Domenica
La
di
DOMENICA 15 MAGGIO 2011/Numero 326
Repubblica
l’attualità
La vita segreta di mamma Obama
VITTORIO ZUCCONI
cultura
Magni e l’ombra del Terzo uomo
FILIPPO CECCARELLI e GIAN LUCA FAVETTO
Il marito, la moglie, il detective
A cinquant’anni dalla morte
in anteprima mondiale
un racconto sconosciuto
del creatore di Sam Spade
FOTO CORBIS
Hammett
inedito
DASHIELL HAMMETT
è gente che, quando incontra per la
prima volta un detective, non può fare
a meno di guardare i suoi piedi. Questi
sguardi, a volte espliciti e beffardi, più
spesso furtivi e quasi motivati da ragioni scientifiche, sono senza dubbio
irritanti per un detective i cui piedi rientrano nella tradizione dei piedi piatti: a Fred Vitt, invece, piacevano. I suoi piedi erano piccoli e lui li calzava con cura in nere scarpe lucenti. Era un tipo pallido e grassottello, con le labbra rosse,
gli occhi chiari e lo sguardo cordiale.
Dieci anni prima, privo di una particolare formazione
professionale, si era messo a cercare lavoro e si era ritrovato assunto in un’agenzia di investigazioni private. Ci era ri-
C’
masto, diventando un agente piuttosto bravo, pur non essendo per temperamento troppo adatto a questo tipo di lavoro, che in gran parte gli risultava ripugnante. Gli piaceva,
però, che fosse così insolitamente vario, che desse alla sua
intelligenza quelle gratificazioni che capitano spesso a tutti i detective salvo a quelli che non ne azzeccano mai una e
che, di tanto in tanto, offrisse quella caccia sfrenata a un fuggiasco che, finché un tribunale non avesse stabilito il contrario, era di certo e in qualche modo un furfante.
E poi, un detective ha un certo prestigio in certi ambienti sociali, cosa che non si bilancia affatto con la sua totale
mancanza di reputazione in altri, e infatti in genere evita di
frequentare questo secondo tipo di ambienti o di rivelare in
essi la propria professione.
(segue nelle pagine successive)
con un articolo di GABRIELE PANTUCCI
spettacoli
Blue Note, l’etichetta delle stelle
MASSIMO VINCENZI
i sapori
L’irresistibile danza della paranza
LICIA GRANELLO e MARINO NIOLA
l’incontro
Storaro, “La vera scrittura è la luce”
PAOLO D’AGOSTINI
Repubblica Nazionale
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
la copertina
Ha inventato il prototipo di tutti gli investigatori, è diventato il re
di Hollywood, ha sfidato il maccartismo. Ha cambiato il romanzo
americano in quindici anni. Poi si è rinchiuso nel silenzio rumoroso
di feste, alcol e donne. Ora, nel cinquantenario della morte,
Scoperte
in anteprima mondiale un racconto inedito svela a cosa
stava lavorando il padre di Sam Spade
Storie lasciate
come indizi
GABRIELE PANTUCCI
© RIPRODUZIONE RISERVATA
O
ggi Vitt stava dando la caccia a un falsario. Un assegno da 200 dollari, firmato da H. W. Twitchell (della
Twitchell Bocker Box Company), era stato girato da
Henry F. Weber e incassato in banca. Vitt si trovava ora
nell’ufficio di Twitchell e parlava con lo stesso Twitchell, che non ricordava di conoscere nessun Weber.
«Mi piacerebbe vedere gli assegni che ha annullato
negli ultimi due mesi» disse il detective.
Il fabbricante di scatole era evidentemente a disagio.
Era un omone e la sua faccia arrossì e sembrò gonfiarsi in
un colletto troppo stretto.
«E perché?» chiese sospettosamente.
«Questo falso è troppo ben fatto per non essere stato copiato da quelli. L’assegno che più gli assomiglia dovrebbe portarmi al falsario. In genere, funziona».
Vitt cercò, prima di tutto, gli assegni che avevano messo in imbarazzo Twitchell. Ce n’erano tre, circolari, girati da Clara Kroll
ma, purtroppo, non avevano nessuna caratteristica di rilievo che
li collegasse all’assegno falso. Il detective li mise da parte ed esaminò gli altri, finché non ne trovò uno che lo soddisfece: un assegno
per 250 dollari a favore di Carl Rosewater.
«Chi è questo Carl Rosewater?» chiese.
«Il mio sarto».
«Vorrei che mi prestasse questo assegno».
«Non penserà che Rosewater…?».
«Non necessariamente, ma sembra che l’assegno usato come modello sia questo. Vede: il Ca in Carl è più ravvicinato rispetto a come scrive in
genere queste lettere e lo è anche il Ca della parola Cash in questo assegno
falso. Quando lei scrive due zeri li unisce, ma nel falso non sono connessi,
perché chi lo ha fatto copiava da questo assegno da 250 dollari, dove di zeri ce n’è uno solo. La sua firma sull’assegno a Rosewater prende più spazio
del solito, ed è più obliqua… perché ha scritto in fretta, o in piedi… e la fir-
HAMMETT
“Né giudice né dio
solo un detective”
DASHIELL HAMMETT
ma falsa fa altrettanto. Inoltre, l’assegno falso è datato due giorni dopo questo assegno. È quello che cerchiamo, ci potrei scommettere!».
Nella sartoria Rosewater solo due uomini avevano avuto in mano l’assegno di Twitchell: il proprietario e il suo contabile. Rosewater era un uomo
grasso e ben nutrito. Il contabile, invece, era evidentemente denutrito: Vitt
puntò a lui. Il detective interrogò il contabile con aria indifferente, senza accusarlo, ma pronto a cogliere il minimo appiglio: era proprio il tipo di idiota capace di commettere un reato da poco che portava direttamente a lui e,
se questo motivo non fosse stato sufficiente, era anche il sospetto più conveniente che avesse a disposizione.
Questo contabile era alto e concavo, e aveva dei capelli secchi che giacevano sul suo cuoio capelluto più che spuntare da esso. Un paio di lenti spesse ingrandiva la confusione nei suoi occhi senza allargare nulla di ciò che i
suoi occhi potevano vedere. I suoi abiti terminavano ovunque in sottili bordi sfilacciati, tanto che non si poteva dire esattamente dove ogni indumento finisse: l’abito e l’aria si mescolavano gradualmente in un modo tale che non era facile distinguerlo dallo sfondo. Si chiamava James Close. Ricordava l’assegno di Twitchell, ma disse di non essere a conoscenza della
firma falsa e la sua scrittura non assomigliava minimamente alla girata di
Henry F. Weber.
Rosewater disse che Close era un uomo onesto e scrupoloso, che lavorava per lui da sei anni e abitava in Ellis Street.
«È sposato?»
«James?». Rosewater era sorpreso. «No!».
Con l’aiuto di un biglietto da visita scelto nella vasta gamma che teneva
in tasca, Vitt, fingendo di essere un agente di un istituto bancario che voleva fare al contabile una brillante quanto vaga proposta di lavoro, interrogò
la padrona di casa di Close e diversi suoi vicini. Il contabile era indubbia-
FOTO AP
Q
uest’anno segna il cinquantesimo anniversario della scomparsa di Dashiell Hammett. Quando morì a sessantasei anni, nel 1961 in
un ospedale di New York, vittima di un
cancro ai polmoni, pochi ricordavano
che alcuni decenni prima era stato salutato come il più grande scrittore americano vivente. Quando viveva a New
York nel 1930 molti critici lo definivano
«migliore di Hemingway», Dorothy
Parker lo esaltava sul New Yorker e per
Town and Countryera la celebrità letteraria del momento. Ma la sua produzione letteraria si concluse quando non
aveva ancora compiuto quarant’anni,
nel 1934. L’influenza che esercitò sulla
letteratura americana si espresse in poco più di quattordici anni. Perché questo silenzio? Che cosa fece Hammett in
quei trent’anni? Qualche indizio che
squarcia il buio viene dai suoi inediti.
Quello che Repubblica mostra in anteprima mondiale fa parte di una raccolta di dodici racconti mai pubblicati. Sono stati trovati con la collaborazione di
Richard Layman nell’archivio di Hammett. Layman ha dedicato anni di studio e sei libri all’opera dello scrittore
americano ed è riconosciuto come il
maggior esperto sul tema.
Layman li considera molto importanti soprattutto perché sembra siano
stati scritti per riviste più importanti rispetto alle pubblicazioni popolari su cui
aveva iniziato e portato avanti la sua carriera. Maggiore l’incentivo finanziario
ma anche maggiori le ambizioni: Hammett voleva scrivere qualcosa che andasse oltre il racconto di genere, oltre la
semplice costruzione della trama imprevedibile per inchiodare il lettore.
Vissuto in condizioni finanziarie precarie, con la pubblicazione di Raccolto
rossonel 1929 e poi definitivamente con
Il Falcone maltese dell’anno dopo in cui
nacque il suo personaggio più famoso,
il detective Sam Spade, Hammett divenne una celebrità dal giorno alla notte, con più denaro di quanto potesse
spenderne. Merito, o colpa secondo
Layman, di Hollywood. L’alcol divenne
un problema sempre più grave, poi feste, donne, quasi ogni forma di malattia
venerea e infine un completo esaurimento nervoso.
Ma c’era un altro Hammett, opposto
e contiguo al primo: l’uomo che aderì al
Partito comunista e delle battaglie per il
sindacato degli scrittori. Nonostante la
dissolutezza che caratterizzò tanti anni
della sua vita, diede esempio di statura
morale pubblica quando all’epoca delle
persecuzioni maccartiste rifiutò di rivelare chi avesse contribuito a un fondo di
cui era tesoriere per sostenere le spese
legali di difesa dei comunisti. Il rifiuto gli
costò cinque mesi di carcere.
Tra questi due diversi Hammett c’era
il suo silenzio di scrittore, un silenzio
che, secondo Layman, era dovuto all’ambizione di scrivere qualcosa di diverso dal romanzo poliziesco. Lo provano sei tentativi che lasciò incompiuti e
che Layman pubblicherà in futuro. E lo
provano anche le dodici storie ritrovate,
compresa quella pubblicata in queste
pagine. La vis comica di Hammett è palese molto più che nella sua produzione
“ufficiale”: alcune storie sono decisamente satiriche o umoristiche. Ma tutte
si distinguono per l’autenticità della caratterizzazione, per la precisione dei
dettagli realistici che ricostruiscono il
mondo di quell’epoca con un commento morale — l’avidità, il cinismo, la falsità
— sempre sottinteso.
(segue dalla copertina)
L’AUTORE
Qui sopra, Dashiell Hammett
in una foto storica
In copertina, lo scrittore
americano alla stazione
dei treni di Hollywood
nel 1940
Repubblica Nazionale
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
I DOCUMENTI
DISEGNO DI TULLIO PERICOLI
A sinistra,
le prime pagine
del dattiloscritto
di The Hunter
di Dashiell Hammett
Al centro, lo scrittore
in un disegno
di Tullio Pericoli
mente un uomo dai costumi esemplari ma, stranamente, era sposato ed
era padre di due figli, uno dei quali nato di recente. Abitava lì, al terzo piano di uno squallido edificio, da sette o otto mesi, dopo aver lasciato il precedente indirizzo di Larkin Street, dove il detective si recò. Pur essendo noto anche lì come un uomo totalmente privo di vizi, Close, a Larkin Street, risultava non sposato.
Vitt tornò subito nell’edificio di Ellis Street, con l’intenzione di interrogare la moglie di Close ma, quando suonò il campanello, fu il contabile, tornato a casa per il pranzo, ad aprirgli la porta. Il detective non se l’aspettava,
ma accettò la situazione.
«Avrei qualche altra domanda da farle» disse, e seguì Close nel soggiorno-camera da pranzo (ora che il letto a parete era stato ripiegato). Dalla porta di fronte, intravide una donna con delle grosse braccia rosa che apparecchiava la tavola in cucina. Un bambino smise di costruire qualcosa con
dei mattoncini in mezzo alla porta e guardò a bocca aperta il visitatore. Da
qualche parte, un altro bambino piangeva senza ragione. Close mise i suoi
attrezzi da lavoro in cucina, chiuse la porta e i due uomini si sedettero.
«Close» disse il detective sottovoce, «quell’assegno lo ha falsificato lei».
Il corpo del contabile si irrigidì e così il suo volto. Prima gli si allungò il
mento, trasformando la bocca in un grumo imbronciato, poi gli si assottigliò il naso, ai cui lati comparvero delle piccole rughe, parallele alla parte
superiore del naso stesso e incurvate verso l’angolo interno degli occhi. I
suoi occhi si fecero più piccoli e si velarono dietro agli occhiali. Sotto l’iride, appena rivolto verso l’esterno, apparvero dei
sottili archi bianchi. Le sopracciglia si sollevarono
leggermente e le
rughe sulla
fronte
divennero
meno
profonde.
Non disse
nulla, non fece
alcun gesto.
«Ovviamente»
continuò il detective,
«lei è in un mare di guai, e
può fare quello che vuole. Ma
se vuole un consiglio da uno che
ne ha viste tante, sia ragionevole e
confessi tutto. Io non lo so, non posso
promettere niente, ma 200 dollari non sono un mucchio di soldi e forse ci si può mettere una toppa».
Vitt lo disse con quella scioltezza che viene dalla
pratica — era una linea d’attacco consolidata — ma in
fondo lo pensava sinceramente: a livello emotivo, provava pietà per l’uomo che aveva davanti.
«Non sono stato io» disse Close con aria malinconica.
Vitt cancellò quella negazione con un breve gesto della sua
mano bianca e grassoccia.
«Ora mi ascolti: non ci guadagna niente costringendoci a scavare
nella sua vita… e poi non c’è nemmeno molto da scavare. Per esempio,
quando e dove si è sposato?».
Il contabile arrossì. Quel rossore, che sicuramente non apparteneva al
suo volto, lo faceva sembrare un fumetto a colori.
«E questo che cosa…?».
«Lasci perdere, allora» disse Vitt generosamente. Lo aveva in pugno. La
sua intuizione era esatta: Close non era sposato. «Lasci perdere. Sto solo
cercando di farle capire che le conviene essere ragionevole e confessare!».
«Non sono stato io».
La ripetizione irritò Vitt. La rigidità del volto del contabile, ravvivato per
un istante dal colore che lo attraversava, lo irritava. Si alzò, vicino al contabile, e gli disse parlando più forte:
«Lei ha falsificato quell’assegno, Close! Lo ha copiato da un assegno di
Twitchell!».
«Non sono stato io».
La porta della cucina si aprì e la donna entrò nella stanza, mentre il
bambino che prima giocava con le costruzioni si teneva a una piega
della sua gonna. Era una donna dalla carnagione rosea, di una trentina d’anni, attraente, anche se trasandata: sciatta, è la parola che
venne in mente al detective.
«Che succede, James?». Aveva la voce roca. «Che succede?».
«Non sono stato io» disse Close. «Dice che ho falsificato un assegno, ma
non è vero».
Vitt aveva caldo, e gli sudavano le mani. La donna e il bambino lo mettevano a disagio. Cercò di ignorarli, rivolgendosi di nuovo a Close, molto lentamente.
«Lei ha falsificato quell’assegno, Close, e io le sto dando l’ultima possibilità per venirne fuori».
«Non sono stato io».
Vitt prese l’irritazione che l’idiozia di questa ripetizione suscitava in lui,
la nutrì, si fece venire un piccolo attacco di rabbia, e il disagio che provava
sotto lo sguardo della donna e del bambino diminuì.
«Ascolti: sta a lei scegliere» disse. «Può intestardirsi o essere ragionevole.
Per me, è lo stesso. Fa parte del mio lavoro. Ma non mi piace vedere un uomo che si fa del male, specialmente quando non è un delinquente per natura. Mi piacerebbe che se la cavasse con poco, ma se crede di sapere quello che sta facendo… faccia pure!».
«Non sono stato io».
Al detective venne il sospetto che tutto questo fosse ridicolo, ma allontanò questo pensiero. Dopo aver ottenuto la sua confessione, ripensandoci, ci avrebbe riso sopra. Intanto, per ottenere quella confessione, ci voleva
un atteggiamento completamente diverso. Se fosse riuscito a raggiungere
un certo grado di rabbia…
Si girò di scatto verso la donna.
«Quando e dove vi siete sposati?» chiese.
«Non sono affari suoi!».
Così andava meglio. Se c’era scontro poteva fare progressi. Sentì il sangue battergli nelle tempie e la sua eccitazione autoprodotta diminuirgli il
campo visivo. Tutto si offuscò tranne il volto roseo e morbido della donna.
«Certo!» disse. «Ma, se vuole sapere come stanno le cose, le dirò che voi
non vi siete mai sposati… non tra di voi, se non altro!».
«E allora?». Si mise tra il suo uomo e il detective, con le mani sui larghi
fianchi. « E allora?».
Vitt fece una risatina beffarda. Aveva lasciato crescere dentro di sé una
quantità di rabbia davvero notevole, arma e anestetico al tempo stesso.
«In questo Stato», disse scuotendo vigorosamente la testa, «c’è una legge che protegge la morale dei bambini. Potrebbe essere arrestata per favoreggiamento della delinquenza minorile! Ci ha mai pensato?».
«Favoreggiamento… Perché, è pazzesco! Allevo i miei figli onestamente come tutti. Io…».
«Lo so! Ma in California se vivi con un uomo che non è tuo marito, commetti un reato… perché gli dai il cattivo esempio, o qualcosa del genere».
Dietro alla donna, ricomparve il contabile.
«Ora basta!» ordinò. «Mi stia bene a sentire, ora basta! Amy non ha fatto
niente!».
Il bambino cominciò a piangere. La donna afferrò Vitt per un braccio.
«Lasci che glielo dica!». Aveva perso il suo tono di sfida. «Mio marito mi
lasciò quando scoprì che aspettavo un altro figlio. Uscì una domenica sera
sotto la pioggia e non l’ho più rivisto. Nemmeno una volta! Non avevo nessuno che mi aiutasse eccetto James. Mi ha accolto in casa sua ed è stato buono con me come non lo era mai stato nessuno! I bambini stanno molto meglio con lui di quanto non lo siano mai stati con Tom. È più buono con loro.
Io…».
Il detective si divincolò. Un detective è un uomo pagato per fare certe cose precise: non è un giudice, un dio. Ogni ladro ha le sue giustificazioni, se
lo stai a sentire. Tutta questa confusione rendeva il suo lavoro molto più difficile, senza essere veramente utile a nessuno.
«Tanto peggio!». Mise nei gesti e nelle parole tutta la durezza che stava
cercando dentro di sé. «Se le cose stanno così, se volete contraddirmi su
questa storia dell’assegno, farò sì che finisca nel peggiore dei modi per voi
due!».
«Sta dicendo» urlò Close, «che se io non ammetto di aver falsificato quell’assegno, lei ci farà arrestare per questa storia… del favoreggiamento?».
«Dico che se lei sarà ragionevole, io non le creerò più problemi del necessario. Ma, se vuole fare il duro, io andrò fino in fondo».
«Ed Amy verrà arrestata?».
«Sì».
«Lei… lei…». Il contabile cercò di afferrare Vitt con le sue mani fatte per
afferrare penne e libri mastri. Vitt avrebbe potuto trattenerlo senza troppa
difficoltà perché, anche se grassottello, era abbastanza forte. Ma la passione che aveva cercato di dimostrare con il volto e con la voce alla fine era diventata reale.
Strinse le dita di una mano in un pugno e colpì la pancia scavata del contabile. Il contabile si piegò su se stesso e cadde a terra contorcendosi. La
donna si inginocchiò urlando accanto a lui. Il bambino che era entrato nella stanza con la donna e il piccolo che Vitt non aveva visto urlavano entrambi. Il campanello della porta cominciò a suonare. Dalla cucina arrivava un odore di cibo bruciato.
Close si mise a sedere, appoggiandosi alla donna in ginocchio, con gli occhiali che gli pendevano da un orecchio.
«L’ho falsificato io», disse in mezzo a quella confusione. «Dopo la nascita del piccolo, non mi bastavano i soldi per pagare le bollette. Ho detto a
Amy che avevo preso i soldi in prestito da Rosewater». Rise amaramente.
«Amy non lo conosce, per questo mi ha creduto. Comunque, le bollette sono state pagate».
Vitt si affrettò a portare il suo prigioniero in carcere, lo fece registrare e
rinchiudere, e poi si affrettò a raggiungere la zona commerciale. I grandi
magazzini chiudevano alle cinque e mezzo e sua moglie gli aveva chiesto
di portarle tre rocchetti di filo nero n° 60.
Traduzione di Luis Moriones Brugo
© 2011 The Dashiell Hammett Literary Trust
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Repubblica Nazionale
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
l’attualità
Il suo primo nome era Stanley, perché il padre voleva
un maschio. La sua prima casa fu il Kansas che ben presto
lasciò per viaggiare per l’America e poi fino all’Indonesia
e al Pakistan. Il suo primo marito era uno studente kenyota
Yes, she can
conosciuto alle Hawaii. Si chiamava Barack Obama senior
Esce negli Usa la prima biografia della “First Mother”
La vita segreta di Ann,
“singular woman”
e mamma del Presidente
VITTORIO ZUCCONI
(segue dalla prima pagina)
FOTO AP
ra la madre di Barack Hussein Obama. Una donna
scandalosa che ha prodotto
lo scandalo politico con il
quale ancora oggi non tutta l’America si è
davvero riconciliata. Il primo capo dello
Stato meticcio, bianco e nero, afro e anglo,
nella storia degli Stati Uniti.
Anche dopo due anni e mezzo di presidenza, rievocazioni filiali, ricerche e lunghissimi articoli, la storia di Stanley Ann
Dunham coniugata Obama, poi coniugata Soetoro, poi destinata a morire “single”,
rimane un mistero di psicologia umana, e
femminile, che neppure la ricostruzione
dei fatti e l’uso elettorale fatto di lei dal figlio con la tragedia della sua morte per
cancro alle ovaie, hanno davvero mai illuminato. Ci ha provato, ora, Janny Scott,
scrittrice e reporter per il New York Times
che ha consumato tre anni di lavoro e ore
di interviste anche con Barack Obama per
strappare finalmente la ragazzina del
Kansas all’agiografia politica o alle insinuazioni malevole di chi odia suo figlio.
La biografia che ne è uscita ha un titolo
che, come la donna che racconta, presenta una voluta ambiguità di senso: A Singular Woman, dove quell’aggettivo singular
si presta a molte interpretazioni diverse,
singolare, unica, ma anche strana, diversa. Ann, che il padre aveva voluto battezzare con il proprio nome d’uomo, Stanley,
perché aveva invano sognato un maschio,
era nata nel 1942, in piena guerra, in una
città anch’essa molto singular, Wichita,
nel Kansas. Wichita, fino a quell’anno un
qualsiasi crocevia nel mezzo del ventre
agricolo del Midwest, sarebbe esplosa
nella produzione di aerei militari, fino al
B29 Enola Gay che avrebbe polverizzato
Hiroshima. Da agricola a industriale, da
sonnacchiosa a incubatrice del sindacalismo più duro, da super democratica rooseveltiana a ultra conservatrice reazionaria, fino al tentativo di mettere al bando
l’evoluzionismo darwinista ed escluderlo
dai corsi scolastici a favore del creazionismo biblico, Wichita è stata per mezzo secolo l’incubatrice delle inquietudini americane.
In questa America apparentemente dai
brividi ribellistici dei figli della guerra cresciuti nella stucchevole prosperità da
American Graffiti anni Cinquanta, Stanley Dunham, che aveva abbandonato il
nome maschile per farsi identificare da allora soltanto come Ann, è il ritratto della
ragazzina in calzette bianche, ballerine
senza tacchi e gonne con sottogonne a
sbuffo ritratta nell’album del liceo. Non
bella e non brutta, carina senza glamour
nel visino affilato, con il mento appuntito
FOTO REUTERS
E
WASHINGTON
IL LIBRO
Le immagini di queste pagine
sono tratte dal libro
A Singular Woman: the Untold
Story of Barack Obama’s
Mother, (Riverhead,
384 pagine, 26,95 dollari)
uscito questo mese
negli Stati Uniti
che il figlio avrebbe ereditato da lei, era
una donna destinata alla vita famigliare,
alla casetta da telefilm nei sobborghi, ai
sermoni domenicali e alle sagre della torta di mele. Se il padre, al ritorno dal fronte,
non l’avesse infettata con il virus del wanderlust, dell’irrequietezza e degli spostamenti. Venditore di mobilio, archetipo
del commesso viaggiatore senza pace,
Stanley Dunham portò moglie e figlia verso l’Ovest, quell’orizzonte verso il quale
l’America ruzzola come i tumbleweed, i
cespugli senza radici. Prima la California,
poi lo stato di Washington e poi oltre il Pacifico, alle Hawaii, dove Ann si iscrisse all’Università e segnò per amore la storia futura americana. Fu alle Hawaii che conobbe un giovane e brillante studente
kenyano, il primo africano ammesso in
quel college, Barack Obama senior, e se ne
innamorò sposandolo e dandogli un
bambino. Barack Obama jr.
Ma il suo inarrestabile ruzzolare seguendo il corso del sole non era finito. All’abbandono da parte del marito, che la lasciò sola per seguire il prestigio di un titolo ad Harvard, a Boston, e poi per tornare
in Kenya al momento dell’indipendenza
dall’impero britannico, Ann si staccò anche dall’ultimo brandello di territorio
americano per seguire un nuovo marito,
Lolo Saetoro, uno studente indonesiano,
a Giakarta. E neppure l’Indonesia, il mondo tanto lontano e diverso, esotico, acco-
gliente, crudele, dove da poco tempo il
massacro sistematico dei comunisti aveva insediato il regime di Suharto alla guida della più grande nazione musulmana
del pianeta, le bastò. Lasciò il marito, insofferente al familismo opprimente della
cultura locale, affidò il bambino Barack ai
nonni che lo cresceranno senza di lei nelle Hawaii, e si gettò, con ogni forza, nell’antropologia, nello studio della gente, e
nella sociologia della povertà nel Terzo
Mondo, fino a un dottorato.
Nella sua dissertazione finale, teorizzò
per prima quella formula dei microcrediti per le aziende famigliari e soprattutto
per l’artigianato femminile che oggi è
strategia internazionale ufficiale.
Divenne, inesorabilmente, una figura
lontana per il figlio, che infatti nelle memorie investe i nonni nella Hawaii del suo
affetto e della sua riconoscenza. Nella sua
prima autobiografia, Ann, la madre, è a
malapena ricordata, con appannato affetto, e con il rimpianto di avere poco conosciuto lei, come per niente conobbe il
padre. «Il mio rammarico è di non essere
stata una buona madre, di non avere goduto degli anni più belli di mio figlio,
quando prese la laurea in legge ad Harvard e poi cominciò la carriera politica a
Chicago» ricordava, anche qui con una
formula bivalente, che può essere letta come un rimprovero al figlio, per averla
esclusa dalla sua vita, o come un rimpro-
Repubblica Nazionale
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
FOTO THE WYLIE AGENCY/THE INTERNATIONAL LITERARY REPRESENTATIVES OF JANNY SCOTT
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
IL PIRATA
Nell’altra
pagina dall’alto,
Barack
Obama accanto
alla mamma,
al patrigno
indonesiano
Lolo Soetoro,
e alla sorellastra
Maya negli anni
Settanta;
Ann Dunham
in posa
in Indonesia
nello stesso
periodo
Nella foto
grande,
Barack a dieci
anni vestito
da pirata
con la mamma
e a destra, Ann
con in braccio
il figlio all’inizio
degli anni
Sessanta
vero a se stessa. Tornò a vivere, con sospetta prepotenza, nella vita del figlio dopo la morte, nel 1995, alla Hawaii dove era
tornata dal Pakistan, sempre incapace di
restare troppo a lungo radicata in un luogo. Divenne, nella campagna elettorale
obamiana del 2008, il triste e un po’ trito
santino dello scandalo sanitario nazionale. Barack la usava per denunciare la crudeltà del sistema assicurativo privato,
narrando che Ann aveva consumato gli
ultimi anni della propria vita lottando
contro un colosso delle assicurazioni, la
Cigna, che voleva toglierle ogni copertura
sospettando che lei fosse già malata quando aveva sottoscritto la polizza.
Eppure lei, la piccola ingenua venuta
dal Kansas che confessò di essere ancora
vergine quando conobbe il primo marito
e il primo uomo della sua vita, Barack senior, l’antropologa che aveva lasciato tutto per seguire la sua vocazione di pacifista
e internazionalista dedita alla lotta contro
la povertà, avrebbe confidato regolarmente alla figlia avuta dal secondo marito
indonesiano l’orgoglio, l’amore insoddisfatto, per quel ragazzo divenuto uomo di
successo, all’altro capo del mondo. «Barack era un bambino brillantissimo, intelligente, irrequieto, ansioso di conoscere e
di vedere tutto, nelle scuole private e pubbliche di Giacarta» raccontava alla figlia.
«Cercò di sapere e di leggere tutto di lui,
da lontano», ricordano gli amici, impresa
non facile negli anni in cui l’informazione
erano i ritagli di giornali arrivati per posta.
«Io sentivo il suo amore immenso, che mi
ha sempre seguito nella vita», dice oggi il
Presidente all’autrice del libro, ma non
serve essere troppo cinici per avvertire un
sapore artificiale, in questa dichiarazione
d’amore postuma. «È stata lei a insegnarmi che sotto la superficie siamo tutti esseri umani, con il bene e il male dentro di noi.
Capisco che questo fosse il suo idealismo
ingenuo, figlio di un’altra epoca, ma molto di quel suo idealismo lei lo ha passato a
me. Sono il figlio di mia madre».
Poco prima di morire, Ann Dunham
nata Stanley lesse il manoscritto delle memorie del figlio, I sogni di mio padre e scoprì che era tutto centrato sulla figura di
quell’uomo che pure Obama non aveva
mai davvero conosciuto, se non per un
breve incontro alla Hawaii quando il futuro presidente aveva dieci anni e il padre lo
aveva portato a un concerto di Dave Brubeck, il grande pianista di jazz. «Non si lamentò, non protestò, non fece sapere a
Obama se si fosse dispiaciuta, perché lei
non era fatta così» dirà la figlia SaetoroNg. Morì sola, alla Hawaii, a diecimila chilometri dal figlio che ora dice di portare il
rimorso di quella lontananza. Come sempre, per madre e figlio, troppo tardi. Anche
per un Mister President.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Repubblica Nazionale
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
CULTURA*
C’erano “Coppi l’airone” e “il Ginaccio Bartali”: due stili, due campioni,
due italie. Ma c’era anche un altro genio della bicicletta altrettanto forte,
ma più controverso. Processato per una strage di partigiani, si portò dietro
una vita i sospetti sulla sua assoluzione. Oggi lo storico John Foot ha trovato documenti che potrebbero
riabilitarlo. Anche se a novant’anni l’ultimo eroe del ciclismo dice: “Ho la coscienza a posto”
Fiorenzo Magni
IL LEONE DELLE FIANDRE
Vince tre Giri delle Fiandre
consecutivi (dal ’49 al ’51),
tre Giri d’Italia (’48, ’51, ’55),
tre Trofei Baracchi,
tre Campionati nazionali
e tre Giri del Piemonte
Fausto Coppi
IL CAMPIONISSIMO
Ha vinto cinque Giri d’Italia
(’40, ’52, ’53), due Tour
de France (’49 e ’52),
tre Milano-Sanremo,
una Parigi-Roubaix e nel ’53
un campionato del mondo
Gino Bartali
IL PIO
È primo a tre Giri d’Italia
(’36, ’37, ’46), a due Tour
de France (’38 e ’48),
quattro campionati italiani
(’35, ’37, ’40, ’52), due Giri
di Svizzera e tre di Lombardia
Il terzo
uomo
Fiorenzo Magni e la sua ombra
GIAN LUCA FAVETTO
rail terzo uomo e, spesso, arrivava primo: settantanove
volte in carriera. Tenacemente, faticosamente primo, contro i due miti più
amati di ogni tempo. Ed è diventato anche lui un mito. Sempre come
terzo. Non si fugge alle etichette, nemmeno se ti alzi sui pedali e scatti. Non possono fa rci niente i muscoli. Le etichette
rimangono addosso fino alla fine, anche
dopo il traguardo. Fausto Coppi era l’Airone, il Campionissimo. Gino Bartali era
l’Uomo di Ferro, il Pio. E lui, Fiorenzo Magni, era il Leone delle Fiandre, il Terzo
Uomo. Lo è ancora adesso, che da poco
ha compiuto novant’anni. I due soprannomi se li è guadagnati con la vittoria al
suo primo Giro d’Italia, nel 1948, infilandosi nel duello fra i due giganti del cicli-
E
IL LIBRO
Esce il 18 maggio
per Rizzoli Pedalare!
di John Foot (tr. italiana
N. Stabilini, 394 pagine,
22 euro), la storia sociale
del ciclismo italiano
dalle origini a oggi
smo mondiale, e con il triplice trionfo, dal
1949 al 1951, nel Giro delle Fiandre, solo
contro tutti, ruggendo sui pedali. Il tre è
un numero che gli si addice: oltre a tre
Fiandre, ha vinto tre Giri d’Italia, tre Giri
del Piemonte, tre Trofei Baracchi e tre
Campionati nazionali.
Ma Magni, allora, correva anche con
un’altra etichetta, un’ombra pesante, accompagnato da fischi e contestazioni, inseguito da una sinistra nomea: negli anni
della guerra civile in Italia, dopo l’8 settembre 1943, era repubblichino ed è stato accusato di essere coinvolto in una
strage. Costretto ad abbandonare la sua
Toscana, si è trasferito in Brianza. Una vicenda nera, diventata rosa solo con le vittorie al Giro e con la recente scoperta di
documenti che sembrano riabilitarlo.
La storia racconta che il Terzo Uomo
o ha una faccia da joker come quella di
Orson Welles e dice cose come nel film
di Carol Reed, Il terzo uomo, uscito proprio nel ’49: «In Italia per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, omicidi, stragi
e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In
Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù». Oppure ha la faccia di Fiorenzo Magni, la faccia di uno che ti serve un’insalata e un
caffè al bar. Solo che quell’insalata è andata a scaricarla ai mercati generali alle
quattro di mattina e quel caffè l’ha raccolto di persona in Brasile. Una faccia
tutta fatica e lavoro, che ha sempre riconosciuto: «Gareggiare con quei due diavoli è stata una grande fortuna. Devo
ringraziare Coppi e Bartali, che mi hanno insegnato a perdere».
Loro si prendevano quasi tutto, vittorie, tifo, passione. Magni si guadagnava il
resto. Ha corso quando il ciclismo non
era ancora del tutto uno sport e neppure
uno spettacolo, ma una ciclopica opera
di fachiraggio, una battaglia di eroismi e
sofferenze, un racconto epico e sociale. È
il sopravvissuto dell’epoca d’oro. Con Alfredo Martini, suo grande amico, è l’ultima figura carismatica di quel mondo.
Ha dovuto lottare per farsi accettare
nell’Italia del dopoguerra. Ha sfidato accuse e polemiche. È stata una lunga rincorsa per rientrare in gruppo, la sua. A fine ’43 era un militare della Repubblica
Sociale. Stava con fascisti e nazisti. Il suo
nome è comparso nel primo fatto di sangue della guerra civile in Toscana, la battaglia di Valibona, vicino al suo paese natale, Vaiano, il 3 gennaio 1944. Un episodio che ha pesato sulla sua figura. Ora, un
libro in uscita per Rizzoli lo rilegge alla luce di alcuni documenti. Si intitola Pedalare! Lo ha scritto John Foot, storico inglese, studioso di fatti italiani. In trecen-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
LE FOTO
Nella foto grande, Bartali, Magni e Coppi alla partenza
del Giro d’Italia del ’52; in basso, Magni mostra alla moglie
la maglia rosa nel ’55 e l’immagine storica del Leone
delle Fiandre: al Giro del ’56 nonostante una clavicola rotta
non si ritira, usa un pezzo di copertone per attutire i colpi
e va avanti. Le immagini sono tratte dal libro Tre uomini d’oro
di Giuseppe Castelnovi, EditVallardi, 168 pagine, 40 euro
Antagonismi
da dopoguerra
FILIPPO CECCARELLI
i antagonismi vive l’immaginario dei popoli. Anche se
poi tra Juve e Inter, Loren e Lollo, Ascari e Fangio, Fiat
e Alfa, Roma e Milano, Togliatti e De Gasperi, più passa il tempo e più le contrapposizioni si stemperano e ci si scopre, ci si ritrova e fatalmente ci si riconosce all’interno di una
stessa mitologia. Nel caso di Coppi e Bartali venne quasi naturale di estendere la contrapposizione a un’opposta appartenenza politica. Uno con il Pci, l’altro con la Dc. Ma anche
qui, specie per chi non c’era, il sospetto è che tale rafforzamento sia il corredo postumo di un’unica grande leggenda
popolare, o almeno di una storia venuta dilatandosi al di là del
ciclismo per assecondare e insieme addomesticare un dualismo allora ben radicato nella società.
Perché sì, certo, Bartali era molto religioso, iscritto all’Azione cattolica, terziario carmelitano, come si trova scritto. È
certo che per le elezioni del 18 aprile 1948 Pio XII, in questo
anticipando modalità di questo tempo, l’avrebbe voluto volentieri in lista con la Dc. E quando proprio quell’anno non solo “Ginettaccio” vinse il Tour, ma in una celebre tappa distolse l’attenzione infuocata del paese dall’attentato a Togliatti,
De Gasperi volle incontrarlo e gli chiese quel che un uomo potente, ma anche prudente, chiede a una specie di eroe e cioè
cosa poteva fare per esprimergli la sua gratitudine. Al che Bartali, che era un uomo molto concreto e allora già piuttosto benestante, gli rispose che gli sarebbe piaciuto non pagare le
tasse per un anno. «Ma questo non si può fare», replicò il presidente. «E allora niente», concluse il corridore con un sorriso, quindi senza farla troppo lunga — oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!
Sulla fede di Fausto Coppi nel comunismo, d’altra parte, e
sulla sua adesione al Pci i documenti e le testimonianze paiono senz’altro meno rilevanti. Vero è che l’Unità faceva il tifo
per lui, inviando come cronisti al Giro d’Italia addirittura due
poeti, Alfonso Gatto e Gianni Rodari. Ma una delle poche pezze d’appoggio, anche se oggi più significativa di quanto potesse sembrare a quel tempo, sta nella partecipazione di Coppi, insieme con Renato Guttuso, Massimo Girotti, Claudio
Villa e il giovane Enrico Berlinguer, alla giuria per l’elezione di
“Miss Primavera 1950”, la Miss Italia del Pci. Per cui viene da
pensare che il vero e sostanzioso motivo dell’attribuzione del
campione al campo della sinistra stia più che altro in quella
complessa vicenda coniugale e sentimentale che lo portò, insieme con una donna già sposata, la “Dama Bianca”, al secolo Giulia Occhini, a sfidare la corrente ipocrisia, pure democristoide, affrontando davvero un sacco di guai (reati e carcere per Giulia, ritiro del passaporto per lui, nascita del figlio
Faustino in Sudamerica).
E però, si legge in certi splendidi pezzi di Giorgio Bocca e anche in un’acuta pagina della Storia dell’Italia repubblicana di
Silvio Lanaro (Marsilio, 1992), dopo tutto tra Coppi e Bartali ce
n’era già abbastanza per farci entrare anche la politica. Tanto
l’uno era triste e laconico, «misero a piedi e airone sulla bici»,
quanto l’altro era beffardo e chiacchierone, attento a se stesso, ma soprattutto un lottatore che non si dava mai per vinto.
Opposti anche sul piano tecnico: Bartali ciclista mai domo,
incandescente e volonteroso, cuore e slancio in pianura e dovunque; Coppi, passista e scalatore, era tutto gambe, muscoli, polmoni e moderne, meticolose tabelle di marcia. Due giganti, due miti, appunto, così diversi e oggi così uguali, figli di
uno stesso popolo che si dedicava al ciclismo su strada con la
stessa lieta passione con cui si abbandonava alla militanza
anch’essa fatta di fatica, polvere e pioggia, in un dopoguerra
durato troppo poco per gustarselo fino in fondo.
D
CLN
Due documenti
di Cln e Clnai
trovati da Foot:
i partigiani
scrivono
che “il Compagno
Magni Fiorenzo”
con una
“collaborazione
non scevra
di rischio [...]
ha reso
servizi notevoli
che cooperarono
alla causa
della Liberazione”
© RIPRODUZIONE RISERVATA
tocinquanta pagine riepiloga dalla A alla
Z il ciclismo italiano, da Adorni a Zanazzi, dagli ultimi anni del Diciannovesimo
secolo al doping industriale, passando
per Giradengo, Binda, Pantani, Coppi,
Bartali e naturalmente Magni.
Al Terzo Uomo è dedicato un lungo capitolo. Racconta il suo modo di correre, le
vittorie, il rapporto con l’Airone e il Pio,
ma anche la guerra civile, il massacro di
partigiani a Valibona, le indagini e il processo di Firenze nel 1947: ventiquattro gli
imputati, fra cui Magni, latitante. La richiesta contro il ciclista, nel frattempo
sospeso dalla federazione, è trent’anni di
galera. Il 24 febbraio viene assolto, perché non si può appurare che abbia preso
parte all’azione e le altre accuse rientrano sotto l’amnistia del giugno 1946 approvata da Palmiro Togliatti, ministro di
Grazia e giustizia e segretario del Pci.
Magni può tornare alle corse. Ma come
nota John Foot: «Buona parte della sua
carriera sarebbe stata interpretata in termini politici, una dimostrazione dell’inscindibilità, in Italia, tra sport e politica,
oltre che della passione per le teorie cospirative». Tuttavia, lo storico inglese sostiene che nel mistero di Valibona oggi si
è giunti a una svolta. «Nel 2010 — scrive
— recuperai alcuni documenti originali
presentati al processo dalla difesa, i quali rivelavano una versione inattesa della
vicenda». Secondo due lettere ufficiali
del 1945, durante il suo soggiorno a Monza Magni aiuta attivamente la Resistenza. Quella datata 14 giugno attesta che «il
Compagno Magni Fiorenzo» con una
«collaborazione non scevra di rischio [...]
ha reso servizi notevoli che cooperarono
alla causa della Liberazione». Eppure,
chiosa Foot, nessun resoconto ha mai
fatto cenno a questo aspetto del processo e al presunto e sorprendente passato
di Magni, nemmeno lui stesso.
Non lo fa neanche ora, raggiunto al telefono. Parla di Coppi e Bartali, fenomeni inarrivabili che tiravano fuori il meglio
di lui. Parla delle fatiche in salita e dei
suoi leggendari recuperi in discesa. Di
Valibona e del processo dice solo: «Quello che conta nella vita è la nostra coscienza, il resto non ha importanza». Davanti al televisore, guarda il Giro: «Certo
che ci vado anche quest’anno. Sulle Dolomiti, sono lì ad aspettarli». Torna in visita al proprio passato sempre presente,
su e giù per le montagne. Ha ancora quella faccia del ’56: con i denti stringe una
camera d’aria legata al manubrio, clavicola e omero rotti; finisce la tappa e poi
anche la corsa, sarà secondo al suo ultimo Giro d’Italia. In salita, magari arranca, ma in discesa li supera tutti. Era il migliore. Dopo quei due.
fratelli in Italia
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FABRIANO
20-21-22 MAGGIO
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direzione artistica: Francesca Merloni
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con il sostegno di
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Repubblica Nazionale
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
È stata la più grande etichetta
di sempre. Ha scoperto Thelonious
Monk, John Coltrane, Ornette
Coleman, Miles Davis, Bud Powell. Tutto era cominciato
SPETTACOLI
con un ragazzo ebreo fuggito dalla Germania che si portava dentro
le note su cui ballavano i genitori. Ora un libro racconta quella storia
blue
note
records
ORNETTE COLEMAN
WYNTON MARSALIS
(1930)
Uno dei fondatori
del free jazz
negli anni Sessanta,
ancora oggi
sperimenta ogni tipo
di musica
(1961)
Tra le nuove leve
della scena di New
Orleans, cresciuto
ispirandosi a Miles
Davis, ha fatto parte
dei Jazz Messengers
Tutte le stelle del jazz
MASSIMO VINCENZI
he finest in jazz since 1939, c’è scritto sotto
il logo. Il meglio da settant’anni a questa
parte quando si parla di jazz. Raro caso in
cui la modestia sarebbe ipocrisia. La nota
blu, quel battito blues che sa di terra intrisa
di lacrime e risate, è semplicemente questo: the best. Spiegare a un appassionato cos’è la Blue Note Records è inutile, come parlare dei Vangeli a un credente. Questione di fede, risparmia il fiato. Ma la storia
passa di bocca in bocca sino a uscire dai confini della
musica. Diventa storia di uomini.
La storia di un gruppo di amici che crea all’ombra cupa della Seconda guerra mondiale la più grande etichetta jazz di sempre. «Le aziende non hanno una loro mistica» — scrive Richard Cook nella biografia definitiva
(in uscita da minimum fax) — «Le case discografiche sì:
emana dalle copertine, dalle fodere interne e dagli spessi dischi in vinile». Retorica giustificata per chi ha pubblicato, rilanciato e/o inventato tutti i più grandi nomi
del sound afroamericano. Se fossero editori di libri nel loro catalogo (messi sotto contratto da vivi) ci sarebbero
Dante, i romanzieri russi dell’Ottocento, il minimalismo
di Carver e infine, tanto per gradire, avrebbero pure lanciato Franzen. Se avessero fatto libri. Invece il loro mare
è la musica: un oceano.
L’album delle figurine è pieno di nomi illustri, non c’è
alcun “manca”, sono tutti “celo”: Thelonious Monk,
John Coltrane, Ornette Coleman, Horace Silver, Miles
Davis, Sonny Rollins, Bud Powell, Wynton Marsalis e via
elencando. Non bisogna essere degli esperti per farsi rapire: basta digitare su youtube, a caso, Blue Traino Song
for My Father e la musica gira subito intorno.
L’idea di tutto questo è figlia del matrimonio tra la
buona sorte e uno che si danna l’anima per conquistarla. L’abile fortunato in questione è un ragazzo ebreo arrivato a New York in fuga dalla Germania nazista. Si chiama Alfred Lion, ha appena ventinove anni, da emigrante fa un po’ di tutto, ma soprattutto ama la musica e una
notte d’inverno finisce alla Carnegie Hall. Dove si sono
dati appuntamento tutti i più bravi: dai pianisti swing Albert Ammons e Meade Lux Lewis a Count Basie. È solo
un concerto, ma la potenza di quel che sente cambia per
sempre la sua vita e la storia della musica. Scriverà qualche tempo dopo: «Quando avevo cinque anni i miei genitori mi portarono in una località di villeggiatura. L’albergo aveva una sala da ballo e una grande orchestra.
Mamma e papà mi mettevano a letto e andavano a ballare. Io mi rivestivo e di nascosto raggiungevo il salone. I
suonatori, divertiti, mi lasciavano entrare e rimanevo
per ore accucciato accanto al batterista. Significò qualcosa sentire quel ritmo».
Significa tutto. A lui si uniscono un altro esule tedesco,
Frank Wolff (che la leggenda vuole in salvo sull’ultima
nave in fuga) e Max Margulis, uno strano tipo: scrittore
marxista, non capisce poi molto di jazz, ma viene conquistato dal sapore rivoluzionario che intuisce sotto
quel cumulo di suoni. Lion e i suoi amici hanno fiuto, voglia e passione. E pazienza. Tanta. Non è un ambiente facile: i musicisti sono gente complicata, ai confini della
follia. Gira molta droga, innaffiata da troppo alcol che inzuppa notti senza fine su e giù per la 52esima, la strada
dei locali.
C’è una foto che è un racconto. Perché il jazz va visto.
Non solo ascoltato. È un’immagine in bianco e nero. È
T
THELONIOUS MONK
DEXTER GORDON
JOHN COLTRANE
(1917-1982)
Genio del pianoforte,
dell’improvvisazione,
tra tradizione
e sperimentazione
è stato tra i più
grandi compositori
della storia del jazz
(1923-1990)
Cresciuto accanto
a Louis Armrstrong
e Lester Young,
grande sax tenore
emigrato a Parigi
È considerato uno
dei padri del bebop
(1926-1967)
La storia del jazz
si divide tra prima
e dopo il suo A Love
Supreme. Prima
di fondare la Impulse
Records, il suo sax
suonò per la BN
un pomeriggio d’estate, il 7 luglio del 1960, la Blue Note
è al massimo del successo. Fa caldo. Un ragazzo di colore legge uno spartito, la sigaretta appesa al lato della bocca, il sassofono a tracolla, un maglione innaturale per la
stagione, la camicia bianca stropicciata sul collo. Lo
sguardo di un equilibrista prima del salto triplo. Lui è
Hank Mobley e sta per incidere il suo capolavoro: Soul
Station. Incollato alle sue spalle c’è Alfred Lion, le mani
come ali, l’ombra riflessa di un angelo custode: santo
protettore dei talenti scheggiati.
Repubblica Nazionale
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
PROTAGONISTI
IL LIBRO E I CONCERTI
Accanto, Hank
Mobley legge
uno spartito:
sassofono,
sigaretta
al lato della bocca,
la camicia bianca
stropicciata
Alle sue spalle
c’è Alfred Lion
della Blue Note
Records
È il 7 luglio 1960
e Mobley
sta per incidere
il suo capolavoro:
Soul Station
Esce il 18 maggio
per minimum fax
Blue Note Records:
la biografia di Richard Cook
(traduzione di M. Bertoli,
300 pagine, 16,30 euro)
Il libro sarà lanciato
da una serie di concerti:
domani al Salone del libro
di Torino alle 20,30 in Sala
azzurra con gli Ideal Standard;
domenica 29 all’European
Jazz Expo - Sardinia Jazz
Festival al Parco di Monte
Claro alle 17 e martedì 31
alla Casa del jazz
a Roma alle 21
FATS NAVARRO
BUD POWELL
FREDDIE HUBBARD
(1923-1950)
Tra i pionieri
del bebop alla fine
degli anni Quaranta
a New York e amico
di Miles Davis,
è considerato
uno dei primi
trombettisti jazz
moderni. Purtroppo
la sua musica,
piena anche
di influenze
caraibiche, rimase
sulla scena
solo quattro anni
(1924-1966)
Con Thelonius Monk
è considerato
il più importante
pianista bebop
Geniale quanto
disperato
(1938-2008)
Ragazzo prodigio,
ha suonato
con i più grandi
del mondo,
Coltrane compreso
Poi la sua carriera
si è appannata
prima di risorgere
con Hancock
“Entri”, racconta Art Hodes,
“e trovi una borsa piena
di cibo. Cominci a suonare
e non hai più bisogno di uscire
Ti sembra di essere a casa tua”
Ecco la formula magica, immutata da sempre: l’amore, la devozione al culto della musica e ai suoi sacerdoti.
Oltre vent’anni prima, il 6 gennaio del 1939, Lion incide
la sua prima session. Convince i due che l’hanno fatto
piangere e ballare alla Carnegie Hall, Albert Ammons e
Meade Lux Lewis e li porta in uno studio di registrazione
nel centro di Manhattan. Prima del via entra in un negozio e fa scorta di bourbon e scotch: «Devono sentirsi come nel loro locale preferito», pensa.
E il pianista di Chicago Art Hodes conferma: «Entri e
trovi una borsa piena di cibo. Una volta che cominci a
suonare, poi, non hai più bisogno di uscire. Ti sembra di
essere a casa tua». Semplice, come solo l’arte più raffinata sa essere. Senza contare che alla Blue Note sono gli
unici a pagare anche i giorni di prova: così i musicisti
hanno il tempo per perfezionare le loro performance.
Ruth, la moglie di Lion, mette un altro tassello: «Alfred faceva tutto. Si occupava delle distribuzione. Andava alle
prove. Andava alle audizioni. Lavorava almeno settanta
ore a settimana. Senza giorni di riposo». Perché c’è sempre del metodo dentro la follia.
A completare il mosaico, il balletto di Lion. Se una registrazione non va come dovrebbe, lui resta seduto. Immobile, i muscoli della faccia tirati nell’attesa dell’evento. Quando finalmente la band ingrana, Alfred inizia a dimenarsi in regia. Prima piccoli passi impercettibili, poi
agita le anche, infine gambe e braccia. Un sorriso a scrivere il lieto fine. Con i musicisti che buttano l’occhio verso di lui e capiscono di avercela fatta.
L’idea è quella di una famiglia. Che lui cura con la dedizione di un fratello maggiore. Come con Bud Powell
portato a casa propria la sera della prima registrazione
per evitare che si riempisse le vene di eroina. Peccato che
il gatto di famiglia non abbia guizzo migliore che saltargli sulle gambe. Bud, con il sistema nervoso di cristallo,
dà di matto e cerca di ammazzare la povera bestia. Non
ci riuscirà e poche ore dopo (inclusa sosta in farmacia)
inciderà il suo debutto per la Note.
C’è un gatto di mezzo anche quando Coltrane sta per
firmare il suo primo contratto. Al momento di mettere
nero su bianco l’accordo, il micio che vive negli uffici dell’etichetta, balza dalla finestra aperta e tenta un’improbabile fuga nel traffico. Lion gli corre dietro trafelato. Al
ritorno il sassofonista non c’è più. Ma Coltrane (che ama
i gatti) sente che lì dentro, in quella stramba società, c’è
un clima particolare, nonostante abbia siglato un patto
con la concorrente più spietata, si ricorda della promessa e incide Blue Train. Buona la prima, un capolavoro.
Dettagli e istinto animale, appunto. Come per le copertine. Indimenticabili. Raro e primo incrocio nella
storia del design tra grafica e immagini (le foto scattate
da Wolff durante le registrazioni). Paradosso solo apparente, a compiere il miracolo è un altro a cui il jazz interessa niente: Reid K. Miles. Artista e designer che in quel
momento crea copertine per Esquire e che ascolta musica classica. Miles, racconta Cook, parte subito con il
piede giusto: «Deve disegnare la ristampa di un disco di
Monk. Lui ci pensa ed esegue: Thelonious è spezzato su
due righe con un trattino fra la o e la n in un austero carattere nero mentre Monk si staglia in bianco su uno
sfondo monocromo, giallo ocra per il primo volume e
rosso arancione per il secondo. Un ritratto di Monk, opera di Wolff, è ritagliato in un piccolo rettangolo in cima al
quadro. Genius of Modern Music scorre sulla sinistra in
minuscolo e in corpo minore». C’è un bel libro, con la
prefazione di Horace Silver: Blue Note Album, the Cover
Art che prende tutte le copertine dell’etichetta e le mette in sequenza senza commenti: sono immagini che
suonano, gracchiano come vecchi vinili. Giri le pagine e
ti si riempiono occhi e orecchie. Un album da leggenda.
Che il tempo non riesce a sbiadire nonostante le classifiche non sorridano più al jazz e la Blue Note adesso
brilli di luce riflessa, come il riverbero di una stella lontana. Il declino è rapido. Semplice da raccontare: Lion produce la sua ultima session il 28 luglio del 1967 con la società già passata di mano. Alfred dice alla fine: «Non riesco a comunicare con queste persone. Io ho il mio modo di fare le cose poi di colpo ecco tutta questa gente, tutte queste procedure, queste regole». Dopo quasi
trent’anni se ne va in pensione sull’altra costa degli Stati Uniti dove rimane sino al 1987 quando, il 2 febbraio,
muore. Il New York Timesnel ricordarlo nella pagina degli Obituaryannota una sua frase: «I dischi Blue Note sono stati pensati per essere utili all’espressione non adulterata dello swing in generale. Qualsiasi stile che rappresenti in modo autentico il sentimento musicale è
un’espressione genuina. La Blue Note intende individuare il suo impulso non i suoi orpelli appariscenti e
commerciali».
Questa è ancora la Blue Note. Anche senza i fondatori (Wolff muore nel 1971 ancora in piena attività, stroncato da un infarto) la magia non evapora mai del tutto. E
visto che la musica (simile allo sport) è come la vita, solo
un po’ più bella, ecco che arriva il lieto fine. Ha la faccia
simpatica di Norah Jones figlia segreta del musicista in-
SONNY ROLLINS
MILES DAVIS
(1930)
Nato in una famiglia
di talenti musicali,
allievo ed erede
indiscusso di Charlie
Parker, sa stupire
ancora oggi
(1924-1966)
Icona pop, rude,
scontroso,
cosmopolita: forse
il più grande
trombettista
jazz della storia
diano Ravi Shankar. Ragazza prodigio che riporta il jazz
in vetta alle hit parade: milioni di dischi venduti e premi
a non finire. L’età dell’oro che ritorna.
E ora, Monk, Parker, Davis e tutti gli altri sorridono
come alla fine di una registrazione, vedendo Alfred
Lion ballare piano al ritmo del bebop. Una mano a dare il tempo sulla schiena dell’inseparabile gatto. Che
rizza il pelo arruffato dalla nota più blu che un sax abbia mai suonato.
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Repubblica Nazionale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
le tendenze
È da sempre il colore della passione e cura contro
ogni tristezza. Esaltato da Valentino e convolato
Hot
a nozze con Roberto Capucci, è stato rilanciato
dai tailleur made in Italy di Kate Middleton
Ora la moda punta sulla sua carica di ottimismo
per disegnare le forme della nuova stagione
L’ABITO
Per una donna che non vuole
passare inosservata. L’abito rosso
senza maniche, drappeggiato
e asimmetrico di Pinko
L’INFRADITO
In pelle lucida color corallo
Con nastri intorno alla caviglia
L’infradito di Twin-Set
Simona Barbieri
Rosso
Per un’estate di fuoco
LAURA LAURENZI
la nostra vita, il nostro sangue, il cuore, la passione, le emozioni. Colore segnaletico per eccellenza,
il rosso ha la lunghezza d’onda più ampia di tutte
le altre tinte visibili. È il fuoco, è la fiamma che arde, è il semaforo che ti ordina di fermarti, è la macchina che corre più veloce di tutte, è la silenziosa
barca a vela da regata. È il colore simbolo dell’impegno politico a partire dal 1848, la camicia dei garibaldini, la bandiera della rivoluzione. Segnala pericolo di vita quando è codice rosso, indica un conto in banca ormai prosciugato, è il
drappo del torero che volteggia nel sole, colore della sfida,
della provocazione, dell’aggressività.
È automaticamente anche il colore dell’amore, della festa
commerciale degli innamorati, di cuori e cuoricini spesso
troppo melensi, dei baci stampati col rossetto. Ma dalla seduzione al fascino del proibito il passo è breve, a schiudere i labirinti dell’universo a luci rosse. Di rosso vestivano le prostitute, e il colore diventava un ghetto se non un marchio d’infamia, come in quel ricamo cucito sul petto dell’adultera nella
Lettera scarlatta. Ma rosso fuoco, con il suo strascico e le sue
creste di mikado, è l’abito da sposa più arrogante e spettacolare mai disegnato da Roberto Capucci.
Se ieri era simbolo della lotta di classe, oggi è stato sdoganato e regalato al marketing. E paradossalmente si impone
come nuova tinta neutra globalizzata, buona per tutte le campagne pubblicitarie e per tutte le sfilate. Il rosso vende. Non a
caso è il colore di Babbo Natale e della Coca Cola, cioè dei consumi. Prima che Valentino desse il suo nome al rosso assoluto, il suo collega americano Bill Blass teorizzò: «Se sei in dubbio indossa il rosso, la cura definitiva contro la tristezza».
È il colore degli abiti da ballo quando sai di potertelo permettere, il colore rilanciato da Kate Middleton ribattezzata
Lady in redper i suoi tailleur made in Italy, il colore della giacca militare delle Irish Guards esibita dal principe William davanti a due miliardi di telespettatori. Il colore della mondanità
e del red carpet, dei charity benefici, del fiocco rosso simbolo
della lotta all’Aids, ma è anche la porpora dei cardinali e delle
gerarchie ecclesiastiche, così come è la tinta dell’inferno.
Moda, arte, cinema, letteratura, musica, design lo divorano, e non da oggi. Proust descrive una dama con un abito che
sembra «una specie di grande fiore di sangue». Sempre rossa
era la firma di Frank Lloyd Wright, rosso nel titolo il libro più
amato del Nobel Pamuk e Cappuccetto rosso sangue è l’ultimissima versione pulp della celebre fiaba. Rossa è la mela di
Biancaneve, rosso è il pomodoro simbolo della dieta mediterranea, rosso il sipario, rossa la voglia di mettersi in mostra.
In cromoterapia è la tinta perfetta per stimolare la circolazione. È il primo colore dell’arcobaleno e anche il primo che i
neonati imparano a riconoscere. L’esposizione al rosso è eccitante, accelera il battito cardiaco, rafforza la volontà e il coraggio, e proprio come una medicina ha i suoi effetti indesiderati: è sconsigliato in caso di febbre, pressione alta, stati infiammatori acuti, ipertensione, ansia, insonnia. E naturalmente problemi di cuore.
È
LA CAMICIA
Senza maniche, sciancrata
e con jabou-rouche
La camicia di Elisabetta Franchi
Jeans per le sere d’estate
IL SANDALO
In vitello rosso il sandalo
intrecciato con tacco vertiginoso
È la proposta per l’estate
firmata Rossetti
IL BAULETTO
Realizzato in cotone
spalmato con finiture e manici
in pelle rossa tono su tono
e puntali oro. Di Piero Guidi
L’ILLUSTRAZIONE
Abito Rosso Valentino
di David Downton
inchiostro e guache
Londra 2006
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Repubblica Nazionale
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
PRATICA
Gonna e giacca
in drill di cotone
stretch
Ecco la mise
firmata Prada
per chi sceglie
un look total red
GLI OCCHIALI
Montatura rossa con caramella
torchon in metallo e Swarovski
sulle aste per gli occhiali
da sole Moschino
L’OROLOGIO
Ha cassa rettangolare in acciaio
e cinturino in vernice rossa stampa
coccodrillo l’orologio Tissot Txl Lady
Movimento al quarzo Swiss made
MORBIDA
INDIANA
PREZIOSA
Sul corpo cade
morbida la tuta
short in cotone,
ovviamente rosso,
con maniche a tre
quarti che Sonia
Rykiel propone
per l’estate 2011
La gonna è in triplo
crepe di organza
Il top in triplo
crepe di seta
Per la donna
che sceglie
Costume
National
Una pioggia
di macro-paillettes
per rendere
prezioso
e brillante
l’abito corto
stile impero
di Patrizia Pepe
Laura Lusuardi/direttore creativo di Max Mara
“Ma il vero colpo di teatro è il total look
l’importante è unire minimal e tinte forti”
SIMONE MARCHETTI
LA BORSA
È in materiale sintetico
di colore rosso il bauletto
che chiude con la zip
Proposta di Carpisa
enace, curiosa, informatissima. Laura Lusuardi, direttore creativo di
Max Mara, è una figura unica nel panorama del Fashion system. Parte
dell’azienda emiliana da quasi quarant’anni, ha dimostrato non solo
una grande preparazione, ma soprattutto capacità d’adattamento e previsione eccezionali. Oggi è tra i pochi addetti ai lavori a contribuire attivamente alla formazione e alla scoperta di nuovi talenti. Lo scorso settembre è stata tra i primi designer a puntare sui colori forti per le passerelle della primavera estate 2011.
Cosa pensa del ritorno del rosso nel guardaroba delle donne?
«Contrariamente a quanto si creda, il rosso e i toni forti sono stati proposti
da pochi stilisti. La loro consacrazione a tendenza, infatti, viene dai magazine di moda che li hanno promossi sulle copertine e negli editoriali. Il successo del carminio, in particolare, è legato soprattutto all’aurea d’ottimismo e di
originalità che racchiude. Nella nuova stagione, infatti, le donne hanno bisogno di sentirsi più positive e insieme più particolari. Per questo hanno scelto il rosso: per la sua capacità di assecondare queste due esigenze. Devo ammettere, però, che è stata comunque una sorpresa vedere polverizzati i capi
colorati appena arrivati in boutique».
Esistono tanti tipi di rosso. Qual è la tonalità da raccomandare?
«Il rosso proposto sulla passerella di Max Mara è un tono molto vicino all’arancio: è una mischia piena di luce, con mille sfaccettature. Parlare di un
tono preciso, però, non ha molto senso oggi. Fino a ieri, infatti, si potevano
T
identificare due tipi di rosso: il “Valentino” e il “Marlboro”, quello del pacchetto di sigarette. Oggi tutte le sue sfumature sono diventate utilizzabili. Il
motivo è molto semplice: dopo il bianco, il nero e il beige, il rosso è ormai considerato un colore neutro, qualcosa che sta bene a tutte e si può mischiare con
tutto».
Quali sono, allora, gli abbinamenti consigliati?
«Direi di evitare il classico accostamento rosso-blu-bianco, un mix che ha
un sapore troppo marinaio, oggi superato. Al contrario, bisogna puntare sul
total look, con giacca, body, pantaloni e scarpe tutti nella stessa sfumatura.
Chi vuole qualcosa di meno shocking, invece, può andare sul sicuro abbinandolo al bianco che ne enfatizza la leggerezza. Infine, poiché il rosso sarà
di moda anche il prossimo inverno, nella stagione fredda raccomando di accostarlo a tutti i toni cammello: il mix risulterà sofisticato e molto moderno».
Ci sono degli abiti particolari su cui puntare?
«Sicuramente l’abito lungo, da indossare magari con una micro borsa di
un tono neutro: è un po’ il contrario di quello che si faceva in passato, quando a un tubino beige si abbinava una pochette rossa. Bellissimo il cappotto o
lo spolverino rosso, pezzi di grande fascino da abbinare a tutto. Il vero colpo
di teatro, però, resta il total look carminio: l’importante è puntare sulla pulizia delle forme di giacca, top e pantaloni. Unire minimal e colori shocking è
la tendenza più sofisticata del momento».
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FLOREALE
Abito in chiffon
di seta ricamato
con paillette
a motivi floreali
Da abbinare
a una collana
con piume
e pendenti. Dior
IL DECOLLETÉ
Ha la forma di un rossetto
l’originale tacco di questo
décolleté in vernice
Di Alberto Guardiani
ROCK
SEDUCENTE
STAR
Chiodo in pelle
con zip in metallo
dorato su abito
décolleté in raso
di seta
con impunture
geometriche
Di Blumarine
Top a fascia
in viscosa
su pantalone
Seventies
di jersey rosso
e cardigan
La proposta estiva
di Max Mara
Rosso fuoco
anche per il trench
impermeabile
di Tommy Hilfiger
che piace alle star:
l’ha indossato,
per esempio,
Renée Zellweger
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48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
i sapori
Trasgressioni
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
Dovremmo starne alla larga, ma ne siamo
irresistibilmente attratti. Eppure, come spiegheranno
a Genova quelli di Slow Food, un altro modo
di gustare alici, sogliole e triglie croccanti, dorate,
cotte nell’olio bollente e mangiate è possibile
I PESCI
Gamberi
Calamari
Acquadelle
Alici
Sgusciati, con o senza
coda, devono essere
privati del budellino
scuro attraverso
una piccola incisione
sul dorso,
prima di immergerli
nella pastella
Puliti e tagliati
a rondelle, asciugarli
bene per evitare
schizzi in frittura
Passaggio in farina
di riso o semola
per migliorare
la croccantezza
Si passano nella farina,
setacciando
per eliminare quella
in eccesso. Una volta
fritte e asciugate
su carta assorbente
si servono in cartocci
di carta-paglia
Togliere testa, viscere
e lisca centrale,
lasciandole
aperte a libretto,
prima di infarinarle
e friggerle. Eccellenti
marinate in vino,
aceto e cipolla
Pangrattato
Uovo
Pastella
L’impanatura classica
— uovo intero
e pane grattugiato,
come nella cotoletta —
acquista fragranza
sostituendo il pane
normale con la mollica
del pan carré
Si utilizza intero,
sbattuto, o solo
il bianco, montato
quasi a neve (frittura
più lieve). L’immersione
avviene prima
o dopo il passaggio
in farina o pangrattato
Nella versione
tempura, acqua
ghiacciata insieme
a uovo e farina
o maizena, oppure
farina e birra, acqua
frizzante, zafferano
e zenzero grattugiato
Temperatura
Sale
La caramellizzazione
di proteine
e carboidrati comincia
sopra i 140 gradi
Per evitare
la degradazione
dell’olio, bisogna
restare sotto i 180
I migliori sono marini
integrali o colorati,
ricchi di gusto e poveri
di sodio. Comunque
da aggiungere
solo a fine frittura,
per evitare
di inumidirla
LE TECNICHE
Farina
Qualche cucchiaiata
in un sacchetto
da gelo, pochi
pezzi alla volta
inseriti e scossi
prima di passarli
nel colapasta evitando
che l’olio saturi le fibre
LE REGOLE
Padella
Alta, coi bordi spessi,
di ferro o alluminio,
per diffondere
il calore e mantenerlo
in cottura. Per estrarre
il pesce, cestello
o mestolo bucato
largo (ragno)
Olio
Extravergine, meglio
se di gusto poco
intenso (ligure, lacustre),
per riempire due terzi
della pentola
Utilizzare la seconda
volta solo
dopo filtratura
Frittura
dipesce
L’eterna lotta tra sano e buono
LICIA GRANELLO
200
le calorie per 100 g
di pesce fritto
210°
il punto di fumo
dell’extravergine
1912
scoperta della glicazione
delle proteine
iamo fritti! disse l’alice al calamaro. Difficile pensarli diversamente. Certo, l’una e l’altro possono soggiacere a
cotture diverse: alla griglia, col pomodoro, in tortiera. Perfino offrirsi nudi e crudi, specie se di piccole dimensioni.
Ma nessun’altra modalità suscita la stessa salivazione immediata, il richiamo del mare e quello della cucina vacanziera ritrovata nel giro di pochi bocconi, da gustare con avidità mal
trattenuta. Il fritto è — come si dice — la morte loro.
Nulla rappresenta meglio del fritto di mare l’eterna lotta gastronomica tra il bene e il male. L’ingrediente-elisir — meno carne e più pesce!, predicano i nutrizionisti — prigioniero della preparazione trasgressiva per antonomasia, la leggerezza della materia prima contaminata dalla pesantezza del grasso cotto, il cibo che abbatte il colesterolo cheek-to-cheek con chi il colesterolo — quello cattivo, per
giunta — lo costruisce, molecola su molecola.
Dovremmo starne alla larga, ne siamo irresistibilmente attratti, per
quella summa di dettagli che costruiscono un mito gastronomico, addirittura a prescindere dalla qualità finale di quello che mangiamo.
Non si spiegherebbe altrimenti la fama mondiale di fish&chips, merluzzo e patatine in cartoccio senza riguardo per la qualità delle materie prime, cotto in grassi pessimi: mangiarlo è un godimento che ci riporta indietro negli anni, cucina d’infanzia e attualissimo peccato di
gola. Le antinomie, per fortuna, sono anche altre, dal contrasto morbido-croccante di polpa e impanatura alla miscellanea che apparenta pesci poverissimi e super crostacei, uniti nel sacro nome della pa-
S
ranza, madre di tutte le fritture di mare, perché tutto accoglie nel padellone di ferrifero annerito.
Ce ne siamo dimenticati, ma il fritto di pesce nasce proprio lì, in riva al mare, ovunque arrivasse un gozzo con il suo carico più o meno
generoso. Sfoltito il pescato delle varietà più pregiate, destinate al
mercato, si friggeva quanto restava, senza troppo curarsi delle proporzioni tra uno e l’altro elemento di questa sorta di misticanza marina. Abbiamo guadagnato in tecnica — niente oli di bassa qualità,
grassi che fumano, limone che ammolla la pastella — ma perso in varietà, votati come siamo ai comandamenti della pigrizia ittica: gamberi e moscardini, cozze e sogliole. Poco importa che siano quasi tutti di allevamento, oppure surgelati.
Se volete sapere che cos’è il fritto verace, che riempie le narici e
scrocchia sotto i denti, programmate una gita a Genova dove a fine
mese si svolge la quinta edizione di Slow Fish, manifestazione di Slow
Food dedicata alla cultura dell’acqua, ai suoi prodotti e alla sua gente. Che si traduce in dibattiti sulla pesca sostenibile e laboratori del gusto, cene didattiche e aste mattutine. Altro appuntamento prezioso
quello con Biolfish — Monopoli, Bari, 1-5 giugno — incentrato su acquacoltura biologica e pesca sostenibile, con menù tematici dove il
fritto di mare sarà re indiscusso. In caso di dubbi, sfogliate Il mare in
cucina, manuale storico-sociologico di gastronomia ittica di Enrico
Gurioli e Alessandro Molinari Pradelli, pubblicato da Gribaudo. Scoprirete la poesia delle sarde in saor, rigorosamente fritte prima di essere battezzate con aceto e cipolle. Un bicchiere fresco di pigato o di
falanghina annegherà i sensi di colpa.
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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49
itinerari
Napoli
Cesenatico (Fc)
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
IL SALOTTO DI LUCILLA
Passo Palestro 3
Tel. 010-882391
Camera doppia da 80 euro
colazione inclusa
PALAZZO TURCHINI
Via Medina 21
Tel. 081-5510606
Camera doppia da 130 euro
colazione inclusa
CASINA LE CONSERVE
Piazza delle Conserve 5
Tel. 0547-675581
Camera doppia da 130 euro
colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
OSTERIA DA PIPPO
Salita alla Chiesa
di Fontanegli 13
Tel. 010-809351
Chiuso lunedì, menù da 30 euro
COMANDANTE
DEL ROMEO HOTEL
Via Cristoforo Colombo 45
Tel. 081-0175001
Sempre aperto, menù 70 euro
LA BUCA & OSTERIA
DEL GRAN FRITTO
Corso Garibaldi 45
Tel. 0547-1860764
Aperto a pranzo e a cena
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
ANTICA FRIGGITORIA CAREGA
Via Sottoripa 113/r
Tel. 010-2470617
TIMPANI E TEMPURA
Vico della Quercia 17
Tel. 081-5512280
FRIGGITORIA DA CIRO
Viale Trento 39
Tel. 0547-83821
LA RICETTA
Genova
Chef per sette anni
all’hotel Bulgari,
Milano, Elio Sironi
si è spostato
in Sardegna,
dove guida
la cucina
del “Madai”
di Liscia di Vacca,
Arzachena
Crema fine di fagioli di Pigna,
mozzarella e cozze fritte al curry
Ingredienti per 4 persone
gr fagioli di Pigna
•• 300
1 gambo di sedano
carota
•• 11 cipolla
bianca con 4 chiodi di garofano
•• 1200patata
polpa di cozze
•• 20 grgrcurry
gr semolino
•• 100
100 gr latte scremato
gr extravergine
•• 200
1 mozzarella di bufala
• maggiorana
Cuocere i fagioli con la patata, aggiungendo carota sedano e cipolla,
da togliere a fine cottura. Frullare il composto, emulsionando con l’olio
Cuocere le cozze pulite al vapore qualche minuto, sgusciarle
e immergerle nel latte, impanarle con semolino e curry prima di friggerle
Nella scodella, mozzarella a tocchetti, trito di maggiorana,
pepe, olio, crema di fagioli di Pigna e cozze fritte
Fragranza, paranza
e fish&chips
MARINO NIOLA
er fare un grande fritto il pesce va cotto in fragrante. Ma anche
colto in flagrante. Perché l’essenza della frittura è proprio la flagranza, ovvero la vampata improvvisa che trascolora il cibo e incendia il gusto. A santificare un calamaro in pastella, ad accendere di
gloria un merluzzetto infarinato, a far brillare di luce propria un gamberetto, a mettere l’aureola a una trigliozza, a trasformare un’alice in
una meraviglia e una soglioletta in una lamina dorata e croccante è
sempre e comunque la frittura. Che fa letteralmente risplendere il sapore. Lo fa deflagrare, ma proprio alla lettera. Perché la parola fritto
discende da una lontana radice indoeuropea, che ha a che fare con il
flagrare, cioè con tutto ciò che è ardente, sfavillante, incandescente.
Calore e fulgore. La stessa radice da cui derivano flamen, nome dell’antico sacerdote romano del fuoco e del fulmine, e l’indiano Brahma. Come dire che un pescetto fragrante e un nume flagrante hanno
qualcosa in comune. E infatti pochi cibi sono divini come una frittura eseguita come dio comanda. Umile e prelibato, semplice e raffinato, il pesce fritto è l’emblema di un mangiare democratico. Di una
comunione evangelica, come quella dei psaria, i pescetti che Cristo
moltiplica per sfamare le masse.
Non a caso il cartoccio di frittura mista è sempre presente dove la
vita popolare esplode allo stato fusionale, e confusionale. Nelle piazze, nelle feste, nei mercati. Non solo street, non solo fast ma anche fest food. Cibo schietto per una schietta umanità. Come le anciue e i
gianchetti che si mangiano nelle friggitorie di Genova tra le volte fumose e lo scuro degli angiporti dove si insinua la nostalgia salata delle creuze de ma. E gli scartossi che si vendono nei tanti fritolini veneziani persi nel labirinto di calli e campielli. Mentre la fragaglia e la paranza napoletane hanno la stessa vitalistica mescolanza, la stessa
concitata armonia della città che si specchia nel golfo delle sirene. E
a Siviglia, la Feria de abril ha il suo climax nella noche del pescaíto dove si mangia esclusivamente pesce appena fritto, bruciante come il
canto delle trianeras. Le gitane che friggono e trafiggono con secolare innocenza, con antico istinto sacerdotale. Dalla juderia di Siviglia
al Barrio del pópulo di Cadice alle marisquerías di Malaga, la via del
fritto attraversa tutta l’Andalusia e risale l’Europa seguendo il filo d’Arianna della diaspora sefardita. Fino alle atmosfere anseatiche del Fischmarkt di Amburgo con le sue friggitorie ambulanti che a partire
dalle sei del mattino servono tonnellate di pesce fritto a un popolo da
Soul Kitchen.
E, last but not least, i templi londinesi del fish and chips, altro capolavoro di gastronomia pop, giunto in Inghilterra con l’arrivo degli
ebrei migrati da Spagna e Portogallo portandosi dietro la tradizione
arabo-andalusa del pescaíto. Che evidentemente è così buono da
conquistare tutti i palati. Al di là delle religioni, delle gastronomie,
delle ideologie e persino delle dietologie. Perché il fritto e mangiato è
il basic istinct del sapore.
P
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50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 15 MAGGIO 2011
l’incontro
Viene visto come un capriccioso
narcisista quando rifiuta di essere
definito direttore della fotografia:
“Sono un cinematographer, uno
che scrive con la luce”
Figlio di un proiezionista,
a settant’anni e tre Oscar
(Apocalypse Now, Reds
e L’ultimo imperatore)
ripercorre una vita fatta
di disciplina e ricerca:
“Non avrei mai ideato l’illuminazione
del volto di Kurtz/Brando
senza conoscere Caravaggio”
Maestri
Vittorio Storaro
ittorio Storaro non cede
volentieri all’aneddotica, non concede facilmente scorci e risvolti
biografici, episodi di vita, insomma ciò
che fornisce materia per comporre il ritratto di un personaggio. E non c’è dubbio che sia un personaggio. Per essere
esatti, anzi, Storaro è assolutamente
una star internazionale: a parte il prestigio che sfiora l’adorazione di cui gode in
giro per il mondo secondo una globalità
di fama che da un pezzo nessun nostro
regista conosce, lo dicono inequivocabilmente le tre statuette dorate degli
Oscar. Collocate su uno scaffale stracolmo di riconoscimenti che, senza ombra
di civettuolo understatement, campeggiano al centro del salone di casa. Ricevute nell’ordine cronologico per Apocalypse Now, Reds (alla premiazione, alla chiamata di Storaro sul palco scattarono le note dell’Internazionale: incongruo e buffo effetto nel tempio dell’americanismo) e L’ultimo imperatore.
Per raggiungerne il nucleo bisogna
passare attraverso l’ascolto delle verità
che gli stanno terribilmente a cuore,
raggiunte attraverso un’elaborazione
teorica paziente e puntigliosa, decenni
di disciplinata ricerca, approfondimento, studio e pensiero. Da quando, a
vent’anni, prese il diploma al Centro
sperimentale (stessi anni di corso di
Marco Bellocchio) ai settant’anni di oggi. Un caso raro per la tribù del cinema,
tranne forse tra gli sceneggiatori che sono (meglio: erano) gli intellettuali e gli
ideologi della settima arte; caso unico
nei campi tecnico-artistici, dove anche
i geni conclamati specialmente se delle
generazioni più anziane hanno sempre
glie»), di aspettare le occasioni giuste, di
scegliere i lavori e gli interlocutori e, anche molto prima e non solo quando era
già diventato Vittorio Storaro, «di dire
tanti e difficili no».
Dopo l’occasione che intorno ai ventotto anni gli dischiude le porte del futuro come lo vuole lui — il film è Giovinezza giovinezza, il regista è Franco Rossi —
gli incontri decisivi saranno tre. Il primo
è con Bernardo Bertolucci, verso il quale nutre e conserva un sentimento speciale che deve avere a che fare con la sete inestinguibile di cultura del giovane
Vittorio quando si lega (soprattutto a
partire da Il conformista) a quel coetaneo così diverso, sofisticato e un po’ viziato, di famiglia supercolta, abituato a
trovare nel salotto di casa il gotha della
cultura italiana. Bertolucci, dunque, e
poi Francis Coppola e Warren Beatty. Il
temerario avventuriero seguito nello
sprofondo della giungla filippina (da
dove l’altrettanto esigente Vittorio impose che il “girato” venisse settimanal-
Nella mia carriera
ho sempre trovato
il gusto e il piacere
di tornare
ogni volta studente,
prendendomi
il giusto tempo
per riflettere
e le pause necessarie
FOTO AGF
V
ROMA
coltivato il vezzo dell’ignoranza, del tenersi un passo indietro al “dottore”, al
regista, dell’insofferenza alle teorie e
perfino della rozzezza. E unico in particolare tra i cineoperatori, tra i direttori o
“autori” della fotografia. Infatti Storaro
respinge tutte queste definizioni. «Io»,
dice battendosi come un tenacissimo
guerriero solitario contro l’ormai inespugnabile vizio lessicale «che ha da
sempre scambiato un ruolo per un luogo fisico, sono un cinematographer, come dicono a Hollywood: sono un cinematografo. Uno che scrive immagini in
movimento, uno che scrive con la luce».
L’incontro e l’ascolto hanno luogo a
casa sua. Complesso residenziale nei
pressi del sobborgo romano di Frattocchie, nome leggendario per chi sa che fu
lungamente sede della scuola quadri
del Partito comunista togliattiano. Nel
corso di una visita durata diverse ore,
compreso invito a pranzo da parte dell’ospitale signora Storaro, presenti due
dei tre figli e due dei numerosi nipoti in
un’atmosfera di via vai e di «c’è sempre
un piatto caldo in tavola, per tutti».
La lunga conversazione che precede
ha luogo in una dépendance della villa,
nel regno personale di Storaro, uno studio tutto in legno a forma ottagonale con
al centro una tavola rotonda. Ambiente,
ricercato ma non sfarzoso, che dice parecchio della sua ricerca di ordine esteriore e interiore. L’ispirazione viene dalla Biblioteca di Celso a Efeso, la concezione è di Mario Ceroli, la lavorazione a
cura dei suoi artigiani. Tutto, ma proprio tutto intorno al padrone di casa trasuda un senso di conquista e di volontà,
di cui fa parte anche l’idea di una famiglia che gioca compatta, stretta intorno
al suo capo. Raggiungimento degli
obiettivi. Soddisfazione per il lungo
cammino compiuto da un ragazzo romano figlio della guerra e figlio di un
proiezionista. Precocemente inappagato dall’istruzione professionale e limitata che la sua origine gli ha permesso. Immediatamente inappagato dall’impronta riduttivamente tecnica dei
corsi di via Tuscolana destinati alle
competenze diverse da quella di regista.
Affamato di sapere e di cultura e subito
convinto «che non si possa fare a meno
di conoscenze pittoriche e filosofiche,
letterarie e architettoniche e musicali» e
tutto il resto — oltre che sapere tutto di
lenti, obiettivi, esposizioni e di tecnologia specifica — per fare il suo mestiere,
per esercitare la sua arte. «Non avrei potuto ideare l’illuminazione del volto di
Kurtz/Marlon Brando senza conoscere
e studiare la luce di Caravaggio». Ma anche capace, a costo di rimetterci e di tirare la cinghia («avevamo in tutto novantamila lire in tasca, con mia mo-
mente spedito non ai laboratori californiani ma a quelli romani, di cui si fidava
di più) dopo aver capito che «non si trattava solo del Vietnam ma di Conrad e di
un viaggio al termine della follia umana». E il divo che dimostrò di non essere
soltanto il piacione di prima categoria
che è, ma anche un coraggioso disposto
a mettere la propria faccia e la propria
carriera a rischio, in piena era Reagan,
con un monumento alla Rivoluzione
d’Ottobre e al comunismo. La triade
fondamentale.
Ma tra le svolte, tra i fatti e gli incontri
fondamentali Vittorio ne mette anche
un altro e ci tiene tantissimo. All’inizio
degli anni Ottanta comincia a frequentare L’Aquila dove un gruppo di giovani
cinefili appassionati, sotto la guida di
Gabriele Lucci, hanno dato vita alla prima iniziativa seria e qualificata che del
cinema sceglie di indagare non gli
aspetti più indagati — regia, scrittura,
recitazione — ma le altre arti e gli altri
mestieri, la fotografia specialmente. Diventa un polo di attrazione per i pezzi
più grossi, nazionali e internazionali.
Per dirne uno: Nestor Almendros, mitico collaboratore di Truffaut. Diventa via
via, da associazione culturale e piccolo
festival, molte altre cose. «Diventa una
vera università del cinema, l’accademia
delle arti e delle scienze dell’immagine,
centro didattico di eccellenza». Presso il
quale per molto tempo Storaro insegna
(ma sul serio, e cioè non limitandosi a fare la guest starconferenziera che concede un’apparizione e via), e spinta propulsiva per un’attività editoriale di
grande valore alla Electa-Mondadori.
Storaro, dall’alto dei traguardi raggiunti, resta fedelmente e lealmente grato
per i tre imponenti volumi su di lui pubblicati a partire dal 2001 sotto il titolo
Scrivere con la luce, tanto che ora nel
pubblicarne un quarto riassuntivo e definitivo con la sola Electa (incluso Dvd,
100 euro, onestamente non troppi per la
confezione lussureggiante) ha voluto,
dopo averne maniacalmente curato
ogni minimo dettaglio, dedicarlo agli
amici aquilani la cui attività è stata brutalmente interrotta dal sisma dell’aprile
2009 e, malgrado impegni di facciata e
stanziamenti virtualmente disponibili,
tuttora bloccata. «In barba a quello che
dovrebbe essere sentito come un patrimonio che onora la città».
A conoscerlo appena un po’ oltre la
superficie (e oltre il suo smisurato piacere di ascoltarsi parlare) si vedono i
tratti della sua coerenza, onestà, diciamo dirittura e anche semplicità di valori e sentimenti. Dice che la sua battaglia
apparentemente nominalistica e apparentemente capricciosa e narcisistica —
domanda: quante resistenze, quante
diffidenze ha incontrato sulla sua strada; quanti colleghi hanno fatto dell’ironia sulle sue fissazioni e sui suoi proclami, quanti registi si sono sentiti un po’
minacciati e invasi dal suo protagonismo? — «è in realtà lo specchio della mia
umiltà. Direttore è soltanto il regista. Solo lui, come il direttore d’orchestra, tiene i fili di tutto e ha diritto a questa qualifica. Del resto in inglese il regista si
chiama director. Quindi cinematographer non è un vezzo di presunzione
ma proprio il contrario». Consapevolezza di servire, certo non da tecnico ma da
artista alla pari, un disegno più grande il
cui titolare è un altro.
Risulta abbastanza chiaro, seguendo
il suo itinerario, che tra le tante cose che
lo interessano, Storaro è molto attratto
dalla spiritualità e dalle modalità per
rappresentarla. Per illuminarla. Vedi Il
piccolo Buddha. Si emoziona a rimettere insieme il filo di una concatenazione
di casualità — pronto a interpretarle come segnali di conferma «che le cose prima o poi succedono se vuoi fortemente
e fermamente farle succedere» — che
ora, proprio ora, lo sta facendo incontrare con un film dedicato all’infanzia di
Maometto. E che, forse, prima o poi, gli
permetterà di arrivare al progetto dei
progetti. Un film su Gesù. Volontà, applicazione, studio, ordine. Fermarsi,
ogni tanto, quando si sente che le cose
rischiano di girare tanto per girare: «È
quello che ho fatto ciclicamente nel corso della mia carriera, con il gusto e il piacere di tornare ogni volta studente,
prendendomi il tempo di riflessione e le
pause necessarie». E tuttavia, cosciente
del lavoro e dell’ambizione investiti e
dei risultati raggiunti e soprattutto del
proprio talento eccezionale, Storaro aggiunge un altro tassello: «Ho avuto anche molta, molta fortuna».
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PAOLO D’AGOSTINI
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