Viaggiatrice nel passato suo malgrado per un dono di famiglia, Gwen, giovane londinese che vorrebbe avere a che fare con i problemi tipici della sua età e dei suoi compagni di scuola, si trova catapultata da un secolo all'altro con una pericolosa missione da compiere. Peccato che non sappia di chi può fidarsi, dei Guardiani del Tempo o del terribile Conte di Saint Germain, dell'affascinante ma scostante Gideon o dell'invidiosa cugina Charlotte. A un certo punto l'unico vero amico sembra essere Xemerius... un gargoyle col muso di gatto. VOLUME DLB 172 Abyssinian (for DLB) & Mimmy (for Agartha) "Molto probabilmente il mio organismo aveva prodotto più adrenalina negli ultimi giorni che nei sedici anni precedenti. Erano successe così tante cose e avevo avuto così poco tempo per riflettere" Gwendolyn ha tutte le ragioni di questo mondo per pensarla così. Ha appena scoperto di non essere una normale ragazza londinese, bensì una viaggiatrice nel tempo che i Guardiani - una setta segreta che ha sede nel dedalo di vie intorno a Temple Church - inviano nelle epoche passate per prelevare una goccia di sangue dai dodici prescelti e completare il cronografo, una missione da cui dipende il destino dell'umanità. Peccato che la sua famiglia non l'avesse informata perché tutti erano convinti che la predestinata fosse l'odiosa cugina Charlotte e peccato che, di conseguenza, Gwen avesse trascorso gli ultimi sedici anni della propria vita a studiare (poco), giocare (molto), chiacchierare e divertirsi con le amiche come ogni ragazza. Mentre avrebbe dovuto imparare a tirare di scherma, ballare il minuetto, apprendere nozioni di storia universale e conversare in modo appropriato con l'aristocrazia del Settecento. Quasi tutto, nella sua nuova situazione, la infastidisce: essere sballottata avanti e indietro nei secoli, la supponenza mista a invidia della cugina Charlotte, la noia delle lezioni di ballo e portamento... Poche cose le piacciono: il piccolo gargoyle fantasma Xemerius, che solo lei Gwen può vedere e, naturalmente, il suo compagno di viaggi nel tempo: Gideon, bello da morire... Titolo originale: Saphirblau, Liebe geht durch alle Zeiten Traduzione dall'originale tedesco di Alessandra Pelrelh PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA Copyright © 2010 Arena Verlag Cìmbll. Wurzburg, Germany through Giuliana Bernardi Literary Agent © 2011 Casa Editrice Corbaccio s.r.l.. Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol www.corbaccio.it ISBN 978 88 6380-277-1 Fotocomposizione: Nuovo Gruppo Grafico s.r.l. - Milano Finito di stampare nel mese di settembre 2011 per conto della Casa Editrice Corbaccio s.r.l. dalla Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD) Printed in Italy Frank, senza di te non ce l'avrei mai fatta PROLOGO Londra 14 maggio 1602 I vicoli di Southwark erano bui e deserti. Nell'aria ristagnava un odore di alghe, liquami e pesce morto. Lui le strinse più forte la mano, involontariamente, e continuò a camminare. «Sarebbe stato meglio proseguire lungo il fiume. In questo dedalo di vicoli rischiamo di perderci» bisbigliò. «Già, e in ogni angolo può essere in agguato un ladro o un assassino.» La voce di lei aveva un tono divertito. «Splendido, non trovi? È mille volte meglio che starsene seduti tra quelle quattro mura soffocanti a fare i compiti!» Si sollevò il pesante abito e si staccò da lui, avanzando a passo svelto. Lui sorrise nonostante tutto. Lucy aveva un talento straordinario per trovare sempre il lato positivo in ogni situazione e in ogni momento. Non si lasciava intimidire neppure nell'età d'oro dell'Inghilterra, che in quel momento non rendeva giustizia al suo nome e al contrario aveva un'aria piuttosto tetra. «Peccato che non abbiamo mai più di tre ore di tempo» osservò mentre lui la raggiungeva. «Avrei apprezzato ancora di più l'Amleto, se non avessi dovuto assistervi a puntate.» Evitò agilmente una rivoltante pozzanghera fangosa, o almeno lui si augurava che fosse tale. Poi mosse qualche leggiadro passo di danza e fece una giravolta. «Tutti ci rende vili la coscienza... è stato fantastico, non ti pare?» Lui annuì e dovette fare uno sforzo per reprimere un altro sorriso. Gli capitava di tarlo troppo spesso in presenza di Lucy. Se non stava attento, avrebbe fatto la figura del completo idiota. Si stavano dirigendo verso il London Bridge; il ponte di Southwark, situato in posizione decisamente più favorevole, purtroppo all'epoca non era stato ancora costruito. Dovevano sbrigarsi, se non volevano che la loro scappatella segreta nel XVII secolo venisse scoperta. Dio, che cosa avrebbe dato per potersi finalmente liberare da quel rigido colletto bianco! Era come portare uno di quei collari di plastica che vengono messi ai cani dopo le operazioni. Lucy svoltò verso il fiume. Stava ancora pensando a Shakespeare. «Come hai fatto a convincere quell'uomo a farci entrare al Globe Theatre, Paul?» «Gli ho dato quattro di queste pesanti monete, non ho idea di quanto valgano.» Scoppiò a ridere. «È probabile che corrispondano al salario di un anno.» «In ogni caso sono servite. I posti erano superlativi.» Raggiunsero di corsa il ponte. Come era già accaduto all'andata, Lucy si fermò per osservare rapita le case che vi sorgevano sopra. Lui la sospinse in avanti. «Pensa a quello che ci ha detto Mr George: se rimani troppo a lungo sotto una finestra, va a finire che ti rovesciano in testa il contenuto di un vaso da notte» le ricordò. «E poi dai nell'occhio.» «Non sembra nemmeno di essere su un ponte, sembra una strada come tutte le altre. Guarda, un ingorgo! È ora che costruiscano qualche altro ponte.» Diversamente dai vicoli laterali, il ponte era ancora affollato, ma i carri, le portantine e le carrozze che volevano raggiungere la riva opposta del Tamigi non si muovevano di un passo. Più avanti si sentiva un vociare concitato, imprecazioni, nitriti di cavalli, ma non era possibile individuare la causa del blocco. Un uomo con un cappello nero si sporse dal finestrino di una carrozza proprio accanto a loro. La rigida gorgiera di pizzo gli si inclinò fino a sfiorargli le orecchie. «Non è possibile attraversare questo maledetto fiume da qualche altra parte?» gridò in francese al suo cocchiere. Il vetturino fece cenno di no. «E comunque non potremmo tornare indietro, siamo bloccati! Proverò ad andare a vedere che cosa è successo. Di sicuro presto ci rimetteremo in marcia, sir.» L'uomo ritirò testa, cappello e gorgiera dentro la carrozza sbuffando, mentre il vetturino scendeva e si faceva strada in mezzo alla ressa. «Hai sentito, Paul? Sono francesi!» bisbigliò Lucy entusiasta. «Dei turisti!» «Già, fantastico. Ma noi dobbiamo andare avanti. Non ci resta più molto tempo.» Ricordava vagamente di aver letto che a un certo punto quel ponte era stato distrutto e ricostruito successivamente a quindici metri di distanza. Non era dunque il posto più indicato per un salto nel tempo. Seguirono il vetturino francese, ma poco più avanti veicoli e persone erano così accalcati da non permettere di procedere oltre. «Ho sentito che un carro carico di barili d'olio ha preso fuoco» disse la donna davanti a loro a nessuno in parti colare. «Se non stanno attenti, finiranno per dare fuoco a tutto il ponte.» «Non accadrà oggi, a quanto ne so» mormorò Paul afferrando il braccio di Lucy. «Vieni, torniamo indietro e aspettiamo il momento sull'altra riva del fiume.» «Ricordi qual è la parola d'ordine? Giusto nel caso non facessimo in tempo.» «Qualcosa con cavia e lapide.» «Gutta cavai lapidem, stupido.» Lo guardò con un risolino divertito. I suoi occhi azzurri lampeggiavano allegri e all'improvviso gli tornò in mente ciò che gli aveva risposto il fratello Falk quando lui gli aveva chiesto come capire se fosse il momento giusto. «Io non perderei troppo tempo in chiacchiere. Lo farei e basta. Se lei poi ti molla un ceffone, sai che cosa pensa.» Naturalmente Falk aveva voluto sapere chi fosse la ragazza in questione, ma Paul non aveva nessuna voglia di intavolare una di quelle discussioni che cominciavano con «lo sai che i rapporti tra i de Villiers e i Montrose devono restare sul piano puramente professionale!» e terminavano con «e poi le ragazze Montrose sono tutte delle oche che si trasformano in draghi come Lady Arisa». Altro che oche! Forse poteva valere per le altre Montrose, di sicuro non per Lucy. Lucy, che ogni giorno lo stupiva di nuovo, alla quale aveva confidato cose che non aveva mai raccontato a nessun altro. Lucy, con la quale si poteva letteralmente... Fece un profondo respiro. «Perché ti sei fermato?» domandò Lucy, ma lui intanto aveva chinato la testa verso di lei posandole le labbra sulla bocca. Per tre lunghi secondi temette che lei lo respingesse, ma poi la sentì superare il momento di sorpresa e ricambiare il bacio, dapprima cauta, poi più appassionata. In realtà era tutt'altro che il momento perfetto e in effetti andavano molto di fretta, perché avrebbero potuto compiere il salto nel tempo da un momento all'altro, e inoltre... Paul dimenticò completamente l'inoltre. Tutto ciò che contava ora era lei. Un attimo dopo, il suo sguardo si posò distrattamente su una figura incappucciata di nero ed egli fece un balzo indietro, spaventato. Lucy gli rivolse un'occhiata irritata, poi arrossì e chinò lo sguardo verso i propri piedi. «Scusa» mormorò imbarazzata. «Anche Larry Coleman dice che quando bacio sembra che qualcuno ti sprema sulla faccia un limone.» «Un limone?» Lui scrollò la testa. «E poi chi diavolo sarebbe Larry Coleman?» Lucy lo guardò senza capire e lui dimenticò all'istante il proprio risentimento. In un modo o nell'altro doveva tentare di mettere ordine nel caos che regnava nella sua testa. Sospinse Lucy fuori dalla luce delle fiaccole, l'afferrò per le spalle e la guardò intensamente negli occhi. «D'accordo, Lucy. Punto primo: il tuo bacio sa più o meno di... di fragola. Punto secondo: quando trovo questo Larry Coleman, giuro che gli stacco il naso. Punto terzo: tieni bene a mente dove ci siamo interrotti. Purtroppo al momento abbiamo un problema un po' più pressante.» Senza aggiungere altro indicò l'uomo alto che si staccava con passo disinvolto dall'ombra di una carrozza e si chinava sul finestrino di quella del francese. Lucy sgranò gli occhi terrorizzata. «Buonasera, barone» disse l'uomo in francese. Sentendo la sua voce, Lucy artigliò con le unghie il braccio di Paul. «Che piacere rivedervi. Le Fiandre sono molto distanti da qui.» Si abbassò il cappuccio. Un grido di sorpresa eruppe dall'interno della carrozza. «Il falso conte! Che cosa ci late qui? Come si spiega tutto ciò?» «Piacerebbe saperlo anche a me» disse Lucy a voce bassa. «È questo il modo di salutare la propria discendenza?» ribatté benevolo l'uomo alto. «Dopo tutto sono pur sempre il nipote del nipote di vostro nipote e, anche se vengo chiamato spesso l'uomo senza nome, vi posso assicurare che un nome ce l'ho. Addirittura diversi, per essere precisi. Posso farvi compagnia in carrozza? Qua fuori non si sta molto comodi e l'ingorgo sul ponte durerà ancora parecchio.» Senza attendere risposta né guardarsi intorno, aprì lo sportello e salì in carrozza. Lucy aveva spinto Paul di lato, ancora più lontano dall'alone delle fiaccole. «È proprio lui! Solo molto più giovane. Che cosa facciamo adesso?» «Proprio niente» bisbigliò Paul. «Non possiamo certo andare a salutarlo! Noi non dovremmo essere qui.» «E come mai lui invece è qui?» «Deve trattarsi di una semplice coincidenza. In ogni caso non deve vederci. Vieni, scendiamo sulla riva.» Ma nessuno dei due si mosse d'un passo. Entrambi rimasero a fissare paralizzati il finestrino buio della carrozza, ancora più affascinati di quanto fossero stati prima davanti al palcoscenico del Globe Theatre. «In occasione del nostro ultimo incontro, vi ho espresso chiaramente ciò che penso di voi» incalzò la voce del barone francese dalla carrozza. «Proprio così!» La lieve risata del visitatore fece accapponare la pelle a Paul, senza che riuscisse a capirne la ragione. «La mia decisione è irrevocabile.» La voce del barone indugiò lievemente. «Consegnerò questo apparecchio diabolico all'Alleanza, e non m'importa quali perfidie userete per cercare di dissuadermi dal farlo. So che voi siete in combutta con il diavolo.» «Cosa dice?» chiese Lucy. Paul scrollò il capo. Si sentì risuonare un'altra risata lieve. «Povero antenato cieco e meschino! La vostra vita - e anche la mia! - avrebbe potuto essere ben più serena se aveste dato ascolto a me e non al vostro vescovo o a quei patetici fanatici dell'Alleanza. Se aveste usato la ragione al posto del rosario. Se aveste riconosciuto che fate parte di qualcosa di ben più grande di ciò che predica il vostro sacerdote.» Per tutta risposta sembrò che il barone si mettesse a recitare un padrenostro. Paul e Lucy lo sentirono borbottare sottovoce. «Amen!» sentenziò il visitatore con un sospiro. «Dunque questa è la vostra ultima parola in proposito?» «Voi siete il diavolo in persona!» esclamò il barone. «Uscite dalla mia carrozza e non fatevi più vedere da me.» «Come volete. Ci sarebbe ancora un dettaglio irrilevante. Finora non ve l'ho detto per non turbarvi inutilmente, ma sulla vostra lapide, che ho visto con i miei occhi, è segnata come data della vostra morte il 14 maggio 1602.» «Ma è...» disse sommessamente il barone. «...esatto, oggi. Non manca più molto a mezzanotte.» Il barone singhiozzò. «Che cosa sta facendo?» mormorò Lucy. «Sta infrangendo le sue stesse leggi.» Un brivido risalì lungo la schiena di Paul. «Parla di...» si interruppe, perché avvertì la familiare sensazione di vertigine allo stomaco. «Il mio vetturino sarà qui tra pochi istanti» provò a obiettare il barone, con voce impaurita. «Certo, non lo metto in dubbio» replicò il visitatore quasi annoiato. «Per questo vedrò di sbrigarmi.» Lucy si portò una mano allo stomaco. «Paul!» «Lo so, lo sento anch'io. Maledizione... dobbiamo correre, se non vogliamo finire miseramente in mezzo al fiume.» L'afferrò per un braccio e la trascinò con sé, facendo la massima attenzione a non rivolgere il viso verso il finestrino. «In realtà siete morto a casa vostra per le complicazioni di una spiacevole influenza» sentirono pronunciare dal barone mentre superavano di corsa la carrozza. «Siccome però le mie visite presso di voi hanno avuto come ultima conseguenza che oggi vi troviate qui a Londra in perfetta salute, è chiaro che qualcosa ha spezzato l'equilibrio. E, da quella persona corretta che sono, mi sento in dovere di dare una mano alla morte.» Nonostante Paul fosse concentrato sulla sensazione che provava e sul valutare quanti metri mancassero fino alla riva, il significato di quelle parole penetrò nella sua mente costringendolo a fermarsi di nuovo. Lucy gli diede uno spintone nel fianco. «Corri!» lo incitò, mentre faceva lo stesso. «Manca solo qualche secondo!» Lui tornò a correre con le ginocchia molli e, mentre l'immagine della riva davanti a lui si annebbiava, udì provenire dall'interno della carrozza un grido agghiacciante seppure soffocato, seguito da un «demonio!» rantolato - poi un silenzio di morte. Dagli Annali dei Guardiani 18 dicembre 1992 Oggi alle ore tre Lucy e Paul sono stati inviati a trasmigrare nell'anno 1948. Al loro ritorno alle ore sette, sono atterrati nel roseto di fronte alla finestra della sala del drago, con costumi del XVII secolo completamente fradici. Mi hanno dato l'impressione di essere sconvolti, pronunciavano frasi sconnesse, per questo ho deciso contro il loro parere di informare Lord Montrose e Falk de Villiers. La vicenda tuttavia è stata subito chiarita. Lord Montrose ricordava ancora con precisione la festa in costume celebrata nel 1948 in giardino e di come in quell'occasione alcuni ospiti, tra i quali anche Lucy e Paul, fossero finiti nella vasca dei pesci rossi dopo aver bevuto troppo. Lord Lucas si è assunto la responsabilità dell'accaduto e ha promesso di sostituire i due esemplari di Rosa «Ferdinand Picard» e «Mr John Laing» che erano andati distrutti. Lucy e Paul sono stati severamente ammoniti di evitare il consumo di alcolici in futuro, in qualsiasi circostanza. Autore: J. Mountjoy, adepto di secondo grado Capitolo 1 «Signori, siamo in una chiesa! Non ci si bacia qui dentro!» Spalancai gli occhi sgomenta e mi staccai, convinta di vedermi piombare addosso un antiquato sacerdote con la tonaca svolazzante e l'espressione censoria, pronto a investirci con un predicozzo tonante. Invece non era stato il parroco a disturbare il nostro bacio. Non si era trattato di un essere umano. Il guastafeste era un gargoyle, un piccolo doccione come lui puntualizzò, appollaiato sul banco proprio accanto al confessionale che mi guardava con la mia stessa espressione frastornata. A pensarci bene non era possibile, perché ormai mi trovavo in una condizione che sostanzialmente non poteva più essere definita come frastornata. In tutta sincerità dovrei descriverlo piuttosto come una specie di gigantesco cortocircuito mentale. Era cominciato tutto con questo bacio. Gideon de Villiers aveva baciato me, Gwendolyn. Naturalmente mi sarei dovuta chiedere come mai all'improvviso gli fosse venuta in mente questa idea, dentro un confessionale in una chiesa da qualche parte a Belgravia nell'anno 1912, poco dopo aver superato una fuga rocambolesca costellata di ostacoli durante la quale non era stato solo il mio abito aderente fino al polpaccio con il ridicolo colletto alla marinara a intralciarmi. Avrei potuto compiere paragoni analitici con i baci ricevuti da altri ragazzi per capire dov'era che Gideon baciava tanto meglio. Mi avrebbe potuto dare da pensare anche il fatto che c'era la parete di un confessionale a separarci e che Gideon aveva dovuto sporgere la testa e le braccia attraverso la finestrella, e che quelle non erano di certo le circostanze ideali per un bacio, a prescindere poi dal fatto che non avevo bisogno di incasinare ulteriormente la mia vita, dopo aver saputo da appena tre giorni di avere ereditato il gene dei viaggi nel tempo dalla mia famiglia. In realtà non riuscivo a pensare proprio a niente, a parte forse oh e mmmm e ancora! Per questo non mi accorsi neppure del crampo allo stomaco e solo adesso, di fronte all'occhiata che mi scoccò il piccolo doccione con le braccia conserte dal banco di fronte, solo adesso che lo sguardo mi cadde sulla tenda marroncina del confessionale che fino a un attimo prima era stata di velluto verde, si affacciò alla mia mente la consapevolezza che nel frattempo eravamo balzati nel presente. «Accidenti!» Gideon si ritirò dalla sua parte del confessionale massaggiandosi la nuca. Accidenti? Precipitai malamente dalla mia nuvola di estasi e mi dimenticai del doccione. «A me non è sembrato poi così male» dichiarai cercando di mantenere un tono di voce il più possibile disinvolto. Purtroppo ero un po' trafelata e questo rovinò l'effetto. Siccome non riuscivo a guardare Gideon negli occhi, continuavo a fissare la tenda di poliestere marrone del confessionale. Mio Dio! Avevo viaggiato nel tempo per quasi cento anni senza nemmeno accorgermene, perché questo bacio mi aveva totalmente e completamente... colto di sorpresa. Cioè, fino a un attimo prima questo tipo non la smette di brontolare, poi ci si ritrova nel bel mezzo di un inseguimento con tanto di uomini armati di pistole e all'improvviso, così, di punto in bianco, quello ti viene a dire che sei speciale e ti bacia. Come sapeva baciare Gideon! Provai un'immediata gelosia per tutte le ragazze dalle quali aveva imparato. «Nessuno in vista.» Gideon si sporse dal confessionale, poi uscì nella chiesa. «Perfetto. Prenderemo l'autobus per tornare a Tempie. Vieni, ci staranno già aspettando.» Lo fissai interdetta da dietro la tenda. Stava forse dicendo che voleva tornare di nuovo all'ordine del giorno? Dopo un bacio (in realtà sarebbe stato meglio farlo prima, ma ormai era troppo tardi) c'erano un paio di cosette da spiegare, oppure no? Quel bacio era stato una specie di dichiarazione d'amore? Adesso io e Gideon stavamo insieme? Oppure avevamo soltanto pomiciato un po', perché non avevamo niente di meglio da fare al momento? «Vestita così non salgo sull'autobus» dichiarai categorica, mentre mi alzavo con tutta la dignità possibile. Piuttosto mi sarei morsa la lingua, ma non gli avrei mai rivolto nessuna delle domande che mi si erano affacciate alla mente. Indossavo un abito bianco con nastri azzurro cielo intorno alla vita e alla scollatura, probabilmente all'ultimo grido nel 1912, ma non certo adatto per salire sui mezzi pubblici nel XXI secolo. «Prenderemo un taxi.» Gideon si girò verso di me, ma non disse niente. Con la sua finanziera e i pantaloni con la piega non dava l'idea di essere troppo a suo agio per prendere l'autobus. Bisogna però ammettere che stava proprio bene, soprattutto ora che aveva i capelli un po' scompigliati che gli ricadevano sulla fronte invece di essere lisciati dietro le orecchie come fino a un paio d'ore prima. Uscii anch'io nella navata e rabbrividii. Faceva un freddo cane lì dentro. Oppure dipendeva dal fatto che negli ultimi tre giorni in pratica non avevo mai chiuso occhio? O ancora da ciò che era appena successo? Molto probabilmente il mio organismo aveva prodotto più adrenalina negli ultimi tempi che nei sedici anni precedenti. Erano successe così tante cose e avevo avuto così poco tempo per riflettere e mi sentivo scoppiare la testa per tutte le informazioni e le sensazioni che vi si agitavano. Se fossi stata un personaggio di un fumetto, avrei avuto sopra di me un enorme punto interrogativo. E magari anche un paio di teschi. Cercai di dominarmi. Se Gideon voleva tornare all'ordine del giorno, poteva accomodarsi. «Bene, muoviamoci a uscire da qui» dissi brusca. «Ho freddo.» Stavo per superarlo, quando lui mi afferrò per un braccio. «Senti, a proposito...» si interruppe, di sicuro sperando che concludessi io la frase al posto suo. Io, naturalmente, non lo feci. Ero troppo curiosa di sapere che cosa voleva dire. E poi avevo il respiro cono, per la sua vicinanza. «Il bacio di prima... io...» Di nuovo una frase lasciata a metà. Ma io la terminai mentalmente senza esitazioni. Io non facevo sul serio. Certo, chiaro, ma allora non avrebbe neppure dovuto farlo, giusto? Era come dare fuoco a una tenda e poi stupirsi se tutta la casa si incendiava. (Ok, un paragone balordo.) Siccome non volevo facilitargli le cose, rimasi a guardarlo con aria distaccata e interrogativa. Cioè, provai a guardarlo con aria distaccata e interrogativa, perché in realtà dovevo avere un'espressione del tipo sono il piccolo Bambi, per favore non uccidermi e non potevo farci niente. Ci mancava solo che cominciasse a tremarmi il labbro inferiore. Io non facevo sul serio. Avanti, dillo! Gideon invece non disse proprio niente. Mi sfilò una forcina dai capelli spettinati (la mia elaborata acconciatura a chiocciola nel frattempo doveva somigliare a un nido appena abbandonato), prese una ciocca e se l'avvolse intorno al dito. Con l'altra mano cominciò ad accarezzarmi il viso, poi si chinò verso di me e mi baciò di nuovo, questa volta con grande tenerezza, lo chiusi gli occhi - e poi accadde la stessa cosa di prima: il mio cervello ritornò in quella benefica condizione di stand-by (trasmetteva soltanto oh e mmmm e ancora!). Purtroppo durò al massimo dieci secondi, perché subito una voce proprio accanto a noi dichiarò stizzita: «Allora, ricominciamo?» Sbigottita, diedi una lieve spinta a Gideon sul petto e mi ritrovai a fissare il grugno del piccolo doccione che nel frattempo penzolava a testa in giù dal matroneo sotto il quale ci trovavamo. Per la precisione si trattava del fantasma di un doccione. Gideon aveva lasciato cadere i miei capelli e aveva assunto un'espressione neutra. Oddio! Chissà che cosa pensava di me adesso. I suoi occhi verdi erano imperscrutabili, al massimo un po' sconcertati. «Mi... mi sembrava di aver sentito un rumore» mormorai. «Ok» disse lui un po' tirato, ma decisamente amichevole. «Tu mi hai sentito» disse il doccione. «Mi hai sentito!» Era grosso più o meno quanto un gatto, con il muso da felino, ma oltre alle grandi orecchie a punta da lince aveva anche due cornetti arrotondati e poi un paio di ali sulla schiena e una lunga coda squamosa da lucertola che terminava a triangolo e si agitava qua e là. «E riesci anche a vedermi!» Io non risposi. «Sarà meglio andare» disse Gideon. «Riesci a vedermi e a sentirmi!» esclamò il piccolo doccione entusiasta, poi si lasciò cadere dal matroneo su uno dei banchi saltellando su e giù. Aveva una voce roca come quella di un bambino raffreddato. «Me ne sono accorto, sai!» Non dovevo commettere neppure un errore, altrimenti non mi sarei mai liberata di lui. Feci scorrere lo sguardo volutamente indifferente sui banchi, mentre mi dirigevo verso l'ingresso. Gideon mi tenne aperta la porta. «Grazie, molto gentile!» disse il doccione intrufolandosi fuori con me. Sul marciapiede rimasi abbagliata dal chiarore. Il cielo era nuvoloso, ma a giudicare dalla luce doveva essere tardo pomeriggio. «Aspetta!» esclamò il doccione tirandomi la gonna. «Dobbiamo parlare subito! Ehi, mi stai calpestando i piedi... non fingere di non vedermi. Lo so che mi vedi.» Un fiotto d'acqua gli uscì dalla bocca formando una piccola pozzanghera sulla punta del mio stivaletto abbottonato. «Ops. Scusa. Mi succede solo quando sono agitato.» Alzai lo sguardo verso la facciata della chiesa. Sembrava costruita in stile vittoriano, con le vetrate colorate e due graziosi campanili slanciati. L'alternanza di file di mattoni e intonaco bianco panna creava un piacevole motivo a strisce. Ma, per quanto cercassi di spingere lo sguardo in alto, non mi riuscì di scorgere neppure una statua o un doccione in tutto l'edificio. Strano che quel fantasma si trovasse lì. «Sono qui!» gridò il doccione arrampicandosi sul muro proprio davanti al mio naso. Si muoveva con l'agilità di una lucertola, come fanno tutti i doccioni. Indugiai per un attimo con lo sguardo sul mattone accanto alla sua testa, poi mi girai. Ora il doccione non era più così sicuro che io fossi in grado di vederlo. «Ti prego» disse. «Sarebbe così bello poter parlare ogni tanto con qualcun altro che non sia il fantasma di sir Arthur Conan Doyle.» Raffinato, il tipetto. Ma io non abboccai. Mi faceva pena, certo, ma sapevo quanto potevano diventare moleste quelle creature, e poi mi aveva interrotto nel bacio e per colpa sua ora Gideon mi considerava nella migliore delle ipotesi una lunatica. «Tiprego, tiprego, tipreeeego!» cantilenò il doccione. Io continuai a far finta di niente. Santo cielo, avevo già un sacco di problemi. Gideon si era spostato sul ciglio del marciapiede e stava facendo segno a un taxi. Naturalmente ne arrivò subito uno libero. Certe persone hanno sempre una fortuna sfacciata. Oppure un'autorità innata. Come mia nonna Lady Arisa, per esempio. Le basta fermarsi sul marciapiede con sguardo truce e i tassisti inchiodano subito. «Vieni, Gwendolyn?» «Non puoi andartene così!» La vocetta infantile era piagnucolosa, straziante. «Ora che ci siamo appena conosciuti.» Se fossimo stati da soli, forse mi sarei lasciata convincere a parlare con lui. Nonostante i dentini aguzzi e gli artigli, era grazioso e non doveva avere molta compagnia. (Il fantasma di sir Arthur Conan Doyle sicuramente aveva di meglio da fare. Chissà che cosa ci faceva a Londra.) Ma mettersi a parlare con i fantasmi in presenza di altre persone è disdicevole e si rischia di passare per bugiardi e sbruffoni nella migliore delle ipotesi - se non addirittura per pazzi. Non volevo rischiare che Gideon mi giudicasse pazza. Inoltre l'ultimo spirito di doccione al quale avevo rivolto la parola aveva sviluppato un tale morboso attaccamento per me che non mi lasciava nemmeno andare al bagno da sola. Per questo salii sul taxi con espressione impietrita, fissando insistentemente davanti a me. Gideon guardava fuori dal finestrino. Il tassista lanciò un'occhiata al nostro abbigliamento nel retrovisore alzando le sopracciglia, tuttavia non disse niente. Molto signorile, bisognava riconoscerlo. «Sono quasi le sette» disse Gideon, nel tentativo di intavolare una conversazione neutra. «Ci credo che sto morendo di fame.» Adesso che mi ci faceva pensare, mi resi conto di avere anch'io un grande appetito. Per colpa della pessima atmosfera a colazione non ero riuscita neppure a finire il toast e il pranzo alla mensa come al solito era stato immangiabile. Pensai con una punta di nostalgia ai tramezzini e alle focaccine disposti in maniera appetitosa sul tavolo da tè di Lady Tilney, che purtroppo non avevamo avuto modo di gustare. Lady Tilney! Solo adesso mi resi conto che io e Gideon avremmo fatto meglio a parlare della nostra avventura nell'anno 1912. Dopo tutto la situazione era scivolata fuori controllo e non avevo idea di come avrebbero reagito i Guardiani, notoriamente poco inclini all'umorismo per quanto riguardava le missioni nel tempo. Io e Gideon eravamo stati inviati lì con il compito di inserire Lady Tilney nel cronografo (vorrei precisare, a margine, che non avevo ancora capito per quale motivo, ma il tutto aveva un'aria terribilmente importante; a quanto ne sapevo doveva trattarsi come minimo del salvataggio del mondo). Prima che avessimo potuto farlo, erano spuntati mia cugina Lucy e Paul - in apparenza i cattivi della storia. Questo, quantomeno, era ciò che credeva la famiglia di Gideon e lui con loro. Lucy e Paul avevano rubato il secondo cronografo e si erano nascosti insieme a esso da qualche parte nel tempo. Erano anni che nessuno aveva più loro notizie, fino al momento in cui erano apparsi da Lady Tilney e avevano scombussolato il nostro piccolo ricevimento per il tè. Il momento in cui erano entrate in gioco le pistole lo avevo rimosso per lo shock, ma a un certo punto Gideon aveva puntato un'arma alla testa di Lucy, una pistola, che in realtà non avrebbe dovuto portare con sé. (Come io non avrei dovuto portare il cellulare, ma almeno con il cellulare non si ammazza nessuno!) Poi ci eravamo rifugiati nella chiesa. Ma per tutto il tempo non ero riuscita a liberarmi dalla sensazione che la storia con Lucy e Paul non fosse poi così univoca, come piaceva sostenere ai de Villiers. «Che cosa racconteremo a proposito di Lady Tilney?» domandai. «Giusto.» Gideon si massaggiò la fronte con un gesto stanco. «Non dovremmo mentire, ma forse in questo caso sarebbe più saggio tralasciare qualche particolare. Meglio che lasci parlare me.» Eccolo di nuovo, quel suo tono autoritario. «Ma certo» replicai. «Terrò la bocca chiusa e mi limiterò ad annuire, come si conviene a una brava ragazza.» Incrociai involontariamente le braccia sul petto. Possibile che Gideon non riuscisse mai a comportarsi in maniera normale? Prima mi baciava (e non una volta soltanto!) e subito dopo si trasformava nel Gran Maestro della loggia dei Guardiani in persona. Ci girammo entrambi a guardare ciascuno fuori dal suo finestrino. Fu Gideon a rompere il silenzio per primo e questo mi diede una certa soddisfazione. «Che cosa succede, il gatto ti ha rubato la lingua?» Lo disse con un tono quasi impacciato. «Come, scusa?» «Me lo chiedeva sempre mia madre da piccolo. Quando me ne stavo lì a fissare testardo, il vuoto come stai facendo tu adesso.» «Tu hai una madre?» Solo dopo averlo chiesto mi resi conto di quanto fosse idiota la mia domanda. Gideon alzò un sopracciglio. «Perché, che cosa pensavi?» domandò divertito. «Che fossi un androide assemblato da zio Falk e Mr George?» «Non sarebbe stato tanto assurdo. Hai delle tue foto da piccolo?» Immaginandomi Gideon da piccolo con il faccino paffuto e senza capelli, mi venne da ridere. «Dove sono i tuoi genitori? Vivono anche loro a Londra?» Gideon scrollò il capo. «Mio padre è morto e mia madre vive ad Antibes, nel sud della Francia.» Strinse le labbra per un secondo, inducendomi a pensare che non volesse aggiungere altro. Ma poi proseguì: «Insieme a mio fratello più piccolo e al suo nuovo marito, monsieur Chiamami papà Bertelin. Lui ha un'azienda che produce microcomponenti di platino e rame per apparecchi elettronici e gli affari devono andargli proprio bene: quantomeno ha battezzato il suo vistoso yacht Creso». Ero sbigottita. Tutte queste informazioni personali in una volta sola, non era da Gideon. «Ah. BÈ, di sicuro deve essere fantastico trascorrere le vacanze lì, giusto?» «Come no» ribatté lui sarcastico. «Hanno una piscina grande quanto tre campi da tennis e il suddetto yacht ha la rubinetteria d'oro.» «È certamente meglio di un cottage senza riscaldamento a Peebles.» Nella mia famiglia le vacanze estive si trascorrevano prevalentemente in Scozia. «Se fossi in te e la mia famiglia vivesse nel sud della Francia, andrei a trovarli ogni fine settimana. Anche senza piscina e senza yacht.» Gideon mi guardò scrollando la testa. «Ma davvero? E come ti regoleresti dovendo saltare in continuazione all'indietro nel tempo? Non è proprio un'esperienza invidiabile quando si viaggia a 150 all'ora sull'autostrada.» «Oh.» Tutta quella storia dei viaggi nel tempo per me era piuttosto nuova e non mi ero ancora fatta un'idea della portata delle sue conseguenze. Esistevano solo dodici gene-portatori, suddivisi in vari secoli, e io stentavo a credere di essere una di loro. Fino a pochi giorni prima si pensava che la prescelta fosse mia cugina Charlotte che si era preparata al suo ruolo con grande zelo. Invece, per ragioni inspiegabili, mia madre aveva tenuta nascosta la mia vera data di nascita e adesso era scoppiato il pasticcio. Esattamente come per Gideon, anch'io avevo un'unica alternativa: o saltavo nel tempo in maniera controllata con l'aiuto del cronografo, oppure lasciavo che ciò avvenisse di sorpresa e in qualsiasi momento, e mi ero resa conto, per esperienza personale, che non era una cosa proprio piacevole. «Ovviamente dovresti portarti dietro il cronografo, in modo da poter trasmigrare quando necessario in epoche non pericolose» riflettei a voce alta. Gideon sbuffò sarcastico. «Sarebbe proprio un viaggio molto rilassante, e si potrebbero visitare un sacco di località storiche. Ma, a prescindere dal fatto che non mi verrebbe mai permesso di andarmene in giro con il cronografo nello zaino, che cosa faresti tu senza lo strumento?» Si girò dalla mia parte e guardò ostentatamente fuori dal finestrino. «Grazie a Lucy e Paul ce n'è rimasto solo uno, oppure lo hai dimenticato?» La sua voce si fece tagliente, come capitava tutte le volte che parlava di Lucy e Paul. Scrollò le spalle e io guardai a mia volta fuori dal finestrino. Il taxi procedeva a passo d'uomo verso Piccadilly. Fantastico. Il traffico congestionato della City nell'ora di punta. Avremmo fatto prima ad andare a piedi. «Forse non ti è ancora ben chiaro che non avrai più molte possibilità di lasciare quest'isola, Gwendolyn!» La voce di Gideon trasudava amarezza. «E neppure questa città. Invece di farti fare le vacanze in Scozia, la tua famiglia avrebbe fatto meglio a portarti in giro per il mondo. Ora è troppo tardi. Rassegnati al fatto che potrai vedere solo attraverso Google Earth tutti i luoghi dove sogni di andare.» Il tassista tirò fuori dalla tasca un libro stropicciato, si appoggiò allo schienale del sedile e si mise comodamente a leggere. «Ma tu... tu sei stato in Belgio e anche a Parigi» obiettai. «Per viaggiare nel passato da lì e ottenere il sangue di non so chi e fare...» «È vero» mi interruppe lui. «Insieme con mio zio, tre Guardiani e una costumista. Un viaggio fantastico! A parte che poi il Belgio è un posto follemente esotico. Non sogniamo forse tutti di poter passare qualche giorno in Belgio prima o poi?» Intimidita dalla sua improvvisa aggressività, domandai sottovoce: «Dove ti piacerebbe andare se potessi scegliere?» «Intendi dire se non tossi stato colpito da questa maledizione dei viaggi nel tempo? Oddio, non saprei da dove cominciare. In Cile, Brasile, Perù, Costarica, Nicaragua, Canada, Alaska, Vietnam, Nepal, Australia, Nuova Zelanda...» Abbozzò un sorriso. «In pratica dappertutto, a parte che sulla Luna. Però non è divertente pensarci sapendo che non ti sarà mai possibile tarlo. Dobbiamo rassegnarci al fatto che dal punto di vista dei viaggi la nostra vita sarà piuttosto monotona.» «A prescindere dai viaggi nel tempo.» Arrossii, perché aveva detto «la nostra vita» e mi era sembrata un'espressione così... intima. «Direi che come minimo è la giusta ricompensa per il costante controllo a cui siamo sottoposti» osservò Gideon. «Se non ci fossero i viaggi nel tempo, sarei già morto di noia. Paradossale, ma vero.» «Sinceramente, per darmi la carica a me basterebbe vedere di tanto in tanto un bel film appassionante.» Lanciai un'occhiata malinconica a un ciclista che zigzagava in mezzo al traffico. Volevo tornare a casa! Le auto davanti a noi non avanzavano neppure di un millimetro e il nostro tassista sembrava del tutto soddisfatto della cosa. «Se la tua famiglia vive nel sud della Francia, tu dove abiti?» domandai a Gideon. «Ho preso da poco un appartamento a Chelsea, dove in realtà vado solo a fare la doccia e a dormire. Quando ci riesco.» Sospirò. Era chiaro che negli ultimi tre giorni aveva dormito poco esattamente come me. Forse addirittura di meno. «Prima ho vissuto a Greenwich insieme a zio Falk da quando avevo undici anni. Quando mia madre ha conosciuto monsieur Facciadaschiaffi e ha deciso di lasciare l'Inghilterra, ovviamente i Guardiani hanno avuto da ridire. In fondo mancavano solo pochi anni al mio salto di iniziazione e io avevo ancora molte cose da imparare.» «Tua madre ti ha lasciato qui da solo?» Mia madre non ci sarebbe mai riuscita, questo era sicuro. Gideon scrollò le spalle. «Voglio bene allo zio, è un tipo a posto, quando non tira fuori quella sua aria da Gran Maestro della loggia. In ogni caso lo preferisco mille volte al mio cosiddetto padre putativo.» «Ma...» non avevo il coraggio di chiederglielo, quindi abbassai la voce a un sussurro. «Ma lei non ti manca?» Un'altra alzata di spalle. «Fino a quindici anni, quando potevo permettermi di viaggiare senza rischi, ho sempre trascorso le vacanze da loro. Dopo mia madre ha cominciato a venire a Londra almeno due volte l'anno, ufficialmente per stare con me, ma in realtà per spendere i soldi di monsieur Bertelin. Ha un debole per l'abbigliamento, le scarpe e i gioielli antichi. E per i ristoranti macrobiotici a cinque stelle.» Doveva essere proprio una madre da manuale. «E tuo fratello?» «Raphael? Ormai si è trasformato in un vero e proprio francese. Chiama papà Facciadaschiaffi e un giorno erediterà il suo impero di platino. Al momento tuttavia non sembra neppure intenzionato a prendere il diploma, quello scansafatiche. Preferisce dedicarsi alle ragazze piuttosto che ai libri.» Gideon allungò il braccio sullo schienale dietro di me e il mio respiro accelerò di conseguenza. «Che cos'è quello sguardo scioccato? Forse ti faccio pena?» «Un pochino» risposi sincera, pensando al ragazzino di undici anni costretto a restare in Inghilterra tutto solo. In compagnia di uomini sfuggenti e misteriosi che lo avevano obbligato a prendere lezioni di scherma e di violino. E di polo! «Falk non c neppure il tuo vero zio. Solo un lontano parente.» Qualcuno dietro di noi suonò il clacson spazientito. Il tassista lanciò una breve occhiata allo specchietto poi ingranò la marcia senza farsi distrarre troppo dalla lettura. C'era solo da sperare che il capitolo non fosse troppo coinvolgente. Gideon non sembrò far caso a quanto stava succedendo fuori. «Falk è sempre stato come un padre per me» disse. Mi rivolse un sorriso storto. «Sul serio, non devi guardarmi come se fossi David Copperfield.» Come? Perché avrei dovuto pensare che era David Copperfield! Gideon sbuffò. «Mi riferisco al personaggio del romanzo di Charles Dickens, non all'illusionista. Ti capita di leggere qualche libro ogni tanto?» Eccolo di nuovo, il vecchio Gideon pieno di sé. E pensare che io traboccavo già di fiducia e amicizia verso di lui. Stranamente però rimasi quasi sollevata di ritrovarmi davanti quell'insopportabile arrogante. Assunsi un'espressione il più possibile superba e scivolai un po' più lontano da lui. «Preferisco la letteratura moderna.» «Davvero?» Gli occhi di Gideon lampeggiarono divertiti. «Per esempio?» Non poteva sapere che mia cugina Charlotte mi aveva ripetuto la stessa identica domanda per anni e con pari arroganza. In realtà leggevo molto e perciò ero sempre stata pronta a dare informazioni, ma siccome Charlotte liquidava regolarmente le mie letture definendole con disprezzo «stupide baggianate da ragazzine» alla fine mi ero stufata e le avevo rovinato il divertimento una volta per tutte. A volte bisogna colpire l'avversario con le sue stesse armi. Il trucco è che parlando non bisogna mostrare la minima esitazione e si deve inserire nel discorso almeno un famoso autore di best seller, meglio se di lui si conosce veramente qualche libro. Altra regola: più il nome suona esotico e straniero tanto meglio. Alzai il mento e fissai Gideon negli occhi. «Per esempio mi piacciono molto George Matussek, Wally Lamb, Pjotr Selvjeniki, Liisa Tikaanenen. In generale apprezzo molto gli autori finnici, per il loro particolare umorismo, e ho letto tutti i libri di Jack August Merrywether, anche se l'ultimo mi ha un po' deluso. Poi ci sono Helen Marundi, naturalmente, Tahuro Yashamoto, Lawrence Delaney oltre a Grimphook, Tsherkowsky, Maland, Pitt...» Gideon mi fissava perplesso. Alzai gli occhi al cielo. «Rudolf Pitt, non Brad.» Lui sollevò impercettibilmente gli angoli della bocca. «Devo dire tuttavia che Neve d'ametista non mi è piaciuto» mi affrettai ad aggiungere. «Troppe metafore ampollose, non trovi anche tu? Mentre lo leggevo continuavo a pensare che dovesse averglielo scritto qualcun altro.» «.Neve d'ametista?» ripete Gideon sorridendo. «Sì, hai ragione è terribilmente ampolloso. Al contrario La valanga d'ambra mi è piaciuto un sacco.» Non potei fare a meno di ricambiare il suo sorriso. «Sì, con La valanga d'ambra si è proprio meritato il premio nazionale austriaco per la letteratura. Che te ne pare di Takoshi Mahuro?» «L'opera giovanile è eccellente, ma il fatto che continui a rielaborare i suoi traumi infantili alla lunga mi sembra un po' noioso» osservò Gideon. «Tra gli autori giapponesi preferisco Yamamoto Kawasaki oppure Haruki Murakami.» Scoppiai in una risata irrefrenabile. «Murakami esiste davvero!» «Lo so» rispose Gideon. «Charlotte mi ha regalato un suo libro. La prossima volta che parleremo di libri, le consiglierò Neve d'ametista. Come si chiama l'autore?» «Rudolf Pitt.» Charlotte gli aveva regalato un libro? Ma che pensiero - hmm - gentile da parte sua. Un'idea veramente originale. E per il resto che cosa facevano insieme, a parte parlare di libri? Il mio buonumore fu spazzato via. Come facevo a starmene seduta fi a parlare con Gideon come se tra noi non fosse mai successo niente? Prima di tutto avremmo dovuto chiarire un paio di cosette. Lo guardai e feci un profondo respiro, senza sapere con precisione che cosa volessi chiedergli. Perché mi hai baciata? «Siamo quasi arrivati» annunciò Gideon. Guardai fuori dal finestrino, distratta. Proprio così; a quanto sembrava, durante il nostro scambio di vedute sulla letteratura, il tassista doveva aver messo da parte il libro e proseguito il viaggio e adesso era in procinto di svoltare in Crown Office Row nel distretto di Tempie, dove aveva sede la società segreta dei Guardiani. Poco dopo fermò il taxi in uno dei posti riservati accanto a una scintillante Bentley. «È sicuro che possiamo fermarci qui?» «È tutto a posto» gli garantì Gideon scendendo. «No, Gwendolyn, tu resta pure dentro, mentre vado a prendere i soldi» mi disse quando feci per scendere a mia volta. «Non dimenticare: qualunque cosa ci chiedano, lascia parlare me. Torno subito.» «Il tassametro scorre» brontolò il tassista. Guardammo Gideon scomparire tra le antiche e rispettabili dimore di Tempie e solo allora compresi che ero stata lasciata in macchina come pegno. «Siete gente di teatro?» mi domandò il tassista. «Come dice?» Che cos'era quell'ombra svolazzante sopra di noi? «Lo chiedevo per via dei vostri buffi vestiti.» «No. Lavoriamo in un museo.» Dal tettuccio dell'auto provenivano strani fruscii. Come se un uccello si fosse posato lì sopra. Un grosso uccello. «Che cos'è?» «Che cosa?» chiese il tassista. «Credo che un corvo o qualcosa del genere si sia posato sull'auto» risposi speranzosa. Ma naturalmente non fu un corvo quello che sporse il muso oltre il tettuccio e guardò dentro il finestrino. Era il piccolo doccione di Belgravia. Alla vista della mia espressione raccapricciata, il suo muso da gatto si illuminò di uh sorriso di trionfo e un getto d'acqua dalla sua bocca inondò il parabrezza. L'amore non conosce ostacoli; né porta né serratura, a passare sempre riuscirà. L'amore non ha principio, batte le ali per sua natura, e per sempre le batterà. Matthias Claudius (1740-1815) Capitolo 2 «Sei sorpresa, eh?» esclamò il piccolo doccione. Non aveva smesso un momento di parlare con me da quando ero scesa dal taxi. «Non è tanto facile liberarsi di noi.» «Sì, va bene. Senti...» Lanciai un'occhiata nervosa verso il taxi. Avevo detto al tassista che dovevo prendere subito una boccata d'aria fresca perché mi sentivo poco bene e ora lui mi fissava con sospetto chiedendosi come mai stessi parlando con il muro della casa. Di Gideon ancora nessuna traccia. «Inoltre so volare.» Per dimostrarmelo spiegò le ali. «Come un pipistrello. Più veloce di qualunque taxi.» «Stammi a sentire: il fatto che riesca a vederti non significa che...» «Vedermi e sentirmi!» mi interruppe lui. «Sai la cosa buffa? L'ultima che riusciva a vedermi e sentirmi era Madame Tussaud, che purtroppo non dava molta importanza alla mia compagnia. Di solito mi spruzzava d'acqua benedetta e pregava. La poverina era piuttosto impressionabile.» Alzò gli occhi al cielo. «Sai com'è: troppe teste mozzate...» Spruzzò un altro getto d'acqua, stavolta proprio davanti ai miei piedi. «Smettila!» «Scusa! È l'agitazione. Un piccolo ricordo di quando stavo sulla grondaia.» Avevo poche speranze di riuscire a liberarmi di lui, ma volevo almeno provarci. In maniera amichevole. Mi chinai verso di lui fino a trovarmi all'altezza dei suoi occhi. «Sei davvero un tipo in gamba, ma non puoi assolutamente restare con me! La mia vita è già abbastanza complicata e sinceramente mi bastano i fantasmi che conosco. Quindi ti prego di sparire.» «Io non sono un fantasma» obiettò il doccione offeso. «Sono un demone. O, meglio, ciò che resta di un demone.» «Dove sarebbe la differenza?» esclamai spazientita. «Io non dovrei vedere né fantasmi né demoni, lo capisci! Devi tornare alla tua chiesa.» «Dove sarebbe la differenza? Ma come! I fantasmi sono solo proiezioni di persone morte che per qualche motivo non vogliono lasciare questo mondo. Io da vivo ero un demone. Non puoi confondermi con un fantasma qualunque. E comunque quella non è la mia chiesa. È solo che mi piace stare da quelle parti.» Il tassista intanto mi guardava a bocca aperta. Dal finestrino aperto evidentemente aveva sentito ogni parola, ogni mia parola. Mi massaggiai la fronte. «Non m'interessa. In ogni caso non puoi restare con me.» «Di che cosa hai paura?» Il doccione mi si avvicinò fiducioso e inclinò la testa di lato. «Oggigiorno nessuno viene più messo sul rogo per stregoneria, solo perché vede e sa qualcosa in più delle persone normali.» «Oggigiorno però chi parla con i fantasmi - cioè , con i demoni finisce ricoverato in psichiatria» ribattei. «Ma non capisci che...» Lasciai perdere. Non sarebbe servito a niente. Con le buone non avrei ottenuto alcun risultato. Per questo aggrottai la fronte e dissi nella maniera più brusca possibile: «Il fatto che io abbia la sfortuna di riuscire a vederti non ti dà il diritto di esigere la mia compagnia». Il doccione rimase impassibile. «Tu però puoi avere la mia, fortunata creatura...» «Te lo dico una volta per tutte: mi scocci! Quindi, per favore, vattene!» ringhiai. «No, non farlo! Poi te ne pentiresti. Ecco che torna il tuo amichetto.» Fece una smorfia e schioccò le labbra in un bacio sonoro. «Ma stai zitto.» Vidi Gideon avvicinarsi a grandi passi. «E sparisci una buona volta.» Queste parole le sibilai senza muovere le labbra, come un ventriloquo. Il doccione naturalmente non si fece impressionare. «Modera i toni, ragazza!» disse divertito. «Ricorda che, quando si grida nel bosco, si ottiene sempre l'eco.» Gideon non era solo. Alle sue spalle vidi ondeggiare la figura tonda di Mr George, costretto a correre per stare al passo con Gideon. Non appena mi vide assunse un'espressione raggiante. Io mi rialzai e mi lisciai l'abito. «Gwendolyn, grazie al cielo» disse Mr George mentre si asciugava il sudore dalla fronte con il fazzoletto. «Tutto a posto, ragazza mia?» «Il piccoletto ciccione è proprio senza fiato» commentò il doccione. «Magnificamente, Mr George. Abbiamo solo incontrato qualche piccolo, hmm, problemino.» Gideon, che stava pagando il tassista, mi lanciò un'occhiata d'avvertimento da sopra il tettuccio del taxi. «...con il tempismo» mormorai guardando il tassista che uscì dal parcheggio scrollando la testa e se ne andò. «Già, Gideon mi stava dicendo che c'è stata qualche complicazione. È inconcepibile che possa esistere una lacuna nel sistema. Dobbiamo analizzare a fondo la cosa. E magari cambiare strategia. La cosa principale, comunque, è che non vi sia capitato niente.» Mr George mi offrì il braccio in un gesto piuttosto buffo, dal momento che era una spanna più basso di me. «Vieni, ragazza mia, c'è ancora qualcosa da fare.» «Veramente volevo tornare subito a casa» protestai. Il demone si arrampicò su per una grondaia e rimase appeso al tetto, cantando a squarciagola Friends will be friends. «Sì, certo» disse Mr George. «Ma oggi sei stata nel passato solo per tre ore. Per essere sicuri da qui a domani, devi trasmigrare ancora un paio d'ore. Non preoccuparti, non sarà niente di faticoso. Un comodo scantinato dove potrai fare i compiti.» «Ma... di sicuro la mamma mi aspetta e sarà preoccupata!» E poi oggi era mercoledì e a casa c'era la nostra serata con pollo arrosto e patatine. Senza parlare poi del bagno e del letto che mi aspettavano! Pensare di fare i compiti in tali condizioni era davvero inaudito. Qualcuno mi avrebbe scritto la giustificazione. Siccome Gwendolyn di recente è impegnata quotidianamente in importanti missioni di viaggi nel tempo, dovrà essere esentata dai compiti in futuro. Il doccione continuava a cantare dal tetto e io dovevo fare un grande sforzo di volontà per non correggerlo. Grazie a Singstar e ai pomeriggi di karaoke con la mia amica Leslie, conoscevo alla perfezione i testi dei Queen e sapevo che in quella canzone non si parlava di cetrioli. «Basteranno due ore» disse Gideon, incamminandosi a lunghe falcate che costrinsero Mr George e me ad affrettare il passo per tenergli dietro. «Poi potrà tornare a casa a riposare.» Non sopportavo quando gli altri parlavano di me in mia presenza usando la terza persona. «Bene, la cosa la rende molto felice» risposi. «In effetti è stanchissima.» «Telefoneremo a tua madre e le spiegheremo che tornerai a casa al massimo per le dieci» disse Mr George. Le dieci? Addio bella coscia di pollo. Ero pronta a scommettere qualunque cosa che prima del mio arrivo sarebbe finita tra le fauci del mio vorace fratellino. «When you're through with life and all hope is lost» cantava il doccione mentre, svolazzando e scivolando lungo il muro, scendeva fino a terra per poi posarsi leggiadro di fianco a me. «Le diremo che hai ancora una lezione» proseguì Mr George quasi parlando tra sé. «Forse sarà meglio se non racconti niente della tua avventura nel 1912, visto che lei era convinta che fossi stata mandata a trasmigrare nel 1956.» Intanto avevano raggiunto il quartiere generale dei Guardiani. Da qui venivano controllati i viaggi nel tempo da secoli. La famiglia de Villiers discendeva direttamente dal conte di Saint Germain, uno dei più famosi viaggiatori nel tempo della linea maschile. Noi Montrose, viceversa, eravamo la linea femminile e questo sembrava implicare per i de Villiers che non avessimo alcuna rilevanza. Era stato il conte di Saint Germain a inventare i viaggi nel tempo controllati con l'aiuto del cronografo e sempre lui aveva dato l'ordine bislacco di inserire assolutamente tutti i dodici viaggiatori nel tempo nel cronografo. Ormai mancavano solo Lucy, Paul, Lady Tilney e una certa Tussi, una dama di corte di cui non ricordavo il nome. A loro bisognava ancora prelevare qualche goccia di sangue. La domanda cruciale era questa: che cosa sarebbe accaduto quando i dodici viaggiatori nel tempo fossero stati inseriti e il cerchio si fosse chiuso? Nessuno sembrava saperlo con precisione. I Guardiani si comportavano come dei veri e propri lemming quando si parlava del conte. In confronto una cieca adorazione era niente! A me invece si chiudeva letteralmente la gola al pensiero di Saint Germain, perché il mio unico incontro con lui nel passato era stato tutt'altro che piacevole. Davanti a me Mr George arrancava per la scala d'ingresso. La sua figura rotondetta come sempre emanava un che di confortante. In ogni caso era praticamente l'unico di tutta la combriccola del quale mi fidassi. A parte Gideon, anche se, no, nel suo caso non si poteva parlare di fiducia. L'edificio della loggia non era diverso da tutte le altre costruzioni che fiancheggiavano i vicoli intorno alla chiesa di Tempie ed erano occupate principalmente da studi legali e dagli alloggi dei docenti dell'Istituto di Giurisprudenza. Io però sapevo che la sede dell'organizzazione era molto più grande e decisamente meno modesta di quanto apparisse all'esterno e che la parte più estesa era nel sotterraneo. Giunti sulla porta, Gideon mi trattenne e mi sibilò all'orecchio: «Ho detto che eri molto spaventata, quindi fammi il favore di sembrare un po' sconvolta, se stasera vuoi tornare presto a casa». «Mi pareva di farlo sempre» mormorai. «Vi aspettano nella sala del drago» ansimò Mr George dall'ingresso. «Voi cominciate ad avviarvi, io dirò a Mrs Jenkins di portarvi qualcosa da mangiare. Scommetto che siete affamati. Qualche desiderio particolare?» Prima che potessi manifestare le mie preferenze, Gideon mi aveva afferrato per un braccio conducendomi via. «Se possibile molto di tutto!» gridai girando la testa verso Mr George, prima che Gideon mi trascinasse oltre una porta in un altro corridoio. Con la mia gonna lunga e stretta rischiai di inciampare. Il doccione intanto saltellava leggiadro accanto a noi. «Non mi sembra che il tuo amichetto sia molto educato» osservò. «In genere questo è il modo con cui si trascina una capra al mercato.» «Non tirarmi così» dissi a Gideon. «Prima la facciamo finita, prima potrai tornare a casa.» Le sue parole erano dettate dalla sollecitudine nei miei confronti, oppure dal fatto che voleva liberarsi di me? «Sì, ma... forse piacerebbe partecipare anche a me, ci hai pensato? Ho un sacco di domande e sono stufa di non ricevere risposte.» Gideon rallentò leggermente il passo. «In ogni caso oggi nessuno ti risponderebbe, oggi vogliono sapere soltanto com'è possibile che Lucy e Paul ci abbiano intercettato. E purtroppo tu resti ancora la nostra principale sospettata.» Quel nostra mi provocò una fitta nel petto e la cosa mi irritò a non finire. «Io sono l'unica a non sapere niente di tutta la faccenda!» Gideon sospirò. «Ho già cercato di spiegartelo una volta. Adesso sei all'oscuro di tutto e... innocente, ma nessuno sa che cosa potrai fare in futuro. Non dimenticare che potresti viaggiare nel passato e informare Lucy e Paul della nostra visita.» S'interruppe. «Cioè... avresti potuto informarli.» Alzai gli occhi al cielo. «Anche tu avresti potuto farlo! E, soprattutto, perché dovrebbe essere proprio uno di noi due? Non potrebbe essere stata Margret Tilney a lasciare un messaggio nel passato? Oppure i Guardiani? Avrebbero potuto dare una lettera a uno dei viaggiatori nel tempo, da qualche tempo in qualunque tempo...» «Eh?» esclamò il doccione che ora svolazzava sopra di noi. «Qualcuno potrebbe spiegarmi di che cosa state parlando? Non ci capisco un'acca.» «Certo, esistono diverse spiegazioni possibili» disse Gideon rallentando ulteriormente. «Ma oggi ho avuto l'impressione che Lucy e Paul ti abbiano, come dire, colpito.» Si fermò, mi lasciò il braccio e mi fissò serio. «Tu avresti parlato con loro, avresti creduto alle loro fandonie, forse avresti acconsentito a mettere il tuo sangue nel cronografo rubato, se non ci fossi stato io a impedirtelo.» «No, non l'avrei fatto» replicai. «Di sicuro però mi sarebbe piaciuto ascoltare quello che avevano da dirci. Non mi hanno fatto una cattiva impressione.» Gideon annuì. «Proprio come dicevo io. Gwendolyn, questa gente vuole distruggere un segreto custodito per centinaia di anni. Vogliono rimpossessarsi di qualcosa che non gli appartiene. Per farlo gli basta avere il nostro sangue. Non credo che si fermerebbero davanti a niente pur di ottenerlo.» Si scostò una ciocca castana dalla fronte e io trattenni involontariamente il respiro. Dio, quant'era bello! Quegli occhi verdi, le labbra piene ben disegnate, la pelle chiara: tutto di lui era semplicemente perfetto. E poi aveva un buon profumo, tanto che per un secondo accarezzai il pensiero di posare la testa sul suo petto. Ma naturalmente non lo feci. «Forse ti sei dimenticato che anche noi vogliamo il loro sangue. E poi sei stato tu a puntare una pistola alla testa di Lucy, e non viceversa» precisai. «Lei era disarmata.» Sulla fronte di Gideon comparve una ruga di collera. «Gwendolyn, non essere tanto ingenua. Siamo stati attirati in una trappola, per quanto inspiegabilmente. Lucy e Paul avevano rinforzi armati, la proporzione era di quattro a uno.» «Due!» lo corressi. «C'ero anch'io.» «Cinque, se si conta Lady Tilney. Senza la mia pistola a quest'ora probabilmente saremmo morti. Quantomeno sarebbero riusciti a prelevarci il sangue con la forza, era proprio quello il loro scopo. E tu avresti voluto parlare con loro?» Mi morsi il labbro. «Pronto?» intervenne il doccione. «C'è qualcuno che pensa anche a me? Io non ci capisco proprio niente!» «Capisco che tu sia confusa» disse Gideon con molta più dolcezza, anche se la sua voce tradiva una nota di inconfondibile superiorità. «In questi ultimi giorni hai vissuto e imparato troppe cose. Eri del tutto impreparata. Come potresti capire che cosa sta succedendo? Hai bisogno di farti una bella dormita. Quindi vediamo di concludere in fretta la cosa.» Mi afferrò di nuovo per un braccio e mi spinse in avanti. «Io parlerò e tu confermerai la mia storia, ok?» «Va bene, è la ventesima volta che me lo ripeti!» esclamai stizzita, puntando i piedi davanti a una targhetta di ottone con la scritta Ladys. «Potete cominciare senza di me, dato che devo andare in bagno dal giugno 1912.» Gideon mi lasciò. «Sei capace di trovare da sola la strada fino al piano superiore?» «Ma certo» risposi, pur non essendo affatto sicura di potermi fidare del mio senso dell'orientamento. Quell'edificio aveva troppi corridoi, troppe scale, curve e porte. «Bravissima! Finalmente ci siamo liberati di quello scocciatore» disse il doccione. «Ora puoi spiegarmi con tutta calma che cosa sta succedendo.» Aspettai di vedere Gideon scomparire oltre l'angolo successivo, poi aprii la porta del bagno e mi rivolsi brusca al doccione: «Sbrigati, entra qui!» «Come?» Lui mi lanciò un'occhiata offesa. «Al gabinetto? Senti, mi sembra veramente...» «Non mi interessa quello che ti sembra. Non ci sono molti posti dove poter chiacchierare in pace con un demone e non voglio rischiare che qualcuno ci senta! Avanti, dentro!» Il doccione si tappò il naso e mi seguì controvoglia nel bagno. C'era solo un vago odore di disinfettante e limone. Gettai una breve occhiata nel cubicolo. Nessuno. «Ora ascoltami bene: so che non potrò liberarmi tanto velocemente di te, ma se vuoi restare con me dovrai rispettare qualche semplice regola, chiaro?» «Non infilarmi le dita nel naso, non dire parolacce, non spaventare i cani...» elencò il doccione. «Come? No, quello che voglio che tu rispetti è la mia sfera privata. Di notte voglio poter starmene da sola in bagno e nel caso capiti di nuovo che qualcuno mi bacia» - dovetti fare una pausa a questo punto - «non vorrei avere testimoni, è chiaro?» «Tzè» sbuffò il doccione. «Senti da che pulpito. Dalla bocca di una che mi ha trascinato al gabinetto.» «Allora siamo d'accordo? Rispetterai la mia sfera privata?» «Di sicuro non voglio guardarti mentre fai la doccia oppure - che schifo! - mentre baci qualcuno» confermò con enfasi il doccione. «Non devi preoccuparti per questo. E in genere trovo anche piuttosto noioso guardare la gente mentre dorme. Quel russare e quello sbavare, per non parlare di tutto il resto...» «Inoltre non devi intervenire quando sono a scuola, oppure quando parlo con qualcuno, e per favore, se proprio vuoi cantare, non farlo davanti a me!» «Ma sono molto bravo a imitare il suono di una tromba, sai?» obiettò il doccione. «Oppure di un corno da postiglione. Hai un cane?» «No!» Feci un profondo respiro. Con un tipo del genere avrei avuto bisogno di nervi d'acciaio. «Non puoi procurartene uno? Potrebbe andare anche un gatto, ma sono sempre così arroganti e non si arrabbiano facilmente. Certi uccelli possono vedermi. Hai un uccello?» «Mia nonna non sopporta gli animali domestici» dichiarai, trattenendomi dall'aggiungere che molto probabilmente avrebbe avuto a che ridire anche di fronte a quelli invisibili. «Allora, ricominciamo dal principio: io sono Gwendolyn Shepherd. Piacere di conoscerti.» «Xemerius» rispose il doccione raggiante. «Molto piacere.» Si arrampicò sul lavandino e mi guardò negli occhi. «Sul serio! Molto, davvero molto piacere! Mi compri un gatto?» «No. E adesso esci, perché mi scappa sul serio.» «Blah.» Xemerius attraversò veloce la porta con un balzo e lo sentii ricominciare a cantare Friends will be friends in corridoio. Rimasi in bagno molto più a lungo del necessario. Mi lavai accuratamente le mani e mi sciacquai generosamente il viso con l'acqua fresca, nella speranza di schiarirmi le idee. Purtroppo non mi riuscì di fermare il vorticoso carosello di pensieri che mi occupava la mente. Mi guardai allo specchio: sembrava che una cornacchia mi avesse fatto il nido in testa, allora cercai di lisciarmi i capelli con le dita e di assumere un'espressione allegra. Come avrebbe fatto la mia amica Leslie se fosse stata qui. «Ancora un paio d'ore e sarà finito tutto, Gwendolyn. Comunque complimenti, nonostante la stanchezza e la fame, non hai poi un aspetto così terribile.» La mia immagine riflessa mi lanciò un'occhiata carica di rimprovero con i suoi occhi sgranati e cerchiati. «D'accordo, non è vero» riconobbi. «Sei orribile. Ma, tutto sommato, è capitato anche di peggio. Pensa a come eri ridotta quando avevi la varicella. Quindi, animo! Ce la farai.» Xemerius si era appeso come un pipistrello a un lampadario in corridoio. «Che posto tetro» dichiarò. «È appena passato un templare con un braccio solo. Lo conosci?» «No» risposi. «Grazie al cielo no. Vieni, dobbiamo andare da questa parte.» «Mi spieghi la storia dei viaggi nel tempo?» «Non la capisco nemmeno io.» «Mi compri un gatto?» «No.» «Io però so dove si possono prendere gratis. Ehi, dentro quell'armatura c'è un uomo.» Gettai un'occhiata di sottecchi all'armatura. In effetti mi parve di vedere scintillare un paio d'occhi dietro l'elmo chiuso. Era la stessa armatura alla quale il giorno prima avevo dato una pacca esuberante sulla spalla, convinta che fosse una scultura decorativa. Sembravano trascorsi anni da ieri. Davanti alla porta della sala del drago mi imbattei in Mrs Jenkins, la segretaria. Teneva un vassoio tra le braccia e fu grata che le aprissi la porta. «Per il momento solo tè e biscotti, tesoro» mi disse con un sorriso di scuse. «Mrs Mallory è già andata a casa e ho dovuto guardare io stessa che cosa potevo trovare in cucina per due ragazzi affamati.» Annuii educata, ma ero sicura che, con un po' di attenzione, si sarebbe potuto sentire il mio stomaco che brontolava «ordina qualcosa dal cinese». Nella sala trovai ad aspettarmi lo zio di Gideon, Falle, che con i suoi occhi d'ambra e la chioma brizzolata mi faceva sempre pensare a un lupo, il rigido dottor White dall'aria tetra, con il suo immancabile abito nero, e - con mia sorpresa - anche il mio professore di inglese e storia, Mr Whitman, soprannominato scoiattolo. Il mio disagio raddoppiò e mi cincischiai imbarazzata il nastro azzurro del vestito. Quella mattina Mr Whitman aveva sorpreso me e Leslie a marinare la scuola e ci aveva fatto la predica. Inoltre aveva confiscato il faldone con il materiale raccolto da Leslie. Che appartenesse alla cerchia interna dei Guardiani finora era stata solo una supposizione da parte nostra, ma ora veniva ufficialmente confermata. «Eccoti, finalmente, Gwendolyn» mi salutò Falk de Villiers in tono amichevole ma senza sorridere. Avrebbe avuto bisogno di un barbiere, ma forse era uno di quegli uomini che, pur radendosi al mattino, la sera avevano già una barba di tre giorni. Forse dipendeva dall'ombra scura intorno alla bocca, ma in ogni caso sembrava molto più teso e serio del giorno precedente e anche di qualche ora prima. Un capobranco nervoso. Mr Whitman tuttavia mi ammiccò e il dottor White borbottò qualcosa di incomprensibile in cui colsi soltanto le parole «donne» e «puntualità». Accanto al dottore c'era come sempre il piccolo fantasma bambino Robert, in apparenza l'unico contento di rivedermi, perché infatti mi sorrise raggiante. Robert era il figlio del dottor White, era annegato in una piscina all'età di sette anni e da allora seguiva il padre passo passo. A parte me non poteva vederlo nessuno e, siccome il dottore era onnipresente, non avevo ancora avuto la possibilità di intavolare un dialogo sensato con Robert, per esempio per scoprire come mai si trovasse ancora sulla terra. Gideon era appoggiato a braccia conserte a uno dei pannelli di legno finemente intagliati che rivestivano le pareti. Mi degnò di un'occhiata fugace, poi si soffermò a fissare i biscotti sul vassoio di Mrs Jenkins. Penso che il suo stomaco brontolasse quanto il mio. Xemerius si era intrufolato nella stanza prima di me e si guardava intorno incuriosito. «Accipicchia» osservò. «Niente male la catapecchia.» Fece un giro d'ispezione ammirando gli artistici intarsi dei quali neppure io riuscivo mai a saziarmi. In particolare ero attirata dalla sirena che nuotava sopra il divano. Ogni squama era resa con grande realismo e la sua coda scintillava in tutte le tonalità del blu e del turchese. La sala doveva il suo nome all'enorme drago che serpeggiava sull'alto soffitto tra i lampadari, così realistico da dare l'impressione di poter spiegare le ali e spiccare il volo da un momento all'altro. Alla vista di Xemerius, Robert spalancò gli occhi stupito e si nascose dietro le gambe del padre. Io avrei voluto dirgli: «Stai tranquillo, non ti farà niente, vuole solo giocare» (augurandomi che fosse vero), ma parlare di un demone con un fantasma in presenza di altre persone che non erano in grado di vedere né l'uno né l'altro non è mai consigliabile. «Vado a vedere se trovo qualcos'altro da mangiare in cucina» annunciò Mrs Jenkins. «A quest'ora dovrebbe essere andata a casa già da tempo, Mrs Jenkins» disse Falk de Villiers. «Negli ultimi tempi fa troppe ore di straordinario.» «Sì, vada pure a casa» l'apostrofò brusco il dottor White. «Di sicuro qui nessuno morirà di fame.» Io sì! Ed ero sicura che anche Gideon la pensasse come me. Quando i nostri sguardi si incrociarono, lui sorrise. «Dei biscotti tuttavia non costituiscono un sano pasto per dei bambini» obiettò Mrs Jenkins a bassa voce. Ovviamente io e Gideon non eravamo più bambini, ma ci meritavamo comunque un pasto come si deve. Peccato che Mrs Jenkins fosse l'unica a condividere la mia opinione, perché purtroppo non aveva un grande ascendente. Sulla porta si scontrò con Mr George che sopraggiungeva trafelato reggendo due pesanti volumi rilegati in cuoio. «Ah, Mrs Jenkins» disse. «Grazie per il tè. Ora può andare e, mi raccomando, si ricordi di chiudere l'ufficio.» Mrs Jenkins fece una smorfia piena di disapprovazione, ma si limitò a replicare cortese: «A domani». Mr George richiuse la porta sbuffando e posò i pesanti tomi sul tavolo. «Eccomi. Possiamo partire. Con quattro membri della cerchia interna non siamo in grado di deliberare, ma domani saremo quasi al completo. Sinclair e Hawkins come annunciato non sono disponibili e hanno delegato me per il voto. Oggi si tratta soltanto di definire una direzione di marcia generale.» «Sarà meglio sederci.» Falk indicò le sedie collocate intorno al tavolo proprio sotto il drago intagliato e tutti si accomodarono. Gideon appese la finanziera alla spalliera della sedia di fronte a me e si arrotolò le maniche della camicia. «Lo ripeto: Gwendolyn non dovrebbe partecipare a questa riunione. È stanca e molto impaurita. Dovrebbe trasmigrare e poi essere riaccompagnata a casa.» E prima qualcuno dovrebbe ordinare una pizza con doppia farcitura al formaggio. «Niente paura, Gwendolyn dovrà soltanto brevemente le sue impressioni» spiegò Mr George. riassumerci «Quindi la porterò io stesso di sotto nella stanza del cronografo.» «A me non dà l'impressione di essere particolarmente impaurita» borbottò il nero dottor White. Robert, il piccolo fantasma, era in piedi dietro la spalliera della sua sedia e guardava incuriosito verso il divano dove stava stravaccato Xemerius. «Che cos'è quella cosa?» mi chiese. Io naturalmente non risposi. «Non sono una cosa. Sono un amico di Gwendolyn» rispose Xemerius al posto mio, facendogli la linguaccia. «Forse addirittura il migliore. Mi comprerà un cane.» Gettai un'occhiata severa verso il divano. «È accaduto l'impossibile» annunciò Falk. «Quando Gideon e Gwendolyn sono andati a trovare Lady Tilney, qualcuno li aspettava già. Tutti i presenti possono testimoniare che abbiamo scelto la data e l'ora della visita in maniera del tutto arbitraria. Tuttavia Lucy e Paul li stavano aspettando. Non può essersi trattato di una coincidenza.» «Ciò significa che qualcuno doveva averli avvisati del loro arrivo» disse Mr George mentre sfogliava uno dei volumi. «Resta da scoprire chi sia stato.» «Piuttosto quando» obiettò il dottor White guardandomi. «E a quale scopo» aggiunsi io. Gideon corrugò la fronte. «Lo scopo è chiaro. Hanno bisogno del nostro sangue per inserirlo nel cronografo che hanno rubato. Per questo si erano portati dietro dei rinforzi.» «Negli annali non si fa parola della vostra visita» disse Mr George. «Eppure avete avuto contatti con almeno tre Guardiani, senza contare le sentinelle all'ingresso. Vi ricordate i loro nomi?» «Siamo stati accolti dal primo segretario in persona.» Gideon si scostò un ricciolo dalla fronte. «Burghes, o un nome simile. Ha detto che i fratelli Jonathan e Timothy de Villiers erano attesi per trasmigrare nel tardo pomeriggio, mentre Lady Tilney lo aveva già fatto di primo mattino. Poi un uomo di nome Winsley ci ha portato in carrozza sino a Belgravia. Avrebbe dovuto aspettarci fuori, ma quando siamo usciti la carrozza era scomparsa. Siamo dovuti scappare a piedi e aspettare il salto in un nascondiglio.» Mi sentii arrossire al ricordo della nostra attesa nel nascondiglio. Mi affrettai a prendere un biscotto facendomi scivolare i capelli davanti alla faccia. «La relazione di questa giornata è stata scritta da un Guardiano della cerchia interna, un certo Frank Mine. Si compone di poche righe, in cui parla del tempo e poi di un corteo di protesta delle suffragette nella City, annotando quindi che Lady Tilney si era presentata puntuale per trasmigrare. Nessun avvenimento particolare. I gemelli de Villiers non sono nominati, ma all'epoca erano già membri della cerchia interna.» Mr George richiuse il volume con un sospiro. «Molto strano davvero. Il tutto lascia supporre un complotto al nostro interno.» «L'interrogativo principale resta: come potevano Lucy e Paul sapere che voi due sareste comparsi da Lady Tilney quel giorno a quell'ora?» domandò Mr Whitman. «Puh» sbuffò Xemerius dal divano. «Con tutti questi nomi c'è da perdere la testa.» «La spiegazione è lampante» dichiarò il dottor White guardando ostentatamente verso di me. Tutti assunsero un'espressione tetra e pensierosa, me compresa. Io non avevo fatto niente, ma evidentemente qui tutti presumevano che in futuro avrei sentito la necessita di rivelare a Lucy e Paul quando saremmo andati a trovare Lady Tilney, chissà per quale motivo. Era una situazione davvero intricata e più ci pensavo più mi sembrava illogico. Di colpo mi sentii molto sola. «Certo che voialtri siete gente proprio tarata» esclamò Xemerius balzando dal sofà e andandosi ad appendere a testa in giù a uno dei lampadari. «Viaggi nel tempo? Noialtri ne abbiamo viste tante di cose strane, ma anche per me è un territorio sconosciuto.» «C'è una cosa che non riesco a capire» dissi. «Perché si aspettava che ci fosse scritto qualcosa della nostra visita in quegli annali, Mr George? Voglio dire, se ci fosse stato, l'avrebbe già visto e avrebbe saputo che quel giorno ci saremmo recati lì e che cosa ci sarebbe accaduto. Oppure succede come in quel film con Ashton Kutcher? Tutte le volte che uno di noi torna dal passato l'intero futuro è cambiato?» «È una domanda molto interessante e molto filosofica, Gwendolyn» osservò Mr Whitman come se fossimo in classe durante una sua lezione. «Non conosco il film di cui parli, ma in effetti, secondo le leggi della logica, il minimo cambiamento nel passato può avere un'enorme portata sul futuro. A tale proposito, Ray Bradbury, in un suo racconto...» «Forse sarà meglio rimandare le discussioni filosofiche a un altro momento» lo interruppe Falk. «Ora mi piacerebbe conoscere i particolari dell'imboscata a casa di Lady Tilney e sapere come siete riusciti a fuggire.» Lanciai un'occhiata a Gideon. Che si accomodasse pure a riferire la sua versione purgata dalla pistola. Da parte mia, presi un altro biscotto. «Siamo stati fortunati» disse Gideon con un tono tranquillo. «Mi sono accorto subito che c'era qualcosa che non andava. Lady Tilney non sembrava neppure sorpresa di vederci. La tavola era apparecchiata e, quando sono spuntati Paul e Lucy e il maggiordomo si è piazzato davanti alla porta, io e Gwendolyn siamo scappati dalla porta di servizio passando per la stanza adiacente. La carrozza era scomparsa, perciò ci siamo messi a correre.» Non sembrava che gli costasse troppa fatica mentire. Nessun rossore sospetto, nessun fremito di ciglia, niente sguardo teso verso l'alto, neppure l'ombra di un'esitazione nella voce. Tuttavia avevo l'impressione che nella sua versione della storia mancasse quel certo qualcosa da renderla credibile. «Singolare» osservò il dottor White. «Se l'agguato fosse stato progettato con cura, sarebbero stati armati e avrebbero fatto in modo di bloccarvi ogni possibile via di fuga.» «Aiuto, mi gira la testa» disse Xemerius dal divano. «Odio queste forme verbali che mescolano futuro e passato con un condizionale.» Rivolsi un'occhiata carica d'aspettativa a Gideon. Adesso sì che doveva farsi venire in mente qualcosa se voleva tener fede alla sua versione senza pistola. «Credo che siamo riusciti a coglierli di sorpresa» disse Gideon. «Hmmm» fece Falk. Anche gli altri avevano un'espressione tutt'altro che convinta. Naturale! Gideon aveva rovinato tutto! Quando si mentiva, bisognava offrire particolari di scarso interesse per confondere le idee. «Siamo stati davvero molto veloci» intervenni precipitosamente. «La scala di servizio doveva essere stata appena lucidata, ho rischiato di cadere, in realtà l'ho scesa più che altro scivolando. Se non mi fossi tenuta al corrimano, adesso mi ritroverei con l'osso del collo spezzato nel 1912. Che cosa succede in realtà se si muore durante un salto nel tempo? Il cadavere torna da solo nella sua epoca? Comunque, di sicuro siamo stati fortunati a trovare la porta di servizio aperta perché proprio in quel momento stava entrando una cameriera con un cesto della spesa. Era una tipa bionda e grassa. Per un attimo ho temuto che Gideon volesse travolgerla, c'erano delle uova nel paniere, sarebbe stato proprio un grosso guaio. Però siamo riusciti a schivarla e siamo usciti di corsa per strada. Ho tutte le vesciche ai piedi.» Gideon si era appoggiato allo schienale della sedia a braccia conserte. Non riuscivo a interpretare il suo sguardo, ma di sicuro non era né di approvazione né di gratitudine. «La prossima volta mi metterò le scarpe da tennis» dichiarai nel silenzio generale. Poi presi un altro biscotto. A parte me sembrava che nessuno avesse fame. «Io ho una teoria» annunciò Mr Whitman lentamente, giocherellando con l'anello che portava alla mano destra. «E più ci penso più sono sicuro che sia corretta. Mettiamo che...» «Comincio a sentirmi proprio uno stupido, perché l'ho ripetuto già tantissime volte. Secondo me lei non dovrebbe assistere a questa riunione» disse Gideon. La lieve spina che avevo conficcata nel cuore si trasformò in qualcosa di più. Non ero più offesa, ero su tutte le furie. «Ha ragione lui» concordò il dottor White. «È del tutto sconsiderato metterla a parte delle nostre riflessioni.» «Però i ricordi di Gwendolyn sono fondamentali per noi» obiettò Mr George. «Ogni minimo particolare sull'abbigliamento, le parole, l'aspetto potrebbe rivelarci quale sia l'epoca in cui si nascondono Lucy e Paul.» «Queste cose le saprà benissimo anche domani o dopodomani» intervenne Falk de Villiers. «Ritengo che la cosa migliore adesso sia di portarla di sotto a trasmigrare, Thomas.» Mr George incrociò le braccia sull'ampio addome e tacque. «Andrò io con Gwendolyn nel... nella stanza del cronografo a controllare il suo viaggio nel tempo» si offrì Mr Whitman spingendo la sedia all'indietro. «Benissimo.» Falk annuì. «Basteranno due ore. Uno degli adepti potrà aspettare il suo ritorno. Abbiamo bisogno di te qui.» Rivolsi un'occhiata interrogativa a Mr George che si limitò a scrollare le spalle rassegnato. «Vieni, Gwendolyn.» Mr Whitman intanto si era già alzato. «Prima finisci, prima potrai andare a letto, così domani a scuola sarai riposata. Tra l'altro non vedo l'ora di leggere il tuo tema su Shakespeare.» Accidenti, che spudoratezza! Tirare fuori Shakespeare in questo momento era proprio inaudito! Per un istante mi chiesi se fosse il caso di protestare, ma poi ci ripensai. Tutto sommato non avevo nessuna voglia di stare lì a sentire ancora quelle chiacchiere idiote. Volevo tornare a casa e dimenticarmi di tutta la storia dei viaggi nel tempo, compreso Gideon. Che continuassero pure a discutere di segreti nella loro stupida sala fino a stramazzare per la stanchezza. Lo auguravo in particolare a Gideon. Xemerius aveva proprio ragione: erano tutti tarati. Peccato però che, nonostante tutto, non potei fare a meno di guardare verso Gideon e di pensare una cosa tanto assurda come se adesso mi sorride, gli perdono tutto. Naturalmente non lo fece. Mi fissò invece con sguardo inespressivo, senza che fosse possibile indovinare che cosa gli passasse per la testa. Per un momento l'idea che ci fossimo baciati mi apparve lontanissima e non so perché mi tornò in mente all'improvviso la stupida rima inventata da Cynthia Dale, l'esperta d'amore della nostra classe: «Occhi verdi, aria da rospo, mette l'amore in quel posto...» «Buonanotte» augurai sdegnosa. «Buonanotte» mi risposero tutti. Cioè, tutti tranne Gideon. Lui disse: «Non dimentichi di bendarle gli occhi, Mr Whitman». Mr George sbuffò stizzito dal naso. Mentre Mr Whitman apriva la porta e mi conduceva in corridoio, lo sentii dire: «Avete mai pensato che forse è proprio questo atteggiamento di esclusione nei suoi confronti che potrebbe essere la causa degli avvenimenti accaduti?» Non ebbi modo di sentire se qualcuno gli rispondesse. La pesante porta si richiuse silenziosamente, cancellando tutte le voci. Xemerius si grattò la testa con la punta della coda. «Siete davvero la combriccola più stramba che abbia mai incontrato!» «Non avertene a male, Gwendolyn» disse Mr Whitman. Tirò fuori dalla giacca un fazzoletto nero e me lo agitò sotto il naso. «Dopo tutto sei l'ultima arrivata in questo gioco. La grande incognita dell'equazione.» Che cosa avrei potuto dire? Per me era tutto nuovo! Fino a tre giorni fa non sapevo neppure dell'esistenza dei Guardiani. Fino a tre giorni fa la mia vita era ancora perfettamente normale. BÈ, almeno a grandi linee. «Mr Whitman, prima di bendarmi... potremmo passare dall'atelier di Madame Rossini così posso recuperare le mie cose? Ho già lasciato qui due uniformi scolastiche e ho bisogno di qualcosa da mettere per domani. Inoltre ho anche lo zaino.» «Ma certo.» Mentre camminava, Mr Whitman agitava allegramente il fazzoletto in aria. «Se vuoi, ti puoi già cambiare, visto che nel tuo viaggio nel tempo non incontrerai nessuno. In quale anno vogliamo spedirti?» «Direi che non ha nessuna importanza, dal momento che rimarrò chiusa in uno scantinato» osservai. «Certo, ma bisogna che sia un anno nel quale tu possa ritrovarti senza problemi nel... hmmm, nel suddetto scantinato, possibilmente senza incontrare nessuno. A partire dal 1945 non dovrebbero esserci problemi - prima il locale veniva usato come rifugio antiaereo. Che ne dici del 1974? È il mio anno di nascita, una buona annata.» Rise. «O magari possiamo prendere il 30 luglio 1966. È la data della vittoria dell'Inghilterra sulla Germania nella finale dei mondiali di calcio. Scommetto però che il calcio non ti interessa, giusto?» «Sicuramente no, quando me ne sto rinchiusa venti metri sottoterra» risposi stanca. «È solo per il tuo bene.» Mr Whitman sospirò. «Aspetta un momento» disse Xemerius che ci svolazzava accanto. «Continuo a non capire bene. Significa che adesso salirai su una macchina del tempo e viaggerai nel passato?» «Sì, esatto» risposi. «Allora prendiamo il 1948» disse allegramente Mr Whitman. «L'anno delle Olimpiadi di Londra.» Siccome mi camminava davanti, non si accorse che alzavo gli occhi al cielo. «Viaggi nel tempo! Mi sono scelto proprio una bella amica!» esclamò Xemerius, e per la prima volta mi parve di cogliere una nota di rispetto nella sua voce. La stanza dov'era custodito il cronografo si trovava sottoterra e, sebbene fossi stata sempre bendata tutte le volte che mi ci avevano portato, ormai avevo l'impressione di sapere più o meno dove si trovasse. Anche perché avevo potuto lasciare la stanza sia nel 1912 sia nel 1782 per fortuna senza benda sugli occhi. Quando Mr Whitman mi condusse per i corridoi e le scale oltre il laboratorio di Madame Rossini, il tragitto mi risultò familiare, a parte l'ultimo tratto, dove ebbi la sensazione che Mr Whitman facesse qualche deviazione extra per confondermi. «Certo che è proprio emozionante» disse Xemerius. «Perché tengono questa macchina del tempo nascosta sottoterra?» Sentii Mr Whitman che parlava con qualcuno, poi una pesante porta si aprì e si richiuse e Mr Whitman mi tolse il fazzoletto dagli occhi. Sbattei gli occhi accecata dalla luce. Accanto a Mr Whitman c'era un giovane dai capelli rossi con l'abito nero e l'aria un po' nervosa che sudava per la tensione. Cercai Xemerius che per divertimento si era messo con la testa fuori dalla porta chiusa mentre il resto del corpo era rimasto nella stanza. «Sono i muri più spessi che abbia mai visto» dichiarò quando tornò da me. «Potrebbe starci benissimo un elefante tutto intero e messo pure di traverso, non so se mi spiego.» «Gwendolyn, questo è Mr Marley, adepto di primo grado» annunciò Mr Whitman. «Aspetterà qui il tuo ritorno e poi ti accompagnerà di sopra. Mr Marley, le presento Gwendolyn Shepherd, il rubino.» «È un vero piacere, miss.» Il giovane fece un lieve inchino. Io gli sorrisi impacciata. «Hmmm, è un piacere anche per me.» Mr Whitman si mise ad armeggiare intorno a una cassaforte ultramoderna con display lampeggiante che non avevo notato durante le mie due ultime visite qui sotto. Era nascosta dietro un arazzo che riproduceva scene di fiabe di ambientazione medievale. Cavalieri su destrieri con elmi piumati e damigelle con copricapi a punta e veli erano raccolti in adorazione di un giovane seminudo che aveva sconfitto un drago. Mentre Mr Whitman digitava la combinazione, il giovane Mr Marley teneva lo sguardo rivolto con discrezione sul pavimento, anche se non era necessario, perché Mr Whitman nascondeva alla nostra vista il display con la sua ampia schiena. Lo sportello della cassaforte si aprì con un lieve scatto e Mr Whitman prelevò il cronografo custodito su un panno di velluto rosso e lo depose sul tavolo. Mr Marley trattenne il fiato stupefatto. «Oggi è la prima volta che Mr Marley vede come viene utilizzato il cronografo» spiegò Mr Whitman ammiccando verso di me. Con il mento indicò una torcia tascabile posata sul tavolo. «Prendila, nel caso ci siano problemi di elettricità. Cosi non dovrai restare al buio.» «Grazie.» Mi domandai se fosse il caso di chiedere anche un insetticida, di sicuro un vecchio scantinato di quel tipo doveva essere infestato di ragni e... topi? Non era giusto spedirmi laggiù da sola. «Potrei avere anche un bastone, per favore?» «Un bastone? Gwendolyn, non incontrerai nessuno laggiù.» «Però forse ci sono i topi...» «I topi hanno più paura di noi che viceversa, credimi.» Mr Whitman intanto aveva sfilato il cronografo dalla sua custodia di velluto. «Stupefacente, vero, Mr Marley?» «Sì, signore, molto impressionante, signore.» Mr Marley fissava l'apparecchio pieno di deferenza. «Che leccapiedi» esclamò Xemerius. «I rossi di capelli sono sempre leccapiedi, non trovi?» «Io me l'ero immaginato più grande» dissi. «E non avrei mai pensato che una macchina del tempo potesse somigliare così tanto a un orologio da parete.» Xemerius fischiò a denti stretti. «Che pietruzze notevoli, se fossero vere, anch'io terrei quest'affare in cassaforte.» In effetti il cronografo era incastonato di pietre preziose decisamente grandi che scintillavano come gioielli della corona tra le superfici dipinte e iscritte del bizzarro apparecchio. «Gwendolyn ha scelto il 1948» annunciò Mr Whitman aprendo degli sportelli e mettendo in movimento minuscoli ingranaggi. «Che cosa accadde quell'anno a Londra, Mr Marley, lo sa?» «Ci furono i giochi olimpici, signore» rispose Mr Marley. «Che presuntuoso» commentò Xemerius. «Quelli coi capelli rossi sono sempre presuntuosi.» «Molto bene.» Mr Whitman si raddrizzò. «Gwendolyn approderà il 12 agosto di quell'anno alle ore dodici e trascorrerà lì esattamente centoventi minuti. Sei pronta, Gwendolyn?» Deglutii. «Ecco, veramente vorrei sapere... è proprio sicuro che non incontrerò nessuno?» A parte ragni e topi, naturalmente. «Mr George la volta scorsa mi aveva dato il suo anello, in modo che nessuno mi potesse...» «L'ultima volta eri stata mandata nell'archivio, un locale molto usato in tutte le epoche. Questa stanza invece è vuota. Se resti tranquilla e non esci da qui - comunque la porta sarà chiusa a chiave - non incontrerai nessuno. Nel dopoguerra questa parte dell'edificio era usata di rado. All'epoca in tutta la città era scoppiata la febbre dell'edilizia in superficie.» Mr Whitman sospirò. «Che epoca entusiasmante...» «E se qualcuno dovesse entrare nella stanza proprio in quel momento e mi trovasse? Almeno dovrei conoscere la parola d'ordine del giorno.» Mr Whitman inarcò le sopracciglia lievemente irritato. «Nessuno verrà qui, Gwendolyn. Te lo ripeto: finirai in una stanza chiusa a chiave dove trascorrerai centoventi minuti per poi ritornare qui senza che nessun essere umano del 1948 se ne renda conto. Altrimenti ci sarebbe scritto qualcosa della tua visita negli annali. Inoltre adesso non abbiamo il tempo per controllare quale fosse la parola d'ordine di quel giorno.» «Partecipare è tutto» disse Mr Marley timidamente. «Come dice, scusi?» «La parola d'ordine durante le Olimpiadi era: partecipare è tutto.» Mr Marley chinò lo sguardo a terra, impacciato. «Me ne ricordo perché era l'unica che non fosse in latino.» Xemerius alzò gli occhi al cielo e Mr Whitman si trattenne a stento dal fare altrettanto. «Benissimo. Allora, Gwendolyn, hai sentito. Di sicuro non ti servirà, ma se ti fa sentire meglio... ora vuoi venire?» Mi avvicinai al cronografo e porsi la mano a Mr Whitman. Xemerius si posò a terra accanto a me. «E ora?» chiese emozionato. Ora veniva la parte più spiacevole. Mr Whitman aveva aperto uno sportellino del cronografo dove infilò il mio dito indice. «Credo che sia meglio se mi tengo stretto a te» disse Xemerius cingendomi il collo da dietro come una scimmietta. Non avrei dovuto avvertire nessuna sensazione, ma in realtà era come se qualcuno mi avesse messo una sciarpa bagnata sulla nuca. Mr Marley teneva gli occhi spalancati per l'emozione. «Grazie per la parola d'ordine» gli dissi, poi feci una smorfia quando un ago appuntito mi penetrò nel polpastrello e tutta la stanza si riempì di luce rossa. Strinsi forte l'impugnatura della torcia, mentre colori e persone vorticavano davanti ai miei occhi e io mi sentivo strattonare con violenza. Dai protocolli dell'Inquisizione del frate domenicano Gian Petro Baribi Archivio della Biblioteca universitaria di Padova (decifrazione, traduzione e commento a cura del dottor M. Giordano) 23 giugno 1542, Firenze. Il capo della congregazione mi ha confidato un caso che richiede la massima discrezione e delicatezza, ed è di una bizzarria senza pari. Pare che Elisabetta, la figlia minore di M.1, da dieci anni chiusa in convento, rechi in grembo un succubus2, prodotto da una fornicazione con il diavolo. Effettivamente io stesso mi sono convinto di una possibile gravidanza della giovane nel corso di una visita, e ho inoltre constatato un suo stato mentale lievemente alterato. Sebbene la badessa, che gode della mia più totale fiducia e pare essere una donna di sano buon senso, non escluda una naturale spiegazione del fenomeno, il sospetto di stregoneria è stato avanzato proprio dal padre della fanciulla. Sembra che abbia visto con i suoi stessi occhi il diavolo che, sotto forma di un giovanotto, abbracciava la giovane in giardino e poi si smaterializzava in una nuvola di fumo3 lasciando dietro di sé un lieve odore di zolfo. Altre due allieve del convento avrebbero testimoniato di aver visto spesso il diavolo in compagnia di Elisabetta, che da lui avrebbe ricevuto regali sotto forma di pietre preziose. Per quanto la vicenda possa apparire improbabile, alla luce dello stretto legame di M. con R.M.4 e diversi membri del Vaticano, mi risulta difficile dubitare della sua parola e accusare la figlia esclusivamente di atti osceni. Per questo da domani condurrò interrogatori con tutti gli interessati. [1 Si può ragionevolmente presumere, con un margine di probabilità vicino alla certezza, che il riferimento sia al conte Giovanni Alessandro di Madrone, 1502-1572. Si veda anche Lamory, Storia dell'aristocrazia italiana del XVI secolo, Bologna 1997, pag. 112 e segg. 2 Qui nell'accezione di (rutto di origine demoniaca. La nuvola di fumo e l'odore di zolfo sono forse stati inventati dal conte per accrescere la credibilità del racconto. 3 Le iniziali R.M. sarebbero quelle di Rodolfo Medici, che fece parlare di sé per il suo spettacolare suicidio nel 1559, si veda Pavani, La leggenda del Medici dimenticato, Firenze 1988, pag. 212 e segg.] 4 Capitolo 3 «Xemerius?» La sensazione di umido intorno al collo era sparita. Mi affrettai ad accendere la torcia. La stanza in cui ero approdata tuttavia era già illuminata da una fioca lampadina appesa al soffitto. «Salve» disse una voce. Mi voltai di scatto. Appoggiato alla parete accanto alla porta della stanza, ingombra di scatoloni e mobili, scorsi un giovane pallido. «Pppp... partecipare è tutto» balbettai. «Gwendolyn Shepherd?» ribattè lui balbettando a sua volta. Peci un cenno affermativo. «Come fa a sapere il mio nome?» Il giovane tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un pezzo di carta stropicciato e me lo porse. Anche lui sembrava agitato proprio come me. Portava delle bretelle e piccoli occhiali tondi, aveva i capelli biondi pettinati con la riga laterale e lisciati con molta brillantina. Sarebbe stato perfetto in un film di gangster come il vice saccente ma inoffensivo del commissario impassibile e fumatore incallito, che si innamora della figlia del gangster contornata di piume di struzzo e alla fine viene ucciso. Mi tranquillizzai un poco e gettai una rapida occhiata intorno a me. A parte noi due non c'era nessun altro, neppure Xemerius. Evidentemente poteva passare attraverso i muri, ma non poteva viaggiare nel tempo. Presi il foglio che mi porgeva con un gesto esitante. Era una pagina di quaderno a quadretti ingiallita e strappata malamente lungo la perforazione. C'erano annotate con scrittura malferma e incredibilmente familiare le seguenti parole: Per Lord Lucas Montrose - importante!!!! 12 agosto 1948, ore dodici. Laboratorio di alchimia. Per favore vieni da solo. Gwendolyn Shepherd Il cuore cominciò a battermi più forte. Lord Lucas Montrose era mio nonno! Era morto quando io avevo dieci anni. Osservai impensierita la linea allungata delle L. Purtroppo non c'erano dubbi: quella zampa di gallina somigliava in maniera incontestabile alla mia scrittura. Com'era possibile? Alzai gli occhi verso il giovane. «Dove l'ha presa? E chi è lei?» «L'hai scritto tu?» «È possibile» risposi mentre la testa mi si affollava di pensieri. Se lo avevo scritto io, perché non me ne ricordavo? «Dove l'ha preso?» «Ce l'ho da cinque anni. Qualcuno me lo ha infilato nella tasca del cappotto insieme a una lettera. Il giorno della cerimonia per il secondo grado. Nella lettera c'era scritto: Chi custodisce segreti dovrebbe conoscere anche il segreto dietro il segreto. Dimostra che non sai solo tacere, bensì anche pensare. Nessuna firma. La calligrafia era diversa da questa sul foglio, era più - hmmm - elegante, un po' antiquata.» Mi morsi il labbro inferiore. «Non capisco.» «Neppure io. Per tutti questi anni ho pensato che si trattasse di una specie di esame» spiegò il giovane. «Un ulteriore esame, per così dire. Non ne ho mai parlato con nessuno, ho sempre aspettato che qualcuno affrontasse l'argomento oppure che spuntassero nuovi elementi. Ma non è mai successo niente. Oggi sono sceso di nascosto qua sotto ad aspettare. In realtà non pensavo che sarebbe successo qualcosa. Ma poi ti sei materializzata tu dal nulla. Alle dodici in punto. Perché mi hai scritto questa lettera? Perché ci incontriamo in questa cantina appartata? E da quale anno provieni?» «Dal 2011» risposi. «Mi spiace, ma purtroppo non so dare risposta alle altre domande.» Mi schiarii la voce. «Lei chi è?» «Oh, ti chiedo scusa. Sono Lucas Montrose. Senza lord. Sono adepto di secondo grado.» La bocca mi si seccò di colpo. «Lucas Montrose. Bourdon Place numero 81.» Il giovane annuì. «È l'indirizzo dei miei genitori, sì.» «Allora...» lo fissai negli occhi e feci un profondo respiro. «Allora lei è mio nonno.» «Di nuovo questa storia» sospirò lui. Poi si riscosse, si staccò dal muro, spolverò una delle seggiole che erano accatastate in un angolo della stanza e me la porse. «Non sarebbe meglio sederci? Mi sento le gambe di gelatina.» «Anch'io» ammisi, lasciandomi cadere sul sedile imbottito. Lucas prese un'altra sedia e si accomodò di fronte a me. «Dunque tu saresti mia nipote?» Abbozzò un sorriso. «Sai, è un'idea piuttosto bizzarra per me. Non sono nemmeno sposato. Per la precisione neppure fidanzato.» «Quanti anni hai? Oh, scusa, dovrei saperlo, sei del 1924, quindi nel 1948 hai ventiquattro anni.» «Esatto» confermò lui. «Tra tre mesi compirò ventiquattro anni. E tu quanti anni hai?» «Sedici.» «Proprio come Lucy.» Lucy. Mi tornarono in mente le parole che mi aveva gridato mentre scappavamo da casa di Lady Tilney. Per me continuava a essere impossibile credere di stare seduta di fronte a mio nonno. Cercai qualche somiglianza con l'uomo che mi teneva sulle ginocchia raccontandomi storie emozionanti. Che mi proteggeva da Charlotte quando lei affermava che volevo solo darmi importanza con le mie storie dei fantasmi. Ma il volto liscio dell'uomo di fronte a me non recava alcuna somiglianza con quello rugoso e segnato del vecchio che avevo conosciuto. Notai invece una certa somiglianza con mia madre, negli occhi azzurri, la linea energica del mento, il modo di sorridere. Per un attimo chiusi gli occhi, sopraffatta dall'intensità del momento. Era troppo per me. «Bene, allora eccoci qua» disse Lucas sottovoce. «Sono... hmmm... un bravo nonno?» Mi sentivo le lacrime solleticarmi il naso e dovetti fare uno sforzo per trattenerle. Mi limitai ad annuire. «Gli altri viaggiatori del tempo arrivano sempre in maniera solenne e ufficiale di sopra nella sala del drago accanto al cronografo oppure nell'archivio» disse Lucas. «Perché tu hai scelto proprio questo laboratorio polveroso?» «Io non ho scelto proprio niente.» Mi passai il dorso della mano sul naso. «Non sapevo neppure che si trattasse di un laboratorio. Alla mia epoca è una normalissima cantina con una cassaforte dove è custodito il cronografo.» «Sul serio? Veramente ormai questo non è più un laboratorio neanche adesso» mi informò Lucas. «Ma in origine questo locale era utilizzato come laboratorio alchemico segreto. È uno degli ambienti più antichi dell'edificio. Si dice che, già centinaia di anni prima della creazione della loggia del conte di Saint Germain, qui sotto si riunivano famosi alchimisti e maghi londinesi per condurre esperimenti alla ricerca della pietra filosofale. Sulle pareti si vedono ancora terrificanti disegni e formule segrete e si dice che i muri sono tanto spessi perché sono riempiti di ossa e teschi...» Tacque e si morse il labbro inferiore. «Dunque tu sei mia nipote. Posso chiederti di quale... hmmm... dei miei figli?» «Mia madre si chiama Grace» risposi. «Ti assomiglia molto.» Lucas annuì. «Lucy mi ha parlato di Grace. Ha detto che sarà la migliore dei miei figli, mentre gli altri saranno pusillanimi.» Fece una smorfia. «Non riesco proprio a immaginare che avrò dei figli meschini... né che avrò dei figli in generale...» «È probabile che non dipenda da te, bensì da tua moglie» mormorai. Lucas sospirò. «Da quando Lucy è venuta qui per la prima volta due mesi fa, mi prendono tutti in giro, perché lei ha i capelli rossi proprio come una ragazza che mi... ecco... mi interessa. Ma Lucy non ha voluto rivelarmi chi sposerò, dice che altrimenti potrei cambiare idea. E allora voi non nascereste.» «Più decisivo del colore dei capelli è il gene dei viaggi nel tempo che dovrà ereditare la tua promessa» dissi. «Avresti dovuto riconoscerla per questo.» «Già, è una circostanza davvero buffa.» Lucas si sporse in avanti sulla sedia. «In effetti trovo... hmmm... molto attraenti due ragazze della linea di giada... la numero d'osservazione quattro e la numero d'osservazione otto.» «Capisco» dissi. «Sai, al momento non so chi scegliere. Forse un piccolo indizio da parte tua potrebbe aiutarmi a superare l'indecisione.» Scrollai le spalle. «Come vuoi. Mia nonna, ovvero tua moglie, è la...» «No!» esclamò Lucas alzando entrambe le braccia in un gesto difensivo. «Ci ho ripensato, preferisco non saperlo.» Si grattò la testa impacciato. «Quella è l'uniforme scolastica della Saint Lennox, vero? Riconosco lo stemma sui bottoni.» «Esatto» risposi dando un'occhiata alla mia giacca blu scuro. Madame Rossini doveva averla lavata e stirata, in ogni caso sembrava nuova e profumava di lavanda. Inoltre doveva aver apportato qualche modifica, perché adesso mi stava molto meglio. «Anche mia sorella Madeleine frequenta la Saint Lennox. A causa della guerra sta frequentando l'ultimo anno.» «Zia Maddy? Non lo sapevo.» «Tutte le ragazze Montrose vanno alla Saint Lennox. Anche Lucy. Ha la tua stessa uniforme. Invece quella di Maddy è verde scuro e bianca. E la gonna è a quadri...» Lucas si schiarì la gola. «Ecco, dunque, nel caso ti interessi... sarebbe meglio concentrarci e cercare di capire perché ci siamo incontrati qui oggi. Ammesso che il foglio lo abbia scritto tu...» «...lo scriverò io!» «...e me lo lascerai in uno dei tuoi viaggi futuri... secondo te, perché l'avresti fatto?» «Vuoi dire perché lo farò?» Sospirai. «Non è del tutto assurdo. Probabilmente tu potresti spiegarmi un sacco di cose. Però non so...» Lanciai un'occhiata perplessa alla versione giovane di mio nonno. «Tu conosci bene Lucy e Paul?» «Paul de Villiers viene a trasmigrare qui da gennaio. Nel frattempo ha due anni di più ed è diventato un po' strano. Lucy è venuta per la prima volta a giugno. Di solito mi occupo io di loro quando sono qui. In genere è molto... divertente. Posso aiutarli a fare i compiti. Devo dire che Paul è il primo de Villiers che mi sta simpatico.» Si schiarì di nuovo la gola. «Se tu vieni dal 2011, dovresti conoscerli. È strano pensare che ormai si stiano avvicinando alla quarantina... salutali da parte mia.» «Questo non posso farlo.» Accidenti, era tutto così complicato. E forse avrei dovuto fare attenzione a ciò che dicevo, finché io stessa non capivo che cosa stesse succedendo davvero. Le parole di mia madre continuavano a risuonarmi nella testa: «Non fidarti di nessuno, nemmeno del tuo istinto». Ma con qualcuno dovevo pur confidarmi, e chi poteva essere più adatto del mio stesso nonno? Decisi di rischiare il tutto per tutto. «Non posso salutare Lucy e Paul da parte tua. Manno rubato il cronografo e lo hanno portato con loro indietro nel tempo.» «Cosa?» Lucas spalancò gli occhi dietro gli occhiali. «Perché lo avrebbero fatto? Non posso crederci. Non avrebbero mai... quando sarebbe successo?» «Nel 1994» risposi. «L'anno in cui sono nata io.» «Nel 1994 Paul avrà vent'anni e Lucy diciotto» disse Lucas parlando più tra sé che con me. «Quindi mancano due anni. Ora infatti lei ne ha sedici e lui diciotto.» Sorrise come per scusarsi. «Naturalmente non intendo adesso, bensì ora che vengono a trasmigrare in questo anno.» «Nelle ultime notti non ho dormito molto, quindi ho la sensazione di avere la testa piena di ovatta» dissi. «E comunque con i numeri sono una frana.» «Lucy e Paul sono... quello che mi stai raccontando non ha senso. Non farebbero mai niente di così pazzesco.» «Invece lo hanno fatto. Pensavo che tu avresti potuto dirmi perché. Alla mia epoca tutti vogliono farmi credere che siano... cattivi. Oppure pazzi. O entrambe le cose. In ogni caso pericolosi. Quando ho incontrato Lucy mi ha detto che dovevo chiederti informazioni sul cavaliere verde. Dunque: chi è il cavaliere verde?» Lucas mi guardò perplesso. «Hai incontrato Lucy? Ma se hai appena detto che lei e Paul sono scomparsi l'anno della tua nascita.» A questo punto sembrò che gli venisse in mente qualcosa. «Se hanno portato via il cronografo, come fai tu a viaggiare nel tempo?» «Li ho incontrati nel 1912. A casa di Lady Tilney. E c'è un secondo cronografo che i Guardiani hanno rimesso in funzione.» «Lady Tilney? È morta quattro anni fa. E il secondo cronografo non funziona.» Sospirai. «Adesso sì. Senti, nonno» sentendosi chiamare così, Lucas trasalì, «per me è tutto molto più complicato che per te, perché fino a pochi giorni fa non avevo la più pallida idea di tutta questa faccenda. Non posso darti nessuna spiegazione. Sono stata mandata qui a trasmigrare, santo cielo, non so nemmeno come si scrive quella parola, l'ho sentita per la prima volta soltanto ieri. È la terza volta che viaggio nel tempo con il cronografo. Prima ho fatto tre salti incontrollati. Non l'ho trovato poi così divertente. In realtà tutti pensavano che la gene-portatrice fosse mia cugina Charlotte, perché era nata il giorno esatto e mia madre ha mentito sulla mia data di nascita. Per questo Charlotte ha preso lezioni di ballo al posto mio, sa tutto della peste e di re Giorgio, sa tirare di scherma, cavalcare all'amazzone e suonare il pianoforte - e Dio solo sa che cosa ha imparato nelle sue lezioni di mistero.» Più parlavo più le parole mi uscivano di bocca irrefrenabili. «Io invece non so niente, a parte quel poco che mi è stato rivelato finora e che di certo non è né molto né esauriente. Ma la cosa peggiore è che finora non ho avuto modo di dare un senso a tutto quanto è accaduto. Leslie, è la mia amica, ha fatto delle ricerche su Google, ma Mr Whitman ci ha confiscato il raccoglitore e comunque ci avevo capito ben poco. Sembra che tutti si aspettassero qualcosa di particolare da me e siano rimasti delusi.» «Rosso rubino, che ha la magia del corvo nel cuore, chiude il cerchio dei dodici in sol maggiore» mormorò Lucas. «Esatto, vedi, la magia del corvo, bla-bla-bla. Purtroppo niente da fare per me. Il conte di Saint Germain mi ha strangolato, sebbene fossi a qualche metro da lui e sentivo la sua voce nella testa, poi sono comparsi quegli uomini armati di pistole e spade a Hyde Park e ne ho dovuto uccidere uno, perché altrimenti avrebbe ammazzato Gideon che... è un tale...» Feci un profondo respiro, per poi ricominciare impetuosamente. «Gideon è un vero rompiscatole, si comporta come se per lui fossi una palla al piede e stamattina ha baciato Charlotte, sulla guancia, è vero, ma forse significa qualcosa. Non avrei dovuto assolutamente baciarlo, senza fare domande prima, dopo tutto lo conosco da un paio di giorni, ma all'improvviso è stato così... carino, e poi... è successo tutto così in fretta... e tutti credono che sia stata io a rivelare a Lucy e Paul quando saremmo andati da Lady Tilney, perché ci serve il suo sangue e anche quello di Lucy e Paul, ma loro hanno bisogno di quello di Gideon e del mio, perché nel loro cronografo non c'è ancora. E nessuno vuole dirmi che cosa succederà quando il sangue di tutti sarà inserito nel cronografo e a volte penso che non lo sappiano nemmeno loro con precisione. E Lucy ha detto che dovevo chiederti del cavaliere verde.» Lucas aveva socchiuso gli occhi dietro gli occhiali, cercando evidentemente di dare un senso a questo mio fiume di parole. «Non so proprio che cosa stia a significare il cavaliere verde» disse. «Mi spiace, ma lo sento nominare oggi per la prima volta. Forse è il titolo di un film? Perché non chiedi... potresti chiedermelo semplicemente nel 2011.» Io lo guardai sgomenta. «Ho capito» si affrettò a dire Lucas. «Non puoi chiedermelo perché sono morto oppure sono diventato cieco e sordo e aspetto la fine dei miei giorni in un ospizio... no, no, ti prego, non voglio saperlo.» Stavolta non riuscii a trattenere le lacrime. Continuai a singhiozzare per mezzo minuto buono, perché - per quanto possa sembrare strano - provavo all'improvviso un'intensa nostalgia di mio nonno. «Ti volevo molto bene» dissi infine. Lucas mi porse un fazzoletto e mi rivolse un'occhiata carica di compassione. «Dici sul serio? A me i bambini non piacciono. Mi danno sui nervi... ma forse tu sei stata una nipote particolarmente simpatica. Anzi, ne sono sicuro.» «In effetti lo ero. Ma tu eri buono con tutti i bambini.» Mi soffiai rumorosamente il naso. «Persino con Charlotte.» Restammo in silenzio per un po', poi Lucas tirò fuori un orologio dalla tasca e chiese: «Quanto tempo abbiamo ancora?» «Mi hanno mandato qui per due ore.» «Non è molto. Abbiamo già sprecato troppo tempo.» Si alzò. «Vado a prendere carta e penna così cercheremo di mettere un po' d'ordine in questo caos. Tu resta qui e non ti muovere.» Mi limitai ad annuire. Quando Lucas fu uscito, rimasi seduta immobile, il viso nascosto tra le mani. Aveva ragione lui, era importante avere le idee chiare proprio in questo momento. Chi poteva sapere quando avrei incontrato di nuovo mio nonno? Di quali cose, che dovevano ancora accadere, avrei dovuto informarlo, su quali avrei dovuto tacere? Viceversa cercavo disperatamente di indovinare quali informazioni potesse darmi che mi fossero utili. In sostanza era il mio unico alleato. Purtroppo al momento sbagliato. Su quale dei numerosi oscuri enigmi avrebbe potuto gettare un po' di luce da qui? Lucas rimase via piuttosto a lungo e con il passare dei minuti venni assalita da una crescente incertezza. Forse aveva mentito e l'avrei visto tornare con Lucy e Paul e un grosso coltello per prelevarmi il sangue. Mi alzai inquieta e cercai qualcosa da utilizzare come arma. In un angolo c'era una tavoletta con un chiodo arrugginito, ma quando la sollevai mi si sbriciolò tra le dita. In quello stesso istante la porta si aprì e la versione giovane di mio nonno entrò con un blocco di carta sotto il braccio e una banana in mano. Tirai un sospiro di sollievo. «Tieni, nel caso tu abbia fame.» Lucas mi gettò la banana, sfilò una terza sedia dalla catasta, la sistemò tra noi e ci posò sopra i fogli. «Mi spiace di averci messo tanto. Quello stupido Kenneth de Villiers mi ha trattenuto di sopra. Non li sopporto questi de Villiers, infilano i loro lunghi nasi curiosi dappertutto, vogliono controllare e decidere tutto loro e vogliono sempre avere l'ultima parola!» «Non me lo dire» mormorai. Lucas si sgranchì il polso. «Allora, mettiamoci al lavoro... nipote. Tu sei il rubino, la dodicesima del cerchio. Il diamante della famiglia de Villiers è nato due anni prima di te. Alla tua epoca dovrebbe pertanto avere all'incirca diciannove anni. Come hai detto che si chiama?» «Gideon» risposi provando un'ondata di pronunciare il suo nome. «Gideon de Villiers.» calore al solo La penna di Lucas scorreva veloce sul foglio. «Ed è un rompiscatole, come tutti i de Villiers, però tu lo hai baciato lo stesso, se ho capito bene. Non sei un po' troppo giovane per certe cose?» «Niente affatto» ribattei. «Al contrario, sono in ritardo. A parte me, tutte le mie compagne di classe prendono la pillola.» Ecco, tutte a parte Aishani, Peggy e Cassie Clarke, ma i genitori di Aishani erano indiani conservatori e avrebbero ucciso la figlia se solo avesse guardato un ragazzo, Peggy preferiva le ragazze e per quanto riguardava Cassie di sicuro prima o poi l'acne se ne sarebbe andata da sola e allora sarebbe tornata a essere una persona ben disposta nei confronti degli altri e avrebbe smesso di ringhiare: «Che cosa c'è da guardare, scemo» a tutti quelli che osavano solo girarsi verso di lei. «Oh, e naturalmente Charlotte non ha niente a che fare con il sesso. Per questo Gordon Gelderman la chiama la regina di ghiaccio. Anche se nel frattempo ho iniziato a dubitare che sia il soprannome giusto...» Digrignai i denti al pensiero di come Charlotte avesse guardato Gideon, e viceversa. A tener conto della velocità con cui Gideon aveva deciso di baciarmi, ovvero il secondo giorno da quando ci conoscevamo, allora non osavo pensare che cosa fosse potuto accadere tra lui e Charlotte visto che si conoscevano da anni. «Quale pillola?» domandò Lucas. «Come, scusa?» Oddio, nel 1948 la contraccezione era fatta ancora con profilattici di budello di mucca o simili, ammesso che ci si pensasse. Preferivo non saperlo. «Sinceramente non mi va di parlare di sesso con te, nonno, sul serio.» Lucas mi guardò scrollando la testa. «E io preferirei non sentire quella parola pronunciata da te. E non mi riferisco a nonno.» «Ok.» Sbucciai la banana mentre Lucas prendeva appunti. «Voi che cosa dite?» «A che proposito?» «Al posto di sesso.» «Non ne parliamo proprio» rispose Lucas concentrato sui suoi appunti. «Di sicuro non con una sedicenne. Allora, andiamo avanti: il cronografo è stato rubato da Lucy e Paul prima che potesse esservi inserito il sangue degli ultimi due viaggiatori nel tempo. Per questo è stato rimesso in funzione il secondo cronografo, nel quale manca il sangue di tutti gli altri viaggiatori.» «No, non più. Gideon ha contattato quasi tutti i viaggiatori e ha prelevato il loro sangue. Mancano ancora Lady Tilney e l'opale, Elise non so cosa.» «Elaine Burghley» disse Lucas. «Una dama di corte di Elisabetta I, morta di parto all'età di diciott'anni.» «Esatto. E naturalmente il sangue di Lucy e Paul. Quindi noi cerchiamo il loro sangue e loro il nostro. Almeno è quanto ho capito io.» «Vale a dire che adesso ci sono due cronografi con cui sarebbe possibile completare il cerchio? È davvero... incredibile!» «Che cosa succederà quando il cerchio sarà completo?» «Il segreto si rivelerà» disse Lucas festoso. «Oh, no, non mettertici anche tu!» Scrollai la testa contrariata. «Sarebbe possibile avere qualche informazione più concreta?» «Nelle profezie sta scritto che l'aquila sorgerà, l'umanità vincerà la malattia e la morte e ci sarà l'alba di una nuova era.» «Ah» commentai perplessa quanto prima. «Quindi dovrebbe essere una cosa positiva?» «Molto positiva. Sarà qualcosa che farà progredire tutta l'umanità. Il conte di Saint Germain ha fondato la società dei Guardiani proprio per questo, e per questo nei nostri ranghi ci sono gli uomini più intelligenti e più potenti del mondo. Tutti noi vogliamo custodire il segreto affinché possa svelarsi al momento giusto e salvare il mondo.» Ok, questa almeno era una dichiarazione chiara. Se non altro la più chiara che avessi ottenuto finora riguardo al segreto. «Ma allora perché Lucy e Paul non vogliono che il cerchio si chiuda?» Lucas sospirò. «Non ne ho la minima idea. Quando hai detto di averli incontrati?» «Nel 1912» risposi. «In giugno. Il 22 o il 24, non ricordo con precisione.» Più mi sforzavo di rammentare più i miei dubbi aumentavano. «Ma forse era il 12? Di sicuro una data pari. Il 18? Insomma, era di pomeriggio e Lady Tilney aveva preparato tutto l'occorrente per un bel tè.» A questo punto mi accorsi di ciò che avevo appena detto e mi tappai la bocca con la mano. «Oh!» «Che cosa c'è?» «Adesso te l'ho raccontato e tu lo dirai a Lucy e Paul e quindi loro potranno tenderci un agguato. In sostanza dunque sei tu il traditore e non io. Anche se probabilmente è la stessa cosa.» «Che cosa? Oh, no!» Lucas scrollò energicamente il capo. «Io non farò proprio niente. Non gli racconterò niente di te! Sarebbe una follia! Se domani dovessi dire loro che un giorno ruberanno il cronografo e lo porteranno nel passato, scommetto che morirebbero sul colpo. Bisogna sempre riflettere molto bene su che cosa rivelare del futuro, hai capito?» «BÈ, ecco, magari non glielo dirai domani, hai ancora tanto tempo.» Addentai pensierosa la banana. «D'altra parte... in quale epoca si sono rifugiati con il cronografo? Perché non in questa? Qui avrebbero avuto comunque un amico, vale a dire te. Forse mi stai mentendo e loro sono già ad aspettare dietro la porta per prendermi il sangue.» «Non ho la più pallida idea di dove possano essere saltati.» Lucas sospirò. «Stento persino a immaginare che possano commettere una follia del genere. Ma perché, poi!» Quindi aggiunse avvilito: «Non ci capisco proprio niente». «È evidente che in questo momento siamo entrambi ignari» confermai a mia volta scoraggiata. Lucas annotò sul blocco di carta le parole cavaliere verde, secondo cronografo e Lady Tilney aggiungendo un enorme punto interrogativo. «Abbiamo bisogno di incontrarci un'altra volta, più avanti! Così nel frattempo potrò raccogliere le informazioni necessarie...» A questo punto mi venne un'idea. «In origine sarei dovuta andare a trasmigrare nel 1956. Forse possiamo rivederci già domani sera.» «Ah-ha!» fece Lucas. «Per te il 1956 potrà anche essere domani sera, ma per me... lasciamo perdere e mettiamoci a pensare. Se verrai mandata a trasmigrare in un'epoca successiva a questa, sarà comunque sempre in questa stanza?» Feci un cenno affermativo. «Credo di sì. Però tu non puoi certo stare qua sotto giorno e notte ad aspettarmi. E poi c'è il pericolo che prima o poi possa spuntare Gideon, visto che anche lui deve trasmigrare.» «So che cosa faremo» dichiarò Lucas con crescente entusiasmo. «La prossima volta che sarai spedita in questa stanza, verrai da me! Ho l'ufficio al secondo piano. Dovrai superare due sentinelle, ma non è un problema se dirai che ti sei persa e che sci mia cugina Hazel. Viene dalla campagna. Comincerò oggi stesso a raccontare a tutti di te.» «Mr Whitman però ha detto che questa stanza è sempre chiusa a chiave e inoltre non so con precisione dove ci troviamo.» «Allora, ti servirà una chiave. E la parola d'ordine valida.» Lucas si guardò intorno. «Farò un duplicato della chiave e la nasconderò da qualche parte qui per te. Lo stesso vale per la parola d'ordine. La scriverò su un foglietto e la infilerò nel nostro nascondiglio insieme alla chiave. Sarebbe meglio una nicchia nel muro. Guarda, là dietro i mattoni sono un po' allentati, vedi? Forse riusciremo a ricavare una cavità.» Si alzò, si fece largo tra le cianfrusaglie e si inginocchiò davanti al muro. «Ecco, in questo punto. Tornerò con gli attrezzi e realizzerò un nascondiglio perfetto. La prossima volta che arriverai qui, dovrai solo spostare questo mattone per trovare la chiave e la parola d'ordine.» «Ma qui ci sono un sacco di mattoni tutti uguali» obiettai. «Ricordati questo, quinta fila dal basso, all'incirca al centro. Accidenti! Mi sono spezzato un'unghia! Non importa, questo è il piano e trovo che possa funzionare.» «Ma adesso dovrai scendere qua sotto tutti i giorni per aggiornare la parola d'ordine» dissi. «Come farai? Non studi a Oxford?» «La parola d'ordine non viene cambiata ogni giorno» mi spiegò Lucas. «A volte capita che resti sempre la stessa per settimane. Inoltre è l'unica possibilità di organizzare un nuovo incontro. Ricorda bene questo mattone. Dietro ci infilerò anche una piantina così potrai salire di sopra. Da qui partono passaggi segreti che attraversano mezza Londra.» Guardò l'ora. «Ora torniamo a sederci e rimettiamoci a prendere appunti. In maniera sistematica. Vedrai che alla fine ne sapremo entrambi di più.» «Oppure resteremo come prima due persone all'oscuro in una cantina ammuffita.» Lucas piegò la testa di lato e mi rivolse un sorriso storto. «Magari, già che ci siamo, potresti rivelarmi se il nome di tua nonna comincia con A oppure con C.» Mi venne da sorridere. «Tu che cosa preferiresti?» Il cerchio dei dodici Nome Lancelot de Villiers 1560/1562-1607 pietra preziosa ambra Elaine Burghley opale 1562-1580 William de Villiers agata 1636-1689 Cecilia Woodville acquamarina 1628-1684 Robert Leopold conte di Saint smeraldo Germain 1703-178-1 Jeanne de Pontcarreé quarzo citrino (Madame d'Urfé) 1705-1775 Jonathan e Timothy de Villiers corniola 1875-1944 1875-1930 Margret Tilney giada 1877-1944 Paul de Villiers tormalina nera *1974 Lucy Montrose zaffiro * 1976 Gideon de Villiers diamante *1992 Gwendolyn Shepherd rubino *1994 corrispondenza animale alchemica albero calcinatio rospo faggio putrefactio et mortitìcio civetta noce sublimatio orso pino solutio cavallo acero distillatio aquila quercia coagulatio serpente ginko extractio falco melo digestio volpe tiglio ceratio lupo sorbo selvatico fermentatio lince salice multiplicatio leone tasso projectio corvo betulla Dalle Cronache dei Guardiani, volume 4, Il cerchio dei dodici. Capitolo 4 «Gwenny! Gwenny, svegliati!» Riaffiorai faticosamente dalle profondità del mio sogno - ero una vecchia curva e incartapecorita e, seduta di fronte a un Gideon dall'aspetto abbagliante, affermavo di chiamarmi Gwendolyn Shepherd e di venire dall'anno 2080 - e vidi davanti a me la faccia nota con il naso a patatina di mia sorella Caroline. «Finalmente!» esclamò. «Cominciavo a temere che non sarei riuscita a svegliarti. Ero già andata a dormire quando sei tornata a casa ieri sera, anche se avevo fatto di tutto per restare sveglia. Hai riportato un altro di quei buffi vestiti?» lì.» «No, stavolta no.» Mi misi a sedere. «Stavolta mi sono cambiata «D'ora in poi sarà sempre così? Tornerai sempre a casa quando sono già a dormire? La mamma è così strana da quando ti è capitata questa cosa. E io e Nick sentiamo la tua mancanza; senza di te le serate sono strambe.» «Lo erano anche prima» la rassicurai, lasciandomi ricadere sul cuscino. La sera prima ero stata riaccompagnata a casa da una limousine, l'autista non lo conoscevo, ma il giovane Mr Marley mi aveva scortato fino all'uscio. Non avevo avuto più modo di vedere Gideon ed era stato meglio così. Era già abbastanza che avessi continuato a sognarlo per tutta la notte. Sulla porta ero stata accolta da Mr Bernhard, il maggiordomo di mia nonna, come sempre cortese e impassibile. La mamma mi era corsa incontro sulle scale e mi aveva abbracciato come se fossi appena tornata da una spedizione al Polo Sud. Anch'io ero contenta di rivederla, ma ce l'avevo un po' con lei. Era stato così doloroso constatare di essere stata ingannata dalla mia stessa madre. E per di più lei non voleva rivelarmene il motivo. A parte poche parole misteriose - «Non fidarti di nessuno-pericoloso-segreto-bla-bla-bla» da lei non avevo ricevuto spiegazioni circa il suo comportamento. Per questo, e siccome morivo di sonno, avevo ingoiato un pezzetto di pollo freddo ed ero andata a letto senza riferire alla mamma gli avvenimenti della giornata. Del resto, da dove sarei dovuta partire? Di sicuro lei si preoccupava troppo. Aveva un'aria sfinita, quasi quanto me. Caroline mi scrollò ancora per un braccio. «Ehi, non rimetterti a dormire!» «Ok.» Gettai di slancio i piedi oltre il bordo del letto e constatai che, nonostante la lunga telefonata avuta con Leslie prima di addormentarmi, mi sentivo abbastanza riposata. Ma dov'era Xemerius? Era scomparso quando ero andata in bagno la sera prima e da allora non lo avevo più rivisto. La doccia mi svegliò definitivamente. Infrangendo un divieto, mi lavai i capelli con il costosissimo shampoo e balsamo della mamma, anche se correvo il rischio di essere smascherata dal profumo di rosa e pompelmo. Mentre mi strofinavo la testa, mi chiesi se a Gideon piacesse il profumo di rosa e pompelmo, ma subito mi richiamai all'ordine. Dopo poche ore di sonno ero già lì che ripensavo a quello scemo! Di grazia, che cosa era mai successo? Sì, avevamo pomiciato un po' nel confessionale, ma subito dopo lui si era calato di nuovo nella parte dell'insopportabile arrogante e, riposata o meno, non mi piaceva ripensare a come ero bruscamente precipitata dalle nuvole. Avevo detto la stessa cosa a Leslie, che la sera prima non la smetteva più di parlare della cosa. Mi asciugai i capelli con il fon, mi vestii e scesi l'interminabile scala diretta in sala da pranzo. Insieme a Caroline, Nick e nostra madre, occupavamo il terzo piano della casa. Al contrario del resto dell'edificio, che apparteneva alla mia famiglia dal principio dei tempi (come minimo!) l'ultimo piano era abbastanza accogliente. Le altre stanze invece erano piene zeppe di antichità e ritratti di vari antenati che, a parte qualche eccezione, non erano certo una delizia per gli occhi. C'era pure una sala da ballo dove Nick aveva imparato ad andare in bicicletta con il mio aiuto, naturalmente di nascosto, anche se oggigiorno il traffico in città era molto pericoloso, come sapevano tutti. Come mi capitava spesso, rimpiangevo che non potessimo mangiare di sopra nel nostro alloggio, ma la nonna, Lady Arisa, insisteva che ci riunissimo nella tetra sala da pranzo rivestita di pannelli di legno color cioccolato al latte (questo era il paragone più carino che mi veniva in mente; l'altro era piuttosto... irripetibile). Se non altro quella mattina l'atmosfera era decisamente migliore che il giorno prima, come mi accorsi non appena varcai la soglia. Lady Arisa, che aveva un portamento da implacabile insegnante di ballo, mi salutò benevola - «Buongiorno, bambina mia» - e Charlotte e sua madre mi sorrisero come se fossero al corrente di qualcosa a me del tutto ignoto. Siccome di solito zia Glenda non mi sorrideva mai (non lo faceva con nessuno, se si eccettua un acido sollevarsi degli angoli della bocca), e giusto ieri Charlotte mi aveva lanciato orribili improperi, mi insospettii subito. «È successo qualcosa?» domandai. Mio fratello Nick mi rivolse un sorriso sornione mentre mi sedevo accanto a Caroline e mia madre mi offrì un enorme piatto di pane tostato e uova strapazzate. Rischiai di svenire per la fame quando il loro profumo mi arrivò al naso. «Santo cielo» osservò zia Glenda, «hai intenzione di coprire il fabbisogno mensile di grassi e colesterolo di tua figlia in una volta sola, Grace?» «Proprio così» rispose la mamma con distacco. «Vedrai che poi ti odierà perché non sei stata più attenta alla sua figura» commentò zia Glenda continuando a sorridere. «Gwendolyn ha una figura impeccabile» ribatté la mamma. «Per ora, forse» commentò zia Glenda. Sorrideva sempre. «Avete versato qualcosa nel tè di zia Glenda?» chiesi sottovoce a Caroline. «C'è stata una telefonata prima e da allora zia Glenda e Charlotte sono su di giri» bisbigliò Caroline. «Sembrano trasformate!» In quel momento Xemerius atterrò sul davanzale esterno, ripiegò le ali e attraversò il vetro della finestra. «Buongiorno!» lo salutai allegramente. «Buongiorno!» mi rispose lui, spostandosi con un balzo dal davanzale a una sedia vuota. Gli altri mi lanciarono occhiate perplesse, mentre Xemerius prendeva a grattarsi la pancia. «È proprio una famiglia numerosa! Non ho ancora avuto modo di farmene un'idea più precisa, ma ho notato che in questa casa c'è una decisa prevalenza di donne. Troppe, direi. E la metà di loro dà l'impressione di aver bisogno con urgenza di una bella dose di solletico.» Spalancò le ali per sgranchirle. «Dove sono i padri di tutti questi fanciulli? E gli animali domestici? Una casa così grande e nemmeno una gabbia per canarini! Che delusione!» Io sogghignai. «Dov'è zia Maddy?» chiesi, avventandomi sul cibo. «Temo che il bisogno di riposo della mia cara cognata sia più forte della sua curiosità» rispose solennemente Lady Arisa. Stava seduta dritta come un fuso e mangiava mezza fetta di toast imburrato tenendolo con la punta delle dita. (Io del resto non l'avevo mai vista se non sempre impettita.) «Dopo la levataccia di ieri è rimasta per tutto il giorno di pessimo umore. Non credo che ci capiterà ancora di vederla sveglia prima delle dieci del mattino.» «A me sta bene» osservò zia Glenda con la sua voce stridula. «Le sue chiacchiere di uova di zaffiro e torri campanarie sono davvero esasperanti. Come ti senti, Gwendolyn? Immagino che per te sia una situazione difficile da capire.» «Hmmm» feci io. «Deve essere terribile scoprire all'improvviso di essere destinate a cose tanto più elevate senza essere all'altezza di tali aspettative.» Zia Glenda infilzò un pezzetto di pomodoro nel piatto. «Mr George mi ha riferito che per ora Gwendolyn si è comportata egregiamente» dichiarò Lady Arisa, ma prima che potessi gioire della sua manifestazione di solidarietà aggiunse: «Almeno date le circostanze. Gwendolyn, oggi verranno di nuovo a prenderti a scuola e sarai portata a Tempie. Questa volta ti accompagnerà anche Charlotte». Bevve un sorso di tè. Siccome non potevo aprire la bocca senza far cadere pezzetti d'uovo strapazzato, spalancai gli occhi sgomenta, mentre Nick e Caroline chiedevano al mio posto: «E perché?» «Perché» rispose zia Glenda ondeggiando il capo in maniera bizzarra, «perché Charlotte sa tutto ciò che Gwendolyn dovrebbe sapere per svolgere dignitosamente il suo compito. E ora, a causa dei - come possiamo ben immaginare tutti - caotici avvenimenti degli ultimi giorni, a Tempie è stato manifestato il desiderio che Charlotte aiuti sua cugina a prepararsi ai prossimi salti nel tempo.» Aveva un'espressione come se la figlia avesse appena vinto le Olimpiadi. Come minimo. Ai prossimi salti nel tempo? Come, come? «Si può sapere chi è quella strega ossuta con i capelli rossi?» si informò Xemerius. «Spero per te che si tratti soltanto di una lontana parente.» «Naturalmente questa richiesta non ci ha colte di sorpresa, però abbiamo riflettuto se fosse il caso di esaudirla. Dopo tutto Charlotte non ha più alcun obbligo. Tuttavia» a questo punto la strega ossuta con i capelli ro... cioè... zia Glenda sospirò con fare teatrale: «Charlotte è ben consapevole dell'importanza di questa missione ed è altruisticamente disposta a dare il proprio contributo alla riuscita dell'impresa». Mia madre sospirò a sua volta lanciandomi un'occhiata compassionevole. Charlotte si mise dietro l'orecchio una ciocca dei suoi lucidi capelli rossi e abbassò le palpebre girandosi verso di me. «Cosa?» esclamò Nick. «Che cosa dovrebbe insegnare Charlotte a Gwenny?» «Oh» rispose zia Glenda con le guance accese di zelo. «Ci sono tantissime cose, ma sarebbe assurdo pensare che Gwendolyn possa recuperare in un lasso di tempo così breve ciò che Charlotte ha interiorizzato in tanti anni, per non parlare poi della... ecco, sbilanciata distribuzione di doti naturali in questo caso. L'unica cosa che si può tentare è di trasmettere le nozioni di base. Tra l'altro quello che manca in maniera drammatica a Gwendolyn è la cultura generale e le buone maniere caratteristiche di ogni epoca, come ho sentito dire.» Che malignità! Da chi l'aveva sentito dire? «Certo, c'è bisogno di conoscere le buone maniere, soprattutto quando si sta ad aspettare da soli in una cantina chiusa a chiave» commentai. «Potrebbe sempre capitare che uno scarafaggio ti veda mentre ti infili le dita nel naso.» Caroline ridacchiò. «Oh, no, Gwenny, mi rincresce molto dovertelo dire, ma nei prossimi tempi la situazione diventerà un po' più complicata per te.» Charlotte mi scoccò un'occhiata che avrebbe dovuto essere compassionevole, ma risultò piuttosto perfida e maligna. «Tua cugina ha ragione.» Lo sguardo penetrante di Lady Arisa mi aveva sempre inquietato, ma questa volta mi terrorizzò proprio. «Per ordini supremi trascorrerai molto tempo nel XVIII secolo» disse. «In pubblico, per di più» aggiunse Charlotte. «Tra persone che troverebbero assai strano se non sapessi come si chiama il re sul trono. Oppure che cosa sia una ridicule.» Una che cosa? «Che cos'è una ridicule?» chiese Caroline. Charlotte sorrise compiaciuta. «Fattelo spiegare da tua sorella.» Io la fissai risentita. Perché si divertiva sempre tanto a farmi fare la figura della stupida ignorante? Zia Glenda rise piano. «È una specie di borsetta, uno stupido sacchetto di solito riempito di cianfrusaglie inutili» disse Xemerius. «Fazzoletti. Sali da naso.» Ah! «Ridicule è una parola antiquata per indicare una borsetta, Caroline» risposi senza distogliere gli occhi da Charlotte. Lei alzò sorpresa le sopracciglia, senza tuttavia smettere di sorridere. «Per ordini supremi? Che cosa vorrebbe dire?» Mia madre si era rivolta a Lady Arisa. «Pensavo che fosse ormai assodato che Gwendolyn restasse fuori da tutta la faccenda, fin dove possibile. Che venisse mandata a trasmigrare in epoche non pericolose. Com'è possibile che ora abbiano deciso di esporla a un rischio simile?» «La cosa non ti riguarda, Grace» rispose gelida la nonna. «Hai già combinato abbastanza guai.» La mamma si morse le labbra, lanciando occhiate irate tra me e Lady Arisa, poi spostò la sedia all'indietro e si alzò. «Devo andare al lavoro» annunciò. Baciò Nick sui capelli e si girò a guardare me e Caroline. «Buona giornata a scuola. Caroline, pensa allo scialle per il laboratorio di cucito. Ci vediamo stasera.» «Povera mamma» mormorò Caroline dopo che nostra madre fu uscita. «Ieri sera ha pianto. Secondo me non riesce ad accettare che tu abbia ereditato il gene dei viaggi nel tempo.» «Già» confermai. «Me ne sono accorta anch'io.» «Però non è l'unica» osservò Nick gettando un'occhiata eloquente a Charlotte e zia Glenda che continuava a sorridere. Era la prima volta che suscitavo tanto interesse entrando in classe. Tutto dipendeva dal fatto che metà dei miei compagni il giorno prima mi aveva vista salire a bordo di una limousine nera all'uscita da scuola. «Si accettano ancora scommesse» annunciò Gordon Gelderman. «Ipotesi più quotata: il tizio gay superfigo di ieri è un produttore televisivo e ha fatto un provino a Charlotte e Gwendolyn per uno show, ma Gwendolyn ha vinto. Seconda possibilità: il tipo è vostro cugino frocio e gestisce un servizio di noleggio di limousine. Terza possibilità...» «Ma stai zitto, Gordon» ringhiò Charlotte, poi gettò i capelli all'indietro e sedette al suo banco. «Secondo me potresti almeno spiegarci com'è che te la intendevi tanto con quel tipo, ma poi è stata Gwendolyn a salire con lui sulla limousine» disse Cynthia Dale in tono mellifluo. «Leslie voleva farci credere che fosse l'insegnante di sostegno di Gwendolyn.» «Naturale, un insegnante di sostegno va sempre in giro con una limousine e fa il baciamano alla nostra regina di ghiaccio» disse Gordon voltandosi risentito verso Leslie. «È chiaro che questi sono patetici tentativi di depistaggio.» Leslie scrollò le spalle e mi sorrise ammiccante. «Sul momento non mi è venuto in mente niente di meglio.» Si mise al suo posto. Io mi guardai intorno alla ricerca di Xemerius. L'ultima volta l'avevo visto appollaiato sul tetto della scuola da dove mi aveva rivolto un cenno di saluto. Aveva ricevuto istruzioni di tenersi alla larga durante le lezioni, ma dubitavo che rispettasse la consegna. «Il cavaliere verde sembra essere un vicolo cieco» mi disse Leslie sottovoce. Contrariamente a me, non aveva dormito molto quella notte, trascorrendo diverse ore su Internet. «C'è una famosa statuina di giada della dinastia Ming che porta questo nome, ma si trova in un museo di Pechino, poi c'è una statua sulla piazza di una città tedesca di nome Cloppenburg e due libri con questo titolo, un romanzo del 1926 e un libro per bambini che tuttavia è stato pubblicato dopo la morte di tuo nonno. Per ora non ho trovato altro.» «Io ho pensato che potesse trattarsi di un ritratto» replicai. Nei film i segreti erano sempre nascosti dietro o all'interno dei ritratti. «Niente da fare» disse Leslie. «Se fosse stato il cavaliere azzurro, la cosa sarebbe stata diversa... ho provato a inserire IL CAVALIERE VERDE nel generatore di anagrammi, ma non è venuto fuori niente. A meno che IL RE RICADEVA LEVE possa significare qualcosa; a me non pare. Ne ho stampati un po', forse ti dicono qualcosa?» Mi porse un foglio. «CALDAIE LIRE VERVE» lessi. «CREDERAI ELLA VIVE. Hmmm, lasciami pensare...» Leslie ridacchiò. «Il mio preferito è: LE RIVELI CADAVERE. Oh, ecco che arriva Mr scoiattolo.» Si riferiva a Mr Whitman che stava entrando in classe con il suo solito passo baldanzoso. Si era guadagnato quel soprannome a causa dei suoi grandi occhi castani. All'epoca, tuttavia, non immaginavamo ancora chi fosse in realtà. «Mi aspetto sempre che ci faccia rapporto per quanto successo ieri» dissi, ma Leslie scrollò la testa. «Non è possibile» tagliò corto. «Altrimenti il preside Gilles dovrebbe essere informato che un suo insegnante d'inglese è un importante membro di una segretissima società segreta. È quello che direi se dovesse tormentarci. Oh, merda, sta venendo da questa parte. E ha di nuovo quell'aria... di superiorità!» Mr Whitman veniva proprio verso di noi. Posò sul banco di Leslie il grosso fascicolo che ci aveva confiscato ieri nel bagno delle ragazze. «Immagino che ti faccia piacere riavere questa... interessantissima raccolta di informazioni» disse sarcastico. «Sì, grazie» rispose Leslie arrossendo leggermente. La cosiddetta raccolta di informazioni era proprio il faldone con le ricerche sul fenomeno dei viaggi nel tempo, dove praticamente era contenuto tutto ciò che noi (soprattutto Leslie) eravamo riuscite a trovare finora sui Guardiani e sul conte di Saint Germain. A pagina 34, a margine del materiale sulla telecinesi, era inserito un appunto che riguardava Mr Whitman in persona. Lo scoiattolo fa parte della loggia? Anello. Significato? Potevamo solo sperare che il nostro professore non avesse collegato quelle parole a se stesso. «Leslie, lo dico a malincuore, ma secondo me potresti investire meglio le tue energie in qualche materia scolastica.» Mr Whitman lo disse sorridendo, ma il tono di voce tradiva qualcosa di diverso dal semplice sarcasmo. Abbassò la voce. «Non tutto ciò che appare interessante è anche adatto per tutti.» Era forse una minaccia? Leslie prese in silenzio il raccoglitore e lo infilò nello zaino. I nostri compagni ci guardavano incuriositi. Evidentemente si chiedevano di che cosa stesse parlando Mr Whitman. Charlotte era seduta abbastanza vicino da sentirlo e aveva assunto un'espressione di gioia maligna. Quando Mr Whitman disse: «E tu, Gwendolyn, dovresti capire che la discrezione è una delle qualità non solo auspicabile, bensì necessaria in te» la vidi assentire compiaciuta. «È un vero peccato che tu ti dimostri così indegna.» Che ingiustizia! Decisi di seguire l'esempio di Leslie, e io e Mr Whitman rimanemmo a fissarci in silenzio per qualche secondo. Poi il suo sorriso si allargò ed egli mi diede un buffetto inaspettato sulla guancia. «Suvvia, animo! Sono sicuro che puoi imparare ancora tante cose» commentò mentre si allontanava. «Dimmi, Gordon, come va? Anche stavolta hai scaricato la ricerca da Internet fino all'ultima virgola?» «Lei dice sempre che possiamo utilizzare tutte le fonti a nostra disposizione» si difese Gordon riuscendo in una frase sola a variare il tono di voce di due ottave. «Che cosa voleva Mr Whitman da voi?» Cynthia Dale si sporse all'indietro verso di noi. «Che cos'era quel raccoglitore. E perché ti ha accarezzata, Gwendolyn?» «Non c'è motivo di essere gelosa, Cyn» ribatté Leslie. «Non gli siamo più simpatiche di te.» «Ma» replicò Cynthia «io non sono affatto gelosa. Cioè, voglio dire, ma scherziamo! Perché tutti devono sempre pensare che sia innamorata di quell'uomo?» «Forse perché sei la presidentessa del fan club di William Whitman?» ipotizzai. «Oppure perché hai scritto venti volte Cynthia Whitman su un foglio, spiegando che volevi vedere che effetto faceva?» rincarò la dose Leslie. «O perché...» «Basta, ho capito» sibilò Cynthia. «È acqua passata. Ormai non vale più.» «Ma se è successo l'altro ieri» puntualizzò Leslie. «Nel frattempo sono diventata più matura e più adulta.» Con un sospiro Cynthia lanciò un'occhiata in giro per la classe. «È tutta colpa di questi bambocci. Se avessimo ragazzi un po' più intelligenti in classe, nessuno avrebbe bisogno di prendersi una cotta per un insegnante. A proposito. Che storia c'è con il tipo che ieri è venuto a prenderti con la limousine, Gwenny? State insieme?» Charlotte sbuffò divertita, guadagnandosi all'istante l'attenzione di Cynthia. «Avanti, Charlotte, non fare la misteriosa come sempre. Una di voi c'ha una storia con lui?» Nel frattempo Mr Whitman era tornato alla cattedra e ci invitava a occuparci di Shakespeare e dei suoi sonetti. Una volta tanto gli fui grata per questo. Meglio Shakespeare che Gideon! Il chiacchiericcio tutt'intorno si spense, sostituito da sospiri e fruscio di fogli. Io feci in tempo a cogliere queste parole di Charlotte: «Gwenny sicuramente no». Leslie mi lanciò un'occhiata piena di compassione. «Poverina, è del tutto ignara» bisbigliò. «C'è da averne proprio pena.» «Sì» confermai sottovoce, anche se in realtà quella di cui avevo compassione era soltanto me stessa. Il pomeriggio in compagnia di Charlotte sarebbe stato di sicuro un grandioso divertimento. La limousine quel giorno non si era fermata davanti al cancello, ma ci aspettava un po' più avanti, in posizione più defilata e discreta. La chioma fulva di Mr Marley si agitava irrequieta avanti e indietro, ed egli diventò ancora più nervoso quando ci vide andargli incontro. «Ah, è lei» commentò Charlotte chiaramente delusa, facendo arrossire Mr Marley. Poi gettò un'occhiata all'interno della vettura dallo sportello aperto. Non c'era nessuno, a parte l'autista e... Xemerius. Charlotte assunse un'espressione contrariata e questo mi fece gioire. «Hai sentito la mia mancanza?» Xemerius era stravaccato sul sedile mentre l'auto partiva. Mr Marley era seduto davanti e Charlotte accanto a me guardava fuori dal finestrino. «Non importa» proseguì Xemerius senza aspettare la mia risposta. «Di certo ti renderai conto che ho altri doveri, a parte badare continuamente a te.» Alzai gli occhi al cielo e Xemerius ridacchiò. Mi era proprio mancato. Le ore di lezione si erano dilatate e, arrivata a quella di geografia, durante la quale Mrs Counter si era dilungata interminabilmente sui tesori minerari del Baltico, la mia nostalgia per Xemerius e le sue osservazioni era diventata insopportabile. Inoltre mi sarebbe piaciuto presentarlo a Leslie, per quanto possibile. Leslie infatti era rimasta colpita dalle mie descrizioni, anche se i ritratti che avevo provato a fare non erano risultati troppo lusinghieri per il povero demone-doccione. («Che cosa sono quelle, mollette per i panni?» mi aveva chiesto Leslie, indicando le corna che avevo disegnato.) «Finalmente un amico invisibile che potrebbe esserti utile!» aveva esclamato. «Prova a pensarci: al contrario di James, che se ne sta lì beato nella sua nicchia senza fare altro che rimproverarti per la tua cattiva educazione, questo demone-doccione può fare la spia per te e riferirti che cosa succede dietro le porte chiuse.» A questo non avevo ancora pensato. Ma la realtà... quella mattina, Xemerius mi era stato davvero molto utile con la storia della reti... revi... insomma dell'antiquato termine per borsetta. «Xemerius potrebbe essere il tuo asso nella manica» aveva proseguito Leslie. «Non solo un fannullone permaloso come James.» Purtroppo aveva ragione, per quanto riguardava James. James era... già, che cos'era in realtà? Se fosse andato in giro con un tintinnio di catene, oppure avesse fatto oscillare i lampadari, lo si sarebbe potuto nominare ufficialmente fantasma della scuola. James August Peregrin Pimplebottom era un giovane attraente sulla ventina con una parrucca bianca incipriata e una finanziera a fiori ed era morto da duecentoventinove anni. La scuola un tempo era stata la dimora della sua famiglia e, come la maggior parte dei fantasmi, non voleva accettare il fatto di essere morto. Per lui i secoli di vita incorporea erano semplicemente uno strano sogno, dal quale sperava sempre di risvegliarsi. Secondo Leslie non si era svegliato in tempo per imboccare il tunnel alla fine del quale lo aspettava un'irresistibile luce abbagliante. «James non è del tutto inutile» avevo replicato. Dopotutto avevo deciso giusto il giorno prima che James - in quanto figlio del XVIII secolo - mi sarebbe stato utilissimo per esempio come maestro di scherma. Mi ero cullata per qualche ora nell'illusione di imparare a maneggiare la spada con la stessa perizia di Gideon. Purtroppo si era rivelato un errore madornale. In occasione della nostra prima (e anche ultima) lezione di scherma durante la pausa del pranzo nella classe vuota, Leslie si era piegata in due dalle risate. Naturalmente lei non poteva vedere James con i suoi movimenti, che io giudicavo estremamente professionali, né sentire gli ordini che mi impartiva: «Solo parare. Miss Gwendolyn, solo parare! Terza! Prima! Terza! Quinta!» Riusciva a vedere solo me che brandeggiavo goffamente alla cieca la bacchetta usata da Mrs Counter per indicare, usandola contro una spada invisibile come l'aria. Inutile. E ridicolo. Dopo aver riso come una pazza, Leslie aveva dichiarato che James avrebbe dovuto piuttosto insegnarmi qualcos'altro e una volta tanto James era stato d'accordo con lei. Gli incontri di scherma e i duelli di ogni genere erano cose da uomini, dichiarò, gli oggetti più pericolosi che una ragazza a suo parere poteva tenere in mano erano gli aghi da lana. «Di sicuro il mondo sarebbe un posto migliore, se anche gli uomini si attenessero a questa regola» aveva commentato Leslie. «Ma, finché non lo faranno, meglio che le donne siano pronte.» James aveva rischiato di svenire quando Leslie aveva tirato fuori dallo zaino un coltello con la lama da venti centimetri. «Con questo ti puoi difendere meglio, se dovesse capitarti un'altra volta che qualche losco individuo dal passato voglia farti la pelle.» «Somiglia a un...» «... coltello da cucina giapponese. Affetta verdura e carne cruda come se fossero burro.» Avevo provato un brivido lungo la schiena. «È solo per le emergenze» aveva aggiunto Leslie. «Per farti sentire un po' più sicura. È l'arma migliore che sono riuscita a trovare così su due piedi senza un porto d'armi.» Da allora quel coltello si trovava nel mio zaino, riposto in un astuccio da occhiali della mamma di Leslie trasformato in fodero, insieme a un rotolo di scotch che, stando a quanto diceva Leslie, mi sarebbe potuto tornare utile. L'autista sterzò bruscamente e Xemerius, che non si reggeva, scivolò sul sedile liscio andando a sbattere contro Charlotte. Si affrettò a risollevarsi subito. «È rigida come un pilastro» commentò sbattendo le ali. Le lanciò un'occhiata di sottecchi. «Dobbiamo tenercela per tutta la giornata?» «Purtroppo» risposi. «Purtroppo che cosa?» domandò Charlotte. «Purtroppo anche oggi non ho pranzato» dissi. «Colpa tua» ribatté Charlotte. «Anche se, in tutta sincerità, non ti farebbe male perdere qualche chilo. Dopo tutto devi entrare nei vestiti che Madame Rossini ha cucito per me.» Strinse le labbra e io sentii sbocciare in me un'emozione simile alla pietà. Probabilmente aveva aspettato con gioia sincera di poter indossare i costumi di Madame Rossini, poi ero arrivata io e le avevo rovinato la festa. Non l'avevo fatto apposta, naturalmente, ma era successo. «Il vestito che ho indossato quando sono andata a trovare il conte di Saint Germain è a casa nell'armadio» dissi. «Se vuoi te lo do. Potresti indossarlo alla prossima festa in maschera di Cynthia. Scommetto che rimarrebbero tutti a bocca aperta.» «Quel vestito non ti appartiene» precisò Charlotte sgarbata. «È di proprietà dei Guardiani, non puoi decidere tu che cosa farne. Lascia che rimanga a casa nell'armadio.» Si girò a guardare fuori dal finestrino. «Brontolona, brontolona, brontolona» disse Xemerius. In effetti Charlotte non faceva niente per rendersi più simpatica, non c'era mai riuscita. Tuttavia l'atmosfera di gelo tra noi mi creava disagio. Tentai un approccio diverso. «Charlotte...?» «Siamo quasi arrivati» mi interruppe. «Sono così ansiosa, spero che potremo vedere qualcuno della cerchia interna.» Il suo viso cupo si illuminò di colpo. «Voglio dire, a parte quelli che conosciamo già. È tutto così emozionante. Nei prossimi giorni Tempie pullulerà di autentiche leggende viventi. Famosi politici, vincitori di Nobel e scienziati pluridecorati si ritroveranno in quei sacri ambienti senza che nessuno ne sia al corrente all'esterno. Ci sarà Koppe Jòtland e Jonathan Reeves-Haviland... quanto mi piacerebbe stringergli la mano.» Per i suoi standard Charlotte sembrava sinceramente entusiasta. Da parte mia non avevo idea di che cosa stesse parlando. Lanciai un'occhiata interrogativa a Xemerius, che si limitò a scrollare le spalle. «Mi spiace, non ho mai sentito i nomi di quei tromboni» disse. «Non si può sapere tutto» osservai con un sorriso comprensivo. Charlotte sospirò. «Certo che no, ma ogni tanto sarebbe il caso di leggere un quotidiano serio, oppure di sfogliare un settimanale per tenersi informati sulla politica mondiale. Naturalmente bisognerebbe anche connettere il cervello... o quantomeno averne uno.» Come già detto, Charlotte non rendeva certo la vita facile agli altri. La limousine intanto si era fermata e Mr Marley venne ad aprire la portiera. Dalla parte di Charlotte, mi resi conto. «Mr Giordano l'aspetta nel vecchio refettorio» annunciò Mr Marley, ed ebbi l'impressione che si fosse trattenuto a fatica dal pronunciare la parola «sir». «L'accompagnerò io.» «Conosco la strada» disse Charlotte, poi si voltò verso di me. «Vieni!» «Devi avere qualcosa, perché tutti vogliono darti ordini» osservò Xemerius. «Vengo anch'io?» «Sì, per favore» risposi mentre ci inoltravamo per gli stretti vicoli di Tempie. «Mi sento meglio se sei con me.» «Mi compri un cane?» «No!» «Però mi vuoi bene, vero? Forse dovrei assentarmi più spesso!» «Qualche volta potresti anche renderti utile» dissi ripensando alle parole di Leslie. Xemerius potrebbe essere il tuo asso nella manica. Aveva ragione. A chi altri poteva capitare di avere un amico in grado di attraversare i muri? «Spicciati» disse Charlotte. Lei e Mr Marley ci precedevano di qualche metro e solo adesso mi resi conto di quanto si somigliassero. «Ai suoi ordini, signorina Rottermeier» risposi. Meet the lime as it seeks us. (Andiamo a far fronte agli eventi che ci si parano davanti.) La tragedia di Cimbelino, William Shakespeare Capitolo 5 Per farla breve, la lezione con Charlotte e Mr Giordano fu ben peggiore di quanto avessi immaginato. La colpa era soprattutto del fatto che volevano farmi imparare tutto in una volta sola: mentre litigavo con i passi del minuetto indossando una gonna a campana a strisce bianche e rosse che faceva a pugni con la camicetta color purè dell'uniforme scolastica, dovevo comprendere in che misura la visione politica dei Whigs si discostasse da quella dei Tories, imparare a tenere in mano un ventaglio e quale fosse la differenza tra «maestà», «altezza serenissima» e «signoria illustrissima». Dopo un'ora soltanto e diciassette modi diversi di aprire il ventaglio, ero in preda a un feroce mal di testa e non sapevo più distinguere la destra dalla sinistra. Il mio tentativo di smorzare la tensione con una battuta «possiamo fare una piccola pausa, sono tutta...» - non fu apprezzato. «Non c'è niente da ridere» commentò Giordano con voce nasale. «Che svampita.» Il vecchio refettorio era un'ampia sala al pianterreno con alte finestre affacciate su un cortile interno. A parte un pianoforte e qualche sedia accostata alla parete, era vuota. Xemerius, come suo solito, si era appeso a testa in giù a uno dei lampadari e aveva ripiegato ordinatamente le ali sulla schiena. Mr Giordano si era presentato con le parole: «Giordano, soltanto Giordano, per favore. Storico laureato, famoso creatore di moda, maestro di reiki, designer di gioielli, noto coreografo, adepto di terzo grado, esperto nei secoli XVIII e XIX». «Per la miseria» esclamò Xemerius. «Da bambino devono avergli fatto il bagno troppo caldo.» Non potevo che dargli ragione, purtroppo. Mr Giordano, pardon, soltanto Giordano, somigliava fatalmente a uno di quegli schizzati venditori dei canali di televendite che parlavano come se avessero una molletta per i panni sul naso e come se sotto il tavolo un pincher nano gli avesse addentato il polpaccio. Mi aspettavo solo che curvasse le labbra (siliconate?) in un sorriso e annunciasse: «E ora, cari telespettatori, vi presentiamo il nostro modello Brigitta, una fontana da interni assolutamente raffinata, una piccola oasi di benessere, e costa solo 27 sterline, un vero affare, dovete approfittarne, io stesso ne ho due a casa...» Invece disse, senza sorridere: «Mia cara Charlotte, ciaociaociaociaociao» e baciò l'aria ai lati delle sue guance. «Ho saputo quello che è successo e lo trovo in-cre-di-bi-le! Tutti questi anni di addestramento e tanto talento sprecato! E una vergogna, un terribile scandalo, un'ingiustizia... sarebbe quella? La tua sostituta.» Mi scrutò da capo a piedi corrugando le labbra piene. Io non potei fare a meno di fissarlo a mia volta affascinata. Aveva una singolare acconciatura mossa, cementata alla testa grazie a uno spesso strato di gel e lacca. Due sottili strisce di barba gli attraversavano la metà inferiore del viso, come fiumi su una cartina geografica. Aveva le sopracciglia depilate e ridisegnate con una specie di matita nera e, se non mi sbagliavo, aveva il naso incipriato. «E quella dovrebbe prepararsi entro dopodomani sera in maniera organica a una soirée del 1782?» osservò. Con «quella» evidentemente si riferiva a me. Con soirée, invece, voleva dire qualcos'altro. La domanda era che cosa. «Ehi, ehi, credo che il labbrone ti abbia offeso» disse Xemerius. «Se cerchi un epiteto da lanciargli, mi offro volentieri come suggeritore.» Labbrone era già notevole. «Una soirée è un noioso ricevimento serale» proseguì Xemerius. «Nel caso non lo sapessi. Ci si riunisce dopo la cena, si suona a vicenda qualcosa al pianoforte e soprattutto si cerca di non addormentarsi.» «Grazie davvero!» dissi. «Non riesco ancora a credere che vogliano correre questo rischio» commentò Charlotte, mentre appoggiava il cappotto su una sedia. «Contravviene a tutte le regole della segretezza permettere a Gwendolyn di presentarsi tra la gente. Basta guardarla e si capisce che in lei c'è qualcosa che non va.» «Mi hai tolto le parole di bocca!» esclamò Labbrone. «Del resto però il conte è noto per i suoi eccentrici desideri. Là davanti c'è la legenda per lei. Orripilante! Prova a leggerla.» La mia che cosa? Ormai avevo relegato da tempo le leggende nel regno delle fiabe. O al massimo sulle cartine geografiche. Charlotte sfogliò una cartellina posata sul pianoforte. «Deve interpretare il ruolo della pupilla del visconte Batten? E Gideon è suo figlio? Non è un po' troppo rischioso? Potrebbe essere presente qualcuno che conosce il visconte e la sua famiglia. Perché non è stato preferito un vicomte francese in esilio?» Giordano sospirò. «Non era possibile a causa delle sue scarse conoscenze linguistiche. Molto probabilmente il conte vuole solo metterci alla prova. Dovremo dimostrargli che siamo in grado di trasformare questa ragazza in una dama del XVIII secolo. Dobbiamo riuscirci!» Contorse le mani. «Secondo me, visto quello che sono riusciti a fare con Keira Knightley, sarà possibile farlo anche con me» dichiarai fiduciosa. Keira Knightley era semplicemente la ragazza più moderna del mondo eppure faceva sempre un figurone nel film in costume, persino con le parrucche più assurde. «Keira Knightley?» Le sopracciglia nere si alzarono a sfiorare l'attaccatura del toupet. «Per un film può anche andare bene, ma se Keira Knightley si trovasse per davvero nel XVIII secolo verrebbe smascherata nel giro di dieci minuti. Basta già il modo in cui scopre i denti tutte le volte che sorride e getta la testa all'indietro quando ride, spalancando la bocca! Nessuna dama del XVIII secolo l'avrebbe mai fatto!» «Chi le dà la certezza che fosse proprio così?» «Come hai detto, scusa?» «Dicevo, chi le dà la certezza...» Gli occhi di Labbrone mi incenerirono. «Sarà meglio chiarire subito la prima regola, ovvero: ciò che dice il maestro non viene mai messo in discussione.» «E chi sarebbe il maestro... oh, ho capito, è lei» dissi arrossendo leggermente, mentre Xemerius scoppiava a ridere. «Benissimo. Allora non bisogna mostrare i denti quando si ride. Lo terrò presente.» Non sarebbe stato difficile riuscirci. Era assai improbabile che avrei trovato un motivo per ridere durante quella soirée. Labbrone riportò le sopracciglia in posizione di riposo e, mentre Xemerius dal soffitto gli gridava «Stupido babbeo!» senza che lui potesse sentirlo, affrontò il triste inventario. Mi chiese che cosa sapessi di politica, letteratura, usi e costumi dell'anno 1782 e la mia risposta («So che non c'erano un sacco di cose, per esempio lo sciacquone automatico al gabinetto e il diritto di voto per le donne») lo indusse a nascondersi la faccia tra le mani per qualche secondo. «Mi sto sganasciando dalle risate» annunciò Xemerius e purtroppo la sua ilarità stava contagiando anche me. Con un enorme sforzo di volontà riuscii a soffocare la risata che mi saliva dalle profondità del diaframma. Charlotte disse dolcemente: «Pensavo che ti avessero spiegato che lei è assolutamente impreparata, Giordano». «Ma io... almeno le nozioni fondamentali...» La faccia del maestro spuntò da dietro le mani. Non osavo guardarlo; se si fosse rovinato il trucco, sarebbe stata colpa mia. «A che punto è la tua preparazione musicale? Pianoforte? Canto? Arpa? E i balli di società? Un semplice menuet à deux potrai affrontarlo, ma le altre danze?» Arpa? Menuet à deux? Ma certo! Per me era finita. Persi anche l'ultima briciola di autocontrollo e scoppiai a ridere. «Mi fa piacere che ci sia almeno qualcuno che si diverte» disse sconcertato Labbrone, e probabilmente fu quello il momento in cui decise di angariarmi fino a togliermi qualunque voglia di ridere. In effetti non ci volle molto. Dopo un quarto d'ora mi sentivo la persona più inetta e perdente di questo mondo. E questo nonostante Xemerius, dal soffitto, facesse del suo meglio per incoraggiarmi. «Avanti, Gwendolyn, mostra a quei due sadici che cosa sai fare!» Mi sarebbe tanto piaciuto. Purtroppo non ero in grado. «Tour de main, mano sinistra, svampita, ma verso destra, Cornwallis capitolò e Lord North si ritirò nel 1782, e di conseguenza... a destra. No, a destra! Santo cielo! Charlotte, per favore, faglielo vedere un'altra volta!» E Charlotte me lo fece vedere. Bisognava riconoscerlo, ballava in maniera divina, i passi visti fare da lei sembravano un gioco da bambini. E in fin dei conti lo erano per davvero. Ci si spostava di qua, ci si spostava di là, si girava continuando a sorridere senza mostrare i denti. La musica proveniva da altoparlanti nascosti dietro il rivestimento delle pareti e devo ammettere che non era proprio il tipo di musica che invoglia di getto a muovere le gambe. Forse avrei imparato meglio la sequenza dei passi se Labbrone nel frattempo non avesse continuato a blaterare instancabile. «La guerra contro la Spagna dura dal 1779... ora la mouliné, per favore, il quarto uomo dobbiamo immaginarlo, e inchino, sì, con un po' più di grazia, per favore. Ora di nuovo in avanti, non dimenticare il sorriso, testa dritta, mento verso l'alto, intanto l'America del Nord si è separata dalla Gran Bretagna, per amor del cielo, no, verso destra, braccio all'altezza del petto e ben disteso, è un duro colpo e nessuno vede di buon occhio i francesi, è considerato non patriottico... non guardarti i piedi, tanto con quel vestito non riesci a vederli.» Charlotte si limitava a pormi astruse domande all'improvviso («Chi era il re del Burundi nel 1872?») con relativo scuotimento di testa che mi rendeva ancora più insicura. Dopo un'ora Xemerius non ce la fece più. Svolazzò via dal lampadario, mi rivolse un cenno e scomparve attraverso il muro. Avrei voluto chiedergli di dare un'occhiata a Gideon, ma non fu necessario, perché dopo un altro quarto d'ora di tortura di minuetto Gideon entrò nel vecchio refettorio in compagnia di Mr George. Arrivarono giusto in tempo per vedere me, Charlotte e Labbrone compiere insieme a un invisibile quarto uomo una figura di danza che Labbrone definì «le chain» e nella quale io dovevo dare la mano all'invisibile compagno di ballo. Purtroppo gli diedi la mano sbagliata. «Mano destra, spalla destra, mano sinistra, spalla sinistra» esclamò Labbrone adirato. «È così difficile? Guarda come fa Charlotte, è perfetta!» Charlotte la perfetta continuò a ballare anche dopo aver notato che avevamo ricevuto visite, mentre io mi ero fermata con grande imbarazzo e avrei voluto sprofondare sotto terra. «Oh» esclamò Charlotte alla fine, come se si fosse accorta solo in quel momento della presenza di Mr George e Gideon. Sprofondò in una graziosa riverenza che, come avevo imparato, era una specie di inchino da fare al principio e alla fine di un minuetto e a volte anche nel mezzo. Avrebbe dovuto risultare ridicola, tanto più che portava l'uniforme scolastica, e invece la fece sembrare... tenera. Io mi sentii subito doppiamente male, da un lato per colpa della gonna bianca e rossa abbinata alla camicia dell'uniforme (somigliavo a uno di quei coni di plastica con la luce che si mettono per strada per delimitare un'area di cantiere), dall'altro perché Labbrone non perse tempo e cominciò a lamentarsi di me. «... non sa distinguere la destra dalla sinistra... un sacco di goffaggine... dura di comprendonio... impresa impossibile... una svampita... non si può creare un cigno da una papera... non potrà presentarsi a questa soirée senza destare scalpore... guardate voi stessi!» Mr George e anche Gideon Io fecero e io arrossii violentemente. Nel contempo mi sentii montare dentro la collera. Ora era troppo! Mi slacciai la gonna e la crinolina imbottita che Labbrone mi aveva legato intorno ai fianchi, mentre brontolavo: «Non so proprio perché dovrei mettermi a parlare di politica nel XVIII secolo. Non Io faccio nemmeno oggi, non ne ho la più pallida idea! E allora? Se qualcuno mi chiede del conte di vattelapesca, dirò che la politica non mi interessa un fico secco. E nel caso qualcuno voglia per forza ballare il minuetto con me - cosa che ritengo impossibile, dal momento che non conosco nessuno nel XVIII secolo - risponderò no grazie, molto gentile, ma mi sono storta una caviglia. Volendo potrò anche dirlo senza mostrare i denti.» «Avete capito a che cosa mi riferisco?» domandò Labbrone torcendosi di nuovo le mani. Doveva essere una sua abitudine. «Neppure un barlume di buona volontà: al suo posto una spaventosa ignoranza e mancanza di talento in ogni ambito. Poi scoppia a ridere come una bambina di cinque anni, solo a sentir nominare Lord Sandwich.» Ah, già, Lord Sandwich. Incredibile pensare che si chiamasse davvero così. Poveraccio. «Sicuramente riuscirà...» esordì Mr George, ma Labbrone gli tolse la parola di bocca. «Al contrario di Charlotte, questa ragazza non possiede alcuno... espièglerie!» Accidenti! Qualunque cosa fosse, se ce l'aveva Charlotte, io non la volevo. Charlotte aveva spento la musica e si era seduta al pianoforte, da dove sorrideva seducente a Gideon. Lui ricambiò il sorriso. A me invece aveva riservato un'occhiata che diceva tutto. E non in senso positivo. Di certo si sentiva a disagio di dover stare in una stanza con una fallita come me, a maggior ragione perché era fin troppo consapevole del proprio fulgido aspetto, con i jeans scoloriti e una maglietta nera aderente. Per qualche motivo la mia collera aumentò. Mi trattenni a stento dal digrignare i denti. Mr George lanciava occhiate preoccupate da Labbrone a me e viceversa, poi corrugò la fronte e disse: «Vedrà che ci riuscirà, Giordano. Dopo tutto ha un'assistente di ottimo livello in Charlotte. E poi ci restano ancora un paio di giorni di tempo». «Non basterebbero neppure diverse settimane intere! Per prepararla a un grande ballo il tempo non basta mai» ribatté Labbrone. «Una soirée, forse sì, in una cerchia ristretta e con molta fortuna, ma un ballo, forse addirittura in presenza dei granduchi... è escluso. Posso solo sperare che il conte abbia fatto una battuta.» Lo sguardo di Mr George diventò gelido. «Certo che no» dichiarò. «E di sicuro non spetta a lei sindacare le decisioni del conte. Gwendolyn ce la farà, non è vero, Gwendolyn?» Io preferii non rispondere. La mia autostima era stata troppo maltrattata nelle ultime due ore. Se si fosse trattato solo di non dare nell'occhio in maniera negativa, ci sarei riuscita. Mi sarei messa in un angolo agitando il ventaglio con discrezione. Anzi, meglio non agitarlo, chissà che cosa avrebbe potuto significare. Me ne sarei rimasta lì a sorridere senza denti. Ovviamente nessuno avrebbe dovuto disturbarmi oppure chiedermi del marchese di Stafford o invitarmi a ballare. Charlotte cominciò a suonare qualche accordo al pianoforte. Era una graziosa melodia nello stile della musica che avevamo usato prima per ballare. Gideon la raggiunse e lei lo guardò dicendo qualcosa che io non riuscii a cogliere, per colpa del sospiro esasperato di Labbrone. «Abbiamo cercato di insegnarle i passi fondamentali del minuetto in modo convenzionale, ma temo che dovremo ricorrere ad altri metodi!» Mio malgrado dovevo ammirare Charlotte per la sua capacità di parlare, guardare Gideon negli occhi, mostrare la sua irresistibile fossetta e nel contempo suonare il pianoforte. Labbrone continuava a lamentarsi. «...Forse ci serviranno immagini o frecce di gesso sul pavimento, in modo da...» «Potrete riprendere la lezione domani» lo interruppe Mr George. «Ora Gwendolyn deve trasmigrare. Vieni, Gwendolyn?» Con un cenno d'assenso, presi lo zaino e il cappotto e mi incamminai sollevata. Finalmente la tortura era conclusa. La frustrazione scomparve sostituita da una trepidante attesa. Se tutto fosse andato bene, oggi sarei stata fatta trasmigrare in una data successiva al mio incontro con il nonno e avrei trovato la chiave e la parola d'ordine nel nascondiglio. «Lascia, lo porto io.» Mr George mi prese di mano lo zaino e mi rivolse un sorriso di incoraggiamento. «Ancora quattro ore, poi potrai tornare a casa. Oggi sembri molto meno stanca di ieri. Sceglieremo un anno tranquillo, che ne diresti del 1953? Gideon dice che nel la... cioè, nella stanza del cronografo si sta proprio bene. Pare che ci sia anche un divano.» «Il 1953 è perfetto» risposi cercando di contenere il mio entusiasmo. Cinque anni dopo il mio ultimo incontro con Lucas! Con ogni probabilità nel frattempo era riuscito a raccogliere qualche informazione. «A proposito, Charlotte, Mrs Jenkins ha chiamato un'auto per te. Puoi tornare a casa.» Charlotte smise di suonare. «Va bene, Mr George» rispose educata, poi piegò la testa di lato e sorrise a Gideon. «E tu hai finito per oggi?» Cosa? Non aveva mica intenzione di chiedergli se voleva andare al cinema con lei! Trattenni il respiro, in attesa. Gideon però scosse la testa. «No, accompagnerò Gwendolyn.» Io e Charlotte assumemmo la stessa espressione sconcertata. «Non è necessario» intervenne Mr George. «Per oggi hai già coperto il tuo fabbisogno.» «E poi hai l'aria molto stanca» aggiunse Charlotte. «La cosa non mi sorprende. Dovresti approfittarne invece per dormire un po'.» Una volta tanto la pensavo come lei. Se Gideon fosse venuto con me, non avrei potuto prendere la chiave dal nascondiglio né andare a cercare il nonno. «Senza di me Gwendolyn sprecherà quattro ore intere in cantina» obiettò Gideon. «Se vado con lei, potrei approfittarne per insegnarle qualcosa.» Abbozzò un sorriso e aggiunse: «Per esempio come distinguere la destra dalla sinistra. I passi del minuetto non sono poi così difficili da imparare». Come, come? Per amor del cielo, basta lezioni di ballo! «Fatica sprecata» disse Labbrone. «Devo fare i compiti» dissi nella maniera più sgarbata possibile. «Entro domani devo consegnare la ricerca su Shakespeare.» «Potrei aiutarti anche in questo» disse Gideon fissandomi negli occhi. Il suo sguardo era imperscrutabile; a chi non lo conosceva poteva forse sembrare innocente, ma io non mi lasciai ingannare. Charlotte continuava a sorridere, ma senza le sue graziose fossette. Mr George scrollò le spalle. «Fa' come vuoi. Di sicuro Gwendolyn non si sentirà sola e non avrà paura.» «In realtà mi piace stare un po' da sola» dissi disperata. «Soprattutto dopo una giornata trascorsa in mezzo alla gente come oggi.» In mezzo a gente insopportabile. «Davvero?» chiese Charlotte sarcastica. «Dopo tutto non sei mai veramente sola, non è vero? Hai sempre con te quei tuoi amici invisibili.» «Proprio così» risposi. «Gideon, mi saresti solo d'impiccio.» Meglio se vai al cinema con Charlotte. Per quanto mi riguarda, potresti fondare anche un club del libro! Lo pensai. Ma lo credevo davvero? Da un lato non vedevo l'ora di incontrare il nonno per chiedergli che cosa avesse scoperto sul cavaliere verde. Dall'altro nella mia mente si affacciarono vaghi ricordi di quei oh e mmmm e ancora del giorno prima. Accidenti! Dovevo resistere e pensare a tutte le cose spregevoli che avevo trovato in Gideon. Purtroppo lui non me ne lasciò il tempo. Aprì la porta a me e Mr George dicendo: «Andiamo, Gwendolyn! Il 1953 ci aspetta!» Ebbi l'assoluta certezza che, se avesse potuto, Charlotte mi avrebbe incenerito la schiena con lo sguardo. Mr George mi bendò gli occhi - non senza scusarsi in anticipo prima di incamminarci verso il vecchio laboratorio alchemico nel sotterraneo, poi mi prese per mano con un sospiro. Gideon portava il mio zaino. «So che Mr Giordano non è una persona facile» disse Mr George una volta arrivati in fondo alla scala a chiocciola. «Però forse potresti fare un piccolo sforzo con lui.» Sbuffai stizzita. «Anche lui potrebbe fare altrettanto con me! Maestro di reiki, designer di gioielli, creatore di moda... che cosa c'entra un tipo come lui tra i Guardiani? Credevo che si trattasse solo di scienziati e politici di primo rango.» «Mr Giordano effettivamente è una specie di uccello raro tra i Guardiani» ammise Mr George. «Però possiede un'intelligenza spiccata. Oltre alle sue strambe... ecco... occupazioni, che tra l'altro lo hanno reso multimilionario, è uno storico di fama riconosciuta e...» «...e soprattutto, quando cinque anni fa pubblicò un saggio, basato su fonti fino a quel momento sconosciute, su una società segreta di Londra con legami con i massoni e il leggendario conte di Saint Germain, i Guardiani decisero che era il caso di conoscerlo meglio» aggiunse Gideon che ci precedeva. La sua voce riecheggiò dai muri di pietra. Mr George si schiarì la gola. «Sì, hmmm, anche questo è vero. Attenzione, gradino.» «Ho capito» dissi. «Giordano è diventato membro dei Guardiani per fare in modo che non rovinasse tutto. Quali erano le sue fonti misteriose?» «Ogni membro dà alla società qualcosa che la rende più forte» disse Mr George evitando di rispondere alla mia domanda. «E le capacità di Mr Giordano sono molteplici.» «Su questo non c'è dubbio» riconobbi. «Non ho mai visto un uomo con uno strass incollato a un'unghia.» Mr George tossì, come se gli fosse andata di traverso la saliva. Proseguimmo per un po' in silenzio. Non sentivo più i passi di Gideon, quindi immaginai che ci avesse preceduto (con gli occhi bendati ero costretta a camminare a passo di lumaca). Alla fine mi feci coraggio e gli chiesi sottovoce: «Per quale motivo devo partecipare a questa soirée e al ballo, Mr George?» «Oh, non ti ha informato nessuno? Ieri sera, o meglio ieri notte, Gideon è stato a trovare il conte per chiarire la vostra ultima... avventura. È tornato con una lettera dove il conte manifesta il suo desiderio di essere accompagnato da te e da Gideon a una soirée a casa di Lady Brompton e poi a un gran ballo qualche giorno dopo. In programma c'è anche una visita pomeridiana a Tempie. Lo scopo di tutte queste iniziative è fare in modo che il conte possa conoscerti meglio.» Mi tornò in mente il mio primo incontro con il conte e rabbrividii. «Posso capire che voglia conoscermi meglio, ma... perché vuole incontrarmi in mezzo a degli sconosciuti? È una specie di prova?» «Questo dimostra ancora una volta che non ha senso tenerti all'oscuro di tutto. Sinceramente sono stato molto contento di quella lettera. Dimostra che il conte si fida di te molto più di alcuni signori Guardiani, che pensano che tu sia solo una comparsa.» «E una traditrice» aggiunsi pensando al dottor White. «Oppure una traditrice» mi corresse Mr George. «Le opinioni al riguardo divergono. Bene, ragazza mia, siamo arrivati. Puoi toglierti la benda.» Gideon ci stava già aspettando. Feci un ultimo tentativo per sbarazzarmi di lui, annunciandogli di dovere imparare a memoria un sonetto di Shakespeare e che per farlo dovevo recitarlo ad alta voce, ma lui si limitò a scrollare le spalle dicendo di avere con sé l'iPod e che non mi avrebbe sentito. Mr George tirò fuori il cronografo dalla cassaforte e ci invitò a non lasciare niente in giro. «Nemmeno un pezzetto di carta, hai capito, Gwendolyn? Devi riportare indietro per intero il contenuto del tuo zaino. E naturalmente anche lo zaino. È chiaro?» Annuii, presi lo zaino dalle mani di Gideon e me lo strinsi al petto. Poi porsi il dito a Mr George. Questa volta gli diedi il mignolo, perché l'indice era stato martoriato già troppe volte dall'ago. «E se entrasse qualcuno mentre siamo lì?» «Non succederà» mi garantì Gideon. «Non c'è nessuno là sotto nel cuore della notte.» «Come fai a esserne sicuro? A qualcuno potrebbe venire l'idea di organizzare un incontro ispirativo in cantina.» «Casomai cospirativo» disse Gideon. «Come, scusa?» «Non preoccuparti» disse Mr George mentre mi infilava il dito nell'apertura del cronografo. Mi morsi le labbra quando venni assalita dall'ormai familiare sensazione di vertigine mentre l'ago si conficcava nella mia carne. La stanza fu inondata di luce rosso rubino, poi mi ritrovai nella totale oscurità. «Ehi?» chiesi piano, ma nessuno mi rispose. Un istante dopo Gideon si materializzò accanto a me e accese subito una torcia. «Visto? Non si sta poi tanto male qui» disse dirigendosi verso la porta e accendendo la luce. Anche stavolta c'era solo una lampadina appesa al soffitto, ma il resto della stanza aveva decisamente guadagnato rispetto alla mia ultima visita. Per prima cosa i miei occhi si posarono sul muro dove Lucas aveva realizzato il nostro nascondiglio segreto. C'erano delle sedie accatastate davanti, ma in maniera molto più ordinata rispetto all'ultima volta. Non c'era più sporcizia, a paragone di prima la stanza era pulita e soprattutto molto più vuota. Oltre alle sedie lungo la parete c'erano un tavolo e un divano con un rivestimento di velluto verde sbiadito. «In effetti ha un'aria molto più accogliente dell'ultima volta che sono stata qui. Per tutto il tempo ho temuto che un topo potesse sbucare fuori e mordermi.» Gideon abbassò la maniglia e provò a scrollarla. Evidentemente la porta doveva essere chiusa a chiave. «L'ho trovata aperta una volta soltanto» disse con un sorriso malizioso. «Che bella serata. Da qui c'è un passaggio segreto che porta fino al palazzo di giustizia. Scende ancora più in profondità nelle catacombe piene di ossa e teschi... e poco lontano da qui, nel 1953, c'è un'osteria.» «Ci vorrebbe una chiave.» Girai la testa nuovamente verso la parete. Da qualche parte dietro un mattone c'era una chiave. Sospirai. Peccato che non potessi usarla. In ogni caso provavo una bella sensazione all'idea di sapere qualcosa di cui Gideon era all'oscuro. «Hai bevuto il vino?» «Secondo te?» Gideon prese una delle sedie e la sistemò davanti al tavolo. «Tieni. Buon divertimento con i compiti.» «Hmmm, grazie.» Mi misi a sedere, tirai fuori il materiale dallo zaino e feci finta di concentrarmi totalmente sul libro. Intanto Gideon si era sdraiato sul divano, aveva tirato fuori l'iPod dalla tasca dei calzoni e si era infilato le cuffie nelle orecchie. Passati due minuti arrischiai a lanciargli un'occhiata e vidi che aveva gli occhi chiusi. Si era addormentato? Non mi avrebbe sorpreso, dal momento che quella notte era stato di nuovo in viaggio. Per un po' rimasi a contemplare assorta il lungo naso dritto, l'incarnato pallido, le labbra morbide e le lunghe ciglia arricciate. Con quell'espressione rilassata sembrava molto più giovane e all'improvviso riuscii a immaginare senza fatica quale aspetto avesse avuto da bambino. Di sicuro molto carino. Il suo petto si alzava e si abbassava regolarmente e valutai se fosse il caso di osare... no, troppo pericoloso. Dovevo anche evitare di guardare di nuovo verso il muro, se volevo custodire il segreto mio e di Lucas. Siccome non avevo nient'altro da fare e non potevo certo restare quattro ore a fissare Gideon che dormiva (anche se dovevo ammettere che la cosa aveva un suo fascino), mi dedicai ai compiti, dapprima studiando i tesori minerari del Caucaso, poi i verbi irregolari francesi. Alla ricerca sulla vita e le opere di Shakespeare mancava solo la conclusione che riassunsi ispirata in un'unica frase: Shakespeare trascorre gli ultimi cinque anni della sua vita a Stratford-uponAvon, dove muore nel 1616. Ecco fatto. Ora mi restava solo da imparare a memoria un sonetto. Siccome erano tutti lunghi uguali, ne scelsi uno a caso. «Cuore e occhi miei sono in mortale guerra sul come dividere la conquista del tuo sembiante...» mormorai. «Ti riferisci a me?» domandò Gideon mettendosi seduto e togliendosi gli auricolari. Non potei fare a meno di arrossire. «È Shakespeare» risposi. Gideon sorrise. «Gli occhi vorrebbero negare al cuore la tua immagine, e il cuore contesta agli occhi una tale pretesa... o qualcosa del genere.» «No, è giusto» dissi richiudendo il libro. «Non l'hai ancora imparato» osservò Gideon. «Tanto per domani l'avrei comunque dimenticato. Meglio se lo imparo domattina prima di andare a scuola, ho più probabilità di tenerlo a mente fino all'ora di inglese.» «Meglio così! Allora adesso possiamo esercitarci nel minuetto.» Gideon si alzò. «Abbiamo tutto lo spazio che ci serve qui.» «Oh, no! Per favore!» Gideon però mi stava già facendo un inchino. «Posso avere l'onore di questo ballo, Miss Shepherd?» «Ve lo concederei con grandissimo piacere, signore» risposi agitando il libro di Shakespeare come un ventaglio. «Purtroppo però mi sono storta una caviglia. Forse potreste chiedere a mia cugina laggiù. La dama in verde.» Indicai il divano. «Sono sicura che sarà più che felice di mostrarvi come balla bene.» «Io però vorrei ballare con voi. So già da tempo come balla vostra cugina.» «Mi riferivo a mia cugina Sofà, nonna di mia cugina Charlotte» ribattei. «Le... hmmm... vi assicuro che con Sofà vi divertirete molto più che con Charlotte. Forse non è molto leggiadra, ma è più morbida, ha più fascino e di sicuro un carattere migliore.» Gideon rise. «Come ho già detto, il mio interesse è solo per voi. Vi prego di concedermi questo onore.» «Ma un gentiluomo come voi dovrebbe mostrare comprensione per la mia caviglia!» «No, mi rincresce.» Gideon tirò fuori l'iPod dalla tasca dei jeans. «Un attimo di pazienza, l'orchestra è quasi pronta.» Mi infilò gli auricolari e mi fece alzare. «Oh, bene, i Linkin Park» dissi mentre il cuore mi accelerava perché all'improvviso Gideon mi stava tanto vicino. «Come? Vi chiedo perdono. Ecco, ci siamo quasi.» Il suo dito sfiorò il display. «Fatto. Mozart: è più indicato.» Mi porse l'iPod. «No, mettilo nella tasca della gonna, devi avere le mani libere.» «Ma come farai tu a sentire la musica?» domandai mentre le note del violino mi riempivano le orecchie. «Ci sento benissimo, non c'è bisogno che gridi così. Bene, immaginiamo di essere in otto. Alla mia sinistra c'è un altro ballerino, alla mia destra altri due, in fila. Dalla tua parte è lo stesso, con tre dame. Inchino, per favore.» Feci una riverenza e posai titubante la mano nella sua. «Guarda che smetto subito se mi dici che sono svampita!» «Non mi permetterei mai» disse Gideon guidandomi in linea retta parallelamente al divano. «Mentre si balla si conduce una educata conversazione. Posso chiedervi da dove deriva la vostra avversione per il ballo? Alla maggior parte delle giovani dame piace molto.» «Zitto, devo concentrarmi.» Per il momento stava andando tutto bene. Io stessa ero stupita. La tour de main mi era riuscita senza errori, una volta a sinistra, una volta a destra. «Possiamo ripeterlo?» «Tieni alto il mento, sì, così. E guardami. Non devi mai distogliere gli occhi da me, per quanto possa essere affascinante il mio vicino.» Sorrisi mio malgrado. E questo che cos'era? Un fishing for compliments? BÈ, non gli avrei fatto questo piacere. Anche se dovevo ammettere che Gideon ballava proprio bene. Con lui era tutta un'altra cosa rispetto a Labbrone, i passi mi riuscivano da soli. Pian piano cominciavo ad apprezzare il minuetto. Anche Gideon se ne accorse. «Vedi che ti riesce? Mano destra, spalla destra, mano sinistra, spalla sinistra. Molto bene.» Aveva ragione. Ci riuscivo! Era un gioco da bambini. Con aria trionfale mi voltai verso uno degli altri invisibili ballerini, poi posai di nuovo la mano in quella di Gideon. «Ah! Alla faccia di chi dice che ho la grazia di un mulino a vento!» esclamai. «Un paragone assolutamente spudorato» concordò Gideon. «A confronto spiazzi qualunque mulino a vento.» Ridacchiai. Poi trasalii. «Ops, ecco che tornano i Linkin Park.» «Non importa.» Mentre Papercut mi martellava nelle orecchie, Gideon continuò imperturbabile l'ultima figura poi mi fece una riverenza. Provai quasi un moto di tristezza all'idea che fosse già finito. Gli rivolsi un profondo inchino e mi tolsi gli auricolari. «Tieni. Sei stato davvero gentile a insegnarmi a ballare.» «Puro egoismo» replicò Gideon. «Dopo tutto sono io che altrimenti farei una figuraccia con te. L'hai già dimenticato?» «No.» Il mio buonumore si volatilizzò all'istante. Lo sguardo mi cadde di nuovo sulla parete con le sedie accatastate, senza che potessi impedirlo. «Ehi, non abbiamo mica finito» disse Gideon. «Andava abbastanza bene, ma non era ancora perfetto. E adesso che cos'è quell'aria truce?» «Secondo te perché il conte di Saint Germain vuole assolutamente che io partecipi a una soirée e a un ballo? Potrebbe benissimo chiamarmi a Tempie, così non ci sarebbero pericoli che possa fare brutta figura davanti agli estranei. Nessuno mi noterebbe, magari raccontando poi l'episodio ai posteri.» Gideon mi guardò per qualche istante prima di parlare. «Il conte di solito non ama scoprire le sue carte, ma dietro ogni sua idea c'è un piano geniale. Nutre un concreto sospetto circa l'identità degli uomini che ci hanno assalito a Hyde Park e credo che voglia attirare fuori dall'ombra il mandante, presentandoci entrambi in società.» «Oh» feci, «pensi che saremo di nuovo assaliti...» «Sicuramente no, finché staremo in mezzo alla gente» mi interruppe Gideon. Andò a sedersi sul bracciolo del divano incrociando le braccia sul petto. «In ogni caso però trovo che sia una situazione pericolosa, almeno per te.» Mi appoggiai al bordo del tavolo. «Non sospettavi di Lucy e Paul per l'agguato a Hyde Park?» «Sì e no» ribatté Gideon. «Un uomo come il conte di Saint Germain di certo si è fatto molti nemici nel corso della vita. Negli Annali sono registrati diversi attentati ai suoi danni. Secondo me Lucy e Paul, per raggiungere il loro scopo, devono essersi accordati con uno o più di tali nemici.» «Anche il conte la pensa allo stesso modo?» Gideon alzò le spalle. «Lo spero.» Rimasi un attimo in silenzio a pensare. «Sono favorevole che tu contravvenga alle regole e ti porti dietro un'arma alla James Bond» dissi poi. «Quei tizi con la spada non potranno batterti. Ma dove l'hai trovata? Anch'io mi sentirei meglio se avessi una pistola del genere.» «In genere non si utilizza contro qualcuno un'arma che non si sa usare» dichiarò Gideon. Pensai al mio coltello da cucina giapponese. L'idea che qualcuno me lo puntasse addosso non era affatto piacevole. «Charlotte è brava con la spada? Sa maneggiare anche una pistola?» L'ennesima scrollata di spalle. «Ha preso lezioni di scherma da quando aveva dodici anni, è naturale che sia brava.» Certo. Charlotte era brava in tutto. A parte nell'essere simpatica. «Al conte sarebbe senza dubbio piaciuta» dissi. «Io evidentemente non sono il suo tipo.» Gideon rise. «Vedi ancora la sua immagine davanti agli occhi. Forse potrebbe volerti conoscere più da vicino per valutare se la profezia che ti riguarda in fondo non sia corretta.» «Ti riferisci alla magia del corvo?» Provavo sempre un intenso disagio tutte le volte che il discorso toccava questo argomento. «La profezia rivela anche a che cosa si riferisce esattamente?» Gideon esitò qualche istante, poi recitò a bassa voce: «... il corvo, nel suo rubino volteggiare, tra i mondi sente i morti cantare, non conosce la forza, il prezzo ignora, si leva il potere, chiuso il cerchio è allora...» Si schiarì la voce. «Fa venire la pelle d'oca.» «In effetti è inquietante. Soprattutto la parte dei morti che cantano.» Mi strofinai le braccia. «Dice altro?» «No. Grossomodo è tutto. Devi ammettere che non è poi così adatta a te, giusto?» Sacrosante parole le sue. «C'è anche qualcosa su di te nella profezia?» «Certo» confermò Gideon. «La profezia riguarda tutti i viaggiatori nel tempo. Io sono il leone con la criniera di diamante, che a guardarla il sole...» Di colpo parve imbarazzato, poi sorrise e riprese: «Bla-bla-bla. Oh, e la tua bis-bis-bisnonna, la caparbia Lady Tinley, è giustamente una volpe, una volpe di giada che sta nascosta sotto un tiglio». «È mai possibile capire il senso di queste profezie?» «Chi lo sa, sono così piene di simboli. È tutta questione di interpretazione.» Si guardò l'orologio. «Abbiamo ancora tempo. Io direi di riprendere la nostra lezione di ballo.» «Si ballerà anche alla soirée?» «Direi di no» rispose. «Durante una soirée si sta seduti a chiacchierare, a bere e... hmmm... a fare musica. Sicuramente ti verrà chiesto di suonare o cantare qualcosa.» «Già» dissi. «Avrei fatto meglio a prendere lezioni di pianoforte, piuttosto che fare quel corso di hip hop con Leslie. Però so cantare. Lo scorso anno alla festa di Cynthia sono stata la vincitrice indiscussa della gara di karaoke. Con un'interpretazione assolutamente personale di Somewhere over the rainbow. Il tutto mascherata da fermata d'autobus.» «Ah, bene. Comunque, se te lo chiedono, rispondi che ti manca sempre la voce quando devi cantare in pubblico.» «Questo lo posso dire, ma non posso dire che mi sono slogata una caviglia?» «Tieni le cuffie. Ripartiamo daccapo.» Gideon si inchinò davanti a me. «Che cosa faccio se vengo invitata da qualcuno diverso da te?» Feci un inchino... cavolo, no, volevo dire una riverenza. «Ti limiti a fare tutto allo stesso modo» rispose Gideon prendendomi per mano. «Ma nel XVIII secolo certe cose funzionano in maniera piuttosto formale. Non si invita una ragazza sconosciuta senza prima esserle stato presentato ufficialmente.» «A meno che lei non faccia qualche gesto osceno con il ventaglio.» A poco a poco i passi di danza mi stavano entrando nel sangue. «Tutte le volte che inclinavo il ventaglio anche solo di un centimetro, a Giordano veniva un esaurimento nervoso e Charlotte dondolava la testa come un pechinese triste.» «Lei vuole solo aiutarti» osservò Gideon. «Come no. E la terra è piatta» sbuffai, anche se di sicuro non è permesso mentre si balla il minuetto. «Verrebbe da pensare che voi due non siate molto legate.» Volteggiammo in cerchio insieme ai nostri rispettivi partner invisibili. Ma non mi dire! «Secondo me, a parte zia Glenda, Lady Arisa e i nostri insegnanti, non c'è nessuno a cui Charlotte stia simpatica.» «Non ci credo» disse Gideon. «Ah, già, dimenticavo naturalmente Giordano e te. Ops, ora ho alzato gli occhi al cielo, di sicuro è vietato nel XVIII secolo.» «È possibile che tu sia un po' gelosa di Charlotte?» Non potei trattenermi dal ridere. «Fidati, se la conoscessi bene come me, non faresti neppure una domanda tanto sciocca.» «Io la conosco molto riprendendomi la mano. bene» ribatté Gideon sottovoce, Già, ma solo il suo lato zuccherino, avrei voluto rispondere, ma poi compresi il significato della sua frase e fui assalita all'improvviso da una terribile ondata di gelosia per Charlotte. «Fino a che punto vi conoscete voi due?» Sfilai la mano da quella di Gideon e la porsi al suo vicino assente. «Ma, direi che ci conosciamo bene come due persone che trascorrono molto tempo insieme.» Mi passò davanti con un sorriso malizioso. «E poi entrambi non abbiamo avuto molto tempo per fare altre... hmmm... amicizie.» «Capisco. Bisogna accontentarsi di quel che si ha a disposizione.» Non ce la facevo più. «E... come bacia Charlotte?» Gideon mi afferrò la mano, sospesa in aria almeno venti centimetri troppo in alto. «Vedo che state facendo grandi progressi in quanto a conversazione, tuttavia un gentiluomo non parla di certe cose.» «Accetterei questa scusa se tu fossi un gentiluomo.» «Vi ho forse mai dato adito di giudicare il mio comportamento come poco signorile...» «Ma piantala! Tanto non m'interessa quello che c'è tra te e Charlotte. Quello che mi irrita, però, è il fatto che nel frattempo ti diverti a... spassartela con me.» «Spassarmela? Che brutta parola. Vi sarei infinitamente grato se voleste spiegarmi la causa del vostro malumore e nel frattempo pensare ai vostri gomiti. In questa figura devono essere tenuti bassi.» «Non c'è niente da ridere» sbottai. «Non ti avrei mai permesso di baciarmi se avessi saputo che tu e Charlotte...» ancora una volta Mozart arrivò al termine e ricominciarono i Linkin Park. Tanto meglio. Erano più adatti al mio umore. «Io e Charlotte... che cosa?» «... siete più che amici.» «E chi lo dice?» «Tu.» «Non è affatto vero.» «Certo, certo. Significa che voi due non vi siete mai baciati, nemmeno una volta?» Rinunciai all'inchino e lo fulminai con un'occhiata. «Non ho detto neppure questo.» Lui si inchinò e mi prese l'iPod dalla tasca. «Daccapo un'altra volta. Devi esercitarti con le braccia. Per il resto era perfetto.» «Invece la tua conversazione lascia molto a desiderare» commentai. «Allora, tra te e Charlotte c'è qualcosa oppure no?» «Credo che non sia affar tuo sapere quello che c'è tra me e Charlotte.» Io ero sempre furente. «Sì, giusto.» «Allora siamo d'accordo.» Gideon mi restituì l'iPod. Negli auricolari riconobbi le note di Hallelujah, nella versione di Bon Jovi. «È la musica sbagliata» dissi. «No, no» rispose Gideon con un sorriso complice. «Mi sembrava che avessi bisogno di un pezzo tranquillizzante.» «Tu... tu sei così... così un...» «Sì?» «Un pezzo di merda?» Si avvicinò ancora di un passo, a occhio e croce restava al massimo un centimetro tra di noi. «Vedi, ecco qual è la differenza tra Charlotte e te: lei non avrebbe mai detto una cosa del genere.» All'improvviso avevo il fiato corto. «Forse perché tu non gliene dai mai motivo.» «No, non è per questo. Credo semplicemente che sia più educata.» «Già, e ha anche i nervi più saldi» aggiunsi. Per qualche motivo non riuscivo a togliere gli occhi dalla bocca di Gideon. «Nel caso tu dovessi provarci un'altra volta, quando siamo ad annoiarci in un confessionale, sappi che non mi farò cogliere di sorpresa una seconda volta da te!» «Vuoi dire che non ti farai baciare da me una seconda volta?» «Esatto» bisbigliai incapace di muovermi. «Peccato» disse Gideon, avvicinando così tanto la bocca alla mia, che sentivo il suo respiro sulle labbra. Ero consapevole che non mi stavo comportando esattamente come se volessi tener fede per davvero al proposito che avevo appena espresso. Non ne avevo proprio l'intenzione. Era già tanto se mi trattenevo dal gettare le braccia al collo di Gideon. E ormai era passato da tempo il momento giusto per voltarmi o allontanarlo da me. Evidentemente anche Gideon era giunto alla medesima conclusione. La sua mano cominciò ad accarezzarmi i capelli, poi finalmente avvertii il morbido contatto delle sue labbra. «And every breath we look was hallelujah» cantava Bon Jovi nelle mie orecchie. Maledizione, era sempre stata una delle mie canzoni preferite, avrei potuto ascoltarla quindici volte di seguito senza stancarmi, ma adesso sarebbe stata irrimediabilmente e per sempre legata al ricordo di Gideon. Alleluia. Capitolo 6 Questa volta niente e nessuno venne a disturbarci, né un salto nel tempo né un dispettoso demone-doccione. Sulle note di Hallelujah il bacio rimase tenero e prudente, ma poi Gideon affondò entrambe le mani tra i miei capelli e mi strinse forte a sé. Allora non fu più un tenero bacio e rimasi stupefatta dalla mia reazione. Provai un'improvvisa sensazione di leggerezza e gli gettai le braccia al collo. Non sapevo bene come fosse successo, ma nei minuti successivi e senza smettere di baciarci finimmo sul divano verde dove proseguimmo a lungo, finché Gideon si staccò di colpo e guardò l'ora. «Come ho detto, è un vero peccato che io non possa più baciarti» disse leggermente trafelato. Aveva le pupille dilatate e un lieve rossore sulle guance. Mi chiesi che aspetto dovessi avere io. Siccome ero momentaneamente trasformata in una specie di budino umano, non fui in grado di sollevarmi dalla mia posizione semisdraiata. E con raccapriccio dovetti constatare che non avevo idea di quanto tempo fosse passato dalla fine di Hallelujah. Dieci minuti? Mezz'ora? Tutto era possibile. Gideon mi guardò con un'espressione che mi parve velata di incredulità. «Dovremmo radunare le nostre cose» disse infine. «E sarà meglio che ti sistemi in qualche modo i capelli, sembra quasi che qualcuno te li abbia arruffati con entrambe le mani, e poi ti abbia buttato su un divano... chiunque ci aspetti non faticherà a fare due più due... oddio, non guardarmi così.» «Così come?» «Come se non riuscissi più a muoverti.» «Ma è così, infatti» risposi seria. «Mi sento come un budino. Mi hai trasformato in un budino.» Per un attimo un sorriso illuminò il volto di Gideon, poi balzò in piedi e cominciò a rimettere nello zaino il mio materiale di scuola. «Avanti, piccolo budino, alzati. Hai con te un pettine o una spazzola?» «Sì, da qualche parte lì dentro» risposi fiacca. Gideon afferrò la custodia per occhiali della madre di Leslie e me la mostrò. «Qui dentro?» «No!» Lo spavento mise fine alla mia esistenza da budino. Balzai in piedi, strappai di mano a Gideon l'astuccio con il coltello giapponese e lo rimisi frettolosamente nello zaino. Gideon non batté ciglio. Rimise a posto le sedie contro il muro e guardò di nuovo l'ora, mentre io prendevo la spazzola. «Quanto tempo ci resta?» «Due minuti» rispose Gideon raccogliendo da terra l'iPod. Non sapevo proprio come ci fosse finito. Né quando. Mi affrettai a spazzolarmi i capelli. Gideon mi guardava con espressione seria. «Gwendolyn?» «Sì?» Abbassai la spazzola e ricambiai il suo sguardo, cercando di essere più naturale possibile. Oddio! Quant'era bello! Una parte di me avrebbe voluto tornare a sciogliersi come un budino. «Hai...?» Aspettai. «Cosa?» «No, niente.» Le prime avvisaglie della consueta vertigine si sprigionarono dal mio stomaco. «Mi sa che ci siamo» dissi. «Tieni ben stretto lo zaino, non devi assolutamente farlo cadere. E spostati più in qua, altrimenti finirai sopra al tavolo.» Mentre mi muovevo, la vista mi si annebbiò e in una frazione di secondo atterrai dolcemente sui piedi, proprio davanti agli occhi sgranati di Mr Marley. Il muso birichino di Xemerius fece capolino dietro la sua spalla. «Finalmente» esclamò Xemerius. «Mi è toccato sorbirmi per un quarto d'ora un monologo di questo pel di carota.» «Tutto bene, miss?» balbettò Mr Marley facendo un passo indietro. «Sì, sì» rispose al posto mio Gideon, atterrato alle mie spalle, lanciandomi un'occhiata penetrante. Io risposi con un sorriso e lui distolse subito lo sguardo. Mr Marley si schiarì la voce. «Ho l'incarico di informarla che è atteso nella sala del drago, sir. Il gra... il numero sette è appena arrivato e vuole parlare con lei. Se me lo consente, accompagnerò la signorina alla sua auto.» «La signorina non ha nessuna auto» disse Xemerius. «Non ha nemmeno la patente, scemo.» «Non ce n'è bisogno, la porterò di sopra con me.» Gideon afferrò la benda nera. «È proprio necessario?» «Sì.» Gideon mi annodò la benda sulla nuca, tirandomi involontariamente qualche capello, ma io strinsi i denti perché non volevo lamentarmi. «Se non conosci il nascondiglio del cronografo, non potrai rivelarlo a nessuno e nessuno potrà tenderci un agguato a sorpresa quando ci dovesse succedere di atterrare in detta stanza.» «Ma questa cantina appartiene ai Guardiani e le entrate e le uscite sono sempre sorvegliate» obiettai. «Per prima cosa, in questi sotterranei ci sono altri passaggi segreti oltre a quelli attraverso l'edificio di Tempie e, secondariamente, non si può escludere che qualcuno all'interno dei ranghi abbia interesse a un incontro a sorpresa.» «Non fidarti di nessuno. Neppure del tuo istinto» mormorai. Tutta gente parecchio sospettosa da queste parti. Gideon mi posò una mano intorno alla vita e mi sospinse in avanti. «Proprio così.» Udii Mr Marley che ci salutava, poi la porta alle nostre spalle si richiuse. Avanzammo in silenzio affiancati. In realtà ci sarebbero state un sacco di cose di cui avrei voluto parlare, solo che non sapevo da che parte cominciare. «L'istinto mi dice che avete di nuovo pomiciato» osservò Xemerius. «L'istinto e la mia vista acuta.» «Sciocchezze» replicai, al che Xemerius scoppiò in una fragorosa risata. «Credi a me, bazzico questa terra dall'XI secolo e so riconoscere una ragazza che si è rotolata in un fienile.» «Ma che fienile!» sbuffai sdegnosa. «Parli con me?» domandò Gideon. «E con chi altri, se no?» dissi. «Che ore sono? A proposito di fieno. Ho una fame da lupi.» «Quasi le sette e mezzo.» Gideon mi lasciò senza preavviso. Udii una serie di bip elettronici, poi andai a sbattere con la spalla contro un muro. «Ehi!» Xemerius scoppiò di nuovo a ridere. «Ecco quel che si dice un autentico cavaliere.» «Scusa. Questo cavolo di cellulare non ha campo qua sotto. Trentaquattro chiamate non risposte, fantastico! Può trattarsi solo... oddio, mia madre!» Gideon sospirò esasperato. «Mi ha lasciato undici messaggi vocali.» Procedendo a tentoni lungo il muro, avanzai verso di lui. «O mi togli questa stupida benda oppure mi guidi!» «Sì, sì, va bene.» Di nuovo la sua mano sulla vita. «Non so proprio che cosa pensare di qualcuno che benda gli occhi della sua ragazza per poter controllare in pace il suo cellulare» disse Xemerius. Non lo sapevo neppure io. «È successo qualcosa?» Un altro sospiro. «Presumo di sì. Di solito non ci sentiamo mai. Niente campo ancora.» «Attenzione, gradino» mi avvertì Xemerius. «Forse si è ammalato qualcuno» ipotizzai. «Oppure ti sei dimenticato di qualcosa di importante. Anche la mia mamma mi ha lasciato un sacco di messaggi di recente per ricordarmi di fare gli auguri di compleanno allo zio Harry. Ahia.» Se Xemerius non mi avesse avvertita, mi sarei ritrovata con il pomello della balaustra nello stomaco. Gideon non se ne accorse neppure. Arrancai su per la scala a chiocciola alla meno peggio aiutandomi con le mani. «No, niente del genere. Io non dimentico mai neanche un compleanno.» Sembrava irritato. «Deve trattarsi di Raphael.» «Tuo fratello piccolo?» «Combina sempre qualche guaio. Guida senza patente, si lancia dalle scogliere e scala le montagne senza protezioni. Non riesco proprio a capire a chi voglia dimostrare qualcosa con le sue imprese. L'anno scorso si è infortunato mentre faceva paragliding ed è rimasto tre settimane in ospedale per una commozione cerebrale. Gli è forse servito di lezione? Macché, per il compleanno si è fatto regalare da monsieur un motoscafo da competizione. E naturalmente quell'idiota è pronto a esaudire ogni suo desiderio.» Arrivato di sopra, Gideon accelerò il passo e io inciampai diverse volte. «Finalmente! Ora va.» Evidentemente stava ascoltando i messaggi in segreteria mentre camminava. Purtroppo io non sentivo niente. «Oh, merda!» lo sentii mormorare più volte. Mi aveva di nuovo lasciata e io brancolavo nel buio. «Se non vuoi finire contro il muro, adesso dovresti girare a sinistra» mi informò Xemerius. «Oh, finalmente si è reso conto che non hai un sistema radar incorporato.» «Ok...» mormorò Gideon." Con le mani mi toccò il viso, poi la nuca. «Gwendolyn, mi spiace.» La sua voce era carica di preoccupazione, ma nutrivo il forte sospetto che non riguardasse me. «Riesci a orientarti da sola da qui?» Mi tolse la benda e io sbattei gli occhi abbagliata dalla luce. Eravamo di fronte all'atelier di Madame Rossini. Gideon mi accarezzò fugacemente una guancia con un sorriso storto. «Conosci la strada, no? L'auto ti aspetta. Ci vediamo domani.» Prima che potessi rispondergli, si era già voltato. «Se ne va così» osservò Xemerius. «Non conosce proprio la buona educazione.» «Che cosa è successo?» gli gridai dietro. «Mio fratello è scappato di casa» mi rispose senza voltarsi né rallentare il passo. «E prova a indovinare dove è diretto.» Ma intanto aveva svoltato l'angolo prima che io potessi anche solo provare a indovinare. «Scommetto che la sua meta non sono le Figi» mormorai. «Secondo me avresti fatto meglio a non rotolarti nel fieno con lui» disse Xemerius. «Ora ti crede una ragazza facile e non farà più il minimo sforzo.» «Ma stai zitto, Xemerius. Sentir parlare di fieno mi mette il nervoso. Ci siamo baciati un pochino e basta.» «Non c'è motivo di trasformarsi in un peperone, tesorino!» Mi portai le mani sulle guance avvampate con un moto di stizza. «Avanti, andiamocene, ho fame. Se non altro stasera avrò tempo di cenare. E magari, mentre usciamo, riusciremo a dare un'occhiata a questi misteriosi uomini della cerchia interna.» «Non ci pensare nemmeno! Sono stato ad ascoltarli per tutto il pomeriggio» disse Xemerius. «Benissimo! Allora racconta!» «Una noia assoluta. Io credevo che avrebbero bevuto sangue dai teschi e si sarebbero disegnati misteriose rune sulle braccia. Invece no, non hanno fatto altro che parlare, tutti in giacca e cravatta.» «Di che cosa parlavano con precisione?» «Dunque, vediamo se me lo ricordo.» Si schiarì la voce. «In sostanza i discorsi ruotavano intorno all'interrogativo se fosse il caso di infrangere le regole d'oro per riuscire a catturare tormalina nera e zaffiro. Gli uni la ritenevano un'ottima idea; gli altri invece no, assolutamente no; poi di nuovo questi: ma sì, altrimenti non si potrà salvare il mondo, vigliacchi che non siete altro, al che gli altri: no, è un'azione malvagia, inoltre è pericoloso a causa del continuum e moralmente; e questi: sì, ma chi se ne importa, se serve per salvare il mondo; poi chiacchiere altisonanti da entrambe le parti... a quel punto credo di essermi addormentato. Alla fine sono stati tutti d'accordo che purtroppo diamante tende ad agire in maniera autonoma, mentre rubino sembra essere una idiota totale e quindi non adatta alle missioni nel tempo denominate operazione opale e operazione giada, perché troppo stupida. Mi segui fin qui?» «Hmmm...» «Naturalmente io ti ho difesa, ma non mi hanno voluto dare ascolto» riprese Xemerius. «Tutti hanno concordato che era meglio lasciarti il più possibile all'oscuro delle informazioni importanti. A causa del tuo candore causato da una inadeguata preparazione, rappresenti già un rischio per la sicurezza e inoltre sei l'indiscrezione fatta persona. Hanno detto di voler tenere d'occhio anche la tua amica Leslie.» «Oh, merda.» «La buona notizia è che attribuiscono la colpa della tua inettitudine in tutto e per tutto a tua madre. Le donne sono sempre e comunque le uniche colpevoli, su questo sono stati d'accordo, lor signori cospiratori. E poi si sono messi a discutere di prove lampanti, conti della sarta, lettere, sano buon senso e dopo un sacco di giri di parole hanno concordato che Paul e Lucy si sono rifugiati con il cronografo nel 1912, dove ora vivono. Anche se in questo caso la parola ora non è del tutto esatta.» Xemerius si grattò la testa. «Insomma, fatto sta che quei due si nascondono lì, di questo sono tutti sicuri, e alla prossima occasione il tuo meraviglioso, indomito eroe dovrà rintracciarli per estrargli il sangue e, già che c'è, riprendersi il cronografo, e poi hanno ricominciato daccapo, bla-blabla, le regole d'oro, le chiacchiere pompose...» «È interessante» commentai. «Dici? In questo caso è tutto merito della mia spiccata capacità di offrirti un riassunto divertente di quelle ciance noiose.» Aprii la porta che dava sull'ennesimo corridoio e stavo per rispondere a Xemerius, quando udii una voce conosciuta: «Sei rimasto lo stesso arrogante di prima!» La mamma! Infatti, come svoltai l'angolo, la vidi. Stava in piedi con i pugni stretti di fronte a Falk de Villiers. «E tu sei sempre la solita testarda che non vuole capire!» ribatté Falk. «Con i tuoi tentativi di depistaggio rispetto alla data di nascita di Gwendolyn, sei riuscita soltanto a compromettere gravemente la cosa.» «La cosa! La vostra cosa è sempre stata più importante delle persone che ne fanno parte!» gli rinfacciò mia madre. Chiusi la porta nel massimo silenzio e mi allontanai lentamente. Xemerius procedeva scivolando lungo la parete. «Accidenti, se è arrabbiata.» Proprio così. La mamma aveva gli occhi che lampeggiavano e la voce insolitamente stridula. «Eravamo d'accordo che Gwendolyn non sarebbe stata coinvolta. Che non avrebbe corso pericoli! E adesso in pratica la servite al conte su un vassoio d'argento. Lei è completamente... indifesa!» «E la colpa è soltanto tua» ribatté gelido Falk de Villiers. La mamma si morse le labbra. «In veste di Gran Maestro di questa loggia la responsabilità è tua!» «Se avessi giocato a carte scoperte fin dal principio, Gwendolyn ora non sarebbe impreparata. Per tua informazione, la tua storia di voler offrire a tua figlia una infanzia spensierata può illudere al massimo Mr George, ma non me. Io sono sempre ansioso di sapere che cosa ha da raccontarci questa famosa balia.» «Non l'avete ancora trovata?» La voce di mia madre non era più così acuta. «È solo questione di giorni, Grace. Abbiamo emissari dappertutto.» In questo momento si accorse della mia presenza e l'espressione fredda e irata sul suo volto scomparve. «Perché sei da sola, Gwendolyn?» «Tesoro!» Mia madre mi si precipitò incontro e mi abbracciò di slancio. «Ho pensato che, per evitare che si facesse tardi come ieri, fosse meglio venirti a prendere.» «...sfruttando così l'occasione per ricoprirmi di improperi» concluse Falk abbozzando un sorriso. «Come mai Mr Marley non è con te, Gwendolyn?» «Mi è stato permesso di compiere da sola l'ultima parte del tragitto» risposi evasiva. «Su che cosa stavate litigando?» «La tua mamma pensa che i tre viaggi nel XVIII secolo siano troppo pericolosi» spiegò Falk. Di certo non potevo darle torto, tenendo presente tra l'altro che lei conosceva solo una minima parte dei pericoli. Era completamente all'oscuro dell'aggressione che avevamo subito a Hyde Park. Però io avrei preferito farmi tagliare la lingua, piuttosto che raccontarglielo. Non poteva sapere niente neppure di Lady Tilney e delle pistole, né del macabro modo in cui il conte di Saint Germain mi aveva minacciato. Finora lo avevo confidato solo a Leslie. Ah, e naturalmente al nonno. Rivolsi un'occhiata penetrante a Falk. «Con il ventaglio e i passi del minuetto me la cavo» osservai in tono disinvolto. «Non c'è davvero niente di rischioso, mamma. L'unico pericolo è che io possa rompere il ventaglio sulla testa di Charlotte...» «Hai sentito, Grace» disse Falk ammiccando verso di me. «Ma chi vuoi prendere in giro, Falk!» La mamma gli scoccò un'ultima torva occhiata, poi mi prese per un braccio e mi trascinò via. «Vieni, gli altri ci aspettano per cenare.» «A domani, Gwendolyn» ci gridò dietro Talk. «E, hmmm... alla prossima volta, Grace.» «Arrivederci» mormorai. Anche la mamma borbottò qualcosa, che tuttavia rimase incomprensibile. «Se vuoi sapere cosa penso, anche loro si sono rotolati nel fieno» disse Xemerius. «Le loro schermaglie non mi ingannano. So riconoscere quando due persone si sono conosciute da vicino.» Sospirai. Anche la mamma sospirò e mi strinse a sé, mentre percorrevamo gli ultimi metri verso la porta. Dapprincipio mi irrigidii, ma poi posai la testa sulla sua spalla. «Non dovresti litigare con Falk per colpa mia. Ti preoccupi troppo, mamma.» «È facile dirlo per te... non è una bella sensazione pensare di aver sbagliato tutto. Mi sono accorta che sei in collera con me.» Sospirò di nuovo. «E ne hai tutti i motivi.» «Comunque ti voglio sempre bene» dissi. La mamma si sforzò di trattenere le lacrime. «E io ti amo più di quanto tu possa immaginare» mormorò. Avevamo raggiunto il vicolo davanti a casa e lei si guardò intorno, quasi temesse che qualcuno potesse saltarci addosso dal buio. «Rinuncerei a tutto, per avere una famiglia normale con una vita normale.» «Quale sarebbe la normalità?» le chiesi. «Noi di sicuro no.» «È questione di punto di vista. Allora, com'è andata oggi?» mi informai ironica. «Come al solito» rispose la mamma tentando di sorridere. «Prima un piccolo battibecco con la mamma, poi un grosso battibecco con mia sorella, in ufficio un po' di attrito con il capo e infine un litigio con il mio... ex, che casualmente è il Gran Maestro di una loggia segreta della massima segretezza.» «Che cosa avevo detto?» esclamò Xemerius trionfante. «Anche loro sul fieno! !» «Visto? Tutte cose normali, mamma.» La mamma sorrise suo malgrado. «E a te com'è andata, tesoro?» «Anche per me, niente di insolito. A scuola un po' di stress con lo scoiattolo, poi lezione di ballo e portamento presso questa oscura società segreta che si occupa di viaggi nel tempo, quindi, prima che avessi modo di strozzare la mia impagabile cugina, una breve escursione nel 1953, per fare i compiti in santa pace, in modo da contenere lo stress di domani con il suddetto scoiattolo.» «Tutto molto rilassante, direi.» I tacchi della mamma risuonavano sull'asfalto. Continuava a guardarsi intorno. «Non credo che ci segua nessuno» la tranquillizzai. «Hanno il loro bel daffare, la sede pullula di personaggi della massima segretezza.» «La riunione della cerchia interna, già. Non capita spesso. L'ultima volta si sono ritrovati quando Lucy e Paul hanno rubato il cronografo. Sono sparsi per tutto il mondo...» «Mamma? Non credi che sarebbe ora di dirmi quello che sai? Non serve a nessuno che io continui a brancolare nel buio.» «Nel senso letterale del termine» precisò Xemerius. La mamma si fermò. «Tu mi sopravvaluti! Quel poco che so non ti servirebbe a niente. Anzi, con ogni probabilità non farebbe che confonderti di più. O, peggio, ti metterebbe in ulteriore pericolo.» Scrollai il capo. Non ero pronta a cedere così in fretta. «Chi o che cos'è il cavaliere verde? E perché Paul e Lucy non vogliono che il cerchio si chiuda? Oppure in realtà lo vogliono, ma solo per poter sfruttare a loro vantaggio il segreto?» La mamma si massaggiò le tempie. «Dunque, è la prima volta che sento nominare un cavaliere verde. Invece, per quanto riguarda Lucy e Paul: sono sicura che le loro ragioni non erano di natura egoistica. Hai conosciuto il conte di Saint Germain. Dispone di mezzi...» Tacque di nuovo. «Ah, tesoro, niente di quello che potrei dirti ti sarebbe di aiuto, credimi.» «Per favore, mamma! Ci sono già quegli uomini, tutti un mistero, che non si fidano di me, ma tu sei mia madre!» «Sì» disse e gli occhi le si riempirono di nuovo di lacrime. «Sono tua madre.» Ma l'argomento non sembrava affatto convincente. «Vieni, il taxi ci aspetta già da mezz'ora. Mi costerà mezzo stipendio.» La seguii con un sospiro lungo la via. «Potremmo prendere la metropolitana.» «No, hai bisogno di mangiare qualcosa di caldo al più presto. E poi tua sorella e tuo fratello sentono terribilmente la tua mancanza. Non ce la farebbero a cenare di nuovo senza di te.» Con mia grande sorpresa la serata trascorse piacevole e rilassata, perché la nonna era andata all'opera insieme a zia Glenda e Charlotte. «La Tosca» dichiarò la prozia Maddy compiaciuta scrollando i boccoli biondi. «Speriamo che tornino nobilitate.» Mi ammiccò con aria maliziosa. «Per fortuna che Violet aveva i biglietti.» Io rivolsi un'occhiata interrogativa in giro. Mi fu spiegato che l'amica della prozia (una gentile vecchia signora che rispondeva all'incredibile nome di Mrs Violet Purpleplum e a Natale ci regalava sempre sciarpe e i calzini fatti a mano) sarebbe dovuta andare a teatro con il figlio e la futura nuora, ma si era scoperto che la futura nuora era in procinto di diventare la futura nuora di qualcun altro. Fatto sta che, quando Lady Arisa e zia Glenda non c'erano, a casa regnava un'atmosfera molto più rilassata. Era come quando alle elementari il maestro si assentava dalla classe. Durante la cena mi obbligarono ad alzarmi e a mostrare a tutti quanti come Labbrone e Charlotte mi avessero insegnato a ballare il minuetto e a utilizzare un ventaglio. Xemerius fungeva da suggeritore tutte le volte che dimenticavo qualcosa. Ripensandoci a quel modo, la situazione parve ,che a me più comica che tragica e compresi come mai gli altri si divertissero tanto. Dopo un po' ballavamo tutti (escluso Mr Bernhard, che comunque teneva il tempo battendo il piede) e intanto parlavamo con voce nasale come Giordano sovrapponendoci l'uno all'altro. «Svampita! Guarda come fa Charlotte!» «A destra! No, la destra è dove il pollice sta a sinistra.» E: «Guarda che ti vedo i denti! Non è patriottico!» Nick ci mostrò ventitré modi diversi per farsi aria con un tovagliolo mentre si comunicava a un altro un messaggio senza parole. «Questo significa: Ops, avete la patta aperta, signor mio, poi, se si abbassa un po' il ventaglio e si guarda in questa maniera, vuol dire: Ah, vorrei sposarvi. Invece, se si fa il contrario significa: Perbacco, da oggi siamo in guerra con la Spagna...» Dovevo riconoscere che Nick possedeva un vero talento naturale per la recitazione. Da parte sua Caroline ballava (il cancan piuttosto che il minuetto) lanciando le gambe tanto in alto che una delle sue scarpe finì nella ciotola con la bavarese prevista come dessert. Questo incidente smorzò in parte il nostro entusiasmo, finché Mr Bernhard ripescò la scarpa, la posò sul piatto di Caroline e dichiarò serissimo: «Sono davvero lieto che sia avanzato tutto questo dessert. Di sicuro Miss Charlotte e le loro signorie ne vorranno assaggiare un cucchiaio quando torneranno da teatro». La prozia gli rivolse un'occhiata raggiante. «Lei è sempre così premuroso, mio caro.» «È mio dovere fare in modo che stiate sempre tutti bene» ribatté Mr Bernhard. «L'ho promesso a suo fratello prima che morisse.» Guardai entrambi con aria pensierosa. «Mi stavo chiedendo se il nonno le abbia mai parlato di un cavaliere verde, Mr Bernhard. Oppure a te, zia Maddy.» Zia Maddy scrollò la testa. «Un cavaliere verde? Che cosa dovrebbe rappresentare?» «Non ne ho la minima idea» risposi. «So solo che devo trovarlo.» «Quando cerco qualcosa, di solito vado nella biblioteca di suo nonno» disse Mr Bernhard mentre un lampo si accendeva nei suoi occhi da gufo dietro gli occhiali. «Sono sempre riuscito a soddisfare la mia curiosità lì. Se avesse bisogno di aiuto, sappia che conosco bene l'ambiente, dal momento che sono io a spolverare tutti i libri.» «La trovo un'ottima idea, mio caro» disse zia Maddy. «Sempre al suo servizio, madame.» Mr Bernhard aggiunse della legna nel camino prima di augurarci la buonanotte. Xemerius lo seguì. «Devo assolutamente scoprire se si toglie gli occhiali prima di andare a letto» annunciò. «E ti avviserò nel caso lo veda uscire di casa nel cuore della notte per andare a suonare il basso in una band heavy metal.» Sebbene mio fratello e mia sorella andassero sempre a letto presto durante la settimana, quella sera la mamma fece un'eccezione. Dopo esserci sfiniti di risate, ci mettemmo comodi davanti al camino, Caroline tra le braccia della mamma, Nick appoggiato a me e la prozia Maddy sulla poltrona di Lady Arisa. Dopo essersi soffiata via un boccolo dal viso, ci osservò soddisfatta. «Ci puoi raccontare di prima, zia Maddy?» la pregò Caroline. «Di quando eri piccola ed eri costretta ad andare a trovare la cugina Hazel in campagna?» «Ma ve l'ho raccontato già tante volte» protestò zia Maddy appoggiane le pantofole di feltro rosa sul poggiapiedi. Non si fece pregare a lungo. Tutti gli aneddoti che riguardavano la famigerata cugina cominciavano con queste parole: «Hazel era la ragazza più superba e vanitosa che si possa immaginare» al che noi rispondevamo in coro: «Proprio come Charlotte!» E zia Maddy scuoteva la testa e diceva: «No, Hazel era molto, molto peggio. Afferrava i gatti per la coda e li faceva roteare sopra la testa». Con il mento appoggiato alla testa di Nick, ascoltai la storia in cui zia Maddy, da temeraria bambina di dieci anni, vendicava tutti i gatti torturati nel Gloucestershire e faceva in modo che Hazel finisse a bagno nella fossa dei liquami, mentre la mia mente vagava verso Gideon. Dove si trovava in quel momento? Che cosa stava facendo? Chi c'era con lui? Forse stava pensando a me, con quella stessa sensazione di calore nella pancia? Probabilmente no. Trattenni a fatica un profondo sospiro ripensando al nostro addio di fronte all'atelier di Madame Rossini. Gideon non mi aveva neppure degnato di un'occhiata, sebbene fino a qualche minuto prima ci fossimo baciati appassionatamente. Di nuovo. E pensare che la sera precedente al telefono avevo giurato a Leslie che non sarebbe mai più accaduto. «Non succederà finché non avremo chiarito definitivamente che cosa c'è tra noi!» Leslie aveva accolto le mie parole con una risata. «Ma dai, chi vuoi prendere in giro? È chiaro quello che c'è tra di voi: tu sei follemente innamorata di lui!» Ma com'era possibile che fossi innamorata di un ragazzo che conoscevo solo da pochi giorni? Un ragazzo che per la maggior parte del tempo si comportava in maniera impossibile con me? Tuttavia, quando non lo faceva, era semplicemente... era così... così incredibilmente... «Eccomi di nuovo qui!» gracchiò Xemerius atterrando di slancio sul tavolo da pranzo vicino al candeliere. Caroline trasalì tra le braccia della mamma e guardò verso di lui. «Che cosa c'è, Caroline?» le domandai a bassa voce. «No, niente» rispose. «Mi sembrava di avere visto un'ombra.» «Sul serio?» Guardai Xemerius con aria confusa. Lui scrollò le spalle e sorrise. «È quasi luna piena. Gli individui più sensibili a volte riescono a vederci, in genere solo con la coda dell'occhio. Quando guardano meglio, non ci siamo più...» Si appese al lampadario. «Anche la vecchia signora con i boccoli vede e percepisce più di quanto lasci intendere. Quando ho provato a posarle un artiglio sulla spalla, lei si è toccata in quel punto con la mano... nella tua famiglia la cosa non mi sorprende.» Osservai Caroline piena d'affetto. Era una bambina molto sensibile, chissà se aveva ereditato dalla prozia Maddy la dote delle visioni. «Adesso arriva la parte che preferisco» dichiarò Caroline con gli occhi scintillanti, mentre la zia Maddy raccontava compiaciuta di come la sadica Hazel con il suo bel vestitino della domenica strillava a squarciagola immersa nel letame fino al collo: «Te la farò pagare, Madeleine, te la farò pagare!» «E mantenne la parola» concluse la zia. «Più di una volta.» «Questa storia ce la racconterai un'altra volta» annunciò la mamma energica. «I bambini devono andare a letto. Domani c'è scuola.» Sospirammo tutti quanti e il sospiro di zia Maddy fu il più intenso. Il venerdì era giorno di crêpes a scuola e nessuno rinunciava a pranzare in mensa, perché era l'unico piatto decente che preparavano. Siccome sapevo che Leslie andava pazza per le crêpes, non le permisi di rimanere con me in classe, dove avevo appuntamento con James. «Va' a mangiare» le dissi. «Mi arrabbierei se tu dovessi rinunciare alle crêpes per colpa mia.» «Ma così non avrai nessuno che faccia il palo. E poi vorrei sentire più precisamente che cosa è successo ieri tra te, Gideon e il divano verde...» «Più precisamente di come ho fatto, non potrei raccontartelo, nemmeno con la massima buona volontà» replicai. «Allora raccontalo di nuovo e basta. È così romantico!» «Va' a mangiare le tue crêpes!» «Oggi devi assolutamente farti dare il suo numero di cellulare» disse Leslie. «Senti, è una regola fondamentale: non si bacia un ragazzo se non si conosce il suo numero di telefono.» «Morbide, prelibate crépes con le mele...» dissi. «Ma...» «C'è Xemerius con me.» Indicai verso il davanzale dov'era seduto Xemerius a mordicchiarsi annoiato la punta della coda. Leslie si arrese. «E va bene. Però oggi fatti insegnare qualcosa di utile! Agitare come un'ossessa la bacchetta di Mrs Counter non serve a niente. E se qualcuno dovesse vederti mentre lo fai finiresti al manicomio, pensaci.» «Adesso vattene» le dissi sospingendola verso la porta, proprio mentre James faceva il suo ingresso. James era contento che stavolta fossimo da soli. «La lentigginosa mi rende sempre nervoso con le sue chiacchiere invadenti. Mi tratta come se fossi invisibile.» «Ecco, effettivamente... ah, lasciamo perdere.» «Allora, in che cosa ti posso essere utile oggi?» «Pensavo che potessi insegnarmi come ci si dice ciao durante una soirée del XVIII secolo.» «.Ciao?» «Sì. Ciao. Salve. Buonasera. Hai capito, come ci si saluta quando ci si incontra. E che cosa si fa. Ci si stringe la mano, si fa il baciamano, l'inchino, la riverenza, Sua Maestà, Sua Altezza serenissima, Sua Eccellenza... è tutto così complicato ed è così facile sbagliare.» James alzò il mento con aria sprezzante. «Non ti succederà, se farai come ti dico. Per prima cosa ti insegnerò come una dama si inchina di fronte a un signore che appartiene al medesimo rango sociale.» «Fantastico» commentò Xemerius. «Resta solo da capire come possa Gwendolyn sapere a quale rango appartenga un uomo.» James lo guardò stupefatto. «E quello cos e? Sciò, sciò, gattaccio! Sparisci!» Xemerius sbuffò incredulo. «Come!» «Ma James!» esclamai. «Guardalo meglio. Lui è Xemerius, il mio amico... hmmm, demone-doccione. Xemerius, questo è James, un altro amico.» James estrasse un fazzoletto dalla manica e lo agitò, sprigionando un profumo di mughetto. «Qualunque cosa sia... deve andarsene. Mi fa ricordare che mi trovo in un orribile sogno delirante, un sogno in cui devo dare lezioni di buona educazione a una ragazza svestita.» Sospirai. «James, questo non è un sogno, quando ti deciderai a capirlo? Più di duecento anni fa magari hai fatto un sogno delirante, ma poi si... ecco, tu e Xemerius siete entrambi... siete...» «...morti» terminò Xemerius. «Se vogliamo essere precisi.» Inclinò la testa di lato. «È vero. È inutile menare tanto il can per l'aia.» James agitò di nuovo il fazzoletto. «Non voglio ascoltarlo. I gatti non possono parlare.» «Ti sembro forse un gatto, stupido fantasma?» esclamò Xemerius. «Un po' sì» rispose James senza guardarlo. «A parte le orecchie. E le corna. E le ali. E quella buffa coda. Ah, quanto detesto queste allucinazioni!» Xemerius si piantò a gambe larghe di fronte a James, irato, schioccando la coda qua e là. «Non sono un'allucinazione. Sono un demone» dichiarò e per l'agitazione sputò un getto d'acqua per terra. «Un potente demone. Evocato da maghi e muratori dell'XI secolo della vostra epoca per sorvegliare sotto forma di doccione in pietra il campanile di una chiesa che oggi non esiste più. Quando il mio corpo d'arenaria fu distrutto diversi secoli fa, rimase solo questo di me, per così dire l'ombra del mio antico io, condannata per l'eternità a vagare per questa terra, fino a dissolversi. Cosa che accadrà tra qualche milione di anni.» «La-la-la, non sento niente» disse James. «Sei patetico» replicò Xemerius. «Diversamente da te, io non ho altra possibilità: l'incantesimo dei maghi mi lega a questa esistenza. Tu invece potresti rinunciare in qualsiasi momento alla tua misera esistenza spettrale per andare là dove vanno gli esseri umani quando muoiono.» «Io però non sono morto, stupido gattaccio!» esclamò James. «Sono soltanto malato e la febbre alta mi fa delirare. Ora, se non cambiamo subito argomento, me ne vado!» «D'accordo» intervenni io, cercando di asciugare la pozzanghera creata da Xemerius con il cancellino della lavagna. «Andiamo avanti. Eravamo all'inchino di fronte a un signore di pari rango...» Xemerius scrollò il capo e svolazzò sopra le nostre teste diretto alla porta. «Farò da palo. Sarebbe troppo imbarazzante se qualcuno ti sorprendesse mentre fai la riverenza.» La pausa pranzo non fu sufficiente per imparare tutti gli inchini che James voleva insegnarmi, ma alla fine conoscevo tre diversi modi di inchinarmi e farmi baciare la mano. (Una consuetudine che sono molto contenta sia caduta in disuso oggigiorno.) Al ritorno dei miei compagni di classe, James mi salutò con una riverenza e io gli gettai un frettoloso ringraziamento mormorato a mezza voce. «Allora?» mi chiese Leslie. «James ha scambiato Xemerius per un buffo gatto parto della sua fantasia delirante» la informai. «Posso solo sperare che ciò che mi ha insegnato non sia stato a sua volta influenzato dal delirio. Per il resto, direi che so cosa fare quando verrò presentata al duca di Devonshire.» «Benissimo» commentò Leslie. «E che cosa farai?» «Un inchino prolungato e profondo» risposi. «Lungo quasi quanto quello davanti al re, più lungo di quello dovuto a un marchese oppure un conte. In realtà è molto semplice. E poi accettare sempre con grazia il baciamano senza smettere di sorridere.» «E pensare che non avrei mai creduto che James potesse servire a qualcosa.» Leslie rivolse un'occhiata d'apprezzamento in giro. «Lascerai tutti a bocca aperta nel XVIII secolo.» «Speriamo» dissi. Comunque per il resto della lezione niente riuscì a rovinare il mio buonumore. Charlotte e quell'idiota di Labbrone sarebbero rimasti allibiti che avessi persino imparato la differenza tra Sua Eccellenza e Sua Altezza serenissima, anche se loro ce l'avevano messa tutta per spiegarmelo nella maniera più complicata possibile. «Da parte mia ho sviluppato una teoria sulla magia del corvo» annunciò Leslie alla fine delle lezioni, mentre ci dirigevamo verso i nostri armadietti. «È di una semplicità tale che nessuno ci aveva mai pensato. Ci vediamo domattina da voi e porterò tutto ciò che ho trovato. Ammesso che la mamma non abbia in programma di nuovo una giornata di pulizie di famiglia e non distribuisca guanti di gomma a tutti...» «Gwenny?» Cynthia Dale mi batté da dietro sulla schiena. «Ricordi Regina Curtiz che fino all'anno scorso era in classe con mia sorella? L'hanno ricoverata in una clinica per anoressiche. Anche tu vuoi fare quella fine?» «No» risposi perplessa. «Ok, allora mangia questa! Ora!» Cynthia mi lanciò una caramella. L'afferrai al volo e la scartai come richiesto. Ma mentre stavo per infilarmela in bocca Cynthia mi bloccò il braccio. «Ferma! La vuoi mangiare sul serio? Allora non è vero che stai facendo la dieta?» «No» ripetei. «Quindi Charlotte ha mentito. Ha detto che non venivi a pranzo perché vuoi diventare magra come lei... Ridammi la caramella. Non corri il rischio di diventare anoressica.» Cynthia si mise in bocca la caramella al posto mio. «Tieni, è l'invito alla mia festa di compleanno. Sarà di nuovo una festa in costume. Questa volta il motto è Verdeggia di verde. Puoi portare anche il tuo amico.» «Ecco...» «Senti, ho detto la stessa cosa anche a Charlotte, non importa chi di voi due lo porta. L'importante è che venga alla mia festa.» «È fuori di testa» mi bisbigliò Leslie. «Guarda che ti ho sentito» disse Cynthia. «Se vuoi, tu puoi portare Max, Leslie.» «Cyn, non siamo più insieme da sei mesi.» «Accidenti, che disdetta» esclamò Cynthia. «Non so perché, ma quest'anno ci sono pochi ragazzi. O ne portate qualcuno voi oppure dovrò escludere qualche ragazza. Per esempio Aishani, che tanto dirà comunque di no, perché i suoi genitori non permettono feste miste... oddio, e quello che cos'è? Per favore qualcuno mi dia un pizzicotto!» Quello era un ragazzo alto con i capelli biondi corti. Era di fronte all'ufficio del preside insieme con Mr Whitman. E mi risultava stranamente familiare. «Ahia!» squittì Cynthia quando Leslie l'accontentò. Mr Whitman e il ragazzo si girarono verso di noi. Non appena il suo sguardo verde sotto le folte ciglia scure mi sfiorò, lo riconobbi all'istante. Santo cielo! Forse Leslie avrebbe dovuto dare un pizzicotto pure a me. «Che fortuna» disse Mr Whitman. «Raphael, ti presento tre tue compagne di classe. Cynthia Dale, Leslie Hay e Gwendolyn Shepherd. Ragazze, salutate Raphael Bertelin che verrà in classe con voi a partire da lunedì.» «Ciao» mormorammo io e Leslie mentre Cynthia diceva: «Sul serio?» Raphael ci rivolse un sorriso collettivo, le mani sprofondate nelle tasche dei calzoni. Somigliava molto a Gideon, pur essendo un po' più giovane. Aveva le labbra piene e un colorito abbronzato, come se fosse appena tornato da una vacanza di quattro settimane nei Caraibi. Forse tutte i fortunati che abitavano nel sud della Francia erano così. «Come mai hai cambiato scuola a metà anno?» gli domandò Leslie. «Ti eri messo nei guai?» Il sorriso di Raphael si allargò. «Dipende da che cosa intendi» rispose. «Veramente sono qui perché ne ho abbastanza della scuola. Ma per qualche motivo...» «Raphael si è trasferito qui dalla Francia» lo interruppe Mr Whitman. «Vieni, Raphael, il preside Gilles ti aspetta.» «A lunedì, allora» ci salutò Raphael, e io ebbi l'impressione che si rivolgesse solo a Leslie. Cynthia attese che Mr Whitman e Raphael fossero entrati nell'ufficio del preside, poi gettò le braccia in aria ed esclamò: «Grazie!! Grazie, Dio, per aver ascoltato le mie preghiere». Leslie mi diede una gomitata nelle costole. «Hai l'aria di una che è appena stata investita da un autobus.» «Aspetta che ti spieghi chi è, e poi capirai» le risposi sottovoce. Ogni epoca è una sfinge, che si precipita nell'abisso non appena il suo enigma è stato risolto. Heinrich Heine Capitolo 7 L'incontro con il fratello minore di Gideon e il successivo rapido scambio di battute con Leslie (lei mi chiese dieci volte: «Ne sei proprio sicura?» io risposi dieci volte: «Assolutamente sì!» poi ripetemmo insieme un centinaio di volte: «Pazzesco» e «Non posso crederci» e «Hai visto che occhi?») mi fecero arrivare con diversi minuti di ritardo su Charlotte alla limousine che ci aspettava fuori. Anche quel giorno era stato incaricato di venire a prenderci Mr Marley, che sembrava più nervoso che mai. Xemerius era appollaiato sul tetto dell'auto e dondolava la coda da una parte all'altra. Charlotte era già seduta all'interno e mi guardava stizzita. «Si può sapere dov'eri finita? Non si fa aspettare uno come Giordano. Tu non hai proprio capito quale onore ti sia stato riservato nel poterlo avere come insegnante.» Mr Marley mi fece salire con aria impacciata e richiuse la portiera. «È successo qualcosa?» Avevo la spiacevole sensazione di essermi persa qualcosa d'importante. L'espressione di Charlotte rafforzò questo sospetto. Quando l'auto partì, Xemerius entrò passando per il tettuccio e si lasciò cadere sul sedile di fronte a me. Mr Marley come al solito si era seduto accanto all'autista. «Sarebbe carino da parte tua se oggi potessi impegnar-ti un po' di più» disse Charlotte. «Per me è molto imbarazzante. Dopotutto sei mia cugina.» Scoppiai in una fragorosa risata. «Ma dai, Charlotte! Non c'è bisogno di adularmi così. So benissimo che per te è uno spasso assistere alle mie figuracce!» «Non è vero!» Charlotte scrollò la testa. «Solo tu puoi pensare una cosa del genere, con il tuo infantile egoismo. Tutti vogliono solo aiutarti affinché... tu non rovini tutto con la tua goffaggine. Ma forse non avrai più l'occasione per farlo. È probabile che decidano di annullare tutto...» «Per quale motivo?» Charlotte mi fissò in silenzio per un po', poi rispose in tono quasi trionfante: «Lo saprai presto. Ammesso che te lo dicano». «È successo qualcosa?» domandai, ma non rivolta a Charlotte, bensì a Xemerius. Non ero stupida. «Mr Marley ha detto qualcosa prima che arrivassi?» «Solo roba incomprensibile» rispose Xemerius, mentre Charlotte si voltava verso il finestrino serrando le labbra. «Pare che sia accaduto qualcosa stamattina durante un salto nel tempo di... hmmm, quella pietruzza preziosa...» si grattò un sopracciglio con la punta della coda. «Adesso non farti pregare troppo!» Charlotte, che chiaramente pensava che parlassi con lei, disse: «Se non fossi arrivata in ritardo, adesso lo sapresti». «...il diamante» concluse Xemerius. «Qualcuno lo ha... ecco, come potrei dire? Qualcuno gli ha fatto assaggiare il bastone.» Provai una dolorosa stretta allo stomaco. «Cosa?» «Stai tranquilla» mi disse Xemerius. «È ancora vivo. Almeno è quello che ho capito dalle farneticazioni del pel di carota. Santo cielo! Sei bianca come un lenzuolo. Ehi, ehi, non vorrai metterti a vomitare? Su, avanti, un po' di autocontrollo.» «Non ce la faccio» bisbigliai. Stavo davvero malissimo. «Cos'è che non riesci a fare?» sibilò Charlotte. «La prima cosa che impara un gene-portatore è di mettere da parte le proprie necessità e dedicarsi anima e corpo alla cosa. Tu invece fai l'esatto contrario.» Con gli occhi della mente vedevo Gideon riverso a terra in una pozza di sangue. Avevo il respiro mozzo. «Altri farebbero di tutto per essere istruiti da Giordano. Tu invece l'affronti come se fosse una tortura.» «Vuoi stare zitta una buona volta, Charlotte!» esclamai. Charlotte si voltò di nuovo verso il finestrino. Io fui assalita da un violento tremito. Xemerius allungò uno dei suoi artigli e me lo posò sul ginocchio con fare benevolo. «Vedrò che cosa riesco a scoprire. Troverò il tuo amichetto e ti riferirò, va bene? Ora però non metterti a piangere! Altrimenti mi agito e bagnerò questi bei sedili in pelle e tua cugina penserà che te la sei fatta addosso.» Con un balzo sparì oltre il tettuccio e volò via. Passò un'ora e mezzo per me interminabile prima che ritornasse. In quell'ora e mezzo immaginai gli scenari più tragici e mi sentii più morta che viva. A peggiorare le cose c'era il fatto che nel frattempo avevamo raggiunto Tempie dove l'implacabile maestro mi aspettava sinistro. Io però non ero nello stato d'animo giusto per ascoltare la lezione di Giordano sul tema politica coloniale, né per imitare i passi di danza di Charlotte. E se Gideon fosse stato di nuovo assalito dagli uomini armati di spada e questa volta non fosse riuscito a difendersi? Quando non lo vedevo davanti a me in un lago di sangue, me l'immaginavo nel reparto di terapia intensiva collegato a migliaia di tubi e tubicini, più bianco di un lenzuolo. Perché non c'era nessuno a cui chiedere come stava? Finalmente Xemerius tornò attraversando il muro del vecchio refettorio. «Allora?» gli domandai, senza curarmi di Giordano e Charlotte. Erano in procinto di insegnarmi come si applaude nel corso di una soirée nel XVIII secolo. Ovviamente in maniera del tutto diversa da come facevo io. «Ma cosa fai, svampita» disse Giordano. «Così applaudono i bambini piccoli nel recinto della sabbia quando sono contenti... e adesso che cosa stai guardando? Mi fai diventare pazzo!» «Tutto a posto, ragazza del fienile» disse Xemerius con un allegro sorriso. «Il giovanotto ha ricevuto una botta ed è rimasto fuori gioco per un paio d'ore, ma a quanto sembra ha una testa dura come diamante e non ha neppure una commozione cerebrale. E quella ferita sulla fronte lo rende, come dire... hmmm... oh, no, non sbiancare di nuovo! Ti ho detto che è tutto a posto!» Il sollievo mi provocò un senso di mancamento. «Così va bene» approvò Xemerius. «Non c'è ragione di iperventilare. Il tuo campione ha ancora tutti i suoi bei denti bianchi. E continua a imprecare tra sé, cosa che presumo sia buon segno.» Grazie a Dio. Grazie a Dio. Grazie a Dio. Chi invece era a rischio di iperventilazione era Giordano. Per colpa mia. Tutto a un tratto i suoi strepiti non mi facevano più effetto. Al contrario, era davvero divertente osservare il suo colorito tra le basette passare dal rosa scuro al violetto. Mr George arrivò giusto in tempo per impedire che Labbrone mi mollasse un ceffone per la rabbia. «Oggi è stato ancora peggio, se possibile.» Giordano si lasciò cadere su una delicata seggiola asciugandosi il sudore con un fazzoletto che aveva la stessa tinta della sua faccia. «È rimasta tutto il tempo a fissare il vuoto con sguardo vitreo, mi verrebbe quasi da pensare che faccia uso di droghe!» «Giordano, per favore...» lo ammonì Mr George. «Oggi non è stata una giornata facile per nessuno...» «Come sta... lui?» chiese Charlotte a bassa voce, lanciandomi un'occhiata furtiva. «Bene, date le circostanze» rispose Mr George serio. Charlotte mi rivolse un'altra breve occhiata inquisitoria. Io la ricambiai con uno sguardo truce. Forse provava una specie di perversa soddisfazione nel sapere qualcosa che credeva interessarmi moltissimo. «Macché, fandonie» disse Xemerius. «Sta benissimo, credimi, tesoro! Poco fa si è divorato un'enorme cotoletta di vitello con patate arrosto e insalata. Secondo te lo avrebbe fatto se stesse bene, date le circostanze?» Giordano era stizzito che nessuno gli desse ascolto. «Non vorrei che alla fine la responsabilità ricadesse su di me» strillò spostando di lato la seggiolina. «Ho lavorato con talenti sconosciuti e tutti i grandi del mondo, ma non mi era mai capitato in vita mia un'esperienza come questa.» «Mio caro Giordano, sa quanto l'apprezziamo. Nessuno sarebbe più indicato di lei a preparare Gwendolyn per il suo...» Mr George ammutolì, perché Giordano aveva sporto il labbro inferiore con aria imbronciata gettando all'indietro la testa con quell'acconciatura d'asfalto. «Poi non venite a dire che non vi avevo avvisato» sbottò. «È tutto quello che chiedo.» «D'accordo» rispose Mr George con un sospiro. «Io... sì, va bene. Lo riferirò. Vieni, Gwendolyn?» Io mi ero già tolta la gonna e l'avevo adagiata sullo sgabello del pianoforte. «Arrivederci» dissi a Giordano. Lui aveva sempre il broncio. «Temo che sarà inevitabile.» Mentre camminavamo verso il vecchio laboratorio alchemico che ormai avrei saputo raggiungere anche a occhi chiusi, Mr George mi raccontò gli avvenimenti di quella mattina. Era un po' stupito che Mr Marley non mi avesse ancora informato, e io preferii non spiegargli come mai ciò fosse accaduto. Gideon era stato inviato nel passato con il cronografo per un piccolo incarico (Mr George non mi volle rivelare di che cosa si trattasse) e due ore più tardi era stato rinvenuto privo di sensi in un corridoio poco lontano dalla stanza del cronografo. Aveva una ferita sulla fronte provocata chiaramente da un oggetto simile a un bastone. Gideon non ricordava niente, l'aggressore doveva avergli teso un agguato di sorpresa. «Ma chi...?» «Non lo sappiamo. Un incidente davvero increscioso, vista la nostra attuale situazione. Lo abbiamo esaminato con cura, non abbiamo trovato segni di punture da nessuna parte, quindi ci sentiamo di escludere che gli sia stato prelevato il sangue...» «Non sarebbe potuto bastare quello della ferita sulla fronte?» domandai rabbrividendo. «Forse» riconobbe Mr George. «Ma se... volevano andare sul sicuro, gli avrebbero prelevato il sangue in un altro modo. Comunque ci sono tantissime spiegazioni possibili. Nessuno sapeva che Gideon si sarebbe presentato lì quella sera, dunque è improbabile che qualcuno stesse aspettando proprio lui. È assai più plausibile che si sia trattato di un incontro fortuito. In certi anni qua sotto pullulava di elementi sovversivi di ogni sorta, contrabbandieri, criminali, gente dei bassifondi. Per quanto mi riguarda penso a una sfortunata coincidenza...» Si schiarì la voce. «Comunque, fatto sta che Gideon sembra aver superato bene questa avventura. In ogni caso il dottor White non ha riscontrato ferite gravi. Così potrete partecipare alla soirée di domenica pomeriggio come previsto.» Scoppiò a ridere. «Fa proprio ridere: una soirée la domenica pomeriggio.» Già, ahahaha, molto divertente. «Dov'è Gideon ora?» chiesi impaziente. «In ospedale?» «No. Sta riposando... almeno spero. È andato all'ospedale solo per una tac che grazie al cielo è risultata negativa, quindi si è fatto dimettere subito. Ieri sera ha ricevuto una visita a sorpresa di suo fratello...» «Lo so» dissi. «Mr Whitman ha iscritto Raphael alla Saint Lennox stamattina.» Udii un profondo sospiro di Mr George. «Quel ragazzo è scappato di casa dopo aver combinato non so quale guaio con gli amici. È stata una folle idea di Falk, quella di ospitarlo qui in Inghilterra. In quest'epoca turbolenta tutti noi - e Gideon in primo luogo - abbiamo di meglio da fare che occuparci di giovani ribelli... ma Falk non è mai riuscito a negare niente a Selina e a quanto pare questa è l'ultima occasione per Raphael di prendere un diploma, lontano dagli amici che esercitano un'influenza così negativa su di lui.» «Selina... è la mamma di Gideon e Raphael?» «Esatto» rispose Mr George. «È da lei che entrambi hanno preso i loro incredibili occhi verdi. Eccoci arrivati. Puoi toglierti la benda.» Questa volta eravamo completamente soli nella stanza del cronografo. «Charlotte sosteneva che, date le circostanze, i viaggi previsti nel XVIII secolo sarebbero stati annullati» dissi speranzosa. «O magari rimandati? Così, per dar tempo a Gideon di riprendersi, e a me di esercitarmi ancora un po'...» Mr George scrollò la testa. «Niente da fare. Prenderemo tutte le misure precauzionali immaginabili, ma il conte ci tiene molto che le cose procedano speditamente. Tu e Gideon parteciperete a questa soirée dopodomani, ormai è assodato. Hai qualche desiderio particolare circa all'anno in cui vorresti essere mandata a trasmigrare oggi?» «No» dissi con forzato distacco. «Non fa differenza, quando si deve restare chiusi in una cantina, no?» Mr George estrasse delicatamente il cronografo dall'astuccio di velluto. «Hai ragione. In genere Gideon viene mandato nel 1953, è stato un anno tranquillo, basta fare attenzione a evitare che incontri se stesso.» Ridacchiò tra sé. «Deve essere un'esperienza agghiacciante, ritrovarsi rinchiusi con se stessi.» Si accarezzò il ventre prominente con lo sguardo rivolto verso l'alto. «Che ne dici del 1956? Un altro anno tranquillo.» «Direi che è perfetto» risposi. Mr George mi porse la torcia e si tolse l'anello dal dito. «Giusto per precauzione... comunque non preoccuparti, di sicuro non verrà nessuno alle due e mezzo di notte.» «Le due e mezzo di notte!» ripetei sgomenta. Come avrei fatto a incontrarmi con mio nonno nel cuore della notte? Nessuno mi avrebbe creduta, se avessi detto che mi ero smarrita di notte in cantina. Forse la casa era addirittura deserta. Sarebbe stato tutto inutile! «Oh, no. Mr George, la prego! Non mi mandi di notte in quelle raccapriccianti catacombe, da sola...!» «Ma, Gwendolyn, non ha alcuna importanza, sarai sottoterra in una stanza chiusa...» «Ma io... di notte ho paura! La prego, non può lasciarmi da sola...» La mia disperazione era tale che gli occhi mi si riempirono di lacrime senza che dovessi fingere. «D'accordo» disse Mr George guardandomi con i suoi occhietti benevoli. «Dimenticavo che tu... via, sceglieremo un'altra ora. Le tre del pomeriggio?» «Molto meglio» dissi. «Grazie, Mr George.» «Non c'è di che.» Mr George alzò brevemente lo sguardo dal cronografo e mi sorrise. «Pretendiamo davvero molto da te; anch'io al tuo posto mi sentirei scombussolato a stare da solo in una cantina. Se poi aggiungiamo il fatto che tu vedi cose che altri non riescono a vedere...» «Già, grazie di avermelo ricordato» replicai. Xemerius non era con me, altrimenti si sarebbe arrabbiato tantissimo sentendosi definire una «cosa». «Com'era quella storia delle tombe piene di ossa e teschi proprio dietro l'angolo?» «Oh» fece Mr George. «Non volevo metterti ancora più paura.» «Non si preoccupi» lo tranquillizzai. «Dei morti non ho paura. Al contrario dei vivi non possono fare niente, almeno per quanto ne so.» Vidi Mr George sollevare un sopracciglio e mi affrettai ad aggiungere: «Naturalmente mi inquietano e non vorrei in nessun caso trovarmi di notte accanto a delle catacombe...» Gli porsi una mano, mentre con l'altra stringevo saldamente lo zaino. «Questa volta per favore prenda l'anulare. Non è stato ancora usato.» Con il cuore in gola recuperai la chiave dal nascondiglio dietro i mattoni e spiegai il foglietto che Lucas mi aveva lasciato. C'erano solo delle parole in latino, nessun messaggio personale. La parola d'ordine della giornata era insolitamente lunga e non provai neppure a impararla a memoria. Presi una penna dall'astuccio e me la scrissi sul palmo della mano. Lucas mi aveva lasciato anche una piantina del sotterraneo. Uscita dalla porta dovevo andare a destra, poi girare tre volte di seguito a sinistra fino a raggiungere la scala dove avrei trovato le prime sentinelle. La porta si aprì senza fatica non appena girai la chiave nella toppa. Dopo un attimo di riflessione, decisi di non richiuderla a chiave, casomai al ritorno avessi avuto fretta. C'era puzzo di marcio lì sotto e dai muri si capiva quanto fosse antico l'edificio. Il soffitto era basso e i corridoi molto stretti. Praticamente a ogni metro c'era un altro corridoio, oppure una porta. Senza la torcia e la piantina di Lucas sarei stata perduta, anche se il luogo mi risultava stranamente familiare. Mentre svoltavo a sinistra nell'ultimo corridoio prima delle scale, udii delle voci; feci un profondo respiro. Ora tutto dipendeva dal fatto di riuscire a convincere le sentinelle che ci fosse un motivo veramente valido per farmi passare. Diversamente che nel XVIII secolo i due non sembravano affatto pericolosi. Erano seduti ai piedi della scala e giocavano a carte. Mi avvicinai con passo deciso. Alla mia vista, uno lasciò cadere le carte di mano, mentre l'altro balzava in piedi cercando affannosamente la spada posata alla parete. «Buongiorno» dissi baldanzosa. «Non disturbatevi per me.» «Come... come... come?» balbettò il primo, mentre il secondo aveva afferrato la spada e mi guardava sconcertato. «Una spada non è un'arma un po' anacronistica per il XX secolo?» domandai perplessa. «Che cosa pensa di fare se arrivasse qualcuno con una granata? Oppure una mitragliatrice?» «Qui sotto non passa mai molta gente» rispose quello con la spada sorridendo impacciato. «Più che altro si tratta di un'arma tradizionale che...» scosse la testa, come se volesse richiamarsi all'ordine, poi si raddrizzò e si mise sull'attenti. «Parola d'ordine?» Mi guardai il palmo della mano. «Nani quod in iuventute non discitur, in matura aetate nescitur.» «È giusto» disse l'altro rimasto seduto sulla scala. «Ma potrei chiederle da dove viene?» «Dal palazzo di giustizia» risposi. «Una fantastica scorciatoia. Se volete ve la posso mostrare. Però ora avrei un appuntamento urgente con Lucas Montrose.» «Montrose? Non so se oggi è in casa» disse quello con la spada e l'altro aggiunse: «L'accompagneremo di sopra, miss, ma prima deve dirci il suo nome. Per il verbale, sa». Pronunciai il primo nome che mi venne in mente. Forse un po' troppo affrettatamente. «Violet Purpleplum?» ripeté incredulo quello con la spada, mentre l'altro mi guardava le gambe. Evidentemente la lunghezza delle gonne della nostra uniforme non era in linea con la moda del 1956. Chi se ne importava, erano fatti suoi. «Esatto» confermai in tono aggressivo, perché ero stizzita con me stessa. «Non c'è ragione di sogghignare in quel modo. Non tutti possono chiamarsi Smith o Miller. Possiamo andare?» I due uomini si consultarono per decidere chi dovesse accompagnarmi di sopra, poi quello con la spada cedette e tornò a sedersi sulla scala. Mentre salivamo, l'altro volle sapere se fossi già stata qui. Risposi di sì, che c'ero venuta diverse volte e quanto fosse bella la sala del drago, non trovava anche lui, e che metà della mia famiglia apparteneva ai Guardiani e l'uomo all'improvviso parve ricordare di avermi visto all'ultima festa in giardino. «Lei era quella che distribuiva la limonata, giusto? Insieme con Lady Gainsley?» «Hmmm, proprio così» confermai e così ci immergemmo in una chiacchierata sulla festa in giardino, le rose e personaggi che non conoscevo. (Ciò non mi impedì di ridere del buffo cappello di Mrs Lamotte e del fatto che proprio Mr Mason si fosse fidanzato con una impiegata d'ufficio, pfui!) Raggiunta la prima finestra, gettai un'occhiata fuori: tutto era come lo conoscevo. Tuttavia, sapere che la città fuori dalle rispettabili mura di Tempie aveva un aspetto del tutto diverso da quella che conoscevo era bizzarro. Provai l'impulso di precipitarmi in strada e guardare con i miei occhi. Giunti al primo piano il Guardiano bussò a una porta. Lessi il nome di mio nonno su una targhetta e fui assalita da un'ondata di orgoglio. Ce l'avevo fatta! «Una certa Miss Purpleplum chiede di Mr Montrose» annunciò il Guardiano attraverso la fessura della porta. «Grazie di avermi accompagnato» dissi mentre gli passavo davanti per entrare nell'ufficio. «Allora ci vediamo alla prossima festa in giardino.» «Sì, ci conto» rispose, ma io gli avevo già chiuso la porta in faccia. Mi voltai con espressione trionfante. «Allora, che cosa ne dici?» «Miss... hmmm... Purpleplum?» L'uomo seduto alla scrivania mi guardò sgranando gli occhi. Chiaramente non era mio nonno. Io lo fissai sbigottita. Era molto giovane, praticamente ancora un ragazzo, e aveva una faccia tonda e liscia con due occhietti chiari e amichevoli che mi risultavano più che conosciuti. «Mr George?» chiesi incredula. «Ci conosciamo?» Il giovane Mr George si era alzato. «Sì, certo. Dall'ultima festa in giardino» balbettai, mentre i pensieri mi si affollavano in testa. «Ero quella che... la limonata... dov'è il no... Lucas? Non le ha detto che avevamo fissato un appuntamento per oggi?» «Sono il suo assistente e sono qui da poco» rispose Mr George, confuso e impacciato. «Però, no, non ha detto niente. Comunque dovrebbe tornare da un momento all'altro. Nel frattempo vuole accomodarsi, Miss...?» «Purpleplum!» «Giusto. Posso offrirle un caffè?» Fece il giro della scrivania e mi porse una sedia, che era proprio quello che mi serviva. Avevo le gambe molli. «La ringrazio, no. Niente caffè.» Mi osservò indeciso. Io lo fissai in silenzio. «Lei appartiene... ai boy-scout?» «Come dice?» «No, ecco, per via dell'uniforme.» «No.» Non riuscivo a distogliere lo sguardo da Mr George. Era... inconfondibile! Il suo io cinquantacinque anni dopo era identico a lui, solo senza capelli, con gli occhiali e un po' più largo che lungo. Il giovane Mr George al contrario aveva una gran chioma che teneva domata con una scriminatura precisa e molta brillantina, ed era decisamente magro. Era chiaro che non gli piaceva essere fissato a questo modo, perché arrossì, tornò al suo posto dietro la scrivania e si mise a sfogliare dei documenti. Io mi chiesi che cosa avrebbe detto se avessi tirato fuori il suo anello dalla tasca e glielo avessi mostrato. Restammo così in silenzio per un quarto d'ora abbondante, poi la porta si aprì ed entrò mio nonno. Quando mi vide, spalancò gli occhi per un istante, poi ritrovò l'autocontrollo e disse: «Ma guarda chi c'è, la mia cara cuginetta!» Balzai in piedi. Dal nostro ultimo incontro Lucas Montrose era maturato molto. Portava un elegante completo con farfallino e una barba che non gli stava troppo bene. Mi solleticò la guancia quando mi baciò. «Che piacere, Hazel! Quanto ti tratterrai in città? Sono venuti anche i tuoi cari genitori?» «No» risposi impacciata. Non mi andava di essere proprio la odiosa Hazel! «Sono a casa, con i gatti...» «A proposito, ti presento Thomas George, il mio nuovo assistente. Thomas, questa è Hazel Montrose del Gloucestershire. Le avevo detto che sarebbe venuta a trovarmi presto.» «Pensavo che si chiamasse Purpleplum!» dichiarò Mr George. «È così» confermai. «È il mio secondo nome. Hazel Violet Montrose Purpleplum: un po' lungo da imparare, no?» Lucas mi guardò aggrottando la fronte. «Ora porterò Hazel a fare una passeggiata» annunciò poi rivolto a Mr George. «D'accordo? Se qualcuno chiedesse di me, gli dirà che sto parlando con un cliente.» «Sì, Mr Montrose, sir» rispose Mr George, sforzandosi di mantenere un'espressione di assoluto distacco. «Arrivederci» lo salutai. Lucas mi prese per un braccio e mi condusse fuori dalla stanza. Per tutto il tragitto sorridemmo impacciati. Solo quando la pesante porta d'ingresso si chiuse alle nostre spalle e ci ritrovammo nel vicolo inondato di sole, ricominciammo a parlare. «Non voglio essere l'odiosa Hazel» protestai guardandomi intorno incuriosita. Tempie non sembrava molto cambiata negli ultimi cinquantacinque anni, a parte le automobili. «Somiglio forse a una che fa roteare i gatti sopra la testa prendendoli per la coda?» «Purpleplum!» esclamò Lucas con altrettanto risentimento. «Non potevi trovare un nome più strampalato!» Poi mi posò le mani sulle spalle e mi osservò attentamente. «Lasciati guardare, nipotina! Sei proprio come otto anni fa.» «Certo, è stato solo l'altro ieri» replicai. «Incredibile» disse Lucas. «Per tutti questi anni ho pensato che fosse stato solo un sogno...» «Ieri ero stata mandata nel 1953, ma non ero sola.» «Quanto tempo abbiamo oggi?» «Sono arrivata alle tre del vostro orario, compirò il salto alle sei e mezzo esatte.» «Allora c'è un po' di tempo per parlare. Vieni, dietro l'angolo c'è un caffè dove potremmo bere qualcosa.» Lucas mi prese per un braccio e ci dirigemmo verso lo Strand. «Non ci crederai, ma da tre mesi sono diventato padre» mi raccontò mentre camminavamo. «Devo dire che è una bella sensazione. E credo che Arisa sia stata una buona scelta. Claudine Seymore al contrario si è un po' lasciata andare e dicono che le piaccia bere, fin dal mattino.» Attraversammo uno stretto vicolo e sbucammo sulla strada passando da un arco. Io mi fermai sopraffatta. Il traffico sullo Strand era intenso come sempre, ma erano tutte auto d'epoca. Gli autobus rossi a due piani sembravano usciti dal museo e facevano un frastuono bestiale, mentre la maggior parte dei pedoni portava il cappello: uomini, donne, persino i bambini! Poco più avanti sull'altro lato della via era appesa al muro la locandina di un film. Si trattava di Alta società, un musical con la bellissima Grace Kelly e l'orribile Frank Sinatra. Rimasi lì a guardarmi intorno con la bocca spalancata, senza riuscire a fare un passo. Tutto sembrava uscito da una cartolina nostalgica in stile rétro, solo molto più variopinto. Lucas mi condusse in un grazioso caffè d'angolo e ordinò tè e focaccine. «L'ultima volta che sei venuta eri affamata» si ricordò. «Qui fanno anche ottimi sandwich.» «No, grazie» risposi. «Nonno, a proposito di Mr George! Nel 2011 fa finta di non avermi mai vista.» Lucas scrollò le spalle. «Non preoccuparti di lui. Prima che vi rivediate saranno passati cinquantacinque anni. Probabilmente ti avrà dimenticato.» «Sì, può darsi» risposi, poi guardai irritata i numerosi fumatori. Proprio accanto a noi, seduto a un tavolino ovale con sopra un posacenere di vetro grosso quanto un teschio, era seduto un uomo grasso con il sigaro. Il fumo era così denso da poterlo tagliare a fette. Nel 1956 nessuno aveva sentito parlare dei tumori al polmone? «Sei riuscito a scoprire chi è il cavaliere verde?» «No, però ho scoperto qualcosa di molto più importante. Ora so perché Lucy e Paul ruberanno il cronografo.» Lucas gettò un'occhiata intorno a sé, poi avvicinò la sedia alla mia. «Dopo la tua visita Lucy e Paul sono tornati diverse volte a trasmigrare senza avvenimenti particolari. Abbiamo bevuto del tè insieme, li ho interrogati sui verbi francesi e ci siamo educatamente annoiati per quattro ore. Non avevano il permesso di lasciare la casa, questo era l'ordine, e Kenneth de Villiers, quel vecchio spione, ha fatto in modo che lo rispettassimo. Una volta sono riuscito a farli uscire di nascosto, per poterli mandare al cinema e a fare un giro, ma disgraziatamente ci hanno beccato. Ma che dico, Kenneth ci ha beccato. Non ti dico il putiferio che si è scatenato. Ho ricevuto una sanzione disciplinare e per sei mesi è stato collocato un Guardiano davanti alla porta della sala del drago tutte le volte che Lucy e Paul erano da noi. Le cose sono cambiate solo quando sono diventato adepto di terzo grado. Oh, grazie.» Queste parole furono rivolte alla cameriera che sembrava l'originale di Doris Day nel film L'uomo che sapeva troppo. Aveva i capelli biondi tinti tagliati corti e indossava un abitino leggero con la gonna svasata. Ci servì le ordinazioni con un sorriso smagliante e non mi sarei sorpresa se si fosse messa a cantare Que sera, sera. Lucas aspettò che si fosse allontanata, poi riprese a raccontare. «Naturalmente ho cercato di scoprire con domande indirette quali motivi potevano avere per sottrarre il cronografo. Niente da fare. L'unico loro problema era che si amavano alla follia. Evidentemente la loro unione non era ben vista nel loro tempo, così la tenevano nascosta. Solo poche persone ne erano al corrente, per esempio io e tua madre Grace.» «Allora forse si sono rifugiati nel passato solo perché non potevano stare insieme! Come Romeo e Giulietta.» Ah, che romantico! «No» rispose Lucas. «Non era questo il motivo.» Mescolò il tè, mentre io fissavo con avidità il cestino pieno di focaccine calde protette da un tovagliolo di stoffa che emanavano un profumo irresistibile. «Il motivo ero io» proseguì Lucas. «Come? Tu?» «Ecco, non io direttamente. Ma fu colpa mia. Un giorno infatti mi venne la malaugurata idea di spedire Lucy e Paul un po' più indietro nel passato.» «Con il cronografo? Ma come...» «Sì, lo so, è stata una pazzia, l'ho appena detto.» Lucas si passò una mano tra i capelli. «Ma tutti i giorni eravamo rinchiusi per quattro ore in questa maledetta sala, insieme con il cronografo. E come evitare di pensare a una cosa tanto stupida? Studiai accuratamente vecchie mappe, gli scritti segreti e gli annali, poi mi procurai dei costumi dalla sartoria e infine inserimmo il sangue di Lucy e Paul nel cronografo e li inviai per prova per due ore nel 1590. Funzionò senza alcun problema. Trascorsero lì due ore, tornarono indietro da me nel 1948 senza che nessuno si fosse accorto della loro assenza. E poi mezz'ora dopo ritornarono nel 1992. Andò tutto alla perfezione.» Mi infilai in bocca una focaccina spalmata generosamente di clotted cream. La mia mente funzionava meglio quando masticavo. C'erano tantissime domande che mi affollavano la testa, e così formulai la prima che affiorò. «Ma nel 1590 i Guardiani non esistevano ancora, giusto?» «Esatto» confermò Lucas. «Non c'erano ancora nemmeno questi edifici. E questa è stata la nostra fortuna. O sfortuna, a seconda di come la si vuol vedere.» Bevve un sorso di tè. Non aveva ancora toccato cibo e cominciavo a chiedermi come facesse a nutrire tutti i suoi chili. «Grazie alle vecchie mappe ho scoperto che l'edificio dove si trova la sala del drago fu costruito nel punto esatto in cui dal tardo XVI secolo alla fine del XVII si trovava una piazzetta con una fontana.» «Non riesco a capire...» «Aspetta. Questa scoperta fu preziosissima per noi. Lucy e Paul potevano saltare dalla sala del drago direttamente in questa piazzetta del passato e poi era sufficiente ritrovarsi lì all'ora giusta per tornare automaticamente nella sala del drago. Mi segui?» «E se fossero apparsi in pieno giorno sulla piazza? Non sarebbero stati subito arrestati e messi sul rogo per stregoneria?» «Era una piazzetta appartata, dove non passava quasi mai nessuno. E, anche se fosse accaduto, i presenti si sarebbero limitati a strofinarsi gli occhi pensando a un momento di distrazione. In effetti era molto pericoloso, ma a noi sembrava geniale. Eravamo felicissimi di aver avuto quest'idea e di poter ingannare tutti e Lucy e Paul si divertivano immensamente. Anch'io, anche se aspettavo il loro ritorno stando sui carboni ardenti. Non osavo neppure pensare a che cosa sarebbe accaduto se qualcuno fosse entrato...» «Davvero molto audace» commentai. «Già» riconobbe Lucas con un'espressione quasi colpevole. «Certe cose si fanno solo da giovani. Oggi non lo farei più, ci puoi scommettere. Ma pensavo che, se fosse stato davvero pericoloso, il mio saggio alter ego del futuro sarebbe venuto a trovarmi per avvisarmi, capisci?» «Quale saggio alter ego del futuro?» chiesi con un sorriso malizioso. «Ma io, naturalmente» esclamò Lucas per poi subito abbassare la voce. «Nel 1992 saprò di sicuro che cosa avevo combinato con Lucy e Paul nel 1948 e, se qualcosa fosse andato storto, li avrei messi in guardia dal mio avventato io giovanile... così pensavo.» «D'accordo» dissi lentamente, poi presi un'altra focaccina, per nutrire il cervello. «Invece non lo hai fatto?» Lucas scrollò la testa. «Evidentemente no. Che idiota. Così diventammo sempre più spregiudicati. Quando Lucy studiò Amleto in classe, li mandai nel 1602. Per tre giorni di seguito ebbero modo di assistere alla messinscena originale della compagnia del Lord Ciambellano al Globe Theatre.» «A Southwark?» Lucas annuì. «Fu una cosa piuttosto elaborata. Dovevano attraversare il London Bridge per arrivare sull'altra riva del Tamigi, assistere il più a lungo possibile alla rappresentazione e quindi tornare indietro prima del salto nel tempo. Per due giorni andò tutto bene, ma il terzo giorno ci fu un incidente sul London Bridge e Lucy e Paul furono testimoni di un delitto. Non riuscirono a raggiungere questa riva del fiume per il loro salto e così finirono nella Southwark del 1948, mezzi a mollo, mentre io credevo di impazzire per la paura.» Era evidente che il ricordo lo scombussolava ancora, perché impallidì intorno al naso. «Raggiunsero Tempie appena in tempo, bagnati fradici e con i costumi del XVII secolo, prima di tornare nel 1992. Venni a sapere tutto questo durante la loro visita successiva...» Mi cominciava a girare di nuovo la testa per tutti i successivi salti temporali. «Di quale delitto furono testimoni?» Lucas avvicinò ancora un po' la sedia. Il suo sguardo dietro gli occhiali era torvo e serissimo. «È proprio questo il punto! Lucy e Paul videro il conte di Saint Germain uccidere qualcuno.» «Il conte?» «Fino a quel giorno Lucy e Paul avevano incontrato il conte per due volte. Nonostante ciò lo riconobbero senza ombra di dubbio. Dopo il loro salto di iniziazione furono presentati a lui nel 1784. Lo aveva stabilito il conte stesso, voleva conoscere i viaggiatori nel tempo nati dopo di lui solo al termine della propria vita. Mi sorprenderebbe se per te fosse diverso.» Si schiarì la voce. «Sarà diverso. Insomma. In ogni caso i Guardiani accompagnarono Lucy e Paul con il cronografo nella Germania del nord dove il conte si era trasferito in vecchiaia. Ci andai anch'io. Ci andrò. Come Gran Maestro della loggia, te ne rendi conto?» Aggrottai la fronte. «Ti spiacerebbe tornare...» «Ah, sto di nuovo divagando, vero? Continua a superare la mia capacità di comprensione pensare che le cose devono ancora succedere sebbene siano successe da tempo. Dov'eravamo rimasti?» «Com'è possibile che il conte avesse commesso un omicidio nel 1602... oh, ho capito! L'aveva fatto durante uno dei suoi viaggi nel tempo.» «Precisamente. E per l'esattezza quando era molto più giovane. È stata un'incredibile coincidenza che Lucy e Paul si trovassero proprio nello stesso istante nello stesso posto. Sempre ammesso che in un contesto del genere si possa parlare di coincidenza. Lo stesso conte dichiara in uno dei suoi numerosi scritti: Chi crede al caso non ha compreso il potere del destino.» «Chi uccise? E perché?» Lucas si guardò intorno di nuovo. «Inizialmente, mia cara nipotina, non sapevamo rispondere a questa domanda neppure noi. Ci vollero settimane prima di scoprirlo. La sua vittima altri non era se non Lancelot de Villiers, il primo viaggiatore nel tempo del cerchio. L'ambra!» «Il conte ha ucciso un suo antenato? Ma perché?» «Lancelot de Villiers era un barone belga trasferitosi con tutta la famiglia in Inghilterra nel 1602. Nelle Cronache e negli scritti segreti che il conte di Saint Germain ha lasciato ai Guardiani, sta scritto che Lancelot morì nel 1607, per questo inizialmente non avevamo pensato a lui. In realtà - ora ti risparmio i particolari delle nostre indagini poliziesche - al barone venne tagliata la gola mentre si trovava in carrozza nel 1602...» «Continuo a non capire» mormorai. «Neppure io sono riuscito a riunire ancora tutti i pezzi del rompicapo» disse Lucas mentre estraeva dalla tasca un pacchetto di sigarette e se ne accendeva una. «A questo si aggiunge che non ho più visto Lucy e Paul dal 24 settembre 1949. Presumo che siano saltati con il cronografo in un'epoca antecedente alla mia, altrimenti sarebbero già venuti a trovarmi. Oh... maledizione! Non guardare!» «Che cosa c'è? E da quand'è che fumi?» «Sta arrivando Kenneth de Villiers con quella megera di sua sorella.» Lucas tentò di nascondersi dietro il menu. «Perché non gli dici semplicemente che non vogliamo essere disturbati?» bisbigliai. «Non posso, è il mio superiore. Nella loggia e nella vita reale. Il maledetto studio legale appartiene a lui... con un po' di fortuna magari non ci vedono.» La fortuna non era con noi. Un uomo alto sulla quarantina e una signora dal cappello turchese avanzarono a passo deciso verso il nostro tavolo e si accomodarono sulle due sedie libere senza neppure chiedere il permesso. «Allora, oggi facciamo forca tutti e due, eh, Lucas?» esclamò Kenneth de Villiers affabile, dando una pacca sulle spalle di Lucas. «Del resto, sarei pronto a chiudere entrambi gli occhi, dopo la tua brillante conclusione del caso Parker ieri. Ti rinnovo i miei complimenti. Ho saputo che hai ricevuto visite dalla campagna.» I suoi occhi d'ambra mi sottoposero a uno scrupoloso esame. Cercai di sostenere il suo sguardo nella maniera più disinvolta possibile. Era assai strana la somiglianza che legava i de Villiers di tutte le epoche, con gli zigomi pronunciati e il naso dritto e aristocratico. Anche quello che avevo davanti era un esemplare notevole, sebbene non all'altezza di Falk de Villiers alla mia epoca. «Questa è Hazel Montrose, mia cugina» mi presentò Lucas. «Hazel, ti presento Mr e Mrs de Villiers.» «Io sono sua sorella» precisò Mrs de Villiers con un risolino. «Oh, bene, vedo che ha delle sigarette; devo scroccargliene subito una.» «Purtroppo stavamo per andare via» disse Lucas mentre le offriva galante una sigaretta e le porgeva la fiamma dell'accendino. «Ho ancora dei documenti da sistemare...» «Non oggi, amico mio, non oggi.» Il capo gli sorrise ammiccante. «Da sola con Kenneth mi annoio sempre a morte» disse Mrs de Villiers soffiando il fumo della sigaretta dal naso. «Con lui non si può parlare d'altro che di politica. Kenneth, per favore, ordina del tè per tutti quanti. Da dove viene esattamente, mia cara?» «Dal Gloucestershire» risposi con un colpo di tosse. Lucas sospirò affettuoso. «Mio zio, il padre di Hazel, possiede una vasta tenuta con molto bestiame.» «Ah, quanto mi piace la vita di campagna. E gli animali!» esclamò Mrs de Villiers entusiasta. «Anche a me» replicai. «A me piacciono soprattutto i gatti.» Dagli Annali dei Guardiani Verbale della postazione Cerbero 24 luglio 1956 «Nani quod in iuventute non discitur, in matura aetate nescitur.» Ore sette: il novizio Cartrell, dato per disperso durante il notturno esame di Arianna, raggiunge l'ingresso con sette ore di ritardo. Barcolla e puzza di alcol, e questo fa supporre che, pur non avendo superato l'esame, è riuscito a scovare la cantina ritenuta perduta. In via del tutto eccezionale lo lascio passare con la parola d'ordine del giorno prima. Per il resto nessuna notizia da segnalare. Autore: J. Smith, novizio, primo turno Ore una e dodici: avvistato un ratto. Voglio infilzarlo con la spada, ma Leroy gli dà da mangiare gli avanzi del suo panino e lo battezza Audrey. Ore tre e quindici: Miss Violet Purpleplum raggiunge l'ingresso attraverso un passaggio segreto sconosciuto dal palazzo di giustizia. Conosce alla perfezione la parola d'ordine del giorno, Leroy l'accompagna come richiesto negli uffici di sopra. Ore tre e ventiquattro: Audrey è tornata. Per il resto nessuna notizia da segnalare. Autore: P. Ward, novizio, secondo turno Dalle ore sei alle ore dodici: nessuna notizia da segnalare. Autore: N. Cartrell, novizio, turno serale Dalle ore dodici alle ore sei: nessuna notizia da segnalare. Autori: K. Elbereth/M. Ward, novizi Capitolo 8 La sentinella ai piedi della scala dormiva con la testa appoggiata alla ringhiera. «Povero Cartrell» bisbigliò Lucas mentre superavamo di soppiatto l'uomo che russava. «Temo che non ce la farà a diventare un adepto se continua a bere in questa maniera... però, tanto meglio per noi. Vieni, sbrigati!» Ero già senza fiato, perché eravamo dovuti tornare a passo di corsa dal caffè fino a lì. Kenneth de Villiers e sua sorella ci avevano trattenuto per un'eternità, avevamo dovuto parlare con loro per ore della vita di campagna in generale e di quella del Gloucestershire in particolare (avevo dato il mio contributo con qualche simpatico aneddoto su mia cugina Madeleine e una pecora di nome Clarissa), del caso Parker (avevo capito soltanto che mio nonno era riuscito a vincere la causa), del grazioso giovanissimo erede al trono Carlo (come, prego?) e di tutti i film di Grace Kelly e del suo matrimonio con un principe monegasco. Di tanto in tanto tossivo e cercavo di portare la conversazione sulle nefaste conseguenze del fumo per la salute, ma invano. Quando finalmente potemmo uscire dal caffè, era così tardi che non ebbi neppure tempo di andare al bagno, sebbene mi sentissi almeno un litro di tè nella vescica. «Ancora tre minuti» ansimò Lucas, mentre sfrecciavamo per i corridoi del sotterraneo. «Avrei ancora così tante cose da dirti. Se non fossimo stati interrotti da quel rompiscatole del mio capo...» «Non sapevo che fossi impiegato presso uno dei de Villiers» osservai. «In fondo sei il futuro Lord Montrose, membro dell'aristocrazia.» «Sì» replicò Lucas contrariato. «Ma, finché non erediterò il titolo da mio padre, devo comunque guadagnarmi da vivere in qualche modo. Mi si è offerto questo lavoro... non importa, ascolta: tutto ciò che il conte di Saint Germain ha lasciato ai Guardiani, i cosiddetti scritti segreti, le lettere, le Cronache, ogni pagina è passata al vaglio della sua censura. I Guardiani sanno solo ciò che Saint Germain ha lasciato trapelare e tutte le informazioni hanno come obiettivo di spingere le generazioni successive a impegnarsi al massimo per chiudere il cerchio. Nessuno dei Guardiani conosce il segreto per intero.» «Tu invece lo conosci?» esclamai. «Shhh! No. Non lo conosco neppure io.» Superammo l'ultima svolta e io spalancai la porta del vecchio laboratorio alchemico. Il mio zaino era ancora sul tavolo, esattamente dove lo avevo lasciato. «Lucy e Paul però conoscono il segreto, ne sono convinto. L'ultima volta che ci siamo visti erano in procinto di trovare i documenti.» Guardò l'ora. «Maledizione.» «Vai avanti!» lo esortai, mentre raccoglievo lo zaino e la torcia. All'ultimo istante mi ricordai di restituire la chiave a Lucas. Cominciavo già ad avvertire il familiare senso di vertigine allo stomaco. «Per favore, togliti quella barba, nonno!» «Il conte aveva nemici citati solo a margine delle Cronache» proseguì Lucas trafelato. «In particolare era stato preso di mira da un'antica organizzazione segreta vicina alla Chiesa, che si faceva chiamare Alleanza fiorentina. Nel 1745, anno di fondazione della loggia qui a Londra, questa organizzazione riuscì a entrare in possesso di documenti che appartenevano al lascito del conte di Saint Germain... secondo te la barba non mi sta bene?» La stanza cominciò a girare intorno a me. «Ti voglio bene, nonno!» esclamai di slancio. «...documenti che tra l'altro dimostrano che non basta inserire il sangue dei dodici viaggiatori nel tempo nel cronografo. Il segreto si rivela solo quando...» Prima di essere risucchiata via feci in tempo a sentire ancora queste parole. Qualche frazione di secondo più tardi fui abbagliata da una intensa luce. Il petto di una camicia bianca mi si parò davanti. Un centimetro più a sinistra e sarei atterrata direttamente sui piedi di Mr George. Per lo spavento lanciai un grido soffocato e feci qualche passo indietro. «La prossima volta dobbiamo ricordarci di darti un gesso per segnare il punto esatto» disse Mr George scrollando la testa e prendendomi di mano la torcia. Non era rimasto solo ad aspettare il mio ritorno. Accanto a lui c'era Falk de Villiers, mentre il dottor White era seduto al tavolo con Robert, il fantasmino, affacciato dietro le sue gambe e Gideon era appoggiato al muro accanto alla porta con un vistoso cerotto bianco sulla fronte. Quando lo vidi trattenni istintivamente il fiato. Aveva assunto la sua consueta posa, le braccia conserte sul petto, ma il suo viso era bianco quasi quanto il cerotto e le profonde occhiaie scure davano una sfumatura innaturalmente verde alle sue iridi. Provai un impeto quasi irresistibile di correre da lui, abbracciarlo e soffiargli sulla ferita, come facevo sempre con Nick quando si faceva male. «Tutto a posto, Gwendolyn?» domandò Falk de Villiers. «Sì» risposi, senza staccare gli occhi da Gideon. Dio, quanto mi era mancato, solo adesso me ne rendevo conto. Possibile che quel bacio sul divano verde fosse accaduto solo ieri? Anche se, a ben guardare, non si era trattato soltanto di un bacio. Gideon ricambiò il mio sguardo senza muoversi, quasi con distacco, come se mi vedesse per la prima volta. Non c'era più traccia di ciò che lo aveva animato ieri. «Porto Gwendolyn di sopra, così potrà tornare a casa» disse Mr George con calma, posandomi una mano sulla schiena e sospingendomi dolcemente oltre Falk verso la porta. Direttamente da Gideon. «Sei... ti senti bene?» domandai. Gideon continuò a guardarmi senza rispondermi. Ma c'era qualcosa che non andava nel suo modo di fissarmi. Come se non fossi una persona, bensì un oggetto. Qualcosa di insignificante, quotidiano, come... una sedia. Possibile che soffrisse ancora delle conseguenze della botta e non ricordasse più chi ero? Provai un brivido. «Gideon ha bisogno di riposare, ma prima deve trasmigrare per qualche ora, se non vogliamo rischiare un salto nel tempo incontrollato» spiegò brusco il dottor White. «È una sciocchezza lasciarlo di nuovo solo...» «Due ore in una tranquilla cantina del 1953, Jake» lo interruppe Falk. «Su un divano. Sopravvivrà.» «Già, come no» intervenne Gideon con uno sguardo, se possibile, ancora più tetro. Improvvisamente mi venne voglia di piangere. Mr George aprì la porta. «Vieni, Gwendolyn.» «Ancora un momento, Mr George.» Gideon mi afferrò per un braccio. «C'è una cosa che vorrei sapere: in quale anno ha appena spedito Gwendolyn?» «Adesso? Luglio 1956» rispose Mr George. «Perché lo vuoi sapere?» «Ecco, perché sa di fumo di sigaretta» rispose Gideon stringendomi il braccio fino a farmi male. Rischiai di lasciar cadere a terra lo zaino. Mi annusai automaticamente la manica della giacca. Era vero, la sosta di qualche ora nel caffè fumoso aveva lasciato chiare tracce su di me. E adesso come facevo a spiegarlo? Tutti gli sguardi ora erano posati su di me e mi resi conto che dovevo trovare in fretta una scusa plausibile. «Va bene, mi hai scoperto» dissi chinando lo sguardo a terra. «Ho fumato un po', ma solo tre sigarette. Davvero.» Mr George scrollò la testa. «Ma, Gwendolyn, ti avevo detto chiaramente di non portare oggetti...» «Mi spiace molto» lo interruppi. «Ma è così noioso passare il tempo in quella cantina scura e le sigarette aiutano a combattere la paura...» Mi sforzai di assumere un'espressione contrita. «Ho raccolto con cura le cicche e le ho riportate con me. Non deve preoccuparsi, nessuno resterà sorpreso trovando un pacchetto di Lucky Strike.» Falk rise. «La nostra principessina dunque non è così virtuosa come pare» osservò il dottor White e io tirai un sospiro di sollievo. A quanto pareva mi credevano. «Non prendere quell'aria scioccata, Thomas. Io ho fumato la mia prima sigaretta a tredici anni.» «Anch'io. La prima e l'ultima.» Falk de Villiers era tornato a chinarsi sul cronografo. «Fumare è assolutamente sconsigliabile, Gwendolyn. Sono sicuro che tua madre resterebbe scioccata se lo sapesse.» Persino il piccolo Robert annuì con enfasi lanciandomi un'occhiata carica di rimprovero. «Inoltre non fa bene alla bellezza» aggiunse il dottor White. «La nicotina danneggia la pelle e i denti.» Gideon non disse niente. Non aveva neppure allentato la presa intorno al mio braccio. Mi costrinsi a guardarlo negli occhi con la massima disinvoltura, abbozzando un sorriso di scusa. Lui ricambiò il mio sguardo corrugando la fronte e scuotendo impercettibilmente il capo. Poi mi lasciò lentamente. Deglutii, perché all'improvviso avevo un nodo in gola. Perché Gideon si comportava così? Un attimo prima era gentile e tenero, e subito dopo tornava freddo e inavvicinabile. Non si poteva andare avanti così. Almeno per me era insopportabile. Quello che era successo là sotto, tra noi, era sembrato proprio vero. Giusto. E adesso lui non aveva di meglio da fare che mettermi in imbarazzo di fronte ad altri alla prima occasione? Che cosa pensava di ottenere? «Ora vieni» disse Mr George. «Ci vediamo dopodomani, Gwendolyn» disse Falk de Villiers. «Sarà la tua grande giornata.» «Non dimentichi di bendarle gli occhi» disse il dottor White e io sentii la breve risata di Gideon, come se il dottore avesse fatto una battuta di cattivo gusto. Poi la pesante porta si richiuse alle nostre spalle e ci ritrovammo in corridoio. «A quanto pare non gli piacciono i fumatori» mormorai trattenendo a stento le lacrime. «Aspetta, devo bendarti» disse Mr George e io rimasi ferma finché non mi ebbe annodato la sottile striscia di tessuto sulla nuca. Poi mi prese dalle mani lo zaino e mi sospinse delicatamente in avanti. «Gwendolyn... devi stare più attenta.» «Un paio di sigarette non bastano a uccidere, Mr George.» «Non mi riferivo a questo.» «A che cosa allora?» «Parlavo dei tuoi sentimenti.» «Come? I miei sentimenti?» Sentii Mr George sospirare. «Mia cara bambina, anche un cieco si accorgerebbe che tu... dovresti essere più prudente per quanto riguarda i tuoi sentimenti per Gideon.» «Io...» ammutolii. Evidentemente Mr George possedeva uno spirito d'osservazione più acuto di quanto credessi. «Le relazioni sentimentali tra due viaggiatori nel tempo non hanno mai goduto di una buona stella finora» disse. «Al pari di quelle tra le famiglie de Villiers e Montrose. Senza contare poi che, in un'epoca come questa, non bisogna mai dimenticare che in sostanza non ci si può fidare di nessuno.» Forse era solo una mia impressione, ma mi sembrò di sentire tremare la mano di Mr George posata sulla mia schiena. «Purtroppo è un dato di fatto incontrovertibile che il buon senso si annebbia non appena entra in gioco l'amore. E il buon senso è ciò che ti serve più di ogni altra cosa in questo momento. Attenzione, gradino.» Affrontammo la salita in silenzio, poi Mr George mi liberò della benda e mi guardò con espressione seria. «Tu puoi farcela, Gwendolyn. Io credo molto in te e nelle tue capacità.» La sua faccia tonda era di nuovo madida di sudore. Nei suoi occhi chiari lessi solo preoccupazione, simile a quella di mia madre, quando mi guardava. Fui sopraffatta da un impeto di riconoscenza. «Tenga il suo anello» dissi. «Quanti anni ha lei, Mr George? Se posso permettermi.» «Settantasei» rispose Mr George. «Non è un segreto.» Lo fissai. Sebbene non ci avessi mai pensato razionalmente, gli avrei dato almeno dieci anni di meno. «Quindi nel 1956 lei aveva...?» «Ventun anni. Fu l'anno in cui entrai qui come assistente amministrativo e diventai membro della loggia.» «Per caso conosce Violet Purpleplum, Mr George? È un'amica di mia nonna.» Mr George inarcò un sopracciglio. «No, non mi pare. Vieni, ti accompagno alla macchina, sono sicuro che tua madre ti aspetta con ansia.» «Lo credo anch'io. Mr George...?» Ma Mr George si era già girato per incamminarsi. Non mi restò altro da fare che seguirlo. «Domani verranno a prenderti a casa in mattinata. Madame Rossini ha bisogno di fare una prova, poi Giordano tenterà di insegnarti ancora qualcosa. E infine dovrai trasmigrare.» «Che programma entusiasmante» replicai stanca. «Ma questa non è una... magia!» bisbigliai scioccata. Leslie sospirò. «Forse non del tipo abracadabra, però è una capacità magica. È la magia del corvo.» «A me sembra più una specie di sfiga» ribattei. «È una cosa di cui tutti si prendono gioco e a cui nessuno crede.» «Gwenny, non è una sfiga avere percezioni extrasensoriali. Direi piuttosto che è una dote. Tu puoi vedere gli spiriti e parlare con loro.» «Anche con i demoni» precisò Xemerius. «In mitologia il corvo rappresenta il legame degli uomini con il mondo divino. I corvi sono i messaggeri tra i vivi e i morti.» Leslie girò il raccoglitore in modo che io potessi leggere ciò che aveva trovato a proposito dei corvi su Internet. «Devi riconoscere che si adatta perfettamente alle tue capacità.» «E al tuo colore di capelli» aggiunse Xemerius. «Neri come le piume di corvo...» Mi morsi il labbro inferiore. «Però nella profezia sembra così, come dire, così importante e potente. Come se la magia del corvo fosse una specie di arma segreta.» «In effetti può esserlo» osservò Leslie. «Se smetti di pensare che il fatto di vedere i fantasmi sia solo una specie di bizzarra inclinazione.» «E demoni» ripeté Xemerius. «Mi piacerebbe tanto poter leggere i testi che contengono le profezie» disse Leslie. «Sarebbe molto interessante sapere cosa c'è scritto esattamente.» «Sono sicura che Charlotte le conosce tutte a memoria» ribattei. «Credo che le abbia imparate nelle sue lezioni di mistero. Comunque quelli parlano tutti in rima. I Guardiani. Persino la mamma. E Gideon.» Voltai di scatto la testa per impedire a Leslie di accorgersi che gli occhi mi si erano riempiti di lacrime, ma non fui abbastanza rapida. «Oh, tesoro! Non piangere di nuovo!» Mi offrì un fazzoletto. «Stai davvero esagerando.» «Non è vero. Non ricordi che per colpa di Max tu hai pianto tre giorni di fila?» singhiozzai. «Certo che me lo ricordo» rispose Leslie. «Sono passati solo sei mesi.» «Ora capisco come dovevi sentirti. E capisco anche perché desideravi morire.» «Già, che sciocchezza! Tu mi sei sempre stata accanto e mi ripetevi che non valeva la pena sprecare neppure un pensiero per Max, perché si era comportato da stronzo. E io me ne sarei dovuta lavare le mani...» «È vero, e intanto sentivamo a ripetizione The winner takes it all.» «Se vuoi posso recuperarla» si offrì Leslie. «Se dovesse farti sentire meglio.» «No. Però puoi porgermi il coltello giapponese in modo che io possa fare harakiri.» Mi gettai prona sul letto e chiusi gli occhi. «Non capisco perché le ragazze devono essere sempre così drammatiche» commentò Xemerius. «Siccome il ragazzo è di cattivo umore e ha l'aria torva perché ha appena ricevuto una botta in testa, subito ti crolla il mondo addosso.» «Perché lui non mi ama» singhiozzai disperata. «Questo non puoi saperlo» obiettò Leslie. «Nel caso di Max purtroppo ne avevo la certezza, perché esattamente mezz'ora dopo aver chiuso con me, era stato visto a pomiciare al cinema con quella Anna. A Gideon invece non si può rimproverare niente del genere. È solo un po'... lunatico.» «Ma perché? Dovevi vedere come mi guardava! Sembrava schifato. Come se io fossi... una blatta. Non ce la faccio, ecco.» «Prima ti sei paragonata a una sedia.» Leslie scrollò il capo. «Ora per favore piantala. Ha ragione Mr George: non appena entra in gioco l'amore, il buon senso se ne va. E pensare che siamo giusto in procinto di fare una scoperta epocale!» Quella mattina, infatti, subito dopo che Leslie era arrivata a casa nostra e ci eravamo comodamente sistemate sul mio letto, Mr Bernhard aveva bussato alla mia porta - cosa che di solito non faceva mai - e aveva posato un vassoio con del tè sulla mia scrivania. «Un piccolo rinfresco per le signorine» aveva annunciato. Io lo avevo guardato esterrefatta, perché non ricordavo di averlo mai visto prima salire fin quassù. «Ecco, siccome me lo ha chiesto, mi sono preso la libertà di fare qualche ricerca» aveva proseguito Mr Bernhard mentre i suoi occhietti da gufo ci fissavano seri sopra gli occhiali. «E, come immaginavo, l'ho anche trovato.» «Che cosa?» avevo chiesto. Mr Bernhard aveva spostato il tovagliolo sul vassoio scoprendo il libro che vi era celato sotto. «Il cavaliere verde» aveva detto. «Se non sbaglio era quello che stava cercando.» Leslie era balzata in piedi e aveva afferrato il libro. «Ho già sfogliato questo volume in biblioteca, ma non ho trovato niente di particolare...» aveva mormorato. Mr Bernhard le aveva rivolto un sorriso condiscendente. «Presumo che dipendesse dal fatto che il libro da lei esaminato in biblioteca non era di proprietà di Lord Montrose. Credo che al contrario questa copia la possa interessare.» Si era ritirato con un piccolo inchino e io e Leslie c'eravamo gettate subito sul libro. Dalle pagine era scivolato a terra un foglietto sul quale qualcuno aveva annotato centinaia di numeri con una minuscola grafia. Leslie aveva le guance rosse per l'agitazione. «Oddio, un messaggio cifrato!» aveva esclamato. «È fantastico! L'ho sempre sognato. Ora dobbiamo solo scoprire che cosa significa.» «Già» aveva confermato Xemerius. Era appeso al bastone della tenda. «L'ho sentito dire spesso. Credo che si tratti di una di quelle ultime parole famose...» Io e Leslie avevamo impiegato meno di cinque minuti per capire che i numeri si riferivano a singole lettere del testo. «Il primo numero è sempre la pagina, il secondo la riga, il terzo la parola, il quarto la lettera. Vedi? 14 - 22 - 6 - 3 , pagina 14, riga 22, la terza lettera della sesta parola.» Lei aveva scosso la testa. «Che codice infantile. Se non ricordo male lo si trova in qualunque libro per bambini. Comunque, se è così, la prima lettera è una e.» Xemerius aveva annuito impressionato. «Ascolta la tua amica.» «Non dimenticare che qui si tratta di una questione di vita o di morte» proseguì Leslie. «Pensi che io voglia perdere la mia migliore amica solo perché dopo un po' di coccole non è più in grado di usare il cervello?» «Sante parole!» fu il commento di Xemerius. «È importante che tu smetta di frignare e invece scopra che cosa hanno trovato Lucy e Paul» proseguì con tono incalzante. «Se oggi verrai mandata a trasmigrare di nuovo nel 1956 - devi scongiurare Mr George che lo faccia - insisterai per avere un colloquio a quattr'occhi con tuo nonno! Che idea balzana quella di andare in un caffè. Stavolta ti scriverai tutto ciò che dice, parola per parola, fino all'ultimo dettaglio, hai capito?» Sospirò. «Sei sicura che si chiamasse proprio Alleanza fiorentina? Non ho trovato niente al riguardo. Dobbiamo assolutamente dare un'occhiata a questi scritti segreti che il conte di Saint Germain ha lasciato ai Guardiani. Se Xemerius fosse in grado di muovere gli oggetti, potrebbe cercare l'archivio, attraversare il muro e leggere tutto quanto...» «Sì, brava, rinfacciami pure la mia inutilità» esclamò Xemerius offeso. «Ho impiegato solo sette secoli per accettare l'idea di non poter più neppure sfogliare la pagina di un libro.» Bussarono alla porta della camera e Caroline infilò dentro la testa. «Il pranzo è pronto! Gwenny, tra un'ora passeranno a prendere te e Charlotte.» Sbuffai. «Anche Charlotte?» «Zia Glenda ha detto di sì. La povera Charlotte viene usata come insegnante per casi disperati o qualcosa del genere.» «Non ho fame» dissi. «Arriviamo subito» mi corresse Leslie dandomi una gomitata nelle costole. «Forza, Gwenny. Potrai crogiolarti nell'autocommiserazione più tardi. Ora devi mangiare qualcosa.» Mi misi a sedere e mi soffiai il naso. «In questo momento non ho la forza di affrontare le osservazioni sarcastiche di zia Glenda.» «Certo, ma hai bisogno di nervi saldi se vuoi sopravvivere ai prossimi giorni.» Leslie mi costrinse ad alzarmi. «Charlotte e tua zia sono un ottimo esercizio in vista di tempi più difficili. Se sopravvivi al pranzo, supererai la soirée senza problemi.» «E in caso contrario potrai sempre fare harakiri» aggiunse Xemerius. Madame Rossini mi strinse al suo generoso petto quando mi vide. «La mia collo di cigno! Finalmente. Mi mancavi.» «Anche lei» risposi sincera. La presenza di Madame Rossini con la sua traboccante cordialità e il suo irresistibile accento francese (collo di sci-gno, se avesse potuto sentirla Gideon!) bastò a infondermi serenità e coraggio nello stesso tempo. Era un vero e proprio balsamo per la mia autostima maltrattata. «Resterai a bocca aperta quando vedrai che cosa ti ho cucito. Giordano è quasi scoppiato a piangere quando gli ho mostrato i tuoi abiti. Sono così belli.» «Ci credo.» Di sicuro Giordano aveva pianto perché sapeva di non poterli indossare lui. Comunque quel giorno si era comportato in maniera abbastanza educata, non da ultimo perché questa volta avevo fatto bella figura nel ballo e grazie ai suggerimenti di Xemerius avevo anche saputo dire quali lord appartenessero ai Tories e quali ai Whigs. (Xemerius non aveva fatto altro che sistemarsi dietro la spalla di Charlotte e leggere il foglio che lei teneva in mano.) Conoscevo a menadito anche la mia legenda - Penelope Mary Gray, nata nel 1765 - sempre grazie a Xemerius, compresi i nomi completi dei miei defunti genitori. Solo con il ventaglio ero impacciata come prima, ma Charlotte aveva avanzato la costruttiva proposta di evitare semplicemente che lo usassi. Al termine della lezione Giordano mi aveva dato un elenco di termini che non avrei dovuto usare per nessun motivo. «Devi impararli a memoria e interiorizzarli entro domani!» mi aveva ordinato con la sua voce nasale. «Nel XVIII secolo non ci sono autobus, telecronisti, aspirapolvere, niente è super, ganzo o tosto, nessuno sa che cosa siano la fissione atomica, le creme al collagene né i buchi nell'ozono.» Ma davvero? Mentre cercavo di immaginare perché mai avrei dovuto cadere nella tentazione di costruire una frase che comprendesse le parole telecronista, buco nell'ozono e crema al collagene nel corso di una soirée del XVIII secolo, avevo risposto con un cortese «ok» che aveva provocato una stridula protesta da parte di Giordano. «Nooo! Nemmeno ok! Non ci sono ok nel XVIII secolo, svampita!» Madame Rossini mi strinse il busto sulla schiena. Rimasi di nuovo sorpresa da quanto fosse comodo. Strizzati in un coso del genere si prendeva automaticamente una posa eretta. Mi fissò intorno ai fianchi una crinolina imbottita (evidentemente il XVIII secolo era un'epoca della massima rilassatezza per le donne con il sedere e i fianchi sporgenti), poi mi fece scendere dalla testa un vestito rosso scuro. Madame Rossini chiuse una lunga fila di gancetti e bottoncini sulla schiena mentre io accarezzavo meravigliata la pesante seta ricamata. Ah, quant'era bello! Madame Rossini mi girò intorno mentre sul suo viso compariva un sorriso soddisfatto. «Incantevole. Magnifique.» «Questo è l'abito per il ballo?» chiesi. «No, è quello per la soirée.» Madame Rossini fissò minuscole rose di seta di fattura perfetta tutt'intorno alla profonda scollatura. Siccome aveva la bocca piena di spilli le parole le uscivano distorte. «Alla soirée potrai portare i capelli senza cipria e il loro colore si adatta alla perfezione con questo rosso. Proprio come avevo pensato.» Mi ammiccò divertita. «Susciterai molta ammirazione, mia collo di cigno, n'est-ce pas - anche se non è questo lo scopo della cosa. Ma che cosa posso farci?» Si contorse le mani, ma con la sua esile figura e il collo da tartaruga risultò un gesto molto tenero contrariamente a Giordano. «Sei una vera bellezza e non servirebbe a niente infilarti in informi abiti color pulce. Allora, collo di cigno, questo è pronto. Adesso tocca all'abito per il ballo.» Il vestito per il ballo era azzurro pallido con ricami color crema e volani ed era assolutamente perfetto come quello rosso. Aveva addirittura una scollatura più spettacolare e la gonna ricadeva ampia intorno a me. Madame Rossini soppesò pensierosa la mia treccia tra le mani. «Non so ancora bene come faremo. Una parrucca sarebbe sicuramente scomoda, anche perché bisognerebbe infilarci sotto questa massa di capelli. Ma hai un colore così scuro che con la cipria probabilmente otterremmo solo una ripugnante tonalità grigia. Quelle catastrophe!» Aggrottò la fronte. «Non importa. In effetti però saresti alla moda... Santo cielo, che moda absolument orribile!» Per la prima volta in tutta la giornata mi venne da ridere. Quelle catastrophe! Absolument orribile! Proprio vero! Non solo la moda, bensì anche Gideon era una catastrophe e absolument orribile e per quanto mi riguardava anche screanzato, o quantomeno così l'avrei considerato d'ora in avanti. (Basta!) Madame Rossini non sembrava rendersi conto di quanto fosse benefica per il mio spirito. Era sempre indignata per la moda d'antan. «Costringere delle ragazze a incipriarsi i capelli fino ad assomigliare alle loro nonne! Spaventoso! Per favore calza queste scarpe. Pensa che devi poterci ballare e siamo ancora in tempo per modificarle.» Le scarpe - un paio rosse ricamate per l'abito rosso e un paio azzurre con la fibbia dorata per il vestito da ballo - erano incredibilmente comode anche se sembravano uscite da un museo. «Sono le scarpe più belle che abbia mai portato» commentai entusiasta. «Proprio quello che volevo» disse Madame Rossini con un sorriso che le illuminò tutto il viso. «Allora, angelo, siamo pronti. Questa sera fai in modo di andare a letto presto, perché domani sarà una giornata impegnativa.» Mentre tornavo a infilarmi i jeans e il mio amato maglione blu, Madame Rossini sistemava i vestiti sui manichini senza testa. Poi guardò l'ora e aggrottò la fronte contrariata. «Quel ragazzo inaffidabile! Avrebbe dovuto essere qui già un quarto d'ora fa.» Il cuore mi salì automaticamente in gola. «Chi, Gideon?» Madame Rossini annuì. «Non prende la cosa sul serio, crede che non sia importante che i pantaloni gli cadano bene. Invece non è così! Il modo in cui cadono i calzoni al contrario è fondamentale!» Quelle catastrophe. Absolument orribile, ripetei mentalmente il mio nuovo mantra. Qualcuno bussò alla porta. Fu solo un lieve rumore, ma bastò per mandare in fumo i miei buoni propositi. Di colpo ero ansiosa di rivedere Gideon. E nel contempo paventavo il nostro incontro. Non sarei sopravvissuta a un'altra di quelle sue occhiate torve. «Ah» sospirò Madame Rossini. «Eccolo. Avanti!» Mi irrigidii dalla testa ai piedi, ma non fu Gideon a comparire sulla soglia, bensì il rosso Mr Marley. Nervoso e impacciato come sempre, balbettò: «Devo portare il ru... hmmm... la signorina a trasmigrare». «Bene» risposi. «Abbiamo giusto finito.» Xemerius mi rivolse un sorriso alle spalle di Mr Marley. Lo avevo mandato via prima di provare i costumi. «Sono appena passato attraverso un autentico ministro degli interni» annunciò allegramente. «È stato forte!» «Il ragazzo dov'è?» brontolò Madame Rossini. «Doveva venire a provare i costumi!» Mr Marley si schiarì la voce. «Ho visto il dia... Mr de Villiers proprio ora che parlava con l'altro rub... con Miss Charlotte. Era insieme a suo fratello.» «Tiens! Non mi interessa niente» dichiarò irata Madame Rossini. A me interessa eccome, pensai. Scrissi mentalmente un SMS a Leslie. Una sola parola: harakiri. «Se non viene subito qui, farò le mie rimostranze al Gran Maestro» minacciò Madame Rossini. «Dov'è il mio telefono?» «Mi scusi» mormorò Mr Marley. Rigirava tra le mani un panno nero. «Posso...?» «Ma certo» risposi con un sospiro, poi mi lasciai bendare gli occhi. «Questo secchione purtroppo dice la verità» confermò Xemerius. «Il tuo brillante sta flirtando da pazzi con tua cugina di sopra. E anche il suo grazioso fratello. Si può sapere che cosa ci trovano mai i ragazzi nelle rosse? Credo che vogliano andare insieme al cinema. Ma preferisco non dirtelo, altrimenti scoppi di nuovo a piangere.» Io scrollai il capo. Xemerius guardò verso il soffitto. «Se vuoi posso tenerli d'occhio. Devo?» Annuii con forza. Durante il lungo tragitto verso la cantina Mr Marley mantenne un silenzio tenace e io mi crogiolai nei miei foschi pensieri. Solo quando fummo arrivati nella stanza del cronografo e Mr Marley mi ebbe tolta la benda, gli chiesi: «Dove mi manderete oggi?» «Io... aspetteremo il numero nove, cioè... Mr Whitman» rispose Mr Marley con lo sguardo fisso sul pavimento. «Io naturalmente non ho la facoltà di usare il cronografo. La prego, si accomodi.» Non avevo fatto in tempo a sedermi che la porta si aprì e Mr Whitman entrò seguito da Gideon. Provai un tuffo al cuore. «Ciao, Gwendolyn» mi salutò Mr Whitman con il suo più ammaliante sorriso da scoiattolo. «Sono contento di vederti.» Scostò dalla parete il drappo che celava la cassaforte. «Allora, vediamo di farti trasmigrare.» Io non lo stavo neppure ad ascoltare. Gideon era sempre molto pallido, ma aveva un aspetto decisamente più sano della sera precedente. Il grosso cerotto bianco era sparito e vedevo bene la ferita all'attaccatura dei capelli, lunga dieci centimetri buoni e chiusa da numerose striscioline di cerotto. Aspettai che dicesse qualcosa, ma lui si limitò a guardarmi. Xemerius attraversò il muro e atterrò con un balzo direttamente accanto a Gideon, facendomi trattenere il fiato per lo spavento. «Ops. È già arrivato! Volevo avvisarti, sul serio, tesoro» disse Xemerius. «Ma non sapevo bene chi scegliere di seguire. A quanto pare Charlotte ha assunto per questo pomeriggio l'incarico di babysitter per il grazioso fratello di Gideon. Sono andati a mangiare un gelato insieme. E poi andranno al cinema. Mi sa proprio che i cinema sono i covoni di fieno della modernità.» «Tutto a posto, Gwendolyn?» chiese Gideon alzando un sopracciglio. «Mi sembri nervosa. Vuoi una sigaretta per tranquillizzarti? Qual era la tua marca preferita? Lucky Strike?» Io lo fissai senza parole. «Lasciala in pace» protestò Xemerius. «Non vedi che soffre di pene d'amore, brutto scemo? E tutto per colpa tua! Si può sapere che cosa ci fai qui?» Mr Whitman intanto aveva estratto il cronografo dalla cassaforte e lo aveva posato sul tavolo. «Allora, vediamo dove possiamo andare oggi...» «Madame Rossini l'aspetta per la prova, sir» disse Mr Marley rivolto a Gideon. «Accidenti» esclamò Gideon e per un attimo rimase interdetto. Guardò l'ora. «Me n'ero dimenticato. Era molto arrabbiata?» «Piuttosto contrariata, direi» rispose Mr Marley. In quel momento la porta si aprì di nuovo e Mr George entrò nella stanza. Era trafelato e, come sempre quando aveva fatto uno sforzo, aveva la testa calva imperlata di sudore. «Che cosa succede?» Mr Whitman aggrottò la fronte. «Thomas? Gideon mi aveva detto che stavi parlando con Falk e il ministro degli interni.» «Esatto. Finché una telefonata di Madame Rossini mi ha informato che Gwendolyn era stata accompagnata a trasmigrare» disse Mr George. Era la prima volta che lo vedevo così adirato. «Ma... Gideon ha detto che ci avevi incaricato...» obiettò Mr Whitman con sincero sconcerto. «Non è affatto vero! Gideon, che cosa sta succedendo?» Gli occhietti di Mr George avevano perso ogni traccia di benevolenza. Gideon incrociò le braccia sul petto. «Pensavo che le avrebbe fatto piacere se ci fossimo occupati noi di questo incarico» disse semplicemente. Mr George si asciugò il sudore con il fazzoletto. «Grazie della premura» rispose con un tono chiaramente sarcastico. «Comunque non ce n'era bisogno. Ora torna subito di sopra da Madame Rossini.» «Vorrei accompagnare Gwendolyn» disse Gideon. «Dopo gli avvenimenti di ieri forse è meglio che non resti sola.» «Sciocchezze» replicò Mr George. «Non c'è motivo di presumere che esistano pericoli per lei, finché non salta troppo lontano.» «Questo è vero» confermò Mr Whitman. «Per esempio nel 1956?» domandò Gideon scandendo le parole e fissando Mr George negli occhi. «Stamattina ho dato un'occhiata agli annali e devo dire che l'anno 1956 ha proprio l'aria d'essere stato molto tranquillo. La frase che compare più spesso è: nessuna notizia da segnalare. Una frase del genere è musica per le nostre orecchie, giusto?» Io avevo il cuore in gola. Il comportamento di Gideon poteva essere spiegato solo dal fatto che avesse scoperto che cosa avevo fatto in realtà il giorno prima. Ma come diavolo c'era riuscito? Dopo tutto ero tornata che puzzavo di fumo di sigaretta, particolare forse sospetto, ma che non poteva neanche lontanamente lasciargli intuire quanto accaduto nel 1956. Mr George sostenne il suo sguardo senza batter ciglio. Anche lui era irritato. «La mia non era una domanda, Gideon. Madame Rossini ti aspetta. Marley, può andare anche lei.» «Sissignore, Mr George, signore» mormorò trattenendosi a stento dal fare un saluto militare. Mr Marley Quando la porta si fu richiusa, Mr George fulminò con un'occhiata Gideon che non si era mosso, mentre Mr Whitman lo guardava con un'espressione stupita. «Che cosa aspetti?» disse Mr George gelido. «Perché ha fatto arrivare Gwendolyn in pieno giorno, non è contro le regole?» domandò Gideon. «Oh, oh» fece Xemerius. «Gideon, non è affar tuo...» intervenne Mr Whitman. «Non ha nessuna importanza a che ora del giorno è arrivata nel passato» lo interruppe Mr George. «È stata mandata in una cantina chiusa.» «Avevo paura» mi affrettai a dire con tono un po' stridulo. «Non volevo restare da sola di notte in quella cantina, proprio vicino alle catacombe...» Gideon mi fissò per un attimo, poi alzò di nuovo un sopracciglio. «Ah, già, dimenticavo che sei una creatura tanto paurosa.» Rise piano. «1956: non è l'anno in cui lei è entrato a far parte della loggia, Mr George? Che singolare coincidenza.» Mr George aggrottò la fronte. «Non capisco dove vuoi arrivare, Gideon» disse Mr Whitman. «Però ora ti consiglierei di andare da Madame Rossini. Io e Mr George ci occuperemo di Gwendolyn.» Gideon tornò a fissarmi. «Ecco la mia proposta: ora vado a fare la prova costumi, poi mi manderete a raggiungere Gwendolyn, dovunque si trovi. In questo modo non dovrà temere niente anche se è notte.» «A parte te» disse Xemerius. «Hai già coperto il tuo fabbisogno odierno» osservò il mio professore. «Ma se Gwendolyn ha paura...» Mi rivolse un'occhiata carica di compassione. Non potevo obiettare. Probabilmente avevo davvero un'aria un po' spaventata. Il cuore mi batteva sempre in gola e non riuscivo ad articolare parola. «Per me possiamo benissimo fare così» dichiarò Mr Whitman con una scrollata di spalle. «Non ho niente in contrario, e tu, Thomas?» Mr George scosse piano il capo, anche se dava l'impressione che avrebbe preferito fare tutto il contrario. Sul volto di Gideon comparve un sorriso soddisfatto e lui si staccò finalmente dal muro. «Allora ci vediamo dopo» disse trionfante, e mi parve una specie di minaccia. Quando la porta si richiuse alle sue spalle, Mr Whitman sospirò. «Si comporta in maniera strana da quando ha ricevuto quella botta in testa. Non pare anche a te, Thomas?» «Se lo dici tu» ribatté Mr George. «Forse sarebbe il caso di parlare con lui riguardo al suo atteggiamento con i superiori» disse Mr Whitman. «Per la sua età è molto... lasciamo stare. È sotto pressione, bisogna tenere presente anche questo.» Mi rivolse un'occhiata d'incoraggiamento. «Allora, Gwendolyn, sei pronta?» Mi alzai. «Sì» risposi mentendo. Il corvo, nel suo rubino volteggiare, tra i mondi sente i morti cantare, non conosce la forza, il prezzo ignora, si leva il potere, chiuso il cerchio è allora. Il leone - fiero volto di diamante, incantesimo che offusca la luce folgorante al calar del sole arreca mutamento, la morte del corvo palesa il compimento. Dagli scritti segreti del conte di Saint Germain Capitolo 9 Non avevo chiesto in quale anno mi avessero spedito, perché tanto non faceva differenza. Tutto era in apparenza uguale alla mia ultima visita. Il divano verde era in mezzo alla stanza e io gli gettai un'occhiata risentita, come se fosse la causa di tutto. Come l'ultima volta, c'erano delle sedie accatastate davanti alla parete con il nascondiglio di Lucas e io valutai se fosse il caso di spostarle. Se Gideon sospettava qualcosa - di questo ero certa - per prima cosa avrebbe perquisito la stanza, giusto? Avrei potuto nascondere il contenuto della buca segreta da qualche parte fuori in corridoio e tornare indietro prima dell'arrivo di Gideon... Cominciai a spostare freneticamente le sedie, poi ci ripensai. Primo: la chiave non avrei potuto nasconderla, perché dovevo richiudere la porta, e secondo: anche se Gideon avesse trovato il nascondiglio, come poteva dimostrare che era destinato a me? Avrei fatto finta di niente. Rimisi le sedie al loro posto con la massima cura ed eliminai le tracce rivelatrici sul pavimento impolverato. Poi controllai che la porta fosse chiusa a chiave e mi misi a sedere sul divano. Mi sentivo un po' come quattro anni prima, quando io e Leslie eravamo state convocate nell'ufficio del preside Gilles a causa di quella storia con il rospo, e avevamo aspettato che ci facesse la predica. In realtà non avevamo fatto niente di male. Era stata Cynthia a schiacciare il rospo con la bicicletta e siccome in seguito non aveva mostrato il minimo rimorso («Era solo uno stupido rospo») io e Leslie, infiammate di collera, avevamo stabilito di vendicare l'anfibio. Volevamo seppellirlo nel parco ma prima - dato che era già morto - pensammo di scuotere un po' Cynthia, in modo che in futuro avesse maggiore rispetto dei rospi. Così glielo facemmo rivedere, nella minestra. Nessuno poteva immaginare che a quella vista Cynthia fosse assalita da un attacco isterico e si mettesse a urlare... il preside tuttavia ci aveva trattato come se fossimo due teppiste e purtroppo non aveva dimenticato l'episodio. Ancor oggi, tutte le volte che ci incontrava in corridoio, ripeteva: «Ah, le due perfide ragazze del rospo» e noi ci vergognavamo daccapo. Chiusi gli occhi per un istante. Gideon non aveva il diritto di trattarmi così. Non avevo fatto niente di male. Tutti dicevano che non ci si poteva fidare di me, mi bendavano gli occhi, nessuno rispondeva alle mie domande - quindi non c'era niente di strano se cercavo di scoprire per conto mio che cosa stava succedendo, no? Ma dov'era finito? La lampadina sul soffitto sfrigolò, la luce tremolò per un istante. Faceva proprio freddo lì sotto. Forse mi avevano mandato in una di quelle gelide notti del periodo post bellico, di cui raccontava sempre zia Maddy. Fantastico. Le tubature dell'acqua erano ghiacciate, per le strade c'erano animali morti, intirizziti dal gelo. Feci una prova per vedere se il respiro mi si condensava in nuvolette bianche. Non eravamo a quel punto. La luce tremolò un'altra volta e io mi spaventai. Se di colpo mi fossi trovata al buio? Questa volta nessuno aveva pensato di darmi una torcia, anzi, per dirla tutta, non ero stata trattata affatto in maniera premurosa. Al buio i ratti sarebbero usciti dalle loro tane. Forse erano affamati... e dove c'erano i ratti c'erano anche gli scarafaggi. E magari avrebbe fatto una capatina anche il fantasma del templare con un braccio solo di cui mi aveva parlato Xemerius. Ffrrrzzz. Questa era stata la lampadina. A poco a poco mi convinsi che la presenza di Gideon era sicuramente migliore di quella di ratti e fantasmi. Però lui non si decideva a venire. La luce continuava a tremolare come se fosse sul punto di esalare l'ultimo respiro. Da bambina, quando avevo paura del buio, ero solita cantare e mi venne da farlo anche adesso. Dapprima sottovoce, poi sempre più forte. Tanto lì sotto non c'era nessuno che potesse sentirmi. Cantare mi aiutò a combattere la paura. E anche il freddo. Dopo i primi minuti anche la luce della lampadina tornò stabile. Ricominciava a guizzare con tutte le canzoni di Maria Mena e non sembrava gradire neppure Emiliana Torrini. Le vecchie canzoni degli Abba invece le accoglieva con una luce tranquilla e regolare. Purtroppo non ne conoscevo tante, soprattutto non sapevo le parole. Ma la lampadina accettava anche «Lalala, one chance in a lifetime, lalala». Cantai per ore. Almeno così mi parve. Dopo The winner takes it all (la colonna sonora dell'ultima delusione amorosa di Leslie), attaccai di nuovo con I wonder. Intanto ballavo per la stanza per riscaldarmi. Arrivata alla terza Mamma mia, mi convinsi che Gideon non sarebbe più arrivato. Maledizione! Sarei potuta tranquillamente salire di sopra senza alcun pericolo. Provai con Head over heels e poi You're wasting my tinte. A questo punto Gideon si materializzò all'improvviso accanto al divano. Chiusi la bocca di scatto e gli gettai un'occhiata di rimprovero. «Perché arrivi così tardi?» «Immagino che ti sarai annoiata ad aspettarmi.» La sua espressione era sempre fredda e singolare come prima. Andò alla porta e scrollò la maniglia. «Se non altro sei stata abbastanza furba da non uscire. Non potevi sapere quando sarei arrivato.» «Ahahah» dissi. «Che cos'è, una battuta?» Gideon si appoggiò con la schiena alla porta. «Gwendolyn, con me puoi risparmiarti questa sceneggiata.» Il suo sguardo gelido era difficile da sopportare. Il verde dei suoi occhi, che di solito mi piaceva tanto, era quello del budino di gelatina che ci servivano alla mensa. Uno schifo. «Perché sei così... cattivo con me?» La lampadina tornò a tremolare. Evidentemente le mancavano le mie versioni degli Abba. «Per caso non ti sci portato dietro una lampadina?» «Sei stata tradita dal fumo di sigaretta.» Gideon giocherellava con la torcia. «Allora ho fatto qualche ricerca e sono giunto alle conclusioni.» Deglutii. «Che cosa c'è di male se ho fumato qualche sigaretta?» «Tu non hai fumato. E non sei per niente brava a mentire. Dov'è la chiave?» «Che chiave?» «Quella che ti ha dato Mr George per uscire e andare a trovare tuo nonno nel 1956.» Fece un passo verso di me. «Se sei furba devi averla nascosta qui da qualche parte, altrimenti ce l'hai ancora addosso.» Si avvicinò al divano, afferrò i cuscini e li gettò a terra uno dopo l'altro. «Qui non c'è.» Io lo fissavo sgomenta. «Mr George non mi ha dato proprio nessuna chiave. Davvero! E la storia del fumo è completamente...» «Non era solo odore di sigaretta, ma anche di sigaro» precisò lui tranquillo. Il suo sguardo girò per la stanza e si fermò sulle sedie accatastate contro la parete. Io ricominciai a tremare di freddo e, proprio al momento più azzeccato, anche la lampadina fece più capricci di prima. «Io...» esordii incerta. «Sì?» replicò Gideon con forzata benevolenza. «Hai fumato anche un sigaro? Oltre alle tre Lucky Strike? Era questo che volevi dire?» Tacqui. Gideon si inginocchiò e illuminò sotto il divano con la torcia. «Mr George ti ha scritto la parola d'ordine su un foglio, oppure l'hai imparata a memoria? E come hai fatto a tornare qui sotto passando davanti alla postazione di Cerbero senza che venisse messo a verbale?» «Si può sapere di che cosa stai parlando?» esclamai. Avrei dovuto avere un tono indignato, ma in realtà risultò più che altro intimidito. «Violet Purpleplum: un nome singolare, non trovi? Lo hai già sentito?» Gideon si era rialzato e mi fissava. No, budino di gelatina non era un paragone azzeccato per i suoi occhi. Lampeggiavano come scorie radioattive. Scossi il capo lentamente. «È strano» proseguì. «Dopo tutto è una vostra amica di famiglia. Quando la nominai per caso con Charlotte, mi disse che la buona Mrs Purpleplum era solita regalarvi sempre sciarpe terribilmente ruvide.» Al diavolo Charlotte! Possibile che non si facesse mai gli affari suoi? «Non è vero» risposi sprezzante. «Solo quelle di Charlotte sono ruvide. Le nostre sono sempre morbidissime.» Gideon si appoggiò al divano incrociando le braccia sul petto. La torcia illuminava il soffitto, dove la lampadina continuava a tremolare nervosa. «Per l'ultima volta, Gwendolyn, dov'è la chiave?» «Ti giuro che Mr George non mi ha dato nessuna chiave» dissi, cercando disperatamente di limitare la catastrofe. «Lui non c'entra niente.» «Ah, no? Ho già detto che non sei brava a mentire.» Con la torcia illuminò la fila di sedie. «Se fossi in te, avrei infilato la chiave tra quelle sedie.» Ok, poteva benissimo cercare tra le sedie. Se non altro così avrebbe avuto qualcosa da fare in attesa del salto di ritorno. Ormai non doveva mancare più molto. «Tuttavia...» Gideon girò la luce in modo da puntarmela direttamente sul viso. «Tuttavia, sarebbe una fatica di Sisifo.» Fece un passo di lato ed esclamai irata: «Smettila!» «E non sempre ciò che vale per noi funziona anche per gli altri» proseguì. Alla luce tremolante della lampadina i suoi occhi erano sempre più scuri e di colpo ebbi paura di lui. «Forse la chiave ce l'hai in tasca. Dammela!» Protese la mano. «Non ho nessuna chiave, maledizione.» Gideon si avvicinò a me lentamente. «Se fossi in te, la consegnerei spontaneamente. Come ho detto, non sempre possiamo applicare ad altri il nostro modo di pensare.» In quell'istante la lampadina esalò il suo ultimo respiro e si spense del tutto. Gideon mi stava davanti, il fascio della torcia proiettato da qualche parte sul muro. A parte questa luce, era buio pesto. «Allora?» «Resta dove sei» dissi. Feci qualche passo all'indietro, finché mi ritrovai con le spalle al muro. E pensare che due giorni prima la sua vicinanza non era mai abbastanza per me. Adesso invece mi sembrava di stare insieme a un perfetto estraneo. Di colpo fui assalita da un impeto di collera. «Si può sapere che cosa ti è successo?» sbottai. «Io non ti ho fatto proprio niente! Non riesco a capire come tu faccia a baciarmi il giorno prima e odiarmi quello dopo. Perché?» Le lacrime mi sgorgarono così rapide che non potei trattenerle. Per fortuna che al buio non si vedevano. «Forse perché non mi piace essere preso in giro.» Nonostante il mio avvertimento, Gideon fece un altro passo verso di me e io non avevo più modo di sfuggirgli. «In particolare da ragazze che il giorno prima mi gettano le braccia al collo e quello dopo mi aggrediscono.» «Ma di che cosa parli?» «Ti ho vista, Gwendolyn.» «Come, scusa? Dove mi hai vista?» «Durante il salto ieri mattina. Avevo da sbrigare un piccolo incarico, ma fatti pochi passi mi sei spuntata davanti all'improvviso, come un'apparizione. Mi hai guardato sorridendo, come se ti facesse piacere vedermi. Poi ti sei girata e sei sparita dietro il primo angolo.» «Quando sarebbe successo?» Ero così stupefatta che per qualche secondo smisi di piangere. Gideon ignorò la mia domanda. «Un istante dopo, svoltato l'angolo, mi è arrivato un colpo in testa e purtroppo non ho più avuto modo di avere un dialogo chiarificatore con te.» «Io ti avrei... quella ferita te l'avrei causata io?» Ricominciai a piangere. «No» rispose Gideon. «Non credo. Non stringevi niente in mano, quando ti ho vista, e poi dubito che avresti la forza per colpire così duro. No, mi hai attirato dietro l'angolo dove c'era qualcun altro ad aspettarmi.» Impossibile. Del tutto impossibile. «Non farei mai una cosa del genere» riuscii a formulare con una certa approssimazione. «Mai!» «Anch'io sono rimasto piuttosto scioccato» confermò Gideon. «E pensare che credevo che fossimo... amici. Ma quando sei tornata dalla trasmigrazione di ieri sera puzzando di sigaretta mi sono detto che forse mi avevi mentito fin dal principio. Adesso dammi la chiave!» Mi asciugai le lacrime dalle guance. Purtroppo non volevano fermarsi. Con una certa fatica trattenni un singhiozzo e mi odiai ancora di più per questo. «Se fosse vero, perché hai detto a tutti che non avevi visto chi ti aveva colpito?» «Perché è la verità. Non ho visto chi mi ha colpito.» «Però non hai neppure fatto il mio nome. Perché no?» «Perché sospetto che Mr George... Ma stai piangendo?» La luce della torcia mi colpì in viso, facendomi chiudere gli occhi di scatto. Dovevo somigliare a uno scoiattolo striato. Ma perché mi ero messa il mascara? «Gwendolyn...» Gideon spense la torcia. Che cosa voleva fare? Una perquisizione corporea al buio? «Vattene» singhiozzai. «Non ho proprio nessuna chiave con me, te lo giuro. E chiunque tu abbia visto non ero io. Io non permetterei mai, mai, che qualcuno ti faccia del male.» Sebbene non lo vedessi, sentivo che Gideon era a pochi centimetri da me. Il suo calore corporeo era come un raggio riscaldante nel buio. Quando la sua mano mi toccò la guancia, sussultai. Lui la tolse subito. « Mi spiace» lo sentii sussurrare. «Gwen, io...» Di colpo sembrava sconcertato, ma io ero troppo sconvolta per trarne una qualche soddisfazione. Non so quanto tempo fosse passato. Restammo così, l'uno di fronte all'altra. Io continuavo a piangere; cosa facesse lui... non potevo vederlo. Dopo un po' riaccese la torcia, si schiarì la voce e puntò la luce sul suo orologio. «Mancano tre minuti poi torneremo indietro» annunciò in tono pragmatico. «Farai meglio a spostarti da quell'angolo, altrimenti finirai sopra il baule.» Si diresse verso il divano e raccolse i cuscini che aveva gettato per terra prima. «Sai, fra tutti i Guardiani Mr George mi è sempre sembrato uno dei più fedeli. Uno di cui ci si può fidare comunque.» «Ti assicuro che Mr George non c'entra niente» dissi mentre uscivo titubante dal mio angolino. «La storia è molto diversa.» Mi asciugai il viso col dorso della mano. Meglio raccontargli la verità, così almeno non avrebbe sospettato il povero Mr George di slealtà. «La prima volta che venni qui a trasmigrare, incontrai casualmente mio nonno.» Ole, forse era meglio non esagerare con la verità. «Era sceso a cercare il vino... comunque non ha importanza. È stato un incontro davvero incredibile, soprattutto dopo che ci siamo resi conto di chi eravamo. Lui mi ha nascosto la chiave e la parola d'ordine per la mia visita successiva in questa stanza, in modo che potessimo vederci di nuovo. Per questo ieri, ovvero nel 1956, sono venuta qui con il nome di Violet Purpleplum. Per incontrare mio nonno. È morto da qualche anno e mi manca tantissimo. Non avresti fatto lo stesso anche tu, potendo? Parlare di nuovo con lui è stato...» mi fermai. Gideon taceva. Io guardavo la sua figura nella penombra. «E Mr George? All'epoca era già assistente di tuo nonno» disse dopo un po'. «In effetti l'ho visto brevemente, mio nonno gli ha raccontato che ero sua cugina Hazel. Di sicuro se ne è dimenticato subito, per lui si è trattato di un incontro senza importanza accaduto cinquantacinque anni fa.» Mi portai la mano sullo stomaco. «Credo...» «Sì» confermò Gideon. Protese la mano, poi ci ripensò. «Ci siamo» si limitò a dire impacciato. «Fai ancora qualche passo da questa parte.» La stanza cominciò a girare intorno a me, poi rimasi abbagliata da una luce accecante e sentii la voce di Mr Whitman che diceva: «Eccovi qua». Gideon posò la torcia sul tavolo e mi lanciò un'occhiata fugace. Forse me lo stavo immaginando, ma mi sembrava carica di compassione. Mi asciugai ancora una volta il viso di nascosto, ma Mr Whitman si accorse lo stesso che avevo pianto. A parte lui non c'era nessun altro. Xemerius di sicuro doveva essersene andato per la noia. «Che cosa c'è, Gwendolyn?» mi domandò Mr Whitman con il suo più partecipe tono da professore-confidente. «È successo qualcosa?» Se non l'avessi conosciuto bene, forse avrei ceduto alla tentazione di scoppiare di nuovo in lacrime e sfogarmi con lui. («Qu-quel cattivo di Gigideon mi ha trattato ma-male!») Però lo conoscevo fin troppo bene. Aveva usato lo stesso identico tono anche la settimana scorsa, quando ci aveva chiesto chi fosse l'autore della caricatura di Mrs Counter disegnata alla lavagna. «Devo dire che è un artista di talento» aveva detto con un sorriso divertito. Prontamente Cynthia (e chi altri?) aveva rivelato che l'autrice era Peggy e Mr Whitman aveva smesso di sorridere e Peggy si era ritrovata con una nota sul registro. «Quando parlavo del talento, non mentivo. Il talento che hai nel metterti nei pasticci è davvero notevole» aveva poi commentato. «Allora?» disse ora rivolgendomi un sorriso complice comprensivo. Io non avevo intenzione di cadere in trappola. e «C'era un ratto» mormorai. «Lei aveva detto che non c'erano... poi la lampadina si è spenta e lei non mi aveva dato nemmeno la torcia. Mi sono ritrovata da sola con quell'orribile topo.» Stavo quasi per aggiungere: «Ora lo dirò alla mamma» ma mi trattenni in tempo. Mr Whitman assunse un'espressione contrita. «Mi spiace» disse. «La prossima volta ce ne ricorderemo.» Poi riprese il suo solito tono da insegnante. «Ora sarai accompagnata a casa. Ti consiglio di andare a letto presto, domani sarà una giornata faticosa per te.» «L'accompagno alla macchina» disse Gideon, mentre prendeva dal tavolo la fascia nera usata di solito per bendarmi. «Dov'è Mr George?» «È in riunione» rispose Mr Whitman aggrottando la fronte. «Gideon, trovo opportuno che tu rifletta sul tuo modo di esprimerti. Siamo molto tolleranti con te, perché sappiamo che al momento stai vivendo una situazione difficile, ma dovresti mostrare più rispetto per i membri della cerchia interna.» Gideon non batté ciglio, ma disse in tono cortese: «Ha ragione, Mr Whitman. Chiedo scusa». Mi porse la mano. «Vieni?» Agendo d'impulso, fui quasi sul punto di stringergliela, e il fatto di non poterlo fare senza perdere del tutto la faccia mi provocò una stretta dolorosa. Rischiai di scoppiare ancora a piangere. «Hmmm, arrivederci» dissi a Mr Whitman con lo sguardo fisso a terra. Gideon aprì la porta. «A domani» rispose Mr Whitman. «Vale per entrambi: un buon sonno è la preparazione migliore.» La porta si richiuse alle nostre spalle. «Oh, poverina, sei rimasta da sola con un orribile topo in una cantina buia» disse Gideon con un sorriso sornione. Non riuscivo a capire. Per due giorni non aveva fatto altro che lanciarmi occhiate gelide, nelle ultime ore addirittura di quelle che avevano rischiato di paralizzarmi come i poveri animali negli inverni di guerra. E adesso? Cos'era, uno scherzo, come se non fosse cambiato niente? Forse era un sadico e riusciva a sorridere solo dopo avermi distrutto. «Non mi bendi?» Non ero dell'umore giusto per ridere delle sue stupide battute, era meglio che se ne rendesse conto. Gideon alzò le spalle. «Immagino che tu conosca la strada. Quindi tanto vale risparmiarci la sceneggiata della bendatura. Vieni.» Di nuovo un sorriso complice. Era la prima volta che vedevo i corridoi dello scantinato alla nostra epoca. Erano puliti, c'erano lampade a muro, alcune con sensori di movimento che illuminavano alla perfezione il cammino. «Niente di esaltante, no?» chiese Gideon. «Tutti i corridoi che portano all'esterno hanno porte di sicurezza e sistemi d'allarme, oggigiorno qua sotto è come stare in un caveau. Tutti i sistemi però risalgono agli anni '70, prima da qui si poteva girare mezza Londra sotterranea.» «Non mi interessa» replicai scontrosa. «Allora di che cosa vorresti parlare?» «Di niente.» Come poteva fingere che non fosse accaduto nulla? Quel suo stupido sorrisetto e il tono da quattro chiacchiere fra amici mi irritavano a non finire. Accelerai il passo e, sebbene tenessi le labbra serrate, non potei impedire che le parole mi esplodessero fuori dalla bocca. «Non posso, Gideon! Non ce la faccio a sopportare di essere baciata da te e poi trattata con disprezzo.» Gideon rimase in silenzio per un istante. «Anche a me piacerebbe baciarti tutto il tempo anziché disprezzarti» disse poi. «Ma tu non faciliti certo le cose.» «Io non ti ho fatto niente» dissi. Lui si fermò. «Ma andiamo, Gwendolyn! Pensi davvero che creda alla tua storiella del nonno? Come se fosse possibile che sia spuntato per caso in una stanza dove tu sei stata mandata a trasmigrare! Proprio come non credo che Lucy e Paul siano apparsi per caso a casa di Lady Tilney. Né che gli uomini a Hyde Park fossero lì per pura coincidenza.» «Già, esatto, li avevo fatti venire io espressamente, perché mi sarebbe sempre piaciuto poter trafiggere qualcuno con una spada. Per non dire poi di vedere un uomo senza mezza faccia!» protestai con foga. «Ciò che farai in futuro e le motivazioni...» «Ma stai zitto!» esclamai stizzita. «Ne ho le tasche piene! Da lunedì scorso la mia vita è diventata un incubo. Quando penso di essermi svegliata, mi accorgo che sto ancora sognando. Ho un milione di domande nella testa alle quali nessuno vuole rispondere, e tutti si aspettano da me che faccia del mio meglio per qualcosa che non capisco nemmeno!» Mi ero rimessa in movimento, stavo quasi correndo, ma Gideon teneva il passo senza fatica. Ai piedi della scala non c'era nessuno a chiedere la parola d'ordine. D'altronde, non serviva più, viste le misure di sicurezza peggio che a Fort Knox. Salii i gradini due alla volta. «Nessuno mi ha chiesto se volevo partecipare a questa cosa. Devo accettare lezioni di ballo da insegnanti fuori di testa che mi insultano senza sosta, mia cugina può permettersi di dimostrarmi tutto ciò che sa, e che io non riuscirò mai a imparare, e tu... tu...» Gideon scrollò la testa. «Ehi, hai mai provato a metterti nei miei panni?» Anche lui ora aveva perso la calma. «Per me è lo stesso! Oppure come ti comporteresti se sapessi che prima o poi io farei in modo che qualcuno ti desse una bastonata in testa? Non credo che continueresti a ritenermi adorabile e innocente in tali circostanze, no?» «Se è per questo, non l'ho mai fatto!» ribattei con enfasi. «Sai una cosa? A questo punto credo che potrei essere davvero capace di darti io stessa una bastonata in testa.» «Visto, allora?» commentò Gideon con un altro dei suoi sorrisetti. Io sbuffai stizzita. Passammo davanti all'atelier di Madame Rossini. Dalla porta filtrava una lama di luce nel corridoio. Forse stava ancora lavorando ai nostri costumi. Gideon si schiarì la voce. «Ti ripeto che mi dispiace. Ora possiamo parlare come due persone normali?» Normali! Che ridere. «Che cosa... che cosa fai stasera?» domandò nel suo miglior tono amichevol-innocente. «Naturalmente mi allenerò ancora a ballare il minuetto e prima di andare a dormire ripeterò frasi senza le parole aspirapolvere, orologio da polso, jogging e trapianto di cuore» risposi acida. «E tu?» Gideon guardò l'ora. «Mi incontrerò con Charlotte e mio fratello... ma, staremo a vedere. Dopo tutto è sabato sera.» Sì, certo. Che vedessero pure quello che volevano, io ne avevo abbastanza. «Grazie di avermi accompagnata di sopra» dissi in tono gelido. «Da qui posso proseguire da sola.» «Figurati, tanto mi è di strada» ribatté Gideon. «E puoi anche smetterla di correre. Devo evitare sforzi inutili. Me l'ha ordinato il dottor White.» Nonostante la rabbia che provavo contro di lui, fui assalita da un fugace rimorso di coscienza. Gli lanciai un'occhiata di sbieco. «Se qualcuno dovesse darti una botta in testa oltre il prossimo angolo, non dire che sono stata io ad attirarti lì.» Gideon sorrise. «In questo momento non lo faresti.» Non l'avrei mai fatto, mi passò per la testa. Anche se si fosse comportato malissimo con me. Non avrei mai permesso che qualcuno gli facesse del male. Chiunque avesse visto, non potevo di certo essere io. L'androne davanti a noi fu illuminato dal flash di una macchina fotografica. Sebbene fosse ancora buio, c'erano molti turisti in giro per Tempie. Nel parcheggio posteriore c'era la limousine nera che conoscevo già. Quando ci vide arrivare, l'autista scese e mi aprì la portiera. Gideon aspettò che fossi salita, poi si chinò verso di me. «Gwendolyn?» «Sì?» Era troppo buio per riuscire a vederlo in faccia. «Vorrei che avessi più fiducia in me.» Lo disse con un tono così serio e sincero che per un attimo rimasi senza parole. «Lo vorrei anch'io» dissi poi. Solo quando Gideon ebbe chiuso la portiera e l'auto fu partita, mi resi conto che avrei fatto meglio a dire: «Vorrei che tu facessi altrettanto». Lo sguardo di Madame Rossini luccicava di entusiasmo. Mi prese per mano e mi condusse davanti al grande specchio a muro in modo che potessi contemplare il risultato dei suoi sforzi. A prima vista faticai a riconoscermi. Dipendeva in primo luogo dai capelli che, anziché essere lisci come al solito, erano stati attorcigliati in numerosi boccoli e raccolti sul capo in una gigantesca acconciatura, simile a quella che mia cugina Janet si era fatta fare per il suo matrimonio. Alcune ciocche a serpentina mi scendevano sulle spalle scoperte. La tinta rosso scuro dell'abito mi faceva sembrare ancora più pallida di quanto non fossi, ma non avevo un'aria malata, ero raggiante. Madame Rossini mi aveva incipriato il naso e la fronte e mi aveva applicato un po' di fard sulle guance e, sebbene la sera prima avessi fatto tardi, la sua abilità nel trucco aveva fatto sparire qualsiasi ombra sotto i miei occhi. «Come Biancaneve» commentò Madame Rossini tamponandosi gli occhi commossa con un avanzo di stoffa. «Rossa come il sangue, bianca come la neve, nera come l'ebano. Mi rimprovereranno perché sarai notata come un merlo bianco. Fammi vedere le unghie. Sì, très bien, pulite e corte. Adesso scuoti la testa. Tranquilla, con più energia, la pettinatura deve reggerti per tutta la serata.» «Mi sembra quasi di portare un cappello» dissi. «Ti ci abituerai» replicò Madame Rossini mentre mi fissava i capelli con la lacca. Oltre ai cinque chili di forcine che servivano a tenere in posizione la montagna di boccoli, ce n'erano altre a scopo puramente decorativo con le stesse roselline che mi bordavano la scollatura dell'abito. Incantevole! «Ecco, sei pronta, collo di cigno. Vuoi che ti scatti qualche foto?» «Oh, sì, per favore!» Tirai fuori il cellulare dalla borsa. «Leslie mi ucciderebbe, se non immortalassi questo attimo.» «Mi piacerebbe farne qualcuna a entrambi» disse Madame Rossini dopo avermi ritratto almeno una decina di volte da tutte le angolazioni. «Di te e il giovanotto insieme. In modo che si veda come il vostro guardaroba si accordi perfettamente ma con la massima discrezione. Purtroppo Giordano si sta occupando di Gideon. Io mi sono rifiutata di fargli notare per l'ennesima volta l'importanza di portare calze a disegni. Quando è troppo, è troppo.» «Queste calze non sono poi tanto male» osservai. «Dipende dal fatto che, pur sembrando identiche a quelle dell'epoca, grazie all'elastan sono molto più comode» mi spiegò Madame Rossini. «In quelle originali l'elastico ti avrebbe strizzato metà coscia, mentre il tuo serve solo come decorazione. Naturalmente mi auguro che nessuno ti vada a sbirciare sotto la gonna, ma, nel caso accada, nessuno avrà di che lamentarsi, n'est-cepas?» Si applaudì da sola. «Biett, ora avverto di sopra che sei pronta.» Mentre telefonava, io mi rimirai un'altra volta allo specchio. Ero molto emozionata. Avevo energicamente scacciato Gideon dalla mia mente fin dal mattino e ci ero più o meno riuscita, a parte il fatto che ora pensavo di continuo al conte di Saint Germain. Alla paura per il nostro imminente incontro si mescolava una inspiegabile trepidazione per la soirée che io stessa trovavo un po' inquietante. La mamma aveva permesso che Leslie dormisse da noi e per questo la serata era stata abbastanza piacevole. Analizzare dettagliatamente la situazione con Leslie e Xemerius mi aveva fatto bene. Forse lo avevano detto solo per incoraggiarmi, ma sia Leslie sia Xemerius ritenevano che non ci fosse nessun motivo di gettarmi da un ponte a causa di un amore non corrisposto. Entrambi sostenevano che Gideon, date le circostanze, aveva avuto tutte le ragioni di sospettare di me e Leslie sosteneva che, alla luce della parità dei sessi, bisognava ascrivere anche ai maschi fasi di cattivo umore, e che a parte questo intuiva chiaramente che in fondo era proprio un bravo ragazzo. «Ma se non lo conosci nemmeno!» avevo replicato scrollando la testa. «Lo dici soltanto perché sai che mi fa piacere.» «Certo, e perché anch'io voglio che sia la verità» aveva ribattuto Leslie. «Se alla fine dovesse rivelarsi un imbecille, andrò da lui personalmente e lo sistemerò! Te lo prometto.» Xemerius era rincasato piuttosto tardi, perché prima aveva pedinato Charlotte, Raphael e Gideon su mia richiesta. Contrariamente a lui, io e Leslie non trovammo affatto noioso ascoltare il racconto di come fosse Raphael. «Se volete saperlo, trovo che il piccolo sia un po' troppo bello» dichiarò Xemerius critico. «E ne è perfettamente consapevole.» «Allora con Charlotte si è trovato proprio quella giusta» disse Leslie compiaciuta. «La nostra regina di ghiaccio finora ha tolto a chiunque la gioia di vivere.» Ci eravamo appollaiate sull'ampio davanzale della finestra, mentre Xemerius si era messo sul tavolo, la coda attorcigliata intorno al corpo, prima di cominciare la sua relazione. Per prima cosa Charlotte e Raphael erano andati a mangiare un gelato, poi al cinema e infine si erano incontrati con Gideon davanti a una pizzeria. Io e Leslie avevamo voluto sapere in dettaglio il titolo del film, la farcitura delle pizze e ogni parola che era stata pronunciata. Secondo Xemerius Charlotte e Raphael in realtà avevano continuato a parlare ognuno per conto proprio. Mentre Raphael avrebbe discusso volentieri delle differenze tra ragazze inglesi e francesi e del loro comportamento sessuale, Charlotte non aveva fatto altro che parlare dei Nobel per la letteratura degli ultimi dieci anni. Di conseguenza Raphael si era terribilmente annoiato e si era messo a guardare ostentatamente le altre ragazze. Al cinema Raphael (con notevole stupore di Xemerius) non aveva dato alcun segno di volersi avvicinare a Charlotte, al contrario, dopo una decina di minuti si era addormentato profondamente. Leslie a questo punto aveva commentato che non le capitava da tempo di sentire niente di così divertente e io fui d'accordo con lei. Poi avevamo voluto sapere se in pizzeria Gideon, Charlotte e Raphael avessero parlato anche di me e Xemerius, piuttosto controvoglia, ci aveva riferito il seguente inaudito dialogo (che io avevo per così dire tradotto simultaneamente per Leslie): Charlotte: Giordano è molto preoccupato che domani Gwendolyn sbagli tutto ciò che è possibile sbagliare. Gideon: potresti passarmi l'olio, per favore? Charlotte: la politica e la storia per Gwendolyn sono semplicemente segreti con sette sigilli e non è capace neppure di ricordare i nomi - le entrano da un orecchio ed escono dall'altro. Non è colpa sua, il suo cervello non è in grado di immagazzinare abbastanza dati. È già pieno dei nomi di tutti i gruppi musicali e di patetici elenchi dei protagonisti di orribili film d'amore. Raphael: Gwendolyn è la tua cugina viaggiatrice nel tempo, giusto? L'ho vista ieri a scuola. È quella con i lunghi capelli neri e gli occhi azzurri, no? Charlotte: sì, e con quel neo sulla tempia che somiglia a una banana. Gideon: una piccola mezzaluna. Raphael: come si chiama la sua amica? La bionda con le lentiggini? Lilly? Charlotte: Leslie Hay. È un po' più sveglia di Gwendolyn, ma è un ottimo esempio di come i padroni assomiglino ai loro cani. Il suo è un orrendo incrocio con un golden retriever. Si chiama Bertie. Raphael: che carino! Charlotte: ti piacciono i cani? Raphael: soprattutto gli incroci di golden retriever con le lentiggini. Charlotte: ho capito! BÈ, puoi anche provarci con lei. Non avrai grosse difficoltà. Leslie ha un debole persino maggiore di Gwendolyn per i ragazzi. Gideon: sul serio? Quanti... hmmm... ragazzi ha già avuto Gwendolyn? Charlotte: oddio. Mah. Ecco, mi sento un po' in imbarazzo. Non voglio parlar male di lei, è solo che è piuttosto disinibita, soprattutto quando ha bevuto. In classe nostra praticamente è stata con tutti e con i ragazzi più grandi... bob, ho perso il conto. Preferisco non ripetere il soprannome che le hanno dato. Raphael: materasso? Gideon: mi puoi passare il sale, per favore? Giunti a questo punto del racconto di Xemerius, ero balzata in piedi per correre di sotto a strozzare Charlotte, ma Leslie mi aveva trattenuto, dicendo che la vendetta era un piatto da gustare freddo. L'obiezione che la mia non era sete di vendetta, bensì puro istinto omicida, non l'aveva impressionata. E poi aveva aggiunto che, se Gideon e Raphael fossero stati anche solo un quarto così intelligenti di quanto erano belli, non avrebbero creduto neppure a una parola di Charlotte. «In effetti trovo che Leslie somigli davvero un po' a un golden retriever» aveva detto Xemerius, affrettandosi poi ad aggiungere, visto il mio sguardo severo: «Lo sai che mi piacciono i cani! Sono animali così intelligenti». Già, Leslie era proprio intelligente. Dopotutto era riuscita tra l'altro a svelare il segreto del libro del cavaliere verde. Peccato che il laborioso risultato fosse un po' deludente. Si trattava soltanto di un altro codice cifrato con due lettere e strani segni sparsi qua e là. Cinquantuno zero tre zero quattro uno punto sette otto n virgola zero zero zero otto quattro nove punto nove uno e. Era quasi mezzanotte quando avevamo attraversato la casa di nascosto per intrufolarci in biblioteca, ovvero io e Leslie c'eravamo intrufolate, Xemerius ci aveva preceduto in volo. Avevamo rovistato gli scaffali per almeno un'ora in cerca di nuovi indizi. Il cinquantunesimo libro della terza fila... La cinquantunesima riga del trentesimo libro, pagina quattro, riga sette, ottava parola... ma da qualunque parte cominciassimo a contare non c'era niente da fare. Alla fine ci eravamo messe a tirare fuori libri a caso scuotendoli nella speranza di trovare altri foglietti. Fatica sprecata. Leslie non aveva perso il suo ottimismo. Si era scritto il codice su un foglietto che teneva sempre in tasca e ogni tanto consultava. «Deve significare per forza qualcosa» mormorava instancabile. «E io scoprirò cosa.» Alla fine c'eravamo decise ad andare a letto. Il mattino seguente la sveglia mi aveva ridestato spietata da un sonno senza sogni e da quel momento avevo pensato solo alla soirée. «Monsieur George sta arrivando a prenderti» annunciò Madame Rossini strappandomi ai miei pensieri. Mi porse una borsetta, la mia ridicule, e io valutai per un attimo se fosse il caso di infilarvi di nascosto il coltello da verdura. Mi ero infatti rifiutata di seguire il consiglio di Leslie che mi aveva proposto di attaccarmelo alla coscia con del nastro adesivo. Con la mia fortuna mi sarei fatta male da sola e in ogni caso non avrei saputo proprio come strapparmi il nastro adesivo da sotto la gonna in caso di effettiva necessità. Quando Mr George entrò nella stanza, Madame Rossini mi drappeggiò sulle spalle un ampio scialle riccamente ricamato e mi baciò su entrambe le guance. «Buona fortuna, mia piccola collo di cigno» mi augurò. «La riporti indietro sana e salva, monsieur George.» Mr George sorrise impacciato. Non mi sembrava rubicondo e pacioso come al solito. «Purtroppo non dipende da me, madame. Vieni, ragazza mia, ci sono delle persone che vogliono conoscerti.» Era già pomeriggio quando salimmo al piano di sopra ed entrammo nella sala del drago. La vestizione e l'acconciatura erano durate più di due ore. Mr George era stranamente taciturno e io ero impegnata a salire le scale senza inciampare nell'orlo dell'abito. Mi tornò in mente la nostra ultima visita nel XVIII secolo e pensai a quanto sarebbe stato difficile sfuggire a uomini armati di spada vestita a quel modo. «Mr George, saprebbe parlarmi dell'Alleanza fiorentina?» domandai seguendo un'ispirazione improvvisa. Mr George si fermò. «L'Alleanza fiorentina? Chi te ne ha parlato?» «In pratica nessuno» sospirai. «Però di tanto in tanto colgo qualche parola. Lo chiedo solo perché... ho paura. Erano membri dell'Alleanza quelli che ci hanno aggredito a Hyde Park, vero?» Mr George mi guardò serio. «Forse. Anzi, è probabile. Però non devi aver paura. Non credo che oggi ci sia da temere un agguato. Insieme al conte e a Rakoczy abbiamo pensato a tutte le possibili misure di sicurezza.» Aprii la bocca per replicare, ma Mr George mi prevenne: «D'accordo, tanto so che altrimenti non mi daresti pace: in effetti è plausibile pensare che nel 1782 ci fosse un traditore tra i Guardiani, forse lo stesso uomo che anche negli anni precedenti aveva rivelato informazioni che avevano portato agli agguati ai danni del conte di Saint Germain a Parigi, Dover, Amsterdam e in Germania». Si massaggiò la pelata. «Negli Annali non vi è traccia di quest'uomo. Sebbene il conte sia riuscito a distruggere l'Alleanza fiorentina, il traditore tra le file dei Guardiani non è mai stato smascherato. La vostra visita nel 1782 dovrebbe cambiare le cose.» «Secondo Gideon, Lucy e Paul sono coinvolti nella storia.» «In effetti esistono indizi che avvalorano questa supposizione.» Mr George indicò la porta della sala del drago. «Ora non abbiamo più tempo di entrare nei dettagli. Qualunque cosa accada, ubbidisci a Gideon. Nel caso foste separati, nasconditi da qualche parte dove potrai aspettare in sicurezza il salto di ritorno.» Annuii. Non so perché, ma mi si era seccata la bocca. Mr George aprì la porta e mi diede la precedenza. Con la mia ampia gonna faticai a superarlo. La sala era gremita di persone che mi fissavano e l'imbarazzo mi fece arrossire. A parte il dottor White, Falk de Villiers, Mr Whitman, Mr Marley, Gideon e l'impagabile Giordano, c'erano altri cinque uomini vestiti di scuro con le facce serie sotto l'enorme drago. Peccato che Xemerius non fosse qui con me, per dirmi chi di loro fosse il ministro degli interni e chi il premio Nobel, ma aveva ricevuto un altro incarico. (Non da parte mia, da parte di Leslie. Ma su questo torneremo.) «Signori, vi posso presentare Gwendolyn Shepherd?» Naturalmente era una domanda retorica, pronunciata da Falk de Villiers in tono allegro. «È il nostro rubino. L'ultimo viaggiatore nel tempo del cerchio dei dodici.» «Stasera viaggerà nei panni di Penelope Gray, pupilla del quarto visconte di Batten» precisò Mr George mentre Giordano mormorava: «E probabilmente sarà ricordata nella storia a partire da stasera come la dama senza ventaglio». Gettai un'occhiata fugace a Gideon che indossava una finanziera ricamata color rosso vino in effetti molto intonata al mio abito. Con mio grande sollievo non portava la parrucca, altrimenti sarei scoppiata in una risata nervosa a causa dell'agitazione. Ma nel suo aspetto non c'era proprio niente di ridicolo. Era semplicemente perfetto. Aveva i capelli raccolti sulla nuca in una coda e una ciocca gli ricadeva quasi per caso sulla fronte, nascondendo abilmente la ferita. Come mi capitava spesso, non riuscii a decifrare la sua espressione. Mi ritrovai a stringere la mano agli sconosciuti l'uno dopo l'altro. Ciascuno si presentò (i loro nomi mi entrarono da un orecchio e mi uscirono dall'altro; Charlotte aveva proprio ragione per quanto riguardava le mie capacità mentali) e io mormorai di volta in volta «piacere» oppure «buonasera, sir». In fin dei conti si trattava di contemporanei molto seri. Uno soltanto sorrideva, gli altri avevano l'aria di essere in procinto di assistere a un'amputazione di una gamba. Quello che sorrideva doveva essere per forza il ministro degli interni, i politici sorridono con maggiore facilità, questione di lavoro. Giordano mi esaminò da capo a piedi e io già mi aspettavo un suo commento, ma invece si limitò a sospirare con troppa enfasi. Anche Falk de Villiers era serissimo, ma se non altro disse: «L'abito ti sta proprio bene, Gwendolyn. La vera Penelope Gray di certo sarebbe stata contenta di avere un aspetto così. Madame Rossini ha fatto davvero un ottimo lavoro». «Proprio così! Ho visto un ritratto della vera Penelope Gray. Non c'è da sorprendersi che abbia trascorso la vita da zitella nell'angolo più remoto del Derbyshire» si lasciò sfuggire Mr Marley. Subito dopo diventò rosso come un peperone e chinò lo sguardo impacciato sul pavimento. Mr Whitman citò Shakespeare, o almeno presumevo che si trattasse di Shakespeare; Mr Whitman ne era un grande appassionato. «Oh, ma il mio amore ha incanto singolare che in un inferno un ciel poté cangiare! Suvvia, Gwendolyn, non c'è motivo di arrossire.» Gli scoccai un'occhiata risentita. Stupido scoiattolo! Casomai ero già rossa e di sicuro non per colpa sua. A parte il fatto che non avevo capito la citazione: poteva benissimo essere un complimento o un insulto. Inaspettatamente ricevetti sostegno da Gideon. «Il presuntuoso sopravvaluta se stesso in merito al proprio valore» disse sorridendo a Mr Whitman. «Aristotele.» Il sorriso sulle labbra di Mr Whitman si fece più tirato. «Mr Whitman voleva solo sottolineare quanto tu sia bella» disse Gideon rivolto a me, facendomi arrossire ancora di più. Gideon finse di non accorgersene. Ma, quando azzardai a guardarlo dopo pochi secondi, lo vidi sorridere soddisfatto tra sé. Mr Whitman al contrario sembrava concentrato a trattenersi dal pronunciare un'altra citazione di Shakespeare. Il dottor White, dietro le cui gambe Robert si era nascosto e mi fissava con occhi sgranati, guardò l'ora. «È quasi il momento di partire. Il parroco ha un battesimo alle quattro.» Il parroco? «Oggi non salterete nel passato dalla cantina, bensì da una chiesa di North Audley Street» mi spiegò Mr George. «In questo modo non perderete troppo tempo per arrivare a casa di Lord Brompton.» «Così inoltre limiteremo al minimo il pericolo di un agguato lungo il tragitto» aggiunse uno degli sconosciuti guadagnandosi così un'occhiata stizzita di Falk de Villiers. «Il cronografo è già pronto» disse costui, indicando un baule con le maniglie d'argento posato sul tavolo. «Due limousine ci aspettano fuori. Signori...» «Buona fortuna» ci augurò quello che ritenevo fosse il ministro degli interni. Giordano sospirò ancora una volta. Il dottor White, con in mano una borsa medica (perché?), tenne aperta la porta. Mr Marley e Mr Whitman afferrarono le due maniglie del baule e lo portarono fuori con solennità, come se si trattasse dell'arca dell'alleanza. Gideon mi raggiunse in pochi passi e mi porse il braccio. «Allora, piccola Penelope, ora verrai presentata alla buona società londinese» disse. «Sei pronta?» No, non ero affatto pronta. E Penelope era davvero un nome orribile. Però non avevo scelta. Gli rivolsi un'occhiata il più possibile tranquilla. «Quando vuoi.» ... giuro solennemente di comportarmi con rettitudine e cortesia, decoro e compassione, di combattere l'ingiustizia, di aiutare i deboli, di essere fedele alla legge, di custodire i segreti, di rispettare le regole d'oro, d'ora in poi e fino alla mia morte. (Estratto dal giuramento degli adepti) Cronache dei Guardiani, volume 1, I custodi del segreto Capitolo 10 Ciò che mi spaventava di più era l'imminente incontro con il conte di Saint Germain. Durante il nostro ultimo colloquio, avevo sentito la sua voce nella testa e la sua mano che mi afferrava e mi stringeva il collo sebbene lui fosse a più di quattro metri di distanza da me. Non so esattamente quale sia il tuo ruolo, ragazza, né se tu abbia importanza alcuna. Ma non tollero che si infrangano le mie regole. Si poteva supporre che nel frattempo avessi infranto diverse delle sue regole, tuttavia bisognava riconoscermi come attenuante che non le conoscevo molto bene. Questo mi riempì di una certa baldanza: siccome nessuno si era dato la pena di spiegarmi le regole, non dovevano sorprendersi poi se non le rispettavo. In realtà avevo paura soprattutto di un'altra cosa; in cuor mio infatti ero convinta che Giordano e Charlotte avessero ragione: di sicuro avrei fatto una figuraccia nei panni di Penelope Gray e tutti si sarebbero accorti che in me c'era qualcosa che non andava. Per un attimo non ricordai neppure la località del Derbyshire dalla quale provenivo. Cominciava per B. Oppure P. Oppure D. Oppure... «Hai imparato a memoria l'elenco degli invitati?» Accanto a me Mr Whitman non contribuiva certo ad allevia-re la mia agitazione. Per quale ragione mai avrei dovuto imparare a memoria l'elenco degli invitati? Mr Whitman reagì al mio cenno di diniego con un lieve sospiro. «Non lo so a memoria neppure io» disse Gideon. Era seduto di fronte a me. «Del resto non è divertente sapere sempre in anticipo a chi si verrà presentati.» Mi sarebbe tanto piaciuto sapere se anche lui era agitato. Se aveva le mani sudate e se il cuore gli batteva forte come il mio. Oppure aveva viaggiato così spesso nel XVIII secolo che ormai per lui non era più una novità? «Se continui così ti farai sanguinare il labbro» disse. «Sono un po'... nervosa.» «Si vede. Ti sarebbe d'aiuto se ti prendessi la mano?» Scrollai energicamente il capo. No, servirebbe solo a peggiorare le cose, idiota! A parte il fatto che non ci capisco più niente per quanto riguarda il tuo comportamento nei miei confronti! Per non parlare poi del nostro rapporto in generale! E inoltre Mr Whitman ci sta già guardando come uno scoiattolo saccente! Mi trattenni a stento dallo sbuffare. Chissà se mi avrebbe aiutato pronunciare a voce alta qualcuno dei miei pensieri esclamativi. Ci pensai un istante, poi lasciai perdere. Finalmente arrivammo. Quando Gideon mi aiutò a scendere dall'auto davanti alla chiesa (col mio vestito avevo bisogno di una mano, se non addirittura due, per muovermi), mi accorsi che stavolta non portava armi con sé. Che leggerezza! I passanti ci osservarono incuriositi, mentre Mr Whitman ci teneva aperta la porta della chiesa. «Sbrigatevi, per favore!» disse. «Meglio non farci notare troppo.» Ma certo, come no, del resto non c'era niente di strano nel vedere in pieno pomeriggio due limousine nere parcheggiate nella North Audley Street e uomini in giacca e cravatta che tiravano fuori un'arca dal bagagliaio e la portavano dentro la chiesa. Anche se... da lontano il baule avrebbe potuto essere scambiato per un piccolo feretro. Mi venne la pelle d'oca. «Spero che tu abbia almeno pensato di prendere la pistola» bisbigliai a Gideon. «Ti sei fatta davvero un'idea stramba di questa soirée» rispose con voce normale posandomi lo scialle sulle spalle. «A proposito, qualcuno ha controllato il contenuto della tua borsetta? Non vorrei che, nel bel mezzo del ricevimento, il tuo cellulare si mettesse a squillare.» Quell'ipotesi mi strappò un breve sorriso, anche perché la mia attuale suoneria era un fragoroso gracidare di rane. «A parte te non c'è nessuno che potrebbe chiamarmi» replicai. «E io non ho neppure il tuo numero. Mi permetti comunque di dare un'occhiata alla tua borsetta?» «Si chiama ridicule» lo corressi porgendogli la borsa con una scrollata di spalle. «Sali, fazzoletto, profumo, cipria... impeccabile» disse Gideon. «Proprio come si deve. Andiamo.» Mi restituì la borsetta, mi prese per mano e mi condusse oltre la porta che Mr Whitman richiuse a chiave alle nostre spalle. Una volta dentro Gideon dimenticò di lasciarmi la mano ma fu meglio così, perché altrimenti mi sarei fatta prendere dal panico dell'ultimo istante e sarei scappata via. Davanti all'altare Falk de Villiers e Mr Marley erano indaffarati a tirare fuori il cronografo dall'ar-hmmm... dal baule sotto gli occhi perplessi del parroco (già rivestito con i paramenti da messa). Il dottor White misurò la navata a grandi passi, poi disse: «Undici passi a sinistra dalla quarta colonna, così andate sul sicuro». «Non so proprio se posso garantirvi che per le sei e mezzo la chiesa sarà vuota» disse il parroco nervoso. «L'organista si trattiene sempre di più e spesso i parrocchiani mi fermano a parlare sulla porta e io non posso mandarli via...» «Non si preoccupi» lo tranquillizzò Falk de Villiers. Il cronografo adesso era sull'altare. La luce del sole che filtrava dalle vetrate colorate sembrava ingigantire le pietre preziose che vi erano incastonate. «Saremo qui e l'aiuteremo dopo la messa a disperdere il gregge.» Si girò a guardarci. «Siete pronti?» Gideon si decise a lasciare la mia mano. «Vado io per primo» disse. A bocca aperta il parroco vide Gideon scomparire in un lampo di luce abbagliante. «Gwendolyn.» Mentre mi prendeva la mano per infilarmi il dito nel cronografo, Falk mi sorrise incoraggiante. «Ci vediamo tra quattro ore esatte.» «Lo spero» mormorai mentre l'ago mi perforava la carne, la chiesa si riempiva di luce rossa e io chiudevo gli occhi. Quando li riaprii, barcollai leggermente e qualcuno mi sorresse dalle spalle. «Tutto a posto» bisbigliò la voce di Gideon al mio orecchio. Non si vedeva granché. C'era giusto una candela solitaria a illuminare l'altare, mentre il resto della chiesa era immersa in una tenebra spettrale. «Bienvenue» disse una voce roca proveniente dall'oscurità e, sebbene fossi stata pronta, sussultai. Una figura maschile si staccò dall'ombra di una colonna e alla luce della candela riconobbi il volto pallido di Rakoczy, l'amico del conte. Proprio come la prima volta che lo avevo visto, mi ricordò un vampiro; i suoi occhi neri erano privi di qualsiasi luce, nella penombra della chiesa sembravano due insondabili buchi neri. «Monsieur Rakoczy» lo salutò Gideon in francese facendo un inchino. «Sono lieto di vederla. Conosce già la mia accompagnatrice.» «Sicuro. Per stasera Mademoiselle Gray. È una gioia.» Rakoczy accennò a un inchino. «Hmmm, très...» mormorai. «Il piacere è tutto mio» dissi poi in inglese. Non si poteva mai sapere che cosa si finiva per dire in una lingua straniera, specie quando ci si andava molto d'accordo. «Io e i miei uomini vi accompagneremo a casa di Lord Brompton» disse Rakoczy. I suddetti uomini erano inquietantemente invisibili, ma li sentivo respirare e muoversi nell'oscurità mentre ci incamminavamo lungo la navata verso la porta dietro Rakoczy. Nemmeno fuori per strada riuscii a vedere nessuno, per quanto mi guardassi intorno. Faceva freddo e cadeva una pioggerellina leggera; la via era completamente buia, forse i lampioni erano tutti rotti quella sera. Era così buio che non riuscivo a scorgere neppure il viso di Gideon accanto a me, e tutt'intorno le ombre sembravano vive, respiravano e tintinnavano lievi. Strinsi convulsamente la mano di Gideon. Guai a lui se provava a lasciarmi! «Sono tutti miei uomini» bisbigliò Rakoczy. «Esperti combattenti dei curuzzi. Vi scorteremo anche al ritorno.» Che prospettiva tranquillizzante. La casa di Lord Brompton non era lontana e più ci avvicinavamo più il buio diminuiva. L'edificio di Wigmore Street era illuminato a giorno e aveva un'aria molto accogliente. Gli uomini di Rakoczy restarono nell'ombra, soltanto lui ci accompagnò fino alla porta oltre la quale, nell'ampio ingresso da cui una sontuosa scala con la ringhiera istoriata portava al piano di sopra, ci aspettava Lord Brompton in persona. Era ancora grasso come lo ricordavo e alla luce delle candele la sua faccia luccicava untuosa. A parte il padrone di casa e quattro valletti l'ingresso era vuoto. La servitù aspettava ulteriori ordini, schierata in una fila ordinata accanto una porta. Non si vedeva ombra dell'annunciata buona società, anche se mi giungevano all'orecchio un brusio attutito di voci e qualche accordo musicale. Mentre Rakoczy si ritirava con un inchino, compresi come mai Lord Brompton ci avesse accolto personalmente, prima che qualcun altro potesse vederci. Dopo avere espresso la sua gioia nel rivederci, ricordò il nostro primo incontro dicendo che - «hmmm, hmmm» forse sarebbe stato meglio non farne parola con sua moglie. «Solo per evitare possibili equivoci» spiegò, continuando ad ammiccare come se avesse qualcosa nell'occhio e baciandomi la mano almeno tre volte. «Il conte mi ha assicurato che provenite da una delle migliori famiglie d'Inghilterra e spero che perdonerete la mia spudoratezza durante il nostro divertente dialogo sul XXI secolo e la mia assurda idea che foste un'attrice.» Di nuovo una strizzatina d'occhi esagerata. «Sono certo che è stata anche colpa nostra» replicò Gideon asciutto. «Il conte ha fatto di tutto per condurvi su questa falsa pista. Ora che siamo tra di noi: non trovate anche voi che sia un vecchio alquanto stravagante? La mia sorella putativa e io siamo già abituati ai suoi scherzi, ma chi non lo conosce bene spesso resta un po' interdetto quando lo frequenta.» Mi tolse lo scialle e lo porse a uno dei valletti. «Bene, passiamo ad altro. Abbiamo saputo che il suo salone dispone di un superbo pianoforte e di una eccezionale acustica. L'invito di Lady Brompton ci ha arrecato grande piacere.» Lord Brompton indugiò qualche secondo nell'ammirazione del mio décolleté, poi disse: «Anche lei sarà entusiasta di fare la vostra conoscenza. Venite, gli altri ospiti sono già arrivati». Mi porse il braccio. «Miss Gray?» «Milord.» Lanciai un'occhiata a Gideon che mi sorrise incoraggiante mentre ci seguiva nel salone adiacente all'ingresso. Con la definizione di salone mi ero immaginata qualcosa tipo un salotto, ma l'ambiente in cui entrammo poteva competere benissimo con la sala da ballo a casa nostra. Su uno dei lati lunghi c'era un enorme camino con un fuoco scoppiettante e davanti alle finestre con i pesanti tendaggi era collocato un clavicembalo. Feci scorrere lo sguardo sui delicati tavolini con le gambe intagliate, i divani a motivi colorati e le sedie con i braccioli dorati. L'insieme era inondato dalla luce di centinaia di candele appese e collocate dappertutto; il loro morbido chiarore creava un'atmosfera magica che per un istante mi lasciò senza parole. Purtroppo illuminavano anche molte persone sconosciute e la mia meraviglia (rievocai le ammonizioni di Giordano e mi sforzai di tenere le labbra ben chiuse per evitare che la mia bocca si aprisse per sbaglio) si tinse di apprensione. E quella doveva essere una serata intima e familiare? A questa stregua, come sarebbe stato il ballo? Non ebbi modo di farmi un'idea più precisa, perché Gideon mi trascinò implacabile tra la folla. Molti occhi ci guardarono incuriositi e un attimo dopo una donnina rotondetta ci venne incontro rivelandosi la padrona di casa. Lady Brompton portava un abito color nocciola bordato di velluto e teneva i capelli nascosti sotto una voluminosa parrucca, pericolosissima in un ambiente così pieno di candele. Ci salutò calorosamente con un sorriso cordiale. Mi abbassai automaticamente a fare un inchino e Gideon ne approfittò per lasciarmi sola, o meglio permise a Lord Brompton di portarlo via con sé. Prima che avessi tempo di decidere se arrabbiarmi con lui per questo, Lady Brompton mi aveva già coinvolto in una conversazione. Per fortuna nel momento giusto mi tornò in mente il nome della località dove abitavo - o meglio dove abitava Penelope Gray. Incoraggiata dal suo cenno d'assenso, assicurai Lady Brompton che la vita là era tranquilla e piacevole, ma mancava di distrazioni mondane che qui a Londra invece mi avrebbero di certo conquistato. «Sono certa che non la penserete più così, se anche stasera Genoveva Fairfax avrà modo di eseguire al meglio tutto il suo repertorio al pianoforte.» Una dama con un vestito color primula ci raggiunse. «Al contrario, sono abbastanza sicura che allora rimpiangerete i diversivi della vostra vita di campagna.» «Shhh» l'ammonì Lady Brompton, con un risolino. «Non sta bene, Georgiana!» Quando la vidi lanciarmi un'occhiata complice, mi sembrò molto giovane. Come aveva fatto a finire con quel vecchio grassone! «Forse sarà poco educato, ma sicuramente vero!» La dama in giallo (una tinta improponibile, anche alla luce delle candele!) mi rivelò sottovoce che suo marito si era addormentato nel corso della soirée precedente e si era messo a russare rumorosamente. «Oggi non accadrà» mi garantì Lady Brompton. «Abbiamo ospite il meraviglioso, misterioso conte di Saint Germain, che poi ci delizierà con il suo violino. E Lavinia non vede l'ora di cantare in duetto con il nostro Mr Merchant.» «Prima però devi fare in modo che beva abbastanza» osservò la dama in giallo, con un ampio sorriso che mise in mostra tutta la sua dentatura. Io ricambiai automaticamente il sorriso. Ah! Lo sapevo. Giordano era solo un pallone gonfiato! In realtà tutti erano molto più rilassati di quanto avessi immaginato. «Un autentico gioco di prestigio» sospirò Lady Brompton e la parrucca le vibrò leggermente. «Troppo poco vino e non canterà, troppo e intonerà oscene canzoni da marinaio. Voi conoscete il conte di Saint Germain, mia cara?» Tornai di colpo seria e mi guardai intorno senza volerlo. «Gli sono stata presentata qualche giorno fa» risposi, sforzandomi di non battere i denti. «Il mio fratello putativo... lo conosce.» Lo sguardo mi cadde su Gideon che era accanto al camino e parlava con una graziosa giovane avvolta da un vaporoso abito verde. Sembrava che si conoscessero già da tempo. Anche lei sorrideva a denti scoperti. Aveva una bella dentatura, senza denti marci né mancanti, come invece mi aveva fatto credere Giordano. «Non trovate che il conte sia semplicemente straordinario? Potrei stare ad ascoltarlo per ore quando racconta» commentò la dama in giallo dopo avermi spiegato di essere la cugina di Lady Brompton. «Mi piacciono soprattutto le storie della Francia.» «Già, in particolare quelle piccanti» precisò Lady Brompton. «Naturalmente non sono adatte alle innocenti orecchie di una debuttante.» Mi guardai in giro per il salone alla ricerca del conte e lo scorsi seduto in un angolo intento a parlare con altri due uomini. Da lontano sembrava elegante e senza età. In quel momento, come se avesse percepito il mio sguardo, rivolse gli occhi scuri su di me. Il conte era abbigliato in maniera simile agli altri uomini presenti: portava la parrucca, indossava una finanziera, calzoni al ginocchio alquanto buffi e strambe calzature con le fibbie. Contrariamente agli altri però non mi dava l'impressione di essere appena uscito da un film in costume, e per la prima volta mi resi conto davvero di dove fossi finita. Le sue labbra si incresparono in un sorriso e io inchinai educata la testa, mentre la pelle d'oca mi ricopriva il corpo. Trattenni a stento il riflesso di portarmi una mano alla gola. Era meglio non dargli stupide idee. «Il vostro fratello putativo è davvero un giovane molto attraente, mia cara» disse Lady Brompton. «Proprio il contrario delle voci che ci erano state riferite.» Staccai lo sguardo dal conte di Saint Germain e lo posai di nuovo su Gideon. «È vero. È proprio molto... molto attraente.» Anche la dama in verde sembrava pensarlo. In quel momento gli stava raddrizzando la cravatta con un sorriso civettuolo. Giordano mi avrebbe ucciso per un gesto del genere. «Chi è la dama che lo sta... hmmm, con cui sta parlando?» «Lavinia Rutland. La vedova più bella di tutta Londra.» «Niente compassione, per favore» osservò la primula. «Già da molto tempo si fa consolare dal duca di Lancashire, con grande disappunto della duchessa, e intanto ha maturato anche una predilezione per ambiziosi politici. Vostro fratello si interessa di politica?» «Credo che al momento sia irrilevante» disse Lady Brompton. «Lavinia sembra aver appena ricevuto un nuovo regalo da scartare.» Tornò a scrutare Gideon da capo a piedi. «Ecco, a quanto avevo sentito dire era di costituzione debole e di bassa statura. È davvero una consolazione vedere che non è così.» All'improvviso sul suo volto comparve un'espressione sgomenta. «Oh, non vi ho ancora offerto niente da bere!» La cugina di Lady Brompton si guardò intorno e diede un colpetto nel fianco di un giovane poco distante. «Mr Merchant? Rendetevi utile e portateci due bicchieri dello speciale punch di Lady Brompton. E prendete un bicchiere anche per voi. Stasera ci farebbe piacere sentirvi cantare.» «Intanto vi presento l'incantevole Miss Penelope Gray, pupilla del visconte di Batten» disse Lady Brompton. «Vorrei presentarvela in maniera più approfondita, ma la fanciulla non ha dote e voi siete un cacciatore di dote, non vale dunque la pena indugiare nella mia passione di sensale.» Mr Merchant, che come la maggior parte degli uomini presenti in sala era più basso di me di una spanna buona, non parve offendersi. Fece un inchino galante e disse fissando con insistenza la mia scollatura: «Ciò non significa che io sia cieco alle grazie di una giovane dama tanto incantevole». «Mi fa piacere per voi» risposi impacciata, provocando una sonora risata in Lady Brompton e sua cugina. «Oh, no, Lord Brompton e Miss Fairfax si avvicinano al pianoforte» annunciò Mr Merchant alzando gli occhi al cielo. «Temo il peggio.» «Presto, i nostri bicchieri!» gli ordinò Lady Brompton. «Non si può sopravvivere a tale esperienza senza un goccetto.» Assaggiai timidamente un sorso di punch. Era buonissimo. Sapeva di frutta, di cannella e di qualcos'altro. Mi riscaldò piacevolmente Io stomaco. Per un istante mi sentii del tutto rilassata e cominciai a godermi l'atmosfera della sala sfarzosamente illuminata con tutte quelle persone ben vestite, ma poi Mr Merchant mi palpò da dietro nella scollatura e rischiai di versare il punch. «Una di queste irresistibili roselline si era spostata» dichiarò con un sorriso ambiguo. Lo fissai indecisa. Giordano non mi aveva preparato a una situazione del genere e così non sapevo che cosa prevedesse l'etichetta nel caso di un palpatore rococò. In cerca di aiuto mi voltai verso Gideon, il quale era così immerso nel suo dialogo con la giovane vedova da non accorgersi di me. Se fossimo stati nel nostro secolo, avrei detto a Mr Merchant di tenere a posto le sue luride zampacce, altrimenti gli avrei spostato io qualcosa. Ma date le circostanze mi sembrava una reazione poco... educata. Decisi quindi di sorridergli e gli dissi: «Oh, grazie, molto gentile. Non me n'ero accorta». Mr Merchant mi fece un inchino. «Sempre al vostro servizio, madame.» Era incredibile quanto fosse sfacciato. Ma, in un'epoca in cui le donne non avevano il diritto di voto, non c'era da sorprendersi se nei loro confronti mancava ogni forma di rispetto. Il brusio della conversazione e le risate si affievolirono a poco a poco quando Miss Fairfax, una donna dal naso sottile con un vestito verde chiaro, si avvicinò al pianoforte, si mise a sedere, si rassettò la gonna e posò le dita sui tasti. Non suonava male. L'unica cosa che stonava era la sua voce. Era incredibilmente... stridula. Un'ottava più alta e la si sarebbe scambiata per un fischietto per cani. «Dissetante, vero?» Mr Merchant si premurò di riempirmi ancora il bicchiere. Con mio stupore (e un pizzico di sollievo) infilò sfacciatamente la mano anche nella scollatura di Lady Brompton, con la scusa di toglierle un capello. Lady Brompton non parve sgomentarsi, si limitò a dargli del libertino e lo colpì alle dita con il ventaglio (aha! Ecco a che cosa servivano i ventagli in realtà!) poi lei e sua cugina mi portarono verso un divano a fiori azzurri collocato accanto alle finestre e mi fecero sedere in mezzo a loro. «Qui sarete al sicuro da dita troppo appiccicose» disse Lady Brompton tastandomi materna il ginocchio. «Ora solo le vostre orecchie sono ancora in pericolo.» «Bevete!» mi invitò sottovoce la cugina. «Ne avrete bisogno! Miss Fairfax ha appena cominciato.» Il divano era stranamente duro e aveva la spalliera così sporgente che era impossibile appoggiarvisi, a meno che non volessi sprofondare nei suoi abissi insieme a tutte le mie gonne. Evidentemente i divani del XVIII secolo non erano pensati per pomiciare. «Non saprei, non sono abituata all'alcol» protestai incerta. La mia unica esperienza con gli alcolici risaliva a due anni prima. Era stato in occasione di un pigiama-party a casa di Cynthia. Senza ragazzi ma con patatine e DVD di High School Musical. E una ciotola piena di gelato alla crema, succo d'arancia e vodka... il problema della vodka era che con tutto quel gelato non si sentiva affatto. Quell'intruglio fece un effetto diverso su ciascuna di noi. Mentre Cynthia, dopo tre bicchieri, aveva spalancato la finestra gridando a gran voce per tutta Chelsea «Zac Efron, ti amo!» Leslie era corsa in bagno a vomitare con la testa sulla tazza del gabinetto, Peggy aveva fatto una dichiarazione d'amore a Sarah («scei cosci bella, scposami») e Sarah aveva avuto una crisi di pianto senza sapere perché. La mia reazione era stata la peggiore. Mi ero messa a saltare sul letto di Cynthia ripetendo a squarciagola il ritornello di Breaking Free. Quando il padre di Cynthia era entrato nella stanza, gli avevo offerto la spazzola della figlia come microfono, esclamando: «Canta con me, testa pelata! Ondeggia ai fianchi». Il giorno dopo non riuscivo proprio a ricordare perché l'avessi Fatto. Dopo questa storia piuttosto imbarazzante, io e Leslie avevamo deciso di stare alla larga dall'alcol (e per un paio di mesi anche dal padre di Cynthia) e da allora ci eravamo attenute a tale precetto. Anche se a volte era strano essere le uniche sobrie in mezzo a un sacco di ubriachi. Come ora, per esempio. Lo sguardo del conte di Saint Germain tornò a posarsi su di me dall'estremità opposta della sala, facendomi provare uno spiacevole formicolio al collo. «Si dice che sappia leggere nel pensiero» bisbigliò Lady Brompton accanto a me, e allora decisi di infrangere temporaneamente il divieto dell'alcol. Solo per questa sera. Solo qualche sorsata. Per dimenticare la mia paura del conte di Saint Germain. E di tutto il resto. Lo speciale punch di Lady Brompton entrò in circolazione con incredibile rapidità, e non solo per me. Dopo il secondo bicchiere tutti trovavano il canto decisamente meno spaventoso, dopo il terzo cominciammo a battere il piede a tempo e io avevo la sensazione di non aver mai partecipato a una festa tanto divertente. Sul serio: la gente qui era molto più rilassata di quanto avessi pensato. A voler essere precisi addirittura più rilassata che nel XXI secolo. E l'illuminazione era davvero eccezionale. Come mai non mi ero resa conto prima che la luce di centinaia di candele dava a tutti i presenti una patina dorata? Anche al conte, che di tanto in tanto mi sorrideva dall'altro capo del salone. Il quarto bicchiere mise definitivamente a tacere la voce interiore che mi ammoniva di essere vigile e non fidarmi di nessuno. Il mio senso di benessere era rovinato solo dal fatto che Gideon sembrava avere occhi solo per la dama vestita di verde. «Ora le nostre orecchie sono abbastanza allenate» dichiarò alla fine Lady Brompton, poi si alzò applaudendo e si avvicinò al pianoforte. «Mia cara, cara Miss Fairfax. Ancora una volta un'esecuzione squisita» disse mentre la baciava sulle guance e la spingeva verso la prima sedia disponibile. «Ora però vorrei invitare tutti a fare un applauso a Mr Merchant e Lady Lavinia, no, no, niente scuse, sappiamo che voi due vi siete esercitati insieme di nascosto.» La cugina di Lady Brompton accanto a me si mise a strillare come la fan esaltata di una boyband quando il palpatore di tette si mise seduto al pianoforte e suonò un accordo melodioso. La bella Lady Lavinia rivolse un sorriso raggiante a Gideon poi avanzò frusciando nelle sue gonne verdi. Mi accorsi che non era più tanto giovane come avevo pensato. Però aveva una voce celestiale! Sembrava di sentire Anna Netrebko, che si era esibita due anni prima alla Royal Opera House di Covent Garden. Ecco, forse non era proprio brava come la Netrebko, però era un piacere ascoltarla. Ammesso che si apprezzassero le romantiche arie operistiche. Cosa che io solitamente non facevo, ma stavolta, grazie al punch, sì. Era evidente che le arie italiane erano all'ultima moda nel XVIII secolo. Tutti gli invitati erano molto allegri. A parte quel fischiet..., cioè, la povera Miss Fairfax che aveva un'espressione acida. «Posso portarti via per un istante?» Gideon si era avvicinato al divano da dietro e mi sorrideva. Naturale, ora che la dama in verde era occupata in altre faccende, si era ricordato di me. «Il conte avrebbe piacere se gli facessi un po' di compagnia.» Oh, giusto, ero qui per questo. Feci un profondo respiro, sollevai il bicchiere e ne trangugiai di gusto il contenuto. Quando mi alzai, provai un piacevole senso di vertigine. Gideon mi tolse di mano il bicchiere vuoto e lo posò su uno dei graziosi tavolini con le gambe intagliate. «Per caso c'era dell'alcol dentro?» bisbigliò. «No, era semplice punch» mormorai di rimando. Ops, il pavimento era un po' sconnesso. «Io non bevo alcol, lo sai? È uno dei miei principi inviolabili. Ci si può divertire anche senza bere.» Gideon alzò un sopracciglio e mi porse il braccio. «Mi fa piacere che tu ti stia divertendo.» «Grazie, il piacere è reciproco» risposi. Uffa, i pavimenti del XVIII secolo erano davvero traballanti. Non me n'ero accorta finora. «Secondo me è un po' troppo vecchia per te, ma evidentemente a te non dà fastidio. E nemmeno il fatto che abbia una storia con il duca di Vattelapesca. No, sul serio, una festa stupenda. La gente qui è molto più simpatica di quanto credessi. È così disponibile al contatto e incline alla fisicità.» Lanciai un'occhiata al palpatore seduto al pianoforte e alla sosia della Netrebko. «E... gli piace cantare. Molto simpatico. Verrebbe voglia di saltare su e unirsi a loro.» «Guai a te!» bisbigliò Gideon mentre mi guidava verso il divano dov'era seduto il conte. Quando ci vide arrivare, si alzò con la grazia innata di un uomo molto più giovane e incurvò le labbra in un sorriso carico di aspettativa. Bene, allora, pensai alzando il mento. Facciamo finta che io non sappia che secondo Google non sei un vero conte. Facciamo finta che tu abbia davvero una contea e non sia un millantatore di dubbie origini. Facciamo finta come se l'ultima volta non mi avessi strozzato. E facciamo finta che io sia sobria. Lasciai Gideon, afferrai la pesante seta rossa dell'abito, allargai la gonna e mi abbassai in una profonda riverenza, dalla quale riemersi solo quando il conte mi porse la mano ingioiellata. «Mia cara bambina» disse con un lampo divertito nei suoi occhi color cioccolato, mentre mi accarezzava la mano. «Sono ammirato dalla tua eleganza. Dopo quattro bicchieri dello speciale punch di Lady Brompton, altri non ricordano più neppure il proprio nome.» Oh, aveva tenuto il conto. Abbassai lo sguardo contrita. In realtà i bicchieri erano stati cinque. Ma di certo meritati! Personalmente non rimpiangevo affatto l'opprimente sensazione di diffusa angoscia. E non sentivo la mancanza dei miei complessi d'inferiorità. No, il mio io ubriaco mi piaceva. Anche se faticava a reggersi sulle gambe. «Merci pour le compliment» mormorai. «Eccezionale!» disse il conte. «Mi rincresce, avrei dovuto prestare maggiore attenzione» disse Gideon. Il conte rise piano. «Mio caro ragazzo, avevi altro da fare. E in primo luogo stasera siamo qui per divertirci, giusto? A maggior ragione visto che Lord Alastair, al quale volevo assolutamente presentare questa incantevole dama, non è ancora qui. Comunque mi è stato riferito che sta per arrivare.» «Da solo?» chiese Gideon. Il conte sorrise. «Non fa alcuna differenza.» La Anna Netrebko dei poveri e il palpatette terminarono l'aria con un ultimo accordo furioso e il conte mi lasciò la mano per applaudire. «Non è stupefacente? Un grande talento e per di più così bella.» «Già» bofonchiai mentre battevo le mani, sforzandomi di farlo con grazia. «Ci vuole notevole bravura per far tintinnare a questo modo i lampadari.» Applaudire destabilizzò il mio precario equilibrio facendomi vacillare. Gideon mi sostenne. «È inconcepibile» disse acido sfiorandomi l'orecchio con le labbra. «Siamo arrivati da meno di due ore e sei già totalmente ubriaca! Ma che cosa credevi di fare?» «Hai detto totalmente, lo riferirò a Giordano» ridacchiai. Nel frastuono generale nessun altro poteva sentirci. «E poi adesso è troppo tardi per brontolare. Direi che il bambino è caduto nel punch.» Un rutto mi interruppe. «Ops. Scusa.» Mi guardai intorno. «Gli altri sono molto più ubriachi di me, quindi non tirar fuori tutto quello sdegno morale. È tutto sotto controllo. Puoi lasciarmi, sono salda come una roccia.» «Ti avverto, stai molto attenta» bisbigliò Gideon, ma poi mi lasciò. Per sicurezza allargai un po' le gambe. Sotto l'ampia gonna nessuno poteva vederlo. Il conte ci aveva guardato con aria divertita, sul suo volto non c'era altro che orgoglio paterno. Gli gettai un'occhiata di soppiatto e mi guadagnai un sorriso che mi scaldò il cuore. Perché avevo avuto tanta paura di lui? Faticavo a ricordare ciò che mi aveva raccontato Lucas: che quest'uomo aveva tagliato la gola al suo stesso antenato... Lady Brompton faceva di nuovo gli onori di casa e stava ringraziando Mr Merchant e Lady Lavinia per la loro esibizione. Poi prima che Miss Fairfax avesse tempo di alzarsi - invitò tutti a fare un caloroso applauso all'ospite d'onore del giorno, il giramondo, misterioso, celebre conte di Saint Germain. «Mi ha promesso che stasera ci suonerà qualcosa al violino» annunciò e Lord Brompton avanzò, con la rapidità che la sua mole gli consentiva, reggendo in mano una custodia per violino. Il pubblico ebbro scoppiò in grida di giubilo. Davvero, era una festa con i fiocchi. Con un sorriso il conte tirò fuori il violino dalla custodia e cominciò ad accordarlo. «Non mi passerebbe mai per la mente l'idea di deludervi, Lady Brompton» disse con voce suadente, «ma le mie vecchie dita non sono più abili come un tempo, quando suonavo in duetto con l'impareggiabile Giacomo Casanova alla corte francese... e in questi giorni sono afflitto dalla gotta.» Nella sala si levò un sospiro collettivo. «... per questo stasera vorrei passare il violino al mio giovane amico» proseguì il conte. Gideon assunse un'espressione spaventata e scrollò la testa. Ma quando il conte alzò un sopracciglio dicendo «Per favore!» prese lo strumento e l'archetto con un lieve inchino e si avvicinò al clavicembalo. Il conte mi prese la mano. «Noi ora ci accomodiamo sul divano e ci godiamo il concerto, d'accordo? Oh, non c'è motivo di tremare. Siediti, bambina mia. Tu ancora non lo sai, ma da ieri pomeriggio siamo diventati ottimi amici, io e te. Infatti abbiamo avuto un colloquio molto, molto proficuo e abbiamo appianato le nostre divergenze.» Ah, sì? «Ieri pomeriggio?» ripetei. «Dal mio punto di vista» spiegò il conte. «Per te il nostro incontro deve ancora avvenire.» Scoppiò a ridere. «Mi piacciono le cose complicate, hai notato?» Lo guardai con aria perplessa. In quel momento Gideon cominciò a suonare e io dimenticai ciò che volevo chiedere. Oddio! Forse dipendeva dal punch, ma... Uau! Un violino suonato così era davvero sexy. Bastava il modo in cui Gideon lo aveva preso in mano e se l'era portato sotto il mento! Non c'era bisogno d'altro, ero partita. Le sue lunghe ciglia gettavano ombre sulle guance e i capelli gli ricadevano sul viso mentre prendeva l'archetto e sfiorava le corde. Trattenni il fiato quando le prime note risuonarono nella sala, tanto erano dolci e melodiose, e all'improvviso mi venne voglia di piangere. Sino a questo momento il violino era stato uno degli strumenti agli ultimi posti nella scala delle mie preferenze, in realtà mi piaceva sentirlo solo nei film, per sottolineare momenti particolari. Questo però era di una bellezza incredibile: sia la melodia dolce amara, sia il giovane che la tirava fuori dallo strumento. Tutti i presenti ascoltavano rapiti e Gideon suonava con grande concentrazione, come se fosse completamente solo. Mi resi conto che stavo piangendo solo quando il conte mi posò una mano sulla guancia e mi asciugò dolcemente una lacrima con un dito. Io sussultai spaventata. Lui mi sorrise con una luce calda nei suoi occhi castani. «Non te ne devi vergognare» disse piano. «Sarei rimasto deluso se fosse stato diversamente.» Con mio grande sgomento ricambiai il sorriso (sul serio! Com'era possibile! Questo era l'uomo che aveva tentato di strangolarmi!). «Che musica è questa?» chiesi. Il conte alzò le spalle. «Non lo so. Presumo che non sia stata ancora composta.» Nella sala esplose un applauso infernale quando Gideon concluse il pezzo. Si inchinò sorridendo e riuscì a evitare con successo un bis ma non un abbraccio da parte della bella Lady Lavinia. Lei gli si aggrappò al braccio e lui non poté fare altro che trascinarla con sé verso il divano dove eravamo noi. «Non è stato meraviglioso?» esclamò Lady Lavinia. «Non appena ho visto le sue mani, ho capito che sono capaci di cose straordinarie.» «Sono pronta a scommetterci» assentii piano. Mi sarei voluta alzare dal divano, se non altro per evitare che Lady Lavinia mi guardasse dall'alto in basso, ma non ne avevo la forza. L'alcol mi aveva messo fuori combattimento gli addominali. «Uno strumento meraviglioso, restituendo il violino al conte. eccellenza» disse Gideon «Uno Stradivari. Costruito per me personalmente dal maestro» rispose il conte con aria sognante. «Mi piacerebbe che lo tenessi tu, ragazzo mio. Stasera è proprio l'occasione giusta per una donazione.» Gideon arrossì leggermente. Per la gioia, immaginavo. «Io... non posso...» Fissò il conte negli occhi, poi abbassò lo sguardo e aggiunse: «È un grande onore per me». «L'onore è tutto mio» rispose il conte serio. «Santo cielo» mormorai. Quei due si volevano proprio bene. «Anche voi avete talento per la musica come il vostro fratello putativo, Miss Gray?» domandò Lady Lavinia. No, probabilmente no. Ma di sicuro sono musicale quanto te, pensai. «Mi piace cantare» risposi. Gideon mi lanciò un'occhiata d'avvertimento. «Cantare!» esclamò Lady Lavinia. «Come me e la nostra cara Miss Fairfax.» «No» replicai decisa. «Non riesco a raggiungere gli acuti di Miss Fairfax» - dopo tutto non ero un pipistrello - «né ho un volume di fiato come voi. Però mi piace cantare.» «Direi che per stasera abbiamo avuto abbastanza esibizioni musicali» osservò Gideon. Lady Lavinia assunse un'espressione offesa. «Naturalmente, saremmo entusiasti se voi voleste farci ancora una volta l'onore» si affrettò ad aggiungere Gideon, gettandomi un'occhiata torva. Dato che ero ubriaca fradicia, stavolta non me la presi. «Hai suonato... meravigliosamente» dissi. «Mi è venuto da piangere. Davvero!» Lui sorrise come se avessi appena fatto una battuta, poi rimise lo Stradivari nella custodia. Lord Brompton si avvicinò ansimando a noi con due bicchieri di punch, assicurando Gideon di essere rimasto affascinato dal suo virtuosismo e osservando con rammarico che era un vero peccato che il povero Alastair avesse perso quello che senza dubbio era stato l'apice della serata. «Secondo voi Alastair riuscirà a raggiungerci qui stasera?» domandò il conte con una punta di apprensione. «Ne sono convinto» rispose Lord Brompton mentre mi porgeva un bicchiere. Io bevvi avidamente una sorsata. Accidenti, se era buona quella roba. Bastava solo annusarla per andare su di giri. Ero pronta ad afferrare una spazzola per capelli, mettermi a saltare sul letto e cantare Breaking free, con o senza Zac Efron! «Milord, dovete assolutamente convincere Miss Gray a cantarci qualcosa» disse Lady Lavinia. «Le piace tanto cantare.» Aveva pronunciato quelle parole con una strana vibrazione che mi insospettì. Per qualche motivo mi faceva pensare a Charlotte. Non le somigliava, ma da qualche parte sotto quel vestito verde chiaro si nascondeva di sicuro una Charlotte, di questo ero convinta. Il genere di persona che si sforza sempre in ogni modo affinché gli altri, di fronte alla propria mediocrità, si rendano conto di quanto lei sia unica e fantastica. Puah! «D'accordo» dissi cercando nuovamente di alzarmi dal divano. Questa volta funzionò. Riuscii addirittura a restare in piedi. «Allora canterò.» «Come, scusa?» intervenne Gideon scrollando la testa. «È escluso che possa cantare - temo che il punch...» «Miss Gray, per noi tutti sarebbe un grande piacere se voleste cantare» disse Lord Brompton ammiccando con tanto fervore che i suoi quindici doppi menti ondeggiarono pericolosamente. «E se il responsabile fosse il punch tanto meglio. Venite con me. Vi annuncerò.» Gideon mi trattenne per un braccio. «Non è una buona idea» disse. «Lord Brompton, ve ne prego, la mia sorella putativa non si è mai esibita davanti al pubblico...» «C'è sempre una prima volta» sentenziò Lord Brompton sospingendomi con sé. «Siamo tra amici. Non fate il guastafeste!» «Esatto. Non fare il guastafeste» ripetei staccando la mano di Gideon dal mio braccio. «Per caso hai con te una spazzola? Riesco a cantare meglio quando ne tengo in mano una.» Gideon mi guardò un po' sgomento. «Non se ne parla proprio» disse seguendo me e Lord Brompton verso il clavicembalo. Alle nostre spalle udii la risata sommessa del conte. «Gwen...» sibilò Gideon. «Smettila con queste sciocchezze.» «Penelope» lo corressi, poi svuotai il bicchiere in un colpo solo e glielo porsi. «Che ne pensi, potrebbe piacergli Over the Rainbow? Oppure» e qui ridacchiai «è meglio Hallelujah!» Gideon sbuffò. «Non puoi fare questo. Vieni con me!» «Sì, forse è troppo moderna. Vediamo...» Ripercorsi mentalmente la mia playlist, mentre Lord Brompton mi annunciava con parole elogiative. Mr Merchant, il palpatette, ci raggiunse. «La dama ha bisogno di un valido accompagnamento al clavicembalo?» si informò. «No, la dama ha bisogno... di qualcos'altro» disse Gideon gettandosi sullo sgabello. «Ti prego, Gwen...» «Semmai Pen» dissi. «So che cosa canterò. Don't cry for me Argentina. Conosco il testo a memoria e il musical è un genere senza tempo, non trovi anche tu? Forse però loro non conoscono l'Argentina...» «Non vorrai davvero fare una figuraccia di fronte a tanta gente?» Stava cercando in tutti i modi di mettermi paura, ma nelle mie condizioni era impossibile. «Senti» ribattei in tono confidenziale. «Non me ne importa niente di questa gente. Per prima cosa, sono morti da due secoli e in secondo luogo sono tutti su di giri e ubriachi, a parte te, naturalmente.» Gideon con un sospiro appoggiò la fronte alle mani, producendo una serie di accordi al pianoforte con i gomiti. «Conosce... hmmm, conoscete forse Memory? Da Cats?» chiesi a Mr Merchant. «Oh, no, mi rincresce» rispose Mr Merchant. «Non ha importanza, vorrà dire che canterò a cappella» risposi fiduciosa poi mi voltai verso il pubblico. «La canzone si chiama Memory e parla... di un gatto innamorato. In realtà però va bene anche per le persone. In senso lato.» Gideon aveva sollevato il capo e mi guardava incredulo. «Per favore...» ripeté. «Non lo racconteremo a nessuno» promisi. «Va bene? Sarà il nostro segreto.» «Finalmente. La meravigliosa, unica e affascinante Miss Gray canterà per noi!» esclamò Lord Brompton. «Per la prima volta si esibirà in pubblico!» Avrei dovuto essere nervosa, perché tutte le voci tacquero e tutti gli sguardi si posarono su di me, invece non lo ero. Ah, quel punch era davvero celestiale! Dovevo assolutamente farmi dare la ricetta. Cos'è che volevo cantare? Gideon suonò qualche accordo e io riconobbi le prime note. Memory. Ah, sì, giusto. Gli sorrisi riconoscente. Che carino da parte sua accompagnarmi. Feci un profondo respiro. La prima nota era fondamentale in questa canzone. Se si sbagliava tonalità, tanto valeva smettere. Bisognava pronunciare «Midnight» in maniera limpida ma non incalzante. Fui soddisfatta del risultato perché mi riuscì come a Barbra Streisand. «Not a sound from the pavement, has the moon lost her memory? She is smiling alone.» Guarda un po'. Gideon sapeva anche suonare il pianoforte. E neppure male, per di più. Oddio, se non fossi già stata così irrimediabilmente innamorata di lui, di sicuro me ne sarei infatuata adesso. Non doveva neppure guardare i tasti, si limitava a fissare me. E aveva un'aria un po' stupita, come qualcuno che ha appena fatto una scoperta sconcertante. «All alone in the moonlight I can dream at the old days» cantai solo per lui. La sala aveva un'acustica eccezionale, sembrava quasi di cantare con un microfono. Forse dipendeva dal fatto che tutti erano in perfetto silenzio. «Let the memory live again.» Era molto più divertente che con Sing Star. Davvero, davvero eccezionale. E anche se era solo un sogno e da un momento all'altro il padre di Cynthia fosse entrato in camera dando in escandescenze per il nostro comportamento - era un'esperienza indimenticabile. Nessuno mi avrebbe mai creduto. Time ain't nothing but time. It's a verse with no rhyme and it all comes down to you. Bon Jovi Capitolo 11 L'unica pecca era che la canzone fosse troppo corta. Ebbi la tentazione di aggiungere una strofa, ma avrei rischiato di rovinare l'impressione generale, così lasciai perdere. Con qualche rimpianto cantai i miei versi preferiti: «If you touch me, you'll under stand what happiness is. Look, a new day has begun». Ancora una volta mi resi conto che la canzone non poteva essere stata scritta appositamente per i gatti. Forse dipendeva dal punch - anzi, sicuramente - ma gli ospiti di questa soirée sembravano gradire la nostra esibizione tanto quanto avevano apprezzato le arie d'opera precedenti. In ogni caso applaudirono entusiasti e, mentre Lady Brompton si precipitava verso di me, io feci un inchino a Gideon, dicendo con trasporto: «Grazie! Sei stato davvero carino. E suoni benissimo!» Lui tornò ad appoggiare la testa sulla mano, quasi non riuscisse a capacitarsi di ciò che aveva fatto. Lady Brompton mi abbracciò e Mr Merchant mi baciò con passione sulle guance, chiamandomi «ugola d'oro» e pretendendo un bis. Ero così di buon umore che l'avrei accontentato subito, ma Gideon si riscosse dal proprio torpore, si alzò e mi afferrò per un polso. «Sono sicuro che Andrew Lloyd Webber sarebbe entusiasta di sapere che il pubblico apprezza la sua musica già ora, ma mia sorella ora deve riposare. Fino alla settimana scorsa ha avuto una brutta infiammazione alla gola e deve riguardare la voce su indicazione del medico, altrimenti rischia di perderla per sempre.» «Santo cielo» esclamò Lady Brompton. «Perché non ce l'avete detto prima? Povera fanciulla!» Io canticchiai divertita sottovoce «I feel pretty» da West Side Story. «Io... il vostro punch è veramente eccezionale» disse Gideon. «Fa dimenticare ogni prudenza.» «Oh, questo è vero» confermò Lady Brompton con espressione raggiante. Poi abbassò la voce e aggiunse: «Avete appena scoperto il segreto del mio successo come padrona di casa. Tutta Londra ci invidia per le nostre feste sempre piene di atmosfera, tutti si contendono un invito da noi. Ma ho impiegato anni per affinare la ricetta e la rivelerò solo in punto di morte». «Che peccato» commentai. «Comunque è vero: la vostra soirée è molto più bella di quanto mi fosse stato prospettato! Mi avevano assicurato che si trattava di un evento noioso, ingessato...» «...la sua governante è un po' conservatrice» mi interruppe Gideon. «E poi bisogna riconoscere che la vita sociale nel Derbyshire è un po' antiquata.» Lady Brompton fece un risolino. «Ne sono convinta anch'io. Oh, è arrivato Lord Alastair!» Guardò verso la porta dove Lord Brompton stava salutando un nuovo arrivato. Era un uomo di mezza età (difficile valutarlo a causa della candida parrucca che sfoggiava), con una sontuosa finanziera decorata di ricami e pietruzze luccicanti che lo facevano scintillare. L'effetto abbagliante era accresciuto dall'uomo vestito di nero che gli stava accanto. Era avvolto in un mantello nero e aveva capelli nerissimi e un incarnato olivastro; anche da lontano mi resi conto che i suoi occhi, simili a quelli di Rakoczy, sembravano enormi buchi neri. Era come una nota stonata in mezzo agli invitati sgargianti e ingioiellati. «Cominciavo a temere che Alastair oggi non ci avrebbe fatto l'onore della sua presenza. Anche se non sarebbe stata una tragedia, se volete saperlo. La sua presenza non contribuisce certo ad aumentare la spensieratezza e la gioia. Cercherò di fargli bere un bicchierino di punch e poi di spedirlo a giocare a carte...» «E noi proveremo a migliorare il suo umore con un po' di canto» disse Mr Merchant sedendosi al clavicembalo. «Volete farmi l'onore. Lady Lavinia? Così fan tutte?» Gideon si posò la mia mano sul braccio e mi fece allontanare di qualche passo. «Si può sapere quanto hai bevuto, per la miseria?» «Qualche bicchierino» ammisi. «Di sicuro l'ingrediente segreto non è solo alcol. Forse assenzio? Come in quel film tristissimo con Nicole Kidman. Moulin Rouge.» Sospirai. «The greatest thing you'll ever learn is just to love and be loved in return. Scommetto che sai suonare anche questa.» «Te lo dico una volta per tutte: io detesto i musical» dichiarò Gideon. «Pensi di resistere ancora per qualche minuto? Lord Alastair finalmente è arrivato e dopo averlo salutato potremo andarcene.» «Di già? Che peccato» dissi. Gideon mi guardò scrollando il capo. «Devi aver perso la cognizione del tempo. Se potessi, ti infilerei la testa sotto l'acqua fredda.» Il conte di Saint Germain ci raggiunse. «Un'esibizione davvero... particolare» disse guardando Gideon con il sopracciglio alzato. «Mi rincresce» rispose Gideon con un sospiro, poi si girò verso i due nuovi arrivati. «Lord Alastair mi sembra un po' appesantito rispetto a prima.» Il conte rise. «Non farti illusioni. Il mio nemico è sempre in ottima forma. Rakoczy l'ha visto oggi pomeriggio tirare di scherma con Galliano: i giovani bellimbusti non avevano alcuna possibilità contro di lui. Seguitemi, sono ansioso di vedere la faccia che farà.» «Oggi è così simpatico» bisbigliai a Gideon mentre seguivamo il conte. «Sai, l'ultima volta mi ha messo una gran paura, ma oggi ho quasi la sensazione che sia mio nonno o giù di lì. Non so perché, ma mi piace. E stato così generoso a regalarti lo Stradivari. Di sicuro vale una fortuna, a metterlo in vendita su eBay. Ops, il pavimento è sempre così sconnesso.» Gideon mi cinse la vita con un braccio. «Ti giuro che ti ucciderò non appena saremo tornati indietro» mormorò. «Sto farfugliando?» «Non ancora» disse, «ma ci arriverai.» «Vi avevo detto che sarebbe arrivato da un momento all'altro, no?» Lord Brompton posò una mano sulla spalla dell'uomo con la giacca d'oro scintillante e l'altra su quella del conte. «Mi hanno detto che vi conoscete già. Lord Alastair, non mi avete mai fatto parola di conoscere di persona il celebre conte di Saint Germain.» «Non è cosa di cui ami vantarmi» ribatté Lord Alastair in tono arrogante e l'uomo vestito di nero con la pelle olivastra che stava qualche passo dietro di lui aggiunse con voce arrochita: «Così è». I suoi occhi neri trafiggevano il viso del conte, lasciando intendere senza ombra di dubbio quanto fosse profondo il suo odio per lui. Per un attimo mi venne il sospetto che tenesse una spada nascosta sotto il mantello, pronto a sguainarla. Non riuscivo proprio a capire perché indossasse quel mantello. Tanto per cominciare faceva abbastanza calcio, e poi sembrava maleducato e singolare in mezzo a quell'ambiente festoso. Lord Brompton rivolse intorno a sé occhiate soddisfatte, come se non avesse colto l'atmosfera ostile tra i presenti. Il conte fece un passo avanti. «Lord Alastair, che piacere! Anche se la nostra conoscenza risale a parecchi anni fa, non vi ho mai dimenticato» disse. Siccome ero dietro al conte, non potevo vedere la sua espressione, ma dalla sua voce sembrava che stesse sorridendo. Parlava in tono amichevole e brioso. «Ricordo ancora le nostre conversazioni sulla schiavitù e la morale e come trovassi sorprendente che voi foste in grado di separare perfettamente le due cose, proprio come vostro padre.» «Il conte non dimentica mai niente» disse Lord Brompton con trasporto. «Ha una mente fenomenale! Negli ultimi giorni trascorsi in sua compagnia ho imparato più cose che in tutta la mia vita precedente. Per esempio, lo sapevate che il conte è in grado di creare pietre preziose artificiali?» «Sì, ne ero al corrente.» Lo sguardo di Lord Alastair, se possibile, si fece ancora più gelido mentre il suo accompagnatore respirava a ritmo accelerato, come se fosse sul punto di perdere il controllo. Io fissavo affascinata il suo mantello. «Se ricordo bene la scienza non è proprio il cavallo di battaglia di Lord Alastair» osservò il conte. «Oh, che maleducazione da parte mia.» Fece un passo di lato, mettendo così allo scoperto me e Gideon. «Volevo presentarvi questi due meravigliosi giovani. Sinceramente sono loro l'unico motivo della mia presenza qui oggi. Alla mia età si evitano le occasioni mondane e si preferisce coricarsi presto la sera.» Alla vista di Gideon il lord spalancò gli occhi incredulo. Lord Brompton sistemò la propria mole tra Gideon e me. «Lord Alastair, posso presentarvi il figlio del visconte di Batten? E lei è la pupilla del visconte, l'incantevole Miss Gray.» La mia riverenza risultò meno rispettosa di quanto prescrivesse l'etichetta per due motivi: per prima cosa avevo un equilibrio precario, e poi il lord aveva un'aria così arrogante che dimenticai completamente di essere solo la pupilla povera del visconte di Batten. Ehi, anch'io ero nipote di un lord con un retaggio lungo e famoso e poi alla nostra epoca le origini non avevano più alcuna rilevanza: tutte le persone erano uguali, giusto? Lo sguardo di Lord Alastair mi avrebbe raggelato il sangue in altre circostanze, ma il punch era un efficace antigelo e così ricambiai la sua occhiata con tutta la regalità possibile. In ogni caso non mi degnò a lungo delle sue attenzioni, era Gideon l'oggetto del suo interesse, mentre Lord Brompton parlava allegramente di noi. Nessuno si diede la pena di presentare l'accompagnatore in nero di Lord Alastair, e nessuno parve accorgersi che mi fissava da dietro la spalla di Lord Alastair mormorando: «Tu! Demone con gli occhi di zaffiro! Tu finirai presto all'inferno». Come, prego? Adesso era troppo. Cercai aiuto girandomi verso Gideon che aveva sulle labbra un sorriso piuttosto teso. Parlò solo quando Lord Brompton dichiarò di voler andare a chiamare la moglie e a prendere qualche bicchiere di punch. «Vi prego di non darvi questo disturbo. Lord Brompton» disse. «Tanto dobbiamo congedarci. Mia sorella è ancora un po' debole dopo la lunga malattia e non è abituata a restare alzata fino a tardi.» Mi cinse di nuovo la vita con un braccio mentre con l'altro mi afferrava il gomito. «Come vedete fa ancora fatica a reggersi in piedi.» Aveva proprio ragione! Il pavimento ondeggiava pericolosamente sotto i mici piedi. Mi appoggiai a lui piena di gratitudine. «Nessun disturbo, torno subito!» esclamò il lord. «Sono sicuro che mia moglie riuscirà a convincervi a restare ancora.» Il conte di Saint Germain lo guardò allontanarsi con un sorriso. «Che buonanima, è sempre alla ricerca dell'armonia e non sopporterebbe certo di vederci litigare.» Lord Alastair scrutò Gideon con malcelata ostilità. «All'epoca si spacciava per un certo marchese Welldone, se ricordo bene. Oggi invece è il figlio di un visconte. Anche il vostro protetto è incline quanto voi alla millanteria. Davvero increscioso.» «Si chiamano pseudonimi diplomatici» disse il conte sempre sorridendo. «Ma voi di certo non potete capire. In ogni caso, ho saputo che avete apprezzato molto il vostro piccolo duello durante l'incontro di undici anni fa.» «Io apprezzo ogni duello» disse Lord Alastair. Fingendo di non sentire il suo accompagnatore che sbraitava: «Annienta i nemici di Dio con le spade degli angeli e degli arcangeli» proseguì impassibile: «E da allora ho imparato alcuni trucchi. Il vostro protetto al contrario sembra invecchiato solo di pochi giorni in questi undici anni e, come ho potuto constatare di persona, non ha avuto tempo di affinare la sua tecnica». «Constatare di persona?» ripeté Gideon con una risata beffarda. «Per farlo vi sareste dovuto presentare di persona. Invece vi siete limitato a mandare i vostri uomini e per loro la mia tecnica è stata più che sufficiente. Il che dimostra ancora una volta quanto sia meglio occuparsi personalmente di certe faccende.» «Che cosa volete...?» Lord Alastair socchiuse gli occhi. «Ah, parlate dell'incidente di lunedì scorso a Hyde Park. Giusto, avrei dovuto agire di persona. Comunque si trattava di un'idea spontanea. Ma senza l'aiuto della magia nera e di una... fanciulla non sareste sopravvissuto.» «Sono lieto di sentirvi parlare in maniera tanto schietta» osservò il conte. «Infatti, da quando i vostri uomini hanno attentato alla vita dei miei giovani amici, sono un po' sconcertato... pensavo di essere io l'oggetto dei vostri agguati. Di certo capirete che non sono disposto a tollerare di nuovo certe cose.» «Voi fate ciò che ritenete necessario, io faccio ciò che devo» replicò Lord Alastair mentre il suo accompagnatore brontolava: «Morte! Morte ai demoni!» con tale enfasi che non dubitai più che potesse nascondere una spada laser sotto il mantello. Di sicuro era un tipo pericoloso. Non mi fidavo più a ignorare il suo bizzarro comportamento. «Anche se non siamo stati presentati e da parte mia riconosco di avere i miei problemi con le forme di comunicazione di quest'epoca» dissi guardandolo direttamente negli occhi, «ritengo i vostri discorsi di morte e demoni assolutamente inappropriati.» «Non parlare con me, demone!» mi ordinò brusco. «Io sono invisibile per i tuoi occhi di zaffiro! E le tue orecchie non possono sentirmi.» «Già, vi piacerebbe» replicai. Fui assalita all'improvviso dalla voglia di tornare a casa, o quantomeno di sedermi sul divano, per quanto fosse duro. La sala ondeggiava intorno a me come una nave sul mare mosso. Gideon, il conte e Lord Alastair rimasero sconcertati. Dimenticarono all'istante di rinfacciarsi discorsi enigmatici e mi fissarono allibiti. «Le spade dei miei discendenti affonderanno nelle vostre carni, l'Alleanza fiorentina vendicherà ciò che è stato fatto alla mia stirpe e cancellerà dalla faccia della terra ciò che non è gradito a Dio» sentenziò Darth Vader senza rivolgersi a nessuno in particolare. «Con chi stai parlando?» mi bisbigliò Gideon. «Con quello lì» risposi aggrappandomi più saldamente a lui e indicando Darth Vader. «Qualcuno dovrebbe dirgli che il suo mantello non... non è proprio all'ultima moda e che io - grazie tante - non sono un demone e non voglio essere trafitta dalle spade dei suoi discendenti e cancellata dalla faccia della terra. Ahia.» Gideon mi aveva stretto l'avambraccio. «Che cosa sarebbe questa commedia, conte?» chiese Lord Alastair sistemandosi una vistosa spilla alla cravatta. Il conte non lo guardò neppure. I suoi occhi sotto le pesanti palpebre erano posati su di me. «Molto interessante» sussurrò. «Evidentemente è in grado di vedere fino nel fondo della vostra anima nera e perduta, caro Alastair.» «Ha bevuto così tanto che temo stia farneticando» disse Gideon, poi mi sibilò all'orecchio: «Stai zitta!» Fui assalita all'improvviso da un doloroso crampo allo stomaco, perché di colpo mi fu chiaro che gli altri non potevano vedere né sentire Darth Vader, precisamente perché era un maledetto fantasma! Se non fossi stata tanto ubriaca, sarei giunta prima a questa evidente conclusione. Fin dove poteva arrivare la stupidità umana? Né il suo abbigliamento né la sua acconciatura corrispondevano a quelle del secolo in cui mi trovavo e al più tardi, quando aveva intonato la sua patetica filippica, mi sarei dovuta accorgere chi o meglio che cosa avevo davanti. Lord Alastair gettò la testa all'indietro e disse: «Sappiamo entrambi chi di noi ha l'anima del diavolo, conte. Con l'aiuto di Dio impedirò che queste... creature possano addirittura nascere!» «Trafitte dalle spade della Santa Alleanza fiorentina» concluse Darth Vader a guisa di benedizione. Il conte scoppiò a ridere. «Continuate a non capire le leggi del tempo, Alastair. Il solo fatto che questi due giovani vi siano davanti dimostra che il vostro proposito non andrà a segno. Forse non dovreste affidarvi troppo all'aiuto di Dio in questa faccenda. E neppure alla mia longanimità.» Di colpo il suo sguardo e la sua voce si fecero di ghiaccio e vidi il lord indietreggiare spaventato. Per un attimo dal suo viso scomparve ogni traccia di arroganza, sostituita da un'espressione di nudo terrore. «Cambiando le regole del gioco, avete segnato la vostra condanna a morte» sentenziò il conte con la stessa identica voce con cui l'ultima volta mi aveva spaventato a morte e d'un tratto mi convinsi di nuovo del fatto che fosse in grado di sgozzare qualcuno di propria mano. «Le vostre minacce non mi tangono» bisbigliò Lord Alastair, ma la sua espressione lo contraddiceva. Si portò una mano al collo, cereo. «Non vorrete andare via di già, miei cari?» Lady Brompton ci raggiunse in un frusciare di gonne e si guardò intorno gioiosa. I lineamenti del conte di Saint Germain si distesero, trasmettendo solo benevolenza. «Ah, ecco la nostra meravigliosa padrona di casa. Devo dire che siete proprio all'altezza della vostra fama, Milady. Era da tempo che non mi divertivo così.» Lord Alastair si massaggiò il collo. A poco a poco le sue guance tornarono a colorirsi. «Satanasso! Satanasso!» esclamò Darth Vader adirato. annienteremo, ti strapperemo quella lingua biforcuta...» «Ti «I miei giovani amici si rammaricano quanto me di dover già lasciare questa compagnia» proseguì il conte con un sorriso. «Ma li incontrerete presto, al ballo di Lord e Lady Pimplebottom.» «Una compagnia è sempre interessante solo quanto lo sono i suoi partecipanti» disse Lady Brompton. «Pertanto sarei lieta di potervi ospitare ancora da me. Insieme ai vostri meravigliosi giovani amici. È stato un grande piacere per tutti noi.» «Vi assicuro che il piacere è stato tutto nostro» rispose Gideon lasciandomi con cautela, quasi temesse che non fossi in grado di stare in piedi da sola. Nonostante la sala continuasse a ondeggiare come una nave e i pensieri nella mia testa fossero in preda a un violento mal di mare (tanto per restare nella metafora), riuscii a ritrovare un contegno e feci onore agli insegnamenti che mi aveva impartito Giordano e soprattutto James. Ignorai apertamente solo Lord Alastair e il fantasma che continuava a lanciare terribili anatemi. Feci la riverenza a Lord e Lady Brompton ringraziandoli per la bella serata e battei le ciglia quando Lord Brompton mi lasciò la scia umida di un bacio sulla mano. Al conte rivolsi una profonda riverenza, senza tuttavia osare guardarlo ancora negli occhi. Quando lui disse sottovoce: «Allora ci vediamo domani pomeriggio» mi limitai ad annuire aspettando con gli occhi bassi finché Gideon tornò accanto a me e mi prese per un braccio. Riconoscente, mi lasciai condurre fuori dal salone. «Dannazione, Gwendolyn, non era una festa a casa dei tuoi compagni di scuola! Come hai potuto?» Gideon mi gettò sgarbatamente lo scialle sulle spalle. Quasi sicuramente avrebbe preferito darmi una bella scrollata. «Mi spiace» ripetei per l'ennesima volta. «Lord Alastair è venuto qui accompagnato solo da un paggio e dal suo cocchiere» borbottò Rakoczy, comparso alle spalle di Gideon come una specie di pupazzo a molla. «La strada e la chiesa sono sicure. Tutti gli ingressi della chiesa sono sorvegliati.» «Vieni, allora» disse Gideon prendendomi per mano. «Se volete, posso trasportare io la signorina» si offrì Rakoczy. «Non mi sembra tanto sicura sulle gambe.» «Un'ottima idea, ma... no, grazie» rispose Gideon. «Ce la fa anche da sola, giusto?» Io annuii decisa. La pioggia si era infittita. Dopo il salone illuminato a giorno dei Brompton il tragitto al buio fino alla chiesa fu persino più inquietante che all'andata. Di nuovo quella sensazione che l'oscurità prendesse vita, che dietro ogni angolo si nascondesse un'ombra, pronta a gettarsi su di noi. «... Cancellare dalla faccia della terra ciò che non è gradito a Dio» sembravano mormorare le ombre. Anche Gideon pareva piuttosto a disagio. Camminava così in fretta che faticavo a stargli dietro e non parlava. Purtroppo la pioggia non mi aiutava a pensare con chiarezza né a fare in modo che il terreno smettesse di ondeggiare sotto i miei piedi. Tanto maggiore fu quindi il mio sollievo quando raggiungemmo la chiesa e Gideon mi fece sedere su uno dei banchi davanti all'altare. Mentre lui scambiava poche parole con Rakoczy, io chiusi gli occhi e maledissi la mia dissennatezza. Certo, quel punch aveva avuto anche effetti positivi, ma tutto sommato avrei fatto meglio a rispettare il patto anti alcol stretto da me e Leslie. Con il senno di poi si è sempre più saggi. Come al nostro arrivo, c'era solo una candela accesa sull'altare e, a parte quella piccola isola di chiarore, l'interno della chiesa era completamente buio. Quando Rakoczy si ritirò - «I miei uomini sorveglieranno tutte le porte e le finestre fino al vostro salto» - venni assalita dalla paura. Alzai lo sguardo verso Gideon che si era avvicinato al banco. «Qui dentro fa paura proprio come fuori. Perché non rimane con noi?» «Per educazione.» Incrociò le braccia sul petto. «Non vuole assistere alla lavata di capo che ti farò. Ma non preoccuparti, siamo soli. Gli uomini di Rakoczy hanno controllato ogni angolo.» «Quanto manca ancora al salto?» «Non molto. Gwendolyn, certo ti rendi conto di aver fatto esattamente il contrario di ciò che dovevi, vero? Come sempre, del resto.» «Allora non avresti dovuto lasciarmi da sola. Scommetto che anche questo è stato esattamente il contrario di ciò che avresti dovuto fare tu!» «Ora non dare la colpa a me. Prima ti ubriachi, poi canti canzoni da musical e infine ti comporti come una pazza proprio di fronte a Lord Alastair! Che cosa erano quei discorsi su spade e demoni?» «Non sono stata io a cominciare. C'era quel fa...» mi morsi la lingua. Non potevo dirglielo, già mi considerava una pazza. Gideon fraintese del tutto il mio improvviso silenzio. «Oh, no! Per favore, non metterti a vomitare! Oppure, se proprio devi, allontanati da me.» Mi guardò disgustato. «Santo cielo, Gwendolyn, capisco che possa venire la tentazione di ubriacarsi a una festa, ma non proprio a questa!» «Non mi viene da vomitare.» Almeno per il momento. «E non bevo mai alle feste, al contrario di quanto può averti riferito Charlotte.» «Lei non mi ha raccontato proprio niente» ribatté Gideon. Mi venne da ridere. «Certo, come no. Non ti ha nemmeno detto che io e Leslie siamo state con tutti i ragazzi della nostra classe e in pratica con tutti quelli delle classi più avanti, giusto?» «Perché avrebbe dovuto dire una cosa del genere?» Vediamo, forse perché è una subdola strega rossa di capelli? Cercai di grattarmi la testa, ma le mie dita non riuscirono a penetrare nella spessa cortina di capelli. Allora tirai fuori una forcina e la usai allo scopo. «Mi spiace, davvero! Si può dire tutto di Charlotte, ma di sicuro non avrebbe neppure annusato quel punch.» «Questo è vero» riconobbe Gideon, poi all'improvviso sorrise. «Viceversa, però, quelle persone non avrebbero sentito Andrew Lloyd Webber con duecento anni di anticipo, e sarebbe stato un vero peccato.» «Giusto... anche se probabilmente domani vorrò sprofondare sottoterra per la vergogna.» Mi nascosi il volto tra le mani. «A pensarci bene, vorrei farlo già adesso.» «Questo è un buon segno» osservò Gideon. «Significa che l'effetto dell'alcol sta passando. Avrei da farti ancora una domanda: a che cosa ti sarebbe servita una spazzola per capelli?» «Come sostituto del microfono» mormorai tra le dita. «Oddio! Che figuraccia.» «Però hai una bella voce» disse Gideon. «È piaciuta anche a me, che detesto i musical.» «Allora come facevi a saperlo suonare tanto bene, se lo odi?» Mi abbassai le mani in grembo e lo guardai. «Sei stato incredibile! C'è qualcosa che non sai fare?» Santo cielo, sembravo una fan esagitata. «No! Puoi considerarmi tranquillamente un dio.» Sorrise malizioso. «È molto carino da parte tua. Vieni, ci siamo quasi. Dobbiamo prendere posizione.» Mi alzai cercando di reggermi in piedi il più possibile. «Da questa parte» mi indicò Gideon. «Dai, non fare quella faccia così abbattuta. In fondo la serata è stata un successo. Le cose sono andate un po' diversamente dal programma, ma è filato tutto liscio. E fermati.» Mi cinse la vita con entrambe le mani e mi attirò a sé, finché mi ritrovai con la schiena contro il suo petto. «Puoi appoggiarti a me.» Dopo un attimo di silenzio aggiunse: «Mi spiace di essere stato così brusco prima». «Figurati, l'ho già dimenticato.» In realtà era una bugia. Ma era la prima volta che Gideon si scusava del suo comportamento e forse dipendeva dall'alcol o dallo scemare del suo effetto, ma ne rimasi molto colpita. Restammo per un po' così a guardare la luce tremolante della candela sull'altare. Le ombre tra le colonne sembravano muoversi e creavano macchie scure sul pavimento e sul soffitto. «Quell'Alastair, perché odia tanto il conte? È una questione personale?» Gideon cominciò a giocherellare con una ciocca che mi ricadeva sulla spalla. «Pare di sì. Ciò che tanto pomposamente si chiama Alleanza fiorentina in realtà è da secoli una specie di impresa familiare. Durante i suoi viaggi nel XVI secolo il conte ebbe involontariamente un litigio con la famiglia del conte di Madrone a Firenze. O, meglio, diciamo che le sue capacità furono fraintese. I viaggi nel tempo non si sposavano con la concezione religiosa del conte, inoltre ci fu un equivoco con la figlia, in ogni caso era convinto di avere di fronte un demone e riteneva di aver ricevuto da Dio il diritto di spedire all'inferno tale abominevole creatura.» La sua voce di colpo risuonò vicinissima al mio orecchio e, prima di continuare, mi sfiorò con le labbra il collo. «Alla morte del conte di Madrone, il figlio ereditò il suo lascito e così di seguito. Lord Alastair è l'ultimo di una serie di fanatici cacciatori di demoni, per così dire.» «Ho capito» risposi, sebbene non fosse proprio la verità. Ma combaciava con quanto avevo visto e sentito in precedenza. «Dimmi una cosa, forse mi stai baciando?» «No, quasi» mormorò Gideon con le labbra sospese sulla mia pelle. «Non vorrei assolutamente approfittare del fatto che tu sei ubriaca e mi reputi un dio. Però mi è difficile...» Chiusi gli occhi e reclinai la testa all'indietro contro la sua spalla, mentre lui mi stringeva più forte. «Come ti ho già detto, non rendi certo facili le cose. Quando mi trovo in chiesa con te, mi vengono sempre strani pensieri...» «C'è qualcosa che non sai di me» dissi a occhi chiusi. «A volte vedo... posso... ecco, persone morte da tempo... a volte le vedo e sento ciò che dicono. Come prima. Credo che l'uomo che ho visto accanto a Lord Alastair fosse quel conte italiano.» Gideon tacque. Con tutta probabilità stava cercando il modo più delicato per consigliarmi di andare da un bravo psichiatra. Sospirai. Avrei dovuto tenermelo per me. Adesso mi giudicava decisamente pazza. «Ci siamo, Gwendolyn» disse allontanandomi da sé e facendomi girare verso di lui. Era troppo buio per decifrare la sua espressione, ma vidi che era serio. «Sarebbe bello se, nei secondi in cui non ci sarò, tu riuscissi a restare in piedi. Pronta?» Scrollai la testa. «Veramente no.» «Ora ti lascio» disse e nello stesso momento scomparve. Mi ritrovai da sola nella chiesa con le sue ombre sinistre. Pochi secondi dopo avvertii la vertigine allo stomaco e le ombre cominciarono a girarmi intorno. «Eccola» annunciò la voce di Mr George. Sbattei le palpebre accecata. La chiesa era illuminata e le lampade alogene, paragonate al chiarore dorato delle candele di Lady Brompton, erano molto fastidiose agli occhi. «Tutto a posto» disse Gideon rivolgendomi un'occhiata penetrante. «Può mettere via la sua valigetta medica, dottor White.» Il dottor White borbottò parole incomprensibili. In effetti l'altare era ingombro di tutti gli strumenti che di solito si vedono sul carrellino in una sala operatoria. «Santo cielo, dottor White, non saranno mica pinze da clampatura quelle?» esclamò Gideon ridendo. «È bello sapere quale sia la sua opinione su una soirée nel XVIII secolo.» «Volevo essere pronto a ogni evenienza» replicò il dottor White, mentre rimetteva nella borsa gli strumenti. «Siamo ansiosi di sentire il vostro racconto» disse Falk de Villiers. «Per prima cosa vorrei togliermi questi abiti.» Gideon si slacciò il fazzoletto da collo. «È andato tutto... bene?» domandò Mr George lanciandomi un'occhiata di sottecchi. «Sì» rispose Gideon gettando via il fazzoletto. «Si è svolto tutto secondo i piani. Lord Alastair si è presentato un po' più tardi del previsto, ma ancora in tempo per vederci.» Mi rivolse un sorriso. «E Gwendolyn è stata perfetta. L'autentica pupilla del visconte di Batten non avrebbe potuto comportarsi meglio.» Non potei fare a meno di arrossire. «Per me sarà un grande piacere poterlo riferire a Giordano» disse Mr George con una nota d'orgoglio nella voce. Mi porse il braccio. «Naturalmente non mi aspettavo niente di diverso...» «No, certo che no» mormorai. Caroline mi svegliò sussurrando: «Gwenny, smettila di cantare! È penoso! Devi andare a scuola!» Mi sollevai a sedere di scatto e la guardai. «Cantavo?» «Cosa?» «Hai detto che dovevo smettere di cantare.» «Io ti ho detto che dovevi svegliarti!» «Allora non stavo cantando?» «Dormivi» ribatté Caroline scuotendo la testa. «Sbrigati, sei di nuovo in ritardo. La mamma ti manda a dire che non devi assolutamente azzardati a usare il suo bagnoschiuma.» Mentre ero sotto la doccia, cercai di scacciare il più possibile dalla mente i ricordi della giornata precedente. Siccome non mi riusciva, sprecai diversi minuti stando con la fronte appoggiata al box doccia ripetendomi sottovoce: «È stato solo un sogno». Il mal di testa che mi tormentava non migliorava certo la situazione. Quando scesi infine in sala da pranzo, l'ora di colazione per fortuna era passata. Xemerius era appeso al lampadario a testa in giù. «Allora, passata la sbronza?» Lady Arisa mi scrutò da capo a piedi. «Hai fatto apposta a truccarti solo un occhio?» «Veramente no.» Stavo per tornare sui miei passi, ma la mamma mi bloccò. «Prima fai colazione» esclamò. «Puoi truccarti anche dopo.» «La colazione è il pasto principale della giornata» chiosò zia Glenda. «Sciocchezze!» tagliò corto zia Maddy. Era seduta davanti al camino con indosso la vestaglia e teneva le ginocchia raccolte come una bambina. «Si può saltare la colazione, così si risparmiano un sacco di calorie che possono essere investite la sera in un bicchierino di vino. Oppure anche due o tre.» «A quanto pare l'inclinazione per le bevande alcoliche è una tradizione di famiglia» commentò Xemerius. «Già, come si vede bene dal suo fisico» bisbigliò zia Glenda. «Anche se sono un po' grassa, non sono sorda, Glenda» disse zia Maddy. «Avresti fatto meglio a rimanere a letto» osservò Lady Arisa. «La colazione trascorre in maniera più rilassata per tutti, quando tu resti a dormire.» «Purtroppo non ho scelto io di svegliarmi!» obiettò zia Maddy. «Stanotte ha avuto una delle sue visioni» mi spiegò Caroline. «Già, appunto» confermò zia Maddy. «È stato terribile. Una cosa così triste. Mi ha turbato profondamente. C'era un meraviglioso cuore di rubino molato che scintillava al sole... si trovava in cima a un promontorio roccioso.» Non ero del tutto sicura di voler sentire come andava avanti la storia. La mamma mi sorrise. «Mangia qualcosa, tesoro. Magari un po' di frutta. E cerca di non ascoltare.» «Poi è arrivato un leone...» Zia Maddy sospirò. «Con una splendida pelliccia dorata...» «Uuuh» fece Xemerius. «E scintillanti occhi verdi, scommetto.» «Hai la faccia sporca di pennarello» dissi rivolta a Nick. «Shhh» mi rispose lui. «Adesso viene il bello.» «Quando il leone ha visto il cuore tra le rocce, gli ha dato un colpo con la zampa e lo ha fatto cadere di sotto, per molti, molti metri» proseguì zia Maddy afferrandosi il petto con un gesto teatrale. «Quando la pietra ha colpito il terreno, si è spezzata in centinaia di schegge e, guardando meglio, mi sono accorta che erano gocce di sangue...» Deglutii, assalita dalla nausea. «Ops» disse Xemerius. «E poi?» chiese Charlotte. «Nient'altro» rispose zia Maddy. «Solo questo, ma è già abbastanza spaventoso.» «Oh» esclamò Nick deluso. «Era cominciato tanto bene.» Zia Maddy gli scoccò un'occhiata inviperita. «Io non scrivo sceneggiature, caro mio!» «Grazie al cielo» mormorò zia Glenda. Poi si girò verso di me, aprì la bocca e la richiuse. Al suo posto parlò Charlotte. «Gideon mi ha raccontato che hai superato bene la soirée. Devo dire che questo mi solleva molto. Credo che tutti si sentano sollevati.» Finsi di non averla sentita e guardai verso il lampadario con espressione di rimprovero. «Avrei voluto raccontarti ieri sera che la nostra secchiona è stata a cena con Gideon. Ma, come posso dire? Tu eri un po'... indisposta» spiegò Xemerius. Io sbuffai. «Non posso mica farci niente se la tua pietruzza scintillante la invita a fermarsi a cena.» Xemerius si staccò e svolazzò di traverso sopra il tavolo andando a occupare il posto lasciato vuoto da zia Maddy, dove si accovacciò impettito con la sua coda da lucertola avvolta intorno ai piedi. «Voglio dire, al suo posto lo avrei fatto anch'io. Tanto per cominciare, lei era stata tutto il giorno a fare la baby-sitter a suo fratello e poi gli aveva anche rimesso a posto l'appartamento e stirato le camicie.» «Che cosa?» «Te l'ho detto, non posso farci niente. Lui era così riconoscente che si è subito messo all'opera per mostrare quanto fosse bravo a preparare un piatto di spaghetti per tre persone... accidenti se era di buonumore. Era molto compiaciuto con se stesso. E adesso chiudi la bocca, ché ti stanno guardando tutti.» Era proprio vero. «Vado a truccarmi l'altro occhio» annunciai. «E magari mettiti anche un po' di fard» disse Charlotte. «È solo un suggerimento.» «La odio!» esclamai. «La odio. La odio!» «Suvvia! Solo perché gli ha stirato le camicie?» Leslie mi guardava scrollando il capo. «Lo trovo proprio... stupido!» «Lui ha cucinato per lei» piagnucolai. «Lei è stata tutto il giorno nel suo appartamento!» «Già, ma lui nel frattempo ti ha palpato e coccolato nella chiesa» sospirò Leslie. «Non è vero.» «Però avrebbe voluto farlo.» «Charlotte l'ha pure baciata!» «Ma solo sulla guancia, per salutarla» mi brontolò Xemerius all'orecchio. «Guarda che, se mi costringi a ripeterlo ancora una volta, scoppierò. Adesso me ne vado. Queste scemenze da ragazze mi distruggono.» Con pochi colpi d'ala volò sul tetto della scuola dove si mise comodo. «Non voglio più sentire una parola sull'argomento» dichiarò Leslie. «Ora è molto più importante che tu ricordi tutto ciò che è stato detto ieri. E mi riferisco alle cose davvero importanti, sai, quelle da cui dipende vita e morte!» «Ti ho già raccontato tutto quello che so» replicai massaggiandomi la fronte. Grazie a tre aspirine il mal di testa mi era passato, ma mi era rimasta una strana sensazione dietro le tempie. «Hmmm» Leslie consultò i suoi appunti. «Perché non hai chiesto a Gideon in quale occasione ha conosciuto questo Lord Alastair undici anni fa e a quale duello si riferiva?» «Ci sono molte altre cose che non gli ho chiesto, credimi.» Leslie sospirò di nuovo. «Ti farò un elenco. Così potrai buttare lì una domanda, al momento strategicamente migliore e quando i tuoi ormoni te lo consentiranno.» Mise via il blocco e guardò verso l'ingresso della scuola. «Dobbiamo salire, altrimenti faremo tardi. Vorrei esserci quando Raphael Bertelin entrerà per la prima volta in classe nostra. Poverino, probabilmente l'uniforme scolastica gli sembrerà la tuta di un carcerato.» Prima di entrare facemmo una breve deviazione fino alla nicchia di James. Al momento di entrare, quando regnava la massima confusione, nessuno badava a me se gli parlavo, soprattutto se Leslie si metteva in modo da dare l'impressione che stessi conversando con lei. James si portò un fazzoletto profumato al naso e si guardò intorno come se cercasse qualcosa. «Vedo che stavolta non hai portato quel maleducato di un gatto.» «Indovina una cosa, James, ho partecipato a una soirée da Lady Brompton» dissi. «E mi sono inchinata esattamente come mi hai insegnato tu.» «Ah, Lady Brompton» commentò James. «Non gode proprio fama di essere una compagnia adeguata. Si dice che i suoi ricevimenti siano piuttosto turbolenti.» «In effetti è così. Però speravo che fosse la normalità.» «Santo cielo, non sia mai!» James corrugò le labbra piccato. «In ogni caso, credo di essere stata invitata sabato prossimo a un ballo dai tuoi genitori. Lord e Lady Pimplebottom.» «Mi riesce difficile crederlo» disse James. «Mia madre dà molta importanza a mantenere una cerchia di amicizie impeccabile.» «Grazie tante, eh» ribattei voltandomi per andare via. «Sei proprio uno snob!» «Non volevo offenderti» mi gridò dietro James. «E poi che cos'è uno snob?» Raphael era appoggiato alla porta quando raggiungemmo la nostra aula. Aveva un'aria così infelice che ci fermammo davanti a lui. «Ciao, io sono Leslie Hay e questa è la mia amica Gwendolyn Shepherd» disse Leslie. «Ci siamo conosciuti venerdì davanti all'ufficio del preside.» Il suo viso fu illuminato dalla traccia di un sorriso. «Mi fa piacere che almeno voi mi riconosciate. Guardandomi allo specchio prima, io stesso ho avuto seri problemi.» «Già» riconobbe Leslie. «Sembri lo steward di una nave da crociera. Ma poi ci si abitua.» Il sorriso di Raphael si fece più convinto. «Basta che stai attento a non infilare la cravatta nella minestra» dissi. «A me capita di continuo.» Leslie annuì. «A proposito di cibo, la mensa qui è orribile. Per il resto, si sopravvive. Sono sicura che ti ambienterai in fretta.» «Tu non sei mai stata nella Francia del sud, vero?» domandò Raphael con una punta di amarezza. «No» rispose Leslie. «Si nota. Non riuscirò mai ad ambientarmi in un paese dove piove ininterrottamente ventiquattro ore al giorno.» «A noi inglesi non piace sentir parlare sempre così male del nostro clima» replicò Leslie. «Oh, ecco che arriva Mrs Counter. Per tua fortuna è un po' francofila. Le diventerai simpatico se di tanto in tanto infilerai qualche parola francese come per sbaglio mentre parli.» «Tu es mignon ne» disse Raphael. «Lo so» rispose Leslie mentre mi trascinava via con sé. «Però non sono francofila.» «Gli piaci» sentenziai mentre gettavo i libri sul banco. «Sai che me ne importa» disse Leslie. «Tanto non è il mio tipo.» Scoppiai a ridere. «Come no!» «Ma dai, Gwen, è già abbastanza che una di noi abbia perso la testa. Conosco i tipi come lui. Creano solo problemi. E poi è interessato solo perché Charlotte gli ha detto che sono una ragazza facile.» «E perché somigli al tuo cane Bertie» aggiunsi. «Esatto, proprio per questo.» Leslie si mise a ridere. «Vedrai poi che mi dimenticherà all'istante non appena Cynthia si getterà su di lui. Guarda, è stata apposta dal parrucchiere e si è fatta fare i colpi di sole.» Ma Leslie si sbagliava. Raphael non aveva in apparenza nessun interesse a intavolare un dialogo con Cynthia. Quando andammo a sederci sulla panchina sotto il castagno per l'intervallo e Leslie tirò fuori ancora una volta il foglietto con il misterioso codice dal libro del cavaliere verde, Raphael ci raggiunse con passo disinvolto, si mise seduto senza chiedere il permesso e disse: «Oh, forte, geocaching». «Che cosa?» Leslie lo guardò perplessa. Raphael indicò il foglietto. «Non conoscete il geocaching? È una specie di moderna caccia al tesoro con il GPS. Quei numeri somigliano proprio a coordinate geografiche.» «Ma no, sono soltanto... sul serio?» «Fammi vedere.» Raphael le tolse di mano il foglio. «Sì. Ammesso che lo zero prima delle lettere sia un pallino messo in alto per indicare gradi. E le lineette stiano per minuti e secondi.» Un suono stridulo arrivò fino a noi. Sulle scale Cynthia stava parlando a Charlotte gesticolando come una forsennata, mentre Charlotte guardava verso di noi con aria torva. «Oddio!» esclamò Leslie esaltata. «Allora significa 51 gradi, 30 minuti, 41.78 secondi nord e 0 gradi, 08 minuti, 49.91 secondi est ?» Raphael annuì. «Cioè indica un luogo?» chiesi. «Esatto» disse Raphael. «Un luogo molto ristretto, di circa quattro metri quadrati. E... che cosa si trova lì? Una cache?» «Se lo sapessimo» sospirò Leslie. «Non sappiamo neppure dove si trova.» Raphael diede un'alzata di spalle. «Questo è facile scoprirlo.» «E come? Ci vuole un GPS? E come funziona? Io non ne ho la più pallida idea» disse Leslie in preda all'agitazione. «Io sì però. Potrei aiutarti» ribatté Raphael. «Mignonne.» Girai lo sguardo verso le scale. Anche Sarah si era aggiunta a Cynthia e Charlotte e tutte e tre ci fissavano con cattiveria. Leslie non se n'era accorta. «Ok. Però deve essere oggi pomeriggio stesso» disse. «Non abbiamo tempo da perdere.» «Nemmeno io» disse Raphael. «Facciamo così, troviamoci alle quattro al parco. Di sicuro per allora sarò riuscito a scrollarmi di dosso Charlotte.» «Non pensare che sia tanto facile.» Gli lanciai un'occhiata di compatimento. Raphael sorrise malizioso. «Tu mi sottovaluti, piccola viaggiatrice nel tempo.» Siamo in grado di vedere una tazza che cade da un tavolo e va in frantumi, ma non riusciremo mai a vedere una tazza ricomporsi e tornare sul tavolo. Questo incremento del caos, o entropia, è ciò che distingue il passato dal futuro e che dà una direzione al tempo. Stephen Hawking Capitolo 12 «Potevo benissimo indossare il vestito della settimana scorsa» dissi mentre Madame Rossini mi infilava un sogno da bambola rosa chiaro tutto ricamato di fiori color crema e bordeaux. «Quello a fiori azzurro. Ce l'ho ancora appeso nell'armadio a casa. Bastava che me lo dicesse.» «Sttt, collo di cigno» rispose Madame Rossini. «Secondo te perché mi pagano? Perché tu indossi due volte lo stesso abito?» Si dedicò alla fila di bottoncini sulla schiena. «L'unica cosa che mi turba è che tu abbia rovinato la tua pettinatura! Nel rococò un capolavoro del genere doveva durare per giorni. Le dame dormivano addirittura sedute.» «Sì, certo, ma non potevo andare a scuola conciata così» obiettai. Mi sarei incastrata nella porta dell'autobus con quella montagna di capelli. «Gideon lo veste Giordano?» Madame Rossini schioccò la lingua. «Puah! Quel giovanotto non ha bisogno d'aiuto, dice! Significa che sceglierà di nuovo colori smorti e si annoderà il fazzoletto in maniera assurda. Ma io ci ho rinunciato. Allora, che cosa facciamo con i tuoi capelli? Vado a prendere il ferro per i boccoli e poi li legheremo con un nastro, et bien.» Mentre Madame Rossini mi arricciava i capelli con il ferro caldo, ricevetti un SMS di Leslie. «Aspetterò ancora due minuti, se le petit français non si fa vedere, può dimenticarsi di mignonne.» Le risposi: «Ma manca ancora un quarto d'ora all'appuntamento! Dagli almeno dieci minuti». Non ebbi modo di leggere la risposta di Leslie, perché Madame Rossini mi tolse di mano il cellulare per scattare le ormai canoniche foto ricordo. Il rosa mi donava più di quanto pensassi (nella vita reale non era propriamente il mio colore...) ma avevo un'acconciatura come se avessi passato la notte con le dita infilate nella presa della corrente. Il nastro rosa era un inutile tentativo di domare l'esplosione di capelli. Quando Gideon venne a prendermi, scoppiò in una fragorosa risata. «Come ti permetti! Casomai saresti tu quello di cui potremmo ridere» lo aggredì Madame Rossini. «Ma guardati come ti sei combinato!» Santo cielo! Come si era combinato! Avrebbe dovuto evitare di essere così bello, con un paio di assurdi calzoni alla zuava scuri e una giacca ricamata verde bottiglia che faceva risaltare il colore dei suoi occhi. «Non hai proprio la benché minima cognizione della moda, giovanotto! Altrimenti avresti messo la spilla di smeraldo che fa parte dell'insieme. E quella spada poi! Dovresti essere vestito da gentiluomo, non da soldato!» «Le do perfettamente ragione» ammise Gideon continuando a ridacchiare. «Ma se non altro i mici capelli non somigliano alla paglietta di lana d'acciaio che uso per strofinare le pentole.» Mi sforzai di assumere un'espressione altezzosa. «Che usi per strofinare le pentole? Non ti stai forse confondendo con Charlotte?» «Come, scusa?» «Dopo tutto mi pare che sia lei a occuparsi ultimamente delle pulizie a casa tua!» Gideon assunse un'espressione un po' imbarazzata. «In realtà... non è... proprio così» mormorò. «Aha, anch'io mi sentirei a disagio al tuo posto» ribattei. «Per favore, mi passi il cappello, Madame Rossini.» Il cappello in questione - un enorme affare con piume rosa pallido - era di certo meno peggio dei capelli. Almeno era quello che pensavo. Un'occhiata allo specchio mi dimostrò che purtroppo mi sbagliavo. Gideon ricominciò a ridere. «Possiamo andare?» gli chiesi stizzita. «Abbi cura del mio collo di cigno, hai sentito?» «È quello che faccio sempre. Madame Rossini.» «Come no» sbottai io in corridoio. Indicai la fascia nera che teneva in mano. «Non mi bendi?» «No, possiamo risparmiarcelo. Per ragioni note» rispose Gideon. «E per via del cappello.» «Credi sempre che potrei attirarti dietro un angolo e poi darti una botta in testa?» Mi sistemai il cappello. «Sai, ci ho ripensato. E sono giunta alla conclusione che ci sia una semplice spiegazione per l'accaduto.» «E quale?» Gideon alzò le sopracciglia. «Te lo sei immaginato a posteriori. Mentre eri svenuto, hai sognato di me e poi mi hai semplicemente attribuito la responsabilità.» «In effetti anch'io ho pensato a questa possibilità» riconobbe con mia sorpresa, poi mi prese la mano e mi sospinse in avanti. «Però sono sicuro di ciò che ho visto.» «Allora perché non hai raccontato a nessuno che - probabilmente - sono stata io ad attirarti in trappola?» «Non volevo che la loro opinione su di te peggiorasse ulteriormente.» Sorrise malizioso. «E... ti fa male la testa?» «Non ho poi bevuto così tanto...» ribattei piccata. Gideon rise. «Ma certo. In realtà eri perfettamente sobria.» Allontanai la sua mano da me. «Possiamo parlare di qualcos'altro, per favore?» «Ma dai, andiamo! Avrò pure il diritto di prenderti un po' in giro per quanto successo. Ieri sera sei stata così tenera. Mr George era convinto che fossi davvero sfinita quando ti sei addormentata nella limousine.» «Saranno stati al massimo un paio di minuti» replicai impacciata. Magari avevo sbavato oppure fatto qualcos'altro di raccapricciante. «Spero che tu sia andata subito a letto.» «Hmmm» feci. Ricordavo vagamente che la mamma mi aveva tolto una a una le quattrocentomila forcine dai capelli e che dormivo già prima ancora di appoggiare la testa sul cuscino. Ma non volevo rivelarglielo, dopotutto lui se l'era spassata con Charlotte, Raphael e gli spaghetti. Gideon si fermò di scatto. Io gli andai addosso e trattenni involontariamente il respiro. Si voltò verso di me. «Senti...» mormorò. «Ieri non te l'ho detto, perché pensavo che fossi troppo ubriaca, ma adesso che sei tornata sobria e pungente come al solito...» Mi accarezzò teneramente la fronte con le dita e io rischiai di andare in iperventilazione. Invece di aggiungere altro, mi baciò. Avevo già chiuso gli occhi prima ancora che le sue labbra toccassero la mia bocca. Il bacio mi inebriò molto più del punch della sera prima, mi fece piegare le ginocchia mentre un migliaio di farfalle mi svolazzavano nello stomaco. Quando Gideon si staccò da me, sembrava essersi dimenticato quello che voleva dirmi. Appoggiò un braccio al muro accanto alla mia testa e mi guardò serio. «Non possiamo andare avanti così.» Io cercai di riprendere il controllo della respirazione. «Gwen...» Sentimmo un rumore di passi alle nostre spalle nel corridoio. Gideon staccò fulmineo il braccio e si voltò. Un attimo dopo Mr George si fermò di fronte a noi. «Eccomi qui. Vi stiamo aspettando. Perché Gwendolyn non è bendata?» «Me ne sono dimenticato. Lo faccia lei» disse Gideon porgendo la fascia nera a Mr George. «Io... hmmm... intanto vi precedo.» Mr George sospirò e lo seguì con lo sguardo. Poi si voltò verso di me e sospirò di nuovo. «Credevo di averti avvertito, Gwendolyn» disse mentre mi bendava gli occhi. «Devi fare attenzione ai tuoi sentimenti.» «Già» dissi portandomi le mani alle guance inequivocabilmente arrossate. «Allora lei non dovrebbe permettermi di trascorrere tanto tempo con lui...» La solita logica contorta dei Guardiani. Se avessero voluto impedire che mi innamorassi di Gideon, avrebbero dovuto fare in modo che fosse un perfetto idiota privo di qualunque attrattiva. Con la coda alla fricchettona, le unghie sporche e un difetto di pronuncia. Avrebbero dovuto anche lasciar perdere la storia del violino. Mr George mi guidò nell'oscurità. «Forse è solo passato troppo tempo da quando avevo sedici anni. Ricordo solo che alla tua età è molto facile farsi influenzare.» «Mr George, lei per caso ha raccontato a qualcuno che sono in grado di vedere i fantasmi?» «No» rispose Mr George. «In realtà ci ho provato, ma nessuno ha voluto starmi ad ascoltare. Sai, i Guardiani sono scienziati e mistici, ma la parapsicologia non è tanto nelle loro corde. Attenzione, gradino.» «Leslie - è la mia amica, ma lei lo sa già - dunque, lei crede che questa... dote sia la magia del corvo.» Mr George rimase in silenzio per un po'. «Sì, è quello che credo anch'io» rispose poi. «E a che cosa dovrebbe servirmi la magia del corvo?» «Mia cara bambina, vorrei tanto poter rispondere a questa domanda. Auspicherei che ti affidassi di più al tuo sano buon senso, ma...» «...è una battaglia persa in partenza, è questo che voleva dire?» Mi veniva da ridere. «Ha ragione.» Gideon ci aspettava nella stanza del cronografo insieme a Falk de Villiers, che mi rivolse un distratto complimento sull'abito mentre azionava gli ingranaggi del cronografo. «Allora, Gwendolyn, oggi è la giornata del tuo colloquio con il conte di Saint Germain. E pomeriggio, il giorno prima della soirée.» «Lo so» confermai lanciando un'occhiata di sottecchi a Gideon. «Non è un incarico molto difficile» proseguì Falk. «Gideon ti accompagnerà di sopra nelle sue stanze e poi verrà a riprenderti lì.» Questo stava a significare che sarei dovuta restare da sola con il conte. Fui subito assalita da un senso di disagio. «Non avere paura. Ieri sera siete andati d'accordo. Non Io ricordi?» Gideon posò il dito sul cronografo e mi sorrise. «Pronta?» «Quando vuoi» risposi sottovoce, mentre la stanza si riempiva di luce bianca e Gideon spariva davanti ai miei occhi. Feci un passo avanti e porsi la mano a Falk. «La parola d'ordine di oggi è: qui nescit dissimulare nescit regnare» disse Falk mentre mi trafiggeva il dito con l'ago. Il rubino si accese e la stanza intorno a me fu inondata da un lampo di luce rossa. Quando atterrai, avevo già dimenticato la parola d'ordine. «Tutto a posto» disse la voce di Gideon accanto a me. «Perché è cosi buio? Il conte ci aspetta, no? Avrebbe potuto almeno farci trovare una candela accesa.» «Sì, ma non sa esattamente dove arriviamo» rispose Gideon. «Perché no?» Anche se non lo vedevo, ebbi l'impressione che desse un'alzata di spalle. «Finora non l'ho mai chiesto e ho la vaga sensazione che non approverebbe il fatto che maltrattiamo il suo amato laboratorio alchemico come punto d'arrivo e di partenza. Stai attenta, qua dentro è pieno di oggetti fragili...» Raggiungemmo la porta a tentoni. In corridoio Gideon accese una fiaccola e la sfilò dal suo sostegno. La fiamma gettava ombre guizzanti sul muro e io mi avvicinai involontariamente a Gideon. «Com'era la maledetta parola d'ordine? Solo nel caso che qualcuno ti dia una botta in testa...» «Qui nescit dissimulare nescit regnare.» «Qui non si esce a dissimulare e non si esce a regnare?» Lui rise e rimise a posto la fiaccola. «Che cosa vuoi fare?» «Soltanto... ecco, prima, Mr George ci ha interrotto proprio quando volevo dirti qualcosa di molto importante.» «Riguarda quello che ti ho raccontato ieri in chiesa? Certo, mi rendo conto di poter sembrare pazza, ma non potrebbe aiutarmi nemmeno uno psichiatra.» Gideon aggrottò la fronte. «Vuoi tenere la bocca chiusa per un minuto? Devo raccogliere tutto il mio coraggio per farti una dichiarazione d'amore. Non ho nessuna pratica in materia.» «Come, scusa?» «Mi sono innamorato di te» disse serio. «Gwendolyn.» Lo stomaco mi si contrasse, come per uno spavento. Ma in realtà era per la gioia. «Davvero?» «Sì, davvero!» Alla luce della fiaccola lo vidi sorridere. «So che ci conosciamo solo da una settimana e al principio ti trovavo decisamente... infantile e probabilmente mi sono comportato come un idiota con te. In realtà sei molto complicata, non si può mai prevedere che cosa farai e in certe cose sei proprio spaventosamente... hmmm... sprovveduta. A volte mi verrebbe voglia di darti una scrollata.» «Sì, in effetti si vede che non sei pratico di dichiarazioni d'amore» osservai. «Ma poi torni a essere spiritosa e intelligente e incredibilmente dolce» proseguì Gideon come se non mi avesse neppure sentito. «E la cosa peggiore è che basta la tua presenza per farmi sentire il bisogno di toccarti e di baciarti...» «Già, questo è proprio grave» bisbigliai con un tuffo al cuore, mentre Gideon mi sfilava lo spillone dai capelli, gettava lontano l'enorme cappello piumato, mi stringeva a sé e mi baciava. Circa tre minuti più tardi, ero appoggiata con la schiena al muro, stremata, e cercavo di tenermi in piedi. «Gwendolyn, ehi, respira piano» disse Gideon divertito. Io gli diedi uno spintone per allontanarlo. «Smettila! Sei un insopportabile presuntuoso!» «Scusa. È solo che mi sento... inebriato, al sapere che dimentichi di respirare per causa mia.» Tolse di nuovo la fiaccola dal sostegno. «Ora andiamo. Il conte starà aspettando.» Fatti pochi passi, mi tornò in mente il cappello, ma non avevo nessuna voglia di tornare indietro a prenderlo. «È buffo, ma penso proprio che comincerò ad apprezzare le noiose serate di trasmigrazione nell'anno 1953» disse Gideon. «Soltanto io e te e la cugina sofà...» I nostri passi risuonavano nei lunghi corridoi e pian piano emersi dal mio batuffolo di ovatta rosa per ricordare dove ci trovavamo. O, meglio, in quale epoca ci trovavamo. «Se tenessi io la fiaccola, tu potresti sguainare la spada, in caso di necessità» suggerii. «Non si può mai sapere. In quale anno ti hanno dato la botta in testa per la precisione?» (Era una delle tante domande che Leslie mi aveva annotato su un foglio e che io avrei dovuto rivolgergli, ormoni permettendo.) «A proposito, io ho appena fatto una dichiarazione d'amore, tu però no» disse Gideon. «Sul serio?» «Quantomeno non a parole. E non so se vale lo stesso. Shhh!» Avevo lanciato uno strillo alla vista di un grosso ratto marrone scuro che attraversava il corridoio proprio davanti a noi, con la massima calma, come se non avesse la minima paura. Alla luce della fiaccola i suoi occhietti lampeggiavano rossi. «Siamo vaccinati contro la peste?» domandai, stritolando la mano di Gideon mentre procedevamo. La stanza al primo piano che il conte di Saint Germain aveva scelto come studio a Tempie era piccola e sembrava troppo modesta per il Gran Maestro della loggia dei Guardiani, nonostante soggiornasse di rado a Londra. Una parete era tutta occupata da una scaffalatura sino al soffitto piena di volumi rilegati in pelle, davanti alla quale era collocata una scrivania con due poltrone rivestite dello stesso tessuto delle tende. Per il resto non c'erano altri mobili. Un sole settembrino splendeva fuori dalla finestra e il camino era spento, perché faceva ancora abbastanza caldo. La finestra si affacciava sul cortile interno con la fontana che esisteva ancora alla nostra epoca. Il davanzale della finestra e la scrivania erano ingombri di carte, penne, timbri per ceralacca e libri precariamente impilati gli uni sugli altri che, se fossero caduti, avrebbero rovesciato i calamai sistemati con grande leggerezza in mezzo a quella confusione. Era uno studiolo accogliente, e al momento deserto, tuttavia quando varcai la porta mi venne la pelle d'oca. Uno scontroso segretario con una candida parrucca alla Mozart mi aveva accompagnato qui, richiudendo la porta con le parole: «Il conte non tarderà ad arrivare». Mi ero separata controvoglia da Gideon, il quale, dopo avermi consegnato all'imbronciato Guardiano, era scomparso oltre la prima porta di ottimo umore e come chi conosce bene i luoghi. Mi avvicinai alla finestra e guardai il tranquillo cortile interno. Regnava una gran pace, ma non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione di non essere sola. Forse, pensai, qualcuno mi stava osservando attraverso il muro dietro i libri. Oppure lo specchio appeso sopra il camino dall'altra parte era una finestra, come si vede nelle stanze per gli interrogatori nei commissariati di polizia. Me ne rimasi per un po' immobile, molto a disagio, ma poi mi dissi che il misterioso osservatore si sarebbe accorto che mi sentivo spiata se continuavo a starmene lì impalata. Allora presi il primo libro di una pila sul davanzale e lo sfogliai. Marcellus, De medicatnetitis. Aha. Marcellus - chiunque egli fosse stato - aveva scoperto alcuni metodi di cura piuttosto insoliti che erano stati raccolti in quel libretto. Trovai un brano carino che trattava della cura delle malattie di fegato. Bisognava catturare un ramarro, togliergli il fegato, legarlo a un fazzoletto rosso oppure a un panno nero per natura (nero per natura? Hmmm?) e poi appendere detto panno al fianco destro del malato di fegato. Se poi si lasciava libero il ramarro con le parole: «Ecce dimitto te vivam...» e qualcos'altro in latino, il problema veniva risolto. C'era solo da chiedersi se il ramarro sarebbe stato in grado di andarsene dopo che gli era stato tolto il fegato. Richiusi il libro. Quel Marcellus non doveva avere tutte le rotelle a posto. Il primo libro della pila accanto era rilegato di pelle marrone scuro ed era molto grosso e pesante, così lo sfogliai lasciandolo appoggiato. «Dei demoni e della loro utilità per il mago e l'uomo comune» stava scritto a lettere d'oro, e sebbene io non fossi né un mago né un «uomo comune» sfogliai incuriosita qualche pagina a caso. Mi trovai a fissare l'immagine di un orribile cane. Sotto stava scritto che si trattava di Jestan, demone dell'Indukush, che portava malattie, morte e guerra. Lo trovai istintivamente antipatico e cambiai pagina. In quella successiva c'era una bizzarra faccia con protuberanze simili a corna sul cranio (per intenderci come quelle dei Klingon in Star Trek) che mi fissava. Mentre la guardavo disgustata, il Klingon abbassò le palpebre e si sollevò dalla carta come il fumo da un comignolo per poi materializzarsi rapidamente accanto a me in una figura completa tutta vestita di rosso che abbassò i suoi occhi ardenti su di me. «Chi osa svegliare il grande e potente Berith?» esclamò. Ovviamente mi sentivo un po' intimidita, ma l'esperienza mi aveva insegnato che i fantasmi, nonostante l'aspetto pericoloso e le minacce che potevano proferire, in genere non riuscivano a muovere neppure un filo d'aria. Speravo dunque che questo Berith non fosse altro che un fantasma, l'immagine intrappolata in quel libro dell'autentico demone che, mi auguravo, era passato da tempo a miglior vita. «Nessuno ti ha svegliato» risposi quindi educata, ma disinvolta. «Sono Berith, demone delle menzogne, granduca dell'inferno!» si presentò con voce solenne. «Mi chiamano anche Bolfri.» «Sì, c'è scritto qui» dissi tornando a guardare il libro. «Inoltre sei in grado di migliorare la voce dei cantanti.» Che dote preziosa. Peccato che, per poterla utilizzare, dopo averlo evocato (con una formula molto complessa, di sicuro scritta in lingua babilonese) fosse necessario immolargli diversi sacrifici, meglio se neonati deformi ancora vivi. Ma questo era ancora niente, paragonato a ciò che era necessario fare affinché egli potesse trasformare i metalli in oro. Infatti aveva anche questa capacità. I sichemiti - chiunque essi fossero - avevano chiesto proprio questo a Berith. Finché era arrivato Giacobbe con i suoi figli e insieme avevano «ucciso con la spada tra inenarrabili torture» tutti gli uomini di Sichem. Amen. «Berith comanda ventisei legioni» tuonò Berith. Siccome finora non mi aveva fatto ancora niente, diventai più audace. «Trovo bizzarra la gente che parla di sé in terza persona» dissi e voltai pagina. Come avevo sperato, Berith scomparve nel libro, dissolvendosi in fumo. Feci un sospiro di sollievo. «Lettura interessante» disse una voce flebile alle mie spalle. Mi voltai di scatto. Il conte di Saint Germain era entrato di soppiatto. Si reggeva a un bastone con il pomello artisticamente intagliato, la sua figura alta e slanciata era sempre impressionante e i suoi occhi scuri vivacissimi. «Già, molto interessante» mormorai titubante. Poi mi ripresi, chiusi il libro e mi inchinai profondamente. Quando mi risollevai dalle ampie gonne, il conte sorrideva. «Mi fa piacere che tu sia venuta» disse prendendomi la mano e avvicinandosela alle labbra. Fu un contatto quasi impercettibile. «Ritengo opportuno approfondire la nostra conoscenza, perché il nostro primo incontro è stato un po'... spiacevole, non trovi?» Non replicai. In occasione del nostro primo incontro mi ero impegnata quasi esclusivamente a cantare nella mente l'inno nazionale, il conte aveva fatto qualche affermazione offensiva circa la carente intelligenza delle donne in generale e di me in particolare e alla fine mi aveva strangolato e minacciato in modo decisamente poco convenzionale. Aveva ragione: l'incontro si era svolto in maniera un po' spiacevole. «Che mano fredda» disse. «Vieni, siediti. Sono un uomo anziano e non posso stare a lungo in piedi.» Con una risata mi lasciò la mano e si accomodò sulla poltrona dietro la scrivania. Con lo sfondo di tutti quei libri somigliava al suo stesso ritratto, un uomo senza età dai nobili tratti del volto, gli occhi vigili e una parrucca bianca soffuso da un'aura di mistero e pericolo alla quale non era possibile sottrarsi. Volente o nolente, presi posto nell'altra poltrona. «Ti interessi di magia?» mi chiese indicando con la mano la pila di libri. Scrollai il capo. «A essere sincera, fino a lunedì scorso no.» «È tutto un po' assurdo, no? Per tutti questi anni tua madre ti ha lasciato credere che fossi una ragazza normale. E di punto in bianco hai scoperto di rappresentare un tassello importante di uno dei più grandi misteri dell'umanità. Secondo te perché lo avrebbe fatto?» «Perché mi ama.» Avrei voluto pronunciare quelle parole come una domanda, e invece risultarono molto decise. Il conte scoppiò a ridere. «Già, tipico delle donne! Pensate solo all'amor! Avete la tendenza a sopravvalutare questa parola. L'amore è la risposta: mi commuove sempre sentirlo dire. Oppure mi diverte, dipende. Ciò che le donne non capiranno mai è che gli uomini hanno un concetto dell'amore del tutto diverso.» Rimasi in silenzio. Il conte inclinò la testa di lato. «Senza la loro totalizzante concezione dell'amore, le donne sarebbero molto più restie a sottomettersi all'uomo in ogni rapporto.» Mi sforzai di mantenere un'espressione neutra. «Alla nostra epoca le cose sono...» grazie al cielo! «... cambiate. Per noi uomini e donne sono uguali. Nessuno deve sottomettersi all'altro.» Il conte rise di nuovo, stavolta più a lungo, come se avessi detto una battuta proprio spiritosa. «Già» disse infine. «Me lo hanno spiegato. Ma credimi, qualunque diritto si voglia attribuire alla donna, ciò non cambia la natura dell'umanità.» Mah, che cosa replicare in proposito? Meglio tacere. Come aveva riconosciuto anche il conte, era difficile modificare la natura dell'essere umano, e questo di sicuro valeva pure per la sua. Il conte mi contemplò per un certo tempo con gli angoli della bocca curvati in un sorriso, poi cambiò di colpo argomento. «La magia però... secondo la profezia, tu dovresti conoscerla. Rosso rubino, che ha la magia del corvo nel cuore, chiude il cerchio dei dodici in sol maggiore.» «L'ho sentito ripetere molto spesso anch'io» dissi. «Ma nessuno ha saputo dirmi in che cosa consista la magia del corvo.» «Il corvo, nel suo rubino volteggiare, tra i mondi sente i morti cantare, non conosce la forza, il prezzo ignora, si leva il potere, chiuso il cerchio è allora...» Scrollai le spalle. Quelle rime non avevano alcun senso. «Si tratta solo di una profezia di dubbie origini» disse il conte. «Non dev'essere per forza veritiera.» Si appoggiò alla spalliera e tornò a fissarmi concentrato. «Parlami dei tuoi genitori e di casa tua.» «I miei genitori?» Ero un po' sorpresa. «In realtà non c'è molto da dire. Mio padre è morto che avevo sette anni, di leucemia. Prima di ammalarsi insegnava all'università di Durham. Abbiamo vissuto lì fino alla sua morte. Poi la mamma si è trasferita a Londra con me, mio fratello e mia sorella, a casa dei miei nonni. Viviamo insieme a mia zia e mia cugina e la mia prozia Maddy. La mamma è impiegata amministrativa in un ospedale.» «E ha i capelli rossi come tutte le Montrose, giusto? Esattamente come tuo fratello e tua sorella, no?» «Sì, esatto, hanno tutti i capelli rossi a parte me.» Perché la cosa gli risultava tanto interessante? «Mio padre aveva i capelli scuri.» «Tutte le altre donne nel cerchio dei dodici hanno i capelli rossi, lo sapevi? Sino a tempi abbastanza recenti in molti paesi bastava questo colore di capelli per accusare qualcuno di stregoneria. In tutte le epoche e in tutte le culture la magia è sempre stata considerata nel contempo affascinante e pericolosa. È anche il motivo che mi ha spinto a occuparmene in maniera tanto approfondita. Se conosci ciò che hai davanti, non lo temi.» Si sporse in avanti e unì le dita delle mani. «Personalmente nutro particolare interesse soprattutto per l'approccio a questo tema delle culture del lontano Oriente. Nel corso dei miei viaggi in India e in Cina ho avuto la fortuna di incontrare molti saggi disposti a tramandare il loro sapere. Sono stato introdotto ai segreti della cronaca dell'Akasha e ho imparato molte cose che scardinerebbero le fondamenta spirituali della maggior parte delle culture occidentali. E che spingerebbero i signori dell'inquisizione ad azioni inconsulte ancor oggi. Ciò che la Chiesa teme di più è che l'uomo riconosca che Dio non siede al di fuori di noi nell'empireo e determina il nostro destino, bensì è dentro di noi.» Mi rivolse un'occhiata penetrante, poi sorrise. «È sempre molto piacevole affrontare temi blasfemi con voi figli del XXI secolo. L'eresia non vi fa batter ciglio.» Ma no. Probabilmente non accadrebbe, se sapessimo che cos'è l'eresia. «I maestri asiatici sono molto più avanti di noi sul cammino dell'evoluzione spirituale» riprese il conte. «Certe piccole... doti, come quelle che ti ho mostrato durante il nostro ultimo incontro, le ho imparate là. Il mio maestro era un monaco di un ordine segreto che viveva nel cuore dell'Himalaya. Lui e i suoi confratelli erano in grado di comunicare tra loro senza usare le corde vocali e potevano sconfiggere i nemici senza muovere un dito, tanta è la forza del loro spirito e della loro mente.» «Sicuramente deve essere molto utile» commentai prudente. Meglio non fargli venire in mente di dimostrarmi ancora una volta le sue capacità di persona. «Se non sbaglio ieri alla soirée avete utilizzato questa vostra capacità con Lord Alastair.» «Ah, la soirée.» Sorrise di nuovo. «Dalla mia prospettiva avverrà domani sera. È bello sapere che Lord Alastair ci sarà. Dimmi, apprezzerà la mia piccola esibizione?» «Di sicuro ne resterà molto colpito» risposi. «Ma non intimidito. Dice che farà in modo che noi non possiamo venire al mondo. E anche qualcosa a proposito della progenie corrotta dell'inferno.» «Sì, effettivamente ha una riprovevole tendenza a esprimersi in maniera scortese» disse il conte. «Tuttavia non c'è paragone con il suo antenato, il conte di Madrone. Avrei dovuto ucciderlo allora, quando ne avevo avuto la possibilità. Ma ero giovane e purtroppo avevo un atteggiamento ingenuo... ora non commetterò quest'errore una seconda volta. Anche se non sarò io con le mie mani a eliminarlo, i giorni del lord sono contati, non importa quanti uomini raduni a propria difesa e quanto sia virtuoso con la spada. Se fossi ancora giovane, lo sfiderei di persona. Ora lo farà il mio discendente. Gideon è un ottimo spadaccino.» Al sentire pronunciare il nome di Gideon, avvampai come mi capitava spesso. Ripensai automaticamente a ciò che mi aveva appena detto e diventai ancora più rossa. Mi voltai involontariamente verso la porta. «Dov'è andato?» «A fare una piccola gita» rispose vago il conte. «C'è giusto il tempo di rendere omaggio a una mia cara amica. Abita qui vicino e, in carrozza, arriverà da lei in pochi minuti.» Come, come? «Lo fa spesso?» Il conte sorrise di nuovo, il suo era un sorriso caldo e amichevole dietro il quale tuttavia si nascondeva qualcosa di indecifrabile. «Ancora non la conosce abbastanza. Li ho fatti incontrare solo di recente. È una giovane vedova, brillante e molto attraente e ritengo che un giovane possa solo trarre giovamento dal frequentare una donna esperta.» Le sue parole mi lasciarono interdetta, ma chiaramente il conte non si aspettava una risposta da me. «Lavinia Rutland è una di quelle donne baciate dal dono di provare gioia a trasmettere le proprie esperienze» proseguì il conte. Già, proprio così. Anch'io la ritenevo tale. Turbata, mi guardai le mani che avevo involontariamente stretto a pugno. Lavinia Rutland, la dama in verde. Ecco da dove proveniva la familiarità da lei dimostrata la sera precedente... «Ho l'impressione che la cosa non ti aggradi affatto» disse il conte con voce suadente. Aveva proprio ragione. La cosa non mi aggradava affatto. Feci un enorme sforzo per sollevare lo sguardo sugli occhi del conte. Lui continuava ad avere quel sorriso caldo e amichevole. «Piccola mia, è importante imparare il prima possibile che nessuna donna può reclamare diritti di possesso su un uomo. Le donne che lo fanno finiscono sole e senza amore. Più una donna è intelligente prima accetterà la natura dell'uomo.» Che madornali fandonie! «Oh, ma naturalmente tu sei ancora molto giovane, giusto? Mi sembri molto più giovane di altre ragazze della tua età. Probabilmente è la prima volta che sei innamorata.» «No» mormorai. Invece sì. Sì! Era la primissima volta che mi sentivo così. Così ebbra. Così vitale. Così speciale. Così tormentata. Così intenerita. Il conte rise piano. «Non te ne devi vergognare. Sarei deluso se fosse il contrario.» Aveva detto la stessa cosa anche durante la soirée, quando ero scoppiata a piangere sentendo Gideon suonare il violino. «In fondo è molto semplice: una donna che ama sarebbe pronta a morire senza indugio per l'amato» disse il conte. «Daresti la tua vita per Gideon?» Preferibilmente no. «Non ci ho mai pensato» risposi perplessa. Il conte sospirò. «Purtroppo - e grazie alla discutibile protezione di tua madre - non avete avuto ancora molte possibilità di stare insieme, tu e Gideon, ma sono comunque rimasto molto colpito dalla bravura con cui ha affrontato la cosa. L'amore ti luccica letteralmente negli occhi. L'amore... e la gelosia!» Quale cosa? «Non c'è niente di più prevedibile della reazione di una donna innamorata. Non c'è nessuno più manipolabile di una donna guidata dai sentimenti che prova per un uomo» spiegò il conte. «Lo spiegai a Gideon fin dal nostro primo incontro. Naturalmente mi dispiace che abbia dovuto sprecare tante energie con tua cugina... come si chiama? Charlotte?» Io lo guardavo allibita. Per qualche motivo mi venne in mente la visione di zia Maddy del cuore di rubino precipitato nell'abisso da uno sperone roccioso. Avrei tanto voluto premermi le mani sulle orecchie, per non sentire più quella voce insinuante. «Da questo punto di vista lui è certo più raffinato di me alla sua età» disse il conte. «Bisogna comunque ammettere che la natura gli ha regalato notevoli vantaggi. Un fisico da Adone. Un bel viso, una disinvoltura e un talento invidiabili. Non deve muovere neppure un dito perché le fanciulle cadano ai suoi piedi. Ruggisce il leone in fa diesis maggiore, la criniera come diamante pura, multiplicatio, il sole si oscura...» La verità mi colpì come un pugno allo stomaco. Tutto ciò che Gideon aveva fatto, le sue carezze, i suoi gesti, i suoi baci, le sue parole, era tutto servito soltanto a manipolarmi. A fare in modo che mi innamorassi di lui, com'era accaduto prima a Charlotte. Affinché fosse più facile controllarci. Il conte aveva proprio ragione: Gideon non si era dovuto sforzare poi tanto. Il mio stupido cuore di ragazza era volato verso di lui da solo, andandosi a depositare ai suoi piedi. Con gli occhi della mente vidi il leone avvicinarsi al cuore di rubino sul ciglio dell'abisso e scagliarlo via con una sola zampata. Precipitò al rallentatore, colpì il fondo della voragine e si frantumò in mille minuscole gocce di sangue. «Lo hai già sentito suonare il violino? In caso contrario, farò in modo che accada; non c'è niente di meglio della musica per conquistare un cuore femminile.» Il conte alzò lo sguardo sognante al soffitto. «Era anche uno stratagemma di Casanova. Musica e poesia.» Sarei morta. Me lo sentivo. Lì, dove prima c'era stato il mio cuore, ora regnava un gelo assoluto. Si propagò nel mio stomaco, nelle gambe, nei piedi, nelle braccia, nelle mani e infine nella mia testa. Come in un film, le immagini degli avvenimenti degli ultimi giorni scorsero davanti agli occhi della mia mente, accompagnate dalle note di The winner takes it all: dal primo bacio nel confessionale fino alla sua dichiarazione d'amore di poco prima. Tutto soltanto una grandiosa manipolazione - a parte le poche interruzioni nelle quali probabilmente era stato se stesso perfettamente orchestrata. Il suo dannato violino aveva completato l'opera. Per quanto in seguito mi sforzassi di ricordarlo, non sapevo dire di che cosa avessimo continuato a parlare io e il conte, perché, da quando il freddo si era impossessato di me, tutto mi era diventato indifferente. Il lato positivo era che il conte aveva preso le redini della conversazione. Con la sua voce morbida e piacevole mi raccontò dell'infanzia in Toscana, dell'onta della sua nascita illegittima, delle difficoltà incontrate per rintracciare il padre biologico e di come fin da giovane si fosse occupato dei segreti del cronografo e delle profezie. Mi sforzavo di ascoltare, se non altro perché sapevo che poi Leslie avrebbe voluto risentire tutto parola per parola, ma non c'era verso, i miei pensieri ruotavano incessantemente intorno alla mia stupidità. Avrei tanto desiderato essere da sola per poter finalmente piangere. «Eccellenza?» Lo scontroso segretario aveva bussato e aperto la porta. «È arrivata la delegazione dell'arcivescovo.» «Oh, benissimo» disse il conte, poi si alzò e ammiccò verso di me. «La politica! Anche di questi tempi continua a essere determinata dalla Chiesa.» Mi alzai anch'io a fatica e feci una riverenza. «È stata una gioia parlare con te» disse il conte. «Ora aspetto con ansia il nostro prossimo incontro.» Mormorai qualche parola affermativa. «Ti prego di riferire a Gideon i miei consigli e di porgergli le mie scuse se oggi non ho potuto riceverlo.» Il conte prese il bastone e si diresse verso la porta. «Se vuoi un consiglio, una donna intelligente sa mascherare la gelosia. Altrimenti noi uomini ci sentiamo troppo sicuri...» Udii un'ultima volta la sua morbida risata, poi mi ritrovai da sola. Ma non a lungo, perché dopo pochi minuti lo scontroso segretario tornò e disse: «Se volete seguirmi, per favore». Mi ero buttata di nuovo sulla poltrona, aspettando le lacrime a occhi chiusi, ma non ero stata accontentata. Forse era meglio così. Seguii il segretario in silenzio giù per le scale, dove ci fermammo ad aspettare (io mi sentivo sempre sul punto di stramazzare e morire), finché l'uomo lanciò un'occhiata ansiosa all'orologio appeso al muro dicendo: «È in ritardo». In quel preciso momento la porta si aprì e Gideon entrò nel corridoio. Per un attimo il mio cuore dimenticò di essere ormai in frantumi in fondo a un abisso e batté qualche colpo rapido nel mio petto. Il gelo nel mio corpo fu scacciato da una grande angoscia. Avrei potuto attribuire a Lady Lavinia il suo abbigliamento scomposto, i capelli scompigliati e sudati, le guance arrossate e il bagliore febbricitante dei suoi occhi verdi, ma c'erano una profonda lacerazione sulla manica e macchie di sangue sul pizzo dello sparato e dei polsini della camicia. «Siete ferito, sir» esclamò spaventato lo scontroso segretario, togliendomi le parole di bocca. (Ok, senza il sir e senza il voi.) «Vado a chiamare un medico!» «No» lo bloccò Gideon con una tale sicurezza che mi venne voglia di prenderlo a schiattì. «Il sangue non e mio. Almeno non tutto. Vieni, Gwen, dobbiamo sbrigarci. Sono stato trattenuto contro la mia volontà.» Mi prese per mano e mi trascinò in avanti mentre il segretario ci seguiva giù per le scale balbettando: «Ma sir! Che cosa è accaduto? Non dovremmo avvertire il conte...?» Gideon però gli rispose che non c'era tempo e che sarebbe tornato a trovare il conte il prima possibile per riferirgli dell'accaduto. «Da qui proseguiamo da soli» disse una volta arrivati in fondo alle scale, dove c'erano le due sentinelle con le spade sguainate. «Riferite al conte quanto vi ho detto, per favore. Qui nescit dissimulare nescit regnare.» Le due guardie ci lasciarono passare e il segretario ci salutò con un inchino. Gideon prese una fiaccola dalla parete e mi trascinò più avanti. «Vieni, mancano al massimo due minuti!» Era ancora trafelato. «A proposito, sai per caso che cosa significa la parola d'ordine?» «No» risposi, meravigliata dal latto che il mio cuore, rinato a tempo di record, non avesse nessuna intenzione di tornare nell'abisso. Fingeva che tutto tosse a posto, e la speranza che alla fine potesse avere ragione era quasi insopportabile. «In compenso però ho scoperto qualcos'altro. Di chi è il sangue che hai sulla camicia?» «Chi non sa dissimulare non sa governare.» Gideon illuminò l'ultima svolta con la fiaccola. «Luigi XI.» «Molto azzeccato» dissi. «Non ho idea di come si chiami il tizio che mi ha insanguinato i vestiti. Madame Rossini andrà su tutte le furie.» Gideon aprì la porta del laboratorio e infilò la fiaccola nel sostegno sul muro. La luce tremolante rivelò un grosso tavolo pieno di strani apparecchi, bottiglie, ampolle e becher di vetro, contenenti liquidi e polveri di diversi colori. I muri erano in ombra, ma mi accorsi che erano occupati per intero da disegni e scritte. Proprio accanto alla fiaccola campeggiava un teschio ghignante appena abbozzato con due pentacoli al posto delle orbite. «Vieni qui» disse Gideon facendomi spostare dall'altra parte del tavolo. Alla fine mi lasciò la mano. Ma solo per posarmi entrambe le mani sulla vita e avvicinarmi a sé. «Com'è andato il colloquio con il conte?» «È stato molto... illuminante» risposi. Il cuore fantasma che avevo nel petto palpitò come un uccellino e io deglutii il groppo che mi opprimeva la gola. «Il conte mi ha spiegato che tu... che voi due condividete la bizzarra opinione che una donna innamorata sia più manipolabile di un'altra. Chissà come deve essere stato frustrante dedicarsi alla faticosa opera preliminare con Charlotte e poi dover ricominciare tutto daccapo con me, vero?» «Che cosa stai dicendo?» Gideon mi guardava con la fronte aggrottata. «Devo ammettere che sei stato molto bravo» proseguii. «Anche il conte del resto è di questo avviso. Naturalmente non sono stata un caso troppo difficile... Dio, quanto mi vergogno se penso a come ti ho facilitato le cose.» Non potevo più guardarlo negli occhi. «Gwendolyn...» si interruppe. «Ci siamo. Forse sarà meglio riprendere questo dialogo dopo. Con tutta calma. Non ho ancora la più pallida idea di che cosa vorresti insinuare...» «Voglio solo sapere se è la verità» dissi. Quella era la verità, ma è risaputo che la speranza è l'ultima a morire. Dentro di me si affacciò l'ormai familiare vertigine che preannunciava il salto nel tempo. «Se è vero che hai progettato in anticipo di farmi innamorare di te, proprio come hai fatto prima con Charlotte.» Gideon mi lasciò. «Non è il momento migliore, questo» disse. «Gwendolyn, parleremo tra poco. Te lo prometto.» «No! Ora!» Il groppo in gola mi esplose e scoppiai in lacrime. «Basta che tu mi dica un sì oppure un no! Avevi progettato tutto in anticipo?» Gideon si strofinò la fronte. «Gwen...» «Sì o no?» singhiozzai. «Sì» rispose Gideon. «Però, ti prego, smetti di piangere.» Per la seconda volta quel giorno il mio cuore - stavolta era la seconda edizione, il cuore fantasma cresciuto per pura speranza precipitò nell'abisso frantumandosi in mille schegge. «Ok, era tutto quello che volevo sapere» bisbigliai. «Apprezzo la tua sincerità.» «Gwen. Vorrei spiegarti...» Gideon si volatilizzò davanti ai miei occhi. Per qualche secondo, mentre il gelo tornava a impossessarsi di me, fissai la luce tremolante della fiaccola e il teschio disegnato accanto, cercando di ricacciare indietro le lacrime, poi la vista mi si annebbiò. Impiegai alcuni istanti per abituarmi alla luce nella stanza del cronografo della nostra epoca, mentre mi giungeva la voce agitata del dottor White e il rumore di stoffa strappata. «Non è niente» disse Gideon. «Solo un taglietto, non è uscito nemmeno del sangue. Non c'è bisogno neppure di un cerotto. Dottor White, metta via le sue pinze! Non è successo niente!» «Ciao, ragazza del fieno» mi salutò Xemerius. «Non indovinerai mai che cosa abbiamo scoperto! Oh, no! Non avrai mica di nuovo pianto?» Mr George mi afferrò con entrambe le mani e mi fece girare su me stessa. «Lei è incolume» dichiarò con una nota di sollievo nella voce. Già. A parte il cuore. «Svigniamocela da qui» disse Xemerius. «Il fratello di testa di torba e la tua amica Leslie hanno da farti una comunicazione di estremo interesse! Pensa, sono riusciti a scoprire quale punto indicano le coordinate del codice del cavaliere verde. Resterai allibita!» «Gwendolyn?» Gideon mi guardò come se temesse che potessi gettarmi sotto il primo autobus di passaggio per colpa sua. «È tutto a posto» risposi senza guardarlo negli occhi. «Mr George, per favore, può accompagnarmi di sopra? Devo tornare a casa.» «Ma certo» assentì Mr George. Gideon fece per muoversi, ma il dottor White lo bloccò. «Vuoi stare fermo!» Aveva strappato la manica della giacca di Gideon e la camicia sottostante. Il braccio era coperto di sangue incrostato e in alto, quasi all'altezza della spalla, si vedeva una piccola ferita da taglio. Il piccolo Robert fissava raccapricciato tutto quel sangue. «Chi è stato? Bisogna disinfettare e ricucire la ferita» disse tetro il dottor White. «Nemmeno per sogno» replicò Gideon. Era sbiancato e non c'era più traccia della sua precedente baldanza. «Lo faremo dopo. Prima devo parlare con Gwendolyn.» «Non è necessario» dissi. «So già tutto quello che serve. Ora devo andare a casa.» «Accipicchia!» esclamò Xemerius. «Domani sarà un'altra giornata faticosa» disse Mr George a Gideon, mentre prendeva la sciarpa nera. «E Gwendolyn ha l'aria stanca. Deve alzarsi presto per andare a scuola.» «Proprio così! E stanotte dovrà pure fare una caccia al tesoro» aggiunse Xemerius. «O qualunque cosa si trovi nel punto indicato da quelle coordinate...» Mr George mi bendò. L'ultima cosa che vidi furono gli occhi di Gideon, d'un verde innaturale nel volto cereo. «Buonanotte a tutti» dissi ancora prima che Mr George mi guidasse fuori dalla stanza. A parte il piccolo Robert non mi rispose nessuno. «Ebbene, non voglio farti stare sui carboni ardenti» disse Xemerius. «Leslie e Raphael si sono divertiti un sacco oggi pomeriggio, al contrario di te, a quanto pare. Vabbè, comunque sono riusciti a determinare con precisione le coordinate. Ora ti do tre possibilità di indovinare che luogo indicano.» «È qui a Londra?» chiesi. «Bingo!» esclamò Xemerius. «Come dici, scusa?» domandò Mr George. «Niente» risposi. «Mi perdoni, Mr George.» Mr George sospirò. «Spero che il dialogo con il conte sia andato bene.» «Oh, sì» risposi amareggiata. «È stato illuminante sotto ogni punto di vista.» «Pronto? Ci sono anch'io!» gridò Xemerius e io ne avvertii l'aura umida quando mi mise le braccia intorno al collo come una scimmietta. «E ho delle novità davvero, davvero interessanti. Dunque: il nascondiglio che cerchiamo si trova qui a Londra. E non solo: è situato a Mayfair. Più precisamente a Bourdon Place. Ancora più precisamente: Bourdon Place numero 81! Allora, che ne dici?» A casa mia! Le coordinate indicavano un luogo dentro casa nostra? Che cosa poteva averci nascosto il nonno? Forse un altro libro? Con indicazioni che finalmente potevano esserci utili? «Finora la ragazza cagnolino e il francese hanno fatto un ottimo lavoro» osservò Xemerius. «Devo ammettere che non sapevo niente di questa storia delle coordinate. Ma ora, ora tocca a me! Perché solo l'unico, meraviglioso e brillantissimo Xemerius può infilare la testa dentro i muri e vedere che cosa si nasconde dietro o all'interno. Stanotte andremo insieme a caccia di tesori!» «Ne vuoi parlare?» domandò Mr George. Io scrollai la testa. «No. Possiamo aspettare anche domani» risposi, rivolta sia a Mr George, sia a Xemerius. Quella notte volevo restare sveglia a piangere il mio cuore infranto. Volevo crogiolarmi nell'autocommiserazione e nelle metafore più melense. E forse avrei ascoltato Hallelujah di Bon Jovi come sottofondo. Del resto ognuno ha bisogno della sua personale colonna sonora per un caso del genere. Epilogo Londra 29 settembre 1782 Atterrò con la schiena contro il muro, posò la mano sull'elsa della spada e si guardò intorno. Il cortile della locanda era deserto, come aveva promesso Lord Alastair. C'erano fili da bucato che andavano da un muro all'altro e i lenzuoli bianchi stesi su di essi ondeggiavano al vento. Paul alzò lo sguardo verso le finestre sulle quali si rifletteva il sole del pomeriggio. Un gatto era acciambellato su un davanzale e lo osservava con espressione sorniona, una zampa mollemente abbandonata nel vuoto. Gli ricordò Lucy. Staccò la mano dalla spada e si lisciò i polsini di pizzo della camicia. Quei completi in stile rococò gli sembravano tutti uguali, stupidi calzoni al ginocchio, buffe giacche con lunghe code ingombranti e dappertutto ricami e pizzi: un delirio. Aveva proposto di indossare il costume e la parrucca che si erano fatti preparare per i viaggi nel 1745, ma Lucy e Lady Tilney avevano insistito per fargli preparare una mise nuova. Affermavano che avrebbe dato nell'occhio se si fosse presentato nel 1782 vestito secondo la moda del 1745, e non avevano voluto sentire ragioni neppure quando lui aveva argomentato che si sarebbe recato solo per poco in un luogo appartato per scambiare i documenti con Lord Alastair. Infilò la mano tra giacca e camicia, dove teneva le copie ripiegate in una busta marrone. «Molto bene, siete puntuale.» Quella voce gelida lo fece voltare di scatto. Lord Alastair si staccò dall'ombra del portone, elegantissimo come sempre, sebbene molto sgargiante e con troppi gioielli che luccicavano al sole. Spiccava come una presenza stonata tra le semplici lenzuola bianche. Persino l'elsa della sua spada sembrava d'oro puro incastonato di pietre preziose che conferivano all'arma un aspetto innocuo e quasi ridicolo. Paul gettò una rapida occhiata oltre il portone, dove i prati verdi oltre la strada digradavano fino al Tamigi. Gli giunse all'orecchio uno scalpiccio di cavalli e ne dedusse che Lord Alastair doveva essere arrivato in carrozza. «Siete solo?» chiese Lord Alastair. Aveva un tono di voce arrogante, e per di più parlava come se fosse afflitto da un raffreddore cronico. Si avvicinò. «Un vero peccato! Avrei rivisto volentieri la vostra graziosa accompagnatrice dai capelli rossi. Aveva un modo così - hmmm - singolare di esprimere le sue opinioni.» «Era solo delusa che non abbiate approfittato dei vantaggi offerti dalle informazioni che vi avevamo comunicato recentemente. E non si fida di ciò che avete in mente di fare con queste.» «Le vostre informazioni erano incomplete!» «Erano più che sufficienti! I piani dell'Alleanza fiorentina non erano abbastanza definiti. In quarant'anni ci sono stati cinque agguati falliti al conte e di due di essi siete voi il diretto responsabile! L'ultima volta - undici anni fa - sembravate molto sicuro di voi.» «Non preoccupatevi. La prossima volta non falliremo!» ribatté Lord Alastair. «I miei antenati e anch'io abbiamo sempre commesso l'errore di affrontare il sedicente conte come una persona. Abbiamo cercato di smascherarlo, di diffamarlo, di rovinare la sua reputazione. Abbiamo cercato di riportare sulla retta via anime smarrite come la vostra, senza capire che tutti voi siete da tempo perduti a causa del sangue demoniaco.» Paul aggrottò la fronte irritato. Le chiacchiere altisonanti del lord e gli altri appartenenti all'Alleanza fiorentina non lo avevano mai convinto fino in fondo. «Abbiamo cercato di eliminarlo come un uomo qualunque con il veleno, la lama delle spade e le pallottole» proseguì Lord Alastair. «Ridicolo!» Scoppiò in una risata sinistra. «Ogni volta lui sembrava essere un passo avanti a noi. Dovunque arrivassimo, lui ci aveva preceduto. Sembrava invincibile. Dispone di una fitta rete di amici e protettori influenti dappertutto, che come lui sanno usare la magia nera. I membri della sua loggia sono tra gli uomini più potenti della nostra epoca. Ci sono voluti decenni, prima che comprendessi che non si può sconfiggere un demone con metodi umani. Ma ora so che cosa fare.» «Mi fa piacere sentirlo» commentò Paul gettando una rapida occhiata intorno a sé. Altri due uomini erano spuntati sotto l'arco del portone, vestiti di nero, con la spada al fianco. Maledizione! Lucy aveva ragione. Alastair non aveva intenzione di mantenere la sua parola. «Avete le lettere?» «Certo» rispose Lord Alastair estraendo dalla giacca un grosso plico di fogli legati da un nastrino rosso. «Nel frattempo sono riuscito, non da ultimo grazie a voi e alle vostre preziose informazioni, a infiltrare un buon amico presso i Guardiani. Mi tiene aggiornato quotidianamente delle più importanti novità. Lo sapevate che il conte è tornato in città? Ah, certo che ne eravate al corrente!» Soppesò il plico tra le mani, poi lo gettò a Paul. Paul lo afferrò abilmente con una mano sola. «Grazie. Sono sicuro che ne avrete fatto fare delle copie.» «Non è stato necessario» ribatté il lord con arroganza. «E voi? Mi avete portato ciò che vi avevo chiesto?» Paul si infilò il plico di lettere della giacca e sollevò in aria la busta marrone. «Cinque pagine con l'albero genealogico dei de Villiers, a partire dal XVI secolo con Lancelot de Villiers, il primo viaggiatore nel tempo, sino a Gideon de Villiers, nato nel XX secolo.» «E la linea femminile?» domandò Lord Alastair quasi con una punta di eccitazione nella voce. «C'è anche quella. A partire da Elaine Burghley fino a Gwendolyn Shepherd.» Quel nome provocò una fitta di dolore a Paul. Lanciò una rapida occhiata agli uomini. Erano rimasti sotto il portone, la mano posata sulle spade, come se aspettassero qualcosa. Digrignando i denti riconobbe con se stesso che sapeva già che cosa. «Molto bene. Allora consegnatemi la busta!» Paul esitò. «Non avete rispettato i patti» disse per guadagnare tempo. Indicò i due uomini. «Sareste dovuto venire solo.» Lord Alastair seguì il suo sguardo con espressione indifferente. «Un gentiluomo del mio rango non si sposta mai da solo. I miei servitori mi accompagnano dovunque.» Fece un altro passo in avanti. «Ora datemi quei documenti! Mi occuperò io di tutto il resto.» «E se ci avessi ripensato?» «Per me non fa differenza ottenere queste carte da voi che siate vivo o che siate morto» disse il lord posando la mano sull'elsa incastonata di pietre preziose. «In altre parole, non ha importanza che vi uccida prima o dopo la consegna.» Paul impugnò a sua volta la propria spada. «Avete fatto un giuramento.» «Puah!» sbuffò Lord Alastair sguainando la spada. «Non si scende a patti con il diavolo! Datemi quei documenti !» Paul fece due passi indietro mettendosi in guardia. «Non avete forse appena detto che non è possibile sconfiggerci con armi convenzionali?» domandò, sollevando le sopracciglia con aria sarcastica. «Ora vedremo» rispose il lord. «En garde, demonio!» Paul avrebbe preferito continuare a parlare, ma Lord Alastair sembrava deciso a cogliere l'occasione. Balzò in avanti, determinato a uccidere Paul. Peccato che, insieme alle sue ottime doti di spadaccino, questo non rappresentasse una combinazione favorevole. Paul se ne rese conto quando, nel giro di pochi minuti, si ritrovò con le spalle al muro. Aveva parato gli affondi meglio che poteva, era passato sotto i lenzuoli stesi e aveva tentato a sua volta di mettere alle strette il lord. Invano. Il gatto balzò giù dal davanzale miagolando e scappò oltre il portone. Dietro le finestre era tutto immobile. Maledizione! Perché non aveva dato retta a Lucy? Lei lo aveva implorato di impostare una finestra temporale più breve. Forse allora sarebbe riuscito a resistere abbastanza per dissolversi sotto gli occhi del lord. La lama di Alastair scintillò al sole. Il suo affondo successivo fu così potente da togliere quasi di mano la spada a Paul. «Aspettate!» gridò questi, ansimando più di quanto avrebbe dovuto. «Avete vinto! Vi do i documenti.» Lord Alastair lasciò cadere la spada. «Molto ragionevole da parte vostra.» Fingendo di avere il respiro affannato, Paul si appoggiò al muro e porse a Lord Alastair la busta marrone. Nello stesso momento si scagliò contro di lui, ma sembrava che Lord Alastair si aspettasse questa mossa. Lasciò cadere a terra la busta e parò l'assalto di Paul senza fatica. «Sono in grado di anticipare ogni vostra astuzia demoniaca!» esclamò ridendo. «Ora però voglio vedere di che colore è il vostro sangue!» Compì un raffinato affondo e Paul sentì la lama dell'avversario che gli strappava la manica della giacca e gli scalfiva la pelle. Un fiotto di sangue caldo gli scorse per il braccio. Non provava un dolore particolare, quindi ne dedusse che si trattava solo di una ferita superficiale, ma il ghigno sinistro dell'avversario e il fatto che Alastair fosse calmissimo mentre lui aveva il fiato corto non lasciavano presagire nulla di buono. «Che cosa aspettate?» gridò Lord Alastair verso i due lacchè alle sue spalle. «Non perdiamo altro tempo! Oppure volete che scompaia sotto i nostri occhi come è successo per il vostro ultimo avversario?» Gli uomini in nero reagirono senza esitazioni. Mentre li vedeva avanzare tra i lenzuoli stesi, Paul comprese che per lui era finita. Se non altro Lucy era al sicuro, gli venne da pensare. Se fosse andata con lui, sarebbero morti entrambi. «Pronunciate le vostre ultime parole» disse Lord Alastair e Paul valutò se fosse il caso di abbassare la spada, inginocchiarsi e mettersi a pregare. Forse il devoto lord avrebbe aspettato a ucciderlo per compassione. Ma forse sarebbe stato morto ancor prima di riuscire a inginocchiarsi. In quell'istante colse con la coda dell'occhio un movimento dietro il bucato e vide uno degli uomini di Lord Alastair stramazzare a terra senza un suono prima ancora di essersi girato completamente. Dopo una frazione di secondo, l'altro uomo superò lo stupore e partì all'attacco del nuovo venuto, un giovane con una giacca verde che ora sbucò da dietro il lenzuolo e parò il colpo con grande disinvoltura. «Gideon de Villiers» mormorò Paul mentre rispondeva con ritrovato slancio ai colpi di Lord Alastair. «Non avrei mai creduto che un giorno sarei stato tanto contento di rivederti, piccolo.» «Veramente la mia era semplice curiosità» disse Gideon. «Ho visto la carrozza con le insegne di Lord Alastair ferma in strada e volevo sapere che cosa fosse venuto a fare in questo cortile abbandonato...» «Milord, quello è il demone che ha ucciso Jenkins a Hyde Park!» ansimò l'uomo di Lord Alastair. «Fa' quello per cui sei pagato» gli ordinò Lord Alastair, mentre le sue forze sembravano essersi moltiplicate. Paul venne colpito una seconda volta, allo stesso braccio, un po' più in alto di prima. Questa volta una fitta di dolore gli attraversò il corpo. «Milord...» il servitore sembrava in difficoltà. «Occupati di questo qui!» gridò Lord Alastair contrariato. «Io penserò all'altro!» Paul tirò il fiato sollevato quando il lord si allontanò da lui. Si guardò per un attimo il braccio: sanguinava, ma riusciva ancora a reggere la spada. «Ma noi ci conosciamo!» Lord Alastair era di fronte a Gideon, la lama della sua spada era sporca del sangue di Paul. «Proprio così» rispose Gideon e Paul suo malgrado rimase ammirato dalla calma che il giovane emanava. Possibile che non provasse neppure un briciolo di paura? «Undici anni fa, poco dopo il vostro fallito agguato contro il conte di Saint Germain, ci siamo conosciuti a una lezione di scherma da Galliano.» «Il marchese Welldone» disse il lord sprezzante. «Mi ricordo. Mi portaste un'ambasciata dal diavolo in persona.» «Vi diedi un avvertimento che purtroppo non avete rispettato.» Gli occhi verdi luccicavano pericolosi. «Progenie del demonio! L'ho capito subito come vi ho visto. Effettivamente le vostre parate erano abili, ma forse ricordate che vinsi io il nostro piccolo duello di allenamento.» «Me lo ricordo benissimo» rispose Gideon scrollando i polsini di pizzo come se gli fossero d'impiccio. «Lo ricordo come se fosse la settimana scorsa. E per me è così, a voler essere precisi. En garde.» Si udì un clangore metallico, ma Paul non ebbe modo di vedere chi avesse il sopravvento, perché il lacchè superstite si era ripreso e gli stava andando incontro con la spada sguainata. L'uomo non duellava con la stessa eleganza del suo padrone, ma aveva molto impeto e Paul si rese conto ben presto che la forza del suo braccio ferito, nonostante la breve pausa, scemava velocemente. Quando sarebbe arrivato il momento del salto? Non poteva mancare ancora molto! Strinse i denti e si preparò a un nuovo attacco. Per diversi minuti nessuno parlò, si sentiva solo il tintinnare dell'acciaio e l'ansimare dei duellanti, poi Paul vide con la coda dell'occhio la preziosa spada di Lord Alastair volare in aria e cadere sul selciato con un tonfo sordo. Grazie a Dio! Il servitore fece un balzo all'indietro. «Milord?» «Che trucco da vigliacchi, demone» esclamò il lord irato. «Contro tutte le regole! Spettava a me colpire!» «Mi sembra che non sappiate perdere» replicò Gideon che perdeva sangue da un braccio. Gli occhi di Lord Alastair ardevano di collera. «Uccidetemi, se ne avete il coraggio!» «Non oggi» disse Gideon rinfoderando la spada. Paul colse il cenno del capo che il lord rivolse al servitore e vide quest'ultimo contrarre i muscoli. Come un lampo si frappose e parò il colpo prima che la lama del servitore potesse trafiggere Gideon tra le costole. Nello stesso momento Gideon sguainò la spada e l'affondò nel petto dell'uomo. Il sangue sgorgò copioso dalla ferita e Paul distolse lo sguardo. Lord Alastair ne aveva approfittato per recuperare la spada e infilzare la busta marrone rimasta per terra. Senza aggiungere una parola, si voltò e scappò oltre il portone. «Codardo!» esclamò Paul furente. Poi si rivolse a Gideon. «Sei ferito, piccolo?» «No, è solo un graffio» rispose Gideon. «Tu però mi sembri messo male. Guardati il braccio! Quanto sangue...» Strinse le labbra e sollevò la spada. «Che cosa c'era nella busta che hai consegnato a Lord Alastair?» «Alberi genealogici» rispose Paul affranto. «La linea di discendenza maschile e femminile dei viaggiatori nel tempo.» Gideon annuì. «Sapevo che voi due eravate dei traditori. Ma non pensavo che foste così sciocchi! Lui tenterà di uccidere tutti i discendenti del conte! E ora conosce anche i nomi della linea femminile. Se fosse per lui, non saremmo mai nati.» «Avresti dovuto ucciderlo ora che ne avevi la possibilità» osservò Paul amaramente. «Ci ha teso una trappola. Senti, non mi resta più molto tempo, potrei saltare da un momento all'altro, ma è importante che tu mi dia ascolto.» «Non ho intenzione di farlo!» Gli occhi verdi scintillarono di collera. «Se avessi saputo che ti avrei trovato qui oggi, avrei portato con me una provetta...» «È stato un errore legarci all'Alleanza» disse Paul frettolosamente. «Lucy era contraria fin dal principio. Ma io pensavo che, se li avessimo aiutati a rendere innocuo il conte...» si portò le mani all'addome. Così facendo tastò il pacchetto di lettere che aveva nascosto sotto la giacca. «Maledizione! Ecco! Prendi questo, piccolo.» Gideon accettò riluttante il plico. «Smettila di chiamarmi piccolo. Sono pure più alto di te.» «Si tratta di una parte delle profezie che il conte ha finora tenute nascoste ai Guardiani. E importante che tu le legga, prima che ti venga di nuovo l'idea di correre dal tuo amato conte e di rovinarci. Merda, Lucy mi ucciderà quando verrà a saperlo.» «Chi mi garantisce che non sono dei falsi?» «Leggile e basta! Poi saprai perché abbiamo rubato il cronografo. E perché vogliamo impedire al conte di chiudere il cerchio di sangue.» Boccheggiò trafelato. «Gideon, devi prenderti cura di Gwendolyn» disse precipitosamente. «E devi proteggerla dal conte!» «Sarei pronto a proteggere Gwendolyn da chiunque!» Un lampo di superbia si accese negli occhi di Gideon. «Ma non sapevo che ti importasse.» «Mi importa eccome, ragazzo!» Paul dovette fare uno sforzo per non diventare manesco. Dio, se quel ragazzo avesse anche solo lontanamente immaginato! Gideon incrociò le braccia. «Per colpa del vostro tradimento, gli uomini di Alastair ci hanno quasi ucciso, me e Gwendolyn, di recente a Hyde Park! Ora perciò non venirmi a dire che ti sta a cuore la sua incolumità.» «Tu non immagini neppure...» Paul si fermò. Non aveva più tempo. «Non importa. Ascolta.» Pensò a ciò che aveva detto Lucy e cercò di trasmettere tutta l'urgenza possibile alla propria voce. «Una semplice domanda, una semplice risposta: ami Gwendolyn?» Gideon non lo aveva perso di vista neppure per un attimo, ma qualcosa balenò nel suo sguardo, Paul se ne rese conto benissimo. Incertezza, forse? Fantastico, con la spada il ragazzo se la cavava molto bene. Ma nelle questioni di cuore sembrava un principiante. «Gideon! Devo sapere la risposta!» esclamò con voce perentoria. Il volto del giovane perse un po' di determinazione. «Sì» rispose soltanto. Paul sentì che la rabbia lo abbandonava. Lucy lo aveva capito. Come aveva fatto a dubitare di lei! «Allora leggi le lettere» si sbrigò a dire. «Solo così capirai qual è il vero ruolo di Gwendolyn e che cosa ci sia in gioco per lei.» Gideon lo fissò interdetto. «Che cosa intendi?» Paul si chinò. «Gwendolyn morirà, se tu non lo impedirai. Sei l'unico che può farlo. E l'unico di cui si fida, a quanto pare.» Strinse la presa sul braccio di Gideon, mentre la vertigine rischiava di sopraffarlo. Che cosa avrebbe dato per uno o due minuti di tempo ancora! «Promettimelo, Gideon!» invocò disperato. Ma non poté sentire la risposta di Gideon. Vide sfumare tutto ciò che lo circondava, si sentì strappare da terra e fu catapultato nel tempo e nello spazio. L'avventura continua... Chi vuole sapere che cosa è custodito nel nascondiglio indicato dalle coordinate a casa dei Montrose in Bourdon Place 81, può cercare di decifrare questo messaggio in codice: 45 10 10 4 5 8 4 3 116 1 4 5 75 8 7 8 34 14 9 10 92 2 159 20 1 211 15 2 1 16 7 1 193 7 87 17 175 59 3 8 Ringraziamenti «Se tu cambi, cambia tutto ciò che ti sta intorno. Questa è la magia!» Mentre questo libro prendeva forma, è accaduta una quantità incredibile di cose meravigliose e ho incontrato così tante persone fantastiche da non poterle nominare tutte. Per questo mi limiterò a manifestare la mia infinita gratitudine a tutte le magiche circostanze che hanno portato a questi incontri. E, no, non credo alle coincidenze. Un grazie a tutte le lettrici che si sono date la pena di scrivermi una mail o una lettera oppure sono venute a conoscermi di persona a qualche presentazione: i vostri complimenti mi hanno dato una incredibile forza. Talyn, alias Dorit, grazie per il tuo occhio di falco durante la lettura delle bozze. Ho tratto grande ispirazione e molti spunti dai forum creativi del portale Buchereulen, il punto d'incontro virtuale intorno ai libri: grazie a tutti voi cari che vi siete dati tanto da fare! Kamelin: hai trovato il nome giusto per il fratello minore di Gideon. Anche il nome Purpleplum l'ho sgraffignato ai Buchereulen. (Mi sarebbe piaciuto tanto chiamarmi così!!) A questo punto rivolgo un caro saluto alle ragazze del forum di Red - Laura, Nathiii, jelly, jojo, JOlly, mia, sunrise, AyAy, coco, AnA, leo<3 e le altre - siete fantastiche! Anche Daniela Kern, che cura la Homepage e il forum, è grandiosa! Grazie anche a Thomas Frotz, che ha dato forma tridimensionale e irresistibile allo Xemerius della mia immaginazione. Spero che ben presto possano esserci tantissimi Xemerius da collocare sulla scrivania: sto ancora lavorando alla formula magica per renderli vivi. Grazie a tutti coloro che hanno dimostrato tanta pazienza nei miei confronti durante quest'anno. Sono così fortunata a stare con voi! Per questioni di tempo (ehi, devo ancora completare l'ultimo capitolo) ringrazierò nello specifico solo quattro persone speciali: la mia meravigliosa agente Petra Hermann, la mia fantastica editor Christiane During, la mia carissima amica Eva e la mia instancabile mammina. Grazie di tutto, mamma, anche del fatto che leggi questi libri con l'entusiasmo di un'adolescente. Eva, senza il tuo sostegno morale certi giorni non sarei riuscita a scrivere neppure una parola. Petra, per me sei un vero dono del cielo! Christiane, non so come fai, ma alla fine mi sembra sempre che le idee vengano solo da me! Le tue invece sono le migliori! Grazie a entrambe per le meravigliose giornate a Londra. Elenco dei personaggi principali Nel presente: I Montrose: Gwendolyn Shepherd, frequenta la seconda superiore e un giorno scopre di poter viaggiare nel tempo Grace Shepherd, madre di Gwendolyn Nick e Caroline Shepherd, fratelli minori di Gwendolyn Charlotte Montrose, cugina di Gwendolyn Glenda Montrose, madre di Charlotte, sorella maggiore di Grace Lady Arisa Montrose, nonna di Gwendolyn e Charlotte, madre di Grace e Glenda Madeleine «Maddy» Montrose, prozia di Gwendolyn, sorella del defunto Lord Montrose Mr Bernhard, maggiordomo dei Montrose Xemerius, fantasma di un demone sotto forma di un doccione in pietra Alla Saint Lennox High School: Leslie Hay, amica del cuore di Gwendolyn James August Peregrin Pimplebottom, fantasma della scuola Cynthia Dale, compagna di scuola Gordon Gelderman, compagno di scuola Mr Whitman, professore di inglese e storia, membro della cerchia interna dei Guardiani Raphael Bertelin, nuovo studente della Saint Lennox, fratello minore di Gideon Al quartier generale dei Guardiani a Tempie: Gideon de Villiers, può viaggiare nel tempo come Gwendolyn Falk de Villiers, zio di secondo grado di Gideon, Gran Maestro della loggia del conte di Saint Germain, i cosiddetti Guardiani Thomas George, membro della loggia nella cerchia interna Mr 'Whitman, come sopra Dottor Jake White, medico e membro della loggia nella cerchia interna Mrs Jenkins, segretaria dei Guardiani Madame Rossini, sarta dei Guardiani Mr Marley, adepto di secondo grado Giordano, adepto di terzo grado, responsabile dell'istruzione di Gwendolyn per il XVIII secolo Nel passato: Il conte di Saint Germain, viaggiatore nel tempo e fondatore dei Guardiani Miro Rakoczy, fratello di sangue e amico, conosciuto anche come «il leopardo nero» Lord Brompton, conoscente e sostenitore del conte Lady Brompton, la sua vivace consorte Margret Tilney, viaggiatrice nel tempo, trisavola di Gwendolyn, nonna di Lady Arisa Paul de Villiers, viaggiatore nel tempo, fratello minore di Falk de Villiers Lucy Montrose, viaggiatrice nel tempo, nipote di Grace, figlia di Harry, fratello maggiore di Grace e Glenda Lucas Montrose, successivamente Lord, nonno di Lucy, padre di Grace, Gran Maestro della loggia fino alla morte Mr Merchant, Lady Lavinia Rutland, ospiti alla soirée di Lady Brompton Lord Alastair, nobile inglese con antenati italiani, capo dell'Alleanza fiorentina nel XVIII secolo