- ANNO XLII N. 4 APRILE 1994 MENSILE DELL'AICCRE ASSOCIAZIONE UNITARIA DI COMUNI PROVINCE REGIONI dal quartiere alla regione per una Comunità europea federale L'antieuropa un problema per il prossimo Parlamento Allargamento s e eapprofondimento? di Pier Virgilio Dastoli* «La guerra viene, la guerra verrà. Verrà ... perché milioni di giovani sono allevati nel delirio a volerla ... Non contiamo troppo sulla stanchezza dei popoli ... Vorremmo essere cattivi profeti, ma noi temiamo 8 e- a Q 2 a 2 Da co che già oggi quella parte del popolo tedesco che è fanatizzata da Hitler andrebbe alla guerra con frenesia, con gioia; come con tripudio vi andrebbe una parte della gioventù italiana. Mussolini non faceva solo della retorica quando diceva che egli avrebbe potuto portare la temperatura del popolo - o di quella parte del popolo che ne subisce l'influsso - a un grado mai visto. Perché sa che cosa ha seminato in questi anni. Sa quali valori, quali passioni ha agitato nella fantasia dei giovani. La solenne consegna delle mitragliatrici di guerra ai giovani avanguardisti, nell'anniversario della Marcia su Roma, non fu una commemorazione, ma un auspicio ... Che cosa volete capire voi, vecchi e giovani saggi dei paesi dove regna la ragione, la libertà, lo spirito critico, della mistica della dittatura, della mistica della servitù? ... Quanto all'Italia fascista, responsabile prima di questo rigurgito, dopo aver provocato, sobillato, ricattato, ora paventa lo scatenarsi delle forze elementari che travolgeranno con sé l'Europa. Mussolini non è Bismark. Ama il piccolo giuoco e la vincita certa. Al momento dello scoppio lo vedremo tremare e accodarsi, come sempre, all'Inghilterra...» (Carlo Rosselli, dall'articolo «La guerra che torna)), pubblicato subito dopo l'avvento al potere di Hitler). E invece questo «grande statista» pensò che stava vincendo Hitler, si accodò a lui, accettò l'Olocausto, non "scia spezzare le reni alla Grecia e, da pusillanime untitaliano senza dignità, scappò al momento della sconfitta travestito da soldato tedesco. I1 Parlamento Europeo, chiamato a votare il 4 maggio sulle ratifiche per le adesioni di Austria, Finlandia, Norvegia e Svezia, su questo tema, anche grazie al Trattato di Maastricht, h a avuto una voce abbastanza importante d a esprimere. I1 Parlamento Europeo si trova i n una situazione abbastanza difficile perché, come sapete, il Consiglio dell'unione h a concluso i negoziati di adesione con questi quattro paesi. I quattro trattati d i adesione sono stati parafati dai rappresentanti dei governi dei dodici paesi che compongono 1'Unione più i quattro paesi i n procinto di entrarvi e sono considerati evidentemente come intoccabili, cioè come trattati d i fronte ai quali qualunque parlamento, sia il Parlament o europeo sia i parlamenti nazionali o anche le popolazioni, nei casi i n cui saranno le popolazioni a d essere chiamate a d esprimersi attraverso u n referendum, devono dire soltanto di si o di no. Accanto a questi quattro trattati di adesion e c'è il compromesso d i Ioannina che è il testo i n base al quale si dice che, nonostante quello che ci sta scritto nel trattato per quant o riguarda le procedure di decisione del Consiglio, i governi fra di loro dicono c h e le procedure d i decisione del Consiglio saranno diverse d a quelle che sono scritte nei trattati d i adesione, cioè che si continuerà a discutere, praticamente con la stessa formula del compromesso di Strasburgo, fino al momento i n cui tra i governi si raggiungerà u n accordo. «Dans u n delai raisonnable)), all'interno di u n termine di tempo ragionevole, e per quanto riguarda il significato di ragionevolezza è tutt o d a discutere. I1 testo d i Ioannina, c h e inizialmente la presidenza greca aveva considerato come u n a semplice dichiarazione, su richiesta degli in* Membro della Direzione nazionale dell'AICCRE. Vicepresidente nazionale del MFE. glesi e degli spagnoli è stato trasformato in una decisione pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità, dando quindi a questa decisione un peso giuridico oltre che politico ben maggiore di quello a cui pensava la Presidenza greca. I1 Parlamento Europeo si trova ora in una situazione ben difficile, perché da una parte essendo questi trattati conclusi dire di no significa dire di no all'entrata nell'unione dell'Austria, della Finlandia, della Svezia e della Norvegia, e quindi assumersi evidentemente una responsabilità politica abbastanza difficile: quella di lasciar fuori dalla porta quattro paesi che chiedono da tempo insistentemente di poter entrare nell'unione europea; ma d'altra parte dire di sì significa accettare una prospettiva di sicura diluizione del processo di integrazione comunitaria, perché non soltanto c'è il compromesso di Ioannina ma perché si sa che questi paesi entrano nell'unione europea con lo stesso atteggiamento che essi hanno all'interno del Consiglio d'Europa, cioè con un atteggiamento di vivere all'interno di un'organizzazione internazionale nella quale vige il principio della sovranità nazionale e non il principio della sovranazionalità. Credo che hanno ragione coloro, come ad esempio il presidente internazionale del Movimento europeo Giscard, i quali dicono che in questo momento ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di imporre ai governi di aprire una discussione sul modello di Unione, perché questa discussione non c'è stata quando si è fatto il Trattato di Maastricht e non c'è stata quando si sono fatti i trattati di adesione. Io credo che in questo momento l'unico organo che ha questo potere è il Parlamento Eiiropeo, perché ha in mano lo strumento del parere conforme, per imporre ai governi, alle forze politiche, alle istituzioni e ai parlamenti nazionali l'apertura di una discussione sul modello di Unione verso la fine del secolo, sul modello di Unione verso il Duemila. Ora se il Parlamento Europeo sarà capace non dico di respingere i trattati di adesione (questo nessuno lo vuole) ma di posticipare il voto sui trattati di adesione rinviandolo al prossimo Parlamento Europeo, il quale dovrà evidentemente approfondire la materia molto di più di quello che ha potuto questo Parlamento uscente. Io sono convinto che questo avrà l'effetto positivo, questo shock di imporre ai governi di aprire una discussione al loro interno. Cosa che i governi non hanno potuto fare. I1 Trattato di Maastricht è stato elaborato dai 12 governi con l'idea di elaborare un pro- -. som ma rio 7 8 10 12 13 14 3 4 getto di Unione per i 12: non c'era per niente l'idea di creare un trattato aperto ad altre adesioni. I1 Trattato di Maastricht è stato negoziato nel periodo di tempo fra il dicembre del 1990 e il dicembre 1991, concepito per la Comunità dei dodici. Era convinzione comune dei dodici rappresentanti che negoziavano il Trattato di Maastricht che due scadenze fondamentali dell'unione, cioè quella del 1996 da una parte (la revisione del 1996), e ancor di più la scadenza della realizzazione dell'unione economica e monetaria del 1997 o al più tardi del 1999, erano due scadenze per i dodici e che si pensava fra i Dodici che i quattro paesi ricchi dell'Europa del Nord e i paesi dell'Europa dell'Est si sarebbero accontentati dello Spazio economico europeo (SEE) da una parte e degli accordi di associazione dall'altra, e che quindi i primi negoziati di adesione sarebbero iniziati soltanto alla fine del secolo o all'inizio del prossimo secolo. Ora nel giro di pochi mesi la situazione è rapidamente cambiata: di fronte al no dei danesi al Trattato di Maastricht, la diplomazia britannica (che è la diplomazia più intelligente fra i dodici paesi della Comunità) ha messo immediatamente in piedi un'azione molto abile di pressione su tutti i governi, in modo tale che nel Consiglio europeo di Lisbona del giugno 1992 le carte in tavola sono state cambiate, cioè si è detto: iniziamo da subito i negoziati di adesione con l'Austria, la Svezia, la Finlandia e la Norvegia in modo tale che questi negoziati si concludano entro il 3 1 dicembre 1993, per consentire loro di entrare a far parte dell'unione nel gennaio 1995 e di partecipare a pieno titolo alla preparazione della Conferenza intergovernativa del 1996. Questo cambiamento radicale delle carte in tavola pone evidentemente dei grossi problemi, perché gli stessi governi che hanno negoziato e sottoscritto il Trattato di Maastricht sono coscienti che la struttura istituzionale concepita per una Unione a dodici (che tra l'altro è la stessa struttura istituzionale dei Trattati di Romadel 1957 fatta per una comunità a sei) non è assolutamente adeguata per sopportare nè il peso di una Comunità a sedici nè tanto meno il peso di una Comunità a 20 o a 25. I1 Parlamento Europeo nel corso di tutta questa legislatura ha approvato un pacchetto di risoluzioni (almeno 15), nelle quali costantemente ha detto: «...noi non possiamo accettare un allargamento della Comunità senza l'approfondimento..». Con coerenza ha approvato tutte queste risoluzioni. Non è ammissibile che questo Parlamento che ha approvato tutte queste risoluzioni con coeren- za, in una situazione immutata o anzi se è mutata è mutata in peggio a causa del compromesso di Ioannina, accetti l'allargamento della Comunità senza che ci sia stato nessun segnale da parte dei governi relativo alla loro disponibilità a cambiare il quadro istituzionale. Allora in questo senso io credo che opportunamente il documento che ci è sottoposto, a noi membri del Consiglio nazionale delI'AICCRE, e che è il documento del 4 marzo, giustamente richiama la formula di Mitterrand dell'idea che la prossima tappa dell'Unione deve essere fatta in senso federale e deve essere fatta «fra coloro che lo vorranno». Questo è il punto centrale: se noi non facciamo accettare l'idea che la prossima Conferenza intergovernativa del 1996 si concluda a maggioranza e non all'unanimità rischiamo di avere una situazione ben peggiore di quella attuale, cioè della diluizione della Comunità. Ora questo è raggiungibile, questo obiettivo di un'unione federale fra quelli che lo vorranno, a condizione che si accompagni all'altra richiesta: l'idea che la prossima revisione della Costituzione europea, perché il Trattato di Maastricht è la nostra Costituzione, sia fatta con il metodo con il quale normalmente vengono modificate le costituzioni. Questo metodo comincia ad essere contestato e anche in Italia si comincia ad immaginare che la Costituzione italiana possa essere modificata con un sistema, diciamo così, da costituzione «octroyée», cioè concessa dall'alto e senza metodo democratico. Questo è un punto essenziale: noi non possiamo accettare l'idea che una Costituzione possa essere modificato senza una procedura democratica; procedura democratica*vuole dire che devono essere le forze politiche all'interno dell'Assemblea parlamentare che devono assumersi il compito di elaborare delle modifiche e di sottoporle all'approvazione dei partecipanti alla Comunità degli Stati o all'interno dello Stato. Ora questo è il punto essenziale, io credo, sul quale noi dobbiamo attirare l'attenzione delle forze politiche e per far questo c'è l'ultimo elemento, cioè la capacità di inviare nel prossimo Parlamento Europeo dei deputati che abbiano cultura e consapevolezza della loro legittimità costituente. Nel Parlamento che si sta chiudendo questa cultura non c'era, e questa è una delle ragioni per le quali il Parlamento Europeo ha concluso la legislatura mettendo il rapporto Herman in un allegato perché non c'era nè cultura, nè consapevolezza della propria legittimità costituente. Alle urne europee da cittadini europei Il federalismo, in concreto, oggi, di Umberto Serafini L'Europa dei Comuni L'Unione europea e le autonomie locali, di Pasqua1 Maragall ~roblematicheurbane e ~ianificazioneterritoriale, di Girolamo Ielo Una Unione più democratica e solidale Un appello alla convivenza pacifica Vivere in città nel19Europadi domani, di Ugo Mazza APRILE 1994 la posizione dell'AICCRE per l'elezione del Parlamento di Strasburgo Alle urne europee da cittadini europei I1 Consiglio nazionale dell'AICCRE, riunito a Roma il 28 aprile scorso, ha approvato la seguente Dichiarazione politica che proponiamo di far dibattere e approvare dai Consigli degli Enti aderenti e simpatizzanti della nostra Associazione. Elezioni nazionali ed elezioni europee centi elezioni legislative nazionali e le loro ripercussioni sono destinate a focalizzare a lungo, inevitabilmente, l'attenzione della pub-, blica opinione e delle forze politiche, economiche, sociali e culturali. Un altro appuntamento essenziale è alle porte, quello delle elezioni del Parlamento europeo, previste il 12 giugno prossimo, certamente di non minore rilevanza. I1 nostro paese è profondamente inserito nell'Europa, non è concepibile un mercato italiano fuori da quello europeo, non è possibile una politica italiana separata da quella della Unione europea, lo sviluppo della nostra democrazia e le stesse grandi riforme di cui essa ha bisogno non possono prescindere dall'evoluzione dell'ordinamento politicoistituzionale europeo. Il ruolo fondamentale del Parlamento europeo I1 Parlamento europeo che sarà espresso dalle prossime elezioni di giugno avrà compiti essenziali per il futuro dell'Europa e, quindi, anche del nostro paese. Dovrà procedere alla revisione, prevista nel 1996 (che è ormai alle porte), del Trattato di Maastricht - che non può essere abbandonato ai soli governi nazionali - per rafforzarne le potenzialità politiche e la coerenza democratica (ancora insufficiente) e portare l'Unione europea verso una vera Federazione, dotata di una politica comune delle riserve e finalmente di una moneta unica, capace di assicurare una effettiva coesione ed uno sviluppo territorialmente equilibrato, in grado di esprimere un modello di sviluppo economico e sociale che affronti efficacemente la drammatica, estesa disoccupazione, i nodi della crisi attuale, di natura strutturale e non solo congiunturale, e di dare all'Europa, particolarmente con la ricerca scientifica e tecnologica e le sue - ricchezze immateriali -,una nuova strategia di solidarietà economica e sociale. Le elezioni per il Parlamento europeo non sono un secondo turno dello scontro politico nazionale, alla ricerca di conferme o di rivincite, ma un'indispensabile, ulteriore fase per dare all'Italia una nuova spinta morale e politica. Il Libro bianco (Piano Delors) Questi temi dovranno costituire l'irrinunciabile componente del dibattito e del confronto pre-elettorale europeo. Di esso è espressione il Libro bianco (Piano Delors), APRILE 1994 - col suo carattere di progetto di crescita comune dell'unione, vista sia come moltiplicatore anche delle capacità nazionali, sia come stimolo al recupero di una maggiore competitività, di occupazione generalizzata e di strumento per evitare la lenta emarginazione degli europei dal sistema produttivo del resto del mondo; l'Unione dovrà dare una risposta adeguata alle giuste inquietudini giovanili e dar vita ad un sistema di rapporti sociali per i quali valga la pena lottare. Superamento dell'attuale metodo intergovernativo Ma al raggiungimento di tali necessari obiettivi, ai quali va aggiunto quello della sicurezza che solo un'Europa unita, credibile ed esemplare, può contribuire a creare, anche con una politica estera comune, in un quadro di cooperazione internazionale e di sicurezza, di stabilità e di pace, non basta certo l'attuale metodo intergovernativo europeo che esprime ancora un'Europa disunita. Senza un vero - governo europeo -, democratico, nel contesto di un federalismo sovranazionale, senza una Carta Costituzionale europea democraticamente adottata, né i risultati economici e sociali predetti, né un adeguato ruolo internazionale dell'Europa in favore della pace, di un sistematico ed efficace intervento umanitario, di uno sviluppo dei popoli più deboli, potranno essere realizzati. Unità europea ed autonomie Una Federazione europea esclude ogni visione di un'Europa centralizzata, monolitica, burocratizzata, arbitra da Bruxelles del futuro della nostra società. L'applicazione, positiva ed integrale, in senso federalista, del principio di sussidiarietà iscritto nel Trattato di Maastricht, è la condizione essenziale per garantire una ripartizione efficace delle competenze, una partecipazione ed un controllo democratico a livello locale, regionale, nazionale ed europeo. In particolare, una Federazione europea presuppone un ruolo riconosciuto ed operativo delle autonomie locali e regionali di cui il Comitato delle Regioni e degli Enti locali di recente insediamento può costituire un primo importante passo verso la partecipazione politica di dette autonomie alla integrazione europea. All'AICCRE per le sue finalità statutarie, la sua struttura operativa e la sua lunga e coerente esperienza europea nel campo delle autonomie territoriali, è stato già riconosciuto un ruolo particolare di sostegno in termini politici e di contenuti dell'attività dei membri della delegazione italiana in detto Comitato. Nel nuovo assetto costituzionale della Federazione europea, la trasformazione dall'attuale Consiglio in una seconda Camera, accanto al Parlamento europeo eletto dotato di poteri legislativi e di controllo, po- trebbe assicurare la rappresentanza degli Stati intesi come ordinamento complesso comprensivo quindi di ogni livello istituzionale (e quindi anche delle autonomie territoriali) in cui lo Stato-comunità è articolato. L'allargamento dell1Unione Lo stesso allargamento dell'unione europea ad altri paesi democratici, fermo restando che esso è auspicabile ed è la prova del forte potere di attrazione verso l'esterno del processo di integrazione europea, non deve assolutamente contribuire alla sua diluizione in una semplice zona di libero scambio: esso deve invece essere sostenuto, in tutte le fasi, comprese quelle di ratifica da parte del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, da una forte volontà politica capace di garantire che l'allargamento si accompagni sempre al rafforzamento politico e istituzionale dell'Unione, nella fedeltà e nel sostegno alla sua vocazione federale. L'allargamento già chiesto da alcuni paesi scandinavi e dall'Austria non deve avere effetti pregiudiziali per i paesi dell'Europa Centrale e Orientale, in attesa anch'essi di aderire all'unione europea e ai quali quest'ultima deve assicurare tutto il sostegno e un adeguato rafforzamento delle loro strutture economiche per poter consentire nelle migliori condizioni il loro ingresso nell'unione. La Carta costituzionale dell'unione e la responsabilità degli elettori europei Di qui nasce la responsabilità degli elettori chiamati a votare per un Parlamento europeo coraggioso e determinato nel suo ruolo democratico e di creatività politica. I1 nuovo Parlamento, rotto ogni indugio, dovrà impegnarsi a redigere la Carta costituzionale dell'unione nella quale gli enti locali e regionali potranno trovare, tra l'altro, un sicuro punto di riferimento al principio di sussidiarietà sopra ricordato. Del resto l'esigenza di dare una Costituzione all'Europa unita è stata riaffermata a grande maggioranza dal popolo italiano nel 1989 con un apposito referendum. Nessuno degli Stati membri, ancora esitante, potrà impedire ad una maggioranza di partners di progredire verso la creazione di una Federazione anche senza di esso. La scelta dei candidati al Parlamento europeo dovrà essere severa: purtroppo il mantenimento - per incuria o disattenzione del precedente Parlamento nazionale - del vecchio sistema per le elezioni europee con la sua articolazione in 5 amplissime circoscrizioni pluriregionali, rende meno immediato il rapporto di investitura e il controllo popolare degli eletti. A tutte le formazioni politiche è richiesto un rigoroso e coerente impegno nella elaborazione di programmi e nella scelta di (segue a pag. 131 COMUNI D'EUROPA ,,_ Il federalismo, in concreto, oggi di Umberto Serafini I1 Consiglio dei Comuni (e delle Regioni) d'Europa ha avuto, dalla fondazione, come scopo fondamentale la creazione della Federazione europea basata sulle autonomie (territoriali): si badi al rapporto tra Federazione sovranazionale e autonomie. I1 suo Statuto e in questo l'Associazione è stata quasi sola in Europa, sopravanzando la stessa Union européenne des fédéralistes - determina una struttura associativa essa stessa sovranazionale e ha sempre vietato mandati imperativi delle Sezioni nazionali (cioè il voto degli organi europei doveva e deve essere «individuale»): dunque il CC[R]E è stato ed è una associazione federalista che combatte per la Federazione, partendo da una sua struttura federale e, almeno in teoria, autonoma dai governi e dai partiti nazionali. Ovviamente, di fatto, ha più di una volta prevalso un orientamento «nazionale» di una sua Sezione: ma alla distanza gli effetti della sua struttura si sono fatti sentire. I cinque promotori del C C E - ossia coloro che hanno organizzato la sua assemblea costitutiva - erano tutti federalisti. Adolf Gasser, di Basilea, aveva partecipato nel 1934 alla creazione di una associazione svizzera per la Federazione europea, che aveva contribuito subito a ospitare i primi esuli democratici dalla Germania hitleriana, dai quali era stata poi lanciata l'Europa Union Deutcblands: Gasser aveva successivamente composto (1943) il classico «Gemeindefreiheit als Rettung Europas« (integrato nell'edizione francese del 1946: «L'autonomie communale et la reconstruction d e 1'Europe - principes d'une interprétation éthique d e l'histoire»). Alida d e Jager era una ebrea tedesca d i Amburgo, sindacalista, esule - dopo l'avvento d i Hitler al potere - prima in Olanda e poi in Svizzera: federalista europea, ma con forti interessi mondialisti, e particolarmente attenta ai fatti indiani: con lei si esaminava spesso il federalismo indiano in costruzione (in queste occasioni io riandavo agli studi del Coupland - nel Nuffield Report on tbe Constitutional Problem in India, 1942 - e alle proposte per un regime federale nell'lndia avviata all'indipendenza). Ladebeck, Borgomastro di Bielefeld, rientrava nella schiera dei sindaci socialdemocratici che non condividevano le convinzioni del segretario della SPD, Schumaker, cioè «la unificazione europea (occidentale) è alternativa alla riunificazione tedesca, che deve essere il nostro primo obiettivo»: gli «europeisti» erano il Borgomastro d i Berlino, Reuter, di Amburgo, Brauer, di Brema, Keysen, e i1 giovane leader della Europa Union, Roser, Borgomastro d i Esslingen e relatore agli Stati generali del C C E a Venezia, nel 1954 (il sottoscritto, relatore politico agli Stati generali d i Francoforte, nel 1956, sconfisse definitivamente la tesi d i Schumaker, col pieno appoggio di tutta la delegazione tedesca, lanciando per primo la prospettiva di una Ostpolitik europea: era il tempo di Kruscev e dell'economista sovietivo Arzumanian, COMUNI D'EUROPA che affermava che un mercato comune europeo sarebbe un evento fisiologico e non un prodotto provocatorio della NATO; il sottoscritto prevedeva - mi si conceda di affermarlo - come inevitabile, prima o poi, la comparsa di un Gorbacev con tutto il resto). Jean Bareth, proveniente dal movimento francese d i La Fédération, vòlto al federalismo interno, si professava apertamente proudhoniano, ma partecipò anche, nel 1947 a Montreux, alla fondazione dell'Union européenne des fédéralistes: mentre ne La Féderation Andrè Voisin aveva posizioni conservatrici e in qualche modo ancora nazionaliste, Alexandre Marc era ne La Fédération, con Bareth, su posizioni sovranazionali e fu relatore agli Stati generali del C C E a Versailles (1953). Qui occorre chiarire senza indugio il significato delle due posizioni, dei proudhoniani e degli hamiltoniani: i primi - che ripetevano le posizioni ottocentesche di Proudhon, d i Frantz, di Cattaneo - tutti antinazionalisti e assertori del federalismo sovranazionale, ritenevano essenziale, per procedere felicemente, la lotta per le autonomie territoriali e, insomma, una relativa struttura federale interna; gli altri, rifacendosi a Hamilton, il grande leader americano della Convenzione di Filadelfia e coautore - con Jay e Madison - del famoso «Federalist», volevano che si mirasse dritto alla Federazione fra gli Stati (in questo caso europei), attardandosi il meno possibile nel federalismo interno o, addirittura, integrale (cioè oltre che politicoistituzionale anche economico: un tipo di proprietà mista, federale, e d i cogestione economica nello stesso senso). Infine il sottoscritto, militante federalista dal 1935 - con uno scritto «scolastico» vivacemente polemico contro la preparazione della guerra etiopica e, data la carenza della Società delle Nazioni, a favore della battaglia immediata per gli Stati Uniti democratici d'Europa (milizia seguita subito dopo in sede teorica, alla Scuola Normale di Pisa, con uno studio contro le tesi storiografiche del pre-nazista Spengler e con una posizione avversa alla visione organicista dello Stato nazionale, che nasce fiorisce e tramonta a prescindere d a una interdipendenza continentale e planetaria). I1 mio maestro liceale era stato soprattutto Aldo Ferrari, socialista bissolatiano, che esponeva nel suo insegnamento la «Pace perpetua» di Kant, ed era altresì autore di un saggio (1914) su Giuseppe Ferrari, federalista al modo di Cattaneo, ma con un sottofondo piuttosto socialista che liberal-radicale, e di un libretto, d i grande valore pedagogico (si pensi alla data: 1923) - «La preparazione intellettuale del Risorgimento italiano» -, che considerava il nostro Risorgimento come il rientro culturale e, in sostanza, ideologico dell'Italia in Europa. Non sembrerà una contraddizione se, nella seconda metà degli anni trenta, ho anche imparato non poco da Luigi Einaudi, liberale, europeo ed autonomista («Via il Prefetto!»). Io fui incoraggiato o addirittura spinto nel 1950 a essere tra i promotori del C C E dall'hamiltoniano Altiero Spinelli e dal revisionista proudhoniano Adriano Olivetti. I n realtà non accettai la giustapposizione e «utilizzazione» reciproca delle due tendenze, ma sviluppai una teoria del sinergismo di federalismo sovranazionale e di autonomismo territoriale, in ciò trovando il pieno appoggio di don Luigi Sturzo, col quale mi incontrai nell'autunno del 1950 (poi sviluppai la teoria, nei primi anni del CCE, rifacendomi all'idea di «blocco storico» di Sorel). Parlando delle origini del CCE, non si può dimenticare il gruppo di urbanisti svizzeri (per esempio il professor Burky), che si rifacevano a Le Corbusier: e qui occorre ricordare uno degli allievi prediletti di Le Corbusier, il francese Claudius-Petit (che è stato anche ministro francese della ricostruzione), il quale fu amico del CCE (e anche mio personale: mi venne a trovare nel Canavese, dove ero consigliere nel Comune di Palazzo) e scrisse, assai prima dei Trattati di Roma, l'acuto saggio «Aménagement du territoire dans une perspective européenne». Per mostrare un intreccio culturale e politico non trascurabile alle origini del CCE si può aggiungere che, attraverso un mio scritto che si rifaceva a Ebenezer Howard (e al movimento delle città-giardino), si poteva risalire al suo maestro, lo scozzese Patrik Geddes, teorico di una politica regionale e ambientale democratica, a sfondo internazionalista e cosmopolitico. I n una introduzione alla edizione del famoso «City development» (pubblicato d a Geddes nel 1904) Peter Green scrive di lui: «His regionalism had wider connotations than the narrow separatist ideal. Scotland, for Geddes, was an entity made up of different regional units and set within a British and European framework. Nationalism without internationalism was unthinkable ...». Ebbene, l'americano Lewis Mumford, allievo di Geddes e fatto conoscere in Italia, in questo dopoguerra, dal suo editore Adriano Olivetti, partecipò - già nella parte finale delle Resistenza europea (marzo 1945) - alla prima Conferenza internazionale federalista, organizzata a Parigi d a Ursula Hirschmann (ebrea tedesca, prima moglie di Eugenio Colorni - autore della prefazione del «Manifesto di Ventotene», non firmata -) e dallo stesso Altiero Spinelli (secondo marito di Ursula): alla Conferenza parteciparono tra gli altri Albert Camus, Emmanuel Mounier, George Orwell, André Philip (quest'ultimo, nel congresso dell'Union européenne des fédéralistes del 1955 - l'anno di Bandung - affrontò il problema dei rapporti della Federazione europea col Terzo Mondo). Da ultimo ricorderemo come presente nel «circolo culturale del CCE» Edgar Milhaud, direttore storico della rivista «Les Annales de l'économie collective»: questa fu una fonte di ispirazione di un lungo impegno del CCE - che torna attuale col Progetto Delors (Libro bianco) - per la realizzazione di una autonomia economica e finanziaria degli Enti pubblici territoriali, regionali e locali, e per le varie forme di cooperazione economica sia d i base che trasnazionale. I1 «concreto» condizionato dalle irrinunciabili premesse etiche Credo che con questa premessa, con cui abbiamo a prima vista abusato della pazienza del nostro lettore, siamo riusciti a scoraggiare coloro che pensavano che, trattando del federalismo «in concreto», avremmo lasciato via libera a chi abusa, con una serie di singole, frammentarie proposte, del termine «federalismo», immaginando che esso - sia pure in diverse incarnazioni e con diversi scenari (la «piccola» Europa, il fallito Commonwealth britannico, l'Unione immediata dei Paesi democratici euro-americani - «Union now» di Clarence Streit -, la Paneuropa, l'Unione indiana, ecc. ecc.) - possa poi prescindere dalla sua logica e dalla sua etica ispiratrici. Insomma non si può ammettere la confusione tra i1 federalismo e lo sfederalismo. D'altro canto il federalismo vive anzitutto per le sue premesse generali etico-politiche, poi per i suoi aspetti tecnici. Vediamo. L'errore consiste nel partire, nominalisticamente, dal termine «federalismo» - parola mitica, di cui solo il Padreterno sa il significato profondo -, deducendone poi le conseguenze più indimostrabili. Invece il federalismo è una serie, coerente, di proposte, che potremmo definire tecniche, partendo da un complesso di convinzioni etico-politiche e anche, se vogliamo, filosofiche; insomma un quadro di civiltà, che avanza per tutto il mondo, con le sue conseguenze in Europa e particolarmente in Italia, dove viviamo. Si parte da Hamilton (ma, se vogliamo, anche dalla Rivoluzione francese e poi da Kant) e da Proudhon, come personaggi ed eventi puramente simbolici, ma che rispondono all'idea di un salto in avanti nelle forme della convivenza umana. I1 federalismo non è nato in un giorno ma, nei più diversi scenari, si è maturato con estrema coerenza. Con una sintesi - ma le sintesi sono spesso pericolose - si potrebbe dire che esso è il contrario del pensiero del più grande filosofo della Restaurazione romantica del secolo XIX - del più lucido reazionario padre lontano del nazionalismo, dell'imperialismo, del fascismo e del nazismo -, Hegel: sottilmente progenitore di questa perfezionata «civiltà della giungla», più scopertamente difesa dai successivi pensatori dell'irrazionalismo, ma anche dagli hegeliani capovolti (i marxisti: si rilegga la prefazione polemica del «socialista» Colorni al Manifesto di Ventotene). Hegel giustifica la guerra, la successiva prevalenza di «popoli dominanti», lo Stato «organico» e il corporativismo, il centralismo autoritario: il tutto con una architettura seducente, velata da un vago liberalismo «da gran signore» (si veda, per i principianti, il lucido, recente libretto di Giuseppe Bedeschi su «I1 pensiero politico di Hegel»). Si sarebbe tentati di far nostra la malevola definizione data da Schopenhauer, in una celebre intervista, di Hegel: «un ciarlaAPRILE 1994 tano». Chi non capisce questo - cioè l'impostazione durissima (gli antagonisti si sforzano di osteggiarla come «illuministica», che può significare tutto e il suo contrario) del federalismo -, non capisce nulla della materia, che stiamo trattando. I1 pacifismo è una buona intenzione, ma può riservare mille trabocchetti: ne indicò alcuni, a metà dell'ottocento, lo storico inglese Seeley, parlando a una associazione di pacifisti. I1 federalismo spiega come la lotta per il diritro - non quella dei giuspositivisti - è al servizio del pacifismo: alla guerra intesa ancora come «giudizio di Dio» - e, insomma, al progresso affidato alla violenza «che decide» - si sostituisce la civiltà «pattizia» Voedus = patto, covenant), con le sue istituzioni. Insomma in prima istanza il federalismo, riprendendo una felice espressione d i Gorbacev, si può anche definire come la «democrazia dell'interdipendenza planetaria». Si badi: non si tratta dunque di una pace purchessia, magari simile alla morte, ma della pace come conclusione del regno del diritto, pertanto una pace per uomini con diritti e doveri, di uomini che si considerano reciprocamente come fini e non come strumenti (del proprio egoismo, dell'obiettivo puro e semplice della potenza, ecc.). Dunque col federalismo, mentre si mira al governo mondiale, si vuole garantire che questo governo non si appoggi a un potere assoluto - cioè sciolto da ogni controllo, da ogni garanzia, da ogni contrappeso -. Un timore in questo senso è presente anche in Kant, ma la raffigurazione più sarcastica di quello che può divenire una dittatura mondiale la si deve a Aldous Huxley: egli nel romanzo politico «Il mondo nuovo» (1932) rappresenta una oligarchia mondiale, che si regge su una popolazione planetaria dovuta a una ~clonazioneumana nazista (o stalinista)» - clonazione immaginata con una preveggenza incredibile (nella favola si chiama «processo Bokanowsky») -. O r a i livelli inferiori di democrazia sono insieme una garanzia (o contrappeso), ma anche uno strumento per la manifestazione della diversità e la ricchezza spirituale degli uomini - la nazione, le regioni, i gruppi religiosi, linguistici, culturali, ecc. -, nonché il modo di poter partecipare e partecipare creativamente alla grande piramide della federazione planetaria: quindi si evita il «villaggio globale» nel suo significato di passività ultima e definitiva, in cui tutto si percepisce, tutto si conosce, senza poterlo modificare - con l'aggravante di meccanismi di comunicazione così complessi, costosi, sofisticati e irraggiungibili, che generano la cosiddetta «egemonia tecnetronica» -. Ma anche qui, attenzione: a loro volta i livelli più vicini alla base democratica non debbono trasformarsi in camicie di Nesso; la pace mondiale è un'aspirazione al servizio della minoranza delle minoranze, la singola persona umana. Già dal poco fin qui detto si intuisce agevolmente cosa può rientrare nella «rivoluzione federalista» e cosa ne rimane non solo fuori, ma anche, se gabellata come federalismo, ne è in realtà una antagonista. Ci limitiamo a citare la famosa «secessione», che molti interpretano come un diritto «federale». Ebbe- ne, qui c'è una chiara confusione, poichè si confonde la secessione con quello che potremmo chiamare, con Diderot, «diritto all'insurrezione»: cioè il diritto di ribellarsi a un falso federalismo, antidemocratico e imposto dall'alto, come a qualsiasi regime totalitario e basato sulla forza (meglio: sulla violenza, poiché anche il diritto si avvale della forza). La secessione come tale è illecita - nella autentica concezione federalista - perché interrompe arbitrariamente un processo di interdipendenza umana, che si basa - per un pareggio dei costi e benefici - sul tempo, sulla durata. Mi pare di poter fare il paragone dei ragazzini che giuocano a pallone in un prato di periferia, senza arbitro: spesso una squadra più prepotente segnato un goal vuole smettere, andarsene via e non lasciare all'avversaria il tempo per un eventuale pareggio. Ma c'è d i più: pareggio o non pareggio, nel concetto di «secessione» - e non di struttura democratica più articolata - c'è un latente razzismo, l'idea di altri gruppi come «alieni», al di fuori del mondo del foedus. Non solo gli altri individui, ma anche gli altri gruppi - di fede o di storia diversa - vanno veduti come «fini», direbbe Kant, rispettati e amati. Naturalmente - lo si capisce subito - il federalismo non si regge su una semplice costruzione giuridica, ma richiede una scelta etica preliminare e un adeguamento di tutta la struttura sociale, dell'intera sostanza sociale e, quindi, delle stesse scienze che la studiano e in qualche modo cercano di orientarla. Alla base dunque del federalismo ci sono tutte le religioni, in quanto accettano l'ecumenismo e quindi la non-violenza e la civiltà pattizia, o tutte le filosofie che celebrano l'altruismo, anzi l'esigenza del prossimo - di ogni prossimo - come colui che arricchisce la nostra esperienza: il federalismo è la proposta di una definitiva civiltà che bandisce la «violenza legale» e quindi rappresenta una sfida al presente. I1 federalismo si propone allora - rubiamo l'espressione d i un'altra ideologia (e di questa acquisisce il pathos) d i «cambiare il mondo». I1 federalismo investe quindi tutti i livelli di vita, non è una «evasione planetaria», ma un impegno quotidiano - per dirla come molti pacifisti - dal quartiere (potremmo dire: dalla propria casa) a tutto il mondo. En passant sottolineiamo l'evidenza, che cioè esso non ammette la sovranità nazionale illimitata o la regione «chiusa» (ecco perché diviene un'aberrazione il culto della «regione monoetnica», di alcuni cosiddetti federalisti, che non hanno capito niente). Naturalmente contro il federalismo è quel complesso di filosofie che celebrano la maieutica della violenza: filosofie di cui fascismo e nazismo sono gli escrementi (e Giovanni Gentile un falsario di lusso, traditore di se stesso e vile allo scoppio della campagna razziale nel 1938). I1 federalismo investe tutti i campi dell'attività umana, di cui disegna il quadro etico-politico. Esso, per cominciare, esige il rispetto della Natura, perché si preoccupa della casa dei nostri figli e di quel prossimo che è rappresentato dalle future generazioni umane: in questo senso vanno affrontati i famosi «limiti allo sviluppo» (che riguarCOMUNI D'EUROPA dano tutto il mondo ma anche ogni singolo territorio regionale). I1 federalismo è senza dubbio una «ideologia» libertaria; ammette, anzi richiede in economia il mercato, come referendum perpetuo fra i cittadini consumatori: ma si rende conto dei limiti del referendum, che in questo caso può essere la scelta fra solo proposte «condizionate)), e pertanto si deve accompagnare per quanto riguarda la domanda - a una informazione «incondizionata», cioè democratica e non affidata a «lorsignori», mentre per l'offerta non accetta il dominio - riprendiamo l'espressione d i Galbraith - delle giant corporations e vuole libero campo per la creatività. Sempre nel campo economico-sociale esso richiede la «giustizia», non ammette l'abbandono dei «meno sviluppati»: in parole povere richiede imperiosamente un «nuovo ordine» internazionale (oltre che nazionale) e la parità per tutti delle «occasioni» o «possibilità» d i sviluppo. Ma c'è di più: il federalismo esige, guardando avanti, che si analizzino i pregi ma anche i difetti della competitività: l'umanità non deve produrre «il più possibile», ma il meglio possibile, poiché la tecnologia offre la produzione di tutto il necessario, ma non garantisce la produzione del «meglio possibile», cioè dei beni «immateriali» della cultura, mentre sul campo la produzione è sovente vòlta agli strumenti di guerra e di violenza e all'intasamento del Pianeta con beni inutili (all'uomo come tale). I1 problema non è produrre sempre di più - con l'idolatria statistica del consumatore come che sia -, ma produrre quello che serve: e qui si pone la questione dei «limiti del mercato» (ci dispiace per i liberisti acritici). Va da sé, circa il commercio internazionale, il bando allo «scambio ineguale». Ma, passando alla politica pura, un mondo in cui si lotta contro i «confini sovrani» richiede una politica attiva e radicale di «intervento umanitario»: esso non è che un corollario di un mondo unito, che non può trascurare una polizia in difesa della legge. Ovviamente la legge, in questo caso, non può essere che quella di Nazioni Unite: esse debbono divenire rappresentative e democratiche, quindi sovraordinate ai singoli Stati. Non ci nascondiamo che qui il cammino sarà lungo e irt o d i ipocrisie, poichè l'intervento umanitario non può esser condizionato d a un imperialismo «di grandi potenze», coperto da pretese di paternalismo internazionale. Fermiamoci qui - ma la premessa era più che necessaria - e vediamo alcuni aspetti di quel che allora ne consegue per un federalismo che, partendo d a casa nostra (essa, piaccia o dispiaccia, è oggi l'Italia), deve essere quello di un'Italia che, impegnata per l'unità europea, vuole altresì esserne protagonista (il che può essere giusto e auspicabile, ma bisogna chiarire in che senso). Veniamo al federalismo «in concreto», finalmente Dalla pubblicistica corrente e anche d a larga parte della nostra opinione pubblica si tend e a ignorare che, accanto al robusto moviCOMUNI D'EUROPA mento federalista europeo - di cui divenne leader Spinelli -, nella Resistenza italiana e nelle proposte, che hanno preceduto l'Assemblea Costituente, fu presente il federalismo interno: non c'è bisogno di risalire al Risorgimento, a Cattaneo, eccetera. La «Carta di Chivasso» - sorta, all'inizio, come dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine e lanciata dopo un convegno del dicembre 1943 - è il compromesso tra i rappresentanti della Resistenza valdostana e quelli della Resistenza valdese: i primi davano la precedenza alla costruzione di una Repubblica federale italiana, da inserire in un federalismo sovranazionale, europeo, che partendo dai federalismi interni avrebbe rappresentato «la soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno storico degli irredentismb; i «valdesi» (e in primo luogo Mario Alberto Rollier, uno dei fondatori del Movimento federalista europeo e amico di Spinelli) sottolineavano la priorità del federalismo sovranazionale, irrinunciabile. Ma nel 1945 appare, concepito nell'esilio svizzero, l'«Ordine politico delle comunità» di Adriano Olivetti, un classico troppo spesso ignorato, che offre uno scrupoloso disegno di Italia federata, preoccupato non solo delle Regioni, ma della comunità di base e dell'autonomia del singolo cittadino: Olivetti, del resto, già negli anni trenta, aveva diretto una équipe autrice del singolare progetto di «piano regolatore della Vadaosta)), ove si delineava un problema divenuto oggi attualissimo e che affronta rigorosamente le esigenze ambientali -, quello della sintesi a priori di pianificazione del territorio e di sviluppo economico-sociale (i nuovi e prioritari compit i di una Regione di uno Stato federale italiano sono incisivamente illuminati, assai al di là d i una modesta e pasticciata modifica dell'articolo 117 della Costituzione). Successivamente il Movimento Comunità, nella «Dichiarazione politica Tempi nuovi metodi nuovi» degli inizi del 1953, andò assai oltre la «Carta d i Chivasso» e delineò un quadro strategico del federalismo interno, europeo e planetario, affiancandolo realisticamente a un attacco ragionato e durissimo alla nascent e partitocrazia italiana (di cui usò - o inventò? c'è solo un precedente, del 1946, dovuto alla penna di Arturo Labriola - lo stesso sostantivo «partitocrazia», ad opera del sottoscritto e d i Giuseppe Maranini, amico del Movimento). Adriano Olivetti era ben noto ai promotori europei del C C E e il Movimento Comunità esercitò un sostegno decisivo allo sviluppo della Sezione italiana i1'AICCREj. Al liberale (regionalista e radicale autonomista: abbiamo ricordato il suo «via il Prefetto!») Luigi Einaudi si deve principalmente il limpido articolo 11 della Costituzione: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolt e a tale scopo». Sul terreno delle autonomie territoriali la Costituzione tentò poi la via intermedia - fra lo Stato unitario e accentrato e lo Stato federale - dello Stato regionale, che teneva presenti la Costituzione austriaca del primo dopoguerra e la Costituzione spagnola del 193 1 e che, per quel tempo, non era certo arretrato (la. Legge fondamentale Grundgesetz -, federale, della Germania è del 1949; Spagna e Portogallo erano allora sotto regimi dittatoriali; Francia e Regno Unito non si erano ancora neanche posti il problema regionale; I'URSS rappresentava un nominale regime federale, privo di libertà e di democrazia, e la stessa conclusione vale per la Iugoslavia). Per altro sin dagli inizi I'AICCRE constatò i limiti e anche le contraddizioni di uno Stato regionale, a parte la sua stessa tardiva e incompleta realizzazione. L'attuazione delle Regioni a statuto ordinario è tardata più del decente: nel suo congresso di Forlì del 1955 1'AICCRE richiese perentoriamente questa attuazione, che tardò ancora quindici anni. Ma la stessa Regione della Costituzione era un ibrido, era confinata entro un numero chiuso di competenze, scelte in base a una concezione antiquata dello sviluppo economico e sociale, mentre non si dava ad essa adeguato il compito - che, come abbiamo detto, dovrà essere peculiare della Regione - della pianificazione del territorio, che implica il pieno rispetto della Natura: lo sviluppo economico deve fare i conti contro ogni indebita pressione «dall'alto», ma anche contro localismi, che prosperano nella diffusa speculazione - e se ne sono viste le conseguenze in tanta rovina di coste marine, d i montagne e colline, di laghi e di fiumi -. L'AICCRE fece una riflessione sull'autocritica di alcuni costituenti in relazione al numero forse eccessivo delle Regioni e soprattutto alla creazione di alcune Regioni minuscole, sotto spinte clientelari o di un discutibile etnicismo: ma ciò ci ha tenuto e ci tiene assolutamente lontani dalla creazione di 3 o 4 macroregioni, che vogliono essere in realtà dei piccoli Stati <csecessionisti» col loro inevitabile centralismo, forse più pesante di quello meno sovrastante - del grande Stato unitario. L'AICCRE ha costantemente criticato un regionalismo che non rispetti un principio fondamentale del federalismo, il principio di sussidiarietà (affidare a ciascun livello - sovranazionale, nazionale, infranazionale e infraregionale - ciò che a quel livello può avere uno svolgimento ottimale); che non si preoccupi specificamente delle autonomie infraregionali; che anzi non consideri come primo obiettivo la tutela e l'incremento della autonomia di base, il piccolo Comune o il quartiere delle aree metropolitane e, ancor prima, del soggetto politico individuale: occorre ricordare che nella «Carta europea delle libertà locali» del CCRE - lanciata nel 1953 - facemmo introdurre, Costantino Mortati e il sottoscritto, i «mezzi stabili» a disposizione del cittadino per iniziare adeguatamente la sua vita civile e politica prepartitica. Quanto alla dimensione della Regione ci rifacemmo, appunto, al principio di sussidiarietà: prescindendo da qualsiasi apriorismo, essa deve corrispondere alla misura ottimale in funzio(segue a pag. 1S) APRILE 1994 prima Conferenza Parlamento europeo/Enti locali L'Europa dei Comuni Pubblichiamo a pagina 12 la Dichiarazione politica adottata al termine della prima Conferenza Parlamento europeolEnti locali svoltasi a Bruxelles nei giorni 6-8 aprile, promossa dallo stesso Parlamento che aveva riconosciuto al CCRE un ruolo essenziale nella preparazione detell'iniziativa. Non sono necessari molti commenti a questo documento, che costituisce una puntuale e fedele espressione dei lavori che hanno visto confrontarsi, in un dialogo setrato, europarlamentari e rappresentanti eletti di comuni e province in paesi membri delllUnione su alcuni dei temi fondamentali per l'avvenire del processo di integrazione europea e delle autonomie territoriali. I due poli della Conferenza - Parlamento europeolEnti locali - sono infatti entrambi espressione,sia pure a livelli diversi, della democrazia elettiva e costituiscono colonne portanti del processo di integrazione tante volte criticato, a ragione, per essere ancora affetto da un note- vole e pericoloso «deficit democratico». La Conferenza è stata quindi una riaflemzazione della necessità che essi operino concordemente nel senso di un rafiorzamento dei rispettivi ruoli, con una pizì vigorosa moderna autonomia per gli Enti locali e con un potere costituente coraggiosamente perseguito e conquistato dal Parlamento europeo che sarà eletto in giugno: un nuovo Parlamento capace di superare le esitazioni e le incomprensibili timidezze della precedente legislatura ed animato dalla femza volontà di trasfomzare, democraticamente, l'attuale Unione europea in una vera Federazione. Impegno tanto pizì urgente ed ineludibile di fronte ai fondati rischi di diluizione politica dell'Unione, a seguito dell'ingresso di nuovi paesi che non hanno mai nascosto le loro propensioni per un grande mercato e per una zona di libero scambio piuttosto che per un consolidamento politico della costruzione europea. G.M. I1 Parlamento Europeo, su iniziativa della sua commissione per la politica regionale, l'assetto territoriale e le relazioni con i poteri regionali e locali, ha organizzato a Bruxelles, dal 6 a11'8 aprile 1994, la prima Conferenza Parlamento europeolPoteri locali dell'unione europea. Questa Conferenza ha fatto seguito alla seconda Conferenza Parlamento europeolRegioni della Comunità, svoltasi nel novembre 1991, che aveva preso posizione a favore della creazione del Comitato delle Regioni. I Comuni non avevano partecipato a tale Conferenza, e si era allora previsto di organizzarne una esclusivamente con tali collettività specifiche prima della fine dell'attuale legislatura. La Conferenza ha permesso di sviluppare più strette relazioni con i Poteri comunali dell'unione europea e di contribuire all'approfondimento dell'analisi dei loro problemi, nonché alla riflessione sulle politiche da attuare per risolverli. La Conferenza ha inteso: a) da un lato, rispondere alle critiche sollevate in occasione della discussione sul Trattato di Maastricht con particolare riferimento alla carenza di informazione e al «deficit democratico» della costruzione europea, organizzando un contatto tra il Parlamento europeo e i Comuni che rappresentano il livello di potere più prossimo ai cittadini; b) d'altra parte, stimolare l'impegno di questi poteri locali in occasione della campagna per le elezioni europee del 1994 allo scopo di ottenere la più ampia partecipazione possibile dei loro amministrati, conferendo così al Parlamento la massima legittimazione democratica. L'Ufficio di presidenza ampliato del Parlamento europeo, chiamato a pronunciarsi sull'organizzazione di questa Conferenza, ha riconosciuto il ruolo essenziale svolto dal Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa (CCRE), segnatamente in quanto rappresentante dei Comuni d'Europa. Esso ha quindi giudicato opportuno sollecitare la partecipazione del CCRE alla preparazione della Conferenza, in stretta concertazione con le varie associazioni nazionali di Comuni, e più specificamente per la costituzione delle delegazioni nazionali di eletti comunali e l'elaborazione di pareri in forma di emendamenti alle relazioni redatte dalla commissione per la politica regionale del Parlamento europeo sui vari temi della Conferenza. Le delegazioni nazionali erano composte da rappresentanti direttamente eletti dai Consigli comunali, e hanno risposto ad una esigenza geografica e politica di equilibrio, comprendendo inoltre un numero appropriato di comuni piccoli, medi, grandi e molto grandi. I1 numero dei rappresentanti comunali di ciascun paese è stato fissato ispirandosi alla ripartizione dei seggi nell'ambito del Parlamento europeo (Belgio: 12 - Danimarca: 8 - Germania: 49 - Grecia: 12 - Spagna: 32 - Francia: 43 - Irlanda: 7 - Italia: 43 - Lussemburgo: 3 - Paesi Bassi: 15 - Portogallo: 12 - Regno Unito: 43). A seguito di un'audizione dell'ufficio di presidenza del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa, la commissione per la politica regionale del Parlamento europeo ha adottato 9 relazioni o corelazioni sui vari temi della Conferenza. Tali relazioni e corelazioni sono state trasmesse al CCRE all'inizio di agosto 1993 affinché le associazioni nazio- APRILE 1994 nali rappresentative dei Comuni, operanti nell'ambito del CCRE, avessero la possibilità di esprimere la propria volontà politica nella forma di emendamenti a queste relazioni e corelazioni della commissione per la politica regionale. Questo insieme (relazioni, corelazioni, emendamenti) è stato la base per gli scambi di opinione nell'ambito dei quattro gruppi di lavoro previsti nel contesto della Conferenza Parlamento europeo/Poteri locali. Le conclusioni dei gruppi di lavoro sono state successivamente adottate dall'Assemblea plenaria della Conferenza, così come una dichiarazione finale della Conferenza. I lavori sono stati aperti dalle allocuzioni delle personalità invitate, tra le quali: Egon Klepsch, Presidente del Parlamento europeo, Bruce Millan, Commissario incaricato delle politiche regionali, Pasqua1 Maragall, Presidente del CCRE e Sindaco di Barcellona, Antoni Gutierrez Diaz, Presidente della commissione per la politica regionale, l'assetto territoriale e le relazioni con i poteri regionali e locali. Sono intervenuti successivamente gli eletti comunali, portavoce delle delegazioni nazionali dei Comuni degli Stati membri dell'Unione. La prima giornata di lavori si è chiusa con gli interventi dei membri del Parlamento europeo. I1 7 aprile si sono riuniti simultaneamente i quattro gruppi di lavoro. Il primo di essi, svoltosi sotto la presidenza di Wayne David, aveva per oggetto: «L'Unione europea e l'autonomia locale)) ed ha visto la relazione di Victor Manuel Arbeloa Muru su: «I Poteri locali nella costruzione politica ed istituzionale dell'unione europea: il principio di sussidiarietà ed il Comitato delle Regioni». I1 parere del CCRE è stato presentato dal Presidente Maragall. La co-relazione sull'autonomia locale, presentata da Jaak Vandemeulebroucke verteva su: «L'autonomia locale: rappresentanza dei cittadini e forme di governo locale negli Stati membri». Norbert Burger, Sindaco di Colonia, ha presentato il parere del CCRE. I1 secondo gruppo di lavoro, presieduto da John Cushnahan, verteva su: «I cittadini, i poteri locali e gli strumenti di partecipazione». La relazione su: «Cittadinanza europea, le elezioni europee e gli altri strumenti di partecipazione» è stata svolta da Frédéric Rosmini. I1 parere del CCRE è stato illustrato invece da Helene Lund, Consigliere del Comune di Farum. La co-relazione su: «I Poteri locali ed il rispetto dei diritti dell'uomo: lotta al17emargi(segue a pag. 13) prima Conferenza Parlamento europeo/Enti locali L'Unione europea e le autonomie locali di Pasqual Maragall * Le difficoltà e le avversioni opposte, in maniera pressoché inattesa, alla ratifica del Trattato di Maastricht dimostrano in particolare il pericolo di non coinvolgere gli enti locali e regionali nel processo decisionale comunitario, poiché è tramite essi che si costruisce l'Europa del cittadino. Nell'imminenza delle elezioni europee, il Parlamento europeo, sotto l'impulso della commissione per la politica regionale, ha promosso un'eccellente iniziativa organizzando questa prima conferenza. Essa infatti ci consentirà di sottolineare il ruolo insostituibile degli enti territoriali, manifestando l'attaccamento degli eletti del Parlamento europeo alla costruzione di un'Europa vicina al cittadino. Come risulta da un'indagine di Eurobaromètre, 1'85.87% dei nostri concittadini si dichiarano quanto mai legati alla loro città e alla loro regione e il 48% all'Europa. Queste cifre non dovrebbero sorprendere in quanto riflettono l'evidenza stessa: l'agganciamento politico e culturale del cittadino alla sua città e alla sua regione. Nella costruzione europea, i migliori mediatori nei confronti dei cittadini sono proprio gli eletti locali e regionali. I1 Parlamento lo ha peraltro ben capito affermando chiaramente che gli enti locali e regionali dovevano essere pienamente associati alla costruzione dell'unione. I1 dibattito su Maastricht non ha fatto che dimostrare che, per non pochi, l'Europa rimane una vicenda lontana che li lascia indifferenti. Nel contempo, esso ha anche offerto l'occasione di misurare i progressi già compiuti dalla costruzione europea; l'occasione altresì di constatare che la legislazione dell'Atto unito (con la libera circolazione, l'armonizzazione fiscale o le agevolazioni per cercare lavoro al di là delle frontiere nazionali) incide già profondamente sulla nostra vita quotidiana. È stato giocoforza altresì constatare che tutte le tappe precedenti della costruzione europea erano avvenute senza il coinvolgimento del cittadino, il quale non aveva avuto modo di sancirle democraticamente. Con Maastricht e con il Trattato sull'unione europea, questa costruzione segna una svolta. Infatti, l'Europa è qualcosa di più di un organismo di moltiplicazione delle ricchezze: essa è, innanzitutto, un dispositivo istituzionale di salvaguardia della pace e un nuovo modello di coabitazione dei popoli. È bene rilevare che il dibattito su Maastricht è servito, non di rado, a denunciare il deficit democratico che il Trattato tenta in parte di colmare. Per la prima volta: * Presidente del CCRE. Relazione sul principio di sussidiarietà e il Comitato delle Regioni e degli Enti locali presentata alla Conferenza. esso riflette la volontà di aumentare i poteri del Parlamento europeo quale organo di controllo da parte dei popoli europei; - esso pone la sussidiarietà come un principio basilare; un principio che comporta una costruzione dell'Europa, necessariamente, dal basso verso l'alto avente la sua ultima legittimità nello stesso cittadino. I1 principio di sussidiarietà si applica a ciascuno di detti livelli e postula che ai livelli più lontani dal cittadino sia demandato solo ciò che non può essere efficacemente realizzato a livello locale o regionale. I1 principio di sussidiarietà significa pertanto un maggiore decentramento nella definizione e attuazione delle politiche comunitarie. Quantunque la ripartizione delle competenze tra gli Stati e gli enti territoriali sia determinata a livello nazionale in base alle tradizioni e alle costituzioni degli Stati membri, il principio di sussidiarietà comporta una vera e propria partnership tra gli enti locali e regionali, gli Stati membri e l'Unione europea, ferma restando l'associazione di ciascuno di detti livelli in funzione delle competenze proprie alla costruzione europea. Infine, l'articolo 198 prevede l'insediamento del «Comitato delle regioni» quale organo consultivo degli Enti locali e regionali europei, invocato da più di un ventenni0 dal CCRE. Desideroso di promuovere il potenziamento delle competenze dell'unione europea e, nel contempo, lo sviluppo delle autonomie locali, il CCRE si è da sempre battuto per la rappresentanza degli enti locali e regionali in seno alle istituzioni europee, plaudendo in particolare, all'insediamento del Comitato delle regioni che segna una tappa rilevante verso il riconoscimento del ruolo degli enti territoriali. - A) La rappresentanza degli Enti locali e regionali in seno alle istittlzioni comunitarie A partire dalla sua istituzione, il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa si è impegnato decisamente per ottenere la rappresentanza degli enti locali e regionali presso le Istituzioni europee. Poiché il Trattato di Roma riconosce soltanto gli Stati quali partner delle Istituzioni europee, il CCRE si è sforzato di stabilire contatti ufficiosi e di aprire un dialogo costante con la Commissione e relazioni di lavoro permanenti con il Parlamento europeo. Questa azione pionieristica, concretizzatasi nel 1967 con la creazione prima di un Comitato consultivo e poi del Consiglio consultivo ha avuto quale risultato ufficiale nel Trattato di Maastricht la creazione del «Comitato delle Regioni». Questa realizzazione deve tuttavia essere ancora consolidata e il CCRE è particolarmente vigile affinché la creazione del «Comitato delle Regioni» corrisponda realmente alle aspettative degli eletti locali europei. 1) Nel 1967 il CCRE ha creato nel suo ambito un Comitato incaricato di assicurare una rappresentanza organica e permanente dei poteri locali presso le istituzioni comunitarie. Esso ha proposto quindi alla Direzione per la politica regionale delle Comunità di attribuire carattere consultivo a questo gruppo di lavoro, le cui riunioni dovevano svolgersi presso tale direzione. E così che nel 1970 ha avuto luogo la prima riunione del Comitato consultivo composto dai rappresentanti degli Enti locali dei sei Stati membri della Comunità. I1 Comitato consultivo ha come obiettivo di farsi portavoce di tutti i livelli di governo situati al di sotto dello Stato e che non prendono direttamente parte al processo decisionale della Comunità, ma per i quali le misure comunitarie hanno incidenze. Esso studia i problemi concreti presentati dall'applicazione delle politiche comunitarie, elabora posizioni comuni tra le collettività territoriali e gli organismi comunitari. Esso ha inoltre come obiettivo statuario di pervenire a «l'istituzionalizzazione ulteriore delle relazioni tra le collettività locali e regionali degli Stati membri e gli organi comunitari». L'Unione internazionale delle Città e dei Poteri Locali (Iula) ha aderito negli anni '70 a tale Comitato, che è stato in seguito ristrutturato e dotato di un regolamento in seguito alla prima conferenza dei Presidenti delle Regioni riunita a Parigi su iniziativa del CCRE nel dicembre 1976. Infine, nel 1980, sulla base di un progetto di risoluzione proposto dal CCRE, il Parla-. mento europeo ha creato I'Intergruppo degli eletti locali e regionali, che riunisce i parlamentari europei che siano stati o siano titolari di un mandato elettorale a livello comunale, dipartimentale, provinciale o regionale. Compito dell'Intergruppo è affrontare i problemi comunali e regionali di fronte al Parlamento europeo mediante un dialogo approfondito e regolare. 2) In risposta a un'azione politica costante e permanente del CCRE, nel 1988 viene compiuto un primo passo verso l'istituzionalizzazione della rappresentanza delle collettività con la decisione presa dalla Commissione di creare il Consiglio consultivo delle Collettività regionali e locali, successore del Comitato consultivo. Le relazioni tra la Commissione e i rappresentanti delle collettività vengono così istituzionalizzate: il Consiglio consultivo può essere consultato dalla Commissione su ogni questione relativa allo sviluppo regionale e più particolarmente all'elaborazione e all'applicazione della politica regionale della Comunità. APRILE 1994 I1 Consiglio consultivo comprende 42 membri con mandato elettivo, di cui la metà di essi è designata in ragione della loro competenza particolare sui problemi dello sviluppo delle regioni e l'altra metà per la loro competenza sui problemi dei comuni e della collettività «intermedie». I membri del Consiglio consultivo sono nominati dalla Commissione su proposta congiunta del CCRE, dell'ARE e della IULA. Nel 1991 il CCRE e la IULA si sono fusi e il CCRE è diventato la sezione europea della IULA. Nell'ambito del Consiglio consultivo e in collegamento con le altre organizzazioni dei poteri locali, il CCRE è stato particolarmente presente ed è intervenuto nel dibattito preparatorio del Trattato di Maastricht, in particolare presso la Conferenza intergovernativa. I1 «Comitato delle Regioni», istituito dall'articolo 198 del Trattato di Maastricht, è stato creato in seguito a tutte queste iniziative. Ricordando gli obiettivi statutari dell'organizzazione, il Comitato di presidenza del CCRE, riunito a Strasburgo il 16 marzo 1992, ha accolto in modo particolarmente favorevole l'istituzione di tale Comitato delle Regioni, organismo a carattere consultivo e composto da rappresentanti degli enti locali e regionali, che succede al Consiglio consultivo. B) La posizione del CCRE sul ruolo del Comitato delle regioni e il suo futuro 1. Il Comitato delle Regioni quale interfaccia con i cittadini I dibattiti sulla ratifica del Trattato sull'Unione europea hanno sancito gli obiettivi della costruzione europea in quanto tale ma hanno maggiormente riguardato il processo e i metodi di tale costruzione che lasciano scarso spazio ai cittadini. I1 Presidente Delors ha compreso questa situazione e insiste sui pericoli di un faccia a faccia tra i poteri e l'opinione pubblica in mancanza di organismi intermedi. Nella costruzione europea, la Commissione e gli altri organismi comunitari si accor- geranno che i migliori mediatori nei confronti dei cittadini sono coloro che sono più vicini ad essi: cioè gli eletti locali e regionali. I1 Comitato delle Regioni avrà quindi il ruolo essenziale di fare intendere la voce dei territori dell'Europa. Sarà oltremodo importante creare tra tali territori e le istituzioni europei un processo di «andata e ritorno» per consentire l'informazione da un lato e la partecipazione dei cittadini dall'altro, tramite i loro rappresentanti eletti. È forse necessario ricordare che gli enti locali e regionali sono il fondamento del nostro modello , democratico occidentale? Tale nozione, tanto fondamentale, ha finalmente fatto la sua prima timida comparsa a livello europeo con il riferimento esplicito al principio di sussidiavietà nel Preambolo del nuovo Trattato. Da ciò scaturiscono direttamente un certo numero di obblighi per la composizione e il funzionamento del Comitato delle Regioni: - in primo luogo, il principio di sussidiarietà comporta anche il riconoscimento della pari dignità di tutti i livelli delle collettività territoriali. Sarebbe deplorevole che questo punto continui a essere oggetto di discussioni. La pari dignità significa che nessun ente territoriale predomina sull'altro. I1 CCRE ribatte con la massima fermezza qualsiasi argomento teso a giustificare un'esclusione arbitraria di qualsiasi livello di enti territoriali, argomenti peraltro non suffragati da ragionamenti convincenti: " poiché il Comitato avrà soltanto 189 membri occorrerà naturalmente dare in qualche modo la preferenza al livello immediatamente inferiore allo Stato il quale è tuttavia più lontano dai cittadini del livello locale; " ancora più pericolosa è una argomentazione secondo cui gli enti regionali hanno una «natura» intrinseca che attribuisce loro uno status superiore a quello degli altri livelli degli enti territoriali. I1 Comitato delle Regioni avrà pertanto il ruolo essenziale di far ascoltare la voce dei territori dell'Europa. Occorrerà dar vita fra detti territori e le istituzioni europee a un processo di andata e ritorno per consentire l'informazione e quindi la partecipazione del cittadino tramite i suoi rappresentanti eletti. 2. I1 futuro ruolo del Comitato delle Regioni In concomitanza con la seduta inaugurale del Comitato, occorre tracciare le prospettive del futuro, in quanto il problema della composizione e del ruolo istituzionale di tale Comitato non verrà sollevato che nel 1996 quando si tratterà di rinegoziare i termini del Trattato di Maastricht e quindi anche quelli del Comitato delle Regioni. La posizione del CCRE è chiara e netta: il Comitato delle Regioni è un organo consultivo. Occorrerà eventualmente modificare la sua composizione tanto per assicurare pienamente la sua qualità di assemblea di eletti quanto per dare una rappresentanza equilibrata ai diversi livelli delle collettività territoriali. Ma nella misura in cui tali enti locali e regionali non hanno poteri legislativi propri a livello nazionale, essi non potranno esigere un ruolo legislativo a livello europeo. Alcuni desidererebbero attribuire poteri legislativi al Comitato delle Regioni nel prossimo futuro. Una tale richiesta proviene naturalmente d a l e regioni che hanno competenze statali. I Lander tedeschi, le Regioni belghe e, in un certo qual modo, le Comunità Autonome spagnole, reclamano un ruolo istituzionale più forte a livello europeo in base alle competenze legislative di cui dispongono sul piano nazionale. Nel loro caso la richiesta è giustificata, e infatti tali «regioni-stato» sono rappresentate presso il Consiglio a norma del nuovo articolo 146 del Trattato sull'unione europea; tuttavia la stessa richiesta ha seminato la confusione quando viene presentata generalmente come una esigenza del livello regionale in quanto tale. Le «regioni-stato» reclamano un «Senato delle regioni» e quindi una terza camera legislativa in seno all'edificio comunitario. I1 CCRE dal canto suo si appoggia sul sistema costituzionale europeo classico, e cioè: - la Commissione, embrione del futuro governo europeo, vale a dire dell'Esecutivo, che dovrà essere responsabile di fronte a due camere: 1) l'attuale Parlametlto europeo che sarà la La presidenza della prima Conferenza Parlamento europeo APRILE 1994 - Enti locali prima camera, la camera dei popoli e 2) l'attuale Consiglio che sarà la Camera alta degli Stati come in tutti gli Stati federali e che, a nostro parere, dovrà comprendere le regioni con poteri legislativi. A latere di tale organizzazione, l'attuale Comitato delle Regioni continuerebbe, come organo consultivo, a raggruppare le regioni senza carattere di Stato, come peraltro avviene per tutti gli altri livelli degli enti territoriali. Si è già discusso se, in futuro, il Comitato delle regioni dovrà rimanere un organo unitario che rappresenti la voce di tutti gli enti territoriali ovvero comprendere due collegi, uno riservato alle regioni, l'altro agli enti locali. Taluni considerano che questa divisione consentirebbe di risolvere quella che essi reputano essere una difficile coabitazione in seno a una stessa struttura. Non pochi, in parti- colare il CCRE, reputano tuttavia che questa separazione non terrebbe conto della reale distinzione da operare non già fra le città e le regioni, bensì tra le regioni con competenze statali e tutti gli altri enti territoriali. Le problematiche che riguardano le città e le regioni degli Stati non federali sono così vicine, le sinergie e le interazioni così forti che la coesistenza in seno alla stessa struttura apparirebbe indubbiamente come la soluzione più, razionale. E ovvio che, qualcora si dovesse optare per la soluzione della divisione con l'insediamento di un comitato riservato alle regioni in seno al quale predominerebbero le regioni con competenze statali, il Parlamento dovrebbe pronunciarsi sulla prospettiva di una terza Camera e verrebbe così rilanciato il dibattito. La questione rimane tuttavia aperta e merita di essere seguita con attenzione durante il periodo preparatorio alla rinegoziazione del Trattato. 3. Le grandi problematiche del Comitato delle Regioni I1 Comitato delle Regioni costituisce una tappa, indubbiamente essenziale, nel riconoscimento del contributo degli enti territoriali al potenziamento dell'unione europea. I1 Comitato delle Regioni deve ora dotarsi di metodiche di lavoro adattate a una grande assemblea rappresentativa per essere in grado d i trattare le grandi problematiche che interessano gli eletti dei territori europei. I1 Trattato stabilisce chiaramente che il Comitato delle Regioni dispone della facoltà di esprimere pareri, motuproprio. Esso detiene pertanto gli strumenti per definire chiaramente le sue proprie priorità politiche. I1 Comitato delle Regioni dovrà avvalersi appieno di questa capacità d'iniziativa manifestando, tramite due o tre pareri all'anno, la posizione degli eletti locali e regionali europei sulle tematiche di rilievo per l'Unione Europea. Nei prossimi mesi, talune tematiche potrebbero essere oggetto di grandi dibattiti in seno al Comitato delle Regioni: " La sussidiarietà Nell'ottobre 1993 è stato approvato l'accordo interistituzionale sulle procedure di attuazione del principio di sussidiarietà. Nel medio periodo dovrebbero essere presentati emendamenti che consentano, segnatamente, d i tener conto del Comitato delle Regioni. I n tale occasione il Comitato delle Regioni potrebbe proporre una definizione più precisa e più ampia del principio di sussidiarietà che faccia leva sul ruolo essenziale degli enti territoriali in sede di attuazione dello stesso principio. I1 principio di sussidiarietà ci sta molto a cuore poiché è un principio politico europeo che risale ad Aristotele e che ha acquisito tutta la sua dimensione con Althusius e successivamente con altre correnti di pensiero. Di carattere federale, detto principio si richiama alla dignità dei vari livelli amministrativi oltre che alla qualità dell'azione politica: «I1 potere è fatto per servire». Nel federalismo moderno, il principio di sussidiarietà COMUNI D'EUROPA vuole che, dal cittadino all'unione europea, ciascun livello deleghi al livello superiore comune, regione, Stato, Europa - solo quello che non può fare bene lui stesso e può quindi essere meglio realizzato dall'altro livello. I1 principio di sussidiarietà consente di chiarire la relazione tra il cittadino e il pote- re. Esso obbliga alla trasparenza della responsabilità e deve consentire di evitare la burocrazia in quanto impedisce di demandare competenze a livelli di potere che non siano adeguati o non siano interessati. L'introduzione nel Trattato di Maastricht del principio di sussidiarietà come uno dei principi fondamentali dell'unione europea Problematiche urbane e pianif~cazioneterritoriale parere del CCRE presentato dal vicesindaco di Reggio-Emilia Girolamo ielo Considerato che: il Trattato di Maastricht ha iscritto all'articolo A, teno comma, l'impegno della solidarietà; l'Unione europea ha il compito di organizzare le relazioni tra gli Stati membri e i loro popoli in modo solidale; - l'Atto unico europeo ha introdotto nel Trattato CEE il titolo V, dedicato alla coesione economica e sociale; - tra gli obiettivi dell'Unione europea è iscritta la coesione economica e sociale tra gli Stati membri; - la coesione economica e sociale tra gli Stati membri, intesa a ridurre gli attuali divari di sviluppo, è uno dei prerequisiti del passaggio per alcuni di questi paesi alla terza fase dellUEM; - il passaggio alla terza fase può avvenire su base automatica prima della fine del 1997 e automatica dal 1 gennaio 1999; - le n o m e sull'Unione economica e monetaria (titolo VI del Trattato) rappresentano il contributo più importante del Trattato di Maastricht; - la coesione va oltre la sfera delle azioni delle politiche strutturali; - l'obiettivo della coesione può essere raggiunto aumentando la dotazione del bilancio comunitario, accelerando l'applicazione effettiva del Fondo di coesione e modificando e integrando le attuali forme di finanziamento; - la solidarietà e la coesione implicano che gli Stati con economia forte possano essere chiamati a destinare una parte delle loro risorse allo sviluppo delle economie deboli degli Stati membri; - in tutti i paesi membri il tessuto socio-economico è messo in discussione dallattuale fase recessiva con il manifestarsi, con pericolosa virulenza, di fenomeni negativi circa l'origine etnica, il grado di cultura e di ricchezza delle popolazioni; - gli obiettivi economico-monetari, e socio-culturali sono strettamente connessi e che il saggiungimento degli stessi deve avvenire contestualmente e in contemporanea in tutti i paesi membri; - bisogna accelerare l'Unione europea non solo per le sorti dell'Europa stessa ma anche per stati di necessità interne alllUnione europea e per pericolo di isolamenti provenienti dell'esterno; - bisogna mettere in ciclo maggiori disponibilitàfinanziarie e che queste disponibilità dovrebbero essere utilizzate effettivamente anche con modalità e f o m e aggiuntive e nuove in modo da accelerar-ne l'utilizzazione; - ritiene che: occorra aumentare la dotazione del bilancio dell'unione europea e la dotazione di tutti i fondi; sia imprescindibile la necessità di consentire direttamente alle municipalità, da sole o con altre, di accedere a finanziamenti a favore di interventi aventi impatti e finalità di politiche urbane; - i Fondi strutturali debbano avere una gestione più flessibile consentendo l'utilizzo più immediato ed efficace; - l'accesso diretto delle municipalità ai finanziamenti consentirebbe i'accelerazione negli interventi, h riduzione dei residui e la possibilità di affvontare quei problemi più vicini alla collettività; - per quanto attiene alla cooperazione interregionale concernente i paesi frontalieri, non si possa non ribadire che i problemi e gli effetti socioeconomici e culturali dei paesi frontalieri marittimi non hanno un impatto minore della cooperazione interregionalecon gli altri paesi dellJUnionee delle relazioni di questi con i paesi dell'Europa centrale e orientale; pertanto, nei programmi interregionali, i paesi frontalieri marittimi debbono avere un trattamento pari ai paesi frontalieri terrestri; - occorra accelerare e finanziare i progetti pilota a trasformare in politiche quei progetti che danno risultati soddisfacenti; - per quanto riguarda la BEI, occorra fare un ulteriore salto di qualità; nel protocollo di intesa è detto che la BEI deve continuare a destinare la maggior parte delle sue risorse alla promozione della coesione economica e sociale; i paesi membri si sono dichiarati disposti a riesaminare le esigenze del capitale sociale non appena ciò sia a tal fine necessario. È necessario quindi: 1) aumentare immediatamente il capitale sociale; 2) aumentare la quota destinata alla coesione; 3) facilitare l'accesso diretto delle collettività locali ai finanziamenti; 4) che la BEI riservi maggiore attenzione ai problemi delle collettività locali e a tal fine si suggerisce la creazione di un apposito dipartimento con compiti di: a) fornire consulenza finanziaria alle collettività locali; 6) contrattare sul mercato linee di credito per le collettività locali; C ) collocare sul mercato i titoli emessi dalle collettività locali. - APRILE 1994 rappresenta una conquista di rilievo e va pertanto posto integralmente in atto. Non ci stanchiamo pertanto di ripetere che detto principio, comportante la pari dignità dei vari livelli di competenza (locale, regionale, nazionale e europeo) va applicato a ciascuno di detti livelli. Nella risoluzione adottata dai XIXesimi Stati generali del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa, il 23 ottobre a Strasburgo, abbiamo specificato la nostra concezione dell'Europa, della sussidiarietà, ossia della prossimità. Abbiamo pertanto sollecitato: - che il principio di sussidiarietà sia integralmente rispettato in quanto comporta la pari dignità dei gruppi sociali e dei vari livelli di competenza (locale, regionale, nazionale e europeo) e suppone una vera e propria partnership fra i vari livelli, oltre che la loro associazione, in funzione delle loro competenze, alla costruzione europea; - che gli organismi europei e nazionali pongano in atto azioni di informazione e di formazione per l'Europa dei cittadini onde concretare detta partnership; - che le condizioni d'applicazione del principio di sussidiarietà siano definite in modo da consentire ricorsi legali, anche da parte degli enti locali e regionali, presso la Corte europea di giustizia ogni qualvolta detto principio sia messo in causa ovvero non sia applicato; - che i livelli più lontani dal cittadino si facciano carico di provare la necessità del loro intervento e di dimostrare che quest'ultimo è proporzionato agli scopi da raggiungere; - che il diritto europeo - tramite la costituzione deil'unione europea - comprenda le garanzie dell'autonomia locale e regionale. " Il Libro bianco sulla crescita, la competitività e l'impiego L'impostazione macroeconomica che domina il Libro bianco e che fa degli Stati membri i protagonisti, non può tuttavia ignorare gli enti territoriali. I1 Libro bianco sottolinea pertanto il contributo insostituibile degli enti territoriali nel varo delle azioni a favore del reinserimento dei disoccupati sul mercato del lavoro, con specifico riferimento a quelli provenienti dagli ambienti più emarginati. Del pari, il Libro bianco rileva i filoni occupazionali che costituiscono gli immensi bisogni sociali a livello locale, sia nel settore dell'infanzia che in quello deila politica a favore degli anziani o pensionati. I1 Comitato delle Regioni potrebbe recare suo contributo suggerendo piste concrete di azioni che si collocano nell'ottica del Libro bianco. * Le reti transeuropee Le reti transeuropee costituiscono un elemento fondamentale della maggioranza dei problemi comunitari. Il Comitato delle Regioni concorderà indubbiamente nel riconoscere che detto elemento transnazionale costituisce un valore aggiunto unico per i programmi comunitari. Ciò nondimeno, le reti non possono essere considerate come un fine a se stesso, esse costituiscono essenzialmente strumenti la cui utilità deve essere valutata. È divenuto infatti di primaria importanza sviluppare un'impostazione più teorica delle reti prefiggendosi segnatamente obiettivi in funzione dei quali occorre valutare i risultati. In tal senso vanno esplorate varie problematiche: - deve essere la transnazionalità una condizione preliminare a qualsiasi finanziamento comunitario? Va la tecnica delle reti impostata, ovvero potrà essa svilupparsi a modo suo? - è un'integrazione sottesa dalle reti in grado di aumentare le disparità regionali e sociali in seno al17Unione?Nei settori della ricerca e dello sviluppo si sono già delineate talune prove in tal senso. * La cooperazione transeuropea e transfrontaliera I1 Comitato delle Regioni dovrà obbligatoriamente essere investito, per parere, di tutto ciò che riguarda lo sviluppo delle reti transeuropee. Esso potrà del pari intervenire, motuproprio, su questa tematica di estrema rilevanza, con specifico riferimento agli strumenti giuridici adattati agli investimenti infrastrutturali transeuropei. I1 Libro bianco sottolinea infatti che lo sviluppo delle reti transeuropee costituisce un elemento cruciale di una maggiore concorrenzialità europea. La Commissione si occupa attualmente di una serie di piani direttori per dette reti, di cui tre sono già stati approvati dal Consiglio. Inoltre il progetto di direttiva sul finanziamento è in fase di preparazione. Ammesso che si trovi una soluzione ai problemi finanziari, rimarrebbero tuttavia in sospeso i problemi giuridici. Infatti, prima di lanciare un investimento infrastrutturale transeuropeo occorre richiamarsi ai trattati internazionali. Un siffatto stato di cose è particolarmente pregiudizievole non solo per il varo dei piani Per prepararsi a& elezioni europee - Dastoli P.V. - Vilella G., La nuova Europa. Dalla Comunità al19Unione, il Mulino, Bologna, 1992 - Olivi B., L'Europa difficile, il Mulino, Bologna, 1993 - Comunità europea, Crescita, competitività, occupazione - Le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo: il Libro Bianco, supplemento 6/93 Bollettino CE - AA.VV., Le Candidature femminili al Parlamento europeo, a cura dell'AICCRE, 1994, quaderni del Parlamento europeo APRILE 1994 direttori della Commissione ma anche per la riuscita di INTERREG 11. Il Comitato delle Regioni potrebbe così approvare un parere dedicato allo sviluppo di strumenti giuridici più elastici che agevolerebbero la cooperazione transeuropea e transfrontaliera. * La politica regionale in Europa centrale e orientale La Commissione ha avviato un'analisi economica regionale dell'Europa centrale e orientale nel suo insieme. I1 Comitato delle Regioni, dal canto suo, potrebbe sottoporre le linee maestre di un programma il cui obiettivo sarebbe di assistere i paesi dell'Europa centrale e orientale nello sviluppo di una politica regionale a livello nazionale. Per contro, il Comitato delle Regioni potrebbe invocare una maggiore regionalizzazione dell'assistenza offerta dai programmi PHARE e TACIS. Esso potrebbe in particolare concentrarsi sulla fase di attuazione di detti programmi. Attualmente, tutti i progetti sono selezionati dai governi nazionali dei paesi beneficiari. I1 Comitato delle Regioni potrebbe auspicare l'introduzione della partnership nella gestione dei programmi, per il tramite dei progetti locali regionali. Altri settori potrebbero essere oggetto di pareri espressi dal Comitato delle Regioni: - la valutazione dei fondi strutturali, - la partnership, - lo sviluppo delle politiche urbane, - le finanze locali e regionali in sede di attuazione della seconda fase dell'UEM. - l'ambiente. In sede di predisposizione di detti pareri, il Comitato delle Regioni dovrebbe fare in modo di promuovere la maggiore concentrazione preliminare con tutti i partner interessati innanzitutto con il Parlamento europeo. Appoggiando i membri del Comitato delle Regioni, avvalendosi della sua esperienza e dei suoi lavori di riflessione, il Consiglio dei comuni e delle Regioni d'Europa continuerà, dal canto suo, a chiedere che siano compiuti nuovi progressi nel settore del riconoscimento del ruolo degli enti territoriali ai fini della costruzione dell'unione europea tramite: il varo di una vera e propria politica urbana a livello comunitario, - il riconoscimento della necessità di esperire, prima di qualsiasi decisione, uno studio d'impatto sugli enti territoriali, - la promozione di strumenti giuridici idonei alla cooperazione dei territori con specifico riferimento alla cooperazione transfrontaliera, - lo sviluppo di programmi di cooperazione, - il riconoscimento, nella futura Costituzione europea, dei principi fondamentali della Carta deil'autonomia locale. Beninteso esso si sforzerà, nell'intento di porre in atto detti obiettivi, di cercare I'appoggio e il sostegno dei membri del Parlamento europeo. L'alleanza tra gli enti locali e regionali e il Parlamento europeo costituisce infatti la migliore garanzia di un reale progresso nel settore deil'attuazione dell'Europa dei cittadini. COMUNI D'EUROPA la risoluzione finale della Conferenza Una Unione più democratica e solidale I Poteri locali e il Parlamento europeo, riunitisi a Bruxelles dal 6 d1'8 aprile 1994 nell'ambito della prima Conferenza Parlamento europeo/Poteri locali della Comunità, che si svolge alla vigilia delle elezioni europee, A) sottolineando che il Trattato sull'unione europea istituisce un'unione politica fondata su un'Europa nella quale d'ora in poi gli individui divengono cittadini a pieno titolo, con diritti e doveri derivanti dallo stesso Trattato, B) considerando che il Parlamento europeo, rappresentante dei popoli europei, costituisce la garanzia primordiale della democrazia dell'unione europea e considerando che i1 riconoscimento del suo ruolo colegislativo da parte del Trattato sul17Unionerappresenta un importante passo in avanti, quantunque insufficiente, nella correzione del deficit democratico di cui soffre la struttura istituzionale europea, C) tenendo conto della recente istituzione del Comitato delle Regioni, rappresentante privilegiato dei Poteri locali e regionali, la cui attuazione si situa anch'essa nella prospettiva di una maggiore democratizzazione delle istituzioni auspicata dal Trattato, D) rammentando che il principio di sussidiarietà, la definizione di una cittadinanza dell'unione (una delle cui componenti essenziali è il riconoscimento del diritto elettorale attivo e passivo alle elezioni comunali da parte dei cittadini degli Stati membri), nonché l'istituzione del Comitato delle Regioni costituiscono una prima risposta indispensabile all'integrazione dei Poteri locali nel tessuto costituzionale comunitario, E) nella prospettiva della revisione del Trattato sull'unione europea, il cui dispositivo sarà completato nel 1996; 1) considerano che il Trattato sull'unione europea, che costituisce una svolta nel processo di costruzione europea, ampli radicalmente la sfera di competenze della Comunità, attribuendole una vocazione politica di ordine generale che deve necessariamente essere accompagnata da una maggiore partecipazione dei cittadini; 2) ritengono che il principio di sussidiarietà, secondo cui le decisioni devono essere prese quanto più vicino possibile ai cittadini, debba agire come principio di articolazione verticale del potere, dal cittadino fino al livello comunitario, e come salvaguardia dell'autonomia locale, punto essenziale delle competenze dei Poteri locali; 3) sottolineano che il principio di autonomia locale, principio generale di diritto, derivato dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri e, in quanto tale, riconosciuto all'articolo F del Trattato, costituisce l'applicazione genuir:a del principio di sussidiarietà; COMUNI D'EUROPA 4) chiedono che, al momento della revisione del Trattato sull'unione europea nel 1996: - il principio di sussidiarietà, definito all'articolo 3B come criterio per l'esercizio di competenze condivise fra la Comunità e gli Stati membri, sia riformulato e ampliato facendo esplicito riferimento ai poteri regionali e locali; - il principio di sussidiarietà, così riformulato, sia corredato da una garanzia giuridica effettiva che consenta il controllo della legalità da parte della Corte di giustizia dell'Unione europea, ambito nel quale occorre esplicitamente prevedere la possibilità per le collettività regionali e locali di adire la Corte di giustizia; - il principio di autonomia locale sia oggetto di riconoscimento esplicito in quanto principio generale di diritto; ed esigono la firma e la ratifica da parte degli Stati membri che non hanno ancora provveduto, nonché da parte dell'unione europea stessa, della Carta europea sull'autonomia locale; 5 ) ritengono necessario, in considerazione della maggiore incidenza della politica europea sulle collettività locali, che il Parlamento europeo conferisca alla sua commissione per la politica regionale, l'assetto territoriale e le relazioni con i Poteri regionali e locali la facoltà di formulare un parere sulle decisioni legislative ogniqualvolta siano prevedibili loro ripercussioni sulle collettività locali; 6) chiedono al Parlamento europeo, rappresentante dei cittadini dell'unione europea, di utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione e in particolare il potere d7indagine, il diritto di petizione e la regolamentazione del ruolo del mediatore per sviluppare, concretizzare e garantire l'esercizio della cittadinanza europea; 7) ritengono che i Poteri locali, costituendo il livello di potere più vicino al cittadino, abbiano un ruolo essenziale da svolgere nell'approfondimento del dialogo tra la società civile e il sistema di rappresentanza democratica; e in tal senso ritengono necessario ap~rofondirel'autonomia locale e, nel rispetto di tale autonomia, rafforzare e diversificare gli strumenti di partecipazione politica dei cittadini; 8) raccomandano al Comitato delle Regioni, la cui creazione costituisce un passo importante nella lotta contro il deficit democratico, di avviare una riflessione istituzionale sul suo ruolo di rappresentante dei Poteri locali e regionali, composto di membri eletti, nella prospettiva della revisione del Trattato nel 1996; da tale revisione dovrebbe risultare una ricomposizione della presenza istituzionale atta a garantire la rappresentanza adeguata dei vari livelli dei poteri locali e regionali, nel rispetto del principio della pari dignità di tutti i livelli di potere; 9) invitano la Comunità a rafforzare al massimo grado, attraverso i Fondi strutturali, il sostegno alla politica urbana, che deve tener conto dell'accentuarsi del fenomeno di emarginazione sociale e che si trova ormai vincolata al principio di uno sviluppo sostenibile e rispettoso dell'ambiente; 10) chiedono a tale riguardo che le azioni intese ad apportare un contributo diretto agli scambi tra i cittadini e i territori europei (gemellaggi, programmi di scambi, azioni di cooperazione, reti) beneficino di un finanziamento adeguato, che ne consenta lo sviluppo al servizio dell'«Europa del cittadino»; 11. aderiscono pienamente alle proposte relative ai diversi aspetti dell'autonomia locale, della cittadinanza europea, della coesione economica e sociale e della cooperazione tra i Poteri locali che figurano nelle relazioni e nelle co-relazioni presentate in occasione della prima Conferenza; 12) sono persuasi che le collettività locali siano in grado di svolgere, per la loro diffusione capillare, per le loro radici anteriori alla nascita degli Stati e per la loro prossimità ai cittadini, un ruolo primordiale nello sviluppo della democrazia, nel rafforzamento della costruzione europea, nell'intensificazione dell'integrazione e della solidarietà fra le diverse zone e nell'aumento dell'efficacia delle politiche e delle azioni strutturali; 13) approvano la risoluzione riguardante la situazione della città di Sarajevo; 14) raccomandano, tenuto conto dei risultati di questa prima Conferenza, che il Parlamento della prossima legislatura esamini la possibilità e la opportunità di convocare una seconda Conferenza; 15) ritengono che la loro collaborazione consentirà di rafforzare lo spirito di appartenenza dei cittadini all'unione e si impegnano a promuovere la più ampia partecipazione alle elezioni al Parlamento europeo, quale Camera di rappresentanza dei popoli dell'unione e garante della democrazia nell'unione europea. Bruxelles, 8 aprile 1994 approvata all'unanirnità Abbonatevi a EuropaRegioni l'agenzia settimanale che da 15 anni dice tutto l'occorrente sull'integrazione europea agli amministratori locali e regionali Piazza di Trevi, 86 - 00187 Roma Tel. 69940461 - fax 6793275 APRILE 1994 la risoluzione della Conferenza su Sarajevo Un appello alla convivenza pacifica I Poteri locali delllUnione europea e il Parlamento europeo riunitisi a Bruxelles dal 6 a11'8 aprile 1994 per la Prima Confevenza su «i poteri locali per un'unione europea più vicina ai cittadini, più democratica e più solidale)): - ascoltato il sig. Mohammed Kvesevil lakovic, Sindaco di Sarajevo, invitato d'onore di questa Conferenza, 1) esprimono la più profonda solidarietà con la città di Savajevo e rivolgono un appello a tutte le parti interessate afiinché si trovi urgentemente una soluzione pacifica e duvatura al conflitto in corso, così da porre termine alle intollerabili sofferenze della popolazione; 2) reputano imperativo che una tale soluzione consideri la città di Sarajevo come un'entità unica, le cui diverse componenti deuono poter viveve e vealixzavsi nella dignità e nel rispetto reciproco; 3) esigono che l'aiuto finanziario internazionale, a cui tutte le città d'Europa sono invitate a contribuire, sostenga la vicostruzione di Sarajevo per garantire il benessere dei suoi cittadini e per restituire a Sarajevo il posto che le compete fra le città più simboliche del nostro continente. cali e Regionali d'Europa (CPLRE), e Eneko Landaburu, Direttore generale della DG XVI della Commissione (Politiche regionali). Sono state quindi illustrate le nove risoluzioni dei quattro gruppi di lavoro e successivamente sono intervenuti sia gli eletti comunali che i membri del Parlamento europeo. Nell'ultimo giorno della Conferenza è stata illustrata la «Dichiarazione finale della Conferenza» da parte del Presidente della commissione per la politica regionale, I'assetto territoriale e le relazioni con i Poteri locali e regionali. E' stato inoltre affrontato dalla Conferenza il dramma che sta coinvolgendo la ex Iugoslavia: è stata infatti approvata all'unanimità una Risoluzione su Sarajevo (il cui Sindaco Jakovic figurava come invitato d'onore). Dopo le dichiarazioni di voto degli eletti comunali e dei membri del Parlamento europeo e l'approvazione dei documenti della Conferenza, i lavori sono stati chiusi dalle allocuzioni di Maragall, Gutierrez Diaz e di Jacques Delors, Presidente della Commissione europea. m Alle urne europee.. (segue Il Sindaco di Sarajevo L'Europa dei Comuni (segue da pag. 7) nazione» è stata svolta da Rosario Bristo, mentre il parere del CCRE è stato presentato da Ron Swann, Consigliere del distretto di Stoke-on-Trent. I1 terzo Gruppo di lavoro, presieduto da Virgilio Pereira, ha analizzato la coesione economica, sociale, lo sviluppo locale, i problemi urbanistici e la pianificazione territoriale. La relatrice Doris Pack ha illustrato l'intervento politico e finanziario della Comunità nell'esecuzione dei programmi di sviluppo locale finalizzati ad una maggiore coesione economica e sociale. Girolamo Ielo, vicesindaco di Reggio Emilia, ha illustrato il parere del CCRE. La corelazione del terzo gruppo aveva come oggetAPRILE 1994 to i problemi urbani e le tecniche di sviluppo locale della Comunità: centri europei di impresa e innovazione, agenzie europee di sviluppo, ricorso alle sovvenzioni globali, ecc. I1 Sindaco di Lisbona, Jorge Sampaio, ha svolto il parere del CRE. Infine, il quarto gruppo di lavoro, presieduto da Bruno Boissiere, ha analizzato la cooperazione tra poteri locali. La relazione sul tema è stata svolta da James Nicholson, mentre il parere del CCRE è stato illustrato da Jean Claude Van Cauwenberghe, Sindaco di Charleroi. Nel pomeriggio, in seduta plenaria, si sono tenuti i discorsi di altre personalità invitate: Brian Unwin, Presidente della Banca Europea per gli Investimenti (BEI), Susanne Tiemann, Presidente del Comitato Economico e Sociale (CES), Bernst Mollstedt, Presidente della Conferenza Permanente dei Poteri Lo- . da pag. 3) candidati, dotati di adeguate competenze e, se eletti, disposti ad esercitare pienamente il loro mandato: andrà pertanto rifiutata precisamente ogni tentazione di semplici riciclaggi. Infatti l'Unione europea, oltre che capace di darsi nuove e più democratiche istituzioni sovranazionali, deve saper dimostrare, nei contenuti della sua azione, di essere in grado di risultati efficaci contro la disoccupazione, nella protezione dell'ambiente, nell'assicurare la sicurezza interna ed esterna e la pace, nella difesa della dignità dell'uomo e nell'affrontare i drammatici problemi dell'immigrazione con adeguate strutture e in spirito di solidarietà. Se i cittadini non eserciteranno consapevolmente, tutti, il loro compito di elettori, ed il loro diritto di controllo sugli europarlamentari eletti, pronti anche a contestarli, oscure prospettive ci attendono. A tale proposito I'AICCRE sta prestando la massima attenzione, anche in termini operativi, alla necessità di un sistema di raccordo permanente dei cittadini con gli eletti al Parlamento europeo. Abbiamo tante volte invocato una Europa unita. Oggi ci troviamo di fronte ad accresciute preoccupazioni: il vecchio e il nuovo nazionalismo sono alle nostre porte, il razzismo è più lento e già contempliamo indifferenti e spesso sostanzialmente complici diffusi e drammatici fenomeni di pulizia etnica e di genocidio. E quindi il momento di esercitare - in occasione delle prossime elezioni europee - in modo non retorico od emotivo ma effettivo i nostri diritti e doveri di cittadini europei, con tutto il nostro impegno morale, politico e culturale. m COMUNI D'EUROPA da Bologna a Parigi Vivere in città nell'Europa di domani di Ugo Mazza* I1 Vostro Convegno ci permette di parlare delle scelte e delle ipotesi di sviluppo della nostra città. Di questa possibilità ringrazio, a nome del Sindaco di Bologna, Walter Vitali, gli organizzatori, ed in particolare il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa che ha contribuito alla nostra partecipazione. Desidero scusarmi se leggerò questa relazione. È la condizione per permettere a voi e agli interpreti, che ringrazio per la tolleranza, la migliore comprensione del mio elementare francese. Cercherò di corrispondere, per quanto possibile, alla necessità di presentare «esempi concreti», ma vorrei anche evidenziare, come richiesto, le difficoltà da noi incontrate. Come sapete, la prossima domenica in Italia si voterà per la elezione del nuovo Parlamento. Forte è la speranza che si chiuda definitivamente con il sistema politico ed economico che ha prevalso nel nostro Paese per oltre quarant'anni, travolto dal fenomeno della corruzione che ha alterato i criteri di scelta delle priorità sulle quali concentrare risorse pubbliche. Sistema che, particolarmente negli anni ottanta, ha ripristinato un centralismo politico, finanziario e amministrativo che ha ulteriormente mortificato il ruolo di governo decentrato di Regioni, Province e Comuni. In questa situazione le città italiane hanno subito una involuzione, con perdita di autonomia e di ruolo nazionale che speriamo di superare con la elezione diretta dei sindaci. Oggi riprende forza anche l'idea di un regionalismo neofederalista, basato su una nuova redistribuzione del potere e delle risorse dal centro alla periferia. La «questione territoriale» è quindi uno dei punti centrali del dibattito politico, economico e sociale per ogni progetto che ci consenta di uscire dalla crisi. In questo contesto, grande interesse suscitano le esperienze europee di decentramento, la localizzazione di ministeri o enti nazionali fuori dalla «capitale», in grandi aree metropolitane. L'idea di «capitale reticolare» è, anche in Italia, oggetto di studio di importanti centri di ricerca. Ovviamente ciò comporta una forte innovazione tecnologica e comunicativa via cavo nel settore pubblico, che invece oggi si caratterizza per la sua spaventosa arretratezza. Ma la visione sistematica del settore pubblico sta entrando nel linguaggio dei grandi enti pubblici, alcune esperienze vanno avviandosi e si sta affermando il concetto di «si- * Assessore all'ambiente del Comune di Bologna. Intervento svolto al Convegno del CCRE ((Viverein città nell'Europa di domani)), Parigi 19 marzo 1994. COMUNI D'EUROPA stema città». Noi stiamo cercando di dare concretezza proprio a tale concetto. Bologna è una città che ha saputo affrontare, con scelte peculiari, problemi di assetto urbanistico, di sviluppo economico e sociale basato su piccole e medie imprese, di risposta ai bisogni civili e sociali con servizi pubblici qualificati. La sua Università è nota in tutto il mondo e, oltre agli Studi di Giurisprudenza e Medicina, la Facoltà di Ingegneria ha un ruolo riconosciuto a livello internazionale. I1 livello di scolarizzazione è molto elevato. La città può contare su queste energie, come su quelle del lavoro produttivo, terziario e dei servizi. Ma è anche una città consapevole dei ritardi suoi e del paese nei confronti delle esperienze europee più avanzate. Abbiamo comunque cercato di introdurre novità nella nostra azione di governo, per far prevalere, nelle scelte attuali e future, i «punti di vista» della qualità sociale e ambientale. L'attuale legislazione italiana non favorisce questa opera di cambiamento, anzi a volte la ostacola o la impedisce. A Bologna stiamo cercando di affrontare tale situazione con scelte capaci di introdurre, per quanto possibile, elementi di qualità progettuale e, in pari tempo, di determinare le condizioni per: - ampliare e finalizzare la raccolta dei dati sul rapporto tra sviluppo e ambiente in area urbana; - riformulare i criteri informativi per la programmazione strategica allargata; - operare perché le scelte, i progetti, i piani siano improntati secondo criteri di tutela ambientale preventiva e di qualità urbana; - accrescere le professionalità pubbliche e private; Abbiamo perciò elaborato e avviato una serie di progetti che tendono a introdurre nuovi criteri di analisi e di riferimento per i programmi futuri, pubblici e privati: - l'adesione al «Progetto Urban C 0 2 » , promosso dall'ICLEI per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, ci aiuta alla definizione del piano per il risparmio energetico, la riduzione delle emissioni inquinanti e la qualità dell'aria; - la zonizzazione acustica della città per contenere il rumore oggi molto elevato; - i piani per la tutela e qualità del verde; per la tutela della qualità delle acque e il risparmio idrico; - la valutazione degli studi di impatto ambientale delle grandi opere pubbliche e private e dei piani di sviluppo urbanistico previsti a Bologna. Questa scelta sperimentale - in Italia non esiste una legge organica in tal senso - ha aperto un forte dibattito nella città, ma ha attivato nuove energie e competenze tecniche, che stanno partecipando in modo attivo alla elaborazione degli studi di impatto ambientale, e anche nuove attenzioni alla qualità progettuale e alla ricerca di tecnologie adeguate alla mitigazione degli impatti. Con questi indirizzi, inoltre, abbiamo dato un senso più generale alle scelte del passato e alle sperimentazioni in atto con l'uso di nuove tecnologie in campo energetico e ambientale. Le richiamo rapidamente: - Metanizzazione quasi totale dell'area della provincia. - Progettazione e attuazione di impianti di cogenerazione e teleriscaldamento a metano. - Recupero dell'energia contenuta nei rifiuti con la trasformazione del calore dell'inceneritore e il recupero del biogas dalle discariche. - Attivazione sperimentale di un impianto energetico a cellule combustibili. - Realizzazione di una piccola centrale idroelettrica nel centro storico della città utilizzando le acque dei canali una volta usati per il funzionamento delle industrie della seta e la navigazione verso il mare. In particolare per la tutela ambientale abbiamo attivato: - Un sistema di rilevazione costante dell'inquinamento dell'aria urbana che ci permette di assumere provvedimenti di contenimento del traffico a tutela della salute dei cittadini ma soprattutto di conoscere la qualità dell'aria per prevenire l'alto inquinamento delle aree urbane, particolarmente da nox e ozono. - Prossima attivazione di un sistema di controllo degli accessi dei veicoli nel centro storico con un sistema ottico e telematico in grado di controllare e multare quanti non sono autorizzati all'accesso. - Adozione di sistemi di combustione per caldaie centrali e unifamiliari a bassa produzione di ossidi di azoto. - Sperimentazione di un impianto di refrigerazione a metano per evitare l'uso di CFC; tecnologia che, nell'ambito degli studi di impatto ambientale, stiamo proponendo a enti pubblici e a privati per centri commerciali o terziari. Vorrei soffermarmi, anche per gli effetti sulla qualità dell'aria, sul problema della mobilità che in Italia è uno dei problemi più urgenti da affrontare. Come sapete, si sta discutendo del potenziamento delle ferrovie italiane, oggi fanalino di coda nel movimento di persone e merci. A Bologna stiamo affrontando una forte discussione con le Ferrovie dello Stato perché la progettata alta velocità sia l'occasione per realizzare un Sistema Ferroviario Regionale e Bolognese con fermate in area urbana e treni APRILE 1994 cadenzati, integrati a parcheggi scambiatori nei comuni periferici e al sistema di mobilità pubblica su rotaia. Proprio in questi giorni stiamo inoltrando i progetti per le prime reti urbane nella nostra città oggi servita da bus e filobus. Per concludere, vorrei sottolineare la nostra consapevolezza della necessità che, in un prossimo futuro, la programmazione strategica e la pianificazione territoriale contengano in sè gli obiettivi e i vincoli di qualità ambientale e urbana fondamentali per uno sviluppo ambientalmente sostenibile: quello che noi chiamiamo «Ecopiano». A tal fine l'Amministrazione Comunale d i Bologna sta operando per una più qualificata conoscenza della realtà ambientale, economica e sociale, come dei rischi e delle potenzialità del suo territorio tramite la realizzazione dell'osservatorio sulla situazione economica e sociale e del sistema informativo territoriale e ambientale. I n pari tempo, con il polo tecnologico realizzato alcuni anni fa e che vede presente, tra gli altri, l'università e le Associazioni produttive, operiamo per l'attivazione di tutte le energie scientifiche e tecniche per dare corpo a soluzioni urbane integrate e tecnologicamente avanzate. Tra queste è di recente attivazione un progetto concordato con la Fiat per l'uso dell'auto elettrica in area urbana. Inoltre, è stato recentemente firmato il primo protocollo di intesa pubblico-privato, per la realizzazione, in due aree di sviluppo urbano, di soluzioni tecnologiche per la cablazione degli edifici, collegata con il Teleporto, e per le soluzioni energetiche più avanzate. Queste scelte strategiche per lo sviluppo non potranno più essere condizionate dai confini amministrativi dei singoli Comuni. Quaranta Sindaci dei Comuni del Bolognese, in attesa di una nuova legge, hanno aderito alla realizzazione volontaria dell'hrea metropolitana per avviare un governo unitario delle scelte su ambiente, urbanistica, mobilità, qualità urbane e informatizzazione dei , tramite la costituzione settori ~ u b b l i c ianche di uffici integrati sovracomunali. Ci auguriamo che il nuovo Parlamento favorisca questi processi con la approvazione di nuove leggi e la piena assunzione delle direttive comunitarie. Per questo ci aiuta l'essere presenti in sedi internazionali: la partecipazione a EUROCYTIS è certamente una occasione di grande importanza per noi; così come la partecipazione al Progetto Urban C 0 2 , promosso dal1'ICLEI. L'invito che ci è stato rivolto a partecipare al Global Forum, che si svolgerà nella città di Manchester, quale unica città italiana, sarà una ulteriore occasione di confronto sui temi della qualità urbana. Stiamo operando perché questo sia un fatto di tutta la città, dalle forze produttive, sociali e ambientali, una occasione di riflessione per scelte che sappiano coniugare in modo nuovo lo sviluppo con la tutela dell'ambiente e della qualità della città di oggi e di quella che consegneremo alle future generazioni. m APRILE 1994 Il quaderno «Scollinando in blu}) di Mattia Pacilli, presidente della Casa d'Europa di Bassiano (promotrice della pubblicazione insieme al Comune di Bassiano e all'Assessorato al turismo della Regione Lazio), propone un itinerario - Valviscolo, Semoneta, Selvascura, Bassiano - ricco di patrimonio naturalistico e culturale che attende tutela e valorizzazione. Il quaderno viene distribuito per l'inaugurazione dell'area di sosta ccil mio Paese l'Europa», realizzata dallJAmministrazione comunale di Bassiano con il sostegno dell'Assessorato al Turismo della Regione Lazio nel quadro della L. R. 6011991: ccPromozione turistica del tewitorio regionale». Il federalismo, in concreto.. . (segue da pag. 6) ne di quelli che saranno i compiti attribuiti al suo governo. Insomma I'AICCRE si è coerentemente interessata dell'intero Sistema delle autonomie: e di questo - è d'avviso ci si deve oggi globalmente occupare. Q u i confesso (e può sembrare un paradosso in un vecchio regionalista come me) che ora, dopo l'errore gollista di unlEuropa delle Patrie (sovrane), temo un'Europa delle Regioni, sovrane, esclusiviste, forse anche economicamente autarchiche e con una ambiguità che talora confina col razzismo. Comunque, create le Regioni a Statuto ordinario, I'AICCRE chiese invano - in maniera argomentata nel volume collegiale «La Regione Italiana nella Comunità europea» (1971) - una riforma congrua e radicale dell'Amministrazione centrale. Ma si maturava sempre più nell'AICCRE il convincimento della non funzionalità dello Stato regionale come tale e la necessità di uno Stato federale. Basterà sotto questo riguardo la nostra richiesta d i un Senato delle Regioni, ribadita nell'udienza conoscitiva alla Commissione bicamerale per le questioni regionali, presieduta dall'on. Cossutta (1984). I1 Senato delle Regioni, va riaffermato ora e subito, è una istituzione fondamentale del federalismo infranazionale: per taluni «moderati», che a torto lo temono, osserverò che esso è il più efficace strumento di trasparenza delle autonomie territoriali e di autocontrollo nei compiti rispettivi e nella spesa. Forse sarà utile verificare meglio il ruolo del Bundesrat tedesco o Senato dei Laender (le Regioni federate): abitualmente si ignora (in Italia) che i Laender designano la maggioranza dei membri del Consiglio d'amministrazione della severa Bundeshank, che stabilisce il tetto dello spendibile nazionale e controlla l'inflazione. Precedentemente (1981) avevo promosso nelI'AICCRE uno studio e fatto elaborare un volume su «I1 federalismo fiscale della Germania occidentale» (firmato dalla studiosa te- desca Sigrid Esser), quel federalismo fiscale - con le sue perequazioni verticali e orizzontali - che dovrà ora completare l'autonomia fiscale, da riconquistare a tutto il Sistema delle autonomie. Dal nazionale al sovranazionale Non ci soffermeremo ancora sul legame, anzi sull'interdipendenza del federalismo infranazionale col federalismo sovranazionale: anche se insistere sulla necessaria coerenza di quel che facciamo o decidiamo in casa con la professata «fede federalista» a tutto campo non è mai sufficiente. Restando nel contingente, si stenta a far capire che la nomina di un sottosegretario nel governo nazionale è meno importante di quanto si riesce a ottenere nella scelta di un successore di Delors: per essere «protagonisti» - cioè coerenti e stimati, che vuol dire affidabili - non occorre che sia italiano, ma che sia «eccellente» e di «sicuro convincimento federalista». Comunque rimane l'esigenza che la costruzione delllEuropa federata «a pezzi» sia a «pezzi coerenti)) e convergenti verso l'obiettivo proclamato. Si è discettato a lungo sulla moneta unica: indubbiamente essa sarebbe - o sarà - un passo decisivo verso la federazione, ma - a parte che, all'interno del problema, non si è voluto capire che i preliminari «cambi fissi» richiedono, lealmente, una politica comune delle riserve monetarie (come ripeteva instancabilmente a suo tempo Jean Monnet) - una unione monetaria risultava astratta, se ad essa non corrispondeva un comune e inflessibile atteggiamento in favore dell'unione politica (fare la Federazione europea quasi clandestinamente e con colpi d i mano è un'idiozia) - analoghe critiche si rivolsero a suo tempo per chi concepiva la CED (Comunità europea di difesa) astraendo dalla Comunità politica (questo non sfuggì a D e Gasperi, ben consigliato da Spinelli) -; e risultava altrettanto astratta l'unione monetaria se non si procedeva di pari passo verso un COMUNI D'EUROPA progetto di unione economica. I1 valore del aprogetto Delors» (Libro bianco) è tutto qui e arriva nel momento giusto: anzi, non è tutto qui, perché c'è da aggiungere che il «progetto Delors» è un progetto che va a pennello a un N a u Deal europeo, quale chiedeva 1'AICCRE mentre Spinelli, nel Parlamento europeo (1983-'84), procedeva nello schema di Costituzione politica europea. I1 Libro bianco è realistico ed equilibrato: tanto vero che molti socialisti lo considerano troppo «liberista» e molti liberisti lo considerano troppo socialista. Inoltre il «progetto Delors» avanza nel senso del federalismo «globale», offrendo una strategia sovranazionale, ma altresi un coordinamento di iniziative socioeconomiche nazionali, regionali, infraregionali, e collocando inoltre l'Unione europea nel vivo dei rapporti planetari (si pensi alla intelligente collocazione dell'Europa nei rapporti col Terzo Mondo in via d i industrializzazione). Di fronte alla inventata minaccia di un eurocentrismo insopportabile e della dittatura degli eurocrati - in realtà si tratta viceversa della scarsa democrazia prevista per l'Unione dallo stesso Trattato d i Maastricht (ecco un argomento per la revisione del 1996) - sono scattati i neo-confederalisti, che vanno cercando i contropoteri nazionali nei riguardi di un potere europeo, che in realtà non c'è. La lezione della Iugoslavia e in particolare della Bosnia dovrebbe avere aperto gli occhi: 1'Europa come Soggetto politico non esiste - ma i singoli Stati nazionali non «esistono» neanche essi - e, il gravissimo problema morale a parte, è in pericolo la nostra stessa sicurezza. H o insistito ripetutamente sul passaggio, non avvertito a sufficienza (anzi non avvertit o affatto), dall'«equilibrio del terrore» al «terrore senza equilibrio», cioè all'anarchia europea armata (armata, ma anche fabbricant e di armi per i Paesi terzi). I1 nostro obiettivo non lontano è una Paneuropa federale: ma per ora siamo alla mercé di qualsiasi pazzo excomunista divenuto nazionalista nell'Europa dell'Est, per non parlare degli sconsiderati nazionalisti nella nostra Europa occidentale. Retrocedendo quasi al secolo XVIII, si riparla di una politica di equilibrio, naturalmente fra Stati sovrani: e un presuntuoso Ministro degli Esteri italiano ha pensato, nell'ambito dell'unione, a un accordo col Regno Unito antifederalista per bilanciare l'egemonia franco-tedesca (che per altro è essa stessa in sofferenza). Frattanto, essendosi accorti delllesigenza di una Costituzione (cioè di una bussola) dell'Unione europea, si rimedia nel modo sbagliato: si fanno progetti (e si rivela così la debolezza fin qui mostrata dalla maggioranza dei parlamentari europei) di una Confederazione destinata a rimanere tale (progetto Hermann). Anche il progetto Spinelli (1984) era prevalentemente confederale, ma lasciava la porta aperta a una evoluzione federale. Tale evoluzione è impossibile se si istituzionalizza il Consiglio europeo (il Vertice dei Capi di Stato e d i Governo) e si pretende che esso, col tempo, possa decidere a maggioranza, il che è una chiara aberrazione: infatti i Capi di Stato e di Governo rispondono ai loro rispettivi elettorati nazionali, e gli Stati soccombenti nelle maggioranze del Consiglio europeo non saprebbero a chi rivolgersi per migliorare, democraticamente, la loro posizione minoritaria. La soluzione «federalista» e (per carità!) prudente sarebbe quella di creare un Esecutivo europeo, che, per la politica estera e di sicurezza (che, si dice ipocritamente, dovranno divenire comuni) dovrebbe rivolgersi in prima istanza - in una Comunità basata su un sistema bicamerale, Senato degli Stati (trasformazione dell'attuale Consiglio dei Ministri, integrato da quanto richiedono le strutture federali interne, negli Stati in cui si sono già realizzate) e Assemblea popolare eletta a suffragio universale europeo (I'attuale Parlamento europeo) -, dovrebbe rivolgersi in prima istanza, dicevo, al Senato degli Stati, il quale potrebbe a sua volta decidere, in un primo momento, con maggioranze estremamente qualificate e conservare in certi casi (poi questa prerogativa cadrebbe.. .) il diritto di veto anche per singoli Paesi. I n questa confusione circa la strategia federalista hanno un destino incerto gli stessi istituti democratici, per cui il CCRE si è lungamente battuto. Pensiamo al Comitato delle Regioni e dei Poteri locali, che abbiamo ottenuto dopo venti anni di lotta. C'è da temere che il Comitato si chiuda in una prospettiva corporativa (e già il litigio tra Regioni - o, peggio, i Laender tedeschi - e Poteri locali è un brutto segno) e non collabori intelligentemente, a nome d i tutto il Sistema delle autonomie territoriali, a favore degli spiragli federalisti. Con la libera circolazione comunitaria dei capitali, per esempio, oggi c'è d a chiedere l'armonizzazione fiscale comunitaria: si capi- mensile deli'AICCRE Direttore responsabile: Umberto Serafini Condirettore: Giancarlo Piombino Redazione: Mario Marsaia Direzione e redazione: Piazza di Trevi 86 - 00187 Roma Indir. telegrafico: Comuneuropa - Roma tel. 69940461-2-3-4-5, fax 6793275 Questo numero è stato finito di stampare il 8/6/1994 ISSN 0010-4973 Abbonamento annuo: per la Comunità europea, inclusa l'Italia L. 30.000 Estero L. 40.000; per Enti L. 150.000 Sostenitore L. 500.000 Benemerito L. 1.000.000 COMUNI D'EUROPA sce quanto ciò gioverebbe all'attuazione del Libro bianco e alle iniziative economiche «locali» - a tutto vantaggio di una politica regionale equilibrata dell'unione -. Col ~ r o b l e m astringente della sicurezza e, dunque, di una politica estera comune, si capisce agevolmente come sia una follia l'allargamento a Nord (Nord-Ovest) dell'unione senza garanzie: anzi, con la prospettiva d i una diluizione dell'unione in una Zona di libero scambio. Non mi stancherò di ripetere che nell'Europa del 1914 si varcavano le frontiere senza passaporto e ciò non evitò due successivi conflitti mondiali. I1 problema attuale è, se mai, l'allargamento politico dell'unione verso l'Est dell'Europa. Lasciatemi a questo punto ribadire il tout se tient sacrosanto. Chiacchieriamo superficialmente della costruzione di una società europea multietnica: e chi non la vuole? E' una vita che ogni vecchio federalista si batte contro il razzismo. Ma i disoccupati, gli emarginati, i giovani hanno il diritto di domandarci se, gaudenti d i una società agiata basata sulla rapina del più delle risorse e delle ricchezze del Pianeta, non siamo capaci, subito, di impegnarci - e questo può riuscire solo a una Unione europea fortemente democratica per un «nuovo e giusto ordine economicosociale planetario», impedendo la valanga d i emigrati dal Quarto Mondo per disoccupazione endemica e per fame. Infine, le Nazioni Unite. Come sia bacata la mente di molti «pastori» politici lo dimostra la gara per un posto nel Consiglio di Sicurezza come singole Nazioni (la Germania, ora l'Italia, ecc.). Se non si è in malafede, è ovvio che bisogna chiedere un posto nel Consiglio di Sicurezza per l'Unione europea: e insieme la riforma di tutto l'istituto, con rappresentanza di tutte le aree continentali. Utopie? Perchè no? Alcuni di noi abbiamo cominciato a chiedere gli Stati Uniti democratici d'Europa sotto il fascismo, negli anni trenta, mentre molti intellettuali, che poi si son fatti passare per antifascisti perenni, partecipavano in Germania - ancora durante la guerra! - a convegni culturali «europei», terminati con banchetti in cui prendeva la parola Goebbels. Poi, rientrati in Italia, scrivevano articoli ambigui su «Primato» di Bottai (colui che uccise Mussolini quando era già morto, dopo averlo assecondato in prima fila, servilmente, nella politica razzista, iniziata brutalmente nel 1938). ¤ Una copia L. 3.000 (arretrata L. 5.000) I versamenti devono essere effettuati: 1) sul c/c bancario n. 300.008 intestato: AICCRE c/o Istituto bancario San Paolo di Torino, sede a Roma, Via della Stamperia, 64 - 00187 Roma, specificando la causale del versamento; 2) su1c.c.p. n. 38276002 intestato a "Comunid'Europa",piazza di Trevi, 86-00187 Roma; 3) a mezzo assegno circolare - non trasferibile - intestato a: AICCRE, specificando la causale del versamento. Aut. Trib. di Roma n. 4696 dell'll-6-1955. Tip. Della Valle F. Roma, Via Spoleto, 1 Fotocomposizione: Graphic Art 6 S.I.]., Roma, Via Ludovico Muratori 11/13 Associato ail'USP1 - Unione Stampa periodica italiana APRILE 1994