Domenica
la memoria
Il bestiario elettorale del 18 aprile 1948
La
di
DOMENICA 6 APRILE 2008
FILIPPO CECCARELLI
il racconto
Repubblica
Wu Zhao, l’imperatrice maledetta
FEDERICO RAMPINI
Nel trentesimo anniversario
della sua storica scalata
dell’Everest senza ossigeno
il grande alpinista lancia
un appello per il popolo
dell’Himalaya
EMANUELA AUDISIO
T
BOLZANO
rent’anni fa andò e tornò dal futuro. In cima al
mondo. La scienza diceva che non era possibile,
quel confine era invalicabile, troppo per un uomo.
I fisiologi giurarono: lassù c’è la morte, aria sottile
e parole senza senso. Lui li smentì. Salì in fretta, con poche cose, e un compagno. Disegnò i suoi scarponi: in plastica, non in
cuoio. Si fece fare una pellicola speciale in Inghilterra, non si
spezzava al freddo. Così filmò la sua ascensione sull’Everest,
8.848 metri. La prima senza ossigeno. E in stile alpino. La quattordicesima della storia. Era l’8 maggio 1978. L’impossibile
non esisteva più. Reinhold Messner e Peter Habeler ci avevano messo i piedi sopra. In appena quattro giorni. In vetta
Reinhold si bruciò gli occhi. «Dimenticai di mettere gli occhiali. Una sofferenza». Habeler, che aveva sofferto di mal di testa,
era impaurito dalle conseguenze, e quasi scappò. «Al ritorno ci
separammo, lui andò per primo. Vidi la sua lunga traccia, stava scendendo di sedere sulla neve, come su uno slittino».
Messner dice che la scienza non si volle rassegnare. «All’università di Zurigo insistevano che non era possibile fare a meno dell’ossigeno».
(segue nelle pagine successive)
con un articolo di LEONARDO BIZZARO
FOTO LAIF/CONTRASTO
Messner
il
tibetano
REINHOLD MESSNER
cultura
S
Pasolini, Milano e i teddy boys
i pronuncia «laghielo», si scrive «lagyelo». È una parola tibetana. Significa «gli dei sono stati clementi».
Io mi sento tibetano, perché la mia cultura, come la
loro, vive di montagna. Anche Milarepa, che è stato
il più grande poeta della montagna, era tibetano. «Lagyelo» è
la parola con cui festeggiavo i miei ritorni dalle cime dell’Himalaya. Perché solo gli dei possono accettare che qualcuno
salga nel loro regno.
Vorrei che tutti gli atleti ai prossimi Giochi di Pechino — o almeno tutti quelli che saliranno sul podio — pronunciassero
questa parola.
Così alla Cina sarà chiaro che non può calpestare i diritti civili e sarà chiaro anche ai tibetani che il mondo è solidale con
loro. Con una parola si può fare molto, si può non dimenticare. Allo sport non si può chiedere il boicottaggio, perché sarebbe un’ingiustizia nei confronti degli atleti, ma i governi
possono fare pressioni sui dirigenti politici cinesi affinché
aprano una trattativa con il Tibet, che non chiede indipendenza, ma autonomia. Io sostengo il Dalai Lama — la cui immagine nessuno in Tibet può tenere in casa, altrimenti viene
perseguitato — e mi auguro che il mondo alzi la voce in sua difesa. Lagyelo.
VINCENZO CERAMI e GIAN PAOLO SERINO
la lettura
I diari segreti di Marguerite Duras
MARGUERITE DURAS e AMBRA SOMASCHINI
spettacoli
Le marionette, vite appese a un filo
ANNA BANDETTINI e GUIDO CERONETTI
i sapori
Quando il cibo è buono e giusto
LICIA GRANELLO e CARLO PETRINI
Repubblica Nazionale
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 APRILE 2008
la copertina
Messner il tibetano
“Io, Ulisse in cima al mondo”
«D
EMANUELA AUDISIO
(segue dalla copertina)
ue settimane dopo l’Everest — continua —accettai di
salire in quota sul cielo di
Baden-Baden. Stavolta su
un aereo da turismo con
un’équipe scientifica che
mi fece un prelievo. Risultò che avevo il sangue di un
morto. Ma io gli esperimenti li avevo già fatti per conto mio. Nel ’77 volai con il pilota svizzero Emil Wick
fino a novemila metri e non misi la maschera di ossigeno. Sapevo di potercela fare, ma non ne avevo la sicurezza, la mia era solo un’intuizione».
Il segreto in uno slogan: salire di più con meno.
Detto in inglese: more with less. Leggerezza e velocità. Una piccola spedizione, due persone affiatate,
autosufficienti. Ognuno si fidava dell’altro, nessun
nazionalismo da far trionfare. «Anche per necessità.
Io mi autofinanziavo, potevo permettermi tre spedizioni l’anno, dovevo tenere i costi bassi. quindici-diciotto chili di bagaglio: tenda, sacchi a pelo, fornello,
provviste, corda da venti metri per emergenza. Ma
c’era un problema: non avevo il permesso per scalare l’Everest. Così ci unimmo ad una spedizione già
autorizzata dal club alpino austriaco, guidata da
Wolfgang Nairz. Nessun problema, io e Peter eravamo la squadra per la vetta. Pionieri sì, ma in certe cose anche dilettanti e scapestrati. Al campo base ogni
sera prendevamo dei sonniferi, un Valium per dormire e mezza aspirina per il sangue. Sul Colle Sud si
scatenò una tempesta, c’era da assicurare la tenda
con chiodi da ghiaccio, il frastuono era terribile, il
vento peggio di un treno in corsa, dovemmo attaccarci ai paletti tutta la notte. Solo che Peter aveva cantato tutta la sera prima. Ora c’è una medicina dell’alta quota molto sofisticata, anzi meglio chiamarla doping, allora nessuno sapeva se avremmo riportato
danni. Il punto chiave fu la preparazione sul Colle
Sud, dove restammo bloccati per due giorni nella bufera, senza ossigeno né cibo. Fu dura, però ci servì a
capire che eravamo acclimatati. Il secondo tema è
stato tattico, non abbiamo messo il campo cinque a
8.500 metri, perché una notte lì ci avrebbe stremato,
ma abbiamo scelto un campo intermedio a 7.100.
Con una salita vertiginosa siamo arrivati in cima. All’epoca l’Hillary step, l’ultimo dente che porta sull’Everest, non era ancora assicurato. Noi eravamo lega-
ti, se uno fosse precipitato, l’altro avrebbe dovuto
lanciarsi dall’altro lato della cresta. Era l’unico modo
per salvarsi. Su quel versante il vento soffia verso il
basso, se cadi sei finito».
Quell’avventura chiuse un secolo e ne aprì un altro. Il grande problema dell’Himalaya era stato risolto. La vera impresa però fu tenere insieme le due epoche. Messner strappò, ricucì, rilanciò. Fu il primo a
capire l’importanza dell’allenamento specifico, ma
anche il primo a rifiutare l’ossigeno. Vecchia anima,
spirito nuovo. Capacità d’inventare, di sperimentare. «Sono stato l’ultimo Ulisse, ma ho perso. Ora il
mondo della montagna è fatto dagli Spiderman. Interessano i record, la scritta game over. Il mio alpinismo è morto, solo in pochi vanno alla fine del mondo in maniera classica. Oggi si segue la pista e ci si cronometra. Io giocavo all’antica, per me contava il by
fair means ottocentesco di Mummery. Non m’interessava forare roccia e ghiaccio sempre di più e arrampicare sempre di meno. Mia moglie Sabine ad
ogni mia partenza si presentava con il testamento da
cambiare, sai ci sono altri figli di cui tenere conto, giusto così. La vera avventura è quella in cui non è garantito il ritorno. Non è vero che ho ucciso il futuro,
che non ho lasciato nulla alle nuove generazioni. Ma
per essere creativi bisogna capire il passato e saperlo reinterpretare, con rispetto. Gli alpinisti attuali
non li reggo né li leggo. Sono bravi, per carità, corrono come pazzi. Piacciono anche a mio figlio che ha
diciassette anni. Ma non mi dicono niente, parlano
di tecnica, di chiodi, di materiali. Sono artisti della
verticale. E allora? Chissenefrega. E i pensieri dove
sono? Io, quando studiavo da geometra, feci un tema
su Walter Bonatti, anche se il punto di riferimento
nella mia regione era Cesare Maestri. Io però volevo
ispirarmi a Bonatti, alla sua eleganza, al fatto che sul
Cerro Torre aveva saputo rinunciare, non era lì solo per una conquista, ma per trovare un’altra dimensione. Saper lasciare quasi tutto per privilegiare l’esperienza umana è da grandi».
Messner e Habeler reagirono diversamente
all’impresa. Il successo sull’Everest in un certo
senso diede alla testa a tutti e due. E ricompensò almeno un po’ Reinhold che nel ‘70 sul Nanga Parbat
aveva perso un fratello, Günther, e sette dita dei piedi. «Peter per quasi sei anni non scalò più un ottomila, scelse la famiglia. Io invece già mentre scendevo dalla cima pensai: ci ritorno presto, da solo. E
nell’80 feci la solitaria. L’Everest a cui pensavo già dal
‘73 era la novità realizzata, non mi bloccò, anzi, mi
L’Italia e il club
degli ottomila metri
LEONARDO BIZZARO
AMORE PER L’HIMALAYA
Nella foto qui sopra a sinistra,
il Dalai Lama con Reinhold Messner
I due appunti a penna sono di mano
dell’alpinista: sopra, uno schizzo
con il tracciato della via di salita all’Everest
seguita con Peter Habeler per l’impresa
del 1978. A sinistra, la parola tibetana
«lagyelo», «gli dei sono stati clementi»:
Messner propone che venga usata come
uno slogan dagli atleti ai prossimi Giochi
olimpici di Pechino. In copertina, l’alpinista
davanti a una statua di Budda
omincia presto la corsa alle grandi montagne.
Dalle poltrone di cuoio dell’Alpine Club londinese alle vette della catena che gli dà il nome il passo
è breve. Più di quanto sembra permettere il lungo viaggio di là dalla Manica, in carrozza sulle strade polverose
della Francia e oltre i valichi infestati dai lupi. Ma la seconda metà dell’Ottocento — nel 1857 nasce l’Alpine
Club, nel 1863 il Cai a Torino — non vede solo le cime di
Alpi e Dolomiti cadere sotto i colpi di piccozza. L’India è
inglese da un pezzo, quando i rilevatori del Grand Trigonometrical Survey si rendono conto che le montagne a
settentrione sono le più alte del pianeta. «Fuori misura»
scrivono increduli, allorché i calcoli certificano quote di
ventiseimila e più piedi. La scoperta di un nuovo terreno
di gioco manda in fibrillazione i circoli alpinistici. Osvaldo Roero di Cortanze, marchese della corte sabauda spedito a est tra il 1853 e il 1875 per le simpatie garibaldine
poco consone al lignaggio, soffia sul fuoco nei suoi Ri-
C
cordi dei viaggi al Cashemir, Piccolo e Medio Thibet e
Turkestan: «Mi reca meraviglia che fra tanti giovani attivi, intraprendenti, ricchi, robusti, educati, non sia nato
ad alcuno il desiderio di intraprendere un viaggio per visitare le più alte e stupende catene delle montagne del
globo, l’Himmalaya, presso le quali le nostre Alpi sono lilipuziane ed insignificanti».
Il desiderio nasce di lì a poco, in silenzio e magari troppo in anticipo sui tempi. Dire che Roberto Lerco «tenta»
nel 1890 il K2 forse è eccessivo. Ma certo il commerciante-alpinista di Gressoney sale sulla cresta sud-est fin dove nel 1907 arriverà il Duca degli Abruzzi, che invece con
gran strepito mediatico alla seconda vetta del mondo
aveva fatto più di un pensiero. Nel 1895 è la volta di Albert
Frederick Mummery, che si presenta ai piedi del Nanga
Parbat, accompagnato da due gurkha, in tweed e camicia bianca com’era solito fare nel gruppo del Bianco. Gli
va male e il suo obituary va a sommarsi ai tanti pubblica-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 6 APRILE 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
Trent’anni fa la prima salita all’Everest senza ossigeno,
poi la collana dei quattordici ottomila, le grandi traversate
dei deserti di ghiaccio e di sabbia. Il più celebre alpinista
vivente racconta la sua vita, le sue straordinarie conquiste
e i suoi rimpianti. E lancia un appello per il Tibet, la terra
circondata di montagne a cui si sente legato come alle Alpi
SUL GHIACCIAIO
Nella foto grande, la conca glaciale
per la quale passa la via normale di salita
all’Everest (la vetta è in alto a sinistra)
Al centro, una vecchia figurina
sulle imprese himalayane
Qui sotto una carrellata fotografica
dei quattordici “ottomila”
con le vie di salita
Nel trentennale della salita all’Everest
in stile alpino, la rivista Alp dedica
a Messner il primo numero di Alp ritratti
(Vivalda Editore)
fece ripartire con altri progetti. Anche perché quella
montagna mi ossessionava da tempo, per lei avevo
lasciato l’università e la ragazza. Ho capito subito che
ingegneria non era la mia vita e che lo era invece
esplorare l’Himalaya. E infatti sono rimasto geometra. Ho anche attraversato la contestazione del ‘68,
con una Cinquecento, ma quei giovani studenti si annoiavano, io non li capivo, ero pieno di passione per
la montagna, programmavo arrampicate. Li vidi sfilare con il libretto rosso di Mao. Mi fecero ridere, non
erano nemmeno mai andati in Cina, che ne sapevano? Daniel Cohn Bendit, che ho conosciuto bene nei
miei cinque anni al parlamento europeo di Strasburgo, ha avuto l’onestà di scusarsi per quelle sciocchezze. Fischer mi ha persino chiesto di candidarmi in
Germania nel 2003, ma ho detto no».
Messner sull’Everest divenne eroe, otto anni dopo
essere stato Caino. Lo accusarono di aver lasciato il
fratellino sotto una valanga, di non averlo cercato abbastanza. «Bestialità. Chi non sa di montagna pensa
cose assurde, come quella che si può tagliare la corda
per sbarazzarsi del peso del compagno, ma quando
capitano le disgrazie non c’è tempo di pensare, sono
frazioni di secondo. Io sul Nanga Parbat ho perso un
pezzo di vita, ma il male più profondo è venuto dopo,
con le accuse di vigliaccheria e tradimento. La stessa
porcata la fecero a Bonatti sul K2, lo fregarono due volte, prima e dopo. Lo intrappolarono e lo offesero. E
adesso il Cai dopo cinquantatré anni gli ha dato ragione. Ma noi alpinisti lo sapevamo già. Desio e Compagnoni erano fascisti, per questo si allearono. Bonatti era il più bravo e il più ragazzino, quello da sacrificare. Karl Herrligkoffer, capo della spedizione tede-
ti dall’Alpine Journal.
Sono esperimenti, poco si sa ancora della fisiologia alle
alte quote, l’equipaggiamento si arrangia modificando gli
attrezzi usati sui ghiacciai delle Alpi, abiti e sacchi a pelo sono quelli cuciti per le spedizioni polari. L’approccio alle
grandi montagne è soprattutto di esplorazione. Nei gruppi che partono alla volta di Himalaya e Karakorum ci sono
alpinisti, topografi, disegnatori e i soldati più forti dei reggimenti locali dell’esercito inglese.
Le mete sono sempre le stesse, pur avendo i diligenti
funzionari del Survey misurato quasi tutto. Nei sogni degli
appassionati — e dei governanti britannici — ci sono un
pugno di montagne, le più alte e quelle che meglio si vedono dai fondovalle, a maggior gloria dell’Impero. Il tetto del
mondo, quindi, e il suo vice. Poi l’Annapurna. Poco altro,
a parte il Nanga Parbat che dopo Mummery diventa una
sorta di proprietà privata dei tedeschi. L’idea dei quattordici ottomila non sfiora nemmeno il più visionario degli
sca, che dubitò della mia versione, era un nazista. Mi
fece firmare un contratto dove solo lui poteva scrivere la relazione della spedizione, io ero inesperto e accettai. Una cosa ho capito nella mia sofferenza: prima
si costruisce l’eroe, poi si gode a buttarlo giù. È la frustrazione della gente a fare danni: vogliono essere come te e se non ci riescono ti infangano. È il senso di colpa che li porta a reagire così, sono desiderosi di assolversi. Herrligkoffer non pensava che io riuscissi a
scendere lungo la parete est, né si attrezzò a recuperarmi. Ma non poteva ammettere di avere sbagliato,
meglio rimuovere la verità e accusarmi di ambizione
sfrenata. Trentacinque anni dopo, nel 2005, hanno ritrovato i resti di Günther e mi hanno restituito l’onore. Non avevo mentito. Nel 2004 a Trento ho raccontato pubblicamente la storia del K2, non ho messo fotografie, solo il volto di Bonatti, in prima fila c’erano
Compagnoni e Lacedelli. Hanno ascoltato la storia del
loro tradimento senza fare una piega, fino all’ultimo.
Poi però per posta mi sono arrivate lettere molto brutte, dove mi si auguravano molte cattiverie».
Messner veniva dalla Val di Funes, Sudtirolo. Era un
uomo di confine. Un po’ italiano e un po’ tedesco, ma
molto montanaro. Suo padre Sepp era maestro. C’erano le vacche da mungere, il maso da portare avanti,
il pollaio da guardare. In famiglia erano nove figli: Helmut, Reinhold, Günther, Erich, Walfraud (unica donna), Siegfried, Hubert, Hans Jorg, Werner. L’alpinismo se ne è presi due, Siegfried è morto nell’85, sulle
torri del Vajolet, colpito da un fulmine. «Io mi definisco biculturale e mi sento tibetano. Sul museo dal castello di Firmiano ho alzato la loro bandiera. Hanno
un altopiano fantastico, la città più bassa è a 3.600 me-
esploratori. La collana che farà la fortuna di Messner ha bisogno di una “conversione” all’epoca impensabile, tanto
più per un anglosassone: dal sistema imperiale britannico
al metrico decimale. «Con le loro misure — spiega Roberto Mantovani, direttore della Rivista della Montagnae storico dell’alpinismo — il gioco dell’himalaysmo sarebbe
stato possibile solo calcolatore alla mano». Il conto è presto fatto: a ventinovemila piedi arriva solo l’Everest, con
ventottomila si prendono anche K2 e Kangchenjunga, il
Lhotse finisce a ventisettemila. Per metterci tutte le quattordici vette più alte, convertite in metri, bisogna scendere a ventiseimila. «Tutto troppo ampio, troppo sfumato —
commenta Mantovani nello speciale della rivista Alp dedicato a «I magnifici 8000» —. Per categorizzare in maniera evidente e immediata l’altezza delle montagne, occorrevano cifre più facili da mandare a memoria, e soprattutto più brevi». Ecco la fortuna degli ottomila. Per il resto del
mondo, perché il più alto non poteva che andare, è il 1954,
tri, il Tibet non è solo l’Himalaya ma anche altre vette,
è circondato da catene montuose come nessun altro
paese. La Cina ostacola la loro identità culturale e religiosa, anzi la massacra. Il Tibet si è trasformato, Lhasa si è imbruttita, i cinesi hanno costruito palazzi orrendi e centri commerciali e hanno trasferito lì molta
gente dell’etnia han che gestisce quasi tutti i commerci. I tibetani non hanno libertà, il governo cinese
disprezza i diritti umani. Non è giusto, non ci sto. Il
mondo dovrebbe protestare di più, non basta mica
stare a guardare. Magari sarà solo un granello di sabbia, però darà fastidio, soprattutto nell’anno olimpico. La Cina andrebbe colpita sugli affari, ma è una potenza economica importante e corteggiata da tutti».
Messner oggi ha sessantaquattro anni. Ha moglie e
tre figli. Festeggerà con gli amici l’impresa del 1978 nel
castello-museo di Firmiano. Ha salito quattordici ottomila dal 1970 al 1986. «Alla fine non avevo più motivazioni. Andavo avanti, soprattutto perché i miei compagni di avventura, più giovani, mi spingevano verso
nuove imprese e rilanciavano. Ma io non ero più lo
stesso, non avevo la stessa forza. E promisi a mia madre, che aveva settantatré anni, che mi sarei limitato ai
settemila metri. Lei aveva paura delle scalate, non delle mie attraversate. Trovai una nuova sfida nel mondo
orizzontale, nell’infinito bianco dell’Antartide, nella
traversata del Tibet, nel deserto del Gobi. E ovunque,
se stavo in difficoltà, mi usciva dalla bocca il nome di
Günther. L’ho sognato anche ieri notte, era con me, a
Chamonix, mi chiedeva di andare su un ottomila. Ma
il buffo è che lì non ci sono montagne così alte. Günther
per me non se ne è mai andato, è sempre dove l’ho visto per l’ultima volta. Accanto a me, in montagna».
ai sudditi di Sua Maestà britannica — e sarebbe stata una
beffa se gli svizzeri nel 1952 ce l’avessero fatta. Poco importa se in realtà sono stati i francesi con Herzog e Lachenal ad aggiudicarsi nel 1950 «le premier huit mille», l’Annapurna. Con i suoi 8091 metri rimane comunque il decimo per altezza.
La conferma viene scorrendo la lista di chi, dopo Messner, li ha saliti tutti. Altri tre italiani (Sergio Martini, Silvio
Mondinelli e Fausto De Stefani, di cui è però contestata la
vittoria sul Lhotse), due polacchi (Krzysztof Wielicki e Jerzy
Kukuczka), il messicano Carlos Carsolio, due baschi, Juan
Oiarzabal e Alberto Inurrategui, tre coreani, Park Young
Seok, Hong-Gil Um e Han Wang Yong. Appena un inglese,
Alain Hinkes, e un americano, Ed Viesturs. La palma della
prima donna se la contenderanno Nives Meroi e Gerlinde
Kaltenbrunner, che al momento ne hanno dieci. Un’italiana e un’austriaca. La basca Edurne Pasaban è arrivata a nove. Le anglosassoni più lontane. Scarse? No, disinteressate.
Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
l’attualità
Forme urbane
DOMENICA 6 APRILE 2008
All’appuntamento con l’Expo appena conquistata,
fra sette anni esatti, si presenterà una città radicalmente
cambiata: una selva di grattacieli griffati, monumenti
di archeologia industriale richiamati alla vita, battelli
che scivolano su vie d’acqua urbane. Ecco un viaggio
tra i quindici mega-progetti che ridisegnano il suo futuro
Milano, metropoli verticale
CINZIA SASSO
MILANO
I
l vento di aprile soffia insistente
sulle fronde chiare del betullino e
il fruscio arriva fino a dentro, mischiato con il fischio delle foglie di
una quercia ancora giovane. Entra anche il profumo intenso del gelsomino
che ha messo i primi fiori, e la macchia di
colore rosso delle bacche del cratego. È il
momento migliore, per il bosco. Il momento del risveglio. Ma questo è un bosco speciale: siamo in un appartamento
di città, al ventisettesimo piano della torre “D” di Porta Nuova Isola, pareti di vetro che danno sul terrazzo, davanti una
quinta di verde. E questo è il “Bosco Verticale”, progettato dallo studio Boeri, novecento alberi alti fino a nove metri sovrapposti l’uno all’altro, salici e peri da
fiore, ciliegi giapponesi e bambù, piantati piano sopra piano. Poco più su, sul
tetto, volteggiano le pale eoliche che garantiscono energia. Molto più giù, invece, le sonde geotermiche pompano calore dal sottosuolo e da qualche parte le acque grigie, filtrate, tornano in circolo per
l’irrigazione. Dalle finestre, tra le fronde,
ecco a perdita d’occhio il profilo della
città.
Ed ecco, appena in là sull’orizzonte, a
nascondere le cime delle montagne, un
altro bosco, stavolta semplicemente
pensile. A centosessanta metri di altezza,
che vuol dire al trentunesimo piano. Sul
belvedere, con ristorante, del grattacielo
che è la nuova sede della Regione Lombardia e che quassù vuole attirare cittadini e turisti. Un parallelepipedo di vetro
progettato dall’architetto cinese della Piramide del Louvre, immaginato per celebrare la trasparenza e il buon governo, al
centro di una grande piazza coperta da
una cupola, dove migliaia di persone
passeggiano e fanno shopping negli elegantissimi negozi; ma anche se ne stanno semplicemente sedute ai bordi della
fontana circolare, pc sulle ginocchia, collegate col wi-fi. Un’opera grandiosa: centomila metri quadri edificati per un costo
di 320 milioni di euro. La più maestosa
delle opere commissionate da un ente
pubblico dal tempo degli Sforza; l’erede,
nelle intenzioni, del Castello.
Benvenuti a Milano 2015. Benvenuti
nella città che ha vinto l’Expo e che per
questo, da stanca metropoli post-industriale, smarrita e senza vocazione, ha ripreso a correre. Se l’iniezione di denaro
prevista dal piano per l’esposizione —
4,1 miliardi di euro — permetterà la costruzione ex novo di un pezzo di città che
oggi non esiste, il quartiere della fiera da
più di un milione di metri quadrati, e il
completamento di strade, linee di metropolitana, reti ferroviarie, una zona
verde grande come tre Hyde Park e mezzo, perfino la creazione di una via d’acqua sulla quale scivolano i battelli, quella che fra sette anni si presenterà all’appuntamento con il mondo sarà in ogni
caso una città completamente nuova. Ci
saranno colline nel piatto della pianura;
laghi là dove era asciutto. Ma sarà, soprattutto, una città verticale. Con grattacieli storti, sì anche sbilenchi; qualcuno colorato, altri con le guglie; certi che
sembreranno essere lì lì per cadere, altri ancora perfino attorcigliati. Torri rivestite di vetro, acciaio, pietra, ma anche di bosco, addirittura di lamine d’oro. E tutti, questo è certo, saranno altissimi.
È come se a Milano si fosse scatena-
2
NUOVO POLO EXPO
Il master plan
presentato al Bie
prevedeva
un edificio
simbolo, la Expò
Tower, che ora
è in forse
È a Pero-Rho,
duecento ettari
per i nuovi
padiglioni
ta una gara tra gli architetti di tutto il
mondo per vedere chi inventa l’edificio
più stupefacente. Spariti i vecchi immobiliaristi legati in qualche modo alla tradizione, ora anche i cantieri sono nelle
mani di chi non ha mai avuto legami con
la città, gli sviluppatori internazionali,
che costruiscono a Londra come ad Abu
Dhabi e che rispondono esclusivamente a logiche di profitto. L’obiettivo è diventato far rumore, farsi vedere, trasformare tutto in attrazione, vendere. Ma attrazione per chi? Per il mezzo milione di
abitanti che negli ultimi trent’anni ha lasciato la città, che ci ritorna al mattino
per lavorare ma che se ne va la sera? Nel
1972 Milano era una metropoli da un milione e settecentomila abitanti; oggi sfiora il milione e tre. Una città impoverita
ma, soprattutto, una città che ha il drammatico problema del pendolarismo:
840mila ingressi ogni mattina, 510mila
persone che arrivano in automobile,
hanno dei costi altissimi. Far tornare i
milanesi a Milano, smettere con l’edificazione delle città-satellite nell’hinterland, ricominciare a costruire solo al
centro potrebbe essere un disegno per il
futuro.
Ma per costruire in centro, è necessario soprattutto farlo in verticale. Vediamola, questa nuova città, dal ventottesimo piano della torre “D”. All’orizzonte, a
quel punto, i vecchi simboli saranno diventati insignificanti: la Madonnina, la
Torre Velasca, il grattacielo Pirelli. Stracciati, in una classifica basata semplicemente sull’altezza, da almeno quindici
nuovi “mostri” di acciaio, cemento, vetro e tanto verde. Disegnati dai più grandi architetti del mondo chiamati a operare ovunque, a riempire vuoti, a rein-
3
TORRE DELLE ARTI
In via Principe
Eugenio, è un
progetto di Archea
Associati: 93 metri,
26 piani, rivestimenti
in pietra e una parte
in cotto rivestito
di lamina d’oro
3
2
1
1
CITYLIFE
Il piano più discusso
Qui sorgerebbero
i grattacieli
di Libeskind, Hadid,
Isozaki, uno dritto,
uno pendente, uno
avvitato su se stesso
SANTA GIULIA
A sud, nella zona
già occupata
dagli stabilimenti
Montedison, Norman
Foster ha ideato
una città nella città
con appartamenti
di super lusso,
il Crescent,
un centro congressi,
una nuova chiesa,
spazi commerciali
PIAZZA ARDUINO
VIA ROSSETTI
Nella foto sopra
ecco come appare
la prospettiva
della vecchia Fiera
vista da piazzale
Arduino
e, nella foto sotto,
come sarà
nel 2011,
quando il grattacielo
di Zaha Hadid sarà
terminato
Nella foto in alto,
i capannoni
della Fiera
Campionaria
ora in demolizione
e, nella foto sotto,
gli edifici
residenziali
e gli uffici
che fanno parte
del complesso
progetto City Life
Repubblica Nazionale
DOMENICA 6 APRILE 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
ventare aree dismesse, a costruire dove
per trent’anni non si è fatto. Sono quindici progetti giganteschi e 147 piccoli interventi, che l’abolizione del vecchio
piano regolatore e la scomparsa della destinazione d’uso ha liberalizzato. Nasceranno quartieri nuovi e altri abbandonati torneranno a vivere; anche i comuni limitrofi avranno i loro simboli. Come
Rozzano, con la torre Landmark, alta
duecento metri. Perfino le caserme cittadine troveranno una seconda vita; e
cambieranno pelle gli scali ferroviari abbandonati.
Il più grande piano di riqualificazione
urbana si sta realizzando nella zona intorno all’Isola, vecchio quartiere tra la
stazione Centrale e Garibaldi, che prevede l’edificazione di 350mila metri quadrati e la realizzazione di una delle aree
pedonali più grandi della città, dentro la
quale ci sarà la Biblioteca degli Alberi, un
reticolo di percorsi tra piantumazioni di
diverse essenze destinati a diventare anche percorsi didattici. Svetta, in questa
zona, la nuova sede della Regione Lombardia, con i trenta piani, centosessanta
metri, firmata dallo studio Pei. Il nuovo
Pirellone si alza su un impianto formato
da corpi allungati a serpentina, arrotondati, che si incrociano saldandosi in un
unico edificio. Poco distante è Cesar Pelli a immaginare una torre che si innalza
con tre guglie, stile Dubai estrema, e che
guarda in una nuova piazza circolare e
pedonale.
I mega-progetti in fase di esecuzione
non sono raggruppati in una zona, identificabili con un quartiere: toccano tutta
la città, anche quella considerata oggi
periferia, anche comuni esterni, come
Sesto San Giovanni e Rozzano, appunto.
4
PIRELLONE DUE
La nuova sede
della Regione
Lombardia,
di Pei, Cobb Freed
& Partners: 39 piani
di vetro e cemento
con un belvedere
e un ristorante
nel bosco pensile
all’ultimo piano
Ed è proprio questo il filo conduttore della Milano di domani, espresso chiaramente nel piano “Milano verso il futuro”
dall’assessore allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli: superare il concetto
centro-periferia, distribuire i servizi
ovunque, creare una metropoli integrata e continua. Superare anche il confine
tra città e hinterland, fare in modo che diventi una realtà «la grande Milano, nella
quale Milano-città rappresenti il nodo
5
TORRE DNA
Il nome evoca
la forma della torre,
77 metri e 27 livelli,
che l’architetto
Caputo ha progettato
a imitazione
della doppia elica
del dna. Colorato
come un Mondrian
5
4
7
6
principale di una costellazione». A sudest, ad esempio, in un’area che ora è periferica, separata dal corpo metropolitano da ferrovia e tangenziale, la città cambierà volto con il progetto Santa Giulia,
ideato da Norman Foster, l’archietto del
St. Mary Axe, “The Gerkin”, il grattacielo
a forma di cetriolo che per primo ha cambiato lo skyline di Londra. Santa Giulia,
che prende il nome da una chiesa che
verrà costruita, è immaginato per essere
abitato da cinquanta-sessantamila persone, dunque sulla carta è già promosso
come modello di città nella città e di metropoli nel verde. Qui nascerà il Crescent, una zona residenziale d’eccellenza, high tech e domotica, energia rinnovabile, con appartamenti i cui costi partono da due milioni di euro.
Via le periferie, dunque. Come ha detto Renzo Piano, l’architetto che ha progettato l’area Falk, centocinquanta ettari di archeologia industriale, la città già
delle fabbriche, degli altiforni e delle acciaierie, quella più intimamente legata
alla storia della Milano operaia dove
ogni mattina, al suonare delle sirene, arrivavano migliaia di persone in tuta blu.
Piano vuole che la sua città resti una fab-
brica: «Una fabbrica di idee, il mio Beaubourg a Sesto San Giovanni». È qui uno
dei recuperi più straordinari di costruzioni di archeologia industriale, il laminatoio, destinato a diventare secondo il
progetto della Provincia un museo di arte contemporanea, la nostra Tate Modern. Ed è qui che Carlo Rubbia sperimenterà gli “Elfi”, veicoli a trazione elettrica o a idrogeno. Due torri, anche qui:
alte duecento metri, direttamente sulla
“Rambla”, un ampio viale alberato che
converge in un parco centrale.
Il primato dell’altezza spetta al progetto City Life, che è forse il più vistoso,
immaginifico, sicuramente il più griffato. Nel quartiere storico della vecchia
Fiera — quella costruita nel 1906, proprio per un’esposizione universale —
stanno prendendo corpo i tre spettacolari grattacieli dell’architetto iracheno
Zaha Hadid, del giapponese Arata Isozaki, di Daniel Libeskind, il progettista di
Ground Zero: lo “storto”, il “curvo” e il
“dritto”, alto, quest’ultimo, duecentodiciotto metri, cinquanta piani. Accanto ai
tre giganti è previsto l’edificio del Museo
di arte contemporanea, e la pianta complessiva prevede percorsi in mezzo al
verde, corsi d’acqua con ponti trasparenti. Saranno, l’acqua e il verde, i nuovi
elementi di Milano. Se da una parte c’è la
ricerca di un simbolismo stravagante,
dall’altra la qualità della vita assume un
posto di primo piano. Il verde è dappertutto: si immagina un anello intorno alla
città, fatto solo di boschi. Il piano generale per l’Expo prevede addirittura la rinascita di una via d’acqua, che giunga diretta al centro. Ma non saranno progetti
troppo ambiziosi? Non sarà che ancora
una volta, al passaggio dall’effimero al
concreto tutto si ferma?
La storia dell’urbanistica milanese è
storia di grandi incompiute. In ritardo
sulle grandi città europee, su Barcellona
e Berlino, sulla Parigi di Bercy e sulla Londra dei Docks, Milano sembra volere oggi ripensare a fondo il suo destino. Se
davvero è uscita dalla crisi degli anni Novanta, se davvero la sua classe dirigente
saprà non solo lasciare mano libera ai
developers ma costruire un’idea di sviluppo, il momento è quello giusto. L’appuntamento con il mondo è fissato per il
primo maggio del 2015.
6
GILLI HOTEL
A Porta Nuova
Garibaldi, entro
il 2011 dovrebbe
essere conclusa
la costruzione
di una torre
di 95 metri e 25 piani
Studio Benatti
U
ILL
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7
OT
TORRE CESAR PELLI
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LIN
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L’ILLUSTRAZIONE
Nel disegno di Mirco
Tangherlini, una libera
ricostruzione di come
i nuovi progetti urbanisticoarchitettonici potrebbero
cambiare, di qui al 2015,
lo sky-line di Milano
Sulla mappa, nei cerchi
numerati, l’ubicazione
esatta delle principali
opere in progetto
AN
Trentadue piani,139 metri e tre pinnacoli
stile Dubai estremo. Il progetto prevede
anche una piazza circolare con edifici
che ne modellano la forma
AREA FALCK
È a Sesto
San Giovanni,
cuore della ex città
operaia. Il recupero
del laminatoio,
firmato da Renzo
Piano, potrebbe
essere la sede ideale
del Museo di arte
contemporanea
Nascerà come
quartiere ecologico
Repubblica Nazionale
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 APRILE 2008
la memoria
Come eravamo
L’asino per disturbare i comizi avversari; il lupo
comunista sotto la pelle dell’agnello; Togliatti “caprone”
secondo De Gasperi... Le elezioni di sessant’anni fa,
le prime e le più ideologizzate dell’Italia repubblicana,
generarono un fervore retorico e iconografico senza pari
Un nuovo libro ricostruisce quel laboratorio politico
Il bestiario elettorale del 18 aprile
FILIPPO CECCARELLI
hissà chi vinse allora il Totalvoto. Concorso nazionale a premi sui risultati del 18
aprile 1948. Lo lanciarono i
Comitati Civici, contro l’astensionismo che avrebbe favorito
il Fronte delle sinistre. «Vota anche se piove» era uno degli slogan; «Io non voto» diceva un somaro su un manifesto; «Essi non
votano», e sotto si vedevano due
bianchi conigli.
Era ancora un’Italia agricola e gli animali avevano un senso. In verità ce
l’hanno anche nelle odierne campagne
pubblicitarie, ma è un uso sofisticato,
simbolico, da cartoni animati. A quei
tempi, invece, in mancanza di altoparlanti e sirene un asino era una straordinaria risorsa per disturbare i comizi avversari. Il record del raglio sabotatore
venne localizzato nella rossa Rignano
Flaminio: bastava che i compagni soffiassero nelle frogie dell’animale perché
questo esplodesse in un baccano pazzesco, come ben sapeva il locale parroco
che con questi sistemi si vedeva sistematicamente movimentare le funzioni
religiose.
In quel paese lì l’analfabetismo era
ancora un nemico da battere. Le disposizioni propagandistiche del Pci nelle
aree contadine si preoccupano che le
scritte dei manifesti siano in caratteri
grandi e sempre in stampatello. Eppure,
fu proprio in quell’occasione che venne
realizzato il primo sondaggio elettorale.
C’è anche da dire che la Doxa sostanzialmente ci prese, giusto un piccola
sottovalutazione della vittoria dc, ma a
differenza di oggi i giornali gli diedero
pochissimo risalto.
Molto meglio comunque il Totalvoto
della società “Sistema”, trovata fantastica, decisamente post-moderna. Ebbe
un tale successo da indispettire i vertici
della Sisal, titolare del popolarissimo
Totocalcio. I partiti al posto delle partite
di calcio, in entrambi i casi c’era da compilare una schedina, i concorrenti dovevano azzeccare l’esatto numero di seggi,
per un totale di 574, sulla base dei risultati ottenuti dalle varie liste. Nel caso di
rinvio delle elezioni, era spiegato sul retro, le giocate rimanevano valide; mentre solo nell’ipotesi di annullamento e
sospensione, eventualità minacciata
dallo stesso ministro dell’Interno Scel-
C
LE ILLUSTRAZIONI
In queste pagine,
manifesti, volantini,
fumetti, vignette,
cartoline elettorali
della campagna
del 18 aprile 1948
In un’Italia ancora
contadina, la grafica
faceva spesso ricorso
a immagini di animali
(come il lupo travestito
da pecora, al centro,
il gallo in alto a destra
e l’asino in basso
a destra, tutti poster
dei Comitati Civici)
ba, era previsto un rimborso.
A una settimana dalle elezioni, d’altra
parte, il Viminale fece conoscere alla
pubblica opinione il numero delle armi
requisite dalla Polizia a partire dall’inizio dell’anno e l’elenco si apriva con: «6
cannoni, 29 mortai, 4 lancia granate»...
In politica allora si sparava e ogni tanto
ci scappava pure il morto, quattro solo a
San Ferdinando di Puglia proprio all’inizio della campagna. Insieme alle schedine, ai somari disturbatori, ai primi
sondaggi e ai bellissimi cartelloni colorati c’erano tutti gli indizi della guerra civile.
Anche per questo il governo mise all’ordine del giorno la questione che oggi
si direbbe del look, ma che a quei tempi
aveva a che fare con l’esistenza di formazioni para-militari, specie di ex partigiani. In pratica, Scelba vietò l’uso nelle manifestazioni elettorali di uniformi,
cappelli, fazzoletti rossi o tricolori, bracciali, coccarde. Protestarono allora i comunisti che anche gli aderenti dell’Azione cattolica indossavano baschi verdi,
per non dire gli scout con le loro divise.
IL LIBRO
Si intitola Le elezioni del Quarantotto
il saggio di Edoardo Novelli in libreria
in questi giorni che racconta la storia,
le strategie e le immagini (in queste
pagine ne riproduciamo alcuni esempi)
della prima campagna elettorale
dell’Italia repubblicana. Il libro
è pubblicato da Donzelli (204 pagine,
82 tavole a colori, 16 euro)
Antichità, utilità e suggestioni degli
anniversari: 1948-2008, sessant’anni
dal 18 aprile e un altro voto alle porte.
Nulla di immediatamente paragonabile, anche perché, a differenza di quello
che si sforzano di credere i giornalisti, la
storia non si ripete mai. E tuttavia è certo interessante vedersi ricostruita la
campagna elettorale più ideologica della recente storia italiana nel tempo meno ideologico che ci sia mai stato. Per
scoprire che dopo tutto, forse, qualcosa
in comune c’è, sebbene in forme indistinte, umbratili, oppure degenerate in
caricatura. È un fatto di tic, di salti, dettagli e slittamenti. Qualcosa che rivive
nei modi, nei tempi e nelle tecniche assai più che nei contenuti.
La nascita e il frenetico sforzo organizzativo dei Comitati Civici, per dire, ricordano parecchio quelli di Forza Italia;
così come è sessant’anni fa che si sperimentano con la maggiore efficacia modalità espressive che adattano la politica alla cultura di massa facendola reagire non solo con l’intrattenimento, lo
spettacolo, il fotoromanzo, lo sport, i fumetti, il teatro dei burattini, ma anche
traslocandola con qualche profitto nel
campo impervio delle preghiere, delle
sacre immagini, dei pellegrinaggi e delle processioni. Un po’ come sta riprendendo piede oggi.
Reduce dallo studio della più evoluta
Turbopolitica(Rizzoli, 2006), osservatore degli sviluppi e delle peripezie della
comunicazione, nonché disincantato
promoter accademico del Galà della politicà, Edoardo Novelli ha appena scritto Le elezioni del Quarantotto, sottotitolo Storia, strategie e immagini della prima campagna elettorale repubblicana
(Donzelli, 189 pagine, 16 euro) con una
preziosa appendice iconografica a cui
rinvia il testo.
Impossibile, si diceva, ogni compiuta
analogia con il presente. Fu quello, eminentemente, un duro scontro tra capitalismo e comunismo, America e blocco
sovietico. La guerra era appena finita,
proprio nei giorni della campagna elettorale in Cecoslovacchia i comunisti
prendevano il potere con sistemi truculenti, e di conseguenza non stupisce come nei duelli fra i leader l’elemento polemico andasse così rapidamente a parare sul concetto dello straniero. C’è uno
scambio di colpi, ad esempio, tra De Gasperi e «il maresciallo Longo», così viene
qualificato, in cui il democristiano l’accusa di voler stabilire una «dittatura balcanica» ricevendone in cambio l’oltraggiosa notazione secondo cui egli sareb-
be «pieno di austriaco fiele», con il che si
faceva riemergere nell’immaginario l’elemento germanico antirisorgimentale
e poi nazista. Vedi anche i baffetti da Hitler posti sotto il naso dei capi dc.
In questo quadro finisce per collocarsi la scelta, a suo modo geniale, di Garibaldi come simbolo elettorale del Fronte. Ma come si sa, in Italia il genio non è
mai unico, con il che i democristiani sono costretti ad aguzzare l’immaginazione prontamente individuando il temachiave, lo strumento sottaciuto, o meglio l’implicito dispositivo che secondo
Novelli gli consentì di battere l’avversario sul piano della persuasione. Ed è l’inganno, appunto, il Grande Inganno Comunista, l’argomento grezzo su cui lavorerà con sottigliezza l’Ufficio Psicologico dei Comitati Civici, la maschera che
copre la realtà, il lupo che si è messo sotto la pelle dell’agnello, come in un altro
celebre manifesto di quella stagione.
Per cui sì, Garibaldi resta un grande
personaggio, ma nulla ha a che vedere
con il Pci o il Psi: «Non votate per me —
gli fa dire la Dc su un poster — non ho
mai aderito al Fronte». Dietro all’icona
del popolare Giuseppe, che nell’emblema compare davanti a una sciagurata e
tipica stella a cinque punte, in verità c’è
Giuseppe Stalin, e in questo senso vengono spesi tesori di grafica, basta girare
il disegno per cogliere i lineamenti inconfondibili di Baffone.
Un lieve tocco di commedia, molto
italiana, e nello specifico garibaldino
anch’essa destinata a ricorrere nel futuro della vita politica, accompagna l’opera di demistificazione. Dell’Eroe dei due
mondi viene sollecitato nell’agone uno
dei tanti discendenti, il nipote, che si
dissocia dal Fronte denunciando l’inedito sfruttamento dell’immagine.
Quindi anche tracce del parente-testimonial pare di cogliere nella madre di
tutte le campagne elettorali. Nel frattempo il leader qualunquista Guglielmo
Giannini, che viene dal teatro e cura spasmodicamente il suo modo di vestire,
usa un linguaggio sanguigno e sboccatissimo, «Ecco serviti i soliti coglioni» è il
titolo d’apertura del suo giornale; e francamente, con gli occhi di oggi, l’Uomo
qualunque somiglia un po’ a Libero. Il
Santo Padre, al momento di formare le
liste, suggerisce di candidare il super
campione Gino Bartali.
Perché quella fu anche, senza dubbio,
guerra di religione. Pur con tutto il rispetto fanno sorridere, al confronto, le
ingerenze del cardinal Ruini, Berlusconi che fa i suoi numeri davanti a Santa Ri-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 6 APRILE 2008
ta, D’Alema in processione, lo spot di Boselli con Gesù o le preghiere della principessa Borghese. «Con
Cristo o contro Cristo»: così la mette Papa Pacelli e a Milano il cardinale Schuster invoca la scomunica. È di Guareschi
la vignetta: «Nell’urna Dio ti vede, Stalin
no».
Ben due orazioni specificamente
elettorali ha scovato Novelli, che è anche un collezionista di questi materiali.
Una sta in un santino da mettere nel portafogli e magari da tirar fuori nei momenti di raccoglimento politico: «Padre
nostro, che sei nei cieli e governi l’universo, concedi alla nostra Patria la grazia
di avere dei rappresentanti davvero cristiani...». L’altra, pur intitolandosi Il
messaggio della Regina, sembra uno
scherzo tipo Corrierino dei piccoli e così
comincia: «Quando il voto avrai tu dato/
allo Scudo ch’è Crociato,/ sentirai dentro del core/ che non hai commesso errore». Ancora più drastica è la conclusione: «Sta sicuro che ad Alcide/ la Madonna gli sorride,/ che votar per lui ti dice/ la potente AUSILIATRICE», scritto in
maiuscolo.
Sono i giorni di Padre Lombardi, «il
microfono di Dio», dei «frati volanti» che
girano per le campagne su furgoni attrezzati per celebrare messa e sovente
non si lasciano scappare l’opportunità
di interrompere gli oratori del Fronte. È
anche il tempo della «Madonna pellegrina». A Napoli, nel marzo, duecentomila fedeli partecipano alla traslazione
del quadro della Madonna di Pompei.
Quando è buio sfilano pregando per le
vie della città, dalla sede del Pci esplodono mortaretti e fuochi di bengala.
Dal cielo gli aeroplani fanno cadere
centinaia di migliaia di volantini. Nelle
stazioni i «treni dell’Amicizia» recano a
un paese sostanzialmente affamato
tonnellate di viveri giunti dall’America.
Per le strade corrono i cine-camion che
proiettano dovunque filmati politici.
Anche le favole per i bimbi vengono arruolate nella battaglia elettorale. Novelli ha contato due Pinocchi, con Nenni e
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
Togliatti nella parte del gatto e la
volpe, e un Cappuccetto Rosso
del Fronte in cui l’Orco Mangiatutto è Truman e il demone Gasperaccio De Gasperi.
Le macchine organizzative
dei due schieramenti sono lente, ma a un dato momento
sembrano incapaci di fermarsi. Lo scontro è selvaggio. Invano Terracini, ex presidente
dell’Assemblea Costituente, tenta di
istituire degli organismi di pacificazione. Per dare l’idea del clima basti il se-
guente titolo dell’Unità: «Nove bambine violentate dal democristiano Malvolti». Ma si tratta, spiega bene Novelli, di
un’atmosfera che scalda chi è già ben arroventato. Mentre la chiave segreta della vittoria la possiedono anche allora le
fasce meno politicizzate dell’elettorato,
quelle più nascoste e lontane e difficili
da raggiungere.
Scandali contro scandali, comunque:
le sinistre agitano la vicenda Cippico, un
prete che ha fatto impicci finanziari; i dc
montano sulla storia dell’oro di Dongo,
il tesoro fascista rubato dai partigiani.
LE FOTOGRAFIE
Nelle due foto in bianco
e nero, comizi di Togliatti
(a sinistra) e De Gasperi
MicroMega 2/08
Marco Travaglio
LE FREQUENZE RUBATE
Pancho Pardi
DUE ANIME PER UN VOTO
Telmo Pievani
LA MORATORIA DEI FATTI
www.micromega.net
SUL NUOVO SITO
un video di
MARCO TRAVAGLIO
Per fermare Berluscaz
Ferrara sfida Marino e poi scappa
(audio)
un video di
STEFANO RODOTÀ
L’eutanasia è un diritto civile
e inoltre video, audio, testi di:
Luciano Violante, Paolo Flores d’Arcais
Nello Rossi, Antonio Ingroia
UNA TAVOLA ROTONDA SULLA GIUSTIZIA
Scott Turow, Gherardo Colombo
CHI HA UCCISO LA GIUSTIZIA?
Ignazio Marino
DECIDERE SULLA PROPRIA VITA
don Paolo Farinella
CARTEGGIO CON LA MADONNA DI LOURDES
Nicola Piovani
Salvatore Borsellino
Margherita Hack
Oliviero Toscani
Giulio Giorello
Gianrico Carofiglio
Pancho Pardi
Carlo Bernardini
Cristina Comencini ...
e da lunedì un video/sorpresa di
ANDREA CAMILLERI
www.micromega.net
IL NUOVO NUMERO DI MICROMEGA È IN EDICOLA
Mostri contro mostri: De Gasperi evoca
«le zanne e lo zoccolo da caprone» di Togliatti; questi prima attribuisce al presidente del Consiglio «fantasmi di torbida
morbosità medievale» e poi nel comizio
finale rivela di essersi fatto «risuolare gli
scarponi facendomi mettere due fila di
chiodi che mi riprometto di applicargli
presto su parti del corpo che non nomino. Anzi, vi prego, dopo il 18 aprile fatelo pure voi».
Dal diario di Andreotti: «Le sorti d’Italia sono affidate ai ventinove milioni di
italiani. Iddio li illumini». Dal diario di
Nenni: «Sono sfinito. Lo sforzo fisico degli ultimi comizi è stato quasi sovraumano. Facevo fatica a stare in piedi e a
parlare ma m’è sembrato doveroso non
sottrarmi alla lotta (...) Comunque è finita e per ora non ho che un desiderio: dormire, dormire, dormire!».
A sessant’anni di distanza, e a pochi
giorni da un altro voto, pare questa la valutazione più umana e rassicurante di
tutta la turbinosa storia di quel 18 aprile.
Repubblica Nazionale
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 APRILE 2008
il racconto
Donne di potere
Oltre duemila anni di tradizione confuciana hanno impresso
alla società cinese un ordine patriarcale, dal vertice supremo
fino al nucleo familiare. La sola eccezione è stata lei: vissuta
dal 624 al 705, governò con pugno di ferro per quasi mezzo secolo
Poi fu mitizzata, demonizzata, fatta oggetto di morbose fantasie
E odiata, scrisse un contemporaneo, “in egual modo da uomini e dei”
Wu Zhao, imperatrice maledetta
V
FEDERICO RAMPINI
PECHINO
issuto cinque secoli prima di
Cristo, il Maestro Kung FuTzu — che in seguito i gesuiti
“latinizzarono” come Confucio — non aveva davvero un’alta stima delle donne. Le scarne notizie che abbiamo su
di lui ce lo descrivono decisamente come
un misogino. Tra le ragioni che lo spinsero
a lasciare un incarico politico e a dedicarsi
alla filosofia, pesò il sospetto che il suo sovrano fosse irretito e manipolato da un
gruppo di danzatrici. Nel dimettersi dal
ruolo di consigliere del principe, Confucio
citò un’antica canzone: «La lingua di una
donna / Può costare all’uomo la sua posizione / Le parole di una donna / Possono
costare all’uomo la sua testa». In una raccolta di biografie degli imperatori che gli
viene attribuita, c’è questo passaggio: «La
gallina non annuncia il sorgere del sole; il
canto della gallina all’alba indica la sovversione della famiglia». Per oltre due millenni il confucianesimo ha impresso nella civiltà cinese un ordine patriarcale: come i figli devono rispettare l’autorità degli anziani, così le donne devono obbedienza ai mariti; solo queste regole garantiscono l’armonia sociale e rispecchiano sulla terra
l’ordine dell’universo. E per oltre duemila
anni, sotto il segno dominante del confucianesimo, la Cina ha sempre avuto imperatori maschi.
Con una eccezione. Una sola. È Wu Zhao
l’unica imperatrice della Terra di Mezzo,
che visse dal 624 al 705 dopo Cristo, e governò la Cina con pugno di ferro per quasi
mezzo secolo. Prima e dopo di lei ci furono
sì delle mogli e concubine influenti, capaci
talora di manovrare gli imperatori. Ci furono regine-madri e matrigne, reggenti come
la vedova Ci Xi, la mamma dell’ultimo imperatore con cui si estinse la dinastia Qing
nel 1908. Ma nessuna, salvo Wu Zhao, infranse mai il tabù confuciano che vietava a
una donna di esercitare in proprio la carica
imperiale. Perciò la figura dell’unica imperatrice cinese giganteggia nella storia. È stata mitizzata o demonizzata; ha suscitato curiosità inesauribili e spesso morbose, che
ancora oggi riaffiorano nella letteratura o
nel cinema popolare. Femministe e leader
politici hanno cercato di impadronirsene e
strumentalizzarla.
Era ancora all’apice del suo potere quando uno storico caduto in disgrazia, Luo
Binwang, le dedicava nell’anno 684 queste
parole di fuoco: «Con il cuore di un serpente e il carattere di una volpe, ha arruolato sicofanti al suo servizio, ha rovinato i giusti.
Ha ucciso sua sorella, massacrato i suoi fratelli, assassinato il suo principe consorte e
sua madre. È odiata in egual modo dagli uomini e dagli dei». Al che lei rispondeva:
«Hanno congiurato contro di me e li ho distrutti. Se siete più abili di loro, tocca a voi:
provateci a sfidarmi. Altrimenti siate i miei
servi, e risparmiate all’impero lo spettacolo
della vostra ridicola disfatta».
L’atmosfera torbida e scabrosa che circonda la sua biografia sembra aleggiare ancora adesso attorno al suo monumento funerario. A settanta km a nordovest dell’antica capitale di Xian (quella dell’esercito di
terracotta), il visitatore riconosce da lontano la tomba dell’imperatrice per «le due
Tutti gli altri sepolcri imperiali hanno
una stele funeraria su cui sono scolpiti
epitaffi elogiativi. La sua è una pietra
liscia, vuota, dove neppure i figli
sopravvissuti osarono incidere un pensiero
mammelle», come i cinesi hanno soprannominato le due colline simmetriche che la
circondano, ciascuna con una torre che da
lontano può assomigliare a un capezzolo.
C’è un primo segnale anomalo: tutti gli altri
sepolcri imperiali hanno all’ingresso una
stele funeraria su cui furono scolpiti epitaffi elogiativi; la stele della tomba di Wu è una
pietra liscia, vuota, dove neppure i figli sopravvissuti osarono incidere un pensiero su
di lei. È un’omissione che non ha eguali in
due millenni di storia imperiale. «È un gesto
sinistro — ha commentato il sinologo inglese Jonathan Clements — come se su quella
tomba pesassero per sempre l’odio e il rancore dei familiari che lei dominò». Intorno,
le statue dei dignitari di corte e degli ambasciatori stranieri sono state decapitate: quasi che una maledizione abbia voluto cancellare tutto ciò che accadde sotto il suo regno.
L’immagine con cui viene evocata più
spesso è «volpe traditrice». Ma il ritratto che
emerge dalle cronache dell’epoca non è solo negativo, tutt’altro. Ce la descrivono bellissima, secondo i canonici dell’estetica
femminile di allora: piacevano le facce rotonde e i fianchi generosi. Attraente doveva
esserlo per forza visto che fu selezionata a
tredici anni tra le concubine dell’imperatore Taizong (dinastia Sui): un riconoscimento equivalente alla vittoria in un concorso
per reginette di bellezza ai nostri tempi. La
sua sensualità ha eccitato per i secoli successivi la fantasia. I cinesi sono convinti che
fece una rapida carriera all’interno dello harem imperiale perché «offriva prestazioni
sessuali che nessun’altra donna osava». Era
vanitosa fino al voyeurismo: amava guardarsi in uno specchio mentre faceva l’amore, un’abitudine che avrebbe conservato
con vari amanti fino agli ottant’anni. Una
spiegazione di quel ritratto di donna sessualmente liberata, perfino aggressiva a letto, è in chiave etnica: all’epoca delle dinastie
Sui e poi Tang i cinesi si erano mescolati con
tribù dell’Asia centrale, popoli nomadi turcomanni le cui donne portavano i pantaloni, andavano a cavallo e in famiglia avevano
più peso delle cinesi.
L’alcova ha un ruolo centrale nella scalata al potere di Wu Zhao. Nel 649, quando
muore l’imperatore Taizong, teoricamente
lei deve raparsi a zero la testa ed entrare in
un convento di vedove imperiali. Così fanno tutte le concubine che non hanno dato
un figlio al sovrano. Ma lei si è già assicurata una posizione con il successore. Macchiandosi di incesto imperiale, quando ancora Taizong era vivo lei è diventata l’amante del figlio, il principe Gaozong. Non appena quest’ultimo ascende al trono la concubina si fa mettere incinta. Gli regala il primo
erede maschio: una mossa vincente nella
lotta per l’influenza alla corte imperiale. Wu
indebolisce la posizione della moglie di
Gaozong che risulta essere sterile, la fa ripudiare e la sostituisce come prima consorte.
Più tardi — per non correre rischi — le farà
tagliare braccia e gambe, e l’annegherà in
una botte di vino. Nel 660 l’imperatore Gaozong è colpito da un ictus, resta paralizzato.
Già da quel momento è Wu Zhao a governare di fatto la Cina, per procura. Alla morte del
marito, nel 690 lei osa l’impensabile: si fa incoronare come imperatrice. È un oltraggio
alla tradizione patriarcale, una prevaricazione che dovrebbe scontrarsi con resistenze fortissime nella corte e in tutta la classe
dirigente. Ma durante gli anni del suo pote-
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DOMENICA 6 APRILE 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
re-ombra, quando era già lei a esercitare le
veci del marito invalido, Wu Zhao si è costruita una formidabile rete di potere. Ha infiltrato la corte imperiale di suoi fedelissimi,
spesso parenti, organizzati in una vera e
propria polizia segreta: al suo servizio spiano, tramano, torturano e uccidono i potenziali avversari.
La grandezza di Wu Zhao però sta altrove.
Lei intuisce che il potere fondato solo sul
terrore e sulle congiure di palazzo è fragile
ed effimero. Per conquistarsi il consenso
della burocrazia imperiale ha una trovata di
genio: usa la religione. S’impadronisce del
buddismo contro il confucianesimo. L’aiuta in questa operazione uno dei suoi amanti, un commerciante di droghe e cosmetici
con cui ha una relazione a partire dal 680.
Per poterlo vedere a suo piacimento l’imperatrice lo nomina abate a capo del monastero del Cavallo Bianco, vicino alla città di
Luoyang. Con l’aiuto dell’amante-abate, la
regina inizia la costruzione di un “culto
femminista” per legittimare il proprio potere. Viene riscoperto e glorificato un oscuro
testo minore della tradizione buddista, la
Sutra della Grande Luna, dove si esalta una
divinità femminile, la Signora Celeste Pura
e Radiosa. Il testo sacro profetizza che sette
secoli dopo la morte di Budda la dea rinascerà in terra incarnandosi in una principessa. L’imperatrice Wu investe generosamente le ricchezze del tesoro pubblico per
finanziare nuovi monasteri, templi e statue
— tra cui un Budda gigante di diciassette
metri nelle celebri grotte di Longmen — tutti devoti al culto della Maitreya-Budda, la
dea madre che regnerà in un futuro paradiso. Cioè lei stessa, secondo la sua consacrazione divina che diventa legge nei monaste-
ri dal 694.
Il nome di Wu Zhao, nell’ideogramma
che lo esprime, è già denso di fascino: esprime il sole e la luna sopra il vuoto, la luce sospesa sul nulla. Dalla sua ascesa al trono
l’imperatrice si attribuisce altri nomi sempre più impregnati di significati religiosi: si
fa chiamare Ruota Dorata, Antichità Trascendente, Misericordiosa Bodhisattva,
Scelta dal Cielo. Anche questa ubriacatura
di titoli è una sorta di vendetta femminile.
Nella tradizione patriarcale confuciana la
lingua serve a discriminare tra uomini e
donne. L’ideogramma femminile è usato
per comporre caratteri negativi come
schiavo, gelosia, prostituta, demonio, lussuria, indecenza, esibizionismo. L’imperatrice che trasforma se stessa in divinità buddista osa un esperimento di rottura radicale. Non le sarà perdonato. Alla sua morte —
nel 705 viene deposta e assassinata da un
golpe di palazzo — dilagano leggende che la
dipingono come un essere immondo, dai
vizi ripugnanti. La descrivono come una
vecchia impudica e assetata di sesso che costringe più uomini a orge collettive nel suo
letto, si droga di afrodisiaci «fino a che le ricrescono i denti e le sopracciglia».
Ricostruzioni più attendibili considerano invece il suo regno come un’epoca di relativa continuità nella prima “età dell’oro”
della civiltà cinese. In quegli anni a cavallo
tra le dinastie Sui e Tang l’Impero di Mezzo
raggiunge un apogeo di sviluppo e di potenza. Alla corte di Wu Zhao s’intrecciano relazioni diplomatiche con il mondo intero, arrivano in visita principi persiani, mercanti
ebrei e indiani, missionari tibetani, ambasciatori dall’impero bizantino, artisti giapponesi. È un periodo di benessere e di notevole apertura verso il resto del mondo, a cui
contribuisce una sovrana senz’altro capace
e intelligente.
Eppure la figura di Wu Zhao è rimasta
troppo ingombrante per essere consegnata
con serenità al bilancio degli storici. Dalla
sua scomparsa non ha mai smesso di ossessionare i cinesi. Nel Sedicesimo secolo ispira un romanzo pornografico, Il Signore del
Piacere Perfetto, ricco di dettagli osceni sui
suoi amori senili. Nel Diciannovesimo secolo un altro romanzo, Fiori allo Specchio,
la celebra invece come una vendicatrice di
tutte le donne oppresse, una virago che impone la sua volontà perfino alla natura. Nel
Novecento i comunisti riabilitano la sua
memoria e s’impadroniscono del personaggio per propugnare l’emancipazione
delle donne. A metà degli anni Settanta, sul
finire della Rivoluzione culturale, quando
Mao Zedong è ormai affetto dal morbo di
Parkinson e nel partito comunista imperversa la lotta tra fazioni rivali, il simbolo dell’imperatrice donna viene gettato nel
vortice della furiosa battaglia politica.
Tutti usano il personaggio della storia
antica per alludere a Jiang Qing, la moglie di Mao che fa parte della famigerata
Banda dei Quattro, gli istigatori delle Guardie rosse. La corrente radicale ricostruisce
la storia di Wu Zhao descrivendola come
una moglie leale e fedele che governò de-
gnamente la Cina sostituendo il marito malato. I moderati, nemici della Banda dei
Quattro, rievocano dell’imperatrice una
scandalosa immoralità.
L’unica donna che salì al trono dell’Impero Celeste non ha smesso di eccitare le
controversie fino ai nostri giorni. Un’autorevole femminista, Shu-Fang Dien, ha dedicato un’opera monumentale a L’imperatrice Wu nella storia e nella letteratura. È
un’appassionata rassegna della condizione
della donna cinese, riletta in filigrana attraverso tutte le reincarnazioni di Wu Zhan
nell’immaginario della nazione, fino alle telenovelas che la raffigurano in varie versioni sugli schermi televisivi nel Ventunesimo
secolo. Si conclude con queste parole: «È dai
tempi dell’imperatrice del Settimo secolo
che cerchiamo di superare l’eredità dell’ideologia confuciana e del suo familismo
maschilista e patriarcale. La lotta continua». L’ultimo scherzo che il destino ha riservato all’antica imperatrice è venuto da
una casa editrice. Nel 1996 una biografia di
successo di Hillary Clinton, scritta da un autore cinese, è uscita in libreria con questo
sottotitolo: «Una imperatrice Wu alla Casa
Bianca».
LE IMMAGINI
L’illustrazione grande qui sopra
è una delle rare raffigurazioni
di Wu Zhao, l’unica imperatrice
della Cina, vissuta nel Settimo secolo
dopo Cristo. Nella pagina di sinistra,
un dragone cinese
Repubblica Nazionale
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 APRILE 2008
CULTURA*
Tra il ’58 e il ’59 lo scrittore passò tre mesi con una banda
di teppisti in vista di un film, “La Nebbiosa”, che non si fece
mai, su “una notte di aggressioni, furti, rapine, stupri,
orgie” tra i grattacieli di una Milano in crisi di crescita. Del casting restano
un centinaio di foto inedite, specchio di quei “ragazzi bruciati”
Pasolini
e
i
Teddy
Boys
La mala gioventù al tempo del Boom
GIAN PAOLO SERINO
«U
MILANO
na gioventù insofferente e incattivita che alla
superficialità risponde con la superficialità, alla crudeltà risponde con la crudeltà. Sono
proprio i teddy boys i figli reali dei nostri avvocati, dei nostri professori, dei
nostri luminari». Così scriveva Pier
Paolo Pasolini in un articolo su Vie
Nuove del 10 ottobre 1959: era stato
ospite a un convegno a Venezia sul disagio giovanile nel settembre di quello
stesso anno e il suo intervento diede
scandalo. Perché descrisse non la gioventù bruciata che allora riempiva le
pagine dei giornali con il proprio anticonformismo di facciata ma una «gioventù insofferente e incattivita». Per lo
scrittore quella “meglio gioventù”, che
si ribellava all’ombra della notte e si nascondeva dietro giubbotti di pelle nera
e motociclette chiassose, era ciò che i
loro padri si meritavano: dei “conformisti” che si ribellavano dalla parte del
silenzio. Per Pasolini, che nel 1955 aveva ritratto i “ragazzi di vita” delle borgate romane, i teddy boys sono «il prodotto di una società ad alto livello economico, sociale e civile, e di tipo industriale: perché appartengono ideologicamente alla classe borghese e la loro è
una protesta di tipo moralistico contro
la stessa società che li ha prodotti e non
gli dà ciò che desiderano». Dei bam-
“Sono il prodotto di una società ad alto
livello economico e di tipo industriale:
appartengono alla classe borghese”
Moretti & Vitali Editori
www.morettievitali.it
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boccioni ante litteram, ma in giubbotto di pelle nera.
«Il ragazzo nevrotico milanese, o torinese, o bolognese», scrive Pasolini, «si
trova a lottare contro una società apparentemente buona, capace di offrirgli
garanzie, ma, in sostanza, ingiusta, e
quindi sotto le apparenze democratiche, noiosa, ipocrita, feroce». Giudizi
che suscitarono più di una polemica,
tanto che persino uno scrittore dalla vita spericolata come Giancarlo Fusco,
che anni dopo descrisse la stessa violenza da vuoto pneumatico nel suo Duri a Marsiglia, nell’articolo Rimedi contrastanti per i teddy boys prese le distanze dalla «disamina lontana dalla
realtà» di Pasolini.
Ma la realtà dei teddy boys lo scrittore friulano l’aveva conosciuta da vicino
proprio in quello stesso anno: tra il 1958
e il 1959 aveva vissuto per tre mesi al
fianco di una banda di teppisti dell’alta
società milanese, perché proprio su
quei ragazzi sgangherati, che rombavano per le strade in sella alle loro Guzzi e Gilera, impomatati dalla brillantina
e dal mito americano, aveva deciso di
fare un film. Di quel progetto oggi rimangono poche pagine, antologizzate
nel volume Pier Paolo Pasolini: Per il cinema, curato da Walter Siti e Franco
Zabagli nei Meridiani Mondadori. La
sceneggiatura originale, invece, non è
mai stata pubblicata in versione integrale.
A documentare le giornate di Pasolini tra i teddy boys milanesi sono centosedici immagini rimaste sino a oggi
inedite, da cui sono tratte quelle che qui
pubblichiamo, e che verranno esposte
in una mostra durante il Festival di letteratura Satisfiction che il 3, 4 e 5 ottobre animerà dopo anni di silenzio turistico le strade, i palazzi e le chiese di
Brera.
Gli scatti appartengono all’archivio
Giancolombo, fotografo che dalla metà
degli anni Quaranta alla fine dei Sessanta immortalò i protagonisti della
dolce e allora vivace vita culturale milanese. Nelle fotografie è ritratta quella
“mala gioventù” che si muoveva tra Elvis Presley e il Cerutti Gino, tra il sogno
americano di una vita a tutto rock e i trani a gogò delle periferie. La stessa gioventù che Pasolini aveva sognato di
portare sullo schermo ne La Nebbiosa
ma che per dissapori di natura economica con il produttore e i registi non
riuscì a terminare. Nei suoi giorni milanesi, come testimoniano le fotografie,
Pasolini si immerse completamente in
quel mondo giovanile che nei ritmi del
boogie woogie intravedeva gli unici
passi di una ribellione che presto sarebbe sfociata in una spirale di teppismo e di violenza. La stessa violenza
che Pasolini percepisce sui volti dei
suoi teddy boys e che descrive nella
sceneggiatura de La Nebbiosa, in cui
anticipa le tematiche che sarebbero
state al centro della Milano violenta descritta anni dopo nei romanzi di Giorgio Scerbanenco (considerato il padre
del noir milanese e italiano).
Fu Pasolini però il primo a raccontare «una notte di aggressioni, furti, rapine, stupri e orge» tra i bar luccicanti e i
grattacieli di una Milano in pieno
Repubblica Nazionale
DOMENICA 6 APRILE 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
E in quegli anni rampanti
la povertà divenne colpa
VINCENZO CERAMI
lcune di queste fotografie furono pubblicate su un
giornale scandalistico nel 1960. Dalle didascalie
risultava che a mettere sulla cattiva strada uno di
quei teddy boys, finito in prigione per “precedenti reati”,
fu Pier Paolo Pasolini, il famigerato scrittore delle borgate romane. In verità Pasolini non aveva passato molto
tempo in compagnia di quei ragazzi: l’incontro con loro
era stato organizzato per una documentazione realistica
dei personaggi di un film sulla malavita milanese. L’ultimo titolo dato dal poeta alla sua sceneggiatura è La Nebbiosa. In una fotografia si riconosce il volto della giornalista Adele Cambria, molto amica di Pasolini, che in seguito fece anche un piccolo ruolo in Accattone.
L’odio per l’omosessuale comunista, che stava riscuotendo uno scandaloso e irresistibile successo, era cieco:
gran parte della stampa (non solo di quel tempo) si accanì
contro di lui, con violenta aggressività, non certamente
inferiore a quella dei giovani sbandati della Milano notturna qui ritratti.
I teddy boys, da noi, a bordo delle macchine rubate cantavano il rock and roll Teddy Girl di Adriano Celentano.
Erano figure di balordi tanto sbruffoni quanto fragili. Con
il benessere, in Italia, i morti di fame si travestivano da
“gioventù bruciata”. I soldi del contrabbando di sigarette e di qualche furto venivano nascosti dentro i tubi Innocenti arrugginiti e abbandonati nei cortili, oppure in
una scatola di scarpe, insieme alla rivoltella dei padri
scampati alla guerra.
Il neorealismo, arrivato il soldo, aveva cambiato il panorama: non più il popolo povero, innocente e allegro,
ma ragazzi che viaggiano sparati verso la frustrazione e la
nevrosi. La povertà è già diventata una vergogna. Tutt’intorno gli immensi cantieri della ricostruzione. Si stava
compiendo il grande scempio della nostra bellezza.
Pasolini aveva già descritto, quattro anni prima di quelle foto del ‘59, in Ragazzi di vita, la fine del sogno di un’Italia giusta e umana, che la Resistenza aveva promesso.
La cultura piccolo borghese imperava sempre di più in un
contesto politico che si guardava bene dal rimuovere la
centralità del potere clerico-fascista ereditata dal passato. La televisione era il principale strumento di alfabetizzazione e proponeva un modello di cittadino italiano
chiuso nel proprio egoismo e nella propria casa, senza alcun interesse per la comunità e per la solidarietà. Nell’arco di tempo in cui si svolge la storia (dalla fine della guerra a Scelba) Riccetto, il protagonista, fa in tempo a passare dalla povertà innocente alla povertà colpevole, dall’eroismo alla viltà. Il racconto comincia infatti con i ragazzini che si tuffano in acqua per salvare una rondine caduta nel Tevere, e finisce con gli stessi ragazzi, ormai
giovanotti, che osservano impassibili una persona che
annega. Per Pasolini, nei cosiddetti anni della ricostruzione, le scavatrici inaugurano un’epoca che non conserva alcun legame con il passato.
Da quel periodo in poi il poeta descrive, con la puntualità di un cronista, attraverso film, romanzi, discettazioni
giornalistiche, saggi, tragedie ed altro, il rapido processo
di “omologazione” della nostra società, dal tempo del
Riccetto, fino alla metà degli anni Settanta.
Quel mite e un po’ sperduto ragazzo in grigio e cravatta, poeta borghese che si mischia a personaggi testoriani,
emarginati e barocchi, esplora una popolazione dialettale, letterariamente indegna, alla quale negli anni Cinquanta e inizio Sessanta è stato offerto un ruolo di protagonista, sia in letteratura che in cinema. Nel periodo dell’uscita del romanzo Una vita violenta (l’autore fu denunciato per oscenità dall’Azione cattolica di Milano),
Bolognini prepara Una giornata balorda, dopo il successo di La notte brava (1959); Testori subisce un processo
per scandalo con L’Arialda; e si proietta sugli schermi il
capolavoro di Visconti Rocco e i suoi fratelli. Tutte opere
che puntano lo sguardo su giovani della buia periferia
metropolitana, qua e là illuminata dai neon e da sorrisi di
ragazzi abbrutiti e spaventati da una vita difficile.
Il cinema accende i fari sulle popolazioni emarginate,
immobili e fuori della storia, per documentare la dinamica sociale più visibile e drammatica del tempo: il processo di acculturazione alla realtà piccolo borghese degli
strati più bassi della società italiana. Storie di ambizioni
sbagliate, di horror vacui, di esistenze sacrificate sull’altare del benessere. È una stagione che dura un decennio
circa, dalla fine degli anni Cinquanta. Ma sul grande
schermo trionfa la commedia all’italiana, la descrizione
allegra e insieme spietata della piccola borghesia ambiziosa e padrona del mondo: antieroi che non disdegnano
di accarezzare le natiche delle “serve”. Qui si vede meno
il tempo che passa, la storia che travolge gli uomini: il piccolo borghese ha una tipicità universale e stabilizzata nel
senso comune, un’anima eterna come una categoria dello spirito. È il gigantesco personaggio di gran parte del romanzo inglese, francese, e russo dell’Ottocento. È lui che
ha di nuovo vinto, dopo i fasti marmorei del ventennio.
Adesso sogna di diventare commendatore, e si fa chiamare ingegnere anche se è solo un geometra.
Pasolini, così fuori luogo in quella Milano molto più dura di Roma, livida, non ha una faccia sorridente. Sembra
prevedere in quei ragazzi un destino triste, una vita sempre povera ma “consumata” nella solitudine, e nella nevrosi del morto di fame che sa di essere un morto di fame.
A
RIBELLI
Pasolini e i teddy boys milanesi negli scatti
di Giancolombo. Le foto saranno in mostra
al Satisfiction Festival (Milano dal 3 al 5
ottobre) nell'ex chiesa di San Carpoforo,
Dipartimento arti visive dell'Accademia
di Brera (www.satisfiction.org)
boom non soltanto economico. Da
una parte quelli che lo scrittore chiama
«tipici milanesi medi», «commercianti
e viaggiatori di commercio», dall’altra
i teddy boys. Come Tony, detto Elvis in
onore di Presley: «Ha un ciuffo spettacoloso, che gli sporge un palmo buono
sulla fronte. Ha un viso dolce ma segnato, di timido e buono, che se compie azioni violente è solo per una specie di disperazione». Oppure Pucci,
detto il Gimkana: «Ha una faccia pallida, torbida, segnata, con gli occhi cerchiati. L’aspetto è quasi di bravo ragazzo, riservato, educato. Ma c’è insieme,
in lui, qualcosa di terribile, che fa pensare sia capace di tutto». Non mancano
le teddy girls, agghindate con calze di
nylon, che non si negano mai l’ultimo
ballo nei locali desolati di una città di
nebbia e di fumo: «Tutto è lucido, nuovo, fiammante: nichel e neon e marmo
che scintillano. Il bar è vuoto: vi sopravvivono solo pochi clienti presi da
una silenziosa e malinconica ubriachezza. E Pipetta. Che, fresca come
una rosa, col suo vestito da teddy girl, la
sua faccia da bambina arguta e innocente, balla deliziosamente il rock».
Insieme con il Teppa, il Contessa e il
Rospo, sono i ragazzi che Pasolini ha
incontrato a Milano. Gli stessi ragazzi
che con lui hanno vissuto le notti di
una città ricca e violenta, cinica e sfavillante: una vita nebbiosa all’ombra
di una Madonnina a tempo di rock. Gli
stessi ragazzi non di vita che, durante
il Satisfiction Festival, racconteranno
per la prima volta La Milano segreta di
Pasolini.
Repubblica Nazionale
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la lettura
Combattenti
DOMENICA 6 APRILE 2008
Sono rimasti chiusi a lungo nei mitici “armadi blu”
Sono pagine e pagine di appunti, ricordi, disegni
che Marguerite Duras ha composto tra il ’43 e il ’49
Li chiamano i “Quaderni della guerra”, ma parlano
anche di Indocina, padri, madri, fratelli
e letteratura. Ora escono in Italia per Feltrinelli
Esclusa e sola
con la mia infanzia
MARGUERITE DURAS
orreivedere nella mia infanzia solo l’infanzia. E tuttavia
non riesco a farlo. Non ci vedo addirittura alcun tratto
caratteristico dell’infanzia.
Vi è in questo mio passato
qualcosa di compiuto e di perfettamente definito — e a proposito del quale nessuna illusione è possibile.
Non mi ci ritrovo in alcun modo. È il periodo della mia vita che sento come il più
arido, con l’eccezione di pochi anni dai
quali, come da un tabernacolo, ho attinto
forze per tutta la mia vita. Niente di più
chiaro, di più vissuto, di meno sognato di
tutta quanta la mia infanzia. Nessuna fantasia, niente di quelle leggende e di quelle
fiabe che circondano quella prima età di
un’aureola di sogni.
Non vado a caccia di spiegazioni. È così
per me e per i miei due fratelli, che hanno
vissuto gli stessi anni. Eppure quell’infanzia mi tormenta, e accompagna la mia vita come un’ombra. Non mi attrae per il suo
incanto, poiché non ne ha molto ai miei
occhi, ma al contrario per la sua stranezza.
Non ha mai condizionato la mia vita. È stata solitaria e segreta — ferocemente custodita e molto a lungo chiusa in se stessa.
La dirò a seconda del vento che soffia in
me quando la sento invadermi e ossessionarmi come un’avventura dimenticata —
e mai chiarita.
Non ho avuto lunghi anni di abitudini,
né quella dolcezza che da esse deriva e dal
suo ritmo, dalla sua lentezza a uscire dal
tempo, a costruire il suo incanto. No, non
ho avuto niente di tutto questo, non ho
avuto né casa avita, né giardini frequentati abitualmente, né soffitte, né nonni, né
libri, né amici insieme ai quali si cresce.
Niente di tutto questo. Che cosa resta, vi
domanderete. Resta mia madre. Perché
nascondermelo?
È di lei che voglio raccontare, della sua
storia, del prodigioso mistero mai svelato,
quel mistero che è stato molto a lungo la
mia gioia, il mio dolore, in cui sempre mi
ritrovavo e da cui spesso fuggivo per poi ritornarvi.
Mia madre è stata per noi una grande
pianura dove abbiamo camminato a lungo senza coglierne la misura. Non la vedo
per niente circondata da quell’alone di
dolcezza e di sollecitudine che si accompagna a ricordi di questo tipo quando se ne segue il filo. Del resto non
è un ricordo. È una grande marcia senza fine.
Non so niente della sua vita
di donna, di ragazza, di sposa.
La vedo come nostra madre, è
tutto.
Qui mi fermo perché vorrei poter dire quello che è stata e quello che
è sempre questa maternità — e le parole
mi sembrano vuote, illusorie. Vorrei, per
vederla, allontanarmi da lei, respingere
per un momento quella sua attualità sempre così assorbente. Ecco: doveva essere
molto impura prima di noi, impura di tanta passione umana non santificata. È tutto quello che posso dire.
E poi siamo venuti, noi tre; siamo stati il
sale della sua vita, il sale di quella terra che
fu, da allora, sontuosamente fecondata.
Lei ha vissuto quella passione per noi,
senza alcun freno. L’ha vissuta attivamen-
V
te. Senza quella pazienza, quella pace che
è prodigata alle madri come una benedizione.
Ha sostenuto il peso della sua passione,
sola, con una violenza mai placata, e le sue
spalle sono sempre così belle sotto quel
pesante fardello.
Fin da piccoli abbiamo partecipato alla
sua vita. Siamo stati i suoi amici, e credo
che abbiamo preso da lei il senso della
realtà.
La sua realtà era il nostro sogno. Siamo
stati nutriti di lei come gli altri bambini lo
sono di chimere. Abbiamo condiviso le
sue disgrazie e le sue gioie in tutta la loro
pienezza.
* * *
Venivamo da lontano, sempre da lontano. Arrivi e partenze si susseguivano nella
nostra vita come in altre scorrono, regolari e lenti, gli anni saldati gli uni agli altri.
Mio padre era funzionario in Estremo
Oriente. Precisare sarebbe inutile e persino nefasto per l’idea che ci si potrebbe fare della nostra infanzia. Dappertutto c’è
vita che spunta, bambini che vivono e
sbocciano e si cercano, e [illegg.] — alcuni
[soli] in grandi giardini recintati, altri nelle cucine, in grandi appartamenti austeri,
e ce ne sono pure su marciapiedi esposti e
riarsi dove tuttavia ci si può inventare delle intimità, persino dei misteri, forse. Noi,
però, facevamo parte dei frequentatori
abituali di vagoni e di porti. [In realtà] senza che ne derivasse alcuna rivelazione eccezionale. I bambini hanno la grazia delle
piante e dalla terra prendono solo quello
che può nutrirli. Le lasciano il resto. Avevamo stupori altrettanto puri e
semplici di quelli di tutti
gli altri. Le idee
generali, le ignoravamo, non avevamo alcuna nozione del mondo e dei viaggi —
perché vivevamo solo nell’attualità di tutti i giorni.
Vedo sempre noi tre in una luce alquanto singolare. Sempre sparuti e stanchi, la
mattina [illegg.] all’arrivo in certe stazioni
strane e senza nome, tutti ammucchiati,
rannicchiati contro mia madre, frutti di
uno stesso grappolo, aggrovigliati gli uni
agli altri con ancora la stessa carne e lo
stesso sonno. La mamma ci teneva, ci covava senza distinguerci, e nella sua tenerezza c’era lo stesso disordine che nelle
nostre carni.
Siamo stati molto a lungo bambini piccoli. Un tempo infinito, incredibile, che
mi sembra di non poter mai misurare. Eravamo tre, i miei due fratelli, Pierre e Paul,
e io, l’ultima — ma non riesco a darmi un
qualsiasi nome — sì, siamo stati molto a
lungo bambini. Poi un giorno, e tutto d’un
tratto, uno di noi, il più grande, Pierre, ci
diventò estraneo. All’improvviso, spiccò il
salto, oltrepassò il margine, uscì fuori dal
profondo della nostra infanzia verso orizzonti molto più illuminati e definiti. Questo, per me, fu senza dubbio molto doloroso, perché sentivo che anche l’altro mio
fratello sarebbe stato irrimediabilmente
colpito dalla stessa fatalità, lasciandomi
smarrita, tutta fasciata di tenebre, nel
mio primo giardino.
Poi altre circostanze,
più tardi, mi tagliarono
fuori da quel mondo [al quale] [aspiravo]
e [che] invidiavo appassionatamente. Ciò
che fino a quel momento regnava indistinto nelle nostre [vite] ben presto svanì
per far posto a uno spaventoso separatismo che contagiò financo i nostri giochi
più semplici. Malgrado sforzi sublimi da
parte mia per [illegg.] il mio stato, ero
esclusa e sola con la mia infanzia.
Tutto questo [lo capii] in certi giorni
memorabili.
Eravamo molto liberi, ci lasciavano
tranquillamente giocare in un grande
giardino a Phnom Penh. Nostro padre era
il direttore di un importante collegio alla
vita del quale adeguavamo il ritmo della
nostra.
Quella grande scuola laboriosa e affollata ci ignorava e viveva intorno a noi senza che ne fossimo minimamente impressionati. Eravamo ancora nell’età sublime
della perfetta ignoranza e la passione scolastica, pure così inebriante, non ci sfiorava. Ma sapevamo che intorno all’ora di
pranzo il collegio si svuotava e all’improvviso diventava accessibile, e tutto nostro.
La siesta ci aiutava, era nostra complice,
[illegg.] una calma così penetrante, così
eterna che ci [inondava] di libertà e di spazio. Niente al mondo poteva turbare il torpore di quelle ore, e questo, noi lo sentivamo perfettamente. Ci rimpinzavamo di
quella libertà con un’ebbrezza che avevamo repressa nelle lunghe mattinate d’attesa. [...]
* * *
Ci mandò presso alcuni suoi parenti per
essere sola, e partì alla volta di Platoriet per
una quindicina di giorni. Lì trovò, credo,
due domestici che l’aspettavano e che
l’accolsero affidandole, insieme alle chiavi, la potestà incontrastata sui luoghi e su
se stessi. Erano le sole persone che avevano condiviso intimamente gli ultimi giorni di mio padre, e ne parlavano con un rispetto e una devozione assoluti.
Furono perciò in grado con rara delicatezza di illustrarle esattamente gli ultimi
mesi della sua vita. Che erano stati molto
tranquilli e straordinariamente sereni.
Pur non avendoli vissuti,
immagino
DISEGNI
Un altro
dei quaderni
di Marguerite
Duras
con il disegno
di uno dei figli
Repubblica Nazionale
DOMENICA 6 APRILE 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
FOGLI
In queste pagine
gli originali
dei Quaderni
di Marguerite Duras
contenuti
nell’edizione italiana
CAMMEO
Nella foto in basso
la Duras da giovane;
a sinistra la scrittrice
con il fratello Pierre
FOTO CORBIS
la loro luce e la loro dolcezza: quella
del parco in autunno, quando gli
ultimi vapori di umidità salgono
dalla valle del Dropt, quando
tutta la vita assolata e ronzante
abbandona il parco e lo lascia
silenzioso e calmo come il coro di una chiesa dopo le ultime funzioni.
Mio padre era debole,
molto debole, ed è morto di
quella debolezza. Il suo
male, senza essere grave
in sé, lo ha sfinito a poco a
poco. Quando la vita se ne
va così, lievemente, senza
scosse, come una corrente al rallentatore, la morte
arriva simile a un sonno e
smorza la vita piano piano, come dopo una sana e
buona fatica. Per mio padre è stato così.
Mio padre è morto dormendo in un bel pomeriggio dei primi giorni d’inverno. Dormiva anche il
grande parco e il suo silenzio entrava nella camera come un incantesimo. Il
soffio vi-
In quei taccuini l’officina di una scrittrice
AMBRA SOMASCHINI
essun’altra ragione mi spinge a scrivere
questi ricordi se non questo istinto di riesumazione. È molto semplice. Se non scrivo, a
poco a poco dimenticherò». Tra il ‘43 e il ‘49 Marguerite
Duras ha riempito quattro piccoli quaderni dalle copertine rigide e le pagine morbide, li ha chiusi in una busta
bianca «dans les armoires bleu», negli armadi blu della
sua casa a Neauphle-le-Château. Nei Quaderni della
guerra e altri testi (traduzione di Laura Frausin Guarino,
Feltrinelli, 336 pagine, 19,50 euro, in libreria dal 17 aprile) ci sono le radici della sua scrittura spoglia, efficace,
struggente, ci sono le trame, i luoghi, c’è l’officina di romanzi e racconti. Ci sono dei disegni infantili attribuiti a
Jean Mascolo, suo figlio, c’è Marguerite Donnadieu che
stava diventando Marguerite Duras.
Un “work in progress” che Laure Adler e Jean Valier
hanno subito considerato un insieme omogeneo, un
unico flusso di scrittura, la ragnatela di idee in cui il prodotto finale era già connesso. Nel quaderno rosa marmorizzato Duras torna all’infanzia in Indocina. È qui che
comincia a definire i personaggi, la madre, il fratello, le
sue botte («...picchiava con arte — lentamente, con una
pausa dopo ogni colpo per godere appieno dell’effetto»)
«N
IL LIBRO
La copertina
dei Quaderni
della guerra e altri
testi (Feltrinelli,
336 pagine,
19,50 euro,
in libreria il 17 aprile)
insieme alla prima versione della sua relazione con l’Amante: «...ero alquanto mortificata al pensiero che Léo
si desse tanto da fare per piacermi. Tuttavia mi vestii meglio che potevo e, alle due, scesi per andare a scuola. Léo
mi aspettava lungo la strada, appoggiato alla portiera
dell’auto, sempre vestito con un completo di tussor». La
fine è spezzettata, pochi frammenti di Una diga sul Pacifico. Il secondo journal, grigio azzurro, scrittura minuta e compatta, è la base di Théodora e la versione originaria de Il dolore poi concluso nel terzo Quaderno di
cento pagine a righe. L’ultimo, beige, copertina telata,
stile discontinuo, annotazioni a margine con il pennarello rosso, è lo studio de Il marinaio di Gibilterra e di
Madame Dodin. In coda dieci testi autobiografici, corti,
essenziali, scritti a matita su fogli piegati in quattro.
L’archivio des armoires bleu approda all’Imec — Institut mémoires de l’édition contemporaine — nel ‘95
ma viene pubblicato insieme a P. O. L. Editeur dopo un
lungo lavoro soltanto nel 2006. «I Cahiers — spiegano
nella prefazione Sophie Bogaert e Olivier Corpet — sono un’espressione dell’opera allo stato nascente che
contiene in modo sorprendente l’architettura originaria di tutto l’immaginario durassiano».
tale di mio padre era
così flebile che probabilmente bastò quel silenzio ad
addormentarlo per sempre.
Tutto doveva essere molto tranquillo nella grande casa vuota, solo la camera viveva ancora nell’infinito degli ultimi momenti.
La finestra era aperta sui tigli, e le grandi tende rosse racchiusero in sé, nascondendolo, ciò che di sveglio restava nelle
cose.
Solo alcuni gridi di uccelli venuti dall’eternità furono per mio padre gli ultimi richiami della vita. Poiché tardava a chiamare il domestico, questi andò da lui
spontaneamente. Bussò, tornò a bussare
parecchie volte e capì che quello che si
aspettavano fin dall’inizio era accaduto.
Sapevano ciò che bisognava fare in quei
casi. Lo fecero molto minuziosamente e con una sorta di nobiltà.
Morto mio padre, furono padroni del luogo e tuttavia usarono di quella libertà con assoluta discrezione. Non si allontanarono dalla proprietà,
perché sapevano di dovervi
accogliere mia madre quando
sarebbe arrivata.
Mio padre non aveva che loro. Alla sua morte erano rimasti soli. Lo
hanno vestito con il suo bell’abito da cerimonia nero. Era così magro e così leggero
che pareva un bambino. Henri lo depose
sul grande letto e andò ad annunciare ai
ragazzi del villaggio che il suo padrone era
morto. Jeanne restò vicino al letto fino a
sera, e anche per tutta la notte. Vegliò il
morto in una condizione di servitù da cui
niente poteva affrancarla.
Tutto ciò che doveva esser fatto fu dunque fatto.
Seppellirono mio padre all’indomani,
nel cimitero del paesino da cui dipende
Platoriet.
Molta brava gente che non lo conosceva seguì il feretro, perché sapevano che era
solo e lontano dai suoi cari.
È ancora laggiù. Mia madre aveva sempre voluto portare il suo corpo nel nostro
parco. Era stato già scelto il posto, all’ombra delle bocche di leone, ma le cose andarono per le lunghe e Platoriet non ci appartiene più.
Ci sono ritornata quando abbiamo venduto la proprietà. Ho fatto a piedi la lunga
strada tutta inondata di sole. Era una
splendida giornata d’aprile; il tempo era
straordinariamente bello, tanto che le prime rose erano fiorite e già invase dalle api.
Ne ho colto un gran mazzo i cui resti polverosi sarebbero ancora lì se qualche
guardiano zelante non li avesse spazzati
via.
Poi, più avanti, forse qualche anima
buona ha portato altri fiori. I giorni, le
notti passano sul suo corpo, e le ombre
dei tassi, che si stagliano meravigliosamente nette nel fulgore del sole, disegnano sulla sua tomba filigrane d’oro. E così
tutto è molto calmo, e così lento che perfino il tempo si è dimenticato di scorrere.
Sono cresciuta, ma la sua morte ha sempre per me la dolcezza di un sonno pomeridiano.
Traduzione Laura Frausin Guarino
(© 2006 P.O.L. éditeur/Imec éditeur
© 2008 Giangiacomo Feltrinelli
Editore Milano)
Repubblica Nazionale
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 APRILE 2008
SPETTACOLI
La “Carlo Colla e figli” è la più antica e prestigiosa
compagnia italiana di un genere teatrale molto speciale
I loro antenati si inventarono il mestiere quando gli austriaci
li cacciarono da Milano perché filofrancesi. Da allora fino a oggi c’è sempre stato
uno della famiglia dietro a uno Shakespeare, un Molière o un Verdi allestiti in miniatura
Ecco un viaggio nel loro backstage tra parrucche, abiti di scena e manovratori
Marionette
La dinastia dei Colla
“La vita appesa a un filo”
ANNA BANDETTINI
I
DONNE AL POTERE
Tullia (1994)
dallo spettacolo
Il mondo alla roversa
di Carlo Goldoni
Tutte le marionette
riprodotte in queste pagine
fanno parte del patrimonio
della compagnia
“Carlo Colla e figli”
“Necessitano cure
particolari che vanno
dalle ricuciture
alle risuolature
delle scarpe
perché anche loro
consumano le suole
come gli attori veri”
MILANO
l glorioso sbarco di Garibaldi a
Marsala, tra spari dei cannoni dalle navi e i siciliani sulla costa che salutano le camicie rosse suscita
sempre uno stupore intenerito. Come il
battesimo del Canale di Suez o l’esultante arrivo in scena di centinaia di aurighi,
odalische, lancieri, guerrieri, sacerdoti,
elefanti, cammelli, buoi, ragazzini della
Marcia Trionfale dell’Aida. Quando si
parla di magia e di meraviglia dello spettacolo, bisogna rifarsi a questa strabiliante famiglia di marionette che con i suoi
turbini di incantesimi, splendori, prodezze old style, continua a destare sorpresa
anche in occhi, come i nostri, assuefatti
agli eccessi di immagini. La “Carlo Colla e
figli” è la più antica e prestigiosa compagnia italiana di marionette in attività; un
pittoresco mondo fatto di paladini, principesse, creature fantastiche che ci riporta a quell’antico e tenerissimo teatro non
toccato dal tempo e dalle mode, in equilibrio perfetto tra la cura maniacale del dettaglio e il piacere del pittoresco, l’indulgenza ironica agli stereotipi e la poesia. O
la grazia, come scriveva von Kleist.
Basta guardare spettacoli come Il Ballo
Excelsior,Aida, fiabe come Cenerentola,Il
gatto con gli stivali, Il giro del mondo in ottanta giorni che oggi sono invitati a
Broadway, Sidney, Berlino, Shanghai, dove gli spettatori rimangono senza fiato davanti allo splendore delle messe in scena,
al piacere magari di una tempesta di pioggia e vento fatta solo con duecentocinquantamila perline di vetro appese ai fili.
La suggestione dei Colla sta nella loro
affascinante storia e in un patrimonio secolare, fatto di più di trentamila pezzi,
manoscritti, scenografie, partiture, e poi
calze, pugnali, parrucche, orecchini, corone, spade, e soprattutto sapienza che fa
della compagnia la voce più qualificata e
competente nel restauro e nella fattura
artigianale del teatro animato. «Le marionette necessitano cure particolari
che vanno, per esempio,
dalla ricucitura di un orlo
alla risuolatura di una scarpa, perché anche loro consumano tacchi e suole come
gli attori veri. Le parrucche vanno
acconciate, gli abiti ripuliti, le scene
rinforzate. È un lavoro senza sosta».
Lo racconta nell’atelier della compagnia,
alla periferia sud di Milano, l’ultimo erede della famiglia, Eugenio Monti Colla,
che prese la guida nel ‘66, allora ventiseienne, dopo che da otto anni il teatro si
era forzatamente fermato.
I primi capitoli risalgono addirittura al
1699, quando il più antico documento attesta già l’attività della compagnia. Attività domestica, perché, come testimonia
Goethe nel Meister, secondo la tradizione
aristocratica e borghese dell’epoca il teatro delle marionette si faceva in casa.
«Ogni palazzo signorile aveva la sala teatro e lo spettacolo lo facevano famigliari e
domestici insieme, senza distinzione di
classe, tutti messi sotto, chi a cucire i costumi, chi a montare le parrucche — spiega Eugenio Monti Colla —. I preziosi materiali rimasti a Casa Borromeo nell’Isola
Madre sono un raro documento di questa consuetudine».
I Colla, milanesi, erano proprietari di
una serie di rivendite di foraggi e legname, che commerciavano con gli austriaci. Dunque stavano bene. Il teatrino era
nell’abitazione di vicolo San Martino, vicino all’attuale via del Corso: ne resta un
canovaccio e poco altro. «Le cose co-
LA FALCE
La Morte (1867)
Dallo spettacolo
Gerolamo
nel castello
dei fantasmi
di Carlo II Colla
Repubblica Nazionale
DOMENICA 6 APRILE 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
Guido Ceronetti. La fragile
magia del teatro vivente
ei ritiene, Guido Ceronetti, che il
teatro di marionette abbia ancora
un futuro nel corso di questo terzo
millennio?
Faccio rispondere, per me, il Futuro
stesso. «In verità, dice il Futuro, io non so
neppure se ancora avrò, io Futuro, un teatro, semplicemente. Tornate fra trentaquarant’anni».
La stessa domanda, rivolta al Futuro,
cento anni fa avrebbe avuto una ben diversa risposta. Il Ventesimo è stato un secolo
di fantastica creatività teatrale, marionette e ogni altro modo di far teatro, fin quasi
al suo ultimo decennio. Una frenesia di
rinnovamento totale, una rivoluzione permanente… Sarebbero stati immaginabili,
quando trionfava il teatro borghese di fine
Ottocento, un Copeau, un Artaud, un Gor-
L
don Craig, un Mejerchold, uno Strehler? E
nella marionetta, un Obrazov, la scuola di
Charleville, il me stesso a partire dal 1987
— dopo diciassette anni di stagnazione?
Era, forse, una febbre, un delirio agonico,
una furente creazione del Genio teatrale
all’occupazione del Cinema, alla rapina
incessante di pubblico televisiva e audiovisiva, malattie risentite mortali. Una resistenza-renitenza eroiche, fino al rarefarsi
delle idee, del respiro, di cui il Presente è indifferente, inconsapevole specchio. Il Futuro… mah…
Può un teatro vivente, carne e ossa, attori che trepidano e sudano, sopravvivere
dove tutto è Spettacolo, tutto è rivedibile e
riascoltabile all’infinito? Chi, con questa
smisurata pietra a schiacciargli il cuore,
può sentire ancora il bisogno del contatto diretto, immediato con una scena vera? Per parecchi anni, (fino all’anno
scorso, e vorrei riprovarci ancora) ho
fatto teatro di strada, notando il progressivo degenerare dello spettatore:
dieci anni fa chi si fermava e guardava-ascoltava non fotografava e filmava, oggi, con l’eccezione dei bambi-
ni, il povero teatrante di strada ha davanti
a sé non paia d’occhi incuriositi, ma ranghi
di cellulari. Una volta presa l’immagine,
una o sette-otto volte, se ne vanno. Del tuo
affannarti per loro non apprezzano nulla.
Lo scorso novembre, al Lucernaire di Parigi, era in programma lo spettacolo di un
grande (ma grande davvero) marionettista
italiano. Viene annunciato che non si farà
perché la sala è vuota. Mandiamo a dire a
Massimo Schuster — che ha base a Marsiglia, non in Italia — che, in attesa fuori della sala, ci sono due coppie di spettatori, tutti suoi amici. Generosamente, da attore
autentico, Massimo comunica che
farà lo spettacolo per noi quattro (in una
sala da duecentocinquanta posti): lo regge
da solo, è una ricreazione dell’Iliade omerica, un’ora di leggerezza e di bellezza, un
capolavoro del marionettismo moderno.
Quattro, ma senza lampi al magnesio né
cellulari al posto degli occhi: veri spettatori per un vero spettacolo. Però, che facciamo? Si fa una scelta di vita (un marionettista è un galeotto incatenato al remo, un
monaco trappista, non ha le risorse degli
attori normali, che campano di non-teatro) per risultati di pura fame?
Importante: la marionetta va talvolta in
televisione, dove fa una retata di soldi, ma
a sua volta paga un prezzo crudele, non è
fatta per il teleschermo, che ne rimanda
un’immagine di morte, di pura negazione d’essenza.
Se un giorno a Shakespeare o a Cechov la scena mancasse, gli resterebbe la
lunga vita del libro, col ricordo nella prefazione delle messinscene memorabili
che furono. Alla marionetta, nulla: è figlia
dell’istante. La sua storia comincia dalla
preistoria, poco dopo i dinosauri. Si vedrà,
domani.
SENSIBILI
A destra, due disegni
di Guido Ceronetti ispirati
alle marionette: un progetto
per un teatro ambulante
del 2004 e la locandina
di una mostra del 2002
LA MASCHERA
Gerolamo
(marionetta
del 1890;
costume del 1906)
‘‘
La Marionetta e l’Angelo
RAINER MARIA RILKE
Era la scena un addio… E per primo/
Il Ballerino entrò./
Lui, no! Ne ho abbastanza. Per quel
suo lieve/
Agitarsi gli occorre travestirsi,/
Va a cambiarsi, sarà un tizio
qualunque,/
Tornato a casa attraversa la cucina./
Venga la Marionetta! Io non voglio/
Maschere mùtile: e questa è
l’integra./
La spoglia, il filo e il volto-simulacro/
Che io li regga — qui, stando di
fronte./
E si smorzino i lumi, e mi sussurri/
Qualcuno: — È ormai finito — non
andrò via./
Resterò là anche se emana il Vuoto/
In una grigia corrente d’aria la Scena,/
E dei miei antenati silenziosi/
Nessuno mi sieda accanto, o una
donna,/
O il ragazzo dall’occhio strabico:/
Sempre qualcosa c’è, da vedere/
Non è sbagliato tanto mio attendere!/
E il mio fissare ingordo la ribalta/
Finché non entri — commisurata/
Ai miei sguardi risposta — un
Angelo,/
E sia l’Animatore che solleva/
I gusci inerti in alto. Finalmente,/
Nell’abbraccio coll’Angelo la
Marionetta/
Dà vita al Dramma.
Dalla QUARTA ELEGIA DUINESE
Versione di Guido Ceronetti
munque cambiarono dopo il 1815. Avendo commerciato anche con i francesi sotto Napoleone, tornati gli austriaci i Colla
furono accusati di collaborazionismo. I
loro beni confiscati, loro esiliati. Scapparono in Piemonte. Ma riuscirono a nascondere in mezzo ai pagliericci tra tavoli e sedie anche il teatrino con le marionette, perché per vivere cominciarono a
fare i marionettisti. Ci sono registri del
1835 che attestano un’attività continuativa, spettacoli, spese, incassi».
Il capostipite è Carlo Gioacchino Colla
detto, vai a sapere perché, Giuseppe: i suoi
spettacoli erano riduzioni dai classici,
Molière, Goldoni, Shakespeare. Più avanti il repertorio venne preso dalla Scala. Anche perché, quando dal 1861 i Colla si dividono in tre compagnie, una per ogni fratello (da Giovanni nascerà la Gianni e Co-
setta Colla, ancora attiva a Milano nel teatro ragazzi; Antonio morirà senza eredi;
Carlo fonderà appunto la Carlo Colla e figli, primo marionettista che associa a sé i
figli), qualcosa è già cambiato. «Da teatro
aristocratico il teatro per marionette diventa via via teatro popolare. Dopo la seconda metà dell’Ottocento le compagnie
si arrogavano il ruolo di mass media di allora, sentivano la responsabilità di divulgare la cultura. Per tutto l’Ottocento e fino a inizio Novecento, solo a Milano agivano sedici teatri e nell’arco Liguria-Piemonte-Lombardia-Veneto si contavano
almeno centocinquanta compagnie. Gli
spettacoli costavano poco, facevano
piangere ma soprattutto divertire perché
dalle marionette ci si aspettava qualche tiro mancino verso le autorità. «Fu dopo le
due guerre che le compagnie iniziarono a
diminuire. L’arrivo del cinematografo fece la sua parte. Negli anni Quaranta e Cinquanta c’eravamo noi e i Podrecca».
Dal 1906 i Colla si erano stabiliti nuovamente a Milano, al Teatro Gerolamo. Si
sa che ad applaudirli arrivavano Stravinsky e Simone Weil, perfino Gordon Graig.
Visconti ci veniva con i suoi assistenti dicendo: «Imparate cosa è la polvere di palcoscenico». «Al Gerolamo restammo fino
al ’57 — ricorda Eugenio Monti Colla —.
Ci costrinsero ad andar via perché il teatro doveva essere buttato giù. Il trasloco,
ricordo, pareva la marcia trionfale dell’Aida: le seicentocinquanta marionette,
poi costumi, le parrucche, le scarpe...».
Ma il nuovo corso della compagnia è lì
davanti a tutti: una rivista semestrale,
Boccascena, sul teatro di figura, un archivio informatico, spettacoli, tournée (il 26
IL BUFFONE
Rigoletto (1988)
per il film Rigoletto
di produzione
tedesca
aprile al Piccolo di Milano tornerà Excelsior, a Siena si fa un Filemone e Bauci), la
scuola per manovratori che si riaprirà, e il
lavoro di ricerca per rinnovare il repertorio (quarantadue nuovi titoli) e i trucchi
scenici. Oggi ci sono marionette anche
con trenta fili, tanti sono i dettagli dei loro movimenti. Nella celebre Tempesta di
Shakespeare, con la voce di Eduardo, solo per muovere Calibano servono sei persone perché anche le pelose sopracciglia
hanno scatti d’umore. «Più si va avanti
più ci piace complicare i movimenti: per
esempio, se quando Aida canta trema un
po’ il polso, è più realistica e affascinante.
L’esempio resta Guaranay, lo spettacolo
in cui Carlo scoprì il trucco di far scendere il sangue lungo la mano dal braccio ferito. Cioè quando noi ci divertiamo e il
pubblico si chiede «ma come faranno?».
Repubblica Nazionale
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 APRILE 2008
i sapori
Sembrano finiti i tempi in cui i prodotti del Commercio equo&solidale
funzionavano per la coscienza ma non per il palato. E sono finiti
L’altro global
i tempi in cui era molto più facile per i furbi appropriarsi
del certificato che garantisce un prodotto come eticamente corretto
Per questo il consumo critico è sempre più diffuso e proverà a contarsi
a “Fa’ la cosa giusta”, fiera milanese del prossimo weekend
Buono
&Giusto
Mettersi a tavola
senza sensi di colpa
Caffè
Eccellenti le produzioni
in arrivo dalle cooperative
di coltivatori e raccoglitori
di America latina, India,
Etiopia: dai chicchi
di Huehuetenango, tostati
dalla Cooperativa Sociale
del carcere di Torino,
al caffè rebelde del Chiapas
LICIA GRANELLO
a’ la cosa giusta!» strillano i manifesti da
to questo resterebbe nell’ambito della coscienza personale, se
una parte all’altra di Milano. Come se fosla differenza tra i prodotti delle piantagioni massificate e quelli
se facile... La fiera in programma da vedelle cooperative eque, non si potesse vedere, annusare, mornerdì a domenica prossimi, quinto apdere, assaporare. Come per il biologico, all’inizio più che la
puntamento nazionale con il consumo
bontà ha contato la salubrità di ambiente e alimenti. Ma il temcritico e gli stili di vita sostenibili, cammipo del sano&giusto uguale ammaccato&tristanzuolo è finito. Le
na sul sottile crinale che divide l’invito incoraggiante dall’impenuove tecniche di coltivazione e lavorazione, pur senza nulla
rativo categorico di kantiana memoria. Da una parte, intuiamo
concedere alle scorciatoie delle produzioni intensive, hanno
che nutrirci, scegliere, abitare, supportare cibi e oggetaiutato i contadini a alzare gli standard. Così, il felice inti buoni, puliti&giusti ci apre a un futuro migliore.
nalzamento della qualità e l’esplosione della cuciDall’altra, non abbiamo facoltà di scelta: o dina globale hanno indotto molti ristoranti d’auventiamo rapidamente eco-compatibili
tore a inserire prodotti equi nella lista della
con il pianeta che ci ospita, o finiremo maspesa. Oggi non c’è chef bravo e curioso che
lissimo.
si sottragga al piacere di creare un piatto
Per fortuna, ogni giorno la tavola ci
con la quinoa, di impreziosire una ricetIl prossimo weekend la vecchia
aiuta a fare la cosa giusta senza troppo
Fiera di Milano ospita Fa’ la cosa giusta, ta con l’olio di argàn, di corroborare
pensarci. Perché cioccolato e caffè,
una crema speziata caramellandola
quinta edizione della rassegna dedicata
zucchero e spezie, cereali e frutta ci
con zucchero di canna.
conducono nel sud del mondo, tra riIn più, i nutrizionisti gongolano,
al consumo critico e agli stili di vita
saie e giardini del tè, in un viaggio afperché obbedendo ai comandamensostenibili.
Quindici
le
aree
tematiche:
fascinante e virtuoso. Bastano un
ti dell’agricoltura arcaica la rotazione
dalla bio-edilizia alla finanza etica,
pizzico di attenzione e un palato godelle colture nutre la terra e mantiene
loso per capire la differenza tra le prointatti oligoelementi e sali minerali,
dal turismo solidale alla bio-agricoltura
duzioni seriali e quelle diseguali, sanon si raffina nulla, la conservazione è
Centinaia i prodotti, i alimentari e non,
porite, diverse, in arrivo dai piccoli colaffidata a madre natura. Risultato: fibre
tivatori. È così che abbiamo imparato a capaci di coniugare qualità e supporto intatte, vitamine e micronutrienti preconoscere sigle come Altromercato,
senti
in quantità, tossine ridotte al minisociale alle aree più disagiate
Ctm, Altreconomia, Commercio
mo. Come dire, inversione di tendenza ridel pianeta
equo&solidale, Terre di mezzo, in una bella
spetto ai cibi plastificati e lotta efficace all’inmiscellanea di solidarietà e ricerca del gusto.
vasione della “nutriceutica”, la nuova frontiera
Del resto, i confronti sono impietosi. Banane enordell’alimentazione che ci vuole consumatori di cimi, perfette, raccolte verdi e maturate (si fa per dire) in
bi fortemente industrializzati e quindi impoveriti, a cui
capannoni riscaldati e insufflati di etilene, oppure piccoli frutti
un surplus di chimica restituisce le sostanze sottratte.
pastosi, portati a maturazione appoggiando i caschi sulla terra,
Unitevi alle decine di migliaia di visitatori che nel prossimo fisotto il sole, coperti dalle loro stesse foglie. Oppure noci grandi
ne settimana affolleranno la fiera: curiosate, domandate, ma
come uova, gusci splendenti e gherigli palestrati paragonate a
soprattutto assaggiate. Oppure regalatevi un espresso coi fiocquelle piccole, opache, con un gheriglio consistente e profuchi a due passi dal veneziano ponte di Rialto, dove Bernardo Delmato…
la Mea, scopritore del caffè di Huehuetenango, destina parte deNon è solo una questione di consapevolezza etica. Contrigli incassi all’associazione “Bambini del Caffè”. Per ogni tazzibuire a non avvelenare il pianeta, supportare le economie locana consumata, un pezzetto di scuolabus per i figli dei raccoglili, combattere il cancro del lavoro infantile è importante. Ma tuttori. Difficile immaginare qualcosa di più buono, pulito e giusto.
«F
L’appuntamento
Frutta secca
Cibo-simbolo delle lotte
contadine per un salario
equo, le noci amazzoniche
(castañas peruanas) vantano
contenuti nutritivi vicini
a quelli della carne bovina
In scia: anacardi, arachidi,
semi oleosi, mango
e datteri palestinesi
Zucchero di canna
Può essere cristallino
o integrale in due tipologie:
panela (succo scaldato,
e condensato in panetti
poi grattugiati)
e moscavo, asciugato
per mescolatura
e definito dalla presenza
di grani di melassa
Tè
India, Bangladesh, Sri
Lanka, Kenya, Singapore,
Indonesia, Uganda, Malawi:
fuori dai circuiti di broker
e multinazionali, il prodotto
coloniale viene coltivato
in tea garden secondo
i principi della biodinamica
e raccolto manualmente
Riso
Sono state censite oltre
centoquarantamila varietà
In Thailandia, Ecuador
e India le produzioni
tendono a preservare
germe e crusca, ricchi
di principi nutritivi
Tra le tipologie più note:
basmati, hom mali, indica
Repubblica Nazionale
DOMENICA 6 APRILE 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
Milano
Bolzano
itinerari
Claudio Sadler,
chef due stelle
Michelin,
è tra i protagonisti
de “Il gourmet
equo e solidale”
(Gribaudo Editore):
venti ricette d’autore
con ingredienti
“dell’altro mondo”
Sua la speciale crema
di mascarpone al tè verde
con gelatina di rabarbaro
e purè di castagne
Una ventina
di cooperative
di commercio equo
& solidale si sono
costituite quattro anni
fa come editori
di Altreconomia.
L’informazione
per agire, mensile
di supporto al passaggio dall’economia di profitto
a una economia equa e sostenibile
Qui nel 1992
è nato Commercio
Alternativo,
cooperativa no profit
del Commercio equo
e solidale (ComES).
Cinquanta soci sparsi
in tutta Italia
commercializzano
senza intermediari prodotti alimentari del Sud
del mondo, con progetti di supporto sociale
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
HOTEL POST GRIES
Corso Libertà 117
Tel. 0471-2790 00
Camera doppia da 98 euro, colazione inclusa
BBMILANODUOMO
Via Torino 46
Tel. 347-7796170
Camera doppia da 100 euro, colazione inclusa
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Via Correggiari 4/A
Tel. 0532-242176
Camera doppia da 80 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
ZUR KAISERKRON
Piazza della Mostra 1
Tel. 0471-303233
Chiuso domenica, menù da 60 euro
RISTORANTE LIFEGATE CAFÈ
Via della Commenda 43
Tel. 02-5450765
Chiuso martedì, menù da 30 euro
MAX
Piazza Repubblica 16
Tel. 0532-209309
Chiuso domenica a pranzo e lunedì
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
BOTTEGA DEL MONDO
Via Alto Adige 6
Tel. 0471-971469
COOPERATIVA CHICO MENDES
Via Padova 58
Tel. 02-26112636
FERRARA TERZO MONDO
Via Darsena 170
Tel. 0532-774820
Gesti semplici come la spesa
liberano i contadini dai coyote
Cioccolato
Sono oltre venti milioni
i lavoratori del cacao
Troppi i bambini, su cui
si concentrano le campagne
di Save The Cildren
Il mascao è prodotto
con cacao boliviano
e domenicano e zucchero
integrale filippino
Olio
Tra gli oli buoni e particolari,
c’è quello marocchino
di argan (quaranta chili
di bacche per un litro d’olio),
lavorato da una cooperativa
di donne di Marrakesh
Delicati quelli di sesamo
e di noci peruviane, ricchi
di omega6 e selenio
Sale
Dal Sud del mondo arrivano
i sali grezzi di salgemma
Tra i più pregiati quello rosa,
estratto nelle terre
dell’Oceano Primordiale
(250 milioni d’anni) situate
ai piedi dei massicci
himalayani, ricco di elementi
naturali e oligoelementi
Ferrara
Compirà vent’anni
a Natale Altromercato,
la più importante realtà
italiana di commercio
equo e solidale,
nata nel cuore dell’Alto
Adige come Ctm
(Cooperazione terzo
mondo). Oggi
le botteghe sono trecentocinquanta e oltre cento
le cooperative consorziate
CARLO PETRINI
e esiste un commercio “equo e solidale” significa che il commercio normale, di per sé, non ha nessuna connotazione etica? Nel 1825, all’interno della sua Phisiologie du goût, Jean-Anthelme Brillat-Savarin sosteneva che, tra una
serie di discipline, «la gastronomia appartiene al commercio, per la ricerca del mezzo di comprare al migliore prezzo possibile ciò che essa consuma e di smerciare più convenientemente ciò che essa pone in vendita». Certo l’intuizione di inserire anche il commercio tra le materie che circoscrivono gli ambiti della scienza gastronomica fu rivoluzionaria, come la definizione stessa che il magistrato francese diede della gastronomia — scienza interdisciplinare e complessa
inerente «all’uomo, in quanto egli si nutre» — ma sicuramente Brillat-Savarin non poteva immaginare che un giorno ci
sarebbero stati gli intermediari coyote, che il sistema globale del cibo avrebbe amplificato ingiustizie terribili nei confronti di milioni di contadini e che gli equilibri ambientali della Terra sarebbero saltati.
Un’irrisoria percentuale dei contadini che coltivano il cacao nel mondo ha assaggiato in vita sua la cioccolata, quelli
che coltivano o raccolgono il caffè cercano di sopravvivere con i pochissimi centesimi di euro che del prezzo della nostra
tazzina quotidiana giungono nelle loro tasche: i coyote sono i piccoli intermediari che comprano la materia prima a cifre ridicole, per poi farla confluire attraverso altri passaggi nei mercati internazionali, dove diventa commodity, un frutto della Terra il cui unico valore è il prezzo. Piccole oscillazioni verso il basso nelle borse mondiali possono compromettere l’esistenza di centinaia di migliaia di comunità contadine. Qualità del prodotto, valore culturale, sostenibilità ecologica e giustizia sociale sono considerati inutili orpelli che non fanno economia, quindi non dovrebbero essere interessanti per il commercio e chi lo fa.
Tant’è vero che le ingiustizie verso i contadini non si registrano solo nelle piantagioni di caffè delle Ande o del Sud-Est
asiatico o in quelle di cacao centroamericane e africane. A ben vedere il fatto che i prezzi del nostro cibo quotidiano, nazionale, aumentino inspiegabilmente al dettaglio mentre i nostri contadini lamentano di non riuscire ad arrivare a fine
mese ci mette sotto gli occhi l’evidenza che qualcosa si è rotto nei sistemi commerciali dell’agro-alimentare, fino a spingersi nelle campagne appena fuori le nostre città. Parafrasando Brillat-Savarin forse è il caso di dire che non solo «la gastronomia appartiene al commercio», ma ormai ne è il suo ostaggio. Le comunità produttrici, i contadini e anche i cittadini, non riescono più a introdurre elementi di controllo nel sistema e ne sono succubi, esattamente come lo è l’ambiente.
Il commercio equo e solidale ha avuto e ha il merito di portare queste problematiche all’attenzione dell’opinione pubblica: consente di non stare al gioco di chi ci impone un sistema ingiusto e in molti casi dà un consistente aiuto ai singoli produttori. Sembrano finiti i tempi in cui i prodotti dell’equo e solidale alla loro valenza etica non accompagnavano
una qualità sufficiente, e anche il rispetto per l’ambiente sembra entrato come criterio guida in questo circuito alternativo. Le truffe sembrano oggi essere più controllabili. Il successo presso il pubblico, però, è tale per cui addirittura le grandi multinazionali, che hanno piantagioni nel Sud del Mondo, spesso ottengono questo riconoscimento in virtù di iniziative sicuramente meritevoli ma limitate rispetto all’ammontare del loro volume d’affari complessivo. Questo fa venire meno il principio alla base del commercio equo e solidale: quello di sostenere i piccoli produttori.
Sta di fatto che l’equo e solidale è diventato una categoria dell’immaginario collettivo e rappresenta un’alternativa concreta in grado di rispettare sia il consumatore, sia l’ambiente, sia la giustizia sociale. Sono queste le tre caratteristiche qualitative che dovrebbe avere oggi un prodotto alimentare e che, in un mondo perfetto, chi fa commercio dovrebbe utilizzare per comprare e vendere «al miglior prezzo possibile». Ma se etica e commercio fanno ancora così fatica ad andare
d’accordo non è il caso di perdere le speranze, in fondo siamo noi che compriamo e sono i contadini che producono: ecco perché andare a comprare — quando è possibile — direttamente dai contadini e privilegiare le produzioni locali e di
stagione, può rivelarsi uno dei più semplici atti di commercio equo e solidale che possiamo compiere quotidianamente.
S
Legumi e cereali
Dalla valle di Manduriacos,
Ecuador, i fagioli di colori
diversi cresciuti sulla stessa
pianta. E poi lenticchie, ceci
soia, fave, piselli, adzuki
Altamente proteici e privi
di glutine: la quinoa, dai
chicchi sferici e croccanti
e il dolciastro amaranto
Spezie
Oltre ai pepi colorati, aromi
senza segreti (cannella,
noce moscata, zafferano)
e afrori meno noti (cumino,
curcuma, cardamomo,
coriandolo, originali miscele
di curry) usati dagli chef
A Modica la cooperativa
Quetzal li miscela al cacao
Repubblica Nazionale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le tendenze
Nuovi arredi
DOMENICA 6 APRILE 2008
Sta per aprire i battenti a Milano il Salone del mobile
Una buona occasione per esplorare la frontiera
avanzata del design e censire così i prodotti più futuribili
e innovativi dal punto di vista delle forme, dei materiali
e dei meccanismi che rendono più versatili gli elementi
d’arredo destinati a case con sempre meno spazio
PUZZLE D’AUTORE
Un sistema composto
da dieci moduli in legno
serigrafato che si apre
e si assembla
con cinghie speciali
come una matrioska
È Assemblage di Seletti
Se il tavolo cambia
muscoli e pelle
AURELIO MAGISTÀ
sperimenti. Provare a fare una cosa per vedere che cosa succede. La curiosità del risultato domina sullo spirito ingegneristico
che dirigerebbe il progetto a soddisfare un bisogno o a risolvere
una funzione. Un designer sperimentatore, di questi tempi, è
proprio quello di cui c’è bisogno. L’attenzione verso il design è
cresciuta in modo enorme, perfino abnorme. Il design è un virus che sta contagiando tutti gli ambiti, anche il mangiare. Eppure, forse
esausto da questo sforzo di colonizzazione, non riesce a esprimere un carattere preciso. Si rivela proteiforme. Neobarocco e residui minimalisti convivono senza imbarazzi, ma questo è possibile in virtù del loro limite: un’identità debole. Esperimenti. Forse diranno qualcosa di nuovo, qualcosa che
sia più di un esercizio di stile.
Dal Salone del mobile che sta cominciare, bulimico appuntamento milanese che è ormai la stella polare dell’arredamento per tutto il mondo, estraiamo qualche caso, inevitabilmente eterogeneo proprio per quello che si è appena detto. Esperimenti. Che si concentrano soprattutto su tre elementi: le
forme, i materiali, i meccanismi/movimenti che rendono il mobile trasformabile, mutevole, adattabile. Alla famiglia degli esperimenti formali si può
attribuire la poltrona nera di Altamoda che domina questa pagina, un trono
neobarocco, un monolite che combina un protervo e incombente nero seicentesco con l’ironia e la bizzarria di frivole piume, glitter e gambe a coppie
diverse. Ma ancora più interessante è Bouquet, di Patricia Urquiola per Moroso. La Urquiola quest’anno firma la principale collezione di Moroso, casa
con cui ha un feeling speciale. Bouquet ne è esempio eccellente: una poltroncina che su un piedistallo tondo e un esile stelo di metallo cromato compone, appunto, un bouquet di moduli di tessuto quadrato, un puzzle sartoriale che diventa una complessa corolla di colori tenui.
Tra gli esperimenti con i materiali, due casi esemplari, perché opposti, sono rappresentati da Bisazza e Poltrona Frau. Opposti perché Bisazza, proseguendo uno sviluppo fortemente voluto negli anni, declina il mosaico, tecnica antica e gloriosa come la ceramica, nella prima collezione di mobili, dopo aver fatto qualche esperimento con i sassi-seduta-tavolino Coffee Table.
Invece Poltrona Frau sceglie il corian, innovativo materiale che si può definire la versione hi-tech della ceramica, per rinnovare grazie all’estro di
François Russo la poltroncina da regista, quella con le gambe a X e lo schienale in tessuto che in questo caso, omaggio allo stile della casa, è di cuoio. Anche il nome è un omaggio: Helleu, da Jacques Helleu, direttore creativo storico di Chanel.
Esperimenti su meccanismi e movimenti. Spesso sorprendenti, rispondono alla domanda di versatilità e sono salvaspazio. Assemblage, per esempio, mobile contenitore di Seletti, è composto da una serie di scatole-matrioska che, smontate, spariscono tutte nel relativo ingombro della più grande fra loro: montate, vengono tenute insieme da tiranti che gli conferiscono
un curioso senso di provvisorietà. Square 2 Squaredi BBB Emmebonacina e
Kada di Danese sono la dimostrazione di come, pur avendo in comune l’ispirazione, si possano trovare conclusioni diverse. Sia il primo, un tavolo
progettato da Yotam Shabtai e Lidor Gil-Ad, sia il secondo, uno sgabello di
Yves Béhar, hanno un evidente debito verso l’origami giapponese. Il tavolo
si spiega fino a diventare più grande, per dodici. grazie a un sofisticato meccanismo: il piano ruota di sessanta gradi, la sezione quadrata centrale si abbassa e quattro sezioni triangolari si aprono a libro: dove c’era un lato, adesso si trova uno spigolo. Lo sgabello si piega praticamente a due dimensioni,
pronto a scomparire negli interstizi tra mobili e pareti.
E
OCCHI INDISCRETI
Un divanetto accogliente,
che ospita e nasconde
per creare intimità
Alcova è stato disegnato
dai fratelli Bouroullec
per Vitra. A due o più posti,
ha schienali pieghevoli
PIETRE PREZIOSE
Coffee Table è una famiglia
di grandi “massi domestici”,
tavolini decorati in mosaico
di vetro. Ideati dal designer
Marcel Wanders, fanno
parte della prima collezione
di oggetti d’arredo di Bisazza
COME UN ORIGAMI
Si piega come un origami
giapponese il tavolo Square 2
Square di BBB Emmebonacina:
il piano ruota di sessanta gradi
permettendo alle ali di aprirsi
a libro sul proprio asse
Ospita fino a dodici coperti
Repubblica Nazionale
DOMENICA 6 APRILE 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
IL PIEGHEVOLE
Kada
è un sistema
pieghevole
che si presta
a vari utilizzi:
vassoio, sgabello,
tavolino
Per trasportarlo
basta piegarlo
Di Danese
CURVE PERICOLOSE
Un forma a nastro che si snoda
come un’autostrada formando
sedute e braccioli: Highway
è la seduta da comporre di Segis
Il designer Denis Santachiara
“I miei oggetti fuori di testa
mix di tecnologia e gioco”
ALESSANDRA RETICO
utodidatta, ha cominciato con le macchine. «Perché automobile è un po’ tutto: è tecnologia, è salotto, velocità, ergonomia».
Denis Santachiara, classe 1950, nato a Campagnola (Reggio
Emilia), è uno di quei creativi cui piace il design dell’invenzione, della sperimentazione. Le sue opere sono esposte al MoMA di New York,
al Musée des Arts Decoratifs del Louvre di Parigi, al National Museum
of Modern Art di Tokio, al Philadelphia Museum e al Vitra Museum di
Berlino. «Mi interessa — dice — la capacità comunicativa delle cose».
Ci spieghi.
«Devo partire da una mostra che feci nell’84 alla Triennale di Milano e al Centre Pompidou a Parigi, si intitolava Neomerce, il design dell’invenzione e dell’estasi artificiale. Una mostra-manifesto che aveva
l’obiettivo di superare il tradizionale concetto italiano di “buon design”: volevamo staccare l’estetica dalla funzione, far parlare non solo
la forma ma mettere in luce la capacità performativa degli oggetti dal
punto di vista linguistico. Il mio motto era: non bisogna disegnare solo il personaggio ma anche le sue gag. Mi interessava il prodotto più
che il suo disegno, quello che un oggetto sa fare e comunicare, il suo
“modo d’essere” piuttosto che la sua plasticità. Per me un oggetto intelligente e rispettoso dell’ambiente (in senso spaziale) è quello che
sa trasformarsi con l’uso, sa essere organico al contesto e alla fine sa
“essere”. Mi piace la ricerca delle possibilità, la tecnologia ne offre
molte».
In questo le sarà stato utile il suo esordio tra i motori.
«Ho cominciato nella carrozzeria del gruppo De Tommaso. Nella
mia zona, quando ero ragazzo, quello si faceva e poi l’auto era nell’immaginario di tutti noi, era il mito della velocità ma anche del salotto, era meccanica ed estetica. Ho imparato molte cose tecniche,
mi è rimasto soprattutto l’incanto di poter realizzare prodotti sensati e insieme giocosi, prestanti ma anche con una dose di immaginifico, materiali e virtuali».
Qualche esempio?
«Il mio “Pisolo”, puf che diventa letto, l’appendiabito che si fa pulisciscarpa, o la poltrona che presenterò al Salone, creata per Dema:
si gonfia, si sgonfia, si allunga e massaggia. Quando uno la compra,
se la porta via dentro una valigetta, e spende poco».
Oggetti trasformabili per generazioni nomadi?
«Anche oggetti “fuori di testa” come dico io e come ho imparato da
Alessandro Mendini. Tecnologia ludica, comunicazione di emozioni. Ho fatto una serie di cannocchiali usando un metodo assolutamente ortodosso, il sistema di Galileo, poi però ci ho infilato lo scherzo: le stelle si vedevano a colori. Un oggetto speciale, come ci piaceva
chiamarlo con Mendini, e infatti nella sua rivista Modo cominciai a
pubblicare i miei lavori. Dietro c’era una poetica: sperimentare attraverso la tecnologia nuovi usi e linguaggi delle cose. Tenendo nascosto lo sforzo tecnico per far emergere la sorpresa e l’effetto, come
appunto nella poltrona di cui dicevo: l’imbottitura sembra normale,
la seduta come le altre, e invece dietro c’è un meccanismo di aria compressa mutuata dall’ingegneria aeronautica. Sul sedile un sistema di
placche vibranti per i massaggi: si anima e anima. “Good vibrations”
si chiama. Mi piace questa organicità delle cose che si muovono come fossero vive. Parlano con chi le usa, vanno incontro. Merce di intrattenimento, simpatica, interattiva. Insomma, per me gli oggetti
devono raccontare qualcosa, e saper fare qualcosa. Esprimere una
performance comunicativa».
Quali materiali si prestano meglio allo scopo?
«Io utilizzo le cosiddette subfurniture, materiali finiti e pronti. Mi
piacciono le fibre ottiche che uso già dagli anni Ottanta, la luminescenza dei tessuti, la sensitività di certe texture, i colori che sprigionano».
Sostenibilità. Può rappresentare la prossima frontiera del design?
«I temi ecologici stanno diventando sempre più centrali per molte
aziende. Dal mio punto di vista non entrano nella creazione come linguaggio poetico. Come discorso etico e politico sì, ma è un’altra questione. Credo che, piuttosto, la sfida più concreta sarà quella di trovare soluzioni per abitare in spazi sempre più ristretti. Soluzioni concrete e insieme sognanti: dunque oggetti trasformabili ma che dentro contengano un racconto, una finzione, un’emozione».
A
A TUTTO TONDO
Ispirato al mondo circense,
Le Cirque di VGnewtrend
è una grande seduta
realizzata assemblando
tasselli di legno tropicale
TRAVASO D’IDEE
CLASSICO DARK
Altamoda propone
una sedia dark che rivisita
le linee classiche (gambe
intagliate e schienale alto)
con applicazioni
di glitter e marabou
IL MIO BOUQUET
Sulla poltroncina Bouquet,
disegnata da Patricia
Urquiola, sbocciano petali
in tessuto. Di Moroso
Sembra la sezione
di un grande vaso
la seduta informale +13
di Casamania. A uno,
due o tre posti, si usa
in esterni e giardini
ACCOGLIENZA ESTERNA
La particolarità di Canasta, divano
per esterni di B&B, sta nell’intreccio
che dà origine alla struttura in nastro
di polietilene. Disegno di Patricia Urquiola
Repubblica Nazionale
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 6 APRILE 2008
l’incontro
Femmes fatales
Eterna insoddisfatta ma mai pentita,
la “signora della porta accanto”
detesta le medaglie, lo status borghese
e le sicurezze che vengono
dall’avere piuttosto che dall’essere
E parlando degli uomini
che ha avuto, si sbilancia:
“Ho sempre legato
l’amore alla follia,
qualcosa che prende,
inquieta, leva l’ossigeno
L’amore è la ricerca
dell’eccesso,
dell’impossibile. E credo che
un tempo la cura per una come me
sarebbe stata l’elettroshock ”
FannyArdant
uando Fanny Ardant entra
al Trocadéro Café in un sabato mattina come tanti,
Parigi sembra fermarsi per
un attimo. Il proprietario del bistrot
smette di fare i conti e indossa precipitosamente una giacca per andarle incontro. Le signore, sedute ai tavolini,
non parlano più e la guardano. Gli uomini trattengono il respiro. Solo lei corre. Arriva arruffata e trafelata. Anche se
è in ritardo di appena cinque minuti.
Una donna grande, imponente. Vera.
Ha una giacca chiara e dei pantaloni
classici. Gli occhiali da sole enormi.
Muove l’aria velocissima e, quando si
siede sul divano, il locale ricomincia a
vivere. Come dopo un lungo sospiro.
Anche lei sospira e gli occhi, che da vicino sono più neri del carbone, si stringono e diventano una fessura. Ha da
pochi giorni finito di lavorare per il teatro, è stanca. «Il palcoscenico purifica il
sangue di un’attrice e io devo recitare
regolarmente proprio per ripulirmi
dentro». Però è una fatica immensa. «Il
teatro è violento e senza misericordia,
il pomeriggio quando vado a lavorare
mi sale una rabbia incontenibile e penso che sarà l’ultima volta, poi quando
arrivo dietro le quinte capisco che è il
più bel mestiere del mondo».
Lei, del resto, che sarebbe voluta diventare attrice lo ha sempre saputo. Da
ragazza ha studiato scienze politiche
all’università perché era la facoltà più
corta. «Ho scelto la via più breve per fare contenti i miei genitori che pensavano il mio fosse un capriccio di gioventù,
la laurea è stata un passaporto per la libertà». Ma non è stata una perdita di
tempo, anzi. «Penso che la vita ha più
immaginazione di noi e quegli anni mi
hanno arricchito di tante esperienze
che poi sono tornate utili».
Certo, quella dell’attrice poteva sembrare una bizza. Una stravaganza. Perché il capriccio “madame” lo ha nel
dna. «Quando ero giovane dicevo di no
a tutto e tutti e forse, solo oggi, capisco
perché. Era la mia ribellione al fatto di
essere cresciuta in un posto strano come Montecarlo». Il padre era ufficiale di
cavalleria governatore del Palazzo Grimaldi e lei, guardandosi attorno, pensava una cosa sola: «Non sarò mai così».
Ancora adesso difende i suoi valori di
ragazza di provincia e rivendica la scelta di trattare tutti allo stesso modo.
Beve un bicchier d’acqua. Tormenta
la bottiglia e ricorda gli inizi sul palcoscenico, le lezioni, il corso di arte drammatica di Périmony a Parigi. «Nella mia
carriera nulla è stato facile e ho sempre
faticato perché sentivo che c’era qualcosa che volevo farmi perdonare. Non
mi sono mai considerata arrivata, è come se ci fosse sempre una cosa che mi
scivola dalle mani. Sono un’eterna insoddisfatta e, con gli anni, mi sono
chiesta se la vita non sia proprio questo:
raggiungere qualcosa che ci sfugge».
Poi è passata al cinema. Decisamente più adatto alla sua natura d’impaziente. Con quella giusta schizofrenia
che la cattura. La possibilità di essere
un personaggio e, nel film successivo, il
suo opposto. Ha esordito con L’uomo
dei cani di Alain Jessua. Quindi La signora della porta accanto, La famiglia,
Finalmente domenica, Bolero, Callas
forever. L’hanno diretta i più noti registi da François Truffaut, Claude Lelouch, Ettore Scola, Michelangelo Antonioni, Sydney Pollack. Ha lavorato con
attori come Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. Sono stati grandi
perché non erano attori, diventavano
quello che recitavano. La loro potenza
era far dimenticare la macchina da presa. «Recitare una volta sola con un attore non è mai abbastanza. Gassman era
forse più impaziente di me, io al principio ero timida e lui mi ha come martellata nell’argilla. Philippe Noiret rappresentava l’eleganza ironica, JeanLouis Trintignant sembrava fatto per il
set». E proprio di Gassman conserva un
ricordo struggente: «Era il più intelligente di tutti, con la sua problematicità
è stato il vero personaggio tragico ma
ha sempre avuto la forza, anche quando stava molto male, d’incoraggiarmi».
Insomma, Fanny potrebbe considerarsi una regina. Invece lei non accetta
l’elogio. L’adulazione. Lo stato d’icona.
Ancora una volta, con la stessa cocciutaggine con cui ha deciso di vivere, si
accanisce contro i riconoscimenti. Si
alza dal divano, si agita. La voce arrotata dall’accento francese sale di due toni: «Detesto le medaglie, il marito ricco,
lo status, determinare chi nella vita ce
l’ha fatta e chi no. Cosa vuol dire? O tutti riusciamo o tutti sbagliamo, la serenità non viene dall’avere ma dall’essere. Non ci deve essere avidità ma ricerca dell’intenso».
I suoi film, comunque, le hanno dato
tanto. Di più, lei è stata parte di loro. E
viceversa. «Quello che prova la sfortunata eroina de La signora della porta
accanto è esattamente ciò che io penso
dell’amore. Tante volte mi sono domandata cosa poteva succederle di
peggio e la risposta è sempre la stessa:
tornare alla vita borghese, al marito che
non ama, ai salotti ben arredati, la morte talvolta pulisce e non è vero che sia
peggiore della vita». Una posizione dura e tetragona. La Ardant è una donna
che non sembra conoscere pentimenti: «Non vorrei mai cambiare quello che
ho fatto e l’importante è aver vissuto,
come bene supremo. Io del resto sono
convinta che tutto ha un prezzo e sono
sempre pronta a pagarlo fino in fondo,
non penso di essere vittima delle ingiustizie della vita».
Anche nel suo lavoro non ha mai cercato di sembrare diversa. Migliore. L’eroina che tutti amano è un personaggio
scontato. Molto più interessante stare
dall’altra parte: «Posso tranquillamente recitare la parte di una donna che
tutti detestano e che solo io amo». In
questo suo modo ribelle, sopra le righe
Il teatro èviolento,
senza misericordia,
ma purifica
il sangue di un’attrice
È per questo
che io devo calcare
il palcoscenico,
recitare regolarmente
per ripulirmi dentro
FOTO EYDEA
Q
PARIGI
e senza compromessi, ha fatto impazzire tanti uomini. Ha avuto tre compagni importanti che poi sono stati i padri
delle sue figlie: Domenico Leverd,
François Truffaut e l’italiano Fabio
Conversi. E altri amori intensi come
quello con Gerard Depardieu. Nelle
storie non si è mai tirata indietro. Non
conosce il verbo risparmiarsi. «Ho
sempre legato l’amore alla follia, qualcosa che prende, inquieta, leva l’ossigeno. Considero assurdo pensare di associare il sentimento alla serenità e, al
contrario, lo identifico con la ricerca
dell’eccesso, dell’impossibile. La vita
vissuta con gioia è il capolavoro di due
persone che hanno realmente saputo
cos’è l’amore».
Nel suo modo estremo, non ricorda
neanche gli addii. Chi ha lasciato, una
volta che la passione è esaurita, diventa un dettaglio. Le sofferenze, quelle
che alle altre donne fanno perdere il
sonno, le strappano un sorriso indulgente: «Non mi ricordo dell’amore degli uomini nei miei confronti, ma solo
del mio verso di loro. Di certo non posso dire che mi hanno adorato, sicuramente li ho più annoiati con i miei eccessi e le follie. Credo che un tempo la
cura obbligatoria per una come me sarebbe stata l’elettroshock».
Neanche per la bellezza la Ardant
sembra voler accettare onorificenze.
Lei che ha fatto dire a Truffaut: «Seduce
con la sua grande bocca, i suoi grandi
occhi neri, il suo viso in un triangolo».
Lei cerca altro, quello che non si può
descrivere. «Mi sono sempre vista come un animale e pensavo che la bellezza andasse coltivata. Ho cominciato a
truccarmi quando avevo quindici anni
e non ho mai smesso. Il fascino delle
donne incanta per qualcosa che non si
può definire, per un sorriso, un modo di
toccare i capelli. In fondo è come un albero, non ti piace perché è bello ma per
come il vento muove le foglie».
Suona il cellulare, risponde garbatamente e si scusa. Quando sorride sembra una ragazza. E, invece, il prossimo
anno compirà sessant’anni. Ma non ha
paura dei compleanni. Meno ancora
della vecchiaia. «Io aspetto costantemente di morire, quindi ogni compleanno è un regalo. Il mio timore è solo per quelle malattie che riducono il
cervello. Annebbiano la mente. Temo
di non poter più leggere, che è la mia
droga. La vera paura è di non arrivare
lucida alla fine. La nostra epoca ci costringe a mostrarci giovani sino a ottant’anni ma è un grande bluff, la società non aiuta. Invece credo di poter
dire che la morte è l’ultima sfida appassionante che ci spetta, basta non nasconderla a se stessi».
Fanny Ardant non è solo una femme
fatale. È anche una madre. Ha infatti
avuto tre figlie: Lumir, Josephine e Baladine. Con loro il rapporto è una composizione di pieni e di vuoti. In passato
per tanti mesi, a causa dei film o delle
tournée, è stata lontana da casa strug-
gendosi dalla malinconia. Poi per periodi altrettanto lunghi è riuscita ad
avere le bambine con sé. Vicine, vicine.
Una corsa affannosa per recuperare il
tempo e per giocare insieme. «Penso
che la famiglia uccida, invece i bambini sono una cosa meravigliosa, fanno
vedere la vita come un campo di rose e
soprattutto fanno ridere. Delle mie figlie conservo le sensazioni delle piccole mani nelle mie quando le portavo a
visitare Roma. L’impressione è di averle sempre trascinate con me, quasi tirandole incontro alla vita».
Sulla Francia al centro di tanti pettegolezzi, soprattutto per le storie sentimentali legate a Nicolas Sarkozy, non si
pronuncia se non con un commento
tranchant: «Credo che le vere passioni
siano clandestine». Per una donna così
complessa la psicanalisi poteva essere
quasi un passaggio scontato. Il lettino
dell’analista un rifugio naturale. Ma al
sol pensiero sorride: «Considero quella
dell’analista una figura epica, quasi da
romanzo russo. Nel mio palazzo c’è un
analista e ogni tanto, nelle mie fantasie,
vorrei suonare alla sua porta ma poi mi
fermo perché mi vergognerei di raccontarmi ad un estraneo. La verità è che
preferisco la mia strada con le pietre ad
un sentiero liscio ed asfaltato».
La luce di Parigi la illumina dalla vetrata del Trocadéro. La signora della
porta accanto deve andare. Ma nonostante il clima mite non parte per il fine
settimana. Non ama muoversi dalla
città. «Detesto viaggiare perché ci sono
troppi turisti e la mia gioia è stare a Parigi, che considero il centro del mondo.
Adoro Tel Aviv mentre penso che alcune città, come New York, siano destinate a scomparire. Prima c’era la condizione operaia ora c’è quella di turista».
Si alza, dimentica gli occhiali sul tavolo
e, una volta arrivata fuori, torna precipitosamente indietro. Questa volta la
vita del Trocadéro Café si è fermata due
volte.
‘‘
IRENE MARIA SCALISE
Repubblica Nazionale
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