NUOVO CONSUMO
Il mensile per i soci Unicoop Tirreno • euro 1,50 • anno XVIII • numero 185 • aprile 2009
IL SEME DELLA DISCORDIA
Coltivazioni tradizionali e ogm.
L’invito di Coop alla precauzione.
la ricetta
del governo
marcia indietro
sui farmaci
mano
d’opera
il piacere
di un massaggio
forza
centrifuga!
guida all’acquisto
della lavatrice
INSERTO CONVENIENZA
pagg. 31,
33, 32,
34, 33
35
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NUOVO CONSUMO
Direttore responsabile
Aldo Bassoni
Redazione
Rita Nannelli
Beatrice Ramazzotti
Luca Rossi
Barbara Sordini
Cristina Vaiani
Hanno collaborato
Barbara Autuori
Francesca Baldereschi
Barbara Bernardini
Salvatore Calleri
Tito Cortese
Eleonora Cozzella
Eugenio Del Toma
Silvia Fabbri
Daniele Fabris
Stefano Generali
Maria Carla Giugliano
Silvia Inghirami
Giovanni Manetti
Simona Marchini
Chiara Milanesi
Roberto Minniti
Isabella Mori
Giorgio Nebbia
Paola Ramagli
Anna Somenzi
Paolo Volpini
Progetto grafico
Cinzia Capitanio
per Jack Blutharsky - Bologna
Impaginazione
Marco Formaioni
per Studiografico M - Piombino
Copertina
Archivio Coop
Impianti e stampa
Coptip - Modena
Direzione e redazione
SS1 Aurelia Km 237
Frazione Riotorto
57025 Piombino (LI)
Tel. 0565/24720 - Fax 0565/24210
[email protected]
Editore
Vignale Comunicazioni srl
Pubblicità
Giemme Pubblicità
di Graziella Malfanti
via Pacinotti, 12 - 57025 Piombino (LI)
tel. 0565 49156 - 226433
fax 0565 39003
[email protected]
Responsabile pubblicità
Roberta Corridori
Registrazione del Tribunale di Livorno
n° 695 del 24/07/2001
Iscrizione ROC 1557
del 4/09/2001
Tiratura prevista: 280.000 copie
Chiuso in tipografia il 20/3/2009
Prodotto con carta premiata dalla
European Union Eco-label n. reg. FI/11/1,
fornita da UPM.
il punto di Aldo Bassoni
sulla carta
Costi elevati di gestione, denaro sottratto
ai comuni, solo il 4 per cento delle famiglie
italiane che ne beneficia. Il grande spot
della SocialCard anziché investimenti su
pensioni, assegni familiari, sostegni per il
terzo figlio, in aiuto ai più poveri.
Ci sarà tempo fino al 30 aprile per fare domanda di accesso alla cosiddetta
SocialCard. Fin ora, infatti, pare che le domande accolte siano state ben
al di sotto dei beneficiari previsti. Nel frattempo sono state anche estese le
possibilità di utilizzo della carta. Oltre che per le bollette, ora la carta sarà
utilizzabile anche per acquistare prodotti farmaceutici e parafarmaceutici.
Tuttavia, non possiamo non criticare quest’operazione per come è stata
condotta, per i requisiti molto stringenti che hanno escluso molte fasce di
soggetti poveri, per l’incapacità di incidere davvero sui livelli di povertà reali
a causa anche del mancato inserimento tra i beneficiari della carta delle
famiglie con almeno tre figli che sono quelle statisticamente più povere.
Per questo ad oggi possiamo affermare che il 4 per cento delle famiglie
rappresenta un’esigua minoranza rispetto ai bisogni e che la maggioranza
dei poveri non riceve la tessera. Inoltre, contrariamente a quanto sbandierato dal governo al momento del lancio, la carta non è affatto anonima
e imprime sul suo titolare lo stigma sociale della povertà. Quello di cui si
è parlato poco sono i costi elevati di gestione che ammontano a circa 26
milioni, il 4 per cento dell’intero stanziamento per il 2008. Non è poco per
uno spot. Senza contare le tonnellate di carta movimentate dagli uffici
ministeriali, dall’Inps e dalle Poste. L’obiettivo di aiutare i più poveri poteva
essere raggiunto semplicemente incrementando i contributi esistenti su
pensioni, assegni familiari, sostegni per il terzo figlio. Invece si è voluto
frammentare ulteriormente il già complicato sistema dei trasferimenti
generando ulteriore, inutile burocrazia. Ma quello di cui si è parlato ancora
meno è come è stata finanziata la SocialCard. Intanto fissiamo una cifra:
450 milioni è quanto previsto a copertura della carta (il referendum che
qualcuno chiede giustamente di accorpare alle elezioni europee ne costa
500). Ma siccome le domande accettate sono, almeno per ora, circa la
metà di quelle previste, il fondo non verrà utilizzato interamente. A parte
le discutibili donazioni di Eni ed Enel e il contributo delle cooperative a
mutualità prevalente, buona parte dei soldi stanziati a copertura della
SocialCard provengono dalla riduzione di altri stanziamenti sociali di cui
i comuni non potranno più disporre. Si tratta di 271 milioni di euro in
meno agli enti locali che non finiranno più nei programmi di sostegno alle
persone e alle famiglie bisognose. Insomma, con una mano si è dato e con
l’altra si è tolto. E lo Stato ha preferito evidenziare il suo ruolo centrale
a discapito di quello di chi è più vicino ai cittadini ed è in grado meglio
di chiunque altro di individuare e sostenere quella parte di popolazione
più indigente attraverso interventi diretti e servizi sociali.
in questo numero
RUBRICHE
7 Il punto
10
11
11
12
12
13
13
19
39
43
43
51
52
53
56
58
66
Sulla carta
Lettere
Coop risponde
Previdenza
Prendo quota
Pace verde
Il santuario dei cetacei
Evergreen
Chi protegge il cittadino
In fin dei contatori
Ora legale
A ruota libera
Controcanto
Eccezioni alla regola
La merce muta
Acqua chiara
Sani & salvi
ABCibo
In funzione di
Presidi Slow Food
Il signore degli agnelli
Prodotto a marchio
Un gran fermento
Nel carrello
A tavola
Ricette con il pane
Semiseria
I bambini ci guardano
Consumi in scena
Passione folle
58 NC
info
24
25
26
27
28
29
I love shopper
Stato di emergenza
Soci in prestito
La vetrina dei soci
In sezione
Joyful d’assi
31 INSERTO CONVENIENZA
35 speciale
La ricetta del governo
farmaci, retromarcia sulla liberalizzazione.
41 salute
Mano d’opera
i massaggi che fanno bene.
prima pagina
Il seme
della discordia
PRODOTTI
Guida all’acquisto
44 Forza centrifuga!
46
48
50
54
la lavatrice.
Gli extra
Gli acchiappapolvere
i panni cattura polvere.
Tipico
Rosso rubino
il vino Aglianico.
Cotti & crudi
Giù per il tubetto
la maionese.
Dal fornitore
L’uovo di Oliviero
le uova di Pasqua.
pag. 15
fermo posta
Redazione Nuovo Consumo
SS 1 Aurelia Km 237 - Frazione Riotorto, 57025 Piombino (LI)
e-mail: [email protected]
l’esperto risponde
a corte
Leggo ogni mese Nuovo Consumo con grande
interesse per la varietà degli argomenti, per la
serietà con cui sono trattati, per il linguaggio
chiaro. Mi piacerebbe, però, trovare nelle pagine della rivista una rubrica in cui un esperto
risponde alle domande dei lettori su alimentazione, benessere, salute. A mio avviso questi
temi rivestono una grande importanza nella
società attuale in cui si mangia troppo e male
fin da piccoli, in cui si fanno lavori sedentari
che non aiutano la salute, in cui conta molto
– troppo – l’immagine, tanto che apparire belli
e magri per molti diventa un’ossessione, una
malattia. Insomma occorre più che mai imparare
a costruire un rapporto corretto con il proprio
corpo per stare davvero bene.
Spero che Nuovo Consumo trovi un po’ di spazio per parlare di tutto questo e accolga la mia
proposta.
via e-mail
Volevo sapere se un cittadino può rivolgersi
(scrivere) direttamente alla Corte dei Conti e
alla Corte Costituzionale. Gradirei una vostra
risposta.
Emo Picchi, lettera
Gentile signor Picchi, la Corte dei Conti è un organo
dello stato con funzioni giurisdizionali e amministrative di controllo in materia di entrate e spese
pubbliche. Il semplice cittadino non può rivolgersi
direttamente alla Corte dei Conti, a meno che non
sia un dipendente pubblico direttamente interessato
alla questione per cui chiede l’intervento della Corte.
Anche per quanto riguarda la Corte Costituzionale è
esclusa la possibilità di ricorso da parte del singolo
cittadino se non attraverso un organo giurisdizionale
come potrebbe essere il tribunale presso il quale è
in atto un procedimento che lo coinvolge.
Aldo Bassoni
UN PAESE DIVERSO AL FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEI DOCUMENTARI DI LONDRA
Il film documentario di Soldini e Garini sul mondo delle
Coop Un Paese diverso è stato selezionato al LIDF
(London International Documentary Festival) e proiettato
il 4 aprile, come evento di chiusura al British Museum.
10
coop risponde Servizio Filo Diretto di Unicoop Tirreno
Numero verde 800861081
variamente assortiti
La Coop è ancora dalla parte dei
celiaci che sono anche soci Coop?
In un primo momento grande assortimento e poi pian piano sono
iniziati i problemi in tutti i negozi:
prodotti che per lungo tempo non
si ritrovano sugli scaffali, anche a
marchio Coop che evidentemente
possiamo acquistare solo da voi;
gli scaffali cambiati senza chiedere
se noi preferivamo i prodotti tutti
insieme o sparsi nelle corsie. Abbiamo cercato di
esporre il problema numerose volte, ma senza risultati. Visto che questa lettera la firmiamo in molti, ci
piacerebbe avere la risposta sul giornale.
Lettera
Rispondiamo alla lettera sottoscritta da molti soci
attenti e sensibili al problema della celiachia provando
a chiarire la posizione della Cooperativa. Si tratta di un
tema al quale da sempre abbiamo dedicato la nostra
attenzione, inserendo, ad esempio, sul mercato una
linea di prodotti a marchio Coop appositamente studiati
per venire incontro alle esigenze di chi è intollerante
al glutine. Ma l’impegno continua. Infatti, dopo aver
ricevuto la vostra lettera, ci siamo immediatamente
previdenza
attivati per effettuare dei controlli e
chiarire la situazione che descrivete
all’interno dei nostri punti vendita.
Vogliamo essere con voi il più possibile
trasparenti e conveniamo sul fatto che
i nostri assortimenti non hanno avuto
nell’ultimo periodo una particolare
evoluzione. Ciò dipende da una difficoltà che condividiamo con le altre
Cooperative e che stiamo cercando di
superare, individuando nuovi assortimenti e offrendo un migliore servizio ai nostri clienti.
Quanto all’effettiva presenza dei prodotti per celiaci
sugli scaffali l’analisi che abbiamo effettuato fornisce
risultati piuttosto positivi, e probabilmente i problemi
incontrati nascono non tanto da una reale mancanza del
prodotto, quanto dalla nostra scelta di suddividere le varie
referenze all’interno delle categorie di appartenenza.
Detto questo cogliamo l’occasione per anticipare che
torneremo appena possibile a un raggruppamento dei
prodotti in un’area appositamente dedicata. Ci teniamo
comunque a sottolineare che, nonostante i nostri sforzi,
non possiamo fornire lo stesso tipo di servizio di una
farmacia, non essendo un negozio specializzato, con
tutti i limiti – in molti casi non semplici da superare
– che questo porta con sé.
a cura di LiberEtà
LiberEtà: e-mail [email protected]
prendo quota
Sono un lavoratore dipendente presso un’azienda privata. A dicembre 2009 compirò 59 anni di
età e maturerò 35 anni di anzianità contributiva.
L’anzianità contributiva è composta da 4 anni del
corso di laurea riscattati; 36 settimane di disoccupazione indennizzata (due periodi di 18 settimane); 30
anni e 4 mesi (1.580 settimane) di contribuzione per
effettiva attività lavorativa. Con questa situazione
maturerò quota 95 a giugno 2010? Potrò avere la
pensione da gennaio 2011?
Lettera
L’Inps, al punto 3 della sua circolare n. 60/2008, ha
precisato che, ai fini della determinazione della “quota”
di cui alla tabella B allegata alla legge n. 243/2004 (nel
testo sostituito dalla legge n. 247/2007), per il diritto alla
pensione di anzianità non vanno computati i periodi di
11
contribuzione non utili per il diritto (periodi di contribuzione figurativa per disoccupazione indennizzata; periodi
di sola contribuzione figurativa per assenze dal lavoro a
causa di malattia, infortunio e malattia professionale).
Pertanto, ai fini della “quota”, nel mese di giugno 2010
(escludendo le 36 settimane di disoccupazione indennizzata) lei potrà far valere 59 anni e sei mesi di età e 1.814
settimane (34 anni e dieci mesi circa) di contribuzione
non sufficienti per realizzare quota 95 (e il minimo di
35 anni di anzianità contributiva).
La quota 95 la raggiungerà a ottobre 2010 quando potrà
far valere 59 anni e dieci mesi di età e 35 anni e due mesi
di anzianità contributiva utile per il diritto.
Maturando i requisiti nel secondo semestre dell’anno
2010, in base all’articolo 1, comma 6, lettera c) della
legge n. 243/2004, la pensione potrà avere decorrenza
dal 1° luglio 2011.
paceverde a cura di Greenpeace
il santuario dei cetacei
Dove sono finite le
balene e i delfini del
Santuario dei cetacei del Mar Ligure?
Greenpeace ha presentato i dati scandalo della ricerca effettuata nel Santuario
a bordo della nave
Arctic Sunrise. Il calo registrato dal team
di scienziati è vertiginoso: cinquanta per
cento di stenelle in
meno e balenottere
ridotte a un quarto in dieci anni. Poco è stato fatto per
proteggerle e oltre alle minacce già note – inquinamento,
traffico veloce, pesca illegale – Greenpeace ha scoperto
una grave contaminazione da batteri fecali in alto mare.
Il Santuario dei Cetacei nasce con un accordo tra Italia,
Francia e Monaco che, in vigore dal 2002, protegge circa
87mila Kmq del Mar Ligure. Avrebbe dovuto tutelare
l’ecosistema del Mar Ligure e le popolazioni di cetacei che
lo abitano tra le più ricche del Mediterraneo: balenottere
comuni, capodogli, zifii, globicefali e stenelle. Ma oggi
il Santuario è semplicemente una scatola vuota. I dati
dell’Operazione Cetacei, pubblicati nel 1992, indicavano
la presenza di circa
900 balenottere comuni e tra 15 e 42mila
stenelle. Dai dati raccolti sembra che ci sia
una riduzione di circa
il 50 per cento delle
stenelle (5-21mila
esemplari), mentre
sono state avvistate
solo un quarto delle
balenottere “attese”,
troppo poco per poter
stimare la popolazione. Nel Santuario non
è stato fatto assolutamente nulla per prevenire ed eliminare progressivamente l’inquinamento, per limitare
i rischi di collisione delle imbarcazioni con i cetacei e
prevenire gli impatti dei rumori, per mettere un freno alla
pesca illegale o per proteggere la fascia costiera. Anzi.
Proprio nel Santuario vogliono insediare il rigassificatore
di Livorno-Pisa. Greenpeace chiede che il Santuario venga
subito sottoposto a un regime di reale tutela e gestione
e che in esso si crei una grande riserva marina d’altura
con divieto di pesca e immissione di sostanze tossiche
o pericolose.
Maria Carla Giugliano, ufficio stampa Greenpeace
evergreen a cura di Stefano Generali
città al verde
Sono Stoccolma e Amburgo le città europee che avranno
il titolo, rispettivamente nel 2010 e nel 2011, di “capitali
verdi europee” grazie alle buone pratiche di sostenibilità
intraprese negli anni che ne fanno due esempi da imitare. Il
riconoscimento è stato appena istituito dalla Commissione
Europea per incoraggiare le città a migliorare la qualità
della vita dei suoi cittadini, tenendo conto delle esigenze
dell’ambiente in tutte le fasi della pianificazione urbana.
affari sporchi
Dalla Gran Bretagna ogni giorno tonnellate di rifiuti tossico-nocivi e tecnologici partono illegalmente alla volta
di paesi africani come Nigeria e Ghana dove sono spesso
i bambini ad essere incaricati di recuperare le preziose
materie prime contenute negli elettrodomestici dell’Occidente. A svelare il traffico illegale è stato il quotidiano
The Independent, grazie a un trasmettitore satellitare
piazzato su un vecchio televisore danneggiato.
animal house
È il primo animal network italiano con oltre seimila
utenti registrati in soli sei mesi di attività. Petbook,
questo il nome del sito, è già diventato un punto di
riferimento per chi possiede un animale, che qui può
condividere informazioni ed esperienze, ma anche uno
strumento utile in caso di smarrimento, grazie alla
facilità con cui si possono diffondere gli identikit degli
animali scomparsi.
12
chi protegge il cittadino a cura di CittadinanzAttiva
in fin dei contatori
Vi contatto per avere qualche informazione su una notizia che ho appreso
alla radio, ma non ho compreso bene.
Ho sentito dire che le Associazioni dei
Consumatori ed Eni hanno sottoscritto un accordo che riguarda i contatori
domestici del gas installati da Italgas.
Potete fornirmi maggiori dettagli?
via e-mail
L’accordo Eni-Associazioni dei Consumatori è stato
sottoscritto a Roma il 23 dicembre 2008 e costituisce la
tappa conclusiva di un percorso durato alcuni anni che ha
avuto per oggetto la verifica dell’effettivo funzionamento
dei misuratori del gas. Infatti già da tempo molti consumatori avevano costatato che i contatori registravano
un consumo superiore rispetto a quello effettivo. Eni ha
affidato alla Seconda Università di Napoli una verifica
scientifica dell’effettiva affidabilità dei misuratori: al test
è stato sottoposto un campione significativo di contatori
installati su tutto il territorio nazionale.
Lo scostamento medio più alto rilevato dall’Università è
stato pari all’1,31 per cento per i contatori con 35 anni di
età. A seguito di questi risultati Italgas si è impegnata ad
accelerare il piano volontario di sostituzione, già da tempo
adottato, con l’obiettivo di sostituire entro la primavera del
2011 i contatori che hanno più di 20 anni, in pratica circa il
20 per cento dei contatori installati. L’accordo, è bene sottolinearlo, riguarda tutti i contatori prodotti prima del 1990.
Nel frattempo, ai clienti ai quali non è stato
ancora sostituito il contatore, la Divisione
Gas & Power di Eni riconoscerà in bolletta
uno sconto pari all’1,31 per cento sino al
momento della sostituzione del contatore e
un conguaglio riferito ai consumi degli ultimi
due anni anch’esso pari all’1,31 per cento per
anno. Inoltre l’accordo stabilisce di riconoscere
ai clienti ai quali, invece, è stato sostituito il contatore nel
corso dell’ultimo anno, un conguaglio pari all’1,31 per cento
calcolato sui consumi dell’anno precedente. È importante
sottolineare che gli utenti non devono fare alcuna richiesta
in quanto il conguaglio previsto è automatico. Infine si
precisa che l’accordo si applica esclusivamente ai clienti
Eni e Italgas, anche se Eni e le Associazioni di Consumatori
riconosciute a livello nazionale sono impegnate a estendere
l’adesione anche ad altre aziende che erogano il servizio
in quanto tutti i misuratori presenti sul territorio sono stati
distribuiti da Italgas.
Info
www.cittadinanzattiva.it/consumatori-home.html
www.eni.it
www.italgas.it
Isabella Mori, responsabile Pit Servizi
CittadinanzAttiva-Pit Servizi: tel. 0636718555
(da lun. a ven.: ore 9-13.30) fax 0636718333
e-mail: [email protected]
ora legale a cura di Salvatore Calleri presidente Fondazione Caponnetto
a ruota libera
Mio padre mi ha insegnato ad andare in bici all’età di dieci
anni. Da quel momento è scoppiato il mio amore. L’anno
dopo Gigi il contadino convinse suo figlio a vendermi per
circa 80mila lire una bicicletta. Fantastica. Le prime pedalate. Le prime avventure. La libertà dell’aria sul viso. È stato
un amore durato quattordici anni fino alla laurea. Tempi
d’oro in cui per svoltare mettevo il braccio fuori. Tempi in
cui non c’erano le piste ciclabili e lo stesso non si andava
sui marciapiedi. Il mio compagno di scuola Antonio aveva
la bici da cross. Giocavamo da grandi sognando di guidare
chissà quali mezzi. Rispettavamo le regole... più o meno.
Tenevamo la bici come se fosse un gioiello. E oggi cosa
succede? La bici l’utilizzano in molti, ma di regole neanche a parlarne. Indicare il cambio di direzione? Giammai.
Fermarsi sulle strisce? Mai avvenuto. Strade a senso unico
imboccate con facilità anche se strette. Il faro acceso? Sì
13
e no il dieci per cento. Dieci per cento che usa in molti
casi fari a lampeggio non regolari. Per non parlare delle
assurde piste ciclabili tanto richieste quanto poco usate.
Per non parlare della fretta nel pedalare un mezzo che per
sua natura non è veloce. E se un altro utente prova a dirgli
qualcosa? Le risposte sono più varie e una delle più diffuse
è: “ma io non inquino”. E questo scusate che c’entra?
Oppure dopo un tamponamento da parte di una bici che
teneva la sinistra in una strada stretta avvenuto a seguito
di una frenata, per un pedone sceso dal marciapiede senza
guardare, mi sono sentito dire:”ma io sono in bici”. La mia
risposta è stata: il fatto che sei in bici ti esonera forse dal
rispettare la distanza di sicurezza? Mah. Sono purtroppo
arrivato ad una conclusione: il problema non sono le bici
ma i ciclisti. Molti, troppi di loro, se ne fregano delle regole
che servono a salvare anche le loro vite.
il seme della discordia
È possibile una coesistenza
“pacifica” tra le coltivazioni
tradizionali e quelle ogm? Se non
diminuisce l’impiego dei pesticidi
e non cresce la produzione a
chi giova l’utilizzo di sementi
transgeniche? Mentre il dibattito
e la sperimentazione continuano
– anche a livello europeo –, Coop
si tiene alla larga dagli organismi
geneticamente modificati, chiede
garanzie e invita alla precauzione.
Finché non se ne saprà abbastanza.
di Silvia Fabbri
prima pagina
Si tratta di capire se è conveniente per l’agricoltura italiana
entrare in contatto con gli organismi vegetali geneticamente modificati. E, se è conveniente, si tratta di capire
se è praticabile la coesistenza. Ad esempio: la mia piccola
coltivazione di kiwi tradizionali nel terreno X resterà tale
dopo la creazione di una coltura di kiwi geneticamente
modificati nel terreno Y?
Si tratta, infine, di capire se è ancora possibile scegliere, se
siamo ancora in tempo a dire qualche no, dal momento che,
secondo dati Eurostat, l’incremento in Europa della semina
di prodotti ogm dal 1996 al 2005 è stato dell’11 per cento
all’anno e che i paesi in testa alle graduatorie delle semine
“mutanti” – soia, mais e colza – sono Spagna, Germania,
Portogallo, Francia e Repubblica Ceca. Negli Stati Uniti la
percentuale di coltivazioni ogm è del 55 per cento.
con le dovute precauzioni
Domande che è opportuno farsi, perché l’Italia – attraverso i
regolamenti delle Regioni, competenti in materia – deve pronunciarsi sulle regole della sperimentazione in campo aperto
di coltivazioni ogm, autorizzate dalla Conferenza Stato-Regioni
nel novembre scorso. I protocolli di sperimentazione, adottati
in sede di Conferenza, riguardano kiwi, agrumi, ciliegio dolce,
fragola, mais, melanzana, olivo, pomodoro e vite. Si passa
dunque da un insieme di normative basate sul principio di
precauzione (ovvero finché non si sa abbastanza degli ogm
e dei loro effetti sull’ambiente e sugli organismi viventi ce
ne teniamo alla larga) a quello della coesistenza: si tratta
dunque di stabilire se e come sia possibile la coesistenza tra
le colture “tradizionali “ e quelle ogm. «Teoricamente è anche
possibile, ma nella prassi no – spiega Marcello Buiatti,
docente di Genetica all’Università di Firenze –. I costi per
un coltivatore che intende mantenere isolato il suo campo
sono altissimi. L’ampiezza media di un’azienda agricola, in
Italia, è di circa 5 o 6 ettari. Beh, solo uno potrebbe essere
coltivato; il resto dovrebbe essere impiegato come zona di
rispetto di ampiezza di cento duecento metri tra un campo
ogm e uno tradizionale».
a nostro rischio e pericolo
«Per quanto riguarda le colture arboree come ciliegio e
olivo – commenta il presidente di Slow Food, Roberto
Burdese – i protocolli non danno adeguate informazioni
sulla gestione delle conseguenze dell’azione degli insetti
impollinatori e della fauna da cui queste piante verrebbero
protette. La protezione dovrebbe avvenire con reti antiuccello nel periodo della fruttificazione. Ma per quanto
riguarda gli insetti e il vento il protocollo parla di fattori
da considerare per la definizione dei requisiti delle aree.
Significa che bisogna scegliere aree rurali prive di insetti?».
Insomma, non a caso 13 Regioni e 41 Province in Italia sono
ogm-free e hanno deciso di vietare qualsiasi coltivazione
transgenica sul loro territorio. «La coesistenza è impossibile
– afferma Tiberio Rabboni, Assessore all’Agricoltura
di una delle Regioni che hanno detto no al transgenico,
l’Emilia-Romagna – e il rischio di ibridazione è ineliminabile.
Noi ci battiamo semplicemente per affermare i diritti di
tutela delle produzioni tipiche». «Gli ogm – dice Maurizio
Carnemolla, presidente di Federbio (Federazione italiana
della agricoltura biologica e biodinamica) – sono rischiosi
soprattutto per le produzioni biologiche. In Spagna, dove
da diversi anni si coltiva soia ogm, si registra un sensibile
calo delle colture bio».
una guida sicura
Secondo la normativa europea, infatti, un prodotto con una
percentuale maggiore dello 0,9 per cento di ogm non può
essere ritenuto biologico. «Di fatto – conclude Carnemolla
– è praticamente impossibile tenere separate le colture. Il
danno per il comparto agricolo italiano, che è biologico al
10 per cento, può essere enorme anche perché la nostra
specificità è sempre stata quella dell’alta qualità. Con gli
ogm è minacciata l’esistenza stessa delle produzioni biologiche». La consapevolezza che l’Italia abbia un patrimonio
agricolo di qualità e di diversità da tutelare sembra essere
il principio che ispirerà le Regioni che a breve dovranno
legiferare sul tema. Le linee guida comuni per l’adozione dei
protocolli di sperimentazione sarebbero già nero su bianco
e metterebbero molti paletti alla coltivazione di varietà
transgeniche: le Regioni intenderebbero limitare fortemente
le zone di coltivazione, concedere il nulla osta solo previa
specifica autorizzazione – e sentito il parere degli agricoltori
confinanti che possono comunque opporsi – istituire un
patentino specifico e una polizza assicurativa per eventuali
danni causati a terzi, istituire apposita segnaletica che renda
nota la presenza della coltura transgenica.
mais più
Sonora sconfitta per le sementi ogm anche in sede di
Commissione Europea, che – per la prima volta – è costretta
dai ministri dell’ambiente a fare marcia indietro rispetto
al suo tradizionale “liberismo” in materia. In sostanza,
il Consiglio dei Ministri (22 su 27, Italia compresa) ha
votato contro Bruxelles che voleva respingere il divieto
di coltivazione di un mais transgenico chiesto da Austria
e Ungheria. Plaude il Consiglio dei Diritti genetici che ricorda: “Ora speriamo che la bocciatura imposta dai paesi
16
membri della commissione faccia riflettere sull’iter delle
prossime approvazioni”. Si tratterebbe, infatti, di rivedere
anche il tipo di analisi che l’Efsa (l’Autorità europea per la
sicurezza alimentare) richiede per concedere le sue
autorizzazioni. «Faccio parte di una rete europea di
scienziati – continua Buiatti – che chiede urgentemente di aggiornare le metodologie che oggi sono
bastate su protocolli vecchi di 20 o 30 anni e che
comunque sono basate sui dati forniti dalle stesse
multinazionali che hanno brevettato le sementi. Dati
che non sono disponibili per i laboratori indipendenti,
perché protetti da brevetto. Ma se, al limite, i laboratori pubblici e indipendenti riuscissero – e di fatto
a volte accade – a condurre analisi approfondite e
avanzate, l’Efsa non può tener conto dei risultati.
Tutto il sistema delle analisi e delle autorizzazioni
va quindi radicalmente rinnovato».
tutto bio
Il fatto che a condurre le analisi – o per lo meno a verificarle
– debbano essere laboratori autonomi e indipendenti è
anche il parere di Andrea Segrè, Preside della facoltà di
Agraria dell’Università di Bologna. «Non possiamo dire di
aver fatto una reale ricerca sul campo rispetto agli ogm.
Una grave lacuna, perché l’università pubblica autonoma
e indipendente è l’unico soggetto che può condurre una
ricerca che dia indicazioni sulle regole della coesistenza».
Disponibile alla sperimentazione è anche il Ministro delle
Politiche agricole Luca Zaia che – pur ribadendo un sostanziale no agli ogm – si è detto favorevole alla sperimentazione
se condotta dalle università italiane: «Sperimentare è una
necessità. Ma abbiamo il diritto di farlo in casa nostra, in
autonomia, sulle nostre campagne, senza basarci su studi
fatti altrove». Intanto i consumatori italiani continuano ad
essere diffidenti nei confronti degli ogm, mentre cresce la
quota di coloro che in Italia consumano prodotti biologici.
Federbio ha registrato un aumento, nel 2008, del 5,4
per cento delle vendite di prodotti bio confezionati, uova,
pane e pasta. C’è quindi da chiedersi a chi giova davvero
la produzione di ogm, visto che i consumatori preferiscono
altro. Lo conferma anche la Confederazione italiana
agricoltori: «Il 65 per cento dei cittadini europei – sottolinea il presidente Giuseppe Politi – è contrario all’uso e al
consumo di prodotti contenenti ogm. Per quanto ci riguarda
da una parte c’è il modello di agricoltura italiana vincente
tra i consumatori che tende a sostenere la diversificazione
produttiva e genetica, affronta pesanti investimenti, non
solo per il biologico ma anche per il convenzionale, mentre
dall’altra c’è una minoranza che lavora per diffondere la
coltivazione, l’uso e il consumo di ogm, rischiando di vanificare questo percorso virtuoso intrapreso dagli imprenditori
italiani e spingendo le agricolture planetarie verso una deriva
pericolosa: l’azzeramento del forte legame tra produzioni
e territorio». «In più – conclude Buiatti – non è vero che
diminuisce l’utilizzo di prodotti chimici né che aumentano
i raccolti. L’ogm può essere vantaggioso economicamente
solo su grandi distese agricole che consentono, attraverso la
meccanizzazione, la totale eliminazione della manodopera.
■
Distese che in Italia non esistono».
17
L’INTERVISTA
La parola a Marcello Buiatti, ordinario di Genetica
all’Università di Firenze.
«Per quanto ne sappiamo fino ad ora
gli organismi vegetali geneticamente
modificati sono un fallimento tecnologico». Con queste parole Marcello
Buiatti, ordinario di Genetica all’Università di Firenze, spiega perché non
sarebbe un gran vantaggio per l’Italia
autorizzare la coltivazione di ogm.
«Anche se va detto che gli ogm non
fanno bene o male di per sé. Sono le
conseguenze che possono far male».
Eppure, professore, i sostenitori
del transgenico dicono che con
i semi ogm si può aumentare la produzione e che,
grazie all’aumento dei raccolti, si potrebbe battere
la fame nel mondo.
«Ma quando mai. Tutte le statistiche in nostro possesso
rilevano – ad esempio per il mais – che c’è un incremento
costante a partire dal 1986. Ma si tratta di un incremento
dovuto in generale al miglioramento delle tecniche di produzione che non ha nulla a che vedere con l’introduzione, nel
1996, dei semi ogm. A quell’annata non corrisponde alcun
picco e neanche alle annate immediatamente successive. Il
dato è identico per la soia. Per quanto riguarda le altre due
varietà ogm, cioè il cotone e la colza, non sono prodotte
per l’alimentazione umana. In Argentina, ad esempio, si
coltivavano grano e miglio che erano ottimi cereali per
l’alimentazione umana. Oggi, invece, c’è solo soia transgenica che non produce reddito per chi lavora la terra né cibo
sufficiente. Inoltre il numero di varietà prodotte è diminuito
drasticamente, con grave danno per la biodiversità. Lo stesso
sta accadendo in Brasile. Temo che ci si stia dimenticando
che siamo fatti di materia e non di quattrini».
Un’altra delle argomentazioni di chi vorrebbe introdurre gli ogm è che farebbe diminuire il ricorso
a pesticidi e diserbanti. È così?
«Anche questo è un falso. La verità è che gli ogm più diffusi
sono particolarmente resistenti a determinati diserbanti prodotti dagli “inventori” degli stessi ogm... così possono essere
liberamente utilizzati in grande quantità, anche maggiore
rispetto a prima. Usare più spesso queste sostanze chimiche,
anche al momento del raccolto, significa ovviamente che se
ne potranno trovare residui nel prodotto finale».
Se aumenta l’impiego di pesticidi e non cresce la produzione, a chi giova l’utilizzo di sementi transgeniche?
«Innanzitutto a chi le vende, come dimostrano i crescenti
fatturati delle multinazionali biotech. E poi a chi ha enormi
estensioni di terreno – che tra l’altro non esistono nel
nostro paese – in cui è possibile, grazie agli ogm, eliminare
completamente la manodopera. A partire da quella che era
necessaria per i trattamenti con i diserbanti che oggi possono essere fatti più economicamente in modo meccanico
e indiscriminato, ad esempio con gli aerei. Quel che è certo
è che gli ogm non aumentano il reddito dei contadini». ■
prima pagina
scelta di campo
Per Coop vale il principio di precauzione.
Coop ritiene che l’ingegneria genetica possa rappresentare una nuova, grande opportunità per l’uomo se
applicata in campo medico, ma chiede maggiori garanzie
nell’utilizzo di queste tecnologie in campo agroalimentare, facendo prevalere il principio di precauzione ovvero
“conoscenza e prudenza”.
Per questo i prodotti Coop non devono contenere ogm e
anche gli animali – da cui derivano le carni, le uova, il latte
fresco – devono essere alimentati senza ogm: stiamo parlando di 20 milioni di animali, un impegno che non ha paragone
con nessun altro in Italia. Coop è fortemente preoccupata
per i rischi che potrebbero derivare dall’eventuale avvio in
Italia della coltivazione di prodotti transgenici accanto agli
altri prodotti. Infatti non è ancora chiaro a quali condizioni
questo dovrebbe avvenire, ma soprattutto chi dovrà pagare i costi di separazione per evitare le contaminazioni. Il
pericolo è che questi oneri ricadano sulle filiere biologiche,
tipiche e tradizionali, di qualità (tutte ovviamente no ogm)
rendendole di fatto non perseguibili e quindi impedendo
la libera scelta della filiera produttiva e del consumatore
finale. In conclusione si potrebbero aprire scenari di grande
conflittualità non solo fra agricoltori e produttori di semi,
ma anche tra gli stessi coltivatori con campi confinanti
pregiudicando le scelte dei consumatori. E come sempre per
Coop tutto deve partire dalla volontà dei consumatori che
nelle ripetute indagini confermano di non essere interessati
ad acquistare prodotti che derivano da organismi vegetali
geneticamente modificati.
L’ORA DEL BIOTECH
Recessione? Non per le multinazionali biotech. Il 2008 è
stato un anno boom, ad esempio, per la Monsanto – numero uno del mercato – che ha registrato un aumento degli
utili del 104 per cento, dovuto principalmente all’impennata
del prezzo del petrolio e dunque all’aumento della produzione di biocarburanti ricavati dal mais. Per quest’anno
le previsioni di crescita dei ricavi sono del 20 per cento.
La seconda azienda del settore, la DuPont – presente in
diversi settori –, prevede che gli utili dei comparti Nutrition
e Agricolture crescano a un tasso del 15 per cento nei
prossimi 5 anni. Queste cifre di crescita coincidono del
resto con l’aumento delle superfici coltivate nel mondo
con ogm: +12% rispetto al 2006, 67 volte di più rispetto
all’anno della loro introduzione (1996). Secondo l’Isaaa
(Servizio internazionale per l’acquisizione delle applicazioni
agrobiotecnologiche), il 64 per cento della soia, il 43 del
cotone, il 24 del mais e il 20 della colza sono oggi ogm.
La modificazione genetica più presente (63 per cento sul
totale) è la resistenza agli erbicidi.
A SOMMO STUDIO
Che siano necessarie ricerche indipendenti sulla sicurezza
alimentare delle varietà ogm – e possibilmente condotte
da istituzioni pubbliche – lo dimostrano anche i risultati di
una sperimentazione dell’Inran (Istituto nazionale di ricerca
per gli alimenti e la nutrizione) pubblicata nel 2008 sul
“Journal of agricultural and food chemistry” relativa al mais
transgenico Mon810. Tra gli altri aspetti, la ricerca condotta
su topi in vivo era finalizzata a studiare alcuni marcatori
della risposta immunitaria intestinale. In particolare, i
ricercatori hanno alimentato alcuni topi giovani e anziani
con una dieta contenente farina di mais Mon810 o del suo
“controllo parentale non geneticamente modificato” (gm),
provenienti da un campo sperimentale dove le piante sono
state tenute nelle stesse condizioni ambientali e di coltura.
Inoltre, in questi esperimenti è stato inserito un secondo
gruppo di controllo di topi alimentati con dieta standard
di laboratorio contenente mais commerciale non ogm. La
scelta di considerare topi in età di sviluppo e anziana non
è casuale, perché in queste fasce d’età, ha spiegato Elena
Mengheri, che ha guidato il gruppo di ricerca dell’Inran, «è
noto che il sistema immunitario può rispondere con minore
efficienza agli stimoli esterni rispetto a quanto accade in un
adulto sano. I risultati dopo 30 e 90 giorni di alimentazione
indicano che al contrario di quanto accade con il mais non
ogm, con il Mon810 si sono verificate alcune alterazioni
immunitarie statisticamente significative. Queste hanno
riguardato la percentuale delle sottopopolazioni dei linfociti
dell’intestino, della milza e del sangue, e la produzione
di citochine, proteine fondamentali per il funzionamento
del sistema immunitario, trovando un aumento, anche se
contenuto, delle citochine infiammatorie». L’Inran conclude
quindi che “sarebbe opportuna un’analisi più approfondita
di alcuni indicatori della risposta immune”.
18
controcanto di Tito Cortese
eccezioni alla regola
Alle regole ispira la sua presidenza al G8
un’Italia che prese e applicò alla lettera
la parola magica “deregulation”
di thacheriana-reganiana memoria.
Chi si ricorda della polemica sulle regole? La scintilla scoccata una trentina
di anni fa, all’apparire sulla scena mondiale di personalità come Margaret
Thatcher e Ronald Reagan, appiccò un incendio che sarebbe divampato con
furia irresistibile per oltre un quarto di secolo. Deregulation era la parola
magica lanciata dai nuovi governanti delle maggiori potenze occidentali,
sulla scia delle teorie iperliberiste di economisti alla Friedman: deregolamentare, sbarazzarsi degli orpelli delle regole, via libera a un mercato non
più imbrigliato da impacci normativi e da caute mediazioni politiche.
Lo scontro su questi temi fu duro e aspro, su scala mondiale, ma già alla
fine degli anni Ottanta la partita appariva definitivamente perduta per chi
aveva contrastato, sul piano delle opzioni teoriche come su quello delle
scelte di governo, questa sorta di nuovo vangelo politico-economico. E la
dissoluzione del sistema sovietico, così come la conversione del gigante
Cina al messaggio neocapitalistico, posero fine, di fatto, alla polemica
sulle regole. Nel senso che il mondo intero – e comunque la parte di
esso che conta nel concerto globale – finì per porsi sulla via tracciata dal
binomio Thatcher-Reagan.
In Italia, la crisi dei partiti dei primi anni Novanta aprì la strada a un populismo spericolato a cui non parve vero di cavalcare il “basta con le regole!”
della destra anglo-americana per volgere in favore dei propri interessi il
disorientamento di tanta parte della società. E fu deregulation “a go-go”,
non solo in economia ma un po’ dovunque, a cominciare dalla Tv, per la
quale l’unica legge ammessa sembrò essere quella della jungla.
Bene, adesso che la crisi economica spaventa il mondo, è in questa stessa
Italia, tuttora nelle mani della destra populista, che nelle scorse settimane
si è sentito proclamare con tutta serietà: “sarà la questione delle regole il
punto fondamentale su cui si concentrerà la presidenza italiana del G8”.
Abbiamo letto bene: il punto fondamentale sono le regole. Ad annunciarlo,
a nome del medesimo governo schierato da sempre in prima fila sul fronte
mondiale della deregulation, il ministro dell’Economia, già noto come
l’uomo della finanza creativa: “il mercato ha fatto già abbastanza guai”
ha sentenziato serafico in Tv. E l’Italia dovrebbe credergli sulla parola,
come quando lo stesso Tremonti sosteneva esattamente il contrario.
19
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I love shopper
Le borse per la spesa biodegradabili e riutilizzabili – quelle che entro
il 1° gennaio 2010 sostituiranno le normali buste di plastica – oggetto
di eventi nei punti vendita di Unicoop Tirreno alla presenza di celebri
personaggi e bambini delle scuole.
di Beatrice Ramazzotti
Volti noti al pubblico e
facce di bambini curiosi
hanno fatto da cornice
ai lanci delle borse per
la spesa riutilizzabili e di
quelle biodegradabili in sei
punti vendita di Unicoop
Tirreno. Si è partiti il 18
febbraio dal supermercato di Piombino-via Gori
(LI) con i bimbi delle elementari, il sindaco Gianni
Anselmi e il geologo, conduttore televisivo, Mario
Tozzi, qui in veste anche
di presidente del Parco
Arcipelago Toscano. La
“tournée” delle eco-shoppers è poi proseguita al
supermercato di Follonica
(GR) dove, accanto agli
alunni delle scuole primarie e dell’infanzia del Golfo
coinvolti in un progetto in
favore dell’ambiente, sono
intervenuti i ragazzi della
squadra di hockey a rotelle
Campione del Mondo. Il
27 febbraio all’IperCoop
di Quarto (NA) è stata la volta di Patrizio Rispo (l’amato
Raffaele Giordano della soap RaiTre Un posto al sole) che
non ha risparmiato autografi e foto ricordo con dipendenti,
soci e clienti dell’Iper, sfruttando la sua notorietà per sostenere un messaggio di difesa dell’ambiente e riduzione dei
rifiuti in una zona in cui il tema è particolarmente attuale.
Più istituzionale, ma non meno efficace, la presentazione
all’IperCoop EuRoma2 con Nicola Zingaretti, il presidente
della Provincia di Roma, che ha anche finanziato la distri-
buzione gratuita di 85mila
buste di tessuto-non-tessuto viola, verdi e blu a
tutti i clienti dei sedici
punti vendita Coop della
provincia. Infine, il 6 marzo
è stata la volta del’Iper
di Livorno, con la squadra di basket e i ragazzi
delle scuole e, a seguire
l’IperCoop di Viterbo con
un ospite d’onore: il documentarista e giornalista di
fama internazionale Folco
Quilici. I vari testimonials
si sono prestati di volta
in volta ad autografare
le buste ecologiche, mettendo quindi letteralmente
la loro firma sul progetto: una scena che è stata
apprezzata dai giornali e
dalle Tv e soprattutto dai
clienti che si sono messi in
fila per farsi autografare le
borse anche per parenti
e amici. «Ci auguriamo
che il nostro appello verso
un cambio di abitudini sia
passato – ha commentato Silvia Ammannati, responsabile
Marketing Strategico di Unicoop Tirreno e guida del progetto
eco-shopper –. Abbiamo scelto personaggi rappresentativi
dei singoli territori e coerenti con il progetto proprio con
questo obiettivo. In alcuni territori la presenza dei bambini
ha ulteriormente rafforzato l’iniziativa: in fondo sono
proprio i ragazzi che ci aiuteranno ad abbandonare la
plastica in nome di un mondo più pulito e comportamenti
■
ecologicamente corretti».
Nelle foto, sopra, Folco Quilici all’IperCoop di Viterbo e, sotto, Patrizio
Rispo all’Iper di Quarto (NA).
24
info
stato di emergenza
Tra il proliferare dell’ecomafia, la via maestra del riciclaggio
e il cambio degli shoppers, l’emergenza nazionale dei rifiuti.
Proviamo a chiederci cosa sono e dove finiscono.
di Mario Tozzi
Nel nostro paese
quella dei rifiuti resta a tutti gli effetti
un’emergenza nazionale, nonostante gli anni passati
dalla legge Ronchi
(DL 22/97) che doveva consentire di
eliminare per sempre le discariche e
di riciclare almeno
il 35% degli scarti. Ogni italiano
produce da 500 a
650 Kg di pattume
all’anno, quindi oltre trenta milioni di tonnellate per anno
(in aumento dell’1,3% circa all’anno). È un’emergenza
che investe molti aspetti sociali e addirittura di pubblica
sicurezza, tanto da aver portato a coniare il termine
ecomafia per descrivere il fenomeno malavitoso che sui
rifiuti, specialmente su quelli pericolosi, prolifera e fa affari.
Naturalmente ciò comporta un grave danno ambientale
– rifiuti tossici interrati in vecchie cave abusive senza
alcuna garanzia per suoli e falde – e la riapertura di
vecchie questioni di un paese geograficamente spaccato in due. In questo quadro l’iniziativa autonoma della
distribuzione cooperativa di bandire anticipatamente
i sacchetti di plastica non biodegradabile è un segno
significativo della volontà di ridurre i rifiuti.
metalli pesanti
Il riciclaggio – va detto e ribadito – è la via maestra per
inquinare meno e non sprecare materie prime ed energia, e
a questo proposito è esemplare la storia dell’alluminio, uno
dei metalli più sfruttati al mondo e il cui ritmo di estrazione
procede molto più speditamente di quello del ferro o del
rame. Il problema è che tutti questi elementi non sono infiniti
e anche di bauxite – l’ossido da cui proviene il metallo – non
ce ne sono riserve infinite. Dunque con cosa costruiremo gli
aeroplani o le pentole nel futuro, se l’alluminio prima o poi
finirà? L’unico modo è quello dell’utilizzo dell’alluminio già
impiegato in precedenza: per ottenere 1 Kg di alluminio per
questa via ci vogliono solo 2.000 Kilocalorie, perciò, rispetto
a 1 Kg prodotto direttamente dalla bauxite (per cui ce ne
vogliono 48.000) si risparmiano 46.000 kilocalorie. O, se
volete, ci vogliono 13-14 kWh per 1 Kg di alluminio “nuovo”
contro meno di un kWh per quello “di seconda mano”,
Nella foto, Mario Tozzi alla Coop durante il lancio dei nuovi shoppers.
25
cioè riciclato, naturalmente a parità di
prestazioni.
Ma cosa buttano gli italiani nel
cassonetto della
spazzatura? Prima
di tutto materia
organica – la cosiddetta “frazione umida” – che
copre circa il 30%
del complesso dei
rifiuti solidi urbani
(RSU), cioè resti di
frutta e verdura,
avanzi di cibo, ossa, bucce e quant’altro. Al secondo posto c’è la carta (28%), poi la plastica (16%), il vetro (8%),
il legno, i tessuti e i metalli (4%), insieme agli altri rifiuti
che compongono la “frazione secca”.
per terra e per mare
Il bando degli shoppers inquinanti contribuisce in modo
significativo a ridurre quel 16% che finisce nel cassonetto
e poi in discarica, e anticiparlo va incontro a quella riconversione ecologica cui anche la crisi economica ci obbliga.
Dove finiscono poi i rifiuti? In mare un torsolo di mela si
deteriora in un paio di mesi, ma a terra resiste fino a sei,
così come un quotidiano o una rivista che può durare
quasi un mese e mezzo contro i dieci mesi a terra. Una
lattina di alluminio resiste per uno o due secoli, mentre
una sigaretta può reggere circa un anno in mare e due a
terra; niente rispetto a una bottiglia di plastica che dura
mezzo millennio in mare e quasi il doppio a terra.
Queste considerazioni non spiegano interamente, però,
la nostra scarsa propensione al riciclaggio e al cambiamento di abitudini: forse c’è un motivo in più e cioè la
mancanza di fiducia nel fatto che il lavoro di separazione
effettuato in casa non vada poi perduto al momento del
conferimento dei rifiuti. In pratica molti hanno paura che
vetro, carta, plastica e metalli vengano poi rimescolati
dopo tutto l’impegno che abbiamo messo nel separarli.
Non è così (salvo casi malavitosi): conviene a tutti – dalle
aziende di raccolta a tutto il settore produttivo, alla pubblica amministrazione locale – che i materiali vengano
separati e riutilizzati e i risultati settore per settore parlano
chiaro con le elevate percentuali di recupero del vetro,
■
della carta, dell’alluminio e della plastica.
info
soci in prestito
Solido, vantaggioso e a costo zero. Anche a fronte della riduzione dei tassi
di interesse il Prestito Sociale di Unicoop Tirreno si conferma un ottimo
strumento di risparmio e investimento. Ne parliamo con Sergio Costalli,
Vice Presidente e Amministratore Delegato alla Finanza della Cooperativa.
di Beatrice Ramazzotti
Lo scorso 1° marzo i 136.000 soci prestatori
di Unicoop Tirreno hanno ricevuto una
lettera in cui la Cooperativa li informava
dell’adeguamento dei tassi di interesse sul
Prestito Sociale. La lettera, firmata dall’Amministratore Delegato alla Finanza Sergio
Costalli, ha spiegato ai soci come negli
ultimi mesi i mercati finanziari abbiano
fatto registrare un sensibile calo dei tassi
d’interesse e come questo abbia avuto da
una parte conseguenze positive (vedi la riduzione nell’importo delle rate dei mutui); mentre dall’altra ha costretto
tutti gli operatori (Istituti di credito, Poste, Stato italiano)
a ridurre il tasso corrisposto ai risparmiatori. Per diversi
mesi Unicoop Tirreno ha mantenuto inalterati i propri tassi,
offrendo quindi ai soci condizioni molto più favorevoli
rispetto all’andamento del mercato: una situazione che a
febbraio 2009, di fronte ad un’ulteriore riduzione dei tassi,
ha però costretto anche la Cooperativa ad adeguarsi.
cato distraggono il risparmiatore che
può avere brutte sorprese.
«Per semplicità non mi voglio dilungare
sulla diversa forma giuridica, e pertanto,
da un punto di vista formale, sulla nonomogeneità tra i diversi strumenti finanziari e il Prestito Sociale. Tuttavia possiamo
dire che il Libretto del Prestito Sociale è
una forma di investimento che, oltre ad
aiutare la Cooperativa nel perseguimento
della propria missione, è realmente a costo zero per
il socio: non è, infatti, prevista alcuna commissione di
apertura e chiusura, le movimentazioni sono completamente gratuite e senza alcun limite massimo, l’estratto
conto di fine anno è gratuito, così come l’estratto conto
mensile inviato a chi utilizza la carta SocioCoop per
pagare la spesa».
La domanda più frequente – e comprensibile
– quando si parla di forme di risparmio è “Ma sarà
davvero sicuro?”.
Costalli la scelta non è stata facile, ma la Cooperativa «Il Prestito Sociale di Unicoop Tirreno è uno strumento
ha puntualmente avvertito i soci, spiegando loro il sicuro e garantito dall’elevato ammontare del portafoglio
motivo di questa decisione con un linguaggio molto titoli, dal riconosciuto patrimonio della Cooperativa e dal
comprensibile. Già in questo Coop si differenzia profondo rapporto di fiducia che il continuo incremento
dagli altri operatori. Quali altri vantaggi, anche del numero dei soci e dei soci prestatori testimonia. Nella
pratici, presenta il Prestito Sociale rispetto ad altre gestione del Prestito Sociale Unicoop Tirreno adotta da
forme di investimento?
sempre una politica finanziaria di grande prudenza,
«I nostri soci prestatori possono beneficiare di orari di investendo in strumenti e prodotti finanziari trasparenti
apertura comodi, generalmente dal lunedì mattina al e a basso rischio».
sabato sera e nei punti vendita più grandi è previsto Quali sono le modifiche apportate ai tassi di inanche l’orario continuato. In più, grazie alla circolarità, teresse?
con il proprio libretto possono effettuare operazioni di «Il Consiglio di Amministrazione di Unicoop Tirreno, a
prelievo e di versamento presso qualunque punto vendita conferma di una scelta volta a mantenere il rendimento
Unicoop Tirreno dove sia attivo il servizio di Prestito del Prestito Sociale a un livello di adeguata tutela del
Sociale in Toscana, Lazio, Campania e Umbria».
risparmio dei soci, ha deciso, nonostante il significativo
C’è un ulteriore vantaggio da sottolineare, quello e continuo calo del costo del denaro, una riduzione dei
che magari può passare inosservato?
tassi di entità minore rispetto alla media del mercato. Per
«Ce ne sono due: su qualunque tipologia di versamento, questo motivo, anche alle nuove condizioni, il Libretto
in contante o in assegno, la valuta decorre dalla data Coop rimane un impiego vantaggioso come dimostra,
del versamento, in più i soci prestatori possono usare la a titolo di esempio, un confronto con alcune forme di
loro carta SocioCoop per il pagamento della spesa e in investimento più conosciute».
questo caso l’addebito
Siamo certi che questi
avviene al 10 del mese NUOVI TASSI DI INTERESSE DAL 1 MARZO 2009
confronti rassicurino i
tasso rit. fiscale tasso
successivo».
soci e facciano emerlordo
vigente netto
Spesso si tace sui reali
gere con chiarezza i
Per importi fino a 2.500 euro
1,35% 20% 1,08%
costi di un libretto di
vantaggi del Libretto
Oltre 2.500 fino a 15.000 euro
1,70% 20% 1,36%
risparmio. Pubblicità
Coop come forma di
e linguaggio compli- Per parte eccedente i 15.000 euro 2,50% 20% 2,00% investimento e ri26
info
la vetrina dei soci
sparmio. Vuole aggiungere una conclusione?
«La convenienza dei tassi del Prestito Sociale e, di conseguenza, i vantaggi dei Soci Prestatori di Unicoop Tirreno
sono ancora più evidenti se prendiamo in considerazione
alcuni importanti indicatori finanziari come il tasso BCE
attualmente (stiamo parlando di marzo 2009, ndr) al
1,50%, il tasso Euribor a 3 mesi attualmente al 1,80%
e l’inflazione al consumo che come tendenziale annuo
a gennaio è pari al 1,50%. I nostri soci capiranno che
la modifica dei tassi è dovuta solamente all’andamento
del mercato e non certo a manovre speculative da parte
della Cooperativa. Ci auguriamo di continuare assieme
un cammino iniziato molti anni fa all’insegna dei valori
■
che condividiamo».
SPETTACOLI
Teatro “E. Solvay” - Rosignano Marittimo (LI)
L’assessore, spettacolo comico di Paolo Cevoli
15 aprile ore 21,30
Buoni Postali Fruttiferi Ordinari Sono un
investimento di lungo periodo (fino a 20 anni, ma possono
essere ritirati a partire dal secondo anno) e il loro tasso di
remunerazione varia rispetto alla durata dell’investimento.
Se prendiamo, ad esempio, l’emissione del 1° febbraio
2009 il loro rendimento netto effettivo dopo un anno è
dello 0,87% e solo il 20° anno raggiunge l’1,95%.
Buoni Ordinari del Tesoro Il Bot è un investimento
che se tenuto fino a scadenza garantisce il capitale, se
invece viene venduto prima il valore di cui l’investitore
entra in possesso è determinato dal prezzo del titolo nel
giorno di vendita, che può anche essere inferiore rispetto
a quello di acquisto. Il rendimento del Bot annuale relativo
all’asta del 12 marzo 2009 è dell’0,85% al netto delle spese
(Fonte: Il Sole-24 Ore del 12 marzo 2009) da cui vanno
ancora detratti i bolli il cui ammontare varia in funzione
del capitale investito.
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non c’è due senza tre
indici di ascolto
Il ventinovesimo punto vendita Unicoop Tirreno della provincia di Grosseto (il terzo in città) è stato inaugurato in via
Emilia lo scorso 27 marzo. Con una superficie di 500 mq di area
vendita sarà un negozio a misura di quartiere, dove possono
accedere facilmente anche le persone anziane o chi si sposta a
piedi e cerca un riferimento per la spesa quotidiana. L’InCoop
di via Emilia risponde a un’esigenza sollecitata da tempo dai
soci Coop grossetani (ad oggi 32mila) perché va a coprire una
zona della città popolosa e facilmente accessibile. (B.R.)
27
Il Comitato soci di Massa Marittima, nell’ambito delle iniziative
rivolte agli anziani iniziate nel 2007 con Ausilio per la Spesa,
ha inaugurato il progetto Audiolibri. Sono state prodotte e
fornite dall’associazione “Spazio H” di Piombino alcune copie
di audiolibri che, insieme alla necessaria strumentazione per
l’ascolto (lettori mp3 e cuffie) sono state regalate all’ospedale
di Massa Marittima e all’istituto “G. Falusi”.
info
in sezione
Il socio prima di tutto, per contribuire alla crescita della Cooperativa
e per diffondere nei territori lo stile di vita Coop. La nuova politica
di Unicoop Tirreno riparte dalla base: ne parla Massimo Favilli,
responsabile delle Politiche Sociali.
di Barbara Sordini
Pochi concetti ma fondamentali: la
Cooperativa basa la sua esistenza sui soci, che attraverso la rete delle Sezioni,
portano nei diversi territori i valori del
mondo Coop. Ma c’è anche un flusso che
va al contrario: la Cooperativa, attraverso
le Sezioni, recepisce le necessità dei soci e
dei territori che rappresentano, puntando
sui temi che la stessa base sociale suggerisce e che caratterizzano Coop, dalla
convenienza alla sicurezza dei prodotti, dalle politiche
verso i dipendenti al rispetto delle leggi e dell’ambiente,
dal consumo consapevole alla solidarietà.
Le attività su cui punta dritto la Direzione soci per il
2009 si incentrano proprio su questi temi, seguendo un
percorso che dura da anni, ma con delle novità rispetto
all’organizzazione dal punto di vista sociale: «Abbiamo
cercato – dice Massimo Favilli, responsabile delle
Politiche Sociali di Unicoop Tirreno – di concentrare tutte
le attività che vengono svolte nei territori per rendere il
più possibile omogenee le principali iniziative della rete
e di fare in modo che i piani di attività delle 29 Sezioni
soci ricalchino le migliori esperienze pratiche, rimanendo
nell’ambito dei macrotemi e dando così un segnale coerente di cosa fa nella realtà la nostra Cooperativa».
Nello specifico, i filoni di attività che persegue la
Cooperativa si snodano, nel particolare e nelle diverse
realtà territoriali, in decine di progetti: «Proponiamo
i consumi, ma sempre riallacciandoci allo stile di vita
Coop – continua Favilli –. I filoni tematici sono quelli
che ci contraddistinguono: l’ambiente, tema trasversale
che va dal risparmio energetico alla sensibilizzazione
dei nostri soci, attraverso un percorso strutturato, con
il monitoraggio dei consumi nelle attività domestiche.
Da sempre Coop promuove il consumo
consapevole: i soci sono informati attraverso etichette chiare sui nostri prodotti
a marchio, facciamo attività nelle scuole
cercando di far comprendere cosa c’è dietro
un prodotto. Anche nel campo della solidarietà i progetti sono tantissimi: a livello
internazionale diamo alle popolazioni
povere garanzie umane, scolarizzazione, la
possibilità di lavorare senza essere sfruttati,
prezzi equi, sempre in un’ottica di crescita. Poi facciamo
solidarietà con progetti interni alla nostra Cooperativa,
come il Progetto Matteo a sostegno dei bambini e a
livello locale, come il progetto Buonfine, che ci rende
protagonisti nei diversi territori attraverso la cessione
a titolo gratuito alle associazioni onlus di alimenti per
le mense dei poveri. È con questo tipo di progetti che
vorremmo che Unicoop Tirreno fosse maggiormente
riconosciuta dai soci e dai consumatori».
Vasto è anche il filone sul tema dei servizi e delle convenzioni: «Per statuto la Cooperativa si propone, oltre
ad offrire prodotti a prezzi vantaggiosi, di poter contribuire a crescere culturalmente i propri soci, facilitando
l’utilizzo del loro tempo libero: in questo rientrano le
numerose proposte turistiche e di viaggi, sempre legate
alle caratteristiche del mondo Coop, e i servizi come
Libri Randagi, per una libera circolazione della cultura
e per un arricchimento dei nostri soci sparsi nei diversi
territori. Tra le convenzioni vorrei sottolineare l’importanza
di Ausilio per la spesa, a metà tra la solidarietà e il
servizio, che ci consente – conclude Massimo Favilli –,
grazie alla collaborazione con le amministrazioni comunali
e tanti volontari, di raggiungere le persone in difficoltà
■
che non possono fare la spesa».
nella valle del trekking canzonissima
Trekking nella valle del torrente Zanca domenica 3
maggio. Per partecipare all’iniziativa, promossa dalla
Sezione soci Colline Metallifere, dalla locale Comunità
Montana e dalla sottosezione del Club Alpino Italiano
di Massa Marittima in collaborazione con la Misericordia
e la sezione comunale Avis, è necessario iscriversi entro
il 22 aprile. Ai partecipanti sarà consegnata in omaggio
una borsa ecologica riutilizzabile Coop. Tel. 0566901288
(lun., mer., ven.: 10-12/16-19), 0564906111.
Morgan, Ricciarelli e le canzoni di De André per il 25 aprile
a Piombino. Alle 18,30 in piazza Verdi si esibisce Morgan,
a seguire l’intitolazione del Centro Giovani a Fabrizio De
André. Alle 21,30 sempre in piazza Verdi esibizione del
gruppo musicale Khorakhanè e il gruppo teatrale Fob.
Chiude l’iniziativa, promossa dal Comune di Piombino in
collaborazione con Unicoop Tirreno, il concerto di Katia
Ricciarelli (ingresso 10 euro, incasso devoluto in beneficenza) la sera del 26 al Teatro Metropolitan.
28
info
joyful d’assi
Qualità a buon prezzo, in cotone biologico e in difesa dell’ambiente.
Gli assi nella manica della nuova linea di abbigliamento Joyful, in Coop.
Cotone bio al 100% coltivato in terreni decontaminati da
sostanze chimiche tossiche, assortimento uomo, donna,
bambino, ottimo rapporto qualità-prezzo. La nuova linea
di abbigliamento Joyful ha preso posto sugli scaffali
Coop a fianco del marchio Solidal, con la collezione
primavera-estate, primo frutto concreto dell’accordo
siglato da Coop con Olimpias, una società del gruppo
Benetton che crea anche linee di abbigliamento per
grandi marchi internazionali (Calvin Klein, Burberry,
Replay) e che per la prima volta lavora per la Grande
Distribuzione.
«L’obiettivo di Coop è puntare a una qualificazione
dell’offerta di capi di abbigliamento negli IperCoop e
nei grandi supermercati convinti che anche nella Grande
Distribuzione possano trovare un posizionamento i pro-
dotti tessili di marca e di buon livello – spiega Vincenzo
Santaniello, direttore innovazione e sviluppo di Coop
Italia –: per questo abbiamo cercato una partnership
con un’importante azienda specializzata nel tessile. Coop
mette la sua esperienza in fatto di esposizione e vendita,
mentre Olimpias, con un gruppo di 20 persone, controlla
l’intero ciclo produttivo: dalla scelta delle materie prime
al disegno fino alla produzione finale. Si tratta di un progetto pilota che arriverà a regime su tutta l’area vendita
nel prossimo autunno».
Una linea giovane, ideale per chi ha dei bambini e vuole
spendere il giusto senza rinunciare alla bontà dei tessuti
e alla comodità dei capi. Una linea anche “verde”: ogni
fase del processo produttivo è certificata a salvaguardia
dell’ambiente.
■
entrata Libera
Sul palco del Teatro degli Industri di Grosseto venerdì 17
aprile, alle 17, andrà in scena Entrata Libera, l’evento
già sperimentato a Piombino per raccontare alla cittadinanza l’esperienza delle piccole cooperative siciliane che
gestiscono le terre confiscate alla mafia, producendo pasta,
taralli, sughi, olio e vino che Coop distribuisce in tutta Italia
col nome Libera Terra. A condurre la serata sarà di nuovo
l’attrice Daniela Morozzi: a lei il compito di amalgamare i
racconti dei giovani grossetani che in estate partecipano ai
campi di lavoro organizzati dall’Arci Toscana a Corleone;
rappresentanti nazionali dell’antimafia, delle istituzioni
locali e per Unicoop Tirreno il presidente Marco Lami.
Da Corleone arriverà anche Calogero Parisi, il presidente
della coraggiosa cooperativa Lavoro E Non Solo di
cui Unicoop Tirreno è socia sostenitrice. Nel corso della
serata sarà proiettato un contributo video di Elisabetta
Caponnetto, vedova del giudice Antonino Caponnetto e
presidente della omonima Fondazione.
“Entrata Libera” sarà anticipata da un incontro mattutino con gli studenti delle scuole superiori che nel corso
dell’anno hanno seguito un percorso didattico sul tema
della legalità, mentre la serata proseguirà con una cena
tipica siciliana organizzata con il contributo della Sezione
soci e preparata con i prodotti di “Libera” dai ragazzi
dell’Istituto Alberghiero di Grosseto. (B.R.)
29
I ragazzi della squadra di calcio del Burkina Faso “Racing
Club De Bobo” con l’allenatore Hamde Mamadou ospiti
degli studenti dell’Itis “Galilei” di Viareggio che con una
mostra fotografica sul Burkina Faso allestita nell’aula magna
della scuola hanno sostenuto la costruzione di un pozzo.
L’incontro tra i calciatori del Burkina e gli studenti toscani è
stato promosso dalla Sezione soci di Viareggio impegnata da
anni in attività di sostegno al Progetto Matteo di Unicoop
Tirreno. Il pallone Solidal firmato dai calciatori del burkina e
consegnato agli studenti viareggini sarà donato ai bambini
di casa Matteo a Gorom Gorom. L’intenzione degli studenti
del Galilei che hanno organizzato la mostra in collaborazione con la Coop di Viareggio e la Banca della Versilia è di
realizzare un secondo pozzo grazie anche all’iniziativa di
alcuni genitori e della scuola media “Viani” che dopo aver
visitato la mostra ha deciso di aderire al progetto.
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la ricetta del governo
A passo di gambero verso l’Italia
delle corporazioni che il decreto
Bersani del 2006 aveva provato a
smontare. Sono iniziate le grandi
manovre per reintrodurre vecchi
privilegi in alcuni settori del
commercio, dei servizi e
delle professioni.
A cominciare dai farmaci.
di Aldo Bassoni
speciale
Fa veramente preoccupare che in una fase di grave crisi dei
consumi e di riduzione del potere d’acquisto delle famiglie,
si tenti di ripristinare vecchi privilegi a vantaggio di caste
e congregazioni che, non a caso, in questi mesi, hanno
moltiplicato l’attività di lobby per rientrare in possesso di
quelle posizioni dominanti di cui si sono sentite private
e il cui costo potrebbe tornare a gravare sulle tasche dei
cittadini. E in questa frenesia restauratrice di vecchi privilegi
non poteva mancare un attacco alla liberalizzazione della
vendita dei farmaci da banco che, in poco più di due anni,
ha fatto risparmiare ai consumatori centinaia di euro, fatto
nascere circa 2.750 parafarmacie e creato quasi 5.000
nuovi posti di lavoro. I prezzi dei farmaci da banco sono
calati mediamente del 10-20 per cento. Anche di più nella
Grande Distribuzione. Inoltre, per effetto dell’aumentata
concorrenza, anche le farmacie tradizionali sono state costrette a rivedere i listini. Se l’intervento pro-corporazioni del
governo dovesse passare, avremmo una secca riduzione del
numero dei farmaci da banco vendibili nelle parafarmacie,
la scomparsa della figura del farmacista e la possibilità di
commercializzare solo confezioni ridotte e monodose di un
ristretto gruppo di medicinali di largo consumo, decretando
praticamente la morte e l’inutilità sociale di queste attività.
Mentre la lobby dei farmacisti potrà di nuovo lucrare su una
posizione di monopolio e continuare a vendere indisturbata
prodotti che con le farmacie c’entrano poco come giocattoli,
cosmetici e ogni sorta di gingillo griffato.
la casta
«Abbiamo denunciato pubblicamente questo tentativo
del governo di azzerare i provvedimenti di Bersani sulle
liberalizzazioni, e in particolare il rischio che incombe sul-
che gli serviva pagandolo un
l’apertura del mercato dei PIÙ O MENO
farmaci che ha permesso Cala la spesa dei farmaci, ma aumentano le ricette. po’ meno». Un’altra accusa
a tanti cittadini di acqui- La spesa farmaceutica a carico del Servizio Sanitario che viene rivolta alla Grande
stare i prodotti da banco Nazionale nel 2008 ha fatto registrare un calo dell’1 per Distribuzione è di fare politia prezzi inferiori a quelli cento rispetto al 2007, attestandosi a 11.383 milioni di che commerciali troppo spinpraticati dalle tradizionali euro, pari a 193,76 euro per ciascun cittadino italiano. A te su prodotti il cui consumo
farmacie – dice Rosario fronte del calo di spesa continua a salire il numero delle non andrebbe incrementato.
«Noi non facciamo promoTrefiletti, Presidente di ricette: +5,5 per cento rispetto al 2007.
Federconsumatori –. Se Nonostante l’aumento del numero delle ricette, nel 2008 zioni sui farmaci né operiadovesse passare questa si è verificato un calo di spesa: ciò è dovuto alla riduzione mo vendite e sconti speciali
controffensiva delle corpo- del valore medio delle ricette stesse (-6,1%), cioè al fatto – continua Santaniello –;
razioni i consumatori italia- che vengono prescritti farmaci di prezzo mediamente più pratichiamo prezzi più bassi
ni riceverebbero un ulterio- basso (il prezzo medio è di 12,58 euro, a fronte di 13,12 semplicemente perché abre colpo al proprio potere euro del 2007). Il valore delle ricette continua a calare biamo ridotto il margine di
d’acquisto che si andrebbe per gli effetti degli interventi sui prezzi dei medicinali guadagno». I conti sono prea sommare agli effetti già varati dall’Agenzia del Farmaco a partire dal 2006, del sto fatti: «mentre le farmacie
gravi della crisi».
crescente impatto del prezzo di riferimento per i medicinali ricaricano dal 30 al 50 per
Una ferma opposizione al equivalenti e delle misure applicate a livello regionale. cento, noi abbiamo ridotto il
margine di guadagno intordisegno di legge Gasparri- (Fonte Federfarma)
no al 10-12, il differenziale
Tommasini giunge in maniera corale dalle 17 associazioni del Consiglio nazio- è lo sconto che noi facciamo», spiega Santaniello. In realtà
si ha la sensazione che il vero obiettivo dei promotori della
nale dei consumatori e degli utenti (Cncu).
«Il processo di liberalizzazione avviato dal Decreto legge sia annullare i benefici della liberalizzazione e restiBersani rappresenta una pietra miliare nella storia del tuire alle farmacie il monopolio della vendita di prodotti
consumerismo italiano – afferma Antonio Longo, del che possono benissimo essere venduti altrove, per altro
Movimento difesa del Cittadino, tornare indietro vuol da personale qualificato con tanto di laurea in farmacia. E
dire cancellare un capitolo importante di storia nella per chi propugna da sempre la religione del mercato è una
bella contraddizione.
tutela dei consumatori».
«La strada da percorrere è semmai un’altra – aggiunge ottime prestazioni
Trefiletti –. Bisogna ampliare e non ridurre la vendita dei Non tutti i ministri, infatti, condividono questo arremfarmaci alla fascia C, cioè a quei prodotti ricettabili che baggio alle liberalizzazioni introdotte da Bersani. Non lo
per ora rimangono esclusiva delle farmacie». Insomma, condividono né il ministro alle Attività Produttive Scajola
le associazioni dei consumatori sono fermamente decise né il suo vice Urso il quale, durante una puntata di Ballarò,
ad impedire che in questo paese prevalgano sempre gli ha dichiarato che «la proposta Gasparri-Tomassini è una
proposta a carattere personale non condivisa dalla maginteressi delle caste su quelli dei cittadini.
Anche il Movimento nazionale dei liberi farmacisti gioranza del governo». C’è solo da sperare che prevalga la
si oppone al Ddl Gasparri-Tomassini perché “propone ragione e che l’interesse pubblico abbia la meglio su quello
un patto a scapito dei consumatori che avranno a di- corporativo. Anche perché la presenza del farmacista, il cui
sposizione pochi farmaci da banco e solo in confezioni livello professionale è indipendente dal tipo di esercizio nel
starter cioè con poche unità posologiche, con il rischio quale opera, garantisce il massimo di assistenza. E infatti,
gli italiani non solo non s’ingozzano di aspirine solo perché
di un aumento reale dei costi dei medicinali”.
costano meno, ma secondo un’indagine del Censis, vogliono
libero farmaco
I vantaggi della liberalizzazione della vendita dei farmaci avere a che fare con un farmacista quando ci sono di mezzo
da banco sono troppo evidenti per poterli negare. Così, i le medicine, da banco e non. «Dire che solo la farmacia in
promotori del disegno di legge che vorrebbe cancellare quanto “proprietà” di un farmacista può garantire questo
queste importanti aperture del mercato sostengono che livello di professionalità è una posizione ideologica che
la maggiore convenienza è solo dovuta all’aumento delle non ha nessun riscontro nella realtà – afferma Santaniello
vendite di questi farmaci. Il che, però, non risulta affatto dai –. Un farmacista può essere più o meno bravo, come un
dati ufficiali di Farmindustria i cui numeri parlano di un ingegnere, un medico o un avvocato indipendentemente
fatturato 2007 dei farmaci da banco praticamente in linea dal tipo di esercizio nel quale opera. Quanto alla sicurezza
con quello del 2005, quando le liberalizzazioni di Bersani e all’affidabilità delle prestazioni, i nostri CoopSalute sono
non erano ancora state introdotte. «Anche a noi non sembra all’interno della rete di informazione della farmacovigilanza,
che dopo l’apertura del mercato della vendita dei farmaci per cui tutto rientra nelle regole a cui sono sottoposte le
da banco la gente si sia abbuffata di medicinali – sottolinea farmacie. Noi siamo affidabili al pari delle farmacie e non
Vincenzo Santaniello, direttore innovazione e sviluppo solo rispetto ai farmaci ma anche in altre aree merceolodi Coop Italia e responsabile del progetto CoopSalute giche altrettanto delicate come la sicurezza e la salubrità
–. I consumatori hanno continuato a comprare quello dei prodotti alimentari».
■
36
prodotti e una media vendite pari a poco più di 212mila
COOP SALUTE CONVIENE
Da agosto 2006 ad oggi i corner CoopSalute aperti nei euro per ogni punto vendita. Coop è leader nella Grande
supermercati e negli ipermercati Coop sono 88. Entro la Distribuzione con un trend in crescita del 25 per cento
fine dell’anno diventeranno 90 e, se il quadro norma- nel 2008 rispetto all’anno precedente.
tivo, anziché peggiorare, dovesse evolvere aprendo ad Il primo farmaco a marchio Coop, quello che impropriaesempio il mercato ai farmaci di fascia C, potrebbero mente qualcuno chiama “Aspirina Coop”, dal giorno del
suo lancio – avvenuto il 12 maggio 2008 – alla fine di
diventare molti di più.
dicembre 2008 è stato venduto
Il mercato dei farmaci in Italia
supera i 19 miliardi di euro ed è Prezzi CoopSalute dei farmaci più venduti. in 135mila pezzi, il 4 per cento
sul totale dei farmaci venduti nei
composto per l’80 per cento (quasi prodotto
prezzo
Coop
CoopSalute, ad un prezzo di 2 euro
17 miliardi di euro) da farmaci con
per 20 compresse a fronte di 5,35
prescrizione e dall’11 per cento Acido acetilsalicilico
ascorbico
2,00
euro dell’Aspirina e dei 4,92 del
da farmaci senza ricetta (gli Otc e20acido
comp. 330 mg Coop
Vivin C sui quali, a differenza
e i Sop, quelli sui quali vi è stata Aspirina C 20 comp. 400 mg
5,35
del prodotto a marchio, le case
l’apertura del mercato).
Vivin C 20 comp. 330 mg
4,42
farmaceutiche hanno recentemenCoop ha scelto una strada che Antalgil 200 mg 10 comp.
3,79
te praticato aumenti consistenti.
ha portato finora all’apertura di Bisolvon gocce
5,00
Ma se il farmaco a marchio Coop
oltre 2.700 parafarmacie. Ciò no- Briovitase 10 bust. 450 mg
5,77
fa la parte del leone per quanto
nostante il peso delle farmacie Glicerina Erba conf. da 6
2,62
riguarda le vendite e il prezzo,
tradizionali resta ancora forte, Momendol
5,36
anche gli altri prodotti di più largo
mentre la Grande Distribuzione Nizoral
3,30
consumo presentano un quadro
rappresenta solo l’1,6 per cento
convenienza migliore rispetto alle
del mercato dei farmaci da banco Differenza tra i prezzi CoopSalute
farmacie tradizionali.
con un assortimento medio di 320 e le farmacie tra -20% e -30%.
«Se l’acido acetilsalicilico Coop può costare
quasi tre volte meno dell’Aspirina, significa che
in questo settore c’è uno spazio reale e ampio
di intervento. Uno spazio che, se non ce lo
impedissero attraverso inopportuni interventi
legislativi, ci permetterebbe di proporre molti altri
principi attivi a marchio Coop a prezzi vantaggiosi
sfruttando i benefici della filiera corta e l’assenza
di quei costi che invece le aziende farmaceutiche
sono costrette a sostenere per commercializzare e
promuovere i propri prodotti».
Vincenzo Santaniello
responsabile progetto CoopSalute
DOMANDA FARMACEUTICA E SANITARIA
La spesa pubblica e privata per i medicinali venduti in
farmacia (compresa GDO e parafarmacie per i medicinali
senza obbligo di prescrizione) nel 2007 è stata di 18.725
milioni di euro, in diminuzione dell’1,9% rispetto al
2006, come conseguenza di un calo della componente
farmaceutica convenzionata (6,8%), pari a 11.493
milioni di euro e un aumento della spesa privata (7.232
milioni). Includendo anche la componente pubblica non
convenzionata (4.371 milioni di euro nel 2007), la spesa
totale sale a 23,1 miliardi di euro, di cui il 69% a carico
del Servizio Sanitario Nazionale, il 13% composto da
farmaci di classe C con prescrizione, il 10% di
farmaci senza obbligo di prescrizione e
la parte restante da ticket e farmaci
in classe A acquistati privatamente.
(Fonte Farmindustria)
37
SPESA FARMACEUTICA IN ITALIA
Canale farmacia, pubblica e privata (mil. euro)
2005
Totale
18.862
Convenzionata
11.848
Privata
7.014
- fascia A
831
- ticket
515
- fascia C
3.061
- SOP e OTC (*) 2.154
2007
var. %
18.725
11.493
7.232
828
539
3.084
2.198
-0,7
-2,9
3,1
-2,5
4,0
0,7
2,0
(*) nel 2007 incluse vendite Grande Distribuzione e parafarmacie
(Fonte: Osmed, IMS, Federfarma)
spesa pubblica
fascia C (con ricetta)
SOP e OTC (farmacia+GDO)
fascia A (acquisto privato)
ticket
69%
13%
10%
4%
2%
terzo canale
Coop si oppone allo smantellamento della liberalizzazione della vendita
dei farmaci da banco e con il suo presidente, Aldo Soldi, rilancia e propone
di ampliare il servizio offerto ai consumatori, estendendolo ai farmaci di
fascia C. Creando magari un terzo canale di prodotti da automedicazione
che possano essere venduti anche senza obbligo del farmacista.
«La nostra posizione è chiara. Crediamo
che quanto è stato fatto fino ad ora sul
versante della liberalizzazione dei farmaci
sia stato un bene per i consumatori che
hanno potuto godere di un maggiore
servizio e di prezzi più bassi». Aldo Soldi,
presidente dell’Associazione Nazionale
Cooperative di Consumatori, non ha
dubbi. Confortato dai dati e dal consenso
dei consumatori, auspica che il processo
di liberalizzazione della vendita dei farmaci non venga
interrotto o annullato, ma semmai incentivato e allargato
anche ad altre tipologie di farmaci.
Il governo però sembra intenzionato a rivedere le
norme sulla liberalizzazione dei farmaci da banco.
«Le attuali proposte di legge o le iniziative del governo ci
pare propongano, chi in un modo chi in un altro, scenari
di limitazione che Coop non può condividere. Al contrario,
proprio l’esperienza fatta e il gradimento ottenuto ci
dicono che è importante andare avanti».
Cosa propone Coop?
«Noi proponiamo che i due canali distributivi attuali,
ovvero farmacie e parafarmacie alle quali sono assimilabili i corner della Grande Distribuzione, continuino
– ciascuno nel proprio ruolo – a svolgere la loro funzione.
Riteniamo peraltro che proprio la presenza dei farmacisti,
come previsto dalla legge anche nel caso dei corner della
Grande Distribuzione, qualifichi al meglio anche questo
secondo canale distributivo e renda quindi possibile
ampliare il servizio offerto ai consumatori, estendendolo
ai farmaci di fascia C (ovvero i farmaci ottenibili con
38
prescrizione medica, ma pagati dall’utente
e quindi non a carico del Servizio Sanitario
Nazionale, ndr)».
La presenza del farmacista dunque per
Coop rimane fondamentale?
«Per alcune tipologie di prodotti non c’è
dubbio che la professionalità del farmacista
è importante. Tuttavia, fermo restando l’evidente opportunità che i due canali suddetti
permangano e anzi si integrino al meglio,
come ulteriore richiesta avanziamo anche la possibilità
di creare un terzo canale distributivo più ridotto nella
quantità di farmaci e nella loro tipologia includendo
in questo canale un elenco di farmaci da banco (Otc
e Sop) che per la loro larga diffusione possano essere
venduti direttamente, senza obbligo del farmacista, in
linea con quanto succede in altri paesi europei dove
il processo di liberalizzazione è molto più avanzato.
Questo consentirebbe di allargare il servizio anche nei
punti vendita che, per dimensioni, non possono ospitare
il CoopSalute».
Prima dell’approvazione della liberalizzazione della
vendita dei prodotti farmaceutici da banco c’era
chi paventava abbuffate di tachipirine da parte
dei consumatori.
«Nessuno dei negativi effetti collaterali a suo tempo
denunciati dagli oppositori della liberalizzazione si sono
dimostrati reali; non solo non c’è stato il presunto abuso
di medicinali che da lì sarebbe derivato, ma non si sono
viste nemmeno le chiusure di esercizi farmaceutici già
in essere come qualcuno temeva». (A.B.)
■
la merce muta di Giorgio Nebbia
acqua chiara
Chi ne ricava altissimi profitti, chi se la
contende, chi non ne ha. Ma di chi è l’acqua?
Qualche lettore dirà che l’acqua non è una merce, il che è vero fino a un certo
punto; l’acqua è certamente un bene comune, appartiene alla natura e quindi
a tutti noi, ma di fatto l’acqua arriva nei rubinetti delle case, delle fabbriche
e nei campi perché qualcuno la preleva dai fiumi o dal sottosuolo, la depura,
la distribuisce con tubazioni che attraversano le pianure e le montagne e con
investimenti per i quali chiede agli utenti un prezzo. Intorno a questo argomento, “di chi è l’acqua” – perché alcune imprese possono appropriarsene e
venderla, spesso con profitti, talvolta, come nel caso delle acque in bottiglia,
con altissimi profitti e perché 2.000 milioni di terrestri l’acqua potabile non
l’hanno per niente – hanno discusso dal 12 al 22 marzo a Istanbul i partecipanti
al quinto Forum Mondiale dell’Acqua dal titolo Stendere dei ponti fra le
divisioni. Cominciamo dal titolo: il ponte è qualcosa che unisce due rive di un
fiume e purtroppo invece le rive e il corso della maggior parte dei fiumi sono
e continuano ad essere divisi fra popoli in conflitto. Il fine della conferenza
avrebbe dovuto essere la domanda di una maggiore giustizia e solidarietà
fra popoli che si trovano lungo gli stessi corpi di acqua dolce. Ironicamente il
Forum si è svolto proprio in Turchia, un paese coinvolto in controversie proprio
per il controllo delle acque, preziose per le città, i campi e per la produzione di
energia idroelettrica, del grande bacino idrografico del Tigri-Eufrate spartito
fra Turchia, Siria, Iraq. Si parla sempre più spesso di “guerre dell’acqua”; è il
titolo di un libro di Vandana Shiva (Feltrinelli). Ma le contese sul “possesso”
dell’acqua sono soltanto uno degli aspetti trattati nel Forum. L’acqua dopo
l’uso torna nei corpi riceventi naturali contaminata dagli escrementi delle
città, da agenti chimici provenienti dalle industrie, dall’agricoltura e zootecnia.
L’acqua inquinata può essere resa di nuovo utilizzabile soltanto dopo trattamenti chimici e fisici, costosi, per cui molti pagano cara l’acqua che è stata
inquinata da altri. L’acqua in molte parti del mondo è scarsa, e 2.000 milioni
di persone nel mondo non hanno acquedotti, gabinetti, docce, servizi igienici
essenziali. La comunità internazionale potrebbe salvare la vita a milioni di
persone investendo denaro in servizi igienici essenziali che potrebbero diventare
anche fonte di lavoro, di imprese e di soldi. Purtroppo questo discorso si sta
ripetendo da decenni; le Nazioni Unite hanno indetto numerose conferenze
sull’acqua, hanno proclamato “decenni” e “anni dell’acqua”, ogni anno il 22
marzo – proprio l’ultimo giorno della conferenza di Istanbul – è proclamato
Giornata mondiale dell’acqua. Ma resta ancora sulla carta il rispetto del
diritto di ogni persona ad avere acqua almeno sufficiente e pulita. Forse se si
facessero meno conferenze e più pozzi e gabinetti potrebbe essere davvero
lanciato con successo il ponte fra chi ha l’acqua e chi non ce l’ha.
39
mano d’opera
Più di una tecnica per migliorare
contratture e inestetismi,
un’esperienza dei sensi, un viaggio
attraverso una filosofia del corpo
che attribuisce al contatto tra le
mani e la pelle la capacità di guarire
e soprattutto prevenire molti
disturbi fisici. Come si può rinunciare
al piacere di un massaggio?
di Barbara Bernardini
salute
41
A chi non è mai capitato dopo una giornata di lavoro,
incombenze domestiche, bambini da scollettare da un
capo all’altro della città, di sognare un lettino su cui
sdraiarsi e lasciarsi coccolare dalle mani esperte di un
massaggiatore, capaci di rigenerare il corpo e lo spirito
a base di carezze, sfioramenti, impastamenti della pelle
e dei muscoli contratti?
a fior di pelle
Le sapienti mani dei massofioterapisti e massaggiatori
non eseguono un puro esercizio di tecnica, ma attingono
a una tradizione millenaria che affonda le sue radici nella
lontana India dove l’arte del massaggio nacque diverse
migliaia di anni fa, come parte integrante dell’Ayurveda,
la scienza della vita che «insieme alle sostanze medicate
e agli oli raccomanda il massaggio come parte integrante
della cura del corpo nel 90 per cento delle affezioni patologiche – spiega Riccardo Mentasti, massofisioterapista
dell’associazione Ayurveda-AIMA di Milano –. Dall’India
il massaggio venne importato in Europa duemila anni fa,
si sviluppò soprattutto in Grecia e Turchia a compendio
della medicina termale». Un origine nobile, dunque, che
fa del massaggio qualcosa di più di una tecnica in grado
di migliorare contratture e inestetismi, elevandolo al grado di esperienza sensoriale,
un viaggio in una filosofia del corpo che
attribuisce al contatto intimo tra le mani e
la pelle, la capacità di migliorare, guarire, e
soprattutto prevenire molti disturbi fisici.
Nonostante l’immensa potenzialità di questa che si può definire un’“arte medica”, in
Italia, come in molti altri paesi, la medicina
convenzionale l’ha letteralmente dimenticata. Le scuole mediche ignorano nel corso
di studi forse la più antica delle medicine.
«Il massaggio non rientra neanche tra le
tecniche di fisioterapia – chiarisce Mentasti
–; ad oggi le estetiste sono per lo più le
uniche ad esercitare queste tecniche».
Un controsenso dato che i benefici fisici
tangibili derivanti da un trattamento di
massaggi ben eseguiti sono moltissimi. Uno
dei più classici effetti del massaggio sta nel
miglioramento della circolazione linfatica.
Per questo il linfodrenaggio manuale è il
trattamento più gettonato nei centri benessere per curare la cellulite e la ritenzione
idrica in vista dell’estate.
effetti speciali
Ma il massaggio è utile anche in altre affezioni, ad esempio, nei disturbi digestivi,
perché migliora la funzionalità del colon
e riduce la costipazione; con i massaggi
si migliorano i problemi della pelle, anche
perché gli oli che lo accompagnano sono
capaci di reintegrare la barriera lipidica
della pelle stessa, per non parlare della
classica terapia di contratture e traumi
muscolari. Si scoprono anche applicazioni
inconsuete, come il trattamento dei dolori
mestruali, che si attenuano col massaggio
del ventre e della schiena, così come il
miglioramento dei disturbi respiratori. Ma
l’effetto forse più evidente è la capacità
di alleviare il livello di ansia e di stress: in
questo senso il massaggio è quasi meglio
di un ansiolitico. Le ragioni di quello che
potremmo riferire come “il potere del massaggio” risiedono innanzitutto nel gesto in
sé. Il contatto fisico tra le mani e la pelle
del corpo ha un fortissimo valore fisico ed
emozionale, poiché non esiste probabilmente un gesto più intimo di una carezza.
Ecco perché l’AIMI – Associazione Italiana
per il Massaggio Infantile – sostiene che il
massaggio dei bambini, anche molto piccoli,
possa essere utile alla crescita. La tecnica
del massaggio infantile, eseguito con gesti
delicati e limitati per lo più a sfioramenti
più o meno marcati, ha dimostrato il potere
di ridurre le piccole affezioni del neonato,
come le coliche gassose. Stimola il rilassamento e favorisce il sonno,
stimola la crescita e il sistema immunitario, oltre a costruire un solido
rapporto intimo tra madre e bambino, stimolato dal contatto come forma
primordiale e incredibilmente profonda di comunicazione. A questi effetti
ha rivolto l’attenzione anche la medicina convenzionale. Ci sono ormai
numerosi studi scientifici che provano l’importanza del contatto e delle
carezze nello sviluppo dei bambini prematuri costretti nelle incubatrici
e in alcuni reparti avanzati di maternità del mondo si organizzano vere
e proprie sessioni.
chi va piano...
Ma che dire del massaggio “fai da te?”. «È veramente difficile insegnare
una tecnica solo descrivendola – ammette Mentasti –, ma di certo una
regola fondamentale è quella di effettuare qualsiasi tipo di massaggio
in maniera progressiva, iniziando da una fase di riscaldamento in cui il
muscolo viene sollecitato con movimenti leggeri e sfioramenti. Senza questa
fase preventiva la sollecitazione troppo energica può essere decisamente
controproducente». Si può finire, insomma, per peggiorare i dolori muscolari
per i quali si è iniziato il massaggio ed esacerbare, ad esempio, il dolore
dovuto alle contratture. Dolcezza, un pizzico di prudenza e molta voglia
di regalare benessere sono questi gli ingredienti per ritagliarsi una pausa
di relax e intimità anche in assenza di una beauty farm nelle immediate
■
vicinanze.
SPIRITO DI CORPO
Tutti i segreti del massaggio.
Anche se è molto difficile risalire alle origini del massaggio, una cosa è
certa: qualsiasi tipo di tecnica alla quale possiamo attingere oggi deriva
dalla tradizione orientale che offre essenzialmente tre approcci diversi.
Massaggio Ayurvedico È la forma più antica di massaggio, sorto
in India diverse migliaia di anni fa. Abbina alle classiche tecniche
manuali di sfioramento, impastamento, percussione dei muscoli, l’uso
abbondante di oli medicati che vengono cosparsi su tutto il corpo,
compresi viso e capelli per un trattamento di cura e benessere.
Massaggio Shiatsu È il massaggio giapponese basato sulla digitopressione. Sviluppato in Giappone lo Shiatsu si basa in realtà sulla
tradizione medica e filosofica cinese alla quale si ispira. Vengono
sollecitati punti specifici del corpo integrando concetti di riflessologia
e agopuntura. Si esegue sulla pelle nuda senza l’ausilio di oli.
Massaggio Tailandese Sempre ispirato alla tradizione cinese dalla
quale fu perfezionato migliaia di anni fa, il massaggio tailandese si
basa su caratteristiche manovre di stretching muscolare. A differenza
degli altri, si esegue sul corpo completamente vestito adagiato su un
materassino semi-rigido. Operatore e paziente talvolta interagiscono
in una serie di manovre quasi “acrobatiche”.
INFO
Ayurveda AIMA, Milano (Associazione Italo-Indiana Massaggio Ayurvedico
e discipline olistiche)
www.ayurvedasite.it
AIMI (Associazione Italiana Massaggio Infantile)
www.aimionline.it
42
salute sani & salvi
ABCibo di Eugenio Del Toma
di punto in bianco
in funzione di
Un gruppo di ricercatori europei ha fornito
la spiegazione dei capelli bianchi, risolvendo un mistero scientifico e aprendo
nuove frontiere per la prevenzione. Pare
sia tutta colpa dell’acqua ossigenata che
tra l’altro le signore usano normalmente
per schiarirsi la chioma. Nei follicoli l’acqua ossigenata viene prodotta normalmente, ma è controllata da altre sostanze
che la neutralizzano. Si è capito che con
l’invecchiamento, questo processo delicato sfugge al controllo e i follicoli ne
producono troppa, con l’effetto di inibire
la formazione del pigmento normale
dei capelli. Trovato il problema, la cura è
“quasi” dietro l’angolo.
donna oggetto
Quando la donna indossa un bikini gli
uomini la vedono come un vero e proprio “oggetto”. È la conclusione di una
ricerca scientifica effettuata dalla prestigiosa Università di Princeton, negli
Stati Uniti. I ricercatori hanno analizzato
con la risonanza magnetica funzionale
il cervello degli uomini di diverse età
quando venivano mostrate loro immagini
di donne seminude. Gli scienziati hanno
visto accendersi nel cervello le aree della
corteccia che presiedono la manipolazione e l’uso di strumenti e oggetti, mentre
nessuna attività veniva registrata nelle
parti del cervello che riguardano l’interazione con un’altra persona.
capacità d’ascolto
Per anni gli scienizati hanno pensato
che l’“empatia” – la capacità di interagire e ascoltare attivamente un’altra
persona – fosse una dote acquisibile
con l’esperienza e l’esercizio, tanto
che si organizzavano regolarmente
corsi per insegnare a essere buoni
ascoltatori. La smentita arriva dalla
genetica. Un nuovo studio effettuato sui
topi dai ricercatori dell’Università del
Wisconsin-Madison, in USA, conclude
che l’empatia sarebbe un fenomeno
determinato geneticamente, un dono
di madre natura, a tutto vantaggio dei
soli fortunati che hanno a che fare con
queste persone sensibili.
43
A tavola gli alimenti funzionali, arricchiti
di sostanze che possono prevenire disturbi
e malattie.
Vorrei fare una precisazione sugli alimenti funzionali, figli del nostro
“stile di vita” imperniato non più sul lavoro fisico ma sulla perniciosa
sedentarietà di chi afferma di non avere neppure il tempo per camminare
mezz’ora al giorno.
Per coerenza con il suo progresso, l’uomo moderno deve guardare alle
tecnologie “pulite” senza prevenzione; gli “alimenti funzionali” hanno
dei pregi salutistici, mirati alla prevenzione, che giustificano la rinuncia
a un concetto di genuinità ormai perfino anacronistico. Mi perdonino i
raffinati gastronomi ma il progresso scientifico, con la dovuta prudenza,
non può essere escluso da un settore fondamentale per la vita come la
nutrizione! Anzi, deve interessarsene perché l’uomo moderno, costretto
a tutelarsi dall’eccesso e non più dalla penuria alimentare, rischia di
non introdurre un’aliquota sufficiente di molecole protettive (vitamine,
minerali, antiossidanti) e quindi di essere contemporaneamente grasso
e malnutrito!
Pensiamo, ad esempio, alla necessità di prevenire le malattie degenerative
cardiovascolari, prima causa di morte nel mondo. È ovvio, ma purtroppo
poco efficace, ripetere alla gente di non fumare, di fare sport o almeno
di passeggiare un’ora al giorno, di mangiare meno grassi, di evitare i cibi
raffinati, perciò impoveriti di fibra e addizionati di zuccheri semplici.
Potrebbe essere più concreto proporre a questi ostinati autolesionisti
di sostituire uno jogurt, dei biscotti o dei cereali, con prodotti di gusto
similare ma arricchiti di sostanze (fitosteroli, betaglucani ecc.) capaci di
ridurre l’assorbimento intestinale del colesterolo con un abbassamento
della colesterolemia modesto ma già utile (8-12%) per chi ha dei valori
poco superiori alla soglia di normalità e quindi non ancora da trattare
con veri e propri farmaci.
Un alimento funzionale è un normale alimento, non una pillola né una
capsula, dotato tuttavia di una “documentata” caratteristica, utile o
benefica, accertata dagli Enti di controllo (FDA, negli USA), abilitati ad
autorizzare lo specifico requisito (“health claim”) in etichetta. Nelle
usuali quantità di assunzione e in forma utilizzabile dall’organismo può
svolgere un effetto benefico e mirato su una o più funzioni, al di là dei
suoi effetti nutritivi.
prodotti guida all’acquisto
forza centrifuga!
Ne hanno e ne fanno di lavatrici gli italiani! Ma come scegliere quelle
che offrono massime prestazioni, centrifughe efficaci, bassi consumi
energetici, una vasta scelta di programmi?
di Roberto Minniti
Ventuno milioni. Più di una ogni
tre italiani. L’esercito di lavatrici
in funzione nel nostro paese è
sterminato. Un mare di cestelli
attraverso i quali passano i panni di altrettante famiglie. Ma dal
quale esce anche la disperazione di chi le usa e, dopo un po’ si
ritrova con modelli che non ne
vogliono più sapere di partire, si
rifiutano di fare la centrifuga o
nel farla cominciano a camminare per tutta la casa.
Se siete tra quanti sono stati abbandonati prematuramente
dal vecchio modello di lavapanni di casa, prima di decidere
un nuovo acquisto è bene che passiate in rassegna le caratteristiche del vostro modello ideale, a scanso di brutte
sorprese. Il mercato, infatti, è quanto di più affollato e complicato possiate incontrare. Spariti ormai (quasi ovunque)
i modelli più antiquati, veri mangiabollette, ora in negozio
domina costantemente la promessa dell’alta efficienza
energetica. Trovare lavatrici in classe A, dunque, è facile,
anche restando incollati ai prodotti di fascia medio-bassa,
oggetto delle promozioni più vantaggiose. Ma capire la vera
efficienza della lavatrice è tutt’altra storia. Ed è proprio per
questo che un acquirente accorto deve partire dall’identikit
di una lavatrice, quello espresso dall’energy label, la stretta
e lunga etichetta adesiva che deve comparire in maniera
evidente sull’elettrodomestico posto in vendita.
serie A+
Il primo (e il più evidente) dei simboli riguarda il consumo
energetico e indica la classe di efficienza energetica a cui
appartiene l’apparecchio. La normativa indica la lettera A
come punto di arrivo, ma l’industria europea con un accordo volontario del 2002 ha introdotto una nuova classe,
la A+, attribuibile soltanto agli apparecchi con efficienza
di lavaggio al top e consumi non superiori a 0,17 kW per
chilo. Questa classe può essere pubblicizzata e stampata
sulle lavatrici, ma non può figurare nella energy label, che
a norma di legge si ferma alla classe A. In qualche caso,
poi, ci si può imbattere addirittura in una tripla A. In questo
caso, non spaventatevi, AAA sta a indicare che la lavatrice
è al massimo delle prestazioni per tutti e 3 i parametri
richiamati nella energy label: efficienza energetica, efficacia
di lavaggio ed efficacia di centrifuga.
In mancanza di dichiarazioni più dettagliate, comunque,
meglio controllare i KWh per ciclo. Questo dato, infatti,
esprime il consumo energetico per un ciclo di lavoro
completo e a pieno carico a 60 gradi, centrifugato al
massimo dei giri. Ovviamente
più il dato è basso e più efficiente è il modello che stiamo
considerando.
una bella lavata di capo
La capacità di pesare poco in
bolletta, però, non esaurisce i
requisiti di una lavatrice ideale.
Senza dubbio ciò che ci si aspetta
da un buon modello è che faccia
uscire dal cestello capi ben lavati.
E per avere un’idea di questa caratteristica viene in aiuto,
sempre sull’etichetta energetica, il giudizio sull’efficacia
lavaggio. La gara, in questo caso, si gioca nel chiuso di un
laboratorio, con artifici che simulano la realtà. Il miglior punto
di arrivo, anche in questo caso, è la lettera A.
Altro punto importante da controllare sull’energy label è
l’efficacia della centrifuga. La misura, in questo caso, indica il
peso dell’acqua che rimane nei panni sottoposti a centrifuga al
termine del lavaggio standard. La prestazione necessariamente
migliora via via che si aumenta la potenza del motore, quindi
il numero di giri per secondo del cestello. Tuttavia, varia da
modello a modello anche a parità di giri per secondo. Più che
fermarsi al numero di giri, dunque, è bene concentrarsi sulla
lettera riportata in etichetta, tenendo presente che le lavatrici
migliori si guadagnano la classe A e le peggiori la E.
Tra i parametri da confrontare non va sottovalutato il
consumo di acqua per ciclo standard. E controllando
diversi apparecchi non si farà fatica a trovare apparecchi
in grado di sprecare anche il 50 per cento di acqua in
meno di un modello equivalente.
tutto un programma
Esaurita la miniera di informazioni dell’energy label è il
momento di passare all’esame delle altre caratteristiche in
grado di cambiare la vita dell’utilizzatore (o per lo meno
di facilitarla). Una di quelle più utilizzate nelle pubblicità
è la quantità di programmi offerti dal modello.
Anche se alcuni apparecchi arrivano a proporre fino
a 20 diversi programmi di lavaggio, però, la sostanza
quasi sempre è la stessa e per un uso normale ci si può
accontentare delle funzioni tradizionali: trattamento dei
vari tessuti, cotone, delicati, sintetici, lana, a temperature
diverse. Più utile è la possibilità di impostare il termostato
a un livello diverso da quello stabilito dal programma.
Ciò consente, per esempio, per un carico poco sporco,
di ridurre la temperatura da 90 a 40 gradi, abbattendo i
consumi del 30 per cento e limitando i danni del calcare
che fino a 55 gradi resta quasi tutto in sospensione.
44
lavatrici
marca
e modello
capacità
(Kg)
classe
giri centrif.
energ. lavag. centrif. (al minuto)
ARISTON
AQUALTIS AQXL85
BOSCH
WAE16122
6
A+
A
D
800
7
A+
A
D
800
CANDY
CS2075 / ACTIVA
5
A+
A
E
700
HOOVER
5
HNS6755 / Nextra Più
A+
A
D
750
IGNIS
LOE8066
INDESIT
WIL106 Bianca
1-6
A+
A
D
800
5
A+
A
C
1.000
6
A+
A
D
800
5
A+
A
D
700
5
A
A
D
800
5
A+
A
D
800
REX ELECTROLUX
RWF8176W Intuition
SAN GIORGIO
MAXIMA SGFA375
WHIRLPOOL
AWG4083
ZOPPAS
P58 Lavamorbido
Una nuova lavatrice, più efficiente e di minore impatto
in bolletta. Per di più godendo degli incentivi dello Stato.
Sembra un programma irresistibile, in grado di convincere anche i più riottosi o quanti non hanno necessità
improrogabile di sostituire il vecchio modello che, bene
o male, compie ancora il suo dovere.
Ma prima di farsi attrarre dagli incentivi è bene saperne di
più, partendo dal fatto che – al contrario di quelli che in
passato erano destinati a facilitare lo svecchiamento del
parco italiano di elettrodomestici – questi pur prevedendo
la detrazione fiscale pari al 20 per cento del prezzo di
acquisto sono da spalmare in cinque anni. Per un modello
di fascia media, dunque, che costa intorno ai 400 euro,
la detrazione si limiterà a 80 euro da dividere in 5 anni,
per un totale di 16 euro a stagione fiscale.
Non sempre presente, ma da non perdere, invece, è il
ciclo rapido, che si conclude in appena 30-40 minuti. Utili,
ma non facilmente reperibili negli apparecchi di fascia
ordinaria, poi, sono i programmi mirati verso precise
esigenze, come il lavaggio dei piumoni, per esempio, o il
caratteristiche
e programmi
prezzo
stirafacile - super wash - lavaggio a mano,
delicati e lana, seta, piumini - rapido
macchie, rapido/mix, lana-lavaggio a mano,
delicati/seta - tasti touch control: avvio/pausa,
macchie, prelavaggio, stirameno, skin care
lavatutto, lana woolmark, lavaggio a mano,
rapido 32’ - sensore anti schiuma
capacità variabile automatica (fuzzy logic)
lana Woolmark, lavaggio a mano, sportswear
(ind. sportivi) - gestione elettronica (fuzzy logic)
tasto super-risciacquo
completamente automatica
lana, seta/tende e sport (ind. sportivi)
regolazione automatica consumi
pulsante extra - risciacquo
lavabili solo a mano, miniprogram, stirofacile
extra risciacquo, prelavaggio, rapido
cotone, delicati, lana, sintetici, flash 30’
prelavaggio +60°
selettore programmi easytronicplus
bilanciatura del carico - profondità 39 cm
energico, quotidiano, tende, lana woolmark, breve
funzione morbidezza 5 risciacqui
(euro)
420
420
440
420
390
399
450
340
440
390
I vincoli Chi decide di fruire degli incentivi deve
aver avviato – o provvedere entro il 31 dicembre 2009
– interventi di ristrutturazione edilizia che godono
delle detrazioni del 36 per cento in base alla legge
449/97. I lavori non devono essere iniziati prima del 1°
luglio 2008 (farà fede un attestato di pagamento). La
ristrutturazione riguarda le “singole unità residenziali”
(esclusi, quindi, gli interventi edilizi sulle parti comuni
condominiali). L’acquisto della lavatrice deve essere
successivo al 7 febbraio 2009 (esclusi quindi i prodotti
comperati in precedenza, anche se nel corso di una
ristrutturazione).
Cosa si incentiva Rientrano nel provvedimento solo
gli elettrodomestici per cui è documentabile la classe di
efficienza superiore ad A.
lavaggio a freddo.
E il rumore? Questo dato, croce e delizia di ogni famiglia
(e dei vicini di casa), è facoltativo e troppo spesso viene
ignorato dai produttori. Persino da quelli che in pubblicità
presentano il loro apparecchio come molto silenzioso. ■
promozione
Dal 1 al 15 aprile in tutti i punti vendita
di Unicoop Tirreno.
Lavatrice Sangiorgio SGF3869B
Capacità: 6 Kg • Classe: A+ • Giri centrifuga max: 800
Display Led • Lavaggio differito: 3/6/9 h
Autoregolazione dei consumi
Regolazione/esclusione centrifuga
Programmi lavaggio: 15
Antisbilanciamento del carico
Prezzo: 249 euro (non soci 299)
45
prodotti gli extra
gli acchiappapolvere
Contro la polvere i panni che la catturano e non la rilasciano più.
di Daniele Fabris
Imbattibili contro la polvere. Anni luce lontani dai vecchi
piumini per spolverare e dai ritagli di lana o cotone che in
ogni casa si tenevano da parte, pronti all’uso, per queste
operazioni di pulizia.
I moderni “acchiappa-polvere” si ammantano di tecnologia e promettono di risolvere il più vecchio dei problemi:
eliminare l’odiosa patina di particelle che si posa su
mobili, pavimenti, mura e minaccia la nostra salute. Per
di più con pochissimi sforzi: chiunque abbia prestato
attenzione a una delle molte pubblicità su questi panni
miracolosi avrà notato con quale facilità, con una sola
passata, si elimini lo sporco che, come recitano gli spot,
viene catturato e non si riposa sui mobili.
piazza pulita
Il segreto, su cui aleggia un alone di studiato mistero,
è da cercare nella struttura con cui sono prodotti:
generalmente fatta di due strati, uno antistatico – che
evita il depositarsi della polvere attirata dalla elettricità
statica – e uno che raccoglie e imprigiona le piccole
particelle di sporco.
E la novità è interessante non solo per gli amanti della
pulizia a tutti i costi. Il popolo degli allergici – stimato
intorno a un quarto degli italiani – è uno di quelli più
interessati al funzionamento dei sistemi acchiappapolvere.
Per loro, infatti, le piccole particelle che si poggiano su mobili,
tende, divani e pavimenti contengono un nemico giurato: l’acaro.
Questo minuscolo organismo,
invisibile a occhio nudo, è tra i
principali responsabili di alcuni
raffreddori perenni o addirittura
dell’asma. Per sconfiggerlo, però,
non basta pulire bene casa, ma è
importante un buon ricambio d’aria ed è da evitare
il caldo umido. Più che spolverare costantemente le
stanze, gli esperti in questo caso consigliano soluzioni
più radicali: non usare moquette, tappeti e tendaggi
pesanti, che raccolgono e trattengono la polvere.
i migliori panni
In ogni caso, sulle piccole superfici, l’uso di un panno
elettrostatico è in grado di mantenere molte delle
promesse che fa. A giudicare dai test condotti dalle
principali associazioni di consumatori europee, infatti,
il loro comportamento è in grado di uguagliare (e
perfino superare in termini di efficienza) la classica
passata di uno straccio inumidito. Hanno, però, lo
svantaggio di essere abbastanza costosi, soprattutto in relazione al fatto che non possono essere
riutilizzati. Risultati un po’ più scadenti, invece, sui
pavimenti e sui parquet. Secondo le analisi delle
riviste indipendenti dei consumatori, infatti, su queste superfici l’efficienza di un buon aspirapolvere è
ineguagliabile, tanto per i panni umidi che per quelli
assorbenti o in microfibra.
E i panni igienizzanti e pulenti? Venduti come soluzione
pratica per rimuovere ogni macchia dalla cucina o dal
bagno (ce ne sono infatti di tutti i tipi, da quelli multiuso a
quelli specifici antigrasso, o perfino
anticalcare) hanno di ineguagliabile
solo la comodità. Più veloci da
usare di una spugna imbevuta di
detergente, certo, ma meno efficaci
(soprattutto contro il grasso), più
inquinanti e decisamente più cari
del metodo classico, testimoniano i
test dei consumatori. Utili, dunque,
più per un uso eccezionale che per
■
la pulizia di tutti i giorni.
In promozione per i Soci Coop
Confezione 80 (4x20) panni Coop cattura polvere
Dal 27 aprile al 6 maggio negli IperCoop.
Dal 23 aprile al 6 maggio in tutti i Super
e negli InCoop di Civita Castellana, Fiuggi, Narni,
Vetralla, Amelia e Montefiascone.
Prezzo: soci 6,90 euro
46
rosso rubino
Il vino “Hellenico” che i romani
diffusero in Campania e gli
aragonesi ribattezzarono
Aglianico. Il grande rosso
amaro, per molti Barolo del Sud.
di Eleonora Cozzella
prodotti tipico
Nel nome ci sono le sue radici: le radici di un grande rosso
che per molti è il “Barolo del sud”. Aglianico, infatti, probabilmente non è altro che la volgarizzazione del termine
greco “Ellenikon”: da lì il passaggio a Hellenico, Hellanico
per arrivare infine ad Aglianico. Perché furono i greci a
importare questo vitigno nell’Italia meridionale, dove tra
Campania e Basilicata, incrociandosi con viti originarie, ha
trovato il suo terreno di adozione. Era il VI-VII secolo a.C.,
l’epoca della fondazione delle colonie nella Magna Grecia.
Se questa è storia sull’etimologia qualche dubbio rimane.
C’è, infatti, chi ritiene che potrebbe derivare dall’antica
città di Élea (Éleanico), lungo la costa campana o dal greco
“aglianos”: ovvero splendente, per distinguerlo da altri
vini della zona che avevano un colore molto più scuro.
I romani comunque lo ribattezzarono “vitis ellenica” e ne
favorirono la diffusione in buona parte della Campania
tanto che, vinificato in bianco, era – si pensa – il vitigno
con cui facevano il Falerno. Prima che quel nome diventasse aglianico passarono comunque secoli: ci fu da
attendere la dominazione aragonese nel XV secolo, con
l’uso fonetico spagnolo di pronunciare gli la doppia l.
48
sotto torchio
Ma la storia di questo vitigno è anche ricca
di ritrovamenti e leggende. Intanto ci sono
i reperti, come i resti di un torchio che risale
ad epoca romana e che è stato rinvenuto
nei dintorni di Rionero in Vulture (Potenza)
e poi una moneta in bronzo che raffigurava Dionisio, venerato come Bacco, e che
era stata coniata a Venosa nel IV secolo
a.C. Originario di Venosa era anche Orazio
che di questo vino narrò le meraviglie. “È
un buon vino, che ridona speranze nuove
e dissipa affanni amari”, scrisse il poeta
latino invitando a brindare con la coppa
piena. Quanto a leggende si narra che i
cartaginesi dopo la battaglia di Canne del
216 a.C. usarono dell’Aglianico – mentre si
trovavano in Basilicata – per curare le ferite
dei soldati. Certo è comunque che il termine
Aglianico fu usato per la prima volta in una
lettera del 1559: Sante Lancerio, cantiniere
del papa Paolo III, descrivendo al Cardinal
Guido Ascanio Sforza i vini d’Italia, così
scrisse: “Il vino Aglianico viene dal Regno
di Napoli, dove si fa buon Greco”.
boccone amaro
Attraverso i secoli l’Aglianico è diventato il principale vitigno a bacca nera del
Meridione e in particolare della Campania.
Capace di incantare il più grande giornalista enologico italiano Luigi Veronelli:
“Un detto antico dice: vino amaro, tienilo
caro. E difatti l’Aglianico, vino difficile,
ostico ma infinitamente grande, è certamente “amaro” – scrisse Veronelli – nel
senso che l’uva matura tardi, i tannini
sono difficili da domare e, nel complesso,
se non viene vinificato con attenzione,
all’inizio non dà il meglio di sé. Eppure è
il vino più affascinante e di spessore fra
quelli campani. Dall’Aglianico, a seconda
del terroir, nascono vini diversi, ma legati
dal filo rosso di un’austera muscolosità”.
Il risultato è infatti un vino rosso rubino
più o meno intenso o granato vivace, che
da giovane è tannico e migliora con l’invecchiamento. Un rosso da primi piatti
con ragù (anche di selvaggina) per salire
negli abbinamenti – secondo la tipologia
e l’annata – agli stracotti e alle carni rosse
allo spiedo. E poi ideale per i formaggi a
pasta dura.
doc doc
Oltre ad avere una sua Docg esclusiva, il Taurasi, l’Aglianico in Campania
lo ritroviamo nelle Doc Aglianico del
Taburno Rosso, Cilento Aglianico, Falerno
del Massiccio Rosso, Galluccio Rosso
49
e Galluccio Rosato, Guardia Sanframondi (o Guardiolo) Aglianico,
Sannio Aglianico, Sant’Agata dei Goti Aglianico, Sant’Agata dei Goti
Rosso, Solopaca Aglianico. In genere per ottenerne la denominazione è previsto un uvaggio dove è presente almeno all’85 per cento.
Ma per questo vino ci sono grandi prospettive ancora da esplorare. Tanto
di qualità – e alcune aziende stanno investendo anche in collaborazione
con le università per studiarne il miglior rapporto con la diversa natura
del territorio – che in promozione sui mercati stranieri, a cominciare da
quello Usa. Perché, come ha scritto di recente l’Herald Tribune, dopo
aver effettuato un’ampia degustazione dei migliori, questo è un vino
straordinario ma spesso dimenticato.
■
IN RELIGIOSA SOLITUDINE
Eccoci nel cuore dell’Irpinia, la terra del Taurasi, il più famoso tra gli
Aglianico di Campania. Un luogo da non perdere, di suggestiva bellezza è
l’Abbazia del Goleto a Sant’Angelo dei Lombardi. Un complesso architettonico e religioso che fu fondato da San Guglielmo da Vercelli. Pellegrino
verso la Terra Santa, il religioso attraversò l’Irpinia e qui scoprì la sua
vocazione di eremita. Divenne allora missionario in questi luoghi e fondò
monasteri. Prima – era il 1114 – la comunità maschile di Montevergine e un
ventennio dopo, Goleto: dopo aver vissuto a lungo nella cavità di un grosso
albero diede, infatti, il via alla costruzione di un monastero femminile.
Passato attraverso i secoli da momenti di splendore ad altri di abbandono,
il monastero ha oggi il suo gioiello nell’Abbazia che fu fatta costruire per
contenere le spoglie di San Luca. Un edificio gotico a fianco del quale
si trova la chiesa inferiore nata come cappella funeraria. Si può inoltre
visitare la Torre Febronia, capolavoro di arte romanica.
L’INTERVISTA
L’Aglianico è un vitigno molto particolare, sinonimo di territorio, ma al
tempo stesso apprezzato anche in zone lontane dalle vigne d’origine. Un
vino che sta vivendo una stagione d’oro. Ne abbiamo parlato con Laura
Alberti, responsabile commerciale Generi vari in Coop, sommelier.
Quanto Aglianico vendete?
Il consumo di Aglianico, inteso come valore complessivo delle Docg e
Doc che utilizzano il vitigno, si attesta intorno ai 250mila euro annui.
Le maggiori vendite si hanno nel canale degli Ipermercati soprattutto
nell’area Campana.
Quale tipologia soprattutto?
Questo vitigno viene impiegato nella vinificazione di diverse Doc e Docg
campane e lucane. In particolare ricordiamo la Docg Taurasi (minimo
85%), la Doc Aglianico del Taburno (minimo 85%), la Doc Falerno del
Massico ( 60-80%) e la Doc Aglianico del Vulture (100%). Il suo impiego
interessa anche la produzione di vini come il Solopaca rosso, il Cilento,
il Vesuvio Lacryma Christi e altre Doc campane con percentuali variabili:
tutte produzioni presenti nei nostri assortimenti.
Quali sono gli abbinamenti consigliati?
Il vino, di colore rosso rubino tendente all’aranciato con il trascorrere
dell’invecchiamento, è di grande struttura. È sempre stato difficile, aspro,
duro, e richiede lunghi periodi di maturazione per “ammorbidire” queste
spigolosità, attenzione ancora più importante oggi poiché la tendenza è
quella di preferire vini più morbidi e rotondi. Per queste caratteristiche
predilige abbinamenti con primi piatti a base di ragù (anche di selvaggina),
arrosti, grigliate e formaggi semiduri. Le versioni invecchiate si legano a
ricette più complesse a base di cacciagione e formaggi stagionati.
prodotti cotti & crudi
giù per il tubetto
Accorgimenti e consigli per chi la gusta direttamente dal tubetto
e chi se la fa in casa. Come impazzire per la maionese.
di Silvia Inghirami
Perché impazzire dietro una
maionese impazzita? L’olio
è stato versato troppo velocemente? L’uovo non era
a temperatura ambiente?
Troppo debole il movimento
della frusta?
Sarebbe forse stato meglio
comprare un tubetto: è così
facile e comodo spingere
e fare ghirigori. Eppure a
volte la salsa riesce proprio
soffice e vellutata, e si ha
piacere di sapere cosa si sta
mangiando: uova fresche,
olio d’oliva, limone. Una bella dose di calorie in un sol
boccone.
energica salsa
Inutile negare che la maionese è “energica”: il contenuto di grassi è intorno al 70 per cento, ma nel prodotto
casalingo può arrivare fino all’85. Perché non ci sono
aria ed emulsionanti a fare da “gonfiabili”, ma solo olio,
aggiunto a olio di gomito. «La maionese è una salsa
molto calorica: 655 calorie per 100 grammi di prodotto
– spiega Laura Rossi, esperta dell’Inran – e apporta
anche molto colesterolo per la presenza dell’uovo. Inoltre
è ricca di sodio. In sintesi, non è un alimento da bandire
ma sicuramente da usare in modo occasionale. Utilizzato
come condimento non è, invece, compatibile con un’alimentazione equilibrata. Anche se è fatta in casa, resta
sbilanciata dal punto di vista nutrizionale».
«Accettabile se a concedersela, ogni quindici giorni, è un
giovane o un adulto che praticano sport – continua Rossi
–, ma non se diventa un’abitudine per un bambino che
passa i pomeriggi davanti alla Tv o alla Playstation. Si
può magari fare ricorso alla maionese light che contiene
metà delle calorie, ma il gusto ne risente».
Comunque la “leggerezza” viene ottenuta riducendo
l’olio e aumentando l’acqua, e utilizzando additivi che
stabilizzano l’emulsione. Il risparmio calorico risulta
per lo più proporzionale al calo del sapore, che porta
ad aumentare le quantità azzerando quindi il beneficio
auspicato.
a memoria d’uovo
Del giallo del tuorlo le salse in commercio hanno ben poco.
Brutto segno? «No – rassicura l’esperta – le maionesi
sono prodotte con estratti di uovo disidratati, miscele
di olio, aceto, pectine, acido citrico. Se appaiono molto
gialle probabilmente è stato aggiunto carotene». Che
non sono sostanze pericolose per l’organismo. «Come
emulsionanti e conservanti,
sono prodotti ammessi dalla legge e non sono tossici
né pericolosi: è che bisogna limitare in generale il
consumo dei conservanti,
perché sono presenti in tanti prodotti che mangiamo
abitualmente, e intervallare
con il consumo di prodotti
freschi». Va anche tenuto
presente, però, che proprio
grazie ai conservanti (e al
processo di pastorizzazione) la maionese industriale
può essere tenuta per giorni in frigorifero mentre quella
fatta in casa, con uovo crudo, va consumata in fretta per
evitare che si irrancidisca.
«Bisogna attenersi alla data di scadenza riportata in etichetta – ricorda Rossi riferendosi alla maionese industriale
– e non lasciarsi ingannare se togliendo la parte superiore
che ha cambiato colore e odore la parte inferiore è apparentemente normale: stiamo parlando di un prodotto
deperibile, dove la crescita batterica può essere elevata,
dal momento che vi è ricchezza di nutrienti».
antenata ieri
Chissà come facevano gli antenati a tenerla in dispensa.
C’è chi fa risalire l’origine della maionese alla fine del
1500, a Carlo di Lorena, duca di Mayenne, che la gustava
abbinata al pollo, ma sembra che fosse già conosciuta
dai romani, “inventata” nella città di Mahón, nell’isola
di Minorca.
Prima dell’affermazione dei fast food, la maionese era
una salsa raffinata che impreziosiva piatti semplici ma
ricercati: un roast beef, un cocktail di gamberetti, una
tartare di carni, un’aragosta bollita. Poi è diventata
un elemento aggiunto a ricette più elaborate come i
pomodori ripieni di tonno, le insalate di riso, il vitello
tonnato. Quindi è servita a inventare nuove salse, mista
al ketchup e alle erbe aromatiche. In famiglia per lo
più si usa come ingrediente di ricette, ma anche come
condimento e guarnizione o come prodotto da snack. I
più fedeli consumatori sono i giovani, sia quelli che la
spalmano sulle chips sia quelli che la accompagnano
all’avocado. Per tutti gli appassionati a Tokyo è nato
“Mayonnaise Kitchen”, un ristorante che prepara tutti
i piatti con la maionese e dove ogni cliente può avere il
■
suo tubetto di salsa personalizzato.
50
presidi Slow Food
il signore degli agnelli
Dall’agnello d’Alpago carne tenera e saporita,
ma anche latte e lana per filati di ottima qualità.
di Francesca Baldereschi
A metà strada tra Cortina d’Ampezzo e Venezia, a pochi chilometri da Belluno, la conca dell’Alpago è da sempre un luogo
ideale per la pastorizia, attività
principale nei comuni di Chies,
Pieve, Tambre, Farra e Puos fino al
Secondo Dopoguerra. E l’Alpago
ha dato il nome a una razza ovina
autoctona di taglia medio-piccola,
dalla curiosa maculatura scura sulla testa e sulla parte
inferiore degli arti, dal mantello folto, fine e ondulato
che la ricopre totalmente. Senza corna, con orecchie
corte e profilo leggermente montonino, è una razza rustica, adatta all’ambiente alpino, ma altrettanto idonea
all’allevamento in stalla. Come la maggior parte delle
razze autoctone, si è drasticamente ridotta nel secolo
scorso: oggi sono presenti in zona circa 2.000 capi, una
leggera ripresa rispetto ai primi anni Novanta, quando la
Comunità Europea la inserì tra le specie locali minacciate
di estinzione. Considerata ovino a triplice attitudine, cioè
valida sia per la carne che per la produzione di latte e
di lana, oggi l’alpagota è allevata quasi esclusivamente
per l’ottima carne: saporita, tenera e compatta allo
stesso tempo, può reggere il confronto con i più celebri pre-salé d’oltralpe. Gli agnelli migliori sono quelli
macellati a 55-65 giorni dalla nascita e con un peso
da vivi di 18-25 chilogrammi.
L’agnello d’Alpago ha una carne
tenerissima, un giusto equilibrio
di grasso-magro, sensazioni che
non sanno di selvatico, al limite
di erbe aromatiche.
È perfetto anche in abbinamento
ai piatti poveri della tradizione
locale come la patora, zuppa di
mais e legumi, oppure la bagozia,
una sorta di polenta fatta con patate, mais, legumi e
anche salame e pancetta.
L’alimentazione naturale è indispensabile per ottenere
carni eccellenti: allevamento allo stato brado, con alimentazione a base di foraggio di prato oppure semibrado
con l’integrazione di fieno prodotto in loco e sfarinati di
cereali. L’uso dell’ovile è permesso solo a condizione di
garantire il benessere degli animali e un accrescimento
sano ed equilibrato. Il Presidio ha registrato un marchio
proprio, “Agnello d’Alpago”, e garantisce la completa
tracciabilità del prodotto: l’etichetta apposta sulle carni
riporta il marchio, il nome e l’indirizzo dell’allevatore e i
codici del macello e dell’allevamento. Recentemente la
Comunità Montana dell’Alpago ha avviato anche una
produzione di filati di ottima qualità per la produzione
di capi di abbigliamento e di oggetti in feltro (cappelli,
pantofole, borse).
■
51
prodotto a marchio
un gran fermento
Dai fermenti lattici vivi e dai loro prodotti un aiuto naturale alla nostra salute.
Ma il vero segreto del benessere è uno stile di vita sano e regolare.
di Anna Somenzi
Lactobacillus, streptococcus, steroli,
probiotici, prebiotici, termini che
maneggiamo ormai con estrema
disinvoltura, li leggiamo sulle
etichette di yogurt e latte fermentato di diverso tipo, li sentiamo
nei messaggi pubblicitari. La lotta
al colesterolo, le disfunzioni intestinali, la fragilità immunitaria
possono trovare un valido aiuto
nell’assunzione regolare di questi
prodotti naturali. Vediamoli da
vicino.
bianco latte
La denominazione yogurt secondo la legislazione italiana
è attribuita solo al latte fermentato con lactobacillus
bulgaricus e streptococcus thermophilus. Questi microrganismi devono essere vivi e vitali (in grado di metabolizzare
e moltiplicarsi) fino al momento del consumo e in quantità
elevata (almeno 10 milioni di cellule vive per grammo di
prodotto). Gli altri prodotti, chiamati semplicemente latte
fermentato, sono preparati con questi o con altri microrganismi spesso associati fra loro. Pregio fondamentale
di queste preparazioni è proprio il mantenimento della
vitalità dei fermenti utilizzati. Per il resto yogurt e latte
fermentato mantengono le caratteristiche nutrizionali
del latte di partenza esaltandole in qualche aspetto. Il
processo di fermentazione, infatti, rende più digeribili
le proteine, più disponibile per
l’organismo il calcio presente,
ma l’azione più evidente dei
microrganismi è quella svolta a
carico del lattosio (lo zucchero
del latte) che viene trasformato o
reso tollerabile e digeribile.
buon pro... biotico
I fermenti “probiotici” hanno la
capacità di superare la barriera
gastrica e colonizzare l’intestino
dove svolgono molte attività benefiche. In particolare competono
con i microrganismi “nocivi” che
possono causare fastidiosi disturbi intestinali fino a
gravi malattie infiammatorie. Sviluppandosi creano le
condizioni per il mantenimento dell’equilibrio di tutto
il tratto digerente; possono svolgere importanti azioni
di equilibrio anche sul sistema immunitario intestinale che offre una preziosa protezione dagli agenti
esterni. Diversi studi confermati anche da un rapporto
dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare
testimoniano i buoni risultati dell’associazione al latte
fermentato di steroli vegetali nella lotta agli alti livelli
di colesterolo nel sangue. Ma la salute passa da una
corretta alimentazione nel suo insieme, da una dieta
sobria e variata, dal consumo di vegetali ricchi di fibra,
da regolare attività fisica.
■
GLOSSARIO
Probiotici I prodotti in commercio sotto questo nome
sono quasi tutti latti fermentati con microrganismi probiotici
tipo lattobacilli e bifidobatteri. I microrganismi probiotici
devono essere in grado di sopravvivere al passaggio attraverso lo stomaco (ambiente fortemente acido) e raggiungere
l’intestino. Nel nostro colon è presente una flora batterica
naturale non sempre “selezionatissima”. Il probiotico, “colonizza” questo tratto dell’intestino ed esprime tutte le sue
potenzialità: aumenta, ad esempio, la resistenza alle infezioni
intestinali, allevia i sintomi dell’intolleranza al lattosio.
Prebiotici Sono le sostanze non digeribili dall’uomo ma
con la capacità di stimolare lo sviluppo di uno o più microrganismi probiotici presenti nell’intestino. I prebiotici più
diffusi in campo alimentare sono i frutto-oligosaccaridi.
Steroli Molecole con un ruolo importante nella fisiologia
di animali e vegetali. In base al fatto che siano stati prodotti
da vegetali o animali si distinguono in fitosteroli e zoosteroli. Gli steroli vegetali sono anche noti per la loro capacità
di bloccare l’assorbimento del colesterolo nell’intestino
umano aiutando così a ridurre la colesterolemia.
52
nel carrello a cura di Rita Nannelli
toy story
DAL VIVO
Latte, yogurt e fermenti a marchio Coop.
Probiotico con lactobacillus casei aiuta
a rinforzare le difese naturali. Un latte fermentato
da bere, dolce e in cinque gusti di frutta oltre a due
bianchi, uno naturale e uno magro. Diversi studi
clinici hanno dimostrato come l’aggiunta alla normale alimentazione di un latte fermentato arricchito
con lactobacillus casei sia efficace nel proteggere
l’intestino e il sistema immunitario intestinale nel
contrastare i microrganismi patogeni e nel bilanciare
la flora intestinale.
Vasetto di fermenti vivi Bifidobacterium
BB12 (sono un miliardo per vasetto) per un marcato
riequilibrio intestinale, per un migliore assorbimento
degli alimenti e dei micro elementi che ingeriamo, come
vitamine e minerali.
Latte fermentato con esteri di steroli
vegetali Una bottiglietta da 100 g (le confezioni sono
da 4) produce 76 calorie totali e contiene 2 g di steroli
vegetali. Due gusti per un pubblico adulto: bianco e alla
fragola. Anche l’Unione Europea individua nell’utilizzo
di steroli vegetali un interessante ed efficace strumento
per ridurre i rischi collegati a una elevata colesterolemia.
Ne detta pertanto le regole di utilizzo stabilendo che,
pur essendo un coadiuvante utile, non può sostituirsi a
una dieta equilibrata e variata, ma può solo integrarsi
ad uno stile di vita corretto. Per questo sulle confezioni
dei prodotti che aiutano nella riduzione del colesterolo
è fatto obbligo di indicare le dosi consigliate.
Dedicato a chi è intollerante al lattosio Per
chi è intollerante al lattosio Coop ha creato la gamma
a marchio di prodotti del latte ad alta digeribilità che
contengono lattosio trasformato in altri zuccheri: lo yogurt con solo lo 0,1% di lattosio e il latte alta digeribiltà
– con 0,3% di lattosio – nella nuova e pratica bottiglia
richiudibile.
Yogurt Ricette naturali senza aromi, gusti nuovi, più
frutta per gli yogurt interi a marchio Coop. Per gli yogurt
cremosi cambiano i gusti e la ricetta si rinnova per un
prodotto più goloso con più frutta, in pezzi. Anche la confezione cambia: non
più il vaso grande
da 500 g, ma le
confezioni da
2x125 g.
Soldatini, indiani, bambole e macchinine tutti biodegradabili; al posto del Lego, mais espanso in cilindri
che, incollati con l’acqua, servono per costruire case,
aerei e chi più ne ha più ne metta, paste modellabili
atossiche con oli essenziali. Cresce la tendenza dei
giocattoli equi ed ecologici, col marchietto perfect toy
(gioco perfetto) senza nessuna spesa per la pubblicità
televisiva. La via è quella alternativa del commercio
equo e solidale con i suoi originali balocchi fatti con
materiali di recupero (www.ecotoys.it). Ultima trovata
che va alla grande negli Stati Uniti? Per i giocattoli la
carica è a manovella, niente batterie.
ho bisogno d’affetto
Si chiama comfort food e si tratta di una serie di
prodotti e di preparazioni semplici ed economiche,
che fanno leva su un ricordo positivo. Insomma il cibo
della nostalgia o dell’affetto che ricorda l’infanzia e
che piace tanto in tempi di crisi. Infatti gli esperti
spiegano questo fenomeno con la ricerca di sicurezza
e il bisogno di continuità, per compensare i momenti
difficili della vita. E a ciascuna cultura il suo comfort
food: per esempio il Canada ha le patate arrosto, gli
Usa la torta di mele, il Giappone la zuppa di miso,
l’Italia – tra gli altri – il rostì di patate ben più consolante delle patatine fritte del McDonald’s.
53
l’uovo di Oliviero
Dolce la vita nell’industria
Oliviero che produce torroni e
uova pasquali in quel di Avellino.
Da oltre un secolo, la tradizione
dolciaria irpina, oggi anche in Coop.
di Cristina Vaiani
prodotti dal fornitore
Fervono gli ultimi frenetici preparativi per la Pasqua: il
cioccolato fuso attraverso macchinari e tubature finisce
nello stampo che conferisce la classica forma all’uovo. Chi
inserisce le sorprese, chi avvolge le uova nei foulard o nella
carta crespata, chi... come noi non vede l’ora di scartarle.
Scene da dolce vita nell’industria dolciaria Oliviero, situata
alle falde di Montevergine a pochi chilometri da Avellino,
in un paese, Ospedaletto d’Alpinolo, felicemente noto
per le lunghe tradizioni del torrone e delle Castagne del
Prete. Qui la dolce vita va avanti da cento e passa anni,
da quando i nonni paterni di Filippo e Maurizio Oliviero
– gli attuali detentori dell’azienda che il padre gli affida
nel 1984 – provarono a impastare le nocciole con il miele
tipici dell’Irpinia dando così inizio a una secolare produzione
di torrone. Ci riprovarono con le castagne in guscio che,
essiccate, tostate e infine ammorbidite, diventarono le
celeberrime Castagne del Prete. È da questi tentativi andati
a buon fine che nacque, agli albori del Novecento, l’antico
laboratorio Oliviero, oggi GMF Oliviero Fratelli srl.
un caso tipico
In quaranta, tra uomini e donne, fanno dolcezze di professione. E i risultati si vedono. A seconda della stagione,
si producono torroni in... tutte le salse: teneri, friabili, al
54
cocco, al caffè, ai frutti di bosco, persino
una versione light a bassissimo contenuto
calorico; e ancora torroncini, praline, uova
di cioccolato. In produzione anche i prodotti
tipici del territorio come il torrone al pan
di spagna avellinese, i croccantini ricoperti
di cioccolato di Avellino e Benevento, le
castagne del prete, i mostaccioli ripieni.
«Tipiche e locali anche molte delle materie
prime utilizzate – dichiara Filippo Oliviero,
amministratore della società di famiglia –:
le nocciole di Avellino e Giffoni, le mandorle
della Puglia, il miele campano e le castagne di Montella Igp. Tutto il resto – dal
cioccolato fondente allo zucchero, dalle
ostie alle uova allo sciroppo di glucosio – è
di provenienza nazionale». Insomma si fa
tutto... in casa. Anche l’uovo.
si stampi
«Produciamo uova dal 1983», afferma
Oliviero mentre ci mostra come si fa un
uovo di Pasqua. Il cioccolato fuso negli
scioglitori, attraverso pompe e tubi di
acciaio, viene trasferito nelle temperatrici
che portano la temperatura iniziale di 45
gradi a 25 per poi stabilizzarla a 30-31 per
il fondente e a 28-29 per il latte in modo
da impedire al burro di cacao di affiorare
in superficie. Il cioccolato passa poi nella
dosatrice che dosa le quantità secondo le
grammature. Le colate di cioccolato fuso si
riversano negli stampi corrispondenti alle
grammature desiderate. Chiusi gli stampi
si fanno ruotare su una specie di centrifuga
per consentire al cioccolato di spalmarsi
sulle pareti. Mentre l’uovo comincia a
prendere forma interviene l’operatore, che
apre lo stampo ancora caldo per inserire
la sorpresa. Ultima fase è il passaggio nel
tunnel di raffreddamento dove la temperatura di 8 gradi permette all’uovo ormai
formato di staccarsi dallo stampo. Macchine
confezionatrici provvedono infine all’incarto
delle uova prodotte ad eccezione di alcuni
tipi di confezione più eleganti come il tulle
e la carta crespata che vengono effettuate a
mano per lo più da donne. Manuale anche
l’operazione di etichettatura.
siamo speciali
Ce ne sono di uova da rompere nel paniere
degli Oliviero: ai gusti latte ed extrafondente, pralinate con granella di nocciole,
decorate e a forma di campana, avvolte in
foulard, fazzoletti e carta crespa.
Di queste vanno in Unicoop Tirreno (in
tutti gli iper e nei super di Lazio e Toscana)
le uova classiche al latte e fondente in fazzoletto di vari... pesi e misure; il nocciovo
55
al latte con nocciole da 450 g; l’uovo al latte crespato da 1 Kg e l’uovo
al latte bimbo-bimba con sorprese dentro e fuori.
Passata la Pasqua le dolcezze dell’azienda Oliviero tornano in Coop a
partire da settembre. Anche se prematuro parlarne «per il Natale Unicoop
Tirreno sceglie sempre le specialità – riferisce Oliviero –, dal torrone al
pan di spagna a quello al limoncello e ai pistacchi, dai torroncini alle
mandorle e nocciole ricoperte di cioccolato ai drageès». Qualche altra
specialità legata al territorio campano come il croccante, i Marron Glaces,
Mostaccioli e Roccocò.
«Siamo in Coop dal 1985 con prodotti di ricorrenza legati alle festività,
ma vorremmo realizzare insieme a Coop un prodotto “sempreverde” da
tenere in assortimento tutto l’anno, tipo uno snack a base di croccante o
torrone, innovativo e perché no a marchio Coop», lancia l’idea Oliviero.
Nel frattempo «riforniamo anche altre catene della Grande Distribuzione,
esportiamo in America, Europa, Australia e facciamo vendita diretta nello
show room interno all’azienda». Possibili anche gli acquisti on line.
tutto certificato
La bontà del prodotto, la provenienza delle materie prime, la genuinità, l’assenza di ogm, la massima attenzione all’etichettatura. Non sfugge niente al
controllo di Coop ma «qui è tutto in regola – ci assicura Filippo Oliviero –. La
nostra è un’azienda in continua espansione, che ha sempre seguito un’unica
semplice strategia, l’attenzione massima alla qualità». Dal 2000 l’azienda
Oliviero è certificata ISO 9001/2000. «Significa – spiega Oliviero – che
l’azienda si è dotata di un sistema di qualità certificato che prevede specifici
disciplinari cui attenersi nella selezione delle materie prime – scelte con cura,
dai migliori territori di provenienza – e nei controlli interni all’azienda e ai
propri fornitori. Abbiamo anche la certificazione ambientale ISO 14001 per
la gestione dell’impatto ambientale delle attività di produzione che vengono
pertanto effettuate nel rispetto dei parametri per le emissioni in atmosfera,
scarichi delle acque, rifiuti organici, materiali di scarto». Insomma l’azienda
è di qualità e non inquina, inutile cercare il pelo nell’uovo...
■
GMF Oliviero F.lli srl
v. Chiusa di Sotto 5, Ospedaletto d’Alpinolo (AV)
tel. 0825691336 - [email protected] www.gmfoliviero.it
a tavola ricette a cura di Paola Ramagli foto Carlo Bonazza
consigli dietetici a cura di Chiara Milanesi, nutrizionista
Quantità nutrienti/bilancio nutrienti:
scarso ● sufficiente ●● buono ●●●
ricette con il pane
baguette farcita
di tonno e zucchine
rigatoni
alla mollica di pane
Ingredienti
per 4 persone:
g 500 di rigatoni
g 100 di mollica di pane
raffermo
6 pomodori
g 800 di broccoletti
1 cipolla di Tropea
g 100 di pecorino
5 acciughe salate
1 mazzetto di origano
Ingredienti
per 4 persone:
1 baguette grande
3 formaggi caprini
funghetti sott’olio
Kg 1 di zucchine
g 300 di tonno sott’olio
1 mazzetto di erba
cipollina
olio extravergine d’oliva
1 peperoncino
olio extravergine d’oliva
poco sale
preparazione:
tempo:
30 min.
costo:
aceto di vino bianco
sale e pepe
preparazione:
tempo:
20 min.
costo:
Saltare per pochi minuti le zucchine affettate sottilmente
con l’erba cipollina tritata, l’olio, il sale e il pepe e spruzzare l’aceto q.b. Sgocciolare bene il tonno e i funghetti
e tritarli. Dividere la baguette in tranci della dimensione
preferita e tagliarli a metà senza dividerli del tutto.
Privarli della mollica, spalmarli con il caprino, salarli e
farcirli con il tonno, le zucchine e i funghetti. Avvolgerli
in pellicola trasparente e tenerli in frigorifero almeno
un’ora prima di servire.
Fare dorare in una padella grande la cipolla con il
peperoncino e toglierli dall’olio, quindi far sciogliere
nello stesso olio le acciughe disliscate e tagliate a pezzetti, unire la mollica di pane sbriciolata e farla dorare.
Lessare i broccoletti in acqua salata per cinque minuti
e scolarli conservando l’acqua di cottura. Cuocere i
rigatoni nell’acqua dei broccoletti, scolarla e versarla
nel condimento rosolandola per 1 minuto. Aggiungere
la cipolla, i pomodori sbucciati, privati dei semi e tagliati
a filetti, l’origano tritato, metà del pecorino grattugiato
e metà tagliato a pezzettini. Mischiare delicatamente e
servire ben caldo.
DIETISTA 520 Kcal a porzione
LA DIETISTA 720 Kcal a porzione
Carboidrati ●●● Proteine ● Grassi ●●● Colesterolo ●●
Carboidrati ●●● Proteine ● Grassi ●●● Colesterolo ●●
Piatto ricco delle proteine nobili del tonno, ma anche del
calcio dei formaggi caprini più proteici di quelli di mucca
e più digeribili perché più poveri di lattosio.
Nei broccoli è presente il sulforafano, utile per i diabetici
a riparare i vasi cardiaci e a prevenirne il danneggiamento
del 70 per cento.
Si consiglia un bianco fermo, fresco e acidulo, come
ad esempio un Verdicchio dei Castelli di Jesi.
Un rosso giovane, come ad esempio una DOC Val
di Cornia, può essere un valido abbinamento.
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pasticcio di pane
e mortadella
Ingredienti
per 4 persone:
fette di pane raffermo
latte q.b.
g 300 di mortadella
g 300 di scamorza
2 uova
1 confezione di panna
grana grattugiato
g 30 di burro
sale e pepe
preparazione:
tempo:
20 min.
costo:
biscotti di pane
Ingredienti per 4 persone:
g 100 di latte
g 100 di zucchero
g 30 di zucchero
vanigliato
8 fette di pane
casareccio raffermo
2 uova
cannella in polvere
burro q.b.
preparazione:
tempo:
20 min.
costo:
Bagnare il pane nel latte, adagiarlo in una pirofila
imburrata, coprire con fette di mortadella e scamorza
a cubetti. Fare un altro strato di pane e proseguire fino
ad esaurire gli ingredienti e terminando con il pane.
Sbattere le uova, mischiare con la panna, abbondante
pepe, sale e grana. Versare sul composto e mettere in
forno a 200 gradi per 25 minuti.
LA DIETISTA 790 Kcal a porzione
Carboidrati ●●● Proteine ●●● Grassi ● Colesterolo ●
Molte proteine e calcio, ma anche troppi grassi saturi.
Da gustare con cautela.
Si suggerisce un rosso giovane, come un
Morellino di Scansano.
Liberare le fette di pane della crosticina esterna e dividerle a metà. Sbattere le uova con lo zucchero e due
pizzichi di cannella, fino ad ottenere un composto liscio
e omogeneo. Unire il latte a filo sbattendo di continuo
e con il composto ottenuto spennellare le fette di pane
su entrambi i lati e metterle in forno già caldo a 200° su
una teglia imburrata fino a quando si sarà formata una
crosticina dorata. Lasciare freddare quindi cospargere di
zucchero vanigliato.
LA DIETISTA 380 Kcal per 100 g
Carboidrati ●●● Proteine ●●● Grassi ● Colesterolo ●
Nutrienti, ricchi di carboidrati e proteine, pressoché privi
di grassi: ottimi per anziani e bambini.
A questi biscotti si accompagna bene un Vin
Santo Toscano.
57
semiseria
di Simona Marchini
i bambini
ci guardano
Amiamo e rispettiamo i bambini
come meritano.
CULTURA,
TEMPO LIBERO,
INNOVAZIONE
Questa volta non riesco ad essere “leggera” e a regalarvi
un sorriso. Le immagini di guerra, e quindi di morte, che
ci invadono da giorni sono particolarmente difficili da
accettare. È strano sentirsi così feriti da quei volti di
bambini vivi terrorizzati, o di piccoli morti avvolti in un
panno bianco con gli occhi aperti in una domanda senza
risposta plausibile. L’innocenza indifesa è il giudice più
inesorabile. Vorrei che le coscienze si risvegliassero tutte
insieme dal sonno dell’indifferenza, dell’assuefazione all’orrore come fosse realtà virtuale vissuta per immagini e
non per “sentimenti”. Vorrei fortemente che una volontà
di pace, di rispetto per le persone si aprisse un varco nel
cuore e nel cervello di tutti per renderci più disponibili e
attenti all’“altro”. A cominciare dalle persone più vicine
e soprattutto a cominciare dai bambini che non godono
certamente della considerazione dovuta.
Non pretendo, ovviamente, di fare prediche a nessuno,
cerco solo di mantenere viva l’attenzione di tutti sui problemi del mondo, sulle responsabilità di ciascuno di noi,
nel proprio privato, nei confronti di un’idea di futuro che
ovviamente s’incarna nei bambini. Amiamoli, rispettiamo
l’infanzia che non vivono più neanche i nostri bambini
che subiscono la realtà imposta loro dagli adulti senza
nessuna delicatezza: dal linguaggio alle immagini, dagli
alimenti sofisticati alla mancanza di attenzione al loro
tempo libero, al peso delle vicende familiari troppe volte
proposte senza ritegno e troppo pesanti da sostenere per
la coscienza di un bambino. Più coscienza, più amore. E
andate a vedere “Valzer con Bashir”.
Stranumore
primavera che stress!
Faccia a faccia
appuntamento su Facebook.
Pony express
piccoli a scuola di equitazione.
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stranumore
Colori, luce, profumi. Ma quando scoppia la primavera in agguato anche
calo dell’umore, stanchezza e un pizzico di apatia.
di Barbara Autuori
La primavera, si sa, non è tutta rose e fiori. La stanchezza che si trasforma in vera e propria spossatezza, un
malessere diffuso che colpisce corpo e mente, un certo
nervosismo latente che si tramuta per un nonnulla in
irritazione. Sono i sintomi più frequenti del cosiddetto
mal di primavera, che colpisce senza distinzioni di età o
di sesso. «Questa stagione in effetti presenta elementi
che possono creare un disagio psico-fisico – conferma la
psicologa Marisa Antollovich –. Passando dalla stagione
invernale a quella primaverile, più ricca di luce e con un
aumento della temperatura esterna, corpo e mente sono
sottoposti a un numero maggiore di stimoli che vanno
a sovraccaricare il sistema nervoso». Un cambiamento
spesso repentino al quale non si è preparati, che si fa
fatica ad assorbire e che presenta avvisaglie ben precise.
«Insonnia, indebolimento, astenia (mancanza di forze
fisiche e psicologiche) sono molto frequenti in questo
periodo dell’anno. Segnali che si amplificano nei soggetti
particolarmente sensibili ai mutamenti climatici, ma che
comunque sono riscontrabili un po’ in tutti».
il paradiso all’improvviso
Bambini, ragazzi, adulti e anziani, uomini e donne. È praticamente impossibile che qualcuno riesca ad uscire dal letargo
59
dell’inverno come se nulla fosse. «Può capitare in questo
periodo che i più giovani siano inappetenti e manchino di
concentrazione a scuola, che le persone anziane siano più
malinconiche del solito, che gli adulti siano più facilmente
irascibili» avverte l’esperta sottolineando l’aspetto psicologico di questo disagio. «Il cambiamento fisico legato
alla stagione primaverile può trasformarsi in sofferenza a
livello emotivo. In particolare le persone che fanno fatica
ad accettare le novità, durante questo periodo dell’anno
possono sentir crescere ansie e preoccupazioni». Ma apatia,
mancanza di entusiasmo, un po’ di tristezza non vanno
confusi con la depressione vera e propria: si tratta di stati
emotivi che vanno certamente capiti, ma non devono essere
ingigantiti e sopravvalutati. Stagione legata al risveglio della
natura, al ritorno alla vita e alla luce dopo gli oscuri mesi
invernali, possibile che la primavera porti con sé tutti questi
problemi? «In realtà – spiega Antollovich – è una stagione
piena di ingredienti positivi che, però, arrivando in maniera
così improvvisa e quasi violenta, ci destabilizzano e ci fanno
irrigidire anche nel fisico, procurandoci non di rado mal di
schiena e dolori articolari». Una sorta di ubriacatura da
colori e profumi, insomma, che non si può evitare ma che
va accettata e gestita al meglio.
lezioni di piano
Allora il consiglio degli esperti è assecondare il cambiamento senza sforzarsi, rispettando i tempi dell’organismo
nell’adattarsi al ritmo della nuova stagione. E se giornate
più lunghe e calde possono facilmente indurre in tentazione,
magari suggerendo una gita fuori porta o un’attività fisica
non abituale, è meglio non farsi prendere la mano. Un’intera
giornata all’aria aperta o una pedalata di ore non sono
necessariamente un toccasana, ma possono anzi rivelarsi il
vero colpo di grazia per un fisico ancora debilitato dai mesi
invernali. «Meglio schiacciare un pisolino durante il week end
anche se fuori splende il sole, passeggiare sul bagnasciuga
solo una mezz’oretta, non costringersi a correre tutti i giorni
perché sono aumentate le ore di luce. Sono tutti accorgimenti
che non devono procurarci sensi di colpa ma che possono
aiutare nel passaggio alla bella stagione». Parola di psicologa.
Un percorso che può essere agevolato adottando, al primo
sole più che mai, un corretto stile alimentare basato su un
maggior consumo di frutta e verdura di stagione che la terra
mette a disposizione proprio in primavera. «Ridurre i cibi grassi
aiuta ad abbassare il livello del cortisolo, l’ormone che provoca
lo stress – riprende Antollovich – così come bere più acqua
stimola gli elettroliti che agevolano l’eliminazione delle tossine
accumulate d’inverno». E a te quanto stressa la primavera?
Scoprilo con il test che trovi su www.tuttovitamine.it. ■
60
NON È ARIA
Consigli utili per combattere il malumore di primavera.
Bambini e adolescenti Fanno il doppio della
fatica ad adattarsi ai cambiamenti stagionali. Concedere
qualche ora di sonno in più e qualche rimprovero in meno
non significa essere più indulgenti, ma solo più attenti
ai loro bisogni.
Adulti Di solito più a contatto con le proprie emozioni,
le rappresentati del gentil sesso mostrano di “sentire”
la primavera più dei colleghi maschi. Forse più lunatiche
le prime, più suscettibili i secondi. Possono tornare utili
alcune sedute di rilassamento o training autogeno. Ma
può bastare anche una semplice chiacchierata con gli
amici così come mettere le proprie emozioni nero su
bianco.
Anziani Più inclini all’abbattimento possono ritrovare
il buonumore con piccoli escamotage come prendersi
cura di una pianta. Da quelle fiorite ai sempreverdi,
con una spesa minima, si può rallegrare il salotto e
la giornata.
GENIO E SREGOLATEZZA
Oltre trecento opere, tra dipinti e sculture, provenienti
dai più importanti musei
d’Europa, che illustrano
il complesso rapporto tra
produzione artistica e disagio mentale. Van Gogh,
Munch, Ernst, Guttuso, Ligabue, Mafai e Messerschmidt
(con i suoi busti) sono soltanto alcuni degli artisti in mostra
nel Complesso museale Santa Maria della Scala a Siena.
Ma Arte, Genio, Follia. Il giorno e la notte dell’artista
ospita anche la Collezione Prinzhorn di Heidelberg, la
raccolta storica di “arte dei folli” proveniente da manicomi
e istituti psichiatrici europei, iniziata negli anni Venti dallo
psichiatra e storico dell’arte da cui la collezione ha preso
il nome. Alla mostra è abbinata la visita dell’ospedale
psichiatrico San Niccolò. Inevitabile follia...
Arte, Genio, Follia.
Il giorno e la notte dell’artista
Complesso museale Santa Maria della Scala, Siena
Fino al 25 maggio, festivi compresi,
dalle 10.30 alle 19.30
tel. 0554275405 - www.artegeniofollia.it
detriti e ritriti
Satelliti fuori uso, parti di razzi
vettori, serbatoi o schegge
generate da esplosioni.
Anche lo spazio ha i suoi rifiuti.
di Paolo Volpini
E se lanciassimo i rifiuti nello spazio, visto che sulla Terra è
sempre più difficile trovare luoghi adatti per le discariche?
Purtroppo non è una soluzione praticabile. Innanzitutto i
costi sono esorbitanti (inviare del materiale in orbita costa
fino a 20mila dollari al Kg). Si potrebbe allora pensare allo
spazio per immagazzinare i rifiuti più pericolosi, come le
scorie delle centrali nucleari. Ma che cosa accadrebbe se
si verificasse un’esplosione del veicolo spaziale durante il
lancio? Una pioggia di materiale radioattivo ricadrebbe al
suolo, una vera catastrofe. E poi la spazzatura nello spazio,
purtroppo, c’è già. L’uomo ha iniziato a inquinare l’ambiente
anche al di sopra dell’atmosfera. La colpa è dei “detriti
spaziali”, tutti quegli oggetti artificiali fuori controllo
che si trovano in orbita e che in molti casi, prima o poi,
ricadono sulla Terra. Il rischio di danni diretti per l’uomo
è molto basso perché di solito i frammenti vaporizzano
completamente nell’atmosfera o cadono in aree disabitate
o sugli oceani. Il vero rischio è rappresentato dalla collisione
con i satelliti operativi, con gravi danni economici in caso
di impatto e con esiti potenzialmente drammatici per le
missioni con uomini a bordo, come lo Space Shuttle o
la Stazione Spaziale Internazionale.
I detriti spaziali sono satelliti fuori uso, parti di razzi
vettori, serbatoi, ma anche micidiali sciami di schegge
generate da esplosioni. L’evento più eclatante risale allo
scorso 10 novembre. Per la prima volta si sono scontrati
due satelliti (l’Iridium 33 e il Kosmos 225), producendo
un gran numero di pericolosi frammenti: al momento ne
sono stati catalogati ben 414. Si stima che ci siano oltre
17mila oggetti con diametro maggiore di 10 cm, 200mila
frammenti tra 1 e 10 cm e milioni di detriti inferiori al
cm. Sembrano oggetti di modeste dimensioni, ma se si
pensa che nello spazio la velocità relativa nelle collisioni
è di circa 10 Km al secondo (36.000 Km/h), anche una
scheggia di pochi cm diventa un potentissimo proiettile.
Speriamo che lo spazio non diventi una pattumiera, per
motivi di sicurezza ma anche perché sarebbe triste che
le stelle cadenti del futuro fossero rottami e rifiuti che
■
piovono dal cielo.
61
aria fresca a cura di Barbara Bernardini
strada facendo
L’energia prodotta dal
movimento di auto e camion
diventa energia elettrica. Quando
si dice sulla buona strada.
In tempi di crisi economica e di riscaldamento globale si
scopre che esistono decine di modi ingegnosi per contribuire
alla produzione energetica e che fanno ricorso ai metodi più
stravaganti, alimentando persino l’idea che si possa produrre
energia laddove se ne consuma di più, sulle nostre trafficatissime strade. Il progetto forse più ingegnoso è venuto da
un gruppo di ricercatori israeliani che hanno proposto di
trasformare l’energia prodotta dal movimento delle auto
e dei camion in energia elettrica capace di alimentare i
lampioni di illuminazione della strada stessa o addirittura
le auto che ci scorrono sopra. Non è fantascienza: il primo
tratto di strada sperimentale è stato inaugurato in Israele a
fine 2008 ed entro quest’anno la tecnologia sarà pronta per
il mercato mondiale tanto che la giapponese Nissan ha già
stipulato un accordo quadro. Il meccanismo è quasi banale.
Gli scienziati sanno che il passaggio delle auto genera una
pressione sull’asfalto e che la pressione può essere usata per
provocare lo sfregamento all’interno di uno strato di cristalli
stesi sotto l’asfalto stesso. I cristalli a loro volta sono capaci
di generare la cosiddetta “piezoelettricità”. Questa energia
naturale è un fenomeno conosciuto da decenni ed è sfruttato,
ad esempio, negli orologi, negli accendini per sigaretta, nei
sistemi di accensione delle nostre comuni cucine. Opportuni
strati di cristalli stesi sotto l’asfalto sono in grado di generare,
secondo gli ideatori, qualcosa come 400 Kw di energia per Km,
abbastanza per alimentare otto veicoli elettrici. Conoscendo
l’eccellenza israeliana nell’innovazione scientifica già molti governi hanno drizzato le orecchie. L’Environmental
Transportation Association inglese, per esempio, ha già
stimato che istallando la tecnologia sui tratti più trafficati
delle autostrade britanniche si potrebbero alimentare 34.500
piccole auto elettriche. A contribuire all’idea delle “strade
energetiche” si aggiungono due progetti americani: uno
che si propone di inglobare celle fotovoltaiche nell’asfalto
delle autostrade, l’altro che propone l’istallazione di piccole
eliche capaci di raccogliere il vento prodotto dal passaggio dei
veicoli. In un modo o nell’altro le nostre strade diventeranno
presto molto più utili e più verdi.
faccia a faccia
Per ritrovare un compagno di scuola, per agganciare belle fanciulle, per
svago o per lavoro, per pura curiosità. Appuntamento su Facebook, il sito
più modaiolo del momento, secondo gli esperti destinato a lunga vita.
di Rita Nannelli
Chi cerca un amico perso di vista,
chi l’anima gemella, chi aggiorna il
suo album caricando le immagini
delle ultime vacanze, chi lo usa per
trovare lavoro, chi ci passa le ore tra
giochi e chat con gli ex compagni di
scuola. Alzi la mano chi non è iscritto a Facebook – il social network
nato nel 2004 dall’idea di alcuni
studenti di Harvard – o è tentato
di farlo... perché, com’è scritto sul
mondo pieno di faccine che appare quando ti colleghi,
“Facebook ti aiuta a mantenere e condividere i contatti
con le persone della tua vita”.
amici
Basta mettere un indirizzo di posta elettronica, una password segreta e il gioco è fatto: un clic e si diventa amici,
si comincia a sbirciare tra i profili che ognuno scrive di
sé, a condividere pezzi di vita, foto, video. C’è la bacheca
per le comunicazioni rivolte a tutti gli amici – e magari
tra i commenti di qualche amico comune si inciampa nel
tipo che in passato non c’era stato verso di agganciare –,
la chat e i messaggi per scrivere a un destinatario alla
volta; l’invita e il trova amici, e ognuno di loro può suggerirti altre persone da conoscere, almeno virtualmente.
È Facebookmania, per gli esperti non ci sono dubbi e non
sarà una moda effimera. «Un elemento di moda esiste
sicuramente, ma non credo che il fenomeno Facebook
sia paragonabile a quello di Second Life – commenta
Paolo Ferri, professore di Teoria e Tecnica dei Nuovi
Media all’Università di Milano Bicocca –: il secondo è
stato un moda effimera, mentre Facebook, proprio per la
sua semplicità, facilità d’uso e per la possibilità che offre
agli utenti di mantenersi permanentemente in contatto
con il gruppo di amici, è destinato a restare. Ovviamente
fino a che un’applicazione più funzionale non lo sostituirà,
ma non è facile fare concorrenza a un colosso del social
networking che ormai conta 160 milioni di iscritti nel
mondo, più di 9 milioni solo in Italia». Lo stesso Mark
Zuckerberg, creatore del “libro delle facce” e uno degli
uomini più ricchi del mondo, ritiene che nel 2009 Fb (così
lo chiamano tra loro gli adepti) sia diventato popolarissimo,
il fenomeno del momento e un “affare” molto ambito. E
in effetti sono a portata di clic milioni di persone di cui si
conosce sesso, età, stato civile, gusti in fatto di consumi,
cinema, musica, politica. Una mole di informazioni preziose
per le aziende – che già si fanno pubblicità su Fb – e per
le loro indagini di mercato.
chi cerca trova
Ma qual è il segreto di un successo che ha già ispirato un romanzo
d’amore, Lovebook, della sceneggiatrice Simona Sparaco (Newton
Compton)? «Fb attrae particolarmente perché è meno impegnativo
di altri social network: non serve
strutturare in maniera complessa la
propria identità on line – risponde
Ferri –, basta mettere una foto per il
profilo e a tutto il resto pensano gli amici che ci contattano.
Ti senti parte di comunità a prescindere da come e quanto
aggiorni la tua pagina. Insomma è un motore di relazioni
sociali non troppo impegnative. Ecco la vera novità: il suo
essere facilmente integrabile con gli altri siti, come You
Tube o Flicker. Bastano pochi click e il filmato che abbiamo
caricato su You tube e le foto di Flicker vengono condivise
con gli amici e sono subito all’interno della nostra rete
di contatti. Poi c’è la componente sociale e relazionale.
Ritrovare una persona di cui si erano perse le tracce non
è faticoso: basta scambiarsi un saluto, chiedere come va e
il contatto è ristabilito». Precisa Mariacandida Mazzilli,
psicologa, psicoterapeuta, coordinatrice del sito www.
psicologiadonna.it: «Fb rappresenta l’opportunità di creare
e mantenere relazioni più “reali” rispetto ad altre tipologie
di chat, perché ci si presenta con la nostra identità reale e
non con gli pseudonimi (i “nicknames”) che garantiscono
l’anonimato. A differenza delle “vecchie” chat le persone
che s’incontrano già si conoscono (o si frequentavano) fuori
da internet. Non a caso su Fb si sono “ricostruite” intere
classi a decenni di distanza dall’ultima campanella o si sono
incontrati amici che non si sentivano da tantissimi anni».
Una componente di socializzazione sottolineata anche dalla
presenza di gruppi di tutti i tipi: «dai più leggeri, quelli che
riuniscono i tifosi di squadre di calcio, i fan delle star della Tv e
del cinema, a quelli che sposano le cause più improbabili – lo
sapevate che esiste l’Associazione per la diffusione dei bidet
in tutti i paesi del mondo?, ndr –, a quelli più impegnati che
seguono campagne umanitarie o portano avanti battaglie
civili, ad esempio, il gruppo Save the planet di impronta
ambientalista» riprende Ferri. E poi ci sono i sostenitori di
un partito o di un personaggio politico che grazie a Fb può
aumentare contatti e consensi.
alla ricerca del tempo perduto
La febbre ha contagiato in particolare la fascia d’età
compresa tra i 18 e i 35 anni: i ragazzi lo usano un po’
perché va di moda, un po’ stuzzicati dalla curiosità di
62
A “LIBRO” APERTO
Identikit semiseri dei tipi da Facebook. E tu che
tipo sei?
Nostalgia canaglia I nostalgici si emozionano alla
vista delle foto dei compagni di classe; cercano gli amici
di un tempo per vedere se anche loro hanno i capelli
bianchi (o non li hanno più) e commentano insieme i
bei tempi andati.
Latin lover A caccia di nuovi potenziali partner, i latin lover virtuali non disdegnano neanche le “ex” purché piacenti
e disponibili. Collezionano decine e decine di amici dell’altro
sesso con cui giocano a fare i misteriosi. Spesso nascondono
una relazione in corso nella vita reale e dei figli.
Cuore e batticuore I cuori infranti sfiniti dall’ultima
relazione andata male sperano di ritrovare gli antichi
amori, mitizzando i ricordi. Alla ricerca insomma della
seconda chance.
Sogni d’oro Gli insoddisfatti cercano su Fb un po’ di
romanticismo, un pizzico d’avventura e uno spazio per
sognare. Palma dell’insoddisfazione alle donne.
Per spot Politici, campioni dello sport, attori più o meno famosi mettono in gioco la faccia per farsi mega spot gratis.
Identità nascoste Quelli con l’ater ego sono i burloni
che si sono travestiti da Francesco Totti, da Giulio Cesare
o da Maria Antonietta e quelli che pubblicano foto di altri
o ritoccano un po’ il profilo per ottenere più credibilità.
Desiderosi di attenzioni, quantomeno virtuali.
trovare qualche persona famosa e – perché no? – il
fidanzato, ma anche come passatempo per fare due
chiacchiere con la compagna di banco prima e dopo la
lezione di casa; tra i 25 e i 40 anni si usa Fb per svago o
per lavoro, sotto i 36 anni le più accanite sono le donne.
Pane per i denti degli psicologi che si sbizzarriscono a
descrivere i tanti profili dei facebookmaniaci: ci sono
i “troppo soli”, gli “insoddisfatti”, quelli con l’alter
ego, quelli che si fanno pubblicità, i cuori infranti e gli
immancabili latin lover virtuali.
«La protezione data dal filtro del computer può avere
effetti interessanti anche sulle relazioni della vita
reale – afferma Mazzilli –: comunicare attraverso una
tastiera può permettere, allentando i freni, di trovare il
coraggio di esprimere opinioni o sentimenti che forse
manca nel faccia a faccia. Su Facebook si può “stare
dentro” le relazioni, ma non troppo, evitando di investirci
eccessivamente. Qualcuno lo userà come un antidoto
alla solitudine; per molti (organizzatori di eventi, public
relations) un comodo strumento di lavoro; qualcun altro
si avvicina a Facebook in momenti particolari della vita,
quelli di grande cambiamento. L’importante è evitare
che il contatto virtuale sostituisca totalmente quello
reale e che la rete di amicizie esista e si alimenti anche
nella realtà».
Comunque checché se ne dica, che sia una moda passeggera o che Fb abbia lunga vita, provate a mettere il
nome della persona che vorreste rivedere o sentire: con
ogni probabilità la troverete nel “libro delle facce”. ■
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tempi moderni a cura di Rita Nannelli
cassa di risonanza
Il microcosmo del supermercato visto dagli occhi
attenti di una cassiera. Le tribolazioni di una
cassiera di Anna Sam è un libro divertente e amaro
– un caso editoriale in Francia, uscito adesso anche in
Italia (Corbaccio), un film in arrivo, un adattamento
teatrale e un raccontino per ragazzi – che racconta
l’esperienza dell’autrice (ventinovenne, laureata in
lettere) al registratore di cassa di un supermarket
per oltre sette anni, una vita fatta di bip che la cassa
emette con regolarità quando passano gli articoli.
«Ma sei in prigione?» domanda uno dei tanti bambini
che sfilano ne “Le tribolazioni” all’hostess di cassa
Sam che di quella “prigione” si è stufata, aprendo
un blog che poi è diventato questo libro. E il riscatto
della protagonista sta nel successo e nella possibilità
di licenziarsi da un lavoro che non la gratificava.
Dalla cassa alla notorietà come prima di lei Cameron
Diaz, cassiera in una yogurteria, Michele Pfeiffer,
impiegata dietro una cassa nei supermercati Vons
e Sandra Bullock,
Giusy Ferreri passata da Esselunga
a X-Factor. Un messaggio di speranza
per tanti giovani in
gamba...
Anna Sam
Le tribolazioni
di una cassiera
Corbaccio 2009
p. 177, euro 12,60
calze a pennello
Con ricami tono su tono, in tulle, a rete e decori, a
tinte soft o effetto zebra. Per l’abbigliamento primaverile da non lasciare al caso collant, autoreggenti e
gambaletti, di giorno e di sera.
pony express
A scuola di equitazione fin da piccoli per scoprire i vantaggi
di avere un pony per amico.
di Rita Nannelli
Appena arrivata Sara corre a salutare il suo pony, Cheyenne,
bianco pezzato di marrone, lo accarezza, lo spazzola come
le è stato insegnato. E poi con l’istruttore a fianco, tenendo
il cavallino per le briglie, si avvia verso il capannone dove
sta per iniziare la lezione di equitazione settimanale. Un
pomeriggio in aperta campagna, lontano dai rumori della
città, in uno dei centri ippici dello Stivale dove si comincia da
bambini ad assaporare quella sensazione mista di entusiasmo e serenità che solo chi va a cavallo conosce bene.
febbre da cavallo
«Il numero dei bambini iscritti alle scuole di equitazione
varia di anno in anno, ma è uno sport in forte aumento,
sia come attività ludica che come disciplina agonistica,
praticato da maschietti e bambine quasi nella stessa percentuale (in leggero vantaggio le bambine). L’età minima
per montare un pony è 4 anni – spiega Giorgio Ottone,
istruttore di equitazione di secondo livello –. Non si deve
iniziare troppo presto principalmente per ragioni di tipo
ortopedico che riguardano il bacino e le anche e perché,
se il movimento non è eseguito in modo corretto, si rischia
di gravare troppo sulla parte inferiore della colonna. I più
piccoli non si allenano mai senza l’istruttore accanto, dai 6
anni in poi possono iniziare a cavalcare da soli. Si inizia con
lezioni di dieci minuti, poi mezz’ora e con i più grandicelli
si arriva a un’ora».
mi fido di te
Innanzitutto i piccoli principianti devono prendere confidenza
con il cavallo per comprenderne i segnali, mentre i primi passi
consistono nel guidarlo, farlo girare a destra e a sinistra, in facili
esercizi da fare su e giù sulla sella. A movimentare la lezione
piccoli ostacoli lungo il percorso che i bambini devono saltare
o evitare guidando il cavallo. E solo più avanti le tre andature:
passo, trotto, galoppo da sperimentare anche all’aria aperta.
Oltre a tonificare i muscoli, favorire una corretta postura,
sviluppare coordinazione, equilibrio e destrezza, l’equitazione
è uno sport utile anche sotto il profilo emotivo-relazionale.
Non bisogna solo imparare a stare in sella, ma anche a non
aver paura di un animale che per i bambini è enorme; bisogna
imparare a muoversi attorno a lui, a conoscere ciò che gli
piace e ciò che gli dà fastidio. Per questo è bene iniziare con
i pony (in genere non più alti di un metro e quaranta) che
potranno essere accuditi personalmente dal bambino in una
relazione “alla pari”, guardandosi negli occhi, costruendo a
poco a poco un rapporto di fiducia e di amicizia.
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DA CAP A PIEDI
Piccoli cavallerizzi comodi e sicuri con l’abbigliamento adatto.
Cap o casco di protezione omologato, obbligatorio (40 euro)
Stivali di gomma (40 euro)
Tartaruga – gilet imbottito –, non obbligatoria (80 euro).
Pantaloni elasticizzati (40 euro)
Guanti di cotone e antiscivolo per le redini (7,50 euro)
Info
Federazione Italiana Sport Equestri: www.fise.it
Lega Italiana Sport Equestri:
www.legaitalianasportequestri.it
Associazione Centri Sportivi Italiani: www.acsi.it
Tutto sul cavallo: www.ilportaledelcavallo.it
cavalca... via
Molto importante è anche il “dopo-lezione”: la cura e
la pulizia del cavallo. Occuparsi di un animale fa sì che il
bambino riesca a sviluppare una certa autonomia, a sentirsi
responsabile di qualcuno. Ecco perché i genitori non ci pensano due volte a iscrivere i figli a un corso di equitazione.
Ma prima dell’iscrizione (che va bene in qualsiasi stagione)
i passi fondamentali sono scegliere un centro ippico serio
e affidarsi a un istruttore competente. Quanto all’abbigliamento, per iniziare tuta e scarpe da ginnastica possono
bastare, mentre il cap – tipico cappellino da cavallerizzo
– di solito è messo a disposizione dal centro di equitazione.
Se la passione continua stivali, pantaloni elasticizzati, cap
personale, gilet protettivo e guantini ad hoc saranno i primi
acquisti da fare. Proprio come ha fatto Sara.
■
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le vite degli altri a cura di Barbara Autuori
pietra preziosa
Breve viaggio nel villaggio di
Muhanga nel Nord Kivu, in
Congo, dove l’associazione
La Pietra Vivente è al fianco
degli “invisibili” del mondo.
Appassionato di montagna, massese, insegnante in pensione, da
sempre Elia Pegollo è impegnato
in favore dei popoli “invisibili” del
mondo. Da alcuni anni, con l’associazione La Pietra Vivente (www.
lapietravivente.it) di cui è cofondatore, sostiene il piccolo villaggio di Muhanga nel Nord Kivu,
Congo, da dove è recentemente rientrato.
Qual è la situazione laggiù?
«Critica e pericolosa. È di gennaio l’ultimo saccheggio
ad opera dei ribelli nazionalisti a cui si sono aggiunti i
soldati regolari inviati nella regione per scacciare i fuoriusciti ruandesi. Una situazione davvero drammatica per
i 1.600 abitanti del villaggio che si sono visti distruggere i
campi coltivati dai quali ricavano il cibo. La denutrizione,
soprattutto dei bambini, è una vera emergenza».
Com’è entrato in contatto con questa realtà?
«Nel 2001 partecipammo al primo Simposium per la
pace in Africa dove conoscemmo don Giovanni Piumatti,
un missionario italiano che rappresentava due piccoli
villaggi tra cui Muhanga, nel cuore della foresta».
Che aiuto date a Muhanga?
«Abbiamo realizzato un reparto di maternità, un dispensario per i farmaci essenziali e un piccolo pronto soccorso che
funziona con quattro infermiere formate per questo».
Come finanziate gli interventi?
«Grazie al tam-tam tra i privati ma anche alle nostre
istituzioni: Comune, Provincia e Asl di Massa Carrara
che non ci fanno mancare il loro sostegno finanziario.
Abbiamo poi intessuto una rete di gemellaggi tra single
e famiglie, che con 26 euro al mese adottano altrettanti
nuclei familiari di Muhanga. Altre piccole somme arrivano
dalla vendita del calendario annuale dell’Associazione e
da un libro sulle Alpi Apuane».
Qual è l’ostacolo più difficile da superare quando
si cercano aiuti?
«La poca conoscenza che c’è di realtà così drammatiche.
Dal Congo alla Palestina, dal Kossovo alla Colombia,
dall’Iraq alla Bosnia, sono moltissime le persone senza
voce e senza volto».
Con che motivazione proseguite su questa strada?
«Non ci si può fermare quando, pur nell’assoluta povertà,
ci si imbatte in una dignità e un senso della solidarietà
che noi ormai abbiamo smarrito».
consumi in scena
di Giovanni Manetti
passione folle
Dal mitico spot dei Levi’s 501 a quello
delle chewingum Mentos, la passione dei
pubblicitari per le lavanderie a gettone
dove anche l’incredibile può accadere.
SPOT Era mio padre
Abbiamo perso la pubblicità
della Renault Twingo, quella
in cui un ragazzo riconosce il
padre in un gruppo di travestiti
fuori da una discoteca e, senza
fare una piega, lo chiama
chiedendogli di metterlo in
lista. Le accuse mosse a questo
spot sono state tante, forse
qualcuna anche giustificata,
ma quella che davvero non
regge è la visione trasgressiva
della famiglia trasmessa ai
ragazzini. Guai a mettere
in crisi la realtà condivisa...
E così ci ritroviamo spot in
cui i papà lavorano tutto il
giorno, giocano a pallone,
guidano la macchina, stanno
ore a farsi la barba e le
mamme sgobbano, cucinano,
puliscono, si ammalano, ma
sorridono sempre. Di fronte a
certe scene nessun bambino
si porrà delle domande. Sono
situazioni a cui è assuefatto,
purtroppo anche grazie alla
Tv. (B.R.)
Sembrerà strano, ma c’è un idillio tra la pubblicità e le lavanderie a
gettone, visto che in più occasioni quest’ultime diventano il set per
l’ambientazione di uno spot. Quelli più grandi tra di voi si ricorderanno
dello spot della Levi’s 501 del 1986 (ma i più giovani possono vederlo
su YouTube, e lo consiglio fortemente), mitico come quasi tutti gli spot
di quella linea improntata ai valori di un giovanilismo irriverente, ma a
suo modo sognante e simpatico. Era intitolato Laundrette e mostrava
un ragazzo giovane, molto prestante e sicuro di sé, interpretato dall’allora sconosciuto Nick Kamen, che entrava in una lavanderia a gettone
piena di donne, giovani e meno giovani, sedute in attesa che il bucato si
concludesse. Senza dire una parola, il ragazzo, con aria di sfida, sfilandosi
la cintura si cominciava a spogliare e metteva jeans e t-shirt a lavare in
una delle macchine; poi, rimasto in boxer, si sedeva a leggere un giornale
sotto lo sguardo dissimulatamente eccitato delle astanti. Lo spot ebbe un
tale successo che si aprì per il protagonista una (seppur breve) carriera
di cantante sotto l’egida di Madonna che, colpita dalle potenzialità del
giovane modello, decise di produrne la prima canzone “Each time you
break my heart”, canzone seguita da un album che ebbe fama mondiale
l’anno successivo.
Oggi la pubblicità ci riprova con lo spot della Mentos – non senza una
strizzata d’occhio a quel grande deposito della memoria collettiva, per cui
per molti l’attuale spot è una vera e propria citazione di quello del 1986
del quale si vuole implicitamente annettere le connotazioni mitiche –.
Anche qui un ragazzo giovane e palestrato è seduto in una lavanderia
a gettone. Ma, invece della moltitudine delle casalinghe insoddisfatte o
“disperate”, c’è un’unica ragazzina acqua e sapone, dall’aria timida, ma
sicuramente tutta fuoco sotto la cenere del suo abitino semplice semplice.
Il giovane si mette in bocca, con aria sorniona, un confetto del chewingum
reclamizzato e, avvicinatosi alla ragazza, la stringe con forza tra le braccia
e la bacia con fuoco. L’effetto è tanto intenso che – incredibilmente – lei
comincia a roteare, entrando in rima con il vorticare dei cesti delle lavatrici.
È una chiara iperbole, incredibile e impossibile nella realtà, ma che rende
nel meccanismo retorico dell’immagine visiva la forza della passione. Alla
fine, stremata e come esaurita, si accascia a terra. È chiaro il concetto:
Mentos produce effetti mirabolanti. Ma lo spot, per quanto carino, è ben
lontano dal raggiungere l’efficacia dell’originale.
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