N. 46 marzo 2006 ORGANO DELLA PASTORALE SANITARIA DELLA DIOCESI DI ROMA È risorto N. 46 marzo 2006 S O M M A R I O Organo della Pastorale Sanitaria della Diocesi di Roma Direzione, Redazione e Amministrazione Vicariato di Roma P.zza S. Giovanni in Laterano, 6/a 00184 Roma Tel. 06/69886227 - Fax 06/69886182 E-mail: [email protected] Direttore: @ Armando Brambilla Direttore Responsabile: Angelo Zema Coordinamento Redazionale: Dr. Sergio Mancinelli Comitato di Redazione: Don Sergio Mangiavacchi, Padre Carmelo Vitrugno, Elide Rosati Maria Adelaide Fioravanti Amministrazione: Diac. Oreste Caramanica Editore: Diocesi di Roma Piazza S. Giovanni in Laterano, 6/a 00184 Roma Tel. 06/69886227 - FAX 06/69886182 Versamenti sul conto corrente postale n. 31232002 Specificando la causale: “Pastorale Sanitaria 22-6-791” Periodico Trimestrale Registrato al Tribunale di Roma Reg. Stampa n. 200 del 12.4.95 Finito di stampare il 25 marzo 2006 per i tipi della PrimeGraf Tel. 062428352 (r.a.) - Fax 062411356 Fare di ogni giorno il “giorno del risorto” La morte di Cristo nel disegno di Dio PAG 3 5 Fra’ Brenza, icona della sofferenza vissuta nella gioia del Risorto 11 Er più meglio giorno della Storia 13 Dedicato alla memoria di Mons. Di Liegro l’Ospedale Portuense 14 Attuazione del programma 15 Inserto Al Policlinico Gemelli proposta di un laboratorio della fede a servizio del malato, con partecipazione interdisciplinare 17 AVO. Una svolta storica 18 Quando gli operatori assistenziali diventano volontari 20 Il Vescovo al “Santa Lucia” 21 Gruppo Arvas al Santo Spirito 22 Santa Agostina Pietrantoni S.G. Moscati a Roma 23 Regolamento dei diritti e dei doveri dell’utente malato 24 Carta dei diritti del malato cronico 26 I fabbricanti di angeli ...A proposito della “RU486” 27 I comitati di bioetica ospedalieri 28 Iniziativa di preghiera per la vita 29 Gli enormi rischi della fecondazione artificiale 30 Unzione degli infermi 31 ABBONAMENTO ANNUO: € 51,00 Socio sostenitore: Comunità o Istituti: € 26,00 Ordinario: € 16,00 Sono sottoscrivibili abbonamenti cumulativi. 2 Fare di ogni giorno il “Giorno del Risorto” surrezione di Cristo deve in ogni suo gesto e parola proclamare il risorto. Essere con Lui per vivere di Lui, è l’impegno di ogni cristiano. Ma per vivere da risorti occorre crocifiggere l’uomo vecchio dal peccato e assumere la veste bianca della grazia attingendo mediante i sacramenti e la Parola di Dio alla sorgente nuova della vita senza fine. Gesù è la vita donata dal Padre, e il credente deve accogliere questo dono e farlo proprio nella logica della passione e morte, per entrare nella risurrezione. Il Signore della storia è giunto alla destra del Padre perchè ha accettato di passare attraverso la logica del servizio, del dono, della sofferenza, del dolore, della morte in croce per poter entrare per sempre nella gloria. “Le ferite del crocifisso non sono il segno di un incidente da dimenticare ma una memoria incrollabile nella testimonianza della Chiesa” (dalla traccia in preparazione al Congresso ecclesiale di Verona 16-20 ottobre 2006 “Testimoni di Gesù risorto speranza del mondo”). Gesù, il crocifisso, è risorto questa la fede della chiesa e di ogni cristiano. Questo è l’evento della vita nuova, che risplende in tutto il creato e illumina la profondità di ogni cuore, trasformando dal di dentro ogni creatura. È il trionfo dell’amore sull’odio, della vita sulla morte, della grazia sul peccato, della luce sulle tenebre, della gioia sul dolore, della giustizia sull’ingiustizia, è il trionfo della logica delle Beatitudini. Dalla Pasqua scaturisce l’evento nuovo che da senso a tutta la nostra storia, ricreando la natura e il destino dell’uomo, perché è l’eternità che entra nel tempo che si squarcia e mostra la nuova direzione verso cui è lanciata ogni creatura: Gesù Cristo. La potenza di Dio, manifestatasi nella Pasqua, apre alla speranza “dei cieli nuovi e della terra nuova”, dove ne lutto ne lamento, nè il dolore nè l’affanno, nè la morte avranno più posto. È Vita con il risorto, vita da risorti ome tutta la vita di Gesù era protesa verso la sua Pasqua così anche il cristiano deve vivere ogni giorno la sua esistenza in Gesù risorto. Durante la sua vita terrena, Gesù annunziava con il suo insegnamento, con i suoi miracoli il mistero pasquale. Così colui che è battezzato nella morte e ri- C Testimoni del risorto a testimonianza della risurrezione nel mondo deve manifestarsi sia in modo personale che comunitario. La testimonianza personale avviene quando ogni L 3 giorno si vive il Vangelo con coerenza con gioia e coraggio, anche nelle condizioni di malattia e di sofferenza. Ciò che testimoniamo non è primariamente frutto del nostro impegno ma di un dono che ci è stato elargito senza nostro merito. E questo Dio lo dona a tutti, ma in particolare a coloro che vivono l’esperienza del suo Figlio crocifisso. Dice S. Paolo: “Completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo” (Col 1,24). Il discepolo, plasmato dalla potenza dello Spirito Santo, sa conformare la propria vita a quella di Gesù Cristo suo maestro, assumendo i lineamenti stessi del Figlio. È Gesù la risposta alla domanda di senso della vita, affinché la persona sia felice anche nella sofferenza. Ogni cristiano è chiamato a riattualizzare ogni giorno la risurrezione del Signore, annunciando l’avvento della Salvezza attraverso la testimonianza di premura e di solidarietà nel mondo sanitario così da rendere visibile ciò che Dio ha operato in noi. Dobbiamo come cristiani aiutare gli uomini e le donne sofferenti (e non) a guardare a Cristo risorto, perché solo in Lui c’è la salvezza e il senso di ciò che si soffre. “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). Dalle nostre opere di carità si può riconoscere la credibilità della nostra vita da risorti. principalmente il suo Mistero pasquale. Durante la sua vita terrena, Gesù annunziava con il suo insegnamento e anticipava con le sue azioni il suo Ministero pasquale. Venuta la sua Ora, egli vive l’unico avvenimento della storia che non passa: Gesù muore, è sepolto, risuscita dai morti e siede alla destra del Padre, “una volta per tutte” (Rm 6,10; Eb 7,27; 9,12). È un evento reale, accaduto nella nostra storia ma è unico: tutti gli altri avvenimenti della storia accadono una volta, poi passano, inghiottiti nel passato. Il Mistero pasquale di Cristo, invece, non può rimanere soltanto nel passato, dal momento che con la sua morte egli ha distrutto la morte, e tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini partecipa all’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi e in essi è reso presente. L’evento della croce e della risurrezione rimane e attira tutto verso la vita». Gesù si rende presente e attuale nella sua Chiesa. “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,120). Secondo l’Evangelista S. Giovanni è la sera di Pasqua che Gesù dona lo Spirito e dà il mandato con i poteri ai suoi discepoli. “Pace a Voi. «Come il Padre ha mandato me così io mando voi». Detto questo soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati sono loro rimessi; a chi li ritenete, sono ritenuti»” (Gv 20,21-23). La Chiesa deve testimoniare Gesù risorto vivendo in comunione con Lui e il Padre ma anche fra di noi. Ecco il comandamento nuovo: “Vi riconosceranno miei discepoli se vi amerete gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,34). La comunità rende credibile la risurrezione se vive la carità verso tutti, ma soprattutto verso le membra doloranti del suo corpo. Si dice ancora nella traccia di La testimonianza comunitaria l cuore della vita comunitaria è la predicazione e la celebrazione del mistero pasquale annuale e settimanale, alla domenica. Dalla Pasqua viene alla luce tutto il mistero della vita di Cristo, ma anche il mistero della vita della Chiesa. Si dice nel Catechismo della Chiesa Cattolica (N. 1085): «Nella Liturgia della Chiesa, Cristo significa e realizza I 4 nare che è la logica della croce, per poter risorgere. Vivere la sofferenza nella condivisione può diventare una forza trasformatrice come lo è stata quella della croce di Gesù. La malattia è una pedagogia per tutti, che fa riconoscere Dio per i tanti doni ricevuti, che spinge a pregare, ad apprezzare il tanto bene nascosto a ridimensionare i problemi, a ritrovare la semplicità, l’umiltà, la disponibilità verso gli altri, ad approfondire la domanda di senso sulla vita. La via della Chiesa per l’annuncio della Pasqua è l’uomo, e soprattutto quello sofferente, con la sua famiglia. Vivere Cristo risorto nella Chiesa è l'esperienza più bella, ma anche più impegnativa. La forza del Vangelo è chiamare sani e ammalati, a vivere in Cristo risorto la pienezza della vita. Buona Pasqua a tutti. riflessione in preparazione al convegno ecclesiale di Verona, nel terzo ambito: la fragilità umana: “La speranza cristiana mostra in modo particolare la sua verità proprio nei casi della fragilità: non ha bisogno di nasconderla, ma la sa accogliere con discrezione e tenerezza, restituendola, arricchita di senso, al cammino della vita ... Insegnando e praticando l’accoglienza del nascituro e del bambino, la cura dell’emarginato, dell’immigrato, la visita al carcerato, l’assistenza all’incurabile, la protezione dell’anziano, la Chiesa è davvero «maestra d’umanità». Alla luce di queste brevi considerazioni emerge come non solo la Pasqua è centro dell’anno liturgico ma dev’essere al centro dell’annuncio nei luoghi di sofferenza, di dolore, come Buona novella di speranza che illumina la vita diurna e quella notturna. Lo stile pastorale pasquale deve portare a promuovere l’impegno della persona sofferente in una logica del do- ? Armando Brambilla Vescovo delegato per la pastorale sanitaria LA MORTE DI CRISTO NEL DISEGNO DI DIO (Compendio CCC n. 118) lora diviene “perfetto” e “causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,9). Perché la passione e la morte di Cristo erano “necessarie” per la salvezza dell’uomo? La domanda va inserita nella questione centrale della teologia: “Cur Deus Homo? Ut homo fieret Deus” (S. Anselmo). Il Nuovo Testamento innesta la morte di Cristo – il “mistero pasquale” che comprende anche la risurrezione – nell’ incarnazione del Figlio di Dio: egli diventa “pienamente uomo” – “doveva rendersi in tutto simile ai fratelli” (Eb 2,17) solo quando assume anche la sofferenza e la morte. E proprio al- La luce di Cristo risorto ci colmi di gioia. In che modo Cristo opera la nostra salvezza? I vangeli distinguono chiaramente la vita di Cristo in due parti: la vita pubblica e la sua passione, morte (e risurrezione). La vita pubblica è costruita attorno al messaggio del “regno di Dio”: con la sua presenza e azione, Cristo rende presente la signoria di Dio 5 nel mondo. Attraverso l’annuncio e i gesti di “opere potenti” Gesù esprime la presenza attiva e sanante di Dio, liberatrice da ogni genere di male e di comunicazione della vita divina. Nella seconda parte, cambia la strategia di Cristo: Gesù concentra la sua azione pedagogica soprattutto sui discepoli; c’è anche una forte riduzione delle “opere potenti” (miracoli). Ma soprattutto frequenti sono i preannunci della via dolorosa che presto andrà assumendo la sua “opera salvifica”, perché verrà rifiutato. In queste predizioni Gesù parla di una misteriosa “necessità” del suo patire e morire, quale unica strada che lo farà “entrare nella sua gloria” (Lc 24,26). A cosa è dovuta questa “necessità”? Perché “bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria”?. zione, scrivono i vangeli, “si aprirono loro gli occhi” (Lc 24,31). Volendo cercare la ragione ultima che sta alla radice di quella rigidità mentale e spirituale, dovremmo tornare al Primo Testamento, al “peccato delle origini” e al dispiegamento delle sue conseguenze nel peccato di Israele. Allora scopriremmo che il rifiuto di Cristo, in fondo ha la stessa matrice di quella colpa originaria: l’uomo non accetta di non essere pienamente autonomo nel costruirsi una vita e darsi un futuro; neppure ammette che non possa redimersi dalle “radici trascendentali del male”, ossia “il peccato e la morte” (SD 14), Non accetta che altri interferiscano nella progettazione e realizzazione della propria esistenza. Il rifiuto di Cristo ha qui le sue radici, anche se poi si esprime nella forma aggravata della condanna che infligge una morte dolorosa e infamante. In Cristo l’uomo non accetta non solo che sia lui il “Salvatore”, ma ancor meno che la salvezza gli venga offerta nel modo della croce. Non accetta, insomma, un Dio crocifisso, un Dio che serve, come Pietro stesso dichiara vigorosamente: “Signore tu lavi i piedi a me?... Non mi laverai mai i piedi!” (Gv 13,6.7). Una morte “necessaria” Sul piano storico, quella tragica conclusione è provocata dal rifiuto degli uomini: “venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1, 11). Gli uomini si chiudono alla sua parola, non si “convertono”, rimangono nella durezza di cuore e nella lentezza a credere” (“stoltezza”) (Lc 24, 25). Il rifiuto diviene poi aperta condanna, e gli stessi discepoli, al momento della passione, “tutti, abbandonatolo, fuggirono” (Mt 26,56). Come primo motivo di questo rifiuto da parte degli uni e di abbandono da parte dei discepoli, i vangeli registrano la non accettazione – o non comprensione – della pretesa di Gesù di essere il Cristo e dunque del suo messaggio, del volto di Dio che egli va rivelando. Hanno un loro concetto del Messia e della sua opera di salvezza che contrasta con quanto Gesù esprime con le parole e nelle opere. Sono talmente irrigiditi su queste posizioni, che non riescono a uscirne, a scoprire la “novità” che la rivelazione di Gesù viene a portare. È la durezza di cuore e la stoltezza della mente di cui sono affetti non solo le autorità religiose e civili d’Israele, ma anche i discepoli. Anche questi, come dirà Gesù a Pietro, “non pensa(no) secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mt 16,23). E tali rimarranno fino alla morte di Cristo. Soltanto con la risurre- Sul piano teologico Tuttavia il rifiuto di Cristo da parte dell’uomo, non è sufficiente a spiegare la “necessità” della sofferenza e morte di Gesù. Significherebbe la negazione della sovranità di Dio; sarebbe un far dipendere l’assolutamente gratuita volontà salvifica di Dio dalla creatura. È questo il mistero del “disegno di Dio” di cui si occupa il “Compendio” del Catechismo della Chiesa Cattolica. Il Nuovo Testamento parla a più riprese di una “necessità” che proviene dall’alto, che ha nell’imperscrutabile volere di Dio la sua ragione ultima e determinante. E già nei vangeli, come poi negli altri scritti neotestamentari, troviamo numerose indicazioni per dare un significato alla morte del Signore. Ma noi qui stiamo cercando di chiarire il senso della domanda: “Perché la morte di Cristo fa parte del disegno di Dio?”. Limitiamo quindi la riflessione alla ricerca dei motivi che sono alla base di quella necessità di 6 spettiva della mediazione sacerdotale. Anch’esso si propone di mostrare che “non c’è altro nome sotto il cielo da cui attendersi la salvezza” (At 4,12). Lo fa ricorrendo alla categoria della mediazione sacerdotale, e dimostra l’inefficienza del sacerdozio antico, di contro all’efficacia del sacerdozio di Cristo: solo Cristo ha potuto ristabilire la comunione tra Dio e gli uomini. L’autore sacro giunge a tale conclusione mettendo in evidenza la funzione che la sofferenza ha svolto nella vita di Cristo. Vediamone il percorso. Stabilisce in primo luogo il principio-guida della sua interpretazione con l’affermazione che il disegno di Dio sugli uomini è di condurli alla realizzazione della loro vocazione: “Era ben giusto che colui, per il quale e dal quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li ha guidati alla salvezza” (Eb 2,10). Dio dunque invia il Figlio perché “guidi gli uomini alla salvezza”. Rientra infatti nella pedagogia divina – osserva A.Vanhoyef – servirsi di mediatori per attuare i suoi progetti. Ed è interessante osservare come gli autori biblici, malgrado che conoscano la costante inadeguatezza degli uomini a svolgere questo ruolo, non vi rinuncino mai. Anche quando i profeti annunceranno l'intervento ultimo e decisivo di Dio, manterranno i due elementi: Dio stesso si metterà alla testa del suo popolo, ma allo stesso tempo vi sarà un uomo scelto da Dio a guidare Israele e le nazioni. L’autore della lettera vede dunque superata la questione della guida divina e della guida umana nella scelta della persona del Cristo: ora la guida umana non è più inadeguata al suo compito, perché egli è allo stesso tempo la guida divina. Eppure emerge un’anomalia: benché ora la “guida” sia d’origine divina, l’autore sacro non la vede già adeguata a svolgere il suo compito. Infatti all’inizio dello scritto (Eb 1,2-14) aveva mostrato il Figlio dell’uomo glorificato, “presso Dio”, intimamente unito a Dio, dove perciò era assente ogni elemento di contrasto o di opposizione al Padre. Tuttavia, per l’autore di questa lettera non è stato sufficiente richiamare la perfetta unione del Figlio dell’uomo con il Padre per ri- cui parla il Nuovo Testamento. Sinteticamente, diremo ciò è dovuto alla condizione dell’uomo e alla volontà salvifica di Dio, che vuole rendere l'uomo partecipe della sua vita divina. Quanto alla condizione nella quale si trova l’umanità, i testi della rivelazione vedono che l’uomo è in una condizione di “non-libertà”, meglio di una libertà malata, non autentica. Finché rimane in questa situazione, non riesce a percepire ed accettare il disegno di Dio: lo sente come estraneo a sé. Ha un concetto alterato di Dio come di un padrone severo, che impone e pretende l’assoggettamento dell’uomo. Sarebbe dunque un Dio che non tiene conto dell’autonomia e della libertà dell’uomo, come lo dimostra la storia di Israele: agli interventi salvifici di Dio, dopo un primo momento di esultanza, Israele reagisce con l’infedeltà all’alleanza, al “patto” che liberamente aveva accolto. Gli interventi di Dio miravano alla “conversione del cuore”, perché Israele finalmente accettasse l’alleanza e le rimanesse fedele, perché Dio sa che il suo popolo vivrà nella libertà e nel godimento dei beni solo se rimane in comunione con lui. Solo nell’alleanza e nella comunione con Dio Israele trova la sua verità, trova quindi la “vita”. Al di fuori di questo rapporto, si perde. Ed è per questo che, a un certo momento della storia d’Israele, i profeti cominceranno a parlare di una sorte di modificazione del piano salvifico di Dio. Un progetto che ha la finalità di rendere gli uomini finalmente capaci di fedeltà all’alleanza, di accogliere cioè liberamente e per amore la proposta di vivere in comunione con Dio: sarà la creazione di un cuore nuovo e di uno spirito nuovo. Nella sofferenza Cristo diviene “mediatore perfetto” Forse è la lettera agli Ebrei che aiuta nella maniera più appropriata a capire il senso che sofferenza e morte hanno nell’opera redentiva di Cristo. C’introduce così ad entrare un po’nel senso di quella misteriosa “necessità” del patire e morire di Gesù Cristo. È noto come questo scritto, uno dei più belli e densi dell’intera Scrittura, rilegga il tema della salvezza portata da Cristo nella pro- 7 solvere il problema della salvezza degli uomini, Rivenendo alla situazione terrena del Figlio, la lettera ha fatto vedere che fino a questo stadio la soluzione non era ancora raggiunta. Vi si sarebbe arrivati solo attraverso un cammino doloroso e difficile. È il senso dell’ardita espressione: “Dio lo ha reso perfetto mediante la sofferenza” (2,10). Poco dopo, ritorna sul medesimo concetto affermando con la medesima audacia: “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (5,8). Anzi, qui viene notata la presenza di una sorte di conflitto o di tensione tra la natura umana di Cristo e la sua filiazione divina. Una tensione non dovuta certo ad una colpa personale (con fermezza viene dichiarata l’assoluta assenza di peccato in Cristo: 4,15), ma alla condivisione d’una natura umana decaduta. Il motivo per cui l’autore a parlare di quel conflitto intimo di Gesù, sta nel voler mantenere uniti i due aspetti complementari che costituiscono il mistero di Cristo: la sua docilità amorosa verso Dio e la solidarietà misericordiosa con gli uomini. Per rimanere “fedele” a Dio, Cristo prende su di sé la sofferenza umana, per il fatto che la natura umana che assume, è nella condizione di peccato e di morte. Non è dunque la sofferenza lo scopo e l’obiettivo della missione di Cristo. Egli è venuto per liberare l’uomo dalla sofferenza e dalla morte. Tuttavia secondo la divina economia di salvezza, Dio non ha liberato l’uomo da queste condizioni dolorose sottraendolo ad esse, ma facendogliele, per così dire, “attraversare”. Nessuna evasione o astrazione dalla realtà. La realtà viene utilizzata, viene trasformata. Se si fosse trattato di evasione, la sofferenza non avrebbe avuto alcun ruolo nel processo di redenzione. Mentre nella soluzione di Cristo, la sofferenza acquista un significato positivo, un senso salvifico. Di quello che era un ostacolo – uno “skandalon” – Dio ne ha fatto un mezzo, un’occa- sione: la sofferenza e la morte sono divenute via alla salvezza. Il nostro “pioniere” non ci ha insegnato ad evadere le difficoltà, i dolori, le sofferenze, la morte, bensì ad assumerli interamente, perché sono stati da lui trasformati in strumenti di vita. Il “mistero pasquale” Come è stato possibile un simile cambiamento? E, ancora, come può accadere che uno soffra e muoia per gli altri e così li “liberi” dalla condizione di schiavitù nel peccato e nella morte? Occorre guardare al significato teologico che ha questo avvenimento per capirne il senso antropologico, ossia le conseguenze di “redenzione” che sono scaturite per gli uomini. Ed è solo tenendo conto di chi sia Gesù Cristo che si può comprendere qualcosa di quell’evento. Ora Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo, per mezzo del quale “tutto è stato fatto e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3) e in lui che“tutte le cose sussistono” (Col 1,17). Se dunque in lui c’è stata una trasformazione, questa coinvolgerà anche l’umanità e l’intera creazione. La domanda allora che a questo punto dobbiamo porci è: “che cosa è avvenuto nella sua morte e risurrezione? Quale cambiamento quest’evento ha provocato in Cristo, e dunque anche nell'uomo e nella creazione?”. La Pasqua, generazione del Figlio di Dio nella sua umanità Il dato fondamentale che il Nuovo Testamento ci trasmette in seguito alla pasqua, è la reale trasformazione di Cristo. Questa viene espressa in termini di “generazione”: la pasqua è stata Ia generazione del Figlio nella storia”, la sua nuova filiazione. Folgorante è un’affermazione di S. Ilario: “come Figlio dell’uomo, egli è rinato Figlio di Dio attraverso la gloria della risurrezione”. La risurrezione di Cristo viene qui 8 nerazione” di Cristo, questa sua “ri-nascita”. Per tre volte il testo ripete che “era necessario”, “era conveniente” che Dio,”rendesse perfetto” il Cristo: Che cosa vuol dire? Si tratta in primo luogo del progresso morale di Gesù, come l’aveva messo in luce il vangelo di Luca: egli “cresceva in sapienza e in grazia” (Lc 2,52). Gesù ha conosciuto le tappe d’un autentico divenire umano. La sua umanità intera, corpo e anima, ha seguito quello sviluppo che si attua a mano a mano che il soggetto umano reagisce di fronte alle circostanze della vita, in piena conformità – nel Cristo – alla volontà di Dio. Perciò Gesù, pur “perfetto” fin dalla nascita, è stato “perfetto” anche nelle fasi successive della sua esistenza; e si tratta d’una perfezione corrispondente a ciascuna tappa della sua vita. Per cui, prima di soffrire, non possedeva ancora in atto quella tipica perfezione morale che è data appunto dall’accettazione e dall’integrazione della sofferenza. Ma oltre a questo progresso morale, in Gesù c’è stato qualcosa di più: la lettera agli Ebrei parla d’una “perfezione” che Dio conferisce a Cristo servendosi della sofferenza, come è detto al capitolo secondo: “... Quel Gesù,... lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto” (Eb 2,9). C’è dunque un passaggio dal livello morale a quello propriamente religioso, dove è l’uomo intero, nella sua globalità che è trasformato. Cristo, assumendo una natura umana sottomessa al peccato, pur non portando la responsabilità d’un suo personale peccato (Eb 4,15), assume una natura che di fatto è soggetta alla sofferenza e alla morte a causa del peccato. Sicché l’umanità di Cristo doveva essere trasformata profondamente per essere “resa perfetta”: una tale opera di trasformazione e di compimento, la compie la sofferenza. Si tratta d’una rifondazione radicale della natura umana, compiuta dall’atto di Dio, ma con l’adesione personale di Cristo. Se la natura umana era stata alienata a causa dell’atteggiamento egoistico e orgoglioso dell’uomo, che la rinchiudeva in se stessa, la sua guari- paragonata alla generazione, ad una nuova nascita dunque e ad una nuova creazione della natura umana. L’affermazione è formidabile; per chiarirla ricorro ad un noto teologo contemporaneo – Francois Xavier Durwell – il quale, riflettendo attentamente su alcuni testi di san Paolo, così si esprime: “Secondo S. Paolo, Gesù fu prima sottoposto a una condizione di vita poco conforme al suo mistero filiale: “egli ha assunto la condizione di servo” (Fil 2,7). “Figlio di Davide secondo la carne”, egli non era ancora “costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità” (Rin 1,4). “Nato da donna, sotto la legge”, apparteneva a un popolo che era simile ad un figlio minorenne, che non usufruisce ancora dei beni paterni, di quel bene che è lo Spirito di filiazione. Passando anch’egli dalla condizione servile alla vita filiale, porta ai suoi fedeli lo Spirito di filiazione (Gal 4,1-6). Perciò la sua missione si compie attraverso un processo personale di “fìlializzazione”. Egli diviene la “Buona Notizia” in persona quando raggiunge la sua pienezza filiale: “Vi annunziamo la buona novella ... Dio... ha risuscitato Gesù, come sta scritto nel salmo secondo. – ‘Mio figlio tu sei, oggi ti ho generato” (At 13,32-33)... Ciò che Gesù era per nascita, il Figlio, doveva divenirlo acconsentendo al Padre che lo genera. Come poi sarà per i suoi fedeli che, cristiani già al momento del battesimo, devono ancora divenire tali fino al momento della morte. Gesù si è lasciato “filializzare”, “fattosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato” (Fil 2,8-9). È dunque una “filializzazione” che avviene in maniera cruenta, attraverso un patire e un morire. La lettera agli Ebrei chiarisce il senso di questa trasformazione, sottolineando che il processo si è compiuto attraverso la sofferenza. Generazione come “trasformazione” nella lettera agli Ebrei Si direbbe che questo scritto narri il “perché” e il “come” si sia realizzata questa nuova “ge- 9 gione richiedeva un movimento opposto di autodonazione, di autofferta nell’obbedienza amorosa. È quanto avviene nella passione, com’è fortemente descritto al capitolo quinto della medesima lettera agli Ebrei: Cristo, “nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e, fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek” (Eb 5, 7-10). scopre il rispetto profondo verso Dio – la profonda “pietà” – per cui egli non impone una sua soluzione: rimane aperto alla relazione interpersonale con Dio, nella disponibilità fiduciosa. E per questo, pur nella lotta dolorosa, avviene la trasformazione del cuore e dello spirito della natura umana di Gesù. L’oggetto della preghiera infatti rimane secondario, ciò che è essenziale è la relazione con Dio, l’unione alla sua volontà, ed è una volontà d’amore filiale. Eppure Gesù non cessa di chiedere la vittoria sulla morte, ma lo fa rimettendosi a Dio: questa è la modalità con la quale egli vince la morte; – l’educazione dolorosa avviene perché l’esaudimento della preghiera, non comporta l’evasione dalla prova, ma la trasformazione della sofferenza e della morte in via di salvezza. Qui appare il valore educativo della sofferenza, il quale nasce dal rapporto personale con Dio. In essa Dio si rivela a volte come giudice, altre volte come padre. Ma il senso più profondo della sofferenza che si manifesta in questo scritto, è quello di essere un’opportunità per stabilire un rapporto più stretto e autentico con Dio. Attraverso la sofferenza, Dio purifica il cuore dell’uomo, lo trasforma, lo penetra della sua santità per introdurlo nella sua intimità. Tale è il cammino dell’uomo: soffrendo, impara l’obbedienza che l’unisce a Dio. Certamente Cristo non aveva bisogno d’imparare l’obbedienza, né d’essere purificato per poter finalmente entrare nell’intimità del Padre! L’affermazione della lettera, senz’altro assai audace, mostra la serietà del l’incarnazione e della redenzione: egli ha assunto un’umanità deformata dalla disobbedienza, occorreva trasformarla dall’interno. Così in Cristo è stato creato l’ “uomo nuovo”: il “cuore nuovo” e lo “spirito nuovo” di cui avevano parlato i profeti Geremia e Ezechiele. Ora gli uomini, nella misura in cui “obbediscono a Cristo”, ossia “ascoltano le sue parole e le mettono in pratica” (Mt 7,24), sono resi capaci di fedeltà a Dio, di vivere in comunione con lui e partecipare alla sua stessa vita. M.I. padre Giuseppe Cinà È l’amore che trasforma Non quindi la sofferenza in se stessa opera quella trasformazione. Questa avviene in forza d’un duplice amore: amore obbediente al Padre, amore di solidarietà agli uomini. La sofferenza piuttosto offre l’opportunità a Cristo di esprimere il suo amore obbediente al Padre e la sua solidarietà misericordiosa con i fratelli “fino alla fìne”, come afferma il Vangelo di Giovanni. Il testo della lettera agli Ebrei rimanda chiaramente all’ora della passione. Questa vi è descritta in due modi: • come preghiera esaudita in una situazione di angoscia, • come educazione dolorosa: – la situazione di angoscia è dovuta alla minaccia di morte e la passione è presentata come preghiera e come offerta. Non è detto “che cosa” Gesù abbia sofferto, ma il suo atteggiamento: l’ha affrontata nella preghiera, una preghiera intensa che è stata un’offerta sacerdotale. Quindi la situazione drammatica, affrontata nella preghiera, è stata trasformata realmente. Si noti come il contenuto della preghiera rimanga imprecisato; ciò rende possibile una trasformazione della domanda lungo il corso della preghiera. Se andassimo ad analizzare il dinamismo vivente di questa preghiera, vi scopriremmo innanzitutto il desiderio istintivo di evitare una tale situazione angosciante. È la “volontà di vivere” dell’uomo che vi emerge con forza. Ma accanto vi si 10 Fra’ Brienza, icona della sofferenza vissuta nella gioia del Risorto S. Pio da Pietrelcina diceva: “A Campobasso avete un santo in carne ed ossa”. Padre Carmelo, alquanto incuriosito, essendo anch’egli molisano, gli chiese: “Padre, chi è questo santo?” Ed egli: “è fra’ Immacolato e abita nella piazza della stazione”. La casa paterna di fra’ Immacolato guardava da vicino l’Istituto “L. Pilla” e la stazione ferroviaria del capoluogo. Nella sua stanza solo il letto, altare inseparabile dei suoi dolori, la Vergine del Carmelo con il rosario tra le mani e tanta luce. La luce dei suoi occhi grandi e limpidi come acqua di sorgente; la luce del suo sorriso, immenso come l’immensità di Dio. Da quella stanza fra’ Immacolato ha vegliato sulla città e sulle debolezze umane per cinquant’anni. Aldo Brienza nacque a Campobasso il 15 agosto del 1922. A 15 anni fu colpito da osteomielite acuta. Il male si manifestò improvviso con dolori acutissimi ai piedi “come di un chiodo che li trafigge da parte a parte”. L’infezione si estese presto ad entrambi gli arti, al bacino e alla colonna vertebrale. Da quel momento, “senza poter muovere null’altro che la testa, un braccio ed un po’ soltanto il busto”, accudito amorevolmente dalla famiglia, non abbandonò più il suo letto. Altre malattie infierirono senza sosta su quel povero corpo. Eppure, “per cinquant’anni non un lamento, non un attimo di sconforto, non un momento di commiserazione, nulla. Solo l’espressione testimoniava la sua sofferenza nei momenti più terribili”. Ma se sopraggiungeva l’amico o il visitatore sconosciuto egli ricomponeva il volto e il sorriso tornava ad illuminarne il viso. In una sua lettera leggiamo: “Benedico il Signore perché neppure chi mi è intimo s’accorge della profondità dei miei dolori, Gesù sa dissimularli”. La sofferenza vissuta in unione a Gesù è il tratto distintivo della sua vita e della sua vocazione alla santità. Alla Madre priora del Carmelo di Firenze scrive: “Mai Gesù mi ha fatto ri- calcitrare sotto l’amorosa mano che mi crocifiggeva”. L’itinerario mistico di fra’ Immacolato già nel lontano 1938 venne segnato dalla croce del suo Gesù; la croce che porterà al Golgota infinite volte al posto degli altri. Anima profondamente sacerdotale, nutrì ardente passione per l’Eucaristia e amore sconfinato per i Sacerdoti. Per la loro santificazione, aggiungendo sofferenza a sofferenza, con il beneplacito del suo confessore, si offrì vittima alla giustizia divina. E volle che l’impegno assunto fosse ratificato nella forma solenne del voto religioso. La Vergine Santa, mai assente dai suoi pensieri, è stata la sua forza nei momenti più difficili. L’amore per la Madonna si pale- Fra Brienza. sava in ogni sua parola; il solo nome di Maria era sufficiente a far brillare i suoi occhi e ad accendere il suo sorriso, contagioso come la Grazia. La Madre del Signore, che egli chiamava affettuosamente la “Mamma del cielo”, lo volle religioso nell’Ordine dei Carmelitani teresiani. Per lui volle, in modo del tutto singolare, che il nome di religione fosse “fra’ Immacolato”. La Santa Sede, in data 2 marzo 1948, gli concedeva di emettere i voti solenni nell’Ordine della Regina del Carmelo, pur continuan- 11 do a vivere in famiglia. La sua stanza e il suo letto di sofferenza divennero da allora in poi il suo Carmelo, i testimoni di una esperienza mistica straordinaria. Fra’ Immacolato, l’11 maggio 1948, giorno della sua professione religiosa, dando prova di aver fatto sua l’alta spiritualità carmelitana, alla presenza del Provinciale dei carmelitani della provincia partenopea, così ringraziava: “Mi immolasti alla causa della santificazione del sacerdozio, crocifiggendomi e inchiodandomi in un letto... I santi del Carmelo mi diano lo spirito della presenza di Dio, lo zelo delle anime, l’umiltà più profonda, la semplicità dell’infanzia”. Parole semplici che indicano in modo inequivocabile l’itinerario mistico cui Dio l’aveva chiamato e al quale egli si atterrà con eroica costanza. Fu religioso umile, pio, zelante, generoso e semplice come fanciullo. Si lasciò guidare dalla Provvidenza sulle orme dei mistici del Carmelo, fin nell’intimità di Dio. E il Signore, apprendiamo dalle lettere ai direttori spirituali, fu prodigo con lui di doni straordinari. Dal suo letto, altare sul quale celebrava il sacrificio della vita, proclamava il primato della preghiera ed esercitava feconda opera di apostolato. La sua stanza era meta quotidiana di rifugio e di conforto spirituale. Colpivano la luce dei suoi occhi e la sua serenità. Colpiva la sicurezza con la quale dava consigli, con la quale esprimeva i giudizi relativi alla vita morale e spirituale. Colpiva il profluvio di odori dai quali si era investiti, spesso ancor prima di entrare nella sua stanza e che disponeva alla pace interiore. Accudito amorevolmente dai “barellieri” della costituenda sezione molisana dell’Unitalsi nel 1947, visitò il santuario di Loreto. Fu questa una delle pochissime uscite della sua vita, fatta in spirito di ubbidienza e di sacrificio: allora da Campobasso a Loreto occorrevano ben undici ore di viaggio; possiamo immaginare i disagi che gli ammalati gravi dovevano affrontare. Il 14 aprile 1989, giorno successivo al suo “beato transito - ricorda padre Luigi Iammarrone, docente emerito del Seraphicun di Roma -, uscì di casa per raggiungere la Cattedrale di Campobasso. A seguirlo tanta folla, un silenzio attonito e profondo, un calpestio meditabondo e su, tra i folti rami dei lecci di Corso Bucci, un tripudio di cardellini, segno in terra della festa che gli angeli facevano in cielo”. Il significato della sua vita è condensato in un motto che spesso ripeteva: “lavorare è bene, pregare è ancora meglio, ma soffrire in unione a Gesù è tutto”. Nel giudizio superficiale di una società sempre più distratta fra’ Immacolato, con la sua inabilità assoluta e la sua ininterrotta sofferenza, è l’antieroe. Nella luce dì Dio egli è invece il cireneo della debolezza umana, l’icona vivente della sofferenza vissuta nella gioia del Signore risorto, l’eroe silenzioso e discreto delle virtù cristiane. Nel giudizio di chi lo ha conosciuto egli era un’anima eletta, che fece della sofferenza il mezzo di elevazione del suo spirito; un anima generosa che, a dispetto della totale inabilità fisica, seppe dare un senso alla sua vita, trasformando la sua debolezza in forza di Dio. Era, nel giudizio umano, un modello da additare ai tanti che, colpiti dalla sofferenza, non sanno trovare un significato alla loro esistenza. Era, in definitiva, una icona della sofferenza vissuta cristianamente. Dio ha voluto che del suo straordinario mondo interiore restasse traccia nelle sue lettere inviate ai confratelli, alle consorelle e soprattutto ai suoi direttori spintuali. L’epistolario di fra’ Immacolato, che lentamente si va ricomponendo nella forma originaria, ci svela il mondo interiore di un’anima privilegiata; di un’anima consapevole che “la sofferenza era il bacio del Signore alla sua anima” e la sublime missione cui Dio lo aveva chiamato ancora adolescente, quale Cireneo nel silenzio, della debolezza e dei peccati di uno dei periodi più travagliati della storia dell’umanità. 12 Ma l’epistolario è anche il mezzo più diretto ed esplicito per conoscere l’itinerario ascetico e mistico, percorso nella più assoluta fedeltà alla volontà del Signore, agli insegnamenti della Chiesa e alla regola del suo Ordine. “Ho compreso, scrive al padre spirituale, che per realizzare appieno la mia vocazione carmelitana... devo tendere risolutamente alla nudità di spirito... al santo oblio di tutto il creato”. L’itinerario del nulla totale, che egli interpreta come totale disponibilità a lasciarsi invadere dall’azione divina, interseca, sin dall’inizio del suo cammino spirituale, la scelta che egli fece della assoluta abnegazione e della incondizionata accettazione della via della croce. Fra’ Immacolato, figlio generoso del Carmelo, rimasto accanto al Signore con eroica costanza, fino alla fine, lungo la via della croce e sulla croce, ha lasciato di sé una traccia profonda. L’incondizionata accettazione della volontà del Signore gli ha permesso di accumulare un tesoro grande per tutti noi. Occorre rendergli testimonianza. È un dovere. Non i santi hanno bisogno del nostro ricordo, ma noi. Noi abbiamo bisogno di sorgenti di acqua pura per dissetare la nostra sete. Il 1° ottobre 2004 Mons. Armando Dini, Arcivescovo di Campobasso-Bojano, dava avvio alla fase informativa del processo canonico di beatificazione di fra’ Immacolato. Il 13 aprile del 2005, con una solenne concelebrazione nella Cattedrale di Campobasso, l’Arcivescovo istituiva il Tribunale diocesano per avviare il processo sulla vita, virtù e fama di santità del servo di Dio fra’ Immacolato Brienza. Giuseppe Biscotti Dall’Osservatore Romano del 25 novembre 2005 Er più meglio giorno della Storia Tutti chiusi drento casa pe’ paura de li Giudei li discepoli a un tratto cianno tutti un soprassarto a sentì chi bussa forte e nun sapè chi ce po esse. Doppo un po’ se fa coraggio Pietro e leva er catenaccio e chi vede? Maddalena tutta quanta emozionata, cià er fiatone pe’ la corza ma la faccia è illuminata. Riesce a dillo: “Io l’ho visto!” Ma quell’omini guardinghi e pure tanto sfiduciati pe’ la bocca de Tommaso fanno a gara a dubbità finché senza comprimenti co’ ‘na lingua lesta lesta je viè proprio da dillo: “Tu sarai fori de testa!” Ma fra tutti quanti Pietro penza che è tutto vero così core a più nun posso fino a ‘ndove sta er seporcro. Giovanni puro, come ‘n razzo, ariva fino a superallo finché vede lui pe primo er Seporcro spalancato e che drento è proprio voto, quasi resta senza fiato. Ce sta solo da ‘na parte er sudario rinvortato e pe’ tèra er rimanente, cioè tutte l’artre bende. Mentre Pietro e Giovanni se riposeno, so’ stanchi, come fanno a nun penzà a come se po’ mai spiegà? La vita der Maestro loro, proprio infino dar principio, è ‘na storia che uno penza: nun po’ esse, è pazzesca. Come quanno se racconta dov’è nato, su a Betlemme, proprio drento a ‘na stalla, 13 ma che posto puzzolente! E quanno poi è mai successo che ‘na donna cià ‘n pupetto senza avecce avuto er sesso? Ma noi due ce lo sapemo che è tutto quanto vero, e de più! Ce l’ha promesso quer che oggi è già successo! Così Pietro e Giovanni co’ ‘na gioia enorme in core se rifecero er percorso a core giù a scapicollo pe dillo a tutti l’artri: “Pure noi ce credemo che è risorto pe davero!” Oreste Confalone Dedicato alla memoria di Mons. Di Liegro l’Ospedale Portuense Indirizzo di saluto di Sua Ecc. Mons. Armando Brambilla in occasione dell’inaugurazione dell’Ospedale Portuense (già clinica S. Vincenzo) dedicato alla memoria di “Mons. Luigi Di Liegro” il 12 dicembre 2005. U n cordiale saluto a tutti i presenti. Og- intestato questo Ospedale. Ne siamo tutti asgi partecipiamo con sentimenti di sai contenti e a lui eleviamo il nostro affetgrande giubilo a questo incontro che tuoso e grato ricordo. Mai le differenze e le ci vede riuniti nell’affettuoso ricordo di un diffidenze, insite nel sentimento di falso pergrande sacerdote e benefattore che, senza re- benismo sociale, ebbero a porlo in difficoltà, torica, possiamo dire aver speso tutta la sua perché parlò sempre con coraggio. Sola crevita per gli altri; il carissimo e amatissimo sceva in lui la sofferenza e il disappunto, almons Luigi Di Liegro. Questo instancabile lorché si frapponevano difficoltà e ritardi ai animatore della Caritas romana, sempre pro- suoi propositi di realizzare un aiuto in favoteso verso i sofferenti, gli ultimi, gli abban- re di chiunque soggiacesse al disagio fisico e donati, si fece interprete morale. La povertà, che per delle attese dei più emargiLuigi non era riconA Don Andrea Santoro Don nati, e senza timore alzò la ducibile solo ad una condisacerdote romano sua voce per chiedere ai pozione economica, assumelitici e agli amministratori ucciso a Trebisonda il 5.2.2006 va un significato ancora più cittadini e alla stessa società drammatico, che si confiEra solo civile di fornire adeguate gurava per l’indigente nel indicava risposte alla domanda di non essere considerato più un coro giustizia e di solidarietà sopersona (si pensi ai barboanche ciale. Le sue scelte pastoni); così che la povertà asnel grido rali furono sempre prossisumeva, per la sua spiccadi sparo me alle necessità materiata sensibilità, significato di le note scriveva li, spirituali e religiose di emarginazione sociale. La nel cielo. una umanità negletta, sia sua accoglienza e 1a sua asnella emergenza che nella sistenza ad ogni forma di Giuseppe Maria Lotano quotidianità. Il suo metodo nuova povertà, assumeva era basato sulla grande casempre significato e valore pacità di osservare, ascoltare, e poi agire. Con di Diaconia della carità. Non solo sollevai suoi interventi mostrò più materno il volto va il povero, ma cercava di restituirgli una della Chiesa e seppe fare della Caritas dio- identità sociale, ricostruendone la personalità cesana un servizio di eccellenza, ma anche e ridonandogli la dignità di persona. Questo di grande responsabilità che ha sempre as- instancabile apostolo della carità, ha portato solto con dedizione e fedeltà al Magistero la presenza della Chiesa di Roma, con codella Chiesa, attuando “i diritti di Dio e le raggiosa determinazione, nel sociale; fedele ragioni del povero”. Il suo amore, grande all’ammonimento di Gesù: “In verità vi dicome il suo cuore, e la sua disponibilità illi- co, ogni volta che avete fatto qualche cosa mitata verso le fasce più dimenticate e do- per uno dei più piccoli di questi miei fralenti dei fratelli furono tali, che certo la sua telli, l’avete fatta a me” (Mt.25,40). Questo fíbra ne fu provata, così accorciando la sua è l’uomo e il sacerdote che oggi celebriamo permanenza tra noi, ma sicuramente antici- e onoriamo con la nostra gratitudine convinpando la sua accoglienza nella gloria del suo ta che ha saputo insegnarci il primato della Signore. carità e il valore della cultura della sofferenOggi, e molto opportunamente, questo servo za con il suo agire terreno. fedele riceve il meritato onore di vedere a lui Grazie Don Luigi! 14 ATTUAZIONE DEL PROGRAMMA Come il settore della Pastorale Sanitaria sta attuando il programma diocesano circa la formazione della persona e la trasmissione della fede z In questi anni di lavoro il Centro della Pa- mese per i cappellani. l’ultimo venerdì per storale Sanitaria ha sempre seguito le scel- i laici e l’ultima domenica per le suore. In te pastorali della Diocesi applicandole al questi incontri si svolge lo stesso tema di campo della salute. È stato così per il Sino- formazione che rispecchia il tema diocedo diocesano, per la Missione cittadina, per sano che viene spiegato, applicato e discusso con esperti scelti a seconda dei vala evangelizzazione e la famiglia, ecc. z Dato che nei luoghi di cura non c’è una ri argomenti (es. il tema dell’evangelizzastabilità di persone si è reso necessario se- zione della famiglia, della vita, della spiguire una metodologia specifica di forma- ritualità, ecc.). zione degli operatori sia per l’annuncio che z Questi incontri sono fondamentali per la formazione e la trasmissione della fede per la celebrazione dei Sacramenti, che perché uguali per tutti, anche se affronnon può ricalcare quella delle parroctati da angolature diverse secondo i vachie, ma deve trovare modalità ia r ita an a ri soggetti. Vengono anche presentapastorali diverse per un più efS ale om tor R ti degli strumenti di lavoro e scritas si di ficace servizio al malato, P lla oce de Di ti che servono ad integrare la forai loro familiari come ro ella t n Ce d mazione. agli operatori sanitari, m z Quest’anno si è scelto di seai volontari e a tutti cou ri ec guire il Credo così come è m gli nita loro che vengono a cone ad er Sa presentato dal Compentatto con le strutture sanita- V p nti e dio del Catechismo rie. bi Am della Chiesa cattoliz Ogni metodo deve inoltre es6 00 ca con questi temi: sere applicato alle varie realtà 5-2 0 20 ale perché la professione di ospedaliere: un conto è un Otor s pa no fede inizia con: “Io credo in spedale grande un’altra è la piccola An Dio Padre onnipotente”, “Cosa clinica, diverso è l’intervento con i masignifica incarnazione”, “In che senlati di lunga degenza e quelli in day hoso tutta la vita di Cristo è mistero”, “Perspital. Certamente quello che importa è l’impostazione generale che deve essere ché la morte di Cristo fa parte del disegno fatta conoscere a tutti, specialmente alla di Dio”, “che posto occupa la risurrezione cappellania, composta dai cappellani, le di Cristo nella nostra fede” “come si reasuore, i laici, i volontari e gli operatori sa- lizza la venuta di Cristo nella gloria”, “cosa vuol dire credere nello Spirito Santo, la nitari. Santa Chiesa Cattolica”. z Sono stati preparati 4 piccoli libretti taCome si svolge la formazione? scabili che vengono offerti a tutti gli opez Anzitutto, si tengono degli incontri ratori sanitari, ai malati e ai loro familiari mensili per i cappellani, per gli operatori e distribuiti in quattro periodi dell’anno lisanitari e volontari: l’ultimo giovedì del turgico: ott.-nov. “Credo in Dio Padre”; Av- 15 ministri straordinari della comunione per l’assistenza ai malati nelle case. z Inoltre nei vari Ospedali (es. Pertini, Policlinico, Fatebenefratelli e Oftalmico, ecc.) vengono organizzati dai cappellani incontri formativi su vari temi di attualità come: la vita, la fecondazione, l’aborto ... e anche temi specifici religiosi inerenti alla malattia, alla sofferenza, alla morte. Incontri interreligiosi sulla malattia e la sofferenza. z È stato istituito il “118 spirituale” per l’assistenza agli extracomunitari. È finito il 2° corso dei volontari formato dalle persone delle varie etnie che si pongono al servizio dei loro connazionali. z Accanto a questa formazione di fondo si tengono inoltre alcune iniziative di carattere spirituale: due ritiri spirituali in Avvento e in Quaresima; il pellegrinaggio alla Madonna del Divino Amore e in Terra Santa; giornate di studio Bibliche riguardanti i temi della sofferenza, della fede, dell’aiuto ai malati, ecc. IO CREDO IN DIO PADRE 1 CREDO IN GESÙ CRISTO IL FIGLIO UNIGENITO DI DIO 2 vento “Credo in Gesù Cristo nato da Maria”; Quaresima: “Patì sotto Ponzio Pilato, è morto ed è risorto”; dopo Pasqua: “Credo nello Spirito Santo, la Santa Chiesa Cattolica”. z A questi momenti formativi annuali si aggiunge un “Corso di formazione” nei mesi di ott.-nov. per i nuovi cappellani, gli operatori sanitari e i volontari, aperto anche ai ministri straordinari della comunione delle Parrocchie, riguardante il tipo di servizio particolare che i vari soggetti devono svolgere. z Inoltre per il 4’ anno si tiene il Corso di formazione per gli operatori sanitari organizzato dal Forum delle Associazioni sanitarie del Lazio unitamente al Centro della Pastorale Sanitaria. Quest’anno si è tenuto dal 22 al 25 febbraio all’Università del Laterano il corso di aggiornamento su tema: “L’OPERATORE TRA POLITICA ED ETICA IN SANITÀ”. I temi svolti negli altri anni sono stati: “Dignità del vivere e del morire”; “Una sanità per la persona”; “I diritti del malato; il ruolo del volontariato nel processo di umanizzazione”. z Un’altra serie di incontri vengono organizzati dal gruppo di Diaconia medica missionaria per la formazione specifica all’evangelizzazione dei medici come pure, per i farmacisti e i medici cattolici. z Ai corsi di volontariato Arvas, Avo, Vincenziani, sia il Vescovo che alcuni cappellani svolgono lezioni formative di etica cristiana. z Alcuni cappellani hanno svolto nelle parrocchie corsi per volontari parrocchiali e CREDO IN GESÙ CRISTO CHE PATÌ, FU CROCIFISSO, MORÌ E FU SEPOLTO È RISUSCITATO DAI MORTI 3 CREDO NELLO SPIRITO SANTO LA SANTA CHIESA CATTOLICA 4 z La pastorale Sanitaria ha in questi anni agito in comunione con tutta l’azione evangelizzatrice della Diocesi e vuole continuare ad operare in questo senso, specificando il suo ruolo nel campo della sanità a servizio non solo dei malati ma anche delle famiglie e degli operatori sanitari delle strutture sanitarie e per quanto è possibile sul territorio. Don Sergio Mangiavacchi Cappellano all’Ospedale Oftalmico 16 Il del soggettivo, del privato, lasciando spazio al pluralismo religioso, al sincretismo, quando non all’esoterismo o alla magia. Sono noti anche i diffusi pregiudizi nei confronti della Chiesa in quanto gerarchia. Tale complessità rischia di rendere la figura del cappellano, o dell’operatore di pastorale sanitaria, quasi un corpo estraneo, o un intruso, rispetto alle altre attività nei reparti, rendendo più difficile il sostegno possibile. In realtà il “fai-da-te” della fede può essere altrettanto dannoso quanto l’improvvisazione in qualsiasi altro ambito della vita. Urgono risorse umane, percorsi formativi e strumenti adeguati per offrire un servizio alle persone malate e ai loro familiari che li aiutino a comprendere meglio le coordinate del sapere e dell’esperienza della fede – in particolare della fede cristiana – che sia di autentico ed efficace sostegno. Le forme di questo servizio possono essere svariate: da sostegno che è possibile offrire ad una persona in stato di malattia grave può essere molteplice e a diversi livelli: in un Ospedale il principale è certamente il supporto medico. Ultimamente si è andata affermando una significativa attenzione non solo alla diagnosi ed alla cura della malattia, ma anche al sostegno psicologico del malato e del nucleo familiare coinvolto nella malattia. Tuttavia la sofferenza porta con sé una domanda di senso che coinvolge inevitabilmente anche l’ambito della fede, della questione religiosa, dell’ultimità della vita umana. Noi operatori sanitari ascoltiamo con frequenza la domanda: “cosa ho fatto di male per meritare questa malattia?”; oppure: “perché Dio permette questi cose?” e ancora: “Dio mi ha punito?”. Non sempre le risposte offerte rispecchiano un maturo cammino di fede ed una sana concezione di Dio, almeno in ambito cristiano. Affermazioni quali: “lo vuole il Signore”; “la malattia è un dono di Dio”; Al Policlinico Gemelli proposta di un laboratorio della fede a servizio del malato, con partecipazione interdisciplinare. brevi brochure informativi, ad un libretto che offra percorsi catechetici, da dialoghi personali, a incontri comunitari di preghiera e catechesi che tentino di fare luce su quanto si può sapere e indagare sul mistero di Dio, della vita umana, del dolore. Vista la delicatezza della condizione dei malati gravi e dei loro familiari, non è auspicabile l’improvvisazione, da parte di nessuna delle figure che operano in ambito sanitario. Per giungere a realizzare qualcuna delle concrete forme di sostegno menzionate, o altre ancora, e perché queste forme non vadano a contraddire altri ambiti di azione già esistenti (medico, psicologico e di volontariato), è auspicabile una collaborazione interdisciplinare (nel rispetto dell’oggetto, del metodo e dei fini di ciascuna disciplina) delle diverse figure che operano a servizio dei malati, affinché, ci si adoperi per offrire una direzione ed una forza univoca di sostegno. A questo scopo sono possibili diversi ambiti di approfondimento: e anche: “il Signore sceglie i più belli...”, sono forme che non esprimono a sufficienza la complessità del mistero di Dio di Gesù Cristo, del dolore umano e non rispettano i passi di un accompagnamento spirituale della persona malata. In verità la risoluzione positiva a queste domande, il proprio vissuto di preghiera personale e comunitaria, di meditazione, il recupero di esperienze traumatiche per le quali vivere momenti di riconciliazione individuale e comunitaria, distinguere ed affrontare in modo risanante il senso di colpa ed il senso del peccato, non ultimo, il nutrire la speranza per la vita senza fine, sono dei fattori non neutrali nella cura e l’accompagnamento della persona malata. A questo livello è nota la complessità della condizione culturale attuale che relega il sapere e l’esperienza della fede (al contrario degli altri approcci, medico e psicologico, riconosciuti come “scientifici”, quindi oggettivi, universalmente riconosciuti, verificabili) nell’ambito dell’irrazionale, dell’incerto, 17 1. Approfondimento di tipo informativocontenutistico su questioni di plausibilità e metodologia del dialogo scienza-fede. (Bibliografia iniziale di riferimento: G. Tanzella-Nitti - A. Strumia, Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede. Cultura scientifica, Filosofia e Teologia, 2 voll. (Roma 2002); D. Lecourt, Dictionnaire d’Histoire et Philosophie des Sciences (ed. Puf, 2003); G. Gismondi, Fede e cultura scíentifica (Bologna 1993); Id., Scienze della religione e dialogo interreligioso (Bologna 1994); Id., Religione fra modernità e futuro. Itinerari e percorsi (Assisi 1998). 2. Approfondimento che coinvolge l’aspetto affettivo-emotivo mediante le metodologie proprie delle scienze umane per l’approccio al malato (Relazione d’aiuto, Counseling, ecc.). (Bibliografia iniziale di riferimento: G. Cinà - E. Locci - C. Rocchetta - L. Sandrin, Dizionario di Teologia pastorale sanitaria (Torino 1997); A. Brusco - S. Marinelli, Iniziazione al dialogo e alla relazione d’aiuto. l° e 2° livello (Quaderni del Centro Camilliano di Pastorale 3 e 4; Verona 1994); A. Brusco, La relazione pastorale d’aiuto. Camminare insieme (Torino 1993); O. Scaramuzzi, Mi aiuti ad uscire dalla notte? Problematiche e risorse del malato grave nei dialoghi di relazione d’aiuto (Torino 1999); M. Petrini, La cura alla fine della vita. Linee assistenziali, etiche, pastorali (Roma 2003). 3. Approfondimento di tipo catechetico o kerigmatico, che tende a manifestare le prerogative proprie della fede cristiana riguardo la conoscenza e le potenzialità della persona umana, nelle sue molteplici dimensioni (spirito incarnato in comunione), in particolare durante la malattia e la sofferenza. Bibliografia iniziale di riferimento: La Bibbia, in particolare: il libro di Giobbe, i Salmi in particolare quelli di “lamentazione individuale”; approfondimento del tema sul “Servo sofferente”, i Vangeli stessi; G. Cinà - E. Locci - C. Rocchetta - L. Sandrin, Dizionario di Teologia pastorale sanitaria (Torino 1997); A. Pangrazzi, Sii un girasole accanto ai salici piangenti. Dialoghi con i malati (Torino 1999). Per concretizzare questo percorso si propongono due incontri mensili di due ore ciascuno, a cui potranno partecipare operatori di pastorale sanitaria, medici, psicologi, volontari, alcuni malati. A livello orientativo si può ipotizzare un percorso di due incontri per ciascun ambito ed altri due incontri per realizzare e verificare le prime stampe e/o iniziative, per un totale di otto incontri; eventuali modifiche saranno concordate nel gruppo che si costituirà. Ciò che si realizzarà in concreto sarà concordato dai partecipanti. AVO nasce nel 1974 per iniziativa di un primario dell’ospedale di Sesto San Giovanni, il prof. Longhini, con l’intento di rendere più a misura d’uomo i reparti ospedalieri. La presenza dei volontari nelle corsie permette ai degenti di sfogarsi, di essere ascoltati nelle proprie ansie e paure e nella solitudine da persone non legate da obblighi di lavoro e di orario e non gravate della responsabilità dell’assistenza sanitaria. Da quell’anno l’Associazione è cresciuta e si è diffusa in tutta Italia e oggi le Avo sono circa 250, collegate fra loro nella Federavo, con sede a Milano. L’Avo Roma si costituisce nel 1993 da alcuni volontari che si staccano dall’Arvas e fanno propri i principi ispiratori dell’associazione, primo fra tutti la gratuità assoluta del servizio. A Roma l’associazione, grazie a varie convenzioni, è oggi operante in alcuni tra i più antichi Ospedali: il Santo Spirito, il San Giacomo, il Policlinico, il CTO, il Nuovo Regina Margherita, il Sant’Eugenio. Col passare degli anni si sono moltiplicati i Fr. Alessandro Cavicchia ofm Cappellano ospedaliero Delegato per la Pastorale Sanitaria della Provincia Romana OFM AVO Una svolta storica 18 reparti in cui i volontari sono presenti, spes- di loro o, peggio ancora, sono stati “abbanso richiesti dagli stessi primari. L’Avo è l’u- donati” da tutti. nica associazione presente negli SPDC, do- È una realtà dura e, nonostante l’età e la sofve sono gli stessi psichiatri a curare una for- ferenza fisica, ci sono fra queste mura permazione continua degli operatori per la par- sone con grandi anime e tanto da insegnarci ticolare realtà di tali reparti. e ancora da dare, ma anche così fragili, così L’Avo cura la formazione iniziale dei vo- vulnerabili, così bisognose di tutto. lontari mediante un corso teorico che preve- Gina dice spesso che questo è il campo in cui de una serie di incontri atti a mettere in luce deve svilupparsi il volontariato nel prossimo quali siano le motivazioni corrette che spin- futuro e pochi giorni fa l’Avo ha firmato una gono ad aiutare il prossimo e ad indirizzare convenzione con un’altra Rsa romana: Villa la buona volontà di ciascuno verso compor- Giulia. tamenti idonei all’aiuto di chi soffre, evi- Noi volontari dell’Avo che oggi ci troviamo, denziando eventuali atteggiamenti inoppor- per nostra scelta, a Villa delle Magnolie (5 tuni o invadenti che finiscono per danneg- persone in tutto) siamo animati da tanta buogiare più che incoragna volontà e siamo giare un malato. pronti a questo nuoAppuntamenti comunitari Il tirocinio in reparto, vo tirocinio, cercanDal 28 aprile al 4 maggio sotto la guida di un vodo giorno per giorno Pellegrinaggio degli operatori lontario “anziano” il di inventarci un nuosanitari in Siria sulle orme tutor, permette all’avo modo di essere spirante volontario di volontari. di S. Paolo sperimentare sul camSe non è mai facile, po l’approccio con i una volta usciti da un Sabato 13 maggio – ore 16 malati e di verificare reparto ospedaliero, Pellegrinaggio alla Madonna nella pratica, e contatrestare distaccati da del Divino Amore to con il male, la forciò che si vede, semza e la validità della bra veramente imSabato 10 giugno – ore 9 propria scelta e di depossibile uscire da in Seminario “Giornata Biblica” cidere liberamente di questa “residenza” e per gli operatori sanitari continuare o di lascianon lasciarsi coinre perdere. volgere troppo dagli Nel settembre del 2005, grazie alla dispo- abbracci, dalle sofferenze e dai sorrisi di nibilità e alla spiccata sensibilità della sua questi amici che ritroveremo domani e poi presidente, la prof.ssa Gina Pitascio, l’Avo ancora domani. entra, per la prima volta a Roma, in una Rsa: Per nostra grande fortuna, nella Rsa è preVilla delle Magnolie. E una svolta storica sente ogni giorno don Carlo, che conosce per l’Avo. ogni ospite e che si prodiga per tutti, portando Si tratta di un campo nuovo con cui con- con le sue iniziative e con i suoi modi diretfrontarsi. Negli Ospedali le degenze sono ti e spontanei un’aria di famiglia tra gli ansempre più brevi e i volontari in genere ogni ziani. Ci sta dando una grossa mano con consettimana incontrano persone diverse. In una sigli preziosi, tanto incoraggiamento e un Rsa gli ospiti (circa 90 a Villa delle Ma- supporto psicologico nelle nostre difficoltà. gnolie) sono nella struttura chi da mesi, chi Ci auguriamo (ce la mettiamo tutta) di riuda anni, chi da decenni e questa è diventa- scire con sincerità e affetto a portare un po’ ta forzatamente la loro casa. Alcuni sono as- di quotidianità e ad aiutare a mantenere lesistiti con amore dai parenti, impossibilita- gami col mondo esterno chi, non per sua scelti e gestire dentro le mura domestiche il pa- ta, vive una vita così fuori dalla dimensione ziente con le sue patologie, altri ricevono ordinaria. solo saltuariamente qualche visita, altri anL. Silva cora non hanno più nessuno che si occupi Responsabile AVO Villa delle Magnolie 19 Quando gli operatori assistenziali diventano volontari Operatori sanitari al servizio del malato. È accaduto sabato 17 dicembre a Villa delle Magnolie, ed è stato un vero successo. Dopo mesi di preparazione e molte ore di prove due operatori sanitari della struttura, un o.t.a. Salvatore e una terapista occupazionale Mascia hanno dato vita ad un concerto davanti agli ospiti e ai loro familiari. Salvatore lavora al primo piano di una delle due palazzine che costituiscono la R.S.A., è dotato di naturale simpatia, è affettuoso e premuroso con gli ospiti e ha una voce calda e potente molto adatto alle canzoni romane e napoletane anche se il suo repertorio spazia in vari generi musicali. Mascia è molto carina, sorride sempre ai pazienti con cui lavora durante l’attività e con loro scherza e gioca nei momenti di pausa quando siedono in cerchio e prendono insieme il bicchiere di tè e il dolce alle 11 di mattina. Sono sicuramente due persone che si fanno volere bene da tutti e proprio per far passare un sabato pomeriggio pre-natalizio insolito e divertente a chi vive nella R.S.A. hanno dedicato tanto tempo ed energie per dare il meglio di sé. A collaborare per trasformare la palestra in un “teatro” sono stati presenti dalla tarda mattinata oltre gli “artisti”, altri operatori della struttura: la generosissima Katia, volontaria AVO e la responsabile della associazione stessa, Luisa, cui si sono aggiunti i volontari “storici” della Comunità di Sant’ Egidio. E di lavoro ce ne è stato per tutti! Chi si occupava dei collegamenti elettrici e della strumentazione, chi degli amplificatori e dei microfoni: altri ancora sgombravano la stanza e portavano le sedie e poi su per i piani per poi accompagnare chi sta su una sedia a rotelle, chi ha bisogno di appoggiarsi per camminare più sicuro e chi solo di un po’di incoraggiamento. Alle 15,30 e iniziato il concerto, la palestra era strapiena, c’erano anche tanti ospiti che non scendono per altre occasioni, molti parenti e, di tanto in tanto, richiamati dai possenti virtuosismi di Salvatore, si affacciavano ausiliari e infermieri e personale della cucina già al lavoro per la cena. C’era anche Rita, la caposala, e Gianni, della portineria che ha voluto dare anche lui il suo contributo esibendosi in gara canora con gli altri. Durante il concerto Mara e Giancarlo (anche loro AVO), si sono occupati delle foto, realizzando un servizio fotografico degno di un grande evento; è stato fatto anche un bel primo piano a ognuno dei presenti per poi regalare a tutti una foto per ricordare questo bel sabato. Abbiamo avuto la gioia di ascoltare Alfredo, il figlio di un’ospite, Lucia, che si è simpaticamente esibito sul “palco” cantando con la giusta musicalità (poiché è napoletano) un paio di belle canzoni napoletane. Un’emozione molto forte l’ha data a tutti Claudio, l’ospite più giovane della Rsa, fans sfegatato di Renato Zero, che, dopo essersi fatto un po’ pregare (ma quanto lo desiderava!), con la presentazione fatta a luci spente e degno del suo mito: ha cantato alcune bellissime canzoni del cantautore romano. È stata straordinaria, per la sua energia e il suo entusiasmo da ragazzina Gisella, 96 anni, che è scattata in piedi invitando tutti ad applaudire. Sono state due ore di bella musica e belle emozioni, molto partecipate e che hanno lasciato un sorriso sul volto di tutti i presenti. Giustamente, alla fine del concerto, don Carlo ha messo in evidenza che Mascia e Salva- 20 tore rappresentano anche gli altri dipendenti di Villa delle Magnolie. Il loro canto è arrivato anche a chi, ai piani non poteva scendere pur volendolo, in quanto allettato, e a tutto il personale che pur rimanendo in servizio ha dato quanto poteva per rendere festosa la giornata. Non ci sono mai parole sufficienti per ringraziare tutto il personale dipendente non solo per quello che fanno (anche se è il loro lavoro), ma per “come” lo fanno. Gente straordinaria davvero a cui va dato rispetto e stima. Gente con famiglia e problemi che spesso si trovano ad assumere ruoli che vanno al di là di competenze proprie. Gente troppo spesso bersagliata dalla superficialità e dal classico luogo comune: “sono pagati per questo!”. Gente che se la sai capire ti sa ricambiare in maniera inaspettata, con lealtà e onestà. Non dimentichiamolo mai: sono loro che accudiscono quei corpi senza piena autonomia facendo tutto quello che spesso i parenti e familiari non hanno la forza di fare per motivi... di stomaco! Ringraziamoli e vogliamogli bene a questi O.T.A.! È bella gente, insomma, da ringraziare Dio per averla e da pregare di non perderla. E queste realtà vanno valorizzate nonostante i luoghi comuni e le banali generalizzazioni che spesso facciamo tutti sulla sanità Luisa IL VESCOVO AL “SANTA LUCIA” scovo per la pastorale sanitaria di Roma, è venuto a fare una visita di amicizia “pastorale” all’Ospedale. Calorosamente accolto dal direttore generale dott. Luigi Amadio e cordialmente accompagnato nel suo giro dal direttore sanitario dott. Antonino Salvia, insieme al sottoscritto, il Vescovo ha visitato i sei piani dell’Ospedale e i locali attigui destinati al servizio sanitario. Ha ammirato la modernità funzionale e anche estetica delle strutture, luminose e accoglienti, in particolare le nove palestre. Ma la sua attenzione è stata assorbita soprattutto dall’incontro intenso con tante persone: malati, parenti, medici, infermieri, ausiliari, terapisti e volontari. Ha sostato più a lungo nelle palestre e nelle sale soggiorno accanto alle persone, guardandole negli occhi, ascoltando, offrendo la sua benedizione, lasciando in tutti l’immagine di “un cuore che vede”. La visita è stata un ampio giro di conoscenza e di amicizia. L’attenzione cordiale data alle persone è stata la predica viva fatta dal Vescovo, il messaggio che ha lasciato all’Ospedale. Quasi un’eco alle parole di Benedetto XV: “la competenza professionale è la prima fondamentale necessità, ma da sola non basta... L’essenziale di cui l’uomo sofferente – ogni uomo – ha bisogno (è) l’amorevole dedizione personale”. L’ Ospedale della “Fondazione Santa Lucia” è un modernissimo edificio di sei piani sulla via Ardeatina, specializzato per la riabilitazione neuromotoria e per le neuroscienze. Il complesso, già a prima vista, si impone all’attenzione per la struttura materiale e per la qualità dei suoi servizi: a livello di cura sanitaria e di ricerca scientifica. L’aspetto tecnologico, indubbiamente riconosciuto e ammirato, non è fine a se stesso, ma a servizio dei malati. Lo scopo ultimo dell’Ospedale e della fondazione Santa Lucia (alla quale è collegato l’EBRI: Centro europeo di ricerca sul cervello) può essere indicato dalla iscrizione che l’imperatore Giuseppe II mise all’ingresso dell’Ospedale generale di Vienna: “Saluti et solatio aegrorum”, “per la salute e il conforto dei malati”. Papa Benedetto XV nella sua prima enciclica “Deus caritas est” ci ricorda che gli esseri umani sofferenti “necessitano sempre di qualcosa di più di una cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno dell’attenzione del cuore”. È con questo spirito che mercoledì 22 febbraio Mons. Armando Brambilla, Ve- Don Carmelo Nigro Cappellano del Santa Lucia 21 L a consegna degli attestati ai nuovi volontari - una cerimonia consueta, forse stereotipata se realizzata come un “dovere” - è stata vissuta al Santo Spirito in un clima di palpabile coinvolgimento emotivo, un evento oserei dire speciale, soprattutto per il fatto che l’A.R.V.A.S. da 25 anni presta servizio nel nostro Ospedale. Subito dopo la nascita dell’associazione presso il San Giovanni, un piccolo gruppo di volontarie fu trasferito al Santo Spirito e quel piccolo nucleo oggi si è ampliato fino ad essere presente in ben 6 reparti, compreso il Pronto Soccorso. L’adesione di S. Ecc. Mons. Brambilla a questo nostro incontro è stata accolta da tutti, non solo volontari, con entusiasmo proprio perché si conoscono ed apprezzano la saggezza, l’intuizione e la coerenza con cui lui si avvicina alle realtà di volontariato sparse un po’ dovunque. Ha concelebrato con Sua Eccellenza il nostro Cappellano, Padre Andrea, una presenza ormai consolidata e familiare al Santo Spirito, perseverante e instancabile nelle sue visite ai malati e nella collaborazione con i volontari. L’altro concelebrante è stato Padre Augustine, un giovane sacerdote africano, un eccellente volontario anche lui e che ha sostituito all’ultimo momento il nostro “padre spirituale”, Padre Vittorino Grossi, amico prezioso del nostro gruppo che, nonostante i suoi impegni di docenza presso l’Università Lateranense e l’Agostinianum, ha voluto essere dei nostri, seguendo il corso di formazione alcuni anni fa, offrendoci spesso ospitalità per le nostre riunioni e arricchendo con il suo “esserci” il nostro operato. Hanno gradito il nostro invito, oltre alla Dr.ssa Angela Marchese, direttore del corso di formazione, che ha sempre dimostrato una dedizione spassionata ai nostri progetti, il Prof. Celestini che ha seguito anche lui con G R U P P O A R V A S al S A N T O S P I R I T O 22 estremo rigore i nostri corsi, la Dr.ssa Santella validissima Assistente Sociale, la Dr.ssa Passaretti docente della Scuola Infermieri, il Prof. Visentin, il Prof. Santucci, il Prof. Splendori, il Prof. Capparoni, il Dr. Santaniello, con la loro presenza, vogliamo pensare, volessero incoraggiarci a perseverare... Ci sono voluti anni perché il personale sanitario ed amministrativo giungessero ad apprezzare il nostro impegno. Ci siamo sempre avvicinati in modo discreto, silenzioso, mai imponendo il nostro servizio, mai declamando ad alta voce “quanto siamo bravi”. Si possono dire tante cose sul volontariato, ma il connotato chiave dell’essere e del fare è camminare insieme in un atteggiamento che è una testimonianza coerente e credibile di valori ed ideali di giustizia sociale, di uguaglianza, di dignità, di solidarietà. Che vuol dire questo? Che ogni volontario, con la propria organizzazione, può partecipare alla rimozione degli ostacoli che rallentano o impediscono l’umanizzazione delle strutture, può partecipare ad un reale cambiamento di mentalità e di cultura, se poi questo avviene assieme alle figure che ruotano attorno al malato, come medici, infermieri, cappellani, suore in una grande sinergia di sforzi, può incidere fortemente sulla cura globale del malato: corpo-psiche, corpo-spirito. Quanto è emerso anche dal Convegno organizzato con lungimiranza dal Camillianum, più precisamente da Padre Arnaldo Pangrazzi, il 12 novembre scorso presso l’Ospedale Santo Spirito, sulla collaborazione fra volontari e cappellani “percorsi di reciproca conoscenza e collaborazione”, nel quale varie organizzazioni di volontariato hanno appreso e rafforzato questi concetti con la loro esperienza sul campo. Raffaella Picca Responsabile dell’ARVAS Ospedale Santo Spirito L ivia Pietrantoni nasce il 27 marzo 1864 a Poz- zie all’intervento del Direttore Generale, zaglia, nei colli della Sabina. All’età di 22 Dott. Ubaldo Montaguti e alla spinta oranni è accolta dalle Suore della Carità di San- ganizzativa di prof. Silvio Messinetti, abta Giovanna Antida Thouret. Vestito l’abito biamo fatto benedire da S.E. Mons. Arreligioso con il nome di suor Agostina viene mando Brambilla l’aula accanto alla noinviata come infermiera nell’Ospedale “San- stra cappella, dedicandola alla santa. L’auto Spirito” di Roma, nella corsia dei bambi- la è stata concessa per gli incontri della Pani, poi in quella dei tubercolotici dove con- storale Sanitaria, per la formazione del votrae il brutto male. Chiede di restare nella lontariato e per gli studenti universitari che stessa corsia per evitare il contagio ad altre svolgono il servizio pastorale in alcune cliconsorelle. Il 13 novembre 1894 un assistito, niche. La nostra festa ha radunato diversi da lei amorevolmente curato, stronca la sua ospiti: il Vescovo, i cappellani del settore, giovane vita con le Suore della Casette pugnalate. rità di Santa GioL’intera città di vanna Antida e Una vita di ieri, Roma rimane attotanti amici docenun esempio per oggi, nita e subito la inti, medici, infervoca “martire mieri, studenti e un messaggio per domani. della carità”. Il 12 ricoverati. Sperianovembre 1972 e proclamata “Beata” dal mo che in futuro l’aula possa accogliere Pontefice Paolo VI e nel 1999, il 18 aprile, anche numerosi infermieri e medici nei diPapa Giovanni Paolo Il la proclama “Santa”. versi incontri della formazione che ha coLa Congregazione per il Culto divino e la me meta principale l’umanizzazione del disciplina dei Sacramenti con Decreto del nostro nosocomio. 29 aprile 2003 nomina Santa Agostina Pie- L’indomani, il 13 novembre ci siamo ritrotrantoni Patrona degli infermieri d’Italia. vati a Pozzaglia per proseguire la celebraPer tre giorni, dal 10 al 12 di novembre zione della santa. 2005, ci siamo radunati nella Cappella Centrale del Policlinico “Umberto I” per la cedon Telesforo Cappellano al Policlinico Umberto 1 lebrazione festosa di Sant’Agostina. Gra- Santa Agostina Pietrantoni Il 14 gennaio 2006 la reliquia, proveniente dalla Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli dove riposano i resti mortali di S. Giuseppe Moscati, è stata festosamente accolta nei locali della BIOS, gruppo di strutture sanitarie collegate. Domenica 15 gennaio, la reliquia è stata portata nella Basilica dell’Immacolato Cuore di Maria in piazza Euclide, dove alle ore 12 è stata celebrata una S. Messa in onore del Medico Santo. La chiesa era gremita ed era presente un folto numero degli aderenti al gruppo di preghiera “Divino Amore - San Giuseppe Moscati” che si trova presso l’Ospedale C. Forlanini in Roma, compreso il sottoscritto coordinatore del gruppo e la sig.ra Marisa Micali, fondatrice dei Gruppi di Preghiera e responsabile diocesana di Reggio Calabria. La S. Messa è stata concelebrata da S.E. Mons. Armando Brambilla, Vescovo ausiliario di Roma, delegato per la pastorale sanitaria e dal parroco padre Leandro. Nella sua omelia Mons. Brambilla ha illustrato la figura del Santo come “medico e scienziato insigne”, come uomo che ha messo in pratica il Vangelo della carità. Ha messo inoltre in rilievo la carità sublime del prof. Moscati esercitata quotidianamente con preparazione e competenza nella sua professione medica, come Buon Samaritano verso tutti coloro che ha incontrato sulla strada della sua vita. Ha poi sottolineato che si può considerare S. Giuseppe Moscati come il medico dei poveri e delle persone bisognose d’aiuto, e ha concluso invitando a pregare per gli ammalati, i medici, i paramedici ed il personale tutto ospedaliero. La solenne cerimonia si concludeva col bacio della reliquia , attraverso il quale ciascuno chiedeva al Santo la Sua protezione e la Sua benedizione. Attilio Lo Baido S.G. Moscati a Roma 23 Regolamento dei diritti e dei doveri dell’utente malato L’articolato che segue costituisce espressione ed integrazione dei principi contenuti nei sottoindicati documenti, elaborati alla luce di norme di diritto internazionale: – “Carta dei diritti del paziente”, approvata nel 1973 dalla American Hospital Association; – “Carta dei diritti del malato”, adottata dalla CEE in Lussemburgo dal 6 al 9 maggio 1979; – “Carta dei 33 diritti del cittadino”, redatta nella prima sessione pubblica per i diritti del malato, in Roma il 29 giugno 1980; – Art. 25 della “Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo” - Artt. 11 e 13 della “Carta sociale europea 1961”; – Art. 12 della “Convenzione internazionale dell’ONU sui Diritti economici, sociali e culturali”, 1966; – Risoluzione n. 23 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, 1970, che trovano piena corrispondenza nei Principi della Carta Costituzionale (artt. 2 - 3 - 32). di ricevere le notizie che gli permettano di esprimere un consenso effettivamente informato prima di essere sottoposto a terapie od interventi; le dette informazioni debbono concernere anche i possibili rischi o disagi conseguenti al trattamento. Ove il sanitario raggiunga il motivato convincimento dell’inopportunità di una informazione diretta, la stessa dovrà essere fornita, salvo espresso diniego del paziente, ai familiari o a coloro che esercitano potestà tutoria. I diritti Il paziente ha diritto di essere assistito e curato con premura ed attenzione, nel rispetto della dignità umana e delle proprie convinzioni filosofiche e religiose. Art. 1 Art. 2 In particolare, durante la degenza ospedaliera ha diritto ad essere sempre individuato con il proprio nome e cognome anziché, secondo una prassi che non deve essere più tollerata, col numero o col nome della propria malattia. (salva la privacy). Ha, altresì, diritto di essere interpellato con la particella pronominale “Lei”. Il paziente ha, altresì, diritto di essere informato sulla possibilità di indagini e trattamenti alternativi, anche se eseguibili in altre strutture. Ove il paziente non sia in grado di determinarsi autonomamente le stesse informazioni dovranno essere fornite alle persone di cui all’articolo precedente. Art. 6 Art. 3 Il paziente ha diritto di ottenere dalla struttura sanitaria informazioni relative alle prestazioni dalla stessa erogate, alle modalità di accesso ed alle relative competenze. Lo stesso ha il diritto di poter identificare immediatamente le persone che lo hanno in cura. Il paziente ha diritto di ottenere che i dati relativi alla propria malattia ed ogni altra circostanza che lo riguardi, rimangano segreti. Art. 7 Art. 4 Il paziente ha diritto di ottenere dal sanitario che lo cura informazioni complete e comprensibili in merito alla diagnosi della malattia, alla terapia proposta e alla relativa prognosi. Il paziente ha diritto di proporre reclami che debbono essere sollecitamente esaminati, ed essere tempestivamente informato sull’esito degli stessi. In particolare, salvo i casi di urgenza nei quali il ritardo possa comportare pericolo per la salute, il paziente ha diritto E noi della Pastorale Sanitaria aggiungiamo un altro articolo: Il paziente ha diritto all’assistenza religio- Art. 8 N.B. Art. 5 24 sa per alimentare il suo spirito, perché l’uomo non è solo un corpo da curare ma una persona composta di anima e corpo di cui “prendersi cura”. La diretta partecipazione all’adempimento di alcuni doveri è la base per usufruire pienamente dei propri diritti. L’impegno personale ai doveri è un rispetto verso la comunità sociale e i servizi sanitari usufruiti da tutti i cittadini. Ottemperare ad un dovere vuol dire anche migliorare la qualità delle prestazioni erogate da parte dei servizi sanitari della propria ASL. bile evitare l’affollamento intorno al letto. 6 Per motivi di sicurezza igienico-sanitari nei confronti dei bambini si sconsigliano le visite in Ospedale dei minori di anni dodici. Situazioni eccezionali di particolare risvolto emotivo potranno essere prese in considerazione rivolgendosi al personale medico del reparto. 7 In situazione di particolare necessità le visite al degente, al di fuori dell’orario prestabilito dovranno essere autorizzate con permesso scritto rilasciato dal primario o da persona da lui delegata. In tal caso il familiare autorizzato dovrà uniformarsi alle regole del reparto ed avere un rispetto consono all’ambiente ospedaliero, favorendo al contempo la massima collaborazione con gli operatori sanitari. 8 Nella considerazione di essere parte di una comunità è opportuno evitare qualsiasi comportamento che possa creare situazioni di disturbo o disagio agli altri degenti (rumori, luci accese, radioline con volume alto, ecc.). 9 È dovere rispettare il riposo sia giornaliero che notturno degli altri degenti. Per coloro che desiderino svolgere eventuali attività ricreative sono disponibili le sale soggiorno ubicate all’interno di ogni reparto. 10 In Ospedale è vietato fumare. Rispetto di tale disposizione è un atto di accettazione della presenza degli altri e un sano personale stile di vivere nella struttura ospedaliera. 11 L’organizzazione e gli orari previsti nella struttura sanitaria nella quale si accede, devono essere rispettati in ogni circostanza. Le prestazioni sanitarie richieste in tempi e modi non corretti determinano un notevole disservizio per tutta l’utenza. 12 È opportuno che i pazienti ed i visitatori si spostino all’interno della struttura ospedaliera utilizzando i percorsi riservati ad essi, raggiungendo direttamente le sedi di loro stretto interesse. 13 Il personale sanitario, per quanto di competenza, è invitato a far rispettare le norme enunciate per il buon andamento del reparto ed il benessere del cittadino malato. 14 Il cittadino ha diritto ad una corretta informazione sull’organizzazione della struttura sanitaria, ma è anche un suo preciso dovere informarsi nei tempi e nelle sedi opportune. I doveri 1 Il cittadino malato quando accede in una struttura sanitaria della ASL è invitato ad avere un comportamento responsabile in ogni momento, nel rispetto e nella comprensione dei diritti degli altri malati, con la volontà di collaborare con il personale medico, infermieristico, tecnico e con la direzione della sede sanitaria in cui si trova. 2 L’accesso in Ospedale o in un’altra struttura sanitaria esprime da parte del cittadino paziente un rapporto di fiducia e di rispetto verso il personale sanitario, presupposto indispensabile per l’impostazione di un corretto programma terapeutico e assistenziale. 3 È un dovere di ogni paziente informare tempestivamente i sanitari sulla propria intenzione di rinunciare, secondo la propria volontà, a cure e prestazioni sanitarie programmate affinché possano essere evitati sprechi di tempi e risorse. 4 Il cittadino è tenuto al rispetto degli ambienti, delle attrezzature e degli arredi che si trovano all’interno della struttura ospedaliera, ritenendo gli stessi patrimonio di tutti e quindi anche propri. 5 Chiunque si trovi in una struttura sanitaria della ASL (Ospedale, poliambulatorio ecc..) è chiamato al rispetto degli orari delle visite stabiliti dalla Direzione Sanitaria, al fine di permettere lo svolgimento della normale attività assistenziale terapeutica e favorire la quiete e il riposo degli altri pazienti. Si ricorda inoltre che per motivi igienico sanitari e per il rispetto degli altri degenti presenti nella stanza ospedaliera è indispensa- 25 Carta dei diritti del malato cronico Signore, guida gli operatori sanitari “Carta” nata nella Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli” dell’Università Cattolica del S. Cuore da una iniziale esigenza dell’Unità di Cura Continuativa dell’Associazione “Romanini” la quale si è confrontata con l’Istituto di Bioetica, e successivamente si è arricchita dell’apporto dell’Unità di Terapia Domiciliare per i malati di AIDS. Ho il diritto di: essere considerato come persona e con 1. la mia dignità riconosciuta fino al termine naturale della vita; essere sollevato dal dolore fisico e da 2. altri tipi di sofferenza; ricevere risposte veritiere alle mie do3. mande; attendermi tutte le necessarie cure me4. diche ed infermieristiche, anche quando la finalità sia solo quella del conforto; ricevere interventi proporzionati alla 5. mia situazione clinica, senza accanimento e senza abbandono terapeutico; essere preso in cura da persone com6. petenti, sensibili e affettuose, disponibili a comprendere tutti i miei bisogni, aiutandomi sino alla fine; partecipare alle decisioni che riguar7. dano l’assistenza alla mia persona dopo aver ricevuto tutte le informazioni e le spiegazioni che richiedo; riflettere e approfondire le mie espe8. rienze spirituali e religiose, anche con l’aiuto di chi mi circonda; conservare sempre la speranza ed es9. sere curato da chi possa dare un senso di speranza; esprimere apertamente i miei senti10. menti e le mie emozioni per l’avvicinarsi della morte; avere aiuto per i miei familiari affinché 11. possano affrontare ed accettare la mia morte; non essere lasciato solo e di morire in 12. pace, con dignità, secondo i principi della mia religione, nel luogo a me familiare. 26 Signore, illumina quanti si curano di noi, quanti cercano di diagnosticare le nostre malattie, alleviare le nostre sofferenze, dare fiducia alle nostre attese, Benedici le menti, le mani e i cuori di quanti si accostano alle nostre infermità, fa che non ci considerino come un caso da studiare, un organo da curare o un numero da sbrigare, ma vedano il nostro volto, comprendano le nostre ansie, e portino alla luce le nostre risorse interiori. Ti preghiamo per quanti sono presi da se stessi, e non hanno tempo di ascoltarci: fa che scoprano che la saggezza risiede nell’umiltà e che la guarigione cammina in compagnia della bontà. Ti preghiamo per coloro che sono stanchi, stanchi di veder soffrire e di dover capire, perché non si arrendano dinanzi alle difficoltà, ma sappiano rinnovare le loro motivazioni per ritornare accanto a noi carichi di speranza Amen. Preghiera del volontario 0 Signore, tu ci hai insegnato che l’amore più grande è dare la vita per i propri amici. Aiutaci a scoprire nel volontariato l’opportunità di incontrare non solo la sofferenza umana, ma di vivere l’amore. Apri i nostri occhi a riconoscere in ogni malato il tuo volto e la tua presenza. Apri i nostri orecchi ad accogliere con gentilezza le voci che chiedono ascolto. Apri i nostri cuori ad offrire speranza dove c’è paura, solidarietà dove c’è solitudine, conforto dove c’è tristezza. Aiutaci, o Signore, a testimoniare il Vangelo con un sorriso, una parola, un gesto di affetto. Donaci l’umiltà di riconoscere che noi non siamo la luce, ma strumenti della Tua luce, non siamo l’amore, ma espressìoni del Tuo amore. Amen. “Il nostro punto di vista” L I FABBRICANTI DI ANGELI e recenti querelles sollevate dall’antiprogestinico Ru 486 e le immagini schoccanti apparse sui quotidiani, riportano ancora una volta alla nostra coscienza di medici credenti, il dramma vissuto da ogni donna, consenziente o no, di fronte a tale evenienza. L’interruzione di una gravidanza, sia essa chimica o chirurgica, è sempre e comunque un omicidio e va annoverata tra i delitti contro l’uomo. I medici che praticano questa metodica hanno smarrito ogni valore e significato morale anche se sono autorizzati dalla legge degli uomini e indossano un camice. Anche se di fatto è stato cancellato dal giuramento di Ippocrate il divieto di somministrare pozioni abortive, chi a suo tempo sottoscrisse tale impegno, oggi tradisce l’etica deontologica che fa del medico un promotore di vita e non di morte. In questa epoca di oscurantismo e di imbarbarimento che l’umanità sta vivendo, l’etica comune è orfana dell’esperienza di Dio, e della conoscenza dell’Assoluto, consentendo la pratica di un malcostume che è sinonimo di crimine. I carnefici degli “innocenti” sono convinti fautori del tutto possibile. Essi sono i tardi epigoni di una matrice ideologica materialistica che trova il suo turpe sostegno in un positivismo pseudo scientifico influenzato dalle passioni e dalle logiche interessate ad un immanente che rifiuta il confronto con il trascendente, così accentuando la decadenza di ogni valore etico, morale e religioso. Quando l’uomo viene sottratto all’affidamento di principi derivanti dal divino, precipita verso l’abisso dell’arbitrio. È solo con il messaggio-rivelazione di Cristo che nasce il regno dell’amore capace di costruire una etica finalizzata all’uomo ma rivolta all’Assoluto. Una tale etica non può che essere quella dettata dal Magistero della Chiesa Cattolica che sancisce la necessità di un fine inteso come “norma suprema”: la sacralità della vita dell’uomo, bene indefettibile e infinito, che si oppone alla etica laica della qualità della vita. Solo la forza del Vangelo è capace di annullare ogni turpitudine, sostituendo la cultura della morte con quella della vita. “Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più” (Mt. 2,18). Dr. Sergio Mancinelli ...A PROPOSITO DELLA “RU486” D i fronte alla prospettiva di una ripresa della sperimentazione nell’Ospedale S. Anna di Torino della pillola abortiva RU486, l’Associazione Medici Cattolici Italiani in piena adesione al Magistero della Chiesa esprime ferma condanna di ogni mezzo utilizzato per interrompere la vita umana nascente. Peraltro, la utilizzazione della pillola RU486, certamente non priva di pericoli per la salute della donna, rischia di banalizzare nella coscienza collettiva e particolarmente delle donne, l’evento doloroso dell’aborto. Come cittadini dello Stato, i medici cattolici chiedono al Ministero della Salute la più attenta vigilanza perché la sperimentazione non travalichi i confini stabiliti dalla Legge 194 che, pur consentendo la dolorosa e drammatica esperienza dell’interruzione volontaria della gravidanza, ha voluto non solo escluderne qualunque utilizzazione contraccettiva ma, anzi, ha assunto precisi impegni, spesso disattesi, a tutela della maternità. I Medici Cattolici Italiani auspicano che il progresso scientifico sia sempre orientato alla 27 difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e, come per il passato, intendono farsi testimoni di una cultura di accoglienza alla vita nel segno della civiltà e dell’amore. In questa circostanza l’AMCI si schiera con convinzione al fianco dell’Arcivescovo di Torino, il Cardinale Severino Poletto, che con coraggio ha rappresentato la posizione della Chiesa, e si unisce a Lui nella preghiera affinché il Signore illumini le menti e i cuori di coloro che, a motivo delle loro responsabilità, possono impegnarsi a realizzare nella società condizioni favorevoli alla difesa e promozione di ogni vita umana. Vincenzo Saraceni Presidente Nazionale AMCI Roma, 6 ottobre 2005 I COMITATI DI BIOETICA OSPEDALIERI I Comitati di bioetica (CdB) originariamente sorti per correggere situazioni del tutto particolari esprimenti contenuti drammatici e a limite del paradosso,oggi si propongono, nell’ambito ospedaliero, per fornire una valutazione etica sul potere espresso da coloro che esercitano una professione sanitaria,impegnandosi a rispettare “i diritti dell’uomo” come esplicitati nelle Carte e nelle Convenzioni internazionali (Dichiarazione di Helsinki-Hong Kong 1989/Goog Clinical Practice -Comunítà Europea 1990). Il CdBO ha lo scopo di fornire un supporto alle decisioni concernenti i Protocolli di sperimentazione o il rilascio di pareri etici riferibili a situazioni a “carattere innovativo” o di “incerta valenza etica”. Quattro sono le motivazioni dell’essere dei CdBO: 1) Ricerca di una unità antropologica nell’esercizio della attività medica; 2) Chiarezza nel confrontarsi sulla diversità dei modelli etici emergenti; 3) Preservazione della autonomia della azione medica nella sua espressione deontologica in contrapposizione al pericolo della burocratizzazione e politicizzazione della medicina; 4) Tutela arbitrale dei diritti del malato senza ricorso al codice (vedi E. Sgreccia - Manuale di Bioetica). I compiti dei Comitati Etici Ospedalieri sono: a) di tipo educativo, per l’esame dei protocolli di ricerca e di sperimentazione clinica; b) di tipo consultivo, per esprimere parere sui singoli casi di carattere assistenziale. Competenza, imparzialità, indipendenza sono le condizioni indispensabili affinché un CdBO possa risultare ottimale. Rappresenta una caratteristica fondamentale di un CdBO quella di avere finalità consultiva e non decisionale che esprima un momento di competenza che in modo sussidiario è offerto al medico, al ricercatore, al cittadino per favorire la eticità della decisione. Va ancora ricordata la coerenza che il CdBO deve mostrare con i propri parametri adottati (Regolamento/Statuto), l’indipendenza di riflessione e di deliberazione nei confronti dell’amministrazione della struttura in cui il CdBO opera o dei ricercatori che sottopongono i loro protocolli di sperimentazione. È nostra convinzione che i CdBO rappresentino la cerniera tra il mondo della ricerca scientifica e la società civile e politica che deve esprimere il risultato di una sinergía e di un confronto leale e dialettico senza cedimenti alla opinione pubblica per una “captatio benevolentiae”, ancorché contro il suo stesso bene. È nostra opinione radicata che il CdBO rappresenti e debba rappresentare “la voce critica e la coscienza promozionale” strettamente ancorate “ai principi di salvaguardia dei valori della persona umana”. Dr. Sergio Mancinelli 28 Iniziativa di preghiera per la vita proposta dai farmacisti cattolici DUE minuti al giorno è il tempo che vi in- vitiamo ad offrire per aderire alla grande iniziativa di preghiera per la vita umana che è iniziata il 7 ottobre in occasione della festa della Beata Vergine del Rosario. Nella preghiera saranno ricordati: – i milioni di bambini coinvolti; – le donne che hanno abortito, quelle che stanno decidendo e sono ancora in tempo per tornare indietro; – i padri che hanno favorito o subito un aborto o che attualmente si trovano accanto a una donna che sta decidendo in merito; – i medici abortisti; – i farmacisti coinvolti nella vendita di Norlevo o Levonelle, pillole abortive. Le preghiere da recitarsi, secondo queste intenzioni, sono: Salve Regina, Preghiera finale dell’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II, Angelo di Dio, Eterno riposo. Con questo progetto si mira a trovare 150mila persone, ed oltre, che ogni giorno recitino queste preghiere. Il numero corrisponde a quello – volutamente approssimato per eccesso – degli aborti accertati che avvengono ogni anno in Italia. Per raggiungere tale obiettivo abbiamo bisogno del vostro aiuto e della vostra generosità per riuscire a coinvolgere quante più persone possibili, tutte quelle a cui sta a cuore la difesa della vita. Ma servirà davvero per difendere la vita? Noi ne siamo sicuri e lo confermano le parole di Giovanni Paolo II (Evangelium Vitae n. 100). Simulacro della Madonna della Fiducia venerata nel Seminario maggiore romano. (Foto Emiliano Diac). O Maria, aurora del nuovo mondo, Madre dei viventi, affidiamo a Te la causa della vita: guarda, o Madre, al numero sconfinato di bimbi cui viene impedito di nascere, di poveri cui è reso difficile vivere, di uomini e donne vittime di disumana violenza, di anziani e malati uccisi dall’indifferenza o da una presunta pietà. Fa’ che quanti credono nel tuo Figlio sappiano annunciare con franchezza e amore agli uomini del nostro tempo il Vangelo della vita. Ottieni loro la grazia di accoglierlo come dono sempre nuovo, la gioia di celebrarlo con gratitudine in tutta la loro esistenza e il coraggio di testimoniarlo con tenacia operosa, per costruire, insieme con tutti gli uomini di buona volontà, la civiltà della verità e dell’amore, a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita. Giovanni Paolo II “Con iniziative straordinarie e nella preghiera abituale, da ogni comunità cristiana, da ogni gruppo o associazione, da ogni famiglia e dal cuore di ogni credente, si elevi una supplica appassionata a Dio, Creatore e amante della vita”. “È certamente enorme la sproporzione che esiste tra i mezzi, numerosi e potenti, di cui sono dotate le forze operanti a sostegno dela cultura della morte e quelli di cui dispongono i promotori di una cultura della vita e dell’amore. Ma noi sappiamo di poter confidare sull’aiuto di Dio, al quale nulla è impossibile (cf. Mt 19,26). 29 I l dibattito sulla fecondazione artificiale pare condotto su linee ideologiche, piuttosto che su considerazioni pratiche e scientifiche. Infatti, prima di tante polemiche, occorre chiedersi: la fecondazione artificiale, omologa ed eterologa, funziona? Le mamme ottengono il figlio sperato? Eventuali figli nascono sani o sono solo il frutto di sperimentazioni senza certezze? Carlo Flamigni, ginecologo dell'Università di Bologna, pioniere e strenuo difensore della fecondazione artificiale in tutte le sue forme, nel suo “La procreazione assistita”, Il Mulino, 2002, ammette: 1) la iperstimolazione ovarica sulla donna può provocare una “sindrome pericolosa persino per la vita” (pag.29; il Corriere della sera dei 21/4/2004 infatti annuncia: “Muore dopo la fecondazione assistita. Una casalinga di Sciacca si era sottoposta a iperstimolazione ovarica”); 2)”tutte le tecniche di procreazione assistito mamente sperimentale, che non dà alcuna sicurezza. Flamigni, ad esempio sostiene, a pag.85, di aver fatto nascere 34 bambini con una determinata tecnica. Ma “per uscire dalla fase sperimentale è necessario dare ai 34 bambini già nati, almeno altri duecento fratelli. Solo così riusciremo a sapere se il congelamento degli ovociti è realmente innocuo”. I bimbi e le donne sono dunque cavie? 5) riguardo alla crioconservazione (congelamento) degli embrioni circa il 30% muoiono nella fase di scongelamento, mentre tra quelli sopravvissuti “alcuni mostrano di avere almeno una cellula danneggiata” (pag. 81): cosa nascerà da embrioni già danneggiati impiantati in utero? Considerando infine che nella fecondazione artificiale vengono sacrificati circa 92 embrioni su 100, e che nel processo in vitro vengono a mancare tutti quei segnali ormonali e chimici (colloquio crociato) che la natura fa GLI ENORMI RISCHI DELLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE si caratterizzano per il fatto di non essere molto generose in materia di risultati” (pag.35. Solo il 15% circa delle donne ottiene il figlio, dopo anni e migliaia e migliaia di euro); 3) riguardo ai bimbi nati con tecnica Icsi e Fivet “resta il dubbio relativo alla possibile comparsa di un'anomalia tardiva”, specie “malattie di tipo degenerativo riguardanti il sistema nervoso e i muscoli” (pag.54); 4) tra le complicazioni si segnalano: gravidanze tubariche, gravidanze multiple fino a cinque, sei gemelli (con evidenti rischi per la salute della donna e dei figli), lesioni vascolari, altissima mortalità perinatale (20%), aborti ripetuti, gravidanze extrauterine, parti prematuri, bambini nati piccoli, parti operativi, “riduzione embrionale” (e cioè eliminazione in corso d'opera, a causa di gravidanza multipla, di embrioni dalla ottava alla dodicesima settimana, perfettamente formati) con “conseguenze drammatiche sull'equilibrio psicologico della madre”. Ancora: gestosi, placente previe, malformazioni fetali... (pag. 65, 66, 73, 74) e “delusione della coppia, esperienza altrettanto frequente quanto sgradevole” (pag.62). La fecondazione artificiale è infatti qualcosa di estre- scattare nel momento in cui l'embrione si forma nel corpo della donna (fecondazione in vivo), è facilissimo capire perché molti medici considerino la fecondazione artificiale una pratica omicida e pericolosa, in cui scienziati-stregoni, sperimentano sulle donne, sui bambini e sugli embrioni, creando illusioni e speranze fasulle in chi soffre il dramma della sterilità, e ottenendo di contro grossi guadagni. A tutto ciò si aggiunga il fatto che i “fecondazionisti” ad oltranza vorrebbero che venissero permessi l'utero in affitto, le mamme-nonne, la fecondazione con seme di persone morte, le “famiglie” composte da due padri o due madri, le banche del seme, più o meno pregiato, e la sperimentazione sugli embrioni. Riguardo a quest'ultima il discorso è assai lungo, ma basti pensare che ricercatori svedesi hanno messo a punto una tecnica chirurgica per aborti da effettuarsi tra la 18° e la 28° settimana con trapanazione del cranio del feto da vivo per aspirare con una cannula la substantia nigra del cervello, per una ipotetica quanto fasulla cura contro il morbo di Parkinson. Si tratta di “ricerca” o di mostruosità? Comitato pro vita ([email protected]) 30 Unzione degli infermi N ell’anno dell’Eucaristia la riflessione teolo- fuse ed errate, sul loro significato e imporgica ha messo in evidenza l’importanza di tanza. questo sacramento per la vita della Chiesa, mentre nel popolo di Dio si sta prendendo Il sacramento coscienza di vivere nella fede e nell’amore dell’Unzione degli infermi questo grande memoriale del mistero pasquale di Cristo che ha sofferto, è morto e ri- Come hanno insegnato i Padri, fin dall’inisorto per la salvezza dell’uomo. zio del cristianesimo troviamo una testimoLa cultura contemporanea, troppo spesso ri- nianza fondamentale nella lettera di Giacovolta al benessere e alla salute materiale del- mo al cap. 5; ancor più significativo è quanl’uomo, facilmente to ci rivela la storia dimentica l’esistenza della liturgia verso i In data 11 febbraio 2005, di una grande parte malati, anche se dobla Congregazione per la dottrina della dell’umanità che sofbiamo registrare un fede ha emanato la seguente Nota: modo diverso di cefre per la mancanza di beni fondamentali: lebrazione lungo il “Il codice di diritto canonico nel can. troviamo anche una corso dei secoli. Di 1003§1 (cfr anche can. 739§1 del Codimoltitudine di malati fatto sono state due le ce dei Canoni delle Chiese Orientali) riche vivono quasi comodalità che hanno prende esattamente la dottrina espressa me separati ed estraportato la Chiesa a dal Concilio Tridentino (Sessio XIV, can. nei alle situazioni più celebrare questo sa4; DS 1719; cfr anche il Catechismo delcramento sia per i semplici della vita fala Chiesa Cattolica, n. 1516), secondo la malati che per i momiliare, sociale ed quale soltanto i sacerdoti (Vescovi e preribondi: in questo seistituzionale. sbiteri) sono ministri del Sacramento delcondo caso si può afLa Chiesa invece, fin l’Unzione degli Infermi). Questa dottrifermare che si è tratdal suo nascere, rivena è definitive tenenda: Né diaconi né tato di una interpretala un’attenzione spelaici perciò possono esercitare detto mizione non del tutto cifica per malati e ponistero e qualsiasi azione in questo sencorretta della teologia veri: basti ricordare i so costituisce simulazione del sacraliturgica; da qui la numerosi istituti relimento.” tradizione sviluppata giosi o le confraterniRoma, dalla Sede della Congregazione soprattutto tra il Conte di laici che, nel siper la S. Dottrina della Fede, l’11 febcilio di Trento ed il lenzio, hanno esercibraio 2005, nella memoria della Beata Vaticano Il di dare il tato il ruolo del buon Vergine di Lourdes. sacramento solo a chi Samaritano ed hanno Joseph Ratzinger, Prefetto Angelo Amato, S.D.B., Segretario era ormai prossimo saputo contemplare in alla morte, creando queste persone il volto di Cristo, povero, solo, affamato, malato... così la mentalità che quando arriva il sacerLa Chiesa, continuando l’esempio del Si- dote non c’è più nulla da fare! gnore, ha sviluppato anche un’assistenza che L’unzione - specialmente dopo la riforma limiri alla cura dell’uomo nella sua integralità turgica - è ritornata ad essere sacramento dee nelle sue esigenze più profonde di creatu- gli infermi e sacramento di vita, espressione ra di Dio, fatta a sua immagine e somiglian- rituale dell’azione liberatrice di Cristo che za: questa cura del malato si realizza in cir- invita e, nello stesso tempo, aiuta l’infermo costanze particolari con due particolari doni a parteciparvi. di grazia quali sono i sacramenti dell’Un- Come sacramento di vita, deve aiutare a vizione degli infermi e dell’Eucaristia offerta vere la malattia con un senso di fede e questo è ben diverso dall’aiutare a ben morire; come Viatico. Se chiediamo ai fedeli che cosa significhino il malato deve vedere nell’unzione non la gai sacramenti dell’Unzione degli infermi e del ranzia di un miracolo, ma la fonte di una speViatico, potremmo accorgerci che spesso ranza. molti non sanno rispondere o hanno idee con- Come sacramento del ristabilimento, la pa- 31 storale deve preparare l’infermo al suo reinserimento nella vita ordinariaria tornando alla sua attività normale dopo aver vissuto un incontro peculiare con Cristo. Per quanto riguarda l’Unzione degli infermi essa, nello stesso Rituale, viene presentata come momento dell’attività terapeutica di Cristo e costituisce il segno principale della Sua premura, infatti “istituito da Cristo e fatto conoscere nell’epistola di san Giacomo, questo sacramento è stato poi sempre celebrato dalla Chiesa per i suoi membri malati; in esso, per mezzo di una unzione, accompagnata dalla preghiera dei sacerdoti, la Chiesa raccomanda i malati al Signore sofferente e glorificato, perché dia loro sollievo e salvezza ed esorta, i malati stessi ad associarsi spontaneamente alla passione e morte di Cristo per contribuire al bene del popolo di Dio” (Il rituale dell’unzione degli infermi. Premesse, n. 5); bisogna infatti tener conto che “l’uomo gravemente infermo ha infatti bisogno, nello stato di ansia e di pena in cui si trova, di una grazia speciale di Dio per non lasciarsi abbattere, con il pericolo che la tentazione faccia vacillare la fede”. “Proprio per questo, Cristo ha voluto dare ai suoi fedeli malati la forza e il sostegno validissimo del sacramento dell’unzione” (Ivi). Mons. Andrea Gemma, Vescovo di IserniaVenafro (Italia), così scriveva nella sua lettera pastorale “Ero malato e mi avete visitato...” (settembre 1992): “Cristo non ha voluto che il sacerdote andasse dagli ammalati a mani vuote. Lo ha reso portatore di un dono di grazia eccezionale: il sacramento dell’unzione degli infermi. Insieme alla penitenza e all’Eucaristia esso forma un mirabile equipaggiamento soprannaturale per chi deve af- frontare la lotta della malattia, specie se grave. Penitenza ed Eucaristia devono essere offerti con frequenza ai malati, a tutti i malati. Anche per evitare quel doloroso impatto psicologico che è dato dalla presenza del sacerdote solo in casi estremi. È ora che tutti capiscano, che il prete non è... il becchino, ma è il confortatore, supernamente inviato da Cristo, per tutti gli ammalati”. Molto opportunamente anche i Vescovi della Croazia, nel documento “Chiamati alla santità” (settembre 2002), hanno ricordato che Dio ci guarisce non solo spiritualmente, ma ci sta vicino anche nelle diverse malattie, come ha dimostrato la vita terrena del Signore che curava e guariva le persone; anzi “come segno della sua permanente cura per l’uomo malato ci ha donato il sacramento dell’unzione degli infermi. I suoi discepoli fin dall’inizio hanno seguito con zelo l’esempio del Maestro, aiutando i malati e gli infermi, come ci testimoniano specialmente le parole dalla lettera di Giacomo... Nei nostri tempi riteniamo che anche nella nostra pastorale sia necessario fare dei passi che permetteranno un impegno per i malati ancor più efficace, e correggeranno anche delle visioni errate”. Nella pastorale del sacramento dell’unzione sarà possibile allora far scoprire al malato l’urgenza di vivere più evangelicamente la sua relazione con Dio ed i fratelli, mentre poi sarà legato in maniera più profonda a quella comunità cristiana cui, dopo la malattia, darà testimonianza della propria fede per aver ricevuto da lei il dono della consolazione durante la stessa malattia. Eugenio Sapori Domenica 21 maggio 2006 - ore 16 presso il teatro della parrocchia della Natività (Via Gallia - Roma) nell’Anno dedicato alla Famiglia - la 9° Edizione del Premio “IL BUON SAMARITANO” Verrà assegnato alle famiglie e alle persone che hanno vissuto con particolare impegno e fede cristiana il tempo della malattia, la sofferenza e la morte di una persona cara, o che si sono prodigati in generosa carità verso persone o famigliari bisognosi. *** Coloro che sono interessati a segnalare qualche famiglia o persona meritevole, sono invitati a far giungere al Centro della pastorale sanitaria (Piazza S. Giovanni, 6 - Vicariato di Roma) il nome, l’indirizzo della famiglia o persona e della parrocchia di appartenenza e una breve scheda con le motivazioni per l’assegnazione del premio.