LAURA MATELDA PUPPINI
O GORIZIA TU SEI MALEDETTA1 … NOTERELLE SU COSA COMPORTO’ PER LA POPOLAZIONE DELLA
CARNIA, LA PRIMA GUERRA MONDIALE, DETTA “LA GRANDE GUERRA.”
Quel Nazionalismo che invase l’Europa …
Correva il XVIII ° secolo quando si consolidarono , in Europa, il concetto di nazione e di stato nazionale,
derivati dall’ unificazione di popoli diversi sotto le monarchie assolute. Prima del 1800, però, il concetto di
nazione implicava unicamente la presenza di una “realtà collettiva” e solo in un secondo momento si
svilupparono i concetti di identità ed appartenenza alla nazione stessa.
Scrive G. Mosse che un rinnovato senso di “comunità” sorse dalla condivisione di rigide regole morali
imposte dalla religione, e che dallo stesso si giunse, poi, al concetto di “nazione” e di “ appartenente ad una
nazione” come di persona con caratteristiche definite ed ereditarie.2
Nel 1800 il concetto di nazione diventò globale ed inclusivo, e la nazione coincise con un popolo, ed
inizialmente con la borghesia, gruppo sociale composto da persone aventi gli stessi diritti e doveri,
superando la dicotomia fra feudatari e plebe. Sempre più si cercarono, in ambito storico, linguistico,
culturale, elementi distintivi per gli abitanti di ogni nazione portando, in tal modo, a sviluppare il concetto
di nazionalità. Il “noi” si sostituì all’io, noi che si fondava sulle caratteristiche evidenziate come comuni agli
abitanti di una nazione, definita anche geograficamente come corrispondente ad un territorio con confini
precisi, e basata su di un unico assetto politico – amministrativo, cioè su un unico Stato. E con la nazione –
stato si venne a consolidare, pure, la discriminazione nelle sue varianti, fino al razzismo.
Un forte concetto di comunità nazionale presuppone una struttura mentale che considera "l'altro " o un
“gruppo omogeneo di altri” diversi da "noi" in modi che possono essere stabili ed insormontabili. Questo
senso di differenza fornisce una base, una motivazione per trattare coloro che vengono considerati diversi
in modi che si potrebbero definire"crudeli ed ingiusti ", se applicati a membri del nostro gruppo di
appartenenza.3 Da ciò al razzismo il passo fu breve. Nell’Europa di fine ‘800 l’insistenza su caratteri
nazionali portò ad avversare coloro che non possedevano tali caratteri, generando odio, intolleranza,
disprezzo verso popoli che vennero definiti, sempre arbitrariamente, inferiori, che si dovevano
sottomettere e portare alla “civiltà”, giustificando il colonialismo e l’imperialismo. E il concetto di nazione
forte presuppose anche un ampliamento dei territori assoggettati. Inoltre si iniziò a vivere alcune comunità,
che si trovavano all’interno della nazione, come pericoli per la stessa. Così nel 1800 riprese vigore
l’antisemitismo, e gli ebrei vennero accusati, in Francia come in Germania, di voler impadronirsi del mondo
intero con un complotto. 4
Una nazione presupponeva un territorio che venne individuato, arbitrariamente, entro confini dettati da
un’ ipotetica identità di usi, costumi, lingua, aspetti culturali. E, piano piano anche singole comunità , che
avevano comunanza di lingua costumi e territorio si identificarono nel concetto di nazione, dando origine a
movimenti nazionalistici autonomistici e per l’indipendenza.
La situazione europea all’ inizio della prima guerra mondiale.
In Francia, ai primi ‘900 vi era un movimento socialista e sindacale in crescita ma anche un forte movimento
nazionalista, violento, autoritario, antisemita, e razzista in espansione, che vedeva non solo negli ebrei un
possibile pericolo, ma anche nei tedeschi. A livello coloniale, nello stesso periodo, la Francia aveva
occupato, in Africa l’Algeria ed annesso la Tunisia ed il bacino del Niger, ed aveva occupato, in Asia, la
Cambogia, il Laos ed il territorio vietnamita.
1
La Gran Bretagna, che vantava, agli inizi ‘900 ancora un primato nei settori dell’industria, commercio e
finanza, iniziò a subire una fase di recessione, che la portò a puntare sull’espansione coloniale, alla ricerca
di nuovi prodotti, ricchezze, mercati.
La Germania, unificata, si affacciava come nuova potenza europea, con un fortissimo esercito ed una flotta
seconda solo a quella inglese.
L’impero austro- ungarico aveva un governo molto centralizzato, scarsa industrializzazione ed una gran
diversità di popolazioni che abitavano nel suo stato: vi erano boemi, moravi, trentini, istriani, galiziani,
sloveni, dalmati, ungheresi, croati, serbi, rumeni, italiani, che rivendicavano anche la propria autonomia
politica.
L’impero ottomano era in disfacimento a causa di gravi problemi interni quali le ribellioni di gruppi alla
ricerca di una indipendenza dallo stato centrale e dei giovani turchi. Questa situazione non poteva che
scatenare, negli stati europei, le mire verso i territori balcanici. 5
La situazione in Italia... e quelle Venezie che si disse dovevano esser liberate.
L’Italia si era unita nel 1861, ma il Veneto, il Friuli e la Carnia entrarono a far parte del Regno d’Italia solo
nel 1866. Ed in quell’anno, come confesserà stupito e rammaricato Quintino Sella, alla notizia della pace
tra Austria e Italia e della scontata annessione all’Italia, in Friuli «non vi fu la più piccola traccia di
manifestazione, come se si fosse trattato di una pace tra la Cina ed il Giappone» . E mai vi furono in Carnia
moti antiaustriaci di popolo .6
A due passi dalla prima guerra mondiale, si può dire che l’Italia era una nazione di recente formazione e
con molte ambizioni.
Nel 1863 il glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli aveva coniato i termini Venezia Giulia, Venezia
Tridentina e Venezia Euganea, unite nelle “Tre Venezie.”
Dopo la creazione del Regno d’Italia, movimenti irredentisti, in particolare a Trento eTrieste, puntarono
all’unificazione di tutti i territori, che si trovavano nelle Tre Venezie, sotto l’Italia, ritenendo gli stessi
geograficamente, culturalmente e linguisticamente italiani.
Ad alimentare l'irredentismo triestino furono soprattutto le classi borghesi in ascesa, le cui potenzialità ed
aspirazioni politiche non trovavano pieno soddisfacimento all'interno dell'Impero austro-ungarico.
Quest'ultimo veniva visto da molti come un naturale protettore del gruppo etnico slavo che viveva sia in
città che nell’entroterra, poi Venezia Giulia, e che, ai primi del Novecento, era in piena ascesa demografica,
sociale ed economica. Ciò spiega come l'irredentismo assunse spesso, nella città giuliana, un carattere
marcatamente anti-slavo, di cui il maggiore teorizzatore fu Ruggero Timeus7. La convivenza fra i vari gruppi
etnici che aveva, per secoli, contraddistinto la realtà sociale di Trieste e di Gorizia, subì pertanto, un
generale deterioramento fin dagli anni che precedettero la prima guerra mondiale.8
Anche in Trentino le spinte irredentiste trovarono nei ceti medi e colti dei centri urbani, così come nel
mondo studentesco, i propri privilegiati bacini di reclutamento. Lo stesso associazionismo nazionale
trentino (dalla Lega Nazionale alla Società degli Alpinisti Trentini) contribuì a tenere alta la tensione
irredentista difendendo l’italianità delle valli “dagli attacchi del pangermanismo”. Sul territorio italiano le
forze irredentiste trentine si coagularono intorno al Circolo Trentino di Milano, fondato nel 1879 su
iniziativa di alcuni trentini esuli impegnati nella realizzazione degli ideali risorgimentali. Ma l’irredentismo
trentino non assunse mai i toni accesi e aggressivi di quello giuliano. Come ha scritto Maria Garbari, «la via
dell’irredentismo, in questa terra, aveva un tracciato proprio che non escludeva incroci con il nazionalismo,
ma non prevedeva nemmeno la confluenza in un unico alveo.» Comunque, quando si dovette decidere per
la neutralità o l’interventismo, gli irredentisti trentini si schierarono per l’intervento armato, ritenendo la
2
guerra un’occasione privilegiata per dare concretezza ai disegni di completamento del processo di
unificazione nazionale. 9
Ma rimasero estranei all’irredentismo i contadini del trentino, gli operai giuliani, i contadini friulani e gli
emigranti carnici presi da ben altri problemi come quello della sopravvivenza.
Alle porte della prima guerra mondiale: interventisti e neutralisti.
Il 28 giugno 1914 avveniva l’uccisione, a Saraievo, dell’arciduca Francesco Ferdinando erede al trono
d’Austria – Ungheria e di sua moglie Sofia per mano del diciannovenne studente serbo Gavilo Princip
membro della Mlada Bosna (Giovane Bosnia), un gruppo politico che mirava all'unificazione di tutti gli
"jugoslavi" cioè di tutti gli Slavi del sud. A questo punto l’impero Austro- ungarico dichiarò guerra alla
Serbia, dando inizio alla prima guerra mondiale, che però fu causata anche da molti altri problemi, tensioni,
rivendicazioni, aspirazioni della borghesia più che degli strati poveri della popolazione.
Comunque l’ultimatum dell’ Impero Austro – ungarico alla Serbia fu tale da permettere al governo italiano ,
allora impegnato nella Triplice Alleanza10, di dichiarare la neutralità dal conflitto. La neutralità italiana aprì
un dibattito che coinvolse partiti e organi di stampa che presero posizione rispetto alla scelta governativa.
Neutralista fu sempre Giovanni Giolitti che riteneva la guerra una prova durissima e rischiosa per l’Italia.
Ma mentre le polemiche infuriavano e le manifestazioni di piazza si succedevano, anche in un clima di
violenza come quello creato dall’interventista D’Annunzio a Roma, che chiedeva il linciaggio di Giolitti, il
governo Salandra stipulava, nel marzo 1915, il “Patto di Londra” che impegnava l’Italia ad intervenire
contro gli imperi centrali in cambio del Trentino, del Sud Tirolo e dell’Istria, esclusa Fiume e la Dalmazia, di
eventuali compensi nella Turchia meridionale in caso di spartizione della stessa, e di un equo compenso
coloniale nel caso di ulteriori domini coloniali di Gran Bretagna e Francia a spese della perdente Germania.
Con il patto di Londra Salandra e Sonnino, allora ministro degli esteri, che lo avevano voluto, fecero
precipitare l’Italia in una guerra che avrebbe fatto oltre 600.00011 morti fra i soldati italiani ed altre vittime,
aperto la porta al fascismo, e creato mille problemi alla popolazione. E coloro che andarono soldati non a
caso cantavano, senza farsi molto udire, «O Gorizia tu sei maledetta, per ogni cuore che sente coscienza,
dolorosa ci fu la partenza e per molti ritorno non fu».12
E quel 1914 fu una tragedia per il Friuli e per la Carnia, terra di confine e di emigrazione …
E dovettero rientrare gli emigranti senza salario e senza speranza….
Circa un mese dopo l’assassinio di Sarajevo, ebbe dunque inizio la prima guerra mondiale, che vide l’Italia
assumere una posizione di neutralità. Il 3 agosto 1914 il Consiglio dei Ministri intimava alla popolazione di
rispettare le norme del diritto internazionale per la neutralità; venivano richiamate alle armi le classi 1889 e
1890; veniva stabilito, per quanto riguardava la provincia di Udine, che il territorio di tutti i Comuni
compresi nei distretti amministrativi di Ampezzo, Cividale, Codroipo, Gemona, Latisana, Maniago, Moggio,
Palmanova, Pordenone, San Daniele, San Pietro al Natisone, Spilimbergo, Tarcento, Tolmezzo ed Udine,
fosse soggetto a polizia militare.
Gli effetti della conflagrazione europea, poi, non mancarono di farsi sentire in Friuli e, fin dai primi giorni di
quel mese di agosto, incominciò il rimpatrio degli emigranti dagli stati in guerra, che, con il loro forzato
ritorno, effettuato in tristissime condizioni, mostravano lo spettro della miseria.
Lo scoppio della prima guerra mondiale «interrompeva bruscamente tutte le feconde iniziative innovatrici
della classe operaia. Nell’agosto dello stesso anno tutti gli emigranti italiani nei Paesi Europei furono
scacciati e furono costretti a rientrare nella loro Patria. La marea fluttuante dei diseredati ripercorreva a
ritroso la triste Pontebbana a dividere le miserie dei loro cari. »13
Il rovesciarsi della massa di mancati emigranti nel Friuli non fece che aumentare le difficoltà che si erano già
fatte sentire per l’interruzione dei traffici con l’Austria.
3
«Migliaia e migliaia di lavoratori delle fornaci, delle miniere, delle tessiture, della edilizia affluirono in pochi
giorni dai vari centri della Monarchia austro – ungarica a Pontebba, congestionando le ferrovie, intasando
le strade e portando nel paese, e giù giù in tutta la vallata, penoso spettacolo del loro esodo. Né si poteva
farli proseguire sulle ferrovie italiane perché gli emigranti che la tempesta ributtava ributtava in Patria,
erano privi di denaro e con sé avevano solamente lo scarno bagaglio, né le autorità, prese alla sprovvista,
avevano disposto per un rapido smistamento degli stessi.
La maggior parte di questi infelici, i primi a provare le conseguenze della guerra, erano rimpatriati senza
avere neppure percepito il salario, che per consuetudine, eccettuato quello in viveri, veniva loro pagato al
termine della stagione migratoria.
Molti di essi erano stati licenziati con appena pochi denari necessari al viaggio in territorio austriaco,
adducendo i datori di lavoro l’impossibilità di pagare a causa della moratoria delle Banche.»14
Lungo il tragitto che li riportava a casa, i mancati emigranti trovarono però persone che li soccorsero ed
aiutarono, pensando che si trattasse di rimpatriati che erano stati richiamati alle armi per la prossima
entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Austria, a cui era legata dalla Triplice Alleanza. Ma non fu così.
Il 5 agosto 1914 a Pontebba si trovavano ormai concentrati ben 4000 emigranti ed altrettanti alla stazione
di confine di San Giorgio di Nogaro. Nei giorni successivi il numero andò ancora aumentando in modo
impressionante mettendo in imbarazzo le autorità italiane, non preparate a quell’esodo.
« Agli ultimi di agosto su 80.000 persone all’incirca, che ogni anno dalla Provincia di Udine si recavano, da
aprile a novembre, a lavorare in Austria – Ungheria, in Germania, in Svizzera, in Francia e nei paesi
balcanici, circa 53.000 avevano già fatto ritorno.»15 Era impensabile aiutare tutti con una sola elargizione ad
ognuno di una somma di denaro e i Deputati friulani, riunitisi il 12 agosto presso il palazzo della Provincia,
decisero di dare corso ad importanti ed urgenti lavori, per i quali le pratiche erano ormai chiuse, oltre che
di inviare un dettagliato memoriale sulla situazione venutasi a creare in Friuli, al Presidente del Consiglio.
In detto memoriale si sottolineava come, dal 1866, anno dell’ annessione all’Italia, il Friuli non avesse mai
chiesto nulla al governo, provvedendo da solo a sviluppare le industrie, estendere i commerci, diffondere
l’istruzione, coltivare terre incolte, perfezionare l’agricoltura. Ma poiché tutto ciò non bastava a
mantenere tutti, metà dei suoi figli emigravano, ogni anno, in tutti i paesi d’Europa, ove svolgevano al
meglio attività lavorativa, riuscendo a portate in Patria un certo benessere. Ed il Friuli nulla aveva chiesto
neppure nei periodi di relativa crisi, sopperendo da solo . Ma ora la situazione era gravissima. Stretti dal
bisogno, per la prima volta in cinquant’ anni, ci si rivolgeva al Governo, non riuscendo a provvedere
Comuni, Provincia e privati con largizioni, a tutti. Il Governo spronò i Comuni a far eseguire agli operai,
senza lavoro, opere pubbliche, sposando quanto ipotizzato dai Deputati friulani, ma la situazione richiedeva
aiuti immediati e consistenti. 16
«La provincia di Udine – scrive Giuseppe Del Bianco – aveva sempre dato il maggior contingente alla
emigrazione temporanea, per lo più incanalata verso l’Austria e la Baviera. La stagione migratoria del 1914,
prima per il suo stentato e ritardato avviamento, poi per la sua chiusa affrettata e disastrosa, rese ai nostri
operai poco più della metà di quanto soleva dare (in media gli emigranti friulani importavano dall’estero
ogni anno 30 milioni di lire); (…), tenuto conto che i più coraggiosi e coloro che si trovavano a lavorare in
Romania ed in altri paesi non ancora in guerra, rimpatriarono nel novembre, a stagione finita. Il Friuli si vide
così improvvisamente aumentare di circa un decimo la sua popolazione normale; nell’ottobre 1914 erano
già rimpatriati circa 62.000 emigranti, che salirono nel dicembre a 83.275 quando i lavoratori agrari normali
trovavansi nel periodo di stasi invernale, quando la impressionante preoccupazione politica ed economica
consigliava tutti ad un regime di più stretta economia.» 17
Venivano a mancare il lavoro, i soldi ed il carbone, e le industrie dovevano chiudere, c’era chi faceva incetta
di generi alimentari che iniziavano a scarseggiare ed aumentavano di prezzo.
Il 7 agosto 1914 la Giunta comunale di Udine era costretta a prendere provvedimenti a causa della guerra
che aveva coinvolto l’Europa. In questo documento si possono già leggere le conseguenze del conflitto
sulla popolazione friulana.
4
«Provvedimento per rendere meno gravi le conseguenze della guerra. –
La Giunta
constatato che immediata conseguenza della guerra è il rimpatrio di tutti gli emigranti,
che altra conseguenza è il pericolo di aumento del costo dei viveri per incetta o per privata speculazione,
che in dipendenza della crisi monetaria e della mancanza dei carboni molte industrie vengono a trovarsi in
gravi difficoltà, il che può fatalmente dare origine ad una generale e forzata disoccupazione,
ritenuto essere doveroso che l’amministrazione comunale concorra, e con opera propria ed eccitando
provvide iniziative, a rendere meno gravi le sopracitate conseguenze,
delibera
a)Per il rimpatrio degli emigranti di concedere apposito locale per ricovero temporaneo, di fare premure
all’Ufficio pubblico gratuito di collocamento ad esercitare verso i lavoratori rimpatriati, con speciale
interessamento e sollecitudine, la sua provvida azione;
b)per il rincaro dei viveri di delegare al Sindaco la costituzione di una Commissione di sorveglianza sui prezzi
dei generi di prima necessità al fine di ravvisare i mezzi più adatti ad impedire eventuali artificiosi
elevamenti; ( il primo calmiere reca la data del 28 agosto 1914)
c) per la disoccupazione e per la crisi del lavoro di incaricare il Sindaco, di fronte all’eventualità di chiusura
degli stabilimenti industriali, a prendere intelligenze con l’on. Presidenza della Camera di Commercio e coi
direttori ed amministratori dei citati stabilimenti per esercitare tutte quelle azioni che possono allontanare
il pericolo di una maggiore disoccupazione.»18
Inoltre da una inchiesta eseguita con dati pervenuti dalla Regia Sotto – Prefettura e raccolti dall’Ufficio
Provinciale del Lavoro risultava che « i rimpatriati, nel 1914, si potevano così classificare a seconda dei
Distretti di appartenenza:
CIVIDALE
GEMONA
PALMANOVA
PORDENONE
SAN DANIELE
SAN VITO AL TAGLIAM.
SPILIMBERGO
TOLMEZZO
UDINE
NO EMIGRAZIONE
4.992
15.385
4.456
10.687
10.142
5.154
11.937
16.442
4.080
DISOCCUPAZIONE
3.417
9.967
3.378
6.505
5.333
3.085
10.448
14.603
1.935
BISOGNOSI
1.902
7.615
2.089
3.917
4.238
2.110
8.155
11.755
1.567
TOTALI
83.275
58.711
43.348
e secondo la loro professione:
MURATORI
MANOVALI, STERRATORI
FORNACIAI
SCALPELLINI, TAGLIAPIETRA
TERRAZZIERI, MOSAICISTI
MINATORI
BOSCAIOLI, FALEGNAMI, FABBRI
31.940
16.100
25.330
2.500
2.578
2.308
2.579
La Prefettura di Udine – scrive Del Bianco- fu all’altezza della situazione ed i funzionari, ed in special modo
quelli della 4a Divisione, con a capo il dott. Giuseppe Castellani, si sacrificarono con un lavoro estenuante
perché le pratiche non rimanessero ferme a sbadigliare negli archivi polverosi.
5
Da notarsi poi che il Comitato di Soccorso, il quale incominciò a funzionare il giorno 16 agosto 1914 e si
sciolse il 17 maggio 1915, elargì in sussidi appena lire 91.616,96!»19
La situazione che si era venuta a creare nella provincia di Udine, spinse Michele Gortani a scrivere una
lettera al Presidente del Comitato di Soccorso pro emigranti e disoccupati, alla quale allegava anche una
propria personale offerta in denaro.
« Mi duole – scriveva Gortani - di non poter prendere parte alla prossima seduta del Comitato di soccorso
pro emigranti e disoccupati. Ma tengo ad esprimerLe la mia opinione su ciò che ora occorre di fare.
Il Friuli non ha corrisposto come doveva ai nostri appelli ripetuti. Per troppo tempo non fu compresa,
neppure nella nostra Provincia, la reale gravità dei bisogni che dalle nostre indagini risultavano e che il
ragionamento ci dimostrava destinati ad accrescersi in proporzioni sempre più vaste.
Ma oggi che la miseria dilaga infrenabile e raccapricciante, nessuno, per poco che possa, deve rifiutare il
suo obolo.
Vorrei dunque che il Comitato, pur invocando nuovi aiuti dal Ministero e dagli Enti Pubblici, aprisse una
nuova sottoscrizione “per gli affamati” soprattutto donne e bambini; e che la distribuzione venisse in minor
misura a Udine ed in misura assai più larga nei Comuni più miseri e più abbandonati della provincia.
Le accludo un’ offerta, confidando che il Comitato accolga l’idea, e che il risultato concreto dimostri ancora
una volta la fratellanza stretta fra tutti i figli della nostra piccola Patria.
Con deferente rispetto f.to M.Gortani» 20
E quegli operai senza lavoro, che credevano nel socialismo, manifestarono, invano, contro la guerra e per
la neutralità dell’Italia.
Le ripercussioni economiche della guerra portarono ben presto nelle masse operaie, più provate,
malcontento ed agitazione. Inoltre anche i socialisti neutralisti scesero nella piazze, urlando il loro “no” alla
guerra.
Si ebbero riunioni definite “tumultuose” e manifestazioni, di cui la prima, sotto forma di comizio, si svolse il
13 settembre 1914.
Lo stesso giorno i socialisti udinesi si riunirono e affermarono che: « i lavoratori di tutti i paesi, passate le
bufere, dovevano stringersi in formidabile famiglia internazionale di fratelli, dimentichi degli stupidi odii
nazionali , consci del loro dovere di combattere tutte le borghesie» e invitarono i compagni a sostenere la
neutralità italiana, in una guerra che ritenevano voluta solo dalle grandi potenze per i loro interessi.
«No alla guerra sia per lo knut russo sia per il bastone tedesco», fu il motto dei socialisti neutralisti. 21
Ma la posizione dei socialisti non fu unanime perché l’ala riformista del partito si attestò su posizioni
interventiste, ed in Carnia interventisti furono Riccardo Spinotti e Vittorio Cella, appartenenti a quest’ area
politica.
6 settembre 1914, infatti, i socialisti riformisti approvarono a Roma il seguente ordine del giorno:
«La "Direzione Centrale del Partito Socialista" riformista e il Gruppo parlamentare, di fronte alle vicende del
conflitto provocato dagli Imperatori di Germania e d'Austria-Ungheria per il predominio austriaco sulla
Serbia e per essa sulla penisola balcanica, nonché per il trionfo quasi definitivo dell'egemonia germanica;
mentre affermano che la dichiarazione di neutralità dell'Italia fu una doverosa sconfessione dei disegni di
violenza e di rapina di cui insidiosamente i due imperi tendevano a farne complice l'Italia; affermano altresì
che con questo atto, che deve essere interpretato secondo sincerità politica e in accordo con la coscienza
del popolo italiano, il trattato della Triplice ha perduto ogni effettiva consistenza essendo venute a
mancare, per fatto dei due contraenti, le ragioni essenziali di esso, e cioè il mantenimento delle pace
europea e la garanzia contro le espansioni e il predominio austriaco nella penisola balcanica; ritengono
inoltre che con la dichiarazione di neutralità il popolo d'Italia non ha inteso disinteressarsi alle vicende ed ai
risultati del conflitto, destinato a ripercuotersi sulla vita politica, morale ed economica di tutte le nazioni;
che, al contrario, esso ben avverte quale minaccia porterebbe allo sviluppo democratico il trionfo degli
6
Imperi centrali, mentre la vittoria della Triplice intesa, essendo vittoriosa sulle forze e sulle tendenze più
spiccatamente militariste, aprirebbe il varco alla possibilità di un generale disarmo, che permetterebbe
all'Europa di rivolgere le sue energie alle grandi opere di pace e di civiltà, e permetterebbe al proletariato di
tutti i paesi di svolgere le sue rivendicazioni per la giustizia sociale, onde in definitiva le forze armate della
Triplice Intesa operano nel senso di una rivoluzione democratica e socialista; che anche dal punto di vista
nazionale, in accordo con gli interessi proletari, la vittoria degli Imperi centrali avendo per conseguenza
ineluttabile il prevalere dell'Austria-Ungheria sulla penisola balcanica creerebbe all'Italia il pericolo di
vedersi ridotta alle condizioni in cui con la sua nota l'Impero austro-ungarico vuole ridurre la Serbia, donde
il perpetuarsi di uno sforzo d'armamento da cui sarebbe paralizzata ad esaurita ogni potenzialità del nostro
Paese; che, da ultimo, il popolo d'Italia non può dissimulare per egoistiche considerazioni le proprie
solidarietà fraterne col Paese della grande rivoluzione, che invaso oggi dagli eserciti imperiali, attraverso la
violata neutralità dell'eroico Belgio, trova la sua difesa nel proletariato socialista che dà il suo sangue sui
campi di battaglia, mentre accetta nell'ora della sciagura nazionale la responsabilità del Governo; per
queste ragioni fanno voto che il Governo italiano interpreti nei suoi atti la proclamata neutralità, non quale
rinuncia preventiva ed assoluta ad ogni intervento nel conflitto e meno come aiuto indiretto agli Imperi coi
quali deve intendersi rotta ogni dichiarazione di alleanza, ma la esplichi con rivendicata libertà d'azione da
svolgersi secondo i criteri suindicati, nel momento e nelle forme più opportune, previe le deliberazioni
dell'assemblea nazionale».22
Ed interventista fu pure il Partito Radicale, che riteneva che l’Italia dovesse entrare in guerra per
energicamente tutelare i propri interessi definiti e valutati secondo gli elementi nuovi della situazione e
prescindendo dai criteri ai quali si uniformava lo Stato di transizione e di adattamento prima della guerra;
per non lasciar trascorrere il momento di rivendicare i confini naturali, compiendo così una lunga
aspirazione non mai abbandonata; per far pesare nella maggior misura possibile, all'atto della definizione
del nuovo assetto internazionale, la propria influenza allo scopo di tutelare le sue supreme esigenze
nazionali e al tempo stesso i principi di nazionalità e di ossequio al diritto in nome dei quali l'Italia
riconquistò la sua unità di Nazione. Si augurava, pertanto, che il Governo, considerasse «con animo
risoluto, con meditato ardimento e con fiducia nelle energie del Paese, la mirabile coincidenza degli
interessi economici e politici della Patria con gli interessi ideali della civiltà che gli impongono ormai il
gravissimo ma imprescindibile dovere di mutare la neutralità dell'Italia in attiva partecipazione al
conflitto».23
E si attestò su posizioni interventiste anche il Partito Repubblicano: il 7 settembre 1914, la sezione romana
di detto partito approvava all'unanimità il seguente ordine del giorno:
«La sezione repubblicana romana, di fronte alle vicende del conflitto europeo, mentre si associa alla civile
protesta contro l'offesa del diritto delle genti e gli eccessi di ferocia bellica degli eserciti tedeschi
culminante nella distruzione della città di Lovanio, constata che la presente situazione internazionale
implica il fallimento della politica triplicista seguita all'infuori del sentimento popolare durante trent'anni
dal regno d'Italia; afferma che, se la riconquistata libertà d'azione ci ha consentito la neutralità, questa non
potrebbe essere mai accolta come sinonimo di oblio delle tradizioni e rinunzia alle aspirazioni nazionali;
riconosce pertanto nella parte repubblicana, in coerenza del suo passato storico, il dovere di un'azione
diretta a impedire che pavidi opportunismi sorgano a certa ora a sopraffare la corrente dei sentimenti e le
rivendicazioni dei diritti italiani».24
Ma neutralisti erano, oltre i socialisti massimalisti, gli operai e gli sfruttati, anche carnici, che avevano già
iniziato a pagare sulla propria pelle il conflitto. E la loro posizione non mancò di farsi sentire.
7
E gridavano il loro dissenso gli operai disoccupati, gli sfruttati, le donne …e il 28 febbraio 1915 vi fu il
grandissimo comizio neutralista di Villa Santina.
Il 28 febbraio 1915, a Villa Santina, fu organizzato un grande comizio contro la guerra, per la neutralità
dell’Italia, e per chiedere pane e lavoro.
«Le autorità prevedendo che il comizio di Villa Santina avrebbe potuto degenerare, vi posero il veto, ma “ad
onta del divieto governativo e di quello del V. Prefetto dott.Bottecchio”, furono circa “5.000 gli intervenuti,
innumerevoli i sodalizi aderenti e 50 i vessilli” che risposero all’appello, e si “poteva avere una folla almeno
doppia” se la polizia e gli avversari non avessero fatto propaganda per trattenere i lavoratori a casa con la
scusante “della nota livragazione del diritto di riunione in tutta Italia.»25
Così descrive Osvaldo Fabian, che ne fu uno dei protagonisti, la grande manifestazione di Villa Santina
contro la guerra.
« Non c’era nessuna proficua occupazione di lavoro , un inverno durissimo, fame, disperazione e miseria.
Gli animi si esasperavano con ritmo ognor più crescente, mentre lo spettro della guerra si profilava anche
per l’Italia come un pauroso fantasma. L’oro di Barrère26 assoldava la ciurma guidata dal traditore
Mussolini. Sulle piazze d’Italia avvennero i primi scontri tra gli interventisti ed i neutralisti. Prato27 ormai
antesignana di lotte, non poteva restare né inerte né indifferente. I suoi organismi si mossero decisi. La
Società Operaia, il gruppo anarchico, e la sezione Socialista, si fecero promotori di una grande
manifestazione, da tenersi a Villa Santina il 28 febbraio 1915.
Contro la disoccupazione! Contro la guerra! Da Prato vennero diramati tutti gli inviti agli organismi
d’avanguardia della Carnia.
Forse quella manifestazione fu la più bella e nobile battaglia di quella generazione di pionieri del
Socialismo.
Era una grigia e gelida mattina, un lungo corteo di uomini, intabarrati, di donne e di ragazzi da Prato si
snodava lentamente come una serpe nell’angusta carreggiabile verso Villa Santina distante 18 Km.
In testa alla lunga colonna, garrivano nel vento le bandiere del lavoro. Le note allegre della fanfara
rompevano la monotonia della valle. Settecento cittadini di Prato marciavano incolonnati con ordine dietro
i loro simboli. Al passaggio dei crocicchi e delle frazioni sottostanti, gruppi di altri lavoratori erano lì, con le
loro bandiere, ad attendere quelli di Prato.
Un urlo, e un evviva!
E come per natura, i vari ruscelli discendendo a valle si univano al troncone maggiore.
Così la marea nereggiante frastagliata dal rosseggiare delle loro bandiere discendeva le valli.
Al ponte di San Michele, a qualche Km. da Villa Santina, due staffette ansanti si fanno incontro al corteo. La
moltitudine si arresta, ordinata come una legione. Breve parlamentare dei responsabili, infine uno di essi,
salito su un muricciolo, comunica alla folla impietrita: «La Questura ha proibito il comizio di Villa, e ingenti
forze militari e di polizia presidiano la località. Che cosa dobbiamo fare?
Un urlo possente, come il fragore di una valanga, prorompe dalla folla: “ A Villa! A Villa!”
Dopo alcune raccomandazioni equilibrate e calme uno squillo di tromba suona l’ “avanti”.
I visi pallidi, la lunga colonna si muove ordinata scandendo il passo al ritmo degli inni della fanfara.
La lunga colonna raggiunge così le prime case dell’abitato di Villa. Allo sbocco della valle, ove la visuale si
spazia più vasta. (sic!). Ed ecco la scena: sulla strada di Lauco una folta schiera di lavoratori con le loro
bandiere stazionava; un altro gruppo, proveniente dalla Val Tagliamento era lì ferma ad Esemon; infine si
poteva scorgere più lontano, nella “Forchiata” un’altra falange proveniente da Verzegnis.
Probabilmente i vari gruppi avevano ricevuto lo stesso ordine di proibizione ed erano lì fermi ed indecisi ad
attendere. E fu un attimo veramente impressionante ed indescrivibile.
Dai vari gruppi in attesa, appena videro spuntare la marea di Prato, proruppe un urlo possente e
minaccioso: un urlo che sembrava ruggito di leone, s’incrociò nell’etere del centro carnico.
E le note dell’internazionale e dell’inno dei lavoratori riecheggiava nella Valle.
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Le varie colonne dei Lavoratori, provenienti da tutte le valli, s’inoltrarono nell’abitato.
L’ordine di proibizione del Comizio aveva esasperato gli animi.
Un imponente schieramento di forze d’esercito e di polizia aveva bloccato i punti nevralgici, tentando di
mantenere divisi ed isolati i vari gruppi e vietare così l’accesso alla piazza principale.
Questo piano della P.S. riuscì fino ad un certo punto. Difatti la colonna di Prato fu deviata per una via
laterale e convogliata verso il piazzale della stazione ferroviaria.
Dal balcone dell’Albergo Italia E. Piemonte28 parlò alla folla, illustrando la protesta dei Carnici contro la
disoccupazione e la minaccia della guerra. Non mancò, come rientra nel suo temperamento, l’esortazione
alla calma.
A sua volta prese la parola il Sindaco di Villa Santina Venier29, quasi spaventato, implorando la calma.
Ma i lavoratori non si ritenevano soddisfatti. Essi volevano raggiungere la piazza principale e ricongiungersi
ai restanti gruppi che le forze dell’ordine tenevano isolati. Finiti i discorsi e le varie esortazioni alla calma,
nel centro della Carnia l’atmosfera era diventata pesante e minacciosa. Le folle, istintivamente,
straripavano da ogni direzione e pressavano gli schieramenti della P.S.
La strada che dal piazzale della stazione porta alla piazza del centro, era bloccata da cordoni di carabinieri e
da agenti di Polizia. Altri reparti di carabinieri e di alpini, in pieno assetto di guerra,sostavano nei cortili
adiacenti pronti ad intervenire. La strada stessa era bloccata circa nella sua metà. Questa volta i Carnici
erano decisi come non mai. E la marea si mosse come un’ariete. I più animosi e giovani passarono in prima
fila (Compreso lo scrivente). Il cordone di carabinieri e degli agenti era là, fermo come una muraglia umana.
Un signore, probabilmente il questore in persona, si staccò dal gruppo seguito da altri che lo attorniavano.
Un carabiniere con la tromba a tracolla seguiva il gruppo. Pallido, quel tale signore prese di mano a un suo
collega un involto.
Era la ormai classica sciarpa tricolore che subito cinse frettoloso30, impartendo alcuni ordini impercettibili
tra l’urlo di grida e di clamori. Uno squillo di tromba; rintuonò: “Attenti”.
Era suonato da un carabiniere. Un fremito indicibile scosse gli animi.
Immediatamente un trombettiere della nostra fanfara suonò con più forza: “Riposo”.
Il frastuono e le grida erano diventate assordanti. Dai cortili uscivano altri reparti armati, baionette inastate
ed a passo di carica, verso la muraglia umana che non indietreggiava, ma si stringeva sempre più compatta.
La scena diventava sempre più drammatica. Gli squilli si susseguivano agli squilli come un forsennato
dialogo, tragico e beffeggiante.
Il questore stretto dalla calca, sospinse per il petto una giovane e bella donna di Prato.
Immediatamente questa, facendosi largo, vibrò al funzionario due sonori ceffoni in faccia.
La situazione diventava sempre più drammatica.
Gruppi di animosi erano spariti improvvisamente.
Erano saliti sui tetti delle case adiacenti e maneggiavano le tegole pronti a colpire.
Altri con gli strumenti necessari avevano raggiunto altre posizioni elevate negli edifici, pronti a tagliare le
comunicazioni telefoniche e telegrafiche.
Frattanto nella strada gli scontri proseguivano e si localizzavano con crescente violenza.
Un animoso dimostrante aveva strappato il moschetto ad un carabiniere, e se lo teneva minaccioso con le
mani insanguinate. Altri carabinieri venivano disarmati in un batter d’occhio. Altri dimostranti s’infilavano
tra gli alpini, che subito fraternizzavano: erano piemontesi figli di lavoratori anch’essi. I cordoni si
infransero. Il questore era lì, nel quadrato protetto dai suoi scherani, impotente e sbiancato come una
statua di marmorea.
La folla aveva vinto. E la marea passava ed urlava come una valanga.
Si ricongiunse agli altri gruppi nella piazza centrale al grido di: “Abbasso la guerra!”
Il questore scomparve. »31
Secondo quanto riportato da altra fonte: «Il questore, trovato dapprima un rifugio in un cortile con le sue
truppe sbandate, montò poi su un camion dileguandosi»32; fu quindi «permesso il corteo per il paese e il
comizio in piazza; dalla terrazza dell’albergo Cimenti si susseguirono diversi oratori tra cui i socialisti
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Piemonte e Renzo Cristofoli, e anarchici di cui uno “non riusciamo a sapere il nome”, che dopo aver esposto
le condizioni di miseria dei lavoratori, stigmatizzò la guerra, dicendone “di tutti i colori” agli interventisti,
l’anarchico “Giovanni Frezza di Verzegnis”, il quale “è più volte interrotto dal delegato di P.S. ed applaudito
ogni qual volta impreca alla guerra” e poi molti altri ancora che “ne dicono di cotte e di crude contro la
guerra e ogni volta che se ne parla è un solo grido che irrompe da 5.000 petti: “abbasso la guerra”. Venne
infine approvato un ordine del giorno in cui si richiedeva “l’immediato finanziamento dei lavori pubblici per
porre efficace rimedio alla terribile ed imperversante disoccupazione”; i socialisti approvarono anche un
altro ordine del giorno, secondo il quale “il proletariato carnico avrebbe dovuto levare alta la sua voce di
umana protesta contro l’ubriacatura imperialista imperversante in Italia”; la manifestazione si sciolse al
grido di “abbasso il governo ... vogliamo il pane!, a morte gli affamatori, viva la rivoluzione sociale, viva
l’anarchia! Viva l’internazionalista”.» 33
«È interessante notare – scrive Massimo Dubini - come la stampa evidenzi il coraggio e la massiccia
presenza delle donne della Val Pesarina in testa al corteo; ben 150 donne partirono da Prato Carnico a piedi
alla volta di Villa Santina per reclamare pane ai loro figli, queste “marciano in testa alla colonna e suscitano
in tutti un’ondata di commozione e di entusiasmo”, e furono loro “le prime a lanciarsi contro le baionette”;
La Patria del Friuli parla di “ragazze scalmanate” che gesticolano come ossesse al grido: “in piazza!
andiamo in piazza! evviva l’anarchia” e descrive una donna di Prato che “sventola la bandiera nera sotto gli
occhi dei pazientissimi carabinieri” mentre la marea di gente si agita, spinge, sospinge nei primi
tafferugli.»34
E vi furono : «colluttazioni- squilli-discorsi anarchici» e vi furono «donne e bambini con cartelli riportanti le
scritte: “Lauco: pane non piombo”, “pane e lavoro”, “lavoro non guerra”, “morte al regno della morte”,
“morte alla guerra”, “adunatevi: è giunta l’ora”, “noi donne per i nostri figli domandiamo pane e lavoro”,
“abbasso la guerra e viva l’anarchia”.»35
Secondo Fabian, dopo l’allontanamento del questore: «La truppa venne ritirata. Nella piazza stazionava
ormai solo un piccolo nucleo di carabinieri. I lavoratori l’avevano conquistata duramente.
Venne individuata una tribuna: la pesa pubblica, dominante la piazza. Un operaio di Prato, Fabian
Giacomo36, venne sospinto ed aiutato dai compagni a salirvi.
Dall’improvvisata tribuna venne arringata la fola entusiasta.
Seguì dalla stessa tribuna un operaio di Verzegnis, Boria ed altri operai, improvvisati oratori.
La indimenticabile manifestazione veniva chiusa dal suono dell’Internazionale e dell’Inno dei Lavoratori fra
l’entusiasmo dei dimostranti.»37
E continua Fabian dicendo che un’altra manifestazione contro la guerra si svolse a Prato in occasione del I°
maggio. «Erano gli ultimi aneliti di protesta e di rivolta.
E così si chiudeva il ciclo di una generazione di lotte operaie. Lo spettro orribile della guerra ghignava
all’orizzonte come uno spettro terribile ed immane.
Da Prato vennero deportati alcuni elementi che si ritenevano pericolosi: O. Puntil38, A. Casali39, G. Cleva40, e
G. Petris41, ( la stessa che aveva schiaffeggiato a Villa S. il questore).
Vennero confinati a domicilio coatto ad Avezzano.
Altri esponenti politici operai vennero diffidati e sorvegliati nelle loro abitazioni.»42
Così invece descrive la manifestazione Giuseppe De Bianco: «Il conflitto sembrava inevitabile ed imminente
quando il consigliere comunale Marco Renier, al ballatoio di una casa, esortò alla calma quella moltitudine,
che voleva sfondare il cordone di truppe per entrare in paese, e facendo presente essere ben riuscita la
manifestazione di compattezza, per l’adesione totalitaria dei sindaci della Carnia e del Canal del Ferro,
disarmò gli animi. A lui si unirono gli organizzatori doc. Ernesto Piemonte e Renzo Cristofoli di Treppo C.co 43
e il comizio si sciolse dopo grida ed invettive contro il Governo, contro gli “affamatori” e la “sbirraglia”, con
cui reclamavasi “l’immediato finanziamento dei lavori pubblici”. Questi erano elencati in un memoriale
presentato al Prefetto sin dal settembre 1914.
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L’ordine del giorno plaudiva poi al proposito manifestato da tutti i sindaci di presentare collettivamente le
dimissioni, ove non si fosse provveduto, entro il 30 marzo, all’inizio dei lavori “per porre efficace rimedio
alla terribile ed imperversante disoccupazione”».44
E si giunse, fra fame, disoccupazione, e richiami sotto le armi degli uomini “validi”, al 24 maggio, a quel “
maggio radioso …
« Il 24 maggio 1915 “Il maggio radioso “ La guerra divampa furiosa. Aveva inizio il martirologio della Carnia,
di questa Carnia eroica. - scrive Osvaldo Fabian - Bandi, proclami , ordinanze, coprivano o muri delle
borgate carniche ammutolite.
Linguaggi furenti e perentori.
“Noi, tenente generale … nel nome di S.M. il Re… decretiamo, ordiniamo, … i trasgressori saranno puniti…
ecc.”
“Tutti gli uomini validi delle classi… sono chiamati alle armi… “
Sulle vallate della Carnia calavano le tenebre.
Coprifuoco ed altre restrizioni rintanavano i poveri abitanti muti e perplessi.
Gli operai venivano mobilitati a scavare mulattiere e strade verso le vette di confine; a sospingere i cannoni
a mano e con corde, nelle impervie salite. E i cannoni tuonarono, lacerando la quiete di quelle vette
solitarie, rintronando cupamente nelle valli. Il cielo si illuminava di sinistri bagliori di fuoco. Nei crocicchi
delle strade di tutte le povere borgate, gli addii mesti, i distacchi dolorosi, il pianto amaro delle spose e
delle madri ai loro cari, molti dei quali non tornarono più.
Le tristi nuove di morte giungevano ai mesti focolari come delle raffiche dolenti. E le povere spose si
vestivano di gramaglie.
I lavoratori erano stati spinti lassù, nelle insanguinate trincee, del Pal Piccolo, del Carso, e ovunque al
fronte, per contendere il passo agli agguerriti eserciti degli Asburgo, a fare la guerra, ad uccidere fratelli.
Forse i loro compagni di lavoro e di fatica nelle varie peregrinazioni di migranti. (…) erano gli stessi
lavoratori che pochi mesi prima avevano osato gridare:”abbasso la guerra” , sfidando le baionette degli
sbirri, che vennero sospinti lassù tra le nevi e la gelida tormenta. (…). (…). Non si può dimenticare la lunga
teoria di eroismi di queste genti sobrie ed oscure: eroismi sublimi di popolo in armi, per difendere la loro
terra e con essa tutte le contrade d’Italia. (…) caduti e mutilati oscuri sono là figli di questa terra, a
testimoniare il loro olocausto, ed anche i civili ebbero la loro parte. (…). I Carnici restarono sempre tali,
tenaci, eroici ed anche ribelli.
La guerra lunga e snervante, i sussidi insufficienti alle famiglie, il lento alternarsi dei cambi in prima linea,
questi ed altri fattori influirono a determinare fra le truppe una certa stanchezza e delusione. (…). Più tardi
la funesta ritirata di Caporetto. (…). Le truppe della Carnia abbandonavano i valichi e le vette che avevano
strenuamente difeso . E giù verso le valli e le arterie, che portavano verso la piana, incalzati dal nemico
famelico, rifattosi baldanzoso alla vista delle ubertose pianure. (…) la dinamite con le sue terrificanti
vampate, completava il triste tramonto. I manufatti militari, i ponti, i magazzini, le polveriere, esplodendo,
riempivano le valli con il loro triste boato. Con le truppe in fuga una parte degli abitanti scendeva profuga.
45
La maggior parte degli abitanti, però, rinchiusa e sprangata la porta, attese l’invasore, ammutolita e
perplessa. (…). Fu indubbiamente un anno duro e doloroso (…). (…). Consumate le poche scorte alimentari
lo spettro della fame ghignava nei solitari focolari. Ed allora giù verso la pianura. Attraverso i posti di
blocco. I vecchi e le donne trainavano miseri e rudimentali carretti, lasciando ai contadini di quelle plaghe
più ricche un po’ di formaggio, la vera, o gli orecchini d’oro in cambio di un po’ di grano.»46
Poi il Piave, la riscossa, la vittoria. Ma la situazione per la povera gente non mutò di molto. Così la descrive
Osvaldo Fabian: « I combattenti rientrati dai vari fronti e dai vari campi di concentramento, dimenticati e
disoccupati. Dimenticato il grande contributo, di privazioni e di sangue, che questa martoriata terra aveva
generosamente dato al Paese. Il Patrio Governo di allora si limitava ad inviare ai Parroci le campane…(…)
che i tedeschi avevano rubato. Intanto però, inasprita da quella precaria situazione, la carica per tanti anni
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repressa esplodeva. Le vie dell’emigrazione erano ancora chiuse. Manifestazioni di masse minacciose e
furenti si susseguirono nelle piazze dei centri Carnici e ovunque nei comuni. »47 Ed ebbe inizio il biennio
rosso a cui seguì la dittatura fascista.
Ma non furono solo questi i disagi che la popolazione carnica dovette subire durante la guerra.
Subito dopo il 24 maggio, quel maggio radioso, le autorità militari diffusero, in Carnia, un clima di sospetto,
atto a scovare “ gli austriacanti” che dette origine ad una specie di “caccia alle streghe”.48
Così furono sgomberati i paesi di Timau e Cleulis, e quello di Forni Avoltri, che si diceva fosse abitato da
spie filo- austriache, così viene fatto arrestare, su indicazione del solerte maggiore del R. E. I. Abele Piva, il
muratore di Collina di Forni Avoltri, Giovanni Sottocorona, perché “sobillatore e favoreggiatore
dell’Austria”, mentre i Carabinieri confermano il contrario. Pietro Eder, fabbroferraio, finisce in prigione
perché “ favoreggiatore degli austriaci “ e “ con parenti e simpatie in Austria”, e stessa sorte capita ad altri,
vittime della vox pubblica e di militari troppo abituati a dar credito a chiacchiere di paese.49
Altre presunte spie restano vittime di errori o della loro curiosità. Per esempio Domenico Morocutti,
arrotino di 55 anni, viene arrestato «perché osservava con troppo interessamento la linea telefonica
Bordano- Monte Festa, e Carlo Tomat e Giobatta Cimenti di Lauco, muratori disoccupati, costretti per
vivere alla mendicità, vengono arrestati perché si sono avvicinati troppo ad una cabina telefonica, e così
vengono ritenuti da una guardia di finanza “ in attitudine di ascolto”. Sobillatori ed antimilitaristi vengono
considerati Giovanni Pellegrina e Vittore Zanier di Rigolato salvati dal Sindaco; Angela Simonitti e la madre
vengono invece processate come spie per presunte segnalazioni al nemico fatte con due fanalini da stalla
ed un lume a petrolio, con cui cercavano di far luce mentre si lavavano, e verranno assolte dal giudice; altri
vengono accusati di segnalazioni al nemico per aver agitato un fazzoletto o aver alimentato ad
intermittenza il fuoco.50 E lo stesso Parroco di Zuglio, don Enrico Madussi, segnava di esser stato fermato
il 23 maggio 1915, vigilia dell’entrata in guerra, mentre si stava portando a Sutrio, perché considerato una
spia e di esser stato trattenuto per 6 ore presso il Comando militare della Croce Rossa di Arta, e liberato.51
Così scrive don Ugo Larice, parroco di Illegio, allo scoppio della guerra…. “Non avranno orrore di quello
che fanno?” 52
Mentre il Parroco di Illegio così si esprimeva, prima dell’inizio del conflitto, aggiungendo a questa frase
delle sue riflessioni sul «Capitalismo, unica origine dei nostri mali» e sull’Umanità che «pensava ormai di
non aver più bisogno di Dio»53, altri parroci carnici si limitarono a registrare alcuni avvenimenti anche
curiosi relativi all’ inizio della guerra.
Ma anche i carnici più settici si convinsero che l’Italia era entrata in guerra quando si sentirono rimbombare
i primi colpi di cannone, vennero affissi i manifesti per il reclutamento degli uomini validi, si cominciarono a
vedere i primi feriti. «Ad un certo punto udiamo un rombo cupo venire dall’alto dei monti di nord; le vallate
sottostanti rispondono con eco profonda. E’ il cannone che tuona. Discendiamo a Paularo. I primi feriti sono
ormai in Lodin.»54 Viene limitato il suono delle campane ad un tocco per le funzioni principali, vengono
proibite le processioni, molti sacerdoti vengono chiamati a svolgere il ruolo di cappellani militari, lasciando
sguarnite le parrocchie, molti collaboratori dei parroci vengono chiamati al fronte, iniziano le requisizioni di
edifici, per esempio l’asilo infantile di Sutrio, per uso militare.55
Ogni paese incomincia a contare i suoi morti e le sue difficoltà.
«21.5.1916. E’ domenica terza del mese. – scrive il parroco di Paularo – A mattina Prima Comunione di una
quarantina di bambini. Non l’allegro scampanio, ma il rombo del cannone accompagna la festa. Alla Messa
delle dieci la Chiesa si affolla discretamente. Ma durante la predica si odono degli scoppi vicini: subentra un
po’ di panico fra la gente. Interrompo la predica, raccomando la calma, e, non sapendo lì prendere una
decisione, intono il Credo.
Ma gli scoppi raddoppiano d’intensità e, ciò che più importa, l’obbiettivo è la Chiesa.
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Allora faccio chiudere la porta maggiore perché nessuno esca in vista del nemico: si aprono le porte laterali
e molti escono da questa parte, altri si ricoverano nella Sagrestia, parecchi si fermano imperterriti al loro
posto. Io continuo la Santa Messa piano.
Verso mezzodì cessa il bombardamento; tre case sono state colpite. Verso le due fischia una granata che
viene a colpire la casa canonica. (…). Così passò questo giorno segnato da gravissimo pericolo, ma altresì
dalla visibile protezione di Dio.»56
Il 3 settembre 1916, domenica, sul cielo della Carnia, fa la sua comparsa il primo aeroplano nemico, che
suscita subito timori e preoccupazioni nella popolazione, ed all’ una pomeridiana ha inizio il
bombardamento dei paesi di Misincinis e Paularo,che per fortuna non fa grossi danni. 57
L’11 novembre 1916 una squadriglia di aeroplani nemici sorvola Tolmezzo lanciando bombe.
Un apparecchio italiano abbatte uno del nemico, che cade in località “Pradenon”. I due piloti che lo
guidavano vengono feriti gravemente ed uno dei due muore subito. «Fui uno dei primi sul posto – scrive il
parroco Gian Battista Facci – e mi lasciò enorme impressione, oltre i feriti grondanti di sangue, il contegno
dei medici nostri che li degnarono appena di uno sguardo.»58
Poi il Comunicato Cadorna59, che rende palese lo sfondamento delle prime linee italiane, e la ritirata che
vede interi reggimenti attraversare i paesi della Carnia, alcuni allo sbaraglio altri più ordinati. «Un
accozzaglia di uomini senza ordini, né direzione – scrive don Giovanni Battista Facci - con automobili,
camion, trattrici, carrette, carriole, che va in fretta, come una valanga inesorabile. Chi getta lo zaino, chi
una coperta, chi il fucile munizioni e bombe dappertutto.»60
Ma altre testimonianze narrano anche di reparti che ripiegano in modo disciplinato. La popolazione dei
monti è carica di angoscia e timori, l’imminente calata del nemico terrorizza. Ed infine l’esercito austriaco
giunge anche nei paesi della Carnia. Esso è composto da « uomini malvestiti, stanchi affamati»61, scrive don
Facci, e porta con sé un consistente numero di donne bavaresi ed ungare, «che servono a soddisfare le
“esigenze” dei soldati».62 Mancano all’esercito occupante viveri e mano d’opera ed allora si procede alle
solite requisizioni, fatte in modo più o meno civile a seconda delle persone. Ed anche se vengono istituite
amministrazioni civili, le esigenze dei militari prevaricano quelle dei civili che sono rimasti, che non sono
scappati in altre parti d’Italia. Per la verità anche il Regio Esercito Italiano aveva proceduto a requisizioni,
ma in genere limitate a materiale di costruzione e vestiario per i soldati.63
L’occupazione austriaca della Carnia portò quindi a saccheggi e razzie da parte dei militari occupanti ma
anche «da parte di borghesi delle città e soprattutto dei villaggi che tentano di approfittare del clima di
violenza e di incertezza».64
Inoltre, dal gennaio 1918 vennero posti sotto sequestro, dagli austriaci, anche la gran parte degli animali
domestici e degli attrezzi da lavoro, oltre i viveri, le materie prime come cereali e grassi, la lana, il cotone, la
seta, il fieno, mezzi di locomozione comprese le biciclette, armi ed altro ancora. Vengono persino requisite
le campane, per fonderle e ricavarne bronzo. 65
E si cerca di requisire anche le poche braccia rimaste. Gli uomini “validi” sono in guerra: quindi si pensa alla
“requisizione” di qualche maschio che per caso sia rimasto in paese e delle donne dai 16 ai 50 anni. Per tal
motivo il 14 marzo 1918 il generale Von Below66 emana un ‘ordinanza che richiede che ogni
amministrazione stili un elenco degli uomini dai 15 ai 60 anni e delle donne dai 16 ai 50 anni, con
esperienza in lavori agricoli e nelle fabbriche presenti sul territorio. Si pubblicano bandi di requisizione, si
adunano operai, si chiede ai comuni di fornire, a scadenza, manodopera, in numero, prefissato.
Poteva accadere, però, che i singoli cittadini e le amministrazioni comunali non rispondessero agli appelli,
con il risultato che le gendarmerie facevano irruzione nei paesi e nelle case, sequestrando persone
apparentemente abili al lavoro, ragazze e fanciulli.67
Il lavoro o non è pagato o è pagato in fittizia moneta veneta68, l’imposizione del lavoro coatto alle giovani
donne porta allo sdegno dei sacerdoti dei canali di Sa Pietro ed Incaroio ed alla disperazione delle ragazze,
che verranno, però, rese in ben poco tempo alle famiglie.69
13
Poi la rimonta del Regio Esercito Italiano, fino alla vittoria. Il 31 ottobre e i primi giorni di novembre 1918
file interminabili di militari austriaci lasciano la terra italiana. Alla liberazione dall’occupazione austriaca
scene «di entusiasmo patriottico si fondono con il più completo sciacallaggio sia da parte dei soldati che
della popolazione.»70 E di fatto: «Domina l’anarchia. I borghesi saccheggiano magazzini, depositi, stazioni. I
prigionieri italiani (…) d’aiuto per l’ordine, s’impossessano di cavalli, carrozze, veicoli, e con tali
provvidenziali mezzi d’occasione battono a tappe la via del ritorno in patria.»71
In Patria, invece, non ritornano i quattro alpini accusati di diserzione e fucilati a Cercivento, e ora
riabilitati: Gaetano Silvio Ortis e Basilio Matiz entrambi di Paluzza , Giovanni Battista Coradazzi di Forni di
Sopra e Angelo Primo Massaro di Maniago; non ritornano i 7.000 soldati condannati a morte dal Regio
Esercito per i motivi più svariati, dall’insubordinazione all’intelligenza col nemico, dalla disobbedienza alla
codardia all’auto-lesionismo.72
La guerra è finita, ed i soldati rientrano a casa pieni di speranza….
La fine della guerra è funestata dall’ epidemia di influenza spagnola, che colpì, per quel che è dato sapere,
un miliardo di persone, e ne uccise 50 milioni. Si presentava con i sintomi del tifo, e per tifo venne
scambiata inizialmente. Portata in Italia probabilmente da soldati statunitensi, fu segnalata, la prima volta,
in provincia di Vicenza, e provocò in Italia oltre 300.000 morti.
Don Ugo Larice indicava un centinaio di affetti da influenza spagnola ad Illegio, mentre i soldati rientravano
in paese, e quindi a Sezza 10 morti, a Fielis 3, a Vinaio 18, e deceduti praticamente in ogni paese.73
E con la fine della guerra si disotterrarono gli ori e gli argenti ed oggetti più o meno preziosi delle chiese e
delle famiglie, nascosti per tema che fossero rubati; ritornarono i soldati dal fronte, e spesso trovarono una
situazione pesante ed inaspettata, con parenti deceduti, saccheggi e violenze subiti, e forse, in qualche
caso, un figlio non proprio in più od nipotino da mantenere, come succede in ogni guerra, e la gioia si
trasformò in disperazione e dolore.
Poi il dopoguerra. I reduci non trovano lavoro, la moneta veneta è carta straccia, la fame che aveva
tiranneggiato i paesi e le famiglie non accenna ad andarsene. «Almeno germogliassero le erbe» scriveva il 2
gennaio 1918, in piena occupazione austriaca, don Angelo De Reggi – Questo è l’augurio comune. Ogni
mezzo satolla. Polenta di crusca… di macinato di pannocchia di grano…radici cotte.. . La patata diventa cibo
per pochi. Il condimento scompare, il sale scarseggia. Di pepe non se ne parla. I fumatori utilizzano le foglie
di noce, i fiutatori usano la genziana alpina polverizzata. Anche i fiammiferi mancano. Ritorna in uso la
pietra focaia.»74 Si cerca la via del Friuli per lo scambio di burro e formaggio con farina, aleggia l’ombra
della speculazione e della rapina alle carovane di poveracci. Il denaro, svalutato, non serve più a nulla, le
speculazioni sono all’ordine del giorno, e riempiono le tasche degli sciacalli, la guerra « Chi dissangua chi
rimpinza».75
Ma non pare che, nel dopoguerra la situazione migliori di molto.
Forse i parroci riescono a riempire di nuovo le chiese che si erano svuotate a causa degli eventi, dei pericoli
e delle difficoltà; probabilmente i sacerdoti riescono ad impedire i balli che ritengono causa di immoralità
per le giovani. L’alcool continua ad offuscare qualche mente, anche se la popolazione della Carnia forse ne
utilizza meno che durate la guerra, quando «per sfuggire alla realtà dei fatti» la gente si abbandonava
all’alcool annebbiando vista e ragione»76 ma la situazione è difficilissima.
Vittorio Cella, verso la fine di gennaio del 1919, riesce a far giungere 5 treni di viveri per le filiali della
Cooperativa Carnica di Consumo, che riprende l’attività. Ma non c’ è lavoro, e non si può più emigrare in
Austria e Germania. Anche gli operai occupati alle dipendenze del Genio Civile si trovano lo stipendio
14
decurtato; un grosso processo inflattivo perseguita l’economia; iniziano gli scioperi e si forma la Lega
Operaia Carnica, poi Camera del Lavoro; manifestazioni iniziano ad agitare il paese.
«Operai della Carnia e del Canal del Ferro! - si legge sul volantino riportato da “La Voce della
Cooperazione, organo di stampa del gruppo delle Cooperative Carniche – Tutti dovete intervenire, con le
vostre donne, con i vostri figli, con le bandiere dei vostri sodalizi e dei vostri circoli. Tutti dovete gridare
forte che anche noi abbiamo diritto di vivere, che vogliamo lavorare, che domandiamo la rifusione di tutti i
danni recati dalla guerra alle nostre persone ed alle nostre cose!»77 Ma il Ministero Terre Liberate, che
dovrebbe rifondere i danni, è piuttosto lento e latitante, la mancanza di lavoro attanaglia le famiglie, inizia
il biennio rosso ed il fascismo è alle porte.
1
“O Gorizia tu sei maledetta”, è il titolo di una canzone che fa parte del patrimonio popolare e pacifista. Si contano,
della stessa, più versioni con alcune differenze, non significative, fra loro. «Si dice che chi veniva sorpreso a cantare
questa canzone durante la guerra era accusato di disfattismo e poteva essere fucilato.
La versione originale venne raccolta da Cesare Bermani, a Novara, da un testimone che affermò di averla ascoltata dai
fanti che conquistarono Gorizia il 10 agosto 1916. Bisogna ricordare che la battaglia di Gorizia (9-10 agosto 1916)
costò, secondo dati ufficiali, la vita a 1.759 ufficiali e 50.000 soldati circa, di parte italiana; a 862 ufficiali e 40.000
soldati circa, di parte austriaca.» (Canzoni contro la guerra - O Gorizia, tu sei maledetta -www.antiwarsongs.org/).
2
MOSSE Lachmann George, Il razzismo in Europa, Editori Laterza, terza ed. economica 2007, prima edizione 1978, p.
10.
3
FREDRICKSON George .M. "Breve storia del -razzismo', Universale Donzelli - ed-, 2002, p. 15 .
4
Per l’ evoluzione dalla xenofobia all’olocausto, cfr. CANDIDO Annalisa, Dalla xenofobia alla discriminazione religiosa e
razziale, alla schiavitù, all’olocausto, ricerca inedita, svolta nell’a.s. 2002 - 2003. Per quanto riguarda la Francia, non si
può dimenticare il caso Dreyfus, che ebbe luogo durante un periodo di acceso antisemitismo.
5
Cfr. per approfondimenti cfr.: RUATA PIAZZA Ada, PASCHETTO Dario, Storia dossier – Dalle rivoluzioni alla grande
guerra, Petrini ed., 2003.
6
Storia di Carnia - Cjargne Online in: www.cjargne.it/storia.htm
7
Ruggero Timeus nacque a Trieste il 16 febbraio 1892, da famiglia appartenente alla piccola borghesia locale. Dopo
gli studi ginnasiali, si iscrisse all'Università di Graz, senza però laurearsi. Non ancora ventenne si trasferì in Italia, prima
a Firenze, poi a Roma. Si fece conoscere, grazie alla collaborazione saltuaria con due giornali irredentisti, per il suo
acceso nazionalismo e per il suo irredentismo esasperato, che si fondava sulla supremazia della componente italiana
della popolazione triestina su quella slava. Tale posizione lo allontanò dagli irredentisti più moderati, come Scipio
Slataper e Giani Stuparich. Allo scoppio della grande guerra, si arruolò volontario fra gli Alpini, e fu inquadrato, con il
grado di tenente, nel battaglione "Tolmezzo" dell’ 8º Reggimento Alpini. Perse la vita in battaglia, ventitreenne, sul Pal
Piccolo, il 14 settembre 1915. Le sue idee furono diffuse anche attraverso un suo libretto intitolato:Trieste, e
pubblicato a Roma nel 1914. (it.wikipedia.org/wiki/Ruggero_
).
8
it.wikipedia.org/wiki/Trieste.
9
storiaterritoriotrentino.fbk.eu/contenuti/eta.../monarchia.../irredentismo.
10
La Triplice alleanza fu un patto militare difensivo stipulato il 20 maggio 1882 a Vienna dagli imperi di Germania e
Austria (che già formavano la Duplice Alleanza) e dal Regno d'Italia, desiderosa di rompere il suo isolamento. Nel
1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, l'Italia, dopo un lungo percorso di avvicinamento e di accordi con la
Francia, con la Gran Bretagna e con la Russia, in forza dell'articolo 4 del trattato, dichiarò la sua neutralità. Nel 1915 la
Triplice intesa propose all'Italia, in cambio della sua entrata in guerra contro l'Austria, ampliamenti territoriali a
scapito di Vienna e una posizione di dominio nell'Adriatico. Lo stesso anno l'Italia rifiutava le inferiori proposte
15
dell'Austria, denunciava la Triplice alleanza ed entrava nel conflitto contro l'Austria.
(it.wikipedia.org/wiki/Triplice_alleanza_(1882).
11
Il dato è ripreso da: Da Vittime della prima guerra mondiale, in: www.lucadia.it.
12
Frase dalla canzone: O Gorizia tu sei maledetta” per la quale si rimanda alla nota 1 di questo testo.
13
FABIAN Osvaldo, diario fotocopiato nel 1983, presente in Archivio Giorgio Ferigo, Comeglians, p. 34.
14
DEL BIANCO Giuseppe, La guerra e il Friuli, opera in 4 volumi, ristampa anastatica 2001, vol I, pp. 334 – 335.
15
Ivi, pp. 335- 336.
16
Ivi, pp. 336- 337.
17
Ivi, nota 10, p. 353.
18
Ivi, nota 12 p. 354.
19
Ivi, note 13, 14, p.355.
20
Ivi, n. 12, p. 375.
21
Ivi, p. 337.
22
Da: www.storiologia.it/mondiale2/bollettino00.htm.
23
Ivi.
24
Ivi.
25
DUBINI MASSIMO, La casa del diavolo, origine e caratteri del movimento operaio nella val Pesarina, tesi di laurea in
Conservazione dei Beni Culturali, relatore Umberto Sereni, a.a. 2002 – 2003, p. 88.
26
Il riferimento è a Camille Barrère (La Charité-sur-Loire, 23 novembre 1851 – Parigi, 7 ottobre 1940) diplomatico
francese. Ex comunardo, poi giornalista, entrò in diplomazia grazie alla volontà dei diversi governi della Terza
Repubblica francese di ampliare la base sociale di questo corpo fino ad allora riservato essenzialmente all'aristocrazia
o all'alta borghesia.Barrère rappresentò il governo francese a Roma dal 1897 al 1924. In tale veste favorì la firma di un
trattato di commercio tra la Francia e l'Italia, elaborò un regolamento cordiale sul contenzioso coloniale in Libia, agì
per mantenere l'Italia neutrale nel settembre 1914 per poi a condurla all'alleanza con l'Intesa franco-britannica nel
1915. (it.wikipedia.org/wiki/Camille_Barrère).
27
Qui si intende Prato Carnico, ove il gruppo socialista massimalista ed il movimento operaio erano molto forti.
Osvaldo Fabian era uno dei massimi esponenti dello stesso assieme al padre Giacomo.
28
Trattasi di Giuseppe Ernesto Piemonte, nato a Canelli, in Piemonte, il 20 aprile 1878. Socialista, fu inviato ad Udine,
ai primi del 1900 per collaborare con Giovanni Cosattini per organizzare il segretariato dell’emigrazione e rimase in
Friuli sino alla morte, avvenuta ad Udine il 17 febbraio 1960. Fu consigliere comunale, consigliere provinciale e
deputato alla camera per i socialisti dopo il 1919.
29
Si tratta di Giusto Venier, allora sindaco di Villa Santina.
30
Anche al giorno d’oggi ai nuovi Funzionari di Polizia viene consegnata la Sciarpa Tricolore. Risale al 20 marzo del
1864 la prima previsione normativa che faceva obbligo ai Funzionari di pubblica sicurezza di fregiarsi di un “nastro
16
tricolore ad armacollo” ogni qual volta occorresse sciogliere una riunione o un assembramento ovvero fosse
necessario impartire ordini e fare intimazioni in nome della legge. (Da: Giornata nazionale della bandiera, in:
questure.poliziadistato.it › ... › Firenze › Tutte le notizie › Attualità12/gen/2010).
31
FABIAN Osvaldo, op. cit., pp. 34- 40.
32
DUBINI MASSIMO, op. cit., p. 89
33
Ivi, pp. 89 – 90.
34
Ivi, p. 90.
35
Ivi, pp. 88- 89.
36
Giacomo Fabian, operaio emigrante, padre di Osvaldo, autore del testo.
37
FABIAN Osvaldo, op. cit., p. 40.
38
Ottavio Puntil, scalpellino, emigrato in varie località della Germania (Sassonia, Vesfalia, ecc.), in Siberia e in sud America, segretario della sezione socialista di Prato Carnico e nel 1913, da poco rimpatriato dall'Argentina, presidente
della Società Casa del Popolo. Membro anche del Consiglio della Federazione Socialista Carnica, morì a 48 anni, poco
dopo la fine della 'grande guerra'. (Puppini Marco, Movimento operaio e solidarismo in val pesarina dal primi del ‘900
alla Resistenza, in: AA.VV., “Compagno tante cose vorrei dirti… “ Il funerale di Giovanni Casali, anarchico – Prato
Carnico 1933, Centro editoriale Friulano, 1984, p.54).
39
Antonio Casali, muratore in varie località della Germania.
40
Giobatta Cleva, muratore in varie località della Germania.
41
Trattasi di Giacomina Petris.
42
FABIAN Osvaldo, op. cit., p.40.
43
Si tratta di Lorenzo, (detto Renzo) Cristofoli, socialista, fra i fondatori della S. e.c.a.b., e facente parte della
Cooperativa Carnica di Consumo, come addetto alla consegna merci ed ai rapporti con le filiali.
44
DEL BIANCO Giuseppe, op. cit. vol.I°, pp. 373- 374.
45
Cfr. per esempio, l’esperienza di profuganza descritta da Romano Marchetti in: MARCHETTI Romano (a cura di Laura
Matelda Puppini) Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel ‘900 italiano, ifsml e kappavu ed. 2013, pp. 29- 31. Per l’argomento in generale cfr. pure, FOLISI Enrico, 1918. L'Orribile anno della vittoria,
immagini e parole della guerra, della profuganza e dell'occupazione delle province friulane invase, Forum 2009.
46
FABIAN Osvaldo, op. cit., pp.40- 46.
47
Ivi, pp. 46- 47.
48
DREOSTI Angelo, DURI’Aldo, La Grande Guerra in Carnia, Gaspari ed. 2006, p.14.
49
Ivi, p.15 – 16.
50
Cfr. Ivi, pp. 15- 23.
51
Ivi, p.68. Citazione da: don Enrico Madussi, Archivio parrocchiale di Zuglio.
17
52
Ivi, p.68.
53
Ambedue le citazioni si trovano in DREOSTI Angelo, DURI’Aldo, op. cit., p. 68.
54
Ivi, p.69. Citazione da: don Giovanni Battista Della Pietra, Archivio parrocchiale di Paularo.
55
Ivi, p. 70.
56
Ivi, p. 73.
57
Ivi, p. 74.
58
Ivi, p. 74. Citazione da don Facci Gian Battista, archivio parrocchiale di Rivalpo.
59
« Il primo comunicato di Cadorna al governo, bollettino che in seguito fu modificato ed attenuato dall'intervento
della censura, dichiarava che “La mancata resistenza di reparti della II Armata vilmente ritiratasi senza combattere o
ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze armate austro-germaniche di rompere la nostra ala
sinistra sulla fronte giulia”. Successivamente lo stesso generale però affermava che «L'esercito cede, vinto, non dal
nemico esterno, ma dal nemico interno», volendo in questo modo attribuire la disfatta alle mancanze morali e
politiche dell'intera nazione.» (it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Caporetto_(storiografia).
60
DREOSTI Angelo, DURI’Aldo, op. cit., pp. 75- 76. Citazione da don Giovanni Battista Facci, cit..
61
Ivi, p. 79.
62
Ivi, p. 122. Citazione da don Candoni Emilio, archivio parrocchiale Pieve di Gorto.
63
Ivi, p. 108.
64
Ivi, p. 108.
65
Ivi, pp. 109 – 110. Per la requisizione delle campane carniche, cfr. Ivi, p. 114- 116.
66
Si tratta del generale Otto von Below, per la cui figura si rimanda a it.wikipedia.org/wiki/Otto_von_Below.
67
DREOSTI Angelo, DURI’Aldo, op. cit., p.94. La situazione, per quanto riguarda le requisizione ed il lavoro coatto, non
pare si diversifichi molto durate la seconda guerra mondiale quando gli occupanti erano i tedeschi e cosacchi.
68
Moneta fittizia, emessa, per ordine degli stati occupanti, dalla Cassa Veneta, che non aveva alcun patrimonio alla
spalle. (Cfr. DREOSTI Angelo, DURI’Aldo, op. cit., nota 11, p. 107).
69
Ivi, pp. 94- 96.
70
Ivi,p. 87.
71
Ivi, p. 88.
72
Da: Appunti e disappunti sulla grande guerra, in: www.cjargne.it/alpinortis.htm
73
DREOSTI Angelo, DURI’Aldo, op. cit., p.90.
74
Ivi, p.134. Citazione da don Angelo De Reggi, Archivio Parrocchiale Sutrio.
18
75
Ivi, P.140. citazione da don Emilio Candoni cit..
76
Ivi, p. 168. Citazione da don Ugo Larice, cit..
77
PUPPINI Laura (Matelda), Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le Cooperative Carniche, GIi Ultimi, 1988, pp. 68 - 69.
19
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