1
Sommario
Le Cento Città
*
Direttore Editoriale
Mario Canti
Comitato Editoriale
Laura Cavasassi
Ettore Franca
Alberto Pellegrino
Anna Maria Zallocco
Direzione, redazione,
amministrazione
Associazione Le Cento Città
[email protected]
Direttore Responsabile
Edoardo Danieli
Prezzo a copia
Euro 10,00
3Portfolio
Note di velluto, Libero Api
7Tra storia e leggenda
Nel Regno delle Fate e della Regina Sibilla, guidati da
letterati e poeti
di Alberto Pellegrino
11 La qualità urbana
Rifondare una dimensione etica del costruire
di Adolfo Guzzini
La ricerca per il governo del territorio
a cura dell’Associazione
Abb. a tre numeri annui
Euro 25,00
17 Il paesaggio
Spedizione in abb. post.,
70%. - Filiale di Ancona
Reg. del Tribunale di Ancona
n. 20 del 10/7/1995
21 L’economia
Stampa
Errebi Grafiche Ripesi
Falconara M.ma
Il luogo delle tradizioni e dell’identità
di Mario Canti
La società della conoscenza per il futuro delle Marche
di Edoardo Danieli
24 Le mostre
Un architetto marchigiano nel territorio - Le opere di Andrea
Vici nelle Marche
La Venere di Frasassi
di Patrizia Ginobili
29 Gli itinerari
Periodico quadrimestrale de
Le Cento Città,
Associa­zione per le Marche
Sede, Piazza del Senato 9,
60121 Ancona. Tel. 071/2070443,
fax 071/205955
[email protected]
www.lecentocitta.it
*
Hanno collaborato a questo numero:
Francesca Acqua, Mario Canti,
Edoardo Danieli, Giovanni Danieli,
Romano Folicaldi, Patrizia Ginobili,
Adolfo Guzzini, Alberto Pellegrino,
Francesca Piatanesi
In copertina
Il Santuario di Santa Maria del
Glorioso a San Severino Marche:
Gesù a cena con Marta e Maria e
Maria Maddalena nella lunetta, affresco del 16° secolo
(foto di Romano Folicaldi)
Sulle orme di Francesco
di Francesca Piatanesi
31 Lo spettacolo
La lirica nelle Marche. Le stagioni 2009
di Alberto Pellegrino
35 Libri ed eventi
di Alberto Pellegrino
39 Vita dell’Associazione
di Giovanni Danieli
45 Controcopertina
Marche/Arte
di Mario Canti e Francesca Acqua
Le Cento Città, n. 39
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..
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Portfolio
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Note di velluto
Libero Api
Viaggio per immagini dal Summer Jamboree alla spiaggia di Senigallia
Libero Api: chi è?
Una persona “qualsiasi”: abito
a Senigallia, ho 43 anni, sono
sposato e padre di due splendidi
bimbi, gestisco alcuni blogs, frequento social networks e scatto
qualche foto a tempo perso.
La fotografia è per me principalmente uno svago e un valido
strumento per instaurare nuove
amicizie, per farsi conoscere. Se
proprio devo darmi una definizione, direi “fotoamatore autodidatta”; non ho basi né di tecnica né di cultura fotografica
in genere, mi considero, però,
naturalmente dotato nel “vedere” e nel comporre l’inquadratura.
Quando hai iniziato a fotografare?
Ho iniziato a “respirare” il
mondo della fotografia non
troppi anni fa, grazie alla scoperta di siti e forum di condivisione fotografica che mi hanno
aiutato molto sia a conoscere
altri fotoamatori davvero bravi
che a crescere “stilisticamente”
e tecnicamente; ho partecipato
anche a meetings e raduni di
appassionati fotoamatori che
mi hanno dato modo di trasformare amicizie “virtuali”
in reali; ho assistito in questi anni alla crescita di appassionati conosciuti in rete, dal
loro primo approccio con la
fotografia fino al professionismo… ho avuto anche parecchie manifestazioni di sincera
stima che mi hanno appagato
non poco soddisfatto.
“Dentro al Replay” nacque come
spazio destinato a diario fotografico personale e raccoglitore
di notizie legate alla fotografia,
ma in seguito si è evoluto anche
in altri campi, dai reportages
alla blogosfera, dalla musica
fino all’altra mia passione, i libri.
Un anno dopo creai un secondo blog, stavolta dedicato alla
manifestazione internazionale
sulla cultura e musica americana
degli anni ’40 e ’50 che si tiene
ogni agosto a Senigallia e che mi
coinvolge (e travolge) in prima
persona: il “Summer Jamboree”,
Dall’alto: “Primo novembre” e “Vedere oltre”.
una vera miniera d’oro per gli
appassionati di fotografia.
In ultimo si è poi aggiunto al
piccolo “network” un altro
blog, “Fotografi nel Web”: in
pratica un raccoglitore delle
interviste fotografiche che pubblico periodicamente sul mio
blog principale.
E’ stata un’iniziativa che mi ha
dato molte soddisfazioni, mi ha
fatto conoscere nuovi amici ma
soprattutto dà a tutti la possibilità di conoscere in maniera più
approfondita le persone intervistate, mettendo in luce lati della
personalità non visibili “oltre”
le immagini da loro prodotte.
Le Cento Città, n. 39
Quale genere ti piace maggiormente fotografare?
Il mio genere fotografico “preferito” varia a secondo del periodo
che sto vivendo; nel mio portfolio c’è un po’ di tutto, forse perché non ho ancora trovato una
mia “direzione” ma continuo a
sperimentare e fotografare ciò
che in quel determinato periodo mi va maggiormente, senza
pormi obiettivi né limiti.
Adoro da sempre fare foto ai
concerti, e soprattutto cogliere
l’intima intesa che si crea tra
musicista e strumento musicale
(in particolare trovo fantastico il
dualismo uomo/contrabbasso);
Portfolio
4
Bettie Black.
Le Cento Città, n. 39
Libero Api
5
“Julia”, la foto di Libero Api diventata il simbolo del “Summer Jamboree”.
ma mi piace anche cogliere di
sorpresa la gente comune, usando il teleobiettivo “a tradimento” per immortalare le espressioni, i gesti, i sentimenti di chi
non sa di essere il mio modello
in quel momento.
Credo comunque di essere in
fase di evoluzione e dirigermi
sempre di più verso una fotografia “reportagistica” (documentazione di manifestazioni
e concerti), forse anche per il
tempo sempre minore che posso
dedicare alla “ricerca” di una
foto più intimistica o artistica
che dir si voglia.
Quali sono i fotografi del passato e
del presente che più apprezzi?
Ogni fotografo, sia del passato
che del presente, può essere
apprezzato per qualcosa: lo stile
personale, il messaggio che traspare dalle proprie immagini,
le particolari inquadrature, la
padronanza della tecnica… per
questo non me la sento di fare
un elenco di nomi, così come
potrei affermare di non avere
fotografi di riferimento; mi sono
avvicinato alla fotografia in
maniera autodidatta, senza basi
di tecnica fotografica e senza
aver mai “studiato” le opere dei
“Grandi”.
Sono forse stato maggiormente
influenzato nel mio stile dagli
amici conosciuti nei numerosi
forum su internet che ho frequentato in questi anni di passione, piuttosto che dai grandi
maestri…
Il Summer Jamboree ha fatto
conoscere i tuoi scatti in tutto il
mondo.
Beh… è vero, grazie al Summer
Jamboree le mie foto hanno girato il mondo; la manifestazione senigalliese è tra i primi tre
festival dedicati al Rock’n’Roll
a livello mondiale, ha un seguito
incredibile e chiunque vada alla
ricerca di notizie e immagini
dedicate passa inevitabilmente
sul mio blog.
Quali sono i tuoi progetti attuali
e quali quelli per il futuro?
Non ho particolari progetti.
La fotografia per me, lo ripeto,
è uno svago; non ho tra i miei
progetti né mostre, né libri, né
sogni particolari, qualsiasi cosa
mi porti questa passione sarà
accolta con un sorriso…
Hai mai esposto le tue immagini
in mostre fotografiche personali
o collettive?
Ho fatto in passato diverse
esposizioni personali nella mia
città, al margine di altre manifeLe Cento Città, n. 39
stazioni o in locali pubblici.
La prima “vera” mostra potrei
però considerarla quella allestita
al Palazzo del Duca di Senigallia
per il Summer Jamboree 2009,
in occasione del decennale della
manifestazione, dal titolo “10
years for 10 point of view”: 10
fotografi per 10 diversi modi di
“vedere” e riprendere il festival.
Hai mai avuto riconoscimenti in
concorsi fotografici o pubblicazioni delle tue foto su libri o riviste?
Di concorsi ne ho fatti diversi, sia
di tipo “classico” che esclusivamente su internet; qualcuno ne
ho anche vinto, ma anche in questo caso niente di rilevante, anche
se mi hanno fatto conoscere sia
nella mia città che nella rete.
Mi fa invece molto piacere venire spesso chiamato a far parte
della giuria per vari concorsi
fotografici su internet e legati
al mondo dei blog, come in
occasione del “Festival dei Blog
2008” ad Urbino.
Di pubblicazioni ne ho avute
diverse, soprattutto grazie al
Summer Jamboree. Per esempio
a tutta pagina sulla prestigiosa
rivista di turismo “Meridiani” e,
cosa che mi rende orgoglioso,
anche su Topolino! … oltre ad
altre riviste quali Max, Tu Style,
Montecarlo Style, Viaggiando,
Portfolio
6
Bell’Italia, PhotoCult…
bisogna anche dire che
le mie foto sono anche
molto diffuse in internet, all’interno di blog
personali o di gallerie su
Facebook e MySpace,
sia di amici che di artisti
musicali.
Senigallia è una città
storicamente versata per
la fotografia: perché?
Senigallia è la cittadina che diede i natali e
nella quale visse tutta la
sua vita il grande Mario
Giacomelli, fu protagonista di una rivoluzionaria epoca della
fotografia italiana grazie al Gruppo Misa e a
fotografi come lo stesso Giacomelli, Cavalli,
Ferroni, Branzi e molti
altri; è quindi inevitabile, per qualsiasi fotografo di Senigallia, crescere, confrontarsi e sperare di ripercorrere la
strada di questi Maestri
della Fotografia.
Qui nella mia città si
è costantemente alla
ricerca di un “erede” di
Mario Giacomelli, ma
a mio parere un erede
non potrà mai esserci,
anche se non è difficile trovare bravi fotografi che interpretano
la realtà usando il suo
stile (io però non sono
tra quelli).
La foto e la rete: una
scommessa persa in partenza? (se è vero che dà
visibilità è vero altrettanto che non garantisce
sostenibilità)
Non direi… Internet ha
rappresentato, secondo
me, una vera rivoluzione per la fotografia: fino
a pochi anni fa i fotografi amatoriali potevano contare solo su uno
sparuto gruppo di amici
con i quali condividere i
propri scatti, ed allestire
una mostra fotografica
era pura utopia, a meno
di non appartenere a
qualche circolo fotografico.
Oggi puoi farti la tua
vetrina in internet, partecipare a forums e siti
di condivisione fotografica, puoi apprendere dagli altri utenti…
insomma, se sai sfruttare le potenzialità offerte
dalla rete, puoi arrivare
ad avere una visibilità
“mondiale”, e si sa che
la pubblicità è l’anima
del commercio!
Certo, è più facile farsi
vedere che guadagnare,
bisogna sempre sperare in un colpo di fortuna, ma se sei un bravo
fotografo… prima o
poi arriva!
Dall’alto Stray Cats e Laura Pausini.
Le Cento Città, n. 39
Tra storia e leggenda
7
Nel regno delle Fate e della Regina Sibilla guidati da letterati
e poeti
di Alberto Pellegrino
Le leggende più popolari parlano della Regina Sibillla che
vive in una reggia tutta d’oro
circondata dalle sue fate che
fanno da ancelle. Questa bellissima donna, con i capelli colore
dell’oro e gli occhi lucenti come
stelle, è saggia e sapiente, sa
leggere il presente, il passato e il
futuro, è esperta di agricoltura,
artigianato e qualità medicinali
delle erbe, per cui sono in molti
a recarsi da lei per avere dei
preziosi consigli. La Sibilla è
solita tessere una tela d’oro fatta
con i raggi del sole, la cui trama
cambiava colore col passare
delle stagioni: bianca d’inverno,
verde di primavera, rossa d’estete e marrone d’autunno. Tre
fate la aiutavano alternandosi al
telaio e ciascuna era a capo di un
elemento della natura: la prima,
vestita di bianco, era la regina
dell’aria e del vento; la seconda,
vestita di rosso, era la regina del
fuoco e del sole; la terza, vestita di nero, era la regina della
terra, del sonno e della morte.
Quanti vogliono conoscere il
loro futuro possono rivolgere
tre domande alla fata che in
quel momento siede al telaio,
ma se il loro desiderio fosse
solo la conquista del potere e
della ricchezza, non avrebbero
essi nemmeno il tempo di formulare una domanda e avrebbero perso la vita. I cavalieri,
accolti dalla Regina, ricevono
vesti sontuose e sono ammessi a
pranzare accanto a lei; ognuno
può scegliersi una compagna fra
le avvenenti ancelle ma, se decidono di ritornare nel mondo,
devono farlo entro un anno dal
loro arrivo.
Il mito nella letteratura
Per tutto il Medioevo si ritiene che David sia l’antenato e il
profeta del Cristo, mentre nel
mondo pagano Dio ha dato alle
Sibille il dono di illuminare il
cammino dell’umanità circa l’arrivo del Redentore come dimostra la celebre sequenza Dies
irae di Tommaso da Celano. In
pieno umanesimo il mito si uma-
Il versante settentrionale del Monte Priora. (Foto Canti)
nizza e un poeta appassionato
di arti occulte come Luigi Pulci
dedica alcuni versi del Morgante
Maggiore al lago di Pilato e
alla grotta della Sibilla: “Così vo
discoprendo a poco a poco/ch’io
sono stato al monte di Sibilla,/
che mi pareva alcun tempo un bel
gioco;/ancor resta nel cor qualche scintilla/di riveder le tanto
incantate acque/dove già l’ascolan Cecco mi piacque…/Questo
era il Parnaso e le mie Muse./e
dicone mia colpa, e so che ancora/convien che al gran Minos io
me ne scuse/e riconosca il ver con
altri erranti/piromanti, idromanti e geomanti”. Flavio Biondo
nell’Italia illustrata fa un cenno
al Monte della Sibilla: “altissimis vero in monti bus sommo
in Apennino est Mons Sanctae
Mariae in Gallo, cui in ipso
Apennino propinqua est caverna, Sybillae vulgo appellata”. Lo
stesso Ariosto ricorda il mito
nel XXXIII canto dell’Orlando
Furioso e Gian Giorgio Trissino
nel poema epico L’Italia liberata dai Goti (1548) nel XXXIV
canto parla del viaggio di
Narsete nell’antro della Sibilla
Appenninica definita “antichissima d’anni, venerabile, prudente, dotata di grazia celestiale”.
Le Cento Città, n. 39
Qualche anno prima il poeta
umanista Francesco Panfili da
San Severino (m. 1535) narra
della Sibilla appenninica nel suo
poema Picenum, accostando
alla Vergine Maria Regina del
cielo l’immagine di una vergine
terribile e impietosa che vive
rinchiusa nel ventre del Monte
Sibilla e ricordando quale terribile castigo attende coloro che
non mantengono fede al giuramento prestato dinanzi alla regina pagana. Nel Seicento il poeta
norcino Lalli nel suo poema Tito
Vespaziano overo Gerusalemme
desolata parla della Sibilla fuggita
da Cuma e rifugiatasi sull’Appennino: “E’ fama che da Cuma, ove
le prime/stanze l’illustre profetessa ottenne,/mentre colà troppa
frequenza opprime/la sua quiete,
a lei partir convenne:/nelle remote inaccessibil cime/del Nursin
monte a riposar sen venne”.
Infine il Parini nel Mattino fa
un inequivocabile accenno alla
leggenda secondo la quale ogni
venerdì le ancelle della Sibilla si
trasformavano in serpi: “Fama è
così che il dì quinto le fate/loro
salma immortal vedean coprirsi/
già di orribili scaglie, e in feda
serpe/volte a strisciar sul suolo,
a sé facendo/da le inarcate spire
Tra storia e leggenda
impeto e forza;/ma il primo sol le
rivedea belle/far beati gli amanti, e a volger d’occhi/mescere a
voglia lor la terra e il mare”.
Antoine de La Sale (1388
c.-1441 c.) scrive intorno al
1430 una delle opera più celebri della letteratura francese
del Quattrocento intitolata Il
Paradiso della Regina Sibilla,
nella quale racconta il suo viaggio fino a Monte Monaco, la
sua ascesa sul Monte Sibilla
e il suo ingresso il 18 maggio
1420 nella celebre grotta. Egli
descrive lo stretto ingresso a
forma di scudo che immette in
un vano quadrato dal quale si
passa in una galleria dove non
osa entrare, perché ha saputo
che cinque giovani di Monte
Monaco si sono inoltrati per
tre miglia e sono stati investiti
da paurose tempeste di vento.
Egli racconta anche l’avventura
vissuta da Antonio Fumato, un
prete di Monte Monaco che
insieme a due cavalieri tedeschi
si è inoltrato nell’antro vincendo
il terribile vento: i tre hanno
superato un ponte lunghissimo
e strettissimo sotto il quale passa
un torrente turbinoso; hanno
attraversato un delizioso pianoro ed un corridoio al cui ingresso c’erano due dragoni scolpiti;
sono arrivati in uno spazio quadrato con due porte di metallo.
I due cavalieri sono entrati senza
ritornare più indietro, mentre il
prete è fuggito per la paura. De
La Sale riporta anche le testimonianze di pastori e contadini
secondo le quali nel regno della
Sibilla si parlano tutte le lingue
e si resta per sempre in attesa
della fine del mondo; si può
tuttavia uscire dopo 8, 30 o 330
giorni di permanenza, altrimenti
si deve restare per sempre. Si
narra di un cavaliere tedesco e
del suo scudiero che sono usciti
dopo 330 giorni e si erano recati
a Roma per ottenere il perdono dal Papa dei loro terribili
peccati, ma il pontefice rinvia
continuamente la loro assoluzione, per cui il cavaliere disperato
decide di ritornare per sempre
dalla Regina Sibilla. De la Sale
racconta inoltre che il sire di
Pons intorno al 1380 si era messo
alla ricerca del fratello scomparso e che giunto in Ancona
ha appreso dell’esistenza della
grotta magica che egli raggiunge
con l’aiuto di una guida, ma
8
Laghi di Pilato, fine maggio.
giunto all’ingresso dell’antro
vi trova inciso il nome del suo
sventurato fratello; anche un
nobile francese entra intorno al
1422 nel regno della Sibilla per
poi ritornare nel mondo dei vivi,
ma poco dopo preferisce fare
ritorno dalla maga. Lo stesso de
La Sale scrive di aver visto incisi
nella roccia, all’ingresso della
grotta, diversi nomi di persone
ormai illeggibili, tanto che ha
potuto decifrare solo quelli di
Thomin de Pons e di Hans wan
Banborg.
Il romanzo di Andrea
da Barberino
Andrea da Barberino (1370
c.-1432 c.) è forse il più celebre autore italiano di romanzi
cavallereschi, fra i quali il più
famoso è certamente Guerrino
detto il Meschino, scritto intorno
al 1409. In esso si racconta la
storia di un fanciullo rapito dai
pirati e venduto come schiavo
a un mercante di Salonicco che
gli assegna il soprannome di
“Meschino” per le sue oscure
Le Cento Città, n. 39
origini e per i suoi abiti dimessi.
Divenuto un valoroso cavaliere,
egli compie imprese straordinarie in tutto il mondo allora
conosciuto, cercando sempre i
suoi genitori. Nel V Libro del
romanzo Guerrino il Meschino
raggiunge il Monte Sibilla dove
ha appreso che vive all’interno di una grotta una maga
capace di conoscere il passato e il futuro di ogni persona. Per scrivere il suo racconto
Andrea da Barberino fa ampio
uso di tutte le leggende popolari fiorite intorno alla Sibilla
Appenninica a cui assegna il
nome di “Alcina”. Guerrino,
che spera di conoscere le sue
origini, arriva a Norcia dove il
capitano del castello gli concede
il permesso di proseguire il viaggio. Giunto in un romitorio, il
cavaliere trova tre eremiti che lo
mettono in guardia sui pericoli
a cui andrà incontro e gli dicono di pronunciare nel momento
del bisogno la preghiera “Gesù
Cristo Nazzareno, aiutatemi e
salvatemi da ogni tentazione”;
Alberto Pellegrino
gli raccomandano poi di uscire
dal regno della Sibilla entro otto
giorno o al massimo entro un
anno per non essere dannato
per l’eternità. Il Meschino sale
il monte ed entra nella grotta
iniziando la discesa tra violenti
scrosci d’acqua e colpi di vento,
inciampa in un grosso serpente
che dice di essere Macco l’ebreo
errante per sempre condannato a vivere sotto quella forma
bestiale. Giunto dinanzi a una
porta di metallo, egli bussa e tre
damigelle lo accolgono accompagnandolo dinanzi alla Fata
Alcina. Per giorni Guerrino
chiede invano notizie dei suoi
genitori, ma la maga pensa solo
ad accendere i suoi sensi con
i suoi atteggiamenti sensuali e
con spettacoli delle sue dame
che compiono “tutte insieme dei
continui atti d’amore, alquanto
sensuali e voluttuosi”. Guerrino
è ormai conquistato e viene condotto dalla maga in una bellissima camera, dove i due danno
“principio a certi toccamenti di
mano, che viepiù riscaldano tra
i due le fiamme d’amore”, ma il
cavaliere pronuncia la giaculatoria degli eremiti e riesce ad
uscire dalla stanza. Il giorno
dopo la maga rivela al Guerrino
il suo passato, ma non il suo
futuro. La sera Alcina accende
i sensi del cavaliere con “mille
giuochi, tali da soddisfare ogni
corpo avido di piaceri”, quindi
entra nella sua camera, gli si
corica accanto, cercando di farlo
cadere nel peccato. Guerrino,
vedendola così bella e voluttuosa, si sente accendere i sensi e
sta per cedere al peccato, quando pronuncia di nuovo la giaculatoria degli eremiti, per cui
la maga deve abbandonare il
letto e uscire dalla stanza. Si è
così giunti al sabato e Guerrino
vede i cavalieri trasformarsi in
mostri (ritorna il mito di Circe
nell’Odissea, come era già presente nelle scene di seduzione),
per riprendere le loro sembianze
la domenica mattina. Guerrino,
dopo avere implorato la maga
affinché gli riveli i nomi dei
suoi genitori e dopo aver ricevuto un nuovo rifiuto, decide di
abbandonare la grotta, incontra
ancora gli eremiti, quindi si reca
a Roma per esporre al Papa le
ragioni del suo viaggio nel regno
della Sibilla. Il pontefice lo benedice e gli dona duecento monete
9
Panoramica estiva del versante ovest della catena dei Monti Sibillini dal passo di
Forca Canapine.
d’oro, per cui ben armato ed
equipaggiato Guerrino riparte per intraprendere una nuova
serie di straordinarie imprese.
Wagner e la Sibilla
Nella tradizione dell’Europa del
Nord, soprattuttoin Germania, il
mito della Regina Sibilla perde
ogni connotazione magica per
diventare la Regina del paradiso dei sensi, la dea dell’amore
che abita sul Venusberg (Monte
di Venere), dove attira con il
suo fascino quei cavalieri animati da spirito ulisside, quelle
anime ribelli che sono attratte
dal soffio del satanismo e dal
fascino del peccato, seguaci di
quell’ideale secondo il quale
l’immortalità può essere conquistata attraverso grandi peccati.
Il romanticismo nordico accentua il potere e il fascino delle
seduzioni che la Venere germanica compie nel suo regno della
voluttà con i suoi poteri che
spingono verso l’abbrutimento
e il degrado morale gli incauti
ospiti che cedono al suo fascino. L’antica leggenda appenninica del cavaliere tedesco che
entra nel regno della Sibilla, che
ne esce per recarsi a Roma ad
implorare il perdono del Papa
e che, di fronte a un suo rifiuto, finisce per fare ritorno dalla
Sibilla, viene ripresa nella tradizione germanica quando nel
1515 viene pubblicato il Lied
von dem Danheuser, al quale
probabilmente s’ispira Riccardo
Le Cento Città, n. 39
Wagner quando nel 1845 compone l’opera Tannhauser, dando
all’ignoto cavaliere il nome di
un poeta trobadorico realmente
vissuto tra il 1205 e il 1268.
Al centro di questa opera
giovanile Wagner pone il tema
della redenzione e il tema del
conflitto tra anima e corpo,
tra sensi e spirito, secondo un
dualismo che ricorda quello
di Faust: Venere è la dea del
“peccato” e dei piaceri carnali,
ma è anche la sorgente della
bellezza; al contrario, Elisabetta
(come Margherita) rappresenta
la purezza e l’amore spirituale
che attraverso la morte opera
la redenzione dell’uomo amato.
Wagner fonde la vicenda di questo storico Minnesanger, entrato in molte leggende nordiche,
con un’altra leggenda legata alla
figura di Sana Elisabetta, riuscendo a scrivere un’opera del
tutto originale, appassionata,
ricca di idee drammaturgiche,
introdotta da una celebre sinfonia l’unica definita come tale
dall’autore che, nelle opere successive, userà sempre il termine
“preludio”.
La vicenda inizia sul Monte di
Venere, dove il cavaliere e trovatore Tannhauser è da tempo
sedotto e trattenuto dalla bellezza della dea.
Quando egli decide di ritornare alla sua antica esistenza,
Venere prima lo supplica, poi
lo maledice, ma il giovane si
salva invocando la Vergine, per
cui il Venusberg sparisce nelle
Tra storia e leggenda
accingono a punirlo. Elisabetta
intercede allora per lui, ottenendo che possa compiere un
pellegrinaggio di espiazione a
Roma. Elisabetta e Wolfram
vedono che Tannhauser non si
trova tra i pellegrini di ritorno
da Roma e la giovane offre la
propria vita per la salvezza del
peccatore. Quando Elisabetta
è vicina alla morte, compare
Tannhauser disperato perché il
papa ha promesso di perdonare
i suoi peccato solo quando fiorirà il suo bastone da pellegri-
no. Mentre il giovane implora
Venere, il suo amico Wolfram
pronuncia il nome di Elisabetta
e in quello stesso momento passa
un corteo funebre con la bara
della giovane. Allora Tannhauser
pronuncia l’invocazione “Santa
Elisabetta, prega per me!” e cade
morto, mentre i presenti raccolgono il suo bastone coperto di
fiori.
Le Cento Città, grafica originale di Valeriano Trubbiani
tenebre. Tannahauser ritorna a
Wartburg, dove ritrova i suoi
compagni Minnesanger , fra cui
spicca il nome del grande poeta
Wolfram von Eschenbach.
Nel salone dei Bardi
Elisabetta è felice per il ritorno
di Tannhauser e per l’inizio di
una tenzone poetica al termine
della quale il vincitore avrà in
premio la sua mano. Mentre
tutti i poeti celebrano l’amore
spirituale, Tannhauser canta un
inno a Venere, provocando l’indignazione dei compagni che si
10
Le Cento Città
Associazione per le Marche
La pubblicazione de Le Cento Città avviene grazie al generoso contributo di
Banca Marche, Carifano, Fox Petroli, Gruppo Pieralisi,
Co.Fer.M., Banca dell’Adriatico, Santoni, TVS
Le Cento Città, n. 39
La qualità urbana
11
Rifondare una dimensione etica del costruire
di Adolfo Guzzini
Intervento in occasione della cerimonia per i cinquant’anni dell’IN/ARCH
L’attenzione dell’IN/ARCH
alla necessità di fare sistema tra
forze culturali e forze imprenditoriali per raggiungere risultati
qualitativamente alti è quanto
mai attuale.
Lo è perché ci troviamo al
centro di una grave crisi economica e di grandi processi di globalizzazione che hanno rimesso
in discussione alcune forme di
liberismo selvaggio.
Lo è perché è sempre più evidente in Italia l’enorme costo
economico e sociale derivato da
una mancanza di cultura della
qualità del territorio.
Il terremoto in Abruzzo, l’alluvione a Messina: ogni volta che
ci si trova di fronte a calamità
più o meno naturali, a scenari
di crisi, la pubblica opinione si
indigna e protesta, si elargiscono con abbondanza denunce e
buoni propositi, il mondo politico annuncia profondi cambiamenti. Ma in questa materia la
memoria degli italiani è quanto
mai fragile.
Nella gestione ordinaria delle
cose si rinnovano pratiche di
governo e di trasformazione del
territorio del tutto ignare dei
temi della qualità.
Lo sappiamo tutti: il territorio
della penisola italiana è un territorio fragile, un territorio continuamente sottoposto a rischio
di terremoti, frane, alluvioni,
eruzioni vulcaniche, incendi ecc.
La fragilità dei nostri contesti
sta anche nella straordinaria qualità di paesaggi e di realtà urbane
frutto di secoli di sovrapposizioni dell’intervento dell’uomo. In
questo quadro qualsiasi intervento di trasformazione richiede
grande qualità, a tutte le scale,
dalla grande infrastruttura all’edificio residenziale, dai centri
commerciali alla riqualificazione
di una piccola piazza.
Ogni intervento richiede capacità politica, competenze culturali e tecniche, elevate capacità
industriali e, soprattutto, una
diffusa cultura della responsabilità.
Nel nostro Paese troppo spes-
L’outlet di Prada a Montegranaro che ha vinto il premio nazionale IN/ARCH
2008.
so si è pensato che tutto ciò non
fosse necessario, che fosse sacrificabile sull’altare del mito del
mattone fine a se stesso.
Per questo l’IN/ARCH rilancia, in occasione della celebrazione del suo cinquantenario, una
rinnovata campagna per rifondare una dimensione etica del
costruire. E’ una questione che
riguarda tutti, politici, committenti pubblici e privati, professionisti, costruttori, immobiliaristi, produttori dì componenti.
E’ una questione che riguarda i cittadini. Gli italiani devono capire che o si costruisce
con standard alti di qualità o
si subiscono le conseguenze,
sul piano fisico e sociale. E sia
ben chiaro che quando si parla
di qualità all’interno dell’IN/
ARCH si pensa a tutti i passaggi della filiera che compongono
il processo edilizio: domanda,
esigenze, programma, norme,
risorse, progetto, realizzazione,
controllo, gestione. Negli ultimi
tempi sembra che la qualità di un
edificio e, volendo osare, la qualità dell’architettura sia oramai
riducibile solo alla sua efficienza
energetica. Non c’è dubbio che
questo sia un fattore decisivo
e imprescindibile. Ma non può
essere la panacea di tutti i mali.
Le Cento Città, n. 39
Sono parametri di qualità la
sicurezza antisismica, l’innovazione tecnologica, la manutenibilità, la capacità di chi progetta di
leggere e interpretare il contesto
in cui opera, leggere e interpretare le esigenze della gente e, non
ultimo, la capacità di operare
scelte linguistiche in grado di
esprimere i valori della contemporaneità. Su queste basi L’IN/
ARCH vuole spezzare la triste
polarizzazione del dibattito a cui
si assiste da troppo tempo nel
nostro paese: da un lato il partito
del fare ad ogni costo, anche con
qualche sconto sui controlli e
sulla qualità.
Dall’altro lato il partito del
non fare a priori, dell’opposizione pregiudiziale ad ogni opera
di trasformazione degli assetti
esistenti del territorio, anche se
tali assetti risultano fatiscenti e
privi di qualsiasi valore.
Tra il fare ed il non fare noi
poniamo il problema del come
fare. Rilanciamo da qui la nostra
azione: vogliamo essere riconosciuti come interlocutori e animatori culturali della trasformazione, anche in contrapposizione
con la cultura dell’immobilismo
e della finta tutela.
Per questo obiettivo mettiamo
a disposizione il prestigio della
Adolfo Guzzini
nostra storia.
Una dimensione etica del
costruire si rifonda a partire dalle
opere pubbliche. Oggi, al contrario, sono proprio molte opere
pubbliche ad essere i primi
esempi di degrado, inefficienza,
lunghezze burocratiche, incapacità gestionali.
C’è qualcosa che non funziona
ed è ora di metterci seriamente
le mani. Le leggi, le regole non
garantiscono da sole la qualità,
ma aiutano a diffonderla.
Allora è giunto il momento di
dire con chiarezza basta:
alle gare d’appalto aggiudicate
al massimo ribasso;
alla marginalizzazione del progetto di architettura considerato
un mero servizio e non un’opera
di ingegno;
alla selezione dei progettisti
fatta sulla base di fatturati, di
ribassi di parcella e di sconti sui
tempi di esecuzione dei progetti;
allo spezzettamento dell’iter
progettuale tra mille soggetti
diversi;
agli elenchi prezzi che impediscono di adottare materiali e tecnologie innovative e di qualità;
ad amministrazioni pubbliche
che avviano opere senza definire con chiarezza quali obiettivi
vogliono raggiungere, quanto
potrà costare quell’opera; senza
essere in grado di fornire al progettista un vero programma di
progetto. Si è scelto di eliminare la Direzione Generale per il
Paesaggio, l’Architettura e l’Arte
contemporanea dal Ministero
dei Beni Culturali: allora l’IN/
ARCH propone, qui, oggi, di
istituire anche in Italia un organismo che esiste in Francia dal
lontano 1977, dotato di autonomia finanziaria, direttamente
collegato al Primo Ministro: la
Missione Interministeriale per la
Qualità delle Opere Pubbliche.
Lo scopo di questo ente è
facilmente sintetizzabile: favorire il miglioramento della qualità
architettonica delle costruzioni
pubbliche. Come? Prima di tutto
lavorando su un fattore fondamentale del processo edilizio
che da noi risulta quasi sempre
trascurato: la programmazione. I
francesi hanno pienamente compreso che il primo decisivo compito di una committenza pubblica è di capire fino in fondo cosa
vuol fare, come lo vuol fare, con
quali strumenti, con quali proce-
13
dure, in quali tempi e con quali
risorse economiche.
La corretta interpretazione di
una domanda sociale di trasformazione, la sua codificazione e
traduzione in documenti di programma chiari e completi è conditio sine qua non per la buona
riuscita di un’opera.
Se manca questo approfondimento difficilmente si otterrà un
risultato positivo; se la domanda
è mal posta la risposta è quasi
sempre inadeguata.
Cosa farà questo organismo?
Aiuterà tutte le pubbliche amministrazioni a elaborare la domanda, organizzare le procedure,
gestire i processi pubblici di trasformazione del Territorio.
Aiuterà anche a stabilire in
modo univoco quali sono le
opere pubbliche per cui rendere
obbligatorio il ricorso al concorso di progettazione, come viene
fatto in Francia.
Decidiamo una volta per tutte
se concordiamo sul fatto che, per
determinate tipologie di opere,
il confronto fra alternative di
progetto è il miglior strumento
a disposizione per perseguire la
qualità.
Se la risposta è sì allora facciamo diventare il concorso una
cosa seria. Aboliamo le gare di
progettazione, aboliamo i concorsi di idee, facciamo in modo
che il concorso serva veramente
a scegliere il progetto che sarà
realizzato. Su questo togliamo
ogni margine di discrezionalità
alle amministrazioni, aboliamo
frasi del tipo “ la stazione appaltante si riserva la facoltà di affidare al vincitore la realizzazione
dei successivi livelli di progettazione “. La stazione appaltante
sia obbligata a portare fino in
fondo il progetto vincitore.
Da tutto quello che ho detto si
trae una conclusione molto chiara: il Codice degli Appalti oggi
in vigore in Italia non funziona,
non aiuta a produrre opere di
qualità, va radicalmente riformato. L’IN/ARCH è pronto sin
da oggi a fare le sue proposte di
modifica, chiare, concrete, circostanziate.
Ma la dimensione etica del
costruire chiama in causa anche
molti altri fattori e molti altri
soggetti. Occorre che costruttori e immobiliaristi comprendano
che i margini industriali a cui si
è fatto riferimento in questi anni
Le Cento Città, n. 39
sono incompatibili con una produzione diffusa di qualità.
Occorre che il mondo dei progettisti si riorganizzi con standard più vicini a quelli degli altri
paesi europei superando la forte
frammentazione dei nostri studi
professionali. Sarebbe anche
bene che molti di loro superassero l’idea che ogni progetto è
l’occasione per produrre un’opera d’arte che rimarrà nei libri
di storia e si ponessero al servizio
di quella qualità diffusa che è lo
strumento per migliorare la qualità dei nostri spazi di vita.
Occorre porre fine a questa
prassi tutta italiana in cui tutti
possono progettare tutto: geometri, periti industriali, periti
agrari, ingegneri, professionisti
senior e junior e, qualche volta,
anche gli architetti.
Occorre anche dire con coraggio che l’Italia non ha bisogno
di 140.000 architetti, mentre in
Germania ce ne sono 50.000,
in Spagna 33.000 e in Francia
27.000 e che il mondo universitario non può continuare a far
finta che questo problema non
esista. Allo stesso modo dobbiamo riconoscere che l’Italia ha
troppe imprese edili, troppo piccole e troppo polverizzate.
Occorre infine porre mano,
per semplificare e razionalizzare, alla montagna di norme,
procedure, autorizzazioni, veti
che governano nel nostro Paese
le trasformazioni del territorio,
tanto complesse e farraginose da
non impedire certo lo sviluppo di
fenomeni di abusivismo diffuso.
Non possiamo più accettare che
per avere un permesso di costruire in una grande città italiana si
debba attendere mediamente un
anno mentre in Germania ciò
avviene in tre settimane!
L’IN/ARCH ha cinquant’anni e, pur tra tanti mutamenti e
difficoltà, mantiene intatta la sua
capacità di essere incubatore di
proposte e di idee per migliorare
le condizioni del fare architettura in Italia.
E’ una capacità che mettiamo a disposizione delle forze
politiche, economiche, sociali di
questo Paese.
Abbiamo questo obiettivo per
i prossimi 50 anni. E, per dirla
con le parole di Bruno Zevi,
abbiamo coraggio, spregiudicatezza e visione per realizzarlo.
La qualità urbana
14
La ricerca per il governo del territorio
a cura dell’Associazione Le Cento Città
La nascita delle Regioni circa
quaranta anni or sono, dopo una
attesa ultra ventennale dall’adozione della costituzione repubblicana, avvenne in corrispondenza
di un preciso momento politico:
l’affermazione del primo governo
di centro sinistra.
Di quella particolare stagione
l’istituzione delle regioni portò,
nel bene e nel male, gl’inconfondibili segni; in primo luogo
recependo, ed anzi enfatizzando
negli statuti regionali, il ruolo
della programmazione come
“metodo di governo”.
La sorte di quella premessa statutaria è ben nota e non merita
di essere ricordata: in pochi anni
si passò da una programmazione globale che si temeva troppo
dirigistica (di stampo sovietico,
si diceva) ai piani di settore, per
arrivare oggi alle indicazioni
orientative che ispirano il metodo
del “fai da te”.
La crisi nella quale sono tutti
coinvolti dovrebbe portare a
riflettere su quell’ormai lontano periodo non per chiedere un
metodo di governo ormai improponibile, e comunque rifiutato
dalla maggiore parte delle forze
economiche, sociali e politiche
del Paese, ma per riscoprire quel
nesso tra ricerca ed azione di
governo che animava quel tentativo e che, forse, potrebbe essere
oggi utile per individuare le linee
di innovazione e sviluppo proprie
di “questo” particolare momento
storico.
Nelle Marche, regione delle cento
città, delle molteplici specializzazioni produttive, delle piccole
e medie imprese, la riscoperta
di una razionalità complessiva
nell’azione del governo regionale
potrebbe risultare particolarmente utile; per questa ragione vale
forse la pena di ricostruire brevemente il percorso che ha portato
dal piano regionale di sviluppo
alla politica delle scelte quotidiane, orientate unicamente dagli
indirizzi nazionali e comunitari
che, come è noto e come è logico
che sia, non avvertono in alcun
modo le esigenze e le potenzialità
insite nelle diverse realtà territoriali, regionali e subregionali.
In realtà nelle Marche, come in
tutte le realtà avanzate dell’epoca, la storia della ricerca su base
regionale prende l’avvio ancora
prima che le regioni venissero
formalmente istituite; un insieme di enti locali ed economici
diede infatti luogo alla creazione
dell’ISSEM, istituto di studi economici e sociali per le Marche,
con il compito di approfondire
le conoscenze socioeconomiche
e territoriali necessarie per l’azione di governo che si sarebbe,
di li a poco, esercitata a livello
regionale.
Con l’istituzione della Regione
l’ISSEM venne sciolto, forse
per non creare un’alternativa
alla stessa, il materiale raccolto
disperso, mentre una parte dei
tecnici venne assorbita nell’organico regionale.
La funzione che era stata dell’ISSEM fu trasferita ad uno specifico organismo: l’Ufficio del
Programma, che, sia pure tra
molte difficoltà e con esiti non
sempre soddisfacenti, continuò
l’attività di ricerca, ora coniugata con quella programmatoria
vera e propria; in questa fase
furono attivate anche alcune collaborazioni con enti e ricercatori
esterni all’amministrazione, ma si
cercò soprattutto di sviluppare
professionalità interne alla stessa.
La capacità di resistenza dell’apparato pubblico nazionale ad
ogni innovazione, come l’ostilità
del sistema economico ad ogni
forma di intesa che ne limitasse
l’autonomia delle scelte fiaccò
la programmazione nazionale,
riducendola più semplicemente
alla “camera di compensazione”
costituita dal CIPE, che ricondusse la Programmazione nel tradizionale (ed inefficiente) ambito
delle intese interministeriali.
Le Cento Città, n. 39
Nel 1982 anche nella Regione
Marche si decise, per ispirazione
di un giovane assessore amante
degli aquiloni e gran frequentatore del “campo di Agramante”, di
abbandonare l’idea di un unico
piano regionale di sviluppo per
passare alla redazione di soli
piani di settore, come richiesto
dai singoli ministeri e dallo stesso
CIPE; l’ufficio del programma
venne sciolto e sostituito da un
segretario alla programmazione
senza organico o quasi, il personale venne ridistribuito nei servizi operativi.
Ovviamente la frammentazione
dell’azione di governo, implicita nella programmazione di
settore, peraltro non sempre
posta in essere, coincise con
una crescita di ruolo dei singoli
assessori, divenuti in tal modo
dei ministri in miniatura, con
una notevole autonomia nel
trattare intese ed accordi con
corporazioni e territori.
La distribuzione dei poteri all’interno dell’esecutivo, che veniva
ad aggiungersi alla fisiologica
dialettica giunta/consiglio, il sempre più determinante ruolo riconosciuto agli enti locali, (parafrasando una nota canzone di Gaber
in questi anni possiamo dirci
tutti comunisti perchè crediamo
nel Comune) ha inciso in modo
determinante sulla tipologia e sui
livelli di approfondimento della
ricerca nella regione.
L’abbandono del metodo della
programmazione non ha infatti ridotto le attività rivolte ad
approfondire le conoscenze
necessarie alle scelte di governo;
anzi semmai le ha fatte crescere
di numero, parcellizzandole nei
diversi settori e nei diversi ambiti
territoriali.
Anche il numero dei soggetti attivi nella ricerca nel corso di questi
anni è aumentato: in primo luogo
va considerata l’indiscutibile crescita quantitativa e qualitativa
delle nostre Università, nonché
la proliferazione di istituti e cen-
La qualità urbana
15
Paesaggio della Valle Esina.
tri ed osservatori specializzati a
livello locale e nazionale; non
solo pubblici, ma anche privati o parapubblici, quali Lega
Ambiente e altri.
Abbiamo di conseguenza molte
informazioni che, grazie allo sviluppo delle tecnologie informatiche, possono facilmente essere
messe a disposizione degli operatori; questa disponibilità interessa
anche il materiale di base dei
diversi piani di settore predisposti dalla Regione: sanitario, aree
naturalistiche, archeologiche,
industriali, fonti energetiche, viabilità e comunicazioni, ecc.
La crisi attuale ha messo in evidenza la debolezza di alcuni elementi peculiari del sistema marchigiano che nel ventennio della
crescita erano stati considerati
come punti di forza: la coesione
sociale al limite del familismo,
l’elasticità connessa alle piccole dimensioni delle imprese, la
specializzazione territoriale dei
distretti con le connesse econo-
mie di integrazione.
La debolezza del sistema delle
infrastrutture, le modeste dimensioni dei sistemi urbani, la qualità della vita nel suo complesso,
erano elementi valutati come
caratteri positivi dell’insediamento marchigiano.
Della celebrata città/regione di
cui tanto si è parlato e discusso
negli anni tra il settanta e l’ottanta
non si trova traccia, o meglio, da
parte di alcuni si è ritenuto che si
fosse realizzata spontaneamente;
per costoro le Marche sono una
città: nulla da togliere, nulla da
aggiungere.
Per altri osservatori sembra invece che nelle Marche, in linea con
la sua tradizione campanilistica e
con il concorso di scelte politiche
nazionali, si sia sviluppato un
accentuato localismo; nella debolezza e nell’assenteismo della
regione hanno preso sempre di
più corpo i piccoli egoismi comunali (vedi l’applicazione estensiva
della teoria del nimby), che, non
a caso, corrispondono anche al
Le Cento Città, n. 39
sistema del potere locale, quello
che si manifesta nella concessione
delle licenze, nella valutazione
delle deroghe, nel riconoscimento dei casi di condono edilizio,
ma anche nei condizionamenti
elettorali dei livelli amministrativi
superiori.
La perdita di ruolo della regione
e la crescita del potere locale
hanno recentemente trovato una
significativa manifestazione nel
passaggio di alcuni comuni dalle
Marche all’Emilia-Romagna, che
ha coronato così, a distanza di
cinque secoli, il sogno espansionistico dei riminesi Malatesta a scapito degli urbinati Montefeltro.
Nella nostra regione il principio
di sussidiarietà rischia di trovare una modalità di applicazione del tutto originale: non viene
mai verificata la capacità/volontà
dell’ente locale di provvedere a
quanto in linea di principio può
essere ritenuto di sua competenza, la operatività del comune
assume il carattere di un atto di
fede che rende inutile la sussidia-
La qualità urbana
rietà, cioè la possibilità di concorso degli enti sopra ordinati.
Per intenderci, la viabilità urbana
di acceso ad un porto può essere
considerata di prevalente interesse comunale, ma se per decidere
il tracciato il comune impiega,
si fa per dire, più di venticinque anni, magari in relazione alla
valorizzazione delle aree contermini al tracciato, il danno per la
mancata realizzazione dell’opera
ricade su di una comunità assai
più vasta, regionale e nazionale,
e fa ritenere opportuno un intervento sussidiario
Ovvero il rinvio ai piani urbanistici comunali per la determinazione dei livelli di tutela da adottare previsto dal piano paesistico
delle Marche ha comportato una
visione del tutto astratta degli
ambiti di applicazione, individuati nei limiti comunali e non nella
definizione dei caratteri paesistici delle diverse zone; con effetti
schizofrenici (le norme di tutela
cambiano sul confine amministrativo pur nelle continuità dei
caratteri fisici) non moderati
dall’intervento dei livelli amministrativi superiori, bloccati dalla
fede nell’autonomia comunale.
Cosa ancora più sconcertante se
si considera la modesta dimensione dei nostri comuni e la loro
ancora più modesta dotazione di
organico e di mezzi; in compenso
si pensa di eliminare le province.(per risparmiare), e si sono
eliminate le comunità montane
nella loro originale organizzazione, confondendo le questioni di
economia montana con quelle
dimensionali.
La settorializzazione degli interventi e della ricerca di base hanno
comportato una vittima: il territorio con il suo insediamento;
tante politiche di settore, anche
se talora riguardano componenti
significative del territorio: acque,
16
boschi, strade, non danno luogo
ad una politica del territorio.
Mancando di una sua oggettività questo è gradualmente
divenuto una res nullius, qualcosa sempre disponibile per
ogni tipo di intervento, una
strana realtà, senza valore, se
non quello che può derivare
dal suo uso, come insegnano le
associazioni dei costruttori.
Le stesse valutazioni degli impatti, prevista da alcuni strumenti
legislativi, sono prevalentemente settoriali, preoccupandosi in
primo luogo degli aspetti di tutela
dell’ambiente.
La crisi economica ed i disastri ambientali stanno inducendo
nella parte più avvertita dell’opinione pubblica una maggiore
attenzione alle questioni territoriali che peraltro potranno essere affrontate con ragionevolezza
solo se ripartiranno le ricerche
sullo stato e l’organizzazione specifica di quello stesso territorio.
Questioni come il radicamento delle imprese sul territorio, i
distretti produttivi, l’innovazione
e la formazione dei quadri relativi, i limiti delle economie di
scala, l’organizzazione dei sistemi
urbani, ed il significato da attribuire alla qualità dell’ambiente
non possono essere affrontati e
risolti con logiche di settore.
L’uso e la organizzazione del territorio dovrebbero costituire gli
elementi fondanti per un nuovo
patto tra le componenti, anche
territoriali, della regione basati su
conoscenze certe e condivise, per
la cui determinazione dovrebbe
essere avviata una nuova generazione di studi e di ricerche e
recuperato l’enorme patrimonio
di conoscenze settoriali accumulato, in sedi ed occasioni diverse,
nel corso degli ultimi anni.
Non si propone quindi di tornare
indietro nel tempo o di ripete-
Le Cento Città, n. 39
re esperienze ormai esaurite per
quanto interessanti (anche se
con l’acqua sporca furono gettati parecchi bambini), ma di
creare nuove modalità di ricerca
delle conoscenze, di integrazione
e di diffusione delle stesse, in un
ampio quadro di collaborazione
tra soggetti diversi.
Non si tratta di dare vita ad un
nuovo centro studi unitario a
servizio di tutta la regione, ma di
realizzare una rete che metta in
comune le conoscenze disponibili e le ricerche in atto e alla quale
possano attingere gli operatori
pubblici e quelli privati,le istituzioni come le imprese, le realtà
esistenti e quelle che potenzialmente potrebbero nascere proprio da questa disponibilità di
conoscenze e di opportunità.
Un approccio oggi facilitato
dallo sviluppo delle tecnologie,
ma anche dalla diffusione di reti
informative che hanno gradualmente convinto della possibilità
ed opportunità di questo tipo di
organizzazione.
Un approccio infine che potrebbe concorrere alla riacquisizione
del concetto di bene comune da
parte di una comunità che sempre di più sembra perdere la sua
identità, quei valori di solidarietà
e di omogeneità culturale che
l’avevano strutturata fin a tempi
assai recenti.
Per la Regione una possibilità
di tornare ad essere, almeno in
parte, quella istituzione rispondente alle necessità della popolazione nelle diverse situazioni territoriali, attenta alla cura di tutte
le particolarità che conferiscono
identità alle stesse.
Su questo tema ci auguriamo che
Le Cento Città vorranno tornare
nel prossimo futuro con iniziative specifiche e con le opportune
collaborazioni.
Il paesaggio
17
Il luogo delle tradizioni e dell’identità*
di Mario Canti
Attualità del paesaggio
Il paesaggio appare essere un
argomento di gran moda, almeno a livello dei mezzi di comunicazione, stampa, televisione,
internet; se ne parla come di
una attrattiva turistica, come
di una risorsa, come un bene
culturale, ecc. ecc.
In realtà il termine viene rivestito di significati, talora sostanzialmente diversi, a seconda
dell’uso che se ne vuol fare, e
questo comporta di conseguenza difficoltà di comprensione
tra i diversi operatori e disomogeneità di valutazione delle
azioni che su di esso si intendono porre in essere.
In questa comunicazione ci si
limiterà a considerare il paesaggio sotto un profilo culturale,
cercando di porre in evidenza
i diversi significati e le valutazioni che anche con questa
“limitazione di campo” pure
permangono.
Genesi della forma
Se il paesaggio è concepito
come la “forma del territorio”,
quale essa appare alla vista, non
v’è dubbio che questa forma è
stata plasmata, in gran parte del
mondo e sicuramente nel continente europeo, dall’azione che
l’uomo nel corso di millenni ha
esercitato sull’ originario assetto, geologico, geomorfologico
e vegetazionale della superficie
terrestre.
Azione che si è sviluppata con
intensità e mezzi diversi nei
diversi luoghi; si può immaginare che ogni fase della civilizzazione umana sia stata come
una sorta di alluvione che abbia
coperto grandi estensioni di
territorio, lasciando i suoi sedi* Lettura tenuta dall’Architetto Mario Canti al Convegno
dell’Accademia Marchigiana di
Scienze, Lettere ed Arti “Per un
nuovo umanesimo in una società
multiculturale”.
menti in modo disomogeneo
sullo stesso, così le tracce di
ogni cultura, che pure si riconoscono, sono singolarmente
sempre diverse nei diversi luoghi, il che conferisce ad ognuno
di questi una identità specifica
ed unica.
Queste tracce possono essere
state lasciate in modo episodico e per tempi assai brevi,
come ad esempio le tracce
delle devastazioni prodotte in
Italia dalla guerra gotica-bizantina, ovvero possono derivare da azioni assai durevoli ed
estese, la sistemazione agricola-pastorale del latifondo
romano, quella della riforma
benedettina o dell’appoderamento mezzadrile
Possono essere apparentemente tenui e quasi invisibili,
quali appaiono le centuriazioni
romane ancora leggibili nelle
Marche ed in altre regioni italiane, o possono apparire puntuale ed imponenti: le piramidi,
la grande muraglia, il vallo di
Adriano.
In ogni caso le une come le
altre sono poi state più volte
sconvolte da azioni ed eventi successivi, ma pure qua e
là riappaiono, costituendo nel
complesso una sorta di memoria materiale di un determinato
territorio.
Da queste semplici e condivisibili considerazioni derivano
implicazioni molteplici e problemi di non facile soluzione;
ci sembra opportuno ricordare
almeno due delle proprietà
che le argomentazioni fin qui
svolte attribuiscono al paesaggio: il carattere identitario e la
qualità culturale.
Il carattere identitario del paesaggio
Le diverse parti del territorio
si riconoscono in virtù dei loro
caratteri paesaggistici e questa
identificazione di carattere fisico tende a trasferirsi, in modo
Le Cento Città, n. 39
più o meno preciso, dal luogo
ai suoi abitanti che in essa si
riconoscono.
In una qualche misura tutti
gli uomini si “portano dentro”
il paesaggio dei luoghi dove
hanno vissuto, nell’infanzia,
nella giovinezza, nella maturità; i poeti in ogni epoca hanno
testimoniato nelle loro opere
questa presenza, talora citata
direttamente e talora adombrata nelle immagini ed evocato dai sentimenti.
Per ognuno di noi di conseguenza “comprendere” il paesaggio, la forma dell’ambiente urbano o rurale nel quale
vive o che percorre in un certo
momento, dovrebbe essere
una necessità, un obbligo da
assolvere per comprendere
meglio i luoghi, i suoi abitanti
e in definitiva, se stessi.
Non sempre purtroppo riusciamo a prestare sufficiente attenzione alla forma dei luoghi e
comunque assai raramente
possediamo gli strumenti per
leggerla, comprenderla, comunicarla; strumenti che sono
divenuti indispensabili nella
società contemporanea caratterizzata da una forte mobilità
dei soggetti, viaggiamo tanto
e in tanti, ma anche da veloci
trasformazioni degli assetti fisici
dei luoghi.
Le trasformazioni del paesaggio, dei caratteri identitari di
un luogo, avvenivano, prima
della civiltà industriale in tempi
lunghi, rispondenti alla vita di
intere generazioni; le trasformazioni, per quanto vaste e
profonde fossero, avvenivano
con la mediazione degli strumenti culturali e dei mezzi
tecnici della tradizione e quasi
non venivano avvertite, il
nuovo assetto che da queste
trasformazioni veniva prodotto, conservava, e talora accentuava, l’identità del luogo e
della comunità che lo abitava.
Mobilità delle popolazioni e
Il paesaggio
18
La Grotta della Sibilla.
Le Cento Città, n. 39
Mario Canti
velocità delle trasformazioni
fisiche a partire dalla fine del
XIX secolo si sono accentuate al punto da non consentire oggi alle stesse popolazioni residenti di collegarsi, alla
identità fisica dei luoghi riconoscendosi, in essa; le implicazioni a livello soggettivo e
sociale di questa sorta di straniamento dai luoghi che pure
si abitano sono stati avvertiti
da tempo da studi psicologici e
sociologici.
Conoscenza degli elementi
costitutivi
Nasce per queste ragioni un
nuovo interesse per il paesaggio in quanto bene di valore
identitario che richiede una
attenzione diversa da quella
che si è soliti destinare allo
stesso quando viene considerato per i suoi valori estetici;
non si tratta solo di ammirare
o godere una bellezza naturale
o paesaggistica, e conseguentemente di proteggerla, ma di
comprendere un sito nella sua
forma e per la sua storia per
trasformarlo consapevolmente
ove necessario.
La conoscenza critica del paesaggio, che oggi tende a sostituire l’appartenenza ad una
tradizione, comporta la messa
a punto di strumenti conosciivi
idonei a rendere comprensibile
la complessità morfologica di
un sito attraverso la lettura sincronica sia dei suoi componenti fisici: geologici, geomorfologici, vegetazionali, architettonici, sia la conoscenza degli
eventi che nel tempo hanno
interessato quel sito,
Questo è quanto vanno facendo i diversi gruppi di specialisti nelle più diverse discipline
che hanno lavorato in passato
e lavorano in questi anni alla
redazione dei cosiddetti “piani
paesaggistici” di livello regionale e locale, finalizzati alla
conservazione del paesaggio
italiano, o almeno di una sua
parte o alla progettazione di
adeguamenti funzionali e trasformazioni che conservino
nel nuovo assetto morfologico
le tracce del passato, o, meglio,
la sua memoria.
19
Il paesaggio come memoria
Il paesaggio, conservando le
tracce delle trasformazioni prodotte sul territorio dalle
diverse civilizzazioni, costituisce infatti una sorta di memoria fisica, di archivio, della civilizzazione umana; in quanto
tale fa parte del “patrimonio
culturale”dell’umanità, che deve
essere conservato per le generazioni future.
Il paesaggio possiede quindi
due caratteri fondamentali:
nel suo insieme e nelle sue
parti componenti: in quanto
“testimonianza materiale di
civiltà” costituisce un bene
culturale riconosciuto “meritevole di conservazione”,in
quanto“fattore identificativo”
per eccellenza delle comunità umane presenti alle diverse
scale territoriali (locale, regionale, nazionale) e geomorfologiche richiede di essere compreso tra i fattori di crescita
culturale delle comunità.
Un approccio rigorosamente
geografico e storicistico porterebbe quindi, se applicato
nelle sue implicazioni estreme,
alla esclusione di ogni modificazione dello stato attuale, che
peraltro, come abbiamo visto
costituisce solo l’ultima delle
fasi che segna la vita del pianeta da millenni.
Una prospettiva del tutto teorica ovviamente inaccettabile,
anche se forse gradita nell’intimo dell’animo da qualche esasperato conservatore del patrimonio culturale.
Tutela e progetto
Nella prassi operativa si pone la
necessità di trovare dei criteri
guida che consentano di valutare le nuove trasformazioni del
paesaggio, rispondenti alle esigenze reali dei nostri tempi, in
relazione alla memoria fisica del
passato che lo stesso racchiude
e ai valori identificativi che ad
esso attribuiscono le comunità.
In tal senso l’indicazione più
pregnante viene dalla convenzione europea del paesaggio,
adottata nel 2000, che distingue
tre tipologie di paesaggio; quello eccezionale, quello ordinario
Le Cento Città, n. 39
e quello degradato, suggerendo
la conservazione del primo, la
qualificazione del secondo, il
recupero del terzo.
Secondo i caratteri fondamentali che abbiamo fin qui attribuiti al paesaggio le indicazioni espresse dalla Convenzione
Europea porterebbero alla
necessità di individuare i siti o
le aree che presentano i più alti
valori testimoniali od identitari, quelli che non posseggono
queste caratteristiche, ma che
attraverso nuove trasformazioni
di alto valore qualitativo possono divenire l’espressione delle
nostra attuale identità e costituire di conseguenza un nuovo
valore testimoniale da trasmettere al futuro, ed infine quelli
degradati da usi e condizioni
improprie che possono acquisire valori e significati nuovi grazie ad opportune trasformazioni
di uso e di forma.
Nei fatti l’applicazione di questi
apparentemente semplici criteri
non è poi tanto facile, poiché
implica l’utilizzazione di “giudizi di valore” , sui quali dissensi
e distinguo sono all’ordine del
giorno, come sa bene chi segue
il dibattito sul patrimonio culturale e sulla sua conservazione.
Possiamo affermare con orgoglio che in Italia è stata messa a
punto una vera e propria “cultura della conservazione”, sia
per quanto riguarda gli aspetti
giuridici della tutela del patrimonio, sia per quanto attiene
alle tecniche operative finalizzate alla conservazione e al restauro di quello stesso patrimonio.
Un insieme di norme e di pratiche che costituisce il riferimento
obbligato a livello mondiale per
quanti operano nel campo della
tutela e del restauro.
Questa attenzione al patrimonio, alla sua tutela e alla sua
conservazione, ha origini lontane e nobili: la riscoperta dell’antichità classica da parte dell’umanesimo rinascimentale che
portò a considerare la necessita di conservarne le vestigia.
La prima espressione di questa
nostra “cultura della conservazione” viene individuata nella
celeberrima lettera di Raffaello a
Papa Leone X, nella quale trova
Il paesaggio
20
Immagine diurna del Mote Vettore versante ascolano
espressione concreta e chiara il
problema della tutela dell’eredità
artistica e culturale del passato.
In conseguenza di questa impostazione gli strumenti finalizzati
alla tutela sono stati rivolti in
primo luogo ad assicurare la protezione di singoli beni o particolari situazioni ambientali piuttosto che il paesaggio nella sua
generalità, mentre per le nuove
realizzazioni è parso sufficiente
esprimere indicazioni di carattere meramente quantitativo, standard, regolamenti d’uso,ecc.
Diverse sono le valutazioni che
oggi alla luce della Convenzione
Europea del paesaggio sopra
richiamata siamo chiamati ad esprimere: quali siano i
paesaggi”esemplari e/o eccezionali che devono essere conservati integralmente; quali i caratteri formali ed identitari che
dovrebbero qualificare le ulteriori necessarie trasformazioni;
quali i livelli qualitativi minimi dovrebbero essere raggiunti
negli interventi di recupero dei
paesaggi degradati.
Queste valutazioni comportano,
come si è detto, una inevitabile
soggettività dei giudizi; possiamo
comunque immaginare alcuni
“fattori di qualità” che dovrebbero caratterizzare le nuove ,
ulteriori trasformazioni del paesaggio esistente: la sostenibilità ambientale, le reversibilità,
o quanto meno la prospettiva
di successivi recuperi, la qualità formale del nuovo ambiente
in termini di figurabilità e di
capacità di “assorbire” i valori
di memoria presenti riproponendoli a nuove e più complesse
percezioni.
Nel suggerire questi criteri operativi di carattere generale sembra importante sottolineare un
aspetto del problema conservazione che spesso i fautori della
stessa tendono ad ignorare; nel
caso del paesaggio e delle architetture non esiste la possibilità
di una conservazione passiva, se
non nell’ipotesi ruskiana della
tendenziale destinazione a rudere delle testimonianze del passato.
La conservazione è sempre sinonimo di manutenzione, e perchè
questa sia la più rispettosa possibile dei caratteri dell’ambiente
o dell’opera occorre che questi siano noti nei loro caratteri
costitutivi e nelle loro specificità
formali.
Le Cento Città, n. 39
Il paesaggio “si muove” e muta
in continuazione, che lo si voglia
o meno; cresce la vegetazione,
così come si degradano le murature o cambiano le colture e così
via.
La percezione nel tempo
Nel compiere le operazioni
conoscitive e progettuali finalizzate alla conservazione o alla trasformazione dovremmo, essere
sempre consapevoli che guardiamo alle memorie del passato con
gli strumenti e la sensibilità del
momento attuale che, in ogni
caso, costituisce uno dei punti di
osservazione, ma non l’unico; la
nostra è sempre una visione della
realtà critica ed innovativa.
Ogni epoca ha guardato al paesaggio con i propri specifici strumenti culturali, con la propria
percezione del reale e, talora del
soprannaturale: in questo senso
un utile insegnamento ci viene
dall’esame del rapporto che nelle
diverse epoche è intercorso tra il
paesaggio nella sua realtà fisica
e la sua rappresentazione pittorica.
L’economia
21
La società della conoscenza per il futuro delle Marche
di Edoardo Danieli
Non solo infrastrutture materiali,
pure necessarie. Le
Marche hanno più
che mai bisogno
anche di infrastrutture immateriali.
Gran parte delle
sfide legate all’uscita dalla crisi economica e alla ripresa
sono legate, anche
nel nostro territorio, alla creazione
di un nuovo paradigma economico
che, senza dimenticare il manifatturiero vero vanto della
regione e la tutela
dei lavoratori in
difficoltà, ponga al
primo posto l’economia della cono- La web trend map realizzata dallo studio giapponese IA.
scenza. Se, per un
territorio come le
che non riescono a fare sistema,
Marche, diventa sempre meno
non appaiono in tutto il loro
competitivo produrre scarpe,
valore. Le Università marchimobili o elettrodomestici, anche
giane, in particolare l’Università
perché il confronto con il costo
Politecnica delle Marche, stanno
del lavoro di altri paesi produtsperimentando diverse forme di
tori è ovviamente a nostro svancollaborazione con le imprese per
taggio, il passaggio alla economia
aggiungere il sapere al processo
immateriale - per esempio legata
produttivo. Anche Regione ed
all’ideazione, al design, al markeenti locali stanno muovendo i
ting - ha invece grandi possibilità
loro passi: l’ipotesi di un distretto
di crescita e di sviluppo, condella domotica nell’Anconetano
sentendo tra l’altro l’immissione
prefigura lo scenario di quello che
sul mercato del lavoro di profespuò diventare l’attuale “distretto
sionalità ad alto valore formatidel bianco” nel Fabrianese, che
vo che invece adesso restano ai
si dibatte nell’affanno della crisi.
margini o in posizioni lavorative
Da episodiche queste esperienze
molto al di sotto del proprio titohanno necessità di radicarsi maglo di studio.
giormente con un salto culturale che coinvolga tutti gli attori
È certo che non si può abban- del processo sociale: istituzioni,
donare un modello per un altro agenzie formative, associazioni di
e l’introduzione deve avvenire imprenditori; organismi di tutela
senza fratture e senza traumi. dei lavoratori.
È altrettanto certo che il futuro
L’economia della conoscenza si
non è domani ma è quello che
costruiamo oggi. E quello che sta imponendo anche grazie alla
costruiamo oggi, nelle Marche, è crescita impetuosa del modello
ancora largamente insufficiente. proposto dalla rete Internet che
Ci sono sì molte iniziative che, pone alla sua base la condivisione
probabilmente a causa del fatto del sapere. Proprio per questo
Le Cento Città, n. 39
diventa interessante la ricerca sui
domini.it condotta dal Cnr dalla
quale emerge che sono poco più
di quarantamila i domini.it registrati nelle Marche al settembre
scorso. Una cifra che pone la
nostra regione al sesto posto del
tasso di penetrazione di Internet
in Italia. Un buon risultato, segno
che nel regno del manifatturiero l’uso consapevole di Internet
comincia ad avere uno spazio
significativo.
Perché proprio a questo mira il
censimento del progetto: fare una
radiografia degli utenti della rete.
A guidare nei meandri dei numeri Maurizio Martinelli, ricercatore
dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr di Pisa, che con
la collega Michela Serrecchia, ha
condotto la ricerca.
Un dominio è il collegamento
tra un nome e una macchina che
identifica, in maniera univoca, un
nodo della rete. Tradotto significa che ogni persona, azienda e
organizzazione può registrare un
nome che viene attribuito a uno
L’economia
22
Le architetture moderne coniugano funzionalità ed estetica. Anche il cambiamento del paesaggio urbano sottolinea il cambiamento del paradigma economico. (Foto di Mario Canti).
Le Cento Città, n. 39
Edoardo Danieli
spazio fisico su un computer che
da quel momento in poi diventerà la casa della vita digitale di quel
nome. L’Associazione Le Cento
Città, per esempio, ha registrato
il dominio lecentocitta.it. Sembra
difficile, ma è facilissimo. Basta
un clic di mouse e accedere al
sito di un mantainer che consente
a sua volta di accedere a questo
servizio la cui anagrafe è gestita
proprio dal Cnr.
Esistono varie metodologie per
lo studio della diffusione della
rete. Il metodo più facile è “contare” direttamente i computer
che sono collegati alla rete: ma è
un sistema che sottostima la diffusione in quanto considera solo
gli indirizzi statici e non quelli
dinamici. Significa che, in realtà,
chi usa una connessione Adsl
o si serve della rete aziendale,
non viene computato. Ricorrere
al database della registrazione del
dominio consente invece di avere
una caratterizzazione geografica
anche a livello comunale e di
poter fare una radiografia completa di chi registra un dominio.
Un dato generale e significativo per l’uso di Internet
riguarda un arretramento delle
famiglie e, dall’altro lato, un
altrettanto diffuso aumento delle aziende. “Registrare
il proprio dominio - spiega
Martinelli - significa che c’è
un uso più consapevole dei
mezzi della rete da parte di
un numero di persone sempre più grande”. E’ diverso,
insomma, avere un indirizzo di
posta personale ([email protected]) piuttosto che generale
([email protected]).
Senza contare che con cifre
diventate veramente basse e
23
con applicazione libere è possibile per chiunque gestire un
blog, aprire un portale, avviare
un negozio di e-commerce.
La ricerca consente di avere
un quadro su quella che è la
realtà digitale marchigiana. Il
primo dato che emerge è positivo: essere al sesto posto in Italia
per tasso di penetrazione di
Internet significa che esiste una
consapevolezza dell’importanza
degli strumenti informatici che
è un buon viatico per imboccare
decisamente questa strada. Non
si semina al vento ma su un terreno fertile, probabilmente, con
punte spesso più evolute della
stessa classe dirigente.
In secondo luogo, trova conferma un imbarazzo che è un serio
ostacolo in sede di programmazione: il digital divide esiste anche
nelle Marche. Le classi sociali si
frantumano davanti a chi ha l’opportunità di accedere alla rete e
chi invece - per qualsiasi motivo,
ne resta escluso. Possono essere motivi di censo e di cultura
ma, purtroppo, molto spesso il
motivo principale è che non tutti
i marchigiani dispongono di un
diritto elementare quale quello
di un accesso alla rete veloce.
Anche qui sono diverse le azioni
legate a un superamento di questa difficoltà: si tratta, però, di
investimenti legati ad operatori
telefonici, che rispondono più
a una logica di redditività che
di democrazia. E’ evidente che
conviene cablare (mettere cioè
cavi in fibra ottica per la rete
superveloce) in una grande città
dove ci sono milioni di potenziali
utenti, piuttosto che disperderla
per le Marche dove complessivamente i residenti superano di
Le Cento Città, n. 39
poco il milione e mezzo. La rete
comunque amplifica le differenze
ed è quindi bene sempre prevedere politiche che evitino nuove
esclusioni sociali.
Per quanto riguarda le Marche,
detto del sesto posto nella classifica del tasso di penetrazione (davanti ci sono Trentino,
Lombardia, Emilia-Romagna,
Lazio e Toscana), diventa suggestiva una radiografia grazie ai dati
forniti dall’Istituto di informatica
e telematica del Cnr (tra parentesi indichiamo la posizione in classifica , il tasso di penetrazione e il
numero assoluto di domini .it). La
provincia più connessa è Ancona
(14; 344,67; 13.656). Seguono
Ascoli (28; 305,01; 9920), Pesaro
Urbino (35; 287,95; 9089) e
Macerata (40; 280,87; 7552). Per
quanto riguarda le imprese il primato spetta a Ancona (9; 27,06;
9306); a seguire Ascoli (38; 20,12;
6346); Macerata (47; 18,68; 4905)
infine Pesaro Urbino (50; 17,66;
5554). Ascoli balza in vetta per
quanto riguarda le persone fisiche (20; 83,51; 2716). Poi Pesaro
Urbino (22; 83,38; 2632); Ancona
(32; 77,63; 2076) e Macerata (44;
68,87; 1852) . Ancona è ancora in
testa per quanto riguarda associazioni no profit ed enti pubblici.
Infine, per quello che concerne i
professionisti Macerata si vanta di
un primato regionale che la mette
al quattordicesimo posto nazionale con 328 domini.it registrati.
Esistono dunque le premesse di numeri ed intelligenze per
incamminarsi sulla strada dell’economia della conoscenza anche
nella nostra regione. Una strada
che può costituire una concreta
svolta per le Marche.
Le mostre
24
Un architetto marchigiano nel territorio
Le opere di Andrea Vici nelle Marche
Le Marche, malgrado le concentrazioni urbane sviluppatesi
a partire dal dopoguerra, continuano a conservare un insediamento diffuso e policentrico, al
quale peraltro fa da contraltare
da parte dei cittadini un forte
sentimento di appartenenza alle
comunità locali.
La distribuzione territoriale del
patrimonio culturale riflette questa struttura insediativa, cosi che
si parla di una sorta di “museo
diffuso” sul territorio, nel mentre le iniziative di valorizzazione
dello stesso patrimonio vengono
generalmente concepite e sostenute essenzialmente a livello di
singole amministrazioni locali.
A partire dagli anni 80 sono
state realizzate anche molte iniziative culturali organizzate da
più comuni, che hanno posto in
evidenza opere d’arte conservate
nelle Marche; queste collaborazioni, sostenute in genere dalla
Regione e dalla Provincie, sono
state stimolate da una nuova
maturità culturale degli operatori,
da esigenze di carattere economico, talora dalla pratica impossibilita di spostare le opere.
Tra le tante vanno ricordate
le iniziativa dedicate: al Ridolfi
al Crivelli e ai crivelleschi,
agli insediamenti Filippini, al
gotico cortese, ma anche, più
recentemente, alcune mostre
monografiche che sono state
integrate da un itinerario che
conduceva alla conoscenza di
opere non presenti, essenzialmente affreschi. Tra queste va
ricordata l’eccezionale iniziativa di Caldarola dedicata al
Demagistris.
Se vi sono difficoltà a raccogliere in un solo luogo opere
d’arte mobili nel caso delle architetture si deve parlare di impossibilità e prendere atto che le
mostre fotografiche, alle quali si
L’arte di Vici risplende nelle Marche: Palazzo Solari a Loreto.
ricorre per illustrare l’opera degli
architetti, non possono rendere
conto dei valori spaziali ed atmosferici connessi alla visita diretta
delle opere.
È risultato del tutto naturale
le opere volendo far conoscere
le opera dell’architetto Andrea
Vici, elegante progettista e solido
costruttore, personalità altamente
significativa del primo neoclassicismo in Italia, valorizzare le
Le Cento Città, n. 39
sue opere proponendo un itinerario che comprendesse le sue
più importanti realizzazioni nelle
Marche.
Il Comitato promotore dell’iniziativa è costituito dall’Accademia
della Crescia di Offagna, dall’Associazione Turistica Pro loco di
Arcevia, dal Comune di Arcevia,
dal Comune di Offagna e dall’Erap di Ancona, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura
della Regione Marche, e grazie
Le mostre
25
Villa Montegallo ad Osimo e, sotto, Andrea Vici.
al contributo della Provincia
di Ancona e di altri sponsor
privati ed istituzionali, con il
contributo organizzativo di
Cooperativa Artes e dell’Associazione museale della
Provincia di Ancona.
L’iniziativa è stata articolata
in più segmenti, tutti indipendenti e tutti correlati tra loro:
un primo segmento può ritenersi costituito dai lavori del
comitato scientifico, che hanno
messo a fuoco la personalità
del Vici sottolineando il valore delle sue realizzazioni; lavori
che hanno fornito il supporto
culturale alle altre manifestazioni e che sono stati raccolti nel
volume “Andrea Vici, architetto
ed ingegnere”, pubblicato da
Silvana Editoriale.
Un secondo segmento può
essere costituito dalla organizzazione e diffusione degli itinerari possibili, avendo cura che
in ogni luogo viciano fosse presente un documentazione fotografica di riferimento ad altri siti
compresi negli itinerari, così da
promuovere la loro conoscenza
e consentire gli opportuni confronti. Un itinerario ideale attraverso tutte le Marche, alla scoperta dei segni dell’autore, che
partendo dalle città di Arcevia
e di Offagna, tocca Camerino,
Cingoli, Corinaldo, Fano,
Fossombrone, Jesi, Loreto,
Macerata, Monte San Vito,
Montecarotto, Montelupone,
Morrovalle, Osimo, Pergola,
Poggio San Marcello, Treia.
Un terzo segmento infine ha
riguardato l’integrazione dei
contenuti culturali e informativi
Le Cento Città, n. 39
dell’iniziativa con manifestazioni
enogastronomiche rivolte a far
conoscere i prodotti tipici del
territorio e, sulla base di precise
ricerche scientifiche, i costumi
alimentari del periodo nel quale
il Vici visse ed operò.
Le mostrte
26
Le Cento Città, n. 39
Le mostre
27
La Venere di Frasassi
di Patrizia Ginobili
È un mistero tutto da scoprire dal fascino potente: la
Venere di Frasassi è un reperto
archeologico sorprendente e di
eccezionale interesse che offre
nuove riflessioni sugli studi
archeologici delle Marche.
Intanto per la datazione che
gli archeologi fanno risalire a
25.000 anni fa e che colloca questa statuina, per stile e
proporzioni, nel ristrettissimo
novero delle “Veneri paleolitiche”. In Italia se ne contano
solo dieci, provenienti per lo
più da siti ipogei. L’unicità
di questa piccola venere bianca è data anche dal materiale:
calcite, ovvero è stata scolpita
da una stalattite. Un fatto di
straordinario significato che
apre ipotesi ad esplorazioni ed
indagini finora mai effettuate
e che stabilisce sicuramente la
provenienza locale, dalle grotte
di Frasassi, dalle cui profondità
è riemersa ai giorni nostri, grazie ad un ritrovamento casuale
ad opera di un fotografo escursionista maceratese.
Ancora più enigmatica e certamente rituale la postura: i
grandi seni tondi sono stretti
tra le braccia tese in avanti,
in un gesto offertorio che non
trova riscontri e al momento
non ha interpretazione certa.
Forse di valenza sacrale, forse
riferito alla presenza di acqua
nel luogo, forse in relazione
alla funzione riproduttiva della
figura femminile, rappresentata con evidenza dal ventre
prominente.
La Venere di Frasassi, una statuina alta 8,7 centimetri e del
peso di 66 grammi e mezzo
eppure un simbolo di imponenza monumentale. Attorno
a questa magnetica figurina
la Soprintendenza per i beni
archeologici delle Marche, in
collaborazione con il consorzio
Frasassi e iGuzziniIlluminazione” ha allestito la mostra “Donne
o Dee? Le figure femminili preistoriche nelle Marche”. Il direttore
del Museo Archeologico nazionale delle Marche di Ancona guarda
con orgoglio a questa nuova
straordinaria acquisizione per
la prima volta esposta.
Una mostra singolare, quasi
tascabile: in tutto altre cinque
mini sculturine di provenienza marchigiana, la più recente
del neolitico è databile a circa
Nella pagina a fianco la straordinaria bellezza della Venere di Frasassi
in mostra ad Ancona fino al 30 marzo.
Le Cento Città, n. 39
7.000 anni fa. Dall’incisione
del ciottolo di Tolentino del
tardo paleolitico, alla silhouette aggraziata della venere di
Fano, fino ai tre idoletti fittili
di Ripabianca di Monterado. Si
tratta di testimonianze di arte
preistorica definita “mobiliare”, espressa cioè da opere di
piccole dimensioni ricavate da
pietre, ciottoli, ossa scolpite
o incise, e comunque mobili.
Opere riferibili a un lungo arco
cronologico, che documenta
la presenza nelle Marche di
un’attività artistica che va dal
Paleolitico Superiore fino al
Neolitico.
A queste sono state accostate varie riproduzioni eseguite
dall’artista Elda Bramucci di statuette femminili provenienti da
vari paesi del Mediterraneo. Il
servizio educativo della soprintendenza dei beni archeologici
delle Marche ha predisposto un
calendario di iniziative e laboratori, rivolti alle scuole e con
percorsi tattili per i non vedenti.
La mostra, ad ingresso libero, resterà aperta fino al 30
marzo (orario 8.30-19.30, chiuso il lunedì).
Gli itinerari
29
Sulle orme di Francesco
di Francesca Piatanesi
Da Ascoli Piceno ad Ancona
fino al confine con l’Emilia
Romagna visitare la nostra regione vuol dire assaporarne le sue
mille sfaccettature. Il mare, la
montagna, le prelibatezze enogastronomiche, i paesaggi infiniti, le antiche radici. Ma vuol
dire anche immergersi in un’avventura del tutto nuova, in un
percorso silenzioso, sui passi del
santo più importante d’Italia, San
Francesco d’Assisi, patrono del
Paese. Profondamente legato
alla nostra regione, sia per la vicinanza con l’Umbria, sia per via
dell’amicizia con alcuni marchigiani compagni d’arme ai tempi
della guerra con Perugia, San
Francesco scelse infatti proprio le
Marche, in particolare Fabriano,
come meta del suo primo viaggio missionario. Era il 1208. Da
allora il santo di Assisi tornò più
volte nella nostra regione, fino al
1221, anno in cui partì dal porto
di Ancona alla volta dell’oriente
per incontrare il sultano Melik el
kamel e visitare i Luoghi Santi.
In occasione delle celebrazioni per l’ottavo centenario del
suo primo viaggio sono tante
le iniziative organizzate dai
Frati Minori delle Marche, tra
convegni, concerti e itinerari.
E sono proprio gli itinerari a
restituire dopo tanti secoli, più
di ogni altra cosa, le atmosfere
della vicenda umana e spirituale di San Francesco. Fabriano,
San Severino Marche, Sarnano,
Ascoli Piceno e infine San Leo
(comune oggi passato all’Emilia
Romagna ma parte integrante del Montefeltro quando San
Francesco nel 1213 predicò
sotto l’olmo che caratterizza
la piazza del castello) sono tra
i luoghi più significativi della
presenza di San Francesco nelle
Marche. Visitare questi luoghi
vuol dire poter ripercorrere gli
stessi sentieri e le stesse vie che
ottocento anni fa videro il passaggio del santo.
”In questa regione – spie-
Gentile da Fabriano - particolare dell’ Adorazione dei Magi-Firenze Uffizi.
ga frate Ferdinando Campana
dell’ordine dei frati minori - San
Francesco trovò un’ accoglienza entusiastica, tanti giovani lo
seguirono e abbracciarono la
sua stessa vita. Sette – continua
– sono le testimonianze, secondo le fonti storiche antiche, dei
viaggi di San Francesco nelle
Marche. Il primo, nel 1208, a
Fabriano, dove poi tornò nel
1210 quando si diresse verso
l’eremo di Valleremita, ancora
oggi abitato dai frati minori.
Non conoscendo la strada si
fece accompagnare da un contadino che poi ripagò per la
gentilezza facendogli trovare
un campo arato nei pressi di
Camporege, vicino all’antica
chiesa di San Leonardo, oggi
intitolata a San Francesco. Il
secondo viaggio risale al 1212,
quando San Francesco arrivò
a San Severino Marche, dove
tornò poi nel 1219. La sua prima
visita determinò la conversione di Guglielmo da Lisciano,
che poi per il santo musicò il
Cantico di frate Sole, mentre
Le Cento Città, n. 39
sette anni più tardi, di ritorno
da Ancona verso Assisi, affidò
alle claustrali di San Severino
una pecorella che, mosso da
pietà, aveva acquistato durante
il viaggio. In cambio le clarisse
gli donarono una tonaca confezionata con la lana della stessa
pecora, un episodio raffigurato
nelle sculture che si trovano al
monastero di Santa Chiara, dove
oggi vivono le consorelle delle
antiche clarisse. Nel 1213 San
Francesco giunse nella piazza di
San Leo. Qui si ricorda la famosa predica in seguito alla quale
incontrò il conte Orlando da
Chiusi, da cui ottenne in dono il
non lontano monte della Verna,
luogo della sua stigmatizzazione. Il 1215 – racconta ancora
frate Ferdinando Campana – è
invece l’anno del suo passaggio a Sarnano, in particolare
nel bosco di Roccabruna, dove
i signori di Brunforte fecero costruire per lui un piccolo
convento, oggi trasformato in
abitazione privata e in cui San
Francesco dimorò per alcuni
Gli itinerari
30
San Francesco parla agli uccelli.
giorni. Nello stesso anno giunse
anche ad Ascoli Piceno e proprio a piazza Arringo tenne una
predica memorabile: in trenta,
tra chierici e laici, si fecero suoi
discepoli, ricevendo dalle sue
stesse mani l’abito religioso.
Sempre ad Ascoli, nella chiesa
di San Gregorio, un affresco
testimonia la predica che San
Francesco fece agli uccelli, di
cui ci riferisce il suo biografo
Tommaso da Celano.”
Questi dunque i luoghi princi-
pali che volendo ripercorrere gli
itinerari francescani non ci si può
esimere dal visitare, sebbene le
Marche “siano davvero intrise
– continua Frate Ferdinando –
della presenza di San Francesco
in tutte le sue forme. Dal 1200
in poi moltissime chiese, numerose piazze gli furono intitolate
e anche gli artisti della nostra
regione, da Allegretto Nuzi a
Raffaello a Gentile da Fabriano,
sono legati al francescanesimo. Nella custodia di Fermo ad
esempio, che grossomodo cor-
Le Cento Città, n. 39
rispondeva all’attuale provincia,
ma anche in quella di Ascoli,
sorse il più alto numero di luoghi e santi francescani. Tra questi non possiamo non citare San
Giacomo della Marca, che ha
ispirato la fondazione dei monti
di pietà e che rappresenta una
tra le figure più importanti del
francescanesimo. Senza dimenticare che marchigiano è anche
l’autore dei Fioretti, Ugolino da
Montegiorgio”.
Lo spettacolo
31
La lirica nelle Marche. Le stagioni 2009
di Alberto Pellegrino
1. Lo Sferisterio Opera Festival
e il tema dell’inganno
La stagione lirica maceratese,
dedicata al tema dell’inganno, si
è aperta con un’edizione alquanto di routine de La Traviata,
seguita da una Madama
Butterfly valorizzata dalla messa
in scena di Pier Luigi Pizzi e
dalla raffinata interpretazione
di Raffaella Angeletti. Per il
M° Daniele Calegari, che ha
diretto l’Orchestra Filarmonica
Marchigiana, questa opera ha
“una partitura di grandissimo
spessore sinfonico dove Puccini
elabora una tavolozza di colori
ineguagliabile che appartiene
più al repertorio sinfonico che
lirico. Ho cercato di rendere
merito alla scrittura del grande
compositore, cercando di far
emergere al meglio i sentimenti
e i colori, nella convinzione che
l’orchestrazione è l’elemento
collante tra la drammaturgia e
la musica stessa”.
Da parte sua Pizzi ha liberato l’opera dalle incrostazioni
dell’esotismo “cartolinesco” e
dal lacrimoso sentimentalismo
piccolo borghese, sfruttando al
meglio le suggestioni dello spartito pucciniano e del bel libretto di Luigi Illica e Giuseppe
Giacosa, privilegiando veri sentimenti e vere emozioni, per
cui anche la piccola gheisha
sedotta e abbandonata è riuscita ad assumere la dignità di
un grande personaggio tragico.
Pizzi colloca la vicenda negli
anni Venti per creare atmosfere luministiche e cromatiche
depurate da ogni aspetto oleografico e folkloristico, ma capaci di evocare una malinconia di
fondo e di suscitare inconsuete
emozioni anche negli spettatori
più scettici. I pochi elementi scenici (un povero giardino,
una piccola casa e un grande
ciliegio segnato da una sua poetica luminosità) accolgono la
Pier Luigi Pizzi, responsabile artistico
dello Sferisterio Opera Festival.
lieve, quasi aerea presenza di
Butterfly che passa sulla scena
come una bianca farfalla contaminata dall’arrogante presenza
di Pinkerton, annientata dall’ottusità moralistica e dall’ipocrisia
del suo ambiente sociale e del
mondo occidentale. Si sono vissuti momenti particolarmente
toccanti con il canto d’amore di
Butterfly che incede lentamente
seguita da un coro femminile
il cui canto giunge come l’eco
lontana di un mondo sentimentale misterioso e incomprensibile per il rozzo pretendente
americano; con il celebre coro
a bocca chiusa eseguito in scena
da una promenade di donne
velate che attraversano la scena
come segno premonitore di una
incombente tragedia; con il suggestivo intermezzo animato dal
“colpo di teatro” di un ufficiale
americano e di una ghiesha che
danzano questo “andante sostenuto” come l’idealizzazione o la
proiezione onirica di una nobile
e impossibile passione amorosa.
Le Cento Città, n. 39
Il momento più alto di
Sferisterio Opera Festival si è
toccato con il Don Giovanni
andato in scena nel Teatro
Lauro Rossi. Nel creare questo “capolavoro dei capolavori”
Mozart e Lorenzo Da Ponte
hanno dato vita a un personaggio sanguigno, pieno di fuoco
e di gioia di vivere, la cui forza
tutta terrena si fonda su ciò che
è reale e credibile, “un uomo
che non conosce viltà e sperpera il suo coraggio, la sua giovinezza e vuole solo soddisfare il
suo prepotente, inestinguibile
bisogno di amare” (Giovanni
Macchia). Fedele alla visione
di un’opera che sa fondere con
perfetto equilibrio il comico e
il tragico, la gioia di vivere e il
terrore della morte, Pier Luigi
Pizzi ha messo in scena una
edizione “irriguardosa” e briosa
(pur nel rispetto della tradizione), “giovanile” e ironica, burlesca e drammatica, attraversata
da una sottile vena erotica che
parte dalla seduzione di Donna
Anna, passa attraverso il gioco
dell’inganno e del travestimento nella seduzione di Donna
Elvira da parte di Leporello,
per finire con i nudi demoni
che nel finale “sbranano” Don
Giovanni. Eleganti e cromaticamente perfetti sono i costumi
e la scena che ruota intorno al
grande letto, “luogo deputato”
di ogni evento; ingegnosa risulta la botola che immette in un
sottopalco, luogo del nascondimento, dell’intrigo e del tragico
finale. Molto valide le interpreti Myrtò Papatanasiu (Donna
Anna) e Carmela Remigio
(Donna Elvira); spettacolare il
basso Ildebrando D’Arcangelo,
un Don Giovanni spavaldo e
pieno di vitalistica energia giovanile; straordinario per ironia e
astuzia Andrea Concetti, ormai
pienamente padrone del personaggio di Leporello.
Lo spettacolo
Una novità assoluta è stata l’allestimento in prima mondiale
di Le malentendu, il dramma
di Albert Camus scritto nel
1944 e appositamente musicato
da Matteo D’Amico, che è così
riuscito a soddisfare la sua “personale voglia di opera, da intendersi come ennesimo tentativo
di comunicare emozioni attraverso la musica e il teatro, ancora
meglio, attraverso il canto che
si fa teatro”. Sul modello della
tragedia greca, Camus ambienta
la vicenda in uno sperduto villaggio della Boemia, dove Marta,
la Madre e un vecchio Servitore
gestiscono un piccolo albergo
quasi sempre deserto: l’anziana
donna è stanca di vivere, mentre la giovane è ossessionata
dalla voglia di trovare la felicità,
abbandonando “questo paese
di ombra per vivere in un paese
di fronte al mare”. Per avere il
denaro necessario alla “fuga”,
le due donne uccidono tutti i
rari clienti, drogandoli e annegandoli nottetempo nel fiume.
Marta contrappone ai dubbi
morali della Madre la tesi che
il delitto è “lo strumento per
arrivare fino al paese…dove il
sole soffoca qualsiasi interrogativo”. Jan giunge in albergo
senza rivelare la sua identità di
figlio e di fratello, pregando la
moglie Maria di lasciarlo solo
con le due donne che non lo
riconoscono. Il destino di questo inquietante cliente è deciso:
dopo averlo addormentato con
un sonnifero, le due donne lo
gettano nel fiume. Dal passaporto dell’ospite si scopre però
la sua vera identità e Marta
reagisce con freddezza, mentre
la vecchia afferma che “quando
una madre non è più capace
di riconoscere il proprio figlio,
vuol dire che ha terminato di
recitare la sua parte sulla terra”.
La Madre si uccide e Marta,
sapendo che non raggiungerà
mai quel suo mitico paese, decide di togliersi la vita. Piena di
rancore, prima rivela l’assassinio del fratello alla moglie che,
sconvolta dal dolore, rivolge a
Dio e chiede aiuto al vecchio
32
Direttore Michele Mariotti.
Il soprano Mariella Devia.
servitore che le risponde con
un secco “no”. D’Amico ha
sostanzialmente rispettato l’alta
qualità del testo teatrale, anche
se qualche taglio di troppo del
testo ha sacrificato soprattutto
il personaggio di Marta, privata
di molte motivazioni esistenziali con il rischio di ridurla un
mostro di crudeltà. La regia di
Saverio Marconi ha voluto evidenziare l’intimità e la interiorità della vicenda, la sostanziale
incomunicabilità dei personaggi, il dramma delle due donne
“condannate” ad ingannare e ad
essere ingannate da un invincibile gioco del destino.
tica vicenda di Violetta Valery.
Lo spettacolo dimostra ancora
la sua capacità di creare atmosfere e sensazioni che catturano e coinvolgono lo spettatore
soprattutto nel finale, quando il
grande specchio si alza per accogliere e trasportare sul palcoscenico l’intero teatro, in modo che
il pubblico possa partecipare
agli ultimi momenti di vita della
protagonista. Nell’adattamento
in scala ridotta dell’allestimento
originale è stata introdotta una
variante temporale, spostando la
vicenda agli inizi del Novecento,
un’epoca ritenuta dal regista
Henning Brockhaus più sensuale e dove “l’opulenza e la decadenza sociali sono storicamente
delineate con chiarezza”. Nel
primo atto il salotto di Violetta
ha assunto la configurazione di
una maison de plaisir con la raffigurazione di figure femminili
molto “pesanti” e con una certa
abbondanza di giovani discinte,
che è andata a discapito di un
più raffinato erotismo. Meglio
la scena di campagna del secondo atto e quella della festa nel
terzo atto, tutta segnata dalle
cifre cromatiche del rosso e del
nero, con qualche “stonatura”
di personaggi in grigio e con un
Alfredo che indossa ancora abiti
2. La stagione lirica al Teatro
Pergolesi
La 42a Stagione lirica di Jesi
si è aperta nel Teatro Pergolesi
con La Traviata di Verdi nella
celebre edizione “dello specchio”, rappresentata nel 1992
allo Sferisterio di Macerata.
Questa messa in scena del capolavoro verdiano è entrata nella
storia della lirica per la geniale invenzione dello scenografo
Josef Svoboda che fa diventare
un grande specchio la metafora
iconica dentro la quale inizia, si
svolge e si conclude la drammaLe Cento Città, n. 39
Alberto Pellegrino
33
da campagna. L’ultimo atto ha
invece lasciato integre le suggestive atmosfere dell’originale con le
sue tonalità in bianco e in nero,
riuscendo a trasmettere le emozioni del drammatico finale.
Dopo lunga assenza è ritornato sul palcoscenico jesino Il
barbiere di Siviglia, allestito in
coproduzione con la Fondazione
del Maggio Musicale Fiorentino
e interpretato dai giovani e
bravi cantanti dell’Accademia
Rossiniana del Rossini Opera
Festival e della Scuola dell’Opera Italiana di Bologna. Il capolavoro rossiniano è un’opera che
“non è solamente una delle più
grandi gioie musicali che siano
mai state scritte, ma contiene
audacie interne alla scrittura che
soltanto una mostruosa musicalità naturale riesce a spiegare”
(Roman Vlad) e il giovane regista Damiano Michieletto nella
sua messa in scena è partito
proprio dalla gioia musicale che
si sprigiona da questa opera, ma
ha anche accolto le suggestioni
e le idee che vengono dal teatro
di prosa, sapendo sfruttare al
massimo le capacità attoriali dei
giovani interpreti. Michieletto,
una volta imboccata la strada
della fantasia, ha fatto ricorso al
minimalismo scenografico, per
cui dei semplici oggetti della vita
quotidiana (delle sedie rosse, una
scala a libretto blu, degli ombrelli rossi e alcuni palloni bianchi)
sono stati sufficienti per ambientare i vari passaggi della vicenda.
Nello stesso tempo si è affidato
ai costumi caricaturali di Carla
Teti per esprimere una comicità surreale e di tipo circense,
sorretta a volte da marcati riferimenti animaleschi, che raggiungono il punto più elevato con
Don Basilio raffigurato come una
grande lucertola verde. La chiave di lettura adottata dal regista
parte dalla Commedia dell’Arte
per arrivare fino al teatro grottesco contemporaneo, con l’invenzione scenica iniziale e finale di
un viaggio in treno sul tratto JesiSiviglia, durante il quale gli interpreti si preparano a diventare
personaggi di un mondo surreale
La Traviata di Josef Svoboda in scena a Jesi.
per ritornare ad assumere una
dimensione umana, scendendo
da quel fantastico mezzo di trasporto che li riporta a Jesi.
La stagione si è chiusa con l’esecuzione dei Pagliacci di Ruggero
Leoncavallo, un’opera considerata il “manifesto del Verismo”
per la sua forte carica espressiva. L’autore, che appartiene alla
“Giovane Scuola Italiana” e che
rifiuta ogni tradizionale riferimento letterario, scrive personalmente il libretto, portando
sulla scena un fatto di sangue a
cui da ragazzo ha personalmente
assistito. Egli scrive questo dramma antiromantico, scavando nei
ricordi personali (“un nido di
memorie in fondo all’anima/
cantava un giorno”) per portare
sulla scena gli aspetti più crudi
della vita secondo il gioco del
“teatro nel teatro”, per cui l’opera mescola commedia e tragedia, finzione e realtà, frivolezza
e umanità dal celebre “Prologo”
alla drammatica conclusione
annunciata da Tonio il pagliaccio: “La commedia è finita”. Il
regista Leo Moscato, pur dichiarando la propria fedeltà al testo,
ha avvicinato la vicenda ai nostri
giorni con una efficace reinvenLe Cento Città, n. 39
zione della Commedia dell’Arte
messa in scena dalla compagnia
dei comici, ma anche con una
rappresentazione di quanto accade “dietro le quinte”, in modo da
riflettere sentimenti, tradimenti e
miserie della vita reale.
Insieme all’opera di Leoncavallo
è stata rappresentata La voix
humaine composta nel 1959
da Francis Poulenc su libretto
di Jean Cocteau, un monologo
interpretato dal soprano Tiziana
Fabbricini che ha messo bene in
evidenza la psicologia del personaggio, sottolineando tutti i
passaggi patetici e drammatici del testo di Cocteau e della
musica di Poulenc, che hanno
affrontato il tema dell’Amore
con un continuo alternarsi di
parole e di silenzi assoluti di
questa donna aggrappata al
telefono, nel disperato tentativo di stabilire un contatto e di
aprire un dialogo con un interlocutore all’altro capo del filo,
le cui risposte sono intuibili fino
a quando la protagonista chiude
la comunicazione consapevole
che ogni rapporto con quell’uomo è finito.
Libri ed eventi
34
Le Cento Città, n. 39
Libri ed eventi
35
Commenti e recensioni
di Alberto Pellegrino
Eventi
1. La mostra di Ivan Theimer a
Macerata
L’Associazione
Culturale
“Alberto e Umberto Peschi” per
le Arti Visive e il Comune di
Macerata hanno allestito nell’estate 2009 una mostra di scultura curata da Italo Tommasoni e
dedicata a Ivan Theimer, le cui
grandi opere in bronzo sono state
collocale nei principali “luoghi
deputati” del centro storico maceratese. Ivan Theimer è nato nel
1944 in Moravia ed esordisce con
la sua prima personale nel 1967
a Coventry. Nel 1968 lascia la
Cecoslovacchia e si trasferisce a
Parigi dove completa i suoi studi
presso l’Accademia di Belle Arti,
per poi partecipare a una lunga
serie di mostre personali e collettive nei principali stati europei e
in molte città italiane. Molte sue
opere sono presenti in Musei e
Gallerie, in numerosi spazi pubblici soprattutto in Francia, ma anche
in Germania, Moravia e Italia.
Le opere d’arte e in particolare le sculture hanno perduto
la loro funzione di rappresentazione pubblica all’interno di
un contesto urbano, per rifugiarsi nel privato in nome di
una malintesa rivendicazione di
libertà assoluta dell’autori nei
confronti della committenza. La
mostra delle opere di Theimer
nel centro storico di Macerata
dimostra che è ancora possibile
operare degli interventi di qualificazione della città che non
abbiano un carattere puramente ornamentale per stabilire un
rinnovato rapporto fra arte figurativa e urbanistica. Le sculture
di Iva Theimer ripropongono
il valore della narrazione e del
simbolo ricollocando nella città
la verticalità dell’obelisco, elemento consacrato nell’antichità al culto del Sole e portato
in occidente da imperatori e
papi per essere adibito al culto
del potere politico e religioso.
L’autore in questione rivendica
la propria libertà interpretativa e, rileggendo il mondo classico in chiave contemporanea,
fa delle proprie opere il simbolo della vittoria dello spirito sulla materia, del valore del
sapere rispetto all’ignoranza e
alla volgarità della società di
massa. Si tratta di una sfida
che Theimer lancia contro il
tempo e lo spazio in nome della
storia, della memoria e della fantasia come elementi stabili nel
mutare costante degli ambienti
e delle culture: “È il lavoro
stesso dell’artista, che stabilisce appunto connessioni impossibili, che lavora sul margine
instabile delle cose, sulla paradossalità”. Egli crea opere complesse che rappresentano una
sfida alla materia con frequenti
citazioni di animali, ma anche
con l’esaltazione della componente umana, per cui ogni scultura diventa metafora dell’energia che si sprigiona dall’uomo.
Malgrado si rifaccia a segni e
simboli dell’antichità, nonostante le citazioni dal Rinascimento
e dal Barocco, Theimer è capace
di usare un registro artistico
assolutamente contemporaneo,
dimostrando di partecipare in
modo vivo al dibattito dell’arte
contemporanea e di saper adattare i suoi lavori ai luoghi e alla
situazioni del nostro tempo. Ha
scritto di lui il critico Lucio Del
Gobbo: “Egli usa frantumare
e sconvolgere la compattezza
del monumento, la forma che
si impone assoluta nello spazio, non attraverso un gioco di
masse giustapposte architettonicamente, bensì aggiungendo alla
principale una pluralità di forme
minori, che sembrano accessorie
ma si rendono significative in
senso poetico e linguistico”.
2. Il “segno” - Carlo Iacomucci
Le Cento Città, n. 39
Tre opere di Ivan Theimer dal Catalogo
della mostra di Macerata “Forme
nella città” a cura di Italo Tomassoni
(Alfabetica Edizioni).
Libri ed eventi
incide la memoria
Nel settembre 2009 si è tenuta
presso la Galleria Antichi Forni
di Macerata una mostra del pittore Carlo Iacomucci intitolata Il
ricordo nel segno e curata da
Lucio Del Gobbo. Questo pittore e incisore, nato ad Urbino
nel 1949 e residente a Macerata,
ha svolto un’intensa attività artistica a partire dal 1972 con una
serie di mostre personali e collettive organizzate in diverse città
italiane, ma anche in Argentina,
Svizzera, Polonia, Slovenia, Malta,
Libia, Spagna, Finlandia, Canada,
Brasile, Costarica, Francia,
Inghilterra, Cile, Belgio, Turchia,
Stati Uniti, Germania, Portogallo.
Molte sue opere sono presenti in
diversi Musei e Gallerie nazionali
e internazionali. Questa sua recente esposizione comprende 60 disegni a china e in bianco e nero,
realizzati tra il 2005 e il 2009, che
si ricollegano idealmente alla sua
produzione pittorica grafica, ma
che sono caratterizzati da contenuti monotematici. Si tratta di
una ricerca condotta sull’uomo
rappresentato attraverso volti che
non hanno una precisa identità, ma che rievocano incontri e
vicende personali in cui l’autore vuole riconoscersi nella loro
ossessiva ripetitività, come tanti
fotogrammi in sequenza tendenti
a formare un’unica narrazione
carica di simboli, ma dominata
soprattutto dall’immagine dell’albero che diventa essere umano,
un simbolo molto forte della vita
stessa, perché con le sue radici saldamente piantate al suolo
vuole segnalare il valore della
memoria, mentre i suoi rami
rivolti al cielo marcano l’aspirazione umana ad esaltare lo spirito
e i sentimenti. Molte di queste
opere si propongono si ricordare
il valore della saggezza e i valori dell’interiorità, della parola e
del sapere, della ragione e della
fantasia, del dialogo e della convivenza, ma anche un ritorno e una
rivalutazione della natura nel suo
rapporto antropico (La valle parlante, La collina abitata, Incontro
campestre, Il poggio del dialogo).
Iacomucci con questo raccontogalleria propone un propria visio-
36
La collina dei sapienti, 2006, pennachina, mm 200x160.
ne del mondo senza falsi pudori
e senza la paura di mettersi a
nudo, ma rivendicando invece
con orgoglio un proprio modello
di umanesimo fondato su ragione
e sentimento, capace pertanto di
essere apprezzato non solo dai
“saggi”, ma da tutti gli uomini di
buona volontà.
Libri
1. Adriana Argalia “racconta”
Castelbellino
Nel panorama fotografico regionale e nazionale Adriana Argalia
si è conquistata un posto di rilievo, dopo aver praticato per un
lungo periodo (1981-2000) la
fotografia in bianco e nero con
risultati encomiabili per valori
estetici e potenzialità narrative.
Passata al colore e suggestivamente al digitale, è rimasta fedele
al suo mondo umano e poetico
continuando a fotografare le città
e le terre della Marca centrale
Le Cento Città, n. 39
nei suoi vari e complessi aspetti
antropologici e naturalistici, per
poi dedicarsi, a partire dal 2005,
di quel particolare genere che è
la fotografia teatrale con risultati
sempre di alto livello. Nel 2009
il Comune di Castelbellino ha
pubblicato un racconto fotografico dedicato a questo piccolo
ma vitalissimo centro arroccato
su una delle tante colline che si
affacciano sulla Valle dell’Esino e
che sembrano voler accompagnare il fiume nel suo percorso dagli
Appennini all’Adriatico.
Adriana Argalia ama come sempre raccontare la natura circostante, le strade, le piazze i palazzi e antiche strutture architettoniche del paese, la vita di chi
abita e vive all’interno del centro
storico. Il paesaggio viene visto
attraverso il reticolato dei vigneti
oppure arricchito dallo splendore
dei grappoli d’uva pieni di sole,
segnato da antichi attrezzi arrugginiti solenni come monumenti,
oppure entra in controluce da una
Alberto Pellegrino
finestra spalancata verso l’orizzonte. L’autrice riprende alberi e spighe di grano “pettinati” dal vento;
la natura diventa “favola” quando
il canto dei pioppi riempiono l’aria dei loro semi luminosi, quando
il cielo è tracciato dai fuochi d’artificio e gli alberi si trasformano in
piccoli fari carichi di frutti di luce.
Argalia presenta la silhouette di
Castelbellino contro l’arancio del
tramonto, sotto un cielo carico
di nubi tempestose, serenamente arroccato sotto una volta blu
nella quale occhieggia una sottile
falce di luna. Ancora appaiono
angoli del paese riflessi in una
grande pozza d’acqua piovana,
mura e loggette disegnate contro
il cielo, muraglioni che sembrano
prue di nave protese sulla valle
esina, con un’antica quercia che
scruta l’orizzonte come un gigantesco nocchiero, la torre civica
dal profilo scandito tra luce solare
e ombra profonda, il fascino di
antiche scale chiuse nel segreto di
ville nobiliari e misteriosi castelli.
Le piazzette, le vie, gli androni
si animano improvvisamente con
il suono di una banda, il ritmo
frenetico del saltarello, le armonie
di un’orchestra, infiorate e artisti
di strada, i mercatini di Natale,
i balli popolari sotto l’ombrello
protettivo di una quercia secolare.
Castelbellino si anima ulteriormente per la “festa” del cinema
d’autore che qui diventa cinema
di popolo portato sulle piazze,
nei giardini, sui sagrati delle chiese, perché qui veniva a passare
l’estate Mario Camerino e qui è
ritornato Mario Monicelli, a cui il
paese ha reso omaggio per la sua
straordinaria carriera d’artista.
2. Una mostra su rapporto satirapolizia nella società italiana
Sotto il patrocinio del Ministero
dell’Interno e del Ministero per
i Beni e le Attività Culturali,
l’Ufficio Storico della Polizia di
Stato, la Biblioteca Nazionale
Centrale di Roma e il Centro
Studi Gabriele Galantara di
Montelupone hanno organizzato
e allestito presso la sede della
Biblioteca Nazionale la mostra
In nome della legge. Tracce satiriche della Polizia italiana tra
37
Otto e Novecento, che si è tenuta
nel mese di ottobre e che verrà
riproposta nel 2010 molto probabilmente anche nelle Marche. Si
tratta di un’iniziativa del tutto originale, perché per la prima volta
l’istituzione “Polizia” propone
un’immagine di se stessa attraverso l’arte della satira, dell’impatto
dello “sbirro” sulla società italiana dal 1852 (anno di fondazione
del copro di polizia) fino al 1922.
La mostra propone un percorso
storico di settant’anni che viene
tracciato attraverso il materiale
satirico più rilevante pubblicato
su quotidiani e periodici dell’epoca. La lunga e complessa ricerca
ha portato alla luce una quantità
tale di materiale per cui è stato
necessario vagliarlo e selezionarlo non con finalità censorie, ma
contenutistiche ed estetiche. La
manifestazione non aveva finalità di dileggio o di condanna
dell’istituzione, ma solo quello
di proporre la severa critica che
la stampa satirica del tempo ha
mosso alla polizia, senza aggiungere nessun tipo di giudizio critico se non quello contenuto nello
stesso materiale esposto. Il grande quadro che è emerso, oltre ad
essere divertente e intellettualmente valido, ha messo in luce
il rapporto tra polizia e società
e ha evidenziato che dietro la
figura alquanto stereotipata dello
“sbirro” c’è sempre un essere
umano, cosa che oggi appare
abbastanza chiara da quando la
Polizia di Stato è diventata, nel
secondo dopoguerra, un’istituzione pienamente democratica.
Alla Mostra è stato affiancato
un volume contrassegnato dallo
stesso titolo e riccamente illustrato, che rappresenta un importante contributo culturale per il
valore e lo spessore dei saggi in
esso contenuti. Nella prima parte
Fabio Santilli, presidente del
Centro Studi Gabriele Galantara,
ha indicato come l’uso di determinati strumenti satirici consenta
una lettura di una storia diversa
non solo della Polizia ma dell’intero Paese; Luigi De Angelis ha
fatto un’esauriente analisi di tutti
i giornali satirici presenti nella
mostra; Melanton ha affrontato
Le Cento Città, n. 39
il tema dei disegnatori satirici
come testimoni diretti della cronaca e della storia di una determinata società; Giulio Quintavalli
ha presentato una delle sezioni
più originali dell’iniziativa, cioè
la Polizia italiana vista attraverso
le cartoline satiriche d’epoca. La
seconda parte contiene due saggi
che analizzano il contesto socioculturale nel quale si colloca l’intera iniziativa: Raffaele Camposano
dell’Ufficio Storico della Polizia
di Stato ha tracciato un completo
profilo storico della Polizia italiana dalle origini fino ai nostri
giorni in un saggio arricchito dalle
belle illustrazioni umoristiche di
Roberto Mangosi, giovane disegnatore emergente nel panorama della satira italiana; Alberto
Pellegrino ha infine tracciato un
quadro della figura del poliziotto
che emerge, sia come protagonista sia come personaggio collaterale, dall’esame della letteratura
europea e italiana dell’Ottocento
e Novecento, del teatro italiano
contemporaneo, della letteratura
poliziesca nazionale e infine nelle
storie a fumetti di alcuni autori
italiani.
3. Due opere di Gianni D’Elia sul
rapporto tra poesia e fotografia
Gianni D’Elia ha recentemente
pubblicato per le Edizioni Banca
di Teramo due eleganti volumi
che lo pongono ancora una volta
tra le voci poetiche più elevate
del panorama letterario italiano.
Queste due opere (2007-2009)
introducono inoltre una novità nella produzione del poeta
pesarese, che mette a confronto i suoi versi con delle immagini fotografiche del teramano
Fabrizio Sclocchini, un fotografo
di sicuro valore che aveva già
pubblicato nel 2006 il volume
Teramo contenente alcune composizioni poetiche di Gianni
D’Elia e Franco Loi. Il primo
lavoro, intitolato Coro dei fiori,
rappresenta il risultato dell’incontro tra un poeta, che da sempre cerca di fare versi costruiti
come immagini, con un fotografo
che si propone di trasformare
in poesia le sue immagini, per
cui inquadratura dialoga con i
Libri ed eventi
versi del poeta. Luogo d’incontro per entrambi è quella fascia
litoranea che corre tra Pesaro e
Pescara, fatta di spiagge deserte,
aridi terreni pedemontani, concrezioni rocciose della dorsale
preappenninica. Nella rappresentazione iconica di Sclocchini
è possibile individuare un primo
filone costituito da una serie di
paesaggi visti soprattutto nel loro
dettaglio o al massimo in campo
medio: in essi la malinconia di
spiagge deserte si confronta con il
blu profondo del mare; sezioni di
pareti rocciose appaiono erose o
addirittura squarciate dal tempo;
campi di girasoli si alternano a
campi fioriti o fatti di aride zolle,
dove troneggia solenne e solitario un olivo affacciato sul blu
dell’Adriatico. Il secondo filone
è costituito da una lunga serie
di delicati fiori policromi che si
fanno ostinatamente strada nelle
crepe di un terreno arido e desolato; a questa drammatica visione
della natura fanno da controcanto
l’esplosione festosa delle ginestre
e lo splendore assoluto della rosa
che regna sovrana sopra ogni altro
fiore (“siamo noi i fiori del poeta,/
noi, del fotografo le più preziose
istantanee”). Gianni D’Elia mantiene intatte la passione e l’ispirazione che hanno animato la sua
poesia fin dalle origini, ma segue
nello stesso tempo quella linea di
rinnovamento poetico imboccata con la raccolta Trovatori, che
rappresenta un diverso modo di
poetare rispetto alla poesia del
Novecento. Essa si richiama, non
solo per la riscoperta della rima,
alla convivialità e musicalità proprie di quel mitico cantare trobadorico, dove la poesia diventa
dialogo a due o più voci fra amici
impegnati nei loro “conversari”
su temi esistenziali e artistici,
che diventano “politici” quando
i versi abbandonano il terreno
personale (“Quanto silenzio nella
nostra vita/e quanta morte d’affetto e amicizia/…quanto trionfo
d’invidio e avarizia/…per questo tempo nero di nequizia”) o
culturale (“Ercole Teseo Orfeo
Enea Dante/il viaggio che si fa si
fa per fare/esperienza del senso
più inquietante/…e l’Euridice
38
Il ducato dei sapienti, 2008, pennachina, mm 200x160.
che cerchi è il tuo passo/che ti
guidi nel vivo dei dolori/quando
si muor di vita a ogni trapasso”) per diventare poesia civile
(“Umani cari, due sono i risvegli,/il bel risveglio al mondo ed
a se stessi,/la parte di giustizia
che ti scegli/…Eccoci, coro dei
fiori incivili,/quanto più immane
e sociale si vuole,/singola resta la
pena del cuore”).
Nel secondo libro intitolato
Quadri delle Riviera continua il
dialogo fra poesia e fotografia che
rimangono forme diverse eppure
complementari di scrittura. Le
foto di Sclocchini non sono più
monotematiche, per cui si passa
dal dramma del terremoto aquilano ai segni della società consumistica tra mattoni rottamati e
quartieri dormitorio, dalle spiagge solitarie dell’Adriatico ai notturni intensi segnati da una falce
di luna. Poi improvvisamente sul
finale compaiono i crani rasati
dei naziskin e le immagini inquietanti della Risiera di San Sabba
Le Cento Città, n. 39
e qui ritorna il verso intriso di
furore pasoliniano (“Queste teste
rasate di pensieri,/bracci levati di
putridi fiori/skin tatuati di simboli neri,/gridano e fanno agguati
anche qui fuori./…E come ride il
giovane nazista,/si risvegliano in
noi tutti i terrori;/ma più tu fuggi
e ne ignori la vista;/più spuntano ovunque gli orridi fiori”;
“Poi il tuono rimbombò sulla
Risiera,/e Giove Pluvio sgrondò
su San Sabba/fulmini di rabbia e
un fiume d’acquaccia/sulla strega
nazi, razza nera”). A proposito
delle dieci poesie contenute in
questo volume, Gianni D’Elia
dice che fanno parte di un poema
in corso d’opera, “testi che rientrano in un disegno complessivo
a cui penso e lavoro da anni, nelle
due spinte contrapposte che lo
animano: la bellezza e la critica
del nostro vivere italiano, mediterraneo, adriatico, tra nulla edonistico (Vacanza, Delitto) e sacro
naturale, umanistico”.
Vita dell’Associazione
39
Visite e Convegni
di Giovanni Danieli
San Severino Marche, 19 luglio
2009
Assemblea di chiusura dell’anno
sociale 2008-2009
Alberto Pellegrino ha concluso
il proprio mandato presidenziale citando le principali tappe
del percorso compiuto. Tutti gli
eventi, parte dei quali realizzati
grazie al patrocinio di numerose
istituzioni pubbliche e private,
sono stati di ampio spessore
culturale e hanno riguardato sia
visite alla scoperta delle Marche
“minori”, precedute da conferenze illustrative della storia
e dell’arte dei luoghi visitati,
sia convegni destinati a temi
di grande attualità e di rilievo
nei programmi di sviluppo della
Regione.
In tutto sono state compiute
dodici visite a musei e pinacoteche, sette ad istituzioni comunali, cinque a mostre nazionali
e regionali, otto ad iniziative
culturali, dieci a momenti con-
viviali. Sono stati inoltre presentati, in occasioni diverse, dodici
personaggi marchigiani e promosso uno spettacolo teatrale in
omaggio a Joyce Lussu.
Il Presidente eletto Walter
Scotucci ha quindi illustrato
le linee essenziali del suo programma che vedrà il coinvolgimento globale dei Soci; motto
dell’anno sarà infatti Fit enim ad
portandum facilis sarcina, quam
multorum colla sustenant.
Nelle ore precedenti l’Assemblea, i Soci avevano avuto l’occasione di visitare il Santuario
della Madonna del Glorioso, il
Castello di Aliforni con la chiesa
di Santa Maria Annunciata ed il
Castello di Isola con la torre di
vedetta, i resti delle mura e le
chiese di San Giorgio Martire
e di San Clemente dell’Isola,
quest’ultima del XIII secolo.
La riunione si è conclusa nella
Fattoria Colmone della Marca.
Serra San Quirico, 13 settembre
Le Cento Città, n. 39
2009
Visita della Mostra di Pasqualino
Rossi e del centro storico
La mostra raccoglie molte delle
opere più prestigiose di questo brillante protagonista del
Barocco. È stata allestita nel
complesso monastico che comprende anche la chiesa di Santa
Lucia senza dubbio la più elevata espressione dell’arte barocca
nelle Marche; nella stessa chiesa
sono custodite alcune importanti tele del Rossi.
Serra San Quirico, con il suo
centro storico perfettamente
recuperato, le sue mura antiche, le famose “Coppetelle”, il
paesaggio circostante, è luogo
di suggestiva bellezza, nel quale
l’amore e l’impegno civico dei
suoi cinquecento cittadini sono
assolutamente palpabili. Anche
le chiese di San Filippo e di San
Quirico meritano una visita, non
meno dell’eccellente ristorante
La Pianella.
Vita dell’Associazione
40
Nel pomeriggio, con la presentazione e la guida illuminata di
Maria Luisa Polichetti Canti,
sono state visitate le chiese di
San Vittore alle Chiuse e di
Sant’Elena; una immersione
nella spiritualità e nell’architettuta romanica di cui la nostra
Regione è particolarmente ricca.
Caldarola, 3 ottobre 2009
Il Collezionista, tra buona fede
ed incauto acquisto
Da un’idea di Luciano
Capodaglio e con la collaborazione del Comune di
Caldarola è nato un convegno
dedicato alla tutela del patrimonio artistico ed alla figura
del Collezionista spesso, come
sottolinea il titolo del convegno, sospeso tra buona fede ed
incauto acquisto.
Relazioni, brillantissime, sono
state tenute, nell’ordine, da
Mario Luni, Mara Silvestrini,
Luigi Cortellessa, Daniele
Diotallevi, Amedeo Grilli,
Fabio Marcelli, Nicoletta
Marinelli e Stefano Papetti.
Nel pomeriggio, dopo il buffet
nel ristorante attivo nello stesso
Castello di Caldarola, vi è stata
la lettura magistrale di Vittorio
Sgarbi che ha raccontato le
sue esperienze di collezionista
con il gusto dello scrittore e
la sensibilità e la passione del
collezionista.
Al termine del convegno visita
della mostra che accoglie alcune delle oltre centocinquanta opere raccolte dal cardinale Giovan Battista Pallotta,
attualmente disperse per il
mondo ed ora parzialmente,
per il tempo di una esposizione, ritornate nel luogo per cui
vennero prodotte.
Fermo, Monterubbiano,
Montefiore dell’Aso,
31 ottobre 2009
Le Marche nei Fioretti di San
Francesco.
Nella ricorrenza dell’ottavo centenario della Regola e
della venuta di Francesco nelle
Marche, sono stati progettati
dal Presidente Walter Scotucci
due itinerari, uno nel Sud l’altro nel Nord della Regione,
per visitare i principali luoghi
del Francescanesimo, iniziando
dalla Custodia Fermana.
Il primo itinerario ha preso il
via a Fermo con una lettura di
Fabio Mariano sull’architettura
francescana e con la visita della
chiesa di San Francesco, una
delle prime nelle Marche dedicata al Santo.
A Monterubbiano, successivamente, dopo aver ascoltato la
relazione di padre Ferdinando
Campana che ha descritto tra
l’altro i sette viaggi di Francesco
nelle Marche tra il 1208 ed il
1221 e raccontato la storia dei
Fioretti, si è inaugurata la mostra
ad essi dedicata e dal titolo I
Fioretti di Messer Francesco nella
terra fermana ed il beato Matteo
da Monterubbiano, una increLe Cento Città, n. 39
dibile raccolta, in tante diverse
lingue, delle edizioni dei Fioretti
pubblicate nei secoli.
L’itinerario si è concluso a
Montefiore dell’Aso con la
visita, sempre guidata dal
Presidente, della chiesa di San
Francesco che contiene tra l’altro il ciclo pittorico del Maestro
di Offida e la sepoltura dei
genitori del cardinale Gentile
Partino, quest’ultima presentata
da Paola Pierangelini.
Si è poi passati all’inaugurazione, nella stessa chiesa, della
mostra su Le illustrazioni dei
Fioretti di Adolfo De Carolis,
grande
disegnatore, incisore e pittore del secolo scorso.
L’itinerario si è concluso con un
concerto d’organo del Maestro
Alessandro Buffone, presentato
da Giovanni Martinelli.
Vita dell’Associazione
41
Ancona, 27 novembre 2009
L’evoluzione del Sistema Sanitario
nelle Marche.
Presso la sede della Facoltà
di Medicina, con il saluto del
Rettore Prof. Marco Pacetti e del
Presidente della V Commissione
Sanità Dott. Marco Lucchetti
per il Presidente Gian Mario
Spacca e del nostro Presidente,
si è svolto il decimo convegno che
l’Associazione dedica alla Sanità
regionale. È stato aperto dalla lettura introduttiva di Carmine Ruta cui
hanno fatto seguito le relazioni di
Gabriele Frausini, Antonio Aprile,
Luciano Capodaglio, Gianpiero
Macarri ed Antonio Carlucci, che
hanno presentato i mutamenti in
fieri e le prospettive della organizzazione ospedaliera nelle Marche,
soprattutto nelle zone di PesaroFano, Ancona INRCA - Osimo,
Macerata, Fermo, Ascoli Piceno
- S. Benedetto del Tronto. Le
conclusioni sono state fatte dagli
stessi Dottor Ruta e Consigliere
Lucchetti. Il Convengo è stato di
grande interesse per l’attualità del
tema, svolto in un momento di
grandi scelte per la futura organizzazione della sanità regionale,
e per la qualità dei relatori, quasi
tutti giovani, nel segno del rinnovamento.
Libri
Cinquantadue storie fanesi di Alberto Berardi.
Prefazione di Marco Giovenco. Volume di 196
pagine, BCC Fano Editore, 2009.
Episodi, vicende storiche della bimillenaria
storia di Fano raccontati da Alberto Berardi
quasi per aneddoti in
cinquantadue successivi articoli apparsi su Il
Messaggero ed ora riuniti in un volume edito
a cura della Banca di
Credito Cooperativo di
Fano, con la prefazione
di Marco Giovenco.
Ogni capitolo riporta la
storia di un personaggio
fanese o di una vicenda
accaduta a Fano, inserita nel contesto del
momento storico in cui
si è realizzata; sembra,
ogni capitolo, accendere un flash che illu-
Le Cento Città, n. 39
mina improvvisamente
uno scenario nel quale
si muovono personaggi
maggiori o minori, con
la loro nobiltà o con le
loro miserie.
Il tutto raccontato con
il gusto dello scrittore di classe ed il rigore
metodologico dello storico che basa le proprie
affermazioni su testimonianze accuratamente e
pazientemente ricercate.
Ne è derivato così un
documento storico e nel
contempo un’appassionante lettura che non si
interrompe se non terminata. (G.D.)
Vita dell’Associazione
42
Le Cento Città, n. 39
Vita dell’Associazione
43
Nelle due pagine, da sinistra a destra e dall’alto in basso, nella serie
di immagini di Romano Folicaldi: chiesa di S. Maria dell’Annunziata a San Severino Marche, un momento dell’assemblea estiva
dell’Associazione, la chiesetta romanica inserita nel cimitero di San
Clemente dell’Isola; Serra San Quirico, mostra di Pasqualino Rossi,
uno dei camminamenti coperti, le cosiddette “coppetelle”, l’organo
di S. Lucia; Maria Luisa Polichetti illustra l’architettura romanica
a San Vittore alle Chiuse di Genga; immagini del convegno di
Caldarola e della mostra del Cardinal Pallotta, con la partecipazione
di Vittorio Sgarbi; Montefiore dell’Aso: ciclo pittorico del maestro di
Offida, tomba dei genitori del Cardinal Gentile Partino, il Sindaco,
l’Architetto Fabio Mariano, Padre Ferdinando Campana e Marco
Belogi nella ex chiesa di S. Francesco; Monterubbiano: inaugurazione della Mostra dei Fioretti nell’ex chiesa di S. Francesco; Fermo:
interno della chiesa di S. Francesco.
Le Cento Città, n. 39
Controcopertina
45
Marche/Arte
di Mario Canti e Francesca Acqua
Recita la Convenzione Europea del
Paesaggio che: “il paesaggio designa una
determinata parte di territorio così come
è percepita dalle popolazioni”, ovvero,
come più volte abbiamo affermato sulle
pagine della nostra rivista, costituisce un
fattore “identificativo“ determinante a
livello locale, la cui conservazione, cura e
trasformazione dovrebbero contribuire,
ai sensi di detta convenzione, al miglioramento della qualità della vita e al benessere economico delle comunità.
Ci è sembrato possibile ipotizzare che la
citazione del paesaggio nell’opera d’arte
possa, talora, essere stata concepita come
una vera e propria attribuzione al luogo
rappresentato dei sentimenti che nell’opera l’artista vuole esprimere; la citazione
paesaggistica assume in tal caso un valore
espressivo oltre che di ricordo e di identificazione di un determinato luogo.
La Crocifissione e
i dolenti, 1566-67.
Particolare.
Urbino, Galleria
Nazionale delle
Marche.
Il paesaggio che
si scorge in lontananza, ai piedi
della croce, ci
offre uno scorcio
fuggente
della
città, vista dal
colle delle Vigne,
verso porta Santa
Maria.
Memoria del luogo e poetica dell’artista divengono una espressione unica ed
inscindibile che, in qualche caso assume
quasi il carattere di un vero e proprio
“logo” identificativo dell’artista, una
sorta di cifra posta all’interno dell’opera
piuttosto che in calce alla stessa.
Il Crocifisso sperante, 1604. Madrid, Museo del Prado.
Il paesaggio è quello tipico del Barocci. La veduta è dettagliata sia per il Palazzo Ducale come pure per gli aspetti
minori della città.
La Crocifissione con i dolenti e San Sebastiano, 1986
Particolare. Genova, Cattedrale.
Il Paesaggio offre la consueta veduta che l’artista poteva
godere dalle finestre della sua abitazione.
Le Cento Città, n. 39
Mario Canti, Francesca Acqua
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Questo sembra essere il caso di
Federico Barocci, nelle cui opere
appare quasi costantemente la citazione di Urbino, la sua città natale,
simbolizzata nella maggior parte delle
opere dall’immagine delle logge del
Palazzo Ducale (i cosiddetti torricini)
ed in altre da squarci particolari della
città che fanno da sfondo ai temi di
volta in volta trattati.
Il ricorrere di queste immagini nei
dipinti del Barocci attesta l’amore
dello stesso per la sua città, ma anche
l’affetto che questi provava verso il suo
Signore e protettore, quel Francesco
Maria II Della Rovere con la cui morte
si estinguerà la casata ed avrà termine
l’indipendenza della città di Urbino.
Oggi, ripercorrendo la storia di quegli
La sepoltura di Cristo, 1582.
Senigallia, Chiesa di Santa Croce.
Tra i due speroni di roccia, che chiudono
verticalmente la scena, si apre uno spiraglio in
cui si vedono svettare le due torri della facciata
sud-ovest del Palazzo Ducale.
Particolare - Annunciazione, 1580 circa.
Roma, Pinacoteca Vaticana.
Sulla parete di fondo della stanza in cui si
svolge la scena, si apre una finestra attraverso
la quale si vede un altro degli scorci urbani
caratteristici del Barocci, su cui campeggiano
in primo piano i torricini e, in lontananza, la
chiesa di S. Francesco.
Tale veduta, anche se con tagli diversi, verrà
riproposta dal Barocci in altri suoi dipinti.­­
Le Cento Città, n. 39
Controcopertina
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ultimi anni dello splendore urbinate e
confrontandola con la serie delle opere
del Barocci ci sembra quasi di avvertire in queste una preveggenza del destino che attendeva Urbino. L’immagine
dei torricini sembra divenire meno
chiara, più fosca, carica di una drammaticità ignota alle prime opere; ma
anche queste potrebbero essere delle
suggestioni, derivanti dalla intensità
dell’espressione artistica e dalla conoscenza a posteriori degli eventi che
effettivamente accaddero.
La visitazione della Vergine a Santa Elisabetta,
1586.
Roma, Chiesa Nuova.
Nella veduta oltre le arcate di fondo si riconosce chiaramente la rampa che parte dalla base
dei torricini; in lontananza il campanile della
chiesa di S. Francesco.
La Madonna della gatta, copia dell’originale.
Particolare.
Mondolfo PU, Chiesa di Sant’Agostino.
Cristo appare alla Madonna, 159. Particolare.
Firenze, Galleria degli Uffizi.
Il paesaggio, anche qui rappresentato tra due speroni rocciosi, ci propone la veduta dei torricini con la consueta angolazione colta dall’abitazione dell’artista.
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CO. FER. M. - lecentocitta