CONSIGLIO PROVINCIALE DI MILANO
Processo verbale dell'adunanza del 30 giugno 2005
Addì, trenta giugno duemilacinque, in Milano, nell'Aula consiliare di via Vivaio n. 1, si è riunito il
Consiglio provinciale per la trattazione degli argomenti iscritti agli ordini del giorno ordinario e
supplementari dall’uno al ventisei, diramati in data 13, 20 gennaio, 10, 17, 22 febbraio, 1, 10, 17
marzo, 7, 28 aprile, 5, 12, 19, 31 maggio, 14, 16, 23, 28, 30 giugno 2005 con atti provinciali n.
1637/2005/4662/2004.
A norma dell'art. 34 dello Statuto, la Presidenza dell'adunanza viene assunta dal Presidente del
Consiglio provinciale, Vincenzo Ortolina.
Partecipa alla seduta il Direttore generale della Provincia, dr.Giancarlo Saporito.
Alle ore 15.25 il Presidente del Consiglio invita il Direttore generale a procedere all'appello nominale
dei presenti.
Rispondono all'appello i seguenti trentuno Consiglieri:
Ortolina Vincenzo
Albetti Roberto
Angiuoni Pierluigi
Ariazzi Costanzo
Arrigoni Vittorio
Bruschi Marco detto Max
Caputo Roberto
Casati Ezio Primo
Cavicchioli Arianna
Clerici Michele
Dapei Bruno Giorgio
De Gaspari Mario A.F.
Elli Enrico
Esposito Francesco
Foglia Giuseppe Maria
Fortunati Ombretta Maria
Frassinetti Paola
Gaiardelli Andrea
Gatti Massimo Roberto
Gavazzi Attilio
Greco Luigi
Grimoldi Paolo
Guerra Luca
Lombardi Ruggiero
Maestri Pietro Maria
Meroni Fabio
Modugno Roberto
Patta Antonello
Pezzoni Alessandro
Pioli Pier Mauro
Scarano Giuseppe
Sono altresì presenti gli Assessori provinciali: Barzaghi, Ponti e Rotondi.
Assenti giustificati i Consiglieri: Barbaro, Censi, Malinverno, Musciacchio e Nobili.
Constatato che l’adunanza è valida per legalmente deliberare, il Presidente del Consiglio, dichiarata
aperta la seduta, così si esprime: “Iniziamo la seduta come di consueto, e mi scuso in proposito con il
pubblico esterno che probabilmente non conosce la nostra prassi, con gli interventi dei Consiglieri
come da art. 83 di regolamento, che consente loro di esprimere in cinque minuti valutazioni su fatti
significativi intervenuti negli ultimi giorni. In questo senso, e in ragione di ciò, do la parola al
Consigliere Roberto Caputo, prego.”
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Nel frattempo è entrato in aula il Consigliere Tranquillino. (Presenti 32)
Consigliere Caputo: “La ringrazio Presidente. Ho letto questa mattina, con grande interesse,
un’intervista del Presidente della Provincia Penati, per quanto riguarda la questione sicurezza a Milano.
Lo ritengo un tema fondamentale questo, vi è una situazione molto difficile nelle periferie milanesi,
quelle più colpite da una situazione di degrado e di grande difficoltà che vivono soprattutto alcuni
quartieri e alcuni condomini di case popolari, ma non solo, alcune zone limitrofe poi alla cintura
periferica milanese.
Devo dire che ho apprezzato molto la sua chiarezza su questo versante, il fatto di non usare ipocrisia
rispetto a questo tema, che è un tema fondamentale, che va ripreso e va trattato. Inviterei anche questo
Consiglio a porlo all’ordine del giorno in futuro, sicuramente dopo il periodo estivo, perché è un tema
centrale che non può essere sottaciuto e deve essere trattato con grande attenzione, con grande acume
politico, senza steccati e senza ideologie. Un tema che interessa tutti e che va assolutamente valutato
con grande attenzione. Quindi ho apprezzato le parole del Presidente Penati in questo senso e spero che
questo Consiglio possa essere artefice di un dibattito attento, accurato, senza barriere ideologiche.
Proprio su questo tema però mi riallaccio alle cose che dicevo la volta scorsa, le riprendo e le
riprenderò ancora se succederanno altri fatti di questo genere, è sempre più insostenibile la situazione
dell’AEM a Milano. Altri black-out ci sono stati nei giorni scorsi, ieri ancora a Milano sono state
bloccate alcune zone, la scusa è quella di cavi vecchi. E’ una scusa banale, grottesca, ridicola,
un’azienda efficiente come l’AEM che ha acquistato addirittura altre aziende non può assolutamente
nascondersi dietro un dito, dietro un ditino devo dire. Siamo ormai in una condizione di emergenza, per
due notti in via Val di Sole, la zona dove sono avvenuti due stupri recentemente, dove sono avvenuti
furti negli appartamenti e furti anche in negozi, la luce è mancata per due notti di seguito, non c’era
neanche un lampione acceso, la gente è terrorizzata, non esce di casa. Questo è un fatto gravissimo,
nessuno risponde, i centralini dell’AEM chiamati non rispondono, non replicano alle richieste dei
cittadini, nessuno interviene.
Io credo che in una città come Milano questo non dovrebbe accadere, non dovrebbe avvenire, fa parte
sempre della sicurezza, anche questo è un tema fondamentale, l’illuminazione della città fa parte della
sicurezza della città, l’AEM deve essere responsabile anch’essa della sicurezza di questa città. Pongo
quindi, per l’ennesima volta, questo tema, lo ripeterò senza stancarmi, prenderò le difese di questi
cittadini che non hanno nessuno che li difende, tranne qualche associazione di consumatori, quindi mi
farò paladino, forse una battaglia contro i mulini a vento, però queste battaglie mi piacciono perché
questi cittadini possano avere finalmente delle risposte. Solo delle risposte, ma almeno queste devono
essere date. Questa è una vergogna di questa città che io denuncio e continuerò a denunciare.”
Nel frattempo è entrato in aula il Consigliere Re. (Presenti 33)
Consigliere Bruschi: “Mi tocca ancora una volta, seppure questa volta da banchi opposti, ringraziare il
Presidente emerito Caputo per avere posto all’attenzione del Consiglio un tema che merita
indubbiamente la nostra riflessione. Devo dire che stamattina leggendo l’intervista del Presidente
Penati al Corriere della Sera io non ho potuto fare altro che ritrovarmi, perché nel momento in cui si
prende atto di una situazione di forte degrado delle periferie e si prende atto che questa situazione è
dovuta a motivi serissimi di ordine pubblico, questo è un patrimonio che non penso debba essere di
sinistra o di destra, ma che debba essere un patrimonio condiviso da parte di qualunque amministratore
pubblico. La certezza delle leggi, la certezza del diritto e dunque anche la certezza della sicurezza deve
essere alla base di ogni atto amministrativo.
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Peccato che oggi pomeriggio mi sia arrivata una telefonata dall’assessorato alla sicurezza e periferia del
Comune di Milano, che mi illustrava un’iniziativa del Presidente Penati e della protezione civile che va
in senso diametralmente opposto. Nel senso che su spinta del Presidente Penati e - ma qui potrei errare
perché relata refero - con la presenza del Presidente Penati, alcuni mezzi della protezione civile
milanese si sarebbero recati a Molino Dorino, zona di Milano che ricordo a tutti i Consiglieri ha già
avuto una specie di sollevazione popolare per motivi di sicurezza, ricordiamoci che lì c’è una
situazione assolutamente anomala e di difficile controllo, di un mercato abusivo di immigrati dai Paesi
dell’Est, in parte risolta, in parte ancora no.
Questo intervento, condotto impippandosene del Comune di Milano, senza avvertire nessuno, ha
prodotto il seguente risultato: circa settanta famiglie si sono immediatamente insediate in un nuovo
campo abusivo nel Comune di Milano, a Molino Dorino. Campo abusivo fatto con i mezzi dati dalla
protezione civile di questa Provincia.
Ripeto, io non discuto le iniziative, ognuno può prendere le iniziative che vuole, ma non si può
dichiarare ai giornali un tipo di azione politico amministrativa ed effettuarne sul territorio una opposta,
perché questa è ipocrisia politica, reato di fronte ai cittadini e di fronte alla moralità della politica.
Leggi e istituzioni vogliono che si sia conseguenti tra le parole che si dicono e le azioni che si fanno.
Possono immaginarsi i colleghi Consiglieri naturalmente la contentezza dei residenti di Molino Dorino.
Mi auguro che il Presidente venga in qualche maniera investito di questa cosa, io stenderò, assieme ad
alcuni colleghi dell’opposizione, un’interrogazione in merito, per capire come sia potuto accadere un
fatto del genere, non togliendo nulla a un’esigenza di solidarietà, ma togliendo molto rispetto a
un’azione compiuta in totale dispregio delle leggi e soprattutto di quel coordinamento tra Provincia e
Comune che in altre sedi si invoca.”
Consigliere Scarano: “Come Gruppo vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà al nostro Presidente
nazionale, Alfonso Pecoraro Scanio, mio amico personale e conterraneo, per l’esposizione dello
striscione all’ingresso della festa della Lega, avvenuta in Provincia di Mantova, precisamente a Ponte
sul Mincio. Per noi è un episodio incivile, squalificante e inqualificabile, che avviene in un momento
particolare di episodi di violenza sessuale, che si stanno verificando nelle nostre città. Prendiamo atto
della presa di posizione del Ministro Calderoli, purtroppo lui ha aggiunto che si è trattato di un volgare
imbecille della zona.
Noi però aggiungiamo che di volgari imbecilli ce n’erano molti altri, perché lo striscione è rimasto lì
per ore e ore, non è stato mai ritirato, come ci ha confermato la nostra Senatrice locale di Mantova,
Anna Donati.
Non ci si può indignare in quest’aula, due Consigli fa, o uno non ricordo bene, nei confronti di queste
azioni violente, poi la base leghista si appella agli stupratori. Ci auguriamo che i Consiglieri della Lega
prendano le dovute distanze da questo episodio, offensivo e pericoloso. Per noi, dal punto di vista
politico e civile, ognuno deve essere garantito nella sua libertà e nei suoi diritti.
Concludo con le parole del nostro Presidente nazionale di abbassare i toni, perché chi invita alla
violenza, prima o poi genera violenza.”
Nel frattempo è entrato in aula il Consigliere Del Nero. (Presenti 34)
Consigliere Gavazzi: “Entro in merito proprio alle dichiarazioni rilasciate dal Presidente Penati: più
sicurezza, la sinistra si batte per la legalità. Finalmente anche il Presidente Penati si è accorto che
sgomberare un campo abusivo non è un atto di violenza, ma è un ripristino della legalità. La cosa che
mi lascia più sconcertato però è la soluzione che lui propone per far sì che questi campi non vengano
più insediati. Mi dà l’impressione che agisca, non proprio lui o qualcuno che l’ha indirizzato, a
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nascondere il pattume sotto il tappeto, che tanto non si vede. Il problema è che il tappeto sotto cui lui
vuole nascondere il pattume è la Provincia di Milano, intesa come territorio della Provincia di Milano.
Allora io dico al Presidente Penati che per quanto mi riguarda, come Vice Sindaco del mio paese, se lo
può sognare di mettere un campo nomadi a Seregno, perché questo se lo può sognare, se deve risolvere
i suoi problemi. Poi volevo parlare anche come coordinatore della Brianza, se riesco a tenerli fuori
anche dalla Brianza, li manderemo verso la Bassa milanese dove sono ben accolti. In Brianza non
vogliamo queste situazioni. Noi abbiamo già creato, alcuni paesi hanno già creato dei piccoli non
campi nomadi, posti di permanenza temporanea, ma permanenza mi sembra troppo esagerato, tre giorni
e poi via, transito è meglio. Altrimenti non si riesce a capire perché uno si definisce nomade e poi si
ferma, delinque, sta fermo anni, ti fa un sacco di problemi.
Adesso che Penati dice e non fa le barricate quando tirano giù un campo del genere, pieno di persone,
io apprendo la notizia dai giornali e dalla televisione, in cui si dice che oltre il 70% erano clandestini,
quindi di fronte ad una situazione del genere si è ritrovato costretto a dire: questo è un modo di
instaurare la legalità. Però il Presidente Penati dovrebbe sapere che per instaurare la legalità bisogna
incominciare con il rispetto delle persone e dei territori. Allora sia ben chiaro, questo suo bel progetto
se lo tenga, come diceva, nell’area metropolitana, quindi la Brianza si sente completamente fuori
dall’area metropolitana.”
Nel frattempo sono entrati in aula l’Assessore Dioli ed il Consigliere De Nicola. (Presenti 35)
Consigliere Tranquillino: “Signor Presidente, colleghi, io direi che il denominatore comune di questi
interventi si potrebbe definire anche il maltempo. Maltempo che nel Nord Europa ha causato
inondazioni, disastri. A me fa un po’ sensazione, ma non perché abbia delle aspettative, chissà quali,
però fa sensazione il tono di certi interventi in quest’aula. Perché? Io che non sono avvezzo a
frequentare la Casa della Carità, che conosco…”
Presidente del Consiglio: “Neanche quella della Libertà, mi pare.”
Consigliere Tranquillino: “Signor Presidente, la ringrazio, onore al merito, mi perdoni ma mi ha
toccato nel profondo. Il problema è il tono degli interventi. Pur non essendo avvezzo al pietismo, devo
dire che c’è un elemento di civiltà che è in via di dissolvenza, ahimè anche in quest’aula, perché al di là
delle battute polemiche, se guardiamo cosa è successo in questa città, io potrei dire dei prodromi di ciò
che si andava preparando anche in via Capo Rizzuto.
Nella nostra zona, essendo io un Consigliere circoscrizionale, mi sono visto come dal di fuori
combattere una battaglia affinché non venisse tolto il pane e il latte che costituiva, secondo il dirigente
del plesso, sto parlando della scuola di via Russo, costituiva un momento di aggregazione, di
socializzazione, un momento di accoglienza importante per dei bimbi che provenivano da un campo di
via Idro, situato in quel di via Padova, in fondo a via Padova.
Uno dei campi di Milano, Signor Presidente, che ha creato meno problemi, piccolo, ci saranno ottanta o
novanta persone, quei campi insomma dove è più difficile che ci siano scontri, che ci sia ingestibilità,
che ci sia poca controllabilità, e via via.
Quello era un segnale per me che annunciava qualcosa. E’ come se il Comune di Milano, e qui lo dico
perché viene registrato e non c’è nessun problema a dirlo, io ho visto questo Comune, questa Giunta, il
Sindaco Albertini, lasciare che le cose corressero perché, come diceva Epicuro, quando non ci sarà più
il rispetto sopravverrà l’anarchia. Ebbene, non hanno controllato nella maniera più assoluta, hanno
lasciato che le cose si degradassero, hanno lasciato che le cose arrivassero a un punto da limite di
guardia, oltrepassato il quale poi ci sono le cose eclatanti, si rincorre la sicurezza.
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Guardate, autorevolissimi sociologi hanno affermato che la nostra civiltà spesso e volentieri,
specialmente quella che viene considerata la Patria della democrazia, crea il problema della sicurezza,
crea le condizioni per poi poter vendere la sicurezza, perché poi diventa anche un business.
Ricordiamoci, un caso per tutti, la lobby nelle armi che magistralmente Michael Moore in “Bowling for
Columbine” riesce ad esemplificare nei suoi effetti nefasti con quell’attacco alla scuola, ecc.
Qui si è lasciato che un problema scoppiasse di fronte all’attenzione dell’opinione pubblica milanese, si
è lasciato che dei campi assumessero delle proporzioni, signor Presidente, da frazioni di Comune,
centinaia e centinaia di persone, poi ci si straccia le vesti quando la Provincia, con un intento
umanitario, e mi fa piacere che certi colleghi adesso leggano, perché se leggessero di più probabilmente
incorrerebbero meno in certi svarioni. Però io continuo a sostenere, lo dissi già questo autunno, Signor
Presidente, quando eravamo da poco in quest’aula, noi novelli, qualcun altro con più esperienza,
dissi…
Signor Presidente siamo in chiusura. Occorre studiare! Perché non vedere che il corso degli
avvenimenti ha preso una certa piega e che c’è stato un certo itinerario che ha portato a quello che
abbiamo dovuto vedere, dove la Provincia, e qui posso dire non di esserne fiero, Signor Presidente,
semplicemente io faccio parte di una Provincia che si è presa cura di donne e bimbi che di fronte al
maltempo di ieri, qualche disabile anche, sono stati accompagnati, si è cercato di prestare loro soccorso
e io devo venire qui in quest’aula, signor Presidente, paradossalmente a vedermi fustigare. No, io alla
fustigazione non ci sto e invece secondo me qualcun altro, al quale qualcuno in quest’aula crede, per
chi ha fede, qualcun altro forse sarebbe venuto in un tempio e a coloro che avessero fatto certe
affermazioni io non escludo che avrebbe riservato lo stesso trattamento che riservò in quel tempo ai
mercanti.”
Nel frattempo è entrato in aula il Consigliere Accame. (Presenti 36)
Consigliere De Nicola: “Veramente ho appreso molte cose stasera, giuro che farò di tutto per stare nei
cinque minuti, ma all’intervento dell’autorevole collega Tranquillino, secondo me sarebbe bello se
aprissimo un Consiglio sulle perle del collega Tranquillino, perché sono dei consigli interessanti. Non
so in tutto questo se il concetto è che i ladri vanno a rubare nelle case perché c’è la casa, sicuramente se
non facessimo le case non avremmo nessuno di noi visite inopportune. Ma studieremo, Tranquillino,
giuro che d’ora in avanti ci impegneremo di più, perché credo che facciamo fatica a capire.
Per prima cosa anch’io voglio esprimere tutta la solidarietà per il grave attentato alla verginità del
deputato Pecoraro Scanio…”
Presidente del Consiglio: “La frase non mi piace molto, perdoni. No, no, mi scusi De Nicola, mancanza
di stile.”
Consigliere De Nicola: “Ritiro il termine. Esprimo tutta la solidarietà per questa cattivissima esibizione
di un cartello provocatorio, per di più cartello stigmatizzato pesantemente dagli stessi amici della Lega
Nord.
Invece volevo parlare di due argomenti molto importanti. Presidente la invito a farsene carico se può, io
presenterò il prossimo Consiglio una mozione in tal senso, mi auguro che i colleghi la vogliano firmare,
ed è un impegno suo e di tutto il Consiglio per ripristinare rispetto dei lavoratori. Mi spiego meglio, lei
sa che le aziende, tutte le aziende pubbliche e private, distribuiscono ai propri dipendenti i ticket per il
pranzo, i buoni pasto.
Questi ticket vengono esitati e distribuiti ai singoli lavoratori con un valore facciale, facciamo € 5, ma
la società, l’ente, presso il quale il lavoratore presta lavoro, li vende ad uno dei tanti gestori ad un
prezzo con un’asta normalmente al ribasso, per cui il ticket vale € 5, ma viene acquisito da uno dei tanti
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gestori ad un prezzo inferiore al prezzo facciale. Allorché il lavoratore va a spenderlo in un punto di
ristoro della città, lo spende per il valore facciale. Naturalmente, poiché nessuno fa beneficenza,
allorché la società che gestisce lo acquista con uno sconto del 19%, naturalmente il 19% lo incamererà
dall’ultimo destinatario di questo buono.
Naturalmente, come certamente lei e i colleghi avranno letto sui giornali, questo ha provocato una
“rivoluzione” da parte dei vari ristoratori della nostra città, di tante città d’Italia ma della nostra in
particolare, perché il lavoratore spende un buono con un valore facciale € 5, e il ristoratore non
incasserà mai quei € 5. Ho tentato di essere veloce, non so se sono stato chiaro ma lo sarò di più nella
prossima circostanza.
Il secondo punto invece è una domanda. Corre voce che la Provincia, il Presidente, abbia voluto dare
una grande significazione di solidarietà e di partecipazione, distribuendo dei beni ai nomadi, ai
diseredati, agli abitanti della favelas di Molino Dorino. Sarei curioso di sapere…”
Presidente del Consiglio: “Scusi, distribuendo dei…?”
Consigliere De Nicola: “Dei viveri, dei beni, coperte, non so, in questo periodo coperte mi pare strano,
fa troppo caldo, sicuramente avrà distribuito forse un altro bene. Sarebbe interessante sapere se
risponde al vero che il Presidente è così di cuore da dare aiuto a questi poveracci che vivono nelle
favelas, gli stessi che però poi dovremmo spalmare perché, caro Tranquillino, vedi, perché poi si
creano i grandi agglomerati? Perché c’è qualcuno che porta negli accampamenti dei diseredati viveri.
La domanda è: è vero Presidente? Risponde al vero questo?
Se risponde al vero, questi viveri dove sono stati presi? Tra quelli detenuti, custoditi nel campo di
Agrate? Sono coperte della protezione civile? Sono certamente diversi da quelli che abbiamo raccolto
per lo tsunami perché quelli sono già partiti. Ma la domanda è: è vero, li abbiamo dati? E come
conciliamo questo bisogno di legalità con l’altro bisogno impellente, Tranquillino, di dare anche a
questa gente? Ecco perché poi abbiamo 80.000 clandestini a Milano.”
Consigliere Meroni: “Il gruppo della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania in Provincia di
Milano non penso che debba tutte le volte giustificare conseguentemente atti che non sono addebitabili
al gruppo della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania della Provincia di Milano, sia che si parli
di frange estremiste di destra…, o sia che si parli di striscioni esposti su un cavalcavia nei pressi di una
festa della Lega Nord, nella zona più rossa della nostra Lombardia. Potremmo anche pensare che
magari non è propria tutta farina del nostro sacco. …”
Presidente del Consiglio: “Per cortesia, non stiamo aprendo un dibattito.”
Consigliere Meroni: “Gazzetta di Mantova, io purtroppo compro La Padania.
C’è un piccolo problema, se fosse stato all’interno della Lega saremmo qui ad esprimere tutti
solidarietà al vostro Presidente onorario Pecoraro, però il vero problema è un altro. Quante volte
qualcuno di questa maggioranza, dove ci sono anche esponenti della sinistra o dell’estrema sinistra, è
venuto a rendere atto magari a tutti quegli slogan che in quei cortei, vari cortei che si sono svolti
quest’anno, magari inneggiando anche a dieci, cento, mille Nassiriya, quante persone sono venute qui a
dire: hanno sbagliato. Nessuno! Noi però siamo qui tutte le volte a giustificare uno striscione. Va bene,
è uno striscione di cattivo gusto, ma non è senz’altro addebitabile a questo gruppo consiliare.
Quindi noi prendiamo atto, non dobbiamo chiedere scusa a nessuno, se qualche imbecille l’ha fatto,
perché di imbecilli sono pieni tutti i movimenti politici, chi più e chi meno, noi abbiamo anche il
coraggio di prendere le distanze, abbiamo il coraggio con il nostro esponente oggi, Ministro delle
Riforme, di prendere le distanze, però non mi sembra che siano bene accette.
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Però questa è una conseguenza logica anche di quel clima che si sente ogni volta che parla un
esponente della Lega Nord. Quando si propone la castrazione chimica si grida allo scandalo e nello
stesso tempo o il giorno dopo, tanti gridano allo scandalo perché qualcuno è stato condannato
solamente a quattro anni dopo aver fatto quello che ha fatto.
Se anche il Presidente della Provincia Penati si mette a dire che la legge Bossi non funziona, la legge
Bossi Fini. Perché non funziona? Tutti stanno cercando di attivarla correttamente o qualcuno, come si
dice da noi in Brianza, ciurla nel manico? O come qualcun altro sta proponendo, che gli immigrati
clandestini, irregolari, che però hanno un lavoro e non hanno commesso nessun reato, tranne quello di
essere clandestini, immigrati irregolarmente, ma non hanno la fedina penale sporca, possono essere
regolarizzati. Beh, fintanto che ci sono esponenti di questo Parlamento che propongono queste cose, è
logico che poi la tolleranza dei cittadini sarà sempre meno. Non mi sembra che questo sia uno della
maggioranza, mi sembra, lo dico molto chiaramente, è uno che arriva forse dai socialisti, che non mi
sembra molto affine alla Lega. Il tuo amico Viscardini, caro Caputo.
Comunque, il concetto è un altro. I campi nomadi…
Sono a quattro minuti e nove secondi, se vuole posso rimanere nel limite. Dei campi nomadi il
Presidente Penati deve venire a discuterne con i Sindaci anche in Brianza. Che venga, venerdì c’è
l’assemblea dei Sindaci, venga a dire qual è l’intenzione della Provincia di Milano, poi venga in
Consiglio provinciale a dire qual è l’intenzione ai suoi Consiglieri provinciali. Noi lo vediamo sempre
attivo sui giornali ma passivo all’interno di questo Consiglio provinciale. Quindi venga di più a
discutere con noi, e noi cercheremo di dare anche il nostro contributo su eventuali scelte, ma noi gli
daremo anche delle indicazioni in merito. Se non si confronta però non possiamo fare niente.”
Nel frattempo è entrato in aula l’Assessore Mezzi.
Presidente del Consiglio: “Ringraziando il Consigliere Ariazzi per la cortesia, nel senso che ha chiesto
di non intervenire, do la parola per l’ultimo intervento ex art. 83 al Consigliere Casati Ezio. Prego, ha la
parola.”
Consigliere Casati: “Argomento trattato un po’ da tutti quelli che mi hanno preceduto, sul quale anch’io
volevo porre la riflessione, è lo sgombero di ieri mattina del campo di via Capo Rizzuto. Concordo
pienamente con quanto affermato e riportato dagli organi di stampa dal Presidente della Provincia, sul
fatto che la sicurezza va assolutamente garantita, va garantita a tutti, in primo luogo va garantita ai
cittadini di Milano, va garantita ai residenti, ma va garantita insieme a quel binomio che tutti gli
organismi, anche quelli che governano gli organi di polizia in questa città, sia legato certo alla
prevenzione, alla repressione del crimine ma anche alla prevenzione sociale.
Il Prefetto Scarpis in primo luogo ha detto che l’intervento della polizia non può certo risolvere il
problema. Ed è un conto che risulta facile perché, per i dati che abbiamo, sono gli unici che riusciamo a
commentare, il campo di via Capo Rizzuto, ospitava trecento rom. Di questi, circa una novantina sono
stati portati ai comandi di polizia e di questi, circa cinquanta, sessanta, sono stati trovati nelle
condizioni di essere espulsi. Ieri sera i camper della Casa della Carità e della Caritas sono andati a
verificare se c’erano delle necessità, soprattutto legate ai bisogni dei bambini e hanno trovato circa una
trentina, quarantina di persone. Facendo rapidamente queste somme, risulta che tra quelli soggetti
all’espulsione e tra quelli che erano rimasti nell’area, sono circa 120. Bisognerebbe conoscere gli altri
180 che fine hanno fatto, probabilmente sono in giro in qualche altro pezzo della città.
Quando uno dice che pensa di avere risolto tutto il problema con l’intervento delle ruspe e della polizia,
probabilmente non ha capito nulla, come non ha capito che in Italia non serve, o quantomeno non sono
necessari il proliferare delle decisioni legislative, perché la Bossi Fini è un fallimento, raddoppia i
tempi, quindi se prima ci volevano trenta giorni per eseguire le giuste espulsioni per chi delinque, ora
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ce ne vogliono sessanta, quindi si raddoppia il numero dei presenti in termini di illegalità sul nostro
territorio.
L’altra questione, l’avevo già detto l’altra volta, lo ribadisco perché qui tutti sono pronti a additare ma
tra Italia e Romania esiste un patto siglato dai due Governi di libero scambio. L’ha firmato tre anni fa il
Presidente Berlusconi e io sono convinto che i patti di libero scambio tra le nazioni siano corretti, però
bisogna capire se da un lato c’è la certezza dello Stato e dall’altra parte c’è un Governo che non
rappresenta e non riesce a governare le vicende, come probabilmente è in questo momento quello
rumeno. Vale la pena di comprendere se a quel provvedimento non sia opportuno porre dei sistemi di
garanzia, soprattutto per garantire quelli che magari sono incentivati a lasciare il proprio Paese, proprio
perché non rappresentano quello che c’è di meglio.
Chiudo il mio intervento soltanto con una proposta che ho intenzione di promuovere, se riesco, prima
dell’estate. L’integrazione comunque sarà un problema che dovremo affrontare, non possiamo pensare,
perché non è così, non è così da decenni, quindi quando l’Assessore alla sicurezza di Milano esulta
dicendo che ha risolto un problema, ci dice l’ennesima balla, perché queste realtà esistono da anni, non
sono state risolte e vedrete che Capo Rizzuto risorgerà fra poco, nelle stesse condizioni, magari peggio
per chi ci vive, da qualche altra parte, creando gli stessi problemi ai cittadini di Milano e ai rom che
vivono lì. Quindi il problema è l’integrazione.
Io dico che noi dobbiamo partire dai bambini, dobbiamo partire dall’integrazione di queste categorie,
con la loro scolarizzazione, con l’integrazione. Poi occorre la sicurezza, i campi devono essere piccoli,
campi controllati e chi sbaglia a casa. …. Ho finito Presidente, perché rispetto alla poca sensibilità e
alla poca intelligenza delle persone è meglio non commentare, perché si rischia di essere offensivi, e
non voglio esserlo.”
Presidente del Consiglio: “Sono contento perché abbiamo contenuto gli interventi liberi, ex art. 83, nei
tempi prestabiliti. Passiamo adesso al punto significativo del Consiglio di oggi che, come detto, andrà a
discutere della riforma scolastica, cosiddetta riforma Moratti, con annessi e connessi.”
Il Presidente del Consiglio pone quindi in trattazione lo:
ARGOMENTO N. 43 DELL’ORDINE DEL GIORNO – Dibattito sul tema della riforma scolastica.
Presidente del Consiglio: “Faccio una brevissima presentazione. Cari colleghi e gentili ospiti, non è
usuale che, in un momento istituzionale come quello del Consiglio provinciale, si invitino e si facciano
partecipare degli ospiti esterni. Questa è un’eccezione, che peraltro ripetiamo di volta in volta su temi
significativi.
Gentili ospiti, il tema che affrontiamo oggi pomeriggio (mi scuso tra l’altro per essere vestito in modo
molto informale. Considerando il caldo, mi perdonerete il fatto che mi sia tolta la giacca) ha evidenti
attinenze con l’attività della Provincia, giacché, sia nel campo della pubblica istruzione, che in quello
della formazione professionale, il nostro ente si è visto riconoscere, nel corso degli anni, precise
funzioni. La nuova riforma dell’ordinamento scolastico, che prende il nome dal Ministro Letizia
Moratti, ha creato, come ovvio, una forte eco all’interno della pubblica opinione, giacché essa tocca un
tema che sta a cuore a tutti i nostri concittadini.
Siamo quasi tutti genitori, o nonni, o zii, e quindi abbiamo figli o nipoti all’interno del sistema
formativo nazionale. Diversi, fra noi, sono anche operatori della pubblica istruzione e, in questo senso,
doppiamente motivati. Più in generale, ogni cittadino responsabile sa che la scuola, e la formazione
professionale come parte di essa, è il luogo in cui si formano le generazioni che dovranno poi diventare
l’ossatura della società, del sistema economico e di quello politico, e per questo essa è problema di tutti
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e da tutti questo tema deve essere liberamente dibattuto, dico liberamente dibattuto, a partire dalle
istituzioni democratiche.
Ovviamente, una riforma di ampia portata come quella del Ministro Moratti crea un ampio ed anche
acceso dibattito. Per fortuna, siamo in democrazia e quindi ci confrontiamo e ci scontriamo anche,
politicamente. Il senso del nostro convenire oggi è quello di darne conto, rispettando le diverse scelte in
materia politica e formativa, e sperando, questa è la funzione di questo Consiglio, di dare un contributo
per la chiarezza delle idee e la crescita di una cultura generale della pubblica istruzione, della
formazione professionale, come condizione di crescita del paese.
Ai gentili ospiti vorrei semplicemente dire che noi siamo in presenza di una convocazione di Consiglio
provinciale. Il Consiglio provinciale e il modo di determinarsi dello stesso ha le sue regole, lo dico
francamente ed apertamente, non è, chiaramente, un’assemblea pubblica, è un Consiglio provinciale.
Ovviamente non siamo in una situazione di confronto/scontro, come potrebbe essere quello possibile in
un’assemblea; è un Consiglio provinciale che deve rispettare le sue regole. Il pubblico assiste, assiste
possibilmente in silenzio. Ci sono tra l’altro modi corretti di esprimere assenso e dissenso. Di norma io
chiedo in ogni caso al pubblico, perché mi è chiesto dal mio ruolo, di assistere in silenzio.
D’altra parte abbiamo anche previsto una serie di interventi “esterni” che esprimeranno le diverse
posizioni. Ho detto che siamo qui a sentire e a capire, ma è una seduta di Consiglio provinciale, e
quindi, alla fine, il ruolo principale resta quello dei Consiglieri. Dunque, dobbiamo lasciare lo spazio
necessario al Consiglio e ai Consiglieri di esprimersi, perché – lo ripeto per l’ennesima volta – questa è
una seduta consiliare e non un’assemblea.
Dopodiché, comunico all’aula che abbiamo previsto un calendario in qualche misura concordato (dico
in qualche misura, perché qualche incomprensione c’è probabilmente stata) con i capi Gruppo, che
prevede questa scaletta di interventi: introduzione di alcuni “relatori” e, in quanto relatori necessitanti
di un tempo di intervento adeguato e un po’ più ampio rispetto a quello di altri, tempo che io, come ho
già peraltro riferito agli interessati, chiedo di contenere nel limite massimo di quindici minuti.
Prevediamo dunque l’intervento introduttivo dell’Assessore all’istruzione Barzaghi, poi gli interventi di
Francesco Dell’Oro, esperto in processi formativi; di Giorgio Franchi, Direttore del Dipartimento Enti
locali istruzione e formazione; di Mario Dutto, che credo non abbia bisogno di presentazioni,
perlomeno fra di noi. Ringrazio, comunque, tutte le persone sopra citate.
Poi continuiamo con gli interventi di rappresentanti di gruppi, associazioni, operatori. La lista è lunga
e, insito, poiché questa è una seduta di Consiglio provinciale, non possiamo esaurire questo Consiglio
dando spazio soltanto ai rappresentanti di gruppi e associazioni, ma dobbiamo dare spazio, in
particolare, ai Consiglieri. La lista è lunga, e quindi io sono costretto a chiedere ai soggetti che adesso
elencherò, e che interverranno per esprimere le proprie opinioni quali rappresentanti di diverse
sensibilità, di contenere il proprio intervento nell’ordine di sette, otto minuti. Non saremo cerberi, ma al
settimo minuto io manderò il messaggio che il tempo sta per finire. La scaletta di questi interventi è la
seguente:
- Stefano Piccinini, Coordinamento genitori e insegnanti;
- Patrizia Quartieri, Rete scuola;
- Roberto Pasolini, Dirigente scolastico Istituto Leopardi;
- Roberto Rivolta, Insegnante Istituto professionale Marie Curie;
- Marco Coloretti, Assessore pubblica istruzione Comune di Paderno Dugnano;
- Gregoria Cannarozzo, Università di Bergamo;
- Antonio Bernasconi, Presidente Associazione Enti Formazione;
- Alfia Nicotra, Segretaria generale CGIL scuola Milano;
- Giuliano Tessera, Presidente Consorzio di formazione professionale di San Donato.
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Si apre poi il confronto fra i Consiglieri, nel quale inevitabilmente darò spazio all’altro Assessore “alla
partita”, che è l’Assessore alla formazione professionale Rosaria Rotondi, quindi a tutti i Consiglieri
che chiederanno di intervenire.
A questo punto credo di aver fatto tutte le necessarie presentazioni. Per quanto riguarda gli “esterni”,
chiedo loro, col permesso del Consiglio, la cortesia di venire al tavolo e di utilizzare questo microfono
alla mia destra, e poi di ritornare al proprio posto.
Apriamo questo dibattito dando la parola all’Assessore Gian Sandro Barzaghi. …. Prego, ha la parola il
Consigliere Dapei.”
Nel frattempo sono usciti dall’aula gli Assessori Mezzi e Ponti.
Consigliere Dapei: “Chiedo scusa all’Assessore. Noi abbiamo preparato per settimane questo
importante Consiglio, abbiamo tra l’altro autorevoli ospiti che ringraziamo, non vediamo né il
Presidente Penati né il Vice Presidente, oltre a 12/15 della Giunta. Quindi ringraziamo particolarmente
i tre esponenti sempre presenti. Volevamo capire se c’è un ritardo, Penati arriverà, oppure qualche altro
impegno, qualche tema più importante del tema della scuola richiede la sua presenza altrove e il motivo
per cui non è presente.”
Assessore Barzaghi: “Vorrei ringraziare prima di tutti il Presidente del Consiglio, tutti i capi Gruppo di
maggioranza e di opposizione, che hanno colto la necessità e l’urgenza di questo Consiglio
straordinario sulla scuola e sulla riforma Moratti.
In secondo luogo vorrei rivolgere il particolare ringraziamento alla Direzione scolastica regionale, che
nella persona del Dottor Dutto consente una collaborazione istituzionale ed un confronto costruttivo
con l’avvio, come già stiamo realizzando, di una serie di tavoli molto importanti sui singoli problemi.
Infine vorrei esprimere, a nome di tutta la Giunta, un forte apprezzamento a quei genitori, docenti,
studenti o rappresentanti sindacali qui presenti, oppure a quei Consiglieri comunali, Sindaci o
Assessori, che nei pronunciamenti, negli ordini del giorno, nelle mozioni votate, hanno dimostrato una
passione civile, una sensibilità istituzionale, una volontà non solo positiva ma progettuale, che avrebbe
meritato ben altra considerazione da parte di chi ha il compito di governare un’istituzione così delicata
come la scuola.
Il Consiglio provinciale aperto intende perciò offrire un contributo qualificato alla discussione e alla
partecipazione democratica, alla luce delle prese di posizione di molti Consigli comunali, comitati di
cittadini, reti di scuole, iniziative di singoli istituti che hanno fortemente richiesto un pronunciamento
istituzionale da parte della Provincia di Milano. La legge di riforma, per questioni di metodo e di
merito, ha determinato nella società civile una diffusa preoccupazione, un dissenso e, in molti casi, una
vera e propria opposizione.
L’Amministrazione provinciale a questo proposito è fermamente convinta che occorra favorire e
incentivare la cultura del confronto e della partecipazione come metodo ineludibile di governo ogni
volta che si definiscono leggi di riforma, tanto più su un tema così strategico e così importante come
quello del sistema formativo.
I segnali che da tempo raccogliamo dagli amministratori locali, dai docenti, dagli studenti, dai genitori,
delineano come la riforma Moratti non sia condivisa nei contenuti e nelle modalità di attuazione, fino al
punto da far loro affermare che si è di fronte ad un attacco senza precedenti alla scuola pubblica nel
nostro Paese.
In questa delicata fase, assume particolare importanza il pronunciamento delle Amministrazioni locali,
che si vedono scaricare i costi sociali ed economici di una riforma, che determinando una forte
riduzione delle risorse, economiche e umane, penalizza l’offerta formativa.
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L’investimento nel sistema formativo pubblico invece dovrebbe risultare di primaria importanza per
l’evoluzione di una società civile, democratica e solidale. Il rapporto OCSE 2004 Education
documenta con chiarezza che i successi educativi e l’innalzamento dell’educazione e della formazione
contribuiscono alla prosperità generale di un Paese e favoriscono non solo la crescita economica ma
anche la ricerca. Un anno di educazione in più determinerebbe una crescita economica dal 3 al 6%.
Risorse inadeguate infatti pregiudicano non solo la qualità della scuola, ma i rapporti sociali e, di
conseguenza, il futuro di una nazione e delle sue relazioni a livello europeo e internazionale.
Con l’attuale riforma, l’obiettivo di Lisbona di portare, entro il 2010, l’85% dei giovani italiani al
diploma, rimane una pura dichiarazione di principio. E’ un problema dunque di scelte generali e non
solo di politica scolastica che un Paese come il nostro può e deve assumere.
C’è poi un problema che riguarda la correttezza delle procedure istituzionali. Su questo punto noi
condividiamo perfettamente quanto è stato espresso, con estrema chiarezza, dal Consiglio Nazionale
della Pubblica Istruzione, che nell’adunanza del 22 giugno 2005 manifesta - cito testualmente perplessità circa la legittimità formale degli atti e prevede non solo un lungo e problematico
contenzioso ma addirittura l’inapplicabilità del dettato di legge.
Si apre in questi giorni una fase molto delicata, il Governo dovrà tener conto del parere della
Conferenza unificata Stato Regioni, cosa che finora non ha fatto, ignorando le forti critiche che
venivano dalle Regioni, dall’Anci e dall’UPI. Vasco Errani, presidente della Conferenza, infatti chiede
al Governo di riaprire un confronto vero, il che significa anche, dice, riprendere in mano nel merito
questo decreto legislativo. In caso contrario si aprirebbe davvero un vero e proprio contenzioso
istituzionale.
Pertanto, il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, ritiene che sarebbe stato opportuno
procedere all’attività regolamentare di concerto con quella legislativa. Ma così non è stato. Sicché
sembra quantomeno aleatoria, sempre parla il Consiglio Nazionale, se non addirittura velleitaria, la
previsione di avviare la riforma del secondo ciclo del sistema educativo, a cominciare dall’anno
scolastico prossimo, 2006/2007.
Per venire al merito della riforma, un’istituzione come la Provincia non può non tenere conto se la
propria impostazione è fondata sull’ascolto e sulla partecipazione degli elementi di forte criticità che
sono stati evidenziati da un grande movimento in difesa della scuola pubblica che si è manifestato negli
ultimi anni, soprattutto in questa area metropolitana. Essi mettono in discussione l’impianto generale
della riforma, l’abolizione del tempo pieno, l’introduzione della figura del tutor, il piano
programmatico delle risorse, gli organici, lo schema duale, la precocità della scelta scolastica, la
soppressione dell’area tecnica e professionale, e la conseguente liceizzazione, l’inadeguatezza di un
sistema di indicazione e criteri generali per la formazione professionale, il sistema di valutazione,
l’assenza di regole e di norme nel rapporto istituzionale fra Stato e Regione.
Qui voglio citare, come ho già fatto al convegno del CIDI, il commento particolarmente efficace di un
acuto osservatore come il Professor Lucisano, della Sapienza di Roma, che afferma: non possiamo
definire la legge 53 come riforma, per i valori positivi che la parola evoca, ma nemmeno controriforma,
perché anche questa implica serietà e sistematicità. Il termine più appropriato, dice Lucisano, sarebbe
“deforma”, che in latino vuole dire anche devastazione, perché il dato dominante è il disordine, la
sconnessione, l’asimmetria. La deforma, non solo toglie forma ma toglie sostanza, personale e risorse
alla scuola, cioè la impoverisce.
Il primo punto, allora, la devastazione, lo stravolgimento complessivo dell’attuale sistema formativo,
ma per andare dove? Ecco, la legge 53 non considera infatti una fase importante di questi ultimi
decenni, caratterizzati da significative sperimentazioni e innovazioni che richiederebbero di essere
analizzate, per verificare gli obiettivi raggiunti, o i problemi tuttora aperti. Non intendo certamente qui
io assumere il ruolo di difensore acritico di questo sistema formativo, che richiede anche secondo molti
operatori della scuola una riforma efficace. Allora non è conservando l’attuale sistema formativo che si
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possono contrastare i livelli gravi di dispersione e di abbandono scolastico, ne siamo molto convinti.
Abbiamo bisogno, cioè, di una vera riforma, di una vera legge di riforma, se ne discute, ricordo, fin
dagli anni ‘70, ma con la legge Moratti siamo di fronte ad una proposta di riforma che fa a pezzi questo
sistema formativo, per farci ripiombare esattamente nell’impostazione tipica degli anni ‘50, preriforma
media unica, prescuola di Don Milani, con il doppio canale di allora. Ricordo che appunto c’era la
media e l’avviamento professionale. Altro che lotta alla dispersione! Qui siamo di fronte ad una
divisione netta tra due sistemi: i licei affidati allo Stato e l’istruzione e formazione professionale
affidata alle Regioni.
Il risultato è una scuola superiore caratterizzata da una tale lacerazione sul piano istituzionale dei
processi formativi, da annullare di fatto qualunque affermazione sulla pari dignità dei due canali. E’
paradossalmente lo stesso Ministro, con un documento di lavoro allegato allo schema di decreto
legislativo, a sancire definitivamente tali differenze. Cito testualmente: il sistema dei licei si connota
per il suo carattere propedeutico all’università e il sistema dell’istruzione e formazione professionale si
connota per il carattere terminale al lavoro.
Ecco, la pari dignità dei due sistemi è quindi soltanto dichiarata ma, di fatto, non garantita dalle
differenze esistenti, durata dei corsi, ordinamenti didattici, certificazioni, opportunità professionali e
formative, riferimenti istituzionali. La possibilità inoltre di passare da un sistema all’altro, le cosiddette
passerelle, sono subordinate al superamento di esami o prove proprio nelle materie che lo studente non
ha affrontato nel piano di studi. Insistere allora così tanto, da parte del Ministero, sulla necessità e sulla
possibilità dei passaggi, dimostra in realtà una forte preoccupazione su un nodo decisivo, che appare a
me come uno dei punti più deboli e più contestati.
Non possiamo allora che condividere le preoccupazioni e le forti prese di posizione di molti collegi
delle scuole superiori, rispetto alla possibilità di attivare nello stesso istituto percorsi quinquennali e
percorsi triennali di istruzione e formazione professionale. Siamo al cosiddetto “campus”, un centro
polivalente, che dovrebbe essere in grado di offrire diverse opportunità formative, anche se i percorsi
collocati all’interno del campus, hanno ciascuno una propria e diversa identità ordinamentale e
curricolare, e dove non sono state fissate le regole in base alle quali dovrebbero convivere, anche
giuridicamente, le scuole dello Stato e le scuole delle Regioni.
In particolare, i corsi di istruzione e formazione professionale rischiano di diventare così una sorta di
corsia preferenziale, in cui collocare i ragazzi in difficoltà nei percorsi liceali, senza esperire fino in
fondo tutte le possibilità di recupero.
In altre parole, con l’ipotesi campus, sei già destinato al tuo girone fin dall’inizio. In questo modo viene
meno la funzione dell’orientamento. A cosa serve lavorare mesi durante la scuola media, sulla propria
scelta scolastica, se poi alle prime difficoltà uno studente viene già incanalato in un altro percorso
formativo, senza potersi essere sperimentato a sufficienza e senza avere avuto la possibilità di superare
le eventuali difficoltà.
E poi, dopo uno o due mesi di permanenza in una scuola, si può parlare di riorientamento, oppure si
tratta di una sorta di smistamento precoce? Ecco, la funzione delle scuole non dovrebbe essere anche
quella di intervenire sulle situazioni più complesse, di maggiore difficoltà, favorendo i processi di
autostima e la rimotivazione dello studente, del docente, dell’insegnante, della famiglia?
Poi c’è il grande tema della soppressione dell’area tecnica e professionale, a favore di una liceizzazione
degli istituti tecnici, liceo economico e liceo tecnologico, e di un secondo canale dell’istruzione e
formazione professionale. Gli effetti negativi di questa impostazione sono già verificabili confrontando
i dati delle iscrizioni 2002/2003 con quelli attuali, 2004/2005. L’incremento delle iscrizioni nella
Provincia di Milano ai licei, infatti, si è particolarmente accentuato, determinando un forte calo
soprattutto degli istituti tecnici e professionali, istituti che, voglio ricordarlo, hanno avuto un ruolo
molto importante nel processo di scolarizzazione e che rappresentano una garanzia per lo sviluppo
strategico tecnico e professionale del nostro Paese.
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A questo proposito Confindustria, nel suo documento Education 2004, conferma – cito anche qui
testualmente – “il rischio di una dualità negativa, prevedendo uno squilibrio del sistema, con gravi
effetti negativi sia per le imprese, sia per i percorsi di studio superiori post secondaria, a contenuto più
scientifico professionalizzante”. Segnala inoltre “il rischio di avere una filiera professionalizzante
depotenziata rispetto ad oggi e dei licei tecnologici che possono perdere quel carattere
professionalizzante che era alla base della loro invenzione”. Licei tecnologici che, lo voglio ricordare,
come afferma il decreto, devono ispirarsi a quella cultura liceale e che possono perdere dunque,
esattamente, quel carattere professionalizzante. Problema talmente vero, che il decreto cerca di correre
ai ripari, introducendo qualche ora di laboratorio in più rispetto a questi licei.
Ma il problema resta in tutta la sua gravità ed è sintetizzabile nella soppressione dell’area tecnica e
professionale. Se da una parte c’è la liceizzazione degli istituti tecnici, dall’altra si pone il problema,
anch’esso di grande rilevanza, della maggiore complessità e difficoltà dell’istruzione e formazione
professionale.
Insomma, un grande guazzabuglio, dove c’è tutto e il contrario di tutto, dove nelle varie bozze,
l’undicesima, la dodicesima, la tredicesima, si continuava a correggere, a modificare, in quanto ad ogni
bozza si manifestavano le reazioni di questa o quell’altra parte, anche all’interno della stessa
maggioranza di Governo.
Intendo chiudere la parte riguardante il merito con un’osservazione relativa al comma 3 dell’art. 1,
laddove si recita: “nel secondo ciclo del sistema educativo sono promossi il conseguimento di una
formazione spirituale e morale, anche ispirata ai principi della Costituzione”. Ecco, in quell’ “anche
ispirata ai principi della Costituzione”, dove la Costituzione viene presa in considerazione soltanto
dopo la formazione spirituale e morale, si evidenzia a mio parere un’ispirazione di fondo, una filosofia
che non ha al centro la formazione del cittadino, responsabilmente formato sui valori laici e
repubblicani fondanti la nostra Carta costituzionale.
E’ opportuno allora riaffrontare nel dibattito delle forze sociali e politiche il grande tema del sistema
educativo nella sua complessità. Un progetto non solo per l’oggi ma per il futuro! Un’idea
dell’educazione del sistema dell’istruzione, del sapere e della ricerca, che rimetta al centro la scuola
repubblicana e i suoi valori forti: laicità, pluralismo, eguaglianza, pari opportunità, senso critico.
Occorre aprire consapevolmente nel Paese un grande dibattito, che vede impegnati in primo luogo le
diverse componenti scolastiche, quelle che la scuola la fanno, la costruiscono tutti i giorni, quelle che la
scuola la conoscono, proprio perché la vivono ogni giorno. Una grande partecipazione per costruire con
il necessario consenso quella vera proposta di riforma di cui parlavamo prima.
Apprendiamo in questi giorni che il movimento in difesa della scuola pubblica ha avanzato una
proposta di legge di iniziativa popolare, che si aggiunge ad altri disegni di legge e che, se ho bene
inteso, si pone nell’ottica non solo di contrastare la legge 53 ma di costruire in positivo un nuovo
progetto di riforma maggiormente rispondente alle esigenze di una scuola pubblica di qualità.
Le istituzioni tutte allora dovrebbero essere interessate all’apertura di questo dibattito, anche perché se
da più parti si vuole cambiare, modificare o abrogare questa legge di riforma Moratti, per non trovarsi
davvero di fronte ad un vuoto legislativo, occorrerebbe davvero avviare in tempo e per tempo un
confronto e una riflessione sulle linee guida di un progetto alternativo, a partire dal ritiro di tutti i
decreti legislativi finora approvati.
Non ho il tempo di elencare i punti su cui potrebbero impostarsi queste linee guida e voglio concludere
con due osservazioni. E’ legittimo dunque auspicare un indirizzo nelle scelte generali diverso, che il
nostro Paese può e deve assumere. Questo ci viene richiesto dalle diverse espressioni della scuola e
della società civile. Noi come istituzione intendiamo rimanere fedeli ed essere fedeli interpreti di questa
volontà di cambiamento.
Tutto ciò acquista ancora maggiore rilievo, anche alla luce di questi dati estremamente significativi, in
base ad un autorevole osservatorio quale Educazione Scuola, un sito molto tecnico che si occupa di
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problemi scolastici, ha effettuato un sondaggio sulla riforma delle superiori. In questo sondaggio
osservazione rileva che su un totale di 122.875 votanti, al 28.6, due giorni fa, prevalentemente operatori
del mondo della scuola e della formazione, il 79,9% giudica complessivamente pessima la riforma,
mentre soltanto il 9,5% la giudica ottima, il 9,5% la giudica buona, lo 0,5% sufficiente e lo 0,6%
mediocre. Dati inconfutabili, che meriterebbero perlomeno una riflessione adeguata da parte del
Ministro Moratti.
Invece, proprio in queste ore apprendiamo con grande preoccupazione della volontà del Ministro di
avviare già dal prossimo settembre alcune sperimentazioni del liceo tecnologico e del liceo musicalecoreutico, come grave tentativo di anticipare la stessa riforma del secondo ciclo.
Se queste anticipazioni dovessero corrispondere al vero, ci troveremmo di fronte ad un eventuale
decreto, di cui si parla, che apparirebbe ai più come un vero e proprio colpo di mano, senza avere
rispettato, tra l’altro nei mesi di luglio e agosto, le necessarie procedure, i tempi e i quadri di
riferimento. Se così fosse, sarebbe un vero e proprio blitz, che non rispetterebbe i principi della
deontologia istituzionale, che dovrebbero ispirare tutte le istituzioni, in particolare l’azione di un
Governo e di un Ministero. Se così fosse, il nostro profondo rispetto per le istituzioni non potrebbe che
portarci ad intraprendere un’azione istituzionale tesa a contrastare eventuali forzature.
Anche per questi motivi, ci appelliamo alla Conferenza Stato-Regioni perché fermi l’iter attuativo del
decreto relativo al secondo ciclo, rispetto al quale lo stesso Consiglio Nazionale della Pubblica
Istruzione manifesta quelle preoccupazioni che dicevo all’inizio, circa la legittimità formale degli atti
coessenziali alla sua approvazione. Vi ringrazio.”
Nel frattempo sono entrati in aula gli Assessori Benelli e Mezzi.
Presidente del Consiglio: “Io ringrazio l’Assessore... Capisco, prendo atto, invito ancora possibilmente
ad un atteggiamento…, però è chiaro che non posso fare di più. Ringrazio in ogni caso l’Assessore,
credo che i quattro minuti di tolleranza siano assolutamente comprensibili, considerato che era la
relazione introduttiva. Inviterei al tavolo Francesco Dell’Oro. Prego accomodarsi al tavolo della
Presidenza. Sono costretto a ribadire che a disposizione sono non più di otto minuti complessivi, anche
se non fucileremo se si scantona di qualche secondo. Prego.”
Francesco Dell’Oro (Esperto in processi formativi): “Il mio compito è molto semplice, intendo
visualizzare alcuni passaggi significativi della relazione dell’Assessore. Dovrò andare velocissimo,
perché ho una serie di slide che non ho il tempo tecnico per presentare. Il significato è un po’ questo, è
quello di collegarmi ai punti centrali della relazione dell’Assessore e di mettere sul tavolo alcune
tematiche.
Inizierei da questo schema, che rappresenta un sistema formativo che è rimasto in vigore fino al 2
aprile 2003, giorno in cui venne presentata sulla Gazzetta Ufficiale la legge 28 marzo, n. 53, la legge
Moratti. In particolare, caratterizzava questo sistema formativo, l’obbligo scolastico a quindici anni e
l’obbligo formativo a diciotto anni, quindi rispettivamente la legge n. 9 e la legge 144, che
richiamavano una stagione importante, perché nel cantiere della scuola vennero avviate norme,
garanzie giuridiche importanti, che potevano rappresentare la piattaforma per un disegno organico di
riforma. Richiamo la legge 59 sull’autonomia scolastica, la legge Treu 196 apprendistato, il riordino
della formazione professionale, i tirocini formativi, il decreto 469 sui centri per l’impiego, e così via.
Bene, questa animazione che vedete alle mie spalle, rappresenta semplicemente un modo per ricordare
cosa è avvenuto, lo richiamava prima l’Assessore, negli anni ‘70, ossia un periodo che gli esperti
chiamano la politica dei ritocchi, periodo nel quale vennero avviate una serie di sperimentazioni:
gli istituti tecnici statali a ordinamento speciale;
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i progetti assistiti, e la parola progetti assistiti forse ai non addetti ai lavori dice poco ma pensate al
progetto Igea per il corso di ragionieri, il progetto Leonardo per il liceo artistico, ecc.;
il progetto 92 presentato alla Fiera di Milano nel 1988 e passato a ordinamento nel 1995/96;
il progetto Brocca, non era una sperimentazione, doveva essere una legge di riforma, non venne
approvata dal Parlamento ma quei corsi vennero distribuiti qua e là in tutta la scuola;
i corsi dell’autonomia del 1997.
Tutta questa stagione, e questo era un punto a mio modo di vedere qualificante della relazione, ha
avviato una serie di sperimentazioni, ma in particolare si è sperimentato il biennio formativo,
soprattutto con l’esperienza degli Itsos, la riduzione degli indirizzi formativi, cito solo gli istituti
professionali da 110 indirizzi a 20.
Poi, ecco gli obiettivi qualificanti per la scuola, una cultura professionale e la formazione di base.
Noi riteniamo che su questa stagione è mancata un’analisi seria e approfondita, sia sui risultati che ha
prodotto che sui problemi aperti. In particolare, vorrei segnalare anche alcuni dati che l’Istat cita,
proprio con riferimento a quella fase, ai primi anni del 2000.
Vedete questo dato, fa riferimento al rapporto formazione lavoro che ci diceva che a tre anni dal lavoro,
dei diplomati degli istituti professionali il 75,7% aveva un’occupazione, siamo nel 2001, istituti tecnici
il 67,3% dei diplomati ha un’occupazione, e così pure per i licei, ma dove l’Istat aggrega classico e
scientifico, il 28,6% aveva un lavoro.”
Presidente del Consiglio: “Mi scusi, mi sono sbagliato, lei è uno dei relatori, i minuti non sono otto ma
quindici.”
Francesco Dell’Oro (Esperto in processi formativi): “Non avevo neanche sentito che erano otto minuti,
però mi aveva condizionato, difatti parlavo velocissimamente, ma devo parlare comunque velocemente.
Un altro dato che vi presento, ovviamente la mia sarà una relazione terribile perché devo dire in pochi
minuti tantissime cose, però ci dimostra, guardate quei cerchiolini, il diploma e l’università, e il
successo universitario. Bene, è uno schema che ci presenta, pure con valori diversi, ma il sistema
offriva e offre pari opportunità. Su cento immatricolati con il diploma dell’istituto professionale si
laureava il 28,3% nel 2002, con il diploma dell’istituto tecnico siamo quasi al 42%, per il classico e lo
scientifico il 66,2%.
Questa slide invece vi presenta, sulla memoria ho già detto, il sistema formativo attuale, quello che è
valido oggi, quello che i ragazzi troveranno ancora a settembre, le quattro aree, quelle che abbiamo
ereditato dal passato. I corsi di istruzione e formazione professionale sperimentali perché non è ancora
approvato questo decreto legislativo, ci sarà uno stop quest’anno per i corsi biennali che non verranno
più finanziati, quelli di antica memoria.
Due cose sulla legge Moratti. E’ una legge delega, mi scuso per tutti quelli che magari…, ma serve per
avere un punto di riferimento comune per tutti. E’ una legge delega, lo dice l’art. 1, comma 1 della
legge, il Governo aveva 24 mesi di tempo per avviare dei decreti legislativi. Senza questi decreti
legislativi la legge non può essere avviata. Bene, il primo decreto ormai approvato è il 59, poi abbiamo
il 286.
Cito solo che in particolare sul primo decreto c’è un contenzioso aperto, con riferimento all’art. 76
della Costituzione - io ovviamente sto sintetizzando al massimo - che sostanzialmente rappresenta una
garanzia importante per il Parlamento. Perché? Questo decreto, lo dico in parole diverse, cosa dice? I
decreti legislativi non possono contenere materie non presenti nella legge delega, pensate al portfolio,
al tutor e quant’altro. I decreti comunque approvati, questi due sono quelli già approvati, insieme ad
altri due, il diritto/dovere e quello sull’alternanza scuola lavoro, non c’è il tempo ovviamente, ne
varrebbe la pena soprattutto sul diritto/dovere, ma ricordiamo perlomeno che l’Anci e l’UPI sul decreto
alternanza lavoro hanno espresso parere contrario e ovviamente mancata intesa, sul decreto
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diritto/dovere, mancata intesa e parere contrario sugli artt. 4, 5 e 6 comma 1, per quanto riguarda il
controllo ad esempio dell’ente locale, il problema dell’insuccesso scolastico e quant’altro.
Eccoli qua i decreti, a noi interessa in particolare il n. 5, il decreto legislativo sulla scuola del secondo
ciclo. E’ un decreto che è stato approvato in via preliminare il 27 maggio, l’altro riguarda la formazione
degli insegnanti. Ovviamente decreti non blindati, questo è importante chiarirlo, perché bisogna fare
una discussione e questo aspetto è importante, proprio per le questioni di metodo che fra poco
solleverò.
Questo è lo schema che dovrebbe delineare la riforma Moratti: i licei, i cinque anni propedeutici
all’Università ma anche corsi di FTS, i corsi di istruzione e formazione professionali, tre anni, attestato
di qualifica professionale, quarto anno diploma di qualifica professionale. Questo benedetto anno
integrativo, un giorno ne parleremo, qui bisogna avvisare il grafico del Ministero, quel quinto anno non
c’è, sono due anni che glielo diciamo e continua a metterlo. No, il quinto anno non c’è, perché dal
quarto anno si può passare o al quinto anno integrativo o al quinto anno dei corsi di istruzione e
formazione tecnico superiore normati dall’art. 69 della legge 144.
Vi presento ora questi due canali li trasformiamo in corsi. Chiedo scusa all’Assessore Barzaghi ma li
devo presentare a colori, dato che sa che non mi piacciono, qualche volta li presenterò in bianco e nero.
Questi sono gli otto licei: liceo artistico, liceo classico, liceo economico, linguistico, musicale e
coreutico, scientifico, scienze umane, liceo tecnologico in tutti i suoi indirizzi. Non posso entrare nel
merito perché ho poco tempo, ma questi corsi caratterizzano il canale che abbiamo visto prima, il primo
canale. Ovviamente sono corsi che permettono di arrivare all’esame di Stato.
Per quanto riguarda i corsi di istruzione e formazione professionale, io ne ho citati alcuni, sono quelli in
particolare della Provincia di Milano: operatori per le cure estetiche, alimentare, dell’artigianato
artistico, ecc. tre anni attestato di qualifica professionale, diploma di qualifica professionale, quel
quinto anno integrativo che dovrebbe, qui bisogna usare il condizionale, ne parleremo in altre sedi
probabilmente, poi i corsi di FTS.
Un primo problema, le questioni di metodo. La prima bozza di decreto sulle superiori è stata presentata,
in via ufficiosa e anonima, è stata messa in circolazione nel dicembre 2004. Il 17 gennaio viene
presentato lo schema di decreto a livello ufficiale nel sito del MIUR. Dal 17 gennaio, in successione,
sempre in via ufficiosa, vengono messe in circolazione tantissime bozze, fino ad un totale di tredici.
Solo il 9 giugno viene presentato sul sito ufficiale del Ministero lo schema di decreto. Io mi permetto
solo di segnalare il mancato confronto che è avvenuto soprattutto con i dirigenti scolastici, con i
docenti, con gli operatori della scuola e così via. Altri, più con maggiore competenza, probabilmente
richiameranno anche altri confronti, con le confederazioni, sindacali, le Regioni, prima
dell’approvazione in prima lettura del Consiglio dei Ministri.
Sulla pari dignità, questo è l’articolo del decreto legislativo, io l’ho evidenziato in grande, i percorsi
liceali, i percorsi di istruzione e formazione professionale sono di pari dignità. Questo continuo
richiamo alla pari dignità nasconde, come diceva l’Assessore Barzaghi prima, una grande
preoccupazione e forse vale la pena vederlo un po’ più precisamente. Ecco allora l’affermazione che
troviamo in quel documento del Ministro: il sistema dei licei si connota per il carattere propedeutico, il
sistema dell’istruzione e formazione professionale si connota per il carattere terminale. Se è possibile
fare anche qualche battuta, in modo che diventi una cosa più leggera e tranquilla, questa parola
terminale è più di tipo sanitario che di tipo formativo, mi è venuto un po’ uno ‘sciopone’. Voglio dire
che non è particolarmente elegante. Chiedo scusa, non è particolarmente elegante ma spiega ed è
efficacissima, spiega la filosofia che sottende il sistema.
Andiamo avanti, la legge Moratti ha queste caratteristiche, noi abbiamo detto che ha pari dignità, però
attenzione: durata cinque anni i licei, certificazione, esami di Stato, percorso propedeutico
all’università, competenza istituzionale allo Stato; dall’altra durata quattro anni, tre anni più uno,
ovviamente c’è poi il famoso anno integrativo, la certificazione, l’attestato diploma professionale,
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percorsi terminali – sono le parole del Ministro – la competenza istituzionale alla Regione. Bene,
ovviamente il sistema non offre pari opportunità per tutte le ragioni dette prima sulla durata, sugli
assetti orari e così via, ma quello che ci preoccupa di più è la separazione precoce dei percorsi. Questa
è una cosa pedagogicamente terribile, perché obbliga i ragazzi tredicenni.
Noi dobbiamo fare sempre uno sforzo, quando pensiamo agli studenti, immaginare anche solo per un
attimo, con tutto il distacco professionale, che si tratta di figli nostri, quando cambia l’osservatorio
cambiano le strategie e le analisi. Allora, questo percorso obbliga i ragazzi tredicenni ad effettuare una
scelta prematura, accentua le condizioni socio culturali di partenza, penalizzando quelle più
svantaggiate, ma in particolare lo schema duale determina un forte decremento delle iscrizioni ai corsi
degli istituti tecnici e professionali. Guardate la situazione che si è determinata in questi due anni in
Milano e Provincia. A sinistra, 30.252 gli iscritti al primo anno 2002/2003, nel 2004/2005 30.168, una
sostanziale stabilità. Che flusso è avvenuto nelle iscrizioni, proprio dalla legge Moratti in avanti? Più
1.119 studenti, questo è l’effetto dello schema duale, più 1.119 studenti ai licei, meno 800 studenti
negli istituti tecnici, meno 396 studenti negli istituti professionali.
Dato che lavoro nella scuola da tanto tempo, devo dire che, ma lo sanno tutti, una sorta di
licealizzazione era sempre presente in questi anni, ma mai a scapito degli istituti tecnici e degli istituti
professionali. State tranquilli che poi ci sarà spazio anche per voi, vi presento in particolare… ...
Chiedo scusa, non riesco a parlare.
Se per neutrale intendete che mi piace la legge Moratti, avete capito che non mi piace, ci mancherebbe
altro.
Chiedo scusa, io rinuncio a darvi qualche altra slide.
Non giriamo attorno, non pensiamo a degli esperti che non hanno un’anima e un pensiero critico.
Chiedo scusa, abbiate pazienza! E’ la prima volta che vengo in Consiglio. Un attimo! Se mi
interrompete non riesco a parlare.
Volevo dire che un esperto, qualunque esperto, ha un proprio pensiero critico, il mio è evidente,
trasparente, altri dopo di me presenteranno il loro. Il confronto democratico sta proprio in questo.
Quel dato rappresenta gli iscritti nei tecnici industriali. Prima del 2001/2002, iscritti primo anno nelle
scuole superiori di Milano e provincia, c’è un decremento degli studenti di meno 278. A conferma di
quella preoccupazione sullo schema duale, troviamo dal 2003 in avanti ben 1.031 studenti in meno nei
tecnici industriali; allo scientifico, come vedete, questa è la situazione.
Per quanto riguarda il campus, questo è l’articolo che lo presenta, io non mi voglio dilungare su questo,
dico solo qualche osservazione nel merito, a me sono rimasti due o tre minuti. Il decreto doveva
rispondere a questa domanda: dove vengono collocati i tecnici e i professionali? A questa domanda non
si risponde perché si dice che c’è il campus. Guardate che lo stesso Consiglio Nazionale della pubblica
istruzione, nell’adunanza del 22, ha manifestato un certo interesse a questa idea, ma c’è una
preoccupazione, che io manifesto magari in modo un po’ disordinato ma che è questa. Richiamo
sempre la premessa, immaginiamo che gli studenti siano figli nostri. Ora, io pretendo che mio figlio,
iscritto ad un corso quinquennale, quindi non è un discorso contro il campus, abbia la possibilità di
esperire, nel caso andasse in difficoltà, tutte le possibilità di recupero, ripetenza compresa. Ci sarà
questa possibilità, oppure c’è il rischio che davvero il secondo canale, lo dico non per annullarlo ma
perché c’è il rischio che questo secondo canale diventi un po’ il percorso dello svantaggio culturale.
Allora forse questo schema duale mantiene le sue criticità anche all’interno dei campus.
Questo che vedete, io non ho il tempo di spiegarlo, ma vi posso assicurare, visto che l’ho studiato
attentamente e non posso dare spiegazioni tecniche perché manca il tempo, è il liceo economico. La
domanda banale, me la cavo con una battuta, è questa: siete proprio sicuri che studiando italiano, latino,
sociologia, filosofia, ecc., al ragazzotto o alla ragazzotta che vuole diventare ragioniere presenteremo
un corso più facile? Io temo che ci sia un’esasperazione dei licei. ….
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Sulle passerelle vorrei che venisse data una corretta informazione. Mi pare che questa informazione
corretta non viene data, e io sono preoccupato perché chi si occupa di orientamento scolastico sa che
tipo di danni questo può fare. In un periodico della Regione Lombardia leggo la notizia che magari è
stata data in buonafede, ma che mi preoccupa, si dice che un ragazzo che seguisse un corso
professionale per artigiani, seguendo i… potrebbe entrare in qualsiasi liceo senza perdere anni e
viceversa.
Questo non è un esempio di corretta informazione, non mi preoccupa tanto il ragazzo che dal corso di
artigiano va al classico, due o tre cose di greco gliele insegniamo, mi preoccupa quello del classico che
viene ad aggiustarmi il calorifero o il frigorifero. Le dico per banalizzare queste cose.
Termino dicendo che si sta discutendo molto se bisogna abrogare, cancellare o modificare questa legge.
Guardate, non incastriamoci in questo dibattito, abbiamo davanti una bicicletta, la dobbiamo
trasformare in una Ferrari. Facciamo questa operazione e poi chiamatela come volete.”
Nel frattempo è entrato in aula il Vice Presidente Mattioli.
Presidente del Consiglio: “Scusate, a chiarimento, io confermo che a livello di capi Gruppo abbiamo
suggerito interventi di tecnici il più possibile neutrali. E’ chiaro però…… …. Per favore! Patta, torni al
suo posto per favore. Patta, per cortesia, torni al suo posto. …. Scusatemi, è chiaro che il concetto di
neutralità è soggettivo. Io sono convinto che chi interviene ritiene di essere soggettivamente neutrale.
Poi è chiaro che le opinioni sono diverse, sentiremo anche le altre opinioni. Se vogliamo però
continuare in un dibattito serio e davvero confrontato, proviamo a stare tutti calmi, c’è spazio per le
diverse opinioni. Non chiuderemo qui i momenti di confronto e anche di scontro, però consentiteci di
andare avanti. Do la parola a Giorgio Franchi, Direttore del Dipartimento Enti locali istruzione e
formazione. Anche a lui ricordo che il tempo massimo è di quindici minuti.”
Giorgio Franchi (Direttore Dipartimento Enti locali istruzione e formazione): “Ringrazio innanzitutto
per essere stato chiamato qua, in questo importante Consiglio provinciale, tra l’altro a svolgere un ruolo
un po’ particolare, che è parlare di un settore, la Cenerentola delle Cenerentole, di cui di solito non si
parla, di cui in realtà si sa molto poco, di cui si parla in maniera spesso e volentieri impropria, ovvero
della formazione professionale.
Dico subito che parlerò della formazione professionale ovviamente all’interno del quadro complessivo
dei problemi che sono già stati trattati. Non si può isolare questo tema. Partirei, sperando di stare non
solo nei tempi ma di essere efficace nei tempi, con alcune informazioni sulla formazione professionale,
proprio perché, come dicevo, mi risulta ben poco conosciuta. Questo lo dico per esperienza non solo
locale.
Innanzitutto la formazione professionale ha una caratteristica che la scuola non ha, ovvero si sviluppa
su una serie di tipologie formative e su una serie di utenze profondamente diverse tra di loro. Ha quindi
una specificità e una cultura che è diversa da quella della scuola. Se mi lasciate la battuta un attimo
provocatoria, la formazione professionale non ha bisogno del discorso della pari dignità, perché ha la
propria, così come la scuola ha la propria. Bisogna parlare di pari dignità quando ad ognuno viene
chiesto di fare in realtà il mestiere dell’altro. Questo per chiarire.
Vi do semplicemente alcuni dati. All’anno, gli allievi che vengono toccati dalla formazione
professionale sono circa 550.000. Di questi, la metà è costituita da giovani, con interventi che
riguardano la prima formazione, dopo l’obbligo scolastico, ma riguardano la formazione anche dopo il
diploma, sia a livello di post diploma sia a livello di corsi FTS, ecc., e questa è la prima formazione,
250.000 allievi circa. Gli altri 230.000 sono lavoratori, quindi la formazione professionale interviene su
funzioni di aggiornamento, riqualificazione, mobilità di lavoratori occupati, di reinserimento di
disoccupati di breve o di lunga durata, di apprendistato, ecc.
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Perché ho detto questo? Primo, perché secondo me questo scenario complessivo che riguarda la
formazione professionale non viene quasi mai colto. Se volessi fare un discorso particolare, dico:
attenzione che la formazione professionale ha una propria cultura, un’esperienza formativa, che in
realtà è poco valorizzata. Ma faccio questo discorso per un altro motivo. Di norma, quando parliamo di
formazione professionale, ci si limita a ragionare su quella parte di formazione professionale che
riguarda i giovani dopo l’obbligo scolastico. Anche qui un dato, a livello nazionale quella che si chiama
prima formazione ha settantamila studenti. Attenzione che nella formazione dei giovani negli ultimi
anni, la formazione post diploma ne ha addirittura cinquantaquattromila, e in una serie di Regioni
quella di secondo livello sta sopravanzando quella di primo livello.
Parlare esclusivamente di quella formazione professionale rivolta ai ragazzini che ne hanno bisogno,
ovviamente, dai quattordici anni in poi, vuole dire parlare di una parte piccola, con una logica che
mortifica il ruolo della formazione professionale, che ne fa né più né meno che la Croce Rossa di una
serie di problemi che nella scuola esistono. Allora, cosa serve la formazione professionale nei dibattiti
normali? A recuperare le fasce a rischio. Benissimo, perfetto, come no, deve farlo. Ma è un pezzo,
quello che volevo dire riportando questo insieme di dati è: attenzione che stiamo parlando di
qualcos’altro, molto poco valorizzato, lasciatemelo dire, dalla stessa formazione professionale che
spesso e volentieri si dimentica di essere tutte le cose che ho appena detto.
Adesso metto in fila alcuni problemi, è stato chiesto un ruolo tecnico, è difficile essere solo tecnici. Vi
ricordo che una volta, in una commissione del Senato, io ero chiamato a fare il tecnico, si parlava di
autonomia scolastica. Sapete qual era il problema? Appena c’era qualcosa che poteva essere politico
dovevo stare zitto, il che voleva dire star zitto sempre, perché era difficile fare qualunque tipo di
osservazione. Detto questo, io però vorrei toccare i problemi e toccare anche le cose che sono state
dette in precedenza, partendo da una serie di problemi, perché io voglio risolvere i problemi, sono fatto
in questa maniera, voglio identificarli, voglio tentare di affrontarli.
Primo tipo di problemi complessivi che noi abbiamo. Noi siamo in una situazione di piena
scolarizzazione. Oltre il 90% dei giovani tra i quattordici e i diciotto anni sono all’interno della scuola
secondaria superiore. Se la vogliamo mettere in numeri, due milioni e mezzo di allievi nella scuola
secondaria superiore, settantamila in equivalente età nella formazione professionale. Pressoché tutti
questi giovani sono all’interno dei primi due anni della scuola secondaria superiore. Leggiamola così:
piena scolarizzazione significa ricchezza. Ce lo ricordava Barzaghi quando riportava i dati dell’Unesco.
Qual è il nostro problema? Abbiamo una situazione di piena scolarizzazione che non funziona, che non
è la ricchezza che dovrebbe essere. Perché non funziona? A livello di slogan, ovviamente, di titoli e
niente di più, dato il tempo. Prima di tutto non funziona perché non sono chiari complessivamente gli
obiettivi che progressivamente si devono raggiungere. Qui mi lasciate chiarire un aspetto. Nella
precedente legislatura, ma anche in tutti gli anni precedenti, si era parlato di due cose diverse. Si
diceva, noi dobbiamo ampliare la durata dell’obbligo scolastico perché questo corrisponde all’obiettivo
di fare in modo di garantire a tutti un livello di cultura, di conoscenze culturali, di capacità di orientarsi,
di capacità di conoscenza del mondo che ci sarebbe stato dopo, superiore a quello conseguibile con la
terza media. Questo si chiama obbligo scolastico, in Italia come in Europa, per intenderci.
C’era poi un secondo obiettivo. Questo secondo obiettivo è obbligo formativo a diciotto anni, che
aveva un significato molto chiaro, a tutti entro i diciotto anni devo, quantomeno, garantire una solida
qualificazione professionale. Io personalmente, da tecnico, se volete da tecnico politico, da politico
tecnico, mettetela come volete voi, ritengo che aver parlato di diritto/dovere ad almeno dodici anni di
istruzione significa non aver capito che si tratta di due cose diverse e che messe insieme non capiamo
più dove stiamo andando a finire. Nel senso che ripigliamo il ragionamento del biennio, perché credo
che questo sia determinante, facciamo in modo che fino in fondo funzioni l’obbligo formativo, che
come dice il decreto che è stato prima ricordato, continua ad applicarsi. C’era già, è una legge del 1999.
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Detto questo, vediamo quali sono i problemi della piena scolarizzazione complessivamente a cui dare
risposta. Innanzitutto mi lasciate dire una cosa, il 90% dei giovani a scuola è diverso da quando ce
n’erano soltanto il 50%, è diverso da quando ce n’erano soltanto il 30%. Perché dico questo? Perché
siccome questa scuola è rimasta più o meno sempre uguale, quantomeno formalmente, tutti si sentono
legittimati di parlare di scuola. Attenzione, che se ne parliamo quando ci sono tutti, abbiamo dei
problemi di fronte che non si risolvono con le vecchie ricette, non si risolvono con i vecchi approcci,
hanno bisogno di tutt’altro tipo di ragionamento.
Cosa vuole dire piena scolarità, soprattutto nel primo biennio ma in generale. Vuole dire che nella
piena scolarità ci sono tutti, ci sono tutte le differenze. Tutte le differenze, a partire da quella di genere,
a partire dalle attese, dagli stili cognitivi, dalla provenienza sociale e così via. Ora, pensare di
rispondere ad una situazione di questo genere, con una proposta sostanzialmente monocorde,
sostanzialmente identica a quella di natura scolastica, secondo me è inane, non riesco ad usare un altro
termine, cioè non ci risolve questo problema.
Allora io credo che noi dobbiamo recuperare, dovevo parlare di formazione professionale, quello che
era scritto nell’accordo sul lavoro del settembre del 1996, in cui si diceva che veniva richiesto alla
formazione professionale di portare un apporto all’elevamento dell’obbligo scolastico, all’ampliamento
della durata dell’obbligo scolastico, problema che abbiamo tutto di fronte, perché il decreto sul
diritto/dovere che prima è stato citato, dice che in prima applicazione, settembre di quest’anno, esso
riguarda i primi due anni della scuola secondaria superiore, così come sono.
Quindi abbiamo di nuovo questo tema da dover affrontare. Cosa significa apporto della formazione
professionale? Significa che l’obbligo si fa nella scuola, significa però che la formazione professionale
può portare una serie di contributi fondamentali a livello di modulo di orientamento, rafforzamento di
motivazione, portare la cultura del lavoro, ecc., il mix per sapere e saper fare. Non la posso fare troppo
lunga, ma credo che possa essere sufficientemente chiaro il discorso. L’obbligo è una questione di
scuola, c’è bisogno anche di un altro apporto di culture formative diverse, che possono aiutar ad
affrontare i problemi che ho solo accennato, della piena scolarizzazione.
Guardate che quello che sto dicendo non è inventato. In Emilia Romagna c’è il cosiddetto biennio
integrato, scuole di formazione professionale, e siccome io ho fatto il monitoraggio degli anni di prima
sperimentazione di questo, posso dire una cosa molto semplice: i promossi da questo biennio sono
superiori a quelli dei bienni tradizionali. Quindi non stiamo parlando di ‘fufa’, non stiamo parlando di
ideologia, non stiamo parlando di altre cose, ma di un’esperienza, certamente non l’unica, anche in
Lombardia esistono una serie di esperienze di questo tipo, sulla quale ragionare.
Vado avanti sulla formazione professionale, pregando sempre il Presidente di avvisarmi rispetto ai
tempi. Dopo il biennio, la formazione professionale è giusto che intervenga. Giustamente nel biennio,
con quel significato che dicevo, dopo il biennio con un proprio intervento. Ci sono giovani che non
vogliono per forza proseguire in un percorso strettamente di natura scolastica.
Ma attenzione, la legge dice anche altre cose, dice che l’obbligo formativo a diciotto anni, quello che
prima ho citato e che è in vigore, si assolve anche attraverso percorsi integrati – cito a memoria – tra
istruzione e formazione professionale, conseguendo il diploma o nella formazione professionale o
attraverso l’apprendistato. E sono previsti, nello specifico, interventi curricolari ed extra-curricolari
della formazione professionale dentro gli stessi percorsi di studio. Faccio semplicemente un saltino
rapido. Abbiamo l’autonomia scolastica, abbiamo una serie di leggi che hanno, con grandissima forza,
definito la centralità del territorio del rapporto istruzione, formazione, territorio, occupazione. Questo
intreccio fra quella scuola autonoma, gli enti locali che possono intervenire, le parti sociali, l’istruzione
e la formazione, e quello che possiamo lì fortemente raggiungere.
Ultima cosa che dico, perché credo che dopo non ci sia molto spazio, però alcuni messaggi mi interessa
darli. Abbiamo bisogno di post diploma. Abbiamo bisogno di un ragionamento di formazione
professionale in un’area come quella della provincia di Milano, che non blocchi l’intervento nei
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confronti dei ragazzini tra i quattordici e i sedici anni. Scusate, abbiamo bisogno d’altro. Attenzione,
quando dico questo, non dico che non abbiamo bisogno anche di quello, le fasce a rischio esistono e se
hanno bisogno di una risposta, hanno bisogno di una risposta. Ma se io qui ho bisogno di fare un
ragionamento, è che ho bisogno di un intervento di formazione professionale verso l’alto, verso il
livello medio, medio alto, ecc. Questa credo sia la prospettiva complessivamente nella quale buttarsi.
Un’ultima osservazione ancora. C’è un disastro in questo Paese, ed è il deficit di cultura tecnico
professionale che è stata esemplificata anche dai dati precedenti. Mi lasciate aggiungere una cosa.
Questa crisi degli iscritti all’istruzione tecnica, degli iscritti all’istruzione professionale, non è di oggi.
Sono quindici anni che questa cosa avviene, è uno dei problemi a cui bisognava dare risposta e ha
ragione Dell’Oro quando, dimostrando quelle cose, dimostra che non solo non è stata data una risposta
ma questa cosa è stata aggravata. Rispetto a questo, un intreccio, un incrocio tra l’istruzione, la
formazione professionale, un grande ragionamento anche di concertazione con le parti sociali, i
sindacati, credo che tutto questo sia qualcosa di straordinariamente importante da mettere insieme.
Ultime due battute, veramente ultime due, anche perché se il mio ruolo è tecnico, è tecnico. La Regione
Lombardia ha compiuto una scelta un attimo diversa, diciamolo. Siccome i dati è meglio conoscerli,
quando è stata abrogata la legge 9/99, quella che ampliava l’obbligo scolastico, dopo pochi mesi che è
stata abrogata e approvata la 53, il Governo si è visto necessitato convocare tutte le Regioni, perché
avendo riportato l’obbligo scolastico indietro, succedeva che non in tutte le Regioni c’era un’offerta di
formazione professionale per qualità e quantità adeguata. Quindi si è fatto un grande accordo nel
giugno 2003, in cui si parla di messa in cantiere di percorsi integrati e di istruzione e formazione, volti
a sperimentali, ecc. A livello delle singole Regioni, le scelte non sono state uguali. A livello dell’Emilia
Romagna, Toscana o altre, si è parlato davvero di integrazione, ho fatto l’esempio del biennio integrato
che diventerà triennio integrato. In Regione Lombardia la scelta è stata di dar vita a percorsi triennali di
formazione professionale.
Io mi limito a dire questo, all’esistenza di problemi io ritengo che vadano date risposte, se ci sono le
fasce a rischio bisogna dare risposta alle fasce a rischio, però la verità complessivamente di questo è
che se quello che ho cercato di dirvi prima, come scenario della formazione professionale è quello sul
quale muoverci, è evidente che questa soluzione è quantomeno parziale. Alla diversità non si può dare
risposta con un unico tipo di risposta. Io credo che se abbiamo un ma, non sono un politico, mi limito
ad un suggerimento, se abbiamo un problema come Provincia di Milano, come Regione, ecc., è di
ricontrattare con la Regione un intervento che non abbia come caratteristica di essere uno solo, quella
soluzione lì, ma che ce ne siano tante altre, perché dobbiamo andare ad una pluralità d’offerte.
Ultimissima battuta, perché vedo che ormai mi si sta richiamando all’ultimo tempo, sapete anche
perché, che è la cosa che mi preoccupa di più perché sono pragmatico, non ideologico, con quei trienni
la gran parte dei finanziamenti sono tutti lì. E se sono tutti lì, non ci sono più fondi per fare altre cose.
Allora, delle due l’una, se le cose che ho detto sono sciocchezze, ci salutiamo, non è successo niente, se
qualcuno pensa che alcune delle cose che ho detto hanno senso, io vorrei che ci fossero anche i
finanziamenti per sviluppare tutte le altre attività di cui, a mio parere, abbiamo profondamente
bisogno.”
Nel frattempo è entrato in aula l’Assessore Ponti.
Presidente del Consiglio: “Ringrazio Giorgio Franchi. Mentre invito al tavolo il Dott. Mario Dutto che,
insisto, non credo abbia bisogno di presentazione, mi pareva che il Consigliere Meroni facesse una
considerazione. Va bene, prego Dott. Dutto, si accomodi al tavolo, grazie.”
Mario Dutto (Direttore Ufficio Scolastico regionale): “Gentile Presidente del Consiglio provinciale,
autorevoli membri della Giunta provinciale, gentili Consiglieri, grazie per l’invito a fornire un quadro
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informativo sullo stato della riforma delle scuole statali e paritarie in questa Provincia. Ho sempre
ritenuto mio dovere, in questo caso è veramente un piacere, per un amministratore pubblico rispondere
ad un invito così autorevole. Questa opportunità la voglio cogliere per fornire alcuni dati sul lavoro in
atto nelle scuole di questa Provincia. Ed è proprio con questo spirito che ho preparato una relazione, il
cui testo consegnerò poi alla Presidenza, anche perché quindici minuti sono tanti per un uomo di poche
parole, ma pochi per una questione così importante come quella che stiamo trattando.
Vorrei partire da alcune informazioni di carattere generale sulla scuola di questa Provincia, con
riferimento ad alcuni aspetti critici, spesso oggetto di dibattito, per offrire un quadro di sintesi dei
processi di riforma in atto, soffermandomi successivamente su alcuni caratteri della scuola di questa
Provincia e in conclusione due riflessioni sulle strategie che noi seguiamo come ufficio scolastico
regionale. Alcune informazioni sui dati di criticità, e vengo subito al dunque, non ho paura a mettere le
carte sul tavolo, giocare anche a carte scoperte, come in altre occasioni.
Organici della nostra scuola, sapete che un compito dell’Amministrazione è quello di mettere a
disposizione gli organici per il funzionamento delle scuole. Bene, se noi facciamo un bilancio degli
ultimi quattro anni, noi abbiamo una situazione di organici della scuola, numero di docenti
sostanzialmente, stabile nel tempo, con un leggero aumento dello 0,7% dal 2001 al 2002, sia a livello
regionale sia per la Provincia di Milano. In Provincia di Milano si è passati da 40.832 posti a 41.107 nel
2004/2005, questo è dovuto ad un aumento della popolazione scolastica. A livello regionale abbiamo
avuto un aumento di 3.5%, in Provincia di Milano 1.9%, un aumento più contenuto e, come dirò
successivamente, anche all’incremento degli insegnanti di sostegno che abbiamo avuto nel quadriennio.
L’attenzione dedicata alla Provincia di Milano per le sue… ...
Io ritengo che le cifre sono beni pubblici e debbano essere partecipate, poi si può discutere, d’altra
parte sono dati che sono a disposizione di chiunque, non certo di produzione soltanto nostra.
Dicevo, l’attenzione particolare riservata alla Provincia di Milano rispetto alle altre Province, proprio
per le peculiarità della storia e della tradizione della scuola di Milano, si riflette in un dato molto
significativo: la popolazione scolastica della Provincia di Milano copre il 38.7% della popolazione di
tutta la Regione, però i posti sono 39.7%, esattamente un punto percentuale in più, il che vuol dire, su
103.000 insegnanti, 1.000 insegnanti in più, proprio per le peculiarità di questa Provincia.
Detto questo, credo sia opportuno sempre più che noi prendiamo seriamente i confronti anche con altri
Paesi e anche con altre Regioni europee. Sotto questo profilo, i valori fondamentali della dotazione di
organico, intendo dire rapporto docenti studenti e la numerosità media delle classi, sono sicuramente
interessanti per questa Provincia, per questa Regione, se prendiamo in considerazione gli altri Paesi
dell’Unione o i Paesi dell’area OCSE. Noi abbiamo una numerosità media nella scuola primaria di 19
alunni, contro un valore medio di 22 alunni per classe nei Paesi dell’area OCSE. Abbiamo un rapporto
10 studenti per docente, rispetto a 17 studenti per docente rispetto ai Paesi dell’area OCSE. Non credo
siano cose determinanti, però forse qualche volta è opportuno avere termini di riferimento per ragionare
su questo.
Nel quadriennio considerato, ci sono due fatti estremamente importanti che sono avvenuti, grazie alla
piena collaborazione delle scuole e alla capacità delle scuole nella gestione degli organici. Noi abbiamo
avuto un incremento senza precedenti, dei tempi lunghi nella scuola primaria. Nel 2001/2002 in
Regione Lombardia avevamo un 37% di classi a tempo pieno, nel 2004/2005 queste classi sono passate
al 41%. Se poi consideriamo la Provincia di Milano, il passaggio è stato decisamente maggiore, dal
78.5% al 86.6%. Se andassimo poi a vedere il Comune di Milano, l’aumento sarebbe superiore, ha
raggiunto oltre il 90% delle classi. Questo è un fatto che ci deve far riflettere, sia sulle capacità del
sistema di espandersi, sia sui costi e sulle conseguenze di questa espansione.
Secondo fatto evidente in questi quattro anni, è il saldo positivo dell’aumento degli alunni della scuola
dell’infanzia nella Regione Lombardia. Noi abbiamo avuto, negli ultimi quattro anni, quasi settemila
bambini in più nelle sezioni statali delle scuole dell’infanzia. In un contesto di grande rigore nel
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controllo delle risorse professionali a disposizione, c’è stato un aumento considerevole, pari al 6.9% dei
bambini nelle sezioni statali di scuole dell’infanzia, e non abbiamo superato 24 alunni per sezione.
Anche questo grazie alla grande cooperazione delle scuole, degli insegnanti e di chi ha gestito sul
territorio la situazione.
Un cambiamento registrato in questi quattro anni è l’avvio di una soluzione ad un problema storico
della nostra scuola, la presenza cioè del precariato. In quattro anni, dal 2001 ad oggi, noi abbiamo
immesso in ruolo, per usare una vecchia espressione, oltre 3.500 insegnanti nelle scuole statali, e
speriamo di riuscire a fare altrettanto nei prossimi mesi di luglio ed agosto di quest’anno. Parliamo di
dati riferiti alla Provincia di Milano.
Certo, la gestione degli organici non è per noi soddisfacente, abbiamo una realtà con disomogeneità tra
Provincia e Provincia, abbiamo problemi di gestione delle supplenze brevi ad esempio, per le quali
abbiamo fatto una precisa proposta al Ministero, per alleggerire la situazione delle condizioni in cui
spesso si trovano i Comuni e talvolta anche indirettamente le scuole e i Comuni, perché poi alcune
spese di telegrammi o spese aggiuntive vengono caricate sui Comuni. Abbiamo problemi di come
rendere più informati tutti gli interessi rispetto alla questione degli organici. Noi ci siamo impegnati, da
settembre, a rendere pubblica la situazione delle singole scuole in termini di numero di alunni e numero
di personale docente a disposizione di quelle scuole, proprio per rendere possibile ad ogni
amministratore locale, ad ogni soggetto collettivo interessato a capire come vengono utilizzate le
risorse pubbliche, quale sia la situazione.
Seconda questione, talvolta critica, ho sentito anche i commenti alla relazioni precedenti, la questione
degli alunni con disabilità. Noi abbiamo commissionato recentemente una ricerca al Dipartimento di
Studi sociali e politici dell’Università Statale di Milano per avere un parere indipendente sulla
situazione delle politiche di sostegno all’handicap. Sono stati identificati dei problemi nella gestione
del sistema di erogazione di risorse professionali, ma la valutazione conclusiva è in questi termini, tutti
gli operatori scolastici intervistati sono concordi nel riconoscere che la scuola lombarda ha raggiunto
un elevato grado di sensibilità e di efficienza per ciò che concerne l’inserimento degli alunni in
situazioni di disabilità. Il testo del rapporto sarà pubblicato da una casa editrice nazionale.
Negli ultimi tre anni abbiamo avuto un aumento significativo di studenti diversamente abili in
provincia di Milano, siamo arrivati a 9.206 e, parallelamente, abbiamo avuto un aumento del
contingente provinciale di insegnanti di sostegno, da 3.767 a 4.006. L’insoddisfazione che talvolta si
percepisce, i problemi che talvolta rimangono, io credo che dipendano fondamentalmente dal fatto che
dobbiamo migliorare il sistema di allocazione di queste risorse. Noi abbiamo, per quanto riguarda
l’handicap, una possibilità di rispondere a tutte le richiesta adeguatamente documentate, è quello che
faremo anche quest’anno.
Come tutti loro sanno, le procedure di allocazione di queste risorse non si risolvono in due giorni, ma
cominciano a febbraio e terminano a luglio, ci sono diversi passaggi, e da sempre abbiamo garantito
che, a fronte di un’esigenza documentata, noi interveniamo per dare una risposta adeguata. Lo
confermano anche gli aumenti, e siamo rimasti complessivamente all’interno di un rapporto di 2.3
alunni per docente, rapporto che è più favorevole rispetto al valore nazionale, che è 2.0, e
complessivamente per la provincia di Milano si tratta di un rapporto parallelo a quello regionale.
Problemi per quanto riguarda gli alunni con disabilità si riferiscono alla qualità dei docenti, alla
specializzazione dei docenti. Abbiamo oggi in fase di progettazione un corso da parte dell’Università
Bicocca per ottocento insegnanti abilitati o con un certo numero di giorni di servizio, proprio in questo
campo.
Vado velocemente, sulla questione degli studenti di lingua nativa non italiana noi abbiamo avuto un
aumento, tutti sanno, decisamente forte, siamo arrivati a 88.000 studenti di lingua nativa non italiana
nelle scuole della Regione. La provincia di Milano non è la provincia con un maggiore incidenza di
studenti stranieri, Mantova e Brescia hanno più studenti stranieri, nella provincia di Milano però c’è
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una quantità in valore assoluto maggiore e i problemi sono decisamente più avvertiti in questa
provincia che non in altre. Abbiamo fatto un piano specifico di intervento, per il prossimo anno
scolastico disporremo di 280 figure professionali per l’insegnamento della lingua italiana come lingua
seconda, fondamentalmente per il supporto alla riuscita didattica di tutti gli studenti che sono presenti
nella nostra scuola che provengono da altri Paesi, così abbiamo altre misure in campo, per cui la
costituzione di un fondo di un milione di euro a disposizione delle scuole per progetti di interventi di
emergenza, dal momento che sappiamo che circa il 10% di questi studenti non italiani arrivano in corso
d’anno e quindi si possono presentare problemi a gennaio o a febbraio.
Sulla gestione delle risorse finanziarie una semplice battuta. Se noi consideriamo il complesso delle
risorse gestite dal mio ufficio, noi abbiamo avuto un aumento del 5% negli ultimi quattro anni. Anche
qui probabilmente dobbiamo migliorare il modo in cui gestiamo queste risorse. Abbiamo avuto aumenti
in alcuni capitoli, sofferenze in altri, quindi si tratta di una migliore gestione. Dico questo perché il
compito di un buon amministratore è anzitutto quello di poter garantire una risposta ai bisogni, alle
esigenze, utilizzando al meglio le risorse disponibili.
La riforma che cosa ci porta? Veramente vado per grandi sintesi. Generalizzazione della scuola
dell’infanzia, abbiamo fatto dei passi in avanti ma ancora non riusciamo perché abbiamo un tremendo
problema, cioè di non pieno accordo, nonostante il tavolo tecnico che abbiamo costituito con l’Anci tra
ruolo dello Stato, ruolo dei Comuni, ruolo delle scuole paritarie. Dicevo prima, noi abbiamo aumentato
di settemila unità i bambini nelle sezioni statali, la stessa cosa, per ragioni comprensibili, non è
avvenuta nel settore delle scuole paritarie, nonostante i finanziamenti che esistono.
Allora la pressione che noi abbiamo è di sostituzione rispetto ad altri gestori, che siano i Comuni o
siano soggetti privati. Di questo passo, dal momento che le sezioni statali sono meno del 50%, sarà
molto difficile raggiungere la generalizzazione a breve, anche se siamo oltre il 90%. Il problema è la
mobilità delle famiglie e come dare il servizio là dove richiesto. Anche quest’anno abbiamo un tavolo
aperto con l’Anci, stiamo proprio in questi giorni esaminando quali risposte ancora dobbiamo dare alle
situazioni presenti.
Anticipi per la scuola dell’infanzia, per la scuola elementare, in questa Regione abbiamo avuto una
risposta cauta, ragionata, però continua e progressiva, siamo arrivati a 3.500 anticipi nella scuola
dell’infanzia, decisi autonomamente dalle scuole, con il consenso dei Comuni e naturalmente con la
decisione da parte dei genitori di richiedere l’anticipo. Così anche nella scuola elementare, dove
abbiamo circa il 5% di alunni di classe prima che hanno fatto una scelta di anticipo. Quindi è un
elemento di flessibilità che è stato adottato con molta cautela, con molta gradualità, con molta
attenzione, senza rincorse come è avvenuto in altri contesti.
Lingue straniere, in particolare lingua inglese, noi abbiamo generalizzato l’insegnamento della lingua
inglese nella scuola primaria. Nel 2002/2003 eravamo fermi al 80% delle classi, oggi noi abbiamo
attivato l’insegnamento della lingua inglese in tutte le classi, e se questo non avviene è compito nostro
intervenire. Naturalmente il problema che si pone è il problema della qualità dell’insegnamento,
dell’efficacia dell’insegnamento. Abbiamo esperienze estremamente significative per quanto riguarda
prime iniziative di insegnamento di tematiche disciplinari in lingua inglese. Abbiamo oltre quattrocento
esperienze in questa regione, la riforma prevede un intervento nell’ultimo anno della scuola secondaria
di secondo grado, in cui un’intera disciplina dovrebbe essere insegnata in lingua inglese.
Stiamo lavorando in quella direzione, anche se siamo ancora lontani. Abbiamo un numero decisamente
elevato, comparativamente con le altre Regioni motore d’Europa, di studenti che raggiungono
certificazione di competenze linguistiche. Facciamo più certificazioni di competenze linguistiche noi
che non la Catalogna, per fare un esempio, siamo però ancora distanti, è un qualcosa che riguarda circa
20.000 studenti rispetto a 320.000 studenti delle scuole secondarie di secondo ciclo, però questa è la
direzione in cui intendiamo lavorare.
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Abbiamo raccolto anche alcune suggestioni che sono arrivate dalle scuole, sostenendo corsi di lingua
cinese, giapponese ed arabo nelle scuole secondarie superiori, e questo ha avuto una risposta
decisamente positiva e interessata da parte della maggior parte delle scuole. Siamo in questo anno
oggetto di una… da parte di un team di esperti del Consiglio d’Europa che, dovendo scegliere una
Regione in Europa, ha scelto la Lombardia per analizzare quale politiche di insegnamento delle lingue
si vanno sviluppando. Credo forse qualcuno dei presenti è stato anche oggetto di una comunicazione,
comunque di un incontro con questo team.
Credo che potrei andare avanti con diversi altri aspetti, ma consentitemi di sintetizzare per quanto
riguarda il secondo ciclo quello che sta avvenendo per quanto riguarda la nostra iniziativa,
naturalmente nel quadro delle riforme, è sostanzialmente questo. Noi abbiamo un progetto sperimentale
di alternanza scuola/lavoro, che tenta di far passare l’esperienza degli stage, sono 50.000 studenti
lombardi che sono in stage, cerca di far passare questa esperienza ad un’esperienza di vera e propria
alternanza scuola/lavoro. Si tratta però di piccoli numeri di scuola, abbiamo sette scuole della Provincia
di Milano, istituti tecnici, licei scientifici, istituti professionali che lavorano in questo campo.
Seconda linea di lavoro, è stato già accennato prima dal Professor Franchi, l’avvio dei percorsi
sperimentali triennali di istruzione e formazione professionale. E’ un’esperienza che esiste solo in
Lombardia e in Lombardia ha consentito di mettere in un percorso di formazione di questo tipo oltre
settemila giovani. Faccio un’osservazione, e concordo con quanto è stato detto prima, cioè noi
dobbiamo avere più soluzioni e dobbiamo capire queste soluzioni a che cosa portano.
Noi in questi giorni stiamo facendo un monitoraggio, vi cito un semplice dato, facendo il confronto tra i
risultati di studenti che sono nel percorso scolastico tradizionale e studenti che sono nel percorso
triennale, noi abbiamo questi risultati dall’esperienza che abbiamo fatto: 20% di bocciati nel percorso
triennale e il 39% nel percorso scolastico tradizionale, tenendo conto delle scuole al cui interno sono
stati attivati questi percorsi di carattere specifico triennale.
Dico questo perché credo che noi dobbiamo aumentare la consapevolezza della validità delle varie
soluzioni. Probabilmente non c’è una soluzione unica, più noi siamo consapevoli di quello che
possiamo ottenere, più è probabile che poi mettiamo in campo le misure adeguate. Poi certo, ci sono
anche valutazioni di carattere generale, ma conoscendo il dato di singole esperienze, possiamo prendere
decisioni, suggerire soluzioni più appropriate.
Una parola per quanto riguarda il progetto che abbiamo in campo, che si chiama campus, ma in un
senso diverso in cui è stato usato questo termine. Noi abbiamo due esperienze in provincia di Milano, a
Monza e a Milano, di consolidamento degli FTS, cioè della Formazione Tecnica Superiore, nel campo
dell’automazione industriale e nel campo della information, communication, technology. Il tentativo è
quello di cominciare a dar vita a quella fascia elevata di formazione tecnica superiore che nel
completamento del percorso di istruzione e formazione professionale, riguarda il punto di arrivo. Sotto
questo profilo anche i percorsi triennali, con l’aggiunta di un anno, non hanno un carattere terminale
perché poi dovranno avere una possibilità di formazione tecnica superiore.
Ci sarebbero molte altre cose da dire, io lascio un documento che sicuramente è a disposizione, spero
che sia utile. Vi ringrazio cordialmente della vostra attenzione.”
Nel frattempo sono entrati in aula l’Assessore Corso e il Consigliere Pozzati. (Presenti 37)
Presidente del Consiglio: “Ringrazio molto il Dott. Dutto. Confermo che distribuirò subito il
documento a tutti i Consiglieri, lo ringrazio davvero della cortesia, mi pare sia stato un intervento che
quantomeno ha fornito notizie e dati concreti e questo è molto utile anche per il proseguo della nostra
discussione. Consigliere Meroni, prego. In relazione a quanto dicevo prima, ha la parola Meroni.”
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Consigliere Meroni: “Dato che erano gli esperti istituzionali che dovevano intervenire, al di là poi di
chi rappresenterà i vari gruppi e associazioni, volevo ricordare che anche nel primo intervento abbiamo
sentito snocciolare diversi dati. Dato che il Consiglio provinciale aperto era sulla riforma della scuola,
vorremmo che fossero forniti a tutti i Consiglieri tutte le notizie dette sia nel primo che nel secondo che
nel terzo intervento, visto che sono esperti. Poi gli applausi o meno, valuteremo noi. Non avevamo
bisogno di sapere chi era a favore o chi era contrario alla riforma Moratti, noi potremmo dirlo e
senz’altro lo diremo dopo.
L’unico inconveniente che si è verificato è perché noi siamo eletti dalla gente, o meglio, come diciamo
noi, dal popolo, non ci vengano a dire: parleremo dopo. Noi parliamo quando vogliamo in quest’aula.”
Nel frattempo è entrato in aula l’Assessore Grancini.
Presidente del Consiglio: “D’accordo. Iniziamo la serie degli interventi che, ribadisco, devo
assolutamente far contenere nel limite massimo di otto minuti, per le ragioni che ho già ampiamente
spiegato. Iniziamo dando la parola a Roberto Pasolini, Dirigente Scolastico dell’Istituto Leopardi.
Prego, si accomodi al tavolo della Presidenza.”
Roberto Pasolini (Dirigente scolastico Istituto Leopardi): “Ringrazio il Presidente del Consiglio, la
Giunta e il Consiglio di questo invito, perché parlare di scuola mi è sempre piacevole, soprattutto
perché ritengo che dare oggi un possibile contributo ad un dibattito e ad un confronto su questo tema,
che ha per oggetto un aspetto fondamentale del nostro Paese, che è l’educazione dei nostri giovani, sia
una cosa che personalmente mi arricchisce, indipendentemente da tutto, anche perché ascoltare
opinioni e confronti diversi ritengo sempre che siano arricchimenti personali.
Premetto che il mio intervento, sapendo che doveva essere contenuto in poco tempo, non è una
relazione ma è fatto a braccio e ritengo che soprattutto questo tema oggi, in un breve intervento deve
essere fatto a braccio, con quella passione che anche l’Assessore Barzaghi ricordava, deve sempre
portare agli operatori della scuola, perché è la passione che deve ogni operatore assicurare sapendo che
ha una responsabilità, che è quella proprio della crescita dei giovani. Per la mia esperienza, devo dire
che chi vi parla nel tempo ha avuto l’opportunità di collaborare con le istituzioni sia in relazione
all’applicazione della legge Bassanini sull’autonomia, sia in relazione al lavoro sulla legge 30 di
Berlinguer De Mauro, e oggi con la concretizzazione della legge Moratti.
Perché dico questo? Dico questo perché io ho la convinzione, dalla mia esperienza personale, che
questo tema si deve cercare di affrontarlo indipendentemente, anche se, come giustamente ha ricordato
Giorgio Franchi prima, è difficile che uno riesca a togliersi le sue idee. Se è qui e parla, le sue idee le
propone e le sue idee hanno comunque una radice e una connotazione eventualmente politica, ma
cercare di lasciarle da parte, avendo come punto di riferimento fondamentale la costruzione di un
modello educativo che sappia dare le giuste risposte alle attese educative e formative dei nostri giovani.
Io penso che questo possa essere fatto solo se si avrà veramente il coraggio di non usare la scuola come
uno strumento di battaglia politica, ma di avere il coraggio di costruire un modello e una scuola che
sappia dare delle risposte adeguate.
Penso che è in questo senso che debba essere affrontata la lettura, almeno quello che ho cercato di fare
io, della legge 53. Come tutte le riforme, sicuramente è una riforma perfettibile, e mi chiedo quale
riforma non sia perfettibile. Se andassimo di fronte ad un discorso di carattere politico dovremmo dire:
torniamo indietro di quattro o cinque anni, affrontiamo la legge 30 e andiamo anche lì a trovare come
era perfettibile. Ma non mi metto su questo piano, perché sarei in contraddizione con quanto ho
affermato un attimo fa.
Io penso che la ricerca debba essere fatta sul fatto di dire: ci sono in questa legge dei principi ispiratori
che sono significativi? Ci sono delle scelte tecniche che sono orientate ad un ammodernamento per la
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scuola e per una didattica che sappia dare più risposte ai nostri giovani? Io mi sono posto un piccolo
elenco, non è esaustivo sicuramente, perché altrimenti dovremmo fare un’analisi tecnica, poi se il
Consiglio lo riterrà opportuno sono anche disposto a predisporre una mia analisi tecnica più
approfondita da lasciare agli atti.
Quando mi pongo il problema di dire: inserire obiettivi come? Inserire, come è già stato ricordato, nel
sistema a pieno titolo la scuola dell’infanzia, cosa che non era mai avvenuta, la crescita della persona,
l’educazione, la continuità nella distinzione tra scuola elementare e scuola secondaria di primo grado,
innalzamento dei livelli culturali, la modernizzazione della didattica, la riduzione della dispersione
scolastica, la rivalutazione della cultura del lavoro, la pari dignità dei percorsi liceali con quelli di
istruzione e formazione professionale, la professionalizzazione dei docenti, mi chiedo: questi sono
obiettivi e principi che possono o non possono essere condivisi, indipendentemente dall’appartenenza
politica?
Io ritengo che su questi principi condivisi si possa mettere una piattaforma di confronto civile e serio,
sfrondato da ideologie e da strumentalizzazioni. Se così si fa, si costruirà la scuola, se così non si fa e si
continuerà ad utilizzare la scuola come strumento di battaglia politica, penso che si andrà soltanto in
fronte a scontri e non ad incontri.
Ritengo inoltre che un approccio corretto debba tenere conto di alcune distinzioni fondamentali. Io ne
ho distinte tre, per semplificazione: merito, metodo e istituzionale. Parto dall’istituzionale, visto che il
tempo corre. Chi governerà la scuola? Io penso che un elemento inquinante, in questo momento la
costruzione del modello, è il fatto di chiedersi chi gestirà i diversi settori della scuola.
Siccome abbiamo un Titolo V approvato nella precedente legislatura, approvato con un referendum
che… essere portato a regime, sarà portare a regime quel Titolo V che determinerà le competenze e le
funzioni delle Regioni, degli enti locali, dello Stato, in funzione della gestione della scuola. Io di questo
sono convinto, perché se togliamo questo inquinamento di chi gestisce le cose, ma ci preoccupiamo
della costruzione di un modello, io penso che forse qualche risultato lo si potrà ottenere.
Il tempo vola, sono già sei minuti, io pongo allora tre o quattro questioni che dal mio punto di vista
possono essere messe come aspetti rimarcanti. Ad esempio il portfolio, io vedo al di là delle questioni
burocratiche, se il portfolio è fatto in maniera snella, ho visto personalmente nelle scuole che ho
visitato e nella realtà in cui vivo un forte coinvolgimento delle famiglie nel loro apporto per la
costruzione di modelli per la crescita dei propri figli.
Questo io lo vedo un fatto estremamente positivo. Poi, se il portfolio diventa un pacco di carte così e
viene visto soltanto da un punto di vista burocratico, negativo è e negativo rimarrà, ma è uno strumento
che, se ben utilizzato, può dare veramente quel la di coinvolgimento delle famiglie che non è un
obiettivo negativo.
Secondo aspetto, autonomia. Io personalmente sono uno che ha lottato contro i curricoli da 36 ore,
perché ho sempre considerato che i ragazzi fossero messi in condizioni di difficoltà ad affrontare una
scuola di 36 ore, più i compiti, come si usa dire in termine tecnico, di lavoro domestico fatto a casa.
Ma, se guardiamo da questo punto di vista anche l’ultima proposta della secondaria superiore, e se non
dimentichiamo il fatto che il decreto ministeriale 275 e susseguente 234 non è stato abolito, il dire che
io abbia delle materie opzionali obbligatorie, più un 15% da applicare, se voglio applicarlo
correttamente nella creatività di un collegio docenti, mi permette, se voglio, di avere uno spazio di
autonomia maggiore.
Non dimentichiamo che nell’ultimo atto della precedente legislatura, il Governo aveva addirittura
proposto fino al 40% di autonomia nei curricoli scolastici. Però bisogna avere il coraggio di applicarlo.
Se anche qui i numeri forse danno fastidio, andata a vedere i dati ministeriali, i collegi docenti che
hanno correttamente applicato il 15% dell’autonomia, modificando i curriculi, sono un numero esiguo,
perché è chiaro che questo va ad intaccare alcune questioni di carattere burocratico sindacale,
spostando eventualmente cattedre, di cui nessuno vuole prendersi la responsabilità. Forse occorrerà
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trovare una soluzione a questo problema, perché se l’autonomia va applicata, va applicata fino in
fondo, dando la possibilità di creatività ai docenti. E ritengo che questo spazio sia aumentato.
Sistema della formazione e istruzione professionale. C’è una discussione su questo, è la grossa
scommessa, io penso due cose. Uno, siamo partiti male, il decreto del 17 gennaio non è piaciuto a
nessuno, questo lo dobbiamo dire per correttezza di informazione. E’ stato corretto, qui è stato riportato
un dato della Confindustria del 2004, leggiamo quello di dieci giorni fa dove la Confindustria non ha
fatto altro che dire che la strada intrapresa e percorsa è la soluzione finale, è comunque in ordine ad una
maggiore professionalizzazione che era la richiesta che veniva fatta per non distruggere l’istruzione
tecnica.
Questo è un dato da tenere presente, quindi siamo orientati verso uno spostamento, di andare a
considerare i licei tecnologici come una rivalutazione degli istituti tecnici e su questa strada, se
lavoriamo bene, possiamo utilizzarla per far sì che l’istruzione tecnica nel nostro Paese non solo venga
non annullata ma addirittura riqualificata.
Ultimo intervento che faccio, attenzione, iscrizioni. Scusate, se vogliamo essere oggettivi, non
possiamo dire che la riduzione, come ha ricordato Giorgio Franchi, delle iscrizioni ai tecnici sia un dato
legato alla riforma, che non è nemmeno stata ancora applicata. Andrà in vigore dal 2006, come
possiamo dire che oggi la riforma ha la colpa di una riduzione di una licealizzazione? E’ il dato attuale.
Io sono convinto che è l’incertezza che crea questo problema, non tanto la soluzione. La famiglia ha
bisogno di certezze per poter decidere, e oggi questa certezza non c’è. Tenete presente un fatto, che un
funzionario di questa Amministrazione Provinciale ha detto, non più tardi di 10 giorni fa, in un
convegno della Margherita fatto in Consiglio regionale, dove la forte richiesta di studenti che vogliono
la sperimentazione triennale, che non riesce nemmeno ad esaurire le richieste, e il sondaggio fatto, dà
una cosa di cui dobbiamo da operatori tenere conto. Gli studenti si iscrivono lì perché vogliono una
scuola fatta in maniera diversa, non vogliono una scuola fatta in maniera uguale per tutti, e questo è un
dato che dobbiamo tenere presente. Una soluzione che può dare il campus.
Il campus è chiaro che andrà fatto, costruito, studiato, organizzato, amministrativamente messo a posto,
ma l’idea è di dare uno strumento organizzativo scolastico che abbia una pluralità di offerte formative
fino all’alta formazione professionale in senso continuativo. Questo è un dato positivo che ha anche
esperienze in altre Paesi, che noi non dobbiamo perdere come occasione per dare una risposta reale e
concreta ai nostri giovani.”
Nel frattempo è entrato in aula il Consigliere Mauri. (Presenti 38)
Presidente del Consiglio: “Ringrazio il Professor Pasolini, e capite che evidentemente io insisto sugli
otto minuti, ma sarebbe assurdo se togliessi la parola all’ottavo minuto e un milionesimo di secondo,
perché c’è un ragionamento da concludere. Do la parola a Stefano Piccinini, Coordinamento genitori e
insegnanti. Lo invito al tavolo, si prepari Patrizia Quartieri della Rete Scuole.”
Stefano Piccinini (Coordinamento genitori e insegnanti): “Mi autolimito a quattro minuti, perché so che
c’è stato un leggero qui-pro-quo, non voglio togliere parola ad un amministratore locale, a un
Assessore alla pubblica istruzione che non era iscritto nell’elenco. Quindi quattro minuti per me e
quattro per l’Assessore Berardi.”
Presidente del Consiglio: “Va bene, d’accordo, se sta nei 4 minuti possiamo recuperare anche la
posizione dell’Assessore.”
Stefano Piccinini (Coordinamento genitori e insegnanti): “Ringrazio non formalmente la Provincia
perché oggi ci invita e ci ascolta, so, perché sono presidente di un consiglio di circolo, che a volte le
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assemblee che organizziamo per un singolo plesso vedono più pubblico, più numero di quanto non ci
sia oggi qui, nonostante credo che sia un numero notevole rispetto alla norma dei Consigli provinciali,
a significare che la scuola è un tema che riguarda tutti, sempre, e che non credo possa essere letto dietro
la logica dello schieramento politico.
Il nostro coordinamento viene dalla marcia dei 40.000 che nel febbraio 2004… No, assolutamente,
quelli di Piazza Duomo del febbraio 2004 che, di fronte alla pubblicazione della legge dissero: c’è
qualcosa che non va. Vogliamo pensare che quei 40.000 fossero ideologicamente schierati? Possiamo
tranquillamente farlo, è possibile, ma io da Presidente del Consiglio di circolo, di un piccolo Consiglio
di circolo che governa mille studenti, vi dico: credetemi, non è così. Non ci sono etichette politiche
dietro la preoccupazione di un genitore che vede una riforma che è un salto indietro. ….
Faccio il mio intervento fino in fondo, nel senso che se la mette sul piano della storia di questo Paese, a
me piace ricordare che un cattolico democratico nel 1961, si chiamava Amintore Fanfani, prese tutta la
paccottiglia che era costituita dalle scuole di avviamento professionale e disse: da 11 a 14 anni tutti
vanno a fare la scuola media inferiore. E’ storia di questo Paese che furono creati programmi
obbligatori per tutti uguali in quella fascia di età, in cui per esempio si insegnava, pensate, a chi doveva
aprire un’impresa edile, la fotosintesi clorofilliana.
Nel 1961 forse questa cosa non fu capita, però in 45 anni ha dimostrato che per esempio in Provincia di
Milano, con una buona scuola media inferiore si producono un terzo dei brevetti – è un dato pubblicato
dalla Provincia – che si producono in questo Paese.
Una buona scuola secondaria inferiore, una buona scuola tecnica. Io non credo che i brevetti vengano
dai licei, da gente che ha studiato nei licei, io ho fatto il liceo ma so che chi studia all’Itis fa matematica
molto meglio di chi lo fece a suo tempo nel liceo scientifico. Perché dobbiamo perdere questo tipo di
tradizione e di risultato concreto, per fare un salto che, a legge letta da tutti, a dati concreti, è un salto
indietro. Nelle scuole elementari si insegna, da quest’anno, un’ora in meno di inglese. I cinesi educano
un milione di ingegneri all’anno ma insegnano l’inglese da quando hanno tre anni, perché hanno capito
ovviamente che se tu introduci una lingua straniera molto presto risolvi i problemi di integrazione
linguistica globalizzante.
Al di là di questo, i miei quattro minuti sono già passati, io vi chiedo, come Consiglieri provinciali, di
dare ascolto ad una preoccupazione forte, che non è, ripeto, una preoccupazione ideologica. La
percezione che abbiamo noi come genitori è che in questa fase la scuola venga vuotata di risorse. I costi
dell’ignoranza sociale sono tradizionalmente costi infinitamente superiori ai costi dell’istruzione. Noi
abbiamo una grande tradizione di integrazione di bambini diversamente abili nelle scuole. La
percezione nostra, sul territorio della vostra Provincia, della nostra Provincia, è che attualmente si
stiano riducendo le qualità e soprattutto la quantità delle risorse all’aiuto.
E’ solo un esempio, perché vi porto, e concludo veramente, una preoccupazione di una mamma che due
mesi fa mi ha fermato al di fuori del Consiglio di circolo e mi ha detto: per mio figlio mi è stato
consigliato di fermarlo alla scuola dell’infanzia un anno in più, perché mi è stato detto che se gli
accostiamo un insegnante di sostegno per una ventina di ore alla settimana riusciamo ad ottenere
risultati che non riusciremo ad ottenere se andasse con i propri coetanei. Il bambino è cosciente di
questo, la famiglia è cosciente di questo, il risultato è che delle venti ore richieste dall’équipe socio
pedagogico e psichiatrica, ne sono state erogate soltanto otto. Noi riteniamo, come Consiglieri eletti
dalle persone, che possiamo continuare a non dare risposta a questi bisogni. Sono bisogni che davvero
ci costano troppo? Chiediamocelo, perché io come cittadino, parlando di scuola e dimenticando ogni
ideologia, credo che su questa mia domanda la risposta nel cuore di ognuno sia sempre la solita.”
Presidente del Consiglio: “Do la parola a Patrizia Quartieri, della Rete Scuole, si prepari Alfia Nicotra
della Segreteria generale CGIL scuola Milano.”
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Patrizia Quartieri (Rete Scuole): “Intanto un grazie anche da parte mia all’istituzione che ascolta la
scuola. Ci spiace che l’ascolti il 30 di giugno, quando le scuole in gran parte sono chiuse, tuttavia le
persone che sono qui stanno a testimoniare quanto la scuola ci stia a cuore. Una domanda di fondo,
prima di entrare nel merito, è quella di domandarci quando stia a cuore davvero la scuola
all’Amministrazione, all’istituzione tutta, se è davvero ritenuto un tema fondamentale, strategico. Per
noi di Rete Scuole lo è.
Rete Scuole è un movimento trasversale di insegnanti e di genitori, non partitico, che da due anni si
batte per la difesa della scuola pubblica e per la qualità della scuola pubblica. Con la riforma Moratti
abbiamo assistito ad un arretramento dello Stato rispetto ai suoi compiti istituzionali, lasciando alla
solitudine delle famiglie la scelta del percorso educativo dei propri figli, in una concezione che ci
appare troppo liberista e che penalizza nei fatti gli strumenti di chi non ha la possibilità di scegliere.
Assistiamo ad un impoverimento culturale, economico, che va nella direzione opposta ad una scuola di
qualità per tutti, come invece ci chiede la costituzione. Certo, noi ci rendiamo conto che
un’Amministrazione deve far fronte a tante altre tematiche, e raccordare tutto in un quadro
complessivo, ma se pensiamo ad una politica che abbia il coraggio e la forza di guardare oltre l’oggi e
senta la responsabilità del domani, allora la scuola assume un’importanza strategica, perché un Paese
cresce e si sviluppa se cresce il livello culturale dei suoi cittadini. La conoscenza è una frontiera
strategica per la democrazia.
Ecco perché noi riteniamo che il tema della scuola debba essere considerato prioritario e affrontato con
più forza proprio da chi ci rappresenta. Vogliamo una cittadinanza attiva, pensante, consapevole delle
proprie scelte? Bene, in base a come rispondiamo decidiamo a quale posto mettere la scuola.
Comunque, al di là della chiamata in causa direttamente, per responsabilità istituzionali che afferiscono
alla scuola superiore, alla formazione professionale, noi ci aspettiamo dalla Provincia un
pronunciamento politico e chiaro su questa legge. I nostri ragazzi, io sono anche un genitore oltre che
un insegnante, hanno bisogno di andare a scuola e hanno il diritto di avere una scuola di qualità per
imparare ad apprendere, in un mondo che muta rapidamente le richieste e in cui le competenze
acquisite devono far parte di un bagaglio spendibile in contesti diversi e non puramente finalizzato ad
un lavoro presto obsoleto. Il rischio, l’abbiamo davanti agli occhi, è la marginalizzazione, l’esclusione
precoce, l’analfabetismo di ritorno, la devianza.
Oggi con la legge 53, a nostro avviso, siamo in una logica di smantellamento della scuola, non solo in
termini economici o di risorse ma anche in termini valoriali. Anziché colmare le differenze di partenza
e investire perché i ragazzi restino a scuola, si va nella direzione opposta. E’ già stato detto e non mi
soffermo, questa riforma è passata attraverso una legge delega, quindi senza nessuna discussione in
Parlamento, non è stata terreno di confronto fra chi la scuola la vive tutti i giorni, non è stata terreno di
confronto né tra insegnanti né tanto meno fra i genitori e società civile. Ha ricevuto pareri negativi dal
Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, dall’Anci, da comitati scientifici. Non c’è consenso su
questa legge nemmeno all’interno della stessa maggioranza, eppure è stata imposta.
La scuola d’infanzia, qualcuno prima parlava di generalizzazione della scuola d’infanzia. Benissimo,
però se andiamo a vedere, a leggere la legge, ci accorgiamo che i tempi ad esempio per la scuola
d’infanzia, la fascia di frequenza per i bambini è talmente differenziata da farla tornare ad un nido, a
fargli perdere dignità di scuola, perché una scuola si può fare se c’è comunque un progetto didattico
educativo che prevede dei tempi scuola necessari perché questo avvenga. Invece sta tornando ad essere
un parcheggio.
La scuola d’infanzia è la scuola all’occhiello della scuola italiana, è stata invidiata a livello europeo, e
invece è un passo indietro questo. Anziché rendere obbligatorio l’ultimo anno della scuola d’infanzia
come veniva chiesto, perché è un anno propedeutico, è un anno integrativo, è un anno importante di
raccordo con la scuola elementare, no, si è introdotto l’anticipo. Bambini che a cinque anni e mezzo
possono andare alla scuola elementare, con bambini di sette anni, con un divario di età di ben venti
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mesi, e chi ha figli piccoli sa benissimo in venti mesi a quell’età che differenze ci sono. Che bisogno
c’era? Si è risposto davvero ai bisogni dei bambini? Perché un interrogativo di fondo è questo: questa
riforma va incontro ai bisogni dei bambini? A quali bisogni va incontro? Chiediamocelo! Non va
incontro ai bisogni dei bambini. I bambini hanno bisogno forse di più tempi, di tempi distesi, come per
il tempo pieno. Noi chiediamo ad esempio alla Provincia che risponda sull’abrogazione del tempo
pieno. E’ stato detto prima dal Dott. Dutto che Milano e Provincia ha una frequenza del 80% del tempo
pieno. Vuole dire che questa richiesta di scuola è voluta dalla maggior parte delle famiglie, che non
sono famiglie di destra o di sinistra, del centro o della periferia, è un’esigenza di questa realtà
metropolitana, che non offre altre alternative ai bambini, ai ragazzi.
E’ quindi più che mai indispensabile mantenerla, oltretutto il progetto di tempo pieno che è nato
trent’anni fa come risposta ad un’esigenza della popolazione, si è qualificato nel tempo come un
modello pedagogico alto. Certo, forse qualcuno potrà dirmi che è un modello costoso, se ragioniamo
solo in termini di risparmio economico, ma se ragioniamo in termini di investimento non lo è affatto.
La scelta di due insegnanti che accompagnano la crescita di un gruppo classe per cinque anni,
mettendosi in discussione, organizzando, programmando, confrontando, verificando, lavorando in
team, secondo me è stato quel valore aggiunto che ha reso il tempo pieno una scuola di qualità e una
scuola richiesta. Questa abrogazione tout court ha proprio il sapore di un’ottica breve, di uno sguardo
piccolo, oscurantista. Per non parlare della scuola superiore, di cui forse si è già accennato e parleranno
ulteriormente. Solo per dire questo è l’unico Paese che abbassa l’obbligo scolastico, che obbliga un
ragazzino a tredici anni a dover scegliere.
Poi, all’uscita del primo decreto, prima qualcuno diceva si è scesi in piazza in 40.000, sì perché ci si è
accorti che le famose tre “i” tanto propagandate non avevano nessuna sostanza dietro, perché l’inglese
diminuisce, perché con la finanziaria del 2005 dal prossimo anno probabilmente non avremo neanche
più gli specialisti di lingua inglese. Gli specialisti verranno inseriti nelle classi e la lingua inglese chi la
insegnerà ai nostri bambini? Le insegnanti come me, che non hanno mai fatto inglese e che con magari
cinquanta ore on-line impareranno l’inglese e impareranno pure a insegnarlo, ma così si risparmia. Così
si qualifica la scuola pubblica, così si va in Europa secondo voi?
Ancora una cosa, abbiamo detto che questa riforma non risponde ai bisogni, io lavoro nella scuola e mi
confronto con altri colleghi. Il quadro che emerge dalle nostre scuole non è esattamente quello che ci
raccontava il Dott. Dutto, che penso dia dati veritieri, perché chiaramente riportano una media, ma noi
ci accorgiamo che abbiamo meno scuole, meno classi ma più numerose, meno insegnanti, meno tempo
scuola, meno insegnanti di sostegno, meno risorse finanziarie, nessuno stanziamento in due anni per le
nuove tecnologie, la famosa “i” di informatica. Manutenzione, chiedete ai Comuni, meno soldi, meno
fondi per le supplenze, più precariato. Allora, che cos’è? Solo un risparmio economico questa riforma?
No, quello di cui siamo preoccupati ancora di più è che questa va a toccare i valori della costituzione,
perché non dà più garanzie a chi ha meno di avere le opportunità necessarie per avere una formazione e
un diritto alla cittadinanza come tutti gli altri. Sono discorsi di fondo, non sono discorsi massimalisti,
sono discorsi che qualificano uno Stato nelle scelte di fondo che fa.
Noi vogliamo l’abrogazione di questa legge, noi vogliamo l’abrogazione di tutti i decreti che sono stati
emanati, ma non per fermarci a questo. Noi crediamo che la scuola vada rinnovata, ma entro tre
presupposti di fondo. La scuola italiana, per fare una vera riforma ha bisogno di risorse, non
illudiamoci che si possano fare riforme senza risorse. La scuola italiana ha bisogno di un progetto
culturale coerente con la funzione che la scuola deve svolgere nella realtà di oggi, per creare condizioni
di uguaglianza e di giustizia sociale. E una riforma deve parlare a tutti i cittadini, perciò deve partire dal
basso, deve essere condivisa dalla stragrande maggioranza dei suoi cittadini, non deve essere imposta.
E’ vero, come qualcuno prima accennava, credo il Dottor Barzaghi, stiamo studiando per costruire una
bozza di legge popolare, non perché vogliamo essere dei legislatori, noi non lo siamo, ma sentiamo la
responsabilità di indicare una strada. A voi la scelta di farla insieme.
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Fra pochi mesi inizierà una nuova campagna elettorale, verificheremo quanto ai politici sta a cuore
davvero la scuola di tutti e per tutti, dallo spazio che daranno alla scuola nella loro campagna elettorale,
dagli impegni che saranno disposti ad assumersi, sulla base di queste richieste. E’ in gioco il nostro
futuro e soprattutto dei nostri figli. saremo vigili e non ci lasceremo incantare.”
Nel frattempo è uscita dall’aula l’Assessore Benelli, mentre è entrato l’Assessore Matteucci.
Presidente del Consiglio: “I Consiglieri capiranno che non posso fisicamente impedire gli applausi, mi
spiace. Do la parola ad Alfia Nicotra, si prepari Roberto Rivolta e, successivamente, Gregoria
Cannarozzo. Do la parola ad Alfia Nicotra, la raccomandazione è sempre possibilmente otto minuti,
prego.”
Alfia Nicotra (Segretaria generale CGIL scuola Milano): “Siccome rappresento circa settemila iscritti,
più il 45% di risultato alle elezioni del RSU su 50.000 addetti della scuola, penso di avere anch’io
diritto ad una rappresentanza. …
Inizio ringraziando il Consiglio provinciale e soprattutto la Giunta per aver permesso questo incontro e
questo confronto sulla scuola, perché segna quello che noi riteniamo debba essere un metodo diffuso,
quando si parla di problemi sostanziali che fanno riferimento ai temi costituzionali e di tutela di tutti i
cittadini di questo Paese, cioè quel metodo del confronto che fa sì che tutti possano partecipare
all’elaborazione di una riforma o di un intervento che riguarda appunto tutti i cittadini di questo Paese e
non una parte o l’altra parte di uno schieramento politico.
Ora, credo che rappresentando non solo i lavoratori della scuola, ma facendo parte di un sindacato
confederale, credo di rappresentare anche tutti i diritti di quei lavoratori che votano per tutti voi, e
quindi i diritti dei loro figli ad avere una scuola di qualità, una scuola che sia il luogo della promozione
sociale e che dia a tutti la speranza e l’opportunità per il futuro, ritengo di dover dire, dopo essere
entrata nel merito della legge, averla studiata, approfondita, perché mi piacerebbe molto che tutti
avessero fatto la stessa cosa e che sapessimo tutti parlare con cognizione di causa, di aver trovato in
questa legge la negazione stessa del diritto alla promozione sociale per tutti i cittadini di questo Paese, a
partire dal fatto che una legge che non dà sostegno economico a se stessa è una legge che è destinata a
fallire in partenza. Due, una legge che non è condivisa da quelli che la devono applicare, perché
attenzione, indipendentemente dai contenuti e dal valore di questa legge, quando una legge deve essere
poi applicata dagli operatori, ci deve essere un alto livello di consapevolezza e condivisione, perché
altrimenti è il fallimento stesso di quella legge.
E’ stato reso noto da indagini dettagliate che questa condivisione non esiste, c’è una resistenza
fortissima da parte degli operatori della scuola e da parte delle famiglie, nei confronti di questa legge,
che rischia già in partenza il fallimento. Poi posso dire, sono anche contenta, ma mi dispiace perché è il
fallimento della scuola pubblica, quella scuola che ha permesso a me e a tutti voi una promozione
sociale che forse non era nelle cose nell’immediato dopoguerra.
Seconda cosa, vorrei dirvi una sigla, tutti hanno fatto riferimento nei loro interventi al CNPI, tutti
hanno fatto riferimenti, nessuno ve l’ha spiegato. Ve lo spiego io. Il Consiglio Nazionale della Pubblica
Istruzione è un organismo elettivo, rappresenta tutte le anime politiche e sindacali presenti nella scuola,
e quando il CNPI che rappresenta tutti, in tutte le sue delibere, quasi sempre all’unanimità, ha bocciato
i contenuti di questa legge, non è una rappresentanza di parte ma è una rappresentanza generale e
quindi ce la dice lunga su cosa ne pensano i tecnici di questa riforma.
Ma andiamo ad alcuni dati, perché vede, Dott. Dutto, i dati dipende da come li diamo, possono essere
dati in modo diverso, possono essere esposti in modo diverso. Andiamo a prendere la finanziaria di tre
anni fa, che si intreccia fortemente con questa riforma, la quale finanziaria di tre anni fa, è scritto,
potete verificarlo, ha tagliato 34.000 posti docenti. Bene quei 34.000 posti tagliati in questi tre anni,
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hanno avuto come ricaduta diretta e immediata, per esempio in provincia di Milano, un taglio di
ottocento progetti che servivano all’integrazione di tutti gli alunni, “tutti” gli alunni in grave difficoltà
di apprendimento, cioè quei ragazzi e quei figli di quei lavoratori che tutte le mattine si alzano, vanno a
lavorare, provvedono alla ricchezza di questo Paese ma che hanno forse bisogno più degli altri di essere
sostenuti. Bene, progetti in meno, azzerati da questo Governo. Abbiamo avuto l’azzeramento di tutte le
possibilità.
Il Dott. Dutto dice: abbiamo un finanziamento per gli alunni stranieri. Traduciamolo, significa che la
scuola può pagare qualcuno per. Ma voi ritenete davvero pensabile che un esterno che passa da lì
provvisoriamente possa intervenire in un progetto di crescita della scuola, oppure si possa pagare un
insegnante che dopo che ha fatto tutte le sue ore, decide di fare qualche ora per l’inserimento degli
alunni stranieri o dei bambini in grave difficoltà di apprendimento.
Quello che ci lascia molto esterrefatti è questa cosa, il tempo pieno è nato in questa Provincia, è nato a
Milano e a Torino. Ora, molti di voi ritengono il federalismo, la cultura territoriale, un dato
fondamentale. Bene, ma per quale motivo un fiore all’occhiello della Provincia di Milano, come è stato
il tempo pieno, che è stato la soluzione di qualità al bisogno di istruzione, per quale motivo non viene
difeso? E’ nato in Provincia di Milano, e se qualcuno ha bisogno che io gli racconti la storia, sono
disponibile in qualsiasi momento. Non adesso, per carità! ….
Non c’è problema. Il secondo punto, così come il tempo pieno, in questa città è nata l’istruzione tecnico
professionale, altro fiore all’occhiello di questa città che viene cancellata banalmente dalla riforma.
Terzo elemento, devo buttare lì delle cose che avrei voluto sviluppare, pazienza, viene introdotta la
sperimentazione. Qualcuno mi deve spiegare per quale motivo l’introduzione della sperimentazione
anziché valorizzare e favorire la formazione professionale, che avrebbe avuto da questa
sperimentazione, ha finito con il portarla ad una tale crisi che tutti i centri di formazione professionale
l’hanno dovuta dichiarare. Per la prima volta, signori, nella storia di questa Regione, i lavoratori della
formazione professionale rischiamo il licenziamento, perché la formazione professionale non viene più
finanziata dalla Regione Lombardia.
Ultima cosa, e parliamo di numeri, generalizzazione della scuola dell’infanzia e introduzione
dell’anticipo a due anni e mezzo. Le liste di attesa che molti Comuni hanno dei bambini di tre anni, ma
è pensabile che si possa parlare di anticipo quando non viene data risposta a chi ha un diritto primario,
avendo compiuto i tre anni? Lo sapete come è stata risolta in parte lo scorso anno l’apertura delle nuove
classi di scuola dell’infanzia, delle pochissime che sono state concesse? Con questo piccolo ricatto,
andatelo a chiedere agli Assessori e ai Sindaci dei Comuni che governa anche il centrodestra: io ti do
un docente e tu ne metti un altro. Nell’anno in cui la finanziaria tagliava i fondi agli enti locali, questo è
un dato oggettivo, verificate.
L’ultima cosa riguarda il precariato. Bene, abbiamo risolto il problema del precariato. In Provincia di
Milano, abbiamo fatto i conti oggi, abbiamo 4.500 posti vacanti del personale ATA. Lo sapete quanti
ne sono stati dati in ruolo per tutta l’Italia per il prossimo anno? Cinquemila, cioè 4.500 posti vacanti li
abbiamo solo a Milano, il prossimo anno verranno immessi in ruolo cinquemila per tutto il territorio
nazionale. Noi il prossimo anno avremo più di duecentomila posti vacanti. Guardate, faccio il mestiere
di chi deve tutelare i lavoratori, per carità, ma faccio il mestiere anche di chi vuole una scuola di qualità
e un turnover spaventoso come negli ultimi anni di precari nella scuola non permetterà mai più di avere
una scuola di qualità, perché 250.000 persone che girano, cos’è Consigliere, un modello post moderno
di comunicazione questo? Grazie. Ringrazio ancora l’Assessore Barzaghi e la Giunta per averci dato
questa possibilità.”
Presidente del Consiglio: “... Scusate, vorrei ricordare che non siamo allo stadio. Per favore, non siamo
allo stadio! Stiamo sentendo opinioni, insisto, i Consiglieri avranno tutto il tempo a disposizione per
esprimere le proprie posizioni. Do la parola a Roberto Rivolta, si prepari Gregoria Cannarozzo.
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Aiutatemi a gestire questo Consiglio con un certo ordine possibilmente. Roberto Rivolta, prego, otto
minuti.”
Roberto Rivolta (Insegnante istituto professionale Marie Curie): “Sono un insegnante del Curie,
l’insegnante di un istituto tecnico di Milano.” ….
Presidente del Consiglio: “Non facciamo commenti sulle persone, per favore. Prego Rivolta. ….
Scusate, se continuiamo così… Scusate, prima cosa chiederei ai Vice Presidenti di darmi una mano, nel
senso che non è facile reggere una situazione così. Pregherei i Vice Presidenti di accomodarsi e darmi
una mano. Dopodiché, se continuiamo così, fra un po’ sarò costretto a dire che faccio sgombrare l’aula,
perché non siamo allo stadio. Abbiamo detto che non doveva essere un’assemblea, io capisco poi che è
quasi inevitabile che ci siano azioni di dissenso e di consenso. Stiamo calmi, così riusciamo a
completare gli interventi ed aprire poi il dibattito. Prego Rivolta, stiamo in silenzio per favore.”
Roberto Rivolta (Insegnante istituto professionale Marie Curie): “Dovrei comunque ringraziarvi per
l’ascolto che ci date, sia Consiglieri di maggioranza che dell’opposizione, se ascolto c’è. Come dicevo,
faccio parte di un gruppo di insegnanti che partecipa al movimento che si è opposto alla controriforma
della Moratti. Questo movimento è anche quello che ha contribuito a modificare questa maggioranza
provinciale. …. Io continuo a parlare, mi spiace che non ascoltiate. E’ ovvio che i componenti di questo
movimento adesso chiedano anche a questo Consiglio provinciale di esprimersi in maniera coerente
con quello che era il programma. Più di quaranta scuole superiori del milanese hanno espresso mozioni
di netta contrarietà alla controriforma Moratti, chiedendone l’abrogazione. In alcune si è arrivati ad
un’occupazione simbolica, al Curie partecipavano anche genitori e studenti, questo a dimostrare
l’ampio fronte di contrarietà.
Intanto sul metodo della riforma, una riforma che è stata definita come epocale, nasce come legge
delega, nelle superiori addirittura si affida la sua stesura ad una commissione di esperti i cui
componenti non sono neanche noti. Vengono proposte diverse bozze, prevale poi l’ultima, approvata il
27 maggio. Il testo dello schema è stato reso noto solo pochi giorni fa, il Ministro licenzia un testo mai
confrontato con nessuno. Con la scuola non si è proceduto a nessun tipo di consultazione. Pochissimi e
vacui gli incontri con i sindacati, misero anche il confronto con le Regioni, il cui coinvolgimento per
quanto attiene al secondo ciclo è determinante, avendo competenze rilevanti. Non a caso, le Regioni
hanno espresso una protesta formale.
Entriamo nel merito delle scelte, tratterò solo di argomenti dei tanti che si dovrebbero trattare a
riguardo della riforma, per quello che riguarda il secondo ciclo, tratto l’argomento della scelta precoce
e il doppio canale. La scelta precoce. Con la riforma lo studente o la studentessa, e la famiglia che sta
dietro, si trova a dover decidere il suo futuro scolastico e quindi come sarà la sua stessa vita, a dodici,
tredici anni. Statisticamente i nuovi nati hanno un’aspettativa di vita di oltre cento anni, chi insegna nel
biennio delle superiori, soprattutto, sa quanto la loro maturazione differisce nel tempo rispetto solo a
ragazzi di pochi anni prima. Una delle ragioni della dispersione scolastica, dell’abbandono e
dell’insuccesso, sta proprio nel fatto che gli studenti hanno necessità di tempi più distesi di
apprendimento. Obbligarli a scegliere a dodici, tredici anni, decidere il loro futuro, equivale a legarli
ancora di più a scelte determinate dallo stato sociale di provenienza. Invece che puntare, ad esempio, su
un biennio unificato unitario, che permette tempi e modi per una scelta consapevole, li si costringe ad
una scelta decisamente precoce, che ovviamente marcherà ancora di più le differenze per stato sociale o
nazionalità, considerando i tanti stranieri che adesso frequentano le nostre scuole. La scelta precoce,
data anche l’offerta del doppio canale, come vedremo, va insomma a distinguere e separare ancor più
per classe sociale, invece che favorire l’integrazione. Va insomma contro quanto auspicato dalla nostra
stessa Costituzione.
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La scelta, il doppio canale. A tutt’oggi, o a tutto ieri, abbiamo la scuola fatta principalmente da licei,
istituti tecnici, istituti professionali statali. La loro durata è di cinque anni, permette l’accesso
all’università, in tutte le aree è previsto un corretto rapporto tra materie tecniche, professionalizzanti e
formativo culturali. A parte poi c’è la formazione professionale regionale, in cui si impara il mestiere,
curato da enti accreditati, aziende, ecc. E’ chiara la differenza. Con la riforma invece abbiamo la
proposta dei due canali, quello dei licei e quello dell’istruzione e formazione professionale a carattere
regionale. Gli istituti professionali statali e una buona parte dei tecnici verrà ricondotta al secondo
canale, azzerando quel patrimonio storico di specializzazioni che specie in Lombardia ha regalato fior
di tecnici. Pensiamo all’esempio del Feltrinelli che è stato uno dei primi istituti tecnici italiani e alle sue
specializzazioni. La popolazione dei tecnici e dei professionali è di circa il 60%, il restante 40% si
distribuisce nei licei. In questo 60% si ritrova una percentuale altissima di studenti provenienti da
famiglie non agiate, per stato sociale e nazionalità. E’ a questo 60% quindi che si rivolge il sistema di
istruzione e formazione. Di fatto a loro viene negata quella possibile emancipazione, crescita culturale
e sociale che invece dovrebbe vederli come soggetti primari. Il loro ruolo è destinato ad essere di forza
lavoro, futuri esecutori lontani dalla popolazione dei licei a cui si dà la prospettiva di proseguire
effettivamente gli studi e divenire la futura classe dirigente.
Questo noi riteniamo sia un progetto abietto che ci riporta indietro negli anni, all’avviamento
professionale. Nello schema si parla di pari dignità tra i due sistemi, con fini comuni, tranne però
affermare che sia l’alternanza scuola lavoro che l’apprendistato fanno parte a pieno titolo del percorso
scolastico e assolvono il fantomatico diritto/dovere. In parole semplici, l’apprendistato e l’alternanza
scuola lavoro diventano scuola a tutti gli effetti. Si parla di possibilità di passaggio dall’uno all’altro
sistema, ben sapendo che il percorso, come già accade, può essere solo a caduta, cioè dal liceo alla
formazione. Lascio perdere il discorso sui campus, in cui di fatto, si creano scuole o classi ghetto,
differenziali, in cui riciclare i ragazzi che non riescono o non sono ritenuti adatti a frequentare i licei.
Mancano indicazioni chiare sulle risorse e sulle modalità di realizzazione di questa riforma. Il problema
ricade anche sulle Regioni e, conseguentemente, sulle Province, specie per quello che riguarda l’aspetto
di edilizia scolastica. Si dice che tutto avrà inizio nell’anno scolastico 2006/2007, ma a dicembre 2005
gli alunni delle medie dovranno ricevere informazioni che le scuole non saranno in grado di dare. Si
verificherà, probabilmente, un ulteriore fuga verso i licei, ma non per scelta consapevole ma solo per il
timore, nella confusione, di fare scelte sbagliate o penalizzanti.
In conclusione, occorre fermare il percorso di questo schema legislativo. Per questo chiediamo una
vostra pronuncia in senso negativo, che chieda l’abrogazione della riforma. Da parte nostra
presenteremo a giorni una nostra bozza di proposta di legge popolare per la riforma della scuola. Il
futuro si costruisce a scuola, con i bambini e gli studenti di oggi. Ci vuole la stessa determinazione che
nel lontano ‘62 portò all’istituzione della scuola media unica, il più grande processo di promozione
sociale realizzato nel nostro Paese per cambiare in meglio. Agiamo oggi in modo da non doverci
vergognare di fronte ai cittadini di domani.”
Nel frattempo è entrato in aula l’Assessore Casati.
Presidente del Consiglio: “Do la parola a Gregoria Cannarozzo, si prepari Antonio Bernasconi.”
Gregoria Cannarozzo (Università di Bergamo): “Grazie per l’invito, grazie per la frequenza delle
persone. Sono stata bene impressionata da come si è svolta la seduta finora, perché è stata piena di vita.
Rispetto a quello che riguarda la riforma, io partirei da un concetto che da più persone è stato ripreso, il
concetto di perfettibilità, anche perché è vero che siamo nella società della conoscenza, ma siamo,
dopo… Popper, nella società dell’incertezza e della verificabilità della conoscenza.
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La riforma. Leggere la riforma secondo uno schema lineare non ci aiuta a comprenderla. Io preciso che
sono una tecnica, quindi non sforo in altri settori. Essa va collocata se vogliamo comprenderla, non
dico amarla o condividerla, capirla e basta, visto che siamo nella società della conoscenza, e quindi poi
discuterla, è ovvio. Essa comunque va collocata nell’orizzonte istituzionale e pedagogico che è stato
disegnato dall’autonomia delle istituzioni scolastiche e dai docenti, tracciato fra la legge Bassanini n.
59 del 1997 e il D.P.R. 275 del 1999, dell’autonomia delle istituzioni scolastiche. L’art. 21 della
Bassanini, in particolare, ci colpisce perché esso ripropone due principi fondamentali:
- la libertà di scelta educativa della famiglia, richiamandosi agli artt. 2, 29 e 30 della Costituzione
italiana;
- l’autonomia delle istituzioni scolastiche, quella che è descritta, esaminata, in uno dei D.P.R. più
disapplicati in assoluto, come è stato detto prima, il D.P.R. 275/99.
Autonomia, ma quale autonomia? Basta leggere l’art. 1, è un’autonomia funzionale. Significa che le
scuole e gli insegnanti non realizzano, ma lo sanno bene, la loro autonomia se non rispondono a quella
che è la richiesta del destinatario dell’offerta formativa. E i destinatari dell’offerta formativa sono,
come tutti sappiamo, i genitori, le famiglie. Cosa sto chiamando in campo? Il piano dell’offerta
formativa, quello che è vero che lo deliberano i collegi dei docenti, ma dovrebbe prevedere una fase di
negoziazione anche con le famiglie, anche perché con la riforma l’opzionale facoltativo e
l’obbligatorio, che peraltro basta leggere gli artt. 4 e 8 sulla flessibilità del D.P.R. 275/99 erano già
presenti, l’orario obbligatorio, le 27 ore per intenderci, e l’opzionale facoltativo, rispondono ad un
criterio preciso. Intanto, già nel D.P.R. 275/99 l’orario era annuale. Annualmente, una volta che
l’opzionale facoltativo è stato scelto, è anch’esso obbligatorio. Che cosa significa? Lo dico anche se
penso che tutti lo sappiano. Obbligatorio garantisce l’equità, sono i livelli essenziali delle prestazioni
del servizio professionale che le scuole sono tenute a dare in base al D.P.R. 275/99. L’opzionale
facoltativo garantisce la libertà di scelta educativa dei genitori.
E’ ovvio che i genitori devono avere voce in capitolo, ma se l’opzionale facoltativo diventa una cosa
aggiuntiva, residuale, insignificante, altro rispetto a quello che è l’obbligatorio, per forza poi arriviamo
alle riduzioni dell’orario, un’ora di inglese nell’obbligatorio, nei livelli essenziali delle prestazioni del
servizio. Ma chi impedisce alle scuole autonome e ai docenti, se questa è l’esigenza, di orientare
l’opzionale facoltativo, ampliando l’inglese? Dipende esclusivamente dall’analisi dei bisogni del
territorio, delle famiglie e dalla realizzazione della offerta formativa. Questo però non è la riforma
Moratti, chiedo scusa, questo è il D.P.R. 275/99, perché c’è un principio basilare nel D.P.R. 275/99, art.
4 e art. 8, che è il principio di flessibilità, quello che ci fa intendere che se l’orario non è presentato in
monoblocco 40 ore, ma è presentato per rispettare il principio del ‘99, la libertà di scelta educativa dei
genitori, in obbligatorio, quindi 27, fino a + 3, fino a + 6, e fino a + 10 o fino a + 7 per il tempo
eventualmente dedicato alla mensa, poiché esso è così raffigurato, si pensa che non ci sia più il tempo
pieno. E’ ovvio che è così…… …. Chiedo scusa, l’ho detto prima. E’ ovvio che è così raffigurato per
dare l’idea della flessibilità. (Chi avesse voglia di conferire con me gli do la posta elettronica e ci
scriviamo, perché sono molto interessata ad avere un confronto e soprattutto un dialogo, insegno
pedagogia interculturale).
L’altro punto è la questione che noi non dobbiamo dimenticare, la riforma del Titolo V della
Costituzione, perché è giustappunto il Titolo V della Costituzione che attribuisce la legislazione
esclusiva alle Regioni della istruzione e formazione professionale. E’ il Titolo V modificato della
Costituzione, la legge 3/2001, art. 117: lo Stato detta solo le norme generali e definisce i livelli
essenziali delle prestazioni. All’art. 188 abbiamo lo strumento per attuare quello che non ci piace, ed è
il principio di sussidiarietà verticale e orizzontale, Comuni, Regioni, Province, città metropolitane e
Stato, è l’ente autonomo più vicino al cittadino a rispondere per primo ai suoi bisogni. Questo ci aiuta a
non confondere la questione degli ordinamenti dello Stato con la questione della gestione
dell’organizzazione che è invece di competenza delle Regioni.
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Vado per punti perché il tempo è poco. Chi vede i bisogni dei bambini? Ho insegnato tantissimi anni
anch’io, li vedono gli insegnanti, è ovvio che non dobbiamo avere questa preoccupazione, perché se gli
insegnanti fanno bene, come fanno, il loro lavoro, i bisogni dei bambini li vedono gli insegnanti. I
bambini sono troppi, ma c’è la possibilità, già dal D.P.R. 275/99, di scomporli in gruppi. La questione
del tutor e del portfolio accenno soltanto perché non voglio aprire questa finestra, è stato detto che non
sono nella legge. Sì che sono nella legge, perché sono nelle indicazioni nazionali e gli allegati al D.Lgs.
59 è vero che sono transitoriamente allegati al D.Lgs. 59 ma sono in atto, quindi è lì che lo troviamo.
La questione del team che non c’è più, c’è l’équipe, cioè non è stato tolto nulla, è ovvio che è équipe,
ma questa è una mia preparazione di studi, l’équipe ha bisogno di un coordinatore. Qualunque testo
teorico sulle dinamiche di gruppo dice che un gruppo di più di tre persone non funziona se non è
coordinato.
Scelta precoce, 13 anni, ma se funzionano gli assunti precedenti del mettere al centro la persona, del
personalizzare i percorsi, perché lo diceva don Milani che non è vero che si fa giustizia dando lo stesso
a situazioni differenti. Quindi, se funziona la questione della personalizzazione dei percorsi, se si mette
al centro la persona, se non si scambiano i fini con i mezzi, le persone con i contenuti, allora questo può
avere un senso. Ho detto se, è ovvio che c’è da lavorarci sopra.
La questione del secondo ciclo, tocco solo un punto, intanto la questione del secondo ciclo non ha due
canali ma due sistemi di pari dignità. Ma la pari dignità non sta nel dividere in due canali, sta
nell’innalzare, come è stato detto bene prima di me, il livello dell’istruzione e formazione
professionale. Come si innalza? Non separando il lavoro dall’istruzione, perché è il lavoro per la
persona e non la persona per il lavoro. Questo è un concetto fondamentale che è stato toccato anche
prima di me. L’alternanza non è un lavoro precoce. Intanto poi non è l’apprendistato, perché quello è
un contratto di lavoro a causa mista, l’alternanza scuola lavoro, nei due sistemi, permette anche agli
studenti dei licei …… …. Non è pagata eh! Chiedo scusa, lo dico perché qualcuno l’ha detto, quindi lo
preciso. Vuole dire che anche nel sistema dei licei gli studenti possono fare degli stage e fare dei
tirocini osservativi, proprio per il discorso che lavoro e istruzione non sono separati e neanche
separabili.
L’ultima questione, dodici anni di diritto dovere d’istruzione e formazione, è un diritto sociale e civile,
ed è di più dell’obbligo scolastico, perché è reciproco, basta leggere il concetto di diritto dovere che è
nell’art. 14 della Costituzione europea. Grazie dell’attenzione.”
Presidente del Consiglio: “Antonio Bernasconi, si prepari Marco Coloretti.”
Antonio Bernasconi (Presidente Associazioni Enti Formazione): “Ringrazio il Presidente, grazie ai
Consiglieri. Gli enti di formazione genericamente espressi in questo modo, altro non sono che gli enti
storici del sistema delle imprese sociali, del sistema dell’associazionismo, del sistema delle
rappresentanze sindacali, degli industriali e dei lavoratori che da trent’anni, da quarant’anni in questa
Regione, soprattutto in questa Regione, stanno realizzando la parte di intervento che il Dott. Franchi, il
primo relatore ha in qualche maniera illustrato. Noi siamo evidentemente una quota assolutamente
marginale rispetto alle problematicità e soprattutto rispetto ai numeri che sono stati messi in gioco sulle
persone che intervengono, sugli interventi che vengono fatti rispetto ai ragazzi in età di obbligo
formativo. Ho sentito settantamila su due milioni e mezzo, e mi pare a questo punto di essere capitato
all’interno di una bagarre che probabilmente è più grande dei numeri che possiamo permetterci di
gestire. In Lombardia, peraltro, di questi settantamila, dodicimila sono i ragazzi in età dell’obbligo che
frequentano, all’interno del sistema finanziato dalla Regione Lombardia, il canale formazione
professionale che ha, negli ultimi anni, assunto la caratteristica di sperimentazione rispetto a quello che
avrebbe potuto o dovuto essere un’ipotesi di riforma che si andava configurando secondo una serie di
ipotesi che poi, con l’andare del tempo, attraverso le tredici bozze di decreti attuativi, per quanto
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riguarda la riforma del sistema secondario, è andata poi connotandosi con attenzione ma anche con
sfumature ed evidenze diverse da quello che sembrava essere espresso dalla 53.
Volevo solo, da questo punto di vista, tentare rapidamente di motivare la ragione per cui la formazione
professionale si trova…… Mi sono dato una ragione perché la formazione professionale si trova
all’interno di questo processo. Storicamente, almeno per quanto riguarda l’esperienza che noi abbiamo
gestito in Lombardia dagli anni ‘70 in poi, essendo il nostro sottosistema un sistema di piccoli numeri,
e peraltro voglio dire di compattezze e peraltro voglio dire assolutamente gestibile attraverso processi
facili, perché le persone impegnate all’interno di questi, i formatori, sono 2.000 all’interno del sistema
del privato sociale, sono 1.500 all’interno del sistema pubblico, quindi quello gestito direttamente oggi
dalle Amministrazioni provinciali, gestito fino a ieri direttamente dalle Regioni. Quindi stiamo
parlando di un numero di formatori, comunque di operatori, che non supera in assoluto le 3.500 unità, e
peraltro interviene, diceva prima Franchi, un processo che non riguarda esclusivamente l’intervento sul
diritto dovere. Dodicimila dicevo, sono i giovani che dal 1° settembre frequenteranno, all’interno dei
nostri centri, i corsi sperimentali.
Su questa sperimentazione la Regione Lombardia ha scelto di investire, attraverso un processo, che poi
è un processo di monitoraggio, di accompagnamento, per verificare quali sono i passaggi che
consentano un’evoluzione anche del sistema della formazione professionale, in direzione di trovare, in
accordo con delle sperimentazioni fatte gomito a gomito con dei colleghi degli istituti tecnici o degli
istituti professionali, delle forme nuove che potessero trovare delle innovazioni che risolvessero o
rispondessero a qualcuno, certamente non tutti, dei problemi che oggi comunque attanagliano il nostro
sistema scolastico.
Noi ci siamo prestati, ci siamo impegnati, non ci tiriamo evidentemente indietro adesso, esattamente
come negli anni ‘70 avevamo in qualche modo dato la nostra disponibilità per sperimentare su piccola
scala, con la possibilità evidentemente tutti quelli che sono poi risultati essere gli errori e gli eccessi di
impostazione progettuale iniziale, quelli che poi sono diventati la partecipazione democratica delle
famiglie, dei docenti, degli allievi, degli studenti, delle parti sociali, alla gestione della scuola negli
organi collegiali.
In Lombardia è nata questa esperienza, esattamente con l’inizio della formazione professionale che,
delegata alle Regioni è stato uno dei primi atti che in Lombardia ha visto un impegno significativo.
Negli anni successivi nella formazione professionale è stato sperimentato, io credo in maniera
significativa, un rapporto altro e diverso con il sistema della produzione, con il sistema imprenditoriale.
Tutti i nostri ragazzi, che in gran parte non erano ragazzi in obbligo formativo, sostanzialmente per
semplificare la tipologia di intervento su cui intervenivamo, che era quella che ci portava ad essere, su
un terzo per quanto riguardava giovani in età dell’obbligo, un terzo lavoratori che necessitavano di
accompagnamenti rispetto ai processi di riconversione, di formazione continua, e un terzo riguardava
giovani fuori dall’età dell’obbligo che, avendo concluso gli studi secondari, avendo concluso in
qualche caso le università, necessitavano di forme di accompagnamento verso il lavoro. Non a caso la
formazione professionale, da sempre, è stata governata dal Ministero del Lavoro e non dal Ministero
dell’Istruzione. Non credo sia causale, perché era uno strumento che doveva favorire le politiche attive
del lavoro e non doveva invece preoccuparsi principalmente di politica educativa.
Un secondo esempio di disponibilità che abbiamo messo in gioco è stato quello di provare su una
diffusione dell’utilizzo del tirocinio formativo, come strumento che complementarizzasse le
conoscenze, le abilità acquisite all’interno della struttura scolastica, ma siamo andati avanti con questo
tipo di approccio, perché proprio le caratteristiche si prestavano, io credo, per misurare con numeri in
qualche maniera monitorabili, la fattibilità di un’ipotesi. L’abbiamo fatto sui primi processi di
formazione continua, in Lombardia il capitolo 908 è un’esperienza che è nata all’interno del sistema di
formazione professionale e si è trovata poi ad essere sviluppata attraverso processi che oggi vedono in
gioco la bilateralità piuttosto che l’intervento diretto del sistema produttivo.
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Rispetto alla sperimentazione che in qualche maniera fa riferimento alla legge Moratti e che è stata
indotta dalla legge Moratti, è certo che la nostra Regione, la Regione dalla quale dipendiamo per
quanto riguarda i finanziamenti, ma per quanto riguarda il riconoscimento dei progetti, ha deciso di
essere uno strumento che, rispetto ad un modello, voleva dare una delle possibilità, delle alternative su
cui misurare un modo diverso, un modo plurale, per dare offerte ai bisogni e alle esigenze delle
persone.
Io credo che l’esperienza che noi abbiamo fatto in questo campo sia un’esperienza ricca, in quanto una
serie di peculiarità, nel senso che la formazione professionale non è scuola per quanto mi riguarda, ma
ha delle peculiarità proprie che la caratterizza, e io credo la rendano, per certi aspetti, complementare e
necessaria per poter offrire alle caratteristiche delle diversità, delle persone che non sono sempre
uguali, dei canali che consentano comunque loro di arrivare a dei risultati comunque diversi da quelli
del fermarsi dopo la bocciatura o dopo la prima ripetizione. Da questo punto di vista, è stata
un’esperienza che io credo positiva, un’esperienza che peraltro, per le scelte fatte, ha esclusivizzato la
tipologia degli interventi rispetto ai quali interveniamo.
In Lombardia l’anno prossimo saranno 800 i corsi che fanno riferimento a questa sperimentazione. In
questi 800 corsi saranno dodicimila i ragazzi che frequenteranno, e comunque sia, in Lombardia, dal 1
settembre, 400 ragazzi dopo la scuola media inizieranno un percorso che sarà quello dei quattro anni
meno uno, e per loro, per la responsabilità che abbiamo, noi crediamo dobbiamo comunque trovare
delle soluzioni che siano quelle di garantire il massimo dei risultati attraverso forme di confronto,
attraverso forme, se è necessario, ma io credo sia necessario, di cooperazione sui territori, come
abbiamo fatto fino a ieri e continueremo a fare da oggi, per poter garantire in qualche maniera
un’evoluzione, non solo uno scontro.
La pluralità di posizioni, per quanto ci riguarda, credo sia una ricchezza, dare delle possibilità differenti
rispetto alle caratteristiche differenti, che non sono solo le diverse abilità ma sono le diverse
caratteristiche delle persone che non possono utilizzare lo stesso strumento, lo stesso canale, per
arrivare a dei risultati che in qualche maniera si assimilano. Vi ringrazio.”
Assume la presidenza dell’adunanza il Vice Presidente del Consiglio Roberto Albetti.
Vice Presidente del Consiglio: “Grazie. Si prepari Marco Coloretti.”
Marco Coloretti (Assessore bilancio e personale Comune di Paderno Dugnano): “Volevo ringraziare
l’intero Consiglio provinciale per l’opportunità data a tutti gli interventi e per aver aperto questa
discussione su un tema così importante. Io mi chiamo Marco Coloretti, e sono attualmente Assessore al
bilancio e al personale del Comune di Paderno Dugnano, non ho la delega alla pubblica istruzione ma
ho partecipato, all’interno dei diversi step che sono stati condotti dal comitato che si è creato e che ha
avuto come conduttore il Signor Piccinini, ho partecipato con altri amministratori a questa discussione
in merito alla riforma Moratti e a quello che significava per l’ente locale la sua applicazione. Parlo al
plurale, perché credo che questo non sia un problema solo del mio Comune, chiaro che porto un punto
di vista che è parziale, che è legato ad una sensibilità politica, ma penso che per quanto riguarda
l’impatto della riforma sugli enti locali credo che ci sia una convergenza che vada oltre l’appartenenza
di forze politiche, ci sia una convergenza se la sleghiamo dall’ideologismo e guardiamo di più invece
nel merito della questione.
Io credo che nella Provincia di Milano, giustamente sia stato detto da più parti, si sia creata nel tempo
una situazione di eccellenza per certi versi. Io credo che l’eccellenza, ad esempio, è una cosa che vada
difesa, non vada smantellata. L’eccellenza se è possibile averla avuta, è anche data dal fatto che una
grossa parte di interventi sono stati proprio condotti e sostenuti dalle politiche degli enti locali. Questo
nella loro storia, non nella loro attualità, nella storia che ha voluto dire cercare di legare il bisogno
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presente sul territorio, con politiche di intervento che ne sostenevano le giuste risposte. Ad esempio, in
un Comune come il mio, di 45.000 abitanti, oggi possiamo dire abbiamo dato una risposta al 100%
degli aventi diritto alla scuola materna. Questo perché è stato possibile? Non solo da un punto di vista
nostro di essere capaci di costruire la scuola materna, e di offrire quindi questo servizio, ma anche di
integrarlo con quello presente storicamente sul territorio e che è di natura diversa da quella pubblica, è
la scuola parificata. Ma nel fare questo, abbiamo cercato di legare, attraverso convenzioni che ci siamo
dati, standard di qualità e abbiamo cercato di legare proprio al tipo di risposta che c’era sul territorio,
abbiamo cercato di tenere insieme una presenza che altrimenti sarebbe stata più difficile da sostenere
con il solo intervento dell’ente locale.
Io credo che quello che ci troviamo di fronte invece sia un problema che non so come risolvere, nel
senso che noi abbiamo davanti dei costi sociali ed economici della riforma che ci impediscono di dare
una risposta, stante oggi i costi che questo prevede e l’impedimento che gli enti locali hanno, dovuto
sia al patto di stabilità sia al taglio dei trasferimenti che avviene in maniera continuata negli ultimi anni.
Io credo, tanto per citare alcuni dati, che ad esempio su qualcosa come il sostegno all’handicap, si sia
fatto molto da parte degli enti locali, anche qualcosa che di competenza loro non era. Ad esempio, il
sostegno scolastico e il trasporto degli alunni disabili nelle scuole superiori non è una competenza
dell’ente locale, sarebbe una competenza della Provincia. In questo, io chiedo a tutti di poter fare una
verifica, non c’è il supporto di questo Consiglio provinciale, ma dirò di più, io non lo chiedo perché
anche questo Consiglio provinciale ha una ragione di rifiuto di una sussidiarietà imposta, dovuta al
fatto che anche qui sono stati mancati dei trasferimenti.
Allora io mi chiedo se è giusto ribadire la necessità di dare una risposta al cittadino, è possibile
continuare in una sterile polemica su riforma o non riforma, quando poi vediamo che nel pratico,
quando cerchiamo cioè di attuarla, laddove il bisogno c’è e laddove è difficile anche spiegare al
cittadino i vari livelli di competenza esistenti, è possibile continuare a supplire quando queste risorse
che sono economiche ma non solo, sono anche di organizzazione, noi possiamo costruire ampliamenti
di scuole materne, possiamo costruire anche una nuova scuola materna, ma non è assolutamente detto,
anzi mi pare di aver capito da autorevoli interventi che ci sono stati precedentemente, che non avremo
mai la copertura di posti data dal personale. E noi non possiamo continuamente rivolgere altrove la
nostra attenzione, ricorrendo a sistemi di lavoro cooperativo piuttosto che di altro tipo, quando poi ci
ritroviamo nella situazione veramente di supplire in toto quella che è una riforma che non si regge da
un punto di vista, ancora prima di tutti gli argomenti portati dagli insegnanti, dai genitori, che non
ripeto, anche da un punto di vista economico.
Io credo che bisognerebbe avere, qualcuno l’ha detto, il coraggio non solamente di dire agli
amministratori in carica che cosa devono fare quando si ritrovano davanti un problema che i propri
cittadini vengono a porre a noi. Voi lo sapete benissimo, perché anche voi venite da Amministrazioni di
tipo locale, comunale, territoriale. Il problema vero adesso è costruire una risposta che dica, ad
esempio, a chi si troverà a fare il Sindaco della città di Milano, se sarà possibile scrivere nel
programma che c’è una risposta ad una legge che praticamente non destina niente da un punto di vista
del supporto per quanto riguarda questi tipi di interventi.
Il mio tempo è scaduto. Io credo che da questo punto di vista noi dobbiamo ridare senso alle parole. Se
diciamo sostegno, se diciamo diritti, se diciamo che vogliamo più istruzione, se diciamo che vogliamo
più scuola, allora noi dobbiamo veramente riempire di contenuto queste parole, altrimenti rischiamo
veramente di fare un grande dibattito sulle parole, ma che non è supportato da niente, quindi rischia di
essere un dibattito vuoto. Grazie.”
Nel frattempo è entrato in aula il Presidente della Provincia Penati. (Presenti 39)
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Vice Presidente del Consiglio: “Grazie. Invitiamo Giuliano Tessera, Presidente del Consorzio di
Formazione professionale di San Donato.”
Giuliano Tessera (Presidente Consorzio di formazione professionale di San Donato): “Non
spaventatevi per il malloppo che ho con me, io consegno alla Presidenza una relazione che è corposa, è
la relazione semestrale che il nostro Consorzio fa, quindi ne facciamo due all’anno e soltanto
visivamente vi renderete conto di quante attività produciamo all’interno del nostro Consorzio. Mi è
stato richiesto di dare una rapida illustrazione di chi siamo e cosa facciamo, visto che poi anche noi ci
occupiamo in parte, in minima parte, di problematiche che sono state ampiamente trattate questa sera.
Io penso che voi sappiate, ma la realtà non è così poi nota, che esistono nella Provincia di Milano
cinque Consorzi di enti locali che gestiscono la formazione professionale e l’educazione permanente.
Erano sei, ma il sesto, il Consorzio del Lodigiano, è passato sotto la Provincia di Lodi.
Sono cose interessanti, sono nati i Consorzi tra il 1979 e il 1981, l’Assessore che mi ha preceduto è di
Paderno e Paderno è la sede di un Consorzio di enti locali, il cui capoluogo è Limbiate e, tanto per
darvi due numeri, considerate che riversano tutto ciò che percepiscono dagli enti partner loro, Provincia
e Regione, su una popolazione che passa il milione di abitanti. Sono solo una cinquantina di Comuni
complessivamente quelli dei Consorzi di enti locali, però pensate l’ironia dei numeri, se si riversa
formazione su una popolazione che supera il milione di abitanti, quanto si percepisce in termini di
contributi non arriva al 2% del finanziamento complessivo regionale in materia di formazione
professionale.
Noi pensiamo di rappresentare la parte pubblica più vicina alle esigenze del territorio, anzi sono molto
contento di vedere tra i Consiglieri presenti quello che fu un mio Presidente, visto che io sono il
Presidente del Consiglio di amministrazione di questo ente, rendo conto all’assemblea dei miei Sindaci.
Io ho quattordici Comuni che costituiscono il Consorzio del Sudest Milano, la cui sede centrale è San
Donato Milanese, e riverso formazione su una popolazione di quasi 140.000 abitanti, unita al Sudovest
si toccano i 130.000 abitanti. Io ritengo 140.000, 150.000 abitanti una porzione non amplissima ma
significativa per poter fare anche un pochino di programmazione per alcune linee di intervento,
comprese quelle della formazione.
Quindi, per capire un po’ la nostra struttura, io ho un mandato che mi è stato affidato dai Sindaci, io
rendo conto all’Assemblea dei Sindaci dell’attività che faccio, dai quali ricevo un controllo, che si
aggiunge ai controlli istituzionali previsti dalla Regione e dalla Provincia stessa. Quindi è una scala di
controlli sull’attività. Chiaramente, essendo un ente pubblico non ha fini di lucro, e tutto ciò che si
percepisce viene riversato totalmente in formazione. Il nome del Consorzio è significativo, si chiama
esattamente: Consorzio per la formazione professionale e l’educazione permanente del sudest Milano.
Voi capite perfettamente che se su formazione professionale tanto si è discusso e si è detto, per il
doppio canale, per la dignità che dovrebbe essere pari, ma io condividevo bene ciò che diceva Franchi
in apertura, ognuno ha la propria dignità. Noi abbiamo cercato, in ventiquattro anni di esistenza, intanto
di diffondere la cultura del lavoro, che ci sembra una cosa molto seria e significativa, di avere un
rapporto costante e continuo con tutte le realtà scolastiche e con tutte le imprese del territorio. E
l’abbiamo fatto prima della riforma Moratti, in tempi molto diversificati, con tutte le ipotesi varie di
riforma che si sono ventilate, abbiamo cercato di essere presenti.
Sulla scuola, visto che è l’oggetto di discussione di oggi, noi abbiamo cercato di rapportarci alla scuola
in maniera corretta, intanto cercando sempre di non sovrapporci. Soprattutto non abbiamo mai voluto
estenderci sul terreno della prima formazione, e lo avremmo potuto fare, proprio per cercare in tal
modo di non impedire possibili riforme della scuola, soprattutto della scuola secondaria, che noi
auspichiamo effettivamente. Ed ecco perché noi, fortunatamente per noi, ci troviamo, voi capite, sul
terreno della prima formazione con alcune iniziative sì, anche sperimentali del triennio, ma
estremamente limitate. Soprattutto, e qui mi possono seguire bene coloro che si occupano di enti e di
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formazione, con un numero estremamente limitato di dipendenti che non creano al Consorzio quei
problemi che hanno i grossi enti storici della formazione professionale regionale nella nostra Regione,
perché sarebbe stato facile estendersi su quel terreno. Per scelta politica meditata, abbiamo scelto di
contenere la prima formazione ma di qualificarla sempre di più.
Ci siamo permessi invece di raccordarci con la scuola, in uscita dopo la secondaria, con i post diploma,
con gli FTS oggi, ecc., ma trovare ogni forma di raccordo sull’orientamento, sull’alternanza studio
lavoro e di fornire alla scuola una serie di elementi che ci erano propri, quelli derivanti dalla cultura del
lavoro. Questo abbiamo cercato di fare, e qui senza vantarci abbiamo trovato un rapporto con la totalità
delle scuole secondarie del territorio, con la quasi totalità delle scuole medie del territorio, e abbiamo
offerto agli enti locali nostri servizi concreti che noi gestiamo, dalle colonie estive, long life learning
per noi è un fatto concreto. Dalla culla, sino ai corsi che facciamo per animatori della terza età, proprio
per Paderno Dugnano li abbiamo fatti questi corsi, toccando le fasce terminali di formazione
professionale per persone che lavorano con persone anziane e cose di questo genere.
Noi pensiamo di avere lavorato correttamente, con questa caratteristica pubblica, senza metterci in
concorrenza con la scuola. Oggi è vero, siamo di fronte anche alla sperimentazione di 4 segmenti di
corsi triennali, anche perché questo lo devo sottolineare, abbiamo avuto una richiesta. Tenete conto che
abbiamo una mortalità scolastica, nelle nostre scuole secondarie, che sono l’onnicomprensivo di San
Donato e le scuole secondarie di Melegnano, altissima a livello di primo biennio. Nell’istituto tecnico
abbiamo il 35-40% di mortalità nel primo anno, e noi storicamente abbiamo raccolto coloro che erano
stati espulsi in qualche modo precocemente dalla scuola secondaria, e lì si innestavano i nostri vecchi
corsi biennali.
Oggi siamo di fronte ad una richiesta che va attentamente meditata, e vi prego di meditarla, perché
abbiamo maturato anche certe esperienze interessanti, non concorrenziali ma di reciproca
collaborazione anche con la scuola pubblica, con la scuola secondaria, con la scuola di Stato, che non è
per noi né concorrente né rivale. Abbiamo maturato esperienze che andrebbero, in un’altra sede,
attentamente meditate. Facendoci visita l’Assessore alla formazione professionale alcuni giorni fa, ci è
stato richiesto di produrre qualcosa di più significativo per far vedere bene la nostra esperienza e noi
stiamo producendo qualcosa anche di visivo, che faccia ben vedere quello che abbiamo fatto. Ma la
cosa dirompente per quanto ci riguarda, è stato l’assorbimento all’interno del Consorzio dell’ex centro
lavoro della Provincia di Milano. Voi sapete che esistevano i centri lavoro, che erano una
sperimentazione voluta dalla Giunta precedente, che poi è finita e si è imboccata un’altra strada sul
versante del collocamento e del lavoro, noi il centro lavoro che avevamo sperimentato nel sudest
Milano l’abbiamo inglobato nel Consorzio. Per cui ci ritroviamo nella nostra banca dati con 1.500
aziende, abbiamo prodotto protocolli d’intesa con Assolombarda, CNA, con le organizzazioni
sindacali, con il sistema delle cooperative che ci permettono di avere a disposizione le aziende per
realizzare concretamente gli stage, tutto ciò che volete da questo punto di vista, ma non soltanto quello,
poi di pensare, visto che il nostro compito istituzionale è di dare il lavoro, o di ridare il lavoro, ci
permette di intervenire con concretezza e pienezza di possibilità su tutte le situazioni di crisi che vive il
nostro territorio dal punto di vista occupazionale.
Noi siamo intervenuti sulla cassa integrazione della Postalmarket di Peschiera Borromeo, sui novanta
lavoratori della Technicolor, facendo operazioni di formazione e riqualificazione, anche di
riconversione produttiva. Questo è il contributo piccolo, modesto se volete, che ci permette di avere
comunque un solido bilancio, una trasparenza assoluta di bilancio, di essere disponibili per la Provincia
qualora partisse questa agenzia per lo sviluppo. Ci riteniamo, senza retorica, un terminale abbastanza
intelligente sul territorio della Provincia stessa. Purtroppo ci è mancato il partner della Regione.
Finisco con una battuta, noi abbiamo ottenuto nel 1998 la prima certificazione di qualità della Regione
Lombardia, quell’anno avevamo avuto quattordici corsi del fondo sociale europeo. Voi sapete che cosa
sono questi corsi. Noi ottenemmo la certificazione di qualità, un anno di lavoro per ottenerla, primi in
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Lombardia, secondi in tutta Italia. L’Assessore regionale alla formazione professionale venne da noi
invitato, assieme all’Assessore provinciale alla formazione professionale, due Giunte diverse, qui c’era
un centrosinistra, là c’era Bombarda. Venne e disse: finalmente un ente che ha posto i paletti, i
finanziamenti li daremo soltanto a coloro che metteranno questi paletti. Ebbene Signori, noi quell’anno
ottenemmo solo quattro corsi del fondo sociale europeo, dai quattordici corsi che avevamo
precedentemente.
Noi stiamo battendo un record, stiamo battendo il record dei corsi, attenzione noi siamo abbastanza
capaci sul versante della progettazione più che dell’attuazione, stiamo battendo il record e non
riusciamo a dipanare questo groviglio, dei corsi approvati e non finanziati. L’avrete già sentita questa
cosa, per noi è stratosfericamente incredibile, perché non riusciamo a capire come mai, arrivati a noi, al
Consorzio del sudest Milano, mancano i finanziamenti, e non so perché chi prima di me li ha avuti. Io
non sono ancora riuscito a saperlo. Grazie per l’attenzione.”
Vice Presidente del Consiglio: “Grazie. Berardi, Assessore del Comune di Pioltello, 5 minuti di
intervento, grazie.”
Rosario Berardi (Assessore attività educative e sportive Comune di Pioltello): “Signor Presidente della
Provincia, Signor Presidente del Consiglio, Signori Consiglieri, cittadini, grazie per questa opportunità.
Grazie anche alla presenza del Direttore Generale Dutto, il cui ascolto penso possa rivelarsi utile per
quanto verrà detto.
Affrontare il tema della riforma, sia pure limitatamente al segmento che attiene alla scuola secondaria
di primo grado, compito che mi è stato affidato, nell’arco dei pochi minuti concessimi, è sicuramente
impresa veramente ardua, sia dal punto di vista di amministratore pubblico che come docente che sta
vivendo sulle proprie spalle le contraddizioni di una riforma, frutto di ipotesi pensate a tavolino, e
sicuramente pesantemente influenzate da motivi economici. Ci proverò, chiedendo preventivamente
venia per quanto, pur importante, non sarà contemplato in questo mio intervento, che rappresenta una
sintesi del dibattito che si è svolto nel territorio della Martesana fra i colleghi Assessori e Sindaci che in
questo contesto mi pregio rappresentare. Rappresenterò altresì considerazioni che, come accennavo
prima, sono il frutto di confronti, discussioni, sperimentazioni vissute direttamente quale lavoratore
della scuola, che da bravo dipendente ha cercato di attuare nell’anno scolastico appena trascorso le
disposizioni e i modelli organizzativi più o meno condivisi all’interno di un quadro normativo di
dubbia chiarezza.
La prima criticità rilevata si riferisce sicuramente al monte ore obbligatorio che da 990 ora scende a
891 ore, ovvero le famose 27 ore settimanali, contro le 30 del tempo normale e le 36 del tempo
prolungato. A queste il decreto attuativo prevede un monte ore aggiuntivo di 198, sotto forma di attività
facoltative e opzionali per le famiglie, ovvero istruzione a domanda, ma compatibilmente con le risorse
esistenti nell’ambito delle istituzioni. Questo è un passaggio fondamentale.
Come sempre però, il buonsenso ha giocato un ruolo efficace, quasi tutte le istituzioni, in modo
particolare quelle dell’area che mi pregio rappresentare, rispetto ad ipotesi di offerta facoltativa, hanno
invece optato per un’offerta formativa strutturata, evitando la messa in moto di ciò che poteva
rappresentare veramente il mercato della cultura e dell’istruzione. Per offerta strutturata riferita al
tempo normale, intendo un tempo scuola base di 30 ore e costituito dalle 26 previste dal decreto, più 3
ore di attività laboratoriale, anch’esse però rese obbligatorie per le famiglie. A questa, buona parte delle
istituzioni hanno poi aggiunto altre 3 ore per le classi a tempo lungo, ex tempo prolungato, garantendo
così una decorosa offerta formativa e attenuando nel contempo i disagi potenziali delle famiglie.
Ciò è stato possibile quest’anno, e lo sarà probabilmente per i prossimi 2 anni, anche se in misura
minore, in virtù del mantenimento degli organici nella stessa misura dell’anno precedente. Questo
elemento si è rivelato sicuramente fondamentale, ed ha consentito alle scuole di dare attuazione
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all’offerta strutturata come prima esposto, con limitati riflessi negativi. Riflessi che diventeranno
sempre più significativi se non dovessero trovare accoglimento le richieste che da molteplici parti
stanno arrivando sul tavolo del Ministro, e che di seguito tenterò di sintetizzare.
Grazie quindi al buonsenso di coloro che la scuola la fanno, non abbiamo ancora assistito, se non per il
tempo prolungato, alla riduzione generalizzata del tempo scuola che la riforma, che lo si voglia o meno
riconoscere, contempla. Che permangano o meno alcune ore facoltative, non saranno certo queste a
rendere qualificante questa nuova scuola, il ritorno alle materie facoltative, oltre a determinare
confusione gestionale e organizzativa, è certamente destinata a peggiorare complessivamente
l’efficacia del servizio scolastico. E’ quindi a tutti evidente che il quadro orario, così come delineato
dal decreto, non corrisponde neanche alle finalità che hanno spinto l’attuale Governo a disegnare quella
nuova scuola, quella famosa già citata delle 3 “i”.
In questo contesto noi ne analizziamo solamente 2, che interessano la secondaria di primo grado: il
programmato rafforzamento della lingua inglese e dell’informatica. Dei due possiamo per il momento
registrare che l’orario da destinare alla lingua inglese non è assolutamente sufficiente perché gli allievi
escano dal primo ciclo di studi con una preparazione adeguata. Tale preoccupazione ci viene dalle
riflessioni sui risultati conseguiti attualmente, con l’apprendimento di una sola lingua comunitaria, per
di più per 3 ore settimanali. Quanto poi all’informatica, mentre la parte del decreto legislativo che
riporta i contenuti di ciascuna disciplina, tra le altre figura anche quest’ultima, nel quadro orario poi di
tale disciplina non si trova più traccia, si ritrova invece come attività di laboratorio nella circolare
applicativa dello stesso decreto, tanto è vero che tale attività per quest’anno, ove avviata, ha trovato
posto tra le discipline facoltative e opzionali.
Che dire poi della quasi totale cancellazione dell’insegnamento tecnologico, la cui sorte appare ancora
più palese nella proposta di revisione delle classi di abilitazione, proposta fortunatamente sonoramente
bocciata anche dal Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, che prende proprio in
considerazione, quale esempio eclatante di incongruenza, la scelta di mettere insieme, in modo
eterogeneo e senza giustificazioni culturali e professionali, alcune classi di concorso tra le quali quelle
di scienze e di educazione tecnica. L’abbattimento poi di ben 50 ore dell’insegnamento del gruppo
letterario storico geografico non può colmare le carenze dell’apprendimento di tali discipline, oltretutto
segnalate anche da recenti rilevamenti sulle valutazioni degli alunni.
Quali, allora, per farla breve, le modifiche inderogabili al decreto della secondaria di primo grado?
Penso che all’attuale Governo, non potendo da questo pretendere molto, chiediamo da subito e prima
del 5.9.2005, che è la data ultima per rivisitare il decreto, la necessità di riportare l’orario obbligatorio
delle lezioni a un minimo di 30 ore settimanali, per assicurare un’offerta formativa articolata e
contemporaneamente omogenea, che trovi il suo fondamento progettuale e organizzativo nell’istituto
dell’autonomia. Mantenere l’insegnamento dell’educazione tecnica come materia autonoma rispetto
alle scienze, e denominarla “tecnologia ed elementi di informatica”, riconoscendo nel contempo
l’equipollenza per tale insegnamento con l’attuale classe di educazione tecnica, anche al fine di dare
una concreta risposta alla necessità di consentire un proficuo orientamento degli allievi in funzione del
secondo ciclo, che non può non passare anche attraverso le attività disciplinari. Portare da 33 ad almeno
66 le ore per l’insegnamento di tecnologia ed elementi di informatica, assegnare all’insegnamento della
lingua inglese altre 33 ore annue, garantire per coloro che dovessero richiederlo un tempo scuola più
lungo di almeno 3 ore settimanali, slegato però dalla clausola “compatibilmente con le risorse esistenti
nell’ambito dell’istituzione”.
Si tratta di modifiche accoglibilissime, tant’è che sono state in parte già recepite all’ultimo momento
nella tredicesima bozza del decreto legislativo del secondo ciclo, con l’inserimento del capitolo 4 e
degli artt. 23, 24, 25, 26, con il quale viene aumentato il numero delle ore di inglese e resa obbligatoria
l’ora di insegnamento dello strumento musicale nelle scuole con tale indirizzo. Di conseguenza, quando
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entrerà in vigore questo decreto, l’orario complessivo obbligatorio passerà dalle 27 alle 28 ore in tutte
le scuole secondarie di primo grado, e 29 in quelle con indirizzo musicale.
Al futuro Governo invece, speriamo di centrosinistra, chiediamo non la pura e semplice abrogazione
della legge 53, ma un nuovo modo di cancellare la legge Moratti, attraverso la costruzione di una
proposta alternativa che passi attraverso l’abrogazione sì di tutti i decreti attuativi e punti alla
valorizzazione dei modelli didattici, del tempo prolungato e al pieno riconoscimento delle competenze
delle istituzioni scolastiche autonome.
L’autonomia, un termine troppo presto passato in secondo piano, ma che rappresenta l’unica modalità
riformatrice innovativa di questi ultimi anni. E’ l’autonomia infatti la più importante conquista degli
ultimi vent’anni, che ha animato di fatto tutta la sperimentazione, tuttora in atto nelle scuole, e che ha
messo le stesse in rapporto diretto con le comunità locali ed i suoi diversi soggetti. Occorre ripartire da
questa, perfezionando ciò che si era iniziato con il decreto 275/99. L’autonomia rappresenta il vero
unico punto di non ritorno nel cammino riformatore, ma occorre una precisa volontà politica in tal
senso, che sgombri il campo da tutti gli elementi di incertezza, legati alle varie competenze e garantisca
alle scuole le risorse finanziarie occorrenti, al fine di non far ricadere solo sugli enti locali l’onere di
provvedere ad un servizio che viene sempre più richiesto, di qualità crescente. Grazie.”
Vice Presidente del Consiglio: “Sono terminati gli interventi delle persone invitate, che ringraziamo.
Ha la parola il Consigliere Bruschi.”
Riassume la presidenza dell’adunanza il Presidente del Consiglio Ortolina.
Presidente del Consiglio: “Io tra l’altro segnalo che abbiamo, per ora, 6 iscritti a parlare, il tempo
massimo a disposizione è di 15 minuti. 6 persone significa 1 ora e mezza, se tutti parlano per 15 minuti,
poi abbiamo, come sanno i Consiglieri, due ordini del giorno, uno presentato martedì scorso, anche se
per errore è stato consegnato solo stasera, come vedete è protocollato in data di martedì, poi
decideremo come comportarci. Prego Bruschi.”
Consigliere Bruschi: “Cercherò ovviamente di contenermi anch’io anche se, come molti di coloro che
vivono quest’aula, soffro di mal di scuola. Ma il problema di questo mal di scuola, a dire la verità, il
dibattito di questa sera o il dibattito che seguo ormai da alcuni anni sulla legge Moratti, non me lo
risolve. Spiego subito perché. Qui si tende a trascurare un elemento, che è un forte elemento di
continuità fra l’abrogata legge 30 e la nuova legge 53: le mani che hanno costruito questa legge. Le
mani sono pressoché le stesse. Se noi andiamo a verificare le linee guida della legge 30, i ponderosi
documenti che vengono scaricati dai siti internet, e i documenti ahimè scomparsi, ma qualcuno
probabilmente in memoria il computer li ha ancora, della legge 30, noteremmo delle notevolissime
somiglianze. Somiglianze che sono date dal fatto che molte di queste mani, prima di tutto la mano del
Professor Bertagna, sono le stesse. Cosa è cambiato? Sono cambiate due cose.
La prima cosa, un diverso orientamento politico, e questo mi sembra legittimo. Io vorrei ricordare che
nel programma elettorale della Casa delle Libertà l’abrogazione della legge 30 era uno dei punti politici
qualificanti. Il secondo aspetto che è cambiato è il quadro istituzionale di riferimento. Allora noi non
possiamo trascurare il fatto che quando venne fatta la legge 30, non era ancora in vigore la legge di
modifica del Titolo V della Costituzione. La legge di modifica del Titolo V della Costituzione
sostanzialmente ha reso la legge 30 obsoleta e inattuabile, perché la modifica del Titolo V ha dato in
capo alle Regioni parecchi poteri che prima non avevano. Il potere, ad esempio, esclusivo
sull’istruzione e sulla formazione professionale. Io ricordo le prime riunioni, all’indomani
dell’insediamento del nuovo Governo, tra i tecnici della Regione Lombardia, che si era posta subito il
problema di essere comunque capofila di questo processo, i tecnici ministeriali, il Dottor Dutto se lo
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ricorderà sicuramente perché fu coinvolto anche l’Ufficio Scolastico regionale, per capire come poteva
essere separata questa torta, dal punto di vista strettamente istituzionale e come sarebbe stato giusto dal
punto di vista politico separarla.
Fu detto da tutti: occorre un sistema forte di istruzione e formazione professionale, che sia il più
possibile ancorato al territorio. Chi meglio delle Regioni, chi meglio delle autonomie dei singoli istituti,
può andare a garantire questa risposta, che è una risposta forte ad un’esigenza che noi abbiamo? Nel
momento in cui si parla, ad esempio, della sperimentazione scolastica sul settore della formazione e fu
detto: non parteciperà nessuno, pochissimi saranno gli studenti, e in poco più di un mese, perché il
percorso tecnico della proposta di sperimentazione venne compiuto, se non sbaglio, a luglio o ad
agosto, in poco più di un mese vennero completate le graduatorie. Completate da famiglie che
trovavano in questa proposta di sperimentazione la risposta alle loro esigenze.
La legge Moratti, la vituperata legge Moratti, si pone innanzitutto un problema di nuovo quadro
istituzionale, e in qualche misura ha dovuto risolverlo. Poi singoli problemi, singole sbavature pure ci
sono state, in un percorso estremamente complesso, perché è la prima legge scolastica che si è proposta
di ristrutturare l’intero sistema scolastico, non si è limitata, come la legge Bottai del 1940, alla sola
istruzione tecnica. Forse è dalla legge Gentile che non abbiamo più avuto un tentativo forte di questo
genere, che ripeto, dal punto di vista tecnico non ha coinvolto tecnici del centrodestra o del
centrosinistra, ha coinvolto il meglio della pedagogia di questo Paese, a partire dal Professor Bertagna
che era magna pars della commissione Brocca. …Ne ho anche per lei, dopo. Il Professor Bertagna mi
sembra persona stimatissima, penso che nessuno abbia qualcosa da dire, e lei scuote la testa dicendo
che non ha nulla da dire sul Professor Bertagna, uno che ha fatto molto, perché dalla sua penna sono
usciti quei documenti.
Il problema che io mi pongo però è diverso, non mi affascina il dibattito che pure qua ho sentito forte,
sul diverso sistema, sul problema dell’istruzione professionale, della formazione e quant’altro. Mi
affascina un altro tipo di dibattito e di problema sulla scuola, che è il problema della qualità scolastica.
Allora, sulla qualità scolastica, la legge 30, così come la legge Moratti, soprattutto la legge 30, non
c’entra nulla. Sentire poi parlare un sindacalista di qualità scolastica è qualcosa che mi ha prodotto un
certo ribollimento nello stomaco. Io mi ricordo, giovane Consigliere di istituto, avevamo un piccolo
problemino, che portava un nome e cognome di una professoressa di francese che era arrivata in
graduatoria, e cosa succede? Succede che lei faceva gli errori di ortografia in francese alla lavagna, le
studentesse del quinto anno, che avevano la maturità, ovviamente erano in ribellione, e successe
ovviamente... che questa professoressa non venne allontanata. Chi si schierò davanti a parare il petto di
questa professoressa? Il comitato sindacale e il sindacato in pieno perché il diritto del lavoratore va
tutelato sempre, mai però il diritto dello studente.
Il problema che io mi pongo su qualunque legge di riforma della scuola, è il problema della qualità
degli insegnanti. Non c’è legge Moratti, legge 30, norme attuative che possiamo inventarci, che sciolga
questo nodo fondamentale. Finché noi non creeremo da un lato una concorrenza tra le varie scuole,
come c’è in Inghilterra, come c’è in Francia, finché noi non creeremo un sistema di qualificazione del
personale didattico della scuola, che non è il sistema di qualificazione un tanto al chilo, per cui se tu fai
il corso di formazione professionale ti vengono aggiunti € 2, perché di € 2 si tratta, ma è il problema di
liberalizzazione dei contratti dei docenti, è il problema di una trasparenza del sistema scolastico, dove
io genitore so, perché qualcuno me l’ha qualificata, la scuola dove mando mio figlio. Allora il ruolo del
pubblico deve essere quello di aiutare le scuole che sono rimaste indietro. Ma se noi non risolviamo
questo problema, siamo punto e a capo. Punto e a capo dove?
A un certo punto, in questo dibattito mi è sembrato che la scuola italiana fosse la cornucopia, la
meraviglia delle meraviglie. Mi è sembrato che la riforma Moratti/Bertagna, perché io così mi sono
abituato a chiamarla e continuo a chiamarla, fosse la riforma che smantellava una scuola pressoché
perfetta, la scuola dei nostri nonni o dei nostri padri. Ora, io insegno all’università, se su nove studenti
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che interrogo, otto non sanno dirmi quando è scoppiata la seconda guerra mondiale, evidentemente un
problema c’è. Se quando facevo l’assistente di letteratura italiana, mi trovavo nei compiti di italiano gli
errori di ortografia, evidentemente qualche problema c’è. Primo, è un problema che dipende
sicuramente dalla fortissima concorrenza che uno studente oggi ha rispetto alla scuola. Lo studente
oggi ha una pluralità di stimoli, io ho incontrato recentemente una mia vecchia professoressa delle
medie che diceva: mi devo mettere una televisione davanti alla testa, forse mi ascoltano, perché non
riesco a farmi ascoltare. Secondo, c’è un problema di corpo docente. Quando io mi trovo uno studente
che ha fatto il liceo classico e che non sa dirmi quando è scoppiata la seconda guerra mondiale,
evidentemente qualche problema in chi doveva non solo insegnargli, ma fargli imparare, l’abbiamo.
Si ricordava prima Don Milani. Don Milani è una persona che spesso viene citato a sproposito, chi l’ha
citato invece l’ha citato a proposito. Don Milani è stato il libretto rosso, o nero, o verde, o blu, o bianco,
di una generazione di insegnanti che spesso e volentieri ha letto soltanto la quarta di copertina. Ed è
stato responsabile di un abbassamento drammatico... Assessore Spranghetta mi consenta di
continuare... di chi ha drammaticamente abbassato …, di chi ha drammaticamente abbassato…
Spranghetta perché sta sempre dritto come una spranga. Lei Assessore, sta sempre dritto, impettito, e fa
anche gemere le fotocopiatrici con i suoi scritti.
Presidente, io non ho problemi sulle interruzioni dal pubblico, perché ritengo che il tema sia
assolutamente caldo, ho qualche problema invece su altre interruzioni.”
Presidente del Consiglio: “Si prega di non interloquire, e conteniamo anche i termini.”
Consigliere Bruschi: “Il problema della qualità è il problema che Don Milani aveva bene individuato, e
l’aveva bene individuato su due livelli. Primo, occorre dare risposta formativa a tutti. La legge
Bertagna/Moratti cerca di dare una risposta formativa a tutti, a chi vuole fare il percorso dei licei e a chi
vuole fare un percorso di educazione tecnica, garantendo delle passerelle. Secondo, il problema della
qualità. Ci sono pagine, pagine e pagine di Don Milani, dove il problema della qualità del corpo
insegnante era al centro. Questi due elementi noi dobbiamo recuperare. La legge Moratti ci aiuta? Non
lo so, probabilmente è una legge neutra, probabilmente dobbiamo aiutare noi stessi o dobbiamo andare
a sviluppare degli altri interventi che smantellino il castello sindacal burocratico che è stato costruito
sulla scuola italiana, anzi sul cadavere della scuola italiana. E che sia un cadavere ce lo dicono tutte le
classifiche mondiali che ci collocano agli ultimi posti nella preparazione dei nostri studenti. Questi
sono i problemi seri, non il liceo tecnologico distinto dal liceo scientifico, distinto dall’istituto di…, ma
il problema di come facciamo uscire i nostri studenti dalla nostra scuola.”
Nel frattempo è uscito dall’aula il Presidente della Provincia Penati. (Presenti 38)
Consigliere Frassinetti: “Io credo che il dibattito di stasera sia un po’ viziato anche dalla metodologia
con la quale è stata organizzata questa sessione di Consiglio. Nella riunione dei capi Gruppo ci
eravamo immaginati un po’ tutti un altro tipo di dibattito, ma credo che sicuramente da tutte le cose
vadano presi gli aspetti positivi, quindi cerchiamo di capire insieme l’opportunità e anche di cercare di
uscire di qua con qualcosa di costruttivo. So che è difficile, perché è evidente che ci sono delle
posizioni contrapposte, e possiamo stare qua anche due giorni, ma io uscirò di qua pensando che questa
è una buona riforma, e legittimamente i colleghi della maggioranza penseranno invece che questa
riforma è il male assoluto delle disposizioni che questo Governo ha attuato.
Ma credo che ci sia da fare una riflessione più generale, una riflessione che vede questa riforma nascere
e impiantarsi in un quadro di sistema educativo che è stato per più anni modificato in maniera
frammentaria, che ha visto una politica educativa in Italia contraddittoria e che ha sempre visto dei
movimenti di piazza contestare, indipendentemente da chi in quel momento avesse le leve del Governo
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nel Ministero all’istruzione, contestare qualsiasi tipo di riforma. Questo credo in parte sia dovuto a un
aspetto demagogico, insito in chi vuole, in chi vede nella contestazione di una riforma scolastica, uno
degli elementi più facili da smantellare. Ma credo che non sia facile, non vada semplificato così il
discorso.
Credo anche che ci sia una difficoltà nel mettere mano alla riforma del sistema educativo, proprio che
viene da lontano, perché va ad innestarsi, come diceva il collega Bruschi prima, in un sistema di
cambiamento istituzionale, quindi di decentramento, e in una scuola che deve essere un corpo vivo,
perché tale è la scuola. Quindi credo che, mentre in altre materie abbiamo di fronte comunque un
elemento oggettivo più freddo, qui esiste un mondo fatto di famiglie, di docenti, di studenti. Quindi
sicuramente questa premessa è necessaria perché il dibattito sia ampio, perché non si possono risolvere
i problemi della scuola in maniera faziosa, ma bisogna cercare, e così ho fatto anche durante la mia
esperienza da Assessore all’istruzione in questa Provincia, un discorso di continuo confronto con le
istituzioni.
Io faccio un passo indietro, e devo dire che analizzando l’ordine del giorno della maggioranza, mi sono
un po’ stupita che non si faccia riferimento alcuno a quelle che sono le competenze della Provincia,
peraltro così importanti nel mondo dell’istruzione. E che invece qualche parola in più sul ruolo
fondamentale che questo ente locale ha, ed ha sempre di più nel mondo della scuola, andasse speso. Ma
qua tornerò alla fine del discorso.
Brevemente, gli snodi di questa riforma nascono sicuramente da una modalità di approccio ad un
sistema che vede la salvaguardia di una scuola elementare, sono due sistemi differenti, prima si voleva
una scuola elementare con annullamento delle medie inferiori, era un’ipotesi, adesso a mio avviso
giustamente ritorna un ciclo di scuola primaria che vede anche una scuola pedagogica che prevede che
lo studente delle elementari si rapporti con il maestro che viene chiamato tutor, perché si sono
dimenticati una “i”. Io ho sempre detto che ci sono tre “i”, ma la “i” più importante è l’italiano, è stata
dimenticata, ormai si parla solo l’inglese. Questa è una mia puntata polemica che esula dal dibattito di
stasera, comunque credo che sia importante, parlando di istruzione, anche un appello al recupero di
quella che è la nostra lingua, perché usare un termine inglese quando si parla di una riforma scolastica
italiana, quando noi abbiamo delle parole bellissime come maestro, che comunque hanno anche delle
discendenze che vengono dalla nostra tradizione, mi sembra un po’ singolare.
Comunque, parliamo di questo tutor, quindi di un rapporto, a mio avviso indispensabile in un’età
delicata come quella di un bambino che frequenta la scuola primaria. E andando avanti in questo
impianto, vediamo una scuola media inferiore che a mio avviso positivamente diventa una piattaforma
delle superiori, mentre prima a mio avviso era uno smantellamento della scuola media che andava a
completare un ciclo delle elementari. E’ stato invece importante salvaguardare la media inferiore, come
piattaforma delle scuole superiori, e poi nelle scuole superiori la dignità del doppio canale. Qua ci sono
tesi contrapposte, e nei dibattiti c’è sempre chi dice che la pari dignità non potrà mai esserci, io credo
che sia importante comunque già avere concepito un sistema di formazione e un sistema di istruzione
liceale in questi termini. Il fatto della scelta è soggettivo, la scelta a 14 anni, a 13 anni, è prematura.
Io mi chiedo, in una suola superiore dove era previsto un biennio indistinto, dove l’orientamento
avrebbe prevalso sulla preparazione, come si poteva riuscire a portare lo studente, alla fine del percorso
della scuola superiore con una capacità e con una preparazione che lo potessero mettere in condizione
di entrare nel mondo del lavoro. Io sono pienamente convinta che con un orientamento scolastico ben
fondato, non sia assolutamente prematuro per le famiglie scegliere la scuola del proprio figlio a 13
anni.
Questo lo dico con cognizione di causa, perché ritengo che anche l’ampliamento dei licei, come per
esempio il liceo tecnologico. Qua si parla tanto di smantellamento dell’istruzione tecnica, ma io mi
chiedo cosa ha fatto la riforma degli istituti professionali del ‘92, che ha dimezzato le ore di
laboratorio, se era una riforma positiva, mi chiedo che fine facevano i periti che raggiungevano un
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diploma allora. Questa riforma, da un lato fotografa una realtà esistente, dall’altro a mio avviso cerca di
razionalizzarla, e lo fa promovendo gli odierni istituti tecnici industriali già licealizzati di fatto. Il liceo
tecnologico dà l’opportunità di far sì che ci siano delle ore di laboratorio, quindi ci sia un contatto
costante e anche giustamente un’attività di laboratorio intensificata, mantenendo una cultura generale
che comunque è importante.
E’ importante mantenere un contatto con la nostra cultura nazionale, con la nostra cultura generale. Noi
non siamo per la cultura quiz di tipo anglosassone, perché non ci appartiene, non ci appartiene questo
modo di pensare, noi ci dobbiamo rifare ad una paideia che inquieta, una paideia critica, naturalmente
con gli strumenti e i docenti all’altezza dell’insegnamento in questo senso. Ecco perché a mio avviso
questa disparità, questa contestazione per forza della struttura, dei due canali, non mi vede concorde.
Non mi vede concorde perché credo anzi che in un mondo del lavoro così competitivo come quello
attuale, bisogni comunque cercare di mettere in evidenza le qualità, tentando e difendendo comunque la
scuola pubblica, perché credo che ridurre il dibattito a un antagonismo sterile tra scuola privata e scuola
pubblica lasci il tempo che trova.
E’ una logica fuorviante, l’obiettivo deve essere un altro, elevare la qualità del nostro modello
educativo, a prescindere dal tipo di scuola. Parla una persona che ha lottato per stare in una scuola
pubblica, nonostante in quegli anni, vi dico la verità, non fosse facile. Però, quando i miei genitori mi
hanno detto: guarda è meglio che tu vada dalle Orsoline, ho iniziato una specie di sciopero della fame
perché volevo rimanere al liceo Carducci, dove ho finito la mia maturità. Quindi, sicuramente è
importante la valorizzazione della scuola pubblica, ma anche qui vedo soltanto in questo senso molta
demagogia. Io credo quindi che gli aspetti fondanti di questa riforma vadano soprattutto nel senso di un
insieme di inserimento in un quadro istituzionale che cambia, e soprattutto nel cercare di contemperare
quelle che sono le nostre tradizioni di identità nazionale con la ricerca e la valorizzazione delle attività
locali del nostro territorio, senza scadere in un decentramento eccessivo, che non appartiene alla nostra
cultura di scuola.
Termino con un riferimento a quello che è il ruolo della Provincia nell’ambito scolastico, Assessore
Barzaghi. Io spesso e volentieri non sono d’accordo con lei su alcune iniziative di tipo politico, ma
apprezzo comunque per l’edilizia scolastica, il lavoro che ha continuato, perché so le difficoltà che si
trovano in questo campo. Credo però che sia importante potenziare, e nel nostro ordine del giorno che
dopo spiegheremo abbiamo messo proprio l’accento sulla possibilità e l’opportunità dell’ente Provincia
di programmare l’offerta formativa sul territorio. Cerchiamo di riportare questo dibattito, d’accordo sui
temi generali della riforma Moratti, ma cerchiamo di capire che la Provincia ha veramente una grande
opportunità, quella di disegnare la rete scolastica, quella in estrema sintesi di far trovare
un’occupazione agli studenti del nostro territorio, e credo che questo, per dei Consiglieri provinciali,
nonostante i dibattiti generali sui modelli educativi, sia il più grande obiettivo da raggiungere e sia
anche uno dei motivi per cui siamo qui stasera.”
Consigliere Elli: “Qualcuno nel dibattito precedente ha suggerito la partenza di questo mio intervento.
Si è detto: non bisogna fare un dibattito solo sulle parole. Eppure qui ho sentito moltissime parole e
pochissime cifre, eppure sono state citate le cifre, che io adesso voglio riprendere e non sono state
contestate. Quindi io ritengo che tutti quelli che hanno chiacchierato, hanno chiacchierato sul vuoto
perché o hanno dei preconcetti, oppure se sono coerenti e onesti devono contestare le cifre che sono
state distribuite, e vado a citarle.
La scuola da anni da noi è in crisi, che la scuola è in crisi da moltissimi anni non è una novità, credo
che su questo siamo tutti d’accordo, non credo ci sia nessuno che non sia d’accordo su questo assunto
iniziale, tanto è vero che hanno tentato tutti, con disorganici interventi, di fare riforme, l’ultima fallita
per fortuna è stata quella Berlinguer, e purtroppo non si è riusciti a fermarla in università. L’università
adesso ha avuto questo 3 + 2 che moltissimi professori universitari hanno contestato. C’è stata
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un’esplosione di corsi, in Italia, ci sono seimila corsi specialistici circa, l’università oggi ha cinquemila,
seimila corsi specialistici, in Germania sono seicento.
Questo non è efficienza, questo è un disastro immediato e futuro, perché vuol dire che si fanno dei corsi
finti, dei corsi specialistici finti, si sciupano i soldi e poi non ci sono gli investimenti per fare lezioni
serie.
La riforma Berlinguer è stata pesantemente contestata da tutti gli operatori scolastici, ed è stata fermata.
Però, che la scuola vada riformata è ovvio, c’è un fortissimo abbandono scolastico, ci sono costi
eccessivi, c’è una qualità bassa dei nostri studenti, non lo dico io, l’ha dimostrato una recentissima
inchiesta fra studenti delle scuole europee e non, in cui l’Italia si è classificata tra le ultime.
Però il risultato è stato estremamente differenziato, ci sono delle scuole che nelle materie scientifiche si
sono qualificata tra le prime, forse prima e seconda in matematica e fisica, e altre scuole che si sono
classificate in modo pessimo, ma complessivamente il sistema scolastico è risultato pessimo, negativo.
Questo è un dato che deve far riflettere. Perché? Perché ci sono studenti demotivati, insegnanti
demotivati, sottopagati, e poi forse anche abbiamo poche attrezzature. Però, da dove viene questa
profonda demotivazione? Cito i dati che sono stati portati da chi mi ha preceduto, Dutto, che ringrazio
per averli forniti. La numerosità media delle classi di scuola primaria è pari a 19 alunni per classe,
contro un valore medio europeo di 22. Quindi noi abbiamo pochi alunni per classe. Ma quel che è
peggio, allo stesso modo, il dato medio di alunni per ogni insegnante è 10 a fronte di 17, cioè da noi ci
sono il 70% in più, si può leggere anche così, di professori o il 70% di troppo di struttura che costa e
che quindi impedisce, tra l’altro, una rivalutazione ovvia dello stipendio che è penoso, di chi ha in
mano la futura classe del Paese. Futura classe in senso lato, non sto dicendo futura classe dirigente,
perché la cultura è fondamentale per lo sviluppo, ma per lo sviluppo del nostro Paese dovrebbe essere
investita la risorsa migliore, sia in termini economici che in termini morali e intellettuali.
Però così non è, questi due dati dimostrano il tragico gap che affligge l’Italia. Questo perché? Mia
moglie non c’è più, ma ha insegnato per anni e io ricordo le infinite sanatorie che sono state fatte da
tutti, per mettere in ruolo studenti, professori, dequalificati comunque, perché la classe politico aveva
visto la scuola come sfogo alla disoccupazione. Questo ha demotivato tutti.
Si è detto prima che occorre parlare inglese, occorre sapere parlare le lingue, ma bisogna anche
insegnarle le lingue. Per anni, io ricordo benissimo, e voi tutti lo sapete meglio di me, visto che
insegnate, sono stati immessi in ruolo per insegnamenti non consoni persone che non avevano nessuna
educazione, non dico sull’inglese, ma anche sulle materie scientifiche.
Poi magari vi dirò un pochino la mia storia, io ricordo benissimo insegnanti che venivano da sociologia
che hanno insegnato scienze fisiche, oppure gente che ha insegnato inglese e veniva da culture
umanistiche generiche. Questo è un disastro di cui i sindacati e la classe politica precedente, compresa
la signora cui dicevo “ma cosa sta dicendo?” hanno una precisa responsabilità. Non è così che si forma
la classe politica, non è così che si può formare il futuro di un Paese, così lo distrugge. Professori
dequalificati, sottopagati, e quindi ovviamente demotivati. Questo produce un disastro e non è un caso
che i nostri ragazzi sono così demotivati e incolti.
C’è poi, e bisogna avere il coraggio di dirlo, un altro grave motivo: non è obbligatorio che tutti arrivino
all’università. Bisogna decidersi, cari signori, fino a dove l’istruzione è obbligatoria e qual è il livello a
cui devono arrivare i nostri ragazzi. Oggi, se si vuole bocciare, non dico nelle medie (e qui non sono
d’accordo con Dutto che aveva citato, se ricordo bene, come un successo il fatto che molti, moltissimi
sono promossi) noi abbiamo una promozione di circa il 95% alla fine del liceo. Ma questo può essere
letto anche come un qualunquismo, per cui chiunque si iscrive arriva alla fine.
Io ricordo il 26 politico all’università, e poi questo 26 politico dove andava a finire? A insegnare nella
scuola. Tutte queste catene, queste male catene che hanno… Qualcuno si è stupito, il 26 politico era qui
all’università a Milano, alla facoltà di architettura. 26 politico di gruppo, uno si presentava e sette o otto
venivano promossi con il 26. Comunque, tiriamo avanti.
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Io ritengo che la riforma Moratti, che non conosco perfettamente, perché non sono un operatore
scolastico, ma certamente ha il valore di rivalutare per esempio l’insegnamento tecnico. Qualcuno ha
citato prima gli istituti tecnici di un tempo, bene io a suo tempo ho fatto l’istituto tecnico a Monza, e
tanto per dire com’era la preparazione allora, siamo partiti in centocinquanta, dopo il primo anno
c’erano due classi e complessivamente eravamo in cinquanta. Cento erano già saltati, negli Istituti
Tecnici “Hensemberger”. Bene, noi siamo arrivati con una professionalità estremamente elevata, cosa
che non è più da almeno quindici anni. Chi è uscito dall’istituto tecnico, fino all’altro giorno, era
semplicemente un operaio con una qualificazione migliore sicuramente, ma non aveva più niente
dell’istituto tecnico precedente.
Io ritengo che alcuni altri dati vanno dati, e che non sono stati smentiti. Negli ultimi anni scolastici il
numero di studenti diversamente abili è aumentato nella Provincia di Milano da 8.000 a 9.000, gli
insegnanti sono aumentati da 3.000 a 4.000, e così via. Quindi non è vero affatto che c’è stato un
depotenziamento della scuola, ma c’è stato un potenziamento.
E’ chiaro che se noi avessimo il rapporto che abbiamo e un’eccellenza fantastica, saremmo un esempio
da portare. Ma noi abbiamo un pessimo rapporto, nel senso che costiamo moltissimo e produciamo una
qualità scarsissima. Questo dimostra quanto è grave la nostra situazione e non credo che sia possibile,
anche con la riforma Moratti, portarci fuori da questo stato di grave crisi.
Questa è la mia convinzione, io non sono un esperto, ma secondo me la vera riforma sarebbe stata
quella di abolire il titolo di studio, il valore legale del titolo di studio. Sì, era questa la riforma vera,
perché immediatamente tutte le scuole di basso livello sarebbero spazzate via oppure sarebbero
costrette a portare il loro insegnamento ad alto livello. Si cita spesso la ricerca negli USA, in America,
in Russia, da tutte le parti del mondo salvo quella italiana, che si dice essere pessima. Beh, il valore
legale del titolo non c’è negli USA, anzi nelle scuole, e non cito il Giappone perché è un caso estremo
su cui io non concordo, non concordo neanche pienamente con il sistema americano, però tanto per
poggiare il discorso, il sistema americano ha questo criterio: ci si iscrive alle scuole e si ha un
punteggio. A certe università accedono solo quelli che arrivano ad un certo livello di punteggio,
altrimenti no.
Allora, quando io dico di togliere il valore legale al titolo, cari signori sindacati, vuole dire che chi
partecipa ma non studia, ha un attestato di frequenza, chi invece partecipa e studia, ha un suo bel
diplomino, dopo un esame serio, a seconda del punteggio non dell’ultimo esamino, ma dei punteggi che
ha accumulato nel curriculum studio, accede a certe università e non ad altre, perché così diverrebbe
competitivo e premiante il sistema. Non l’ha mica ordinato il dottore che tutti debbano andare
all’università e devono essere “todos caballeros”.
Volevo citare il mio esempio, scusate, io ho fatto l’istituto tecnico e più di dieci anni dopo ho fatto
fisica e, proprio grazie all’istituto tecnico selettivo e duro di allora, studiando alla sera, lavoravo ed ero
sposato, sono uscito con 108 su 110, ma non perché io sono un genio, perché la preparazione era fatta
bene e perché il gruppo di studenti e di professori era molto motivato a portare avanti tutta la classe. ….
Sì, certo, torno a dire altro è partecipare, attestato di frequenza, altro è studiare e avere il diploma o
avere la laurea. Ricordate che dappertutto, e non voglio citare la Russia, la Polonia, i Paesi dell’Est, che
hanno una preparazione buonissima, eccellente, perché gli studenti che sono pagati, giustamente sono
pagati dallo Stato, ma se non rendono vanno a lavorare, perché devono produrre rispetto a quello che lo
Stato paga, e non possono essere lì a scaldare i banchi pensando: “tanto ho il voto politico, esco
comunque con il fogliettino di carta e poi ho diritto a insegnare, magari dequalificando tutta la catena
produttiva”. Non è così che si fanno le riforme, e non è così che si può portare avanti il sistema Italia.
Chiudo leggendo l’intervento che era stato preparato dal mio collega, che ha dovuto andare via, per cui
chiedo qualche minuto in più. Ogni Governo, da decenni, ha affrontato il tema della riforma della
scuola, spesso con scarsi risultati. Sono state presentate in Parlamento molte riforme, ma nessuna che
vedeva la scuola riformata nel suo complesso e nessuna applicata integralmente. Sembra che la scuola
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italiana abbia un gran bisogno di essere aggiornata ma la resistenza al cambiamento da parte della
burocrazia ministeriale e non solo, hanno sempre avuto il sopravvento a discapito di chi dovrebbe
essere protagonista della scuola, cioè la famiglia e gli studenti.
Il rapporto Eurispes, l’ho citato prima, dà che due genitori su tre non sono contenti del livello di
conoscenza attuale. Poi si cita l’OCSE, che ho già citato anche prima. Anche senza ulteriori
approfondimenti si capisce che la cosa non va e quanto sia urgente intervenire.
Va bene, taglio abbastanza dicendo che uno dei punti forti di questa scuola è l’autonomia, che la
devoluzione che sta per essere, speriamo che andrà ad essere definitivamente approvata in Parlamento,
porterà la riforma scolastica come centro di competenza sulle Regioni e quindi le Regioni potranno
impegnarsi direttamente, saltando tutti quei problemi di tipo economico, perché devoluzione non vuole
dire passare le competenze senza passare le risorse. La devoluzione vuole dire passare competenze e
risorse e poi il migliore vincerà. I budget dovranno essere fatti obbligatoriamente e non ripianati a piè
di lista come molte, troppe Regioni, sono abituate a fare oggi.”
Consigliere Accame: “Nel mio intervento odierno, che faccio perché sollecitato da come si è sviluppato
il dibattito in aula, do in un certo senso ragione al capo Gruppo di Rifondazione, l’amico Patta, che
diceva, urlando dall’altra parte della sala, che ne capivo poco di questioni della scuola. In effetti, io lo
ammetto, ne capisco poco perché non è il mio terreno di battaglia e di interesse. Però il dibattito di oggi
mi ha sollecitato a fare alcune considerazioni, perché anch’io sono stato a scuola, anch’io sono figlio di
insegnante, quindi un po’ i problemi della scuola li sentivo fin da piccolo. Poi c’è un’altra coincidenza
che mi ha rievocato tante cose di tempi addietro.
Io oggi ho 38 anni, ma circa 20-22 anni fa, ero stato una volta nella vita in quest’aula, a Palazzo
Isimbardi, a un dibattito in cui si parlava di scuola, poi non sono mai più rientrato in quest’aula in tutta
la mia vita fino a sei anni fa, quando mi hanno eletto Consigliere. Però questa mia prima apparizione a
Palazzo Isimbardi me la ricordo, e trovai, da studente qual ero, da membro del consiglio d’istituto della
mia scuola, una scuola di periferia, dove si faceva molta attività anche di carattere sociale, ecc., trovai
quanto di meno interessante il dibattito dell’epoca sui problemi della riforma della scuola.
Il problema della riforma scolastica è un problema quindi annoso, un problema che si dipana nel tempo
e forse nel corso di tutta la prima e di tutta la seconda Repubblica, perché a parte i proclami, a parte le
grandi dichiarazioni di intenti, a parte tutta una serie di passaggi di Ministri che cambiavano, a volte
ogni dieci, a volte ogni dodici mesi, ecc., nessuno in Italia nel corso della Repubblica ha mai tentato di
mettere mano ad una vera e profonda riforma del sistema. Forse il Ministro Moratti avrebbe goduto di
ottima popolarità nell’ambiente scolastico se avesse fatto come tutti i suoi predecessori.
Io, devo dire la verità, non ho ancora capito cosa i suoi predecessori avessero fatto, probabilmente non
avevano fatto nulla. Ciononostante vi sono alcuni dati. La scuola italiana, purtroppo, io dico purtroppo
perché sono un fervente e convinto assertore dell’italianità e della volontà del sistema e del Paese di
progredire, non è un punto di eccellenza, così come tanti altri, a livello internazionale, a livello europeo
o addirittura è un sistema da considerarsi quasi drammatico se si guardano le esperienze di istruzione
anglosassone. Di istruzione e anche di ricerca.
Questo è un dato di fatto che penso sia incontrovertibile, che né a destra né a sinistra, perché secondo
me quando si toccano i grandi temi etici non bisogna fare politica di parte ma bisogna guardare a quelli
che sono gli interessi nazionali, gli interessi concreti. Vi è da parte quindi di tutti quanti una generale
sfiducia nel sistema istruttivo italiano. Perché vi è una generale sfiducia? Probabilmente perché il
sistema della formazione, dell’istruzione in Italia non ha saputo evolversi così come si sono evolute, ad
esempio, le tecnologie, così come si sono evoluti tanti campi della vita. Io in questo ente mi sono
sempre occupato di ambiente, e devo dire che l’ambiente è un settore dove negli ultimi vent’anni si
sono fatti dei passi da gigante, si sono sviluppate tante cose, si sono sviluppata tante conoscenze, tante
tecnologie, ecc. Nella scuola no. Nella scuola ogni anno ci si lamenta che aumentano i precari, nella
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scuola ogni anno ci si lamenta che non vi è certezza dell’insegnamento, che i percorsi scolastici per i
nostri studenti sono più dequalificati, che un anno c’è il problema della riforma della maturità, per cui il
sistema non va più bene, l’anno dopo la maturità è andata ancora peggio perché le domande e i quesiti
erano su internet prima della loro lettura agli studenti. Insomma, tutto un sistema di polemiche
strutturali che non aiutano e soprattutto non hanno aiutato in passato questo sistema a crescere così
come sono cresciute tante altre branchie del nostro Paese.
Io auspico che tutti quanti, al di là della volontà politica e delle diverse interpretazioni che abbiamo
davanti ai nostri occhi, tutti si voglia lavorare per una evoluzione, ma una evoluzione questa volta
concreta del sistema Paese in questa direzione. Non so se la riforma Moratti porterà degli effetti
salvifici su questo sistema che definirei quasi agonizzante, ma certo è che vi è stato un sensibile e forte
tentativo di apportare delle novità con la riforma dei cicli, con il diverso inquadramento del ruolo di
pubblico e privato, che possono essere interpretati come dei segnali forti, dei segnali di volontà
riformatrice di cui tanto questo settore ha bisogno. Si può dire, probabilmente, che questa volontà
riformatrice non sia sfociata nelle decisioni più concrete, che non porterà a questi benefici che sono
auspicati.
Innanzitutto, come ogni tipo di proposta, come ogni tipo di riforma, bisognerà vederne gli effetti nel
tempo, e gli effetti nel tempo, secondo me si possono giudicare nell’arco di cinque anni, soprattutto in
un settore conservativo e conservatore, e probabilmente anche antiquato e inevoluto come quello della
scuola. Io non vorrei soffermarmi su delle tematiche specifiche, però il ragionamento generale in questa
direzione è che noto da parte di tutta la forza sindacale, la forza burocratica che lavora, che è molto
presente nel mondo della scuola e dell’informazione, una poca volontà a ragionare a 360 gradi, ad
aprirsi, ad aprire un ragionamento comune con le forze politiche di maggioranza e di opposizione, per
far sì che si faccia veramente qualcosa di nuovo e di innovativo, che faccia crescere e riporti il sistema
dell’istruzione italiana al pari almeno degli altri partner europei. Ricordo che quando hanno tentato i
Governi di destra, i Governi di sinistra, in Francia, alcuni tipi di riforme, sia a livello scolastico medio,
sia a livello universitario, tutte le parti politiche contrapposte si sono sempre mobilitate in maniera
molto massiccia per dire: no, non passerà, non si farà nulla, non bisogna cambiare, si cerca di
smobilitare, ecc.
Io non penso che ci sia una voglia di smobilitazione, e ve lo dice uno che è un fermo assertore del ruolo
pubblico della scuola pubblica. Io ho sempre creduto nell’istruzione pubblica, ho sempre frequentato
delle scuole pubbliche, non mi sono mai potuto permettere di andare a quelle private, e credo che il
settore pubblico in questo senso debba essere determinante. Però anche non deve essere miope e non
deve essere incapace di riformare le cose dove, a giudizio di tutti, a giudizio di tutti quanti, le cose non
funzionano.
L’Italia perde ogni anno in competitività, in ricerca, perde i propri cervelli, perde in generale come
sistema Paese. Una delle basi per riformare, per ritornare a far crescere il Paese penso che sia il mondo
della scuola, cioè partire dalla base, riformare i giovani, riformare i programmi, adeguarli al corso del
tempo. Io non penso che la scuola italiana sia mancata di investimenti, non penso che si sia voluto
approntare un sistema di smobilitazione, ma penso che si sia voluto incidere in maniera forte sulla
convinzione che questo sistema si deve e si può riformare.
Il giudizio probabilmente, come ho già detto prima, bisognerà darlo fra qualche tempo, e sarà, ed è
giusto, che invece di fare delle critiche si apportassero delle proposte che possano essere innovative e
che possano andare in direzione di un miglioramento di questa legge. Io, come tutte le leggi che sono
state fatte in Italia, penso che si possa sempre ragionare in termini di miglioramento e di
partecipazione, perché dell’Italia si può dire tutto, Governi di destra, Governi di sinistra, è sempre stato
un Paese partecipato, è sempre stato un Paese dove la partecipazione al dibattito è sempre stata ampia e
democratica, e la serata di questa sera lo dimostra.
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Io lascio una piccola riflessione agli amici del mondo della scuola che sono accorsi qua oggi. Il
dibattito, così come è stato congegnato, è fine a se stesso e lo lascia intravedere quello che è stato
l’interesse del massimo rappresentante in questa istituzione, il Presidente Penati, che è entrato in aula
alle 18.52 e ne uscito poco dopo. Probabilmente Penati si può dire che stesse seguendo dal suo ufficio il
dibattito, come tutti sicuramente era molto, molto interessato alla cosa. Però la verità di fondo è che se
si vogliono portare, e io ritengo Penati una persona efficace nelle sue decisioni e nelle sue scelte, se si
vogliono portare delle novità e dei valori aggiunti, bisogna essere sempre concreti, non pensare solo a
fare una politica di protesta ma anche a fare un ragionamento di proposta.”
Nel frattempo è uscito dall’aula il Consigliere Caputo. (Presenti 37)
Presidente del Consiglio: “Devo fare questa considerazione, e questa comunicazione all’aula. Noi
abbiamo programmato questa seduta soltanto come seduta pomeridiana, e non quindi doppia. Pertanto,
diventa di fatto impossibile proseguire il dibattito e chiuderlo. La proposta, sentite anche le opinioni dei
capi Gruppo, è che noi proseguiamo questa sera ancora per un attimo il dibattito, dando la parola a
Gavazzi e poi ad Arrigoni, dopodiché chiudiamo, rinviamo a giovedì 7, essendo evidente che la seduta
di giovedì 7 incomincia dalla prosecuzione del dibattito sulla riforma scolastica. Do la parola a
Gavazzi, prego.”
Nel frattempo è uscito dall’aula l’Assessore Barzaghi.
Consigliere Gavazzi: “Cercherò di essere breve, perché so che l’amico Arrigoni non potrà essere
presente il 7. Spiace onestamente che quando c’erano gli interventi dei nostri ospiti c’era animazione,
interesse, e tutto, questa la dice lunga quando si invocava un confronto democratico, parliamo e
vediamo quali sono le differenti posizioni. Allora io vi posso dire che le differenti posizioni rimangono
tali come quando siamo entrati, indipendentemente da quello che andrò a dire io o quello che è stato
detto precedentemente, perché quando presenteremo gli ordini del giorno, da quella parte voteranno in
un modo, da questa in un altro modo. Vedete il grande interessamento, inutile dire, della Giunta, c’è
sempre il compagno Casati che è bravissimo, ma c’è lui, c’è l’Assessore… ….
Io amo il contraddittorio fra quelli che non erano qui, perché evidentemente forse lei non si è accorto
che io non mi sono mai alzato dalla poltrona. Mi chiamano “culo di pietra”, sto qui. Allora forse si
doveva rivolgere ad un altro. Io voglio entrare nel merito perché non voglio fare l’intervento da politico
di parte, ma voglio fare l’intervento da nonno. Ho un nipotino, ho sentito tutte le problematiche della
scuola della prima infanzia e devo dire che quello che io chiedo, come tutti i cittadini, è capire cosa non
funziona, capire come dobbiamo orientarci, sia come genitori che come nonno. Ho sentito dire della
difficoltà del tredicenne che deve sapere quale futuro intraprendere. Sono passati i tempi, insomma, io
mi ricordo tredicenne, mi hanno detto: o vai di lì o vai di qui, o a lavorare o a studiare. Grande
percorso! Quindi non creiamo i problemi dove non ci sono.
Però volevo entrare nel merito, e ringrazio anch’io il Dott. Dutto, perché mi ha dato dei dati su cui
riflettere, che sono e potranno essere motivo di discussione. Io faccio anche il Vice Sindaco in un
paese, e di questi dati io ne farò tesoro, perché nel Comune dove faccio il Vice Sindaco evidentemente
sono maggioranza. Lei vedrà che là succederà la stessa cosa che è successa qua, con questi dati potrò
confutare certi modi di presentare una problematica in modo ideologico. Perché l’amico Barzaghi,
Assessore Barzaghi che è uscito, ha fatto una relazione giudicando la legge Moratti: inaffidabilità del
dettato di legge, non riforma ma deforma, la legge 53 è devastante. Come facciamo a partire in questo
modo? Io voglio sapere il perché. Uno mi può dire: studiati la legge. Ma lo voglio sapere da chi opera
nella scuola.
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Però quando si parlava del 26 politico, io ricordo che si iniziava con il 18 politico, erano i miei tempi, il
1969/70, e quando è incominciato il discorso del 26 o del 18 politico erano gli anni dal 1970 al 1975.
Vedo qualcuno con i capelli grigi, io non li ho però l’età è quasi uguale, mi ricordo che ogni sabato,
ogni giorno c’era un corteo della scuola, problemi della suola, c’è sempre stato un problema. Io volevo
aggiungere che un altro dato che ha dato l’Assessore Barzaghi, che diceva che da un’indagine fatta nel
mondo della scuola, il 79% giudica la legge pessima, il 21% la considera buona, ma con varie
sfaccettature. Noi, per tradizione, difendiamo le minoranze, quindi pensiamo che il 21% abbia ragione
e il resto no. …. No, come elezioni di solito quando pigliamo il 51% vinciamo, a Seregno il 61% e vi
siete dall’altra parte. Vi mancava il 61% di Seregno! Non le ho perse io le undici Regioni.
L’altra cosa che mi premeva, era che ho apprezzato moltissimo l’intervento dell’Assessore al bilancio
del Comune di Paderno Dugnano, perché nessuno ha parlato delle problematiche che avremo come
amministratori. Giustamente, ognuno difende quello che può essere “il suo interesse”, il problema che
non è venuto fuori e non è emerso dalla legge ciò che sono alcuni servizi e compiti che vengono dati
ancora alle Amministrazioni Comunali e dall’altra parte ci si dice: devi rispettare il patto di stabilità. Io
parlo per cognizione di causa, perché capisco le difficoltà di questa Provincia, essendo il Presidente
della commissione bilancio. (Questa è sempre ironia). Però nei nostri Comuni, una cosa come la
riforma Moratti, e qui bisognerà trovare forse una soluzione a questo problema, che non è indifferente,
ci vengono trasferite competenze ma non ci vengono trasferite risorse. Parlo come amministratore
comunale.
Poi, entrando nel merito, è la cosa che mi premeva di più sul tempo pieno: non c’è più il tempo pieno.
Dott. Dutto, pag. 2: Significativi risultati sono stati ottenuti ad esempio con il consistente aumento delle
classi a tempo pieno, dal 37.1% del totale delle classi del 2001/2002, al 41.6% del 2004/2005. In
Provincia di Milano, nello stesso periodo, si è passati dal 78.5% al 86.6%. Complessivamente, dal 2001
ad oggi sono stati immessi in ruolo, in Provincia di Milano, 3.500 unità di personale scolastico. Allora,
chi mente? Aumento insegnanti di sostegno: negli ultimi anni scolastici il forte aumento di numero di
studenti diversamente abili in Provincia di Milano, da 8.400 a 9.000 è stato accompagnato da un
significativo rinforzo del contingente provinciale di insegnanti di sostegno, da 3.767 a 4.006. Aumento
dei fondi per gli studenti immigrati: inoltre, accanto al fondo annuale disponibile per finanziare le
scuole particolarmente interessate da processo immigratorio, € 4.243.497, di cui € 1.159.108 a Milano,
è stato costituito un fondo specifico di € 1.000.000, disponibile alle scuole per azioni mirate.
Questo è quello che mi fa ridere di più, non per quello che ha scritto ma per quello che ho sentito.
Gestione delle risorse finanziarie: è utile intanto ricordare che nel corso degli ultimi 4 anni la spesa
complessiva per l’istruzione in Lombardia, per la parte che fa riferimento all’Ufficio Scolastico
regionale, è passata da € 4.899.786.473,54 nel 2002 a € 5.189.000.000. Allora? Non sono le risposte. Io
quello che non riesco a capire è che quando si entra qua dentro, e voglio finire il mio discorso leggendo
l’ultimo dato, dopo le rispondo. Decisamente in aumento le risorse per il miglioramento del fondo di
istituto, ore eccedenti, prestazioni aggiuntive, che è passato a Milano da € 44.222.169,12 nel 2002, a €
52.999.849,61 nel 2004. Parimenti sono aumentate le risorse per le aree a rischio e a forte processo
migratorio.
Allora io dico, tutto quello che si è sentito qua dentro, è strumentalizzato o ha una fonte veritiera, o è
un discorso, come dicevo prima, tanto finirà allo stesso modo, noi la pensiamo in un modo e sarà
sempre così. Io qui usavo una frase che diceva mia nonna, dopo arrivavo con il nonno. L’altra cosa del
discorso delle critiche per l’anticipo per la scuola dell’infanzia. Le domande di iscrizione dei bambini
in anticipo sulla tradizionale età sono state 3.419 per l’anno scolastico 2004/2005 e sono a 4.317 per il
prossimo anno, quindi significa che c’è un aumento, ma qua viene descritto come se fosse una
negatività. Scusate, non è obbligatorio! Se io voglio mandare il mio nipotino prima, perché è
intelligente come suo nonno, perché non lo devo poter fare? E’ diverso se mi obbligano, è anche
diverso e più… è un’altra battuta dall’altra parte.
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Quello che volevo dire era la battuta del nonno, poi finisco con una frase seria, mio nonno diceva che
loro hanno provato a far bollire il sangue della suocera e il sangue della nuora per parecchie ore. Dopo
tre giorni non sono riusciti a metterlo assieme. Quello che sta succedendo qui stasera per me è la stessa
cosa. Tutti gli interenti, non tutti, chi si è soffermato esclusivamente sui dati, sono stati interventi fatti,
anche se si proclamava “non voglio fare l’intervento politico”, era tutto un intervento fatto per un
discorso di appartenenza politica, purtroppo. E ripeto, sangue suocera e nuora, non succederà mai.
Io voglio finire però, per rendere serio anche per le persone che sono rimaste qui dentro ad aspettare di
sentire anche quello che dicevamo noi, finire con l’ultima frase, sempre che ha messo il Dott. Dutto,
che ha ricordato il Ministro Moratti che aveva citato una frase di Marco Biagi: ogni processo di
modernizzazione avviene con travaglio e pagando anche prezzi alti alla conflittualità. Lui ci ha rimesso
la pelle, per vedere di fare una riforma. Io chiedo, da semplice Consigliere provinciale, proviamo a
parlare veramente sul problema, senza un discorso di demagogia. Non è possibile sentire un intervento
che ti dice: speriamo che la prossima volta vinca il centrosinistra. Io dico: speriamo che la prossima
volta si risolva il problema.”
Nel frattempo sono usciti dall’aula l’Assessore Mezzi e il Consigliere Ariazzi. (Presenti 36)
Presidente del Consiglio: “Grazie Gavazzi. Prima di dare la parola, per l’intervento di chiusura, ad
Arrigoni, devo quasi chiedere scusa all’Assessore Rotondi, perché ovviamente anche per lei era stato
previsto un intervento in relazione in particolare al suo ruolo di Assessore alla formazione
professionale. Purtroppo le cose sono andate così, non abbiamo tempo stasera, ovviamente le daremo il
debito spazio nella prosecuzione del dibattito di giovedì prossimo. Ha la parola Arrigoni.”
Consigliere Arrigoni: “Cercherò di limitare il mio intervento ed evitare soprattutto le ripetizioni. Il mio
intervento vuole esprimere le posizioni della Margherita, ma soprattutto vuole esprimere alcune
considerazioni per valutare cosa possiamo fare, come ente locale, di fronte alla situazione del mondo
scolastico italiano, con particolare riferimento alla proposta di riforma della legge Moratti. Direi che in
questi ultimi anni, soprattutto negli anni ‘90, a livello governativo, a livello di Parlamento, si è riusciti a
fare molte modifiche, a modificare in modo significativo l’ordinamento scolastico. Mi riferisco al
decentramento dei poteri del Ministero sul territorio, sono scomparse le Sovrintendenze regionali e i
Provveditorati agli Studi provinciali, è stata istituita l’istituzione scolastica riconoscendo autonomia e
personalità giuridica, è stato riconosciuto il ruolo importante svolto dalle scuole paritarie. Soprattutto è
stato delineato, anche con la modifica del Titolo V della Costituzione e con le leggi Bassanini, in
particolare con il D.Lgs. 112/98, art. 139, sono state definite molte competenze che vedono gli enti
locali assieme alle scuole, competenti per portare avanti e risolvere molti problemi scolastici di ordine
comunale e sovracomunale.
Quindi, noi come amministratori provinciali siamo tenuti a valutare queste problematiche non solo per
passione politica ma perché abbiamo un dovere amministrativo specifico che ci viene dato dalla legge.
Con il D.Lgs. 112, la Provincia e i Comuni non sono tenuti a fornire i classici servizi, gli edifici, gli
impianti, i trasporti, le mense, ma possono partecipare a definire il piano dell’offerta formativa.
Abbiamo non solo il dovere di lavorare in rete tra Comuni e istituzioni scolastiche che lavorano
all’interno del territorio comunale, e tra Provincia e istituzioni scolastiche per quanto riguarda le scuole
superiori.
Quindi si è delineato un sistema scolastico che vede non il Ministero come punto di riferimento
fondamentale per la scuola, ma che vede il territorio come punto fondamentale per le scuole. E per
territorio intendiamo gli enti locali e tutte le agenzie formative, associazioni culturali, pubbliche e
private che sono presenti sul territorio e che possono collaborare a migliorare l’offerta formativa delle
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nostre scuole, delle cosiddette scuole dell’obbligo nei Comuni e delle scuole superiori per quanto
riguarda gli aspetti della Provincia.
Allo Stato sono rimaste solo le competenze per quanto riguarda le norme generali e i livelli essenziali
delle prestazioni, alle Regioni la competenza per l’istruzione e la formazione professionale. Bene, in
questo sistema generale, a me sembra importante sottolineare che il sistema educativo nazionale è fatto
da scuola pubblica e scuole paritarie, quindi anche alle scuole paritarie il legislatore ha riconosciuto un
ruolo decisivo. Questo è un aspetto da tenere presente, perché abbiamo il dovere di pensare alla difesa,
al mantenimento degli alti livelli della scuola pubblica, ma dobbiamo anche tenere in giusto conto le
collaborazioni che storicamente abbiamo avuto e possiamo avere sia sul piano educativo che sul piano
sociale, che ci vengono dalle scuole paritarie.
Un giudizio sulla riforma Moratti, e colgo l’occasione non solo per esprimere un giudizio ma per dare
qualche chiarimento, approfittando del fatto della mia esperienza di Assessore alla pubblica istruzione
nel Comune di Vimercate. Bene, la riforma Moratti ha avuto applicazione solo in questo anno
scolastico 2004/2005, soprattutto a livello di scuola primaria, perché per quanto riguarda le scuole per
l’infanzia il fatto più significativo, che era l’iscrizione anticipata, non ha trovato in generale
applicazione perché, questa è una contraddizione di questa legge e delle politiche del Ministero, a
fronte di una possibilità legislativa non c’era di fatto la disponibilità dei docenti e non c’era la
disponibilità dei Comuni a mettere a disposizione spazi ed attrezzature per poter ospitare nelle scuole
per l’infanzia alunni di 2,5 anni.
Le norme che hanno riguardato quindi in particolare l’applicazione della legge Moratti nella scuola
primaria e nella scuola secondaria di primo grado, hanno determinato alcune modifiche didattiche di
questo tipo: l’avvio dei tutor, il superamento delle compresenze, la riduzione degli organici - dopo dirò
come -, riduzione del tempo scuola, determinando così preoccupazione nei genitori, nei docenti e tra gli
amministratori comunali. Questi fatti hanno determinato dubbi sulla qualità della scuola che potrà
scaturire dall’applicazione delle scelte pedagogiche e organizzative previste dai decreti applicativi della
legge Moratti. E queste scelte, di fatto, hanno avviato il superamento del tempo pieno nelle scuole
primarie. Perché il tempo pieno è caratterizzato da due aspetti fondamentali. Uno è la compresenza, la
classe seguita da due insegnanti che fanno ciascuno 22 ore di scuola, 22 + 22 fa 44 ore, però siccome il
bambino più di quaranta ore settimanali non fa, ci sono quattro ore di compresenza. I tagli, seppure
limitati, che sono stati fatti, di personale docente nell’anno scolastico 2004/2005 hanno avviato la
scomparsa, e se si continuerà a ridurre il personale diventerà la scomparsa della compresenza. L’altro
elemento che caratterizza il tempo pieno è il fatto che le due insegnanti sono contitolari, sono entrambe
responsabili sotto il profilo pedagogico organizzativo dell’educazione che viene rivolta alla classe.
Quando si mette il tutor, si potrà condividere o non condividere, si rompe questa organizzazione, questa
caratteristica del tempo pieno. Il venir meno di questi due aspetti fa venir meno progressivamente il
tempo pieno, che almeno in Lombardia, e in particolare nella Provincia di Milano, ha dato risultati
molto positivi.
Anche per quanto riguarda alcuni dati illustrati da Elli, e forse male interpretati, io non le riconosco la
malafede, è vero un insegnante ogni dieci alunni, ma questo è riferibile solo alla scuola primaria, dove
c’è il tempo pieno, e la scuola a tempo pieno è una scuola ottima sotto il profilo pedagogico e
organizzativo. Non si può fare l’equazione tra un insegnante ogni dieci alunni e la scuola va male.
Quella scuola che sembra vada male è la scuola superiore, non è la scuola elementare. La scuola
elementare e la scuola materna italiana, ci vengono invidiate da tutta Europa. Mi sembrava giusto fare
queste precisazioni.
Poi volevo fare alcune ultime considerazioni. Per quanto riguarda la scuola superiore, effettivamente la
divisione dei due canali è una divisione troppo rigida, forse era meglio un sistema unico in cui
potessero convivere licei, istituti tecnici e scuole professionali. Certo, mi spiace che il Ministero non sia
riuscito, in questa bozza di decreto, a definire dove mettere gli IPIA. Gli IPIA in quale canale li
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mettiamo? Spero non nel canale dei licei, perché si andrebbe a eccessivamente liceizzare la struttura
scolastica del nostro mondo.
Io vorrei chiudere, e sul piano della formazione professionale condivido tutto quello che è stato detto
da Franchi e da Bernasconi, che hanno illustrato le caratteristiche di questo ramo della struttura
scolastica nel nostro Paese. E’ per questo motivo che io credo che questa legge debba essere
complessivamente ripensata. Complessivamente ripensata, nel senso che devono essere, a nostro
avviso, rifatti, rinnovati i decreti applicativi. Quindi noi sosteniamo l’ordine del giorno proposto dalla
maggioranza.
Dico due concetti. Noi riteniamo che la scuola media superiore, la scuola secondaria di secondo grado,
è stato il vero punto debole del nostro sistema scolastico e non siamo mai riusciti, in trent’anni di
tentativi, a modificarla, per i veti incrociati di diversa natura. Io auspico che questo decreto non vada
avanti e che si possa riformare in particolare la scuola secondaria, o comunque il sistema scolastico nel
suo insieme superando corporativismi ed ideologismi, perché se queste due caratteristiche
continueranno a permeare il nostro dibattito, noi faremo delle leggi che ogni cinque anni dovremo
cambiare. E io ritengo, noi riteniamo come Margherita, che nel nostro Paese ci siano due grandi servizi,
la sanità e l’istruzione, che meritano un accordo tra maggioranza e opposizione, tra tutto il mondo
sindacale e il mondo scolastico, perché non possiamo permetterci ogni cinque anni di cambiare servizi
così importanti.”
Presidente del Consiglio: “Grazie. Scusatemi, volevo innanzitutto ringraziare in particolare i relatori,
ringraziare quelli che sono rimasti della loro pazienza. Ricordo che il Consiglio si dà appuntamento a
giovedì prossimo e ovviamente gli ospiti continuano ad essere assolutamente graditi, atteso che giovedì
prossimo metteremo anche in votazione i documenti che impegneranno l’ente su questo argomento.”
Dopodiché, alle ore 20.40 del 30 giugno 2005, il Presidente del Consiglio toglie la seduta e significa
che il Consiglio è convocato per il giorno 7 luglio 2005.
Del che si è redatto il presente verbale che viene come in appresso sottoscritto.
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
(Vincenzo Ortolina)
IL DIRETTORE GENERALE
(Giancarlo Saporito)
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30 giugno 2005 - Città metropolitana di Milano