1 Sommario Le Cento Città * Direttore Editoriale Mario Canti Comitato Editoriale Laura Cavasassi Ettore Franca Alberto Pellegrino Anna Maria Zallocco Direzione, redazione, amministrazione Associazione Le Cento Città [email protected] Direttore Responsabile Edoardo Danieli Prezzo a copia Euro 10,00 3Portfolio Note di velluto, Libero Api 7Tra storia e leggenda Nel Regno delle Fate e della Regina Sibilla, guidati da letterati e poeti di Alberto Pellegrino 11 La qualità urbana Rifondare una dimensione etica del costruire di Adolfo Guzzini La ricerca per il governo del territorio a cura dell’Associazione Abb. a tre numeri annui Euro 25,00 17 Il paesaggio Spedizione in abb. post., 70%. - Filiale di Ancona Reg. del Tribunale di Ancona n. 20 del 10/7/1995 21 L’economia Stampa Errebi Grafiche Ripesi Falconara M.ma Il luogo delle tradizioni e dell’identità di Mario Canti La società della conoscenza per il futuro delle Marche di Edoardo Danieli 24 Le mostre Un architetto marchigiano nel territorio - Le opere di Andrea Vici nelle Marche La Venere di Frasassi di Patrizia Ginobili 29 Gli itinerari Periodico quadrimestrale de Le Cento Città, Associazione per le Marche Sede, Piazza del Senato 9, 60121 Ancona. Tel. 071/2070443, fax 071/205955 [email protected] www.lecentocitta.it * Hanno collaborato a questo numero: Francesca Acqua, Mario Canti, Edoardo Danieli, Giovanni Danieli, Romano Folicaldi, Patrizia Ginobili, Adolfo Guzzini, Alberto Pellegrino, Francesca Piatanesi In copertina Il Santuario di Santa Maria del Glorioso a San Severino Marche: Gesù a cena con Marta e Maria e Maria Maddalena nella lunetta, affresco del 16° secolo (foto di Romano Folicaldi) Sulle orme di Francesco di Francesca Piatanesi 31 Lo spettacolo La lirica nelle Marche. Le stagioni 2009 di Alberto Pellegrino 35 Libri ed eventi di Alberto Pellegrino 39 Vita dell’Associazione di Giovanni Danieli 45 Controcopertina Marche/Arte di Mario Canti e Francesca Acqua Le Cento Città, n. 39 CO. FER. M. COMMERCIO ROTTAMI ACCIAIO INOSSIDABILE, FERROLEGHE, METALLI, FERRO . .. 60020 CAMERATA PICENA (Ancona) Via E. Fermi 5/7 Località Piane Tel. 071 946362 r.a. Fax 071 946365 [email protected] www.coferm.it Portfolio 3 Note di velluto Libero Api Viaggio per immagini dal Summer Jamboree alla spiaggia di Senigallia Libero Api: chi è? Una persona “qualsiasi”: abito a Senigallia, ho 43 anni, sono sposato e padre di due splendidi bimbi, gestisco alcuni blogs, frequento social networks e scatto qualche foto a tempo perso. La fotografia è per me principalmente uno svago e un valido strumento per instaurare nuove amicizie, per farsi conoscere. Se proprio devo darmi una definizione, direi “fotoamatore autodidatta”; non ho basi né di tecnica né di cultura fotografica in genere, mi considero, però, naturalmente dotato nel “vedere” e nel comporre l’inquadratura. Quando hai iniziato a fotografare? Ho iniziato a “respirare” il mondo della fotografia non troppi anni fa, grazie alla scoperta di siti e forum di condivisione fotografica che mi hanno aiutato molto sia a conoscere altri fotoamatori davvero bravi che a crescere “stilisticamente” e tecnicamente; ho partecipato anche a meetings e raduni di appassionati fotoamatori che mi hanno dato modo di trasformare amicizie “virtuali” in reali; ho assistito in questi anni alla crescita di appassionati conosciuti in rete, dal loro primo approccio con la fotografia fino al professionismo… ho avuto anche parecchie manifestazioni di sincera stima che mi hanno appagato non poco soddisfatto. “Dentro al Replay” nacque come spazio destinato a diario fotografico personale e raccoglitore di notizie legate alla fotografia, ma in seguito si è evoluto anche in altri campi, dai reportages alla blogosfera, dalla musica fino all’altra mia passione, i libri. Un anno dopo creai un secondo blog, stavolta dedicato alla manifestazione internazionale sulla cultura e musica americana degli anni ’40 e ’50 che si tiene ogni agosto a Senigallia e che mi coinvolge (e travolge) in prima persona: il “Summer Jamboree”, Dall’alto: “Primo novembre” e “Vedere oltre”. una vera miniera d’oro per gli appassionati di fotografia. In ultimo si è poi aggiunto al piccolo “network” un altro blog, “Fotografi nel Web”: in pratica un raccoglitore delle interviste fotografiche che pubblico periodicamente sul mio blog principale. E’ stata un’iniziativa che mi ha dato molte soddisfazioni, mi ha fatto conoscere nuovi amici ma soprattutto dà a tutti la possibilità di conoscere in maniera più approfondita le persone intervistate, mettendo in luce lati della personalità non visibili “oltre” le immagini da loro prodotte. Le Cento Città, n. 39 Quale genere ti piace maggiormente fotografare? Il mio genere fotografico “preferito” varia a secondo del periodo che sto vivendo; nel mio portfolio c’è un po’ di tutto, forse perché non ho ancora trovato una mia “direzione” ma continuo a sperimentare e fotografare ciò che in quel determinato periodo mi va maggiormente, senza pormi obiettivi né limiti. Adoro da sempre fare foto ai concerti, e soprattutto cogliere l’intima intesa che si crea tra musicista e strumento musicale (in particolare trovo fantastico il dualismo uomo/contrabbasso); Portfolio 4 Bettie Black. Le Cento Città, n. 39 Libero Api 5 “Julia”, la foto di Libero Api diventata il simbolo del “Summer Jamboree”. ma mi piace anche cogliere di sorpresa la gente comune, usando il teleobiettivo “a tradimento” per immortalare le espressioni, i gesti, i sentimenti di chi non sa di essere il mio modello in quel momento. Credo comunque di essere in fase di evoluzione e dirigermi sempre di più verso una fotografia “reportagistica” (documentazione di manifestazioni e concerti), forse anche per il tempo sempre minore che posso dedicare alla “ricerca” di una foto più intimistica o artistica che dir si voglia. Quali sono i fotografi del passato e del presente che più apprezzi? Ogni fotografo, sia del passato che del presente, può essere apprezzato per qualcosa: lo stile personale, il messaggio che traspare dalle proprie immagini, le particolari inquadrature, la padronanza della tecnica… per questo non me la sento di fare un elenco di nomi, così come potrei affermare di non avere fotografi di riferimento; mi sono avvicinato alla fotografia in maniera autodidatta, senza basi di tecnica fotografica e senza aver mai “studiato” le opere dei “Grandi”. Sono forse stato maggiormente influenzato nel mio stile dagli amici conosciuti nei numerosi forum su internet che ho frequentato in questi anni di passione, piuttosto che dai grandi maestri… Il Summer Jamboree ha fatto conoscere i tuoi scatti in tutto il mondo. Beh… è vero, grazie al Summer Jamboree le mie foto hanno girato il mondo; la manifestazione senigalliese è tra i primi tre festival dedicati al Rock’n’Roll a livello mondiale, ha un seguito incredibile e chiunque vada alla ricerca di notizie e immagini dedicate passa inevitabilmente sul mio blog. Quali sono i tuoi progetti attuali e quali quelli per il futuro? Non ho particolari progetti. La fotografia per me, lo ripeto, è uno svago; non ho tra i miei progetti né mostre, né libri, né sogni particolari, qualsiasi cosa mi porti questa passione sarà accolta con un sorriso… Hai mai esposto le tue immagini in mostre fotografiche personali o collettive? Ho fatto in passato diverse esposizioni personali nella mia città, al margine di altre manifeLe Cento Città, n. 39 stazioni o in locali pubblici. La prima “vera” mostra potrei però considerarla quella allestita al Palazzo del Duca di Senigallia per il Summer Jamboree 2009, in occasione del decennale della manifestazione, dal titolo “10 years for 10 point of view”: 10 fotografi per 10 diversi modi di “vedere” e riprendere il festival. Hai mai avuto riconoscimenti in concorsi fotografici o pubblicazioni delle tue foto su libri o riviste? Di concorsi ne ho fatti diversi, sia di tipo “classico” che esclusivamente su internet; qualcuno ne ho anche vinto, ma anche in questo caso niente di rilevante, anche se mi hanno fatto conoscere sia nella mia città che nella rete. Mi fa invece molto piacere venire spesso chiamato a far parte della giuria per vari concorsi fotografici su internet e legati al mondo dei blog, come in occasione del “Festival dei Blog 2008” ad Urbino. Di pubblicazioni ne ho avute diverse, soprattutto grazie al Summer Jamboree. Per esempio a tutta pagina sulla prestigiosa rivista di turismo “Meridiani” e, cosa che mi rende orgoglioso, anche su Topolino! … oltre ad altre riviste quali Max, Tu Style, Montecarlo Style, Viaggiando, Portfolio 6 Bell’Italia, PhotoCult… bisogna anche dire che le mie foto sono anche molto diffuse in internet, all’interno di blog personali o di gallerie su Facebook e MySpace, sia di amici che di artisti musicali. Senigallia è una città storicamente versata per la fotografia: perché? Senigallia è la cittadina che diede i natali e nella quale visse tutta la sua vita il grande Mario Giacomelli, fu protagonista di una rivoluzionaria epoca della fotografia italiana grazie al Gruppo Misa e a fotografi come lo stesso Giacomelli, Cavalli, Ferroni, Branzi e molti altri; è quindi inevitabile, per qualsiasi fotografo di Senigallia, crescere, confrontarsi e sperare di ripercorrere la strada di questi Maestri della Fotografia. Qui nella mia città si è costantemente alla ricerca di un “erede” di Mario Giacomelli, ma a mio parere un erede non potrà mai esserci, anche se non è difficile trovare bravi fotografi che interpretano la realtà usando il suo stile (io però non sono tra quelli). La foto e la rete: una scommessa persa in partenza? (se è vero che dà visibilità è vero altrettanto che non garantisce sostenibilità) Non direi… Internet ha rappresentato, secondo me, una vera rivoluzione per la fotografia: fino a pochi anni fa i fotografi amatoriali potevano contare solo su uno sparuto gruppo di amici con i quali condividere i propri scatti, ed allestire una mostra fotografica era pura utopia, a meno di non appartenere a qualche circolo fotografico. Oggi puoi farti la tua vetrina in internet, partecipare a forums e siti di condivisione fotografica, puoi apprendere dagli altri utenti… insomma, se sai sfruttare le potenzialità offerte dalla rete, puoi arrivare ad avere una visibilità “mondiale”, e si sa che la pubblicità è l’anima del commercio! Certo, è più facile farsi vedere che guadagnare, bisogna sempre sperare in un colpo di fortuna, ma se sei un bravo fotografo… prima o poi arriva! Dall’alto Stray Cats e Laura Pausini. Le Cento Città, n. 39 Tra storia e leggenda 7 Nel regno delle Fate e della Regina Sibilla guidati da letterati e poeti di Alberto Pellegrino Le leggende più popolari parlano della Regina Sibillla che vive in una reggia tutta d’oro circondata dalle sue fate che fanno da ancelle. Questa bellissima donna, con i capelli colore dell’oro e gli occhi lucenti come stelle, è saggia e sapiente, sa leggere il presente, il passato e il futuro, è esperta di agricoltura, artigianato e qualità medicinali delle erbe, per cui sono in molti a recarsi da lei per avere dei preziosi consigli. La Sibilla è solita tessere una tela d’oro fatta con i raggi del sole, la cui trama cambiava colore col passare delle stagioni: bianca d’inverno, verde di primavera, rossa d’estete e marrone d’autunno. Tre fate la aiutavano alternandosi al telaio e ciascuna era a capo di un elemento della natura: la prima, vestita di bianco, era la regina dell’aria e del vento; la seconda, vestita di rosso, era la regina del fuoco e del sole; la terza, vestita di nero, era la regina della terra, del sonno e della morte. Quanti vogliono conoscere il loro futuro possono rivolgere tre domande alla fata che in quel momento siede al telaio, ma se il loro desiderio fosse solo la conquista del potere e della ricchezza, non avrebbero essi nemmeno il tempo di formulare una domanda e avrebbero perso la vita. I cavalieri, accolti dalla Regina, ricevono vesti sontuose e sono ammessi a pranzare accanto a lei; ognuno può scegliersi una compagna fra le avvenenti ancelle ma, se decidono di ritornare nel mondo, devono farlo entro un anno dal loro arrivo. Il mito nella letteratura Per tutto il Medioevo si ritiene che David sia l’antenato e il profeta del Cristo, mentre nel mondo pagano Dio ha dato alle Sibille il dono di illuminare il cammino dell’umanità circa l’arrivo del Redentore come dimostra la celebre sequenza Dies irae di Tommaso da Celano. In pieno umanesimo il mito si uma- Il versante settentrionale del Monte Priora. (Foto Canti) nizza e un poeta appassionato di arti occulte come Luigi Pulci dedica alcuni versi del Morgante Maggiore al lago di Pilato e alla grotta della Sibilla: “Così vo discoprendo a poco a poco/ch’io sono stato al monte di Sibilla,/ che mi pareva alcun tempo un bel gioco;/ancor resta nel cor qualche scintilla/di riveder le tanto incantate acque/dove già l’ascolan Cecco mi piacque…/Questo era il Parnaso e le mie Muse./e dicone mia colpa, e so che ancora/convien che al gran Minos io me ne scuse/e riconosca il ver con altri erranti/piromanti, idromanti e geomanti”. Flavio Biondo nell’Italia illustrata fa un cenno al Monte della Sibilla: “altissimis vero in monti bus sommo in Apennino est Mons Sanctae Mariae in Gallo, cui in ipso Apennino propinqua est caverna, Sybillae vulgo appellata”. Lo stesso Ariosto ricorda il mito nel XXXIII canto dell’Orlando Furioso e Gian Giorgio Trissino nel poema epico L’Italia liberata dai Goti (1548) nel XXXIV canto parla del viaggio di Narsete nell’antro della Sibilla Appenninica definita “antichissima d’anni, venerabile, prudente, dotata di grazia celestiale”. Le Cento Città, n. 39 Qualche anno prima il poeta umanista Francesco Panfili da San Severino (m. 1535) narra della Sibilla appenninica nel suo poema Picenum, accostando alla Vergine Maria Regina del cielo l’immagine di una vergine terribile e impietosa che vive rinchiusa nel ventre del Monte Sibilla e ricordando quale terribile castigo attende coloro che non mantengono fede al giuramento prestato dinanzi alla regina pagana. Nel Seicento il poeta norcino Lalli nel suo poema Tito Vespaziano overo Gerusalemme desolata parla della Sibilla fuggita da Cuma e rifugiatasi sull’Appennino: “E’ fama che da Cuma, ove le prime/stanze l’illustre profetessa ottenne,/mentre colà troppa frequenza opprime/la sua quiete, a lei partir convenne:/nelle remote inaccessibil cime/del Nursin monte a riposar sen venne”. Infine il Parini nel Mattino fa un inequivocabile accenno alla leggenda secondo la quale ogni venerdì le ancelle della Sibilla si trasformavano in serpi: “Fama è così che il dì quinto le fate/loro salma immortal vedean coprirsi/ già di orribili scaglie, e in feda serpe/volte a strisciar sul suolo, a sé facendo/da le inarcate spire Tra storia e leggenda impeto e forza;/ma il primo sol le rivedea belle/far beati gli amanti, e a volger d’occhi/mescere a voglia lor la terra e il mare”. Antoine de La Sale (1388 c.-1441 c.) scrive intorno al 1430 una delle opera più celebri della letteratura francese del Quattrocento intitolata Il Paradiso della Regina Sibilla, nella quale racconta il suo viaggio fino a Monte Monaco, la sua ascesa sul Monte Sibilla e il suo ingresso il 18 maggio 1420 nella celebre grotta. Egli descrive lo stretto ingresso a forma di scudo che immette in un vano quadrato dal quale si passa in una galleria dove non osa entrare, perché ha saputo che cinque giovani di Monte Monaco si sono inoltrati per tre miglia e sono stati investiti da paurose tempeste di vento. Egli racconta anche l’avventura vissuta da Antonio Fumato, un prete di Monte Monaco che insieme a due cavalieri tedeschi si è inoltrato nell’antro vincendo il terribile vento: i tre hanno superato un ponte lunghissimo e strettissimo sotto il quale passa un torrente turbinoso; hanno attraversato un delizioso pianoro ed un corridoio al cui ingresso c’erano due dragoni scolpiti; sono arrivati in uno spazio quadrato con due porte di metallo. I due cavalieri sono entrati senza ritornare più indietro, mentre il prete è fuggito per la paura. De La Sale riporta anche le testimonianze di pastori e contadini secondo le quali nel regno della Sibilla si parlano tutte le lingue e si resta per sempre in attesa della fine del mondo; si può tuttavia uscire dopo 8, 30 o 330 giorni di permanenza, altrimenti si deve restare per sempre. Si narra di un cavaliere tedesco e del suo scudiero che sono usciti dopo 330 giorni e si erano recati a Roma per ottenere il perdono dal Papa dei loro terribili peccati, ma il pontefice rinvia continuamente la loro assoluzione, per cui il cavaliere disperato decide di ritornare per sempre dalla Regina Sibilla. De la Sale racconta inoltre che il sire di Pons intorno al 1380 si era messo alla ricerca del fratello scomparso e che giunto in Ancona ha appreso dell’esistenza della grotta magica che egli raggiunge con l’aiuto di una guida, ma 8 Laghi di Pilato, fine maggio. giunto all’ingresso dell’antro vi trova inciso il nome del suo sventurato fratello; anche un nobile francese entra intorno al 1422 nel regno della Sibilla per poi ritornare nel mondo dei vivi, ma poco dopo preferisce fare ritorno dalla maga. Lo stesso de La Sale scrive di aver visto incisi nella roccia, all’ingresso della grotta, diversi nomi di persone ormai illeggibili, tanto che ha potuto decifrare solo quelli di Thomin de Pons e di Hans wan Banborg. Il romanzo di Andrea da Barberino Andrea da Barberino (1370 c.-1432 c.) è forse il più celebre autore italiano di romanzi cavallereschi, fra i quali il più famoso è certamente Guerrino detto il Meschino, scritto intorno al 1409. In esso si racconta la storia di un fanciullo rapito dai pirati e venduto come schiavo a un mercante di Salonicco che gli assegna il soprannome di “Meschino” per le sue oscure Le Cento Città, n. 39 origini e per i suoi abiti dimessi. Divenuto un valoroso cavaliere, egli compie imprese straordinarie in tutto il mondo allora conosciuto, cercando sempre i suoi genitori. Nel V Libro del romanzo Guerrino il Meschino raggiunge il Monte Sibilla dove ha appreso che vive all’interno di una grotta una maga capace di conoscere il passato e il futuro di ogni persona. Per scrivere il suo racconto Andrea da Barberino fa ampio uso di tutte le leggende popolari fiorite intorno alla Sibilla Appenninica a cui assegna il nome di “Alcina”. Guerrino, che spera di conoscere le sue origini, arriva a Norcia dove il capitano del castello gli concede il permesso di proseguire il viaggio. Giunto in un romitorio, il cavaliere trova tre eremiti che lo mettono in guardia sui pericoli a cui andrà incontro e gli dicono di pronunciare nel momento del bisogno la preghiera “Gesù Cristo Nazzareno, aiutatemi e salvatemi da ogni tentazione”; Alberto Pellegrino gli raccomandano poi di uscire dal regno della Sibilla entro otto giorno o al massimo entro un anno per non essere dannato per l’eternità. Il Meschino sale il monte ed entra nella grotta iniziando la discesa tra violenti scrosci d’acqua e colpi di vento, inciampa in un grosso serpente che dice di essere Macco l’ebreo errante per sempre condannato a vivere sotto quella forma bestiale. Giunto dinanzi a una porta di metallo, egli bussa e tre damigelle lo accolgono accompagnandolo dinanzi alla Fata Alcina. Per giorni Guerrino chiede invano notizie dei suoi genitori, ma la maga pensa solo ad accendere i suoi sensi con i suoi atteggiamenti sensuali e con spettacoli delle sue dame che compiono “tutte insieme dei continui atti d’amore, alquanto sensuali e voluttuosi”. Guerrino è ormai conquistato e viene condotto dalla maga in una bellissima camera, dove i due danno “principio a certi toccamenti di mano, che viepiù riscaldano tra i due le fiamme d’amore”, ma il cavaliere pronuncia la giaculatoria degli eremiti e riesce ad uscire dalla stanza. Il giorno dopo la maga rivela al Guerrino il suo passato, ma non il suo futuro. La sera Alcina accende i sensi del cavaliere con “mille giuochi, tali da soddisfare ogni corpo avido di piaceri”, quindi entra nella sua camera, gli si corica accanto, cercando di farlo cadere nel peccato. Guerrino, vedendola così bella e voluttuosa, si sente accendere i sensi e sta per cedere al peccato, quando pronuncia di nuovo la giaculatoria degli eremiti, per cui la maga deve abbandonare il letto e uscire dalla stanza. Si è così giunti al sabato e Guerrino vede i cavalieri trasformarsi in mostri (ritorna il mito di Circe nell’Odissea, come era già presente nelle scene di seduzione), per riprendere le loro sembianze la domenica mattina. Guerrino, dopo avere implorato la maga affinché gli riveli i nomi dei suoi genitori e dopo aver ricevuto un nuovo rifiuto, decide di abbandonare la grotta, incontra ancora gli eremiti, quindi si reca a Roma per esporre al Papa le ragioni del suo viaggio nel regno della Sibilla. Il pontefice lo benedice e gli dona duecento monete 9 Panoramica estiva del versante ovest della catena dei Monti Sibillini dal passo di Forca Canapine. d’oro, per cui ben armato ed equipaggiato Guerrino riparte per intraprendere una nuova serie di straordinarie imprese. Wagner e la Sibilla Nella tradizione dell’Europa del Nord, soprattuttoin Germania, il mito della Regina Sibilla perde ogni connotazione magica per diventare la Regina del paradiso dei sensi, la dea dell’amore che abita sul Venusberg (Monte di Venere), dove attira con il suo fascino quei cavalieri animati da spirito ulisside, quelle anime ribelli che sono attratte dal soffio del satanismo e dal fascino del peccato, seguaci di quell’ideale secondo il quale l’immortalità può essere conquistata attraverso grandi peccati. Il romanticismo nordico accentua il potere e il fascino delle seduzioni che la Venere germanica compie nel suo regno della voluttà con i suoi poteri che spingono verso l’abbrutimento e il degrado morale gli incauti ospiti che cedono al suo fascino. L’antica leggenda appenninica del cavaliere tedesco che entra nel regno della Sibilla, che ne esce per recarsi a Roma ad implorare il perdono del Papa e che, di fronte a un suo rifiuto, finisce per fare ritorno dalla Sibilla, viene ripresa nella tradizione germanica quando nel 1515 viene pubblicato il Lied von dem Danheuser, al quale probabilmente s’ispira Riccardo Le Cento Città, n. 39 Wagner quando nel 1845 compone l’opera Tannhauser, dando all’ignoto cavaliere il nome di un poeta trobadorico realmente vissuto tra il 1205 e il 1268. Al centro di questa opera giovanile Wagner pone il tema della redenzione e il tema del conflitto tra anima e corpo, tra sensi e spirito, secondo un dualismo che ricorda quello di Faust: Venere è la dea del “peccato” e dei piaceri carnali, ma è anche la sorgente della bellezza; al contrario, Elisabetta (come Margherita) rappresenta la purezza e l’amore spirituale che attraverso la morte opera la redenzione dell’uomo amato. Wagner fonde la vicenda di questo storico Minnesanger, entrato in molte leggende nordiche, con un’altra leggenda legata alla figura di Sana Elisabetta, riuscendo a scrivere un’opera del tutto originale, appassionata, ricca di idee drammaturgiche, introdotta da una celebre sinfonia l’unica definita come tale dall’autore che, nelle opere successive, userà sempre il termine “preludio”. La vicenda inizia sul Monte di Venere, dove il cavaliere e trovatore Tannhauser è da tempo sedotto e trattenuto dalla bellezza della dea. Quando egli decide di ritornare alla sua antica esistenza, Venere prima lo supplica, poi lo maledice, ma il giovane si salva invocando la Vergine, per cui il Venusberg sparisce nelle Tra storia e leggenda accingono a punirlo. Elisabetta intercede allora per lui, ottenendo che possa compiere un pellegrinaggio di espiazione a Roma. Elisabetta e Wolfram vedono che Tannhauser non si trova tra i pellegrini di ritorno da Roma e la giovane offre la propria vita per la salvezza del peccatore. Quando Elisabetta è vicina alla morte, compare Tannhauser disperato perché il papa ha promesso di perdonare i suoi peccato solo quando fiorirà il suo bastone da pellegri- no. Mentre il giovane implora Venere, il suo amico Wolfram pronuncia il nome di Elisabetta e in quello stesso momento passa un corteo funebre con la bara della giovane. Allora Tannhauser pronuncia l’invocazione “Santa Elisabetta, prega per me!” e cade morto, mentre i presenti raccolgono il suo bastone coperto di fiori. Le Cento Città, grafica originale di Valeriano Trubbiani tenebre. Tannahauser ritorna a Wartburg, dove ritrova i suoi compagni Minnesanger , fra cui spicca il nome del grande poeta Wolfram von Eschenbach. Nel salone dei Bardi Elisabetta è felice per il ritorno di Tannhauser e per l’inizio di una tenzone poetica al termine della quale il vincitore avrà in premio la sua mano. Mentre tutti i poeti celebrano l’amore spirituale, Tannhauser canta un inno a Venere, provocando l’indignazione dei compagni che si 10 Le Cento Città Associazione per le Marche La pubblicazione de Le Cento Città avviene grazie al generoso contributo di Banca Marche, Carifano, Fox Petroli, Gruppo Pieralisi, Co.Fer.M., Banca dell’Adriatico, Santoni, TVS Le Cento Città, n. 39 La qualità urbana 11 Rifondare una dimensione etica del costruire di Adolfo Guzzini Intervento in occasione della cerimonia per i cinquant’anni dell’IN/ARCH L’attenzione dell’IN/ARCH alla necessità di fare sistema tra forze culturali e forze imprenditoriali per raggiungere risultati qualitativamente alti è quanto mai attuale. Lo è perché ci troviamo al centro di una grave crisi economica e di grandi processi di globalizzazione che hanno rimesso in discussione alcune forme di liberismo selvaggio. Lo è perché è sempre più evidente in Italia l’enorme costo economico e sociale derivato da una mancanza di cultura della qualità del territorio. Il terremoto in Abruzzo, l’alluvione a Messina: ogni volta che ci si trova di fronte a calamità più o meno naturali, a scenari di crisi, la pubblica opinione si indigna e protesta, si elargiscono con abbondanza denunce e buoni propositi, il mondo politico annuncia profondi cambiamenti. Ma in questa materia la memoria degli italiani è quanto mai fragile. Nella gestione ordinaria delle cose si rinnovano pratiche di governo e di trasformazione del territorio del tutto ignare dei temi della qualità. Lo sappiamo tutti: il territorio della penisola italiana è un territorio fragile, un territorio continuamente sottoposto a rischio di terremoti, frane, alluvioni, eruzioni vulcaniche, incendi ecc. La fragilità dei nostri contesti sta anche nella straordinaria qualità di paesaggi e di realtà urbane frutto di secoli di sovrapposizioni dell’intervento dell’uomo. In questo quadro qualsiasi intervento di trasformazione richiede grande qualità, a tutte le scale, dalla grande infrastruttura all’edificio residenziale, dai centri commerciali alla riqualificazione di una piccola piazza. Ogni intervento richiede capacità politica, competenze culturali e tecniche, elevate capacità industriali e, soprattutto, una diffusa cultura della responsabilità. Nel nostro Paese troppo spes- L’outlet di Prada a Montegranaro che ha vinto il premio nazionale IN/ARCH 2008. so si è pensato che tutto ciò non fosse necessario, che fosse sacrificabile sull’altare del mito del mattone fine a se stesso. Per questo l’IN/ARCH rilancia, in occasione della celebrazione del suo cinquantenario, una rinnovata campagna per rifondare una dimensione etica del costruire. E’ una questione che riguarda tutti, politici, committenti pubblici e privati, professionisti, costruttori, immobiliaristi, produttori dì componenti. E’ una questione che riguarda i cittadini. Gli italiani devono capire che o si costruisce con standard alti di qualità o si subiscono le conseguenze, sul piano fisico e sociale. E sia ben chiaro che quando si parla di qualità all’interno dell’IN/ ARCH si pensa a tutti i passaggi della filiera che compongono il processo edilizio: domanda, esigenze, programma, norme, risorse, progetto, realizzazione, controllo, gestione. Negli ultimi tempi sembra che la qualità di un edificio e, volendo osare, la qualità dell’architettura sia oramai riducibile solo alla sua efficienza energetica. Non c’è dubbio che questo sia un fattore decisivo e imprescindibile. Ma non può essere la panacea di tutti i mali. Le Cento Città, n. 39 Sono parametri di qualità la sicurezza antisismica, l’innovazione tecnologica, la manutenibilità, la capacità di chi progetta di leggere e interpretare il contesto in cui opera, leggere e interpretare le esigenze della gente e, non ultimo, la capacità di operare scelte linguistiche in grado di esprimere i valori della contemporaneità. Su queste basi L’IN/ ARCH vuole spezzare la triste polarizzazione del dibattito a cui si assiste da troppo tempo nel nostro paese: da un lato il partito del fare ad ogni costo, anche con qualche sconto sui controlli e sulla qualità. Dall’altro lato il partito del non fare a priori, dell’opposizione pregiudiziale ad ogni opera di trasformazione degli assetti esistenti del territorio, anche se tali assetti risultano fatiscenti e privi di qualsiasi valore. Tra il fare ed il non fare noi poniamo il problema del come fare. Rilanciamo da qui la nostra azione: vogliamo essere riconosciuti come interlocutori e animatori culturali della trasformazione, anche in contrapposizione con la cultura dell’immobilismo e della finta tutela. Per questo obiettivo mettiamo a disposizione il prestigio della Adolfo Guzzini nostra storia. Una dimensione etica del costruire si rifonda a partire dalle opere pubbliche. Oggi, al contrario, sono proprio molte opere pubbliche ad essere i primi esempi di degrado, inefficienza, lunghezze burocratiche, incapacità gestionali. C’è qualcosa che non funziona ed è ora di metterci seriamente le mani. Le leggi, le regole non garantiscono da sole la qualità, ma aiutano a diffonderla. Allora è giunto il momento di dire con chiarezza basta: alle gare d’appalto aggiudicate al massimo ribasso; alla marginalizzazione del progetto di architettura considerato un mero servizio e non un’opera di ingegno; alla selezione dei progettisti fatta sulla base di fatturati, di ribassi di parcella e di sconti sui tempi di esecuzione dei progetti; allo spezzettamento dell’iter progettuale tra mille soggetti diversi; agli elenchi prezzi che impediscono di adottare materiali e tecnologie innovative e di qualità; ad amministrazioni pubbliche che avviano opere senza definire con chiarezza quali obiettivi vogliono raggiungere, quanto potrà costare quell’opera; senza essere in grado di fornire al progettista un vero programma di progetto. Si è scelto di eliminare la Direzione Generale per il Paesaggio, l’Architettura e l’Arte contemporanea dal Ministero dei Beni Culturali: allora l’IN/ ARCH propone, qui, oggi, di istituire anche in Italia un organismo che esiste in Francia dal lontano 1977, dotato di autonomia finanziaria, direttamente collegato al Primo Ministro: la Missione Interministeriale per la Qualità delle Opere Pubbliche. Lo scopo di questo ente è facilmente sintetizzabile: favorire il miglioramento della qualità architettonica delle costruzioni pubbliche. Come? Prima di tutto lavorando su un fattore fondamentale del processo edilizio che da noi risulta quasi sempre trascurato: la programmazione. I francesi hanno pienamente compreso che il primo decisivo compito di una committenza pubblica è di capire fino in fondo cosa vuol fare, come lo vuol fare, con quali strumenti, con quali proce- 13 dure, in quali tempi e con quali risorse economiche. La corretta interpretazione di una domanda sociale di trasformazione, la sua codificazione e traduzione in documenti di programma chiari e completi è conditio sine qua non per la buona riuscita di un’opera. Se manca questo approfondimento difficilmente si otterrà un risultato positivo; se la domanda è mal posta la risposta è quasi sempre inadeguata. Cosa farà questo organismo? Aiuterà tutte le pubbliche amministrazioni a elaborare la domanda, organizzare le procedure, gestire i processi pubblici di trasformazione del Territorio. Aiuterà anche a stabilire in modo univoco quali sono le opere pubbliche per cui rendere obbligatorio il ricorso al concorso di progettazione, come viene fatto in Francia. Decidiamo una volta per tutte se concordiamo sul fatto che, per determinate tipologie di opere, il confronto fra alternative di progetto è il miglior strumento a disposizione per perseguire la qualità. Se la risposta è sì allora facciamo diventare il concorso una cosa seria. Aboliamo le gare di progettazione, aboliamo i concorsi di idee, facciamo in modo che il concorso serva veramente a scegliere il progetto che sarà realizzato. Su questo togliamo ogni margine di discrezionalità alle amministrazioni, aboliamo frasi del tipo “ la stazione appaltante si riserva la facoltà di affidare al vincitore la realizzazione dei successivi livelli di progettazione “. La stazione appaltante sia obbligata a portare fino in fondo il progetto vincitore. Da tutto quello che ho detto si trae una conclusione molto chiara: il Codice degli Appalti oggi in vigore in Italia non funziona, non aiuta a produrre opere di qualità, va radicalmente riformato. L’IN/ARCH è pronto sin da oggi a fare le sue proposte di modifica, chiare, concrete, circostanziate. Ma la dimensione etica del costruire chiama in causa anche molti altri fattori e molti altri soggetti. Occorre che costruttori e immobiliaristi comprendano che i margini industriali a cui si è fatto riferimento in questi anni Le Cento Città, n. 39 sono incompatibili con una produzione diffusa di qualità. Occorre che il mondo dei progettisti si riorganizzi con standard più vicini a quelli degli altri paesi europei superando la forte frammentazione dei nostri studi professionali. Sarebbe anche bene che molti di loro superassero l’idea che ogni progetto è l’occasione per produrre un’opera d’arte che rimarrà nei libri di storia e si ponessero al servizio di quella qualità diffusa che è lo strumento per migliorare la qualità dei nostri spazi di vita. Occorre porre fine a questa prassi tutta italiana in cui tutti possono progettare tutto: geometri, periti industriali, periti agrari, ingegneri, professionisti senior e junior e, qualche volta, anche gli architetti. Occorre anche dire con coraggio che l’Italia non ha bisogno di 140.000 architetti, mentre in Germania ce ne sono 50.000, in Spagna 33.000 e in Francia 27.000 e che il mondo universitario non può continuare a far finta che questo problema non esista. Allo stesso modo dobbiamo riconoscere che l’Italia ha troppe imprese edili, troppo piccole e troppo polverizzate. Occorre infine porre mano, per semplificare e razionalizzare, alla montagna di norme, procedure, autorizzazioni, veti che governano nel nostro Paese le trasformazioni del territorio, tanto complesse e farraginose da non impedire certo lo sviluppo di fenomeni di abusivismo diffuso. Non possiamo più accettare che per avere un permesso di costruire in una grande città italiana si debba attendere mediamente un anno mentre in Germania ciò avviene in tre settimane! L’IN/ARCH ha cinquant’anni e, pur tra tanti mutamenti e difficoltà, mantiene intatta la sua capacità di essere incubatore di proposte e di idee per migliorare le condizioni del fare architettura in Italia. E’ una capacità che mettiamo a disposizione delle forze politiche, economiche, sociali di questo Paese. Abbiamo questo obiettivo per i prossimi 50 anni. E, per dirla con le parole di Bruno Zevi, abbiamo coraggio, spregiudicatezza e visione per realizzarlo. La qualità urbana 14 La ricerca per il governo del territorio a cura dell’Associazione Le Cento Città La nascita delle Regioni circa quaranta anni or sono, dopo una attesa ultra ventennale dall’adozione della costituzione repubblicana, avvenne in corrispondenza di un preciso momento politico: l’affermazione del primo governo di centro sinistra. Di quella particolare stagione l’istituzione delle regioni portò, nel bene e nel male, gl’inconfondibili segni; in primo luogo recependo, ed anzi enfatizzando negli statuti regionali, il ruolo della programmazione come “metodo di governo”. La sorte di quella premessa statutaria è ben nota e non merita di essere ricordata: in pochi anni si passò da una programmazione globale che si temeva troppo dirigistica (di stampo sovietico, si diceva) ai piani di settore, per arrivare oggi alle indicazioni orientative che ispirano il metodo del “fai da te”. La crisi nella quale sono tutti coinvolti dovrebbe portare a riflettere su quell’ormai lontano periodo non per chiedere un metodo di governo ormai improponibile, e comunque rifiutato dalla maggiore parte delle forze economiche, sociali e politiche del Paese, ma per riscoprire quel nesso tra ricerca ed azione di governo che animava quel tentativo e che, forse, potrebbe essere oggi utile per individuare le linee di innovazione e sviluppo proprie di “questo” particolare momento storico. Nelle Marche, regione delle cento città, delle molteplici specializzazioni produttive, delle piccole e medie imprese, la riscoperta di una razionalità complessiva nell’azione del governo regionale potrebbe risultare particolarmente utile; per questa ragione vale forse la pena di ricostruire brevemente il percorso che ha portato dal piano regionale di sviluppo alla politica delle scelte quotidiane, orientate unicamente dagli indirizzi nazionali e comunitari che, come è noto e come è logico che sia, non avvertono in alcun modo le esigenze e le potenzialità insite nelle diverse realtà territoriali, regionali e subregionali. In realtà nelle Marche, come in tutte le realtà avanzate dell’epoca, la storia della ricerca su base regionale prende l’avvio ancora prima che le regioni venissero formalmente istituite; un insieme di enti locali ed economici diede infatti luogo alla creazione dell’ISSEM, istituto di studi economici e sociali per le Marche, con il compito di approfondire le conoscenze socioeconomiche e territoriali necessarie per l’azione di governo che si sarebbe, di li a poco, esercitata a livello regionale. Con l’istituzione della Regione l’ISSEM venne sciolto, forse per non creare un’alternativa alla stessa, il materiale raccolto disperso, mentre una parte dei tecnici venne assorbita nell’organico regionale. La funzione che era stata dell’ISSEM fu trasferita ad uno specifico organismo: l’Ufficio del Programma, che, sia pure tra molte difficoltà e con esiti non sempre soddisfacenti, continuò l’attività di ricerca, ora coniugata con quella programmatoria vera e propria; in questa fase furono attivate anche alcune collaborazioni con enti e ricercatori esterni all’amministrazione, ma si cercò soprattutto di sviluppare professionalità interne alla stessa. La capacità di resistenza dell’apparato pubblico nazionale ad ogni innovazione, come l’ostilità del sistema economico ad ogni forma di intesa che ne limitasse l’autonomia delle scelte fiaccò la programmazione nazionale, riducendola più semplicemente alla “camera di compensazione” costituita dal CIPE, che ricondusse la Programmazione nel tradizionale (ed inefficiente) ambito delle intese interministeriali. Le Cento Città, n. 39 Nel 1982 anche nella Regione Marche si decise, per ispirazione di un giovane assessore amante degli aquiloni e gran frequentatore del “campo di Agramante”, di abbandonare l’idea di un unico piano regionale di sviluppo per passare alla redazione di soli piani di settore, come richiesto dai singoli ministeri e dallo stesso CIPE; l’ufficio del programma venne sciolto e sostituito da un segretario alla programmazione senza organico o quasi, il personale venne ridistribuito nei servizi operativi. Ovviamente la frammentazione dell’azione di governo, implicita nella programmazione di settore, peraltro non sempre posta in essere, coincise con una crescita di ruolo dei singoli assessori, divenuti in tal modo dei ministri in miniatura, con una notevole autonomia nel trattare intese ed accordi con corporazioni e territori. La distribuzione dei poteri all’interno dell’esecutivo, che veniva ad aggiungersi alla fisiologica dialettica giunta/consiglio, il sempre più determinante ruolo riconosciuto agli enti locali, (parafrasando una nota canzone di Gaber in questi anni possiamo dirci tutti comunisti perchè crediamo nel Comune) ha inciso in modo determinante sulla tipologia e sui livelli di approfondimento della ricerca nella regione. L’abbandono del metodo della programmazione non ha infatti ridotto le attività rivolte ad approfondire le conoscenze necessarie alle scelte di governo; anzi semmai le ha fatte crescere di numero, parcellizzandole nei diversi settori e nei diversi ambiti territoriali. Anche il numero dei soggetti attivi nella ricerca nel corso di questi anni è aumentato: in primo luogo va considerata l’indiscutibile crescita quantitativa e qualitativa delle nostre Università, nonché la proliferazione di istituti e cen- La qualità urbana 15 Paesaggio della Valle Esina. tri ed osservatori specializzati a livello locale e nazionale; non solo pubblici, ma anche privati o parapubblici, quali Lega Ambiente e altri. Abbiamo di conseguenza molte informazioni che, grazie allo sviluppo delle tecnologie informatiche, possono facilmente essere messe a disposizione degli operatori; questa disponibilità interessa anche il materiale di base dei diversi piani di settore predisposti dalla Regione: sanitario, aree naturalistiche, archeologiche, industriali, fonti energetiche, viabilità e comunicazioni, ecc. La crisi attuale ha messo in evidenza la debolezza di alcuni elementi peculiari del sistema marchigiano che nel ventennio della crescita erano stati considerati come punti di forza: la coesione sociale al limite del familismo, l’elasticità connessa alle piccole dimensioni delle imprese, la specializzazione territoriale dei distretti con le connesse econo- mie di integrazione. La debolezza del sistema delle infrastrutture, le modeste dimensioni dei sistemi urbani, la qualità della vita nel suo complesso, erano elementi valutati come caratteri positivi dell’insediamento marchigiano. Della celebrata città/regione di cui tanto si è parlato e discusso negli anni tra il settanta e l’ottanta non si trova traccia, o meglio, da parte di alcuni si è ritenuto che si fosse realizzata spontaneamente; per costoro le Marche sono una città: nulla da togliere, nulla da aggiungere. Per altri osservatori sembra invece che nelle Marche, in linea con la sua tradizione campanilistica e con il concorso di scelte politiche nazionali, si sia sviluppato un accentuato localismo; nella debolezza e nell’assenteismo della regione hanno preso sempre di più corpo i piccoli egoismi comunali (vedi l’applicazione estensiva della teoria del nimby), che, non a caso, corrispondono anche al Le Cento Città, n. 39 sistema del potere locale, quello che si manifesta nella concessione delle licenze, nella valutazione delle deroghe, nel riconoscimento dei casi di condono edilizio, ma anche nei condizionamenti elettorali dei livelli amministrativi superiori. La perdita di ruolo della regione e la crescita del potere locale hanno recentemente trovato una significativa manifestazione nel passaggio di alcuni comuni dalle Marche all’Emilia-Romagna, che ha coronato così, a distanza di cinque secoli, il sogno espansionistico dei riminesi Malatesta a scapito degli urbinati Montefeltro. Nella nostra regione il principio di sussidiarietà rischia di trovare una modalità di applicazione del tutto originale: non viene mai verificata la capacità/volontà dell’ente locale di provvedere a quanto in linea di principio può essere ritenuto di sua competenza, la operatività del comune assume il carattere di un atto di fede che rende inutile la sussidia- La qualità urbana rietà, cioè la possibilità di concorso degli enti sopra ordinati. Per intenderci, la viabilità urbana di acceso ad un porto può essere considerata di prevalente interesse comunale, ma se per decidere il tracciato il comune impiega, si fa per dire, più di venticinque anni, magari in relazione alla valorizzazione delle aree contermini al tracciato, il danno per la mancata realizzazione dell’opera ricade su di una comunità assai più vasta, regionale e nazionale, e fa ritenere opportuno un intervento sussidiario Ovvero il rinvio ai piani urbanistici comunali per la determinazione dei livelli di tutela da adottare previsto dal piano paesistico delle Marche ha comportato una visione del tutto astratta degli ambiti di applicazione, individuati nei limiti comunali e non nella definizione dei caratteri paesistici delle diverse zone; con effetti schizofrenici (le norme di tutela cambiano sul confine amministrativo pur nelle continuità dei caratteri fisici) non moderati dall’intervento dei livelli amministrativi superiori, bloccati dalla fede nell’autonomia comunale. Cosa ancora più sconcertante se si considera la modesta dimensione dei nostri comuni e la loro ancora più modesta dotazione di organico e di mezzi; in compenso si pensa di eliminare le province.(per risparmiare), e si sono eliminate le comunità montane nella loro originale organizzazione, confondendo le questioni di economia montana con quelle dimensionali. La settorializzazione degli interventi e della ricerca di base hanno comportato una vittima: il territorio con il suo insediamento; tante politiche di settore, anche se talora riguardano componenti significative del territorio: acque, 16 boschi, strade, non danno luogo ad una politica del territorio. Mancando di una sua oggettività questo è gradualmente divenuto una res nullius, qualcosa sempre disponibile per ogni tipo di intervento, una strana realtà, senza valore, se non quello che può derivare dal suo uso, come insegnano le associazioni dei costruttori. Le stesse valutazioni degli impatti, prevista da alcuni strumenti legislativi, sono prevalentemente settoriali, preoccupandosi in primo luogo degli aspetti di tutela dell’ambiente. La crisi economica ed i disastri ambientali stanno inducendo nella parte più avvertita dell’opinione pubblica una maggiore attenzione alle questioni territoriali che peraltro potranno essere affrontate con ragionevolezza solo se ripartiranno le ricerche sullo stato e l’organizzazione specifica di quello stesso territorio. Questioni come il radicamento delle imprese sul territorio, i distretti produttivi, l’innovazione e la formazione dei quadri relativi, i limiti delle economie di scala, l’organizzazione dei sistemi urbani, ed il significato da attribuire alla qualità dell’ambiente non possono essere affrontati e risolti con logiche di settore. L’uso e la organizzazione del territorio dovrebbero costituire gli elementi fondanti per un nuovo patto tra le componenti, anche territoriali, della regione basati su conoscenze certe e condivise, per la cui determinazione dovrebbe essere avviata una nuova generazione di studi e di ricerche e recuperato l’enorme patrimonio di conoscenze settoriali accumulato, in sedi ed occasioni diverse, nel corso degli ultimi anni. Non si propone quindi di tornare indietro nel tempo o di ripete- Le Cento Città, n. 39 re esperienze ormai esaurite per quanto interessanti (anche se con l’acqua sporca furono gettati parecchi bambini), ma di creare nuove modalità di ricerca delle conoscenze, di integrazione e di diffusione delle stesse, in un ampio quadro di collaborazione tra soggetti diversi. Non si tratta di dare vita ad un nuovo centro studi unitario a servizio di tutta la regione, ma di realizzare una rete che metta in comune le conoscenze disponibili e le ricerche in atto e alla quale possano attingere gli operatori pubblici e quelli privati,le istituzioni come le imprese, le realtà esistenti e quelle che potenzialmente potrebbero nascere proprio da questa disponibilità di conoscenze e di opportunità. Un approccio oggi facilitato dallo sviluppo delle tecnologie, ma anche dalla diffusione di reti informative che hanno gradualmente convinto della possibilità ed opportunità di questo tipo di organizzazione. Un approccio infine che potrebbe concorrere alla riacquisizione del concetto di bene comune da parte di una comunità che sempre di più sembra perdere la sua identità, quei valori di solidarietà e di omogeneità culturale che l’avevano strutturata fin a tempi assai recenti. Per la Regione una possibilità di tornare ad essere, almeno in parte, quella istituzione rispondente alle necessità della popolazione nelle diverse situazioni territoriali, attenta alla cura di tutte le particolarità che conferiscono identità alle stesse. Su questo tema ci auguriamo che Le Cento Città vorranno tornare nel prossimo futuro con iniziative specifiche e con le opportune collaborazioni. Il paesaggio 17 Il luogo delle tradizioni e dell’identità* di Mario Canti Attualità del paesaggio Il paesaggio appare essere un argomento di gran moda, almeno a livello dei mezzi di comunicazione, stampa, televisione, internet; se ne parla come di una attrattiva turistica, come di una risorsa, come un bene culturale, ecc. ecc. In realtà il termine viene rivestito di significati, talora sostanzialmente diversi, a seconda dell’uso che se ne vuol fare, e questo comporta di conseguenza difficoltà di comprensione tra i diversi operatori e disomogeneità di valutazione delle azioni che su di esso si intendono porre in essere. In questa comunicazione ci si limiterà a considerare il paesaggio sotto un profilo culturale, cercando di porre in evidenza i diversi significati e le valutazioni che anche con questa “limitazione di campo” pure permangono. Genesi della forma Se il paesaggio è concepito come la “forma del territorio”, quale essa appare alla vista, non v’è dubbio che questa forma è stata plasmata, in gran parte del mondo e sicuramente nel continente europeo, dall’azione che l’uomo nel corso di millenni ha esercitato sull’ originario assetto, geologico, geomorfologico e vegetazionale della superficie terrestre. Azione che si è sviluppata con intensità e mezzi diversi nei diversi luoghi; si può immaginare che ogni fase della civilizzazione umana sia stata come una sorta di alluvione che abbia coperto grandi estensioni di territorio, lasciando i suoi sedi* Lettura tenuta dall’Architetto Mario Canti al Convegno dell’Accademia Marchigiana di Scienze, Lettere ed Arti “Per un nuovo umanesimo in una società multiculturale”. menti in modo disomogeneo sullo stesso, così le tracce di ogni cultura, che pure si riconoscono, sono singolarmente sempre diverse nei diversi luoghi, il che conferisce ad ognuno di questi una identità specifica ed unica. Queste tracce possono essere state lasciate in modo episodico e per tempi assai brevi, come ad esempio le tracce delle devastazioni prodotte in Italia dalla guerra gotica-bizantina, ovvero possono derivare da azioni assai durevoli ed estese, la sistemazione agricola-pastorale del latifondo romano, quella della riforma benedettina o dell’appoderamento mezzadrile Possono essere apparentemente tenui e quasi invisibili, quali appaiono le centuriazioni romane ancora leggibili nelle Marche ed in altre regioni italiane, o possono apparire puntuale ed imponenti: le piramidi, la grande muraglia, il vallo di Adriano. In ogni caso le une come le altre sono poi state più volte sconvolte da azioni ed eventi successivi, ma pure qua e là riappaiono, costituendo nel complesso una sorta di memoria materiale di un determinato territorio. Da queste semplici e condivisibili considerazioni derivano implicazioni molteplici e problemi di non facile soluzione; ci sembra opportuno ricordare almeno due delle proprietà che le argomentazioni fin qui svolte attribuiscono al paesaggio: il carattere identitario e la qualità culturale. Il carattere identitario del paesaggio Le diverse parti del territorio si riconoscono in virtù dei loro caratteri paesaggistici e questa identificazione di carattere fisico tende a trasferirsi, in modo Le Cento Città, n. 39 più o meno preciso, dal luogo ai suoi abitanti che in essa si riconoscono. In una qualche misura tutti gli uomini si “portano dentro” il paesaggio dei luoghi dove hanno vissuto, nell’infanzia, nella giovinezza, nella maturità; i poeti in ogni epoca hanno testimoniato nelle loro opere questa presenza, talora citata direttamente e talora adombrata nelle immagini ed evocato dai sentimenti. Per ognuno di noi di conseguenza “comprendere” il paesaggio, la forma dell’ambiente urbano o rurale nel quale vive o che percorre in un certo momento, dovrebbe essere una necessità, un obbligo da assolvere per comprendere meglio i luoghi, i suoi abitanti e in definitiva, se stessi. Non sempre purtroppo riusciamo a prestare sufficiente attenzione alla forma dei luoghi e comunque assai raramente possediamo gli strumenti per leggerla, comprenderla, comunicarla; strumenti che sono divenuti indispensabili nella società contemporanea caratterizzata da una forte mobilità dei soggetti, viaggiamo tanto e in tanti, ma anche da veloci trasformazioni degli assetti fisici dei luoghi. Le trasformazioni del paesaggio, dei caratteri identitari di un luogo, avvenivano, prima della civiltà industriale in tempi lunghi, rispondenti alla vita di intere generazioni; le trasformazioni, per quanto vaste e profonde fossero, avvenivano con la mediazione degli strumenti culturali e dei mezzi tecnici della tradizione e quasi non venivano avvertite, il nuovo assetto che da queste trasformazioni veniva prodotto, conservava, e talora accentuava, l’identità del luogo e della comunità che lo abitava. Mobilità delle popolazioni e Il paesaggio 18 La Grotta della Sibilla. Le Cento Città, n. 39 Mario Canti velocità delle trasformazioni fisiche a partire dalla fine del XIX secolo si sono accentuate al punto da non consentire oggi alle stesse popolazioni residenti di collegarsi, alla identità fisica dei luoghi riconoscendosi, in essa; le implicazioni a livello soggettivo e sociale di questa sorta di straniamento dai luoghi che pure si abitano sono stati avvertiti da tempo da studi psicologici e sociologici. Conoscenza degli elementi costitutivi Nasce per queste ragioni un nuovo interesse per il paesaggio in quanto bene di valore identitario che richiede una attenzione diversa da quella che si è soliti destinare allo stesso quando viene considerato per i suoi valori estetici; non si tratta solo di ammirare o godere una bellezza naturale o paesaggistica, e conseguentemente di proteggerla, ma di comprendere un sito nella sua forma e per la sua storia per trasformarlo consapevolmente ove necessario. La conoscenza critica del paesaggio, che oggi tende a sostituire l’appartenenza ad una tradizione, comporta la messa a punto di strumenti conosciivi idonei a rendere comprensibile la complessità morfologica di un sito attraverso la lettura sincronica sia dei suoi componenti fisici: geologici, geomorfologici, vegetazionali, architettonici, sia la conoscenza degli eventi che nel tempo hanno interessato quel sito, Questo è quanto vanno facendo i diversi gruppi di specialisti nelle più diverse discipline che hanno lavorato in passato e lavorano in questi anni alla redazione dei cosiddetti “piani paesaggistici” di livello regionale e locale, finalizzati alla conservazione del paesaggio italiano, o almeno di una sua parte o alla progettazione di adeguamenti funzionali e trasformazioni che conservino nel nuovo assetto morfologico le tracce del passato, o, meglio, la sua memoria. 19 Il paesaggio come memoria Il paesaggio, conservando le tracce delle trasformazioni prodotte sul territorio dalle diverse civilizzazioni, costituisce infatti una sorta di memoria fisica, di archivio, della civilizzazione umana; in quanto tale fa parte del “patrimonio culturale”dell’umanità, che deve essere conservato per le generazioni future. Il paesaggio possiede quindi due caratteri fondamentali: nel suo insieme e nelle sue parti componenti: in quanto “testimonianza materiale di civiltà” costituisce un bene culturale riconosciuto “meritevole di conservazione”,in quanto“fattore identificativo” per eccellenza delle comunità umane presenti alle diverse scale territoriali (locale, regionale, nazionale) e geomorfologiche richiede di essere compreso tra i fattori di crescita culturale delle comunità. Un approccio rigorosamente geografico e storicistico porterebbe quindi, se applicato nelle sue implicazioni estreme, alla esclusione di ogni modificazione dello stato attuale, che peraltro, come abbiamo visto costituisce solo l’ultima delle fasi che segna la vita del pianeta da millenni. Una prospettiva del tutto teorica ovviamente inaccettabile, anche se forse gradita nell’intimo dell’animo da qualche esasperato conservatore del patrimonio culturale. Tutela e progetto Nella prassi operativa si pone la necessità di trovare dei criteri guida che consentano di valutare le nuove trasformazioni del paesaggio, rispondenti alle esigenze reali dei nostri tempi, in relazione alla memoria fisica del passato che lo stesso racchiude e ai valori identificativi che ad esso attribuiscono le comunità. In tal senso l’indicazione più pregnante viene dalla convenzione europea del paesaggio, adottata nel 2000, che distingue tre tipologie di paesaggio; quello eccezionale, quello ordinario Le Cento Città, n. 39 e quello degradato, suggerendo la conservazione del primo, la qualificazione del secondo, il recupero del terzo. Secondo i caratteri fondamentali che abbiamo fin qui attribuiti al paesaggio le indicazioni espresse dalla Convenzione Europea porterebbero alla necessità di individuare i siti o le aree che presentano i più alti valori testimoniali od identitari, quelli che non posseggono queste caratteristiche, ma che attraverso nuove trasformazioni di alto valore qualitativo possono divenire l’espressione delle nostra attuale identità e costituire di conseguenza un nuovo valore testimoniale da trasmettere al futuro, ed infine quelli degradati da usi e condizioni improprie che possono acquisire valori e significati nuovi grazie ad opportune trasformazioni di uso e di forma. Nei fatti l’applicazione di questi apparentemente semplici criteri non è poi tanto facile, poiché implica l’utilizzazione di “giudizi di valore” , sui quali dissensi e distinguo sono all’ordine del giorno, come sa bene chi segue il dibattito sul patrimonio culturale e sulla sua conservazione. Possiamo affermare con orgoglio che in Italia è stata messa a punto una vera e propria “cultura della conservazione”, sia per quanto riguarda gli aspetti giuridici della tutela del patrimonio, sia per quanto attiene alle tecniche operative finalizzate alla conservazione e al restauro di quello stesso patrimonio. Un insieme di norme e di pratiche che costituisce il riferimento obbligato a livello mondiale per quanti operano nel campo della tutela e del restauro. Questa attenzione al patrimonio, alla sua tutela e alla sua conservazione, ha origini lontane e nobili: la riscoperta dell’antichità classica da parte dell’umanesimo rinascimentale che portò a considerare la necessita di conservarne le vestigia. La prima espressione di questa nostra “cultura della conservazione” viene individuata nella celeberrima lettera di Raffaello a Papa Leone X, nella quale trova Il paesaggio 20 Immagine diurna del Mote Vettore versante ascolano espressione concreta e chiara il problema della tutela dell’eredità artistica e culturale del passato. In conseguenza di questa impostazione gli strumenti finalizzati alla tutela sono stati rivolti in primo luogo ad assicurare la protezione di singoli beni o particolari situazioni ambientali piuttosto che il paesaggio nella sua generalità, mentre per le nuove realizzazioni è parso sufficiente esprimere indicazioni di carattere meramente quantitativo, standard, regolamenti d’uso,ecc. Diverse sono le valutazioni che oggi alla luce della Convenzione Europea del paesaggio sopra richiamata siamo chiamati ad esprimere: quali siano i paesaggi”esemplari e/o eccezionali che devono essere conservati integralmente; quali i caratteri formali ed identitari che dovrebbero qualificare le ulteriori necessarie trasformazioni; quali i livelli qualitativi minimi dovrebbero essere raggiunti negli interventi di recupero dei paesaggi degradati. Queste valutazioni comportano, come si è detto, una inevitabile soggettività dei giudizi; possiamo comunque immaginare alcuni “fattori di qualità” che dovrebbero caratterizzare le nuove , ulteriori trasformazioni del paesaggio esistente: la sostenibilità ambientale, le reversibilità, o quanto meno la prospettiva di successivi recuperi, la qualità formale del nuovo ambiente in termini di figurabilità e di capacità di “assorbire” i valori di memoria presenti riproponendoli a nuove e più complesse percezioni. Nel suggerire questi criteri operativi di carattere generale sembra importante sottolineare un aspetto del problema conservazione che spesso i fautori della stessa tendono ad ignorare; nel caso del paesaggio e delle architetture non esiste la possibilità di una conservazione passiva, se non nell’ipotesi ruskiana della tendenziale destinazione a rudere delle testimonianze del passato. La conservazione è sempre sinonimo di manutenzione, e perchè questa sia la più rispettosa possibile dei caratteri dell’ambiente o dell’opera occorre che questi siano noti nei loro caratteri costitutivi e nelle loro specificità formali. Le Cento Città, n. 39 Il paesaggio “si muove” e muta in continuazione, che lo si voglia o meno; cresce la vegetazione, così come si degradano le murature o cambiano le colture e così via. La percezione nel tempo Nel compiere le operazioni conoscitive e progettuali finalizzate alla conservazione o alla trasformazione dovremmo, essere sempre consapevoli che guardiamo alle memorie del passato con gli strumenti e la sensibilità del momento attuale che, in ogni caso, costituisce uno dei punti di osservazione, ma non l’unico; la nostra è sempre una visione della realtà critica ed innovativa. Ogni epoca ha guardato al paesaggio con i propri specifici strumenti culturali, con la propria percezione del reale e, talora del soprannaturale: in questo senso un utile insegnamento ci viene dall’esame del rapporto che nelle diverse epoche è intercorso tra il paesaggio nella sua realtà fisica e la sua rappresentazione pittorica. L’economia 21 La società della conoscenza per il futuro delle Marche di Edoardo Danieli Non solo infrastrutture materiali, pure necessarie. Le Marche hanno più che mai bisogno anche di infrastrutture immateriali. Gran parte delle sfide legate all’uscita dalla crisi economica e alla ripresa sono legate, anche nel nostro territorio, alla creazione di un nuovo paradigma economico che, senza dimenticare il manifatturiero vero vanto della regione e la tutela dei lavoratori in difficoltà, ponga al primo posto l’economia della cono- La web trend map realizzata dallo studio giapponese IA. scenza. Se, per un territorio come le che non riescono a fare sistema, Marche, diventa sempre meno non appaiono in tutto il loro competitivo produrre scarpe, valore. Le Università marchimobili o elettrodomestici, anche giane, in particolare l’Università perché il confronto con il costo Politecnica delle Marche, stanno del lavoro di altri paesi produtsperimentando diverse forme di tori è ovviamente a nostro svancollaborazione con le imprese per taggio, il passaggio alla economia aggiungere il sapere al processo immateriale - per esempio legata produttivo. Anche Regione ed all’ideazione, al design, al markeenti locali stanno muovendo i ting - ha invece grandi possibilità loro passi: l’ipotesi di un distretto di crescita e di sviluppo, condella domotica nell’Anconetano sentendo tra l’altro l’immissione prefigura lo scenario di quello che sul mercato del lavoro di profespuò diventare l’attuale “distretto sionalità ad alto valore formatidel bianco” nel Fabrianese, che vo che invece adesso restano ai si dibatte nell’affanno della crisi. margini o in posizioni lavorative Da episodiche queste esperienze molto al di sotto del proprio titohanno necessità di radicarsi maglo di studio. giormente con un salto culturale che coinvolga tutti gli attori È certo che non si può abban- del processo sociale: istituzioni, donare un modello per un altro agenzie formative, associazioni di e l’introduzione deve avvenire imprenditori; organismi di tutela senza fratture e senza traumi. dei lavoratori. È altrettanto certo che il futuro L’economia della conoscenza si non è domani ma è quello che costruiamo oggi. E quello che sta imponendo anche grazie alla costruiamo oggi, nelle Marche, è crescita impetuosa del modello ancora largamente insufficiente. proposto dalla rete Internet che Ci sono sì molte iniziative che, pone alla sua base la condivisione probabilmente a causa del fatto del sapere. Proprio per questo Le Cento Città, n. 39 diventa interessante la ricerca sui domini.it condotta dal Cnr dalla quale emerge che sono poco più di quarantamila i domini.it registrati nelle Marche al settembre scorso. Una cifra che pone la nostra regione al sesto posto del tasso di penetrazione di Internet in Italia. Un buon risultato, segno che nel regno del manifatturiero l’uso consapevole di Internet comincia ad avere uno spazio significativo. Perché proprio a questo mira il censimento del progetto: fare una radiografia degli utenti della rete. A guidare nei meandri dei numeri Maurizio Martinelli, ricercatore dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr di Pisa, che con la collega Michela Serrecchia, ha condotto la ricerca. Un dominio è il collegamento tra un nome e una macchina che identifica, in maniera univoca, un nodo della rete. Tradotto significa che ogni persona, azienda e organizzazione può registrare un nome che viene attribuito a uno L’economia 22 Le architetture moderne coniugano funzionalità ed estetica. Anche il cambiamento del paesaggio urbano sottolinea il cambiamento del paradigma economico. (Foto di Mario Canti). Le Cento Città, n. 39 Edoardo Danieli spazio fisico su un computer che da quel momento in poi diventerà la casa della vita digitale di quel nome. L’Associazione Le Cento Città, per esempio, ha registrato il dominio lecentocitta.it. Sembra difficile, ma è facilissimo. Basta un clic di mouse e accedere al sito di un mantainer che consente a sua volta di accedere a questo servizio la cui anagrafe è gestita proprio dal Cnr. Esistono varie metodologie per lo studio della diffusione della rete. Il metodo più facile è “contare” direttamente i computer che sono collegati alla rete: ma è un sistema che sottostima la diffusione in quanto considera solo gli indirizzi statici e non quelli dinamici. Significa che, in realtà, chi usa una connessione Adsl o si serve della rete aziendale, non viene computato. Ricorrere al database della registrazione del dominio consente invece di avere una caratterizzazione geografica anche a livello comunale e di poter fare una radiografia completa di chi registra un dominio. Un dato generale e significativo per l’uso di Internet riguarda un arretramento delle famiglie e, dall’altro lato, un altrettanto diffuso aumento delle aziende. “Registrare il proprio dominio - spiega Martinelli - significa che c’è un uso più consapevole dei mezzi della rete da parte di un numero di persone sempre più grande”. E’ diverso, insomma, avere un indirizzo di posta personale ([email protected]) piuttosto che generale ([email protected]). Senza contare che con cifre diventate veramente basse e 23 con applicazione libere è possibile per chiunque gestire un blog, aprire un portale, avviare un negozio di e-commerce. La ricerca consente di avere un quadro su quella che è la realtà digitale marchigiana. Il primo dato che emerge è positivo: essere al sesto posto in Italia per tasso di penetrazione di Internet significa che esiste una consapevolezza dell’importanza degli strumenti informatici che è un buon viatico per imboccare decisamente questa strada. Non si semina al vento ma su un terreno fertile, probabilmente, con punte spesso più evolute della stessa classe dirigente. In secondo luogo, trova conferma un imbarazzo che è un serio ostacolo in sede di programmazione: il digital divide esiste anche nelle Marche. Le classi sociali si frantumano davanti a chi ha l’opportunità di accedere alla rete e chi invece - per qualsiasi motivo, ne resta escluso. Possono essere motivi di censo e di cultura ma, purtroppo, molto spesso il motivo principale è che non tutti i marchigiani dispongono di un diritto elementare quale quello di un accesso alla rete veloce. Anche qui sono diverse le azioni legate a un superamento di questa difficoltà: si tratta, però, di investimenti legati ad operatori telefonici, che rispondono più a una logica di redditività che di democrazia. E’ evidente che conviene cablare (mettere cioè cavi in fibra ottica per la rete superveloce) in una grande città dove ci sono milioni di potenziali utenti, piuttosto che disperderla per le Marche dove complessivamente i residenti superano di Le Cento Città, n. 39 poco il milione e mezzo. La rete comunque amplifica le differenze ed è quindi bene sempre prevedere politiche che evitino nuove esclusioni sociali. Per quanto riguarda le Marche, detto del sesto posto nella classifica del tasso di penetrazione (davanti ci sono Trentino, Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Toscana), diventa suggestiva una radiografia grazie ai dati forniti dall’Istituto di informatica e telematica del Cnr (tra parentesi indichiamo la posizione in classifica , il tasso di penetrazione e il numero assoluto di domini .it). La provincia più connessa è Ancona (14; 344,67; 13.656). Seguono Ascoli (28; 305,01; 9920), Pesaro Urbino (35; 287,95; 9089) e Macerata (40; 280,87; 7552). Per quanto riguarda le imprese il primato spetta a Ancona (9; 27,06; 9306); a seguire Ascoli (38; 20,12; 6346); Macerata (47; 18,68; 4905) infine Pesaro Urbino (50; 17,66; 5554). Ascoli balza in vetta per quanto riguarda le persone fisiche (20; 83,51; 2716). Poi Pesaro Urbino (22; 83,38; 2632); Ancona (32; 77,63; 2076) e Macerata (44; 68,87; 1852) . Ancona è ancora in testa per quanto riguarda associazioni no profit ed enti pubblici. Infine, per quello che concerne i professionisti Macerata si vanta di un primato regionale che la mette al quattordicesimo posto nazionale con 328 domini.it registrati. Esistono dunque le premesse di numeri ed intelligenze per incamminarsi sulla strada dell’economia della conoscenza anche nella nostra regione. Una strada che può costituire una concreta svolta per le Marche. Le mostre 24 Un architetto marchigiano nel territorio Le opere di Andrea Vici nelle Marche Le Marche, malgrado le concentrazioni urbane sviluppatesi a partire dal dopoguerra, continuano a conservare un insediamento diffuso e policentrico, al quale peraltro fa da contraltare da parte dei cittadini un forte sentimento di appartenenza alle comunità locali. La distribuzione territoriale del patrimonio culturale riflette questa struttura insediativa, cosi che si parla di una sorta di “museo diffuso” sul territorio, nel mentre le iniziative di valorizzazione dello stesso patrimonio vengono generalmente concepite e sostenute essenzialmente a livello di singole amministrazioni locali. A partire dagli anni 80 sono state realizzate anche molte iniziative culturali organizzate da più comuni, che hanno posto in evidenza opere d’arte conservate nelle Marche; queste collaborazioni, sostenute in genere dalla Regione e dalla Provincie, sono state stimolate da una nuova maturità culturale degli operatori, da esigenze di carattere economico, talora dalla pratica impossibilita di spostare le opere. Tra le tante vanno ricordate le iniziativa dedicate: al Ridolfi al Crivelli e ai crivelleschi, agli insediamenti Filippini, al gotico cortese, ma anche, più recentemente, alcune mostre monografiche che sono state integrate da un itinerario che conduceva alla conoscenza di opere non presenti, essenzialmente affreschi. Tra queste va ricordata l’eccezionale iniziativa di Caldarola dedicata al Demagistris. Se vi sono difficoltà a raccogliere in un solo luogo opere d’arte mobili nel caso delle architetture si deve parlare di impossibilità e prendere atto che le mostre fotografiche, alle quali si L’arte di Vici risplende nelle Marche: Palazzo Solari a Loreto. ricorre per illustrare l’opera degli architetti, non possono rendere conto dei valori spaziali ed atmosferici connessi alla visita diretta delle opere. È risultato del tutto naturale le opere volendo far conoscere le opera dell’architetto Andrea Vici, elegante progettista e solido costruttore, personalità altamente significativa del primo neoclassicismo in Italia, valorizzare le Le Cento Città, n. 39 sue opere proponendo un itinerario che comprendesse le sue più importanti realizzazioni nelle Marche. Il Comitato promotore dell’iniziativa è costituito dall’Accademia della Crescia di Offagna, dall’Associazione Turistica Pro loco di Arcevia, dal Comune di Arcevia, dal Comune di Offagna e dall’Erap di Ancona, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Regione Marche, e grazie Le mostre 25 Villa Montegallo ad Osimo e, sotto, Andrea Vici. al contributo della Provincia di Ancona e di altri sponsor privati ed istituzionali, con il contributo organizzativo di Cooperativa Artes e dell’Associazione museale della Provincia di Ancona. L’iniziativa è stata articolata in più segmenti, tutti indipendenti e tutti correlati tra loro: un primo segmento può ritenersi costituito dai lavori del comitato scientifico, che hanno messo a fuoco la personalità del Vici sottolineando il valore delle sue realizzazioni; lavori che hanno fornito il supporto culturale alle altre manifestazioni e che sono stati raccolti nel volume “Andrea Vici, architetto ed ingegnere”, pubblicato da Silvana Editoriale. Un secondo segmento può essere costituito dalla organizzazione e diffusione degli itinerari possibili, avendo cura che in ogni luogo viciano fosse presente un documentazione fotografica di riferimento ad altri siti compresi negli itinerari, così da promuovere la loro conoscenza e consentire gli opportuni confronti. Un itinerario ideale attraverso tutte le Marche, alla scoperta dei segni dell’autore, che partendo dalle città di Arcevia e di Offagna, tocca Camerino, Cingoli, Corinaldo, Fano, Fossombrone, Jesi, Loreto, Macerata, Monte San Vito, Montecarotto, Montelupone, Morrovalle, Osimo, Pergola, Poggio San Marcello, Treia. Un terzo segmento infine ha riguardato l’integrazione dei contenuti culturali e informativi Le Cento Città, n. 39 dell’iniziativa con manifestazioni enogastronomiche rivolte a far conoscere i prodotti tipici del territorio e, sulla base di precise ricerche scientifiche, i costumi alimentari del periodo nel quale il Vici visse ed operò. Le mostrte 26 Le Cento Città, n. 39 Le mostre 27 La Venere di Frasassi di Patrizia Ginobili È un mistero tutto da scoprire dal fascino potente: la Venere di Frasassi è un reperto archeologico sorprendente e di eccezionale interesse che offre nuove riflessioni sugli studi archeologici delle Marche. Intanto per la datazione che gli archeologi fanno risalire a 25.000 anni fa e che colloca questa statuina, per stile e proporzioni, nel ristrettissimo novero delle “Veneri paleolitiche”. In Italia se ne contano solo dieci, provenienti per lo più da siti ipogei. L’unicità di questa piccola venere bianca è data anche dal materiale: calcite, ovvero è stata scolpita da una stalattite. Un fatto di straordinario significato che apre ipotesi ad esplorazioni ed indagini finora mai effettuate e che stabilisce sicuramente la provenienza locale, dalle grotte di Frasassi, dalle cui profondità è riemersa ai giorni nostri, grazie ad un ritrovamento casuale ad opera di un fotografo escursionista maceratese. Ancora più enigmatica e certamente rituale la postura: i grandi seni tondi sono stretti tra le braccia tese in avanti, in un gesto offertorio che non trova riscontri e al momento non ha interpretazione certa. Forse di valenza sacrale, forse riferito alla presenza di acqua nel luogo, forse in relazione alla funzione riproduttiva della figura femminile, rappresentata con evidenza dal ventre prominente. La Venere di Frasassi, una statuina alta 8,7 centimetri e del peso di 66 grammi e mezzo eppure un simbolo di imponenza monumentale. Attorno a questa magnetica figurina la Soprintendenza per i beni archeologici delle Marche, in collaborazione con il consorzio Frasassi e iGuzziniIlluminazione” ha allestito la mostra “Donne o Dee? Le figure femminili preistoriche nelle Marche”. Il direttore del Museo Archeologico nazionale delle Marche di Ancona guarda con orgoglio a questa nuova straordinaria acquisizione per la prima volta esposta. Una mostra singolare, quasi tascabile: in tutto altre cinque mini sculturine di provenienza marchigiana, la più recente del neolitico è databile a circa Nella pagina a fianco la straordinaria bellezza della Venere di Frasassi in mostra ad Ancona fino al 30 marzo. Le Cento Città, n. 39 7.000 anni fa. Dall’incisione del ciottolo di Tolentino del tardo paleolitico, alla silhouette aggraziata della venere di Fano, fino ai tre idoletti fittili di Ripabianca di Monterado. Si tratta di testimonianze di arte preistorica definita “mobiliare”, espressa cioè da opere di piccole dimensioni ricavate da pietre, ciottoli, ossa scolpite o incise, e comunque mobili. Opere riferibili a un lungo arco cronologico, che documenta la presenza nelle Marche di un’attività artistica che va dal Paleolitico Superiore fino al Neolitico. A queste sono state accostate varie riproduzioni eseguite dall’artista Elda Bramucci di statuette femminili provenienti da vari paesi del Mediterraneo. Il servizio educativo della soprintendenza dei beni archeologici delle Marche ha predisposto un calendario di iniziative e laboratori, rivolti alle scuole e con percorsi tattili per i non vedenti. La mostra, ad ingresso libero, resterà aperta fino al 30 marzo (orario 8.30-19.30, chiuso il lunedì). Gli itinerari 29 Sulle orme di Francesco di Francesca Piatanesi Da Ascoli Piceno ad Ancona fino al confine con l’Emilia Romagna visitare la nostra regione vuol dire assaporarne le sue mille sfaccettature. Il mare, la montagna, le prelibatezze enogastronomiche, i paesaggi infiniti, le antiche radici. Ma vuol dire anche immergersi in un’avventura del tutto nuova, in un percorso silenzioso, sui passi del santo più importante d’Italia, San Francesco d’Assisi, patrono del Paese. Profondamente legato alla nostra regione, sia per la vicinanza con l’Umbria, sia per via dell’amicizia con alcuni marchigiani compagni d’arme ai tempi della guerra con Perugia, San Francesco scelse infatti proprio le Marche, in particolare Fabriano, come meta del suo primo viaggio missionario. Era il 1208. Da allora il santo di Assisi tornò più volte nella nostra regione, fino al 1221, anno in cui partì dal porto di Ancona alla volta dell’oriente per incontrare il sultano Melik el kamel e visitare i Luoghi Santi. In occasione delle celebrazioni per l’ottavo centenario del suo primo viaggio sono tante le iniziative organizzate dai Frati Minori delle Marche, tra convegni, concerti e itinerari. E sono proprio gli itinerari a restituire dopo tanti secoli, più di ogni altra cosa, le atmosfere della vicenda umana e spirituale di San Francesco. Fabriano, San Severino Marche, Sarnano, Ascoli Piceno e infine San Leo (comune oggi passato all’Emilia Romagna ma parte integrante del Montefeltro quando San Francesco nel 1213 predicò sotto l’olmo che caratterizza la piazza del castello) sono tra i luoghi più significativi della presenza di San Francesco nelle Marche. Visitare questi luoghi vuol dire poter ripercorrere gli stessi sentieri e le stesse vie che ottocento anni fa videro il passaggio del santo. ”In questa regione – spie- Gentile da Fabriano - particolare dell’ Adorazione dei Magi-Firenze Uffizi. ga frate Ferdinando Campana dell’ordine dei frati minori - San Francesco trovò un’ accoglienza entusiastica, tanti giovani lo seguirono e abbracciarono la sua stessa vita. Sette – continua – sono le testimonianze, secondo le fonti storiche antiche, dei viaggi di San Francesco nelle Marche. Il primo, nel 1208, a Fabriano, dove poi tornò nel 1210 quando si diresse verso l’eremo di Valleremita, ancora oggi abitato dai frati minori. Non conoscendo la strada si fece accompagnare da un contadino che poi ripagò per la gentilezza facendogli trovare un campo arato nei pressi di Camporege, vicino all’antica chiesa di San Leonardo, oggi intitolata a San Francesco. Il secondo viaggio risale al 1212, quando San Francesco arrivò a San Severino Marche, dove tornò poi nel 1219. La sua prima visita determinò la conversione di Guglielmo da Lisciano, che poi per il santo musicò il Cantico di frate Sole, mentre Le Cento Città, n. 39 sette anni più tardi, di ritorno da Ancona verso Assisi, affidò alle claustrali di San Severino una pecorella che, mosso da pietà, aveva acquistato durante il viaggio. In cambio le clarisse gli donarono una tonaca confezionata con la lana della stessa pecora, un episodio raffigurato nelle sculture che si trovano al monastero di Santa Chiara, dove oggi vivono le consorelle delle antiche clarisse. Nel 1213 San Francesco giunse nella piazza di San Leo. Qui si ricorda la famosa predica in seguito alla quale incontrò il conte Orlando da Chiusi, da cui ottenne in dono il non lontano monte della Verna, luogo della sua stigmatizzazione. Il 1215 – racconta ancora frate Ferdinando Campana – è invece l’anno del suo passaggio a Sarnano, in particolare nel bosco di Roccabruna, dove i signori di Brunforte fecero costruire per lui un piccolo convento, oggi trasformato in abitazione privata e in cui San Francesco dimorò per alcuni Gli itinerari 30 San Francesco parla agli uccelli. giorni. Nello stesso anno giunse anche ad Ascoli Piceno e proprio a piazza Arringo tenne una predica memorabile: in trenta, tra chierici e laici, si fecero suoi discepoli, ricevendo dalle sue stesse mani l’abito religioso. Sempre ad Ascoli, nella chiesa di San Gregorio, un affresco testimonia la predica che San Francesco fece agli uccelli, di cui ci riferisce il suo biografo Tommaso da Celano.” Questi dunque i luoghi princi- pali che volendo ripercorrere gli itinerari francescani non ci si può esimere dal visitare, sebbene le Marche “siano davvero intrise – continua Frate Ferdinando – della presenza di San Francesco in tutte le sue forme. Dal 1200 in poi moltissime chiese, numerose piazze gli furono intitolate e anche gli artisti della nostra regione, da Allegretto Nuzi a Raffaello a Gentile da Fabriano, sono legati al francescanesimo. Nella custodia di Fermo ad esempio, che grossomodo cor- Le Cento Città, n. 39 rispondeva all’attuale provincia, ma anche in quella di Ascoli, sorse il più alto numero di luoghi e santi francescani. Tra questi non possiamo non citare San Giacomo della Marca, che ha ispirato la fondazione dei monti di pietà e che rappresenta una tra le figure più importanti del francescanesimo. Senza dimenticare che marchigiano è anche l’autore dei Fioretti, Ugolino da Montegiorgio”. Lo spettacolo 31 La lirica nelle Marche. Le stagioni 2009 di Alberto Pellegrino 1. Lo Sferisterio Opera Festival e il tema dell’inganno La stagione lirica maceratese, dedicata al tema dell’inganno, si è aperta con un’edizione alquanto di routine de La Traviata, seguita da una Madama Butterfly valorizzata dalla messa in scena di Pier Luigi Pizzi e dalla raffinata interpretazione di Raffaella Angeletti. Per il M° Daniele Calegari, che ha diretto l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, questa opera ha “una partitura di grandissimo spessore sinfonico dove Puccini elabora una tavolozza di colori ineguagliabile che appartiene più al repertorio sinfonico che lirico. Ho cercato di rendere merito alla scrittura del grande compositore, cercando di far emergere al meglio i sentimenti e i colori, nella convinzione che l’orchestrazione è l’elemento collante tra la drammaturgia e la musica stessa”. Da parte sua Pizzi ha liberato l’opera dalle incrostazioni dell’esotismo “cartolinesco” e dal lacrimoso sentimentalismo piccolo borghese, sfruttando al meglio le suggestioni dello spartito pucciniano e del bel libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, privilegiando veri sentimenti e vere emozioni, per cui anche la piccola gheisha sedotta e abbandonata è riuscita ad assumere la dignità di un grande personaggio tragico. Pizzi colloca la vicenda negli anni Venti per creare atmosfere luministiche e cromatiche depurate da ogni aspetto oleografico e folkloristico, ma capaci di evocare una malinconia di fondo e di suscitare inconsuete emozioni anche negli spettatori più scettici. I pochi elementi scenici (un povero giardino, una piccola casa e un grande ciliegio segnato da una sua poetica luminosità) accolgono la Pier Luigi Pizzi, responsabile artistico dello Sferisterio Opera Festival. lieve, quasi aerea presenza di Butterfly che passa sulla scena come una bianca farfalla contaminata dall’arrogante presenza di Pinkerton, annientata dall’ottusità moralistica e dall’ipocrisia del suo ambiente sociale e del mondo occidentale. Si sono vissuti momenti particolarmente toccanti con il canto d’amore di Butterfly che incede lentamente seguita da un coro femminile il cui canto giunge come l’eco lontana di un mondo sentimentale misterioso e incomprensibile per il rozzo pretendente americano; con il celebre coro a bocca chiusa eseguito in scena da una promenade di donne velate che attraversano la scena come segno premonitore di una incombente tragedia; con il suggestivo intermezzo animato dal “colpo di teatro” di un ufficiale americano e di una ghiesha che danzano questo “andante sostenuto” come l’idealizzazione o la proiezione onirica di una nobile e impossibile passione amorosa. Le Cento Città, n. 39 Il momento più alto di Sferisterio Opera Festival si è toccato con il Don Giovanni andato in scena nel Teatro Lauro Rossi. Nel creare questo “capolavoro dei capolavori” Mozart e Lorenzo Da Ponte hanno dato vita a un personaggio sanguigno, pieno di fuoco e di gioia di vivere, la cui forza tutta terrena si fonda su ciò che è reale e credibile, “un uomo che non conosce viltà e sperpera il suo coraggio, la sua giovinezza e vuole solo soddisfare il suo prepotente, inestinguibile bisogno di amare” (Giovanni Macchia). Fedele alla visione di un’opera che sa fondere con perfetto equilibrio il comico e il tragico, la gioia di vivere e il terrore della morte, Pier Luigi Pizzi ha messo in scena una edizione “irriguardosa” e briosa (pur nel rispetto della tradizione), “giovanile” e ironica, burlesca e drammatica, attraversata da una sottile vena erotica che parte dalla seduzione di Donna Anna, passa attraverso il gioco dell’inganno e del travestimento nella seduzione di Donna Elvira da parte di Leporello, per finire con i nudi demoni che nel finale “sbranano” Don Giovanni. Eleganti e cromaticamente perfetti sono i costumi e la scena che ruota intorno al grande letto, “luogo deputato” di ogni evento; ingegnosa risulta la botola che immette in un sottopalco, luogo del nascondimento, dell’intrigo e del tragico finale. Molto valide le interpreti Myrtò Papatanasiu (Donna Anna) e Carmela Remigio (Donna Elvira); spettacolare il basso Ildebrando D’Arcangelo, un Don Giovanni spavaldo e pieno di vitalistica energia giovanile; straordinario per ironia e astuzia Andrea Concetti, ormai pienamente padrone del personaggio di Leporello. Lo spettacolo Una novità assoluta è stata l’allestimento in prima mondiale di Le malentendu, il dramma di Albert Camus scritto nel 1944 e appositamente musicato da Matteo D’Amico, che è così riuscito a soddisfare la sua “personale voglia di opera, da intendersi come ennesimo tentativo di comunicare emozioni attraverso la musica e il teatro, ancora meglio, attraverso il canto che si fa teatro”. Sul modello della tragedia greca, Camus ambienta la vicenda in uno sperduto villaggio della Boemia, dove Marta, la Madre e un vecchio Servitore gestiscono un piccolo albergo quasi sempre deserto: l’anziana donna è stanca di vivere, mentre la giovane è ossessionata dalla voglia di trovare la felicità, abbandonando “questo paese di ombra per vivere in un paese di fronte al mare”. Per avere il denaro necessario alla “fuga”, le due donne uccidono tutti i rari clienti, drogandoli e annegandoli nottetempo nel fiume. Marta contrappone ai dubbi morali della Madre la tesi che il delitto è “lo strumento per arrivare fino al paese…dove il sole soffoca qualsiasi interrogativo”. Jan giunge in albergo senza rivelare la sua identità di figlio e di fratello, pregando la moglie Maria di lasciarlo solo con le due donne che non lo riconoscono. Il destino di questo inquietante cliente è deciso: dopo averlo addormentato con un sonnifero, le due donne lo gettano nel fiume. Dal passaporto dell’ospite si scopre però la sua vera identità e Marta reagisce con freddezza, mentre la vecchia afferma che “quando una madre non è più capace di riconoscere il proprio figlio, vuol dire che ha terminato di recitare la sua parte sulla terra”. La Madre si uccide e Marta, sapendo che non raggiungerà mai quel suo mitico paese, decide di togliersi la vita. Piena di rancore, prima rivela l’assassinio del fratello alla moglie che, sconvolta dal dolore, rivolge a Dio e chiede aiuto al vecchio 32 Direttore Michele Mariotti. Il soprano Mariella Devia. servitore che le risponde con un secco “no”. D’Amico ha sostanzialmente rispettato l’alta qualità del testo teatrale, anche se qualche taglio di troppo del testo ha sacrificato soprattutto il personaggio di Marta, privata di molte motivazioni esistenziali con il rischio di ridurla un mostro di crudeltà. La regia di Saverio Marconi ha voluto evidenziare l’intimità e la interiorità della vicenda, la sostanziale incomunicabilità dei personaggi, il dramma delle due donne “condannate” ad ingannare e ad essere ingannate da un invincibile gioco del destino. tica vicenda di Violetta Valery. Lo spettacolo dimostra ancora la sua capacità di creare atmosfere e sensazioni che catturano e coinvolgono lo spettatore soprattutto nel finale, quando il grande specchio si alza per accogliere e trasportare sul palcoscenico l’intero teatro, in modo che il pubblico possa partecipare agli ultimi momenti di vita della protagonista. Nell’adattamento in scala ridotta dell’allestimento originale è stata introdotta una variante temporale, spostando la vicenda agli inizi del Novecento, un’epoca ritenuta dal regista Henning Brockhaus più sensuale e dove “l’opulenza e la decadenza sociali sono storicamente delineate con chiarezza”. Nel primo atto il salotto di Violetta ha assunto la configurazione di una maison de plaisir con la raffigurazione di figure femminili molto “pesanti” e con una certa abbondanza di giovani discinte, che è andata a discapito di un più raffinato erotismo. Meglio la scena di campagna del secondo atto e quella della festa nel terzo atto, tutta segnata dalle cifre cromatiche del rosso e del nero, con qualche “stonatura” di personaggi in grigio e con un Alfredo che indossa ancora abiti 2. La stagione lirica al Teatro Pergolesi La 42a Stagione lirica di Jesi si è aperta nel Teatro Pergolesi con La Traviata di Verdi nella celebre edizione “dello specchio”, rappresentata nel 1992 allo Sferisterio di Macerata. Questa messa in scena del capolavoro verdiano è entrata nella storia della lirica per la geniale invenzione dello scenografo Josef Svoboda che fa diventare un grande specchio la metafora iconica dentro la quale inizia, si svolge e si conclude la drammaLe Cento Città, n. 39 Alberto Pellegrino 33 da campagna. L’ultimo atto ha invece lasciato integre le suggestive atmosfere dell’originale con le sue tonalità in bianco e in nero, riuscendo a trasmettere le emozioni del drammatico finale. Dopo lunga assenza è ritornato sul palcoscenico jesino Il barbiere di Siviglia, allestito in coproduzione con la Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino e interpretato dai giovani e bravi cantanti dell’Accademia Rossiniana del Rossini Opera Festival e della Scuola dell’Opera Italiana di Bologna. Il capolavoro rossiniano è un’opera che “non è solamente una delle più grandi gioie musicali che siano mai state scritte, ma contiene audacie interne alla scrittura che soltanto una mostruosa musicalità naturale riesce a spiegare” (Roman Vlad) e il giovane regista Damiano Michieletto nella sua messa in scena è partito proprio dalla gioia musicale che si sprigiona da questa opera, ma ha anche accolto le suggestioni e le idee che vengono dal teatro di prosa, sapendo sfruttare al massimo le capacità attoriali dei giovani interpreti. Michieletto, una volta imboccata la strada della fantasia, ha fatto ricorso al minimalismo scenografico, per cui dei semplici oggetti della vita quotidiana (delle sedie rosse, una scala a libretto blu, degli ombrelli rossi e alcuni palloni bianchi) sono stati sufficienti per ambientare i vari passaggi della vicenda. Nello stesso tempo si è affidato ai costumi caricaturali di Carla Teti per esprimere una comicità surreale e di tipo circense, sorretta a volte da marcati riferimenti animaleschi, che raggiungono il punto più elevato con Don Basilio raffigurato come una grande lucertola verde. La chiave di lettura adottata dal regista parte dalla Commedia dell’Arte per arrivare fino al teatro grottesco contemporaneo, con l’invenzione scenica iniziale e finale di un viaggio in treno sul tratto JesiSiviglia, durante il quale gli interpreti si preparano a diventare personaggi di un mondo surreale La Traviata di Josef Svoboda in scena a Jesi. per ritornare ad assumere una dimensione umana, scendendo da quel fantastico mezzo di trasporto che li riporta a Jesi. La stagione si è chiusa con l’esecuzione dei Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, un’opera considerata il “manifesto del Verismo” per la sua forte carica espressiva. L’autore, che appartiene alla “Giovane Scuola Italiana” e che rifiuta ogni tradizionale riferimento letterario, scrive personalmente il libretto, portando sulla scena un fatto di sangue a cui da ragazzo ha personalmente assistito. Egli scrive questo dramma antiromantico, scavando nei ricordi personali (“un nido di memorie in fondo all’anima/ cantava un giorno”) per portare sulla scena gli aspetti più crudi della vita secondo il gioco del “teatro nel teatro”, per cui l’opera mescola commedia e tragedia, finzione e realtà, frivolezza e umanità dal celebre “Prologo” alla drammatica conclusione annunciata da Tonio il pagliaccio: “La commedia è finita”. Il regista Leo Moscato, pur dichiarando la propria fedeltà al testo, ha avvicinato la vicenda ai nostri giorni con una efficace reinvenLe Cento Città, n. 39 zione della Commedia dell’Arte messa in scena dalla compagnia dei comici, ma anche con una rappresentazione di quanto accade “dietro le quinte”, in modo da riflettere sentimenti, tradimenti e miserie della vita reale. Insieme all’opera di Leoncavallo è stata rappresentata La voix humaine composta nel 1959 da Francis Poulenc su libretto di Jean Cocteau, un monologo interpretato dal soprano Tiziana Fabbricini che ha messo bene in evidenza la psicologia del personaggio, sottolineando tutti i passaggi patetici e drammatici del testo di Cocteau e della musica di Poulenc, che hanno affrontato il tema dell’Amore con un continuo alternarsi di parole e di silenzi assoluti di questa donna aggrappata al telefono, nel disperato tentativo di stabilire un contatto e di aprire un dialogo con un interlocutore all’altro capo del filo, le cui risposte sono intuibili fino a quando la protagonista chiude la comunicazione consapevole che ogni rapporto con quell’uomo è finito. Libri ed eventi 34 Le Cento Città, n. 39 Libri ed eventi 35 Commenti e recensioni di Alberto Pellegrino Eventi 1. La mostra di Ivan Theimer a Macerata L’Associazione Culturale “Alberto e Umberto Peschi” per le Arti Visive e il Comune di Macerata hanno allestito nell’estate 2009 una mostra di scultura curata da Italo Tommasoni e dedicata a Ivan Theimer, le cui grandi opere in bronzo sono state collocale nei principali “luoghi deputati” del centro storico maceratese. Ivan Theimer è nato nel 1944 in Moravia ed esordisce con la sua prima personale nel 1967 a Coventry. Nel 1968 lascia la Cecoslovacchia e si trasferisce a Parigi dove completa i suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti, per poi partecipare a una lunga serie di mostre personali e collettive nei principali stati europei e in molte città italiane. Molte sue opere sono presenti in Musei e Gallerie, in numerosi spazi pubblici soprattutto in Francia, ma anche in Germania, Moravia e Italia. Le opere d’arte e in particolare le sculture hanno perduto la loro funzione di rappresentazione pubblica all’interno di un contesto urbano, per rifugiarsi nel privato in nome di una malintesa rivendicazione di libertà assoluta dell’autori nei confronti della committenza. La mostra delle opere di Theimer nel centro storico di Macerata dimostra che è ancora possibile operare degli interventi di qualificazione della città che non abbiano un carattere puramente ornamentale per stabilire un rinnovato rapporto fra arte figurativa e urbanistica. Le sculture di Iva Theimer ripropongono il valore della narrazione e del simbolo ricollocando nella città la verticalità dell’obelisco, elemento consacrato nell’antichità al culto del Sole e portato in occidente da imperatori e papi per essere adibito al culto del potere politico e religioso. L’autore in questione rivendica la propria libertà interpretativa e, rileggendo il mondo classico in chiave contemporanea, fa delle proprie opere il simbolo della vittoria dello spirito sulla materia, del valore del sapere rispetto all’ignoranza e alla volgarità della società di massa. Si tratta di una sfida che Theimer lancia contro il tempo e lo spazio in nome della storia, della memoria e della fantasia come elementi stabili nel mutare costante degli ambienti e delle culture: “È il lavoro stesso dell’artista, che stabilisce appunto connessioni impossibili, che lavora sul margine instabile delle cose, sulla paradossalità”. Egli crea opere complesse che rappresentano una sfida alla materia con frequenti citazioni di animali, ma anche con l’esaltazione della componente umana, per cui ogni scultura diventa metafora dell’energia che si sprigiona dall’uomo. Malgrado si rifaccia a segni e simboli dell’antichità, nonostante le citazioni dal Rinascimento e dal Barocco, Theimer è capace di usare un registro artistico assolutamente contemporaneo, dimostrando di partecipare in modo vivo al dibattito dell’arte contemporanea e di saper adattare i suoi lavori ai luoghi e alla situazioni del nostro tempo. Ha scritto di lui il critico Lucio Del Gobbo: “Egli usa frantumare e sconvolgere la compattezza del monumento, la forma che si impone assoluta nello spazio, non attraverso un gioco di masse giustapposte architettonicamente, bensì aggiungendo alla principale una pluralità di forme minori, che sembrano accessorie ma si rendono significative in senso poetico e linguistico”. 2. Il “segno” - Carlo Iacomucci Le Cento Città, n. 39 Tre opere di Ivan Theimer dal Catalogo della mostra di Macerata “Forme nella città” a cura di Italo Tomassoni (Alfabetica Edizioni). Libri ed eventi incide la memoria Nel settembre 2009 si è tenuta presso la Galleria Antichi Forni di Macerata una mostra del pittore Carlo Iacomucci intitolata Il ricordo nel segno e curata da Lucio Del Gobbo. Questo pittore e incisore, nato ad Urbino nel 1949 e residente a Macerata, ha svolto un’intensa attività artistica a partire dal 1972 con una serie di mostre personali e collettive organizzate in diverse città italiane, ma anche in Argentina, Svizzera, Polonia, Slovenia, Malta, Libia, Spagna, Finlandia, Canada, Brasile, Costarica, Francia, Inghilterra, Cile, Belgio, Turchia, Stati Uniti, Germania, Portogallo. Molte sue opere sono presenti in diversi Musei e Gallerie nazionali e internazionali. Questa sua recente esposizione comprende 60 disegni a china e in bianco e nero, realizzati tra il 2005 e il 2009, che si ricollegano idealmente alla sua produzione pittorica grafica, ma che sono caratterizzati da contenuti monotematici. Si tratta di una ricerca condotta sull’uomo rappresentato attraverso volti che non hanno una precisa identità, ma che rievocano incontri e vicende personali in cui l’autore vuole riconoscersi nella loro ossessiva ripetitività, come tanti fotogrammi in sequenza tendenti a formare un’unica narrazione carica di simboli, ma dominata soprattutto dall’immagine dell’albero che diventa essere umano, un simbolo molto forte della vita stessa, perché con le sue radici saldamente piantate al suolo vuole segnalare il valore della memoria, mentre i suoi rami rivolti al cielo marcano l’aspirazione umana ad esaltare lo spirito e i sentimenti. Molte di queste opere si propongono si ricordare il valore della saggezza e i valori dell’interiorità, della parola e del sapere, della ragione e della fantasia, del dialogo e della convivenza, ma anche un ritorno e una rivalutazione della natura nel suo rapporto antropico (La valle parlante, La collina abitata, Incontro campestre, Il poggio del dialogo). Iacomucci con questo raccontogalleria propone un propria visio- 36 La collina dei sapienti, 2006, pennachina, mm 200x160. ne del mondo senza falsi pudori e senza la paura di mettersi a nudo, ma rivendicando invece con orgoglio un proprio modello di umanesimo fondato su ragione e sentimento, capace pertanto di essere apprezzato non solo dai “saggi”, ma da tutti gli uomini di buona volontà. Libri 1. Adriana Argalia “racconta” Castelbellino Nel panorama fotografico regionale e nazionale Adriana Argalia si è conquistata un posto di rilievo, dopo aver praticato per un lungo periodo (1981-2000) la fotografia in bianco e nero con risultati encomiabili per valori estetici e potenzialità narrative. Passata al colore e suggestivamente al digitale, è rimasta fedele al suo mondo umano e poetico continuando a fotografare le città e le terre della Marca centrale Le Cento Città, n. 39 nei suoi vari e complessi aspetti antropologici e naturalistici, per poi dedicarsi, a partire dal 2005, di quel particolare genere che è la fotografia teatrale con risultati sempre di alto livello. Nel 2009 il Comune di Castelbellino ha pubblicato un racconto fotografico dedicato a questo piccolo ma vitalissimo centro arroccato su una delle tante colline che si affacciano sulla Valle dell’Esino e che sembrano voler accompagnare il fiume nel suo percorso dagli Appennini all’Adriatico. Adriana Argalia ama come sempre raccontare la natura circostante, le strade, le piazze i palazzi e antiche strutture architettoniche del paese, la vita di chi abita e vive all’interno del centro storico. Il paesaggio viene visto attraverso il reticolato dei vigneti oppure arricchito dallo splendore dei grappoli d’uva pieni di sole, segnato da antichi attrezzi arrugginiti solenni come monumenti, oppure entra in controluce da una Alberto Pellegrino finestra spalancata verso l’orizzonte. L’autrice riprende alberi e spighe di grano “pettinati” dal vento; la natura diventa “favola” quando il canto dei pioppi riempiono l’aria dei loro semi luminosi, quando il cielo è tracciato dai fuochi d’artificio e gli alberi si trasformano in piccoli fari carichi di frutti di luce. Argalia presenta la silhouette di Castelbellino contro l’arancio del tramonto, sotto un cielo carico di nubi tempestose, serenamente arroccato sotto una volta blu nella quale occhieggia una sottile falce di luna. Ancora appaiono angoli del paese riflessi in una grande pozza d’acqua piovana, mura e loggette disegnate contro il cielo, muraglioni che sembrano prue di nave protese sulla valle esina, con un’antica quercia che scruta l’orizzonte come un gigantesco nocchiero, la torre civica dal profilo scandito tra luce solare e ombra profonda, il fascino di antiche scale chiuse nel segreto di ville nobiliari e misteriosi castelli. Le piazzette, le vie, gli androni si animano improvvisamente con il suono di una banda, il ritmo frenetico del saltarello, le armonie di un’orchestra, infiorate e artisti di strada, i mercatini di Natale, i balli popolari sotto l’ombrello protettivo di una quercia secolare. Castelbellino si anima ulteriormente per la “festa” del cinema d’autore che qui diventa cinema di popolo portato sulle piazze, nei giardini, sui sagrati delle chiese, perché qui veniva a passare l’estate Mario Camerino e qui è ritornato Mario Monicelli, a cui il paese ha reso omaggio per la sua straordinaria carriera d’artista. 2. Una mostra su rapporto satirapolizia nella società italiana Sotto il patrocinio del Ministero dell’Interno e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, l’Ufficio Storico della Polizia di Stato, la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e il Centro Studi Gabriele Galantara di Montelupone hanno organizzato e allestito presso la sede della Biblioteca Nazionale la mostra In nome della legge. Tracce satiriche della Polizia italiana tra 37 Otto e Novecento, che si è tenuta nel mese di ottobre e che verrà riproposta nel 2010 molto probabilmente anche nelle Marche. Si tratta di un’iniziativa del tutto originale, perché per la prima volta l’istituzione “Polizia” propone un’immagine di se stessa attraverso l’arte della satira, dell’impatto dello “sbirro” sulla società italiana dal 1852 (anno di fondazione del copro di polizia) fino al 1922. La mostra propone un percorso storico di settant’anni che viene tracciato attraverso il materiale satirico più rilevante pubblicato su quotidiani e periodici dell’epoca. La lunga e complessa ricerca ha portato alla luce una quantità tale di materiale per cui è stato necessario vagliarlo e selezionarlo non con finalità censorie, ma contenutistiche ed estetiche. La manifestazione non aveva finalità di dileggio o di condanna dell’istituzione, ma solo quello di proporre la severa critica che la stampa satirica del tempo ha mosso alla polizia, senza aggiungere nessun tipo di giudizio critico se non quello contenuto nello stesso materiale esposto. Il grande quadro che è emerso, oltre ad essere divertente e intellettualmente valido, ha messo in luce il rapporto tra polizia e società e ha evidenziato che dietro la figura alquanto stereotipata dello “sbirro” c’è sempre un essere umano, cosa che oggi appare abbastanza chiara da quando la Polizia di Stato è diventata, nel secondo dopoguerra, un’istituzione pienamente democratica. Alla Mostra è stato affiancato un volume contrassegnato dallo stesso titolo e riccamente illustrato, che rappresenta un importante contributo culturale per il valore e lo spessore dei saggi in esso contenuti. Nella prima parte Fabio Santilli, presidente del Centro Studi Gabriele Galantara, ha indicato come l’uso di determinati strumenti satirici consenta una lettura di una storia diversa non solo della Polizia ma dell’intero Paese; Luigi De Angelis ha fatto un’esauriente analisi di tutti i giornali satirici presenti nella mostra; Melanton ha affrontato Le Cento Città, n. 39 il tema dei disegnatori satirici come testimoni diretti della cronaca e della storia di una determinata società; Giulio Quintavalli ha presentato una delle sezioni più originali dell’iniziativa, cioè la Polizia italiana vista attraverso le cartoline satiriche d’epoca. La seconda parte contiene due saggi che analizzano il contesto socioculturale nel quale si colloca l’intera iniziativa: Raffaele Camposano dell’Ufficio Storico della Polizia di Stato ha tracciato un completo profilo storico della Polizia italiana dalle origini fino ai nostri giorni in un saggio arricchito dalle belle illustrazioni umoristiche di Roberto Mangosi, giovane disegnatore emergente nel panorama della satira italiana; Alberto Pellegrino ha infine tracciato un quadro della figura del poliziotto che emerge, sia come protagonista sia come personaggio collaterale, dall’esame della letteratura europea e italiana dell’Ottocento e Novecento, del teatro italiano contemporaneo, della letteratura poliziesca nazionale e infine nelle storie a fumetti di alcuni autori italiani. 3. Due opere di Gianni D’Elia sul rapporto tra poesia e fotografia Gianni D’Elia ha recentemente pubblicato per le Edizioni Banca di Teramo due eleganti volumi che lo pongono ancora una volta tra le voci poetiche più elevate del panorama letterario italiano. Queste due opere (2007-2009) introducono inoltre una novità nella produzione del poeta pesarese, che mette a confronto i suoi versi con delle immagini fotografiche del teramano Fabrizio Sclocchini, un fotografo di sicuro valore che aveva già pubblicato nel 2006 il volume Teramo contenente alcune composizioni poetiche di Gianni D’Elia e Franco Loi. Il primo lavoro, intitolato Coro dei fiori, rappresenta il risultato dell’incontro tra un poeta, che da sempre cerca di fare versi costruiti come immagini, con un fotografo che si propone di trasformare in poesia le sue immagini, per cui inquadratura dialoga con i Libri ed eventi versi del poeta. Luogo d’incontro per entrambi è quella fascia litoranea che corre tra Pesaro e Pescara, fatta di spiagge deserte, aridi terreni pedemontani, concrezioni rocciose della dorsale preappenninica. Nella rappresentazione iconica di Sclocchini è possibile individuare un primo filone costituito da una serie di paesaggi visti soprattutto nel loro dettaglio o al massimo in campo medio: in essi la malinconia di spiagge deserte si confronta con il blu profondo del mare; sezioni di pareti rocciose appaiono erose o addirittura squarciate dal tempo; campi di girasoli si alternano a campi fioriti o fatti di aride zolle, dove troneggia solenne e solitario un olivo affacciato sul blu dell’Adriatico. Il secondo filone è costituito da una lunga serie di delicati fiori policromi che si fanno ostinatamente strada nelle crepe di un terreno arido e desolato; a questa drammatica visione della natura fanno da controcanto l’esplosione festosa delle ginestre e lo splendore assoluto della rosa che regna sovrana sopra ogni altro fiore (“siamo noi i fiori del poeta,/ noi, del fotografo le più preziose istantanee”). Gianni D’Elia mantiene intatte la passione e l’ispirazione che hanno animato la sua poesia fin dalle origini, ma segue nello stesso tempo quella linea di rinnovamento poetico imboccata con la raccolta Trovatori, che rappresenta un diverso modo di poetare rispetto alla poesia del Novecento. Essa si richiama, non solo per la riscoperta della rima, alla convivialità e musicalità proprie di quel mitico cantare trobadorico, dove la poesia diventa dialogo a due o più voci fra amici impegnati nei loro “conversari” su temi esistenziali e artistici, che diventano “politici” quando i versi abbandonano il terreno personale (“Quanto silenzio nella nostra vita/e quanta morte d’affetto e amicizia/…quanto trionfo d’invidio e avarizia/…per questo tempo nero di nequizia”) o culturale (“Ercole Teseo Orfeo Enea Dante/il viaggio che si fa si fa per fare/esperienza del senso più inquietante/…e l’Euridice 38 Il ducato dei sapienti, 2008, pennachina, mm 200x160. che cerchi è il tuo passo/che ti guidi nel vivo dei dolori/quando si muor di vita a ogni trapasso”) per diventare poesia civile (“Umani cari, due sono i risvegli,/il bel risveglio al mondo ed a se stessi,/la parte di giustizia che ti scegli/…Eccoci, coro dei fiori incivili,/quanto più immane e sociale si vuole,/singola resta la pena del cuore”). Nel secondo libro intitolato Quadri delle Riviera continua il dialogo fra poesia e fotografia che rimangono forme diverse eppure complementari di scrittura. Le foto di Sclocchini non sono più monotematiche, per cui si passa dal dramma del terremoto aquilano ai segni della società consumistica tra mattoni rottamati e quartieri dormitorio, dalle spiagge solitarie dell’Adriatico ai notturni intensi segnati da una falce di luna. Poi improvvisamente sul finale compaiono i crani rasati dei naziskin e le immagini inquietanti della Risiera di San Sabba Le Cento Città, n. 39 e qui ritorna il verso intriso di furore pasoliniano (“Queste teste rasate di pensieri,/bracci levati di putridi fiori/skin tatuati di simboli neri,/gridano e fanno agguati anche qui fuori./…E come ride il giovane nazista,/si risvegliano in noi tutti i terrori;/ma più tu fuggi e ne ignori la vista;/più spuntano ovunque gli orridi fiori”; “Poi il tuono rimbombò sulla Risiera,/e Giove Pluvio sgrondò su San Sabba/fulmini di rabbia e un fiume d’acquaccia/sulla strega nazi, razza nera”). A proposito delle dieci poesie contenute in questo volume, Gianni D’Elia dice che fanno parte di un poema in corso d’opera, “testi che rientrano in un disegno complessivo a cui penso e lavoro da anni, nelle due spinte contrapposte che lo animano: la bellezza e la critica del nostro vivere italiano, mediterraneo, adriatico, tra nulla edonistico (Vacanza, Delitto) e sacro naturale, umanistico”. Vita dell’Associazione 39 Visite e Convegni di Giovanni Danieli San Severino Marche, 19 luglio 2009 Assemblea di chiusura dell’anno sociale 2008-2009 Alberto Pellegrino ha concluso il proprio mandato presidenziale citando le principali tappe del percorso compiuto. Tutti gli eventi, parte dei quali realizzati grazie al patrocinio di numerose istituzioni pubbliche e private, sono stati di ampio spessore culturale e hanno riguardato sia visite alla scoperta delle Marche “minori”, precedute da conferenze illustrative della storia e dell’arte dei luoghi visitati, sia convegni destinati a temi di grande attualità e di rilievo nei programmi di sviluppo della Regione. In tutto sono state compiute dodici visite a musei e pinacoteche, sette ad istituzioni comunali, cinque a mostre nazionali e regionali, otto ad iniziative culturali, dieci a momenti con- viviali. Sono stati inoltre presentati, in occasioni diverse, dodici personaggi marchigiani e promosso uno spettacolo teatrale in omaggio a Joyce Lussu. Il Presidente eletto Walter Scotucci ha quindi illustrato le linee essenziali del suo programma che vedrà il coinvolgimento globale dei Soci; motto dell’anno sarà infatti Fit enim ad portandum facilis sarcina, quam multorum colla sustenant. Nelle ore precedenti l’Assemblea, i Soci avevano avuto l’occasione di visitare il Santuario della Madonna del Glorioso, il Castello di Aliforni con la chiesa di Santa Maria Annunciata ed il Castello di Isola con la torre di vedetta, i resti delle mura e le chiese di San Giorgio Martire e di San Clemente dell’Isola, quest’ultima del XIII secolo. La riunione si è conclusa nella Fattoria Colmone della Marca. Serra San Quirico, 13 settembre Le Cento Città, n. 39 2009 Visita della Mostra di Pasqualino Rossi e del centro storico La mostra raccoglie molte delle opere più prestigiose di questo brillante protagonista del Barocco. È stata allestita nel complesso monastico che comprende anche la chiesa di Santa Lucia senza dubbio la più elevata espressione dell’arte barocca nelle Marche; nella stessa chiesa sono custodite alcune importanti tele del Rossi. Serra San Quirico, con il suo centro storico perfettamente recuperato, le sue mura antiche, le famose “Coppetelle”, il paesaggio circostante, è luogo di suggestiva bellezza, nel quale l’amore e l’impegno civico dei suoi cinquecento cittadini sono assolutamente palpabili. Anche le chiese di San Filippo e di San Quirico meritano una visita, non meno dell’eccellente ristorante La Pianella. Vita dell’Associazione 40 Nel pomeriggio, con la presentazione e la guida illuminata di Maria Luisa Polichetti Canti, sono state visitate le chiese di San Vittore alle Chiuse e di Sant’Elena; una immersione nella spiritualità e nell’architettuta romanica di cui la nostra Regione è particolarmente ricca. Caldarola, 3 ottobre 2009 Il Collezionista, tra buona fede ed incauto acquisto Da un’idea di Luciano Capodaglio e con la collaborazione del Comune di Caldarola è nato un convegno dedicato alla tutela del patrimonio artistico ed alla figura del Collezionista spesso, come sottolinea il titolo del convegno, sospeso tra buona fede ed incauto acquisto. Relazioni, brillantissime, sono state tenute, nell’ordine, da Mario Luni, Mara Silvestrini, Luigi Cortellessa, Daniele Diotallevi, Amedeo Grilli, Fabio Marcelli, Nicoletta Marinelli e Stefano Papetti. Nel pomeriggio, dopo il buffet nel ristorante attivo nello stesso Castello di Caldarola, vi è stata la lettura magistrale di Vittorio Sgarbi che ha raccontato le sue esperienze di collezionista con il gusto dello scrittore e la sensibilità e la passione del collezionista. Al termine del convegno visita della mostra che accoglie alcune delle oltre centocinquanta opere raccolte dal cardinale Giovan Battista Pallotta, attualmente disperse per il mondo ed ora parzialmente, per il tempo di una esposizione, ritornate nel luogo per cui vennero prodotte. Fermo, Monterubbiano, Montefiore dell’Aso, 31 ottobre 2009 Le Marche nei Fioretti di San Francesco. Nella ricorrenza dell’ottavo centenario della Regola e della venuta di Francesco nelle Marche, sono stati progettati dal Presidente Walter Scotucci due itinerari, uno nel Sud l’altro nel Nord della Regione, per visitare i principali luoghi del Francescanesimo, iniziando dalla Custodia Fermana. Il primo itinerario ha preso il via a Fermo con una lettura di Fabio Mariano sull’architettura francescana e con la visita della chiesa di San Francesco, una delle prime nelle Marche dedicata al Santo. A Monterubbiano, successivamente, dopo aver ascoltato la relazione di padre Ferdinando Campana che ha descritto tra l’altro i sette viaggi di Francesco nelle Marche tra il 1208 ed il 1221 e raccontato la storia dei Fioretti, si è inaugurata la mostra ad essi dedicata e dal titolo I Fioretti di Messer Francesco nella terra fermana ed il beato Matteo da Monterubbiano, una increLe Cento Città, n. 39 dibile raccolta, in tante diverse lingue, delle edizioni dei Fioretti pubblicate nei secoli. L’itinerario si è concluso a Montefiore dell’Aso con la visita, sempre guidata dal Presidente, della chiesa di San Francesco che contiene tra l’altro il ciclo pittorico del Maestro di Offida e la sepoltura dei genitori del cardinale Gentile Partino, quest’ultima presentata da Paola Pierangelini. Si è poi passati all’inaugurazione, nella stessa chiesa, della mostra su Le illustrazioni dei Fioretti di Adolfo De Carolis, grande disegnatore, incisore e pittore del secolo scorso. L’itinerario si è concluso con un concerto d’organo del Maestro Alessandro Buffone, presentato da Giovanni Martinelli. Vita dell’Associazione 41 Ancona, 27 novembre 2009 L’evoluzione del Sistema Sanitario nelle Marche. Presso la sede della Facoltà di Medicina, con il saluto del Rettore Prof. Marco Pacetti e del Presidente della V Commissione Sanità Dott. Marco Lucchetti per il Presidente Gian Mario Spacca e del nostro Presidente, si è svolto il decimo convegno che l’Associazione dedica alla Sanità regionale. È stato aperto dalla lettura introduttiva di Carmine Ruta cui hanno fatto seguito le relazioni di Gabriele Frausini, Antonio Aprile, Luciano Capodaglio, Gianpiero Macarri ed Antonio Carlucci, che hanno presentato i mutamenti in fieri e le prospettive della organizzazione ospedaliera nelle Marche, soprattutto nelle zone di PesaroFano, Ancona INRCA - Osimo, Macerata, Fermo, Ascoli Piceno - S. Benedetto del Tronto. Le conclusioni sono state fatte dagli stessi Dottor Ruta e Consigliere Lucchetti. Il Convengo è stato di grande interesse per l’attualità del tema, svolto in un momento di grandi scelte per la futura organizzazione della sanità regionale, e per la qualità dei relatori, quasi tutti giovani, nel segno del rinnovamento. Libri Cinquantadue storie fanesi di Alberto Berardi. Prefazione di Marco Giovenco. Volume di 196 pagine, BCC Fano Editore, 2009. Episodi, vicende storiche della bimillenaria storia di Fano raccontati da Alberto Berardi quasi per aneddoti in cinquantadue successivi articoli apparsi su Il Messaggero ed ora riuniti in un volume edito a cura della Banca di Credito Cooperativo di Fano, con la prefazione di Marco Giovenco. Ogni capitolo riporta la storia di un personaggio fanese o di una vicenda accaduta a Fano, inserita nel contesto del momento storico in cui si è realizzata; sembra, ogni capitolo, accendere un flash che illu- Le Cento Città, n. 39 mina improvvisamente uno scenario nel quale si muovono personaggi maggiori o minori, con la loro nobiltà o con le loro miserie. Il tutto raccontato con il gusto dello scrittore di classe ed il rigore metodologico dello storico che basa le proprie affermazioni su testimonianze accuratamente e pazientemente ricercate. Ne è derivato così un documento storico e nel contempo un’appassionante lettura che non si interrompe se non terminata. (G.D.) Vita dell’Associazione 42 Le Cento Città, n. 39 Vita dell’Associazione 43 Nelle due pagine, da sinistra a destra e dall’alto in basso, nella serie di immagini di Romano Folicaldi: chiesa di S. Maria dell’Annunziata a San Severino Marche, un momento dell’assemblea estiva dell’Associazione, la chiesetta romanica inserita nel cimitero di San Clemente dell’Isola; Serra San Quirico, mostra di Pasqualino Rossi, uno dei camminamenti coperti, le cosiddette “coppetelle”, l’organo di S. Lucia; Maria Luisa Polichetti illustra l’architettura romanica a San Vittore alle Chiuse di Genga; immagini del convegno di Caldarola e della mostra del Cardinal Pallotta, con la partecipazione di Vittorio Sgarbi; Montefiore dell’Aso: ciclo pittorico del maestro di Offida, tomba dei genitori del Cardinal Gentile Partino, il Sindaco, l’Architetto Fabio Mariano, Padre Ferdinando Campana e Marco Belogi nella ex chiesa di S. Francesco; Monterubbiano: inaugurazione della Mostra dei Fioretti nell’ex chiesa di S. Francesco; Fermo: interno della chiesa di S. Francesco. Le Cento Città, n. 39 Controcopertina 45 Marche/Arte di Mario Canti e Francesca Acqua Recita la Convenzione Europea del Paesaggio che: “il paesaggio designa una determinata parte di territorio così come è percepita dalle popolazioni”, ovvero, come più volte abbiamo affermato sulle pagine della nostra rivista, costituisce un fattore “identificativo“ determinante a livello locale, la cui conservazione, cura e trasformazione dovrebbero contribuire, ai sensi di detta convenzione, al miglioramento della qualità della vita e al benessere economico delle comunità. Ci è sembrato possibile ipotizzare che la citazione del paesaggio nell’opera d’arte possa, talora, essere stata concepita come una vera e propria attribuzione al luogo rappresentato dei sentimenti che nell’opera l’artista vuole esprimere; la citazione paesaggistica assume in tal caso un valore espressivo oltre che di ricordo e di identificazione di un determinato luogo. La Crocifissione e i dolenti, 1566-67. Particolare. Urbino, Galleria Nazionale delle Marche. Il paesaggio che si scorge in lontananza, ai piedi della croce, ci offre uno scorcio fuggente della città, vista dal colle delle Vigne, verso porta Santa Maria. Memoria del luogo e poetica dell’artista divengono una espressione unica ed inscindibile che, in qualche caso assume quasi il carattere di un vero e proprio “logo” identificativo dell’artista, una sorta di cifra posta all’interno dell’opera piuttosto che in calce alla stessa. Il Crocifisso sperante, 1604. Madrid, Museo del Prado. Il paesaggio è quello tipico del Barocci. La veduta è dettagliata sia per il Palazzo Ducale come pure per gli aspetti minori della città. La Crocifissione con i dolenti e San Sebastiano, 1986 Particolare. Genova, Cattedrale. Il Paesaggio offre la consueta veduta che l’artista poteva godere dalle finestre della sua abitazione. Le Cento Città, n. 39 Mario Canti, Francesca Acqua 47 Questo sembra essere il caso di Federico Barocci, nelle cui opere appare quasi costantemente la citazione di Urbino, la sua città natale, simbolizzata nella maggior parte delle opere dall’immagine delle logge del Palazzo Ducale (i cosiddetti torricini) ed in altre da squarci particolari della città che fanno da sfondo ai temi di volta in volta trattati. Il ricorrere di queste immagini nei dipinti del Barocci attesta l’amore dello stesso per la sua città, ma anche l’affetto che questi provava verso il suo Signore e protettore, quel Francesco Maria II Della Rovere con la cui morte si estinguerà la casata ed avrà termine l’indipendenza della città di Urbino. Oggi, ripercorrendo la storia di quegli La sepoltura di Cristo, 1582. Senigallia, Chiesa di Santa Croce. Tra i due speroni di roccia, che chiudono verticalmente la scena, si apre uno spiraglio in cui si vedono svettare le due torri della facciata sud-ovest del Palazzo Ducale. Particolare - Annunciazione, 1580 circa. Roma, Pinacoteca Vaticana. Sulla parete di fondo della stanza in cui si svolge la scena, si apre una finestra attraverso la quale si vede un altro degli scorci urbani caratteristici del Barocci, su cui campeggiano in primo piano i torricini e, in lontananza, la chiesa di S. Francesco. Tale veduta, anche se con tagli diversi, verrà riproposta dal Barocci in altri suoi dipinti. Le Cento Città, n. 39 Controcopertina 48 ultimi anni dello splendore urbinate e confrontandola con la serie delle opere del Barocci ci sembra quasi di avvertire in queste una preveggenza del destino che attendeva Urbino. L’immagine dei torricini sembra divenire meno chiara, più fosca, carica di una drammaticità ignota alle prime opere; ma anche queste potrebbero essere delle suggestioni, derivanti dalla intensità dell’espressione artistica e dalla conoscenza a posteriori degli eventi che effettivamente accaddero. La visitazione della Vergine a Santa Elisabetta, 1586. Roma, Chiesa Nuova. Nella veduta oltre le arcate di fondo si riconosce chiaramente la rampa che parte dalla base dei torricini; in lontananza il campanile della chiesa di S. Francesco. La Madonna della gatta, copia dell’originale. Particolare. Mondolfo PU, Chiesa di Sant’Agostino. Cristo appare alla Madonna, 159. Particolare. Firenze, Galleria degli Uffizi. Il paesaggio, anche qui rappresentato tra due speroni rocciosi, ci propone la veduta dei torricini con la consueta angolazione colta dall’abitazione dell’artista. Le Cento Città, n. 39