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ANNO XLII N. 4
APRILE 1994
MENSILE DELL'AICCRE
ASSOCIAZIONE UNITARIA DI COMUNI PROVINCE REGIONI
dal quartiere alla regione per una Comunità europea federale
L'antieuropa
un problema per il prossimo Parlamento
Allargamento
s
e
eapprofondimento?
di Pier Virgilio Dastoli*
«La guerra viene, la guerra verrà. Verrà ... perché milioni di giovani sono allevati nel delirio a volerla
... Non contiamo troppo sulla stanchezza dei popoli ... Vorremmo essere cattivi profeti, ma noi temiamo
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che già oggi quella parte del popolo tedesco che è fanatizzata da Hitler andrebbe alla guerra con frenesia,
con gioia; come con tripudio vi andrebbe una parte della gioventù italiana. Mussolini non faceva solo della
retorica quando diceva che egli avrebbe potuto portare la temperatura del popolo - o di quella parte del
popolo che ne subisce l'influsso - a un grado mai visto. Perché sa che cosa ha seminato in questi anni.
Sa quali valori, quali passioni ha agitato nella fantasia dei giovani. La solenne consegna delle mitragliatrici
di guerra ai giovani avanguardisti, nell'anniversario della Marcia su Roma, non fu una commemorazione, ma
un auspicio ... Che cosa volete capire voi, vecchi e giovani saggi dei paesi dove regna la ragione, la libertà,
lo spirito critico, della mistica della dittatura, della mistica della servitù? ... Quanto all'Italia fascista, responsabile prima di questo rigurgito, dopo aver provocato, sobillato, ricattato, ora paventa lo scatenarsi
delle forze elementari che travolgeranno con sé l'Europa. Mussolini non è Bismark. Ama il piccolo giuoco
e la vincita certa. Al momento dello scoppio lo vedremo tremare e accodarsi, come sempre, all'Inghilterra...» (Carlo Rosselli, dall'articolo «La guerra che torna)), pubblicato subito dopo l'avvento al potere di Hitler).
E invece questo «grande statista» pensò che stava vincendo Hitler, si accodò a lui, accettò l'Olocausto, non
"scia spezzare le reni alla Grecia e, da pusillanime untitaliano senza dignità, scappò al momento della sconfitta
travestito da soldato tedesco.
I1 Parlamento Europeo, chiamato a votare
il 4 maggio sulle ratifiche per le adesioni di
Austria, Finlandia, Norvegia e Svezia, su
questo tema, anche grazie al Trattato di Maastricht, h a avuto una voce abbastanza importante d a esprimere. I1 Parlamento Europeo si
trova i n una situazione abbastanza difficile
perché, come sapete, il Consiglio dell'unione
h a concluso i negoziati di adesione con questi
quattro paesi. I quattro trattati d i adesione
sono stati parafati dai rappresentanti dei governi dei dodici paesi che compongono 1'Unione più i quattro paesi i n procinto di entrarvi e sono considerati evidentemente come
intoccabili, cioè come trattati d i fronte ai
quali qualunque parlamento, sia il Parlament o europeo sia i parlamenti nazionali o anche
le popolazioni, nei casi i n cui saranno le popolazioni a d essere chiamate a d esprimersi attraverso u n referendum, devono dire soltanto
di si o di no.
Accanto a questi quattro trattati di adesion e c'è il compromesso d i Ioannina che è il testo i n base al quale si dice che, nonostante
quello che ci sta scritto nel trattato per quant o riguarda le procedure di decisione del Consiglio, i governi fra di loro dicono c h e le procedure d i decisione del Consiglio saranno diverse d a quelle che sono scritte nei trattati d i
adesione, cioè che si continuerà a discutere,
praticamente con la stessa formula del compromesso di Strasburgo, fino al momento i n
cui tra i governi si raggiungerà u n accordo.
«Dans u n delai raisonnable)), all'interno di u n
termine di tempo ragionevole, e per quanto
riguarda il significato di ragionevolezza è tutt o d a discutere.
I1 testo d i Ioannina, c h e inizialmente la
presidenza greca aveva considerato come u n a
semplice dichiarazione, su richiesta degli in* Membro della Direzione nazionale dell'AICCRE.
Vicepresidente nazionale del MFE.
glesi e degli spagnoli è stato trasformato in
una decisione pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità, dando quindi a questa
decisione un peso giuridico oltre che politico
ben maggiore di quello a cui pensava la Presidenza greca.
I1 Parlamento Europeo si trova ora in una
situazione ben difficile, perché da una parte
essendo questi trattati conclusi dire di no significa dire di no all'entrata nell'unione dell'Austria, della Finlandia, della Svezia e della
Norvegia, e quindi assumersi evidentemente
una responsabilità politica abbastanza difficile: quella di lasciar fuori dalla porta quattro
paesi che chiedono da tempo insistentemente
di poter entrare nell'unione europea; ma
d'altra parte dire di sì significa accettare una
prospettiva di sicura diluizione del processo
di integrazione comunitaria, perché non soltanto c'è il compromesso di Ioannina ma perché si sa che questi paesi entrano nell'unione
europea con lo stesso atteggiamento che essi
hanno all'interno del Consiglio d'Europa,
cioè con un atteggiamento di vivere all'interno di un'organizzazione internazionale nella
quale vige il principio della sovranità nazionale e non il principio della sovranazionalità.
Credo che hanno ragione coloro, come ad
esempio il presidente internazionale del Movimento europeo Giscard, i quali dicono che
in questo momento ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di imporre ai governi di aprire
una discussione sul modello di Unione, perché questa discussione non c'è stata quando
si è fatto il Trattato di Maastricht e non c'è
stata quando si sono fatti i trattati di adesione. Io credo che in questo momento l'unico
organo che ha questo potere è il Parlamento
Eiiropeo, perché ha in mano lo strumento del
parere conforme, per imporre ai governi, alle
forze politiche, alle istituzioni e ai parlamenti
nazionali l'apertura di una discussione sul
modello di Unione verso la fine del secolo, sul
modello di Unione verso il Duemila. Ora se
il Parlamento Europeo sarà capace non dico
di respingere i trattati di adesione (questo
nessuno lo vuole) ma di posticipare il voto sui
trattati di adesione rinviandolo al prossimo
Parlamento Europeo, il quale dovrà evidentemente approfondire la materia molto di più
di quello che ha potuto questo Parlamento
uscente. Io sono convinto che questo avrà
l'effetto positivo, questo shock di imporre ai
governi di aprire una discussione al loro interno. Cosa che i governi non hanno potuto
fare.
I1 Trattato di Maastricht è stato elaborato
dai 12 governi con l'idea di elaborare un pro-
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som
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getto di Unione per i 12: non c'era per niente
l'idea di creare un trattato aperto ad altre
adesioni. I1 Trattato di Maastricht è stato negoziato nel periodo di tempo fra il dicembre
del 1990 e il dicembre 1991, concepito per la
Comunità dei dodici. Era convinzione comune dei dodici rappresentanti che negoziavano
il Trattato di Maastricht che due scadenze
fondamentali dell'unione, cioè quella del
1996 da una parte (la revisione del 1996), e
ancor di più la scadenza della realizzazione
dell'unione economica e monetaria del 1997
o al più tardi del 1999, erano due scadenze
per i dodici e che si pensava fra i Dodici che
i quattro paesi ricchi dell'Europa del Nord e
i paesi dell'Europa dell'Est si sarebbero accontentati dello Spazio economico europeo
(SEE) da una parte e degli accordi di associazione dall'altra, e che quindi i primi negoziati
di adesione sarebbero iniziati soltanto alla fine del secolo o all'inizio del prossimo secolo.
Ora nel giro di pochi mesi la situazione è
rapidamente cambiata: di fronte al no dei danesi al Trattato di Maastricht, la diplomazia
britannica (che è la diplomazia più intelligente fra i dodici paesi della Comunità) ha messo
immediatamente in piedi un'azione molto
abile di pressione su tutti i governi, in modo
tale che nel Consiglio europeo di Lisbona del
giugno 1992 le carte in tavola sono state cambiate, cioè si è detto: iniziamo da subito i negoziati di adesione con l'Austria, la Svezia, la
Finlandia e la Norvegia in modo tale che questi negoziati si concludano entro il 3 1 dicembre 1993, per consentire loro di entrare a far
parte dell'unione nel gennaio 1995 e di partecipare a pieno titolo alla preparazione della
Conferenza intergovernativa del 1996. Questo cambiamento radicale delle carte in tavola
pone evidentemente dei grossi problemi, perché gli stessi governi che hanno negoziato e
sottoscritto il Trattato di Maastricht sono coscienti che la struttura istituzionale concepita
per una Unione a dodici (che tra l'altro è la
stessa struttura istituzionale dei Trattati di
Romadel 1957 fatta per una comunità a sei)
non è assolutamente adeguata per sopportare
nè il peso di una Comunità a sedici nè tanto
meno il peso di una Comunità a 20 o a 25.
I1 Parlamento Europeo nel corso di tutta
questa legislatura ha approvato un pacchetto
di risoluzioni (almeno 15), nelle quali costantemente ha detto: «...noi non possiamo accettare un allargamento della Comunità senza
l'approfondimento..». Con coerenza ha approvato tutte queste risoluzioni. Non è ammissibile che questo Parlamento che ha approvato tutte queste risoluzioni con coeren-
za, in una situazione immutata o anzi se è
mutata è mutata in peggio a causa del compromesso di Ioannina, accetti l'allargamento
della Comunità senza che ci sia stato nessun
segnale da parte dei governi relativo alla loro
disponibilità a cambiare il quadro istituzionale. Allora in questo senso io credo che opportunamente il documento che ci è sottoposto,
a noi membri del Consiglio nazionale delI'AICCRE, e che è il documento del 4 marzo,
giustamente richiama la formula di Mitterrand dell'idea che la prossima tappa dell'Unione deve essere fatta in senso federale e deve essere fatta «fra coloro che lo vorranno».
Questo è il punto centrale: se noi non facciamo accettare l'idea che la prossima Conferenza intergovernativa del 1996 si concluda a
maggioranza e non all'unanimità rischiamo di
avere una situazione ben peggiore di quella
attuale, cioè della diluizione della Comunità.
Ora questo è raggiungibile, questo obiettivo
di un'unione federale fra quelli che lo vorranno, a condizione che si accompagni all'altra richiesta: l'idea che la prossima revisione
della Costituzione europea, perché il Trattato di Maastricht è la nostra Costituzione, sia
fatta con il metodo con il quale normalmente
vengono modificate le costituzioni. Questo
metodo comincia ad essere contestato e anche in Italia si comincia ad immaginare che la
Costituzione italiana possa essere modificata
con un sistema, diciamo così, da costituzione
«octroyée», cioè concessa dall'alto e senza
metodo democratico. Questo è un punto essenziale: noi non possiamo accettare l'idea
che una Costituzione possa essere modificato
senza una procedura democratica; procedura
democratica*vuole dire che devono essere le
forze politiche all'interno dell'Assemblea
parlamentare che devono assumersi il compito di elaborare delle modifiche e di sottoporle
all'approvazione dei partecipanti alla Comunità degli Stati o all'interno dello Stato.
Ora questo è il punto essenziale, io credo,
sul quale noi dobbiamo attirare l'attenzione
delle forze politiche e per far questo c'è l'ultimo elemento, cioè la capacità di inviare nel
prossimo Parlamento Europeo dei deputati
che abbiano cultura e consapevolezza della
loro legittimità costituente. Nel Parlamento
che si sta chiudendo questa cultura non c'era,
e questa è una delle ragioni per le quali il Parlamento Europeo ha concluso la legislatura
mettendo il rapporto Herman in un allegato
perché non c'era nè cultura, nè consapevolezza della propria legittimità costituente.
Alle urne europee da cittadini europei
Il federalismo, in concreto, oggi, di Umberto Serafini
L'Europa dei Comuni
L'Unione europea e le autonomie locali, di Pasqua1 Maragall
~roblematicheurbane e ~ianificazioneterritoriale, di Girolamo Ielo
Una Unione più democratica e solidale
Un appello alla convivenza pacifica
Vivere in città nel19Europadi domani, di Ugo Mazza
APRILE 1994
la posizione dell'AICCRE per l'elezione del Parlamento di Strasburgo
Alle urne europee da cittadini europei
I1 Consiglio nazionale dell'AICCRE, riunito
a Roma il 28 aprile scorso, ha approvato la
seguente Dichiarazione politica che proponiamo di far dibattere e approvare dai Consigli
degli Enti aderenti e simpatizzanti della nostra Associazione.
Elezioni nazionali ed elezioni europee
centi elezioni legislative nazionali e le loro ripercussioni sono destinate a focalizzare a lungo, inevitabilmente, l'attenzione della pub-,
blica opinione e delle forze politiche, economiche, sociali e culturali. Un altro appuntamento essenziale è alle porte, quello delle elezioni del Parlamento europeo, previste il 12
giugno prossimo, certamente di non minore
rilevanza. I1 nostro paese è profondamente
inserito nell'Europa, non è concepibile un
mercato italiano fuori da quello europeo, non
è possibile una politica italiana separata da
quella della Unione europea, lo sviluppo della
nostra democrazia e le stesse grandi riforme
di cui essa ha bisogno non possono prescindere dall'evoluzione dell'ordinamento politicoistituzionale europeo.
Il ruolo fondamentale
del Parlamento europeo
I1 Parlamento europeo che sarà espresso
dalle prossime elezioni di giugno avrà compiti
essenziali per il futuro dell'Europa e, quindi,
anche del nostro paese. Dovrà procedere alla
revisione, prevista nel 1996 (che è ormai alle
porte), del Trattato di Maastricht - che non
può essere abbandonato ai soli governi nazionali - per rafforzarne le potenzialità politiche e la coerenza democratica (ancora insufficiente) e portare l'Unione europea verso una
vera Federazione, dotata di una politica comune delle riserve e finalmente di una moneta unica, capace di assicurare una effettiva
coesione ed uno sviluppo territorialmente
equilibrato, in grado di esprimere un modello
di sviluppo economico e sociale che affronti
efficacemente la drammatica, estesa disoccupazione, i nodi della crisi attuale, di natura
strutturale e non solo congiunturale, e di dare
all'Europa, particolarmente con la ricerca
scientifica e tecnologica e le sue - ricchezze
immateriali -,una nuova strategia di solidarietà economica e sociale.
Le elezioni per il Parlamento europeo non
sono un secondo turno dello scontro politico
nazionale, alla ricerca di conferme o di rivincite, ma un'indispensabile, ulteriore fase per
dare all'Italia una nuova spinta morale e politica.
Il Libro bianco (Piano Delors)
Questi temi dovranno costituire l'irrinunciabile componente del dibattito e del confronto pre-elettorale europeo. Di esso è
espressione il Libro bianco (Piano Delors),
APRILE 1994
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col suo carattere di progetto di crescita comune dell'unione, vista sia come moltiplicatore
anche delle capacità nazionali, sia come stimolo al recupero di una maggiore competitività, di occupazione generalizzata e di strumento per evitare la lenta emarginazione degli europei dal sistema produttivo del resto
del mondo; l'Unione dovrà dare una risposta
adeguata alle giuste inquietudini giovanili e
dar vita ad un sistema di rapporti sociali per
i quali valga la pena lottare.
Superamento dell'attuale
metodo intergovernativo
Ma al raggiungimento di tali necessari
obiettivi, ai quali va aggiunto quello della sicurezza che solo un'Europa unita, credibile
ed esemplare, può contribuire a creare, anche
con una politica estera comune, in un quadro
di cooperazione internazionale e di sicurezza,
di stabilità e di pace, non basta certo l'attuale
metodo intergovernativo europeo che esprime ancora un'Europa disunita. Senza un vero
- governo europeo -, democratico, nel contesto di un federalismo sovranazionale, senza
una Carta Costituzionale europea democraticamente adottata, né i risultati economici e
sociali predetti, né un adeguato ruolo internazionale dell'Europa in favore della pace, di
un sistematico ed efficace intervento umanitario, di uno sviluppo dei popoli più deboli,
potranno essere realizzati.
Unità europea ed autonomie
Una Federazione europea esclude ogni visione di un'Europa centralizzata, monolitica,
burocratizzata, arbitra da Bruxelles del futuro della nostra società. L'applicazione, positiva ed integrale, in senso federalista, del principio di sussidiarietà iscritto nel Trattato di
Maastricht, è la condizione essenziale per garantire una ripartizione efficace delle competenze, una partecipazione ed un controllo democratico a livello locale, regionale, nazionale ed europeo. In particolare, una Federazione europea presuppone un ruolo riconosciuto
ed operativo delle autonomie locali e regionali di cui il Comitato delle Regioni e degli Enti
locali di recente insediamento può costituire
un primo importante passo verso la partecipazione politica di dette autonomie alla integrazione europea. All'AICCRE per le sue finalità statutarie, la sua struttura operativa e la
sua lunga e coerente esperienza europea nel
campo delle autonomie territoriali, è stato già
riconosciuto un ruolo particolare di sostegno
in termini politici e di contenuti dell'attività
dei membri della delegazione italiana in detto
Comitato. Nel nuovo assetto costituzionale
della Federazione europea, la trasformazione
dall'attuale Consiglio in una seconda Camera, accanto al Parlamento europeo eletto dotato di poteri legislativi e di controllo, po-
trebbe assicurare la rappresentanza degli Stati intesi come ordinamento complesso comprensivo quindi di ogni livello istituzionale (e
quindi anche delle autonomie territoriali) in
cui lo Stato-comunità è articolato.
L'allargamento dell1Unione
Lo stesso allargamento dell'unione europea ad altri paesi democratici, fermo restando che esso è auspicabile ed è la prova del forte potere di attrazione verso l'esterno del
processo di integrazione europea, non deve
assolutamente contribuire alla sua diluizione
in una semplice zona di libero scambio: esso
deve invece essere sostenuto, in tutte le fasi,
comprese quelle di ratifica da parte del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, da
una forte volontà politica capace di garantire
che l'allargamento si accompagni sempre al
rafforzamento politico e istituzionale dell'Unione, nella fedeltà e nel sostegno alla sua vocazione federale.
L'allargamento già chiesto da alcuni paesi
scandinavi e dall'Austria non deve avere effetti pregiudiziali per i paesi dell'Europa
Centrale e Orientale, in attesa anch'essi di
aderire all'unione europea e ai quali quest'ultima deve assicurare tutto il sostegno e un
adeguato rafforzamento delle loro strutture
economiche per poter consentire nelle migliori condizioni il loro ingresso nell'unione.
La Carta costituzionale dell'unione
e la responsabilità degli elettori europei
Di qui nasce la responsabilità degli elettori
chiamati a votare per un Parlamento europeo
coraggioso e determinato nel suo ruolo democratico e di creatività politica. I1 nuovo Parlamento, rotto ogni indugio, dovrà impegnarsi
a redigere la Carta costituzionale dell'unione
nella quale gli enti locali e regionali potranno
trovare, tra l'altro, un sicuro punto di riferimento al principio di sussidiarietà sopra ricordato. Del resto l'esigenza di dare una Costituzione all'Europa unita è stata riaffermata a grande maggioranza dal popolo italiano
nel 1989 con un apposito referendum. Nessuno degli Stati membri, ancora esitante, potrà
impedire ad una maggioranza di partners di
progredire verso la creazione di una Federazione anche senza di esso.
La scelta dei candidati al Parlamento europeo dovrà essere severa: purtroppo il mantenimento - per incuria o disattenzione del
precedente Parlamento nazionale - del vecchio sistema per le elezioni europee con la sua
articolazione in 5 amplissime circoscrizioni
pluriregionali, rende meno immediato il rapporto di investitura e il controllo popolare degli eletti. A tutte le formazioni politiche è richiesto un rigoroso e coerente impegno nella
elaborazione di programmi e nella scelta di
(segue a pag. 131
COMUNI D'EUROPA
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Il federalismo, in concreto, oggi
di Umberto Serafini
I1 Consiglio dei Comuni (e delle Regioni)
d'Europa ha avuto, dalla fondazione, come
scopo fondamentale la creazione della Federazione europea basata sulle autonomie (territoriali): si badi al rapporto tra Federazione
sovranazionale e autonomie. I1 suo Statuto e in questo l'Associazione è stata quasi sola in
Europa, sopravanzando la stessa Union européenne des fédéralistes - determina una struttura associativa essa stessa sovranazionale e
ha sempre vietato mandati imperativi delle
Sezioni nazionali (cioè il voto degli organi europei doveva e deve essere «individuale»):
dunque il CC[R]E è stato ed è una associazione federalista che combatte per la Federazione, partendo da una sua struttura federale e,
almeno in teoria, autonoma dai governi e dai
partiti nazionali. Ovviamente, di fatto, ha
più di una volta prevalso un orientamento
«nazionale» di una sua Sezione: ma alla distanza gli effetti della sua struttura si sono
fatti sentire.
I cinque promotori del C C E - ossia coloro che hanno organizzato la sua assemblea costitutiva - erano tutti federalisti. Adolf
Gasser, di Basilea, aveva partecipato nel
1934 alla creazione di una associazione svizzera per la Federazione europea, che aveva
contribuito subito a ospitare i primi esuli democratici dalla Germania hitleriana, dai quali
era stata poi lanciata l'Europa Union Deutcblands: Gasser aveva successivamente composto (1943) il classico «Gemeindefreiheit als
Rettung Europas« (integrato nell'edizione
francese del 1946: «L'autonomie communale
et la reconstruction d e 1'Europe - principes
d'une interprétation éthique d e l'histoire»).
Alida d e Jager era una ebrea tedesca d i Amburgo, sindacalista, esule - dopo l'avvento
d i Hitler al potere - prima in Olanda e poi
in Svizzera: federalista europea, ma con forti
interessi mondialisti, e particolarmente attenta ai fatti indiani: con lei si esaminava
spesso il federalismo indiano in costruzione
(in queste occasioni io riandavo agli studi del
Coupland - nel Nuffield Report on tbe Constitutional Problem in India, 1942 - e alle
proposte per un regime federale nell'lndia avviata all'indipendenza). Ladebeck, Borgomastro di Bielefeld, rientrava nella schiera dei
sindaci socialdemocratici che non condividevano le convinzioni del segretario della SPD,
Schumaker, cioè «la unificazione europea (occidentale) è alternativa alla riunificazione tedesca, che deve essere il nostro primo obiettivo»: gli «europeisti» erano il Borgomastro d i
Berlino, Reuter, di Amburgo, Brauer, di Brema, Keysen, e i1 giovane leader della Europa
Union, Roser, Borgomastro d i Esslingen e relatore agli Stati generali del C C E a Venezia,
nel 1954 (il sottoscritto, relatore politico agli
Stati generali d i Francoforte, nel 1956, sconfisse definitivamente la tesi d i Schumaker,
col pieno appoggio di tutta la delegazione tedesca, lanciando per primo la prospettiva di
una Ostpolitik europea: era il tempo di Kruscev e dell'economista sovietivo Arzumanian,
COMUNI D'EUROPA
che affermava che un mercato comune europeo sarebbe un evento fisiologico e non un
prodotto provocatorio della NATO; il sottoscritto prevedeva - mi si conceda di affermarlo - come inevitabile, prima o poi, la
comparsa di un Gorbacev con tutto il resto).
Jean Bareth, proveniente dal movimento
francese d i La Fédération, vòlto al federalismo interno, si professava apertamente proudhoniano, ma partecipò anche, nel 1947 a
Montreux, alla fondazione dell'Union européenne des fédéralistes: mentre ne La Féderation Andrè Voisin aveva posizioni conservatrici e in qualche modo ancora nazionaliste,
Alexandre Marc era ne La Fédération, con
Bareth, su posizioni sovranazionali e fu relatore agli Stati generali del C C E a Versailles
(1953). Qui occorre chiarire senza indugio il
significato delle due posizioni, dei proudhoniani e degli hamiltoniani: i primi - che ripetevano le posizioni ottocentesche di Proudhon, d i Frantz, di Cattaneo - tutti antinazionalisti e assertori del federalismo sovranazionale, ritenevano essenziale, per procedere
felicemente, la lotta per le autonomie territoriali e, insomma, una relativa struttura federale interna; gli altri, rifacendosi a Hamilton,
il grande leader americano della Convenzione
di Filadelfia e coautore - con Jay e Madison
- del famoso «Federalist», volevano che si
mirasse dritto alla Federazione fra gli Stati
(in questo caso europei), attardandosi il meno
possibile nel federalismo interno o, addirittura, integrale (cioè oltre che politicoistituzionale anche economico: un tipo di
proprietà mista, federale, e d i cogestione economica nello stesso senso). Infine il sottoscritto, militante federalista dal 1935 - con
uno scritto «scolastico» vivacemente polemico contro la preparazione della guerra etiopica e, data la carenza della Società delle Nazioni, a favore della battaglia immediata per
gli Stati Uniti democratici d'Europa (milizia
seguita subito dopo in sede teorica, alla Scuola Normale di Pisa, con uno studio contro le
tesi storiografiche del pre-nazista Spengler e
con una posizione avversa alla visione organicista dello Stato nazionale, che nasce fiorisce
e tramonta a prescindere d a una interdipendenza continentale e planetaria). I1 mio maestro liceale era stato soprattutto Aldo Ferrari,
socialista bissolatiano, che esponeva nel suo
insegnamento la «Pace perpetua» di Kant, ed
era altresì autore di un saggio (1914) su Giuseppe Ferrari, federalista al modo di Cattaneo, ma con un sottofondo piuttosto socialista che liberal-radicale, e di un libretto, d i
grande valore pedagogico (si pensi alla data:
1923) - «La preparazione intellettuale del
Risorgimento italiano» -, che considerava il
nostro Risorgimento come il rientro culturale
e, in sostanza, ideologico dell'Italia in Europa. Non sembrerà una contraddizione se, nella seconda metà degli anni trenta, ho anche
imparato non poco da Luigi Einaudi, liberale,
europeo ed autonomista («Via il Prefetto!»).
Io fui incoraggiato o addirittura spinto nel
1950 a essere tra i promotori del C C E dall'hamiltoniano Altiero Spinelli e dal revisionista proudhoniano Adriano Olivetti. I n realtà non accettai la giustapposizione e «utilizzazione» reciproca delle due tendenze, ma sviluppai una teoria del sinergismo di federalismo sovranazionale e di autonomismo territoriale, in ciò trovando il pieno appoggio di
don Luigi Sturzo, col quale mi incontrai nell'autunno del 1950 (poi sviluppai la teoria,
nei primi anni del CCE, rifacendomi all'idea
di «blocco storico» di Sorel).
Parlando delle origini del CCE, non si può
dimenticare il gruppo di urbanisti svizzeri
(per esempio il professor Burky), che si rifacevano a Le Corbusier: e qui occorre ricordare uno degli allievi prediletti di Le Corbusier,
il francese Claudius-Petit (che è stato anche
ministro francese della ricostruzione), il quale fu amico del CCE (e anche mio personale:
mi venne a trovare nel Canavese, dove ero
consigliere nel Comune di Palazzo) e scrisse,
assai prima dei Trattati di Roma, l'acuto saggio «Aménagement du territoire dans une
perspective européenne». Per mostrare un intreccio culturale e politico non trascurabile
alle origini del CCE si può aggiungere che,
attraverso un mio scritto che si rifaceva a
Ebenezer Howard (e al movimento delle
città-giardino), si poteva risalire al suo maestro, lo scozzese Patrik Geddes, teorico di
una politica regionale e ambientale democratica, a sfondo internazionalista e cosmopolitico. I n una introduzione alla edizione del famoso «City development» (pubblicato d a
Geddes nel 1904) Peter Green scrive di lui:
«His regionalism had wider connotations
than the narrow separatist ideal. Scotland,
for Geddes, was an entity made up of different regional units and set within a British
and European framework. Nationalism without internationalism was unthinkable ...».
Ebbene, l'americano Lewis Mumford, allievo
di Geddes e fatto conoscere in Italia, in questo dopoguerra, dal suo editore Adriano Olivetti, partecipò - già nella parte finale delle
Resistenza europea (marzo 1945) - alla prima Conferenza internazionale federalista, organizzata a Parigi d a Ursula Hirschmann
(ebrea tedesca, prima moglie di Eugenio Colorni - autore della prefazione del «Manifesto di Ventotene», non firmata -) e dallo stesso Altiero Spinelli (secondo marito di Ursula): alla Conferenza parteciparono tra gli altri
Albert Camus, Emmanuel Mounier, George
Orwell, André Philip (quest'ultimo, nel congresso dell'Union européenne des fédéralistes
del 1955 - l'anno di Bandung - affrontò il
problema dei rapporti della Federazione europea col Terzo Mondo). Da ultimo ricorderemo come presente nel «circolo culturale del
CCE» Edgar Milhaud, direttore storico della
rivista «Les Annales de l'économie collective»: questa fu una fonte di ispirazione di un
lungo impegno del CCE - che torna attuale
col Progetto Delors (Libro bianco) - per la
realizzazione di una autonomia economica e
finanziaria degli Enti pubblici territoriali, regionali e locali, e per le varie forme di cooperazione economica sia d i base che trasnazionale.
I1 «concreto» condizionato dalle irrinunciabili premesse etiche
Credo che con questa premessa, con cui
abbiamo a prima vista abusato della pazienza
del nostro lettore, siamo riusciti a scoraggiare
coloro che pensavano che, trattando del federalismo «in concreto», avremmo lasciato via
libera a chi abusa, con una serie di singole,
frammentarie proposte, del termine «federalismo», immaginando che esso - sia pure in
diverse incarnazioni e con diversi scenari (la
«piccola» Europa, il fallito Commonwealth
britannico, l'Unione immediata dei Paesi democratici euro-americani - «Union now» di
Clarence Streit -, la Paneuropa, l'Unione
indiana, ecc. ecc.) - possa poi prescindere
dalla sua logica e dalla sua etica ispiratrici. Insomma non si può ammettere la confusione
tra i1 federalismo e lo sfederalismo. D'altro
canto il federalismo vive anzitutto per le sue
premesse generali etico-politiche, poi per i
suoi aspetti tecnici. Vediamo.
L'errore consiste nel partire, nominalisticamente, dal termine «federalismo» - parola
mitica, di cui solo il Padreterno sa il significato profondo -, deducendone poi le conseguenze più indimostrabili. Invece il federalismo è una serie, coerente, di proposte, che
potremmo definire tecniche, partendo da un
complesso di convinzioni etico-politiche e anche, se vogliamo, filosofiche; insomma un
quadro di civiltà, che avanza per tutto il mondo, con le sue conseguenze in Europa e particolarmente in Italia, dove viviamo. Si parte
da Hamilton (ma, se vogliamo, anche dalla
Rivoluzione francese e poi da Kant) e da
Proudhon, come personaggi ed eventi puramente simbolici, ma che rispondono all'idea
di un salto in avanti nelle forme della convivenza umana. I1 federalismo non è nato in un
giorno ma, nei più diversi scenari, si è maturato con estrema coerenza. Con una sintesi
- ma le sintesi sono spesso pericolose - si
potrebbe dire che esso è il contrario del pensiero del più grande filosofo della Restaurazione romantica del secolo XIX - del più lucido reazionario padre lontano del nazionalismo, dell'imperialismo, del fascismo e del nazismo -, Hegel: sottilmente progenitore di
questa perfezionata «civiltà della giungla»,
più scopertamente difesa dai successivi pensatori dell'irrazionalismo, ma anche dagli hegeliani capovolti (i marxisti: si rilegga la prefazione polemica del «socialista» Colorni al
Manifesto di Ventotene). Hegel giustifica la
guerra, la successiva prevalenza di «popoli
dominanti», lo Stato «organico» e il corporativismo, il centralismo autoritario: il tutto
con una architettura seducente, velata da un
vago liberalismo «da gran signore» (si veda,
per i principianti, il lucido, recente libretto di
Giuseppe Bedeschi su «I1 pensiero politico di
Hegel»). Si sarebbe tentati di far nostra la
malevola definizione data da Schopenhauer,
in una celebre intervista, di Hegel: «un ciarlaAPRILE 1994
tano». Chi non capisce questo - cioè l'impostazione durissima (gli antagonisti si sforzano
di osteggiarla come «illuministica», che può
significare tutto e il suo contrario) del federalismo -, non capisce nulla della materia, che
stiamo trattando.
I1 pacifismo è una buona intenzione, ma
può riservare mille trabocchetti: ne indicò alcuni, a metà dell'ottocento, lo storico inglese
Seeley, parlando a una associazione di pacifisti. I1 federalismo spiega come la lotta per il
diritro - non quella dei giuspositivisti - è
al servizio del pacifismo: alla guerra intesa
ancora come «giudizio di Dio» - e, insomma, al progresso affidato alla violenza «che
decide» - si sostituisce la civiltà «pattizia»
Voedus = patto, covenant), con le sue istituzioni. Insomma in prima istanza il federalismo, riprendendo una felice espressione d i
Gorbacev, si può anche definire come la «democrazia dell'interdipendenza planetaria». Si
badi: non si tratta dunque di una pace purchessia, magari simile alla morte, ma della pace come conclusione del regno del diritto,
pertanto una pace per uomini con diritti e doveri, di uomini che si considerano reciprocamente come fini e non come strumenti (del
proprio egoismo, dell'obiettivo puro e semplice della potenza, ecc.). Dunque col federalismo, mentre si mira al governo mondiale, si
vuole garantire che questo governo non si appoggi a un potere assoluto - cioè sciolto da
ogni controllo, da ogni garanzia, da ogni contrappeso -. Un timore in questo senso è presente anche in Kant, ma la raffigurazione più
sarcastica di quello che può divenire una dittatura mondiale la si deve a Aldous Huxley:
egli nel romanzo politico «Il mondo nuovo»
(1932) rappresenta una oligarchia mondiale,
che si regge su una popolazione planetaria dovuta a una ~clonazioneumana nazista (o stalinista)» - clonazione immaginata con una
preveggenza incredibile (nella favola si chiama «processo Bokanowsky») -.
O r a i livelli inferiori di democrazia sono
insieme una garanzia (o contrappeso), ma anche uno strumento per la manifestazione della diversità e la ricchezza spirituale degli uomini - la nazione, le regioni, i gruppi religiosi, linguistici, culturali, ecc. -, nonché il modo di poter partecipare e partecipare creativamente alla grande piramide della federazione
planetaria: quindi si evita il «villaggio globale» nel suo significato di passività ultima e definitiva, in cui tutto si percepisce, tutto si conosce, senza poterlo modificare - con l'aggravante di meccanismi di comunicazione così complessi, costosi, sofisticati e irraggiungibili, che generano la cosiddetta «egemonia
tecnetronica» -. Ma anche qui, attenzione: a
loro volta i livelli più vicini alla base democratica non debbono trasformarsi in camicie
di Nesso; la pace mondiale è un'aspirazione al
servizio della minoranza delle minoranze, la
singola persona umana.
Già dal poco fin qui detto si intuisce agevolmente cosa può rientrare nella «rivoluzione federalista» e cosa ne rimane non solo fuori, ma anche, se gabellata come federalismo,
ne è in realtà una antagonista. Ci limitiamo
a citare la famosa «secessione», che molti interpretano come un diritto «federale». Ebbe-
ne, qui c'è una chiara confusione, poichè si
confonde la secessione con quello che potremmo chiamare, con Diderot, «diritto all'insurrezione»: cioè il diritto di ribellarsi a
un falso federalismo, antidemocratico e imposto dall'alto, come a qualsiasi regime totalitario e basato sulla forza (meglio: sulla violenza, poiché anche il diritto si avvale della forza). La secessione come tale è illecita - nella
autentica concezione federalista - perché interrompe arbitrariamente un processo di interdipendenza umana, che si basa - per un
pareggio dei costi e benefici - sul tempo,
sulla durata. Mi pare di poter fare il paragone
dei ragazzini che giuocano a pallone in un
prato di periferia, senza arbitro: spesso una
squadra più prepotente segnato un goal vuole
smettere, andarsene via e non lasciare all'avversaria il tempo per un eventuale pareggio.
Ma c'è d i più: pareggio o non pareggio, nel
concetto di «secessione» - e non di struttura
democratica più articolata - c'è un latente
razzismo, l'idea di altri gruppi come «alieni»,
al di fuori del mondo del foedus. Non solo gli
altri individui, ma anche gli altri gruppi - di
fede o di storia diversa - vanno veduti come
«fini», direbbe Kant, rispettati e amati.
Naturalmente - lo si capisce subito - il
federalismo non si regge su una semplice costruzione giuridica, ma richiede una scelta
etica preliminare e un adeguamento di tutta
la struttura sociale, dell'intera sostanza sociale e, quindi, delle stesse scienze che la studiano e in qualche modo cercano di orientarla.
Alla base dunque del federalismo ci sono
tutte le religioni, in quanto accettano l'ecumenismo e quindi la non-violenza e la civiltà
pattizia, o tutte le filosofie che celebrano l'altruismo, anzi l'esigenza del prossimo - di
ogni prossimo - come colui che arricchisce
la nostra esperienza: il federalismo è la proposta di una definitiva civiltà che bandisce la
«violenza legale» e quindi rappresenta una
sfida al presente. I1 federalismo si propone allora - rubiamo l'espressione d i un'altra
ideologia (e di questa acquisisce il pathos) d i «cambiare il mondo». I1 federalismo investe quindi tutti i livelli di vita, non è una
«evasione planetaria», ma un impegno quotidiano - per dirla come molti pacifisti - dal
quartiere (potremmo dire: dalla propria casa)
a tutto il mondo. En passant sottolineiamo l'evidenza, che cioè esso non ammette la sovranità nazionale illimitata o la regione «chiusa»
(ecco perché diviene un'aberrazione il culto
della «regione monoetnica», di alcuni cosiddetti federalisti, che non hanno capito
niente).
Naturalmente contro il federalismo è quel
complesso di filosofie che celebrano la maieutica della violenza: filosofie di cui fascismo e
nazismo sono gli escrementi (e Giovanni
Gentile un falsario di lusso, traditore di se
stesso e vile allo scoppio della campagna razziale nel 1938). I1 federalismo investe tutti i
campi dell'attività umana, di cui disegna il
quadro etico-politico. Esso, per cominciare,
esige il rispetto della Natura, perché si preoccupa della casa dei nostri figli e di quel prossimo che è rappresentato dalle future generazioni umane: in questo senso vanno affrontati i famosi «limiti allo sviluppo» (che riguarCOMUNI D'EUROPA
dano tutto il mondo ma anche ogni singolo
territorio regionale).
I1 federalismo è senza dubbio una «ideologia» libertaria; ammette, anzi richiede in economia il mercato, come referendum perpetuo
fra i cittadini consumatori: ma si rende conto
dei limiti del referendum, che in questo caso
può essere la scelta fra solo proposte «condizionate)), e pertanto si deve accompagnare per quanto riguarda la domanda - a una informazione «incondizionata», cioè democratica e non affidata a «lorsignori», mentre per
l'offerta non accetta il dominio - riprendiamo l'espressione d i Galbraith - delle giant
corporations e vuole libero campo per la creatività. Sempre nel campo economico-sociale
esso richiede la «giustizia», non ammette
l'abbandono dei «meno sviluppati»: in parole
povere richiede imperiosamente un «nuovo
ordine» internazionale (oltre che nazionale) e
la parità per tutti delle «occasioni» o «possibilità» d i sviluppo. Ma c'è di più: il federalismo
esige, guardando avanti, che si analizzino i
pregi ma anche i difetti della competitività:
l'umanità non deve produrre «il più possibile», ma il meglio possibile, poiché la tecnologia offre la produzione di tutto il necessario,
ma non garantisce la produzione del «meglio
possibile», cioè dei beni «immateriali» della
cultura, mentre sul campo la produzione è sovente vòlta agli strumenti di guerra e di violenza e all'intasamento del Pianeta con beni
inutili (all'uomo come tale). I1 problema non
è produrre sempre di più - con l'idolatria
statistica del consumatore come che sia -,
ma produrre quello che serve: e qui si pone la
questione dei «limiti del mercato» (ci dispiace
per i liberisti acritici). Va da sé, circa il commercio internazionale, il bando allo «scambio
ineguale».
Ma, passando alla politica pura, un mondo
in cui si lotta contro i «confini sovrani» richiede una politica attiva e radicale di «intervento umanitario»: esso non è che un corollario di un mondo unito, che non può trascurare una polizia in difesa della legge. Ovviamente la legge, in questo caso, non può essere
che quella di Nazioni Unite: esse debbono divenire rappresentative e democratiche, quindi sovraordinate ai singoli Stati. Non ci nascondiamo che qui il cammino sarà lungo e irt o d i ipocrisie, poichè l'intervento umanitario non può esser condizionato d a un imperialismo «di grandi potenze», coperto da pretese
di paternalismo internazionale.
Fermiamoci qui - ma la premessa era più
che necessaria - e vediamo alcuni aspetti di
quel che allora ne consegue per un federalismo che, partendo d a casa nostra (essa, piaccia o dispiaccia, è oggi l'Italia), deve essere
quello di un'Italia che, impegnata per l'unità
europea, vuole altresì esserne protagonista (il
che può essere giusto e auspicabile, ma bisogna chiarire in che senso).
Veniamo al federalismo
«in concreto», finalmente
Dalla pubblicistica corrente e anche d a larga parte della nostra opinione pubblica si tend e a ignorare che, accanto al robusto moviCOMUNI D'EUROPA
mento federalista europeo - di cui divenne
leader Spinelli -, nella Resistenza italiana e
nelle proposte, che hanno preceduto l'Assemblea Costituente, fu presente il federalismo
interno: non c'è bisogno di risalire al Risorgimento, a Cattaneo, eccetera. La «Carta di
Chivasso» - sorta, all'inizio, come dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine e lanciata dopo un convegno del dicembre 1943 - è il compromesso tra i rappresentanti della Resistenza valdostana e quelli della Resistenza valdese: i primi davano la precedenza alla costruzione di una Repubblica federale italiana, da inserire in un federalismo
sovranazionale, europeo, che partendo dai federalismi interni avrebbe rappresentato «la
soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno
storico degli irredentismb; i «valdesi» (e in
primo luogo Mario Alberto Rollier, uno dei
fondatori del Movimento federalista europeo
e amico di Spinelli) sottolineavano la priorità
del federalismo sovranazionale, irrinunciabile. Ma nel 1945 appare, concepito nell'esilio
svizzero, l'«Ordine politico delle comunità»
di Adriano Olivetti, un classico troppo spesso
ignorato, che offre uno scrupoloso disegno di
Italia federata, preoccupato non solo delle
Regioni, ma della comunità di base e dell'autonomia del singolo cittadino: Olivetti, del
resto, già negli anni trenta, aveva diretto una
équipe autrice del singolare progetto di «piano regolatore della Vadaosta)), ove si delineava un problema divenuto oggi attualissimo e che affronta rigorosamente le esigenze ambientali -, quello della sintesi a priori di pianificazione del territorio e di sviluppo
economico-sociale (i nuovi e prioritari compit i di una Regione di uno Stato federale italiano sono incisivamente illuminati, assai al di là
d i una modesta e pasticciata modifica dell'articolo 117 della Costituzione). Successivamente il Movimento Comunità, nella «Dichiarazione politica Tempi nuovi metodi
nuovi» degli inizi del 1953, andò assai oltre
la «Carta d i Chivasso» e delineò un quadro
strategico del federalismo interno, europeo e
planetario, affiancandolo realisticamente a
un attacco ragionato e durissimo alla nascent e partitocrazia italiana (di cui usò - o inventò? c'è solo un precedente, del 1946, dovuto alla penna di Arturo Labriola - lo stesso sostantivo «partitocrazia», ad opera del
sottoscritto e d i Giuseppe Maranini, amico
del Movimento). Adriano Olivetti era ben
noto ai promotori europei del C C E e il Movimento Comunità esercitò un sostegno decisivo allo sviluppo della Sezione italiana
i1'AICCREj.
Al liberale (regionalista e radicale autonomista: abbiamo ricordato il suo «via il Prefetto!») Luigi Einaudi si deve principalmente il
limpido articolo 11 della Costituzione: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizione di parità con
gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolt e a tale scopo». Sul terreno delle autonomie
territoriali la Costituzione tentò poi la via intermedia - fra lo Stato unitario e accentrato
e lo Stato federale - dello Stato regionale,
che teneva presenti la Costituzione austriaca
del primo dopoguerra e la Costituzione spagnola del 193 1 e che, per quel tempo, non era
certo arretrato (la. Legge fondamentale Grundgesetz -, federale, della Germania è
del 1949; Spagna e Portogallo erano allora
sotto regimi dittatoriali; Francia e Regno
Unito non si erano ancora neanche posti il
problema regionale; I'URSS rappresentava
un nominale regime federale, privo di libertà
e di democrazia, e la stessa conclusione vale
per la Iugoslavia). Per altro sin dagli inizi
I'AICCRE constatò i limiti e anche le contraddizioni di uno Stato regionale, a parte la
sua stessa tardiva e incompleta realizzazione.
L'attuazione delle Regioni a statuto ordinario
è tardata più del decente: nel suo congresso
di Forlì del 1955 1'AICCRE richiese perentoriamente questa attuazione, che tardò ancora
quindici anni. Ma la stessa Regione della Costituzione era un ibrido, era confinata entro
un numero chiuso di competenze, scelte in
base a una concezione antiquata dello sviluppo economico e sociale, mentre non si dava
ad essa adeguato il compito - che, come abbiamo detto, dovrà essere peculiare della Regione - della pianificazione del territorio,
che implica il pieno rispetto della Natura: lo
sviluppo economico deve fare i conti contro
ogni indebita pressione «dall'alto», ma anche
contro localismi, che prosperano nella diffusa
speculazione - e se ne sono viste le conseguenze in tanta rovina di coste marine, d i
montagne e colline, di laghi e di fiumi -.
L'AICCRE fece una riflessione sull'autocritica di alcuni costituenti in relazione al numero
forse eccessivo delle Regioni e soprattutto alla creazione di alcune Regioni minuscole, sotto spinte clientelari o di un discutibile etnicismo: ma ciò ci ha tenuto e ci tiene assolutamente lontani dalla creazione di 3 o 4 macroregioni, che vogliono essere in realtà dei piccoli Stati <csecessionisti» col loro inevitabile
centralismo, forse più pesante di quello meno sovrastante - del grande Stato unitario. L'AICCRE ha costantemente criticato
un regionalismo che non rispetti un principio
fondamentale del federalismo, il principio di
sussidiarietà (affidare a ciascun livello - sovranazionale, nazionale, infranazionale e infraregionale - ciò che a quel livello può avere uno svolgimento ottimale); che non si
preoccupi specificamente delle autonomie infraregionali; che anzi non consideri come primo obiettivo la tutela e l'incremento della autonomia di base, il piccolo Comune o il quartiere delle aree metropolitane e, ancor prima,
del soggetto politico individuale: occorre ricordare che nella «Carta europea delle libertà
locali» del CCRE - lanciata nel 1953 - facemmo introdurre, Costantino Mortati e il
sottoscritto, i «mezzi stabili» a disposizione
del cittadino per iniziare adeguatamente la
sua vita civile e politica prepartitica. Quanto
alla dimensione della Regione ci rifacemmo,
appunto, al principio di sussidiarietà: prescindendo da qualsiasi apriorismo, essa deve
corrispondere alla misura ottimale in funzio(segue a pag. 1S)
APRILE 1994
prima Conferenza Parlamento europeo/Enti locali
L'Europa dei Comuni
Pubblichiamo a pagina 12 la Dichiarazione
politica adottata al termine della prima Conferenza Parlamento europeolEnti locali svoltasi a
Bruxelles nei giorni 6-8 aprile, promossa dallo
stesso Parlamento che aveva riconosciuto al
CCRE un ruolo essenziale nella preparazione
detell'iniziativa.
Non sono necessari molti commenti a questo
documento, che costituisce una puntuale e fedele espressione dei lavori che hanno visto confrontarsi, in un dialogo setrato, europarlamentari e rappresentanti eletti di comuni e province in
paesi membri delllUnione su alcuni dei temi
fondamentali per l'avvenire del processo di integrazione europea e delle autonomie territoriali.
I due poli della Conferenza - Parlamento europeolEnti locali - sono infatti entrambi
espressione,sia pure a livelli diversi, della democrazia elettiva e costituiscono colonne portanti
del processo di integrazione tante volte criticato,
a ragione, per essere ancora affetto da un note-
vole e pericoloso «deficit democratico».
La Conferenza è stata quindi una riaflemzazione della necessità che essi operino concordemente nel senso di un rafiorzamento dei rispettivi ruoli, con una pizì vigorosa moderna autonomia per gli Enti locali e con un potere costituente coraggiosamente perseguito e conquistato dal
Parlamento europeo che sarà eletto in giugno:
un nuovo Parlamento capace di superare le esitazioni e le incomprensibili timidezze della precedente legislatura ed animato dalla femza volontà di trasfomzare, democraticamente, l'attuale Unione europea in una vera Federazione. Impegno tanto pizì urgente ed ineludibile di fronte
ai fondati rischi di diluizione politica dell'Unione, a seguito dell'ingresso di nuovi paesi che non
hanno mai nascosto le loro propensioni per un
grande mercato e per una zona di libero scambio
piuttosto che per un consolidamento politico
della costruzione europea.
G.M.
I1 Parlamento Europeo, su iniziativa della
sua commissione per la politica regionale,
l'assetto territoriale e le relazioni con i poteri
regionali e locali, ha organizzato a Bruxelles,
dal 6 a11'8 aprile 1994, la prima Conferenza
Parlamento europeolPoteri locali dell'unione
europea.
Questa Conferenza ha fatto seguito alla seconda Conferenza Parlamento europeolRegioni della Comunità, svoltasi nel novembre
1991, che aveva preso posizione a favore della creazione del Comitato delle Regioni. I
Comuni non avevano partecipato a tale Conferenza, e si era allora previsto di organizzarne una esclusivamente con tali collettività
specifiche prima della fine dell'attuale legislatura.
La Conferenza ha permesso di sviluppare
più strette relazioni con i Poteri comunali
dell'unione europea e di contribuire all'approfondimento dell'analisi dei loro problemi,
nonché alla riflessione sulle politiche da attuare per risolverli.
La Conferenza ha inteso:
a) da un lato, rispondere alle critiche sollevate in occasione della discussione sul Trattato di Maastricht con particolare riferimento
alla carenza di informazione e al «deficit democratico» della costruzione europea, organizzando un contatto tra il Parlamento europeo e i Comuni che rappresentano il livello di
potere più prossimo ai cittadini;
b) d'altra parte, stimolare l'impegno di
questi poteri locali in occasione della campagna per le elezioni europee del 1994 allo scopo di ottenere la più ampia partecipazione
possibile dei loro amministrati, conferendo
così al Parlamento la massima legittimazione
democratica.
L'Ufficio di presidenza ampliato del Parlamento europeo, chiamato a pronunciarsi sull'organizzazione di questa Conferenza, ha riconosciuto il ruolo essenziale svolto dal Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa
(CCRE), segnatamente in quanto rappresentante dei Comuni d'Europa. Esso ha quindi
giudicato opportuno sollecitare la partecipazione del CCRE alla preparazione della Conferenza, in stretta concertazione con le varie
associazioni nazionali di Comuni, e più specificamente per la costituzione delle delegazioni nazionali di eletti comunali e l'elaborazione di pareri in forma di emendamenti alle relazioni redatte dalla commissione per la politica regionale del Parlamento europeo sui vari
temi della Conferenza.
Le delegazioni nazionali erano composte
da rappresentanti direttamente eletti dai
Consigli comunali, e hanno risposto ad una
esigenza geografica e politica di equilibrio,
comprendendo inoltre un numero appropriato di comuni piccoli, medi, grandi e molto
grandi. I1 numero dei rappresentanti comunali di ciascun paese è stato fissato ispirandosi
alla ripartizione dei seggi nell'ambito del Parlamento europeo (Belgio: 12 - Danimarca: 8
- Germania: 49 - Grecia: 12 - Spagna:
32 - Francia: 43 - Irlanda: 7 - Italia: 43
- Lussemburgo: 3 - Paesi Bassi: 15 - Portogallo: 12 - Regno Unito: 43).
A seguito di un'audizione dell'ufficio di
presidenza del Consiglio dei Comuni e delle
Regioni d'Europa, la commissione per la politica regionale del Parlamento europeo ha
adottato 9 relazioni o corelazioni sui vari temi della Conferenza. Tali relazioni e corelazioni sono state trasmesse al CCRE all'inizio
di agosto 1993 affinché le associazioni nazio-
APRILE 1994
nali rappresentative dei Comuni, operanti
nell'ambito del CCRE, avessero la possibilità
di esprimere la propria volontà politica nella
forma di emendamenti a queste relazioni e
corelazioni della commissione per la politica
regionale.
Questo insieme (relazioni, corelazioni,
emendamenti) è stato la base per gli scambi
di opinione nell'ambito dei quattro gruppi di
lavoro previsti nel contesto della Conferenza
Parlamento europeo/Poteri locali. Le conclusioni dei gruppi di lavoro sono state successivamente adottate dall'Assemblea plenaria
della Conferenza, così come una dichiarazione finale della Conferenza.
I lavori sono stati aperti dalle allocuzioni
delle personalità invitate, tra le quali: Egon
Klepsch, Presidente del Parlamento europeo,
Bruce Millan, Commissario incaricato delle
politiche regionali, Pasqua1 Maragall, Presidente del CCRE e Sindaco di Barcellona,
Antoni Gutierrez Diaz, Presidente della
commissione per la politica regionale, l'assetto territoriale e le relazioni con i poteri regionali e locali.
Sono intervenuti successivamente gli eletti
comunali, portavoce delle delegazioni nazionali dei Comuni degli Stati membri dell'Unione.
La prima giornata di lavori si è chiusa con
gli interventi dei membri del Parlamento europeo.
I1 7 aprile si sono riuniti simultaneamente
i quattro gruppi di lavoro. Il primo di essi,
svoltosi sotto la presidenza di Wayne David,
aveva per oggetto: «L'Unione europea e l'autonomia locale)) ed ha visto la relazione di
Victor Manuel Arbeloa Muru su: «I Poteri locali nella costruzione politica ed istituzionale
dell'unione europea: il principio di sussidiarietà ed il Comitato delle Regioni».
I1 parere del CCRE è stato presentato dal
Presidente Maragall. La co-relazione sull'autonomia locale, presentata da Jaak Vandemeulebroucke verteva su: «L'autonomia locale: rappresentanza dei cittadini e forme di governo locale negli Stati membri». Norbert
Burger, Sindaco di Colonia, ha presentato il
parere del CCRE.
I1 secondo gruppo di lavoro, presieduto da
John Cushnahan, verteva su: «I cittadini, i
poteri locali e gli strumenti di partecipazione».
La relazione su: «Cittadinanza europea, le
elezioni europee e gli altri strumenti di partecipazione» è stata svolta da Frédéric Rosmini. I1 parere del CCRE è stato illustrato invece da Helene Lund, Consigliere del Comune
di Farum.
La co-relazione su: «I Poteri locali ed il rispetto dei diritti dell'uomo: lotta al17emargi(segue a pag. 13)
prima Conferenza Parlamento europeo/Enti locali
L'Unione europea e le autonomie locali
di Pasqual Maragall *
Le difficoltà e le avversioni opposte, in maniera pressoché inattesa, alla ratifica del
Trattato di Maastricht dimostrano in particolare il pericolo di non coinvolgere gli enti locali e regionali nel processo decisionale comunitario, poiché è tramite essi che si costruisce
l'Europa del cittadino.
Nell'imminenza delle elezioni europee, il
Parlamento europeo, sotto l'impulso della
commissione per la politica regionale, ha promosso un'eccellente iniziativa organizzando
questa prima conferenza. Essa infatti ci consentirà di sottolineare il ruolo insostituibile
degli enti territoriali, manifestando l'attaccamento degli eletti del Parlamento europeo alla costruzione di un'Europa vicina al cittadino.
Come risulta da un'indagine di Eurobaromètre, 1'85.87% dei nostri concittadini si dichiarano quanto mai legati alla loro città e alla loro regione e il 48% all'Europa. Queste
cifre non dovrebbero sorprendere in quanto
riflettono l'evidenza stessa: l'agganciamento
politico e culturale del cittadino alla sua città
e alla sua regione. Nella costruzione europea,
i migliori mediatori nei confronti dei cittadini sono proprio gli eletti locali e regionali. I1
Parlamento lo ha peraltro ben capito affermando chiaramente che gli enti locali e regionali dovevano essere pienamente associati alla costruzione dell'unione.
I1 dibattito su Maastricht non ha fatto che
dimostrare che, per non pochi, l'Europa rimane una vicenda lontana che li lascia indifferenti. Nel contempo, esso ha anche offerto
l'occasione di misurare i progressi già compiuti dalla costruzione europea; l'occasione
altresì di constatare che la legislazione dell'Atto unito (con la libera circolazione, l'armonizzazione fiscale o le agevolazioni per
cercare lavoro al di là delle frontiere nazionali) incide già profondamente sulla nostra vita
quotidiana.
È stato giocoforza altresì constatare che
tutte le tappe precedenti della costruzione
europea erano avvenute senza il coinvolgimento del cittadino, il quale non aveva avuto
modo di sancirle democraticamente.
Con Maastricht e con il Trattato sull'unione europea, questa costruzione segna una
svolta. Infatti, l'Europa è qualcosa di più di
un organismo di moltiplicazione delle ricchezze: essa è, innanzitutto, un dispositivo
istituzionale di salvaguardia della pace e un
nuovo modello di coabitazione dei popoli.
È bene rilevare che il dibattito su Maastricht è servito, non di rado, a denunciare il
deficit democratico che il Trattato tenta in
parte di colmare.
Per la prima volta:
* Presidente del CCRE. Relazione sul principio di sussidiarietà e il Comitato delle Regioni e degli Enti locali
presentata alla Conferenza.
esso riflette la volontà di aumentare i
poteri del Parlamento europeo quale organo
di controllo da parte dei popoli europei;
- esso pone la sussidiarietà come un principio basilare; un principio che comporta una
costruzione dell'Europa, necessariamente,
dal basso verso l'alto avente la sua ultima legittimità nello stesso cittadino.
I1 principio di sussidiarietà si applica a ciascuno di detti livelli e postula che ai livelli più
lontani dal cittadino sia demandato solo ciò
che non può essere efficacemente realizzato a
livello locale o regionale.
I1 principio di sussidiarietà significa pertanto un maggiore decentramento nella definizione e attuazione delle politiche comunitarie.
Quantunque la ripartizione delle competenze tra gli Stati e gli enti territoriali sia determinata a livello nazionale in base alle tradizioni e alle costituzioni degli Stati membri,
il principio di sussidiarietà comporta una vera
e propria partnership tra gli enti locali e regionali, gli Stati membri e l'Unione europea,
ferma restando l'associazione di ciascuno di
detti livelli in funzione delle competenze proprie alla costruzione europea.
Infine, l'articolo 198 prevede l'insediamento del «Comitato delle regioni» quale organo consultivo degli Enti locali e regionali
europei, invocato da più di un ventenni0 dal
CCRE.
Desideroso di promuovere il potenziamento delle competenze dell'unione europea e,
nel contempo, lo sviluppo delle autonomie locali, il CCRE si è da sempre battuto per la
rappresentanza degli enti locali e regionali in
seno alle istituzioni europee, plaudendo in
particolare, all'insediamento del Comitato
delle regioni che segna una tappa rilevante
verso il riconoscimento del ruolo degli enti
territoriali.
-
A) La rappresentanza degli Enti locali e regionali in seno alle istittlzioni comunitarie
A partire dalla sua istituzione, il Consiglio
dei Comuni e delle Regioni d'Europa si è impegnato decisamente per ottenere la rappresentanza degli enti locali e regionali presso le
Istituzioni europee.
Poiché il Trattato di Roma riconosce soltanto gli Stati quali partner delle Istituzioni
europee, il CCRE si è sforzato di stabilire
contatti ufficiosi e di aprire un dialogo costante con la Commissione e relazioni di lavoro permanenti con il Parlamento europeo.
Questa azione pionieristica, concretizzatasi nel 1967 con la creazione prima di un Comitato consultivo e poi del Consiglio consultivo ha avuto quale risultato ufficiale nel
Trattato di Maastricht la creazione del «Comitato delle Regioni». Questa realizzazione
deve tuttavia essere ancora consolidata e il
CCRE è particolarmente vigile affinché la
creazione del «Comitato delle Regioni» corrisponda realmente alle aspettative degli eletti
locali europei.
1) Nel 1967 il CCRE ha creato nel suo
ambito un Comitato incaricato di assicurare
una rappresentanza organica e permanente
dei poteri locali presso le istituzioni comunitarie. Esso ha proposto quindi alla Direzione
per la politica regionale delle Comunità di attribuire carattere consultivo a questo gruppo
di lavoro, le cui riunioni dovevano svolgersi
presso tale direzione. E così che nel 1970 ha
avuto luogo la prima riunione del Comitato
consultivo composto dai rappresentanti degli
Enti locali dei sei Stati membri della Comunità.
I1 Comitato consultivo ha come obiettivo
di farsi portavoce di tutti i livelli di governo
situati al di sotto dello Stato e che non prendono direttamente parte al processo decisionale della Comunità, ma per i quali le misure
comunitarie hanno incidenze. Esso studia i
problemi concreti presentati dall'applicazione delle politiche comunitarie, elabora posizioni comuni tra le collettività territoriali e
gli organismi comunitari. Esso ha inoltre come obiettivo statuario di pervenire a «l'istituzionalizzazione ulteriore delle relazioni tra le
collettività locali e regionali degli Stati membri e gli organi comunitari».
L'Unione internazionale delle Città e dei
Poteri Locali (Iula) ha aderito negli anni '70
a tale Comitato, che è stato in seguito ristrutturato e dotato di un regolamento in seguito
alla prima conferenza dei Presidenti delle Regioni riunita a Parigi su iniziativa del CCRE
nel dicembre 1976.
Infine, nel 1980, sulla base di un progetto
di risoluzione proposto dal CCRE, il Parla-.
mento europeo ha creato I'Intergruppo degli
eletti locali e regionali, che riunisce i parlamentari europei che siano stati o siano titolari di un mandato elettorale a livello comunale, dipartimentale, provinciale o regionale.
Compito dell'Intergruppo è affrontare i problemi comunali e regionali di fronte al Parlamento europeo mediante un dialogo approfondito e regolare.
2) In risposta a un'azione politica costante
e permanente del CCRE, nel 1988 viene
compiuto un primo passo verso l'istituzionalizzazione della rappresentanza delle collettività con la decisione presa dalla Commissione
di creare il Consiglio consultivo delle Collettività regionali e locali, successore del Comitato consultivo.
Le relazioni tra la Commissione e i rappresentanti delle collettività vengono così istituzionalizzate: il Consiglio consultivo può essere consultato dalla Commissione su ogni questione relativa allo sviluppo regionale e più
particolarmente all'elaborazione e all'applicazione della politica regionale della Comunità.
APRILE 1994
I1 Consiglio consultivo comprende 42
membri con mandato elettivo, di cui la metà
di essi è designata in ragione della loro competenza particolare sui problemi dello sviluppo delle regioni e l'altra metà per la loro competenza sui problemi dei comuni e della collettività «intermedie».
I membri del Consiglio consultivo sono nominati dalla Commissione su proposta congiunta del CCRE, dell'ARE e della IULA.
Nel 1991 il CCRE e la IULA si sono fusi
e il CCRE è diventato la sezione europea della IULA.
Nell'ambito del Consiglio consultivo e in
collegamento con le altre organizzazioni dei
poteri locali, il CCRE è stato particolarmente
presente ed è intervenuto nel dibattito preparatorio del Trattato di Maastricht, in particolare presso la Conferenza intergovernativa. I1
«Comitato delle Regioni», istituito dall'articolo 198 del Trattato di Maastricht, è stato
creato in seguito a tutte queste iniziative.
Ricordando gli obiettivi statutari dell'organizzazione, il Comitato di presidenza del
CCRE, riunito a Strasburgo il 16 marzo
1992, ha accolto in modo particolarmente favorevole l'istituzione di tale Comitato delle
Regioni, organismo a carattere consultivo e
composto da rappresentanti degli enti locali e
regionali, che succede al Consiglio consultivo.
B) La posizione del CCRE sul ruolo del Comitato delle regioni e il suo futuro
1. Il Comitato delle Regioni
quale interfaccia con i cittadini
I dibattiti sulla ratifica del Trattato sull'Unione europea hanno sancito gli obiettivi della costruzione europea in quanto tale ma hanno maggiormente riguardato il processo e i
metodi di tale costruzione che lasciano scarso
spazio ai cittadini. I1 Presidente Delors ha
compreso questa situazione e insiste sui pericoli di un faccia a faccia tra i poteri e l'opinione pubblica in mancanza di organismi intermedi. Nella costruzione europea, la Commissione e gli altri organismi comunitari si accor-
geranno che i migliori mediatori nei confronti dei cittadini sono coloro che sono più vicini
ad essi: cioè gli eletti locali e regionali.
I1 Comitato delle Regioni avrà quindi il
ruolo essenziale di fare intendere la voce dei
territori dell'Europa. Sarà oltremodo importante creare tra tali territori e le istituzioni
europei un processo di «andata e ritorno» per
consentire l'informazione da un lato e la partecipazione dei cittadini dall'altro, tramite i
loro rappresentanti eletti.
È forse necessario ricordare che gli enti locali e regionali sono il fondamento del nostro
modello , democratico occidentale? Tale nozione, tanto fondamentale, ha finalmente fatto la sua prima timida comparsa a livello europeo con il riferimento esplicito al principio
di sussidiavietà nel Preambolo del nuovo Trattato. Da ciò scaturiscono direttamente un
certo numero di obblighi per la composizione
e il funzionamento del Comitato delle Regioni:
- in primo luogo, il principio di sussidiarietà comporta anche il riconoscimento della
pari dignità di tutti i livelli delle collettività
territoriali. Sarebbe deplorevole che questo
punto continui a essere oggetto di discussioni. La pari dignità significa che nessun ente
territoriale predomina sull'altro.
I1 CCRE ribatte con la massima fermezza
qualsiasi argomento teso a giustificare un'esclusione arbitraria di qualsiasi livello di enti
territoriali, argomenti peraltro non suffragati
da ragionamenti convincenti:
" poiché il Comitato avrà soltanto 189
membri occorrerà naturalmente dare in qualche modo la preferenza al livello immediatamente inferiore allo Stato il quale è tuttavia
più lontano dai cittadini del livello locale;
" ancora più pericolosa è una argomentazione secondo cui gli enti regionali hanno una
«natura» intrinseca che attribuisce loro uno
status superiore a quello degli altri livelli degli enti territoriali.
I1 Comitato delle Regioni avrà pertanto il
ruolo essenziale di far ascoltare la voce dei
territori dell'Europa. Occorrerà dar vita fra
detti territori e le istituzioni europee a un
processo di andata e ritorno per consentire
l'informazione e quindi la partecipazione del
cittadino tramite i suoi rappresentanti eletti.
2. I1 futuro ruolo del Comitato
delle Regioni
In concomitanza con la seduta inaugurale
del Comitato, occorre tracciare le prospettive
del futuro, in quanto il problema della composizione e del ruolo istituzionale di tale Comitato non verrà sollevato che nel 1996
quando si tratterà di rinegoziare i termini del
Trattato di Maastricht e quindi anche quelli
del Comitato delle Regioni.
La posizione del CCRE è chiara e netta: il
Comitato delle Regioni è un organo consultivo. Occorrerà eventualmente modificare la
sua composizione tanto per assicurare pienamente la sua qualità di assemblea di eletti
quanto per dare una rappresentanza equilibrata ai diversi livelli delle collettività territoriali. Ma nella misura in cui tali enti locali
e regionali non hanno poteri legislativi propri
a livello nazionale, essi non potranno esigere
un ruolo legislativo a livello europeo.
Alcuni desidererebbero attribuire poteri
legislativi al Comitato delle Regioni nel prossimo futuro. Una tale richiesta proviene naturalmente d a l e regioni che hanno competenze
statali. I Lander tedeschi, le Regioni belghe
e, in un certo qual modo, le Comunità Autonome spagnole, reclamano un ruolo istituzionale più forte a livello europeo in base alle
competenze legislative di cui dispongono sul
piano nazionale.
Nel loro caso la richiesta è giustificata, e
infatti tali «regioni-stato» sono rappresentate
presso il Consiglio a norma del nuovo articolo
146 del Trattato sull'unione europea; tuttavia la stessa richiesta ha seminato la confusione quando viene presentata generalmente come una esigenza del livello regionale in quanto tale. Le «regioni-stato» reclamano un «Senato delle regioni» e quindi una terza camera
legislativa in seno all'edificio comunitario.
I1 CCRE dal canto suo si appoggia sul sistema costituzionale europeo classico, e cioè:
- la Commissione, embrione del futuro
governo europeo, vale a dire dell'Esecutivo,
che dovrà essere responsabile di fronte a due
camere:
1) l'attuale Parlametlto europeo che sarà la
La presidenza della prima Conferenza Parlamento europeo
APRILE 1994
- Enti locali
prima camera, la camera dei popoli e
2) l'attuale Consiglio che sarà la Camera alta degli Stati come in tutti gli Stati federali e
che, a nostro parere, dovrà comprendere le
regioni con poteri legislativi.
A latere di tale organizzazione, l'attuale
Comitato delle Regioni continuerebbe, come
organo consultivo, a raggruppare le regioni
senza carattere di Stato, come peraltro avviene per tutti gli altri livelli degli enti territoriali.
Si è già discusso se, in futuro, il Comitato
delle regioni dovrà rimanere un organo unitario che rappresenti la voce di tutti gli enti territoriali ovvero comprendere due collegi, uno
riservato alle regioni, l'altro agli enti locali.
Taluni considerano che questa divisione
consentirebbe di risolvere quella che essi reputano essere una difficile coabitazione in seno a una stessa struttura. Non pochi, in parti-
colare il CCRE, reputano tuttavia che questa
separazione non terrebbe conto della reale distinzione da operare non già fra le città e le
regioni, bensì tra le regioni con competenze
statali e tutti gli altri enti territoriali.
Le problematiche che riguardano le città e
le regioni degli Stati non federali sono così vicine, le sinergie e le interazioni così forti che
la coesistenza in seno alla stessa struttura apparirebbe indubbiamente come la soluzione
più, razionale.
E ovvio che, qualcora si dovesse optare per
la soluzione della divisione con l'insediamento di un comitato riservato alle regioni in seno al quale predominerebbero le regioni con
competenze statali, il Parlamento dovrebbe
pronunciarsi sulla prospettiva di una terza
Camera e verrebbe così rilanciato il dibattito.
La questione rimane tuttavia aperta e merita di essere seguita con attenzione durante
il periodo preparatorio alla rinegoziazione del
Trattato.
3. Le grandi problematiche
del Comitato delle Regioni
I1 Comitato delle Regioni costituisce una
tappa, indubbiamente essenziale, nel riconoscimento del contributo degli enti territoriali
al potenziamento dell'unione europea. I1 Comitato delle Regioni deve ora dotarsi di metodiche di lavoro adattate a una grande assemblea rappresentativa per essere in grado
d i trattare le grandi problematiche che interessano gli eletti dei territori europei.
I1 Trattato stabilisce chiaramente che il
Comitato delle Regioni dispone della facoltà
di esprimere pareri, motuproprio. Esso detiene pertanto gli strumenti per definire chiaramente le sue proprie priorità politiche. I1 Comitato delle Regioni dovrà avvalersi appieno
di questa capacità d'iniziativa manifestando,
tramite due o tre pareri all'anno, la posizione
degli eletti locali e regionali europei sulle tematiche di rilievo per l'Unione Europea.
Nei prossimi mesi, talune tematiche potrebbero essere oggetto di grandi dibattiti in
seno al Comitato delle Regioni:
" La sussidiarietà
Nell'ottobre 1993 è stato approvato l'accordo interistituzionale sulle procedure di attuazione del principio di sussidiarietà. Nel
medio periodo dovrebbero essere presentati
emendamenti che consentano, segnatamente,
d i tener conto del Comitato delle Regioni.
I n tale occasione il Comitato delle Regioni
potrebbe proporre una definizione più precisa e più ampia del principio di sussidiarietà
che faccia leva sul ruolo essenziale degli enti
territoriali in sede di attuazione dello stesso
principio.
I1 principio di sussidiarietà ci sta molto a
cuore poiché è un principio politico europeo
che risale ad Aristotele e che ha acquisito tutta la sua dimensione con Althusius e successivamente con altre correnti di pensiero.
Di carattere federale, detto principio si richiama alla dignità dei vari livelli amministrativi oltre che alla qualità dell'azione politica:
«I1 potere è fatto per servire». Nel federalismo moderno, il principio di sussidiarietà
COMUNI D'EUROPA
vuole che, dal cittadino all'unione europea,
ciascun livello deleghi al livello superiore comune, regione, Stato, Europa - solo quello che non può fare bene lui stesso e può
quindi essere meglio realizzato dall'altro livello.
I1 principio di sussidiarietà consente di
chiarire la relazione tra il cittadino e il pote-
re. Esso obbliga alla trasparenza della responsabilità e deve consentire di evitare la burocrazia in quanto impedisce di demandare
competenze a livelli di potere che non siano
adeguati o non siano interessati.
L'introduzione nel Trattato di Maastricht
del principio di sussidiarietà come uno dei
principi fondamentali dell'unione europea
Problematiche urbane e pianif~cazioneterritoriale
parere del CCRE presentato dal vicesindaco di Reggio-Emilia Girolamo ielo
Considerato che:
il Trattato di Maastricht ha iscritto all'articolo A, teno comma, l'impegno della solidarietà;
l'Unione europea ha il compito di organizzare le relazioni tra gli Stati membri e i loro popoli
in modo solidale;
- l'Atto unico europeo ha introdotto nel Trattato CEE il titolo V, dedicato alla coesione economica e sociale;
- tra gli obiettivi dell'Unione europea è iscritta la coesione economica e sociale tra gli Stati
membri;
- la coesione economica e sociale tra gli Stati membri, intesa a ridurre gli attuali divari di sviluppo, è uno dei prerequisiti del passaggio per alcuni di questi paesi alla terza fase dellUEM;
- il passaggio alla terza fase può avvenire su base automatica prima della fine del 1997 e automatica dal 1 gennaio 1999;
- le n o m e sull'Unione economica e monetaria (titolo VI del Trattato) rappresentano il contributo più importante del Trattato di Maastricht;
- la coesione va oltre la sfera delle azioni delle politiche strutturali;
- l'obiettivo della coesione può essere raggiunto aumentando la dotazione del bilancio comunitario, accelerando l'applicazione effettiva del Fondo di coesione e modificando e integrando le attuali
forme di finanziamento;
- la solidarietà e la coesione implicano che gli Stati con economia forte possano essere chiamati
a destinare una parte delle loro risorse allo sviluppo delle economie deboli degli Stati membri;
- in tutti i paesi membri il tessuto socio-economico è messo in discussione dallattuale fase recessiva con il manifestarsi, con pericolosa virulenza, di fenomeni negativi circa l'origine etnica, il grado
di cultura e di ricchezza delle popolazioni;
- gli obiettivi economico-monetari, e socio-culturali sono strettamente connessi e che il saggiungimento degli stessi deve avvenire contestualmente e in contemporanea in tutti i paesi membri;
- bisogna accelerare l'Unione europea non solo per le sorti dell'Europa stessa ma anche per stati
di necessità interne alllUnione europea e per pericolo di isolamenti provenienti dell'esterno;
- bisogna mettere in ciclo maggiori disponibilitàfinanziarie e che queste disponibilità dovrebbero
essere utilizzate effettivamente anche con modalità e f o m e aggiuntive e nuove in modo da accelerar-ne
l'utilizzazione;
-
ritiene che:
occorra aumentare la dotazione del bilancio dell'unione europea e la dotazione di tutti i fondi;
sia imprescindibile la necessità di consentire direttamente alle municipalità, da sole o con altre,
di accedere a finanziamenti a favore di interventi aventi impatti e finalità di politiche urbane;
- i Fondi strutturali debbano avere una gestione più flessibile consentendo l'utilizzo più immediato ed efficace;
- l'accesso diretto delle municipalità ai finanziamenti consentirebbe i'accelerazione negli interventi, h riduzione dei residui e la possibilità di affvontare quei problemi più vicini alla collettività;
- per quanto attiene alla cooperazione interregionale concernente i paesi frontalieri, non si possa
non ribadire che i problemi e gli effetti socioeconomici e culturali dei paesi frontalieri marittimi non
hanno un impatto minore della cooperazione interregionalecon gli altri paesi dellJUnionee delle relazioni di questi con i paesi dell'Europa centrale e orientale; pertanto, nei programmi interregionali,
i paesi frontalieri marittimi debbono avere un trattamento pari ai paesi frontalieri terrestri;
- occorra accelerare e finanziare i progetti pilota a trasformare in politiche quei progetti che danno risultati soddisfacenti;
- per quanto riguarda la BEI, occorra fare un ulteriore salto di qualità; nel protocollo di intesa
è detto che la BEI deve continuare a destinare la maggior parte delle sue risorse alla promozione della
coesione economica e sociale; i paesi membri si sono dichiarati disposti a riesaminare le esigenze del
capitale sociale non appena ciò sia a tal fine necessario.
È necessario quindi:
1) aumentare immediatamente il capitale sociale;
2) aumentare la quota destinata alla coesione;
3) facilitare l'accesso diretto delle collettività locali ai finanziamenti;
4) che la BEI riservi maggiore attenzione ai problemi delle collettività locali e a tal fine si suggerisce la creazione di un apposito dipartimento con compiti di:
a) fornire consulenza finanziaria alle collettività locali;
6) contrattare sul mercato linee di credito per le collettività locali;
C ) collocare sul mercato i titoli emessi dalle collettività locali.
-
APRILE 1994
rappresenta una conquista di rilievo e va pertanto posto integralmente in atto. Non ci
stanchiamo pertanto di ripetere che detto
principio, comportante la pari dignità dei vari livelli di competenza (locale, regionale, nazionale e europeo) va applicato a ciascuno di
detti livelli.
Nella risoluzione adottata dai XIXesimi
Stati generali del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa, il 23 ottobre a Strasburgo, abbiamo specificato la nostra concezione
dell'Europa, della sussidiarietà, ossia della
prossimità.
Abbiamo pertanto sollecitato:
- che il principio di sussidiarietà sia integralmente rispettato in quanto comporta la
pari dignità dei gruppi sociali e dei vari livelli
di competenza (locale, regionale, nazionale e
europeo) e suppone una vera e propria partnership fra i vari livelli, oltre che la loro associazione, in funzione delle loro competenze,
alla costruzione europea;
- che gli organismi europei e nazionali
pongano in atto azioni di informazione e di
formazione per l'Europa dei cittadini onde
concretare detta partnership;
- che le condizioni d'applicazione del
principio di sussidiarietà siano definite in
modo da consentire ricorsi legali, anche da
parte degli enti locali e regionali, presso la
Corte europea di giustizia ogni qualvolta detto principio sia messo in causa ovvero non sia
applicato;
- che i livelli più lontani dal cittadino si
facciano carico di provare la necessità del loro intervento e di dimostrare che quest'ultimo è proporzionato agli scopi da raggiungere;
- che il diritto europeo - tramite la costituzione deil'unione europea - comprenda
le garanzie dell'autonomia locale e regionale.
" Il Libro bianco sulla crescita, la competitività e l'impiego
L'impostazione macroeconomica che domina il Libro bianco e che fa degli Stati membri i protagonisti, non può tuttavia ignorare
gli enti territoriali.
I1 Libro bianco sottolinea pertanto il contributo insostituibile degli enti territoriali nel
varo delle azioni a favore del reinserimento
dei disoccupati sul mercato del lavoro, con
specifico riferimento a quelli provenienti dagli ambienti più emarginati.
Del pari, il Libro bianco rileva i filoni occupazionali che costituiscono gli immensi bisogni sociali a livello locale, sia nel settore
dell'infanzia che in quello deila politica a favore degli anziani o pensionati.
I1 Comitato delle Regioni potrebbe recare
suo contributo suggerendo piste concrete di
azioni che si collocano nell'ottica del Libro
bianco.
*
Le reti transeuropee
Le reti transeuropee costituiscono un elemento fondamentale della maggioranza dei
problemi comunitari. Il Comitato delle Regioni concorderà indubbiamente nel riconoscere che detto elemento transnazionale costituisce un valore aggiunto unico per i programmi comunitari.
Ciò nondimeno, le reti non possono essere
considerate come un fine a se stesso, esse costituiscono essenzialmente strumenti la cui
utilità deve essere valutata. È divenuto infatti di primaria importanza sviluppare un'impostazione più teorica delle reti prefiggendosi
segnatamente obiettivi in funzione dei quali
occorre valutare i risultati.
In tal senso vanno esplorate varie problematiche:
- deve essere la transnazionalità una condizione preliminare a qualsiasi finanziamento
comunitario? Va la tecnica delle reti impostata, ovvero potrà essa svilupparsi a modo suo?
- è un'integrazione sottesa dalle reti in
grado di aumentare le disparità regionali e sociali in seno al17Unione?Nei settori della ricerca e dello sviluppo si sono già delineate talune prove in tal senso.
* La cooperazione transeuropea
e transfrontaliera
I1 Comitato delle Regioni dovrà obbligatoriamente essere investito, per parere, di tutto
ciò che riguarda lo sviluppo delle reti transeuropee. Esso potrà del pari intervenire, motuproprio, su questa tematica di estrema rilevanza, con specifico riferimento agli strumenti giuridici adattati agli investimenti infrastrutturali transeuropei.
I1 Libro bianco sottolinea infatti che lo sviluppo delle reti transeuropee costituisce un
elemento cruciale di una maggiore concorrenzialità europea. La Commissione si occupa attualmente di una serie di piani direttori per
dette reti, di cui tre sono già stati approvati
dal Consiglio.
Inoltre il progetto di direttiva sul finanziamento è in fase di preparazione.
Ammesso che si trovi una soluzione ai problemi finanziari, rimarrebbero tuttavia in sospeso i problemi giuridici. Infatti, prima di
lanciare un investimento infrastrutturale
transeuropeo occorre richiamarsi ai trattati
internazionali.
Un siffatto stato di cose è particolarmente
pregiudizievole non solo per il varo dei piani
Per prepararsi a& elezioni europee
- Dastoli P.V. - Vilella G., La nuova Europa. Dalla Comunità al19Unione, il Mulino, Bologna, 1992
- Olivi B., L'Europa difficile, il Mulino, Bologna, 1993
- Comunità europea, Crescita, competitività, occupazione - Le sfide e le vie
da percorrere per entrare nel XXI secolo: il Libro Bianco, supplemento 6/93 Bollettino CE
- AA.VV., Le Candidature femminili al Parlamento europeo, a cura dell'AICCRE,
1994, quaderni del Parlamento europeo
APRILE 1994
direttori della Commissione ma anche per la
riuscita di INTERREG 11. Il Comitato delle
Regioni potrebbe così approvare un parere
dedicato allo sviluppo di strumenti giuridici
più elastici che agevolerebbero la cooperazione transeuropea e transfrontaliera.
* La politica regionale in Europa
centrale e orientale
La Commissione ha avviato un'analisi economica regionale dell'Europa centrale e
orientale nel suo insieme. I1 Comitato delle
Regioni, dal canto suo, potrebbe sottoporre
le linee maestre di un programma il cui obiettivo sarebbe di assistere i paesi dell'Europa
centrale e orientale nello sviluppo di una politica regionale a livello nazionale.
Per contro, il Comitato delle Regioni potrebbe invocare una maggiore regionalizzazione dell'assistenza offerta dai programmi
PHARE e TACIS. Esso potrebbe in particolare concentrarsi sulla fase di attuazione di
detti programmi. Attualmente, tutti i progetti sono selezionati dai governi nazionali dei
paesi beneficiari. I1 Comitato delle Regioni
potrebbe auspicare l'introduzione della partnership nella gestione dei programmi, per il
tramite dei progetti locali regionali.
Altri settori potrebbero essere oggetto di
pareri espressi dal Comitato delle Regioni:
- la valutazione dei fondi strutturali,
- la partnership,
- lo sviluppo delle politiche urbane,
- le finanze locali e regionali in sede di
attuazione della seconda fase dell'UEM.
- l'ambiente.
In sede di predisposizione di detti pareri,
il Comitato delle Regioni dovrebbe fare in
modo di promuovere la maggiore concentrazione preliminare con tutti i partner interessati innanzitutto con il Parlamento europeo.
Appoggiando i membri del Comitato delle
Regioni, avvalendosi della sua esperienza e
dei suoi lavori di riflessione, il Consiglio dei
comuni e delle Regioni d'Europa continuerà,
dal canto suo, a chiedere che siano compiuti
nuovi progressi nel settore del riconoscimento del ruolo degli enti territoriali ai fini della
costruzione dell'unione europea tramite:
il varo di una vera e propria politica urbana a livello comunitario,
- il riconoscimento della necessità di
esperire, prima di qualsiasi decisione, uno
studio d'impatto sugli enti territoriali,
- la promozione di strumenti giuridici
idonei alla cooperazione dei territori con specifico riferimento alla cooperazione transfrontaliera,
- lo sviluppo di programmi di cooperazione,
- il riconoscimento, nella futura Costituzione europea, dei principi fondamentali della Carta deil'autonomia locale.
Beninteso esso si sforzerà, nell'intento di
porre in atto detti obiettivi, di cercare I'appoggio e il sostegno dei membri del Parlamento europeo. L'alleanza tra gli enti locali e
regionali e il Parlamento europeo costituisce
infatti la migliore garanzia di un reale progresso nel settore deil'attuazione dell'Europa
dei cittadini.
COMUNI D'EUROPA
la risoluzione finale della Conferenza
Una Unione più democratica e solidale
I Poteri locali e il Parlamento europeo, riunitisi a Bruxelles dal 6 d1'8 aprile 1994 nell'ambito della prima Conferenza Parlamento
europeo/Poteri locali della Comunità, che si
svolge alla vigilia delle elezioni europee,
A) sottolineando che il Trattato sull'unione europea istituisce un'unione politica fondata su un'Europa nella quale d'ora in poi gli
individui divengono cittadini a pieno titolo,
con diritti e doveri derivanti dallo stesso
Trattato,
B) considerando che il Parlamento europeo, rappresentante dei popoli europei, costituisce la garanzia primordiale della democrazia dell'unione europea e considerando che i1
riconoscimento del suo ruolo colegislativo da
parte del Trattato sul17Unionerappresenta un
importante passo in avanti, quantunque insufficiente, nella correzione del deficit democratico di cui soffre la struttura istituzionale
europea,
C) tenendo conto della recente istituzione
del Comitato delle Regioni, rappresentante
privilegiato dei Poteri locali e regionali, la cui
attuazione si situa anch'essa nella prospettiva
di una maggiore democratizzazione delle istituzioni auspicata dal Trattato,
D) rammentando che il principio di sussidiarietà, la definizione di una cittadinanza
dell'unione (una delle cui componenti essenziali è il riconoscimento del diritto elettorale
attivo e passivo alle elezioni comunali da parte dei cittadini degli Stati membri), nonché
l'istituzione del Comitato delle Regioni costituiscono una prima risposta indispensabile all'integrazione dei Poteri locali nel tessuto costituzionale comunitario,
E) nella prospettiva della revisione del
Trattato sull'unione europea, il cui dispositivo sarà completato nel 1996;
1) considerano che il Trattato sull'unione
europea, che costituisce una svolta nel processo di costruzione europea, ampli radicalmente la sfera di competenze della Comunità, attribuendole una vocazione politica di
ordine generale che deve necessariamente essere accompagnata da una maggiore partecipazione dei cittadini;
2) ritengono che il principio di sussidiarietà, secondo cui le decisioni devono essere
prese quanto più vicino possibile ai cittadini,
debba agire come principio di articolazione
verticale del potere, dal cittadino fino al livello comunitario, e come salvaguardia dell'autonomia locale, punto essenziale delle competenze dei Poteri locali;
3) sottolineano che il principio di autonomia locale, principio generale di diritto, derivato dalle tradizioni costituzionali comuni
degli Stati membri e, in quanto tale, riconosciuto all'articolo F del Trattato, costituisce
l'applicazione genuir:a del principio di sussidiarietà;
COMUNI D'EUROPA
4) chiedono che, al momento della revisione del Trattato sull'unione europea nel 1996:
- il principio di sussidiarietà, definito all'articolo 3B come criterio per l'esercizio di
competenze condivise fra la Comunità e gli
Stati membri, sia riformulato e ampliato facendo esplicito riferimento ai poteri regionali
e locali;
- il principio di sussidiarietà, così riformulato, sia corredato da una garanzia giuridica effettiva che consenta il controllo della legalità da parte della Corte di giustizia dell'Unione europea, ambito nel quale occorre
esplicitamente prevedere la possibilità per le
collettività regionali e locali di adire la Corte
di giustizia;
- il principio di autonomia locale sia oggetto di riconoscimento esplicito in quanto
principio generale di diritto; ed esigono la firma e la ratifica da parte degli Stati membri
che non hanno ancora provveduto, nonché
da parte dell'unione europea stessa, della
Carta europea sull'autonomia locale;
5 ) ritengono necessario, in considerazione
della maggiore incidenza della politica europea sulle collettività locali, che il Parlamento
europeo conferisca alla sua commissione per
la politica regionale, l'assetto territoriale e le
relazioni con i Poteri regionali e locali la facoltà di formulare un parere sulle decisioni legislative ogniqualvolta siano prevedibili loro
ripercussioni sulle collettività locali;
6) chiedono al Parlamento europeo, rappresentante dei cittadini dell'unione europea, di utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione e in particolare il potere d7indagine, il diritto di petizione e la regolamentazione del ruolo del mediatore per sviluppare,
concretizzare e garantire l'esercizio della cittadinanza europea;
7) ritengono che i Poteri locali, costituendo il livello di potere più vicino al cittadino,
abbiano un ruolo essenziale da svolgere nell'approfondimento del dialogo tra la società
civile e il sistema di rappresentanza democratica; e in tal senso ritengono necessario ap~rofondirel'autonomia locale e, nel rispetto
di tale autonomia, rafforzare e diversificare
gli strumenti di partecipazione politica dei
cittadini;
8) raccomandano al Comitato delle Regioni, la cui creazione costituisce un passo importante nella lotta contro il deficit democratico, di avviare una riflessione istituzionale
sul suo ruolo di rappresentante dei Poteri locali e regionali, composto di membri eletti,
nella prospettiva della revisione del Trattato
nel 1996; da tale revisione dovrebbe risultare
una ricomposizione della presenza istituzionale atta a garantire la rappresentanza adeguata dei vari livelli dei poteri locali e regionali, nel rispetto del principio della pari dignità di tutti i livelli di potere;
9) invitano la Comunità a rafforzare al
massimo grado, attraverso i Fondi strutturali,
il sostegno alla politica urbana, che deve tener conto dell'accentuarsi del fenomeno di
emarginazione sociale e che si trova ormai
vincolata al principio di uno sviluppo sostenibile e rispettoso dell'ambiente;
10) chiedono a tale riguardo che le azioni
intese ad apportare un contributo diretto agli
scambi tra i cittadini e i territori europei (gemellaggi, programmi di scambi, azioni di cooperazione, reti) beneficino di un finanziamento adeguato, che ne consenta lo sviluppo
al servizio dell'«Europa del cittadino»;
11. aderiscono pienamente alle proposte
relative ai diversi aspetti dell'autonomia locale, della cittadinanza europea, della coesione
economica e sociale e della cooperazione tra
i Poteri locali che figurano nelle relazioni e
nelle co-relazioni presentate in occasione della prima Conferenza;
12) sono persuasi che le collettività locali
siano in grado di svolgere, per la loro diffusione capillare, per le loro radici anteriori alla
nascita degli Stati e per la loro prossimità ai
cittadini, un ruolo primordiale nello sviluppo
della democrazia, nel rafforzamento della costruzione europea,
nell'intensificazione dell'integrazione e
della solidarietà fra le diverse zone e nell'aumento dell'efficacia delle politiche e delle
azioni strutturali;
13) approvano la risoluzione riguardante
la situazione della città di Sarajevo;
14) raccomandano, tenuto conto dei risultati di questa prima Conferenza, che il Parlamento della prossima legislatura esamini la
possibilità e la opportunità di convocare una
seconda Conferenza;
15) ritengono che la loro collaborazione
consentirà di rafforzare lo spirito di appartenenza dei cittadini all'unione e si impegnano
a promuovere la più ampia partecipazione alle
elezioni al Parlamento europeo, quale Camera di rappresentanza dei popoli dell'unione e
garante della democrazia nell'unione europea.
Bruxelles, 8 aprile 1994
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APRILE 1994
la risoluzione della Conferenza su Sarajevo
Un appello alla convivenza pacifica
I Poteri locali delllUnione europea e il Parlamento europeo riunitisi a Bruxelles dal 6 a11'8
aprile 1994 per la Prima Confevenza su «i poteri locali per un'unione europea più vicina ai
cittadini, più democratica e più solidale)):
- ascoltato il sig. Mohammed Kvesevil lakovic, Sindaco di Sarajevo, invitato d'onore di
questa Conferenza,
1) esprimono la più profonda solidarietà con la città di Savajevo e rivolgono un appello a
tutte le parti interessate afiinché si trovi urgentemente una soluzione pacifica e duvatura al conflitto in corso, così da porre termine alle intollerabili sofferenze della popolazione;
2) reputano imperativo che una tale soluzione consideri la città di Sarajevo come un'entità
unica, le cui diverse componenti deuono poter viveve e vealixzavsi nella dignità e nel rispetto
reciproco;
3) esigono che l'aiuto finanziario internazionale, a cui tutte le città d'Europa sono invitate
a contribuire, sostenga la vicostruzione di Sarajevo per garantire il benessere dei suoi cittadini
e per restituire a Sarajevo il posto che le compete fra le città più simboliche del nostro continente.
cali e Regionali d'Europa (CPLRE), e Eneko
Landaburu, Direttore generale della DG
XVI della Commissione (Politiche regionali).
Sono state quindi illustrate le nove risoluzioni dei quattro gruppi di lavoro e successivamente sono intervenuti sia gli eletti comunali
che i membri del Parlamento europeo.
Nell'ultimo giorno della Conferenza è stata illustrata la «Dichiarazione finale della
Conferenza» da parte del Presidente della
commissione per la politica regionale, I'assetto territoriale e le relazioni con i Poteri locali
e regionali.
E' stato inoltre affrontato dalla Conferenza il dramma che sta coinvolgendo la ex Iugoslavia: è stata infatti approvata all'unanimità
una Risoluzione su Sarajevo (il cui Sindaco
Jakovic figurava come invitato d'onore).
Dopo le dichiarazioni di voto degli eletti
comunali e dei membri del Parlamento europeo e l'approvazione dei documenti della
Conferenza, i lavori sono stati chiusi dalle allocuzioni di Maragall, Gutierrez Diaz e di
Jacques Delors, Presidente della Commissione europea.
m
Alle urne europee..
(segue
Il Sindaco di Sarajevo
L'Europa dei Comuni
(segue
da pag. 7)
nazione» è stata svolta da Rosario Bristo,
mentre il parere del CCRE è stato presentato
da Ron Swann, Consigliere del distretto di
Stoke-on-Trent.
I1 terzo Gruppo di lavoro, presieduto da
Virgilio Pereira, ha analizzato la coesione
economica, sociale, lo sviluppo locale, i problemi urbanistici e la pianificazione territoriale.
La relatrice Doris Pack ha illustrato l'intervento politico e finanziario della Comunità
nell'esecuzione dei programmi di sviluppo locale finalizzati ad una maggiore coesione economica e sociale.
Girolamo Ielo, vicesindaco di Reggio Emilia, ha illustrato il parere del CCRE. La corelazione del terzo gruppo aveva come oggetAPRILE 1994
to i problemi urbani e le tecniche di sviluppo
locale della Comunità: centri europei di impresa e innovazione, agenzie europee di sviluppo, ricorso alle sovvenzioni globali, ecc. I1
Sindaco di Lisbona, Jorge Sampaio, ha svolto
il parere del CRE.
Infine, il quarto gruppo di lavoro, presieduto da Bruno Boissiere, ha analizzato la cooperazione tra poteri locali. La relazione sul
tema è stata svolta da James Nicholson, mentre il parere del CCRE è stato illustrato da
Jean Claude Van Cauwenberghe, Sindaco di
Charleroi.
Nel pomeriggio, in seduta plenaria, si sono
tenuti i discorsi di altre personalità invitate:
Brian Unwin, Presidente della Banca Europea per gli Investimenti (BEI), Susanne Tiemann, Presidente del Comitato Economico e
Sociale (CES), Bernst Mollstedt, Presidente
della Conferenza Permanente dei Poteri Lo-
.
da pag. 3)
candidati, dotati di adeguate competenze e,
se eletti, disposti ad esercitare pienamente il
loro mandato: andrà pertanto rifiutata precisamente ogni tentazione di semplici riciclaggi.
Infatti l'Unione europea, oltre che capace
di darsi nuove e più democratiche istituzioni
sovranazionali, deve saper dimostrare, nei
contenuti della sua azione, di essere in grado
di risultati efficaci contro la disoccupazione,
nella protezione dell'ambiente, nell'assicurare la sicurezza interna ed esterna e la pace,
nella difesa della dignità dell'uomo e nell'affrontare i drammatici problemi dell'immigrazione con adeguate strutture e in spirito di
solidarietà.
Se i cittadini non eserciteranno consapevolmente, tutti, il loro compito di elettori, ed
il loro diritto di controllo sugli europarlamentari eletti, pronti anche a contestarli, oscure
prospettive ci attendono. A tale proposito
I'AICCRE sta prestando la massima attenzione, anche in termini operativi, alla necessità di un sistema di raccordo permanente dei
cittadini con gli eletti al Parlamento europeo.
Abbiamo tante volte invocato una Europa
unita. Oggi ci troviamo di fronte ad accresciute preoccupazioni: il vecchio e il nuovo
nazionalismo sono alle nostre porte, il razzismo è più lento e già contempliamo indifferenti e spesso sostanzialmente complici diffusi e drammatici fenomeni di pulizia etnica e
di genocidio.
E quindi il momento di esercitare - in occasione delle prossime elezioni europee - in
modo non retorico od emotivo ma effettivo i
nostri diritti e doveri di cittadini europei,
con tutto il nostro impegno morale, politico
e culturale.
m
COMUNI D'EUROPA
da Bologna a Parigi
Vivere in città nell'Europa di domani
di Ugo Mazza*
I1 Vostro Convegno ci permette di parlare
delle scelte e delle ipotesi di sviluppo della
nostra città. Di questa possibilità ringrazio, a
nome del Sindaco di Bologna, Walter Vitali,
gli organizzatori, ed in particolare il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa che
ha contribuito alla nostra partecipazione.
Desidero scusarmi se leggerò questa relazione. È la condizione per permettere a voi e
agli interpreti, che ringrazio per la tolleranza,
la migliore comprensione del mio elementare
francese.
Cercherò di corrispondere, per quanto possibile, alla necessità di presentare «esempi
concreti», ma vorrei anche evidenziare, come
richiesto, le difficoltà da noi incontrate.
Come sapete, la prossima domenica in Italia si voterà per la elezione del nuovo Parlamento.
Forte è la speranza che si chiuda definitivamente con il sistema politico ed economico
che ha prevalso nel nostro Paese per oltre
quarant'anni, travolto dal fenomeno della
corruzione che ha alterato i criteri di scelta
delle priorità sulle quali concentrare risorse
pubbliche.
Sistema che, particolarmente negli anni ottanta, ha ripristinato un centralismo politico,
finanziario e amministrativo che ha ulteriormente mortificato il ruolo di governo decentrato di Regioni, Province e Comuni.
In questa situazione le città italiane hanno
subito una involuzione, con perdita di autonomia e di ruolo nazionale che speriamo di
superare con la elezione diretta dei sindaci.
Oggi riprende forza anche l'idea di un regionalismo neofederalista, basato su una nuova redistribuzione del potere e delle risorse
dal centro alla periferia.
La «questione territoriale» è quindi uno
dei punti centrali del dibattito politico, economico e sociale per ogni progetto che ci consenta di uscire dalla crisi.
In questo contesto, grande interesse suscitano le esperienze europee di decentramento,
la localizzazione di ministeri o enti nazionali
fuori dalla «capitale», in grandi aree metropolitane.
L'idea di «capitale reticolare» è, anche in
Italia, oggetto di studio di importanti centri
di ricerca.
Ovviamente ciò comporta una forte innovazione tecnologica e comunicativa via cavo
nel settore pubblico, che invece oggi si caratterizza per la sua spaventosa arretratezza.
Ma la visione sistematica del settore pubblico sta entrando nel linguaggio dei grandi
enti pubblici, alcune esperienze vanno avviandosi e si sta affermando il concetto di «si-
* Assessore all'ambiente del Comune di Bologna. Intervento svolto al Convegno del CCRE ((Viverein città nell'Europa di domani)), Parigi 19 marzo 1994.
COMUNI D'EUROPA
stema città».
Noi stiamo cercando di dare concretezza
proprio a tale concetto.
Bologna è una città che ha saputo affrontare, con scelte peculiari, problemi di assetto
urbanistico, di sviluppo economico e sociale
basato su piccole e medie imprese, di risposta
ai bisogni civili e sociali con servizi pubblici
qualificati.
La sua Università è nota in tutto il mondo
e, oltre agli Studi di Giurisprudenza e Medicina, la Facoltà di Ingegneria ha un ruolo riconosciuto a livello internazionale. I1 livello
di scolarizzazione è molto elevato.
La città può contare su queste energie, come su quelle del lavoro produttivo, terziario
e dei servizi.
Ma è anche una città consapevole dei ritardi suoi e del paese nei confronti delle esperienze europee più avanzate.
Abbiamo comunque cercato di introdurre
novità nella nostra azione di governo, per far
prevalere, nelle scelte attuali e future, i «punti di vista» della qualità sociale e ambientale.
L'attuale legislazione italiana non favorisce questa opera di cambiamento, anzi a volte
la ostacola o la impedisce.
A Bologna stiamo cercando di affrontare
tale situazione con scelte capaci di introdurre, per quanto possibile, elementi di qualità
progettuale e, in pari tempo, di determinare
le condizioni per:
- ampliare e finalizzare la raccolta dei dati sul rapporto tra sviluppo e ambiente in area
urbana;
- riformulare i criteri informativi per la
programmazione strategica allargata;
- operare perché le scelte, i progetti, i
piani siano improntati secondo criteri di tutela ambientale preventiva e di qualità urbana;
- accrescere le professionalità pubbliche
e private;
Abbiamo perciò elaborato e avviato una serie di progetti che tendono a introdurre nuovi criteri di analisi e di riferimento per i programmi futuri, pubblici e privati:
- l'adesione al «Progetto Urban C 0 2 » ,
promosso dall'ICLEI per la riduzione delle
emissioni di anidride carbonica, ci aiuta alla
definizione del piano per il risparmio energetico, la riduzione delle emissioni inquinanti e
la qualità dell'aria;
- la zonizzazione acustica della città per
contenere il rumore oggi molto elevato;
- i piani per la tutela e qualità del verde;
per la tutela della qualità delle acque e il risparmio idrico;
- la valutazione degli studi di impatto
ambientale delle grandi opere pubbliche e
private e dei piani di sviluppo urbanistico
previsti a Bologna.
Questa scelta sperimentale - in Italia non
esiste una legge organica in tal senso - ha
aperto un forte dibattito nella città, ma ha attivato nuove energie e competenze tecniche,
che stanno partecipando in modo attivo alla
elaborazione degli studi di impatto ambientale, e anche nuove attenzioni alla qualità progettuale e alla ricerca di tecnologie adeguate
alla mitigazione degli impatti.
Con questi indirizzi, inoltre, abbiamo dato
un senso più generale alle scelte del passato e
alle sperimentazioni in atto con l'uso di nuove tecnologie in campo energetico e ambientale. Le richiamo rapidamente:
- Metanizzazione quasi totale dell'area
della provincia.
- Progettazione e attuazione di impianti
di cogenerazione e teleriscaldamento a metano.
- Recupero dell'energia contenuta nei rifiuti con la trasformazione del calore dell'inceneritore e il recupero del biogas dalle discariche.
- Attivazione sperimentale di un impianto energetico a cellule combustibili.
- Realizzazione di una piccola centrale
idroelettrica nel centro storico della città utilizzando le acque dei canali una volta usati
per il funzionamento delle industrie della seta e la navigazione verso il mare.
In particolare per la tutela ambientale abbiamo attivato:
- Un sistema di rilevazione costante dell'inquinamento dell'aria urbana che ci permette di assumere provvedimenti di contenimento del traffico a tutela della salute dei cittadini ma soprattutto di conoscere la qualità
dell'aria per prevenire l'alto inquinamento
delle aree urbane, particolarmente da nox e
ozono.
- Prossima attivazione di un sistema di
controllo degli accessi dei veicoli nel centro
storico con un sistema ottico e telematico in
grado di controllare e multare quanti non sono autorizzati all'accesso.
- Adozione di sistemi di combustione
per caldaie centrali e unifamiliari a bassa produzione di ossidi di azoto.
- Sperimentazione di un impianto di refrigerazione a metano per evitare l'uso di
CFC; tecnologia che, nell'ambito degli studi
di impatto ambientale, stiamo proponendo a
enti pubblici e a privati per centri commerciali o terziari.
Vorrei soffermarmi, anche per gli effetti
sulla qualità dell'aria, sul problema della mobilità che in Italia è uno dei problemi più urgenti da affrontare.
Come sapete, si sta discutendo del potenziamento delle ferrovie italiane, oggi fanalino
di coda nel movimento di persone e merci.
A Bologna stiamo affrontando una forte
discussione con le Ferrovie dello Stato perché
la progettata alta velocità sia l'occasione per
realizzare un Sistema Ferroviario Regionale e
Bolognese con fermate in area urbana e treni
APRILE 1994
cadenzati, integrati a parcheggi scambiatori
nei comuni periferici e al sistema di mobilità
pubblica su rotaia.
Proprio in questi giorni stiamo inoltrando
i progetti per le prime reti urbane nella nostra
città oggi servita da bus e filobus.
Per concludere, vorrei sottolineare la nostra consapevolezza della necessità che, in un
prossimo futuro, la programmazione strategica e la pianificazione territoriale contengano
in sè gli obiettivi e i vincoli di qualità ambientale e urbana fondamentali per uno sviluppo
ambientalmente sostenibile: quello che noi
chiamiamo «Ecopiano».
A tal fine l'Amministrazione Comunale d i
Bologna sta operando per una più qualificata
conoscenza della realtà ambientale, economica e sociale, come dei rischi e delle potenzialità del suo territorio tramite la realizzazione
dell'osservatorio sulla situazione economica e
sociale e del sistema informativo territoriale
e ambientale.
I n pari tempo, con il polo tecnologico realizzato alcuni anni fa e che vede presente, tra
gli altri, l'università e le Associazioni produttive, operiamo per l'attivazione di tutte le
energie scientifiche e tecniche per dare corpo
a soluzioni urbane integrate e tecnologicamente avanzate.
Tra queste è di recente attivazione un progetto concordato con la Fiat per l'uso dell'auto elettrica in area urbana.
Inoltre, è stato recentemente firmato il primo protocollo di intesa pubblico-privato, per
la realizzazione, in due aree di sviluppo urbano, di soluzioni tecnologiche per la cablazione degli edifici, collegata con il Teleporto, e
per le soluzioni energetiche più avanzate.
Queste scelte strategiche per lo sviluppo
non potranno più essere condizionate dai
confini amministrativi dei singoli Comuni.
Quaranta Sindaci dei Comuni del Bolognese, in attesa di una nuova legge, hanno aderito alla realizzazione volontaria dell'hrea metropolitana per avviare un governo unitario
delle scelte su ambiente, urbanistica, mobilità, qualità urbane e informatizzazione dei
,
tramite la costituzione
settori ~ u b b l i c ianche
di uffici integrati sovracomunali.
Ci auguriamo che il nuovo Parlamento favorisca questi processi con la approvazione di
nuove leggi e la piena assunzione delle direttive comunitarie.
Per questo ci aiuta l'essere presenti in sedi
internazionali: la partecipazione a EUROCYTIS è certamente una occasione di grande
importanza per noi; così come la partecipazione al Progetto Urban C 0 2 , promosso dal1'ICLEI.
L'invito che ci è stato rivolto a partecipare
al Global Forum, che si svolgerà nella città di
Manchester, quale unica città italiana, sarà
una ulteriore occasione di confronto sui temi
della qualità urbana.
Stiamo operando perché questo sia un fatto di tutta la città, dalle forze produttive, sociali e ambientali, una occasione di riflessione
per scelte che sappiano coniugare in modo
nuovo lo sviluppo con la tutela dell'ambiente
e della qualità della città di oggi e di quella
che consegneremo alle future generazioni.
m
APRILE 1994
Il quaderno «Scollinando in blu})
di Mattia Pacilli, presidente della
Casa d'Europa di Bassiano
(promotrice della pubblicazione
insieme al Comune di Bassiano e
all'Assessorato al turismo della
Regione Lazio), propone un
itinerario - Valviscolo, Semoneta,
Selvascura, Bassiano - ricco di
patrimonio naturalistico e culturale
che attende tutela e valorizzazione.
Il quaderno viene distribuito per
l'inaugurazione dell'area di sosta ccil
mio Paese l'Europa», realizzata
dallJAmministrazione comunale di
Bassiano con il sostegno
dell'Assessorato al Turismo della
Regione Lazio nel quadro della
L. R. 6011991: ccPromozione
turistica del tewitorio regionale».
Il federalismo, in concreto.. .
(segue da pag. 6)
ne di quelli che saranno i compiti attribuiti al
suo governo. Insomma I'AICCRE si è coerentemente interessata dell'intero Sistema
delle autonomie: e di questo - è d'avviso ci si deve oggi globalmente occupare. Q u i
confesso (e può sembrare un paradosso in un
vecchio regionalista come me) che ora, dopo
l'errore gollista di unlEuropa delle Patrie (sovrane), temo un'Europa delle Regioni, sovrane, esclusiviste, forse anche economicamente
autarchiche e con una ambiguità che talora
confina col razzismo.
Comunque, create le Regioni a Statuto ordinario, I'AICCRE chiese invano - in maniera argomentata nel volume collegiale «La
Regione Italiana nella Comunità europea»
(1971) - una riforma congrua e radicale dell'Amministrazione centrale. Ma si maturava
sempre più nell'AICCRE il convincimento
della non funzionalità dello Stato regionale
come tale e la necessità di uno Stato federale.
Basterà sotto questo riguardo la nostra richiesta d i un Senato delle Regioni, ribadita nell'udienza conoscitiva alla Commissione bicamerale per le questioni regionali, presieduta
dall'on. Cossutta (1984). I1 Senato delle Regioni, va riaffermato ora e subito, è una istituzione fondamentale del federalismo infranazionale: per taluni «moderati», che a torto
lo temono, osserverò che esso è il più efficace
strumento di trasparenza delle autonomie
territoriali e di autocontrollo nei compiti rispettivi e nella spesa. Forse sarà utile verificare meglio il ruolo del Bundesrat tedesco o
Senato dei Laender (le Regioni federate): abitualmente si ignora (in Italia) che i Laender
designano la maggioranza dei membri del
Consiglio d'amministrazione della severa
Bundeshank, che stabilisce il tetto dello spendibile nazionale e controlla l'inflazione. Precedentemente (1981) avevo promosso nelI'AICCRE uno studio e fatto elaborare un
volume su «I1 federalismo fiscale della Germania occidentale» (firmato dalla studiosa te-
desca Sigrid Esser), quel federalismo fiscale
- con le sue perequazioni verticali e orizzontali - che dovrà ora completare l'autonomia
fiscale, da riconquistare a tutto il Sistema
delle autonomie.
Dal nazionale al sovranazionale
Non ci soffermeremo ancora sul legame,
anzi sull'interdipendenza del federalismo infranazionale col federalismo sovranazionale:
anche se insistere sulla necessaria coerenza di
quel che facciamo o decidiamo in casa con la
professata «fede federalista» a tutto campo
non è mai sufficiente. Restando nel contingente, si stenta a far capire che la nomina di
un sottosegretario nel governo nazionale è
meno importante di quanto si riesce a ottenere nella scelta di un successore di Delors: per
essere «protagonisti» - cioè coerenti e stimati, che vuol dire affidabili - non occorre che
sia italiano, ma che sia «eccellente» e di «sicuro convincimento federalista».
Comunque rimane l'esigenza che la costruzione delllEuropa federata «a pezzi» sia a
«pezzi coerenti)) e convergenti verso l'obiettivo proclamato. Si è discettato a lungo sulla
moneta unica: indubbiamente essa sarebbe
- o sarà - un passo decisivo verso la federazione, ma - a parte che, all'interno del problema, non si è voluto capire che i preliminari
«cambi fissi» richiedono, lealmente, una politica comune delle riserve monetarie (come ripeteva instancabilmente a suo tempo Jean
Monnet) - una unione monetaria risultava
astratta, se ad essa non corrispondeva un comune e inflessibile atteggiamento in favore
dell'unione politica (fare la Federazione europea quasi clandestinamente e con colpi d i mano è un'idiozia) - analoghe critiche si rivolsero a suo tempo per chi concepiva la CED
(Comunità europea di difesa) astraendo dalla
Comunità politica (questo non sfuggì a D e
Gasperi, ben consigliato da Spinelli) -; e risultava altrettanto astratta l'unione monetaria se non si procedeva di pari passo verso un
COMUNI D'EUROPA
progetto di unione economica. I1 valore del
aprogetto Delors» (Libro bianco) è tutto qui
e arriva nel momento giusto: anzi, non è tutto qui, perché c'è da aggiungere che il «progetto Delors» è un progetto che va a pennello
a un N a u Deal europeo, quale chiedeva
1'AICCRE mentre Spinelli, nel Parlamento
europeo (1983-'84), procedeva nello schema
di Costituzione politica europea. I1 Libro
bianco è realistico ed equilibrato: tanto vero
che molti socialisti lo considerano troppo «liberista» e molti liberisti lo considerano troppo socialista. Inoltre il «progetto Delors»
avanza nel senso del federalismo «globale»,
offrendo una strategia sovranazionale, ma altresi un coordinamento di iniziative socioeconomiche nazionali, regionali, infraregionali, e collocando inoltre l'Unione europea
nel vivo dei rapporti planetari (si pensi alla
intelligente collocazione dell'Europa nei rapporti col Terzo Mondo in via d i industrializzazione).
Di fronte alla inventata minaccia di un eurocentrismo insopportabile e della dittatura
degli eurocrati - in realtà si tratta viceversa
della scarsa democrazia prevista per l'Unione
dallo stesso Trattato d i Maastricht (ecco un
argomento per la revisione del 1996) - sono
scattati i neo-confederalisti, che vanno cercando i contropoteri nazionali nei riguardi di
un potere europeo, che in realtà non c'è. La
lezione della Iugoslavia e in particolare della
Bosnia dovrebbe avere aperto gli occhi: 1'Europa come Soggetto politico non esiste - ma
i singoli Stati nazionali non «esistono» neanche essi - e, il gravissimo problema morale
a parte, è in pericolo la nostra stessa sicurezza. H o insistito ripetutamente sul passaggio,
non avvertito a sufficienza (anzi non avvertit o affatto), dall'«equilibrio del terrore» al
«terrore senza equilibrio», cioè all'anarchia
europea armata (armata, ma anche fabbricant e di armi per i Paesi terzi). I1 nostro obiettivo non lontano è una Paneuropa federale: ma
per ora siamo alla mercé di qualsiasi pazzo excomunista divenuto nazionalista nell'Europa
dell'Est, per non parlare degli sconsiderati
nazionalisti nella nostra Europa occidentale.
Retrocedendo quasi al secolo XVIII, si riparla di una politica di equilibrio, naturalmente
fra Stati sovrani: e un presuntuoso Ministro
degli Esteri italiano ha pensato, nell'ambito
dell'unione, a un accordo col Regno Unito
antifederalista per bilanciare l'egemonia
franco-tedesca (che per altro è essa stessa in
sofferenza).
Frattanto, essendosi accorti delllesigenza
di una Costituzione (cioè di una bussola) dell'Unione europea, si rimedia nel modo sbagliato: si fanno progetti (e si rivela così la debolezza fin qui mostrata dalla maggioranza
dei parlamentari europei) di una Confederazione destinata a rimanere tale (progetto
Hermann). Anche il progetto Spinelli (1984)
era prevalentemente confederale, ma lasciava
la porta aperta a una evoluzione federale. Tale evoluzione è impossibile se si istituzionalizza il Consiglio europeo (il Vertice dei Capi
di Stato e d i Governo) e si pretende che esso,
col tempo, possa decidere a maggioranza, il
che è una chiara aberrazione: infatti i Capi di
Stato e di Governo rispondono ai loro rispettivi elettorati nazionali, e gli Stati soccombenti nelle maggioranze del Consiglio europeo non saprebbero a chi rivolgersi per migliorare, democraticamente, la loro posizione
minoritaria. La soluzione «federalista» e (per
carità!) prudente sarebbe quella di creare un
Esecutivo europeo, che, per la politica estera
e di sicurezza (che, si dice ipocritamente, dovranno divenire comuni) dovrebbe rivolgersi
in prima istanza - in una Comunità basata
su un sistema bicamerale, Senato degli Stati
(trasformazione dell'attuale Consiglio dei
Ministri, integrato da quanto richiedono le
strutture federali interne, negli Stati in cui si
sono già realizzate) e Assemblea popolare
eletta a suffragio universale europeo (I'attuale Parlamento europeo) -, dovrebbe rivolgersi in prima istanza, dicevo, al Senato degli
Stati, il quale potrebbe a sua volta decidere,
in un primo momento, con maggioranze
estremamente qualificate e conservare in certi casi (poi questa prerogativa cadrebbe.. .) il
diritto di veto anche per singoli Paesi.
I n questa confusione circa la strategia federalista hanno un destino incerto gli stessi
istituti democratici, per cui il CCRE si è lungamente battuto. Pensiamo al Comitato delle
Regioni e dei Poteri locali, che abbiamo ottenuto dopo venti anni di lotta. C'è da temere
che il Comitato si chiuda in una prospettiva
corporativa (e già il litigio tra Regioni - o,
peggio, i Laender tedeschi - e Poteri locali è
un brutto segno) e non collabori intelligentemente, a nome d i tutto il Sistema delle autonomie territoriali, a favore degli spiragli federalisti. Con la libera circolazione comunitaria
dei capitali, per esempio, oggi c'è d a chiedere
l'armonizzazione fiscale comunitaria: si capi-
mensile deli'AICCRE
Direttore responsabile: Umberto Serafini
Condirettore: Giancarlo Piombino
Redazione: Mario Marsaia
Direzione e redazione: Piazza di Trevi 86 - 00187 Roma
Indir. telegrafico: Comuneuropa - Roma
tel. 69940461-2-3-4-5, fax 6793275
Questo numero è stato finito di stampare il 8/6/1994
ISSN 0010-4973
Abbonamento annuo: per la Comunità europea, inclusa l'Italia L. 30.000 Estero
L. 40.000; per Enti L. 150.000 Sostenitore L. 500.000 Benemerito L. 1.000.000
COMUNI D'EUROPA
sce quanto ciò gioverebbe all'attuazione del
Libro bianco e alle iniziative economiche «locali» - a tutto vantaggio di una politica regionale equilibrata dell'unione -.
Col ~ r o b l e m astringente della sicurezza e,
dunque, di una politica estera comune, si capisce agevolmente come sia una follia l'allargamento a Nord (Nord-Ovest) dell'unione
senza garanzie: anzi, con la prospettiva d i una
diluizione dell'unione in una Zona di libero
scambio. Non mi stancherò di ripetere che
nell'Europa del 1914 si varcavano le frontiere senza passaporto e ciò non evitò due successivi conflitti mondiali. I1 problema attuale
è, se mai, l'allargamento politico dell'unione
verso l'Est dell'Europa.
Lasciatemi a questo punto ribadire il tout
se tient sacrosanto. Chiacchieriamo superficialmente della costruzione di una società europea multietnica: e chi non la vuole? E' una
vita che ogni vecchio federalista si batte contro il razzismo. Ma i disoccupati, gli emarginati, i giovani hanno il diritto di domandarci
se, gaudenti d i una società agiata basata sulla
rapina del più delle risorse e delle ricchezze
del Pianeta, non siamo capaci, subito, di impegnarci - e questo può riuscire solo a una
Unione europea fortemente democratica per un «nuovo e giusto ordine economicosociale planetario», impedendo la valanga d i
emigrati dal Quarto Mondo per disoccupazione endemica e per fame.
Infine, le Nazioni Unite. Come sia bacata
la mente di molti «pastori» politici lo dimostra la gara per un posto nel Consiglio di Sicurezza come singole Nazioni (la Germania,
ora l'Italia, ecc.). Se non si è in malafede, è
ovvio che bisogna chiedere un posto nel Consiglio di Sicurezza per l'Unione europea: e insieme la riforma di tutto l'istituto, con rappresentanza di tutte le aree continentali.
Utopie? Perchè no? Alcuni di noi abbiamo
cominciato a chiedere gli Stati Uniti democratici d'Europa sotto il fascismo, negli anni
trenta, mentre molti intellettuali, che poi si
son fatti passare per antifascisti perenni, partecipavano in Germania - ancora durante la
guerra! - a convegni culturali «europei», terminati con banchetti in cui prendeva la parola Goebbels. Poi, rientrati in Italia, scrivevano articoli ambigui su «Primato» di Bottai
(colui che uccise Mussolini quando era già
morto, dopo averlo assecondato in prima fila,
servilmente, nella politica razzista, iniziata
brutalmente nel 1938).
¤
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Aut. Trib. di Roma n. 4696 dell'll-6-1955.
Tip. Della Valle F. Roma, Via Spoleto, 1
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APRILE 1994
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