apparire improbabile, alla luce
dello stretto legame di M. con R.M.4 e diversi membri del Vaticano,
mi risulta difficile dubitare della sua parola e accusare la figlia
esclusivamente di atti osceni. Per questo da domani condurrò
interrogatori con tutti gli interessati.
[1 Si può ragionevolmente presumere, con un margine di
probabilità vicino alla certezza, che il riferimento sia al conte
Giovanni Alessandro di Madrone, 1502-1572. Si veda anche Lamory,
Storia dell'aristocrazia italiana del XVI secolo, Bologna 1997, pag. 112 e
segg.
2
Qui nell'accezione di (rutto di origine demoniaca.
La nuvola di fumo e l'odore di zolfo sono forse stati inventati
dal conte per accrescere la credibilità del racconto.
3
Le iniziali R.M. sarebbero quelle di Rodolfo Medici, che fece
parlare di sé per il suo spettacolare suicidio nel 1559, si veda Pavani,
La leggenda del Medici dimenticato, Firenze 1988, pag. 212 e segg.]
4
Capitolo 3
«Xemerius?» La sensazione di umido intorno al collo era sparita.
Mi affrettai ad accendere la torcia. La stanza in cui ero approdata
tuttavia era già illuminata da una fioca lampadina appesa al soffitto.
«Salve» disse una voce.
Mi voltai di scatto. Appoggiato alla parete accanto alla porta
della stanza, ingombra di scatoloni e mobili, scorsi un giovane
pallido.
«Pppp... partecipare è tutto» balbettai.
«Gwendolyn Shepherd?» ribattè lui balbettando a sua volta.
Peci un cenno affermativo. «Come fa a sapere il mio nome?»
Il giovane tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un pezzo di carta
stropicciato e me lo porse. Anche lui sembrava agitato proprio come
me. Portava delle bretelle e piccoli occhiali tondi, aveva i capelli
biondi pettinati con la riga laterale e lisciati con molta brillantina.
Sarebbe stato perfetto in un film di gangster come il vice saccente ma
inoffensivo del commissario impassibile e fumatore incallito, che si
innamora della figlia del gangster contornata di piume di struzzo e
alla fine viene ucciso.
Mi tranquillizzai un poco e gettai una rapida occhiata intorno a
me. A parte noi due non c'era nessun altro, neppure Xemerius.
Evidentemente poteva passare attraverso i muri, ma non poteva
viaggiare nel tempo.
Presi il foglio che mi porgeva con un gesto esitante. Era una
pagina di quaderno a quadretti ingiallita e strappata malamente
lungo la perforazione. C'erano annotate con scrittura malferma e
incredibilmente familiare le seguenti parole:
Per Lord Lucas Montrose - importante!!!!
12 agosto 1948, ore dodici. Laboratorio di alchimia.
Per favore vieni da solo.
Gwendolyn Shepherd
Il cuore cominciò a battermi più forte. Lord Lucas Montrose era
mio nonno! Era morto quando io avevo dieci anni. Osservai
impensierita la linea allungata delle L. Purtroppo non c'erano dubbi:
quella zampa di gallina somigliava in maniera incontestabile alla mia
scrittura. Com'era possibile?
Alzai gli occhi verso il giovane. «Dove l'ha presa? E chi è lei?»
«L'hai scritto tu?»
«È possibile» risposi mentre la testa mi si affollava di pensieri. Se lo
avevo scritto io, perché non me ne ricordavo? «Dove l'ha preso?»
«Ce l'ho da cinque anni. Qualcuno me lo ha infilato nella tasca del
cappotto insieme a una lettera. Il giorno della cerimonia per il
secondo grado. Nella lettera c'era scritto: Chi custodisce segreti
dovrebbe conoscere anche il segreto dietro il segreto. Dimostra che non sai
solo tacere, bensì anche pensare. Nessuna firma. La calligrafia era
diversa da questa sul foglio, era più - hmmm - elegante, un po'
antiquata.»
Mi morsi il labbro inferiore. «Non capisco.»
«Neppure io. Per tutti questi anni ho pensato che si trattasse di
una specie di esame» spiegò il giovane. «Un ulteriore esame, per così
dire. Non ne ho mai parlato con nessuno, ho sempre aspettato che
qualcuno affrontasse l'argomento oppure che spuntassero nuovi
elementi. Ma non è mai successo niente. Oggi sono sceso di nascosto
qua sotto ad aspettare. In realtà non pensavo che sarebbe successo
qualcosa. Ma poi ti sei materializzata tu dal nulla. Alle dodici in
punto. Perché mi hai scritto questa lettera? Perché ci incontriamo in
questa cantina appartata? E da quale anno provieni?»
«Dal 2011» risposi. «Mi spiace, ma purtroppo non so dare risposta
alle altre domande.» Mi schiarii la voce. «Lei chi è?»
«Oh, ti chiedo scusa. Sono Lucas Montrose. Senza lord. Sono
adepto di secondo grado.»
La bocca mi si seccò di colpo. «Lucas Montrose. Bourdon Place
numero 81.»
Il giovane annuì. «È l'indirizzo dei miei genitori, sì.»
«Allora...» lo fissai negli occhi e feci un profondo respiro. «Allora
lei è mio nonno.»
«Di nuovo questa storia» sospirò lui. Poi si riscosse, si staccò dal
muro, spolverò una delle seggiole che erano accatastate in un angolo
della stanza e me la porse. «Non sarebbe meglio sederci? Mi sento le
gambe di gelatina.»
«Anch'io» ammisi, lasciandomi cadere sul sedile imbottito. Lucas
prese un'altra sedia e si accomodò di fronte a me.
«Dunque tu saresti mia nipote?» Abbozzò un sorriso. «Sai, è
un'idea piuttosto bizzarra per me. Non sono nemmeno sposato. Per
la precisione neppure fidanzato.»
«Quanti anni hai? Oh, scusa, dovrei saperlo, sei del 1924, quindi
nel 1948 hai ventiquattro anni.»
«Esatto» confermò lui. «Tra tre mesi compirò ventiquattro anni. E
tu quanti anni hai?»
«Sedici.»
«Proprio come Lucy.»
Lucy. Mi tornarono in mente le parole che mi aveva gridato
mentre scappavamo da casa di Lady Tilney.
Per me continuava a essere impossibile credere di stare seduta di
fronte a mio nonno. Cercai qualche somiglianza con l'uomo che mi
teneva sulle ginocchia raccontandomi storie emozionanti. Che mi
proteggeva da Charlotte quando lei affermava che volevo solo
darmi importanza con le mie storie dei fantasmi. Ma il volto liscio
dell'uomo di fronte a me non recava alcuna somiglianza con quello
rugoso e segnato del vecchio che avevo conosciuto. Notai invece
una certa somiglianza con mia madre, negli occhi azzurri, la linea
energica del mento, il modo di sorridere. Per un attimo chiusi gli
occhi, sopraffatta dall'intensità del momento. Era troppo per me.
«Bene, allora eccoci qua» disse Lucas sottovoce. «Sono... hmmm...
un bravo nonno?»
Mi sentivo le lacrime solleticarmi il naso e dovetti fare uno sforzo
per trattenerle. Mi limitai ad annuire.
«Gli altri viaggiatori del tempo arrivano sempre in maniera
solenne e ufficiale di sopra nella sala del drago accanto al cronografo
oppure nell'archivio» disse Lucas. «Perché tu hai scelto proprio questo
laboratorio polveroso?»
«Io non ho scelto proprio niente.» Mi passai il dorso della mano
sul naso. «Non sapevo neppure che si trattasse di un laboratorio. Alla
mia epoca è una normalissima cantina con una cassaforte dove è
custodito il cronografo.»
«Sul serio? Veramente ormai questo non è più un laboratorio
neanche adesso» mi informò Lucas. «Ma in origine questo locale era
utilizzato come laboratorio alchemico segreto. È uno degli ambienti
più antichi dell'edificio. Si dice che, già centinaia di anni prima della
creazione della loggia del conte di Saint Germain, qui sotto si
riunivano famosi alchimisti e maghi londinesi per condurre
esperimenti alla ricerca della pietra filosofale. Sulle pareti si vedono
ancora terrificanti disegni e formule segrete e si dice che i muri sono
tanto spessi perché sono riempiti di ossa e teschi...» Tacque e si morse
il labbro inferiore. «Dunque tu sei mia nipote. Posso chiederti di
quale... hmmm... dei miei figli?»
«Mia madre si chiama Grace» risposi. «Ti assomiglia molto.»
Lucas annuì. «Lucy mi ha parlato di Grace. Ha detto che sarà la
migliore dei miei figli, mentre gli altri saranno pusillanimi.» Fece una
smorfia. «Non riesco proprio a immaginare che avrò dei figli
meschini... né che avrò dei figli in generale...»
«È probabile che non dipenda da te, bensì da tua moglie»
mormorai.
Lucas sospirò. «Da quando Lucy è venuta qui per la prima volta
due mesi fa, mi prendono tutti in giro, perché lei ha i capelli rossi
proprio come una ragazza che mi... ecco... mi interessa. Ma Lucy
non ha voluto rivelarmi chi sposerò, dice che altrimenti potrei
cambiare idea. E allora voi non nascereste.»
«Più decisivo del colore dei capelli è il gene dei viaggi nel tempo
che dovrà ereditare la tua promessa» dissi. «Avresti dovuto
riconoscerla per questo.»
«Già, è una circostanza davvero buffa.» Lucas si sporse in avanti
sulla sedia. «In effetti trovo... hmmm... molto attraenti due ragazze
della linea di giada... la numero d'osservazione quattro e la numero
d'osservazione otto.»
«Capisco» dissi.
«Sai, al momento non so chi scegliere. Forse un piccolo indizio da
parte tua potrebbe aiutarmi a superare l'indecisione.»
Scrollai le spalle. «Come vuoi. Mia nonna, ovvero tua moglie, è
la...»
«No!» esclamò Lucas alzando entrambe le braccia in un gesto
difensivo. «Ci ho ripensato, preferisco non saperlo.» Si grattò la testa
impacciato. «Quella è l'uniforme scolastica della Saint Lennox, vero?
Riconosco lo stemma sui bottoni.»
«Esatto» risposi dando un'occhiata alla mia giacca blu scuro.
Madame Rossini doveva averla lavata e stirata, in ogni caso
sembrava nuova e profumava di lavanda. Inoltre doveva aver
apportato qualche modifica, perché adesso mi stava molto meglio.
«Anche mia sorella Madeleine frequenta la Saint Lennox. A causa
della guerra sta frequentando l'ultimo anno.»
«Zia Maddy? Non lo sapevo.»
«Tutte le ragazze Montrose vanno alla Saint Lennox. Anche Lucy.
Ha la tua stessa uniforme. Invece quella di Maddy è verde scuro e
bianca. E la gonna è a quadri...» Lucas si schiarì la gola. «Ecco,
dunque, nel caso ti interessi... sarebbe meglio concentrarci e cercare
di capire perché ci siamo incontrati qui oggi. Ammesso che il foglio
lo abbia scritto tu...»
«...lo scriverò io!»
«...e me lo lascerai in uno dei tuoi viaggi futuri... secondo te,
perché l'avresti fatto?»
«Vuoi dire perché lo farò?» Sospirai. «Non è del tutto assurdo.
Probabilmente tu potresti spiegarmi un sacco di cose. Però non so...»
Lanciai un'occhiata perplessa alla versione giovane di mio nonno. «Tu
conosci bene Lucy e Paul?»
«Paul de Villiers viene a trasmigrare qui da gennaio. Nel frattempo
ha due anni di più ed è diventato un po' strano. Lucy è venuta per la
prima volta a giugno. Di solito mi occupo io di loro quando sono
qui. In genere è molto... divertente. Posso aiutarli a fare i compiti.
Devo dire che Paul è il primo de Villiers che mi sta simpatico.» Si
schiarì di nuovo la gola. «Se tu vieni dal 2011, dovresti conoscerli. È
strano pensare che ormai si stiano avvicinando alla quarantina...
salutali da parte mia.»
«Questo non posso farlo.» Accidenti, era tutto così complicato. E
forse avrei dovuto fare attenzione a ciò che dicevo, finché io stessa
non capivo che cosa stesse succedendo davvero. Le parole di mia
madre continuavano a risuonarmi nella testa: «Non fidarti di nessuno,
nemmeno del tuo istinto». Ma con qualcuno dovevo pur confidarmi, e
chi poteva essere più adatto del mio stesso nonno? Decisi di rischiare
il tutto per tutto. «Non posso salutare Lucy e Paul da parte tua.
Manno rubato il cronografo e lo hanno portato con loro indietro
nel tempo.»
«Cosa?» Lucas spalancò gli occhi dietro gli occhiali. «Perché lo
avrebbero fatto? Non posso crederci. Non avrebbero mai... quando
sarebbe successo?»
«Nel 1994» risposi. «L'anno in cui sono nata io.»
«Nel 1994 Paul avrà vent'anni e Lucy diciotto» disse Lucas
parlando più tra sé che con me. «Quindi mancano due anni. Ora
infatti lei ne ha sedici e lui diciotto.» Sorrise come per scusarsi.
«Naturalmente non intendo adesso, bensì ora che vengono a
trasmigrare in questo anno.»
«Nelle ultime notti non ho dormito molto, quindi ho la
sensazione di avere la testa piena di ovatta» dissi. «E comunque con i
numeri sono una frana.»
«Lucy e Paul sono... quello che mi stai raccontando non ha senso.
Non farebbero mai niente di così pazzesco.»
«Invece lo hanno fatto. Pensavo che tu avresti potuto dirmi
perché. Alla mia epoca tutti vogliono farmi credere che siano...
cattivi. Oppure pazzi. O entrambe le cose. In ogni caso pericolosi.
Quando ho incontrato Lucy mi ha detto che dovevo chiederti
informazioni sul cavaliere verde. Dunque: chi è il cavaliere verde?»
Lucas mi guardò perplesso. «Hai incontrato Lucy? Ma se hai
appena detto che lei e Paul sono scomparsi l'anno della tua nascita.»
A questo punto sembrò che gli venisse in mente qualcosa. «Se hanno
portato via il cronografo, come fai tu a viaggiare nel tempo?»
«Li ho incontrati nel 1912. A casa di Lady Tilney. E c'è un secondo
cronografo che i Guardiani hanno rimesso in funzione.»
«Lady Tilney? È morta quattro anni fa. E il secondo cronografo
non funziona.»
Sospirai. «Adesso sì. Senti, nonno» sentendosi chiamare così, Lucas
trasalì, «per me è tutto molto più complicato che per te, perché fino
a pochi giorni fa non avevo la più pallida idea di tutta questa
faccenda. Non posso darti nessuna spiegazione. Sono stata mandata
qui a trasmigrare, santo cielo, non so nemmeno come si scrive quella
parola, l'ho sentita per la prima volta soltanto ieri. È la terza volta
che viaggio nel tempo con il cronografo. Prima ho fatto tre salti
incontrollati. Non l'ho trovato poi così divertente. In realtà tutti
pensavano che la gene-portatrice fosse mia cugina Charlotte, perché
era nata il giorno esatto e mia madre ha mentito sulla mia data di
nascita. Per questo Charlotte ha preso lezioni di ballo al posto mio,
sa tutto della peste e di re Giorgio, sa tirare di scherma, cavalcare
all'amazzone e suonare il pianoforte - e Dio solo sa che cosa ha
imparato nelle sue lezioni di mistero.» Più parlavo più le parole mi
uscivano di bocca irrefrenabili. «Io invece non so niente, a parte quel
poco che mi è stato rivelato finora e che di certo non è né molto né
esauriente. Ma la cosa peggiore è che finora non ho avuto modo di
dare un senso a tutto quanto è accaduto. Leslie, è la mia amica, ha
fatto delle ricerche su Google, ma Mr Whitman ci ha confiscato il
raccoglitore e comunque ci avevo capito ben poco. Sembra che tutti
si aspettassero qualcosa di particolare da me e siano rimasti delusi.»
«Rosso rubino, che ha la magia del corvo nel cuore, chiude il cerchio dei
dodici in sol maggiore» mormorò Lucas.
«Esatto, vedi, la magia del corvo, bla-bla-bla. Purtroppo niente da
fare per me. Il conte di Saint Germain mi ha strangolato, sebbene
fossi a qualche metro da lui e sentivo la sua voce nella testa, poi
sono comparsi quegli uomini armati di pistole e spade a Hyde Park e
ne ho dovuto uccidere uno, perché altrimenti avrebbe ammazzato
Gideon che... è un tale...» Feci un profondo respiro, per poi
ricominciare impetuosamente. «Gideon è un vero rompiscatole, si
comporta come se per lui fossi una palla al piede e stamattina ha
baciato Charlotte, sulla guancia, è vero, ma forse significa qualcosa.
Non avrei dovuto assolutamente baciarlo, senza fare domande
prima, dopo tutto lo conosco da un paio di giorni, ma
all'improvviso è stato così... carino, e poi... è successo tutto così in
fretta... e tutti credono che sia stata io a rivelare a Lucy e Paul
quando saremmo andati da Lady Tilney, perché ci serve il suo sangue
e anche quello di Lucy e Paul, ma loro hanno bisogno di quello di
Gideon e del mio, perché nel loro cronografo non c'è ancora. E
nessuno vuole dirmi che cosa succederà quando il sangue di tutti sarà
inserito nel cronografo e a volte penso che non lo sappiano
nemmeno loro con precisione. E Lucy ha detto che dovevo chiederti
del cavaliere verde.»
Lucas aveva socchiuso gli occhi dietro gli occhiali, cercando
evidentemente di dare un senso a questo mio fiume di parole. «Non
so proprio che cosa stia a significare il cavaliere verde» disse. «Mi
spiace, ma lo sento nominare oggi per la prima volta. Forse è il
titolo di un film? Perché non chiedi... potresti chiedermelo
semplicemente nel 2011.»
Io lo guardai sgomenta.
«Ho capito» si affrettò a dire Lucas. «Non puoi chiedermelo
perché sono morto oppure sono diventato cieco e sordo e aspetto la
fine dei miei giorni in un ospizio... no, no, ti prego, non voglio
saperlo.»
Stavolta non riuscii a trattenere le lacrime. Continuai a
singhiozzare per mezzo minuto buono, perché - per quanto possa
sembrare strano - provavo all'improvviso un'intensa nostalgia di mio
nonno. «Ti volevo molto bene» dissi infine.
Lucas mi porse un fazzoletto e mi rivolse un'occhiata carica di
compassione. «Dici sul serio? A me i bambini non piacciono. Mi
danno sui nervi... ma forse tu sei stata una nipote particolarmente
simpatica. Anzi, ne sono sicuro.»
«In effetti lo ero. Ma tu eri buono con tutti i bambini.» Mi soffiai
rumorosamente il naso. «Persino con Charlotte.»
Restammo in silenzio per un po', poi Lucas tirò fuori un orologio
dalla tasca e chiese: «Quanto tempo abbiamo ancora?»
«Mi hanno mandato qui per due ore.»
«Non è molto. Abbiamo già sprecato troppo tempo.» Si alzò.
«Vado a prendere carta e penna così cercheremo di mettere un po'
d'ordine in questo caos. Tu resta qui e non ti muovere.»
Mi limitai ad annuire. Quando Lucas fu uscito, rimasi seduta
immobile, il viso nascosto tra le mani. Aveva ragione lui, era
importante avere le idee chiare proprio in questo momento.
Chi poteva sapere quando avrei incontrato di nuovo mio nonno?
Di quali cose, che dovevano ancora accadere, avrei dovuto
informarlo, su quali avrei dovuto tacere? Viceversa cercavo
disperatamente di indovinare quali informazioni potesse darmi che
mi fossero utili. In sostanza era il mio unico alleato. Purtroppo al
momento sbagliato. Su quale dei numerosi oscuri enigmi avrebbe
potuto gettare un po' di luce da qui?
Lucas rimase via piuttosto a lungo e con il passare dei minuti
venni assalita da una crescente incertezza. Forse aveva mentito e
l'avrei visto tornare con Lucy e Paul e un grosso coltello per
prelevarmi il sangue. Mi alzai inquieta e cercai qualcosa da utilizzare
come arma. In un angolo c'era una tavoletta con un chiodo
arrugginito, ma quando la sollevai mi si sbriciolò tra le dita. In quello
stesso istante la porta si aprì e la versione giovane di mio nonno
entrò con un blocco di carta sotto il braccio e una banana in mano.
Tirai un sospiro di sollievo.
«Tieni, nel caso tu abbia fame.» Lucas mi gettò la banana, sfilò una
terza sedia dalla catasta, la sistemò tra noi e ci posò sopra i fogli. «Mi
spiace di averci messo tanto. Quello stupido Kenneth de Villiers mi
ha trattenuto di sopra. Non li sopporto questi de Villiers, infilano i
loro lunghi nasi curiosi dappertutto, vogliono controllare e decidere
tutto loro e vogliono sempre avere l'ultima parola!»
«Non me lo dire» mormorai.
Lucas si sgranchì il polso. «Allora, mettiamoci al lavoro... nipote.
Tu sei il rubino, la dodicesima del cerchio. Il diamante della famiglia
de Villiers è nato due anni prima di te. Alla tua epoca dovrebbe
pertanto avere all'incirca diciannove anni. Come hai detto che si
chiama?»
«Gideon» risposi provando un'ondata di
pronunciare il suo nome. «Gideon de Villiers.»
calore
al
solo
La penna di Lucas scorreva veloce sul foglio. «Ed è un
rompiscatole, come tutti i de Villiers, però tu lo hai baciato lo stesso,
se ho capito bene. Non sei un po' troppo giovane per certe cose?»
«Niente affatto» ribattei. «Al contrario, sono in ritardo. A parte
me, tutte le mie compagne di classe prendono la pillola.» Ecco, tutte
a parte Aishani, Peggy e Cassie Clarke, ma i genitori di Aishani erano
indiani conservatori e avrebbero ucciso la figlia se solo avesse
guardato un ragazzo, Peggy preferiva le ragazze e per quanto
riguardava Cassie di sicuro prima o poi l'acne se ne sarebbe andata
da sola e allora sarebbe tornata a essere una persona ben disposta
nei confronti degli altri e avrebbe smesso di ringhiare: «Che cosa c'è
da guardare, scemo» a tutti quelli che osavano solo girarsi verso di
lei. «Oh, e naturalmente Charlotte non ha niente a che fare con il
sesso. Per questo Gordon Gelderman la chiama la regina di ghiaccio.
Anche se nel frattempo ho iniziato a dubitare che sia il soprannome
giusto...» Digrignai i denti al pensiero di come Charlotte avesse
guardato Gideon, e viceversa. A tener conto della velocità con cui
Gideon aveva deciso di baciarmi, ovvero il secondo giorno da
quando ci conoscevamo, allora non osavo pensare che cosa fosse
potuto accadere tra lui e Charlotte visto che si conoscevano da anni.
«Quale pillola?» domandò Lucas. «Come, scusa?» Oddio, nel 1948 la
contraccezione era fatta ancora con profilattici di budello di mucca o
simili, ammesso che ci si pensasse. Preferivo non saperlo.
«Sinceramente non mi va di parlare di sesso con te, nonno, sul serio.»
Lucas mi guardò scrollando la testa. «E io preferirei non sentire
quella parola pronunciata da te. E non mi riferisco a nonno.»
«Ok.» Sbucciai la banana mentre Lucas prendeva appunti. «Voi che
cosa dite?»
«A che proposito?»
«Al posto di sesso.»
«Non ne parliamo proprio» rispose Lucas concentrato sui suoi
appunti. «Di sicuro non con una sedicenne. Allora, andiamo avanti: il
cronografo è stato rubato da Lucy e Paul prima che potesse esservi
inserito il sangue degli ultimi due viaggiatori nel tempo. Per questo è
stato rimesso in funzione il secondo cronografo, nel quale manca il
sangue di tutti gli altri viaggiatori.»
«No, non più. Gideon ha contattato quasi tutti i viaggiatori e ha
prelevato il loro sangue. Mancano ancora Lady Tilney e l'opale, Elise
non so cosa.»
«Elaine Burghley» disse Lucas. «Una dama di corte di Elisabetta I,
morta di parto all'età di diciott'anni.»
«Esatto. E naturalmente il sangue di Lucy e Paul. Quindi noi
cerchiamo il loro sangue e loro il nostro. Almeno è quanto ho capito
io.»
«Vale a dire che adesso ci sono due cronografi con cui sarebbe
possibile completare il cerchio? È davvero... incredibile!»
«Che cosa succederà quando il cerchio sarà completo?»
«Il segreto si rivelerà» disse Lucas festoso.
«Oh, no, non mettertici anche tu!» Scrollai la testa contrariata.
«Sarebbe possibile avere qualche informazione più concreta?»
«Nelle profezie sta scritto che l'aquila sorgerà, l'umanità vincerà la
malattia e la morte e ci sarà l'alba di una nuova era.»
«Ah» commentai perplessa quanto prima. «Quindi dovrebbe essere
una cosa positiva?»
«Molto positiva. Sarà qualcosa che farà progredire tutta l'umanità.
Il conte di Saint Germain ha fondato la società dei Guardiani proprio
per questo, e per questo nei nostri ranghi ci sono gli uomini più
intelligenti e più potenti del mondo. Tutti noi vogliamo custodire il
segreto affinché possa svelarsi al momento giusto e salvare il
mondo.»
Ok, questa almeno era una dichiarazione chiara. Se non altro la
più chiara che avessi ottenuto finora riguardo al segreto. «Ma allora
perché Lucy e Paul non vogliono che il cerchio si chiuda?»
Lucas sospirò. «Non ne ho la minima idea. Quando hai detto di
averli incontrati?»
«Nel 1912» risposi. «In giugno. Il 22 o il 24, non ricordo con
precisione.» Più mi sforzavo di rammentare più i miei dubbi
aumentavano. «Ma forse era il 12? Di sicuro una data pari. Il 18?
Insomma, era di pomeriggio e Lady Tilney aveva preparato tutto
l'occorrente per un bel tè.» A questo punto mi accorsi di ciò che
avevo appena detto e mi tappai la bocca con la mano. «Oh!»
«Che cosa c'è?»
«Adesso te l'ho raccontato e tu lo dirai a Lucy e Paul e quindi loro
potranno tenderci un agguato. In sostanza dunque sei tu il traditore e
non io. Anche se probabilmente è la stessa cosa.»
«Che cosa? Oh, no!» Lucas scrollò energicamente il capo. «Io non
farò proprio niente. Non gli racconterò niente di te! Sarebbe una
follia! Se domani dovessi dire loro che un giorno ruberanno il
cronografo e lo porteranno nel passato, scommetto che morirebbero
sul colpo. Bisogna sempre riflettere molto bene su che cosa rivelare
del futuro, hai capito?»
«BÈ, ecco, magari non glielo dirai domani, hai ancora tanto
tempo.» Addentai pensierosa la banana. «D'altra parte... in quale
epoca si sono rifugiati con il cronografo? Perché non in questa? Qui
avrebbero avuto comunque un amico, vale a dire te. Forse mi stai
mentendo e loro sono già ad aspettare dietro la porta per prendermi
il sangue.»
«Non ho la più pallida idea di dove possano essere saltati.» Lucas
sospirò. «Stento persino a immaginare che possano commettere una
follia del genere. Ma perché, poi!» Quindi aggiunse avvilito: «Non ci
capisco proprio niente».
«È evidente che in questo momento siamo entrambi ignari»
confermai a mia volta scoraggiata.
Lucas annotò sul blocco di carta le parole cavaliere verde, secondo
cronografo e Lady Tilney aggiungendo un enorme punto
interrogativo. «Abbiamo bisogno di incontrarci un'altra volta, più
avanti! Così nel frattempo potrò raccogliere le informazioni
necessarie...»
A questo punto mi venne un'idea. «In origine sarei dovuta andare
a trasmigrare nel 1956. Forse possiamo rivederci già domani sera.»
«Ah-ha!» fece Lucas. «Per te il 1956 potrà anche essere domani
sera, ma per me... lasciamo perdere e mettiamoci a pensare. Se
verrai mandata a trasmigrare in un'epoca successiva a questa, sarà
comunque sempre in questa stanza?»
Feci un cenno affermativo. «Credo di sì. Però tu non puoi certo
stare qua sotto giorno e notte ad aspettarmi. E poi c'è il pericolo che
prima o poi possa spuntare Gideon, visto che anche lui deve
trasmigrare.»
«So che cosa faremo» dichiarò Lucas con crescente entusiasmo. «La
prossima volta che sarai spedita in questa stanza, verrai da me! Ho
l'ufficio al secondo piano. Dovrai superare due sentinelle, ma non è
un problema se dirai che ti sei persa e che sci mia cugina Hazel.
Viene dalla campagna. Comincerò oggi stesso a raccontare a tutti di
te.»
«Mr Whitman però ha detto che questa stanza è sempre chiusa a
chiave e inoltre non so con precisione dove ci troviamo.»
«Allora, ti servirà una chiave. E la parola d'ordine valida.» Lucas si
guardò intorno. «Farò un duplicato della chiave e la nasconderò da
qualche parte qui per te. Lo stesso vale per la parola d'ordine. La
scriverò su un foglietto e la infilerò nel nostro nascondiglio insieme
alla chiave. Sarebbe meglio una nicchia nel muro. Guarda, là dietro i
mattoni sono un po' allentati, vedi? Forse riusciremo a ricavare una
cavità.» Si alzò, si fece largo tra le cianfrusaglie e si inginocchiò
davanti al muro. «Ecco, in questo punto. Tornerò con gli attrezzi e
realizzerò un nascondiglio perfetto. La prossima volta che arriverai
qui, dovrai solo spostare questo mattone per trovare la chiave e la
parola d'ordine.»
«Ma qui ci sono un sacco di mattoni tutti uguali» obiettai.
«Ricordati questo, quinta fila dal basso, all'incirca al centro.
Accidenti! Mi sono spezzato un'unghia! Non importa, questo è il
piano e trovo che possa funzionare.»
«Ma adesso dovrai scendere qua sotto tutti i giorni per aggiornare
la parola d'ordine» dissi. «Come farai? Non studi a Oxford?»
«La parola d'ordine non viene cambiata ogni giorno» mi spiegò
Lucas. «A volte capita che resti sempre la stessa per settimane. Inoltre
è l'unica possibilità di organizzare un nuovo incontro. Ricorda bene
questo mattone. Dietro ci infilerò anche una piantina così potrai
salire di sopra. Da qui partono passaggi segreti che attraversano
mezza Londra.» Guardò l'ora. «Ora torniamo a sederci e
rimettiamoci a prendere appunti. In maniera sistematica. Vedrai che
alla fine ne sapremo entrambi di più.»
«Oppure resteremo come prima due persone all'oscuro in una
cantina ammuffita.»
Lucas piegò la testa di lato e mi rivolse un sorriso storto. «Magari,
già che ci siamo, potresti rivelarmi se il nome di tua nonna comincia
con A oppure con C.»
Mi venne da sorridere. «Tu che cosa preferiresti?»
Il cerchio dei dodici
Nome
Lancelot de Villiers
1560/1562-1607
pietra preziosa
ambra
Elaine Burghley
opale
1562-1580
William de Villiers
agata
1636-1689
Cecilia Woodville
acquamarina
1628-1684
Robert Leopold
conte di Saint
smeraldo
Germain
1703-178-1
Jeanne de
Pontcarreé
quarzo citrino
(Madame d'Urfé)
1705-1775
Jonathan e Timothy
de Villiers
corniola
1875-1944
1875-1930
Margret Tilney
giada
1877-1944
Paul de Villiers
tormalina nera
*1974
Lucy Montrose
zaffiro
* 1976
Gideon de Villiers
diamante
*1992
Gwendolyn
Shepherd
rubino
*1994
corrispondenza
animale
alchemica
albero
calcinatio
rospo
faggio
putrefactio et
mortitìcio
civetta
noce
sublimatio
orso
pino
solutio
cavallo
acero
distillatio
aquila
quercia
coagulatio
serpente
ginko
extractio
falco
melo
digestio
volpe
tiglio
ceratio
lupo
sorbo
selvatico
fermentatio
lince
salice
multiplicatio
leone
tasso
projectio
corvo
betulla
Dalle Cronache dei Guardiani, volume 4, Il cerchio dei dodici.
Capitolo 4
«Gwenny! Gwenny, svegliati!»
Riaffiorai faticosamente dalle profondità del mio sogno - ero una
vecchia curva e incartapecorita e, seduta di fronte a un Gideon
dall'aspetto abbagliante, affermavo di chiamarmi Gwendolyn
Shepherd e di venire dall'anno 2080 - e vidi davanti a me la faccia
nota con il naso a patatina di mia sorella Caroline.
«Finalmente!» esclamò. «Cominciavo a temere che non sarei
riuscita a svegliarti. Ero già andata a dormire quando sei tornata a
casa ieri sera, anche se avevo fatto di tutto per restare sveglia. Hai
riportato un altro di quei buffi vestiti?»
lì.»
«No, stavolta no.» Mi misi a sedere. «Stavolta mi sono cambiata
«D'ora in poi sarà sempre così? Tornerai sempre a casa quando
sono già a dormire? La mamma è così strana da quando ti è capitata
questa cosa. E io e Nick sentiamo la tua mancanza; senza di te le
serate sono strambe.»
«Lo erano anche prima» la rassicurai, lasciandomi ricadere sul
cuscino.
La sera prima ero stata riaccompagnata a casa da una limousine,
l'autista non lo conoscevo, ma il giovane Mr Marley mi aveva
scortato fino all'uscio.
Non avevo avuto più modo di vedere Gideon ed era stato meglio
così. Era già abbastanza che avessi continuato a sognarlo per tutta la
notte.
Sulla porta ero stata accolta da Mr Bernhard, il maggiordomo di
mia nonna, come sempre cortese e impassibile. La mamma mi era
corsa incontro sulle scale e mi aveva abbracciato come se fossi
appena tornata da una spedizione al Polo Sud. Anch'io ero contenta
di rivederla, ma ce l'avevo un po' con lei. Era stato così doloroso
constatare di essere stata ingannata dalla mia stessa madre. E per di
più lei non voleva rivelarmene il motivo. A parte poche parole
misteriose - «Non fidarti di nessuno-pericoloso-segreto-bla-bla-bla» da lei non avevo ricevuto spiegazioni circa il suo comportamento.
Per questo, e siccome morivo di sonno, avevo ingoiato un pezzetto
di pollo freddo ed ero andata a letto senza riferire alla mamma gli
avvenimenti della giornata. Del resto, da dove sarei dovuta partire?
Di sicuro lei si preoccupava troppo. Aveva un'aria sfinita, quasi
quanto me.
Caroline mi scrollò ancora per un braccio. «Ehi, non rimetterti a
dormire!»
«Ok.» Gettai di slancio i piedi oltre il bordo del letto e constatai
che, nonostante la lunga telefonata avuta con Leslie prima di
addormentarmi, mi sentivo abbastanza riposata. Ma dov'era
Xemerius? Era scomparso quando ero andata in bagno la sera prima
e da allora non lo avevo più rivisto.
La doccia mi svegliò definitivamente. Infrangendo un divieto, mi
lavai i capelli con il costosissimo shampoo e balsamo della mamma,
anche se correvo il rischio di essere smascherata dal profumo di rosa
e pompelmo. Mentre mi strofinavo la testa, mi chiesi se a Gideon
piacesse il profumo di rosa e pompelmo, ma subito mi richiamai
all'ordine.
Dopo poche ore di sonno ero già lì che ripensavo a quello scemo!
Di grazia, che cosa era mai successo? Sì, avevamo pomiciato un po'
nel confessionale, ma subito dopo lui si era calato di nuovo nella
parte dell'insopportabile arrogante e, riposata o meno, non mi
piaceva ripensare a come ero bruscamente precipitata dalle nuvole.
Avevo detto la stessa cosa a Leslie, che la sera prima non la smetteva
più di parlare della cosa.
Mi asciugai i capelli con il fon, mi vestii e scesi l'interminabile scala
diretta in sala da pranzo. Insieme a Caroline, Nick e nostra madre,
occupavamo il terzo piano della casa. Al contrario del resto
dell'edificio, che apparteneva alla mia famiglia dal principio dei
tempi (come minimo!) l'ultimo piano era abbastanza accogliente.
Le altre stanze invece erano piene zeppe di antichità e ritratti di
vari antenati che, a parte qualche eccezione, non erano certo una
delizia per gli occhi. C'era pure una sala da ballo dove Nick aveva
imparato ad andare in bicicletta con il mio aiuto, naturalmente di
nascosto, anche se oggigiorno il traffico in città era molto pericoloso,
come sapevano tutti.
Come mi capitava spesso, rimpiangevo che non potessimo
mangiare di sopra nel nostro alloggio, ma la nonna, Lady Arisa,
insisteva che ci riunissimo nella tetra sala da pranzo rivestita di
pannelli di legno color cioccolato al latte (questo era il paragone più
carino che mi veniva in mente; l'altro era piuttosto... irripetibile).
Se non altro quella mattina l'atmosfera era decisamente migliore
che il giorno prima, come mi accorsi non appena varcai la soglia.
Lady Arisa, che aveva un portamento da implacabile insegnante
di ballo, mi salutò benevola - «Buongiorno, bambina mia» - e
Charlotte e sua madre mi sorrisero come se fossero al corrente di
qualcosa a me del tutto ignoto.
Siccome di solito zia Glenda non mi sorrideva mai (non lo faceva
con nessuno, se si eccettua un acido sollevarsi degli angoli della
bocca), e giusto ieri Charlotte mi aveva lanciato orribili improperi,
mi insospettii subito.
«È successo qualcosa?» domandai.
Mio fratello Nick mi rivolse un sorriso sornione mentre mi sedevo
accanto a Caroline e mia madre mi offrì un enorme piatto di pane
tostato e uova strapazzate. Rischiai di svenire per la fame quando il
loro profumo mi arrivò al naso.
«Santo cielo» osservò zia Glenda, «hai intenzione di coprire il
fabbisogno mensile di grassi e colesterolo di tua figlia in una volta
sola, Grace?»
«Proprio così» rispose la mamma con distacco.
«Vedrai che poi ti odierà perché non sei stata più attenta alla sua
figura» commentò zia Glenda continuando a sorridere.
«Gwendolyn ha una figura impeccabile» ribatté la mamma.
«Per ora, forse» commentò zia Glenda. Sorrideva sempre.
«Avete versato qualcosa nel tè di zia Glenda?» chiesi sottovoce a
Caroline.
«C'è stata una telefonata prima e da allora zia Glenda e Charlotte
sono su di giri» bisbigliò Caroline. «Sembrano trasformate!»
In quel momento Xemerius atterrò sul davanzale esterno, ripiegò
le ali e attraversò il vetro della finestra.
«Buongiorno!» lo salutai allegramente.
«Buongiorno!» mi rispose lui, spostandosi con un balzo dal
davanzale a una sedia vuota.
Gli altri mi lanciarono occhiate perplesse, mentre Xemerius
prendeva a grattarsi la pancia. «È proprio una famiglia numerosa!
Non ho ancora avuto modo di farmene un'idea più precisa, ma ho
notato che in questa casa c'è una decisa prevalenza di donne.
Troppe, direi. E la metà di loro dà l'impressione di aver bisogno con
urgenza di una bella dose di solletico.» Spalancò le ali per sgranchirle.
«Dove sono i padri di tutti questi fanciulli? E gli animali domestici?
Una casa così grande e nemmeno una gabbia per canarini! Che
delusione!»
Io sogghignai. «Dov'è zia Maddy?» chiesi, avventandomi sul cibo.
«Temo che il bisogno di riposo della mia cara cognata sia più forte
della sua curiosità» rispose solennemente Lady Arisa. Stava seduta
dritta come un fuso e mangiava mezza fetta di toast imburrato
tenendolo con la punta delle dita. (Io del resto non l'avevo mai vista
se non sempre impettita.) «Dopo la levataccia di ieri è rimasta per
tutto il giorno di pessimo umore. Non credo che ci capiterà ancora
di vederla sveglia prima delle dieci del mattino.»
«A me sta bene» osservò zia Glenda con la sua voce stridula. «Le
sue chiacchiere di uova di zaffiro e torri campanarie sono davvero
esasperanti. Come ti senti, Gwendolyn? Immagino che per te sia una
situazione difficile da capire.»
«Hmmm» feci io.
«Deve essere terribile scoprire all'improvviso di essere destinate a
cose tanto più elevate senza essere all'altezza di tali aspettative.» Zia
Glenda infilzò un pezzetto di pomodoro nel piatto.
«Mr George mi ha riferito che per ora Gwendolyn si è comportata
egregiamente» dichiarò Lady Arisa, ma prima che potessi gioire della
sua manifestazione di solidarietà aggiunse: «Almeno date le
circostanze. Gwendolyn, oggi verranno di nuovo a prenderti a
scuola e sarai portata a Tempie. Questa volta ti accompagnerà anche
Charlotte». Bevve un sorso di tè.
Siccome non potevo aprire la bocca senza far cadere pezzetti
d'uovo strapazzato, spalancai gli occhi sgomenta, mentre Nick e
Caroline chiedevano al mio posto: «E perché?»
«Perché» rispose zia Glenda ondeggiando il capo in maniera
bizzarra, «perché Charlotte sa tutto ciò che Gwendolyn dovrebbe
sapere per svolgere dignitosamente il suo compito. E ora, a causa dei
- come possiamo ben immaginare tutti - caotici avvenimenti degli
ultimi giorni, a Tempie è stato manifestato il desiderio che Charlotte
aiuti sua cugina a prepararsi ai prossimi salti nel tempo.» Aveva
un'espressione come se la figlia avesse appena vinto le Olimpiadi.
Come minimo.
Ai prossimi salti nel tempo? Come, come?
«Si può sapere chi è quella strega ossuta con i capelli rossi?» si
informò Xemerius. «Spero per te che si tratti soltanto di una lontana
parente.»
«Naturalmente questa richiesta non ci ha colte di sorpresa, però
abbiamo riflettuto se fosse il caso di esaudirla. Dopo tutto Charlotte
non ha più alcun obbligo. Tuttavia» a questo punto la strega ossuta
con i capelli ro... cioè... zia Glenda sospirò con fare teatrale:
«Charlotte è ben consapevole dell'importanza di questa missione ed
è altruisticamente disposta a dare il proprio contributo alla riuscita
dell'impresa».
Mia madre sospirò a sua volta lanciandomi un'occhiata
compassionevole. Charlotte si mise dietro l'orecchio una ciocca dei
suoi lucidi capelli rossi e abbassò le palpebre girandosi verso di me.
«Cosa?» esclamò Nick. «Che cosa dovrebbe insegnare Charlotte a
Gwenny?»
«Oh» rispose zia Glenda con le guance accese di zelo. «Ci sono
tantissime cose, ma sarebbe assurdo pensare che Gwendolyn possa
recuperare in un lasso di tempo così breve ciò che Charlotte ha
interiorizzato in tanti anni, per non parlare poi della... ecco,
sbilanciata distribuzione di doti naturali in questo caso. L'unica cosa
che si può tentare è di trasmettere le nozioni di base. Tra l'altro
quello che manca in maniera drammatica a Gwendolyn è la cultura
generale e le buone maniere caratteristiche di ogni epoca, come ho
sentito dire.»
Che malignità! Da chi l'aveva sentito dire? «Certo, c'è bisogno di
conoscere le buone maniere, soprattutto quando si sta ad aspettare
da soli in una cantina chiusa a chiave» commentai. «Potrebbe sempre
capitare che uno scarafaggio ti veda mentre ti infili le dita nel naso.»
Caroline ridacchiò.
«Oh, no, Gwenny, mi rincresce molto dovertelo dire, ma nei
prossimi tempi la situazione diventerà un po' più complicata per te.»
Charlotte mi scoccò un'occhiata che avrebbe dovuto essere
compassionevole, ma risultò piuttosto perfida e maligna.
«Tua cugina ha ragione.» Lo sguardo penetrante di Lady Arisa mi
aveva sempre inquietato, ma questa volta mi terrorizzò proprio. «Per
ordini supremi trascorrerai molto tempo nel XVIII secolo» disse.
«In pubblico, per di più» aggiunse Charlotte. «Tra persone che
troverebbero assai strano se non sapessi come si chiama il re sul
trono. Oppure che cosa sia una ridicule.»
Una che cosa?
«Che cos'è una ridicule?» chiese Caroline.
Charlotte sorrise compiaciuta. «Fattelo spiegare da tua sorella.»
Io la fissai risentita. Perché si divertiva sempre tanto a farmi fare la
figura della stupida ignorante? Zia Glenda rise piano.
«È una specie di borsetta, uno stupido sacchetto di solito riempito
di cianfrusaglie inutili» disse Xemerius. «Fazzoletti. Sali da naso.» Ah!
«Ridicule è una parola antiquata per indicare una borsetta,
Caroline» risposi senza distogliere gli occhi da Charlotte. Lei alzò
sorpresa le sopracciglia, senza tuttavia smettere di sorridere.
«Per ordini supremi? Che cosa vorrebbe dire?» Mia madre si era
rivolta a Lady Arisa. «Pensavo che fosse ormai assodato che
Gwendolyn restasse fuori da tutta la faccenda, fin dove possibile.
Che venisse mandata a trasmigrare in epoche non pericolose. Com'è
possibile che ora abbiano deciso di esporla a un rischio simile?»
«La cosa non ti riguarda, Grace» rispose gelida la nonna. «Hai già
combinato abbastanza guai.»
La mamma si morse le labbra, lanciando occhiate irate tra me e
Lady Arisa, poi spostò la sedia all'indietro e si alzò. «Devo andare al
lavoro» annunciò. Baciò Nick sui capelli e si girò a guardare me e
Caroline. «Buona giornata a scuola. Caroline, pensa allo scialle per il
laboratorio di cucito. Ci vediamo stasera.»
«Povera mamma» mormorò Caroline dopo che nostra madre fu
uscita. «Ieri sera ha pianto. Secondo me non riesce ad accettare che
tu abbia ereditato il gene dei viaggi nel tempo.»
«Già» confermai. «Me ne sono accorta anch'io.»
«Però non è l'unica» osservò Nick gettando un'occhiata eloquente
a Charlotte e zia Glenda che continuava a sorridere.
Era la prima volta che suscitavo tanto interesse entrando in classe.
Tutto dipendeva dal fatto che metà dei miei compagni il giorno
prima mi aveva vista salire a bordo di una limousine nera all'uscita
da scuola.
«Si accettano ancora scommesse» annunciò Gordon Gelderman.
«Ipotesi più quotata: il tizio gay superfigo di ieri è un produttore
televisivo e ha fatto un provino a Charlotte e Gwendolyn per uno
show, ma Gwendolyn ha vinto. Seconda possibilità: il tipo è vostro
cugino frocio e gestisce un servizio di noleggio di limousine. Terza
possibilità...»
«Ma stai zitto, Gordon» ringhiò Charlotte, poi gettò i capelli
all'indietro e sedette al suo banco.
«Secondo me potresti almeno spiegarci com'è che te la intendevi
tanto con quel tipo, ma poi è stata Gwendolyn a salire con lui sulla
limousine» disse Cynthia Dale in tono mellifluo. «Leslie voleva farci
credere che fosse l'insegnante di sostegno di Gwendolyn.»
«Naturale, un insegnante di sostegno va sempre in giro con una
limousine e fa il baciamano alla nostra regina di ghiaccio» disse
Gordon voltandosi risentito verso Leslie. «È chiaro che questi sono
patetici tentativi di depistaggio.»
Leslie scrollò le spalle e mi sorrise ammiccante. «Sul momento non
mi è venuto in mente niente di meglio.» Si mise al suo posto.
Io mi guardai intorno alla ricerca di Xemerius. L'ultima volta
l'avevo visto appollaiato sul tetto della scuola da dove mi aveva
rivolto un cenno di saluto. Aveva ricevuto istruzioni di tenersi alla
larga durante le lezioni, ma dubitavo che rispettasse la consegna.
«Il cavaliere verde sembra essere un vicolo cieco» mi disse Leslie
sottovoce. Contrariamente a me, non aveva dormito molto quella
notte, trascorrendo diverse ore su Internet. «C'è una famosa statuina
di giada della dinastia Ming che porta questo nome, ma si trova in
un museo di Pechino, poi c'è una statua sulla piazza di una città
tedesca di nome Cloppenburg e due libri con questo titolo, un
romanzo del 1926 e un libro per bambini che tuttavia è stato
pubblicato dopo la morte di tuo nonno. Per ora non ho trovato
altro.»
«Io ho pensato che potesse trattarsi di un ritratto» replicai. Nei
film i segreti erano sempre nascosti dietro o all'interno dei ritratti.
«Niente da fare» disse Leslie. «Se fosse stato il cavaliere azzurro, la
cosa sarebbe stata diversa... ho provato a inserire IL CAVALIERE
VERDE nel generatore di anagrammi, ma non è venuto fuori niente.
A meno che IL RE RICADEVA LEVE possa significare qualcosa; a me
non pare. Ne ho stampati un po', forse ti dicono qualcosa?» Mi
porse un foglio.
«CALDAIE LIRE VERVE» lessi. «CREDERAI ELLA VIVE. Hmmm,
lasciami pensare...»
Leslie ridacchiò. «Il mio preferito è: LE RIVELI CADAVERE. Oh,
ecco che arriva Mr scoiattolo.»
Si riferiva a Mr Whitman che stava entrando in classe con il suo
solito passo baldanzoso. Si era guadagnato quel soprannome a causa
dei suoi grandi occhi castani. All'epoca, tuttavia, non immaginavamo
ancora chi fosse in realtà.
«Mi aspetto sempre che ci faccia rapporto per quanto successo
ieri» dissi, ma Leslie scrollò la testa.
«Non è possibile» tagliò corto. «Altrimenti il preside Gilles
dovrebbe essere informato che un suo insegnante d'inglese è un
importante membro di una segretissima società segreta. È quello che
direi se dovesse tormentarci. Oh, merda, sta venendo da questa
parte. E ha di nuovo quell'aria... di superiorità!»
Mr Whitman veniva proprio verso di noi. Posò sul banco di Leslie
il grosso fascicolo che ci aveva confiscato ieri nel bagno delle
ragazze. «Immagino che ti faccia piacere riavere questa...
interessantissima raccolta di informazioni» disse sarcastico.
«Sì, grazie» rispose Leslie arrossendo leggermente. La cosiddetta
raccolta di informazioni era proprio il faldone con le ricerche sul
fenomeno dei viaggi nel tempo, dove praticamente era contenuto
tutto ciò che noi (soprattutto Leslie) eravamo riuscite a trovare
finora sui Guardiani e sul conte di Saint Germain. A pagina 34, a
margine del materiale sulla telecinesi, era inserito un appunto che
riguardava Mr Whitman in persona. Lo scoiattolo fa parte della loggia?
Anello. Significato? Potevamo solo sperare che il nostro professore
non avesse collegato quelle parole a se stesso.
«Leslie, lo dico a malincuore, ma secondo me potresti investire
meglio le tue energie in qualche materia scolastica.» Mr Whitman lo
disse sorridendo, ma il tono di voce tradiva qualcosa di diverso dal
semplice sarcasmo. Abbassò la voce. «Non tutto ciò che appare
interessante è anche adatto per tutti.»
Era forse una minaccia? Leslie prese in silenzio il raccoglitore e lo
infilò nello zaino.
I nostri compagni ci guardavano incuriositi. Evidentemente si
chiedevano di che cosa stesse parlando Mr Whitman. Charlotte era
seduta abbastanza vicino da sentirlo e aveva assunto un'espressione
di gioia maligna. Quando Mr Whitman disse: «E tu, Gwendolyn,
dovresti capire che la discrezione è una delle qualità non solo
auspicabile, bensì necessaria in te» la vidi assentire compiaciuta. «È un
vero peccato che tu ti dimostri così indegna.»
Che ingiustizia! Decisi di seguire l'esempio di Leslie, e io e Mr
Whitman rimanemmo a fissarci in silenzio per qualche secondo. Poi il
suo sorriso si allargò ed egli mi diede un buffetto inaspettato sulla
guancia. «Suvvia, animo! Sono sicuro che puoi imparare ancora tante
cose» commentò mentre si allontanava. «Dimmi, Gordon, come va?
Anche stavolta hai scaricato la ricerca da Internet fino all'ultima
virgola?»
«Lei dice sempre che possiamo utilizzare tutte le fonti a nostra
disposizione» si difese Gordon riuscendo in una frase sola a variare il
tono di voce di due ottave.
«Che cosa voleva Mr Whitman da voi?» Cynthia Dale si sporse
all'indietro verso di noi. «Che cos'era quel raccoglitore. E perché ti ha
accarezzata, Gwendolyn?»
«Non c'è motivo di essere gelosa, Cyn» ribatté Leslie. «Non gli
siamo più simpatiche di te.»
«Ma» replicò Cynthia «io non sono affatto gelosa. Cioè, voglio
dire, ma scherziamo! Perché tutti devono sempre pensare che sia
innamorata di quell'uomo?»
«Forse perché sei la presidentessa del fan club di William
Whitman?» ipotizzai.
«Oppure perché hai scritto venti volte Cynthia Whitman su un
foglio, spiegando che volevi vedere che effetto faceva?» rincarò la
dose Leslie. «O perché...»
«Basta, ho capito» sibilò Cynthia. «È acqua passata. Ormai non
vale più.»
«Ma se è successo l'altro ieri» puntualizzò Leslie.
«Nel frattempo sono diventata più matura e più adulta.» Con un
sospiro Cynthia lanciò un'occhiata in giro per la classe. «È tutta colpa
di questi bambocci. Se avessimo ragazzi un po' più intelligenti in
classe, nessuno avrebbe bisogno di prendersi una cotta per un
insegnante. A proposito. Che storia c'è con il tipo che ieri è venuto a
prenderti con la limousine, Gwenny? State insieme?»
Charlotte sbuffò divertita, guadagnandosi all'istante l'attenzione di
Cynthia. «Avanti, Charlotte, non fare la misteriosa come sempre.
Una di voi c'ha una storia con lui?»
Nel frattempo Mr Whitman era tornato alla cattedra e ci invitava
a occuparci di Shakespeare e dei suoi sonetti.
Una volta tanto gli fui grata per questo. Meglio Shakespeare che
Gideon! Il chiacchiericcio tutt'intorno si spense, sostituito da sospiri e
fruscio di fogli. Io feci in tempo a cogliere queste parole di Charlotte:
«Gwenny sicuramente no».
Leslie mi lanciò un'occhiata piena di compassione. «Poverina, è del
tutto ignara» bisbigliò. «C'è da averne proprio pena.»
«Sì» confermai sottovoce, anche se in realtà quella di cui avevo
compassione era soltanto me stessa. Il pomeriggio in compagnia di
Charlotte sarebbe stato di sicuro un grandioso divertimento.
La limousine quel giorno non si era fermata davanti al cancello,
ma ci aspettava un po' più avanti, in posizione più defilata e discreta.
La chioma fulva di Mr Marley si agitava irrequieta avanti e indietro,
ed egli diventò ancora più nervoso quando ci vide andargli incontro.
«Ah, è lei» commentò Charlotte chiaramente delusa, facendo
arrossire Mr Marley. Poi gettò un'occhiata all'interno della vettura
dallo sportello aperto. Non c'era nessuno, a parte l'autista e...
Xemerius. Charlotte assunse un'espressione contrariata e questo mi
fece gioire.
«Hai sentito la mia mancanza?» Xemerius era stravaccato sul sedile
mentre l'auto partiva. Mr Marley era seduto davanti e Charlotte
accanto a me guardava fuori dal finestrino.
«Non importa» proseguì Xemerius senza aspettare la mia risposta.
«Di certo ti renderai conto che ho altri doveri, a parte badare
continuamente a te.»
Alzai gli occhi al cielo e Xemerius ridacchiò.
Mi era proprio mancato. Le ore di lezione si erano dilatate e,
arrivata a quella di geografia, durante la quale Mrs Counter si era
dilungata interminabilmente sui tesori minerari del Baltico, la mia
nostalgia per Xemerius e le sue osservazioni era diventata
insopportabile. Inoltre mi sarebbe piaciuto presentarlo a Leslie, per
quanto possibile. Leslie infatti era rimasta colpita dalle mie
descrizioni, anche se i ritratti che avevo provato a fare non erano
risultati troppo lusinghieri per il povero demone-doccione. («Che
cosa sono quelle, mollette per i panni?» mi aveva chiesto Leslie,
indicando le corna che avevo disegnato.)
«Finalmente un amico invisibile che potrebbe esserti utile!» aveva
esclamato. «Prova a pensarci: al contrario di James, che se ne sta lì
beato nella sua nicchia senza fare altro che rimproverarti per la tua
cattiva educazione, questo demone-doccione può fare la spia per te
e riferirti che cosa succede dietro le porte chiuse.»
A questo non avevo ancora pensato. Ma la realtà... quella
mattina, Xemerius mi era stato davvero molto utile con la storia
della reti... revi... insomma dell'antiquato termine per borsetta.
«Xemerius potrebbe essere il tuo asso nella manica» aveva
proseguito Leslie. «Non solo un fannullone permaloso come James.»
Purtroppo aveva ragione, per quanto riguardava James. James
era... già, che cos'era in realtà? Se fosse andato in giro con un
tintinnio di catene, oppure avesse fatto oscillare i lampadari, lo si
sarebbe potuto nominare ufficialmente fantasma della scuola. James
August Peregrin Pimplebottom era un giovane attraente sulla ventina
con una parrucca bianca incipriata e una finanziera a fiori ed era
morto da duecentoventinove anni. La scuola un tempo era stata la
dimora della sua famiglia e, come la maggior parte dei fantasmi, non
voleva accettare il fatto di essere morto. Per lui i secoli di vita
incorporea erano semplicemente uno strano sogno, dal quale
sperava sempre di risvegliarsi. Secondo Leslie non si era svegliato in
tempo per imboccare il tunnel alla fine del quale lo aspettava
un'irresistibile luce abbagliante.
«James non è del tutto inutile» avevo replicato. Dopotutto avevo
deciso giusto il giorno prima che James - in quanto figlio del XVIII
secolo - mi sarebbe stato utilissimo per esempio come maestro di
scherma. Mi ero cullata per qualche ora nell'illusione di imparare a
maneggiare la spada con la stessa perizia di Gideon. Purtroppo si era
rivelato un errore madornale.
In occasione della nostra prima (e anche ultima) lezione di
scherma durante la pausa del pranzo nella classe vuota, Leslie si era
piegata in due dalle risate. Naturalmente lei non poteva vedere
James con i suoi movimenti, che io giudicavo estremamente
professionali, né sentire gli ordini che mi impartiva: «Solo parare.
Miss Gwendolyn, solo parare! Terza! Prima! Terza! Quinta!» Riusciva
a vedere solo me che brandeggiavo goffamente alla cieca la
bacchetta usata da Mrs Counter per indicare, usandola contro una
spada invisibile come l'aria. Inutile. E ridicolo.
Dopo aver riso come una pazza, Leslie aveva dichiarato che
James avrebbe dovuto piuttosto insegnarmi qualcos'altro e una volta
tanto James era stato d'accordo con lei. Gli incontri di scherma e i
duelli di ogni genere erano cose da uomini, dichiarò, gli oggetti più
pericolosi che una ragazza a suo parere poteva tenere in mano erano
gli aghi da lana.
«Di sicuro il mondo sarebbe un posto migliore, se anche gli
uomini si attenessero a questa regola» aveva commentato Leslie.
«Ma, finché non lo faranno, meglio che le donne siano pronte.»
James aveva rischiato di svenire quando Leslie aveva tirato fuori
dallo zaino un coltello con la lama da venti centimetri. «Con questo
ti puoi difendere meglio, se dovesse capitarti un'altra volta che
qualche losco individuo dal passato voglia farti la pelle.»
«Somiglia a un...»
«... coltello da cucina giapponese. Affetta verdura e carne cruda
come se fossero burro.»
Avevo provato un brivido lungo la schiena.
«È solo per le emergenze» aveva aggiunto Leslie. «Per farti sentire
un po' più sicura. È l'arma migliore che sono riuscita a trovare così su
due piedi senza un porto d'armi.»
Da allora quel coltello si trovava nel mio zaino, riposto in un
astuccio da occhiali della mamma di Leslie trasformato in fodero,
insieme a un rotolo di scotch che, stando a quanto diceva Leslie, mi
sarebbe potuto tornare utile.
L'autista sterzò bruscamente e Xemerius, che non si reggeva,
scivolò sul sedile liscio andando a sbattere contro Charlotte. Si
affrettò a risollevarsi subito.
«È rigida come un pilastro» commentò sbattendo le ali. Le lanciò
un'occhiata di sottecchi. «Dobbiamo tenercela per tutta la giornata?»
«Purtroppo» risposi.
«Purtroppo che cosa?» domandò Charlotte.
«Purtroppo anche oggi non ho pranzato» dissi.
«Colpa tua» ribatté Charlotte. «Anche se, in tutta sincerità, non ti
farebbe male perdere qualche chilo. Dopo tutto devi entrare nei
vestiti che Madame Rossini ha cucito per me.» Strinse le labbra e io
sentii sbocciare in me un'emozione simile alla pietà. Probabilmente
aveva aspettato con gioia sincera di poter indossare i costumi di
Madame Rossini, poi ero arrivata io e le avevo rovinato la festa.
Non l'avevo fatto apposta, naturalmente, ma era successo.
«Il vestito che ho indossato quando sono andata a trovare il conte
di Saint Germain è a casa nell'armadio» dissi. «Se vuoi te lo do.
Potresti indossarlo alla prossima festa in maschera di Cynthia.
Scommetto che rimarrebbero tutti a bocca aperta.»
«Quel vestito non ti appartiene» precisò Charlotte sgarbata. «È di
proprietà dei Guardiani, non puoi decidere tu che cosa farne. Lascia
che rimanga a casa nell'armadio.» Si girò a guardare fuori dal
finestrino.
«Brontolona, brontolona, brontolona» disse Xemerius.
In effetti Charlotte non faceva niente per rendersi più simpatica,
non c'era mai riuscita. Tuttavia l'atmosfera di gelo tra noi mi creava
disagio. Tentai un approccio diverso. «Charlotte...?»
«Siamo quasi arrivati» mi interruppe. «Sono così ansiosa, spero che
potremo vedere qualcuno della cerchia interna.» Il suo viso cupo si
illuminò di colpo. «Voglio dire, a parte quelli che conosciamo già. È
tutto così emozionante. Nei prossimi giorni Tempie pullulerà di
autentiche leggende viventi. Famosi politici, vincitori di Nobel e
scienziati pluridecorati si ritroveranno in quei sacri ambienti senza
che nessuno ne sia al corrente all'esterno. Ci sarà Koppe Jòtland e
Jonathan Reeves-Haviland... quanto mi piacerebbe stringergli la
mano.» Per i suoi standard Charlotte sembrava sinceramente
entusiasta.
Da parte mia non avevo idea di che cosa stesse parlando. Lanciai
un'occhiata interrogativa a Xemerius, che si limitò a scrollare le
spalle. «Mi spiace, non ho mai sentito i nomi di quei tromboni» disse.
«Non si può sapere tutto» osservai con un sorriso comprensivo.
Charlotte sospirò. «Certo che no, ma ogni tanto sarebbe il caso di
leggere un quotidiano serio, oppure di sfogliare un settimanale per
tenersi informati sulla politica mondiale. Naturalmente bisognerebbe
anche connettere il cervello... o quantomeno averne uno.»
Come già detto, Charlotte non rendeva certo la vita facile agli
altri.
La limousine intanto si era fermata e Mr Marley venne ad aprire
la portiera. Dalla parte di Charlotte, mi resi conto.
«Mr Giordano l'aspetta nel vecchio refettorio» annunciò Mr
Marley, ed ebbi l'impressione che si fosse trattenuto a fatica dal
pronunciare la parola «sir».
«L'accompagnerò io.»
«Conosco la strada» disse Charlotte, poi si voltò verso di me.
«Vieni!»
«Devi avere qualcosa, perché tutti vogliono darti ordini» osservò
Xemerius. «Vengo anch'io?»
«Sì, per favore» risposi mentre ci inoltravamo per gli stretti vicoli
di Tempie. «Mi sento meglio se sei con me.»
«Mi compri un cane?»
«No!»
«Però mi vuoi bene, vero? Forse dovrei assentarmi più spesso!»
«Qualche volta potresti anche renderti utile» dissi ripensando alle
parole di Leslie. Xemerius potrebbe essere il tuo asso nella manica. Aveva
ragione. A chi altri poteva capitare di avere un amico in grado di
attraversare i muri?
«Spicciati» disse Charlotte. Lei e Mr Marley ci precedevano di
qualche metro e solo adesso mi resi conto di quanto si somigliassero.
«Ai suoi ordini, signorina Rottermeier» risposi.
Meet the lime as it seeks us.
(Andiamo a far fronte agli eventi che ci si parano davanti.)
La tragedia di Cimbelino, William Shakespeare
Capitolo 5
Per farla breve, la lezione con Charlotte e Mr Giordano fu ben
peggiore di quanto avessi immaginato. La colpa era soprattutto del
fatto che volevano farmi imparare tutto in una volta sola: mentre
litigavo con i passi del minuetto indossando una gonna a campana a
strisce bianche e rosse che faceva a pugni con la camicetta color purè
dell'uniforme scolastica, dovevo comprendere in che misura la
visione politica dei Whigs si discostasse da quella dei Tories, imparare
a tenere in mano un ventaglio e quale fosse la differenza tra
«maestà», «altezza serenissima» e «signoria illustrissima». Dopo un'ora
soltanto e diciassette modi diversi di aprire il ventaglio, ero in preda
a un feroce mal di testa e non sapevo più distinguere la destra dalla
sinistra. Il mio tentativo di smorzare la tensione con una battuta «possiamo fare una piccola pausa, sono tutta...» - non fu apprezzato.
«Non c'è niente da ridere» commentò Giordano con voce nasale.
«Che svampita.»
Il vecchio refettorio era un'ampia sala al pianterreno con alte
finestre affacciate su un cortile interno. A parte un pianoforte e
qualche sedia accostata alla parete, era vuota. Xemerius, come suo
solito, si era appeso a testa in giù a uno dei lampadari e aveva
ripiegato ordinatamente le ali sulla schiena. Mr Giordano si era
presentato con le parole: «Giordano, soltanto Giordano, per favore.
Storico laureato, famoso creatore di moda, maestro di reiki, designer
di gioielli, noto coreografo, adepto di terzo grado, esperto nei secoli
XVIII e XIX».
«Per la miseria» esclamò Xemerius. «Da bambino devono avergli
fatto il bagno troppo caldo.»
Non potevo che dargli ragione, purtroppo. Mr Giordano,
pardon, soltanto Giordano, somigliava fatalmente a uno di quegli
schizzati venditori dei canali di televendite che parlavano come se
avessero una molletta per i panni sul naso e come se sotto il tavolo
un pincher nano gli avesse addentato il polpaccio. Mi aspettavo solo
che curvasse le labbra (siliconate?) in un sorriso e annunciasse: «E
ora, cari telespettatori, vi presentiamo il nostro modello Brigitta, una
fontana da interni assolutamente raffinata, una piccola oasi di
benessere, e costa solo 27 sterline, un vero affare, dovete
approfittarne, io stesso ne ho due a casa...»
Invece
disse,
senza
sorridere:
«Mia
cara
Charlotte,
ciaociaociaociaociao» e baciò l'aria ai lati delle sue guance. «Ho
saputo quello che è successo e lo trovo in-cre-di-bi-le! Tutti questi
anni di addestramento e tanto talento sprecato! E una vergogna, un
terribile scandalo, un'ingiustizia... sarebbe quella? La tua sostituta.» Mi
scrutò da capo a piedi corrugando le labbra piene. Io non potei fare
a meno di fissarlo a mia volta affascinata. Aveva una singolare
acconciatura mossa, cementata alla testa grazie a uno spesso strato di
gel e lacca. Due sottili strisce di barba gli attraversavano la metà
inferiore del viso, come fiumi su una cartina geografica. Aveva le
sopracciglia depilate e ridisegnate con una specie di matita nera e, se
non mi sbagliavo, aveva il naso incipriato.
«E quella dovrebbe prepararsi entro dopodomani sera in maniera
organica a una soirée del 1782?» osservò. Con «quella»
evidentemente si riferiva a me. Con soirée, invece, voleva dire
qualcos'altro. La domanda era che cosa.
«Ehi, ehi, credo che il labbrone ti abbia offeso» disse Xemerius. «Se
cerchi un epiteto da lanciargli, mi offro volentieri come suggeritore.»
Labbrone era già notevole.
«Una soirée è un noioso ricevimento serale» proseguì Xemerius.
«Nel caso non lo sapessi. Ci si riunisce dopo la cena, si suona a
vicenda qualcosa al pianoforte e soprattutto si cerca di non
addormentarsi.»
«Grazie davvero!» dissi.
«Non riesco ancora a credere che vogliano correre questo rischio»
commentò Charlotte, mentre appoggiava il cappotto su una sedia.
«Contravviene a tutte le regole della segretezza permettere a
Gwendolyn di presentarsi tra la gente. Basta guardarla e si capisce
che in lei c'è qualcosa che non va.»
«Mi hai tolto le parole di bocca!» esclamò Labbrone. «Del resto
però il conte è noto per i suoi eccentrici desideri. Là davanti c'è la
legenda per lei. Orripilante! Prova a leggerla.»
La mia che cosa? Ormai avevo relegato da tempo le leggende nel
regno delle fiabe. O al massimo sulle cartine geografiche.
Charlotte sfogliò una cartellina posata sul pianoforte. «Deve
interpretare il ruolo della pupilla del visconte Batten? E Gideon è suo
figlio? Non è un po' troppo rischioso? Potrebbe essere presente
qualcuno che conosce il visconte e la sua famiglia. Perché non è stato
preferito un vicomte francese in esilio?»
Giordano sospirò. «Non era possibile a causa delle sue scarse
conoscenze linguistiche. Molto probabilmente il conte vuole solo
metterci alla prova. Dovremo dimostrargli che siamo in grado di
trasformare questa ragazza in una dama del XVIII secolo. Dobbiamo
riuscirci!» Contorse le mani.
«Secondo me, visto quello che sono riusciti a fare con Keira
Knightley, sarà possibile farlo anche con me» dichiarai fiduciosa.
Keira Knightley era semplicemente la ragazza più moderna del
mondo eppure faceva sempre un figurone nel film in costume,
persino con le parrucche più assurde.
«Keira Knightley?» Le sopracciglia nere si alzarono a sfiorare
l'attaccatura del toupet. «Per un film può anche andare bene, ma se
Keira Knightley si trovasse per davvero nel XVIII secolo verrebbe
smascherata nel giro di dieci minuti. Basta già il modo in cui scopre i
denti tutte le volte che sorride e getta la testa all'indietro quando
ride, spalancando la bocca! Nessuna dama del XVIII secolo l'avrebbe
mai fatto!»
«Chi le dà la certezza che fosse proprio così?»
«Come hai detto, scusa?»
«Dicevo, chi le dà la certezza...» Gli occhi di Labbrone mi
incenerirono. «Sarà meglio chiarire subito la prima regola, ovvero:
ciò che dice il maestro non viene mai messo in discussione.»
«E chi sarebbe il maestro... oh, ho capito, è lei» dissi arrossendo
leggermente, mentre Xemerius scoppiava a ridere. «Benissimo. Allora
non bisogna mostrare i denti quando si ride. Lo terrò presente.» Non
sarebbe stato difficile riuscirci. Era assai improbabile che avrei trovato
un motivo per ridere durante quella soirée.
Labbrone riportò le sopracciglia in posizione di riposo e, mentre
Xemerius dal soffitto gli gridava «Stupido babbeo!» senza che lui
potesse sentirlo, affrontò il triste inventario. Mi chiese che cosa
sapessi di politica, letteratura, usi e costumi dell'anno 1782 e la mia
risposta («So che non c'erano un sacco di cose, per esempio lo
sciacquone automatico al gabinetto e il diritto di voto per le donne»)
lo indusse a nascondersi la faccia tra le mani per qualche secondo.
«Mi sto sganasciando dalle risate» annunciò Xemerius e purtroppo
la sua ilarità stava contagiando anche me. Con un enorme sforzo di
volontà riuscii a soffocare la risata che mi saliva dalle profondità del
diaframma.
Charlotte disse dolcemente: «Pensavo che ti avessero spiegato che
lei è assolutamente impreparata, Giordano».
«Ma io... almeno le nozioni fondamentali...» La faccia del maestro
spuntò da dietro le mani. Non osavo guardarlo; se si fosse rovinato
il trucco, sarebbe stata colpa mia.
«A che punto è la tua preparazione musicale? Pianoforte? Canto?
Arpa? E i balli di società? Un semplice menuet à deux potrai
affrontarlo, ma le altre danze?»
Arpa? Menuet à deux? Ma certo! Per me era finita. Persi anche
l'ultima briciola di autocontrollo e scoppiai a ridere.
«Mi fa piacere che ci sia almeno qualcuno che si diverte» disse
sconcertato Labbrone, e probabilmente fu quello il momento in cui
decise di angariarmi fino a togliermi qualunque voglia di ridere.
In effetti non ci volle molto. Dopo un quarto d'ora mi sentivo la
persona più inetta e perdente di questo mondo. E questo nonostante
Xemerius, dal soffitto, facesse del suo meglio per incoraggiarmi.
«Avanti, Gwendolyn, mostra a quei due sadici che cosa sai fare!»
Mi sarebbe tanto piaciuto. Purtroppo non ero in grado.
«Tour de main, mano sinistra, svampita, ma verso destra,
Cornwallis capitolò e Lord North si ritirò nel 1782, e di
conseguenza... a destra. No, a destra! Santo cielo! Charlotte, per
favore, faglielo vedere un'altra volta!»
E Charlotte me lo fece vedere. Bisognava riconoscerlo, ballava in
maniera divina, i passi visti fare da lei sembravano un gioco da
bambini.
E in fin dei conti lo erano per davvero. Ci si spostava di qua, ci si
spostava di là, si girava continuando a sorridere senza mostrare i
denti. La musica proveniva da altoparlanti nascosti dietro il
rivestimento delle pareti e devo ammettere che non era proprio il
tipo di musica che invoglia di getto a muovere le gambe.
Forse avrei imparato meglio la sequenza dei passi se Labbrone nel
frattempo non avesse continuato a blaterare instancabile. «La guerra
contro la Spagna dura dal 1779... ora la mouliné, per favore, il
quarto uomo dobbiamo immaginarlo, e inchino, sì, con un po' più di
grazia, per favore. Ora di nuovo in avanti, non dimenticare il
sorriso, testa dritta, mento verso l'alto, intanto l'America del Nord si
è separata dalla Gran Bretagna, per amor del cielo, no, verso destra,
braccio all'altezza del petto e ben disteso, è un duro colpo e nessuno
vede di buon occhio i francesi, è considerato non patriottico... non
guardarti i piedi, tanto con quel vestito non riesci a vederli.»
Charlotte si limitava a pormi astruse domande all'improvviso
(«Chi era il re del Burundi nel 1872?») con relativo scuotimento di
testa che mi rendeva ancora più insicura.
Dopo un'ora Xemerius non ce la fece più. Svolazzò via dal
lampadario, mi rivolse un cenno e scomparve attraverso il muro.
Avrei voluto chiedergli di dare un'occhiata a Gideon, ma non fu
necessario, perché dopo un altro quarto d'ora di tortura di minuetto
Gideon entrò nel vecchio refettorio in compagnia di Mr George.
Arrivarono giusto in tempo per vedere me, Charlotte e Labbrone
compiere insieme a un invisibile quarto uomo una figura di danza
che Labbrone definì «le chain» e nella quale io dovevo dare la mano
all'invisibile compagno di ballo. Purtroppo gli diedi la mano
sbagliata.
«Mano destra, spalla destra, mano sinistra, spalla sinistra» esclamò
Labbrone adirato. «È così difficile? Guarda come fa Charlotte, è
perfetta!»
Charlotte la perfetta continuò a ballare anche dopo aver notato
che avevamo ricevuto visite, mentre io mi ero fermata con grande
imbarazzo e avrei voluto sprofondare sotto terra.
«Oh» esclamò Charlotte alla fine, come se si fosse accorta solo in
quel momento della presenza di Mr George e Gideon. Sprofondò in
una graziosa riverenza che, come avevo imparato, era una specie di
inchino da fare al principio e alla fine di un minuetto e a volte anche
nel mezzo. Avrebbe dovuto risultare ridicola, tanto più che portava
l'uniforme scolastica, e invece la fece sembrare... tenera.
Io mi sentii subito doppiamente male, da un lato per colpa della
gonna bianca e rossa abbinata alla camicia dell'uniforme (somigliavo
a uno di quei coni di plastica con la luce che si mettono per strada
per delimitare un'area di cantiere), dall'altro perché Labbrone non
perse tempo e cominciò a lamentarsi di me.
«... non sa distinguere la destra dalla sinistra... un sacco di
goffaggine... dura di comprendonio... impresa impossibile... una
svampita... non si può creare un cigno da una papera... non potrà
presentarsi a questa soirée senza destare scalpore... guardate voi
stessi!»
Mr George e anche Gideon Io fecero e io arrossii violentemente.
Nel contempo mi sentii montare dentro la collera. Ora era troppo!
Mi slacciai la gonna e la crinolina imbottita che Labbrone mi aveva
legato intorno ai fianchi, mentre brontolavo: «Non so proprio
perché dovrei mettermi a parlare di politica nel XVIII secolo. Non Io
faccio nemmeno oggi, non ne ho la più pallida idea! E allora? Se
qualcuno mi chiede del conte di vattelapesca, dirò che la politica
non mi interessa un fico secco. E nel caso qualcuno voglia per forza
ballare il minuetto con me - cosa che ritengo impossibile, dal
momento che non conosco nessuno nel XVIII secolo - risponderò no
grazie, molto gentile, ma mi sono storta una caviglia. Volendo potrò
anche dirlo senza mostrare i denti.»
«Avete capito a che cosa mi riferisco?» domandò Labbrone
torcendosi di nuovo le mani. Doveva essere una sua abitudine.
«Neppure un barlume di buona volontà: al suo posto una
spaventosa ignoranza e mancanza di talento in ogni ambito. Poi
scoppia a ridere come una bambina di cinque anni, solo a sentir
nominare Lord Sandwich.»
Ah, già, Lord Sandwich. Incredibile pensare che si chiamasse
davvero così. Poveraccio.
«Sicuramente riuscirà...» esordì Mr George, ma Labbrone gli tolse
la parola di bocca.
«Al contrario di Charlotte, questa ragazza non possiede alcuno...
espièglerie!»
Accidenti! Qualunque cosa fosse, se ce l'aveva Charlotte, io non la
volevo.
Charlotte aveva spento la musica e si era seduta al pianoforte, da
dove sorrideva seducente a Gideon. Lui ricambiò il sorriso.
A me invece aveva riservato un'occhiata che diceva tutto. E non
in senso positivo. Di certo si sentiva a disagio di dover stare in una
stanza con una fallita come me, a maggior ragione perché era fin
troppo consapevole del proprio fulgido aspetto, con i jeans scoloriti
e una maglietta nera aderente. Per qualche motivo la mia collera
aumentò. Mi trattenni a stento dal digrignare i denti.
Mr George lanciava occhiate preoccupate da Labbrone a me e
viceversa, poi corrugò la fronte e disse: «Vedrà che ci riuscirà,
Giordano. Dopo tutto ha un'assistente di ottimo livello in Charlotte.
E poi ci restano ancora un paio di giorni di tempo».
«Non basterebbero neppure diverse settimane intere! Per
prepararla a un grande ballo il tempo non basta mai» ribatté
Labbrone. «Una soirée, forse sì, in una cerchia ristretta e con molta
fortuna, ma un ballo, forse addirittura in presenza dei granduchi... è
escluso. Posso solo sperare che il conte abbia fatto una battuta.»
Lo sguardo di Mr George diventò gelido. «Certo che no» dichiarò.
«E di sicuro non spetta a lei sindacare le decisioni del conte.
Gwendolyn ce la farà, non è vero, Gwendolyn?»
Io preferii non rispondere. La mia autostima era stata troppo
maltrattata nelle ultime due ore. Se si fosse trattato solo di non dare
nell'occhio in maniera negativa, ci sarei riuscita. Mi sarei messa in un
angolo agitando il ventaglio con discrezione. Anzi, meglio non
agitarlo, chissà che cosa avrebbe potuto significare. Me ne sarei
rimasta lì a sorridere senza denti. Ovviamente nessuno avrebbe
dovuto disturbarmi oppure chiedermi del marchese di Stafford o
invitarmi a ballare.
Charlotte cominciò a suonare qualche accordo al pianoforte. Era
una graziosa melodia nello stile della musica che avevamo usato
prima per ballare. Gideon la raggiunse e lei lo guardò dicendo
qualcosa che io non riuscii a cogliere, per colpa del sospiro
esasperato di Labbrone.
«Abbiamo cercato di insegnarle i passi fondamentali del minuetto
in modo convenzionale, ma temo che dovremo ricorrere ad altri
metodi!»
Mio malgrado dovevo ammirare Charlotte per la sua capacità di
parlare, guardare Gideon negli occhi, mostrare la sua irresistibile
fossetta e nel contempo suonare il pianoforte.
Labbrone continuava a lamentarsi. «...Forse ci serviranno
immagini o frecce di gesso sul pavimento, in modo da...»
«Potrete riprendere la lezione domani» lo interruppe Mr George.
«Ora Gwendolyn deve trasmigrare. Vieni, Gwendolyn?»
Con un cenno d'assenso, presi lo zaino e il cappotto e mi
incamminai sollevata. Finalmente la tortura era conclusa. La
frustrazione scomparve sostituita da una trepidante attesa. Se tutto
fosse andato bene, oggi sarei stata fatta trasmigrare in una data
successiva al mio incontro con il nonno e avrei trovato la chiave e la
parola d'ordine nel nascondiglio.
«Lascia, lo porto io.» Mr George mi prese di mano lo zaino e mi
rivolse un sorriso di incoraggiamento. «Ancora quattro ore, poi
potrai tornare a casa. Oggi sembri molto meno stanca di ieri.
Sceglieremo un anno tranquillo, che ne diresti del 1953? Gideon dice
che nel la... cioè, nella stanza del cronografo si sta proprio bene.
Pare che ci sia anche un divano.»
«Il 1953 è perfetto» risposi cercando di contenere il mio
entusiasmo. Cinque anni dopo il mio ultimo incontro con Lucas! Con
ogni probabilità nel frattempo era riuscito a raccogliere qualche
informazione.
«A proposito, Charlotte, Mrs Jenkins ha chiamato un'auto per te.
Puoi tornare a casa.»
Charlotte smise di suonare. «Va bene, Mr George» rispose educata,
poi piegò la testa di lato e sorrise a Gideon. «E tu hai finito per
oggi?»
Cosa? Non aveva mica intenzione di chiedergli se voleva andare
al cinema con lei! Trattenni il respiro, in attesa.
Gideon però scosse la testa. «No, accompagnerò Gwendolyn.»
Io e Charlotte assumemmo la stessa espressione sconcertata.
«Non è necessario» intervenne Mr George. «Per oggi hai già
coperto il tuo fabbisogno.»
«E poi hai l'aria molto stanca» aggiunse Charlotte. «La cosa non mi
sorprende. Dovresti approfittarne invece per dormire un po'.»
Una volta tanto la pensavo come lei. Se Gideon fosse venuto con
me, non avrei potuto prendere la chiave dal nascondiglio né andare
a cercare il nonno.
«Senza di me Gwendolyn sprecherà quattro ore intere in cantina»
obiettò Gideon. «Se vado con lei, potrei approfittarne per insegnarle
qualcosa.» Abbozzò un sorriso e aggiunse: «Per esempio come
distinguere la destra dalla sinistra. I passi del minuetto non sono poi
così difficili da imparare».
Come, come? Per amor del cielo, basta lezioni di ballo!
«Fatica sprecata» disse Labbrone.
«Devo fare i compiti» dissi nella maniera più sgarbata possibile.
«Entro domani devo consegnare la ricerca su Shakespeare.»
«Potrei aiutarti anche in questo» disse Gideon fissandomi negli
occhi. Il suo sguardo era imperscrutabile; a chi non lo conosceva
poteva forse sembrare innocente, ma io non mi lasciai ingannare.
Charlotte continuava a sorridere, ma senza le sue graziose
fossette.
Mr George scrollò le spalle. «Fa' come vuoi. Di sicuro Gwendolyn
non si sentirà sola e non avrà paura.»
«In realtà mi piace stare un po' da sola» dissi disperata.
«Soprattutto dopo una giornata trascorsa in mezzo alla gente come
oggi.» In mezzo a gente insopportabile.
«Davvero?» chiese Charlotte sarcastica. «Dopo tutto non sei mai
veramente sola, non è vero? Hai sempre con te quei tuoi amici
invisibili.»
«Proprio così» risposi. «Gideon, mi saresti solo d'impiccio.»
Meglio se vai al cinema con Charlotte. Per quanto mi riguarda, potresti
fondare anche un club del libro!
Lo pensai. Ma lo credevo davvero? Da un lato non vedevo l'ora
di incontrare il nonno per chiedergli che cosa avesse scoperto sul
cavaliere verde. Dall'altro nella mia mente si affacciarono vaghi
ricordi di quei oh e mmmm e ancora del giorno prima.
Accidenti! Dovevo resistere e pensare a tutte le cose spregevoli
che avevo trovato in Gideon.
Purtroppo lui non me ne lasciò il tempo. Aprì la porta a me e Mr
George dicendo: «Andiamo, Gwendolyn! Il 1953 ci aspetta!»
Ebbi l'assoluta certezza che, se avesse potuto, Charlotte mi
avrebbe incenerito la schiena con lo sguardo.
Mr George mi bendò gli occhi - non senza scusarsi in anticipo prima di incamminarci verso il vecchio laboratorio alchemico nel
sotterraneo, poi mi prese per mano con un sospiro. Gideon portava
il mio zaino.
«So che Mr Giordano non è una persona facile» disse Mr George
una volta arrivati in fondo alla scala a chiocciola. «Però forse potresti
fare un piccolo sforzo con lui.» Sbuffai stizzita. «Anche lui potrebbe
fare altrettanto con me! Maestro di reiki, designer di gioielli, creatore
di moda... che cosa c'entra un tipo come lui tra i Guardiani? Credevo
che si trattasse solo di scienziati e politici di primo rango.»
«Mr Giordano effettivamente è una specie di uccello raro tra i
Guardiani» ammise Mr George. «Però possiede un'intelligenza
spiccata. Oltre alle sue strambe... ecco... occupazioni, che tra l'altro
lo hanno reso multimilionario, è uno storico di fama riconosciuta
e...»
«...e soprattutto, quando cinque anni fa pubblicò un saggio,
basato su fonti fino a quel momento sconosciute, su una società
segreta di Londra con legami con i massoni e il leggendario conte di
Saint Germain, i Guardiani decisero che era il caso di conoscerlo
meglio» aggiunse Gideon che ci precedeva. La sua voce riecheggiò
dai muri di pietra.
Mr George si schiarì la gola. «Sì, hmmm, anche questo è vero.
Attenzione, gradino.»
«Ho capito» dissi. «Giordano è diventato membro dei Guardiani
per fare in modo che non rovinasse tutto. Quali erano le sue fonti
misteriose?»
«Ogni membro dà alla società qualcosa che la rende più forte»
disse Mr George evitando di rispondere alla mia domanda. «E le
capacità di Mr Giordano sono molteplici.»
«Su questo non c'è dubbio» riconobbi. «Non ho mai visto un
uomo con uno strass incollato a un'unghia.»
Mr George tossì, come se gli fosse andata di traverso la saliva.
Proseguimmo per un po' in silenzio. Non sentivo più i passi di
Gideon, quindi immaginai che ci avesse preceduto (con gli occhi
bendati ero costretta a camminare a passo di lumaca). Alla fine mi
feci coraggio e gli chiesi sottovoce: «Per quale motivo devo
partecipare a questa soirée e al ballo, Mr George?»
«Oh, non ti ha informato nessuno? Ieri sera, o meglio ieri notte,
Gideon è stato a trovare il conte per chiarire la vostra ultima...
avventura. È tornato con una lettera dove il conte manifesta il suo
desiderio di essere accompagnato da te e da Gideon a una soirée a
casa di Lady Brompton e poi a un gran ballo qualche giorno dopo.
In programma c'è anche una visita pomeridiana a Tempie. Lo scopo
di tutte queste iniziative è fare in modo che il conte possa conoscerti
meglio.»
Mi tornò in mente il mio primo incontro con il conte e
rabbrividii. «Posso capire che voglia conoscermi meglio, ma... perché
vuole incontrarmi in mezzo a degli sconosciuti? È una specie di
prova?»
«Questo dimostra ancora una volta che non ha senso tenerti
all'oscuro di tutto. Sinceramente sono stato molto contento di quella
lettera. Dimostra che il conte si fida di te molto più di alcuni signori
Guardiani, che pensano che tu sia solo una comparsa.»
«E una traditrice» aggiunsi pensando al dottor White. «Oppure una
traditrice» mi corresse Mr George. «Le opinioni al riguardo
divergono. Bene, ragazza mia, siamo arrivati. Puoi toglierti la
benda.»
Gideon ci stava già aspettando. Feci un ultimo tentativo per
sbarazzarmi di lui, annunciandogli di dovere imparare a memoria un
sonetto di Shakespeare e che per farlo dovevo recitarlo ad alta voce,
ma lui si limitò a scrollare le spalle dicendo di avere con sé l'iPod e
che non mi avrebbe sentito. Mr George tirò fuori il cronografo dalla
cassaforte e ci invitò a non lasciare niente in giro. «Nemmeno un
pezzetto di carta, hai capito, Gwendolyn? Devi riportare indietro per
intero il contenuto del tuo zaino. E naturalmente anche lo zaino. È
chiaro?»
Annuii, presi lo zaino dalle mani di Gideon e me lo strinsi al
petto. Poi porsi il dito a Mr George. Questa volta gli diedi il
mignolo, perché l'indice era stato martoriato già troppe volte
dall'ago. «E se entrasse qualcuno mentre siamo lì?»
«Non succederà» mi garantì Gideon. «Non c'è nessuno là sotto nel
cuore della notte.»
«Come fai a esserne sicuro? A qualcuno potrebbe venire l'idea di
organizzare un incontro ispirativo in cantina.»
«Casomai cospirativo» disse Gideon.
«Come, scusa?»
«Non preoccuparti» disse Mr George mentre mi infilava il dito
nell'apertura del cronografo. Mi morsi le labbra quando venni
assalita dall'ormai familiare sensazione di vertigine mentre l'ago si
conficcava nella mia carne. La stanza fu inondata di luce rosso
rubino, poi mi ritrovai nella totale oscurità.
«Ehi?» chiesi piano, ma nessuno mi rispose. Un istante dopo
Gideon si materializzò accanto a me e accese subito una torcia.
«Visto? Non si sta poi tanto male qui» disse dirigendosi verso la
porta e accendendo la luce. Anche stavolta c'era solo una lampadina
appesa al soffitto, ma il resto della stanza aveva decisamente
guadagnato rispetto alla mia ultima visita. Per prima cosa i miei occhi
si posarono sul muro dove Lucas aveva realizzato il nostro
nascondiglio segreto. C'erano delle sedie accatastate davanti, ma in
maniera molto più ordinata rispetto all'ultima volta. Non c'era più
sporcizia, a paragone di prima la stanza era pulita e soprattutto
molto più vuota. Oltre alle sedie lungo la parete c'erano un tavolo e
un divano con un rivestimento di velluto verde sbiadito.
«In effetti ha un'aria molto più accogliente dell'ultima volta che
sono stata qui. Per tutto il tempo ho temuto che un topo potesse
sbucare fuori e mordermi.»
Gideon abbassò la maniglia e provò a scrollarla. Evidentemente la
porta doveva essere chiusa a chiave.
«L'ho trovata aperta una volta soltanto» disse con un sorriso
malizioso. «Che bella serata. Da qui c'è un passaggio segreto che
porta fino al palazzo di giustizia. Scende ancora più in profondità
nelle catacombe piene di ossa e teschi... e poco lontano da qui, nel
1953, c'è un'osteria.»
«Ci vorrebbe una chiave.» Girai la testa nuovamente verso la
parete. Da qualche parte dietro un mattone c'era una chiave.
Sospirai. Peccato che non potessi usarla. In ogni caso provavo una
bella sensazione all'idea di sapere qualcosa di cui Gideon era
all'oscuro. «Hai bevuto il vino?»
«Secondo te?» Gideon prese una delle sedie e la sistemò davanti al
tavolo. «Tieni. Buon divertimento con i compiti.»
«Hmmm, grazie.» Mi misi a sedere, tirai fuori il materiale dallo
zaino e feci finta di concentrarmi totalmente sul libro. Intanto
Gideon si era sdraiato sul divano, aveva tirato fuori l'iPod dalla tasca
dei calzoni e si era infilato le cuffie nelle orecchie. Passati due minuti
arrischiai a lanciargli un'occhiata e vidi che aveva gli occhi chiusi. Si
era addormentato? Non mi avrebbe sorpreso, dal momento che
quella notte era stato di nuovo in viaggio.
Per un po' rimasi a contemplare assorta il lungo naso dritto,
l'incarnato pallido, le labbra morbide e le lunghe ciglia arricciate.
Con quell'espressione rilassata sembrava molto più giovane e
all'improvviso riuscii a immaginare senza fatica quale aspetto avesse
avuto da bambino. Di sicuro molto carino. Il suo petto si alzava e si
abbassava regolarmente e valutai se fosse il caso di osare... no,
troppo pericoloso. Dovevo anche evitare di guardare di nuovo verso
il muro, se volevo custodire il segreto mio e di Lucas.
Siccome non avevo nient'altro da fare e non potevo certo restare
quattro ore a fissare Gideon che dormiva (anche se dovevo
ammettere che la cosa aveva un suo fascino), mi dedicai ai compiti,
dapprima studiando i tesori minerari del Caucaso, poi i verbi
irregolari francesi. Alla ricerca sulla vita e le opere di Shakespeare
mancava solo la conclusione che riassunsi ispirata in un'unica frase:
Shakespeare trascorre gli ultimi cinque anni della sua vita a Stratford-uponAvon, dove muore nel 1616. Ecco fatto. Ora mi restava solo da
imparare a memoria un sonetto. Siccome erano tutti lunghi uguali,
ne scelsi uno a caso. «Cuore e occhi miei sono in mortale guerra sul
come dividere la conquista del tuo sembiante...» mormorai.
«Ti riferisci a me?» domandò Gideon mettendosi seduto e
togliendosi gli auricolari.
Non potei fare a meno di arrossire. «È Shakespeare» risposi.
Gideon sorrise. «Gli occhi vorrebbero negare al cuore la tua
immagine, e il cuore contesta agli occhi una tale pretesa... o qualcosa
del genere.»
«No, è giusto» dissi richiudendo il libro.
«Non l'hai ancora imparato» osservò Gideon.
«Tanto per domani l'avrei comunque dimenticato. Meglio se lo
imparo domattina prima di andare a scuola, ho più probabilità di
tenerlo a mente fino all'ora di inglese.»
«Meglio così! Allora adesso possiamo esercitarci nel minuetto.»
Gideon si alzò. «Abbiamo tutto lo spazio che ci serve qui.»
«Oh, no! Per favore!»
Gideon però mi stava già facendo un inchino. «Posso avere
l'onore di questo ballo, Miss Shepherd?»
«Ve lo concederei con grandissimo piacere, signore» risposi
agitando il libro di Shakespeare come un ventaglio. «Purtroppo però
mi sono storta una caviglia. Forse potreste chiedere a mia cugina
laggiù. La dama in verde.» Indicai il divano. «Sono sicura che sarà più
che felice di mostrarvi come balla bene.»
«Io però vorrei ballare con voi. So già da tempo come balla
vostra cugina.»
«Mi riferivo a mia cugina Sofà, nonna di mia cugina Charlotte»
ribattei. «Le... hmmm... vi assicuro che con Sofà vi divertirete molto
più che con Charlotte. Forse non è molto leggiadra, ma è più
morbida, ha più fascino e di sicuro un carattere migliore.»
Gideon rise. «Come ho già detto, il mio interesse è solo per voi.
Vi prego di concedermi questo onore.»
«Ma un gentiluomo come voi dovrebbe mostrare comprensione
per la mia caviglia!»
«No, mi rincresce.» Gideon tirò fuori l'iPod dalla tasca dei jeans.
«Un attimo di pazienza, l'orchestra è quasi pronta.» Mi infilò gli
auricolari e mi fece alzare.
«Oh, bene, i Linkin Park» dissi mentre il cuore mi accelerava
perché all'improvviso Gideon mi stava tanto vicino.
«Come? Vi chiedo perdono. Ecco, ci siamo quasi.» Il suo dito
sfiorò il display. «Fatto. Mozart: è più indicato.» Mi porse l'iPod. «No,
mettilo nella tasca della gonna, devi avere le mani libere.»
«Ma come farai tu a sentire la musica?» domandai mentre le note
del violino mi riempivano le orecchie.
«Ci sento benissimo, non c'è bisogno che gridi così. Bene,
immaginiamo di essere in otto. Alla mia sinistra c'è un altro ballerino,
alla mia destra altri due, in fila. Dalla tua parte è lo stesso, con tre
dame. Inchino, per favore.»
Feci una riverenza e posai titubante la mano nella sua. «Guarda
che smetto subito se mi dici che sono svampita!»
«Non mi permetterei mai» disse Gideon guidandomi in linea retta
parallelamente al divano. «Mentre si balla si conduce una educata
conversazione. Posso chiedervi da dove deriva la vostra avversione
per il ballo? Alla maggior parte delle giovani dame piace molto.»
«Zitto, devo concentrarmi.» Per il momento stava andando tutto
bene. Io stessa ero stupita. La tour de main mi era riuscita senza errori,
una volta a sinistra, una volta a destra. «Possiamo ripeterlo?»
«Tieni alto il mento, sì, così. E guardami. Non devi mai distogliere
gli occhi da me, per quanto possa essere affascinante il mio vicino.»
Sorrisi mio malgrado. E questo che cos'era? Un fishing for
compliments? BÈ, non gli avrei fatto questo piacere. Anche se dovevo
ammettere che Gideon ballava proprio bene. Con lui era tutta
un'altra cosa rispetto a Labbrone, i passi mi riuscivano da soli. Pian
piano cominciavo ad apprezzare il minuetto.
Anche Gideon se ne accorse. «Vedi che ti riesce? Mano destra,
spalla destra, mano sinistra, spalla sinistra. Molto bene.»
Aveva ragione. Ci riuscivo! Era un gioco da bambini. Con aria
trionfale mi voltai verso uno degli altri invisibili ballerini, poi posai
di nuovo la mano in quella di Gideon.
«Ah! Alla faccia di chi dice che ho la grazia di un mulino a vento!»
esclamai.
«Un paragone assolutamente spudorato» concordò Gideon. «A
confronto spiazzi qualunque mulino a vento.»
Ridacchiai. Poi trasalii. «Ops, ecco che tornano i Linkin Park.»
«Non importa.» Mentre Papercut mi martellava nelle orecchie,
Gideon continuò imperturbabile l'ultima figura poi mi fece una
riverenza. Provai quasi un moto di tristezza all'idea che fosse già
finito.
Gli rivolsi un profondo inchino e mi tolsi gli auricolari. «Tieni. Sei
stato davvero gentile a insegnarmi a ballare.»
«Puro egoismo» replicò Gideon. «Dopo tutto sono io che
altrimenti farei una figuraccia con te. L'hai già dimenticato?»
«No.» Il mio buonumore si volatilizzò all'istante. Lo sguardo mi
cadde di nuovo sulla parete con le sedie accatastate, senza che
potessi impedirlo.
«Ehi, non abbiamo mica finito» disse Gideon. «Andava abbastanza
bene, ma non era ancora perfetto. E adesso che cos'è quell'aria
truce?»
«Secondo te perché il conte di Saint Germain vuole assolutamente
che io partecipi a una soirée e a un ballo? Potrebbe benissimo
chiamarmi a Tempie, così non ci sarebbero pericoli che possa fare
brutta figura davanti agli estranei. Nessuno mi noterebbe, magari
raccontando poi l'episodio ai posteri.»
Gideon mi guardò per qualche istante prima di parlare. «Il conte
di solito non ama scoprire le sue carte, ma dietro ogni sua idea c'è un
piano geniale. Nutre un concreto sospetto circa l'identità degli
uomini che ci hanno assalito a Hyde Park e credo che voglia attirare
fuori dall'ombra il mandante, presentandoci entrambi in società.»
«Oh» feci, «pensi che saremo di nuovo assaliti...»
«Sicuramente no, finché staremo in mezzo alla gente» mi
interruppe Gideon. Andò a sedersi sul bracciolo del divano
incrociando le braccia sul petto. «In ogni caso però trovo che sia una
situazione pericolosa, almeno per te.»
Mi appoggiai al bordo del tavolo. «Non sospettavi di Lucy e Paul
per l'agguato a Hyde Park?»
«Sì e no» ribatté Gideon. «Un uomo come il conte di Saint
Germain di certo si è fatto molti nemici nel corso della vita. Negli
Annali sono registrati diversi attentati ai suoi danni. Secondo me
Lucy e Paul, per raggiungere il loro scopo, devono essersi accordati
con uno o più di tali nemici.»
«Anche il conte la pensa allo stesso modo?»
Gideon alzò le spalle. «Lo spero.»
Rimasi un attimo in silenzio a pensare. «Sono favorevole che tu
contravvenga alle regole e ti porti dietro un'arma alla James Bond»
dissi poi. «Quei tizi con la spada non potranno batterti. Ma dove
l'hai trovata? Anch'io mi sentirei meglio se avessi una pistola del
genere.»
«In genere non si utilizza contro qualcuno un'arma che non si sa
usare» dichiarò Gideon.
Pensai al mio coltello da cucina giapponese. L'idea che qualcuno
me lo puntasse addosso non era affatto piacevole.
«Charlotte è brava con la spada? Sa maneggiare anche una
pistola?»
L'ennesima scrollata di spalle. «Ha preso lezioni di scherma da
quando aveva dodici anni, è naturale che sia brava.»
Certo. Charlotte era brava in tutto. A parte nell'essere simpatica.
«Al conte sarebbe senza dubbio piaciuta» dissi. «Io evidentemente
non sono il suo tipo.»
Gideon rise. «Vedi ancora la sua immagine davanti agli occhi.
Forse potrebbe volerti conoscere più da vicino per valutare se la
profezia che ti riguarda in fondo non sia corretta.»
«Ti riferisci alla magia del corvo?» Provavo sempre un intenso
disagio tutte le volte che il discorso toccava questo argomento. «La
profezia rivela anche a che cosa si riferisce esattamente?»
Gideon esitò qualche istante, poi recitò a bassa voce: «... il corvo,
nel suo rubino volteggiare, tra i mondi sente i morti cantare, non conosce
la forza, il prezzo ignora, si leva il potere, chiuso il cerchio è allora...» Si
schiarì la voce. «Fa venire la pelle d'oca.»
«In effetti è inquietante. Soprattutto la parte dei morti che
cantano.» Mi strofinai le braccia. «Dice altro?»
«No. Grossomodo è tutto. Devi ammettere che non è poi così
adatta a te, giusto?»
Sacrosante parole le sue. «C'è anche qualcosa su di te nella
profezia?»
«Certo» confermò Gideon. «La profezia riguarda tutti i viaggiatori
nel tempo. Io sono il leone con la criniera di diamante, che a
guardarla il sole...» Di colpo parve imbarazzato, poi sorrise e riprese:
«Bla-bla-bla. Oh, e la tua bis-bis-bisnonna, la caparbia Lady Tinley, è
giustamente una volpe, una volpe di giada che sta nascosta sotto un
tiglio».
«È mai possibile capire il senso di queste profezie?»
«Chi lo sa, sono così piene di simboli. È tutta questione di
interpretazione.» Si guardò l'orologio. «Abbiamo ancora tempo. Io
direi di riprendere la nostra lezione di ballo.»
«Si ballerà anche alla soirée?»
«Direi di no» rispose. «Durante una soirée si sta seduti a
chiacchierare, a bere e... hmmm... a fare musica. Sicuramente ti verrà
chiesto di suonare o cantare qualcosa.»
«Già» dissi. «Avrei fatto meglio a prendere lezioni di pianoforte,
piuttosto che fare quel corso di hip hop con Leslie. Però so cantare.
Lo scorso anno alla festa di Cynthia sono stata la vincitrice indiscussa
della gara di karaoke. Con un'interpretazione assolutamente
personale di Somewhere over the rainbow. Il tutto mascherata da
fermata d'autobus.»
«Ah, bene. Comunque, se te lo chiedono, rispondi che ti manca
sempre la voce quando devi cantare in pubblico.»
«Questo lo posso dire, ma non posso dire che mi sono slogata una
caviglia?»
«Tieni le cuffie. Ripartiamo daccapo.» Gideon si inchinò davanti a
me.
«Che cosa faccio se vengo invitata da qualcuno diverso da te?»
Feci un inchino... cavolo, no, volevo dire una riverenza.
«Ti limiti a fare tutto allo stesso modo» rispose Gideon
prendendomi per mano. «Ma nel XVIII secolo certe cose funzionano
in maniera piuttosto formale. Non si invita una ragazza sconosciuta
senza prima esserle stato presentato ufficialmente.»
«A meno che lei non faccia qualche gesto osceno con il ventaglio.»
A poco a poco i passi di danza mi stavano entrando nel sangue.
«Tutte le volte che inclinavo il ventaglio anche solo di un centimetro,
a Giordano veniva un esaurimento nervoso e Charlotte dondolava
la testa come un pechinese triste.»
«Lei vuole solo aiutarti» osservò Gideon.
«Come no. E la terra è piatta» sbuffai, anche se di sicuro non è
permesso mentre si balla il minuetto.
«Verrebbe da pensare che voi due non siate molto legate.»
Volteggiammo in cerchio insieme ai nostri rispettivi partner invisibili.
Ma non mi dire!
«Secondo me, a parte zia Glenda, Lady Arisa e i nostri insegnanti,
non c'è nessuno a cui Charlotte stia simpatica.»
«Non ci credo» disse Gideon.
«Ah, già, dimenticavo naturalmente Giordano e te. Ops, ora ho
alzato gli occhi al cielo, di sicuro è vietato nel XVIII secolo.»
«È possibile che tu sia un po' gelosa di Charlotte?»
Non potei trattenermi dal ridere. «Fidati, se la conoscessi bene
come me, non faresti neppure una domanda tanto sciocca.»
«Io la conosco molto
riprendendomi la mano.
bene»
ribatté
Gideon
sottovoce,
Già, ma solo il suo lato zuccherino, avrei voluto rispondere, ma poi
compresi il significato della sua frase e fui assalita all'improvviso da
una terribile ondata di gelosia per Charlotte. «Fino a che punto vi
conoscete voi due?» Sfilai la mano da quella di Gideon e la porsi al
suo vicino assente.
«Ma, direi che ci conosciamo bene come due persone che
trascorrono molto tempo insieme.» Mi passò davanti con un sorriso
malizioso. «E poi entrambi non abbiamo avuto molto tempo per
fare altre... hmmm... amicizie.»
«Capisco. Bisogna accontentarsi di quel che si ha a disposizione.»
Non ce la facevo più. «E... come bacia Charlotte?»
Gideon mi afferrò la mano, sospesa in aria almeno venti
centimetri troppo in alto. «Vedo che state facendo grandi progressi in
quanto a conversazione, tuttavia un gentiluomo non parla di certe
cose.»
«Accetterei questa scusa se tu fossi un gentiluomo.»
«Vi ho forse mai dato adito di giudicare il mio comportamento
come poco signorile...»
«Ma piantala! Tanto non m'interessa quello che c'è tra te e
Charlotte. Quello che mi irrita, però, è il fatto che nel frattempo ti
diverti a... spassartela con me.»
«Spassarmela? Che brutta parola. Vi sarei infinitamente grato se
voleste spiegarmi la causa del vostro malumore e nel frattempo
pensare ai vostri gomiti. In questa figura devono essere tenuti bassi.»
«Non c'è niente da ridere» sbottai. «Non ti avrei mai permesso di
baciarmi se avessi saputo che tu e Charlotte...» ancora una volta
Mozart arrivò al termine e ricominciarono i Linkin Park. Tanto
meglio. Erano più adatti al mio umore.
«Io e Charlotte... che cosa?»
«... siete più che amici.»
«E chi lo dice?»
«Tu.»
«Non è affatto vero.»
«Certo, certo. Significa che voi due non vi siete mai baciati,
nemmeno una volta?» Rinunciai all'inchino e lo fulminai con
un'occhiata.
«Non ho detto neppure questo.» Lui si inchinò e mi prese l'iPod
dalla tasca. «Daccapo un'altra volta. Devi esercitarti con le braccia.
Per il resto era perfetto.»
«Invece la tua conversazione lascia molto a desiderare»
commentai. «Allora, tra te e Charlotte c'è qualcosa oppure no?»
«Credo che non sia affar tuo sapere quello che c'è tra me e
Charlotte.»
Io ero sempre furente. «Sì, giusto.»
«Allora siamo d'accordo.» Gideon mi restituì l'iPod. Negli
auricolari riconobbi le note di Hallelujah, nella versione di Bon Jovi.
«È la musica sbagliata» dissi.
«No, no» rispose Gideon con un sorriso complice. «Mi sembrava
che avessi bisogno di un pezzo tranquillizzante.»
«Tu... tu sei così... così un...»
«Sì?»
«Un pezzo di merda?»
Si avvicinò ancora di un passo, a occhio e croce restava al
massimo un centimetro tra di noi. «Vedi, ecco qual è la differenza tra
Charlotte e te: lei non avrebbe mai detto una cosa del genere.»
All'improvviso avevo il fiato corto. «Forse perché tu non gliene
dai mai motivo.»
«No, non è per questo. Credo semplicemente che sia più educata.»
«Già, e ha anche i nervi più saldi» aggiunsi. Per qualche motivo
non riuscivo a togliere gli occhi dalla bocca di Gideon. «Nel caso tu
dovessi provarci un'altra volta, quando siamo ad annoiarci in un
confessionale, sappi che non mi farò cogliere di sorpresa una
seconda volta da te!»
«Vuoi dire che non ti farai baciare da me una seconda volta?»
«Esatto» bisbigliai incapace di muovermi.
«Peccato» disse Gideon, avvicinando così tanto la bocca alla mia,
che sentivo il suo respiro sulle labbra. Ero consapevole che non mi
stavo comportando esattamente come se volessi tener fede per
davvero al proposito che avevo appena espresso. Non ne avevo
proprio l'intenzione. Era già tanto se mi trattenevo dal gettare le
braccia al collo di Gideon. E ormai era passato da tempo il
momento giusto per voltarmi o allontanarlo da me.
Evidentemente anche Gideon era giunto alla medesima
conclusione. La sua mano cominciò ad accarezzarmi i capelli, poi
finalmente avvertii il morbido contatto delle sue labbra.
«And every breath we look was hallelujah» cantava Bon Jovi nelle
mie orecchie. Maledizione, era sempre stata una delle mie canzoni
preferite, avrei potuto ascoltarla quindici volte di seguito senza
stancarmi, ma adesso sarebbe stata irrimediabilmente e per sempre
legata al ricordo di Gideon.
Alleluia.
Capitolo 6
Questa volta niente e nessuno venne a disturbarci, né un salto nel
tempo né un dispettoso demone-doccione. Sulle note di Hallelujah il
bacio rimase tenero e prudente, ma poi Gideon affondò entrambe le
mani tra i miei capelli e mi strinse forte a sé. Allora non fu più un
tenero bacio e rimasi stupefatta dalla mia reazione. Provai
un'improvvisa sensazione di leggerezza e gli gettai le braccia al collo.
Non sapevo bene come fosse successo, ma nei minuti successivi e
senza smettere di baciarci finimmo sul divano verde dove
proseguimmo a lungo, finché Gideon si staccò di colpo e guardò
l'ora.
«Come ho detto, è un vero peccato che io non possa più baciarti»
disse leggermente trafelato. Aveva le pupille dilatate e un lieve
rossore sulle guance.
Mi chiesi che aspetto dovessi avere io. Siccome ero
momentaneamente trasformata in una specie di budino umano, non
fui in grado di sollevarmi dalla mia posizione semisdraiata. E con
raccapriccio dovetti constatare che non avevo idea di quanto tempo
fosse passato dalla fine di Hallelujah. Dieci minuti? Mezz'ora? Tutto
era possibile.
Gideon mi guardò con un'espressione che mi parve velata di
incredulità.
«Dovremmo radunare le nostre cose» disse infine. «E sarà meglio
che ti sistemi in qualche modo i capelli, sembra quasi che qualcuno te
li abbia arruffati con entrambe le mani, e poi ti abbia buttato su un
divano... chiunque ci aspetti non faticherà a fare due più due...
oddio, non guardarmi così.»
«Così come?»
«Come se non riuscissi più a muoverti.»
«Ma è così, infatti» risposi seria. «Mi sento come un budino. Mi hai
trasformato in un budino.»
Per un attimo un sorriso illuminò il volto di Gideon, poi balzò in
piedi e cominciò a rimettere nello zaino il mio materiale di scuola.
«Avanti, piccolo budino, alzati. Hai con te un pettine o una
spazzola?»
«Sì, da qualche parte lì dentro» risposi fiacca.
Gideon afferrò la custodia per occhiali della madre di Leslie e me
la mostrò. «Qui dentro?»
«No!» Lo spavento mise fine alla mia esistenza da budino. Balzai
in piedi, strappai di mano a Gideon l'astuccio con il coltello
giapponese e lo rimisi frettolosamente nello zaino. Gideon non batté
ciglio. Rimise a posto le sedie contro il muro e guardò di nuovo
l'ora, mentre io prendevo la spazzola.
«Quanto tempo ci resta?»
«Due minuti» rispose Gideon raccogliendo da terra l'iPod. Non
sapevo proprio come ci fosse finito. Né quando.
Mi affrettai a spazzolarmi i capelli.
Gideon mi guardava con espressione seria. «Gwendolyn?»
«Sì?» Abbassai la spazzola e ricambiai il suo sguardo, cercando di
essere più naturale possibile. Oddio! Quant'era bello! Una parte di
me avrebbe voluto tornare a sciogliersi come un budino.
«Hai...?»
Aspettai. «Cosa?»
«No, niente.»
Le prime avvisaglie della consueta vertigine si sprigionarono dal
mio stomaco. «Mi sa che ci siamo» dissi.
«Tieni ben stretto lo zaino, non devi assolutamente farlo cadere. E
spostati più in qua, altrimenti finirai sopra al tavolo.»
Mentre mi muovevo, la vista mi si annebbiò e in una frazione di
secondo atterrai dolcemente sui piedi, proprio davanti agli occhi
sgranati di Mr Marley. Il muso birichino di Xemerius fece capolino
dietro la sua spalla.
«Finalmente» esclamò Xemerius. «Mi è toccato sorbirmi per un
quarto d'ora un monologo di questo pel di carota.»
«Tutto bene, miss?» balbettò Mr Marley facendo un passo indietro.
«Sì, sì» rispose al posto mio Gideon, atterrato alle mie spalle,
lanciandomi un'occhiata penetrante. Io risposi con un sorriso e lui
distolse subito lo sguardo.
Mr Marley si schiarì la voce. «Ho l'incarico di informarla che è
atteso nella sala del drago, sir. Il gra... il numero sette è appena
arrivato e vuole parlare con lei. Se me lo consente, accompagnerò la
signorina alla sua auto.»
«La signorina non ha nessuna auto» disse Xemerius. «Non ha
nemmeno la patente, scemo.»
«Non ce n'è bisogno, la porterò di sopra con me.» Gideon afferrò
la benda nera.
«È proprio necessario?»
«Sì.» Gideon mi annodò la benda sulla nuca, tirandomi
involontariamente qualche capello, ma io strinsi i denti perché non
volevo lamentarmi. «Se non conosci il nascondiglio del cronografo,
non potrai rivelarlo a nessuno e nessuno potrà tenderci un agguato a
sorpresa quando ci dovesse succedere di atterrare in detta stanza.»
«Ma questa cantina appartiene ai Guardiani e le entrate e le uscite
sono sempre sorvegliate» obiettai.
«Per prima cosa, in questi sotterranei ci sono altri passaggi segreti
oltre a quelli attraverso l'edificio di Tempie e, secondariamente, non
si può escludere che qualcuno all'interno dei ranghi abbia interesse a
un incontro a sorpresa.»
«Non fidarti di nessuno. Neppure del tuo istinto» mormorai. Tutta
gente parecchio sospettosa da queste parti.
Gideon mi posò una mano intorno alla vita e mi sospinse in
avanti. «Proprio così.»
Udii Mr Marley che ci salutava, poi la porta alle nostre spalle si
richiuse. Avanzammo in silenzio affiancati. In realtà ci sarebbero state
un sacco di cose di cui avrei voluto parlare, solo che non sapevo da
che parte cominciare.
«L'istinto mi dice che avete di nuovo pomiciato» osservò
Xemerius. «L'istinto e la mia vista acuta.»
«Sciocchezze» replicai, al che Xemerius scoppiò in una fragorosa
risata.
«Credi a me, bazzico questa terra dall'XI secolo e so riconoscere
una ragazza che si è rotolata in un fienile.»
«Ma che fienile!» sbuffai sdegnosa.
«Parli con me?» domandò Gideon.
«E con chi altri, se no?» dissi. «Che ore sono? A proposito di fieno.
Ho una fame da lupi.»
«Quasi le sette e mezzo.» Gideon mi lasciò senza preavviso. Udii
una serie di bip elettronici, poi andai a sbattere con la spalla contro
un muro.
«Ehi!»
Xemerius scoppiò di nuovo a ridere. «Ecco quel che si dice un
autentico cavaliere.»
«Scusa. Questo cavolo di cellulare non ha campo qua sotto.
Trentaquattro chiamate non risposte, fantastico! Può trattarsi solo...
oddio, mia madre!» Gideon sospirò esasperato. «Mi ha lasciato undici
messaggi vocali.»
Procedendo a tentoni lungo il muro, avanzai verso di lui. «O mi
togli questa stupida benda oppure mi guidi!»
«Sì, sì, va bene.» Di nuovo la sua mano sulla vita.
«Non so proprio che cosa pensare di qualcuno che benda gli occhi
della sua ragazza per poter controllare in pace il suo cellulare» disse
Xemerius.
Non lo sapevo neppure io. «È successo qualcosa?» Un altro
sospiro. «Presumo di sì. Di solito non ci sentiamo mai. Niente campo
ancora.»
«Attenzione, gradino» mi avvertì Xemerius.
«Forse si è ammalato qualcuno» ipotizzai. «Oppure ti sei
dimenticato di qualcosa di importante. Anche la mia mamma mi ha
lasciato un sacco di messaggi di recente per ricordarmi di fare gli
auguri di compleanno allo zio Harry. Ahia.»
Se Xemerius non mi avesse avvertita, mi sarei ritrovata con il
pomello della balaustra nello stomaco. Gideon non se ne accorse
neppure. Arrancai su per la scala a chiocciola alla meno peggio
aiutandomi con le mani.
«No, niente del genere. Io non dimentico mai neanche un
compleanno.» Sembrava irritato. «Deve trattarsi di Raphael.»
«Tuo fratello piccolo?»
«Combina sempre qualche guaio. Guida senza patente, si lancia
dalle scogliere e scala le montagne senza protezioni. Non riesco
proprio a capire a chi voglia dimostrare qualcosa con le sue imprese.
L'anno scorso si è infortunato mentre faceva paragliding ed è rimasto
tre settimane in ospedale per una commozione cerebrale. Gli è forse
servito di lezione? Macché, per il compleanno si è fatto regalare da
monsieur un motoscafo da competizione. E naturalmente quell'idiota
è pronto a esaudire ogni suo desiderio.» Arrivato di sopra, Gideon
accelerò il passo e io inciampai diverse volte. «Finalmente! Ora va.»
Evidentemente stava ascoltando i messaggi in segreteria mentre
camminava. Purtroppo io non sentivo niente.
«Oh, merda!» lo sentii mormorare più volte. Mi aveva di nuovo
lasciata e io brancolavo nel buio.
«Se non vuoi finire contro il muro, adesso dovresti girare a
sinistra» mi informò Xemerius. «Oh, finalmente si è reso conto che
non hai un sistema radar incorporato.»
«Ok...» mormorò Gideon." Con le mani mi toccò il viso, poi la
nuca. «Gwendolyn, mi spiace.» La sua voce era carica di
preoccupazione, ma nutrivo il forte sospetto che non riguardasse
me. «Riesci a orientarti da sola da qui?» Mi tolse la benda e io sbattei
gli occhi abbagliata dalla luce. Eravamo di fronte all'atelier di
Madame Rossini.
Gideon mi accarezzò fugacemente una guancia con un sorriso
storto. «Conosci la strada, no? L'auto ti aspetta. Ci vediamo domani.»
Prima che potessi rispondergli, si era già voltato.
«Se ne va così» osservò Xemerius. «Non conosce proprio la buona
educazione.»
«Che cosa è successo?» gli gridai dietro.
«Mio fratello è scappato di casa» mi rispose senza voltarsi né
rallentare il passo. «E prova a indovinare dove è diretto.» Ma intanto
aveva svoltato l'angolo prima che io potessi anche solo provare a
indovinare.
«Scommetto che la sua meta non sono le Figi» mormorai.
«Secondo me avresti fatto meglio a non rotolarti nel fieno con lui»
disse Xemerius. «Ora ti crede una ragazza facile e non farà più il
minimo sforzo.»
«Ma stai zitto, Xemerius. Sentir parlare di fieno mi mette il
nervoso. Ci siamo baciati un pochino e basta.»
«Non c'è motivo di trasformarsi in un peperone, tesorino!»
Mi portai le mani sulle guance avvampate con un moto di stizza.
«Avanti, andiamocene, ho fame. Se non altro stasera avrò tempo di
cenare. E magari, mentre usciamo, riusciremo a dare un'occhiata a
questi misteriosi uomini della cerchia interna.»
«Non ci pensare nemmeno! Sono stato ad ascoltarli per tutto il
pomeriggio» disse Xemerius. «Benissimo! Allora racconta!»
«Una noia assoluta. Io credevo che avrebbero bevuto sangue dai
teschi e si sarebbero disegnati misteriose rune sulle braccia. Invece
no, non hanno fatto altro che parlare, tutti in giacca e cravatta.»
«Di che cosa parlavano con precisione?»
«Dunque, vediamo se me lo ricordo.» Si schiarì la voce. «In
sostanza i discorsi ruotavano intorno all'interrogativo se fosse il caso
di infrangere le regole d'oro per riuscire a catturare tormalina nera e
zaffiro. Gli uni la ritenevano un'ottima idea; gli altri invece no,
assolutamente no; poi di nuovo questi: ma sì, altrimenti non si potrà
salvare il mondo, vigliacchi che non siete altro, al che gli altri: no, è
un'azione malvagia, inoltre è pericoloso a causa del continuum e
moralmente; e questi: sì, ma chi se ne importa, se serve per salvare il
mondo; poi chiacchiere altisonanti da entrambe le parti... a quel
punto credo di essermi addormentato. Alla fine sono stati tutti
d'accordo che purtroppo diamante tende ad agire in maniera
autonoma, mentre rubino sembra essere una idiota totale e quindi
non adatta alle missioni nel tempo denominate operazione opale e
operazione giada, perché troppo stupida. Mi segui fin qui?»
«Hmmm...»
«Naturalmente io ti ho difesa, ma non mi hanno voluto dare
ascolto» riprese Xemerius. «Tutti hanno concordato che era meglio
lasciarti il più possibile all'oscuro delle informazioni importanti. A
causa del tuo candore causato da una inadeguata preparazione,
rappresenti già un rischio per la sicurezza e inoltre sei l'indiscrezione
fatta persona. Hanno detto di voler tenere d'occhio anche la tua
amica Leslie.»
«Oh, merda.»
«La buona notizia è che attribuiscono la colpa della tua
inettitudine in tutto e per tutto a tua madre. Le donne sono sempre
e comunque le uniche colpevoli, su questo sono stati d'accordo, lor
signori cospiratori. E poi si sono messi a discutere di prove lampanti,
conti della sarta, lettere, sano buon senso e dopo un sacco di giri di
parole hanno concordato che Paul e Lucy si sono rifugiati con il
cronografo nel 1912, dove ora vivono. Anche se in questo caso la
parola ora non è del tutto esatta.» Xemerius si grattò la testa.
«Insomma, fatto sta che quei due si nascondono lì, di questo sono
tutti sicuri, e alla prossima occasione il tuo meraviglioso, indomito
eroe dovrà rintracciarli per estrargli il sangue e, già che c'è,
riprendersi il cronografo, e poi hanno ricominciato daccapo, bla-blabla, le regole d'oro, le chiacchiere pompose...»
«È interessante» commentai.
«Dici? In questo caso è tutto merito della mia spiccata capacità di
offrirti un riassunto divertente di quelle ciance noiose.»
Aprii la porta che dava sull'ennesimo corridoio e stavo per
rispondere a Xemerius, quando udii una voce conosciuta: «Sei
rimasto lo stesso arrogante di prima!»
La mamma! Infatti, come svoltai l'angolo, la vidi. Stava in piedi
con i pugni stretti di fronte a Falk de Villiers.
«E tu sei sempre la solita testarda che non vuole capire!» ribatté
Falk. «Con i tuoi tentativi di depistaggio rispetto alla data di nascita
di Gwendolyn, sei riuscita soltanto a compromettere gravemente la
cosa.»
«La cosa! La vostra cosa è sempre stata più importante delle
persone che ne fanno parte!» gli rinfacciò mia madre.
Chiusi la porta nel massimo silenzio e mi allontanai lentamente.
Xemerius procedeva scivolando lungo la parete. «Accidenti, se è
arrabbiata.»
Proprio così. La mamma aveva gli occhi che lampeggiavano e la
voce insolitamente stridula. «Eravamo d'accordo che Gwendolyn
non sarebbe stata coinvolta. Che non avrebbe corso pericoli! E
adesso in pratica la servite al conte su un vassoio d'argento. Lei è
completamente... indifesa!»
«E la colpa è soltanto tua» ribatté gelido Falk de Villiers.
La mamma si morse le labbra. «In veste di Gran Maestro di questa
loggia la responsabilità è tua!»
«Se avessi giocato a carte scoperte fin dal principio, Gwendolyn
ora non sarebbe impreparata. Per tua informazione, la tua storia di
voler offrire a tua figlia una infanzia spensierata può illudere al
massimo Mr George, ma non me. Io sono sempre ansioso di sapere
che cosa ha da raccontarci questa famosa balia.»
«Non l'avete ancora trovata?» La voce di mia madre non era più
così acuta.
«È solo questione di giorni, Grace. Abbiamo emissari
dappertutto.» In questo momento si accorse della mia presenza e
l'espressione fredda e irata sul suo volto scomparve.
«Perché sei da sola, Gwendolyn?»
«Tesoro!» Mia madre mi si precipitò incontro e mi abbracciò di
slancio. «Ho pensato che, per evitare che si facesse tardi come ieri,
fosse meglio venirti a prendere.»
«...sfruttando così l'occasione per ricoprirmi di improperi»
concluse Falk abbozzando un sorriso. «Come mai Mr Marley non è
con te, Gwendolyn?»
«Mi è stato permesso di compiere da sola l'ultima parte del
tragitto» risposi evasiva. «Su che cosa stavate litigando?»
«La tua mamma pensa che i tre viaggi nel XVIII secolo siano
troppo pericolosi» spiegò Falk.
Di certo non potevo darle torto, tenendo presente tra l'altro che
lei conosceva solo una minima parte dei pericoli. Era completamente
all'oscuro dell'aggressione che avevamo subito a Hyde Park. Però io
avrei preferito farmi tagliare la lingua, piuttosto che raccontarglielo.
Non poteva sapere niente neppure di Lady Tilney e delle pistole, né
del macabro modo in cui il conte di Saint Germain mi aveva
minacciato. Finora lo avevo confidato solo a Leslie. Ah, e
naturalmente al nonno.
Rivolsi un'occhiata penetrante a Falk. «Con il ventaglio e i passi
del minuetto me la cavo» osservai in tono disinvolto. «Non c'è
davvero niente di rischioso, mamma. L'unico pericolo è che io possa
rompere il ventaglio sulla testa di Charlotte...»
«Hai sentito, Grace» disse Falk ammiccando verso di me.
«Ma chi vuoi prendere in giro, Falk!» La mamma gli scoccò
un'ultima torva occhiata, poi mi prese per un braccio e mi trascinò
via. «Vieni, gli altri ci aspettano per cenare.»
«A domani, Gwendolyn» ci gridò dietro Talk. «E, hmmm... alla
prossima volta, Grace.»
«Arrivederci» mormorai. Anche la mamma borbottò qualcosa, che
tuttavia rimase incomprensibile.
«Se vuoi sapere cosa penso, anche loro si sono rotolati nel fieno»
disse Xemerius. «Le loro schermaglie non mi ingannano. So
riconoscere quando due persone si sono conosciute da vicino.»
Sospirai. Anche la mamma sospirò e mi strinse a sé, mentre
percorrevamo gli ultimi metri verso la porta. Dapprincipio mi
irrigidii, ma poi posai la testa sulla sua spalla. «Non dovresti litigare
con Falk per colpa mia. Ti preoccupi troppo, mamma.»
«È facile dirlo per te... non è una bella sensazione pensare di aver
sbagliato tutto. Mi sono accorta che sei in collera con me.» Sospirò di
nuovo. «E ne hai tutti i motivi.»
«Comunque ti voglio sempre bene» dissi.
La mamma si sforzò di trattenere le lacrime. «E io ti amo più di
quanto tu possa immaginare» mormorò. Avevamo raggiunto il
vicolo davanti a casa e lei si guardò intorno, quasi temesse che
qualcuno potesse saltarci addosso dal buio. «Rinuncerei a tutto, per
avere una famiglia normale con una vita normale.»
«Quale sarebbe la normalità?» le chiesi.
«Noi di sicuro no.»
«È questione di punto di vista. Allora, com'è andata oggi?» mi
informai ironica.
«Come al solito» rispose la mamma tentando di sorridere. «Prima
un piccolo battibecco con la mamma, poi un grosso battibecco con
mia sorella, in ufficio un po' di attrito con il capo e infine un litigio
con il mio... ex, che casualmente è il Gran Maestro di una loggia
segreta della massima segretezza.»
«Che cosa avevo detto?» esclamò Xemerius trionfante. «Anche
loro sul fieno! !»
«Visto? Tutte cose normali, mamma.»
La mamma sorrise suo malgrado. «E a te com'è andata, tesoro?»
«Anche per me, niente di insolito. A scuola un po' di stress con lo
scoiattolo, poi lezione di ballo e portamento presso questa oscura
società segreta che si occupa di viaggi nel tempo, quindi, prima che
avessi modo di strozzare la mia impagabile cugina, una breve
escursione nel 1953, per fare i compiti in santa pace, in modo da
contenere lo stress di domani con il suddetto scoiattolo.»
«Tutto molto rilassante, direi.» I tacchi della mamma risuonavano
sull'asfalto. Continuava a guardarsi intorno.
«Non credo che ci segua nessuno» la tranquillizzai. «Hanno il loro
bel daffare, la sede pullula di personaggi della massima segretezza.»
«La riunione della cerchia interna, già. Non capita spesso. L'ultima
volta si sono ritrovati quando Lucy e Paul hanno rubato il
cronografo. Sono sparsi per tutto il mondo...»
«Mamma? Non credi che sarebbe ora di dirmi quello che sai? Non
serve a nessuno che io continui a brancolare nel buio.»
«Nel senso letterale del termine» precisò Xemerius.
La mamma si fermò. «Tu mi sopravvaluti! Quel poco che so non ti
servirebbe a niente. Anzi, con ogni probabilità non farebbe che
confonderti di più. O, peggio, ti metterebbe in ulteriore pericolo.»
Scrollai il capo. Non ero pronta a cedere così in fretta.
«Chi o che cos'è il cavaliere verde? E perché Paul e Lucy non
vogliono che il cerchio si chiuda? Oppure in realtà lo vogliono, ma
solo per poter sfruttare a loro vantaggio il segreto?»
La mamma si massaggiò le tempie. «Dunque, è la prima volta che
sento nominare un cavaliere verde. Invece, per quanto riguarda Lucy
e Paul: sono sicura che le loro ragioni non erano di natura egoistica.
Hai conosciuto il conte di Saint Germain. Dispone di mezzi...» Tacque
di nuovo. «Ah, tesoro, niente di quello che potrei dirti ti sarebbe di
aiuto, credimi.»
«Per favore, mamma! Ci sono già quegli uomini, tutti un mistero,
che non si fidano di me, ma tu sei mia madre!»
«Sì» disse e gli occhi le si riempirono di nuovo di lacrime. «Sono
tua madre.» Ma l'argomento non sembrava affatto convincente.
«Vieni, il taxi ci aspetta già da mezz'ora. Mi costerà mezzo stipendio.»
La seguii con un sospiro lungo la via. «Potremmo prendere la
metropolitana.»
«No, hai bisogno di mangiare qualcosa di caldo al più presto. E
poi tua sorella e tuo fratello sentono terribilmente la tua mancanza.
Non ce la farebbero a cenare di nuovo senza di te.»
Con mia grande sorpresa la serata trascorse piacevole e rilassata,
perché la nonna era andata all'opera insieme a zia Glenda e
Charlotte.
«La Tosca» dichiarò la prozia Maddy compiaciuta scrollando i
boccoli biondi. «Speriamo che tornino nobilitate.» Mi ammiccò con
aria maliziosa. «Per fortuna che Violet aveva i biglietti.»
Io rivolsi un'occhiata interrogativa in giro. Mi fu spiegato che
l'amica della prozia (una gentile vecchia signora che rispondeva
all'incredibile nome di Mrs Violet Purpleplum e a Natale ci regalava
sempre sciarpe e i calzini fatti a mano) sarebbe dovuta andare a
teatro con il figlio e la futura nuora, ma si era scoperto che la futura
nuora era in procinto di diventare la futura nuora di qualcun altro.
Fatto sta che, quando Lady Arisa e zia Glenda non c'erano, a casa
regnava un'atmosfera molto più rilassata. Era come quando alle
elementari il maestro si assentava dalla classe. Durante la cena mi
obbligarono ad alzarmi e a mostrare a tutti quanti come Labbrone e
Charlotte mi avessero insegnato a ballare il minuetto e a utilizzare un
ventaglio. Xemerius fungeva da suggeritore tutte le volte che
dimenticavo qualcosa. Ripensandoci a quel modo, la situazione
parve ,che a me più comica che tragica e compresi come mai gli altri
si divertissero tanto. Dopo un po' ballavamo tutti (escluso Mr
Bernhard, che comunque teneva il tempo battendo il piede) e
intanto
parlavamo
con
voce
nasale
come
Giordano
sovrapponendoci l'uno all'altro.
«Svampita! Guarda come fa Charlotte!»
«A destra! No, la destra è dove il pollice sta a sinistra.»
E: «Guarda che ti vedo i denti! Non è patriottico!»
Nick ci mostrò ventitré modi diversi per farsi aria con un
tovagliolo mentre si comunicava a un altro un messaggio senza
parole. «Questo significa: Ops, avete la patta aperta, signor mio, poi, se
si abbassa un po' il ventaglio e si guarda in questa maniera, vuol
dire: Ah, vorrei sposarvi. Invece, se si fa il contrario significa: Perbacco,
da oggi siamo in guerra con la Spagna...»
Dovevo riconoscere che Nick possedeva un vero talento naturale
per la recitazione. Da parte sua Caroline ballava (il cancan piuttosto
che il minuetto) lanciando le gambe tanto in alto che una delle sue
scarpe finì nella ciotola con la bavarese prevista come dessert.
Questo incidente smorzò in parte il nostro entusiasmo, finché Mr
Bernhard ripescò la scarpa, la posò sul piatto di Caroline e dichiarò
serissimo: «Sono davvero lieto che sia avanzato tutto questo dessert.
Di sicuro Miss Charlotte e le loro signorie ne vorranno assaggiare un
cucchiaio quando torneranno da teatro».
La prozia gli rivolse un'occhiata raggiante. «Lei è sempre così
premuroso, mio caro.»
«È mio dovere fare in modo che stiate sempre tutti bene» ribatté
Mr Bernhard. «L'ho promesso a suo fratello prima che morisse.»
Guardai entrambi con aria pensierosa. «Mi stavo chiedendo se il
nonno le abbia mai parlato di un cavaliere verde, Mr Bernhard.
Oppure a te, zia Maddy.»
Zia Maddy scrollò la testa. «Un cavaliere verde? Che cosa
dovrebbe rappresentare?»
«Non ne ho la minima idea» risposi. «So solo che devo trovarlo.»
«Quando cerco qualcosa, di solito vado nella biblioteca di suo
nonno» disse Mr Bernhard mentre un lampo si accendeva nei suoi
occhi da gufo dietro gli occhiali. «Sono sempre riuscito a soddisfare la
mia curiosità lì. Se avesse bisogno di aiuto, sappia che conosco bene
l'ambiente, dal momento che sono io a spolverare tutti i libri.»
«La trovo un'ottima idea, mio caro» disse zia Maddy.
«Sempre al suo servizio, madame.» Mr Bernhard aggiunse della
legna nel camino prima di augurarci la buonanotte.
Xemerius lo seguì. «Devo assolutamente scoprire se si toglie gli
occhiali prima di andare a letto» annunciò. «E ti avviserò nel caso lo
veda uscire di casa nel cuore della notte per andare a suonare il
basso in una band heavy metal.»
Sebbene mio fratello e mia sorella andassero sempre a letto presto
durante la settimana, quella sera la mamma fece un'eccezione. Dopo
esserci sfiniti di risate, ci mettemmo comodi davanti al camino,
Caroline tra le braccia della mamma, Nick appoggiato a me e la
prozia Maddy sulla poltrona di Lady Arisa. Dopo essersi soffiata via
un boccolo dal viso, ci osservò soddisfatta.
«Ci puoi raccontare di prima, zia Maddy?» la pregò Caroline. «Di
quando eri piccola ed eri costretta ad andare a trovare la cugina
Hazel in campagna?»
«Ma ve l'ho raccontato già tante volte» protestò zia Maddy
appoggiane le pantofole di feltro rosa sul poggiapiedi. Non si fece
pregare a lungo. Tutti gli aneddoti che riguardavano la famigerata
cugina cominciavano con queste parole: «Hazel era la ragazza più
superba e vanitosa che si possa immaginare» al che noi
rispondevamo in coro: «Proprio come Charlotte!» E zia Maddy
scuoteva la testa e diceva: «No, Hazel era molto, molto peggio.
Afferrava i gatti per la coda e li faceva roteare sopra la testa».
Con il mento appoggiato alla testa di Nick, ascoltai la storia in cui
zia Maddy, da temeraria bambina di dieci anni, vendicava tutti i gatti
torturati nel Gloucestershire e faceva in modo che Hazel finisse a
bagno nella fossa dei liquami, mentre la mia mente vagava verso
Gideon. Dove si trovava in quel momento? Che cosa stava facendo?
Chi c'era con lui? Forse stava pensando a me, con quella stessa
sensazione di calore nella pancia? Probabilmente no.
Trattenni a fatica un profondo sospiro ripensando al nostro addio
di fronte all'atelier di Madame Rossini. Gideon non mi aveva
neppure degnato di un'occhiata, sebbene fino a qualche minuto
prima ci fossimo baciati appassionatamente.
Di nuovo. E pensare che la sera precedente al telefono avevo
giurato a Leslie che non sarebbe mai più accaduto. «Non succederà
finché non avremo chiarito definitivamente che cosa c'è tra noi!»
Leslie aveva accolto le mie parole con una risata. «Ma dai, chi
vuoi prendere in giro? È chiaro quello che c'è tra di voi: tu sei
follemente innamorata di lui!»
Ma com'era possibile che fossi innamorata di un ragazzo che
conoscevo solo da pochi giorni? Un ragazzo che per la maggior
parte del tempo si comportava in maniera impossibile con me?
Tuttavia, quando non lo faceva, era semplicemente... era così... così
incredibilmente...
«Eccomi di nuovo qui!» gracchiò Xemerius atterrando di slancio
sul tavolo da pranzo vicino al candeliere. Caroline trasalì tra le
braccia della mamma e guardò verso di lui.
«Che cosa c'è, Caroline?» le domandai a bassa voce.
«No, niente» rispose. «Mi sembrava di avere visto un'ombra.»
«Sul serio?» Guardai Xemerius con aria confusa.
Lui scrollò le spalle e sorrise. «È quasi luna piena. Gli individui più
sensibili a volte riescono a vederci, in genere solo con la coda
dell'occhio. Quando guardano meglio, non ci siamo più...» Si appese
al lampadario. «Anche la vecchia signora con i boccoli vede e
percepisce più di quanto lasci intendere. Quando ho provato a
posarle un artiglio sulla spalla, lei si è toccata in quel punto con la
mano... nella tua famiglia la cosa non mi sorprende.»
Osservai Caroline piena d'affetto. Era una bambina molto
sensibile, chissà se aveva ereditato dalla prozia Maddy la dote delle
visioni.
«Adesso arriva la parte che preferisco» dichiarò Caroline con gli
occhi scintillanti, mentre la zia Maddy raccontava compiaciuta di
come la sadica Hazel con il suo bel vestitino della domenica strillava
a squarciagola immersa nel letame fino al collo: «Te la farò pagare,
Madeleine, te la farò pagare!»
«E mantenne la parola» concluse la zia. «Più di una volta.»
«Questa storia ce la racconterai un'altra volta» annunciò la
mamma energica. «I bambini devono andare a letto. Domani c'è
scuola.»
Sospirammo tutti quanti e il sospiro di zia Maddy fu il più intenso.
Il venerdì era giorno di crêpes a scuola e nessuno rinunciava a
pranzare in mensa, perché era l'unico piatto decente che
preparavano. Siccome sapevo che Leslie andava pazza per le crêpes,
non le permisi di rimanere con me in classe, dove avevo
appuntamento con James.
«Va' a mangiare» le dissi. «Mi arrabbierei se tu dovessi rinunciare
alle crêpes per colpa mia.»
«Ma così non avrai nessuno che faccia il palo. E poi vorrei sentire
più precisamente che cosa è successo ieri tra te, Gideon e il divano
verde...»
«Più precisamente di come ho fatto, non potrei raccontartelo,
nemmeno con la massima buona volontà» replicai.
«Allora raccontalo di nuovo e basta. È così romantico!»
«Va' a mangiare le tue crêpes!»
«Oggi devi assolutamente farti dare il suo numero di cellulare»
disse Leslie. «Senti, è una regola fondamentale: non si bacia un
ragazzo se non si conosce il suo numero di telefono.»
«Morbide, prelibate crépes con le mele...» dissi.
«Ma...»
«C'è Xemerius con me.» Indicai verso il davanzale dov'era seduto
Xemerius a mordicchiarsi annoiato la punta della coda.
Leslie si arrese. «E va bene. Però oggi fatti insegnare qualcosa di
utile! Agitare come un'ossessa la bacchetta di Mrs Counter non serve
a niente. E se qualcuno dovesse vederti mentre lo fai finiresti al
manicomio, pensaci.»
«Adesso vattene» le dissi sospingendola verso la porta, proprio
mentre James faceva il suo ingresso.
James era contento che stavolta fossimo da soli. «La lentigginosa
mi rende sempre nervoso con le sue chiacchiere invadenti. Mi tratta
come se fossi invisibile.»
«Ecco, effettivamente... ah, lasciamo perdere.»
«Allora, in che cosa ti posso essere utile oggi?»
«Pensavo che potessi insegnarmi come ci si dice ciao durante una
soirée del XVIII secolo.»
«.Ciao?»
«Sì. Ciao. Salve. Buonasera. Hai capito, come ci si saluta quando ci
si incontra. E che cosa si fa. Ci si stringe la mano, si fa il baciamano,
l'inchino, la riverenza, Sua Maestà, Sua Altezza serenissima, Sua
Eccellenza... è tutto così complicato ed è così facile sbagliare.»
James alzò il mento con aria sprezzante. «Non ti succederà, se
farai come ti dico. Per prima cosa ti insegnerò come una dama si
inchina di fronte a un signore che appartiene al medesimo rango
sociale.»
«Fantastico» commentò Xemerius. «Resta solo da capire come
possa Gwendolyn sapere a quale rango appartenga un uomo.»
James lo guardò stupefatto. «E quello cos e? Sciò, sciò, gattaccio!
Sparisci!»
Xemerius sbuffò incredulo. «Come!»
«Ma James!» esclamai. «Guardalo meglio. Lui è Xemerius, il mio
amico... hmmm, demone-doccione. Xemerius, questo è James, un
altro amico.»
James estrasse un fazzoletto dalla manica e lo agitò, sprigionando
un profumo di mughetto. «Qualunque cosa sia... deve andarsene. Mi
fa ricordare che mi trovo in un orribile sogno delirante, un sogno in
cui devo dare lezioni di buona educazione a una ragazza svestita.»
Sospirai. «James, questo non è un sogno, quando ti deciderai a
capirlo? Più di duecento anni fa magari hai fatto un sogno delirante,
ma poi si... ecco, tu e Xemerius siete entrambi... siete...»
«...morti» terminò Xemerius. «Se vogliamo essere precisi.» Inclinò
la testa di lato. «È vero. È inutile menare tanto il can per l'aia.»
James agitò di nuovo il fazzoletto. «Non voglio ascoltarlo. I gatti
non possono parlare.»
«Ti sembro forse un gatto, stupido fantasma?» esclamò Xemerius.
«Un po' sì» rispose James senza guardarlo. «A parte le orecchie. E
le corna. E le ali. E quella buffa coda. Ah, quanto detesto queste
allucinazioni!»
Xemerius si piantò a gambe larghe di fronte a James, irato,
schioccando la coda qua e là. «Non sono un'allucinazione. Sono un
demone» dichiarò e per l'agitazione sputò un getto d'acqua per terra.
«Un potente demone. Evocato da maghi e muratori dell'XI secolo
della vostra epoca per sorvegliare sotto forma di doccione in pietra
il campanile di una chiesa che oggi non esiste più. Quando il mio
corpo d'arenaria fu distrutto diversi secoli fa, rimase solo questo di
me, per così dire l'ombra del mio antico io, condannata per l'eternità
a vagare per questa terra, fino a dissolversi. Cosa che accadrà tra
qualche milione di anni.»
«La-la-la, non sento niente» disse James.
«Sei patetico» replicò Xemerius. «Diversamente da te, io non ho
altra possibilità: l'incantesimo dei maghi mi lega a questa esistenza.
Tu invece potresti rinunciare in qualsiasi momento alla tua misera
esistenza spettrale per andare là dove vanno gli esseri umani quando
muoiono.»
«Io però non sono morto, stupido gattaccio!» esclamò James.
«Sono soltanto malato e la febbre alta mi fa delirare. Ora, se non
cambiamo subito argomento, me ne vado!»
«D'accordo» intervenni io, cercando di asciugare la pozzanghera
creata da Xemerius con il cancellino della lavagna. «Andiamo avanti.
Eravamo all'inchino di fronte a un signore di pari rango...»
Xemerius scrollò il capo e svolazzò sopra le nostre teste diretto
alla porta. «Farò da palo. Sarebbe troppo imbarazzante se qualcuno
ti sorprendesse mentre fai la riverenza.»
La pausa pranzo non fu sufficiente per imparare tutti gli inchini
che James voleva insegnarmi, ma alla fine conoscevo tre diversi
modi di inchinarmi e farmi baciare la mano. (Una consuetudine che
sono molto contenta sia caduta in disuso oggigiorno.) Al ritorno dei
miei compagni di classe, James mi salutò con una riverenza e io gli
gettai un frettoloso ringraziamento mormorato a mezza voce.
«Allora?» mi chiese Leslie.
«James ha scambiato Xemerius per un buffo gatto parto della sua
fantasia delirante» la informai. «Posso solo sperare che ciò che mi ha
insegnato non sia stato a sua volta influenzato dal delirio. Per il
resto, direi che so cosa fare quando verrò presentata al duca di
Devonshire.»
«Benissimo» commentò Leslie. «E che cosa farai?»
«Un inchino prolungato e profondo» risposi. «Lungo quasi quanto
quello davanti al re, più lungo di quello dovuto a un marchese
oppure un conte. In realtà è molto semplice. E poi accettare sempre
con grazia il baciamano senza smettere di sorridere.»
«E pensare che non avrei mai creduto che James potesse servire a
qualcosa.» Leslie rivolse un'occhiata d'apprezzamento in giro.
«Lascerai tutti a bocca aperta nel XVIII secolo.»
«Speriamo» dissi. Comunque per il resto della lezione niente riuscì
a rovinare il mio buonumore. Charlotte e quell'idiota di Labbrone
sarebbero rimasti allibiti che avessi persino imparato la differenza tra
Sua Eccellenza e Sua Altezza serenissima, anche se loro ce l'avevano
messa tutta per spiegarmelo nella maniera più complicata possibile.
«Da parte mia ho sviluppato una teoria sulla magia del corvo»
annunciò Leslie alla fine delle lezioni, mentre ci dirigevamo verso i
nostri armadietti. «È di una semplicità tale che nessuno ci aveva mai
pensato. Ci vediamo domattina da voi e porterò tutto ciò che ho
trovato. Ammesso che la mamma non abbia in programma di nuovo
una giornata di pulizie di famiglia e non distribuisca guanti di
gomma a tutti...»
«Gwenny?» Cynthia Dale mi batté da dietro sulla schiena. «Ricordi
Regina Curtiz che fino all'anno scorso era in classe con mia sorella?
L'hanno ricoverata in una clinica per anoressiche. Anche tu vuoi fare
quella fine?»
«No» risposi perplessa.
«Ok, allora mangia questa! Ora!» Cynthia mi lanciò una caramella.
L'afferrai al volo e la scartai come richiesto. Ma mentre stavo per
infilarmela in bocca Cynthia mi bloccò il braccio. «Ferma! La vuoi
mangiare sul serio? Allora non è vero che stai facendo la dieta?»
«No» ripetei.
«Quindi Charlotte ha mentito. Ha detto che non venivi a pranzo
perché vuoi diventare magra come lei... Ridammi la caramella. Non
corri il rischio di diventare anoressica.» Cynthia si mise in bocca la
caramella al posto mio. «Tieni, è l'invito alla mia festa di
compleanno. Sarà di nuovo una festa in costume. Questa volta il
motto è Verdeggia di verde. Puoi portare anche il tuo amico.»
«Ecco...»
«Senti, ho detto la stessa cosa anche a Charlotte, non importa chi
di voi due lo porta. L'importante è che venga alla mia festa.»
«È fuori di testa» mi bisbigliò Leslie.
«Guarda che ti ho sentito» disse Cynthia. «Se vuoi, tu puoi portare
Max, Leslie.»
«Cyn, non siamo più insieme da sei mesi.»
«Accidenti, che disdetta» esclamò Cynthia. «Non so perché, ma
quest'anno ci sono pochi ragazzi. O ne portate qualcuno voi oppure
dovrò escludere qualche ragazza. Per esempio Aishani, che tanto dirà
comunque di no, perché i suoi genitori non permettono feste miste...
oddio, e quello che cos'è? Per favore qualcuno mi dia un pizzicotto!»
Quello era un ragazzo alto con i capelli biondi corti. Era di fronte
all'ufficio del preside insieme con Mr Whitman. E mi risultava
stranamente familiare.
«Ahia!» squittì Cynthia quando Leslie l'accontentò.
Mr Whitman e il ragazzo si girarono verso di noi. Non appena il
suo sguardo verde sotto le folte ciglia scure mi sfiorò, lo riconobbi
all'istante. Santo cielo! Forse Leslie avrebbe dovuto dare un
pizzicotto pure a me.
«Che fortuna» disse Mr Whitman. «Raphael, ti presento tre tue
compagne di classe. Cynthia Dale, Leslie Hay e Gwendolyn
Shepherd. Ragazze, salutate Raphael Bertelin che verrà in classe con
voi a partire da lunedì.»
«Ciao» mormorammo io e Leslie mentre Cynthia diceva: «Sul
serio?»
Raphael ci rivolse un sorriso collettivo, le mani sprofondate nelle
tasche dei calzoni. Somigliava molto a Gideon, pur essendo un po'
più giovane. Aveva le labbra piene e un colorito abbronzato, come
se fosse appena tornato da una vacanza di quattro settimane nei
Caraibi. Forse tutte i fortunati che abitavano nel sud della Francia
erano così.
«Come mai hai cambiato scuola a metà anno?» gli domandò
Leslie. «Ti eri messo nei guai?»
Il sorriso di Raphael si allargò. «Dipende da che cosa intendi»
rispose. «Veramente sono qui perché ne ho abbastanza della scuola.
Ma per qualche motivo...»
«Raphael si è trasferito qui dalla Francia» lo interruppe Mr
Whitman. «Vieni, Raphael, il preside Gilles ti aspetta.»
«A lunedì, allora» ci salutò Raphael, e io ebbi l'impressione che si
rivolgesse solo a Leslie.
Cynthia attese che Mr Whitman e Raphael fossero entrati
nell'ufficio del preside, poi gettò le braccia in aria ed esclamò:
«Grazie!! Grazie, Dio, per aver ascoltato le mie preghiere».
Leslie mi diede una gomitata nelle costole. «Hai l'aria di una che è
appena stata investita da un autobus.»
«Aspetta che ti spieghi chi è, e poi capirai» le risposi sottovoce.
Ogni epoca è una sfinge, che si precipita nell'abisso non appena il
suo enigma è stato risolto.
Heinrich Heine
Capitolo 7
L'incontro con il fratello minore di Gideon e il successivo rapido
scambio di battute con Leslie (lei mi chiese dieci volte: «Ne sei
proprio sicura?» io risposi dieci volte: «Assolutamente sì!» poi
ripetemmo insieme un centinaio di volte: «Pazzesco» e «Non posso
crederci» e «Hai visto che occhi?») mi fecero arrivare con diversi
minuti di ritardo su Charlotte alla limousine che ci aspettava fuori.
Anche quel giorno era stato incaricato di venire a prenderci Mr
Marley, che sembrava più nervoso che mai. Xemerius era appollaiato
sul tetto dell'auto e dondolava la coda da una parte all'altra.
Charlotte era già seduta all'interno e mi guardava stizzita. «Si può
sapere dov'eri finita? Non si fa aspettare uno come Giordano. Tu non
hai proprio capito quale onore ti sia stato riservato nel poterlo avere
come insegnante.»
Mr Marley mi fece salire con aria impacciata e richiuse la portiera.
«È successo qualcosa?» Avevo la spiacevole sensazione di essermi
persa qualcosa d'importante. L'espressione di Charlotte rafforzò
questo sospetto.
Quando l'auto partì, Xemerius entrò passando per il tettuccio e si
lasciò cadere sul sedile di fronte a me. Mr Marley come al solito si
era seduto accanto all'autista.
«Sarebbe carino da parte tua se oggi potessi impegnar-ti un po' di
più» disse Charlotte. «Per me è molto imbarazzante. Dopotutto sei
mia cugina.»
Scoppiai in una fragorosa risata. «Ma dai, Charlotte! Non c'è
bisogno di adularmi così. So benissimo che per te è uno spasso
assistere alle mie figuracce!»
«Non è vero!» Charlotte scrollò la testa. «Solo tu puoi pensare una
cosa del genere, con il tuo infantile egoismo. Tutti vogliono solo
aiutarti affinché... tu non rovini tutto con la tua goffaggine. Ma forse
non avrai più l'occasione per farlo. È probabile che decidano di
annullare tutto...»
«Per quale motivo?»
Charlotte mi fissò in silenzio per un po', poi rispose in tono quasi
trionfante: «Lo saprai presto. Ammesso che te lo dicano».
«È successo qualcosa?» domandai, ma non rivolta a Charlotte,
bensì a Xemerius. Non ero stupida. «Mr Marley ha detto qualcosa
prima che arrivassi?»
«Solo roba incomprensibile» rispose Xemerius, mentre Charlotte si
voltava verso il finestrino serrando le labbra. «Pare che sia accaduto
qualcosa stamattina durante un salto nel tempo di... hmmm, quella
pietruzza preziosa...» si grattò un sopracciglio con la punta della
coda.
«Adesso non farti pregare troppo!»
Charlotte, che chiaramente pensava che parlassi con lei, disse: «Se
non fossi arrivata in ritardo, adesso lo sapresti».
«...il diamante» concluse Xemerius. «Qualcuno lo ha... ecco, come
potrei dire? Qualcuno gli ha fatto assaggiare il bastone.»
Provai una dolorosa stretta allo stomaco. «Cosa?»
«Stai tranquilla» mi disse Xemerius. «È ancora vivo. Almeno è
quello che ho capito dalle farneticazioni del pel di carota. Santo
cielo! Sei bianca come un lenzuolo. Ehi, ehi, non vorrai metterti a
vomitare? Su, avanti, un po' di autocontrollo.»
«Non ce la faccio» bisbigliai. Stavo davvero malissimo.
«Cos'è che non riesci a fare?» sibilò Charlotte. «La prima cosa che
impara un gene-portatore è di mettere da parte le proprie necessità e
dedicarsi anima e corpo alla cosa. Tu invece fai l'esatto contrario.»
Con gli occhi della mente vedevo Gideon riverso a terra in una
pozza di sangue. Avevo il respiro mozzo.
«Altri farebbero di tutto per essere istruiti da Giordano. Tu invece
l'affronti come se fosse una tortura.»
«Vuoi stare zitta una buona volta, Charlotte!» esclamai.
Charlotte si voltò di nuovo verso il finestrino. Io fui assalita da un
violento tremito.
Xemerius allungò uno dei suoi artigli e me lo posò sul ginocchio
con fare benevolo. «Vedrò che cosa riesco a scoprire. Troverò il tuo
amichetto e ti riferirò, va bene? Ora però non metterti a piangere!
Altrimenti mi agito e bagnerò questi bei sedili in pelle e tua cugina
penserà che te la sei fatta addosso.»
Con un balzo sparì oltre il tettuccio e volò via. Passò un'ora e
mezzo per me interminabile prima che ritornasse.
In quell'ora e mezzo immaginai gli scenari più tragici e mi sentii
più morta che viva. A peggiorare le cose c'era il fatto che nel
frattempo avevamo raggiunto Tempie dove l'implacabile maestro mi
aspettava sinistro. Io però non ero nello stato d'animo giusto per
ascoltare la lezione di Giordano sul tema politica coloniale, né per
imitare i passi di danza di Charlotte. E se Gideon fosse stato di
nuovo assalito dagli uomini armati di spada e questa volta non fosse
riuscito a difendersi? Quando non lo vedevo davanti a me in un lago
di sangue, me l'immaginavo nel reparto di terapia intensiva collegato
a migliaia di tubi e tubicini, più bianco di un lenzuolo. Perché non
c'era nessuno a cui chiedere come stava?
Finalmente Xemerius tornò attraversando il muro del vecchio
refettorio.
«Allora?» gli domandai, senza curarmi di Giordano e Charlotte.
Erano in procinto di insegnarmi come si applaude nel corso di una
soirée nel XVIII secolo. Ovviamente in maniera del tutto diversa da
come facevo io.
«Ma cosa fai, svampita» disse Giordano. «Così applaudono i
bambini piccoli nel recinto della sabbia quando sono contenti... e
adesso che cosa stai guardando? Mi fai diventare pazzo!»
«Tutto a posto, ragazza del fienile» disse Xemerius con un allegro
sorriso. «Il giovanotto ha ricevuto una botta ed è rimasto fuori gioco
per un paio d'ore, ma a quanto sembra ha una testa dura come
diamante e non ha neppure una commozione cerebrale. E quella
ferita sulla fronte lo rende, come dire... hmmm... oh, no, non
sbiancare di nuovo! Ti ho detto che è tutto a posto!»
Il sollievo mi provocò un senso di mancamento.
«Così va bene» approvò Xemerius. «Non c'è ragione di
iperventilare. Il tuo campione ha ancora tutti i suoi bei denti bianchi.
E continua a imprecare tra sé, cosa che presumo sia buon segno.»
Grazie a Dio. Grazie a Dio. Grazie a Dio.
Chi invece era a rischio di iperventilazione era Giordano. Per
colpa mia. Tutto a un tratto i suoi strepiti non mi facevano più
effetto. Al contrario, era davvero divertente osservare il suo colorito
tra le basette passare dal rosa scuro al violetto.
Mr George arrivò giusto in tempo per impedire che Labbrone mi
mollasse un ceffone per la rabbia.
«Oggi è stato ancora peggio, se possibile.» Giordano si lasciò
cadere su una delicata seggiola asciugandosi il sudore con un
fazzoletto che aveva la stessa tinta della sua faccia. «È rimasta tutto il
tempo a fissare il vuoto con sguardo vitreo, mi verrebbe quasi da
pensare che faccia uso di droghe!»
«Giordano, per favore...» lo ammonì Mr George. «Oggi non è
stata una giornata facile per nessuno...»
«Come sta... lui?» chiese Charlotte a bassa voce, lanciandomi
un'occhiata furtiva.
«Bene, date le circostanze» rispose Mr George serio.
Charlotte mi rivolse un'altra breve occhiata inquisitoria. Io la
ricambiai con uno sguardo truce. Forse provava una specie di
perversa soddisfazione nel sapere qualcosa che credeva interessarmi
moltissimo.
«Macché, fandonie» disse Xemerius. «Sta benissimo, credimi,
tesoro! Poco fa si è divorato un'enorme cotoletta di vitello con
patate arrosto e insalata. Secondo te lo avrebbe fatto se stesse bene,
date le circostanze?»
Giordano era stizzito che nessuno gli desse ascolto. «Non vorrei
che alla fine la responsabilità ricadesse su di me» strillò spostando di
lato la seggiolina. «Ho lavorato con talenti sconosciuti e tutti i grandi
del mondo, ma non mi era mai capitato in vita mia un'esperienza
come questa.»
«Mio caro Giordano, sa quanto l'apprezziamo. Nessuno sarebbe
più indicato di lei a preparare Gwendolyn per il suo...» Mr George
ammutolì, perché Giordano aveva sporto il labbro inferiore con aria
imbronciata gettando all'indietro la testa con quell'acconciatura
d'asfalto.
«Poi non venite a dire che non vi avevo avvisato» sbottò. «È tutto
quello che chiedo.»
«D'accordo» rispose Mr George con un sospiro. «Io... sì, va bene.
Lo riferirò. Vieni, Gwendolyn?»
Io mi ero già tolta la gonna e l'avevo adagiata sullo sgabello del
pianoforte. «Arrivederci» dissi a Giordano.
Lui aveva sempre il broncio. «Temo che sarà inevitabile.»
Mentre camminavamo verso il vecchio laboratorio alchemico che
ormai avrei saputo raggiungere anche a occhi chiusi, Mr George mi
raccontò gli avvenimenti di quella mattina. Era un po' stupito che Mr
Marley non mi avesse ancora informato, e io preferii non spiegargli
come mai ciò fosse accaduto.
Gideon era stato inviato nel passato con il cronografo per un
piccolo incarico (Mr George non mi volle rivelare di che cosa si
trattasse) e due ore più tardi era stato rinvenuto privo di sensi in un
corridoio poco lontano dalla stanza del cronografo. Aveva una ferita
sulla fronte provocata chiaramente da un oggetto simile a un
bastone. Gideon non ricordava niente, l'aggressore doveva avergli
teso un agguato di sorpresa.
«Ma chi...?»
«Non lo sappiamo. Un incidente davvero increscioso, vista la
nostra attuale situazione. Lo abbiamo esaminato con cura, non
abbiamo trovato segni di punture da nessuna parte, quindi ci
sentiamo di escludere che gli sia stato prelevato il sangue...»
«Non sarebbe potuto bastare quello della ferita sulla fronte?»
domandai rabbrividendo.
«Forse» riconobbe Mr George. «Ma se... volevano andare sul
sicuro, gli avrebbero prelevato il sangue in un altro modo.
Comunque ci sono tantissime spiegazioni possibili. Nessuno sapeva
che Gideon si sarebbe presentato lì quella sera, dunque è
improbabile che qualcuno stesse aspettando proprio lui. È assai più
plausibile che si sia trattato di un incontro fortuito. In certi anni qua
sotto pullulava di elementi sovversivi di ogni sorta, contrabbandieri,
criminali, gente dei bassifondi. Per quanto mi riguarda penso a una
sfortunata coincidenza...» Si schiarì la voce. «Comunque, fatto sta che
Gideon sembra aver superato bene questa avventura. In ogni caso il
dottor White non ha riscontrato ferite gravi. Così potrete partecipare
alla soirée di domenica pomeriggio come previsto.» Scoppiò a ridere.
«Fa proprio ridere: una soirée la domenica pomeriggio.»
Già, ahahaha, molto divertente. «Dov'è Gideon ora?» chiesi
impaziente. «In ospedale?»
«No. Sta riposando... almeno spero. È andato all'ospedale solo
per una tac che grazie al cielo è risultata negativa, quindi si è fatto
dimettere subito. Ieri sera ha ricevuto una visita a sorpresa di suo
fratello...»
«Lo so» dissi. «Mr Whitman ha iscritto Raphael alla Saint Lennox
stamattina.»
Udii un profondo sospiro di Mr George. «Quel ragazzo è
scappato di casa dopo aver combinato non so quale guaio con gli
amici. È stata una folle idea di Falk, quella di ospitarlo qui in
Inghilterra. In quest'epoca turbolenta tutti noi - e Gideon in primo
luogo - abbiamo di meglio da fare che occuparci di giovani ribelli...
ma Falk non è mai riuscito a negare niente a Selina e a quanto pare
questa è l'ultima occasione per Raphael di prendere un diploma,
lontano dagli amici che esercitano un'influenza così negativa su di
lui.»
«Selina... è la mamma di Gideon e Raphael?»
«Esatto» rispose Mr George. «È da lei che entrambi hanno preso i
loro incredibili occhi verdi. Eccoci arrivati. Puoi toglierti la benda.»
Questa volta eravamo completamente soli nella stanza del
cronografo.
«Charlotte sosteneva che, date le circostanze, i viaggi previsti nel
XVIII secolo sarebbero stati annullati» dissi speranzosa. «O magari
rimandati? Così, per dar tempo a Gideon di riprendersi, e a me di
esercitarmi ancora un po'...»
Mr George scrollò la testa. «Niente da fare. Prenderemo tutte le
misure precauzionali immaginabili, ma il conte ci tiene molto che le
cose procedano speditamente. Tu e Gideon parteciperete a questa
soirée dopodomani, ormai è assodato. Hai qualche desiderio
particolare circa all'anno in cui vorresti essere mandata a trasmigrare
oggi?»
«No» dissi con forzato distacco. «Non fa differenza, quando si
deve restare chiusi in una cantina, no?»
Mr George estrasse delicatamente il cronografo dall'astuccio di
velluto. «Hai ragione. In genere Gideon viene mandato nel 1953, è
stato un anno tranquillo, basta fare attenzione a evitare che incontri
se stesso.» Ridacchiò tra sé. «Deve essere un'esperienza agghiacciante,
ritrovarsi rinchiusi con se stessi.» Si accarezzò il ventre prominente
con lo sguardo rivolto verso l'alto. «Che ne dici del 1956? Un altro
anno tranquillo.»
«Direi che è perfetto» risposi.
Mr George mi porse la torcia e si tolse l'anello dal dito. «Giusto
per precauzione... comunque non preoccuparti, di sicuro non verrà
nessuno alle due e mezzo di notte.»
«Le due e mezzo di notte!» ripetei sgomenta. Come avrei fatto a
incontrarmi con mio nonno nel cuore della notte? Nessuno mi
avrebbe creduta, se avessi detto che mi ero smarrita di notte in
cantina. Forse la casa era addirittura deserta. Sarebbe stato tutto
inutile! «Oh, no. Mr George, la prego! Non mi mandi di notte in
quelle raccapriccianti catacombe, da sola...!»
«Ma, Gwendolyn, non ha alcuna importanza, sarai sottoterra in
una stanza chiusa...»
«Ma io... di notte ho paura! La prego, non può lasciarmi da
sola...» La mia disperazione era tale che gli occhi mi si riempirono di
lacrime senza che dovessi fingere.
«D'accordo» disse Mr George guardandomi con i suoi occhietti
benevoli. «Dimenticavo che tu... via, sceglieremo un'altra ora. Le tre
del pomeriggio?»
«Molto meglio» dissi. «Grazie, Mr George.»
«Non c'è di che.» Mr George alzò brevemente lo sguardo dal
cronografo e mi sorrise. «Pretendiamo davvero molto da te; anch'io
al tuo posto mi sentirei scombussolato a stare da solo in una cantina.
Se poi aggiungiamo il fatto che tu vedi cose che altri non riescono a
vedere...»
«Già, grazie di avermelo ricordato» replicai. Xemerius non era con
me, altrimenti si sarebbe arrabbiato tantissimo sentendosi definire
una «cosa».
«Com'era quella storia delle tombe piene di ossa e teschi proprio
dietro l'angolo?»
«Oh» fece Mr George. «Non volevo metterti ancora più paura.»
«Non si preoccupi» lo tranquillizzai. «Dei morti non ho paura. Al
contrario dei vivi non possono fare niente, almeno per quanto ne
so.» Vidi Mr George sollevare un sopracciglio e mi affrettai ad
aggiungere: «Naturalmente mi inquietano e non vorrei in nessun
caso trovarmi di notte accanto a delle catacombe...» Gli porsi una
mano, mentre con l'altra stringevo saldamente lo zaino. «Questa
volta per favore prenda l'anulare. Non è stato ancora usato.»
Con il cuore in gola recuperai la chiave dal nascondiglio dietro i
mattoni e spiegai il foglietto che Lucas mi aveva lasciato. C'erano
solo delle parole in latino, nessun messaggio personale. La parola
d'ordine della giornata era insolitamente lunga e non provai neppure
a impararla a memoria. Presi una penna dall'astuccio e me la scrissi
sul palmo della mano. Lucas mi aveva lasciato anche una piantina
del sotterraneo. Uscita dalla porta dovevo andare a destra, poi
girare tre volte di seguito a sinistra fino a raggiungere la scala dove
avrei trovato le prime sentinelle. La porta si aprì senza fatica non
appena girai la chiave nella toppa. Dopo un attimo di riflessione,
decisi di non richiuderla a chiave, casomai al ritorno avessi avuto
fretta. C'era puzzo di marcio lì sotto e dai muri si capiva quanto
fosse antico l'edificio. Il soffitto era basso e i corridoi molto stretti.
Praticamente a ogni metro c'era un altro corridoio, oppure una
porta. Senza la torcia e la piantina di Lucas sarei stata perduta, anche
se il luogo mi risultava stranamente familiare. Mentre svoltavo a
sinistra nell'ultimo corridoio prima delle scale, udii delle voci; feci un
profondo respiro.
Ora tutto dipendeva dal fatto di riuscire a convincere le sentinelle
che ci fosse un motivo veramente valido per farmi passare.
Diversamente che nel XVIII secolo i due non sembravano affatto
pericolosi. Erano seduti ai piedi della scala e giocavano a carte. Mi
avvicinai con passo deciso. Alla mia vista, uno lasciò cadere le carte
di mano, mentre l'altro balzava in piedi cercando affannosamente la
spada posata alla parete.
«Buongiorno» dissi baldanzosa. «Non disturbatevi per me.»
«Come... come... come?» balbettò il primo, mentre il secondo
aveva afferrato la spada e mi guardava sconcertato.
«Una spada non è un'arma un po' anacronistica per il XX secolo?»
domandai perplessa. «Che cosa pensa di fare se arrivasse qualcuno
con una granata? Oppure una mitragliatrice?»
«Qui sotto non passa mai molta gente» rispose quello con la spada
sorridendo impacciato. «Più che altro si tratta di un'arma tradizionale
che...» scosse la testa, come se volesse richiamarsi all'ordine, poi si
raddrizzò e si mise sull'attenti. «Parola d'ordine?»
Mi guardai il palmo della mano. «Nani quod in iuventute non
discitur, in matura aetate nescitur.»
«È giusto» disse l'altro rimasto seduto sulla scala. «Ma potrei
chiederle da dove viene?»
«Dal palazzo di giustizia» risposi. «Una fantastica scorciatoia. Se
volete ve la posso mostrare. Però ora avrei un appuntamento
urgente con Lucas Montrose.»
«Montrose? Non so se oggi è in casa» disse quello con la spada e
l'altro aggiunse: «L'accompagneremo di sopra, miss, ma prima deve
dirci il suo nome. Per il verbale, sa».
Pronunciai il primo nome che mi venne in mente. Forse un po'
troppo affrettatamente.
«Violet Purpleplum?» ripeté incredulo quello con la spada, mentre
l'altro mi guardava le gambe. Evidentemente la lunghezza delle
gonne della nostra uniforme non era in linea con la moda del 1956.
Chi se ne importava, erano fatti suoi.
«Esatto» confermai in tono aggressivo, perché ero stizzita con me
stessa. «Non c'è ragione di sogghignare in quel modo. Non tutti
possono chiamarsi Smith o Miller. Possiamo andare?»
I due uomini si consultarono per decidere chi dovesse
accompagnarmi di sopra, poi quello con la spada cedette e tornò a
sedersi sulla scala. Mentre salivamo, l'altro volle sapere se fossi già
stata qui. Risposi di sì, che c'ero venuta diverse volte e quanto fosse
bella la sala del drago, non trovava anche lui, e che metà della mia
famiglia apparteneva ai Guardiani e l'uomo all'improvviso parve
ricordare di avermi visto all'ultima festa in giardino.
«Lei era quella che distribuiva la limonata, giusto? Insieme con
Lady Gainsley?»
«Hmmm, proprio così» confermai e così ci immergemmo in una
chiacchierata sulla festa in giardino, le rose e personaggi che non
conoscevo. (Ciò non mi impedì di ridere del buffo cappello di Mrs
Lamotte e del fatto che proprio Mr Mason si fosse fidanzato con una
impiegata d'ufficio, pfui!)
Raggiunta la prima finestra, gettai un'occhiata fuori: tutto era
come lo conoscevo. Tuttavia, sapere che la città fuori dalle
rispettabili mura di Tempie aveva un aspetto del tutto diverso da
quella che conoscevo era bizzarro. Provai l'impulso di precipitarmi in
strada e guardare con i miei occhi.
Giunti al primo piano il Guardiano bussò a una porta. Lessi il
nome di mio nonno su una targhetta e fui assalita da un'ondata di
orgoglio. Ce l'avevo fatta!
«Una certa Miss Purpleplum chiede di Mr Montrose» annunciò il
Guardiano attraverso la fessura della porta.
«Grazie di avermi accompagnato» dissi mentre gli passavo davanti
per entrare nell'ufficio. «Allora ci vediamo alla prossima festa in
giardino.»
«Sì, ci conto» rispose, ma io gli avevo già chiuso la porta in faccia.
Mi voltai con espressione trionfante. «Allora, che cosa ne dici?»
«Miss... hmmm... Purpleplum?» L'uomo seduto alla scrivania mi
guardò sgranando gli occhi. Chiaramente non era mio nonno. Io lo
fissai sbigottita. Era molto giovane, praticamente ancora un ragazzo,
e aveva una faccia tonda e liscia con due occhietti chiari e amichevoli
che mi risultavano più che conosciuti.
«Mr George?» chiesi incredula.
«Ci conosciamo?» Il giovane Mr George si era alzato.
«Sì, certo. Dall'ultima festa in giardino» balbettai, mentre i pensieri
mi si affollavano in testa. «Ero quella che... la limonata... dov'è il
no... Lucas? Non le ha detto che avevamo fissato un appuntamento
per oggi?»
«Sono il suo assistente e sono qui da poco» rispose Mr George,
confuso e impacciato. «Però, no, non ha detto niente. Comunque
dovrebbe tornare da un momento all'altro. Nel frattempo vuole
accomodarsi, Miss...?»
«Purpleplum!»
«Giusto. Posso offrirle un caffè?» Fece il giro della scrivania e mi
porse una sedia, che era proprio quello che mi serviva. Avevo le
gambe molli. «La ringrazio, no. Niente caffè.»
Mi osservò indeciso. Io lo fissai in silenzio.
«Lei appartiene... ai boy-scout?»
«Come dice?»
«No, ecco, per via dell'uniforme.»
«No.» Non riuscivo a distogliere lo sguardo da Mr George. Era...
inconfondibile! Il suo io cinquantacinque anni dopo era identico a
lui, solo senza capelli, con gli occhiali e un po' più largo che lungo.
Il giovane Mr George al contrario aveva una gran chioma che
teneva domata con una scriminatura precisa e molta brillantina, ed
era decisamente magro. Era chiaro che non gli piaceva essere fissato
a questo modo, perché arrossì, tornò al suo posto dietro la scrivania
e si mise a sfogliare dei documenti. Io mi chiesi che cosa avrebbe
detto se avessi tirato fuori il suo anello dalla tasca e glielo avessi
mostrato.
Restammo così in silenzio per un quarto d'ora abbondante, poi la
porta si aprì ed entrò mio nonno. Quando mi vide, spalancò gli
occhi per un istante, poi ritrovò l'autocontrollo e disse: «Ma guarda
chi c'è, la mia cara cuginetta!»
Balzai in piedi. Dal nostro ultimo incontro Lucas Montrose era
maturato molto. Portava un elegante completo con farfallino e una
barba che non gli stava troppo bene. Mi solleticò la guancia quando
mi baciò.
«Che piacere, Hazel! Quanto ti tratterrai in città? Sono venuti
anche i tuoi cari genitori?»
«No» risposi impacciata. Non mi andava di essere proprio la
odiosa Hazel! «Sono a casa, con i gatti...»
«A proposito, ti presento Thomas George, il mio nuovo assistente.
Thomas, questa è Hazel Montrose del Gloucestershire. Le avevo
detto che sarebbe venuta a trovarmi presto.»
«Pensavo che si chiamasse Purpleplum!» dichiarò Mr George.
«È così» confermai. «È il mio secondo nome. Hazel Violet
Montrose Purpleplum: un po' lungo da imparare, no?»
Lucas mi guardò aggrottando la fronte. «Ora porterò Hazel a fare
una passeggiata» annunciò poi rivolto a Mr George. «D'accordo? Se
qualcuno chiedesse di me, gli dirà che sto parlando con un cliente.»
«Sì, Mr Montrose, sir» rispose Mr George, sforzandosi di
mantenere un'espressione di assoluto distacco.
«Arrivederci» lo salutai.
Lucas mi prese per un braccio e mi condusse fuori dalla stanza. Per
tutto il tragitto sorridemmo impacciati. Solo quando la pesante porta
d'ingresso si chiuse alle nostre spalle e ci ritrovammo nel vicolo
inondato di sole, ricominciammo a parlare.
«Non voglio essere l'odiosa Hazel» protestai guardandomi intorno
incuriosita. Tempie non sembrava molto cambiata negli ultimi
cinquantacinque anni, a parte le automobili. «Somiglio forse a una
che fa roteare i gatti sopra la testa prendendoli per la coda?»
«Purpleplum!» esclamò Lucas con altrettanto risentimento. «Non
potevi trovare un nome più strampalato!» Poi mi posò le mani sulle
spalle e mi osservò attentamente. «Lasciati guardare, nipotina! Sei
proprio come otto anni fa.»
«Certo, è stato solo l'altro ieri» replicai.
«Incredibile» disse Lucas. «Per tutti questi anni ho pensato che fosse
stato solo un sogno...»
«Ieri ero stata mandata nel 1953, ma non ero sola.»
«Quanto tempo abbiamo oggi?»
«Sono arrivata alle tre del vostro orario, compirò il salto alle sei e
mezzo esatte.»
«Allora c'è un po' di tempo per parlare. Vieni, dietro l'angolo c'è
un caffè dove potremmo bere qualcosa.» Lucas mi prese per un
braccio e ci dirigemmo verso lo Strand. «Non ci crederai, ma da tre
mesi sono diventato padre» mi raccontò mentre camminavamo.
«Devo dire che è una bella sensazione. E credo che Arisa sia stata una
buona scelta. Claudine Seymore al contrario si è un po' lasciata
andare e dicono che le piaccia bere, fin dal mattino.» Attraversammo
uno stretto vicolo e sbucammo sulla strada passando da un arco. Io
mi fermai sopraffatta. Il traffico sullo Strand era intenso come
sempre, ma erano tutte auto d'epoca. Gli autobus rossi a due piani
sembravano usciti dal museo e facevano un frastuono bestiale,
mentre la maggior parte dei pedoni portava il cappello: uomini,
donne, persino i bambini! Poco più avanti sull'altro lato della via era
appesa al muro la locandina di un film. Si trattava di Alta società, un
musical con la bellissima Grace Kelly e l'orribile Frank Sinatra. Rimasi
lì a guardarmi intorno con la bocca spalancata, senza riuscire a fare
un passo. Tutto sembrava uscito da una cartolina nostalgica in stile
rétro, solo molto più variopinto.
Lucas mi condusse in un grazioso caffè d'angolo e ordinò tè e
focaccine. «L'ultima volta che sei venuta eri affamata» si ricordò. «Qui
fanno anche ottimi sandwich.»
«No, grazie» risposi. «Nonno, a proposito di Mr George! Nel 2011
fa finta di non avermi mai vista.»
Lucas scrollò le spalle. «Non preoccuparti di lui. Prima che vi
rivediate saranno passati cinquantacinque anni. Probabilmente ti
avrà dimenticato.»
«Sì, può darsi» risposi, poi guardai irritata i numerosi fumatori.
Proprio accanto a noi, seduto a un tavolino ovale con sopra un
posacenere di vetro grosso quanto un teschio, era seduto un uomo
grasso con il sigaro. Il fumo era così denso da poterlo tagliare a fette.
Nel 1956 nessuno aveva sentito parlare dei tumori al polmone? «Sei
riuscito a scoprire chi è il cavaliere verde?»
«No, però ho scoperto qualcosa di molto più importante. Ora so
perché Lucy e Paul ruberanno il cronografo.» Lucas gettò un'occhiata
intorno a sé, poi avvicinò la sedia alla mia. «Dopo la tua visita Lucy e
Paul sono tornati diverse volte a trasmigrare senza avvenimenti
particolari. Abbiamo bevuto del tè insieme, li ho interrogati sui verbi
francesi e ci siamo educatamente annoiati per quattro ore. Non
avevano il permesso di lasciare la casa, questo era l'ordine, e
Kenneth de Villiers, quel vecchio spione, ha fatto in modo che lo
rispettassimo. Una volta sono riuscito a farli uscire di nascosto, per
poterli mandare al cinema e a fare un giro, ma disgraziatamente ci
hanno beccato. Ma che dico, Kenneth ci ha beccato. Non ti dico il
putiferio che si è scatenato. Ho ricevuto una sanzione disciplinare e
per sei mesi è stato collocato un Guardiano davanti alla porta della
sala del drago tutte le volte che Lucy e Paul erano da noi. Le cose
sono cambiate solo quando sono diventato adepto di terzo grado.
Oh, grazie.» Queste parole furono rivolte alla cameriera che
sembrava l'originale di Doris Day nel film L'uomo che sapeva troppo.
Aveva i capelli biondi tinti tagliati corti e indossava un abitino
leggero con la gonna svasata. Ci servì le ordinazioni con un sorriso
smagliante e non mi sarei sorpresa se si fosse messa a cantare Que
sera, sera.
Lucas aspettò che si fosse allontanata, poi riprese a raccontare.
«Naturalmente ho cercato di scoprire con domande indirette quali
motivi potevano avere per sottrarre il cronografo. Niente da fare.
L'unico loro problema era che si amavano alla follia. Evidentemente
la loro unione non era ben vista nel loro tempo, così la tenevano
nascosta. Solo poche persone ne erano al corrente, per esempio io e
tua madre Grace.»
«Allora forse si sono rifugiati nel passato solo perché non
potevano stare insieme! Come Romeo e Giulietta.» Ah, che
romantico!
«No» rispose Lucas. «Non era questo il motivo.» Mescolò il tè,
mentre io fissavo con avidità il cestino pieno di focaccine calde
protette da un tovagliolo di stoffa che emanavano un profumo
irresistibile.
«Il motivo ero io» proseguì Lucas.
«Come? Tu?»
«Ecco, non io direttamente. Ma fu colpa mia. Un giorno infatti mi
venne la malaugurata idea di spedire Lucy e Paul un po' più indietro
nel passato.»
«Con il cronografo? Ma come...»
«Sì, lo so, è stata una pazzia, l'ho appena detto.» Lucas si passò
una mano tra i capelli. «Ma tutti i giorni eravamo rinchiusi per
quattro ore in questa maledetta sala, insieme con il cronografo. E
come evitare di pensare a una cosa tanto stupida? Studiai
accuratamente vecchie mappe, gli scritti segreti e gli annali, poi mi
procurai dei costumi dalla sartoria e infine inserimmo il sangue di
Lucy e Paul nel cronografo e li inviai per prova per due ore nel 1590.
Funzionò senza alcun problema. Trascorsero lì due ore, tornarono
indietro da me nel 1948 senza che nessuno si fosse accorto della loro
assenza. E poi mezz'ora dopo ritornarono nel 1992. Andò tutto alla
perfezione.»
Mi infilai in bocca una focaccina spalmata generosamente di
clotted cream. La mia mente funzionava meglio quando masticavo.
C'erano tantissime domande che mi affollavano la testa, e così
formulai la prima che affiorò. «Ma nel 1590 i Guardiani non
esistevano ancora, giusto?»
«Esatto» confermò Lucas. «Non c'erano ancora nemmeno questi
edifici. E questa è stata la nostra fortuna. O sfortuna, a seconda di
come la si vuol vedere.» Bevve un sorso di tè. Non aveva ancora
toccato cibo e cominciavo a chiedermi come facesse a nutrire tutti i
suoi chili. «Grazie alle vecchie mappe ho scoperto che l'edificio dove
si trova la sala del drago fu costruito nel punto esatto in cui dal
tardo XVI secolo alla fine del XVII si trovava una piazzetta con una
fontana.»
«Non riesco a capire...»
«Aspetta. Questa scoperta fu preziosissima per noi. Lucy e Paul
potevano saltare dalla sala del drago direttamente in questa
piazzetta del passato e poi era sufficiente ritrovarsi lì all'ora giusta
per tornare automaticamente nella sala del drago. Mi segui?»
«E se fossero apparsi in pieno giorno sulla piazza? Non sarebbero
stati subito arrestati e messi sul rogo per stregoneria?»
«Era una piazzetta appartata, dove non passava quasi mai
nessuno. E, anche se fosse accaduto, i presenti si sarebbero limitati a
strofinarsi gli occhi pensando a un momento di distrazione. In effetti
era molto pericoloso, ma a noi sembrava geniale. Eravamo felicissimi
di aver avuto quest'idea e di poter ingannare tutti e Lucy e Paul si
divertivano immensamente. Anch'io, anche se aspettavo il loro
ritorno stando sui carboni ardenti. Non osavo neppure pensare a
che cosa sarebbe accaduto se qualcuno fosse entrato...»
«Davvero molto audace» commentai.
«Già» riconobbe Lucas con un'espressione quasi colpevole. «Certe
cose si fanno solo da giovani. Oggi non lo farei più, ci puoi
scommettere. Ma pensavo che, se fosse stato davvero pericoloso, il
mio saggio alter ego del futuro sarebbe venuto a trovarmi per
avvisarmi, capisci?»
«Quale saggio alter ego del futuro?» chiesi con un sorriso
malizioso.
«Ma io, naturalmente» esclamò Lucas per poi subito abbassare la
voce. «Nel 1992 saprò di sicuro che cosa avevo combinato con Lucy
e Paul nel 1948 e, se qualcosa fosse andato storto, li avrei messi in
guardia dal mio avventato io giovanile... così pensavo.»
«D'accordo» dissi lentamente, poi presi un'altra focaccina, per
nutrire il cervello. «Invece non lo hai fatto?»
Lucas scrollò la testa. «Evidentemente no. Che idiota. Così
diventammo sempre più spregiudicati. Quando Lucy studiò Amleto in
classe, li mandai nel 1602. Per tre giorni di seguito ebbero modo di
assistere alla messinscena originale della compagnia del Lord
Ciambellano al Globe Theatre.»
«A Southwark?»
Lucas annuì. «Fu una cosa piuttosto elaborata. Dovevano
attraversare il London Bridge per arrivare sull'altra riva del Tamigi,
assistere il più a lungo possibile alla rappresentazione e quindi
tornare indietro prima del salto nel tempo. Per due giorni andò tutto
bene, ma il terzo giorno ci fu un incidente sul London Bridge e Lucy
e Paul furono testimoni di un delitto. Non riuscirono a raggiungere
questa riva del fiume per il loro salto e così finirono nella Southwark
del 1948, mezzi a mollo, mentre io credevo di impazzire per la
paura.» Era evidente che il ricordo lo scombussolava ancora, perché
impallidì intorno al naso. «Raggiunsero Tempie appena in tempo,
bagnati fradici e con i costumi del XVII secolo, prima di tornare nel
1992. Venni a sapere tutto questo durante la loro visita successiva...»
Mi cominciava a girare di nuovo la testa per tutti i successivi salti
temporali. «Di quale delitto furono testimoni?»
Lucas avvicinò ancora un po' la sedia. Il suo sguardo dietro gli
occhiali era torvo e serissimo. «È proprio questo il punto! Lucy e Paul
videro il conte di Saint Germain uccidere qualcuno.»
«Il conte?»
«Fino a quel giorno Lucy e Paul avevano incontrato il conte per
due volte. Nonostante ciò lo riconobbero senza ombra di dubbio.
Dopo il loro salto di iniziazione furono presentati a lui nel 1784. Lo
aveva stabilito il conte stesso, voleva conoscere i viaggiatori nel
tempo nati dopo di lui solo al termine della propria vita. Mi
sorprenderebbe se per te fosse diverso.» Si schiarì la voce. «Sarà
diverso. Insomma. In ogni caso i Guardiani accompagnarono Lucy e
Paul con il cronografo nella Germania del nord dove il conte si era
trasferito in vecchiaia. Ci andai anch'io. Ci andrò. Come Gran
Maestro della loggia, te ne rendi conto?»
Aggrottai la fronte. «Ti spiacerebbe tornare...»
«Ah, sto di nuovo divagando, vero? Continua a superare la mia
capacità di comprensione pensare che le cose devono ancora
succedere sebbene siano successe da tempo. Dov'eravamo rimasti?»
«Com'è possibile che il conte avesse commesso un omicidio nel
1602... oh, ho capito! L'aveva fatto durante uno dei suoi viaggi nel
tempo.»
«Precisamente. E per l'esattezza quando era molto più giovane. È
stata un'incredibile coincidenza che Lucy e Paul si trovassero proprio
nello stesso istante nello stesso posto. Sempre ammesso che in un
contesto del genere si possa parlare di coincidenza. Lo stesso conte
dichiara in uno dei suoi numerosi scritti: Chi crede al caso non ha
compreso il potere del destino.»
«Chi uccise? E perché?»
Lucas si guardò intorno di nuovo. «Inizialmente, mia cara
nipotina, non sapevamo rispondere a questa domanda neppure noi.
Ci vollero settimane prima di scoprirlo. La sua vittima altri non era se
non Lancelot de Villiers, il primo viaggiatore nel tempo del cerchio.
L'ambra!»
«Il conte ha ucciso un suo antenato? Ma perché?»
«Lancelot de Villiers era un barone belga trasferitosi con tutta la
famiglia in Inghilterra nel 1602. Nelle Cronache e negli scritti segreti
che il conte di Saint Germain ha lasciato ai Guardiani, sta scritto che
Lancelot morì nel 1607, per questo inizialmente non avevamo
pensato a lui.
In realtà - ora ti risparmio i particolari delle nostre indagini
poliziesche - al barone venne tagliata la gola mentre si trovava in
carrozza nel 1602...»
«Continuo a non capire» mormorai.
«Neppure io sono riuscito a riunire ancora tutti i pezzi del
rompicapo» disse Lucas mentre estraeva dalla tasca un pacchetto di
sigarette e se ne accendeva una. «A questo si aggiunge che non ho
più visto Lucy e Paul dal 24 settembre 1949. Presumo che siano
saltati con il cronografo in un'epoca antecedente alla mia, altrimenti
sarebbero già venuti a trovarmi. Oh... maledizione! Non guardare!»
«Che cosa c'è? E da quand'è che fumi?»
«Sta arrivando Kenneth de Villiers con quella megera di sua
sorella.» Lucas tentò di nascondersi dietro il menu.
«Perché non gli dici semplicemente che non vogliamo essere
disturbati?» bisbigliai.
«Non posso, è il mio superiore. Nella loggia e nella vita reale. Il
maledetto studio legale appartiene a lui... con un po' di fortuna
magari non ci vedono.»
La fortuna non era con noi. Un uomo alto sulla quarantina e una
signora dal cappello turchese avanzarono a passo deciso verso il
nostro tavolo e si accomodarono sulle due sedie libere senza
neppure chiedere il permesso.
«Allora, oggi facciamo forca tutti e due, eh, Lucas?» esclamò
Kenneth de Villiers affabile, dando una pacca sulle spalle di Lucas.
«Del resto, sarei pronto a chiudere entrambi gli occhi, dopo la tua
brillante conclusione del caso Parker ieri. Ti rinnovo i miei
complimenti. Ho saputo che hai ricevuto visite dalla campagna.» I
suoi occhi d'ambra mi sottoposero a uno scrupoloso esame. Cercai di
sostenere il suo sguardo nella maniera più disinvolta possibile. Era
assai strana la somiglianza che legava i de Villiers di tutte le epoche,
con gli zigomi pronunciati e il naso dritto e aristocratico. Anche
quello che avevo davanti era un esemplare notevole, sebbene non
all'altezza di Falk de Villiers alla mia epoca.
«Questa è Hazel Montrose, mia cugina» mi presentò Lucas. «Hazel,
ti presento Mr e Mrs de Villiers.»
«Io sono sua sorella» precisò Mrs de Villiers con un risolino. «Oh,
bene, vedo che ha delle sigarette; devo scroccargliene subito una.»
«Purtroppo stavamo per andare via» disse Lucas mentre le offriva
galante una sigaretta e le porgeva la fiamma dell'accendino. «Ho
ancora dei documenti da sistemare...»
«Non oggi, amico mio, non oggi.» Il capo gli sorrise ammiccante.
«Da sola con Kenneth mi annoio sempre a morte» disse Mrs de
Villiers soffiando il fumo della sigaretta dal naso. «Con lui non si può
parlare d'altro che di politica. Kenneth, per favore, ordina del tè per
tutti quanti. Da dove viene esattamente, mia cara?»
«Dal Gloucestershire» risposi con un colpo di tosse.
Lucas sospirò affettuoso. «Mio zio, il padre di Hazel, possiede una
vasta tenuta con molto bestiame.»
«Ah, quanto mi piace la vita di campagna. E gli animali!» esclamò
Mrs de Villiers entusiasta.
«Anche a me» replicai. «A me piacciono soprattutto i gatti.»
Dagli Annali dei Guardiani
Verbale della postazione Cerbero
24 luglio 1956
«Nani quod in iuventute non discitur, in matura aetate nescitur.»
Ore sette: il novizio Cartrell, dato per disperso durante il
notturno esame di Arianna, raggiunge l'ingresso con sette ore di
ritardo. Barcolla e puzza di alcol, e questo fa supporre che, pur non
avendo superato l'esame, è riuscito a scovare la cantina ritenuta
perduta. In via del tutto eccezionale lo lascio passare con la parola
d'ordine del giorno prima. Per il resto nessuna notizia da segnalare.
Autore: J. Smith, novizio, primo turno
Ore una e dodici: avvistato un ratto. Voglio infilzarlo con la
spada, ma Leroy gli dà da mangiare gli avanzi del suo panino e lo
battezza Audrey.
Ore tre e quindici: Miss Violet Purpleplum raggiunge l'ingresso
attraverso un passaggio segreto sconosciuto dal palazzo di giustizia.
Conosce alla perfezione la parola d'ordine del giorno, Leroy
l'accompagna come richiesto negli uffici di sopra.
Ore tre e ventiquattro: Audrey è tornata. Per il resto nessuna
notizia da segnalare.
Autore: P. Ward, novizio, secondo turno
Dalle ore sei alle ore dodici: nessuna notizia da segnalare.
Autore: N. Cartrell, novizio, turno serale
Dalle ore dodici alle ore sei: nessuna notizia da segnalare.
Autori: K. Elbereth/M. Ward, novizi
Capitolo 8
La sentinella ai piedi della scala dormiva con la testa appoggiata
alla ringhiera.
«Povero Cartrell» bisbigliò Lucas mentre superavamo di soppiatto
l'uomo che russava. «Temo che non ce la farà a diventare un adepto
se continua a bere in questa maniera... però, tanto meglio per noi.
Vieni, sbrigati!»
Ero già senza fiato, perché eravamo dovuti tornare a passo di
corsa dal caffè fino a lì. Kenneth de Villiers e sua sorella ci avevano
trattenuto per un'eternità, avevamo dovuto parlare con loro per ore
della vita di campagna in generale e di quella del Gloucestershire in
particolare (avevo dato il mio contributo con qualche simpatico
aneddoto su mia cugina Madeleine e una pecora di nome Clarissa),
del caso Parker (avevo capito soltanto che mio nonno era riuscito a
vincere la causa), del grazioso giovanissimo erede al trono Carlo
(come, prego?) e di tutti i film di Grace Kelly e del suo matrimonio
con un principe monegasco. Di tanto in tanto tossivo e cercavo di
portare la conversazione sulle nefaste conseguenze del fumo per la
salute, ma invano. Quando finalmente potemmo uscire dal caffè, era
così tardi che non ebbi neppure tempo di andare al bagno, sebbene
mi sentissi almeno un litro di tè nella vescica.
«Ancora tre minuti» ansimò Lucas, mentre sfrecciavamo per i
corridoi del sotterraneo. «Avrei ancora così tante cose da dirti. Se
non fossimo stati interrotti da quel rompiscatole del mio capo...»
«Non sapevo che fossi impiegato presso uno dei de Villiers»
osservai. «In fondo sei il futuro Lord Montrose, membro
dell'aristocrazia.»
«Sì» replicò Lucas contrariato. «Ma, finché non erediterò il titolo
da mio padre, devo comunque guadagnarmi da vivere in qualche
modo. Mi si è offerto questo lavoro... non importa, ascolta: tutto
ciò che il conte di Saint Germain ha lasciato ai Guardiani, i cosiddetti
scritti segreti, le lettere, le Cronache, ogni pagina è passata al vaglio
della sua censura. I Guardiani sanno solo ciò che Saint Germain ha
lasciato trapelare e tutte le informazioni hanno come obiettivo di
spingere le generazioni successive a impegnarsi al massimo per
chiudere il cerchio. Nessuno dei Guardiani conosce il segreto per
intero.»
«Tu invece lo conosci?» esclamai.
«Shhh! No. Non lo conosco neppure io.»
Superammo l'ultima svolta e io spalancai la porta del vecchio
laboratorio alchemico. Il mio zaino era ancora sul tavolo,
esattamente dove lo avevo lasciato.
«Lucy e Paul però conoscono il segreto, ne sono convinto.
L'ultima volta che ci siamo visti erano in procinto di trovare i
documenti.» Guardò l'ora. «Maledizione.»
«Vai avanti!» lo esortai, mentre raccoglievo lo zaino e la torcia.
All'ultimo istante mi ricordai di restituire la chiave a Lucas.
Cominciavo già ad avvertire il familiare senso di vertigine allo
stomaco. «Per favore, togliti quella barba, nonno!»
«Il conte aveva nemici citati solo a margine delle Cronache»
proseguì Lucas trafelato. «In particolare era stato preso di mira da
un'antica organizzazione segreta vicina alla Chiesa, che si faceva
chiamare Alleanza fiorentina. Nel 1745, anno di fondazione della
loggia qui a Londra, questa organizzazione riuscì a entrare in
possesso di documenti che appartenevano al lascito del conte di
Saint Germain... secondo te la barba non mi sta bene?»
La stanza cominciò a girare intorno a me.
«Ti voglio bene, nonno!» esclamai di slancio.
«...documenti che tra l'altro dimostrano che non basta inserire il
sangue dei dodici viaggiatori nel tempo nel cronografo. Il segreto si
rivela solo quando...» Prima di essere risucchiata via feci in tempo a
sentire ancora queste parole.
Qualche frazione di secondo più tardi fui abbagliata da una
intensa luce. Il petto di una camicia bianca mi si parò davanti. Un
centimetro più a sinistra e sarei atterrata direttamente sui piedi di Mr
George.
Per lo spavento lanciai un grido soffocato e feci qualche passo
indietro.
«La prossima volta dobbiamo ricordarci di darti un gesso per
segnare il punto esatto» disse Mr George scrollando la testa e
prendendomi di mano la torcia. Non era rimasto solo ad aspettare il
mio ritorno. Accanto a lui c'era Falk de Villiers, mentre il dottor
White era seduto al tavolo con Robert, il fantasmino, affacciato
dietro le sue gambe e Gideon era appoggiato al muro accanto alla
porta con un vistoso cerotto bianco sulla fronte.
Quando lo vidi trattenni istintivamente il fiato.
Aveva assunto la sua consueta posa, le braccia conserte sul petto,
ma il suo viso era bianco quasi quanto il cerotto e le profonde
occhiaie scure davano una sfumatura innaturalmente verde alle sue
iridi. Provai un impeto quasi irresistibile di correre da lui,
abbracciarlo e soffiargli sulla ferita, come facevo sempre con Nick
quando si faceva male.
«Tutto a posto, Gwendolyn?» domandò Falk de Villiers.
«Sì» risposi, senza staccare gli occhi da Gideon. Dio, quanto mi era
mancato, solo adesso me ne rendevo conto. Possibile che quel bacio
sul divano verde fosse accaduto solo ieri? Anche se, a ben guardare,
non si era trattato soltanto di un bacio.
Gideon ricambiò il mio sguardo senza muoversi, quasi con
distacco, come se mi vedesse per la prima volta. Non c'era più
traccia di ciò che lo aveva animato ieri.
«Porto Gwendolyn di sopra, così potrà tornare a casa» disse Mr
George con calma, posandomi una mano sulla schiena e
sospingendomi dolcemente oltre Falk verso la porta. Direttamente
da Gideon.
«Sei... ti senti bene?» domandai.
Gideon continuò a guardarmi senza rispondermi. Ma c'era
qualcosa che non andava nel suo modo di fissarmi. Come se non
fossi una persona, bensì un oggetto. Qualcosa di insignificante,
quotidiano, come... una sedia. Possibile che soffrisse ancora delle
conseguenze della botta e non ricordasse più chi ero? Provai un
brivido.
«Gideon ha bisogno di riposare, ma prima deve trasmigrare per
qualche ora, se non vogliamo rischiare un salto nel tempo
incontrollato» spiegò brusco il dottor White. «È una sciocchezza
lasciarlo di nuovo solo...»
«Due ore in una tranquilla cantina del 1953, Jake» lo interruppe
Falk. «Su un divano. Sopravvivrà.»
«Già, come no» intervenne Gideon con uno sguardo, se possibile,
ancora più tetro. Improvvisamente mi venne voglia di piangere.
Mr George aprì la porta. «Vieni, Gwendolyn.»
«Ancora un momento, Mr George.» Gideon mi afferrò per un
braccio. «C'è una cosa che vorrei sapere: in quale anno ha appena
spedito Gwendolyn?»
«Adesso? Luglio 1956» rispose Mr George. «Perché lo vuoi sapere?»
«Ecco, perché sa di fumo di sigaretta» rispose Gideon stringendomi
il braccio fino a farmi male. Rischiai di lasciar cadere a terra lo zaino.
Mi annusai automaticamente la manica della giacca. Era vero, la
sosta di qualche ora nel caffè fumoso aveva lasciato chiare tracce su
di me. E adesso come facevo a spiegarlo?
Tutti gli sguardi ora erano posati su di me e mi resi conto che
dovevo trovare in fretta una scusa plausibile.
«Va bene, mi hai scoperto» dissi chinando lo sguardo a terra. «Ho
fumato un po', ma solo tre sigarette. Davvero.»
Mr George scrollò la testa. «Ma, Gwendolyn, ti avevo detto
chiaramente di non portare oggetti...»
«Mi spiace molto» lo interruppi. «Ma è così noioso passare il
tempo in quella cantina scura e le sigarette aiutano a combattere la
paura...» Mi sforzai di assumere un'espressione contrita. «Ho raccolto
con cura le cicche e le ho riportate con me. Non deve preoccuparsi,
nessuno resterà sorpreso trovando un pacchetto di Lucky Strike.»
Falk rise.
«La nostra principessina dunque non è così virtuosa come pare»
osservò il dottor White e io tirai un sospiro di sollievo. A quanto
pareva mi credevano. «Non prendere quell'aria scioccata, Thomas. Io
ho fumato la mia prima sigaretta a tredici anni.»
«Anch'io. La prima e l'ultima.» Falk de Villiers era tornato a
chinarsi sul cronografo. «Fumare è assolutamente sconsigliabile,
Gwendolyn. Sono sicuro che tua madre resterebbe scioccata se lo
sapesse.»
Persino il piccolo Robert annuì con enfasi lanciandomi un'occhiata
carica di rimprovero.
«Inoltre non fa bene alla bellezza» aggiunse il dottor White. «La
nicotina danneggia la pelle e i denti.»
Gideon non disse niente. Non aveva neppure allentato la presa
intorno al mio braccio. Mi costrinsi a guardarlo negli occhi con la
massima disinvoltura, abbozzando un sorriso di scusa. Lui ricambiò il
mio sguardo corrugando la fronte e scuotendo impercettibilmente il
capo. Poi mi lasciò lentamente. Deglutii, perché all'improvviso avevo
un nodo in gola.
Perché Gideon si comportava così? Un attimo prima era gentile e
tenero, e subito dopo tornava freddo e inavvicinabile. Non si
poteva andare avanti così. Almeno per me era insopportabile.
Quello che era successo là sotto, tra noi, era sembrato proprio vero.
Giusto. E adesso lui non aveva di meglio da fare che mettermi in
imbarazzo di fronte ad altri alla prima occasione? Che cosa pensava
di ottenere?
«Ora vieni» disse Mr George.
«Ci vediamo dopodomani, Gwendolyn» disse Falk de Villiers.
«Sarà la tua grande giornata.»
«Non dimentichi di bendarle gli occhi» disse il dottor White e io
sentii la breve risata di Gideon, come se il dottore avesse fatto una
battuta di cattivo gusto. Poi la pesante porta si richiuse alle nostre
spalle e ci ritrovammo in corridoio.
«A quanto pare non gli piacciono i fumatori» mormorai
trattenendo a stento le lacrime.
«Aspetta, devo bendarti» disse Mr George e io rimasi ferma finché
non mi ebbe annodato la sottile striscia di tessuto sulla nuca. Poi mi
prese dalle mani lo zaino e mi sospinse delicatamente in avanti.
«Gwendolyn... devi stare più attenta.»
«Un paio di sigarette non bastano a uccidere, Mr George.»
«Non mi riferivo a questo.»
«A che cosa allora?»
«Parlavo dei tuoi sentimenti.»
«Come? I miei sentimenti?»
Sentii Mr George sospirare. «Mia cara bambina, anche un cieco si
accorgerebbe che tu... dovresti essere più prudente per quanto
riguarda i tuoi sentimenti per Gideon.»
«Io...» ammutolii. Evidentemente Mr George possedeva uno
spirito d'osservazione più acuto di quanto credessi.
«Le relazioni sentimentali tra due viaggiatori nel tempo non
hanno mai goduto di una buona stella finora» disse. «Al pari di quelle
tra le famiglie de Villiers e Montrose. Senza contare poi che, in
un'epoca come questa, non bisogna mai dimenticare che in sostanza
non ci si può fidare di nessuno.» Forse era solo una mia impressione,
ma mi sembrò di sentire tremare la mano di Mr George posata sulla
mia schiena. «Purtroppo è un dato di fatto incontrovertibile che il
buon senso si annebbia non appena entra in gioco l'amore. E il buon
senso è ciò che ti serve più di ogni altra cosa in questo momento.
Attenzione, gradino.»
Affrontammo la salita in silenzio, poi Mr George mi liberò della
benda e mi guardò con espressione seria. «Tu puoi farcela,
Gwendolyn. Io credo molto in te e nelle tue capacità.»
La sua faccia tonda era di nuovo madida di sudore. Nei suoi occhi
chiari lessi solo preoccupazione, simile a quella di mia madre,
quando mi guardava. Fui sopraffatta da un impeto di riconoscenza.
«Tenga il suo anello» dissi. «Quanti anni ha lei, Mr George? Se
posso permettermi.»
«Settantasei» rispose Mr George. «Non è un segreto.»
Lo fissai. Sebbene non ci avessi mai pensato razionalmente, gli
avrei dato almeno dieci anni di meno. «Quindi nel 1956 lei
aveva...?»
«Ventun anni. Fu l'anno in cui entrai qui come assistente
amministrativo e diventai membro della loggia.»
«Per caso conosce Violet Purpleplum, Mr George? È un'amica di
mia nonna.»
Mr George inarcò un sopracciglio. «No, non mi pare. Vieni, ti
accompagno alla macchina, sono sicuro che tua madre ti aspetta con
ansia.»
«Lo credo anch'io. Mr George...?»
Ma Mr George si era già girato per incamminarsi. Non mi restò
altro da fare che seguirlo. «Domani verranno a prenderti a casa in
mattinata. Madame Rossini ha bisogno di fare una prova, poi
Giordano tenterà di insegnarti ancora qualcosa. E infine dovrai
trasmigrare.»
«Che programma entusiasmante» replicai stanca.
«Ma questa non è una... magia!» bisbigliai scioccata.
Leslie sospirò. «Forse non del tipo abracadabra, però è una
capacità magica. È la magia del corvo.»
«A me sembra più una specie di sfiga» ribattei. «È una cosa di cui
tutti si prendono gioco e a cui nessuno crede.»
«Gwenny, non è una sfiga avere percezioni extrasensoriali. Direi
piuttosto che è una dote. Tu puoi vedere gli spiriti e parlare con
loro.»
«Anche con i demoni» precisò Xemerius.
«In mitologia il corvo rappresenta il legame degli uomini con il
mondo divino. I corvi sono i messaggeri tra i vivi e i morti.» Leslie
girò il raccoglitore in modo che io potessi leggere ciò che aveva
trovato a proposito dei corvi su Internet. «Devi riconoscere che si
adatta perfettamente alle tue capacità.»
«E al tuo colore di capelli» aggiunse Xemerius. «Neri come le
piume di corvo...»
Mi morsi il labbro inferiore. «Però nella profezia sembra così,
come dire, così importante e potente. Come se la magia del corvo
fosse una specie di arma segreta.»
«In effetti può esserlo» osservò Leslie. «Se smetti di pensare che il
fatto di vedere i fantasmi sia solo una specie di bizzarra
inclinazione.»
«E demoni» ripeté Xemerius.
«Mi piacerebbe tanto poter leggere i testi che contengono le
profezie» disse Leslie. «Sarebbe molto interessante sapere cosa c'è
scritto esattamente.»
«Sono sicura che Charlotte le conosce tutte a memoria» ribattei.
«Credo che le abbia imparate nelle sue lezioni di mistero. Comunque
quelli parlano tutti in rima. I Guardiani. Persino la mamma. E
Gideon.»
Voltai di scatto la testa per impedire a Leslie di accorgersi che gli
occhi mi si erano riempiti di lacrime, ma non fui abbastanza rapida.
«Oh, tesoro! Non piangere di nuovo!» Mi offrì un fazzoletto. «Stai
davvero esagerando.»
«Non è vero. Non ricordi che per colpa di Max tu hai pianto tre
giorni di fila?» singhiozzai.
«Certo che me lo ricordo» rispose Leslie. «Sono passati solo sei
mesi.»
«Ora capisco come dovevi sentirti. E capisco anche perché
desideravi morire.»
«Già, che sciocchezza! Tu mi sei sempre stata accanto e mi ripetevi
che non valeva la pena sprecare neppure un pensiero per Max,
perché si era comportato da stronzo. E io me ne sarei dovuta lavare
le mani...»
«È vero, e intanto sentivamo a ripetizione The winner takes it all.»
«Se vuoi posso recuperarla» si offrì Leslie. «Se dovesse farti sentire
meglio.»
«No. Però puoi porgermi il coltello giapponese in modo che io
possa fare harakiri.» Mi gettai prona sul letto e chiusi gli occhi.
«Non capisco perché le ragazze devono essere sempre così
drammatiche» commentò Xemerius. «Siccome il ragazzo è di cattivo
umore e ha l'aria torva perché ha appena ricevuto una botta in testa,
subito ti crolla il mondo addosso.»
«Perché lui non mi ama» singhiozzai disperata.
«Questo non puoi saperlo» obiettò Leslie. «Nel caso di Max
purtroppo ne avevo la certezza, perché esattamente mezz'ora dopo
aver chiuso con me, era stato visto a pomiciare al cinema con quella
Anna. A Gideon invece non si può rimproverare niente del genere. È
solo un po'... lunatico.»
«Ma perché? Dovevi vedere come mi guardava! Sembrava
schifato. Come se io fossi... una blatta. Non ce la faccio, ecco.»
«Prima ti sei paragonata a una sedia.» Leslie scrollò il capo. «Ora
per favore piantala. Ha ragione Mr George: non appena entra in
gioco l'amore, il buon senso se ne va. E pensare che siamo giusto in
procinto di fare una scoperta epocale!»
Quella mattina, infatti, subito dopo che Leslie era arrivata a casa
nostra e ci eravamo comodamente sistemate sul mio letto, Mr
Bernhard aveva bussato alla mia porta - cosa che di solito non
faceva mai - e aveva posato un vassoio con del tè sulla mia scrivania.
«Un piccolo rinfresco per le signorine» aveva annunciato.
Io lo avevo guardato esterrefatta, perché non ricordavo di averlo
mai visto prima salire fin quassù.
«Ecco, siccome me lo ha chiesto, mi sono preso la libertà di fare
qualche ricerca» aveva proseguito Mr Bernhard mentre i suoi
occhietti da gufo ci fissavano seri sopra gli occhiali. «E, come
immaginavo, l'ho anche trovato.»
«Che cosa?» avevo chiesto.
Mr Bernhard aveva spostato il tovagliolo sul vassoio scoprendo il
libro che vi era celato sotto. «Il cavaliere verde» aveva detto. «Se non
sbaglio era quello che stava cercando.»
Leslie era balzata in piedi e aveva afferrato il libro. «Ho già
sfogliato questo volume in biblioteca, ma non ho trovato niente di
particolare...» aveva mormorato.
Mr Bernhard le aveva rivolto un sorriso condiscendente.
«Presumo che dipendesse dal fatto che il libro da lei esaminato in
biblioteca non era di proprietà di Lord Montrose. Credo che al
contrario questa copia la possa interessare.» Si era ritirato con un
piccolo inchino e io e Leslie c'eravamo gettate subito sul libro. Dalle
pagine era scivolato a terra un foglietto sul quale qualcuno aveva
annotato centinaia di numeri con una minuscola grafia. Leslie aveva
le guance rosse per l'agitazione.
«Oddio, un messaggio cifrato!» aveva esclamato. «È fantastico! L'ho
sempre sognato. Ora dobbiamo solo scoprire che cosa significa.»
«Già» aveva confermato Xemerius. Era appeso al bastone della
tenda. «L'ho sentito dire spesso. Credo che si tratti di una di quelle
ultime parole famose...»
Io e Leslie avevamo impiegato meno di cinque minuti per capire
che i numeri si riferivano a singole lettere del testo. «Il primo numero
è sempre la pagina, il secondo la riga, il terzo la parola, il quarto la
lettera. Vedi? 14 - 22 - 6 - 3 , pagina 14, riga 22, la terza lettera della
sesta parola.» Lei aveva scosso la testa. «Che codice infantile. Se non
ricordo male lo si trova in qualunque libro per bambini. Comunque,
se è così, la prima lettera è una e.»
Xemerius aveva annuito impressionato. «Ascolta la tua amica.»
«Non dimenticare che qui si tratta di una questione di vita o di
morte» proseguì Leslie. «Pensi che io voglia perdere la mia migliore
amica solo perché dopo un po' di coccole non è più in grado di
usare il cervello?»
«Sante parole!» fu il commento di Xemerius.
«È importante che tu smetta di frignare e invece scopra che cosa
hanno trovato Lucy e Paul» proseguì con tono incalzante. «Se oggi
verrai mandata a trasmigrare di nuovo nel 1956 - devi scongiurare
Mr George che lo faccia - insisterai per avere un colloquio a
quattr'occhi con tuo nonno! Che idea balzana quella di andare in un
caffè. Stavolta ti scriverai tutto ciò che dice, parola per parola, fino
all'ultimo dettaglio, hai capito?» Sospirò. «Sei sicura che si chiamasse
proprio Alleanza fiorentina? Non ho trovato niente al riguardo.
Dobbiamo assolutamente dare un'occhiata a questi scritti segreti che
il conte di Saint Germain ha lasciato ai Guardiani. Se Xemerius fosse
in grado di muovere gli oggetti, potrebbe cercare l'archivio,
attraversare il muro e leggere tutto quanto...»
«Sì, brava, rinfacciami pure la mia inutilità» esclamò Xemerius
offeso. «Ho impiegato solo sette secoli per accettare l'idea di non
poter più neppure sfogliare la pagina di un libro.»
Bussarono alla porta della camera e Caroline infilò dentro la testa.
«Il pranzo è pronto! Gwenny, tra un'ora passeranno a prendere te e
Charlotte.»
Sbuffai. «Anche Charlotte?»
«Zia Glenda ha detto di sì. La povera Charlotte viene usata come
insegnante per casi disperati o qualcosa del genere.»
«Non ho fame» dissi.
«Arriviamo subito» mi corresse Leslie dandomi una gomitata nelle
costole. «Forza, Gwenny. Potrai crogiolarti nell'autocommiserazione
più tardi. Ora devi mangiare qualcosa.»
Mi misi a sedere e mi soffiai il naso. «In questo momento non ho
la forza di affrontare le osservazioni sarcastiche di zia Glenda.»
«Certo, ma hai bisogno di nervi saldi se vuoi sopravvivere ai
prossimi giorni.» Leslie mi costrinse ad alzarmi. «Charlotte e tua zia
sono un ottimo esercizio in vista di tempi più difficili. Se sopravvivi
al pranzo, supererai la soirée senza problemi.»
«E in caso contrario potrai sempre fare harakiri» aggiunse
Xemerius.
Madame Rossini mi strinse al suo generoso petto quando mi vide.
«La mia collo di cigno! Finalmente. Mi mancavi.»
«Anche lei» risposi sincera. La presenza di Madame Rossini con la
sua traboccante cordialità e il suo irresistibile accento francese (collo
di sci-gno, se avesse potuto sentirla Gideon!) bastò a infondermi
serenità e coraggio nello stesso tempo. Era un vero e proprio
balsamo per la mia autostima maltrattata.
«Resterai a bocca aperta quando vedrai che cosa ti ho cucito.
Giordano è quasi scoppiato a piangere quando gli ho mostrato i tuoi
abiti. Sono così belli.»
«Ci credo.» Di sicuro Giordano aveva pianto perché sapeva di non
poterli indossare lui. Comunque quel giorno si era comportato in
maniera abbastanza educata, non da ultimo perché questa volta
avevo fatto bella figura nel ballo e grazie ai suggerimenti di Xemerius
avevo anche saputo dire quali lord appartenessero ai Tories e quali ai
Whigs. (Xemerius non aveva fatto altro che sistemarsi dietro la spalla
di Charlotte e leggere il foglio che lei teneva in mano.) Conoscevo a
menadito anche la mia legenda - Penelope Mary Gray, nata nel 1765
- sempre grazie a Xemerius, compresi i nomi completi dei miei
defunti genitori. Solo con il ventaglio ero impacciata come prima,
ma Charlotte aveva avanzato la costruttiva proposta di evitare
semplicemente che lo usassi.
Al termine della lezione Giordano mi aveva dato un elenco di
termini che non avrei dovuto usare per nessun motivo. «Devi
impararli a memoria e interiorizzarli entro domani!» mi aveva
ordinato con la sua voce nasale. «Nel XVIII secolo non ci sono
autobus, telecronisti, aspirapolvere, niente è super, ganzo o tosto,
nessuno sa che cosa siano la fissione atomica, le creme al collagene
né i buchi nell'ozono.»
Ma davvero? Mentre cercavo di immaginare perché mai avrei
dovuto cadere nella tentazione di costruire una frase che
comprendesse le parole telecronista, buco nell'ozono e crema al
collagene nel corso di una soirée del XVIII secolo, avevo risposto con
un cortese «ok» che aveva provocato una stridula protesta da parte
di Giordano. «Nooo! Nemmeno ok! Non ci sono ok nel XVIII secolo,
svampita!»
Madame Rossini mi strinse il busto sulla schiena. Rimasi di nuovo
sorpresa da quanto fosse comodo. Strizzati in un coso del genere si
prendeva automaticamente una posa eretta. Mi fissò intorno ai
fianchi una crinolina imbottita (evidentemente il XVIII secolo era
un'epoca della massima rilassatezza per le donne con il sedere e i
fianchi sporgenti), poi mi fece scendere dalla testa un vestito rosso
scuro. Madame Rossini chiuse una lunga fila di gancetti e bottoncini
sulla schiena mentre io accarezzavo meravigliata la pesante seta
ricamata. Ah, quant'era bello!
Madame Rossini mi girò intorno mentre sul suo viso compariva
un sorriso soddisfatto. «Incantevole. Magnifique.»
«Questo è l'abito per il ballo?» chiesi.
«No, è quello per la soirée.» Madame Rossini fissò minuscole rose
di seta di fattura perfetta tutt'intorno alla profonda scollatura.
Siccome aveva la bocca piena di spilli le parole le uscivano distorte.
«Alla soirée potrai portare i capelli senza cipria e il loro colore si
adatta alla perfezione con questo rosso. Proprio come avevo
pensato.» Mi ammiccò divertita. «Susciterai molta ammirazione, mia
collo di cigno, n'est-ce pas - anche se non è questo lo scopo della cosa.
Ma che cosa posso farci?» Si contorse le mani, ma con la sua esile
figura e il collo da tartaruga risultò un gesto molto tenero
contrariamente a Giordano. «Sei una vera bellezza e non servirebbe
a niente infilarti in informi abiti color pulce. Allora, collo di cigno,
questo è pronto. Adesso tocca all'abito per il ballo.»
Il vestito per il ballo era azzurro pallido con ricami color crema e
volani ed era assolutamente perfetto come quello rosso. Aveva
addirittura una scollatura più spettacolare e la gonna ricadeva ampia
intorno a me. Madame Rossini soppesò pensierosa la mia treccia tra
le mani. «Non so ancora bene come faremo. Una parrucca sarebbe
sicuramente scomoda, anche perché bisognerebbe infilarci sotto
questa massa di capelli. Ma hai un colore così scuro che con la cipria
probabilmente otterremmo solo una ripugnante tonalità grigia.
Quelle catastrophe!» Aggrottò la fronte. «Non importa. In effetti però
saresti alla moda... Santo cielo, che moda absolument orribile!»
Per la prima volta in tutta la giornata mi venne da ridere. Quelle
catastrophe! Absolument orribile! Proprio vero! Non solo la moda,
bensì anche Gideon era una catastrophe e absolument orribile e per
quanto mi riguardava anche screanzato, o quantomeno così l'avrei
considerato d'ora in avanti. (Basta!)
Madame Rossini non sembrava rendersi conto di quanto fosse
benefica per il mio spirito. Era sempre indignata per la moda d'antan.
«Costringere delle ragazze a incipriarsi i capelli fino ad assomigliare
alle loro nonne! Spaventoso! Per favore calza queste scarpe. Pensa
che devi poterci ballare e siamo ancora in tempo per modificarle.»
Le scarpe - un paio rosse ricamate per l'abito rosso e un paio
azzurre con la fibbia dorata per il vestito da ballo - erano
incredibilmente comode anche se sembravano uscite da un museo.
«Sono le scarpe più belle che abbia mai portato» commentai
entusiasta.
«Proprio quello che volevo» disse Madame Rossini con un sorriso
che le illuminò tutto il viso. «Allora, angelo, siamo pronti. Questa
sera fai in modo di andare a letto presto, perché domani sarà una
giornata impegnativa.» Mentre tornavo a infilarmi i jeans e il mio
amato maglione blu, Madame Rossini sistemava i vestiti sui
manichini senza testa. Poi guardò l'ora e aggrottò la fronte
contrariata. «Quel ragazzo inaffidabile! Avrebbe dovuto essere qui
già un quarto d'ora fa.»
Il cuore mi salì automaticamente in gola. «Chi, Gideon?»
Madame Rossini annuì. «Non prende la cosa sul serio, crede che
non sia importante che i pantaloni gli cadano bene. Invece non è
così! Il modo in cui cadono i calzoni al contrario è fondamentale!»
Quelle catastrophe. Absolument orribile, ripetei mentalmente il mio
nuovo mantra.
Qualcuno bussò alla porta. Fu solo un lieve rumore, ma bastò per
mandare in fumo i miei buoni propositi.
Di colpo ero ansiosa di rivedere Gideon. E nel contempo
paventavo il nostro incontro. Non sarei sopravvissuta a un'altra di
quelle sue occhiate torve.
«Ah» sospirò Madame Rossini. «Eccolo. Avanti!»
Mi irrigidii dalla testa ai piedi, ma non fu Gideon a comparire
sulla soglia, bensì il rosso Mr Marley. Nervoso e impacciato come
sempre, balbettò: «Devo portare il ru... hmmm... la signorina a
trasmigrare».
«Bene» risposi. «Abbiamo giusto finito.» Xemerius mi rivolse un
sorriso alle spalle di Mr Marley. Lo avevo mandato via prima di
provare i costumi.
«Sono appena passato attraverso un autentico ministro degli
interni» annunciò allegramente. «È stato forte!»
«Il ragazzo dov'è?» brontolò Madame Rossini. «Doveva venire a
provare i costumi!»
Mr Marley si schiarì la voce. «Ho visto il dia... Mr de Villiers
proprio ora che parlava con l'altro rub... con Miss Charlotte. Era
insieme a suo fratello.»
«Tiens! Non mi interessa niente» dichiarò irata Madame Rossini.
A me interessa eccome, pensai. Scrissi mentalmente un SMS a Leslie.
Una sola parola: harakiri.
«Se non viene subito qui, farò le mie rimostranze al Gran
Maestro» minacciò Madame Rossini. «Dov'è il mio telefono?»
«Mi scusi» mormorò Mr Marley. Rigirava tra le mani un panno
nero. «Posso...?»
«Ma certo» risposi con un sospiro, poi mi lasciai bendare gli occhi.
«Questo secchione purtroppo dice la verità» confermò Xemerius.
«Il tuo brillante sta flirtando da pazzi con tua cugina di sopra. E
anche il suo grazioso fratello. Si può sapere che cosa ci trovano mai i
ragazzi nelle rosse? Credo che vogliano andare insieme al cinema.
Ma preferisco non dirtelo, altrimenti scoppi di nuovo a piangere.»
Io scrollai il capo.
Xemerius guardò verso il soffitto. «Se vuoi posso tenerli d'occhio.
Devo?»
Annuii con forza.
Durante il lungo tragitto verso la cantina Mr Marley mantenne un
silenzio tenace e io mi crogiolai nei miei foschi pensieri. Solo quando
fummo arrivati nella stanza del cronografo e Mr Marley mi ebbe
tolta la benda, gli chiesi: «Dove mi manderete oggi?»
«Io... aspetteremo il numero nove, cioè... Mr Whitman» rispose
Mr Marley con lo sguardo fisso sul pavimento. «Io naturalmente non
ho la facoltà di usare il cronografo. La prego, si accomodi.»
Non avevo fatto in tempo a sedermi che la porta si aprì e Mr
Whitman entrò seguito da Gideon.
Provai un tuffo al cuore.
«Ciao, Gwendolyn» mi salutò Mr Whitman con il suo più
ammaliante sorriso da scoiattolo. «Sono contento di vederti.» Scostò
dalla parete il drappo che celava la cassaforte. «Allora, vediamo di
farti trasmigrare.»
Io non lo stavo neppure ad ascoltare. Gideon era sempre molto
pallido, ma aveva un aspetto decisamente più sano della sera
precedente. Il grosso cerotto bianco era sparito e vedevo bene la
ferita all'attaccatura dei capelli, lunga dieci centimetri buoni e chiusa
da numerose striscioline di cerotto. Aspettai che dicesse qualcosa, ma
lui si limitò a guardarmi.
Xemerius attraversò il muro e atterrò con un balzo direttamente
accanto a Gideon, facendomi trattenere il fiato per lo spavento.
«Ops. È già arrivato! Volevo avvisarti, sul serio, tesoro» disse
Xemerius. «Ma non sapevo bene chi scegliere di seguire. A quanto
pare Charlotte ha assunto per questo pomeriggio l'incarico di babysitter per il grazioso fratello di Gideon. Sono andati a mangiare un
gelato insieme. E poi andranno al cinema. Mi sa proprio che i
cinema sono i covoni di fieno della modernità.»
«Tutto a posto, Gwendolyn?» chiese Gideon alzando un
sopracciglio. «Mi sembri nervosa. Vuoi una sigaretta per
tranquillizzarti? Qual era la tua marca preferita? Lucky Strike?»
Io lo fissai senza parole.
«Lasciala in pace» protestò Xemerius. «Non vedi che soffre di pene
d'amore, brutto scemo? E tutto per colpa tua! Si può sapere che cosa
ci fai qui?»
Mr Whitman intanto aveva estratto il cronografo dalla cassaforte
e lo aveva posato sul tavolo. «Allora, vediamo dove possiamo
andare oggi...»
«Madame Rossini l'aspetta per la prova, sir» disse Mr Marley
rivolto a Gideon.
«Accidenti» esclamò Gideon e per un attimo rimase interdetto.
Guardò l'ora. «Me n'ero dimenticato. Era molto arrabbiata?»
«Piuttosto contrariata, direi» rispose Mr Marley. In quel momento
la porta si aprì di nuovo e Mr George entrò nella stanza. Era
trafelato e, come sempre quando aveva fatto uno sforzo, aveva la
testa calva imperlata di sudore. «Che cosa succede?»
Mr Whitman aggrottò la fronte. «Thomas? Gideon mi aveva detto
che stavi parlando con Falk e il ministro degli interni.»
«Esatto. Finché una telefonata di Madame Rossini mi ha informato
che Gwendolyn era stata accompagnata a trasmigrare» disse Mr
George. Era la prima volta che lo vedevo così adirato.
«Ma... Gideon ha detto che ci avevi incaricato...» obiettò Mr
Whitman con sincero sconcerto.
«Non è affatto vero! Gideon, che cosa sta succedendo?» Gli
occhietti di Mr George avevano perso ogni traccia di benevolenza.
Gideon incrociò le braccia sul petto. «Pensavo che le avrebbe fatto
piacere se ci fossimo occupati noi di questo incarico» disse
semplicemente.
Mr George si asciugò il sudore con il fazzoletto. «Grazie della
premura» rispose con un tono chiaramente sarcastico. «Comunque
non ce n'era bisogno. Ora torna subito di sopra da Madame Rossini.»
«Vorrei accompagnare Gwendolyn» disse Gideon. «Dopo gli
avvenimenti di ieri forse è meglio che non resti sola.»
«Sciocchezze» replicò Mr George. «Non c'è motivo di presumere
che esistano pericoli per lei, finché non salta troppo lontano.»
«Questo è vero» confermò Mr Whitman.
«Per esempio nel 1956?» domandò Gideon scandendo le parole e
fissando Mr George negli occhi. «Stamattina ho dato un'occhiata agli
annali e devo dire che l'anno 1956 ha proprio l'aria d'essere stato
molto tranquillo. La frase che compare più spesso è: nessuna notizia
da segnalare. Una frase del genere è musica per le nostre orecchie,
giusto?»
Io avevo il cuore in gola. Il comportamento di Gideon poteva
essere spiegato solo dal fatto che avesse scoperto che cosa avevo
fatto in realtà il giorno prima. Ma come diavolo c'era riuscito? Dopo
tutto ero tornata che puzzavo di fumo di sigaretta, particolare forse
sospetto, ma che non poteva neanche lontanamente lasciargli intuire
quanto accaduto nel 1956.
Mr George sostenne il suo sguardo senza batter ciglio. Anche lui
era irritato. «La mia non era una domanda, Gideon. Madame Rossini
ti aspetta. Marley, può andare anche lei.»
«Sissignore, Mr George, signore» mormorò
trattenendosi a stento dal fare un saluto militare.
Mr
Marley
Quando la porta si fu richiusa, Mr George fulminò con
un'occhiata Gideon che non si era mosso, mentre Mr Whitman lo
guardava con un'espressione stupita.
«Che cosa aspetti?» disse Mr George gelido.
«Perché ha fatto arrivare Gwendolyn in pieno giorno, non è
contro le regole?» domandò Gideon.
«Oh, oh» fece Xemerius.
«Gideon, non è affar tuo...» intervenne Mr Whitman.
«Non ha nessuna importanza a che ora del giorno è arrivata nel
passato» lo interruppe Mr George. «È stata mandata in una cantina
chiusa.»
«Avevo paura» mi affrettai a dire con tono un po' stridulo. «Non
volevo restare da sola di notte in quella cantina, proprio vicino alle
catacombe...»
Gideon mi fissò per un attimo, poi alzò di nuovo un sopracciglio.
«Ah, già, dimenticavo che sei una creatura tanto paurosa.» Rise
piano. «1956: non è l'anno in cui lei è entrato a far parte della
loggia, Mr George? Che singolare coincidenza.»
Mr George aggrottò la fronte.
«Non capisco dove vuoi arrivare, Gideon» disse Mr Whitman.
«Però ora ti consiglierei di andare da Madame Rossini. Io e Mr
George ci occuperemo di Gwendolyn.»
Gideon tornò a fissarmi. «Ecco la mia proposta: ora vado a fare la
prova costumi, poi mi manderete a raggiungere Gwendolyn,
dovunque si trovi. In questo modo non dovrà temere niente anche
se è notte.»
«A parte te» disse Xemerius.
«Hai già coperto il tuo fabbisogno odierno» osservò il mio
professore. «Ma se Gwendolyn ha paura...» Mi rivolse un'occhiata
carica di compassione.
Non potevo obiettare. Probabilmente avevo davvero un'aria un
po' spaventata. Il cuore mi batteva sempre in gola e non riuscivo ad
articolare parola.
«Per me possiamo benissimo fare così» dichiarò Mr Whitman con
una scrollata di spalle. «Non ho niente in contrario, e tu, Thomas?»
Mr George scosse piano il capo, anche se dava l'impressione che
avrebbe preferito fare tutto il contrario.
Sul volto di Gideon comparve un sorriso soddisfatto e lui si staccò
finalmente dal muro. «Allora ci vediamo dopo» disse trionfante, e mi
parve una specie di minaccia.
Quando la porta si richiuse alle sue spalle, Mr Whitman sospirò.
«Si comporta in maniera strana da quando ha ricevuto quella botta
in testa. Non pare anche a te, Thomas?»
«Se lo dici tu» ribatté Mr George.
«Forse sarebbe il caso di parlare con lui riguardo al suo
atteggiamento con i superiori» disse Mr Whitman.
«Per la sua età è molto... lasciamo stare. È sotto pressione, bisogna
tenere presente anche questo.» Mi rivolse un'occhiata
d'incoraggiamento. «Allora, Gwendolyn, sei pronta?»
Mi alzai. «Sì» risposi mentendo.
Il corvo, nel suo rubino volteggiare,
tra i mondi sente i morti cantare,
non conosce la forza, il prezzo ignora,
si leva il potere, chiuso il cerchio è allora.
Il leone - fiero volto di diamante,
incantesimo che offusca la luce folgorante al calar del sole arreca mutamento,
la morte del corvo palesa il compimento.
Dagli scritti segreti del conte di Saint Germain
Capitolo 9
Non avevo chiesto in quale anno mi avessero spedito, perché
tanto non faceva differenza. Tutto era in apparenza uguale alla mia
ultima visita. Il divano verde era in mezzo alla stanza e io gli gettai
un'occhiata risentita, come se fosse la causa di tutto. Come l'ultima
volta, c'erano delle sedie accatastate davanti alla parete con il
nascondiglio di Lucas e io valutai se fosse il caso di spostarle. Se
Gideon sospettava qualcosa - di questo ero certa - per prima cosa
avrebbe perquisito la stanza, giusto? Avrei potuto nascondere il
contenuto della buca segreta da qualche parte fuori in corridoio e
tornare indietro prima dell'arrivo di Gideon...
Cominciai a spostare freneticamente le sedie, poi ci ripensai.
Primo: la chiave non avrei potuto nasconderla, perché dovevo
richiudere la porta, e secondo: anche se Gideon avesse trovato il
nascondiglio, come poteva dimostrare che era destinato a me? Avrei
fatto finta di niente.
Rimisi le sedie al loro posto con la massima cura ed eliminai le
tracce rivelatrici sul pavimento impolverato. Poi controllai che la
porta fosse chiusa a chiave e mi misi a sedere sul divano.
Mi sentivo un po' come quattro anni prima, quando io e Leslie
eravamo state convocate nell'ufficio del preside Gilles a causa di
quella storia con il rospo, e avevamo aspettato che ci facesse la
predica. In realtà non avevamo fatto niente di male. Era stata
Cynthia a schiacciare il rospo con la bicicletta e siccome in seguito
non aveva mostrato il minimo rimorso («Era solo uno stupido
rospo») io e Leslie, infiammate di collera, avevamo stabilito di
vendicare l'anfibio. Volevamo seppellirlo nel parco ma prima - dato
che era già morto - pensammo di scuotere un po' Cynthia, in modo
che in futuro avesse maggiore rispetto dei rospi. Così glielo facemmo
rivedere, nella minestra. Nessuno poteva immaginare che a quella
vista Cynthia fosse assalita da un attacco isterico e si mettesse a
urlare... il preside tuttavia ci aveva trattato come se fossimo due
teppiste e purtroppo non aveva dimenticato l'episodio. Ancor oggi,
tutte le volte che ci incontrava in corridoio, ripeteva: «Ah, le due
perfide ragazze del rospo» e noi ci vergognavamo daccapo.
Chiusi gli occhi per un istante. Gideon non aveva il diritto di
trattarmi così. Non avevo fatto niente di male. Tutti dicevano che
non ci si poteva fidare di me, mi bendavano gli occhi, nessuno
rispondeva alle mie domande - quindi non c'era niente di strano se
cercavo di scoprire per conto mio che cosa stava succedendo, no?
Ma dov'era finito? La lampadina sul soffitto sfrigolò, la luce
tremolò per un istante. Faceva proprio freddo lì sotto. Forse mi
avevano mandato in una di quelle gelide notti del periodo post
bellico, di cui raccontava sempre zia Maddy. Fantastico. Le tubature
dell'acqua erano ghiacciate, per le strade c'erano animali morti,
intirizziti dal gelo. Feci una prova per vedere se il respiro mi si
condensava in nuvolette bianche. Non eravamo a quel punto.
La luce tremolò un'altra volta e io mi spaventai. Se di colpo mi
fossi trovata al buio? Questa volta nessuno aveva pensato di darmi
una torcia, anzi, per dirla tutta, non ero stata trattata affatto in
maniera premurosa. Al buio i ratti sarebbero usciti dalle loro tane.
Forse erano affamati... e dove c'erano i ratti c'erano anche gli
scarafaggi. E magari avrebbe fatto una capatina anche il fantasma del
templare con un braccio solo di cui mi aveva parlato Xemerius.
Ffrrrzzz.
Questa era stata la lampadina.
A poco a poco mi convinsi che la presenza di Gideon era
sicuramente migliore di quella di ratti e fantasmi. Però lui non si
decideva a venire. La luce continuava a tremolare come se fosse sul
punto di esalare l'ultimo respiro.
Da bambina, quando avevo paura del buio, ero solita cantare e
mi venne da farlo anche adesso. Dapprima sottovoce, poi sempre
più forte. Tanto lì sotto non c'era nessuno che potesse sentirmi.
Cantare mi aiutò a combattere la paura. E anche il freddo. Dopo i
primi minuti anche la luce della lampadina tornò stabile.
Ricominciava a guizzare con tutte le canzoni di Maria Mena e non
sembrava gradire neppure Emiliana Torrini. Le vecchie canzoni degli
Abba invece le accoglieva con una luce tranquilla e regolare.
Purtroppo non ne conoscevo tante, soprattutto non sapevo le
parole. Ma la lampadina accettava anche «Lalala, one chance in a
lifetime, lalala».
Cantai per ore. Almeno così mi parve. Dopo The winner takes it all
(la colonna sonora dell'ultima delusione amorosa di Leslie), attaccai
di nuovo con I wonder. Intanto ballavo per la stanza per riscaldarmi.
Arrivata alla terza Mamma mia, mi convinsi che Gideon non sarebbe
più arrivato.
Maledizione! Sarei potuta tranquillamente salire di sopra senza
alcun pericolo. Provai con Head over heels e poi You're wasting my
tinte. A questo punto Gideon si materializzò all'improvviso accanto al
divano.
Chiusi la bocca di scatto e gli gettai un'occhiata di rimprovero.
«Perché arrivi così tardi?»
«Immagino che ti sarai annoiata ad aspettarmi.» La sua espressione
era sempre fredda e singolare come prima. Andò alla porta e scrollò
la maniglia. «Se non altro sei stata abbastanza furba da non uscire.
Non potevi sapere quando sarei arrivato.»
«Ahahah» dissi. «Che cos'è, una battuta?»
Gideon si appoggiò con la schiena alla porta. «Gwendolyn, con
me puoi risparmiarti questa sceneggiata.»
Il suo sguardo gelido era difficile da sopportare. Il verde dei suoi
occhi, che di solito mi piaceva tanto, era quello del budino di
gelatina che ci servivano alla mensa. Uno schifo. «Perché sei così...
cattivo con me?» La lampadina tornò a tremolare. Evidentemente le
mancavano le mie versioni degli Abba. «Per caso non ti sci portato
dietro una lampadina?»
«Sei stata tradita dal fumo di sigaretta.» Gideon giocherellava con
la torcia. «Allora ho fatto qualche ricerca e sono giunto alle
conclusioni.»
Deglutii. «Che cosa c'è di male se ho fumato qualche sigaretta?»
«Tu non hai fumato. E non sei per niente brava a mentire. Dov'è la
chiave?»
«Che chiave?»
«Quella che ti ha dato Mr George per uscire e andare a trovare
tuo nonno nel 1956.» Fece un passo verso di me. «Se sei furba devi
averla nascosta qui da qualche parte, altrimenti ce l'hai ancora
addosso.» Si avvicinò al divano, afferrò i cuscini e li gettò a terra uno
dopo l'altro. «Qui non c'è.»
Io lo fissavo sgomenta. «Mr George non mi ha dato proprio
nessuna chiave. Davvero! E la storia del fumo è completamente...»
«Non era solo odore di sigaretta, ma anche di sigaro» precisò lui
tranquillo. Il suo sguardo girò per la stanza e si fermò sulle sedie
accatastate contro la parete.
Io ricominciai a tremare di freddo e, proprio al momento più
azzeccato, anche la lampadina fece più capricci di prima. «Io...»
esordii incerta.
«Sì?» replicò Gideon con forzata benevolenza. «Hai fumato anche
un sigaro? Oltre alle tre Lucky Strike? Era questo che volevi dire?»
Tacqui.
Gideon si inginocchiò e illuminò sotto il divano con la torcia. «Mr
George ti ha scritto la parola d'ordine su un foglio, oppure l'hai
imparata a memoria? E come hai fatto a tornare qui sotto passando
davanti alla postazione di Cerbero senza che venisse messo a
verbale?»
«Si può sapere di che cosa stai parlando?» esclamai. Avrei dovuto
avere un tono indignato, ma in realtà risultò più che altro intimidito.
«Violet Purpleplum: un nome singolare, non trovi? Lo hai già
sentito?» Gideon si era rialzato e mi fissava. No, budino di gelatina
non era un paragone azzeccato per i suoi occhi. Lampeggiavano
come scorie radioattive.
Scossi il capo lentamente.
«È strano» proseguì. «Dopo tutto è una vostra amica di famiglia.
Quando la nominai per caso con Charlotte, mi disse che la buona
Mrs Purpleplum era solita regalarvi sempre sciarpe terribilmente
ruvide.»
Al diavolo Charlotte! Possibile che non si facesse mai gli affari
suoi? «Non è vero» risposi sprezzante. «Solo quelle di Charlotte sono
ruvide. Le nostre sono sempre morbidissime.»
Gideon si appoggiò al divano incrociando le braccia sul petto. La
torcia illuminava il soffitto, dove la lampadina continuava a
tremolare nervosa. «Per l'ultima volta, Gwendolyn, dov'è la chiave?»
«Ti giuro che Mr George non mi ha dato nessuna chiave» dissi,
cercando disperatamente di limitare la catastrofe. «Lui non c'entra
niente.»
«Ah, no? Ho già detto che non sei brava a mentire.» Con la torcia
illuminò la fila di sedie. «Se fossi in te, avrei infilato la chiave tra
quelle sedie.»
Ok, poteva benissimo cercare tra le sedie. Se non altro così
avrebbe avuto qualcosa da fare in attesa del salto di ritorno. Ormai
non doveva mancare più molto.
«Tuttavia...» Gideon girò la luce in modo da puntarmela
direttamente sul viso. «Tuttavia, sarebbe una fatica di Sisifo.»
Fece un passo di lato ed esclamai irata: «Smettila!»
«E non sempre ciò che vale per noi funziona anche per gli altri»
proseguì. Alla luce tremolante della lampadina i suoi occhi erano
sempre più scuri e di colpo ebbi paura di lui. «Forse la chiave ce l'hai
in tasca. Dammela!» Protese la mano.
«Non ho nessuna chiave, maledizione.»
Gideon si avvicinò a me lentamente. «Se fossi in te, la consegnerei
spontaneamente. Come ho detto, non sempre possiamo applicare ad
altri il nostro modo di pensare.»
In quell'istante la lampadina esalò il suo ultimo respiro e si spense
del tutto.
Gideon mi stava davanti, il fascio della torcia proiettato da
qualche parte sul muro. A parte questa luce, era buio pesto. «Allora?»
«Resta dove sei» dissi. Feci qualche passo all'indietro, finché mi
ritrovai con le spalle al muro. E pensare che due giorni prima la sua
vicinanza non era mai abbastanza per me. Adesso invece mi
sembrava di stare insieme a un perfetto estraneo. Di colpo fui assalita
da un impeto di collera. «Si può sapere che cosa ti è successo?»
sbottai. «Io non ti ho fatto proprio niente! Non riesco a capire come
tu faccia a baciarmi il giorno prima e odiarmi quello dopo. Perché?»
Le lacrime mi sgorgarono così rapide che non potei trattenerle. Per
fortuna che al buio non si vedevano.
«Forse perché non mi piace essere preso in giro.» Nonostante il
mio avvertimento, Gideon fece un altro passo verso di me e io non
avevo più modo di sfuggirgli. «In particolare da ragazze che il giorno
prima mi gettano le braccia al collo e quello dopo mi aggrediscono.»
«Ma di che cosa parli?»
«Ti ho vista, Gwendolyn.»
«Come, scusa? Dove mi hai vista?»
«Durante il salto ieri mattina. Avevo da sbrigare un piccolo
incarico, ma fatti pochi passi mi sei spuntata davanti all'improvviso,
come un'apparizione. Mi hai guardato sorridendo, come se ti facesse
piacere vedermi. Poi ti sei girata e sei sparita dietro il primo angolo.»
«Quando sarebbe successo?» Ero così stupefatta che per qualche
secondo smisi di piangere.
Gideon ignorò la mia domanda. «Un istante dopo, svoltato
l'angolo, mi è arrivato un colpo in testa e purtroppo non ho più
avuto modo di avere un dialogo chiarificatore con te.»
«Io ti avrei... quella ferita te l'avrei causata io?» Ricominciai a
piangere.
«No» rispose Gideon. «Non credo. Non stringevi niente in mano,
quando ti ho vista, e poi dubito che avresti la forza per colpire così
duro. No, mi hai attirato dietro l'angolo dove c'era qualcun altro ad
aspettarmi.»
Impossibile. Del tutto impossibile.
«Non farei mai una cosa del genere» riuscii a formulare con una
certa approssimazione. «Mai!»
«Anch'io sono rimasto piuttosto scioccato» confermò Gideon. «E
pensare che credevo che fossimo... amici. Ma quando sei tornata
dalla trasmigrazione di ieri sera puzzando di sigaretta mi sono detto
che forse mi avevi mentito fin dal principio. Adesso dammi la
chiave!»
Mi asciugai le lacrime dalle guance. Purtroppo non volevano
fermarsi. Con una certa fatica trattenni un singhiozzo e mi odiai
ancora di più per questo. «Se fosse vero, perché hai detto a tutti che
non avevi visto chi ti aveva colpito?»
«Perché è la verità. Non ho visto chi mi ha colpito.»
«Però non hai neppure fatto il mio nome. Perché no?»
«Perché sospetto che Mr George... Ma stai piangendo?» La luce
della torcia mi colpì in viso, facendomi chiudere gli occhi di scatto.
Dovevo somigliare a uno scoiattolo striato. Ma perché mi ero messa
il mascara?
«Gwendolyn...» Gideon spense la torcia.
Che cosa voleva fare? Una perquisizione corporea al buio?
«Vattene» singhiozzai. «Non ho proprio nessuna chiave con me, te
lo giuro. E chiunque tu abbia visto non ero io. Io non permetterei
mai, mai, che qualcuno ti faccia del male.»
Sebbene non lo vedessi, sentivo che Gideon era a pochi centimetri
da me. Il suo calore corporeo era come un raggio riscaldante nel
buio. Quando la sua mano mi toccò la guancia, sussultai. Lui la tolse
subito.
« Mi spiace» lo sentii sussurrare. «Gwen, io...» Di colpo sembrava
sconcertato, ma io ero troppo sconvolta per trarne una qualche
soddisfazione.
Non so quanto tempo fosse passato. Restammo così, l'uno di
fronte all'altra. Io continuavo a piangere; cosa facesse lui... non
potevo vederlo.
Dopo un po' riaccese la torcia, si schiarì la voce e puntò la luce sul
suo orologio. «Mancano tre minuti poi torneremo indietro»
annunciò in tono pragmatico. «Farai meglio a spostarti da
quell'angolo, altrimenti finirai sopra il baule.» Si diresse verso il
divano e raccolse i cuscini che aveva gettato per terra prima. «Sai, fra
tutti i Guardiani Mr George mi è sempre sembrato uno dei più
fedeli. Uno di cui ci si può fidare comunque.»
«Ti assicuro che Mr George non c'entra niente» dissi mentre uscivo
titubante dal mio angolino. «La storia è molto diversa.» Mi asciugai il
viso col dorso della mano. Meglio raccontargli la verità, così almeno
non avrebbe sospettato il povero Mr George di slealtà. «La prima
volta che venni qui a trasmigrare, incontrai casualmente mio nonno.»
Ole, forse era meglio non esagerare con la verità. «Era sceso a
cercare il vino... comunque non ha importanza. È stato un incontro
davvero incredibile, soprattutto dopo che ci siamo resi conto di chi
eravamo. Lui mi ha nascosto la chiave e la parola d'ordine per la mia
visita successiva in questa stanza, in modo che potessimo vederci di
nuovo. Per questo ieri, ovvero nel 1956, sono venuta qui con il
nome di Violet Purpleplum. Per incontrare mio nonno. È morto da
qualche anno e mi manca tantissimo. Non avresti fatto lo stesso
anche tu, potendo? Parlare di nuovo con lui è stato...» mi fermai.
Gideon taceva. Io guardavo la sua figura nella penombra.
«E Mr George? All'epoca era già assistente di tuo nonno» disse
dopo un po'.
«In effetti l'ho visto brevemente, mio nonno gli ha raccontato che
ero sua cugina Hazel. Di sicuro se ne è dimenticato subito, per lui si è
trattato di un incontro senza importanza accaduto cinquantacinque
anni fa.» Mi portai la mano sullo stomaco. «Credo...»
«Sì» confermò Gideon. Protese la mano, poi ci ripensò. «Ci siamo»
si limitò a dire impacciato. «Fai ancora qualche passo da questa
parte.»
La stanza cominciò a girare intorno a me, poi rimasi abbagliata da
una luce accecante e sentii la voce di Mr Whitman che diceva:
«Eccovi qua».
Gideon posò la torcia sul tavolo e mi lanciò un'occhiata fugace.
Forse me lo stavo immaginando, ma mi sembrava carica di
compassione. Mi asciugai ancora una volta il viso di nascosto, ma Mr
Whitman si accorse lo stesso che avevo pianto. A parte lui non c'era
nessun altro. Xemerius di sicuro doveva essersene andato per la noia.
«Che cosa c'è, Gwendolyn?» mi domandò Mr Whitman con il suo
più partecipe tono da professore-confidente. «È successo qualcosa?»
Se non l'avessi conosciuto bene, forse avrei ceduto alla tentazione di
scoppiare di nuovo in lacrime e sfogarmi con lui. («Qu-quel cattivo
di Gigideon mi ha trattato ma-male!») Però lo conoscevo fin troppo
bene. Aveva usato lo stesso identico tono anche la settimana scorsa,
quando ci aveva chiesto chi fosse l'autore della caricatura di Mrs
Counter disegnata alla lavagna. «Devo dire che è un artista di
talento» aveva detto con un sorriso divertito. Prontamente Cynthia
(e chi altri?) aveva rivelato che l'autrice era Peggy e Mr Whitman
aveva smesso di sorridere e Peggy si era ritrovata con una nota sul
registro. «Quando parlavo del talento, non mentivo. Il talento che
hai nel metterti nei pasticci è davvero notevole» aveva poi
commentato.
«Allora?» disse ora rivolgendomi un sorriso complice
comprensivo. Io non avevo intenzione di cadere in trappola.
e
«C'era un ratto» mormorai. «Lei aveva detto che non c'erano... poi
la lampadina si è spenta e lei non mi aveva dato nemmeno la torcia.
Mi sono ritrovata da sola con quell'orribile topo.» Stavo quasi per
aggiungere: «Ora lo dirò alla mamma» ma mi trattenni in tempo.
Mr Whitman assunse un'espressione contrita. «Mi spiace» disse. «La
prossima volta ce ne ricorderemo.» Poi riprese il suo solito tono da
insegnante. «Ora sarai accompagnata a casa. Ti consiglio di andare a
letto presto, domani sarà una giornata faticosa per te.»
«L'accompagno alla macchina» disse Gideon, mentre prendeva dal
tavolo la fascia nera usata di solito per bendarmi. «Dov'è Mr
George?»
«È in riunione» rispose Mr Whitman aggrottando la fronte.
«Gideon, trovo opportuno che tu rifletta sul tuo modo di esprimerti.
Siamo molto tolleranti con te, perché sappiamo che al momento stai
vivendo una situazione difficile, ma dovresti mostrare più rispetto
per i membri della cerchia interna.»
Gideon non batté ciglio, ma disse in tono cortese: «Ha ragione,
Mr Whitman. Chiedo scusa». Mi porse la mano. «Vieni?»
Agendo d'impulso, fui quasi sul punto di stringergliela, e il fatto di
non poterlo fare senza perdere del tutto la faccia mi provocò una
stretta dolorosa. Rischiai di scoppiare ancora a piangere.
«Hmmm, arrivederci» dissi a Mr Whitman con lo sguardo fisso a
terra.
Gideon aprì la porta.
«A domani» rispose Mr Whitman. «Vale per entrambi: un buon
sonno è la preparazione migliore.»
La porta si richiuse alle nostre spalle.
«Oh, poverina, sei rimasta da sola con un orribile topo in una
cantina buia» disse Gideon con un sorriso sornione.
Non riuscivo a capire. Per due giorni non aveva fatto altro che
lanciarmi occhiate gelide, nelle ultime ore addirittura di quelle che
avevano rischiato di paralizzarmi come i poveri animali negli inverni
di guerra. E adesso? Cos'era, uno scherzo, come se non fosse
cambiato niente? Forse era un sadico e riusciva a sorridere solo dopo
avermi distrutto.
«Non mi bendi?» Non ero dell'umore giusto per ridere delle sue
stupide battute, era meglio che se ne rendesse conto.
Gideon alzò le spalle. «Immagino che tu conosca la strada. Quindi
tanto vale risparmiarci la sceneggiata della bendatura. Vieni.» Di
nuovo un sorriso complice.
Era la prima volta che vedevo i corridoi dello scantinato alla
nostra epoca. Erano puliti, c'erano lampade a muro, alcune con
sensori di movimento che illuminavano alla perfezione il cammino.
«Niente di esaltante, no?» chiese Gideon. «Tutti i corridoi che
portano all'esterno hanno porte di sicurezza e sistemi d'allarme,
oggigiorno qua sotto è come stare in un caveau. Tutti i sistemi però
risalgono agli anni '70, prima da qui si poteva girare mezza Londra
sotterranea.»
«Non mi interessa» replicai scontrosa.
«Allora di che cosa vorresti parlare?»
«Di niente.» Come poteva fingere che non fosse accaduto nulla?
Quel suo stupido sorrisetto e il tono da quattro chiacchiere fra amici
mi irritavano a non finire. Accelerai il passo e, sebbene tenessi le
labbra serrate, non potei impedire che le parole mi esplodessero
fuori dalla bocca. «Non posso, Gideon! Non ce la faccio a
sopportare di essere baciata da te e poi trattata con disprezzo.»
Gideon rimase in silenzio per un istante. «Anche a me piacerebbe
baciarti tutto il tempo anziché disprezzarti» disse poi. «Ma tu non
faciliti certo le cose.»
«Io non ti ho fatto niente» dissi. Lui si fermò. «Ma andiamo,
Gwendolyn! Pensi davvero che creda alla tua storiella del nonno?
Come se fosse possibile che sia spuntato per caso in una stanza dove
tu sei stata mandata a trasmigrare! Proprio come non credo che Lucy
e Paul siano apparsi per caso a casa di Lady Tilney. Né che gli uomini
a Hyde Park fossero lì per pura coincidenza.»
«Già, esatto, li avevo fatti venire io espressamente, perché mi
sarebbe sempre piaciuto poter trafiggere qualcuno con una spada.
Per non dire poi di vedere un uomo senza mezza faccia!» protestai
con foga.
«Ciò che farai in futuro e le motivazioni...»
«Ma stai zitto!» esclamai stizzita. «Ne ho le tasche piene! Da lunedì
scorso la mia vita è diventata un incubo. Quando penso di essermi
svegliata, mi accorgo che sto ancora sognando. Ho un milione di
domande nella testa alle quali nessuno vuole rispondere, e tutti si
aspettano da me che faccia del mio meglio per qualcosa che non
capisco nemmeno!» Mi ero rimessa in movimento, stavo quasi
correndo, ma Gideon teneva il passo senza fatica. Ai piedi della scala
non c'era nessuno a chiedere la parola d'ordine. D'altronde, non
serviva più, viste le misure di sicurezza peggio che a Fort Knox. Salii i
gradini due alla volta. «Nessuno mi ha chiesto se volevo partecipare
a questa cosa. Devo accettare lezioni di ballo da insegnanti fuori di
testa che mi insultano senza sosta, mia cugina può permettersi di
dimostrarmi tutto ciò che sa, e che io non riuscirò mai a imparare, e
tu... tu...»
Gideon scrollò la testa. «Ehi, hai mai provato a metterti nei miei
panni?» Anche lui ora aveva perso la calma. «Per me è lo stesso!
Oppure come ti comporteresti se sapessi che prima o poi io farei in
modo che qualcuno ti desse una bastonata in testa? Non credo che
continueresti a ritenermi adorabile e innocente in tali circostanze,
no?»
«Se è per questo, non l'ho mai fatto!» ribattei con enfasi. «Sai una
cosa? A questo punto credo che potrei essere davvero capace di darti
io stessa una bastonata in testa.»
«Visto, allora?» commentò Gideon con un altro dei suoi sorrisetti.
Io sbuffai stizzita. Passammo davanti all'atelier di Madame Rossini.
Dalla porta filtrava una lama di luce nel corridoio. Forse stava
ancora lavorando ai nostri costumi.
Gideon si schiarì la voce. «Ti ripeto che mi dispiace. Ora possiamo
parlare come due persone normali?»
Normali! Che ridere.
«Che cosa... che cosa fai stasera?» domandò nel suo miglior tono
amichevol-innocente.
«Naturalmente mi allenerò ancora a ballare il minuetto e prima di
andare a dormire ripeterò frasi senza le parole aspirapolvere,
orologio da polso, jogging e trapianto di cuore» risposi acida. «E tu?»
Gideon guardò l'ora. «Mi incontrerò con Charlotte e mio
fratello... ma, staremo a vedere. Dopo tutto è sabato sera.»
Sì, certo. Che vedessero pure quello che volevano, io ne avevo
abbastanza.
«Grazie di avermi accompagnata di sopra» dissi in tono gelido.
«Da qui posso proseguire da sola.»
«Figurati, tanto mi è di strada» ribatté Gideon. «E puoi anche
smetterla di correre. Devo evitare sforzi inutili. Me l'ha ordinato il
dottor White.»
Nonostante la rabbia che provavo contro di lui, fui assalita da un
fugace rimorso di coscienza. Gli lanciai un'occhiata di sbieco. «Se
qualcuno dovesse darti una botta in testa oltre il prossimo angolo,
non dire che sono stata io ad attirarti lì.»
Gideon sorrise. «In questo momento non lo faresti.»
Non l'avrei mai fatto, mi passò per la testa. Anche se si fosse
comportato malissimo con me. Non avrei mai permesso che
qualcuno gli facesse del male. Chiunque avesse visto, non potevo di
certo essere io.
L'androne davanti a noi fu illuminato dal flash di una macchina
fotografica. Sebbene fosse ancora buio, c'erano molti turisti in giro
per Tempie. Nel parcheggio posteriore c'era la limousine nera che
conoscevo già. Quando ci vide arrivare, l'autista scese e mi aprì la
portiera. Gideon aspettò che fossi salita, poi si chinò verso di me.
«Gwendolyn?»
«Sì?» Era troppo buio per riuscire a vederlo in faccia.
«Vorrei che avessi più fiducia in me.» Lo disse con un tono così
serio e sincero che per un attimo rimasi senza parole.
«Lo vorrei anch'io» dissi poi. Solo quando Gideon ebbe chiuso la
portiera e l'auto fu partita, mi resi conto che avrei fatto meglio a
dire: «Vorrei che tu facessi altrettanto».
Lo sguardo di Madame Rossini luccicava di entusiasmo. Mi prese
per mano e mi condusse davanti al grande specchio a muro in modo
che potessi contemplare il risultato dei suoi sforzi. A prima vista
faticai a riconoscermi. Dipendeva in primo luogo dai capelli che,
anziché essere lisci come al solito, erano stati attorcigliati in numerosi
boccoli e raccolti sul capo in una gigantesca acconciatura, simile a
quella che mia cugina Janet si era fatta fare per il suo matrimonio.
Alcune ciocche a serpentina mi scendevano sulle spalle scoperte. La
tinta rosso scuro dell'abito mi faceva sembrare ancora più pallida di
quanto non fossi, ma non avevo un'aria malata, ero raggiante.
Madame Rossini mi aveva incipriato il naso e la fronte e mi aveva
applicato un po' di fard sulle guance e, sebbene la sera prima avessi
fatto tardi, la sua abilità nel trucco aveva fatto sparire qualsiasi
ombra sotto i miei occhi.
«Come Biancaneve» commentò Madame Rossini tamponandosi gli
occhi commossa con un avanzo di stoffa. «Rossa come il sangue,
bianca come la neve, nera come l'ebano. Mi rimprovereranno
perché sarai notata come un merlo bianco. Fammi vedere le unghie.
Sì, très bien, pulite e corte. Adesso scuoti la testa. Tranquilla, con più
energia, la pettinatura deve reggerti per tutta la serata.»
«Mi sembra quasi di portare un cappello» dissi.
«Ti ci abituerai» replicò Madame Rossini mentre mi fissava i capelli
con la lacca. Oltre ai cinque chili di forcine che servivano a tenere in
posizione la montagna di boccoli, ce n'erano altre a scopo
puramente decorativo con le stesse roselline che mi bordavano la
scollatura dell'abito. Incantevole! «Ecco, sei pronta, collo di cigno.
Vuoi che ti scatti qualche foto?»
«Oh, sì, per favore!» Tirai fuori il cellulare dalla borsa. «Leslie mi
ucciderebbe, se non immortalassi questo attimo.»
«Mi piacerebbe farne qualcuna a entrambi» disse Madame Rossini
dopo avermi ritratto almeno una decina di volte da tutte le
angolazioni. «Di te e il giovanotto insieme. In modo che si veda
come il vostro guardaroba si accordi perfettamente ma con la
massima discrezione. Purtroppo Giordano si sta occupando di
Gideon. Io mi sono rifiutata di fargli notare per l'ennesima volta
l'importanza di portare calze a disegni. Quando è troppo, è troppo.»
«Queste calze non sono poi tanto male» osservai.
«Dipende dal fatto che, pur sembrando identiche a quelle
dell'epoca, grazie all'elastan sono molto più comode» mi spiegò
Madame Rossini. «In quelle originali l'elastico ti avrebbe strizzato
metà coscia, mentre il tuo serve solo come decorazione.
Naturalmente mi auguro che nessuno ti vada a sbirciare sotto la
gonna, ma, nel caso accada, nessuno avrà di che lamentarsi, n'est-cepas?» Si applaudì da sola. «Biett, ora avverto di sopra che sei pronta.»
Mentre telefonava, io mi rimirai un'altra volta allo specchio. Ero
molto emozionata. Avevo energicamente scacciato Gideon dalla mia
mente fin dal mattino e ci ero più o meno riuscita, a parte il fatto
che ora pensavo di continuo al conte di Saint Germain. Alla paura
per il nostro imminente incontro si mescolava una inspiegabile
trepidazione per la soirée che io stessa trovavo un po' inquietante.
La mamma aveva permesso che Leslie dormisse da noi e per
questo la serata era stata abbastanza piacevole. Analizzare
dettagliatamente la situazione con Leslie e Xemerius mi aveva fatto
bene. Forse lo avevano detto solo per incoraggiarmi, ma sia Leslie sia
Xemerius ritenevano che non ci fosse nessun motivo di gettarmi da
un ponte a causa di un amore non corrisposto. Entrambi
sostenevano che Gideon, date le circostanze, aveva avuto tutte le
ragioni di sospettare di me e Leslie sosteneva che, alla luce della
parità dei sessi, bisognava ascrivere anche ai maschi fasi di cattivo
umore, e che a parte questo intuiva chiaramente che in fondo era
proprio un bravo ragazzo.
«Ma se non lo conosci nemmeno!» avevo replicato scrollando la
testa. «Lo dici soltanto perché sai che mi fa piacere.»
«Certo, e perché anch'io voglio che sia la verità» aveva ribattuto
Leslie. «Se alla fine dovesse rivelarsi un imbecille, andrò da lui
personalmente e lo sistemerò! Te lo prometto.»
Xemerius era rincasato piuttosto tardi, perché prima aveva
pedinato Charlotte, Raphael e Gideon su mia richiesta.
Contrariamente a lui, io e Leslie non trovammo affatto noioso
ascoltare il racconto di come fosse Raphael.
«Se volete saperlo, trovo che il piccolo sia un po' troppo bello»
dichiarò Xemerius critico. «E ne è perfettamente consapevole.»
«Allora con Charlotte si è trovato proprio quella giusta» disse
Leslie compiaciuta. «La nostra regina di ghiaccio finora ha tolto a
chiunque la gioia di vivere.»
Ci eravamo appollaiate sull'ampio davanzale della finestra,
mentre Xemerius si era messo sul tavolo, la coda attorcigliata intorno
al corpo, prima di cominciare la sua relazione.
Per prima cosa Charlotte e Raphael erano andati a mangiare un
gelato, poi al cinema e infine si erano incontrati con Gideon davanti
a una pizzeria. Io e Leslie avevamo voluto sapere in dettaglio il
titolo del film, la farcitura delle pizze e ogni parola che era stata
pronunciata. Secondo Xemerius Charlotte e Raphael in realtà
avevano continuato a parlare ognuno per conto proprio. Mentre
Raphael avrebbe discusso volentieri delle differenze tra ragazze
inglesi e francesi e del loro comportamento sessuale, Charlotte non
aveva fatto altro che parlare dei Nobel per la letteratura degli ultimi
dieci anni. Di conseguenza Raphael si era terribilmente annoiato e si
era messo a guardare ostentatamente le altre ragazze. Al cinema
Raphael (con notevole stupore di Xemerius) non aveva dato alcun
segno di volersi avvicinare a Charlotte, al contrario, dopo una
decina di minuti si era addormentato profondamente. Leslie a questo
punto aveva commentato che non le capitava da tempo di sentire
niente di così divertente e io fui d'accordo con lei. Poi avevamo
voluto sapere se in pizzeria Gideon, Charlotte e Raphael avessero
parlato anche di me e Xemerius, piuttosto controvoglia, ci aveva
riferito il seguente inaudito dialogo (che io avevo per così dire
tradotto simultaneamente per Leslie):
Charlotte: Giordano è molto preoccupato che domani Gwendolyn
sbagli tutto ciò che è possibile sbagliare.
Gideon: potresti passarmi l'olio, per favore?
Charlotte: la politica e la storia per Gwendolyn sono semplicemente
segreti con sette sigilli e non è capace neppure di ricordare i nomi - le
entrano da un orecchio ed escono dall'altro. Non è colpa sua, il suo
cervello non è in grado di immagazzinare abbastanza dati. È già pieno dei
nomi di tutti i gruppi musicali e di patetici elenchi dei protagonisti di orribili
film d'amore.
Raphael: Gwendolyn è la tua cugina viaggiatrice nel tempo, giusto?
L'ho vista ieri a scuola. È quella con i lunghi capelli neri e gli occhi azzurri,
no?
Charlotte: sì, e con quel neo sulla tempia che somiglia a una banana.
Gideon: una piccola mezzaluna.
Raphael: come si chiama la sua amica? La bionda con le lentiggini? Lilly?
Charlotte: Leslie Hay. È un po' più sveglia di Gwendolyn, ma è un
ottimo esempio di come i padroni assomiglino ai loro cani. Il suo è un
orrendo incrocio con un golden retriever. Si chiama Bertie.
Raphael: che carino!
Charlotte: ti piacciono i cani?
Raphael: soprattutto gli incroci di golden retriever con le lentiggini.
Charlotte: ho capito! BÈ, puoi anche provarci con lei. Non avrai grosse
difficoltà. Leslie ha un debole persino maggiore di Gwendolyn per i
ragazzi.
Gideon: sul serio? Quanti... hmmm... ragazzi ha già avuto Gwendolyn?
Charlotte: oddio. Mah. Ecco, mi sento un po' in imbarazzo. Non voglio
parlar male di lei, è solo che è piuttosto disinibita, soprattutto quando ha
bevuto. In classe nostra praticamente è stata con tutti e con i ragazzi più
grandi... bob, ho perso il conto. Preferisco non ripetere il soprannome che
le hanno dato.
Raphael: materasso?
Gideon: mi puoi passare il sale, per favore?
Giunti a questo punto del racconto di Xemerius, ero balzata in
piedi per correre di sotto a strozzare Charlotte, ma Leslie mi aveva
trattenuto, dicendo che la vendetta era un piatto da gustare freddo.
L'obiezione che la mia non era sete di vendetta, bensì puro istinto
omicida, non l'aveva impressionata. E poi aveva aggiunto che, se
Gideon e Raphael fossero stati anche solo un quarto così intelligenti
di quanto erano belli, non avrebbero creduto neppure a una parola
di Charlotte.
«In effetti trovo che Leslie somigli davvero un po' a un golden
retriever» aveva detto Xemerius, affrettandosi poi ad aggiungere,
visto il mio sguardo severo: «Lo sai che mi piacciono i cani! Sono
animali così intelligenti».
Già, Leslie era proprio intelligente. Dopotutto era riuscita tra
l'altro a svelare il segreto del libro del cavaliere verde. Peccato che il
laborioso risultato fosse un po' deludente. Si trattava soltanto di un
altro codice cifrato con due lettere e strani segni sparsi qua e là.
Cinquantuno zero tre zero quattro uno punto sette otto n virgola zero
zero zero otto quattro nove punto nove uno e.
Era quasi mezzanotte quando avevamo attraversato la casa di
nascosto per intrufolarci in biblioteca, ovvero io e Leslie c'eravamo
intrufolate, Xemerius ci aveva preceduto in volo.
Avevamo rovistato gli scaffali per almeno un'ora in cerca di nuovi
indizi. Il cinquantunesimo libro della terza fila... La cinquantunesima
riga del trentesimo libro, pagina quattro, riga sette, ottava parola...
ma da qualunque parte cominciassimo a contare non c'era niente da
fare. Alla fine ci eravamo messe a tirare fuori libri a caso scuotendoli
nella speranza di trovare altri foglietti. Fatica sprecata. Leslie non
aveva perso il suo ottimismo. Si era scritto il codice su un foglietto
che teneva sempre in tasca e ogni tanto consultava. «Deve significare
per forza qualcosa» mormorava instancabile. «E io scoprirò cosa.»
Alla fine c'eravamo decise ad andare a letto. Il mattino seguente
la sveglia mi aveva ridestato spietata da un sonno senza sogni e da
quel momento avevo pensato solo alla soirée.
«Monsieur George sta arrivando a prenderti» annunciò Madame
Rossini strappandomi ai miei pensieri. Mi porse una borsetta, la mia
ridicule, e io valutai per un attimo se fosse il caso di infilarvi di
nascosto il coltello da verdura. Mi ero infatti rifiutata di seguire il
consiglio di Leslie che mi aveva proposto di attaccarmelo alla coscia
con del nastro adesivo. Con la mia fortuna mi sarei fatta male da
sola e in ogni caso non avrei saputo proprio come strapparmi il
nastro adesivo da sotto la gonna in caso di effettiva necessità.
Quando Mr George entrò nella stanza, Madame Rossini mi
drappeggiò sulle spalle un ampio scialle riccamente ricamato e mi
baciò su entrambe le guance. «Buona fortuna, mia piccola collo di
cigno» mi augurò. «La riporti indietro sana e salva, monsieur
George.»
Mr George sorrise impacciato. Non mi sembrava rubicondo e
pacioso come al solito. «Purtroppo non dipende da me, madame.
Vieni, ragazza mia, ci sono delle persone che vogliono conoscerti.»
Era già pomeriggio quando salimmo al piano di sopra ed
entrammo nella sala del drago. La vestizione e l'acconciatura erano
durate più di due ore. Mr George era stranamente taciturno e io ero
impegnata a salire le scale senza inciampare nell'orlo dell'abito. Mi
tornò in mente la nostra ultima visita nel XVIII secolo e pensai a
quanto sarebbe stato difficile sfuggire a uomini armati di spada
vestita a quel modo.
«Mr George, saprebbe parlarmi dell'Alleanza fiorentina?» domandai
seguendo un'ispirazione improvvisa.
Mr George si fermò. «L'Alleanza fiorentina? Chi te ne ha parlato?»
«In pratica nessuno» sospirai. «Però di tanto in tanto colgo qualche
parola. Lo chiedo solo perché... ho paura. Erano membri
dell'Alleanza quelli che ci hanno aggredito a Hyde Park, vero?»
Mr George mi guardò serio. «Forse. Anzi, è probabile. Però non
devi aver paura. Non credo che oggi ci sia da temere un agguato.
Insieme al conte e a Rakoczy abbiamo pensato a tutte le possibili
misure di sicurezza.»
Aprii la bocca per replicare, ma Mr George mi prevenne:
«D'accordo, tanto so che altrimenti non mi daresti pace: in effetti è
plausibile pensare che nel 1782 ci fosse un traditore tra i Guardiani,
forse lo stesso uomo che anche negli anni precedenti aveva rivelato
informazioni che avevano portato agli agguati ai danni del conte di
Saint Germain a Parigi, Dover, Amsterdam e in Germania». Si
massaggiò la pelata. «Negli Annali non vi è traccia di quest'uomo.
Sebbene il conte sia riuscito a distruggere l'Alleanza fiorentina, il
traditore tra le file dei Guardiani non è mai stato smascherato. La
vostra visita nel 1782 dovrebbe cambiare le cose.»
«Secondo Gideon, Lucy e Paul sono coinvolti nella storia.»
«In effetti esistono indizi che avvalorano questa supposizione.» Mr
George indicò la porta della sala del drago. «Ora non abbiamo più
tempo di entrare nei dettagli. Qualunque cosa accada, ubbidisci a
Gideon. Nel caso foste separati, nasconditi da qualche parte dove
potrai aspettare in sicurezza il salto di ritorno.»
Annuii. Non so perché, ma mi si era seccata la bocca.
Mr George aprì la porta e mi diede la precedenza. Con la mia
ampia gonna faticai a superarlo. La sala era gremita di persone che
mi fissavano e l'imbarazzo mi fece arrossire. A parte il dottor White,
Falk de Villiers, Mr Whitman, Mr Marley, Gideon e l'impagabile
Giordano, c'erano altri cinque uomini vestiti di scuro con le facce
serie sotto l'enorme drago. Peccato che Xemerius non fosse qui con
me, per dirmi chi di loro fosse il ministro degli interni e chi il premio
Nobel, ma aveva ricevuto un altro incarico. (Non da parte mia, da
parte di Leslie. Ma su questo torneremo.)
«Signori, vi posso presentare Gwendolyn Shepherd?»
Naturalmente era una domanda retorica, pronunciata da Falk de
Villiers in tono allegro. «È il nostro rubino. L'ultimo viaggiatore nel
tempo del cerchio dei dodici.»
«Stasera viaggerà nei panni di Penelope Gray, pupilla del quarto
visconte di Batten» precisò Mr George mentre Giordano
mormorava: «E probabilmente sarà ricordata nella storia a partire da
stasera come la dama senza ventaglio».
Gettai un'occhiata fugace a Gideon che indossava una finanziera
ricamata color rosso vino in effetti molto intonata al mio abito. Con
mio grande sollievo non portava la parrucca, altrimenti sarei
scoppiata in una risata nervosa a causa dell'agitazione. Ma nel suo
aspetto non c'era proprio niente di ridicolo. Era semplicemente
perfetto. Aveva i capelli raccolti sulla nuca in una coda e una ciocca
gli ricadeva quasi per caso sulla fronte, nascondendo abilmente la
ferita. Come mi capitava spesso, non riuscii a decifrare la sua
espressione.
Mi ritrovai a stringere la mano agli sconosciuti l'uno dopo l'altro.
Ciascuno si presentò (i loro nomi mi entrarono da un orecchio e mi
uscirono dall'altro; Charlotte aveva proprio ragione per quanto
riguardava le mie capacità mentali) e io mormorai di volta in volta
«piacere» oppure «buonasera, sir». In fin dei conti si trattava di
contemporanei molto seri. Uno soltanto sorrideva, gli altri avevano
l'aria di essere in procinto di assistere a un'amputazione di una
gamba. Quello che sorrideva doveva essere per forza il ministro
degli interni, i politici sorridono con maggiore facilità, questione di
lavoro.
Giordano mi esaminò da capo a piedi e io già mi aspettavo un
suo commento, ma invece si limitò a sospirare con troppa enfasi.
Anche Falk de Villiers era serissimo, ma se non altro disse: «L'abito ti
sta proprio bene, Gwendolyn.
La vera Penelope Gray di certo sarebbe stata contenta di avere un
aspetto così. Madame Rossini ha fatto davvero un ottimo lavoro».
«Proprio così! Ho visto un ritratto della vera Penelope Gray. Non
c'è da sorprendersi che abbia trascorso la vita da zitella nell'angolo
più remoto del Derbyshire» si lasciò sfuggire Mr Marley. Subito dopo
diventò rosso come un peperone e chinò lo sguardo impacciato sul
pavimento.
Mr Whitman citò Shakespeare, o almeno presumevo che si
trattasse di Shakespeare; Mr Whitman ne era un grande
appassionato. «Oh, ma il mio amore ha incanto singolare che in un
inferno un ciel poté cangiare! Suvvia, Gwendolyn, non c'è motivo di
arrossire.»
Gli scoccai un'occhiata risentita. Stupido scoiattolo! Casomai ero
già rossa e di sicuro non per colpa sua. A parte il fatto che non
avevo capito la citazione: poteva benissimo essere un complimento
o un insulto.
Inaspettatamente ricevetti sostegno da Gideon. «Il presuntuoso
sopravvaluta se stesso in merito al proprio valore» disse sorridendo a Mr
Whitman. «Aristotele.»
Il sorriso sulle labbra di Mr Whitman si fece più tirato.
«Mr Whitman voleva solo sottolineare quanto tu sia bella» disse
Gideon rivolto a me, facendomi arrossire ancora di più.
Gideon finse di non accorgersene. Ma, quando azzardai a
guardarlo dopo pochi secondi, lo vidi sorridere soddisfatto tra sé.
Mr Whitman al contrario sembrava concentrato a trattenersi dal
pronunciare un'altra citazione di Shakespeare.
Il dottor White, dietro le cui gambe Robert si era nascosto e mi
fissava con occhi sgranati, guardò l'ora. «È quasi il momento di
partire. Il parroco ha un battesimo alle quattro.»
Il parroco?
«Oggi non salterete nel passato dalla cantina, bensì da una chiesa
di North Audley Street» mi spiegò Mr George. «In questo modo non
perderete troppo tempo per arrivare a casa di Lord Brompton.»
«Così inoltre limiteremo al minimo il pericolo di un agguato lungo
il tragitto» aggiunse uno degli sconosciuti guadagnandosi così
un'occhiata stizzita di Falk de Villiers.
«Il cronografo è già pronto» disse costui, indicando un baule con
le maniglie d'argento posato sul tavolo. «Due limousine ci aspettano
fuori. Signori...»
«Buona fortuna» ci augurò quello che ritenevo fosse il ministro
degli interni. Giordano sospirò ancora una volta.
Il dottor White, con in mano una borsa medica (perché?), tenne
aperta la porta. Mr Marley e Mr Whitman afferrarono le due
maniglie del baule e lo portarono fuori con solennità, come se si
trattasse dell'arca dell'alleanza.
Gideon mi raggiunse in pochi passi e mi porse il braccio. «Allora,
piccola Penelope, ora verrai presentata alla buona società londinese»
disse. «Sei pronta?»
No, non ero affatto pronta. E Penelope era davvero un nome
orribile. Però non avevo scelta. Gli rivolsi un'occhiata il più possibile
tranquilla. «Quando vuoi.»
... giuro solennemente di comportarmi
con rettitudine e cortesia,
decoro e compassione,
di combattere l'ingiustizia,
di aiutare i deboli,
di essere fedele alla legge,
di custodire i segreti,
di rispettare le regole d'oro,
d'ora in poi e fino alla mia morte.
(Estratto dal giuramento degli adepti)
Cronache dei Guardiani, volume 1,
I custodi del segreto
Capitolo 10
Ciò che mi spaventava di più era l'imminente incontro con il
conte di Saint Germain. Durante il nostro ultimo colloquio, avevo
sentito la sua voce nella testa e la sua mano che mi afferrava e mi
stringeva il collo sebbene lui fosse a più di quattro metri di distanza
da me. Non so esattamente quale sia il tuo ruolo, ragazza, né se tu abbia
importanza alcuna. Ma non tollero che si infrangano le mie regole.
Si poteva supporre che nel frattempo avessi infranto diverse delle
sue regole, tuttavia bisognava riconoscermi come attenuante che non
le conoscevo molto bene. Questo mi riempì di una certa baldanza:
siccome nessuno si era dato la pena di spiegarmi le regole, non
dovevano sorprendersi poi se non le rispettavo.
In realtà avevo paura soprattutto di un'altra cosa; in cuor mio
infatti ero convinta che Giordano e Charlotte avessero ragione: di
sicuro avrei fatto una figuraccia nei panni di Penelope Gray e tutti si
sarebbero accorti che in me c'era qualcosa che non andava. Per un
attimo non ricordai neppure la località del Derbyshire dalla quale
provenivo. Cominciava per B. Oppure P. Oppure D. Oppure...
«Hai imparato a memoria l'elenco degli invitati?» Accanto a me
Mr Whitman non contribuiva certo ad allevia-re la mia agitazione.
Per quale ragione mai avrei dovuto imparare a memoria l'elenco
degli invitati? Mr Whitman reagì al mio cenno di diniego con un
lieve sospiro.
«Non lo so a memoria neppure io» disse Gideon. Era seduto di
fronte a me. «Del resto non è divertente sapere sempre in anticipo a
chi si verrà presentati.»
Mi sarebbe tanto piaciuto sapere se anche lui era agitato. Se aveva
le mani sudate e se il cuore gli batteva forte come il mio. Oppure
aveva viaggiato così spesso nel XVIII secolo che ormai per lui non
era più una novità?
«Se continui così ti farai sanguinare il labbro» disse.
«Sono un po'... nervosa.»
«Si vede. Ti sarebbe d'aiuto se ti prendessi la mano?»
Scrollai energicamente il capo.
No, servirebbe solo a peggiorare le cose, idiota! A parte il fatto che non
ci capisco più niente per quanto riguarda il tuo comportamento nei miei
confronti! Per non parlare poi del nostro rapporto in generale! E inoltre Mr
Whitman ci sta già guardando come uno scoiattolo saccente!
Mi trattenni a stento dallo sbuffare. Chissà se mi avrebbe aiutato
pronunciare a voce alta qualcuno dei miei pensieri esclamativi. Ci
pensai un istante, poi lasciai perdere.
Finalmente arrivammo. Quando Gideon mi aiutò a scendere
dall'auto davanti alla chiesa (col mio vestito avevo bisogno di una
mano, se non addirittura due, per muovermi), mi accorsi che
stavolta non portava armi con sé. Che leggerezza!
I passanti ci osservarono incuriositi, mentre Mr Whitman ci teneva
aperta la porta della chiesa. «Sbrigatevi, per favore!» disse. «Meglio
non farci notare troppo.» Ma certo, come no, del resto non c'era
niente di strano nel vedere in pieno pomeriggio due limousine nere
parcheggiate nella North Audley Street e uomini in giacca e cravatta
che tiravano fuori un'arca dal bagagliaio e la portavano dentro la
chiesa. Anche se... da lontano il baule avrebbe potuto essere
scambiato per un piccolo feretro. Mi venne la pelle d'oca.
«Spero che tu abbia almeno pensato di prendere la pistola»
bisbigliai a Gideon.
«Ti sei fatta davvero un'idea stramba di questa soirée» rispose con
voce normale posandomi lo scialle sulle spalle. «A proposito,
qualcuno ha controllato il contenuto della tua borsetta? Non vorrei
che, nel bel mezzo del ricevimento, il tuo cellulare si mettesse a
squillare.»
Quell'ipotesi mi strappò un breve sorriso, anche perché la mia
attuale suoneria era un fragoroso gracidare di rane. «A parte te non
c'è nessuno che potrebbe chiamarmi» replicai.
«E io non ho neppure il tuo numero. Mi permetti comunque di
dare un'occhiata alla tua borsetta?»
«Si chiama ridicule» lo corressi porgendogli la borsa con una
scrollata di spalle.
«Sali, fazzoletto, profumo, cipria... impeccabile» disse Gideon.
«Proprio come si deve. Andiamo.» Mi restituì la borsetta, mi prese
per mano e mi condusse oltre la porta che Mr Whitman richiuse a
chiave alle nostre spalle. Una volta dentro Gideon dimenticò di
lasciarmi la mano ma fu meglio così, perché altrimenti mi sarei fatta
prendere dal panico dell'ultimo istante e sarei scappata via.
Davanti all'altare Falk de Villiers e Mr Marley erano indaffarati a
tirare fuori il cronografo dall'ar-hmmm... dal baule sotto gli occhi
perplessi del parroco (già rivestito con i paramenti da messa). Il
dottor White misurò la navata a grandi passi, poi disse: «Undici passi
a sinistra dalla quarta colonna, così andate sul sicuro».
«Non so proprio se posso garantirvi che per le sei e mezzo la
chiesa sarà vuota» disse il parroco nervoso. «L'organista si trattiene
sempre di più e spesso i parrocchiani mi fermano a parlare sulla
porta e io non posso mandarli via...»
«Non si preoccupi» lo tranquillizzò Falk de Villiers. Il cronografo
adesso era sull'altare. La luce del sole che filtrava dalle vetrate
colorate sembrava ingigantire le pietre preziose che vi erano
incastonate. «Saremo qui e l'aiuteremo dopo la messa a disperdere il
gregge.» Si girò a guardarci. «Siete pronti?»
Gideon si decise a lasciare la mia mano. «Vado io per primo» disse.
A bocca aperta il parroco vide Gideon scomparire in un lampo di
luce abbagliante.
«Gwendolyn.» Mentre mi prendeva la mano per infilarmi il dito
nel cronografo, Falk mi sorrise incoraggiante. «Ci vediamo tra
quattro ore esatte.»
«Lo spero» mormorai mentre l'ago mi perforava la carne, la chiesa
si riempiva di luce rossa e io chiudevo gli occhi.
Quando li riaprii, barcollai leggermente e qualcuno mi sorresse
dalle spalle. «Tutto a posto» bisbigliò la voce di Gideon al mio
orecchio.
Non si vedeva granché. C'era giusto una candela solitaria a
illuminare l'altare, mentre il resto della chiesa era immersa in una
tenebra spettrale.
«Bienvenue» disse una voce roca proveniente dall'oscurità e,
sebbene fossi stata pronta, sussultai. Una figura maschile si staccò
dall'ombra di una colonna e alla luce della candela riconobbi il volto
pallido di Rakoczy, l'amico del conte. Proprio come la prima volta
che lo avevo visto, mi ricordò un vampiro; i suoi occhi neri erano
privi di qualsiasi luce, nella penombra della chiesa sembravano due
insondabili buchi neri.
«Monsieur Rakoczy» lo salutò Gideon in francese facendo un
inchino. «Sono lieto di vederla. Conosce già la mia
accompagnatrice.»
«Sicuro. Per stasera Mademoiselle Gray. È una gioia.» Rakoczy
accennò a un inchino.
«Hmmm, très...» mormorai. «Il piacere è tutto mio» dissi poi in
inglese. Non si poteva mai sapere che cosa si finiva per dire in una
lingua straniera, specie quando ci si andava molto d'accordo.
«Io e i miei uomini vi accompagneremo a casa di Lord Brompton»
disse Rakoczy.
I suddetti uomini erano inquietantemente invisibili, ma li sentivo
respirare e muoversi nell'oscurità mentre ci incamminavamo lungo la
navata verso la porta dietro Rakoczy. Nemmeno fuori per strada
riuscii a vedere nessuno, per quanto mi guardassi intorno. Faceva
freddo e cadeva una pioggerellina leggera; la via era completamente
buia, forse i lampioni erano tutti rotti quella sera. Era così buio che
non riuscivo a scorgere neppure il viso di Gideon accanto a me, e
tutt'intorno le ombre sembravano vive, respiravano e tintinnavano
lievi. Strinsi convulsamente la mano di Gideon. Guai a lui se provava
a lasciarmi!
«Sono tutti miei uomini» bisbigliò Rakoczy. «Esperti combattenti
dei curuzzi. Vi scorteremo anche al ritorno.»
Che prospettiva tranquillizzante.
La casa di Lord Brompton non era lontana e più ci avvicinavamo
più il buio diminuiva. L'edificio di Wigmore Street era illuminato a
giorno e aveva un'aria molto accogliente. Gli uomini di Rakoczy
restarono nell'ombra, soltanto lui ci accompagnò fino alla porta
oltre la quale, nell'ampio ingresso da cui una sontuosa scala con la
ringhiera istoriata portava al piano di sopra, ci aspettava Lord
Brompton in persona. Era ancora grasso come lo ricordavo e alla
luce delle candele la sua faccia luccicava untuosa.
A parte il padrone di casa e quattro valletti l'ingresso era vuoto.
La servitù aspettava ulteriori ordini, schierata in una fila ordinata
accanto una porta. Non si vedeva ombra dell'annunciata buona
società, anche se mi giungevano all'orecchio un brusio attutito di
voci e qualche accordo musicale.
Mentre Rakoczy si ritirava con un inchino, compresi come mai
Lord Brompton ci avesse accolto personalmente, prima che qualcun
altro potesse vederci. Dopo avere espresso la sua gioia nel rivederci,
ricordò il nostro primo incontro dicendo che - «hmmm, hmmm» forse sarebbe stato meglio non farne parola con sua moglie.
«Solo per evitare possibili equivoci» spiegò, continuando ad
ammiccare come se avesse qualcosa nell'occhio e baciandomi la
mano almeno tre volte. «Il conte mi ha assicurato che provenite da
una delle migliori famiglie d'Inghilterra e spero che perdonerete la
mia spudoratezza durante il nostro divertente dialogo sul XXI secolo
e la mia assurda idea che foste un'attrice.» Di nuovo una strizzatina
d'occhi esagerata.
«Sono certo che è stata anche colpa nostra» replicò Gideon
asciutto. «Il conte ha fatto di tutto per condurvi su questa falsa pista.
Ora che siamo tra di noi: non trovate anche voi che sia un vecchio
alquanto stravagante? La mia sorella putativa e io siamo già abituati
ai suoi scherzi, ma chi non lo conosce bene spesso resta un po'
interdetto quando lo frequenta.» Mi tolse lo scialle e lo porse a uno
dei valletti. «Bene, passiamo ad altro. Abbiamo saputo che il suo
salone dispone di un superbo pianoforte e di una eccezionale
acustica. L'invito di Lady Brompton ci ha arrecato grande piacere.»
Lord Brompton indugiò qualche secondo nell'ammirazione del
mio décolleté, poi disse: «Anche lei sarà entusiasta di fare la vostra
conoscenza. Venite, gli altri ospiti sono già arrivati». Mi porse il
braccio. «Miss Gray?»
«Milord.» Lanciai un'occhiata a Gideon che mi sorrise
incoraggiante mentre ci seguiva nel salone adiacente all'ingresso.
Con la definizione di salone mi ero immaginata qualcosa tipo un
salotto, ma l'ambiente in cui entrammo poteva competere benissimo
con la sala da ballo a casa nostra. Su uno dei lati lunghi c'era un
enorme camino con un fuoco scoppiettante e davanti alle finestre
con i pesanti tendaggi era collocato un clavicembalo. Feci scorrere lo
sguardo sui delicati tavolini con le gambe intagliate, i divani a motivi
colorati e le sedie con i braccioli dorati. L'insieme era inondato dalla
luce di centinaia di candele appese e collocate dappertutto; il loro
morbido chiarore creava un'atmosfera magica che per un istante mi
lasciò senza parole. Purtroppo illuminavano anche molte persone
sconosciute e la mia meraviglia (rievocai le ammonizioni di
Giordano e mi sforzai di tenere le labbra ben chiuse per evitare che
la mia bocca si aprisse per sbaglio) si tinse di apprensione. E quella
doveva essere una serata intima e familiare? A questa stregua, come
sarebbe stato il ballo?
Non ebbi modo di farmi un'idea più precisa, perché Gideon mi
trascinò implacabile tra la folla. Molti occhi ci guardarono incuriositi
e un attimo dopo una donnina rotondetta ci venne incontro
rivelandosi la padrona di casa.
Lady Brompton portava un abito color nocciola bordato di
velluto e teneva i capelli nascosti sotto una voluminosa parrucca,
pericolosissima in un ambiente così pieno di candele. Ci salutò
calorosamente con un sorriso cordiale. Mi abbassai automaticamente
a fare un inchino e Gideon ne approfittò per lasciarmi sola, o meglio
permise a Lord Brompton di portarlo via con sé. Prima che avessi
tempo di decidere se arrabbiarmi con lui per questo, Lady Brompton
mi aveva già coinvolto in una conversazione. Per fortuna nel
momento giusto mi tornò in mente il nome della località dove
abitavo - o meglio dove abitava Penelope Gray. Incoraggiata dal suo
cenno d'assenso, assicurai Lady Brompton che la vita là era tranquilla
e piacevole, ma mancava di distrazioni mondane che qui a Londra
invece mi avrebbero di certo conquistato.
«Sono certa che non la penserete più così, se anche stasera
Genoveva Fairfax avrà modo di eseguire al meglio tutto il suo
repertorio al pianoforte.» Una dama con un vestito color primula ci
raggiunse. «Al contrario, sono abbastanza sicura che allora
rimpiangerete i diversivi della vostra vita di campagna.»
«Shhh» l'ammonì Lady Brompton, con un risolino. «Non sta bene,
Georgiana!» Quando la vidi lanciarmi un'occhiata complice, mi
sembrò molto giovane. Come aveva fatto a finire con quel vecchio
grassone!
«Forse sarà poco educato, ma sicuramente vero!» La dama in
giallo (una tinta improponibile, anche alla luce delle candele!) mi
rivelò sottovoce che suo marito si era addormentato nel corso della
soirée precedente e si era messo a russare rumorosamente.
«Oggi non accadrà» mi garantì Lady Brompton. «Abbiamo ospite il
meraviglioso, misterioso conte di Saint Germain, che poi ci delizierà
con il suo violino. E Lavinia non vede l'ora di cantare in duetto con il
nostro Mr Merchant.»
«Prima però devi fare in modo che beva abbastanza» osservò la
dama in giallo, con un ampio sorriso che mise in mostra tutta la sua
dentatura. Io ricambiai automaticamente il sorriso. Ah! Lo sapevo.
Giordano era solo un pallone gonfiato!
In realtà tutti erano molto più rilassati di quanto avessi
immaginato.
«Un autentico gioco di prestigio» sospirò Lady Brompton e la
parrucca le vibrò leggermente. «Troppo poco vino e non canterà,
troppo e intonerà oscene canzoni da marinaio. Voi conoscete il
conte di Saint Germain, mia cara?»
Tornai di colpo seria e mi guardai intorno senza volerlo. «Gli sono
stata presentata qualche giorno fa» risposi, sforzandomi di non
battere i denti. «Il mio fratello putativo... lo conosce.» Lo sguardo mi
cadde su Gideon che era accanto al camino e parlava con una
graziosa giovane avvolta da un vaporoso abito verde. Sembrava che
si conoscessero già da tempo. Anche lei sorrideva a denti scoperti.
Aveva una bella dentatura, senza denti marci né mancanti, come
invece mi aveva fatto credere Giordano.
«Non trovate che il conte sia semplicemente straordinario? Potrei
stare ad ascoltarlo per ore quando racconta» commentò la dama in
giallo dopo avermi spiegato di essere la cugina di Lady Brompton.
«Mi piacciono soprattutto le storie della Francia.»
«Già, in particolare quelle piccanti» precisò Lady Brompton.
«Naturalmente non sono adatte alle innocenti orecchie di una
debuttante.»
Mi guardai in giro per il salone alla ricerca del conte e lo scorsi
seduto in un angolo intento a parlare con altri due uomini. Da
lontano sembrava elegante e senza età. In quel momento, come se
avesse percepito il mio sguardo, rivolse gli occhi scuri su di me.
Il conte era abbigliato in maniera simile agli altri uomini presenti:
portava la parrucca, indossava una finanziera, calzoni al ginocchio
alquanto buffi e strambe calzature con le fibbie. Contrariamente agli
altri però non mi dava l'impressione di essere appena uscito da un
film in costume, e per la prima volta mi resi conto davvero di dove
fossi finita.
Le sue labbra si incresparono in un sorriso e io inchinai educata la
testa, mentre la pelle d'oca mi ricopriva il corpo. Trattenni a stento il
riflesso di portarmi una mano alla gola. Era meglio non dargli
stupide idee.
«Il vostro fratello putativo è davvero un giovane molto attraente,
mia cara» disse Lady Brompton. «Proprio il contrario delle voci che ci
erano state riferite.»
Staccai lo sguardo dal conte di Saint Germain e lo posai di nuovo
su Gideon. «È vero. È proprio molto... molto attraente.» Anche la
dama in verde sembrava pensarlo. In quel momento gli stava
raddrizzando la cravatta con un sorriso civettuolo. Giordano mi
avrebbe ucciso per un gesto del genere. «Chi è la dama che lo sta...
hmmm, con cui sta parlando?»
«Lavinia Rutland. La vedova più bella di tutta Londra.»
«Niente compassione, per favore» osservò la primula. «Già da
molto tempo si fa consolare dal duca di Lancashire, con grande
disappunto della duchessa, e intanto ha maturato anche una
predilezione per ambiziosi politici. Vostro fratello si interessa di
politica?»
«Credo che al momento sia irrilevante» disse Lady Brompton.
«Lavinia sembra aver appena ricevuto un nuovo regalo da scartare.»
Tornò a scrutare Gideon da capo a piedi. «Ecco, a quanto avevo
sentito dire era di costituzione debole e di bassa statura. È davvero
una consolazione vedere che non è così.» All'improvviso sul suo
volto comparve un'espressione sgomenta. «Oh, non vi ho ancora
offerto niente da bere!»
La cugina di Lady Brompton si guardò intorno e diede un
colpetto nel fianco di un giovane poco distante. «Mr Merchant?
Rendetevi utile e portateci due bicchieri dello speciale punch di Lady
Brompton. E prendete un bicchiere anche per voi. Stasera ci farebbe
piacere sentirvi cantare.»
«Intanto vi presento l'incantevole Miss Penelope Gray, pupilla del
visconte di Batten» disse Lady Brompton. «Vorrei presentarvela in
maniera più approfondita, ma la fanciulla non ha dote e voi siete un
cacciatore di dote, non vale dunque la pena indugiare nella mia
passione di sensale.»
Mr Merchant, che come la maggior parte degli uomini presenti in
sala era più basso di me di una spanna buona, non parve offendersi.
Fece un inchino galante e disse fissando con insistenza la mia
scollatura: «Ciò non significa che io sia cieco alle grazie di una
giovane dama tanto incantevole».
«Mi fa piacere per voi» risposi impacciata, provocando una sonora
risata in Lady Brompton e sua cugina.
«Oh, no, Lord Brompton e Miss Fairfax si avvicinano al
pianoforte» annunciò Mr Merchant alzando gli occhi al cielo. «Temo
il peggio.»
«Presto, i nostri bicchieri!» gli ordinò Lady Brompton. «Non si può
sopravvivere a tale esperienza senza un goccetto.»
Assaggiai timidamente un sorso di punch. Era buonissimo. Sapeva
di frutta, di cannella e di qualcos'altro. Mi riscaldò piacevolmente Io
stomaco. Per un istante mi sentii del tutto rilassata e cominciai a
godermi l'atmosfera della sala sfarzosamente illuminata con tutte
quelle persone ben vestite, ma poi Mr Merchant mi palpò da dietro
nella scollatura e rischiai di versare il punch.
«Una di queste irresistibili roselline si era spostata» dichiarò con un
sorriso ambiguo. Lo fissai indecisa. Giordano non mi aveva
preparato a una situazione del genere e così non sapevo che cosa
prevedesse l'etichetta nel caso di un palpatore rococò. In cerca di
aiuto mi voltai verso Gideon, il quale era così immerso nel suo
dialogo con la giovane vedova da non accorgersi di me. Se fossimo
stati nel nostro secolo, avrei detto a Mr Merchant di tenere a posto
le sue luride zampacce, altrimenti gli avrei spostato io qualcosa. Ma
date le circostanze mi sembrava una reazione poco... educata. Decisi
quindi di sorridergli e gli dissi: «Oh, grazie, molto gentile. Non me
n'ero accorta».
Mr Merchant mi fece un inchino. «Sempre al vostro servizio,
madame.» Era incredibile quanto fosse sfacciato. Ma, in un'epoca in
cui le donne non avevano il diritto di voto, non c'era da
sorprendersi se nei loro confronti mancava ogni forma di rispetto.
Il brusio della conversazione e le risate si affievolirono a poco a
poco quando Miss Fairfax, una donna dal naso sottile con un vestito
verde chiaro, si avvicinò al pianoforte, si mise a sedere, si rassettò la
gonna e posò le dita sui tasti. Non suonava male. L'unica cosa che
stonava era la sua voce. Era incredibilmente... stridula. Un'ottava più
alta e la si sarebbe scambiata per un fischietto per cani.
«Dissetante, vero?» Mr Merchant si premurò di riempirmi ancora il
bicchiere. Con mio stupore (e un pizzico di sollievo) infilò
sfacciatamente la mano anche nella scollatura di Lady Brompton,
con la scusa di toglierle un capello. Lady Brompton non parve
sgomentarsi, si limitò a dargli del libertino e lo colpì alle dita con il
ventaglio (aha! Ecco a che cosa servivano i ventagli in realtà!) poi lei
e sua cugina mi portarono verso un divano a fiori azzurri collocato
accanto alle finestre e mi fecero sedere in mezzo a loro.
«Qui sarete al sicuro da dita troppo appiccicose» disse Lady
Brompton tastandomi materna il ginocchio. «Ora solo le vostre
orecchie sono ancora in pericolo.»
«Bevete!» mi invitò sottovoce la cugina. «Ne avrete bisogno! Miss
Fairfax ha appena cominciato.»
Il divano era stranamente duro e aveva la spalliera così sporgente
che era impossibile appoggiarvisi, a meno che non volessi
sprofondare nei suoi abissi insieme a tutte le mie gonne.
Evidentemente i divani del XVIII secolo non erano pensati per
pomiciare.
«Non saprei, non sono abituata all'alcol» protestai incerta. La mia
unica esperienza con gli alcolici risaliva a due anni prima. Era stato in
occasione di un pigiama-party a casa di Cynthia. Senza ragazzi ma
con patatine e DVD di High School Musical. E una ciotola piena di
gelato alla crema, succo d'arancia e vodka... il problema della vodka
era che con tutto quel gelato non si sentiva affatto. Quell'intruglio
fece un effetto diverso su ciascuna di noi. Mentre Cynthia, dopo tre
bicchieri, aveva spalancato la finestra gridando a gran voce per tutta
Chelsea «Zac Efron, ti amo!» Leslie era corsa in bagno a vomitare con
la testa sulla tazza del gabinetto, Peggy aveva fatto una dichiarazione
d'amore a Sarah («scei cosci bella, scposami») e Sarah aveva avuto
una crisi di pianto senza sapere perché. La mia reazione era stata la
peggiore. Mi ero messa a saltare sul letto di Cynthia ripetendo a
squarciagola il ritornello di Breaking Free. Quando il padre di Cynthia
era entrato nella stanza, gli avevo offerto la spazzola della figlia
come microfono, esclamando: «Canta con me, testa pelata!
Ondeggia ai fianchi». Il giorno dopo non riuscivo proprio a
ricordare perché l'avessi Fatto.
Dopo questa storia piuttosto imbarazzante, io e Leslie avevamo
deciso di stare alla larga dall'alcol (e per un paio di mesi anche dal
padre di Cynthia) e da allora ci eravamo attenute a tale precetto.
Anche se a volte era strano essere le uniche sobrie in mezzo a un
sacco di ubriachi. Come ora, per esempio.
Lo sguardo del conte di Saint Germain tornò a posarsi su di me
dall'estremità opposta della sala, facendomi provare uno spiacevole
formicolio al collo.
«Si dice che sappia leggere nel pensiero» bisbigliò Lady Brompton
accanto a me, e allora decisi di infrangere temporaneamente il
divieto dell'alcol. Solo per questa sera. Solo qualche sorsata. Per
dimenticare la mia paura del conte di Saint Germain. E di tutto il
resto.
Lo speciale punch di Lady Brompton entrò in circolazione con
incredibile rapidità, e non solo per me. Dopo il secondo bicchiere
tutti trovavano il canto decisamente meno spaventoso, dopo il terzo
cominciammo a battere il piede a tempo e io avevo la sensazione di
non aver mai partecipato a una festa tanto divertente. Sul serio: la
gente qui era molto più rilassata di quanto avessi pensato. A voler
essere precisi addirittura più rilassata che nel XXI secolo. E
l'illuminazione era davvero eccezionale. Come mai non mi ero resa
conto prima che la luce di centinaia di candele dava a tutti i presenti
una patina dorata? Anche al conte, che di tanto in tanto mi
sorrideva dall'altro capo del salone.
Il quarto bicchiere mise definitivamente a tacere la voce interiore
che mi ammoniva di essere vigile e non fidarmi di nessuno. Il mio
senso di benessere era rovinato solo dal fatto che Gideon sembrava
avere occhi solo per la dama vestita di verde.
«Ora le nostre orecchie sono abbastanza allenate» dichiarò alla
fine Lady Brompton, poi si alzò applaudendo e si avvicinò al
pianoforte. «Mia cara, cara Miss Fairfax. Ancora una volta
un'esecuzione squisita» disse mentre la baciava sulle guance e la
spingeva verso la prima sedia disponibile. «Ora però vorrei invitare
tutti a fare un applauso a Mr Merchant e Lady Lavinia, no, no,
niente scuse, sappiamo che voi due vi siete esercitati insieme di
nascosto.»
La cugina di Lady Brompton accanto a me si mise a strillare come
la fan esaltata di una boyband quando il palpatore di tette si mise
seduto al pianoforte e suonò un accordo melodioso. La bella Lady
Lavinia rivolse un sorriso raggiante a Gideon poi avanzò frusciando
nelle sue gonne verdi. Mi accorsi che non era più tanto giovane
come avevo pensato. Però aveva una voce celestiale! Sembrava di
sentire Anna Netrebko, che si era esibita due anni prima alla Royal
Opera House di Covent Garden. Ecco, forse non era proprio brava
come la Netrebko, però era un piacere ascoltarla. Ammesso che si
apprezzassero le romantiche arie operistiche. Cosa che io solitamente
non facevo, ma stavolta, grazie al punch, sì. Era evidente che le arie
italiane erano all'ultima moda nel XVIII secolo. Tutti gli invitati erano
molto allegri. A parte quel fischiet..., cioè, la povera Miss Fairfax che
aveva un'espressione acida.
«Posso portarti via per un istante?» Gideon si era avvicinato al
divano da dietro e mi sorrideva. Naturale, ora che la dama in verde
era occupata in altre faccende, si era ricordato di me. «Il conte
avrebbe piacere se gli facessi un po' di compagnia.»
Oh, giusto, ero qui per questo. Feci un profondo respiro, sollevai
il bicchiere e ne trangugiai di gusto il contenuto. Quando mi alzai,
provai un piacevole senso di vertigine. Gideon mi tolse di mano il
bicchiere vuoto e lo posò su uno dei graziosi tavolini con le gambe
intagliate. «Per caso c'era dell'alcol dentro?» bisbigliò. «No, era
semplice punch» mormorai di rimando. Ops, il pavimento era un po'
sconnesso. «Io non bevo alcol, lo sai? È uno dei miei principi
inviolabili. Ci si può divertire anche senza bere.»
Gideon alzò un sopracciglio e mi porse il braccio. «Mi fa piacere
che tu ti stia divertendo.»
«Grazie, il piacere è reciproco» risposi. Uffa, i pavimenti del XVIII
secolo erano davvero traballanti. Non me n'ero accorta finora.
«Secondo me è un po' troppo vecchia per te, ma evidentemente a te
non dà fastidio. E nemmeno il fatto che abbia una storia con il duca
di Vattelapesca. No, sul serio, una festa stupenda. La gente qui è
molto più simpatica di quanto credessi. È così disponibile al contatto e
incline alla fisicità.» Lanciai un'occhiata al palpatore seduto al
pianoforte e alla sosia della Netrebko. «E... gli piace cantare. Molto
simpatico. Verrebbe voglia di saltare su e unirsi a loro.»
«Guai a te!» bisbigliò Gideon mentre mi guidava verso il divano
dov'era seduto il conte. Quando ci vide arrivare, si alzò con la grazia
innata di un uomo molto più giovane e incurvò le labbra in un
sorriso carico di aspettativa.
Bene, allora, pensai alzando il mento. Facciamo finta che io non
sappia che secondo Google non sei un vero conte. Facciamo finta che tu
abbia davvero una contea e non sia un millantatore di dubbie origini.
Facciamo finta come se l'ultima volta non mi avessi strozzato. E facciamo
finta che io sia sobria.
Lasciai Gideon, afferrai la pesante seta rossa dell'abito, allargai la
gonna e mi abbassai in una profonda riverenza, dalla quale riemersi
solo quando il conte mi porse la mano ingioiellata.
«Mia cara bambina» disse con un lampo divertito nei suoi occhi
color cioccolato, mentre mi accarezzava la mano. «Sono ammirato
dalla tua eleganza. Dopo quattro bicchieri dello speciale punch di
Lady Brompton, altri non ricordano più neppure il proprio nome.»
Oh, aveva tenuto il conto. Abbassai lo sguardo contrita. In realtà i
bicchieri erano stati cinque. Ma di certo meritati! Personalmente non
rimpiangevo affatto l'opprimente sensazione di diffusa angoscia. E
non sentivo la mancanza dei miei complessi d'inferiorità. No, il mio
io ubriaco mi piaceva. Anche se faticava a reggersi sulle gambe.
«Merci pour le compliment» mormorai. «Eccezionale!» disse il conte.
«Mi rincresce, avrei dovuto prestare maggiore attenzione» disse
Gideon.
Il conte rise piano. «Mio caro ragazzo, avevi altro da fare. E in
primo luogo stasera siamo qui per divertirci, giusto? A maggior
ragione visto che Lord Alastair, al quale volevo assolutamente
presentare questa incantevole dama, non è ancora qui. Comunque
mi è stato riferito che sta per arrivare.»
«Da solo?» chiese Gideon. Il conte sorrise. «Non fa alcuna
differenza.» La Anna Netrebko dei poveri e il palpatette terminarono
l'aria con un ultimo accordo furioso e il conte mi lasciò la mano per
applaudire. «Non è stupefacente? Un grande talento e per di più così
bella.»
«Già» bofonchiai mentre battevo le mani, sforzandomi di farlo
con grazia. «Ci vuole notevole bravura per far tintinnare a questo
modo i lampadari.» Applaudire destabilizzò il mio precario equilibrio
facendomi vacillare.
Gideon mi sostenne. «È inconcepibile» disse acido sfiorandomi
l'orecchio con le labbra. «Siamo arrivati da meno di due ore e sei già
totalmente ubriaca! Ma che cosa credevi di fare?»
«Hai detto totalmente, lo riferirò a Giordano» ridacchiai. Nel
frastuono generale nessun altro poteva sentirci. «E poi adesso è
troppo tardi per brontolare. Direi che il bambino è caduto nel
punch.» Un rutto mi interruppe. «Ops. Scusa.» Mi guardai intorno.
«Gli altri sono molto più ubriachi di me, quindi non tirar fuori tutto
quello sdegno morale. È tutto sotto controllo. Puoi lasciarmi, sono
salda come una roccia.»
«Ti avverto, stai molto attenta» bisbigliò Gideon, ma poi mi lasciò.
Per sicurezza allargai un po' le gambe. Sotto l'ampia gonna
nessuno poteva vederlo.
Il conte ci aveva guardato con aria divertita, sul suo volto non
c'era altro che orgoglio paterno. Gli gettai un'occhiata di soppiatto e
mi guadagnai un sorriso che mi scaldò il cuore. Perché avevo avuto
tanta paura di lui? Faticavo a ricordare ciò che mi aveva raccontato
Lucas: che quest'uomo aveva tagliato la gola al suo stesso antenato...
Lady Brompton faceva di nuovo gli onori di casa e stava
ringraziando Mr Merchant e Lady Lavinia per la loro esibizione. Poi prima che Miss Fairfax avesse tempo di alzarsi - invitò tutti a fare un
caloroso applauso all'ospite d'onore del giorno, il giramondo,
misterioso, celebre conte di Saint Germain. «Mi ha promesso che
stasera ci suonerà qualcosa al violino» annunciò e Lord Brompton
avanzò, con la rapidità che la sua mole gli consentiva, reggendo in
mano una custodia per violino. Il pubblico ebbro scoppiò in grida di
giubilo. Davvero, era una festa con i fiocchi.
Con un sorriso il conte tirò fuori il violino dalla custodia e
cominciò ad accordarlo. «Non mi passerebbe mai per la mente l'idea
di deludervi, Lady Brompton» disse con voce suadente, «ma le mie
vecchie dita non sono più abili come un tempo, quando suonavo in
duetto con l'impareggiabile Giacomo Casanova alla corte francese...
e in questi giorni sono afflitto dalla gotta.»
Nella sala si levò un sospiro collettivo.
«... per questo stasera vorrei passare il violino al mio giovane
amico» proseguì il conte.
Gideon assunse un'espressione spaventata e scrollò la testa. Ma
quando il conte alzò un sopracciglio dicendo «Per favore!» prese lo
strumento e l'archetto con un lieve inchino e si avvicinò al
clavicembalo.
Il conte mi prese la mano. «Noi ora ci accomodiamo sul divano e
ci godiamo il concerto, d'accordo? Oh, non c'è motivo di tremare.
Siediti, bambina mia. Tu ancora non lo sai, ma da ieri pomeriggio
siamo diventati ottimi amici, io e te. Infatti abbiamo avuto un
colloquio molto, molto proficuo e abbiamo appianato le nostre
divergenze.»
Ah, sì?
«Ieri pomeriggio?» ripetei.
«Dal mio punto di vista» spiegò il conte. «Per te il nostro incontro
deve ancora avvenire.» Scoppiò a ridere. «Mi piacciono le cose
complicate, hai notato?»
Lo guardai con aria perplessa. In quel momento Gideon cominciò
a suonare e io dimenticai ciò che volevo chiedere. Oddio! Forse
dipendeva dal punch, ma... Uau! Un violino suonato così era
davvero sexy. Bastava il modo in cui Gideon lo aveva preso in mano
e se l'era portato sotto il mento! Non c'era bisogno d'altro, ero
partita. Le sue lunghe ciglia gettavano ombre sulle guance e i capelli
gli ricadevano sul viso mentre prendeva l'archetto e sfiorava le
corde. Trattenni il fiato quando le prime note risuonarono nella sala,
tanto erano dolci e melodiose, e all'improvviso mi venne voglia di
piangere. Sino a questo momento il violino era stato uno degli
strumenti agli ultimi posti nella scala delle mie preferenze, in realtà
mi piaceva sentirlo solo nei film, per sottolineare momenti
particolari. Questo però era di una bellezza incredibile: sia la
melodia dolce amara, sia il giovane che la tirava fuori dallo
strumento. Tutti i presenti ascoltavano rapiti e Gideon suonava con
grande concentrazione, come se fosse completamente solo.
Mi resi conto che stavo piangendo solo quando il conte mi posò
una mano sulla guancia e mi asciugò dolcemente una lacrima con un
dito. Io sussultai spaventata.
Lui mi sorrise con una luce calda nei suoi occhi castani. «Non te ne
devi vergognare» disse piano. «Sarei rimasto deluso se fosse stato
diversamente.»
Con mio grande sgomento ricambiai il sorriso (sul serio! Com'era
possibile! Questo era l'uomo che aveva tentato di strangolarmi!).
«Che musica è questa?» chiesi. Il conte alzò le spalle. «Non lo so.
Presumo che non sia stata ancora composta.»
Nella sala esplose un applauso infernale quando Gideon concluse
il pezzo. Si inchinò sorridendo e riuscì a evitare con successo un bis
ma non un abbraccio da parte della bella Lady Lavinia. Lei gli si
aggrappò al braccio e lui non poté fare altro che trascinarla con sé
verso il divano dove eravamo noi.
«Non è stato meraviglioso?» esclamò Lady Lavinia.
«Non appena ho visto le sue mani, ho capito che sono capaci di
cose straordinarie.»
«Sono pronta a scommetterci» assentii piano. Mi sarei voluta
alzare dal divano, se non altro per evitare che Lady Lavinia mi
guardasse dall'alto in basso, ma non ne avevo la forza. L'alcol mi
aveva messo fuori combattimento gli addominali.
«Uno strumento meraviglioso,
restituendo il violino al conte.
eccellenza»
disse
Gideon
«Uno Stradivari. Costruito per me personalmente dal maestro»
rispose il conte con aria sognante. «Mi piacerebbe che lo tenessi tu,
ragazzo mio. Stasera è proprio l'occasione giusta per una
donazione.»
Gideon arrossì leggermente. Per la gioia, immaginavo. «Io... non
posso...» Fissò il conte negli occhi, poi abbassò lo sguardo e aggiunse:
«È un grande onore per me».
«L'onore è tutto mio» rispose il conte serio.
«Santo cielo» mormorai. Quei due si volevano proprio bene.
«Anche voi avete talento per la musica come il vostro fratello
putativo, Miss Gray?» domandò Lady Lavinia.
No, probabilmente no. Ma di sicuro sono musicale quanto te,
pensai. «Mi piace cantare» risposi.
Gideon mi lanciò un'occhiata d'avvertimento.
«Cantare!» esclamò Lady Lavinia. «Come me e la nostra cara Miss
Fairfax.»
«No» replicai decisa. «Non riesco a raggiungere gli acuti di Miss
Fairfax» - dopo tutto non ero un pipistrello - «né ho un volume di
fiato come voi. Però mi piace cantare.»
«Direi che per stasera abbiamo avuto abbastanza esibizioni
musicali» osservò Gideon.
Lady Lavinia assunse un'espressione offesa.
«Naturalmente, saremmo entusiasti se voi voleste farci ancora una
volta l'onore» si affrettò ad aggiungere Gideon, gettandomi
un'occhiata torva. Dato che ero ubriaca fradicia, stavolta non me la
presi.
«Hai suonato... meravigliosamente» dissi. «Mi è venuto da
piangere. Davvero!»
Lui sorrise come se avessi appena fatto una battuta, poi rimise lo
Stradivari nella custodia.
Lord Brompton si avvicinò ansimando a noi con due bicchieri di
punch, assicurando Gideon di essere rimasto affascinato dal suo
virtuosismo e osservando con rammarico che era un vero peccato
che il povero Alastair avesse perso quello che senza dubbio era stato
l'apice della serata.
«Secondo voi Alastair riuscirà a raggiungerci qui stasera?»
domandò il conte con una punta di apprensione.
«Ne sono convinto» rispose Lord Brompton mentre mi porgeva
un bicchiere. Io bevvi avidamente una sorsata. Accidenti, se era
buona quella roba. Bastava solo annusarla per andare su di giri. Ero
pronta ad afferrare una spazzola per capelli, mettermi a saltare sul
letto e cantare Breaking free, con o senza Zac Efron!
«Milord, dovete assolutamente convincere Miss Gray a cantarci
qualcosa» disse Lady Lavinia. «Le piace tanto cantare.»
Aveva pronunciato quelle parole con una strana vibrazione che
mi insospettì. Per qualche motivo mi faceva pensare a Charlotte.
Non le somigliava, ma da qualche parte sotto quel vestito verde
chiaro si nascondeva di sicuro una Charlotte, di questo ero convinta.
Il genere di persona che si sforza sempre in ogni modo affinché gli
altri, di fronte alla propria mediocrità, si rendano conto di quanto lei
sia unica e fantastica. Puah!
«D'accordo» dissi cercando nuovamente di alzarmi dal divano.
Questa volta funzionò. Riuscii addirittura a restare in piedi. «Allora
canterò.»
«Come, scusa?» intervenne Gideon scrollando la testa. «È escluso
che possa cantare - temo che il punch...»
«Miss Gray, per noi tutti sarebbe un grande piacere se voleste
cantare» disse Lord Brompton ammiccando con tanto fervore che i
suoi quindici doppi menti ondeggiarono pericolosamente. «E se il
responsabile fosse il punch tanto meglio. Venite con me. Vi
annuncerò.»
Gideon mi trattenne per un braccio. «Non è una buona idea»
disse. «Lord Brompton, ve ne prego, la mia sorella putativa non si è
mai esibita davanti al pubblico...»
«C'è sempre una prima volta» sentenziò Lord Brompton
sospingendomi con sé. «Siamo tra amici. Non fate il guastafeste!»
«Esatto. Non fare il guastafeste» ripetei staccando la mano di
Gideon dal mio braccio. «Per caso hai con te una spazzola? Riesco a
cantare meglio quando ne tengo in mano una.»
Gideon mi guardò un po' sgomento. «Non se ne parla proprio»
disse seguendo me e Lord Brompton verso il clavicembalo.
Alle nostre spalle udii la risata sommessa del conte.
«Gwen...» sibilò Gideon. «Smettila con queste sciocchezze.»
«Penelope» lo corressi, poi svuotai il bicchiere in un colpo solo e
glielo porsi. «Che ne pensi, potrebbe piacergli Over the Rainbow?
Oppure» e qui ridacchiai «è meglio Hallelujah!»
Gideon sbuffò. «Non puoi fare questo. Vieni con me!»
«Sì, forse è troppo moderna. Vediamo...» Ripercorsi mentalmente
la mia playlist, mentre Lord Brompton mi annunciava con parole
elogiative. Mr Merchant, il palpatette, ci raggiunse. «La dama ha
bisogno di un valido accompagnamento al clavicembalo?» si
informò.
«No, la dama ha bisogno... di qualcos'altro» disse Gideon
gettandosi sullo sgabello. «Ti prego, Gwen...»
«Semmai Pen» dissi. «So che cosa canterò. Don't cry for me
Argentina. Conosco il testo a memoria e il musical è un genere senza
tempo, non trovi anche tu? Forse però loro non conoscono
l'Argentina...»
«Non vorrai davvero fare una figuraccia di fronte a tanta gente?»
Stava cercando in tutti i modi di mettermi paura, ma nelle mie
condizioni era impossibile. «Senti» ribattei in tono confidenziale.
«Non me ne importa niente di questa gente. Per prima cosa, sono
morti da due secoli e in secondo luogo sono tutti su di giri e
ubriachi, a parte te, naturalmente.»
Gideon con un sospiro appoggiò la fronte alle mani, producendo
una serie di accordi al pianoforte con i gomiti.
«Conosce... hmmm, conoscete forse Memory? Da Cats?» chiesi a
Mr Merchant.
«Oh, no, mi rincresce» rispose Mr Merchant.
«Non ha importanza, vorrà dire che canterò a cappella» risposi
fiduciosa poi mi voltai verso il pubblico. «La canzone si chiama
Memory e parla... di un gatto innamorato. In realtà però va bene
anche per le persone. In senso lato.»
Gideon aveva sollevato il capo e mi guardava incredulo. «Per
favore...» ripeté.
«Non lo racconteremo a nessuno» promisi. «Va bene? Sarà il
nostro segreto.»
«Finalmente. La meravigliosa, unica e affascinante Miss Gray
canterà per noi!» esclamò Lord Brompton. «Per la prima volta si
esibirà in pubblico!»
Avrei dovuto essere nervosa, perché tutte le voci tacquero e tutti
gli sguardi si posarono su di me, invece non lo ero. Ah, quel punch
era davvero celestiale! Dovevo assolutamente farmi dare la ricetta.
Cos'è che volevo cantare?
Gideon suonò qualche accordo e io riconobbi le prime note.
Memory. Ah, sì, giusto. Gli sorrisi riconoscente. Che carino da parte
sua accompagnarmi. Feci un profondo respiro. La prima nota era
fondamentale in questa canzone. Se si sbagliava tonalità, tanto
valeva smettere. Bisognava pronunciare «Midnight» in maniera
limpida ma non incalzante.
Fui soddisfatta del risultato perché mi riuscì come a Barbra
Streisand. «Not a sound from the pavement, has the moon lost her
memory? She is smiling alone.»
Guarda un po'. Gideon sapeva anche suonare il pianoforte. E
neppure male, per di più. Oddio, se non fossi già stata così
irrimediabilmente innamorata di lui, di sicuro me ne sarei infatuata
adesso. Non doveva neppure guardare i tasti, si limitava a fissare me.
E aveva un'aria un po' stupita, come qualcuno che ha appena fatto
una scoperta sconcertante.
«All alone in the moonlight I can dream at the old days» cantai
solo per lui. La sala aveva un'acustica eccezionale, sembrava quasi di
cantare con un microfono. Forse dipendeva dal fatto che tutti erano
in perfetto silenzio. «Let the memory live again.» Era molto più
divertente che con Sing Star. Davvero, davvero eccezionale. E anche
se era solo un sogno e da un momento all'altro il padre di Cynthia
fosse entrato in camera dando in escandescenze per il nostro
comportamento - era un'esperienza indimenticabile.
Nessuno mi avrebbe mai creduto.
Time ain't nothing but time.
It's a verse with no rhyme
and it all comes down to you.
Bon Jovi
Capitolo 11
L'unica pecca era che la canzone fosse troppo corta. Ebbi la
tentazione di aggiungere una strofa, ma avrei rischiato di rovinare
l'impressione generale, così lasciai perdere. Con qualche rimpianto
cantai i miei versi preferiti: «If you touch me, you'll under stand what
happiness is. Look, a new day has begun». Ancora una volta mi resi
conto che la canzone non poteva essere stata scritta appositamente
per i gatti. Forse dipendeva dal punch - anzi, sicuramente - ma gli
ospiti di questa soirée sembravano gradire la nostra esibizione tanto
quanto avevano apprezzato le arie d'opera precedenti. In ogni caso
applaudirono entusiasti e, mentre Lady Brompton si precipitava
verso di me, io feci un inchino a Gideon, dicendo con trasporto:
«Grazie! Sei stato davvero carino. E suoni benissimo!»
Lui tornò ad appoggiare la testa sulla mano, quasi non riuscisse a
capacitarsi di ciò che aveva fatto.
Lady Brompton mi abbracciò e Mr Merchant mi baciò con
passione sulle guance, chiamandomi «ugola d'oro» e pretendendo un
bis.
Ero così di buon umore che l'avrei accontentato subito, ma
Gideon si riscosse dal proprio torpore, si alzò e mi afferrò per un
polso. «Sono sicuro che Andrew Lloyd Webber sarebbe entusiasta di
sapere che il pubblico apprezza la sua musica già ora, ma mia sorella
ora deve riposare. Fino alla settimana scorsa ha avuto una brutta
infiammazione alla gola e deve riguardare la voce su indicazione del
medico, altrimenti rischia di perderla per sempre.»
«Santo cielo» esclamò Lady Brompton. «Perché non ce l'avete
detto prima? Povera fanciulla!»
Io canticchiai divertita sottovoce «I feel pretty» da West Side Story.
«Io... il vostro punch è veramente eccezionale» disse Gideon. «Fa
dimenticare ogni prudenza.»
«Oh, questo è vero» confermò Lady Brompton con espressione
raggiante. Poi abbassò la voce e aggiunse: «Avete appena scoperto il
segreto del mio successo come padrona di casa. Tutta Londra ci
invidia per le nostre feste sempre piene di atmosfera, tutti si
contendono un invito da noi. Ma ho impiegato anni per affinare la
ricetta e la rivelerò solo in punto di morte».
«Che peccato» commentai. «Comunque è vero: la vostra soirée è
molto più bella di quanto mi fosse stato prospettato! Mi avevano
assicurato che si trattava di un evento noioso, ingessato...»
«...la sua governante è un po' conservatrice» mi interruppe
Gideon. «E poi bisogna riconoscere che la vita sociale nel Derbyshire
è un po' antiquata.»
Lady Brompton fece un risolino. «Ne sono convinta anch'io. Oh, è
arrivato Lord Alastair!» Guardò verso la porta dove Lord Brompton
stava salutando un nuovo arrivato. Era un uomo di mezza età
(difficile valutarlo a causa della candida parrucca che sfoggiava), con
una sontuosa finanziera decorata di ricami e pietruzze luccicanti che
lo facevano scintillare. L'effetto abbagliante era accresciuto dall'uomo
vestito di nero che gli stava accanto. Era avvolto in un mantello nero
e aveva capelli nerissimi e un incarnato olivastro; anche da lontano
mi resi conto che i suoi occhi, simili a quelli di Rakoczy, sembravano
enormi buchi neri. Era come una nota stonata in mezzo agli invitati
sgargianti e ingioiellati. «Cominciavo a temere che Alastair oggi non
ci avrebbe fatto l'onore della sua presenza. Anche se non sarebbe
stata una tragedia, se volete saperlo. La sua presenza non
contribuisce certo ad aumentare la spensieratezza e la gioia.
Cercherò di fargli bere un bicchierino di punch e poi di spedirlo a
giocare a carte...»
«E noi proveremo a migliorare il suo umore con un po' di canto»
disse Mr Merchant sedendosi al clavicembalo. «Volete farmi l'onore.
Lady Lavinia? Così fan tutte?»
Gideon si posò la mia mano sul braccio e mi fece allontanare di
qualche passo. «Si può sapere quanto hai bevuto, per la miseria?»
«Qualche bicchierino» ammisi. «Di sicuro l'ingrediente segreto non
è solo alcol. Forse assenzio? Come in quel film tristissimo con Nicole
Kidman. Moulin Rouge.» Sospirai. «The greatest thing you'll ever
learn is just to love and be loved in return. Scommetto che sai
suonare anche questa.»
«Te lo dico una volta per tutte: io detesto i musical» dichiarò
Gideon. «Pensi di resistere ancora per qualche minuto? Lord Alastair
finalmente è arrivato e dopo averlo salutato potremo andarcene.»
«Di già? Che peccato» dissi.
Gideon mi guardò scrollando il capo. «Devi aver perso la
cognizione del tempo. Se potessi, ti infilerei la testa sotto l'acqua
fredda.»
Il conte di Saint Germain ci raggiunse. «Un'esibizione davvero...
particolare» disse guardando Gideon con il sopracciglio alzato.
«Mi rincresce» rispose Gideon con un sospiro, poi si girò verso i
due nuovi arrivati. «Lord Alastair mi sembra un po' appesantito
rispetto a prima.»
Il conte rise. «Non farti illusioni. Il mio nemico è sempre in ottima
forma. Rakoczy l'ha visto oggi pomeriggio tirare di scherma con
Galliano: i giovani bellimbusti non avevano alcuna possibilità contro
di lui. Seguitemi, sono ansioso di vedere la faccia che farà.»
«Oggi è così simpatico» bisbigliai a Gideon mentre seguivamo il
conte. «Sai, l'ultima volta mi ha messo una gran paura, ma oggi ho
quasi la sensazione che sia mio nonno o giù di lì. Non so perché, ma
mi piace. E stato così generoso a regalarti lo Stradivari. Di sicuro vale
una fortuna, a metterlo in vendita su eBay. Ops, il pavimento è
sempre così sconnesso.»
Gideon mi cinse la vita con un braccio. «Ti giuro che ti ucciderò
non appena saremo tornati indietro» mormorò.
«Sto farfugliando?»
«Non ancora» disse, «ma ci arriverai.»
«Vi avevo detto che sarebbe arrivato da un momento all'altro,
no?» Lord Brompton posò una mano sulla spalla dell'uomo con la
giacca d'oro scintillante e l'altra su quella del conte. «Mi hanno detto
che vi conoscete già. Lord Alastair, non mi avete mai fatto parola di
conoscere di persona il celebre conte di Saint Germain.»
«Non è cosa di cui ami vantarmi» ribatté Lord Alastair in tono
arrogante e l'uomo vestito di nero con la pelle olivastra che stava
qualche passo dietro di lui aggiunse con voce arrochita: «Così è». I
suoi occhi neri trafiggevano il viso del conte, lasciando intendere
senza ombra di dubbio quanto fosse profondo il suo odio per lui.
Per un attimo mi venne il sospetto che tenesse una spada nascosta
sotto il mantello, pronto a sguainarla. Non riuscivo proprio a capire
perché indossasse quel mantello. Tanto per cominciare faceva
abbastanza calcio, e poi sembrava maleducato e singolare in mezzo a
quell'ambiente festoso.
Lord Brompton rivolse intorno a sé occhiate soddisfatte, come se
non avesse colto l'atmosfera ostile tra i presenti.
Il conte fece un passo avanti. «Lord Alastair, che piacere! Anche se
la nostra conoscenza risale a parecchi anni fa, non vi ho mai
dimenticato» disse.
Siccome ero dietro al conte, non potevo vedere la sua
espressione, ma dalla sua voce sembrava che stesse sorridendo.
Parlava in tono amichevole e brioso. «Ricordo ancora le nostre
conversazioni sulla schiavitù e la morale e come trovassi
sorprendente che voi foste in grado di separare perfettamente le due
cose, proprio come vostro padre.»
«Il conte non dimentica mai niente» disse Lord Brompton con
trasporto. «Ha una mente fenomenale! Negli ultimi giorni trascorsi in
sua compagnia ho imparato più cose che in tutta la mia vita
precedente. Per esempio, lo sapevate che il conte è in grado di
creare pietre preziose artificiali?»
«Sì, ne ero al corrente.» Lo sguardo di Lord Alastair, se possibile, si
fece ancora più gelido mentre il suo accompagnatore respirava a
ritmo accelerato, come se fosse sul punto di perdere il controllo. Io
fissavo affascinata il suo mantello.
«Se ricordo bene la scienza non è proprio il cavallo di battaglia di
Lord Alastair» osservò il conte. «Oh, che maleducazione da parte
mia.» Fece un passo di lato, mettendo così allo scoperto me e
Gideon. «Volevo presentarvi questi due meravigliosi giovani.
Sinceramente sono loro l'unico motivo della mia presenza qui oggi.
Alla mia età si evitano le occasioni mondane e si preferisce coricarsi
presto la sera.»
Alla vista di Gideon il lord spalancò gli occhi incredulo.
Lord Brompton sistemò la propria mole tra Gideon e me. «Lord
Alastair, posso presentarvi il figlio del visconte di Batten? E lei è la
pupilla del visconte, l'incantevole Miss Gray.»
La mia riverenza risultò meno rispettosa di quanto prescrivesse
l'etichetta per due motivi: per prima cosa avevo un equilibrio
precario, e poi il lord aveva un'aria così arrogante che dimenticai
completamente di essere solo la pupilla povera del visconte di
Batten. Ehi, anch'io ero nipote di un lord con un retaggio lungo e
famoso e poi alla nostra epoca le origini non avevano più alcuna
rilevanza: tutte le persone erano uguali, giusto?
Lo sguardo di Lord Alastair mi avrebbe raggelato il sangue in altre
circostanze, ma il punch era un efficace antigelo e così ricambiai la
sua occhiata con tutta la regalità possibile. In ogni caso non mi
degnò a lungo delle sue attenzioni, era Gideon l'oggetto del suo
interesse, mentre Lord Brompton parlava allegramente di noi.
Nessuno si diede la pena di presentare l'accompagnatore in nero
di Lord Alastair, e nessuno parve accorgersi che mi fissava da dietro
la spalla di Lord Alastair mormorando: «Tu! Demone con gli occhi di
zaffiro! Tu finirai presto all'inferno».
Come, prego? Adesso era troppo. Cercai aiuto girandomi verso
Gideon che aveva sulle labbra un sorriso piuttosto teso. Parlò solo
quando Lord Brompton dichiarò di voler andare a chiamare la
moglie e a prendere qualche bicchiere di punch.
«Vi prego di non darvi questo disturbo. Lord Brompton» disse.
«Tanto dobbiamo congedarci. Mia sorella è ancora un po' debole
dopo la lunga malattia e non è abituata a restare alzata fino a tardi.»
Mi cinse di nuovo la vita con un braccio mentre con l'altro mi
afferrava il gomito. «Come vedete fa ancora fatica a reggersi in
piedi.»
Aveva proprio ragione! Il pavimento ondeggiava pericolosamente
sotto i mici piedi. Mi appoggiai a lui piena di gratitudine.
«Nessun disturbo, torno subito!» esclamò il lord. «Sono sicuro che
mia moglie riuscirà a convincervi a restare ancora.»
Il conte di Saint Germain lo guardò allontanarsi con un sorriso.
«Che buonanima, è sempre alla ricerca dell'armonia e non
sopporterebbe certo di vederci litigare.»
Lord Alastair scrutò Gideon con malcelata ostilità. «All'epoca si
spacciava per un certo marchese Welldone, se ricordo bene. Oggi
invece è il figlio di un visconte. Anche il vostro protetto è incline
quanto voi alla millanteria. Davvero increscioso.»
«Si chiamano pseudonimi diplomatici» disse il conte sempre
sorridendo. «Ma voi di certo non potete capire. In ogni caso, ho
saputo che avete apprezzato molto il vostro piccolo duello durante
l'incontro di undici anni fa.»
«Io apprezzo ogni duello» disse Lord Alastair. Fingendo di non
sentire il suo accompagnatore che sbraitava: «Annienta i nemici di
Dio con le spade degli angeli e degli arcangeli» proseguì impassibile:
«E da allora ho imparato alcuni trucchi. Il vostro protetto al
contrario sembra invecchiato solo di pochi giorni in questi undici
anni e, come ho potuto constatare di persona, non ha avuto tempo
di affinare la sua tecnica».
«Constatare di persona?» ripeté Gideon con una risata beffarda.
«Per farlo vi sareste dovuto presentare di persona. Invece vi siete
limitato a mandare i vostri uomini e per loro la mia tecnica è stata
più che sufficiente. Il che dimostra ancora una volta quanto sia
meglio occuparsi personalmente di certe faccende.»
«Che cosa volete...?» Lord Alastair socchiuse gli occhi. «Ah, parlate
dell'incidente di lunedì scorso a Hyde Park. Giusto, avrei dovuto
agire di persona. Comunque si trattava di un'idea spontanea. Ma
senza l'aiuto della magia nera e di una... fanciulla non sareste
sopravvissuto.»
«Sono lieto di sentirvi parlare in maniera tanto schietta» osservò il
conte. «Infatti, da quando i vostri uomini hanno attentato alla vita
dei miei giovani amici, sono un po' sconcertato... pensavo di essere
io l'oggetto dei vostri agguati. Di certo capirete che non sono
disposto a tollerare di nuovo certe cose.»
«Voi fate ciò che ritenete necessario, io faccio ciò che devo»
replicò Lord Alastair mentre il suo accompagnatore brontolava:
«Morte! Morte ai demoni!» con tale enfasi che non dubitai più che
potesse nascondere una spada laser sotto il mantello. Di sicuro era
un tipo pericoloso. Non mi fidavo più a ignorare il suo bizzarro
comportamento.
«Anche se non siamo stati presentati e da parte mia riconosco di
avere i miei problemi con le forme di comunicazione di quest'epoca»
dissi guardandolo direttamente negli occhi, «ritengo i vostri discorsi
di morte e demoni assolutamente inappropriati.»
«Non parlare con me, demone!» mi ordinò brusco. «Io sono
invisibile per i tuoi occhi di zaffiro! E le tue orecchie non possono
sentirmi.»
«Già, vi piacerebbe» replicai. Fui assalita all'improvviso dalla
voglia di tornare a casa, o quantomeno di sedermi sul divano, per
quanto fosse duro. La sala ondeggiava intorno a me come una nave
sul mare mosso.
Gideon, il conte e Lord Alastair rimasero sconcertati.
Dimenticarono all'istante di rinfacciarsi discorsi enigmatici e mi
fissarono allibiti.
«Le spade dei miei discendenti affonderanno nelle vostre carni,
l'Alleanza fiorentina vendicherà ciò che è stato fatto alla mia stirpe e
cancellerà dalla faccia della terra ciò che non è gradito a Dio»
sentenziò Darth Vader senza rivolgersi a nessuno in particolare.
«Con chi stai parlando?» mi bisbigliò Gideon.
«Con quello lì» risposi aggrappandomi più saldamente a lui e
indicando Darth Vader. «Qualcuno dovrebbe dirgli che il suo
mantello non... non è proprio all'ultima moda e che io - grazie tante
- non sono un demone e non voglio essere trafitta dalle spade dei
suoi discendenti e cancellata dalla faccia della terra. Ahia.»
Gideon mi aveva stretto l'avambraccio.
«Che cosa sarebbe questa commedia, conte?» chiese Lord Alastair
sistemandosi una vistosa spilla alla cravatta.
Il conte non lo guardò neppure. I suoi occhi sotto le pesanti
palpebre erano posati su di me. «Molto interessante» sussurrò.
«Evidentemente è in grado di vedere fino nel fondo della vostra
anima nera e perduta, caro Alastair.»
«Ha bevuto così tanto che temo stia farneticando» disse Gideon,
poi mi sibilò all'orecchio: «Stai zitta!»
Fui assalita all'improvviso da un doloroso crampo allo stomaco,
perché di colpo mi fu chiaro che gli altri non potevano vedere né
sentire Darth Vader, precisamente perché era un maledetto fantasma!
Se non fossi stata tanto ubriaca, sarei giunta prima a questa evidente
conclusione. Fin dove poteva arrivare la stupidità umana? Né il suo
abbigliamento né la sua acconciatura corrispondevano a quelle del
secolo in cui mi trovavo e al più tardi, quando aveva intonato la sua
patetica filippica, mi sarei dovuta accorgere chi o meglio che cosa
avevo davanti.
Lord Alastair gettò la testa all'indietro e disse: «Sappiamo entrambi
chi di noi ha l'anima del diavolo, conte. Con l'aiuto di Dio impedirò
che queste... creature possano addirittura nascere!»
«Trafitte dalle spade della Santa Alleanza fiorentina» concluse
Darth Vader a guisa di benedizione.
Il conte scoppiò a ridere. «Continuate a non capire le leggi del
tempo, Alastair. Il solo fatto che questi due giovani vi siano davanti
dimostra che il vostro proposito non andrà a segno. Forse non
dovreste affidarvi troppo all'aiuto di Dio in questa faccenda. E
neppure alla mia longanimità.» Di colpo il suo sguardo e la sua voce
si fecero di ghiaccio e vidi il lord indietreggiare spaventato. Per un
attimo dal suo viso scomparve ogni traccia di arroganza, sostituita da
un'espressione di nudo terrore.
«Cambiando le regole del gioco, avete segnato la vostra
condanna a morte» sentenziò il conte con la stessa identica voce con
cui l'ultima volta mi aveva spaventato a morte e d'un tratto mi
convinsi di nuovo del fatto che fosse in grado di sgozzare qualcuno
di propria mano.
«Le vostre minacce non mi tangono» bisbigliò Lord Alastair, ma la
sua espressione lo contraddiceva. Si portò una mano al collo, cereo.
«Non vorrete andare via di già, miei cari?» Lady Brompton ci
raggiunse in un frusciare di gonne e si guardò intorno gioiosa.
I lineamenti del conte di Saint Germain si distesero, trasmettendo
solo benevolenza. «Ah, ecco la nostra meravigliosa padrona di casa.
Devo dire che siete proprio all'altezza della vostra fama, Milady. Era
da tempo che non mi divertivo così.»
Lord Alastair si massaggiò il collo. A poco a poco le sue guance
tornarono a colorirsi.
«Satanasso! Satanasso!» esclamò Darth Vader adirato.
annienteremo, ti strapperemo quella lingua biforcuta...»
«Ti
«I miei giovani amici si rammaricano quanto me di dover già
lasciare questa compagnia» proseguì il conte con un sorriso. «Ma li
incontrerete presto, al ballo di Lord e Lady Pimplebottom.»
«Una compagnia è sempre interessante solo quanto lo sono i suoi
partecipanti» disse Lady Brompton. «Pertanto sarei lieta di potervi
ospitare ancora da me. Insieme ai vostri meravigliosi giovani amici. È
stato un grande piacere per tutti noi.»
«Vi assicuro che il piacere è stato tutto nostro» rispose Gideon
lasciandomi con cautela, quasi temesse che non fossi in grado di stare
in piedi da sola. Nonostante la sala continuasse a ondeggiare come
una nave e i pensieri nella mia testa fossero in preda a un violento
mal di mare (tanto per restare nella metafora), riuscii a ritrovare un
contegno e feci onore agli insegnamenti che mi aveva impartito
Giordano e soprattutto James. Ignorai apertamente solo Lord
Alastair e il fantasma che continuava a lanciare terribili anatemi. Feci
la riverenza a Lord e Lady Brompton ringraziandoli per la bella
serata e battei le ciglia quando Lord Brompton mi lasciò la scia
umida di un bacio sulla mano.
Al conte rivolsi una profonda riverenza, senza tuttavia osare
guardarlo ancora negli occhi. Quando lui disse sottovoce: «Allora ci
vediamo domani pomeriggio» mi limitai ad annuire aspettando con
gli occhi bassi finché Gideon tornò accanto a me e mi prese per un
braccio. Riconoscente, mi lasciai condurre fuori dal salone.
«Dannazione, Gwendolyn, non era una festa a casa dei tuoi
compagni di scuola! Come hai potuto?» Gideon mi gettò
sgarbatamente lo scialle sulle spalle. Quasi sicuramente avrebbe
preferito darmi una bella scrollata.
«Mi spiace» ripetei per l'ennesima volta.
«Lord Alastair è venuto qui accompagnato solo da un paggio e dal
suo cocchiere» borbottò Rakoczy, comparso alle spalle di Gideon
come una specie di pupazzo a molla. «La strada e la chiesa sono
sicure. Tutti gli ingressi della chiesa sono sorvegliati.»
«Vieni, allora» disse Gideon prendendomi per mano. «Se volete,
posso trasportare io la signorina» si offrì Rakoczy. «Non mi sembra
tanto sicura sulle gambe.»
«Un'ottima idea, ma... no, grazie» rispose Gideon. «Ce la fa anche
da sola, giusto?» Io annuii decisa.
La pioggia si era infittita. Dopo il salone illuminato a giorno dei
Brompton il tragitto al buio fino alla chiesa fu persino più
inquietante che all'andata. Di nuovo quella sensazione che l'oscurità
prendesse vita, che dietro ogni angolo si nascondesse un'ombra,
pronta a gettarsi su di noi. «... Cancellare dalla faccia della terra ciò
che non è gradito a Dio» sembravano mormorare le ombre.
Anche Gideon pareva piuttosto a disagio. Camminava così in
fretta che faticavo a stargli dietro e non parlava. Purtroppo la
pioggia non mi aiutava a pensare con chiarezza né a fare in modo
che il terreno smettesse di ondeggiare sotto i miei piedi. Tanto
maggiore fu quindi il mio sollievo quando raggiungemmo la chiesa e
Gideon mi fece sedere su uno dei banchi davanti all'altare. Mentre
lui scambiava poche parole con Rakoczy, io chiusi gli occhi e
maledissi la mia dissennatezza. Certo, quel punch aveva avuto anche
effetti positivi, ma tutto sommato avrei fatto meglio a rispettare il
patto anti alcol stretto da me e Leslie. Con il senno di poi si è sempre
più saggi.
Come al nostro arrivo, c'era solo una candela accesa sull'altare e,
a parte quella piccola isola di chiarore, l'interno della chiesa era
completamente buio. Quando Rakoczy si ritirò - «I miei uomini
sorveglieranno tutte le porte e le finestre fino al vostro salto» - venni
assalita dalla paura. Alzai lo sguardo verso Gideon che si era
avvicinato al banco.
«Qui dentro fa paura proprio come fuori. Perché non rimane con
noi?»
«Per educazione.» Incrociò le braccia sul petto. «Non vuole
assistere alla lavata di capo che ti farò. Ma non preoccuparti, siamo
soli. Gli uomini di Rakoczy hanno controllato ogni angolo.»
«Quanto manca ancora al salto?»
«Non molto. Gwendolyn, certo ti rendi conto di aver fatto
esattamente il contrario di ciò che dovevi, vero? Come sempre, del
resto.»
«Allora non avresti dovuto lasciarmi da sola. Scommetto che
anche questo è stato esattamente il contrario di ciò che avresti
dovuto fare tu!»
«Ora non dare la colpa a me. Prima ti ubriachi, poi canti canzoni
da musical e infine ti comporti come una pazza proprio di fronte a
Lord Alastair! Che cosa erano quei discorsi su spade e demoni?»
«Non sono stata io a cominciare. C'era quel fa...» mi morsi la
lingua. Non potevo dirglielo, già mi considerava una pazza.
Gideon fraintese del tutto il mio improvviso silenzio. «Oh, no! Per
favore, non metterti a vomitare! Oppure, se proprio devi,
allontanati da me.» Mi guardò disgustato. «Santo cielo, Gwendolyn,
capisco che possa venire la tentazione di ubriacarsi a una festa, ma
non proprio a questa!»
«Non mi viene da vomitare.» Almeno per il momento. «E non
bevo mai alle feste, al contrario di quanto può averti riferito
Charlotte.»
«Lei non mi ha raccontato proprio niente» ribatté Gideon.
Mi venne da ridere. «Certo, come no. Non ti ha nemmeno detto
che io e Leslie siamo state con tutti i ragazzi della nostra classe e in
pratica con tutti quelli delle classi più avanti, giusto?»
«Perché avrebbe dovuto dire una cosa del genere?»
Vediamo, forse perché è una subdola strega rossa di capelli? Cercai
di grattarmi la testa, ma le mie dita non riuscirono a penetrare nella
spessa cortina di capelli. Allora tirai fuori una forcina e la usai allo
scopo. «Mi spiace, davvero! Si può dire tutto di Charlotte, ma di
sicuro non avrebbe neppure annusato quel punch.»
«Questo è vero» riconobbe Gideon, poi all'improvviso sorrise.
«Viceversa, però, quelle persone non avrebbero sentito Andrew
Lloyd Webber con duecento anni di anticipo, e sarebbe stato un
vero peccato.»
«Giusto... anche se probabilmente domani vorrò sprofondare
sottoterra per la vergogna.» Mi nascosi il volto tra le mani. «A
pensarci bene, vorrei farlo già adesso.»
«Questo è un buon segno» osservò Gideon. «Significa che l'effetto
dell'alcol sta passando. Avrei da farti ancora una domanda: a che
cosa ti sarebbe servita una spazzola per capelli?»
«Come sostituto del microfono» mormorai tra le dita. «Oddio!
Che figuraccia.»
«Però hai una bella voce» disse Gideon. «È piaciuta anche a me,
che detesto i musical.»
«Allora come facevi a saperlo suonare tanto bene, se lo odi?» Mi
abbassai le mani in grembo e lo guardai. «Sei stato incredibile! C'è
qualcosa che non sai fare?» Santo cielo, sembravo una fan esagitata.
«No! Puoi considerarmi tranquillamente un dio.» Sorrise malizioso.
«È molto carino da parte tua. Vieni, ci siamo quasi. Dobbiamo
prendere posizione.»
Mi alzai cercando di reggermi in piedi il più possibile.
«Da questa parte» mi indicò Gideon. «Dai, non fare quella faccia
così abbattuta. In fondo la serata è stata un successo. Le cose sono
andate un po' diversamente dal programma, ma è filato tutto liscio.
E fermati.» Mi cinse la vita con entrambe le mani e mi attirò a sé,
finché mi ritrovai con la schiena contro il suo petto. «Puoi
appoggiarti a me.» Dopo un attimo di silenzio aggiunse: «Mi spiace
di essere stato così brusco prima».
«Figurati, l'ho già dimenticato.» In realtà era una bugia. Ma era la
prima volta che Gideon si scusava del suo comportamento e forse
dipendeva dall'alcol o dallo scemare del suo effetto, ma ne rimasi
molto colpita.
Restammo per un po' così a guardare la luce tremolante della
candela sull'altare. Le ombre tra le colonne sembravano muoversi e
creavano macchie scure sul pavimento e sul soffitto. «Quell'Alastair,
perché odia tanto il conte? È una questione personale?»
Gideon cominciò a giocherellare con una ciocca che mi ricadeva
sulla spalla. «Pare di sì. Ciò che tanto pomposamente si chiama
Alleanza fiorentina in realtà è da secoli una specie di impresa
familiare. Durante i suoi viaggi nel XVI secolo il conte ebbe
involontariamente un litigio con la famiglia del conte di Madrone a
Firenze. O, meglio, diciamo che le sue capacità furono fraintese. I
viaggi nel tempo non si sposavano con la concezione religiosa del
conte, inoltre ci fu un equivoco con la figlia, in ogni caso era
convinto di avere di fronte un demone e riteneva di aver ricevuto da
Dio il diritto di spedire all'inferno tale abominevole creatura.» La sua
voce di colpo risuonò vicinissima al mio orecchio e, prima di
continuare, mi sfiorò con le labbra il collo. «Alla morte del conte di
Madrone, il figlio ereditò il suo lascito e così di seguito. Lord Alastair
è l'ultimo di una serie di fanatici cacciatori di demoni, per così dire.»
«Ho capito» risposi, sebbene non fosse proprio la verità. Ma
combaciava con quanto avevo visto e sentito in precedenza. «Dimmi
una cosa, forse mi stai baciando?»
«No, quasi» mormorò Gideon con le labbra sospese sulla mia
pelle. «Non vorrei assolutamente approfittare del fatto che tu sei
ubriaca e mi reputi un dio. Però mi è difficile...»
Chiusi gli occhi e reclinai la testa all'indietro contro la sua spalla,
mentre lui mi stringeva più forte.
«Come ti ho già detto, non rendi certo facili le cose. Quando mi
trovo in chiesa con te, mi vengono sempre strani pensieri...»
«C'è qualcosa che non sai di me» dissi a occhi chiusi. «A volte
vedo... posso... ecco, persone morte da tempo... a volte le vedo e
sento ciò che dicono. Come prima. Credo che l'uomo che ho visto
accanto a Lord Alastair fosse quel conte italiano.»
Gideon tacque. Con tutta probabilità stava cercando il modo più
delicato per consigliarmi di andare da un bravo psichiatra.
Sospirai. Avrei dovuto tenermelo per me. Adesso mi giudicava
decisamente pazza.
«Ci siamo, Gwendolyn» disse allontanandomi da sé e facendomi
girare verso di lui. Era troppo buio per decifrare la sua espressione,
ma vidi che era serio. «Sarebbe bello se, nei secondi in cui non ci
sarò, tu riuscissi a restare in piedi. Pronta?»
Scrollai la testa. «Veramente no.»
«Ora ti lascio» disse e nello stesso momento scomparve. Mi
ritrovai da sola nella chiesa con le sue ombre sinistre. Pochi secondi
dopo avvertii la vertigine allo stomaco e le ombre cominciarono a
girarmi intorno.
«Eccola» annunciò la voce di Mr George. Sbattei le palpebre
accecata. La chiesa era illuminata e le lampade alogene, paragonate
al chiarore dorato delle candele di Lady Brompton, erano molto
fastidiose agli occhi.
«Tutto a posto» disse Gideon rivolgendomi un'occhiata penetrante.
«Può mettere via la sua valigetta medica, dottor White.»
Il dottor White borbottò parole incomprensibili. In effetti l'altare
era ingombro di tutti gli strumenti che di solito si vedono sul
carrellino in una sala operatoria.
«Santo cielo, dottor White, non saranno mica pinze da
clampatura quelle?» esclamò Gideon ridendo. «È bello sapere quale
sia la sua opinione su una soirée nel XVIII secolo.»
«Volevo essere pronto a ogni evenienza» replicò il dottor White,
mentre rimetteva nella borsa gli strumenti.
«Siamo ansiosi di sentire il vostro racconto» disse Falk de Villiers.
«Per prima cosa vorrei togliermi questi abiti.» Gideon si slacciò il
fazzoletto da collo.
«È andato tutto... bene?» domandò Mr George lanciandomi
un'occhiata di sottecchi.
«Sì» rispose Gideon gettando via il fazzoletto. «Si è svolto tutto
secondo i piani. Lord Alastair si è presentato un po' più tardi del
previsto, ma ancora in tempo per vederci.» Mi rivolse un sorriso. «E
Gwendolyn è stata perfetta. L'autentica pupilla del visconte di Batten
non avrebbe potuto comportarsi meglio.»
Non potei fare a meno di arrossire.
«Per me sarà un grande piacere poterlo riferire a Giordano» disse
Mr George con una nota d'orgoglio nella voce. Mi porse il braccio.
«Naturalmente non mi aspettavo niente di diverso...»
«No, certo che no» mormorai.
Caroline mi svegliò sussurrando: «Gwenny, smettila di cantare! È
penoso! Devi andare a scuola!»
Mi sollevai a sedere di scatto e la guardai. «Cantavo?»
«Cosa?»
«Hai detto che dovevo smettere di cantare.»
«Io ti ho detto che dovevi svegliarti!»
«Allora non stavo cantando?»
«Dormivi» ribatté Caroline scuotendo la testa. «Sbrigati, sei di
nuovo in ritardo. La mamma ti manda a dire che non devi
assolutamente azzardati a usare il suo bagnoschiuma.»
Mentre ero sotto la doccia, cercai di scacciare il più possibile dalla
mente i ricordi della giornata precedente. Siccome non mi riusciva,
sprecai diversi minuti stando con la fronte appoggiata al box doccia
ripetendomi sottovoce: «È stato solo un sogno». Il mal di testa che
mi tormentava non migliorava certo la situazione.
Quando scesi infine in sala da pranzo, l'ora di colazione per
fortuna era passata. Xemerius era appeso al lampadario a testa in
giù.
«Allora, passata la sbronza?»
Lady Arisa mi scrutò da capo a piedi. «Hai fatto apposta a
truccarti solo un occhio?»
«Veramente no.» Stavo per tornare sui miei passi, ma la mamma
mi bloccò. «Prima fai colazione» esclamò. «Puoi truccarti anche
dopo.»
«La colazione è il pasto principale della giornata» chiosò zia
Glenda.
«Sciocchezze!» tagliò corto zia Maddy. Era seduta davanti al
camino con indosso la vestaglia e teneva le ginocchia raccolte come
una bambina. «Si può saltare la colazione, così si risparmiano un
sacco di calorie che possono essere investite la sera in un bicchierino
di vino. Oppure anche due o tre.»
«A quanto pare l'inclinazione per le bevande alcoliche è una
tradizione di famiglia» commentò Xemerius.
«Già, come si vede bene dal suo fisico» bisbigliò zia Glenda.
«Anche se sono un po' grassa, non sono sorda, Glenda» disse zia
Maddy.
«Avresti fatto meglio a rimanere a letto» osservò Lady Arisa. «La
colazione trascorre in maniera più rilassata per tutti, quando tu resti
a dormire.»
«Purtroppo non ho scelto io di svegliarmi!» obiettò zia Maddy.
«Stanotte ha avuto una delle sue visioni» mi spiegò Caroline.
«Già, appunto» confermò zia Maddy. «È stato terribile. Una cosa
così triste. Mi ha turbato profondamente. C'era un meraviglioso
cuore di rubino molato che scintillava al sole... si trovava in cima a
un promontorio roccioso.»
Non ero del tutto sicura di voler sentire come andava avanti la
storia.
La mamma mi sorrise. «Mangia qualcosa, tesoro. Magari un po' di
frutta. E cerca di non ascoltare.»
«Poi è arrivato un leone...» Zia Maddy sospirò. «Con una
splendida pelliccia dorata...»
«Uuuh» fece Xemerius. «E scintillanti occhi verdi, scommetto.»
«Hai la faccia sporca di pennarello» dissi rivolta a Nick.
«Shhh» mi rispose lui. «Adesso viene il bello.»
«Quando il leone ha visto il cuore tra le rocce, gli ha dato un
colpo con la zampa e lo ha fatto cadere di sotto, per molti, molti
metri» proseguì zia Maddy afferrandosi il petto con un gesto teatrale.
«Quando la pietra ha colpito il terreno, si è spezzata in centinaia di
schegge e, guardando meglio, mi sono accorta che erano gocce di
sangue...»
Deglutii, assalita dalla nausea.
«Ops» disse Xemerius.
«E poi?» chiese Charlotte.
«Nient'altro» rispose zia Maddy. «Solo questo, ma è già abbastanza
spaventoso.»
«Oh» esclamò Nick deluso. «Era cominciato tanto bene.»
Zia Maddy gli scoccò un'occhiata inviperita. «Io non scrivo
sceneggiature, caro mio!»
«Grazie al cielo» mormorò zia Glenda. Poi si girò verso di me, aprì
la bocca e la richiuse.
Al suo posto parlò Charlotte. «Gideon mi ha raccontato che hai
superato bene la soirée. Devo dire che questo mi solleva molto.
Credo che tutti si sentano sollevati.»
Finsi di non averla sentita e guardai verso il lampadario con
espressione di rimprovero.
«Avrei voluto raccontarti ieri sera che la nostra secchiona è stata a
cena con Gideon. Ma, come posso dire? Tu eri un po'... indisposta»
spiegò Xemerius.
Io sbuffai.
«Non posso mica farci niente se la tua pietruzza scintillante la
invita a fermarsi a cena.» Xemerius si staccò e svolazzò di traverso
sopra il tavolo andando a occupare il posto lasciato vuoto da zia
Maddy, dove si accovacciò impettito con la sua coda da lucertola
avvolta intorno ai piedi. «Voglio dire, al suo posto lo avrei fatto
anch'io. Tanto per cominciare, lei era stata tutto il giorno a fare la
baby-sitter a suo fratello e poi gli aveva anche rimesso a posto
l'appartamento e stirato le camicie.»
«Che cosa?»
«Te l'ho detto, non posso farci niente. Lui era così riconoscente che
si è subito messo all'opera per mostrare quanto fosse bravo a
preparare un piatto di spaghetti per tre persone... accidenti se era di
buonumore. Era molto compiaciuto con se stesso. E adesso chiudi la
bocca, ché ti stanno guardando tutti.»
Era proprio vero.
«Vado a truccarmi l'altro occhio» annunciai.
«E magari mettiti anche un po' di fard» disse Charlotte. «È solo un
suggerimento.»
«La odio!» esclamai. «La odio. La odio!»
«Suvvia! Solo perché gli ha stirato le camicie?» Leslie mi guardava
scrollando il capo. «Lo trovo proprio... stupido!»
«Lui ha cucinato per lei» piagnucolai. «Lei è stata tutto il giorno nel
suo appartamento!»
«Già, ma lui nel frattempo ti ha palpato e coccolato nella chiesa»
sospirò Leslie.
«Non è vero.»
«Però avrebbe voluto farlo.»
«Charlotte l'ha pure baciata!»
«Ma solo sulla guancia, per salutarla» mi brontolò Xemerius
all'orecchio. «Guarda che, se mi costringi a ripeterlo ancora una
volta, scoppierò. Adesso me ne vado. Queste scemenze da ragazze
mi distruggono.» Con pochi colpi d'ala volò sul tetto della scuola
dove si mise comodo.
«Non voglio più sentire una parola sull'argomento» dichiarò
Leslie. «Ora è molto più importante che tu ricordi tutto ciò che è
stato detto ieri. E mi riferisco alle cose davvero importanti, sai,
quelle da cui dipende vita e morte!»
«Ti ho già raccontato tutto quello che so» replicai massaggiandomi
la fronte. Grazie a tre aspirine il mal di testa mi era passato, ma mi
era rimasta una strana sensazione dietro le tempie.
«Hmmm» Leslie consultò i suoi appunti. «Perché non hai chiesto a
Gideon in quale occasione ha conosciuto questo Lord Alastair undici
anni fa e a quale duello si riferiva?»
«Ci sono molte altre cose che non gli ho chiesto, credimi.»
Leslie sospirò di nuovo. «Ti farò un elenco. Così potrai buttare lì
una domanda, al momento strategicamente migliore e quando i tuoi
ormoni te lo consentiranno.» Mise via il blocco e guardò verso
l'ingresso della scuola. «Dobbiamo salire, altrimenti faremo tardi.
Vorrei esserci quando Raphael Bertelin entrerà per la prima volta in
classe nostra. Poverino, probabilmente l'uniforme scolastica gli
sembrerà la tuta di un carcerato.»
Prima di entrare facemmo una breve deviazione fino alla nicchia
di James. Al momento di entrare, quando regnava la massima
confusione, nessuno badava a me se gli parlavo, soprattutto se Leslie
si metteva in modo da dare l'impressione che stessi conversando con
lei.
James si portò un fazzoletto profumato al naso e si guardò
intorno come se cercasse qualcosa. «Vedo che stavolta non hai
portato quel maleducato di un gatto.»
«Indovina una cosa, James, ho partecipato a una soirée da Lady
Brompton» dissi. «E mi sono inchinata esattamente come mi hai
insegnato tu.»
«Ah, Lady Brompton» commentò James. «Non gode proprio fama
di essere una compagnia adeguata. Si dice che i suoi ricevimenti
siano piuttosto turbolenti.»
«In effetti è così. Però speravo che fosse la normalità.»
«Santo cielo, non sia mai!» James corrugò le labbra piccato.
«In ogni caso, credo di essere stata invitata sabato prossimo a un
ballo dai tuoi genitori. Lord e Lady Pimplebottom.»
«Mi riesce difficile crederlo» disse James. «Mia madre dà molta
importanza a mantenere una cerchia di amicizie impeccabile.»
«Grazie tante, eh» ribattei voltandomi per andare via. «Sei proprio
uno snob!»
«Non volevo offenderti» mi gridò dietro James. «E poi che cos'è
uno snob?»
Raphael era appoggiato alla porta quando raggiungemmo la
nostra aula. Aveva un'aria così infelice che ci fermammo davanti a
lui.
«Ciao, io sono Leslie Hay e questa è la mia amica Gwendolyn
Shepherd» disse Leslie. «Ci siamo conosciuti venerdì davanti all'ufficio
del preside.»
Il suo viso fu illuminato dalla traccia di un sorriso. «Mi fa piacere
che almeno voi mi riconosciate. Guardandomi allo specchio prima,
io stesso ho avuto seri problemi.»
«Già» riconobbe Leslie. «Sembri lo steward di una nave da
crociera. Ma poi ci si abitua.»
Il sorriso di Raphael si fece più convinto.
«Basta che stai attento a non infilare la cravatta nella minestra»
dissi. «A me capita di continuo.»
Leslie annuì.
«A proposito di cibo, la mensa qui è orribile. Per il resto, si
sopravvive. Sono sicura che ti ambienterai in fretta.»
«Tu non sei mai stata nella Francia del sud, vero?» domandò
Raphael con una punta di amarezza.
«No» rispose Leslie.
«Si nota. Non riuscirò mai ad ambientarmi in un paese dove piove
ininterrottamente ventiquattro ore al giorno.»
«A noi inglesi non piace sentir parlare sempre così male del nostro
clima» replicò Leslie. «Oh, ecco che arriva Mrs Counter. Per tua
fortuna è un po' francofila. Le diventerai simpatico se di tanto in
tanto infilerai qualche parola francese come per sbaglio mentre
parli.»
«Tu es mignon ne» disse Raphael.
«Lo so» rispose Leslie mentre mi trascinava via con sé. «Però non
sono francofila.»
«Gli piaci» sentenziai mentre gettavo i libri sul banco.
«Sai che me ne importa» disse Leslie. «Tanto non è il mio tipo.»
Scoppiai a ridere. «Come no!»
«Ma dai, Gwen, è già abbastanza che una di noi abbia perso la
testa. Conosco i tipi come lui. Creano solo problemi. E poi è
interessato solo perché Charlotte gli ha detto che sono una ragazza
facile.»
«E perché somigli al tuo cane Bertie» aggiunsi.
«Esatto, proprio per questo.» Leslie si mise a ridere. «Vedrai poi che
mi dimenticherà all'istante non appena Cynthia si getterà su di lui.
Guarda, è stata apposta dal parrucchiere e si è fatta fare i colpi di
sole.»
Ma Leslie si sbagliava. Raphael non aveva in apparenza nessun
interesse a intavolare un dialogo con Cynthia. Quando andammo a
sederci sulla panchina sotto il castagno per l'intervallo e Leslie tirò
fuori ancora una volta il foglietto con il misterioso codice dal libro
del cavaliere verde, Raphael ci raggiunse con passo disinvolto, si
mise seduto senza chiedere il permesso e disse: «Oh, forte,
geocaching».
«Che cosa?» Leslie lo guardò perplessa.
Raphael indicò il foglietto. «Non conoscete il geocaching? È una
specie di moderna caccia al tesoro con il GPS. Quei numeri
somigliano proprio a coordinate geografiche.»
«Ma no, sono soltanto... sul serio?»
«Fammi vedere.» Raphael le tolse di mano il foglio. «Sì. Ammesso
che lo zero prima delle lettere sia un pallino messo in alto per
indicare gradi. E le lineette stiano per minuti e secondi.»
Un suono stridulo arrivò fino a noi. Sulle scale Cynthia stava
parlando a Charlotte gesticolando come una forsennata, mentre
Charlotte guardava verso di noi con aria torva.
«Oddio!» esclamò Leslie esaltata. «Allora significa 51 gradi, 30
minuti, 41.78 secondi nord e 0 gradi, 08 minuti, 49.91 secondi est ?»
Raphael annuì.
«Cioè indica un luogo?» chiesi.
«Esatto» disse Raphael. «Un luogo molto ristretto, di circa quattro
metri quadrati. E... che cosa si trova lì? Una cache?»
«Se lo sapessimo» sospirò Leslie. «Non sappiamo neppure dove si
trova.»
Raphael diede un'alzata di spalle. «Questo è facile scoprirlo.»
«E come? Ci vuole un GPS? E come funziona? Io non ne ho la più
pallida idea» disse Leslie in preda all'agitazione.
«Io sì però. Potrei aiutarti» ribatté Raphael.
«Mignonne.»
Girai lo sguardo verso le scale. Anche Sarah si era aggiunta a
Cynthia e Charlotte e tutte e tre ci fissavano con cattiveria. Leslie
non se n'era accorta.
«Ok. Però deve essere oggi pomeriggio stesso» disse. «Non
abbiamo tempo da perdere.»
«Nemmeno io» disse Raphael. «Facciamo così, troviamoci alle
quattro al parco. Di sicuro per allora sarò riuscito a scrollarmi di
dosso Charlotte.»
«Non pensare che sia tanto facile.» Gli lanciai un'occhiata di
compatimento.
Raphael sorrise malizioso. «Tu mi sottovaluti, piccola viaggiatrice
nel tempo.»
Siamo in grado di vedere una tazza che cade da un tavolo
e va in frantumi, ma non riusciremo mai a vedere una tazza
ricomporsi e tornare sul tavolo. Questo incremento del caos,
o entropia, è ciò che distingue il passato dal futuro
e che dà una direzione al tempo.
Stephen Hawking
Capitolo 12
«Potevo benissimo indossare il vestito della settimana scorsa» dissi
mentre Madame Rossini mi infilava un sogno da bambola rosa
chiaro tutto ricamato di fiori color crema e bordeaux. «Quello a fiori
azzurro. Ce l'ho ancora appeso nell'armadio a casa. Bastava che me
lo dicesse.»
«Sttt, collo di cigno» rispose Madame Rossini. «Secondo te perché
mi pagano? Perché tu indossi due volte lo stesso abito?» Si dedicò
alla fila di bottoncini sulla schiena. «L'unica cosa che mi turba è che
tu abbia rovinato la tua pettinatura! Nel rococò un capolavoro del
genere doveva durare per giorni. Le dame dormivano addirittura
sedute.»
«Sì, certo, ma non potevo andare a scuola conciata così» obiettai.
Mi sarei incastrata nella porta dell'autobus con quella montagna di
capelli. «Gideon lo veste Giordano?»
Madame Rossini schioccò la lingua. «Puah! Quel giovanotto non
ha bisogno d'aiuto, dice! Significa che sceglierà di nuovo colori
smorti e si annoderà il fazzoletto in maniera assurda. Ma io ci ho
rinunciato. Allora, che cosa facciamo con i tuoi capelli? Vado a
prendere il ferro per i boccoli e poi li legheremo con un nastro, et
bien.»
Mentre Madame Rossini mi arricciava i capelli con il ferro caldo,
ricevetti un SMS di Leslie. «Aspetterò ancora due minuti, se le petit
français non si fa vedere, può dimenticarsi di mignonne.»
Le risposi: «Ma manca ancora un quarto d'ora all'appuntamento!
Dagli almeno dieci minuti».
Non ebbi modo di leggere la risposta di Leslie, perché Madame
Rossini mi tolse di mano il cellulare per scattare le ormai canoniche
foto ricordo. Il rosa mi donava più di quanto pensassi (nella vita
reale non era propriamente il mio colore...) ma avevo
un'acconciatura come se avessi passato la notte con le dita infilate
nella presa della corrente. Il nastro rosa era un inutile tentativo di
domare l'esplosione di capelli. Quando Gideon venne a prendermi,
scoppiò in una fragorosa risata.
«Come ti permetti! Casomai saresti tu quello di cui potremmo
ridere» lo aggredì Madame Rossini. «Ma guardati come ti sei
combinato!»
Santo cielo! Come si era combinato! Avrebbe dovuto evitare di
essere così bello, con un paio di assurdi calzoni alla zuava scuri e una
giacca ricamata verde bottiglia che faceva risaltare il colore dei suoi
occhi.
«Non hai proprio la benché minima cognizione della moda,
giovanotto! Altrimenti avresti messo la spilla di smeraldo che fa
parte dell'insieme. E quella spada poi! Dovresti essere vestito da
gentiluomo, non da soldato!»
«Le do perfettamente ragione» ammise Gideon continuando a
ridacchiare. «Ma se non altro i mici capelli non somigliano alla
paglietta di lana d'acciaio che uso per strofinare le pentole.»
Mi sforzai di assumere un'espressione altezzosa. «Che usi per
strofinare le pentole? Non ti stai forse confondendo con Charlotte?»
«Come, scusa?»
«Dopo tutto mi pare che sia lei a occuparsi ultimamente delle
pulizie a casa tua!»
Gideon assunse un'espressione un po' imbarazzata. «In realtà...
non è... proprio così» mormorò.
«Aha, anch'io mi sentirei a disagio al tuo posto» ribattei. «Per
favore, mi passi il cappello, Madame Rossini.» Il cappello in
questione - un enorme affare con piume rosa pallido - era di certo
meno peggio dei capelli. Almeno era quello che pensavo.
Un'occhiata allo specchio mi dimostrò che purtroppo mi sbagliavo.
Gideon ricominciò a ridere.
«Possiamo andare?» gli chiesi stizzita.
«Abbi cura del mio collo di cigno, hai sentito?»
«È quello che faccio sempre. Madame Rossini.»
«Come no» sbottai io in corridoio. Indicai la fascia nera che
teneva in mano. «Non mi bendi?»
«No, possiamo risparmiarcelo. Per ragioni note» rispose Gideon.
«E per via del cappello.»
«Credi sempre che potrei attirarti dietro un angolo e poi darti una
botta in testa?» Mi sistemai il cappello. «Sai, ci ho ripensato. E sono
giunta alla conclusione che ci sia una semplice spiegazione per
l'accaduto.»
«E quale?» Gideon alzò le sopracciglia.
«Te lo sei immaginato a posteriori. Mentre eri svenuto, hai
sognato di me e poi mi hai semplicemente attribuito la
responsabilità.»
«In effetti anch'io ho pensato a questa possibilità» riconobbe con
mia sorpresa, poi mi prese la mano e mi sospinse in avanti. «Però
sono sicuro di ciò che ho visto.»
«Allora perché non hai raccontato a nessuno che - probabilmente
- sono stata io ad attirarti in trappola?»
«Non volevo che la loro opinione su di te peggiorasse
ulteriormente.» Sorrise malizioso. «E... ti fa male la testa?»
«Non ho poi bevuto così tanto...» ribattei piccata.
Gideon rise. «Ma certo. In realtà eri perfettamente sobria.»
Allontanai la sua mano da me. «Possiamo parlare di qualcos'altro,
per favore?»
«Ma dai, andiamo! Avrò pure il diritto di prenderti un po' in giro
per quanto successo. Ieri sera sei stata così tenera. Mr George era
convinto che fossi davvero sfinita quando ti sei addormentata nella
limousine.»
«Saranno stati al massimo un paio di minuti» replicai impacciata.
Magari avevo sbavato oppure fatto qualcos'altro di raccapricciante.
«Spero che tu sia andata subito a letto.»
«Hmmm» feci. Ricordavo vagamente che la mamma mi aveva
tolto una a una le quattrocentomila forcine dai capelli e che
dormivo già prima ancora di appoggiare la testa sul cuscino. Ma non
volevo rivelarglielo, dopotutto lui se l'era spassata con Charlotte,
Raphael e gli spaghetti.
Gideon si fermò di scatto. Io gli andai addosso e trattenni
involontariamente il respiro.
Si voltò verso di me. «Senti...» mormorò. «Ieri non te l'ho detto,
perché pensavo che fossi troppo ubriaca, ma adesso che sei tornata
sobria e pungente come al solito...» Mi accarezzò teneramente la
fronte con le dita e io rischiai di andare in iperventilazione. Invece di
aggiungere altro, mi baciò. Avevo già chiuso gli occhi prima ancora
che le sue labbra toccassero la mia bocca. Il bacio mi inebriò molto
più del punch della sera prima, mi fece piegare le ginocchia mentre
un migliaio di farfalle mi svolazzavano nello stomaco.
Quando Gideon si staccò da me, sembrava essersi dimenticato
quello che voleva dirmi. Appoggiò un braccio al muro accanto alla
mia testa e mi guardò serio. «Non possiamo andare avanti così.»
Io cercai di riprendere il controllo della respirazione. «Gwen...»
Sentimmo un rumore di passi alle nostre spalle nel corridoio.
Gideon staccò fulmineo il braccio e si voltò. Un attimo dopo Mr
George si fermò di fronte a noi. «Eccomi qui. Vi stiamo aspettando.
Perché Gwendolyn non è bendata?»
«Me ne sono dimenticato. Lo faccia lei» disse Gideon porgendo la
fascia nera a Mr George. «Io... hmmm... intanto vi precedo.»
Mr George sospirò e lo seguì con lo sguardo. Poi si voltò verso di
me e sospirò di nuovo. «Credevo di averti avvertito, Gwendolyn»
disse mentre mi bendava gli occhi. «Devi fare attenzione ai tuoi
sentimenti.»
«Già» dissi portandomi le mani alle guance inequivocabilmente
arrossate. «Allora lei non dovrebbe permettermi di trascorrere tanto
tempo con lui...»
La solita logica contorta dei Guardiani. Se avessero voluto
impedire che mi innamorassi di Gideon, avrebbero dovuto fare in
modo che fosse un perfetto idiota privo di qualunque attrattiva. Con
la coda alla fricchettona, le unghie sporche e un difetto di pronuncia.
Avrebbero dovuto anche lasciar perdere la storia del violino.
Mr George mi guidò nell'oscurità. «Forse è solo passato troppo
tempo da quando avevo sedici anni. Ricordo solo che alla tua età è
molto facile farsi influenzare.»
«Mr George, lei per caso ha raccontato a qualcuno che sono in
grado di vedere i fantasmi?»
«No» rispose Mr George. «In realtà ci ho provato, ma nessuno ha
voluto starmi ad ascoltare. Sai, i Guardiani sono scienziati e mistici,
ma la parapsicologia non è tanto nelle loro corde. Attenzione,
gradino.»
«Leslie - è la mia amica, ma lei lo sa già - dunque, lei crede che
questa... dote sia la magia del corvo.»
Mr George rimase in silenzio per un po'. «Sì, è quello che credo
anch'io» rispose poi.
«E a che cosa dovrebbe servirmi la magia del corvo?»
«Mia cara bambina, vorrei tanto poter rispondere a questa
domanda. Auspicherei che ti affidassi di più al tuo sano buon senso,
ma...»
«...è una battaglia persa in partenza, è questo che voleva dire?» Mi
veniva da ridere. «Ha ragione.»
Gideon ci aspettava nella stanza del cronografo insieme a Falk de
Villiers, che mi rivolse un distratto complimento sull'abito mentre
azionava gli ingranaggi del cronografo.
«Allora, Gwendolyn, oggi è la giornata del tuo colloquio con il
conte di Saint Germain. E pomeriggio, il giorno prima della soirée.»
«Lo so» confermai lanciando un'occhiata di sottecchi a Gideon.
«Non è un incarico molto difficile» proseguì Falk. «Gideon ti
accompagnerà di sopra nelle sue stanze e poi verrà a riprenderti lì.»
Questo stava a significare che sarei dovuta restare da sola con il
conte. Fui subito assalita da un senso di disagio.
«Non avere paura. Ieri sera siete andati d'accordo. Non Io
ricordi?» Gideon posò il dito sul cronografo e mi sorrise. «Pronta?»
«Quando vuoi» risposi sottovoce, mentre la stanza si riempiva di
luce bianca e Gideon spariva davanti ai miei occhi.
Feci un passo avanti e porsi la mano a Falk.
«La parola d'ordine di oggi è: qui nescit dissimulare nescit regnare»
disse Falk mentre mi trafiggeva il dito con l'ago. Il rubino si accese e
la stanza intorno a me fu inondata da un lampo di luce rossa.
Quando atterrai, avevo già dimenticato la parola d'ordine.
«Tutto a posto» disse la voce di Gideon accanto a me.
«Perché è cosi buio? Il conte ci aspetta, no? Avrebbe potuto
almeno farci trovare una candela accesa.»
«Sì, ma non sa esattamente dove arriviamo» rispose Gideon.
«Perché no?»
Anche se non lo vedevo, ebbi l'impressione che desse un'alzata di
spalle. «Finora non l'ho mai chiesto e ho la vaga sensazione che non
approverebbe il fatto che maltrattiamo il suo amato laboratorio
alchemico come punto d'arrivo e di partenza. Stai attenta, qua
dentro è pieno di oggetti fragili...»
Raggiungemmo la porta a tentoni. In corridoio Gideon accese una
fiaccola e la sfilò dal suo sostegno. La fiamma gettava ombre
guizzanti sul muro e io mi avvicinai involontariamente a Gideon.
«Com'era la maledetta parola d'ordine? Solo nel caso che qualcuno ti
dia una botta in testa...»
«Qui nescit dissimulare nescit regnare.»
«Qui non si esce a dissimulare e non si esce a regnare?»
Lui rise e rimise a posto la fiaccola.
«Che cosa vuoi fare?»
«Soltanto... ecco, prima, Mr George ci ha interrotto proprio
quando volevo dirti qualcosa di molto importante.»
«Riguarda quello che ti ho raccontato ieri in chiesa?
Certo, mi rendo conto di poter sembrare pazza, ma non potrebbe
aiutarmi nemmeno uno psichiatra.»
Gideon aggrottò la fronte. «Vuoi tenere la bocca chiusa per un
minuto? Devo raccogliere tutto il mio coraggio per farti una
dichiarazione d'amore. Non ho nessuna pratica in materia.»
«Come, scusa?»
«Mi sono innamorato di te» disse serio. «Gwendolyn.»
Lo stomaco mi si contrasse, come per uno spavento. Ma in realtà
era per la gioia. «Davvero?»
«Sì, davvero!» Alla luce della fiaccola lo vidi sorridere. «So che ci
conosciamo solo da una settimana e al principio ti trovavo
decisamente... infantile e probabilmente mi sono comportato come
un idiota con te. In realtà sei molto complicata, non si può mai
prevedere che cosa farai e in certe cose sei proprio
spaventosamente... hmmm... sprovveduta. A volte mi verrebbe
voglia di darti una scrollata.»
«Sì, in effetti si vede che non sei pratico di dichiarazioni d'amore»
osservai.
«Ma poi torni a essere spiritosa e intelligente e incredibilmente
dolce» proseguì Gideon come se non mi avesse neppure sentito. «E la
cosa peggiore è che basta la tua presenza per farmi sentire il bisogno
di toccarti e di baciarti...»
«Già, questo è proprio grave» bisbigliai con un tuffo al cuore,
mentre Gideon mi sfilava lo spillone dai capelli, gettava lontano
l'enorme cappello piumato, mi stringeva a sé e mi baciava. Circa tre
minuti più tardi, ero appoggiata con la schiena al muro, stremata, e
cercavo di tenermi in piedi.
«Gwendolyn, ehi, respira piano» disse Gideon divertito.
Io gli diedi uno spintone per allontanarlo. «Smettila! Sei un
insopportabile presuntuoso!»
«Scusa. È solo che mi sento... inebriato, al sapere che dimentichi di
respirare per causa mia.» Tolse di nuovo la fiaccola dal sostegno.
«Ora andiamo. Il conte starà aspettando.»
Fatti pochi passi, mi tornò in mente il cappello, ma non avevo
nessuna voglia di tornare indietro a prenderlo.
«È buffo, ma penso proprio che comincerò ad apprezzare le
noiose serate di trasmigrazione nell'anno 1953» disse Gideon.
«Soltanto io e te e la cugina sofà...»
I nostri passi risuonavano nei lunghi corridoi e pian piano emersi
dal mio batuffolo di ovatta rosa per ricordare dove ci trovavamo. O,
meglio, in quale epoca ci trovavamo. «Se tenessi io la fiaccola, tu
potresti sguainare la spada, in caso di necessità» suggerii. «Non si può
mai sapere. In quale anno ti hanno dato la botta in testa per la
precisione?» (Era una delle tante domande che Leslie mi aveva
annotato su un foglio e che io avrei dovuto rivolgergli, ormoni
permettendo.)
«A proposito, io ho appena fatto una dichiarazione d'amore, tu
però no» disse Gideon.
«Sul serio?»
«Quantomeno non a parole. E non so se vale lo stesso. Shhh!»
Avevo lanciato uno strillo alla vista di un grosso ratto marrone
scuro che attraversava il corridoio proprio davanti a noi, con la
massima calma, come se non avesse la minima paura. Alla luce della
fiaccola i suoi occhietti lampeggiavano rossi. «Siamo vaccinati contro
la peste?» domandai, stritolando la mano di Gideon mentre
procedevamo.
La stanza al primo piano che il conte di Saint Germain aveva
scelto come studio a Tempie era piccola e sembrava troppo modesta
per il Gran Maestro della loggia dei Guardiani, nonostante
soggiornasse di rado a Londra. Una parete era tutta occupata da una
scaffalatura sino al soffitto piena di volumi rilegati in pelle, davanti
alla quale era collocata una scrivania con due poltrone rivestite dello
stesso tessuto delle tende. Per il resto non c'erano altri mobili. Un
sole settembrino splendeva fuori dalla finestra e il camino era
spento, perché faceva ancora abbastanza caldo. La finestra si
affacciava sul cortile interno con la fontana che esisteva ancora alla
nostra epoca. Il davanzale della finestra e la scrivania erano ingombri
di carte, penne, timbri per ceralacca e libri precariamente impilati gli
uni sugli altri che, se fossero caduti, avrebbero rovesciato i calamai
sistemati con grande leggerezza in mezzo a quella confusione. Era
uno studiolo accogliente, e al momento deserto, tuttavia quando
varcai la porta mi venne la pelle d'oca.
Uno scontroso segretario con una candida parrucca alla Mozart
mi aveva accompagnato qui, richiudendo la porta con le parole: «Il
conte non tarderà ad arrivare». Mi ero separata controvoglia da
Gideon, il quale, dopo avermi consegnato all'imbronciato
Guardiano, era scomparso oltre la prima porta di ottimo umore e
come chi conosce bene i luoghi.
Mi avvicinai alla finestra e guardai il tranquillo cortile interno.
Regnava una gran pace, ma non riuscivo a scrollarmi di dosso la
sensazione di non essere sola. Forse, pensai, qualcuno mi stava
osservando attraverso il muro dietro i libri. Oppure lo specchio
appeso sopra il camino dall'altra parte era una finestra, come si vede
nelle stanze per gli interrogatori nei commissariati di polizia.
Me ne rimasi per un po' immobile, molto a disagio, ma poi mi
dissi che il misterioso osservatore si sarebbe accorto che mi sentivo
spiata se continuavo a starmene lì impalata. Allora presi il primo
libro di una pila sul davanzale e lo sfogliai. Marcellus, De
medicatnetitis. Aha. Marcellus - chiunque egli fosse stato - aveva
scoperto alcuni metodi di cura piuttosto insoliti che erano stati
raccolti in quel libretto. Trovai un brano carino che trattava della
cura delle malattie di fegato. Bisognava catturare un ramarro,
togliergli il fegato, legarlo a un fazzoletto rosso oppure a un panno
nero per natura (nero per natura? Hmmm?) e poi appendere detto
panno al fianco destro del malato di fegato. Se poi si lasciava libero
il ramarro con le parole: «Ecce dimitto te vivam...» e qualcos'altro in
latino, il problema veniva risolto. C'era solo da chiedersi se il
ramarro sarebbe stato in grado di andarsene dopo che gli era stato
tolto il fegato. Richiusi il libro. Quel Marcellus non doveva avere
tutte le rotelle a posto. Il primo libro della pila accanto era rilegato
di pelle marrone scuro ed era molto grosso e pesante, così lo sfogliai
lasciandolo appoggiato. «Dei demoni e della loro utilità per il mago
e l'uomo comune» stava scritto a lettere d'oro, e sebbene io non fossi
né un mago né un «uomo comune» sfogliai incuriosita qualche
pagina a caso. Mi trovai a fissare l'immagine di un orribile cane.
Sotto stava scritto che si trattava di Jestan, demone dell'Indukush,
che portava malattie, morte e guerra. Lo trovai istintivamente
antipatico e cambiai pagina. In quella successiva c'era una bizzarra
faccia con protuberanze simili a corna sul cranio (per intenderci
come quelle dei Klingon in Star Trek) che mi fissava. Mentre la
guardavo disgustata, il Klingon abbassò le palpebre e si sollevò dalla
carta come il fumo da un comignolo per poi materializzarsi
rapidamente accanto a me in una figura completa tutta vestita di
rosso che abbassò i suoi occhi ardenti su di me. «Chi osa svegliare il
grande e potente Berith?» esclamò.
Ovviamente mi sentivo un po' intimidita, ma l'esperienza mi
aveva insegnato che i fantasmi, nonostante l'aspetto pericoloso e le
minacce che potevano proferire, in genere non riuscivano a muovere
neppure un filo d'aria. Speravo dunque che questo Berith non fosse
altro che un fantasma, l'immagine intrappolata in quel libro
dell'autentico demone che, mi auguravo, era passato da tempo a
miglior vita.
«Nessuno ti ha svegliato» risposi quindi educata, ma disinvolta.
«Sono Berith, demone delle menzogne, granduca dell'inferno!» si
presentò con voce solenne. «Mi chiamano anche Bolfri.»
«Sì, c'è scritto qui» dissi tornando a guardare il libro. «Inoltre sei in
grado di migliorare la voce dei cantanti.» Che dote preziosa. Peccato
che, per poterla utilizzare, dopo averlo evocato (con una formula
molto complessa, di sicuro scritta in lingua babilonese) fosse
necessario immolargli diversi sacrifici, meglio se neonati deformi
ancora vivi. Ma questo era ancora niente, paragonato a ciò che era
necessario fare affinché egli potesse trasformare i metalli in oro.
Infatti aveva anche questa capacità. I sichemiti - chiunque essi fossero
- avevano chiesto proprio questo a Berith. Finché era arrivato
Giacobbe con i suoi figli e insieme avevano «ucciso con la spada tra
inenarrabili torture» tutti gli uomini di Sichem. Amen.
«Berith comanda ventisei legioni» tuonò Berith.
Siccome finora non mi aveva fatto ancora niente, diventai più
audace. «Trovo bizzarra la gente che parla di sé in terza persona» dissi
e voltai pagina. Come avevo sperato, Berith scomparve nel libro,
dissolvendosi in fumo. Feci un sospiro di sollievo.
«Lettura interessante» disse una voce flebile alle mie spalle. Mi
voltai di scatto. Il conte di Saint Germain era entrato di soppiatto. Si
reggeva a un bastone con il pomello artisticamente intagliato, la sua
figura alta e slanciata era sempre impressionante e i suoi occhi scuri
vivacissimi.
«Già, molto interessante» mormorai titubante. Poi mi ripresi, chiusi
il libro e mi inchinai profondamente. Quando mi risollevai dalle
ampie gonne, il conte sorrideva.
«Mi fa piacere che tu sia venuta» disse prendendomi la mano e
avvicinandosela alle labbra. Fu un contatto quasi impercettibile.
«Ritengo opportuno approfondire la nostra conoscenza, perché il
nostro primo incontro è stato un po'... spiacevole, non trovi?»
Non replicai. In occasione del nostro primo incontro mi ero
impegnata quasi esclusivamente a cantare nella mente l'inno
nazionale, il conte aveva fatto qualche affermazione offensiva circa
la carente intelligenza delle donne in generale e di me in particolare
e alla fine mi aveva strangolato e minacciato in modo decisamente
poco convenzionale. Aveva ragione: l'incontro si era svolto in
maniera un po' spiacevole.
«Che mano fredda» disse. «Vieni, siediti. Sono un uomo anziano e
non posso stare a lungo in piedi.» Con una risata mi lasciò la mano e
si accomodò sulla poltrona dietro la scrivania. Con lo sfondo di tutti
quei libri somigliava al suo stesso ritratto, un uomo senza età dai
nobili tratti del volto, gli occhi vigili e una parrucca bianca soffuso da
un'aura di mistero e pericolo alla quale non era possibile sottrarsi.
Volente o nolente, presi posto nell'altra poltrona.
«Ti interessi di magia?» mi chiese indicando con la mano la pila di
libri.
Scrollai il capo. «A essere sincera, fino a lunedì scorso no.»
«È tutto un po' assurdo, no? Per tutti questi anni tua madre ti ha
lasciato credere che fossi una ragazza normale. E di punto in bianco
hai scoperto di rappresentare un tassello importante di uno dei più
grandi misteri dell'umanità. Secondo te perché lo avrebbe fatto?»
«Perché mi ama.» Avrei voluto pronunciare quelle parole come
una domanda, e invece risultarono molto decise.
Il conte scoppiò a ridere. «Già, tipico delle donne! Pensate solo
all'amor! Avete la tendenza a sopravvalutare questa parola. L'amore
è la risposta: mi commuove sempre sentirlo dire. Oppure mi diverte,
dipende. Ciò che le donne non capiranno mai è che gli uomini
hanno un concetto dell'amore del tutto diverso.»
Rimasi in silenzio.
Il conte inclinò la testa di lato. «Senza la loro totalizzante
concezione dell'amore, le donne sarebbero molto più restie a
sottomettersi all'uomo in ogni rapporto.»
Mi sforzai di mantenere un'espressione neutra. «Alla nostra epoca
le cose sono...» grazie al cielo! «... cambiate. Per noi uomini e donne
sono uguali. Nessuno deve sottomettersi all'altro.»
Il conte rise di nuovo, stavolta più a lungo, come se avessi detto
una battuta proprio spiritosa. «Già» disse infine. «Me lo hanno
spiegato. Ma credimi, qualunque diritto si voglia attribuire alla
donna, ciò non cambia la natura dell'umanità.»
Mah, che cosa replicare in proposito? Meglio tacere. Come aveva
riconosciuto anche il conte, era difficile modificare la natura
dell'essere umano, e questo di sicuro valeva pure per la sua.
Il conte mi contemplò per un certo tempo con gli angoli della
bocca curvati in un sorriso, poi cambiò di colpo argomento. «La
magia però... secondo la profezia, tu dovresti conoscerla. Rosso
rubino, che ha la magia del corvo nel cuore, chiude il cerchio dei
dodici in sol maggiore.»
«L'ho sentito ripetere molto spesso anch'io» dissi. «Ma nessuno ha
saputo dirmi in che cosa consista la magia del corvo.»
«Il corvo, nel suo rubino volteggiare, tra i mondi sente i morti
cantare, non conosce la forza, il prezzo ignora, si leva il potere,
chiuso il cerchio è allora...»
Scrollai le spalle. Quelle rime non avevano alcun senso.
«Si tratta solo di una profezia di dubbie origini» disse il conte.
«Non dev'essere per forza veritiera.» Si appoggiò alla spalliera e
tornò a fissarmi concentrato. «Parlami dei tuoi genitori e di casa tua.»
«I miei genitori?» Ero un po' sorpresa. «In realtà non c'è molto da
dire. Mio padre è morto che avevo sette anni, di leucemia. Prima di
ammalarsi insegnava all'università di Durham. Abbiamo vissuto lì
fino alla sua morte. Poi la mamma si è trasferita a Londra con me,
mio fratello e mia sorella, a casa dei miei nonni. Viviamo insieme a
mia zia e mia cugina e la mia prozia Maddy. La mamma è impiegata
amministrativa in un ospedale.»
«E ha i capelli rossi come tutte le Montrose, giusto? Esattamente
come tuo fratello e tua sorella, no?»
«Sì, esatto, hanno tutti i capelli rossi a parte me.» Perché la cosa gli
risultava tanto interessante? «Mio padre aveva i capelli scuri.»
«Tutte le altre donne nel cerchio dei dodici hanno i capelli rossi, lo
sapevi? Sino a tempi abbastanza recenti in molti paesi bastava questo
colore di capelli per accusare qualcuno di stregoneria. In tutte le
epoche e in tutte le culture la magia è sempre stata considerata nel
contempo affascinante e pericolosa. È anche il motivo che mi ha
spinto a occuparmene in maniera tanto approfondita. Se conosci ciò
che hai davanti, non lo temi.» Si sporse in avanti e unì le dita delle
mani. «Personalmente nutro particolare interesse soprattutto per
l'approccio a questo tema delle culture del lontano Oriente. Nel
corso dei miei viaggi in India e in Cina ho avuto la fortuna di
incontrare molti saggi disposti a tramandare il loro sapere. Sono
stato introdotto ai segreti della cronaca dell'Akasha e ho imparato
molte cose che scardinerebbero le fondamenta spirituali della
maggior parte delle culture occidentali. E che spingerebbero i signori
dell'inquisizione ad azioni inconsulte ancor oggi. Ciò che la Chiesa
teme di più è che l'uomo riconosca che Dio non siede al di fuori di
noi nell'empireo e determina il nostro destino, bensì è dentro di
noi.» Mi rivolse un'occhiata penetrante, poi sorrise. «È sempre molto
piacevole affrontare temi blasfemi con voi figli del XXI secolo.
L'eresia non vi fa batter ciglio.»
Ma no. Probabilmente non accadrebbe, se sapessimo che cos'è
l'eresia.
«I maestri asiatici sono molto più avanti di noi sul cammino
dell'evoluzione spirituale» riprese il conte. «Certe piccole... doti,
come quelle che ti ho mostrato durante il nostro ultimo incontro, le
ho imparate là. Il mio maestro era un monaco di un ordine segreto
che viveva nel cuore dell'Himalaya. Lui e i suoi confratelli erano in
grado di comunicare tra loro senza usare le corde vocali e potevano
sconfiggere i nemici senza muovere un dito, tanta è la forza del loro
spirito e della loro mente.»
«Sicuramente deve essere molto utile» commentai prudente.
Meglio non fargli venire in mente di dimostrarmi ancora una volta le
sue capacità di persona. «Se non sbaglio ieri alla soirée avete
utilizzato questa vostra capacità con Lord Alastair.»
«Ah, la soirée.» Sorrise di nuovo. «Dalla mia prospettiva avverrà
domani sera. È bello sapere che Lord Alastair ci sarà. Dimmi,
apprezzerà la mia piccola esibizione?»
«Di sicuro ne resterà molto colpito» risposi. «Ma non intimidito.
Dice che farà in modo che noi non possiamo venire al mondo. E
anche qualcosa a proposito della progenie corrotta dell'inferno.»
«Sì, effettivamente ha una riprovevole tendenza a esprimersi in
maniera scortese» disse il conte. «Tuttavia non c'è paragone con il suo
antenato, il conte di Madrone. Avrei dovuto ucciderlo allora,
quando ne avevo avuto la possibilità. Ma ero giovane e purtroppo
avevo un atteggiamento ingenuo... ora non commetterò quest'errore
una seconda volta. Anche se non sarò io con le mie mani a
eliminarlo, i giorni del lord sono contati, non importa quanti uomini
raduni a propria difesa e quanto sia virtuoso con la spada. Se fossi
ancora giovane, lo sfiderei di persona. Ora lo farà il mio
discendente. Gideon è un ottimo spadaccino.»
Al sentire pronunciare il nome di Gideon, avvampai come mi
capitava spesso. Ripensai automaticamente a ciò che mi aveva
appena detto e diventai ancora più rossa.
Mi voltai involontariamente verso la porta. «Dov'è andato?»
«A fare una piccola gita» rispose vago il conte. «C'è giusto il tempo
di rendere omaggio a una mia cara amica.
Abita qui vicino e, in carrozza, arriverà da lei in pochi minuti.»
Come, come?
«Lo fa spesso?»
Il conte sorrise di nuovo, il suo era un sorriso caldo e amichevole
dietro il quale tuttavia si nascondeva qualcosa di indecifrabile.
«Ancora non la conosce abbastanza. Li ho fatti incontrare solo di
recente. È una giovane vedova, brillante e molto attraente e ritengo
che un giovane possa solo trarre giovamento dal frequentare una
donna esperta.»
Le sue parole mi lasciarono interdetta, ma chiaramente il conte
non si aspettava una risposta da me.
«Lavinia Rutland è una di quelle donne baciate dal dono di
provare gioia a trasmettere le proprie esperienze» proseguì il conte.
Già, proprio così. Anch'io la ritenevo tale. Turbata, mi guardai le
mani che avevo involontariamente stretto a pugno. Lavinia Rutland,
la dama in verde. Ecco da dove proveniva la familiarità da lei
dimostrata la sera precedente...
«Ho l'impressione che la cosa non ti aggradi affatto» disse il conte
con voce suadente.
Aveva proprio ragione. La cosa non mi aggradava affatto. Feci un
enorme sforzo per sollevare lo sguardo sugli occhi del conte.
Lui continuava ad avere quel sorriso caldo e amichevole. «Piccola
mia, è importante imparare il prima possibile che nessuna donna
può reclamare diritti di possesso su un uomo. Le donne che lo fanno
finiscono sole e senza amore. Più una donna è intelligente prima
accetterà la natura dell'uomo.»
Che madornali fandonie!
«Oh, ma naturalmente tu sei ancora molto giovane, giusto? Mi
sembri molto più giovane di altre ragazze della tua età.
Probabilmente è la prima volta che sei innamorata.»
«No» mormorai.
Invece sì. Sì! Era la primissima volta che mi sentivo così. Così
ebbra. Così vitale. Così speciale. Così tormentata. Così intenerita.
Il conte rise piano. «Non te ne devi vergognare. Sarei deluso se
fosse il contrario.»
Aveva detto la stessa cosa anche durante la soirée, quando ero
scoppiata a piangere sentendo Gideon suonare il violino.
«In fondo è molto semplice: una donna che ama sarebbe pronta a
morire senza indugio per l'amato» disse il conte. «Daresti la tua vita
per Gideon?»
Preferibilmente no. «Non ci ho mai pensato» risposi perplessa.
Il conte sospirò. «Purtroppo - e grazie alla discutibile protezione di
tua madre - non avete avuto ancora molte possibilità di stare
insieme, tu e Gideon, ma sono comunque rimasto molto colpito
dalla bravura con cui ha affrontato la cosa. L'amore ti luccica
letteralmente negli occhi. L'amore... e la gelosia!»
Quale cosa?
«Non c'è niente di più prevedibile della reazione di una donna
innamorata. Non c'è nessuno più manipolabile di una donna guidata
dai sentimenti che prova per un uomo» spiegò il conte. «Lo spiegai a
Gideon fin dal nostro primo incontro. Naturalmente mi dispiace che
abbia dovuto sprecare tante energie con tua cugina... come si
chiama? Charlotte?»
Io lo guardavo allibita. Per qualche motivo mi venne in mente la
visione di zia Maddy del cuore di rubino precipitato nell'abisso da
uno sperone roccioso. Avrei tanto voluto premermi le mani sulle
orecchie, per non sentire più quella voce insinuante.
«Da questo punto di vista lui è certo più raffinato di me alla sua
età» disse il conte. «Bisogna comunque ammettere che la natura gli
ha regalato notevoli vantaggi. Un fisico da Adone. Un bel viso, una
disinvoltura e un talento invidiabili. Non deve muovere neppure un
dito perché le fanciulle cadano ai suoi piedi. Ruggisce il leone in fa
diesis maggiore, la criniera come diamante pura, multiplicatio, il sole
si oscura...»
La verità mi colpì come un pugno allo stomaco. Tutto ciò che
Gideon aveva fatto, le sue carezze, i suoi gesti, i suoi baci, le sue
parole, era tutto servito soltanto a manipolarmi. A fare in modo che
mi innamorassi di lui, com'era accaduto prima a Charlotte. Affinché
fosse più facile controllarci.
Il conte aveva proprio ragione: Gideon non si era dovuto sforzare
poi tanto. Il mio stupido cuore di ragazza era volato verso di lui da
solo, andandosi a depositare ai suoi piedi.
Con gli occhi della mente vidi il leone avvicinarsi al cuore di
rubino sul ciglio dell'abisso e scagliarlo via con una sola zampata.
Precipitò al rallentatore, colpì il fondo della voragine e si frantumò
in mille minuscole gocce di sangue.
«Lo hai già sentito suonare il violino? In caso contrario, farò in
modo che accada; non c'è niente di meglio della musica per
conquistare un cuore femminile.» Il conte alzò lo sguardo sognante
al soffitto. «Era anche uno stratagemma di Casanova. Musica e
poesia.»
Sarei morta. Me lo sentivo. Lì, dove prima c'era stato il mio
cuore, ora regnava un gelo assoluto. Si propagò nel mio stomaco,
nelle gambe, nei piedi, nelle braccia, nelle mani e infine nella mia
testa. Come in un film, le immagini degli avvenimenti degli ultimi
giorni scorsero davanti agli occhi della mia mente, accompagnate
dalle note di The winner takes it all: dal primo bacio nel
confessionale fino alla sua dichiarazione d'amore di poco prima.
Tutto soltanto una grandiosa manipolazione - a parte le poche
interruzioni nelle quali probabilmente era stato se stesso perfettamente orchestrata. Il suo dannato violino aveva completato
l'opera.
Per quanto in seguito mi sforzassi di ricordarlo, non sapevo dire di
che cosa avessimo continuato a parlare io e il conte, perché, da
quando il freddo si era impossessato di me, tutto mi era diventato
indifferente. Il lato positivo era che il conte aveva preso le redini
della conversazione. Con la sua voce morbida e piacevole mi
raccontò dell'infanzia in Toscana, dell'onta della sua nascita
illegittima, delle difficoltà incontrate per rintracciare il padre
biologico e di come fin da giovane si fosse occupato dei segreti del
cronografo e delle profezie. Mi sforzavo di ascoltare, se non altro
perché sapevo che poi Leslie avrebbe voluto risentire tutto parola
per parola, ma non c'era verso, i miei pensieri ruotavano
incessantemente intorno alla mia stupidità. Avrei tanto desiderato
essere da sola per poter finalmente piangere.
«Eccellenza?» Lo scontroso segretario aveva bussato e aperto la
porta. «È arrivata la delegazione dell'arcivescovo.»
«Oh, benissimo» disse il conte, poi si alzò e ammiccò verso di me.
«La politica! Anche di questi tempi continua a essere determinata
dalla Chiesa.»
Mi alzai anch'io a fatica e feci una riverenza.
«È stata una gioia parlare con te» disse il conte. «Ora aspetto con
ansia il nostro prossimo incontro.»
Mormorai qualche parola affermativa.
«Ti prego di riferire a Gideon i miei consigli e di porgergli le mie
scuse se oggi non ho potuto riceverlo.» Il conte prese il bastone e si
diresse verso la porta. «Se vuoi un consiglio, una donna intelligente
sa mascherare la gelosia. Altrimenti noi uomini ci sentiamo troppo
sicuri...» Udii un'ultima volta la sua morbida risata, poi mi ritrovai da
sola. Ma non a lungo, perché dopo pochi minuti lo scontroso
segretario tornò e disse: «Se volete seguirmi, per favore».
Mi ero buttata di nuovo sulla poltrona, aspettando le lacrime a
occhi chiusi, ma non ero stata accontentata. Forse era meglio così.
Seguii il segretario in silenzio giù per le scale, dove ci fermammo ad
aspettare (io mi sentivo sempre sul punto di stramazzare e morire),
finché l'uomo lanciò un'occhiata ansiosa all'orologio appeso al muro
dicendo: «È in ritardo».
In quel preciso momento la porta si aprì e Gideon entrò nel
corridoio. Per un attimo il mio cuore dimenticò di essere ormai in
frantumi in fondo a un abisso e batté qualche colpo rapido nel mio
petto. Il gelo nel mio corpo fu scacciato da una grande angoscia.
Avrei potuto attribuire a Lady Lavinia il suo abbigliamento
scomposto, i capelli scompigliati e sudati, le guance arrossate e il
bagliore febbricitante dei suoi occhi verdi, ma c'erano una profonda
lacerazione sulla manica e macchie di sangue sul pizzo dello sparato
e dei polsini della camicia.
«Siete ferito, sir» esclamò spaventato lo scontroso segretario,
togliendomi le parole di bocca. (Ok, senza il sir e senza il voi.) «Vado
a chiamare un medico!»
«No» lo bloccò Gideon con una tale sicurezza che mi venne voglia
di prenderlo a schiattì. «Il sangue non e mio. Almeno non tutto.
Vieni, Gwen, dobbiamo sbrigarci. Sono stato trattenuto contro la
mia volontà.»
Mi prese per mano e mi trascinò in avanti mentre il segretario ci
seguiva giù per le scale balbettando: «Ma sir! Che cosa è accaduto?
Non dovremmo avvertire il conte...?» Gideon però gli rispose che
non c'era tempo e che sarebbe tornato a trovare il conte il prima
possibile per riferirgli dell'accaduto.
«Da qui proseguiamo da soli» disse una volta arrivati in fondo alle
scale, dove c'erano le due sentinelle con le spade sguainate. «Riferite
al conte quanto vi ho detto, per favore. Qui nescit dissimulare nescit
regnare.»
Le due guardie ci lasciarono passare e il segretario ci salutò con un
inchino. Gideon prese una fiaccola dalla parete e mi trascinò più
avanti. «Vieni, mancano al massimo due minuti!» Era ancora
trafelato. «A proposito, sai per caso che cosa significa la parola
d'ordine?»
«No» risposi, meravigliata dal latto che il mio cuore, rinato a
tempo di record, non avesse nessuna intenzione di tornare
nell'abisso. Fingeva che tutto tosse a posto, e la speranza che alla fine
potesse avere ragione era quasi insopportabile. «In compenso però
ho scoperto qualcos'altro. Di chi è il sangue che hai sulla camicia?»
«Chi non sa dissimulare non sa governare.» Gideon illuminò
l'ultima svolta con la fiaccola. «Luigi XI.»
«Molto azzeccato» dissi.
«Non ho idea di come si chiami il tizio che mi ha insanguinato i
vestiti. Madame Rossini andrà su tutte le furie.» Gideon aprì la porta
del laboratorio e infilò la fiaccola nel sostegno sul muro. La luce
tremolante rivelò un grosso tavolo pieno di strani apparecchi,
bottiglie, ampolle e becher di vetro, contenenti liquidi e polveri di
diversi colori.
I muri erano in ombra, ma mi accorsi che erano occupati per
intero da disegni e scritte. Proprio accanto alla fiaccola campeggiava
un teschio ghignante appena abbozzato con due pentacoli al posto
delle orbite.
«Vieni qui» disse Gideon facendomi spostare dall'altra parte del
tavolo. Alla fine mi lasciò la mano. Ma solo per posarmi entrambe le
mani sulla vita e avvicinarmi a sé. «Com'è andato il colloquio con il
conte?»
«È stato molto... illuminante» risposi. Il cuore fantasma che avevo
nel petto palpitò come un uccellino e io deglutii il groppo che mi
opprimeva la gola. «Il conte mi ha spiegato che tu... che voi due
condividete la bizzarra opinione che una donna innamorata sia più
manipolabile di un'altra. Chissà come deve essere stato frustrante
dedicarsi alla faticosa opera preliminare con Charlotte e poi dover
ricominciare tutto daccapo con me, vero?»
«Che cosa stai dicendo?» Gideon mi guardava con la fronte
aggrottata.
«Devo ammettere che sei stato molto bravo» proseguii. «Anche il
conte del resto è di questo avviso. Naturalmente non sono stata un
caso troppo difficile... Dio, quanto mi vergogno se penso a come ti
ho facilitato le cose.» Non potevo più guardarlo negli occhi.
«Gwendolyn...» si interruppe. «Ci siamo. Forse sarà meglio
riprendere questo dialogo dopo. Con tutta calma. Non ho ancora la
più pallida idea di che cosa vorresti insinuare...»
«Voglio solo sapere se è la verità» dissi. Quella era la verità, ma è
risaputo che la speranza è l'ultima a morire. Dentro di me si affacciò
l'ormai familiare vertigine che preannunciava il salto nel tempo. «Se è
vero che hai progettato in anticipo di farmi innamorare di te,
proprio come hai fatto prima con Charlotte.»
Gideon mi lasciò. «Non è il momento migliore, questo» disse.
«Gwendolyn, parleremo tra poco. Te lo prometto.»
«No! Ora!» Il groppo in gola mi esplose e scoppiai in lacrime.
«Basta che tu mi dica un sì oppure un no! Avevi progettato tutto in
anticipo?»
Gideon si strofinò la fronte. «Gwen...»
«Sì o no?» singhiozzai.
«Sì» rispose Gideon. «Però, ti prego, smetti di piangere.»
Per la seconda volta quel giorno il mio cuore - stavolta era la
seconda edizione, il cuore fantasma cresciuto per pura speranza precipitò nell'abisso frantumandosi in mille schegge. «Ok, era tutto
quello che volevo sapere» bisbigliai. «Apprezzo la tua sincerità.»
«Gwen. Vorrei spiegarti...» Gideon si volatilizzò davanti ai miei
occhi. Per qualche secondo, mentre il gelo tornava a impossessarsi di
me, fissai la luce tremolante della fiaccola e il teschio disegnato
accanto, cercando di ricacciare indietro le lacrime, poi la vista mi si
annebbiò.
Impiegai alcuni istanti per abituarmi alla luce nella stanza del
cronografo della nostra epoca, mentre mi giungeva la voce agitata
del dottor White e il rumore di stoffa strappata.
«Non è niente» disse Gideon. «Solo un taglietto, non è uscito
nemmeno del sangue. Non c'è bisogno neppure di un cerotto.
Dottor White, metta via le sue pinze! Non è successo niente!»
«Ciao, ragazza del fieno» mi salutò Xemerius. «Non indovinerai
mai che cosa abbiamo scoperto! Oh, no! Non avrai mica di nuovo
pianto?»
Mr George mi afferrò con entrambe le mani e mi fece girare su
me stessa. «Lei è incolume» dichiarò con una nota di sollievo nella
voce.
Già. A parte il cuore.
«Svigniamocela da qui» disse Xemerius. «Il fratello di testa di torba
e la tua amica Leslie hanno da farti una comunicazione di estremo
interesse! Pensa, sono riusciti a scoprire quale punto indicano le
coordinate del codice del cavaliere verde. Resterai allibita!»
«Gwendolyn?» Gideon mi guardò come se temesse che potessi
gettarmi sotto il primo autobus di passaggio per colpa sua.
«È tutto a posto» risposi senza guardarlo negli occhi. «Mr George,
per favore, può accompagnarmi di sopra? Devo tornare a casa.»
«Ma certo» assentì Mr George.
Gideon fece per muoversi, ma il dottor White lo bloccò. «Vuoi
stare fermo!» Aveva strappato la manica della giacca di Gideon e la
camicia sottostante. Il braccio era coperto di sangue incrostato e in
alto, quasi all'altezza della spalla, si vedeva una piccola ferita da
taglio. Il piccolo Robert fissava raccapricciato tutto quel sangue.
«Chi è stato? Bisogna disinfettare e ricucire la ferita» disse tetro il
dottor White.
«Nemmeno per sogno» replicò Gideon. Era sbiancato e non c'era
più traccia della sua precedente baldanza. «Lo faremo dopo. Prima
devo parlare con Gwendolyn.»
«Non è necessario» dissi. «So già tutto quello che serve. Ora devo
andare a casa.»
«Accipicchia!» esclamò Xemerius.
«Domani sarà un'altra giornata faticosa» disse Mr George a
Gideon, mentre prendeva la sciarpa nera. «E Gwendolyn ha l'aria
stanca. Deve alzarsi presto per andare a scuola.»
«Proprio così! E stanotte dovrà pure fare una caccia al tesoro»
aggiunse Xemerius. «O qualunque cosa si trovi nel punto indicato da
quelle coordinate...»
Mr George mi bendò. L'ultima cosa che vidi furono gli occhi di
Gideon, d'un verde innaturale nel volto cereo.
«Buonanotte a tutti» dissi ancora prima che Mr George mi
guidasse fuori dalla stanza. A parte il piccolo Robert non mi rispose
nessuno.
«Ebbene, non voglio farti stare sui carboni ardenti» disse Xemerius.
«Leslie e Raphael si sono divertiti un sacco oggi pomeriggio, al
contrario di te, a quanto pare. Vabbè, comunque sono riusciti a
determinare con precisione le coordinate. Ora ti do tre possibilità di
indovinare che luogo indicano.»
«È qui a Londra?» chiesi.
«Bingo!» esclamò Xemerius.
«Come dici, scusa?» domandò Mr George.
«Niente» risposi. «Mi perdoni, Mr George.»
Mr George sospirò. «Spero che il dialogo con il conte sia andato
bene.»
«Oh, sì» risposi amareggiata. «È stato illuminante sotto ogni punto
di vista.»
«Pronto? Ci sono anch'io!» gridò Xemerius e io ne avvertii l'aura
umida quando mi mise le braccia intorno al collo come una
scimmietta. «E ho delle novità davvero, davvero interessanti.
Dunque: il nascondiglio che cerchiamo si trova qui a Londra. E non
solo: è situato a Mayfair. Più precisamente a Bourdon Place. Ancora
più precisamente: Bourdon Place numero 81! Allora, che ne dici?»
A casa mia! Le coordinate indicavano un luogo dentro casa
nostra? Che cosa poteva averci nascosto il nonno? Forse un altro
libro? Con indicazioni che finalmente potevano esserci utili?
«Finora la ragazza cagnolino e il francese hanno fatto un ottimo
lavoro» osservò Xemerius. «Devo ammettere che non sapevo niente
di questa storia delle coordinate. Ma ora, ora tocca a me! Perché
solo l'unico, meraviglioso e brillantissimo Xemerius può infilare la
testa dentro i muri e vedere che cosa si nasconde dietro o all'interno.
Stanotte andremo insieme a caccia di tesori!»
«Ne vuoi parlare?» domandò Mr George.
Io scrollai la testa. «No. Possiamo aspettare anche domani» risposi,
rivolta sia a Mr George, sia a Xemerius.
Quella notte volevo restare sveglia a piangere il mio cuore
infranto. Volevo crogiolarmi nell'autocommiserazione e nelle
metafore più melense. E forse avrei ascoltato Hallelujah di Bon Jovi
come sottofondo. Del resto ognuno ha bisogno della sua personale
colonna sonora per un caso del genere.
Epilogo
Londra
29 settembre 1782
Atterrò con la schiena contro il muro, posò la mano sull'elsa della
spada e si guardò intorno. Il cortile della locanda era deserto, come
aveva promesso Lord Alastair. C'erano fili da bucato che andavano
da un muro all'altro e i lenzuoli bianchi stesi su di essi ondeggiavano
al vento.
Paul alzò lo sguardo verso le finestre sulle quali si rifletteva il sole
del pomeriggio. Un gatto era acciambellato su un davanzale e lo
osservava con espressione sorniona, una zampa mollemente
abbandonata nel vuoto. Gli ricordò Lucy.
Staccò la mano dalla spada e si lisciò i polsini di pizzo della
camicia. Quei completi in stile rococò gli sembravano tutti uguali,
stupidi calzoni al ginocchio, buffe giacche con lunghe code
ingombranti e dappertutto ricami e pizzi: un delirio. Aveva proposto
di indossare il costume e la parrucca che si erano fatti preparare per i
viaggi nel 1745, ma Lucy e Lady Tilney avevano insistito per fargli
preparare una mise nuova. Affermavano che avrebbe dato
nell'occhio se si fosse presentato nel 1782 vestito secondo la moda
del 1745, e non avevano voluto sentire ragioni neppure quando lui
aveva argomentato che si sarebbe recato solo per poco in un luogo
appartato per scambiare i documenti con Lord Alastair. Infilò la
mano tra giacca e camicia, dove teneva le copie ripiegate in una
busta marrone.
«Molto bene, siete puntuale.»
Quella voce gelida lo fece voltare di scatto. Lord Alastair si staccò
dall'ombra del portone, elegantissimo come sempre, sebbene molto
sgargiante e con troppi gioielli che luccicavano al sole. Spiccava
come una presenza stonata tra le semplici lenzuola bianche. Persino
l'elsa della sua spada sembrava d'oro puro incastonato di pietre
preziose che conferivano all'arma un aspetto innocuo e quasi
ridicolo.
Paul gettò una rapida occhiata oltre il portone, dove i prati verdi
oltre la strada digradavano fino al Tamigi. Gli giunse all'orecchio uno
scalpiccio di cavalli e ne dedusse che Lord Alastair doveva essere
arrivato in carrozza.
«Siete solo?» chiese Lord Alastair. Aveva un tono di voce
arrogante, e per di più parlava come se fosse afflitto da un
raffreddore cronico. Si avvicinò. «Un vero peccato! Avrei rivisto
volentieri la vostra graziosa accompagnatrice dai capelli rossi. Aveva
un modo così - hmmm - singolare di esprimere le sue opinioni.»
«Era solo delusa che non abbiate approfittato dei vantaggi offerti
dalle informazioni che vi avevamo comunicato recentemente. E non
si fida di ciò che avete in mente di fare con queste.»
«Le vostre informazioni erano incomplete!»
«Erano più che sufficienti! I piani dell'Alleanza fiorentina non
erano abbastanza definiti. In quarant'anni ci sono stati cinque agguati
falliti al conte e di due di essi siete voi il diretto responsabile!
L'ultima volta - undici anni fa - sembravate molto sicuro di voi.»
«Non preoccupatevi. La prossima volta non falliremo!» ribatté
Lord Alastair. «I miei antenati e anch'io abbiamo sempre commesso
l'errore di affrontare il sedicente conte come una persona. Abbiamo
cercato di smascherarlo, di diffamarlo, di rovinare la sua
reputazione. Abbiamo cercato di riportare sulla retta via anime
smarrite come la vostra, senza capire che tutti voi siete da tempo
perduti a causa del sangue demoniaco.»
Paul aggrottò la fronte irritato. Le chiacchiere altisonanti del lord e
gli altri appartenenti all'Alleanza fiorentina non lo avevano mai
convinto fino in fondo.
«Abbiamo cercato di eliminarlo come un uomo qualunque con il
veleno, la lama delle spade e le pallottole» proseguì Lord Alastair.
«Ridicolo!» Scoppiò in una risata sinistra. «Ogni volta lui sembrava
essere un passo avanti a noi. Dovunque arrivassimo, lui ci aveva
preceduto. Sembrava invincibile. Dispone di una fitta rete di amici e
protettori influenti dappertutto, che come lui sanno usare la magia
nera. I membri della sua loggia sono tra gli uomini più potenti della
nostra epoca. Ci sono voluti decenni, prima che comprendessi che
non si può sconfiggere un demone con metodi umani. Ma ora so che
cosa fare.»
«Mi fa piacere sentirlo» commentò Paul gettando una rapida
occhiata intorno a sé. Altri due uomini erano spuntati sotto l'arco del
portone, vestiti di nero, con la spada al fianco. Maledizione! Lucy
aveva ragione. Alastair non aveva intenzione di mantenere la sua
parola. «Avete le lettere?»
«Certo» rispose Lord Alastair estraendo dalla giacca un grosso
plico di fogli legati da un nastrino rosso. «Nel frattempo sono
riuscito, non da ultimo grazie a voi e alle vostre preziose
informazioni, a infiltrare un buon amico presso i Guardiani. Mi tiene
aggiornato quotidianamente delle più importanti novità. Lo
sapevate che il conte è tornato in città? Ah, certo che ne eravate al
corrente!» Soppesò il plico tra le mani, poi lo gettò a Paul.
Paul lo afferrò abilmente con una mano sola. «Grazie. Sono sicuro
che ne avrete fatto fare delle copie.»
«Non è stato necessario» ribatté il lord con arroganza. «E voi? Mi
avete portato ciò che vi avevo chiesto?»
Paul si infilò il plico di lettere della giacca e sollevò in aria la busta
marrone. «Cinque pagine con l'albero genealogico dei de Villiers, a
partire dal XVI secolo con Lancelot de Villiers, il primo viaggiatore
nel tempo, sino a Gideon de Villiers, nato nel XX secolo.»
«E la linea femminile?» domandò Lord Alastair quasi con una
punta di eccitazione nella voce.
«C'è anche quella. A partire da Elaine Burghley fino a Gwendolyn
Shepherd.» Quel nome provocò una fitta di dolore a Paul. Lanciò
una rapida occhiata agli uomini. Erano rimasti sotto il portone, la
mano posata sulle spade, come se aspettassero qualcosa.
Digrignando i denti riconobbe con se stesso che sapeva già che cosa.
«Molto bene. Allora consegnatemi la busta!»
Paul esitò. «Non avete rispettato i patti» disse per guadagnare
tempo. Indicò i due uomini. «Sareste dovuto venire solo.»
Lord Alastair seguì il suo sguardo con espressione indifferente. «Un
gentiluomo del mio rango non si sposta mai da solo. I miei servitori
mi accompagnano dovunque.» Fece un altro passo in avanti. «Ora
datemi quei documenti! Mi occuperò io di tutto il resto.»
«E se ci avessi ripensato?»
«Per me non fa differenza ottenere queste carte da voi che siate
vivo o che siate morto» disse il lord posando la mano sull'elsa
incastonata di pietre preziose. «In altre parole, non ha importanza
che vi uccida prima o dopo la consegna.»
Paul impugnò a sua volta la propria spada. «Avete fatto un
giuramento.»
«Puah!» sbuffò Lord Alastair sguainando la spada. «Non si scende a
patti con il diavolo! Datemi quei documenti !»
Paul fece due passi indietro mettendosi in guardia. «Non avete
forse appena detto che non è possibile sconfiggerci con armi
convenzionali?» domandò, sollevando le sopracciglia con aria
sarcastica.
«Ora vedremo» rispose il lord. «En garde, demonio!»
Paul avrebbe preferito continuare a parlare, ma Lord Alastair
sembrava deciso a cogliere l'occasione. Balzò in avanti, determinato
a uccidere Paul. Peccato che, insieme alle sue ottime doti di
spadaccino, questo non rappresentasse una combinazione
favorevole.
Paul se ne rese conto quando, nel giro di pochi minuti, si ritrovò
con le spalle al muro. Aveva parato gli affondi meglio che poteva,
era passato sotto i lenzuoli stesi e aveva tentato a sua volta di
mettere alle strette il lord. Invano.
Il gatto balzò giù dal davanzale miagolando e scappò oltre il
portone. Dietro le finestre era tutto immobile. Maledizione! Perché
non aveva dato retta a Lucy? Lei lo aveva implorato di impostare
una finestra temporale più breve. Forse allora sarebbe riuscito a
resistere abbastanza per dissolversi sotto gli occhi del lord.
La lama di Alastair scintillò al sole. Il suo affondo successivo fu
così potente da togliere quasi di mano la spada a Paul.
«Aspettate!» gridò questi, ansimando più di quanto avrebbe
dovuto. «Avete vinto! Vi do i documenti.»
Lord Alastair lasciò cadere la spada. «Molto ragionevole da parte
vostra.»
Fingendo di avere il respiro affannato, Paul si appoggiò al muro e
porse a Lord Alastair la busta marrone. Nello stesso momento si
scagliò contro di lui, ma sembrava che Lord Alastair si aspettasse
questa mossa. Lasciò cadere a terra la busta e parò l'assalto di Paul
senza fatica.
«Sono in grado di anticipare ogni vostra astuzia demoniaca!»
esclamò ridendo. «Ora però voglio vedere di che colore è il vostro
sangue!» Compì un raffinato affondo e Paul sentì la lama
dell'avversario che gli strappava la manica della giacca e gli scalfiva la
pelle. Un fiotto di sangue caldo gli scorse per il braccio. Non
provava un dolore particolare, quindi ne dedusse che si trattava solo
di una ferita superficiale, ma il ghigno sinistro dell'avversario e il
fatto che Alastair fosse calmissimo mentre lui aveva il fiato corto non
lasciavano presagire nulla di buono.
«Che cosa aspettate?» gridò Lord Alastair verso i due lacchè alle
sue spalle. «Non perdiamo altro tempo! Oppure volete che scompaia
sotto i nostri occhi come è successo per il vostro ultimo avversario?»
Gli uomini in nero reagirono senza esitazioni. Mentre li vedeva
avanzare tra i lenzuoli stesi, Paul comprese che per lui era finita. Se
non altro Lucy era al sicuro, gli venne da pensare. Se fosse andata
con lui, sarebbero morti entrambi.
«Pronunciate le vostre ultime parole» disse Lord Alastair e Paul
valutò se fosse il caso di abbassare la spada, inginocchiarsi e mettersi
a pregare. Forse il devoto lord avrebbe aspettato a ucciderlo per
compassione. Ma forse sarebbe stato morto ancor prima di riuscire a
inginocchiarsi.
In quell'istante colse con la coda dell'occhio un movimento dietro
il bucato e vide uno degli uomini di Lord Alastair stramazzare a terra
senza un suono prima ancora di essersi girato completamente. Dopo
una frazione di secondo, l'altro uomo superò lo stupore e partì
all'attacco del nuovo venuto, un giovane con una giacca verde che
ora sbucò da dietro il lenzuolo e parò il colpo con grande
disinvoltura.
«Gideon de Villiers» mormorò Paul mentre rispondeva con
ritrovato slancio ai colpi di Lord Alastair. «Non avrei mai creduto che
un giorno sarei stato tanto contento di rivederti, piccolo.»
«Veramente la mia era semplice curiosità» disse Gideon. «Ho visto
la carrozza con le insegne di Lord Alastair ferma in strada e volevo
sapere che cosa fosse venuto a fare in questo cortile abbandonato...»
«Milord, quello è il demone che ha ucciso Jenkins a Hyde Park!»
ansimò l'uomo di Lord Alastair.
«Fa' quello per cui sei pagato» gli ordinò Lord Alastair, mentre le
sue forze sembravano essersi moltiplicate. Paul venne colpito una
seconda volta, allo stesso braccio, un po' più in alto di prima. Questa
volta una fitta di dolore gli attraversò il corpo.
«Milord...» il servitore sembrava in difficoltà.
«Occupati di questo qui!» gridò Lord Alastair contrariato. «Io
penserò all'altro!»
Paul tirò il fiato sollevato quando il lord si allontanò da lui. Si
guardò per un attimo il braccio: sanguinava, ma riusciva ancora a
reggere la spada.
«Ma noi ci conosciamo!» Lord Alastair era di fronte a Gideon, la
lama della sua spada era sporca del sangue di Paul.
«Proprio così» rispose Gideon e Paul suo malgrado rimase
ammirato dalla calma che il giovane emanava. Possibile che non
provasse neppure un briciolo di paura? «Undici anni fa, poco dopo il
vostro fallito agguato contro il conte di Saint Germain, ci siamo
conosciuti a una lezione di scherma da Galliano.»
«Il marchese Welldone» disse il lord sprezzante. «Mi ricordo. Mi
portaste un'ambasciata dal diavolo in persona.»
«Vi diedi un avvertimento che purtroppo non avete rispettato.»
Gli occhi verdi luccicavano pericolosi.
«Progenie del demonio! L'ho capito subito come vi ho visto.
Effettivamente le vostre parate erano abili, ma forse ricordate che
vinsi io il nostro piccolo duello di allenamento.»
«Me lo ricordo benissimo» rispose Gideon scrollando i polsini di
pizzo come se gli fossero d'impiccio. «Lo ricordo come se fosse la
settimana scorsa. E per me è così, a voler essere precisi. En garde.»
Si udì un clangore metallico, ma Paul non ebbe modo di vedere
chi avesse il sopravvento, perché il lacchè superstite si era ripreso e
gli stava andando incontro con la spada sguainata.
L'uomo non duellava con la stessa eleganza del suo padrone, ma
aveva molto impeto e Paul si rese conto ben presto che la forza del
suo braccio ferito, nonostante la breve pausa, scemava velocemente.
Quando sarebbe arrivato il momento del salto? Non poteva
mancare ancora molto! Strinse i denti e si preparò a un nuovo
attacco. Per diversi minuti nessuno parlò, si sentiva solo il tintinnare
dell'acciaio e l'ansimare dei duellanti, poi Paul vide con la coda
dell'occhio la preziosa spada di Lord Alastair volare in aria e cadere
sul selciato con un tonfo sordo.
Grazie a Dio!
Il servitore fece un balzo all'indietro. «Milord?»
«Che trucco da vigliacchi, demone» esclamò il lord irato. «Contro
tutte le regole! Spettava a me colpire!»
«Mi sembra che non sappiate perdere» replicò Gideon che
perdeva sangue da un braccio.
Gli occhi di Lord Alastair ardevano di collera. «Uccidetemi, se ne
avete il coraggio!»
«Non oggi» disse Gideon rinfoderando la spada.
Paul colse il cenno del capo che il lord rivolse al servitore e vide
quest'ultimo contrarre i muscoli. Come un lampo si frappose e parò
il colpo prima che la lama del servitore potesse trafiggere Gideon tra
le costole. Nello stesso momento Gideon sguainò la spada e
l'affondò nel petto dell'uomo. Il sangue sgorgò copioso dalla ferita e
Paul distolse lo sguardo.
Lord Alastair ne aveva approfittato per recuperare la spada e
infilzare la busta marrone rimasta per terra. Senza aggiungere una
parola, si voltò e scappò oltre il portone.
«Codardo!» esclamò Paul furente. Poi si rivolse a Gideon. «Sei
ferito, piccolo?»
«No, è solo un graffio» rispose Gideon. «Tu però mi sembri messo
male. Guardati il braccio! Quanto sangue...» Strinse le labbra e
sollevò la spada. «Che cosa c'era nella busta che hai consegnato a
Lord Alastair?»
«Alberi genealogici» rispose Paul affranto. «La linea di discendenza
maschile e femminile dei viaggiatori nel tempo.»
Gideon annuì. «Sapevo che voi due eravate dei traditori. Ma non
pensavo che foste così sciocchi! Lui tenterà di uccidere tutti i
discendenti del conte! E ora conosce anche i nomi della linea
femminile. Se fosse per lui, non saremmo mai nati.»
«Avresti dovuto ucciderlo ora che ne avevi la possibilità» osservò
Paul amaramente. «Ci ha teso una trappola. Senti, non mi resta più
molto tempo, potrei saltare da un momento all'altro, ma è
importante che tu mi dia ascolto.»
«Non ho intenzione di farlo!» Gli occhi verdi scintillarono di
collera. «Se avessi saputo che ti avrei trovato qui oggi, avrei portato
con me una provetta...»
«È stato un errore legarci all'Alleanza» disse Paul frettolosamente.
«Lucy era contraria fin dal principio. Ma io pensavo che, se li
avessimo aiutati a rendere innocuo il conte...» si portò le mani
all'addome. Così facendo tastò il pacchetto di lettere che aveva
nascosto sotto la giacca. «Maledizione! Ecco! Prendi questo, piccolo.»
Gideon accettò riluttante il plico. «Smettila di chiamarmi piccolo.
Sono pure più alto di te.»
«Si tratta di una parte delle profezie che il conte ha finora tenute
nascoste ai Guardiani. E importante che tu le legga, prima che ti
venga di nuovo l'idea di correre dal tuo amato conte e di rovinarci.
Merda, Lucy mi ucciderà quando verrà a saperlo.»
«Chi mi garantisce che non sono dei falsi?»
«Leggile e basta! Poi saprai perché abbiamo rubato il cronografo. E
perché vogliamo impedire al conte di chiudere il cerchio di sangue.»
Boccheggiò trafelato. «Gideon, devi prenderti cura di Gwendolyn»
disse precipitosamente. «E devi proteggerla dal conte!»
«Sarei pronto a proteggere Gwendolyn da chiunque!» Un lampo
di superbia si accese negli occhi di Gideon. «Ma non sapevo che ti
importasse.»
«Mi importa eccome, ragazzo!» Paul dovette fare uno sforzo per
non diventare manesco. Dio, se quel ragazzo avesse anche solo
lontanamente immaginato!
Gideon incrociò le braccia. «Per colpa del vostro tradimento, gli
uomini di Alastair ci hanno quasi ucciso, me e Gwendolyn, di recente
a Hyde Park! Ora perciò non venirmi a dire che ti sta a cuore la sua
incolumità.»
«Tu non immagini neppure...» Paul si fermò. Non aveva più
tempo. «Non importa. Ascolta.» Pensò a ciò che aveva detto Lucy e
cercò di trasmettere tutta l'urgenza possibile alla propria voce. «Una
semplice domanda, una semplice risposta: ami Gwendolyn?»
Gideon non lo aveva perso di vista neppure per un attimo, ma
qualcosa balenò nel suo sguardo, Paul se ne rese conto benissimo.
Incertezza, forse? Fantastico, con la spada il ragazzo se la cavava
molto bene. Ma nelle questioni di cuore sembrava un principiante.
«Gideon! Devo sapere la risposta!» esclamò con voce perentoria.
Il volto del giovane perse un po' di determinazione. «Sì» rispose
soltanto.
Paul sentì che la rabbia lo abbandonava. Lucy lo aveva capito.
Come aveva fatto a dubitare di lei! «Allora leggi le lettere» si sbrigò a
dire. «Solo così capirai qual è il vero ruolo di Gwendolyn e che cosa
ci sia in gioco per lei.»
Gideon lo fissò interdetto. «Che cosa intendi?»
Paul si chinò. «Gwendolyn morirà, se tu non lo impedirai. Sei
l'unico che può farlo. E l'unico di cui si fida, a quanto pare.»
Strinse la presa sul braccio di Gideon, mentre la vertigine rischiava
di sopraffarlo. Che cosa avrebbe dato per uno o due minuti di
tempo ancora!
«Promettimelo, Gideon!» invocò disperato.
Ma non poté sentire la risposta di Gideon. Vide sfumare tutto ciò
che lo circondava, si sentì strappare da terra e fu catapultato nel
tempo e nello spazio.
L'avventura continua...
Chi vuole sapere che cosa è custodito nel nascondiglio indicato
dalle coordinate a casa dei Montrose in Bourdon Place 81, può
cercare di decifrare questo messaggio in codice:
45
10
10
4
5
8
4
3
116
1
4
5
75
8
7
8
34
14
9
10 92
2
159
20
1
211
15
2
1
16
7
1
193
7
87
17
175
59
3
8
Ringraziamenti
«Se tu cambi, cambia tutto ciò che ti sta intorno. Questa è la
magia!»
Mentre questo libro prendeva forma, è accaduta una quantità
incredibile di cose meravigliose e ho incontrato così tante persone
fantastiche da non poterle nominare tutte.
Per questo mi limiterò a manifestare la mia infinita gratitudine a
tutte le magiche circostanze che hanno portato a questi incontri. E,
no, non credo alle coincidenze.
Un grazie a tutte le lettrici che si sono date la pena di scrivermi
una mail o una lettera oppure sono venute a conoscermi di persona
a qualche presentazione: i vostri complimenti mi hanno dato una
incredibile forza.
Talyn, alias Dorit, grazie per il tuo occhio di falco durante la
lettura delle bozze.
Ho tratto grande ispirazione e molti spunti dai forum creativi del
portale Buchereulen, il punto d'incontro virtuale intorno ai libri:
grazie a tutti voi cari che vi siete dati tanto da fare! Kamelin: hai
trovato il nome giusto per il fratello minore di Gideon.
Anche il nome Purpleplum l'ho sgraffignato ai Buchereulen. (Mi
sarebbe piaciuto tanto chiamarmi così!!)
A questo punto rivolgo un caro saluto alle ragazze del forum di
Red - Laura, Nathiii, jelly, jojo, JOlly, mia, sunrise, AyAy, coco, AnA,
leo<3 e le altre - siete fantastiche!
Anche Daniela Kern, che cura la Homepage e il forum, è
grandiosa!
Grazie anche a Thomas Frotz, che ha dato forma tridimensionale
e irresistibile allo Xemerius della mia immaginazione.
Spero che ben presto possano esserci tantissimi Xemerius da
collocare sulla scrivania: sto ancora lavorando alla formula magica
per renderli vivi.
Grazie a tutti coloro che hanno dimostrato tanta pazienza nei
miei confronti durante quest'anno. Sono così fortunata a stare con
voi!
Per questioni di tempo (ehi, devo ancora completare l'ultimo
capitolo) ringrazierò nello specifico solo quattro persone speciali: la
mia meravigliosa agente Petra Hermann, la mia fantastica editor
Christiane During, la mia carissima amica Eva e la mia instancabile
mammina.
Grazie di tutto, mamma, anche del fatto che leggi questi libri con
l'entusiasmo di un'adolescente. Eva, senza il tuo sostegno morale
certi giorni non sarei riuscita a scrivere neppure una parola. Petra,
per me sei un vero dono del cielo! Christiane, non so come fai, ma
alla fine mi sembra sempre che le idee vengano solo da me! Le tue
invece sono le migliori! Grazie a entrambe per le meravigliose
giornate a Londra.
Elenco dei personaggi principali
Nel presente:
I Montrose:
Gwendolyn Shepherd, frequenta la seconda superiore e un giorno
scopre di poter viaggiare nel tempo
Grace Shepherd, madre di Gwendolyn
Nick e Caroline Shepherd, fratelli minori di Gwendolyn
Charlotte Montrose, cugina di Gwendolyn
Glenda Montrose, madre di Charlotte, sorella maggiore di Grace
Lady Arisa Montrose, nonna di Gwendolyn e Charlotte, madre di
Grace e Glenda
Madeleine «Maddy» Montrose, prozia di Gwendolyn, sorella del
defunto Lord Montrose
Mr Bernhard, maggiordomo dei Montrose
Xemerius, fantasma di un demone sotto forma di un doccione in
pietra
Alla Saint Lennox High School:
Leslie Hay, amica del cuore di Gwendolyn
James August Peregrin Pimplebottom, fantasma della scuola
Cynthia Dale, compagna di scuola
Gordon Gelderman, compagno di scuola
Mr Whitman, professore di inglese e storia, membro della cerchia
interna dei Guardiani
Raphael Bertelin, nuovo studente della Saint Lennox, fratello
minore di Gideon
Al quartier generale dei Guardiani a Tempie:
Gideon de Villiers, può viaggiare nel tempo come Gwendolyn
Falk de Villiers, zio di secondo grado di Gideon, Gran Maestro
della loggia del conte di Saint Germain, i cosiddetti Guardiani
Thomas George, membro della loggia nella cerchia interna Mr
'Whitman, come sopra
Dottor Jake White, medico e membro della loggia nella cerchia
interna
Mrs Jenkins, segretaria dei Guardiani
Madame Rossini, sarta dei Guardiani
Mr Marley, adepto di secondo grado
Giordano, adepto di terzo grado, responsabile dell'istruzione di
Gwendolyn per il XVIII secolo
Nel passato:
Il conte di Saint Germain, viaggiatore nel tempo e fondatore dei
Guardiani
Miro Rakoczy, fratello di sangue e amico, conosciuto anche come
«il leopardo nero»
Lord Brompton, conoscente e sostenitore del conte
Lady Brompton, la sua vivace consorte
Margret Tilney, viaggiatrice nel tempo, trisavola di Gwendolyn,
nonna di Lady Arisa
Paul de Villiers, viaggiatore nel tempo, fratello minore di Falk de
Villiers
Lucy Montrose, viaggiatrice nel tempo, nipote di Grace,
figlia di Harry, fratello maggiore di Grace e Glenda
Lucas Montrose, successivamente
Lord, nonno di Lucy, padre di Grace, Gran Maestro della loggia
fino alla morte
Mr Merchant, Lady Lavinia Rutland, ospiti alla soirée di Lady
Brompton
Lord Alastair, nobile inglese con antenati italiani, capo
dell'Alleanza fiorentina nel XVIII secolo
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