Protestanti a Pordenone nell’Ottocento Elena De Mattia Enzo Pagura Tipografia Sartor Pordenone ELENA DE MATTIA ENZO PAGURA PROTESTANTI A PORDENONE NELL’OTTOCENTO Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del volume. Copertina di: Prisca Fusaz Prefazione Enzo Pagura, parlando nel suo scritto della prima presenza evangelica a Pordenone, presenta un interessante e colorato spaccato oltreché un passaggio storico della società civile dell’Ottocento. Attraverso una minuziosa ricerca e avvalendosi di criteri di indagine, quali la ricerca catastale e l’indagine anagrafica e del metodo critico-storico, Pagura ricostruisce alcuni dei momenti fondamentali che qualificarono la nascita e la presenza dei primi evangelici in questo luogo. Incisivo, in questa ricerca, è stato anche il contributo di Elena De Mattia che con molta attenzione rafforza e ravviva, con la citazione di una serie di articoli anonimi pubblicati dalla stampa liberale nonché per mezzo della illustre figura del pastore Theodor Elze, la vivacità del pensiero protestante e la partecipazione attiva e la penetrazione di questi ultimi nel tessuto sociale, politico, culturale e religioso della città. Singolare, inoltre, è l’accento che Pagura pone sull’importante contributo sociale e culturale dei protestanti svizzeri che egli collega alla progettazione e alla creazione della prima industria del cotone (1838). Dunque, e qui sta l’intuizione di Pagura, la presenza dei primi evangelici a Pordenone è stata favorita essenzialmente da due fattori: primo, l’insediamento della prima industria della lavorazione del cotone ad opera di famiglie protestanti svizzere; secondo, la crescita economica della città. Aspetti, questi, che hanno agevolato e spinto gente proveniente anche da altri luoghi del Friuli e del Veneto ad insediarsi nelle sue mura, tra cui, come con grande puntualità ricorda Pagura, vi erano diversi immigrati evangelici italiani. Certamente, il lavoro di Enzo Pagura come anche il contributo di Elena De Mattia rappresenta un’importante pietra miliare e una seria premessa per una continuazione di un’indagine storica conoscitiva non solo della presenza degli evangelici, ma anche della loro interazione con la società civile allora in continuo movimento. Vi sono, infatti, ancora ampie aree della nostra memoria della fine dell’Ottocento e dei primi del Novecento da portare alla luce. Vorrei, quindi, concludere questo spazio che gentilmente mi è stato concesso non solo per ringraziare gli autori, Enzo Pagura ed Elena De Mattia che con questa indagine ci hanno aiutato ad aggiungere dei nuovi tasselli importanti alla nostra memoria storica dell’Ottocento, periodo di grandi cambiamenti sociali, culturali, religiosi e politici, ma anche per citare un pensiero di Emily Dickinson che evidenzia come una parola “diversa” e a volte “profetica” rispetto al contesto di quel tempo quale quella della prima e della seconda generazione di evangelici presenti nel territorio, cioè della famiglia Fabbris, di Francesco Furlanetti, di Domenico Sacilotto, di Osiride Colombo, di Pietro Colombo, di Giovanni Puiatti, di Antonio Rosset, di Bernardo Vicenzin, di Giovanni 5 Battista Favot, di Antonio Vicenzin, di Giuseppe Corai, di Luigi Pascutto, di Osvaldo Cardin, di Emilio Brusadin, di Bernardini Emanuele e Giuseppe, di Giovanni Martel, di Bernardini Umberto, come anche di tutti quei pastori evangelici quali, Theodor Elze, Angeleri, etc., in realtà non si è mai spenta, anzi “comincia a vivere proprio in quel giorno”: 6 «Una parola è morta Quando è dettaC’è chi dice così. Io dico invece Ch’essa comincia a vivere Proprio in quel giorno» (Emily Dickinson) Giuseppe Miglio Pastore della Chiesa Evangelica Battista di Pordenone Premessa dell’autore Enzo Pagura Nell’aprile dell’anno 2006, nel corso di un viaggio di studio a Zurigo, ebbi la fortuna di conoscere il professor Reiner Mansel, pastore della Chiesa Evangelica Battista, il quale gentilmente mi aprì le porte dell’Archivio della Chiesa Battista Zurighese. Ero alla ricerca di relazioni industriali e religiose tra la Svizzera e Pordenone. Sfogliavo con interesse l’elenco dei primi componenti della Chiesa Battista di Zurigo, cercando di ritrovare i nomi di quei battisti (con nome tedesco-svizzero) precedentemente incontrati nell’anagrafe storica del Comune di Pordenone. Fu nel corso di tali ricerche che il pastore Mansel mi fece intelligentemente notare che vi erano stati dei precedenti rispetto al periodo oggetto della mia ricerca e che in realtà il primo Battista d’Italia era stato il Vescovo Ambrogio1 che aveva fatto costruire, dove ora sorge il Duomo di Milano, una grande vasca per i battesimi per immersione. La storia dei protestanti pordenonesi risale molto più indietro, e più in profondità, di quello che di solito si pensa. Canonicamente la si fa risalire agli ultimi decenni dell’Ottocento ma vi sono stati dei legami antecedenti sotterranei e complessi che hanno lasciato poche tracce nella documentazione. In questo studio ho cercato di ritrovare quelle testimonianze che collegano la comunità evangelica battista odierna con le chiese protestanti dell’Ottocento. Ho ristretto il campo d’indagine al periodo che va dal 1838 al 1918. Il 1838 ha una doppia valenza: in quell’anno si inizia a progettare e costruire il grande stabilimento del cotone di Torre ed è anche il periodo in cui giungono in città i primi protestanti impegnati nel creare questa nuova industria. Nel 1915 inizia per l’Italia la Grande guerra che causerà devastazioni e distruzioni in tutto il Friuli Occidentale. Tra gli edifici produttivi che subiscono i maggiori danni (smantellamento dei macchinari e pesanti demolizioni) vi sono i cotonifici di Pordenone. La guerra rappresenta una drastica riduzione (la presenza senza soluzioni di continuità perdura fino ai nostri giorni) della comunità straniera protestante di Pordenone. È nel corso del 1915 (e dei due anni successivi) che una buona parte degli stranieri tornano nei loro paesi d’origine. Dopo il 1918 non si ricreerà una comunità straniera numerosa come lo era stata precedentemente. Tra industria del cotone e protestanti vi è stato un legame diretto. Dobbiamo ringraziare il “Re cotone” per aver creato delle condizioni che hanno favorito in qualche modo la diffusione del culto evangelico. Si può far risalire l’arrivo dei tecnici stranieri protestanti all’insediamento di questa industria (uno dei motivi che hanno favorito il sito di Torre per impiantarvi le fabbriche tessili è la presenza della via d’acqua del 7 Noncello) e alle barche che facevano la spola dai porti dell’Adriatico a Pordenone. E c’è un’altra ragione (anche questa in qualche modo legata ai nuovi insediamenti industriali) dovuta alla crescita economica e demografica della città: una città in rapida espansione economica e demografica, formata in gran parte da immigrati, rappresentava un posto ideale dove poter insediare un nuova comunità senza essere perseguitati e dove poter fare azione di proselitismo fra il gran numero di lavoratori tessili immigrati dal Friuli e dal Veneto. Le Congregazioni Evangeliche sono state delle comunità raccolte intorno al calore della propria fede. Sono vissute pacificamente senza rimarcare la propria presenza con gesti eclatanti. Nonostante ciò le minoranze protestanti fanno parte a pieno titolo dell’identità cittadina. Insieme ad altre confessioni (per esempio la piccola comunità ebrea) i protestanti hanno vivacizzato e arricchito il panorama religioso e culturale della città sul Noncello. Pordenone è il risultato di molti flussi migratori che hanno portato allo sviluppo di un’identità multiculturale. Genti diverse che si sono mescolate e unite grazie al carattere aperto della città, dovuto alla sua specificità mercantile e industriale. Non esistono Chiese maggiori o minori: tutte hanno medesimo diritto di tolleranza e cittadinanza e nessuna dovrebbe rivendicare la priorità sulle altre né tantomeno derivare priorità e preminenza basandosi su una privilegiata discendenza dalla Chiesa delle origini. Anche i movimenti evangelici cristiani rivendicano (e a maggior ragione, poiché questo è stato uno dei motivi che hanno portato alla Riforma nel Cinquecento) un legame diretto e indissolubile con la Chiesa delle origini e con la parola di Dio contenuta nella Bibbia (Sola Scriptura). La situazione religiosa ottocentesca era per diversi aspetti simile a quella odierna: vi era la presenza di una forte immigrazione e una molteplice offerta di culti. Oggi come allora una pluralità confessionale può diventare per la nostra città un arricchimento religioso e culturale. Le fonti Il lavoro non è stato facile, soprattutto per la mancanza di un archivio della Chiesa Battista Pordenonese o, più precisamente, a causa della distruzione e della dispersione di questo archivio avvenuta durante l’occupazione austriaca, nel 1917. In quell’anno anche il tempio di viale M. Grigoletti fu occupato e tutte le suppellettili furono asportate o distrutte2. Per il periodo successivo, dal 1918 ad oggi, esiste un fondo archivistico discreto depositato presso l’archivio della Tavola Valdese di Torre 8 Pellice (TO). Fondamentale, per cercar di ricostruire il periodo precedente, è stata la documentazione rintracciata presso l’Archivio Storico del Comune di Pordenone. L’impianto di questo libro si fonda per la maggior parte su documenti provenienti dall’Archivio Storico del Comune di Pordenone. Nelle note il richiamo archivistico sarà sintetizzato in A.S.C.P. (Archivio Storico del Comune di Pordenone). Sono stati analizzati e studiati i Repertori di Polizia, Culto, Sanità, Censo, Lavori Pubblici e Strade dal 1838 al 1918. Altro fondo archivistico utilizzato è quello della Tavola Valdese di Torre Pellice (TO), che contiene quello che resta della documentazione storica della Chiesa Battista pordenonese. Vi si trova soprattutto documentazione posteriore alla prima guerra mondiale. Il materiale citato è richiamato con la sigla A.S.T.V. (Archivio Storico della Tavola Valdese di Torre Pellice). Presso l’Archivio di Stato di Pordenone sono state consultate le mappe catastali storiche e i registri di proprietà; è inoltre stato fatto un esame dei contratti notarili rogitati a Pordenone dal 1839 al 1900 (A.S.P.). Un’altro archivio contenente dati e informazioni sui protestanti pordenonesi è quello della Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione di Pordenone (A.S.S.O.M.S.I.), la sua consultazione mi ha confermato che questo sodalizio è stato uno dei punti di presenza dei protestanti a Pordenone. Per ultimo mi è stato utile sfogliare tutti i numeri del periodico locale “Il Tagliamento” (le annate disponibili dal 1871 al 1893), custoditi presso la Biblioteca Comunale di Pordenone e quelli del quotidiano “La Patria del Friuli”, dal 1877 al 1913, presso la Biblioteca Civica “V. Joppi” di Udine. Ringraziamenti Alla realizzazione di questo volume hanno concorso molte persone. Senza il loro aiuto e i loro apporti non avrei di certo condotto a termine questo lavoro. Non posso ringraziare tutti, l’elenco sarebbe troppo lungo. Alcuni però, nei confronti dei quali grande è il debito di riconoscenza, vanno ricordati: voglio ringraziare di cuore Mauro De Franceschi che, come per tutti i miei precedenti lavori, ha sacrificato parecchie ore del suo tempo libero (e ne dispone di veramente poco) per curare planimetrie, ricostruzioni e immagini grafiche di diversi edifici. I miei ringraziamenti più sentiti vanno inoltre a Gabriella Ballesio (dell’Archivio Storico della Tavola Valdese di Torre Pellice) e a Mirco Bortolin (dell’Archivio Storico del Comune di Pordenone) per il prezioso e generoso aiuto offertomi nell’importante fase di reperimento della documentazione archivistica. Infine sono grato a Teresina Degan, Aldo Casonato, Elena De Mattia e Gian Luigi Bettoli per i consigli e la documentazione bibliografica che mi hanno fornito che è 9 stata largamente utilizzata nella realizzazione di questo libro. Ringrazio anche Liliana Zuliani per aver riveduto e corretto il lavoro. Nello stesso tempo questo volume è anche stato scritto grazie alle critiche ed alle osservazioni del pastore Franco Scaramuccia, recentemente scomparso, a cui va le mia riconoscenza. Molte delle cose che ho scritto sono delle risposte a sue osservazioni. Enzo Pagura 1 Ambrogio, (Treviri 339 ca – Milano 397) Uno dei più illustri e eruditi padri della Chiesa latina. Nacque a Treviri da padre romano, ivi praefectus Galliarum: fu mandato da Probo a Milano come governatore. Nel 374 si adoperò per sedare i tumulti scoppiati a Milano per la successione del vescovo filoariano Assenzio: la sua opera fu così apprezzata dalla popolazione che proprio lui fu eletto vescovo. Notevoli soprattutto la sua attività antiariana che, sulle tracce di Ilario, portò all’eliminazione pressoché totale dell’arianesimo dall’Italia, e il suo atteggiamento d’indipendenza di fronte all’imperatore, culminato nella penitenza imposta a Teodosio in seguito alla strage di Tessalonica (390). La sua influenza personale fu determinante per la conversione di Agostino, che fu da lui battezzato (387) e che lo definì “eccellente dispensatore di Dio, venerato da me come padre”. Dette alla diocesi di Milano una liturgia ed un rito particolari, noti sotto il nome di Rito ambrosiano (nel Rito ambrosiano il battesimo è fatto per immersione) , e fu il primo ad introdurre il Canto dei salmi nella Chiesa occidentale (Canto ambrosiano). 2 La conferma della distruzione del mobilio e del suo contenuto ci viene fornita da una nota, del 12 giugno 1926, del Commissario Regio: “non risulta che i fabbricati addetti alla Chiesa e al presbiterio siano stati danneggiati dall’esercito invasore, mentre tutto il mobilio contenuto nei fabbricati stessi è stato asportato e distrutto dalle truppe nemiche.” A.S.C.P., Ref. VII, Fasc. 5, Materia Culto, Anno 1926, n. 5691 del 12/06/1926. 10 Premessa dell’autrice Elena De Mattia Il progetto di Enzo Pagura che è alla base di questo libro ha destato fin dall’inizio il mio interesse: finalmente, infatti, grazie alla sua competenza ed alla sua dedizione, cominciavano a riemergere dal passato alcuni importanti tasselli della storia della presenza protestante a Pordenone e della locale Chiesa Evangelica Battista. Quei nomi in cui mi ero a volte imbattuta cercando di sapere di più sull’origine della mia comunità cominciavano ora ad assumere un profilo più preciso e diventavano i protagonisti di un’importante pagina di storia pordenonese. Ho quindi aderito con gioia alla sua proposta di prendere parte a questo lavoro. I contributi da me sviluppati approfondiscono alcuni argomenti che fanno, per così dire, da cornice al tema centrale elaborato da Enzo Pagura. Credo, tuttavia, che essi possano contribuire a ricostruire l’atmosfera culturale di Pordenone verso la fine dell’Ottocento e ad inserirla nel contesto più generale della diffusione che il protestantesimo ebbe nel nostro Paese in quel periodo. Il capitolo dedicato ad una serie di articoli comparsi sul Tagliamento negli ultimi decenni dell’Ottocento apre così uno scorcio sulle polemiche che animavano i dibattiti all’interno della stampa locale, di cui erano protagonisti gli ideali liberali e risorgimentali della borghesia e le sue aspirazioni ad uno Stato laico, tollerante verso tutte le confessioni religiose ma da esse autonomo. L’intento principale di questo contributo è stato quello di mettere in evidenza alcuni punti di contatto tra gli ideali liberali ed il pensiero protestante, sottolineando, al tempo stesso, le sostanziali differenze: a questo scopo si è reso necessario approfondire alcuni principi del protestantesimo, dando voce, in molti casi, ai padri stessi della Riforma, le cui opere sono fondamentali punti di riferimento sia per i principi espressi che per la chiarezza della loro enunciazione. Per consentire una più agevole comprensione dello studio condotto, inoltre, sono stati riportati per intero in appendice gli articoli commentati, corredati da un apparato di note esplicative per i tanti riferimenti a fatti e personaggi che ebbero risonanza nelle cronache del tempo, ma di cui si conserva oggi scarsa memoria. L’approfondimento dedicato alla figura del pastore Theodor Elze, invece, è il frutto di una ricerca articolata intrapresa per scoprire chi si celava dietro a quello che era inizialmente solo un riferimento fugace nelle cronache cittadine; per delinearne il profilo è stata necessaria un’approfondita indagine, ricompensata però da numerose informazioni che, emergendo a poco a poco, hanno consentito, come tessere di un mosaico, di comporre il ritratto sorprendente di una personalità fuori dal comune. Il principale punto di riferimento per la ricostruzione della biografia di Elze è costituito dalle sue stesse opere, numerose ma, almeno in Italia, poco conosciute, anche perché redatte per la quasi totalità 11 in lingua tedesca. Alle sue due opere più note, tuttavia, sono state dedicate delle riedizioni che, comprendendo anche dei brevi profili biografici dell’autore, sono state di grande aiuto nel delineare la sua figura, pur non riuscendo comunque ad abbracciare per intero la vita e le opere di quest’uomo estremamente colto e versatile. Si è reso quindi necessario raccogliere ulteriori informazioni attraverso pubblicazioni di vario genere, quali notiziari e periodici evangelici, studi sulla storia della Riforma, contributi specialistici relativi ai molteplici settori nei quali Elze si cimentò. Auspico che entrambi gli approfondimenti contribuiscano ad inserire lo scorcio di storia pordenonese ricostruito in questo libro nel quadro più generale di un’epoca che, con i suoi ideali di libertà e tolleranza, la sua vivacità culturale e la sua spinta all’evoluzione sociale ed alla modernizzazione, ha rappresentato un momento davvero unico nella storia del nostro Paese. In conclusione, desidero ringraziare Enzo Pagura per avermi coinvolto con grande fiducia in questo progetto. Ringrazio inoltre per le loro preziose indicazioni il Pastore Giuseppe Miglio della Chiesa Evangelica Battista di Pordenone ed il Pastore Dieter Kampen della Chiesa Evangelica Luterana di Trieste. Elena De Mattia 12 Capitolo Primo 1. Storia della presenza protestante nel Friuli Occidentale di Enzo Pagura Nel Friuli Occidentale la circolazione delle idee legate alla Riforma è ampiamente documentata. “I continui rapporti di Pordenone coi paesi tedeschi, sia attraverso i lucrosi commerci, sia per mezzo di personaggi rappresentativi alla corte ducale asburgica o imperiale, e, più che di laici, di ecclesiastici, aveva portato necessariamente alla conoscenza delle esigenze e dello spirito riformista che allora pervadeva la Germania e alle relative discussioni pro e contro.” 1 A metà Cinquecento “Riflessi luterani” (come si evidenzia nel titolo del saggio di Andrea Benedetti) si fecero sentire in seno a due nobili famiglie cittadine, i Rorario e i Mantica. Entrambe queste nobili casate intrattenevano relazioni con il vescovo – eretico - Pier Paolo Vergerio di Capodistria. Vergerio era legato alla città del Noncello sia da rapporti intellettuali e di amicizia sia da vincoli di parentela: era infatti in rapporti con due nobiluomini pordenonesi, Girolamo Rorario e Sebastiano Mantica. Anna Mantica aveva sposato Nicolò Vergerio, nipote del Vescovo Pier Paolo. Vergerio, prima di lasciare la sua sede vescovile per fuggire tra i protestanti, “aveva disposto dei suoi beni perché non andassero confiscati e, nella casa di Aloisio Mantica 2 con atto notarile per mano di Francesco Domenichini, ne fece donazione ai pronipoti, figli di Nicolò, figlio del defunto Alvise suo fratello, e della Pordenonese Anna Mantica” (fra i testimoni del rogito figura Girolamo Rorario). È da ricordare inoltre la presenza, fra i membri dell’Accademia, fondata a Spilimbergo (PN) nel 1538 dal letterato Bernardino Partenio, di Francesco Stancari (nato a Mantova nel 1501, morto a Stobnica (Polonia) nel 1574) il quale svolgeva apertamente opera di divulgazione delle idee riformate: “homo eretico et ribello de la santa gesia chatolica et bandito come eretico et infedele: non di meno questi nostri signori lo tenivano in Spilimbergo molti anni et mesi et facevano che costui dopo il disnare, a l’or de Vespari, andava sotto la piazza pubblica et ivi levava alcune cose luterane, esortando li populi non andar a li messe, né creder nel Sacramento, né confessione, né osservar veneri, né 1 Vedi: ANDREA BENEDETTI, Riflessi luterani in Pordenone, Accademia di Scienze Lettere e Arti di Udine, 1957, pp. 5- 13 2 Il Palazzo Mantica (ora occupato dalla sede di rappresentanza della Camera di Commercio) si trova in Corso Vittorio Emanuele, vicino al Municipio. Il Palazzo Rorario si trovava dove ora c’è l’Istituto Vendramini (di fianco al Municipio). Venne gravemente danneggiato dai bombardamenti nel corso dell’ultima guerra e successivamente demolito. 13 quadragesime, né altri simili dotrini, sin tale che ridusse gran parte del populo in molto schandalo contro la gesia, et per darli credito et favore assai, essi signori andavano ad ascoltarlo, confermando chussì esser come lui diceva, et per major favore et credito el cavalier Zuan Francesco ed altri lo conduceva in chassa sua a leger simili eresie.” 3 Sempre negli stessi anni, in un piccolo paese posto pochi chilometri ad Est di Pordenone, a Porcia, idee religiose eterodosse si erano diffuse in un gruppo di artigiani, guidati da Antonio Facchin, tessitore di lana. Le idee che circolavano all’interno di questo gruppo di artigiani “si riferivano alle correnti dell’evangelismo e agli ambienti riformatori moderati”. Ma senza dubbio anche idee più radicali, propriamente legate alla corrente anabattista veneta, si erano diffuse a Pordenone, Porcia 4 , Corva, Azzano e Cinto. A Cinto, una ventina di chilometri a Sud di Pordenone, si formò un gruppo consistente di anabattisti ed è da questo paese che partirono per la Moravia diverse famiglie negli anni ’50 del Cinquecento.5 Anche il noto Domenico Scandella (vissuto alla fine del Cinquecento, in un piccolo paese a circa trenta chilometri da Pordenone) era stato in contatto con il gruppo degli artigiani purliliesi tramite Niccolò pittore di Porcia. Nella sua confusa denuncia delle ingiustizie del mondo non mancavano critiche contro gli abusi e le “male opere “ dei chierici. Nelle sue confessioni agli inquisitori si possono leggere ideali evangelici di libertà e uguaglianza e il diritto ad un’autonoma ricerca personale. Lo Scandella fu giustiziato dal Sant’Uffizio in Piazza della Motta a Pordenone il 6 luglio 1601.6 Inconsistenti sono gli elementi di continuità tra Riforma italiana cinquecentesca e correnti protestanti dell’Ottocento. Nei duecento anni successivi, al di fuori del nucleo valdese (15.000-16.000 persone appartate sulle montagne del Piemonte) i riformati italiani della penisola sono stati totalmente annientati: ne è stata distrutta non solamente l’esistenza fisica ma anche la memoria. Pordenone commerciava con vari scali del Golfo dell’Adriatico, compresi i porti di Venezia e Trieste. Molte barche che risalivano il fiume appartenevano a commercianti veneziani o 3 Riportato in E. DEGANI, Le nostre scuole nel Medioevo, Portogruaro, 1904, pagg. 105, 108 e 110. 4 Vedi il libretto manoscritto di Matteo Fachin di Rorai Piccolo, “certamente eterodosso, anche se potrebbe essere di origine anabattista”. Cfr. ANDREA DEL COL, Eterodossia e cultura fra gli artigiani di Porcia nel secolo XVI, Il Noncello, 1980, n. 46, pag. 36 5 L’anabattismo si diffuse nella bassa pianura veneta a Sud di Pordenone tra Cinto e Latisana. A Latisana il gruppo era alquanto isolato all’interno del paese, a Cinto, invece, gli anabattisti rappresentavano una grossa percentuale della popolazione. L’esodo verso la Moravia iniziò nel 1557 a seguito dell’inasprirsi della repressione cattolica e coinvolse una buona parte degli abitanti di Cinto: cfr. ANDREA DEL COL, Eterodossia … op. cit., pp. 9-41; GIOVANNA PAOLIN, I contadini anabattisti di Cinto, Il Noncello, n. 50, 1980, pp. 91-124. 6 Vedi: CARLO GINZBURG, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ’500, Torino, 1976. 14 triestini, spesso ebrei o protestanti 7. Grazie anche a questi commerci fluviali e marittimi sorse nel diciannovesimo secolo la moderna industria del cotone a Pordenone. Notizie di un piccolo nucleo di protestanti che abitavano in città risalgono al 1838-1839. Questo gruppo era formato da tecnici e imprenditori (soprattutto svizzeri) che stavano costruendo gli stabilimenti cotonieri. Due sono i flussi migratori che portarono a infoltire e a rafforzare questa comunità: il primo avvenne in concomitanza con la costruzione dei primi Cotonifici negli anni quaranta e cinquanta (nelle frazioni di Torre e Roraigrande), il secondo con l’arrivo di Emilio Wepfer nel 1874 e la costruzione di altri stabilimenti, nel quartiere di Borgomeduna e nei comuni vicini di Fiume Veneto e Cordenons.8 Dagli anni ’50-’60 dell’Ottocento cominciò a crescere il numero dei protestanti di nazionalità italiana.9 Di questi faceva parte, nel 1857, la famiglia Fabbri (o Fabbris) di Torre, formata da tre persone. Altra traccia importante, che segnala un aumento della presenza protestante italiana, è quella che riguarda la realizzazione nel 1856 del cimitero “anabattista” di Torre (progettista ing. Reviglio). Altre prove dell’importanza della comunità pordenonese e delle sue relazioni con Venezia e Trieste, la presenza di pastori provenienti dalla comunità veneziana: nel 1891, il pastore Theodor Elze pronunciò l’orazione funebre in onore di Emilio Wepfer, alla presenza di seimila persone; pochi anni dopo sarà sempre un pastore della chiesa di Venezia a intervenire ai funerali di Carlo Scholl. 7 Diverse Famiglie ebree erano presenti a Pordenone nell’Ottocento: Maÿer, Levi, Tedeschi, Polacco, Valenzin. Anticamente il “ghetto” pordenonese si trovava dietro il Duomo di San Marco, vicino al porto sul fiume Noncello. La piccola calle che metteva in comunicazione il porto con il caseggiato posto dietro la chiesa di San Marco, abitato dagli israeliti, era detta anticamente “calle degli ebrei”. Sulla presenza degli ebrei nel Friuli -Venezia Giulia, tra Otto e Novecento, vedi: ADONELLA CEDARMAS, Gli ebrei a San Daniele del Friuli tra Cinque e Novecento, Societât filologiche furlane, s.d.. ADONELLA CEDARMAS, La comunità israelitica di Gorizia 1900-1945, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1999. PIETRO IOLY ZORATTINI, Gli ebrei a Udine tra Otto e Novecento, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 2002 TERESINA DEGAN, Gli ebrei a Pordenone e nel Friuli Occidentale, Euro ’92, 2001. 8 Per meglio descriverli, nel presente lavoro ho dedicato un capitolo a ciascuno dei gruppi etnici acattolici pordenonesi, il sesto agli stranieri e l’ottavo agli italiani; è errato ricostruire le vicende dei protestanti pordenonesi (svizzeri, tedeschi, italiani, ungheresi, slavi o altro) separandoli, quasi che ogni nazionalità facesse capo a una propria chiesa. È certamente più corretto parlare di diverse congregazioni composte a loro volta da diverse nazionalità (ad esempio tra i riformati stranieri vi sono dei tedeschi e degli svizzeri-tedeschi e anche degli slesiani). 9 Gli sviluppi ottocenteschi di tutto il protestantesimo italiano “hanno una matrice ideologica e storica comune, costituita dal “Risveglio Evangelico” del primo Ottocento e dagli ideali Risorgimentali”. Le guerre di indipendenza cambiano l’atmosfera politica stagnante della penisola e apportano un clima di maggiore tolleranza religiosa. Col nuovo Regno italiano i culti non cattolici possono godere di maggiori garanzie giuridiche (ad esempio la Legge Sineo del 1848 parifica di fronte alla legge tutte le confessioni religiose). Questa nuova situazione consente ai gruppi riformati, seppur tra mille difficoltà, di fare proselitismo in varie parti d’Italia, iniziando dal Piemonte, dalla Liguria e dalla Toscana. Vedi: GIORGIO SPINI, Risorgimento e protestanti, Claudiana, 1998, pagg. 213-257. 15 Si possono distinguere tre filoni con una certa autonomia che si originano e si sviluppano nell’Ottocento. Quello della comunità straniera, formato da luterani10, riformati11, zwingliani12 e battisti13, aveva sede a Torre di Pordenone ed ebbe una lunga esistenza, dal 1839 al 1909.14 Il collante di questo gruppo era rappresentato dalla stessa regione geografica di origine (i dintorni del lago di Costanza e la Baviera meridionale), lo stesso back-ground culturale, la stessa professione (tecnici e quadri dell’industria del cotone) e domicilio in fabbrica. Il secondo fu quello formato dalla Chiesa Libera. Le vicende di questo gruppo furono più fluide: spesso gli adepti di questa ultima chiesa entravano e uscivano da una congregazione all’altra. Il terzo gruppo (anche cronologicamente) fu quello dei Battisti italiani (non si può escludere che vi fossero stati precedentemente dei Battisti stranieri: per esempio la famiglia Byletter, arrivata da Zurigo a Torre all’inizio degli anni Quaranta) che comparve sicuramente nel 1876 a Torre e qualche anno dopo a Roraigrande. 10 La Chiesa luterana discende direttamente dalla Riforma di Lutero. Il nome Augustana deriva dalla confessione di fede di Augusta del 1530. Nella liturgia, nella dottrina dell’eucaristia, nella comprensione della Chiesa e del ministero ha una propria tradizione caratteristica; il centro teologico è la giustificazione per sola grazia. 11 Le Chiese riformate discendono dalla Riforma svizzera che ha avuto come principali punti di riferimento Zwingli e Calvino. 12 Sono dette Zwingliane le chiese sorte per opera del riformatore svizzero Ulrico Zwingli, che nel Cinquecento introdusse le posizioni teologiche della Riforma a Zurigo, confluirono più tardi nella famiglia delle chiese riformate svizzere. 13 È opinione prevalente tra gli studiosi che i battisti traggano origine non tanto dal movimento anabattista del Cinquecento quanto dai movimenti protestanti dissenzienti sorti nell’Inghilterra del Seicento. Oltre a condividere con le altre Chiese discese dalla Riforma i principi fondamentali del protestantesimo, i battisti si caratterizzano per il battesimo per immersione, concepito come testimonianza di fede che può essere resa solo da credenti adulti e consapevoli, per lo spirito congregazionalista, che accentua l’autonomia delle singole comunità, per la spinta alla distinzione ed alla separazione tra Stato e Chiesa e per l’affermazione del principio della libertà di coscienza. La predicazione battista in Italia cominciò negli anni Sessanta dell’Ottocento, ad opera di alcuni missionari inglesi; in breve tempo si intensificò grazie all’opera di tre organizzazioni missionarie battiste, le inglesi Baptist Missionary Society e Spezia Mission e l’americana Southern Baptist Convention. Fin dagli inizi l’opera di evangelizzazione di queste missioni trovò un fondamentale sostegno nelle Chiese libere italiane, fondate in quegli anni principalmente da esuli per ragioni politiche, che, una volta rientrati in Italia, si adoperarono per diffondervi gli ideali evangelici. (A. GOUNELLE, I grandi principi del protestantesimo, Claudiana, 2000; P. SPANU, F. SCARAMUCCIA, I battisti, Torino, Claudiana, 1998). (Nota di Elena De Mattia) 14 Vi sono diversi casi di chiese evangeliche originate da immigrati stranieri legati all’industria del cotone, per esempio la Chiesa evangelica battista di Bergamo, fatta nascere nella prima metà dell’Ottocento da immigrati protestanti elvetici impiegati nella locale industria tessile: Cfr. GIORGIO SPINI, Italia liberale e protestanti, Claudiana, 2002, pag. 9, nelle note. 16 All’inizio del Novecento ritroviamo tre gruppi distinti: la Chiesa Libera15 con sede in Corso Vittorio Emanuele, la congregazione Battista con sede in Corso Garibaldi e infine il gruppo dei riformati e Zuingliani stranieri; questi tre gruppi si fusero tra loro tra il 1908 ed il 1913, anno di costruzione del tempio di Viale M. Grigoletti. La realizzazione del nuovo tempio fu finanziata in gran parte dalla Missione Battista Americana, ma vi concorse anche la comunità riformata svizzera di Pordenone, soprattutto con il contributo di Rodolfo Scholl. La presenza degli stranieri subì una brusca diminuzione con la distruzione delle fabbriche tessili avvenuta nel corso del primo conflitto mondiale. Quali furono i motivi che favorirono Pordenone relativamente allo sviluppo di una nuova comunità evangelica? Perché questa chiesa nacque a Pordenone e non in altri centri vicini? E poi perché proprio nella frazione di Torre (nel 1839 non aveva nemmeno cinquecento abitanti)? La frazione di Torre ad inizio Ottocento era formata da un agglomerato di case abitate da pescatori e contadini. Questo villaggio era sovrastato dalla Torre medievale dei Conti di Ragogna, famiglia di antica stirpe ma economicamente alquanto decaduta. Il paese era povero e insignificante però ricco di storia: insediamento romano nel primo secolo avanti Cristo, vi sorse poi una chiesa paleocristiana che sarà matrice di molte altre chiese del Friuli Occidentale. I Romani, circa duemila anni fa, sfruttando una rotta fluviale-commerciale già esistente risalirono il fiume Noncello e crearono un villaggio sulle alture e nella bassura di Torre. Nel 1950 il conte Giuseppe di Ragogna portò alla luce, sotto il suo castello e nei dintorni, le tracce di quell’antico passato: gran parte delle aree contermini del fiume contengono manufatti o ceramiche di epoca romana (databile al I secolo a.C.). I resti di maggior pregio sono quelli rintracciati sotto l’altura e intorno alla chiesa parrocchiale; tali resti attraversando il fiume si prolungano fino nella bassura di fronte. Si trattava probabilmente di un centro che lavorava le fibre tessili (il lino o la canapa) o che sviluppava qualche altra attività artigianale legata all’utilizzo delle acque del fiume. 15 Le Chiese libere italiane nacquero durante il Risorgimento ad opera di esuli per ragioni politiche, che, rientrati in patria, fondarono delle comunità ispirate agli ideali evangelici. I tentativi di riunire tutte queste comunità in un’unica “Chiesa libera evangelica italiana” per dar vita ad una chiesa protestante nazionale non ebbero fortuna: si formarono infatti due correnti di pensiero distinte, ispirate principalmente l’una alle idee di Alessandro Gavazzi, l’altra a quelle di Piero Guicciardini, che presero strade diverse, dando origine, rispettivamente, alla Chiesa libera (confluita poi nella Chiesa metodista italiana e, in parte, nelle Chiese battiste ed in altre Chiese evangeliche) ed al raggruppamento denominato Chiese cristiane libere (che prenderà poi la denominazione Chiese cristiane dei fratelli). Le Chiese libere italiane ebbero un ruolo fondamentale di sostegno all’attività delle missioni battiste inglesi ed americana giunte in Italia intorno al 1870 (G. SPINI, Risorgimento e protestanti, Torino, Claudiana, 1998, pp. 303-315; P. SPANU, F. SCARAMUCCIA, I battisti, Torino, Claudiana, 1998). (Nota di Elena De Mattia) 17 Su una delle due collinette che dominano la zona si trovano le fondamenta di una chiesa antichissima (sull’altra collinetta sorge il castello medievale dei di Ragogna) sorta direttamente sopra i resti di un edificio romano (probabilmente un tempio pagano). La Chiesa è dedicata ai Santi Ilario e Taziano.16 Alla fine dell’Ottocento il vecchio edificio (allineato in direzione Est-Ovest) è stato demolito e al suo posto, con orientamento diverso (allineamento Sud-Nord), è stata costruita una nuova chiesa. La spesa per costruire la nuova chiesa è stata finanziata con la trattenuta di un decimo sui salari degli operai del vicino cotonificio. Sul sagrato della chiesa sono stati seppelliti, per più di 1.500 anni, gli abitanti del villaggio; solamente con la realizzazione - nel 1856 del nuovo cimitero di Torre questa usanza è cessata.17 Secondo la ricostruzione di Giuseppe di Ragogna, archeologo dilettante “i Celti pressati dai Romani (…) abbandonarono le loro dimore lungo i fiumi Lemene e Reghena e si ritirarono più a nord verso l’alto Livenza, il Meduna e il Noncello fino al luogo denominato poi Torre” 18. Sulle rovine delle loro case sarebbe sorto il Castrum romano, che probabilmente venne utilizzato come presidio militare, base di controllo dell’immensa foresta circostante e come magazzino del porto fluviale sul Noncello, navigabile allora fin sotto le mura castellane. Secondo alcuni storici e archeologi il fabbricato centrale, e più massiccio, del castello, o meglio le sue fondamenta, sono di epoca tardo-antica o al massimo alto-medievale, così come la vasta necropoli all’interno del parco feudale. In tale castello subentrò alla fine del Trecento, la famiglia dei di Ragogna a quella dei Prata-Porcia che precedentemente l’avevano occupato da otto secoli. Con Giovannino di Ragogna, il primo a essere investito del feudo di Torre (da parte dei Patriarchi di Aquileia), iniziò un rapporto secolare e continuato con la comunità del luogo, conclusosi in modo definitivo nel 1990 (anno in cui un ramo della famiglia cede l’antico maniero e le sue pertinenze al Comune di Pordenone). Nel 1839 sorse sul prato situato ai piedi della chiesa un grande cotonificio moderno. Per costruire il nuovo stabilimento si utilizzò la stessa tecnica usata 2000 anni prima per realizzare le “terme romane”: in entrambe le costruzioni le fondamenta degli edifici sono appoggiate su una palafitta di tronchi di rovere, per consolidare il terreno paludoso. Questa grande industria rappresentò l’arrivo nel Friuli Occidentale dell’ industria moderna. Con il cotonificio arrivarono nel nostro territorio la rivoluzione industriale, il 16 Sulle origini e sulle vicende della chiesa dei SS. Ilario e Taziano: cfr. ERNESTO DEGANI, La Diocesi di Concordia, Paideia Editrice, 1957, pp. 525-528; (GIUSEPPE LOZER). Torre di Pordenone. Memorie storiche e cronache recenti (A cura di un pubblicista), Cosarini, 1963, pag.15-16; PIER CARLO BEGOTTI, Torre. Storia civile e religiosa dalle originiall’Ottocento, Associazione Il Castello, 1995, pp. 66-78. 17 Vedi: VALENTINO GIORGIO GRIZZO, Cose e case di Torre, Grafiche Editoriali Artistiche Pordenonesi, 1985. 18 Cfr. (GIUSEPPE LOZER), Torre di Pordenone … op. cit., pp. 11-14 e pp. 17-22. 18 movimento operaio e il socialismo, le innovazioni tecnologiche nella produzione, la luce elettrica, il telefono, il tram per gli operai ed anche i protestanti. La forte immigrazione di lavoratori dalle regioni contermini, Veneto, Friuli e Carnia (patria di filatori e tessitori) e lo sviluppo di una nuova classe (il proletariato tessile) ha senza dubbio favorito il radicamento delle chiese protestanti. La nuova classe formata da immigrati e proletari presentava tutti i sintomi di un disagio sociale ed economico (estrema povertà materiale e spirituale, estraneità rispetto al nuovo contesto in cui era venuta a insediarsi) ed era sensibile a un messaggio di speranza ed emancipazione. I fedeli delle chiese evangeliche appartenevano tutti ai ceti più umili: vi troviamo infatti operai tessili, fruttivendoli, arrotini, tipografi. Come ricorda Giorgio Spini “la fisionomia sociale prevalente delle chiese evangeliche italiane, fuori dalle Valli Valdesi, attorno al 1870 era in larga misura quella del popolo minuto delle città, anziché dei ceti più abbienti e colti”. 19 I siti dove si sviluppano i primi nuclei sono gli stessi dove nasce l’industria del cotone: Torre e Roraigrande.20 Vi è un legame diretto tra industria tessile (tra gli uomini di questa industria, immigrati svizzero-tedeschi e immigrati italiani) e le nascenti chiese evangeliche pordenonesi. Lo testimonia anche la presenza di centinaia di persone, in gran parte operai, alle conferenze e alle funzioni della chiesa protestante e la presenza di pastori battisti alle manifestazioni e alle assemblee operaie. È documentata inoltre la presenza di membri delle chiese protestanti nelle associazioni operaie e sindacali: per esempio l’operaio (stovigliaio alla ceramica Galvani) Bernardo Vicenzini, eletto consigliere comunale nella lista dei radicali nelle amministrative del novembre 1905 (nello stesso schieramento politico viene eletto un altro protestante), oppure Osiride Colombo eletto, revisore dei conti della Associazione operaia degli edili nel 1921. 19 È da sottolineare il legame tra industria e protestantesimo che si sviluppa fin dagli inizi e dura fin quasi ai giorni nostri. Vedi anche: GIORGIO SPINI, Italia liberale … op. cit., 2002, pag. 11. 20 I quartieri di Pordenone si sono sviluppati intorno alle fabbriche di cotone; sia Torre (1839), come pure Roraigrande (1846) e Borgomeduna (1875) erano agglomerati, di case operaie, cresciuti intorno agli stabilimenti. Questa genesi urbanistica indotta dalle fabbriche è già un primo segno di quanto l’industria del cotone abbia pesato sul futuro urbanistico della città. Borgomeduna si è sviluppata intorno alla fabbrica Amman e Wepfer di viale Martelli, Torre è cresciuto intorno alla Filatura: entrambi gli abitati facevano parte di questa cintura di case operaie che circondavano il centro cittadino. 19 Capitolo Secondo 2. Stampa liberale e predicazione protestante di Elena De Mattia Negli anni Settanta dell’Ottocento comparvero sul settimanale locale “Il Tagliamento” alcuni articoli anonimi improntati ad un’aspra polemica anticlericale. All’interno di questi testi, che sono di evidente ispirazione liberale, si possono riconoscere alcune tematiche di matrice protestante. In quegli anni, infatti, la predicazione protestante si intensificò in molte regioni italiane ed in particolare nel ex Lombardo-veneto, da poco annesso al Regno d’Italia: molti argomenti utilizzati dai predicatori che conducevano la loro opera di evangelizzazione in queste zone dovettero impressionare favorevolmente i liberali, che non esitarono a farli propri al fine di attaccare duramente la Chiesa cattolica, che in quel momento rappresentava il principale nemico del Regno d’Italia e degli ideali liberali e risorgimentali 21. Un esempio dell’utilizzo di tematiche desunte dalla predicazione protestante può essere riconosciuto nell’articolo Le processioni, (Cronaca cittadina del 26 agosto 1871)22, nel quale l’anonimo autore si scaglia contro l’ignoranza e la superstizione di cui hanno dato prova i cittadini pordenonesi, accorsi numerosi per assistere ad una processione in borgo San Giorgio. Vi viene stigmatizzata l’abitudine, degna di pagani di altri tempi, o di barbari di qualche paese lontano, di adorare degli idoli d’oro e d’argento abbigliati di seriche vesti a cui si attribuiscono miracoli, facoltà divine, ecc… Si osservi a questo proposito che le Chiese protestanti rifiutano il culto delle immagini, ponendo un forte accento sul seguente passo biblico: “Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso” 23. Proseguendo la lettura dell’articolo, tuttavia, diviene evidente che 21 Naturalmente, come si potrà ricavare anche dalla lettura per intero degli articoli citati, l’utilizzo di tematiche desunte dal protestantesimo da parte dei liberali non significa necessariamente identità di vedute né di intenti; vi fu senza dubbio un sostegno da parte dei liberali alla predicazione protestante, ma esso fu motivato, nella maggior parte dei casi, dall’aver rinvenuto “nella nuova dottrina un mezzo politico voluto dal governo onde far guerra ai preti”: V. VINAY, Storia dei Valdesi 3: dal movimento evangelico italiano al movimento ecumenico, Torino, Claudiana, 1980, pp. 140-145. 22 Le citazioni tratte dal testo degli articoli analizzati sono riportate di seguito in corsivo; il testo completo è riportato in appendice. 23 Esodo 20, 4-5: su questo comandamento ed altri passi biblici il riformatore Giovanni Calvino basò uno dei capitoli della sua opera più nota “Istituzioni della religione cristiana”, intitolandolo significativamente “Non è lecito attribuire a Dio un aspetto visibile: chi costruisce immagini si ribella al vero Dio” (G. CALVINO, Istituzioni della religione cristiana, Torino, UTET, 1971, p. 201). 21 il vero interesse dell’autore non consiste nel mettere l’accento su una questione di fede, bensì nell’evidenziare un fatto molto più concreto: Vedemmo alcuni preti, che sono fra i speculatori su Dio, entusiasti per la gioja: difatti ne avevano ragione. Lo spettacolo aveva prodotto il suo effetto, i merli numerosi caddero nella rete: la santa bottega venne assicurata fino ad un altro anno in cui si ripeteranno le stesse passeggiate… Gli strali dell’autore si rivolgono dunque contro le ricchezze della Chiesa cattolica, tema centrale nelle polemiche anticlericali di stampo liberale, e, più avanti nello stesso articolo, contro le aderenze tra la Chiesa e le istituzioni laiche: … fra i quali, incredibile a dirsi, vi erano delle persone rivestite di un pubblico mandato; il coinvolgimento nella processione anche di alunne e maestre, in particolare, induce l’autore a formulare ampie riserve su come vengano formate le future generazioni di genitori. Ciò nonostante, in chiusura dell’articolo, l’autore si dichiara comunque favorevole ad un’educazione religiosa, a patto che non degeneri nella superstizione: Noi vogliamo che i nostri figli ricevano un’educazione <rel>igiosa, non massime bestemmiatrici contro Dio, contro <la> ragione, contro la morale. Il tema delle processioni ritorna anche in un altro articolo comparso il 4 aprile 1874 nella cronaca cittadina, Ieri a sera lungo le vie della città. In questo caso l’autore sorvola sulle espressioni di religiosità popolare sottese alla processione, ma si scaglia direttamente contro la scelta delle istituzioni cittadine di partecipare simbolicamente ad una celebrazione cattolica illuminando splendidamente il vecchio palazzo e l’attuale residenza del Municipio: non solo il fatto in sé ma anche la spesa sostenuta sono giudicati indegni di una Giunta liberale e difficili da giustificare davanti alla cittadinanza. Già dagli articoli sin qui esaminati si può trarre un’importante osservazione: la convergenza tra liberali e protestanti in quegli anni si concretizzava soprattutto attorno ad un argomento, che si può riassumere così: la necessità di una chiara distinzione e separazione tra Stato e Chiesa. È interessante ricordare che questo tema, se da un lato è uno dei cardini del pensiero liberale 24, è sempre stato molto sentito in ambito protestante ed in particolare nel movimento battista, essendo uno dei motivi che portarono alla sua origine: le Chiese battiste, infatti, nacquero anche come reazione al cosiddetto compromesso anglicano, attuato durante il regno di Elisabetta I Tudor (1558-1603) per tentare una sistemazione dell’anomala situazione ecclesiastica inglese, nella quale il re si sostituiva al pontefice come capo della Chiesa d’Inghilterra 25. 24 Si ricordi la celebre formula, fatta propria da Cavour: “Libera Chiesa in libero Stato” (A. ROVERI, Camillo Benso di Cavour, Firenze, La Nuova Italia, 1977, p. 152) 25 Questa situazione si era venuta a creare a partire dal 1530, quando, approfittando della crisi del papato provocata dalla Riforma luterana, Enrico VIII Tudor fece approvare dal Parlamento leggi e disposizioni che modificavano sostanzialmente l’istituzione ecclesiastica inglese, sostituendo il re al papa come capo della Chiesa; su quest’ultima il potere civile veniva dunque ad avere piena giurisdizione. L’opera di Enrico VIII fu continuata da Edoardo VI, mentre durante il regno della cattolica Maria Tudor si crearono stretti contatti tra i molti protestanti inglesi costretti all’esilio ed i calvinisti, con importanti influenze sulla nascita delle denominazioni dissenzienti dal compromesso anglicano: P. SPANU, F. SCARAMUCCIA, I battisti, Torino, Claudiana, 1998, pp. 10-12. 22 L’applicazione del compromesso anglicano, nel quale erano ancora presenti logiche di connubio tra il potere ecclesiastico e quello politico, fu tra i fattori che ebbero come conseguenza l’insorgere di movimenti che chiedevano una riforma più radicale della Chiesa: nacquero così in quel periodo delle denominazioni protestanti dissenzienti che formarono le prime Chiese separate da quella anglicana, strutturate in comunità indipendenti. In questo frangente ebbe origine il movimento battista, che pose tra i suoi principi la necessità di distinguere i ruoli e le competenze di Chiesa e Stato 26. Questa tematica è centrale anche in un’irriverente e caustica inserzione pubblicata nella Cronaca cittadina del 10 gennaio 1874, che esordisce con Senta, signor Palmieri. L’anonimo autore si scaglia contro un esponente del Governo, colpevole, a suo parere, di sovverchia devozione ai preti ed alle Chiese, che sconviene assai ad un pubblico funzionario. L’articolo è pervaso di una sferzante ironia, ma soprattutto documenta, anche se evidentemente da un’ottica parziale e non del tutto attendibile, una certa diffusione delle idee liberali presso la borghesia pordenonese 27: a Pordenone non si amano i colli torti, e se lei è proprio tale (e di ciò amerei essere smentito) si persuada che non vivrà bene. E più avanti: … è una vera bricconata l’averla mandata in un paese come questo, reprobo ed anticlericale. Le Reliquie (4 settembre 1875), invece, è un breve commento ad un articolo apparso sulla Gazzetta di Modena, nel quale si ironizza sulla quantità inverosimile di reliquie esistenti ed oggetto di culto. Il pensiero liberale attinge così ad un altro tema molto caro ai protestanti e presente nei dibattiti teologici fin dagli inizi della Riforma protestante: Lutero, negli articoli detti di Smalcalda (1537), si espresse in questi termini sul culto delle reliquie: “esse sono senza fondamento nella Parola di Dio, non sono comandate né consigliate, sono una cosa del tutto non necessaria e inutile” 28; Calvino scrisse un intero “Trattato sulle reliquie”, nel quale colpiva con satira pungente la loro diffusione e condannava duramente le pratiche di adorazione di cui erano oggetto 29. Il culto delle reliquie, infatti, non solo si può ricondurre a quella religiosità popolare già stigmatizzata dall’autore dell’articolo Le processioni, ma è anche un importante aspetto del culto dei santi, che è del tutto estraneo 26 P. SPANU, F. SCARAMUCCIA, Op. cit., pp. 13-20; U.C.E.B.I., La confessione di fede dei battisti italiani: un commento teologico di Domenico Tomasetto, Altamura, Filadelfia, 1992, pp. 101-105. 27 Si deve tener presente che la diffusione delle idee liberali era limitata ad alcuni ceti sociali e non si estendeva certo alle classi più umili; anche la percentuale di popolazione che la stampa liberale (compreso “Il Tagliamento”) poteva raggiungere era molto bassa, in quanto l’alfabetizzazione era ancora limitata ai ceti più abbienti. Nel 1871 solamente il 29,77% dei pordenonesi sapeva leggere e scrivere. Vedi: Statistica dell’Istruzione Primaria nella Provincia di Udine secondo le risultanze del censimento 31/12/1871, Tipografia Jacob e Colmegna, 1874, pag. 9. 28 M. LUTERO, Gli articoli che dovrebbero essere sottoposti da parte nostra al Concilio di Mantova, o in qualunque altro luogo sia convocato, e quel che possiamo accettare o concedere oppure no, 1537-1538. F. MELANTONE, Trattato sul potere e sul primato del papa, 1537, a cura di Paolo Ricca, Torino, Claudiana, 1992, pp. 73-77. 29 T. LANE, Compendio del pensiero cristiano nei secoli, Formigine, Voce della Bibbia, 1994, p. 199. 23 alla teologia protestante. Così si esprimeva infatti Lutero: “l’invocazione dei santi non è né comandata né consigliata e non se ne trova traccia nella Scrittura” 30. Il culto dei santi è menzionato nell’articolo L’intolleranza pretesca (Cronaca cittadina del 24 gennaio 1874): protagonista della vicenda descritta è un falegname di Ghirano di Prata contestato dal parroco e dai suoi seguaci per aver tenuto aperta la bottega in completa inosservanza della ricorrenza del santo patrono locale. Ma il tema è oggetto solamente di un accenno fugace, ed è ancora una volta il pretesto per attaccare l’ingerenza della Chiesa in settori di esclusiva pertinenza delle autorità e della legge. Numerosi altri articoli pubblicati in quegli anni contengono duri attacchi alla Chiesa cattolica ed in particolare alla condotta del clero: Un sermoncino agro-dolce (Cronaca cittadina 10 febbraio 1872), ad esempio, si inserisce in uno scambio di invettive con il periodico “Veneto cattolico” avente come oggetto un’assemblea clericale tenutasi a S. Vito al Tagliamento. Dopo aver ripercorso alcuni fatti della cronaca recente per esemplificare gli esiti della superstizione cattolica, l’autore ricorre alla citazione del testo evangelico, per dimostrare che i buoni precetti ivi contenuti non sempre vengono messi in pratica dal clero. Anche nel riferimento diretto alle Sacre Scritture si deve probabilmente riconoscere una prassi desunta dalla predicazione protestante: sin dall’inizio della Riforma, infatti, i protestanti riconobbero fondamentale importanza alla conoscenza diretta ed approfondita della Bibbia, tanto che lo stesso Lutero la tradusse per la prima volta in tedesco perché fosse accessibile a tutti e non al solo clero. Ancora oggi le Chiese sorte dalla Riforma sono accomunate dalla convinzione che solo alla Bibbia, in quanto unica testimonianza della Rivelazione, va riconosciuta l’autorità della Parola di Dio e che solo su di essa si devono fondare la fede e la vita del cristiano31. Negli anni in cui vennero pubblicati gli articoli che si stanno prendendo in esame, venivano spesso organizzati dei pubblici dibattiti nei quali esponenti del clero cattolico sfidavano i locali predicatori protestanti32, con il risultato che questi ultimi riuscivano spesso a dar prova di una netta superiorità nella conoscenza della Bibbia; da dibattiti di questo tipo i sostenitori delle idee liberali potrebbero aver desunto come nuovo spunto polemico contro la Chiesa di Roma il richiamo all’evidenza del testo biblico. Ma, come sempre, nonostante il riferimento alle Scritture, l’articolo è espressione del pensiero laico e liberale, e se dapprima si susseguono, scanditi dall’appellativo Buffoni!, duri attacchi alla Chiesa ed alla stampa cattoliche, nella conclusione prendono piede toni neutrali 30 M. LUTERO, Gli articoli…, Op. cit., p. 79: ai santi ed alle altre figure di mediazione tra Dio e l’uomo riconosciute dalla Chiesa cattolica, Lutero contrappose il primato di Cristo: “…abbiamo tutto ciò mille volte meglio in Cristo”. 31 A. GOUNELLE, I grandi principi del protestantesimo, Claudiana, 2000, pp. 15-23. 32 Si veda ad esempio quanto accadeva a Venezia al predicatore Gavazzi (V. VINAY, Op. cit., pp. 142) o a Pordenone a Luigi Signorelli (F. SCARAMUCCIA, Un’avventura di fede, Torino, Cludiana, 1999, p. 112). 24 che esprimono lontananza non solo dalla Chiesa cattolica ma da tutte le religioni, che vengono invitate alla reciproca tolleranza: una parola sola dovrebbe risuonare dalla bocca dei ministri e degli adepti di ciascun culto: tolleranza! tolleranza! tolleranza! le credenze religiose di ogni specie non invadano il campo politico ed amministrativo; a questo solo patto esse potranno riuscire benefiche all’umanità. Altri richiami al testo ed allo spirito delle Scritture sono contenuti nell’articolo Il Congresso dei Farisei a Venezia (20 giugno 1874), che commenta lo svolgimento di un Congresso cattolico tenutosi a Venezia e l’eco che ne derivò sulla stampa locale: i notissimi settari convenuti al Congresso sognano, secondo l’anonimo autore, il ritorno della servitù della società civile, in contrasto con le parole dell’apostolo Paolo; le loro teorie, inoltre, sono in perfetta contraddizione coi vangeli; infine, lo spirito di questi settari si può paragonare coi farisei di cui parla Cristo. Anche in questo caso, i riferimenti al Nuovo Testamento non sono che un modo per richiamare l’attenzione sulla condotta del clero, accusato di dispotismo clericale e del possesso materiale di un buon terzo dei beni della terra. L’autore sente però il bisogno di effettuare una distinzione tra il clero reazionario, cioè i notissimi settari, ed i buoni cattolici 33, ovvero cattolici di ben più larghe ed elastiche vedute, che non vogliono certo aver niente di comune con questi settari, i quali non si possono prendere che in ridicolo. L’articolo si conclude con una nuova bordata al clero reazionario ed in particolare al pontefice, che si intuisce essere ritenuto reo di far sentire troppo la propria voce: Forse, ora che tre cardinali di più hanno la bocca aperta, egli [il papa] la terrà più chiusa. Gli stessi fidi del Vaticano si lagnano che parla troppo. La necessità di reagire alle idee reazionarie ed illiberali di una buona parte della gerarchia cattolica è il tema dell’articolo I Vecchi Cattolici in Sicilia del 13 marzo 1873, che esordisce informando i lettori locali sui recenti fatti di Grotte: in questo paese dell’agrigentino alcuni sacerdoti, guidati da Luigi Sciarratta e sostenuti dalla popolazione, erano insorti contro il loro vescovo, decidendo di aderire al culto dei vecchi cattolici, cioè al movimento noto come vetero-cattolico 34 . Gli ideali di ritorno alla 33 Entrambe le definizioni trovano corrispondenza in celebri dichiarazioni di Garibaldi, che definì la Chiesa cattolica una “setta contagiosa e perversa” (cfr. E. ROSSI, Pagine anticlericali, Pomezia, Erre emme, 1996, p. 121), ma scrisse anche un proclama rivolto “ai preti buoni” (cfr. A. CICCHITTI-SURIANI, Lo scisma di Grotte del 1873 e l’origine del locale di culto valdese, Bollettino della Società di studi valdesi, LXXXII, p. 69). 34 Il movimento vetero-cattolico nacque tra il 1870 ed il 1873 per reazione alla proclamazione, avvenuta durante il Concilio Vaticano I, del dogma dell’infallibilità del papa, sostenuto dai Gesuiti, ma non condiviso da una parte del clero, in quanto avrebbe annullato l’autorità dei vescovi riuniti in Concilio. Una parte dei vescovi dell’Europa centrale diede allora vita allo scisma vetero-cattolico, così chiamato perché ispirato alla Chiesa del primo millennio; da esso sono nate delle Chiese che si definiscono cattoliche ma che, tuttavia, non dipendono dal Vaticano e non riconoscono il dogma dell’infallibilità papale e la giurisdizione universale del pontefice sui vescovi: cfr. T. LANE, Compendio del pensiero cristiano nei secoli, Formigine, Voce della Bibbia, 1994, pp. 328-331. In realtà, i sacerdoti di Grotte non sembrano aver avuto contatti diretti con i fondatori del movimento d’Oltralpe, ma solo con alcuni esponenti romani dei “vecchi-cattolici”: V. VINAY, Op. cit., p. 90; p. 270; A. CICCHITTI-SURIANI, Op. cit., pp. 67-79. 25 semplicità del cristianesimo degli inizi, che animarono questo movimento, lo avvicinano per certi aspetti al protestantesimo, anche se con esiti diversi: il movimento veterocattolico, infatti, continuò a definirsi cattolico, pur dichiarandosi del tutto indipendente dal papato. Anche in questo caso, tuttavia, non è intenzione dell’autore soffermarsi sugli ideali che sono alla base della protesta, quanto evidenziare entusiasticamente che è possibile una resistenza della parte onesta del basso clero contro l’oligarchia gesuitica di Roma, ovvero che esiste una parte del clero che è favorevole allo spirito liberale ed alle idee risorgimentali e che, attraverso iniziative simili a quella di Grotte, è possibile scardinare la gerarchia ecclesiastica ed il potere temporale della Chiesa di Roma. Viene inoltre accentuato il ruolo positivo rivestito, in questa vicenda, dalle autorità civili, che, senza prendere posizione tra i contendenti, si limitarono a garantire l’ordine pubblico per evitare scontri, poi non verificatisi. L’articolo Negozio di Messe (Cronaca cittadina del 24 maggio 1873) utilizza, sempre ai fini di colpire la condotta del clero, un’altra tematica cara al protestantesimo sin dai tempi di Lutero, che affermava, nell’ambito di un discorso più generale sull’istituzione della messa: “Siccome con la compravendita delle messe si sono verificati in tutto il mondo innumerevoli e indicibili abusi, sarebbe logico rinunciarvi del tutto già solo per impedire questi abusi, anche nel caso che essa avesse in se stessa qualcosa di utile e di buono”35. Ma il commercio di messe è solo un aspetto del più vasto problema dell’accumulo di ricchezze da parte della Chiesa cattolica: esso ritorna nell’articolo Ai Friulani (3 ottobre 1874), che riporta un testo pubblicato dal periodico l’ “Esaminatore Friulano”, anch’esso di evidente ispirazione liberale ed anticlericale, a commento di una circolare dell’arcivescovo di Udine: si tratta di una satira dai finti toni compassionevoli sulla situazione di grande bisogno in cui versa il papato, che sottende, però, un’analisi circostanziata delle reali condizioni economiche del Sommo Pontefice; ancora una volta, dunque, l’attacco contro l’accumulo di ricchezze del papato, uno dei temi che furono il cardine della Riforma, animando la polemica di Lutero fin dalla pubblicazione delle novantacinque tesi 36 , trova pieno riscontro nel pensiero liberale, che manifesta attraverso di esso la totale ostilità al potere temporale della Chiesa cattolica, già tradotta in pratica nelle confische dei beni ecclesiastici durante le vicende risorgimentali. 35 M. LUTERO, Gli articoli …, Op. cit., pp. 67-68. 36 L’iniziativa riformatrice di Lutero si venne infatti costituendo a partire dalla polemica contro il sistema delle indulgenze, che portava grandi ricchezze nelle casse della Chiesa di Roma: “Vale a dire: perché il papa non vuota il purgatorio a causa della santissima carità e della grande sofferenza delle anime, che è la ragione più giusta di tutte, quando libera un numero senza fine di anime a causa del funestissimo denaro per la costruzione della basilica, che è un motivo futilissimo?”; “Parimenti: perché il papa, le cui ricchezze oggi sono più crasse di quelle dei più ricchi Crassi, non costruisce almeno la basilica di s. Pietro con il suo denaro, invece che con quello dei poveri fedeli?” (da: M. LUTERO, Le novantacinque tesi sulle indulgenze, 31 ottobre 1517, in: A. AGNOLETTO, Lutero : la vita il pensiero i testi esemplari, Milano, Accademia, 1974, p. 181). 26 L’articolo Amenità giornalistico-pretine (27 giugno 1874) riporta uno scritto pubblicato dal “Conservatore di Firenze”, ma diffuso anche in ambito locale attraverso un giornaletto religioso di Udine: il messaggio dello scritto si può riassumere nelle parole l’angiolo è amico di Dio, ma il prete tiene il suo posto, ovvero il prete è a pieno titolo rappresentante di Dio sulla terra; ben si comprende l’ostilità che potevano suscitare nei liberali affermazioni di questo tipo, che miravano, evidentemente, a rafforzare il potere clericale, incrinatosi durante le recenti vicende risorgimentali. La contestazione del potere del clero è un argomento che trovava concordi in quegli anni liberali e protestanti, ma è utile osservare, ancora una volta, che le motivazioni di base erano radicalmente diverse: se per i primi rispondeva a precise esigenze politiche, assumeva un significato molto più profondo nel pensiero protestante, che non riconosce la necessità della mediazione di particolari figure sacerdotali, perché afferma che, grazie a Gesù Cristo, “solo mediatore fra Dio e gli uomini” 37, ogni credente può avere un rapporto diretto e personale con Dio 38. La contestazione del potere clericale è al centro anche dell’articolo Cronaca pretina del 26 settembre 1874, che prende avvio da alcuni episodi accaduti fuori dal contesto locale: la vicenda di Padre Theiner 39, che potrebbe indurre a pensare che per i gesuiti la comincia ad andare male, ed i rapporti tesi tra il vescovo di Cremona e una parte dei suoi diocesani, che erano arrivati a rifiutare un prete di sua nomina, ma anche ad improvvisare un funerale civile per un benestante cui non erano stati concessi gli estremi conforti … perché aveva comperato beni ecclesiastici. Auspicando che reazioni di questo tipo si moltiplichino da per tutto, l’anonimo autore passa a considerare un fatto di cronaca locale: nel seminario di Udine venne scoperta e chiusa una scuola elementare abusiva, esempio di come, afferma caustico l’autore, il clero non nutra fiducia nella pubblica istruzione e nei principi cui essa è improntata, ovvero qualche idea di patria, di storia italiana, di costituzione, di libertà. Un altro episodio simile è registrato in un articolo 37 I Timoteo 2, 5. Così si esprimeva su questo tema Calvino: “Lui solo [Cristo] è stato ordinato dal Padre e consacrato con giuramento per essere sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec in un sacerdozio senza fine e senza successori. È lui che ha offerto una volta per tutte un sacrificio di riconciliazione eterna, e di perdono, e che ora, entrato nel santuario celeste, prega per noi. È bensì vero che in lui siamo tutti sacerdoti, ma unicamente per offrire a Dio lode e ringraziamento e per offrire a noi stessi quanto ci appartiene”. (G. CALVINO, Op. cit., p. 1702) 38 G. GIRARDET, Protestanti perché, Torino, Claudiana, 1996, pp. 26, 96-98. “I pastori delle chiese evangeliche sono dei laici con un loro specifico servizio (ministero), riconosciuto ma non esclusivo”: Ibid., p. 71. 39 Il teologo tedesco Augustin Theiner fu prefetto degli archivi vaticani dal 1850 al 1870, quando, durante il Concilio Vaticano I, fu improvvisamente destituito dai suoi incarichi. Le sue posizioni antigesuitiche, probabilmente già note negli ambienti ecclesiastici, emersero con forza quando, dopo la sua morte nel 1874, vennero pubblicate alcune lettere nelle quali faceva riferimento ad importanti scoperte effettuate all’interno degli archivi vaticani sulla condotta dei Gesuiti. Ciò nonostante si vociferò di una sua riconciliazione, in punto di morte, con le autorità ecclesiastiche, della quale non vi è però alcuna prova (The New York Times, 24 settembre 1874; Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti, vol. XXXIII, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1937, pp. 763-764). 27 dell’11 marzo 1882, che si scaglia contro il contegno, definito da fanatici ignoranti, tenuto da alcuni preti di Cordenons, i quali requisirono e distrussero i libri dati in premio dal Municipio agli allievi delle scuole comunali, tra i quali figurava Fede e bellezza di Nicolò Tommaseo. Quest’ultimo articolo, pubblicato nel 1882, testimonia che lo spirito liberale ed anticlericale continuò ad animare i dibattiti e la stampa locali anche dopo i primi anni Settanta dell’Ottocento. 28 Capitolo Terzo 3. Una via d’acqua tra la Svizzera e Pordenone di Enzo Pagura 3.1 - Un antico porto di mare “Il buon Dio creò il cielo e la terra, il giorno e la notte, il bagnato e l’asciutto, gli esseri viventi, l’uomo e la donna e poi subito dopo le città. Più tardi presso le città sorsero i fiumi, ed essi sviluppandosi misero in comunicazione le città tra di loro e permisero all’uomo di commerciare e di avere relazioni con il proprio simile”.40 La storiella (ispirata dall’inizio del libro della Genesi) spiega paradossalmente la fondamentale importanza che ha l’acqua (nelle sue varie forme: fiumi, laghi, mare, sorgenti, ecc.) nel favorire lo sviluppo di un luogo abitato. Cosa collegava la Svizzera (e gli immigrati Protestanti), Trieste, Venezia, l’Oriente e l’America da dove proveniva il cotone e Pordenone? Una via d’acqua, o più esattamente una rete formata da diverse vie d’acqua. Uno dei capolinea a nord-ovest di questa strada d’acqua era la cittadina lacustre di Locarno sul lago Maggiore, mentre Pordenone era uno dei terminali dell’alto Adriatico di questa rete commerciale acquatica. Per questo motivo Vincenzo Bearzi, medico condotto, definì Pordenone, nel 1836, “un antico porto di mare”. Lo stesso stemma cittadino esprime il medesimo significato: l’incontro, l’incrocio tra una città, una strada (che portava al Nord verso l’Austria e la Germania) – la porta aperta sul fiume Noncello esprime questa libera comunione tra terra e acqua, tra città e fiume – e l’acqua di un fiume che unisce al mare e lega la città a una rete di traffici più vasti sulle vie del mare. Quando sorse il porto nel Medioevo vi era una simbiosi tra organismo cittadino e acque: il rapporto tra uomo ed acqua era strettissimo. Oltre a consentire i commerci e i trasporti l’acqua era fondamentale per le attività civili e produttive e specialmente per le industrie tessili. Canapa, lana, lino e, più tardi nel tempo, seta e cotone richiedevano per la loro lavorazione la disponibilità di grandi quantità d’acqua; pure tutte queste attività industriali richiedevano della forza motrice idraulica per i loro macchinari: folli (per la lana e la canapa), turbine idrauliche (per la seta e il cotone). 40 Questo aneddoto paradossale sulla genesi delle città mi è stato riferito da Marino Berengo (scomparso nel 2000). Marino Berengo si è a lungo occupato di storia delle città. Vedi: R.S. LOPEZ, Intervista sulla città medievale, a cura di Marino Berengo, Laterza, 1984 e Marino Berengo, L’Europa delle città. Il volto della società urbana europea tra Medioevo ed Età moderna, Einaudi, 1999. 29 3.2 - Il fiume come via di trasporto Il fiume è stato utilizzato per circa 2.000 anni e forse più come via di trasporto, via commerciale che dalla costa e dal mare permetteva il trasporto di persone e di merci fino nell’alta pianura. Il conte Giuseppe di Ragogna scoprì nel 1950 il porto romano sotto la chiesa di Torre (e le fondamenta di uno strano edificio che dall’altura scende nel fiume e si prolunga e si sviluppa oltre, nella bassura dove più tardi è sorta la fabbrica di cotone). Nel Settecento le barche che approdavano a turno nel porto, ogni tre giorni da Venezia, erano quindici (complessivamente circa cento viaggi di andata e ritorno all’anno). A metà Ottocento il porto di Pordenone è frequentato da settanta barche al mese. Questo significava 700 e più viaggi di andata e ritorno sul fiume in un anno. La provenienza delle barche era diversa, arrivavano da Venezia, Trieste, Treviso, Rovigo, Palestrina e dal Polesine; inoltre congiungevano le località della bassa pianura che si trovavano lungo il fiume e lungo la rete di canali costieri – Iesolo, Marano, Grado, Caorle, Motta e Portobuffole – con Pordenone. A metà Ottocento, sul fiume si trasportavano verso Pordenone le seguenti merci: - cotone e droghe da tinta; - canapa; - cereali (“per i bisogni della pianura e della montagna vicina”); - concimi; - foraggi e strami; - legnami; - vini; - pesce (dal Polesine, Chioggia e Palestrina); - riso (dal Polesine); - sali per l’erario; - generi coloniali (caffè, the, ecc.) e tutto quello che veniva da oltremare. Il cotone che veniva lavorato a Pordenone aveva diverse provenienze: arrivava da Bombay e dall’Hindustan (India), dal Bengala (ora Bangladesh), da Sorocàba (São Paolo – Brasile), dagli Stati Uniti e anche dall’Egitto. Arrivava in città facendo scalo nei magazzini di Venezia e Trieste. Per avere un’idea del volume dei trasporti praticati prima sul fiume (e in parte anche su strada) e poi utilizzando la ferrovia ho riportato su una tabella i dati quantitativi del cotone indiano, transitante nei magazzini di Venezia (della ditta Parisi), lavorato negli stabilimenti cittadini per alcuni mesi nell’anno 1897 (una balla di cotone pesa 218 kg.): 30 Provenienze del cotone Quantità cotone (n. balle) Quantità juta (n. balle) Sbarco del cotone a Venezia Bombay (India) 100 Bombay (India) 1100 Bombay (India) 500 Spedizione a Pordenone Ditta Amman Cotonificio e C. Veneziano (Borgomeduna) (Torre) 22/01/1897 X 2/02/1897 X 16/02/1897 (Piroscafo Glenoverhy) X Bombay (India) 50 28/02/1897 Bombay (India) 500 1/03/1897 (Piroscafo Austro Ungarico) X Bombay (India) 28 6/04/1897 X Bombay (India) 800 15/04/1897 (Piroscafo Austro Ungarico Calipso) Bombay (India) 1100 26/04/1897 (Piroscafo Apollo) X X 28/04/1897 (spediti a mezzo X ferrovia) 28/04/1897 (spediti a mezzo X ferrovia) Bombay (India) 100 Bombay (India) 100 Bombay (India) 450 1/05/1897 X Bombay (India) 50 2/05/1897 X Bombay (India) 103 2/05/1897 X Bombay (India) 95 4/05/1897 X Bombay (India) 50 5/05/1897 X Bombay (India) 333 6/05/1897 X Bombay (India) 100 13/05/1897 X Bombay (India) 650 14/05/1897 X 17/05/1897 X Bombay (India) 548 Bombay (India) 1550 18/05/1897 X Bombay (India) 216 19/05/1897 X Bombay (India) 150 21/05/1897 X Totali 6973 500 31 La tabella comprende solo una parte del cotone importato e lavorato a Pordenone: infatti non vi è compreso il cotone americano e nemmeno quello egiziano (lavorati soprattutto dal Cotonificio di Torre). Dalla tabella si può dedurre che in questo periodo l’Amman lavorava soprattutto cotone indiano.41 A causa di tutti questi collegamenti fluviali risiedevano in città commercianti e proprietari di barche provenienti da Trieste (una ventina di persone) e da Venezia (una decina di persone). 3.3 – In battello da Locarno a Pordenone Questa lunga strada d’acqua era formata dai fiumi Noncello, Meduna, Livenza, dal Mare Adriatico, dal fiume Po, dai navigli lombardi e dal lago Maggiore. Costituiva ad inizio Ottocento “la via più diretta anche se tecnicamente imperfetta per commerciare nei mercati elvetici e di lì su quelli germanici”. Già ad inizio Ottocento Federico Confalonieri istituì una società per la navigazione sul Po. La società fu sciolta a seguito delle drammatiche vicende del 1821. Successivamente tale iniziativa fu ripresa, nel 1828, dal marchese Alessandro Visconti d’Aragona. Nel 1845 vi era un battello che univa regolarmente Pavia a Venezia (Società Perrelli e Paradisi). Due anni dopo, nel 1847, la stessa società aveva in esercizio due piroscafi (il “Pio IX” e la “Principessa Clementina”) che collegavano con viaggi regolari Pavia e Trieste. Uno degli scali intermedi era Venezia. Negli stessi anni da Pavia a Milano e a Nord del capoluogo lombardo, la rete dei navigli era percorsa da altri battelli, appartenenti ad altre società commerciali che trasportavano mercanzie e passeggeri. Tra il 1852 ed il 1853 il Lloyd triestino assunse nelle proprie mani il controllo della navigazione tra Trieste e la Svizzera. Tramite una serie di accordi con l’Erario (che deteneva l’esclusivo esercizio della navigazione tra Trieste e il Po) e con gli svizzeri della Imperiale Regia Flottiglia residente in Klosterneuburg, che precedentemente svolgeva il servizio di trasporti sul lago Maggiore, e dotandosi di una numerosa flottiglia, il Lloyd metteva in diretto collegamento i due porti adriatici di Venezia e Trieste con l’alta Italia sino alla frontiera svizzera. “L’itinerario era il seguente: una linea servita da appositi piroscafi congiungeva Trieste per Mare e Venezia per la laguna a Chioggia, donde per la Cavanella si passava a Polesella e di qui a Pontelagoscuro, Ostiglia, Mantova, Guastalla, Casalmaggiore, Cremona, Piacenza, 41 I Dati sui paesi di provenienza del cotone nel 1875 sono stati ricavati da: A. ARBOIT, Il cotonificio di Pordenone, Tipografia di Giovani Battista Doretti e Soci, 1875, pag. 6. La tabella con il numero di balle di cotone e juta provenienti dall’India e lavorate a Pordenone, nel 1897, è stata costruita con dati ricavati da: A.S.C.P., Ref. VII, Sanità, Fasc. 9, Anno 1897. 32 Porto di Noncello (della Dogana) sul fiume omonimo, caricamento di una “libertà” (chiatta) con botti in cui erano imballate le ceramiche della Fabbrica Galvani. (Museo Civico d’Arte di Pordenone). Porto Albera, Pavia, Milano, e Sesto Calende. Qui incominciava il servizio lacuale, con toccate ad Arona, Belgirate, (Stresa e Isola Bella dal 1° maggio a tutto ottobre) Pallanza, Intra, Laveno, Luino, Cannobio e, oltrepassato il confine svizzero, Brissago, Locarno e Magadino.” 42 Negli stessi anni Venezia e Trieste erano collegate da diversi battelli tramite i canali costieri e via fiume (Livenza, Meduna, Noncello) a Pordenone. È da sottolineare che uno dei più forti motivi “che indussero la società proprietaria dei cotonifici a prescegliere Torre di Pordenone si fu appunto la libera navigazione fluviale pel Livenza da e per Venezia e Trieste”.43 L’importanza che la via fluviale ebbe per l’industria pordenonese nella prima parte dell’Ottocento fu decisiva, come importante fu il forte utilizzo del trasporto fluviale a servizio dei cotonifici dal 1839 fino ai primi anni Cinquanta quando fu ultimata la tratta ferroviaria Venezia – Pordenone (1854). 42 Centenario del Lloyd Triestino, Lloyd Trieste, 1938, pp. 211-213. 43 A.S.C.P., Filza IX, Acque - Strade, Prot. n. 2259 del 27 novembre 1852. 33 Capitolo Quarto 4. Zurigo e Pordenone: relazioni industriali e scambio migratorio tra il Friuli e la Svizzera di Enzo Pagura 4.1 Immigrazione straniera e importazione di macchine industriali dalla Svizzera Nel decennio successivo al 1838 alcune centinaia di immigrati germanici (svizzeritedeschi, bavaresi, slesiani, austriaci, ecc) giunsero a Pordenone per impiantare e avviare l’industria del cotone nella frazione di Torre. Erano intere famiglie, che si stabilirono nella città sul Noncello. Risiedevano in gran parte negli edifici abitativi posti all’interno dei recinti delle fabbriche. La maggioranza di costoro erano di nazionalità tedesca (svizzeri, austriaci e tedeschi) e di religione protestante.44 Il 50% di questi “tedeschi” proveniva dalla regione geografica che si trova tra la città di Zurigo ed il lago di Costanza. Scoprire il motivo che ha portato questi Svizzeri-Tedeschi a impiantare le loro fabbriche a Pordenone non è facile. Si possono avanzare alcune ipotesi. Arrivarono a Pordenone transitando da Venezia e Trieste. Venezia e Trieste erano gli scali commerciali e marittimi per le merci pordenonesi (vi transitavano la carta e le terraglie della ditta Galvani e le tele della ditta Nasoni); nello stesso tempo erano anche sede di importanti comunità protestanti che contavano nelle loro file diversi imprenditori e uomini d’affari. Imprenditori e commercianti svizzeri e tedeschi possono essere stati attirati a Pordenone dalle attività commerciali del porto sul Noncello. Triestini e veneziani erano i proprietari di diverse barche che trafficavano sul Noncello.45 Sono documentati legami di affari tra alcune famiglie pordenonesi e imprenditori e possidenti provenienti dai porti dell’alto Adriatico: - nel 1823 la ditta Pigazzi e Piatti gestiva, tramite un proprio agente, Pietro Gianola, un battiferro sito nella località della Vallona e due fonderie di rame, impianti di proprietà della famiglia Fossati. Ancora nel 1833 i fratelli Pigazzi di Venezia gestivano il battirame della Vallona, sempre tramite il loro agente Pietro Gianola. 44 ENZO PAGURA, Condizioni di lavoro e sanità a Pordenone nella prima metà del XIX secolo, pagg. 116-132. 45 Una barca era di proprietà dell’ebreo veneziano Giuseppe Tedeschi, un’altra della triestina Catterina Tamburlin, entrambi censiti in anagrafe come commercianti. Vedi: A.S.C.P., Anagrafe Storica, Registro degli individui che in questa Comune dimorano temporaneamente per Industria e Commercio. 35 Lo stesso Gianola, nel 1839, rappresentava in consiglio comunale la ditta Belaz Fratelli e Blanc (comproprietaria del cotonificio di Torre).46 La firma di Pietro Gianola compare in calce in diversi rogiti degli immigrati “svizzeri”; - sempre nel 1823 Gaspardo G. B. aveva locato un battiferro di proprietà dei duchi veneziani Ottoboni; - nel 1826 Giuseppe Quaglia gestiva una macina di semi di lino, un follo di panni e una macina di marmorino, tutti azionati dall’acqua di una roggia. Gli opifici erano di proprietà del nobile veneziano Francesco Correr.47 Andarono a risiedere a Venezia (tra fine Ottocento ed inizio Novecento) diversi “svizzeri” domiciliati a Pordenone: Giuseppe Mayer, Rodolfo Billetter, Rodolfo Scholl Latard, Augusto Pauly, Luigi Salomone Wild e altri ancora. Pordenone fu scelta per impiantarvi una grande industria di cotone perché era un attivo centro industriale che possedeva già una certa fama nei settori della produzione della seta e della ceramica. Anche precedentemente al 1839, era stata una piazza dove investire capitali in attività industriali in modo remunerativo. Da lunga data erano intercorsi rapporti tra le aristocrazie finanziarie delle tre città, Venezia, Trieste e Pordenone. La costruzione dei cotonifici fu il coronamento di una lunga storia di commerci e investimenti avvenuta grazie alla via fluviale del Noncello. Anche i macchinari e il modello industriale furono introdotti dalla Svizzera e dalla Germania. Oltre all’arrivo di persone e di capitali, si svilupparono nel corso dell’Ottocento fitti rapporti commerciali, dovuti all’importazione di materie prime e di macchine industriali per la lavorazione del cotone, della seta e per lo sfruttamento dell’energia idraulica dei corsi d’acqua. L’introduzione di macchine dall’estero fece aumentare nello stesso tempo l’arrivo dei tecnici, indispensabili per il montaggio, l’avvio e la manutenzione di tali attrezzature. Abbiamo diverse testimonianze delle importazioni di macchinari elvetici e tedeschi in Friuli, soprattutto a Pordenone: - nell’agosto del 1842 il complesso industriale cotoniero di Torre non era ancora ultimato; si montarono le macchine tessili alla fine dell’anno. Erano svizzeri i tecnici, i quadri e l’organizzazione produttiva, così pure le macchine provenivano dalla Svizzera, da Kusnacht (Zurigo), prodotte dalla ditta Kunz Widmer 48. 46 A.S.C.P., Filza Acque n. 2, Fasc. n. 214, Rep. n. 291 del 7 maggio 1826; A.S.C.P., Filza Commercio n. 4, Fasc. n. 490, Rep. n. 974 del 3 settembre 1833. 47 A.S.C.P., Filza Acque n. 2, Fasc. n. 214, Rep. n. 291 del 7 maggio 1826. 48 A.S.C.P., Filza Strade n. VI, Fasc. n. 505, n. 1108 del 26 agosto 1842 n. 4603/IX del 9 ottobre 1842 e Filza Amministrazione, n. XXIX, Fasc. n. 1279, n. 1609 del 7 dicembre 1842. 36 - nel 1858 il Cotonificio di Torre attendeva dalla Svizzera macchine di recente invenzione (bateur, étateur et éplucheur).49 - nel 1859 venne installata nella Filatura di Torre una caldaia che serviva “per la produzione del gas”. La ditta costruttrice era la F. Drescher di Chemnitz (Sassonia) 50. - nel 1874 venne realizzata una nuova fabbrica di tessuti a Udine (a Nord-Ovest di Chiavris). Proprietario dello stabilimento era il signor Volpe. Le macchine motrici (caldaia e motrice a vapore) furono introdotte da Nolet (Gand) mentre le macchine tessili (n. 140 telai e le macchine preparatorie) furono importate da Ruti (Zurigo), dallo stabilimento di Gaspare Honneger – la fabbrica di Udine occupava 200 operai, quasi tutte donne51. - sempre nel 1874 Giobatta Toffoletti fece installare una “caldaia locomobile a posto fisso a servizio della sua filatura di seta”. La caldaia era stata progettata e brevettata a Stoccarda.52 - nel 1877 venne attivata nel Cotonificio Amman & Wepfer di Pordenone una caldaia per il riscaldamento dei locali (“ad uso calorifero”). La caldaia era uscita dalle officine della ditta svizzera Teodoro & Ferdinando Bell di Kriens (Lucerna).53 - nel 1885 a Pordenone venne costruito dalla ditta Andrea Galvani a San Valentino un mulino a cilindri. Il progetto era dell’ing. meccanico Annibale Del Negro (laureatosi al Politecnico di Zurigo). “Il motore ed il macchinario del molino escono dalle rinomate officine e fabbricato dalla ditta Escher & Wyss e C. di Zurigo. La sua portata media è di 40 quintali al giorno di produzione complessiva nei diversi numeri di farine e crusche”.54 - sempre nel 1885 fu costruita una linea telefonica tra gli stabilimenti della ditta Amman & Wepfer di Pordenone e Fiume Veneto. Gli apparati telefonici furono forniti dalla ditta Hipp di Neuchátel (Svizzera).55 Le paratoie idrauliche dello stabilimento di Fiume Veneto furono realizzate nel 1885 dalla ditta Teodoro Bell & C. di Kriens (Lucerna). Le dinamo dello stabilimento di Borgomeduna furono fornite dalla ditta Brown Boveri di Baden (Svizzera) e per sopperire alle alterazioni della forza idraulica nei periodi di magra venne installata, nel 1889, una macchina a vapore orizzontale della forza di 650 cavalli effettivi, costruita dalla Erste Brunner Maschinenfabrikgesellaschaft di Brunn 49 TERESINA DEGAN, Industria tessile e lotte operaie a Pordenone 1840-1954, Del Bianco Editore, 1981, pag. 22. 50 A.S.C.P., Ref. V, Fasc. VI, Industria e Commercio, 1880, n. 228 del 30 gennaio 1880. 51 “Il Tagliamento”, 21 marzo 1874. 52 A.S.C.P., Ref. V, Fasc. VI, Industria e Commercio, 1880, n. 228 del 30 gennaio 1880. 53 A.S.C.P., Ref. V, Fasc. VI, Industria e Commercio, 1880, n. 228 del 30 gennaio 1880. 54 “Il Tagliamento” del 28 febbraio 1885. 55 “Il Tagliamento” del 29 agosto 1885. 37 (Germania) e due caldaie della pressione effettiva di 13 atmosfere, fornite dalla Casa Badcock & Vilcox di Londra, della superficie riscaldata di 168 metri quadri ciascuna.56 - nel 1888 venne realizzata una centrale di produzione elettrica (sfruttava il salto del Maglio della Vallona), per azionare le macchine tessili poste nello stabilimento Amman & Wepfer; era composta da due dinamo alimentate da una turbina sistema Girard. La ditta costruttrice era la Maschinenfabrik di Oerlikon (Svizzera).57 - nel 1889 venne installata una Dinamo Vanry dei signori Cuinod, Sautter e C., elettricisti di Ginevra. La ditta svizzera assunse l’incarico per l’installazione dell’impianto della illuminazione elettrica del nuovo teatro e della Filanda Toffoletti.58 La progettazione e l’installazione di queste moderne macchine industriali richiedeva l’opera di un nuovo tipo di professionista, un tecnico che possedesse un’ottima preparazione scientifico-tecnologica a cui affidare l’ammodernamento degli impianti. I primi tecnici progettisti delle industrie tessili pordenonesi furono stranieri. La documentazione rivela la presenza di tecnici provenienti da diversi paesi d’Europa. Dalla Germania veniva l’ingegnere Emilio Pomerio (nome probabilmente italianizzato), progettista e direttore dei lavori della filanda di seta a vapore Toffoletti.59 Tedesco era anche l’ingegnere Lodovico Kick che progettò e diresse l’installazione di una linea telefonica nello stabilimento Amman & Wepfer.60 Inglesi erano invece l’ingegnere Robert Godgeon direttore del servizio antincendio del cotonificio Amman e Wepfer e il tecnico installatore di macchine tessili Henry Burton, segnalato a Torre nel 1897. Svizzero, l’ingegnere meccanico Richard, progettista del ponte di Montereale Valcellina.61 La formazione disciplinare di questi tecnici era avvenuta in prestigiose università europee. In Germania ed in Svizzera esistevano già da tempo degli appositi corsi di laurea in Ingegneria Industriale. Gli ingegneri che uscivano da questi corsi erano in grado di “controllare ed organizzare, secondo modelli tecnologici e strutturali, l’intero processo produttivo del cotone: disegnavano le piante e le sezioni di macchine e dei reparti produttivi, indicavano lo schema distributivo degli organi di trasmissione, stabilivano il 56 WALTER BIGATTON-GUIDO LUTMAN-MAURIZIO BORDUGO, Storia del Cotonificio Veneziano, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1994, pagg. 41-42 57 “Il Tagliamento” del 10 novembre 1888. 58 “Il Tagliamento” del 26 ottobre 1889. 59 La filanda contava 80 bacinelle e impiegava 140 donne per 10 mesi all’anno. “Il Tagliamento” del 20 giugno 1874. 60 “Il Tagliamento” del 7 aprile 1883. 61 L’ing. Richard fu il progettista del ponte in ferro (luce mt. 80) realizzato dalla ditta Tardy, Galopin – Süe e Jacob di Savona a Montereale Cellina nell’anno 1878. Vedi: “La Patria del Friuli”, 18/09/1878, N. 223, Anno 2, pag. 2. 38 Filatura di Torre nell’anno 1890 (disegno di Prisca Fusaz). modulo dimensionale per l’attività degli uomini e delle macchine e per la circolazione della fibra di cotone.” 62 Il contributo offerto nella seconda metà dell’Ottocento da questi ingegneri diventa uno degli aspetti più importanti per comprendere la rapida ascesa dell’industria tessile pordenonese. 4.2 - Emigrazione italiana in Svizzera Contemporaneamente all’arrivo di forza lavoro e di macchinari dalla Svizzera, un flusso migratorio si sviluppò in senso opposto per motivi di lavoro, di studio e di aggiornamento professionale. L’industria meccanica zurighese rappresentava un modello di alta tecnologia per tutta Europa e il livello scientifico e professionale dell’Università zurighese era altissimo.63 Studenti e operai italiani riempivano interi quartieri di Zurigo. Gli operai erano, in maggioranza, impiegati nel settore edile. Nel 1874 su iniziativa di un’associazione 62 WALTER BIGATTON-GUIDO LUTMAN-MAURIZIO BORDUGO, Storia … op.cit., pagg. 42-43 63 Il Politecnico di Zurigo è stato fondato nel 1855. Oltre una ventina di premi Nobel hanno studiato in questa scuola, a cominciare da Wilhelm Konrad Röntgen e Albert Einstein fino a Kurt Wüthrich. 39 filantropica formata da studenti italiani del Politecnico, di cui faceva parte il pordenonese Annibale Del Negro, si raccolsero dei fondi per istituire una scuola elementare per gli operai italiani che lavoravano a Zurigo “in grandissimo numero” 64. Il Comune di Pordenone partecipò alla sottoscrizione per creare la scuola, inviando l’importo di Lire 77 al Del Negro, in Svizzera. Con le somme raccolte si acquistarono libri e quaderni. La scuola per i giovani operai italiani era completamente gratuita. Per iscriversi non bisognava aver oltrepassato i 18 anni. Il municipio di Zurigo offerse le aule “in una delle sue magnifiche scuole comunali”. Gli insegnanti della scuola erano gli studenti italiani iscritti al politecnico di Zurigo. Si formarono così tre classi di 130 alunni. L’anno scolastico cominciava in aprile e finiva in ottobre. Dal mese di agosto a ottobre, periodo in cui gli studenti italiani si recavano per le vacanze in Italia, l’istruzione veniva impartita da appositi maestri a spese della società istitutrice. Gli Italiani vivevano nei quartieri periferici in condizioni molto dure (“dove miseramente vivono”).65 Non solamente per motivi di lavoro ci si recava in Svizzera ma anche per motivi di studio (come il caso di Annibale Del Negro che si laureò in ingegneria proprio al Politecnico svizzero) o per aggiornamento professionale, come si vede nell’esempio riportato di seguito: nel 1884 un gruppo di operai della Provincia friulana si recò in missione di aggiornamento all’ Esposizione di Zurigo (il viaggio era stato organizzato e spesato dal Ministro Berti). Tra questi era presente Gerolamo Palù, capo-mastro falegname presso la Tessitura di Rorai. Per Gerolamo Palù il viaggio di lavoro a Zurigo risultò molto utile infatti: “vi apprese molte cose relative all’arte sua, e seppe con rara intelligenza applicarle praticamente” in seguito.66 Tra Friuli e Svizzera vi fu uno scambio reciproco: dalla Svizzera arrivarono imprenditori, quadri tecnici e amministrativi (ingegneri, chimici, contabili, legali, scritturali, ecc.), operai specializzati (fabbri, falegnami, filatori, tessitori, ecc.), capitali, macchine industriali. Dal Friuli partirono per la Svizzera studenti e operai edili e industriali (fabbri e falegnami). 64 “Il Tagliamento”, 30 maggio 1874. Tra i molti operai italiani emigrati a Zurigo vi era il trevisano Luigi Nicodemo Bonettini, di professione fabbro, coniugato con una zurighese. A.S.C.P., Ref. XII, Polizia fasc. 2, n. 303 del 15 febbraio 1851. 65 “Il Tagliamento” del 20 giugno 1874. 66 “Il Tagliamento” del 13 dicembre 1884. 40 Capitolo Quinto 5. Comunità Protestante svizzero-tedesca: struttura e caratteristiche di due flussi migratori di Enzo Pagura 5.1 - Svizzeri, Tedeschi e protestanti Non esistono rilevamenti anagrafici dei protestanti presenti nel corso dell’Ottocento a Pordenone. Questa mancanza di dati è in gran parte da addebitare ai direttori delle fabbriche di cotone. I direttori degli stabilimenti minimizzavano la presenza straniera e desideravano che tale presenza passasse inosservata in modo che non suscitasse sentimenti di ostilità e rancore nella popolazione locale. Anche per l’Amministrazione comunale la presenza di lavoratori stranieri poteva essere fonte di problemi e fastidi e per questa ragione non si sforzò mai di conoscerne l’entità numerica e qualitativa (provenienza, età, professione, confessione religiosa, ecc.); anche se l’avesse voluto, senza la collaborazione delle direzioni degli stabilimenti apprenderne la consistenza non era facile (gli immigrati stranieri non abitavano in mezzo agli Italiani ma vivevano appartati all’interno delle fabbriche).67 Per questi motivi i dati ricavati su questa materia sono incompleti e frammentari e per individuare la confessione religiosa dei forestieri si è rivelato utile una ricerca a largo spettro su tutta la documentazione archivistica, passando in esame le Filze di diverse materie: Lavori Pubblici, Strade, Sanità (e all’interno i fascicoli riguardanti i Cimiteri), Polizia, Censo, Dazio, Amministrazione e altre ancora. 67 L’avvio dei Cotonifici richiamò lavoratori da molti paesi d’Europa. Nella mescolanza razziale formata dalle molte nazionalità si potevano distinguere in ordine decrescente rispetto alla rilevanza numerica: svizzeri (soprattutto dai cantoni tedeschi), austriaci, tedeschi, francesi, slavi, inglesi, belgi, ungheresi, greci. In un documento dell’Archivio Storico del Comune di Pordenone è riportata la notizia della presenza a Torre nel 1897 di un certo Henry Burton che viene definito nel documento “montore” a Torre. “Montore”, contrazione dialettale del sostantivo “montatore”, era il termine utilizzato per denominare i tecnici addetti al montaggio è all’avvio delle macchine tessili. Henry Burton e Robert Godgeon, ingegnere presso il Cotonificio Amman & Wepfer, sono indubbiamente nomi di tecnici anglosassoni. Nel 1852 era impiegato alla Tessitura di Roraigrande il greco Samuele Daniele Calixto con la qualifica di Maestro Tessitore. - A.S.C.P., Ref. XII, Fasc. 9, Anno 1897; - A.S.C.P., Ref. XII, Fasc. 7 n. 268 del 7 febbraio 1852, Anno 1852. 41 Sono tre i luoghi da cui arrivava la maggioranza degli stranieri (soprattutto elvetici) che giungevano a Pordenone agli inizi dell’Ottocento: il Nord-Est della Svizzera68, Venezia e Trieste. Nei due porti dell’Adriatico esistevano ormai, da parecchio tempo, comunità svizzerotedesche numerose. La comunità luterana veneziana risaliva al Seicento (a Venezia vi è stata la presenza di protestanti di varie nazionalità dalla Riforma in poi fino ai giorni nostri senza interruzioni), mentre a Trieste la presenza protestante svizzera era iniziata nel 1721. Le due comunità di Venezia e Trieste rappresentavano due punti di scalo fondamentali per i tecnici specializzati stranieri dell’industria del cotone, diretti nel centro industriale di Pordenone.69 È dalla fine degli anni ’30 (1838-1839) che si insediarono in città le prime famiglie protestanti straniere, quelle dei tecnici e degli ingegneri che parteciparono all’impresa di realizzare in un misero paese di pescatori una moderna industria tessile. Tra gli altri, nel 1839 arrivò in città il Luterano Giovanni David Schnell Griot, primo direttore della Filatura.70 Successivamente e per gran parte dell’Ottocento, tutta la struttura direttiva 68 La maggioranza in assoluto proveniva dal cantone svizzero di Zurigo (30% tra 1839-1855 e 27% tra 1839-1900); al secondo posto venivano gli immigrati dall’Austria (21% tra 1839-1855); prendendo in considerazione un’area geografica più ampia si nota che gran parte proveniva dalla regione intorno al lago di Costanza-Nord Est Svizzera: 60%. Valutazione sul gruppo etnico di appartenenza: 90% tedeschi (Germania, Svizzera Tedesca, Austria), 8% francesi e ladini. Se si associa la professione religiosa al luogo di origine si può ipotizzare che la maggioranza di tali immigrati era protestante: il gruppo proveniente dal Nord-Est della Svizzera zona di riforma protestante (Zurigo è stata una delle capitali della riforma protestante) come pure, i Ginevrini, i tedeschi della Germania meridionale e gli svizzeri della numerosa comunità di Trieste (8%). La restante parte, (austriaci, francesi, slavi) appartenevano probabilmente alla comunità cattolica. Un piccolo gruppo (una decina di persone) era formato da ebrei: i Maÿer (con i loro famigliari) provenienti da Trieste ed i Tedeschi (commercianti e proprietari di barche) arrivati da Venezia, la famiglia di Levi Amadeo (la moglie si chiamava Marianna Ancona) immigrati da Rovigo. Levi Amadeo, di professione contabile, era alle dipendenze della ditta Maÿer . Il ruolo degli svizzeri è stato determinante non solo per lo sviluppo industriale pordenonese ma anche per quello dell’intera penisola italiana. Vedi: - G. BONNANT - H. SCHUTZ – E. STEFFEN, Svizzeri in Italia, Camera di Commercio Svizzera in Italia, 1972, pp.21-25 e pp.50-55; - TERESINA DEGAN, Industria tessile e lotte operaie a Pordenone, Del Bianco Editore, 1981, pag. 21; - ANDREA BENEDETTI, Storia di Pordenone, Pordenone, Edizioni de “Il Noncello”, 1964, pag. 366. 69 Sulla presenza di comunità protestanti straniere in Italia vedi: V. VINAY, Storia dei Valdesi 3: dal movimento evangelico italiano al movimento ecumenico, Claudiana, 1980, pp. 11-29. G. BONNANT-H. SCHUTZ-E. STEFFEN, Svizzeri in Italia 1848-1872, Camera di Commercio Svizzera in Italia, 1972, pp. 9-68. 70 Un cognome – Schnell - collega alcuni dei più rilevanti imprenditori svizzero-tedeschi che fondarono l’opificio di Torre nel 1839, tre di costoro portavano il cognome Schnell: uno dei maggiori capitalisti che investirono nel progetto si chiamava Giovanni Enrico Simlev-Schnell di Zurigo, pure il direttore della fabbrica e socio dell’impresa per più di vent’anni possedeva questo cognome, Giovanni David Schnell Griot di Lindau (console della Baviera a Trieste, di fede luterana); infine il subentrante a Giovanni Enrico Simlev-Schnell come investitore nel 1843 si chiamava Alfred Rivail Schnell di Lindau (Baviera) – ma di cittadinanza svizzera. Infine è da ricordare che esisteva anche una banca con questo nome: la Cassa Schnell-Griot (fallita nel 1858). 42 degli stabilimenti tessili fu formata da stranieri.71 In breve tempo, già nel 1842-1843, si formò una colonia di un centinaio di persone. Tale comunità continuò a svilupparsi fino a contare circa duecento appartenenti nel 1850. È abbastanza difficile distinguere la chiesa di appartenenza dei lavoratori poiché nei documenti in cui sono riportati i dati anagrafici venivano genericamente definiti di religione acattolica, ma indubbiamente vi erano tra essi dei luterani, dei riformati svizzeri e forse anche dei battisti.72 Nel 1846 la deputazione comunale segnala, in un prospetto sullo stato dei cimiteri cittadini, la necessità per la frazione di Torre (dove era stato edificato il Cotonificio) della costruzione di un “doppio cimitero per li acattolici stabiliti nella Fabbrica e Tintoria Cotoni”. Tale segnalazione stava a dimostrare la presenza rilevante di protestanti nella piccola frazione. Da una relazione allegata al progetto del nuovo cimitero di Torre del 1855 veniamo a sapere che i protestanti residenti solo nel quartiere di Torre erano “oltre 30 persone”. A costoro dovevano essere aggiunti quelli residenti negli altri quartieri della città: si può stimare un numero complessivo maggiore di 100 persone (40-50 individui a Torre e 4050 individui negli altri quartieri). Circa cinquanta anni dopo, nel 1909, da una relazione del pastore Donato Stanganini veniamo a sapere che vi erano a Pordenone 30 riformati svizzeri e 10 “zuingliani” tedeschi. Occupati nell’industria del cotone, avevano le seguenti mansioni: direttori di stabilimento, capisala, scritturali, legali e rappresentanti commerciali, mastri tintori, mastri filatori e tessitori, meccanici, tecnici idraulici, tornitori, falegnami (molti erano ingegneri meccanici, ad esempio Lodovico Kick, Robert Godgeon, Oscar Steinmann). Inoltre costoro avevano fissato la loro residenza non per pochi mesi ma in modo duraturo presso la fabbrica di cotoni dove vivevano: infatti anche da altri documenti vediamo 71 Costruiti gli edifici industriali e civili (abitazioni), realizzati i canali, gli argini e le altre opere, successivamente al 1841 vennero importate dall’estero le macchine tessili da installare nello stabilimento. Furono allora necessari dei tecnici forestieri (cioè provenienti dall’estero) per avviare e dirigere la produzione: “Nella filatura, nella tintoria e nelle officine sono impiegati più di 450 individui, nativi la maggior parte dei villaggi vicini. Alcuni forestieri pratici di questa industria, avvezzi all’ordine e alla disciplina, li dirigono nel lavoro e sono ad essi di esempio.” Istituto di Scienze Lettere ed Arti in Venezia, Atti della distribuzione de’ premi d’industria per l’anno 1846, Relazione fatta nella adunanza del 30 maggio 1846 dal Conte Luigi Palffy di Erdöd Governatore delle Province Venete, pag. 20. 72 Le resistenze dei direttori di stabilimento nel fornire le generalità degli “svizzeri” possono essere originate da diverse cause: le crisi ripetute del settore tessile che rendevano le condizioni di vita più dure per i dipendenti della fabbrica a causa dei rallentamenti nella produzione e a causa di licenziamenti dei locali; atti di intolleranza verso la comunità protestante e straniera che arrivarono sino alle manifestazioni contro la componente tedesca della fabbrica (tali atti stanno a dimostrare che era presente una forte ostilità da parte dei locali verso la comunità straniera, dovuta al fatto che questi occupavano i posti migliori nella fabbrica e perché si credeva che i dipendenti extraitaliani fossero dei privilegiati poiché della stessa nazionalità degli imprenditori che dirigevano le fabbriche). 43 Direttori e tecnici del Cotonificio Rieter di Winterthur (Zurigo – Svizzera – Anno 1886). Tratta da Alfred J. Furrer, Rieter’s 200 Years 1795-1995. che gli stranieri si stabilirono soprattutto a Torre per diverse decine d’anni. Il piccolo paese diventò per loro una seconda patria. Molti si sposarono ed ebbero figli. Da un foglio statistico del 1869, della Reale Direzione Didattica, possiamo conoscere i nomi di alcuni dei figli degli “svizzeri” rientranti nella fascia d’età fra i 6 ed i 12 anni residenti nella frazione di Torre: Brunner Eugenia Pierina, Motsch Elisabetta, Ghigher Eugenia, Byletter Ida Maria Teresa, Fricher Bianca Maria Giulia (figlia del direttore della filatura Enrico Fricher), Ghigher Pietro Giacomo, Fahis Giuseppe.73 Vi furono anche diversi matrimoni misti: Furlanetti Davide sposò Binder Maria Barbara di Zurigo; Lenner Paolo (o Lechner) sposò Dinon Maddalena; Liebhamer Giovanni si unì con Volpati Eleonora; Motsch Sofia con Minudel Francesco; Ghigher Giovanni con Annunziata Lavagnolo; Schoch Arnaldo con Clorinda Gatti; Ombergher Gasparo sposò Cozzarin Lucia; Etter Giacomo si unì con Piva Matilde Giovanna; Byletter Eugenio con Ghedini Emilia; Schweizer Giacomo con Violin Maria; Rathghet Fredolino si unì in matrimonio con D’Andrea Rosa; Wild Emilio con Malfatti Elisabetta; Oscar Steinmann con Battistella Teresa; Heis Antonio con Toffolo Maria; Hubler Giuseppe con Moro Anna. 73 A.S.C.P., Ref. II, Pubblica Istruzione 1869, Fasc. 4. 44 Vi furono due flussi di immigrati protestanti stranieri, il primo in concomitanza dei primi insediamenti cotonieri nella frazione di Torre, Rorai Grande e in Largo San Giovanni. Questa prima immigrazione avvenne tra il 1838 ed il 1850. Di questo primo gruppo di famiglie facevano parte: Schnell-Griot, Bylleter (o Byletter), Rivail, Byller, Klunard, Glugher, Ghigher, Lehmann, Vasser, Vinkler, Arnold, Valkovack, Ombergher, Lerch, Glatzel, Assingher, Frichers, Strasse, Wild, Rathghet, Heis, Iblar, Etter, Gasli, Kandlev, Musner, Motsch, Schmitz, Clarmont, Lechner, Streis, Brunner, Hubler, Schumph, e altre ancora. Una seconda immigrazione avvenne a causa dell’insediamento del Cotonificio Amman e Wepfer nel 1874. Di questo flusso di immigrati stranieri facevano parte le seguenti famiglie: Wepfer, Scholl-Latard, Scoch, Pauly, Unger, Raetz, Diener, Stiefel, Schweizer, Godgeon, Landert, Kick, Hermann, Jenny, Hefti, Mayer, Steinmann, Zwichy, Metzler, Herlet, Zuppingher, Stanfield, Eghli, Lener, Arnold, Schätti, Eheret, Hateli.74 5.2 - Giovanni Davide Schnell Griot Giovanni Davide Schnell Griot (Luterano)75, nacque a Lindau (sul lago di Costanza – Baviera) il 9 settembre 1781. Fu residente a Trieste dall’anno 1819 al 1839. Figlio di Daniele Schnell ed Elena Del Mas, coniugato con Giovanna Griot (figlia di Filippo Griot 74 Un elenco incompleto degli immigrati svizzero-tedeschi, presenti a Pordenone tra il 1839 ed il 1900, si trova in: ENZO PAGURA, Condizioni di lavoro e sanità a Pordenone nella prima metà del XIX secolo, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 2007, pagg. 116-128. Erano presenti in città anche immigrati non legati all’industria tessile, per esempio, il birraio svizzero Martino Blötz, il boemo Vincenzo Swethy (ex militare), il tirolese Luigi Prömer, i croati Antonio Czar e Lodovico Vulicevich (sacerdote, proveniente da Dubrovnik) e altri ancora. Vedi: A.S.C.P., Ref. XII, Fasc. 13, Informazioni politiche individuali, n. 2318 del 15 settembre 1866. 75 Davide Giovanni Schnell assunse il secondo cognome Griot al momento delle nozze con Giovanna Griot (nel 1811). La moglie apparteneva a una famiglia di origine grigionese immigrata a Trieste fin dal 1751. Il nonno di Giovanna, Gaspare, nello stesso anno in cui giunse a Trieste aprì una caffetteria-pasticceria (tuttora esistente) nella Contrada di Piazza Piccola, dietro la loggia municipale (il nome del locale era “Caffè di Griot”). “Il locale di Griot diventerà in breve il più importante centro di incontro dei “borghesi” e di quei “cittadini” più aperti al nuovo e i cui nomi poi saranno significativi nel governo della città. … Lì si incontravano abitualmente anche i grandi nomi del commercio e della finanza: i Dumreicher von Österreicher, i Ganzoni, i Bois-de-Chesne, gli Escher, i Tschurtschenthaller. In questo caso si tratta di luterani ed elvetici. Si scopre così che per una fascia di famiglie protestanti il locale svolgeva una funzione complementare rispetto ai consueti luoghi di ritrovo degli esponenti più in vista della città, pur non sostituendoli.” Nel locale era proibito il gioco d’azzardo. Vedi: GIOVANNI CARRARI, Protestantesimo a Trieste, LINT, 2002, pp. 27-29 e 46-47; La seconda generazione dei Griot diversificò le attività economiche della famiglia. Mentre Giovanni continuava l’attività del padre, Andrea e Filippo (padre di Giovanna) si impegnarono nel ramo assicurativo e nel commercio all’ingrosso. Lo zio di Giovanna, Andrea, fu anche il primo Console Svizzero a Trieste dal 1802 al 1822. Proprio alla famiglia Griot si deve l’acquisto all’asta della Basilica di San Silvestro che diverrà la sede della Comunità Riformata.” Vedi in: - CRISTINA BENUSSI, Dentro Trieste, Hammerle Editori, 2007, pp. 138 – 139 45 Impiegati e operai del Cotonificio Rieter di Winterthur (Zurigo – Svizzera – Anno 1886). Tratta da Alfred J. Furrer, Rieter’s 200 Years 1795-1995. e di Wagner Maria Maddalena) l’11 febbraio 1811. Era comproprietario di una banca con sedi a Vienna e a Trieste (la Cassa Schnell-Griot & C. fallita poi nel 1858) e socio della ditta che costruì lo Stabilimento cotoniero di Torre.76 Si trasferì a Pordenone da Trieste nel 1839. Rimase alla guida della fabbrica di Torre fino al 1862, anno in cui andò in pensione “coll’emolumento annuo di lire 3000.- ed un aumento di annue lire 1000.- qualora gli utili depurati dell’annuale bilancio oltrepassino le lire 50.000” e mantenendo la qualifica “di direttore onorario”. Di famiglia luterana, fu console di Baviera a Trieste nel 1819. La moglie apparteneva a una ricca famiglia di origine grigionese e di religione svizzera- riformata (i Griot che si erano imparentati anche con i Weber e con i Wagner).77 Diversi furono gli incarichi pubblici e le rappresentanze che il Direttore Schnell Griot assunse per tutelare gli interessi economici dell’industria locale: nel 1842 fece parte della commissione (insieme all’ing. Poletti, ad Andrea Galvani e Luigi Marsoni) incaricata dello studio di un progetto di ripristino della navigabilità del fiume Noncello fino al vecchio porto; negli anni 1846, 1847, 1848 76 G.A.V. Ramu commesso della Cassa Schnell Griot e C. era, nel contempo, dipendente della Privilegiata Filatura di Cotoni di Torre di Pordenone. Vedi: A.S.C.P., Ref. XII Polizia, 1858, n. 1297 del 9 giugno 1858. 77 ENZO PAGURA, La colonia svizzero-protestante di Pordenone, Tipografia Sartor, 2006, pag. 58. Vedi anche: Circolare 6 agosto 1818, Raccolta degli Atti del governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorità in oggetti sia amministrativi che giudiziari, volume secondo, Dall’imperial regia stamperia, Milano, 1818. 46 entrò nel consiglio comunale di Pordenone come rappresentante della Filatura di Torre; nell’anno 1851, quando si stava discutendo del tracciato della nuova ferrovia, venne scelto a far parte di una delegazione per difendere gli interessi cittadini. Nell’anno successivo rappresentò la città di Pordenone nella deputazione (di cui facevano parte gli esponenti di Belluno, Conegliano e Serravalle) inviata a Vienna per sostenere il tracciato della strada ferrata che percorresse la Via Alta e attraversasse Pordenone.78 5.3 - Rodolfo Byletter Rodolfo Byletter, nacque a Mandorf (Zurigo) nel 1801, di professione Maestro Filatore e Tecnico Meccanico. Giunse a Pordenone nell’anno 1841 con tutta la famiglia, formata dalla moglie Elisabetta Loosli e dai due figli, Caterina Luigia ed Eugenio. Nel registro anagrafico dei dimoranti è indicato come “Direttore della P. R. Fabbrica” ed abitante nella frazione di Torre. Abbiamo la certezza che fosse di religione protestante, poiché il suo nome compare, insieme agli altri componenti del nucleo famigliare, in un lista di acattolici. Morì a Torre nel 1858. Anche il figlio Eugenio (residente nella parrocchia di San Marco) si distinse nel lavoro. In un rogito notarile del 1862 rappresenta la “I. R. Privilegiata Filatura e Tintoria di Cotoni di Pordenone” come aggiunto alla Direzione e la sua firma compare in calce al documento a fianco di quella del Direttore Giovanni Antonio Locatelli. L’incarico di vicedirettore della Filatura cotoni passò dal padre al figlio: prima venne ricoperto da Rodolfo e poi dal figlio Eugenio. Rodolfo Junior (nipote di Rodolfo e figlio di Eugenio) si trasferì nel 1892 con la famiglia a Venezia.79 5.4 - Emilio Wepfer Ai funerali di Emilio Wepfer erano presenti 6.000 persone. Erano venute in massa a onorare un acattolico che aveva fatto molto per la città, un protestante laico e tollerante che faceva istruire i propri operai da un prete cattolico. La sua famiglia aveva più volte promosso le più svariate opere di beneficenza e solidarietà nelle più varie occasioni, incendi, terremoti e altre disgrazie. Tutta la città si strinse commossa intorno al feretro di Wepfer. Erano presenti il Sindaco (avv. Ellero), il Commissario Distrettuale in rappresentanza del prefetto della provincia (avv. Marcialis), il presidente dell’Asilo Infantile cav. Candiani, il Presidente della Società Anonima sig. Graziani, i signori Jenny e cav. Barbieri, il cav. Cossetti rappresentante 78 ENZO PAGURA, Condizioni … op. cit., pag. 12, 18, 54. 79 A.S.C.P., Registro dei dimoranti, Anni 1839-1860, pag.137. A.S.P., Settore Notarile, Rogito notaio Giovanni Battista Renier, n. 1091 del 14 aprile 1862. 47 Abitazione di Emilio Wepfer presso la fabbrica di Borgomeduna (2008 –foto autore) la Camera di Commercio di Udine e il cav. Galvani. Parteciparono, tra gli altri, il console della Confederazione Svizzera a Venezia, cav. Ceresole, il Dott. Edoardo Amman in rappresentanza della famiglia e della ditta. I funerali ebbero luogo con rito evangelico. Di fronte alla abitazione, il dottor Theodor Elze, ministro protestante, pronunciò l’elogio funebre.80 Non era la prima volta che l’intera città dimostrava il suo attaccamento a questo protestante svizzero. Nel 1888, al termine della sua malattia, in una serata di aprile, una lunga processione formata da 600 operai, muniti di fiaccole, gli aveva portato il sostegno e gli auguri per una 80 Di seguito riporto la descrizione del funerale redatta dal corrispondente del giornale la “Patria del Friuli”: “Prima della partenza del corteo parlò il Pastore Evangelico dinanzi a ristretto numero d’amici, secondo l’uso di loro religione. Il corteo si dispose poi come segue: Bandiera della Banda Cittadina – Banda Cittadina – Bandiera A. Amman e Wepfer (Stabilimento di Pordenone) – Operai Stabilimento A. Amman e Wepfer (Pordenone) - Bandiera A. Amman e Wepfer (Stabilimento di Fiume) – Operai Stabilimento A. Amman e Wepfer (Fiume) – Bandiera della Società Operaia – Società Operaia di Pordenone – Bandiera Stabilimento Jenny Barbieri e C. – Banda di Torre – Operai Stabilimenti Jenny e Barbieri e C. – Bandiera Società Fornai – Società Fornai – Banda di Cordenons – Bandiera Stabilimenti Galvani – Bandiera delle Fornaci di Pasiano – Impiegati ed operai delle Fornaci di Pasiano – Bandiera dell’Asilo Infantile Vittorio Emanuele – Bambini dell’Asilo – Bandiera della Società Agenti di Commercio di Udine – Per la Camera di Commercio, Cotonificio Udinese e Veneziano – Carro con ghirlande: corone oltre 50 – Carro funebre: Uscieri municipali ai due lati prima del carro, poscia, in fianco del carro: il Real Commissario; dott. Ellero, Sindaco; Presidente Società Operaia, Tamai G.; Cavalier Ceresole, Console svizzero; Presidente Asilo Infantile, Cavalier Candiani; Graziani, Presidente Società Anonima; pegli Stabilimenti Torre e Rorai cav. Barbieri Jenny; cav. Cossetti; la famiglia Galvani; cav. G. per gli industriali - Cocchieri e domestici senza ceri, ai due lati; Impiegati degli Stabilimenti Amman e Wepfer; Autorità cittadine e Governative; Rappresentanze Stabilimenti Industriali; Amici in mezzo ai domestici e cocchieri, seguivano il carro funebre. La folla degli accorsi alla mesta cerimonia era addirittura enorme. I sigg. Industriali, Commerciali, ed interessati colla ditta Amman e Wepfer erano largamente rappresentati. Le corone dedicate avevano, oltre che il lusso di seria e bella fattura, la serietà delle dediche. Sulla tomba vennero pronunciati commoventissimi discorsi, dai signori Pastore Evangelico, Dott. E. Ellero Sindaco, Dott. Ed. Amman, Tamai Gius. Presidente della Società Operaia, Graziani Lucio Presidente della Società Anonima di cui il Wepfer era Presidente Onorario, il Cav. Candiani Presidente dell’Asilo Infantile V.E. del quale il Cav. Wepfer sapeva d’esser Vice Presidente colle continue sue larghe elargizioni, il sig. Luciano Galvani che ricordando l’amico parlò come rappresentante l’industria. Un operaio a nome di tutti i suoi colleghi, diede l’estremo vale al loro affezionato padrone, amico e padre.” La Patria del Friuli, 22 marzo 1890, n. 70 Anno XIV, pag. 2. “Innanzi di partir dalla casa, il Dottor Elze, ministro protestante, disse l’elogio funebre”. Il Tagliamento n 12 del 22 marzo 1890. 48 Tomba di Emilio Wepfer nel Cimitero di Via Cappuccini – Pordenone (2008 – foto autore) Tomba di Emilio Wepfer. Corona di bronzo a foglie di alloro (virtù) e di quercia (forza) con nastri riportanti la scritta: Pordenone a Emilio Wepfer 1890. Realizzata grazie a una sottoscrizione raccolta fra i cittadini di Pordenone (2008, foto autore). pronta guarigione.81 In altre occasioni il Tagliamento lo aveva più volte difeso dagli attacchi dei preti e dei clericali bigotti. Emilio Wepfer era nato ad Angri (SA) il 19 giugno 1844; il suo primo maestro era stato il padre. Compì i propri studi in Francia e in Inghilterra. Resse in Italia per parecchi anni importanti industrie a Terni e in altre città, prendendo la direzione, quindi, verso il 1872, di una propria a Bologna. Nel 1875 creò assieme ad Amman lo stabilimento di filatura in Viale Martelli.82 Emilio Wepfer si ambientò bene a Pordenone e non ci vollero molti anni per affezionarsi alla città dove aveva progettato e costruito la sua grande fabbrica e, accanto, una bella casa per la famiglia (prima di trasferirsi nella villa di Borgomeduna risiedeva in Piazza del Moto - antica denominazione di Piazza della Motta - al n. 429). La nuova patria, Pordenone, diventò quella in cui volle essere sepolto dopo la morte e a tal fine fece costruire nel 1881 una tomba di famiglia nel cimitero di Via Cappuccini.83 “Le testimonianze del passato lo descrivono persona precisa nelle proprie attività, interessata all’arte e alla scienza, ed esempio di rettitudine morale e correttezza nei rapporti sociali. Da qui nasce un sincero rapporto di stima e rispetto che la borghesia locale e la classe operaia gli riserveranno sempre. Non a caso il 81 “Il Tagliamento” n. 16 del 21 aprile 1888. 82 “Il Tagliamento”, Anno XX, n. 12 del 22 marzo 1890. 83 In calce alla domanda di concessione della tomba di famiglia, l’assessore delegato Edoardo Marini, motivando il parere positivo dell’Amministrazione, precisa che “nulla osta alla concessione della cella mortuaria al Signor Wepfer per il solo principio di parità di trattamento di tutti li uomini siano o no cittadini e di fronte alla religione dei defunti.” A.S.C.P., Ref. VII, Sanità, Fasc. n. 18, Anno 1881, n. 2094 del 2 dicembre 1881. 49 cronista del Tagliamento lo ritrae come nobile concittadino, lui che non ha mai rinunciato al passaporto elvetico pur abitando stabilmente nei pressi del cotonificio” di Borgomeduna.84 Nel 1881 si iscrisse e fece iscrivere (pagando per tutti le spese di iscrizione) diverse centinaia dei suoi operai pordenonesi alla Società Operaia di Mutuo Soccorso ed Istruzione. Negli anni seguenti fece parte più volte del consiglio direttivo dell’ Operaia e nel 1884 rivestì la carica sociale di giudice (dopo la morte fu compreso nell’elenco dei soci benemeriti assieme ad un altro protestante, Domenico Sacilotto). La sorella di Emilio Wepfer, Elisa, aveva sposato ai primi di maggio del 1882 Adolfo Treidler di Berlino. “Nome noto nel mondo dell’arte perché, sebbene giovane, il signor Treidler occupa un posto distinto fra i più celebrati pittori storici contemporanei della Germania”. I due coniugi, dopo la cerimonia e la festa celebrate (nella villa di Wepfer) a Pordenone, partirono per la loro residenza di Monaco di Baviera.85 Nel 1883 il Governo italiano concesse all’imprenditore l’onorificenza di Cavaliere della Corona d’Italia. Due anni dopo la Giunta Comunale, considerando le molteplici benemerenze acquisite con opere sociali e di beneficenza (dalla creazione di un asilo infantile al fondo pensionistico, alla fondazione della Casa di Ricovero Umberto I), valutando anche tutti i miglioramenti tecnologici apportati nei suoi stabilimenti e alla stessa città (luce elettrica, linee telefoniche, tram per gli operai) gli conferì la cittadinanza onoraria.86 Anche altri membri della famiglia si distinsero in attività filantropiche, in special modo le donne di casa Wepfer, con donazioni all’asilo infantile e alle scuole di materiale didattico, abiti e commestibili e anche partecipando come pianiste a concerti musicali per raccogliere fondi per finanziare opere di beneficenza.87 84 WALTER BIGATTON-GUIDO LUTMAN-MAURIZIO BORDUGO, Storia del Cotonificio Veneziano, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1994, pag. 17. 85 Il Tagliamento n. 18 del 6 maggio 1882. 86 Nella lettera di ringraziamento, indirizzata al Sindaco, Wepfer definisce Pordenone la “mia seconda patria” (la prima era Diessenhofen - Cantone di Argovia, Svizzera - mentre il suo domicilio legale era Zurigo): “L’alto onore impartitomi da questo Onorevole Consiglio Municipale iscrivendomi fra i cittadini di Pordenone mi Commosse al sommo grado. Tale onorificenza che mi affilia a questa Colta ed industre Città, cui mi legano vincoli numerosi di amicizia sincera e interessi importanti, rispose a vivissimo desiderio del mio cuore, e prego la S. I. a farsi interprete di questi miei sentimenti presso l’Onorevole Consiglio Comunale. Il titolo di Benemerenza cui si volle appoggiare tale distinzione mi rende poi a ragione orgoglioso, e porrò ogni mia cura nel riaffermare sempre il mio affetto per questa mia seconda patria.” A.S.C.P., Ref. VII, Sanità, Anno 1885, n. 25 del 3 gennaio 1885. 87 Il 28 aprile 1878 si tenne al Teatro Stella “un trattenimento, quasi esclusivamente musicale, a beneficio dei poveri; … Il concerto a quattro mani delle signore Wepfer ebbe un grandissimo successo per l’accuratezza e precisione con cui fu eseguito, abbinate ad una perfetta interpretazione delle sentimentali melodie del Rigoletto; queste signore dimostrarono all’evidenza di essere suonatrici di prima forza.” Le due virtuose pianiste di casa Wepfer si potrebbero identificare in Bodmer Bertha (figlia di Massimilano Bodmer e di Zuppinger Elisabetta), nata a Zurigo nel 1854, moglie di Emilio e nella madre di Emilio, Egg Anna Rosina, nata a Zurigo nel 1821. All’epoca del concerto di beneficenza Bertha aveva ventiquattro anni ed Anna Rosina cinquantasette. “La Patria del Friuli”, 1 maggio 1878, N. 103, Anno II, pag. 2. Nel 1884 Bertha Bodmer Wepfer ricopriva la carica di ispettrice della scuola elementare di Borgomeduna. “Il Tagliamento”, 3 aprile 1886, N. 14. 50 Oltre a dirigere il Cotonificio di Borgomeduna Wepfer era socio della ditta proprietaria delle fornaci di Pasiano (la Società Veneta di Pasiano Fornaci Chiozza) e nel 1889 diede vita, assieme ad altri soci (Edoardo Amman, Federico Mylius, Giuseppe Frua, Paolo Muggini, Giacomo Trümpy e Alfredo Zopfi – gli ultimi due svizzeri) alla Società Anonima Cotonificio Bergamasco con sede a Ponte Nossa (BG). Emilio Wepfer si spense all’età di 45 anni il 18 marzo 1890. Pochi mesi dopo, nel novembre 1890, la famiglia Wepfer lasciò Pordenone trasferendosi a Stoccarda. Uno dei figli di Wepfer, Alfredo (nato il 5 gennaio 1882 a Pordenone) nel 1948 richiese al Comune di Pordenone la possibilità di avere il certificato di cittadinanza italiana per rientrare in Italia. Nella sua lettera dichiarava: “Fino al ventesimo anno possedevo la nazionalità italiana. Mio padre era cittadino onorario di Pordenone. Dopo la morte di mio padre nel marzo 1890 la mia famiglia si trasferì a Stoccarda in Germania. Da quel tempo abbiamo vissuto qua. Io personalmente vivo già da ventinove anni a Kircheim u. Teck (Wurtemberg) come chirurgo, sono stato fino a qualche mese fa direttore dell’ospedale di Kircheim u.Teck (Wurtemberg). Vivo sotto buonissime condizioni, ma porto l’idea nella mia mente di ritornare in Italia dopo la riapertura del confine. Ci sono stato spesso facendo viaggi in Italia per visitare anche il luogo della mia nascita.” Il comune di Pordenone gli rispose, in modo freddamente formale, che non era possibile rilasciargli la certificazione richiesta poiché non ne aveva diritto, essendo partito da Pordenone a vent’anni mentre la legge prevedeva per l’ottenimento della nazionalità la residenza in Italia tra il 21° ed il 22° anno d’età con l’opzione tra le due cittadinanze verso quella italiana.88 5.5 - Rodolfo Scholl Rodolfo Scholl appartenne a un gruppo di due famiglie, immigrate a Pordenone nel 1875, chiamate in città da Emilio Wepfer per lavorare nel Cotonificio di sua proprietà: Latard (immigrati originalmente dal Belgio in Italia a Trieste), Scholl (originari dal Baden del sud a confine con la Svizzera: Waldshut, Offenburg). Le due famiglie risiedevano nel quartiere di Borgomeduna, in una grande villa (detta Le Revedole) dietro allo stabilimento cotoniero (nel primo dopoguerra la villa fu ceduta alla Diocesi per ospitarvi il seminario e la sede del Vescovo di Concordia). Rodolfo Scholl nacque a Offenburg (Baden) il 12 novembre 1873, figlio di Latard Laura (nata a Verviers in Belgio) e di Scholl Alberto. Si unì in matrimonio con Renier 88 A.S.C.P., Ref. VII, Sanità, Anno 1849, prot. n. 706 del 18 gennaio 1849. 51 Epigrafe famiglia Scholl-Renier nel Cimitero di Via Cappuccini (2008, foto autore). Maria Angela Gaetana il 16 settembre 1899 (il fratello Alfredo Scholl sposò nel 1895, a Gorizia, la galiziana baronessa Emma Gemmingen). Dal matrimonio tra Rodolfo Scholl e Maria Renier, nacquero: Giulia Laura Maria (25 gennaio 1901), Carlo Alberto (27 gennaio 1904), Mario Giovanni Rodolfo (8 settembre 1905), tutti nati a Pordenone. Il gruppo di famiglie Scholl-Latard confluì, con la restante parte della comunità svizzero-tedesca, nella Chiesa battista pordenonese tra il 1909 ed il 1910. L’intera famiglia Scholl-Latard emigrò in Germania nel 1915. Fondamentale in termini di supporto organizzativo e di collegamento con la Missione Americana Battista di Roma (e anche in termini economici) fu il suo apporto nella costruzione della chiesa Battista di Viale M. Grigoletti.89 89 Nel gruppo di persone che partecipano, con diversi ruoli, alla costruzione del Tempio di Via Grigoletti risulta anche Rodolfo Scholl, vedi: A.S.T.V., Serie VII, Chiese locali immobili, Sottoserie Chiese stabili, Pordenone, 112 (211): Lettera con intestazione: RODOLFO SCHOLL Villa Revedole Pordenone. Indirizzata all’ Avvocato Gastone Del Frate Roma, del 17 dicembre 1914; A.S.T.V., Serie VII, Chiese locali immobili, Sottoserie Chiese stabili, Pordenone, 112 (211): Distinta con elenco fatture e spese per costruzione tempio: 1.2 Specifica diritti Ing. Querini e sua ricevuta saldo. 3.4.5. N. 3 ricevute Tiburzio Donadoni. 6.7. Fattura e ricevuta Umberto Facca 8 Fattura e ricevuta Casillo. 9. Ricevuta Arnaldo Foschini. 10 e 11 Liquidazione spese completamento e lettere Ing. Querini 12 Ricevuta provvigione Rodolfo Scholl. (copia ricevuta Lire 48 allegata). 52 Capitolo Sesto 6. Il recinto degli acattolici di Via Cappuccini e il cimitero “anabattista” di Torre di Enzo Pagura Il primo recinto adibito al seppellimento degli acattolici si trovava presso il camposanto di Via Cappuccini che era stato costruito nel piazzale dove anticamente si teneva la Fiera di San Gottardo, su un fondo di proprietà dei conti Cattaneo, alla fine dell’anno 1826. La realizzazione del limitrofo recinto adibito al seppellimento di protestanti 90 è riferibile allo stesso anno 1826. Il progetto del nuovo camposanto fu discusso nella seduta consigliare del 24 aprile 1826. Nella relazione preparatoria della commissione municipale (la commissione era composta dal nobile P. di Montereale, da A. Civran e dal medico condotto Luigi Giobbe), si richiese di dotarlo di un apposito spazio per il seppellimento dei protestanti: “… volendosi anche comprendere in questo uso [nell’utilizzo dell’area destinata al nuovo cimitero] picciolo spazio separato per gli acattolici e suicidi, casi che pur son rari, ma che specialmente per li primi possono succedere in paese a passaggi forestieri, a tappe militari soggetto, e nei casi di guerra”.91 Il primo seppellimento documentato di un protestante, di cui abbiamo notizia, avviene nel 1841, ma è probabile che il recinto separato fosse stato già utilizzato nei decenni precedenti per tumularvi qualche commerciante luterano il cui passaggio era molto frequente in città. Questo recinto separato fu probabilmente fuso con lo spazio adibito al seppellimento dei cattolici alla fine dell’Ottocento.92 Abbiamo la certezza che alla fine del secolo il camposanto 90 A differenza degli acattolici alcuni ebrei non vennero tumulati nei recinti dei cimiteri cittadini: non esistevano infatti, a Pordenone, specifici camposanti destinati agli israeliti. Conosciamo due casi di trasferimento di salme di ebrei: nel 1854 il cadavere di Giuseppe Tedeschi venne trasferito e tumulato nel cimitero ebraico di Conegliano (TV), nel 1877 il cadavere di Salamon Polacco fu trasferito e seppellito nel cimitero israelitico di Venezia. Il primo seppellimento di un ebreo, avvenuto nel cimitero di Pordenone, avvenne nel gennaio 1891 (nella documentazione archivistica non è indicato il nome) il secondo nel 1897 (Valenzin Elda Anna Carlotta). 91 A.S.C.P., Ref. VII, Fasc. 18, Cimiteri, Verbale della seduta consigliare del 24 aprile 1826. 92 Agosto 1847 – Carteggio fra il parroco di Torre, la deputazione comunale di Pordenone e il Commissario prefettizio, avente per oggetto la tumulazione dei cadaveri dei lavoratori protestanti occupati nel cotonificio di Torre. La Deputazione informa il Commissario distrettuale: “che fin dall’anno 1846 si è chiesto alla superiorità la costruzione di un cimitero per gli acattolici in Torre istabiliti in quella I.R.R. Fabbrica Protestante ma nessuna risposta venne ancora data in merito dalla superiorità.” A.S.C.P., Sanità, Rep. N. 4257 del 25 agosto 1847. In altra nota il parroco di Torre propone che “non esistendovi un recinto degli acattolici a Torre che il cadavere della donna protestante morta venga trasportato al cimitero di Pordenone ove esiste un piccolo fondo 53 Anno 1825, mappa dei terreni su cui venne realizzato il Cimitero di Via Cappuccini. Cimitero di Torre nel 1856. (Mauro De Franceschi) principale fosse divenuto misto e ricevesse le salme di cattolici, protestanti e israeliti: infatti nel 1890 vi viene inumato Emilio Wepfer e l’anno dopo un ebreo (in mezzo alle tombe dei cattolici), nonostante le proteste dei parroci di San Marco e San Giorgio. Più volte, alla fine del XIX secolo, il clero cittadino, con l’appoggio della curia vescovile, chiese all’Amministrazione comunale la costruzione, presso il nuovo cimitero, di una cappella speciale (“Ufficiabile”) destinata alle cerimonie funebri e, all’interno di questa, di una tomba per le tumulazioni dei sacerdoti delle due parrocchie del centro cittadino. Tra le varie argomentazioni a sostegno della richiesta vi fu che: “…essendo cosa assai disdicevole e indecorosa che un ministro di Dio che pel suo sacro carattere vuol esser distinto dalla comunione degli uomini anche oltre la tomba venga alla rinfusa tumulato fra ebrei e samaritani.” 93 Il termine “samaritani” viene qui utilizzato dai parroci cittadini con il significato di “imprenditori protestanti svizzeri”: infatti costoro (per tutta la metà dell’Ottocento) erano stati protagonisti di molteplici azioni di carità e beneficenza verso gli abitanti della città. Nella frazione di Torre, nella prima metà dell’Ottocento, era utilizzato come spazio cimiteriale il sagrato della chiesa dei SS. Ilario e Taziano. La prima segnalazione della necessità di un cimitero specifico per protestanti a Torre avvenne nel 1846: la deputazione comunale segnalava, in un prospetto sullo stato dei cimiteri cittadini, che era indispensabile avere a disposizione un “doppio cimitero per li acattolici stabiliti nella Fabbrica e Tintoria Cotoni” 94. Nel 1848 il Vescovo di Concordia e, separatamente, anche i rappresentanti della Filatura Cotoni chiedevano all’Amministrazione comunale che fosse realizzato il progetto di un cimitero separato per evangelici. Nonostante la controparte pubblica (compreso il Commissario Distrettuale) concordasse con tale esigenza, non se ne fece nulla. destinato agli acattolici esterno del comunale cimitero, in attesa che venga destinato un fondo a Torre.” Il Commissario distrettuale scrive alla Deputazione comunale e consiglia di utilizzare per i protestanti di Torre lo stesso criterio utilizzato per gli ebrei: “con esempio di quanto si stila anche dal capo provincia riguardo agli ebrei, che accadendo di dover dare la tumulazione al cadavere di qualche protestante addetto alla fabbrica di cotone di Torre, ora ivi domiciliato, la spoglia mortale venga qui trasportata e tumulata nel recinto destinato agli acattolici.” Nota del Commissario distrettuale diretta al reverendo parroco di Torre, datata 8 novembre 1847; il Commissario comunica di comportarsi nella tumulazione di Margherita Klunard (coniuge di Enrico Byller), morta a 44 anni per “flebite universale” il 2 marzo, come nel caso di Elisa Glugher che venne seppellita con il beneplacito dei rappresentanti della ditta di filatura di cotoni, nella sezione del cimitero parrocchiale di Torre nello spazio destinato al seppellimento dei cadaveri dei bambini morti senza battesimo. A.S.C.P., Sanità, Rep. N. 4306/IV del 28 agosto 1847. 93 A.S.C.P., Ref. VII, Fasc. 18, Cimiteri, n. 811 del 14 marzo 1896. 94 La deputazione comunale segnala, in un prospetto sullo stato dei cimiteri cittadini, nel 1846, la necessità per la frazione di Torre (dove era stato edificato il Cotonificio) della costruzione di un “doppio cimitero per li acattolici stabiliti nella Fabbrica e Tintoria Cotoni”. Prospetto sullo stato dei cimiteri redatto dalla Deputazione comunale – 26 aprile 1846 N. 1504 – A.S.C.P. – Cimiteri e Tumulazioni VII – 5 Anno 1866. 56 Tre anni dopo, persistendo la criticità della situazione, il Parroco di Torre si rivolse alla Deputazione Comunale informandola della assoluta necessità di un cimitero apposito per i protestanti. Il Parroco sottolineava che gli evangelici non potevano essere seppelliti assieme ai cattolici perché contrario ai “Sacri comandamenti” e anche perché “si conciterebbe gravemente la popolazione” e insisteva per l’adozione di un provvedimento urgente fortemente raccomandato dallo stesso Vescovo di Concordia. Nel novembre del 1851 i Deputati della Giunta Comunale scrissero al Commissario Distrettuale che data la ristrettezza dell’area cimiteriale di Torre era impossibile ricavarvi un settore distinto per acattolici e che, nonostante tutte le raccomandazioni del Delegato Provinciale (a sua volta sollecitato a far qualcosa dal Vescovo) alla Direzione della Filatura Cotoni perché acquistasse un apposito fondo, non si era ottenuto nulla. La Direzione della Filatura aveva risposto di “non trovare opportuno il momento di occuparsi del cimitero dei protestanti”. La Deputazione comunale dispose allora che nell’occasione di futuri decessi di protestanti nella frazione di Torre le salme venissero trasportate e seppellite nell’apposito recinto del cimitero di Pordenone destinato esclusivamente alle tumulazioni degli acattolici e dei morti senza battesimo.95 Problemi sanitari e religiosi si accavallarono negli anni successivi: il sagrato della chiesa dei SS. Ilario e Taziano era saturo di cadaveri, non vi era spazio per le salme dei cattolici e tantomeno per quelle degli “eretici tedeschi”.96 Negli anni precedenti i protestanti erano 95 Nota della Deputazione Comunale indirizzata al Commissario Distrettuale di Pordenone: “Malagevole per l’angustia dell’area di segregare nel cimitero di Torre la tumulazione dei protestanti da quella dei cattolici, l’E. R. Deleg. Provinciale col D. 8 gennaio 1848 n. 630 avesse in relazione al voto vescovile n. 587 raccomandato che si persuadesse la direzione della Privilegiata Filatura di Torre a provvedere al seppellimento degli acattolici, sia acquistando un fondo che è contermine al cimitero, sia in altro modo. Non ostante li tre inviti 14 marzo 1848 n. 35/38, 29 aprile e 1 agosto 1851 n. 700 la direzione della Filatura non si è prestata all’acquisto e riduzione di un fondo per il seppellimento dei lavoratori acattolici, che anzi con foglio 18 agosto dichiarò non trovare opportuno il momento di occuparsi del cimitero dei protestanti. In tale stato di cose e poiché nel Cimitero comunale di Pordenone vi esiste uno spazio destinato esclusivamente per la sepoltura dei morti senza battesimo ed acattolici, la Deputazione ha disposto con foglio 19 agosto n. 1569 che avvenendo la morte in Torre di persone acattoliche il cadavere sia trasportato in questo cimitero e sepolto nel sito a ciò destinato. E tale determinazione sembra la più conveniente postochè i morti di qualunque confessione o religione siano, vogliono essere sepolti, e che li stessi cattolici di Torre male sentirebbero, quand’anche istituzioni civili lo permettessero, di essere amalgamati nello stesso cimitero coi protestanti.” A.S.C.P., Culto, Ref. IV, Anno 1851. 96 Un’analisi delle condizioni critiche del cimitero di Torre fu fatta dal medico condotto Giovanni Battista Brunetta l’11 agosto 1855: “ In obbedienza agli ordini verbali che ebbi, oggi mi sono recato per esaminare lo stato del Cimitero di Torre ed in relazione ad altra mia visita ed analogo rapporto sopra questo argomento fatto giorni addietro per invito della Commissione sanitaria di quella frazione, riferisco: 1) che l’angusto cimitero di Torre è si pieno di sepolcri di recente scavo in ogni suo luogo, che non ne permete assolutamente ulteriori senza pericolo per riguardi di sanità. 2) Che non solo la parte veramente sepolcrale del Cimitero circondante la Chiesa è piena zeppa di sepolture, ma eziandio lo stradoncello che lo divide dal muro di cinta, in modo da non ospitarne altri. Anzi non essendovi luogo per altri scavi per sepolture sul detto cimitero propriamente sepolcranti, in questi ultimi tempi furono scavate delle fosse, quasi ogni ove sul detto stradoncello, ma a circa due piedi di profondità (cm. 60) trovandovi quivi il terreno roccioso non fu possibile profondarle 57 stati sotterrati, a Torre, nello spazio dei bambini morti prima di essere battezzati oppure trasportati nel recinto per acattolici presso il cimitero di via Cappuccini, ma si era arrivati a una situazione drammatica al punto che le salme traboccavano dai sepolcri e i miasmi inondavano, sospinti dal vento, il borgo operaio: “ … per cui il vento che domina principale porta e sparge i mefitici meati per il paese e l’esalazioni malsane con danno della salute di una popolazione che chiusa sul lavoro tutto il giorno più facilmente di ogni altra è atta ad respirare e ricevere il nocivo influsso.” 97 Respirare dodici ore al giorno la polvere del cotone e le altre dodici odorare le esalazioni mefitiche che fuoriuscivano dai sepolcri del cimitero (senza tener conto di altre esalazioni abbastanza, per cui li cadaveri ivi depositati non sono abbastanza sottoterra, contuttoché sopra il livello di questo terreno tali sepolture venissero coperte con straordinari rialzi di terra. Quindi io stesso posso assicurare, essendo stato approssimamente chiamato sul luogo dalla Commissione di sanità giorni addietro, che da queste sepolture emanavano odori putrescenti e nauseanti per cui fui indotto dalla verità del fatto a rilasciarle un ufficiale relativo rapporto. 3) Che nell’adiacenze di quel Cimitero non vi sono appendici di terra capaci a surrogarlo, stante il terreno roccioso che trovasi fino al prossimo lambire del fiume Noncello da una parte, mentre dall’altra oltre la medesima difficoltà del terreno vi è subito la casa Canonica, ed altre abitazioni nonché la strada comunale. 4) Che per le attinte informazioni dal reverendo Parroco, fu già destinato dall’I. R. Medico Provinciale tempo addietro d’ufficio per ciò appositamente intervenuto a Torre un terreno per fondare il nuovo cimitero, il quale terreno appartiene agli eredi Volpini; e che ivi potrebbe incominciare la sepoltura dei cadaveri avvenienti, ove la Superiore Autorità definitivamente ciò determinasse di fare. Che quanto finalmente io qui asserisco sia mia assoluta verità non indugio a certificarlo e giurarlo certo che se codesta I.R. Magistratura di Pordenone intervenisse ad una visita sul luogo troverebbe piuttosto più che in meno la rettificazione di questo rapporto.” A.S.C.P., Ref. VIII, Cimitero di Torre progetti e appalti lavori, 1853-1954. 97 In questa relazione del Commissario Distrettuale sulle condizioni del vecchio cimitero sono contenute due segnalazioni interessanti: - la segnalazione di famiglie acattoliche che “oltre alla massima parte di cattolici or ne esistono varie famiglie acattoliche che non trovano per i loro morti alcun spazio a parte per sotterrarli.” - un richiamo ai miasmi originati nel cimitero dalla decomposizione dei cadaveri e diffusi dal vento dominante sul paese: “ … per cui il vento che domina principale porta e sparge i mefitici meati per il paese e l’esalazioni malsane con danno della salute di una popolazione che chiusa sul lavoro tutto il giorno più facilmente di ogni altra è atta ad respirare e ricevere il nocivo influsso.” A.S.C.P., Ref. VII, 1853, n. 4613 del 24 agosto 1853. L’aria, negli stanzoni della Filatura di Torre, era irrespirabile anche perché non si potevano aprire le finestre che erano inchiodate come è ben spiegato nella seguente testimonianza pubblicata sul quotidiano “La Patria del Friuli” nel 1887: “Allo stabilimento della premiata filatura e tessitura di Torre di Pordenone è vietato di tenere aperte le invetriate nelle sale di lavoro, perché si dice che i cotoni ne soffrirebbero. Potete adunque immaginarvi quale delizia sia per quei poveri operai, il dover stare rinchiusi in quegli ambienti con un caldo da soffocare e con certi odori da morirne asfissiati. In un giorno della passata settimana una donna svenne. Molti dei suoi compagni di lavoro le prestarono soccorso, mentre altri s’affrettarono ad aprire le invetriate; e quelle che non potevano aprire, perché inchiodate, trovarono il partito più spiccio di mandarle in frantumi. Ne nacque un tafferuglio, e, non si sa il perché, venne richiesta la benemerita arma dei RR. Carabinieri, come se si trattasse di una ribellione in tutte le regole. Fatta una inchiesta per trovare i promotori di quella …. rottura di vetro, gli operai, alquanto indignati, gridarono all’unissono: io, io! …. vale a dire volevano essere tutti. Il Maresciallo dei carabinieri, finì col dar loro ampia ragione.” La Patria del Friuli, Anno XI, martedì 19 luglio 1887, n. 170, pag. 2. 58 Cimitero Di Torre. Sovrapposizione dell’antico cimitero sull’esistente. (Mauro De Franceschi) che si sollevavano da concimaie e fosse settiche) non deve essere certo stato salutare e deve aver creato un forte malumore fra i residenti del paese. Tra il 1839 ed il 1872 la popolazione del paese era quasi triplicata (nota bene che una buona parte di essa viveva all’interno della fabbrica e non era censita nei rilievi demografici dell’amministrazione), passando dai 500 abitanti dell’anno 1839 ai 1.560 dell’anno 1872 98; di conseguenza anche il numero dei deceduti era aumentato (le dure condizioni del lavoro nella fabbrica e gli incidenti sul lavoro concorrevano all’aumento dei decessi). Nel 1855 gli amministratori comunali, partendo da queste considerazioni e consapevoli dell’assoluta inadeguatezza del recinto cimiteriale esistente intorno alla pieve dei SS. Ilario e Taziano, decisero di far progettare e costruire un nuovo cimitero. È più corretto dire che si trattò del primo vero cimitero del paese, poiché i seppellimenti sul sagrato intorno alla vecchia pieve avvenivano in spazi ristretti e nel disordine più totale 99. 98 Stima della popolazione di Torre (Buste speciali Cimitero di Torre 1853-1854) - 1853 – 886 abitanti - 1855 – 1050 abitanti - 1872 – 1560 abitanti 99 A.S.C.P. 1855 – Relazione riguardante l’utilità di costruire un nuovo cimitero a firma dell’Ing. Antonio Reviglio, datata 10 settembre 1855, contenuta in Buste speciali Cimitero di Torre 1853-1854. Vi è contenuta l’indicazione della popolazione protestante di Torre: oltre 30 persone. 59 Si scelse, per realizzare il camposanto, un’area situata a Nord-Est del paese. All’interno del cimitero fu riservato uno spazio apposito agli acattolici. Il progetto e la direzione lavori furono assegnate all’ing. Reviglio, il collaudo avvenne nel 1858 (ing. Civran). In fondo al cimitero, dal lato opposto a Via Nazario Sauro, vennero realizzate nel 1856 tre cappellette: al centro la camera mortuaria, a sinistra lo spazio per i protestanti e a destra quella per i bambini deceduti senza battesimo. I seppellimenti degli evangelici avvenivano all’interno e nelle immediate adiacenze della cappelletta di sinistra. Nel nuovo cimitero lo spazio destinato agli acattolici si rivelò fin da subito insufficiente. Già dal 1857 si tornò a richiedere la costruzione di un cimitero separato per i protestanti e si chiese di addebitare la spesa alla proprietà del Cotonificio di Torre.100 Probabilmente la direzione della fabbrica di cotone aveva concorso nelle spese alla realizzazione del nuovo camposanto. Il cimitero di Torre venne successivamente ampliato nel 1872. Dopo l’ampliamento del 1872 risultava a pianta quadrata (lato di circa mt. 30) con uno dei lati disposto parallelamente e adiacente all’attuale Via Nazario Sauro.101 Un documento della fine dell’anno 1872 redatto dall’ing. Reviglio contiene la prima menzione del termine “ana-battisti” a Pordenone. Il Reviglio definisce gli spazi utilizzati a Torre per i protestanti “cimitero degli anabattisti”. Nell’affermazione del tecnico vi sono due cose interessanti: la prima è la denominazione che egli dà agli spazi destinati al seppellimento dei protestanti (e dei loro figli): “cimiteri anabattisti”.102 Da questa indicazione si può pensare che anche lo spazio intorno alla Probabilmente solo nella frazione di Torre sono presenti 40/50 protestanti (comprendendo donne e bambini spesso esclusi dal calcolo) a cui vanno aggiunti gli acattolici residenti nel centro urbano di Pordenone e nella frazione di Roraigrande, probabilmente 40/50 persone: quindi si può stimare il numero dei protestanti in circa cento persone. 100 “Per la quantità di acattolici stabiliti in questa frazione ed addetti alla fabbrica di cotone si renderebbe necessario un cimitero disgiunto pella loro tumulazione la quale star debba a carico della filatura stessa.” Prospetto sullo stato dei cimiteri redatto dalla Deputazione comunale in concorso dei signori parroci e dei medici del 20 agosto 1857 N. 1467. A.S.C.P., Cimiteri e Tumulazioni VII, Fasc. 5, Anno 1866. 101 Relazione sullo stato del Cimitero di Torre a firma dei medici Bartolomeo di Federli (medico distrettuale), Giuseppe Francesconi (medico chirurgo di reparto) e dell’ing. Damiano Reviglio “onde rilevare se convenga o meno l’ampliazione di questo cimitero”, datata 19 febbraio 1872. “Fu quindi ritenuto che abbia ad esser ampliato alla parte di ponente per circa 762 metri quadrati, e che vi restino come sono attualmente (a minorità di spesa) e la camera mortuaria, e li due piccoli cimiteri lateralmente esistenti, l’uno per gli anabiti, l’altro per gli acattolici, il tutto rimanendo, coll’ampliazione, nel centro del cimitero stesso.” A.S.C.P., Anno 1872, Buste speciali Cimitero di Torre 1853-1854. 102 “La designazione di “rinnovati” sarebbe la più appropriata per indicare coloro che dagli avversari furono detti anabattisti. La parola cara a loro stessi era “restaurazione”. Assai più conseguentemente di tutti i loro contemporanei, essi investigarono le Scritture per riconoscere i lineamenti della Chiesa dei primordi. … Il nomignolo di anabattisti, ossia “ribattezzatori”, dato a questa gente, era di per sé un’insinuazione: essi non pretendevano infatti di ripetere il battesimo, in quanto l’aspersione dei pargoli non aveva, per loro, alcun valore. 60 Cimitero di Via Cappuccini. Epigrafe famiglia ebrea Valenzin (2008, foto autore). cappella di destra fosse stato in gran parte occupato dai seppellimenti dei figli degli acattolici: infatti, dato l’alto indice di mortalità tra i bambini nei primi anni di vita e anche per il motivo del battesimo dei soli adulti fra gli acattolici di confessione battista, risultava che i figli venissero seppelliti nella cappella di destra (per esempio vi furono tumulati otto figli di F. Furlanetti morti, ovviamente senza battesimo, nei primi anni di vita). La seconda cosa rilevante riguarda la notizia di atti di vandalismo contro i recinti anabattisti (manomessi maliziosamente dai cattolici); si tratta della prima notizia di un gesto di intolleranza contro la comunità protestante.103 Intorno al 1885 il camposanto venne ampliato sul lato opposto rispetto all’entrata. A causa dell’ampliamento la cella mortuaria rimase collocata nel centro del cimitero. A seguito di un’istanza dei cittadini le costruzioni rimaste al centro del cimitero vennero demolite e ricostruite lungo il nuovo muro perimetrale. Nell’istanza per lo spostamento della cella mortuaria non si fa alcuna menzione dello spazio riservato agli evangelici. Quindi è probabile che, in questa data, tale recinto non esistesse più o che fosse stato trasferito in un altro settore del camposanto.104 Rivendicavano pertanto il nome di battisti, non di anabattisti: la designazione ch’è divenuta tradizionale venne loro affibiata per giustificare l’applicazione delle pene comminate dal codice giustinianeo contro i donatisti”. È da precisare che la denominazione di anabattisti venne loro data sia dai cattolici che dai Riformati svizzeri. Vedi: ROLAND H. BAINTON, La Riforma protestante, Einaudi, 1958, pagg. 94 e 97-98. 103 “All’atto della compilazione del progetto i muri di cinta dei due piccoli cimiteri degli anabattisti non presentavano bisogno di riatto, in seguito però manomessi maliziosamente si dovettero riattare e la spesa fu compresa nella liquidazione presente e risulta di L.53,73” Nell’affermazione del tecnico vi sono due cose interessanti: la prima è la denominazione che da ai due cimiteri protestanti: “cimiteri anabattisti” = cimiteri per coloro che venivano battezzati di nuovo (il nuovo cimitero anabattista risaliva al 1857 o 1858). La seconda cosa interessante riguarda la notizia di atti di vandalismo contro i recinti anabattisti (manomessi maliziosamente dai cattolici). A.S.C.P.,1873 – documento contabile relativo ai lavori di allargamento del nuovo cimitero di Torre (i lavori di allargamento si effettuarono negli anni 1872-1873) indirizzato alla Giunta Municipale a firma dell’Ing. Direttore dei lavori Damiano Reviglio - Prot. n. 3290 del 24 dicembre 1873 in Buste speciali Cimitero di Torre 1853-1854. 104 A.S.C.P., Ref. VII, Sanità, Fasc. 18, Cimiteri, n. 2981 del 22 dicembre 1885. 61 La nuova Legge sui cimiteri del 1888 laicizzava i recinti dei camposanti. Da questo momento diventava legittimo seppellire persone di qualsiasi fede religiosa l’una accanto all’altra. Non sussisteva più l’esigenza di camposanti separati secondo la confessione di fede. Infatti dal 1890 vennero tumulati liberamente, nel Cimitero di Via Cappuccini, protestanti ed ebrei in mezzo alle tombe dei cattolici (nonostante la permanente opposizione dei parroci).105 Con il conflitto mondiale 1914-1918 la comunità tedesco-protestante fu costretta a lasciare l’Italia. Con la partenza della comunità straniera e protestante da Pordenone gli spazi cimiteriali degli “anabattisti” vennero abbandonati e successivamente riutilizzati per i seppellimenti dei cattolici. Il camposanto di Torre fu sottoposto, nel corso degli anni successivi, a ristrutturazioni e altri ampliamenti. La sezione ottocentesca fu completamente demolita. Sul posto dove venivano inumati gli “svizzeri” non vi è ora alcun segno che possa ricordare la presenza, un tempo, del cimitero “anabattista”. 105 Gli antichi temevano la vicinanza della morte e tenevano quest’ultima in disparte, perciò onoravano le sepolture ma le tenevano separate dai luoghi abitati (i morti sotterrati o cremati erano impuri). Con il Medioevo si consolidò una nuova usanza: i cristiani cercavano di tumulare i loro morti solamente nei luoghi venerati (presso un luogo sacro dove era seppellito un martire) e pubblici. Il seppellimento dei corpi cristiani attorno alle reliquie dei santi e alle chiese costruite su tali reliquie diventò un tratto distintivo della civiltà cristiana. Il cimitero diventò “il santo dormitorio dei morti, e, secondo Onorio di Autun, il grembo della Chiesa.” I cattolici contestavano agli eretici di rifiutare al cimitero il carattere di locum publicum et ecclesisticum: infatti i valdesi e gli ussiti consideravano “che la terra in cui si seppellivano i morti, consacrata o no, non avesse alcuna importanza”. Più tardi, nel corso delle guerre di religione, i corpi degli scomunicati, dei delinquenti e degli eretici venivano allontanati dai cimiteri, bruciati nel rogo e le ceneri dei riformati gettate al vento. PHILIPPE ARIÉS, L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi, Editori Laterza, 1980, pp. 46-49. 62 Capitolo Settimo 7. Protestanti italiani a Pordenone nell’Ottocento di Enzo Pagura 7.1 - L’Immigrazione dal Veneto e dalla Carnia La maggioranza degli immigrati italiani dei cotonifici proveniva dal Veneto orientale e dalla Carnia (circa il 70%): queste regioni erano luoghi dove esisteva da molti secoli una sviluppata industria tessile; inoltre sia Pordenone, sia Sacile come pure Ceneda e Serravalle, utilizzavano come via di comunicazione e trasporto delle materie prime e delle merci finite il fiume Livenza: le barche, le persone e le merci di queste quattro località si mescolavano lungo questa via d’acqua. Il “porto di mare” di Serravalle e Ceneda era Portobuffolè che si trovava a una ventina di chilometri, attraversando San Fior, Baver e Codognè (nel passato si era prospettato, con un progetto ambizioso, costoso e poi mai realizzato, di rendere navigabile il Meschio fino allo sbocco nel Livenza, per cui le merci avrebbero potuto esser trasportate interamente – così come avveniva per Sacile e Pordenone – per via d’acqua da Ceneda fino ai porti dell’Adriatico). Altro elemento in comune tra queste località era la stessa specializzazione industriale tessile: seta e lana. Le cartiere invece erano una specializzazione di Pordenone e Ceneda-Serravalle (questi centri possedevano entrambi corsi d’acqua pura e con dislivelli che potevano fornire quantità costante di energia motrice). Gli stessi Galvani possedevano, ad inizio Ottocento, cartiere sia a Pordenone sia a San Giacomo di Veglia (una frazione di Ceneda). Il gruppo protestante delle origini era per sua stessa natura un gruppo misto, poiché mista e non omogenea era la provenienza dei lavoratori stranieri e italiani del cotone:106 106 Mescolato a tutti questi stranieri nella fresca serata del 25 maggio dell’anno 1849 giunse a Pordenone un egiziano di nome Giuseppe Murgian. Il Murgian, chiamato “il Moro d’Egitto” (forse per il colorito particolarmente scuro della pelle), prese alloggio alla Locanda Tonetti. Proveniente dalla Prussia, dove era stato al servizio in qualità di domestico presso il principe reale Carlo, transitava per Pordenone per ritornare a Brescia dove era vissuto per molti anni fino al 1847 e dove aveva il diritto “d’uso vitalizio di parte di un palazzo”. L’egiziano giunse in città in cattive condizioni di salute (tossiva e si sentiva debole). Nel corso della notte, nonostante le cure prestategli dal dottor Longo prontamente chiamato dal locandiere Tonetti, all’una antimeridiana passava nel numero dei più a causa di “una broncopneumonite con tifo”. Di religione islamica, oltre che “Moro” ed egiziano, Murgian venne probabilmente seppellito nel recinto destinato agli acattolici di via Cappuccini oppure la sua salma venne trasferita a Trieste via acqua e seppellita nel locale cimitero mussulmano creato anteriormente al 1845. Non è totalmente da escludere che tra la gran massa di operai immigrati a Pordenone negli anni precedenti vi fosse qualche mussulmano tra coloro che provenivano dall’Europa Orientale (Ungheria e Litorale Adriatico). Vedi: A.S.C.P., Ref. XII, Polizia, Rubrica Oggetti diversi, 1849. ROBERTO CURCI, I cimiteri di Trieste. Un aldilà multietnico, MGS PRESS, 2006, pag. 101. 63 abbiamo infatti tecnici e operai che arrivavano da molti paesi d’Europa (Francia, Baviera, Slesia, Ungheria, da vari cantoni svizzeri, dal Litorale Adriatico (provincia austroungarica ora divisa tra Italia, Slovenia e Croazia) e da diverse regioni italiane (Campania, Veneto, Trentino, Lombardia). Per un lungo periodo sono stati presenti più gruppi riformati, ciascuno con una propria sede di culto. Di un’unica Chiesa battista formata da soli pordenonesi si può cominciare a parlare nel momento in cui gli immigrati stranieri cominciano a ripartire per il proprio paese di origine, dal 1915 in poi, sotto l’incalzare della guerra mondiale; precedentemente è più giusto pensare a delle chiese formate da persone con diversa provenienza.107 All’inizio la diffusione delle nuove idee religiose si verificò tra il popolo minuto e a Pordenone avvenne in gran parte tra gli operai tessili e tra i lavoratori dell’industria 107 Non esistono monografie esaurienti sulla storia delle Chiese protestanti a Pordenone (soprattutto per l’Ottocento) e nemmeno per il Friuli Occidentale. Alcuni cenni sulle origini si possono trovare in FRANCO SCARAMUCCIA, Un’avventura di fede, Claudiana, 1999. Valdo Vinay fa risalire agli anni Settanta dell’Ottocento la creazione in Friuli delle seguenti comunità valdesi: Udine, Tramonti di Sopra, Poffabro, Andreis. VALDO VINAY, Storia dei valdesi, Claudiana, 1980, pag. 147. Secondo Ruben Corai la Chiesa Battista pordenonese avrebbe le seguenti origini: subito dopo l’unione di Veneto e Friuli all’Italia (1866) iniziarono a giungere in Friuli dei pastori valdesi (detti “barbetti”) e iniziarono l’opera di evangelizzazione nelle montagne, in val Cellina, Val Tramontina e nelle vallate della Carnia. Successivamente la persecuzione cattolica costrinse parecchi alpigiani convertiti al culto evangelico a emigrare dai loro paesi. Alcuni di questi profughi si fermarono a Pordenone, dove iniziarono un’opera di evangelizzazione. A seguito di questa diaspora dalle montagne si formò così a Pordenone un piccolo gruppo di protestanti di confessione Valdese. Contemporaneamente nasceva e si sviluppava il gruppo battista di F. Furlanetti (secondo Ruben Corai “era curato da Pastori missionari Battisti provenienti dalla Missione di La Spezia, ma di origine inglese.” E più tardi all’inizio del Novecento, nel 1903 “la piccola Comunità Battista passò alla Missione Americana”). Il gruppo valdese, nel frattempo, trovò sede nei pressi del Municipio di Pordenone. Nel 1902 venne a curare questo gruppo un pastore piemontese, Moisè Valobra; però questo gruppo di origine valdese “non era legato ad alcuna denominazione ufficiale ed era sufficientemente indipendente da potersi chiamare CHIESA LIBERA”. Nel 1911 ebbero inizio i lavori di costruzione del tempio battista di Viale Grigoletti. Il tempio fu completato nel 1913, anno in cui ci fu l’unificazione dei due gruppi, Battisti e Chiesa Libera (unificazione avvenuta grazie all’opera di “un Missionario Americano del Foreign Mission Board”). Vedi in: RUBEN CORAI, Cenni storici sulle origini della Comunità Evangelica Battista di Pordenone, Ciclostilato in proprio, 1973. Per Andrea Benedetti l’inizio della evangelizzazione battista a Pordenone risale al 1870. Ma i primi passi furono alquanto travagliati per l’intrecciarsi dell’opera di varie missioni spesso in contrasto tra loro. Solamente dal 1903, dopo la visita del Galassi, fu assegnato a Pordenone (sede senza pastore da nove anni) il pastore Giuseppe Angeleri che “riorganizzò una vera e propria Chiesa Evangelica con l’inaugurazione – 20 settembre 1903 – della prima sala pubblica di evangelizzazione, con l’elezione del Consiglio e delle cariche e con un programma fisso dei culti e delle varie riunioni per le attività sussidiarie.” La consistenza numerica nel 1904 era modesta: nove membri effettivi, quattro catecumeni, tre aderenti, quindici bambini alla scuola domenicale. Il 1 gennaio 1905 si tenne per la prima volta la cerimonia dell’Albero di Natale. Nello stesso anno Angeleri passò a Carpi (MO) e al suo posto arrivò il toscano Donato Stanganini. La consistenza numerica della Chiesa intanto cresceva: nel 1908 vi erano diciannove membri (non tutti residenti), alla scuola domenicale erano iscritti venti alunni ed erano presenti cinque catecumeni (tre donne e due uomini). Vedi: ANDREA BENEDETTI, La Chiesa Evangelica Battista di Pordenone, da Il Noncello, anno 1967, pp. 31-37 64 Galvani.108 Nello stesso ceto proletario circolavano, allo stesso tempo, idee socialiste.109 Tra Ottocento e Novecento alcuni evangelici diventeranno figure rilevanti del movimento operaio: Domenico Sacilotto, Osiride Colombo, Bernardo Vicenzini e altri. Nell’ultimo quarto dell’Ottocento l’atteggiamento dell’élite radical-risorgimentale, che guidava la città, nei confronti delle nuove confessioni fu di simpatia e tolleranza. Spesso il Sindaco e l’opinione pubblica furono dalla parte degli evangelici (e anche dalla parte della minoranza ebrea), in loro difesa contro gli attacchi della gerarchia cattolica per tutelarne diritti religiosi e civili. Anche la magistratura dimostrò, nei processi che avevano come parte lesa protestanti o ebrei, di essere laica e al di sopra delle parti, e in special modo 108 Sebbene fossero appartenenti alle classi umili i protestanti italiani di Pordenone erano in gran parte alfabetizzati. Appartenevano a quella parte ristretta della popolazione che, nell’anno 1871, sapeva leggere e scrivere (circa il 29,77 % sul totale degli abitanti della città, 17,57 % la percentuale degli alfabetizzati sul totale degli abitanti del distretto). Infatti senza tale strumento cognitivo non era possibile accedere alle Scritture, “sovrana parola di Dio” (Lutero assieme agli altri riformatori aveva affermato che l’unico fondamento del dogma doveva essere la Scrittura). Vedi: Statistica dell’Istruzione Primaria nella Provincia di Udine secondo le risultanze del censimento 31 dicembre 1871, Tipografia Jacob e Colmegna, 1874, pag. 9. 109 Nel 1891 Bissolati con un articolo su “Critica Sociale” specificava quale doveva essere l’atteggiamento dei socialisti nei riguardi della scelta religiosa. Per Bissolati la religione doveva esse “affare privato” (formula adoperata dalla socialdemocrazia tedesca). Compito della politica era occuparsi dell’ambito economico e morale mentre la chiesa avrebbe dovuto dedicarsi all’ambito religioso. Rimaneva la legittimità della scelta religiosa privata e anche quella del diritto alla denuncia della corruzione e del tradimento del messaggio evangelico da parte della Chiesa di Roma. Un altro socialista, Ghisleri, replicò a Bissolati che non si poteva scindere nell’individuo l’aspetto economico da quello morale e spirituale dando la preminenza alla politica. Per Ghisleri non era possibile “prescindere in alcun modo dall’affrontare il problema religioso considerato inscindibile da quello morale: egli insisteva nel far notare che il limite maggiore del socialismo italiano risiedeva nel poter vantare fra i suoi maestri Marx ma non ancora Mazzini, il cui insegnamento avrebbe potuto colmare quel “silenzio intorno all’uno o all’altro dei molti problemi “non di solo pane”, che si connettono con il problema della finale reintegrazione umana”. Nel Partito socialista prevalse la linea Bissolati: la fede religiosa pian piano sarebbe stata sostituita da quella socialista (linea ripresa e ribadita da Turati e dalla Kuliscioff ). In quegli anni vi fu un uso strumentale, da parte dei socialisti, del linguaggio evangelico: il socialismo veniva spesso presentato come “una sorta di “nuovo cristianesimo” o come un cristianesimo ricondotto alla semplicità e alla purezza delle origini.” Manifesto di questo indirizzo politico fu la Predica di Natale scritta da Camillo Prampolini nel 1897 e apparsa su “La Giustizia”. L’utilizzo del messaggio evangelico era fatto in modo strumentale per diffondere il socialismo fra le masse rurali che costituivano la parte più rilevante dell’elettorato socialista (le parole chiave tratte dal cristianesimo primitivo: giustizia sociale, uguaglianza, fratellanza, furono utilizzate per superare il problema dell’analfabetismo e per insinuare il messaggio socialista fra le masse contadine). Nel movimento socialista era anche presente una “corrente culturale minoritaria” di stampo democratico che desiderava promuovere una riforma morale e intellettuale della classe operaia. Cfr. LAURA DEMOFONTI, La riforma nell’Italia del primo Novecento. Gruppi e riviste di ispirazione evangelica, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 54-69. Sui rapporti tra Socialismo e movimento evangelico, vedi anche: - GIAN LUIGI BETTOLI, Una terra amara, Istituto Friulano per la storia del Movimento di Liberazione, 2003, pp. 255-259; - F. MANZOTTI, Dall’evangelismo valdese alla propaganda socialista nella pianura padana, in B.S.S.V. 102, 1957, pp. 63-71. 65 in quei dibattimenti che avevano per oggetto la difesa degli evangelici dalle aggressioni scatenate dai clericali contro persone e proprietà. Il rigetto e l’intolleranza arrivarono soprattutto dalla Chiesa cattolica che temeva di perdere una parte del controllo sociale e religioso sulla massa degli operai. L’onda lunga della Controriforma scompaginò verso la fine del secolo XIX° queste piccole minoranze. Molteplici furono gli atti ostili che ebbero per obbiettivo il “diverso” etnicamente e religiosamente. Sotto il peso della persecuzione molti a fine secolo emigrarono verso il Sud America (interi nuclei famigliari), come molti ritornarono ai loro Paesi d’origine a Nord delle Alpi. Ma nonostante tutto la forza nella propria fede e il coraggio di questi cristiani evangelici riuscirono a spuntarla: un piccolo gruppo tenne duro e rimase a testimoniare il proprio Credo. È oramai trascorso circa un ventennio dall’insediamento di una comunità protestante straniera nel quartiere di Torre. La prima traccia della presenza di protestanti a Pordenone, con nome italiano, è documentata in una statistica sulla popolazione dell’anno 1857 (3 giugno 1857). Vi sono elencati nove acattolici, appartenenti a tre diverse famiglie (Fabbri, Byletter, Schnell) e due ebrei. La famiglia Fabbri (o Fabbris) è composta da tre persone. Le altre due famiglie citate sono la famiglia del direttore del Cotonificio Schnell Griot (composta dal capofamiglia Giovanni Davide Schnell Griot e dalla moglie Giovanna Catterina Griot) e la famiglia Byletter (composta dal capofamiglia Rodolfo Byletter, dalla coniuge Elisabetta Loosli e dai figli Caterina Luigia ed Eugenio). Una ricerca nell’anagrafe storica del Comune di Pordenone mi ha permesso di rintracciare una famiglia Fabbris che nel 1857 era composta da tre persone e risiedeva nel quartiere di Torre (foglio di famiglia 1612). La famiglia Fabbris di Torre era composta dal capofamiglia Fabbris Carlo, originario di Roveredo in Piano, di anni 31, dalla moglie Billot Antonia (detta Fracas) di 23 anni e dal figlio Fabbris Giovanni Antonio (nato nel gennaio 1857). La suocera Menon Maria (detta Venerus) entra a far parte del nucleo famigliare nel 1858, quando muore il coniuge Billot Valentino. I coniugi Fabbris sono indicati, nei registri anagrafici, come industrianti cioè operai giornalieri presso il cotonificio. La famiglia Fabbris si accrescerà negli anni successivi con la nascita di altri figli: Teresa (nata nell’anno 1861), Giuseppe (1863), Nicolò Valentino (1869), Valentino (s. d.n.), Vittorio (1872). La famiglia Fabbris risulta residente a Torre fino alla fine dell’Ottocento. Il figlio Giovanni Antonio si unisce in matrimonio con Miotti Maria Luigia di Tricesimo (UD) nel 1876. A metà Ottocento una Fabbris Lucia risulta madre di Pascutto Giacomo, quest’ultimo appartenente qualche decennio più tardi alla Chiesa Battista. Non sappiamo con precisione se i Fabbris avessero aderito alla chiesa libera o a quella Battista o ad altra confessione evangelica; l’unica certezza è che questa famiglia era di confessione protestante. Vi sono due possibilità: la prima è che questa famiglia si fosse 66 convertita alla chiesa libera o a quella valdese mediante l’incontro con un pastore itinerante; la seconda che la spinta alla conversione fosse avvenuta all’interno del cotonificio, a contatto con i riformati svizzeri. 7.2 - Francesco Furlanetti Furlanetti era nato a Vallenoncello (piccolo comune a Sud di Pordenone) nel 1827. Sposò Doreatti Santa di Tolmezzo nel 1866 e con lei ebbe due figlie: Caterina e Lodovica. Per vivere svolse diversi mestieri: incisore in metalli, legatore di libri, restauratore di orologi, tornitore, pirotecnico, ecc. (lavorava, con incarichi esterni, come tipografo e incisore per la grande fabbrica di Torre).110 Nel 1887 emigrò in Argentina, a Buenos Aries, insieme alla figlia Caterina e l’anno successivo fu raggiunto dalla moglie e dall’altra figlia. Ritornò, con l’intera famiglia, in Italia nel 1890. Si spense a Torre il 18 aprile 1903.111 Dal Giornale locale “Il Tagliamento” del 22 maggio 1875 veniamo a conoscere l’esistenza di disordini causati da intolleranza religiosa nel quartiere di Torre; protagonista è un certo F.F. (con buona probabilità si può identificare F.F. con lo stesso Furlanetti): “Dobbiamo lamentare un fatto di intolleranza religiosa avvenuto il 17 corr. nel nostro Comune, fatto che avrebbe potuto avere funeste conseguenze. Il sig. F.F. che stava leggendo un libro sulla porta di casa sua in Torre, mentre passava una processione organizzata, non sappiamo in onore di quale Santo, da quel reverendo Parroco, venne improvvisamente aggredito con parole e con violenze da un villico che voleva imporgli di levare il cappello. Senza il pronto intervento di altre persone il sig. F.F. avrebbe certamente passato un brutto quarto d’ora. L’autorità, alla quale fu denunciato l’accaduto, saprà fare giustizia; ma non sarebbe ora di farla finita con questi spettacoli da medioevo nelle pubbliche vie, i quali eccitando il fanatismo da una parte e l’irriverenza dall’altra possono essere cagione di gravissimi guai, e punto non giovare al decoro della religione? Si noti che non è la prima volta che a Torre succedono simili inconvenienti, ed un pronto provvedimento è quindi urgentemente reclamato.” L’anno successivo (1876) Furlanetti si fece battezzare insieme a Luigi Signorelli nella laguna di Venezia. Dal 1877 112 la sua casa di Torre fu utilizzata come sala adunanze 110 Vedi: “Il Tagliamento”, 22 giugno 1872. Nel 1893, Francesco Furlanetti, ricevette l’incarico di incidere le istruzioni in italiano (tradotte dal tedesco) sulla pompa antincendio del Cotonificio Amman di Borgomeduna. L’anno successivo, l’ing. Robert Godgeon (ingegnere presso il Cotonificio Amman) lo raccomandò al Municipio di Pordenone per compiere lo stesso identico lavoro sulla pompa antincendio acquistata dal Comune. Vedi in A.S.C.P,, Ref. XII, Anno 1894, Fasc. 18, Incendi e Assicurazioni, n. 1769 del 27 maggio 1894. 111 Nel 1902 la figlia Caterina apre una macelleria nella casa (al n. 13) di Torre. Vedi: A.S.C.P., Ref. VII, Anno 1902, Fasc. 9, Sanità. 112 Su “Il Seminatore” n. 6 del giugno 1877. 67 Mappa austro-italiana 1850-1943. Localizzazione abitazione Francesco Furlanetti. (Mauro De Franceschi) Al centro, abitazione di Francesco furlanetti nel quartiere di Torre (2008, foto autore) 68 (“la mia casa trasformata in un tempio per la predicazione del vangelo”) e in tali occasioni un centinaio di persone partecipò agli incontri. La quasi totalità degli abitanti della frazione lavorava nel Cotonificio. Le donne, i fanciulli, gli uomini che assistevano alle adunanze facevano parte delle maestranze della grande fabbrica. La casa – tempio di Furlanetti si trovava (e si trova tuttora), nel centro del paese, affacciata sulla piazza principale (la Piazza dell’Albero) a una distanza di 300 metri dalla grande fabbrica di cotoni (la Filatura). Questa casa è stata uno dei centri di irradiazione della confessione Battista a Pordenone negli anni Settanta dell’Ottocento.113 Nel 1876-1877 il gruppo battista di Torre di Pordenone riceveva Bibbie e Nuovi Testamenti da Robert Bruce,114 agente scozzese della B. & F.B.S. (British and Foreing Bible Society 115). Altro dato interessante: un certo Davide Furlanetti (oste al civ. 56, insegna del cavallo) di Torre sposò nel 1847 Binder Maria Barbara di Zurigo. Il cognome Furlanetti non è molto diffuso: ci sono forti probabilità che Davide e Francesco siano stati parenti. 7.3 - Domenico Sacilotto detto Giron Domenico Antonio Sacilotto (detto Giron) nacque a Pordenone nel 1852 e si sposò con Fossa Anna Maria (proveniente da Vicenza) da cui ebbe due figli: Giuseppe ed 113 Non è stato difficile identificare il luogo dove sorgeva la casa di Francesco Furlanetti grazie al ritrovamento di una planimetria, allegata a un’istanza di protesta indirizzata al Comune dal Furlanetti contro il vicino di casa per uno scarico fognario, nell’Archivio Storico del Comune di Pordenone. La casa del Furlanetti riportava il civ. 13. I civici venivano assegnati partendo dalla chiesa parrocchiale lungo gli assi viari principali. È bastato contare le case dalla chiesa e sovrapporre la planimetria del 1879 con la mappa catastale per identificare il luogo dove sorgeva la “casa – tempio”. La verifica successiva sui registri di proprietà del catasto storico custoditi in Archivio di Stato ha confermato la scoperta. A.S.C.P., Ref. VII, Sanità, Anno 1884, n. 1128 del 19/09/1884. 114 Lo scozzese Robert Bruce lavorò dapprima a Livorno presso il deposito librario (di Bibbie, Nuovi Testamenti e altri opuscoli) della B. & F.B.S. (British and Foreign Bible Society); successivamente al 1866 si spostò in Veneto (con il pastore scozzese di Livorno Robert Stewart, lo studente Daniel Gay e il colportore Angelo Castioni) per prestare la sua opera nell’evangelizzazione dei territori annessi all’Italia. Vedi: GIORGIO SPINI, Risorgimento e Protestanti, Claudiana, 1998, pagg. 218, 257, 324. 115 La British & Foreign Bible Society sorse nel 1804 in Inghilterra con il proposito di divulgare la conoscenza della Bibbia presso la gente comune. I suoi fondatori, tra i quali figurano Wilberforce e Zachary Macaulay, si batterono anche per l’abolizione della schiavitù e per diffondere l’istruzione popolare, campagna da cui nacque la British & Foreign School Society. Dalla sede centrale di Londra la B.&F.B.S. estese la sua attività a tutta l’Europa, iniziando già nel 1808 la diffusione del Nuovo Testamento nella versione italiana di Diodati in Italia: le basi per l’inizio di questa operazione furono Malta e la Sicilia, dove stazionavano forze britanniche di terra e di mare; di qui, successivamente, gli agenti della B.&F.B.S si sarebbero messi al seguito dell’esercito garibaldino. Ma dall’ambiente della B.&F.B.S uscì anche il reverendo Sims, che nel 1814 si recò nelle valli valdesi per fondarvi una Società Biblica e, tornato in patria, contribuì largamente a sensibilizzare l’opinione pubblica inglese sulla situazione dei valdesi. Dopo il 1848 la B.&F.B.S estese la sua attività anche alla Lombardia, al Piemonte, alla Liguria ed alla Toscana, dove, in seguito, avrebbe costituito addirittura un suo deposito con un agente, lo scozzese Robert Bruce. Bruce sarà tra gli iniziatori della predicazione protestante in Veneto dopo l’armistizio del 12 agosto 1866. G. SPINI, Risorgimento e protestanti, Torino, Claudiana, 1998, pp. 80-88, pp. 213-129, pp. 298-300, pp. 323326. (nota di Elena De Mattia) 69 Piatto della Fabbrica Terraglie Galvani. Incisione di Domenico Sacilotto. (Museo Civico d ’Arte di Pordenone) Ettore. Domenico Sacilotto è figura rilevante di quella aristocrazia operaia di cui era ricca Pordenone nella seconda parte dell’Ottocento. Fu abile incisore-decoratore presso l’industria di Terraglie Galvani, allievo modello della scuola di disegno (il 15 agosto 1874 premiato con il secondo premio, medaglia d’argento, in prospettiva e ornato), consigliere della Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione, socio della Filarmonica cittadina. Ecco come venne descritto, per la sua abilità nel lavoro di decoratore, in un articolo del giornale locale “Il Tagliamento”:116 “S’abbia quindi un sincero elogio e una viva congratulazione il giovane allievo Domenico Sacilotto e tenga a mente una nostra raccomandazione, che è questa: lavori sempre e non si spaventi delle difficoltà che deve incontrare in appresso che al certo riuscirà in questo genere di lavori. Egli ha talento, e grande disposizione; approfitti, si ricordi, di questi doni che ne sarà assai lieto un’altra volta. Di questo giovane , diremo più sotto alcune altre parole in proposito 116 “Il Tagliamento” del 15/02/1873. 70 Manifesto Scuola di Disegno della Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione (anno 1873A.S.S.O.M.S.I.) 71 di un altro disegno; intanto crediamo assai opportuno farlo conoscere ai suoi concittadini e pregarli di tenerlo d’occhio, come si suol dire, perché lo merita; e se fino ad oggi visse a moltissimi affatto ignoto non lo sia in avvenire.” Domenico Sacilotto morì nel 1878 a causa di una malattia dal decorso rapido. È utile riportare per intero il necrologio pubblicato su un altro organo di stampa, “La patria del Friuli”, che delineò in modo esauriente la figura umana e professionale di questo grande protestante pordenonese: “ La morte di un giovine artiere, certo Sacilot (sic), destò il compianto generale, perché fu ottimo cittadino per ogni riguardo; copriva una carica presso la Società operaia, e si faceva rimarcare per la sua parola franca ed energica, ma sempre gentile; era uno dei membri i più operosi della Società filodrammatica; veniva apprezzato al più alto grado dai proprietari di questo Opificio di ceramica (n.a.: la fabbrica di Terraglie Galvani), ove lavorava con molta diligenza e con rara abilità; fu eccellente padre di famiglia; era morigeratissimo e spregiudicato.” 117 È da rilevare che negli articoli pubblicati su entrambi i giornali venne omessa la professione di fede protestante di Domenico Sacilotto. 7.4 - Pietro Colombo Abbiamo visto che nelle vicinanze della Filatura di Torre si riuniva nel 1876 un piccolo nucleo di battisti; ma anche dal lato opposto della città, a Roraigrande, si era formato un altro gruppo di evangelici. Di questo gruppo di Roraigrande faceva parte la famiglia di Pietro Colombo. Un avviso sul giornale “Il Tagliamento” del 3 dicembre 1881 annunciava: “CONFERENZE CRISTIANE – Nel solito locale in Via Maggiore (Roraigrande), nelle sere di sabato e domenica 3 e 4 corr., verranno tenute due conferenze onde dimostrare chi siano i santi; come pure essere anticristiana la canonizzazione dei santi praticata dal papismo, che si praticherà in Roma l’8 dicembre corr.”.118 La casa dove si erano tenute le riunioni di culto era probabilmente quella di Pietro Angelo Colombo. Pietro Colombo, nato a Pordenone nel 1842, era di origini carniche infatti il padre Giacomo (anche lui tessitore a Roraigrande) era immigrato a Pordenone da Cavazzo Carnico. Pietro si era unito in matrimonio, nel 1869, con Anna Pajer. Anna Pajer morì il 31 marzo 1880, circa un anno e mezzo dopo il decesso del figlio Fermo-Osiride Giovanni - nato il 20/02/1877. 117 “La Patria del Friuli”, 25 maggio 1878, n. 124, Anno II, pag. 2 e 3. 118 Presso l’abitazione di Pietro Colombo (Roraigrande n. 33 e/ 34 – Via Maggiore ?) nell’inverno 1881-1882 si tennero adunanze e conferenze come è dimostrato dagli avvisi pubblicati su “Il Tagliamento”. Sull’utilizzo dell’abitazione di Pietro Colombo per ospitarvi conferenze e riunioni, vedi: FRANCO SCARAMUCCIA, Un’avventura di fede, Claudiana, 1999, pag. 95. 72 Pietro Colombo diede ai figli nomi non molto comuni: Osiride, Iside, Eden, Siride, Giuditta, Geltrude, Lentelmante, Pacifico Polifemo, Ercole. Questo costume di assegnare nomi tratti dalla mitologia classica e dall’Antico Testamento corrispondeva alla volontà di non assegnare ai figli nomi di santi cattolici. 7.5 - Giovanni Puiatti Giovanni Puiatti era nato a Prata nel luglio 1855. A Pordenone risiedeva in via Maggiore nel quartiere di Roraigrande. Visse, poi, diversi anni a Bergamo. Nel 1890 lo ritroviamo a Pordenone. Di professione faceva il fruttivendolo. Nel 1899 “teneva una baracca nei pressi del piazzale bovino” e vendeva frutta, agrumi e altro “alla classe operaia che si reca(va) nelle ore del mattino e della sera allo stabilimento Amman e C”. La prima moglie, Sartor Marianna (nata ad Azzano Decimo nel 1854), gli diede cinque figli (Fortunata Maria, Teresa Elena, Samuele, Lidia ) e morì di parto nel 1890. Il Puiatti si sposò in seconde nozze con Del Ben Santa (nata nel 1859 a Vallenoncello). 7.6 - Giovanni Battista Favot Giovanni Battista Favot era nato a Pordenone il 22 marzo 1833. Fu “stovigliaio” alla Ceramica Galvani (come Domenico Sacilotto, come Giacomo e Luigi Pascutto). Si unì in matrimonio con Angela Comello (nata a Grizzo di Aviano – PN - nel 1832). Dal loro matrimonio nacquero quattro figli: Samuele, Giacomo, Luigia e Carlo. Socio della Società Operaia, venne eletto nel 1875 caposezione. Il figlio Carlo fu diacono della chiesa battista di Pordenone nell’anno 1902. La famiglia Favot risiedeva in Vicolo degli Operai in Borgo Colonna. 7.7 - Antonio Rosset Nato a Fontanafredda (PN) il 22 settembre 1858. Si coniugò con Elena Trinco (nata ad Andreis nel 1863). Di professione “venditore di libri ecclesiastici” (colportore)119. Risiedeva con la famiglia nella frazione di Roraigrande. Nel 1891 emigrò a Bologna. Nel 1901, successivamente al suo ritorno a Pordenone, si trasferì a Udine. 119 Venivano chiamati colportori i venditori ambulanti di Bibbie che, in questo periodo, diedero un importante contributo alla diffusione del protestantesimo in Italia. Il termine deriva dal francese colporteur (venditore ambulante), originato dalla voce latina comportare (portare assieme, trasportare) ma deformato sotto l’influenza del termine col (collo), che richiamava l’immagine di “portare al collo” tipica dei venditori ambulanti (Vocabolario della lingua italiana, vol. 1, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1986, p. 835). (Nota di Elena De Mattia) 73 Manifesto dispensa premi agli allievi della Scuola di Disegno della Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione (anno 1874 - A.S.S.O.M.S.I.) 74 7.8 - Bernardo Vicenzin Tre generazioni della famiglia Vicenzin lavorarono alla Ceramica Galvani: Bernardo (nato a Pordenone nel 1806 e deceduto nel 1886), il figlio Luigi (nato a Pordenone nel 1835) e i nipoti Bernardo (nato a Pordenone nel 1864) e Antonio (nato a Pordenone nel 1869). Furono tutti impiegati come operai stovigliai alla Fabbrica di Terraglie Galvani. Bernardo Junior (figlio di Luigi), allievo nel 1882 della Scuola di Disegno della Società Operaia, fu premiato nell’esame di “modellazione” di fine corso 120 e venne eletto nel consiglio comunale nelle file del partito radicale nel 1905. La figlia di Bernardo Junior, Paolina (nata a Pordenone nel 1904), si unì in matrimonio con Corai Alfeo nel 1929. La famiglia Vicenzin abitò dapprima in Via della Stazione, 91 (famiglia di Bernardo Senior) e successivamente si spostò in Via della Colonna, 9 (famiglia di Bernardo Junior). 7.9 -Luigi Pascutto Una richiesta di aiuto, rintracciata nell’Archivio comunale di Torre, da parte di Luigi Pascutto rivolta al Sindaco per l’assistenza del padre Giacomo, malato e invalido, datata anno 1915, riporta il timbro e l’avallo del Pastore G. Ambrosini. Si tratta di una famiglia operaia da diverse generazioni. I Pascutto abitavano nelle case operaie Galvani a San Valentino (poste di fronte alla cartiera) ed erano salariati presso le ceramiche Galvani. Giacomo Pascutto (figlio di Francesco e Fabbris Lucia) nacque a Pordenone il 18 aprile 1837. Si unì in matrimonio con Bertolo Paola il 10 febbraio 1873. Manteneva la famiglia facendo l’operaio giornaliero presso le Ceramiche Galvani e risiedeva in Via Vallona. Ebbe tre figli: Lucia Maria (1873), Francesco Andrea (1875), Luigi Giovanni (1882) (tutti tre i figli risultano nel foglio anagrafico successivo operai). Luigi Giovanni è indicato come operaio stovigliaio. 7.10 - I luoghi di origine Abbiamo visto che i primi gruppi compaiono nei quartieri di Torre e Roraigrande; quasi sempre i componenti non sono originari di Pordenone ma provengono dall’esterno della città. Dalla bassa pianura provengono la famiglia Furlanetti (Vallenoncello) e la famiglia Ceschin (Azzano Decimo). L’arrivo dalla montagna è molto più frequente: i Colombo 120 “Il Tagliamento” del 9 settembre 1882, n.36. 75 Fabbrica Ceramiche Galvani, cortile interno, 1928 (circa). (Museo Civico d ’Arte di Pordenone) erano originari della Carnia (Cavazzo), Peruz Carlo veniva da Calalzo (BL), i componenti del nucleo famigliare dei Bernardini erano immigrati da Andreis (PN) 121. Altra costante era quella della moglie proveniente dalla montagna: Doreatti Santa era nata a Tolmezzo (coniuge di Francesco Furlanetti), Comello Angela arrivava da un paese ai piedi dei monti, Grizzo di Aviano (coniugata con Giovanni Battista Favot), e numeroso era il gruppo delle mogli provenienti da Andreis (PN): Trinco Elena (maritata Rosset), De Paoli Maria (maritata Favot), De Paoli Paola Maria (coniugata Bernardini Giuseppe), Tavan Maria (maritata Bernardini Umberto). 121 Nel 1877 un pastore valdese fu chiamato dalla comunità di Andreis (PN) per battezzare un infante e per eseguire altri atti di culto. Appena giunto ad Andreis una folla di persone con “clamori e schiamazzi” lo scacciò dal paese e a nulla valsero le esortazioni dell’autorità politica e dei carabinieri prontamente accorsi sul posto. L’inchiesta successiva dell’autorità giudiziaria portò alla condanna, per il reato previsto dall’art. 188 del Codice penale, di cinque donne a 51 lire di multa ciascuna. Vedi: “La Patria del Friuli”, 7 gennaio 1878, n. 6, Anno II, pag.2. 76 Fabbrica Ceramiche Galvani, fasi di lavorazione delle terraglie, 1928 (circa). (Museo Civico d ’Arte di Pordenone) Fabbrica Ceramiche Galvani, prospetto su Viale Mazzini, 1928 (circa). (Museo Civico d ’Arte di Pordenone) 77 Fabbrica Ceramiche Galvani, fase della lavorazione delle terraglie, 1928 (circa). (Museo Civico d ’Arte di Pordenone) Fabbrica Ceramiche Galvani, magazzino, 1928 (circa). (Museo Civico d ’Arte di Pordenone) 78 Fabbrica Ceramiche Galvani, cortile interno, 1928 (circa). (Museo Civico d ’Arte di Pordenone) 79 7.11 - Tra chiesa e fabbrica All’inizio vediamo che la maggior parte delle famiglie evangeliche risiedeva nei due quartieri operai della città e anche che i primi luoghi di riunione e di culto erano siti presso gli stabilimenti industriali di Torre e di Roraigrande: gli stranieri si riunivano nella frazione di Torre presso la “Casa degli Svizzeri” 122, gli italiani pregavano nell’abitazione di Francesco Furlanetti a Torre o a casa di Angelo Colombo in Via Maggiore 33/34 a Roraigrande. Sul numero di operai appartenenti alle chiese evangeliche registriamo un alto numero di lavoratori tessili e stovigliai delle Ceramiche Galvani : - Marchesi Elisabetta (madre di Francesco Furlanetti) era operaia della Tessitura di Roraigrande nel 1863; - Colombo Giacomo, padre di Pietro Colombo (proveniente da Cavazzo C.), dipendente della Tessitura di Roraigrande nel 1862; - Colombo Pietro e la figlia Elisabetta, entrambi operai alla Tessitura di Roraigrande; - Sacilotto Maria, detta Giron (sorella di Domenico), tessitrice dipendente della Filatura nel 1863; - Colombo Elisabetta (sorella di Giacomo), dipendente della filatura di Torre nel 1861-1862; - Pajer Durigon Anna (moglie di Pietro Colombo), operaia alla Tessitura; - Vicenzin Sante e Vicenzin Bernardo erano dipendenti della Tessitura di Roraigrande; - Domenico Sacilotto, Giovanni Battista Favot, Giacomo e Luigi Pascutto e molti altri evangelici lavoravano alla Fabbrica di Terraglie Galvani. La Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione di Pordenone fu fondata nel 1866 da alcuni artigiani e da alcuni borghesi con lo scopo di offrire un mezzo di promozione sociale graduale alla classe operaia cittadina ed uno strumento per attutire le tensioni sociali, tramite la pur tenue copertura assistenziale e previdenziale. Come in altri sodalizi mutualistici formati in quegli anni, anche nella Società Operaia pordenonese sorse in breve tutta una serie di servizi: una scuola speciale di applicazione, una biblioteca popolare,123 122 ENZO PAGURA, La colonia “svizzera”- protestante di Pordenone, Tipografia Sartor, 2006, pag. 49. 123 Abbiamo la certezza dell’istituzione di una Biblioteca già nei primi anni di esistenza della Società Operaia. Nel 1869 il movimento dei libri era il seguente: volumi presenti n. 1020, opere n. 585, lettori n. 95. Nell’anno seguente il movimento dei libri fu: volumi n. 1310, opere n. 782, lettori n. 216. Vedi: A.S.C.P., Ref. II, Istruzione, Anno 1870. Nel 1882 l’Operaia forniva ai soci i seguenti servizi: assistenza medica gratuita, un sussidio giornaliero a malati e inabili al lavoro, un fondo pensionistico, una scuola professionale per operai (la Scuola di Disegno a 80 un’associazione di consumo. Fra i soci vediamo la presenza di appartenenti alla borghesia professionale e al ceto imprenditoriale e di operai (capiofficina, tecnici e operai generici). L’iscrizione al sodalizio di tutti i propri dipendenti veniva, spesso, effettuata dai direttori degli stabilimenti. Nell’elenco dei soci del 1874 troviamo: n. 41 operai più il direttore (Giovanni Locatelli) della Filatura di Torre; n. 45 operai e il Direttore (Silvio Pitter) della Tessitura di Roraigrande; n. 74 operai della Fabbrica di Terraglie Galvani, n. 62 operai della Cartiera Galvani e i tre proprietari e direttori (Galvani Antonio, Giuseppe e Giorgio). I rimanenti 303 soci iscritti (non compresi tra i dipendenti delle Fabbriche Galvani e dei cotonifici) si dividevano tra artigiani, liberi professionisti, commercianti e operai di altri stabilimenti industriali. In questo periodo la maggioranza dei soci del sodalizio era quindi formata da operai. Nelle liste di iscritti all’associazione degli anni 1871 e 1874 troviamo i seguenti lavoratori di religione protestante: Fabbris Carlo (operaio alla Filatura di Torre), Colombo Pietro (operaio alla Tessitura di Roraigrande), Vicenzini Luigi, Vicenzini Francesco, Martel Giuseppe, Martel Luigi, Sacilotto Domenico, Favot Giovanni (tutti operai presso la Fabbrica di Terraglie Galvani), Bernardini Andrea (operaio pressa la Cartiera Galvani) e infine Furlanetti Antonio (fratello di Francesco).124 Nella seconda generazione non mancano le professioni ambulanti: Peruz Carlo (nato a Calalzo nel 1847) faceva l’arrotino, Puiatti Giovanni (nato a Prata nel 1878) il fruttivendolo girovago, Rosset Antonio (nato a Fontanafredda nel 1858) il “venditore di libri ecclesiastici” (il Colportore, venditore di bibbie). Le attività ambulanti costituivano una buona copertura, che permetteva di viaggiare senza dare nell’occhio. La condizione di perenne mobilità permetteva di diffondere bibbie e messaggi evangelici in ogni angolo del territorio. Colpiscono l’attenzione e la simpatia con cui la nuova Chiesa Battista venne seguita dall’ala sinistra del partito liberale e dalla classe operaia. La grande attenzione riservata alle conferenze pubbliche degli evangelici ne è prova, come quando nel 1904, al Salone Coiazzi, cinquecento persone applaudono il pastore Angeleri: “In seguito a certe accuse lanciate dal quaresimalista di Pordenone contro i riformatori Lutero e Calvino e contro i protestanti in generale, il nostro Pastore Sig. Angeleri gli cui erano ammessi gli “operai o figli di operai iscritti alla società, come, quelli non iscritti, purché appartenenti al Comune di Pordenone”, fondata nel 1872) e una biblioteca circolante (nel 1882 i volumi erano 1.937 ed i lettori 157). Vedi: “Il Tagliamento”, Anno XIII, n. 23, 9 giugno 1883. 124 A.S.C.P., Pubblica Beneficenza, Ref. VII Fasc. 9, Anno 1874, Elenco dei Soci appartenenti alla Società Operaia di Pordenone del 31 agosto 1874. Vedi anche: A.S.S.O.M.S.I., Repertorio dei soci effettivi della Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione di Pordenone, Anno 1871, Volume n. 75. 81 mandò una lettera domandando un contraddittorio. Non avendo avuto una risposta, domenica 20 marzo tenne una pubblica conferenza nel Salone (teatro) Coiazzi in risposta al quaresimalista davanti ad un uditorio di oltre 500 persone, tra cui notammo professori, giudici, impiegati, ecc.” 125 Spesso Ministri protestanti erano invitati a manifestazioni sindacali e politiche e anche in tali occasioni l’accoglienza e la simpatia da parte dei manifestanti erano fortissime. Nell’anno 1904, nell’occasione di una manifestazione relativa allo sciopero delle tessitrici di Rorai Grande in corso oramai da due settimane, fu invitato a intervenire il pastore Giuseppe Angeleri assieme a due avvocati (Guido Rosso e Giuseppe Ellero) e un milanese (il segretario della federazione arti tessili, Rho). Mentre l’intervento del Pastore Evangelico veniva ascoltato e applaudito, una sorte diversa fu riservata al sacerdote cattolico, Don Giuseppe Lozer, il quale chiese la parola ma venne cacciato dalla sala.126 Secondo Don Giuseppe Lozer il pastore protestante non c’entrava “un fico” 127 con la manifestazione operaia. La tutela delle condizioni spirituali e materiali dei lavoratori (in special modo quelli della sua parrocchia) apparteneva all’economo spirituale cattolico della frazione di Torre. La maggioranza dei lavoratori era di religione cattolica e quindi a maggior ragione il loro riferimento per tutti i problemi materiali e religiosi avrebbe dovuto essere il prete cattolico e non certamente un pastore protestante. Il prete dimenticava che gli operai erano liberi di invitare alle loro manifestazioni politiche (e anche a quelle religiose) chi volevano e non avevano bisogno di alcuna tutela o controllo. Nel 1904 la posizione dei battisti nelle questioni dei diritti dei lavoratori era molto più avanzata rispetto a quella della Chiesa cattolica: è quindi comprensibile la scelta di far partecipare alla manifestazione della sala Coiazzi il pastore battista Angeleri e non il parroco di Torre. Mentre l’evangelico era percepito come un uomo del rinnovamento religioso e spirituale, vicino alle istanze delle lavoratrici tessili, il cattolico, Don Lozer, era visto come agente della conservazione politica e religiosa. Come giustamente ricorda Gian Luigi Bettoli: È “comprensibile la rabbia socialista contro l’attivista impegnato nella creazione di una organizzazione parallela e concorrente con quella socialista storicamente affermatasi. Quello che importa per loro non è l’impegno del giovane sacerdote, ma il fatto che la sua azione sia vissuta esplicitamente come una scissione nel movimento operaio, per cui Don Lozer diventa il nemico principale.” 128 125 NUNZIO PALMINOTA, La Chiesa Battista di Pordenone – 1° parte - Pag. 403 126 GIUSEPPE LOZER, Ricordi di un prete, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1960, pag. 20 127 In una lettera pubblicata dalla “Patria del Friuli” Don Giuseppe Lozer lamentava che “Se poterono o potevano parlare liberamente un ministro protestante che da qualche mese soltanto si trova a Pordenone e che c’entra un fico con lo sciopero; se potevano parlare un avvocato, un Rho da Milano , perché io no?” Vedi: “La Patria del Friuli”, 18 aprile 1904, Anno XXVIII, N. 90, pag. 1. 128 GIAN LUIGI BETTOLI, Una terra … op. cit., vol. 1, pag 286. 82 7.12 - Tabella protestanti italiani Nome e cognome Data e luogo di nascita Luogo di nascita Residenza Professione Note Fabbri o Fabbris 3 luglio 1826 Carlo(n. 3 componenti il nucleo familiare) Roveredo in Piano (PN) Torre di Pordenone Operaio alla Filatura di Torre Francesco Furlanetti 20 agosto 1827 Vallenoncello (PN) Torre di Pordenone casa n. 13 Incisore in metalli, legatore di libri, restauratore di orologi, tornitore, pirotecnico, ecc Il nucleo famigliare di Furlanetti F. era formato da Doreatti Santa (coniuge nata a Tolmezzo), Furlanetti Caterina (figlia), Furlanetti Lodovica (figlia). Nel 1887 emigra a Buenos Aries. Vicenzin Bernardo 7 novembre 1806 Pordenone Vicolo della Colonna Operaio tessile e Stovigliaio alla Ceramica Galvani Coniugato con Scarpa Domenica di Pellestrina (VE). Figlio di Domenica Scarpa e Bernardo: Luigi. Favot Giovanni Battista 22 marzo 1833 Pordenone Vicolo degli Operai Stovigliaio alla Ceramica Galvani Coniugato con Comelli Angela. Figli di Giovanni e Comelli Angela: Samuele, Giacomo, Luigia, Carlo. Vicenzin Luigi (di Bernardo) 8 marzo 1835 Pordenone Vicolo della Colonna Stovigliaio alla Ceramica Galvani Coniugato con Toffoli Paola Giuseppina di Portogruaro. Figli di Luigi e Paola Giuseppina: Bernardo, Antonio, Angelo, Giacomo Luigi. Pascutto Giacomo (figlio di Fabbris Lucia) 18 aprile 1837 Pordenone Borgo Colonna Stovigliaio alla Ceramica Galvani Coniugato con Bertolo Paola. Figli di Giacomo e Bertolo Paola: Lucia Maria, Francesco Andrea, Giovanni, Luigi. 83 Colombo Pietro Angelo Pordenone Roraigrande Operaio in Tessitura Peruz Carlo Luigi 27 settembre 1847 (coniuge di Sacilotto Maria) Calalo Vicolo Tortuoso Arrotino Sacilotto (detta 8 agosto 1849 Giron) Maria Augusta Lucia (sorella di Domenico) Pordenone Vicolo Tortuoso Tessitrice in cotonificio Figli di Peruz Carlo Luigi e Sacilotto Maria Augusta Lucia: Dosolina, Odorico, Dosolina-Rosa, Vittorio. Domenico Sacilotto detto Giron 13 giugno 1852 Pordenone Vicolo Tortuoso Incisore (fabbrica terraglie Galvani) Fossa Anna Maria (coniuge di Domenico Sacilotto) nata a Vicenza, Sacilotto Giuseppe e Sacilotto Ettore (figli di Domenico e di Fossa Anna Maria) Puiatti Giovanni Luglio 1855 Prata (PN) Roraigrande Fruttivendolo Si trasferisce con l’intera famiglia a Bergamo nel 1884 Antonio Rosset 22 settembre 1858 Fontanafredda (PN) Roraigrande Venditore di libri ecclesiastici Coniugato con Trinco Elena di Andreis. Vicenzin Bernardo (di Luigi) 7 luglio 1864 Pordenone Vicolo della Colonna Stovigliaio alla Ceramica Galvani Eletto consigliere comunale nel novembre 1905. Una delle figlie di Vicenzin Bernardo e Sist Irene, Paolina si unisce in matrimonio nel 1929 con Corai Alfeo. Vicenzin Antonio (di Luigi) 19 luglio 1869 Pordenone Vicolo della Colonna Stovigliaio alla Ceramica Galvani 84 28 aprile 1842 Polifemo-Leonardo, Elisabetta, Giovanni, Lentelmante, Pacifico Polifemo, Osiride Giovanni, RiccardoErcole : tutti figli di Colombo Pietro e Pajer Anna. Iside, Osiride, Geltrude, Eden, Siride: Figli di Colombo Pietro e De Franceschi Giuditta Corai Giuseppe 24 agosto 1872 Pordenone Via Cappuccini Cordaio Coniugato con Zanetti Teresa. Figli: Regina Maddalena, Ido, Sara. Dopo la morte di Zanetti Teresa, Giuseppe si sposò in seconde nozze con Sacilotto Eugenia, ed ebbe con lei i seguenti figli: Silvano, Ruben, Alfeo, Isaia, Luigi. Nel 1903 Giuseppe Corai era diacono della Chiesa Libera. Favot Carlo 12 ottobre 1873 Pordenone Vicolo degli Operai Stovigliaio alla Ceramica Galvani Coniugato con De Paoli Maria di Andreis (PN) Pascutto Lucia Maria 21 agosto 1873 (di Giacomo) Pordenone Borgo Colonna Operaia Pascutto Francesco 15 ottobre 1875 Andrea (di Giacomo) Pordenone Borgo Colonna Operaio Ceschin Giovanni 10 ottobre 1880 Azzano Decimo (PN) Roraigrande Operaio in Tessitura Pascutto Luigi Giovanni (di Giacomo) 15 agosto 1882 Pordenone Borgo Colonna Stovigliaio alla Ceramica Galvani Porcia (PN) (?) Borgomeduna Operaio in Cotonificio Pordenone Roraigrande Agente postale Bernardini Emanuele 30 agosto 1890 Andreis (PN) Roraigrande Minatore Bernardini Giuseppe 10 ottobre 1891 Andreis (PN) Roraigrande Venditore ambulante Coniugato con De Paoli Paola Maria di Andreis. Figli di Giuseppe e Paola Maria: Antonio Pietro, Maddalena Maria. Martel Giovanni 25 marzo 1894 Pordenone Torre (PN) Impiegato Bernardini Umberto 16 luglio 1894 Andreis (PN) Roraigrande Operaio in Tessitura Cardin Osvaldo Brusadin Emilio 23 aprile 1885 Coniugato con Mutti Elena di Treviso Coniugato con Bresin Eleonora. Figli di Emilio ed Eleonora: Iride, Aiace, Teseo, Nestore. Coniugato con Tavan Maria di Andreis. 85 Capitolo Ottavo 8. Cattolici e protestanti: indifferenza, provocazione e intolleranza di Enzo Pagura 8.1 - Contesto normativo e rapporti tra lo Stato e la Chiesa Nel Regno di Sardegna vi fu una rapida evoluzione dell’ordinamento in senso laico e verso un regime di separazione fra Stato e Chiesa. Le leggi Saccardi del 9 aprile 1850 e del 5 giugno 1850 “soppressero il foro ecclesiastico e le residue immunità, abolirono le pene per l’inosservanza delle feste religiose e sottoposero ad autorizzazione governativa gli acquisti degli enti ecclesiastici. … In collegamento con questi provvedimenti va vista la legislazione sulla beneficenza che, con la legge del 1 marzo 1850, aboliva il regime eccezionale ancora mantenuto da alcune opere pie, in particolare da quelle gestite da ordini religiosi, e sottoponeva tutti gli istituti ad una comune disciplina ponendo fine alle esenzioni e ai privilegi in armonia con i principi laicizzanti e livellatori dello stato liberale.” 129 Successivamente all’unione di Veneto e Friuli con il Regno d’Italia, avvenuta dopo la terza guerra d’indipendenza nel 1866, vennero consolidate le precedenti garanzie giuridiche e contemporaneamente vennero ancora ridotti i privilegi della Chiesa cattolica.130 Nel 1871 la Camera dei Deputati approvò l’ordine del giorno Mancini che stabiliva l’uguaglianza di tutte le religioni davanti allo Stato per quanto riguardava la libertà personale di culto. Soprattutto con l’avvento al potere della sinistra, nel 1876 (governo Agostino Depretis) venne emanata una serie di disposizioni legislative a favore della laicità dello Stato e della libertà di culto: nel 1888 la legge sulla laicizzazione dei cimiteri, la legge del 1889 sull’assistenza e la laicizzazione delle opere pie, il codice penale Zanardelli che entrò in vigore il 1 gennaio 1890 (il codice Zanardelli è il primo codice penale Italiano. Contiene anche 129 MARIA ROSA DI SIMONE, Istituzioni e fonti normative in Italia tra la Restaurazione e l’Unità, G. Giappichelli Editore, 1995. pag. 29 130 Precedentemente al 1866 e all’unione del Veneto al Regno d’Italia vigeva il decreto di tolleranza di Giuseppe II, del 1781. Il Decreto consentiva l’esercizio privato della propria religione a protestanti e greci ortodossi e di praticarla liberamente nella propria abitazione. Solo i cattolici però avevano il diritto di esercitare pubblicamente il loro culto. Con l’editto erano stati riconosciuti anche diversi diritti civili: “I non cattolici in avvenire potranno acquisire previa autorizzazione, i diritti di proprietà, di cittadinanza e di esercizio ed essere ammessi alle dignità accademiche e alle cariche civili; essi non saranno tenuti ad alcuna formula di giuramento che non sia conforme ai principi della loro religione, nè obbligati ad assistere alle processioni o funzioni della religione dominante, se non vogliono farlo spontaneamente: inoltre non si terrà alcun conto della differenza religiosa in tutte le elezioni e i conferimenti di cariche, così come si fa nell’esercito senza il minimo danno e con molti vantaggi: e in questi casi si prenderanno in considerazione unicamente la probità e la capacità dei concorrenti, e la loro condotta cristiana e morale.” 87 delle norme che prevedevano la punizione degli ecclesiastici che incitassero disubbidienza alle leggi dello Stato) e soprattutto la legge del 1890 secondo cui non esisteva alcun reato d’offesa nel professare una religione diversa da quella di Stato.131 Ma non basta emanare delle leggi, bisogna anche applicarle e in tal modo incidere su una realtà secolare fatta di superstizioni e privilegi consolidati a favore della Chiesa Romana. Al processo di laicizzazione dello Stato e di apertura verso le minoranze le opposizioni del clero cattolico non mancarono. Nel corso di quegli anni più volte si ripeterono gli attacchi (fin dai primi anni ’70) di predicatori dal pulpito contro “le istituzioni e le leggi dello Stato”. Nel 1876, dopo una ulteriore censura lanciata da un frate “quaresimalista” dal pulpito di una chiesa cittadina, il Commissario di Polizia, Boschetti, invitò il Sindaco a “disporre immediatamente un servizio di sorveglianza rigorosa in questa materia affinché non si dia più come in passato, che simili perniciose escandescenze di un partito abbiano a succedere senza la repressione voluta dalla Legge.” 132 Gli attacchi della maggioranza cattolica e del clero non erano dovuti solo a motivi di ignoranza e oscurantismo ma erano generati da ostilità contro il diverso, nei confronti di coloro che venivano reputati (erroneamente133) estranei alla tradizione religiosa italiana. Un’altra spinta all’intolleranza (questa peculiare della chiesa cattolica) era causata dal timore che una parte degli operai cotonieri italiani che partecipavano in gran numero alle conferenze e alle prediche degli evangelici si convertisse alle nuove confessioni. 131 “Era del tutto usuale che, alla comparsa degli evangelici in una città o in un paese, si rispondesse con aggressioni, bastonature, sassaiole, assalti ai locali di culto. Non del tutto usuale, invece, era che le autorità prendessero le parti dei bastonati contro i bastonatori: a volte i sindaci stessi intervenivano a vietare l’opera evangelica, in quanto responsabili della pubblica sicurezza. Nei cimiteri e negli ospedali, era tradizione che il clero facesse da padrone: quindi era cosa di tutti i giorni che a defunti evangelici venisse rifiutata la sepoltura, oppure che ad evangelici moribondi in ospedale venissero fatte ogni sorta di pressioni per strappare loro un’abiura in articulo mortis. Ancor più abituale era l’uso del licenziamento dal lavoro, del boicottaggio economico e dello sfratto dall’abitazione come mezzo persuasivo per ricondurre le pecorelle traviate nell’ovile cattolico.” Vedi: GIORGIO SPINI, Risorgimento e protestanti, Claudiana, 1998, pag. 303 132A.S.C.P., Ref. XII, Fasc. 3, Polizia, Anno 1876, n. 650 del 30 marzo 1876. 133 Spesso si ignora quanto siano radicate e facciano parte della tradizione religiosa italiana le Chiese Evangeliche: bastano due esempi per ricordarlo: 1) la Chiesa Valdese (facente parte delle chiese riformate) è presente in Italia dalla fine del XII secolo e nonostante infinite persecuzioni nel Seicento e Settecento è riuscita a sopravvivere rifugiandosi in alcune valli del Piemonte, per poi riprendere a diffondersi in tutt’Italia dalla seconda metà dell’Ottocento; 2) Le presenze protestanti a Venezia e Trieste dal Cinquecento in poi non si sono mai spente grazie anche all’arrivo di numerose colonie svizzero-tedesche. Il “rispuntare” di Chiese protestanti nell’Ottocento non è quindi riconducibile solamente all’arrivo di missionari anglosassoni ma è dovuto a diversi canali di diffusione: l’opera di conversione attuata dalla Chiesa Valdese dal 1848 in poi; la presenza di colonie straniere svizzero-tedesche che hanno dato protezione ed appoggio ai nascenti gruppi di protestanti italiani (ad esempio un padrone protestante non licenziava i suoi operai per il loro credo religioso); gli ambienti dell’emigrazione risorgimentale (e spesso anche quelli dell’emigrazione dovuta a motivi economici o di studio) che avevano intrecciato legami non solamente con il mondo anglosassone ma anche con altre chiese riformate d’Europa. 88 8.2 - L’intolleranza religiosa La vita per le prime comunità protestanti pordenonesi non fu certo facile sia per la mancanza di mezzi sia per l’isolamento e la lontananza da altre comunità che potevano offrire un sostegno; inoltre non mancarono atti di persecuzione e vandalismi nei confronti delle proprietà della comunità, azioni spesso sobillate dal clero cattolico. La discriminazione ci fu e alla luce del sole, sfrontata e spesso violenta e attuata da gruppi di persone anche numerose, come nel caso di Valvasone, nel 1905, dove il popolino rovesciò il banco e strappò le Bibbie di Antonio Rosset, colportore Battista o come nell’episodio che si verificò a Torre, nel 1874, dove da una processione cattolica si staccarono diverse persone per aggredire Francesco Furlanetti poiché non si era tolto il cappello al passaggio del corteo religioso. Come in altre parti del Regno Austriaco “la chiesa cattolica desiderava difendere ad ogni costo la sua presenza che sentiva minacciata” da altre fedi religiose.134 Vi fu una doppia azione: da una parte l’intervento, con sermoni dall’altare, per isolare gli eretici “acattolici” e stranieri (e così salvaguardare i fedeli dalla contaminazione ereticale protestante) e con lettere e proteste alla municipalità per impedire che le salme degli “eretici” venissero mescolate con quelle dei cattolici nel terreno consacrato dei cimiteri (vedi i due casi sottoriportati), e dall’altra vi furono le manifestazioni “sanfediste” che avevano per protagonista il ceto più basso (nella gerarchia sociale) della popolazione e più incolto (villici o sottoproletari utilizzati come manodopera per azioni di intolleranza). È da rilevare che le azioni persecutorie di intolleranza colpirono sia le cose sia le persone con aggressioni fisiche che, per fortuna, non ebbero conseguenze gravi.135 I pregiudizi non riguardavano solo i vivi, anche i morti erano soggetti a discriminazione: - la segregazione delle salme (secondo il credo religioso) era ampliamente applicata; - è testimoniato dai documenti, fin dal 1844, il divieto, richiamato dai parroci (vedi Torre), di seppellire le salme dei deceduti protestanti (e ancor di più ebrei) nei cimiteri cittadini. Ai Protestanti e agli Ebrei era riservato un recinto esterno. - una lunga lista di azioni ostili e violente sono documentate dalla stampa e da documenti d’archivio: 134 Vedi il caso di Capriva (GO) e la campagna diffamatoria lanciata dal giornale cattolico dell’arcidiocesi triestina “L’Eco del Litorale” nei confronti della contessa Elvine de la Tour, protestante, per le sue istituzione di soccorso e assistenza alle classi più umili. In: ORIETTA ALTIERI, La comunità evangelica di Gorizia, pag. 425 135 Un esito tragico ebbe purtroppo l’aggressione del valdese Raimondo Mazzeri, colportore di Tramonti di Sopra, che nel 1875 moriva in seguito alle percosse ricevute poco dopo la visita alla locale comunità del pastore Benedetto Fissolo di Venezia. Episodio riportato in: ANTONELLA E ANGELO MAZZOTTA, Il Signore degli altri, Edizioni Concordia Sette Pordenone. Le comunità dei non cattolici nel Friuli Occidentale, pag. 41 89 1872 - Un atto di intolleranza vero e proprio avviene precedentemente all’anno 1872, ed è il danneggiamento (“malizioso”) dei muri del “cimitero anabattista” di Torre. 1875 - Si verifica un’aggressione a Francesco Furlanetti. Il 17 maggio 1875, durante lo svolgimento di una processione, un villico aggredisce con parole e con violenze il Furlanetti perché non si era tolto il cappello al passaggio della processione. “Il signor F.F. che stava leggendo un libro sulla porta di casa sua in Torre, mentre passava una processione organizzata, non sappiamo in onore di quale Santo, da quel reverendo Parroco, venne improvvisamente aggredito con parole e con violenze da un villico che voleva imporgli di levare il cappello. … Si noti che non è la prima volta che a Torre succedono simili inconvenienti, ed un pronto provvedimento è quindi urgentemente reclamato.” Come riportato dal giornalista de “Il Tagliamento” non era la prima volta che avvenivano aggressioni per motivi religiosi a Torre, e se vi era urgente bisogno di provvedimenti di ordine pubblico la situazione doveva essere abbastanza grave.136 1878- “Alla morte di tale Domenico Sacilotto, convertito all’evangelo, i preti, sostenuti dai parenti, pretesero di fargli il funerale cattolico, nonostante egli avesse protestato fino alla morte di essere evangelico e si fosse ripetutamente rifiutato di confessarsi.” 137 Per un protestante usufruire di qualsiasi servizio pubblico era difficile, come sottolinea Domenico Maselli: “Non mancavano difficoltà per la vita di ogni giorno, dovute alla dura opposizione del clero. Esse erano specialmente gravi, là dove i comuni erano gestiti dal partito clericale. Era difficile, per un protestante, essere ricoverato in ospedale, mandare i figli alle scuole pubbliche, allora municipali, i cui insegnanti erano spesso preti, seppellire i propri morti nei cimiteri pubblici. A ciò si aggiungevano le difficoltà di trovare case in affitto o la possibilità di perdere il lavoro per motivi di fede.” 138 1879 “A Pordenone, dove “l’opera è nuova, perché sorta da qualche anno”, continuarono le difficoltà con il clero. Abbiamo notizie di contrasti con il parroco, che voleva impedire la tumulazione nel cimitero di un bambino di due anni, figlio di Pietro Colombo, 136 “Il Tagliamento”, n. 21 del 22 maggio 1875. Qualche anno dopo, nel 1877, il Sindaco di Pordenone segnalò al Commissario distrettuale che nell’occasione della solita processione del venerdì santo non vi era nessun pericolo per la pubblica tranquillità ad eccezione della possibilità “che qualche processionante facesse qualche atto d’intolleranza contro cittadini di diversa opinione” religiosa. A.S.C.P., Ref. IV, Fasc. 3, Anno 1879, n. 764 del 30 marzo 1877. 137 Testimonianza di Luigi Signorelli contenuta in “Il Seminatore” giugno 1878, pp. 101-102. 138 DOMENICO MASELLI, La libertà religiosa in Italia dal 1848 alla Costituente repubblicana, in AA.VV., La libertà degli altri, Federazione delle chiese evangeliche in Italia – Unione italiana delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno 1998, pp. 39-40. 90 abitante in frazione Rorai, uno dei primi convertiti a Pordenone e nella cui casa si erano tenute delle riunioni di culto: poiché il bambino non era stato fatto battezzare dai genitori evangelici, non poteva essere sepolto in terra consacrata.” 139 1880 “Altri problemi si ebbero l’anno dopo, nella primavera del 1880, quando morì la moglie del Colombo. Nonostante l’intervento della madre e di altri parenti, ella non volle che chiamassero né confessori né preti per l’estrema unzione; ci fu rumore della folla in occasione del funerale ma l’intervento della pubblica autorità fu sufficiente a mantenere la calma.” 140 1882 – Nelle serate di giugno una “Società di Evangelisti” (sic) teneva delle “prediche”. Non sappiamo in quale cortile privato (è molto improbabile che le conferenze si svolgessero in un’area pubblica) e non siamo nemmeno riusciti a identificare il nome di questà “Società”. Probabilmente le conferenze si tennero nei quartieri operai di Torre e Roraigrande dove maggiore era il numero di fedeli del culto evangelico (presso l’abitazione del Colombo o nella corte interna di quella del Furlanetti). Per diversi giorni di seguito dei gruppi di cattolici cercarono di impedire lo svolgimento delle “prediche” evangeliche, molestando e interrompendo il pastore. Solamente l’intervento della Guardia Municipale Pietro Commisso che diffidò e allontanò più volte e per diversi giorni i provocatori consentì agli evangelici di proseguire e completare le proprie conferenze.141 1889 – Attacco del padre predicatore dal pulpito contro l’eretico Emilio Wepfer. Entrambe le due comunità protestanti, italiana e svizzera, erano fatte bersaglio di gesti e atteggiamenti ostili da parte della componente cattolica della popolazione e questo indubbiamente le accomunava, le faceva sentire più vicine. Per il clero cattolico il pericolo della diffusione dell’eresia stava prima di tutto nella frequentazione degli eretici; risultava ancor più grave recarsi in quaresima a festeggiare in casa di un “eretico”, italiani e stranieri mescolati: “Era peccato, disse il padre predicatore, presentarsi e divertirsi in quaresima e in casa di un eretico e alludeva alla diversa religione del cav. Wepfer, come se egli avesse fatto spregio all’altrui pensiero o recato offesa alla religione. Il cav. Wepfer sa rispettare e rispetta le credenze di ognuno, non solo, ma non lascia nemmeno cura alcuna perché i suoi dipendenti siano liberi in quanto riguarda le pratiche religiose e ne da prova facendo istruire da un sacerdote i ragazzi del suo stabilimento.” 142 139 Luigi Signorelli, Corrispondenza, in “Il Seminatore” febbraio 1879, pp. 39-40. 140 Luigi Signorelli, Corrispondenza, in “Il Seminatore” febbraio 1880, pp. 114-117. 141 A.S.C.P., Ref. VII, Sanità, Anno 1882, n. 1328 del 25 giugno 1882. 142 “Il Tagliamento”, 6 aprile 1889, n. 14. 91 Fu un attacco personale e pretestuoso; come ricordava l’articolista, il Wepfer aveva sempre dato prova di tolleranza in campo religioso soprattutto nei riguardi dei cattolici, facendo istruire i ragazzi lavoratori della fabbrica da un prete. Ciò a cui mirava il predicatore era bollare come eretici, come diversi, coloro che avevano un’altra fede rispetto al cattolicesimo. 1890 – Nonostante il clima anticlericale che si respirava in città 143 gli atti di intolleranza continuarono: ne fu testimonianza (nemmeno otto mesi dopo l’attacco del padre predicatore) l’aggressione a un corteo funebre di un gruppo di giovinastri, con fischi e insulti: “Sabato, 18 corrente (gennaio 1890), abbiamo assistito ad una scena disgustosa. Si portava al cimitero una povera donna morta di parto, moglie di tal Puiatti fruttivendolo di qui, con rito puramente evangelico. Al passaggio del convoglio funebre al largo del Municipio, due individui fischiarono il convoglio e pronunciarono parole d’insulto, dando così luogo alla più sentita e poco lodevole intolleranza di culto.” (Il coniuge della deceduta era Giovanni Puiatti di Prata).144 1891 – L’ostracismo verso i defunti e l’Aparthaid delle salme erano rivolti anche verso la piccola comunità ebrea. Questa volta, però, a differenza degli anni quaranta, le proteste vennero rimandate al mittente, anche perché la famiglia del deceduto aveva acquistato nel cimitero un apposito spazio ove seppellire il congiunto. “Si assicura che nella recente occasione del trasporto al nostro cimitero della salma di un acattolico (ebreo), i parroci della città abbiano fatto per lettera diretta al Sindaco delle serie rimostranze riservandosi di protestare formalmente quando per avventura il caso si rinnovasse. Evidentemente il nostro clero non conosce, o non vuol conoscere, il diritto sancito dalle leggi e dai regolamenti nella materia e la lettera-rimostranza fu giustamente rimandata agli autori, come lo sarà senza dubbio la eventuale epistola-protesta.” 145 1903 – “Nel 1903 Antonio Rosset (colportore) fu protagonista di un atto vandalico compiuto nei suoi confronti, da cui uscì indenne fisicamente ma con quasi tutto il suo materiale biblico distrutto. Recatosi sulla piazza di Valvasone per partecipare con il suo banchetto di Bibbie al mercato, che vi si teneva ogni quarto lunedì del mese, fu avvicinato da tre persone, che, dopo averlo provocato a parole, gli rovesciarono la bancarella gettando a terra quanto vi era esposto. La folla presente cominciò a raccogliere le Bibbie e a strappar143 Nel 1889, in concomitanza con le celebrazione per il monumento di Giordano Bruno a piazza dei Fiori a Roma, una manifestazione spontanea anticlericale capitanata dai giovani signori della città si dirige fin sotto il Municipio. Vedi “Il Tagliamento” del 15 giugno 1889, n. 24. 144 “Il Tagliamento”, Anno XX, n. 4 del 25 gennaio 1890. 145 “Il Tagliamento” del 7 febbraio 1891- n. 6 - Anno XXI. 92 ne le pagine con disprezzo, tanto da riempire tutta la piazza di fogli e brandelli.” (la legge secolare intervenne severamente con la condanna per tre autori materiali dell’aggressione e del parroco del paese, ritenuto l’istigatore).146 1904 – Accuse lanciate dal quaresimalista di Pordenone contro i protestanti nel marzo 1904. Dopo l’ulteriore attacco pubblico lanciato dall’altare e il susseguente invito del pastore Angeleri a un confronto pubblico sul tema della riforma, i “papisti” non diedero alcuna risposta. La tecnica di ignorare il proprio avversario per annullarlo questa volta non diede frutto. La conferenza tenuta dal pastore Angeleri ebbe infatti un successo strepitoso: “In seguito a certe accuse lanciate dal quaresimalista di Pordenone contro i riformatori Lutero e Calvino e contro i protestanti in generale, il nostro Pastore Sig. Angeleri gli mandò una lettera domandando un contraddittorio. Non avendo avuto una risposta, domenica 20 marzo tenne una pubblica conferenza nel Salone (teatro) Coiazzi in risposta al quaresimalista davanti ad un uditorio di oltre 500 persone, tra cui notammo professori, giudici, impiegati, ecc.” (negli eccetera sono compresi gli operai che sicuramente erano la maggioranza).147 1908 È la notte di Natale del 1908, momento di raccoglimento. Ciascun credente dovrebbe intensificare i sentimenti di pace e fratellanza verso gli altri uomini, verso i più deboli e in special modo verso chi non fa parte della propria comunità. È quindi difficile comprendere un gesto di aggressione verso un’altra chiesa, verso altri fratelli cristiani seppure di confessione protestante: ”La mattina del natale abbiamo avuto un edificante culto con la celebrazione della S. Cena. Però per quella stessa mattina gli eroi delle tenebre ci avevano preparato una brutta sorpresa … Alcuni giovanotti appartenenti, si dice, al circolo cattolico di San Luigi, la notte di Natale, dopo aver visitato parecchie taverne e aver assistito alla (loro) messa di mezzanotte, nel ritorno a casa hanno sfogato il loro furore clericale contro le porte della nostra Chiesa, sfondandole e fracassando l’invetriata interna.” 148 Di fronte alle aggressioni ed agli attacchi delinquenziali la comunità evangelica non indietreggiò. Nei casi più gravi venne presentata denuncia alla magistratura contro gli aggressori (vedi notte di Natale 1908 - caso del funerale Puiatti - aggressione al 146 Testimonianza di Giuseppe Corai, raccolta in: RUBEN CORAI, La comunità evangelica battista di Pordenone, ciclostilato, giugno 1981. 147 NUNZIO PALMINOTA, La Chiesa Battista di Pordenone – 1° parte - Pag. 403. 148 Testimonianza del Pastore Stanganini . Vedi “Il Testimonio”, gennaio 1908, pag. 438. 93 Rosset) riuscendo quasi sempre ad ottenere giustizia. Soprattutto la comunità non assunse un atteggiamento di chiusura e di difesa, partecipando invece alle manifestazioni pubbliche (manifestazioni sindacali e operaie) e manifestando apertamente le proprie opinioni religiose e politiche, perfino invitando a un pubblico confronto la controparte (conferenza del marzo 1904). 8.3 - Altre forme di intolleranza: l’intolleranza etnica verso i Tedeschi Il caso Wepfer rappresenta un esempio emblematico. Egli venne a risiedere a Pordenone nel 1874 e visse a Pordenone fino alla morte, avvenuta nel 1890. I suoi figli nacquero quasi tutti a Pordenone. Fu molto legato alla città (vedi i molteplici gesti di generosità nei riguardi dei suoi operai e dei cittadini pordenonesi). Fu molto amato dai suoi operai (lo prova la fiaccolata organizzata quando Wepfer si ristabilisce dalla malattia). Nonostante tutto ciò la famiglia Wepfer (a differenza dei Locatelli) non riuscì a integrarsi nella comunità pordenonese e alla morte dell’imprenditore si trasferì in Germania. Quali i motivi di una mancata integrazione? Indubbiamente l’ostilità, fomentata dai preti fra la massa dei lavoratori industriali e agricoli, riuscì a far breccia. Vi sono parecchie prove della presenza di un sentimento antitedesco: nel 1885 apparvero sui muri della città delle scritte “A.M.I.T.d.A.eW.” che volevano significare: “A morte i tedeschi di Amman e Wepfer”; durante il processo Hermann (1890), il delegato di Pubblica Sicurezza, Ernesto Bruschi, riferì che a Pordenone vi era “una speciale avversione per i tedeschi nel circondario”.149 Per ultimo si arrivò a delle manifestazioni di piazza contro i tedeschi presenti a Pordenone. Se oltre alle ricorrenti crisi del settore tessile si aggiungeva un clima di odio e di intolleranza di questo tipo, per la comunità straniera germanica di Pordenone non restava, come per la famiglia Wepfer, che l’emigrazione al Nord. 8.4 - A morte i Tedeschi L’odio contro gli immigrati germanici, alla fine Ottocento, non si tradusse, fortunatamente, in persecuzione generale di tutta la popolazione italiana contro gli oltremontani (è da ricordare che sotto la denominazione di “svizzeri” o “tedeschi” stava un insieme molto vario di nazioni: svizzeri, austriaci, bavaresi, slesiani, ungheresi, slavi, ecc.). Non partecipò 149 Il giorno della partenza di Herrmann da Pordenone una folla di operai tentò di irrompere nella stazione ferroviaria per aggredirlo e fu fermata a stento dai tutori dell’ordine. In TERESINA DEGAN, Industria tessile e lotte operaie, Del Bianco Editore, 1981, pag. 56. 94 alla campagna d’intolleranza, difendendo invece i diritti civili e politici degli acattolici, l’illuminata élite borghese liberale, di tradizione risorgimentale, che guidava la città. Fu un movimento che interessò il clero, alcune frange estremiste radicali (gli anarchici) e il basso popolo (in special modo i contadini, i “villici”). Nelle manifestazioni di ostilità antitedesca si possono distinguere diverse componenti: a) quella politica, radicale-anarchica, contro i vertici del potere economico e sociale che si espresse con gli attentati contro i direttori degli stabilimenti Hermann, Jenny e Mayer e in diverse manifestazioni di piazza150; b) quella etnica e culturale che contrapponeva due razze e due culture differenti: la maggioranza italiana (formata in gran parte da operai subordinati e illetterati (l’80% della popolazione non sapeva né leggere né scrivere) e la minoranza dei “diversi” (formata da imprenditori e tecnici di lingua e cultura germanica, mediamente dotati di un buon bagaglio culturale). All’odio per lo straniero si sovrapponeva il sentimento nazionalistico che identificava il tedesco con colui che aveva asservito l’Italia e ostacolato la libertà degli Italiani; c) quella religiosa contro Protestanti e Ebrei. Non sempre queste diverse cause di contrapposizione e intolleranza agirono congiuntamente, ma ci furono dei momenti in cui l’ostilità popolare si coagulò contro un unico nemico, una circostanza in cui sfruttatore, straniero, diverso, eretico furono caratteri addebitati alla stessa persona. Per esempio, nel caso di Wepfer agli attacchi del predicatore dall’altare (che lo definì un eretico) si sommarono le scritte anarchiche anonime sui muri della città che ne chiedevano la morte in quanto padrone e in quanto tedesco (“A. M. I T. A. E W.”). È proprio a causa di questo movimento antitedesco di massa se la convivenza fra le diverse comunità fu resa difficile. Ed è a causa degli stessi motivi se fu ostacolata l’integrazione di una comunità straniera che arrivò a contare quasi 200 persone: infatti di tutti questi immigrati che vivevano nell’Ottocento a Pordenone ne è rimasta solo qualche traccia. Non solo sono stati cancellati i luoghi che caratterizzavano la presenza straniera (luoghi di culto, cimiteri, scuole, ecc.) ma anche nella memoria della gente è scomparsa qualsiasi reminescenza. Rimangono testimoni di quella presenza i vecchi cotonifici diroccati di Torre, Borgomeduna, Fiume Veneto e Cordenons, con le loro originali architetture industriali ottocentesche. 150 Le azioni più clamorose degli anarchici furono gli attentati contro il direttore e comproprietario della Filatura di Torre, Oscar Herrmann, (avvenuto il 3 novembre 1888) e contro il direttore della Tessitura di Roraigrande, J. Mayer (avvenuto nel febbraio 1889). Entrambi scamparono alla morte per puro caso. Gli anarchici godevano della simpatia e dell’appoggio di buona parte della popolazione del quartiere di Torre. I testimoni utilizzati dall’accusa nel processo che portò alla condanna di Antonio Praturlon e Giovanni Carlis venivano aggrediti con insulti e fischi dalla popolazione del quartiere ogniqualvolta uscivano dalla propria abitazione. Per proteggere i due testimoni l’autorità di P.S. dovette attivare un servizio di protezione. Vedi: “Il Tagliamento”, 23 agosto 1890, N. 34. La notizia dell’attentato a Jenny è riportata nel giornale “La Patria del Friuli” del 7 agosto 1890 (senza alcuna specificazione); vedi “La Patria del Friuli”, 7 agosto 1890, n. 187, Anno XIV, pag. 2. 95 8.5 - L’incontro tra la colonia protestante italiana e quella straniera Contatti tra i diversi gruppi etnici protestanti sicuramente vi sono sempre stati poiché la stessa struttura dell’immigrazione tessile era per sua natura multireligiosa e multietnica. Le difficoltà del lavoro e della vita hanno indubbiamente favorito l’aggregazione, tra le diverse nazionalità, intorno alla fede in Cristo, riavvicinando le diverse congregazioni evangeliche: i protestanti dei diversi paesi simpatizzavano e solidarizzavano tra loro (cercando dei punti d’incontro e delle similitudini tra i loro diversi indirizzi religiosi) come pure facevano i cattolici veneti e carnici e austriaci o di altre nazioni. L’unione tra i diversi gruppi protestanti (formati da veneti, friulani, svizzeri, tedeschi, ecc.) avviene con certezza nell’anno 1909 grazie all’opera di intermediazione della moglie del pastore Stanganini. La moglie del pastore Stanganini era di nazionalità svizzera. È curioso il fatto che troviamo un legame o una relazione con la Svizzera in molti pastori pordenonesi dei primi decenni del Novecento. È probabile che uno dei requisiti a favore dell’assegnazione di un pastore a Pordenone fosse la nazionalità svizzera (oltre alla moglie dello Stanganini era Svizzero il pastore Ambrosini e di origini elvetiche era il pastore Emilio Luginbuhl). Grazie a questa identità, la moglie del pastore riesce a introdursi in molte famiglie della colonia straniera. La Festa dell’Albero del dicembre 1909 vede la partecipazione di trenta famiglie svizzere e dieci tedesche. In quest’anno la colonia straniera sostiene con offerte e doni l’attività pastorale e concorre alla preparazione della Festa di Natale. Grazie a ciò il pastore Stanganini descrive in termini positivi la festa di Natale del 1909 : “In quest’opera benedetta mi hanno aiutato assai oltre la mia buona signora anche la colonia straniera coll’opere e con doni. Hanno assistito alla nostra festa almeno 30 signori coi loro figli svizzeri 10 tedeschi oltre tutte le famiglie della nostra chiesa e molte altre del paese.” Gli stranieri promettono di inviare i loro figli alla scuola domenicale: “Si spera entro l’anno corrente la nostra scuola domenicale aumenterà, poiché alcune famiglie straniere che fino ad ora non mandavano i propri figli alla scuola domenicale hanno promesso di mandarli, vista l’utilità della su medesima.” 151 Questa proficua partecipazione proseguì anche negli anni successivi. I fatti poco edificanti che avevano impedito precedentemente qualsiasi avvicinamento, cui fa accenno il pastore nella sua relazione, potrebbero essere legati alle solite azioni intolleranti da parte italocattolica ma non minor peso può aver avuto il clima conflittuale interno alla comunità battista. Nella sua relazione alla fine dell’anno 1909 il pastore Stanganini rilevò che la sua predicazione era diretta verso tre gruppi di persone: 1° gli italiani che facevano parte 151 A.S.T.V., Serie VII, Chiese locali immobili, Sottoserie Chiese stabili, Pordenone, 112 (211): Relazione dell’Opera Battista di Pordenone per l’anno 1909. 96 della chiesa; 2° i cattolici o gli atei indifferenti; 3° la colonia straniera e più precisamente: “coloro che fanno parte della colonia straniera composta di una quarantina di evangelici svizzeri e tedeschi. Questi fino l’anno passato mai si erano avvicinati a noi a motivo della divisione e dei fatti poco edificanti (?) accaduti avanti che venissero qua (?). Adesso vengono ai nostri culti a la scuola domenicale … dei nostri fratelli e ottime testimonianze del paese. I nostri fratelli ripetono spesso che mai la nostra Chiesa battista è stata tenuta nel concetto come ora dai cittadini di Pordenone. A questo risultato vi ha contribuito molto l’opera della mia buona … la quale essendo svizzera ha potuto introdursi in tutte le famiglie del intero paese le quali benché sappiano che noi siamo battisti ben … vengono alle adunanze. Questo fatto … occasione di parlare sovente dei nostri principi distintivi e specialmente del battesimo dei credenti. Con queste famiglie che sono riformate , 6 Zuingliane (sic), ed ho … che in generale l’approvano;” La relazione del 1909 è importante perché fa un riferimento alla confessione religiosa degli stranieri: gli Svizzeri erano di religione riformata, i tedeschi Zwingliani. Anche nella relazione dell’anno 1910 vi è un cenno alla partecipazione della colonia straniera: “In secondo luogo il mio lavoro si è esteso alle famiglie evangeliche straniere che risiedono in Pordenone. Sono famiglie che frequentano i nostri culti, col loro vantaggio spirituale (e) soddisfazione dei nostri fratelli e della cittadinanza. E con soddisfazione il giorno di Natale vedere la Chiesa piena.” 152 I due gruppi, quello della Chiesa Libera (pastore Moisè Valobra) e quello della Chiesa Battista (pastore Aristarco Fasulo) si fusero nel 1913, in occasione dell’inaugurazione del nuovo tempio in Via Grigoletti. Il tempio venne realizzato durante la guida del pastore Stanganini. Il terreno era stato acquistato fin dal novembre 1912 e nell’estate del 1913 se ne iniziarono i lavori con il sostegno economico del Comitato italo-americano. L’inaugurazione avvenne il 21 dicembre 1913 (presente il pastore Roberto Teubel di Milano). Il tempio veniva così descritto da un cronista del “Testimonio” presente all’inaugurazione: “Al piano superiore della costruzione si trova una bella e comoda abitazione per il Pastore esternamente così ben mascherata da dare a tutto il frontespizio la forma di una basilica dall’aspetto assai gentile. Il vasto oratorio a pianoterra, pure a sua volta, fa l’impressione di un tempio colla sua soffitta dipinta con arte sobria, con le finestre alte e slanciate, e con la triplice fila di eleganti panche di noce americana, che offrono centocinquanta comodi posti a sedere. Dietro il pulpito del medesimo stile delle panche, si trova il battistero, certamente unico in Italia. Dallo spogliatoio si accede, o discende non per gradini ma per un piano leggermente inclinato al fonte battesimale in forma di grotta o cripta, sormontato 152 A.S.T.V., Serie VII, Chiese locali immobili, Sottoserie Chiese stabili, Pordenone, 112 (211): Relazione dell’Opera Battista di Pordenone 30/12/1910 (per l’anno 1910) (Via Garibaldi, 76). 97 da un arco in muratura convenevolmente fregiato. Il battezzando, scendendo nelle acque, è visibile appena, quando sta nell’acqua, fino alla cintola e rimane pure invisibile nel risalire, cosicché la sola immersione ed emersione viene scorta dal pubblico … Il 21 dicembre si ebbe la solenne inaugurazione. Vi intervenne un numeroso pubblico, oltre duecento persone, tra cui dei signori e delle signore ragguardevoli ed appartenenti alla classe colta. Presiedette il dott. Gill, il quale pronunciò un breve discorso di apertura”.153 Alla fine dell’Ottocento si presentò sulla scena sociale un nuovo soggetto verso cui la Chiesa battista rivolse la sua attenzione: il movimento dei lavoratori. L’impegno per l’emancipazione morale e spirituale dei lavoratori fu però assunto, dagli evangelici, a precise condizioni, cioè senza stravolgere il proprio credo e alterare la propria fede (“guardiamoci bene di alterare il vangelo per attrarre le persone”) e continuando a lavorare in ogni settore della società. L’opera di predicazione e di proselitismo doveva essere rivolta verso tutte le classi sociali senza distinzione di censo o di partito (“noi cristiani dobbiamo predicare il Vangelo senza distinzione di partito a ogni creatura”). Poste queste premesse, la scelta di molti battisti fu quella di impegnarsi per la costruzione di una società più vicina ai principi cristiani.154 Nell’assemblea di Ferrara del 1908 fu presa la decisione di rivolgere maggiore attenzione alle classi umili della società italiana e nel contempo di battersi contro ingiustizie “individuali o sociali” senza condizionamenti o pregiudizi di sorta: “ogni evangelista si dia ogni studio a conoscere e comprendere le condizioni di vita, i sentimenti, le aspirazioni politiche e sociali della popolazione in mezzo alla quale lavora; e che ogni ingiustizia individuale o sociale conformemente al Vangelo di Cristo, sia da lui combattuta senza riguardi alla qualità delle persone.” 155 153 Vedi: “La Patria del Friuli”, 23 dicembre 1913, Anno XXXVI, N. 356 e “Il Testimonio”, gennaio 1914. 154 A.S.T.V., Serie II, Assemblee generali, 1884-1920, n. 7, Assemblea della Chiesa Italia Settentrionale tenuta a Ferrara il 3-4 dicembre 1908, Relazione di Giovanni Arbanasich. 155 A.S.T.V., Serie II, Assemblee generali, 1884-1920, n. 7, Assemblea della Chiesa Italia Settentrionale tenuta a Ferrara il 3-4 dicembre 1908, Relazione di Giovanni Arbanasich. 98 Capitolo nono 9. Un pastore luterano ai funerali di Emilio Wepfer: Theodor Elze di Elena De Mattia Il nome di Theodor Elze compare nelle cronache cittadine in occasione dei funerali dell’industriale Emilio Wepfer, durante i quali tenne un elogio funebre che fu ascoltato dalle migliaia di persone convenute per l’occasione. Ma chi era questo pastore e quali furono i suoi contatti con la città di Pordenone? Sorprenderà constatare che dietro ad un nome che suscita oggi scarsa risonanza si cela il ritratto di una personalità di grande levatura intellettuale ed eccezionale versatilità, che ebbe modo non solo di farsi apprezzare nel mondo protestante per la lunga e intensa attività pastorale, ma anche di farsi conoscere e stimare negli ambienti intellettuali per l’infaticabile dedizione agli studi, che lo portò ad occuparsi di settori molto lontani tra loro e a testimoniare la sua erudizione in numerosi scritti. Ludwig Theodor Elze, nato nel 1823 nel ducato di Anhalt, iniziò gli studi di teologia nel 1842, prima all’Università di Tubinga ed in seguito a Berlino. Nel 1845 entrò al servizio del principe di Anhalt in qualità di istitutore del figlio maggiore156; la sua permanenza a Firenze, dove risiedeva il principe, fu una tappa fondamentale per la sua formazione sia come pastore che come studioso di storia, letteratura ed antichità. In seguito, nel 1852, fu scelto come pastore della Chiesa protestante di Lubiana, la prima sorta nella provincia austro-ungarica della Carniola157 fin dai tempi della dispersione dei protestanti sloveni avvenuta nel XVI secolo sotto l’imperatore Ferdinando II158. Durante la permanenza a Lubiana, Elze si adoperò per la crescita della nuova Chiesa159, costituendo, ad esempio, un’unione femminile molto attiva ed una scuola per i bambini 156 Alcune tappe poco conosciute della vita di Theodor Elze sono state ricostruite da Eugen Lessing (pastore a Venezia negli anni 1897-98 e 1921-39), che scrisse un ampliamento dell’opera dedicata da Elze alla storia della comunità luterana di Venezia, inserendovi anche un profilo biografico dello stesso Elze: Geschichte der protestantischen Bewegungen und der deutschen evangelischen Gemeinde A. C. in Venedig von Theodor Elze, Neubearbeitet und bis zur Gegenwart fortgefürt von E. LESSING, Florenz, B. Coppini & C., 1941, pp. 106-119. 157 Denominata in tedesco Krain (e in sloveno Kranjska), questa provincia aveva come capitale Lubiana e, a differenza di altre province dell’impero, la sua popolazione era per la quasi totalità di lingua slovena. 158 Evangelical Christendom, vol. VI, p. 28: stampato nel 1852, questo numero del notiziario evangelico rende noto che il tempio protestante di Lubiana, la cui costruzione era iniziata nel 1850, è stato appena ultimato ed è in attesa di essere consacrato dal pastore recentemente eletto, Elze appunto; la consacrazione avvenne quello stesso anno, come apprendiamo dal successivo numero del notiziario: Evangelical Christendom, vol. VII, 1853, p. 1. 159 Secondo il citato Evangelical Christendom, vol. VII, la comunità contava già un numero di membri ragguardevole, circa 250. 99 Frontespizio dell ’opera per la quale Theodor Elze fu insignito della Laurea Honoris Causa. 100 della comunità160; avviò, inoltre, in collaborazione con la Società storica per la Carniola, una serie di ricerche che avrebbero dato origine, negli anni, a numerosi studi dedicati alla storia della Riforma in Slovenia, alla cultura della Carniola, alla vita e alle opere di riformatori locali. Dopo il lungo periodo trascorso a Lubiana, nel 1865 Elze fu chiamato a guidare una comunità protestante a Merano: qui, nei suoi tre anni di ministero, seppe farsi conoscere e benvolere anche al di fuori della comunità grazie alle numerose attività di pubblico interesse che riuscì a promuovere161. Nel 1869 giunse quindi a Venezia, dove succedette a Theodor Wittchen come pastore della storica comunità luterana: costituitasi già nel XVII secolo, essa aveva recentemente acquisito i locali della Scuola dell’Angelo custode in campo Santi Apostoli e contava, al momento dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia, più di cento membri162. In realtà, come ebbe modo di osservare fin da subito il pastore Elze, la partecipazione alle funzioni ed alle attività della Chiesa era soggetta a forti oscillazioni: molti residenti, infatti, si trasferivano sulla terraferma per alcuni mesi dell’anno, mentre, d’altro canto, la città lagunare cominciava ad attirare un considerevole afflusso di turisti, che contribuiva a portare numerosi stranieri a contatto con la comunità; essa divenne così proprio in quegli anni il principale punto di riferimento per i protestanti di diverse nazionalità presenti a Venezia: per questo, per un periodo, fu istituito un servizio domenicale in lingua francese, che potesse coinvolgere anche coloro che non parlavano il tedesco; ma il sostegno offerto a queste persone assumeva anche altre forme significative: durante il suo ministero, infatti, il pastore Elze tenne numerosi servizi funebri per cittadini stranieri di fede evangelica, che trovarono una sepoltura nella parte del cimitero cittadino riservata alla comunità luterana163. Il pastore si dedicò molto, naturalmente, anche alla crescita della comunità di lingua tedesca: nel 1876, ad esempio, fu istituita sotto la guida di insegnanti giunti appositamente dalla Germania una scuola per i bambini della comunità, che proseguì le sue attività per quasi un decennio. La Chiesa luterana fu visitata in quegli anni da molte personalità e da membri della famiglia imperiale, che, con doni ed elargizioni, contribuirono al suo sostentamento; ma fu molto sentito nella comunità anche l’impegno a sostenere con offerte altre Chiese luterane nel mondo: a questo scopo il pastore Elze fondò nel 1870 una filiale veneziana della Fondazione denominata Gustav-Adolf-Stiftung, nata in Ger160 Si vedano, in proposito, i seguenti libretti a stampa: Der Frauenverein der evangelischen Gemeinde Laibach. Sein Werden und Wirken von 1856-1905, [o.O.], 1906; Kindergarten des evangelischen Frauenvereines in Laibach, Laibach, Kleinmayr, 1905. 161 T. ELZE, E. LESSING, Geschichte der protestantischen Bewegungen …, Op. Cit., pp. 106-107. 162 V. VINAY, Storia dei Valdesi 3: dal movimento evangelico italiano al movimento ecumenico, Torino, Claudiana, [1980], pp. 12-3, p. 140; tuttavia, per una determinazione più precisa del numero dei membri della comunità, si veda: T. ELZE, E. LESSING, Geschichte der protestantischen Bewegungen …, Op. Cit., p. 116. 163 T. ELZE, E. LESSING, Geschichte der protestantischen Bewegungen …, Op. Cit., p. 108-114. 101 Tomba di Theodor Elze a Venezia nel Cimitero degli Evangelici (isola di San Michele). mania per sostenere le Chiese protestanti e l’evangelizzazione al di fuori dei confini nazionali. Elze volle dedicarsi anche alla “diaspora” protestante a lui più vicina: entrò così in contatto con alcune comunità di lingua tedesca che andavano formandosi nell’entroterra veneto e friulano principalmente attorno ai recenti insediamenti industriali; fu così che si creò un collegamento tra la Chiesa luterana di Venezia e la città di Pordenone. Qui, infatti, a partire dal 1883, Elze tenne regolarmente “per i dipendenti di una grande filatura di cotone”164 delle funzioni che, in occasione delle principali solennità cristiane, si tenevano il secondo giorno festivo; il pastore veniva inoltre chiamato per tutte le altre celebrazioni. Nacque dunque così, per l’esigenza di curare la comunità protestante che si era formata attorno alle nuove fabbriche, un legame con Pordenone che portò Elze a mantenere frequenti contatti con la città e a presenziare ad importanti funzioni come il funerale di Emilio Wepfer. Gli ultimi anni del ministero di Elze a Venezia furono segnati anche da alcune difficoltà: all’indomani dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia, infatti, la comunità luterana non poteva più far parte della Chiesa evangelica luterana d’Austria e doveva quindi dotarsi di una nuova costituzione: in questo frangente si trovò percorsa da diverse aspirazioni, rimanere aderente alla tradizione dei padri fondatori da un lato, assecondare la spinta all’innovazione ed al cambiamento dall’altro. 164 “...für die Angestellten einer grossen Baumwollspinnerei”: T. ELZE, E. LESSING, Geschichte der protestantischen Bewegungen …, Op. Cit., pp. 111, che riporta le poche notizie disponibili sui rapporti tra Theodor Elze e la comunità di Pordenone. 102 Il pastore Elze entrò in emeritazione nel 1891165 ma non lasciò mai Venezia: è sepolto infatti nella città che aveva scelto come patria d’adozione e dove era rimasto fino alla morte, avvenuta nel 1900 166. Per capire la statura del pastore Theodor Elze e la grande stima che gli fu accordata negli ambienti intellettuali italiani ed europei, si deve dar conto, oltre che della sua attività pastorale, anche delle numerose opere che ha lasciato ai posteri a testimonianza dei suoi vasti e poliedrici interessi, in virtù dei quali si può affermare che egli riuscì a riunire in sé lo studioso di teologia, lo storico, il linguista, lo studioso di letteratura e tradizioni popolari ed il numismatico167. Se di alcune sue opere si conserva scarsa memoria, molte altre costituiscono ancor’oggi insostituibili punti di riferimento per gli studiosi: tra queste vanno certamente annoverate le tante opere che dedicò alla storia della Riforma nella Carniola, settore ancora pressoché sconosciuto ai suoi contemporanei, che ebbe il merito di documentare con contributi che rimangono ancora, a distanza di molto tempo, fondamentali; tra i vari aspetti da lui presi in esame figurano l’analisi delle opere prodotte dai protestanti sloveni del XVI secolo ed il ruolo dei riformatori locali, tra i quali spicca, naturalmente, la personalità di Primož Trubar 168. Una delle opere che dedicò alla storia culturale della Carniola, intitolata “Die Universität Tübingen und die Studenten aus Krain” gli valse addirittura, nel 1878, il conferimento della prestigiosa laurea honoris causa da parte della 165 C. WEISMANN, Theodor Elze und seine Beziehungen zur Universität Tübingen in: T.ELZE, Die Universität Tübingen und die Studenten aus Krain, Neudruck der Ausgabe aus dem Jahre 1877, München, Trofenik, 1977, p. 117; secondo Lessing, invece, il pensionamento di Elze avvenne alla fine del 1889 (T. ELZE, E. LESSING, Geschichte der protestantischen Bewegungen …, Op. Cit., p. 117). 166 T. ELZE, E. LESSING, Geschichte der protestantischen Bewegungen …, Op. Cit., p. 117. 167 C. WEISMANN, Theodor Elze und seine Beziehungen..., Op. Cit., p. 117. 168 In alcuni scritti Elze si occupò in generale della diffusione del protestantesimo nella regione di Lubiana nel XVI secolo, come ad esempio in: T. ELZE, Geschichte der evangelischen Gemeinde Laibach, Villach, Hoffmann, 1956; T. ELZE, Die Superintendenten der evangelischen Kirche in Krain während des 16. Jh, Wien, Carl Gerold’s Sohn, 1863; in altri si occupò prevalentemente delle testimonianze scritte di quel periodo, come in: T.ELZE, Untersuchungen über die südslavische Literatur der Reformationszeit, Jahrbuch der Gesellschaft für die Geschichte des Protestantismus in Oesterreich, 1872; T. ELZE, Die slowenischen protestantischen Gesangbücher des XVI. Jahrhunderts, Wien-Leipzig, Klinkhardt, 1882, cui possiamo aggiungere anche T. ELZE, Die slowenischen protestantischen Druckschriften des XVI. Jahrhunderts, Venedig, 1896, originarimente pubblicato sulla rivista Jahrbuch der Gesellschaft für die Geschichte des Protestantismus in Oesterreich e oggi conservato in alcune biblioteche tedesche, e T. ELZE, Die slowenischen protestantischen Katechismen des XVI. Jahrhunderts, [S.l., 1892], conservato solo nella Sächsische Landesbibliothek di Dresda. Su Primož Trubar ed altri riformatori locali, invece, vanno ricordati i seguenti titoli: T. ELZE, voce Truber, Primus, in: Allgemeine Deutsche Biographie, Bd. 38, 1894, pp. 669674; Primus Trubers Briefe mit den dazu gehörigen Schriftstücken gesammelt und erlauert von Theodor Elze, Tübingen, Litterarischen Verein in Stuttgart, 1897. T. ELZE, Paul Wiener: Mitreformator in Krain, Gebundener des Evangeliums in Wien, erster evangelischer Bischof in Siebenbürgen, [o.O.], 1882. Mentre era pastore a Venezia, inoltre, Elze fu lo scopritore di un manoscritto contenente un’opera di capitale importanza nella letteratura protestante croata del Cinquecento, intitolata Razgovaranje megiu Papistu i gednim Luteran, come si apprende da O.K. OLSON, Mathias Flacius and the “Bible Institute” in Urach, Kairos, II, 2 (2008), pp. 181-188. 103 Facoltà di Filosofia dell’Università di Tubinga169. Un altro settore di studi cui Elze lasciò contributi importanti fu la storia della Riforma in Italia: redasse infatti una storia dei movimenti protestanti e della comunità evangelica tedesca di Venezia, pubblicata in occasione del quarto centenario della nascita di Lutero, ponendo così le basi per lo studio della presenza protestante a Venezia e nell’Italia settentrionale170. Ma dedicò anche altri studi ad aspetti e personalità meno noti della storia religiosa italiana, come ad esempio alla figura del predicatore Giovanni Buzio da Montalcino, seguace delle idee luterane nell’Italia del Rinascimento. La sua lunga permanenza nel nostro Paese gli consentì inoltre di rinvenire documenti interessanti per la biografia di Lutero171. I preziosi contributi che diede alla storia del protestantesimo italiano gli guadagnarono grande stima e amicizia, come emerge dalla breve ma appassionata presentazione con cui la redazione del periodico Rivista Cristiana, diretto allora da Emilio Comba172, introdusse un suo articolo: “Le quali cose non isfuggirono allo sguardo perspicace del dottissimo sig. Teodoro Elze, che abbiamo il bene di annoverare tra gli amici più seri e spregiudicati del nostro paese, come altresì fra gli studiosi più competenti della nostra storia religiosa”.173 La sua vasta erudizione ed i suoi molteplici interessi lo portarono ad occuparsi anche di argomenti molto diversi tra loro: si dedicò così alla letteratura inglese, ed in particolare a Shakespeare, agli studi linguistici, documentando, ad esempio, il particolare dialetto di 169 C. WEISMANN, Theodor Elze und seine Beziehungen..., Op. Cit., pp. 118-120. 170 Si tratta della già citata Geschichte der protestantischen Bewegungen und der deutschen evangelischen Gemeinde in Venedig, che Elze pubblicò per la prima volta nel 1883 (Bielefeld, Druck von Velhagen & Klasing); ma sull’argomento aveva già prodotto anche un contributo in italiano: I protestanti in Venezia, Rivista Cristiana 3 (1875). 171 Tradusse infatti dal tedesco una testimonianza oculare della morte di Giovanni Buzio (noto anche come il Mollio) da Montalcino, francescano minorita che nel 1538 abbracciò il pensiero luterano e ne iniziò la diffusione nel Nord Italia, ma fu arrestato e bruciato sul rogo nel 1553: T. Elze, Una lettera sulla morte di Giovanni Mollio da Montalcino, Rivista Cristiana 1, 1873, pp. 272-274. Su Lutero si ricordano: T. ELZE, Martino Lutero alla dieta di Vormazia nel 1521 : secondo le lettere e le relazioni degli ambasciatori veneti, Rivista Cristiana, 1875 e T. ELZE, Luthers Reise nach Rom, Berlin, Alexander Duncker, 1899. 172 Si noti che Emilio Comba fu pastore valdese a Venezia negli stessi anni in cui il pastore Elze vi svolgeva il suo ministero. Va ricordato che la predicazione valdese nella città lagunare cominciò solo a partire dall’annessione al Regno d’Italia, quando “protetti all’inizio dalla comunità evangelica tedesca, i valdesi fondarono la loro propria comunità evangelica italiana” (V. VINAY, Op. cit., p. 13). La comunità luterana aveva ricevuto infatti da Vittorio Emanuele II, già nel 1866, il permesso di celebrare il culto a porte aperte (a differenza di quanto avveniva sotto l’Impero austro-ungarico, che imponeva il culto nella sola lingua tedesca e a porte chiuse, non venendo applicato al Lombardo-Veneto il decreto di emancipazione dei sudditi protestanti del 1849, ma solo l’editto di tolleranza del 1781). Dopo la predicazione evangelica di McDougall e Gavazzi, e la breve permanenza del pastore valdese Giovanni Davide Turin, fu Emilio Comba, giunto in città nel 1867, il vero e proprio fondatore della comunità valdese di Venezia: grazie ad un’intensa attività di predicazioni, conferenze, studi biblici, attività per i bambini e per i giovani, riuscì nell’arco dei suoi cinque anni di permanenza a creare una comunità che nel 1870 contava più di duecento membri e che già dal 1868 aveva acquisito la prestigiosa sede di Palazzo Cavagnis: V. VINAY, Op. cit., pp. 12-13, pp. 140-145. 173 Rivista Cristiana 1, 1873, p. 272. 104 Gottschee, isola linguistica tedesca in ambito sloveno174; ma scrisse anche di numismatica, poesia e tradizioni popolari175. Negli anni della sua permanenza a Lubiana si dedicò inoltre alla composizione di opere musicali, da camera e per canto, finalizzate soprattutto ad accompagnare le celebrazioni che avevano luogo nella Chiesa di cui era pastore176. Per molto tempo queste composizioni, poco note al di fuori del panorama musicale sloveno, non sono state collegate alla figura del pastore Elze177, probabilmente a causa della sua curiosa abitudine di firmarle come “Theodor Elze, organista e maestro di musica a Lubiana” 178; hanno contribuito anch’esse, tuttavia, a lasciare nella tradizione protestante e, più in generale, nel panorama culturale del XIX secolo l’impronta discreta ed originale di questa eccezionale personalità. 174 Per quanto riguarda gli studi shakespeariani, accanto a T. ELZE, Italienische Skizzen zu Shakespeare, München, Theodor Ackermann, 1899, si trova menzione anche dell’articolo T. ELZE, Die Insel der Sycorax, Shakespeare Jahrbuch, XV (1880), pp. 251-3; tra gli studi sul dialetto di Gottschee, invece, possiamo citare T. ELZE, Gotschee und die Gotschewer : Eine Skizze, Laibach, Kleinmayr und Bamberg, 1861 e T. ELZE, Die Abstammung der Gotschewer (Gottscheer). Sind die Gotschewer fränkischen oder bairischen Stammes?, Mitteilungen des Musealvereins für Krain 13 (1900). Ma tra i suoi studi linguistici figura anche un’opera sui cognomi tedeschi: T. ELZE, Die deutschen Familien-Namen in befehlender Form,Laibach, Kleinmayer & Bamberg, 1860. 175 Oltre agli scritti di numismatica (tra i quali si ricorda: T. ELZE, Die Münzen Bernhards Grafen von Anhalt Herzogs von Sachsen, Berlin, 1870), secondo la testimonianza di Lessing, Elze si occupò anche di poesia e dedicò alcuni studi a canti e leggende di Merano e del Tirolo (T. ELZE, E. LESSING, Geschichte der protestantischen Bewegungen …, Op. Cit., pp. 118-119). 176 I suoi interessi musicali risalivano probabilmente al periodo dei suoi studi universitari, quando ebbe modo di frequentare, tra i tanti professori e studiosi, anche il maestro e compositore Friedrich Silcher di Tubinga: C. WEISMANN, Theodor Elze und seine Beziehungen..., Op. Cit., pp. 116. 177 A identificare il compositore attivo a Lubiana intorno alla metà dell’Ottocento con il più noto pastore luterano e scrittore Theodor Elze ha contribuito soprattutto Primož Kuret, con le opere Trubarjev raziskovalec Theodor Elze – skladatelj, (ob štiristoletnici Trubarjeve smrti), Muzikološki zbornik, XXII, Ljubljana 1986 e Theodor Elze - ein protestantischer Pastor und Komponist in der Mitte des 19. Jahrhunderts in Ljubljana/Laibach, in Die Kirchenmusik in Südosteuropa: historische und typologische Studien zur Musikgeschichte südosteuropäischer Regionen, Hrsg. von Franz Metz, Tutzing, Schneider, 2003. 178 Come si legge, ad esempio, sul frontespizio dell’opera Zwei Lieder für eine Singstimme mit Begleitung des Pianoforte componiert von „Theodor Elze Organist und Musiklehrer in Laibach”, Wien, C.A. Spina. 105 Capitolo Decimo 10. Pastori italiani e stranieri di Enzo Pagura 10.1 - La connotazione straniera dei pastori pordenonesi Dagli inizi, 1838, all’anno 1942 (anno della morte del pastore Emilio Lunginbuhl) vediamo la presenza a Pordenone di diversi pastori di origine straniera. Gli stranieri iniziano con Theodor Elze (non risiede a Pordenone, ma è punto di riferimento per la comunità protestante svizzero-tedesca). Più tardi troviamo gli svizzeri Giovanni Ambrosini ed Emilio Lunginbuhl; sono, in parte, straniere anche le famiglie dei pastori Donato Stanganini (moglie svizzera) e Aristarco Fasulo (moglie inglese). La connotazione straniera dei pastori pordenonesi può essere interpretata come elemento positivo, poiché fungeva da pass e facilitava l’incontro tra le diverse congregazioni. Un pastore inglese o svizzero, oppure con moglie inglese o svizzera, era abituato a comunicare in tedesco o in inglese (e comprendeva meglio il modo di pensare, gli usi e i costumi dei gruppi evangelici stranieri); inoltre la moglie straniera poteva fare da intermediaria per poter arrivare all’interno delle famiglie riformate o zwingliane. Non abbiamo notizie sui contatti tra le Chiese evangeliche pordenonesi e organizzazioni evangeliche nazionali o straniere protestanti prima del 1878. Proprio in quell’anno grazie ai contatti del pastore Signorelli di Treviso con Edward Clarke, le due congregazioni di Pordenone e Treviso entrarono nella Spezia Mission. Dall’anno 1878 al 1903 la Chiesa Battista pordenonese fu legata alla Spezia Mission.179 Successivamente, al 1903, grazie all’opera di intermediazione di Luigi Galassi, la Chiesa Battista di Pordenone, si aggregò alla Missione Americana.180 179 La missione evangelica Spezia Mission (denominata per intero The Spezia Mission for Italy and the Levant) nacque intorno al 1870 per opera del pastore battista inglese Edward Clarke, già attivo a La Spezia dal 1866. La Spezia Mission ebbe un ruolo fondamentale di evangelizzazione e di sostegno ai protestanti italiani, contribuendo alla nascita di comunità battiste in Liguria, in Toscana e nel Triveneto (v. F. SCARAMUCCIA, Un’avventura di fede, Torino, Cludiana, 1999). (Nota di E. De Mattia) 180 Un rapporto dell’Ufficio di Polizia di Pordenone, del 12 giugno 1926, documenta che “la Chiesa Evangelica dei Battisti posta in Viale Grigoletti di questa Città è di proprietà della Missione Evangelica Battista Italo-Americana, gerente della quale per l’Italia è il Dott. Whittinghill D.G. oriundo d’America residente a Roma Via Babuino 107.” A.S.C.P., Ref. VII, Fasc. V, Mat. Culto, Anno 1926, n. 6516 del 17 luglio 1926. La Southern Baptist Convention (oggi la maggiore organizzazione battista al mondo) inviò in Italia il pastore battista americano Wilfred Nelson Cote nel 1870, sostenendolo attraverso il suo Foreign Mission Board (in seguito denominato International Mission Board). L’attività della Missione americana fu guidata dalla sede di 107 10.2 - I pastori residenti a Venezia e Trieste Agli inizi le chiese straniere facevano riferimento a pastori di Trieste e Venezia che periodicamente venivano in città per presenziare alle funzioni e cerimonie più importanti, ad esempio alle feste di Natale o i funerali dei direttori o dei dirigenti protestanti delle fabbriche (per esempio alle esequie di Emilio Wepfer nel 1890 fu presente Theodor Elze e a quelle di Carlo Scholl, nel 1893, un altro pastore proveniente anch’egli da Venezia). 10.3 - Francesco Furlanetti e Pietro Angelo Colombo Si può pensare che Francesco Furlanetti sia stato responsabile della comunità battista di Pordenone dal 1876 al 1880. La sua casa era abitualmente usata per le conferenze e per le preghiere. Lo stesso Furlanetti dichiarò nel 1877 “non posso dirvi quanto ho goduto nel vedere la mia casa trasformata in un tempio per la predicazione del Vangelo”. Altro punto di aggregazione era la casa di Pietro Colombo a Roraigrande, in Via Maggiore 33/34; vi si tenevano adunanze e conferenze. Collaborò in questi anni nella gestione delle congregazioni di Torre e Roraigrande il pastore Luigi Signorelli di Treviso. Nell’anno 1890 Furlanetti si trasferì con la famiglia in Argentina. 10.4 - Luigi Signorelli (1877-1890 ?) La sua adesione alla Chiesa battista, assieme all’amico Furlanetti, avvenne nel 1877: in questo anno entrambi si fecero battezzare da un pastore nella laguna di Venezia. Signorelli portò i due gruppi di Treviso e Pordenone (sono i primi e gli unici del Nord-Est) ad aderire, nel 1878, alla Missione Battista di La Spezia. Signorelli aveva preparato tale adesione prendendo contatti con Edward Clarke.181 Signorelli fu sempre molto legato al gruppo pordenonese da motivi di vicinanza: spesso faceva la spola da Treviso a Pordenone guidando le due comunità come fossero una sola. Le vicende di questo pastore furono abbastanza travagliate. Precedentemente aveva fatto parte della Chiesa libera (era preRoma dallo stesso Cote (Cote era giunto a Roma il 12 novembre 1870, subito dopo la liberazione della città da parte delle truppe italiane). Cote diresse l’Associazione fino al 1877, anno della sua morte. Nel 1877 venne sostituito da George Boardman Taylor. Vedi: FRANCO SCARAMUCCIA, Un’avventura … op. cit., pag. 60 e P. SPANU, F. SCARAMUCCIA, I battisti, Torino, Claudiana, 1998. 181 Secondo Domenico Maselli, Signorelli (dal 1878 al 1890) guidava contemporaneamente le Chiese Battiste di Treviso e Pordenone. Vedi in DOMENICO MASELLI, Storia dei battisti italiani 1863-1923, Claudiana, 2003, pag. 61. 108 sente all’assemblea di Milano del 1870) come pastore di Treviso ed era stato stipendiato dall’American & Foreign Christian Union. Si era formato nella scuola per evangelisti allestita da William Clark a Milano (dove tra gli altri aveva studiato Pietro Arbanasich di Trieste). Nel 1874, durante il suo servizio come pastore della Chiesa libera nell’Oltrepò pavese venne aggredito con sacchetti riempiti di sabbia. Venne ferito molto gravemente e le lesioni riportate furono causa di sofferenze per tutto il resto della sua vita.182 Fino al 1885 abbiamo notizie della sua presenza sporadica a Pordenone; successivamente a tale anno di lui non sappiamo più nulla.183 182 GIORGIO SPINI, L’Evangelo e il berretto frigio, Claudiana, 1971, pag. 87. 183 “Risulta presente all’assemblea di Milano della Chiesa libera italiana nel 1870 come Evangelista a Treviso. Egli era, all’epoca, stipendiato dall’American & Foreign Christian Union, un’associazione interdenominazionale degli Stati Uniti avente lo scopo di aiutare gli evangelisti nei Paesi dove erano in minoranza. Era stato preparato presso la scuola per evangelisti allestita da William Clark a Milano. Nel 1872 fu inviato a Verona ma l’impresa fallì, come sostiene G. Spini, per “la dubbia condotta del Signorelli stesso”. Lo ritroviamo nel 1874 nell’Oltrepò pavese, dove era andato a sostituire V. Bellondi e dove fu aggredito con sacchetti riempiti di sabbia lungo la strada che da Montù Beccaria portava a Montù dei Gabbi. Nel 1876 Signorelli era ancora in rapporto con la Chiesa cristiana libera ma senza stipendio e solo con qualche scarsa sovvenzione: dopo questa data cessa ogni menzione del suo nome. A mio parere, non è attendibile la notizia riportata da “Il Seminatore” che sostiene che nel 1868 Signorelli avrebbe cominciato “in Treviso una predicazione libera, cioè non legata al sistema pleimuttista (sic) né alle assemblee presbiteriane”, “ma subordinato al Vangelo senza professioni di fede intruse e vicariati oziosi e scrocconi, insomma predicava una chiesa libera secondo l’antico concetto italiano che non voleva altro che il Vangelo e solamente il Vangelo e con il pari consentimento e non poste le coscienze ai voti e subordinate ai voti”. Infatti i verbali dell’assemblea del 1870 non possono essere smentiti, così come è difficile negare i successivi spostamenti del Signorelli all’interno della Chiesa libera italiana. Forse l’anonimo articolista de “Il Seminatore” voleva dire che Signorelli aveva inteso dar vita ad una chiesa che avesse una libertà che non aveva trovato nella chiesa libera, andando deluso nelle sue aspettative: gli accenni sia al plimuttismo sia al presbiterianesimo chiariscono i motivi del dissenso successivo e della scelta battista, che è avvenuta certamente in un secondo tempo. In realtà, Signorelli solo il 17 settembre 1876 a Venezia aveva potuto insieme con F. Furlanetti “compiere il dovere del battesimo cristiano”, amministrato da un pastore (“fratello battezzato e ministro evangelico”), cui era stato espressamente chiesto. Si tace il nome del pastore: credo si tratti proprio di quel Vincenzo Bellondi da poco uscito dalla chiesa libera per aderire a quella battista, anche se chi ci informa scrive che egli era “colà di passaggio”. Dalle informazioni in nostro possesso sul Clarke, credo sia da escludere tassativamente che si possa trattare di lui, perché venne in contatto con Signorelli successivamente. Chiunque fosse il pastore, lo stesso insieme con due fratelli (anch’essi non nominati) e i due catecumeni entrò “in una barchetta” per cercare “una località conveniente”, che fu poi trovata “in una isoletta pietrosa”. Dopo la lettura di Atti VIII, “il battezzante” immerse i due nell’acqua e li battezzò. Il racconto di Clark sull’ingresso di Signorelli con il suo gruppo nella Spezia Mission è chiaro e assolutamente credibile: ancora una volta (come nel caso di Tofani) non fu lui a muovere il primo passo ma ricevette una domanda di aiuto. Dopo essersi consultato con il cassiere J. Sands e dopo aver ricevuto il suo assenso, decise di accettare la richiesta e intervenne a sostegno del Signorelli, accogliendolo nella missione. A quell’epoca Treviso era una città di circa 28.000 abitanti (con i sobborghi) e Pordenone ne aveva circa 11.000: dunque si trattava di due ambienti in cui il lavoro avrebbe potuto trovare adeguato sviluppo. Gli inizi, sempre stando alla testimonianza di Clarke, non furono facili per l’opposizione del clero: “L’opera di Evangelizzazione ha incontrato, a Treviso e a Pordenone, delle difficoltà veramente formidabili”.” Sappiamo anche che nel 1885 Signorelli seguiva ancora i battisti pordenonesi poiché in quell’anno “Un predicatore cattolico, don Lorenzo Tagliapietre, durante le predicazioni per la quaresima sfidò pubblicamente l’11 marzo gli evangelici a un pubblico dibattito. Signorelli accettò, ponendo nel contempo alcune condizioni: che presiedesse la discussione un giudice imparziale per stabilire da che parte fosse la ragione, che la sala non 109 10.5 - Casini, Cardini e Antonio Rosset (1893) Dal 1893 al 1903 la Chiesa battista pordenonese rimase senza pastore. L’ultimo a sostenere l’incarico per un anno, risiedendo a Pordenone, fu un certo Casini di cui, nonostante le ricerche negli archivi e sulla stampa dell’epoca, non siamo riusciti a sapere nulla. È probabile, come sosteneva anche Franco Scaramuccia, che la chiesa sia stata guidata da Treviso dal pastore locale, Cardini, con l’aiuto e l’assistenza di Antonio Rosset (anziano del gruppo pordenonese).184 10.6 - Moisè Valobra (1902-1911) Secondo Ruben Corai, la presenza Valdese nell’Ottocento a Pordenone era dovuta a una discesa di alcune famiglie di convertiti dalle Prealpi friulane a causa della persecuzione clericale. Precedentemente i nuclei valdesi delle montagne si erano sviluppati grazie alla predicazione “degli Evangelizzatori di denominazione Valdese, detti “barbetti” che avevano diffuso il vero verbo di Cristo in Val Cellina, in Val Tramontina ed in altri luoghi della Carnia.” 185 Il gruppo Valdese di Pordenone ebbe una vita autonoma fino all’anno 1913 quando si fuse con la Chiesa Battista. Esso aveva una sede in Corso Vittorio Emanuele II, vicino al Municipio. Nell’anno 1902 divenne pastore di questo gruppo un “Ministro di origine ebraiche che si chiamava Moisè Valobra, uomo di linguaggio sciolto ed eloquente, ottimo conoscitore di molte cose, tanto che la gente del posto lo chiamava “il professore” a mofosse privata ma che potesse assistere liberamente il pubblico, che fosse fissato un tempo uguale per ciascuna parte per far valere le sue ragioni; che i temi biblici da dibattere fossero due, scelti uno da ciascuna delle parti. Il prete non ritenne di poter accettare le condizioni e rinunciò alla sfida da lui stesso proposta.” FRANCO SCARAMUCCIA, Un’avventura … op. cit., 1999 pp. 87-91 e 128. 184 “Da una corrispondenza di Carlo Favot (“Il Testimonio” gennaio 1903) sappiamo che la Chiesa battista di Pordenone rimase senza pastore a partire dal 1893, dopo la cura del signor Casini, che non si era fermato fra loro neppure un anno. I documenti che possediamo non ci dicono né chi era Casini né soprattutto dove era finito Luigi Signorelli. Per la verità, le sue corrispondenze a “Il Testimonio”, piuttosto frequenti in precedenza, erano scomparse ormai da parecchi anni. Dobbiamo pensare che, purtroppo, nel frattempo fosse deceduto e sostituito forse da Antonio Rosset. … Rosset però potrebbe anche essere solo l’anziano del gruppo, magari curato da Cardini, che una cronaca de “L’Italia Evangelica” ci conferma essere evangelista a Treviso e che potrebbe aver curato da qui anche Pordenone, come a suo tempo aveva fatto Signorelli”. FRANCO SCARAMUCCIA, Un’avventura … op. cit., pp. 127-128 185 Il movimento valdese trae origine dalla predicazione del mercante Valdo di Lione, che nel 1173 decise di seguire un ideale di povertà evangelica rinunciando ai suoi beni e iniziando una predicazione itinerante. Il movimento venne ben presto scomunicato e perseguitato dalla Chiesa cattolica. Nel 1532 i valdesi aderirono alla Riforma protestante, di cui erano stati autentici anticipatori. Nonostante le persecuzioni subite nel corso dei secoli, i valdesi trovarono rifugio in alcune vallate delle Alpi Cozie; nel 1848, ottennero il pieno riconoscimento dei diritti civili e politici da parte del Regno sabaudo e, in seguito, presero parte attivamente alle vicende risorgimentali. (Nota di Elena De Mattia). 110 tivo della sua cultura, pur essendo egli un autodidatta. Per il suo ministero non percepiva alcuna remunerazione. Da Londra una persona sconosciuta gli mandava due sterline ogni mese. Collaborava, pur non essendo un giornalista professionista, con il Corriere della Sera, scrivendo degli articoli a sfondo politico per i quali riceveva qualche compenso.” 186 10. 7 - Giuseppe Angeleri (1903-1905) Giuseppe Angeleri venne inviato a Pordenone dalla Missione Italo-Americana Battista ai primi di agosto del 1903, appena uscito dalla scuola Teologica battista. Aveva solo 25 anni, poiché era nato a Sala Monferrato (AL) il 13 aprile 1878. Era coniugato con Ciari Giulia di Firenze. Con l’arrivo del pastore si approntò una nuova sala delle adunanze dotata anche di un alloggio, “nella migliore posizione di Pordenone”, in Via Case Nuove Rosso, 79.187 In una lettera pubblicata nel “Testimonio” dell’ottobre 1903, il pastore descrisse il difficoltoso inserimento nel nuovo ambiente: “Il lavoro di preparazione è stato difficile e, sul principio, sconfortante; ma, grazie a Dio, la nostra opera è sistemata e procederà con ordine. Eliminate questioni che avrebbero potuto dare intoppo e dopo molti sforzi, abbiamo potuto avere i locali necessari, cioè una sala per le adunanze cui va unito un alloggio per il ministro, situati nella miglior posizione di Pordenone. Dà adito alla sala un cancello di ferro fissato a due pilastri sui quali abbiamo messo una insegna col soprascritto “Chiesa Cristiana Evangelica”. Con alcuni processi di industria semplicissima abbiamo reso la sala bellina e soddisfacente nella sua modestia. Tra panche e sedie possiamo accomodare oltre 75 persone. Riunendo i vari elementi sparsi e un po’ scoraggiati, si è potuto costituire una piccola chiesa composta di 9 fratelli battezzati, 4 catecumeni e tre aderenti, con una Scuola Domenicale di 15 bambini, la quale, speriamo, aumenterà presto in numero. Le contribuzioni sono incoraggianti e i fratelli hanno compartecipato nelle spese che si dovevano fare. Questi fratelli sono pochi, ma buoni, affettuosi ed amabili. Il 20 settembre si inaugurarono i locali con una festa cordiale e si elessero le varie cariche; poi si mandò una lettera di ringraziamento al Dottor Taylor.188 L’orario venne fissato così: Lunedì alle ore 8, Scuola ai Catecumeni; Mercoledì, adunanza di famiglia in famiglia; Sabato alle ore 8,30, sermone in Chiesa; Domenica alle ore 10, sermone; alle 3,30 Scuola Domenicale, 186 RUBEN CORAI, Cenni storici sulle origini della Comunità Evangelica Battista di Pordenone, Ciclostilato in proprio, 1973. 187 Fabbricati di proprietà della famiglia Rosso, costruiti a inizio Novecento in Borgo Colonna. 188 George Boardman Taylor, giunse a Roma nel luglio 1873. Sostituì, nel 1877, W. N. Cote alla guida della Missione Americana in Italia. 111 alle 4,30 conferenza. Inoltre il Martedì e il Giovedì insegno a leggere e scrivere ad otto operai; ma il numero ne potrà essere accresciuto di molto. Noi siamo al lavoro. Voglia Iddio far crescere questa Chiesa. Le difficoltà sono molte in questo campo di Pordenone, ma vi sono numerose anime assetate di giustizia, di verità e di luce. Pregate con noi il Signore acciocché tolga gli ostacoli e faccia prosperare il Regno di Cristo.” 189 La nuova sede inaugurata il 20 settembre 1903 era - come risulta dalla residenza anagrafica del pastore – in via Case Timbro Chiesa Cristiana Evangelica Battista di Nuove Rosso al civico n. 79. Si tratta Pordenone, inizio Novecento. (elaborazione graf ica di probabilmente di un fabbricato costruiPrisca Fusaz) to all’inizio del Novecento dalla famiglia Rosso. Due sono gli edifici – di proprietà della famiglia Rosso - che potrebbero aver ospitato la Sala Adunanze nel 1903: il primo si trovava in fondo a Corso Garibaldi sull’angolo all’incrocio con Via Oberdan, ma non era un edificio nuovo, il secondo si trovava, su un terreno recentemente acquistato dai Rosso, nel quartiere di Borgo Colonna (all’incirca dove ora si trova il palazzo delle Poste). Nel 1904 il locale di Via Case Nuove Rosso si dimostrò angusto rispetto all’aumento del numero dei frequentatori della Chiesa, così venne trovata una nuova sede in Corso Garibaldi, 74. Il trasloco avvenne il 20 settembre 1904 (ricorrenza della presa di Roma). L’anno successivo si festeggiò per la prima volta l’albero di Natale. Nel dicembre 1905, Angeleri con la sua famiglia lasciò Pordenone e si trasferì a Carpi (Modena). 10.8 - Donato Stanganini (1905-1911) Donato Stanganini arrivò a Pordenone da Carpi (MO) nel dicembre 1905. Il pastore era stato costretto ad allontanarsi da Carpi per una feroce disputa sull’idolatria del culto mariano con i preti di quella città. Stanganini era nato a Castiglione Fiorentino il 3 feb189 “Il Testimonio”, ottobre 1903. 112 braio 1861 ed era coniugato con l’elvetica Elisa Chevanley (nata a Saint Saphorin vicino a Lucerna). Ex frate cappuccino, era anche stato cappellano negli ospedali di Pisa e Firenze. Nel 1890 lasciò la tonaca per entrare nella Chiesa Libera dopo un incontro con il Pastore Galassi.190 Nel 1891 aderì alla Chiesa Battista e successivamente svolse la sua opera nelle seguenti città: Firenze, San Remo, Carpi e infine Pordenone. Stanganini era stato precedentemente frate con il nome di Pio da Castiglione. Fu sorretto e aiutato dal Galassi nella conversione. Lo Stanganini, a causa della sua conversione, venne rapito e sequestrato in un convento dai frati cattolici per obbligarlo e rientrare nella chiesa cattolica. Nonostante la rottura con la famiglia, sobillata dal clero e la dura segregazione subita nel periodo del sequestro, lo Stanganini mantenne con fermezza la scelta di libertà e coscienza che aveva intrapreso. Donato Stanganini lavorò per la Missione Battista Americana di Firenze, fino dal marzo 1891, e vi rimase fino al 1893 quando si spostò a Sanremo (a Firenze venne sostituito da Luigi Galassi che passò dalla Spezia Mission alla Missione americana nel 1893). Fu durante il ministero dello Stanganini che a Pordenone avvenne il fattaccio di Natale: alcuni giovani cattolici del Circolo di San Luigi sfondarono le porte della chiesa battista e fracassarono l’invetriata interna. Gli autori degli atti di vandalismo vennero individuati e condannati dal pretore ad alcuni giorni di carcera e ad una multa. La consistenza della chiesa era, nel dicembre 1908, la seguente: “19 membri, non tutti residenti, 5 catecumeni. Scuola domenicale 20 iscritti (freq. 10 media). Visite Cordenons, Fiume, Maniago, Treviso. Buoni fratelli credenti. La … è la divisione: se si togliesse sarebbe chiesa fiorente.” 191 Il 21 settembre 1911 D. Stanganini partì per Sampierdarena. Venne sostituito da Aristarco Fasulo, che giunse in città il mese successivo. 10.9 - Aristarco Fasulo (1911-1914) Aristarco Fasulo si stabilì a Pordenone nell’ottobre 1911, dopo un anno di lavoro nella chiesa di Carpi: “figlio di un pastore battista di indiscussa fede ed energia”. Si era unito in matrimonio solo sei mesi prima di arrivare a Pordenone: infatti si era sposato a Palermo con Wigley Adelaide, figlia di un pastore della Chiesa Libera, Raffaele Wigley (inglese, 190 Luigi Galassi, noto polemista e abile organizzatore, discepolo prediletto di Edward Clarke, con cui mantenne buonissimi rapporti anche quando passò alla Missione Americana. Nato a Pistoia nel 1858, convertitosi nel 1876 (Spezia Mission), nel 1893 entrò nella Missione Americana. 191 A.S.T.V., Serie VII, Chiese locali immobili, Sottoserie Chiese stabili, Pordenone, 112 (211): Relazione dell’Opera Battista di Pordenone nel 1908 (Via Garibaldi, 76). 113 ex prete cattolico)192. Raffaele Wigley era passato alla Chiesa Libera dopo esser stato ministro della Chiesa Metodista Episcopale. Fasulo si fermò a Pordenone solo tre anni. Nella sua storia della Chiesa Battista Pordenonese, Nunzio Palminota, lo descrive con i seguenti termini “… figlio di un Pastore battista, di indiscussa fede ed energia è dotato di doni spirituali e intellettuali non comuni uniti ad una volontà di ferro, anzi oso dire ostinata, e ad un’attività quasi senza limiti nella diurna fatica, dava un affidamento sicuro quale poteva darlo soltanto un uomo maturo e capace, nel pieno possesso dei suoi mezzi.” 193 Sotto la guida del pastore Fasulo la Chiesa pordenonese progredì: “… l’opera a Pordenone è incoraggiante. Le nostre due adunanze della domenica sono in generale ben frequentate. Ogni domenica sera teniamo delle conferenze speciali con avviso. I fratelli si mostrano attivi e volenterosi.” 194 Una delle innovazioni apportate da Aristarco Fasulo furono le “conferenze speciali della domenica”. In una di queste si discusse il tema della precedenza del matrimonio civile: “Domenica, 15 febbraio scorso, il Pastore di questa Chiesa tenne una conferenza, preannunziata da grandi avvisi murali, sul tema: La precedenza del matrimonio civile. Era necessaria una voce di serena protesta da parte degli evangelici in questa provincia che, per la formidabile organizzazione dei clericali, è stata chiamata la Vandea d’Italia. Il clericalismo quassù ha creato tutto un movimento fittizio contro il progetto di legge sulla precedenza del matrimonio civile al religioso, tentando di far credere che il Governo ha iniziato un periodo di persecuzione contro il cattolicesimo. La conferenza del nostro Pastore, dinanzi a numeroso ed attento pubblico, ha contribuito a mettere in luce la mala fede del clericalismo ed il pericolo ch’esso costituisce per le libertà umane … Dopo la conferenza un vecchio artista pordenonese domandò la parola per ringraziare il Pastore, a nome dei vari liberali di questa cittadina, per le cose serene e documentate da lui dette intorno al clericalismo italiano. Parlò poi l’anziano della Chiesa, Dr. Rosset, il quale rivolse ai presenti un caldo appello, invitandoli ad esaminare la questione religiosa e a non confondere più in avvenire la religione con il clericalismo …” 195 Durante la guida del pastore Fasulo vi fu un aumento del numero dei catecumeni, dei battezzati e degli alunni della scuola domenicale. È sotto il ministero di Aristarco Fasulo che si edificò il tempio di Viale Grigoletti. Inaugurò la nuova Chiesa il Pastore Roberto Teubel di Milano: 192 GIORGIO SPINI, L’evangelo … op. cit., pp. 184, 185, 191. 193 NUNZIO PALMINOTA, La Chiesa Battista … op. cit., pag. 12. 194 “Il Testimonio”, novembre 1911. 195 “Il Testimonio” marzo 1914. 114 “… Anche questa Congregazione battista, non molto numerosa ma forte, ora dispone di un magnifico tempio costruito con l’aiuto del Comitato Italo-Americano196. Esso sorge accanto alla strada maestra (Viale Grigoletti, 5), alquanto fuori città, ma tra case e ville d’un quartiere nuovo verso cui tende la nuova Pordenone. Al piano superiore si trova la bella e comoda abitazione per il pastore, esternamente così bene mascherata da dare a tutto il frontespizio la forma di una basilica dall’aspetto assai gentile. Il vasto oratorio a pianoterra, pure a sua volta, fa l’impresTimbro Chiesa Cristiana Evangelica Battista di sione di un tempio colla sua soffitta diPordenone, 1914. (elaborazione graf ica di Prisca pinta con arte sobria, con le finestre alte e Fusaz) slanciate, e con la triplice fila di eleganti panche di noce americana, che offrono 150 comodi posti a sedere. Dietro il pulpito del medesimo stile delle panche, si trova il battistero, certamente unico in Italia. Dallo spogliatoio si accede o discende non per gradini ma per un piano leggermente inclinato al fonte battesimale in forma di grotta o cripta, sormontato da un arco in muratura sconvenevolmente fregiato. Il battezzando, scendendo nelle acque, è visibile appena, quando sta nell’acqua, fino alla cintola e rimane pure invisibile nel risalire, cosicché la sola immersione ed emersione viene scorta dal pubblico … Il 21 dicembre si ebbe la solenne inaugurazione. Vi intervenne un numeroso pubblico, oltre 200 persone, tra cui dei signori e delle signore ragguardevoli ed appartenenti alla classe colta. Presiedette il Dr. Gill, il quale pronunciò un breve discorso di apertura, rendendosi interprete della gioia e gratitudine al Signore che animava la Congregazione, mentre lo scrivente (n.a. Roberto Teubel) assunse 196 Attualmente la Chiesa Battista di Pordenone fa parte dell’UCEBI, Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia, fondata nel 1956, che raccoglie l’eredità dell’Unione Cristiana Apostolica Battista (U.C.A.B.), sorta nel 1884 ad opera delle missioni battiste inglesi (Baptist Missionary Society e Spezia Mission) e americana (Southern Baptist Convention) operanti in quegli anni in Italia. L’U.C.A.B. si trasformò in Opera Evangelica Battista d’Italia nel 1924, in seguito al ritiro della Baptist Missionary Society ed alla costituzione della Spezia Mission in un’organizzazione separata, denominata in seguito A.M.E.I., le cui chiese confluirono infine nell’U.C.E.B.I. nel 1966. Attualmente l’U.C.E.B.I. raggruppa le circa 120 Chiese battiste italiane, appartenenti alla famiglia di Chiese evangeliche sorte dalla Riforma. Nel 1993 è stata firmata un’Intesa per la definizione dei rapporti tra lo Stato italiano e l’U.C.E.B.I. (approvata dal Parlamento nel 1995), nella quale le Chiese battiste vengono riconosciute come appartenenti alla categoria di “confessione” come definita dall’art. 8 della Costituzione italiana e vengono messi in rilievo i principi distintivi del battismo (P. SPANU, F. SCARAMUCCIA, I battisti, Torino, Claudiana, 1998; S. COLOMBO, I rapporti tra lo Stato e l’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia: l’intesa del 1995, O.L.I.R., dicembre 2003, pp. 1-43). (Nota di E. De Mattia) 115 Progetto di costruzione del Tempio Battista di V.le Grigoletti (Pordenone). Soluzione non realizzata (Anno 1912 - A.S.T.V.T.P.). la parte liturgica e pronunciò un’adeguata preghiera di solenne consacrazione. Il discorso inaugurale fu tenuto dal pastore locale, Sig. A. Fasulo … Profonda e buonissima fu la impressione che di tutto ricevette il popolo e sincere furono le congratulazioni che molti cittadini porsero al pastore ed ai fratelli. L’opinione pubblica qui è recisamente favorevole agli Evangelici …” 197 Aristarco Fasulo rimase pastore a Pordenone fino all’ottobre 1914.198 197 “Il Testimonio”, gennaio 1914. 198 Successivamente alla sua partenza da Pordenone, Aristarco Fasulo, collaborò alle riviste “Bilychnis” (il comitato di redazione di “Bilychnis” era formato da pastori e professori della Scuola teologica battista di Roma), e “Conscientia” e scrisse, tra il 1923 ed il 1925, i seguenti saggi (tutti fatti uscire dalla Casa Editrice Bilychnis): Fra Paolo Sarpi, Consultore della Repubblica Veneta, Roma, 1923; Giovanni Wicleff, il nonno della Riforma, Roma, 1924; Il primato papale nella storia e nel pensiero italiano, Roma, 1924; Alle fonti della Fede Cristiana, Roma, 1925. Fra i contenuti e le ispirazioni ideali delle riviste d’ispirazione protestante, “Coenobium” (1906-1919), “Bilychnis” (1912-1931) e “Conscientia” (1922-1927) vi erano i seguenti punti comuni: -impegno nell’aggiornamento della cultura religiosa d’Italia; -valorizzazione della tradizione riformata anche italiana; -una comune battaglia in difesa della laicità dello Stato, contro l’intrusione della Chiesa cattolica in sfere di competenza non religiosa, come quella dell’educazione scolastica, contro la politica della Santa Sede; -infine, si può rilevare un’adesione trasversale ai principi del socialismo, sia pure originariamente rivisitato in un ottica religiosa, ai valori della democrazia, della pace, della libertà di coscienza. Vedi: LAURA DEMOFONTI, La Riforma nell’Italia del primo Novecento. Gruppi e riviste di ispirazione evangelica, Edizioni di Storia e letteratura, 2003, pag. 90 e pp. 290-297. 116 APPENDICI Articoli da “Il Seminatore” (giornale della Chiesa battista italiana) Il Seminatore, Anno I, Ottobre 1876, n. 10 Torre di Pordenone, 20 settembre 1876 Egregio Direttore del Seminatore Prego la di lei gentilezza di voler pubblicare la seguente breve relazione. Da molto tempo io andava fra me meditando sui passi del Nuovo Testamento che parlano del Battesimo. Da questo studio avevo rilevato chiaramente che per essere battezzato conviene prima credere e poi essere immerso nell’acqua, e che perciò l’aspersione ricevuta da bambino è nulla per due ragioni: la prima per essermi stata data quando io non credeva e non poteva credere; la seconda per mancanza della debita forma; quindi affatto in contraddizione con la Parola di Dio. Persuaso di questa verità, Domenica 17 cor. mi portava in Venezia, assieme al caro fratello Signorelli, per compiere il dovere del battesimo cristiano. Era colà di passaggio un fratello battezzato e ministro evangelico che avevamo pregato di somministrarci il rito. Entrammo con lui e con due altri fratelli in una barchetta e cercammo una località conveniente. Trovammo tosto un’ottima posizione in una isoletta pietrosa. Premessa la lettura del racconto del battesimo del tesoriere etiopo (Fatt. VIII), ci preparammo e scendemmo nell’acqua. Il tempo era mite, la giornata bellissima, il golfo, il lido risplendenti di luce, il mare tiepido. Non posso descrivere la gioia ch’io provai nel vedere il nostro battezzante in piedi, di fronte a noi, colle braccia incrociate sul petto; mi parve vedere Giovanni Battista là nel Giordano. Noi entrammo nel mare a lui vicini ed egli, pronunziando le parole della istituzione battesimale, ci immerse fino al fondo nell’acqua. Compresi e sentii allora tutta la forza di quella parola “sepolti con Cristo nel battesimo”. Fummo in realtà sepolti nell’acque, in testimonianza della nostra morte con Cristo, e poi fummo emersi in testimonianza della nostra resurrezione con Lui per la fede. – Piaccia al Signore di darci ora la forza di vivere in modo conforme alla nostra professione. Saliti fuori dall’acqua pieni di gioia ci rivestimmo e ringraziammo il Signore per questa preziosa testimonianza, pregandolo pure di volere benedirla per questa provincia dove, se non erro, siamo i primi a compiere il battesimo secondo il Nuovo Testamento. Mentre ritornavamo in città colla barchetta e ci rifocillavamo con una frugale refezione, mi venne a memoria un fatto interessante che raccontai agli amici e che trascrivo qui in appoggio alla verità del battesimo. 117 Circa due mesi or sono mi trovai con un certo Don Giovanni Toffoli di Porcia1 col quale, ragionando di quest’argomento, tentai dimostrare che baptizó significa immergere, al che egli francamente mi rispose: - “Avete ragione e da molto tempo sono convinto di quanto dite. In prova ecco un fatterello che vi interesserà. Parecchi anni addietro l’ex professore di pittura all’accademia delle Belle Arti in Venezia, Sig. Michelangelo Grigoletti2, ebbe da Costantinopoli commissione di un quadro rappresentante il battesimo di Cristo. Siccome io ero allora scolaro, e sono compaesano del celebre artista, egli mi fece l’onore di consultarmi in proposito. – “Come farò questa pittura, mi diceva egli, rappresenterò io il Battista nell’atto di versare con una conchiglia l’acqua sul capo di Cristo ?” Neppur per sogno gli risposi, Ella getterebbe tempo e fatica, ed il quadro le sarebbe rimandato da Costantinopoli.” – Come lo farò adunque ? – “Bisogna attenersi strettamente a quanto è prescritto nel sacro testo, cioè all’immersione battesimale istituita da Cristo e dagli apostoli ed ancora praticata nella chiesa orientale. L’aspersione cominciò solo in occidente nel secolo XIII, e d’allora in poi venne rappresentata da molti pittori ignoranti. Bisogna dunque risalire alle origini. Perciò, Ella faccia così: dipinga Cristo tutto grondante d’acqua nell’atto che Giovanni lo emerge e lo aiuta a risalire sulla riva del Giordano.” Il maestro addotto il consiglio dello scolaro, e del quadro furono contentissimi a Costantinopoli. Da questo fatto si vede chiaro che anche i Cattolici romani sinceri ed illuminati riconoscono la verità della primitiva pratica del battesimo per immersione, anzi si può dire che in generale la Chiesa romana è più sincera in questo punto della maggioranza delle Chiese evangeliche, perciocché confessa che la pratica degli apostoli e della primitiva Chiesa era l’immersione dei credenti, e che l’aspersione dei bambini le fu sostituita per mera autorità della Chiesa stessa; mentre gli evangelici pedobattisti ed aspersionisti sostengono che l’aspersione dei bambini è nella Parola di Dio e fu praticata dalla Chiesa primitiva, cioè vogliono assolutamente far dire al Nuovo Testamento ed alla storia ciò che non dicono. Gradisca Sig. Direttore gli attestati della mia stima cristiana F. Furlanetti Il Seminatore, Anno II, Giugno 1877, n. 6 Torre di Pordenone – (Veneto). Il fratello F. Furlanetti ci scrive: “Debbo darle alcune notizie recenti riguardanti l’opera del Signore nella mia frazione di Pordenone. Premetto che non cessiamo di lavorare, sia col visitare gli amici, sia col tenere piccole adunate, sia infine collo spandere Bibbie, N. Testamenti, Porzioni e Trattati. In proposito la prego di ringraziare ancora il Sig. Bruce per le Bibbie ed i N. Testamenti da lui mandatimi tempo fa. Sono stati molto utili. 118 Ora voglio narrarle quanto accadde l’indomani dello Statuto, 4 corrente. La mattina s’andò ad avvisare i fratelli e ad invitare gli amici che la sera ci sarebbe stata una conferenza in casa mia per trattenerci qualche ora insieme attorno all’Evangelo. L’invito fu efficace e la voce di questa riunione famigliare si sparse fra tutti gli abitanti. La sera vennero non solo i fratelli e gli amici invitati ma diversi altri in numero di circa 25. Ma non appena cominciata la lettura della Parola si ode picchiare al portone. Apro e vedo molta gente che chiede di entrare per ascoltare la Parola. Lascio libero l’accesso ed in un momento la casa ed il cortile si riempiono. Erano più di cento uditori tra uomini, donne e fanciulli, i quali raccolti cogli altri, in tutto più di 150, ascoltarono con vivo interesse la predicazione, che colla conversazione successiva, durò tre ore. – Questi uditori manifestarono il desiderio di udire un’altra volta la Parola. Si fissò dunque per domani a sera, ed anche questa seconda conferenza riuscì oltremodo compiuta ed edificante. Non posso dirvi quanto ho goduto nel vedere la mia casa trasformata in un tempio per la predicazione del Vangelo. Iddio voglia benedire la semenza che è stata sparsa qui nei cuori de’ miei concittadini e darci delle vere conversioni. E questa una porta aperta, è un terreno che, coltivato con regolare assiduità, porterà molto frutto. Io ebbi delle domande in proposito, cioè mi furono fatte delle proposte da evangelisti di altre denominazioni i quali desiderebbero venir qui a predicar l’Evangelo, e mi scrissero per mettersi d’accordo con me. Mentre li ringrazio per la loro cortesia, è riconosco che ciascuno è libero di andare ad annunziare l’Evangelo dove crede, debbo dichiarare che qui a Pordenone il terreno è stato preparato da noi battisti, che vi abbiamo già sudato e fatto de’ sacrifici, e che mentre non sarebbe giusto che altri entrassero nel nostro campo, è più che giusto che noi, coll’aiuto e la benedizione di Dio, raccogliamo il frutto delle nostre fatiche. Aggiungo che qui abbiamo largamente seminato i nostri principi battisti e che gli animi sono disposti in questo senso. Infatti alcuni fratelli, diventati padri, già si sono premuniti per opporsi alle pressioni dei parenti, degli amici e persino dei padroni da cui dipendono, per non lasciar aspergere i loro bambini. Essi sanno che la parola di Dio non è né pedobattista né aspersionista, quindi risposero a tutti che i loro figli saranno battezzati in quel giorno che mostreranno di aver creduto in Cristo. Quest’occasione mi procura il piacere di mandare i saluti di questi fratelli a tutte le chiese nostre sorelle. Pregate per noi acciochè Iddio faccia trionfare la sua Parola.” F. F. Il Seminatore, Anno III, Giugno 1878, n. 6 Veneto-Pordenone – Da oltre due anni anche in questa città liberale ed industriosa si predica l’Evangelo con speranza di buon frutto, poiché la parola di Dio viene udita volentieri e 119 studiata da parecchi in città e fuori; quindi Iddio vorrà benedirci e far sì che presto i convertiti testimonino della loro fede col battesimo. Uno di coloro che venne chiamato dalla Parola del Signore è certo Domenico Sacilotto, che da pochi giorni passò all’altra vita, colla serenità del peccatore giustificato e lavato pel sangue di Gesù Cristo. La morte del Sacilotto venne compianta dalla generalità dei cittadini pei suoi costumi illibati, per il suo amore alla famiglia e per la sua capacità al lavoro come incisore nella fabbrica di terraglie del Sig. Galvani. Le società operaia e filarmonica, nonché gran numero di cittadini di ogni classe, gli rendettero i meritati onori accompagnando il feretro al cimitero. – Il giornale locale, “Il Tagliamento” e l’altro d’Udine, “La Patria del Friuli” tesserono gli elogi ed i meriti dell’estinto, ma forse veniva ignorata una cosa importante di cui non si fece parola, cioè la sua testimonianza alla fede in Gesù Cristo resa negli ultimi istanti di sua vita. Questa lacuna è nostro dovere di riempirla, anche per la edificazione e l’incoraggiamento dei fratelli nella fede e di coloro che ancora sono titubanti nel testimoniare pubblicamente Gesù Cristo. Il povero Sacilotto venne colpito da grave malattia che in pochi giorni lo trasse alla tomba. Nessuno si aspettava sì terribile sciagura, sperando la guarigione, ma pur troppo non ci fu mezzo di salvarlo dalla morte; e l’ammalato stesso conobbe subito il pericolo che lo circondava. Tutti i parenti dell’ammalato, moglie, madre, sorella, cognato, zii ed altri, fecero a gara per prestargli cura. Giunto al pericolo di morte, il cognato e la sorella, che sono uditori e studiosi della parola di Dio, favellarono qualche cosa della salute eterna. Il prete, senza essere chiamato, saputo che l’ammalato era aggravato, si recò difilato alla casa per recarsi in camera. In cucina trovavasi il cognato = colui che studia la Bibbia = e disse al prete che non esisteva bisogno alcuno di preti e se ne andasse; perciò il prete dovette allontanarsi; ma gli altri parenti vollero che il prete venisse all’ammalato, senza il consenso e la volontà del povero Sacilotto. Il prete si presentò all’ammalato cercando di convincerlo a confessarsi; ma l’ammalato rispose negativamente, soggiungendo che si era di già confessato a Dio, ed aveva ottenuto perdono per Gesù Cristo. A queste franche ed esplicite parole il prete non si diede per vinto, quindi rinnovò il tentativo per indurlo alla confessione. Fra i vari tentativi adoperò anche quello di presentarsi come amico e diceva all’ammalato che si era dichiarato nemico. L’ammalato soggiunse che non odiava neppure il prete e gli allungò il braccio dandogli la mano d’amicizia, accompagnata da parole molto significanti: “Ecco un pegno che io non odio, ma in quanto alla mia confessione ed alla salute dell’anima mia, questo non ha niente a fare con Lei perché io, ripeto, mi sono confessato a Dio e sono perdonato da Gesù Cristo.” Il prete andava dicendogli che era peccatore e come peccatore doveva confessarsi, e l’altro risposegli: Io sono un peccatore, tuttavia per la mia confessione fatta a Dio, e la speranza nel Signor Gesù, io sono tranquillo, perché sono certo di essere perdonato e salvato. 120 Dopo brevi istanti sopravvenne all’ammalato l’agonia ed il prete tirò fuori gli arnesi per somministrargli l’estrema unzione; il moribondo se ne accorse e gli voltò le spalle in segno di rifiuto. Pochi momenti dopo rendè lo spirito, aspettando la resurrezione dei giusti. Durante la breve malattia del Sacilotto io ero a Treviso, quindi non seppi nulla fino al mio arrivo in Pordenone, ma se anche mi fossi trovato in città difficilmente avrei potuto avvicinarmi al letto e consolarlo, poiché alcuni dei parenti me l’avrebbero vietato. Il Funerale venne fatto dai preti, che si portarono via il corpo, ma lo spirito passò a Dio colle benedizioni e la grazia di Gesù Cristo. L. S. (Luigi Signorelli) Il Seminatore, Anno III, Settembre 1879, n. 9. Il Tagliamento si è degnato occuparsi degli evangelici battisti di Pordenone e dice nel suo numero del 23 agosto: “Da qualche tempo si catechizza e si istruisce nella nostra città iniziando gli adepti all’osservanza dei riti della nuova religione evangelica. Ci viene narrato, ma non sappiamo quanto sia attendibile la notizia, che il centro, il punto di ritrovo, la sinagoga infine dove si tengono le religiose confabulazioni sia un noto spaccio di spiriti. Il che farebbe supporre che gli affiliati, i quali si dice ascendono a più di 40, si siano messi sotto il patronato del cardinal Nina; ma la notizia merita conferma in quanto ché sono noti i sentimenti ultramontani del Celebre Segretario di Stato. Si narra ancora che l’altro giorno abbia avuto luogo la cerimonia del battesimo di due catecumeni. Per non essere disturbati, nella sacra funzione pare siano andati sulle rive del Sentiron, le cui acque, come già anticamente quelle del Giordano, servirono a purificare le loro anime. Altra simile cerimonia , nella quale 4 erano i battezzandi, dicesi abbia avuto luogo pochi giorni fa sulle sponde del Noncello. Fino che dura l’attuale temperatura, quelle abluzioni ci sembrano opportune; ma dove diavolo andranno a compiere la sacra funzione quando saremo a qualche grado sottozero?” Siamo grati al Tagliamento per le notizie che ci dà. Da quanto dice, appare che i fratelli di Pordenone sono attivi e che ivi c’è del progresso: si catechizza … si istruisce … iniziando ecc., dice quel foglio. I risultati sono buoni, giacché prima due persone, poi quattro, furono battezzate. – Però, ci dispiace dover rilevare tre cattive cose in quel breve articolo. Primieramente, fa una maligna insinuazione: dà ad intendere ai suoi lettori che quei fratelli tengon le loro solite adunanze in uno spaccio di spiriti, mentre si sa che, l’esercente essendo fratello, ivi si ritrovan talvolta alcuni altri fratelli per conversare insieme con lui. In secondo luogo, Il Tagliamento è o fa da ignorante, lasciando credere che i battisti intendano purificare le anime loro coll’acqua del battesimo. Finalmente quel giornale termina con una scipita domanda, come se non ci fosse proprio mezzo alcuno per fare un battesi121 mo anche durante l’inverno. Ma non c’è da far le meraviglie se i fogli cattolici si beffano del battesimo; lo fanno anche certi che si dichiarano evangelici. I pregiudizi non sono proprietà esclusiva dei cattolici romani! Mentre prendevamo nota delle opinioni de’ sopraccitati giornali, non potevamo fare a meno di riconoscere che, pur riferendo con soddisfazione i progressi nostri, non dicono però verbo dei principi che professiamo. In altre parole, quei giornali sembrano totalmente ignorare che l’opera nostra abbia un lato positivo. Per loro i protestanti vogliono atterrare la Chiesa papistica, e nulla più. Pare non sappiano che gli evangelici, prima d’ogni cosa, vogliono predicare il Cristo quale rivelatore di Dio e salvatore delle anime. E pensando a tale ignoranza, ci domandavamo se forse gli evangelici stessi non debbano attribuirsene in gran parte la colpa. In fatto se i ministri e in generale tutti gli evangelici non avessero una tendenza tanto spiccante alla controversia, ma si attenessero al metodo di S. Paolo, la cui predicazione è sempre positiva, l’opera nostra verrebbe meglio raffigurata dai nostri concittadini. Parlando degli antichi cristiani, i pagani dicevano: “Vedete come si amano!” Ora i nostri concittadini, vedendoci all’opera, dicono: “Vedete che battaglieri!” E non han tutti i torti. E. Paschetto Note 1 2 122 Giovanni Toffoli di Porcia (1819-1884), sacerdote e pittore. Frequentò l’Accademia delle belle arti di Venezia, dove fu allievo di Michelangelo Grigoletti. Nel 1848 partecipò alla difesa di Venezia e per questo motivo, al suo rientro a Porcia, fu imprigionato per due mesi nelle carceri di Pordenone. Le sue posizioni politiche e religiose – come abbiamo visto concordava con il battista Furlanetti sulle modalità del primo sacramento e sosteneva che il battesimo praticato nella chiesa cattolica non era quello dei primi cristiani ma era stato adottato solo dal XIII secolo - e i suoi contatti con i protestanti pordenonesi gli provocarono forti contrasti con il Vescovo Andrea Casasola che definì le idee del Toffoli “eretiche”. Il suo rifiuto di allinearsi alla linea vescovile, sottoscritta dal clero concordiese, in difesa del potere temporale del papato provocò la censura da parte del Vescovo Casasola il quale, nella lettera di contestazioni associava le idee antitemporaliste del Toffoli con quelle dei movimenti evangelici del basso Medioevo ed anche a quelle dei movimenti protestanti più recenti dell’Ottocento: “Sono forse quei testi evangelici, che si van ripetendo oggigiorno ai semplici ed agli ignoranti e ricantando per trarli in errore ed in inganno … come già si faceva dagli eretici detti apostolici del terzo secolo, da Marsilio di Padova, da Giovanni Gionduno (Giovanni Duns Scoto), da Giovanni Huss, da Giovanni Wicleff, da Arnaldo da Brescia, da Valdesi, e da altri … e da altri più recenti eretici.” Solo la ritrattazione (sottoscritta nell’anno 1862) salvò il Toffoli da ulteriori provvedimenti punitivi. Vedi: CATERINA DIEMOZ E STEFANO ALOISI, Giovanni Toffoli un abate artista nel risorgimento friulano, s.i.p., 2008, pag. 62 e pp. 152-153. Michelangelo Grigoletti (Roraigrande di Pordenone 1801 – Venezia 1870) pittore e insegnante dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. “Dopo un inizio neoclassico (Giove che accarezza amore, 1824), ottenne successo con accademiche composizioni sacre e profane, anche fuori d’Italia, particolarmente in Austria: I due Foscari (1838, Vienna, Gemäldegal), l’Assunta per la Cattedrale di Esztergom, in Ungheria (1854). Le sue pitture più belle e moderne sono i ritratti, dove rivive la grande tradizione veneta del Settecento. Cfr. La Nuova Enciclopedia dell’Arte Garzanti, Editrice Garzanti, 1991, pag. 381 APPENDICI stampa liberale e predicazione protestante: articoli da il tagliamento. Note di Elena De Mattia Il Tagliamento, Pordenone, Anno I, 26/08/1871, Cronaca cittadina. Le processioni.- Sembra impossibile che tanta ignoranza e superstizione vi sia ancora in Italia, che tanta cecità avvolga la mente della moltitudine, e tanta furfanteria alligni in pochi uomini che maneggiano Dio a lor talento per ricavarne, a spese degli imbecilli, maggiori vantaggi terreni!! Le processioni col loro lento incedere, con tanti stendardi e lumi, tanti uomini, tante divise, tutti quei colori, quella musica, con quei canti monotoni, devono purtroppo mirabilmente colpire tuttodì le deboli fantasie di quei poveri di spirito che non hanno un giusto concetto della divinità, e che in tale mancanza adorano come i pagani di altri tempi, o i barbari di qualche paese lontano, degli idoli d’oro e d’argento abbigliati di seriche vesti a cui si attribuiscono miracoli, facoltà divine e che si adorano come se fossero vive persone. Domenica scorsa abbiamo veduto uno di questi spettacoli nella nostra Pordenone. Abbiamo veduto una parte della nostra popolazione (grazie al cielo la più ignorante) inginocchiarsi dinanzi ad una cosiddetta immagine che veniva portata per il Borgo san Giorgio con gran fatica sulle spalle di alcuni uomini. E tutta quella gente non si sentì il rossore correre alla faccia commettendo tanta bassezza e tanta offesa alla divinità, adorando come i pagani quell’oggetto di legno intarsiato, per la più santa madre e donna che abbia vissuto al mondo. Vedemmo alcuni preti, che sono fra i speculatori su Dio, entusiasti per la gioia: difatti ne avevano ragione. Lo spettacolo aveva prodotto il suo effetto, i merli numerosi caddero nella rete: la santa bottega venne assicurata fino ad un altro anno in cui si ripeteranno le stesse passeggiate, a guisa di quella Compagnia Americana che fu già da tempo da noi che attirò tanta gente allo spettacolo, precisamente perché ebbe l’arte di ammaliare la gente colle seduzioni di bandiere, divise, di suoni di trombe, di carri trionfali e di altre simili ciarlatanerie. Se dinanzi a quei carri, a quei guerrieri, a quei re mori rivestiti di manti d’oro, un povero individuo si fosse inginocchiato, cosa ne avrebbero detto i nostri concittadini? Avrebbero riso a crepapelle.- Domando ad essi, un uomo di buon senso cosa deve aver pensato nel vedere un migliaio di persone inginocchiarsi al cospetto di una statua di legno abbigliata di regali vesti? Se quest’uomo non fosse stato uomo di cuore avrebbe riso, ma essendo tale avrà mentalmente deplorato che il suo simile voglia sempre essere osannato colle apparenze di pompe di altri tempi degne di barbari più restii alla civiltà. 123 Abbiamo rimarcato una compagnia d’uomini vestiti di consimili abbigliamenti di vari colori, fra i quali, incredibile a dirsi, vi erano delle persone rivestite di un pubblico mandato. Nella passeggiata in discorso ci fece senso penoso il vedere quaranta ragazzine vestite di bianco e con una corona in testa. Queste ragazzine, che diventeranno un giorno le madri dei nostri nipoti, inspirate a falsi ed ipocriti principi educheranno i lor figli alla stregua dell’educazione da esse avuta. Oh i bravi cittadini, oh la gente intelligente! quanti Sedan e Metz1 ci promette con questa educazione l’avvenire!!! E quelle bambine erano state vestite dalle loro famiglie a seguito alle sollecitazioni insistenti.- indovinate? – di due maestre le quali naturalmente fecero atto di presenza in quella dimostrazione clericale. A quelle due maestre diremo che non si ha il diritto e non si può onestamente addossarsi il santo e nobile carico dell’educazione, quando si ha le mente ottenebrata dalla superstizione o il cuore ipocrita. Che i nostri concittadini pensino, e segnatamente il nostro Consiglio Comunale, nella facoltà delle insegnanti, che l’ignoranza l’abiezione morale degli uomini, dipende dalla prima educazione che essi nutrirono nel seno della loro famiglia. Una madre ignorante, incolta, superstiziosa, non potrà formare che figli ignoranti, baciapile, superstiziosi ed ipocriti. Noi vogliamo che i nostri figli ricevano un’educazione religiosa, non massime bestemmiatrici contro Dio, contro la ragione, contro la morale. Noi vogliamo che i credenti rispettino il loro Dio, non degli idoli d’oro, d’argento, di cera; noi vogliamo che amino nel loro cuore e non prostituiscano la divinità con maschere irriverenti, le quali dimostrano un abbrutimento morale tanto in chi le preordina, che in chi le rispetta o ne fa parte. Per oggi basti. Il Tagliamento, Pordenone, Anno II, 10/02/1872, n. 6, Cronaca cittadina. Un sermoncino agro-dolce al Veneto Cattolico Lettori bensì, ma poco assidui, del Veneto Cattolico venimmo soltanto tardi a conoscenza della doppia bordata a mitraglia che egli ci scaricò addosso ultimamente. Questo sciagurato fogliuncolo se la prese fieramente con noi perché abbiamo manifestata la intenzione di denunciare al pubblico le mene sovversive che potessero venire organizzate nella famosa assemblea clericale di San Vito. La storia della ribalda setta di cui ci occupiamo autorizza i più gravi sospetti sui suoi intendimenti: anche i meno veggenti ed i più ignari dei fasti sanguinari dei tempi an124 tichi e dell’evo medio possono senz’ombra di giudizio temerario, capacitarsi dei biechi propositi degli odierni settari, e perciò non hanno che a rivolgere pensiero ai fatti più recenti come sarebbe a quelli che funestarono Barletta2 ove una turba briaca di superstizione cattolica spargeva, in quella città, il terrore e la morte. Opera vostra sono, e soltanto vostra, i fatti cruenti che immersero nella desolazione, nel sangue la città di Palermo3; per opra vostra delle orde assoldate fra la feccia di tutta Europa, sotto gli auspici dell’eroe di Sedan4, a puntello del caduto potere temporale, mietevano la nostra gioventù più animosa gettando il lutto e la disperazione in migliaia di famiglie. E voi minuscoli Don Margottino da … redattori dello sciagurato Veneto Cattolico strillate come sozzi maiali se dopo tante prove di efferatezza si sospetta del vostro misterioso procedere a passo di lupi! Ed osate accusare di codardia chi vi sferzava con coraggio civile come al presente, anche in quel felice passato in cui disponevate a danno dei vostri nemici dei giudici dei carcerieri e del boia; osate accusare di codardia gli altri voi, che imbrattereste la nera sottana al solo apparire di un paio di galantuomini che, vincendo il ribrezzo del vostro contatto, si presentassero a chiedervi conto delle vostre tanto ascetiche quanto inique espettorazioni. Buffoni! Battezzate col titolo di false accuse le nostre giuste imputazioni, voi che da mesi sopra mesi con fronte bronzina intestate il vostro periodico colle parole: Pietro era sostenuto in carcere etc …. Questo vedete la è una falsa notizia che voi propagate, la è una accusa contro un governo che ha il torto di essere troppo debole con voi; e se tale debolezza non fosse un fatto reale e costante sareste tradotti assai più di sovente che non succede, in quella vostra gattabuia in cui quella vostra giornaliera bugia caccia giornalmente quel vostro Pietro. I surriferiti scrittoracci del Veneto Cattolico, fabbricatori di società più o meno segrete, nel far squillare la tromba della fama in conto della propria persona si presentano come campioni del Vangelo: ma il Vangelo dice: volgerai la guancia destra a chi ti percuote la sinistra: - e di fatti essi asseriscono che il precetto è buono; ma non per loro che sono i pastori bensì per le pecorelle, ed essi in fatto come pastori stanno armati del randello o pastorale per battere il gregge, della forbice per tosarlo e del podine per mungerlo. Buffoni! È noto che nell’assemblea di S. Vito si fece un mar di chiacchiere onde impegnare i così detti fedeli ad astenersi dalla lettura di libri maculati di eterodossia ed a fuggire in special modo dai periodici liberali e governativi; e fanno bene ad imporre una simile astinenza perché è certo che i fedeli prefati prendendo conoscenza a mezzo di quei diari della verità delle cose s’illuminerebbero così che l’ovile in brev’ora resterebbe deserto. – Noi invece ci permettiamo di consigliare i nostri lettori di voler leggere la Civiltà Cattolica e l’Osservatore Romano ed il Veneto Cattolico quotidianamente e tale consiglio lo impartiamo calorosamente perché siamo certi che avverrà quanto accadeva nelle scuole 125 dell’antica Grecia dove i giovani imparavano ad astenersi dall’ubriachezza per la nausea prodotta dai lazzi, dalle sconcezze, dalle scurrilità che commettevano alcuni ubriachi che a bella posta dai professori venivano presentati ai scolari. Buffoni! L’avidità, l’ambizione, la vanità, lo spirito di vendetta e le altre malvagie passioni ricoprono già da sole e di troppo la faccia del globo di miserie, di lagrime, di delitti, di rovine, di massacri, senza che si abbia ad attizzare il fuoco divoratore della guerra religiosa: una parola sola dovrebbe risuonare dalla bocca dei ministri e degli adepti di ciascun culto: tolleranza! tolleranza! tolleranza! – Le credenze religiose di ogni specie non invadano il campo politico ed amministrativo; a questo solo patto esse potranno riuscire benefiche all’umanità. Perché Il Tagliamento, Pordenone, Anno III, n. 21, 24/05/1873, Cronaca cittadina. Negozio di Messe. – Un onesto negoziante di questa città, conosciuto per la sua specialità di tenere un commercio abbastanza animato mediante cambio di ogni sorta di merci, ebbe 400 messe in pagamento di un credito che teneva verso un tal pievano. Chi direbbe che la Messa fosse un oggetto commerciabile ? Eppure la è così. Il nostro amico ha trovato di esitare una parte delle sue Messe contro tanto formaggio: con altre acquistò dei sassi da fabbricare, ed ora non gliene rimangono che 40, che sarebbe disposto a cedere con qualche facilitazione. Avviso agli amatori del genere. Il Tagliamento, Pordenone, n. 2, 10/01/1874, Cronaca cittadina. Senta, signor Palmieri. Io voglio farle una confidenza. La si accusa di soverchia devozione ai preti ed alle Chiese, cosa che come vede è fuori di moda qui da noi e che sconviene assai in un pubblico funzionario. Se non lo è si difenda. Intanto le dirò che a Pordenone non si amano i colli torti, e se lei è proprio tale (e di ciò amerei essere smentito) si persuada che non vivrà bene. Dica dunque al Governo, giacché questa sua destinazione è provvisoria, che Ella è un santo uomo, che non vuole dannare l’anima, e che è una vera bricconata l’averla mandata in un paese come questo, reprobo ed anticlericale. Dica anche che ai nostri abitanti fa un certo senso di ribrezzo di vedere riservate dal Governo certe posizioni comode e lucrose ai santificetur. 126 Il Tagliamento, Pordenone, n. 4, 24/01/1874, Cronaca cittadina. L’intolleranza pretesca arriva ad un certo segno che ci sembra venuta l’ora che le autorità ci pongano un po’ la mano dentro adoprando il ferro rovente, senza remissione, della legge. Certo Giuseppe Russolo di Ghirano di Prata falegname, venerdì p. p. teneva aperto il proprio laboratorio, onde guadagnare il pane per i propri bambini, dimenticando la ricorrenza di un certo santo …. Proprio S. Tiziano. Saputo ciò il f.f. di parroco portossi colà seguito da una folla imbecille di contadini ad intimargli la sospensione dal lavoro …. Quel bravo operaio, quell’uomo onesto, quell’eccellente padre di famiglia fu costretto dall’imponenza del numero a chinare il capo ed obbedire. Signor Procuratore del Re a lei. Il Tagliamento, Pordenone, n. 14, 4/04/1874, Cronaca cittadina. Ieri a sera lungo le vie della città ebbe luogo la processione del Venerdì Santo. Erano, doloroso a dirsi illuminati splendidamente il vecchio palazzo e l’attuale residenza del Municipio!!! – Cosa si sarebbe fatto se non fossimo rappresentati da una Giunta liberale? – Vorremmo sapere a quale categoria del bilancio verrà assegnata la spesa e con quale coraggio se ne domanderà l’approvazione del Consiglio. Il Tagliamento, Pordenone, n. 25, 24/06/1874. Il Congresso dei Farisei a Venezia (detto Congresso Cattolico) È strano come la stampa, che di cose di religione si intende poco, abbia fatto degli articoli di fondo su di un congresso di notissimi settari; che sognano il gran trionfo, vale a dire il ritorno della servitù della società civile, e il dispotismo clericale, colle sue amenità dall’inquisizione, dei tratti di corda, dei sepolti vivi, e col possesso materiale di un buon terzo dei beni della terra. Meritavano soltanto il ridicolo. Quanto ai cattolici essi non vogliono certo aver niente in comune con questi settari, i quali, a ben analizzare le loro teorie, sono in perfetta contraddizione coi vangeli e coi santi padri. “La libertà è una vera tirannide !” esclamava quella colomba mea, che si potrebbe dire il redattore del Veneto Cattolico. San Paolo diceva invece: ubi spiritus Dei ibi libertas. Chi confronta la condotta, le massime, lo spirito di questi settari, coi farisei di cui parla 127 Cristo, che pretendendo il monopolio della pietà cercavano di spargere la zizzania fra il popolo, troverà che costoro vi corrispondono perfettamente. Ma ripetiamo, non si possono prendere che in ridicolo. La sola cosa che i buoni cattolici debbono fare è di protestare continuamente che nulla hanno di comune con questi esseri singolari che rappresentano in nome loro una parte così buffa. In altro grande avvenimento nella settimana ha segnalato l’agenzia Steffani, il papa ha aperto la bocca a tre nuovi cardinali! I fondi pubblici però non hanno segnato per questo né rialzo né ribasso. Forse, ora che tre cardinali di più hanno la bocca aperta, egli la terrà più chiusa. Gli stessi fidi del Vaticano si lagnano che parla troppo. Del resto dica che vuole, a noi poco monta. Il Tagliamento, Pordenone, n. 26, 27/06/1874. Amenità Giornalistico-pretine Non vi può essere prete di buon senso che legga senza stomacarsi certi giornaletti così detti religiosi. A Udine se ne stampa uno che davvero è un gioiello, sotto il titolo Madonna delle Grazie. Accidentalmente vidi il numero del 13 giugno, raccolto da un ragazzo per via. C’era riportato uno scritto del Conservatore di Firenze altro simile giornaletto. Uditene alcuni squarci. Lo scritto è intitolato = che cosa è il Prete? = La risposta in una parola è che il Prete è Dio. “Il Prete non dice Dio vi perdona, ma bensì io vi assolvo; alla consacrazione non dice: questo è il corpo del Nostro Signore, egli dice: questo è il mio corpo” cioè il corpo del prete. E più innanzi: “Il prete non si comprenderà bene che in cielo”; se lo si comprendesse sulla terra si morrebbe, non di spavento, ma di amore” Vedi strage di S. Bartolomeo5, inquisizione ecc. ecc.” E per ultimo: “Se incontrassi un prete ed un angelo, saluterei quello prima di salutar questo. L’angiolo è amico di Dio, ma il prete tiene il suo posto, epperciò santa Teresa baciava la via per la quale era passato il prete”. Vi basta per un saggio? Il Tagliamento, Pordenone, n. 39, 26 settembre 1874. Cronaca pretina Pei gesuiti la incomincia ad andar male. L’affare delle rivelazioni del padre Theiner6, il quale, nonostante l’esclusione dagli archivi del Vaticano e il suo odio (cristiano) contro 128 di loro, ebbe la benedizione in punto di morte dal papa infallibile, che lo chiamò “dilettissimo figlio,” è un affare che i gesuiti non se lo possono inghiottire. Ma il peggio per loro si è che il clero incomincia a scuotere il giogo, ed anche il popolino si commuove, i parroci incominciano a comprendere di non essere schiavi dei vescovi ma pastori anch’essi, e se le pecorelle accettano il pasce ma non vogliono il fondere e soprattutto ripugna loro la parola decorticatio. Se i gesuiti gridano per bocca dell’Unità, della Civiltà e dei membri delle Società degli interessi cattolici o farisaici che si voglia dire, se gridano “tempora pessima” hanno ragione. A Cremona il vescovo sta cacciando dal Seminario gli attuali professori, gente tagliata all’antica secondo le tradizioni ambrosiane, per sostituirvi altrettanti gesuiti disfatti. Ma costoro godono molto favore, e non sono disposti a soffrire con rassegnazione tanta ingiustizia. Tempo fa lo stesso vescovo aveva regalato a quei di Piccenengo, borgata a pochi chilometri da Cremona, un prete secondo il cuor suo; ma i contadini si ribellarono (orrore!) e lo fecero scendere dal pulpito mentre raccontava (probabilmente) i prodigi di madamigella Alacoque7, quella famosa del sacro cuore. Il reverendissimo aveva recentemente fatto negare dal cappellano gli estremi conforti ad un benestante che morì all’ospitale, dov’era andato in pensione per farsi curare da grave morbo, perché aveva comperato beni ecclesiastici. La città improvvisò tosto uno splendido funerale civile ed il vescovo ebbe il male (di privare i suoi preti delle oblazioni) e le beffe (pel gran baccano che se ne fece). Facciasi così da per tutto e il mondo muterà faccia ben presto. Eppure, duole il dirlo, quel vescovo ebbe, non è molto, l’exequatur8 dal Governo italiano! L’altro anno nel seminario di Udine venne scoperta e tolta una scuola elementare abusiva. I reverendi trovavano già pericoloso che i bambini frequentassero le scuole elementari pubbliche, nelle quali necessariamente assorbivano qualche idea di patria, di storia italiana, di costituzione, di libertà, idee che non si sradicavano più, e disturbavano in seguito quell’eunucamento morale che è richiesto dai sistemi secondo i quali i gesuiti vorrebbero che fosse educato il nuovo clero per fare dei preti altrettanti Santa Cruz9. Oggi si parla che il monsignor Cernazai abbia fatto sgomberare alcune sue case per convertirle in scuola elementare ad uso del seminario, nella speranza di deludere la sorveglianza dell’autorità scolastica. Vedrete fra breve che fonderanno anche un asilo per accogliere i futuri candidati al sacerdozio; anzi istituiranno una sala di baliatico apposito (con balie nere nere) perché, per avventura, i loro predestinati non succhino col latte il veleno liberalesco (frase tecnico-gesuitica). 129 Il Tagliamento, Pordenone, n. 39, 26 settembre 1874. Monsignor Nardi a San Vito. Il famigerato Monsignor Nardi, auditore della sacra rota, redattore dell’organo reazionario la Voce della verità, corifeo del partito gesuitico, tenne nei giorni di martedì e mercoledì della corrente settimana due conferenze in San Vito del Tagliamento alle quali accorsero tutte le sottane nere e molti baciapile di quei dintorni. Era compagno al famigerato prelato un altro Coso che, a quanto ci venne riferito, doveva essere qualche cosa di grosso nel partito nero. Dicesi che nelle conferenze suddette l’argomento delle prossime elezioni non sia stato estraneo. All’erta dunque liberali di san Vito! Sarebbe vergogna che il clericalume oltre che aver vinto nelle elezioni amministrative in quel paese avesse a trionfare anche nelle politiche!! Il Tagliamento, Pordenone, n. 40, 30 ottobre 1874. Ai Friulani L’Esaminatore Friulano pubblica una circolare dell’Arcivescovo di Udine agli Arcidiaconi Vicari Foranei della diocesi di Udine per eccitarli ad aprire la raccolta pel Denaro di San Pietro, facendola precedere dalle seguenti parole: Vi sarà pubblicato dall’altare un ordine arcivescovile, perché facciate una abbondante limosina pel papa. L’Esaminatore si associa ai sentimenti dello illustre porporato e raccomanda anche egli e specialmente a voi, o contadini, a fare risparmi sull’olio, sul pepe, sul sale ed a trasmettere le somme risparmiate al Sommo Pontefice, poiché egli ne ha grande bisogno. Egli in 10 anni dalla Francia e dalla Germania, per non parlare delle altre parti del mondo, non ebbe in dono che 142 milioni, cioè poco più che 38000 lire al giorno. Dall’Italia non gli sono offerti che tre milioni e mezzo annualmente. È una miseria: non sono che poco più che 9500 lire al dì. Egli non ha che circa 4000 servi in un umile casetta, la quale non conta che 11000 stanze. Laude, o Friulani, voi vedete che il papa è povero. Ad ogni modo per muovere l’animo vostro vi presentiamo la circolare del nostro amatissimo arcivescovo, il quale incontro, siamo certi, si mostrerà generoso e manderà a S. S., oltre un bel gruzzolo di marenghini, anche un paio di quei 28 prosciutti, che tiene nella sua dispensa. Il Tagliamento, Pordenone, Anno V, n. 11, 13 marzo 1875. I Vecchi Cattolici in Sicilia10 Nella seduta del 9 corrente della Camera dei Deputati venne presentata una domanda di interrogazione al Ministro dell’interno circa i fatti avvenuti in Grotte, provincia di 130 Girgenti, dove alcuni preti, col concorso della popolazione, avrebbero inaugurato il culto dei vecchi cattolici. – Il ministro riservassi di rispondere se accettava o meno l’interrogazione. Su questi fatti di Grotte, che hanno una certa importanza perché segnano il principio della resistenza della parte onesta del basso clero contro l’oligarchia gesuitica di Roma, la Libertà riceve le seguenti informazioni che ci affrettiamo a riprodurre: “Nel comune di Grotte, in provincia di Girgenti, è avvenuto un fatto di grande importanza. Vescovo di Girgenti è l’ex-gesuita Turano, noto agente della polizia borbonica prima del 1860 e più tardi uno dei principali fondatori in Sicilia di quella scuola ultramontana, che va sostituendosi con quasi in frenabile rapidità, all’antico clero siciliano, ed alle sue tradizioni di indipendenza e patriottismo. Grotte è un paese di circa 5000 anime, con varie chiese, al servizio delle quali sono addetti 25 sacerdoti. Cinque di questi furono circa un mese fa interdetti dal vescovo, perché avevano mostrato qualche resistenza ad accettare le massime del Sillabo e il dogma dell’infallibilità del Pontefice. All’annunzio di questa interdizione, tutto il rimanente del clero di Grotte tenne una riunione, ed inviò a monsignor Turano uno scritto col quale dichiarava di non riconoscere la di lui supremazia ecclesiastica, di voler da ora innanzi rompere ogni legame colla Curia, e di esser tanto concorde a voler inaugurare nelle chiese di grotte, fin dalla prossima domenica, il rito dei Vecchi cattolici. Monsignor Turano fece sapere al Prefetto di Girgenti che il clero in Grotte era diviso di principii e di intendimenti, che a questa divisione del clero prendeva parte il popolo, ed esser molto probabile che la futura domenica non passasse senza che qualche scena di violenza funestasse il paese. Il Prefetto, come era suo dovere, inviò quel giorno a Grotte una certa quantità di truppa, per tutelarvi l’ordine che gli si diceva così minacciato; questa truppa assisté ad uno strano spettacolo. All’ora del servizio divino, in tutte le chiese di Grotte, e in mezzo alla festività generale di tutta la popolazione, comprese le donne, si cantò un Te Deum, e si dichiarò inaugurato il rito vecchio-cattolico. Il nostro corrispondente che è uno degli uomini più rispettabili di Sicilia ci dice che l’esempio dato dal clero di Grotte ha prodotto una grande commozione nella provincia di Girgenti, e che il clero di Favara, paese di 24.000 anime, sembra inclinato a volerlo seguire.” Il Tagliamento, Pordenone, n. 36, 4 settembre 1875. Le Reliquie Sotto questo titolo la Gazzetta di Modena nei numeri di venerdì e sabato scorso ha pubblicata una curiosa appendice, tratta dal francese, che si chiude con un elenco numeroso di santi, di cui si conservano le stesse reliquie in parecchie chiese. 131 I più fortunati, secondo questa appendice, appaiono San Giorgio e San Pancrazio di cui si conservano 30 corpi, e Santa Giuliana di cui hanno 20 corpi e 26 teste, sacri tutti del pari al culto e alla devozione dei fedeli. Di Sant’Andrea si hanno 17 braccia, che prova che la favola di Briareo non è così assurda come si è creduto fin’ora. Il Tagliamento, Pordenone, Anno 12, n. 10, 11 marzo 1882. In questi giorni i preti di Cordenons, compresi di un santo orrore per le letture pervertitrici alle quali potrebbero abbandonarsi quei buoni villici, hanno operato una generale requisizione e quindi la distruzione dei libri dati in premio dal Municipio agli allievi delle scuole comunali. Il più importante di questi libri era: Fede e bellezza del Tommaseo!!! Ciò vi basti per avere una idea della scienza di quei reverendi. È proprio peccato che una popolazione tanto intelligente come quella di Cordenons tolleri che la gioventù venga raggirata da simili fanatici ignoranti. Il Tagliamento, Pordenone, n. 37, 12 settembre 1885. L’insegnamento religioso nelle scuole comunali Nel Congresso dei maestri elementari tenutosi teste a Torino, fu adottato il principio: “Che, lasciando ai veri maestri di religione l’insegnarla secondo credono nelle loro chiese o nei loro templi, la scuola, di qualunque grado, stia sopra ogni disputa teologica, bastando solo ad insegnar bene la santa religione del dovere, scaturente dall’idea di Dio, della patria e dell’umanità.” Note agli articoli da “Il Tagliamento” 1 2 132 La battaglia di Sedan e l’assedio di Metz sono due episodi salienti della guerra franco-prussiana (18701871). Dopo una pesante sconfitta, l’esercito francese cercò di riorganizzarsi nei pressi di Metz ma vi si trovò assediato dai Prussiani. La battaglia decisiva avvenne a Sedan, dove l’esercito francese fu sconfitto e lo stesso Napoleone III fu fatto prigioniero. A causa delle grosse difficoltà in cui versava l’esercito francese, sconfitto a Sedan e intrappolato a Metz, i Prussiani poterono porre l’assedio a Parigi, da cui uscirono vittoriosi nel gennaio 1871. Forse l’autore utilizza questo riferimento a Sedan e a Metz come metafore dell’insuccesso cui conduce il pensiero reazionario e illiberale, rappresentato da Napoleone III. P. VIOLA, Storia moderna e contemporanea: volume terzo. L’Ottocento, Torino, Piccola biblioteca Einaudi, 2000, pp. 135-138; 157-159 Nel 1865 il predicatore della Chiesa libera Gaetano Giannini fondò una comunità evangelica a Barletta, ma incontrò in quella zona una dura reazione del clero e della popolazione: la tensione crebbe fino a sfociare in uno scontro che, complice la scelta della guardia nazionale di non intervenire, causò sei morti. 3 4 5 6 7 8 9 10 Questi fatti suscitarono una vasta eco sul territorio nazionale, che portò alcuni deputati della Sinistra a presentare un’interpellanza alla Camera. V. VINAY, Storia dei Valdesi 3: dal movimento evangelico italiano al movimento ecumenico, Torino, Claudiana, [1980], p. 119. Il riferimento è con ogni probabilità ad uno degli episodi di aggressione ai danni di predicatori protestanti e colportori che funestarono Palermo ed altre città siciliane in quegli anni: la predicazione protestante, infatti, riscuoteva un certo successo presso i liberali borghesi ed i ceti benestanti, mentre il popolo rimaneva legato alle tradizioni cattoliche ed al clero; per questo i dibattiti pubblici tenuti dai predicatori locali degeneravano spesso in risse ed aggressioni. G. SPINI, Risorgimento e protestanti, Torino, Claudiana, 1998, pp. 316-317; V. VINAY, Storia dei Valdesi 3: dal movimento evangelico italiano al movimento ecumenico, Torino, Claudiana, [1980], pp. 90-98. L’ appellativo “eroe di Sedan” si riferisce, con ogni probabilità, in senso ironico a Napoleone III, che dalla battaglia di Sedan uscì sconfitto e prigioniero, ma che, secondo i suoi sostenitori, si era comunque battuto da eroe per evitare la sconfitta. Napoleone III è associato, nel pensiero liberale, al potere temporale della Chiesa cattolica, di cui era stato strenuo difensore. P. VIOLA, Storia moderna e contemporanea: volume terzo. L’Ottocento, Torino, Piccola biblioteca Einaudi, 2000, pp. 157-159. La strage di San Bartolomeo è il nome con cui si indica il massacro degli ugonotti iniziato nella notte tra il 23 ed il 24 agosto 1572 a Parigi. Gli ugonotti, protestanti francesi di ispirazione calvinista, furono oggetto di una congiura di corte, appoggiata dalla reggente Caterina de’ Medici, per eliminare la minaccia del costituirsi di una forza autonoma, rappresentata appunto dai protestanti, all’interno dello Stato francese. Il massacro prese avvio a Parigi, dove i nobili ugonotti erano convenuti in gran numero per festeggiare il matrimonio di Enrico di Navarra, e si estese poi ad altre province del regno. A. PROSPERI, Storia moderna e contemporanea: volume primo. Dalla peste nera alla guerra dei trent’anni, Torino, Piccola biblioteca Einaudi, 2000, pp. 375-376. Il sacerdote tedesco Augustin Theiner, teologo e storico della Chiesa, fu il prefetto degli archivi vaticani dal 1850 al 1870. Dopo la sua morte, avvenuta nell’agosto 1874, la pubblicazione di alcune sue lettere indirizzate a corrispondenti tedeschi suscitò un certo scalpore: in esse erano infatti espresse dure posizioni antigesuitiche e vi si faceva accenno ad importanti scoperte effettuate all’interno degli archivi vaticani sulla condotta dei Gesuiti. Nel 1870, nel corso del Concilio Vaticano I, del quale era stato attento osservatore, Padre Theiner fu improvvisamente destituito da tutti i suoi incarichi per avere contravvenuto alle regole imposte dalle sue funzioni. Fu certamente una personalità piuttosto scomoda per la Chiesa cattolica in virtù delle sue idee riformatrici, che lo portarono a simpatizzare, in gioventù, con posizioni favorevoli all’abolizione del celibato dei preti, e, successivamente, con gli oppositori del dogma dell’infallibilità del papa, fortemente voluto dai Gesuiti ed approvato durante il Concilio Vaticano I. Si vociferò su una sua presunta riconciliazione con la Chiesa di Roma in punto di morte, ma in realtà non vi sono prove certe al riguardo. The New York Times, 24 settembre 1874 (notizia dal corrispondente di Roma del 5 settembre 1874). Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti, vol. XXXIII, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1937, pp. 763-764. Marguerite-Marie Alacoque, monaca e mistica francese, canonizzata nel 1920 da papa Benedetto XV, fu iniziatrice del culto del Sacro Cuore di Gesù. The New Encyclopaedia Britannica : Micropaedia, vol. I, Chicago etc., 1981, p. 182. L’exequatur è una procedura giudiziaria che serve a far riconoscere, all’interno di uno Stato, un provvedimento emesso dall’autorità giudiziaria di un altro Paese; è anche un procedimento attraverso il quale uno Stato concede l’esecuzione di atti ecclesiastici sul proprio territorio. A seguito dell’unità d’Italia, affinché il vescovo neoeletto potesse prendere possesso della sede episcopale, era necessario che alla Bolla Pontificia contenente la sua nomina fosse riconosciuto il regio exequatur, concesso dal Governo previa inchiesta sull’eletto. A. CICCHITTI-SURIANI, Lo scisma di Grotte del 1873 e l’origine del locale di culto valdese, Bollettino della Società di studi valdesi, LXXXII, pp. 68. Il personaggio cui si fa riferimento in questo passo va forse identificato con Andrès de Santa Cruz, generale dell’esercito peruviano che, dopo aver ricoperto vari incarichi politici, assunse il governo di Perù e Bolivia come dittatore, avendo preso il potere con le armi nel 1835. Destituito nel 1839, dopo vari tentativi di riprendere il potere, si rifugiò in Francia, dove morì nel 1865. Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti, vol. XXX, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1936, p. 765. Tra il 1870 ed il 1873, per reazione alla proclamazione del dogma dell’infallibilità del papa, una parte dei vescovi dell’Europa centrale diede vita allo scisma vetero-cattolico, animato dall’esigenza di un ritorno 133 alla chiesa delle origini; i sacerdoti di Grotte non sembrano aver avuto contatti diretti con i fondatori del movimento d’Oltralpe, ma solo con alcuni esponenti romani dei “vecchi-cattolici”. Nonostante l’eco nelle cronache nazionali ed un’interrogazione parlamentare del deputato La Porta, quello che fu definito “lo scisma di Grotte” non ebbe sviluppi significativi (molti sacerdoti ritrattarono, alcuni lasciarono la Chiesa cattolica); contribuì però a favorire l’inizio della predicazione valdese nella zona: nel 1885, infatti, l’ex-sacerdote Stefano Dimino Lombardo, che aveva aderito allo scisma ed era poi fuoriuscito dalla Chiesa cattolica, invitò il pastore di Caltanissetta a tenere delle conferenze a Grotte. Di lì a poco nacque una comunità valdese, che inaugurò la sua chiesa nel 1897 ed aprì una scuola elementare, in quel momento l’unica istituzione scolastica pubblica esistente a Grotte. T. LANE, Compendio del pensiero cristiano nei secoli, Formigine, Voce della Bibbia, 1994, pp. 328-331; V. VINAY, Storia dei Valdesi 3: dal movimento evangelico italiano al movimento ecumenico, Torino, Claudiana, [1980], p. 90; p. 270; A. CICCHITTI-SURIANI, Lo scisma di Grotte del 1873 e l’origine del locale di culto valdese, Bollettino della Società di studi valdesi, LXXXII, pp. 67-79. 134 INDICE DEI NOMI Ackermann Theodor, pag. 105n Agnoletto A., pag. 26n Agostino (santo), pag. 10n Alacoque Marguerite-Marie, pag. 129, 133n Aloisi Stefano, pag. 122n Altieri Orietta, pag. 89n Ambrogio (santo), pag. 7, 10n Ambrosini Giovanni, pag. 75, 96, 107 Amman Edoardo, pag. 48, 48n, 49, 51, 94 Amman & Wepfer, pag. 37, 38, 41n, 48n Ancona Marianna, pag. 42n Andrès de Santa Cruz, pag. 129, 133n Angeleri Giuseppe, pag. 6, 64n, 81, 82, 93, 111, 112 Arbanasich Giovanni, pag. 98n Arbanasich Pietro, pag. 109 Arboit A., pag. 32n Ariés Philippe, pag. 62n Arnaldo da Brescia, pag. 122n Arnold (famiglia), pag. 45 Assenzio (Vescovo di Milano), pag. 10n Assingher (famiglia), pag. 45 Badcock & Vilcox (ditta), pag. 38 Bainton Roland H., pag. 61n Ballesio Gabriella, pag. 9 Barbieri (imprenditore), pag. 47, 48n Battistella Teresa, pag. 44 Bearzi Vincenzo, pag. 29 Begotti Pier Carlo, pag. 18n Belaz fratelli e Blanc (ditta), pag. 36 Bellondi Vincenzo, pag. 109n Benedetti Andrea, pag. 13, 13n, 42n, 64n Benedetto XV (Giacomo della Chiesa), pag. 133n Benussi Cristina, pag. 45n Berengo Marino, pag. 29n Bernardini (famiglia), pag. 76 Bernardini Andrea, pag. 81 Bernardini Antonio Pietro, pag. 85 Bernardini Emanuele, pag. 6 Bernardini Giuseppe, pag. 6, 76, 85 Bernardini Maddalena Maria, pag. 85 Bernardini Umberto, pag. 6, 76, 85 Berti (ministro), pag. 40 Bertolo Paola, pag. 75, 83 Bettoli Gian Luigi, pag. 9, 65n, 82, 82n Bigatton Walter, pag. 38n, 39n, 50n Billot Antonia (detta Fracas), pag. 66 Billot Valentino, pag. 66 Binder Maria Barbara, pag. 44, 69 Bissolati Leonida, pag. 65n Blötz Martino, pag. 45n Bodmer Bertha, pag. 50n Bodmer Massimiliano, pag. 50n Bois-de-Chesne (famiglia), pag. 45n Bonettini Luigi Nicodemo, pag. 40n Bonnant G., pag. 42n Bordugo Maurizio, pag. 38n, 39n, 50n Bortolin Mirco, pag. 9 Boschetti (commissario di polizia), pag. 88 Bresin Eleonora, pag. 85 Brown Boveri (ditta), pag. 37 Bruce Robert, pag. 69, 69n, 118 Brunetta Giovanni Battista, pag. 56n Brunner (famiglia), pag. 45 Brunner Eugenia Pierina, pag. 44 Brusadin Aiace, pag. 85 Brusadin Emilio, pag. 6, 85 Brusadin Iride, pag. 85 Brusadin Nestore, pag. 85 Brusadin Teseo, pag. 85 Bruschi Ernesto, pag. 94 Burton Henry, pag. 38, 41n Byletter Caterina Luigia, pag. 47, 66 Byletter Eugenio, pag. 44, 47, 66 Byletter Ida Maria Teresa, pag. 44 Byletter Rodolfo (o Billetter), pag. 36, 47, 66 Byletter Rodolfo (junior), pag. 47 Byller (famiglia), pag. 45 Byller Enrico, pag. 56n Bylletter o Byletter (famiglia), pag. 45, 66 Calixto Samuele Daniele, pag. 41n Calvino Giovanni, pag. 16n, 21n, 23, 27n, 81, 93 Candiani (Presidente Asilo Infantile V.E.), pag. 47, 48n Cardin Osvaldo, pag. 6, 85 Cardini (pastore battista), pag. 110, 110n Carlis Giovanni, pag. 95n Carlo di Prussia, pag. 63n Carrari Giovanni, pag. 45n Casasola Andrea (vescovo), 122n Casillo, pag. 52n Casini (pastore battista), pag. 110, 110n Casonato Aldo, pag. 9 Castioni Angelo, 69n Caterina de’ Medici, 133n Cattaneo (famiglia), pag. 53 Cavour Camillo Benso, pag. 22n Cedarmas Adonella, pag. 15n Ceresole (console svizzero), pag. 48, 48n Cernazai, pag. 129 Ceschin (famiglia), pag. 75 Ceschin Giovanni, pag. 85 Chevanley Elisa, pag. 113 Chiozza (ditta), pag. 51 Ciari Giulia, pag. 111 Cicchitti-Suriani A., pag. 25n, 133n, 134n, Cicuto Antonio, pag. 124n Civran A. (ingegnere), pag. 53, 60 Clarke Edward, pag. 107, 107n, 108, 109n, 113n Clark William, pag. 109, 109n Clarmont (famiglia), pag. 45 Colombo (famiglia), pag. 75 Colombo Angelo, pag. 80 Colombo Eden, pag. 73, 84 Colombo Elisabetta, pag. 80, 84 Colombo Ercole, pag. 73 Colombo Fermo-Osiride Giovanni, pag. 72 Colombo Geltrude, pag. 73, 84 Colombo Giacomo, pag. 72, 80 Colombo Giovanni, pag. 84 Colombo Giuditta, pag. 73 Colombo Iside, pag. 73, 84 Colombo Lentelmante, pag. 73, 84 Colombo Osiride, pag. 5, 19, 73, 84 Colombo Osiride Giovanni, pag. 84 Colombo Pacifico Polifemo, pag. 73, 84 Colombo Pietro Angelo, pag. 5, 72, 72n, 73, 80, 81, 84, 90, 91, 108 Colombo Polifemo Leonardo, pag. 84 Colombo Riccardo Ercole, pag. 84 Colombo S., pag. 108n Colombo Siride, pag. 73, 84 Comba Emilio, pag. 104, 104n Comello Angela, pag. 73, 76 Commisso Pietro, pag. 91 Confalonieri Federico, pag.32 Corai Alfeo, pag. 75, 84, 85 Corai Giuseppe, pag. 6, 85, 93n Corai Ido, pag. 85 Corai Isaia, pag. 85 Corai Luigi, pag. 85 135 Corai Regina Maddalena, pag. 85 Corai Ruben, pag. 64n, 85, 93n, 110, 111n Corai Sara, pag. 85 Corai Silvano, pag. 85 Correr Francesco, pag. 36 Cossetti, pag. 47, 48n Cote Wilfred Nelson, pag. 107n, 108n, 111n Cozzarin Lucia, pag. 44 Cuinod Sautter e C. (ditta), pag. 38 Curci Roberto, pag. 63n Czar Antonio, pag. 45n D’Andrea Rosa, pag. 44 De Franceschi Giuditta, pag. 84 De Franceschi Mauro, pag. 9, 55, 59, 68 de la Tour Elvine, pag. 89n De Paoli Maria, pag. 76, 85 De Paoli Paola Maria, pag. 76, 85 Degan Teresina, pag. 9, 15n, 37n, 42n, 94n Degani Ernesto, pag. 14n, 18n Del Ben Santa, pag. 73 Del Col Andrea, pag. 14n Del Frate Gastone, pag. 52n Del Mas Elena, pag. 45 Del Negro Annibale, pag. 37, 40 Demofonti Laura, pag. 65n, 116n Depretis Agostino, pag. 87 di Federli Bartolomeo, pag. 60n di Montereale P., pag. 53 di Ragogna (famiglia), pag. 17, 18 di Ragogna Giovannino, pag. 18 di Ragogna Giuseppe, pag. 17, 18, 30 Di Simone Maria Rosa, pag. 87n Dickinson Emily, pag. 5, 6 Diemoz Caterina, pag. 122n Diener (famiglia), pag. 45 Dinon Maddalena, pag. 44 Diodati Giovanni, 69n Domenichini Francesco, pag. 13 Donadoni Tiburzio, pag. 52n Doreatti Santa, pag. 67, 76, 83 Doretti Giovanni Battista, pag. 32n Drescher F. (ditta), pag. 37 Dumreicher von Österreicher (famiglia), pag. 45n Duns Scoto Giovanni, pag. 122n Edoardo VI, pag. 22n Egg Anna Rosina, pag. 50n Eghli (famiglia), pag. 45 Eheret (famiglia), pag. 45 Einstein Albert, pag. 39n Elisabetta I Tudor, pag. 22 Ellero E. (avvocato), pag. 47, 48n Ellero Giuseppe, pag. 82 Elze Ludwig Theodor, pag. 5, 6, 11, 15, 48, 99-105, 99n, 101n, 102n, 103n, 104n, 105n, 107, 108 136 Enrico di Navarra, pag. 133n Enrico VIII Tudor, pag. 22n Erste Brunner (ditta), pag. 37 Escher (famiglia), pag. 45n Escher & Wyss e C. (ditta), pag. 37 Etter (famiglia), pag. 45 Etter Giacomo, pag. 44 Fabbris o Fabbri (famiglia), pag. 5, 15, 66 Fabbris Carlo, pag. 66, 81, 83 Fabbris Giovanni Antonio, pag. 66 Fabbris Giuseppe, pag. 66 Fabbris Lucia, pag. 66, 75, 83 Fabbris Nicolò Valentino, pag. 66 Fabbris Teresa, pag. 66 Fabbris Valentino, pag. 66 Fabbris Vittorio, pag. 66 Facca Umberto, pag. 52n Facchin Antonio, pag. 14 Fachin Matteo, pag. 14n Fahis Giuseppe, pag. 44 Fasulo Aristarco, pag. 97, 107, 113, 114, 116, 116n Favot Carlo, pag. 73, 83, 85, 110n Favot Giacomo, pag. 73, 80, 83 Favot Giovanni, pag. 81 Favot Giovanni Battista, pag. 5, 73, 76, 80, 83 Favot Luigia, pag. 73, 83 Favot Samuele, pag. 73, 83 Ferdinando II, pag. 99 Fissolo Benedetto, pag. 89n Foschini Arnaldo, pag. 52n Fossa Anna Maria, pag. 69, 84 Fossati (famiglia), pag. 35 Francesconi Giuseppe, pag. 60n Fricher Bianca Maria Giulia, pag. 44 Fricher Enrico, pag. 44 Frichers (famiglia), pag. 45 Frua Giuseppe, pag. 51 Furlanetti (famiglia), pag. 75 Furlanetti Antonio, pag. 81 Furlanetti Caterina, pag. 67, 67n, 83 Furlanetti Davide, pag. 44, 69 Furlanetti Francesco, pag. 5, 61, 64n, 67, 67n, 69n, 76, 80, 81, 83, 89, 90, 91, 108, 109, 109n, 118, 122n Furlanetti Lodovica, pag. 67, 83 Furrer Alfred J., pag. 44, 46 Fusaz Prisca, pag. 4, 39, 112, 115 Galassi Luigi, pag. 64n, 107, 113, 113n Galvani (ditta), pag. 35 Galvani (famiglia), pag. 48n, 63 Galvani Andrea, pag. 37, 46 Galvani Antonio, pag. 81 Galvani Giorgio, pag. 81 Galvani Giuseppe, pag. 81 Galvani Luciano, pag. 48, 48n Ganzoni (famiglia), pag. 45n Garibaldi Giuseppe, pag. 25n Gasli (famiglia), pag. 45 Gaspardo G.B., pag. 36 Gatti Clorinda, pag. 44 Gavazzi Alessandro, pag. 17n, 24n, 104n Gay Daniel, 69n Gemmingen Emma, pag. 52 Ghedini Emilia, pag. 44 Ghigher (famiglia), pag. 45 Ghigher Eugenia, pag. 44 Ghigher Giovanni, pag. 44 Ghigher Pietro Giacomo, pag. 44 Ghisleri Arcangelo, pag. 65n Giannini Gaetano, 132n Gianola Pietro, pag. 35, 36 Gill Everett, pag. 98, 115 Ginzburg Carlo, pag. 14n Giobbe Luigi, pag. 53 Giordano Bruno, pag. 92n Giovanni Buzio da Montalcino, pag. 104, 104n Girardet G., pag. 27n Giuseppe II d’Asburgo Lorena, pag. 87n Glatzel (famiglia), pag. 45 Glugher (famiglia), pag. 45 Glugher Elisa, pag. 56n Godgeon Robert, pag. 38, 41n, 43, 67n Gounelle A., pag. 16n, 24n Graziani Lucio, pag. 47, 48n Grigoletti Michelangelo, pag. 118, 122n Griot (famiglia), pag. 45n, 46 Griot Andrea, pag. 45n Griot Filippo, pag. 45, 45n Griot Gaspare, pag. 45n Griot Giovanna Catterina, pag. 45, 45n, 66 Grizzo Valentino Giorgio, pag. 18n Godgeon (famiglia), pag. 45 Guicciardini Piero, pag. 17n Hateli (famiglia), pag. 45 Hefti (famiglia), pag. 45 Heis (famiglia), pag. 45 Heis Antonio, pag. 44 Herlet (famiglia), pag. 45 Hermann (famiglia), pag. 45 Hermann Oscar, pag. 94n, 95, 95n Hipp (ditta), pag. 37 Honneger Gaspare, pag. 37 Hubler (famiglia), pag. 45 Hubler Giuseppe, pag. 44 Huss Giovanni, pag. 122n Iblar (famiglia), pag. 45 Ilario (santo), pag. 10n Jenny Federico (imprenditore), pag. 47, 48n, 95, 95n Jenny (famiglia), pag. 45 Jenny Barbieri e C., pag. 48n Kampen Dieter, pag. 12 Kandlev (famiglia), pag. 45 Kick (famiglia), pag. 45 Kick Lodovico, pag. 38, 43 Klunard (famiglia), pag. 45 Klunard Margherita, pag. 56n Kuliscioff Anna, pag. 65n Kuret Primož, pag. 105n La Porta (deputato), pag. 134n Landert (famiglia), pag. 45 Lane T., pag. 23n, 25n, 134n Latard (famiglia), pag. 51 Latard Laura, pag. 51 Lavagnolo Annunziata, pag. 44 Lechner (famiglia), pag. 45 Lehmann (famiglia), pag. 45 Lener (famiglia), pag. 45 Lenner Paolo (o Lechner), pag. 44 Lerch (famiglia), pag. 45 Lessing Eugen, pag. 99n, 101n, 102n, 103n, 105n Levi (famiglia), pag. 15n Levi Amadeo, pag. 42n Liebhamer Giovanni, pag. 44 Locatelli (famiglia), pag. 94 Locatelli Giovanni Antonio, pag. 47, 81 Lombardo Dimino Stefano, pag. 134n Longo (medico), pag. 63n Loosli Elisabetta, pag. 47,66 Lopez R.S., pag. 29n Lozer Giuseppe, pag. 18n, 82, 82n Luginbuhl Emilio, pag. 96, 107 Lutero Martin, pag. 23n, 24, 24n, 26, 26n, 65n, 81, 93, 104, 104n Lutman Guido, pag. 38n, 39n, 50n Macaulay Zachary, pag. 69n Malfatti Elisabetta, pag. 44 Mancini (ordine del giorno), pag. 87 Mansel Reiner, pag. 7 Mantica (famiglia), pag. 13 Mantica Aloisio, pag. 13 Mantica Alvise, pag. 13 Mantica Anna, pag. 13 Mantica Sebastiano, pag. 13 Manzotti F., pag. 65n Marchesi Elisabetta, pag. 80 Marcialis (avvocato), pag. 47 Maria Tudor, pag. 22n Marini Edoardo, pag. 49 Marsilio di Padova, pag. 122n Marsoni Luigi, pag. 46 Martel Giovanni, pag. 6, 85 Martel Giuseppe, pag. 81 Martel Luigi, pag. 81 Marx Carlo, pag. 65n Maselli Domenico, pag. 90, 90n, 108n Mayer (fam. Franz Josep), pag. 45 Mayer J. (Franz Josep), pag. 95, 95n Maÿer (famiglia), pag. 15n, 42n Maÿer Giuseppe, pag. 36 Mazzeri Raimondo, pag. 89n Mazzini Giuseppe, pag. 65n Mazzotta Angelo, pag. 89n Mazzotta Antonella, pag. 89n McDougall, pag. 104n Melantone F., pag. 23n Menon Maria (detta Venerus), pag. 66 Metzler (famiglia), pag. 45 Miglio Giuseppe, pag. 6, 12 Minudel Francesco, pag. 44 Miotti Maria Luigia, pag. 66 Moro Anna, pag. 44 Motsch (famiglia), pag. 45 Motsch Elisabetta, pag. 44 Motsch Sofia, pag. 44 Muggini Paolo, pag. 51 Murgian Giuseppe, pag. 63n Musner (famiglia), pag. 45 Mutti Elena, pag. 85 Mylius Federico, pag. 51 Napoleone III, pag. 132n, 133n Nardi (monsignore), pag. 130 Nasoni (ditta), pag. 35 Niccolò (pittore di Porcia), pag. 14 Nina (cardinale), pag. 121 Olson O. K., pag. 103n Ombergher (famiglia), pag. 45 Ombergher Gasparo, pag. 44 Onorio di Autun, pag. 62n Ottoboni (famiglia), pag. 36 Pajer Anna, pag. 72, 84 Pajer Durigon Anna, pag. 80, Palffy di Erdöd Luigi, pag. 43n Palmieri, pag. 23, 126 Palminota Nunzio, pag. 82n, 93n, 114, 114n Palù Gerolamo, pag. 40 Paolin Giovanna, pag. 14n Parisi (società commerciale), pag. 30 Partenio Bernardino, pag. 13 Paschetto E., pag. 122 Pascutto Francesco, pag. 75 Pascutto Francesco Andrea, pag. 75, 83, 85 Pascutto Giacomo, pag. 66, 73, 75, 83 Pascutto Giovanni, pag. 83 Pascutto Lucia Maria, pag. 75, 83, 85 Pascutto Luigi, pag. 6, 73, 75, 80, 83 Pascutto Luigi Giovanni, pag. 75, 85 Pauly (famiglia), pag. 45 Pauly Augusto, pag. 36 Perrelli e Paradisi (società commerciale), pag. 32 Peruz Carlo, pag. 76, 81 Peruz Carlo Luigi, pag. 84 Peruz Dosolina, pag. 84 Peruz Dosolina-Rosa, pag. 84 Peruz Odorico, pag. 84 Peruz Vittorio, pag. 84 Pigazzi (fratelli), pag. 35 Pigazzi e Piatti (ditta), pag. 35 Pio da Castiglione (alias Stanganini Donato), pag. 113 Pitter Silvio, pag. 81 Piva Matilde Giovanna, pag. 44 Polacco (famiglia), pag. 15n Polacco Salamon, pag. 53n Poletti (ingegnere), pag. 46 Pomerio Emilio, pag. 38 Prampolini Camillo, pag. 65n Prata-Porcia (famiglia), pag. 18 Praturlon Antonio, pag. 95n Probo, pag. 10n Prömer Luigi, pag. 45n Prosperi A., pag. 133n Puiatti Fortunata Maria, pag. 73 Puiatti Giovanni, pag. 5, 73, 81, 84, 92 Puiatti Lidia, pag. 73 Puiatti Samuele, pag. 73 Puiatti Teresa Elena, pag. 73 Quaglia Giuseppe, pag. 36 Querini (ingegnere), pag. 52n Raetz (famiglia), pag. 45 Ramu G.A.V., pag. 46n Rathghet (famiglia), pag. 45 Rathghet Fredolino, pag. 44 Renier Giovanni Battista, pag. 47n Renier Maria Angela Gaetana, pag. 51 Reviglio Damiano (ingegnere), pag. 60, 60n, 61n Reviglio Antonio (ingegnere), pag. 15, 59n Rho (segretario della federazione arti tessili), pag. 82, 82n Ricca Paolo, pag. 23n Richard (ingegnere), pag. 38, 38n Rivail (famiglia), pag. 45 Rivail Schnell Alfred, pag. 42n Röntgen Wilhelm Konrad, pag. 39n Rorario (famiglia), pag. 13 Rorario Girolamo, pag. 13 Rosset Antonio, pag. 5, 73, 81, 84, 89, 92, 94, 110, 110n, 114 Rossi E., pag. 25n Rosso (famiglia), pag. 111n, 112 Rosso Guido, pag. 82 Roveri A., pag. 22n Roviglio Damiano (ingegnere), pag. 60n, pag. 61n Russolo Giuseppe, pag. 127 137 Saccardi (leggi), pag. 87 Sacilotto Domenico (detto Giron), pag. 5, 50, 69, 70, 72, 73, 80, 81, 84, 90, 120-121 Sacilotto Ettore, pag. 84 Sacilotto Eugenia, pag. 85 Sacilotto Giuseppe, pag. 69, 84 Sacilotto Maria Augusta Lucia (detta Giron), pag. 80, 84 Sands J., pag. 109n Sarpi Paolo, pag. 116n Sartor Marianna, pag. 73 Scandella Domenico, pag. 14 Scaramuccia Franco, pag. 10, 16n, 17n, 22n, 24n, pag. 64n, 72n, 107n, 108n, 110, 110n Scarpa Domenica, pag. 83 Schätti (famiglia), pag. 45 Schmitz (famiglia), pag. 45 Schnell Daniele, pag. 45 Schnell Griot Giovanni David, pag. 42, pag. 42n, 45, 45n, 46, 66 Schnell-Griot (banca), pag. 46n Schnell-Griot (famiglia), pag. 45, 66 Schoch Arnaldo, pag. 44 Schoch (famiglia), pag. 45 Scholl (famiglia), pag. 51 Scholl Alberto, pag. 51 Scholl Alfredo, pag. 52 Scholl Carlo, pag. 15, 108 Scholl Carlo Alberto, pag. 52 Scholl Giulia Laura Maria, pag. 52 Scholl Latard Rodolfo, pag. 36 Scholl Mario Giovanni Rodolfo, pag. 52 Scholl Rodolfo, pag. 17, 51, 52, 52n Scholl-Latard (famiglia), pag. 45, 52 Scholl-Renier (famiglia), pag. 52 Schumph (famiglia), pag. 45 Schutz H., pag. 42n Schweizer (famiglia), pag. 45 Schweizer Giacomo, pag. 44 Sciarratta Luigi, pag. 25 Shakespeare, pag. 104 Signorelli Luigi, pag. 24n, 67, 90n, 91, 107, 108, 108n, 109n, 117, 121 Silcher Friedrich, pag. 105n Simlev-Schnell Giovanni Enrico, pag. 42n Sims (pastore inglese), pag. 69n Sist Irene, pag. 84 Spanu P., pag. 16n, pag. 17n, 22n, 108n Spini Giorgio, pag. 15n, 16n, 17n, 19, 19n, 69n, 88n, 109n, 114n, 133n Stancari Francesco, pag. 13-14 Stanfield (famiglia), pag. 45 Stanganini Donato, pag. 64n, 96, 97, 107, 112, 113 138 Steffani (agenzia), pag. 128 Steffen E., pag. 42n Steinmann (famiglia), pag. 45 Steinmann Oscar, pag. 43, 44 Stewart Robert, pag. 69n Stiefel (famiglia), pag. 45 Stiftung-Gustav-Adolf (fondazione), pag. 101 Strasse (famiglia), pag. 45 Streis (famiglia), pag. 45 Swethy Vincenzo, pag. 45n Tagliapietre Lorenzo, pag. 109n Tamai Giuseppe, pag. 48n Tamburlin Catterina, pag. 35n Tardy Galopin - Süe e Jacob, pag. 38n Tavan Maria, pag. 76, 85 Taylor Boardman George, pag. 111, 111n Tedeschi (famiglia), pag. 15n, 42n Tedeschi Giusepe, pag. 35n, 53n Teodoro Bell & C., pag. 37 Teodoro & Ferdinando Bell (ditta), pag. 37 Teodosio (imperatore romano), pag. 10n Teubel Roberto, pag. 97, 114, 115 Theiner Augustin, pag. 27, 27n, 128, 133n Tofani, pag. 109n Toffoletti Giobatta, pag. 37 Toffoli Giovanni, pag. 118, 122n Toffoli Paola Giuseppina, pag. 83 Toffolo Maria, pag. 44 Tomasetto Domenico, pag. 23n Tommaseo Nicolò, pag. 28, 132 Tonetti (locandiere), pag. 63n Treidler Adolfo, pag. 50 Trinco Elena, pag. 73, 76, 84 Trubar Primož, pag. 103 Trümpy Giacomo, pag. 51 Tschurtschenthaller (famiglia), pag. 45n Turano (vescovo), pag. 131 Turati Filippo, pag. 65n Turin Giovanni Davide, pag. 104n Vicenzin (o Vicenzini) famiglia, pag. 75 Vicenzin Angelo, pag. 83 Vicenzin Antonio, pag. 6, 75, 83, 84 Vicenzin Bernardo (o Vicenzini), pag. 5, 75, 80, 83 Vicenzin Bernardo Junior, pag. 75, 83, 84 Vicenzin Giacomo Luigi, pag. 83 Vicenzin Luigi, pag. 75, 83 Vicenzin Paolina, pag. 75, 84 Vicenzin Sante, pag. 80 Vicenzini Francesco, pag. 81 Vicenzini Luigi, pag. 81 Vinay V., pag. 21n, 24n, 25n, 42n, 64n, 101n, 104n, 133n, 134n Vinkler (famiglia), pag. 45 Viola Paolo, pag. 132n, 133n Violin Maria, pag. 44 Visconti d’Aragona Alessandro, pag. 32 Vittorio Emanuele II, pag. 104n Volpati Eleonora, pag. 44 Volpe, pag. 37 Volpini (famiglia), pag. 58n Vulicevich Lodovico, pag. 45n, 124n Unger (famiglia), pag. 45 Wagner (famiglia), pag. 46 Wagner Maria Maddalena, pag. 46 Weber (famiglia), pag. 46 Weismann C., pag. 104n, 105n Wepfer (famiglia), pag. 45, 50n, 51, 94 Wepfer Alfredo, pag. 51 Wepfer Elisa, pag. 50 Wepfer Emilio, pag. 15, 47, 48, 49, 49n, 50, 50n, 51, 56, 91, 92, 94, 95, 99, 102, 108 Whittinghill D.G., pag. 107n Wicleff Giovanni, pag. 116n, 122n Widmer Kunz (ditta), pag. 36 Wigley Adelaide, pag. 113 Wigley Raffaele, pag. 113, 114 Wilberforce Guglielmo, pag. 69n Wild (famiglia), pag. 45 Wild Emilio, pag. 44 Wild Luigi Salomone, pag. 36 Wittchen Theodor, pag. 101 Wüthrich Kurt, pag. 39n Valdo di Lione, pag. 110n Valenzin (famiglia), pag. 15n, 61 Valenzin Elda Anna Carlotta, pag. 53n Valkovack (famiglia), pag. 45 Valobra Moisè, pag. 64n, 97, 110 Vasser (famiglia), pag. 45 Vergerio Nicolò, pag. 13 Vergerio Pier Paolo, pag. 13 Zanardelli (codice), pag. 88 Zanetti Teresa, pag. 85 Zopfi Alfredo, pag. 51 Zorattini Pietro Ioly, pag. 15n Zuliani Liliana, pag. 10 Zuppinger Elisabetta, pag. 50n Zuppingher (famiglia), pag. 45 Zwichy (famiglia), pag. 45 Zwingli Ulrico (Huldreich), pag. 16n Indice Prefazione di Giuseppe Miglio, Pastore della Chiesa Evangelica Battista di Pordenone Pag. 5 Premesse degli autori Enzo Pagura Elena De Mattia “ “ 7 11 1 Storia della presenza protestante nel Friuli Occidentale di Enzo Pagura “ 13 2 Stampa liberale e predicazione protestante di Elena De Mattia 3 Una via d’acqua tra la Svizzera e Pordenone di Enzo Pagura 3.1 Un antico porto di mare 3.2 Il fiume come via di trasporto 3.3 In battello da Locarno a Pordenone “ 21 “ 29 “ “ “ 29 30 32 4 Zurigo e Pordenone: relazioni industriali e scambio migratorio tra il Friuli e la Svizzera “ di Enzo Pagura 4.1 Immigrazione straniera e importazione di macchine industriali dalla Svizzera “ 4.2 Emigrazione italiana in Svizzera “ 5 Comunità Protestante svizzero-tedesca: struttura e caratteristiche di due flussi migratori di Enzo Pagura 5.1 Svizzeri, Tedeschi e protestanti 5.2 Giovanni Davide Schnell Griot 5.3 Rodolfo Byletter 5.4 Emilio Wepfer 5.5 Rodolfo Scholl 6 Il recinto degli acattolici di Via Cappuccini e il cimitero “anabattista” di Torre di Enzo Pagura 35 35 39 “ 41 “ “ “ “ “ 41 45 47 47 51 “ 53 139 7 Protestanti italiani a Pordenone nell’Ottocento di Enzo Pagura 7.1 Immigrazione dal Veneto e dalla Carnia 7.2 Francesco Furlanetti 7.3 Domenico Sacilotto detto Giron 7.4 Pietro Colombo 7.5 Giovanni Puiatti 7.6 Giovanni Battista Favot 7.7 Antonio Rosset 7.8 Bernardo Vicenzin 7.9 Luigi Pascutto 7.10 I luoghi di origine 7.11 Tra chiesa e fabbrica 7.12 Tabella protestanti italiani Pag. 63 “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ 63 67 69 72 73 73 73 75 75 75 80 83 8 Cattolici e protestanti: indifferenza, provocazione e intolleranza di Enzo Pagura 8.1 Contesto normativo e rapporti tra lo Stato e la Chiesa 8.2 L’intolleranza religiosa 8.3 Altre forme di intolleranza: l’intolleranza etnica verso i Tedeschi 8.4 A morte i Tedeschi 8.5 L’incontro tra la colonia protestante italiana e quella straniera “ 87 “ “ “ “ “ 87 89 94 94 96 9 Un pastore luterano ai funerali di Emilio Wepfer: Theodor Elze di Elena De Mattia 10 Pastori italiani e stranieri di Enzo Pagura 10.1 La connotazione straniera dei pastori pordenonesi 10.2 I pastori residenti a Venezia e Trieste 10.3 Francesco Furlanetti e Pietro Angelo Colombo 10.4 Luigi Signorelli 10.5 Casini, Cardini e Antonio Rosset 10.6 Moisè Valobra 10.7 Giuseppe Angeleri 10.8 Donato Stanganini 10.9 Aristarco Fasulo “ 99 “ 107 “ “ “ “ “ “ “ “ “ 107 108 108 108 110 110 111 112 113 140 Indice delle planimetrie e delle illustrazioni 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 Porto di Noncello (della Dogana) sul fiume omonimo, caricamento di una “libertà” (chiatta) con botti in cui erano imballate le ceramiche della Fabbrica Galvani. (Museo Civico d’Arte di Pordenone). Filatura di Torre nell’anno 1890 (disegno di Prisca Fusaz). Direttori e tecnici del Cotonificio Rieter di Winterthur (Zurigo – Svizzera – Anno 1886). Tratta da Alfred J. Furrer, Rieter’s 200 Years 1795-1995. Impiegati e operai del Cotonificio Rieter di Winterthur (Zurigo – Svizzera – Anno 1886). Tratta da Alfred J. Furrer, Rieter’s 200 Years 1795-1995. Abitazione di Emilio Wepfer presso la fabbrica di Borgomeduna (2008 –foto E. Pagura) Tomba di Emilio Wepfer nel Cimitero di Via Cappuccini – Pordenone (2008 – foto E. Pagura) Tomba di Emilio Wepfer. Corona di bronzo a foglie di alloro (virtù) e di quercia (forza) con nastri riportanti la scritta: Pordenone a Emilio Wepfer 1890. Realizzata grazie a una sottoscrizione raccolta fra i cittadini di Pordenone (2008, foto E. Pagura). Epigrafe famiglia Scholl-Renier nel Cimitero di Via Cappuccini (2008, foto E. Pagura). Anno 1825, mappa dei terreni su cui venne realizzato il Cimitero di Via Cappuccini. Cimitero di Torre nel 1856. (Mauro De Franceschi). Cimitero Di Torre. Sovrapposizione dell’antico cimitero sull’esistente. (Mauro De Franceschi). Cimitero di Via Cappuccini. Epigrafe famiglia ebrea Valenzin (2008, foto E. Pagura). Mappa austro-italiana 1850-1943. Localizzazione abitazione Francesco Furlanetti. (Mauro De Franceschi). Abitazione di Francesco Furlanetti nel quartiere di Torre (2008, foto E. Pagura). Piatto della Fabbrica Terraglie Galvani. Incisione di Domenico Sacilotto. (Museo Civico d’Arte di Pordenone). Manifesto Scuola di Disegno della Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione (anno 1873- A.S.S.O.M.S.I.). Manifesto dispensa premi agli allievi della Scuola di Disegno della Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione (anno 1874 - A.S.S.O.M.S.I.). Fabbrica Ceramiche Galvani, cortile interno, 1928 (circa). (Museo Civico d’Arte di Pordenone) Fabbrica Ceramiche Galvani, fasi di lavorazione delle terraglie, 1928 (circa). (Museo Civico d’Arte di Pordenone). Fabbrica Ceramiche Galvani, prospetto su Viale Mazzini, 1928 (circa). (Museo Civico d’Arte di Pordenone). Fabbrica Ceramiche Galvani, fase della lavorazione delle terraglie, 1928 (circa). (Museo Civico d’Arte di Pordenone). Fabbrica Ceramiche Galvani, cortile interno, 1928 (circa). (Museo Civico d’Arte di Pordenone). Fabbrica Ceramiche Galvani, magazzino, 1928 (circa). (Museo Civico d’Arte di Pordenone). 141 24 Frontespizio dell’opera per la quale Theodor Elze fu insignito della Laurea Honoris Causa. 25 Tomba di Theodor Elze a Venezia nel Cimitero degli Evangelici - isola di San Michele (foto E. Pagura). 26 Timbro Chiesa Cristiana Evangelica Battista di Pordenone, inizio Novecento. (elaborazione grafica di Prisca Fusaz). 27 Timbro Chiesa Cristiana Evangelica Battista di Pordenone, 1914. (elaborazione grafica di Prisca Fusaz). 28 Progetto di costruzione del Tempio Battista di V.le Grigoletti (Pordenone). Soluzione non realizzata (Anno 1912 - A.S.T.V.T.P.). Appendici: Articoli da “Il Seminatore” (giornale della Chiesa battista italiana): - 20 settembre 1876 (Francesco Furlanetti); - giugno 1877 (Francesco Furlanetti); - giugno 1878 (Luigi Signorelli); - settembre 1879 (E. Paschetto). Pag. “ “ “ 117 118 119 121 Articoli da “Il Tagliamento” (note di Elena De Mattia): - 26 agosto 1871; - 10 febbraio 1872; - 24 maggio 1873; - 10 gennaio 1874; - 24 gennaio 1874; - 4 aprile 1874; - 24 giugno 1874; - 27 giugno 1874; - 26 settembre 1874; - 26 settembre 1874; - 30 ottobre 1874; - 13 marzo 1875, - 4 settembre 1875; - 11 marzo 1882; - 12 settembre 1885. “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ 123 124 126 126 127 127 127 128 128 130 130 130 131 132 132 Indice dei nomi “ 135 142 Finito di stampare nel mese di Luglio 2009 dalla Tipografia Sartor Pordenone N el corso dell’Ottocento, Pordenone è al centro di un processo di industrializzazione destinato a cambiare radicalmente volto alla città: da piccolo porto fluviale sul Noncello, essa si trasforma in un moderno centro industriale grazie soprattutto alla manifattura del cotone, che è il motore di una rapida espansione economica e demografica. In questo libro viene messo in luce lo stretto legame che unisce l’industria del cotone con la diffusione del protestantesimo a Pordenone: sono protestanti, infatti, gli imprenditori ed i tecnici giunti da Oltralpe per l’insediamento dei primi stabilimenti tessili; ma, soprattutto, è grazie al considerevole afflusso di immigrati attirati in città dalle locali industrie che si crea un contesto vivace e multiculturale favorevole alla diffusione delle idee protestanti. A fare da sfondo a questo particolare contesto locale è un fermento di idee che attraversa tutta l’Italia durante le vicende risorgimentali e all’indomani dell’unificazione, nel quale trova spazio una forte spinta all’evangelizzazione protestante, grazie anche al supporto offerto dalle missioni inglesi ed americane presenti nel Paese. Nella seconda metà dell’Ottocento, si sviluppano così a Pordenone, accanto alla comunità formata dalle maestranze svizzere e tedesche, le prime comunità protestanti locali, formate soprattutto da operai e lavoranti impiegati nelle industrie cittadine. Il percorso di queste congregazioni convergerà presto verso un cammino comune, che porterà all’inaugurazione, nel 1913, della Chiesa Evangelica Battista di Pordenone di viale Grigoletti. Sorta in un contesto di importanti flussi migratori e di rapidi mutamenti sociali, la presenza protestante a Pordenone si è sviluppata fino ai nostri giorni, continuando ad arricchire il dibattito culturale e religioso e divenendo a pieno titolo parte integrante dell’identità cittadina. Elena De Mattia è nata a Pordenone nel 1975. Si è laureata in Lettere Classiche presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e ha conseguito presso la stessa Università il Dottorato di Ricerca in Filologia e Tecniche dell’Interpretazione, indirizzando le sue ricerche verso tematiche legate alla storia del libro ed alla tradizione manoscritta delle opere classiche. Alla presenza protestante a Pordenone ha dedicato una serie di articoli comparsi tra gli anni 1999 e 2001 sul Gazzettino di Pordenone e sul settimanale evangelico Riforma. Enzo Pagura è nato a Pordenone nel 1954. Si è laureato in Storia moderna all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato: Il Dopolavoro Attilio Meneghel (Pordenone 2006); La colonia svizzera-protestante di Pordenone (Pordenone 2006); Condizioni di lavoro e sanità a Pordenone nella prima metà del XIX secolo (Udine 2007). Le sue aree di interesse e ricerca sono la Storia dell’industria tessile pordenonese, l’ Immigrazione e lo sviluppo della classe operaia a Pordenone.