il restauro
della chiesa parrocchiale
di S. Bartolo
2005-2007
STILGRAF - CESENA
2007
Si ringraziano per il contributo dato per i restauri:
© copyright - tutti i diritti sono riservati - Stilgraf Cesena - 2007
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al termine di un’avventura
D. Virgilio Guidi
Tutto ha avuto inizio intorno al 20 maggio 1999: una mattina abbiamo trovato la
volta della chiesa perforata e per terra e
sulle panche i crostoli del canneggio: alcune tavelle del tetto erano cadute a punta
sulla volta. L’occhio esperto di chi più
volte era stato nel sottotetto per cambiare le lampade dell’illuminazione della
chiesa, questa volta mi ha messo subito
in allarme per la situazione di precarietà
del tetto. Altre volte alcune tavelle erano
planate sulla volta senza provocare danni
e poi erano state rimesse al loro posto.
Ha avuto inizio così, in modo casuale, l’avventura del restauro della nostra chiesa.
Mai avrei pensato a un’impresa di questo
tipo e tale da coinvolgere la parrocchia in
un impegno così grande.
È stato dato allora incarico allo Studio
Tecnico Ceredi di eseguire le indagini diagnostiche e tutti i rilievi necessari per
approntare l’impegnativo progetto complessivo di restauro. Il 2 luglio 2003 il progetto è stato presentato alla Soprintendenza per i Beni Architettonici di Ravenna
e in seguito alla Conferenza Episcopale
Italiana per i finanziamenti relativi all’edilizia di culto stanziabili con i fondi derivanti dall’otto per mille. Proprio in quei mesi
la Conferenza Episcopale aveva deciso di
finanziare il restauro non solo della parte
statica degli edifici di culto ma anche l’impiantistica, e così si è inserito nel progetto anche il rifacimento dell’impianto di
illuminazione e la messa a norma dell’impianto di riscaldamento, in un primo
tempo nemmeno presi in considerazione.
Questa parte del progetto è opera dello
Studio associato Bettini.
Il 14 maggio 2004 il progetto di restauro è stato approvato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici di Ravenna e in data 20 ottobre 2004 la Conferenza Episcopale Italiana, a firma del Card.
Camillo Ruini, ha inserito il nostro progetto nei propri finanziamenti. In data
22 giugno 2005 il Consiglio diocesano per
gli affari economici, presieduto dal Vescovo, ha approvato l’impegno finanziario che
la parrocchia andava ad assumersi.
Nella gara d’appalto che è stata eseguita, i lavori sono stati affidati all’Impresa
Fellini Umberto e Figli, il cui titolare è
nostro parrocchiano.
Nel luglio 2005 sono iniziati i lavori
con il montaggio dell’enorme gru che
sovrastava il campanile e delle impalcature sulla facciata e tutto intorno alla chiesa e nel settembre successivo si è iniziato
a lavorare al tetto. Nel frattempo abbiamo potuto, in tutta sicurezza, continuare
ad usare la chiesa per le celebrazioni.
Nel settembre 2006 abbiamo dovuto
lasciare la chiesa ed andare “in esilio” nell’oratorio parrocchiale: faceva impressione vedere la chiesa piena di impalcature
fino alla volta! Ciò era reso necessario
per i lavori interni di restauro degli arredi, di rifacimento dell’impianto elettrico e
della tinteggiatura. Ma anche l’esperienza
della Messa nell’oratorio ci ha arricchiti: ci
siamo sentiti più famiglia, più comunità.
Siamo stati aiutati a superare le distanze,
a conoscerci meglio, a parlarci.
È stata grande la gioia quando con la
festività del Natale 2006 siamo potuti
rientrare nella nostra chiesa, anche se
invece delle panche c’erano sedie di pla-
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stica di vari colori. Era il sabato 23 dicembre e i nostri bambini provavano la rappresentazione di Natale che avrebbero
tenuto in quella stessa sera, e intanto
mettevamo le sedie… Mi ha commosso
vedere come i bambini, terminate le prove, si sono messi a spolverare le sedie.
Sentivano la chiesa come la loro casa. Ed
ho pensato che è proprio così: i parroci
passano, la nostra generazione anche, ma
la chiesa è un bene che non ci appartiene.
Appartiene ai nostri figli, alle generazioni
future, come noi l’abbiamo ricevuta da chi
ci ha preceduto.
E allora anch’io penso ai parroci che
mi hanno preceduto: D. Emilio Casadei
che nel 1968 ha promosso grandi lavori di
restauro per adeguare la chiesa alla popolazione nel frattempo fortemente aumentata e nel 1989 ha voluto solennizzare i
150 anni di costruzione della chiesa con
grandi celebrazioni, dotandola di nuovo di
un organo a canne, dono di lui e delle sorelle Maria e Vanda; prima ancora D. Giovanni Santini che per due volte ha messo
mano ai lavori di restauro dopo le due
guerre mondiali: la prima volta agli inizi
degli anni Venti e poi dopo il 1945.
Un grazie grande va a tutti coloro che
hanno reso possibile il restauro.
Grazie ai tecnici, alle imprese e a tutte
le maestranze che hanno lavorato con
competenza, a chi ha eseguito il restauro
artistico degli affreschi, delle ancone e dei
vari arredi.
Grazie alla Soprintendenza per i Beni
architettonici di Ravenna e all’arch. Emilio
Agostinelli che ha vigilato su tutta l’opera.
Un grazie grande va alla Presidenza
della Conferenza Episcopale Italiana che
con il suo intervento ha reso possibile
tutto il lavoro.
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Grazie agli enti che hanno contribuito:
la Fondazione della Cassa di Risparmio di
Cesena, la Banca di Cesena, il Consorzio
Romagna Iniziative.
Grazie al Consiglio parrocchiale per
gli affari economici e al Consiglio pastorale parrocchiale che hanno condiviso con il
parroco la responsabilità delle scelte.
Grazie all’Ufficio diocesano per i beni
culturali che ha seguito tutto l’iter burocratico della pratica e all’Ufficio Amministrativo
che ha curato gli aspetti economici.
Ma il grazie più grande va ai parrocchiani che hanno contribuito con grande
generosità attraverso tutti i modi possibili: le offerte deducibili, l’iniziativa “Compra
un mattone”, altre offerte in occasione
delle benedizioni pasquali. Una generosità
che non dovrà mancare nei prossimi anni
perché siamo impegnati a pagare un mutuo decennale.
Ora il restauro è terminato. La chiesa
ritorna pienamente alla sua funzione di
casa del Signore e della comunità per la
preghiera. Dobbiamo imparare ad amare
la nostra chiesa, a sentirla nostra, a conoscerla, a godere della sua bellezza.
Ma una chiesa non appartiene solo alla
comunità dei fedeli: è un bene per tutto il
territorio, per la città: per la dimensione
di interiorità che una chiesa richiama e
per il suo valore culturale. Crediamo,
come comunità parrocchiale, di aver restituito un piccolo bel monumento a questo quartiere di Porta Trova, a questa via
oggi chiamata Subborgo Federico Comandini, segnata nella sua storia dalla presenza della chiesa che nel tempo ha raccolto le gioie e le sofferenze delle persone di questo territorio.
la vicenda storica
della chiesa di S. Bartolomeo
Arch. Francesco Ceredi
Nori Domenico, nella sua “Descrizione
di tutte le parrocchie della Diocesi di Cesena,
delli Monasteri, de’ Conventi, delli Conservatori, degli Ospitali, e de’ luoghi pii fatta da
me D. Domenico Nori Parroco di S. Bartolomeo nei Sobborghi di Cesena l’anno
1814”, scrive che nel 1290 venne eretto
nella zona delle “trove” di Cesena un oratorio dedicato al culto di S. Bartolomeo
apostolo e martire. Dice che si tratta di
una piccola chiesa circondata da orti e
vigneti: la città è ancora situata in posizione collinare lungo le falde del monte Ster-
lino ai piedi dell’antica rocca e la zona di
porta Trova non esiste ancora come borgo, poiché le mura e le porte saranno costruite qualche secolo più tardi per volere della signoria Malatesta. Nelle vicinanze scorrono il torrente Cesuola ed il
canale che dava acqua ai molini che si trovano nella zona.
Tale oratorio viene prima rifatto parzialmente nel 1473 per poi essere abbattuto nel 1570, permettendo la costruzione di una chiesa più grande, edificata
nella maniera in cui è rimasta fino al 1835.
1 - Archivio di Stato, Mappa catastale 1815: l’immagine mostra come la chiesa di S. Bartolo prima del
1835 fosse orientata con l’asse longitudinale parallelo a quello stradale.
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Una lapide posta nel mezzo del pavimento documentava tale ricostruzione
fatta dal parroco D. Giovanni Barozzi. In
essa si leggeva: “Divi Bartolomaei sacras has
haedes Iohannes Barotius rector a fundamentis restauravit anno Domini MDLXX”
(Pietro Burchi, Storia delle parrocchie di
Cesena, vol. I, II).
Ha una sola navata coperta da un
tetto a capanna, “di pessima struttura e ar-
chitettura”, alta 14 piedi, larga 12 e lunga
26 (piede cesenate circa 0,54 mt). L’ingresso principale si trova a nord, verso la
zona dell’attuale rione Fornaci, mentre una porta laterale si affaccia sulla pubblica
via che da Porta Trova conduce a Cervia.
La facciata ha un portichetto con ai lati
due antichi sarcofagi in pietra. La casa parrocchiale non ha un comodo ingresso,
dato che si deve passare dietro l’altare
2 - Prospetto della città di Cesena, incisione di Sebastiano Sassi, 1786: particolare della chiesa di
S. Bartolomeo nei sobborghi di Porta Trova.
3 - Disegno allegato al manoscritto “Cronaca di Cesena dal 1849 al 1855”, di D. Bonafede Montanari, in cui
viene rappresentata la vecchia chiesa di S. Bartolomeo, atterrata nel 1835, come si legge sotto al disegno.
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maggiore, offrendosi così “alla veduta pubblica del popolo che si trovava in chiesa”. Ci
sono due altari: nel maggiore vi è il quadro di S. Bartolomeo e della B. Vergine
dipinto su tela. Posto nella nicchia del
secondo altare si trova il Santissimo Crocifisso, di “rilievo antico” ed “assai miracoloso” (oggi si trova nell’ancona dietro l’altare maggiore). Il campanile “fatto a triangolo” sta di 6 piedi circa sopra la facciata
della chiesa a settentrione; “è semplice,
consistendo tutta la mole in 2 colonnette alzate e di sopra legate con picciol arco, coperto con pochi coppi, con un cordone di pietra
che lo attornia sopra l’arco” (AA.VV., Parrocchie di S. Bartolo e S. Cristina. Documenti
1500-1684; AA.VV., Parrocchia di S. Bartolomeo, documenti 1685-1915. Manoscritti conservati presso l’Archivio Vescovile di
Cesena).
4 - Disegni dell’architetto Mauro Guidi, chiesa di S. Bartolomeo, 1806. Tale disegno mostra la chiesa
orientata con la facciata ad est, sulla strada, come verrà poi realizzata.
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Nel 1777 muore il parroco D. Francesco Maria Adani, lasciando nel suo testamento buoni fruttiferi e censi alla parrocchia, che allora contava più di 820 persone, per un ammontare di 900 scudi romani, che di lì a poco sarebbero serviti alla
costruzione di una nuova chiesa.
L’architetto Mauro Guidi compone nel
1806 una serie di disegni su come avrebbe voluto rimodernata la città di Cesena,
con rifacimento totale dei palazzi, chiese,
conventi, ponti. È interessante notare che
la chiesa di S. Bartolomeo risultava dal
disegno orientata con la facciata ad est,
come verrà successivamente realizzata.
Il disegno della nuova chiesa è inventato e delineato dal Sig. Prof. Giovanni Antolini di Bologna mentre per l’esecuzione
del medesimo è destinato il Sig. Prof. ed
ingegnere in capo nella città di Forlì Maurizio Brighenti riminese. Il capo muratore
cui viene affidato il lavoro è il Sig. Pietro
Ricci detto il Sacatino il quale è obbligato
a dare terminata la nuova chiesa entro il
venturo 1837. La spesa è di scudi 5.000 (escluso il campanile che non verrà costruito subito per mancanza di fondi) e si farà
per cura del parroco D. Ambrogi “col denaro del cumolo del suo antecessore Sig. D. Francesco Maria Adani” che per 58 anni è stato
investito ed amministrato prima dal vicario
capitolare Monsignor Casali e successivamente da una congregazione formatasi a
tale scopo all’interno della parrocchia.
Il 9 giugno del 1835 il Gonfaloniere
Sig. Francesco Maria Americi, venuto a
conoscenza della imminente costruzione
della nuova chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo, invia una lettera al parroco
D. Domenico Ambrogi chiedendogli esplicitamente di allinearsi con la facciata della
nuova chiesa non al portico bensì al muro
della casa parrocchiale, ovvero “quattro
piedi più addietro”. Questo perché in previsione dell’atterramento di tale portico
“farebbe un brutto vedere quella facciata
sola isolata” (Lettera del Gonfaloniere
Francesco Almerici al parroco D. Do-
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menico Ambrogi – Archivio di Stato di
Cesena,Titolo 27 – fascicolo 9, documento registrato al protocollo generale della
magistratura comunale al n. 786 in data
9 giugno 1835).
Il 15 giugno dello stesso anno comincia l’atterramento della chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo Apostolo fuori di Porta Trova. Essa “era da gran tempo che quasi
minacciava rovina” (Mariani Mattia, Cronaca Cesenate dall’anno 1814 al 1856) e “salvo il SS. Sacramento che in quella si conservava, si può dire che era una vera spelonca,
era sol questa che faceva disonore a tutte le
chiese di questa diocesi” (Sassi Gioacchino,
Selva di memorie e di fatti riguardanti la città
di Cesena raccolti e scritti dal Sacerdote
D. Gioacchino Sassi Canonico onorario dell’Insigne Collegiata di S. Cristoforo Martire in
Longiano, 1845). Già nel 1804 D. Luigi
Berlati scriveva che “l’ufficianza e i parrocchiani moltissimi per questo (umidità) non
intervengono, andando piuttosto alla messa
in altre chiese”.
Sotto la direzione del Sig. Brighenti
ingegnere in capo in data 3 luglio 1835
viene delineata la pianta della nuova chiesa: “questa è stata messa tutto il contrario
della demolita, mentre prima guardava con la
facciata a settentrione ora è stata messa a
levante”. Essendo stata approvata l’istanza
del Gonfaloniere, la facciata è stata arretrata fino ad essere in linea con il muro
della casa parrocchiale.
Purtroppo i lavori procedevano a rilento e nel 1835 si erano solo riempite le
fondamenta, unitamente a pochi palmi di
muro fuori terra. Nello scavo delle fondamenta venne alla luce una gran quantità di
ossa umane, e si vuole che questi posti
fossero serviti come cimitero per l’orribile pestilenza del 1591, in cui le vittime
furono alcune migliaia.
Dopo quasi due anni che si erano fermati, solo a marzo del 1837 i lavori riprendono: “In capo di quest’anno la chiesa
era coperta; soltanto era da fabbricargli nell’esterno”.
Nel 1839 i lavori alla chiesa sono finalmente ultimati, “essendo quattro anni che
era in piedi quella fabbrica”: il 21 settembre
all’ora del vespro il vescovo Innocenzo
de’ Conti Castracane, assistito dai canonici Giovanni Ridolfi e Giuseppe Carrara,
benedice la nuova chiesa parrocchiale di
S. Bartolomeo. Il giorno seguente si celebra l’apertura della nuova chiesa con una
festa solenne del SS. Crocifisso che si
venera in S. Bartolomeo. Dopo pranzo la
Sacra Immagine viene portata in proces-
5 - Disegno dell’architetto Brunelli di Cesena
per poter eseguire i lavori di rinnovamento della
facciata della canonica di S. Bartolomeo.
sione e “la sera la chiesa nuova e tutto il
subborgo è illuminato con fiaccole e lumi
sulle finestre”. Seguono giorni di celebrazioni e festeggiamenti accompagnati dalla
banda musicale, spari di mortaletti e corse
a premi di cavalli berberi.
In una lettera al Gonfaloniere Pirro
Della Massa, il parroco D. Pietro Carloni
chiede, nel 1845, di potere eseguire dei
lavori di rinnovamento alla facciata della
canonica, contigua alla facciata della chiesa, abbattendo la parte di portico sulla
strada comunale ravennate e allargando di
conseguenza tale strada. Considerato ciò,
nella lettera si richiede anche un equo
compenso, limitato alla spesa di ricostruzione della suddetta facciata. Alla lettera
è allegato un disegno dell’architetto Brunelli di Cesena, mostrato nella figura n. 5.
Altro lavoro importante sotto la reggenza del parroco Carloni è la costruzione del campanile della chiesa, i cui lavori
cominciano nel 1846 e terminano nei
mesi di giugno e luglio del 1848.
Le quattro campane del campanile di
S. Bartolomeo vengono fuse nel 1849 dai
fratelli Angelo e Giuseppe Balestri nella
loro fonderia sulla via Cervese e poste sul
campanile l’anno dopo, il 1850.
Sempre in quest’anno l’altare maggiore
viene decorato con una bella e superba
ancona che ancora oggi si può ammirare e
che in tempi precedenti era appartenuta
alla chiesa del soppresso convento delle
monache di S. Biagio (D. Bonafede Montanari, Cronaca di Cesena dal 1849 al 1855.
Manoscritto conservato presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena).
Sassi Gioacchino, nel suo manoscritto
Ecclesiografia Cesenate, scrive che nel 1856
per cura del parroco Carloni tutto l’interno della chiesa viene dipinto con lodevole magnificenza dal cesenate Natale Mariani, il quale, come narrano le cronache
di allora, adopera tutta la sua bravura ed
estro nell’esecuzione delle figure quanto
degli ornati.
I fatti riportati dal manoscritto comprendono una dettagliata descrizione
della chiesa in quel periodo: “Vi sono tre
altari: nella cappella maggiore entro una
superba ancona (quella che apparteneva alle
monache di S. Biagio) fa spicco il SS. Crocifisso, di rilievo e di antica proprietà della chiesa. Il secondo altare nella cappella a destra è
dedicato alla Immacolata Concezione della
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Beata Vergine ed in essa si trova anche, dentro una bella ancona, la statua della Vergine
creata dal giovane Giovanni Pirini. Il terzo
altare nella cappella a sinistra è ornato da
un’effige dipinta della Beata Vergine del Buon
Consiglio di proprietà di D. Giuseppe Sassi. In
seguito tale dipinto viene sostituito con un
quadro rappresentante il martirio di S. Bartolomeo apostolo della scuola pittorica di
Annibale Carracci e datato 1655, appartenuto in tempi addietro alla chiesa delle monache di S. Caterina in via Chiaramonti, oggi
Palazzo Masini. La ancona di questa cappella proviene da detta chiesa”.
anche qui il fosso di scolo che immette
nel torrente Cesuola.
Un disegno di fine ’800 raffigurante la
planimetria del borgo di Porta Trova, presente all’Archivio di Stato, risulta molto
interessante perché ce ne illustra la fisionomia di allora: si notano la nuova chiesa
di S. Bartolomeo, la demolizione avvenuta
dell’antica porta daziaria e il vecchio porticato che dalla canonica arrivava fino
all’incrocio di Porta Trova. Il porticato
sarà demolito pochi anni dopo, nel 1900,
con conseguente arretramento delle facciate delle case interessate.
6 - Archivio di Stato, Sezione di Cesena, planimetria di Porta Trova, 1880.
Dieci anni dopo circa, nel 1867, la
fisionomia del borgo di Porta Trova subisce diversi cambiamenti: viene demolita
la porta daziaria risalente al XV secolo
(Pietro Burchi, Nuova ecclesiografia cesenate), il grande fossone che circonda le mura
da Porta Santi a Porta Trova viene chiuso
e usato successivamente come fogna. Via
dei Mulini viene risistemata chiudendo
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A 83 anni, nel 1901, muore D. Carloni,
a cui succede D. Augusto Palmieri, il quale
effettuerà esclusivamente lavori interni alla
canonica nel 1913, modificandone il prospetto sull’attuale Via Subb. F. Comandini.
Nel 1921 la chiesa si trova in uno
stato indecoroso a causa dei danni dell’umidità di risalita. Il nuovo parroco D. Giovanni Santini intraprende ingenti lavori di
restauro generale a chiesa e canonica,
diretti dall’architetto Amilcare Zavatti.
Tali lavori comprendono la realizzazione di un vespaio per contrastare l’insalubrità dovuta all’umidità, come da istruzioni
dell’ufficio tecnico comunale, con rifacimento del pavimento della chiesa, sormontato perimetralmente da una zoccolatura.
Tutti gli archi delle cappelle e il grande
arco absidale vengono provvisti di archivolti; nella parete nord vengono realizzate
due aperture semicircolari a dar luce
nelle parti più buie della chiesa.
Ai lati delle due cappelle si aprono
quattro nicchie per altrettante statue; sul
campanile vengono posizionate tre nuove
campane, quelle ancora in uso e sulle quali
è tuttora leggibile l’iscrizione col nome
del parroco; soffitti voltati e coperture
sono soggetti a risanamento con sostituzioni delle parti danneggiate dal terremoto del 1919.
Il decoratore e pittore cesenate Fortunato Teodorani realizza rilievi a chiaroscuro nella volta centrale, a scanalature su
colonne e lesene, decorazioni intorno agli
archi e fregi sulla trabeazione, i quattro
simboli degli Evangelisti e un coro di angeli nel catino absidale.
Dopo quattro anni, il 12 settembre del
1925, sono ultimate le opere di restauro
e risanamento e il 18 ottobre la chiesa
viene riaperta al culto.
Durante la Seconda Guerra Mondiale
anche Cesena subì molte incursioni aeree
con bombardamenti. Alle 9,45 del 4 ottobre 1944 vengono colpite la canonica di
S. Bartolomeo ed una parte della chiesa.
Terminata la guerra, nel 1945 D. Santini si dedica alle opere di ricostruzione: la
sacrestia non esisteva più; parte del catino absidale era sfondato con conseguenti
danni interni alla chiesa; la canonica, quasi
interamente distrutta, presentava un moncone di muro pericolante.
Nel 1957 D. Emilio Casadei, divenuto
parroco il 10 giugno 1956, fa eseguire la
pulizia della facciata e una nuova tinteggiatura dell’interno. Così egli scrive nella Relazione per la Visita pastorale:“La chiesa dal
1957 è stata quasi interamente restaurata”,
“si sono fatti lavori di restauro nella faccia-
7 - Il pittore Fortunato Teodorani alle prese con la decorazione absidale in una foto dell’epoca.
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8 - Foto dell’epoca in cui si vedono le decorazioni del catino dell’abside, opere del pittore Fortunato Teodorani.
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9 - Foto dell’epoca in cui si vedono i danni provocati alla canonica dal bombardamento del 4 ottobre 1944.
10 - Lavori di pulizia della facciata del 1957.
ta e nell’interno ed è stata riportata alla
linea originale neoclassica” (Relazione Visita
pastorale 22 dicembre 1957 e 26 maggio
1963, Archivio parrocchiale di S. Bartolo).
Delle decorazioni del Prof. Fortunato
Teodorani rimangono solo i quattro simboli degli Evangelisti ed i fregi della trabeazione.
Nel 1967 cominciano gli imponenti
lavori di rifacimento diretti dall’ingegnere
cesenate Mario Dal Monte. Essi comprendono la rimozione del grande presbiterio
che occupava un terzo della chiesa, con la
demolizione delle due colonne dell’arco
trionfale, delle due balconate ai lati dell’altare maggiore e della balaustra con cancelletto che ornava l’accesso al presbiterio.
L’altare viene sostituito con uno nuovo in
marmo, in linea con la riforma liturgica del
Concilio Vaticano II; il soffitto centrale con
volta a botte viene prolungato fino all’arco
che delimita il catino absidale. La sacrestia
viene ricostruita. Sotto la zona dell’altare
viene realizzato un salone per le attività
parrocchiali. La chiesa fu solennemente
15
consacrata dal Vescovo Mons. Augusto
Gianfranceschi il 21 dicembre 1968.
Dieci anni dopo, nel 1978, viene sostituita tutta la lattoneria della copertura
della chiesa e ritinteggiato tutto l’interno.
Nel 1983 vengono innalzate attorno
al campanile le impalcature per un restauro generale: sostituzioni delle parti
ammalorate del tetto e delle gronde;
montaggio di grate nelle aperture per
contrastare i danni causati dai piccioni;
ricostruzione e consolidamento delle
mensoline della cornice; risanamento
della cupola danneggiata da numerose infiltrazioni d’acqua; sostituzione della croce in cima alla cupola.
Nel 1989 viene festeggiato il 150º anni-
11 - Avviso
che annuncia l’apertura
della nuova
chiesa parrocchiale
di S. Bartolomeo, 1839.
16
versario della costruzione della chiesa con
solenni celebrazioni culminate il 15 ottobre con la Messa solenne celebrata dal
Cardinale Pietro Palazzini. Non mancano
gli interventi di abbellimento: viene completato il presbiterio con la costruzione
del Tabernacolo e dell’ambone; viene realizzato un nuovo Battistero sul lato nord
della chiesa, abbellito da una tela del Prof.
Adelmo Calderoni raffigurante il battesimo di Gesù; l’abside è adornata da un bel
coro in legno, la chiesa viene dotata di un
nuovo pregevole organo meccanico, realizzato dalla ditta Gustavo Zanin di Udine.
Queste le vicende storiche e costruttive che hanno caratterizzato la chiesa di
S. Bartolomeo e nella storia ne hanno
cambiato l’aspetto e la natura originaria.
12 - Frontespizio del libretto a ricordo del prodigio del SS. Crocifisso.
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glossario essenziale
Capriata
Stuttura lignea o metallica di sostegno
triangolare, formata da due travi oblique
dette puntoni e da una orizzontale, la catena, che collega fra loro le pareti portanti.
Cimasa
La cimasa (o cima, sima, cimacio) è una
modanatura curva e sporgente, a forma di
guscio o di gola.
Fregio
Parte intermedia tra architrave e cornice
nella trabeazione classica. In generale indica l’elemento ornamentale posto a decorare cornici e superfici lineari.
Lesena
Semipilastro o semicolonna addossata a
una statua, provvista di base e capitello, a
volte liscia e a volta ornata, con funzione
decorativa.
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Parasta
Elemento verticale di sostegno, per lo più
sotto forma di pilastro, con base, fusto e
capitello, in parte sporgente, in parte
incassato in un muro: può servire di
rinforzo a una parete o come elemento di
appoggio per un arco, una colonna, una
trave o una finestra.
Volta a Botte
Copertura curva di un ambiente o di una
campata costituita di una struttura semicilindrica che scarica su due muri di imposta paralleli i carichi cui è sottoposta.
il restauro della chiesa
Ing. Arch. Paolo Ceredi
Poco meno di 170 anni di vita per un
edificio storico sono davvero poca cosa,
eppure la chiesa di S. Bartolo (nome ufficiale della parrocchia dal 1986) ha subìto nella
sua “giovane” esistenza rilevanti interventi,
che ne hanno cambiato radicalmente la
percezione interna e le geometrie.
Attraverso una approfondita e ben
documentata ricerca storica, saggi in loco
e molta pazienza, siamo riusciti a ricostruire la cronistoria delle successive
modificazioni che la chiesa ha registrato
sui suoi muri, più imponente fra tutte
quella del 1968.
Citeremo spesso, nel breve riepilogo
di questi due anni di restauro, la data del
1968, perché ha segnato nel bene e nel
male uno spartiacque, un punto di “non
ritorno” nella storia architettonica di
S. Bartolo. Esigenze di nuovi locali e di un
nuovo spazio per far fronte ad un’affluenza di fedeli in rapida ascesa, hanno portato il parroco D. Emilio Casadei a ridurre il
presbiterio che occupava ben un quarto
della chiesa. Furono ricavati i locali interrati del cosiddetto “salone”, un nuovo
spazio per i giovani parrocchiani, di cui
pure lo scrivente ha usufruito e che ricorda con piacevole nostalgia.
Nei lavori si mise mano anche al tetto
della navata centrale e in parte alle falde
delle navate laterali. Da allora non sono
stati più sottoposti ad alcun tipo di manutenzione. È noto come le coperture negli
edifici storici siano le strutture più esposte
agli agenti atmosferici e dunque soggette a
rapido degrado.
Nessuno stupore dunque doveva esserci quando nel 1999, ben 30 anni dopo
gli ultimi interventi, dal tetto della navata
centrale caddero alcune pianelle in cotto,
sfondando la volta a botte.
Invece stupore ci fu e pure preoccupazione: le coperture versavano in preoccupante stato di degrado, la regimazione
delle acque meteoriche presentava perdite di difficile smaltimento e pure la facciata necessitava di una bella ripulita.
La necessità contingente è stata l’occasione per la redazione di un progetto
globale di restauro, esteso alla chiesa nel
suo complesso, e ha riguardato sia la conservazione dell’architettura, sia il miglioramento strutturale per fronteggiare il
caso di un evento sismico.
I tetti
Gli interventi di consolidamento delle
coperture sono stati i primi e i più urgenti.
Hanno interessato dapprima le due navate
laterali, l’abside ed infine la navata centrale.
È stata eseguita una indagine diagnostica sui legni esistenti: gran parte delle travi
è risultata in avanzato stato di degrado per
attacchi da insetti xilofagi e da carie dovute
al contatto del legno con l’umidità. Le
testate di puntoni e terzere alloggiati nella
muratura sono risultate affette da grave
degrado da carie, così come gli arcarecci a
sostegno delle mezzanelle. Alcune sezioni
delle travi risultavano altresì sottodimensionate per i carichi attualmente vigenti. Si
è dunque proceduto alla sostituzione di
tutti i legni di prima e seconda orditura con
travi in legno abete di nuova fornitura e di
19
adeguata sezione, trattate con trattamento
antitarme e antimuffa. Le testate in alloggio
nelle murature sono state protette con
cuffie di sughero e poste su dormiente in
legno di rovere.
L’intervento di miglioramento sismico
è stato effettuato mediante la realizzazione di cordolatura perimetrale con largo
piatto in ferro fissato alla muratura con
perni filettati. Tale intervento è stato preferito al tradizionale cordolo sommitale in
conglomerato cementizio armato, poiché,
trattandosi di restauro conservativo, si è
agito nel rispetto dei principi di minimo
Successivamente è stato ripristinato il
manto di copertura mediante riposizionamento di pianelle in cotto, isolante termico completo di guaina ardesiata impermeabilizzante e coppi, sostituendo gli elementi ammalorati o compromessi con altri di recupero.
A completamento degli interventi di
consolidamento sono state realizzate passerelle di ispezione in legno nel sottotetto della navata di sinistra e della navata
centrale per la manutenzione del manto
di copertura e degli impianti elettrici che
corrono lungo tutta la chiesa.
1 - Navata di destra: degrado da carie della testata del puntone.
intervento e completa reversibilità. Al piatto metallico sono stati collegati tutti i legni
di prima e seconda orditura mediante
angolari, piastre e viti autofilettanti, al fine
di garantire, a fronte di un evento sismico,
un comportamento scatolare delle murature, attivato dalla rigidezza dell’impalcato
di copertura.
20
Durante il consolidamento delle coperture si sono resi visibili gli imponenti
interventi del 1968: lo sventramento del
presbiterio ha comportato un rifacimento di parte del tetto a capanna della navata centrale, con il posizionamento di due
capriate metalliche accoppiate (elementi
strutturali di risulta, ossia provenienti
2 – Navata di sinistra: piatto in ferro di cordonatura sommitale.
magari da qualche capannone dismesso
della città) in successione alle quattro
capriate lignee presenti; è stato inoltre
realizzato un cordolo perimetrale in conglomerato cementizio armato nella sola
zona a ridosso dell’abside, alla quota di
3 – Abside: orditura dei nuovi legni e cordonatura metallica.
21
imposta delle capriate. Tali interventi del
tutto “normali” per quegli anni, quando il
concetto di restauro conservativo ancora discuteva intorno ai suoi principi guida,
oggi appaiono inconciliabili, per invasività
e incompatibilità dei materiali, con la
struttura originaria della chiesa. In fase di
consolidamento delle coperture si è tuttavia deciso di mantenere gli interventi
del 1968, poiché ancor più invasiva sarebbe stata la loro rimozione. Il cordolo in
conglomerato cementizio armato, eseguito nella sola zona dell’abside, è stato
completato con una cordonatura metallica estesa a tutta la navata centrale.
Ma la “sorpresa” più inquietante il
grande tetto di S. Bartolo ce l’ha riservata quando abbiamo verificato le singole
testate delle imponenti capriate lignee…
La capriata
Un altro intervento del 1968, di normale routine per quegli anni, fu la realizzazione di una scarpa metallica intorno
al nodo catena-puntone della quarta
capriata lignea a partire dal timpano di
ingresso. Tale capriata, già allora interessata da stati di degrado da carie per l’infiltrazione di acque meteoriche dalla
copertura, fu risanata mediante la chiusura della testata ammalorata con piatti
in ferro e staffature di sicurezza: una
sorta di “gesso” metallico per l’arto ligneo compromesso.Va detto che la carie
si arresta non appena si elimina la causa
che la genera, ossia il contatto del legno
con l’acqua. Tuttavia la scarpa metallica,
se da un punto di vista statico migliora il
nodo catena-puntone, da un punto di
vista della salute del legno diventa un’aggravante, specie se le infiltrazioni di acqua piovana continuano negli anni successivi all’intervento. Infatti la cuffia in
ferro attorno al legno bagnato ha impedito allo stesso di asciugarsi, accelerando
i fenomeni di degrado da carie.
22
Così quando nel febbraio del 2006
abbiamo esaminato le singole testate
delle quattro capriate lignee, liberandole
dalla muratura che le racchiudeva, ci
siamo trovati di fronte ad un vero e proprio pericolo di crollo della struttura
della quarta capriata. Rimossa la cuffia
metallica, il dente di incastro tra puntone e
catena è apparso completamente distrutto; la carie da fungo era in stato così
avanzato da fiorire in più frutti (simili ai
funghi che vediamo crescere sulle cortecce degli alberi).
L’urgenza di un intervento risolutivo e
definitivo appariva necessaria.
Con la consulenza dell’ing. Marco
Lauriola (tecnico esperto a livello nazionale di legno strutturale) abbiamo progettato un tipo di intervento che rispettasse
il carattere conservativo del restauro e
che attingesse altresì alla tecnologia del
legno: dunque salvaguardare la capriata
nella sua parte sana e dotarla di una protesi simile in morfologia e materia per la
parte interessata dal degrado. Abbiamo
così deciso di ricostruire la porzione di
capriata ammalorata con una protesi in
legno abete lamellare. Le ragioni della
scelta di un legno lamellare rispetto ad un
legno massello sono principalmente due:
il fatto che la capriata non fosse a vista
non esigeva particolari soluzioni esteti-
4 – La testa deteriorata della capriata.
5 – Navata centrale: testata della quarta capriata in pericolo di crollo.
che; l’impossibilità di trovare un legno
massello stagionato di quelle dimensioni.
Lo stesso ing. Lauriola, da esperto
“chirurgo” del legno, ha eseguito la delicata operazione consistita dalle seguenti
fasi: smontaggio della capriata; calo a terra
della catena e del puntone oggetto di intervento; asportazione della testata ammalorata; modellazione in loco della protesi della catena e del nuovo dente del
puntone; fissaggio della protesi alla catena
mediante spinotti e barre filettate; fissaggio del nuovo dente al puntone con viti
autofilettanti previo riposizionamento
della catena nell’alloggio preparato sulla
muratura; rimontaggio della capriata.
Per evitare di lasciare scoperta la delicata struttura della volta centrale, l’intero
intervento è stato eseguito in una sola
giornata, il 13 febbraio 2006, con una
esemplare coordinazione e collaborazione tra impresa e tecnici interessati, e sotto gli occhi apprensivi del parroco D.Virgilio, il quale conserva da allora la testa
della capriata asportata, come fosse un
ex-voto.
Al fine di prevenire attacchi così distruttivi e pericolosi per le altre capriate
della copertura, sono state predisposte
cuffie di sughero per tutte le testate e il
loro successivo posizionamento su dormiente in legno di quercia. Inoltre sono
state ripristinate le staffe in ferro poste a
sicurezza dei nodi catena-puntone.
La facciata
La facciata della chiesa è di buona fattura e di pregevole equilibrio. Un grande
timpano sorretto da mensole sovrasta
l’archivolto a protezione del rosone semicircolare che dà luce alla navata. Tutto
poggia su una spessa trabeazione, che
taglia trasversalmente la facciata a segnare l’inizio delle navate laterali, arretrate
rispetto al corpo centrale. Una seconda
cornice poco più in basso segna l’imposta
delle quattro lesene con capitello ionico
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6 – Protesi in legno abete lamellare sagomata in loco.
7 – La testa della capriata asportata.
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8 – Montaggio della nuova testata in legno abete lamellare e posizionamento su dormiente in quercia.
9 – Protezione delle testate dei nuovi legni con dormiente in quercia e cuffia in sughero.
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che slanciano il fronte, accoppiate, due a
destra e due a sinistra del portale di ingresso incorniciato e sormontato da una
cimasa con mensole a volute. A terra un
basamento bianco accoglie e contiene la
gravità della fronte della chiesa. L’impostazione classica è scandita dalla bicromia
dei materiali: il bianco della pietra per gli
aggetti, il rosso mattone per i fondi. Ma la
pietra è materiale nobile e dunque costoso: così di pietra sono fatti soltanto i basamenti delle quattro lesene e due lastre
sullo zoccolo del basamento; tutto il resto, modanature, cornici ed aggetti, è intonaco, secondo la tecnica della mimesi, a
simulare appunto la pietra.
La facciata prima dell’intervento di restauro, versava in un visibile stato di degrado del paramento murario dovuto principalmente a polveri e smog combinati agli
agenti atmosferici. Il basamento in pietra
delle lesene presentava lacune e sgretola-
10 – Il basamento prima del restauro.
26
menti. In situazione di instabilità versava
l’angolo del timpano verso Sud, che presentava sconnessioni visibili fin dal sagrato.
Anche qui la necessità di agire con un intervento di restauro conservativo.
Prima di qualsiasi intervento abbiamo
ricostruito la travagliata storia materica
della facciata. Cornici, trabeazione e capitelli originariamente a calce, nel 1957 furono intonacati a cemento e tinteggiati
con tempera bianca. Le mensole di sostegno del timpano in legno abete furono
tinteggiate con tempera bianca. Tre mensole dell’angolo Nord furono completamente rimosse (probabilmente per lo
stato di degrado in cui versavano) e sostituite con manufatti simili, in calcestruzzo
armato. La cornice al di sotto della trabeazione fu ripristinata con malta di
cemento bianco e polvere di marmo. La
zoccolatura a terra (di cui non si hanno
notizie sul materiale originale) fu rico-
11 - Ricostruzione del basamento in pietra calcarea.
struita interamente in graniglia di cemento. La cimasa sopra il portale intonacata a
cemento, conserva le mensole originali in
pietra. Le fughe dei mattoni sull’intero
fronte furono stuccate a cemento.
La facciata è arrivata a noi profondamente compromessa per l’irreversibilità
del legante cemento che le ha purtroppo
conferito una patina grigia e austera,
smorzando non poco la rossa argilla del
mattone e il bianco caldo della pietra.
Paradossalmente l’intervento di restauro da noi intrapreso è consistito nel
ripristino di manufatti cementizi. Così, in
modo piuttosto disinvolto ed inusuale,
siamo stati costretti ad impiegare prodotti utilizzati nel recupero e nella finitura
del cemento.
Gli intonaci delle cornici, laddove
distaccati, sono stati ricostruiti impiegando una malta cementizia tixotropica fibrorinforzata. Le tre mensole in calcestruzzo
disgregate dall’ossidazione dell’armatura
in ferro, sono state sostituite con manufatti nuovi prefabbricati in cemento realizzati su stampo delle mensole esistenti. La
tinteggiatura delle cornici è stata realizzata mediante applicazione di pittura fibrorinforzata elastomerica con proprietà di
chiusura delle cavillature e delle fessurazioni che l’intonaco cementizio presentava, laddove non era completamente distaccato. La graniglia cementizia del basamento è stata ricostruita con materiale in
tutto simile.
Un intervento “definitivo” è stato
adottato per le mensole di legno abete
a sostegno del timpano. Infatti essendo
l’abete un legno dalla scarsa durezza e
dunque durabilità, specie se esposto in
esterno, le mensole erano interessate
da avanzati stati di degrado da carie
dovuta alle acque meteoriche. Si è reso
necessario un intervento radicale per
fermare il degrado e conservare così le
proprietà statiche e materiche dei
manufatti. In particolare la singola mensola è stata riportata a legno mediante
rimozione della tempera bianca in parte
distaccata; successivamente sono state
sigillate le numerose ed ampie cavillature con cunei di abete; infine è stata applicata una miscela consolidante elastica
a base di colle viniliche e la successiva
tinteggiatura.
La facciata è poi stata lavata con idrogetto a bassa pressione e spazzolata con
saggine, nel tentativo di ravvivare il rosso
del mattone, cosi da poter contrastare il
grigio scuro delle fughe a cemento, non
più rimovibili.
Fonte di degrado e sporcizia erano
pure le due bacheche per l’affissione dei
manifesti funebri, realizzate con cornici in
pietra e intonaco nel fondo. Da qui la
decisione di rimuoverle al fine di liberare
la facciata e il sagrato sia da dannose colature di colla per le affissioni, sia da elementi posticci ed estranei, quali erano le
bacheche stesse.
Infine una promessa per il futuro: il
nuovo sagrato. Il marciapiede antistante la
chiesa, composto da sconnessi quadrotti
27
12 – Mensole in legno abete prima del restauro.
13 - Sverniciatura delle mensole in legno e sostituzione delle mensole in calcestruzzo.
28
14 - Sigillatura delle cavillature con miscela consolidante.
15 - Mensole restaurate dopo la tinteggiatura.
29
16 - La croce e il basamento prima del restauro.
17 - La croce e il basamento dopo il restauro.
in cemento, è stato ridisegnato con una
nuova pavimentazione in porfido e pietra
d’Istria. Il progetto è stato poi consegnato in Comune ad integrare il più ampio
intervento di ripavimentazione di tutta via
Sobborgo Comandini, a carico dell’Amministrazione Comunale.
di calce rispettando le cromie delle malte
originali. Sono stati demoliti i due cabinotti ai piedi dell’abside, realizzati negli anni
’80 per l’accesso al campanile e per l’alloggio della caldaia. Si sono dunque valorizzati i volumi originali, ripristinando l’antico accesso ogivale al campanile e liberando il semicircolo absidale.
Abside
Composizione dell’interno
Il volume semicilindrico dell’abside sovrasta il vicolo ed il piccolo cortile parrocchiale. Il paramento murario, mai restaurato, presentava macchie di stuccatura a calce di diverse cromie e una lesione
verticale dovuta a cedimenti di fondazione. Qui è stato possibile un tradizionale
intervento di restauro conservativo: la lesione è stata ripristinata con la tecnica del
cuci e scuci, utilizzando laterizi di recupero; l’intero paramento murario è stato
scarnito e poi stuccato con malta a base
30
L’aula si sviluppa lungo un’ampia navata centrale coperta da volta a botte.
A delimitare l’abside semicircolare, più
stretto, vi era l’arco trionfale, su cui si
innesta la cupola a emiciclo di copertura.
La navata centrale è affiancata in lunghezza da una successione di nicchie laterali
di diversa altezza. Nelle nicchie alloggiano il coro, il battistero, due ancone
lignee, il confessionale, un ingresso secondario, l’organo e la bacheca delle af-
fissioni. I prospetti interni sono caratterizzati da paraste con capitello ionico
sormontate da una corposa trabeazione
perimetrale costituita da due cornici in
gesso e un fregio con motivi floreali. Tra
le paraste si aprono gli archi di accesso
alle nicchie, dotati di archivolti con quote
di imposta alternate. Al di sopra i fregi
dei quattro evangelisti.
Questa la storia architettonica della
chiesa. Ben più complesse sono state la
storia cromatica e la sua ricostruzione.
Tinteggiatura interna
Dall’indagine storico-artistica effettuata e dai diffusi saggi stratigrafici effettuati
in situ, si sono potute riconoscere quattro date fondamentali nella intricata storia cromatica della chiesa di S. Bartolo:
1856: l’interno della chiesa venne
completamente dipinto dal cesenate Natale Mariani. I colori e le decorazioni sono
andati completamente perduti a causa di
18 – Interno della chiesa prima dell’attuale restauro.
31
interventi successivi. Non è possibile dunque, anche per mancanza di documentazione storica, risalire alle antiche cromie
della chiesa. Qualche confusa traccia è
stata rinvenuta nelle indagini stratigrafiche: sono ipotizzabili tinte grigio azzurre e
giallo chiaro con linee rosse a decorazione. Capitelli ionici dipinti giallo e oro.
Ordini architettonici sconosciuti perché
raschiati dopo la II guerra mondiale (probabilmente avorio). Fondi variopinti con
tonalità prevalenti di grigio-azzurro e giallo con quadrature grigie.
1921: il pittore Fortunato Teodorani
realizza decorazioni pittoriche su tutto
l’interno della chiesa. Dal rinvenimento di
una nutrita documentazione fotografica si
evince che il pittore realizzò: un coro
d’angeli nella volta absidale, rilievi a chiaroscuro nella volta centrale (lacunari) e
lesene a scanalature in chiaroscuro. Queste decorazioni sono scomparse nel tempo, sia in seguito al bombardamento del
1944 sia durante gli interventi effettuati
nel 1957, distrutte o coperte con strati
pittorici. In alcune zone della cornice si
possono notare dei rifacimenti, riconoscibili dai toni alterati. La decorazione pittorica di Teodorani conservata fino ad oggi
è costituita dai medaglioni raffiguranti i
simboli dei quattro evangelisti nel tamponamento sopra i quattro archi lungo la
navata e dalla cornice floreale nella trabeazione di coronamento della chiesa.
1957: in una data imprecisata dopo la
guerra la chiesa è stata ridipinta. Le cornici e le trabeazioni erano bianco avorio. I
fondi gialli. Rimangono di Teodorani i
quattro medaglioni, i fregi nella trabeazione e i cassettoni della volta. Il coro di
angeli era stato ridipinto dallo stesso Teodorani nel dopoguerra, con un disegno a
lacunari rettangolari con al centro motivi
arabeschi floreali.
1968: a conclusione degli imponenti
lavori diretti dall’ing. Dal Monte la chiesa
32
viene completamente ridipinta secondo
le seguenti cromie: paraste, modanature,
archivolti e trabeazioni sono tinteggiati
color grigio arenaria; la volta, il catino
absidale e i fondi delle pareti sono giallo
crema.
Tali cromìe dell’interno rendevano la
chiesa piuttosto buia, percezione accentuata dalla scarsa illuminazione naturale,
portata dalle tre finestre laterali di destra
a mezza luna e dal grande rosone semicircolare posto in facciata. Specie in assenza
di sole e con la vecchia illuminazione artificiale, il grigio arenaria delle modanature
incupiva la percezione dello spazio della
preghiera che risultava piuttosto austero.
Inoltre si osserva che la bicromia realizzata nell’intervento del 1968 stride con
la tradizione cromatica tipica delle terre di
Romagna. Infatti il grigio degli aggetti a
contrasto con il chiaro degli sfondi richiama una percezione spaziale tipicamente
toscana e fiorentina in particolare, dove
per tradizione le nervature strutturali
degli spazi, non solo di culto, venivano realizzati con la pietra locale arenaria di colore grigio medio (un esempio su tutti l’interno della sacrestia vecchia di S. Lorenzo
a Firenze). In Romagna, al contrario, questa bicromia si inverte: le nervature, le
soglie, gli aggetti sono chiari, a richiamare
la tradizionale pietra calcarea del luogo. La
facciata stessa della chiesa riprende questa
bicromia utilizzando per le modanature
ora pietra chiara tipo giallo d’Istria, ora
intonaco tinteggiato bianco.
Tale cromìa degli interni poi mal si
coordinava con la pavimentazione a scacchi
e la zoccolatura interna, realizzate entrambe in data (1921) antecedente alle tinteggiature del 1968. In particolare i basamenti in
graniglia delle lesene sono grigio scuri con
una chiara dominante blu, che contrasta
con il grigio stonalizzato delle nervature
superiori. Lo stesso vale per le dorature dei
capitelli ionici, le quali venivano smorzate
non poco dal grigio intorno.
L’intervento per la nuova tinteggiatura
si è proposto in primis di abbandonare le
cromìe del 1968 ritenute, come detto,
estranee alla spazialità della chiesa. Il
passo successivo e più in linea con i principi del restauro sarebbe stato quello di
riportare gli interni alle cromìe originali
del 1856 o alle pitture di Teodorani del
1921.Tuttavia questo non è stato possibile poiché la chiesa, modificando in modo
irreversibile la sua geometria, ha perso le
informazioni cromatiche contenute su
alcune delle sue superfici demolite. La
sfida è stata dunque quella di concepire
un progetto unitario e comunque “nuovo”, capace di armonizzare nel presente
tre date cromatiche del passato che coesistono nell’interno della chiesa. Le scelte
sono state così definite: ripristino dei
capitelli ionici nelle cromìe del 1856; inversione della bicromìa con l’avorio per
gli ordini architettonici e il giallo per i fondi così come era alla fine degli anni ’50;
restauro delle pitture del Teodorani del
1921 sopravvissute; nuova tinteggiatura
per volta e catino absidale. In particolare:
•
•
Tinteggiatura di paraste, modanature,
archivolti e trabeazione in color bianco avorio.
Tinteggiatura delle pareti di fondo in
color giallo.
•
•
•
Tinteggiatura della grande volta e del
catino absidale in color bianco avorio
chiaro in modo da utilizzare queste
superfici come enormi diffusori di luce indiretta.
Restauro dei capitelli ionici delle paraste: pulitura delle dorature degli ovuli
e delle volute; rimozione del grigio
arenaria e ripristino della pittura giallo e oro nelle gole, nei gusci e nelle
foglie del capitello.
Pulitura delle decorazioni del Teodorani (i quattro medaglioni degli evangelisti e il motivo floreale della trabeazione) e restauro dei fondi originali.
Tale scelta per la tinteggiatura è stata
coordinata con l’intervento di restauro
delle tre ancone lignee, le quali sono state
conservate nelle loro cromìe attuali: oro,
bianco e terra d’ombra.
Questo nuovo “vestito” per la chiesa,
a nostro parere, ha restituito luminosità
allo spazio della liturgia, dilatandolo in
vibrazioni di colore che già si riscontrarono nella sua storia passata. Sono state
inoltre esaltate le preziose sfumature cromatiche delle decorazioni del Teodorani,
reinserendo i suoi interventi all’interno di
uno spazio che recupera i colori in cui
esse furono concepite. La tinteggiatura
utilizzata è stata scelta a base di calce con
19 - Capitello ionico della lesena durante il restauro.
33
pigmenti naturali e stesa su precedente
imprimitura a base di latte di calce.
Una nota “di colore” sulla scelta del
giallo per i fondi. Dopo una decina di
prove-colore insoddisfacenti, su consiglio
dell’architetto della Soprintendenza, conoscitore delle abitudini gastronomiche
delle nostre terre, abbiamo aggiunto alla
miscela “una goccia di rosso Sangiovese”
così da ottenere il giallo rosato già definito per la sua unicità “giallo S. Bartolo”.
Un nuovo progetto di luce
Il progetto di luce per la chiesa di
S. Bartolo ha previsto la rimozione completa dei vecchi corpi illuminanti per due
motivi principali:
•
•
l’arretratezza dell’impianto che risulta
essere non conforme alle vigenti
norme di sicurezza degli impianti;
l’inadeguatezza estetica ed illuminotecnica dovuta a scarsa luce artificiale
per la lettura (tre lampade scendono
dalla chiave della volta a botte appese
a fili di gomma nera), a corpi illuminanti non coordinati e mal fissati alle murature, e ad un’assenza di progetto luci unitario e armonizzato.
Si è proceduto, dunque, alla redazione
di un nuovo progetto di luce che fa riferimento alle seguenti categorie principali.
Illuminazione esterna
Dall’analisi delle preminenze architettoniche e dalla discussione con il parroco
e gli altri progettisti coinvolti si è arrivati
ad una considerazione condivisa: l’elemento essenziale e caratterizzante della facciata di S. Bartolo è il rosone a forma semicircolare, enfatizzato dalla prominenza dell’arco più grande che lo sovrasta racchiudendolo in una nicchia dal volume imponente (rispetto alle facciate con cui la chie-
34
sa dialoga). E proprio questo volume il
“progetto luci” si è proposto di riempire
con un bagliore diffuso e corposo in grado
di connotare nella penombra dell’illuminazione stradale la facciata della chiesa, sottolineandone il ruolo di riferimento urbano per la comunità. Un’unica macchia di
luce quindi, ma fortemente identificativa,
perchè identifica un elemento architettonico preminente già percepito di giorno ed
ora anche di notte.
Analogamente il campanile, come
segno forte nel territorio, va segnalato.
Suggerimenti interessanti provengono
dall’analisi dell’intorno, dello skyline della
città, caratterizzato da una decina (fra
campanili e torri civiche) di questi elementi connotativi della pianura cesenate.
Ciò che differenzia il campanile di S. Bartolo, a fronte di un’altezza non troppo
pronunciata, è sicuramente il suo coronamento: la cella campanaria e il tamburo a
pianta ottagonale sormontato da una
cupola emisferica, elemento architettonico distintivo di tutta la struttura muraria.
Il progetto luci, dunque, si è proposto di
illuminare l’interno della cella campanaria,
in modo sobrio, uniforme, ma riconoscibile nello skyline della città già piuttosto
affollato di luci.
Luci di lettura
È stata effettuata la rimozione degli
attuali corpi illuminanti posti a sospensione sotto la volta a botte, e sono stati posizionati punti luce a fascio largo, opportunamente schermati, disposti lungo il cornicione di imposta della volta. Questo ha
permesso un maggiore controllo sull’omogeneità di illuminazione della navata
centrale.
Luci per la percezione artistica
ed architettonica
È stato conservato il criterio di illuminazione delle nicchie laterali, sostituendo
tuttavia i corpi illuminanti con elementi
cilindrici, posti alla quota della chiave dell’arco, così da contribuire alle luci per la
lettura e sottolineare l’effetto ritmico del
succedersi degli archi lungo la navata centrale, che ne scandisce la direzionalità.
Fari e faretti a fascio stretto puntati
sulle ancone sono stati sostituiti con elementi dalle caratteristiche illuminotecniche mirate al loro utilizzo e dalle finiture
estetiche coordinate con l’intero progetto luci.
Le luci al neon posizionate all’interno
delle due nicchie che alloggiano il SS. Crocifisso e la statua della Vergine, sono state
rimosse e sostituite con luci con emissioni più “calde” e diffuse.
Le luci puntuali dislocate in corrispondenza di ogni stazione della Via Crucis
sono state rimosse. Dopo diverse proposte, studi e prototipi si è poi rinunciato
alla loro sostituzione con altri corpi illuminanti, al fine di preservare la purezza e
la linearità dei pilastri polistili.
La novità che ha introdotto il nuovo
progetto luci è stata la valorizzazione
della volta a botte che copre la navata
centrale. Elemento distintivo dello spazio
interno, la volta non ha decori di pregio e
per questo la sua valenza è esclusivamente architettonica. Dunque è stata illuminata come un ampio volume di luce sospeso sopra l’assemblea riunita, attraverso il
posizionamento di corpi illuminanti lineari sopra il cornicione di imposta della
volta.
Particolare attenzione ha meritato
anche la bussola, oggetto di restauro, che
rappresenta l’ingresso dei fedeli alla celebrazione. Il fondo della chiesa è stato,
dunque, illuminato a sottolineare la percezione da parte del fedele di un clima
corale della celebrazione.
Luci per funzioni e celebrazioni
Il progetto ha previsto una particolare
intensità di luce per l’abside, l’ancona e la
zona dell’altare, elemento centrale della
celebrazione. Corpi illuminanti posizionati sulla trabeazione illuminano in modo
diffuso il fondo dell’abside e puntualmente il celebrante all’altare. Qui si concentra
la massima intensità luminosa di tutta la
chiesa.
La regia luminosa
Un parco luci così nutrito deve essere
sapientemente gestito attraverso la programmazione di una regia luminosa. Dunque sono state costruite possibilità di accensione diversa dei corpi illuminanti,
perché diversa possa essere la gestione
dello spazio chiesa a seconda delle funzioni che in essa avvengono. Attraverso un
“display touch screen” posizionato in
sacrestia è possibile programmare e gestire diverse scene. Vengono elencate di
seguito le principali:
Scena 1: Luce di Servizio
Questa scena deve garantire la gestione dello spazio per le funzioni di manutenzione.
Scena 2: Luce da funzione ordinaria
Questa scena è di uso giornaliero,
feriale e deve garantire la lettura accorpando anche parte dell’illuminazione del
presbiterio, dell’ambone e della mensa.
Scena 3: Luce della funzione domenicale
Sono chiamati a svolgere questa scena
tutti i proiettori operativi per la luce di
lettura e parte di quelli chiamati alla sottolineatura architettonica: la volta a botte,
gli archi laterali, la bussola di ingresso alla
chiesa.
Scena 4: Illuminazione delle funzioni solenni
Si tratta di un incremento della scena 3
con una netta integrazione della illuminazione architettonica e un nuovo bilanciamento della illuminazione del presbiterio.
35
20 - L’organo, pregevole opera della ditta Zanin di Udine.
i restauri pittorici
Maria Letizia Antoniacci
Premessa
Il restauro delle opere d’arte esercita
un notevole fascino sulle persone, siano
esse addetti ai lavori oppure pubblico
esterno agli interventi. Sempre si pensa
alla riscoperta dell’originalità delle opere
così come agli autori e alla loro storia,
facendo un tuffo nel passato.
Personalmente il fascino che trovo nel
restauro coniuga tutte queste cose alla
curiosità per le tecniche esecutive e alla
operatività necessaria per condurre gli
interventi nel migliore dei modi, tenendo
conto della singolarità di ogni lavoro eseguito.
Nel caso dei restauri condotti nella
chiesa di S. Bartolo, a quanto premesso si
è aggiunta anche la forte carica affettiva
nei confronti di un Luogo dove sono cresciuta e che ha contribuito alla mia formazione personale. Un Luogo del cuore.
Contribuire alla sua valorizzazione
prima cercando di ricostruire la storia
delle decorazioni che vi si sono succedute nel tempo e poi restaurando quanto da
sempre sono abituata a vedere non è
stato “soltanto” un lavoro.
Le indagini preliminari
Per condurre opportunamente interventi di restauro o manutenzione è
necessario approfondire la conoscenza
sullo stato di conservazione e sulle tecniche esecutive dei manufatti oggetto di
intervento. A volte si rende necessario
l’utilizzo di particolari moderne tecniche
diagnostiche, ma non è stato questo il
nostro caso: l’osservazione dettagliata
delle caratteristiche di dipinti e ancone
lignee e alcuni saggi di pulitura sono stati
sufficienti per stabilire gli interventi più
opportuni.
I dipinti murali, ultimati nel 1925
da Fortunato Teodorani (foto 1), sono a
1 - La firma di Teodorani nel medaglione dell’evangelista S. Luca.
tempera con lumeggiature metalliche a
pennello. Si notavano alcuni sollevamenti
della pellicola pittorica in corrispondenza
di zone ridipinte. Le ridipinture sono state
anch’esse eseguite a tempera e nei riquadri raffiguranti gli Evangelisti sono negli
angoli di colore marrone rossiccio e ricoprono le originali decorazioni fitomorfiche e zoomorfiche (documentate da alcune vecchie fotografie) (foto 2) che non è
stato possibile ripristinare perché essendo di natura analoga (tempera), sarebbero state a loro volta rimosse. Ridipinta era
anche la fascia grigia attorno al medaglione e alcune lumeggiature nelle fasce archi-
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2 - Particolare del medaglione raffigurante l’evangelista Matteo.
tettoniche: in questo caso la rimozione è
stata possibile grazie al bisturi.
Il fregio della trabeazione presentava
sollevamenti della pellicola pittorica e
alcuni distacchi degli strati di intonaco.
Alcune parti sono state dipinte in tempi
successivi in modo più grossolano.
La superficie di tutti i dipinti era coperta da uno strato di polvere e nerofumo.
Il restauro è consistito nel consolidamento delle parti sollevate o distaccate
con emulsione acrilica a bassa concentrazione applicata a pennello per i sollevamenti ed iniezione di emulsione acrilica più
concentrata nei distacchi di intonaco; la
rimozione dello sporco superficiale è stata
eseguita a secco con pennelli morbidi e
gomme. Nelle fasi di consolidamento si
presentava il problema degli aloni che ogni
materiale acquoso utilizzato provocava sul
colore al momento della migrazione dell’acqua verso la superficie. Pertanto non è
stato possibile l’uso delle sostanze che
comunemente si utilizzano per il consoli-
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damento degli intonaci, in quanto contenenti un’altissima percentuale di acqua.
Per il ritocco delle lacune sono stati
utilizzati colori a tempera; per le velature,
eseguite per nascondere macchie scure o
cambiamenti di tono dei vecchi ritocchi
non rimossi, sono stati usati i pastelli.
I capitelli ionici delle lesene erano
stati ridipinti diverse volte nelle volute e
nei gusci e la policromia originale era
coperta da uno spesso strato di tempere
oltre ad una porporina che modificava il
tono della doratura sia nelle volute che
negli ovoli. Dopo le prove di pulitura che
hanno rivelato la presenza del colore e
della doratura originale, si è deciso di
ripristinarli, togliendo a bisturi e con acqua le tempere e con solvente la porporina che copriva l’oro in foglia applicato
su un’emulsione oleosa. Il colore giallo
originale ha come legante una gomma,
solubile in alcol ma non in acqua.
Il ritocco delle lacune è stato eseguito
ad acquerello nel giallo e con un pigmento minerale inalterabile con legante a
gomma nelle lacune dell’oro. La superficie
dorata è stata protetta con una vernice
trasparente.
Le ancone: storia e restauro
Ancona dell’altare maggiore.
Proveniente dal convento delle monache
di S. Biagio, l’ancona è posizionata sulla
parete dell’abside. Sorretta da due mensole finemente decorate, presenta due
colonne laterali scanalate e rudentate
(cioè riempite per metà fusto), con capitelli corinzi dorati, sui quali si imposta
una ampia trabeazione decorata con
dentelli e motivi fitomorfi in rilievo
(foto 3). Al di sopra si imposta l’arco
sommitale, sporgente e sorretto da un
cornicione di mensole e preziosi intagli
floreali. L’arco è spezzato da un frontone
terminante in una croce dorata. Il frontone racchiude tra due volute una pregevole piccola tela raffigurante il martirio di S. Bartolomeo.
La composizione sobria ed elegante
dell’ancona è mossa dalle figure scolpite a
tutto tondo dei due putti adagiati sopra gli
archetti sommitali (foto 4-5). Al centro
dell’ancona, posto in una nicchia ricavata
nella parete absidale, vi è oggi un Crocifisso
in carta pesta, forse risalente al 1600.
L’ancona originariamente era dipinta a finto
marmo: dalle indagini stratigrafiche effettuate sono emerse, nelle mensole, tonalità
di rosso tipo marmo di Verona e, nei fondi
delle colonne, tonalità di verde tipo marmo
di Prato. L’ancona fu dipinta nei primi anni
del 1900 con le cromìe attuali.
Ancona di S. Bartolomeo. Nella
seconda nicchia a sinistra dal fondo, vi è
un’ancona lignea proveniente dal convento delle suore di S. Caterina in via Chia-
3 - Particolare dell’ancona dell’altare maggiore.
ramonti. Al centro dell’ancona è posto il
dipinto raffigurante il martirio dell’apostolo S. Bartolomeo. La tela, molto ridipinta, è datata 1655.
L’ancona lignea appare sobriamente
concepita: due colonne laterali addossate
al fondo, con capitelli dorati in stile composito ionico corinzio, sostengono la trabeazione orizzontale con dentelli e due
volti di putti in rilievo; il timpano a forma
di frontone spezzato è sormontato da un
decoro fitomorfo intarsiato culminante in
una croce greca dorata (foto 6); ai lati
della croce due vasi bianco e oro.
Molte delle parti attualmente di colore giallastro erano originariamente dipinte a finto marmo: dalle indagini stratigrafiche effettuate sono emerse, nel basamento e sui fondi delle colonne, tonalità di
verde tipo marmo di Prato. Fu dipinta
successivamente con le cromìe attuali.
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4 - Prima del restauro.
5 - Dopo il restauro.
Ancona della Vergine. L’ancona,
posizionata nella seconda nicchia di
destra a partire dal fondo, ospita una statua in cartapesta raffigurante la “Vergine
Concetta Senza Colpa”, realizzata nel
1856 da un giovane studente della parrocchia di “Bulgheria”, Giovanni Pirini, di soli
17 anni.
Si presume che anche questa ancona
provenga dal convento delle suore di
S. Caterina. È costituita da un’ampia cornice con rincassi ovoidali e decorata con
quattro volti di putti in rilievo agli angoli
(di cui due andati perduti) e conchiglie
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6 - Particolare dell’ancona di S. Bartolomeo.
con cartiglio lungo le due mediane della
nicchia interna. Una trabeazione semplice
e lineare sostiene il timpano a spioventi
spezzati. Al centro due volute intarsiate a
sostegno della croce sommitale dorata
(foto 7-8).
L’ancona originariamente era dipinta a
finto marmo: dalle indagini stratigrafiche
effettuate sono emerse nel basamento
tonalità di rosso tipo marmo di Verona;
nei rincassi ovoidali della cornice sono
emerse tonalità di verde tipo marmo di
Prato. Fu dipinta successivamente con le
cromìe attuali.
Ai piedi dell’ancona è posto un altare
con la mensa rettangolare di sezione curvilinea su un basamento costituito da un
unico gradino; il paliotto presenta semplici rincassi squadrati. Anche l’altare, attualmente con cornici dorate e campiture di
colore rosato, era dipinto a finti marmi
colorati.
Le tre ancone lignee, dorate a
guazzo in foglia d’oro zecchino e laccate,
erano coperte da uno strato notevole di
sporco e nerofumo, sostanze collose e
cera nelle aree che potevano essere raggiunte dalle gocce provenienti dalle candele. Numerosi i chiodi, punti metallici o
spilli utilizzati per applicare ogni sorta di
7 - Prima del restauro.
8 - Dopo il restauro.
festone o drappo durante i due secoli che
le hanno viste nella nostra chiesa e, forse,
anche nelle precedenti sedi da cui provengono. L’adesione della pellicola pittorica è buona, con rari sollevamenti stabili e
poche lacune.
Si è proceduto con una pulitura superficiale dell’attuale laccatura, rimuovendo con sistemi meccanici (pennelli, gomme) i depositi di polvere e nerofumo e
con solventi ed un’emulsione grassa a
basso contenuto di acqua le sostanze
come colle, vernici e cera. Le parti dorate
sono state pulite con emulsione grassa;
quelle con laccatura originale bianca sono
state pulite con gomme ed emulsione
grassa e solventi per le ridipinture localizzate.
Al termine della pulitura sono state
eseguite stuccature nel legno. Il ritocco
delle lacune è stato eseguito con diversi
materiali reversibili: tempera, acquerello,
colori a cera. La scelta è stata dettata dalla
opacità o lucentezza del colore originale
da ritoccare.
Sulle dorature è stata applicata una
vernice protettiva trasparente (vernice damar). I due angeli mancanti agli angoli inferiori dell’ancona della Vergine sono stati
riprodotti in gesso poi dorato in similoro,
eseguendo un calco in silicone dell’angelo
superiore di sinistra.
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9 - Volto di angelo. Particolare del “Coro di angeli”, dipinto da
Fortunato Teodorani nel catino absidale.
la fede genera la bellezza
D. Virgilio Guidi
Durante la visita alle famiglie e le
benedizioni in occasione della Pasqua ho
potuto registrare la soddisfazione di voi
parrocchiani: “È proprio bella la nostra
chiesa!”.
Recuperare e mettere in risalto la bellezza della nostra chiesa è stato l’obiettivo che ci siamo proposti fin dall’inizio:
non solo l’indispensabile sicurezza statica,
ma il senso del bello che promana dall’equilibrio delle linee architettoniche neoclassiche disegnate all’inizio dell’800 dall’architetto Giovanni Maria Antolini, (equilibrio messo in risalto dalle nuove cromìe della tinteggiatura, che sono in realtà
un ritorno all’antico), come anche dalle
decorazioni del pittore Fortunato Teodorani. Abbiamo voluto pure mettere in
evidenza, con una pulitura sobria ma efficace, le tre stupende ancone lignee (quella centrale del Crocifisso, quella della statua dell’Immacolata e quella della pala del
martirio di S. Bartolomeo), di epoca più
antica della nostra chiesa, e i due bei
dipinti del martirio di S. Bartolomeo e di
S. Lorenzo. La bellezza della chiesa
risplende infine nella facciata ripulita, nel
restauro del portale in pietra, del portone e della bussola interna.
C’è in effetti un legame profondo tra
la fede e la bellezza, tra la fede e l’arte in
tutte le sue varie forme: architettura, pittura, scultura e musica.
Ricordo l’emozione suscitata dal Messaggio agli Artisti, inatteso, che Papa Paolo VI ha voluto rivolgere l’8 dicembre
1965, a conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II: “Questo mondo nel
quale noi viviamo ha bisogno di bellezza
per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel
cuore degli uomini”.
Siamo soliti pensare in termini di
verità e di bene come espressione del
messaggio cristiano, meno in termini di
bellezza. In realtà tra la verità, il bene e la
bellezza c’è un rapporto intrinseco, già
presente nella Bibbia e in tutta la tradizione cristiana. Già nell’Antico Testamento il
libro della Sapienza definisce il Dio Creatore come l’“autore della bellezza” che risplende nelle creature (13,3).
Ha scritto S.Tommaso: “La bellezza ha
a che fare con ciò che è proprio del Figlio”. La Bellezza cioè non è qualcosa, è
Qualcuno, l’Unico che si debba amare al
di sopra di tutto, perché è la sorgente e il
termine stesso dell’amore. S. Francesco
nelle Lodi del Dio Altissimo, per due volte
si rivolge a Dio dicendo: “Tu sei bellezza”.
E prima ancora S. Agostino nelle Confessioni affermava il carattere personale
ed eterno della bellezza: “Tardi ti amai,
bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi
ti amai”.
Con il celebre scrittore russo Aleksandr I. Solzenicyn possiamo parlare di
“antica tri-unità della Verità, del Bene e
della Bellezza”. “La bellezza è verità, la
verità è bellezza”, scriveva l’allora card.
Ratzinger nel 2002 al Meeting di Rimini.
Purché non intendiamo la bellezza solo
come fatto estetico.
La bellezza di Dio Trinità risplende in
Gesù, il Figlio fatto uomo, al quale la liturgia applica l’esclamazione del salmo 44:
“Tu sei il più bello dei figli dell’uomo”. Ma
ugualmente di lui si dice, citando il profe-
43
ta Isaia: “Non ha bellezza né apparenza…
un volto sfigurato dal dolore”. Commentava l’allora card. Ratzinger: “Ma proprio
in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, l’estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva ‘fino alla fine’... La bellezza che salva è la bellezza redentrice di
Cristo”.
Ha scritto un grande mistico del nostro tempo, Divo Barsotti: “Il mistero
della bellezza! Finché la verità e il bene
non sono divenuti bellezza, sembrano
rimanere in qualche modo estranei all’uomo, si impongono a lui dall’esterno; egli vi
aderisce, ma non li possiede… Il vero e il
buono non sono sufficienti a creare una
cultura. E poiché la cultura è espressione
stessa di uno sviluppo individuale, di una
certa perfezione raggiunta, ne viene che la
cultura massimamente sembra esprimersi
nella bellezza. La bellezza è il fine di tutte
le cose”. Già nell’antichità aveva scritto
S. Agostino: “Non è forse vero che noi
non amiamo che il bello?”.
La ricerca della bellezza dice il desiderio di felicità che è nel cuore di ogni persona ed invita ad uscire da se stessi per
aprirsi al Mistero, a desiderare quella
Bellezza originale che è Dio stesso,
Bellezza che si riflette in Cristo Gesù.
Secondo il teologo bizantino Nicolas
Kabasilas, vissuto nel XIV secolo, il compito della bellezza è proprio quello di “produrre una ferita” e di incidere profondamente il cuore dell’uomo, perché Dio, sorgente di ogni bellezza, vi possa lasciare una
traccia del suo passaggio. Proprio citando
questo teologo, l’allora card. Ratzinger nel
Messaggio al Meeting di Rimini del 2002,
affermava: “L’essere colpiti e conquistati
attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera
deduzione razionale”.
Un riflessione compiuta sul rapporto
tra fede e bellezza è stata offerta da Papa
Giovanni Paolo II agli inizi del grande
Giubileo dell’anno 2000 nella “Lettera agli
artisti”: “A quanti con appassionata dedi-
44
zione cercano nuove ‘epifanie’ della bellezza per farne dono al mondo nella creazione artistica”.“La bellezza è in un certo
senso l’espressione visibile del bene… Facendosi uomo, infatti, il Figlio di Dio ha
introdotto nella storia dell’umanità tutta
la ricchezza evangelica della verità e del
bene, e con essa ha svelato anche una
nuova dimensione della bellezza: il messaggio evangelico ne è colmo fino all’orlo”. Di qui l’appello agli artisti: “La bellezza che voi trasmettete alle generazioni di
domani sia tale da destare in esse lo stupore!… La bellezza è cifra del mistero e
richiamo al trascendente. È invito a gustare la vita e a sognare il futuro”.
Il tema della bellezza e della vita cristiana come evento di bellezza ritorna di
continuo nell’insegnamento di Papa Benedetto XVI. “Non vi è niente di più
bello che essere raggiunti, sorpresi dal
Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più
bello che conoscere Lui e comunicare
agli altri l’amicizia con Lui (Omelia
durante la S. Messa per l’inizio del
Pontificato, 24 aprile 2005).“È bello essere cristiani… La gioia di essere cristiani:
è bello, ed è anche giusto credere”
(GMG Colonia, 14 agosto 2005).“Il santo
è colui che è talmente affascinato dalla
bellezza di Dio e dalla sua perfetta verità
da esserne progressivamente trasformato. Per questa bellezza e verità è pronto
a rinunciare a tutto, anche a se stesso”
(23 ottobre 2005).
Nel recente documento “Sacramentum caritatis” dedicato all’Eucaristia, Papa
Benedetto XVI ricorda il “valore teologico e liturgico della bellezza”: essa è “modalità con cui la verità dell’amore di Dio
in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci così uscire da noi stessi e
attraendoci così verso la nostra vera vocazione, l’amore… La vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi
rivelato nel mistero pasquale” (n. 35).
Dio è bellezza, la Chiesa sposa di
Cristo è il popolo della bellezza che salva,
ogni cristiano è un pellegrino sulla via
della bellezza, della verità, della bontà.
La chiesa-edificio non può che essere
bella! Prosegue Benedetto XVI nel documento citato: “È necessario che in tutto
quello che riguarda l’Eucaristia vi sia gusto
per la bellezza” (n. 41).
Ma la Chiesa bella siamo noi, dobbiamo essere noi!
La Bibbia si conclude con la grande
visione del libro dell’Apocalisse: la Chiesa,
chiamata “la sposa dell’Agnello”, è raffigurata come “la città santa, Gerusalemme,
che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è
simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino…
La gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello” (Apc 21, 9-11.23). È quanto ha sottolineato Giovanni Paolo II visitando una parrocchia di Roma: “Ecco,
devo dire che entrato in questo ambiente
ho guardato con ammirazione la vostra
chiesa; voi avete veramente una bella
chiesa; mi piace congratularmi e desidero
farlo anche con voi tutti, parrocchiani…
Ma ho subito pensato: sì, è una bella chiesa dal punto di vista architettonico, come
costruzione esterna, ma loro sono una
chiesa, ciascuno di loro è una chiesa, un
tempio… Dov’è la Chiesa? La Chiesa è
dentro di loro, nei loro cuori; come diceva S. Paolo: ‘Voi siete tempio dello Spirito
Santo’, siete il tempio di Dio, perché lo
Spirito Santo abita in voi… Ecco la Chiesa
viva. Mi congratulo con voi innanzitutto
per tutte queste chiese vive che sono i
parrocchiani di questa parrocchia”.
Tu, Signore Gesù Cristo,
non sei solo verità e bontà:
Tu sei bellezza, la bellezza che salva.
Tu sei il pastore bello
che ci guida ai pascoli della vita
dove c’è la bellezza senza tramonto.
Spero di diventare anch’io
un po’ più vero, un po’ più buono,
un po’ più bello,
in Te, che nella Tua Chiesa mi raggiungi
come il solo bene, la bontà perfetta,
la bellezza che trasfigura tutto.
(BRUNO FORTE)
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il restauro della chiesa parrocchiale di S. Bartolo