Sistema monetario e aziende di credito Istruzioni per l’uso: il contenuto delle parentesi va studiato come il resto; solo dopo averle comprese, potete saltarle e rendere così più scorrevole il testo. Rassegnatevi: a non essere oggetto di domanda nelle verifiche saranno solo le parti scritte in carattere verde; tutto il resto, qualsiasi sia il colore e la dimensione del carattere, ai fini della valutazione va prima di tutto compreso e poi possibilmente imparato. Parte prima: l’economia reale e la moneta. 0) 1) 2) 3) 4) 5) 6) Premessa Capitale e moneta Il valore dei beni (e il colore dei camaleonti) Risparmio, investimento, funzione imprenditoriale e sviluppo Moneta, credito e mercato finanziario La natura “reale” del tasso d’interesse: il prezzo del tempo I rischi di un prezzo del tempo sbagliato pag. pag. pag. pag. pag. pag. 2 3 4 9 14 15 pag. pag. pag. pag. 20 20 21 23 Parte seconda: la moneta. 7) 7.1) 7.2) 7.3) Storia della moneta Inevitabilità degli scambi La nascita della moneta Dall’oro alla carta . Parte terza: gli strumenti monetari e la Banca Centrale. 8) 8.2 8.3 La moneta oggi Chi produce la moneta, come è prodotta e come funziona Come è prodotta e come funziona la moneta legale Come è prodotta e come funziona la moneta bancaria Il conto corrente bancario Il moltiplicatore monetario Sulla solvibilità Riepilogando un po’ pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. 25 25 25 28 28 31 36 38 9.1) 9.1.a) 9.1.b) 9.1.c) 9.2) 9.2.a) 9.2.b) 9.2.c) 9.2.d) 9.3) Gli strumenti monetari collegati al conto corrente bancario L’assegno bancario Nascita di un assegno bancario Vita e morte di un assegno bancario Effetti del mancato pagamento di un assegno bancario Altri strumenti collegati al conto corrente Il RID (Rapporto Interbancario Diretto) Il MAV (Pagamento Mediante Avviso) Carte di credito, carte di debito e prepagate L’internet banking e i conti on line Le “commissioni” (o spese tenuta conto) pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. 39 39 39 40 43 45 45 45 46 47 48 pag. pag. pag. pag. pag. pag. 48 48 48 49 50 53 8.1) 8.1.a) 8.1.b) 9) Parte quarta: gli strumenti creditizi 10) 10.1) 10.2) 10.3) 10.4) 10.5) 11) Gli strumenti di raccolta Cose comuni a tutti gli strumenti di raccolta Il libretto di risparmio Il certificato di deposito e il buono fruttifero Le obbligazioni I pronti contro termine Gli strumenti di impiego 11.0) Cosa è il fido bancario 11.0.a,b,c,d) L’istruttoria fido, le garanzie ecc. 11.1) L’apertura di credito in conto corrente 11.2) L’anticipo s.b.f. di Ri.Ba. e altri effetti 11.3) l’anticipo su fatture 11.4) L’anticipazione bancaria 11.5) Il mutuo 11.6) Il factoring 11.7) Il leasing pag. 54 pag. 54 pag. 59 pag. 59 pag. 62 pag. 62 pag. 64 pag. 66 pag. 68 1 0) Premessa Per ovvie ragioni legate all’esame di stato, in quinta – diversamene dagli anni scorsi – dovrò attenermi con maggior rigore al programma ministeriale; nel caso non vi fosse noto, sappiate che per la moritura Erica il genio ministeriale ha previsto che si studino le aziende e i settori: a) del credito; b) assicurativo; c) turistico; d) dei trasporti. Considerando poi che: i. ii. iii. iv. v. di questi quattro settori so a sufficienza solo dei primi due e, invece, quasi nulla di c) e d) ; le problematiche e le tecniche operative delle aziende di trasporto (punto d)) sono decisamente particolari e conosciute solo a chi in queste aziende lavora; la mancata conoscenza di tali problematiche e tecniche non pregiudica l’efficienza nelle altre aziende (cioè quelle non del settore trasporti), e ciò in quanto per gestire i trasporti le imprese si affidano serenamente a chi di tale settore si occupa professionalmente (spedizionieri, vettori e corrieri in primis); i dipendenti amministrativi (nel senso di diversi dagli autisti, meccanici, operai ecc.) delle aziende di trasporto sono meno del 2% dei lavoratori totali (e quindi è probabile che nemmeno 1 su 50 di voi si occuperà mai di tali problematiche); cose analoghe a quanto scritto nei tre precedenti punti (ii. iii. e iv.) valgono anche per il turismo (ben difficilmente un’azienda che non sia del settore sente la necessità di avere al suo interno un dipendente professionalmente caratterizzato da un’elevata conoscenza delle problematiche e delle tecniche operative degli alberghi, delle agenzie di viaggio, dei tour operator ecc., per cui – tenendo anche conto che la provincia di Reggio non ha certo spiccate attitudini turistiche – con ogni probabilità è solo come “consumatori” e non come “operatori” di servizi turistici che sarete mai interessati al punto c), tutto ciò considerando, non ho alcuna intenzione di trattare il punto d) e se svolgerò il c) lo farò in modo decisamente generico. A chi fosse però interessato agli argomenti “trasporti” e “turismo” sono comunque pronto a suggerire e eventualmente mettere a disposizione varie avvincenti letture. Il tempo risparmiato nei trasporti e nel turismo ho intenzione di sfruttarlo in tre modi, non necessariamente tra loro disgiunti: i. ripassando alcuni argomenti degli anni scorsi; ii. approfondendo la vostra conoscenza delle basi di ragioneria fin qui acquisite (e in particolare lo faremo imparando a leggere e ad analizzare i bilanci aziendali); iii. seguendo e cercando di comprendere i fatti economici che la cronaca ci offrirà durante l’anno (e qui ci vorrà, da parte vostra, uno sforzo particolare per raccogliere un minimo di informazioni e poi fingere interesse per l’attualità). Questo primo blocco di appunti, relativo al settore del credito, è suddiviso in quattro parti: la prima tratta concetti economici generali (valore, produzione, capitale, risparmio, sviluppo, funzione dell’imprenditore, nei paragrafi 1 – 3) e di moneta e interesse (paragrafi 4 – 6); nella seconda parte (paragrafo 7) si ricostruisce la storia della moneta, la cui conoscenza è indispensabile per capire l’attualità; la terza parte (paragrafi 8 – 9 ) si segnalano le funzioni della Banca Centrale e il funzionamento dei moderni strumenti monetari; nella quarta e ultima parte (paragrafi 10 e 11) ci si occuperà della funzione creditizia delle banche analizzando i principali strumenti di raccolta e di impiego delle aziende di credito (cioè le banche). Qua e là, in tutte le quattro parti, riprendo alcune cose già viste in terza o in quarta, per cui se di tanto in tanto avrete l’impressione di un déjà vu significa che almeno qualcosa, della mia materia, in passato, avete fatto. 2 1) Capitale e moneta (o: “economia reale” e finanza) Nella prima pagina che vi diedi quando ancora eravate poco più che bambini (a parte il quasi mio coetaneo Walter) si leggeva: a) Il poeta per poetare ha bisogno di mangiare, ed in più di carta e penna ne fa uso esagerato. (Produce poesia e consuma cibo, carta e inchiostro). Qualsiasi attività umana, anche la più nobile ed elevata, si concretizza inevitabilmente in attività di produzione e di consumo. Senza sufficiente cibo, senza carta e senza inchiostro, Dante e Shakespeare non avrebbero prodotto le loro opere, lasciando di sé solo le loro ossa. Poetessa satolla e con carta e penna Ciò che, senza cibo, carta e penna, resterebbe del Poeta. b) I soldi non si mangiano; i soldi non riparano dal freddo; i soldi non tolgono il mal di denti ( né per via orale, né per via rettale); i soldi non profumano le ascelle; i soldi non riparano i rubinetti ecc. ecc. Gli spaghetti si mangiano; un piumino ci tiene al caldo; un analgesico lenisce (= attenua) il mal di denti; un deodorante ascellare agevola la socializzazione; il servizio dell’idraulico ripara il rubinetto ecc. ecc. Non sono i soldi a soddisfare le esigenze umane, bensì i beni. I soldi servono per facilitare gli scambi, e quindi a rendere più efficiente l’attività di produzione e di consumo perché senza scambi ognuno dovrebbe prodursi da sé gli spaghetti, i piumini, i farmaci, i deodoranti e la riparazione del rubinetto; i soldi rendono perciò più fluida, più efficiente l’attività umana, ma in sé servono a niente. L’inutilità dei soldi L’utilità dei beni c) I beni (gli spaghetti, i piumini, i farmaci, i deodoranti, i servizi di riparazione ecc.) non esistono in natura, e per ottenerli l’uomo la deve modificare. La natura è mamma buona solo di quegli stronzetti dei puffi, ma è matrigna carogna di noi umani: la lasciassimo fare moriremmo tutti presto di fame e malattie varie. I beni, non esistendo in natura, li dobbiamo produrre noi umani modificando l’ambiente. La Natura nella fantasia La Natura nella realtà d) Per produrre i beni servono il lavoro dell’uomo e altri beni, non i soldi: i soldi non avvitano i bulloni, non piegano le lamiere, non cementano i mattoni, non fanno andare i motori ecc. A produrre i beni sono il lavoro umano e il capitale, cioè altri beni come chiavi inglesi, presse, edifici, robot, computer, cemento, materie prime ecc. I soldi non producono i beni Il lavoro e il capitale producono i beni 3 In quella pagina c’era già, esposta in modo elementare, la distinzione fra “finanza” ed “economia reale”. Ora che siete quasi adulti posso proporvi lo stesso concetto in modo un po’ più rigoroso; tento di farlo cominciando col ribadire che il “capitale”, come già segnalavo al punto d) di quell’antica pagina, è cosa diversa dal “denaro” (o “moneta”, ché io do ai due termini lo stesso significato). Dando per scontato che abbiate ben chiaro il concetto di “bene” (qualsiasi cosa in grado di dare soddisfazione – direttamente, se bene “di consumo”, o indirettamente, se bene di produzione – e disponibile in modo limitato, cioè il cui ora interiorizzate che per “capitale” si deve intendere qualsiasi bene prodotto dall’uomo e non destinato a essere immediatamente consumato in quanto finalizzato a produrre altri beni. E’ però innegabile che il termine “capitale” lo si usi, nel parlato quotidiano ma pure fra chi per attività professionale non è del tutto ignorante in economia, anche per indicare una somma di denaro, ma quando lo si fa deve essere ben chiaro che si sott’intende l’aggettivo “monetario” o “finanziario”. ottenimento comporta un sacrificio a qualcuno), Così come un avvocato sarebbe da radiare dall’albo se desse al termine “foro competente” – invece che il significato di “tribunale a cui rivolgersi per dirimere una controversia” – quello di “buco con particolari capacità e conoscenze”, voi sareste da bocciare se non utilizzaste correttamente le due accezioni del termine “capitale”. Perché su una cosa dovete non avere dubbi: il capitale è tutt’altra cosa rispetto al “capitale finanziario” o, se volete, il “capitale finanziario” non è capitale (reale). Capitale è un ponte, una strada, un camion, un chiodo, un aeroporto, una chiave inglese, un autobus, una zappa, un laboratorio per analisi, un trapano da dentista, una nave, un acquedotto, il tuo banco di scuola, il trattore New Holland T8 360, la scorta di sisso (concime biologico) di un’azienda agricola reggiana, i chicchi di grano destinati alla semina, le conoscenze e le capacità lavorative ( il cosiddetto “capitale umano”, la risorsa – frutto dell’educazione, della cultura e, a volte, della scuola – di gran lunga più importante per lo sviluppo economico), la cantina dei vini di un ristorante e il cacao in scorta in una pasticceria, l’arredo di un negozio e la sedia di un lustrascarpe, la rete di antenne per la telefonia mobile e i tamburi degli indiani americani, la recinzione di un ovile e il boomerang dell’aborigeno australiano, un peschereccio da 1.000 tonnellate e una canna da pesca ecc. ecc. … Il capitale, diceva Luigi Einaudi, “nasce e muore”, eventi che nel gergo degli economisti sono detti, rispettivamente, investimento e ammortamento del capitale; “… bastano pochi anni, durante i quali l’agricoltore pensi soltanto a cogliere i frutti della vigna (…) perché la vigna sia invasa dalla gramigna e le viti uccise dalle crittogame (…); non rinnovata e non sostituita da macchine più perfezionate, la macchina esistente diviene in breve volger d’anni ferraccio”. (Luigi Einaudi, “Lezioni di politica sociale”, Torino 1950). Ogni investimento di capitali comporta un sacrificio presente in vista di un beneficio futuro, e questo sacrificio si chiama risparmio. Solo non destinando tutta la capacità produttiva alla creazione di beni di consumo posso creare beni “capitali” (cioè beni atti a produrre altri beni e non a produrre immediata soddisfazione); sempre Einaudi scrive: “… affinché un investimento si faccia è necessario che vi sia stato prima qualcuno che abbia risparmiato, ossia che abbia preferito rinunciare a consumi presenti a favore di consumi futuri; ed abbia consentito quindi a se stesso o ad altri di consacrare tempo e costi per fabbricare beni strumentali invece di beni di consumo”. Ecco cosa è il risparmio: reddito non consumato, capacità produttiva che poteva essere impiegata per ottenere beni di consumo, e invece è stata “risparmiata”, lasciata libera per creare beni di investimento. Gli economisti intendono il risparmio così, e non tanto in senso finanziario. L’oro, la moneta, il credito non servono per investire se dietro a essi non c’è capacità produttiva risparmiata. Citando ancora Einaudi, “ … la moneta non s’investe da sé, occorre che sia scambiata con impianti, macchine, scorte ecc. che sono le vere cose investite. (…) non basta fabbricare mezzi di pagamento, emettere nuovi biglietti di banca o di stato, decidere più ampie aperture di credito e simili. I biglietti e le aperture di credito per sé non servono ad investimenti. Coi pezzi di carta non si prosciugano paludi, non si erigono fabbriche, non si fanno nascere spighe. I biglietti nuovi e le cresciute aperture di credito possono servire, a chi ne ottiene la disponibilità, per andare sul mercato ed acquistare ivi macchinari e scorte; ossia per indurre altri, con l’offerta di prezzi più convenienti, a produrre beni strumentali in luogo di beni di consumo”. ( Luigi Einaudi, “Lo scrittoio del Presidente”, Torino 1956, libro IV). 4 Da qui un concetto fondamentale ma che sfugge ai più e che, invece, deve essere chiaro se si vuole capire minimamente l’economia: “La verità è che il sacrificio del risparmio ha un senso importante, per una collettività di persone, ma solo se tale collettività ha bisogno di nuove macchine, nuovi strumenti di ogni genere, e li chiede. Se così non è, il risparmio è inutile per il paese, anche se è forse utile per l’individuo risparmiatore, che mette da parte i soldi (non li spende subito in beni di consumo) per la vecchiaia o per acquistare tra qualche anno una casa e cosi via. Il paese potrebbe produrre subito più beni di consumo o più beni di investimento: se i primi non sono chiesti, perché la gente risparmia, ed i secondi neppure, perché nessun imprenditore vuole ampliare la sua fabbrica o costruirne una nuova, la capacità produttiva esistente nel paese resta in parte oziosa. Il reddito realizzato è inferiore a quello potenziale”. (Sergio Ricossa, “Guida alle letture di economia politica”, Torino 1966, pagg. 37 e 38). Per una collettività solo il capitale è ricchezza, mentre il capitale finanziario è nulla; è infatti soltanto a livello del singolo individuo che il capitale finanziario può essere considerato ricchezza (l’avere un milione di euro liquidi o anche in crediti indubbiamente dà a una persona la possibilità di soddisfare tante esigenze), ma se dalla situazione individuale passiamo a quella collettiva, allora inevitabilmente la somma complessiva delle posizioni finanziarie è pari a zero [poiché a fronte di un credito di uno c’è sempre un debito di un altro, e questo vale anche per il denaro sotto forma di saldo attivo di conto corrente (che per la banca è un debito), e per il credito sotto forma di banconota cui si contrappone il debito di chi (la banca centrale e quindi, sostanzialmente, lo stato) quella banconota ha emesso; come vi dicevo quando eravate piccoli, un credito è un debito visto di spalle ). Confondere quindi il capitale reale con quello finanziario è un abominio che non potrò mai perdonarvi, ma giunti alla vostra età e dopo tante ore di mia frequentazione posso e devo pretendere di più: voglio, infatti, che voi comprendiate, studiando attentamente il prossimo paragrafo, che la struttura del capitale non è omogenea e che, anche per questo, il suo valore non è determinabile. Cosa sia il capitale l’ho scritto appena sopra; se e come si possa misurarlo è questione complessa che cercherò di sintetizzare nelle prossime quattro pagine. 2) Il valore dei beni (e quindi anche del capitale) e il colore dei camaleonti. Chi di voi, una volta liberatosi di me, affronterà lo studio dell’economia, sappia che difficilmente ritroverà il concetto di fondo che tento di spiegare in questo paragrafo (l’impossibilità di misurare il capitale e la sua struttura non omogenea) e ciò o perché la maggior parte degli economisti “mainstream” ( cioè quelli di scuola “neoclassica”, i quali, essendo caratterizzati da un approccio positivista, studiano la materia facendo un grande uso degli strumenti matematici e statistici e – pur correttamente adottando come teoria del valore il marginalismo – rimangono almeno in parte ancorati all’idea che il valore sia qualcosa di oggettivamente misurabile) e quelli di scuola keynesiana e marxista lo ritengono falso, o perché questi economisti danno alla questione una importanza trascurabile. Che il valore non sia misurabile e che sia importante tenere presente che il capitale è caratterizzato da una struttura non omogenea è infatti sostenuto soltanto da una minoranza di economisti cosiddetti “di scuola austriaca” in cui io più mi ritrovo (gli “austriaci”, sebbene marginalisti come i neoclassici, sono caratterizzati dal punto di vista metodologico da un approccio non positivista che alla matematica e alla statistica sostituisce lo strumento della logica applicata ai principi di base dell’agire umano; ciò li porta, tra l’altro, ad adottare una teoria del valore assolutamente soggettivista in base alla quale esso non è in alcun modo misurabile cardinalmente). La quantità e la qualità del capitale disponibile in un paese ne influenza in modo fondamentale il reddito, cioè il valore dei beni finali che, in un dato periodo, in quel paese possono essere prodotti (coincidendo il PIL di un paese con il reddito complessivo dei suoi abitanti, come già dovreste avere imparato e compreso ). Per convincervene pensate alla quantità di cibo che una medesima popolazione potrebbe ottenere da un certo territorio (immaginate i 5.000 naufraghi di una Costa Concordia affondata non al Giglio bensì al largo di un’isola deserta su cui sono approdati in scialuppe sprovviste di tutto) in tre diverse condizioni: a) nessun capitale a disposizione; b) poco capitale; c) molto capitale. 5 Tenete sempre presente che nei tre casi non muta né la disponibilità di beni naturali (il terreno, il clima, la vegetazione, gli animali, le risorse idriche dell’isola ecc. sono sempre le stesse), né la disponibilità di forza lavoro (i naufraghi e le loro professionalità non cambiano). a) Nessun capitale: in caso di povertà assoluta le uniche risorse utilizzabili sono quelle naturali e il lavoro; il problema è che senza capitale disponibile (nessun attrezzo, niente canali irrigui né fossi di scolo, zero scorte di concimi e di semi ecc.) la produttività del lavoro (cioè il valore del cibo ottenibile in media in una giornata di lavoro di un naufrago) è bassissima, dovendo tutte le energie lavorative essere dedicate alla raccolta di bacche e frutti selvatici, alla ricerca di insetti commestibili, alla pesca a mani nude di pesci e all’inseguimento di piccoli animali. La diabolica combinazione fra mancanza di capitale e fame impellente impone l’adozione di una struttura produttiva elementare e di brevissimo ciclo, in cui cioè tutto il valore della risorsa lavoro confluisce direttamente nei beni di consumo. Questa bassissima produttività del fattore lavoro è il motivo per cui fino all’inizio del neolitico (cioè fino a quando l’uomo non imparò a fare l’agricoltore) tutte le risorse della Terra erano appena sufficienti a far sopravvivere stentatamente solo pochi milioni di persone (le stime vanno da 1 a 10 milioni), cioè mille volte meno (come ordine di grandezza) di quelli che oggi il nostro stesso pianeta (“orribilmente violentato e cementificato” per dirla come i verdi ignoranti e magari stupidi sostenitori della “decrescita felice”) riesce agevolmente a ingrassare (e 10.000 volte meno di quanti la Terra potrà mantenere nell’opulenza fra qualche secolo se il processo di accumulazione del capitale continuerà con il ritmo degli ultimi tre secoli). b) Poco capitale: supponiamo ora che, grazie all’abbondanza sull’isola di dodi (grossi e sciocchi gallinacci che zampettavano sereni nelle Mauritius prima dell’arrivo dei coloni portoghesi, i quali pare ne apprezzarono moltissimo, oltre la carne, anche l’estrema goffaggine che, rendendoli facili prede, ne causò l’estinzione ), non tutti i naufraghi siano costretti a dedicarsi al procacciamento del cibo, in modo tale che alcuni possano applicarsi alla produzione di rudimentali attrezzi in legno come zappe, canne da pesca, zattere e reti magari ottenute intrecciando canne e foglie di bambù. Il lavoro profuso in queste occupazioni non si trasforma direttamente in cibo (cioè in maggiori beni di consumo) ma si “cristallizza” in beni strumentali che solo in seguito permetteranno di arrivare a un miglioramento delle condizioni di vita (a un aumento di esigenze soddisfatte) grazie all’accresciuta produttività del lavoro (pescare su una zattera in mare con reti è certamente più efficiente che farlo a mani nude tuffandosi dagli scogli, e si ottengono più fragole seminandole in un terreno ben zappato e reso morbido che cercandole selvatiche nei boschi). E’ importante notare come nel caso b) la struttura produttiva dell’economia isolana si sia allungata temporalmente: in assenza di capitale (caso a)) tutte le risorse (naturali e lavorative) erano immediatamente trasformate in beni di consumo; ora, invece, una loro parte non viene consumata (è cioè “risparmiata”) perché la si trasforma (la si “investe”) in beni produttivi (in beni “capitali”). Il tempo necessario affinché il valore dalle risorse diventi soddisfazione di esigenze umane è ora maggiore, e in questo senso si può dire che la struttura produttiva si è allungata. c) Molto capitale: l’accresciuta produttività del settore primario (fornitore dei beni di consumo alimentari) ottenuta grazie all’impiego dei primi beni capitali (le zappe in legno, le zattere in bambù ecc. ottenute da un settore secondario ancora allo stato embrionale) permette a una percentuale ancora maggiore di persone di applicarsi in occupazioni diverse dal diretto ottenimento del cibo: qualcuno potrà, ad esempio, finalmente dedicare il proprio tempo e la propria professionalità per costruire una fornace e con essa produrre (magari fondendo gli scafi delle altrimenti inutili scialuppe) attrezzi migliori con i quali scavare un canale che devii l’acqua del fiume portandola dove è più necessaria; i bambini, che prima erano 6 mandati nei boschi alla ricerca di cibo, potranno invece ora seguire le lezioni di agraria svolte da chi, finalmente, può dedicare le proprie energie lavorative all’insegnamento invece che alla raccolta di bacche. Nell’uno e nell’altro caso ciò che aumenterà ulteriormente è non solo il valore del capitale [fisico (costituito dalla fornace, gli attrezzi in ferro, il canale irriguo ecc.) o umano (le maggiori conoscenze che si diffondono nella popolazione migliorandone le capacità professionali)] disponibile sull’isola, ma aumenterà anche il tempo necessario affinché il valore delle risorse si trasferisca nei beni di consumo capaci di soddisfare esigenze: si parte dagli “zero” giorni nel caso a) (quando il valore delle risorse naturali e del lavoro di raccolta diviene immediatamente valore del cibo) per passare agli “X” giorni nel caso b) (quando nel valore dei pesci – disponibili in modo più copioso perché pescati non più a mani nude – entra anche il valore delle risorse utilizzate per produrre zattere, reti e canne da pesca) e arrivare a “Y” mesi o anche anni nel caso c) [poiché qui si deve tenere conto anche del valore delle risorse (natura, lavoro e capitale) usate tanto tempo prima per ottenere i beni capitali (come la fornace) da cui successivamente si sono ottenuti gli altri beni capitali (come gli attrezzi in ferro) che hanno, ancora dopo, permesso la costruzione di ulteriori beni capitali (come il canale irriguo) grazie ai quali è stato infine possibile un forte aumento nella produzione di beni di consumo]. Quanto visto nella nostra immaginaria isola è ciò che è accaduto in tutto il pianeta, anche se in misura diversa fra zona e zona (e con l’eccezione di qualche parte di foresta equatoriale, dove alcune microscopiche popolazioni vivono ancora in condizioni primitive) nella storia umana: col passare degli anni e dei secoli e con l’accumularsi del capitale (sia fisico che umano, quest’ultimo sotto forma di conoscenze o, per dirla all’inglese, di “know how”) la produzione è diventata sempre meno naturale e sempre più artificiale, attuata com’è da una struttura produttiva che ha costantemente (almeno come trend di lungo periodo) continuato ad allungarsi. Quindi, man mano l’economia si sviluppa e più aumenta il valore del capitale. Ma come lo si può misurare questo valore? Tra le domande “qual è il valore di un bene?” e “qual è il colore di un camaleonte?” quella con più senso è di gran lunga la seconda. Ad essa, infatti, pur non potendosi rispondere una volta per tutte poiché il colore del camaleonte cambia in funzione dell’ambiente in cui è inserito, è pur sempre almeno possibile rispondere univocamente caso per caso: “lì, tra le foglie verdi (rosse), quel camaleonte è oggettivamente di colore verde (rosso)”. Quanto al valore di un bene, invece, esso non è determinabile oggettivamente nemmeno se riferito a un determinato contesto ambientale e temporale; ad esempio: non solo il valore che ha in questo istante una bottiglia da 33 cl d’acqua Ferrarelle sugli scaffali dell’Esselunga a Reggio è diverso da quello che ora la stessa bottiglia ha nel distributore automatico a scuola, ma non si può nemmeno dire che oggi qui a scuola quella bottiglia valga 0,35 €: 0,35 € è il suo prezzo, ma il prezzo è una cosa, altra cosa è il valore. Il prezzo alla “macchinetta” di 35 cent ci dice solo che per il merendero (per il venditore) il valore della bottiglia è inferiore a 0,35 € (altrimenti non la scambierebbe per 35 cent) e che invece per te (per il compratore) sono i 35 cent che valgono meno della bottiglia (altrimenti non avresti chiesto di uscire dall’aula per scambiare 0,35 € con la bottiglia); e nello stesso istante in cui per te la bottiglia d’acqua vale più di 0,35 €, per il tuo compagno di banco – che non ha sete – vale meno. A essere “oggettivo” è solo il prezzo (che, comunque, varia nel tempo e da luogo a luogo), mentre il valore è soggettivo, variando anche da persona a persona. A questo punto lo studente brillante ma troppo impetuoso potrebbe sostenere che poiché in un mercato concorrenziale il prezzo di un bene è determinato dal suo prezzo di equilibrio (cioè il prezzo che rende la quantità 7 offerta di un bene esattamente uguale alla quantità domandata, e se hai dei dubbi sull’argomento riguardati il paragrafo La “legge degli appunti “Il mercato finanziario” dell’anno scorso) il quale, pur potendosi considerare una sintesi dei valori che gli operatori assegnano al bene in un certo istante e in un certo luogo (essendo la risultante delle singole valutazioni di tutti i soggetti coinvolti negli scambi di quel bene ), è però indubbiamente un dato oggettivo, allora ecco che si può dire che anche il valore è un dato oggettivo. della domanda e dell’offerta” e il “prezzo di equilibrio” Quanto partorito dalla giovanile e brillante testa può essere considerato corretto, ma tace due questioni. La prima, tutto sommato non molto rilevante, è che il mercato perfettamente concorrenziale (quello cioè in cui nessun operatore ha dimensioni tali da poter influire sul prezzo) è, nella migliore delle ipotesi, un’approssimazione della realtà [come insegna Ludwig von Mises (“L’azione umana” cap. XVI, § 1 – Il processo di formazione del prezzo), infatti, i prezzi sono determinati non in modo puntuale (100 €) ma all’interno di margini (tra 100 e 101 €) costituiti da una parte (il limite inferiore) dalle valutazioni del compratore marginale e del venditore marginale che si astiene dal vendere, e dall’altra (il limite superiore) dalle valutazioni del venditore marginale e del compratore marginale la seconda questione, ben più importante, è che l’oggettività nella misura del valore costituito dal prezzo d’equilibrio è pur sempre il riflesso delle valutazioni soggettive degli operatori, e non è certamente una caratteristica intrinseca del bene (come, invece, lo è ad esempio il suo peso (in realtà la sua massa), che si astiene dal comprare]; che è misurabile in modo certo e definitivo e al cui dato si può giungere attraverso percorsi diversi anche in base a considerazioni logiche e rigorose: il peso dell’oggetto “α” è 6 volte maggiore di quello di “β” perché “α” e “β” sono dello stesso materiale e il volume di “α” è sei volte quello di “β” , oppure perché “α” ha un volume triplo e un peso specifico doppio rispetto a “β”). Nella prima metà del ‘600 alcuni teologi spagnoli della Scuola di Salamanca gettarono le basi della teoria marginalista e soggettivista del valore (di cui farò un breve cenno fra poche righe) e uno di loro, il cardinale Juan de Lugo, in un trattato sulla giustizia e il diritto, concludeva saggiamente che i fattori coinvolti nella formazione di un dato prezzo sono così tanti e complessi che l’uomo non può comprenderli e che pertanto il “giusto prezzo” può essere conosciuto solo da Dio. Come dire: l’unica misurazione possibile del valore è attraverso il prezzo di mercato (il prezzo di equilibrio), ed è insensato cercare un qualsiasi criterio oggettivo che possa giustificare tale prezzo. Già l’anno scorso vi scrissi (alle pagine 8 e 9 di “ Tempo di Dio e tempo del mercante”) che le geniali intuizioni di questi teologi cattolici rimasero sepolte per oltre due secoli; infatti gli economisti “classici” del XVIII e XIX secolo, a cominciare dal calvinista Adam Smith, tornarono purtroppo a incartarsi cercando l’introvabile (il modo per determinare il valore dei beni, quello che Smith chiamava “prezzo naturale”) come già fecero inutilmente nei due millenni precedenti tanti filosofi, a partire da Aristotele, riesumando la (falsa) contrapposizione fra “valore d’uso” e “valore di scambio” e con essa l’antico ( apparente) paradosso esposto ad esempio da Adam Smith in questo modo: “Nulla è più utile dell’acqua, ma difficilmente essa serve ad acquistare qualche cosa, perché nulla, o quasi, si può ottenere in cambio dell’acqua. Un diamante, al contrario, non ha alcun valore d’uso, ma spesso si potrà ottenere in cambio di esso una grandissima quantità di altri beni”. (A. Smith, “Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni” Libro primo, § IV). L’errore su cui si basa il paradosso verrà definitivamente evidenziato e corretto solo nella II metà dell’800 quando gli economisti, ripercorrendo la strada già imboccata due secoli prima dai teologi cattolici e procedendo oltre, chiarirono definitivamente che una cosa è la “utilità totale” dell’acqua indispensabile a ognuno di noi per vivere (che è certamente elevatissima), altra è la “utilità marginale” di un ultimo bicchiere per chi ha già bevuto una bottiglia intera (certamente scarsissima quando non nulla), ed ecco quindi come per quell’ultimo bicchiere il bevitore è disposto a pagare poco o nulla posto che, data l’abbondanza di acqua disponibile, non ha difficoltà a dissetarsi in altro modo. D'altronde, tutti i beni indispensabili per sopravvivere devono essere abbondanti e quindi avere una bassa utilità marginale e quindi ancora un valore (e quindi anche un prezzo) basso, altrimenti il nostro pianeta non sarebbe così brulicante di vita come in effetti è. I beni cari vanno quindi cercati fra quelli rari, che assai spesso sono del tutto superflui. George Stigler 8 (premio Nobel dell’economia nel 1982) con acutezza osservò che quel paradosso nasconde una trappola etica in quanto “ … l’affermazione di Smith per cui il valore d’uso poteva essere inferiore al valore di scambio era in realtà un giudizio morale, tra l’altro non condiviso dai possessori di diamanti” (G. J. Stigler “Essays in the history of economics”, Chicago-London 1965, pag. 68). C’è di peggio: Smith, Ricardo e gli economisti classici pensarono di aver trovato il metro di misura del valore dei beni nella quantità di lavoro necessario per la loro produzione, e così facendo, oltre a frenare l’avanzamento della scienza economica, contribuirono purtroppo a dare un sostegno alla successiva (e totalmente ascientifica) costruzione di Marx e, in particolare, alla sua tautologica e mai dimostrata teoria del plusvalore da cui discende la falsa idea che nel sistema economico di libero mercato i lavoratori sarebbero inevitabilmente sfruttati dai capitalisti. 3) Risparmio, investimento funzione imprenditoriale e sviluppo. Da quanto scritto fin qui, e soprattutto alle pagine 3 e 4, si ricava che una elevata propensione al risparmio favorisce lo sviluppo economico, quanto meno nel lungo periodo. Non dovete però pensare che in ogni caso più il risparmio è abbondante e l’accumulazione del capitale è rapida e meglio è (in quanto la produzione e quindi il reddito e il benessere materiale aumentano più in fretta), perché le cose non sono così semplici: in realtà nel determinare la misura ottimale dell’accumulazione (o, vista dall’altra parte, l’ideale propensione al consumo) occorre stabilire un delicato equilibrio tra vantaggi attuali (la soddisfazione ottenuta con il consumo possibile oggi) e vantaggi futuri (la soddisfazione futura che l’investimento fatto oggi renderà possibile attraverso la maggiore produzione di beni di consumo di domani); infatti, “ … investire oltre certi limiti significa sciupare il capitale, perché gli imprenditori privati o pubblici non sono onnipotenti. Sono anch’essi un fattore di produzione scarso, difettando il quale gli investimenti si fanno male, nel luogo sbagliato, in strumenti inutili, con sprechi di ogni genere. ” (Sergio Ricossa, “Guida alle letture di economia politica”, Torino 1966, pag. 117). Gli imprenditori sono “un fattore di produzione scarso”, allo stesso modo del capitale e del lavoro. Essendo limitata la quantità di buoni imprenditori, il rendere disponibile per gli investimenti una percentuale eccessiva di valore della produzione porta a una riduzione dei consumi odierni cui non si contrappone un valore (attuale) altrettanto elevato di consumi futuri, e ciò in quanto gli investimenti fatti con il risparmio in eccesso hanno un’alta probabilità di risultare sbagliati (è il caso, ad esempio, del recente eccesso di investimenti nel settore edile che ha portato a un numero considerevole di edifici sia residenziali che produttivi che ora restano invenduti e inutilizzati, e forse anche il caso di alcuni investimenti nell’alta velocità ferroviaria, la cui redditività è molto dubbia). La funzione dell’imprenditore è centrale nell’economia capitalistica, e qui vale la pena recuperare concetti già visti negli anni precedenti. Per Joseph Schumpeter, tra i maggiori economisti del ‘900, gli imprenditori sono “gli uomini nuovi” nel significato che i Romani davano a “homines novi”, cioè di persone non nate da famiglie importanti e note ma che erano artefici del proprio brillante destino grazie a doti non comuni. Ma se le doti degli antichi homines novi romani, come Cicerone o Catone, erano soprattutto l’eloquenza e la capacità politica, quelle dei moderni imprenditori schumpeteriani sono la capacità di innovare e l’essere visionari. Visionari non nel senso del folle che vede ciò che non può esistere, ma nel senso di colui che vede ciò che ancora non esiste ma che ritiene di poter realizzare, vede ciò che gli altri ancora non scorgono ma apprezzeranno quando lo vedranno realizzato. 9 L’imprenditore di successo vede per primo il prodotto ancora inesistente che il pubblico gradirà in futuro (innovazione di prodotto), o vede per primo il processo produttivo più efficiente che sostituirà quello tradizionale ancora usato dagli altri (innovazione di processo). Egli crede nella realizzabilità di questa sua visione e destina all’impresa innovativa risorse proprie (il capitale netto) e altrui (il capitale di terzi, dei finanziatori che riesce a convincere) che vengono così distolte (= rimosse, allontanate) dal consumo e dalle produzioni tradizionali e più obsolete (= arretrate, vecchie, superate), contribuendo così alla trasformazione del mondo. E’ questa, usando il termine di Schumpeter, la “distruzione creatrice” operata dall’imprenditore: è la ferrovia che uccide la diligenza, il motore a scoppio che distrugge quello a vapore, la catena di montaggio che annienta la bottega artigiana, le isole produttive che superano la catena di montaggio, il CD che cancella la cassetta, l’iPod che mette in crisi i CD, il processo homico per la sterilizzazione degli alimenti che sostituisce quello termico tradizionale, e così via fino alle innovazioni più minute ma numerosissime, come la pizza con rucola e scaglie di grana che fa declinare la quattro stagioni; piccoli e grandi cambiamenti che, insieme, hanno una potenza innovatrice incommensurabilmente superiore a quella del più “grande” fra i “grandi” personaggi della storia. Nella società capitalista basata sulla libertà economica e la concorrenza, le innumerevoli e non coordinate volontà imprenditoriali tese ognuna a realizzare le singole personali “visioni” (per quanto ognuna di queste sia di norma certamente piccola – e meschina, agli occhi dell’intellettuale tronfio – come può esserlo l’erbazzone precotto surgelato), messe insieme hanno una potenza tale da soverchiare e rendere inattuabili i più grandiosi progetti sociali pensati dagli intellettuali, Marx compreso, e dai politici; concetto, questo, che può riportare all’idea Manzoniana della Storia. Contro l’economia capitalista, infatti, è non solo l’intellettuale “conservatore”, legato ai valori tradizionali della società del passato, come il Dante che ripudia la Firenze della “gente nuova” e dei “sùbiti guadagni” (Dante, Inferno, canto XVI); contrario ad essa è anche l’intellettuale “progressista”, quello che auspica l’avanzamento della società verso una meta ancora mai raggiunta ma ben delineata nella sua mente: entrambi, conservatore e progressista, non possono accettare un sistema che si muove senza meta, modificando freneticamente l’equilibrio e la stabilità sociale prima ancora che questi siano raggiunti. E se dal giudizio sul sistema sociale passiamo a quello sulla vita dell’individuo, cosa può esserci di apprezzabile, o addirittura di ammirevole, nel realizzare l’impresa di arricchirsi producendo un gel che scolpisce i capelli meglio degli altri? E forse che gli intellettuali considerano le figure di Bill Gates o di James Watt anche solo paragonabili, in termini di grandezza e importanza storica, a quella di Napoleone? Ugo Foscolo scrisse la lode “A Bonaparte Liberatore”, non quella “A James Watt Liberatore”, eppure, all’epoca, il secondo con la sua macchina a vapore aveva già liberato dalla fatica milioni di uomini mentre il primo, con le sue campagne di guerra, ne stava “liberando” centinaia di migliaia dalla vita. E chi, agli occhi di tanti intellettuali, è più meritevole di ammirazione: il grande industriale Ford con la sua “modello T” nera, o non piuttosto il Grande Timoniere Mao con il suo libretto rosso? La seconda metà degli anni ’60 ha visto l’affermarsi sia della Rivoluzione culturale (nata in Cina e subito apprezzata da quasi tutti gli intellettuali in tutto il mondo), sia della Nutella (nata a Cuneo e anch’essa rapidamente apprezzata da tanti in tutto il mondo), ma gli intellettuali dell’epoca si illusero di scorgere il buono nella prima e non si occuparono della seconda (che, però, mangiavano con soddisfazione mentre scrivevano entusiastiche lodi a Mao Tse-tung, la cui Rivoluzione culturale stava intanto uccidendo, di comunismo e di fame, milioni di cinesi). 10 L’avversione verso un sistema che si muove senza alcuna meta particolare e avendo come solo scopo quello di soddisfare sempre più bisogni, molti dei quali un tempo nemmeno avvertiti; l’avversione cioè verso un sistema che si ostina a non incamminarsi sulla via di una società più giusta e migliore ( o addirittura perfetta) come è sempre (e solo) quella sognata o progettata, non è certo solo dell’intellettuale ma è anche diffusa fra le masse, ed è originata dal costo, tutt’altro che immaginario, costituito dalla rottura delle abitudini e dalle offese che, all’irrompere del nuovo e dell’imprevedibile, subiscono gli interessi precostituiti, piccoli o grandi che siano; al fondo, questa avversione è motivata dalla tendenza dei più a preferire la sicurezza alla libertà. Se a ciò si aggiunge che l’ignoranza economica diffusa porta la gente a ritenere che le risorse siano un dato fisso e che pertanto non può esistere un sistema in grado di portare a un incremento di benessere continuo e generalizzato, si spiega gran parte della cattiva fama del sistema economico di mercato. L’economista Maffeo Pantaleoni scriveva, un secolo fa, che il dinamismo sociale del sistema liberista, col suo continuo modificare gli equilibri e le posizioni raggiunte “ … incute alle masse un vero terrore, in ragione del suo costo, che se non è per ora misurato e misurabile, è tuttavia vagamente sentito. E’ questo il fondamento delle opposizioni che incontra. La grandissima maggioranza è in favore di posizioni statiche. Una piccola parte dell’umanità funziona da lievito. Nelle nostre società questa parte della popolazione è più numerosa e incontra minori resistenze che in altre. Eppure, anche nelle nostre società sono manifeste molte correnti che tendono a limitare la variabilità dei gusti, le invenzioni tecniche o sociali, e la concorrenza […]. Una gran parte del favore che il socialismo trova è dovuta alla speranza che riesca a creare condizioni più stabili, a burocratizzare la vita, ad assicurare pensioni, a eliminare la rivoluzione perpetua che la concorrenza produce in ogni situazione” (Maffeo Pantaleoni, 1925 Erotemi di economia, vol. I, pagg. 220 - 222 ). Ma torniamo, ora, alla figura dell’imprenditore, così centrale nell’economia di mercato. Per noi in economia, in sintesi, l’imprenditore è colui che, basandosi su valutazioni soggettive, decide cosa e come produrre e che controlla gli altri fattori produttivi (altri rispetto a sé, cioè i beni di produzione e il lavoro) e li combina fra loro per produrre beni da offrire successivamente in vendita a chi li desidererà. Quindi: l’imprenditore prima decide cosa e come produrre, poi organizza e produce e, ancora dopo (almeno nel caso di beni fisici, perché i servizi si vendono mentre li si produce) vende il prodotto. E’ fondamentale tenere presente che la produzione richiede tempo, non è istantanea: prima si semina e dopo mesi si raccoglie, prima si costruisce la piattaforma nel Golfo del Messico e solo dopo anni si estrae il petrolio, prima si comprano le nocciole e poi c’è il vasetto di Nutella, prima si comprano gli arredi e il forno a legna e poi si vendono le pizze. In generale: prima si sostengono i costi e solo dopo si ottengono i ricavi (e più è sviluppata l’economia più è lungo il ciclo produttivo), ma poiché il futuro non è conoscibile, quando l’imprenditore deve decidere cosa e come produrre, non conosce con precisione né i prezzi e né le quantità degli input che saranno necessari per produrre, e ancor meno ha un’idea precisa dei prezzi e quantità dell’output che riuscirà a vendere. L’imprenditore inevitabilmente anticipa le risorse necessarie e decide nell’incertezza: quando l’agricoltore di Massenzatico impianta un nuovo vigneto, anticipa delle risorse mettendo a disposizione della sua azienda agricola il suo capitale netto, e contemporaneamente fa le sue valutazioni ipotizzando i futuri prezzi e quantità degli input (l’aratura, i pali di sostegno, le piantine di vite, il lavoro dei braccianti ecc.) e dell’output (l’uva ancellotta); ma se alla prima vendemmia – dopo qualche anno dall’impianto del vigneto – il prezzo dell’ancellotta si rivela più basso di quello che aveva previsto, così che i ricavi siano inferiori ai costi, allora si accorgerà che, invece di ottenere il guadagno sperato, si è impoverito, e se ne renderà conto leggendo nel bilancio aziendale che il capitale netto è diminuito. 11 In una economia libera l’imprenditore, quindi, si accolla (= prende su di sé) i rischi della produzione e: a) se è bravo e/o fortunato si arricchisce con il “profitto”, che è l’utile prodotto dall’azienda, la remunerazione del fattore produttivo “imprenditorialità”; b) se è incapace e/o sfortunato si impoverisce a causa della perdita subita dall’azienda. Chi non vuole correre questo rischio, chi vuole avere la certezza del guadagno, allora invece che lavorare “in proprio” come imprenditore deve lavorare nell’azienda di un altro come suo dipendente. Chi fa questa scelta (e sono i lavoratori dipendenti, che costituiscono la gran parte dei lavoratori) rinuncia così al possibile profitto futuro per avere la garanzia di un guadagno certo immediato (lo stipendio mensile): se anche le previsioni dell’imprenditore (il datore di lavoro) si riveleranno errate il dipendente lo stipendio lo prende ugualmente, e quasi sempre prima che il prodotto del suo lavoro sia venduto dall’azienda che lo ha remunerato. ( La sicurezza del dipendente, comunque, non è assoluta: se nell’azienda le cose vanno talmente male da portarla al fallimento, cioè alla sua morte, allora il dipendente dovrà cambiare lavoro; però è certo che gli sarà pagato il lavoro fino a quel momento svolto). E’ importante avere sempre presente che in ogni caso qualcuno deve correre il rischio d’impresa e deve anticipare i fattori produttivi. E questo può avvenire in soli due modi: nel sistema economico capitalista-liberista, dove la proprietà delle aziende è privata, la scelta se rischiare avviando una propria attività oppure lavorare con maggiore serenità come dipendente è libera e individuale; i costi dell’anticipazione (cioè del finanziamento dell’attività aziendale) e i rischi del risultato se li addossano solo i volontari in cambio di un ipotetico profitto; 1) nel sistema economico socialista-dirigista, dove i mezzi di produzione sono di proprietà dello stato o comunque di un ente pubblico, questa scelta individuale non è possibile: l’unico imprenditore è l’ente pubblico e ogni individuo può lavorare solo come dipendente (pubblico); ma ciò non elimina da quella società né la necessità di anticipare le risorse né il rischio del risultato: questi oneri si sono solo trasferiti dai volontari (gli imprenditori, come era nell’economia di mercato-liberista) a tutti i cittadini (nell’economia socialistadirigista). Nelle economie dirigiste le funzioni dell’imprenditore sono cioè ripartite fra tutti i cittadini, che si suddividono in due classi: da una parte i politici e i burocrati, a cui spetta il compito di decidere cosa e come produrre, dall’altra tutti gli altri cittadini, a cui spetta in comune il compito di anticipare i fattori produttivi (anche attraverso le imposte, se il risparmio volontario non è sufficiente ) e quello di sopportare i rischi. Se le scelte dei politici e dei burocrati sono buone la collettività di arricchisce, il contrario se sono sbagliate. 2) In considerazione della loro importanza, provo ora a riassumere alcuni concetti visti in queste prime pagine a rischio anche di essere ripetitivo; lo faccio cominciando a ribadire che la natura non è generosa: fosse per lei quasi nessuno di noi sarebbe vivo; se non l’avessimo violentata e se non continuassimo a modificarla per adattarla alle nostre esigenze, su questa terra potremmo vivere in pochissimi, ancora nelle caverne, da cui potremmo uscire, timorosi delle belve feroci, unicamente per raccogliere bacche disgustose e carogne di animali. Se non è così, se in questo momento, mentre magari nevica ed è già buio, stai comodamente al caldo e alla luce del video del tuo computer a leggerti queste pagine via internet, è perché l’uomo ha prodotto nei millenni, e massimamente negli ultimi due o tre secoli, cose di un valore superiore alle risorse utilizzate. Questo valore in più non è mai stato nella natura, questo di più è opera dell’attività creatrice dell’uomo, della sua intelligenza. 12 Se è vero che in fisica nulla si crea e nulla si distrugge, se è vero che l’uomo non ha la capacità di “creare” né la materia né l’energia, è però vero che è dell’uomo la capacità di creare l’utilità (il valore) trasformando la Terra (l’universo, la natura) con la sua intelligenza. Il valore dei beni che abbiamo a disposizione è il frutto quasi esclusivo dell’attività umana, solo in minima parte deriva dall’attività divina della creazione dell’universo, cioè dalla natura. Le stesse “risorse naturali” sono per la gran parte tali (risorse) solo grazie all’intelligenza dell’uomo: il petrolio c’è sempre stato, ma finché non si è scoperto il modo di usarlo valeva nulla, e lo stesso vale per quasi tutte le cosiddette risorse naturali, come la sabbia, ad esempio: se l’uomo non avesse inventato il cemento, la clessidra e il microchip, la sabbia servirebbe a nulla e, dunque, non avrebbe alcun valore e non sarebbe una risorsa. “Il valore che hanno le cose non si rivela da sé; è il senno dell’uomo che le discopre” (Carlo Rusconi, “Prolegomeni dell’Economia Politica”, 1852, cap. V) L’attività umana creatrice di valore non è da intendere solo come attività lavorativa (come, erroneamente, pensavano Smith, Ricardo e altri economisti “classici”) né, tanto meno, come lavoro salariato (come, ancor più erroneamente, sosteneva Marx, l’ultimo degli economisti “classici” ). La “sostanza valorificante” è l’attività umana intesa in un modo più ampio, che comprende in sé, oltre al “lavoro”, anche l’attività “creatrice” dell’imprenditore e quella “anticipatrice” del capitalista, attività che, entrambe, implicano l’assunzione del rischio del risultato. Perché il rischio di produrre un valore inferiore al valore dei fattori usati (e quindi di distruggere ricchezza anziché aumentarla) è ineliminabile qualunque sia il sistema sociale, in quanto discende dall’imprevedibilità del futuro, dall’incerta e incompleta conoscenza umana. Nel sistema capitalistico-liberista questo rischio se lo assume liberamente chi, potendolo, lo vuole (e cioè l’imprenditore e il capitalista), mentre chi non può o non vuole (il lavoratore dipendente, sia esso proletario o benestante) rinuncia a una parte del possibile guadagno per avere maggiore garanzia nel compenso. Nel sistema collettivistico-dirigista, invece, tutti i cittadini sono obbligati a suddividersi sia il rischio del risultato (frutto delle scelte che non sono più fatte direttamente da noi, che non sono più “personali” perché fatte per tutti noi dai politici, e quindi sono ora “collettive”) sia l’onere dell’anticipazione (perché in ogni caso prima si devono reperire e utilizzare i fattori produttivi e solamente dopo si ottiene la produzione). Può essere fatto un parallelismo fra il frutto dell’attività d’impresa e la musica di un concerto sinfonico. In un mondo (come era fino a un secolo fa) senza la possibilità di registrare e riprodurre i suoni, chi ci permetterebbe di ascoltare quella musica? A chi dovrebbe andare il merito e quindi il compenso? Certamente agli orchestrali, senza i quali sarebbe solo silenzio, ma non certo solo agli orchestrali, che pure apparentemente sono gli unici produttori di quell’insieme di suoni. Una parte decisiva va innegabilmente anche al compositore che l’ha pensata, quella musica suonata dagli orchestrali, ma altrettanto indispensabile è l’impresario che ha finanziato lo spettacolo (e cioè ha anticipato le risorse): senza di lui e senza la sua attività anticipatrice dei capitali necessari per allestire il teatro e pagare gli orchestrali durante le tante giornate di prove, ugualmente non potremmo ascoltarla, quella musica pensata dal compositore. D’altronde, indispensabili risultano anche i liutai e gli altri artigiani che hanno fabbricato i fiati, gli archi e gli altri strumenti che, se non sono di proprietà degli orchestrali, sono anch’essi capitale anticipato dall’impresario. Se sostituite il musicista che compone con l’imprenditore che pensa il prodotto, l’impresario con la banca o altri finanziatori che hanno fiducia nelle capacità dell’imprenditore, e gli orchestrali con i lavoratori (e magari il direttore d’orchestra che cerca di trarre il meglio da ciò che ha a disposizione col manager che cerca la massima efficienza aziendale), avrete un’idea non distorta dell’azienda. E così come ognuno di noi è certo che la soddisfazione che trae dal concerto sia merito di compositore, impresario, orchestrali e direttore insieme, allo stesso modo il merito della produzione va ripartito fra l’attività dell’imprenditore, del capitalista e del lavoratore. 13 Cercate di tenere sempre presente la continuità (= la non separatezza) fra l’economia (o economia politica) e l’economia aziendale e non fatevi ingannare dall’apparente lontananza dei rispettivi ambiti di indagine; non di rado nei libri di testo si trova che “l’economia politica osserva i fenomeni economici propri dei grandi aggregati regionali, nazionali e internazionali mentre l’economia aziendale li osserva nelle manifestazioni delle singole aziende” o, ed è analogo, che “l’economia studia come il genere umano affronta la scarsità mentre l’economia aziendale studia le condizioni di esistenza e le manifestazioni di vita nell’azienda”; in genere allo studente risulta più interessante (meno noioso) comprendere perché una nazione si sviluppa oppure declina e cosa sarebbe opportuno fare per elevarne il tenore di vita piuttosto che capire perché un’azienda è in utile o in perdita e cosa fare per migliorarne i risultati di bilancio; in realtà, però, non è possibile comprendere l’economia se non si ha un’adeguata conoscenza dell’economia aziendale (si può dire, un po’ grossolanamente ma neanche tanto, che chi non conosce la ragioneria non può capire l’economia), e ciò perché, al fondo, entrambe le discipline hanno come oggetto le attività di produzione e consumo di beni atti a soddisfare i bisogni delle persone. E considerando (riprendendo il concetto espresso nella prima pagina ) che la gran parte di ciò che accade nella vita umana sulla terra è riducibile a produzione e consumo (e comunque ciò che ne resta al di fuori non esisterebbe senza produzione e consumo ) dovete sia cogliere la vastità e l’interesse della materia che da anni tento (invano?) di insegnarvi sia intuire quanto possano essere frequenti i suoi collegamenti con le discipline umanistiche e, principalmente, con la storia. Mi piace chiudere il paragrafo con due citazioni: la prima, di Marshall, a conferma di quanto scritto in queste ultime righe sulla vastità dell’oggetto dell’economia, la seconda, di Cattaneo, per ribadire la centralità dell’intelletto umano nello sviluppo del benessere. L’economia è lo “studio del genere umano negli affari ordinari della vita; essa esamina quella parte dell’azione individuale e sociale che è più strettamente connessa col conseguimento e con l’uso del benessere materiale. Così essa è da un lato uno studio della ricchezza, dall’altro, il più importante, è una parte dello studio dell’uomo. Infatti più di qualsiasi altra influenza, salvo quella dei suoi ideali religiosi, il carattere dell’uomo è stato plasmato dal suo lavoro quotidiano e dalle risorse materiali che egli ottiene con quel lavoro. I due grandi fattori della storia del mondo sono stati quello religioso e quello economico ” (Alfred Marshall, 1890 “Principi di Economia”, Libro primo, cap. I) “Nel corso oramai d’un secolo, la nuova scienza dell’economia pubblica pose successivamente in evidenza tre fonti di produzione; la natura, il lavoro, il capitale. Questa è la fisica della ricchezza. Rimaneva da aggiungere, che, supposte eguali presso diverse nazioni quelle tre forze produttive, le ricchezze potevano inegualmente crescere o scemare anche solo per certi fatti dell’intelligenza, o per certi fatti della volontà. Sono fenomeni che, svolgendosi nell’uomo interiore, soggiaciono alle leggi proprie del pensiero. Questa può dirsi la psicologia della ricchezza. (…) Gli atti di intelligenza che aprirono ai popoli le fonti di ricchezza più vaste e universali, hanno dovuto necessariamente antecedere ad ogni produzione diretta (…). Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto di intelligenza. Prima di ogni lavoro, prima di ogni capitale, quando le cose giacciono ancora non curate e ignote in seno alla natura, è l’intelligenza che comincia l’opera, e imprime in esse per la prima volta il carattere di ricchezza.” (Carlo Catteneo, 1861 Rivista “Il Politecnico”, numero di aprile-maggio ). 14 4) Moneta, credito e mercato finanziario. Ai fini dello sviluppo conviene non solo che il risparmio sia abbondante, ma anche (quando, come il più delle volte capita, non si investa personalmente il proprio ) conviene che il risparmio sia volentieri e agevolmente trasferito dal risparmiatore all’investitore. E per far sì che ciò accada occorre sia un buon funzionamento dello strumento che rende possibile questo trasferimento, e cioè occorre che la moneta sia “buona”, sia un buon funzionamento delle istituzioni monetarie e creditizie in modo che si generi un clima di fiducia e sicurezza negli ambienti finanziari e che così il tasso d’interesse preteso dai risparmiatori possa abbassarsi fino al livello in cui gli imprenditori trovano conveniente indebitarsi per investire. Quindi, più siamo sicuri che: 1) la moneta sia “buona”, cioè conservi il suo attuale potere d’acquisto anche in futuro; 2) coloro a cui affidiamo i nostri risparmi siano corretti e solidi, (cioè più riteniamo affidabili gli “intermediari finanziari”), e più il tasso d’interesse che pretendiamo per concedere in prestito il nostro capitale monetario è basso. Dovreste già sapere, infatti, che il tasso d’interesse è la somma di tre componenti: a) quanto pretendiamo, in termini di potere d’acquisto aggiuntivo, per rinunciare temporaneamente alla disponibilità del potere d’acquisto del capitale prestato (il “tasso reale base” d’interesse, quello che si chiede a un debitore ritenuto assolutamente solvibile nel caso ci si attenda che durante il periodo del prestito i prezzi dei beni rimangano costanti, cioè in caso di inflazione attesa nulla); b) il tasso d’inflazione atteso, cioè quanto pensiamo aumentino in media i prezzi dei beni nel periodo in cui si prolunga il nostro prestito (perché è ovvio che si pretenda (almeno) la restituzione di un capitale monetario che abbia la stessa capacità di acquisto di quello che prestammo al debitore); c) quanto pretendiamo per accettare di rischiare di perdere il capitale che prestiamo [ il “premio per il rischio”, quello che ormai anche le pantegane sanno costituire lo “spread”, ad esempio i famosi “X punti base” di spread fra le obbligazioni decennali pubbliche italiane e le analoghe tedesche, con “X” che da qualche anno è solito oscillare fra i 200 e i 500, pari – rispettivamente – al 2% e al 5% di tasso annuo che lo stato italiano deve offrire in più rispetto a quello tedesco (che oggi è universalmente considerato un debitore assolutamente solvibile) per convincere i risparmiatori (nazionali ed esteri) a prestargli per 10 anni la moneta che non riesce o non vuole spillare ai contribuenti (nazionali) con le imposte (e i contributi, le tasse, i dazi e le accise)]. Poiché le istituzioni monetarie e creditizie più importanti sono la Banca Centrale e le aziende di credito (cioè le banche) è opportuno avere un’idea sufficientemente corretta di quali sono le funzioni dell’una e delle altre, e di questo si occuperanno, rispettivamente, i paragrafi 8) e 9) . Nel prossimi due, invece, vi ripropongo le pagine – solo un poco modificate – con cui l’anno scorso tentai di farvi comprendere la natura reale dell’interesse. Tornateci su, magari questa volta le capite meglio; in ogni caso vi serve anche come ripasso dell’abc di matematica finanziaria. 15 5) La natura “reale” dell’interesse. Siamo nel settembre 2013, tu, Al e Bo siete tre appassionati cinefili; accessibile per voi c’è un unico cinema che offre, allo stesso prezzo da pagare comunque oggi, la scelta fra 9 biglietti (con titoli dei film a scelta) utilizzabili già da ora, oppure 12 biglietti utilizzabili però solo da settembre 2014. Chi sceglie il pacchetto da 12 non avrà possibilità di entrare nel cinema nei prossimi 12 mesi. Tu (nell’imbarazzo della scelta) Al Bo Ipotizza che ci siano almeno 12 film che giudichi ugualmente validi e di essere certo che la tua passione per il cinema non si modificherà col tempo. Tu giudichi equivalenti le due proposte, nel senso che la scelta che ti si propone (fra 9 film subito o 12 fra un anno) ti imbarazza al punto che ti affidi al lancio di una moneta, ed invece fra 9 film in quest’anno e 11 nel prossimo sceglieresti i 9 subito, mentre se, da vedere nel prossimo anno, ti offrissero 13 film allora opteresti per l’attesa. Al, invece, sceglie con decisione i 9 film immediatamente disponibili, in quanto per lui 9 film subito valgono di più di 12 fra un anno. Bo, al contrario di Al, preferisce attendere un anno e vederne 12 piuttosto che 9 subito. In effetti Bo sarebbe disposta a scambiare i 12 film fra un anno solo con 10 film godibili fin da ora. Si può dire che 9 spettacoli al cinema disponibili da subito sono, per te, il “valore attuale” di 12 film godibili fra un anno, oppure – ed è la stessa cosa – che, per te, il valore di 9 film già utilizzabili equivale a un “montante” di 12 film fra un anno. Al e Bo, invece, danno ai 12 film disponibili fra un anno un valore rispettivamente minore (Al) e maggiore (Bo) a quello di 9 film immediatamente visibili. La faccenda può anche essere osservata in questo modo: tu valuti in tre film il sacrificio di attendere un anno per soddisfare nove volte la tua passione cinefila, Al lo valuta più di te ed è Bo che a quel sacrificio dà un minor valore. Si può anche dire che, fra voi tre, è Al che dà al tempo un valore maggiore (quando lo valuta in riferimento al bene “spettacolo cinematografico”), mentre per te e ancor più per Bo il tempo (sempre in riferimento a quel bene) ha un valore minore. Infatti, Al è ben disposto a pagare (rinunciando a vederli) 3 film per “comprare” un anno di tempo e anticipare così il godimento cinematografico; per te, invece, quello è il prezzo limite, mentre per Bo il giusto prezzo di un anno di attesa è solo 2 film. In questo senso si può dire che il tasso di interesse è il prezzo del tempo (della risorsa “tempo”, l’unica risorsa non producibile dall’uomo, ché tutte le altre l’uomo le può produrre o sostituire grazie alla sua intelligenza, e sono certissimo che ti sia accorto come questo concetto sia già stato espresso, in modo solo appena diverso, nei paragrafi 2) e 3)). La stessa cosa si può esprimere dicendo che il tuo tasso di interesse annuo riferito al cinema è il 33,33% (in quanto il rapporto fra le quantità equivalenti di film disponibili con una differenza temporale di un anno è 12/9 = 1,3333), il tasso d’interesse annuo applicato da Al è maggiore del 33,33% mentre quello di Bo è inferiore, ed esattamente è del 20% (infatti: 12/10 = 1,2, dove 12 corrisponde al montante disponibile fra un anno di un capitale che oggi vale 10 film, e quindi – essendo il tempo pari a un anno – dalla formula I = C x r x t deriva che il tasso annuo d’interesse r con cui Bo, seppure inconsciamente, fa le sue valutazioni in merito a come il tempo modifica il valore del bene “visione film al cinema” è: r = I ÷ (C x t) → r = 2 / (10 x 1) → r = 0,2 = 20% ). 16 Bo applica il tasso d’interesse del 20% al bene “visione film al cinema”, ma il tasso d’interesse con cui Bo e tutti noi facciamo le nostre valutazioni varia in funzione del tipo di bene la cui disponibilità viene spostata nel tempo: se alla visione dei film sostituiamo ad esempio la cura di un dente o il nutrirsi col cibo, allora il tasso d’interesse applicato sarà molto più alto (di fronte alla scelta fra tenersi il mal di denti per un anno facendoselo curare nel settembre 2014 o farselo curare subito in settembre 2013, tutti probabilmente saremmo disposti a pagare anche il doppio pur di soddisfare immediatamente la nostra esigenza, e questo ci dice che probabilmente per tutti il tasso d’interesse riferito al bene “cura del mal di denti” è superiore al 100%). Poiché il denaro è lo strumento che permette di entrare in possesso di qualsiasi bene economico, il tasso di interesse del denaro (cioè il tasso con cui facciamo le valutazioni di equivalenza fra la disponibilità di somme monetarie di diverso importo disponibili in tempi diversi ) è la sintesi di tutti i tassi d’interesse dei beni reali, come dire che il tasso d’interesse che si applica ai calcoli finanziari è la media dei tassi di tutti i beni acquistabili (media ponderata in base al peso che ogni bene ha sul complesso dell’economia ). Da quanto ho scritto emerge che l’interesse non è un fenomeno monetario! Al contrario di quanto pensa l’uomo della strada ma anche – ahimè – la gran parte dei giornalisti economici e dei banchieri, l’interesse è un fenomeno reale che riguarda, cioè, i beni concreti e l’economia reale; ed è solo perché gli scambi dei beni reali avvengono attraverso la moneta che questa viene coinvolta nel fenomeno e quindi che l’interesse assume (anche) una veste monetaria. Il tasso d’interesse a cui ognuno di noi è disposto a prestare il denaro (il prezzo a cui siamo disposti a sopportare il sacrificio del rinvio degli acquisti, del rinvio dell’utilità che traiamo da essi ) è soggettivo, nel senso che cambia da persona a persona, così come è soggettivo il tasso di interesse che è disposto a pagare chi vuole anticipare gli acquisti (di beni sia di consumo che di investimento) per goderne prima l’utilità, cioè chi chiede denaro in prestito. L’uno e l’altro sono la stessa cosa, sono il prezzo del tempo. La media dei tassi d’interesse sul bene “denaro” con cui ragiona ogni operatore finanziario (cioè ognuno dei milioni di risparmiatori che offrono e dei milioni di prenditori che domandano il bene “uso del denaro”) è il tasso d’interesse espresso dal mercato, ed ecco perché ha un senso dire che il tasso d’interesse di mercato misura il valore che la società dà al tempo. Ecco perché (a parità dello strumento moneta) i tassi alti sono spesso un sintomo di vivacità della popolazione, segnalano la sua voglia di vivere e di fare, di costruire il futuro; i tassi bassi, invece, sono spesso indicatori del declino di una società che si accontenta di conservare il presente e non vuole, nell’immediato, né pagare più di tanto né correre troppi rischi per realizzare un futuro diverso. E’ la cultura della stabilità e della conservazione, atteggiamento che è naturale e quindi comprensibile nei vecchi (come vecchia è la gran parte della nomenclatura, a partire dal presidente della vostra repubblica Giorgio Napolitano), ma che addolora vedere così diffusa in tutta la popolazione, a partire da quella giovanile (anche per effetto di un martellamento propagandistico talmente capillare ed esteso che avrebbe stupito lo stesso Goebbels). 17 6) I rischi di un prezzo (del tempo) “sbagliato”. Che sia il prezzo dell’uso del denaro (e quindi il prezzo del tempo) o il prezzo dell’uso dei pedalò o il prezzo del cocomero, una cosa non cambia: il “nostro” (soggettivo) prezzo si scontra sempre con quello “di mercato”; se Agro Zotico ritiene che i suoi cocomeri valgano 3 € al chilo ma la media ponderata dei prezzi pensati dagli operatori (agricoltori che vendono e grossisti che comprano frutta) è 0,3 € al chilo, Agro dovrà rassegnarsi o a vendere i suoi cocomeri a un prezzo 10 volte più basso di quello che ritiene giusto, oppure a smettere di produrre cocomeri. Allo stesso modo, chi ritiene che il prezzo giusto per comprare i cocomeri sia 0,15 € al chilo dovrà rassegnarsi o a pagarli il doppio o a farne senza. La grande differenza fra il prezzo dei cocomeri (o del noleggio di pedalò) e il prezzo dell’uso del denaro (l’interesse) sta nel fatto che mentre la produzione dei cocomeri (e del servizio di noleggio dei pedalò) costa il consumo dei fattori produttivi impiegati, la produzione del denaro – da circa un secolo, e massimamente dal 15/8/1971, cioè da quando tutta la moneta è totalmente fiduciaria – costa, in termini di fattori produttivi, praticamente nulla. Un prezzo “politico” (nel senso di influenzato o addirittura imposto da un’autorità pubblica e quindi diverso da quello naturale di mercato) di un bene (come fu, ad esempio, nel 2009 quello delle auto nuove, in quanto venne diminuito di circa 1.500 € grazie agli “incentivi alla rottamazione”) ha conseguenze limitate, ma un prezzo “politico” dell’uso del denaro può avere conseguenze gravissime in termini di benessere sociale e di libertà. Se la politica (il governo o il parlamento) decide che le auto nuove debbano costare meno del loro prezzo naturale, allora gli effetti saranno un significativo aumento della domanda di auto e la lieve diminuzione della domanda di tantissimi altri beni, come cucine, corsi d’inglese e computer (ché, se si anticipa la sostituzione dell’auto allora si deve rinviare qualche altra spesa); l’effetto di tale decisione, quindi, è dare maggior reddito a chi lavora nel settore dell’auto togliendone un po’ a chi lavora negli altri settori ( ma anche ai meccanici d’auto, ché le auto nuove si rompono meno delle vecchie; il buon vecchio Bastiat (economista francese del XIX secolo) ribadiva di continuo l’importanza di non fermarsi, nel valutare l’opportunità di un intervento legislativo, alle conseguenze immediatamente evidenti che da esso derivano (l’evitare qualche migliaio di licenziamenti concentrati negli stabilimenti Fiat), ma di cogliere e valutare anche gli effetti non immediati che sono più difficili da scorgere ma non per questo meno importanti (qualche migliaio di meccanici d’auto sparsi per l’Italia che devono chiudere o licenziare un apprendista)). Se, invece, il prezzo che viene alterato dalla politica è quello del denaro (del suo uso), allora gli effetti saranno significativi in tutti i settori: se la politica decide che i tassi d’interesse devono essere più bassi di quel che sarebbero naturalmente, è un po’ come se decidesse di abbassare i prezzi di tutti i beni, in quanto la maggiore disponibilità di denaro (quello “prodotto” in gran quantità – essendo moneta fiduciaria – appositamente per abbassare i tassi e stimolare gli acquisti, soprattutto quelli a debito) provocherà un effetto sulla domanda complessiva analogo a quello che si sarebbe prodotto se si fossero applicati gli “incentivi alla rottamazione” a tutti i settori, dall’auto all’abbigliamento passando per stoviglie e cancelleria. Ma poiché il denaro non è un fattore produttivo, per un aumento reale della produzione più denaro serve a poco; ciò che serve è un miglioramento nella produttività del lavoro (lavoratori più istruiti e motivati) o un miglioramento del capitale fisico disponibile (impianti più efficienti, infrastrutture migliori ecc.): un miglioramento, cioè, di quello stesso capitale che, invece, probabilmente verrà eroso proprio dai tassi d’interesse troppo bassi. L’interesse monetario tenuto basso dalla politica può avere l’effetto di una rottamazione generale dei beni già prodotti (sia di consumo durevole sia di investimento) per far posto ai beni che si devono andare a produrre. Ma i beni prodotti in precedenza e ancora in uso costituiscono il “capitale”, la ricchezza accumulata dalla società, e la politica, abbassando i tassi d’interesse, spinge gli individui a distruggere la propria ricchezza. Infatti, i maggiori redditi monetari che inizialmente la gente ottiene grazie alla droga dei tassi bassi (che nel breve termine porta a maggiore o più retribuita occupazione) spinge a consumare di più e a ridurre la propensione al risparmio (più aumenta il reddito e la sicurezza e più diminuisce la parte che viene risparmiata: se è vero che la quantità di risparmio tende ad aumentare all’aumentare del reddito è altrettanto vero che la percentuale risparmiata tende a diminuire all’aumentare del reddito ). 18 E’ questa “erosione del capitale” che nel breve termine rende possibile un maggior consumo (perché senza rendersene conto ci si mangia ciò che prima si era accumulato ) ma che nel medio-lungo termine condanna all’arretratezza e alla povertà (o, meno pessimisticamente, a un più lento avanzamento e a una minor ricchezza ). Un tasso di interesse elevato è sintomo di una elevata considerazione del valore del tempo. Non è quindi un caso che chi, come Keynes e in genere gli economisti più seguiti dai governi, ha un’ottica di breve periodo e quindi poco si preoccupa del futuro non prossimo, suggerisca di correggere al ribasso i tassi d’interesse che il mercato forma naturalmente attuando manovre monetarie “espansive” con lo scopo di accelerare lo sviluppo (suggerimento che i politici accolgono entusiasticamente perché aumenta le loro probabilità di essere rieletti sull’onda di un’economia “drogata” che sembra andare bene ma che, in realtà, sta accumulando problemi che si E’, questa, la politica monetaria troppo spesso applicata negli ultimi decenni, suggerita da chi, ritenendo assai più rischioso l’eccesso di risparmio dell’eccesso di consumo, ha artificialmente tenuti bassi i tassi d’interesse per stimolare i consumatori ad acquistare e le imprese a investire indebitandosi sempre più. Una tale politica, che può aver senso solo in alcuni casi particolari di elevata disoccupazione, è invece assai più spesso deleteria in quanto porta a una successiva crisi le cui conseguenze negative superano gli effetti positivi (e temporanei) ottenuti in precedenza. evidenzieranno solo dopo, a elezioni avvenute ). 19 7) Storia della moneta. L’economia è una faccenda parecchio complicata, e di tutti i problemi economici la moneta è forse il più intricato e quello per cui è maggiormente necessario assicurarsi di avere ben capito i concetti di base prima di affrontare gradualmente le questioni più complesse. Per di più, il continuo e agevole uso che quotidianamente facciamo dello strumento moneta ci porta a sottovalutarne la straordinaria complessità, un po’ come la semplicità del telefonare al cellulare allontana dalla corretta percezione (che solo un ingegnere delle comunicazioni può avere) della straordinaria complessità dei processi e delle infrastrutture sottostanti a quell’azione. Ecco perché vi chiedo attenzione mentre leggerete questa e le prossime due pagine (in parte tratte dall’introduzione di “What Has Government Done to Our Money?” un testo scritto nel 1964 da Murray N. Rothbard, un economista di scuola “austriaca”): non commettete l’errore di crederle semplici o banali. 7.1) Inevitabilità degli scambi. Perché è nata la moneta? Chiaramente Robinson Crusoe non ne aveva bisogno: non avrebbe potuto mangiare monete, né, con esse, curarsi il mal di denti o ripararsi dal freddo. Neanche ne avrebbero avuto bisogno Crusoe e Venerdì, nei loro scambi di – poniamo – pesce per noci di cocco. Ma quando la società si espande oltre alcune famiglie, lo scenario è pronto per la comparsa della moneta. Per spiegare il ruolo della moneta dobbiamo andare ancora indietro, e chiederci: perché gli uomini scambiano? Lo scambio è la base della vita economica Senza scambi non ci sarebbe nessuna vera economia e praticamente nessuna società. Robinson Crusoe e Venerdì Chiaramente uno scambio volontario si verifica perché entrambe le parti se ne attendono un beneficio. Uno scambio è un accordo tra A e B per trasferire beni o servizi di un individuo per i beni e i servizi dell’altro. Entrambi ne beneficiano perché ognuno valuta quello che riceve in cambio più di quello che cede, ed è questo il motivo per cui, anche a parità di beni prodotti e disponibili, una collettività in cui gli scambi sono liberi e agevoli è più ricca di una in cui gli scambi sono limitati. Quando Crusoe scambia del pesce per le noci di cocco di Venerdì, egli valuta le noci che “compra” più del pesce che “vende”, mentre Venerdì, al contrario, valuta il pesce più delle noci. Per millenni, da Aristotele a Marx, gli uomini hanno erroneamente creduto che uno scambio richieda una qualche sorta di eguaglianza di valore, che se il cesto di pesce è scambiato per 20 noci di cocco, allora c’è una sottostante uguaglianza tra di loro, per cui in tutti i casi in cui uno ci guadagna l’altro necessariamente ci perde. In realtà, invece, lo scambio è stato fatto proprio perché ogni parte ha valutato i due prodotti differentemente, e l’argomento è già stato trattato alle pagine 6 e 7. 20 Perché lo scambio è da sempre stato così universale nella specie umana? Fondamentalmente a causa della duplice grande varietà della natura, e cioè: 1. la varietà nell’uomo, in quanto ognuno di noi possiede differenti abilità, attitudini e gusti; 2. la diversità di localizzazione delle risorse naturali, in quanto ogni porzione di suolo ha le sue proprie caratteristiche, le sue specifiche risorse. Lo scambio deriva cioè dalla realtà naturale della varietà; olio di Puglia per aringhe d’Islanda; i servizi sanitari di un medico in cambio del concerto di un pianista. La specializzazione permette ad ogni uomo di sviluppare le sue migliori abilità, e permette ad ogni regione di sfruttare le sue peculiari risorse. Se nessuno potesse scambiare, se ogni uomo (o ogni piccola collettività di uomini come una tribù o un borgo medioevale ) fosse costretto a essere completamente autosufficiente, è ovvio che la maggior parte di noi morirebbe di fame, e il resto rimarrebbe vivo a malapena: ancora pochi secoli fa, quando per motivi tecnici e/o politici gli scambi erano limitati, il nostro pianeta aveva risorse per mantenere in vita solo qualche centinaio di milioni di uomini (di cui la gran parte in estrema povertà); oggi, a globalizzazione ormai completa, lo stesso pianeta fa vivere oltre sette miliardi di persone (e buona parte in opulenza). Lo scambio è la linfa vitale, non soltanto dell’economia, ma della civiltà stessa. Tuttavia lo scambio diretto di beni e servizi (il baratto) sarebbe a malapena sufficiente a mantenere un’economia appena sopra un livello primitivo. Lo scambio diretto, il baratto, difficilmente può portare a condizioni economiche di poco migliori della pura autosufficienza. Perché questo? Per prima cosa, è chiaro che si potrebbe realizzare una produzione molto limitata. Se do l’incarico a degli operai di costruire una casa, con cosa li pagherò? Con delle lezioni di economia che interessano a nessuno? Con dei pezzi della casa che mi stanno costruendo? I due problemi base del baratto sono “l’indivisibilità” e la “mancanza di coincidenza dei desideri”. Così, se ho un televisore e lo volessi scambiare con diverse cose – diciamo uova, pane e vestiti – come posso fare? Non posso certo fare a pezzi la TV e darne un pezzo al contadino e un altro pezzo al sarto. Ma anche quando i beni sono divisibili, è generalmente impossibile per due che abbiano da scambiare qualcosa incontrarsi proprio in quel momento. Se A ha delle uova da vendere e B ha un paio di scarpe, come possono trovarsi d’accordo se A in quel momento vuole un vestito e non le scarpe? E pensate alla fatica, per un vecchio (ma immortale) professore di economia amante del pinzimonio, trovare un venditore di carote e cipollotti che voglia acquistare alcune lezioni di economia o una consulenza fiscale in cambio dei suoi prodotti! Chiaramente nessun tipo di società non primitiva è possibile sotto un regime di scambio diretto. 7.2) La nascita della moneta. L’uomo ha scoperto, grazie al processo per tentativi ed errori – by trial and error – (processo che più di qualsiasi altro fattore ci ha portato dalle caverne ai grattacieli), la strada che conduce ad un’economia in continua espansione: lo scambio indiretto. Effetti dell’applicazione del processo “by trial and error” 21 Con lo scambio indiretto si vendono i prodotti non per un bene che ci serve direttamente, ma per un altro bene che può a sua volta essere venduto per un bene desiderato. A prima vista questa può sembrare una complicazione. Ma è invece uno strumento meraviglioso che permette alla civiltà di svilupparsi. Consideriamo il caso di Biolco, il contadino ricco di uova che vuole comprare le scarpe fatte da Ciabattoni, il calzolaio. Dal momento che Ciabattoni, avendo il colesterolo alto, non è interessato alle uova, Biolco scopre ciò che il calzolaio desidera, ad esempio della benzina, e si mette alla ricerca di un terzo, Carburo, che desidera uova e ha benzina in eccesso. Biolco scambia le sue uova per la benzina di Carburo; poi Biolco vende la benzina a Ciabattoni per le scarpe. Attenzione: Biolco va in bicicletta, non in auto; non gli interessa la benzina per il consumo diretto, ma perché essa gli permetterà di prendersi le scarpe. Il contadino interessano ha bisogno di scarpe, le sue ma al al uova: a lui interessa, invece, la benzina Il contadino, allora, vende le sue uova al benzinaio calzolaio non . che è goloso di frittata, al solo scopo di comprare da lui la benzina da dare al calzolaio e ottenere così le scarpe. Ecco come la benzina si evolve → in moneta . Allo stesso modo io, proprietario di una televisione di cui posso fare a meno, venderò il mio TV per un prodotto che posso più facilmente dividere e vendere – ad esempio sempre la benzina – e poi scambierò litri di benzina per uova, pane, vestiti ecc. In entrambi i casi la superiorità della benzina – la ragione per cui c’è una domanda extra di benzina oltre a quella originata dalla semplice volontà di consumarla – sta nella sua maggiore commerciabilità o, come anche si dice, nel suo maggior grado di “liquidità”. Se un bene è più commerciabile (più “liquido”) di un altro – se tutti cioè pensano che sarà più prontamente vendibile – allora esso sarà molto richiesto perché sarà comprato per accumularne una certa scorta da utilizzare come efficace mezzo di scambio. Sarà il mezzo con cui un produttore specializzato può scambiare il suo prodotto con i beni di altri produttori specializzati. 22 C’è una grande varietà nella commerciabilità (nella liquidità) dei beni: alcuni beni sono più diffusamente richiesti di altri, alcuni sono più divisibili in unità più piccole senza perdere di valore nel frazionamento, alcuni sono più duraturi nel tempo, alcuni più facilmente trasportabili a grandi distanze. Tutti questi vantaggi riuniti danno una maggiore commerciabilità. In ogni società i beni più commerciabili sono stati, nei millenni, gradatamente selezionati come mezzi di scambio. Quanto più essi furono scelti come mezzi di scambio, tanto più ne crebbe la domanda proprio a causa di questo loro uso, diventando così sempre più commerciabili. Il risultato è una spirale: più commerciabilità causa un più ampio uso come mezzo di scambio; questo a sua volta causa una maggiore commerciabilità, ecc. Alla fine, man mano che col tempo si sperimentano vari beni, in quella collettività di persone, senza che nessuno lo imponga, saranno da tutti utilizzati come mezzo di scambio uno o due beni, e questi beni saranno chiamati moneta. Nella storia, come mezzi di scambio, sono stati usati molti beni e molto differenti fra loro: tabacco nella Virginia, zucchero nelle Antille, sale in Abissinia, bestiame nell’antica Grecia e nella Mongolia, chiodi in Scozia, rame nell’antico Egitto, grano, perline, tè, conchiglie, ami ecc. Attraverso i secoli, due beni, l’oro e l’argento, sono emersi come monete migliori grazie a un millenario processo “by trial and error” reso possibile dalla libera competizione del mercato, spodestando col tempo altri mezzi di scambio. Entrambi, l’oro e l’argento, sono straordinariamente commerciabili, sono grandemente richiesti per uso ornamentale ed eccellono nelle altre qualità indispensabili ai mezzi di scambio. Negli ultimi millenni, l’argento, essendo relativamente più abbondante dell’oro, si è rivelato utile per scambi di non rilevante importo, mentre l’oro è risultato più adatto per saldare transazioni di importo elevato. In ogni modo, la cosa importante è che, qualunque ne sia la ragione, il libero mercato – e non la volontà di un Principe –, e cioè lo spontaneo comportamento degli uomini – e non la scienza dei sapienti –, ha rivelato che l’oro e l’argento sono le monete più efficienti. Almeno fino al 15 agosto 1971. 7.3) Dall’oro alla carta. Negli ultimi secoli all’oro e all’argento si sono affiancati dei documenti di carta. Dapprima rappresentavano l’oro e l’argento, erano cioè dei documenti rappresentativi della moneta (dei “titoli di credito”): alcuni soggetti che godevano della fiducia del pubblico cominciarono a stampare pezzi di carta impegnandosi a ricomprarli in un qualsiasi momento in cambio di un determinato quantitativo di oro (più raramente di argento o di entrambi ). In questo modo quella carta assumeva il valore del metallo prezioso sottostante, e da qui nacque il termine “cartamoneta” (e la stessa origine ha il termine “banconota”, che significa “nota del banco”, cioè scrittura (documento, nota) compilata sul tavolo (banco) dal soggetto emittente (che inizialmente era il mercante e poi, più o meno dal XIII secolo, l’ex mercante che si era specializzato nell’attività di banchiere. Fossero mercanti o banchieri, i più capaci e innovativi al mondo erano comunque del centro-nord Italia)). Se il soggetto emittente la carta conservava riserve di metallo prezioso pari all’importo complessivo di carta emessa, allora il sistema monetario, pur basato sulla carta-moneta, era “metallico a riserva totale”; se, invece, l’emittente stampava un volume di moneta cartacea maggiore (ad esempio di 5 volte) del valore di metallo prezioso che conservava nelle sue riserve allora il sistema monetario era “metallico a riserva frazionaria” (nell’esempio, con riserva al 20%, cioè 1/5). Il sistema a riserva frazionata funziona sulla base della convinzione che mai tutti i possessori di carta-moneta si presentano contemporaneamente a vendere la carta-moneta per comprare l’oro sottostante (un sistema a riserva frazionaria al 20% funziona fino a quando le richieste di conversione in metallo delle banconote rimangono sotto l’1/5 della carta in circolazione). 23 Il sistema metallico a riserva totale non fu quasi mai utilizzato, posto che assai presto chi produceva le banconote si accorse che la sua moneta cartacea poteva funzionare benissimo anche se ve ne era in circolazione un multiplo (il triplo, il quintuplo o anche di più) rispetto al quantitativo d’oro che essa (essa moneta cartacea) rappresentava. Così, per secoli, ci si basò sul sistema monetario a riserva frazionaria (detto “gold standard”); il “gold standard” fu usato fino all’inizio del XX secolo un po’ in tutto il mondo, e fino ad allora i governi dei paesi che avevano una moneta propria (la Gran Bretagna con la sterlina, la Francia con il franco, il Regno di Sardegna e, dal 1861, l’Italia con la lira ecc. ) si impegnavano a consegnare un predeterminato quantitativo d’oro a chi avesse consegnato le banconote emesse. Banconota del 1746 da 200 lire del Regno di Sardegna Gli ultimi ad abbandonare questo sistema monetario furono gli U.S.A., il 15 agosto del 1971. Fino a quel Ferragosto di oltre 40 anni fa, infatti, era ancora possibile, anche se non per il normale cittadino, farsi cambiare da “Uncle Sam” 35 biglietti verdi da un $ con un’oncia d’oro (corrispondenti a circa 31 grammi; il cambio garantito dal governo statunitense da 1934 al 1971era quindi poco più di un dollaro per un grammo; in precedenza, e cioè dalla nascita degli USA al 1934, il valore in oro garantito dal dollaro rimase sempre fisso a 20 $ per un’oncia; il fatto che ora per acquistare un’oncia d’oro occorrano più di 1.400 dollari - cioè circa 40 volte in più rispetto al 1971 - dovrebbe far riflettere). Gli U.S.A. erano rimasti gli unici a garantire oro in cambio di banconote dopo gli accordi internazionali di Bretton Woods del 1944. Questo, però, non significa che le monete degli altri paesi – Italia compresa – non avessero più alcun collegamento con l’oro: infatti i soggetti emittenti altre monete (le “banche centrali” dei vari paesi, come la Banca d’Italia che emetteva lire, la Bank of England che stampava – e stampa – sterline, la Bundesbank che emetteva i marchi ecc., tutti organismi, le Banche Centrali, che, sebbene formalmente di proprietà privata, sono in realtà soggetti pubblici più o meno strettamente legati ai governi ) si impegnavano a comprare la loro moneta in cambio di un quantitativo prefissato di dollari (per la nostra vecchia lira il cambio fisso col dollaro fu per molti anni 625 lire per un $ USA) e quindi, in pratica anche se indirettamente, in cambio di un certo quantitativo di oro. Quando una moneta è convertibile ad un cambio fisso con un’altra che è a sua volta convertibile in oro allora il suo sistema monetario è detto “gold exchange standard”. Per questo motivo fino al 1971 anche il sistema monetario dell’Italia, come quello delle principali altre nazioni, poteva ancora essere considerato un sistema “metallico”. Il 15 agosto 1971 ha segnato il passaggio al sistema attuale: il sistema monetario basato sul nulla, o meglio basato unicamente sulla fiducia che la gente continui a credere che le banconote conservino il potere di acquisto (da qui il termine moneta fiduciaria). Per migliaia di anni ci si è fidati che l’oro (e l’argento) continuassero a essere considerati preziosi e liquidi (e, perciò, moneta); poi, per qualche secolo, a questa fiducia si è affiancata anche la fiducia che il banchiere che stampava e consegnava carta ricevendo in cambio l’oro fosse disposto e in grado di ricomprarsi le banconote stampate rivendendo l’oro allo stesso prezzo a cui l’aveva ricevuto; e ora, da meno di mezzo secolo, ci fidiamo non solo, come nei secoli scorsi, che le banche siano in grado di restituirci i soldi che noi depositiamo presso di loro, ma ci fidiamo anche che gli altri si fidino come noi che tutti continuino a credere che la moneta abbia il valore che noi immaginiamo. Che non ci sarà mai il ritorno al sistema monetario metallico è quasi certo, che il nuovo sistema sia comunque migliore lo è un po’ meno. Comunque, d’ora in poi non vi tedierò con la storia monetaria ma solo con l’attualità. 24 8) La moneta oggi. 8.1) Chi produce la moneta, come viene prodotta e come funziona. Una risposta estremamente sintetica alla domanda “chi fa il denaro?” è: la Banca Centrale (BC) e le banche; la Banca Centrale produce la moneta legale (stampa le banconote e le monete metalliche che utilizziamo come “contante”), mentre le aziende di credito (le “banche”) producono la moneta bancaria (i pagamenti attraverso gli assegni, i bonifici, i bancomat, le carte di credito ecc. ), anche definibile “moneta scritturale” in quanto il suo trasferimento da un soggetto all’altro avviene attraverso delle “scritture” (in partita doppia). 8.1a) Come viene prodotta e come funziona la moneta legale. Anche rispondere alla domanda “come fa la BC a produrre la moneta legale?” è semplice: dà incarico a qualche tipografia di stampare fogli di carta in modi e quantità ben precisi. Qui sotto vi riporto le quantità (in milioni di pezzi) di banconote e il valore (in milioni di €) delle banconote stampate nel 2012. Se volete maggiori dettagli cliccate sul link: http://www.ecb.europa.eu/stats/euro/production/html/index.en.html Denomination Quantity (in millions of banknotes) (Fonte: B.C.E.) Value (€ millions) NCBs commissioning production €5 2,915.30 14,576.52 BE, ES, FR, IT, AT €10 1,959.04 19,590.45 DE, GR, FR, IE, PT €20 1,703.95 34,079.03 CY, EE, FR, IT, MT, LU, NL, SI, SK, FI €50 1,530.43 76,521.70 BE, DE, ES, IT €100 298.13 29,813.20 DE €200 50.00 10,000.04 DE €500 0.00 0.00 - 8,456.87 184,580.95 TOTAL Pur nella certezza che sia superfluo, segnalo che il dato totale di 184,580.95 € millions stampati nel 2012 è leggibile come 184mila e 580,95 milioni, vale a dire 184 miliardi e 580 milioni e rotti €, che divisi per i circa 320 milioni di abitanti dei 17 paesi che usano questa moneta fanno una produzione annua dal controvalore di quasi 600 € a testa (il controvalore medio nel decennio 2003 – 2012 è circa 200 miliardi all’anno, quindi se ne deduce che nel 2012 la BCE è stata un po’ stitica), e circa l’80% della produzione annua va a sostituire le banconote troppo usurate che vengono ritirate dalla circolazione. Allo stesso modo, il dato del numero totale di banconote prodotte nel 2012 (8,456.87 millions) si legge 8 miliardi 456 milioni e 870 mila, circa 26 banconote a testa prodotte nell’anno. 25 Se poi siete curiosi di sapere di preciso che valore di banconote ( nei vari tagli) circolano, cliccate su quest’altro link qui: http://www.ecb.europa.eu/stats/euro/circulation/html/index.en.html ; io, nella prossima pagina, mi limito a darvi alcuni dati approssimati in miliardi di € di controvalore (Fonte: B.C.E.): data totale Variazione percentuale 5€ 10 € 20 € 50 € 100 € 200 € 500 € Ago 2013 919 + 2,6% 8 21 58 329 177 38 289 Ago 2012 896 + 5,4% 8 20 57 309 168 37 297 Ago 2011 850 + 4,4% 7 20 55 282 158 36 292 Ago 2010 814 + 6,0% 7 20 53 264 151 36 284 Ago 2009 768 + 12,5% 7 19 50 242 140 35 274 Ago 2008 683 7 19 48 219 124 32 234 L’incremento anomalo (+ 12,5%) tra il 2008 e il 2009 fu causato dalla crisi finanziaria iniziata con il fallimento, nell’ottobre 2008, della Lehman Brothers: molti cittadini, temendo che a quel fallimento potessero seguirne altri, in quel mese ritirarono denaro contante dai propri conti di deposito generando, in poche settimane, un brusco incremento del valore delle banconote in euro in circolazione (ulteriori 35-40 miliardi di euro che si aggiunsero all’incremento fisiologico annuo). Tanto per riempire una pagina in più senza faticare, vi inserisco due grafici (sempre di fonte B.C.E.) che non avrete difficoltà a interpretare, soprattutto se li guardate a colori. Volume di banconote in euro in circolazione tra il 2002 e la fine del 2010: banconote di grosso taglio Per chi legge in bianco e nero: la linea superiore (verde) indica il numero di banconote da 100 € in circolazione nei vari anni (dai circa 400 milioni del 2002 ai circa 1,5 miliardi del 2011, quantità che equivalgono a un controvalore in € passato dai 40 miliardi del 2002 ai 150 miliardi del 2011 ); quella intermedia (fuxia) segnala il numero di banconote da 500 € (da circa 80 milioni a circa 600 milioni, e quindi un controvalore che da 40 miliardi di € del 2002 è arrivato, nel 2011 a circa 300 miliardi di € ); la più bassa (gialla) rappresenta il numero, nei vari anni, di banconote da 200 € in circolazione (da 100 milioni a circa 200 milioni per un valore passato da 20 a 40 miliardi di € ). 26 Volume di banconote in euro in circolazione tra il 2002 e la fine del 2010: banconote di piccolo taglio Sempre per i daltonici: la linea più alta (arancione) segnala che il numero di banconote da 50 € è aumentato da 1.500 milioni a 5.500 milioni (e quindi il controvalore da 75 a 275 miliardi di € ); la più bassa (in grigio) evidenzia, ad esempio, che il numero di banconote da 5 € nel 2011 era 1.500 milioni (per un controvalore di 7,5 miliardi di €); infine, in ordine crescente di numero di pezzi in circolazione, troviamo le banconote da 10 € (nel 2011 erano 2 miliardi per 20 miliardi di controvalore ) e, con la linea a punti in blu, le banconote da 20 € (che, essendo nel 2011 circa 2,8 miliardi, costituivano un controvalore di 56 miliardi di € ). Visto il come e il quanto si produce, resta la terza domanda: come fa una banconota (cioè come fa la moneta legale) a funzionare. Lo si è già detto: funziona sulla fiducia. Ognuno di noi è fiducioso del fatto che tutti continueranno a essere convinti che quel pezzo di carta avrà anche in futuro la capacità di essere scambiato con beni di valore analogo a quelli che quella banconota compra oggi. Se non fosse così, se cioè pensassimo che domani quella banconota non sarà più in grado di darci una soddisfazione pari a quella che ci garantisce oggi, allora tenteremmo di liberarcene al più presto scambiandola con qualcosa d’altro, ma se la nostra idea è diffusa anche fra gli altri, allora non troveremmo persone disposte a prenderla in cambio dei loro beni, e quindi quella moneta, non essendo più un valido mezzo di scambio, cesserebbe di essere tale (cesserebbe di essere moneta). Ma questa eventualità (la perdita di valore della moneta) si fa concreta nell’ipotesi che la quantità di moneta in circolazione aumenti troppo [ cioè aumenti più dell’aumento della quantità di beni acquistabili. E’ la legge della domanda e dell’offerta: se la quantità offerta di un bene aumenta, allora il suo prezzo diminuisce; solo che qui il bene offerto è la moneta e il suo “prezzo” è definito dal quantitativo di beni con cui può essere scambiata: ecco quindi che se prima potevo scambiare 100 € con X beni (cioè il prezzo di 100 € era X beni), ora che l’offerta del bene “moneta” è aumentata il suo prezzo diminuisce, e quindi i 100 € ora li potrò scambiare con Y beni, in cui Y è minore di X ], e quindi è indispensabile tenere sotto controllo la quantità di moneta che viene prodotta. E’ per questo motivo che la Banca Centrale fa di tutto per rendere impossibile, a chiunque che non sia lei, la stampa di pezzi di carta uguali ai “suoi” ( le banconote “false”): non lo fa certo per non far arricchire i falsari, lo fa per avere sotto controllo il quantitativo di moneta in circolazione; lo fa, quindi, per far funzionare la sua moneta, per non fare morire la sua creatura e, con essa, il sistema monetario che la BC governa. 27 8.1b) Chi produce, come viene prodotta e come funziona la moneta bancaria. Chi produce la moneta bancaria (o “scritturale”) l’ho già scritto: le aziende di credito (più comunemente dette “banche”). Alla domanda “come fanno a produrla” si può sinteticamente rispondere “attraverso il meccanismo del moltiplicatore monetario che, a sua volta, funziona grazie al sistema di riserva frazionaria”. Mi rendo però conto che la risposta, se ha il pregio della sintesi, non ha quello della immediata comprensibilità. Per capire quindi come le banche producono la moneta è necessario sia avere ben presente come funziona un conto corrente bancario, sia comprendere il “meccanismo del moltiplicatore”. In questa e nelle prossime due pagine riprendo quanto già dovresti sapere del conto corrente, le successive quattro sono destinate a chiarire il funzionamento del “moltiplicatore”. Il conto corrente bancario Il conto corrente, e lo sai dagli appunti di terza, è un prospetto in cui la banca annota le operazioni che fanno aumentare e diminuire i crediti o i debiti che ha nei confronti di un cliente, azienda di produzione o di erogazione (famiglia, associazione no profit, ente pubblico) che sia. I tuoi euro, 100 o 100.000 o quelli che ti pare, vanno o vengono dalla tua disponibilità a seconda che 100 o 100.000 o quello che ti pare venga scritto nella contabilità della banca, rispettivamente in dare o in avere del conto intestato a te. Poiché, come ho detto qui sopra, i pagamenti e le riscossioni sono effettuati con delle scritture contabili, allora la moneta bancaria è detta anche moneta “scritturale”. Se si tiene conto del fatto che chiunque può essere titolare di un conto corrente bancario e che ogni banca del mondo è direttamente o indirettamente (*) in contatto con tutte le altre, se ne ricava che chiunque ha la possibilità di trasferire denaro a qualsiasi altra persona ovunque nel mondo. In media, per ogni milione di euro mossi viene spostata fisicamente solo qualche banconota. Il denaro viene, infatti, trasferito (depositato dal risparmiatore alla banca, prestato dalla banca a chi lo richiede, inviato dal compratore di una merce al venditore ecc.) semplicemente attraverso registrazioni contabili, vale a dire grazie al fatto che le banche annotano quei trasferimenti su dei “conti” (cioè su dei prospetti, su dei fogli di carta, almeno fino agli anni ’70 quando i computer ancora non esistevano, ora su dei file che, volendo, possono essere stampati) intestati ai loro clienti (risparmiatori o debitori che siano). Così, se vuoi un buon voto in economia, è sufficiente che tu vada al CREDITO EMILIANO (in seguito abbreviato CREDEM, e che è la banca in cui tu hai un “conto corrente” e alla quale hai prestato l’uso dei suoi e ordini che 1.000 di quei 1.150 € sia trasferito sul conto che Carlo Massa ha alla Cassa di Risparmio in Bologna (in seguito abbreviata C.R.B.; io sono “correntista” della C.R.B.). risparmi ammontanti a 1.150 €; si dice che tu sei “correntista” del CREDEM) (*) “Indirettamente” in questo senso: se la banca AP (polacca) ha un conto corrente presso la banca BS (svizzera) ma non ha rapporti con la banca CV (venezuelana), e la banca CV ha anch’essa un conto presso la banca svizzera BS, allora quando il signor Wojtyla, cliente di AP, vuole pagare il signor Chavez di Caracas, cliente di CV, lo potrà fare comodamente rivolgendosi alla sua banca in Polonia: la banca polacca incaricherà quella svizzera di far giungere il pagamento alla banca venezuelana. 28 Gli effetti di questa tua saggia iniziativa saranno: 1) Il CREDEM annoterà sul conto intestato a te che ora il denaro che le stai prestando ammonta a soli 150 € (e lo farà scrivendovi 1.000 a sinistra (cioè in Dare) in quanto per la banca è una diminuzione di un suo debito nei tuoi confronti e quindi è una operazione che migliora il saldo del conto); 2) Il CREDEM ti rilascerà un documento firmato da un impiegato della banca (cassiere) in cui risulta che è stata trasferita la disponibilità di 1.000 € al sig. Carlo Massa; 3) Mi farai vedere quel documento prima dello scrutinio, per provarmi che mi ha pagato e ottenere così una valutazione benevolmente gonfiata; 4) Il CREDEM avviserà la C.R.B. di annotare sul conto intestato a me che da quel momento il denaro che io sto prestando alla C.R.B. è aumentato di 1.000 € (oppure, se era la C.R.B. che stava prestando soldi a me, che da quel momento il mio debito è diminuito di 1.000 €, ma in ogni caso CRB lo farà scrivendo 1.000 a destra (in avere) del conto intestato a me perché, dal suo punto di vista, è un peggioramento (maggior debito o minor credito) del valore del conto); 5) la C.R.B. mi avvertirà con una lettera che mi sono arrivati 1.000 € da te e che quindi ora ho 1.000 € in più sul conto (o 1.000 € di debiti in meno); 6) infine CREDEM e C.R.B. annoteranno che la prima deve alla seconda 1.000 €, ognuna registrando l’importo nella propria contabilità [il Credem annoterà i 1.000 in avere (a destra) del conto intestato a CRB, la CRB annoterà nella sua contabilità i 1.000 in dare (a sinistra) del conto intestato a Credem, e con queste registrazioni entrambe le banche pareggeranno (dare = avere) gli importi scritti sul conto intestato al loro reciproco cliente (tu e io), rispettando le Pacioliane regole della partita doppia] Anche al fine di consolidare contemporaneamente sia la comprensione di quanto appena scritto, sia la vostra comprensione della ragioneria, può essere utile dare un’occhiata alle registrazioni in partita doppia che le due banche (quelle coinvolte nell’operazione fra me e te ) fanno nelle loro rispettive contabilità. Se sei sicuro di aver capito tutto e di ricordarti la partita doppia puoi anche saltare la parte scritta con questo carattere. L’ipotesi è questa: la situazione di partenza (Saldo Iniziale) è: - io ho un conto corrente presso la banca C.R.B. verso cui ho un debito di 123.456 € (ultimamente ci ho dato un po’ troppo dentro con le spese) e ti ho convinto a darmi 1.000 €. - tu hai, depositati sul suo conto corrente aperto presso la banca CREDEM, 1.150,00 € di risparmi; successivamente, in seguito all’accordo con me, tu ordini alla sua banca di trasferire 1.000,00 € sul conto che io ho presso la banca C.R.B. (op. 1); Contabilità della banca CREDEM (di cui tu sei cliente) D c/c student X A ------------------------------------------------------------------------------------------------------------ | (op.1) 1.000,00 | 1.150,00 (s.i.) D c/c C.R.B. A ------------------------------------------------------------------------------------------------------------ | | 1.000,00 (op.1) D Cassa A -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- | | Con questa registrazione la banca CREDEM annota che – dopo aver eseguito il tuo ordine – ora i suoi debiti (suoi della banca) nei tuoi confronti sono calati di 1.000 € [variazione patrimoniale attiva che quindi la banca registra nella propria contabilità in Dare del conto interessato (cioè il conto corrente intestato a te)]; contemporaneamente la stessa banca CREDEM – che ha ordinato alla banca C.R.B. di mettere 1.000 € sul conto del suo cliente ( suo della C.R.B.) Carlo Massa – annota nella propria contabilità che le sono peggiorati i debiti nei confronti della banca C.R.B. [variazione patrimoniale passiva che quindi il CREDEM registra nella propria contabilità in Avere del conto interessato (cioè il conto corrente intestato alla banca C.R.B.)]; 29 Contabilità della banca C.R.B. (di cui è cliente Carlo Massa) D c/c Carlo Massa A ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- (s.i. ) 123.456,00 | | 1.000,00 (op.1) D ------------------- c/c CREDEM ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ (op.1) 1.000,00 | | A D Cassa A --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- | | Con questa registrazione la banca C.R.B. annota che – dopo aver eseguito l’ordine ricevuto dalla banca CREDEM – ora i suoi crediti (suoi della banca) nei confronti di Carlo Massa sono calati di 1.000 € [variazione patrimoniale passiva che quindi la banca registra nella propria contabilità in Avere del conto interessato (cioè il conto corrente intestato al suo cliente Carlo Massa.)]; contemporaneamente la stessa banca C.R.B. – avendo eseguito l’incarico ricevuto dalla banca CREDEM di dare 1.000 € al suo cliente ( suo della C.R.B.) Carlo Massa – annota nella propria contabilità che le sono migliorati i crediti nei confronti della banca CREDEM [variazione patrimoniale attiva che quindi la banca C.R.B. registra nella propria contabilità in Dare del conto interessato (cioè il conto corrente intestato alla banca CREDEM.)]. Detto in poche e semplici parole: i 1.000 € che la mia banca mi dà li pretende – ovviamente – da chi le ha chiesto di darmeli, e cioè dal CREDEM. A questo punto tu puoi continuare a studiare poco economia e io ho 1.000 € di debiti in meno verso la mia banca; [se invece che avere il conto “in rosso” lo avessi avuto in attivo (cioè se anche io avessi avuto dei soldi depositati sul mio conto, se fossi stato quindi anch’io in una posizione a credito nei confronti della mia banca ) non cambiava nulla nelle scritture in partita doppia: sarebbe stato diverso solo il saldo del mio conto]. Io, grazie ai 1.000 € ricevuti, potrò comunque utilizzare 1.000 € più di prima, emettendo assegni o a mia volta ordinando alla mia banca di fare bonifici a favore di altri, oppure pagando la spesa con la tessera bancomat o anche prelevando dal cassiere o dal bancomat delle banconote. E’ come se avessi ricevuto materialmente da te 1.000 € in banconote, ma con la differenza, tra l’altro, che non rischio di farmeli rubare in classe da studenti o studentesse delinquenti. Per di più, non dovrò nemmeno rilasciare alcuna ricevuta, perché a te basta il documento che ti ha rilasciato la tua banca, dal momento che le registrazioni contabili delle banche costituiscono una prova inattaccabile del fatto che mi ha pagato. Come puoi notare, non si è mossa alcuna banconota: sono solo stati inviati dei file. L’operazione descritta è un “bonifico bancario”; tu sei l’“ordinante” e Carlo Massa il “beneficiario” del bonifico. E’ evidente che per dare a te la possibilità di fare il bonifico a mio favore mi preoccuperò di indicare con precisione i dati del mio conto corrente: per far ciò potrei affiggere (= attaccare) alla porta della classe, di fianco al mio listino prezzi dei voti, un foglio con il “codice IBAN” del mio conto corrente che, per l’esattezza, è: IT32 Q 06385 12800 07400000925P. L’IBAN è un codice di 27 caratteri che identifica senza possibilità di errori ogni singolo conto corrente di qualsiasi banca del mondo. Per i curiosi posso dire che IT segnala la nazionalità italiana della banca, 06385 è il codice che identifica la banca Cassa di Risparmio in Bologna, 12800 quello che individua lo sportello (cioè l’agenzia) di Reggio Emilia via Giorgione, e 07400000925P è il codice che caratterizza il conto, presente in quella banca, intestato a Carlo Massa. Alla fine di ogni mese o trimestre (a scelta del correntista) la banca invia per posta (tradizionale e/o elettronica) l’elenco delle operazioni registrate sul conto corrente nel periodo. Questo documento è chiamato “estratto conto”, e se cercate negli appunti antichi (che certamente avete conservato) troverete, come esempio, l’estratto conto di non so quale mese che mi è arrivato per il c/c che ho presso la C.R.B. (“c/c” è l’acronimo di “conto corrente”) n. 0740/925 e in cui, purtroppo, non c’era alcun bonifico proveniente da voi. 30 Il moltiplicatore monetario. Nel timore che tu stia perdendo il filo del discorso, ti ricordo che stiamo cercando di capire come viene prodotta la moneta bancaria, ma per farlo abbiamo prima dovuto rinfrescare le conoscenze relative al “conto corrente di corrispondenza” (al c/c bancario) e ora dobbiamo comprendere il meccanismo del “moltiplicatore monetario”. Per agevolare la comprensione del moltiplicatore monetario può essere utile vedere un’applicazione dello stesso meccanismo (il “moltiplicatore”) applicato a un fenomeno più vicino alla tua esperienza. Il meccanismo del moltiplicatore si applica, infatti, a varie grandezze, non solo alla moneta. Esso, infatti, funziona ogni volta che una grandezza complessiva si ripartisce in una quota autonoma (capace di influire sulla grandezza complessiva, ma non influenzata da essa ) e in una quota dipendente (ossia influenzata dalla stessa grandezza complessiva); i raffinati, in luogo di autonoma e dipendente, usano i termini “esogena” (= che proviene dall’esterno) e “endogena” (= che nasce nell’interno). Chi di voi, non del tutto disgustato dalle mie lezioni, deciderà di proseguire gli studi in ambito economico, vedrà che, ad esempio, lo stesso meccanismo, secondo molti economisti, svolge i suoi effetti sul reddito nazionale (che è, più o meno, il P.I.L.) attraverso il cosiddetto “moltiplicatore keynesiano degli investimenti”. Probabilmente, come dicevo, è però meglio uscire dall’economia e descrivere il meccanismo del moltiplicatore applicato all’urbanistica, perché cos’è una città e cos’è la sua popolazione ti è più chiaro di cosa sia il “reddito nazionale” e gli “investimenti”. Il meccanismo del moltiplicatore: l’esempio del “moltiplicatore urbano”. Vediamo allora come funziona il “moltiplicatore urbano”, che studia gli incrementi della popolazione di una città in seguito all’insediamento di nuove unità produttive. Ipotizziamo che una fabbrica di Montecchio si ingrandisca ed assuma 1.000 nuovi lavoratori provenienti da altre località, in quanto nei dintorni del paese non vi sono persone interessate a quella occupazione. In realtà, il nuovo stabilimento ne attirerà certamente di più, in quanto occorreranno altri lavoratori per soddisfare le domande di merci e servizi che è necessario produrre localmente (pane, cappuccini, negozi, tagli di capelli, pizze a domicilio, case, cinema, massaggi tailandesi e non, servizi pubblici ecc.), domande che provengono proprio dai primi 1.000 “immigrati”. Faccio notare che la domanda espressa dai mille arrivati di beni prodotti lontano dal luogo dell’insediamento originario (ad esempio la domanda di una Dacia Duster da parte di uno tra i mille nuovi montecchiesi) non ha alcuna influenza sul flusso verso Montecchio di nuovi lavoratori: tutt’al più incrementerà l’immigrazione verso Pitesti (in Romania) dove, ipotizzo, sono prodotte le Duster e dove la Dacia assumerà nuovi operai per far fronte all’eventuale aumento di vendite. Supponiamo ora che questa seconda "ondata" di lavoratori sia composta da 600 persone, che chiamiamo “occupati derivati”. Il rapporto “n. occupati derivati / n. occupati originari” (nel nostro caso 600 / 1.000 = 0,6) può essere definito “coefficiente di occupazione derivata” e, salvo rari casi in cui supera l’unità, è compreso fra 0 e 1, essendo molto improbabile che la capacità di acquisto di un lavoratore “originario” permetta il sostentamento di più di un lavoratore derivato, nemmeno se il reddito del primo fosse interamente speso per beni “locali”, nel senso di prodotti a Montecchio. 31 Ma anche i 600 occupati dell'indotto (quelli che, nell’ordine, sono andati a fare, per soddisfare le esigenze dei primi 1.000 lavoratori, i fornai, i baristi, i commessi di negozio, i parrucchieri, i pizzaioli, le maschere, le massaggiatrici più o meno tailandesi, i vigili urbani ecc.) a loro volta richiedono beni e servizi che devono essere prodotti localmente, e allora si verificherà un nuovo incremento di lavoratori pari, questa volta (e rimanendo per ipotesi costante (fermo a 0,6) il coefficiente di occupazione derivata), a 360 (600 x 0,6 ). E il processo si ripeterà all'infinito, sebbene con incrementi man mano decrescenti e quindi che tendono a zero: ai 600 che lavorano per produrre i beni richiesti dai primi mille si aggiungono i 360 (600 x 0,6) che lavorano per questi 600, e poi altri 216 (360 x 0,6) necessari per soddisfare le richieste dei precedenti 360, poi altri 130 (216 x 0,6), altri 78 (130 x 0,6), altri 47 (78 x 0,6), altri 28 (47 x 0,6) poi 17 (28 x 0,6), 10 (17 x 0,6), altri 6 (10 x 0,6), altri 3 o 4 (6 x 0,6), poi 2, infine 1 solo. La somma di tutti i lavoratori immigrati (1.000 + 600 + 360 + 216 + 130 + 78 + … …+ 2 + 1 numeri dati da 1000 + 1000 x 0,61 + 1.000 x 0,62 + 1.000 x 0,63 + 1.000 x 0,64 + 1.000 x 0,65 + … ecc.) è pari a: 1.000 / (1 – 0,6) = 1.000 / 0,4 e quindi a 2.500. La dimostrazione è semplice, dal momento che la relazione può anche essere espressa in questo modo: X = Y + pX, dove X è l’incognita (l’incremento complessivo dell’occupazione) mentre Y e p sono termini noti, e cioè sono, rispettivamente, l’aumento originario dell’occupazione (Y) e il coefficiente di occupazione derivata (p). Lasciando le lettere a chi è bravo in matematica e tornando ai numeri dell’esempio, si può scrivere: X = 1.000 + 0,6 X; che, espresso non in forma matematica, si legge: “le persone che arriveranno in tutto (X) sono un numero uguale a quelle arrivate inizialmente + il 60% delle persone che arriveranno complessivamente” (perché per ogni 100 nuovi arrivi servono 60 altre persone che lavorano nel paese per produrre localmente i beni richiesti dai 100 precedenti). da qui, risolvendo l’equazione, si passa a X – 0,6 X = 1.000 e quindi, raccogliendo: X (1 – 0,6) = 1.000 e da qui la formula risolutiva X = 1.000 / (1 – 0,6). In termini generali, la formula del moltiplicatore è, quindi: Y X= ---------------- 1–p Se la dimostrazione della formula non l’avete digerita (nonostante che da settembre 2011 vi spieghi le equazioni di primo grado e vi dica di applicarle nel risolvere problemi di vario tipo) è sì preoccupante dal punto di vista della vostra preparazione complessiva e dell’utilità che traete dal venire a scuola, ma non è determinante per la comprensione del meccanismo del moltiplicatore, premendomi ora infatti solo che ne abbiate compreso la logica, cioè abbiate capito come un aumento iniziale pari a Y provochi alla fine una variazione pari a X, con X che è un multiplo di Y. Se è così, siete pronti per affrontare il moltiplicatore monetario. 32 Il meccanismo del moltiplicatore applicato alla moneta. L’ offerta di moneta è la quantità di moneta presente in una economia, ed è quindi la somma fra il circolante (con “circolante” intendo le banconote più le monete metalliche, cioè la moneta legale ) e i depositi bancari a vista (cioè i debiti immediatamente esigibili che le banche hanno nei confronti del pubblico, costituiti per la gran parte dai saldi attivi – per i clienti – dei conti correnti). La somma fra circolante “C” e depositi “D” è detta “M 1”. La base monetaria, invece, è la somma fra il circolante e i depositi (i crediti) che le banche hanno presso la Banca Centrale (depositi che vengono chiamati “riserve” e che sono debiti che la BC ha nei confronti delle banche, crediti delle banche in parte a loro imposti dalla BC – le riserve obbligatorie – e in parte volontari – le riserve libere – che complessivamente costituiscono le riserve totali Rt). La somma fra circolante “C” e “Rt” è detta “M 0”. Il moltiplicatore monetario è dato dal rapporto M1 / M0, cioè fra l’offerta di moneta e la base monetaria, e perciò: Mm = (C + D) / (C + Rt) Imparate le definizioni qui sopra, adesso dovete comprenderne il significato leggendo con attenzione qui sotto. I depositi a vista dei risparmiatori raccolti dalle banche possono essere investiti (prestati ad altri e quindi trasformando la liquidità in crediti, oppure usati per acquistare azioni o qualcosa d’altro, ma comunque nell’attivo o mantenuti in riserva come liquidità (denaro tenuto disponibile così com’è per permettere alle banche di restituire ai propri depositanti il contante nel caso lo richiedessero ). della banca la liquidità diventa altro) Se tutti i depositi fossero tenuti liquidi dalle banche per funzionare come riserva, l’offerta di moneta non verrebbe influenzata. Un simile sistema bancario sarebbe, come già sappiamo, “a riserva totale”, e in pratica la moneta bancaria non esisterebbe: il quantitativo di moneta (l’offerta di moneta) coinciderebbe con la moneta legale (il circolante creato dalla BC), e il moltiplicatore sarebbe pari a 1: se D = Rt, allora (C + D) / (C + Rt) fa 1 e quindi il moltiplicatore non ha effetti. Ovviamente, questo non avviene. Se avvenisse, la banca – almeno per l’importo del denaro raccolto con scadenza “a vista” – sarebbe un “debitore cretino”: il debitore, cioè, che chiede soldi in prestito e poi non li usa, tenendoli da parte in un cassetto senza ricavarci nulla. Se il sistema bancario fosse “a riserva totale” dovrebbe essere la banca a farsi pagare dai risparmiatori per la custodia del loro denaro (come si fa a teatro quando si paga al guardaroba per lasciare il cappotto e l’ombrello ) in modo da coprire almeno i costi della custodia. Se il sistema fosse a riserva totale, quindi, la banca potrebbe svolgere la funzione creditizia solo con il denaro raccolto con scadenza a termine (cioè ottenuto in prestito da risparmiatori che si impegnano a non utilizzarlo prima di un certo giorno, più o meno lontano nel tempo ) mentre con quello raccolto con scadenza a vista la banca potrebbe svolgere solo la funzione monetaria, cioè rendere agevole per i clienti l’uso del loro denaro. Ma così non avviene. In tutto il mondo e da secoli i sistemi bancari funzionano a “riserva frazionaria”, cioè le banche prestano anche gran parte del denaro ottenuto con scadenza a vista. 33 I depositi, quindi, vengono in parte (piccola) tenuti a riserva e in parte (ben più grande) investiti. Ogni banca, quindi, tiene come riserva liquida in banconote solo una piccola parte dei depositi (normalmente, meno del 2%) e come riserva liquida d’altro tipo (depositi a vista presso la Banca Centrale o presso altre aziende di credito) una parte più consistente ma comunque non elevata (qualche punto percentuale). Viene detto “Tasso di riserva” (r) il rapporto Riserve / Depositi . Se, ad esempio, il tasso di riserva è 0,05 (5%), significa che su 1.000 euro di depositi: 50 euro sono conservati dalle banche in liquidità per far fronte ai prelievi e ad altri pagamenti (Per Teresa, ma non solo: 1.000 x 5% = 50); i restanti 950 euro sono investiti, per lo più prestati ad altri soggetti (soprattutto aziende di produzione, ma anche di erogazione) che hanno bisogno di fondi per i propri acquisti (in beni di investimento o di consumo ). Ma nel momento in cui la banca concede prestiti, l’offerta di moneta aumenta: nell’esempio di prima, da 1.000 € di moneta disponibile nei depositi a vista, si è passati a 1.950 grazie ai 950 € prestati. Faccio presente, infatti, che i precedenti 1.000 € depositati sono ancora disponibili, a vista, per i loro proprietari (i risparmiatori) che possono usarli, con assegni, pago-bancomat ecc. per fare acquisti, essendo per loro moneta a tutti gli effetti, ma allo stesso tempo i prenditori (coloro a cui la banca ha prestato i soldi) hanno ora effettivamente a disposizione 950 € per effettuare acquisti e pagamenti ( ad esempio per pagare gli stipendi ai dipendenti); l’offerta di moneta è ora diventata realmente pari a 1.950 € (1.000 + 950). Segnalo anche (per ribadire un concetto di base sebbene centri poco col moltiplicatore) che il sistema economico dispone sì di una maggiore quantità di moneta, cioè di mezzi di scambio, ma non dispone di una maggior ricchezza: alla creazione di 950 € di moneta corrisponde infatti la creazione di 950 € di passività (debiti) per chi ha ricevuto i prestiti. La maggiore ricchezza (reale) di 950 si spera che verrà creata (prodotta) in futuro grazie anche allo stimolo che l’economia riceve dall’incremento di domanda originato dalla creazione di moneta bancaria. E il processo non finisce qui: se supponiamo che questi 950 € ricevuti in prestito dai clienti delle banche siano da loro utilizzati per il pagamento di beni e servizi, allora chi riceve questi soldi (nell’esempio i dipendenti delle aziende finanziate dalle banche) ne terrà una piccola parte in contanti (supponiamo il 10% – e questa percentuale è definita “propensione alla liquidità del pubblico” – ) e depositerà a sua volta presso la propria banca il restante 90% (e se gli stipendi sono stati accreditati sui conti correnti dei lavoratori non serve nemmeno andare in banca). I depositi bancari aumenteranno così di altri 855 € (il 90% di 950), e allora le banche, che ora hanno più liquidità disponibile, potranno prestare altri soldi ancora: terranno in liquidità il solito 5% di questi nuovi 855 € di depositi (cioè 42,75 euro, 855 x 5%) e presteranno il rimanente 95% (altri 812,25 euro), e così la moneta complessivamente disponibile nel sistema economico aumenta ancora, moltiplicandosi. Le banche hanno quindi la capacità di generare moneta partendo dai propri depositi a vista, e questa loro capacità è attivata dal processo descritto, che è pertanto chiamato “moltiplicatore 34 monetario” o “moltiplicatore dei depositi” o “del credito” ed è reso tanto più potente quanto è “frazionaria” (cioè piccola in percentuale) la riserva su cui si basa il sistema monetario Si può dimostrare, si è visto come due pagine più sopra, che il moltiplicatore monetario è il reciproco della propensione complessiva alla liquidità del sistema economico, cioè il reciproco della somma fra il tasso di riserva delle banche e la propensione alla liquidità del pubblico (nell’esempio: 5% + 10% = 15%, cioè 0,15 , il cui reciproco è 1 / 0,15 = 6,66 periodico). Questo significa che se la Banca Centrale immettesse nel sistema economico un miliardo di euro di moneta legale, allora il sistema bancario nel giro di qualche tempo (se la propensione alla liquidità del sistema è del 15%) moltiplicherebbe quel miliardo per 6,667. Lo stesso risultato la B.C. lo può ottenere anche senza stampare materialmente delle banconote: le basta permettere alle banche di ridurre le riserve obbligatorie, oppure può stimolarle a diminuire le riserve volontarie tenute presso di sé (sé Banca Centrale), e questo lo può fare riducendo il tasso di interesse che applica su queste riserve; una diminuzione dei tassi di interesse corrisposti da BC alle riserve di liquidità detenute dalle aziende di credito ha quindi l’effetto di aumentare la moneta in circolazione nel sistema economico, e ogni euro che, nel bilancio delle banche, si trasforma da credito verso la BC e credito (prestito) verso un operatore (azienda di produzione o di erogazione) si moltiplica in breve tempo e ne produce altri in un numero che è pari a 1 ÷ propensione alla liquidità del sistema Più sono basse la propensione a tenere liquidità da parte delle banche (= più è basso il tasso di riserva) e la propensione a tenere liquidità nel pubblico (cioè negli operatori non bancari: le altre aziende e le famiglie ) e più il moltiplicatore produce effetti (per Teresa e altri: più è piccolo il denominatore e più è grande il risultato). Lo strumento del moltiplicatore funziona ovviamente anche in retromarcia: se la base monetaria (M0) si riduce di X, l’offerta di moneta (M1, cioè la moneta complessiva in circolazione) si riduce di un multiplo di X pari al solito rapporto 1 ÷ propensione complessiva alla liquidità . Ecco allora che, se BC ritiene opportuno ridurre la quantità di moneta in circolazione (magari perché l’inflazione sta salendo troppo), lo può fare aumentando il tasso di interesse con il quale remunera le riserve che le banche mantengono presso di lei [se aumento il prezzo l’offerta aumenta: in questo caso il prezzo è il tasso d’interesse e l’offerta è la liquidità che le aziende di credito sono disposte a “investire” in riserve volontarie presso la BC; ricordo ai distratti che queste “riserve” sono – per le banche – dei crediti sulla BC, e se prima la BC remunerava questi crediti al tasso dell’1,5% mentre adesso offre il 2% allora aumenterà il quantitativo di € che le banche sono disposte a depositare; ecco quindi che questi € verranno drenati (risucchiati, tolti) dal sistema economico e “sterilizzati” nel bilancio (nel passivo, ché per la BC sono dei debiti) della BC. Quel denaro non può quindi più essere utilizzato dagli operatori. Ma se la propensione complessiva del sistema alla liquidità è, ad esempio, del 10% e rimane costante, allora ogni € che viene assorbito dalle riserve della BC provoca una diminuzione di moneta complessiva in circolazione pari a 10 €]. Sebbene l’aumento del tasso di interesse deciso dal banchiere centrale e applicato sulle riserve non tocchi direttamente nessun operatore economico diverso dalle banche, si ripercuote però lo stesso e immediatamente su tutti i tassi d’interesse per un effetto “segnale” (quando la BC dà quel segnale allora gli operatori, se riconoscono autorevolezza e capacità nel banchiere centrale, si attendono che i tassi aumenteranno davvero, e l’attesa di un maggior prezzo in futuro provoca l’aumento del prezzo già nell’immediato); ma anche senza effetto “segnale” (chiamato anche effetto “annuncio”) i tassi aumenterebbero ugualmente, anche se non all’istante: la diminuzione del denaro in circolo ne farebbe comunque aumentare il prezzo in base all’ineluttabile legge della domanda e dell’offerta. 35 8.2) Sulla solvibilità. Nessuno, a parte qualche generoso benefattore, fa usare agli altri i propri soldi (o i propri beni non monetari) con lo scopo di contribuire al benessere della società umana anche al costo di peggiorare la propria situazione. Ognuno, invece, lo fa per lo scopo di avvantaggiare se stesso e la propria famiglia, consapevole di non danneggiare gli altri. Un tasso pari o inferiore allo 0% è quindi senza senso e se si verifica allora è a causa di circostanze decisamente anomale e innaturali (ad esempio l’esistenza di una imposta sulla liquidità). Nessuno presta se pensa di rimetterci, e quindi chi non è ritenuto in grado di restituire, cioè chi non è ritenuto “solvibile”, non ottiene credito. Il concetto di “solvibilità” è certamente semplice: un soggetto è “solvibile” quando riesce a pagare (rimborsare) con puntualità i debiti che scadono. Meno rapido è, invece, segnalare quali sono le condizioni, le caratteristiche che il soggetto deve avere per risultare solvibile. Certamente un peso rilevante hanno (non necessariamente in ordine d’importanza): a. b. il valore del suo patrimonio netto; il rapporto fra l’ammontare del patrimonio lordo (l’attivo) e quello dei suoi debiti (a parità delle altre condizioni, presto più volentieri a Bruto che possiede beni per 80 e ha debiti per 10 – e quindi il rapporto è 8 – piuttosto che a Cesare che ha 90 di beni e 30 di debiti, con rapporto, quindi, 3); c. il rapporto fra reddito e debiti (a parità delle altre condizioni, presto più volentieri a Dario che guadagna 40 l’anno e ha debiti per 20 – e quindi il rapporto è 2 – piuttosto che a Ettore che ha 45 di reddito e 25 di debiti – con rapporto, quindi, 1,8); d. la tempistica delle scadenze dei debiti già contratti (a parità delle altre condizioni, presto più volentieri a Filippo i cui debiti scadono fra il 2025 e il 2030 piuttosto che a Galba che dovrà rimborsare gli stessi importi ma entro il 2020); e. il comportamento tenuto nel passato (a parità delle altre condizioni, presto più volentieri a Probo che ha sempre rispettato le scadenze eseguendo puntualmente i pagamenti piuttosto che a Tacito, il quale più volte ha richiesto di rinviare i pagamenti nel tempo); f. la stabilità politica del paese in cui risiede il soggetto (a parità delle altre condizioni, presto più volentieri a Crocodile Dundee che vive in Austrialia piuttosto che ad Abebe Bikila residente in Etiopia). g. le probabili prospettive economiche del soggetto (a parità delle altre condizioni, presto più volentieri a una azienda da tempo in espansione e che ha ragionevoli programmi per aumentare ancora la sua quota di mercato piuttosto che a una in declino e senza validi progetti per invertire la tendenza ); h. le probabili prospettive del settore in cui opera il soggetto (a parità delle altre condizioni, presto più volentieri a una azienda del settore energie rinnovabili piuttosto che una che commercia bomboniere in ceramica ( il numero di matrimoni è in continua diminuzione e sempre più la bomboniera è sostituita da altre idee-ricordo)). Si potrebbe andare avanti ancora nell’indicare cose che influenzano la “solvibilità” di un soggetto, ma in ogni caso resta il fatto che per le aziende di produzione è fisiologico, normale, praticamente inevitabile avere debiti in tutto l’arco dell’esistenza (nelle aziende di produzione la fonte di finanziamento “capitale di terzi” è quasi sempre prevalente rispetto al “capitale proprio”, o – detto in altre parole – il capitale netto finanzia in genere meno della metà dell’attivo ), e da ciò discende che è altrettanto fisiologico, normale, praticamente inevitabile che le aziende di produzione (ma anche gli stati, come abbiamo visto l’anno scorso) paghino i debiti in scadenza facendo nuovi debiti (che, giunti a scadenza, saranno a loro volta rimborsati accendendo nuovi finanziamenti e così via) e ciò perché se le aziende fossero in grado di pagare i debiti con liquidità propria allora significherebbe che una parte consistente dell’attivo non era sotto forma di beni di produzione (impianti, attrezzature, scorte ecc.) ma di denaro, e quindi che l’azienda non faceva il suo mestiere ma il risparmiatore. Perciò è corretto dire che un debitore è solvibile finché trova creditori disposti a prestargli i mezzi monetari necessari per onorare i debiti che scadono. E poiché io riesco a trovare dei finanziatori solo se sono considerato solvibile, ecco allora che l’unica caratteristica che rende effettivamente solvibile un debitore è essere considerato tale. 36 Insomma, è solvibile colui che il mercato (la collettività) ritiene sia solvibile (concetto analogo a quello visto in terza per definire la moneta: “moneta è qualsiasi cosa che sia ritenuta moneta”). Superato un certo livello di indebitamento (livello che nessuno può stabilire, perché non vi è modo per definirlo), qualunque debitore da solvibile diventa non “solvibile”. L’indebitamento, quindi, trova certamente un limite quantitativo, ma tale limite non può essere definito usando parametri di alcun tipo. In altre parole: la solvibilità non è, dunque, una caratteristica intrinseca e oggettiva di un debitore: salvo casi anomali, nessuno, nemmeno l’azienda o lo stato o l’ente pubblico patrimonialmente più solido, è solvibile in assoluto, cioè in grado di rimborsare tutti i debiti con propri mezzi, senza cioè ricorrere ad altri debiti. Ingenuo che si illude di calcolare il grado di solvibilità Infatti, per riuscirci, dovrebbe avere una liquidità pari ai debiti, ma (come già scritto nella precedente pagina) questo significa che si è indebitato per lasciare i soldi inutilizzati, si è quindi indebitato per niente e paga interessi passivi inutilmente. Significa, allora, che se c’è un debitore “oggettivamente” solvibile quel debitore è un cretino. Quando la Telecom o la Microsoft, lo stato italiano o quello tedesco, il comune di Reggio o New York, devono rimborsare un debito in scadenza, il più delle volte lo fanno girando al “vecchio” creditore moneta ricevuta da un “nuovo” finanziatore. Se, ad esempio, lo stato italiano dovesse rimborsare tutti i suoi debiti in scadenza nei prossimi 12 mesi (ogni anno deve rimborsare oltre 300 miliardi di euro su circa 2.100 miliardi di debiti complessivi) senza poter ricorrere a nuovi debiti (cioè all’emissione di nuovi BOT, BTP, CCT e altre obbligazioni) lo stato dovrebbe o non pagare per tutto l’anno tutte le pensioni e metà degli stipendi ai dipendenti pubblici, o aumentare le tasse di oltre 1.000 euro al mese a tutte le famiglie italiane, ed entrambe le soluzioni sono impraticabili (la seconda, purtroppo, è impraticabile solo nel breve periodo, ché nel medio-lungo è già stata praticata e il 99% dei politici ha in programma di praticarla ancora). Per l’ultima volta: quasi sempre gli enti pubblici e le aziende, ma a volte anche le famiglie, pagano puntualmente i debiti in scadenza (e quindi sono solvibili) soltanto perché tempestivamente si procurano i mezzi monetari da altri finanziatori, i quali poi, alla scadenza, saranno rimborsati coi soldi di altri prestatori ancora e così via. Se, per effetto di voci magari false ma ritenute vere dai potenziali finanziatori, all’improvviso il grado di affidabilità percepito del debitore (il suo “credit standing” o “credit rating” per dirla all’inglese ) diminuisse sensibilmente, allora non troverebbe più “nuovi” finanziatori ed ecco che diverrebbe insolvente, e questo, magari, nonostante la sua situazione patrimoniale ed economica non si sia modificata rispetto a quando era considerato solvibile. Ai fini della solvibilità, ciò che conta non è la situazione patrimoniale ed economica “reale”, “interna” del debitore, ma la sua situazione “percepita”, il modo in cui lo si vede dall’esterno. Se le informazioni sul debitore sono corrette, frequenti e uniformemente conosciute, allora il giudizio degli operatori sulla sua solvibilità non può, salvo casi eccezionali, mutare repentinamente (= all’improvviso), ma soltanto gradualmente (perché, salvo casi particolari, la situazione economica-patrimoniale aziendale cambia con gradualità e non improvvisamente ). Se, col tempo, le informazioni negative prevalessero sulle positive, allora col tempo gli operatori, per concedere i finanziamenti, pretenderebbero un “premio” sempre maggiore per il rischio che corrono nel prestare a un soggetto man mano meno solvibile. Questo “premio” si concretizza in un maggior tasso d’interesse che il debitore dovrà pagare (maggiore rispetto a quello che pagano i soggetti ritenuti certamente solvibili). 37 E’ questo il motivo per cui l’indicatore più attendibile (meno inattendibile) della solvibilità di un debitore è il tasso d’interesse che paga sui suoi debiti. Quando, invece, le informazioni che il mercato ha sul debitore sono errate, magari perché falsificate ad arte (= apposta), allora il giudizio può cambiare di molto in pochissimo tempo. E’ stato il caso, ad esempio, della Grecia nel 2009 o della Parmalat nel 2003 (ma si potrebbero citare altri casi più vicini nel tempo e geograficamente, ad esempio il Gruppo Burani): la Parmalat cominciò a zoppicare una ventina di anni prima che diventasse insolvente, e anno dopo anno la sua malattia, tenuta nascosta, si aggravava. Già oltre dieci anni prima del fallimento aveva accumulato debiti di molti miliardi di euro superiori all’attivo patrimoniale. Ma per tutti quegli anni riuscì a far credere (falsificando i bilanci, “lavorandosi” giornalisti, esperti di finanza, politici ecc.) che la sua situazione fosse solida. In questo modo la Parmalat non ha mai, per tanti anni, avuto difficoltà a trovare nuovi finanziamenti che le permettessero di rimborsare i debiti in scadenza e di pagare gli interessi: era, quindi, tecnicamente un soggetto solvibile. Non appena la verità emerse, non trovando più nessuno disposto a prestarle soldi, immediato è giunto il fallimento, e in questo modo gli ultimi creditori, quelli rimasti col cerino in mano, hanno ricevuto il danno (la perdita del credito) senza essersi nemmeno goduti il vantaggio di avere in precedenza ottenuto dei tassi d’interesse elevati. 8.3) Riepilogando un po’. Il buon funzionamento dell’economia di una società è basato sulla fiducia: la fiducia nel debitore rende il credito buono; i crediti bancari buoni rendono i depositi bancari (i debiti delle banche) affidabili; la fiducia che i debiti bancari a vista, che sono moneta, siano validi dà valore alla moneta (che è, prevalentemente, moneta bancaria); la fiducia che la moneta conservi nel tempo il suo valore contribuisce a rendere stabile il suo valore; una buona e stabile moneta rende efficiente l’economia. Ecco il motivo per cui è bene che le banche siano gestite bene e quindi anche patrimonialmente sane, cioè abbiano un attivo solido e un capitale netto adeguato. Ma per avere un attivo valido le banche non devono prestare soldi a cani e porci e non devono comprare delle porcherie: bisogna fare in modo che la percentuale dei crediti marci rimanga piccola e che gli investimenti diversi dai crediti alla clientela siano ragionevoli e prudenti. Sottolineo ancora che non sono solo i crediti bancari (nelle varie forme che impareremo a conoscere nella parte terza: mutui, anticipi s.b.f., scoperti di conto corrente ecc. ) a dover essere buoni: è tutto l’attivo patrimoniale delle aziende di credito che deve essere solido (e quindi, ad esempio, non devono essere sopravvalutate le partecipazioni in altre imprese, così come non è bene che nell’attivo della banca ci siano altri titoli di credito – magari titoli di stato greci o latini in genere o altre obbligazioni emesse da soggetti semiputrefatti – ancora valutati al costo d’acquisto nonostante il loro valore di mercato si sia ormai più o meno dimezzato). Ma poiché i crediti sono la parte prevalente dell’attivo, l’attività di erogazione del credito da parte delle banche deve essere particolarmente curata. C’è poi da tenere presente, come già si è detto, che tutto poggia non tanto su dati oggettivi bensì su impressioni, non su una realtà quantificabile oggettivamente ma su una realtà percepita, e quindi un ruolo importante, nel funzionamento del sistema, lo gioca la psicologia, rendendo l’equilibrio più instabile di quanto sarebbe se l’uomo agisse sulla sola base della razionalità. Con questo si può capire quanto importante e difficile sia il mestiere di Banca Centrale. 38 Infatti: deve regolare la quantità di moneta cercando di capire quanta ne occorra in circolazione per evitare che lo sviluppo economico rallenti (perché è troppo poca), o che l’inflazione salga (perché la moneta è troppa). Ma la quantità di moneta dipende soprattutto dall’agire delle banche e del pubblico, e quindi la Banca Centrale può solo stimolare e convincere gli operatori ad adottare comportamenti tali che la quantità di moneta sia quella da lei ritenuta più opportuna; deve controllare che i banchieri (= gli amministratori delle aziende di credito, non i loro dipendenti, che sono i “bancari”) siano bravi. Ma se sono coglioni, poco prudenti o truffatori non può far molto: a sostituire i coglioni e gli eccessivamente audaci con i capaci e i ragionevolmente prudenti deve pensarci la concorrenza di mercato, e a eliminare i truffatori deve pensarci la magistratura. In un caso e nell’altro ciò che conta è che ci siano buone leggi, e questo è responsabilità dei politici e non della Banca Centrale; come conseguenza del punto precedente, l’attività di controllo della Banca Centrale sulle banche deve essere attentamente valutata: se non è sufficientemente occhiuta e ficcante rischia di lasciar agire i banchieri spericolati o truffatori, ma se è eccessivamente invasiva e pressante limita troppo la libertà di agire dei banchieri e compromette così la funzione benefica della concorrenza. In questo caso i banchieri più capaci e innovativi verrebbero frenati e così i banchieri coglioni non sarebbero espulsi dal mercato. Insomma, se la B.C. tollera comportamenti dei banchieri al confine tra l’imprudenza e l’illecito provoca la rarefazione degli operatori bravi e corretti, soppiantati dai banchieri furbi e pirati; ma se B.C. eccede nella prudenza e si fa prendere dall’ossessione per gli imbroglioni e gli imprudenti provoca la proliferazione degli incapaci che continuano a prosperare in virtù della mancanza di concorrenza da parte dei più bravi ingabbiati dalla B.C. . Le azioni che le Banche Centrali (e ora alludo alle B.C. nazionali come la Banca d’Italia, la Deutsche Bundesbank – da non confondere con la “Deutsche Bank” che è una banca normale come la Cassa di Risparmio di Carpi, solo più grande –, il Banco de España, la Banque de France ecc. cui spetta il controllo delle aziende di credito operanti nei rispettivi paesi ) possono mettere in atto quando una banca è condizioni finanziarie così critiche da rischiare il fallimento sono, ad esempio: a. imporle un aumento di capitale sociale (cioè imporre agli azionisti di effettuare degli apporti mettendo mano ai propri portafogli personali, e se non lo fanno loro lo faranno dei nuovi azionisti che in questo modo potranno imporre in assemblea degli amministratori nuovi e, si spera, più capaci); b. imporle una “operazione di fusione” con un’altra banca (in pratica l’organismo vecchio e malato scompare – pur mantenendo a volte il nome – confluendo in un altro più grande e – sperabilmente – più sano); c. imporre ad altre banche una “cordata di salvataggio” (invitandole perentoriamente a finanziare la banca in difficoltà). Quando, però e come in questo momento, a essere in difficoltà non è una singola banca o alcune, ma tutte (chi più e chi meno), allora queste strade portano a nulla, e la B.C. deve adottare rimedi diversi che, in ultima analisi, sono comunque riconducibili al finanziamento diretto delle aziende di credito, non escludendo, come ultima spiaggia, il finanziamento attraverso la stampa di nuova moneta. Finito così di trattare di sistema bancario e di Banca Centrale, ora vi resta da conoscere la banca. In quest’ultima parte vedremo come e con quali strumenti operano le aziende di credito. Poiché, come si è detto, una banca opera quasi esclusivamente svolgendo la funzione monetaria e quella creditizia, il prossimo capitolo (il 9) tratterà degli strumenti monetari (dopo che, mentre ci occupavamo della moneta bancaria, al paragrafo 8.1 abbiamo già conosciuto il “conto corrente bancario”, cioè lo strumento monetario di base e più importante), il capitolo 10) sarà dedicato agli strumenti creditizi utilizzati per la raccolta ( cioè quelli con i quali la banca si fornisce di credito) e il capitolo 11) agli strumenti per gli impieghi, quelli che invece la banca usa per erogare il credito. 39 9) Gli strumenti monetari collegati al conto corrente. 9.1) L’assegno bancario Pur certo che tutti ricordate alla perfezione l’intero programma di terza, vi ripropongo (solo ugualmente qualche pagina all’argomento assegno, più che altro per motivi di estetica complessiva di questi appunti. leggermente modificati) 9.1.a) Nascita di un assegno bancario. Il bonifico (lo strumento che abbiamo conosciuto a pagina 28) non è l’unico modo per trasferire denaro da una persona all’altra: se vuoi ottenere una valutazione gonfiata allo scrutinio senza recarti alla tua banca per firmare l’ordine di bonifico a mio favore, o hai l’home banking (cioè hai chiesto alla tua banca di poter fare operazioni sul tuo conto dal P.C. collegandoti a internet ) oppure puoi consegnarmi in aula un “assegno bancario” da mille euro. L’assegno è, infatti, un documento contenete l’ordine impartito da te alla tua banca di pagare a qualcuno una somma di denaro. Tu sei il “traente” o “emittente” dell’assegno, la persona a cui sono destinati i soldi è ancora chiamata, come nel bonifico, “beneficiario”, mentre il CREDEM (ammesso che sia questa la banca presso cui hai aperto un conto corrente) è la banca “trattaria”. Qui sopra c’è l’immagine della faccia anteriore di un assegno bancario. Vi potete leggere l’ordine che il correntista dà alla banca trattaria CREDEM (“A VISTA PAGATE PER QUESTO ASSEGNO BANCARIO”) di pagare la somma scritta sull’assegno (“euro ……………………………………….…”) al beneficiario indicato (“A ……………………………………….…). Infine, dopo il numero del conto corrente del traente (“C/C 10 31868” vi è lo spazio in cui il correntista deve apporre la sua firma (prima il nome e poi il cognome, se no viene bocciato). 9.1.b) Vita e morte di un assegno bancario. Si è visto sopra come sia il “correntista” a dar la vita agli assegni bancari: la banca trattaria si limita a produrre fisicamente, facendoli stampare da un tipografo, dei pezzi di carta raggruppati in “blocchetti”, ma a questo punto sono solo dei moduli, dei pezzi di carta variamente colorata. A trasformarli in denaro, ad alitare in essi la vita monetaria, è il correntista. Ora vedremo come, una volta nato, si sviluppa l’esistenza dell’assegno. E, tra l’altro, scopriremo che se l’assegno nasce sano muore in poco tempo, mentre se nasce malato vive a lungo, sebbene in una continua agonia. 40 Una volta nato (emesso) l’assegno, il beneficiario lo può usare, alternativamente, in tre modi diversi: 1) incassarlo personalmente; 2) incaricare qualcun altro di svolgere per lui il servizio di incasso; 3) cederlo ad altri (questo terzo modo d’uso è possibile solo per gli assegni “trasferibili” e non per quelli “normali”). Il beneficiario di un assegno può quindi scegliere fra due modi per incassarlo (1) e 2)) e una terza possibilità (eventuale) di utilizzo, usarlo come moneta trasferendolo a qualcun altro (3)). 1) il primo sistema per incassare l’assegno – che non si usa quasi mai perché eccessivamente scomodo – è recarsi alla banca trattaria e chiedere che l’assegno ci venga scambiato con dei biglietti di banca. Nell’esempio di prima, io entro nella tua banca, che è il CREDEM (cod. ABI 03032), nell’agenzia in cui tu hai il c/c (cod. CAB 12800), mi presento a una cassa, mostro al cassiere (che non mi conosce perché non sono un cliente di quella banca) un mio documento d’identità in modo che possa verificare la corrispondenza con il nome del beneficiario indicato nell’assegno (alcune banche, per ridurre i rischi, richiedono due diversi documenti d’identità, ad esempio la carta d’identità e il passaporto o la patente ). Il cassiere controlla che l’assegno sia correttamente compilato, [e questo accade anche nei prossimi casi 2) e 3)] e in particolare che la firma del traente (la tua) coincida con quella che in precedenza, all’apertura del conto corrente, fu da te depositata come campione (specimen); poi controlla anche che sul tuo conto 31868 ci sia una sufficiente “provvista”, vale a dire che la banca abbia impegni nei tuoi confronti per almeno 1.000 euro, e a questo punto mi consegna le banconote, 20 da 50 o 100 da 10 o i pezzi che mi pare. 2) Il secondo sistema – certamente più usuale – che il beneficiario ha di incassare l’assegno è chiedere alla propria banca di svolgere per lui il servizio d’incasso. In questo modo la banca di cui il beneficiario è cliente accredita (cioè registra con segno positivo per il cliente correntista) salvo buon fine l’importo dell’assegno nel momento stesso in cui il beneficiario glielo porta. Sempre nell’esempio, io andrei alla C.R.B. agenzia di Reggio Emilia via Giorgione 4. Accreditare “salvo buon fine” significa che la banca scrive l’importo in avere del mio conto (fra le mie “entrate”) ma si riserva di togliermi poi dal conto l’importo dell’assegno nel caso in cui la banca trattaria (il Credem) non lo pagasse (cioè nel caso l’assegno non andasse a finir bene). Infatti la banca del beneficiario (la mia, la C.R.B.) non è in grado di controllare la validità di quell’assegno, non può cioè sapere se c’è la provvista necessaria e se la firma è buona; questo controllo lo può fare solo la banca trattaria (la tua, il CREDEM). Il beneficiario, per permettere alla sua banca di incassare per lui l’assegno, lo deve “girare per l’incasso”, vale a dire deve firmare, sul retro dell’assegno, l’ordine alla banca trattaria di pagare non a lui, bensì alla sua banca (nell’esempio: io scriverei di non pagare a me ma alla C.R.B.). Sul retro dell’assegno apparirà quindi la firma del beneficiario dopo la frase (in genere apposta con un timbro dalla banca che cura l’incasso) “per me pagate per l’incasso alla banca pinco pallino” o altra frase equivalente. Il beneficiario (io) è detto “girante per l’incasso”, e la sua banca (la C.R.B.) “girataria per l’incasso”. Nella malaugurata ipotesi che l’assegno da me versato sul mio conto risulti alla fine “scoperto” o comunque non venga pagato, la mia banca mi avvertirà comunicandomi che quell’assegno è andato “insoluto” e recupererà l’importo annotandolo in dare del mio conto corrente (cioè fra le mie “uscite”). 3) Il beneficiario dell’assegno, oltre ad incassarlo, può però usarlo in altro modo: cedere l’assegno ad un’altra persona. Questa possibilità è però limitata agli assegni di importo fino a 2.500 €: gli assegni di importo superiore non possono, infatti, essere trasferiti dal beneficiario ad altre persone. Se però l’assegno è di importo inferiore e se il traente è disposto a pagare un’imposta ( di bollo) di 1,50 € per assegno, allora il beneficiario può cedere ad altri l’assegno. Ad esempio: ammesso che l’assegno da mille euro che mi hai dato sia un assegno trasferibile (e quindi ha subito l’imposta di bollo di 1,50 € ), lo potrei consegnare alla Torelli Tours per prenotare una vacanza in Polinesia. E’ ovvio che la semplice consegna non basta: sull’assegno tu (traente) hai ordinato alla tua banca di pagare a Carlo Massa, per cui il CREDEM (banca trattaria) “paga bene” solo se paga a me. Ecco allora che, oltre a consegnarlo, è necessario anche che io giri l’assegno alla Torelli Tours, e cioè lo firmi sul retro apponendo anche una dicitura del tipo “per me pagate alla Torelli Tours”. Quella che ho descritta è la girata in pieno, vale a dire la disposizione (= l’ordine), impartita dal beneficiario alla banca trattaria, di pagare l’assegno ad un'altra persona. Nell’esempio, io vengo detto girante, mentre 41 Torelli Tours è il giratario. Un assegno può essere girato anche più di una volta, nel senso che il giratario acquisisce a sua volta il diritto di cedere l’assegno, e quindi di girarlo a qualcun altro. Per il fatto che il diritto di pretendere la somma riportata sull’assegno si trasferisce da un soggetto all’altro per mezzo della girata, si dice che l’assegno è un titolo all’ordine. Nel caso in cui il beneficiario si limiti a firmare l’assegno sul retro, senza cioè scrivere anche il nominativo del giratario, allora si è in presenza di una girata in bianco. L’assegno girato in bianco è ugualmente valido, e la sua caratteristica è quella di permettere al giratario che l’ha materialmente ricevuto (e il cui nome non appare) di trasferire l’assegno senza girarlo a sua volta, bensì limitandosi a consegnarlo al nuovo giratario. Si dice che quell’assegno circola non più come un titolo all’ordine, bensì come un titolo al portatore. Da quanto detto risulta evidente che le girate in pieno o in bianco (cosiddette “girate proprie”) sono ben altra cosa rispetto alla girata per l’incasso vista al punto 1) (e che viene infatti definita “girata impropria”). In effetti, mentre con le prime – cioè le “girate proprie” – il giratario diviene titolare del diritto di credito (in parole più rozze ma più chiare, diventa “proprietario” dell’assegno ), nel caso di girata per l’incasso il giratario (che, normalmente, è una banca) deve solo svolgere il compito di incassare i soldi per conto del girante. Quindi: se alla fine la banca trattaria non paga l’assegno, al giratario “normale” viene un colpo perché i soldi che non vengono pagati sono i suoi, mentre il giratario per l’incasso non si preoccupa più di tanto, in quanto si limita a comunicare la triste notizia al girante che lo aveva incaricato di incassare (e a cui viene un colpo). Un’altra importante precisazione: quando il girante gira in pieno o in bianco un assegno, automaticamente diventa responsabile, nei confronti del giratario, del buon fine dell’assegno stesso. Si dice che il girante diventa un debitore di regresso. Se, ad esempio, l’assegno di mille euro emesso da te e poi da me girato alla Torelli Tours andasse insoluto e quindi venisse protestato (*), la Torelli Tours potrebbe pretendere da me l’importo che il CREDEM, la tua banca, non ha pagato. Successivamente, è ovvio, io cercherò di rifarmi su di te avendo in mano un titolo esecutivo (**) (e dovendo tu ancora dare l’esame). Se il girante non vuole assumersi questa responsabilità, cioè non vuole rispondere del buon fine dell’assegno, deve scrivere sul retro, accanto alla sua firma, una frase del tipo “senza regresso” o “non ne rispondo” o “non garantisco” o “senza garanzia” o qualcosa del genere. In questo modo il giratario non può pretendere da lui la somma eventualmente non pagata dalla banca trattaria. E’ però evidente che la “girata senza regresso” viene apposta ben di rado: salvo casi particolari, riconducibili ad alcune operazioni finanziarie che mi guardo bene dal descrivere e spiegare, occorre trovare un giratario così scemo da accettare in pagamento dal girante un assegno della cui copertura dubita lo stesso girante! Resta ora da vedere quali sono le conseguenze, per il traente, dell’emissione di un assegno che va insoluto. (*) Vedi pagine successive. (**) Il fatto che l’assegno bancario sia un “titolo esecutivo” significa, in pratica, che ha il valore di una sentenza del giudice che condanna il debitore a pagare. 42 9.1.c) Cosa succede se l’assegno non viene pagato. Prima di pagare un assegno le banche controllano che tutto sia in regola, e in particolare: la banca girataria per l’incasso, cioè quella che viene incaricata di svolgere il servizio di incasso: - - controlla che l’assegno sia correttamente compilato; controlla che chi presenta l’assegno sia un proprio cliente, cioè abbia un conto corrente aperto presso di sé o comunque abbia la delega ad operare su di un conto corrente intestato ad un cliente della banca stessa; nel caso sia un assegno non superiore a 2.500 € ed emesso su un modulo non “non trasferibile” (cioè su un modulo per il quale è stata pagata l’imposta di bollo di 1,50 €) verifica che l’ultimo giratario (cioè colui che richiede alla banca di svolgere il servizio di incasso) sia legittimato ad incassare l’assegno da una serie “continua” di girate (cioè, nel caso l’assegno sia stato girato più di una volta, che non ci siano salti fra un girante e l’altro); la banca trattaria, cioè quella cui è rivolto l’ordine di pagare, una volta che le arriva l’assegno: - verifica anch’essa che l’assegno sia correttamente compilato e che le girate siano “continue”; controlla che sul conto del traente ci siano fondi sufficienti; esamina l’autenticità della firma del traente; verifica che l’assegno sia stato emesso non più di 8 giorni (se emesso “su piazza”, cioè – in pratica – nello stesso comune dello sportello bancario) o di 15 giorni (se emesso “fuori piazza”, cioè in un altro comune italiano) prima della sua presentazione per il pagamento. Rispettare gli 8 (o 15) giorni di tempo può essere importante: il traente, infatti, una volta trascorsi questi giorni può chiedere alla banca la “revoca dell’ordine di pagamento”, e se lo fa si libera da tutti i guai che normalmente gli deriverebbero dall’aver emesso un assegno “scoperto” (e che vedremo fra poco: protesto, iscrizione al CAI, sanzioni ecc.). Attenzione, non è che l’assegno presentato al pagamento oltre i termini non abbia valore: al contrario, conserva comunque la caratteristica di “titolo esecutivo” che permette al beneficiario o comunque al portatore di rifarsi sul traente. Solo che non potrà più essere “protestato” e quindi, tra l’altro, l’ultimo giratario portatore del titolo perde la possibilità di rifarsi sui giranti. Se per un qualche motivo (il più frequente è la mancanza di “provvista”, cioè di fondi) la banca trattaria non esegue l’ordine di pagare un assegno presentato nei termini, allora possono esserci varie conseguenze. Le più importanti e probabili sono le tre seguenti: 1. l’assegno viene il “protestato” e, di conseguenza, il nome del traente viene riportato sul “bollettino dei protesti”; 2. il nome del traente viene segnalato alla “Centrale di Allarme Interbancario” (la “C.A.I.”); 3. al traente sono comminate delle sanzioni amministrative. 4. il nome del traente a volte viene anche segnalato alla “Centrale dei rischi” 1. Il “protesto” è l’atto pubblico (ed è per questo che deve intervenire un pubblico ufficiale, normalmente un notaio o il segretario comunale o un ufficiale giudiziario) con il quale viene accertato in modo formale (ufficiale) il mancato pagamento dell’assegno e viene resa pubblica la notizia della mancanza di provvista, con conseguente perdita di reputazione di chi aveva emesso l’assegno. 43 La pubblicazione del proprio nome sul bollettino dei protesti (questo è il nome tradizionale, quello più moderno è “registro informatico dei protesti”, un registro tenuto dalle CCIAA, cioè le Camere di commercio) provoca al traente conseguenze decisamente gravi nel caso in cui la persona “protestata” svolga un’attività produttiva, cioè gestisca un’azienda di produzione. Infatti in questo caso i creditori non appena avuta notizia che quel cliente emette assegni “a vuoto”, non saranno più disposti a concedere credito: i fornitori pretenderanno, prima di consegnare altra merce, di essere pagati in contanti, e le banche chiederanno al protestato di “rientrare” (cioè di restituire quanto avuto in prestito). E’ quindi probabile che l’azienda non riesca a proseguire l’attività e arrivi alla morte (per “fallimento”). Oltre a essere importante per la sua funzione dissuasiva (un’azienda ci pensa sette volte prima di emettere un assegno scoperto, e se lo fa significa che ormai ha l’acqua alla gola), il protesto è anche importante perché consente a chi ha presentato al pagamento l’assegno “cabriolet” (quando ero giovane era diffuso questo simpatico modo di chiamare l’assegno scoperto) di agire non solo contro il traente ma anche contro gli eventuali giranti e/o avallanti attraverso la “azione di regresso”. 2. La banca trattaria è anche obbligata a segnalare l’emissione di un assegno a vuoto da parte di un suo correntista alla Centrale di Allarme Interbancaria (CAI). L’accesso ai dati memorizzati in questo archivio è consentito solo alle banche (oltre al diretto interessato che sia curioso di sapere cosa risulta a suo nome). Per il pubblico, invece (e al contrario che nel “registro informatico dei protesti”), sono disponibili solo i dati non nominativi degli assegni non pagati: se volete dare un’occhiata al sito della CAI potete cliccare sul link http://gbdpublx.sia.it/caipub/caiserv/FormInformativo1.jsp Nel caso di emissione di assegno senza provvista il traente può evitare la segnalazione alla CAI attraverso un pagamento tardivo, cioè un pagamento entro 60 giorni. In questo caso l’emittente dovrà versare, a titolo di oneri accessori e oltre agli interessi legali e le spese relative al protesto, una penale del 10% della somma iniziale. 3. L’emissione di un assegno senza provvista è un illecito amministrativo (e perciò non penale) punito con sanzioni da 516 a 3.100 € ma che sono anche maggiori in caso di assegni d’importo superiore a 10.000 € circa o in caso di reiterazione dell’illecito (= in caso di irregolarità commessa più volte); oltre alla sanzione pecuniaria vi è anche la “revoca di sistema”, cioè il divieto di emettere assegni per 6 mesi. Nei casi più gravi il Prefetto può infliggere altre sanzioni come la sospensione dall’esercizio di attività professionali o imprenditoriali. L’inosservanza di queste sanzioni amministrative costituisce un illecito penale punibile con la reclusione. Come già ho scritto, il pagamento tardivo dell’assegno evita queste conseguenze (ma resta la penale del 10% e il protesto). 4. La Centrale dei Rischi della Banca d’Italia contiene informazioni sui prestiti bancari pari o superiori ai 30.000 €. Tutte le banche sono obbligate a segnalare alla Centrale dei Rischi i prestiti concessi a qualsiasi cliente, in modo che ogni azienda di credito possa essere al corrente dell’esposizione debitoria complessiva che un soggetto ha nei confronti dell’intero sistema bancario. I dati registrati presso la Centrale dei Rischi della Banca d’Italia sono riservati e disponibili solo alle aziende di credito (e al soggetto interessato, oltre che – nel caso di società di persone – ai soci illimitatamente responsabili). 44 9.2) Altre cose sul conto corrente. In questo paragrafo trovate qualche altra informazione sugli strumenti monetari collegati al “conto corrente”. Le cose da aggiungere sarebbero tante, ma le più ve le risparmio; la scelta di quali trattare l’ho fatta basandomi su una combinazione fra importanza, semplicità e interesse; l’ordine in cui le presento, invece, non segue alcun criterio. 9.2.a) Il RID (Rapporto Interbancario Diretto) Il RID è un servizio che permette l’incasso automatico dei crediti di una azienda in seguito alla sottoscrizione da parte del debitore correntista di una autorizzazione alla propria banca ad accettare gli ordini di addebito che l’azienda periodicamente invia. Il servizio è soprattutto noto al pubblico come “domiciliazione bancaria”: visto non dalla parte del creditore ma da quella del debitore, la domiciliazioni bancaria (o RID) è un servizio che la banca offre a chi ha dei pagamenti periodici e duraturi nel tempo, come per esempio quelli relativi alle utenze domestiche (Enel, gas, acqua, telefono ecc.) o a pagamenti rateali. Se sottoscrivi il servizio RID i tuoi pagamenti verranno addebitati direttamente sul tuo conto corrente, e potrai evitare di recarti in banca o in posta per effettuare i relativi versamenti. La procedura necessaria all'attivazione del servizio è semplice: l’azienda creditrice (l’Enel, la Telecom, l’Agac ecc.) allega alle sue fatture un modulo per richiedere la “domiciliazione” della bolletta, modulo su cui l’utente debitore indica le proprie coordinate bancarie (codice IBAN). Anche la banca, se il correntista lo richiede, può attivare il servizio comunicando la richiesta all’azienda. 9.2.b) Il MAV (pagamento Mediante AVviso) Il Mav è una procedura bancaria standard che permette a un creditore di incassare il credito mediante l’uso, da parte del debitore e senza alcuna spesa accessoria, di un apposito bollettino. Il pagamento può avvenire anche negli uffici postali. Diversamente dal RID, con il MAV il pagamento non è diretto, nel senso che è il debitore che deve attivarsi per pagare il bollettino ( che gli viene recapitato dal creditore). Solitamente, il Mav viene utilizzato da enti pubblici o da grandi organizzazioni: ad esempio quasi tutte le università italiane utilizzano proprio il Mav per riscuotere il credito delle tasse universitarie dai propri studenti, e così fanno anche le Casse dei professionisti (gli enti previdenziali degli ingegneri, avvocati, geometri, commercialisti ecc.), e anche non pochi amministratori di condominio; è uno strumento comodo e veloce, che evita disguidi o dimenticanze, in quanto, come ho già scritto, al debitore viene recapitato per posta tradizionale o elettronica, il bollettino che già evidenzia l’importo e la scadenza. Oltre che allo sportello bancario e agli uffici postali, il Mav può essere pagato anche in via telematica; ogni Mav ha un proprio codice identificativo (solitamente sono 18 cifre). Non c’è bisogno di porre nessuna firma nel bollettino e non è necessario possedere un conto corrente bancario per pagare il Mav: il suo pagamento può avvenire anche attraverso lo scambio di contanti allo sportello bancario. 45 9.2.c) Carte di credito, carte di debito e carte prepagate. Le carte di debito sono le “tessere Bancomat”; si tratta quindi dei ben noti strumenti di pagamento sostitutivi del denaro contante, con funzionalità di prelievo da sportello ATM (Automatic Teller Machine), cioè con la funzione BANCOMAT presso gli sportelli automatici e di pagamento presso esercizi convenzionati (funzione PagoBANCOMAT), tramite il sistema POS con addebito diretto su conto corrente. Le carte di credito, invece, oltre alle funzioni del Bancomat, ne possiedono altre e, soprattutto, conferiscono al titolare un diritto di ottenere credito, entro un limite concordato, per le spese che rientrano nel limite mensile. Questo significa che, se effettui acquisti pagando con una carta di credito, avrai addebitata sul tuo conto la spesa relativa soltanto il mese successivo (con scadenza fissa, in genere alla metà del mese successivo, ma variabile da carta a carta) e cumulativamente a tutte le spese fatte con la carta nel mese. Le carte prepagate funzionano allo stesso modo delle carte di debito: sono emesse da un istituto di credito e collegate al circuito nazionale BANCOMAT / PagoBANCOMAT , oppure al Circuito internazionale VISA o Mastercard. Sono dotate di PIN, per prelevare contanti allo sportello automatico o all’estero. Per attivare una carta prepagata non è necessario disporre di un conto corrente né dimostrare di avere un reddito sufficiente a coprire i pagamenti; è sufficiente presentare un documento d’identità alla banca che la rilascia e pagare l’importo che si desidera ricaricare. Le successive ricariche possono anche essere pagate a distanza anche fuori orario bancario, per esempio dal genitore recandosi a uno sportello automatico della banca emittente o con l’internet banking. L’uso della carta prepagata è consigliabile a chi effettua pagamenti via internet per acquisti da siti la cui affidabilità non è del tutto certa. 9.2.d) L’internet banking e i conti on line. Con “internet banking” si indica la possibilità di entrare direttamente nel proprio conto corrente da un computer, per avere le informazioni o effettuare operazioni dispositive on-line. Molte banche affiancano al tradizionale conto corrente le funzionalità di internet banking, in modo che il cliente possa scegliere, per non poche tipologie di operazioni, se operare da casa oppure recandosi allo sportello. Un conto on line “puro”, invece, sostituisce il tradizionale conto corrente e sfrutta appieno le funzionalità dell’internet banking. Non poche banche nascono come vere e proprie “banche on line”. Dati i minori costi di gestione per le banche che offrono questo servizio, spesso i canoni dei conti on line sono prossimi allo zero e le spese per le operazioni bancarie sono ridotte rispetto ai conti tradizionali. Che si tratti di conto on line o di internet banking, in entrambi i casi il servizio permette di offrire condizioni migliori ai clienti, grazie ai minori costi di gestione che comporta; ovviamente, nel caso dell’internet banking, cioè di un conto presso una filiale ma gestibile anche on line, le commissioni sono minori solo per le operazioni effettuate via Internet. 46 9.3) Le “commissioni” o “spese” di gestione conto. Avere un conto corrente bancario comporta dei costi, anche nel caso in cui il saldo sia costantemente a credito del correntista. Qui sotto riporto le voci di costo, diverse dagli interessi passivi, che più frequentemente le banche prevedono. canone periodico o a forfait: può essere su base mensile oppure trimestrale oppure semestrale; può includere un certo numero di operazioni oppure un numero di operazioni illimitate; spese di registrazione per singola scrittura: a volte la banca offre un certo numero di operazioni gratuite, comprese o meno nel canone; oltre questo forfait, si paga un certo importo per operazione (ad esempio 1,25 € per operazione); spese (commissioni) per l’esecuzione delle operazioni, ad esempio spese per eseguire un bonifico, spese per prelevare con il bancomat o la carta di credito o per effettuare un pagamento POS, spese per eseguire il pagamento di un ordine permanente, di una domiciliazione di utenza, spese per l’incasso di un assegno ecc...: variano da banca a banca; spese annuali della carta (pago)bancomat: vi sono banche che le fanno pagare, altre no; spese di invio dell'estratto conto: l’estratto può essere richiesto a mese, a trimestre, a semestre o anche una sola volta all‘anno; spese invio documentazione “di trasparenza” e documentazione operazioni: richieste quando la banca invia le copie contabili delle operazioni eseguite o le comunicazioni cosiddette “di trasparenza” che la legge impone siano inviate al cliente (e che, il più delle volte, il cliente cestina senza leggere); spese di custodia titoli, solo, ovviamente, se si possiede anche un conto-deposito titoli, cioè se la banca custodisce azioni o obbligazioni del cliente; spese di liquidazione o di chiusura periodica: vengono addebitate al cliente alla fine di ciascun anno solare o di ciascun periodo intermedio (trimestre) in cui sia avvenuto il conteggio di interessi e spese; commissione omnicomprensiva (ex commissione di massimo scoperto (CMS)): è applicata nei contratti di apertura di credito ed è calcolata sull’importo del fido concesso, non l’importo utilizzato, perciò se si richiede un fido eccessivamente ampio rispetto alle reali necessità si pagano inutilmente costi aggiuntivi. La misura massima prevista per legge è lo 0,5% trimestrale (quindi il 2% all’anno). commissione di istruttoria veloce (commissione extra fido o senza fido): commissione di scoperto di conto (CSC) che la banca può addebitare nel caso che in un conto non affidato si verifichi un saldo a debito del correntista oppure, se in presenza di un fido, lo scoperto sia superiore al fido concesso. Sugli importi utilizzati “extra fido” la banca applica anche un tasso d’interesse maggiore rispetto a quello concordato per gli importi entro il fido. La commissione di istruttoria veloce non si applica solo per sconfinamenti inferiori a 500 € e con durata inferiore a 7 giorni nell’arco del trimestre e nel caso di clienti consumatori (devono esserci tutte e tre le condizioni). spese di estinzione definitiva del rapporto: dal 2009 non sono più ammesse; imposta di bollo sull'estratto conto: è in pratica una tassa di possesso del conto. Le persone fisiche pagano 34,20 € all’anno per c/c (ma sono esenti dall’imposta i c/c con saldo annuo medio inferiore a 5.000 €) , le persone giuridiche 100 € l’anno. L’importo che può anche essere suddiviso in quote trimestrali (8,55 euro a trimestre). In realtà non è una commissione ma un’imposta, e quindi la banca preleva l’importo non per sé ma per versarlo allo stato. 47 10) Gli strumenti di raccolta. 10.1) Cose comuni a tutti gli strumenti di raccolta bancaria. Sugli interessi pagati dalle banche ai risparmiatori che le finanziano (con qualsiasi strumento tecnico lo facciano: c/c, libretti, certificati, obbligazioni, pronti contro termine o altri di cui non parlerò) lo stato pretende il 20%. Gli interessi “lordi” (che vengono calcolati sulla base dell’importo prestato, del tempo e del tasso concordato applicando la semplice formula I = C x i x t) sono cioè colpiti dalla cosiddetta “ritenuta fiscale del 20%” . Se il depositante non è un soggetto che svolge attività d’impresa (e quindi se si tratta di risparmi famigliari o di altre aziende di erogazione) allora questa imposta è “a titolo definitivo”, il che significa che il risparmiatore non dovrà poi considerare quegli interessi nella sua annuale dichiarazione dei redditi; in pratica questa ritenuta fiscale del 20% è sostitutiva, come appena detto, dell’imposta personale sul reddito “IRPEF” che hai conosciuto l’anno scorso quando si parlò di lavoro e buste paghe. Se, invece, il deposito bancario è fatto nell’ambito di un’attività d’impresa, allora la ritenuta del 20% è “a titolo d’acconto” (e ciò significa che chi ha percepito gli interessi dovrà: a) considerarli nella sua dichiarazione annuale dei redditi come un componente positivo che andrà così ad aumentare l’imponibile fiscale; b) su di essi sarà quindi applicata l’aliquota marginale prevista per il suo reddito complessivo; c) dall’IRPEF totale così determinata potrà essere detratta la ritenuta – d’acconto – che la banca ha già trattenuto e versato allo stato per conto del depositante). Oltre all’imposta del 20% sul reddito del risparmiatore costituito dagli interessi, i depositi bancari sotto qualsiasi forma (come anche tutti gli altri strumenti finanziari tramite i quali i risparmiatori investono i loro risparmi ) sono colpiti anche da un’imposta patrimoniale (camuffata da “imposta di bollo”) pari allo 0,15% annuo del valore, con un minimo di 34,20 € . Ultima cosa comune agli strumenti di raccolta bancaria (ma non a tutti, bensì solo ai depositi nominativi, e quindi le obbligazioni ma anche i certificati e i libretti “al portatore” fanno eccezione) è la garanzia costituita dal “Fondo interbancario di tutela dei depositi” (Fitd), nei limiti di 100.000 euro per ciascun depositante e su ciascun istituto di credito. Si tratta, in pratica, di una garanzia pubblica che tutela i depositanti, entro quei limiti, dal rischio di fallimento della banca di cui sono clienti. 10.2) Il libretto di risparmio (questa mezza pagina è copia incollata da wikipedia) Il Libretto di risparmio è un supporto cartaceo fornito dalle banche dopo l'apertura di un deposito a risparmio. Al suo interno vengono riportate tutte le operazioni contabili effettuate dal cliente (prelievi, versamenti) o dall'istituto di credito per conto proprio (interessi o spese) o di terzi (accredito della pensione, imposta di bollo). A differenza di un normale conto corrente, il libretto di risparmio ha una operatività molto limitata. Alcune banche offrono comunque un minimo garantito di servizi, quali l'accredito della pensione o il rilascio di una carta di debito utilizzabile in qualunque sportello bancomat. Sul libretto di risparmio non è possibile, mai ed in alcun modo, superare la capienza e quindi sconfinare (andare in rosso) rispetto al saldo del deposito. I libretti di risparmio si distinguono tra i nominativi e quelli al portatore. I primi sono associati a persone fisiche e prevedono l'esistenza di cointestatari e delegati, i secondi non sono collegati con l'utilizzatore e possono quindi essere adoperati da chiunque ne detenga il possesso. Per la stessa legge italiana antiriciclaggio che vieta l’utilizzo del contante per importi superiori a 1.000 €, anche i libretti al portatore non possono avere un saldo superiore a 1.000 euro e per la legge sugli accertamenti bancari, chiunque si presenti allo sportello per operare in qualunque modalità con un libretto al portatore deve presentare un documento di identità e il codice fiscale. 48 10.3) Il certificato di deposito e il buono fruttifero Il certificato di deposito e il buono fruttifero sono strumenti di raccolta con caratteristiche estremamente simili, tant’è che non riesco a segnalarvi alcuna differenza significativa. Ecco perché li tratto insieme e vi riporto un esempio solo di uno dei due. I certificati di deposito (e i buoni fruttiferi) sono titoli di credito, nominativi o al portatore, emessi dalle banche per la raccolta di risparmio a breve e medio termine. Essi costituiscono “titoli individuali” (e non “titoli di massa”) in quanto ogni titolo, rappresentando una specifica operazione di prestito, può essere emesso su richiesta del singolo cliente delle cui specifiche esigenze la banca può quindi tener conto (ma la banca può offrire, in blocco, certificati, o buoni fruttiferi tra loro identici ). L’emissione di certificati di deposito (e buoni fruttiferi) è consentita a tutte le banche. I certificati e i buoni sono titoli destinati alla circolazione e come tali devono possedere caratteristiche che ne agevolino l’individuazione da parte del pubblico. I certificati e i buoni devono indicare, tra l’altro: la denominazione della banca, il valore nominale, gli elementi necessari per la determinazione della remunerazione del prestito, le modalità di rimborso. I certificati e i buoni hanno durata non inferiore a 3 mesi e non superiore a 5 anni. Per le emissioni a tasso variabile è consentito esclusivamente l’utilizzo di parametri finanziari. Gli emittenti possono adottare sia parametri a breve termine, sia a medio e lungo termine, sia una combinazione di più indicatori. Deve trattarsi di indicatori del mercato monetario [p.e.: rendimento dei BOT (cioè dei titoli di stato a breve termine), Euribor (Euro InterBank Offered Rate, il tasso a cui le banche europee si finanziano a breve termine in euro con altre banche), Libor (London InterBank Offered Rate, stessa cosa dell’Euribor ma relativo a valute diverse dall’euro)], di indicatori a medio-lungo termine [p.e.: rendistato (media dei rendimenti dei titoli di stato con scadenza compresa fra 1 e 30 anni)] o, più raramente, di indici di borsa. Non è consentita l’emissione di titoli denominati “certificati di deposito” (o “buoni fruttiferi”) che possiedano caratteristiche diverse da quelle indicate ed è anche vietata l’emissione di titoli dotati delle caratteristiche indicate per i certificati (o i buoni) ma diversamente denominati. Esistono diverse forme tecniche di emissione, come: l'acquisto, da parte dell'investitore, al valore attuale e la riscossione del valore nominale a scadenza (certificati a taglio fisso); l'acquisto al valore nominale e la maturazione di interessi fissi alla fine di ogni anno; Esistono certificati con scadenza fissa e certificati a tasso variabile. I certificati di deposito (e i buoni fruttiferi) con scadenza inferiore ai 18 mesi non possono essere rimborsati prima della scadenza, mentre quelli con scadenza superiore ai 18 mesi possono essere rimborsati in anticipo rispetto la scadenza ma trascorsi almeno18 mesi dall'emissione e al costo, a volte, di una penalizzazione per il depositante; la mancanza di un mercato secondario efficiente (cioè non è facile trovare qualcuno a cui vendere il certificato, e quindi in pratica se lo si vuole smobilizzare è inevitabile doversi appoggiare alla banca che lo ha emesso) collegata alla possibile perdita, in caso di rimborso anticipato, di interessi già maturati fa sì che gli investitori preferiscano assai spesso altri strumenti di mercato monetario. 49 10.4) Le obbligazioni Restano da esaminare, tra i principali strumenti di raccolta delle aziende di credito, le obbligazioni e le operazioni di “pronto contro termine”. Comincio dalle obbligazioni perché lo strumento del contratto “pronti contro termine” impone l’utilizzo di una qualche obbligazione, e quindi meglio prima capire cosa queste siano. Le banche, come tutte le altre aziende aventi la forma giuridica di società per azioni (S.p.A.), hanno due strumenti di finanziamento in più rispetto alle aziende dotate di veste giuridica diversa (come una ditta individuale o le società di persone e le società a responsabilità limitata): (a) l’emissione di azioni e (b) l’emissione di obbligazioni. Prima di parlare di obbligazioni è utile rivedere (seppure come l’anno scorso in modo superficiale e unicamente per permettere una conoscenza minima del mondo finanziario) anche cosa sono le “azioni”. La particolarità del finanziarsi attraverso l’emissione di azioni è che in questo modo la banca incrementa la fonte di finanziamento “capitale proprio”; al contrario, tutte le altre forme di finanziamento portano a un aumento del “capitale di terzi”. (a) L’emissione di azioni. Un’azione è, leggendo il libro di testo, “un titolo di credito rappresentativo di una quota parte di capitale sociale di una impresa costituita sotto forma di società per azioni”. Detto con parole meno raffinate, un’azione è un pezzo di carta (credo di avervi già fatto vedere, in quarta, il certificato di 1.000 azioni emesse dalla società BIANCHI S.p.A., società estinta prima che voi nasceste ) la cui proprietà equivale alla proprietà di una quota minima della società che l’ha emessa. Una società che volesse reperire (= trovare) 10 milioni di euro sotto forma di capitale proprio, potrebbe emettere, ad esempio, 5 milioni di azioni e proporle al pubblico dei risparmiatori a 2 euro l’una. Se trovasse un numero sufficiente di acquirenti avrebbe ottenuto il suo scopo. Il risparmiatore che avesse sottoscritto, ad esempio, 10.000 di quelle azioni, avrebbe 20.000 euro di liquidità in meno ma si troverebbe ad essere proprietario di una quota della società, quota pari al rapporto fra 10.000 (il numero di azioni di sua proprietà) e il numero complessivo di azioni che quella società ha emesso da quando è nata e fino a quel momento (e quindi, nell’esempio, una quota certamente inferiore allo 0,2%, in quanto le azioni complessive sono certamente più di 5 milioni (perché i 5 milioni di azioni appena emesse si aggiungono a quelle che erano già “in circolazione”, cioè emesse prima di allora e già di proprietà di qualche socio), e 10.000 / 5.000.000 è pari a 0,2%). Essendo proprietario, supponiamo, dello 0,2% (e quindi del 2 per mille) della società, quel risparmiatore avrà diritto a ricevere il 2 per mille degli (eventuali) utili che l’assemblea dei soci (= assemblea dei proprietari della società) deciderà di distribuire. Il risparmiatore, oltre che grazie a questo eventuale reddito, può anche sperare di guadagnare vendendo a un prezzo più alto le azioni sottoscritte. A fronte di questi possibili vantaggi, ovviamente, quel risparmiatore corre però il rischio di perdere in parte o del tutto i risparmi investiti in azioni se il loro valore diminuisce o addirittura si azzera a causa del cattivo andamento economico della società. Ora però dobbiamo capire meglio cosa sono e come funzionano le obbligazioni. 50 (2) L’emissione di obbligazioni. Alle società per azioni (ma anche ad alcuni enti pubblici come lo stato, le regioni e i comuni) è riservata la possibilità di finanziarsi attraverso l’emissione di obbligazioni, cioè l’emissione di documenti il cui possesso dà diritto al proprietario di pretendere dall’emittente determinate prestazioni finanziarie. Questo strumento di finanziamento è sostanzialmente una evoluzione del contratto di mutuo, in quanto anche qui vi è un soggetto (il risparmiatore-investitore) che concede ad un altro (la società per azioni o l’ente pubblico che emette il prestito obbligazionario ) l’uso del proprio denaro per un determinato periodo di tempo. Le differenze sono principalmente queste: - mentre nel contratto di mutuo è necessario che la società stipuli un contratto con ogni finanziatore, nel prestito obbligazionario le incombenze amministrative sono assai più ridotte, in quanto vi è soltanto un unico impegno della società emittente nei confronti di chiunque sia in possesso delle obbligazioni; in questo modo, mentre nel contratto di mutuo i finanziatori sono normalmente un numero limitato di soggetti e se sono quasi sempre o delle banche o gli stessi soci della società, nel prestito obbligazionario i finanziatori possono anche essere persone non socie, cioè non azionisti, e il loro numero può quindi essere anche elevatissimo; - mentre nel contratto di mutuo è piuttosto difficile per il creditore recuperare in anticipo – cioè prima della scadenza del contratto – il capitale prestato in quanto è tecnicamente e giuridicamente non semplice vendere il credito ad altri, nel prestito obbligazionario il finanziatore può agevolmente vendere il suo credito in un qualsiasi momento, soprattutto quando le obbligazioni sono quotate (= trattate, negoziate, compravendute) in borsa. In sintesi: le obbligazioni sono crediti più liquidi dei mutui. Qualche definizione. Per prestito obbligazionario si intende l’insieme di tutte le obbligazioni aventi le medesime caratteristiche emesse in una data operazione di finanziamento. Quando viene emesso un prestito obbligazionario, infatti, questo viene diviso in un numero elevato di obbligazioni ognuna di valore accessibile per quasi tutti i risparmiatori, rendendo in questo modo più agevole la raccolta del risparmio: così, ad esempio, il prestito obbligazionario (il primo che vi propongo, a pag. 46 – 48) emesso dalla banca UNICREDIT per un totale di 527.938.000 € è stato suddiviso in 527.938 obbligazioni ognuna delle quali del valore di 1.000 euro, in modo che anche un piccolo risparmiatore possa sottoscriverle. Il valore nominale di una obbligazione è il valore sulla base del quale si fanno i conteggi degli interessi: in quell’obbligazione UNICREDIT dal valore nominale di 1.000 euro per la quale l’emittente si è impegnato a corrispondere a cadenza semestrale un interesse annuo del 3,95%, l’UNICREDIT ogni sei mesi pagherà una “cedola” (vedi più sotto) di 19,75 euro. Il prezzo (o valore) di sottoscrizione (o di emissione) è il prezzo che il risparmiatore paga alla società emittente quando sottoscrive l’obbligazione: a volte viene stabilito un prezzo di sottoscrizione leggermente inferiore al valore nominale, e questo allo scopo di rendere più appetibile l’obbligazione. Quando si emette un prestito ad un valore di sottoscrizione inferiore al valore nominale, in pratica, l’emittente applica uno sconto al sottoscrittore: l’obbligazione da 1.000 euro di valore nominale, ad esempio, potrebbe avere un prezzo di sottoscrizione di 985 euro. Normalmente il valore di sottoscrizione (così come quello di rimborso e quello di mercato di cui più sotto ) viene indicato riferendosi a 100 euro: nell’esempio di prima il valore è 98,5. L’obbligazione dell’esempio, invece, fu emessa “alla pari”, cioè a 100 (su 100). 51 Il valore di rimborso è l’importo che, alla scadenza dell’obbligazione (cioè alla fine del prestito) l’emittente pagherà al possessore. Normalmente il valore di rimborso è uguale al valore nominale, ma non sono comunque rari i casi in cui viene stabilito un valore di rimborso diverso. La cedola è l’importo degli interessi che periodicamente (una volta all’anno o al semestre, in genere; più l’emittente paga ai possessori delle obbligazioni. L’importo deriva dall’applicazione del tasso previsto al valore nominale. raramente ogni trimestre; quasi mai con altra periodicità) Il prezzo (o valore) di mercato è il prezzo a cui in un certo istante si riesce a comprare (e quindi anche a vendere) una obbligazione “usata”. Così come per le azioni, le obbligazioni possono infatti essere acquisite in due modi: o sottoscrivendole nel momento in cui vengono emesse (e in questo modo si finanzia l’ente emittente) oppure comprandole “di seconda mano” da chi le aveva in precedenza acquisite e ora è disposto a venderle al prezzo che si forma sul mercato (e in questo modo la liquidità arriva al venditore, e non alla società debitrice) . Il prezzo di mercato delle obbligazioni, almeno di quelle relative ai prestiti più importanti, lo si può leggere quotidianamente sulle pagine economiche dei quotidiani oppure su uno dei tantissimi siti internet che si occupano di economia e finanza. Come qualunque altro prezzo libero, anche quello delle obbligazioni varia continuamente in base alla mutevole pressione della domanda e dell’offerta che a loro volta sono influenzate soprattutto dalle aspettative sui tassi d’interesse e dalla solvibilità dell’emittente. Le prestazioni che la società (o l’ente pubblico) che ha emesso le obbligazioni si impegna ad eseguire a favore dell’obbligazionista (cioè di colui che possiede l’obbligazione) sono dettagliatamente descritte in un prospetto di cui viene data pubblicità, e possono essere le più svariate. Il caso più semplice e tradizionale è l’impegno a pagare periodicamente un interesse prefissato fino al momento prestabilito per la restituzione del capitale. Più le regole di funzionamento dell’obbligazione sono complicate, più risulta difficile al risparmiatore stimare la convenienza del potenziale investimento. Il massimo della complicazione lo si raggiunge con le cosiddette “obbligazioni strutturate”. Le obbligazioni strutturate sono quasi sempre fatte apposta per attirare i polli, di cui ne esistono due specie: il pollo di primo grado che, sapendo di essere incompetente, si fida dei consigli di qualcuno che si dice o si fa credere esperto di finanza (e spesso questo “qualcuno” è un impiegato della banca di cui è cliente il pollo); e il pollo di secondo grado che, credendosi esperto di finanza, fa di testa sua e, all’occorrenza, dà consigli ai polli dell’altra specie, trasformandosi così in una spesso inconsapevole volpe di secondo grado (vedi sotto). Dall’altra parte ci sono le volpi, anche in questo caso di due specie: le volpi di primo grado che emettono le obbligazioni strutturate per mangiarsi un po’ di risparmi dei polli; e le volpi di secondo grado che, in cambio delle provvigioni a loro pagate dalle volpi di primo grado, convincono i polli a comprare le obbligazioni strutturate. 52 10.5) I pronti contro termine. (pagina copia incollata da Wikipedia per mancanza di tempo e voglia) I pronti contro termine (PCT o p/t) sono contratti nei quali un venditore (generalmente una banca) cede un certo numero di titoli a un acquirente e si impegna, nello stesso momento, a riacquistarli dallo stesso acquirente a un prezzo (in genere più alto) e ad una data (termine) predeterminati (a quella data l'acquirente deve avere i titoli pronti). L'operazione consiste, quindi, in un prestito di denaro da parte dell'acquirente e un prestito di titoli da parte del venditore. Questo tipo di operatività è nata in Italia nel 1979. La durata del contratto è collocata solitamente nel breve termine (in media 1-3 mesi, raramente fino a un anno) e, di norma, non è consentita l'estinzione anticipata. I titoli sottostanti sono, di solito, titoli di Stato o titoli monetari. Prezzo di acquisto, prezzo di vendita e rendimento Il prezzo di vendita è fissato in base al valore del titolo sottostante opportunamente maggiorato del rateo della cedola in corso. Il prezzo di riacquisto è determinato in base al prezzo di vendita e al tasso di interesse concordato tra le parti. Il rendimento dell'operazione è la differenza tra il prezzo di riacquisto e il prezzo di vendita. Su tale rendimento è applicata una tassazione con un'aliquota del 12,5%, "alla fonte", vale a dire che al risparmiatore è restituito un prezzo di vendita con un interesse al netto delle tasse. Con la riforma della tassazione delle rendite finanziarie, dal 1 gennaio 2012 sarà applicabile un'aliquota del 20%, il che comporterà una riduzione netta del rendimento. Un istituto di credito concede i pronti contro termine per un temporaneo bisogno di liquidità, e lucra investendo il denaro fino alla data di riacquisto dei titoli. Non necessariamente si tratta di investimenti a basso rischio, in obbligazioni o titoli di Stato, anche se la banca si impegna a garantire un interesse certo al cliente. L'istituto di credito, nel caso di strumenti che non hanno un prezzo predeterminato, come le azioni, si espone al rischio di ripagare il titolo più del valore corrente di mercato alla data di riacquisto. Se il valore di riacquisto è però inferiore al prezzo dello strumento, tale rischio si trasforma in un'opportunità di arbitraggio, rivendendolo ai prezzi correnti. Talora, il contratto prevede delle clausole che esonerano l'istituto di credito dall'obbligo di riacquisto alla data di scadenza, ad esempio in caso di fallimento della società che ha emesso i titoli (oggetto dello scambio a pronti e a termine). Utilizzatori Molti sono i soggetti potenzialmente sottoscrittori di un pronti contro termine; qui sono riportati i principali. Banca d'Italia Utilizza lo strumento come controllo della base monetaria indirizzando nel contempo i tassi di interesse. A seconda della congiuntura di mercato la Banca d'Italia è venditrice o acquirente; il tasso sottostante è deciso in base alle politiche di breve periodo che intende perseguire. Intermediari finanziari Lo strumento finanziario è utilizzato dagli intermediari per tenere sotto controllo la propria liquidità oppure come strumento di raccolta, offerto alla clientela, su cui è possibile erogare tassi più elevati in quanto non sottoposto ai vincoli della riserva obbligatoria (che rappresenta un costo per l'intermediario). Imprese Lo strumento finanziario è utilizzato per ricevere finanziamenti nel breve periodo, smobilizzando temporaneamente il proprio portafoglio titoli. Risparmiatori I pronti contro termine sono utilizzati dai risparmiatori come metodo per l'impiego di denaro nel breve termine a tassi molto vicino a quello di mercato. L'interesse non necessariamente è proporzionato, e nemmeno maggiore, con la durata del conferimento, dipende dalle esigenze di liquidità della banca, che può avere investimenti con ottimo profilo di rischio/rendimento nell'orizzonte di un mese e spingere la raccolta con un interesse maggiore per i pronti con tale scadenza. 53 11) Gli strumenti di impiego Come le banche erogano finanziamenti (= prestano soldi) Le aziende di credito usano i soldi che raccolgono dai depositanti-risparmiatori in vari modi, ma dei vari possibili sistemi tratterò in queste pagine solo quelli che riguardano le operazioni di finanziamento che le banche compiono per vendere l’uso del denaro, cioè per prestare a imprese e famiglie (quindi non parlerò, ad esempio, dei finanziamenti agli enti pubblici e nemmeno degli impieghi in partecipazioni in altre imprese o in investimenti di altro tipo); e delle varie operazioni di finanziamento a imprese e famiglie vedremo solo le più frequenti, e cioè: 11.1) Aperture di credito in c/c (conosciute anche come “scoperti di conto”); 11.2) Anticipo salvo buon fine (sbf) di Ricevute Bancarie (Ri.Ba.) e altri effetti; 11.3) Anticipo su fatture; 11.4) Anticipazioni bancarie; 11.5) Mutui; 11.6) Factoring; 11.7) Leasing. Se mi limito a descrivere solo queste operazioni e non ne tratto altre, è perché queste sette diverse forme di prestito sono le più frequenti e coprono quasi tutte le esigenze e finalità di finanziamento, sia a breve come a medio-lungo termine, sia avendo riguardo alle necessità tipiche di un’azienda, sia con riferimento ai bisogni delle famiglie. Prima, però, di vedere le caratteristiche principali di queste operazioni, è necessario chiarire che la concessione da parte della banca di un finanziamento sotto qualsiasi forma si basa su una preventiva analisi delle condizioni economiche, patrimoniali, finanziarie e personali del soggetto che chiede il finanziamento (impresa o consumatore-famiglia). Se questa vera e propria “fase istruttoria”, condotta per valutare la futura capacità del richiedente di rimborsare il capitale e di corrispondere gli interessi, si chiude positivamente, allora la banca concede il c.d. “fido”, a cui dedico qui (§ 11.0) qualche pagina il cui contenuto è in buona parte ripreso da appunti di terza. 11.0) Cosa è il fido bancario. Prima di arrivare ad ottenere un qualsiasi finanziamento bancario sono necessarie due operazioni preliminari: l’apertura di un conto corrente e la richiesta alla banca (e la successiva concessione da parte di questa) di un “fido”. Del conto corrente si è già trattato. Resta quindi da parlare del fido. Un modo un po’ rozzo ma sostanzialmente corretto di definire il fido bancario può essere: l’importo massimo di credito che la banca si impegna a concedere al cliente. Un fido, quindi, non è ancora un prestito, ma la sua concessione è un atto preliminare in ogni modo necessario per poter poi concretizzare una qualsiasi operazione di finanziamento. L’operatore – impresa, famiglia o altra azienda di erogazione che sia – bisognoso di un finanziamento deve quindi inoltrare alla banca una richiesta di fido, compilando un modulo di domanda in cui, tra le altre, dovrà descrivere quattro cose fondamentali: a) le motivazioni della richiesta; b) la propria situazione patrimoniale e reddituale (e cioè, usando un linguaggio elementare, dovrà dire quanto è ricco e quanto guadagna ); c) le garanzie che può offrire alla banca; d) le forme tecniche di finanziamento con cui intende utilizzare il fido. 54 a) motivazioni Delle motivazioni c’è poco da dire, se non che è consigliabile non raccontare balle alla banca: se dichiaro che il finanziamento mi serve per acquistare un’azienda mia concorrente, è necessario che sia in grado di presentare alla banca il contratto di acquisto; se dichiaro alla banca che i soldi mi servono per finanziare l’espansione della mia attività di commerciante all’ingrosso di arredi per parrucchiera, e poi comincio ad usare il credito concessomi per pagare conti di alberghi di lusso di Monte Carlo e Las Vegas, la banca ci mette poco ad intuire come stanno in realtà le cose e mi revoca immediatamente il fido imponendomi poi di “rientrare”; b) situazione patrimoniale-reddituale Quanto alla situazione patrimoniale e reddituale mi preme tentare un’ultima volta di far comprendere – a quei tanti che non l’hanno ancora compresa – la differenza fra aspetto patrimoniale e aspetto reddituale ( o economico). Il patrimonio è la ricchezza posseduta in un certo istante (e quindi è un dato di stock), mentre il reddito è la ricchezza prodotta (o perduta, in caso di reddito negativo) in un certo periodo (e quindi è un dato di flusso); cosicché quel che un soggetto (famiglia o impresa che sia) possiede oggi deriva dall’accumulazione dei redditi prodotti e non consumati dal quel soggetto dall’inizio della sua esistenza ad oggi; così che, ancora, se per un certo periodo il reddito fosse nullo (cioè se il soggetto cessasse di guadagnare), non per questo si annullerebbe il suo patrimonio. Semplicemente smetterebbe di aumentare e, se il soggetto continua a consumare, diminuirebbe. c) garanzie Alle garanzie dedico un paio di pagine cominciando col dire che una banca – così come qualsiasi creditore – può sentirsi al riparo dai rischi connessi al finanziamento accordato in virtù di quattro tipi di garanzie: 1) patrimoniali, 2) reali, 3) reddituali e 4) personali. c1) garanzie patrimoniali Le garanzie patrimoniali sono connesse alla possibilità di recuperare il credito eventualmente non rimborsato attraverso la vendita forzata dei beni del debitore insolvente. E’ chiaro che più è elevato il patrimonio del debitore (mega villa d’abitazione, appartamento a Forte dei Marmi e chalet a Cortina, tenuta di 250 ettari sulle colline senesi, quadri di Tiziano, Canaletto, Goya e Boccioni, pacchetti azionari per il controllo di società ecc.), e più il creditore tenderà a sentirsi tranquillo. La serenità completa, però, non potrà averla. Infatti, se anche il debitore ha un patrimonio assai consistente rispetto al finanziamento che richiede, il creditore resta esposto a due rischi: a) il rischio che il debitore abbia contratto altri debiti a destra e a manca e che il totale dei debiti superi il valore del suo patrimonio. In questo caso il creditore riuscirebbe a recuperare solo una parte di ciò che gli spetta; b) il rischio che il debitore, intuendo prima della banca che le cose si stanno mettendo male, malignamente si spogli dei suoi beni girandoli a qualche prestanome per evitare di perderli. In questo secondo caso, a parte la possibilità per la banca di tentare la non facile strada della “revocatoria” (cioè dell’azione tendente a far annullare gli atti stipulati dal debitore nel periodo precedente la sua insolvenza con l’intento di “impuffettare” i creditori ), la banca si troverebbe senza nulla da mettere sotto i denti, e pertanto non le resterebbe che leccarsi le ferite. E’ questo il motivo per cui le banche, pur tenendo nel debito conto le garanzie patrimoniali, gradiscono però ancor di più le garanzie reali, che sono relative a determinati beni, non necessariamente di proprietà del debitore. c2) garanzie reali Le garanzie reali (da “res” che in latino significa “cosa”) si basano su una “cosa” e sono l’ipoteca e il pegno. L’ipoteca ha per oggetto beni immobili (edifici o terreni) o alcuni particolari beni mobili iscritti in 55 pubblici registri (come le automobili, le navi e gli aerei, che sono detti appunto “beni mobili registrati” ); il pegno ha invece per oggetto valori finanziari (in genere azioni e obbligazioni) e beni mobili normali (gioielli, merci in deposito ecc.). Nell’uno e nell’altro caso il creditore: a) è sicuro del fatto che la cosa oggetto della garanzia rimarrà disponibile per una eventuale vendita forzata (il debitore non potrà sottrarla al creditore come invece può tentare di fare con gli altri beni del suo patrimonio non oggetto di garanzia reale); b) è sicuro che il ricavato della vendita sarà in primo luogo destinato a soddisfare i suoi diritti (gli altri eventuali creditori non potranno che osservarlo mentre recupera quanto gli spetta, ed accontentarsi, come iene di fronte al pasto del leone, di ciò che eventualmente resta del ricavato della vendita del bene). Che si tratti di ipoteca o di pegno, il fido sarà comunque di importo inferiore al valore del bene, e ciò per almeno tre motivi: a) il creditore deve tutelarsi non solo dal rischio di perdere il capitale ma anche gli interessi non corrisposti (= non pagati); b) il valore del bene può ridursi col tempo per effetto dell’andamento dei prezzi di mercato; c) il valore del bene può ridursi per usura o obsolescenza. La differenza fra il valore del bene oggetto della garanzia e l’importo del prestito è detto cosiddetto “scarto di garanzia” e varia notevolmente in funzione della natura del bene: nel caso del pegno, per i titoli si può andare da un minimo del 15 - 20% (per titoli di stato e altre obbligazioni considerate sicure) a ben oltre il 50% per le azioni o altre quote di società; per gli altri beni mobili (merci, preziosi, oggetti d’arte e antiquariato ecc.) lo scarto di garanzia è non di rado ancor più forte. Per quanto riguarda l’ipoteca, il prestito concesso di rado supera il 75% del valore del bene in caso di terreni e immobili abitativi (appartamenti, ville ecc.), e il 40-70% per i fabbricati d’altra natura (capannoni industriali, magazzini ecc.) è ciò a causa del loro maggior rischio, rispetto alle case di abitazione, di usura e obsolescenza. Ma, dell’ipoteca, si parla qui sotto. c2’) ipoteca Tipico caso di operazione garantita da ipoteca è il mutuo ipotecario concesso per l’acquisto della casa. Se per garantire la banca (o un qualsiasi altro creditore) concedo un’ipoteca a suo favore su un mio immobile, il creditore, nel caso io non riesca a saldare il debito alla scadenza, potrà far vendere all’incanto (= all’asta) l’immobile e dal ricavato della vendita recuperare quanto gli spetta senza doverlo spartire con eventuali altri creditori. Inoltre, nel caso in cui l’immobile sia stato in precedenza da me venduto a una terza persona, la banca potrà pretendere quanto le spetta dall’acquirente, il quale non avrà nulla di che lamentarsi in quanto nel prezzo di acquisto dell’immobile non poteva non aver già tenuto conto dell’esistenza del debito residuo e dell’ipoteca: dell’esistenza dell’ipoteca, infatti, viene data pubblicità mediante la sua trascrizione (ad opera del notaio il cui intervento è necessario per “accendere” un’ipoteca ) in un apposito registro pubblico consultabile presso la “conservatoria dei registri immobiliari”. L’intervento del notaio (con relativo onorario) e un’imposta specifica da pagare allo stato (l’imposta ipotecaria, pari allo 0,9% dell’importo garantito ) costituiscono un costo fisso (nel senso di non proporzionale al tempo) che rende economicamente svantaggioso l’uso dell’ipoteca a garanzia di debiti di breve durata; l’ipoteca è per questo motivo più frequentemente utilizzata a garanzia di debiti pluriennali. Su uno stesso immobile, infine, possono gravare anche più ipoteche: l’ordine cronologico delle loro accensioni ne determina il “grado”, e in caso di vendita forzata dell’immobile il titolare dell’ipoteca di grado “n +1” potrà soddisfarsi col ricavato soltanto dopo che il creditore titolare dell’ipoteca di grado “n” sarà stato completamente appagato. c2’’) pegno La principale differenza tra ipoteca e pegno è, l’ho già scritto, che il secondo si basa su beni “mobili”, come ad esempio gioielli, orologi, azioni, forme di formaggio in stagionatura ecc. Ciò da un lato determina una notevole semplificazione amministrativa, non essendo necessario l’intervento notarile per trascrivere l’ipoteca presso la conservatoria dei registri immobiliari (o, se si tratta di un bene mobile registrato, presso il l’apposito pubblico registro come il Pubblico Registro Automobilistico per le auto), ma, d’altro lato, impone ovviamente che il bene sia custodito, a garanzia del creditore, dal creditore stesso o da altro soggetto affidabile. In altre parole: mentre il 56 proprietario di un bene ipotecato ne rimane in possesso e quindi continua a usarlo, il possesso di un bene impegnato passa al creditore che lo terrà presso di sé fino a quando il debitore farà fronte ai propri obblighi ( = restituirà quanto deve) c3) garanzie reddituali Le garanzie reddituali sono basate invece sulla possibilità del debitore di rispettare gli impegni assunti in virtù del reddito che guadagna. Tipico caso di finanziamento concesso in virtù di una garanzia reddituale è il credito al consumo ottenuto con la “cessione del quinto” dello stipendio. E’ chiaro che tale garanzia può essere offerta in genere solo dai lavoratori dipendenti a tempo indeterminato. Richiamando cose viste (e scordate) l’anno scorso, faccio notare che è opportuno che il lavoratore dipendente, prima di ricorrere alla cessione del quinto, verifichi la possibilità di ottenere dal suo datore di lavoro un “anticipo del T.F.R.” già maturato: sarebbe sciocco indebitarsi se, contemporaneamente, si è creditori verso l’azienda presso cui si lavora. c4) garanzie personali: (la fideiussione) Le garanzie personali sono costituite dall’impegno assunto da terze persone nei confronti della banca (o di altro creditore) ad assolvere gli obblighi del debitore nel caso costui risultasse inadempiente. Tra le garanzie personali la più utilizzata è la fideiussione, che (come dice l’art. 1936 c.c.) è il contratto con il quale un soggetto (fideiussore) garantisce l’adempimento di un’obbligazione altrui obbligandosi personalmente verso il creditore. Un esempio tipico è la “fideiussione” con la quale i soci garantiscono i finanziamenti concessi dalla banca (o altro creditore) alla società di cui loro sono i proprietari, oppure quella che a volte un incauto genitore rilascia a favore della banca (o altro creditore) a cui il figlio ha richiesto un fido. Spesso, però, è la banca che assume il ruolo del fideiussore (cioè del garante), e in questo caso la fideiussione può essere vista come un servizio offerto dalla banca (che, ovviamente, si fa pagare); ad esempio, nella prassi commerciale a volte capita che un fornitore pretenda dal cliente, per concedergli di pagare successivamente rispetto alla consegna dei beni, una “fideiussione bancaria” che copra il valore dei debiti di fornitura; oppure può essere che sia il cliente che, pagando in anticipo, pretenda dal fornitore una fideiussione bancaria per cautelarsi dal rischio che il bene non sia consegnato [questo capita spesso quando un’azienda viene incaricata da un’altra di produrre un bene “unico” (come ad esempio un particolare macchinario che dovrà essere inserito in un determinato stabilimento produttivo, bene che, quindi, non potrà avere altra collocazione): in questo caso il produttore, sia per finanziarsi sia per cautelarsi dal rischio che il cliente non ritiri il bene, si fa pagare degli anticipi man mano che procede nella costruzione; ecco che allora il cliente, per cautelarsi a sua volta dal rischio che il bene non venga consegnato, pretende dal fornitore delle fideiussioni bancarie di importo pari agli anticipi versati]. Il problema della scadenza della fideiussione. Le fideiussioni sono, non di rado, contratti a tempo indeterminato. D'altronde se una fideiussione a garanzia di un debito a tempo indeterminato (come sono ad esempio i debiti “a vista” per scoperto di c/c) avesse una scadenza (esempio il 31/5/2013) la banca prima della scadenza della fideiussione obbligherebbe il debitore a rientrare in modo da avere il tempo, se il debitore non ci riuscisse, di attivare la garanzia chiamando il fideiussore al pagamento. Come tutti i contratti a tempo indeterminato, così anche il contratto di fideiussione può terminare con la revoca di una delle parti (e l’unico ad avere interesse a far cessare il contratto è, ovviamente, il fideiussore ), revoca che però ha effetto solo dopo qualche tempo (il periodo di preavviso previsto dal contratto, ad esempio un mese ) da quando l’altra parte (la banca) ne ha ricevuto notizia. Questo fa sì che se il fideiussore invia alla banca (per raccomandata a.r.) la comunicazione della sua intenzione di annullare il suo impegno, la banca immediatamente chiede al debitore di rientrare e azzerare così la sua situazione debitoria; se questi non vi riesce, la banca sarà così ancora in tempo per attivare la fideiussione e pretendere il pagamento dal garante (l’incauto fideiussore che aveva inviato la revoca). 57 Per evitare questa (legittima) reazione del creditore, è opportuno che il fideiussore che intenda liberarsi dal suo impegno di garanzia solleciti il debitore a proporre alla banca la sostituzione della fideiussione con un’altra garanzia (personale o reale); solo dopo che si sarà trovato l’accordo fra debitore e banca, il fideiussore invierà una richiesta di liberatoria a cui la banca risponderà positivamente (salvo carognate). La pluralità di fideiussori. Quando i fideiussori sono più di uno (come nel caso dei soci della società affidata) allora la fideiussione può essere o meno “pro-quota”: se la fideiussione è pro-quota (ad esempio 1.000.000 di € suddivisi al 25% fra quattro soci) allora il creditore garantito (la banca) può richiedere, nel caso il debitore sia insolvente, da ogni socio non più di 250.000 €. Se invece la fideiussione non è pro-quota allora il creditore può pretendere anche l’intero credito da uno qualsiasi dei quattro (e in genere sarà il più facoltoso e attaccabile); spetterà poi a questi il diritto di recuperare dagli altri tre quanto ha dovuto pagare in eccesso (in bocca al lupo). E’ evidente che la banca si ritiene più tutelata da una fideiussione non pro quota. La fideiussione può poi essere collegata a un debito specifico (ad esempio il mutuo per l’acquisto di un certo macchinario) oppure può essere rilasciata a garanzia di qualsiasi esposizione debitoria, anche futura, che il soggetto dovesse contrarre nei confronti del creditore garantito; è, questa, quella che veniva chiamata “fideiussione omnibus”, quanto mai pericolosa per il fideiussore; per la validità di una fideiussione omnibus è però necessario che sia fissato l’importo massimo del debito garantito. d) Forme tecniche di utilizzo Le forme tecniche con cui la banca, in accordo col cliente, erogherà i finanziamenti saranno analizzati nei paragrafi da 11.1) a 11.7), alcuni dei quali, per mancanza di tempo, sono in buona parte ricavati da www.pmifinance.it . Ora, però, solo due parole in generale. Una volta inoltrata la richiesta di fido, corredata di tutta la documentazione richiesta, la banca la esamina attentamente. E’, questa, la fase dell’istruttoria fido, che consiste nella valutazione, sulla base di tutte le informazioni ottenute e di tutta la documentazione, dell’affidabilità del cliente; alla fine dell’istruttoria, dopo un percorso che non di rado comprende più di un confronto fra le parti, la banca comunica l’importo del fido che è disposta a concedere e i modi di utilizzo. Così, ad esempio, potrebbe accordare al cliente un fido utilizzabile per 150.000 € con “scoperto di conto corrente” e per altri di 800.000 € attraverso l’anticipo s.b.f. di crediti (i due sistemi di finanziamento che più frequentemente sono utilizzati dalle imprese e che tratterò per primi nel prossimo §). Per fidi di piccolo importo la decisione finale può rientrare nelle competenze del semplice direttore di filiale, mentre per i fidi di importo più elevato la decisione spetta al massimo organo amministrativo della banca, cioè (come già dovresti sapere) al consiglio di amministrazione. La responsabilità della concessione di fidi di importo intermedio potrebbe poi essere di competenza di un organo intermedio, magari all’interno dell’ufficio fidi della sede centrale. Concesso il fido, la banca seguirà costantemente l’andamento del rapporto, e nel caso col passare del tempo scorgesse qualche anomalia (ad esempio l’utilizzo costante nel tempo della quasi totalità del fido, senza cioè mai rientrare significativamente, oppure una non costante puntualità negli adempimenti, o una frequenza eccessiva di insoluti subiti dal finanziato ad opera dei suoi clienti ecc.) inserirà il nominativo fra quelli a cui prestare più attenzione, e, giustamente, in questo caso la banca comincerà ad applicare tassi maggiori. Comunque, anche nel caso di rapporti sereni la banca periodicamente, ad esempio ogni anno, riprende in esame la situazione del cliente affidato per verificare se è ancora meritevole di fiducia; effettua cioè la “revisione del fido”, operazione per la quale la banca può addebitare sul c/c del cliente (come del resto fa anche per l’istruttoria iniziale) un importo forfetario compreso in genere fra qualche decina e qualche centinaio di euro. 58 Come già ho accennato, una buona parte dei fidi e dei finanziamenti concessi dalle banche hanno scadenza “a vista”, il che significa che la banca si riserva il diritto di ridurre o addirittura di revocare il fido in un qualsiasi momento e, in pratica, senza preavviso. Al cliente può quindi essere richiesto di “rientrare” dall’oggi al domani (in realtà entro pochi giorni), vale a dire di ridurre o addirittura annullare tutte le sue posizioni debitorie. E’ evidente che una simile grave decisione verrà presa dalla banca soltanto nel caso in cui le pervengano notizie tali da modificare considerevolmente il giudizio sull’affidabilità del cliente. 11.1) Aperture di credito in conto corrente. L’apertura di credito in c/c è un contratto con il quale la banca si impegna a mettere a disposizione del cliente, per un certo periodo di tempo o a tempo indeterminato, una certa somma di denaro che il cliente potrà utilizzare in qualsiasi momento e a sua discrezione. (art. 1842 e 1843 cod.civ.) Il concreto utilizzo del credito avviene con modalità del tutto simili alla normale gestione di un conto corrente, effettuando prelevamenti e attraverso bonifici, l’emissione di assegni ecc. Nell’apertura di credito la banca non provvede ad accreditare alcuna somma a favore del cliente. Il finanziamento, in altre parole, è rappresentato dalla possibilità di utilizzare tali somme al di là delle effettive disponibilità presenti sul c/c. Il cliente, cioè, potrà effettuare pagamenti sebbene il suo conto presenti un saldo nullo o negativo (cioè a suo debito) fino a quando il saldo negativo del conto risulterà entro l’importo stabilito nell’apertura di credito. Il cliente potrà anche ricostituire, con versamenti successivi, l’ammontare della somma a sua disposizione, o comunque ridimensionare la propria posizione debitoria. L’apertura di credito in c/c rappresenta una forma di finanziamento estremamente vantaggiosa ed elastica. È, infatti, il cliente che, a sua totale discrezione, decide quando e quanto utilizzare della somma globalmente disponibile in base alle proprie esigenze operative, e gli interessi a favore della banca saranno conteggiati solo sull'ammontare effettivamente utilizzato. Questo rende l’apertura di credito particolarmente adatta a finanziare esigenze e fabbisogni di entità variabile, legati alla gestione caratteristica dell’impresa. 11.2) Anticipo salvo buon fine di Ri.Ba e altri effetti Con l’anticipo s.b.f. di crediti la banca si impegna ad anticiparci immediatamente, entro il limite del fido accordatoci, detto anche “castelletto s.b.f”, gli importi dei nostri crediti commerciali (cioè i crediti che vantiamo sui nostri clienti) che scadranno soltanto successivamente. Se, ad esempio, l’11 marzo abbiamo emesso una fattura di 30.000 euro con pagamento a 60 giorni fine mese (il che significa che il nostro cliente ci dovrà pagare il 31 maggio), possiamo chiedere alla banca di accreditarci immediatamente i 30.000 euro sul conto in modo da poterli utilizzare fin da oggi. E’ ovvio che, quando il 31 maggio il nostro cliente ci salderà la fattura, la banca tratterrà per sé la somma, posto che noi i 30.000 euro li abbiamo già ricevuti. Se invece quel disgraziato del nostro cliente ci pianta un chiodo (non rispetta la scadenza del debito), allora la banca preleverà dal nostro conto i 30.000 che in precedenza ci aveva accreditato (più spese e commissioni per l’insoluto); ecco il significato di “salvo buon fine”: la banca ci dà i soldi se l’operazione finisce bene, altrimenti se li riprende. 59 Le due modalità in cui l’anticipo s.b.f. di crediti si concretizza sono l’anticipo su Ri.Ba e l’anticipo su fattura. Do per scontato che sappiate cos’è una fattura; quanto alla Ri.Ba (ricevuta bancaria), è un documento emesso dal venditore nel quale egli dichiara di ricevere un pagamento relativo ad un credito che vanta su un suo cliente in virtù di una fattura emessa. Al momento della vendita, il venditore che si accorda con il cliente per questa forma di pagamento (pagamento “a mezzo Ri.Ba.”) si fa indicare dal cliente la “banca d’appoggio”, cioè la banca dal cui conto corrente il compratore intende pagare la fattura. Il venditore, prima della scadenza della fattura, consegna (un tempo, prima della rivoluzione informatica, si consegnava materialmente il documento cartaceo, oggi la si invia in forma di file per internet) la Ri.Ba (su cui appaiono: l’importo e la data di scadenza del credito, il numero della fattura che l’ha originato e gli estremi della banca d’appoggio) alla propria banca chiedendole: o di curarne soltanto l’incasso (e in questo caso si dice che la Ri.Ba è stata presentata in banca “al Dopo Incasso”), oppure anche di anticiparne l’importo (e allora si dirà che la presentazione è stata fatta “al Salvo Buon Fine”). In entrambi i casi la banca del venditore si attiverà, qualche tempo prima della scadenza del credito, per richiedere il pagamento della Ri.Ba al debitore, e lo farà (se, come il più delle volte capita, la banca d’appoggio non coincide con la banca a cui il creditore ha presentato la Ri.Ba) incaricando a sua volta l’altra banca (quella del debitore) di informare il suo cliente (il compratore) della scadenza da rispettare. La banca d’appoggio, pochi giorni prima della scadenza, invita il suo cliente a darle istruzioni su cosa fare, cioè se pagare o no la ricevuta bancaria. E’ ovvio che la banca d’appoggio pagherà la ri.ba. soltanto se il suo cliente glielo ordina, e quindi se il debitore non vuole pagare, il creditore non ha modo di fargli più pressioni di quanto avrebbe potuto fare anche senza ri.ba. (e cioè: telefonate e lettere minacciose e quasi sempre improduttive o l’avvio di una pratica legale il cui esito è certo solo nel costo mentre è incertissimo nel risultato). L’utilità dell’incasso tramite ri.ba. non sta quindi certo nella sua forza legale (che, come visto, è nulla), quanto piuttosto nel timore del debitore che la sua banca, notando gli insoluti, modifichi il giudizio di affidabilità e, ritenendolo un cliente più rischioso, gli aumenti i tassi e gli riduca i fidi. Ecco allora che le aziende a corto di liquidità prima di non pagare le fatture incassabili tramite ri.ba. non pagano le fatture per le quali erano stati stabiliti altri sistemi di incasso, come ad esempio il bonifico: se non invio il bonifico alla data prevista per pagare una fattura, infatti, faccio sì un torto al mio creditore, ma non faccio alcuna brutta figura con la mia banca per il semplice fatto che non viene a sapere del mio insoluto e quindi delle mie presumibili difficoltà finanziarie. Ed ecco anche perché quando si dà istruzione alla propria banca di mandare insoluta una ricevuta (o, coma anche si dice, quando non si “ritira” una ricevuta) è opportuno (soprattutto se l’importo è rilevante) farlo per tempo e motivare la decisione (ad esempio per un contenzioso con il fornitore). L’anticipo s.b.f. può essere realizzato attraverso varie modalità tecniche che, per la verità, si differenziano più da un punto di vista contabile che non sostanziale. Di tutte, descrivo solo quella forse più frequente ma certamente più chiara ai fini della comprensione dell’operazione “anticipo s.b.f. di crediti”: l’anticipo s.b.f. attraverso l’utilizzo di un conto corrente transitorio (o “c/c di giro”) dedicato esclusivamente a questa operazione. Con modalità di accredito immediato, gli effetti sbf vengono accreditati con valuta coincidente con la scadenza della ricevuta (aumentata dei giorni valuta previsti, e con la valuta adeguata se si tratta di un gruppo di effetti) nel Conto Anticipi (conto transitorio fruttifero, per il quale al termine di ogni trimestre viene redatto un apposito riassunto scalareinteressi) e subito dopo girati con valuta in giornata al c/c ordinario. Le spese e le commissioni di incasso vengono addebitate direttamente sul c/c con valuta in giornata. Gli effetti che ritornano insoluti, aumentati delle spese, vengono addebitati sul c/c con valuta coincidente con la scadenza dell'effetto. Nella prossima pagina trovate un esempio con 4 presentazioni e un insoluto nel trimestre (e 4 gg banca di valuta e 10 € spese su insoluti); il c/c che ho definito “ordinario” è il conto corrente normale da cui transitano tutte le operazioni che il cliente effettua tramite quella banca ( bonifici, assegni, utenze ecc.), operazioni che non sono state evidenziate per non appesantire inutilmente l’esempio. 60 il 5 genn. presentato al sbf un gruppo di RiBa per tot. € 5.400 con scadenza adeguata (media) al 23/2; il 18 genn. una RiBa di 2.780 € sc. 31.3; il 3 febb gruppo RiBa per tot. 6.800 € e scad. adeguata 22.4; il 5 febb. ricevuto insoluto su una RiBa di 1.695 € con sc. 24 gennaio e presentata nel gruppo del 5 genn. il 2 marzo presentato un gruppo di RiBa per € 5.678 con scad. adeguata 24 marzo. Dall’esempio risulta evidente che la presentazione al sbf di crediti ha senso solo se il conto corrente “ordinario” conserva un saldo passivo (per l’azienda) anche dopo l’accredito degli importi anticipati. Se, infatti e come nell’esempio, così non fosse, l’azienda andrebbe a pagare degli interessi passivi sul conto “anticipi” per avere degli interessi attivi sul conto “ordinario”, e poiché i tassi passivi sono molto più alti di quelli attivi (nell’esempio 7% contro 1%) l’operazione sarebbe idiota (in effetti, nell’esempio, l’azienda nel trimestre paga complessivamente interessi passivi sugli anticipi per 230,66 €, mentre ottiene interessi attivi sul conto ordinario, nello stesso trimestre, per 31,14 €, una differenza di oltre sette volte dovuta al differenziale dei tassi – da 1% al 7%. – e dai giorni valuta applicati). Qualora, invece, il conto “ordinario” conservasse un saldo passivo anche dopo l’accredito proveniente dal conto “di giro”, allora il cliente beneficerebbe di un risparmio in interessi passivi dovuto al tasso minore applicato dalla banca sul conto anticipi rispetto allo scoperto del conto ordinario (nell’esempio il 7% invece dell’8%). Risulta pertanto necessario che chi ha la responsabilità della gestione della liquidità aziendale presti attenzione nel decidere quali crediti presentare al salvo buon fine e quali al dopo incasso, oltre che, ovviamente, su quali banche effettuare la presentazione (poiché quasi sempre un’azienda opera con più di una sola banca). CONTO ANTICIPI RI.BA S.B.F. (Movimenti 1° trim.) Data Operazione Dare ----- ----- ----- 05/01 Mazzetta ric. s.b.f. 5.400 ----- ----- 18/01 Ricevuta s.b.f. 2.780 ----- ----- ----- 03/02 Mazzetta ric. s.b.f. 6.800 ----- ----- ----- 02/03 Mazzetta ric. s.b.f. 5.678 ----- ----- ----- 5.400 54,89 53 04/04 2.780 ----- P 76 40,52 Dal 18/1 al 4/4 26/04 03/02 6.800 ----- P 82 106,94 Dal 3/2 al 26/4 28/03 02/03 ----- P Dal 5/1 al 27/2 18/01 5.678 02/03 Giroconto a c/c Interessi (rp = 7%) ----- 6.800 03/02 Giroconto a c/c Saldo perSegno Giorni interessi interessi interessi 27/02 05/01 2.780 18/01 Giroconto a c/c Val. ----- 5.400 05/01 Giroconto a c/c ----- Avere 5.678 P 26 28,31 Dal 2/3 al 28/3 (Totale interessi passivi: 230,66) 61 CONTO CORRENTE ordinario (movimenti al 31/03) Data Operazione Dare Avere ----- ----- ----- ----- 05/01 Giroconto a c/c 5.400 05/01 Commiss. d'Incasso 6 ----- ----- ----- 18/01 Giroconto da c/ant. 4 ----- ----- ----- 03/02 Giroconto da c/ant. 8 ----- ----- ----- 05/01 5.400 05/01 5.394 18/01 8.174 18/01 8.170 03/02 14.970 03/02 14.962 24/01 6.475 05/02 Spese per insoluto 10 24/01 6.465 02/03 Giroconto da c/ant. 02/03 Commiss. d'Incasso 8 A 6 1,34 A 27 11,07 A 10 1,77 Dal 24/1 al 3/2 ----- 5.678 1,92 Dal 3/2 al 2/3 ----- 1.695 ----- 13 Dal 18/1 al 24/1 05/02 Ricevuta Insoluta ----- A Interessi (ra = 1%) (rp = 8%) Dal 5/1 al 18/1 ----- 6.800 03/02 Commiss. d'Incasso Saldo perSegno Giorni interessi interessi interessi ----- 2.780 18/01 Commiss. d'Incasso Val. 02/03 18.935 02/03 18.927 A 29 14,04 Dal 2/3 al 31/3 (Totale interessi attivi: 30,14) 11.3) Anticipo su fatture. L’anticipo su fatture è utilizzato nel caso in cui per il regolamento della vendita non sia stata previsto l’uso della Ri.Ba., e quindi, ad esempio, si è stabilito che il cliente pagherà la fattura con un bonifico o un assegno. In questo caso il venditore può presentare alla banca, come documento comprovante l’esistenza del credito di cui chiede l’anticipazione, soltanto la fattura. La banca, spesso, nell’anticipo su fattura anticipa non tutto il credito (ad esempio accredita immediatamente solo l’80%) e applica un tasso leggermente più elevato rispetto all’anticipo di RiBa, e ciò, soprattutto, per effetto della minore sicurezza nella tempistica dei pagamenti (è il discorso della minore attenzione alla puntualità del pagamento prestata dal cliente debitore dell’azienda finanziata quando non è “pressato” da una RiBa,). Ovviamente il venditore dovrà richiedere al cliente di effettuare il bonifico (o versare l’assegno ricevuto in pagamento della fattura) sulla banca a ne cui ha chiesto l’anticipo. 11.4) Anticipazione bancaria. L’anticipazione bancaria è un altro strumento a cui le imprese possono ricorrere per coprire il fabbisogno finanziario di breve termine. Con l’anticipazione bancaria la banca concede a un’impresa un prestito monetario a breve termine a fronte di una garanzia costituita da un pegno su titoli o su merci e/o documenti rappresentativi di merci. (art. 1846 – 1851 cod.civ.) L’anticipazione può essere a scadenza fissa o utilizzata in conto corrente. Nel primo caso, meno frequente, il rimborso del capitale prestato così come la sua anticipazione deve avvenire nei tempi e nei modi previsti dal contratto. Nel secondo caso, generalmente preferito dalle aziende, la banca non anticipa in un’unica soluzione il capitale, ma mette a disposizione questa somma sul conto corrente; in pratica l’operazione risulta analoga a un’apertura di credito in c/c (caso 9.1)) con garanzia costituita da pegno. 62 Nel caso dell’anticipazione in c/c all’azienda sono addebitati solo gli interessi relativi alla somma effettivamente utilizzata, ma a un tasso generalmente più alto rispetto all’anticipazione a scadenza fissa. Nonostante questo, la maggiore flessibilità che consente di adattare il finanziamento in funzione delle effettive necessità del momento rende questa forma, come già detto, in genere più gradita alle imprese. 11.4a) L’anticipazione su titoli. I valori mobiliari oggetto del pegno possono essere sia titoli azionari sia titoli obbligazionari. La banca solitamente preferisce la seconda tipologia di titoli, essendo questi meno rischiosi, soprattutto se titoli di stato (meglio se b(i)ond(i) tedeschi piuttosto che latini dalla più scura prospettiva …). Spesso i titoli che vengono dati in pegno non rientrano nel patrimonio dell’impresa finanziata ma sono di proprietà dell’imprenditore o dei soci. In questo modo l’impresa riesce a finanziarsi e contemporaneamente il suo titolare o i soci non disinvestono le proprie personali attività finanziarie. 11.4b) L’anticipazione su merci (o su documenti rappresentativi di merci). Questa forma di finanziamento è utilizzata soprattutto dalle imprese la cui attività è caratterizzata da cicli produttivi particolarmente lunghi o con elevate punte di stagionalità. Tipico, nel nostro territorio, è il caso dell’anticipazione su pegno di forme di Parmigiano-Reggiano in stagionatura, spesso utilizzata dalle aziende casearie o operanti nel commercio di tale prodotto. La custodia delle merci può avvenire secondo quattro modalità: 1. le merci sono trasferite alla banca, che le prende in consegna fino al momento della estinzione del debito (ad esempio lo stabilimento di Montecavolo dei Magazzini Generali delle Tagliate del CREDEM (www.tagliate.it) ha una capacità di stoccaggio e stagionatura di quasi 300.000 forme di Grana (oltre 10 milioni di chili di formaggio), oppure, per le Castelnovesi di Sotto, i Magazzini GEMA del B.P.V. Banco S. Geminiano e S. Prospero, con una capienza di circa 250.000 forme); 2. le merci sono custodite presso l’impresa debitrice (e in tal caso è autorizzata ad accedervi solo la banca); 3. le merci sono custodite presso i Magazzini Generali (luoghi di pubblico deposito autorizzati dal Ministero dell’Industria e del Commercio: i MG rilasciano, all’entrata delle merci, un “bollettino di entrata” che prova l’avvenuto deposito), i quali, su richiesta del depositante, rilascia un documento “doppio”: la “fede di deposito” (art. 1795 cod. civ.) con, attaccata ad essa, la “nota di pegno” (art. 1793 cod. civ.). Tale documento è un titolo rappresentativo delle merci e quindi il suo trasferimento (attraverso la “girata”, come nell’assegno) equivale alla cessione (vendita) della merce stessa; quando la merce depositata viene concessa in garanzia di un finanziamento, la “nota di pegno” viene staccata dal documento originario e consegnata al creditore, e sulla “fede di deposito” viene riportato l’importo del credito garantito, comprensivo degli interessi; l’acquirente delle merci (giratario della fede di deposito sprovvista della nota di pegno) potrà ritirarle solo dopo che il creditore è stato soddisfatto. 4. quando le merci oggetto del pegno sono in viaggio, sono, ovviamente, pure custodite presso terzi ( il vettore o lo spedizioniere). Se il trasporto è fatto per nave, magari su una portacontainer che attraversa l’Oceano Pacifico, allora, come nel caso precedente, si provvede al rilascio (oltre che del documento di carico che, nel trasporto via mare, è la “polizza di carico marittima per merce a bordo”), della fede di deposito e della nota di pegno. 63 11.5) Mutui Operativamente (non quindi in senso giuridico), con il termine di “mutuo” si fa riferimento a una forma di prestito a tempo determinato erogato dalla banca in un’unica soluzione, che prevede l’obbligo del mutuatario di corrispondere una successione di versamenti periodici. Le somme periodiche, definite rate, sono pagate dal mutuatario (cioè dal debitore) sulla base di un apposito piano (detto “piano di ammortamento”) e consentono il rimborso del capitale prestato dalla banca e la corresponsione degli interessi. Il mutuo viene principalmente utilizzato per soddisfare un fabbisogno finanziario di non breve durata che deriva dal sostenimento di costi pluriennali legati all’acquisizione di immobilizzazioni tecniche (tipicamente impianti e macchinari), ma anche finanziarie e immateriali (per esempio per l’acquisizione e lo sviluppo di brevetti, marchi, know-how, ecc.). Però non mancano mutui di durata anche inferiore a un anno quali, ad esempio, quelli contratti dalle aziende per riuscire a pagare le imposte sui redditi o le tredicesime ai dipendenti e che magari prevedono un piano di ammortamento in alcune rate mensili. Qui sotto vi riporto due semplici piani di ammortamento; lo faccio per due motivi: a) perché vi esercitiate su Excel ricostruendo il foglio (le regole sono le solite: gli unici dati numerici che dovete digitare sono quelli in rosso, corsivo ed evidenziati in giallo , tutti gli altri dati devono essere il frutto di formule); b) perché abbiate maggiore possibilità di verificare se avete compreso come funziona un mutuo (se non riuscite a ricostruire il file di Excel o siete Office-imbranati o non avete capito i mutui). Il primo esempio (quello a sinistra) è relativo a un mutuo decennale di 100.000 € a tasso fisso del 5% con rata capitale costante (di, quindi, 100.000 / 10 = 10.000 €) da pagare posticipatamente con frequenza annuale senza preammortamento (che significa: si comincia subito a rimborsare il capitale, già alla scadenza della prima rata). Il secondo (quello a destra, di 120.000 €) è invece un esempio di mutuo di breve durata (nove mesi, probabilmente – vista la data di accensione – richiesto per finanziare il pagamento delle imposte dovute in base alla dichiarazione dei redditi) con rate mensili posticipate e preammortamento di tre mesi (che significa: le prime tre rate mensili sono di soli interessi, e si comincia a rimborsare il capitale solo quattro mesi dopo l’accensione). Se in entrambi gli esempi ho utilizzato l’ammortamento a “rata capitale” costante (detto anche è solamente per rendere più semplice le formule in Excel, ma nella realtà è ben più frequente l’ammortamento a “rata totale” costante. ammortamento “italiano”) Importo capitale: 100.000 periodicità rata: annua 10 anni: tasso: 5% periodicità rata: mensile ammortamento: italiano (rata capitale costante) capitale rata n. resisuo 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 100.000 90.000 80.000 70.000 60.000 50.000 40.000 30.000 20.000 10.000 Totali: rata capitale 10.000 10.000 10.000 10.000 10.000 10.000 10.000 10.000 10.000 10.000 100.000 Durata: mesi 9 di cui 3 in preammortamento tasso: 5% n. rate capitale: 6 ammortamento italiano: (rata capitale costante) rata interessi rata totale 5.000 4.500 4.000 3.500 3.000 2.500 2.000 1.500 1.000 500 27.500 120.000 Importo capitale: 15.000 14.500 14.000 13.500 13.000 12.500 12.000 11.500 11.000 10.500 127.500 n. data 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 20/05/11 20/06/11 20/07/11 20/08/11 20/09/11 20/10/11 20/11/11 20/12/11 20/01/12 20/02/12 Capitale rata rata rata gg Residuo capitale interessi totale 31 30 31 31 30 31 30 31 31 120.000 120.000 120.000 120.000 100.000 80.000 60.000 40.000 20.000 Totali: 0 0 0 0 20.000 20.000 20.000 20.000 20.000 20.000 120.000 509,59 493,15 509,59 509,59 410,96 339,73 246,58 169,86 84,93 3.273,97 509,59 493,15 509,59 20.509,59 20.410,96 20.339,73 20.246,58 20.169,86 20.084,93 123.273,97 Qui sotto, invece, trovate un esempio (molto scolastico) di mutuo con piano di ammortamento a rata complessiva costante (cosiddetto ammortamento “francese”). Vi prego di riflettere sul fatto che man mano si pagano le rate (non in preammortamento) di un mutuo (e quindi si rimborsa una parte del capitale), l’importo degli interessi necessariamente diminuisce (perché via via calcolato su un capitale che si riduce rata dopo rata ), e quindi, poiché nell’ammortamento “francese” la rata complessiva (formata dalla somma fra “rata capitale” e “rata interessi”) deve essere costante, allora ne risulta necessariamente che la rata capitale aumenta con il passare del tempo. 64 Piano di ammortamento "francese" (rata complessiva costante). Durata anni: 2 periodicità: rata totale fissa: semestrale capitale: 275.000,00 rata n. capitale residuo n. rate: 4 tasso: 8% rata capitale rata interessi 75.759,76 rata totale 1 275.000,00 64.759,76 11.000,00 75.759,76 2 210.240,24 67.350,15 8.409,61 75.759,76 3 142.890,09 70.044,16 5.715,60 75.759,76 4 72.845,93 Totali: 72.845,92 2.913,84 75.759,76 275.000,00 28.039,06 303.039,05 Ecco allora (confronta il prospetto sopra – ammortamento francese – e quello della prossima pagina – ammortamento italiano –) che a parità di condizioni (cioè a parità di capitale iniziale, durata, tasso e frequenza rata) con il sistema “francese” si pagano complessivamente più interessi che con il sistema italiano (28.039 contro 27.500): questo non significa, però, che il secondo sistema di ammortamento (quello italiano a rata capitale costante) sia più conveniente del primo, poiché quel che conta è il tasso di interesse e questo, per ipotesi, è lo stesso. Infatti, se è vero che col sistema francese si pagano più interessi è anche vero che si rimborsa il capitale con più lentezza (e, infatti, la prima e la seconda rata totale sono più elevate nell’ammortamento italiano che nel francese), e quindi il servizio di finanziamento comprato ha un valore superiore. Piano di ammortamento "italiano" (rata capitale costante). periodicità: semestrale capitale: 275.000,00 rata n. capitale residuo Durata anni: 2 rata capitale fissa: n. rate: 4 tasso: 8% 68.750,00 rata capitale rata interessi rata totale 1 275.000,00 68.750,00 11.000,00 79.750,00 2 206.250,00 68.750,00 8.250,00 77.000,00 3 137.500,00 68.750,00 5.500,00 74.250,00 4 68.750,00 68.750,00 2.750,00 71.500,00 275.000,00 27.500,00 302.500,00 Totali: Ogni banca offre mutui di tantissimi tipi: qui sotto vi propongo alcune delle principali differenziazioni: a) Mutuo a tasso fisso o a tasso variabile. Rispetto a quanto scritto nelle pagine da a al punto ) qui ribadisco solo che l’indicizzazione del tasso d’interesse del mutuo alla variazione dei tassi di mercato, se da un lato impedisce al mutuatario di conoscere il costo futuro del finanziamento, dall’altro gli permette di adeguare tale costo al tasso corrente del momento. b) Mutuo in euro o in valuta estera. Se per finanziare attivi patrimoniali espressi nella propria moneta ci si indebita in una moneta diversa (in “divisa” o “valuta” estera) il debitore corre il cosiddetto “rischio di cambio”: se oggi, con il cambio a 1,30 (1 € = 1,30 $), finanzio 100.000 € di attività indebitandomi in $ USA, dovrò chiedere in prestito 130.000 $ (dollari che poi venderò immediatamente per ottenere i 100.000 € che mi servono). Se però il dollaro si rafforzasse rispetto all’euro e, alla scadenza del debito, il cambio €/$ tornasse a 0,85 (una decina d’anni fa il $ valeva più dell’€), allora io per rimborsare i 130.000 $ presi in prestito dovrò comprarli spendendo più di 150.000 € (130.000 / 0,85 = 152.941). Oltre agli interessi passivi, il finanziamento mi sarebbe costato anche 53.000 € per “perdite su cambi”. Morale: a meno che non si abbia il vizio del gioco d’azzardo, indebitarsi in valuta estera ha senso solo se si deve finanziare un investimento nella stessa valuta (esempio: per comprare un’azienda negli USA mi indebito razionalmente in $ USA). c) Mutuo con o senza pre-ammortamento. Il pre-ammortamento è l’eventuale periodo di tempo intercorrente dall’accensione del mutuo al momento in cui si comincia a rimborsare il capitale (vedi esempio a pag. 10). d) Mutuo chirografario o ipotecario. Il mutuo (e, più in genere, un debito) chirografario è un mutuo (o, in genere, un debito) non garantito da ipoteca o da altra garanzia. Per quanto riguarda l’ipoteca rinvio a quanto già visto a pagina 3. 65 11.6) Factoring. Gli ultimi due strumenti di finanziamento rimasti (Factoring e Leasing) non sono, in realtà, esattamente strumenti bancari, nel senso che questi due servizi non vengono prodotti da aziende di credito bensì da operatori specializzati, rispettivamente le “Società di Factoring” e le “Società di Leasing”. Poiché però assai spesso tali società sono di proprietà di banche (nel senso che il loro capitale sociale è totalmente in mano a una o a più aziende di credito, tant’è che ogni banca ha la sua società di factoring e di leasing di riferimento a cui indirizzare i propri clienti), risulta sciocco dar peso a questa distinzione formale ed è quindi, nella sostanza, corretto parlare di factoring e leasing nell’ambito delle operazioni di finanziamento bancario. Avendo esaurito quasi tutto il tempo che avevo programmato di dedicare a questi appunti, in questo e nel prossimo paragrafo (sul leasing) copio-incollo da http://www.pmifinance.it, vari pezzi (in carattere “Arial Narrow) apportando solo qualche taglio o piccole modifiche e aggiungendo alcune righe (con il solito carattere Times New Roman) . Schiacciando Ctrl e cliccando sul collegamento http://www.pmifinance.it potete cercare e leggere il testo originario. Il factoring è una tecnica finanziaria basata sulla cessione, a un operatore specializzato ( il “Factor” o “Società di Factoring”), dei crediti commerciali vantati da un'impresa. Esso consiste in un rapporto di carattere continuativo in base al quale un'impresa effettua la cessione, che può avvenire in due forme giuridiche differenti ( la cessione “pro solvendo” e quella “pro soluto”), di una parte significativa dei propri crediti commerciali. La società di factoring (il factor), cioè l’operatore specializzato che finanzia l'impresa attraverso il pagamento anticipato rispetto alla scadenza dei crediti commerciali, svolge, oltre al servizio di natura finanziaria, anche un servizio gestionaleamministrativo; infatti, il factoring è, oltre a un servizio di finanziamento, anche un servizio amministrativo poiché con la cessione dei crediti l'impresa soddisfa, delegandole all'esterno, le esigenze di gestione connesse a crediti ( e, come vedremo, più raramente anche a debiti) di fornitura. In altre parole, il Factor non si limita a curare per il proprio cliente l’incasso dei crediti commerciali e ad anticipargliene l’importo; questo è quanto già fa la banca con l’anticipo s.b.f. di Ri.Ba. e fatture ( vedi punti 1.2) e 1.3)), e non si vedrebbe l’utilità di ottenere gli stessi servizi da un soggetto che, come capita quasi sempre per le società di factoring, per finanziarsi utilizza a sua volta il canale bancario: si tratterebbe di inserire inutilmente un passaggio aggiuntivo (da “risparmiatore → banca → impresa” a “risparmiatore → banca → factor → impresa)” e quindi aumentare i costi finali del medesimo prodotto. In realtà, quindi, il servizio offerto dal factor è ben più ampio di quello acquistabile presso una banca. Al factor, infatti, l’azienda fa gestire interamente i propri crediti commerciali: partendo dall’analisi preventiva dell’affidabilità del “debitore ceduto” (cioè dei clienti dell’azienda che si rivolge alla società di factoring) il factor si occupa dei crediti del cliente persino fin da prima ancora che nascano; l’incarico di curarne l’incasso, poi, è più ampio di quello che viene dato a una banca in quanto comprende anche la gestione degli opportuni solleciti ai debitori, la concessione di eventuali abbuoni e delle controversie legali che potrebbero insorgere a causa di insoluti. A volte l’azienda arriva ad affidare al factor perfino la fatturazione delle proprie vendite, e ciò nell’ottica di alleggerire il carico amministrativo aziendale attraverso una sempre maggiore “esternalizzazione” delle funzioni, in modo quindi da arrivare a una progressiva sostituzione di costi fissi (l’azienda necessita di meno personale amministrativo) con maggiori costi variabili (i compensi percepiti dal factor per lo svolgimento dell’incarico, proporzionali al volume di vendite). Le prestazioni erogabili dal factor non riguardano solo la clientela già acquisita dall'impresa, ma, come si è già detto poco sopra, spesso supportano anche la fase antecedente la vendita tramite servizi di consulenza e l'offerta di informazioni relative a nuovi potenziali mercati di sbocco e all’affidabilità dei singoli clienti. Nei suoi rapporti sia con il cedente che con i debitori ceduti il factor è tipicamente orientato a una relazione duratura, e non a una specifica transazione; in questo modo è in grado di ottenere informazioni rilevanti e significative relative ai crediti oggetto dell'operazione e ai relativi debitori. Tali informazioni, opportunamente incorporate nel processo produttivo dell'operazione di factoring, contribuiscono a ridurne il rischio e, essendo trasferibili al cliente cedente, possono costituire un servizio autonomo. 66 La riduzione del rischio consegue dalle modalità di gestione del credito, che prevedono rapporti diretti tra il factor e il debitore ceduto e un controllo esplicito e continuo del rischio complessivo in essere sul medesimo; nonché dal tipo di servizio che la società di factoring si impegna a prestare alla propria clientela. Nel cosiddetto factoring pro soluto, non molto frequente nella realtà, il factor assume completamente il rischio connesso all'insolvenza del debitore; mentre nel factoring pro solvendo il cedente resta coinvolto nella sorte dell’operazione, potendo il factor rivalersi su di lui in caso di insolvenza del debitore. Il factoring, quindi, è non solo una tecnica finanziaria e un servizio gestionale, ma anche uno strumento di gestione del rischio di credito per le imprese. Questa operazione, peraltro, si configura come uno smobilizzo anticipato di crediti commerc commerciali che consente all’impresa di accrescere il proprio livello di liquidità a fronte del costo finanziario da sostenersi per l’anticipo concesso. Proprio la natura commerciale del credito ceduto (con scadenze tipiche di 30-180 giorni) attribuisce al factoring natura di strumento finanziario orientato a soddisfare fabbisogni finanziari di breve e brevissimo termine. la 11.6.1) La struttura tecnica di un'operazione di factoring. L’operazione di factoring prende avvio con la valutazione dell'impresa cedente da parte del factor. Successivamente l'attenzione si concentra sul portafoglio crediti dell'impresa al fine di individuare quelli oggetto potenziale di successiva cessione. In linea di principio, e di solito, il cliente sottopone alla valutazione preventiva l'intero portafoglio crediti (commerciali) e fornisce informazioni relative alla sua evoluzione attesa; sarà poi il factor a indicare i crediti accettati in cessione, definendo così il plafond globale riconosciuto all'impresa. Durata e importo medio dei crediti commerciali rappresentano due indicatori importanti ai fini di questa valutazione, soprattutto se confrontati con le scadenze e gli importi tipici del settore di attività dei debitori ceduti. Il primo, (la durata) evidenziando scadenze eccessivamente protratte, può indicare al factor una condizione di scarsa forza contrattuale e/o di difficoltà finanziaria del cedente. Il secondo (l’importo medio), segnalando importi unitari ridotti, può evidenziare il rischio che l'operazione di cessione risulti antieconomica per le parti: per il cliente, in quanto le commissioni fisse per ogni credito fattorizzato incidono percentualmente in modo inversamente proporzionale all’importo del credito, per il Factor in quanto l’incidenza dei suoi costi per la gestione amministrativa dei crediti rispetto al volume di credito complessivamente “lavorato” aumenterebbe. Sempre nella fase iniziale del rapporto si realizza l'accertamento della regolarità dei crediti ceduti verificando l'effettiva esistenza del rapporto commerciale sottostante, l'assenza di controversie in corso tra le parti e/o di provvedimenti giudiziari a carico del debitore che ne inibiscano la capacità di pagamento. Alla cessione dei crediti fa seguito, da parte del factor, l'erogazione dell'anticipo, che rappresenta l'aspetto finanziario, e la prestazione dei servizi che, in base a quanto stabilito per contratto, possono vedere il factor variamente impegnato nella gestione e nell'assicurazione dei crediti acquisiti. L'attività di incasso vede il factor subentrare al cliente nella gestione della relazione con il debitore assumendo una discrezionalità sufficiente a consentirgli di accettare o meno sconti o abbuoni proposti dal debitore senza possibilità di rivalsa da parte del cliente. Quando, in caso di mancata riscossione, il recupero dei crediti spetta al creditore cedente (cessioni pro solvendo) su di esso ricade anche l'onere dell'azione giudiziaria. L 'impresa può comunque avvalersi dell'assistenza del factor utilizzandone il servizio di recupero crediti. In presenza di un contratto pro soluto è, invece, competenza del factor procedere al recupero dei crediti mentre la garanzia prestata lo impegna a subentrare nel pagamento del debito al debitore ceduto; di solito questo avviene entro 150 – 200 gg dalla scadenza del credito. 11.6.2) l costo del factoring e la convenienza per le imprese I costi connessi alla componente finanziaria del contratto di factoring sono rappresentati, essenzialmente, dagli interessi maturati sugli anticipi. Questi ultimi vengono calcolati sul periodo che va dal momento della erogazione dell'anticipo fino all'effettivo incasso del credito. Il tasso di interesse viene addebitato con capitalizzazione mensile o trimestrale. 67 I servizi di gestione dei crediti (cioè la parte non finanziaria dell’operazione, quella quindi di natura amministrativa-gestionale e, nel caso di pro soluto, di natura assicurativa) trovano corrispettivo nell'applicazione da parte del factor di una commissione, in genere commisurata in relazione alla durata e al valore delle fatture cedute. Per cessioni di tipo pro solvendo il valore della commissione varia tra lo 0,1% e lo 0,5% del valore ceduto; pro soluto le percentuali si collocano tra lo 0,5% e il 2%. nel caso di Sempre tra i costi connessi alla componente gestionale rientrano quelli relativi alle spese di istruttoria sostenute dal factor per la valutazione sia del portafoglio crediti che dello stesso cliente cedente. Queste vengono solitamente regolate in quota fissa all'inizio del rapporto (tra i 200 e i 400 euro). Le spese connesse alla gestione delle fatture hanno, invece, natura variabile essendo definito un costo unitario (dai 2 ai 4 euro; circa una decina di euro per le fatture sull’estero. 11.6.3) La valutazione del ricorso al factoring La convenienza del ricorso al factoring dipende nella sostanza da due componenti fondamentali: 1. il confronto tra oneri (amministrativi e finanziari) tradizionali e oneri di factoring; 2. la destinazione dei flussi finanziari liberati attraverso lo smobilizzo dei crediti. La possibilità di pervenire a una sostituzione dei costi tradizionali di gestione dei crediti con il costo (amministrativo) del factoring, in pratica esternalizzando le attività di amministrazione e controllo dei crediti e affidandole (integralmente) al factor, dipende in via primaria dall'estensione nel tempo e nello spazio del ricorso al factoring. La convenienza ad utilizzare i servizi del factor è, cioè, più probabile se si ipotizza un uso permanente ed estensivo dello strumento. In tal caso, inoltre, il ricorso al factoring può comportare una effettiva sostituzione di costi fissi con costi variabili (cioè, come già si è scritto, si riduce il costo del lavoro per dipendenti e aumentano i costi per acquisti di servizi amministrativi), con implicazioni sulla leva operativa aziendale, da valutarsi in relazione al grado di variabilità del fatturato (insomma: l’azienda, grazie all’esternalizzazione attuata affidando al factor la gestione dei crediti ha bisogno di meno impiegati amministrativi. Il mero affiancamento degli oneri di gestione tradizionali con gli oneri di factoring è, invece, più probabile in un uso temporaneo e/o ristretto del factoring; esso pone in evidenza un costo reale del factoring vicino a quello apparente, non permettendo il risparmio nel personale. 11.7) Leasing. Il Leasing è un contratto atipico che non è disciplinato da nessuna norma del codice civile. Esso è un contratto di finanziamento che associa in sé i caratteri tipici del mutuo, della locazione e della vendita con patto di riservato dominio. In prima approssimazione, esso può essere definito come un contratto mediante il quale una parte (locatore) si impegna ad acquistare o cedere in locazione a un’altra parte (locatario) un bene, mobile o immobile, dietro il corrispettivo di un certo numero di canoni periodici. La maggior parte dei contratti prevede inoltre la facoltà per il locatario di acquistare il bene al termine del contratto, pagando un prezzo (detto prezzo di riscatto) prefissato e generalmente molto contenuto e sensibilmente minore del valore che il bene ha in quel momento. 11.7.1) Le tipologie Una prima distinzione è quella tra leasing operativo e leasing finanziario. Il primo può essere assimilato ad un contratto di noleggio (è, in sostanza, un noleggio che si prolunga nel tempo, spesso per tutta la durata economica del bene locato ), mentre il secondo è configurabile come un vero e proprio strumento di finanziamento. In particolare: il leasing operativo viene stipulato direttamente tra un’impresa produttrice (o, comunque, venditrice diretta) dei beni oggetto del contratto e l’azienda utilizzatrice di tali beni. 68 In questo modo l’impresa locataria può disporre dei mezzi produttivi necessari allo svolgimento della sua attività pagando in maniera frazionata i canoni periodici previsti dal contratto (evitando così l’esborso immediato che sarebbe richiesto in caso di acquisto) e senza sostenere i rischi correlati all’obsolescenza e alla svalutazione del bene sul mercato che restano, invece, a carico dell’impresa fornitrice. il leasing finanziario ha, invece, per oggetto la locazione di beni, mobili o immobili, acquistati o fatti costruire dalla società di leasing su richiesta dell’impresa locataria, la quale assume su di sé tutti i rischi connessi. Alla scadenza del contratto l’impresa utilizzatrice potrà esercitare l’opzione del riscatto (in genere a un prezzo bassissimo) e diventare proprietaria del bene fino a quel momento avuto in locazione. I canoni corrisposti alla società di leasing sono generalmente superiori al costo effettivo di acquisto del bene e comprendono, oltre agli interessi sul capitale investito, anche la remunerazione per la società di leasing. Il leasing finanziario assume quindi, in tutto e per tutto, le caratteristiche tipiche di un’operazione di finanziamento in cui la società di leasing si configura come finanziatore dell’intera operazione, svolgendo una vera e propria attività intermediaria tra l’impresa utilizzatrice e la ditta fornitrice. Il Lease Back o sales and lease back (letteralmente vendi e riprendi in locazione). Si tratta di una forma di leasing del tutto particolare, che permette al proprietario di un bene di venderlo ad una società di leasing mantenendone però la disponibilità in virtù della contemporanea stipulazione di un contratto di leasing. A differenza delle alte forme di leasing, esso non ha tanto la funzione di finanziare nuovi investimenti quanto, piuttosto, quella di realizzare lo smobilizzo di investimenti già effettuati. 11.7.1) I vantaggi Al di là delle modalità tecniche con cui viene realizzato, il leasing presenta una serie di vantaggi che lo rendono particolarmente interessante. In primo luogo, evita un esborso immediato, che sarebbe invece richiesto in caso di acquisto, migliorando di conseguenza la liquidità aziendale; Inoltre, il leasing offre una serie di (seppur ora più modesti di alcuni anni fa) vantaggi fiscali legati alla deducibilità dei costi relativi al contratto (canoni, spese di manutenzione, costi accessori, ecc.) e dell’ammortamento del prezzo di riscatto qualora venga deciso di esercitare l’opzione (non è invece possibile procedere, durante il contratto, all’ammortamento del bene in uso non essendo questo di proprietà dell’impresa utilizzatrice). Il leasing si è rivelato uno strumento di finanziamento estremamente flessibile e rapido (il processo di istruttoria dura in genere poche settimane), e quindi particolarmente apprezzato soprattutto dalle PMI. In particolare, l’assenza di garanzie reali o personali è particolarmente gradita alle imprese di piccole dimensioni per le quali il leasing costituisce non di rado l’unica fonte realmente accessibile di finanziamento a medio-lungo termine. 69 11.7.2) Il calcolo, approssimativo, del tasso di interesse di un leasing (a tasso fisso). Chiudo con un’esercitazione che dovrebbe consolidare sia la comprensione dell’operazione di leasing sia della matematica finanziaria. (Il calcolo è “approssimativo” perché non tiene conto della capitalizzazione) L’azienda “Utilizzatrice”, dopo essersi accordata con l’azienda “Venditrice” circa l’acquisto al prezzo di 100.000 € di un’attrezzatura, stipula con la società “Leasing” un contratto di leasing quinquennale che prevede: - Il pagamento (al momento della consegna del bene che avviene il 1.4.2013) di un primo canone di 15.000 €; - Il pagamento di altri 59 canoni mensili tutti di 1.650 € (il primo dei quali da corrispondere il 1.5.2013); - Il pagamento di un prezzo di riscatto (da corrispondere il 1.4.2018) di 1.000 €. Calcolo del tasso (approssimativo) del finanziamento applicato da L sul finanziamento accordato a U: L’importo finanziato (C) è: 100.000 – 15.000 = 85.000. Il tempo è 5 anni. Gli interessi complessivamente previsti sono: (1.650 x 59 + 1.000) – 85.000 = 13.350. Applicando la formula dell’interesse semplice [ i = I / (C x t) ], il tasso approssimativo di interesse risulta: 13.350 / (85.000 x ½ x 5) = 0,063 → 6,3% Nonostante il finanziamento sia di 85.000 € (i 100.000 pagati da L a V per l’acquisto dell’attrezzatura sarebbe grossolanamente sbagliato inserire nella formula il valore di 85.000. Infatti, non è vero che per 5 anni L finanzia U per tutti gli 85.000 €, in quanto già dopo un mese (il 1.5.2013) U ne rimborsa una parte a L (importo che è pari a 1.650 € meno gli interessi del primo mese: è come si è ricevuta da U meno i 15.000 immediatamente versati da U a L), visto nell’ammortamento dei mutui col sistema francese: i 1.650 sono la rata totale, comprensiva di rata interessi – che diminuiscono col tempo – e di rata capitale che, invece, aumenta di rata in rata compensando la diminuzione degli interessi e in modo che l’esborso complessivo risulti sempre 1.650 €), e così via mese dopo mese. Il volume di credito concesso nel corso dei cinque anni è rappresentato dall’area sottesa alla linea discendente: se si fosse trattato di un mutuo rimborsabile in un’unica soluzione alla fine del quinto anno (cioè con preammortamento totale) l’area sarebbe stata quella di un rettangolo con base 5 e altezza 85.000; nel caso, invece, del leasing ( ma anche di un mutuo senza preammortamento) il valore del servizio di finanziamento offerto è approssimativamente rappresentato dal triangolo, la cui area è pari alla metà del rettangolo. Ecco perché, nella formula, il capitale è dimezzato. Importo finanziato dalla società di leasing 100000 80000 60000 40000 20000 Capitale residuo 0 70