il restauro della chiesa parrocchiale di S. Bartolo 2005-2007 STILGRAF - CESENA 2007 Si ringraziano per il contributo dato per i restauri: © copyright - tutti i diritti sono riservati - Stilgraf Cesena - 2007 È vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi e delle immagini 4 al termine di un’avventura D. Virgilio Guidi Tutto ha avuto inizio intorno al 20 maggio 1999: una mattina abbiamo trovato la volta della chiesa perforata e per terra e sulle panche i crostoli del canneggio: alcune tavelle del tetto erano cadute a punta sulla volta. L’occhio esperto di chi più volte era stato nel sottotetto per cambiare le lampade dell’illuminazione della chiesa, questa volta mi ha messo subito in allarme per la situazione di precarietà del tetto. Altre volte alcune tavelle erano planate sulla volta senza provocare danni e poi erano state rimesse al loro posto. Ha avuto inizio così, in modo casuale, l’avventura del restauro della nostra chiesa. Mai avrei pensato a un’impresa di questo tipo e tale da coinvolgere la parrocchia in un impegno così grande. È stato dato allora incarico allo Studio Tecnico Ceredi di eseguire le indagini diagnostiche e tutti i rilievi necessari per approntare l’impegnativo progetto complessivo di restauro. Il 2 luglio 2003 il progetto è stato presentato alla Soprintendenza per i Beni Architettonici di Ravenna e in seguito alla Conferenza Episcopale Italiana per i finanziamenti relativi all’edilizia di culto stanziabili con i fondi derivanti dall’otto per mille. Proprio in quei mesi la Conferenza Episcopale aveva deciso di finanziare il restauro non solo della parte statica degli edifici di culto ma anche l’impiantistica, e così si è inserito nel progetto anche il rifacimento dell’impianto di illuminazione e la messa a norma dell’impianto di riscaldamento, in un primo tempo nemmeno presi in considerazione. Questa parte del progetto è opera dello Studio associato Bettini. Il 14 maggio 2004 il progetto di restauro è stato approvato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici di Ravenna e in data 20 ottobre 2004 la Conferenza Episcopale Italiana, a firma del Card. Camillo Ruini, ha inserito il nostro progetto nei propri finanziamenti. In data 22 giugno 2005 il Consiglio diocesano per gli affari economici, presieduto dal Vescovo, ha approvato l’impegno finanziario che la parrocchia andava ad assumersi. Nella gara d’appalto che è stata eseguita, i lavori sono stati affidati all’Impresa Fellini Umberto e Figli, il cui titolare è nostro parrocchiano. Nel luglio 2005 sono iniziati i lavori con il montaggio dell’enorme gru che sovrastava il campanile e delle impalcature sulla facciata e tutto intorno alla chiesa e nel settembre successivo si è iniziato a lavorare al tetto. Nel frattempo abbiamo potuto, in tutta sicurezza, continuare ad usare la chiesa per le celebrazioni. Nel settembre 2006 abbiamo dovuto lasciare la chiesa ed andare “in esilio” nell’oratorio parrocchiale: faceva impressione vedere la chiesa piena di impalcature fino alla volta! Ciò era reso necessario per i lavori interni di restauro degli arredi, di rifacimento dell’impianto elettrico e della tinteggiatura. Ma anche l’esperienza della Messa nell’oratorio ci ha arricchiti: ci siamo sentiti più famiglia, più comunità. Siamo stati aiutati a superare le distanze, a conoscerci meglio, a parlarci. È stata grande la gioia quando con la festività del Natale 2006 siamo potuti rientrare nella nostra chiesa, anche se invece delle panche c’erano sedie di pla- 5 stica di vari colori. Era il sabato 23 dicembre e i nostri bambini provavano la rappresentazione di Natale che avrebbero tenuto in quella stessa sera, e intanto mettevamo le sedie… Mi ha commosso vedere come i bambini, terminate le prove, si sono messi a spolverare le sedie. Sentivano la chiesa come la loro casa. Ed ho pensato che è proprio così: i parroci passano, la nostra generazione anche, ma la chiesa è un bene che non ci appartiene. Appartiene ai nostri figli, alle generazioni future, come noi l’abbiamo ricevuta da chi ci ha preceduto. E allora anch’io penso ai parroci che mi hanno preceduto: D. Emilio Casadei che nel 1968 ha promosso grandi lavori di restauro per adeguare la chiesa alla popolazione nel frattempo fortemente aumentata e nel 1989 ha voluto solennizzare i 150 anni di costruzione della chiesa con grandi celebrazioni, dotandola di nuovo di un organo a canne, dono di lui e delle sorelle Maria e Vanda; prima ancora D. Giovanni Santini che per due volte ha messo mano ai lavori di restauro dopo le due guerre mondiali: la prima volta agli inizi degli anni Venti e poi dopo il 1945. Un grazie grande va a tutti coloro che hanno reso possibile il restauro. Grazie ai tecnici, alle imprese e a tutte le maestranze che hanno lavorato con competenza, a chi ha eseguito il restauro artistico degli affreschi, delle ancone e dei vari arredi. Grazie alla Soprintendenza per i Beni architettonici di Ravenna e all’arch. Emilio Agostinelli che ha vigilato su tutta l’opera. Un grazie grande va alla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana che con il suo intervento ha reso possibile tutto il lavoro. 6 Grazie agli enti che hanno contribuito: la Fondazione della Cassa di Risparmio di Cesena, la Banca di Cesena, il Consorzio Romagna Iniziative. Grazie al Consiglio parrocchiale per gli affari economici e al Consiglio pastorale parrocchiale che hanno condiviso con il parroco la responsabilità delle scelte. Grazie all’Ufficio diocesano per i beni culturali che ha seguito tutto l’iter burocratico della pratica e all’Ufficio Amministrativo che ha curato gli aspetti economici. Ma il grazie più grande va ai parrocchiani che hanno contribuito con grande generosità attraverso tutti i modi possibili: le offerte deducibili, l’iniziativa “Compra un mattone”, altre offerte in occasione delle benedizioni pasquali. Una generosità che non dovrà mancare nei prossimi anni perché siamo impegnati a pagare un mutuo decennale. Ora il restauro è terminato. La chiesa ritorna pienamente alla sua funzione di casa del Signore e della comunità per la preghiera. Dobbiamo imparare ad amare la nostra chiesa, a sentirla nostra, a conoscerla, a godere della sua bellezza. Ma una chiesa non appartiene solo alla comunità dei fedeli: è un bene per tutto il territorio, per la città: per la dimensione di interiorità che una chiesa richiama e per il suo valore culturale. Crediamo, come comunità parrocchiale, di aver restituito un piccolo bel monumento a questo quartiere di Porta Trova, a questa via oggi chiamata Subborgo Federico Comandini, segnata nella sua storia dalla presenza della chiesa che nel tempo ha raccolto le gioie e le sofferenze delle persone di questo territorio. la vicenda storica della chiesa di S. Bartolomeo Arch. Francesco Ceredi Nori Domenico, nella sua “Descrizione di tutte le parrocchie della Diocesi di Cesena, delli Monasteri, de’ Conventi, delli Conservatori, degli Ospitali, e de’ luoghi pii fatta da me D. Domenico Nori Parroco di S. Bartolomeo nei Sobborghi di Cesena l’anno 1814”, scrive che nel 1290 venne eretto nella zona delle “trove” di Cesena un oratorio dedicato al culto di S. Bartolomeo apostolo e martire. Dice che si tratta di una piccola chiesa circondata da orti e vigneti: la città è ancora situata in posizione collinare lungo le falde del monte Ster- lino ai piedi dell’antica rocca e la zona di porta Trova non esiste ancora come borgo, poiché le mura e le porte saranno costruite qualche secolo più tardi per volere della signoria Malatesta. Nelle vicinanze scorrono il torrente Cesuola ed il canale che dava acqua ai molini che si trovano nella zona. Tale oratorio viene prima rifatto parzialmente nel 1473 per poi essere abbattuto nel 1570, permettendo la costruzione di una chiesa più grande, edificata nella maniera in cui è rimasta fino al 1835. 1 - Archivio di Stato, Mappa catastale 1815: l’immagine mostra come la chiesa di S. Bartolo prima del 1835 fosse orientata con l’asse longitudinale parallelo a quello stradale. 7 Una lapide posta nel mezzo del pavimento documentava tale ricostruzione fatta dal parroco D. Giovanni Barozzi. In essa si leggeva: “Divi Bartolomaei sacras has haedes Iohannes Barotius rector a fundamentis restauravit anno Domini MDLXX” (Pietro Burchi, Storia delle parrocchie di Cesena, vol. I, II). Ha una sola navata coperta da un tetto a capanna, “di pessima struttura e ar- chitettura”, alta 14 piedi, larga 12 e lunga 26 (piede cesenate circa 0,54 mt). L’ingresso principale si trova a nord, verso la zona dell’attuale rione Fornaci, mentre una porta laterale si affaccia sulla pubblica via che da Porta Trova conduce a Cervia. La facciata ha un portichetto con ai lati due antichi sarcofagi in pietra. La casa parrocchiale non ha un comodo ingresso, dato che si deve passare dietro l’altare 2 - Prospetto della città di Cesena, incisione di Sebastiano Sassi, 1786: particolare della chiesa di S. Bartolomeo nei sobborghi di Porta Trova. 3 - Disegno allegato al manoscritto “Cronaca di Cesena dal 1849 al 1855”, di D. Bonafede Montanari, in cui viene rappresentata la vecchia chiesa di S. Bartolomeo, atterrata nel 1835, come si legge sotto al disegno. 8 maggiore, offrendosi così “alla veduta pubblica del popolo che si trovava in chiesa”. Ci sono due altari: nel maggiore vi è il quadro di S. Bartolomeo e della B. Vergine dipinto su tela. Posto nella nicchia del secondo altare si trova il Santissimo Crocifisso, di “rilievo antico” ed “assai miracoloso” (oggi si trova nell’ancona dietro l’altare maggiore). Il campanile “fatto a triangolo” sta di 6 piedi circa sopra la facciata della chiesa a settentrione; “è semplice, consistendo tutta la mole in 2 colonnette alzate e di sopra legate con picciol arco, coperto con pochi coppi, con un cordone di pietra che lo attornia sopra l’arco” (AA.VV., Parrocchie di S. Bartolo e S. Cristina. Documenti 1500-1684; AA.VV., Parrocchia di S. Bartolomeo, documenti 1685-1915. Manoscritti conservati presso l’Archivio Vescovile di Cesena). 4 - Disegni dell’architetto Mauro Guidi, chiesa di S. Bartolomeo, 1806. Tale disegno mostra la chiesa orientata con la facciata ad est, sulla strada, come verrà poi realizzata. 9 Nel 1777 muore il parroco D. Francesco Maria Adani, lasciando nel suo testamento buoni fruttiferi e censi alla parrocchia, che allora contava più di 820 persone, per un ammontare di 900 scudi romani, che di lì a poco sarebbero serviti alla costruzione di una nuova chiesa. L’architetto Mauro Guidi compone nel 1806 una serie di disegni su come avrebbe voluto rimodernata la città di Cesena, con rifacimento totale dei palazzi, chiese, conventi, ponti. È interessante notare che la chiesa di S. Bartolomeo risultava dal disegno orientata con la facciata ad est, come verrà successivamente realizzata. Il disegno della nuova chiesa è inventato e delineato dal Sig. Prof. Giovanni Antolini di Bologna mentre per l’esecuzione del medesimo è destinato il Sig. Prof. ed ingegnere in capo nella città di Forlì Maurizio Brighenti riminese. Il capo muratore cui viene affidato il lavoro è il Sig. Pietro Ricci detto il Sacatino il quale è obbligato a dare terminata la nuova chiesa entro il venturo 1837. La spesa è di scudi 5.000 (escluso il campanile che non verrà costruito subito per mancanza di fondi) e si farà per cura del parroco D. Ambrogi “col denaro del cumolo del suo antecessore Sig. D. Francesco Maria Adani” che per 58 anni è stato investito ed amministrato prima dal vicario capitolare Monsignor Casali e successivamente da una congregazione formatasi a tale scopo all’interno della parrocchia. Il 9 giugno del 1835 il Gonfaloniere Sig. Francesco Maria Americi, venuto a conoscenza della imminente costruzione della nuova chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo, invia una lettera al parroco D. Domenico Ambrogi chiedendogli esplicitamente di allinearsi con la facciata della nuova chiesa non al portico bensì al muro della casa parrocchiale, ovvero “quattro piedi più addietro”. Questo perché in previsione dell’atterramento di tale portico “farebbe un brutto vedere quella facciata sola isolata” (Lettera del Gonfaloniere Francesco Almerici al parroco D. Do- 10 menico Ambrogi – Archivio di Stato di Cesena,Titolo 27 – fascicolo 9, documento registrato al protocollo generale della magistratura comunale al n. 786 in data 9 giugno 1835). Il 15 giugno dello stesso anno comincia l’atterramento della chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo Apostolo fuori di Porta Trova. Essa “era da gran tempo che quasi minacciava rovina” (Mariani Mattia, Cronaca Cesenate dall’anno 1814 al 1856) e “salvo il SS. Sacramento che in quella si conservava, si può dire che era una vera spelonca, era sol questa che faceva disonore a tutte le chiese di questa diocesi” (Sassi Gioacchino, Selva di memorie e di fatti riguardanti la città di Cesena raccolti e scritti dal Sacerdote D. Gioacchino Sassi Canonico onorario dell’Insigne Collegiata di S. Cristoforo Martire in Longiano, 1845). Già nel 1804 D. Luigi Berlati scriveva che “l’ufficianza e i parrocchiani moltissimi per questo (umidità) non intervengono, andando piuttosto alla messa in altre chiese”. Sotto la direzione del Sig. Brighenti ingegnere in capo in data 3 luglio 1835 viene delineata la pianta della nuova chiesa: “questa è stata messa tutto il contrario della demolita, mentre prima guardava con la facciata a settentrione ora è stata messa a levante”. Essendo stata approvata l’istanza del Gonfaloniere, la facciata è stata arretrata fino ad essere in linea con il muro della casa parrocchiale. Purtroppo i lavori procedevano a rilento e nel 1835 si erano solo riempite le fondamenta, unitamente a pochi palmi di muro fuori terra. Nello scavo delle fondamenta venne alla luce una gran quantità di ossa umane, e si vuole che questi posti fossero serviti come cimitero per l’orribile pestilenza del 1591, in cui le vittime furono alcune migliaia. Dopo quasi due anni che si erano fermati, solo a marzo del 1837 i lavori riprendono: “In capo di quest’anno la chiesa era coperta; soltanto era da fabbricargli nell’esterno”. Nel 1839 i lavori alla chiesa sono finalmente ultimati, “essendo quattro anni che era in piedi quella fabbrica”: il 21 settembre all’ora del vespro il vescovo Innocenzo de’ Conti Castracane, assistito dai canonici Giovanni Ridolfi e Giuseppe Carrara, benedice la nuova chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo. Il giorno seguente si celebra l’apertura della nuova chiesa con una festa solenne del SS. Crocifisso che si venera in S. Bartolomeo. Dopo pranzo la Sacra Immagine viene portata in proces- 5 - Disegno dell’architetto Brunelli di Cesena per poter eseguire i lavori di rinnovamento della facciata della canonica di S. Bartolomeo. sione e “la sera la chiesa nuova e tutto il subborgo è illuminato con fiaccole e lumi sulle finestre”. Seguono giorni di celebrazioni e festeggiamenti accompagnati dalla banda musicale, spari di mortaletti e corse a premi di cavalli berberi. In una lettera al Gonfaloniere Pirro Della Massa, il parroco D. Pietro Carloni chiede, nel 1845, di potere eseguire dei lavori di rinnovamento alla facciata della canonica, contigua alla facciata della chiesa, abbattendo la parte di portico sulla strada comunale ravennate e allargando di conseguenza tale strada. Considerato ciò, nella lettera si richiede anche un equo compenso, limitato alla spesa di ricostruzione della suddetta facciata. Alla lettera è allegato un disegno dell’architetto Brunelli di Cesena, mostrato nella figura n. 5. Altro lavoro importante sotto la reggenza del parroco Carloni è la costruzione del campanile della chiesa, i cui lavori cominciano nel 1846 e terminano nei mesi di giugno e luglio del 1848. Le quattro campane del campanile di S. Bartolomeo vengono fuse nel 1849 dai fratelli Angelo e Giuseppe Balestri nella loro fonderia sulla via Cervese e poste sul campanile l’anno dopo, il 1850. Sempre in quest’anno l’altare maggiore viene decorato con una bella e superba ancona che ancora oggi si può ammirare e che in tempi precedenti era appartenuta alla chiesa del soppresso convento delle monache di S. Biagio (D. Bonafede Montanari, Cronaca di Cesena dal 1849 al 1855. Manoscritto conservato presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena). Sassi Gioacchino, nel suo manoscritto Ecclesiografia Cesenate, scrive che nel 1856 per cura del parroco Carloni tutto l’interno della chiesa viene dipinto con lodevole magnificenza dal cesenate Natale Mariani, il quale, come narrano le cronache di allora, adopera tutta la sua bravura ed estro nell’esecuzione delle figure quanto degli ornati. I fatti riportati dal manoscritto comprendono una dettagliata descrizione della chiesa in quel periodo: “Vi sono tre altari: nella cappella maggiore entro una superba ancona (quella che apparteneva alle monache di S. Biagio) fa spicco il SS. Crocifisso, di rilievo e di antica proprietà della chiesa. Il secondo altare nella cappella a destra è dedicato alla Immacolata Concezione della 11 Beata Vergine ed in essa si trova anche, dentro una bella ancona, la statua della Vergine creata dal giovane Giovanni Pirini. Il terzo altare nella cappella a sinistra è ornato da un’effige dipinta della Beata Vergine del Buon Consiglio di proprietà di D. Giuseppe Sassi. In seguito tale dipinto viene sostituito con un quadro rappresentante il martirio di S. Bartolomeo apostolo della scuola pittorica di Annibale Carracci e datato 1655, appartenuto in tempi addietro alla chiesa delle monache di S. Caterina in via Chiaramonti, oggi Palazzo Masini. La ancona di questa cappella proviene da detta chiesa”. anche qui il fosso di scolo che immette nel torrente Cesuola. Un disegno di fine ’800 raffigurante la planimetria del borgo di Porta Trova, presente all’Archivio di Stato, risulta molto interessante perché ce ne illustra la fisionomia di allora: si notano la nuova chiesa di S. Bartolomeo, la demolizione avvenuta dell’antica porta daziaria e il vecchio porticato che dalla canonica arrivava fino all’incrocio di Porta Trova. Il porticato sarà demolito pochi anni dopo, nel 1900, con conseguente arretramento delle facciate delle case interessate. 6 - Archivio di Stato, Sezione di Cesena, planimetria di Porta Trova, 1880. Dieci anni dopo circa, nel 1867, la fisionomia del borgo di Porta Trova subisce diversi cambiamenti: viene demolita la porta daziaria risalente al XV secolo (Pietro Burchi, Nuova ecclesiografia cesenate), il grande fossone che circonda le mura da Porta Santi a Porta Trova viene chiuso e usato successivamente come fogna. Via dei Mulini viene risistemata chiudendo 12 A 83 anni, nel 1901, muore D. Carloni, a cui succede D. Augusto Palmieri, il quale effettuerà esclusivamente lavori interni alla canonica nel 1913, modificandone il prospetto sull’attuale Via Subb. F. Comandini. Nel 1921 la chiesa si trova in uno stato indecoroso a causa dei danni dell’umidità di risalita. Il nuovo parroco D. Giovanni Santini intraprende ingenti lavori di restauro generale a chiesa e canonica, diretti dall’architetto Amilcare Zavatti. Tali lavori comprendono la realizzazione di un vespaio per contrastare l’insalubrità dovuta all’umidità, come da istruzioni dell’ufficio tecnico comunale, con rifacimento del pavimento della chiesa, sormontato perimetralmente da una zoccolatura. Tutti gli archi delle cappelle e il grande arco absidale vengono provvisti di archivolti; nella parete nord vengono realizzate due aperture semicircolari a dar luce nelle parti più buie della chiesa. Ai lati delle due cappelle si aprono quattro nicchie per altrettante statue; sul campanile vengono posizionate tre nuove campane, quelle ancora in uso e sulle quali è tuttora leggibile l’iscrizione col nome del parroco; soffitti voltati e coperture sono soggetti a risanamento con sostituzioni delle parti danneggiate dal terremoto del 1919. Il decoratore e pittore cesenate Fortunato Teodorani realizza rilievi a chiaroscuro nella volta centrale, a scanalature su colonne e lesene, decorazioni intorno agli archi e fregi sulla trabeazione, i quattro simboli degli Evangelisti e un coro di angeli nel catino absidale. Dopo quattro anni, il 12 settembre del 1925, sono ultimate le opere di restauro e risanamento e il 18 ottobre la chiesa viene riaperta al culto. Durante la Seconda Guerra Mondiale anche Cesena subì molte incursioni aeree con bombardamenti. Alle 9,45 del 4 ottobre 1944 vengono colpite la canonica di S. Bartolomeo ed una parte della chiesa. Terminata la guerra, nel 1945 D. Santini si dedica alle opere di ricostruzione: la sacrestia non esisteva più; parte del catino absidale era sfondato con conseguenti danni interni alla chiesa; la canonica, quasi interamente distrutta, presentava un moncone di muro pericolante. Nel 1957 D. Emilio Casadei, divenuto parroco il 10 giugno 1956, fa eseguire la pulizia della facciata e una nuova tinteggiatura dell’interno. Così egli scrive nella Relazione per la Visita pastorale:“La chiesa dal 1957 è stata quasi interamente restaurata”, “si sono fatti lavori di restauro nella faccia- 7 - Il pittore Fortunato Teodorani alle prese con la decorazione absidale in una foto dell’epoca. 13 8 - Foto dell’epoca in cui si vedono le decorazioni del catino dell’abside, opere del pittore Fortunato Teodorani. 14 9 - Foto dell’epoca in cui si vedono i danni provocati alla canonica dal bombardamento del 4 ottobre 1944. 10 - Lavori di pulizia della facciata del 1957. ta e nell’interno ed è stata riportata alla linea originale neoclassica” (Relazione Visita pastorale 22 dicembre 1957 e 26 maggio 1963, Archivio parrocchiale di S. Bartolo). Delle decorazioni del Prof. Fortunato Teodorani rimangono solo i quattro simboli degli Evangelisti ed i fregi della trabeazione. Nel 1967 cominciano gli imponenti lavori di rifacimento diretti dall’ingegnere cesenate Mario Dal Monte. Essi comprendono la rimozione del grande presbiterio che occupava un terzo della chiesa, con la demolizione delle due colonne dell’arco trionfale, delle due balconate ai lati dell’altare maggiore e della balaustra con cancelletto che ornava l’accesso al presbiterio. L’altare viene sostituito con uno nuovo in marmo, in linea con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II; il soffitto centrale con volta a botte viene prolungato fino all’arco che delimita il catino absidale. La sacrestia viene ricostruita. Sotto la zona dell’altare viene realizzato un salone per le attività parrocchiali. La chiesa fu solennemente 15 consacrata dal Vescovo Mons. Augusto Gianfranceschi il 21 dicembre 1968. Dieci anni dopo, nel 1978, viene sostituita tutta la lattoneria della copertura della chiesa e ritinteggiato tutto l’interno. Nel 1983 vengono innalzate attorno al campanile le impalcature per un restauro generale: sostituzioni delle parti ammalorate del tetto e delle gronde; montaggio di grate nelle aperture per contrastare i danni causati dai piccioni; ricostruzione e consolidamento delle mensoline della cornice; risanamento della cupola danneggiata da numerose infiltrazioni d’acqua; sostituzione della croce in cima alla cupola. Nel 1989 viene festeggiato il 150º anni- 11 - Avviso che annuncia l’apertura della nuova chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo, 1839. 16 versario della costruzione della chiesa con solenni celebrazioni culminate il 15 ottobre con la Messa solenne celebrata dal Cardinale Pietro Palazzini. Non mancano gli interventi di abbellimento: viene completato il presbiterio con la costruzione del Tabernacolo e dell’ambone; viene realizzato un nuovo Battistero sul lato nord della chiesa, abbellito da una tela del Prof. Adelmo Calderoni raffigurante il battesimo di Gesù; l’abside è adornata da un bel coro in legno, la chiesa viene dotata di un nuovo pregevole organo meccanico, realizzato dalla ditta Gustavo Zanin di Udine. Queste le vicende storiche e costruttive che hanno caratterizzato la chiesa di S. Bartolomeo e nella storia ne hanno cambiato l’aspetto e la natura originaria. 12 - Frontespizio del libretto a ricordo del prodigio del SS. Crocifisso. 17 glossario essenziale Capriata Stuttura lignea o metallica di sostegno triangolare, formata da due travi oblique dette puntoni e da una orizzontale, la catena, che collega fra loro le pareti portanti. Cimasa La cimasa (o cima, sima, cimacio) è una modanatura curva e sporgente, a forma di guscio o di gola. Fregio Parte intermedia tra architrave e cornice nella trabeazione classica. In generale indica l’elemento ornamentale posto a decorare cornici e superfici lineari. Lesena Semipilastro o semicolonna addossata a una statua, provvista di base e capitello, a volte liscia e a volta ornata, con funzione decorativa. 18 Parasta Elemento verticale di sostegno, per lo più sotto forma di pilastro, con base, fusto e capitello, in parte sporgente, in parte incassato in un muro: può servire di rinforzo a una parete o come elemento di appoggio per un arco, una colonna, una trave o una finestra. Volta a Botte Copertura curva di un ambiente o di una campata costituita di una struttura semicilindrica che scarica su due muri di imposta paralleli i carichi cui è sottoposta. il restauro della chiesa Ing. Arch. Paolo Ceredi Poco meno di 170 anni di vita per un edificio storico sono davvero poca cosa, eppure la chiesa di S. Bartolo (nome ufficiale della parrocchia dal 1986) ha subìto nella sua “giovane” esistenza rilevanti interventi, che ne hanno cambiato radicalmente la percezione interna e le geometrie. Attraverso una approfondita e ben documentata ricerca storica, saggi in loco e molta pazienza, siamo riusciti a ricostruire la cronistoria delle successive modificazioni che la chiesa ha registrato sui suoi muri, più imponente fra tutte quella del 1968. Citeremo spesso, nel breve riepilogo di questi due anni di restauro, la data del 1968, perché ha segnato nel bene e nel male uno spartiacque, un punto di “non ritorno” nella storia architettonica di S. Bartolo. Esigenze di nuovi locali e di un nuovo spazio per far fronte ad un’affluenza di fedeli in rapida ascesa, hanno portato il parroco D. Emilio Casadei a ridurre il presbiterio che occupava ben un quarto della chiesa. Furono ricavati i locali interrati del cosiddetto “salone”, un nuovo spazio per i giovani parrocchiani, di cui pure lo scrivente ha usufruito e che ricorda con piacevole nostalgia. Nei lavori si mise mano anche al tetto della navata centrale e in parte alle falde delle navate laterali. Da allora non sono stati più sottoposti ad alcun tipo di manutenzione. È noto come le coperture negli edifici storici siano le strutture più esposte agli agenti atmosferici e dunque soggette a rapido degrado. Nessuno stupore dunque doveva esserci quando nel 1999, ben 30 anni dopo gli ultimi interventi, dal tetto della navata centrale caddero alcune pianelle in cotto, sfondando la volta a botte. Invece stupore ci fu e pure preoccupazione: le coperture versavano in preoccupante stato di degrado, la regimazione delle acque meteoriche presentava perdite di difficile smaltimento e pure la facciata necessitava di una bella ripulita. La necessità contingente è stata l’occasione per la redazione di un progetto globale di restauro, esteso alla chiesa nel suo complesso, e ha riguardato sia la conservazione dell’architettura, sia il miglioramento strutturale per fronteggiare il caso di un evento sismico. I tetti Gli interventi di consolidamento delle coperture sono stati i primi e i più urgenti. Hanno interessato dapprima le due navate laterali, l’abside ed infine la navata centrale. È stata eseguita una indagine diagnostica sui legni esistenti: gran parte delle travi è risultata in avanzato stato di degrado per attacchi da insetti xilofagi e da carie dovute al contatto del legno con l’umidità. Le testate di puntoni e terzere alloggiati nella muratura sono risultate affette da grave degrado da carie, così come gli arcarecci a sostegno delle mezzanelle. Alcune sezioni delle travi risultavano altresì sottodimensionate per i carichi attualmente vigenti. Si è dunque proceduto alla sostituzione di tutti i legni di prima e seconda orditura con travi in legno abete di nuova fornitura e di 19 adeguata sezione, trattate con trattamento antitarme e antimuffa. Le testate in alloggio nelle murature sono state protette con cuffie di sughero e poste su dormiente in legno di rovere. L’intervento di miglioramento sismico è stato effettuato mediante la realizzazione di cordolatura perimetrale con largo piatto in ferro fissato alla muratura con perni filettati. Tale intervento è stato preferito al tradizionale cordolo sommitale in conglomerato cementizio armato, poiché, trattandosi di restauro conservativo, si è agito nel rispetto dei principi di minimo Successivamente è stato ripristinato il manto di copertura mediante riposizionamento di pianelle in cotto, isolante termico completo di guaina ardesiata impermeabilizzante e coppi, sostituendo gli elementi ammalorati o compromessi con altri di recupero. A completamento degli interventi di consolidamento sono state realizzate passerelle di ispezione in legno nel sottotetto della navata di sinistra e della navata centrale per la manutenzione del manto di copertura e degli impianti elettrici che corrono lungo tutta la chiesa. 1 - Navata di destra: degrado da carie della testata del puntone. intervento e completa reversibilità. Al piatto metallico sono stati collegati tutti i legni di prima e seconda orditura mediante angolari, piastre e viti autofilettanti, al fine di garantire, a fronte di un evento sismico, un comportamento scatolare delle murature, attivato dalla rigidezza dell’impalcato di copertura. 20 Durante il consolidamento delle coperture si sono resi visibili gli imponenti interventi del 1968: lo sventramento del presbiterio ha comportato un rifacimento di parte del tetto a capanna della navata centrale, con il posizionamento di due capriate metalliche accoppiate (elementi strutturali di risulta, ossia provenienti 2 – Navata di sinistra: piatto in ferro di cordonatura sommitale. magari da qualche capannone dismesso della città) in successione alle quattro capriate lignee presenti; è stato inoltre realizzato un cordolo perimetrale in conglomerato cementizio armato nella sola zona a ridosso dell’abside, alla quota di 3 – Abside: orditura dei nuovi legni e cordonatura metallica. 21 imposta delle capriate. Tali interventi del tutto “normali” per quegli anni, quando il concetto di restauro conservativo ancora discuteva intorno ai suoi principi guida, oggi appaiono inconciliabili, per invasività e incompatibilità dei materiali, con la struttura originaria della chiesa. In fase di consolidamento delle coperture si è tuttavia deciso di mantenere gli interventi del 1968, poiché ancor più invasiva sarebbe stata la loro rimozione. Il cordolo in conglomerato cementizio armato, eseguito nella sola zona dell’abside, è stato completato con una cordonatura metallica estesa a tutta la navata centrale. Ma la “sorpresa” più inquietante il grande tetto di S. Bartolo ce l’ha riservata quando abbiamo verificato le singole testate delle imponenti capriate lignee… La capriata Un altro intervento del 1968, di normale routine per quegli anni, fu la realizzazione di una scarpa metallica intorno al nodo catena-puntone della quarta capriata lignea a partire dal timpano di ingresso. Tale capriata, già allora interessata da stati di degrado da carie per l’infiltrazione di acque meteoriche dalla copertura, fu risanata mediante la chiusura della testata ammalorata con piatti in ferro e staffature di sicurezza: una sorta di “gesso” metallico per l’arto ligneo compromesso.Va detto che la carie si arresta non appena si elimina la causa che la genera, ossia il contatto del legno con l’acqua. Tuttavia la scarpa metallica, se da un punto di vista statico migliora il nodo catena-puntone, da un punto di vista della salute del legno diventa un’aggravante, specie se le infiltrazioni di acqua piovana continuano negli anni successivi all’intervento. Infatti la cuffia in ferro attorno al legno bagnato ha impedito allo stesso di asciugarsi, accelerando i fenomeni di degrado da carie. 22 Così quando nel febbraio del 2006 abbiamo esaminato le singole testate delle quattro capriate lignee, liberandole dalla muratura che le racchiudeva, ci siamo trovati di fronte ad un vero e proprio pericolo di crollo della struttura della quarta capriata. Rimossa la cuffia metallica, il dente di incastro tra puntone e catena è apparso completamente distrutto; la carie da fungo era in stato così avanzato da fiorire in più frutti (simili ai funghi che vediamo crescere sulle cortecce degli alberi). L’urgenza di un intervento risolutivo e definitivo appariva necessaria. Con la consulenza dell’ing. Marco Lauriola (tecnico esperto a livello nazionale di legno strutturale) abbiamo progettato un tipo di intervento che rispettasse il carattere conservativo del restauro e che attingesse altresì alla tecnologia del legno: dunque salvaguardare la capriata nella sua parte sana e dotarla di una protesi simile in morfologia e materia per la parte interessata dal degrado. Abbiamo così deciso di ricostruire la porzione di capriata ammalorata con una protesi in legno abete lamellare. Le ragioni della scelta di un legno lamellare rispetto ad un legno massello sono principalmente due: il fatto che la capriata non fosse a vista non esigeva particolari soluzioni esteti- 4 – La testa deteriorata della capriata. 5 – Navata centrale: testata della quarta capriata in pericolo di crollo. che; l’impossibilità di trovare un legno massello stagionato di quelle dimensioni. Lo stesso ing. Lauriola, da esperto “chirurgo” del legno, ha eseguito la delicata operazione consistita dalle seguenti fasi: smontaggio della capriata; calo a terra della catena e del puntone oggetto di intervento; asportazione della testata ammalorata; modellazione in loco della protesi della catena e del nuovo dente del puntone; fissaggio della protesi alla catena mediante spinotti e barre filettate; fissaggio del nuovo dente al puntone con viti autofilettanti previo riposizionamento della catena nell’alloggio preparato sulla muratura; rimontaggio della capriata. Per evitare di lasciare scoperta la delicata struttura della volta centrale, l’intero intervento è stato eseguito in una sola giornata, il 13 febbraio 2006, con una esemplare coordinazione e collaborazione tra impresa e tecnici interessati, e sotto gli occhi apprensivi del parroco D.Virgilio, il quale conserva da allora la testa della capriata asportata, come fosse un ex-voto. Al fine di prevenire attacchi così distruttivi e pericolosi per le altre capriate della copertura, sono state predisposte cuffie di sughero per tutte le testate e il loro successivo posizionamento su dormiente in legno di quercia. Inoltre sono state ripristinate le staffe in ferro poste a sicurezza dei nodi catena-puntone. La facciata La facciata della chiesa è di buona fattura e di pregevole equilibrio. Un grande timpano sorretto da mensole sovrasta l’archivolto a protezione del rosone semicircolare che dà luce alla navata. Tutto poggia su una spessa trabeazione, che taglia trasversalmente la facciata a segnare l’inizio delle navate laterali, arretrate rispetto al corpo centrale. Una seconda cornice poco più in basso segna l’imposta delle quattro lesene con capitello ionico 23 6 – Protesi in legno abete lamellare sagomata in loco. 7 – La testa della capriata asportata. 24 8 – Montaggio della nuova testata in legno abete lamellare e posizionamento su dormiente in quercia. 9 – Protezione delle testate dei nuovi legni con dormiente in quercia e cuffia in sughero. 25 che slanciano il fronte, accoppiate, due a destra e due a sinistra del portale di ingresso incorniciato e sormontato da una cimasa con mensole a volute. A terra un basamento bianco accoglie e contiene la gravità della fronte della chiesa. L’impostazione classica è scandita dalla bicromia dei materiali: il bianco della pietra per gli aggetti, il rosso mattone per i fondi. Ma la pietra è materiale nobile e dunque costoso: così di pietra sono fatti soltanto i basamenti delle quattro lesene e due lastre sullo zoccolo del basamento; tutto il resto, modanature, cornici ed aggetti, è intonaco, secondo la tecnica della mimesi, a simulare appunto la pietra. La facciata prima dell’intervento di restauro, versava in un visibile stato di degrado del paramento murario dovuto principalmente a polveri e smog combinati agli agenti atmosferici. Il basamento in pietra delle lesene presentava lacune e sgretola- 10 – Il basamento prima del restauro. 26 menti. In situazione di instabilità versava l’angolo del timpano verso Sud, che presentava sconnessioni visibili fin dal sagrato. Anche qui la necessità di agire con un intervento di restauro conservativo. Prima di qualsiasi intervento abbiamo ricostruito la travagliata storia materica della facciata. Cornici, trabeazione e capitelli originariamente a calce, nel 1957 furono intonacati a cemento e tinteggiati con tempera bianca. Le mensole di sostegno del timpano in legno abete furono tinteggiate con tempera bianca. Tre mensole dell’angolo Nord furono completamente rimosse (probabilmente per lo stato di degrado in cui versavano) e sostituite con manufatti simili, in calcestruzzo armato. La cornice al di sotto della trabeazione fu ripristinata con malta di cemento bianco e polvere di marmo. La zoccolatura a terra (di cui non si hanno notizie sul materiale originale) fu rico- 11 - Ricostruzione del basamento in pietra calcarea. struita interamente in graniglia di cemento. La cimasa sopra il portale intonacata a cemento, conserva le mensole originali in pietra. Le fughe dei mattoni sull’intero fronte furono stuccate a cemento. La facciata è arrivata a noi profondamente compromessa per l’irreversibilità del legante cemento che le ha purtroppo conferito una patina grigia e austera, smorzando non poco la rossa argilla del mattone e il bianco caldo della pietra. Paradossalmente l’intervento di restauro da noi intrapreso è consistito nel ripristino di manufatti cementizi. Così, in modo piuttosto disinvolto ed inusuale, siamo stati costretti ad impiegare prodotti utilizzati nel recupero e nella finitura del cemento. Gli intonaci delle cornici, laddove distaccati, sono stati ricostruiti impiegando una malta cementizia tixotropica fibrorinforzata. Le tre mensole in calcestruzzo disgregate dall’ossidazione dell’armatura in ferro, sono state sostituite con manufatti nuovi prefabbricati in cemento realizzati su stampo delle mensole esistenti. La tinteggiatura delle cornici è stata realizzata mediante applicazione di pittura fibrorinforzata elastomerica con proprietà di chiusura delle cavillature e delle fessurazioni che l’intonaco cementizio presentava, laddove non era completamente distaccato. La graniglia cementizia del basamento è stata ricostruita con materiale in tutto simile. Un intervento “definitivo” è stato adottato per le mensole di legno abete a sostegno del timpano. Infatti essendo l’abete un legno dalla scarsa durezza e dunque durabilità, specie se esposto in esterno, le mensole erano interessate da avanzati stati di degrado da carie dovuta alle acque meteoriche. Si è reso necessario un intervento radicale per fermare il degrado e conservare così le proprietà statiche e materiche dei manufatti. In particolare la singola mensola è stata riportata a legno mediante rimozione della tempera bianca in parte distaccata; successivamente sono state sigillate le numerose ed ampie cavillature con cunei di abete; infine è stata applicata una miscela consolidante elastica a base di colle viniliche e la successiva tinteggiatura. La facciata è poi stata lavata con idrogetto a bassa pressione e spazzolata con saggine, nel tentativo di ravvivare il rosso del mattone, cosi da poter contrastare il grigio scuro delle fughe a cemento, non più rimovibili. Fonte di degrado e sporcizia erano pure le due bacheche per l’affissione dei manifesti funebri, realizzate con cornici in pietra e intonaco nel fondo. Da qui la decisione di rimuoverle al fine di liberare la facciata e il sagrato sia da dannose colature di colla per le affissioni, sia da elementi posticci ed estranei, quali erano le bacheche stesse. Infine una promessa per il futuro: il nuovo sagrato. Il marciapiede antistante la chiesa, composto da sconnessi quadrotti 27 12 – Mensole in legno abete prima del restauro. 13 - Sverniciatura delle mensole in legno e sostituzione delle mensole in calcestruzzo. 28 14 - Sigillatura delle cavillature con miscela consolidante. 15 - Mensole restaurate dopo la tinteggiatura. 29 16 - La croce e il basamento prima del restauro. 17 - La croce e il basamento dopo il restauro. in cemento, è stato ridisegnato con una nuova pavimentazione in porfido e pietra d’Istria. Il progetto è stato poi consegnato in Comune ad integrare il più ampio intervento di ripavimentazione di tutta via Sobborgo Comandini, a carico dell’Amministrazione Comunale. di calce rispettando le cromie delle malte originali. Sono stati demoliti i due cabinotti ai piedi dell’abside, realizzati negli anni ’80 per l’accesso al campanile e per l’alloggio della caldaia. Si sono dunque valorizzati i volumi originali, ripristinando l’antico accesso ogivale al campanile e liberando il semicircolo absidale. Abside Composizione dell’interno Il volume semicilindrico dell’abside sovrasta il vicolo ed il piccolo cortile parrocchiale. Il paramento murario, mai restaurato, presentava macchie di stuccatura a calce di diverse cromie e una lesione verticale dovuta a cedimenti di fondazione. Qui è stato possibile un tradizionale intervento di restauro conservativo: la lesione è stata ripristinata con la tecnica del cuci e scuci, utilizzando laterizi di recupero; l’intero paramento murario è stato scarnito e poi stuccato con malta a base 30 L’aula si sviluppa lungo un’ampia navata centrale coperta da volta a botte. A delimitare l’abside semicircolare, più stretto, vi era l’arco trionfale, su cui si innesta la cupola a emiciclo di copertura. La navata centrale è affiancata in lunghezza da una successione di nicchie laterali di diversa altezza. Nelle nicchie alloggiano il coro, il battistero, due ancone lignee, il confessionale, un ingresso secondario, l’organo e la bacheca delle af- fissioni. I prospetti interni sono caratterizzati da paraste con capitello ionico sormontate da una corposa trabeazione perimetrale costituita da due cornici in gesso e un fregio con motivi floreali. Tra le paraste si aprono gli archi di accesso alle nicchie, dotati di archivolti con quote di imposta alternate. Al di sopra i fregi dei quattro evangelisti. Questa la storia architettonica della chiesa. Ben più complesse sono state la storia cromatica e la sua ricostruzione. Tinteggiatura interna Dall’indagine storico-artistica effettuata e dai diffusi saggi stratigrafici effettuati in situ, si sono potute riconoscere quattro date fondamentali nella intricata storia cromatica della chiesa di S. Bartolo: 1856: l’interno della chiesa venne completamente dipinto dal cesenate Natale Mariani. I colori e le decorazioni sono andati completamente perduti a causa di 18 – Interno della chiesa prima dell’attuale restauro. 31 interventi successivi. Non è possibile dunque, anche per mancanza di documentazione storica, risalire alle antiche cromie della chiesa. Qualche confusa traccia è stata rinvenuta nelle indagini stratigrafiche: sono ipotizzabili tinte grigio azzurre e giallo chiaro con linee rosse a decorazione. Capitelli ionici dipinti giallo e oro. Ordini architettonici sconosciuti perché raschiati dopo la II guerra mondiale (probabilmente avorio). Fondi variopinti con tonalità prevalenti di grigio-azzurro e giallo con quadrature grigie. 1921: il pittore Fortunato Teodorani realizza decorazioni pittoriche su tutto l’interno della chiesa. Dal rinvenimento di una nutrita documentazione fotografica si evince che il pittore realizzò: un coro d’angeli nella volta absidale, rilievi a chiaroscuro nella volta centrale (lacunari) e lesene a scanalature in chiaroscuro. Queste decorazioni sono scomparse nel tempo, sia in seguito al bombardamento del 1944 sia durante gli interventi effettuati nel 1957, distrutte o coperte con strati pittorici. In alcune zone della cornice si possono notare dei rifacimenti, riconoscibili dai toni alterati. La decorazione pittorica di Teodorani conservata fino ad oggi è costituita dai medaglioni raffiguranti i simboli dei quattro evangelisti nel tamponamento sopra i quattro archi lungo la navata e dalla cornice floreale nella trabeazione di coronamento della chiesa. 1957: in una data imprecisata dopo la guerra la chiesa è stata ridipinta. Le cornici e le trabeazioni erano bianco avorio. I fondi gialli. Rimangono di Teodorani i quattro medaglioni, i fregi nella trabeazione e i cassettoni della volta. Il coro di angeli era stato ridipinto dallo stesso Teodorani nel dopoguerra, con un disegno a lacunari rettangolari con al centro motivi arabeschi floreali. 1968: a conclusione degli imponenti lavori diretti dall’ing. Dal Monte la chiesa 32 viene completamente ridipinta secondo le seguenti cromie: paraste, modanature, archivolti e trabeazioni sono tinteggiati color grigio arenaria; la volta, il catino absidale e i fondi delle pareti sono giallo crema. Tali cromìe dell’interno rendevano la chiesa piuttosto buia, percezione accentuata dalla scarsa illuminazione naturale, portata dalle tre finestre laterali di destra a mezza luna e dal grande rosone semicircolare posto in facciata. Specie in assenza di sole e con la vecchia illuminazione artificiale, il grigio arenaria delle modanature incupiva la percezione dello spazio della preghiera che risultava piuttosto austero. Inoltre si osserva che la bicromia realizzata nell’intervento del 1968 stride con la tradizione cromatica tipica delle terre di Romagna. Infatti il grigio degli aggetti a contrasto con il chiaro degli sfondi richiama una percezione spaziale tipicamente toscana e fiorentina in particolare, dove per tradizione le nervature strutturali degli spazi, non solo di culto, venivano realizzati con la pietra locale arenaria di colore grigio medio (un esempio su tutti l’interno della sacrestia vecchia di S. Lorenzo a Firenze). In Romagna, al contrario, questa bicromia si inverte: le nervature, le soglie, gli aggetti sono chiari, a richiamare la tradizionale pietra calcarea del luogo. La facciata stessa della chiesa riprende questa bicromia utilizzando per le modanature ora pietra chiara tipo giallo d’Istria, ora intonaco tinteggiato bianco. Tale cromìa degli interni poi mal si coordinava con la pavimentazione a scacchi e la zoccolatura interna, realizzate entrambe in data (1921) antecedente alle tinteggiature del 1968. In particolare i basamenti in graniglia delle lesene sono grigio scuri con una chiara dominante blu, che contrasta con il grigio stonalizzato delle nervature superiori. Lo stesso vale per le dorature dei capitelli ionici, le quali venivano smorzate non poco dal grigio intorno. L’intervento per la nuova tinteggiatura si è proposto in primis di abbandonare le cromìe del 1968 ritenute, come detto, estranee alla spazialità della chiesa. Il passo successivo e più in linea con i principi del restauro sarebbe stato quello di riportare gli interni alle cromìe originali del 1856 o alle pitture di Teodorani del 1921.Tuttavia questo non è stato possibile poiché la chiesa, modificando in modo irreversibile la sua geometria, ha perso le informazioni cromatiche contenute su alcune delle sue superfici demolite. La sfida è stata dunque quella di concepire un progetto unitario e comunque “nuovo”, capace di armonizzare nel presente tre date cromatiche del passato che coesistono nell’interno della chiesa. Le scelte sono state così definite: ripristino dei capitelli ionici nelle cromìe del 1856; inversione della bicromìa con l’avorio per gli ordini architettonici e il giallo per i fondi così come era alla fine degli anni ’50; restauro delle pitture del Teodorani del 1921 sopravvissute; nuova tinteggiatura per volta e catino absidale. In particolare: • • Tinteggiatura di paraste, modanature, archivolti e trabeazione in color bianco avorio. Tinteggiatura delle pareti di fondo in color giallo. • • • Tinteggiatura della grande volta e del catino absidale in color bianco avorio chiaro in modo da utilizzare queste superfici come enormi diffusori di luce indiretta. Restauro dei capitelli ionici delle paraste: pulitura delle dorature degli ovuli e delle volute; rimozione del grigio arenaria e ripristino della pittura giallo e oro nelle gole, nei gusci e nelle foglie del capitello. Pulitura delle decorazioni del Teodorani (i quattro medaglioni degli evangelisti e il motivo floreale della trabeazione) e restauro dei fondi originali. Tale scelta per la tinteggiatura è stata coordinata con l’intervento di restauro delle tre ancone lignee, le quali sono state conservate nelle loro cromìe attuali: oro, bianco e terra d’ombra. Questo nuovo “vestito” per la chiesa, a nostro parere, ha restituito luminosità allo spazio della liturgia, dilatandolo in vibrazioni di colore che già si riscontrarono nella sua storia passata. Sono state inoltre esaltate le preziose sfumature cromatiche delle decorazioni del Teodorani, reinserendo i suoi interventi all’interno di uno spazio che recupera i colori in cui esse furono concepite. La tinteggiatura utilizzata è stata scelta a base di calce con 19 - Capitello ionico della lesena durante il restauro. 33 pigmenti naturali e stesa su precedente imprimitura a base di latte di calce. Una nota “di colore” sulla scelta del giallo per i fondi. Dopo una decina di prove-colore insoddisfacenti, su consiglio dell’architetto della Soprintendenza, conoscitore delle abitudini gastronomiche delle nostre terre, abbiamo aggiunto alla miscela “una goccia di rosso Sangiovese” così da ottenere il giallo rosato già definito per la sua unicità “giallo S. Bartolo”. Un nuovo progetto di luce Il progetto di luce per la chiesa di S. Bartolo ha previsto la rimozione completa dei vecchi corpi illuminanti per due motivi principali: • • l’arretratezza dell’impianto che risulta essere non conforme alle vigenti norme di sicurezza degli impianti; l’inadeguatezza estetica ed illuminotecnica dovuta a scarsa luce artificiale per la lettura (tre lampade scendono dalla chiave della volta a botte appese a fili di gomma nera), a corpi illuminanti non coordinati e mal fissati alle murature, e ad un’assenza di progetto luci unitario e armonizzato. Si è proceduto, dunque, alla redazione di un nuovo progetto di luce che fa riferimento alle seguenti categorie principali. Illuminazione esterna Dall’analisi delle preminenze architettoniche e dalla discussione con il parroco e gli altri progettisti coinvolti si è arrivati ad una considerazione condivisa: l’elemento essenziale e caratterizzante della facciata di S. Bartolo è il rosone a forma semicircolare, enfatizzato dalla prominenza dell’arco più grande che lo sovrasta racchiudendolo in una nicchia dal volume imponente (rispetto alle facciate con cui la chie- 34 sa dialoga). E proprio questo volume il “progetto luci” si è proposto di riempire con un bagliore diffuso e corposo in grado di connotare nella penombra dell’illuminazione stradale la facciata della chiesa, sottolineandone il ruolo di riferimento urbano per la comunità. Un’unica macchia di luce quindi, ma fortemente identificativa, perchè identifica un elemento architettonico preminente già percepito di giorno ed ora anche di notte. Analogamente il campanile, come segno forte nel territorio, va segnalato. Suggerimenti interessanti provengono dall’analisi dell’intorno, dello skyline della città, caratterizzato da una decina (fra campanili e torri civiche) di questi elementi connotativi della pianura cesenate. Ciò che differenzia il campanile di S. Bartolo, a fronte di un’altezza non troppo pronunciata, è sicuramente il suo coronamento: la cella campanaria e il tamburo a pianta ottagonale sormontato da una cupola emisferica, elemento architettonico distintivo di tutta la struttura muraria. Il progetto luci, dunque, si è proposto di illuminare l’interno della cella campanaria, in modo sobrio, uniforme, ma riconoscibile nello skyline della città già piuttosto affollato di luci. Luci di lettura È stata effettuata la rimozione degli attuali corpi illuminanti posti a sospensione sotto la volta a botte, e sono stati posizionati punti luce a fascio largo, opportunamente schermati, disposti lungo il cornicione di imposta della volta. Questo ha permesso un maggiore controllo sull’omogeneità di illuminazione della navata centrale. Luci per la percezione artistica ed architettonica È stato conservato il criterio di illuminazione delle nicchie laterali, sostituendo tuttavia i corpi illuminanti con elementi cilindrici, posti alla quota della chiave dell’arco, così da contribuire alle luci per la lettura e sottolineare l’effetto ritmico del succedersi degli archi lungo la navata centrale, che ne scandisce la direzionalità. Fari e faretti a fascio stretto puntati sulle ancone sono stati sostituiti con elementi dalle caratteristiche illuminotecniche mirate al loro utilizzo e dalle finiture estetiche coordinate con l’intero progetto luci. Le luci al neon posizionate all’interno delle due nicchie che alloggiano il SS. Crocifisso e la statua della Vergine, sono state rimosse e sostituite con luci con emissioni più “calde” e diffuse. Le luci puntuali dislocate in corrispondenza di ogni stazione della Via Crucis sono state rimosse. Dopo diverse proposte, studi e prototipi si è poi rinunciato alla loro sostituzione con altri corpi illuminanti, al fine di preservare la purezza e la linearità dei pilastri polistili. La novità che ha introdotto il nuovo progetto luci è stata la valorizzazione della volta a botte che copre la navata centrale. Elemento distintivo dello spazio interno, la volta non ha decori di pregio e per questo la sua valenza è esclusivamente architettonica. Dunque è stata illuminata come un ampio volume di luce sospeso sopra l’assemblea riunita, attraverso il posizionamento di corpi illuminanti lineari sopra il cornicione di imposta della volta. Particolare attenzione ha meritato anche la bussola, oggetto di restauro, che rappresenta l’ingresso dei fedeli alla celebrazione. Il fondo della chiesa è stato, dunque, illuminato a sottolineare la percezione da parte del fedele di un clima corale della celebrazione. Luci per funzioni e celebrazioni Il progetto ha previsto una particolare intensità di luce per l’abside, l’ancona e la zona dell’altare, elemento centrale della celebrazione. Corpi illuminanti posizionati sulla trabeazione illuminano in modo diffuso il fondo dell’abside e puntualmente il celebrante all’altare. Qui si concentra la massima intensità luminosa di tutta la chiesa. La regia luminosa Un parco luci così nutrito deve essere sapientemente gestito attraverso la programmazione di una regia luminosa. Dunque sono state costruite possibilità di accensione diversa dei corpi illuminanti, perché diversa possa essere la gestione dello spazio chiesa a seconda delle funzioni che in essa avvengono. Attraverso un “display touch screen” posizionato in sacrestia è possibile programmare e gestire diverse scene. Vengono elencate di seguito le principali: Scena 1: Luce di Servizio Questa scena deve garantire la gestione dello spazio per le funzioni di manutenzione. Scena 2: Luce da funzione ordinaria Questa scena è di uso giornaliero, feriale e deve garantire la lettura accorpando anche parte dell’illuminazione del presbiterio, dell’ambone e della mensa. Scena 3: Luce della funzione domenicale Sono chiamati a svolgere questa scena tutti i proiettori operativi per la luce di lettura e parte di quelli chiamati alla sottolineatura architettonica: la volta a botte, gli archi laterali, la bussola di ingresso alla chiesa. Scena 4: Illuminazione delle funzioni solenni Si tratta di un incremento della scena 3 con una netta integrazione della illuminazione architettonica e un nuovo bilanciamento della illuminazione del presbiterio. 35 20 - L’organo, pregevole opera della ditta Zanin di Udine. i restauri pittorici Maria Letizia Antoniacci Premessa Il restauro delle opere d’arte esercita un notevole fascino sulle persone, siano esse addetti ai lavori oppure pubblico esterno agli interventi. Sempre si pensa alla riscoperta dell’originalità delle opere così come agli autori e alla loro storia, facendo un tuffo nel passato. Personalmente il fascino che trovo nel restauro coniuga tutte queste cose alla curiosità per le tecniche esecutive e alla operatività necessaria per condurre gli interventi nel migliore dei modi, tenendo conto della singolarità di ogni lavoro eseguito. Nel caso dei restauri condotti nella chiesa di S. Bartolo, a quanto premesso si è aggiunta anche la forte carica affettiva nei confronti di un Luogo dove sono cresciuta e che ha contribuito alla mia formazione personale. Un Luogo del cuore. Contribuire alla sua valorizzazione prima cercando di ricostruire la storia delle decorazioni che vi si sono succedute nel tempo e poi restaurando quanto da sempre sono abituata a vedere non è stato “soltanto” un lavoro. Le indagini preliminari Per condurre opportunamente interventi di restauro o manutenzione è necessario approfondire la conoscenza sullo stato di conservazione e sulle tecniche esecutive dei manufatti oggetto di intervento. A volte si rende necessario l’utilizzo di particolari moderne tecniche diagnostiche, ma non è stato questo il nostro caso: l’osservazione dettagliata delle caratteristiche di dipinti e ancone lignee e alcuni saggi di pulitura sono stati sufficienti per stabilire gli interventi più opportuni. I dipinti murali, ultimati nel 1925 da Fortunato Teodorani (foto 1), sono a 1 - La firma di Teodorani nel medaglione dell’evangelista S. Luca. tempera con lumeggiature metalliche a pennello. Si notavano alcuni sollevamenti della pellicola pittorica in corrispondenza di zone ridipinte. Le ridipinture sono state anch’esse eseguite a tempera e nei riquadri raffiguranti gli Evangelisti sono negli angoli di colore marrone rossiccio e ricoprono le originali decorazioni fitomorfiche e zoomorfiche (documentate da alcune vecchie fotografie) (foto 2) che non è stato possibile ripristinare perché essendo di natura analoga (tempera), sarebbero state a loro volta rimosse. Ridipinta era anche la fascia grigia attorno al medaglione e alcune lumeggiature nelle fasce archi- 37 2 - Particolare del medaglione raffigurante l’evangelista Matteo. tettoniche: in questo caso la rimozione è stata possibile grazie al bisturi. Il fregio della trabeazione presentava sollevamenti della pellicola pittorica e alcuni distacchi degli strati di intonaco. Alcune parti sono state dipinte in tempi successivi in modo più grossolano. La superficie di tutti i dipinti era coperta da uno strato di polvere e nerofumo. Il restauro è consistito nel consolidamento delle parti sollevate o distaccate con emulsione acrilica a bassa concentrazione applicata a pennello per i sollevamenti ed iniezione di emulsione acrilica più concentrata nei distacchi di intonaco; la rimozione dello sporco superficiale è stata eseguita a secco con pennelli morbidi e gomme. Nelle fasi di consolidamento si presentava il problema degli aloni che ogni materiale acquoso utilizzato provocava sul colore al momento della migrazione dell’acqua verso la superficie. Pertanto non è stato possibile l’uso delle sostanze che comunemente si utilizzano per il consoli- 38 damento degli intonaci, in quanto contenenti un’altissima percentuale di acqua. Per il ritocco delle lacune sono stati utilizzati colori a tempera; per le velature, eseguite per nascondere macchie scure o cambiamenti di tono dei vecchi ritocchi non rimossi, sono stati usati i pastelli. I capitelli ionici delle lesene erano stati ridipinti diverse volte nelle volute e nei gusci e la policromia originale era coperta da uno spesso strato di tempere oltre ad una porporina che modificava il tono della doratura sia nelle volute che negli ovoli. Dopo le prove di pulitura che hanno rivelato la presenza del colore e della doratura originale, si è deciso di ripristinarli, togliendo a bisturi e con acqua le tempere e con solvente la porporina che copriva l’oro in foglia applicato su un’emulsione oleosa. Il colore giallo originale ha come legante una gomma, solubile in alcol ma non in acqua. Il ritocco delle lacune è stato eseguito ad acquerello nel giallo e con un pigmento minerale inalterabile con legante a gomma nelle lacune dell’oro. La superficie dorata è stata protetta con una vernice trasparente. Le ancone: storia e restauro Ancona dell’altare maggiore. Proveniente dal convento delle monache di S. Biagio, l’ancona è posizionata sulla parete dell’abside. Sorretta da due mensole finemente decorate, presenta due colonne laterali scanalate e rudentate (cioè riempite per metà fusto), con capitelli corinzi dorati, sui quali si imposta una ampia trabeazione decorata con dentelli e motivi fitomorfi in rilievo (foto 3). Al di sopra si imposta l’arco sommitale, sporgente e sorretto da un cornicione di mensole e preziosi intagli floreali. L’arco è spezzato da un frontone terminante in una croce dorata. Il frontone racchiude tra due volute una pregevole piccola tela raffigurante il martirio di S. Bartolomeo. La composizione sobria ed elegante dell’ancona è mossa dalle figure scolpite a tutto tondo dei due putti adagiati sopra gli archetti sommitali (foto 4-5). Al centro dell’ancona, posto in una nicchia ricavata nella parete absidale, vi è oggi un Crocifisso in carta pesta, forse risalente al 1600. L’ancona originariamente era dipinta a finto marmo: dalle indagini stratigrafiche effettuate sono emerse, nelle mensole, tonalità di rosso tipo marmo di Verona e, nei fondi delle colonne, tonalità di verde tipo marmo di Prato. L’ancona fu dipinta nei primi anni del 1900 con le cromìe attuali. Ancona di S. Bartolomeo. Nella seconda nicchia a sinistra dal fondo, vi è un’ancona lignea proveniente dal convento delle suore di S. Caterina in via Chia- 3 - Particolare dell’ancona dell’altare maggiore. ramonti. Al centro dell’ancona è posto il dipinto raffigurante il martirio dell’apostolo S. Bartolomeo. La tela, molto ridipinta, è datata 1655. L’ancona lignea appare sobriamente concepita: due colonne laterali addossate al fondo, con capitelli dorati in stile composito ionico corinzio, sostengono la trabeazione orizzontale con dentelli e due volti di putti in rilievo; il timpano a forma di frontone spezzato è sormontato da un decoro fitomorfo intarsiato culminante in una croce greca dorata (foto 6); ai lati della croce due vasi bianco e oro. Molte delle parti attualmente di colore giallastro erano originariamente dipinte a finto marmo: dalle indagini stratigrafiche effettuate sono emerse, nel basamento e sui fondi delle colonne, tonalità di verde tipo marmo di Prato. Fu dipinta successivamente con le cromìe attuali. 39 4 - Prima del restauro. 5 - Dopo il restauro. Ancona della Vergine. L’ancona, posizionata nella seconda nicchia di destra a partire dal fondo, ospita una statua in cartapesta raffigurante la “Vergine Concetta Senza Colpa”, realizzata nel 1856 da un giovane studente della parrocchia di “Bulgheria”, Giovanni Pirini, di soli 17 anni. Si presume che anche questa ancona provenga dal convento delle suore di S. Caterina. È costituita da un’ampia cornice con rincassi ovoidali e decorata con quattro volti di putti in rilievo agli angoli (di cui due andati perduti) e conchiglie 40 6 - Particolare dell’ancona di S. Bartolomeo. con cartiglio lungo le due mediane della nicchia interna. Una trabeazione semplice e lineare sostiene il timpano a spioventi spezzati. Al centro due volute intarsiate a sostegno della croce sommitale dorata (foto 7-8). L’ancona originariamente era dipinta a finto marmo: dalle indagini stratigrafiche effettuate sono emerse nel basamento tonalità di rosso tipo marmo di Verona; nei rincassi ovoidali della cornice sono emerse tonalità di verde tipo marmo di Prato. Fu dipinta successivamente con le cromìe attuali. Ai piedi dell’ancona è posto un altare con la mensa rettangolare di sezione curvilinea su un basamento costituito da un unico gradino; il paliotto presenta semplici rincassi squadrati. Anche l’altare, attualmente con cornici dorate e campiture di colore rosato, era dipinto a finti marmi colorati. Le tre ancone lignee, dorate a guazzo in foglia d’oro zecchino e laccate, erano coperte da uno strato notevole di sporco e nerofumo, sostanze collose e cera nelle aree che potevano essere raggiunte dalle gocce provenienti dalle candele. Numerosi i chiodi, punti metallici o spilli utilizzati per applicare ogni sorta di 7 - Prima del restauro. 8 - Dopo il restauro. festone o drappo durante i due secoli che le hanno viste nella nostra chiesa e, forse, anche nelle precedenti sedi da cui provengono. L’adesione della pellicola pittorica è buona, con rari sollevamenti stabili e poche lacune. Si è proceduto con una pulitura superficiale dell’attuale laccatura, rimuovendo con sistemi meccanici (pennelli, gomme) i depositi di polvere e nerofumo e con solventi ed un’emulsione grassa a basso contenuto di acqua le sostanze come colle, vernici e cera. Le parti dorate sono state pulite con emulsione grassa; quelle con laccatura originale bianca sono state pulite con gomme ed emulsione grassa e solventi per le ridipinture localizzate. Al termine della pulitura sono state eseguite stuccature nel legno. Il ritocco delle lacune è stato eseguito con diversi materiali reversibili: tempera, acquerello, colori a cera. La scelta è stata dettata dalla opacità o lucentezza del colore originale da ritoccare. Sulle dorature è stata applicata una vernice protettiva trasparente (vernice damar). I due angeli mancanti agli angoli inferiori dell’ancona della Vergine sono stati riprodotti in gesso poi dorato in similoro, eseguendo un calco in silicone dell’angelo superiore di sinistra. 41 9 - Volto di angelo. Particolare del “Coro di angeli”, dipinto da Fortunato Teodorani nel catino absidale. la fede genera la bellezza D. Virgilio Guidi Durante la visita alle famiglie e le benedizioni in occasione della Pasqua ho potuto registrare la soddisfazione di voi parrocchiani: “È proprio bella la nostra chiesa!”. Recuperare e mettere in risalto la bellezza della nostra chiesa è stato l’obiettivo che ci siamo proposti fin dall’inizio: non solo l’indispensabile sicurezza statica, ma il senso del bello che promana dall’equilibrio delle linee architettoniche neoclassiche disegnate all’inizio dell’800 dall’architetto Giovanni Maria Antolini, (equilibrio messo in risalto dalle nuove cromìe della tinteggiatura, che sono in realtà un ritorno all’antico), come anche dalle decorazioni del pittore Fortunato Teodorani. Abbiamo voluto pure mettere in evidenza, con una pulitura sobria ma efficace, le tre stupende ancone lignee (quella centrale del Crocifisso, quella della statua dell’Immacolata e quella della pala del martirio di S. Bartolomeo), di epoca più antica della nostra chiesa, e i due bei dipinti del martirio di S. Bartolomeo e di S. Lorenzo. La bellezza della chiesa risplende infine nella facciata ripulita, nel restauro del portale in pietra, del portone e della bussola interna. C’è in effetti un legame profondo tra la fede e la bellezza, tra la fede e l’arte in tutte le sue varie forme: architettura, pittura, scultura e musica. Ricordo l’emozione suscitata dal Messaggio agli Artisti, inatteso, che Papa Paolo VI ha voluto rivolgere l’8 dicembre 1965, a conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II: “Questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini”. Siamo soliti pensare in termini di verità e di bene come espressione del messaggio cristiano, meno in termini di bellezza. In realtà tra la verità, il bene e la bellezza c’è un rapporto intrinseco, già presente nella Bibbia e in tutta la tradizione cristiana. Già nell’Antico Testamento il libro della Sapienza definisce il Dio Creatore come l’“autore della bellezza” che risplende nelle creature (13,3). Ha scritto S.Tommaso: “La bellezza ha a che fare con ciò che è proprio del Figlio”. La Bellezza cioè non è qualcosa, è Qualcuno, l’Unico che si debba amare al di sopra di tutto, perché è la sorgente e il termine stesso dell’amore. S. Francesco nelle Lodi del Dio Altissimo, per due volte si rivolge a Dio dicendo: “Tu sei bellezza”. E prima ancora S. Agostino nelle Confessioni affermava il carattere personale ed eterno della bellezza: “Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai”. Con il celebre scrittore russo Aleksandr I. Solzenicyn possiamo parlare di “antica tri-unità della Verità, del Bene e della Bellezza”. “La bellezza è verità, la verità è bellezza”, scriveva l’allora card. Ratzinger nel 2002 al Meeting di Rimini. Purché non intendiamo la bellezza solo come fatto estetico. La bellezza di Dio Trinità risplende in Gesù, il Figlio fatto uomo, al quale la liturgia applica l’esclamazione del salmo 44: “Tu sei il più bello dei figli dell’uomo”. Ma ugualmente di lui si dice, citando il profe- 43 ta Isaia: “Non ha bellezza né apparenza… un volto sfigurato dal dolore”. Commentava l’allora card. Ratzinger: “Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, l’estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva ‘fino alla fine’... La bellezza che salva è la bellezza redentrice di Cristo”. Ha scritto un grande mistico del nostro tempo, Divo Barsotti: “Il mistero della bellezza! Finché la verità e il bene non sono divenuti bellezza, sembrano rimanere in qualche modo estranei all’uomo, si impongono a lui dall’esterno; egli vi aderisce, ma non li possiede… Il vero e il buono non sono sufficienti a creare una cultura. E poiché la cultura è espressione stessa di uno sviluppo individuale, di una certa perfezione raggiunta, ne viene che la cultura massimamente sembra esprimersi nella bellezza. La bellezza è il fine di tutte le cose”. Già nell’antichità aveva scritto S. Agostino: “Non è forse vero che noi non amiamo che il bello?”. La ricerca della bellezza dice il desiderio di felicità che è nel cuore di ogni persona ed invita ad uscire da se stessi per aprirsi al Mistero, a desiderare quella Bellezza originale che è Dio stesso, Bellezza che si riflette in Cristo Gesù. Secondo il teologo bizantino Nicolas Kabasilas, vissuto nel XIV secolo, il compito della bellezza è proprio quello di “produrre una ferita” e di incidere profondamente il cuore dell’uomo, perché Dio, sorgente di ogni bellezza, vi possa lasciare una traccia del suo passaggio. Proprio citando questo teologo, l’allora card. Ratzinger nel Messaggio al Meeting di Rimini del 2002, affermava: “L’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale”. Un riflessione compiuta sul rapporto tra fede e bellezza è stata offerta da Papa Giovanni Paolo II agli inizi del grande Giubileo dell’anno 2000 nella “Lettera agli artisti”: “A quanti con appassionata dedi- 44 zione cercano nuove ‘epifanie’ della bellezza per farne dono al mondo nella creazione artistica”.“La bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene… Facendosi uomo, infatti, il Figlio di Dio ha introdotto nella storia dell’umanità tutta la ricchezza evangelica della verità e del bene, e con essa ha svelato anche una nuova dimensione della bellezza: il messaggio evangelico ne è colmo fino all’orlo”. Di qui l’appello agli artisti: “La bellezza che voi trasmettete alle generazioni di domani sia tale da destare in esse lo stupore!… La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente. È invito a gustare la vita e a sognare il futuro”. Il tema della bellezza e della vita cristiana come evento di bellezza ritorna di continuo nell’insegnamento di Papa Benedetto XVI. “Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con Lui (Omelia durante la S. Messa per l’inizio del Pontificato, 24 aprile 2005).“È bello essere cristiani… La gioia di essere cristiani: è bello, ed è anche giusto credere” (GMG Colonia, 14 agosto 2005).“Il santo è colui che è talmente affascinato dalla bellezza di Dio e dalla sua perfetta verità da esserne progressivamente trasformato. Per questa bellezza e verità è pronto a rinunciare a tutto, anche a se stesso” (23 ottobre 2005). Nel recente documento “Sacramentum caritatis” dedicato all’Eucaristia, Papa Benedetto XVI ricorda il “valore teologico e liturgico della bellezza”: essa è “modalità con cui la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci così uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione, l’amore… La vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel mistero pasquale” (n. 35). Dio è bellezza, la Chiesa sposa di Cristo è il popolo della bellezza che salva, ogni cristiano è un pellegrino sulla via della bellezza, della verità, della bontà. La chiesa-edificio non può che essere bella! Prosegue Benedetto XVI nel documento citato: “È necessario che in tutto quello che riguarda l’Eucaristia vi sia gusto per la bellezza” (n. 41). Ma la Chiesa bella siamo noi, dobbiamo essere noi! La Bibbia si conclude con la grande visione del libro dell’Apocalisse: la Chiesa, chiamata “la sposa dell’Agnello”, è raffigurata come “la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino… La gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello” (Apc 21, 9-11.23). È quanto ha sottolineato Giovanni Paolo II visitando una parrocchia di Roma: “Ecco, devo dire che entrato in questo ambiente ho guardato con ammirazione la vostra chiesa; voi avete veramente una bella chiesa; mi piace congratularmi e desidero farlo anche con voi tutti, parrocchiani… Ma ho subito pensato: sì, è una bella chiesa dal punto di vista architettonico, come costruzione esterna, ma loro sono una chiesa, ciascuno di loro è una chiesa, un tempio… Dov’è la Chiesa? La Chiesa è dentro di loro, nei loro cuori; come diceva S. Paolo: ‘Voi siete tempio dello Spirito Santo’, siete il tempio di Dio, perché lo Spirito Santo abita in voi… Ecco la Chiesa viva. Mi congratulo con voi innanzitutto per tutte queste chiese vive che sono i parrocchiani di questa parrocchia”. Tu, Signore Gesù Cristo, non sei solo verità e bontà: Tu sei bellezza, la bellezza che salva. Tu sei il pastore bello che ci guida ai pascoli della vita dove c’è la bellezza senza tramonto. Spero di diventare anch’io un po’ più vero, un po’ più buono, un po’ più bello, in Te, che nella Tua Chiesa mi raggiungi come il solo bene, la bontà perfetta, la bellezza che trasfigura tutto. (BRUNO FORTE) 45