RIPORTIAMO DI SEGUITO ALCUNI TESTI DI ARTICOLI FIRMATI DAL
SEGRETARIO RESPONSABILE DEL SAB MARIO PERTICI SUI TEMI SOCIALI DI
VOLTA IN VOLTA D’ATTUALITA’, A DIVERSO TITOLO SECONDO I RUOLI
RICOPERTI NELL’ASSOCIAZIONISMO, SULLE VARIE TESTATE LOCALI. GLI
ARTICOLI NON SONO IN ORDINE DI STAMPA E PERTANTO E’ POSSIBILE CHE LA
LORO CONSEGUENZIALITA’ NON SIA COERENTE.
OCCORRONO NUOVE OCCASIONI DI CRESCITA
Nell’ultimo articolo pubblicato su La Spalletta del 10 Settembre a pagina 33, cercavo di sottolineare come per uscire dalla crisi,
così come è avvenuto più volte nella storia, occorresse da una parte concedere alle famiglie (impresa di base della società)
sicurezza economica e sociale e, dall’altra, eliminare in modo definitivo e strutturale gli agenti ostili a questo patrimonio da
tutelare. Invece fino ad oggi ci siamo limitati ad attrarre la curiosità commerciale e ad aumentare la propensione a spendere del
nucleo familiare. Non per investire in beni durevoli, ma in tecnologia, che ha senza meno causato “nuovi bisogni” ma che ha
potuto comunque aumentare la qualità della vita dei singoli individui. Tutto ciò ha fatto indebitare le persone e il tasso di
risparmio sul reddito prodotto in Italia (quanto si accantona di ciò che si guadagna) che nel 1975 era del 27-28% oggi è meno
del 5%. Quindi abbiamo fatto crescere il PIL facendo indebitare le famiglie e facendole risparmiare meno perché la platea alla
quale ci rivolgevamo era stazionaria. In molti dicono che la crisi economica globale sia dovuta al fatto che siamo in troppi sulla
Terra, troppe bocche da sfamare, io credo che sia vero perfettamente il contrario, concordando con molti addetti ai lavori che,
ovviamente, sono ben più attrezzati di me. La crisi economica è invece dovuta al fatto che da oltre trent’anni i Paesi ricchi del
mondo occidentale non creano le condizioni affinché si facciano più figli e si cresca adeguatamente di numero. Ciò che invece
accade ai così detti Paesi emergenti che prima erano poverissimi e adesso cominciano ad essere ricchi, come ad esempio la
Cina. Il crollo delle nascite costituisce quindi un elemento fortemente negativo per la crescita economica. Infatti se la
popolazione rimane stazionaria per un periodo di tempo significativo, tale stagnazione comporta un adeguamento della struttura
sociale: aumentano le persone anziane che andando in pensione escono dal ciclo della produzione ed entrano in quello del
costo. L’effetto economico è che aumentano i costi fissi della struttura sociale e quindi aumenta la spesa pubblica. Il primo
rimedio che si è visto prendere per coprire la spesa pubblica (che d’altra parte si è adattata ai cresciuti bisogni della
popolazione) è quello di aumentare le tasse: drammatico perché di fatto toglie ricchezza alla produzione e fa si che l’accresciuta
spesa sia ancora più pesante rispetto alla produzione e quindi pretenda ancora più tasse. Il secondo rimedio che si è visto
prendere, acclamato come una panacea, è il forzato contenimento della spesa pubblica e quindi il minore soddisfacimento dei
bisogni della collettività. Invece che aprire il cassettone di casa per prendere i soldi e spenderli, lasciando la tavola del pranzo
magari più povera e il libretto del risparmio sicuramente più vuoto, occorrerebbe farsi una domanda chiave: in un momento
come questo, di crisi economica, di calo della produzione e dei consumi e di dilagante disoccupazione, quali sono le risorse che
abbiamo a disposizione per far crescere il Paese e sostenere l’occupazione? Sembrerebbe puro buon senso se nel momento
della difficoltà non tagliassimo indiscriminatamente imponendo tasse a tutti, né diminuissimo il sostegno a chi ha bisogno, ma
cercassimo di eliminare il superfluo… e quanto superfluo oggi continua a fare mostra di sé! Attingiamo quindi in parte a questa
riserva naturale, con una tassa sui grandi patrimoni ad esempio (escludendo le imprese ma considerando le stesse quale
patrimonio delle persone fisiche proprietarie) e con una più stringente lotta all’evasione fiscale non solo di facciata. E ripetiamo
l’operazione per almeno dieci anni. Poi, anno per anno, con il tesoretto così ottenuto, possiamo costituire un fondo per lo
sviluppo, che può essere gestito ad esempio dalla Cassa Depositi e Prestiti. Quindi possiamo finanziare con il suddetto fondo
decine di migliaia di piccole e medie imprese, attraverso il sistema bancario italiano, con le forme tecniche da decidere. In
questa operazione evitiamo di drenare risparmio investito, ma assorbiamo solo quello accumulato in eccesso e improduttivo.
Diamo una forte scossa allo sviluppo che rappresenta l’unica strada per diminuire il debito pubblico, senza diminuire la spesa
pubblica che è indirizzata al sostegno dei più deboli (là dove non ci sono gli sprechi…). Provochiamo un rafforzamento
competitivo delle nostre imprese che creano crescita, occupazione e ricchezza tassabile, giustamente tassabile. Questa è la
mia opinione e non mi pare estremamente complessa o difficile, né può essere l’unica via, perché il lavoro è tanto per
combattere evasione, sprechi, privilegi (da non confondere con i diritti) sacche improduttive, appesantimento burocratico, costi
della politica ecc… Ma intanto potremmo iniziare da lì rafforzando la famiglia e l’impresa, il risparmio e la produttività… Una
volta tanto senza restringere il palco delle nostre opportunità ma creando nuove occasioni di crescita.
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OCCORRE UNA SVOLTA DECISA E RESPONSABILE
Mentre in apparenza, secondo le fonti di statistica ufficiali, il numero dei poveri non aumenta, esce il rapporto annuale
della Caritas, che inizia proprio dal mettere in dubbio questi metodi di rilevazione. Non possiamo infatti fermarci alla
fotografia dell’attuale, che è molto problematica, senza rileggere l’immagine che otteniamo in prospettiva e vedere, ad
esempio, come la difficile condizione giovanile diventerà domani drammatica. Stiamo infatti distruggendo il tessuto
sociale, privandolo della certezza del futuro e della possibilità di creare, all’interno delle famiglie, una progettualità per
i figli. E nonostante tutto questo non rinunciamo a “tassare” tutte le generazioni, ma soprattutto questi giovani già
poveri, con la più grande delle imposte: il consumismo, l’imposizione dei bisogni, la cultura miserrima della moda. E
contemporaneamente realizziamo politiche che fanno concentrare la ricchezza e lo facciamo anche male, visto che il
nostro reddito, in uno scenario complessivo internazionale che volge verso l’impoverimento, subisce un ulteriore
impoverimento relativo, divenendo da 106/100 a 93/100 della media europea, media, come detto, sempre più bassa. Ma
non consentiamo, tramite l’imposizione dei consumi, di ridimensionare la nostra propensione alla spesa, nemmeno
quella delle famiglie più povere, tant’è che molte delle nuove povertà nascono proprio dalla rincorsa al possesso dei
beni di consumo, numerosi indebitamenti derivano da un comportamento irresponsabile. D’altra parte, la diminuzione
della spesa pubblica, tramite la contrazione dei servizi offerti alla popolazione, penalizza sicuramente i meno abbienti, i
quali si trovano a dover spendere ancora di più (esempio la tata perché non c’è l’asilo) o a rinunciare a forme di reddito
(la mamma non va più a lavoro). Spesso non c’è nemmeno bisogno di rinunciare al lavoro, perché non c’è e quindi si
contrae drammaticamente sempre di più il panorama delle opportunità. Questo è un Paese soprattutto privo di
opportunità e avaro di progettualità. I centri Caritas rilevano un aumento del 30% delle richieste di aiuto e criticano
concretamente il metodo ISTAT di rilevamento della povertà (reddito medio inferiore a quello che consente una
capacità di acquisto per due persone di 992 euro al mese) e non considera la grande schiera di coloro che superano
questo limite di pochissimo grazie agli aiuti (pubblici o privati): se si contasse il fenomeno al netto degli aiuti si avrebbe
la misura esatta del fenomeno. Poi ci sono quelli che non sono compresi nella lista grazie a contratti a termine o al
lavoro al nero, ma che andranno domani a ingrassare la grande schiera dei poveri. Sono i poveri di domani, senza
scampo, che costruiamo con le nostre politiche. Ed anche quelli più bravi, che riusciranno per decenni a svincolarsi
grazie alla loro del tutto personale abilità di districarsi nel mercato del precario e del sommerso, saranno poveri senza
scampo al momento della pensione che non avranno saputo e potuto costruirsi. Sempre che questi soggetti possano
esistere visto che l’atipico oggi ha un reddito medio di 336 euro al mese: invece di dare lavoro ai poveri stiamo
incrementando i poveri di domani, inducendo moltitudini ai confini della povertà, uccidendo ogni loro possibilità di
cittadinanza reale. Qualche altro dato: oltre il 40% dei figli degli immigrati abbandona precocemente il lavoro e
altrettanto precocemente viene sfruttato in un vortice di lavoro minorile (quando va bene); uno su cinque degli utenti
Caritas ha meno di trentacinque anni e negli ultimi quattro anni i giovani assistiti sono cresciuto di quasi il 60%. I 50
miliardi all’anno di spesa sociale impallidiscono di fronte ai 130 miliardi di evasione fiscale (sottostimata). E quei 50
miliardi devono essere erogati tramite servizi e non prevalentemente come avviene attualmente con trasferimenti di
denaro, oggi il 90%. I servizi infine possono essere sospesi per gli evasori, piccoli e grandi, come ad esempio
l’assistenza sanitaria… si suggerisce che l’evasore se la paghi visto che non ha precedentemente contribuito. Ma
soprattutto, sapendo che non si sfonda con la repressione, occorre ripensare modelli impositivi che promuovano, meglio
dell’attuale, la correttezza dei più, perché conviene. Gli altri dovranno adeguarsi. E infine occorre migliorare i controlli,
a tutti i livelli, per tutti gli ambiti, senza per questo cadere in uno stato di polizia ma per risvegliarsi così fra gente seria
e responsabile.
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DISTRUZIONE DELLE POLITICHE SOCIALI E AZZERAMENTO DELLA SPESA PER I DIRITTI
E’ questo il sottotitolo di un “libro nero sul welfare italiano” presentato a inizio mese in Senato dalle campagne “Idiritti
alzano la voce” e “Sbilanciamoci” che analizza gli effetti della legge di stabilità e degli altri correttivi economici decisi
nel corso del 2011. Non solo “valuta gli impatti dei tagli sugli enti locali e i servizi ai cittadini, esamina la delega al
governo per la riforma fiscale e assistenziale”, non solo ci presenta dati e informazioni, ma suggerisce anche una serie
di proposte anche nel come reperire le risorse per definire i livelli minimi delle prestazioni sociali, i servizi che devono
essere garantiti e i diritti esigibili da ogni cittadino. Insomma ridisegna lo stato sociale. La denuncia si può ricapitolare i
questo riquadro:
Descrizione
GLI STANZIAMENTI COMPLESSIVI DEI FONDI SOCIALI NEGLI ANNI 2007-2013
– 2007 – 2008 – 2009 – 2010- 2011 – 2012 - 2013
Fondo nazionale per le politiche sociale al netto della quota INPS
Fondo infanzia e adolescenza
Fondo a sostegno della non autosufficienza
Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati
Fondo per le politiche giovanili
Fondo per le politiche della famiglia
Fondo per la promozione delle pari opportunità
1.000
44
100
50
130
220
50
TOTALE
1.594
712
44
300
0
130
330
44
578
44
400
0
130
239
30
435
40
400
0
81
174
3
218
39
0
0
13
51
17
70
40
0
0
13
53
17
45
40
0
0
11
31
17
1.559 1.420 1.134
339
193
144
Il totale dei fondi si è quindi ridotto a meno del 10% di quanto era nel 2007, senza considerare l’influsso della
svalutazione e quindi del valore effettivo di quanto stanziato. Il commento dei redattori del rapporto sfata il discorso che
in tempi di vacche magre sono questi i costi che vanno tagliati. Anzi. “annichilire le politiche sociali in Italia, come sta
facendo il governo da tempo, non ci farà uscire dalla crisi, ma aggraverà la situazione dell’economia. I provvedimenti
adottati sono stati socialmente iniqui, colpendo le classi a basso e medio reddito e non toccando privilegi e ricchezze,
risultano puramente di facciata per quanto riguarda il rilancio dell’economia, pesantissimi nel campo delle politiche
sociali, lasciando così il Paese ancora più indifeso ed esposto alla crisi.” E allora? Ecco le proposte che i due Organismi
sottopongono a Palazzo Chigi. “Aumentare la dotazione dei fondi nazionali per le politiche sociali, introdurre il reddito
minimo di inserimento (2 miliardi di euro), stanziare un miliardo per l’avvio di almeno 3000 asili nido, istituire un
fondo di 800 milioni di euro per garantire un’indennità di disoccupazione ai precari, prevedere uno stanziamento di 200
milioni per il sostegno sociale all’affitto e di 300 milioni aggiuntivi per il canone agevolato, alzare dai 113 milioni di
euro del 2011 a 300 milioni lo stanziamento per il servizio civile.” Ma dove prendere le risorse per tutto ciò? Secondo le
due Associazioni tali misure di promozione sociale che diverrebbero anche di crescita economica, andrebbero finanziate
“attraverso una tassa patrimoniale, una revisione della tassazione sulle rendite finanziarie, il ritiro delle truppe
dall’Afganistan, la rinuncia al programma di produzione di 131 cacciabombardieri, la chiusura dei Centri di
identificazione ed espulsione (113 milioni da destinare all’integrazione dei migranti), la revisione delle convenzioni con
le strutture sanitarie private”. Un segno di speranza, un vero progetto (migliorabile) per il futuro. Ed ecco che la crisi
potrebbe trasformarsi in “un’occasione straordinaria per rivedere i nostri modelli economici e culturali, modificando gli
stili di vita e mettendo da parte le teorie che hanno causato il disastro attuale”. Come dar loro torto?
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COSI’ I CONTI NON TORNANO
Abbiamo detto e ripetuto più volte che al centro delle politiche deve starci la famiglia, che solo la ricchezza
dell’istituzione familiare è ricchezza vera e che se si vuol far riprendere l’economia quella è una strada forzata. Ma
mentre lo si dice mettiamo in pratica in effetti tutto il contrario, infatti si sta realizzando un progressivo impoverimento
irrefrenabile. Gli ultimi sono stati dieci anni di terrore. Tutto è iniziato dal 2002, con l’arrivo dell’euro e i mancati
controlli sui prezzi: i cento beni e servizi di maggior consumo hanno avuto infatti un aumento medio del 53,7% fino ad
oggi. Se l’aumento del reddito delle famiglie è aumentato del 2,3% rispetto al giugno 2010, i costi sono aumentati
invece del 3,7%, continuando una tendenza che restringe sempre di più la possibilità di arrivare al fatidico 27 del mese:
si spende sempre di più per comprare sempre di meno. Confcommercio ci dice infatti che, in 17 regioni su 20, si
registrerà a fine anno un livello di consumi inferiore a quello del 2000 (considerate cosa significa pensando
all’inflazione). L’ISTAT ci dice che anche la capacità di risparmiare è ritornata ad essere quella del 2000. Il risparmio
complessivo delle famiglie si è ridotto di un miliardo l’anno e quindi di 20 miliardi negli ultimi venti anni, con un crollo
complessivo del 60%. E se nel 1990 le famiglie potevano risparmiare in media 4000 euro, nel 2010 non sono andate più
avanti di 1.700, ma la differenza è ancora maggiore se si attualizzassero quei 4000 euro, che nel 1990 valevano
senz’altro più di oggi. Anche per il mangiare le famiglie spendano meno cercando soprattutto il risparmio nei discount.
E a farne le spese non sono soltanto i prodotti superflui, ma anche quelli di prima necessità: addirittura il pane
diminuisce e viene comprato di meno dell’8,5%, il pesce del 4,8% e la pasta dell’1,6%. Non basta più nemmeno tirare
la cinghia perché la crisi è profonda. Le tariffe dei servizi pubblici locali e delle utenze domestiche (dalle quali nessuno
può fuggire) sono aumentate del 6% in 4 anni e l’inflazione è stata del 2,3% in due anni. I nonni si adoperano
intensamente e riescono a far risparmiare in media 200 euro a famiglia, soprattutto facendo i baby sitter. Il 30% delle
famiglie NON risparmia, poco meno investe nella propria casa e comunque in immobili, intorno alla stessa percentuale
mantiene la liquidità sul conto corrente perché ha paura della vita e delle sorprese che può presentare, solo il 10%
investe in titoli e solo il 5% in consumi. Ma con un quadro di questo tipo come si può far ricrescere l’economia? Con
solo il 5% della ricchezza (?) delle famiglie investito in consumi? Il 5% di una ricchezza che precipita anno dopo anno e
che in 20 anni è diminuita del 60%? E cosa ci dicono gli economisti sul prossimo futuro? Ci dicono che, stanti gli attuali
provvedimenti legislativi, la ricchezza nei prossimi anni calerà ancora di più, addirittura oltre il 6% entro il 2014. No: i
conti così non tornano e non possono tornare. E’ inutile che il governo discuta di sviluppo (magari proponendo nuove
tasse!) se al primo posto dell’agenda non c’è la difesa della capacità di spesa delle famiglie!
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IL LAVORO E IL MODELLO DI SOCIETA’ CHE CI
OCCORRONO NON POSSONO DIPENDERE DAL MERCATO
OCCORRE STIMOLARE LE IMPRESE A COMPIERE AZIONI DI RESPONSABILITÀ SOCIALE E FAMILIARE
L’impegno di dar vita ad associazioni di lavoratori per la difesa dei propri diritti, oggi più di ieri, deve essere onorato
più che mai dalla politica, che deve pretendere il massimo dell’etica nell’esercizio di una tutela così importante e
delicata. Nel contesto della crisi, l’incertezza del lavoro porta difficoltà personali e sociali gravi, che offendono la
dignità della persona e quindi le “esigenze della giustizia” richiedono, con rinnovata urgenza e rinnovato vigore, che si
continui a perseguire quale priorità sia l’accesso al lavoro per tutti che il mantenimento del lavoro per chi ce l’ha. E’
evidente che tutto ciò non può che avvenire in una funzione dialettica, se non proprio antitetica, rispetto alla logica
mercantile. Occorre una “civilizzazione dell’economia” rispetto alla forte tendenza speculativa che sta invadendo la
società. Infatti una “economia civile” deve in ogni caso considerare la valenza sociale dell’impresa (come fa la
costituzione italiana d’altronde) e la conseguente responsabilità nei confronti delle famiglie dei lavoratori, della
collettività e dell’ambiente. Questa concezione dell’economia, con la conseguente tutela dei diritti sociali, è parte
integrante della democrazia sostanziale e l’impegno a rispettare l’una e gli altri non può dipendere meramente
dall’andamento delle borse e del mercato. D’altra parte, in questa prospettiva, guardare al lavoro significa vedere in
esso ben più di un’occupazione o di una carriera, ma soprattutto l’esercizio della cittadinanza, la realizzazione di una
vocazione, qualcosa di connesso direttamente al senso della vita. Altrimenti perché sarebbe così importante il lavoro?
Perché dovremmo difenderlo con tanto impegno? E invece ci attendono tempi duri, perché i difensori della visone
commerciale del lavoro e della vita ci diranno che un quarto della forza lavoro non potrà trovare in futuro spazio nelle
aziende e che saranno scelti coloro che accetteranno lavori umilianti. Alle persone, prime fra tutte le donne, verrà
chiesto di scegliere fra lavoro e famiglia e di adattarsi alle necessità delle imprese. E invece dobbiamo pretendere lavoro
per tutti, decente e con tempi conciliati con la famiglia. Sarà l’impresa che dovrà adattarsi alla società che l’accoglie e
non viceversa. Per ottenere ciò occorre prima cambiare il concetto di impresa. Imprenditore è chi crea “valore
aggiunto”, non il profitto. E il terzo settore, pur essendo senza scopo di lucro, è forse quello che crea maggior valore
aggiunto nella comunità. Cooperative, consorzi, fondazioni, sono imprese a tutti gli effetti e potrebbero assorbire gran
parte della disoccupazione: per far ciò però occorrerà cambiare in questo il codice civile del 1942. Infine se concediamo
alle imprese sociali gli sgravi delle onlus, potremmo avere in poco tempo cinquantamila aziende in più con una media
di cinque addetti ciascuna, il tutto a zero costi per lo Stato, che anzi ci guadagnerebbe ovviamente in entrate. Una parte
della sfida è quindi agevolare il terzo settore per dare lavoro a tutti. Un altro aspetto importante è anche decidere che
lavoro vogliamo. In un’epoca post industriale non è ammissibile avere modelli mutuati dalla fabbrica. L’adattare quei
modelli al mondo del lavoro di oggi significa umiliare i lavoratori. Per ultimo occorre smetterla di far passare quali
politiche per la famiglia le leggi che incentivano il lavoro femminile, che è sacrosanto e va incentivato, ma spesso oggi
avviene proprio a scapito della famiglia. Quello che occorrerebbe incentivare oggi, quello che occorrerebbe stimolare
nelle imprese invece è “compiere azioni di responsabilità sociale e familiare”.
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DAL MEDIOEVO UNA RICETTA PER SUPERARE LA CRISI ECONOMICA (e sociale)
Quando nel 1989 crollò il muro di Berlino tutti noi capimmo che era giunta la fine di un modello politico ed
economico, non furono in molti a dire però che anche l’altro modello in competizione, quello del capitalismo, avrebbe
raggiunto ben presto il proprio capolinea. E questa volta il travaglio sarebbe stato ben più doloroso, per prima cosa
perché sarebbe mancato il competitor e quindi il crollo non sarebbe stato frutto di una sconfitta, ma di vere e proprie
patologie interne, di un logorio crescente; e poi un conto è rimanere poveri, un conto è impoverirsi. Nel primo caso la
speranza, il sogno del progresso rimane, nel secondo caso emerge soprattutto la delusione. Tutto ciò probabilmente
accadrà, a meno che si riesca a comprendere la storia e ad auto correggersi. Ma è possibile trovare le giuste
modifiche?
Come spesso accade possiamo fare appello all’esperienza che la storia ci propone e possiamo guardarci indietro per
capire come procedere in un futuro che non ci proponga il crollo del sistema occidentale, ma ci faccia scoprire l’altra
faccia del progresso, ciò che fino ad oggi abbiamo trascurato fin troppo.
In effetti il dibattito che sta prendendo campo in questi mesi fra i politici e gli economisti, si rivolge con insistenza,
spero anche con attenzione, agli storici medioevalisti, per comprendere come allora siamo riusciti a mettere la parola
fine alle distorsioni di un periodo piuttosto buio.
UN TARDO MEDIOEVO MOLTO SIMILE AD OGGI - In quei tempi, la ricchezza era assai concentrata a danno
della collettività. L’usuraio o il bargello del tempo ad un certo punto si rese conto di aver preso più di quanto dovuto e
si chiese come fare a risarcire. Non bastava lasciare in punto di morte i propri beni ad un ente pio dedito alla carità, per
salvarsi l’anima, ma occorreva fare qualcosa in vita. (‘) I potenti cercarono in un certo senso di ridistribuire la ricchezza
con la creazione di Ospedali, Case di accoglienza, Sanatori e quant’altro. Questi sforzi erano tesi ad aiutare i più
derelitti, vittime privilegiate di quel sistema perverso che vedeva al centro del malessere l’usura. Proprio l’Italia,
nell’ultimo periodo del Medioevo, viveva una esperienza molto simile a quella attuale, con grandi speculazioni e una
significativa spinta alla crescita. E gli ospedali rispondevano non solo al bisogno economico della collettività che non
aveva i fondi per creare da sola le strutture per la sanità pubblica, ma accoglievano anche le persone anziane rimaste
sole, le vedove, gli orfani: rappresentavano insomma la reazione della città che proteggeva le classi più deboli. Certo
molti Ospedali erano stati fondati molto prima ad opera dei Vescovi (soprattutto per accogliere i pellegrini); ma verso la
fine del Medioevo diventarono veri e propri istituti di “stato sociale”, oggi si direbbe strumenti di ridistribuzione del
reddito. Senza un sistema di protezione sociale una società non può reggere alle proprie crisi. La protezione prescelta e
attuata in quei tempi di per sé non modificò il sistema: si curavano i sintomi, ma la malattia rimaneva.
LA SOCIETA’ PARTECIPO’ AL CAMBIAMENTO - Ed anche la cultura intervenne critica in questo processo di
rinnovamento sociale, non risparmiando certo i propri giudizi.
“Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti, e rompe i muri e l’armi;
ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!”
Dante inizia così il canto XVIII della Divina Commedia. Trovandosi nell’Inferno, vede gente seduta sul sabbione
infuocato che, soffrendo e piangendo per questo a dirotto, cerca di difendersi con le mani nude da un’insistente pioggia
di fuoco. Sono gli usurai, cioè coloro che in vita prestavano somme di denaro ad interesse e per questo ritenuti
“peccatori contro natura”. Nel medioevo infatti, dal 1200 in poi, con l’economia italiana distrutta dalle guerre civili e
straniere, ma fervente di operosa ricrescita, nonostante il divieto canonico dell’usura (‘’), è frequentissimo il caso di
privilegi concessi, a prestatori singoli o a compagnie di prestatori, per aprire sulle pubbliche piazze un banco di prestiti
su pegno. Anche a Volterra questi prestatori autorizzati erano per lo più forestieri, in massima parte Ebrei, ai quali era
proibito di possedere immobili, per cui esercitavano il mestiere di accumulare denaro e imprestarlo al maggior tasso che
potessero conseguire, senza preoccuparsi di guidare e neppure di rispettare minimamente la crescita economica della
città che li ospitava: loro infatti non le appartenevano. Tale era ormai la penetrazione dell’usura nella società dell’epoca
che non ne condizionava pesantemente solo i normali rapporti di potere all’interno delle diverse collettività,
coinvolgendo tutti gli ambiti civili, ma era ormai assunta quale arma politica in grado di modificare gli equilibri di
potere su vasta scala, nel contesto regionale e nazionale. L’esercizio dell’usura, rimase ad uso esclusivo degli Ebrei e
dei Comuni i quali molto spesso si trovavano coalizzati, per condizionare l’economia e le politiche del territorio, per
distribuire deroghe e concessioni, per accumulare ricchezze e beni a tutto scapito delle classi più povere della città,
finché, il 18 dicembre 1494, non fu istituito il Monte di Pietà. Ecco: la istituzione dei Monti di Pietà costituì la cura
grazie alla quale si riuscì a trovare la forza necessaria ad uscire letteralmente dal Medioevo.
IL MONTE DI PIETA’ ANCHE A VOLTERRA - Quando si parla del Monte Pio di Volterra è molto difficile non
andare con la mente a Raffaelo Maffei, detto “il Volterrano” il quale, con l’aiuto del vescovo Sederini, nonostante la
marcata avversione della dominante Firenze, il 18 dicembre 1494 riuscì a fondare l’Istituto volterrano. Raffaello Maffei
nacque a Volterra il 17 febbraio 1451 e sebbene di nobile e ricca famiglia, fu molto umile e portato “a sovvenire molto
largamente alle necessità del prossimo”. Morì nel 1522 e fu sepolto nella chiesa di San Lino (da lui stesso fatta
edificare) “in un onorevolissimo sepolcro di mano di Silvio da Fiesole, scultore eccellente dei suoi tempi, conforme
alla grandezza del suo merito ed alla nobiltà della famiglia”. Ma una buona parte del merito della fondazione del
Monte Pio a Volterra va anche a Fra‘ Timoteo da Lucca, al secolo Girolamo Medici da Moncigoli, il quale era ritenuto
“illustre predicatore, uomo di governo, religioso austero, molto apprezzato dai privati e dal pubblico per la fama di
santità che lo circondava, e cortese nei modi, tanto da sembrare nobile”, mentre dai Fiorentini, data la loro avversità
alla creazione dei Monti di Pietà era considerato “homo scandaloso, il fomentatore di plebi, un pericolo più che
notevole” perché con le sue prediche “poteva esercitare un influsso senza pari, divenendo meglio di chiunque altro
consigliere e guida di popolo”. E’ ben certo comunque che Fra’ Timoteo, durante la sua permanenza a Volterra, lasciò
una chiara traccia del suo passaggio, caratterizzata al favore del popolo e contro l’oppressione fiorentina, tant’è che
partecipò all’istituzione del Monte Pio, ne compilò addirittura gli statuti, nei quali è indicato come fondatore del Monte
stesso. Effettivamente con i Monti di Pietà si riuscì a dare una pronta risposta ai bisogni più urgenti delle classi meno
agiate e da ciò riprese tutta l’economia nazionale. Nonostante che siano trascorsi i secoli, la grandezza dei personaggi
che operarono è tutt’altro che spenta. Infatti, se il Monte Pio è inoperante, è pur vero che la Cassa di Risparmio di
Volterra è la testimonianza storica della volontà e del sentimento civico di un cospicuo numero di insigni cittadini i
quali, “pur ponzando, ponderando e studiando per tanto tempo…”, nel novembre del 1893, ad onore e vanto della Città,
riuscirono nel loro arduo intento.
E PER I NOSTRI TEMPI? - Qual è oggi la cura? Nessuno sa se da sola sarà sufficiente, ma di certo occorre capire
che la famiglia non è soltanto una componente casuale sul palcoscenico economico del Paese, non è un soggetto
esterno sul quale possono indirettamente ricadere i riflessi delle diverse manovre: non è una riserva dalla quale
attingere per migliorare lo stato di salute della società. E’ questo un tragico malinteso! La famiglia è la società.
La famiglia costituisce la cellula di base della collettività, l’impresa con la quale inizia ogni processo produttivo.
La ricchezza vera è quella in possesso delle famiglie, il risparmio delle famiglie, il saldo attivo del bilancio
famigliare: se tolgo dieci alle famiglie e lo reinvesto nella società, questo dieci non è più ricchezza e occorrerà
verificare se è stato investito bene (e ritornerà ad essere ricchezza) o se andrà perduto in tutto o in parte. Così
come fu per il Medioevo, la medicina è una sola: la politica deve sostenere la famiglia, rinforzandola e
affiancandola nelle più diverse prospettive. Si sente parlare che per dare spinta all’economia occorre rendere il
lavoro più precario e non si capisce che così facendo si precarizza ancora una volta la famiglia e con lei tutta la
società. Per una società forte, fatta di imprese forti (in Italia soprattutto piccole e medie - spesso a conduzione
familiare però anche le grandi) capace di investire, capace di reintegrare con la ricchezza diffusa anche il debito
pubblico, capace di fare ricerca e di costruirsi il futuro, capace di immaginare una scuola ed una
amministrazione pubblica che funzionano e una politica più diretta espressione del popolo, occorre che
l’istituzione “famiglia” sia forte, abbia prospettive certe, un reddito assicurato, opportunità di investimenti,
certezza di tutele anche sul piano dell’ordine pubblico. Tutto questo, nonostante tutto, si era ben compreso nel
dopoguerra, mentre oggi, questa spietata economia ha una forte componente autolesionista e disperata, che
tende a giustificare sistematicamente l’interesse privato con la demagogia, cerca di confondere i diritti con i
privilegi e tende ad eliminare i doveri perché mettono i paletti al malaffare.
La famiglia è il segreto. Noi tutti apparteniamo ad una famiglia, la nostra. Ripartiamo da qui.
(‘) – Non si trattava solo di una crisi mistica. Anche se nella società di allora la componente religiosa era assai più
forte di adesso, quella crisi di coscienza ebbe origini soprattutto sociali: derivò da una maggior cultura e da una più
cosciente sensibilità.
(‘’) - L’usura anche ai nostri tempi è proibita per legge e la legge ne determina i confini. Ma è bene chiarirne subito il
concetto: al di là delle differenze interpretative che nella storia sono state date all’usura, più formali che sostanziali, è
usura l’eccessivo compenso ottenuto grazie ad un prestito di denaro concesso approfittando dell’impellente stato di
bisogno di una persona.
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MA QUALI TAGLI LINEARI ?
Quante volte sentiamo parlare dei “tagli lineari” definiti così perché vengono immaginati come uguali per tutti e
quindi, essendo indipendenti dalla capacità di reddito, di spesa e patrimoniale dei cittadini, colpiscono di più i più
poveri. Non è questo un modo corretto di definire tali diminuzioni della spesa pubblica perché da l’idea di una
ripercussione sulla popolazione falsa e volutamente ingannatrice. Infatti i tagli lineari colpiscono quasi esclusivamente
i target più poveri non tanto perché essendo rivolti a tutti penalizzano i più deboli, ma proprio perché sono indirizzati
esclusivamente a questi ultimi. Facciamo, fra i tanti possibili, l’esempio dei tagli “lineari” dei trasferimenti
dell’amministrazione centrale a quelle periferiche di comuni, province ecc… Per prima cosa queste amministrazioni
sono costrette a tagliare i servizi resi gratuitamente ai coloro che ne hanno bisogno, oppure ad annullare eventuali
progetti a favore delle categorie più bisognose, ovvero a ridimensionare i contributi a sostegno delle gestioni di servizi
pubblici che verranno quindi a mancare sempre per i meno abbienti, perché gli altri già non ricorrono a tali risorse o
se lo fanno sanno dove poter trovare una valida alternativa con un onere, per loro, sostenibile. (PRIMO DANNO). Il
rivedere i propri impegni di spesa da parte della pubblica amministrazione significa poi penalizzare fortemente il
sistema della cooperazione sociale. Le quattordicimila cooperative sociali in Italia danno lavoro a 320 mila dipendenti,
per il 54.5% appartenenti alle categorie svantaggiate. Minori trasferimenti quindi significa minore occupazione
proprio in quelle categorie per le quali lo Stato dovrebbe essere in prima linea per sostenere l’integrazione sociale
tramite il lavoro, perché questa consente, oltre ovviamente una tutela dei diritti alla persona e una crescita etica e
civile della socialità, anche un forte risparmio sul fronte sanitario per la prevenzione che il lavoro stesso va a costituire
in queste categorie “più deboli”. (SECONDO DANNO) Nonostante che in questi tempi di magra le cooperative
abbiano aumentato il proprio contributo all’occupazione del 5.5% nell’ultimo biennio, la pubblica amministrazione,
sempre più alle strette, è costretta a ritardare i pagamenti dei servizi, con una dilazione che ormai ha raggiunto i 270300 giorni, il che costituisce un onere insostenibile. A peggiorare le cose, l’amministrazione centrale ha visto bene di
aumentare l’IRES dal 30% al 43%, rendendo per il futuro assolutamente impossibili nuove crescite di occupazione nel
settore (TERZO DANNO). I contratti fra le cooperative e la pubblica amministrazione sono calati del 9% in un anno e
di questi quasi il 70% erano destinati ai più bisognosi tramite servizi (45,2%) o tramite progetti mirati (23,”%)
(QUARTO DANNO). In queste condizioni è sempre più difficile sostenere la ricerca della creazione di un valore
aggiunto o di innovazione nell’opera di queste realtà economiche e sociali. Infatti il così detto valore aggiunto o
innovazione che nel 2008 era dell’1,95% dei servizi e dei progetti realizzati, è passato all’1,45%. Ma cosa significa
ciò? Significa che è diminuito il valore che si riesce a generare tramite una delle quattro aree di innovazione: 1)
sviluppo di nuovi prodotti e servizi; 2) individuazione di nuovi clienti; 3) individuazione di nuove aree geografiche
nelle quali operare; 4) miglioramento dei processi e dell’organizzazione interna (QUINTO DANNO). Per uscire da
questa situazione di difficoltà, le cooperative sociali stanno spostando il fulcro dei rapporti dalla pubblica
amministrazione alle aziende profit. Ciò significa che cessano di creare valore aggiunto nel sociale in via sistematica,
per ricercare nella maggioranza dei casi preminentemente il profitto fine a se stesso. Ciò impoverisce i servizi offerti ai
più bisognosi e cancella completamente alcune tutele. Ma nel fare ciò viene anche persa una grande parte della
professionalità che nel no-profit gli operatori si erano creata e che non recupereranno mai più, perché nel no-profit,
ben più che nel profit, le capacità si costruiscono con un percorso di conoscenza e di esperienza, che viene così
cancellato. (SESTO DANNO). E potremo continuare all’infinito, ma fermiamoci a questi sei danni: dove vedete voi un
taglio lineare? Io vedo che il taglio fatto ad esempio alle pubbliche amministrazioni ha danneggiato soprattutto le
categorie più bisognose e non certo tutti nello stesso modo.
IL PROGRESSO NON E’ UN PRIVILEGIO
Uno dei mali peggiori della società italiana contemporanea è il precariato dei giovani lavoratori e in generale perché il
contratto di lavoro precario non consente quella continuità necessaria a costruirsi una pensione per il domani ed una
stabilità per l’oggi, tant’è che quella generazione rischia di essere mantenuta dai nonni prima e dai nipoti dopo. Non
solo, ma l’incertezza del lavoro impedisce una valida progettualità per il futuro, per farsi una famiglia, avere dei figli,
comprarsi una casa… bisognerebbe che adesso reintroducessero anche l’ICI per la prima casa e poi i giovani
perderebbero davvero ogni speranza. Inoltre non avere una occupazione garantita mette il giovane in un rapporto con il
datore di lavoro occasionale di estrema fragilità, di ricattabilità, di rinuncia di fatto ai propri diritti sancita da leggi e
contratti. La precarietà impoverisce quindi il livello di cittadinanza della popolazione, il grado di cultura della
collettività, la capacità progettuale delle giovani generazioni, l’opportunità di creare le nuove famiglie e la forza di
avere e crescere i propri figli. Quindi, senza entrare troppo nei particolari, appare evidente che il precariato è una piaga
sociale e riuscire ad eliminarlo rappresenterebbe un progresso non indifferente. Oltre alla precarietà del lavoro esiste la
elasticità del lavoro, che prevede la mobilità da un lavoro all’altro senza per questo rimanere disoccupati. Per esperienza
posso dire che non può esistere elasticità senza precarietà e chiudere così il discorso; ma accettiamo per mera ipotesi
che sia possibile e realizzabile su larga scala una elasticità che non confluisca inevitabilmente nella precarietà: che dire?
Il lavoro è inserito come pilastro della società anche nella carta costituzionale, ma non un lavoro qualunque, non si
intende solo la parte remunerativa, ma come lavoro si intende anche la professionalità, il mestiere. Sono questi elementi
che erano tenuti molto in considerazione dalle precedenti generazioni e che oggi, invece, vengono trascurati oltre il
comprensibile. Il saltare da una occupazione all’altra significa essere gestiti dalla collettività come numeri, quasi che
non sia importante l’esperienza che viene concretizzata in anni di attività. E’ chiaro che un lavoro così inteso, cioè privo
di contenuti, è un lavoro di serie B, che impoverisce la personalità del cittadino, ma impoverisce anche la società dei
suoi saperi. Il mestiere e la professionalità sono capacità importanti, sono patrimoni della collettività e quindi tutelarli è
progresso, non certo privilegio. Ecco quindi che abbiamo acclarato come la lotta al precariato nelle sue diverse forme e
accezioni, rappresenti una forma di progresso. E’ anche evidente che il progresso non potrà mai coinvolgere tutti
contemporaneamente e quindi non possiamo dire che i lavoratori a tempo indeterminato, rispetto agli altri, godono di un
privilegio, bensì che i precari vivono una situazione di disagio, che deve essere superata, che superarla costituisce il
progresso e che l’obiettivo è quello di dare un lavoro ed un mestiere o professione a tutti i cittadini. Sono questi discorsi
difficili? Non mi sembra. Credo che siano l’espressione di puro buon senso. E allora perché non si ragiona sempre così?
Prima di tutto è facile intuire come la televisione e i giornali (ma soprattutto la televisione) nel rendere plausibile ogni
opinione, nel tritare nel macinino insieme le ipotesi più diverse, da quelle ispirate appunto dal buon senso a quelle
dettate dalle più bieche demagogie, rende tutto relativo, non esistono più le verità e i valori sono messi in continua
discussione. E invece no! Il lavoro è un valore! Il miglior lavoro è progresso e lavoro precario è disagio e va
combattuto. Chiunque dica diversamente è in malafede oppure è molto superficiale, in ogni caso tende a raggiungere
risultati utili a pochi che intendono rafforzare la propria posizione a scapito di molti. La domanda in questi casi è
sempre la stessa: a chi giova avere un mondo del lavoro fatto prevalentemente di precari? E invece: a chi giova avere
una collettività supportata dal lavoro sicuro e professionale? La domanda la lascio a ciascuno di noi… ma certo è che
occorre essere ben più fermi nelle nostre convinzioni, ancorati ai nostri valori, certi di ciò che vogliamo per i nostri figli.
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Occorrono nuove occasioni di crescita