L’APOCALISSE
PRESENTAZIONE DEL LIBRO
Le grandi ore della Storia hanno sempre avuto un’attrattiva verso l’Apocalisse, soprattutto le ore di
crisi e di grandi mutamenti. Questo libro originale ci giunge da una Scuola già presente
nell’Ebraismo: troviamo traccia di questa corrente apocalittica, nei libri di Geremia, Zaccaria,
Ezechiele, Isaia; in una serie di libri apocrifi, che sono meno conosciuti: il libro di Enoch,
l’Apocalisse di Baruch, dai quali l’Apocalisse attinge. Tracce di questa Scuola apocalittica
troviamo anche nei Vangeli: i cosiddetti “discorsi finali” di Gesù: Marco 13; Matteo 24; Luca 17 e
21. Anche Paolo ha pagine apocalittiche. Ma la Scuola giovannea ha prodotto un capolavoro in
questo campo: quella che noi chiamiamo l’Apocalisse di Giovanni. Essa ci giunge come un
vertice di una lunga maturazione, che era già cominciata, come si è detto, già prima di Gesù.
Tracce di questa scuola giungeranno fino al 300 d.C. L’Apocalisse si colloca come un momento di
grande maturità: è il libro più completo, più bello, più armonico.
Il linguaggio comunicativo di questo libro non è familiare alla nostra logica e al nostro modo
occidentale di pensare. Questa letteratura è segnata dall’uso molto frequente di visioni, immagini,
colori, animali, fenomeni atmosferici. Tutte queste realtà sono da interpretare, perchè non ci viene
dato un linguaggio esplicito, ma un simbolo, che va appunto spiegato. Questo è un lavoro che può
diventare difficile, soprattutto per chi non ha familiarità con questo linguaggio, ma non è
impossibile, con un po’ di pazienza si può entrare dentro.
La Scuola apocalittica, possiamo ormai chiamarla così, mostra una spiccata sensibilità per la Storia,
proprio per questa attenzione agli eventi storici questo è un libro contemporaneo, anche se scritto
duemila anni fa.
E’ un libro utilissimo per la nostra Chiesa, il nostro cammino di credenti, poco abituati a
un’attitudine meditativa e riflessiva. Questo libro chiede una grande capacità di riflessione e di
meditazione: si naviga nella Storia leggendola, interpretandola, senza sentirsi trainati da essa.
L’Apocalisse è un libro che propone una sfida incessante, quanto mai necessaria per la Chiesa di
oggi.
La Scuola apocalittica si presenta come rivelazione (“alzare il velo”) e come profezia (come
tentativo di interpretare un disegno che non è subito evidente, ma che ha bisogno di una
elaborazione e di una comprensione di cui la stessa storia fornisce le coordinate, alcune chiavi
interpretative per leggere la propria vicenda. La profezia non ci dà il prodotto finito, ma la chiave
per entrare dentro. La lettura della Storia è interagente: non fa tutto l’autore, come non fa tutto
l’assemblea).
Ha ragione P. Vanni quando dice: “E’ l’assemblea, che interpreta la Storia”, in un contesto
liturgico”.
Lo scopo di questo libro è quello di riallacciare le Promesse di Dio con la propria contemporaneità.
Spesso è più facile vivere una fede separata dalla storia, dal presente, dalla vita, anziché sforzarsi di
collegare le promesse di Dio, la sua fedeltà, la sua Parola, con il proprio vissuto, con le proprie
tensioni, con il proprio cammino, con gli eventi storici in generale. La fede vacilla soprattutto
quando gli avvenimenti storici sembrano mettere in questione le promesse stesse: questa è la sfida
del credente, che non deve cedere, non deve vivere la propria storicità prescindendo da Dio, anche
se vive in una società secolarizzata dove questo pericolo è molto ricorrente se non siamo vigilanti.
Da questo punto di vista l’Apocalisse non è un libro che si rifugia nel “devoto”, ma accetta la sfida
della lettura della Storia e si immerge nel cammino. L’uomo “apocalittico” sa che la Promessa
divina regge di fronte al travaglio, sa che la promessa divina è sempre attuale. Per questo uomo
“apocalittico”, quello che succede intorno, mostra un aspetto nascosto della storia, non resta nella
cronaca, ma rimanda a una profondità. Questo testo è molto educativo per il proprio cammino della
fede e per la propria maturità antropologica.
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L’Apocalisse è nata proprio in un ambiente di ricerca, di riflessione, in un tessuto comunitario, e
l’autore farà spesso riferimento all’assemblea in un contesto liturgico (“nel giorno del Signore”),
comunitario, dentro una “tradizione”, laddove la Parola, le promesse di Dio vengono
continuamente rilette, riflettute, riascoltate, ridette in termini contemporanei. Ed è proprio in questo
ambiente liturgico che è maturata la riflessione di questo libro. La persona in quanto tale, nel libro
dell’Apocalisse, non è mai sognata nella sua idealità, ma è sempre colta e vista nella sua
concretezza, nella sua storicità, nel suo apparire storico, nella sua fenomenologia, è una persona
che può soffrire, deve lottare, dovrà restare in piedi, potrebbe anche appiattirsi, subire influenze
esotiche, essere trascinata da pressioni culturali, violente, e potrebbe impaurirsi.
L’uomo non è colto nella sua idealità, ma nella sua ferialità, e non è mai colto in maniera isolata,
ma sempre dentro una rete di relazioni, nella sua storicità. L’Apocalisse è un libro che avanza
dentro un rapporto complesso, intrecciato, a volte offre perfino il volto confuso a una prima lettura;
pertanto richiede una lettura lenta, meditata.
L’autore si diverte in questo senso anche a porre in risalto molti atteggiamenti tipicamente umani,
per esempio: lo stare in piedi (l’angelo che “sta in piedi”), Dio che è “seduto sul trono”: sono tutti
antropomorfismi; ancora: si parla “fronte”, di “volto”, di “capelli”, addirittura non manca nemmeno
la dimensione del femore (“portava scritto sul femore Re dei re, Signore dei signori”).
E’ un autore sensibile anche ai valori, a ciò che è prezioso, è bello, dipingerà la “nuova
Gerusalemme” come mai nessuno prima ci era riuscito, la dipingerà come il sogno più ambito della
storia, il vertice, punto di arrivo di un sogno umano, mèta delle promesse di Dio ( capitoli dal 21 al
22).
L’autore è appassionato al tema dell’amore, questa relazione piena, nuziale, la narrerà nella sua
fase finale senza attraversamenti negativi, ma nel suo percorso sarà sempre segnata da queste
dimensioni negative.
L’autore ancora parla di lavoro, di vendemmia, di commercio, parla di tensioni violente, è attento
al grido degli oppressi. Come si vede, l’Apocalisse, affronta con coraggio, la dimensione storica
con le sue crisi, con la sua capacità di sopravvivere, soprattutto infonde lo stimolo di rinnovarsi, di
non adagiarsi, di non rassegnarsi. Annota perfino l’impazienza, che è il contrario della staticità,
della ripetitività.
Punto di partenza di questo movimento attivo è il silenzio interiore, la riflessione che stimola la
persona nella sua capacità critica, interpretativa, sollecitata sempre dall’azione di Cristo e dal
mistero dello Spirito. L’Apocalisse, proprio perché è un libro interagente, chiede a ciascuno di noi
di riattivare al massimo la sua capacità di ascolto, la sua sensibilità di leggere, di indovinare
creativamente alcune cifre di valori, chiede anche la capacità di esporsi per applicarle: da questo
punto di vista l’Apocalisse è una scuola di sapienza, anzi la scuola sapienziale per eccellenza,
quella che insegna a reagire all’interno della storia, a volte percepita nella sua dimensione piatta,
altre volte teatro di forze violente. Su questo sfondo storico, emerge sempre il Dio trascendente,
che è ugualmente presente nella sua trascendenza, è ugualmente attivo nella storia, anzi è proprio
in grado di guidarla nell’intreccio tra le libertà umane e la sua azione. L’apocalittica, da questo
punto di vista, mostra una peculiare sensibilità per le forze nuove che irrompono nella storia.
Quando parlo di forze nuove non intendo forze negative ma forze positive iniettate da Cristo
Risorto, ma bisogna avere una grande sensibilità e capacità per coglierle. Ed è da questo punto di
forza che noi possiamo anche accettare in pieno l’urto dei fatti sconcertanti, dobbiamo avere la
capacità di reagire poggiando su una speranza solida, adulta, propria di chi ha gli occhi aperti su
Dio e sul mondo.
L’Apocalisse è un libro che insegna a non assolutizzare il presente, ogni assolutizzazione del
presente che taglia la trascendenza, viene sempre stigmatizzata. Vedremo questo soprattutto nei
capitoli finali dal 16 al 20, dove l’assolutizzazione del presente sconfina spesso nel consumismo, e
quindi si autodistrugge (Babilonia che crolla su se stessa).
Queste non sono letture del passato, non sono elementi semplicemente di storicità, sono schemi
paradigmatici, modelli, chiavi di lettura, moniti seri per il nostro presente: ogni assolutizzazione del
presente che taglia la trascendenza, finisce sempre nell’assolutismo consumistico e totalitario, e
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questa realtà è l’inizio della propria sconfitta: un sistema che crolla su se stesso. Ma il cammino
verso la Gerusalemme celeste continua. Quindi l’Apocalisse è un libro che combatte le facili
idealizzazioni, è un libro che non accetta che le cose penultime passino per definitive e valori
assoluti. Queste sono tutte problematiche fortemente provocanti per il nostro ambiente, per la
nostra Chiesa, anche all’interno del mondo religioso.
E’ un libro che educa a non trasformare il cammino della fede in facili miracolismi, ma insegna a
salire la storia, attraversandola tutta per arrivare alla meta. Le facili soluzioni non avvengono: c’è
una promessa attiva e una risposta dell’uomo che viene costantemente richiesta. Non si delega a
Dio la soluzione dei nostri problemi, come da soli non li possiamo affrontare: è in questa relazione
che possiamo contare su un futuro positivo. Anche questa è una realtà molto importante della
nostra dimensione di fede.
La spiritualità dell’Apocalisse è certamente trinitaria, ma è una spiritualità che chiama in campo
l’uomo, con tutte le sue componenti.
La teologia dell’Apocalisse.
Il primo aspetto caro all’Apocalisse è la promessa di Dio, il suo disegno sulla storia, che non è un
disegno deterministico, non è una predestinazione rigida: è una promessa, e la promessa
dell’Apocalisse o Patto, viene chiamato “patto unilaterale”.
Nella la storia di Israele sono maturati due filoni circa l’Alleanza: il filone del “Patto bilaterale”:
Dio mantiene le sue promesse a patto che l’uomo ricambi, nel momento in cui l’uomo trasgredisce,
Dio si sente libero dalla sua promessa. Sappiamo che questo tipo di Alleanza è fallito, perché
l’uomo non è in grado di reggere nella perseveranza, non è un partner affidabile: la storia ha
sempre dimostrato questo. E non occorre neanche fare tanta fatica a guardare la storia, basta che
guardiamo in noi stessi e scopriremo che queste infedeltà ce le portiamo dentro e ci sono familiari.
Siamo onesti: noi non siamo dei partner affidabili. Se Dio aspettasse il nostro contributo,
permanente e fedele, per realizzare le sue Promesse, saremmo tutti spacciati, ma, nella sua
paternità, Dio ha rilanciato il“Patto unilaterale”, che di per sé è antico, è nato col Diluvio, ma
nell’Ebraismo era stato come sepolto, soprattutto negli ambienti sacerdotali dominanti. Sarà la
Storia dell’Esilio, delle grandi catastrofi, a insegnare a Israele, soprattutto per bocca dei Profeti, che
Dio rilancia la Storia e intende essere fedele nonostante l’infedeltà dell’uomo. Nasce così quello
che viene chiamato il “patto unilaterale”. Gesù si è mosso in questa area, nella cosiddetta “Nuova
Alleanza”, che non è “nuova”, è antica, perché esisteva già nel popolo ebraico. Questa corrente
anche se fu minoritaria, diventerà il punto fermo, ultimo e definitivo dell’Alleanza tra Dio e
l’uomo.
La scuola apocalittica, come anche i libri di Enoch, e alcuni libri profetici, orienteranno la loro
riflessione a partire proprio da questo “patto unilaterale”: Dio intende essere fedele alla storia,
nonostante la storia. Questo è un punto molto bello, positivo per il futuro.
Qualche annotazione ancora di carattere teologico, con lo scopo di gustare la ricchezza di questo
libro. Tutta la riflessione dell’Apocalisse parte da questo punto: una Chiesa in ascolto,
un’assemblea che intende purificare se stessa, che si rinnova e interpreta la Storia.
La prima parte dell’Apocalisse si concentrerà soprattutto su questo schema: la Chiesa prende
coscienza di se stessa, si purifica, si rinnova, guarda nel proprio vissuto per modificarlo alla luce
della Parola. Questo rinnovamento ha sostanzialmente tre punti di riferimento:
1. Cristo ci dà una opportunità e non ci obbliga a raccoglierci “nel giorno del Signore” in
assemblea. Questo atto ci è tanto familiare, a volte può scadere in routine, abitudine,
appiattimento. Se dovessimo fare una valutazione del nostro passato, più o meno recente, di
questo “giorno del Signore” ci renderemmo conto che ad esso si è dato solo una
connotazione coercitiva: l’obbligo, sotto pena di peccato grave, di partecipare alla Messa
domenicale. Questo stravolgimento ha fatto dottrina, storia, fino a creare delle ossessioni,
facendo perdere la bellezza delle cose più sante e più positive della Storia della salvezza,
banalizzandole e creando un’oppressione morale. Su questo terreno lavoriamo in salita,
perchè c’è una disaffezione terribile al “giorno del Signore”, perché ancora si sente soltanto
l’obbligo. Questo libro, invece, offre all’Assemblea una opportunità per raccogliersi nel
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“giorno del Signore”, laddove il Signore Risorto le parla in modo confidenziale, tonificante.
L’assemblea è chiamata a prendere coscienza di sé, a responsabilizzarsi: tutto questo non
avviene in un soggettivismo introverso, o in visioni mistiche, ma tra persone raccolte in
assemblea, che dialogano con il proprio Signore. Questa realtà non c’è più nella nostra
tradizione ecclesiale, e quando si modificano questi aspetti della chiesa detta realtà viene
vanificata. Per questo motivo nella costituzione liturgia “Sacrosantum Concilium” si parlerà
della liturgia come “fons et culmen”. Ma questo non è un concetto astratto, teologico, è una
opportunità esistenziale che io devo rendere operativa col mio contributo, non per dovere di
precetto ma per opportunità riconoscente. L’Apocalisse si apre così, proprio nei primi 4
versetti: “Rivelazione di Gesù Cristo, a lui Dio la consegnò per far sapere ai suoi servi le
cose che debbono accadere fra breve, ed egli la trasmise con l’invio del suo angelo al suo
servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, secondo
quanto vide. Beato chi legge e beati quelli che ascoltano le parole di questa profezia e
custodiscono ciò che vi è scritto”. L’Apocalisse si apre con l’opportunità di un’esperienza
felice: “Beato chi legge e beato chi ascolta”. Si tratta di una rivelazione che riguarda
l’evento Gesù, che ci verrà partecipato pezzo per pezzo, fino alla nostra pienezza. Dunque:
felici noi. Queste realtà non hanno solo un sostegno affettivo, intimistico, difatti posso
partecipare a un’assemblea domenicale portando la mia fatica, non è detto che mi possa
sentire sempre nel massimo dell’esperienza, del coinvolgimento, ma dentro questa fatica
storica io non posso non rendermi conto che sto partecipando a una beatitudine, anche se,
sul momento, non ho la piena fruizione, ma sarà il tempo a far emergere la grande
opportunità che mi è data. La presa di coscienza della beatitudine può maturare nel tempo,
non è detto che sia sempre contemporanea. In questo contesto liturgico emerge la
dimensione trinitaria: Dio Padre ci consegna la rivelazione di Gesù, nel contesto dello
Spirito e tutto questo avviene “nel giorno del Signore” in un clima sacramentale.
L’assemblea, in questo dialogo trinitario, scopre la propria identità, impegna le proprie
risorse nel rispondere alla chiamata di Gesù. Questa assemblea è destinata a diventare “un
Regno”. In gergo sociale, un regno o una repubblica è un sistema di forze organizzate per
raggiungere determinati obiettivi, con la responsabilità e la cooperazione di tutti. Il Regno
che Cristo è venuto a inaugurare è caratterizzato dall’amore, dal perdono, dalla
condivisione e tutti, ogni giorno, sono chiamati a dare un volto sempre più concreto a
questo progetto. Si parla anche di “sacerdozio”: la dimensione sacerdotale è una dimensione
offertoriale. La maturazione escatologica non avviene in un giorno, in una domenica, ma
attraverso un lungo processo che domanda pazienza, cammino, coraggio, perseveranza,
capacità di tenuta, sempre dentro un tessuto dialogico: “beato chi legge, beato chi ascolta”.
Questo tema (“beato chi legge e beato chi ascolta”) è la trama di tutta l’Apocalisse: ascolto
e amore reciproco. Recuperare queste dimensioni vuol dire recuperare l’ ideale di un
cammino spirituale.
2. Per noi cristiani queste cose rappresentano la riscoperta di Cristo, nessuno di noi lo possiede
nella sua pienezza, non esistono stagioni di maturità assoluta, esistono soltanto stagioni di
impegno. Quando viene meno questa esperienza, quando Cristo non mi affascina più,
subentreranno altri fascini. Non possiamo scambiare le apparenze della nostra cultura con il
fascino cristologico, la riscoperta di Cristo è ciò che viene prima, assolutamente niente si
anteponga a Cristo. Questo linguaggio benedettino non è nato sui banchi di scuola nè da
un’ideologia, ma è maturato dentro un’esperienza di persone che hanno vissuto il fascino e
che hanno capito l’importanza della riscoperta di Cristo. Il Cristo della liturgia, il Cristo
domenicale, il Cristo travolgente che “splende come un sole in tutta la sua forza” (1,16),
occuperà la visione centrale del libro. Ma questo Cristo è anche il Cristo quotidiano che ci
poggia la mano sulla spalla e ci dice: “Coraggio!”. Anche qui troviamo la dialettica tra la
trascendenza e la quotidianità, è lo stesso Cristo della Trasfigurazione, che dopo il fascino
della visione scende dal Tabor e prosegue il cammino verso Gerusalemme.
3. Questo Cristo è un Cristo che ci rivolge la parola mediante il suo servo, il suo diacono, ma è
lui che parla e parla direttamente all’assemblea, la segue, si preoccupa, la ama, la stimola. E
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qui abbiamo quel procedimento penitenziale, indicato soprattutto nelle lettere alle sette
Chiese, attraverso il quale la riscoperta di Cristo mi fa capire, da una parte la mia distanza
da Lui, dall’altra la mia possibilità di divenire, “divenire nello Spirito”, immagine di Cristo
stesso, perché lo Spirito applica nella mia vita i tratti del volto di Cristo. E’ un linguaggio
stupendo, affascinante, ecco perché la trama di quelle Lettere, non è un parlare generico, ma
un parlare indirizzato. Non lasciamoci sorprendere dall’indirizzo: “Alla Chiesa di Efeso,
scrivi…”, perché possiamo tradurre: “Alla Chiesa di Mottola… ma anche: scrivo proprio a
te…”. Ciascuno di noi può mettere il proprio nome a quella Chiesa. Cristo si autopresenta e
su di te dà un giudizio benevolo e anche severo, di una severità benevola, o meglio
possiamo dire di una verità benevola, un giudizio vero ma benevolo, sostenuto non dalla
paura di un giudizio, di una punizione, ma da una esortazione, dunque l’atteggiamento è
quello di recuperare non di condannare. Questo è atteggiamento del Signore nei nostri
confronti ha come scopo la conversione: “ricordati… pentiti…”, è un linguaggio affettivo,
amichevole. A una persona con la quale non ho tanta confidenza io non posso dire “
ricordati… pentiti…”, devo usare un’altra terminologia, intanto le darò del “lei”, poi farò
una cosa molto generica, tasto il terreno per vedere come reagisce, con una persona invece
con la quale abbiamo un rapporto più confidenziale possiamo dire: “dai, svegliati”, oppure:
“datti una regolata”: bisogna cogliere queste finezze, che non sono letterarie, ma rimandano
a una modalità di rapporto sul quale io posso contare, e queste parole, anche se severe, non
le avverto come un rimprovero, ma come un sostegno per ricostruire la mia identità.
Dunque il punto di arrivo è una promessa, è un passo in avanti, è un di più, un meglio.
Tutta la nostra fatica allora sarà quella di rientrare in noi stessi, riprendere un contatto con il
Cristo che ci provoca. In una Chiesa-assemblea, questo dialogo orante con Cristo risulterà
un confronto stimolante: che cosa Lui dice a me, e cosa sono io alla luce della sua parola?
Emerge un giudizio, che non è, ripeto, di condanna ma tende al recupero, anche se la sua
esortazione può sembrare pressante. L’ultima esortazione suona così: “Chi ha questa
sensibilità ascolti quello che lo Spirito dice alle Chiese”, si tratta di affinare la nostra
sensibilità. Nella seconda parte, questa riscoperta ci permetterà di orientarci nel nostro
cammino, che l’Apocalisse chiama cammino “ascensionale” verso la Gerusalemme celeste.
Sostenuti dall’azione dello Spirito e dal Cristo che ci parla, guardiamo a questa mèta. Dal
confronto dialogico e liturgico emergerà una Chiesa capace di amare Cristo, di distinguersi
dal mondo, di sopportare la lotta, di ravvivare ciò che è statico, di impegnarsi per vincere.
Una Chiesa che è capace di progredire, una Chiesa in stato permanente di conversione, una
Chiesa che sa leggere la propria traiettoria nella Storia, quella che non fallisce. Questa
Chiesa è chiamata a discernere la “sua ora presente” a orientarsi nella Storia in cui vive, a
leggerne il significato nascosto e profondo, dentro le trame della Storia. L’autore propone
una Chiesa in posizione di osservazione: “Sali quassù”, è dall’alto di questa Parola che si
può guardare nelle nebbie delle nostre ideologie.
DIVISIONE DEL LIBRO
La struttura del libro prevede un Prologo, dove sono presenti i temi principali che verranno poi
sviluppati nel libro. Dopo il Prologo c’è una prima grande parte, dove l’autore ci presenta una
chiesa in stato di rinnovamento, una chiesa impegnata in una grande riforma di sé, in un cammino
di vera conversione, possiamo dire in una cristificazione incessante. Il modulo letterario segue
sempre questo schema: una visione introduttiva (1,9-20), poi le sette lettere alle Chiese. Il
contenuto della visione deve essere recepito dalle chiese stesse come un invito da parte di Cristo al
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cambiamento. La conversione della Chiesa sarà un rivestire l’evento-Gesù, che è comunicato
all’assemblea nella contemplazione, nella meditazione di quella visione.1
In questa prima grande parte (cap. 1-3) la chiesa è chiamata a costruire la propria identità
sull’evento-Gesù. Questo è il senso della nostra vocazione: la riscoperta di Gesù in termini
assimilativi. Questo è l’impegno primario di cui parla l’Apocalisse. La conversione non la
stabilisco io, ma la chiamata di Gesù: io sono chiamato a modellare la mia vita nel suo evento.
Questo è il senso di quelle lettere inviate alle Chiese, e questo è il cammino di riforma della Chiesa,
un’assemblea che riforma se stessa sull’evento-Gesù. Questa realtà è l’evento fondante, lo scritto
fondatore, è ciò che dà un’identità a una comunità, è ciò che la distingue, perché essa porta i tratti
del suo Signore.
Questa prima parte, quindi, è concentrata nei primi tre capitoli, con una visione introduttiva (1, 920) e con le sette lettere alle sette chiese. Questa prima grande parte costituisce l’identità della
Chiesa, il suo essere.
Nella seconda grande parte (capp. 4-22,5) la Chiesa comincia il lungo cammino ascensionale, di
costruzione di una realtà, un cammino che avvicina alla mèta. La realtà finale, pertanto, non è solo
da attendere, ma è una realtà che io costruisco lungo il mio cammino quotidiano. In questo
cammino ascensionale della storia, la Chiesa conoscerà un crescendo verso la Gerusalemme
celeste, ed ecco allora l’impegno sapienziale della seconda parte. La Storia è presentata come un
mare che non è trasparente, solo alla fine sarà un mare di cristallo, ora però è un mare attraversato
da elementi negativi nel quale si può perdere la bussola, la direzione, allora la Chiesa è invitata a
discernere, nella complessità degli elementi della sua Storia, la sua chiamata: c’è un disegno, c’è
qualcuno che ti sta conducendo, dobbiamo imparare a discernere questa voce tra le migliaia di voci
della storia. Questa dimensione è urgente per le Chiese che vivono in un pluralismo secolarizzato e
anche religioso. Quindi bisogna affinare l’orecchio dentro la complessità delle voci, per salire, per
trovare il filo luminoso che ci conduce alla mèta. Questa salita viene presentata attraverso degli
schemi, che non sono per noi familiari, rimangono ostici sostanzialmente, pertanto facciamo una
certa fatica a capire: sono i cosiddetti settenari. Abbiamo tre gruppi di settenari: il settenario dei
sigilli, il settenario delle trombe e il settenario delle coppe.
Ogni settenario è preceduto sempre da una visione introduttiva, tale visione è la chiave
interpretativa per poter leggere quegli schemi quasi caotici che vengono narrati successivamente.
1. Nel primo settenario troviamo dei conflitti, delle tensioni, si parla anche di persone uccise.
Se io dovessi leggere soltanto la cronaca nera dei giornali, le sconfitte dei deboli da parte
dei potenti, faccio una lettura deludente. La visione introduttiva, del cap. 4, parla di “Uno
seduto sul trono”, dunque la storia non è sfuggita a Dio, il “trono” simboleggia Dio
nell’esercizio della sua regalità, della sua potenza. Bisogna leggere la Storia della salvezza
in parallelo con le vicende umane, se io mi fermo solo alle notizie di cronaca nera dei
giornali, posso legittimamente domandarmi: dov’è Dio? Lui è ancora il Signore della
Storia? Se, invece, vedo la realtà in una prospettiva più ampia e guardo al risultato finale,
dovrò dire: Dio presiede la Storia, anche laddove sembra sfuggirgli di mano. Questi schemi
interpretativi sono di assoluta importanza per un cammino sapienziale, questo è un libro
grandioso da questo punto di vista: Dio è il Signore della Storia. Se invece mi fermo al mio
linguaggio razionale, dubiterò che Dio è il Signore della Storia, il vincitore, perché vedo
intorno a me sempre gente sconfitta, prosperità dei ricchi e indigenza dei deboli, dei poveri,
gente abbandonata e dimenticata da tutti. Questi contrasti stridenti, ci vengono spiegati
dalla visione successiva: “Vidi in mezzo al trono un Agnello ucciso che è ritto in piedi”.
Dio è Signore della Storia attraverso l’evento-Gesù, sconfitto ma in piedi. Se mi fermo allo
“sconfitto” anche Dio è sconfitto, ma se lo “sconfitto” è “rialzato”, Dio è il vincitore.
Dunque la chiave interpretativa che mi aiuta a guardare gli avvenimenti della Storia in
1
Quando nell’Apocalisse si parla di visione non c’è niente da vedere, ma è una narrazione che dà l’impressione di
qualcosa di visivo, è una contemplazione: Il termine greco dice: un guardare per assimilare, un descrivere una realtà
quasi dal vivo, che sta davanti a me come specchio da assimilare.
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termini positivi, è spiegata da questa visione: Dio è Signore della storia nella modalità
mostrata dalla vita di Gesù, morto e Risorto.
2. Secondo settenario: i settenari non sono semplicemente schemi diversi uno dall’altro, ma
sono schemi intensivi: il secondo settenario, infatti, accresce, la conflittualità. Nel secondo
settenario lo scontro fra bene e male arriva al suo culmine, anche qui, abbiamo sempre una
visione introduttiva, che è rappresentata dal capitolo 8, 2-6: “Sette angeli con sette
trombe”. Lo schema è molto semplice: nell’acuirsi del male esiste sempre la possibilità
della preghiera, e la preghiera che sale a Dio non è mai inutile, è sempre una preghiera che
Dio prende sul serio e alla quale darà la sua risposta. L’incensiere pieno di carbone, gettato
sulla terra, è la sua risposta, Dio quindi non è insensibile al grido dell’oppresso, ma
risponde al dolore dell’uomo, ai drammi della storia. In questo acuirsi della drammaticità
dello scontro tra il bene e il male, Dio rimane sempre il mio interlocutore privilegiato.
Questi sono schemi di sapienza che ci vengono inculcati attraverso visioni, nel significato
detto prima: un guardare per assimilare.
3. Nell’ultimo settenario, quelle delle coppe, c’è un intensificarsi dell’azione di Dio, e questa
azione arriverà alla distruzione di tutti i centri negativi: la distruzione di Babilonia, che
verrà sprofondata nello stagno di fuoco. Anche qui abbiamo una visione introduttiva, che è
presentata da tre grandi segni: la donna e le due bestie. La “donna vestita di sole con la
luna sotto i piedi”. Il simbolismo della “luna sotto i piedi” è di facile lettura: la luna segna il
tempo e questa donna (la Chiesa), che ha sotto i piedi la luna, vuol dire che trascende il
tempo, poichè oltre il tempo c’è la trascendenza. La Chiesa quindi è destinata alla
trascendenza. La parte finale di questa visione presenta la discesa della città santa come
sposa dell’Agnello. Dio, dunque, non è stato assente dalla Storia, Dio è colui che conduce la
storia alla sua realizzazione. La Chiesa, dentro le difficoltà delle voci storiche, dovrà
formarsi una mentalità interpretativa, deve scorgere la sua “chiamata” dentro la tortuosità e
gli affanni degli eventi storici, sapendo che Dio rimane il Signore, e Cristo lo svelamento,
il grande artefice di queste realtà. Allora, ha senso pregare Dio, attendere e guardare alla
mèta finale. Possiamo quindi capire la struttura del pensiero dell’Apocalisse: nella prima
fase, la Chiesa è invitata a riscoprire Cristo, non una riscoperta scolastica, teologica, ma
vitale, facendolo proprio, rivestendolo come contenuto della propria vita: e questa è la
conversione. Nella seconda fase, questa Chiesa che ha maturato una cristificazione, è messa
in grado di disporre di un criterio interpretativo, sapienziale, per cui guarda Dio come
Signore della Storia, guarda Gesù come Agnello vincitore mediante la sua Pasqua e può
così risalire verso la Gerusalemme celeste, realizzando se stessa, come Sposa di Cristo.
Sono testi stupendi, poetici, di un altissimo ideale, che costituiscono una identità. Anche
oggi ciò che fa la differenza è la questione dell’identità, senza identità non si regge nel
pluralismo delle voci: è dunque una sfida aperta, ma è una sfida vitale.
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Presentiamo ora in sintesi la divisione di tutto il libro dell’Apocalisse.
Prologo liturgico
1, 1-8
- Parte prima
(1,9- 3,22)
La chiesa si rinnova sotto l’azione di Cristo.
Visione introduttiva (1, 9-20).
Le lettere alle sette chiese (2, 1-3,22).
- Parte seconda
(4,1- 22,5)
La chiesa comincia il suo cammino ascensionale che dalla
Storia attuale la porterà secondo un crescendo alla
Gerusalemme celeste. Essa è invitata a discernere la sua
chiamata dentro la complessità delle voci che salgono
dalla storia.
I tre settenari:
a) settenario dei sigilli: visione introduttiva (4, 1-5,14)
apertura sei 7 sigilli (6, 1-8,1)
b) settenario delle trombe: visione introduttiva (8, 2-6)
suono delle 7 trombe (8, 7-11,19)
c) settenario delle coppe: visioni introduttive (12, 1-15,8)
versamento delle coppe (16,1-21)
visione conclusiva della storia (17, 1-22,5)
Epilogo liturgico
22, 6-2
PROLOGO (1, 1-8)
INTRODUZIONE (1, 1-3)
Iniziamo la nostra riflessione partendo dal Prologo (1, 1-8), che è composto da una introduzione
(vv. 1-3) e da un dialogo liturgico (vv. 4-8).
L’Autore presenta questo libro dell’Apocalisse come “Rivelazione di Gesù Cristo”, e come
“profezia della Storia” (v. 3) Profezia vuol dire un “disegno”, cioè una pista interpretativa di ciò
che dovrà accadere, che accadrà certamente. E’ Dio stesso che dona ai suoi servi il contenuto di
questo libro, lo ha donato mediante Gesù ed è Gesù che lo “segnala”2. Per consegnare (“segnalare”)
questo libro Gesù manda il suo angelo a quel servo che si chiama “Giovanni”3 . Giovanni è
testimone di questa Parola di Dio e della testimonianza di Gesù, e la testimonia come lui l’ha vista,
come gli è stata segnalata, come l’ha sperimentata. Quindi non è un libro nato a tavolino ma un
libro nato dalla vita. Questa rivelazione ha sempre per contenuto l’opera di Gesù, il suo evento
globale. E’ l’opera di Gesù svelamento della Parola di Dio, questa non è una pretesa ma una
confessione di fede di una comunità, e di una comunità non principiante: una comunità (la scuola
giovannea) che ha davanti tutto un cammino di fede, una comunità molto matura. Senza fare torto a
nessuno, dovremmo dire che la comunità giovannea è molto più attrezzata della comunità che ha
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Segnalare, in greco,vuol dire “presentare attraverso figure, schemi”. La segnaletica stradale indica la strada attraverso
figure, segni. Anche l’Apocalisse, non è un libro presentato solo a parole, ma attraverso immagini, segni, eventi.
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Giovanni, forse non è lui l’autore del libro dell’Apocalisse, ma una comunità, difatti la composizione del libro è
vicino all’anno 100 d.C. Noi diciamo Giovanni per convenzione.
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generato il Vangelo di Marco, il Vangelo di Matteo. Non perchè smentisca quei contenuti, ma
perché offre dettagli che nei Vangeli non abbiamo in maniera così esplicita. Dunque siamo di
fronte a una meditazione più matura.
Questa “Rivelazione”, questo “alzare il velo”, ha per contenuto l’opera di Gesù, cioè è una lettura
di ciò che è avvenuto in Gesù. Se io faccio un paragone tra le opere giovannee, quelle paoline, e i
Vangeli, non c’è contrapposizione, ma per esempio se nei Vangeli siamo andati a ritroso, da Gesù
Risorto si è andati alla sua vita (Matteo e Luca perfino alla sua nascita), cioè si è raccontato il
futuro per paradosso, raccontando un’opera a ritroso. Nella comunità giovannea, in modo
particolare nell’Apocalisse, e anche in Paolo, abbiamo un movimento contrario: dalla Pasqua agli
sviluppi futuri di questo evento.
La predicazione cristiana comincia da un “kerygma”: la morte e Risurrezione di Cristo, da questo
kerygma si va a uno sguardo retrospettivo, per capire tutto l’opera che ha portato a quell’evento, e
tutto insieme è un’opera salvifica, un unico grande atto: questi sono i Vangeli sinottici. Nella
scuola giovannea, soprattutto qui nell’Apocalisse, e in Paolo, abbiamo invece un’altra tensione:
dalla morte e Resurrezione agli sviluppi futuri di questo evento, che cosa comporta per la storia
questo evento. Anche nel Vangelo è segnalato questo (si parla dei credenti che entreranno nel
Regno di Dio), ma qui si ha uno sviluppo di come avverrà questo, in che cosa consisterà questo
futuro: è l’Apocalisse che ci parla di una città-sposa, tutta relazionata al mistero di Gesù. Questa
“rivelazione” è uno “svelamento” , è una realtà che non è subito percepibile da una storia, si opera
in una meta-storia: “in ciò che avverrà”. E’ importante vivere sapendo ciò che avverrà dopo,
perché altrimenti tutto quello che noi sappiamo di ciò che avverrà, è la nostra vecchiaia, la nostra
morte, i paradisi terresti sono fatti dai cimiteri della Storia. Se altri beneficeranno delle nostre
ceneri, saremmo noi dei benefattori, non dei fruitori della loro felicità: è una consolazione un po’
meschina altamente gratuita ma meschina. Sapere invece che possiamo essere i protagonisti di
questo grande futuro, questo cambia la prospettiva.
Quando si parla di “Rivelazione” (svelamento), si parla di ciò che non è subito evidente, ma che è
contenuto in quella opera, o meglio nella interpretazione, nello sviluppo di quell’evento, quello
sviluppo che a noi è sconosciuto perché appartiene al mistero di Dio, notificato ai suoi servi. E’ lo
stesso linguaggio paolino.
Questa testimonianza è stata messa per iscritto: “Beato chi legge (evidentemente si legge uno
scritto) e beato chi ascolta” (v. 3). E “beato chi mantieni le cose che sono scritte”, quindi lo
svelamento è rintracciabile nello scritto. Trasmettere e udire questo evento, che viene chiamata
testimonianza (marturya), questo vissuto, udirlo per capirlo, interpretarlo, è esperienza felice, è
beatitudine (“beato chi legge”).
Dietro queste parole ci sta l’esperienza di un vissuto e prendere contatto con questo evento narrato,
udirlo, leggerlo, fa parte del tesoro inestimabile che ci è dato come speranza, come futuro, non
come futuro che appartiene ad altri, ma come futuro che appartiene a noi. Si tratta di una luce
gioiosa che ci offre una trama segreta della Storia, una trama che svela il suo destino. Questa
testimonianza, questo vissuto di Gesù coincide con quello che Dio intende dire alla Storia (la stessa
versione con cui si apre la Lettera agli Ebrei: “Dio che nei tempi antichi in vari modi aveva parlato
attraverso i profeti, al suo culmine parlò per mezzo di suo Figlio, sostanza della sua gloria, della
sua vita, dei suoi valori”). Questo è il linguaggio cristiano sulla Bibbia, sulla Parola: il vissuto di
Gesù coincide con il dirsi definitivo di Dio. Questo vissuto di Gesù è il luogo privilegiato, è
l’espressione certa del disegno sulla Storia. Il testo dell’Apocalisse dice: “Queste cose certamente
accadranno”, cioè certamente questo evento, questo sviluppo, questo disegno si realizzerà.
Giovanni si dichiara “servo di Dio”, terminologia biblica molto complessa, anche Maria si presenta
così nel linguaggio lucano: “la serva del Signore”. Il contenuto di questo servizio: “avvenga a me
la parola che hai detto”, quindi essere servi del Signore vuol dire vivere in prima persona
l’obbedienza della Parola. Non si è “servi” perché la Parola la si dice agli altri, perché si obbedisce,
si realizza nella propria carne ciò che si ascolta, poi si può trasmettere: ciò che si trasmette è
un’esperienza udita e vissuta. Quando io entro nella trafila di un’obbedienza, accetto tutte le
conseguenze, vengo come immerso, tirato dentro dall’evento della Parola, ne accetto tutto lo
sviluppo, tutte le conseguenze della mia vita. Paolo si dichiara “servo di Dio, di Cristo”, basta
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guardare la sua vita per rendersene conto. Paolo non è al di fuori di quel Vangelo che predica, ma
lo vive in prima persona, ne è protagonista, ne è travolto, e dunque lo può narrare, lo può
annunciare. Anche Cristo è chiamato “servo di Dio”, perché è l’espressione piena dell’obbedienza
del Padre, ma quella vita basta guardarla: non è stata sottratta da tutte le conseguenze, quella
obbedienza lo portò alla marginalità nella Storia.
Il testo classico dice: “Mi trovavo nell’isola di Patmos”, invece il testo greco è più incisivo
“divenni marginale” (eghèneto), cioè è l’obbedienza a una Parola che ti porta verso una realtà
marginale. E in questo contesto si capisce anche l’invito a “mantenere”, a “perseverare” in quella
Parola, in quel “servizio”, nonostante le fatiche, le marginalità che si dovranno sopportare.
Quando nel cap 10 si parla di un “libretto che al palato era dolcissimo ma nelle viscere era
drammatico”, non è altro che lo stesso commento, cioè di che cosa significhi diventare “servi di
Dio”, che può sembrare un titolo onorifico, ma la storia te lo farà capire con le sue “pesantezze”.
Queste enunciazioni sono dal vivo, cioè di persone che hanno camminato, e sono le enunciazioni
sapienziali che mi permettono di capirmi nei momenti in cui non riuscirei a capirmi.
Questa Parola siamo invitati a leggerla e anche a trasmetterla, ascoltarla, metterla in pratica, perché
il contenuto si realizzerà certamente. Fare della vita questa esperienza: ascoltare, leggere,
realizzare, vuol dire entrare in una grande opportunità: la felicità.
Questo tema tornerà anche alla conclusione del libro (22,17), quasi a dire che il libro è scritto in
questo grande dialogo liturgico, e questo dialogo liturgico è un esperienza di ascolto per servire la
Parola vivendola, e per entrare, in questa assimilazione incessante, nella beatitudine. Per questo la
Chiesa è radunata come identità liturgica, sperimenta al suo interno un’opportunità. “Il“tempo è
vicino”, non è da intendersi in senso cronologico, ma in senso di opportunità di cui posso usufruire.
Perché questa esperienza può diventare una opportunità, perché leggo e perché ascolto? Perché
odo, recepisco e realizzo. Per l’Apocalisse: la Pasqua di Gesù, la sua Risurrezione, cioè la grande
opportunità di sperimentare nella vita il dinamismo della vittoria pasquale di Gesù. Questo
trasforma la vita in una grande opportunità. Tutte queste realtà diventano vere solo quando si
familiarizza, diventano il fascino, ma se io prendo contatto raramente con queste prospettive, altre
realtà mi affascineranno. Questa realtà non è un momento esaltante, di delirio svolazzante per il
cielo, è tutt’altro, io dovrò fare i conti con una vita che diventerà lotta, per salvaguardare questa
prospettiva irrinunciabile, che non avrà mai l’evidenza istintiva, ma sarà la costruzione di un
dialogo recepito con intensità, in modo da costruire un fondamento, una tensione certa, da avvertire
anche attraverso un vissuto, una validità del cammino che sto facendo. Ed è questa esperienza
ripetitiva, giornaliera, settimanale, che immetterà in me questa idealità, se io mi decentro da questo
evento, io vengo risucchiato nella diaspora della vita.
DIALOGO LITURGICO (1, 4-8)
Lettore: “Grazia a voi e pace / da chi è, era e verrà / e dai sette spiriti che stanno davanti al trono / e
da Gesù Cristo, / il testimone, quello fedele, / il primogenito dei morti / e il dominatore dei re della
terra”.
Assemblea: “A colui che ci ama / e ci sciolse dai nostri peccati nel suo sangue / e fece di noi un
regno, dei sacerdoti a Dio e Padre suo, / a lui la gloria e la forza per i secoli dei secoli. Amen”.
Lettore: “Ecco, verrà con le nubi, / e lo vedrà ogni occhio, / anche coloro che lo avranno trafitto, / e
si batteranno il petto su di lui / tutte le tribù della terra”.
Assemblea: “Sì. Amen”.
Lettore: “Io sono l’alfa e l’omega / - dice il Signore - , / colui che è, era e verrà, / l’Onnipotente”.
Questa presentazione dei vv. 4-8 ha un linguaggio “chiastico” cioè circolare , che è tipicamente
semitico. Questo schema letterario ha un procedimento molto diverso dal nostro linguaggio
occidentale. Il linguaggio semitico mette al centro il tema fondamentale e mette in periferia ciò che
lo costruisce.
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Qual è il centro? “…e fece di noi un regno, dei sacerdoti a Dio e Padre suo…”: Questa è la
vocazione altissima di un credente, del discepolo di Gesù.
Chi realizza questa prospettiva? “… Colui che ci ama in continuità…”.
L’assemblea a questo amore risponde: “…a Lui la gloria, per i secoli…”.
Dunque siamo il risultato dell’opera di Gesù: Colui che ci ama è il testimone fedele, testimone (il
“martire”), è colui che ha vissuto quello che ha proclamato. Testimone fedele (pistòs in greco), non
indica solo un testimone fedele, ma autorevole, affidabile, è un’esperienza sulla quale possiamo
poggiare, senza essere delusi. Perché lui è il primogenito dei morti, cioè è morto ed è Risorto, ed è
il distruttore (arcòn) di tutti i centri negativi (“tutti i re della terra”). E infine un augurio, una
benedizione che costruisce una promessa realizzata nella vita autorevole di Gesù, che è stato il
distruttore dei centri negativi. Lui che ci ama nella Storia in continuità, ci costruisce come regno e
sacerdoti per Dio, il Padre suo. Il Dio che ci fa le promesse non è un Dio assente, ma è il Dio che è
Alfa e Omega4, Colui che era, che è, e che viene, Colui che è in grado di accompagnare in un
eterno presente tutta la Storia nelle sue fasi. Non sarà mai assente, non è mai al passato, è in un
eterno presente in tutti i tempi.
Ancora qualche annotazione.
Questi vv 4-8 sono un esempio di lettura: “beato chi legge… beato chi ascolta…”, che tentano di
approfondire l’evento-Gesù, mentre leggo, voglio approfondire, capire i contorni, e lo faccio non
per un sapere ma per assimilare, per vivere quell’evento.
Questo schema avviene dentro un dialogo (dimensione dialogica, orante): leggere e ascoltare è
l’inizio della preghiera.
Le due coordinate dell’antropologia sono parlare e camminare: il genitore, la prima cosa che
insegna al suo bambino è quella di cominciare a parlare, ma il suo figlio non si fermerà al
linguaggio imparato da mamma, papà, questo è solo l’inizio di un dialogo, che terminerà nella
trascendenza, attraverso un processo di crescita e di maturazione molto ampio. Questa relazione
dialogica è permanete, e l’uomo deve imparare a dialogare e crescere nel dialogo.
C’è una virtù sovrana del dialogo: la mitezza, cioè la gentilezza del rapporto, dirà Paolo (Ef 4,
ripreso da Matteo 11: “Imparate da me che sono mite”, che vuol dire “gentile”, non rozzo).
La seconda dimensione dell’uomo, che il genitore insegna al suo bambino è: camminare. Quando
un bambino comincia a camminare poi diventa autonomo. Dove lo porterà quel cammino? Quando
nell’Apocalisse si comincia con la linea dialogica, per imparare a dialogare con Dio, il primo atto
del nostro pregare è: ascoltare. Il secondo atto è assimilare, imparare a rispondere, tutti noi siamo
il frutto di chi ci ha dato degli insegnamenti, nessuno di noi è un “fai da te”, siamo andati tutti a
scuola.
In questo dialogo liturgico Dio si offre come “benevolenza, pace”, è detto nel v. 4: “grazia a voi e
pace…”: la pace è una benevolenza che realizzerà ciò che ha promesso, la pace ci viene data come
“promessa”, come qualcosa che Dio intende costruire attraverso la sua benevolenza. L’Apocalisse
si apre con una grande promessa: è la pienezza delle promesse di Dio, maturate in un clima di
benevolenza, non di terrorismo, non un Dio “terrorista” quindi, ma un Dio benevolente che
costruisce un futuro felice. Queste cose sono state perdute nella nostra vita, non ci sono familiari,
noi veniamo spesso da formazioni dove di Dio rimane sempre lo spettro di un giudizio, di un
incontro che non sappiamo come finirà, eppure i testi ci insegnano a percorrere altre attese. Certo
nella Bibbia ci sono altre parole, anche dure, ma bisogna distinguere ciò che è pedagogico, da ciò
che è promessa profonda.
La Trinità si offre come”benevolenza” e come “realizzazione”, e in questa formula trinitaria si
parla di Gesù, che viene presentato in tutta la sua ricchezza: Egli è “testimone”, è “l’autore di una
vita autorevole”, è il “primogenito dei morti”, cioè il primo Risorto, il primo che ha varcato la
frontiera della finitudine umana, è colui che ci ama in continuità (il verbo è al presente), e ci sta
sciogliendo dai nostri peccati, con il suo Sangue, ma questo Sangue è simbolo, anche se c’è stato il
vero sangue versato. Ma qui “sangue” sta per “dedizione infinita”, che è in grado di sciogliere tutto
il nostro negativo (ci ama in continuità e scioglie in continuità questo negativo): questa è la
4
Prima e ultima lettera dell’alfabeto greco.
11
testimonianza di Gesù. I Vangeli diranno: “Colui che passò beneficando e facendo del bene”, e in
Atti 10,28 nella casa di Cornelio, Pietro dirà: “Colui che passò beneficando e liberando tutti coloro
che erano sotto il potere del male”. L’Apocalisse userà lo stesso linguaggio dicendo: “E’ il Risorto,
ma che ci ha amato e ci ama in continuità”: quell’amore non è svanito nel passato, è un amore
presente, un amore in grado di agganciare la mia vita, è un amore incisivo, che è in grado di
sciogliere il negativo, lo vanifica. Questo perché ci ama: il “sangue” è l’espressione della
dedizione fino in fondo: “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino al segno supremo
(Gv 13). Egli è “Vincitore” di tutti i centri negativi, l’Apocalisse usa questa terminologia perché
nella battaglia finale, la “bestia” e il “drago” raduneranno “tutti i re della terra”. Questo Gesù che
esce sconfitto da questa Storia, tutti lo vedranno nella sua identità: si avvera così la profezia di
Zaccaria: “Chi lo ha trafitto si pentirà” (Gv 19). Coloro che lo hanno osteggiato e trafitto, dovranno
riconoscere che in quell’uomo ci è stato dato lo scioglimento di tutto il negativo della Storia.
Abbiamo dunque la presentazione di un Dio Trinitario, con una serie di titoli cristologici, che
riguardano il Figlio suo e che ci aiutano a sintetizzare lo sviluppo della Pasqua. Al centro di questa
opera sta l’identità di Gesù che ci ama in continuità, che ci libera dai peccati facendo noi regno e
sacerdoti. Il brano presenta il progetto salvifico che va attuandosi, che va maturando dentro le
nostre persone. La motivazione, la modalità, con cui verrà realizzato questo progetto è spiegata
dall’espressione: “ci ama fino al sangue”, non ci ama “un poco”, ci ama in termini di “dedizione
assoluta”. Possiamo confidare.
Cristo, poi, è presentato in un crescendo, le cui caratteristiche e opere hanno il loro centro nella
dedizione, che lo mettono in rapporto con “tutte le genti”: “Verrà sulle nubi del cielo e tutte le
genti lo riconosceranno” (v. 7). E’ un Cristo in crescendo: il Cristo marginale diventerà il Cristo
riconosciuto, in altre parole l’autore presenta Cristo come il contenuto e l’opera centrale del
progetto di Dio, per salvare la Storia. I gesti passati diventano “eterno presente”: Cristo ci ama in
continuità nel presente, ci scioglie nel presente dai peccati. Egli, è l’Alfa e l’Omega (cioè l’inizio e
la fine), ma è anche presente nelle lettere intermedie dell’alfabeto greco: beta, gamma, delta, ecc…
fino all’Omega. Ogni persona, quindi, nel suo momento storico, può contare su questa presenza
creatrice e rinnovatrice di Cristo. Ci ama in continuità, non a intermittenze, non ci sono spazi in cui
non siamo amati. Brilla così, al centro, la Pasqua di morte e Risurrezione: questo scritto è
indirizzato alla totalità della Chiesa, perché lo metta in pratica. E’ lo scritto che è il dono della
benevolenza amante di Dio, che intende realizzare con noi queste promesse. Dio è coinvolto lungo
l’intero cammino della Storia umana ed è sempre presente come Padre che era, che è, e che viene
nella sua paternità: “Era, è, e viene” nel suo dono. Il suo essere per eccellenza è riconosciuto
proprio a partire dalle sue opere: in questo senso, Dio è la risposta al nostro grido di disperazione. I
“sette spiriti”: sinonimo della totalità del dono del Risorto. In Gv 19,30 e 20,22: si dice che Gesù
nella morte “dona lo Spirito” e nella Risurrezione “soffiò”: è l’energia incisiva che rende attive le
forze della Pasqua, per questo è testimone autorevole, cioè ha un vissuto sul quale possiamo
contare, realizza e concretizza un eterno amore, in questo senso Egli è il primo dei Risorti.
Che rapporto c’è tra il Gesù dei Vangeli e quello dell’Apocalisse? Tutte le comunità hanno sentito
il bisogno di capire meglio il mistero di Gesù, soprattutto del suo evento che ha sconvolto la
comunità: la morte e la Risurrezione. C’è chi l’ha fatto andando indietro nel tempo, i Vangeli,
raccogliendo tutto quel materiale di vissuto, perché si è capito che quella dedizione non poteva
altro che avere quella determinazione. Ma l’Apocalisse e Paolo, hanno guardato, quasi
esclusivamente in avanti, non perché il passato non interessasse, ma perché il passato era già
conosciuto, era già familiare: ciò che mancava era questo sviluppo, e queste comunità ci hanno
lasciato questa grande testimonianza. Quello che è strano per noi, e che rischiamo di avere poca
conoscenza di Gesù e ancora meno dello sviluppo della sua opera. In Paolo e nell’Apocalisse non è
mai descritta né la passione né la morte di Gesù, ma si descrivono sempre gli effetti. I Vangeli
hanno tentato di narrare quella morte, la Risurrezione non l’hanno narrata, l’hanno solo presentata
con le “apparizioni” in Galilea. Su questa lacuna narrativa dei Vangeli, sia Paolo che Giovanni,
soprattutto la scuola apocalittica, svilupperà a fondo questa prospettiva, a noi ci manca questo ed è
una lacuna grave, in una situazione storica che continuamente ci mette in crisi.
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L’espressione più sintetica che l’Apocalisse adopera, lo vedremo nelle sette lettere alle Chiese, è
Cristo Risorto presente in mezzo alla sua Chiesa che prega, perché è vestito da sacerdote, quindi, è
in attitudine orante, di intercessore: “Egli è sempre vivo ed intercede per noi” (Ebrei 7,25). Egli è il
re, il sacerdote attivo che, in continuità, indirizza la sua Parola alla Chiesa, la giudica, la tiene
saldamente in mano. Questo significa che la nostra vocazione, il disegno di Dio, non è in mano alla
nostra responsabilità, la nostra vocazione è tenuta nella “mano destra” con forza dal Cristo Risorto.
VISIONE INTRODUTTIVA (1, 9-20)
Siamo di fronte a uno dei brani più belli di questo libro: la grande visione introduttiva, quella che
dovrà diventare il messaggio alle Chiese, alla totalità della Chiesa.
Nel dialogo liturgico, esaminato nei vv. 4-8, abbiamo visto come tutta l’azione di Dio e di Cristo, è
impegnata per costruire noi (il verbo greco dice: come un lavoro di un vasaio), “come un regno di
sacerdoti per il nostro Dio e Padre”: questa è la sintesi del libro, il grande messaggio. Il risultato
di questo libro è che noi diventiamo sua fattura, come “regno”. “Regno” vuol dire “collaboratori”
come Gesù, Lui ha predicato, ma la sua vita si è identificata con quella predicazione, è Lui il
“Regno di Dio” iniziale. “Fare regno” vuol dire creare una vita cristologia che collabori come Lui a
questo evento. Non è costruire un potere, un regno assoluto, una gerarchia assoluta, diventare
“regno” è perfettamente il contrario.
“Sacerdoti” vuol dire una vita che si spende in stato di offerta: come Gesù, noi doniamo in termini
di offerta la nostra vita, spendendola per le sue dinamiche Se abbiamo detto che regno vuol dire
perdono, guarigione, occuparsi dell’uomo, allora è proprio qui che si realizza la nostra offerta. “La
nostra offerta è un popolo adunato”, che vuol dire lasciarsi costruire nell’unità del Padre, del Figlio,
dello Spirito che si spende in misericordia” (Cipriano di Cartagine).
Torniamo ora al nostro testo (vv. 9-20). In questa sezione, viene tracciata una visione che diventerà
vocazione perenne della Chiesa: “Il messaggio lo devi trasmettere alla Chiesa” (v. 11). Questo
messaggio ci fa “regno”, collaboratori e “sacerdoti”, persone che vivono l’offerta di Cristo, la
continuità della sua testimonianza. E la Chiesa deve recepire fino in fondo questo messaggio,
altrimenti non è in grado di decifrare la sua vocazione. La vocazione della Chiesa dipende da
questa audizione, che è una visione di insieme, che disegna anche la nostra realtà. Quindi la
scommessa è molto alta. Questi testi per molto tempo sono stati messi da parte nella nostra
spiritualità cristiana, non hanno inciso. Certo abbiamo la ricchezza di tanti libri del Nuovo
Testamento, però qui ci troviamo di fronte a letture che sono estremamente mature, che non
smentiscono le altre, ma le inglobano. La scuola giovannea, abbiamo detto, non è un vertice che va
a ritroso, ma è un vertice che va verso il futuro. E questi testi sono altamente didattici più che i
catechismi. C’è sempre questa passione cattolica per i catechismi! Il catechismo fondamentale
rimane questo: è importante immergersi in questa totalità, non in frasi scolastiche, che sono sempre
manipolabili. E’ questa totalità, invece, che ci costruisce, ci plasma, in una dialettica dialogica, là
dove noi non siamo fatti da altri (formule catechistiche), ma ci facciamo: quando nascerà questa
passione del dialogo religioso! Non siamo noi un frutto di un vocabolario.
La prima parte dell’Apocalisse comprende un “settenario” delle lettere, poi ci sarà il settenario dei
sigilli, il settenario delle trombe, il settenario delle coppe. E ogni settenario è sempre introdotto da
una visione: è importante capire questo schema letterario per orientarci e non perdere la geografia.
Questo messaggio viene inviato alle singole comunità dell’Asia (ma sette indica la totalità della
Chiesa) mediante una visione, attraverso simboli che ci aiuteranno a riscoprire l’evento-Cristo nella
sua totalità, dentro un dialogo liturgico. Questo dialogo liturgico (che avviene “nel giorno del
Signore”), è lo spazio ideale in cui matura l’esperienza di Cristo. Questo non è un artificio
letterario ma una struttura delle fede, questi sono punti fermi che vanno tenuti nitidi nel proprio
cammino. Se io mi penso come credente, debbo anche sapere qual’è lo spazio dove la mia
maturazione di credente avviene. Quello spazio irrinunciabile è lo spazio liturgico, per questo si
chiama “fons et culmen”. E’ uno spazio di vita sapienziale dove io riesco a intuire il disegno
autentico della mia vita. In questo spazio liturgico avviene un contatto con Cristo, che è il Cristo
pasquale, cioè il Cristo nella sua totalità, il Cristo colto nella sua pienezza. L’anno liturgico, vissuto
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nel “giorno del Signore”, non è altro che la totalità dell’evento cristologico, che noi assimiliamo
giorno dopo giorno, sotto la guida dello Spirito.
Esaminiamo più da vicino il testo. C’è innanzitutto una presentazione, e poi dei movimenti di
questa esperienza giovannea.
La presentazione.
Il “disegno”, “tutta l’opera” è dono del Padre: inizia così la narrazione in cui Giovanni, in prima
persona, racconta la sua esperienza di fede, quella che lui ha fatto, e riceve l’ordine di trasmetterlo:
è la sua esperienza del Risorto “nel giorno del Signore”.
1. Primo movimento
Il comando imperativo: “Scrivi alle Chiese…”, significa: “Partecipa la tua esperienza a…”,
perché così si comunica la fede nella Chiesa, attraverso la testimonianza. Nessuno di noi ha
incontrato direttamente la trascendenza, Giovanni dirà: “Dio nessuno l’ha mai visto”: ma è
dentro lo spazio ecclesiale, dove il racconto rende presente una Persona. Quindi la “visione”
diventa “vocazione”, cioè un disegno vocazionale consegnato a noi.
Questo disegno, questa esperienza vocazionale di Giovanni, questa esperienza di fede
(“visione”), è avvenuta di Domenica (“nel giorno del Signore”), durante “un’assemblea
liturgica”, mentre egli si trovava a Patmos, “emarginato”, a causa della Parola di Dio.
2. Secondo movimento
Chi ha fatto questa esperienza, non è un extra-terrestre, ma un “nostro fratello” (v. 9), che vive
la nostra stessa vicenda storica, quindi, ognuno di noi può ritrovarsi in quello che lui ha
sperimentato, e come lui è arrivato a questa esperienza, diciamo, mistica, così è possibile anche
a noi. Se fosse stato un angelo a raccontarcelo, avremmo detto: “beato te”, ma siccome è
Giovanni “nostro fratello”, allora la realtà è possibile, la scommessa è valida.
E Giovanni “nostro fratello”, “nello Spirito Santo ascolta una voce potente” (vv. 10-11). E’
sempre la Chiesa, che, nello Spirito Santo, ode una “voce” che la trascende, questo è il
significato di quella “voce potente”: Parola di Dio nelle vicende umane, nelle parole umane.
3. Terzo movimento: La Parola di Dio ascoltata e vissuta diventa esperienza: “visione”.
Bisogna farea attenzione a questi passaggi, perché c’è un modo diseducante di leggere la
Scrittura, che è il modo miracolistico, pensare per esempio che ci sia stata una visione, una
cosa è certa: Giovanni non ha visto niente, tutto ciò che ha visto è il frutto di un ascolto,
elaborato talmente forte, da rendere esperienza vivente, dunque si può raccontare una
“visione”. Questo non è un processo letterario ma vitale. Come lui anche noi non vediamo
niente, eppure dentro questa sintonia, assimilazione della Parola di Dio, in termini di vita,
di vissuto, mi permette di elaborare una esperienza che è “visiva”, cioè “dal vivo”. Quello
che viene narrato è un processo di maturazione di esperienza religiosa e viene narrato nel
modo in cui tu, pedagogicamente, lo devi fare: questa è la strada, partendo dalla tua
situazione, imparando a “udire una voce” ( che è la Parola), ma nello Spirito, ed è questa
realtà che ti fa diventare “esperienza visiva”.
Egli vede il Cristo Risorto e lo descrive, lo percepisce dal vivo ed è in grado di narrarlo.
4. Quarto movimento: di fronte a tale “visone”, o meglio a tale maturazione del processo del
cammino della fede, Giovanni “cade a terra come morto”, si tratta di un’esperienza
travolgente, ma si tratta anche di una interiorizzazione dell’esperienza pasquale, quella
“Morte” quella “Risurrezione” in qualche maniera è partecipabile.
5. Quinto movimento: (vv. 17b-20), Cristo lo rialza e lo invita a consegnare in uno scritto, il
messaggio dell’esperienza vissuta: Giovanni si fa testimonianza, cioè questa realtà è
partecipabile all’interno della Chiesa, nello spazio liturgico, non quello solo formale, ma è
lo spazio dove la Chiesa si raduna per “udire” e “fare memoria” del suo Cristo Risorto, in
un giorno speciale, che è il “giorno del Signore”: la domenica.
Questo è lo schema: proviamo a entrarci dentro. Il testo dell’Apocalisse è una rilettura di tutto
l’Antico e il Nuovo Testamento. Giovanni non ha visto niente, non ha visto nessun angelo, non gli
è stata dettata nessuna parola: ha letto in una comunità liturgica le Scritture e le ha lette come Gesù
gli ha insegnato, cominciando dalla Torà, dai Profeti e dagli Scritti, tutto quello che gli riferiva.
Questo è lo schema che Luca presenta molto bene nel capitolo 24, e da questo schema che era la
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modalità antica legge la Scrittura, e in questa lettura familiare, costruisce l’approfondimento
dell’evento di Cristo (“…incominciò a spiegare tutto quello che si riferiva a Lui”). Non abbiamo
niente di diverso, niente di miracolistico, niente di eccezionale, quello che dovrebbe fare ciascun
credente, ciascuna comunità. Questa è la scommessa della nostra liturgia. Ma su queste pagine noi
siamo fallimentari e siamo lontani, balbettiamo, facciamo fatica. Non si tratta di squalificare
nessuna intenzione buona, si tratta di percorrere una strada nella maniera giusta. E queste sono
pagine che possono edificare la fede, in maniera seria, dandoci le direttive normative.
Rileggendo attentamente, intuiamo che l’esperienza è costruita secondo un crescendo, cioè la
nostra esperienza non ha illuminazioni già fatte, ma un processo illuminativo, perché così avviene:
nessuno è nato ed è già maturo, ma è diventato. Il problema è diventare, crescere, camminando
nella direzione giusta.
Quindi il testo racconta secondo un crescendo, a partire dall’ascolto veterotestamentario, perché
queste immagini sono tutte costruite con tasselli dell’Antico Testamento. Un Primo Testamento che
narra l’evento-Gesù, bisogna saperlo estrapolare (“…cominciando da…parlò di ciò che si riferiva a
Lui…”): questa è l’ermeneutica cristiana, la nostra non è una ermeneutica ebraica, ma un
ermeneutica che va verso un compimento irrinunciabile per noi. Non è un Primo Testamento che si
spiega dentro il Primo Testamento, ma è un Primo Testamento che si spiega in prospettiva del
Cristo. Non lasciamoci incantare da tanti giochetti, bisogna mantenere la struttura di fondo, questa
realtà matura dentro un ascolto.
La prima esperienza è: “udii…”, non “vidi”. Il “vidi” è costruito sull’ “udire”, e vedremo che
questo modulo è sempre ricordato, sempre ricorrente. Quindi non si tratta di un “vedere” visivo, ma
si tratta di una percezione piena, nata dall’udire. Quella percezione che fiorisce come un visivo e
questa esperienza è possibile per tutti noi, non sono vie eccezionali: sono le vie della fede. Bisogna
stabilire una continuità: come Giovanni, così anch’io, sono nella stessa situazione, non gode nessun
privilegio, io vivo le sue stesse possibilità, bisogna stabilire questa continuità paritetica. Questi libri
sono sorprendenti nel mostrare un itinerario altamente creativo, vivo, per niente ripetitivo, banale,
appiattito.
Bisogna stare attenti al punto di partenza: il punto di partenza non è quello di un professore, ma di
“un fratello” che “condivide con voi le fatiche, le afflizioni…”. Quale sono le afflizioni? Non è
scritto, possono essere di tipo culturale, personale e comunque l’afflizione non è mai il punto di
partenza ideale: se ho un mal di testa non è che mi posso applicare molto, se sono assillato da
sofferenze, pressioni esterne, sono anche molto disturbato. Quindi il punto di partenza non è quello
del trovarsi in una stanza, in un palazzo, in un tempio, ma con “fatiche e afflizioni” addosso.
Il testo continua: “Fui rapito in estasi…”. Il verbo greco (“ghìnomai”), però non traduce “essere
rapiti”, “divenni nello Spirito”: si tratta, quindi, di un’esperienza spirituale non estatica. Infatti,
Giovanni “nostro fratello” parte da punto più basso dell’esperienza umana, quella più faticosa,
quella che promette di meno, cioè non c’è nessuna situazione umana che non possa essere condotta
all’esperienza del Cristo pasquale. Tutti sono candidati, nessuno può dire: io sono estraneo:
“fratello con voi che condivide le asperità della vita…”. Non siamo in nessun contesto ideale,
siamo nella ferialità storica, che molti di noi conoscono e, in cui ognuno può ritrovarsi, perché
ognuno di noi ha le sue afflizioni: quelle provenienti dal di dentro, quelle provenienti dalle
relazioni e dalle pressioni culturali, quelle comunque provenienti dalle nostre frustrazioni. La prima
annotazione della situazione dove avviene questo ascolto è la debolezza. Tutto questo contrasta con
“l’estasi” che non è esperienza che fanno tutti, ma solo pochi, è per una élite ristretta di persone, e
poi non si può trasmettere un’esperienza estatica a tutti, non capirebbero il significato. Quindi qui
non si parla di “estasi” ma di esperienza di fede che avviene nella fatica quotidiana, nella ferialità
della vita.
Continuiamo col testo: in questa situazione di “afflizione” Giovanni, fa un’esperienza di fede e
riceve l’incarico di “scrivere”. Queste realtà vengono tolte da Daniele 10, 1-20 e ricondotte qui.
Anche il capitolo 7 di Daniele offre il sottofondo per la descrizione del “Figlio dell’uomo”,
secondo le categorie dell’ “Antico dei giorni”.
Gesù, Figlio dell’uomo, viene descritto secondo le caratteristiche dell’Antico dei giorni: è il Figlio
dell’uomo, ma ha tutte le caratteristiche divine. Altre fonti di questa visione provengono anche dal
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libro dell’Esodo 25, da Zaccaria 4: qui si parla del “candelabro d’oro”. Questo vuol dire che
Cristo appare in un contesto liturgico. Ancora: Esodo 28, Ezechiele 9, Daniele 10: presentano
l’abbigliamento di questo personaggio: “la tunica”, la “fascia d’oro”. Il tema della “voce” di
grandi acque, questo proviene da Ezechiele 4. Quello della “spada”: Isaia 49. Il tema: “Io sono
l’Ultimo e il Primo”: Isaia 44. Poi esistono altre fonti meno evidenti.
In queste allusioni simboliche, l’autore presenta il retroterra dove lui ha maturato questa
concezione di Cristo. E qui si intuisce una lettura creativa, non ripetitiva, interpretare non è ridire,
ma è creare qualcosa di nuovo su un materiale preesistente. Questo qualcosa di nuovo non è una
creazione dal nulla, ma è narrare un evento che la Scrittura mi insegna a leggere: questo evento è
Gesù, per avere di lui la comprensione più piena e più ampia possibile. Questo dovrebbe essere un
grande assillo di un credente: come si fa a definirsi discepoli di Gesù, senza patire dentro l’assillo,
il desiderio di poterlo conoscere?. Se si ama una persona, la prima cosa necessaria, la prima
curiosità insopprimibile, non è forse quella di conoscerla? E quando manca questo assillo, non
viene meno una relazione? Quando parliamo di spiritualità di che cosa parliamo se non di queste
categorie? Dove matura un cammino di percezione dell’altro, di comunione, di assimilazione vitale
se non dentro queste categorie? Che sono categorie umane, antropologiche, là dove si gioca
l’esperienza dello Spirito. Qui nasce la vivacità dell’esperienza del credente.
L’autore, narrando, ci sta conducendo, con genialità, attraverso la sua composizione letteraria, a un
contenuto spirituale di una esperienza, non evanescente, ma secondo lo Spirito Santo; cioè
Giovanni rilegge Cristo nella liturgia, da questo retroterra, ma questa è la liturgia cristiana, questo
è lo scopo di ogni liturgia. Si parla, dunque, di riscoperta di Cristo, nella pienezza della sua
Persona, non nella mediocrità riduttiva. Se facessimo una statistica, dei cristiani medi, cosa
risulterebbe di questo evento cristiano? Cosa è passato come percezione, come esperienza? Inoltre
non è soltanto una riscoperta di un personaggio, ma è la riscoperta di un’opera, che è incisiva per il
mio destino. Per paradosso: il Cristo non mi interessa perché è un personaggio famoso, un
Garibaldi, un Carlo Magno, mi interessa perché Lui, quell’opera, è decisiva per il mio destino di
vita, e questo mi lega esistenzialmente.
Questo autore però, Giovanni, rimane un creatore del nuovo, pur utilizzando le immagini antiche.
Questo meccanismo ci insegna a leggere creativamente, interpretando, per avvicinarsi a una lettura
aderente all’evento. Possiamo dire che questa lettura è una rinascita dell’evento: ecco perché
raccontando l’evento esso “diviene”. Questo è un processo della Liturgia: quando noi leggiamo un
Vangelo, quel Vangelo è presente, quell’evento è presente non la parola semplicemente. L’evento,
non è presente solo quando diventa pane e vino, il corpo eucaristico, anche le Scritture sono corpo
eucaristico, allo stesso titolo dell’Eucarestia: unico evento nella duplicità della mensa. Non solo il
pane, ma anche le Scritture antiche vengono trasformate nel Cristo vivente. Queste logiche sono
fondamentali per una interpretazione della partecipazione liturgica.
Cristo appare a questo autore nella figura di uno simile a un “Figlio dell’uomo”, cioè non è più un
essere celeste apparso a Daniele, ma è la Persona incarnata “Figlio dell’uomo”. Tuttavia il Cristo
Risorto gode della stessa dignità e della stessa potenza del Dio trascendente, ed è collocato sullo
stesso livello, viene descritto come “l’Antico dei giorni”: “Io e il Padre siamo una stessa cosa” dirà
la scuola giovannea.
Per Giovanni è spontaneo presentare Cristo con i titoli e le immagini con cui Dio veniva descritto
nel Primo Testamento. Il Figlio dell’uomo appartiene, dunque, alla sfera trascendente, tipica di
Dio, e ne eredita la potenza e la vita, i valori, la gloria. Rimane insieme una figura umana, come
tale appare a Giovanni, nell’isola di Patos, non è una visione ma una esperienza che viene rivissuta.
Altri contatti di questa visione provengono da una rilettura maturata dell’evento della
Trasfigurazione, come ce lo presenta Mt. 17 e nei suoi paralleli.
Seguiamo più da vicino il testo. Abbiamo detto che Giovanni si presenta con le caratteristiche che
lo mettono in contatto con l’assemblea che lo ascolta: “Beato chi legge… beato chi ascolta”, e si
identifica come “fratello”, membro della stessa comunità spirituale, della Chiesa, si pone sullo
stesso livello paritetico, pur esercitando un servizio, che è quello di “scrivere” (servo). Egli
condivide con noi le tribolazioni, il regno (Gesù è venuto per guarire, perdonare, raccogliere i
perduti, per seminare, per il Battista il regno era la separazione: tagliare, bruciare, separare. Per
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Gesù il regno è il tempo della pazienza di Dio per guarire l’uomo: questa è la regalità). E “Fece di
noi un regno” vuol dire che noi siamo dei “collaboratori” della sua opera di ricostruzione
dell’uomo, non per fare degli imperi teocratici.
Giovanni è, quindi, compagno con noi nelle fatiche: lui esercita un protagonismo per collaborare
all’opera di Gesù. E nel collaborare all’opera di Gesù si sperimentano le fatiche. E Giovanni dirà
nel colloquio con la Samaritana, cap. 4, che “Gesù stanco dal viaggio… verso mezzogiorno”.
Quell’ora di mezzogiorno corrisponde all’ “Ecce Homo”, quando Pilato presenta Gesù alla folla
con un volto sfigurato, perché si è battuto per l’uomo, questa collaborazione però lo ha schiacciato,
fino a distruggerlo, ma la sua sarà una dedizione all’infinito, fino al sangue. Questo è il significato
di quel “fare di noi un regno”, cioè in quella capacità di tenuta, di perseverare: “reggo nella mia
dedizione, nonostante la pesantezza”.
Sia Paolo che i Vangeli parleranno con la stessa maniera, con la stessa categoria: “Chi vuol venire
dietro a me prendi al sua croce…”: sono elaborazioni di queste tematiche. Le difficoltà ambientali
del discepolo sono una costante, anche se contenute nel tempo. Non ci sarà mai un tempo ecclesiale
dove il prezzo di adesione a Cristo sarà abbassato. Certo ci sono giorni in cui queste afflizioni
possono raggiungere una certa intensità, allora l’Apocalisse ci ricorda subito che sono solo “per
dieci giorni”, cioè sono cose contenute nel tempo, non dilagheranno per sempre. L’idea però che se
ne ricava è che la vita cristiana, la vita del discepolo soffre sempre una certa estraneità rispetto al
proprio ambiente e alla propria cultura, essa dovrà remare sempre contro corrente. L’assemblea alla
fine dovrà ripensare alle sue fatiche in rapporto al “fratello” Giovanni” e al suo maestro Gesù.
Nell’Apocalisse poi la perseveranza è relativa alla Parola: “Persevera nell’ascolto… “ (3,10) ed è
sempre collegata a Gesù. Le difficoltà e le regalità si possono vivere creativamente se si persevera
rimanendo in contatto con il Cristo Risorto, ed è da questa posizione che Giovanni dice: “Divenni
nell’isola”, non “Fui trasportato”. Questo verbo “divenire” (ghìnomai), non dà l’idea di essere
trasportati in un’isola, ma di un “Divenire marginale… a causa di una chiamata”. E’ la Parola che
lo ha reso tale, ecco cosa accade nella sua vita, non si tratta di una indicazione di luogo
semplicemente (Patmos), ma si descrive un cambiamento di situazione. Giovanni si trova in una
certa solitudine, in una concentrazione, che favorisce la meditazione, la maturazione sotto l’azione
dello Spirito. I modelli qui sono i ripensamenti di Elia, quell’Elia feroce, vendicativo, violento che
voleva difendere Dio, rimasto solo: tutto il suo tragitto culminerà su quell’Oreb: “voce di silenzio
svuotato”. Dio non è più nel terremoto, nel vento, non è nelle azioni travolgenti, Dio diventa una
voce inenarrabile di silenzio: un silenzio che parla. Sullo sfondo dell’Apocalisse c’è una
rielaborazione di questi modelli, che è il modello di Gesù nel deserto. Sono modelli, narrazioni
poetiche, simboliche, che narrano una trasformazione, anche Gesù “divenne” nel deserto, cosa
divenne? Dopo il Battesimo, va nel deserto e divenne missionario, non secondo le categorie
trionfalistiche, ma secondo le categorie della “voce” che gli parlava. Ecco perché a questo punto, la
visione “Udii dietro di me una voce…” viene presentata come una voce travolgente, potente: è il
linguaggio della “voce” del Padre, di Dio, del Cristo Risorto in questo caso. Abbiamo ancora un
salto qualitativo: al v. 10 si dice: “E divenni, sotto l’azione dello Spirito, nello spazio (durante
un’assemblea liturgica) del giorno del Signore”. E sotto questa realtà del “divenire” che “udii
dietro di me una grande voce”. Anche questo è un discorso di maturazione: abbiamo un salto
qualitativo di questo divenire, non è isolato ma entra in una esperienza, non è soltanto un
emarginato, ma adesso Giovanni è nel giro dello Spirito e subisce un’altra trasformazione. A
contatto di questo Spirito l’Evangelista viene abilitato a sperimentare una chiamata profetica: lo
Spirito lo porta verso questo servizio liturgico, non vesto l’ “estasi”. C’è un processo lungo di
maturazione accanto alla Parola, e Giovanni sostenuto dallo Spirito Santo, nel giorno del Signore,
“diventa” capace di leggere in pienezza il Cristo e di esprimerlo con le parole e con il vissuto (la
testimonianza). Questa esperienza tornerà al cap. 4, quando inizierà la seconda grande parte. L’altra
nota da sottolineare è la centralità del “giorno del Signore”. Questo spazio (l’assemblea adunata)
culminerà in una visione, che diventerà esperienza del Cristo pasquale (“divenni cadavere… ed
ecco sono vivente”). Si tratta del giorno memoriale della Risurrezione, giorno in cui noi veniamo a
contatto con queste energie vive, partecipabili: è il giorno Uno della nuova creazione, quello che
inaugura il cammino della nuova antropologia, giorno qualitativo, spazio in cui diveniamo risorti.
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Nella lettera a Magnesia, Ignazio di Antiochia commenterà così: “Non più vivendo secondo il
sabato, ma conducendo una vita secondo il giorno del Signore”. Si tratta del giorno della
purificazione incessante, giorno del discernimento spirituale, giorno in cui assimiliamo la
potenzialità viva e attiva delle forze del Risorto, sotto l’azione incisiva dello Spirito.
Non possiamo prenderci il lusso di abbassare il tiro, e di perdere i contenuti vitali dell’esperienza
liturgica, che non è fatta di formalismi, ma di queste forze vitali, che possono essere ignorate dai
partecipanti, come possono essere recepite.
Due parole sulla manifestazione di Cristo che splende in tutta la sua forza.
La riscoperta del Cristo Risorto viene presentata come una visione “nel giorno del Signore”, ma
non è apparso nessuno, è una Domenica come le nostre, in cui l’assemblea rivive il mistero della
Risurrezione, sotto lo stimolo dello Spirito Santo che la conduce, in un processo di maturazione che
avviene quasi a nostra incoscienza. Il processo è avvertibile nel suo divenire, dopo tanto tempo, in
qualcosa che ha costruito. Queste realtà non sono ipotesi ma esperienze che accadono e sono
rintracciabili nella vita di una persona.
Cristo si presenta nel modo simile della Trasfigurazione: le immagini sono simboliche, vanno
codificate. Si tratta di un Cristo attivo, pieno di vigore, messo nel parallelo “dell’Antico dei giorni”,
presente in mezzo all’assemblea “nel candelabro d’oro” (che non vuol dire essere in mezzo al
candelabro delle 7 braccia, ma è il simbolo della liturgia ebraica). Questo simbolismo del
“candelabro d’oro”, proviene da Esodo 25 e da Zaccaria 4,2
Dunque è in mezzo a una assemblea che prega: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono
in mezzo a loro”, questa simbologia del “candelabro d’oro” è una rielaborazione di questa
promessa, è il Vangelo.
Egli è il grande Sacerdote indossa una “tunica”, questo “pettorale”, questa “fascia”: è il Signore
assoluto della Chiesa, il suo Sacerdozio, dirà la lettera agli Ebrei.
“Tiene in mano le sette stelle”: ha in mano il disegno vocazionale della Chiesa, la sua vocazione.
Egli parla alla Chiesa in maniera incisiva come “una spada a doppio taglio”. Egli parlandoci ci
penetra nel profondo, si tratta del Cristo glorioso, irresistibile, “splende come il sole” in tutta la sua
forza. La visione suppone un clima di ascolto, di meditazione intensa che matura tutta questa
percezione, con pause di riflessione. In questo sforzo essa è sostenuta dallo Spirito, nel cuore di una
liturgia: la Chiesa che prega scopre e riconosce la presenza attiva di Cristo. Paolo narrerà lo stesso
contenuto con altre parole, in una formulazione che è un po’ negativa: “Non così voi avete
imparato Cristo” ( Ef 4,20). “Imparare Cristo” è il grande lavoro della Liturgia. Quindi, i principi,
le convergenze sono le stesse, le formulazioni divergono.
“Udii dietro di me una voce grande di tromba… ciò che vedi scrivilo alle sette Chiese, mi voltai
per vedere la voce che parlava”. Una voce che “parla di dietro”, cosa vuol dire? Se io cammino
per la strada e a un certo punto una voce mi chiama di dietro, mi sorprende, se invece uno mi parla
davanti, mi accorgo chi è. Questa è una “Voce” che mi giunge sempre come “sorpresa” nella vita.
Si sottolinea anche il volume della voce: “come di tromba”, che evoca l’annuncio della Parola di
Dio, una voce che realizza il Dio parlante alla persona, in Cristo Gesù. Non dobbiamo pensare a
una visione ma a una riflessione approfondita, una lettura in un contesto orante condivisa dalla
Chiesa, mediante lo Spirito. Tale esperienza “nel giorno del Signore” diviene esperienza nitida di
Cristo, il quale ordina di scrivere “le cose che hai visto”. Siamo nel campo di una presa di
coscienza dell’esperienza di Cristo, una Chiesa che matura la percezione viva e la conoscenza
esperienziale di Cristo. Tutta questa realtà diventa vocazione: narra “le cose che hai visto”, cioè
comunica la tua esperienza.
E “le cose che stanno per divenire”, non sono i miracolismi, ma è la tua vocazione, l’assimilazione
di questi contenuti, che avverranno in un contesto faticoso, quello storico. Il Cristo attivo della
liturgia esercita la sua funzione di Sacerdote, investito della potenza messianica, unico Sacerdote
della sua Chiesa, pieno di vitalità, perché dispone della vita di risurrezione.
I suoi “occhi sono come torce di fuoco”, alludono alla teofania di Dio sull’Oreb, quando Mosè nel
“roveto” vede la fiamma che non consuma. Gli occhi esprimono una vicinanza scottante,
penetrante, purificante, ma anche amante di Dio: “Ho udito il grido del mio popolo e sono sceso a
visitarlo e a soccorrerlo”.
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“Tiene in mano le sette stelle”: è la vocazione storica e trascendente della Chiesa. Egli, parlandoci,
ci guiderà dal profondo.
Vertice di questa visione, culminante nella trasfigurazione, è un Cristo percepito in maniera
travolgente, ma subito si annota che l’intervento di Cristo tocca con la mano Giovanni, lo rialza e
lo rimette in cammino: il Cristo travolgente è il Cristo che ti accompagna nella tua ferialità
nascosta. I Vangeli annoteranno: “Non videro che Gesù solo”. L’autore vuol dirci che pur
percependo in continuità l’intensità travolgente della Persona del Risorto, Egli rimane accanto a noi
tutti i giorni, nella ferialità quotidiana. Colui che incontra la sua Chiesa, è il Cristo morto e Risorto,
che possiede irreversibilmente la vita e ce la comunica. Lui che si è fatto come noi (“divenni
cadavere e ora sono vivente”) adesso ci comunica la sua Vita, perché anche noi possiamo
diventare viventi.
Da questo vertice noi ascolteremo il messaggio alle sette Chiese.
LE LETTERE ALLE SETTE CHIESE (2,1 - 3,22)
Alla Chiesa di Efeso (2, 1-7)
Vediamo ora come l’assemblea interpreta, non tanto il suo cammino nella Storia, ma il proprio
vissuto in rapporto a Cristo. Possiamo parlare di cammino di conversione.
Alcune note introduttive che ritroveremo in tutte le sette Chiese.
Non dobbiamo mai perdere di vista il Prologo iniziale: “Beato chi legge… beato chi ascolta”.
Questa è la situazione permanete dell’assemblea da cui l’autore parte, si tratta di una riscoperta di
Cristo,”nel giorno del Signore” in un “divenire” incessante, sotto l’azione dello Spirito.
Si tratta di riscoprire la totalità del mistero cristologico, e questo è un impegno che ci occuperà per
tutta la nostra vita, la vita intera della Chiesa, di tutte le Chiese della Storia. Sarà sempre impegno
primario, quello di capire l’evento nella sua totalità e le conseguenze che questo evento è in grado
di incidere nell’esperienza della vita stessa della Chiesa. Si tratta quindi di un’esperienza liturgica
tutt’altro che formale, ma è una esperienza che lavora sulla vita, una vera e propria scuola per
riscoprire Cristo e tradurlo nella vita. Non basta saperlo, bisogna assimilarlo, tradurlo, si tratta di un
esercizio creativo, non fondamentalista. Noi dobbiamo tradurlo nella nostra contemporaneità senza
svilire il punto di partenza che è vitale. Questo esercizio equivale a un nome che è frequente,
familiare nella tradizione cristiana, ma anche ebraica, che è quello della conversione.
La liturgia è il luogo autorevole del contatto con Cristo. Anche se noi possiamo avere una idea
piatta, banale della liturgia, non possiamo però dire che essa non è efficace. E come dire che se io
ho un’esperienza negativa della scuola, di una struttura ospedaliera, non posso dire che scuola e
ospedali non servono.
Quindi nella liturgia io mi metto in contatto con Cristo, morto e Risorto, attraverso l’energia
incisiva dello Spirito. Questo dato non si discute, tocca a noi farlo funzionare.
All’assemblea che ascolta, a contatto con il Cristo vivente, sotto l’azione dello Spirito, a questa
Chiesa si aprono nuove prospettive, prospettive di maturazione, di processo di sviluppo e di
trasformazione incessante o trasfigurazione, nella linea di Cristo. Ecco perché la prima scena visiva
porta su questa linea.
Abbiamo detto che il Cristo Risorto sta idealmente al centro delle sette Chiese, ma da dove trae
l’autore questa immagine? Dal Vangelo di Giovanni, 20,19: dove si dice che la sera della
Risurrezione (“la sera dello stesso giorno… Gesù venne ritto in piedi, come Risorto, e si colloca al
centro”). Cioè venne come centralità assoluta della Chiesa. Faccio un esempio: se io sposto di
pochi millimetri il perno centrale di una ruota della macchina, essa va in rovina. Così la presenza di
Cristo nella Chiesa non è una presenza accanto alle altre, è la presenza centrale, assoluta, anche uno
spostamento millimetrico provocherebbe un danno irreparabile.
Ma “in mezzo” significa anche un’altra cosa: Egli si colloca al centro come mediazione assoluta, è
la mediazione della Chiesa, non ci sono altre mediazioni, tutte le altre sono servizio di questa
mediazione. Allora si capisce la formulazione di questo testo, quando si dice che il Cristo liturgico
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è il Cristo centrale ed è il Cristo di mediazione centrale, questo è il suo esercizio innato nella
Storia, come morto e Risorto. E’ Lui che realizza tutta la promessa di Dio, ed è la ricezione di
questi doni che rallegra la vita (… e si rallegrarono nel vedere il Signore”) (Gv 20,20).
Questo testo di Gv. 20 è molto più ricco, ma questo cenno serve per capire come queste immagini
sono familiari all’autore, quello che magari non è per noi. E questo è un invito a farci una
familiarità: un libro di una scuola lo si capisce dentro una scuola, non si capisce leggendo una
piccola frase.
Il Cristo dell’Apocalisse è il Cristo veniente, ma che occupa un posto centrale nell’assemblea
liturgica, perché siamo “nel giorno del Signore”, giorno “Uno” dopo la successione dei sabati,
termine che significa “inizio nella nuova creazione”. E Cristo “viene” come mediazione assoluta
dell’assemblea. Mediazione di che cosa? Di tutte le promesse, di tutta la vitalità. E ciascuna Chiesa
(sono sette) è in rapporto diretto con questa centralità, ogni assemblea liturgica realizza questa
potenzialità, ecco perché si dice che la liturgia è il luogo autorevole, tocca a noi esercitarla bene,
questo è anche un compito nostro, per non invalidare in termini formali un dono che ci è dato.
L’esperienza, il contatto con il Risorto, è una esperienza partecipativa, nella sua vitalità. Quel “si
rallegrarono” dei discepoli, in Gv 20, ha questo senso.
Lo schema letterario delle Lettere.
Ogni lettera è costruita secondo uno schema fisso, in 6 punti. Non si tratta però di uno schema
letterario, ma lo schema letterario traduce il dinamismo, il processo vitale dell’esistenza. Questi
passaggi non sono solo narrativi, sono narrati i passaggi della vita. Non siamo di fronte a schemi
astratti, ma a processi di trasformazione che avvengono attraverso queste tappe.
1. Prima tappa. Innanzitutto c’è l’indirizzo, dicevamo già, che ad ogni lettera, per paradosso,
possiamo mettere il nostro nome o il nome della nostra chiesa: “All’angelo della chiesa
di… scrivi”, cioè non si tratta di uno scritto generico, Gesù non intende parlare così, in
termini anonimi, il suo linguaggio ha un destinatario, nome e cognome, cioè è sempre una
parola personalizzata, una comunicazione personalizzata. Anche se io sono insieme a un
milione di persone, io sono davanti a Lui come fossi solo: quella Parola è stata scritta
perché giunga fino a me. Se mando una lettera è perché sono lontano nel tempo, non sono
contemporaneo (la lettera per giungere impiega molto tempo perché arrivi), sono lontano
geograficamente, ma lo scritto giunge fino alla persona, al destinatario. Dunque lo scritto è
il mezzo per personalizzare la comunicazione (Scrivi le cose che ti dico…), che non è mai
anonima, né mai generica. Se io leggo il testo dell’Apocalisse, o qualsiasi testo delle
Scritture, non lo leggo come indirizzato ad altri, lo leggo come indirizzato a me: questo è il
minimo di igiene spirituale. E’ un gesto minimo, se lo scavalco, lo tralascio, io ho già perso
il contatto, cioè non è una lettera indirizzata ad altri, è una lettera che giunge a me, pensata
per me. Questo è il servizio dello scritto: non sono pensierini spirituali ma strutturali.
Cristo, parlando, cerca un contatto diretto con me, o con l’assemblea, con ciascuna Chiesa.
2. Seconda tappa. In questo scritto, mi comunica qualcosa di sé: l’autopresentazione che è
autorivelazione, cioè mi svela il suo mistero. Faccio un’anticipazione che vale per tutte le
lettere: ad ogni chiesa Gesù Risorto svela quell’aspetto di sé, di cui essa è lacunosa. Se
manca di una realtà, Lui si presenta come in quella realtà di cui la Chiesa è mancante. Non
c’è quindi un processo di svelamento progressivo ma mirato: quello di cui necessiti tu, o
questa assemblea. In altre parole se questa assemblea è lacunosa su questo aspetto
dell’esperienza di Cristo, bene Cristo gli si presenta davanti proprio in questo aspetto che
essa deve riscoprire, comunica, cioè, quella realtà di sé alla chiesa di cui essa è lacunosa.
3. Terza tappa. Cristo esprime una valutazione di questa Chiesa: “Conosco le tue opere..”,
cioè il tuo comportamento. Le opere sono la visualizzazione con cui una persona si mostra.
Io dalle opere posso capire se una persona è generosa o egoista. “Conosco le tue opere”:
Cristo dà una valutazione globale, complessiva del comportamento, dell’identità della
Chiesa, quella Chiesa che si mostra nel suo agire: le opere. Essa ora si trova di fronte a Lui
e Lui si rivela in quell’aspetto di cui essa è lacunosa. E Cristo conosce questa lacuna ma
anche altre opere positive.
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4. Quarta tappa. Il Risorto non lascia la Chiesa come la trova, le suggerisce un cammino di
rinnovamento: ecco l’esortazione, per superare la sua lacuna storica.
5. Quinta tappa. Se l’assemblea recepisce questo stimolo esortativo, lo fa proprio, e comincia
a camminare, Gesù le fa intravedere la promessa. Se realizzerà, scoprirà una prospettiva più
ricca, più nuova della sua esperienza, cioè essa accoglie in prospettiva il futuro immenso
che l’attende, che le è stato promesso. Nel vangelo di Giovanni, questo futuro ha un nome:
“pace”, cioè tutto quello che Dio ha promesso per l’uomo che ama.
6. Sesta tappa. Questa Chiesa è invitata a collegarsi alle altre chiese (se ha questa sensibilità),
per ascoltare ciò che Dio dice alla totalità della Chiesa. Questo è molto importante perché
l’indirizzo comincia con una personalizzazione: “Alla Chiesa di Efeso…”, la conclusione è
che la Chiesa di Efeso, per scoprire Cristo ha bisogno di capire, di ascoltare tutto quello che
Cristo dice anche alle altre Chiese. Cioè abbiamo una Chiesa davanti a Cristo e davanti alle
altre Chiese, cioè una chiesa in comunione con Cristo e in comunione con la Chiesa. Cos’è
la Chiesa cattolica? E’ una comunione di Chiese, è ogni Chiesa che è in diretto contatto con
Cristo, ma anche in comunione con le altre Chiese.
La Chiesa, dunque, prende contatto con Cristo, lo riscopre, in questo contesto liturgico, accetta il
suo giudizio, la sua valutazione, il suo stimolo esortativo, si confronta con Lui, tenta di reagire
recependo le esigenze del Risorto, che la chiama a superare il negativo esistenziale che essa vive.
Se farà così migliorerà se stessa, trasformerà se stessa, sarà in grado di vincere non solo la propria
battaglia, le proprie pigrizie, ma anche si affinerà per ascoltare quella voce dello Spirito, che parla
alle Chiese.
Un particolare importante: vengono nominate sette Chiese non sei. Il sette è il numero della totalità,
indica una pienezza, dunque il numero sette si riferisce a tutte le Chiese, non solo quelle dell’Asia.
Cioè Gesù non esclude dal suo contatto diretto e dalla promessa nessuna Chiesa, non esclude dalla
prospettiva della promessa finale, nessuna Chiesa, nemmeno quelle Chiese di cui traccia un
bilancio prevalentemente negativo (Sardi). L’opera di Gesù è recuperare non escludere: “Non sono
venuto pei i sani, ma per i malati, non sono venuto per i giusti ma per i peccatori, per gli esclusi”.
Ed è su questo piano che le chiese storiche vivono in uno stato di disobbedienza, perché si separa,
si esclude. Si esclude dalla medicina, dal farmaco vitale, semplicemente perché gli altri non sono
ritenuti degni. Forse che Gesù si è mescolato con le persone degne? Che cos’è normativo nella
Chiesa? Il Diritto Canonico? Certo il Diritto Canonico dovrà tradurre l’evento cristologico, e la sua
validità è efficace solo se è in grado di tradurlo. Queste sottolineature sono finezze che l’autore
mette lì, per chi fa un’attenta lettura, per chi ha una sensibilità dello Spirito. A tutte le Chiese viene
offerta incessantemente la possibilità di ripartire: questa è l’azione pastorale di Gesù.
Analisi del testo.
1. “All’angelo della chiesa di Efeso scrivi…”. Si è scritto molto circa l’interpretazione di
questo “angelo”.
Secondo Ignazio di Antiochia, l’ “angelo” corrisponde al “Vescovo”, che ne esprimerebbe la
personificazione della Chiesa stessa. Questo linguaggio non è accettato oggi, perché esprime un
monarchismo che non è aderente. Il Vescovo è un discepolo come tanti altri, anche se ha un
compito particolare, non è tutta la Chiesa. Paolo non parla mai di un unico carisma nella Chiesa,
ma della Chiesa come Corpo di Cristo con tanti carismi e tra questi ci sono anche gli “episcopi”.
Dunque non si può accentuarne la personificazione assoluta, non sembra in linea con il Nuovo
Testamento.
Un’altra interpretazione un po’ più spirituale, devota, farebbe di questo “angelo della Chiesa”, una
specie di “angelo custode”. Siccome ciascuno di noi ha un angelo custode, allora si è messo un
angelo custode generale alla chiesa. L’angelo custode primario è Cristo Gesù in mezzo alla sua
Chiesa.
Terza interpretazione, quella più convincente, sostenuta da Ugo Vanni, vede nel simbolismo dell
“angelo” la raffigurazione della Chiesa stessa, con un doppio movimento: la Chiesa di Efeso è una
chiesa storica e geografica di quella regione dell’Asia, ma è destinata a una vocazione trascendente.
Cioè il suo cammino si svolge in una Chiesa pellegrinante, ma si concluderà non a Efeso ma in
una sfera di trascendenza, nella risurrezione. L’angelo della Chiesa di Efeso, mette in dialettica la
21
storicità e la sua vocazione trascendente. Questo sembra anche il senso preciso di 1,20: “Le sette
stelle simboleggiano li angeli delle sette chiese…”. C’è una equivalenza tra la Chiesa che Gesù ha
in mano e la sua destinazione di vocazione finale. C’è una Chiesa che Gesù ha in mano, e questa
Chiesa è anche “angelo”: ora, nel quadro simbolico, l’angelo non è una realtà della terra, così
nemmeno le stelle, ma sono realtà che abitano in cielo, che esprimono cioè il simbolo della
trascendenza, si situano nella zona del cielo, allora la Chiesa esprime così una prospettiva che va
oltre la sua storicità. La nostra vicenda di Chiesa non si consuma e non si esaurisce qui, ma è
destinata a giungere a quella mèta. Allora Gesù che tiene in mano “le sette stelle che sono i sette
angeli, che sono le sette chiese”, significa che questa vocazione alla meta trascendente è tenuta con
forza da Gesù nella mano destra. Gesù non permetterà mai a una Chiesa di identificarsi, di
stabilizzarsi nella storicità. Non permetterà di identificarmi con un terrenismo piatto, con uno
storicismo senza prospettive. Chi fa il guardiano della nostra vocazione è Lui, ci possono essere
cedimenti storici ma verranno rilanciati da quella “mano destra”. Quando io mi rapporto al Cristo
liturgico, al Cristo morto e Risorto, prego anche perché Lui mi custodisca integralmente la mia
vocazione, la nostra vocazione. Ecco perché in questa preghiera l’assemblea dirà: “Maranatà”
(“Vieni”), e il libro si conclude con una città che è sposa, che scende dal cielo: parte dalla terra ma
poi giungerà a quella meta.
Cristo ci tiene in mano, ci parla, ci purifica, ci stimola e noi dovremmo camminare verso questo
futuro che Egli ci promette e che costituisce il nostro disegno più grande. L’energia con cui Cristo
Risorto possiede la Chiesa, tenendola in mano, farà sì che essa raggiunga la sua meta luminosa,
farà sì che essa possa trasformare la sua identità storica in un processo di rinnovamento che non
avrà termine. L’identità di ogni Chiesa nel presente e nella storicità, come di ogni persona del resto,
è fatta di lacune e ombre, luce e tenebra, queste realtà dovranno essere superate. Cristo comunica la
sua vita di Risorto alla Chiesa che ha in mano e mantiene con forza questo dono che ci comunica,
cioè un dono sul quale Cristo non intende indietreggiare. Abbiamo dunque un Cristo impegnato per
noi, possiamo confidare nella sua mediazione, difatti il Cristo nel candelabro non è un Cristo
statico, ma è un Cristo che “cammina in mezzo”, cioè si muove, è un Cristo come mediazione
attiva. Nella struttura liturgica Cristo esprime il massimo della sua mediazione attiva, cioè imprime
alla Chiesa storica le energie della sua risurrezione. Quando parliamo di queste cose, parliamo delle
nostre liturgie, chi presiede non è il Vescovo, l’Abate, il Priore, siamo tutti utenti, nessuno ha il
proprio preside, il Preside è Lui, che esercita il suo Sacerdozio e noi siamo in contatto attivo con
Lui, che ci partecipa energie, vitalità, dinamismo, e noi dobbiamo essere capaci di tenere desto il
nostro cammino verso un di più e un meglio, che è un cammino di sviluppo progressivo
ascensionale, verso una pienezza qualitativa.
Il modo con cui Cristo parla è un modo oracolare. I profeti introducevano i loro interventi in questo
modo: “Così dice il Signore….”. Lo stesso linguaggio profetico troviamo qui: “Questo dice colui
che ti tiene in mano”. Quindi è un linguaggio autorevole, cioè comunica la Parola di Dio nella sua
autorevolezza più piena, e la Chiesa dovrà scoprire “Colui che le parla”, solo così scoprirà in che
cosa essa è lacunosa. Cristo le rivolge la Parola perché ha in mano “le sette stelle” cioè il disegno
vocazionale della Chiesa. Dal come si presenta si capisce indirettamente che la Chiesa di Efeso
corre il pericolo di essere prigioniera di una dimensione immanente. Se “tiene in mano le sette
stelle”, che sono la dimensione conclusiva, vuol dire che la Chiesa rischia di aver perso questo
orizzonte, cioè che nel suo impegno (perché vengono raccontate le sue opere), è tutta presa dalle
opere del presente (come Marta), non ha tempo per pensare “al dopo” o “all’oltre”. E Gesù si
presenta come Colui che ha in mano la sua dimensione futura. Questa Chiesa, quindi, rischia di
diventare prigioniera di un terrenismo piatto. I linguaggi sono simbolici, non dicono tutti i
particolari, perché ognuno di noi dovrebbe applicarli, perché questi sono pericoli ricorrenti sia delle
Chiese, che delle persone che la compongono. Fuori metafora significa che ogni Chiesa dovrà
compiere uno sforzo per mantenere integrale la propria vocazione. La mia vocazione non è solo
quella di predicare, lavorare insegnare, questo non esaurisce il mio disegno, la mia vocazione è
molto di più: è quella di giungere a una sponsalità cristologia piena, dove non ci saranno più
prediche da fare, lavoro, né lacrime, né lutto. Io debbo lavorare, predicare, per quella dimensione,
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ma non dovrò essere catturato da una dimensione terrenista. Gesù mi custodisce nella mia integrale
vocazione.
2. Secondo aspetto (vv. 2-3): “Conosco le tue opere…”. Cristo traccia un bilancio sul mio
operato e sull’operato della Chiesa.
Cristo fa un bilancio positivo, conosce le opere, il comportamento della sua Chiesa, il suo vissuto.
Non comincia con il rimprovero, quando una persona viene affrontata con il rimprovero si chiude a
riccio, si protegge. La prima parola del Cristo non è la sottolineatura del negativo, ma valorizza le
cose buone che ha fatto. Annota Cristo la perseveranza, la capacità di tenuta, le energie che
impiega per questo, anche le fatiche, le sofferenze. Dice anche la competenza, ossia la capacità di
smascherare quelli che non sono. Diremmo oggi una Chiesa attrezzata, anche da un punto di vista
teologico. E’ una comunità, Efeso, molto attiva, sveglia, competente, spende le energie dei propri
carismi. La Chiesa di Efeso vive in una metropoli, questa città è capoluogo della regione romana
dell’Asia. Questa chiesa vive in un ambiente dove circolano molte voci culturali (culto
all’imperatore, alla dea della guerra, Artemide), questa comunità è una minoranza, potrebbe subire
un continuo influsso del paganesimo. La chiesa vive un impegno oneroso, fatto di lavoro, fatica,
sofferenza e deve lottare per perseverare nella fedeltà a Cristo. Gesù le riconosce che essa aderisce
a lui in un contesto di difficoltà, conosce, approva tante cose che essa compie.
Ma c’è un aspetto che emerge: “Il tuo amore, quello primo”, non il primo amore, ma qui si
sottolinea l’amore primo nell’accezione di assoluto, di primato: il tuo amore, quello che è primo:
“Se uno ama il padre o la madre più di me…” e poi: “Assolutamente niente anteporre a Cristo”. Il
richiamo a questa chiesa è evidente: “Tu lasciasti il primato di Cristo”. Ne risulta quasi un
paradosso: una Chiesa perfetta nell’efficienza, ma che sta lasciando cadere il rapporto primario.
Queste realtà che sembrano impossibili a venire, sono un grande pericolo. Non sempre il progresso
della tecnica e del benessere ha incrementato e favorito le relazioni umane. Anzi, sappiamo che a
volte più c’è lavoro e meno c’è comunicazione: questo vale per famiglie, per le comunità e dunque
vale anche per la chiesa. Il troppo lavoro, la troppa attività, uccide la comunicazione, il rapporto
amoroso. Si dà per scontata una cosa che dovrebbe essere l’elemento di traino.
Ecco allora l’ammonizione, lo stimolo: “Ricordati da dove sei caduto”, e l’esortazione è: “Fai le
opere di prima”, che vuol dire riprendi una relazione ottimale di primato. Non si dice che non devi
fare le altre cose, ma devi riprendere questa relazione di primato, ritorna al dialogo del primo
amore, quello frizzante, quello fresco. Qui c’è un monito appassionato, alla Ezechiele, alla Osea. Si
chiede alla comunità di Efeso di ritrovare l’amore del rapporto sponsale vero.
“Ricordarsi”, “fare memoria” in greco vuol dire, rivivere, rifare il tessuto vitale, non un semplice
ricordo mentale. La chiesa deve ripensare e rivivere l’amore sponsale, essa lo deve porre davanti
agli occhi, confrontare con la sua situazione attuale.
Il primo passo richiesto, quindi, è: “ricordare”, cioè ricostruire, rifare l’ideale di una vita
vocazionale, tornare alle radici di un progetto relazionale.
“Questo confronto (“rifai le opere di prima” e “confrontalo con il tuo vissuto attuale”), non ci
lascerà indifferenti, verrà spontaneo il confronto con il presente: in esso si evidenzia un
abbassamento di livello che rischia di diventare cronico. Dal confronto con il passato scocca una
scintilla di vita, la Chiesa ritroverà la sua originaria creatività (quando si è innamorati si è
creativi, non si sta fermi, ci si da fare), che la condurrà verso un cambiamento, trovando così la
forza di superare l’inerzia ripetitiva. Prendendo coscienza, la persona a poco a poco si riattiva.
Certo ci vorrà un rodaggio paziente, ma poi si troverà il passo giusto per recuperare in pieno il
contatto con Cristo” (U.Vanni in “Divenire nello Spirito” pp,79-80),
Non ci sono miracoli qui dentro, ci sono spostamenti progressivi che avvengono nel tempo.
Bisogna avere pazienza. I miracolismi delle trasformazioni sono tutte cose inventate da noi, tutte
cose astratte, che non capitano mai, nemmeno a Paolo caduto a Damasco, quella è una simbologia,
che traduce un movimento che è avvenuto in tanti giorni, in un lungo periodo. Il dinamismo
interiore lì è, che Paolo non può lavorare per il Dio misericordioso, di cui sa bene il nome,
massacrando le persone. Ed è dentro questa dialettica che Paolo si accorgerà che sta facendo
qualcosa di assolutamente inaccettabile, dovrà cadere per terra (cioè viene smontato l’uomo), non
cade da nessun cavallo (intanto non c’è scritto che aveva un cavallo), cioè non ci sono queste
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cadute miracolose. Uno può dire: “Ma io non sono mai caduto, non mi sono mai rialzato, nessuno
mi ha folgorato”. Questo è un processo che puoi anche tu riscrivi nel tuo vissuto, e se non entri in
questo tipo di lettura, non capisci niente di questa relazione. Non si narrano miracolismi, si narra un
percorso possibile ed è narrato perché diventi possibile per noi, non per una élite di ascoltatori.
Buttiamo via questi miracolismi, che sono nefasti nell’educazione della fede.
Riprendiamo il nostro discorso del testo: “Se no, verrò a te, rimuoverò il candelabro dal suo
luogo” (v. 5). Cosa vuol dire questa frase? Qui dobbiamo fare una interpretazione intelligente. Le
minacce non hanno mai la finalità, lo scopo di essere applicate: quando un genitore minaccia il
proprio figlio, lo scopo della minaccia non è quello di mantenere la minaccia, ma lo scopo è quello
di risvegliare. Lo scopo di Dio non è quello di essere fedele alle sue minacce, è quello di recuperare
l’uomo, quindi la minaccia ha lo stimolo di risvegliare. Quando uno è troppo assopito, alza la voce.
La minaccia tende a radicalizzare l’esortazione, a renderla più incisiva. Non minacciare mai non è
una un’azione educativa. La minaccia realizza la visita di Dio, e non si riferisce qui all’escatologia,
ma “all’adesso” della Chiesa: “Vengo e ti rimuovo adesso”. Fuori metafora vuol dire: se non ti
impegni a recuperare i valori interni, tu perderai il tuo circuito vitale, è come se non partecipassi a
nessuna liturgia. Cioè essere in uno spazio liturgico nemmeno ti sfiora, è come se io levassi da te la
liturgia (“il candelabro”). Cioè ti sei messo in una situazione di lontananza, in un circuito di
lontananza dove tu non avverti più nessuno stimolo, è come se io ti avessi tirato via l’offerta. Ti
trovi come “rimossa” da un circuito di vitalità.
La conversione: “Ma hai questo di buono, detesti le opere dei Nicolaiti, che detesto anch’io”. La
conversione sarà favorita dagli elementi validi che la Chiesa di Efeso ancora possiede. Essa rigetta
questa mentalità dei Nicolaiti5, infiltrata nella prassi cristiana, la smaschera; quindi ci sono
elementi positivi su cui Cristo può appoggiarsi, c’è un certo impegno.
Esortazione generale: “Chi ha questa sensibilità ascolti quello che lo Spirito dice alle Chiese”.
Quando si comincia ad avere questa sensibilità dell’ascolto, del percepire il mistero di Cristo, lo si
cercherà da tutte le parti, ma anche in altre Chiese, per trovare le vie applicative.
La promessa: “A chi vince darò da mangiare dell’albero della vita che sta nel giardino di Dio”.
La vittoria consiste in un dono (“A chi vince darò…), più che in una ricompensa. “Mangiare” vuol
dire “assimilare”. Mangiare dell’albero della vita significa assimilare la vita, partecipare al dono
delle potenzialità del Risorto che lui comunica. E sarà un processo vitale: sperimenterai
l’assimilazione vitale della vita del Risorto. Viene infatti promessa una vita senza limiti, a livello di
Dio (l’albero della vita). Se ci sarà questo impegno di coerenza, questa perseveranza, da parte della
Chiesa, si giungerà a questa realtà: Cristo la assocerà a questa dimensione luminosa, per la quale
vale la pena lavorare, lottare, assimilare in continuità i valori del Risorto, offerti nel momento
liturgico, finché questi giungeranno a pienezza. Ecco il senso del mangiare: il rapporto con Cristo
rimane primario e sorgivo, finché esso giungerà al suo compimento. Ma questo rapporto chiede e
risveglia la nostra risposta totale: un amore sponsale totale, a tutto campo, per sempre (“L’amore,
quello primo”).
SETTENARIO DEI SIGILLI (cap 4 - 5)
Questi due capitoli (4-5), aprono la seconda parte del libro dell’Apocalisse. Il cammino fatto finora
è stato quello di una Chiesa che è invitata a riscoprire Cristo, in un ambito liturgico. Questa
riscoperta ha anche una funzione sapienziale, che è quella di trasformare, convertire, di riformare
se stessa. Un cammino penitenziale, non nel senso oppressivo del termine, ma di una maturazione
antropologica nella linea di Cristo, del suo umanesimo nuovo. Non dobbiamo mai confondere
queste tensioni. La vita cristiana non è una vita all’insegna del lutto e della forma lugubre, ogni
commento di questo genere è anti-cristiano e anti-umano. Questo non è un lavoro esauribile, ci
occuperà tutta la vita, ma rimane l’aspetto primo che è il Cristo in contatto con noi, l’amore-primo,
5
Corrente gnostica, che insegnava ai cristiani che potevano mangiare le carni immolate agli idoli e soddisfare le opere
della carne.
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che maturerà fino alla nuzialità completa: questa è la riforma incessante della Chiesa. Spesso si
parla di riformisti e conservatori, esiste solo una categoria nella Chiesa: una riforma continua. Ogni
sguardo al passato come nostalgia è tradimento del Vangelo e della storia della salvezza. La storia
della salvezza ha un nucleo atomico che si espande come energia, ma per lanciare la storia verso un
futuro che coinciderà nella sua meta nella promessa di Dio. Ogni sguardo nostalgico all’indietro è
tradimento della Chiesa, della Storia e dell’uomo. Le rigidezze sono l’antinomia più profonda del
cristianesimo, perché il cristianesimo è viaggio, cammino, pellegrinaggio, movimento in avanti,
non movimento all’indietro, la forma statica è disobbedienza a Dio.
Prima di iniziare la seconda parte che va dal capitolo 4 fino al capitolo 22, facciamo una sintesi
della prima parte, cioè del cammino cha abbiamo percorso finora.
Nella prima parte (cap 1-3) del libro abbiamo visto il Cristo morto e Risorto, che è donato alla
Chiesa. E’ un Cristo che vuole una Chiesa in relazione con Lui (“ una cosa ho da rimproverarti:
stai abbassando l’amore, quello primo”), abbiamo esaminato la chiesa di Efeso, ma anche tutte le
altre chiese.
Cristo vuole una Chiesa impegnata nel Primo Amore, Lui conosce la Chiesa da vicino (“conosco le
tue opere”, il tuo comportamento). Quando parliamo di Chiesa, cerchiamo subito di personalizzare.
La chiesa non è fatta di fantasmi ma è l’insieme delle persone. Lui conosce le opere, i
comportamenti di ciascuno di noi, quindi siamo davanti a Lui senza veli, in una radiografia, in una
Tac, o meglio risonanza magnetica, fino in fondo. Niente sfugge al suo sguardo, perché Lui è in
grado di scrutare “il cuore e i reni”, tutta l’interiorità, ciò che non emerge subito, ciò che non è
subito apparente. Il Cristo può dire: conosco tutta la tua persona, dall’esterno all’interno. Questa
conoscenza si esprime in un interessamento, quando si ama una persona ci si interessa di lei. Non è
una conoscenza giudicante, da esame scolastico. Siamo davanti a Gesù, che ci scruta, che ci
conosce, ma in un interessamento attivo, fattivo, che nasce dalla sua dedizione per noi: “ci tiene in
mano”.
Questo interessamento diventa stimolo di rinnovamento purificante: interessamento quindi che è
amore (“coloro che io amo coloro li correggo e li educo”: lettera alla Chiesa di Laodicea 3,19), è
un interessamento da genitore. Dall’amore deriva un’azione pedagogica, non da una punizione.
Questa azione pedagogica è un’assunzione di responsabilità, è un interessamento amante. Cristo è
legato a me, non lascia alle deriva la mia vita, ma si interressa a me perché io possa camminare,
maturare, avanzare nella costruzione ideale di me.
Lo scopo di questa educazione che a volte prende anche il volto di una certa energia, che ti
stigmatizza, (l’amore è anche questo: non ti permetto che tu possa essere al di sotto) è quello di
portare la Chiesa, la persona a un amore paritetico, uguale al suo. Quando leggiamo “Vidi la
nuova Gerusalemme come una fidanzata pronta per le nozze col suo sposo” (21,2), vuol dire che
tutta l’azione è un fidanzamento, per arrivare a una relazione paritetica di dedizione. Questa non è
una dimensione oppressiva dell’amore. Il sogno più alto, il simbolismo più alto, è la sponsalità, la
nuzialità, anche per chi non si sposa, ma anche per chi si sposa perché quella che viviamo non ci
basta. Quindi l’interessamento diventa come un dialogo tra fidanzati. Questi termini sono oranti,
che maturiamo in un ascolto paziente, in una riscoperta di un “tu” che si interessa di “me”. Questo
è un tempo di costruzione che raggiungerà nella fase di compiutezza finale, una grande mèta, un
grande risultato: la dimensione nuziale paritetica. Adesso è tempo di collaborazione attiva, che si
esprime nel superamento degli elementi negativi della vita, di quelle interferenze che in qualche
maniera riducono il dialogo a mediocrità. Quando noi nella vita allacciamo un dialogo intenso con
una persona, ci accorgiamo subito che ci sono tanti elementi che vanno riformati, perché questi
potrebbero funzionare da controindicazioni della relazione stessa, e quindi diventa un cammino di
collaborazione. E’ chiaro, però, che tra noi e Cristo c’è una realtà ideale e una realtà che è in
divenire, “nel suo farsi”, dunque la riforma riguarda noi.
Nella seconda grande parte (cap 4-22), la Chiesa è invitata a salire su verso la sua mèta. Qui il
Cristo si presenta come Agnello. Questo è termine evocativo, è un titolo di un mondo che va
esplorato e dovremmo seguire l’autore che ci conduce a questa scoperta della ricchezza della
personalità cristologia (quella che Gesù ha espresso nella Storia), e che è stata codificata con
questo termine (“Agnello”).
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Lo troviamo nel capitolo 5 per la prima volta: “E’ un Agnello ritto in piedi come immolato”. Come
mai l’Apocalisse parla del Cristo morto e Risorto con la categoria dell’Agnello? Basta guardare nel
racconto della Passione, a Gesù “trafitto da una lancia non viene spezzato nessun osso”. Quindi c’è
un riferimento diretto all’Esodo e Giovanni rilegge questo rito, da un punto di vista di compimento:
il vero Agnello è Cristo. Nella scena della Risurrezione (Gv 20,19ss) c’è un particolare
interessante, Gesù Risorto mostra le piaghe: il costato e le mani, che non è un ricordo del passato,
siamo in un contesto liturgico, ma è la contemporaneità del Cristo morto e Risorto. Dopo la
consacrazione diciamo: “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione…”,
ma sappiamo che questi eventi non sono avvenuti simultaneamente. Nel tempo prima è avvenuta la
morte e dopo tre giorni, la Risurrezione, ma nel momento liturgico ormai questo tempo viene
annullato e il Cristo liturgico si presenta nella simultaneità della sua morte e Risurrezione, nelle sue
energie di morto e Risorto. E Giovanni, in questo testo, esprime tutto questo con la formula: “Un
Agnello ritto in piedi (quindi Risorto), ma che è come immolato”. Cioè il Cristo che sta davanti alla
sua Chiesa con le sue potenzialità.
Questa evocazione dell’ “Agnello”, che nella seconda parte del testo ricorre 29 volte, dice appunto
l’evento pasquale in atto nella Chiesa, non è al passato, ma nella contemporaneità. Ricordiamoci
sempre che siamo in un’assemblea liturgica: “Beato chi legge e beato chi ascolta, nel giorno del
Signore”.
Questo Cristo “ha sette corna”, è dotato, cioè, del massimo della potenza messianica. “Corna” è
un’arma di attacco, non solo di difesa, quindi è in grado di esprimere un attacco incisivo, di
annullare il nemico.
E “ha sette occhi”, dispone di una conoscenza infinita.
E “ha sette spiriti”, dispone di tutta la forza dello Spirito, Gesù morto e Risorto è il datore pieno
dello Spirito.
La sua funzione è una funzione di mediazione. In queste scene, soprattutto nel capitolo 5,
“l’Agnello prende il libro dalla mano di colui che siede sul trono”, si tratta del libro della
Rivelazione, o meglio del progetto di Dio sulla Storia, e compie un gesto, “apre i sigilli”, cioè
rende intelligibile il progetto di Dio, che sarebbe sottratto da secoli e generazioni, l’uomo non
sarebbe mai in grado di cogliere se non gli fosse rivelato, perché è un progetto che è fiorito nella
trascendenza di Dio, è il suo sogno incisivo. Questo progetto ci viene svelato attraverso l’eventoGesù, che è il culmine di tutta la Rivelazione. Qusto evento-Gesù, che rappresenta il nucleo
vincente, si espande, contagia, coinvolge, sviluppa una specie di azione incisiva, che è in grado di
orientare la Storia. Questo libro allora è la storia della salvezza nel suo compimento nell’eventoGesù, ma anche lo sviluppo di questo evento, e questo sviluppo riguarda noi. Anche noi siamo, in
qualche maniera, coinvolti, risucchiati da questo evento, e la nostra vita verrà coinvolta in questo
progetto cristologico, finchè anche la nostra vita giungerà alla risurrezione. E’ un evento che
raccoglie un passato, ma anche sviluppa un futuro. Perché leggo le Scritture? (Genesi, Esodo, la
chiamata di Abramo) e non leggo con altrettanta intensità, per esempio, l’Iliade? Perchè qui viene
narrata una storia che riguarda me, una storia in corso. Quegli schemi avvengono ancora oggi, non
sono acaduti solo nel passato, e l’evento-Gesù che rappresenta il compimento di quel progetto, si
sviluppa nella mia vita, e quindi ripenso il mio vissuto, il vissuto della Chiesa e dell’umanità, a
partire da questo evento. In questo senso Gesù opera una mediazione, quale mediazione? Imprime
alla Storia dell’umanità e alla nostra storia il dinamismo della sua crescita, il progetto che ha
riguardato Lui è estendibile all’umanità. Come il Padre non ha permesso che quel suo Figlio
restasse sconfitto nella Storia, così questo progetto del Padre non permetterà che questa Storia
venga sconfitta da elementi negativi, ma che questa Storia maturi fino alla sua idealità suprema.
Cosa vuol dire “aprire i sigilli”? Si comincia a leggere, ma non si tratta di leggere un libro, si
tratta di realizzare il contenuto di quel libro. E la realizzazione del contenuto si esprime
storicamente con la lotta contro il male: “Gesù passò beneficando e sanando tutti coloro che erano
sotto il potere di Satana” (Att 10, 38). E’ una rilettura giovannea, di quel discorso di Pietro: dice la
stessa cosa. Quel: “passò beneficando e sanando…”, è l’apertura dei sigilli: due moduli narrativi
diversi per dire la stessa cosa. Questa funzione di mediazione (l’apertura dei sigilli) si concretizza
in una opposizione costante. Che cosa farebbe una persona adulta che dispone di risorse per un
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figlio che ama e che lo vede ammalato, minacciato? Possono nascere qui tante domande, perché noi
vediamo persone che sembrano lasciate in balia delle onde, ma queste letture le dobbiamo fare
sempre con cautela, la dobbiamo guardare nella grande parabola della Storia, alla fine tireremo i
conti. Possiamo fare una lettura adeguata della Storia. Allora potremmo dire se Dio in Cristo si è
disinteressato della Storia o se Dio è stato l’elemento decisivo della Storia: questo ci è ancora
sottratto come possibilità di lettura nostra, ci viene data in una rivelazione, possiamo fidarci!
Questa lotta al male si esprime con categorie abbastanza intense: “…Nascondeteci dalla presenza
di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello…” (6,16). Qui si manifesta una terminologia
intensa di opposizione al male: Dio non tollera il male, esso non avrà esito definitivo, verrà
azzerato e annullato. Questa è la grande fiducia. Uno potrebbe dire: “chissà quando avverrà…”! La
nostra esperienza non ci consente di prevedere date o scadenze, ci dà solo la possibilità di verificare
l’esistenza della malattia, della vecchiaia e della morte. Tutti hanno a che fare con queste realtà,
anche i grandi leader della storia. Dio pur restando nascosto nella Storia, è sufficientemente potente
per condurla da solo verso la pienezza escatologica (la Gerusalemme celeste). Le dinamiche delle
ideologie politiche sono queste, la propaganda delle elezioni è costruita su questi parametri, il
leader deve farsi conoscere, altrimenti non riceve voti. Dio può vincere una causa senza essere
conosciuto, perché non dipende dai nostri voti, non dipende dai nostri consensi, ha
sufficientemente energie per poter fare il suo cammino e dare, imprimere alla Storia la sua
direzione. Questo è ciò che deve maturare in una comunità orante, che dialoga nella liturgia con il
suo Signore. Se non scopriamo, se non riusciamo a far emergere questa conoscenza di Lui, cosa
stiamo facendo? Perdiamo tempo. Che senso ha una vita così, se non fa emergere questi capisaldi
fondamentali? Questa è la vera sapienza, cioè la lettura più adeguata, più profonda della Storia.
Si parla “dell’ira dell’Agnello”: c’è un’azione decisa, aggressiva nei confronti del male. Abbiamo
detto che l’Agnello, rappresenta il mistero della Pasqua, morte e Risurrezione. La “morte” di Gesù
(sia per Giovanni che per Paolo e il Nuovo Testamento), è un’azione azzerante del negativo: il
Cristo Crocifisso viene azzerato muore, ma viene sottratto alla morte, e viene annullata anche
quella forza negativa che lo ha distrutto. Questa realtà viene partecipata alla nostra vita, e questa
energia è in grado di costruire in noi, nella Storia lo stesso effetto: annullare tutte le forze che ci
hanno oppresso. Quindi la morte di Gesù è una morte viva, la sua Risurrezione è in grado di
rilanciare, aprire tutti i sepolcri della Storia, tutti i sepolcri della vita. Il suo evento pasquale è in
grado di rilanciare una vita ricostruendola all’infinito, questa realtà ci viene partecipata in
permanenza. Questa è la funzione mediatrice dell’Agnello. In questa funzione, in questa azione di
collaborazione, di annientamento del male, e di promozione infinita dell’uomo, Cristo associa la
sua Chiesa, come associa ogni uomo di buona volontà, lo chiama a collaborare per questo progetto
luminoso. E a questo scopo Cristo parla alla Chiesa, la stimola, la rinnova perché essa possa
rinnovare anche altri. Lui chiede anche la nostra collaborazione. Ha senso dunque investire le
energie più belle, quelle più sublimi, quelle più totalizzanti della vita per uno scopo che è unico?
Cristo, associa, stimola, ci parla, ci coinvolge, ci guarisce perché siamo all’altezza, anche se siamo
un po’ malati, ci comunica gli stimoli, ci attrezza con la sua forza messianica, ci attrezza donandoci
il suo Spirito, le energie interiori: quella voglia di lottare, quella determinazione, quel non essere
rassegnati, quello far leva su tutte le potenzialità più nascoste. Tutti questi movimenti sono di un
uomo, ma con una riflessione più prolungata sentiamo che nascono da altrove. Non sarei onesto se
pensassi che tutto quello che ho fatto fino ad adesso è solo il frutto delle mie energie.
Cristo-Agnello diventa autore e realizzatore di una esperienza di vita che va verso al pienezza per
questo mi affascina Cristo, per questo mi affascina il legame della fede, cioè questo allacciare un
rapporto senza “se” e senza “ma”, senza condizioni. Vi è un’apertura illimitata, là dove io vengo
coinvolto e investo tutte le mie energie e sono sostenuto in questo cammino. E’ mistica questa.
Mistica è esperienza di Dio. Al capitolo 21, verso la fine di tutto questo lavoro, l’Agnello viene
presentato come “Colui che ci conduce alle sorgenti della vita”, là dove la vita scorre
incessantemente, nella sua limpidezza.
Nessuno di noi fa amicizia stabile con il lutto e la sofferenza; se possiamo, ce la leviamo di dosso,
e quando non possiamo, la dobbiamo subire, non la amiamo e non va amata. In questo senso il
Cristo-Agnello diventa Pastore: ci condurrà. Il Pastore (Papa, Vescovo, Presbitero) dovrà diventare
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agnello, che, vuol dire, non deve diventare un prepotente, gestire un potere, ma deve avere la
funzione di immolato.
Qui l’Agnello diventa Pastore (la dedizione che ci conduce), lì una funzione che diventa dedizione.
Ma questo Agnello non solo diventa Pastore, diventa Sposo: l’autorità diventerà intimità paritetica.
Come abbiamo appesantito la vita cristiana, svilita nei suoi contenuti affascinanti, che fatica a
tradurre questi simboli, che non sono simboli ma spezzoni di vita che vengono continuamente
creati con suo fascino e con la loro contemporaneità affascinante. E’ su questo piano che a volte,
noi, chiese, comunità, soffriamo un dislivello.
“Dal trono uscirà un fiume e una lucerna che illumina la Gerusalemme celeste”: sono tutte le
prospettive luminose che questa azione sotterranea, quasi nascosta, va preparando. Essere informati
di questo disegno, non è una disgrazia.
Spesso abbiamo della Chiesa un’idea sbagliata, tanto che qualcuno ha pensato che entrare nella
Chiesa fosse una disgrazia, un incubo, un’oppressione. Ci sono tanti elementi pesanti che abbiamo
creato noi, ma non dobbiamo scambiare le nostre proposte con le promesse di Dio: la promessa di
Dio resta luminosa. Il compito della Chiesa è quella di scrutarla in termini assimilativi, di apertura
amante, per poterne partecipare.
In questa seconda parte tutte le immagini che si riferiscono all’Agnello esprimono sempre il suo
impegno attivo nella Storia per salvarla. Egli diventerà “il cavaliere bianco che ha già vinto ma
esce per vincere ancora” (6,2) e lo troveremo nella battaglia finale dove eliminerà tutti e resterà
“l’unico vincitore, seguito da un esercito di cavalli bianchi e di cavalieri vestiti di bianco” (19, 1116), cioè tutti coloro che lui è riuscito a salvare, e ci auguriamo che sia una salvezza universale, di
tutti gli uomini. L’annientamento sarà del male non dell’uomo o della creazione: tutto verrà
recuperato. Egli avrà un nome. “Verbo di Dio” scritto sul femore (nell’antichità era simbolo di
regalità), cavalca un “cavallo bianco”, quello della parusìa, della trascendenza, della vittoria della
Risurrezione. Questo cavallo bianco annienta tutti gli altri cavalli: ce ne sono altri tre (rosso, verde
e nero). Resterà solo una galleria bianca.
Guardando alla Pasqua nella sua prospettiva futura, abbiamo detto che i Vangeli, partono dalla
Pasqua e facendo una lettura a ritroso hanno recuperano tutta la vita precedente di Gesù, perché
non è persa, non fa parte del passato, ma è ancora attiva: il Cristo attraversa ancora villaggi e città,
sta ancora seminando. Paolo e la comunità giovannea fanno una lettura in avanti: da Cristo- nel
futuro. Guardando allora al Cristo pasquale, a questo evento, e scrutandolo nelle sue prospettive
incisive, nella sua fecondità futura, quella che trasformerà la Storia, possiamo allora rilevare tre
caratteristiche fondamentali:
1. Cristo-Agnello viene messo allo stesso livello del Padre. Quando si parla di “Colui che è
seduto sul trono”, in mezzo a questo trono c’è anche il Figlio, siedono tutti e due nel trono,
perché non c’è differenza tra Padre e Figlio: è un unico contesto di vita. Gli attributi, le
forze contenute nel Padre sono le stesse del Figlio, qui narrati nell’Agnello, sono trasferiti
ripetutamente in lui. Si trovano uniti nello stesso trono (5, 6.13) e Giovanni nel Vangelo
(Gv. 17) dirà: “Io e il Padre siamo la stessa cosa” . Queste immagini dell’Apocalisse sono
la trascrizione del Vangelo che è maturata nella meditazione della Chiesa a contatto con la
liturgia, la grande scuola della formazione, della maturità cristiana. Tutti e due sono
impegnati nella realizzazione della Storia della salvezza: il Padre fa confluire nel Figlio
tutta la sua azione (“Filippo, chi vede me vede il Padre… le opere che compio, non le
compio da me stesso, è il Padre che le compie in me”). Era la domanda di Filippo: mostraci
il Padre (Gv. 14). C’è una equivalenza ontologica, sul piano dell’essere, tra Padre e Figlio,
ma anche una equivalenza dinamica dell’agire: “Le opere che compio sono quelle che il
Padre mi ha date”, c’è una energia che viene esplicitata, che passa nel Figlio. Dunque la
prima accezione fondamentale è che Cristo, l’Agnello è Dio, come il Padre, in tutta la sua
trascendenza. Dio e Cristo sono impegnati ugualmente nella stesso campo della Storia, per
portarla alla sua mèta. Perché nella storia della spiritualità cristiana è prevalsa l’idea del Dio
col quale dovremmo fare i conti ultimi, alla fine? Certamente troviamo scritto anche questo,
ma bisogna vedere cosa vuol dire, ma se questa è una espressione (mi riferisco a quella di
“fare i conti con Dio”), possiamo cancellare tutte le altre? Ma prima di questo incontro, tra
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noi e Dio, che bisognerà capire cosa vorrà dire, certamente non ha il significato che
pensiamo noi, perché Dio Padre e il Figlio, sono impegnanti nel recuperare l’uomo. Dunque
l’incontro va pensato in una Persona che si occupa, si preoccupa, mi ama e mi avvolge, non
mi liquida, non mi butta all’Inferno. Queste letture negative sono ignominiose per storia di
Dio. Si cancella tutto quello che Lui fa appassionatamente: “Tanto Dio amò il mondo da
mandare, da donare (“paradìdomi” = consegnare) quel Figlio”. Resta un Figlio “donato” per
la salvezza non per la condanna.
2. Contatto di Cristo con la Storia vera, quella nostra, non quella idealizzata, una storia
con la sua crudezza, con la sua molteplicità di volti, con gli alti e bassi, con le sue
involuzioni, conflitti, con le sue guerre, con i suoi fatti sconvolgenti e ignobili. Ma anche
con le sue dimensioni costruttive, perchè c’è anche il bene nella Storia, tanto bene, con il
suo lavoro, i suoi affetti, i suoi sogni. Cristo viene messo a contatto diretto con tutta questa
immensità, con questo cratere della Storia, che bolle, viene assorbito (direbbe Vanni “in
modo spregiudicato”) da queste entità. Ma tutta questa immersione è fatta per un esodo: per
portarci altrove. Il Cristo sentito dall’Apocalisse è un Cristo che sfiora un livello mistico,
percepito nelle sue corde più alte, più vere, più affascinanti. Possiamo gustarlo al vivo,
passando in rassegna le varie tappe.
3. Interpretare la Storia. Dobbiamo approfondire il ruolo di questa visone che abbraccia due
capitoli (4 e 5). E’ la visione che apre tutta la seconda parte, che prevede tre settenari:
sigilli, trombe e coppe, faranno maturare la Storia della salvezza verso al sua mèta.
• Il punto di partenza di questa visione inaugurale, di apertura, che crea la trama è: “Sali
quassù”, dove parla una voce. Questa parolina non è secondaria, vuol dire che la Chiesa è
invitata, non soltanto a leggere i giornali, ma a mettersi nella prospettiva di Dio e non
soltanto dell’uomo. Se vogliamo capire qualche cosa della Storia bisogna salire “quassù”,
altrimenti annegheremo nelle nebbie. Cioè mettiti dal punto di vista di Dio e scopri un
disegno che è nascosto, ma è la trama vera, trainante della Storia. Questo processo, per certi
aspetti, è il contrario della secolarizzazione, e noi dobbiamo fare i conti con questo processo
perchè siamo membri di questa storia, soggetti a sollecitazioni di ogni genere, che ci
possono iniettare modi di pensare. Ciascuno di noi è fatto della propria cultura, del proprio
mondo, della propria storia, siamo il risultato della nostra storia occidentale, ma quando
parliamo di credenti non possiamo solo essere il risultato del mondo occidentale ma
vogliamo essere il risultato di una rivelazione, non per sconfessare o pensare che tutto sia
negativo, che non sono importanti i filosofi, le culture, ma perchè il punto ultimo della
storia è la rivelazione: “Sali quassù”, una parolina semplice, un piccolo imperativo, che è
una scelta di campo interpretativa: “Mettiti da questo punto di vista”. Quale punto di vista?
Della capacità di Dio e di Cristo nel lavorare la Storia, non soltanto nelle capacità di Busch,
Putin, ecc… Cioè mettiti dal punto di vista delle sue potenzialità, del suo dominio effettivo,
della sua signoria che è in atto. Se preghiamo nella liturgia delle Ore, se leggiamo i Salmi, è
per capire queste cose. Non è che vengono in un giorno queste realtà, ma veniamo fatti e
rifatti in continuità, e a volte i progressi li possiamo scoprire su osservazioni di tempi
lunghi. Il bambino, quando cresce, non si accorge che gli si allungano le gambe, però entro
due o tre anni bisogna cambiare i pantaloni, perché è cresciuto. Ma se tu lo guardi non vedi
niente, pare che sia statico; se lo osservi, da un anno all’altro vedi che è cambiato. La
signoria di Dio noi la dobbiamo capire dentro un’assiduità perseverante.
• Il secondo punto è l’opera dell’Agnello, che vuol dire l’opera di Gesù, quella che è stata
narrata nelle Scritture del Nuovo Testamento, quella che è stata preparata nelle Scritture del
primo Testamento. Si tratta di una prospettiva di riscatto, di redenzione (= sottrarre,
disalienare), progettata. La mia progressiva disalienazione, e la mia progressiva
emancipazione, cioè questo mio essere sottratto da centri negativi che mi condizionano e
questa mia riabilitazione al cospetto di Dio, avvengono dentro un Suo progetto. Questo
lavoro è frutto di un sogno appassionante voluto da Dio. Questa prospettiva di redenzione
progettata, corrisponde a questa seconda parte, cioè Dio si impegna su tutto il fronte per
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liberare la Storia., ciò che viene salvato è anche il mondo, l’habitat umano, noi siamo il
vertice di una creazione.
Introduciamo questa grande seconda parte (4,1- 22,5). Lo scopo è: “Sali quassù”, salire nella zona
della trascendenza, salire prima come prospettiva di pensiero, la Chiesa che sale verso la
Gerusalemme celeste.
Dopo essere “saliti”, ci viene detto: “Ecco si aprì un porta nel cielo”, è un participio passato
attivo: Dio l’ha aperta, in permanenza, è aperta e resta aperta. Questa porta aperta in permanenza è
quella del Cristo Risorto, che ha aperto il sepolcro, e che è entrato in cielo: è l’ascensione di Gesù,
è il suo accesso al cielo, la lettera agli Ebrei esprimerà lo stesso concetto.
Da questo punto di osservazione il Gesù glorioso, promette: “Ti mostrerò le cose che devono
accadere dopo questo”. Il verbo: “Mostrare” in greco vuol dire: “Ti farò capire ciò che dovrà
accadere”. Cosa sono “le cose che devono accadere?”. Gli “avvenimenti della Storia”. Non nel
senso che ci sia già un tutto progettato, una predestinazione fissa, ma c’è un piano che coordinerà
tutta questa mescolanza di avvenimenti storici e lo condurrà alla sua meta: “Vieni che te lo mostro”
cioè: “Te lo faccio sapere, te lo descrivo, perché tu lo possa capire un po”.
Quindi il risultato di: “Vieni quassù… che ti mostrerò”, non è giocare all’indovino nella Storia, fare
previsioni, facili profezie, ma si tratta di interpretare (l’assemblea che interpreta), di capire nel
presente un progetto, coglierlo. E’ guardando Gesù che posso capire questo progetto presente,
posso fare una lettura di questo mio presente, una lettura sapienziale, interpretativa, e l’Apocalisse
ci fornisce alcuni parametri, ce ne fornisce tre.
1. Fare una esperienza dal vivo della potente signoria di Dio, espressa con una categoria:
“Uno seduto sul trono”. Questa è la terminologia simbolica, fuori metafora diciamo: fare
una esperienza al vivo della travolgente, potente signoria del Padre nella Storia. La
Risurrezione di Gesù è narrata quasi sempre al passivo: “E’ stato risuscitato”, il “sepolcro è
stato aperto” (passivo teologico). E’ Dio che ha aperto una tomba, non per tirare fuori un
cadavere, nel senso di mostrare le ceneri, o le ossa, ma per ricostruire un ucciso, secondo un
umanesimo pari a Dio: “è Dio tutto in tutti” (1 Cor 15,28), questa sarà alla fine anche
nostra. Quella umanità di Cristo già ora gronda di divino. Dio ha aperto quel sepolcro e
fatto di Cristo il vincente irreversibile. Questo evento del Cristo Risorto è premonitore di
ciò che ci succederà, perché viene chiamato il “Primogenito”. Sull’albero nuovo del Regno
è il primo frutto maturato, ma adesso arrivano tutti gli altri: il tempo (kairòs) è maturo.
Allora: “Vieni che ti mostro”, significa: “te lo faccio sapere al vivo”, è un’esperienza nuova
di Dio, cioè riscoprirlo come Colui che non è assente: Dio non è morto e l’uomo non ha
mezzi per espellerlo. Egli sarà l’agente determinante della Storia, dobbiamo riconciliarci
con questa categoria. Questo Dio “seduto sul trono” ha “nella mano destra” (la destra è la
mano della forza. Gesù teneva nella mano destra la Chiesa), “un rotolo” perché il libro non
era ancora scoperto. Ed è scritto dentro e fuori, cioè non ci sono pagine vuote dove puoi
scrivere tu, è già tutto scritto, puoi solo leggerlo e tradurlo.
2. Dio è presente nella Storia e ha un progetto inaccessibile, il libro è tutto avvolto e
“sigillato”, con “sette sigilli”: al massimo della inaccessibilità. Cosa vuol dire? E’ Dio solo
che possiede il senso della direzione della Storia. L’uomo che non possiede questo senso
piange, è disperato. Quando non si capiscono più le categorie di senso nella Storia, l’uomo
va in depressione. E’ un libro inaccessibile, l’uomo non ha risorse intellettive per
avvicinarsi a quel libro. Dirà Paolo: “Mistero (cioè disegno) inaccessibile per secoli” (Ef 3,
1-15).
3. Quel libro è preso in mano dall’Agnello, che è ritto e come immolato, cioè la Pasqua è il
punto di arrivo del contenuto di quel libro. Quel libro è il mistero (il disegno) di Cristo che
va attuandosi nella Storia.
Questi tre punti di riferimento costituiscono l’asse interpretativo della Storia: “Sali quassù” e
guarda la Storia da questi tre punti vivi, dialettici: la signoria di Dio (“seduto sul trono”), il suo
Progetto (il libro), e l’attuazione storica di quel progetto (l’Agnello ha in mano il libro), che
avviene incessantemente in Cristo Gesù. Sono i tre punti di osservazione sapienziale, per
interpretare la complessità della Storia.
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Possiamo fare anche una piccola sottolineatura un po’ sofisticata: al centro c’è il “libro”, agli
estremi c’è il “trono” del Padre, e l’Agnello “ritto e immolato” (Cristo, morto e Risorto). Tutto
questo è condensato nel libro. Il libro che noi ascoltiamo, il libro che nella liturgia ci viene rivelato,
ci permette di fare esperienza del Padre, del Figlio e dello Spirito, e ci permette di vivere
validamente nella Storia, per non restarne sconfitti.
La visione.
Il “trono”, i “viventi”, i “ventiquattro” , il “libro”, l’ Agnello”: costituiscono il grande sistema
simbolico di questi capitoli. Non si tratta di una visione statica ma dinamica, una visione con degli
intermezzi di celebrazione liturgica orante, con dossologie e acclamazioni.
Il “trono” esprime una sovranità assoluta nello svolgimento della Storia della salvezza. A forma
circolare, c’è una specie di assemblea intorno ad esso. Intorno al Personaggio che non è descritto, si
dice solo che è seduto, non si dice neanche come è vestito. Tutta la simbologia è presa dall’Antico
Testamento, in particolare Ezechiele, anche dal Salmo 103. L’esperienza è visiva e uditiva: “Vidi e
udii”.
Questo trono è visibile perché c’è “una porta aperta” e che rimane definitivamente aperta. Questo
vuol dire che c’è un accesso alla trascendenza. Non sono due mondi che non comunicano. In 10,11
il “cielo”, che nella vecchia cosmologia separava Dio da noi, si arrotola completamente, quindi non
c’è più una porta e non c’è più separazione tra cielo e terra. Cioè la Storia va verso la trascendenza,
verso il superamento dell’attuale immanenza: non ci sarà più distanza tra cielo e terra, ma sarà
un’unica grande città. Questa porta aperta che rende possibile la comunicazione con Dio, in
prospettiva diventerà una sola famiglia.
La Chiesa è invitata a salire (“quassù”), a sintonizzarsi pienamente con questo modo di leggere e
di valutare di Dio: questo è frutto di un processo di maturazione sostenuto dallo Spirito: è questo il
senso dell’espressione giovannea “io divenni”, (ritorna il verbo “ghinomai” già trovato in 1,10)
non “fui trasportato”, o “mi trovai in estasi”: non c’è nessun trasporto. Questo processo di
maturazione si chiama “lettura sapienziale”, cioè io imparo la Storia non solo con le categorie
umane, ma anche con le categorie divine, che lo Spirito mi suggerisce (una lettura spirituale, una
lettura della Storia secondo lo Spirito). C’è un processo di maturazione qualitativa, (“divenni”), c’è
un leggere della Storia infantile, adolescenziale, c’è una lettura anche matura, ma c’è una superlettura, che ci porta nella linea dello Spirito, che è un processo di maturazione, un processo che non
avviene in un giorno. A contatto con lo Spirito veniamo abilitati a fare una lettura. In questa
visione:
“Colui che sedeva sul trono era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina (materiale
preziosissimo) e l’arcobaleno intorno al trono, simile a smeraldo”.
Abbiamo accennato all’inizio a un Patto bilaterale e a un Patto unilaterale di Dio con l’uomo. Dopo
il diluvio universale Dio si pentì di aver castigato l’uomo e promise di non farlo più, e il segno di
quella promessa fu l’arcobaleno. Qui c’è un trono avvolto dall’arcobaleno, cioè Dio si mostra col
volto benevolente verso la Storia, e non ha nessuna intenzione di mandare un altro diluvio. Bisogna
allora leggere la Storia da questo profilo (“sali quassù”) altamente positivo del Dio benevolente,
dove la sua sovranità, il suo trionfare, non sarà mai a spese della misericordia. La sua potenza sarà
sempre l’esercizio della sua misericordia: “Misericordia grande come la sua maestà” (Siracide
2,28). Qui abbiamo un “trono” grande , possente, come la sua misericordia.
Intorno al trono c’è una coorte “ventiquattro” (12+12: l’intero popolo di Dio, del Primo e Secondo
Testamento). Questi “ventiquattro” sono anch’essi seduti sul trono, cioè partecipano all’esercizio di
una signoria, si occupano della Storia per salvarla. Qual è il compito del popolo di Dio?
Collaborare con Dio e con Cristo, portare avanti il compito. Quando Cristo se ne è andato ha detto:
“Come il Padre ha mandato me così io investo voi”. Siamo anche noi collaboratori, un po’
responsabili di questa realtà, non possiamo disinteressarci della Storia.
Questi “ventiquattro” sono “vestiti di bianco”, cioè partecipano alla vita del Risorto, e “hanno
corone d’oro in testa”, godono già del risultato vittorioso, però non si dimenticano della Storia.
Nella professione di fede diciamo: “credo nella comunione dei santi”, significa cioè che come ora
collaboro con Dio nella Storia, così lo farò dopo quando Lui mi chiama. Non è possibile pensare a
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una maturazione in termini di amore che poi diventi disimpegno, una persona che ama non può
disimpegnarsi, il massimo della crescita non può coincidere con una separazione: noi godiamo e
voi arrangiatevi.
C’è un dibattito aperto sui “quattro viventi”, per qualcuno sono la irradiazione della gloria di Dio,
cioè la creazione ha qualcosa di Dio, le tracce della sua presenza. Questi “quattro viventi” fanno
parte della coorte celeste.
Ireneo, invece, ha visto in questi “quattro esseri viventi” (un leone, un toro, un uomo e un’aquila), i
simboli dei quattro evangelisti.
Questi esseri viventi “hanno occhi”, cioè partecipano del vedere di Dio, esprimono la sua energia
(un leone), la sua fecondità (un toro), la sua immagine (un uomo), la sua capacità di portare in alto
(un’aquila). Cioè sono una manifestazione di Dio nel creato e nel creato ci sono queste tracce: la
sua immagine, la sua fecondità, la sua forza, la sua capacità ascensionale.
In qualche maniera essi partecipano all’azione salvifica, misteriosamente. Dio imprime nelle
creature qualcosa di sé, c’è un movimento da Dio verso la creazione, poi questi esseri cantano, e
c’è un ritorno, uno scambio relazionale.
La Chiesa deve imparare anche da loro a cantare e a trovare le sue tracce.
Riassumendo la visione introduttiva.“Sali quassù” da dove parla una “voce”, mettiti da questo
punto di vista, riscopri il mistero della creazione, la capacità di Dio di essere attivo nella Storia, il
suo dominio che è in fase di attuazione. L’Agnello “prende il libro” e comincia a svolgerlo, cioè lo
realizza, quindi lo manifesta. L’opera di Gesù realizza quel progetto, è un progetto pasquale perché
l’Agnello è “ritto come immolato”, cioè il nucleo centrale di quel progetto è la Pasqua, la Pasqua è
uscita, la Pasqua è entrata, è disalienazione, costruzione. Questo è il disegno di Dio, questa realtà è
in atto nel suo svolgimento, Gesù si è coinvolto in questa realizzazione fino alla dedizione del
sangue. Col suo sangue ha comprato tutti gli uomini per il suo Dio, è come un sequestro: lo
sottraggo ai suoi rapitori e lo riporto ai suoi affetti, questa è la Redenzione, Cristo ci porta a livello
di Dio, è un livello ascendente. La Chiesa vivendo nella Storia, deve compiere lo sforzo di leggere,
a partire da queste tre grandezze (Dio, il Cristo, il libro) e collaborare per vincere anch’essa con il
suo Dio la causa della Storia, che è quella di annientare il male, diventare un po’ collaboratrice e
salire verso quella meta per diventare il partner, la sposa dell’Agnello.
APERTURA DEI SIGILLI (6,1 – 8,1)
Cerchiamo come sempre di ricostruire la geografia del libro: ci troviamo di fronte a un’assemblea,
che durante una liturgia, sperimenta una beatitudine, una felicità (“beato chi legge e beato chi
ascolta”). Si tratta di approfondire uno schema di rivelazione, che la comunità cristiana possiede
nelle sante Scritture. Questa lettura ha come opportunità e primo frutto una riscoperta fresca,
incisiva di Cristo, un Cristo che affascina, che splende come il sole in tutta la sua forza. Questo
Cristo che sta davanti a noi, non è un film, ma è una presenza ablativa, che si consegna. E nella
lettura delle Scritture facciamo esperienza conoscitiva-assimilativa di Lui: quel Cristo che sta
davanti, deve entrare dentro e far maturare qualitativamente la nostra persona. Inizia così il viaggio
antropologico, il cammino che ci porterà a quella meta radiosa riservata alla fidanzata dell’Agnello,
pronta per il suo Sposo, ornata in tutto il suo splendore.
Questa assemblea, queste persone che fanno questa esperienza di beatitudine, in questa crescita
qualitativa di maturità, vengono anche attrezzate per fare una lettura della Storia, per evitare
confusioni o letture negative che ci gettano nella tristezza.
A differenza di questo autore, noi viviamo un’esperienza totalmente diversa, noi siamo riempiti di
giornali, televisioni, messaggi frastornanti, che pretendono tutti di essere i maestri della Storia, tutti
hanno l’ultima parola. Non per squalificare un servizio di questo genere, ma è certo che questo
servizio è inflazionato, ed è un servizio che crea a volte più danni che positività. Quello che manca
è una comunità che si formi a una lettura della Storia, noi, invece, abbiamo una comunità che
forma devozioni, che si forma a letture introverse, ma che non ha capacità graffianti di affrontare i
problemi e di chiamarli per nome, a volte anche con una difficoltà di cammino. Non sono letture
facili che emergono in una mattinata o in un corso di esercizi spirituali, maturano nel tempo. La
scommessa è quella di creare e maturare persone che sanno leggere la Storia senza disorientarsi,
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leggere la sua “ora”, leggere la propria vocazione, leggere una chiamata, un cammino positivo. Se
una comunità cristiana non è educata e non matura su questo, cos’è allora il Vangelo, la “notizia
buona” dentro al cronaca nera? Noi cominciamo ad affrontare questo tema: un’assemblea che
impara a leggere la Storia.
Nei capitoli 4-5 abbiamo visto tre punti di riferimento (Dio, l’Agnello e il libro) senza i quali è
impossibile fare una lettura della Storia. In una società che aveva cantato negli anni settanta: “Dio è
morto” e in una società che canta tuttora nella secolarizzazione l’assenza di Dio, noi vogliamo
puntare gli occhi sulla signoria di Dio nella Storia, una signoria indiscussa anche se non appare a
una prima lettura. Questo Dio nella Storia è un Dio progettante, a scapito di tanti uomini politici e
non, che pensano di progettare la Storia. La Storia ha un indirizzo sulla quale Dio non intende
delegare nessuno, ha un suo progetto, lo ha sognato, lo ama, ha le forze per poterlo realizzare, non
intende abdicare sul progetto. Questa visione non è solo giovannea, è una visione paolina (Ef 1, 114), anche dai Vangeli risulta che l’opera di Gesù non è un’opera fallimentare, ma vincente nella
Storia. Noi rischiamo come cristiani di non assimilare queste categorie che non sono categorie
esistenziali, sono certezze vitali, vive, che ci permettono di restare in piedi.
Questo Dio che “seduto in trono” mantiene la sua “signoria nella Storia”, ha un progetto (“il libro
sigillato”). Questo progetto ha un interprete, il Cristo, che realizza quel progetto (questa è la
posizione unica di Cristo nella Storia). Lui realizza e ci abilita a realizzare questo progetto. La
comunità giovannea che ci ha lasciato questo meraviglioso libro, si concentra sulla Pasqua e dalla
Pasqua guarda nel futuro, cioè sviluppa tutte le potenzialità e noi siamo in questo tempo là dove il
Cristo pasquale rende noi partecipi della sua vitalità, in modo che possiamo diventare collaboratori
attivi su questo sentiero. Anche noi entriamo nella trafila di chi “legge”, “realizza” e “avanza”
qualitativamente nella Storia. Per fare questo l’autore ci ha rivolto non un invito, ma un imperativo:
“Sali quassù”, è necessario porsi da questo punto di vista per fare una vera lettura della Storia, della
signoria di Dio, del suo progetto e dell’attuazione cristologica. Da questa prospettiva (“Sali
quassù”) noi possiamo entrare in questo movimento ascensionale, in questa assimilazione
qualitativa che ci matura, in questa azione vincente nella Storia. Anche noi usciremo dalla Storia
non come sconfitti, ma come persone che realizzeranno una vocazione, anche se la fenomenologia
della Storia ci farà uscire come sconfitti, invecchiati, ammalati, uccisi, eppure per paradosso
usciamo vincitori, persone costruite. Abbiamo un doppio livello: una fenomenologia che sembra
dire il contrario, ecco perché chi non capisce questo disegno entra nell’angoscia (“il libro era
chiuso e io piangevo molto… non piangere perché il leone di Giuda ha vinto”). Si tratta di capire
come si realizza questa vittoria, come possiamo leggerla in questa trafila vittoriosa dentro una
Storia che sembra essere la sconfitta del disegno di Dio e di tutta la sua promessa. C’è un realismo
grandioso in questo testo, ed è un testo attualissimo di cui abbiamo estremo bisogno, nel pluralismo
delle ipotesi, nel pluralismo delle letture. Nella nostra modernità abbiamo una diversità senza
fondamento, non abbiamo un nucleo che ci permette di stare in piedi, abbiamo un marasma di
ipotesi, una accanto all’altra senza un disegno. Non a caso la nostra epoca è segnata dall’angoscia,
dalla depressione, dalla nevrosi, che non è solo il prodotto di un attivismo sfrenato, ma ha radici
più profonde. Questo è anche il compito di una spiritualità, non dobbiamo dedicarci a questa lettura
della Storia nei ritagli di tempo, ma questo è lo schema strutturale per avanzare nella complessità
della vita.
Torniamo al testo: come è organizzata questa sezione?
Vediamo la geografia: con il capitolo 6 (la visione inaugurale era al capitolo 4 e 5 tutta collegata),
si apre il primo settenario, l’apertura dei sigilli, che va fino al cap 8,1.
Come è costruito questo brano? Lo schema dei sette sigilli procede così: i primi quattro sigilli
hanno lo stesso movimento letterario, c’è un intervento di un “vivente” (quegli esseri visti prima:
leone. toro, uomo, aquila). Ogni essere vivente dice: “Vieni”, cioè c’è una specie di partecipazione
della Creazione in questo processo del male. La creazione in qualche maniera è coinvolta nel male,
è dentro questa realtà e quindi ne soffre (è il linguaggio anche di Paolo: “la creazione stessa soffre
le doglie del parto”, Rom. 8). C’è una convergenza della stessa tematica, espressa però con una
terminologia che è diversificata.
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Ogni “essere vivente” dice a ogni cavallo: “Vieni”, cioè la creazione è coinvolta in questo
pasticcio del negativo nella Storia, ma è un pasticcio che aspetta una redenzione. A questo
intervento, entra un cavallo con il suo cavaliere (non è un cavallo da solo, ma ha il suo cavaliere),
ed è il cavaliere che guida il suo cavallo, non viceversa. Se il cavallo guidasse il cavaliere sarebbe
un disastro. Poi c’è il passaggio al sigillo successivo: quando entra, fa la sua cavalcata e poi
subentra un altro. I primi 4 sigilli sono costruiti con questo modulo letterario. Poi abbiamo gli altri
due: il 5 e il 6, che adottano un altro schema.
Il 5 sigillo, presenta la preghiera dei martiri. Molti autori pensano che questa sia una preghiera
poco cristiana: “Fino a quando Signore non farai giustizia?” , ma è tutta da capire. Questa è la
preghiera di un martire, che è stato ucciso.
A ognuno viene data una corona, ma viene detto: “Attendi”. Il che vuol dire che di fronte ai
drammi della Storia, si innalzano anche preghiere drammatiche. Quando siamo nel dramma
gridiamo nel dramma, e la risposta spesso non c’è, e qui è detto che la risposta c’è, ma accanto a
una risposta viene detto: “Attendi, pazienta ancora un pò”. E’ un passaggio interessante questo,
perché nella vita quando ci sono i drammi e ci sono le preghiere, ma non ci sono i risultati di queste
preghiere, pensiamo che Dio si disinteressi. E invece questa non risposta, rilancia la palla a noi,
chiedendoci un’attesa fiduciosa. E’ un’assemblea che viene educata a dialogare con Dio nella
Storia con queste prospettive. L’impazienza ci potrebbe portare fuori, a dire: Dio non si preoccupa,
Dio è impotente di fronte al male, ecc… e tutta la nomenclatura che conosciamo.
In questo tempo di attesa (siamo nel 6 sigillo) io sono invitato a contemplare, intuire che cosa
Dio farà nella Storia, non è l’attesa di uno sconfitto. Ecco allora che il 6 sigillo ha tre momenti.
Nel primo momento io sono invitato a guardare che c’è in atto, e ci sarà certamente in futuro un
rivolgimento, la storia sembra non prevederlo ma ci sarà.
Nel secondo momento si realizzerà quell’èscaton, quella promessa.
Nel terzo momento, una folla immensa parteciperà a questa vittoria.
Allora è un’attesa orante dove io vengo rafforzato sulla capacità di realizzazione da parte di Dio di
questo progetto: Dio farà superare l’attuale volto della Storia, Dio porterà a compimento il suo
disegno, a quel disegno l’uomo è chiamato a partecipare.
Il settimo sigillo si apre con uno schema vuoto: mezz’ora di silenzio. Non è un silenzio
negativo, è un silenzio da riempire in tutto questo percorso, che vuol dire: devi elaborare tutta
questa ricchezza complessa. Se tu imparerai a interiorizzare e a elaborare creativamente tutta
questa realtà (ecco l’assemblea che deve maturare una capacità di lettura della Storia, sostenuta
dalla Rivelazione e dal Cristo), allora tu ti orienterai nella Storia, imparerai a pazientare nella
fatica, imparerai a non essere deluso della Storia: Dio non ti delude, puntualmente realizzerà, e a
quel progetto tu potrai partecipare: dunque sintonizzati.
Ecco il quadro letterario della sezione dei sette sigilli. Di questo quadro letterario approfondiamo i
primi quattro sigilli.
Immaginiamo quattro linee verticali, che partono dall’inizio della Storia fino al suo compimento.
Su ognuna di queste linee verticali scriviamo un nome, una verticale fatta di violenza, una verticale
fatta di ingiustizia, un’altra verticale fatta di morte pluriforme, che campeggia in tutte le
dimensioni: incidenti, malattie, guerre. Questi sono il secondo, il terzo e il quarto cavallo. Ho
lasciato per ultimo un cavallo bianco, che è il mistero pasquale. Queste quattro verticali
attraversano tutta la Storia. Adesso immaginiamo una scala a chiocciola, che parte dal basso e sale
fino in alto, e ha come elementi portanti le quattro linee verticali. Cosa succede? Che io in ogni
giro della mia scala incontro: violenza, ingiustizia, morte e il mistero pasquale. La soluzione: se io
giro sulla scala, mi trovo sempre allo stesso punto: trovo sempre, violenza, morte, ingiustizie. La
grande obiezione della vita: in duemila anni di Cristianesimo cosa è cambiato? E’ come uno che
gira nella scala e si trova sempre con le stesse cose. Però nella scala devi anche accorgerti che tu
stai facendo un movimento ascensionale, il superamento sarà quando tu arrivi all’ultimo piano, lì
terminerà l’esperienza ripetitiva e resterà in piedi l’unica realtà: la Pasqua del Signore. Se noi non
entriamo in questo schema, non capiamo niente della storia e niente del mistero di Cristo. Mi
confesso, leggo il vangelo, partecipo alla Messa, prego, e sono sempre uguale, ma questa è la tua
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lettura, cioè tu trovi sempre le stesse cose, ma dentro uno schema dove tu stai salendo, dentro
un’apparente ripetitività, apparente ma reale, perché in ogni giro, mi alzo e mi avvicino.
Questo è lo schema interpretativo dei primi quattro sigilli. Dobbiamo fare i conti con la guerra, le
ingiustizie, ma abbiamo anche la grande opportunità di una linea vincente, quella del mistero
pasquale. Quello che è paradossale è che il cristiano finisce per essere assorbito dalla violenza,
dalla guerra, dalla malattia e non si accorge del mistero pasquale. E’ chiaro che tutto questo non è
un giochetto che viene da solo, viene fuori attraverso uno schema: “Beato chi legge e beato chi
ascolta”, cioè beato chi assimila tutto il dono cristologico: questa è la spiritualità, qui entriamo in
una fase di maturità. Ecco perché uno schema devozionale addormenta le coscienze, se la chiesa, le
comunità cristiane avessero questo stimolo, questa aggressività, questa capacità vincente di non
arrendersi! Se avessimo gli occhi per vedere, quale beatitudine ci è consegnata e fare tesoro di
questa assimilazione!
Cominciamo a leggere, partendo dalla fine della visione introduttiva: “Io piangevo molto…” (5,4).
Gesù viene chiamato come “leone della tribù di Giuda” e “radice di Davide”: è lui che aprirà i sette
sigilli.
La Chiesa che vive nella Storia deve compiere uno sforzo di lettura: “beato chi legge..” , ma è
anche fatica leggere, assimilare, c’è uno sforzo da fare per entrare nella beatitudine. Il giorno della
laurea è una beatitudine, tutta la trafila degli esami è un po’ diversa. Dobbiamo compiere questo
sforzo per entrare nella beatitudine, alla luce, abbiamo detto, delle tre grandi grandezze: Dio (la sua
signoria), il libro e l’Agnello. Ed ecco il primo schema di lettura che ci viene offerto, cioè ci viene
insegnato come leggere lo svolgimento della Storia che procede attraverso queste anomalie (guerre,
morte…).
Ne primo versetto del capitolo sesto (6,1), ci troviamo di fronte a un testo perfettamente
apocalittico, per oscurità, dramma, ma è anche molto chiaro, una volta che si impara a decifrare i
vari simboli. E’ l’Agnello che apre, è Lui il regista, è il Cristo morto e Risorto (il leone di Giuda),
nella pienezza della sua forza pasquale. Egli è dotato di sette corna (di tutta la potenza), di sette
occhi (di una introspezione grandiosa) e anche di sette spiriti (di tutta la pienezza della forza di
Dio, dello Spirito santo, della sua sapienza) ed è in grado di partecipare all’assemblea tutte queste
caratteristiche, perché essa, assimilandoli, possa diventare protagonista con Lui.
L’Agnello comincia così ad aprire il “rotolo” sigillato (il primo sigillo). Questa scena significa che
Cristo rivela il contenuto del libro, o meglio realizza e dunque lo rivela. Realizza il piano di Dio, il
suo progetto, in questa Storia che appare così condizionata. Realizza che cosa? Il grande progetto
della Pasqua, uscire da elementi che condizionano e uccidono e fare entrare nella pienezza della
vita. La virtualità della Pasqua, o meglio le forze che sprigionano dall’evento pasquale, non sono
affatto esaurite, non sono relegabili nel passato. Quando tutta la comunità cristiana ripensa il Cristo
morto e Risorto, non dice: povero Lui e beato Lui, ma questa realtà è partecipabile adesso, in uno
schema sempre più ascensionale, qualitativo, sempre di più io divento morto e divento risorto: c’è
un’assimilazione progressiva, e dunque la mia vita viaggia verso una realizzazione, anche se quella
che sperimento adesso è allo stato iniziale, cioè non ne colgo tutta la pienezza, ma colgo alcuni
aspetti. Cioè, l’evento della Pasqua lo assimilo da uomo. Un esempio banale: per nascere bastano
nove mesi (per la nostra attrezzatura fondamentale), per diventare maturi ci vogliono già 30 anni. I
tempi si allungano, per diventare “risorti” ci vuole una vita. Il problema non è di Dio, il problema è
che questa è la legge di crescita umana: il dono è nella sua pienezza, l’assimilazione è lenta,
progressiva, secondo lo sviluppo delle leggi umane. I salti miracolistici Dio non li fa: un bambino
ragiona da bambino, da adulto si dovrebbe smettere di ragionare da bambini, da “risorti” si
dovrebbe risolvere tutto il problema del male: questo è il processo. L’accesso ai sacramenti non è
mai di tipo miracolistico, viaggia secondo queste regole della natura umana, che Dio rispetta,
perché ne è l’autore, non le scavalca. La corsa ai miracoli, tipica di una certa spiritualità, andrebbe
messa molto in discussione. E’ meglio educare le persone a essere protagonisti responsabili: è
l’unico miracolo della Chiesa. Andiamo avanti.
Iniziamo dal secondo sigillo, lasciamo stare per un attimo il cavallo bianco. Cominciamo con il
cavallo “rosso” (6,3). Questo “cavallo rosso fuoco” è legato alla simbologia animale e
l’Apocalisse è ricca di questo simbolismo. Normalmente il simbolo dell’animale nell’Apocalisse
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indica una forza superiore all’uomo (“ha vinto il leone di Giuda”, e Gesù non è mica un leone, ma
vuol dire che ha una forza pari a un leone, cioè una forza più grande di un uomo). Nel nostro caso il
“cavallo” ha una forza più grande di un uomo, ma inferiore a Dio, non è assoluta. Si tratta dunque
di forze che l’uomo non è in grado di dominare, che spesso lo travolgono. Il “cavallo” è una forza
che in qualche maniera subiamo e di fronte alla quale l’uomo spesso è incapace di porre argini, ne
esce anche vittima. Quindi “il cavallo “ rappresenta una forza travolgente, che entra di corsa e sta
percorrendo la Storia e l’uomo davanti a questa forza si sente come sconfitto, impotente.
Il “colore rosso” si riferisce alla dimensione satanica, più avanti in 12,3 si parlerà dell’ “enorme
drago rosso”: siamo di fronte a una forza satanica, ma c’è un particolare importante: il cavallo è
montato da un cavaliere. Cosa ci dice questa simbologia: un cavallo governato da un cavaliere? Ci
dice che questa forza che travolge la Storia è impersonata dai soggetti umani. Facciamo un esempio
semplice: se io sono ingiusto e tutti voi siete giusti, non incide molto, ma se siamo il 90% ingiusti,
non creiamo un ambiente di pressione, di fronte alla quale è difficile difendersi, gli altri dieci non
so come se la caveranno. Così noi creiamo una pressione culturale, se poi noi 90 su 100 siamo
anche molto attrezzati dal punto di vista ideologico, e facciamo passare la nostra azione come un
bene per la Storia (nazismo, fondamentalismo, ecc…), allora questa diventa forza negativa che
travolge e avanza. Questo è il “cavaliere” che monta il “cavallo”, cioè la somma culturale di tanti,
diventa una forza che è più di una persona, diventa una forza culturale che Dio è in grado di
dominare, ma l’assemblea non è in grado. In altre parole, ci sono persone che diventano centri
operativi del male (bisogna spesso non esagerare con i demoni con le ali), centri di promozione e di
legittimazione del male, centri di forze distruttive, che vengono chiamate demoniache, pur essendo
una forza collettiva, che spesso crea una mentalità (fanno tutti così, siamo costruiti da questa
cultura) che finisce anche in una giustificazione.
“Spesso il male - dice il Card. Martini - acquista una legittimazione culturale che fa apparire il
male addirittura utile e necessario: alla radice di ciò stanno i nazionalismi esasperati che sono
alle radici delle guerre e delle violenze, l’antisemitismo, le diverse forme di razzismo, i pregiudizi
con cui le nazioni ricche si trincerano nei propri privilegi, le giustificazioni teoriche del male,
dell’arbitrio, del permissivismo morale, che estenuano il valore della ragione e deridono
l’adesione della fede. Tutte forme di male ancor più gravi delle precedenti perchè conferiscono al
male un atteggiamento rispettabile, attraente, talvolta persino colto. Questa prospettiva va
particolarmente sottolineata perché esiste un male sovrastante le singole persone, ma è reso
sempre presente a partire dai singoli soggetti”.
Queste forze sono chiamate simbolicamente “satana”. Qui va approfondita la demonologia, perchè
spesso c’è molta confusione. Si vede il diavolo dappertutto.
“Fu data a lui una grande spada”. La grande spada è la guerra, o meglio un sistema prodotto per
uccidere. Il passivo (“fu data”) dice che la capacità di fare il male viene dall’esterno, è un modo di
dire biblico (passivo teologico) per indicare che Dio lo permette, non lo vuole, non lo tollera o lo
subisce, c’è un rispetto della libertà, per questo c’è anche la pazienza, e il tempo è lasciato
all’uomo come opportunità per ravvedersi, quindi non è un permissivismo banale quello di Dio, ma
un permesso per recuperare.
Si ricava così una prima lettura della Storia: quello che appare in superficie sembra onnipotente (il
cavallo), invece è radicalmente debole (“gli fu dato”), dipende dalla signoria di Dio, non nel senso
che Dio è l’autore, ma è un’attesa. La forza negativa è in grado di togliere la pace della terra, essa
infuria su territori vasti ed ampi. Il risultato di questa situazione è che “gli fu data la grande spada e
gli uomini si uccidono gli uni gli altri”: è il fenomeno della violenza affinché ci sgozziamo
reciprocamente, e questo non è un progetto di Dio, questa è la cavalleria e i suoi cavalieri. Si tratta
della violenza presente a livello umano-storico, quella violenza senza regole, con una molteplicità
di forme impensabili. Sono violenze incontrollabili che si attuano continuamente nella convivenza
umana fino allo sgozzamento: quante guerre in atto! Tuttavia il testo, sottolineando quel passivo
teologico “fu dato”, ci autorizza a dire che tutto questo è sotto controllo. Uno potrebbe dire: ma
perché non fa qualcosa di più Dio? E perché nessuno di noi dice: perché l’uomo non fa qualcosa di
più, visto che è anche responsabile? E’ sempre Dio il grande incriminato nella storia. Dio non è
autore del male e si prende le sue responsabilità, Dio ha un progetto che è alternativo a questa
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dimensione, dunque incriminiamo l’uomo adesso. Ci sono forze culturali che spingono alla
violenza, ma ci sono tanti cavalieri che mantengono in atto questa violenza. Il cavallo e il cavaliere
rappresentano la forza sfrenata della violenza dentro la convivenza umana, la conflittualità in
crescendo, che frequentemente sfocia nella guerra. La Storia sembra dominata da queste forze
sataniche, onnipotenti che seminano violenze e terrorismo e la Storia appare travolta da questa
cavalcata infernale di morte e nessuno sembra in grado di frenarla: gli Stati, i Governi cosa fanno?
Al massimo contengono l’ingiustizia.
Secondo cavallo (“nero”): terzo sigillo.
Se il cavallo “bianco” è simbolo della trascendenza, il cavallo “nero” è l’opposto, lo spazio della
morte, è il disvalore più lontano da Dio. Anche questa forza travolgente trova dei protagonisti che
la promuovono e la legittimano.
Il cavaliere ha una “bilancia” nella sua mano. La bilancia è il simbolo della giustizia: c’è un perno
verticale centrale e ai lati due pesi che devono corrispondersi. Il cavaliere la tiene in mano con
questi due piatti sempre color nero, quindi non si tratta di giustizia ma di ingiustizia. La bilancia in
mano all’uomo diventa potere di disporre capricciosamente della giustizia, tutto l’Antico
Testamento ricorda che: “Hanno falsificato le bilance”, Isaia. La “voce” di Dio si fa sentire tramite
i “viventi” che stanno intorno: è la reazione della Creazione che mal sopporta questa faccenda.
Proviamo a interpretare questo simbolo. Il testo dice che “una misura di grano vale un denaro”. La
paga di un operaio, di un giorno lavorativo (Mt 20,2) era di un denaro. Qui si dice che una misura
(una pagnotta) di grano per fare il pane, evidentemente costa un denaro. Dunque per comperare una
pagnotta di pane, bisogna lavorare una giornata. Se uno deve comprarsi un paio di scarpe, un
vestito, mandare a scuola un figlio, ha uno stipendio con cui può comprarsi appena il pane. Ma la
vita non è fatta solo di pane; ci vogliono anche le medicine per esempio. Bisogna poi pagare il fitto
di casa, la luce, il gas, ecc.. e uno stipendio serve solo per mangiare. Guardiamo queste cose
prescindendo da schemi politici, ma aggredendoli tutti, perché l’uomo che tiene in mano la
giustizia è l’uomo nero. Il calcolo degli studiosi ci fa sapere che questo pane viene a costare sedici
volte di più del costo reale, cioè i generi di prima necessità sono quelli che ti strangolano, i generi
di lusso (capitali, investimenti, ecc…) sono quelli più tutelati.
Si tratta di un particolare importante: il pane che costa 16 volte tanto, e alcuni devono lavorare
l’intera giornata solo per comprare il pane. Ma il testo dice anche che ci vuole anche un denaro per
comprare tre misure di orzo (“Tre misure di orzo per un denaro”). L’orzo ha valore meno nutritivo
del frumento, quindi tre misure di orzo costano anche per un denaro. A questo punto il testo parla
di “olio” e “vino”, il testo greco dice: “L’olio e il vino non siano, alterati, danneggiati”, cioè il pane
costa 16 volte tanto, mentre “l’olio e il vino” non vengano toccati, ma vengono tutelati. L’olio e il
vino è il cibo dei ricchi (Proverbi 23ss.), delle categorie nobili, questi cibi sono considerati “generi
di lusso”, e l’Apocalisse non si smentisce, nell’elenco delle cose lussuose al cap. 18, nella ricca
Babilonia, compariranno i mercanti di olio e vino, quindi non tocchiamo il prezzo di queste cose.
Ebbene qui si dice: non aumentate il prezzo dell’olio, cioè non danneggiate (la traduzione della
CEI dice: “non recar danno”) le fasce ricche. Si colpiscono invece i beni essenziali, di prima
necessità dei poveri. Da questo simbolo si ricava che la terra è attraversata e travolta (c’è un
cavallo) dall’ingiustizia, prodotta con impressionante creatività e varietà dai benestanti. La Storia
sarà sempre segnata da queste realtà trasversali, ci saranno sempre persone che scaricheranno sui
poveri tutta la loro furbizia creativa per impoverirli e ritagliarsi cosi lauti e ingiusti guadagni. Le
categorie più indifese ed esposte non saranno mai risparmiati dai predoni di turno, che appariranno
sul palcoscenico della Storia in ogni tempo, in ogni giro di scale li ritroveremo sempre, non
importa se siano americani o cinesi, sarà la stessa cosa.
Terzo cavallo (“verde”): quarto sigillo.
Qualcuno ha parlato di colore grigio-verde (il colore della putrefazione), ma il colore più
attendibile è quello verde, dell’erba, che rappresenta la finitudine, (“nasce al mattino e la sera è
secca”: Salmo 102 e 103), viene così rappresentata la fragilità e la vulnerabilità dell’uomo. Colui
che montava il cavallo aveva come nome “Morte” e ad essa fu data potere di uccidere tramite la
spada la fame e le fiere (le “fiere” stanno per incidenti: a quel tempo si poteva incontrare un leone
oggi si può trovare davanti un tir). Siamo di fronte al dominio incontrastato della morte sulla
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vicenda umana e la morte sembra davvero onnipotente perché ha l’ultima parola sulla vicenda
umana nel tempo della Storia, ma “le fu dato”.
Riassumendo: la violenza, l’ingiustizia sociale, la morte, sembrano le trasversali che dominano
incontrastate lo scenario di questo mondo. Ogni generazione, puntualmente, dovrà fare i conti con
queste realtà, anzi le produce e le subisce: sono i nostri amici contemporanei che producono questo,
come sono i nostri amici contemporanei che subiscono questo. E finalmente il:
“Cavallo bianco”(primo sigillo), che rappresenta l’elemento vincente, è la forza sprigionata
dall’evento della morte e della Risurrezione di Gesù, Cristo sta attuando, sta mettendo in campo
tutta la sua virtualità, che è la stessa virtualità (dìnamis) di Dio. Questa forza, a differenza delle
altre, inizia a configurarsi ora come forza (“uscì vincitore per vincere in un momento
determinato”), quindi la battaglia è in corso: ha vinto una battaglia ma non la guerra, ma vincerà
anche quella. E’ una forza in positivo che vince in permanenza, anch’essa è travolgente nella
Storia, viene promossa da persone che incarnano e irradiano i valori della morte e Risurrezione di
Gesù: la vita divina si esprime attraverso persone umane.
Il Cavaliere è in possesso di un “arco” (è un arma di attacco: un missile), capace di raggiungere
anche i lontani, è un’arma che utilizza nella battaglia per eliminare il nemico satanico con le
relative personificazioni. A questo “cavaliere” fu data una “corona” cioè la vittoria, egli è un
cavaliere vittorioso, il testo sottolinea che: “Uscì cavalcando impetuosamente sui sentieri della
Storia, Egli dovrà vincere ancora”: ha tanti nemici da far fuori. Il testo non dice che il Cavaliere è
Cristo Risorto, sottolinea invece l’energia della Pasqua di Cristo, Agnello pasquale munito di una
forza incredibile (sette corna), di uno Spirito travolgente (lo Spirito Santo), che immette nella storia
per eliminare le forze negative del demoniaco che la devastano. Colui che immette questa forza ha
già vinto ed è Risorto.
Nel cap 19 tornerà questo cavaliere seguito da un esercito di cavalieri bianchi: allora apparirà il suo
nome: “Verbo di Dio” e “Re dei re” e “Signore dei signori” che sconfigge “il drago e le bestie”:
viene così presentata la forza irresistibile della Pasqua che non conosce oppositori su questo
schermo umano così conflittuale.
LA DONNA E IL DRAGO (12, 1 –1 8)
Nel primo settenario dei “sigilli”, ( soprattutto nei primi quattro), vengono presentate quelle famose
quattro trasversali, che praticamente creano una conflittualità nella Storia: tre negative e una
positiva. Veniva poi indicata nella preghiera la necessità di attendere, quindi dovremmo aspettarci
che nella vita non ci sarà una soluzione pacifica durante la Storia e la storia resterà un campo di
battaglia.
Nel cap 7 si faceva intravedere in quei “144.000 vestiti di bianco” il punto di arrivo: è importante
sapere in una situazione di conflittualità quale sarà l’esito finale.
Nel secondo settenario, quello delle trombe, noi vediamo che questa conflittualità si accentua
ancora, tanto da produrre due martiri (cap 11). Viene devastato il Tempio, ma non il cuore del
Tempio, fuori metafora si dice che le persecuzioni ci possono essere ma non sono in grado di
bloccare la testimonianza a Cristo, cioè in qualsiasi situazione storica la Chiesa (l’assemblea)
esprimerà sempre i suoi testimoni (“uccisi e rapiti in cielo”, cioè la testimonianza del Cristo morto
e Risorto).
Seguendo questo schema, troviamo sempre il contrasto tra elementi positivi e negativi: un cavallo
bianco in contrasto con tre altri cavalli, poi forze antagoniste in contrasto con i martiri. Anche qui
troviamo (nel cap 12, nel settenario delle trombe), una linea positiva, una “donna” e una sua
discendenza , e come contrasto le sta di fronte “un drago”, con una duplice incarnazione: “la bestia
del mare” e “la bestia della terra”. Queste due entità guerreggiano, o meglio uno guerreggia contro
l’altra. Quale sarà l’esito della donna? In questo cap 12 si dice che otterrà una protezione, ma se
andiamo avanti al cap 14 troveremo il risultato di questa protezione: ci sono144.000 sul monte Sion
con il Signore Risorto: questa realtà è la realtà vincente della Storia.
I seguaci della “bestia”, del “drago” troveranno il loro condensato in una Babilonia, la quale verrà
distrutta. Riaffiora ancora la Gerusalemme celeste.
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C’è un filo conduttore: chi rimane fedele al progetto di Dio, certamente è osteggiato lungo la
Storia, ma emerge sempre qua e là l’annuncio di un esito vittorioso, che verrà descritto alla fine. Il
sistema di Babilonia crollerà e la linea positiva diventerà la Gerusalemme celeste, sposa
dell’Agnello: questo non è un romanzo, è la trama della Storia della salvezza, se Cristo è risorto.
Questa è la conclusione.
Due segni contrapposti, dunque, da una parte la Chiesa, l’assemblea, quella che fa l’esperienza
della lettura nella sua duplice dimensione: celeste e terrestre; dall’altra i seguaci di Babilonia che
vivono solo la dimensione consumistica.
Questa donna è “vestita di sole con la luna sotto i piedi” (“la luna” è il calendario, quindi essa è
oltre il tempo), cioè una donna colta nella sua dimensione trascendente luminosa. Poi si discende
sulla terra e si dice che è “una donna incinta che soffre le doglie del parto” e che viene contrastata
da “un drago”: questa è la Chiesa terrena.
La “donna” esprime allora la duplice realtà della Chiesa: il cammino terreno e la sua conclusione
nella trascendenza. L’elaborazione simbolica, il segno, presenta la totalità della vocazione: la
Chiesa non finisce nella Storia perchè la sua patria è altrove, e in questa storia compie un
pellegrinaggio. Nel pellegrinaggio essa è “incinta, e soffre le doglie del parto”, nella conclusione è
“vestita di sole”.
La “luna sotto i piedi” vuol dire che l’evento-Chiesa è in grado di partecipare a tutti i funerali delle
istituzioni della Storia, li seppellirà tutti, perché è oltre il tempo, non verrà meno questo evento.
Lei non è candidata a nessun funerale ma partecipa a quello degli altri.
Sulla terra questa donna, la Chiesa, cerca di esprimere il suo Cristo, dall’altra parte però ha sempre
in contrapposizione, che la punge, una forza antagonista, di origine demoniaca, con le sue
caratteristiche dissacratorie. Il “drago” che si incarna in personaggi, imperi, fatti storici, che
perseguitano la Chiesa, è il potere depravato con i suoi profeti e le sue ideologie (bestia del mare e
bestia della terra). L’esito di questa lotta sarà raccontata parzialmente nel cap 14 (i 144.000 sul
monte Sion).
I capitoli da 12 a 15 sono una grande preparazione all’esito finale e quindi rappresentano
l’elemento acuto della Storia. In questi capitoli appunto vengono presentati i tre grandi segni: la
“donna”, il “drago” con le sue incarnazioni, e il “canto vittorioso” (cap 15), e nel cap 16, con le
sette “coppe”, verrà presentato il nuovo esodo.
Questi tre segni sono una specie di condensato della Storia, delle situazioni che la Chiesa in ascolto
dovrà sempre leggere, interpretare, decodificare, scongelare.
Lo schema è molto semplice nella sua complessità: è la Chiesa nella sua situazione storica, con le
forze ostili. In questa tensione conflittuale, Dio sarà il grande protagonista della battaglia che le
verrà in soccorso e che porterà (cap 15) questa Chiesa sulla spiaggia della salvezza, dove si canterà
l’Inno dei salvati. Come Israele, quando ha passato il mar Rosso.
La Chiesa-donna: è una scena che appartiene alla fantasia di molti popoli, ci sono molti importanti
miti antichi: babilonesi, egiziani, persiani, greci che descrivono vicende simili. Evidentemente
l’Apocalisse, partendo dalla propria storia di rivelazione, fa una rielaborazione di testi dove sono
presenti gli stessi simboli. Per esempio il simbolismo delle “dodici stelle” lo troviamo in Genesi 37,
quando Giuseppe fece un sogno e lo comunica ai fratelli: “Il sole e la luna e 11 stelle (perché sono
12 i fratelli) si prostravano davanti a me”. Evidentemente la formula narrativa viene tratta da
questo retroterra e non solo l’unico: “Come una donna incinta che sta per partorire, si contorce e
grida per i dolori” reciterà Isaia 26,17. Nell’Apocalisse abbiamo sempre l’elaborazione del
materiale preesistente, ma viene ricostruito con una novità, non è una copiatura. L’autore ha le
proprie radici nella tradizione biblica, ed è inutile ricercare paralleli e spiegazioni fuori della
Bibbia: le Scritture di Israele sono il grande codice di Giovanni, a partire dall’evento-Gesù Cristo.
L’insieme narrativo del cap 12 “la donna e il drago” nella loro contrapposizione proviene ancora da
Genesi 3,15: “la donna e il serpente”. Questa dell’Apocalisse è una rilettura cristiana di
quell’evento primordiale, detto anche proto vangelo. C’è un conflitto: lì è una donna perdente, qui
è una donna vincente. Il modello letterario ha delle somiglianze ma è riletto in tutt’altra prospettiva.
Il “serpente antico” qui è chiamato “drago”, anche questo è un dato elaborato da elementi che
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provengono da Ezechiele 29: “…grande coccodrillo (il drago è una bestia) sdraiato in mezzo al
fiume”.
Circa questa “donna” sono state date molte interpretazioni, prevalentemente si è identificata nella
vergine Maria e questo soprattutto dalle “Omelie” spirituali dei Padri della Chiesa, evidentemente
c’è anche questo sullo sfondo: la madre del Messia. In Giovanni, Maria è chiamata “Donna”. Ma è
chiaro che nell’Apocalisse, la prima dimensione è la comunità cristiana, e questa donna rappresenta
la “Chiesa”: è un simbolo ecclesiologico che è maturato, e parte da una trama molto lontana,
addirittura dalla Genesi, passa attraverso l’evento di Maria come la descrive Giovanni, e acquista
qui una sua descrizione un po’ autonoma, che è più nella linea ecclesiologica, quasi a dire che
Maria è figura della Chiesa. Ma si racconta la Chiesa però, non Maria. La Chiesa come comunità
messianica che diventerà la Sposa, essa continua nel dramma della Storia ad avere un contenuto, è
incinta, cioè assimila la Parola e tenta di esprimere il suo Cristo, dentro le fatiche della Storia.
Quindi la Chiesa è vista nella sua doppia dimensione: terrena e celeste. Nella sua dimensione
terrena, “è incinta”, grida dal dolore per partorire (esprimere Cristo costa, ha un prezzo), vive nel
deserto, gode di una protezione. Nella sua fase trascendente, celeste, essa è “vestita di sole” e Gesù
appare come “un sole” che splende in tutta la sua forza, dunque nella sua Risurrezione.
Nella fase terrena, essa dà alla luce il Cristo, lo esprime nella fatica e nel dramma e nella fedeltà.
Le sta di fronte una forza antagonista, di origine demoniaca, il divisore, il devastatore, il
dissacratore, quello che prende vita in fatti storici e personaggi che perseguitano, fanno del male,
seminano odi. L’esito comunque sarà positivo per la “donna”.
Rileggiamo da vicino questo testo:
“Un segno grande fu visto in cielo:una donna vestita di sole”. Questa visione è una visione dove
non si vede niente, ma è una narrazione che deve maturare in una visione. Una “donna vestita”,
circonfusa di sole, come il Figlio dell’Uomo, che nella grande apparizione iniziale 1,16 appare
“come il sole che splendeva in tutta la sua forza”. Anche la Città santa, la Gerusalemme celeste
(21,23) è illuminata dal “sole”, che è l’Agnello e Dio.
“La luna sotto i piedi”: la luna esprime l’aldilà del tempo, la sua trascendenza. A questo proposito
si legga Siracide 43, 6-8. Questa “donna” è:
“Coronata di 12 stelle”: mentre Genesi parla di “11 stelle” che si inchinano alla dodicesima. Qui
abbiamo le 12 stelle: vuol dire che questa donna è riferita a Israele, e al suo multiplo, cioè il popolo
di Dio. La “corona di 12 stelle” dice il riferimento, come nei Vangeli quando si dice: “Discese su
Gesù lo Spirito come colomba”, la “colomba” nel Cantico dei Cantici e nei vari “midrasch”, si
riferisce a Israele. I maestri di Israele traducono: la colomba-comunità d’Israele. Lo Spirito come
“colomba” è uno Spirito che possiede Gesù e che è destinato al suo popolo, cioè Cristo è il
donatore dello Spirito al suo popolo. Quello Spirito che discende su Gesù, discende come
finalizzato al suo popolo. Sono immagini: scende su Gesù, cioè Gesù è portatore, ha lo Spirito nella
sua pienezza, ma questo Spirito non è per lui, ma per il popolo, non solo quello ebraico
(“colomba”), ma scende anche su tutto il popolo di Dio perché Gesù è il rappresentante del nuovo
popolo che nasce dallo Spirito.
In cielo è una “donna” che giganteggia “vestita di sole, coronata di stelle”, ma qui in terra è nel
travaglio, è nella sofferenza. Cosa significa questo? Qui entriamo nell’eterno problema: perché Dio
non ci protegge? Perché Dio non ci crea un percorso esente da fatiche? Perché se siamo il suo
popolo, dobbiamo sempre essere oggetto di aggressione da parte del male? L’Apocalisse non dà
una risposta a questo perché, descrive che Dio si interesserà di questa “donna”, che questa “donna”
è chiamata a una vocazione, a una mèta grandiosa, che non è conquistata da lei, ma è donata da
Dio. Questa “donna”, quantunque celeste, non è estranea alle battaglie della vita: evidentemente
questa è la situazione di Israele, è la situazione di Gesù, è la situazione di tutti i suoi discepoli.
Quella è la mèta, ma il percorso non è estraneo al dolore, non c’è una domanda del nostro perché,
ma viene descritta una condizione esistenziale, che sarà sempre così. Noi sogniamo epoche
pacifiche, una chiesa tranquilla, ma questi sono i nostri sogni: a volte succede proprio il contrario:
nei tempi più favorevoli si maturano le disobbedienze più clamorose.
Questa “donna” sulla terra è “incinta”. Cosa vuol dire? Certamente esprime una maternità, ma
vuol dire anche che deve farsi un contenuto, che è il contenuto di quel “beato chi legge e beato chi
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ascolta”, cioè l’assimilazione del mistero pasquale, o del mistero cristologico. Questo è il suo
compito, cioè maturare una cristificazione, un contenuto cristificante. L’assemblea deve capire che
questo è un impegno (la prima parte del nostro testo: il Cristo e le lettere alle sette chiese, e le
lettere sono il Cristo da assimilare). Questa “donna” ha sempre la funzione di primato, che non è
quello funzionale, ma è quello di crearsi una identità, e qui viene presentata con questo contenuto:
“è incinta”. L’espressione “il parto” è l’espressione della testimonianza, della missionarietà, e
questa dimensione è sempre insidiata, avviene sempre nel tormento per dare alla luce, non avviene
mai in maniera placida, costa sempre un prezzo altissimo e ogni stagione storica ha il suo prezzo.
Ci possono essere stagioni dove questo lavoro di coerenza può essere deriso, non valutato, ci
possono essere altre stagioni dove questo esercizio viene proprio contrastato, impedito, ma il
risultato rimane lo stesso: c’è una sofferenza, un tormento, il parto è sempre insidiato, non avviene
mai in condizioni ottimali. Questa “donna”, questa Chiesa viene perseguitata proprio come madre,
nella sua condizione di contenuto (incinta) e di espressione (parto). Da questo punto di vista non è
di nessun aiuto, per paradosso, l’essere “vestita di sole” l’essere immersa nel sole, dell’ essere
sovrana della Storia (non avrà nella Storia il suo funerale, ma andrà ai funerali degli altri), ma
questo non le è di nessun aiuto, non è un privilegio che le crea esenzione: “vestita di sole” nella sua
trascendenza, ma “piena di dolori” nel suo farsi. Non siamo garantiti: al cap 11 si è parlato di due
martiri uccisi.
E quel “drago rosso con 10 corna (grande potenza), con 7 teste, e diademi”, linguaggi che dicono
un certo trionfo, una certa forza, che con “la coda trascina giù un terzo delle stelle del cielo”, cioè
insidia perfino la trascendenza.
Questo “drago” si pone di fronte alla “donna” che sta per dare alla luce e divorare il figlio di lei,
cioè contrasta questa sua maternità. Questa “donna diede alla luce un figlio (essere maschile)
destinato governare tutte le nazioni con la verga di ferro”, cioè esprimerà tutto il suo potere
messianico.
Questo figlio quando nasce è bambino, ma “fu rapito e portato in cielo”, il prodotto di quel parto
va verso Dio, verso il suo Trono, fuori metafora vuol dire che il Cristo che esprimiamo anche se
appare piccola cosa, è destinato ad affermarsi nella Storia, in tutta la sua potenza messianica, anche
se ciò che esprimiamo ci sembra poco, addirittura insidiabile, ma è un poco che farà tutto il suo
tragitto, che crescerà fino a questa potenza dello scettro di ferro, di dominio, signoria assoluta. In
altre parole si esprime una causa che si imporrà.
La “donna fugge nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio per essere nutrita per lo spazio
di 1.260 giorni” (3 anni e mezzo, metà di sette, cioè per un tempo limitato). Nel deserto il “drago”
la raggiunge continuando a farle guerra (12,13) e il “drago” vomita un fiume di acque per
travolgerla (12,15), cioè le sta creando un anti-esodo (l’esodo è attraversamento e poi si cammina
sull’asciutto), ma ”vomitare un fiume” è il tentativo di annegarla, cioè creare l’anti-esodo,
travolgerla. Ma la “donna” uscirà vittoriosa: questa forza antagonista, non è in grado di distruggere
l’evento ecclesiale. La “guerra continua in tutti i suoi discendenti: coloro che custodiscono i
comandamenti di Dio e hanno la testimonianza di Gesù” (12,17). Cosa significa questa frase?
Questa lotta continua in tutti i suoi discendenti: è la lotta tra il bene e il male: tra quelle trasversali
negative (guerra, morte, ingiustizie) e l’evento positivo della Pasqua. Nell’Apocalisse, per certi
aspetti, si racconta sempre lo stesso schema, variandolo in continuità e attraverso un cammino
ascensionale.
In questo capitolo viene presentata la lotta tra il bene e il male (12, 7-12). In questa lotta la
trascendenza (Dio, angeli), viene collegata con i fatti della terra. La lotta sulla terra mette in luce la
presenza del demoniaco, ma chi vincerà sarà il regno dell’Agnello. Per il “drago rosso” non c’è
posto, ora però opera sulla terra, e questa sua presenza diventa un grande pericolo, si dice che “ha
sette teste, dieci corna, 7 diademi”, cioè abbiamo un concentrato di virtualità negative (il racconto è
sullo sfondo di Daniele 7). Egli segue il potere dei Regni e degli Imperi.
Prima questo”drago” si concentra sulla “donna”, lancia poi un attacco alle stelle (alla trascendenza:
è la sfida al Dio Creatore e Signore del cosmo, fa precipitare anche alcune stelle sulla terra).
L’assemblea è messa in allerta, siccome questa presenza opera ormai nei discendenti della Chiesa,
l’assemblea che ascolta sa che nella storicità dovrà lottare contro un elemento che la sovrasta,
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dovrà stare in stato di allerta. Questo “drago” è chiamato “serpente antico”, “diavolo”,
“l’avversario per eccellenza”, “quello che istiga”, “l’avversario che inganna”: egli è cacciato dal
cielo e fa guerra alla “donna”, ma l’insidia diviene un nuovo esodo, perché quel fiume viene
ingoiato dalla terra. Il “drago” subisce una sconfitta nel cielo (12,9), fa guerra alla “donna” ma
senza esito. Un inseguimento vano, la donna-popolo ha una capacità di superare il confronto con il
demoniaco. Il contro-esodo che questo “drago” le crea, non avrà esito, ma lo scontro continua, con
la possibilità di qualche vittoria, un modo di dire che i due aspetti coesistono nella Storia. Il
cammino di un credente ha due facce di una stessa medaglia, con cui esprime il mistero della Storia
della Chiesa, essa è da una parte invincibile (“giungerà alla meta”), dall’altra parte è soggetta a
insidie e sconfitte: questa è la vita di ciascuno di noi. Anche se nessuno di noi può uscire indenne
da questo combattimento, tuttavia siamo chiamati a puntare tutte le nostre carte sull’esito finale,
che è vittorioso.
Il “drago” fa guerra ai cristiani, cioè a coloro che “mantengono vivi in se stessi i comandamenti di
Dio e la testimonianza di Gesù”, cioè fa guerra a tutti coloro che custodiscono quello che Dio
chiede all’uomo (i comandamenti), e che possiedono l’interpretazione che Gesù fa della realtà,
interpretazione del come rispondere a Dio e agli uomini (ecco la testimonianza di Gesù). I
comandamenti sono ciò che Dio chiede, la testimonianza di Gesù è il come Gesù ha interpretato la
risposta a Dio, noi siamo insidiati proprio su questo terreno, e il “serpente antico” esercita sempre
un fascino di inganno.
Il “mostro” si ferma sulla spiaggia, e dal mare emerge la “bestia del mare” e poi “la bestia della
terra”, sono le due incarnazioni: il potere politico corrotto e le ideologie che lo mantengono in vita.
I cristiani nella persecuzione devono solo perseverare.
Questo schema interpretativo matura sempre nel contesto liturgico, che non è soltanto quello del
“giorno del Signore”, ma è un contesto liturgico personale, in questo ascolto assimilativo, laddove
noi maturiamo la nostra identità, impariamo a lottare nel cammino della Storia, per non perdere di
vista il sentiero luminoso che ci porta alla Gerusalemme celeste, che vuol dire alla nostra
maturazione fondamentale. Su questo fronte Dio è il grande Signore della Storia, Colui che ci
protegge, ci vigila, anche là dove sembriamo lasciati a noi stessi. Maturiamo allora una dialettica
che non ci spaventa, saremo “vestiti di sole” anche se ora non siamo esenti da lotte e sconfitte,
quello che ci è chiesto è sempre quello di farci un contenuto (assimilare la Parola) ed esprimere il
nostro Cristo, sapendo che questo Cristo insidiato, non andrà mai perduto, ma compirà tutto il suo
percorso, e che la Chiesa su questa linea potrà sempre disporre di una super Provvidenza (“le
grandi ali ci custodiscono”). Queste “grandi ali” sono una interpretazione poetica, letta ormai da
lontano dalle grandi prove quando alla fine del Deuteronomio, il Cantico finale messo in bocca a
Mosè, si dirà” Io ti ho portato sulle mie grandi ali”. Quel cammino faticoso alla fine ci convincerà
che, nonostante le nostre fatiche, siamo stati portati da Dio “su ali” verso la meta.
DIO SI RICORDO’ DI BABILONIA (16,1 ss.)
Con il capitolo 16 entriamo nella grande sezione conclusiva, il corso della Storia scorre ormai
velocemente verso la sua conclusione.
La conclusione della Storia della salvezza comporta la condanna e la scomparsa della “prostituta”
l’annullamento del male organizzato, il trionfo della “Sposa”.
Questo testo va proclamato come lettura meditativa, rallentata, con tempi di silenzio, anche con
risposte oranti. Per esempio il Salmo 14 ( “Lo stolto pensa: non c’è Dio…”) è un bel commento a
questa realtà che stiamo meditando.
In questo Salmo emerge una situazione storica dove l’uomo naviga, senza rendersi conto della
sfasatura, dell’anti-sapienza con cui egli porta avanti la vita: “Lo stolto pensa che Dio non c’è”. E
gli uomini “non comprendono nulla” (sono senza sapienza) e “divorano il mio popolo, come
divorano il pane”, e ancora: “non invocano Dio” (non c’è nessun dialogo con la trascendenza), e
c’è un grande pericolo: volete confondere le speranze del misero?” (c’è una cultura e una logica
che vorrebbe annullare le speranze del misero), ma “il Signore condurrà il suo popolo e allora
gioirà”. Ecco la visione, se facessimo un esercizio quasi liturgico, dal vivo, penso che si potrebbe
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assaporare più intensamente questa pagina. Ognuno di noi lo può fare a casa, in Chiesa, in
campagna, rileggendo questo testo, o altri.
Vediamo ora alcune tappe di questo epilogo di Babilonia.
Prima tappa: “Una città crolla su se stessa” (16, 17-21): la città non è distrutta dall’esterno.
Questa sezione conclusiva del libro dell’Apocalisse è raccontata con l’apertura della settima coppa,
che è l’ultimo dei settenari. Ma non è la parte conclusiva di un libro, è la parte conclusiva di una
Storia.
Con l’esercizio del: “Beato chi legge e beato chi ascolta” l’uomo si rende conto verso dove va la
Storia. E’ l’esercizio sapienziale di cogliere la trama: il mondo resta sostanzialmente buono (la
pagina della Genesi non viene mai smentita, e Dio disse: “era buono”, e resta tale), ma il mondo è
stato anche contaminato, ma non prevale nella storia la contaminazione, nella Storia prevale la
bontà: Dio non indietreggia da questa entità della bontà, non lascia alla deriva questo mondo
intaccato.
La Storia appare anche teatro di un male organizzato, cioè il male ha una sua organizzazione, un
suo governo, i suoi centri di potere. La “mala vita organizzata” non è un linguaggio moderno, è il
linguaggio dell’Apocalisse. L’Apocalisse parla di centri, ci sono i centri di potere, che hanno un
nome: vengono chiamati “la prostituta”. Contrasta questa scena con quella della “donna vestita di
sole”. Qui abbiamo una “donna vestita di porpora e di scarlatto”, cioè con gli abiti della ricchezza,
ma è piena di prostituzione e di sangue. Questi centri scompariranno, in 16,19 si dirà: “La grande
città divenne in tre parti, fu squarciata e le città delle genti crollarono,e a Babilonia fu dato da
bere il calice della sua ira”. La grande città, Babilonia, cade su se stessa con i suoi protagonisti,
Dio si ricordò di lei consumandola, nel dare da bere la sua ira fino alle vertigini. Dio è aggressivo
con il male, non con l’uomo, e non tollera che questa devastazione intacchi la sua Creazione.
Il racconto che leggiamo in questo testo (16, 17-21), ci mette subito davanti l’evento accaduto: una
città distrutta in un istante. Adesso l’autore conduce l’ascoltatore, ecco l’arte maieutica, l’arte
educativa, dove si suggerisce anche la pedagogia dell’insegnare ad ascoltare, del come si ascolta,
del come si legge. L’annuncio, l’evento è già accaduto, ma bisogna rendersi conto, quali sono state
le dinamiche che hanno costruito la distruzione: questo è il problema sapienziale, cioè l’uomo deve
rendersi conto di quali sono le dinamiche che costruiscono questi esiti nefasti, perché gli esiti
capitano, ma non è stata una distruzione dall’esterno ma dall’interno, allora bisognerà cercare,
vedere quali sono state le operazioni che hanno condotto a questa conclusione. Questo diventa uno
schema sapienziale per guardare la nostra Storia, questo è un esercizio altamente liturgico,
altamente spirituale, è un esercizio orante: si ascolta, si guarda, si assimila, si elabora, per
ricevere una sapienza in modo da correggere la traiettoria esistenziale, per non creare edifici che
nel tempo si autoditruggono, una Storia che non ha futuro. Questo non vale solo per la grande
Storia, vale anche per la piccola storia, quella delle piccole comunità, delle piccole Diocesi, e
perfino della storia personale.
Cominciamo allora a percorrere questo filo sapienziale delle cause che hanno prodotto un simile
disastro, c’è perfino un discorso paradossale, sembra che tutto sia operato da Dio e per paradosso
tutto è costruito dall’uomo. Il crollo di Babilonia è auto-distruzione, ma il racconto sembra come se
Dio la distruggesse, ma il titolo è: “Dio si ricordò di Babilonia”, e in quel “ricordo” c’è una
complessità di dinamiche che avvengono.
- Seconda tappa: “Svelamento del mistero” (17, 1-18). Babilonia appare la nemica irriducibile di
Dio e del bene, è la personificazione del male. In 17,7 si dice: “Ti spiegherò il mistero della donna
e della bestia”, mistero è progettazione malefica. E la spiegazione del mistero, del disegno, è
questa: “era, ma non c’è più” (v. 8). Quindi il mistero, la trama nascosta della “donna” e del
“mostro” che la porta (è seduta infatti sopra il drago, come il cavallo e il cavaliere), è svelato.
Questa “donna” era ma non sarà più.
Qual è questo disegno, questa trama maledetta che porta alla distruzione? Quali sono le dinamiche
che creano l’autodistruzione? Dall’insieme della lettura di questo capitolo e di quello successivo si
comprende che questa città è costruita nella dinamica consumistica, e noi oggi siamo dentro in
pieno in questo tipo di società. Mistero, dinamica, vuol dire: progetto consumistico, il suo
complesso sociale, pagano. Pagano nel senso che crea idolatrie, che crea assoluti vani, che cancella
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la trascendenza, e tutto questo è sostenuto da satana (Babilonia, la “donna” è seduta sopra la
“bestia”), e la “bestia” in questo senso è la proiezione delle sue ispirazioni, la seduce, la “porta” nel
senso che le infonde una progettualità bestiale. Essere “seduta sul drago” vuol dire che essa è
“strutturata” su elementi malefici, il “mostro” e la grande “prostituta” dominano questo capitolo 17.
Il “mostro” rappresenta il potere assoluto dello Stato, quando pretende di essere il destino
dell’uomo, quando pretende di erigersi come unica grandezza a cui tutti debbono sottostare.
Babilonia è la città creata dal potere politico e idolatra, la “bestia del mare e bestia della terra”, cioè
il potere politico, militare e il potere ideologico quello che lo sostiene, lo giustifica. E’ chiaro che
sullo sfondo l’autore pensa all’Impero romano, ma questo Impero è una successione di una serie di
bestie che parte da molto più lontano, da quello Babilonese, ma di fatto questi sono degli schemi
che vanno letti, applicati nella propria contemporaneità. Noi siamo chiamati a leggere, a
interpretarli, e applicarli nella nostra contemporaneità. Fra 100 anni i nostri amici li dovranno
ancora leggere e applicarli nella loro situazione. Per paradosso non si parla più dell’Impero
romano, dobbiamo vedere queste dinamiche dove si trovano adesso: questa è la lettura che
l’assemblea deve fare, si tratta di imparare a leggere criticamente la Storia. La dimensione
religiosa, non è quella devozionale, ma quella che costruisce l’ uomo maturo, vero, aggressivo,
creativo, critico, responsabile, non l’uomo devoto, l’uomo supino. Dobbiamo essere persone
dialettiche che amano la “lotta” con Dio, come ci ha insegnato Giacobbe, come ci ha insegnato
Gesù in quella “agonia” nel Getsemani, agonia lì non è estenuazione delle risorse, ma è la lotta
poderosa di un uomo per piegare un disegno verso l’assoluto, che il Padre gli offre, contemplato
come l’offerta più originale. Abbiamo letto questo episodio come l’esproprio personale, subendo
quella volontà schiacciante del Padre, è una bestemmia, mai Gesù parla della volontà del Padre
come qualcosa da subire, ma parla come del disegno più bello che Dio consegna all’uomo, anche
dentro un processo drammatico. Non dei rassegnati, quindi, non delle persone che subiscono, ma
come Giacobbe, Giobbe, Gesù che “lottano” con Dio. L’ideale del cristiano “devoto” è quello di
chi si assoggetta a tutto, più si assoggetta e più è santo, l’ideale biblico, invece, è: più l’uomo si
sintonizza in un progetto e lo assimila in termini di responsabilità, di un processo di maturazione, e
più è santo, dentro una dialettica che è profondamente umana.
Andiamo al testo. Dicevamo: sullo sfondo c’è l’Impero romano, ma è un simbolo di tutte le
oppressioni che irrompono nella Storia con la medesima ideologia, si tratta di un sistema
consumistico che emargina Dio, si oppone a Lui, che cancella la trascendenza ed è retto da un
influsso demoniaco. In questo senso Babilonia è la nemica irriducibile di Dio, viene presentata
come “ubriaca del sangue dei testimoni di Gesù”, ha bevuto fino a ubriacarsi (17,6), ma già prima
(6,9) si parlava dei martiri uccisi. Attorno allo Stato (la “donna”) emergono i vari attori del potere:
“i re della terra”, che nell’Apocalisse hanno sempre un’accezione negativa, cioè tutti coloro che
organizzano (questo è il “re”, una “repubblica”) la convivenza fondata sull’ingiustizia, sul
privilegio di pochi, tipico della società consumistica, là dove Dio sembra assente, gettato fuori da
questa convivenza, per Lui sembra non esserci più spazio, ma Egli segue da vicino le vicende di
questi prepotenti. Quando essi meno se l’aspettano, farà crollare l’intero Impero del male e
purificherà la Storia e la città verrà distrutta dall’Agnello (17,14).
Questa è la trama segreta, il mistero,queste le cause del perché questa immensa potenza si è
distrutta, quando era al massimo della ricchezza, della potenza, la città è distrutta.
- Terza tappa: “ Dalla gloria alla disperazione” (18, 1-24). Da un punto di vista letterario, c’è un
dettaglio molto interessante: la disperazione è raccontata dai protagonisti “disperati”, cioè la città
distrutta viene narrata da chi è in lutto, non dal vincitore. Per paradosso qui racconta chi è
disperato, cioè sono i protagonisti, quelli che sono stati illusi dalla vita che raccontano, quindi c’è
una credibilità: chi racconta è il disperato, colui che sta pagando. Noi veniamo a sapere della città
da parte dei protagonisti disperati. E, sempre dal punto di vista letterario, c’è anche uno che fa da
cronista, e ogni tanto dà la parola, intervista i singoli disperati, e ogni categoria di disperati
racconta i danni della vicenda (faccio un esempio: gli Italiani, era scritto ieri sui giornali, non
vanno più a comprare nei supermercati: chi lo racconta? I commercianti naturalmente, quelli che
non vedono più rientrare i conti, cioè il racconto non è fatto dai singoli cittadini, ma dal gruppo dei
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commercianti, cioè quelli che stanno pagando la mancanza attuale di entrate). E’ un gioco letterario
di un’estrema modernità, e bisogna stare attenti a queste finezze letterarie.
Quindi la distruzione di Babilonia adesso è raccontata dai loro stessi protagonisti e un cronista dà la
parola a tutti, come in una tavola rotonda, perché lo scopo è che l’assemblea ascolti, impari. Si
comincia con un giudizio divino, sono i primi tre versetti, questa volta non è il cronista, ma è un
angelo che parla, un angelo che scende dal cielo, lui porta la voce di Dio, è una parola che ci
giunge dalla trascendenza, mediata da questo personaggio, messaggero. Egli annuncia la fine della
città che ha irradiato il demoniaco e l’ingiustizia. La distruzione comincia con questo giudizio che
giunge dalla trascendenza: annuncia la fine.
Poi dai vv. 4-8 c’è un cronista che interpreta Dio e Cristo invitando l’assemblea, che ascolta; in
questo senso l’assemblea siamo anche noi, invitandoci a separarci radicalmente dalla città pagana e
dal suo lusso sfrenato, il modello ispiratore di questa meditazione è il profeta Geremia (50-51) e il
profeta Ezechiele (27). Questa separazione non va interpretata in senso materiale,
fondamentalistico, ma va interpretata nel senso di prendere le distanze dalle dinamiche e dalle
logiche perverse, cioè da un anti-sapienza. Il cronista invita il popolo di Dio ad avere un'altra logica
nella Storia: a non creare sincretismi strani, a saper prendere le distanze, che non è una questione
politica ma religiosa, non teocratica. Si tratta del momento della crisi in cui appare la logica di Dio
che rovescia quella dei potenti.
Questo capitolo ha una funzione importante: attraverso questa lettura coinvolgere noi uditori, e
creare in noi delle convinzioni. Non è un comando, un imperativo, ma deve far maturare una
convinzione dentro di noi, un desiderio che è quello di prendere un distacco da culture che sono
costruite sull’ingiustizia e i privilegi, che alienano Dio dalla Storia. Per creare questo desiderio e
questa forza di rottura, di prendere le distanze, questo non avviene in modo meccanico ma
attraverso una maturazione molto complessa e laboriosa. Fuori metafora, il cronista, l’autore è
preoccupato che la comunità cristiana maturi una sua quasi-indipendenza, che abbia la logica di
farsi il suo Signore, che non viva cedimenti ubriacanti, quindi il dramma non è raccontato per il
gusto del dramma (una specie di vendetta), il dramma è narrato per aiutarci a trovare un desiderio
nuovo, per non affogare in un sistema senza futuro. Dobbiamo applicarle queste cose nella nostra
contemporaneità. Questo esercizio non è assolutamente facile, perché è un esercizio della
“profezia”, e per paradosso, non basta che il Card. Ruini ci dica cosa fare, in alcune situazioni di
emergenza della società (votazioni sulla fecondazione assistita), perché il processo è più
complesso: è che il popolo maturi questa coscienza, e lo matura a contatto col mistero di Gesù,
quello che le Scritture ci narrano, per costruirci una sapienza alternativa: quanto è bella questa
realtà, che ci restituisce la nostra personalità e la nostra responsabilità, non un popolo di sudditi, ma
un popolo di protagonisti che rispondono con desiderio nuovo nella Storia a un disegno sublime.
Sono libri magnifici questi. Poter vivere nella Storia senza affogare nel negativo e noi dobbiamo
difenderci da questo progetto negativo. Non sentiamo che respiro propone questa dimensione
religiosa! Non c’è niente di imposto, prefabbricato. Possiamo nella vita cristiana presentare
percorsi che evidenziano questo volto. Ma non è questa la scommessa di una comunità? Perché
perdere questa bellezza? Perché annacquare questa profezia? Perché far smarrire questo volto del
cristianesimo? Un dramma che ci deve aiutare a trovare un desiderio nuovo, per non affogare in
sistemi senza futuro.
Gli artefici di questa città sono i “re della terra”, i “mercanti”, i “naviganti”, cioè tutti coloro che
furono presi dalla seduzione del guadagno e dei privilegi. Queste sono le dinamiche egocentriche!
Queste persone hanno ottenuto questi guadagni e questi privilegi calpestando ogni valore morale.
Essi hanno approfittato della Storia, favorendo, organizzando, e costruendo la città consumistica,
lasciando imperversare il male. Adesso cantano la loro disperazione, il canto del lamento. Dio si è
ricordato della città (Babilonia) ristabilendo l’equilibrio turbato dei valori: questo è il senso del
ricordo di Dio, non è un ricordo di vendetta!
Prima ci siamo chiesti: “Qual è stato il progetto che ha portato a questa autodistruzione della
città?”. E abbiamo risposto con in tentativo di costruire una città chiusa alla trascendenza. Ora ci
poniamo una seconda domanda: “In che cosa consiste il male di questa città?”. La risposta è data in
18,7:
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“Siedo come regina e non sono vedova e non vedrò mai in pianto”. Queste sono parole blasfeme,
ma in che cosa consiste questo “blasfemo?” Nell’autosufficienza propria di chi pensa che il
benessere costituisca ogni sicurezza (la “donna” siede sul lusso e lo governa bene, traendo il
massimo dei vantaggi ed è sicura che non resterà vedova e che non conoscerà il pianto). Ma al
benessere si sostituisce la “morte”, il “lutto”, la “fame” e la “fine”. La città fiorente (18, 9-19) cade,
ora si susseguono sul palcoscenico della distruzione i vari gruppi che cantano il loro lamento, o lo
raccontano, a modo di teatro, introdotti da un cronista che dà la parola.
Ed ecco allora (vv. 11-15) il cronista presenta i vari attori del lamento: I “mercanti della terra” con
le loro merci. Proviamo ad elencarle: “oro, argento, pietre preziose, perle, lino, porpora, seta,
scarlatto (vestiti pregiati, “firmati”), legno profumato (non abete), avorio, metalli (evidentemente
non si tratta di ferro), profumi, vino, bestiame, cavalli ( possiamo aggiornare: carri armati,
aviogetti, missili), schiavi (è tornato di moda questo linguaggio: vendita di “bambini”, di “organi”,
provenienti dai paesi poveri, vittime umane).
I mercanti si sono arricchiti (v. 15) grazie a questa città e ora piangono il loro lutto: sono finiti gli
affari. Il cronista presenta infine gli “armatori” (vv. 17-19) delle navi (i commerci a lunga
distanza), anche questi “dalla gloria alla disperazione” e la disperazione la si coglie nei gesti che
fanno: buttano addirittura polvere sul capo, è il commento che questi protagonisti fanno. La
categoria più biasimata sono i mercanti del lusso che arrivano per il guadagno, fino al mercato delle
vittime umane (vv. 11-13), sono i trafficanti di “vite”, le vendite dei “bambini”, di “organi”, le
vendite della dignità della persona ( molte straniere si arruolano per un lavoro e poi sono costrette
su un marciapiede). E non ci sono leggi perché quello è un “lavoro” rispettoso. Quando si dice di
prendere le distanze da queste logiche, non si fanno campagne moralistiche: è la campagna per la
dignità dell’uomo, da cui è stato privato. Anche i “re della terra” compaiono sul palcoscenico,
perché hanno partecipato da “attori” principali al lusso della città, l’hanno favorita, l’hanno
organizzata (questa è la responsabilità dei politici!), e ora si rendono conto di aver speso una vita
per valori irrisori, e questi valori sono i generi di lusso, i mezzi di cui la città ricca si serve: cavalli,
schiavi e ogni merce. Si tratta di annotazioni terribili che fanno capire come la ricchezza fosse stata
accumulata mediante la violenza, l’ingiustizia che arriva fino a sacrificare vite umane e sangue di
“poveri”. Quello che sembrava un dato saldamente sicuro e perenne, in mano ai potenti, è
diventato improvvisamente effimero, a causa di un imprevisto: l’azione di Dio, colma di ira, che
tutto annienta, un crollo inaspettato ma sconvolgente: in “un’ora sola tu fosti ridotta a deserto” (v.
19). Il gruppo che ascolta, la comunità, noi, (vv.20-24) reagiscono esultando; alla desolazione delle
categorie precedenti si contrappone la gioia dei credenti: sono i martiri, gli emarginati. Dio per loro
finalmente ha capovolto la Storia, mettendo fine a ogni male: “Esulta su di essa o cielo” (v. 20).
Poi il commento conclusivo: “La città è annegata nell’abisso, nessuno più la troverà” (v. 21). E
ancora il commento successivo fa riferimento a Geremia (7,34; 16,3; 25,10): “Scompare in questa
città la musica, anche il lavoro domestico, la vita, non ci sarà più la voce dello sposo e della
sposa” (v. 22). La prosperità materiale è finita, si paga così il duro prezzo di un sistema sociale
ingiusto, baldanzoso, che comportava il sacrificio di vite umane: “In esso fu trovato il sangue dei
profeti e di quanti furono uccisi sulla terra” (v. 24). Una grandiosità che si è corrotta dai di dentro
e la sua pressione corrosiva ha fatto crollare l’intero sistema. Per l’autore si tratta di un giudizio di
Dio su di lei, in realtà, il negativo stesso è stato prodotto da lei, lungamente elaborato, come in un
industria, che l’ha poi distrutta, come un incendio l’ha accartocciata e precipitata nel male, il
dramma è raccontato per difenderci dalle assolutizzazioni del benessere e dal suo perseguimento a
qualsiasi prezzo.
Nell’ultimo testo (19, 11-21) compare il “cavallo bianco” con il suo cavaliere, seguito da un
esercito di cavalli bianchi (il Cristo vittorioso seguito dal suo popolo) ad avvalorare e a dare
maggiore concretezza alla fine tragica della città. Cristo eliminerà dalla Storia ogni rivale, ogni
realtà malefica. Tale struttura demoniaca e ingiusta viene interamente divorata, il testo la presenta
come un immenso banchetto dove si invita a mangiare: la Storia del male diventa il materiale di cui
abbuffarci, è il gusto di una sana rivincita (v. 18). Dio impegna la sua potenza e nessuno ormai è in
grado di opporsi, la Storia finalmente cambia volto e il male non troverà mai più in essa
cittadinanza. Ora non resta che cantare l’Inno (l’alleluia) pasquale della Gerusalemme celeste,
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quella che discende dal cielo e che farà di questa terra travagliata finalmente la convivenza della
famiglia di Dio nella gioia e nella pace.
LA GERUSALEMME SUA SPOSA (21,1 ss.)
Questa ultima tappa ci porta a concentrarci sul preludio del trionfo della “fidanzata” (vv. 1-8).
Seguirà la descrizione della Gerusalemme nuova (vv. 9-27).
Questo preludio (vv. 1-8) è aperto da una parte visiva: “E vidi… ”, (vv. 1-2), che potremmo anche
tradurre: “mi feci una convinzione, un’idea, una specie di pensiero conciso”, e da una parte uditiva
(v. 3-8), caratteristica dell’Apocalisse.
Questo preludio prende la forma di un dialogo: c’è “una voce grande da trono” (v. 3), e “Colui che
parla è seduto sul trono” (v. 5). Poi c’è un angelo interprete, che specifica quello che Dio dice e
l’angelo ha il compito di notificare, di portare quel messaggio trascendente a livello dell’assemblea
liturgica riunita, che ascolta (5b-8). Quindi c’è una specie di trascendenza, una mediazione tra la
trascendenza e la nostra vita storica: la “voce” che è partita dal trono di Dio viene portata attraverso
una mediazione (angelo) che la comunica all’assemblea. E’ una rivelazione, è la Parola di Dio,
quella che la comunità orante ascolta. Questo è lo schema letterario, ma qual è il messaggio?
Il rinnovamento (primo tema), incominciato nella Storia, ora giunge a pienezza: è un processo, c’è
un rinnovamento in atto, c’è un “nuovo” che sempre ci sorprende finché giungerà nella sua
dimensione più splendida. Leggiamo: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova…”. Cielo e terra
sono i due estremi che dicono la totalità, e poi specifica che “Il cielo di prima e la terra di prima
erano passati”. Quindi c’è il nuovo: il prima è passato: “Le cose di prima sono passate”, si
aggiunge al v. 4. Questo rinnovamento avrà la forma piena nella Gerusalemme-Sposa: c’è un
processo lunghissimo che dura per tutta la storia della salvezza e che produrrà questa realtà. Quindi
il rinnovamento va verso una forma, che è quello della Gerusalemme-Sposa: una convivenza legata
a Dio in termini di alleanza sponsale. E si dirà nel testo che “Dio diventerà cittadino delle
medesima convivenza”, cioè nella forma paritetica, “abiterà nella tenda con loro, essi saranno il suo
popolo”, il Dio con loro, poi si dirà “essi saranno i suoi figli”. Quindi, “sposa” (dimensione
paritetica con Dio), e “figli” (popolo, stretto da un’alleanza), sono immagini che rimandano alla
novità rispetto al nostro presente, è un “nuovo” che sta prendendo forma.
Che senso ha definirsi “assemblea del Signore riunita nel giorno della domenica”? Non è forse una
forma incipiente, embrionale, per quanto povera, di questa dimensione celeste? E un credente deve
rendersi conto di questo, io non posso essere prigioniero di una fede fenomenologia, io debbo
anche, da persona matura, rendermi conto di che cosa si sta giocando nella mia appartenenza
ecclesiale. Questo è anche un compito nostro di essere all’altezza di un rinnovamento incessante,
ecco perché ogni nostalgia del passato (nel senso del “fare come una volta”), frena la vita dello
Spirito. Il problema è di rinnovarsi in continuità, ogni giorno, in termini qualitativi: questa è la
sfida degli operatori pastorali, di tutti i credenti, questa è la coscienza della responsabilità
ecclesiale, e questa è quella che manca. Ed è su questo piano che noi non siamo all’altezza,
viviamo un ristagno pigro, fatto di nostalgie, di riflussi all’indietro. Quanta fatica nel popolo di Dio
per accedere alla novità! Quando diciamo queste cose diciamo la verità perché corrispondono al
testo, mentre gli atteggiamenti corrispondono alla pigrizia. Dio, quindi, è “cittadino nella medesima
convivenza nella forma paritetica”, cioè uguale a noi. Paolo dirà “finché Dio sia tutto in tutti” (1
Cor 15,28: Col. 3,11). Qual è l’effetto primario che registriamo quando Dio “sarà tutto in tutti”,
quando cioè la nostra convivenza con Lui sarà paritetica? Paritetica nel senso che saremo uguali a
Lui, Dio interamente partecipato nel mistero del suo Figlio e dello Spirito (questa è la visione
cristiana: è un uomo che diventa Dio, questa è la posta in palio del nostro appartenere). L’effetto
primario è, pertanto, il superamento di ogni forma di male, ogni forma di non vita, il superamento
di ogni lacuna di valori, si realizza una reciprocità di appartenenza che è chiamata “alleanza
sponsale” (ecco perché il simbolo sponsale è il più alto simbolo antropologico e religioso). Per
paradosso abbiamo sopravalutato la vita religiosa e abbiamo sminuito la vita matrimoniale, eppure
la vita matrimoniale gode di un sacramento. Tutta questa prospettiva ci appartiene come nostro
futuro, l’assemblea che legge e ascolta deve recepire questo, matura questa prospettiva, che è
rinnovamento (in termini positivi) e superamento del negativo, dentro un legame sponsale, che
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appartiene a ciascuno di noi come identità futura. L’assemblea “sta diventando”, non siamo
“statici”, anche se siamo seduti, siamo seduti su una scala mobile, che è in movimento, non
spaziale ma di trasformazione: L’assemblea-Chiesa, “sta diventando”, andando verso questa meta.
Torniamo al testo. L’angelo interprete riporta le parole di “Colui che è seduto sul trono” (Dio) che
dice: “Ecco rendo nuove tutte le cose” (v. 5). Traduciamo: “ Farò davvero questo dono del
rinnovamento” e l’assemblea deve essere capace di impegnarsi per appropriarsi, ecco perché
all’angelo viene detto: “Scrivi perchè questi discorsi sono autorevoli e autentici” (v. 5b). E
“scriverli” vuol dire notificarli perché vengano recepiti: se io scrivo una lettera è perché l’altro si
renda conto dei miei sentimenti, dei miei progetti, e visto che siamo in tema di “alleanza”, questa è
una lettera amorosa, è una dichiarazione, perché l’altro si renda conto e l’assimili, questo è lo
sforzo che l’assemblea deve compiere, deve impegnarsi. Se io faccio una notificazione di amore a
una persona di cui mi sono invaghito, mi auguro che questa persona lo recepisca in termini di
responsabilità, impegno restitutivo, offertoriale. Se invece questa assemblea si chiuderà nel suo
egoismo, sotto qualsiasi forma, quelli che non hanno il coraggio di questa apertura della fede, di
questa accoglienza, di questa proposta amante, vengono definiti: “infedeli, codardi…” (v. 8): è un
elenco per risvegliare l’ascoltatore. E il monito è fatto non per il giudizio finale, ma è per l’
“adesso” della Chiesa (“sta leggendo”), e noi l’abbiamo trasportato tutto alla fine queste cose. Sono
tutte dinamiche per stimolare l’ascoltatore. Se io faccio un’offerta di amore, di dono totale di me
stesso a una persona, mi auguro che questa persona non si chiuda nel suo egoismo, nella sua
mediocrità, perchè darebbe fastidio. Sono immagini che alludono alle possibili e varie forme
egoistiche e sono quelle modalità che abbassano il tono di una relazione e la possono spegnere, in
questo senso è un avviso un po’ pungente. Non si tratta, abbiamo detto, di un giudizio finale,
perché sono parole rivolte all’assemblea storica, perché “adesso” impari a reagire senza ristagni
egoistici.
Torniamo ancora indietro. Parte visiva: “E vidi…”(vv. 1-2).
Lo sfondo è tratto da Isaia 65,17. In che cosa consiste questa novità? L’Apocalisse all’inizio ha
presentato un Cristo, di fronte alla comunità, in termini partecipativi e lo ha descritto come “un sole
che splendeva in tutta la sua forza” (1,16). Questo non è lo spettacolo di un film, ma è una realtà
che sta di fronte a noi come un “dono”, come una partecipazione, e il primo impegno ecclesiale è
quello di assimilare tutta la pienezza di questo contenuto e si chiamava il cammino di conversione
delle Chiese (le sette lettere). La novità allora, consiste in una nuova creazione, non è un
aggiustamento qualsiasi, non è una terapia psicologica, è un rifacimento radicale e totale
(“creazione nuova”). L’opera è interamente rifatta. L’antropologia del Risorto implica un “uomo
nuovo” e un “ambiente nuovo” per un uomo nuovo. Tutto deve essere adatto per la “nuova
condizione”, non si può ammettere un uomo nuovo in un mondo malato ecologicamente, deve
“respirare ossigeno puro”, non smog. Non entriamo troppo nei particolari per non diventare banali,
intendiamo dire che la novità è un rifacimento radicale, che non comporta soltanto l’umanesimo
nuovo ma anche l’habitat dell’uomo. Anche la Gaudium et Spes n. 39 dice questo. Noi siamo stati
abituati a pensare alla distruzione del mondo, e lo stiamo anche massacrando, e ci siamo
dimenticati che nella Genesi, Dio ci ha consegnato il mondo, coma ha consegnato la “Torah” (la
Legge), con lo stesso verbo “custodirlo”, come una cosa preziosa. C’è una diseducazione religiosa
circa l’habitat, il mondo è “buono” anche adesso per Dio, e vale la pena conservarlo e rinnovarlo.
Dio crea una totalità (“cieli nuovi e terra nuova”) in cui davvero tutto è buono, come idealmente la
Genesi ha descritto, ad ogni opera Dio disse: “E’ cosa buona”. La prima Creazione è passata, ma
c’è una continuità con la nuova Creazione, che è rinnovamento, non è quella di prima, ma è
interamente rifatta. La Gaudium et Spes dice: “Passa certamente la forma di questo mondo
deformata dal peccato” (cioè passa il mondo deformato dal male, ma non il mondo in se stesso). La
realtà nuova è sempre da collegarsi con Gesù Risorto, il mistero pasquale partecipato
incessantemente alla Chiesa e al mondo. Il “mondo nuovo” sarà un mondo “fisico” e un mondo
“antropologico”, riempito dei valori Cristo. Tutto questo non comporta la distruzione dell’attuale
mondo, ma un riempimento totale che lo guarisce, e gli fa fare un salto qualitativo all’infinito. Non
siamo stati abituati a queste prospettive: sono meravigliose. Questo è il “Vangelo”, la “buona
notizia”.
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Il “mare non c’è più”. Il “mare” nella mitologia antica, da cui anche la Bibbia dipende, era
l’habitat delle forze ostili, è abitato dal Leviatàn, il mostro per eccellenza. Babilonia viene affossata
nel mare. Ma il mare viene cancellato, non avrà più posto, come tale deve sparire. Altri brani
suggeriscono una trasformazione: “il mare divenne di cristallo”, perfettamente trasparente. Ciò
vuol dire che tutte le trasversali negative, tutte le impurità sono state depurate. Sono tutte immagini
che ci aiutano a capire, a vedere, a intuire verso dove andiamo, qual è l’opera di Dio, che cosa ci
partecipa donandoci il suo Figlio. Che concetto abbiamo noi del “dono” di Gesù? “Dio ha tanto
amato il mondo da donare il proprio Figlio”. Che dislivelli di intuizione! Come abbiamo ridotto in
termini mediocri un’offerta, una prospettiva che va tenuta desta, incisiva, pungente!
E “vidi la Città santa, la nuova Gerusalemme…” (v. 2). La storia della salvezza è la preparazione
a questo “ornamento”, a questo incontro felice, è il sogno più alto che un uomo tenta di esprimere,
è la comunione piena in termini amanti, è la condivisione piena, senza diaframmi: “Dio tutto in
tutti”, non qualcosa di Dio, ma “tutto”, quello che umanamente non è possibile, nessuna comunione
realizza “tutto in tutti”, rimane sempre questa tensione, questo “di più”, questo “oltre”. Ma questo
sogno non è un sogno frustrante, perché è un sogno che si realizzerà: dunque si può sognare. Con
queste terminologie si riprende il Primo Testamento, che vede idealmente Gerusalemme come
popolo di Dio reso santo nella vicinanza del Tempio: “Siate santi perché io sono santo”: c’è una
partecipazione qualitativa, c’è un contatto in queste espressioni con Isaia 60, 1-9. Gerusalemme
nuova, quindi, esprime un popolo escatologico, cioè esprime i valori della Risurrezione, o meglio
un popolo esprimente i valori della Risurrezione, questa è la novità, non una novità vaga, ma è una
novità nella linea di Cristo. Quella che era la “Città santa”, adesso è pervasa dalla novità di Cristo e
si chiama “nuova Gerusalemme”. Quella terrestre è superata, non scompare, quella “nuova” non è
dalla terra, proviene dal cielo, direttamente da Dio, è opera sua. L’autore non la vede già discesa,
ma la guarda mentre sta discendendo, è nella Storia, sta creando, sta diventando. Più avanti (21,
9ss.) si racconterà la sua realizzazione, la si narrerà. Questa Gerusalemme Dio la sta preparando,
sta confezionando l’abito da sposa, proprio durante questa fase storica, evidentemente non è un
tessuto, è un’antropologia. Una preparazione proprio sulla linea del fidanzamento, che vuol dire un
uomo che è capace di relazione amante, sponsale, questo è l’abito. Pensiamo al nostro modo di
rapportarci a Dio, la distanza cha patiamo e soffriamo, questa distanza verrà annullata in termini di
fascino comunionale, sponsale. L’uomo capisce questo linguaggio, l’ebrezza di un contatto
sponsale a tutto campo, in pienezza, senza residui di riserve autonome. Chi di noi può pensare un di
più? Cosa augureresti tu di più a una persona? Una casa d’oro nella solitudine, una vita che
sperimenta una gioia ma con il dramma che tutto finisce? Queste non sono pagine nate dai nostri
assilli, ma sono pagine nate da una “promessa”, quella di Dio amante, da uno Sposo cha parla a una
sposa candidata, che ha tutte le potenzialità per diventare la sua sposa. Sono pagine di alta mistica
queste! “Avete lasciato me sorgente di acqua viva per abbeverarvi a cisterne screpolate”. Quando si
parla di spiritualità bisogna avere questa vigilanza oggettiva.
Questa fidanzata, alla quale Dio prepara un tessuto antropologico nuziale per realizzare un
matrimonio, è l’assemblea, la Chiesa, che già sperimenta la bellezza del dialogo con il suo Sposo:
“Beato chi legge e beato chi ascolta”.
Essa è destinata, preparandosi con le opere giuste dei santi (19,8), a diventare quella sposa, quel
partner.
Parte uditiva: “E udii..” (v. 3). Questo versetto è tratto da Ezechiele 37. La “voce grande” viene
dal “trono”, non si tratta di una grandezza acustica (“la voce di grandi acque” non è una voce
acustica, di in megafono che rompe i timpani), ma si parla di “voce qualitativa”. Non è la voce di
un uomo, è la voce di Dio, che è diversa, non parla un uomo, parla Dio, e parla da padrone del
mondo (è “seduto sul trono”) nell’esercizio del suo potere, del suo governo, parla cioè con una
forza onnipotente ed attiva. La Gerusalemme nuova adesso prende un altro termine, viene chiamata
“tenda”: è un’immagine nuova rispetto a prima.
Nell’A.T la “tenda” era l’abitazione di Dio e degli uomini, luogo dell’incontro con Dio (la tenda
del convegno). Applicata alla Gerusalemme nuova, significa “abitazione comune”. Né il cielo né la
terra compaiono più, ora ci sono cielo nuovo e terra nuova, nella linea di Cristo: si tratta della
Città-dono, messa a disposizione da Dio e dall’Agnello, come uno spazio di comunione, nuova
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abitazione di Dio e nuova abitazione dell’uomo, cioè “tenda” che unisce in comunione, verrà
superata ogni trascendenza. Chi realizza questo superamento, questa barriera fra cielo e terra, è
Dio. Ci sarà quindi una coabitazione con tutti i popoli. Il risultato di questa vicenda è “asciugherà
ogni lacrima dai loro occhi…la morte non ci sarà più (v. 4). Questo testo è tratto interamente da
Isaia 25,8. L’autore, in qualche maniera realizza la promessa di Isaia, ciò che è del popolo di Dio
adesso viene esteso a tutti i popoli, a tutta l’umanità, gli elementi che adesso opprimono la vita
vengono come asciugati da Dio e poi del tutto superati (“non c’è più”). La presenza di Dio nella
tenda esclude tutto quel corteggio funereo che rende la vita triste, la svuota. Il superamento non è
automatico: è Dio che lo sta attuando nella Storia mediante il mistero del suo Figlio: “Ecco faccio
nuove tutte le cose…questi discorsi devi scriverli perché sono autorevoli e autentici” (v. 5), cioè
non sono discorsi contraffatti, ma vengono proprio da Dio. E il verbo “Scrivi” significa che c’è una
novità a cui porre attenzione. A che cosa devo fare attenzione? “Ecco faccio nuove tutte le cose”,
cioè stai attento a questo nuovo fare di Dio, poni attenzione a questo. Dio stesso ti invita a porre la
tua attenzione al fatto che Lui “sta facendo”, cioè alla sua azione continua, che realizza in noi la
novità di Cristo a tutto campo, in tutta la realtà, nonostante le perplessità che ci possono nascere
dentro dovute alla nostra lontananza e alla nostra condizione, nonostante le perplessità a capire, a
vedere, a rendersi conto, date le difficoltà che ci opprimono, l’apparente marginalità di Dio e di
Cristo dalla Storia stessa e anche dalla nostra vita verranno superate. Queste parole profetiche
esprimono una certezza e una coerenza di Dio, il Dio fedele alle sue Promesse: “Faccio nuove in
permanenza queste cose”, nella linea della novità di Cristo. E’ una parola questa (“fare nuove”) che
rende certa, vera, la novità, è una parola autorevole: “Sono divenute” (v. 6), queste realtà le dà al
passato come “già accadute”.
Questo linguaggio è molto presente nella Liturgia: è una difficoltà capire quando noi diciamo:
“Siamo redenti, siamo giustificati, siamo figli di Dio”, cioè sono realtà in corso di attuazione piena.
Il linguaggio liturgico è un linguaggio apocalittico: si dà già al passato quello che avverrà nel
futuro, cioè, si dà già come compiuto, talmente è certo. E’ un linguaggio che per noi non è facile,
ma nella cultura apocalittica si pone al passato ciò che verrà, ma lo si pone al passato come
certezza del futuro: è un gioco letterario. Una comunità cristiana deve attrezzare persone adulte su
questo fronte, non destinatari incapaci di leggere e di ascoltare.
“Io sono l’Alfa e l’Omega”: la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, cioè “sono l’inizio e la
conclusione”, e vuol dire anche che “sono in tutte le lettere intermedie”, cioè non sono solo
all’inizio e poi sparisco dalla scena e compaio alla fine, ma sono in tutta la sequenza dello sviluppo,
sono nell’estremità per dire che sono in grado di accompagnare in maniera efficace tutto lo
sviluppo, da vicino, da attore principale.
“ A chi ha sete io darò dalla sorgente dell’acqua viva”, cioè questo dono deve far scaturire un
desiderio, una domanda. “Sete” vuol dire un assillo che non si può dilazionare (si soffre molto di
più per la mancanza di acqua che per quella di cibo). Dio afferma che la realtà è “divenuta”: le
Parole di Dio sono come realizzate, qualunque sia la scadenza cronologica o le difficoltà che dovrà
incontrare. Dio stesso si definisce l’inizio e la conclusione del progetto, ciò che è incominciato non
si altera, il temine sarà quello fissato da Dio stesso, non un altro. Dio, dicendo di essere l’Alfa e
l’Omega, dice di trovarsi in ogni lettera, in ogni punto di questa Storia di rinnovamento. Egli è il
principio di tutto, di fronte a questa azione di cui si intuisce lo svolgimento in atto e poi la
conclusione, nasce una “sete”, da parte dell’assemblea, nasce cioè una specie di aspirazione
pungente, un desiderio di questi valori di Cristo, di cui la Storia dovrà riempirsi per rinnovarsi. E’
un’aspirazione tormentata (“sete”) alla quale Dio risponde con una sorgiva incessante, non con un
bicchier d’acqua, ma con una fonte. In 22,1 si parla di un “fiume di acqua viva che esce dal trono di
Dio e dall’Agnello”. Dio non appaga frammentariamente, in maniera scarsa, ma un fiume ci
concede un dono all’infinito, una pienezza, cioè questa acqua viva è la sua vita donata, è la Pasqua
comunicata. Pur essendo un dono finale, in qualche maniera, è già a disposizione adesso:
“Chiunque ha sete può bere” (22,17), noi possiamo già assimilare questo dono, è la sacramentalità
della Chiesa, che nella liturgia si rende disponibile. Colui che sta vincendo avrà in eredità questa
prospettiva: Dio gli sarà Padre e l’uomo gli sarà figlio, cioè, c’è una prospettiva futura, ma che si
attua nel presente, e questo presente diventa una lotta che il discepolo affronta per appartenere a
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Cristo, per poter entrare nella famiglia di Dio, nella sua “tenda”: un Dio che è nella linea della
paternità e un uomo che è nella linea della figliolanza.
Questo brano termina con una minaccia rivolta a chi si emargina dalla reciprocità divina, chi si
mette contro. Chi si emargina può avere qui sulla terra una vita, ma si autodestina al vuoto: è la
morte seconda. Questo monito serve per incentivare la prospettiva positiva.
Con questo brano abbiamo terminato il nostro cammino.
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INDICE
L’APOCALISSE .................................................................................................................................. 1 PRESENTAZIONE DEL LIBRO ......................................................................................................... 1 DIVISIONE DEL LIBRO .................................................................................................................... 5 PROLOGO (1, 1-8) ............................................................................................................................. 8 VISIONE INTRODUTTIVA (1, 9-20)................................................................................................ 13 LE LETTERE ALLE SETTE CHIESE (2,1 - 3,22) ............................................................................ 19 SETTENARIO DEI SIGILLI (cap 4 - 5) ............................................................................................ 24 APERTURA DEI SIGILLI (6,1 – 8,1) ............................................................................................... 32 LA DONNA E IL DRAGO (12, 1 –1 8) ............................................................................................. 38 DIO SI RICORDO’ DI BABILONIA (16,1 ss.) ................................................................................. 42 LA GERUSALEMME SUA SPOSA (21,1 ss.) ................................................................................... 47 52
BIBLIOGRAFIA
Dizionario dei concetti Biblici del N.T. – EDB Bologna
Grande Commentario Biblico – Queriniana Brescia
Il Concilio Vaticano II – Documenti - Ed. Dehoniane Bologna
Pagine difficili della Bibbia (A.T.) – E. Galbiati, A: Piazza – Massimo Milano
Piccolo Glossario del Cristianesimo – Edizioni Dehoniane –Roma
La nascita dei Vangeli Sinottici - Jean Carmignac - Edizioni Paoline
I racconti evangelici della Passione – Bruno Maggioni - Cittadella Editrice – Assisi
La Bibbia per la famiglia- Gianfranco Ravasi – Edizioni S. Paolo Catechismo della Chiesa Cattolica – Libreria Editrice Vaticana Le Lettere di S. Paolo – Settimio Cipriani – Cittadella Editrice -
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l`apocalisse - LA BIBBIA - Il libro di Dio agli uomini