Domenica
La
di
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
Repubblica
la memoria
Il voto alle donne compie sessant’anni
MIRIAM MAFAI e SILVANA MAZZOCCHI
il racconto
Buffalo Bill, ultimo cowboy e prima star
LEONARDO COEN e ANTONIO MONDA
Il ritorno
del golpista
Repubblica Nazionale 25 19/02/2006
Venticinque anni fa il colonnello
Antonio Tejero Molina prese
in ostaggio le Cortes. Oggi racconta
e scrive “j’accuse” contro Zapatero
CONCITA DE GREGORIO
S
MADRID
i riconosce dai baffi, poi dagli occhi. Le guance sono
cadute, guance flosce di vecchio. I capelli non ci sono
più, il corpo è appesantito. Gli abiti civili lo ingoffano
come un vestito non suo, non ha mai imparato a starci dentro. I baffi però, ecco, quei baffi da cow boy sfortunato dei
cartoni animati, sono identici: bianchi, ormai. Ingialliti dalle sigarette Fortuna, però uguali. E poi gli occhi. Alza lo sguardo e ballano come anguille, furibondi anche quando tace: occhi neri che
scappano che non si fermano mai. Antonio Tejero Molina ha 74
anni, vive il furore che gli resta chiuso in questa casa di cemento
nel cuore di Madrid, esattamente al centro del reticolo di strade
che hanno scandito la sua storia e la sua dannazione. Laggiù il
bar Galaxia, dove organizzò l’assalto alla Moncloa del ‘78. Più in
fondo via General Cabrera, dove fumando e bevendo caffè corretto pensò il golpe dell’81. Cinque minuti a piedi, il Parlamento, dove dopo una notte intera col tricorno in testa e la pistola in
mano pensò di arrendersi, sì, ma solo se i deputati, «quei caproni», fossero usciti in fila per uno e in mutande. La prima traversa
a destra, via Martiri di Alcalà, il luogo dove ha passato in prigione quasi sedici anni. Venticinque anni sono trascorsi da quella
notte: il 23 F è lontano un quarto di secolo e invece eccolo qui, coi
baffi bianchi e una lettera in tasca.
Tejero esce dal portone del numero 1 di via Santa Cruz de Marcenado, uno di quei complessi residenziali concepiti secondo l’idea di lusso dell’epoca: un casermone coi balconi di cemento armato simili a enormi mangiatoie grigie, rampicanti e edere pendenti che raccontano le cure di trentennali domestici. Telecamere a circuito chiuso spiano i passanti, un furgone bianco senza insegne staziona fisso davanti all’ingresso. Saluta il portiere
con un gesto, s’incammina verso il negozio di fotocopie e fax dove va a spedire la lettera che ha appena scritto per maledire Zapatero: un uomo da niente, un traditore della Patria. Passa davanti alla Scuola di Guerra dell’esercito: in guardiola c’è una soldatessa bruna con gli orecchini di perla, la guarda in tralice. Donne in mimetica, un mondo invivibile. Si ferma a frugarsi le tasche
proprio sotto un cartello che il quartiere Conde Duque, il suo
quartiere, ha piantato lì per celebrare Cervantes: «Io voglio stare
zitto perché non mi dicano che mento. Ma il tempo, scopritore
di ogni cosa, dirà il vero quando meno lo aspettiamo». Verso 15,
capitolo 37. Tejero, sul suo silenzio: «Non insista, signorina. Io
del 23 febbraio non parlo. Non parlo perché non so cosa sia successo quel giorno. Chi avrebbe dovuto spiegare ha taciuto, qualcuno ha tradito, troppe ombre ancora pesano. Io ho fatto il mio
dovere di spagnolo, ho pagato colpe che non ho. La storia dirà».
(segue nelle pagine successive)
con un servizio di ALESSANDRO OPPES
i luoghi
Pechino riscopre il suo cuore antico
FEDERICO RAMPINI
cultura
Le poesie inedite di Charles Bukowski
ANTONIO GNOLI
la lettura
In sella a una bici per fare l’Italia
EDMONDO BERSELLI e PAOLO RUMIZ
spettacoli
Vampiri, il mostro torna in pantofole
NATALIA ASPESI e GIUSEPPE VIDETTI
26 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
la copertina
FOTO CONTRASTO/GAMMA
Venticinque anni dopo
Il 23 febbraio del 1981 un tenente colonnello della Guardia
civile fece irruzione nelle Cortes con una pistola in mano
e un tricorno in testa. Il suo putsch stralunato e fallimentare
durò diciotto ore ma ancora oggi lui si domanda
“chi lo tradì” ed è tornato in campo scrivendo lettere
di fuoco contro Zapatero sulla “questione catalana”
Madrid, nella casa di Tejero
lo sfogo dell’ultimo golpista
CONCITA DE GREGORIO
(segue dalla copertina)
nvece poi parla, l’ultimo cupo
Don Chisciotte di Spagna. Parla il
cavaliere nero dalla triste figura
che ancora combatte contro il suo
inesistente nemico. Parla infine
perché «il cuore mi sanguina,
stanno attentando all’unità patria ed è
come se stessero accoltellando mia madre: lei resterebbe ferma, non reagirebbe se vedesse uccidere la sua propria madre?». La madre è l’unità nazionale, il coltello che la uccide è lo Statuto autonomo
di Catalugna, l’assassino è Zapatero.
Ecco qui la lettera, la missiva scritta a
mano che sta andando a inviare al giornale di Melilla — patria di militari neri
d’ogni dove, enclave marocchina, terra
di legione straniera, anche uno come
Ghira è venuto a morire qui. Va a spedirla dal negozietto di via San Bernardo. La
lettera s’intitola «Fino a quando... Zapatero?». Quo usque tandem. Dice: «Spero
solo che con questo Statuto non c’entri il
Re, perché come parlò quel 23 febbraio
per evitare la ribellione così dovrebbe
parlare oggi, giacché stanno tentando di
rompere la corona di Spagna di cui è depositario». Il febbraio ’81 come questo
febbraio, quindi. Non ha cambiato idea,
colonnello. «Cambiare idea? Non sa
quello che dice, non si rende conto. L’amor patrio non è un’idea. È il sangue che
corre nelle vene degli uomini degni di
questo nome e io morirò da uomo. Difenderò Spagna finché avrò vita».
La casa è buia anche se fuori c’è il sole.
È la casa della figlia, una dei sei figli — tre
maschi, tre femmine — che ha avuto
dalla devotissima moglie Carmen: la
donna che la notte del 23 F, mentre lui
era ancora dentro l’emiciclo che urlava
a Felipe Gonzalez, a Fraga e a Carrero
Blanco «pancia a terra, cazzo», telefonava disperata alle amiche: «Lo hanno lasciato solo, lo hanno buttato via come un
mozzicone di sigaretta». Gli altri, i generali lo avevano buttato via: i signori del
golpe di cui Tejero è stato — in questa
versione — solo una pedina. Il capro
espiatorio. «Non so cosa sia successo
quel giorno», appunto: dovevano arrivare i carri armati da Valencia e non arrivarono; doveva esserci il generale Armada a fianco del Re e invece arrivò nell’emiciclo a dettare un governo possibile —
il suo — pieno di comunisti e di socialisti. Tejero, che aveva scatenato il golpe,
lo fermò: lui lo fece, lui lo fece fallire.
Le serrande in casa sono abbassate, la
luce elettrica accesa. Una scrivania scura, una ciotola di cristallo con qualche
caramella Sugus, cimeli alle pareti: in
cornice il discorso che Franco inviò agli
spagnoli prima di morire. Non c’è un
computer, non una macchina da scrivere. La tecnologia è un vecchio tv color in
salotto. Il colonnello scrive a mano, in
stampatello. Si firma «Antonio Tejero
Molina, carta d’identità numero
1317104D, tenente colonnello della
Guardia Civile espulso dall’esercito per
il 23F». La lettera su Zapatero è del 25
gennaio. In ordine sulla scrivania ce n’è
un’altra scritta tre giorni dopo, il 28, ancora inedita. Sono sette cartelle, il titolo
è «In uso dei nostri diritti». Dice che è uno
scandalo che abbiano cacciato con violenza dall’Esercito il generale Josè Mena
Aguado, poche settimane fa, «solo per
aver detto» che lo Statuto catalano, se approvato, avrebbe legittimato il ricorso
alle armi. «Uno scandalo, perché il generale si è limitato a recitare un articolo della Costituzione, sebbene omettendo un
paragrafo». La verità è che a questi politici «noi serviamo solo un giorno ogni
qualche anno, il giorno delle elezioni,
per il resto ci vogliono ciechi sordi e muti come le scimmie. Ma no, in nome di
Dio, non mi sentiranno tacere!». Gli occhi bruciano. «Vendono la patria per
trenta voti o, chissà?, forse per qualcosa
di ancor più vergognoso. Il signor Zapatero, i suoi amici, le sue riunioni segrete...». Le mani disegnano cerchi nell’aria,
muovono il brillio della polvere nei raggi
di luce delle persiane.
Di quelli che c’erano quella notte di 25
anni fa Antonio Tejero è l’unico che ancora frema di indignazione identica, solo contro i suoi mulini. Aveva provato a
dedicarsi alla coltivazione dell’aguagate
in Costa del Sol, la sua terra natale. Lo fa.
Da quando Gonzalez gli ha condonato la
pena residua (quindici anni e nove mesi
invece di trenta, cinque scontati per
buona condotta: in carcere donava il
sangue), ha messo su una coltivazione
sperimentale vicino a Malaga. Alfonso
Armada — il generale che fu per vent’anni istitutore del giovane Juan Carlos per
conto di Franco, il vero ispiratore del golpe, uomo Opus dei che voleva sostituirsi
a Suarez a capo di un governo di sicurez-
FOTO AFP
Repubblica Nazionale 26 19/02/2006
I
za nazionale — coltiva camelie vicino a
Santiago. Francisco Lanìa, allora direttore della Sicurezza di Stato, coltiva pomodori in una piccola fattoria in provincia di Avila. L’ex presidente del governo
Adolfo Suarez, l’uomo colpevole per i
militari di aver legittimato il Partito comunista, è afflitto da una malattia degenerativa fra la demenza e l’Alzheimer. Vive chiuso nella sua casa di Florida, vicino
a Madrid: lo hanno trovato qualche volta che raccontava dettagli del golpe di
Tejero ai giardinieri delle case vicine, lo
hanno riportato dolcemente nella sua.
Pazzi, vecchi e spaventati, muti: giardinieri che parlano coi fiori. Gli altri sono
morti. Tejero no, il colonnello cammina
spedito verso l’edicola ogni mattina, poi
va in chiesa. «Hai almeno messo il crocifisso che t’ho mandato?», si spazientiva al
telefono la moglie Carmen il primo giorno di prigionia, 24 di febbraio. Ce l’ha, il
crocifisso. La figlia, come gli altri cinque
educati nel culto del padre, ne protegge
ogni passo. Gli consente di rado di andare al telefono, filtra le chiamate. Lui, quando finalmente risponde alla domanda «è
lei, colonnello?», dice così: «Al aparato».
All’apparecchio, formula marziale e desueta, oggi vagamente ridicola: nessuno
chiama più il telefono «apparecchio».
E però è la stessa formula degli sbobinati allegati agli atti del processo: il modo in cui Tejero 25 anni fa rispondeva al
segretario del Re, Sabino Fernandez
Campo, che gli chiedeva «per carità cosa
sta facendo, colonnello, in nome di chi
agisce?». Mentre Juan Carlos chiuso nel
“Non so cosa sia
successo quel giorno:
chi avrebbe dovuto
spiegare ha taciuto,
qualcuno ha tradito
Io ho fatto il mio
dovere di spagnolo
e ho pagato
colpe che non ho”
LA LETTERA DEL COLONNELLO
Nelle foto della pagina, due immagini
dell’assalto alle Cortes del 23 febbraio 1981
con al centro il colonnello Antonio Tejero
Molina. Nelle foto a colori, Tejero (sopra)
nel 1996 subito dopo la scarcerazione
e (sotto) nel 2003 con la moglie Carmen
Díez Pereira alla fiera di Malaga. A destra,
accanto alla prima pagina de “El Pais”
nel giorno del golpe, due pagine della letteraappello scritta da Tejero contro il presidente
Zapatero e consegnata alla nostra cronista
Nel montaggio di copertina, altre pagine
dello stesso documento
suo studio pretendeva che il figlio Felipe,
allora dodicenne, rimanesse lì nella
stanza tutta la notte, sveglio, con lui.
«Perché vedi, figlio, questa notte potrebbe essere l’ultima e di certo sarà unica e
tu devi sapere fin d’ora che essere re non
vuol dire solo tagliare nastri». Il bambino
piangeva, anche suo nonno Don Juan di
Borbone dall’esilio portoghese piangeva. Ronald Reagan no, era andato a dormire e non lo svegliarono mentre Manuel Fraga urlava in aula ai militari con le
mitragliette «adesso basta», e Alfonso
Guerra il socialista pensava a suo figlio di
un anno che non avrebbe forse visto più,
e Santiago Carrillo il comunista si accendeva un’altra Peter Stuyvesant. Dal consiglio di guerra, in quel momento esatto,
Lanìa stimava in «duecento morti approssimativi» l’esito di un’azione armata di liberazione del congresso che l’uomo col cappello a tricorno teneva in
ostaggio con una pistola Astra in mano.
Diciotto ore, durò il golpe.
Carmen Tejero aveva capito ben prima del marito che lo avevano lasciato solo come un mozzicone spento. Consolava i figli, coraggio, nella stessa ora in cui
lui rispondeva al generale Aramburu, il
suo generale: «Non mi arrendo, mi generàl. Se si avvicina ancora di un passo le
sparo e poi mi sparo io». Nel bando che
lesse dallo scranno più alto, quella notte,
risuonano le stesse parole delle sue lettere di oggi: «Spagnoli, le unità dell’esercito della Guardia civile che occupano il
congresso non ammettono le autonomie separatiste». Ai soldati che aveva
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 27
IL “23 F”
ORE 18
ORE 20
ORE 21
1.20
ORE 12.50
A capo di 200 agenti
della Guardia civile Tejero
fa irruzione
in Parlamento dove
si doveva eleggere
il capo del governo
Si ribella il capitano
della III Regione militare
Jaime Milans del Bosch:
i militari impongono
il coprifuoco nella regione
del Levante e a Valencia
Viene formato un governo
provvisorio composto
dai sottosegretari
di Stato rimasti liberi
che prende il controllo
della nazione
Il re Juan Carlos tiene
un discorso in tv, vestito
con l’uniforme di capo
delle Forze armate,
per condannare i golpisti
e difendere la Costituzione
Si conclude il colpo
di Stato: tutti i deputati
tenuti in ostaggio
vengono liberati
I responsabili
saranno condannati
Il racconto del generale Fernández Campo
“In quelle ore fatali
così salvammo il re”
ALESSANDRO OPPES
FOTO ANSA/EFE
I
“Stanno tentando
di rompere la Corona
di Spagna, stanno
attentando all’unità
della patria. E il mio
cuore sanguina:
è come se stessero
accoltellando mia
madre. Lei starebbe
ferma se vedesse
uccidere sua madre?”
portato con sé nei sei autobus comprati
per il bisogno aveva detto che il Parlamento era sotto attacco dell’Eta e bisognava difenderlo. Anche
adesso dice così: «Vorrei
proprio che qualche giudice chiedesse conto a
questi saltacostituzione
che cosa hanno fatto con
Otegui e Batasuna, e allora ci
renderemmo conto delle loro oscure intenzioni».
Arnaldo Otegui, ex componente dell’Eta, ex parlamentare di Harry Batasuna. I giornali
di oggi, quelli di sinistra, pubblicano «il piano in quattro punti» di
Zapatero per chiudere le ostilità
con Eta. Quelli di destra portano in
prima pagina foto delle vedove e
delle orfane del terrorismo («mai un
accordo con Eta») e della nuova linea di moda di David Delfin ispirata
alle divise delle SS, banda al braccio e
mostrine militari incluse. Melilla
Hoy, il giornale che ha pubblicato per esteso la lettera di Tejero contro Zapatero, ha ricevuto
nei giorni successivi quaranta altre lettere. «Trenta a favore di
Tejero e dieci contro», spiega il caporedattore Mustafa Hamed.
Tejero a novembre, tre mesi fa, è
andato in pellegrinaggio al Valle de
los Caidos: la tomba di Franco. «Un
referendum è il minimo che questi
traditori della patria possano concedere al popolo sovrano. Io non ho votato una costituzione in cui appare la
parola “aborto” e non compare il nome
di Dio. Però, adesso che c’è, è di tutti, e
dunque si dica che quello che sta succedendo è incostituzionale. Se si approvasse lo statuto catalano, Spagna non sarebbe più Spagna: la avrebbero uccisa proprio quelli che il popolo ha eletto perché
ne avessero cura». I soldi, è una faccenda
anche di soldi. «Lo dice uno che ha rifiutato milioni per le interviste, uno che non
ha cura del denaro». Colonnello, si dice
che lei sia pagato per tacere. «Infamia. Ne
avrei bisogno, del denaro che mi offrono
per parlare. Ma lo rifiuto, e denuncio lo
scandalo della bancarotta a cui stanno
portando Spagna: i catalani vorrebbero
tenersi la metà delle loro imposte, milioni e milioni di euro che pagheremo tutti,
e senza essere profeta dirò che dopo anche gli altri vorranno la medesima autonomia, i baschi, i galiziani, tutti, fino a totale liquidazione della Patria. Prego il re».
Lei, prega il re? «Certo. Da repubblicano accetto la monarchia sempre che
sia garante dell’unità di Spagna. Si pronunci su questo atto vandalico. Parli
oggi come parlò allora». Allora, quando
a mezzanotte e cinque minuti del 23
febbraio Juan Carlos disse in tv agli spagnoli «la Corona non può tollerare atti
di chi pretende di interrompere con la
forza il processo democratico». Tejero
sentì il discorso mentre con l’Astra in
mano pensava di salvare il Paese da
«questi caproni democratici», e state a
terra. Stamattina, venticinque anni dopo, ancora. Con una lettera in tasca, fermo impettito sul marciapiede di casa, i
baffi bianchi che tremano un po’. Cola
acqua dai terrazzi, i domestici stanno
annaffiando i rampicanti.
OSTAGGI
ADOLFO SUAREZ
Primo ministro dimissionario il
giorno del golpe, è stato
il primo capo del governo
spagnolo ad essere eletto
democraticamente dopo
la caduta del regime franchista
FELIPE GONZALEZ
Nato a Siviglia nel 1942,
l’ex primo ministro spagnolo
nel febbraio 1981 è il leader
dell’opposizione socialista:
va al governo l’anno dopo
e vi resta per 14 anni
SANTIAGO CARRILLO
Il leader del Partito comunista
spagnolo nasce
a Gijon, nelle Asturie,
nel 1915. Costretto all’esilio
durante la guerra civile,
torna in Spagna
dopo la morte di Franco
MANUEL FRAGA
Ex ministro dell’Informazione
sotto Franco, anche dopo
la caduta del Caudillo
rimane per oltre dieci anni
governatore della Galizia
All’epoca del tentato golpe
ha 58 anni
MADRID
l film di quella giornata scorre ancora limpido nella memoria del vecchio generale a riposo. Anche se, a venticinque anni di distanza, resta la confusione su come andarono realmente
le cose, sulla vera genesi di quel golpe
abortito. «Un rompicapo», lo definisce
ancora oggi Sabino Fernández Campo, 88 anni, che in quei giorni del 1981
era il segretario generale della Casa
Reale. In altre parole, il più stretto collaboratore del re. «È vero, io in quel momento ero in una posizione privilegiata, ho potuto osservare da vicino
minuto per minuto l’evolversi della
situazione, e parlare con tutti i protagonisti. Però continuo ad avere l’impressione che mi manchi qualche tessera di quel mosaico. Elementi che
non coincidono, la probabile mancanza di un coordinamento tra chi
aveva pensato l’azione e chi la stava
realizzando. È significativo quello che
disse il colonnello Tejero, mesi dopo,
al momento del processo: «Io vorrei
che qualcuno mi spiegasse che cosa è
successo il 23 febbraio». Come dire
che le cose andarono diversamente
da quel che credeva l’uomo che era
stato mandato in prima linea».
Generale, lei fu la prima persona a
parlare con re Juan Carlos quando si
diffuse la notizia che qualcosa di grave stava succedendo nell’emiciclo
delle Cortes. Quale fu la prima reazione del sovrano?
«Quel pomeriggio era prevista l’investitura del nuovo capo del governo,
Leopoldo Calvo Sotelo. Seguivamo, alla radio, la trasmissione in diretta,
quando si cominciarono a sentire strani rumori, voci concitate. Il mio ufficio
alla Zarzuela era a diversi piani di distanza da quello del re. Don Juan Carlos mi chiamò, mi precipitai da lui. «Sabino, che cosa succede?», fu la sua prima domanda. Che cosa stesse succedendo era ancora difficile capirlo. In
quel momento la confusione era totale. E anzi, il primo sospetto fu che ci fosse di mezzo l’Eta. Era un periodo in cui
i terroristi baschi avevano messo a segno parecchi attentati sanguinari. Temevamo una loro azione clamorosa».
Ma non tardaste a scoprire che l’uomo che teneva sotto sequestro il Parlamento era un tenente colonnello
della Guardia civile.
«No, e per di più si trattava di una
vecchia conoscenza. Antonio Tejero
era già stato protagonista di un altro
complotto golpista, la Operación Galaxia. Sapevamo che era un personaggio molto deciso e disposto a fare
alcune cose, cose sbagliate, ma per le
quali era determinato ad andare sino
in fondo».
Lei riuscì a parlare con Tejero, ma fu
una conversazione che non contribuì
a migliorare le cose.
«È vero. Mi diedero il numero del telefono più vicino al punto dell’emiciclo
in cui si trovava il colonnello. Quando
rispose gli chiesi: «Che fai lì? Che sta
succedendo? Perché ti sei presentato
in nome del re? Sappi che il re non è assolutamente d’accordo con quello che
stai facendo, e ti ordina di uscire immediatamente dal Parlamento». Notai
tensione e nervosismo nella sua voce.
Mi disse che lui non prendeva più ordini dal re, ma solo dal generale Milans
del Bosch, il capitano generale di Valencia che aveva schierato i carri armati per le strade. Questa fu la sua risposta, poi mi chiuse il telefono in faccia».
Che cosa faceva, nel frattempo, il
sovrano?
«Si metteva in contatto telefonico
con tutti i più alti responsabili dei vertici militari, i capi di Stato maggiore, i
capitani generali di tutte le regioni del
paese. Cercava di capire qual era la reale portata del problema».
Tra le persone che, in quelle ore,
avevano un filo diretto con il re ce n’era una che alla fine si rivelò un uomo
chiave del movimento golpista, il generale Alfonso Armada.
«Armada era una persona di massima fiducia di Don Juan Carlos: era stato accanto a lui, come precettore, sin
da quando, giovanissimo, il futuro
monarca non era ancora principe. Ed
era anche mio amico. Tra l’altro avevamo lavorato insieme nella segreteria
del Ministero dell’Esercito».
Ma né lei né il sovrano sospettavate
che stesse tramando qualcosa?
«Quel che sapevamo per certo era
che la Spagna stava attraversando una
situazione molto delicata. I militari
non avevano perdonato al premier
Adolfo Suárez non tanto il riconoscimento del Partito comunista, quanto il
modo in cui venne deciso. Felipe
González aveva già presentato una
mozione di censura contro il governo,
che non ebbe successo. È a quel punto
che viene fuori il nome di Armada come possibile capo di un governo presieduto da una personalità «neutrale».
Ma l’idea era quella di arrivarci attraverso una nuova mozione di censura,
cosa che divenne impraticabile nel
momento in cui Suárez presentò le
dimissioni. È probabile che la designazione di Calvo Sotelo, considerata insoddisfacente dai militari, abbia
accelerato il piano per imporre, a
qualunque costo, un governo presieduto da Armada».
Suárez aveva proposto, poco tempo prima, che il generale venisse allontanato dalla segreteria generale
della Zarzuela. Evidentemente pensava che potesse costituire un pericolo. Non le risulta che il premier abbia
mai espresso con chiarezza la sua
preoccupazione al re?
«Suárez si premurò di parlare con
me perché io potessi testimoniare
che si dimetteva per decisione propria e non per pressioni esterne. Ma si
sapeva bene che uno dei motivi per
cui decise di lasciare l’incarico era l’inimicizia insanabile che si era creata
con i militari».
Tutti gli storici sono concordi nell’attribuire a lei un ruolo chiave nel
fallimento del golpe. Come andarono
esattamente le cose?
«Accadde un fatto del quale solo dopo capii la portata. Parlavo al telefono
con il generale Juste, capo della divisione corazzata “Brunete”. Lo trovavo
stranamente interessato ad avere
informazioni sul generale Armada.
Voleva sapere se Armada era con noi,
se era già arrivato alla Zarzuela. Gli risposi semplicemente: “Non è qui, né lo
stiamo aspettando”. Quando Juste mi
disse che questo cambiava molto le cose, capii che la presenza di Armada a
Palazzo era probabilmente il segnale
che aspettavano per prendere in mano
la situazione».
È per questo che Armada insisteva
tanto...
«Sì, quando tornai nell’ufficio di
Don Juan Carlos mi resi conto che stava parlando, ancora una volta, con Armada. Gli suggerii che gli ordinasse di
restare al suo posto, allo Stato Maggiore della Difesa».
E poi fece rafforzare la sicurezza ai
cancelli della Zarzuela.
«Certo, bisognava prendere tutte le
precauzioni. Per questo ordinai, tra
l’altro, che venisse proibito l’ingresso
al generale Armada».
Sono stati scritti libri che ipotizzano un coinvolgimento del Cesid, i servizi segreti, nel golpe.
«Su questo non ho nessuna informazione. Il responsabile delle sezioni
operative dell’intelligence, José Luis
Cortina, venne anche processato, ma
fu assolto. Quello che posso testimoniare è che Cortina, in quelle ore, non
si mise mai in contatto con noi».
Trascorsero 18 ore di tensione e
paura prima che il re comparisse in tv
per decretare il fallimento del golpe.
Perché tanto tempo?
«Quel messaggio venne redatto
quasi subito. Ma c’erano due problemi da superare. Il primo era chiarire
quello che stava accadendo: dovevamo raccogliere informazioni dettagliate sulle intenzioni dei militari, cosa che richiedeva tempo. Il secondo
problema era che la sede della tv era
occupata militarmente. Ci volle un
lungo negoziato per ottenere che venisse sgomberata. Solo così Sua Maestà fu in grado di far arrivare agli spagnoli il suo pensiero. Alla fine, si può
dire che il 23 febbraio ‘81 è stato un
buon vaccino. È sempre meglio non
dimenticare, perché tutto serve come esperienza. Quel che è certo è che
la figura di re Juan Carlos ne è uscita
enormemente irrobustita».
28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
la memoria
Svolte epocali
Sessant’anni fa, il 2 giugno ’46
alle italiane fu concesso il primo
“voto politico”: referendum
Monarchia-Repubblica e Costituente
Ora una mostra alla Camera
racconta quell’appuntamento cruciale
Il giorno che le donne
si presero la Storia
A
SILVANA MAZZOCCHI
rrivavano ai seggi con
il vestito buono della
festa, con i bambini in
braccio, con il fazzoletto sui capelli. Emozionate, come si conviene per un appuntamento importante, decisivo. Quel 2 giugno del ’46
le donne votano per la prima volta e
sono oltre dodici milioni. Un diritto,
un adempimento ovvio per la democrazia, eppure una conquista difficile, inseguita fin dai primi movimenti
femministi a cavallo del Novecento.
In precedenza, il 1° febbraio del ’45,
un decreto aveva esteso il suffragio
alle donne che in alcune regioni avevano già potuto votare per le elezioni
amministrative. Ma essere candidate ed esprimersi per i destini della nazione era tutt’altra cosa.
Paese povero e caotico, il nostro, in
quel primo dopoguerra. L’Italia era
rimasta a lungo divisa in due (a Roma
il governo Bonomi, il nord ancora occupato dai tedeschi e dalla Repubblica di Salò) e usciva dal conflitto con le
ossa rotte. Il salario di un operaio toccava appena 10mila delle vecchie lire, il biglietto del tram ne costava 4,
ma un chilo di pasta valeva 120 lire e
un litro di latte ben 300. Quel 2 giugno
si deve scegliere tra Monarchia e Repubblica e, contemporaneamente, eleggere l’Assemblea Costituente per
disegnare la nuova identità istituzionale. Per le
donne il salto è doppio:
votano e possono essere
votate. «Stringiamo le
schede come biglietti
d’amore», racconta la
giornalista Anna Garofalo nella cronaca di quel
giorno, «si vedono molti
sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi nelle
lunghe file dinanzi ai seggi. E le conversazioni che
nascono tra uomo e donna hanno un tono diverso, alla pari».
All’inizio era stata soprattutto la Dc a premere
per il voto alle donne; i
comunisti e i socialisti temevano che la Chiesa
potesse influenzare le
coscienze femminili, ma
la valenza di quell’irrinunciabile conquista
aveva presto spazzato
via ogni dubbio. E Palmiro Togliatti e Alcide De
Gasperi (contrari i laici,
compreso Benedetto
Croce) avevano presentato insieme la proposta
sulla quale Ivanoe Bonomi emanò il
decreto legislativo.
Nei mesi precedenti al voto i partiti mettono in campo ogni loro risorsa. Fino ad allora le donne erano rimaste escluse da ogni tipo di dibattito politico e molte candidature finiscono per rivelarsi solo di bandiera. Il
Pci e il Psi pescano tra le partigiane e
i quadri di partito, tra le militanti perseguitate durante il fascismo o esiliate. Mentre la Dc indica esponenti dell’Azione cattolica e donne legate ai
movimenti popolari. Il voto era stato
reso obbligatorio per iniziativa democristiana, ma l’imposizione non
serve: le donne sono contente di votare e accorrono in massa. Già nella
primavera di quell’anno erano state
elette per la prima volta oltre duemila donne nei consigli comunali. Nessuno stupore quindi se alla Costituente, su 556 deputati, 21 sono donne: nove dc, nove comuniste, due socialiste e una della lista “L’Uomo
qualunque”. Cinque di loro entrano
nella “Commissione dei 75” incaricata di scrivere la Carta costituzionale: le dc Maria Federici e Angela Gotelli, la socialista Tina Merlin e le comuniste Teresa Noce e Nilde Jotti.
«È il voto alle donne il punto di partenza» conferma Anna Rossi Doria,
che insegna Storia delle donne all’Università di Tor Vergata a Roma ed è
Teresa Mattei
“Quelle battute infelici
dei colleghi maschi”
Avevo appena 25 anni. Con la
Resistenza avevo perso mio padre
e un fratello e io stessa avevo lottato. Ero
stata eletta con moltissimi voti; ricordo
ancora il primo giorno a Montecitorio.
Ero entrata nella segreteria della
Costituente, ma presto, per volontà
di Togliatti, venni messa nell’ufficio
di Presidenza. Che emozione, non
avevo alcuna esperienza.
Quante battaglie, quante sfide.
E che soddisfazione quando riuscivamo
a portare a termine qualcosa di positivo.
Ma anche quanti ostacoli. Provammo
ad aprire le porte della magistratura
alle donne. In aula fui io a leggere
la relazione. Mentre parlavo i deputati
più anziani si misero a gridare:
«Le donne? E, durante quei giorni,
sì durante il ciclo mensile, come
potrebbero giudicare con serenità?».
Quando si votò per il ripudio della
guerra, noi, tutte e 21, ci tenemmo
la mano. Eravamo tutte per la pace,
anche la collega qualunquista, che poi
era monarchica. Fummo unite anche
per rimuovere il divieto che avevano
le infermiere di sposarsi. E ci riuscimmo.
(Costituente eletta nelle liste del Pci)
Filomena Delli Castelli
“Quando prendevo la parola
le piazze si riempivano”
Io ho sempre avuto fiducia nelle donne.
Prima delle elezioni del ’46 per mesi
avevo girato in ogni paese d’Abruzzo
e mi ero accorta del loro interesse.
Quando parlavo nelle piazze,
loro che non si presentavano mai
per ascoltare gli uomini uscivano
per ascoltare me. Mi chiamavano
Memena ed ero una di loro. Per me
le organizzazioni cattoliche e la politica
sono state una forma di emancipazione
femminile. Ricordo ancora la campagna
elettorale; era la prima volta che le donne
parlavano e si facevano sentire.
Quel giorno del voto, il 2 giugno del ’46,
fu un giornalista del “Messaggero”
ad avvertirmi. Mi disse: «Memena sei stata
eletta, preparati ad andare a Roma».
E io che non sapevo neanche dove era
la Camera. Eravamo consapevoli che
il voto alle donne costituiva una tappa
fondamentale della grande rivoluzione
italiana del dopoguerra. Avevamo
finalmente potuto votare e far eleggere
le donne. E non saremmo state più
considerate solo casalinghe o lavoratrici
senza voce ma fautrici a pieno titolo
della nuova politica italiana
(Costituente eletta nelle liste della Dc)
nella “Società italiana delle storiche”: «Quello è un momento importante soprattutto dal punto di vista
soggettivo, in quanto fu una conquista di individualità oltre che di
cittadinanza. Ci sono tante testimonianze di donne, intellettuali ma
anche delle classi popolari e contadine. Tutte ricordano l’emozione
provata quel giorno per aver conquistato un senso pieno di autonomia individuale, fuori dai ruoli.
Quel “voto segreto” significava potersi finalmente sottrarre al controllo e alla subordinazione. Anche
dagli uomini della famiglia».
Alla Costituente le elette formano
una pattuglia variegata ma compatta e riescono a realizzare una collaborazione trasversale e moderna,
per l’affermazione, nella Carta, dei
principi basilari di parità. Con un testo ispirato all’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini, «senza distinzione di sesso, di razza, di religione,
di opinioni politiche e di condizioni
personali e sociali». E alle “madri”
della Costituzione va riconosciuto il
merito di aver contribuito in modo
decisivo a scardinare la struttura
patriarcale della famiglia, con il riconoscimento di pari doveri e pari
diritti ai coniugi, primo fra tutti
quello di educare i figli.
Dal voto alle donne alla Costituzione. Dal diritto di cittadinanza acquisito nasce il seme per quell’evoluzione
del diritto e del costume
che avrebbe, nei decenni
successivi, reso possibili
tante conquiste di parità e
di civiltà. Leggi fondamentali e innovative nel campo del lavoro, del diritto di
famiglia e della dignità
femminile come l’abolizione delle case chiuse nel
‘56, voluta da Lina Merlin
e primo esempio di mobilitazione parlamentare
trasversale. Le norme
sulle lavoratrici madri e,
nel lavoro, la parità di
trattamento salariale per
gli uomini e per le donne.
Fino al divorzio e all’aborto legale.
Momento particolarmente felice quello della
Costituente per la collaborazione tra donne.
Con il collante della necessità di ricostruire l’Italia, le elette, sebbene
avversarie, non erano
state mai nemiche.
Un’alleanza sostanziale che viene meno già
nel ‘48, quando con le
nuove elezioni, l’Italia
si spacca in due. «Anche se differenze ce ne erano
sempre state» dice Marina D’Amelia che insegna Storia moderna all’Università la Sapienza
di Roma, «basti pensare al diritto al lavoro (che aveva visto le
cattoliche più preoccupate del
rapporto famiglia-occupazione, rispetto alle comuniste), fu
il ’48 con la forte contrapposizione tra Dc e Pci a creare tra loro solchi profondi. Che si aggravano quando le dirigenze
dei partiti richiamano le donne al gioco di squadra. E quando, nello stesso tempo, inevitabilmente, si attenua lo slancio derivante dall’assunzione
di responsabilità che le donne
avevano patito, ma anche
scelto durante il drammatico
periodo della guerra».
L’eterno tema della lotta
dei diritti, un cammino non
ancora concluso. «Se ancora oggi parliamo della necessità di dare equilibrio alla rappresentanza fra donne e uomini», sottolinea
Anna Rossi Doria, «questa
incompiutezza è la spia
che qualcosa non funziona. E che il diritto di rappresentanza delle donne non è
ancora pienamente realizzato».
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29
LE CELEBRAZIONI
Molte le iniziative per i 60 anni
del voto alle donne
e l’anniversario della Costituente.
La mostra “La Rinascita
del Parlamento”, a cura
della Fondazione della Camera
dei deputati, si apre a Roma
il 23 febbraio a Palazzo
Montecitorio nella Sala
della Regina (fino all’8 aprile,
in seguito si sposterà in altre
città italiane), con documenti,
video e immagini.
E con un settore dedicato
alle “Donne della Costituente”.
Manifestazioni in programma
anche per il “Comitato
promotore per le celebrazioni
del voto alle donne” a cui
fanno capo l’Istituto Luigi
Sturzo, l’Istituto Gramsci
e la Fondazione Basso,
oltre ad altre istituzioni culturali.
Il 2 marzo il Comitato
presenterà a Roma,
nella Sala della Protomoteca
del Campidoglio, il libro
“Le donne della Repubblica.
Italiane al voto 1946-2006”
LE ELEZIONI
Sopra, una donna
al voto il 2 giugno 1946
A destra e nella foto grande
a sinistra, manifesti
di propaganda dell’epoca
In basso nella pagina
accanto, le 21 elette
alla Costituente
in un articolo pubblicato
dalla Domenica del Corriere
nell’agosto 1946
Per le immagini
si ringraziano la Fondazione
Camera dei deputati,
l’Istituto Luigi Sturzo
e l’Istituto Gramsci
“Parlavo nel vuoto, a fantasmi
in ascolto dietro le persiane”
MIRIAM MAFAI
el 1946 avevo vent’anni. Troppo giovane per votare, ma l’età giusta per fare la campagna elettorale: incontri con le donne nei cortili delle case popolari, a Trastevere e Testaccio, preparazione e distribuzione di volantini,
comizi nelle lontane borgate e, la domenica mattina, in piccoli paesi della provincia arrampicati sui tornanti delle montagne, Vicovaro, Sambuci, Saracinesco,
Castel Madama, di fronte a piazze semivuote («ma tu, parla lo stesso» ti incoraggiavano i compagni «le donne ti ascoltano dietro le persiane chiuse»). Il 2 giugno
si votava per il referendum — Repubblica o Monarchia — e per l’Assemblea Costituente. Nei nostri comizi, di solito, si parlava in due. All’uomo spettava il compito di parlare delle riforme, delle istanze democratiche, della differenza tra i vari partiti. Alla donna il compito di ricordare le sofferenze passate, la fame, la guerra, i caduti. Colpa di Mussolini e del fascismo, ma anche colpa del Re che aveva
chiamato Mussolini al potere e non aveva impedito il disastro... Nei paesi il comizio era un evento e veniva annunciato da un “banditore”, con squilli di tromba e
rullare di un tamburo. E la presenza di una donna sul palco era sempre motivo di
richiamo e di novità.
La Federazione del Pci, il mio partito, era allora al secondo piano di un palazzetto di Sant’Andrea della Valle. Da lì partiva, la domenica mattina presto, un camioncino carico di materiale di propaganda, manifesti e volantini, e noi giovani e
ragazze sistemati alla meglio sulle panche. Ognuno scendeva nella piazza del paese che gli era stato assegnato, faceva il suo comizio, poi la riunione in sezione e
aspettava fino a sera che il camioncino tornasse a riprenderlo per portarlo a Roma.
Bisognava parlare facile, parlare semplice, farsi capire. Credo di aver detto anche, qualche volta, che anche Gesù era venuto in terra per difendere i più poveri,
gli schiavi, gli oppressi. Non certo per difendere i padroni.
Fu una campagna elettorale intensa, appassionata. Ma non cattiva come quella che si svolse due anni dopo, per le elezioni del 18 aprile, che videro un intervento più pesante della Chiesa e la minaccia della scomunica. La campagna elettorale del 2 giugno del 1946 fu una ubriacatura di politica. Si discuteva di politica, delle colpe del Re e di Mussolini, dovunque. A Roma, la Galleria Colonna era
diventata una sorta di Hyde Corner, luogo di incontro per tutti gli appassionati
di dibattiti, appuntamento per improvvisati capannelli in cui chiunque prendeva la parola, diceva la sua, litigava, accusando o difendendo il Re che ancora occupava il Quirinale.
Alla vigilia ormai del 2 giugno venni promossa e scelta per un comizio in città,
in Piazza Sforza Cesarini, uno slargo alberato davanti alla Chiesa Nuova. C’era
un vero palco, sia pure di proporzioni ridotte, un microfono che funzionava e
molta gente. Io cominciai a parlare di slancio. Ma a un certo punto riconobbi, tra
la piccola folla che mi ascoltava, la faccia incuriosita e un po’ ironica di mio padre, con il quale da un paio d’anni avevo rotto ogni rapporto. La sua presenza mi
imbarazzò, chiusi rapidamente senza entusiasmo (e senza successo) il mio comizio più importante.
Poi arrivò il giorno delle elezioni. Il segretario della Federazione, Edoardo D’Onofrio (chiamato «il più comunista dei romani, il più romano dei comunisti») decise, non so perché, che avrei dovuto occuparmi dell’ufficio che raccoglieva i risultati elettorali. A distanza di sessant’anni ricordo ancora quell’incarico e quella
notte come un incubo. I risultati arrivavano, dalle sezioni, disordinatamente o per
telefono o con un compagno che li aveva trascritti, malamente, su un pezzo di carta. Noi, in una stanza della Federazione, al secondo piano di Sant’Andrea della Valle, attorno a un tavolo sul quale si accumulavano quei foglietti, tiravamo le somme, a mano. O forse c’era anche una calcolatrice. Passavano lentamente le ore. Il
disordine, il fumo, l’ansia di tutti noi addetti all’ufficio e dei compagni che si affacciavano per conoscere gli ultimi risultati, si facevano di ora in ora più insopportabili. In città risultava in testa la Democrazia Cristiana, e questo era prevedibile. Ma,
dai pezzetti di carta che ci arrivavano dalle sezioni, risultava che il Partito Repubblicano (sì, l’Edera) stava conquistando più voti di noi. Incredibile. Ormai era notte fonda. E quando, gonfia di caffè e di nicotina annunciai questi risultati a Edoardo D’Onofrio, lui mi fulminò con lo sguardo e mi ordinò: «Vai a casa».
Me ne andai a casa, naturalmente. Ma purtroppo avevo ragione io. L’Edera ebbe, nel 1946 più voti di noi. E a Roma, anche a Roma (che vergogna...), la Monarchia, nonostante il buon risultato dei repubblicani, risultò vincente.
Repubblica Nazionale 29 19/02/2006
N
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
il racconto
Tre libri da poco pubblicati in America celebrano e analizzano
Storia e leggenda
la figura del grande cacciatore di bisonti che recitò se stesso
sul palcoscenico, diventando celeberrimo
anche nell’Europa di fine Ottocento. Per i contemporanei
fu l’incarnazione dell’eroe della Frontiera; oggi viene visto
piuttosto come il padre dei grandi spettacoli di massa
Buffalo Bill, il cowboy
che inventò lo show-business
ANTONIO MONDA
NEW YORK
È
nato con il nome di William
Frederick Cody nella Scott
County dello Iowa, uno di quei
luoghi che gli americani definiscono senza pietà «il centro del nulla».
Ha imparato ad amare la solennità silenziosa delle praterie molti anni prima
di diventare Buffalo Bill, e sin dalla gioventù passata nel Kansas ha capito che
il destino di chi vive in un paese di frontiera è quello di reinventarsi continuamente. Ha fatto mille mestieri e si è macchiato di crimini che
vanno dal furto di cavalli all’omicidio, ma è diventato famoso in tutto
il mondo come grande
cacciatore di bisonti,
uccidendone, come dice la leggenda che lui
stesso ha propagato,
ben 4280 prima di intuire che la vita che aveva
realmente vissuto, per
quanto avventurosa ed
estrema, non rappresentava altro che il canovaccio di uno spettacolo ben più grande e
leggendario e, soprattutto, immortale.
È stato insieme personaggio reale e interprete di se stesso, il
massimo architetto del mito del Far West e la personificazione della battuta di
John Ford, che spiegava come «quando
la leggenda supera la realtà», nel West «si
stampa la leggenda».
È impossibile discernere
oggi quanto ci sia di vero nelle mille avventure e negli altrettanti aneddoti che lo circondano da quanto invece
sia stato diffuso ad arte, ed è
certamente un segno dei
tempi il fatto che siano pubblicati in America a distanza
di poche settimane ben tre libri che ne celebrano e analizzano il mito, invitando a una
riflessione sui modelli epici
fondanti del Grande Paese.
Se i titoli presentano esplicitamente le tesi dei rispettivi
testi, dilungandosi sul momento in cui Cody portò il
suo spettacolo in Italia (Buffalo’s Bill America: William
Cody and the Wild West
Show; Buffalo Bill, Annie
Oakley and the Beginnings of
Superstardom in America;
Buffalo Bill in Bologna: the
Americanization of the
World), due saggi apparsi rispettivamente sulla New
York Review of Books e sul
New York Times ne immortalano la realtà più intima, e
l’intuizione, estremamente
moderna, che trasformò il cacciatore di
bisonti in un grandissimo uomo di spettacolo: Showman of the Wild Frontier e
The Entertainer.
Non è certamente un caso che William Cody sia diventato il protagonista
di operazioni smitizzanti come il Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman, e è
illuminante la sostanziale ambivalenza
storiografica sulla tempra morale di un
personaggio che sfruttò la propria popolarità per sposare cause drasticamente opposte, arrivando a difendere
strenuamente gli indiani dopo averli
combattuti ferocemente e essersi anche
vantato di aver vendicato l’onore del generale Custer strappando lo scalpo a un
pellerossa. Ma l’impatto culturale di
questi nuovi libri dimostra come nessun revisionismo possa scalfire la popolarità di un personaggio che visse a cavallo tra due epoche e intuì le potenzialità spettacolari e commerciali del far rivivere in forma di farsa quelle avventure
che la vita gli aveva proposto una prima
volta in chiave epica e tragica.
Cody si trasferì nel Kansas all’età di
undici anni e lì cominciò a cercare lavoro per aiutare la madre, ridotta quasi in
miseria dopo che il padre, convinto abolizionista, era morto per le ferite riportate in una rissa con un uomo che difen-
Combatté contro
i Comanche, poi
recitò con Toro
Seduto. Così
salvò il West
dal declino
Repubblica Nazionale 30 19/02/2006
trasformandolo
in kermesse
CON I BUTTERI
La sfida con i “cowboy italiani”
nella tenuta Caetani, nel 1890.
Qui sotto, l’americano e la sua
troupe all’udienza del Papa
in Vaticano, nello stesso anno
deva il “diritto” di possedere schiavi. A
tredici anni si unì a un gruppo di cercatori d’oro e l’anno successivo, dopo un
breve periodo in cui si cimentò come
domatore di cavalli e conduttore di diligenze, riuscì a farsi assumere come
pony express. Nel giro di poco tempo si
accreditò come il più spericolato e veloce pony del West, quindi cominciò a lavorare come scout nel Quinto Cavalleggeri, combattendo in prima linea nelle
campagne contro i Comanche.
La guerra civile lo vide scendere in
campo con la stessa qualifica tra i soldati dell’Unione, che lo elessero mascotte
e portafortuna, e alla fine del conflitto
cominciò a lavorare come operaio alla
costruzione della Kansas Pacific Railroad. Nel giro di pochi giorni comprese
che quel lavoro frustrava il suo amore
per i grandi spazi e convinse i capireparto ad affidargli la responsabilità
dell’approvvigionamento degli operai. Cody era consapevole che l’unico
cibo reperibile nella zona erano le gigantesche mandrie di bisonti (in inglese buffalos) che vivevano nella sconfinate praterie e promise agli ex colleghi
che non avrebbero mai patito la fame.
Scoprì di avere un innato talento di
cacciatore e cominciò a sterminare gli
animali delle praterie a un ritmo impressionante.
La leggenda del giovane cacciatore si
propagò rapidamente per tutto il West, finché un altro grande cacciatore di
bisonti di nome William Comstock lo
sfidò a una gara di otto ore per decidere chi si sarebbe potuto fregiare del soprannome di “Buffalo Bill”. Cody vinse
il duello in maniera umiliante per l’altro William, abbattendo, secondo diverse versioni della stessa leggenda,
otto, undici o addirittura venti animali nell’arco delle otto ore.
Il momento della consacrazione popolare e la diffusione del soprannome
coincisero con l’idea di trasformare la
propria esistenza in un grande spettacolo, e a appena 26 anni Buffalo Bill cominciò a mettere in scena le proprie gesta,
grazie all’aiuto di uno scrittore di nome
Ned Buntline che usava amplificarne la
portata sino all’inverosimile. Per i primi
anni diede al proprio personaggio il nome di “scout delle praterie”, alternando
il lavoro di attore-impresario con quello
di autentico scout, sempre al seguito dei
soldati del Quinto Cavalleggeri, che erano estremamente divertiti di avere con
loro nella campagna contro gli indiani
una grande star, circondata da un’aura
di infallibilità e di fortuna spudorata.
Ci vollero undici anni prima che lo
spettacolo si trasformasse nel Wild West Show. Cody comprese prima di molti
altri che l’epopea del West era giunta al
crepuscolo e seguendo i consigli dell’amico Wild Bill Hikcock mise in scena
uno show gigantesco, molto più simile
al circo che al teatro. Arrivò a scritturare
cinquecento artisti alla volta, tra i quali
autentici cowboy, indiani Lakota, cosacchi, vaqueros messicani e, per una
stagione, lo stesso Toro Seduto. Lo spettacolo era un antesignano dei grandi kolossal hollywoodiani e riproponeva per
un pubblico osannante una versione in
cartapesta di quanto avveniva nelle praterie, offrendo versioni a dir poco romanzate di episodi storici quali la morte di Custer a Little Big Horn.
Furono molti gli artisti che divennero
celebri grazie al Wild West Show (Irving
Berlin dedicò molti anni dopo il musical
Annie get your gun a Annie Oakley, partner di Cody), ma soltanto Buffalo Bill era
dotato di quella che oggi viene definita
“star quality”. Dopo il trionfale debutto
ad Omaha e l’elogio pubblico di Mark
Twain, lo spettacolo iniziò una lunghissima tournée europea e divenne l’attrazione principale dei festeggiamenti del
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
Pellerossa
accampati
a Torino
IN GONDOLA
William Cody in visita
a Venezia, anno 1890.
Al centro e in basso,
manifesti pubblicitari
del “Wild West Show”, 1888
Giubileo d’oro della regina Vittoria.
I libri raccontano con minuzia i dettagli del periodo europeo (lasciando tuttavia qualche dubbio sull’episodio che
vide Buffalo Bill sconfitto in una competizione con i butteri della Maremma),
sottolineando come l’avventura imprenditoriale di Cody segni l’inizio della cosiddetta “superstardom” e un
momento determinante nell’americanizzazione del mondo occidentale. Alla fine del XIX secolo Buffalo
Bill era l’uomo più celebre del pianeta e tra i grandi ammiratori del suo
spettacolo si annoverarono Rosa
Bonheur, Paul Gauguin e Edward Munch. La leggenda vuole che Buffalo Bill sia
diventato in quel periodo anche amante della regina Vittoria e che attraverso
l’amicizia con il grande attore inglese
Henry Irving abbia influenzato in maniera significativa Bram Stoker nella stesura di Dracula.
Il successo planetario del Wild West
Show, basato su una celebrazione nostalgica e completamente reinventata
di un mondo che stava cambiando rapidamente, generò il paradosso di fa-
re di Buffalo Bill un
punto di riferimento
culturale e persino
politico. Alla fine degli
anni Ottanta del XIX secolo cominciò a prendere posizione pubblicamente a favore degli
indiani, auspicando che il
governo non facesse «una
sola promessa che non fosse
poi in grado di rispettare» e
spiegando ripetutamente che
ogni atto di violenza perpetrato dai
pellerossa era stato generato dai terribili soprusi che avevano subito. Nel
1894 si pronunciò a favore del voto alle donne e lanciò un appello pubblico
affinché il governo limitasse la caccia
ai bisonti, lamentandone il crudele e
dissennato sterminio. È lo stesso periodo in cui fondò nel Wyoming una
città che porta tuttora il nome di Cody
e grazie a degli investitori newyorkesi
riuscì a far deviare il corso di un fiume
in modo da poter rendere fertile tutto
il territorio limitrofo. Tuttavia gli
enormi costi dell’ambizioso progetto
lo portarono sull’orlo del fallimento e
segnarono l’inizio del suo declino.
La presa di posizione pubblica a favore dell’impegno militare americano
in paesi stranieri alienò a Cody le simpatie di Mark Twain e di molti intellettuali. La causa di divorzio con la moglie
Lulu, pubblicizzata oltre misura su tutta la stampa e densa di particolari grotteschi quali un presunto tentativo di
avvelenamento, si risolse in un fiasco
mediatico di proporzioni clamorose
che compromise la sua immagine di
eroe americano. Negli ultimi anni
Cody si consolò visitando le città
dove venivano messe in scena le
sue gesta, divertendosi a farsi fotografare con gli attori che lo
impersonavano. A chi gli chiedeva se fosse stato lui a inventare il personaggio di
Buffalo Bill, spiegava che
lui non era «un attore bensì una star» e che «tutti gli
attori possono diventare
star, ma non tutte le
star possono diventare attori».
LEONARDO COEN
O
TORINO
ggi il Circo Bianco delle Olimpiadi Invernali. Cent’anni fa, il Circo del Selvaggio West di
Buffalo Bill. È passato giusto un secolo, ma il fervore e le emozioni sono sempre le stesse. Quando nel marzo del 1906 arriva a Torino l’imponente carovana del colonnello Cody, trasportata su quattro treni, dalle 59 carrozze ferroviarie
sbarcano 500 cavalli e 850 persone, «fra rudi cavalcatori, amazzoni e comparse di ogni colore»,
scriveranno le gazzette dell’epoca. Un armamentario da riempire due piazze.
Tutto avviene ordinatamente e razionalmente, come fosse una perfetta manovra militare.
Gli ufficiali della Regia Cavalleria restano stupiti dalla perfetta logistica che governa la spedizione americana. Sanno che in Germania i loro
colleghi la stanno analizzando per carpirne i segreti. Sulle riviste del nostro esercito c’è spazio
per quest’esotica intrusione: si parla del mitico
Winchester, il fucile a ripetizione col quale Buffalo Bill accoppò più di quattromila bisonti in 17
mesi. La Stampa si sofferma a descrivere il notevole impegno alimentare che stava dietro l’insolito evento: «Nel mezzo dell’accampamento
indiano, verso il viale della Crocetta, spiccano
due enormi paioli per il caffè e il tè. Generi di
conforto quotidiano si accompagnavano alle
duemila uova, ai cinque quintali di carne, a
dieci quintali di pane, a trecento litri di latte e
ai quattro quintali di patate occorrenti per i pasti di un solo giorno».
Ma non è la prima volta che Buffalo Bill arriva
in Italia. Anzi, si può dire che la sua tournée è diventata un appuntamento quasi annuale. Ormai non c’è piccola o grande città del centro
nord che non abbia ospitato la sua numerosa
carovana. Il circo di Buffalo Bill spesso si accampa nelle periferie, o ai margini delle campagne. Nei paesi della Padania è tutto un sognare,
è tutto un parlarne. «Gli indiani! Non ne sanno
tanto, ma li hanno visti disegnati su qualche
giornale e conoscono la fama della loro ferocia,
delle battaglie che hanno sostenuto per decenni contro gli uomini bianchi, nelle praterie sterminate dell’America» (Eraldo Baldini, Bambini,
ragni e altri predatori, Einaudi).
L’Italia piace a Cody. Ci viene spesso: con la figlia è stato persino in Sardegna, dopo aver trascorso qualche giorno di vacanza a Capri. A Napoli è gran successo, nel 1890, l’anno del primo
viaggio italiano: il circo fa doverosa tappa a Roma, occupa le rive del Tevere. Presenta il suo
spettacolo a papa Leone XIII, in Vaticano, invitato da Sua Santità che sta festeggiando l’anniversario della sua incoronazione: spassosa la ricostruzione di Nate Salsbury, veterano della
Guerra civile, attore, showman e impresario.
Artefice dell’incontro John Burke, devoto cattolico che ha convinto gli indiani che si tratta di un
solenne appuntamento, perché il papa rappresenta Dio in Terra. Il novanta per cento dell’organico di Buffalo Bill si assiepa ordinatamente
lungo il corridoio che si snoda dalla Cappella Sistina sino alla Sala della Sedia. Il corpo diplomatico è a ranghi completi. Gli indiani sono attratti dai magnifici colori delle Guardie svizzere, esprimono la loro ammirazione con suoni
«gutturali». Ma quando ritornano all’accampamento scoprono che uno di loro è salito ai grandi pascoli del cielo: morto per infarto. Allora
convocano un consiglio dei capi, protestano:
siamo stati dal Grande Capo che dice di essere
l’emissario di Manitu sulla Terra, perché non ha
salvato il nostro compagno? Le spiegazioni di
Burke non convincono gli indiani, i quali pretendono che si celebri il lutto tradizionale della
loro gente.
Nasce poi un’altra grana. I romani pretendono che il colonnello Cody si esibisca con i suoi
cowboy e gli indiani dentro al Colosseo. Buffalo
Bill fa il sopralluogo, sentenzia: «È troppo piccolo per la mia troupe e pieno di buche e di sassi: non posso svolgere il mio numero più spettacolare, l’assalto alla diligenza da parte dei pellerossa». I romani si offendono. Ne nasce un caso
diplomatico. Il conte Caetani di Sermoneta, per
smussare le polemiche, organizza una sfida coi
butteri maremmani. Mette in palio mille lire
(dieci milioni di oggi), più l’incasso. Una bella
sommetta destinata a chi è più bravo nel domare i cavalli degli altri. L’8 marzo 1890 Augusto
Imperatore detto Augustarello vince la sfida ma
Buffalo Bill protesta, sostiene che le regole erano confuse e che è stato truffato. Scappa con la
cassa dileggiato degli spettatori.
L’episodio entrerà nell’iconografia della storia nazionalpopolare italiana, come la disfida di
Barletta o la beffa di Buccari. Persino Emilio Salgari si lascerà sedurre da Buffalo Bill e scriverà
tre articoli su L’Arena, sempre in quel meraviglioso marzo del 1890, raccontando mirabilie
dell’esibizione, salendo addirittura dentro la
diligenza. Nella sua fertile fantasia, il romanziere veronese ha già in mente di scrivere la saga
della frontiera.
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
le storie
Tre preziosissime piastre che il Gran Khan aveva dato
al mercante veneziano come salvacondotto e che a lungo
sono state considerate una fantasia in più tra le tante
attribuite al “Milione”. Ora va in mostra a Venezia
il testamento originale di Matteo Polo che nel 1310 le descrive
e ne dispone il lascito. Confermando una storia affascinante
FOTO ELECTA
Documenti
Marco Polo e le tavole d’oro, una leggenda vera
ROBERTO BIANCHIN
Repubblica Nazionale 33 19/02/2006
S
VENEZIA
e ne andava in giro sconsolato da vecchio, parlava da solo e scuoteva la testa.
Quelli che incontrava, e che lo riconoscevano, si davano di gomito e ridevano e si facevano beffe di lui. Non gli credeva nessuno. Non credevano a quello che raccontava né
a quanto aveva scritto, dettandolo a Rustichello
da Pisa nel 1298, in carcere a Genova, nelle pagine
del Milione. Fu il suo più grande cruccio. Non era
servito a nulla, a messer Marco Polo, «savio e nobile cittadino di Vinegia», come si definiva, scrivere nel prologo che «le cose vedute dirà di veduta e
l’altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia veritieri e sanza niuna menzogna».
«È davvero un singolare paradosso che un libro
sostanzialmente così realistico e positivo potesse
essere ritenuto un contesto di fiabe e di menzogne
dai contemporanei e dai loro discendenti fino ad
un’epoca a noi prossima», scrive Maurizio Scarpari, docente di cinese all’università di Cà Foscari, nella prefazione alla versione trecentesca del
Milione appena uscita da Einaudi. Del resto era
difficile credere, in quello che era stato battezzato
il «livre des merveilles», a tutte quelle storie all’apparenza strampalate di diavoli e briganti, santi e
monarchi e bestie gigantesche. A uccelli che ghermivano gli elefanti con gli artigli e li sollevavano in
volo, a popoli che potevano avere fino a cento mogli e le offrivano in dono agli ospiti, a sovrani che
si dilettavano con sei fanciulle alla volta, a uomini
«che hanno la coda lunga più di un palmo», e a popoli che hanno «testa di cane e mangiano tutti gli
uomini che riescono a prendere».
Lo stesso sospetto di esagerazione, millanteria,
mistificazione, gravava sulla «storiella» delle tavole d’oro, grandi, massicce, istoriate e preziosissime, che il
Gran Khan avrebbe donato, come lasciapassare, a Marco Polo, al padre
Niccolò e allo zio Matteo. Quelle tavole invece, raffigurate in una preziosa
miniatura custodita alla Biblioteca
Nazionale di Parigi, esistevano davvero. La prova è contenuta in un documento del 1310, il testamento di Matteo Polo, che da
martedì 21 febbraio fino al 1° marzo verrà esposto al
Museo d’Arte Orientale di Cà Pesaro nell’ambito
della mostra Dalla Cina a Venezia, vesti imperiali,
porcellane e giade della dinastia Qing (1644-1911),
un itinerario «tra draghi cinesi e antichi documenti
veneziani». La rassegna è stata organizzata dalla Soprintendenza speciale per il polo museale venezia-
A CA’ PESARO DAL 21 FEBBRAIO
Nell’immagine in alto, la miniatura tratta dal “Livre des merveilles”, custodita
nella Biblioteca Nazionale di Parigi, mostra Marco e Matteo Polo mentre ricevono
da un ministro dal Gran Khan una “tavola d’oro”. Nelle immagini in basso (a cura
della Sezione di fotoriproduzione dell’Archivio di Stato di Venezia), il testamento
di Matteo Polo e, in evidenza, le righe sulle “tavole d’oro”. Il documento sarà esposto
dal 21 febbraio al 1° marzo al Museo d’Arte Orientale di Ca’ Pesaro nella mostra
“Dalla Cina a Venezia, vesti imperiali, porcellane e giade della dinastia Qing”
no e dall’Archivio di Stato di Venezia in occasione
del festival Il Drago e il Leone della Biennale Teatro
diretto da Maurizio Scaparro e dedicato alla Cina,
che inizierà appunto martedì.
Si tratta di un documento eccezionale, conservato in ottime condizioni nei depositi dell’Archivio di Stato, che torna alla luce dopo 52 anni. Fu
esposto una sola volta, nel 1954, in occasione di
una mostra dedicata a Marco Polo. Sono due grandi fogli di pergamena, redatti in latino dallo zio di
Marco Polo, Matteo, il 6 febbraio del 1310 a Venezia, alla presenza del notaio Pietro Pagano e di due
testimoni. Un testamento preciso, dettagliatissimo, in cui Matteo incarica i suoi due nipoti, Marco
e Stefano, di eseguire una serie di disposizioni, tra
cui vari lasciti in favore di chiese e monasteri come
San Mattia di Murano, San Lorenzo di Venezia,
Santa Caterina di Mazzorbo. Inoltre assegna ai nipoti varie somme di denaro, quantificate in lire veneziane dell’epoca, e stabilisce che debba essere
divisa tra loro la proprietà del palazzo di San Giovanni Grisostomo, accanto al teatro Malibran, dove abitava. Ed è qui, dopo l’elencazione di una serie di altri beni e di gioielli, «zoie incasate», che parla, per la prima e unica volta, delle mitiche tre tavole d’oro del Gran Khan: le «tribus tabulis de auro
que fuerunt magnifici Chan Tartarorum». Così le
definisce. Le tavole sono inserite in un elenco di lasciti al nipote Marco, il viaggiatore. L’autore del
Milione, secondo Alessandra Schiavon dell’Archivio di Stato che ha curato la trascrizione del testamento, le avrebbe poi lasciate, una ciascuna, alle
figlie Fantina, Moreta e Belella. Poi chissà.
Una tavola risalirebbe al primo viaggio dei Polo in
Cina, le altre due al secondo. Marco Polo ne parla
più volte nel Milione. La prima all’inizio del libro,
quando racconta che il Gran Khan diede loro «una
piastra d’oro su cui era scritto che ai messaggeri, in
qualunque parte andassero, fosse dato ciò di cui abbisognavano... e in tutti
i posti dove giungevano erano resi loro i maggiori onori del mondo grazie
alla piastra d’oro». In un altro capitolo
Marco racconta che per un nuovo
viaggio il Gran Khan «fece dare loro
due placche d’oro e ordinò che avessero libero passaggio in tutte le sue terre e fossero completamente spesati,
loro e i loro servitori, dovunque andassero». E una
volta anche il re dell’isola di Giava, Chiacatu, diede
loro quattro piastre d’oro su cui era scritto che «andavano serviti e onorati». Il «mercante illuminato»,
come lo chiama il regista Scaparro, almeno sulle tavole d’oro non aveva mentito. Segno che forse, anche sul resto, per quanto potesse apparire incredibile, aveva raccontato il vero.
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
i luoghi
Cina segreta
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
Il cuore della capitale nasconde il quartiere dei vicoli,
ricco degli storici “siheyuan”: le dimore a un piano,
disposte a quadrilatero attorno a un giardino centrale
Adesso i municipi e le università di Roma e Parigi
sono stati chiamati ad avviarne il completo recupero
Pechino restaura
il labirinto
delle tremila case imperiali
FEDERICO RAMPINI
Repubblica Nazionale 34 19/02/2006
S
PECHINO
pirito maligno non entrerai
in casa mia. Se ci provi vai a
sbattere contro una parete di
mattoni nerastri, scolpita
con un carattere che esprime scaramanzia e buon augurio per gli abitanti. I
fantasmi cinesi non conoscono la curva
e la diagonale, non hanno l’accortezza
di aggirare l’ostacolo e imboccare il corridoio laterale per introdursi in casa e
portare la malasorte. Così le regole del
feng shui, la geomanzia, dettano la forma dell’ingresso. Sotto un grande arco
in muratura il portone dipinto di rosso si
apre su una muraglia color antracite che
è l’insormontabile barriera contro i dèmoni. A zigzag si penetra nell’universo
arcano della casa a forma di quadrilatero, con le stanze disposte intorno a un
cortile chiuso. Le colonne di legno rosso
sostengono il tetto a forma di pagoda,
con le grondaie in pietra dalle eleganti
estremità a forma di prua di nave. Le
grosse travi portanti — fissate con l’arte
sapiente dell’incastro senza chiodi né
viti di metallo — sono decorate da pitture di paradisi celesti, paesaggi verdi e dorati, fiumi e monti sacri, motivi floreali,
uccelli, dragoni e figure leggendarie. Al
centro del cortile c’è il giardino alberato.
Questo è lo siheyuan — letteralmente
“cortile chiuso da quattro lati” — la casa
tradizionale cinese di un solo piano.
Dopo mezzo secolo di furiose demolizioni e costruzioni che a ondate hanno
stravolto la fisionomia urbana di Pechino, resta ancora nel cuore della capitale
una zona segreta che nasconde tremila
siheyuan. È la città degli hutong, il labirinto impenetrabile dei vicoli. I “bassi” di
Pechino sorgono a ridosso del Palazzo
imperiale perché erano i quartieri nobili dove vivevano i dignitari di corte, gli alti funzionari del mandarinato, e intorno
a loro gli artisti e gli artigiani al servizio
dei potenti. Alcuni di questi tesori architettonici sono così invisibili che ci vuole
un lavoro da archeologi per riscoprirli e
riportarne alla luce le bellezze. I turisti
che visitano la città vecchia sui rickshaw
a pedali passano di fianco a molti capolavori senza poterli riconoscere. Le dimore tradizionali sono sepolte sotto
spessi strati di storia: il crollo dell’impero, l’occupazione giapponese, la guerra
civile, il comunismo maoista, la Rivoluzione culturale e infine il boom economico hanno sedimentato scorie e volgarità sopra quei gioielli. La fuga dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, la povertà, la sovrappopolazione, per decen-
L’ingresso si apre
su una muraglia
che è la barriera
contro i démoni
Il vero percorso
d’entrata è a zigzag
ni hanno aggiunto ai siheyuan miriadi di
costruzioni abusive: misere casupole
hanno intasato i cortili signorili perché
cinque o dieci famiglie potessero abitare dove prima ce n’era una sola, e poi botteghe, bettole e ristorantini, formicai
brulicanti di vita e di attività si sono infilati in ogni spazio libero, occupando
ogni interstizio nel dedalo dei vicoli. Ma
sotto il tessuto molle e pasticciato dell’abusivismo povero, sotto la polvere della
decadenza secolare, molti edifici storici
sono miracolosamente intatti. La loro
prima trama urbanistica risale addirittura al 1200, la maggior parte delle costruzioni superstiti sono del Settecento.
In una di queste aree, fra il laghetto
imperiale Houhai e la maestosa Torre
del Tamburo, è iniziata un’operazione
di restauro senza precedenti. Il governo
cinese e le autorità municipali hanno finalmente capito che questo patrimonio
ha un valore inestimabile, merita di salvarsi anziché essere raso al suolo per far
posto a nuovi grattacieli (com’è accaduto nel resto della capitale). Hanno chiesto consulenze al Campidoglio e al Comune di Parigi, alle università di Sciences Politiques e La Sapienza, alla società
Risorse per Roma specializzata nelle
operazioni di recupero dei centri storici.
Sono arrivati finanziamenti dall’Unesco e dall’Unione europea. In due anni
di lavoro gli esperti cinesi e internazionali hanno catalogato le meraviglie nascoste in questo quartiere. C’è la villa
principesca del generale Zhang Zhidong (1837-1909) che fu governatore
della provincia dello Hubei nella tarda
dinastia Qing, vicino a quella del generale Zhang Aiping, Signore
della Guerra. C’è la casa dell’eunuco favorito dell’imperatrice Cixi, e c’è il siheyuan di
En Hai che assassinò l’ambasciatore tedesco durante la rivolta dei Boxer del 1900. Alcuni abitanti del quartiere conoscono bene la storia di queste
pietre. La signora Zhang
Shuzhen, 81 anni, sa di aver
abitato per tutta la sua vita nella casa del celebre generalegovernatore: «Un tempo il
cortile interno era gigantesco
e il viale d’ingresso arrivava fino al lago. La mia casupola è
una di quelle che occupano
l’antico giardino privato, dove
cent’anni fa il proprietario invitava la troupe di attori-cantanti dell’Opera di Pechino per intrattenerlo nelle sue feste». In quello spazio
ora sono accatastate aggiunte brutte e
precarie che fungono da camere da letto, cucine, ripostigli. Non hanno riscaldamento centrale e neppure i bagni, le
loro toilette sono quelle pubbliche. «Anche la ex casa padronale è così malconcia che ogni inverno il tetto cede e qualche stanza si allaga».
Forse solo i piccioni ammaestrati che
si alzano in volo coi primi tepori primaverili riescono a scorgere dall’alto le ultime vestigia di topografia delle gerarchie sociali di una Cina scomparsa: i colori dei tetti erano rigidamente definiti
in base al rango, tegole gialle per l’imperatore, verdi per le dimore principesche
e dell’alta aristocrazia, grigie per le case
dei borghesi. Costruirsi un tetto del co-
‘‘
Lao She
Dietro il muro a Sud
si estendeva il piccolo
cortile di un vecchio
negozio di incenso
e di candele dove
venivano messi a seccare
i bastoni di incenso
destinati al culto
di Buddha e dove erano
stati piantati alcuni
salici piangenti
che riempivano
lo spazio sul retro
della casa dei Qi
1
Da QUATTRO GENERAZIONI
SOTTO UN SOLO TETTO
1
CORTILE
Qui accanto,
lo schema
di una
casaquadrilatero
Il cortile
(a sinistra)
è circondato
dalle stanze
e racchiude
un’area verde
lore sbagliato era un’arroganza imperdonabile, l’offesa valeva la pena di morte. Il quartiere a nord della Città proibita
era ricco di ville principesche per una ragione precisa: l’imperatore viveva con
un esercito di concubine custodite dagli
eunuchi; non appena i suoi figli maschi
raggiungevano la pubertà era indispensabile allontanarli dalle tentazioni; perciò si costruivano dimore sfarzose al di
fuori delle mura del Palazzo. Queste residenze principesche, riproduzioni in
miniatura della Città proibita, stabilivano il paradigma estetico dell’epoca. Attorno a loro, mandarini, generali e ricchi
mercanti si facevano i loro siheyuan su
scala più piccola ma imitando i canoni
di bellezza dell’aristocrazia.
Il codice degli status symbol di allora
ha lasciato delle tracce per chi le sa deci-
2
TEGOLE
Le tegole dei “siheyuan”
avevano colori obbligati:
gialle per l’Imperatore, verdi
per le case della nobiltà,
grigie per quelle dei borghesi
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
4
‘‘
FENG SHUI
Secondo le regole
del feng shui,
l’arco e il portone
rosso si aprivano
su una muraglia
nera capace di
bloccare i demoni
L’entrata vera
era invece laterale
2
4
Lao She
Rispetto agli altri
abitanti del vicolo,
egli si considerava
davvero fortunato:
da oltre quarant’anni
abitava nello stesso
posto. I suoi vicini,
invece, erano venuti
da fuori o avevano
dovuto traslocare
e rari erano coloro
che dimoravano
in quel luogo
da più di vent’anni
Repubblica Nazionale 35 19/02/2006
Da QUATTRO GENERAZIONI
SOTTO UN SOLO TETTO
3
US
ILL
3
PORTONE
Il portone
si apriva
sul reticolo
dei vicoli
ed era ornato
con battenti
di fattura
squisita (foto)
Nella foto
grande,
“siheyuan”
a Pechino
IO
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LIN
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frare. Quattro “lancette” di pietra ottagonale sopra il portone d’ingresso segnalano la casa di un mandarino di rango superiore (i proprietari attuali continuano la tradizione di appendervi alla
festa della primavera i festoni di carta
rossa con la calligrafia augurale: «Sentendo i fuochi d’artificio è l’anno vecchio
che si conclude, vedendo sbocciare le
prime gemme è l’anno nuovo che arriva»). Due marmi scolpiti a forma di tamburo, sovrastati da leoni, indicano l’ingresso del siheyuan di un ricco mercante. La dimensione del cortile interno è un
altro segnale della posizione del proprietario nella piramide del potere imperiale. Alcuni erano veri e propri parchi “arredati” con piccole riproduzioni di catene montuose, ruscelli e cascate artificiali, ponticelli e vasche di pesci. Anche la
più modesta delle case-quadrilatero custodisce piante deliziose: i melograni
simbolo di fertilità, le magnolie e i cachi,
i gingko dalla radice di ginseng, le giuggiole, i grandi salici e i superbi bonsai. Pechino pullula di alberi pregiati, il decano
è una sofora della dinastia Tang che ha
settecento anni, in uno studio dietro il
giardino Beihai. I più belli sono protetti
fra le mura dei cortili dei siheyuan, ma la
regola imperiale che imponeva case di
un solo piano offre a tutti il piacere di ammirare le loro chiome, che spuntano oltre i tetti e i muri di cinta dei cortili.
Di qualunque rango sociale, gli abitanti della città vecchia si legavano di un
affetto tenace a questi luoghi, chi era nato fra i vicoli voleva morirci. Qui aveva le
sue radici il vero popolo di Pechino, con
il suo dialetto e il suo umorismo, i proverbi e le leggende, che fu la materia prima della letteratura cinese del Novecento: nei siheyuan hanno vissuto i più grandi scrittori nazionali, da Lu Xun a Mei
Lanfang, e lo spirito degli hutong è immortalato dal romanziere Lao She nella
saga Quattro generazioni sotto un tetto
degli anni Quaranta. La cultura dei vicoli è così forte che ha impregnato anche le
generazioni affluite negli ultimi cinquant’anni, quelli che hanno invaso i
cortili dei nobili per costruirci loculi e officine. Le vestigia del passato sono state
riciclate per usi nuovi: un’antica stele di
marmo con incisioni preziose, dove un
tempo i domestici si sedevano ad attendere i mandarini per aiutarli a scendere
dalla portantina, ora è usata come tavolo da gioco per le partite di mah-jong. Rivivono all’ombra delle calli le tradizioni
dei mestieri di strada: arrotini e calligrafi, venditori ambulanti di patate dolci arrostite, barbieri e dentisti da marciapiede, guidatori di rickshaw e maestri di
musica. Qualcuno di loro è un lontano
erede della servitù imperiale. Pochi anni fa è morto centenario Sun Yaoting,
l’ultimo eunuco della Città Proibita. Il
professor Li, matematico in pensione,
discendente dei cuochi di corte, in una
rustica osteria con quattro tavole ricrea
magicamente la tradizione della sofisticata cucina imperiale. Il vecchio calzolaio Peng che forniva pantofole su misura per il fondatore della Cina comunista
Mao Zedong e il suo primo ministro
Zhou Enlai, è l’ultimo a saper confezionare le scarpe di 12 centimetri per i “gigli
dorati”, come si chiamavano i piedini fasciati delle donne dell’èra antica. Anche
i più poveri hanno rispettato una delle
regole sacre che presiedono la vita in
uno siheyuan: le stanze esposte a sud,
più riscaldate dal sole, toccano di rigore
agli anziani della famiglia. È un popolo
caparbio nel difendere i suoi riti come il
nuoto nel lago Houhai in tutte le stagioni dell’anno (d’inverno vanno a bucare
il ghiaccio col piccone): quando la polizia ha vietato la balneazione per motivi
di igiene e salute pubblica, il club degli
incalliti nuotatori ha portato una petizione fino al Parlamento.
Ma la loro capacità di resistere ha un
limite. Il grande piano di recupero del
quartiere riporterà alla luce le bellezze
dell’architettura antica, non salverà il
tessuto sociale. Alle istituzioni internazionali le autorità locali hanno fatto credere che gli abitanti avranno il diritto di
rimanere. Loro sanno che non è vero.
Xie Guozhong, 45 anni, è nato in uno di
questi siheyuan, la sua infanzia l’ha trascorsa in un cortile sotto le querce e i nespoli. «È il più bel posto al mondo dove
potessi vivere, ricorderò per sempre
questi fiori, i giochi da bambino nei percorsi segreti dei vicoli che conosciamo
solo noi. Per ricostituire questa casa
com’era cent’anni fa noi dobbiamo andarcene. Con i soldi che ci offre il comune non potremo mai più permetterci di
abitare qui, dovremo andare in una casa popolare, alla periferia di Pechino».
Quel che accadrà nei prossimi anni è
già scritto nelle regole del mercato. Un
autentico siheyuan d’epoca restaurato a
regola d’arte e con l’aggiunta dei
comfort moderni va a ruba tra le agenzie
immobiliari. Non se ne trovano per meno di un milione di euro. Tra i nuovi abitanti della zona sono comparsi il magnate della televisione Rupert Murdoch, il fondatore di Yahoo Jerry Yang, l’ex
presidente della Goldman Sachs John
Thornton. Del resto il valore di queste
case lo aveva perfettamente capito la
nomenklatura comunista. Mao Zedong
fece radere al suolo interi quartieri di Pechino per costruire autostrade urbane e
orridi palazzoni in stile sovietico, ma
abitò per tutta la sua vita in un siheyuan.
Mao Zedong
ha abitato per tutta
la sua vita
in un “siheyuan”
Oggi se li disputano
i magnati occidentali
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
Esce “Il primo bicchiere, come sempre, è il migliore”, una raccolta
di poesie mai pubblicate in Italia che ricordano le inquietudini giovanili
di uno scrittore entrato nella leggenda. Un artista convinto che le parole
abbiano il potere di uccidere o resuscitare, un funambolo che viveva sull’abisso. Sono testi
del ventennio Settanta-Novanta, che descrivono l’universo di un individuo tormentato, che ha sempre
cercato di toccare l’inferno. Sicuro che fosse il solo modo di redimersi da un’epoca indecente
le poesie
CONDIVIDI IL DOLORE
ho avuto uno scazzo con il padrone
[e la padrona di casa
perché non c’era nient’altro da
fare.
non dovresti far venire tutte quelle puttane
[e quegli scoppiati
a casa tua,
ha detto la padrona.
io e il padrone
siamo usciti per menarci. lui mi ha preso
[per il collo
e io gli ho tirato un cazzotto in pancia e
siamo andati a sbattere contro un albero
e poi lei ha interrotto la lotta
quando abbiamo spezzato l’albero.
ti potrei ammazzare, ha detto il padrone,
ma che ci
guadagno? sei il mio inquilino.
grazie compare, ho
risposto.
siamo rientrati e ci siamo seduti
e il padrone aveva una grossa insalatiera a
centro tavola.
ci ha versato del whisky e ci ha versato
del vino e ci ha versato della birra
e poi ci ha versato due litri di
7-Up.
già che c’era poteva buttarci dentro
pure
gli alka-seltzer.
le tette spenzolano dalle vacche, ho detto,
e la mia terra è la tua
terra.
maledetto imbecille, ha detto la padrona,
[checcazzo
ne sai di vacche? mi sa che non ci sei
[neanche mai stato
in una fattoria.
sissignora, ho risposto, cioè, no,
nossignora.
dai, ha detto il padrone, pescaci dentro
[e fatti un bel
bicchierone.
come un maledetto imbecille, ci ho pescato.
[la rivoluzione era di là
da venire.
SPEZZATO
non c’è nessuna
giustificazione
non c’è nessuna
bugia
nessuna verità
nessun amore... non c’è nessun
rimorchiatore, gatto, cane,
pesce,
cielo.
perfino il vostro soffrire è
un miraggio.
non c’è nessun contratto
non c’è nessun onore
nessun mandante,
e la ragione se n’è andata
a pesca nel
deserto.
non c’è nessuna base razionale
non c’è nessuna nobiltà.
un laccio da scarpe spezzato
è la tragedia:
non le mani mie
che strangolano quel
minuscolo luogo
che chiamate
amore.
Bukowski
poesie inedite
ANTONIO GNOLI
Q
uando gli anni Sessanta
stavano per far esplodere
la loro esistenza, c’era anche Charles Bukowski
(1920-1994) con la mano
sul detonatore. Aveva lavorato in un mattatoio, era stato portiere di un bordello, renitente alla leva. Perdigiorno. Sempre in bilico su
un abisso di ricordi che gli picchiavano in testa come martelli. Aveva l’aria
trasandata di uno che nella vita pensava solo a farsi male: alcol, donne,
parole. La scommessa alla fine non
era come ma quando sarebbe finito
all’inferno. Bukowski è stato il meglio
e il peggio della letteratura. Il meglio e
il peggio delle frasi sferzanti dettate
con disinvolta e micidiale acredine.
Non ce l’aveva con il mondo. Ce l’aveva con l’universo intero, con le costellazioni, con le stelle morte, con i paradisi che la gente normale immagina
come ricompensa. Lavorò per alcuni
anni in un ufficio postale. Ma restava
poeta e narratore del risentimento. Le
sue poesie somigliano ai suoi racconti. Pallottole che crivellano la vita.
Nessuna vera differenza troverete fra
i racconti raccolti in Storie di ordinaria follia e le poesie di L’amore è un cane che viene dall’inferno.
Bukowski fu la leggenda, perché in
una società di miti scarsi e asfittici, era
diventato l’icona della diversità. La
reincarnazione di un piccolo dio capriccioso e provocatorio capace di ferire e di guarire come pochi.
Pensava che le parole avessero il potere di uccidere e di resuscitare. Credeva che bastasse parlare di sé, per
mettersi davvero ai margini della vita
e palleggiare come un virtuoso solo sa
fare. Ecco. Fu un grande palleggiatore:
toc, toc, toc. Un’infinita meravigliosa
capacità di tenere permanentemente
la palla sospesa a mezz’aria. Vita da funambolo, ma da fermo. Quale continente ci ha restituito? Quale America
ha preso di mira? Quali sogni ha voluto scardinare?
Ora esce Il primo bicchiere come
sempre è il migliore, una raccolta di
poesie (Minimum Fax, traduzione di
Damiano Abeni) che fa seguito a Seduto sul bordo del letto mi finisco una birra nel buio. Poesie a loro modo belle e
grottesche. A loro modo esemplari. Il
verso si deposita asciutto sulla pagina,
come un racconto stringato. Stretto in
un ritmo che musicalmente rimanda
al jazz e per le atmosfere letterarie alla
rudezza ironica di Fante e alla malinconia di Chandler.
Sono poesie sull’adolescenza e sul
turbamento: «Dovevamo avere 14 o 15
anni/e ce ne stavamo seduti al cinema/ed ecco che sullo schermo arriva
una bionda/dagli occhi pallidi e vuoti/e il mio amico mi dà di gomito e dice:/ “Cristo, Hank, guarda che
labbra!/ guarda come sono bagnate
quelle labbra!/voglio baciare quelle
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
LA NUOVA RACCOLTA
A sinistra, la copertina de “Il primo bicchiere, come
sempre, è il migliore” la raccolta di poesie di Charles
Bukowski in uscita in Italia per Minimum Fax. Si tratta
del dodicesimo volume del “Progetto Bukowski”,
dedicato dalla casa editrice alle opere dello scrittore
Nella foto grande, “Hank” in una scena di “Bukowski:
Born into This” il documentario realizzato nel 2003
da John Dullaghan. Nelle immagini sotto, Bukowski
al lavoro davanti al computer e con una birra in mano
abbracciato a una compagna occasionale
le poesie
FOTO AFP
CENA, DOLORE & TRASPORTO
Repubblica Nazionale 37 19/02/2006
FOTO J. LEVINE U. ALBERTS
Pallottole sulla vita
i suoi versi ritrovati
La ricerca dell’eccesso
FOTO FARABOLA
viene considerata la cifra
della sua esistenza
Ma sullo sfondo
c’è la profonda tristezza
di una persona
che ha smarrito il senso
della bellezza del mondo
labbra!”/“e dai, Cristo”, gli ho detto,
“chiudi il/becco!”/tutta la gente che ci
stava intorno lo/sentiva».
C’è una nostalgia aggressiva, cosparsa di ricordi fulminanti che strappano bettole al neon e infime stanze
d’albergo alle notti cui sono condannate: «La mia camera stava a un isolato di distanza/aprivo il bar alle 5 di
mattina e/lo chiudevo alle/2 di notte/
spesso il buio e la luce mi si/ mischiavano/me ne stavo lì seduto e si era al
bicchiere/della staffa/un attimo dopo
il sole/era sorto e io me ne stavo/ancora lì.../ 5 anni di quel bar/e nessuno
è venuto a/prendermi.../in realtà
quello che mi ha portato via da/quel
bar/è stato l’avvento della/ televisione/che proprio allora stava/iniziando.../qualcosa era morto/in America/per sempre/avevo finito i miei 5
anni/su quello sgabello/in fondo al
bancone/appena in/tempo».
Le poesie di Bukowski sono senza redenzione, ricordi che, in mancanza di
futuro su cui sputare, prendono a pugni
il passato. Il racconto
che egli fa del mondo
ha la stessa fatale necessità del gesto animale. Bracca un dettaglio come la leonessa il
collo di uno gnu.
Il suo stile è la sua fame: la presa diretta
sulle cose da divorare:
«Lo stile», scrisse, «è
importante. Tanta
gente urla la verità, ma
senza stile è inutile,
non serve». La forza
muscolare dei suoi
versi è fatta di resistenza e provocazione. Mai un’incertezza,
mai un dubbio, mai un
ripensamento. Mai un
idillio che non fosse con la disperazione, la pietà e l’orrore.
Bukowski ha indagato l’universo dal
basso. Non ha mai cercato un centro,
ma sempre un altro gradino da poter
scendere, per avvicinarsi a quell’inferno che per lui era il solo modo di redimersi da un’epoca indecente. Ostentava disprezzo per la cultura ufficiale.
Commentò in maniera impareggiabile: «I camerieri leggevano Truman Capote. Io leggevo solo i risultati delle
corse». Alcol a gogò e ippodromi dove
scommettere. Ha amato il whisky, le
donne il baseball e i cavalli. Del vecchio Hank — così lo chiamavano gli
amici — resta qualcosa più del colore,
una lunga e irrisolta rabbia che animò
racconti e poesie. È facile dire oggi che
è stato uno scrittore maledetto. È facile dire che l’eccesso è stata la sua cifra.
Quella faccia che sembrava tormentata da un trapano e su cui troneggiava
un naso che ricordava un violaceo tulipano olandese nascondeva una tristezza infinita. La malinconia dell’uomo che ha smarrito le sue notti e il senso della bellezza del mondo: «La cosa
più immensa della bellezza è capire
che è scomparsa», disse.
Erano gli anni delle sbornie infinite. E degli ideali degradati. Nessun
prezzo fu mai talmente alto da vietargli di parlare quasi sempre di sé.
Viveva teatralmente il proprio scrivere. Il suo corpo era la sua scrittura.
Guardate quella foto di lui, davanti a
un frigorifero, avvinghiato a una
compagna di strada. Sembrano due
naufraghi su una deriva urbana. Ecco il vero Bukowski: la lattina di birra strozzata in una mano, lo sguardo
ironico e il pancione in vista tra una
maglietta troppo corta e un pantalone troppo basso. È da lì che bisogna
ripartire per entrare nel linguaggio
della sua poesia.
percorro adagio
la strada delle streghe,
banale e bruciante
mangio
in tavole calde
dove i filobus passano
sopra il tetto, e
ricevo letterine del sindaco
che mi chiedono di uccidere pallidi
ragazzi
in bicicletta;
è un’epoca indecente
quando i mitragliatori stanno zitti
e le nuvole non nascondono niente
in guance di bignè;
posso profetizzare il male
con la forza di un martello pneumatico
che spacca una stupida strada;
mi pulisco la bocca e conto le
sbarre della balaustrata, contemplo lo
spazio bianco
tra le gambe del cameriere
mentre corre a portarmi
il conto; fuori,
è lo stesso:
i diavoli bevono dalle mammelle
di vergini stupefatte;
sta cominciando a piovere:
macchia, macchia, macchia,
le gocce sporche di vino tulipano...
compro un giornale all’angolo,
lo piego come un cobra addormentato
e me ne sto lì
me ne sto lì
a disegnare figure per aria,
figure zozze e cattedrali,
lucertole scotennate, miracoli sbronzi;
poi prendo il bus delle sei e un quarto
e torno alla mia stanza; è una stanza
che cattura mosche e carte e
bicchieri polverosi, cattura me,
e io ci dormirò
per risvegliarmi sotto la mano
[ dello specializzando
dentro una luce malata, o sarà
il sapore rosso del fuoco, il fumo che canta
come questi uccelli nelle mie pareti.
TUTTO QUELLO
le uniche cose che mi ricordo di
New York
d’estate
sono le scale antincendio
e la gente che esce
sulle scale antincendio
la sera
quando il sole tramonta
dall’altra parte
dei palazzi
e alcuni si sdraiano
lì a dormire
mentre altri stanno seduti tranquilli
al fresco.
e su molti
dei davanzali
ci sono vasi di gerani o
cassette piene di gerani
rossi
e la
gente seminuda
se ne sta lì
sulle scale antincendio
e ci sono
gerani rossi
dappertutto.
in realtà questo
è uno spettacolo da vedere piuttosto
che da raccontare.
è come un gran quadro
multicolore e sorprendente
che non è appeso da nessun’altra
parte.
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
la lettura
Il Touring Club nacque nel 1894 come associazione
ciclistica. Tra i suoi 57 fondatori c’erano industriali,
editori, professionisti della borghesia milanese. L’intento
di quegli appassionati “velocipedisti” era far scoprire
il paese da poco unificato ai cittadini di ogni ceto.
Un volume a giorni in libreria ricostruisce questa storia
Tempo libero
Su due ruote per fare l’Italia
EDMONDO BERSELLI
arel’Italia pedalando: la “nazionalizzazione” del Paese,
della sua società come della
sua geografia, con il suo panorama di città, cattedrali,
paesi, campanili, valli, montagne e colline, si può realizzare anche
su due ruote. Era questo il pensiero di 57
pionieri della bicicletta, riunitisi l’8 novembre 1894 per costituire il Touring
Club Ciclistico Italiano. La sede dell’incontro era il milanese Albergo degli Angioli, vicino al Duomo, e fra loro figurava la crema della borghesia milanese.
Industriali come Luigi Bertarelli e Alberto Riva; un grande editore musicale
come Giuseppe Ricordi; professionisti
vari, una summa della haute meneghina. Erano tutti convinti che l’Italia nuova avesse bisogno di dinamismo, non di
oziosità arcadiche; e che occorresse
guardare alla modernità straniera, che
in pochi anni aveva affollato di bicycle
touring club l’intera Europa.
In Italia i primi “velocipedisti” erano
apparsi alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento. Quel meeting ambrosiano
che fonde positivismo lombardo, orgoglio nazionale e passione sportiva, in un
clima «da salotto buono della borghesia
tardo ottocentesca», è ricordato dallo
storico Giuseppe Pivato in un libro che
esce in questi giorni per i tipi del Mulino. Si intitola Il Touring Club Italiano
(pagg. 162, euro 12) e offre lo scorcio di
un’Italia allo stato nascente. Se fino a
qualche decennio prima la penisola era
poco più che un’espressione geografica, e se dalla fine del Cinquecento era la
terra del Grand Tour, il Touring nasce
proprio con l’intenzione di cambiare la
prospettiva: all’Italia «vista da fuori»,
vuole sostituire un’Italia «vista da dentro, percorsa e scoperta da chi l’abita».
Pivato, che insegna a Urbino ed è uno
studioso di storia sociale attentissimo
ai fenomeni popolari (dall’onomastica
politica agli inni politici), ricorda che il
fondatore del Touring Club, Luigi Bertarelli, aveva ben chiari gli obiettivi della nuova associazione: «Adoperarsi
perché non sia più, quella degli italiani,
solo una platonica aspirazione alla conoscenza del loro Paese». Ossia fare in
modo che «essi debbano conoscerlo
davvero, non soltanto per udito dire,
non soltanto per convenzionale abitudine di ripetere nomi noti di paesi che
non si conoscono, di aprire bocca ad
esclamazioni di stereotipa ammirazione per meraviglie che si dice esistano,
ma che non si sono mai viste!».
Mentre il proletariato solca i mari sulle rotte dell’emigrazione, cercando di
sfuggire alla patria povertà, una borghesia emergente e modernista cerca la
propria strada, e il veicolo per percorrerla. Se la scrittrice Matilde Serao, madre dell’italianità, prescrive i capi d’abbigliamento che il buon borghese di
stampo nuovo, uno sportsman aristocratico ed evidentemente sfaccendato,
deve mettere nel suo bagaglio delle vacanze («costume da cavallo, da velocipede, da tennis, da polo, da caccia, da
canottiere, da alpinista, da bagno di
mare, da scherma»), il panorama vacanziero è ancora costellato da abiti e
costumi da ancien régime, anche in
spiaggia: «Calze, ombrellini, velette».
Ed è proprio al paese delle velette e degli ombrellini da sole che il Touring «oppone la fatica della pedalata e l’abbigliamento popolare del ciclista»: ossia
una maglia a rete posta immediatamente sulla pelle; una di lana a collo
dritto e sufficientemente alto; un panciotto e una giacca della medesima stoffa, larghi quanto basta per lasciare liberi i movimenti.
Così bardata, si profila una figura
inedita: il «tourista». L’emanazione di
un’élite? In parte sì, naturalmente. Ma
anche il protagonista «niente affatto
secondario in quell’opera di costruzione dell’identità civile di massa che
costituisce uno dei disegni principali
delle classi dirigenti». Cioè il compito
di fare gli italiani dopo avere fatto l’Italia, secondo il monito attribuito a
Massimo D’Azeglio. Il fondatore Bertarelli lo aveva chiarissimo, se è vero
che nel 1901, chiudendo un convegno
a Bologna, «con una prosa dal sapore
carducciano» aveva esclamato: «Datemi l’appoggio del sentimento, datemi l’anima infine, e con questa, perdio, sì l’Italia — e il Touring l’aiuterà —
l’Italia farà gli italiani».
Repubblica Nazionale 38 19/02/2006
FOTO ARCHIVI ALINARI - ARCHIVIO BALOCCHI, FIRENZE
F
IL LIBRO DEL MULINO E LE FOTO ALINARI SU INTERNET
Il libro di Stefano Pivato “Il Touring Club Italiano” viene proposto dal Mulino
con una particolare formula editoriale. Al costo di 4 euro per un anno, i lettori possono
consultare il sito web www.fotografiaeturismo.alinari.it, che contiene una selezione
di 400 fotografie degli Archivi Alinari sulla storia del turismo in Italia, come quella qui sopra
Il Touring Club Ciclistico era «una
missione». Missione deamicisiana, patriottica, risorgimentale, atletica, di un
popolo «allenato alla modernità dei
“giochi inglesi” che preparano la mente alla libera iniziativa». Un programma
per l’Italia umbertina. Ma anche un
programma per il secolo nuovo. E un
programma a suo modo ideologico,
perché gli scopi statutari del Touring
sono espliciti: la bicicletta è un mezzo
«tendente a diminuire la distanza sociale che divide le classi meno abbienti
da quelle più ricche». Quasi una religione, un mazzinianesimo a pedali. Con
l’Italia che infatti pedala, metafora di un
impegno equivalente nello sport come
nel lavoro, e con la bicicletta, scrive Pi-
I cattolici guardarono
il sodalizio
con sospetto
e proposero
in alternativa
il podismo,
“metodo sportivo
di san Francesco”
vato, che è «veicolo di una filosofia popolare improntata all’etica della fatica e
del sudore».
Ma in questo modo l’interclassismo a
due ruote contiene anche un valore insidiosamente sovversivo, benché Bertarelli si sforzi di rilevare l’anima borghese del suo club (da parte sua, il movimento socialista comincerà presto a
organizzare i propri club ciclistici, i «ciclisti rossi», per differenziarsi anche dal
nazionalismo del Touring, che avrebbe
trovato il suo acme con i tour «sui campi delle patrie battaglie»). Inoltre, in un
paese così religioso, furono ben presto i
cattolici a guardare con sospetto alla filosofia del Club: «Le sue origini liberali
(e dunque massoniche secondo una
equazione diffusa nella mentalità cattolica del tempo) non fanno certo odorare d’incenso il Touring».
Così, ricorda l’autore, il maître à penser dello sport cattolico agli inizi del
Novecento, Giovanni Semeria, provvede a esorcizzare le due ruote, «utensile di lusso» inadatto a «quest’alba democratica» e invita a imitare «i metodi
sportivi di san Francesco». Quindi:
«Andate a piedi, moltiplicate le gite podistiche». Accompagnato dal parere
pro veritate dell’Osservatore Romano,
secondo cui «il velocipedismo è una
vera anarchia del mondo», proprio come «l’anarchia è un vero velocipedismo nel mondo della vita sociale».
Questo perché «il velocipedista non è
un pedone, non è un cocchiere di carrozza, non è un macchinista di ferrovia,
non è un animale da tiro o da soma: è un
che di ermafrodito…». A cui seguono i
vescovi che proibiscono la bicicletta al
clero, minacciando pene severissime e
perfino sospendendo a divinis i colpevoli. Proibizioni e castighi che provocano domande causidiche: può il prete nel caso di un malato grave inforcare la bicicletta «nonostante il superiore
divieto», si chiede un parroco della
provincia di Ravenna? E conclude questo primo caso di «morale ciclistica»
con un pragmatismo tipicamente romagnolo: «Lo può». Altrove si costituiscono comitati di preti «pro bicicletta»,
che rivendicano l’uso del biciclo «levita», ossia con la canna da donna, necessaria per non rimboccare ignominiosamente la tonaca.
Ma non ci si può opporre al carducciano Satana del progresso. Alla fine
dell’Ottocento erano apparse numerose fabbriche di biciclette: dopo la storica azienda di Edoardo Bianchi fondata
nel 1885, in pochi anni erano sorte
Olympia, Velo, Maino, Dei, Frera, Lugia, Taurense Legnano, Atala, Torpado, Ganna. I comuni avevano emanato
disposizioni per far fronte al traffico:
«Chi usa il velocipede dovrà portare attorno al braccio destro una fascia nera,
sulla quale sia trapunto o dipinto in
bianco il numero della macchina, alto
almeno dieci centimetri», intimava il
municipio di Verona.
Già nel 1900, mentre esordiva il secolo dell’automobile, il Touring avrebbe abolito la dicitura «Ciclistico»; ma
solo un anno prima aveva esaltato l’uso del velocipede da parte delle donne.
Su una rivista del Club venne pubblicata una poesia in latino, Muliebris birota velocissima, lanciando un premio
per la migliore traduzione (vinse Lorenzo Stecchetti: «Monta la bicicletta
veloce, fanciulla romana / tu, ancora,
donna, vinci a la corsa i maschi; / ma
pur vincendo i maschi non romper né
nasi né braccia. / Ti basti solo romper
le gambe ai cani / quando la bicicletta
inseguon latrando rabbiosi…»).
Poi sarebbe venuta l’immagine della diva Sarah Bernhardt sul sellino nei
Campi Elisi, la moda, gli scandalosi
pantaloni, la scomunica igienica dei
medici perché la sella potrebbe indurre «soddisfacimenti genitali». E via via
sarebbe cambiato il sentimento generale, con l’ode di Giovanni Pascoli dedicata al campanello sul manubrio, le
elegie ciclistiche di Guido Gozzano, le
prose di Alfredo Oriani, che fece un
viaggio solitario dalla Romagna alla
Toscana «in sella a una Bremiambourg
da corsa a ruota fissa». Sarebbe arrivata anche la tassa sui velocipedi (10 lire
per le biciclette e 15 per i tandem), sarcasticamente evocata sempre da Stecchetti: «Né molto andrà che per voler
sovrano / avrete un contator fra i due
ginocchi / e la marca da bollo al deretano» (nel 1909 il Touring riuscì a far ridurre l’imposta a sei lire).
Ai primi del Novecento ci volevano
cento giornate lavorative di un operaio per acquistare le due ruote. Ma
intanto (nel 1909) nasceva il Giro d’Italia. Al tempo della Grande guerra le
biciclette censite erano quasi un milione e mezzo. Sulle strade cominciavano a vedersi le moto e le automobili. Come scrisse un socio del Touring,
era cominciata l’era «anippica», senza
cavalli. Ma la bicicletta, come il Touring, avrebbe attraversato il fascismo,
la guerra fredda, il boom economico,
il centrosinistra, le autostrade, le domeniche a piedi, fino a noi. Chissà se
le restrizioni energetiche riporteranno la nostra epoca a essere «il secolo
della bicicletta».
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
TRA I SOCI UN FUTURO PAPA
Questa pagina è illustrata da sei copertine della rivista
del Touring Club Italiano, pubblicate tra il 1908 e il 1931.
Qui sopra, l’iscrizione al TCI di monsignor Angelo
Giuseppe Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII
Il cicloturismo cento anni dopo
Esploratori a pedali
delle strade di nicchia
PAOLO RUMIZ
tatale 62 della Cisa, pianura alla spalle, temporale
finito. Una finestra cobalto si apre su in alto, e già si
riparte nell’aria fina, col Mediterraneo che chiama
dall’altra parte. Bicicletta, penetrazione totale del paesaggio. Campanili e colline che si spostano, ogni colpo
di pedali diventa triangolazione millimetrica dell’Italia
minore. Non c’è lettore satellitare che mostri così fedelmente il terreno. Il tuo bracco meccanico gli è mille volte superiore. Va rasoterra, si infanga, cattura voci, odori, rumori. Li inanella come i grani di un rosario.
Berceto, dopo il primo strappo. Intercetto un parroco, una donna bruna che stende i panni, una banda che
prova gli ottoni oltre la finestra di una taverna. Odore
di ragù italiano, un salumiere che saluta, un funerale.
Percezione laterale, filmica, della vita.
La salita riprende, si intorcica in tornanti, e subito,
con la fatica, la visione si riduce. Ti chiudi nel tuo matra, uno-due-tre-quattro, vedi solo le chiappe di chi ti
precede. La visione diventa frontale. Tutto sta in fondo
alla stradone. Il passo. La birra all’arrivo. Il seno glorioso della cameriera che te la porge.
La Cisa, il tuffo verso Pontremoli, con la percezione
che, in discesa, muta ancora, diventa olfattiva; a sessanta orari non vedi niente, sì e no il battistrada. Profumo di pinete, resina, la temperatura che sale, fumo di
carne alla brace, i castagni selvaggi di Lunigiana, l’odore del mare che ti arriva addosso trenta chilometri
prima, ti lascia senza fiato a un curvone tra Aulla e Santo Stefano di Magra.
All’arrivo sul Mare Tirreno capisci: la Parma-La Spezia è più corta in bici che in auto. Impossibile? Provare
per credere. A bassa velocità il terreno ti si stampa in testa, la memoria te lo disegna con la fedeltà di un ormografo. Lo riempie di incontri, volti, odori. Lo rende familiare, vicino, e quindi lo accorcia. Del paesaggio visto in auto, invece, rimane poco o nulla. Figurarsi in autostrada, la “A 15” che corre parallela. La noia dilata lo
spazio, lo rende interminabile.
Potenza delle due ruote. La lentezza comprime spazi immensi. L’ho misurato con Francesco Altan ed
Emilio Rigatti sulla Trieste-Istanbul, archetipo dei
viaggi a puntate su Repubblica. Un secolo fa gli italiani
l’avevano già capito. Il Touring chiese loro qual era il
mezzo migliore per esplorare la loro terra, ed essi dissero in coro: la bici. Con quella vedi più cose che a piedi, e puoi fare dei paragoni. Ma vedi anche più che in
auto: la quale è troppo veloce e non ti fa vedere niente.
Esplorare necesse est, ieri come oggi. Ma oggi — va
riconosciuto — è più difficile di un secolo fa. Magari hai
l’asfalto, ma hai anche un traffico infernale. La grande
distribuzione ha cancellato le locande, gli anni Sessanta hanno riempito il Paese di schifezze in cemento.
E allora oggi, paradossalmente, devi essere più esploratore di allora. Devi saper cercare negli interstizi delle grandi reti. Ed è proprio qui che la bici si prende l’ultima rivincita sull’auto. Come qui sulla Cisa.
Te ne accorgi all’incrocio con la “A 12 Tirrenica”.
L’autostrada ha prosciugato il traffico della vecchia
statale, e tu dal sellino puoi goderti, in splendida solitudine, il traffico dei gommati. Far loro una sonora, liberatoria pernacchia.
Repubblica Nazionale 39 19/02/2006
S
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
Il musical del momento debutterà a Broadway ad aprile,
e ci rimarrà forse per anni. Si chiama “Lestat”, è scritto
da Elton John e Bernie Taupin, e porta a teatro la saga di Anne Rice
consacrata al cinema in “Intervista col vampiro”. Siamo andati a vedere l’anteprima
dello show. Per scoprire perché i padroni della notte hanno perso il fascino
dell’immortalità, sono diventati “i mostri della porta accanto”. E non fanno più paura
Vampiri
Se il diavolo
si risveglia
povero diavolo
GIUSEPPE VIDETTI
I
SAN FRANCISCO
l vampiro fa la fila al botteghino.
È mattino, strano che la luce del
giorno non lo ferisca. Pallido, ha
la pelle diafana, gli occhi infossati cerchiati di scuro, i capelli biondi ben
pettinati, la camicia con le maniche a
sbuffo, troppo leggera per questa San
Francisco flagellata dal nubifragio. Un
bimbo aggrappato al cappotto della
mamma lo fissa, chissà se ha davvero i
canini aguzzi? Il vampiro sorride beffardo, i due denti si piantano sul carnoso
labbro inferiore in segno di sfida. Il piccolo rabbrividisce e cerca protezione
sotto il braccio della madre: «Non aver
paura, è solo un attore», dice lei scompigliandogli i capelli. Un altro vampiro
sbuca dalla pesante tenda di velluto
rosso che separa il foyer dalla platea:
Repubblica Nazionale 40 19/02/2006
L’ALLESTIMENTO
Nelle foto qui
sotto e a sinistra,
due momenti
del musical
“Lestat” al Curran
Theatre
di San Francisco.
Lo spettacolo
sbarcherà
a Broadway
il 25 aprile
«Jack, non dovresti essere qui». «Devo
assolutamente ritirare i biglietti per la
mia famiglia, arrivano all’ultimo momento da Cincinnati, Ohio. Sarò da voi
tra un secondo».
Il Curran Theatre di San Francisco è il
teatro ideale per i vampiri di Anne Rice.
Piccolo, gotico, pieno di stucchi e di cariatidi dorate, tenebroso e sinistro
quanto basta. Lestat, il musical scritto da
Elton John e Bernie Taupin e ispirato alla saga dei succhiasangue della scrittrice americana (The Vampire Chronicles),
debutta proprio nella città in cui la Rice
ambientò le prime pagine di Intervista
col vampiro, best seller e film di successo con Tom Cruise, Brad Pitt e Antonio
Banderas. In una tetra casa disabitata
del quartiere Divisadero, il vampiro
Louis racconta la sua estenuante, interminabile esistenza al giovane cronista
Malloy, morbosamente attratto da una
creatura che supponeva spettrale ed efferata e invece scopre tormentata, persino attraente, piena di “buoni” sentimenti. Louis è vittima e carnefice del più
spietato Lestat, il vampiro vecchio di secoli che l’ha iniziato alla notte eterna in
una villa stile coloniale nel bel mezzo di
una piantagione di New Orleans, il secolo scorso: «Quando vidi la luna sul selciato, ne rimasi a tal punto incantato che
restai lì un’ora, credo [...]. Quanto al mio
corpo, non aveva ancora subito la completa trasformazione e non appena mi
abituai a tutti quei suoni e a quelle visioni cominciò a dolermi. Tutti i fluidi umani venivano espulsi. Morivo come creatura umana, eppure come vampiro ero
pieno di vita; e con i miei risvegliati sensi dovetti assistere alla morte del mio
corpo con un certo disagio e, alla fine,
con terrore. “Mi sta succedendo qualcosa”, gridai. “Stai morendo, tutto qui; non
fare lo stupido”, disse Lestat mentre già
ispezionava le carte della piantagione»
(Anne Rice, Intervista col vampiro, Ed.
Tea Due, 366 pagg., 8 euro).
L’unico attimo di paura quel bimbo
l’ha avuto davanti al botteghino, perché
Lestat è un musical decisamente non
vietato né da vietare ai minori. Anzi, lo
spettacolo che il 25 aprile sbarca al Palace Theatre di Broadway (in preview dal
25 marzo), dove secondo l’idea dei produttori è destinato a rimanere per molti
mesi, anni addirittura, ha ancora i denti
da latte. Dopo una serie di preview al
Curran di San Francisco, lo spettacolo è
stato finalmente presentato alla stampa.
Ed è stato un coro di «ai vampiri di Anne
Rice sono caduti i canini». Non è bastato
il nome Elton John, che per la prima volta firma un musical con Bernie Taupin (Il
re leone e Aida li ha scritti con Tim Rice,
Billy Elliot con Lee Hall), paroliere di fiducia dei suoi più grandi successi, a salvare dal linciaggio lo spettacolo più atteso della nuova stagione.
Il primo a farne le spese è stato Jack No-
seworthy, l’attore che si era mostrato in
costume di scena al botteghino il giorno
della prima. Il suo licenziamento non è
certo da imputare al gesto incauto, ma al
fatto che i produttori hanno deciso di
cambiare radicalmente il carattere di Armand. A Drew Sarich, nuovo vampiro in
carica, è toccata la sciagura di mettere i
brividi a uno spettacolo che ha trasformato in Mary Poppins le Cronache del
vampiro di Anne Rice.
«Che significa morire quando si può
vivere fino alla fine del mondo? Ormai ho
già vissuto due secoli e ho visto le illusioni dell’uno completamente distrutte
dall’altro, sono stato eternamente giovane ed eternamente vecchio, senza
possedere illusioni, vivendo attimo per
attimo come un orologio d’argento che
batte nel vuoto», si lamenta Louis in Intervista col vampiro. Il musical messo in
scena su libretto di Linda Woolverton e
la regia di Robert Jess Roth già pluripremiato a Broadway per Beauty
and the Beast (con canzoni
confezionate da John & Taupin) banalizza all’eccesso il
tormento umano che quelle
creature terribili provano di
fronte alla prospettiva di una
vita eterna vissuta nelle tenebre, al punto che i vampiri sul
palco perdono del tutto la loro
connotazione diabolica e la
loro eccezionalità per diventare comuni mortali, tutt’altro che temibili, afflitti dalle
stesse problematiche della famiglia della porta accanto.
E poi della morbosa ambiguità dei romanzi della Rice in Lestatnon c’è traccia.
Hugh Panaro, nei panni del protagonista, è un innocuo bellone che pare uscito fresco fresco dal set di Beautiful. L’irresistibile impulso a mordere e bere sangue per sopravvivere si risolve con un
vorticoso viaggio visuale all’interno del
sistema circolatorio, immagini da angiografia come ne abbiamo viste da Piero Angela in tv.
Anne Rice non la pensa allo stesso
modo: «Questo musical è la realizzazione dei miei sogni». Non c’è da stupirsi: la
scrittrice, 64 anni, ha preso le distanze
Nello spettacolo i signori
delle tenebre perdono
la connotazione diabolica
e l’eccezionalità: sono
comuni mortali, afflitti
dai nostri stessi problemi
dal mondo delle tenebre che cominciò a
conoscere nel 1969 a Berkeley e che ha
esplorato a fondo in lunghe notti di luna
piena a New Orleans. Leggenda vuole
che per rendere più verosimili i suoi racconti, la Rice vivesse solo di notte, si aggirasse nei quartieri più equivoci della
città e costringesse tutta la famiglia a
una esistenza in penombra (suo figlio
Christopher Rice è un giovane scrittore
di successo; omosessuale dichiarato, ha
esordito con il torrido Density of Souls e
tiene una rubrica sul mensile gay Advocate). Oggi Anne Rice, che una volta si fece trovare in una libreria per la presentazione di un romanzo distesa dentro
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
LE OPERE
LA SAGA
NOSFERATU
DRACULA
L’INTERVISTA
La saga letteraria
con cui, nel ’76,
esordisce
la scrittrice Anne
Rice è un insieme
di racconti
dedicati ai vampiri
Il protagonista
si chiama Lestat
Il film muto realizzato
dal grande regista
Murnau nel 1922
è la prima pellicola
dedicata
al conte Dracula:
si ispira al romanzo
di Bram Stoker
uscito nel 1897
È del 1992
e vince tre Oscar
il film di Francis Ford
Coppola
con un cast formato
da Gary Oldman,
Anthony Hopkins,
Winona Ryder
e Keanu Reeves
Dal best seller
di Anne Rice,
nel 1994 esce
“Intervista
col vampiro”,
il film di Neil Jordan
con Tom Cruise
(Lestat) Brad Pitt
e Antonio Banderas
Lo stucchevole fascino
dei succhiasangue
NATALIA ASPESI
ovendo scegliere, quanto a morsi sul collo, c’era chi si
accontentava di quelli di Brad Pitt, il vampiro Louis, ma
la maggior parte delle signore, nel buio incantatore del
cinema, bramava quelli dell’allora divinamente pallido Tom
Cruise, il vampiro Lestat. Era il 1994 e finalmente con Intervista col vampiro di Neil Jordan, il povero morto vivente transilvanico, tipico esempio di stupratore riluttante e talvolta di
pedofilo sedotto, non aveva il volto orribile, con rivolino di
sangue sul mento, di Nosferatu-Klaus Kinski (del film di
Herzog); né quello antipatico, respingente di DraculaGary Oldman (del film di Coppola); e neppure quell’aria
ridicola, da gentiluomo dalle chiome grigie con mantello
nero foderato di rosso, del pur seducente, per dame
sprovvedute, Frank Langella in un altro dei tanti Dracula
anni Settanta. Se si calcola che a tutto il 2004, elencati dal
dizionario Mereghetti, i film di vampiri sopravvissuti all’oblio sono almeno 133, si avrebbe il diritto di pensare che non
se ne può più, anche di quelli comici, tipo Fracchia contro Dracula di Neri Parenti o Dracula morto e contentodi Mel Brooks (addirittura con comparsata di Ezio
Greggio). Persino Anne Rice, massima signora della letteratura vampirica, esausta dopo le tante
sanguinolente avventure del suo Lestat, ha almeno per ora abbandonato il buon giovane al
musical, per, ritornata cattolica, scrivere di Gesù
bambino (Christ the Lord: Out of Egypt).
Però i vampiri sonnecchiano vigili, nelle loro
bare da giorno, in attesa di svolazzare di notte
quali pipistrelli e, essendo morti viventi, non
muoiono mai: quindi ogni tanto ce li ritroviamo tra
i piedi, per esempio nella moda appassionata di horror, vedi sfilate di John Galliano stile oltretomba, festeggiatissime. Oppure il video Fendi, 12 minuti, che sostituì la
sfilata alle ultime presentazioni milanesi di moda maschile:
si intitola Lo specchio d’oro, regia di Gadagnino (quello del
popolarissimo Melissa), dove l’attore Malik Zidi, provvisto di
lunghi dentini sporgenti e perfettamente abbigliato Inverno
Fendi («cappotto reversibile in marmotta»), si getta su sue
vittime maschili (con «cardigan di montone intrecciato») e
se le pappa. Citazioni auliche, da Bava a Huysmans, tutte tendenti al gotico. Si tratta dei tanti esempi di vampirismo gay,
a partire dall’irresistibile Polanski 1967 Per favore non mordermi sul collo, in cui il giovane vampiro biondo, figlio del
vampiro castellano, cerca di sedurre l’assistente (il poco più
che trentenne Polanski) dell’acchiappavampiri.
Il connubio moda-Nosferatu è inscindibile ormai da decenni: e sia sulle passerelle che soprattutto nelle fotografie
delle grandi riviste di culto, sono privilegiate modelle che probabilmente sono servite da antipasto e dessert a mai sazi Lestat: anoressiche, scarnificate, ceree, non solo, ma con quell’aria imbambolata e perversa delle creature filmate da Murnau o dipinte da Gustave Moreau, che da un momento all’altro possono a loro volta mostrare le zanne e piantarle su qualche gola di passaggio. Si sa come la vampira, in letteratura e
nel cinema, abbia a un certo punto azzerato il collega maschio. Nel 1900 la scrittrice Rachilde scrisse il romanzo La buveuse de sang (e nel 1898 Joseph Ferdinand Gueldry aveva dipinto un macello in cui le signore malaticce si abbeverano al
sangue delle bestie morenti, puro grand guignol). Negli anni
in cui la donna cercava di uscire dalla soggezione maschile ci
fu tutto un fiorire di romanzi, studi, dipinti che privilegiando
la donna dissanguata dal vampiro, stabilivano il nuovo ideale femminile: la donna morta. Mentre la scienza e la poesia si
ergevano preoccupate contro la donna emancipata, la donna sensuale, in pratica la donna-vampiro. Nel 1922 l’eminente professor Robinson del Bronx Hospital scrisse un manuale di felicità coniugale terrorizzante: «Mi riferisco alla donna
ipersensuale, alla moglie con una eccessiva carica di erotismo. È a lei che il termine vampiro si può applicare. Come il
vampiro succhia il sangue delle sue vittime nel sonno, da vive, così la donna-vampiro succhia la vita al suo compagno, o
vittima, esaurendone la vitalità. Alcune di loro, il tipo più marcato, sono del tutto prive di compassione e considerazione».
Il cinema draculiano non demorde, e in attesa di qualche
Nosferatu contro Batman, oppure di un vampiro Armand interpretato da Massimo Boldi, ci dobbiamo accontentare di similvampiri, o di vampiri metaforici. Per esempio nel buio dorato di The libertine il secentesco poeta inglese Wilmot duca
di Rochester, volto esangue, nere occhiaie attorno a sguardi
mortuari da Theda Bara, tendenza a gettarsi sul collo di prostitute ed attrici (anche della sua sposa), ha tutte le caratteristiche fisiche del vampiro aristocratico. In più con i tratti di
squisita perversione di Johnny Depp. E quando il giovane cortigiano muore tutto coperto di pustole, è come se una domestica distratta avesse sollevato sbadatamente il coperchio
della bara in pieno giorno. E si sa quanto sia pericolosa, come
l’aglio, il crocefisso e il punteruolo piantato nel petto, la luce
del sole: basta un raggio e il morto vivente muore. E come non
scambiare per Dracula lo scrittore Capote del film a lui dedicato, che sia pure con occhiali e guance grassocce vampirizza i due assassini condannati a morte, succhiandogli spietatamente ogni informazione utile per il suo libro rivelatosi di
immenso successo, A sangue freddo, per poi versare qualche
lacrimuccia al loro impalamento, cioè impiccagione?
Anche l’arte però vampireggia: alla Tate Britain di Londra
è appena iniziata la grande mostra Incubi gotici con 120
opere dei grandi pittori romantici fine Settecento, Füssli e
Blake, maestri dell’orrore poetico, sensuale e ambiguo,
completo dei celebri La casa dei morti e Il risveglio di Titania. Salgono le quotazioni degli inglesi fratelli Chapman
con i loro bambini di plastica che paiono assolutamente veri, massacrati da bestiali Nosferatu che non si accontentano del loro sangue ma anche si divertono a tagliargli i genitali e a metterglieli nelle orecchie.
Vampiresca anche l’opera dell’artista svizzero Gianni
Motti, che nel 2005 ha esposto a Basilea l’opera Mani Pulite, venduta per 12mila euro: trattasi di una saponetta ottenuta dal grasso di Berlusconi. Non suzione ma liposuzione,
non sangue ma ciccia, anche le abitudini alimentari draculiane peggiorano.
D
IL FILM
Repubblica Nazionale 41 19/02/2006
L’immagine
qui sopra è tratta
dalla locandina
del film “Dracula”
di Francis Ford
Coppola
una bara, considera The Vampire Chronicles, 75 milioni di copie vendute nel
mondo, «più che romanzi horror, storie
esistenziali di personaggi esecrabili, un
percorso spirituale, riflessi di me stessa
persa e lontana da Dio, cosa che oggi
non sono più».
The Gothic Queen si sta comodamente riciclando in God Queen: l’ultimo romanzo, già best seller, s’intitola Christ
the Lord: Out of Egypt (Cristo il Signore:
fuori dall’Egitto). Eppure la Rice ha caldeggiato la realizzazione del musical,
con quelli che la Woolwerton chiama
«vampiri creati a nostra immagine e somiglianza». Tanto umani da risultare irriconoscibili. «Muori giovane, vivi per
sempre», c’è scritto fuori dal teatro, ma
poi Lestat fa scempio di quel mondo decadente descritto dalla Rice con tanta
meticolosità da risultare quasi credibile, e di quei sexy-vampiri che affondano
i denti sul collo e succhiano sangue con
un’ingordigia quasi sessuale non resta
quasi nulla.
«La nostra intenzione era di fare un
musical elegante, intelligente, ipnotico
che evitasse tutti gli stereotipi sui vam-
StudioUrania e Rai Cinema
presentano
alessio boni
michele placido
in un film di
michele soavi
arrivederci
amore,ciao
dal 24 febbraio al cinema
piri», recitano in coro Elton John e Bernie Taupin. «Lo spunto dell’opera è la loro dannazione vista da una prospettiva
estremamente umana e realistica». È lo
stesso principio con cui la Rice ha costruito le sue Cronache: tutta la vita di
Lestat è segnata dal rapporto con la
morte (per non perdere sua madre la
vampirizza quando lei sta per esalare
l’ultimo respiro). Ma è difficile trovare
nel dizionario del pop tanto macabro
tormento. Per questo le canzoni di Elton
e Bernie, come tutta la messa in scena,
non riescono a far venire i brividi (anzi,
trasformano tutto in parodia, più Per favore non mordermi sul collo di Roman
Polanski che Intervista col vampiro di
Neil Jordan).
«Al Teatro dei Vampiri si entrava solo
su invito, e la notte seguente il portiere
controllò un istante il mio biglietto, intanto che la pioggia cadeva leggera intorno a noi: sull’uomo e sulla donna che
si erano fermati davanti al botteghino
chiuso; sui manifesti increspati che raffiguravano vampiri da romanzo dell’orrore con braccia e mantelli sollevati come ali di pipistrello, pronti a richiudersi
sulle spalle nude d’una vittima mortale...», racconta Louis a Malloy. La ricostruzione del Teatro dei Vampiri poteva
essere la carta vincente di Lestat: succhiasangue che si aggirano come ombre
in una Parigi maledetta e incantata, e di
notte sciamano nel teatro dove il rito si
compie sul palcoscenico, quotidianamente, coinvolgendo umani ignari della diabolica messa in scena. A Parigi,
Louis ci va in nave da New Orleans, con
la piccola Claudia, la bambina trasformata da Lestat in una creatura delle tenebre (altro spunto formidabile). Neanche in questo caso però il musical si dimostra all’altezza delle pagine. Alla fine
dello spettacolo non c’è nessuno in sala
che, come il cronista Malloy, vorrebbe
essere morso sul collo per porre fine a
una piatta e insipida esistenza umana e
diventare un bel tenebroso.
Se Lestat non cambierà i denti, sul suo
futuro non ci sono certezze (il debutto a
Broadway, in attesa di nuovo sangue, è
stato provvidenzialmente posticipato di
un mese rispetto al calendario iniziale).
L’unica certezza è che Anne Rice non
scriverà mai più un romanzo sui vampiri. «Come potrei? Ormai mi sono convertita a Gesù Cristo. Sarei una pazza se non
mantenessi fede alla mia promessa». La
Rice abdica e passa lo scettro a Chelsea
Quinn Yarbro, nuova regina dell’horror,
americana anche lei, che ha già pubblicato Hotel Transilvaniae si appresta a far
uscire in Italia un sequel, Il palazzo (ed.
Gargoyle), protagonista Francesco Ragoczy Conte di Saint Germain, vampiro
gentiluomo. Il magazine Christianity
Today, giura che la contrizione è sincera
e intitola un botta e risposta con Anne Rice Intervista col pentito.
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
i sapori
Eccessi di stagione
Fragranti, allegri, lievi: con nomi diversi si ripetono uguali dal nord
al sud d’Italia e sono il simbolo della trasgressione gourmand
dei giorni di festa che precedono il brusco confine tra martedì grasso
e mercoledì delle ceneri. Ecco i trucchi per cucinarli al meglio,
riducendo al minimo i rischi per i gastro-angosciati
LICIA GRANELLO
ono fragranti, allegre, lievi. Una tira l’altra, come e più
delle ciliegie. Hanno nomi diversi, frizzanti, tanti: da
regione a regione, da nord a sud vengono battezzate
bugie, chiacchiere, lattughe, galani, crostoli, sfrappole, cenci, frappe, frijolas… Sono il dolce-simbolo del
Carnevale che avanza in questi giorni, golosità per eccellenza di un periodo votato da secoli alla trasgressione gourmand (e non solo).
Infatti, il nome di derivazione latino-medievale “carnem levare”, certifica l’obbligo, secondo i precetti della religione cattolica, di astenersi dalla carne nei quaranta giorni della quaresima.
Ma prima che il mercoledì delle ceneri (il primo marzo) introduca il tempo della penitenza, occhi, cuore e palato hanno di che
sollazzarsi, tra feste in maschera e buffet sontuosi.
Non a caso, il giorno che chiude il Carnevale è detto martedì
grasso (tranne a Milano, dove il rito ambrosiano introdotto da
Sant’Ambrogio nel Quarto secolo prolunga i festeggiamenti fino
al sabato). Un aggettivo che dice molto sugli intendimenti del
Carnevale: dieci, quindici giorni di extraterritorialità alimentare, dove tutto è consentito, colesterolo permettendo. Certo, l’abbinamento è di quelli che fanno sussultare la bilancia: ma ancora affondati nei freddi grigiori dell’inverno, perseguitati dall’inquinamento e dalle paure dell’influenza aviaria, la tentazione
del dolce&fritto riesce davvero poco resistibile.
A cominciare dalle chiacchiere, sfoglie golose che i dannati della dieta mal si perdonano. Così i pasticcieri più sensibili alle gastro-angosce dei loro clienti, hanno inventato la versione al forno,
tradimento imperdonabile per tutti quelli che hanno assaggiato
almeno una volta la ricetta originale eseguita a regola d’arte.
Certo, una volta steso e ritagliato in rettangoli dentellati il classico impasto di farina, uova, zucchero, nulla ci vieta di spennellarlo con uovo e latte, e di infornarlo per un quarto d’ora. Ma la
chiacchiera dietetica è come mangiare il formaggio senza pane o
dolcificare la panna cotta con lo sciroppo d’acero: una tristezza
annunciata, che lascia frustrati e delusi artigiani e acquirenti. E allora, ecco il trucco: una volta fritti, i dolcetti sono poi messi ad
“asciugare” in forno. Il gusto leggermente tostato e la consistenza
biscottata illudono che il miracolo sia stato compiuto.
E le chiacchiere casalinghe? Chi si vuol cimentare
con struffoli e tortelli da offrire ad amici e piccini, deve decidere tra la trasgressione tout court
e gli aggiustamenti dietetici. Se dev’essere
fritto, ci si può confortare con qualche dettaglio a supporto. Per esempio la scelta
del grasso di cottura: intere generazioni
di bambini sono cresciute gustando le
chiacchiere di Carnevale cotte nello
strutto, che resta tra le opzioni migliori,
insieme all’olio extravergine (basta
comprarne uno delicato, dal ligure ai
lombardo-veneti). Scorrendo gli oli di semi, invece, è da privilegiare quello di arachide, il più resistente alla temperatura di
frittura (e anche il più caro, così da risultare
poco popolare tra i pasticcieri).
Altro atout, la pentola, che per i dolci di Carnevale
sarà alta, stretta, riempita d’olio a metà. Perché si tratta
quasi sempre di paste lievitate, che hanno bisogno di gonfiare
in cottura e quindi di non appesantirsi appoggiati sul fondo. Il diametro contenuto impedisce anche di mettere troppi dolci al fuoco, pratica che abbassa la temperatura di cottura, producendo
fritti unti e pesanti.
Se siete tipi da pentimento tardivo, evitate di far piovere zucchero in quantità sui bignè appena fritti. Lo scarto calorico sarà
minimo, ma il senso del sacrificio vi farà sentire subito più magri.
S
Cannoli
Erano il dolce preferito delle suore
del convento di Santa Caterina,
a Palermo. A Messina e Catania,
la ricetta viene arricchita con una
diversa farcitura, a base di crema
pasticciera, all’uovo o al cioccolato
Cartellate
La “cartiddata” nella tradizione
pugliese contende al “bocconotto”
(cuscinetto ripieno di cacao
e canditi) il titolo di re dei dolci
di Carnevale. Le girelle di pasta fritta
sono ricoperte di miele o vino cotto
Chiacchiere
Altrimenti dette: frappe, bugie,
stracci, sono fatte con un impasto
aromatizzato con scorza di limone
e liquore. La pasta viene tagliata
in rettangoli lisci o annodati. Fritte,
si spolverizzano con zucchero a velo
Uno tira l’altro
E poi viene
la Quaresima
Repubblica Nazionale 42 19/02/2006
Dolci
Carnevale
di
Castagnole
Cicerchiata
Frittelle
Ricordano grosse ciliegie,
realizzate friggendo un impasto
classico con aggiunta di lievito
e rum. Esiste una variante “ricca”
che prevede la farcitura
con crema pasticciera
Si taglia l’impasto in tocchetti grandi
quanto un’unghia. Una volta fritte,
le palline vengono girate in salsa
di miele e limone, con mandorle
a lamelle e frutta candita,
e poi composte in uno stampo
Nella versione più nota uniscono
la classica pasta lievitata
con le mele, che possono essere
grattugiate, spezzettate o tagliate
ad anello. I più golosi aggiungono
all’impasto uvetta e pinoli
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
itinerari
Luciano Stillitano è il proprietario di “Dany”, pasticceria-culto
di Torino, dove tradizione e innovazione sono elaborate alivelli
di eccellenza assoluta. Tra i dolci di Carnevale, spiccano
le “bugie”, fritte in olio di arachidi e asciugate in forno
Alessandria
Venezia
Palermo
Le “dolci terre”
testimoniano
la presenza
di una grande
tradizione
dolciaria,
espressa
da piccole industrie e artigiani. La regina
di Carnevale è la “bugia”
Già nel ‘600
i “fritoleri”
impastavano
farina, uova,
zucchero,
uvetta e pinoli.
Una volta cotte,
allora come oggi, le frittelle sono
cosparse di zucchero
Simbolo
del Carnevale
palermitano,
il cannolo
nel ‘600 venne
battezzato
“scettru di ogni
re e Virga di Moisè”, per la sua forma
caratteristica
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
HOTEL LUX
Via Piacenza 72
Tel. 0131-251661
Doppia da 100 euro, colazione inclusa
CASA DEL MIELE
Ca’ Noghera, via Paliaghetta 2a
Tel. 041-5416129
IL MEZZANINO DEL GATTOPARDO
Via Alloro 145
Tel. 333-4771703
Doppia da 110 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
PISTERNA
Acqui Terme, Via Scatilazzi 15
Tel. 0144-325114
Menù da 50 euro
LA CORTE SCONTA
Calle del Pestrin 3886
Tel. 041-5227024
Menù da 60 euro
LO SCUDIERO
Via Turati 7
Tel. 091-581628
Menù da 30 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
LABORATORIO ARTIGIANALE GIRAUDI
Castellazzo Bormida, Via Liguria 26
Tel. 0131-275563
CAKE AND COFFEE
via Bissuola 24
Tel. 041-5343262
PASTICCERIA ALBA
Piazza Don Bosco 7c
Tel. 091-309016
La foto qui a sinistra
è stata gentilmente
concessa dalla
rivista “Sale & Pepe”,
Mondadori editore
L’alternanza storica fra cibi “di grasso” e “di magro”
Olio e strutto alla guerra delle frittelle
MASSIMO MONTANARI
«T
‘‘
Ray Bradbury
Dietro quella porta, la stufa stava
preparando delle frittelle
che riempivano la casa di un buon
profumo di pasticceria
e di sciroppo
da CRONACHE MARZIANE
ogli farina distemperata con ova et acqua, e assottigliata e
stesa; tagliala a modo di foglie, o di fichi, o come vuoli, e friggile nel lardo, o oglio ad abbondanza; e cotte, mettivi su del
mele bollito, e mangia». È la ricetta del dulcamine, ovvero «frittelle
non quaresimali», contenuta in un libro di cucina italiano del XIV secolo, scritto in Toscana su un modello meridionale. Ma che significa
«frittelle non quaresimali»?
Ce lo spiega Maestro Martino, il più famoso cuoco italiano del
Quattrocento, nel capitolo del suo ricettario dedicato a «far ogni frictella», dove si insegnano molti modi per preparare le frittelle (di fiore di sambuco, di bianco d’uovo con fior di farina e cacio fresco, di
latte quagliato ovvero giuncata, di riso, di salvia, di mele, di fronde
d’alloro, di mandorle…) con tutte le varianti «quaresimali». L’alternanza fra cibi «di grasso» e «di magro» è una costante della cucina medievale, che durerà a lungo. È un’alternanza imposta
dai tempi liturgici della Chiesa, per alcuni giorni della settimana e alcuni periodi dell’anno: il Carnevale e la Quaresima ne
rappresentano la sublimazione. Quaresima è il tempo di magro per eccellenza, in cui sono banditi i cibi di origine animale;
Carnevale è il tempo della festa, a cui seguiranno privazioni e rinunce, ma anche un’attenta gestione gastronomica dei cibi consentiti. In realtà si tratta di cambiare qualcosa, non di stravolgere
i moduli consueti di cucina: ogni carne sarà sostituita da un pesce
(magari addobbato in forma di carne); uova e formaggi (consentiti
durante l’anno nei tempi di magro, ma non durante la Quaresima)
lasceranno il posto alle verdure; il lardo sarà sostituito dall’olio. Gli
accostamenti, i sapori saranno comunque garantiti.
Spiega, dunque, Martino che le nostre frittelle, «si fusse in tempo
quadragesimale, le poi frigere in olio, et non gli mettere grasso né
ova». Le frittelle di magro sono quelle senza uova e fritte nell’olio. È
questo il sacrificio che si chiede; ma prima che scatti il mercoledì delle ceneri, che apre la Quaresima, si faranno «vere» frittelle con uova,
fritte nel lardo. Questo fu, per secoli, il vessillo principale del «grasso» Carnevale: friggere nel lardo. «L’olio combatte con lo strutto»,
leggiamo nella Battaglia di Quaresima e Carnevale, un testo del XIII
secolo da cui prese avvio un vero e proprio genere letterario. È questo il senso dell’alternativa lardo/olio prevista dalla ricetta trecentesca del dulcamine.
Il gusto del fritto ha sempre accompagnato le feste di Carnevale:
le nostre chiacchiere, sfrappole, cenci, o comunque vogliamo chiamarle, sono il punto d’arrivo di una tradizione lunghissima, che sicuramente risale al Medioevo e forse anche oltre, alle feste pagane
di età romana. Ma più ancora del sapore dolce, più ancora del miele o dello zucchero che si aggiungeva alla pasta per farne un segno
della festa, era il tipo di grasso a determinare il carattere carnevalesco della frictella.
Oggi ci hanno insegnato che friggere nell’olio è meglio, e l’imperativo dietetico non ha tardato a trasformarsi in abitudine alimentare,
modificando il gusto: abbiamo imparato ad apprezzare l’olio e il suo
sapore acre (sia pure addolcito da zucchero e miele). Ancora qualche
secolo fa, molti dei nostri dolcetti sarebbero apparsi un cibo da Quaresima più che da Carnevale.
Graffe
Tortelli
È la versione napoletana
del krapfen austriaco. I dischi
di pasta vengono sovrapposti
con un’intercapedine di marmellata
di amarene e fritti a fuoco basso fino
a diventare gonfi e rotondi
Si preparano partendo da un
impasto senza lievito, cotto, fatto
raffreddare, ridotto in palline. Dopo
la frittura e l’asciugatura in forno
possono essere farciti con crema
pasticciera. Si servono caldissimi
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
le tendenze
Baby eleganza
Tutte le firme hanno ormai linee interamente dedicate
all’infanzia e progettate avendo bene in mente il guardaroba
dei genitori. Perché la barriera stilistica che divideva
le generazioni è definitivamente saltata. Ma soprattutto perché
oggi i più piccoli sono tanto attenti alle mode da voler cambiare
look, come i grandi, ad ogni giro di stagione
Bambini
clone
JACARANDA CARACCIOLO FALCK
jeans a vita sempre più bassa e la lingerie di pizzo, le minigonne ultraridotte e gli abiti sottoveste, le camicette di voile e gli hot-pants di pizzo. E
ancora i boxer a vista, gli stivali da cowboy, i blazer di lino. Ammettiamolo: i bambini del nuovo
millennio si vestono ogni giorno di più come piccoli adulti. Per rendersene conto basta dare un’occhiata alle ultime proposte di stilisti e creativi. Che sfornano
mise all’ultima moda per piccole lolite e manager versione mignon. Una volta, il mondo infantile e quello
adulto erano rigidamente divisi. Almeno in fatto di moda. I piccoli si vestivano con abiti studiati appositamente per loro. E il massimo divertimento di ogni bambino
era quello di frugare nell’armadio di mamma e papà alla ricerca di un qualche travestimento che lo facesse
sembrare un adulto in miniatura.
Oggi, invece tutto è cambiato. Sarà perché nell’era
delle coppie mono-figlio i tanto attesi reucci della casa finiscono per diventare l’epicentro della vita famigliare. Anche in termini di consumi. O
forse perché i bambini di oggi sono loro
stessi più adulti. Ma una cosa è certa: gli
under 12 sono diventati i cloni perfetti dei
loro genitori.
Attenti in modo quasi maniacale alle
tendenze, a ogni stagione sono pronti a
cambiare look. E, quindi, guardaroba. Secondo i dati di Pitti bimbo, solo in Italia nel
2004 sono stati spesi 3 miliardi 520 milioni
di euro in moda junior. Il mercato è più che
appetibile. Sarà per questo che tutti i grandi stilisti hanno ormai almeno una linea
baby. Per i mini adulti c’è solo l’imbarazzo
della scelta: i jeans di Diesel e i caftani di
Antik Batik, i trench di Burberry e i giubbotti jeans di Dior, le polo di Fred Perry e le
botton-down di Polo Ralph Lauren, gli
abitini gipsy di Roberto Cavalli o le babydoll di Miss Blumarine. Per non parlare degli accessori. La varietà di calzature è infinita: si passa dalle sneakers monogrammate di Louis Vuitton ai sandali capresi firmati Pepè, dai classici scarponcini Hogan alle Lelly Kelly in tela e paillettes.
L’espansione del mercato non riguarda solo il settore fashion. «I nostri clienti oggi prediligono case con
spazi aperti che inglobano tutto dal living alla stanza da
letto», racconta l’architetto Giorgia Dennerlein, proprietaria di Loto design, uno dei negozi più di tendenza della capitale, «per non parlare del reparto dedicato
alla quotidianità ed al gioco del bambino». Non c’è allora da meravigliarsi se anche le grandi firme del design hanno cominciato a muovere all’attacco dell’universo baby. La Magis ha prodotto un’intera linea, battezzata Me Too dedicata ai più piccoli. Ikea ha lanciato
la collezione PS: una decina di pezzi utilizzabili sia come complementi d’arredo sia come giocattoli. Kartell
punta sulle sedie impilabili, come i pezzi Lego. Mentre
Alessi produce set da tavola di mille colori diversi.
I dati confermano il fenomeno. Negli Stati Uniti nel
2003 sono stati spesi 3 miliardi e 300 milioni di dollari
in mobili per bambini. L’Europa si prepara a seguire a
ruota. «Fino ad oggi le camere dei piccoli rimanevano
isolate, in termini estetici, dal resto della casa», spiega
Elisa Astori, responsabile prodotto di Driade che, quest’estate lancerà un’intera collezione per bambini. E
aggiunge: «Noi vogliamo fornire ai nostri clienti un
modo per coniugare il loro amore per la bellezza con
complementi adatti allo spirito infantile». Ovvero come rimanere bambini, ma
con stile.
I
Mini-adulti
le griffe
all’assalto
Questo mercato
è in grande espansione:
per l’abbigliamento
dei figli gli italiani
spendono ogni anno
tre miliardi e mezzo.
Repubblica Nazionale 44 19/02/2006
E anche dal fronte
dell’arredamento
arrivano nuove idee
TENNISTI IN ERBA
PASSI BRILLANTI
Suola in gomma bicolore
e paillette dalle nuance accese,
a forma di margherita,
per le sneaker-ballerine in tela
di Lelly Kelly
PIOGGIA DI FRAGOLINE
Il classico sandaletto viene impreziosito,
a beneficio dei più piccoli, da una pioggia
di fragoline applicate su fondo giallo.
La scarpa fa parte della linea Naturino
PICCOLI VIAGGIATORI
Si chiama Square ed è prodotta da Cult
Sul fondo della scarpa è sovraimpressa,
ogni stagione, la mappa di una città diversa
Quest’estate è il turno di Barcellona
Troppo piccoli per impugnare
la racchetta ma non per indossare
le scarpe da tennis: ecco quelle
della linea Chicco Jeans,
dedicate a chi ha meno di un anno
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
SUPERESCLUSIVO
Sono t-shirt,
debardeur e culotte
in pezzi unici
e numerati. In vendita
solo a febbraio e solo
in tre negozi di Milano,
Parigi e New York.
Prodotte da Petit
Bateau e disegnate
a mano dall’artista
Christophe Leroux
VITA A COLORI
Sono disponibili in sei varianti
di colore, da abbinare
ad ogni tipo di pantalone,
le cinture di tela della nuova
collezione junior Benetton
PRONTE
A PARTIRE
Bauletto di acetato
lucido per bambine
con messaggio
“fashion for ever”
È firmato Barbie
l’oggetto più trendy
del momento
ADESSO BEAUTY
Le piccole Lolite
viaggiano sempre,
al pari delle loro mamme,
con il beauty-case.
Come quello a fiori
della neonata linea
MyMy di Trudy
LAVARSI
È UN GIOCO
Repubblica Nazionale 45 19/02/2006
Un’idea per giocare
anche in bagno?
Lo spazzolino
da denti a batterie
Az Spin brush.
Disponibile
con diversi tipi
di impugnatura:
dalla principessa
al robot
IN PASSERELLA
Top jeans e gonna lunga
in chiffon
a più strati:
è la proposta
di Nolita Pocket
per la bimba elegante
ma trasgressiva
(a sinistra)
Sembra appena sceso
dallo yacht del papà
il ragazzino griffato
Ferré che sceglie
il pinocchietto rosso,
la t-shirt bianca
bordata in rosso
e un giubbottino leggero
Sportiva in jeans bianco
e t-shirt fantasia,
la piccola griffata Cavalli
può contare sull’assoluta
somiglianza del suo look
con quello materno
Il rischio di allevare
fragili tiranni
ANNA OLIVERIO FERRARIS
arrozzine aerodinamiche, seggioloni spaziali, pannolini “intelligenti”, salviettine ecologiche: questi
alcuni dei numerosi gadget che rendono
diversi i nuovi bebè dalle generazioni precedenti, spesso semplificando la vita dei
genitori. C’è anche un mercato molto attivo che cura il look dei piccolissimi. Possono gattonare sul pavimento, ma devono farlo con pantaloncini a zampa di elefante o tutine con inserti in pelle. In seguito dovranno indossare magliette griffate, scarpette ad alta tecnologia, giubbetti di pelle metallizzata, gonne fatte a
punte di chiffon, cravattini a farfalla, look
“povero” e look principesco, insomma
una ricca gamma di vestiti e accessori, generalmente molto costosi, che innalzano
il bambino degli anni Duemila su un trono regale, anche se ovviamente a spingerlo sono ormai i grandi stilisti che hanno
individuato nell’arco 0-2 anni e soprattutto in quelli 2-4 e 4-10 un campo fertile
al cui centro c’è un Ego da gonfiare, quello del bambino ma soprattutto quello della sua mamma che, per documentarsi, ha
a disposizione in edicola una raffica di riviste che propongono quella che è ormai
l’alta moda infantile, al centro di defilè e
di giornate “importanti” dal punto di vista del marketing.
Che il bambino stia diventando un piccolo re, dipende in gran parte dal fatto che
soprattutto nel nostro Paese, quando c’è,
è anche facilmente un figlio unico e quindi al centro degli investimenti dei genitori
che sovente vedono il Bene (leggi l’affetto)
nei beni materiali. Vestendolo in maniera
sontuosa e non facendogli mancare nulla,
in primo luogo il superfluo, pensano di
avere già assolto una buona parte del loro
compito educativo. Solo che, ovviamente, i piccoli diventano sempre più esigenti, sempre più con l’occhio rivolto al bimbo a fianco, sempre più bizzosi e ovviamente sempre più frustrati: perché c’è
sempre qualcuno che ha un paio di occhiali, una spilla di strass o un giocattolo
più belli e più trendy di quelli che mamma
e papà gli hanno comprato. Con queste
premesse, ci sono buone probabilità che
questi bimbi, viziati dal mercato e dai genitori, diventino quello che ormai gli psicologi chiamano il “bambino tiranno”: un
simpatico viperino che ha ormai iniziato
la sua carriera acquisitiva e non si vuol far
mancare nulla. È impaziente. Le attese
devono essere ridotte al minimo. Il premio deve essere immediato. L’aspettativa
è costante. Non arriva il giocattolino del
giorno? Lui è già un po’ stressato: che la
mamma non gli voglia abbastanza bene?
Ovviamente non tutte le mamme e non
tutti i bambini vivono in questa atmosfera principesca e iperprotettiva; ma per i
genitori che non si adeguano e per i bambini che non sono stati adeguati, la vita
può sembrare un po’ più dura: anche se si
può scommettere che i bambini che hanno subìto un addestramento alla pazienza e alle normali frustrazioni saranno più
resilienti, vale a dire più in grado di padroneggiare quei piccoli stress e di affrontare
quelle difficoltà che potranno essere invece vere mazzate quando cadranno sui
principini. Ogni genitore dovrebbe sapere che per il bene dei figli qualche rinuncia
è importante e che il loro benessere fisico
e psicologico non deriva tanto dagli oggetti di cui riescono a venire in possesso,
quando dall’atmosfera che vivono in famiglia, dalle attività che fanno, dai giochi,
dalle relazioni con gli altri bambini. Certo
può essere difficile giocare vestiti da defilè. Così come è difficile abbandonarsi ai
movimenti e alla fantasia dei giochi spontanei quando si è troppo centrati su di sé,
sulle proprie esigenze oppure sul giocattolo invece che sul gioco.
L’autrice insegna Psicologia
dello sviluppo alla Sapienza di Roma
C
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 FEBBRAIO 2006
Krizia
DARIO CRESTO-DINA
Repubblica Nazionale 46 19/02/2006
C’
MILANO
è una fotografia in cui è
bellissima. Avrà sì e no
trentacinque anni, è
seduta alla sua scrivania di lavoro, tiene una sigaretta tra le dita, la sta avvicinando alle labbra, ha i capelli scuri raccolti dietro la nuca, una
maglietta bianca a maniche corte e assomiglia a Faye Dunaway. Ancora adesso a
settant’anni, Mariuccia Mandelli è una
donna molto bella. Se è fragile, lo nasconde bene. Prega soltanto che le si parli con voce un po’ più alta. Indossa pantaloni neri, una t-shirt nera e una giacca
nera. È senza trucco. È curiosa, vivace, a
volte fa domande da ragazzina timida:
«Non le sono piaciuta, vero?». Dice che è
sempre stata affascinata dal cinema, dal
suo modo di raccontare le storie. Il suo
gioco preferito è essere se stessa interpretando qualcun’altra, ogni giorno diversa. Come in questo momento. Oggi
Krizia ha la testa acconciata da principessa egiziana, una collana ad anelli che
regge un disco di platino in mezzo al petto e due bracciali da gladiatore romano
che le coprono per intero i polsi sottili e
le arrivano fin quasi sotto i gomiti. Devono essere costosissimi. Mi spiega che li
ha creati Marta Marzotto. All’anulare
della mano sinistra porta una pietra
triangolare, nera. È preoccupata, ansiosa. Dice: «Non credo di essere una persona interessante. Ho sempre paura di non
essere capace di andare oltre pensieri
banali, di deludere chi mi deve giudicare in una chiacchierata di non più di
un’oretta. Sono una persona semplice».
Nel quartiere generale di via Manin i
luoghi solo suoi sono due, separati da
una trentina di metri di corridoio a elle.
Nello studio c’è un tavolo rettangolare
lungo e stretto ingombro di tessuti e
grandi sottili fogli da disegno. Regna un
disordine costruito. Il suo ufficio di rappresentanza invece è lindo e minimale,
piccolo e raccolto, la finestra d’angolo
incornicia un pezzo di giardino. È appena un respiro. Da questo punto di osservazione si scorge pochissimo della Mila-
no un tempo tanto amata. «È come se per
pudore e vergogna avessi chiuso gli occhi su questa città. Non voglio vedere come si è ridotta. È orribile, sporca, degradata. È l’unica città al mondo dove le
macchine vengono parcheggiate sui
marciapiedi. I vecchi non osano più
uscire di casa e nonostante il loro isolamento vengono truffati da sciacalli che
gli portano via i risparmi anche dietro le
porte di sicurezza, le giovani coppie una
casa per andare a vivere insieme invece
non riescono a trovarla, la povertà dilaga, lo smog ci uccide e nessuno se ne
preoccupa. La borghesia si è chiusa nei
suoi appartamenti, ha messo il culo nel
burro, come si dice qui. Sono una che si
indigna dalla mattina alla sera, ma mi sono accorta che non serve a nulla, non
scuote la gente dall’indifferenza o, forse,
dalla rassegnazione. Criticavamo Roma, ora dovremmo andare a lezione di
civiltà dai romani. Qui invece abbiamo
perso il senso di normalità, ecco perché
spero che il prossimo sindaco sia semplicemente una persona normale. Non
mi dispiace Ferrante, l’ho invitato qui da
me per un dibattito, deve migliorare ma
mi pare onesto e determinato, pieno d’amore per Milano. Letizia Moratti, invece, non mi interessa».
Qualcuno ha definito Krizia la signora
più «cattiva» del prêt-à-porter. Di certo
non è una che le cose le manda a dire. Ha
avuto in passato forti polemiche con la
Camera della moda per l’organizzazione delle sfilate a Milano, si è scontrata
senza esclusione di colpi con Anne Wintour, l’erinni di Vogue America, confessa
che Prodi non è abbastanza passionale
per i suoi gusti ma lo voterà perché il suo
cuore batte a sinistra e che se Berlusconi
diventasse mai presidente della Repubblica lei si trasferirebbe all’estero, magari in Giamaica dove si sposò, «in una portineria d’albergo», con l’imprenditore
Aldo Pinto oppure sull’isola caraibica di
Barbuda, alcuni chilometri quadrati di
paradiso, dove ha costruito un posto da
favola che pochi si possono permettere.
In un libro di Isa Tutino Vercelloni a lei
dedicato c’è un’immagine che la ritrae
assieme a Valentino, Armani, Versace e
Ferré. Sono al Quirinale, sono giovani e
sono appena diventati commendatori. I
grandi stilisti sono anche personaggi
strani. Credono di essere come gli eroi e
i desideri. Si illudono di non invecchiare
con l’età. Non hanno stipulato un patto
con il diavolo, ce l’hanno dentro, il diavolo, oppure gli scodinzola attorno per
tutta la vita come un rimpianto, esibendo la sua faccia più pericolosa e ingannevole: la gioventù. La gioventù delle ragazze più belle del mondo sempre pochissimo vestite e degli adolescenti dai
tratti efebici o dai muscoli scolpiti sotto
le canottiere per l’abitudine alla palestra. Durante le sfilate per chi sta sotto le
luci e attraversa la pedana il tempo sembra fermarsi, forse è per questo che, alla
fine, chi le ha vestite esce abbracciato alle modelle. Crede di ricevere, assieme
agli applausi, un po’ di quella polvere
Ha cominciato a sette anni, disegnando
e cucendo i vestiti per la sua bambola
Adesso, che di anni ne ha settanta
ed è un monumento vivente al Made
in Italy, Mariuccia Mandelli è ancora
una donna bella, vivace,
curiosa, capace di fare
domande da ragazzina
timida. Ma anche
di esprimere giudizi
taglienti. Come quello
su Milano, un tempo tanto amata:
“Questa città è orribile, sporca,
degradata. Criticavamo Roma, che ora
ci dà lezioni di civiltà. Qui abbiamo
perso il senso della normalità”
d’invincibilità che galleggia sempre nell’aria quando passa la giovinezza.
Dove sono gli eredi di Armani, Ferré,
Valentino, Krizia? Mariuccia Mandelli
spalanca i suoi grandi occhi celesti e ride:
«Il futuro è dei giovani, presto appariranno sulla scena parecchi nomi nuovi e
finirà questa oligarchia della moda. Ma,
attenzione, se noi siamo ancora qui significa che non abbiamo smarrito il genio e che in giro, tra i possibili emergenti, ci sono troppi presuntuosi e troppi arroganti. E pochissima umiltà». Cerca
una metafora, la trova: «Infilano troppe
piume sui vestiti, e le piume, tra l’altro,
portano sfiga». Le chiedo di fare la classifica dei suoi maestri. Il primo nome è
quello di Walter Albini, il talento di Busto
Arsizio scomparso nel 1983, che può essere considerato l’iniziatore della moda
pronta in Italia. Krizia lo conobbe a Parigi all’inizio degli anni Sessanta. Fu un incontro fortuito, come raccontò lo stesso
Albini: «Ci siamo conosciuti per errore.
Avevo aperto per sbaglio un telegramma
della Mandelli indirizzato a un amico comune. Sapevo chi era lei, l’amico non
c’era e al posto suo, a prenderla all’albergo, quella sera sono andato io. Lei era
perfetta, tornava da Megève, tutta in crêpe nero con un filo di perle al collo. Ab-
Gli eredi? Presto
appariranno nomi
nuovi. Ma attenzione:
se siamo ancora qui
vuol dire che non
abbiamo smarrito
il genio. E poi fra
i giovani ci sono
troppi arroganti
FOTO IMAGOECONOMICA
Simboli della moda
biamo passato una deliziosa serata insieme da Castel, dove suonava un’orchestrina di sole donne. Offrì lei, naturalmente, perché io a quei tempi mi nutrivo solo dell’aria di Parigi... Così la mattina dopo, per ringraziarla, sono passato
al suo hotel per lasciarle in regalo tutto
ciò che possedevo: una cartella piena di
disegni». Mariuccia se la portò a Milano,
qualche giorno dopo chiamò anche lui e
con Albini cominciò una lunga e proficua collaborazione.
«Poi — dice Krizia — nella lista ci metto Capucci, Coco Chanel, Dior, Balenciaga, Givenchy e Armani». Giorgio Armani e la Mandelli si vogliono bene. Si
somigliano anche un po’. «Crediamo
tutti e due che la moda non debba essere imposta, ma debba piuttosto assecondare il tempo che viviamo, le esigenze e le possibilità delle persone. Dobbiamo fare vestiti per gli uomini e le donne
che vanno in ufficio, a scuola, a fare la
spesa, in vacanza in luoghi normali. Non
faccio alcuna fatica ad ammettere che
Benetton e Zara, per esempio, sono bravissimi e producono abiti molto belli.
Dobbiamo difendere l’eleganza, questo
sì, perché l’eleganza è cultura».
Krizia era una bambina ricca, poi è stata una ragazza povera perché la sua famiglia perse tutti i suoi beni «dal mattino alla sera», oggi è di nuovo ricca, soprattutto per merito, lei dice, di tanti mariti che
hanno comprato i suoi vestiti per rendere felici le loro mogli e anche le loro amanti. «Al giorno d’oggi possediamo tutto,
possediamo troppo. Da piccola i miei genitori mi hanno insegnato il dono dell’offerta. La gioia che si prova quando si è capaci di pensare agli altri. Dopo ogni Natale accantonavamo una parte dei miei
giocattoli e li portavamo ai poveri».
Spesso le vite prendono una certa strada per avventura, altre precipitano per
sventura. La sua cominciò con una bambola ed è stata fortunata. «Era quella che
amavo di più. Avevo sette anni e abitavo
a Bergamo. Cominciai a fare vestiti per
lei, prima di carta, poi di stoffa. Spesso mi
ospitava e mi consigliava la signora Parietti che aveva una sartoria vicino a casa
nostra. Fu lei, anni dopo, a dire a mia madre: “Non mandi sua figlia all’università,
vedrà che diventerà qualcuno nella moda”. Io avevo il diploma di maestra, insegnavo in una scuola di Cassano d’Adda.
Diedi retta all’amica sarta dei miei e andai a Milano. Avevo 23 anni, una lambretta che vendetti per pagare l’affitto di
due camerette in via Pagano, una socia,
Flora Dolci, lo sguardo spaurito e neppure un fidanzato con i soldi. Entravo nei
negozi con il mio campionario sotto il
braccio e non ho mai capito se mi davano retta perché ispiravo simpatia oppure mi ascoltavano per pietà».
Viaggiò tanto, soprattutto in treno. La
provincia, Bari e molto altro Sud, il Samia
di Torino che fu un trampolino di lancio,
Firenze dove allestì la prima sfilata vera
tutta sua e venne premiata come migliore esordiente, Milano dove stava soprattutto a ammirare i colleghi già famosi,
Parigi grazie all’ospitalità di un paio di
amiche ricche che andavano ad accarezzare l’alta moda. «Volevo, e lo voglio ancora, vestire soprattutto le donne. Nel
corpo femminile ho sempre visto la libertà. In Italia sono stata la prima a disegnare la minigonna, in contemporanea
con Mary Quant. Facevo pantaloncini
cortissimi per rendere le donne milanesi un po’ meno signore, andavo alla stazione centrale per studiare le francesi
che giungevano con il treno a Milano ed
erano così eleganti, così avanti rispetto a
noi. Evitavo l’alta moda, mai attuale, mai
realistica, sempre troppo costosa, mettevo nei miei vestiti un po’ di Greta Garbo, Magritte, Dalì, l’imperatrice Sissi,
Malevic e Depero. Con il trascorrere degli anni ho modificato il carattere, sono
diventata aggressiva. E ormai non mi
sfugge nulla. È una disgrazia, questa. Sono malata di perfezionismo, una malattia gravissima. Chi lavora con me la deve
vivere come un tormento». È esigente, è
una rompiscatole. Mi spiega che lo è anche Armani, uno che la sera, quando
scende il buio, lo si può incontrare in via
Manzoni mentre controlla a una a una le
vetrine dei suoi negozi.
Mariuccia Mandelli è innamorata delle donne. E come succede nella storia di
ogni grande amore ha ricevuto in cambio
anche qualche delusione. «Una volta le
donne esageravano nel vestirsi e noi abbiamo insegnato loro a spogliarsi. Oggi
esagerano nello svestirsi. Ormai le guardi in tv e sembrano sempre in mutande.
Sono nude fino all’inguine, mi fanno venire il sospetto che abbiano smesso di
guardarsi allo specchio. Portare la minigonna può essere un segno di libertà, ma
c’è chi esagera. Non tutte possono permettersi di mostrare il sedere». Le chiedo
quali sono i cinque capi di abbigliamento che non possono mancare nell’armadio di una signora. Risponde subito, senza esitare: «Il tailleur, il pantalone, la camicia, l’abito con le spalline e il golf». Dice che nella nostra vita i colori devono essere tre: «Il nero, il beige e il bianco. Il più
bello di tutti». E che loro, gli stilisti, oltre a
essere strani sono egocentrici: «Abbiamo
scelto questo mestiere perché volevamo
prima di tutto vestire noi stessi».
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