Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Numero 124 15 Ottobre 2013 115 Pagine Novità 2014 Ducati 1199 Senna, Monster e Scrambler. Scooter Kawasaki 300 Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica MotoGP Sepang Pedrosa vince il GP della Malesia. Rossi quarto. Articoli, commenti e pagelle Nico Cereghini Intervista a Massimo Tamburini il padre della 916 e della F4 | prova tourer | Kawasaki Z1000SX ABS da Pag. 2 a Pag. 13 PROVA Suzuki Burgman 400 Lux All’Interno NEWS: Dunlop SportSmart² | Dakar 2014 Honda e KTM Rally | Le migliori moto sotto i 6.000 euro | I segreti della guida in pista/4 | M. Clarke: I motori tre cilindri a due tempi | MotoGP: Penalizzazione Aragon puniti Marquez e la HRC Kawasaki Z1000SX ABS PREGI Guidabilità e motore DIFETTI Leggere vibrazioni alti regimi Prezzi da 13.390 € Prova tourer Turismo per sport Presentata nel 2010, la Kawasaki Z1000SX si aggiorna per il 2014: nuovi il controllo di trazione e la gestione elettronica del motore. Disponibile solo con ABS, sarà nei concessionari da metà novembre, a 13.390 euro borse comprese di Francesco Paolillo 2 3 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Prove disponibili, l’irrinunciabile verde Kawasaki, qui definito Candy Lime Green, un aggressivo nero, Metallic Spark Black e un elegante grigio o meglio, Metallic Graphite Gray. Un appunto negativo per quanto concerne il sistema di sblocco della sella passeggero, posizionata sotto al codino, risulta già scomoda sulla moto priva di borse laterali, ma nel caso in cui siano montate richiede contorsioni del braccio davvero improbabili. Accessori Gli accessori disponibili per la Z1000SX possono esaltarne le caratteristiche sportive o le velleità da granturismo. Scarico Akrapovic, tamponi laterali, plexiglass fumé e coprisella posteriore celebrano l’aspetto sportivo, mentre l’adozione del bauletto da 39 lt, le manopole riscaldate, la sella in gel e la staffa per il GPS non faranno altro che esaltarne le doti di instancabile viaggiatrice. Strumentazione A d istanza di quattro anni dalla sua presentazione la Kawasaki ZX1000SX riceve una serie di migliorie che ne esaltano il carattere sporttourer. Rimangono saldi i concetti di base che rendono questa moto estremamente piacevole da guidare e che gli consentono di spaziare dal turismo a lungo raggio, anche in coppia, alle cavalcate solitarie affrontate con piglio sportivo. Eclettica e con un look aggressivo che ha risentito poco del passare 4 degli anni, la Z1000SX fa parte di quel ristretto gruppo di moto che strappano, o per meglio dire hanno strappato, meno consensi di quanto non meritassero in Italia, ma che in alcuni paesi hanno avuto un successo insperato, come dimostra il fatto che in Gran Bretagna la Z1000SX è la Kawasaki più venduta. Con questi presupposti la sport-tourer Kawasaki si presenta per il 2014 con tutta una serie di migliorie non tanto estetiche, in quanto il look rimane praticamente inalterato, quanto tecniche, soprattutto dal punto di vista elettronico. Estetica e finiture La linea della Z1000SX appare ancora piacevole ed aggressiva al tempo stesso, caratterizzata dalle dimensioni compatte, più da sportiva che non da turismo. La Z1000SX appare ben fatta e curata anche nei particolari, le plastiche appagano l’occhio, e anche al tatto sembrano di ottima qualità. Il loro assemblaggio è privo di difetti, e le luci tra i singoli componenti è minima e soprattutto costante. Le verniciature sono brillanti e ben eseguite, così come i trattamenti superficiali della parte telaistica. Tre le colorazioni La strumentazione analogico-digitale è in linea con lo spirito dela Z1000SX, e si può giudicare completa e ben leggibile. Contagiri analogico e display multifunzione si consultano senza problemi, peccato che per cambiare i dati visualizzati si debba staccare la mano dal manubrio, essendo i pulsanti Mode e Reset, sulla strumentazione stessa. Consumo istantaneo e medio, autonomia residua, orologio e temperatura liquido di raffreddamento, vanno ad aggiungersi ai classici contachilometri (parziali e totale), orologio e livello carburante. Telaio | Sospensioni | Freni Il telaio rimane identico alla precedente versione, ed è quindi un doppia trave in alluminio, formato dall’accoppiamento di cinque diversi componenti, che sfruttano come elemento portante anche il motore, ed è caratterizzato da una parte centrale particolarmente rastremata per favorire una postura ottimale del guidatore. Le novità riguardano il telaietto posteriore, in alluminio pressofuso, ora più robusto in previsione 5 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Prove Media dell’utilizzo delle borse laterali. Le sospensioni prevedono una forcella a steli rovesciati da 41 mm di diametro totalmente regolabile (precarico – estensione – compressione), e un monoammortizzatore, Horizontal Back-Link, registrabile in estensione e nel precarico molla attraverso un pomello posizionato sul lato destro della moto, pratico e facilmente raggiungibile. L’impianto frenante si è arricchito di due nuove pinze monoblocco Tokico ad attacco radiale (come radiale è la pompa freno), che lavorano su una coppia di dischi a margherita da 300 mm, mentre viene riconfermato il disco da 250 mm, sempre a margherita, con pinza a singolo pistoncino. Tutte le ZX1000SX importate in Italia saranno fornite di impianto antibloccaggio ABS, che in un solo chilo di peso aggiuntivo, racchiude tanta sicurezza in più. 6 Motore Le novità principali che riguardano il propulsore della Z1000SX riguardano in particolare la gestione elettronica, grazie all’adozione di due mappature differenziate (denominate Full e Low) che permettono di personalizzare l’erogazione. La selezione della mappa avviene attraverso un como tasto sul blocchetto elettrico sinistro, lo stesso che serve a regolare l’intervento del KTRC (Kawasaki Traction Control) l’altra importante novità della versione 2014, impostabile su tre livelli di interventi differenti. Il quattro cilindri da 1.043 cc rimane pressochè identico, se escludiamo l’albero a camme di aspirazione dal profilo modificato, ma eroga 142 cv (104 kW) a 10.000 giri, quattro cavalli in più della versione precedente, con 11,3 kgm di coppia massima (111 Nm) raggiungibili a 7.300 giri, 11,2 a 7.800 giri per il MY 2010. Il rapporto peso potenza è decisamente buono, considerando che il peso in ordine di marcia, con serbatoio da 19 litri pieno, è di 231 kg. Come va Le dimensioni moderatamente compatte, e l’ampio manubrio mettono immediatamente a proprio agio il guidatore, che ha una piacevole sensazione di controllo della moto, il quattro cilindri poi, ci mette del suo, con una erogazione lineare e corposa a partire da regimi poco superiori a quello del minimo. La moto del test, pur avendo pochi chilometri alle spalle, poco più di 700 per la precisione, si dimostra particolarmente a punto sia per quel che riguarda il cambio, rapido, preciso e silenzioso negli innesti, sia per il funzionamento della frizione, non particolarmente leggera ma dallo stacco preciso e lineare. Bastano pochi chilometri per entrare in sintonia con la sport-tourer di Akashi, prima si rimane affascinati dalle caratteristiche del motore, che spinge a qualsiasi regime e che è capace di riprendere in maniera furiosa sin dai bassi regimi e con qualunque rapporto. Anche in sesta marcia, la Z1000SX è capace di passare in pochi istanti da una tipica andatura da passeggio, a una veemente accelerazione degna di una supersportiva. Le strade di montagna protagoniste del nostro test hanno evidenziato le doti di bilanciamento della Z1000SX, che è stata oggetto di una approfondita ricerca per quanto concerne la centralizzazione delle masse, e anche la presenza delle borse laterali non ha creato alcun problema in termini di guida e bilanciamento. Che i tecnici siano riusciti a garantire un comportamento che rappresenta un giusto compromesso tra la guida sportiva ma senza intaccare il comfort di guida è evidente, anche 7 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito dopo pochi chilometri. La Zeta, pur mantenendo un assetto controllato che permette di togliersi più di una soddisfazione anche guidando in maniera brillante un po’ sopra le righe, dimostra di poter garantire un comfort più che buono anche quando l’asfalto non è dei migliori. Le sconnessioni non sono un problema, e le sollecitazioni vengono filtrate in maniera più che buona, sia sul dritto che in percorrenza di curva, situazione in cui la Zeta non perde mai “il filo del discorso”. Dove non arrivano le sospensioni, arriva la sella, giustamente imbottita e dal profilo a prova di critica (anche dopo duecento chilometri di strade di montagna non si sente la necessità di provare la versione in gel che è presente nella lista degli accessori). Le vibrazioni rimangono su livelli più che accettabili, complici anche i supporti pedana montati elasticamente (con addirittura dei contrappesi che limitano ulteriormente le risonanze) 8 Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Prove e solo a velocità autostradali iniziano a farsi sentire sulla sella, ma senza infastidire più di tanto il guidatore. La protezione aerodinamica, scende a compromessi con il design e la linea filante e aggressiva. Il plexiglass, che ricordiamo è regolabile manualmente in altezza grazie a un pulsante di sblocco posizionato sulla destra sotto al cruscotto (operazione che si può fare anche in movimento con qualche difficoltà), in posizione di riposo lascia scoperta parte del busto e le spalle, mentre alzandolo completamente lascia esposto al flusso d’aria il casco e la parte superiore delle spalle. L’intervento del controllo di trazione, una delle novità più importanti che troviamo su questa moto, è tutt’altro che invasivo, anche selezionandolo su “3”, il livello che sulla carta dovrebbe essere più conservativo, difficilmente entra in funzione (merito anche dell’ottimo comportamento della Bridgestone Battlax S20 9 10 11 di primo equipaggiamento). L’accensione della spia gialla sul cruscotto, che ne indica l’entrata in funzione, è davvero da cercare con il lanternino. Quando si guida in maniera brillante, e maneggiando la manopola del gas come un minatore maneggia un piccone, allora sì che il lanternino si accende, ma l’intervento è talmente lineare che se non ci fosse la spia sul cruscotto ad indicarne l’entrata in funzione, sarebbe davvero difficile accorgesene. Spostando la selezione a livello “1”, la ruota posteriore è lasciata libera di disegnare in uscita di curva delle coreografiche virgole nere sull’asfalto, e permette anche dei prolungati monoruota sotto la spinta dei 142 cv (questi si riescono a fare anche impostando il secondo livello …). Nessun taglio repentino dell’alimentazione è percepibile dal pilota, la Zeta fa strada e basta, mantenendo l’assetto ottimale della moto. Il comportamento dell’ABS ricalca quello del controllo di trazione, e cioè limita i suoi interventi alle sole situazioni di emergenza, che noi abbiamo volutamente cercato di replicare forzatamente, mentre sconnessioni e tombini vari, difficilmente lo chiamano a rapporto. Davvero un antibloccaggio equilibrato e che merita un plauso, così come l’impianto frenante che si è dimostrato potente e modulabile, con una nota di merito al freno posteriore, potente quanto basta, ma soprattutto corposo e gestibile nell’azione. 12 Prove Giacca DAINESE G Stradon Gore-Tex Pantaloni DAINESE D4 Guanti Spidi Stivali IXS Ascari Casco CABERG Vox Rival SCHEDA TECNICA Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica ABBIGLIAMENTO Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Kawasaki Z 1000 SX ABS € 13.390 Tempi: 4 Cilindri: 4 Cilindrata: 1043 cc Disposizione cilindri: in linea Raffreddamento: a liquido Avviamento: E Potenza: 101.5 kW / 9600 giri Coppia: 11.2 kgm (110 Nm) / 7800 giri Marce: 6 Freni: DD-D Misure freni: 300-250 mm Misure cerchi (ant./post.): 17’’ / 17’’ Normativa antinquinamento: Euro 3 Peso: 231 kg Lunghezza: 2105 mm Larghezza: 790 mm Altezza sella: 820 mm Capacità serbatoio: 19 l Segmento: Turismo 13 Suzuki Burgman 400 Lux PREGI Comfort, guida e motore DIFETTI Rumore d’aspirazione e spia riserva Prezzi da 6.390 € Prova SCOOTER Una certezza È’ l’allestimento più recente del capostipite dei maxiscooter 400 e regge bene il confronto con i rivali più moderni. Confortevole e con la trasmissione a punto, ha buone prestazioni e poche vibrazioni. Costa 6.390 euro, 6.990 con l’ABS di Maurizio Tanca 14 15 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Prove Q uest’anno Suzuki ha inserito in listino una nuova versione del suo celeberrimo Burgman 400: si chiama Lux (dal latino “luce”), ed è disponibile in un aggres sivo nero opaco totale ed in due varianti bicolore: l’elegantissimo grigio opaco o la sfavillante livrea bianca, in entrambi i casi in contrappunto col nero delle plastiche secondarie (retro scudo, tunnel centrale, pedane e sottopancia), di particolari come i gambi forcella e le pinze dei freni, delle ruote – con cerchi bordati di sottili profili rossi, del carter motore e del silenziatore, dotato però di paracalore cromato. La versione dotata di ABS (che costa 600 euro in più) è disponibile solo bicolore. Altra elegante particolarità del Lux è la sella finemente puntinata e rifinita con doppie cuciture in rosso. Per finire con le luci di posizione a sfondo blu – come la nuova retroilluminazione del cruscotto - sistemate alle estremità dei due fari a mandorla vicino agli indicatori direzionali. Giusto per dare un quadro completo della famiglia Burgman 400, il nuovo Lux, che costa 6.390 euro oppure 6.990 con l’ABS, si inserisce quindi in coda alla versione più costosa, il Burgman 400 S ABS, che per 7.190 euro gode appunto all’origine di sistema antibloccaggio, manopole termiche, paramani e schienalino per il passeggero. Chi vorrà risparmiare potrà invece scegliere il 400 standard – disponibile anche nella sempre attraente versione Two Tone (nero opaco e grigio scuro) - in listino a 5.990 euro, o a 6.590 in versione ABS. Sottolineiamo che fino al 30 settembre 2013 rimane valida l’interessante offerta Suzuki relativa ai Burgman 400 (ma anche alla V-Strom 650): per i Burgman, Suzuki offre in omaggio 2 anni oppure 75.000 km di garanzia aggiuntiva su tutti i modelli immatricolati fino a quella data. La proposta porta così a ben 4 anni la copertura totale. Per aderire alla formula, Suzuki chiede al cliente di eseguire la manutenzione ordinaria (ed eventualmente straordinaria) esclusivamente 16 nei centri assistenza autorizzati, così da poter garantire il rispetto degli standard qualitativi degli interventi, la conformità del veicolo rispetto alle specifiche della Casa e, di conseguenza, la totale affidabilità nel tempo. Così com’è possibile aderire all’operazione “Suzuki Smile”, grazie alla quale il cliente potrà acquistare un pacchetto che prevede i primi 4 tagliandi del veicolo a prezzo bloccato, in aggiunta a due controlli gratuiti, da effettuarsi presso la rete ufficiale Suzuki, oltre al 20% di sconto su ricambi e accessori originali. Riteniamo anche doveroso ricordare che il carismatico bassottone Suzuki quest’anno festeggia il suo 15° compleanno: l’AN400 Burgman, noto all’estero anche come Skywave, scorrazza infatti felicemente fin dal 1998, quando si presentò sul mercato, assieme al gemello 250, come il primo maxiscooter in assoluto con cilindrata superiore ai 250 cc. E fu anche il primo a introdurre l’astuta soluzione delle pedane anteriori rastremate, per consentire a tutti di poggiare per bene i piedi a terra. Il nuovo arrivato, classificato come W, era logicamente anche il pioniere della classe 400 (sebbene la sua cilindrata effettiva fosse di 385 cc), vantando una potenza di 32 cv a 7.500 giri e una coppia massima di 3,3 kgm a 6.000 giri. Negli anni successivi il nostro eroe assunse le sigle 17 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Media comodi cassettini orizzontali con coperchi a scorrimento laterale, sistemati sulla parte superiore del retro scudo e apribili a scatto premendo due lunghi pulsanti sottostanti. Tra di essi troviamo la manopola del freno a mano e, alla sua destra, il blocchetto di avviamento, con la classica chiave che gestisce elettronicamente l’immobilizer S.A.I.S (Suzuki Advanced Immobilizer System) e, in più, reca sagomato sul dorso una sezione poligonale che serve a chiudere meccanicamente la ghigliottina metallica che occlude la serratura. Inoltre, premendo la chiave e ruotandola in senso orario si sblocca la serratura della sella. Il centro del retro scudo è completamente occupato da un ampio portaoggetti da dieci litri di capacità, protetto da serratura, al cui interno si accede, da sinistra a destra, al coperchietto a vite che cela la batteria, alla presa a 12 Volt, e a un vano abbastanza profondo. Scendiamo sul tunnel – piuttosto largo, quindi ottima Prove base d’appoggio per una borsa specifica (vedi accessori) – ove si accede allo sportellino a scatto che nasconde il tappo del serbatoio (che contiene 13,5 litri), logicamente dotato di serratura. Sul manubrio c’è tutto ciò che serve – compresi l’interruttore di emergenza per spegnere il motore, il pulsante di lampeggio e quello dell’hazard, per inserire contemporaneamente le quattro “frecce” – tranne le rotelline di regolazione sulle leve dei freni. Passando al generoso sellone, ottimo anche in coppia (chi si ricorda la “chaise longue” del primo Burgman, dove volendo ci si stava anche in tre?) e con piano seduta a 770 mm dal suolo, è notevole il supporto lombare per il pilota, regolabile in ben 5 posizioni di avanzamento per un totale di 50 mm, e sono piacevoli a vedersi, oltre che sufficientemente funzionali, i due maniglioni per il passeggero, che comunque gradirà certamente il fatto di potersi appoggiare a un solido bauletto. Sollevato il sellone, tenuto in X, Y e Z, per arrivare al primo importante lifting, nel 2001, con la sigla K1. Quell’anno il maxi Suzuki fu oggetto di un moderato restyling e di alcuni ritocchi alla ciclistica, ma senza cambiare alcunché nel motore. La serie K2 dell’anno successivo acquisì solamente nuove colorazioni, mentre la K3 (quindi del 2003), come numerosi altri modelli Suzuki, acquisì anche l’alimentazione a iniezione elettronica. Il restyling successivo risale alla serie K7 (del 2007), e come base è rimasto invariato fino a oggi. Com’è fatto Il principe della flotta scooter di Suzuki (il re della quale è ovviamente il bicilindrico 650) sfoggia orgogliosamente uno stile molto elegante e ancora oggi attuale, grazie anche alla scelta e alla qualità dei colori, delle verniciature e delle plastiche stesse, sempre molto ben accoppiate. Confermate, naturalmente, tutte le particolarità note di questo scooter, a livello di spazi portaoggetti e piccole soluzioni pratiche. Ecco dunque i due 18 19 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Tecnica e prestazioni del Burgman 400 Il mitico maxiscooter Made in Hamamatsu punta sul suo monocilindrico orizzontale raffreddato a liquido, che dalla versione K7 gode di testata bialbero a 4 valvole e cilindrata aumentata da 385 a 400 cc tondi tondi (alesaggio e corsa 81x77,6 mm) aumentando la corsa del pistone. Il motore, alimentato da un sistema di iniezione dotato di corpo farfallato a doppia valvola, è accreditato di 33 cv (24,3 kW) a 7.000 giri e con 3,5 kgm (34,4 Nm) di coppia massima ma a 5.000 giria anzicché a 6.000. Il motore è infulcrato su una robusta gabbia d’acciaio a doppia culla chiusa rinforzata, con davanti una forcella teleidraulica tradizionale, con steli da 41 mm ed escursione di 110 mm. Ma è posteriormente che il Burgman 400 si distingue da sempre da tutti i suoi concorrenti: infatti, il suo monoammortizzatore, regolabile nel precarico molla su 7 scatti, è montato orizzontalmente sotto al motore, scelta decisamente vincente dal punto di vista posizione da un apposito pistone idraulico e con luce di cortesia piazzata sulla base, si può godere di un ampio vano da ben 62 litri, con fondo foderato antigraffio, capace di ospitare un paio di caschi integrali oppure una valigetta A3. E sul lato interno destro è stato ricavato un altro piccolo portaoggetti/portadocumenti con tanto di sportellino. Chiudiamo con la strumentazione, che mantiene il ben noto, elegante stile analogico-digitale degli attuali Burgman 400, però con grafica bianca, anziché gialla, ma sempre su fondo nero: quindi tachimetro (con scala a 180) e contagiri (con zona rossa da 9.000 a 10.500) con ai lati rispettivamente l’indicatore di livello carburante e il termometro del liquido refrigerante. Al centro del cruscotto è piazzato il classico display LCD – gestito da due pulsantini sotto al contagiri - che in alto segna l’orario e più sotto indica chilometraggio totale, due “trip” parziali, la temperatura 20 Prove del comfort, specie su fondi sconnessi, per la sua azione dolce e progressiva. Come quote caratteristiche, questo scooter di taglia lunga (misura 2.270 mm) ha un interasse decisamente da custom - 1.585 mm – con il cannotto di sterzo inclinato di 25°20’ e un’avancorsa di 102 mm. Notevole l’angolo di sterzata di 40°, che consente comunque di muoversi piuttosto bene in spazi ristretti. Passando al materiale rotabile, troviamo una ruota anteriore da 14” e una posteriore da 13”, dotate di agili pneumatici Bridgestone Hoop, B03 da 120/80 e B02 150/70. Chiudiamo con i freni: due dischi anteriori da 260 mm e un posteriore da 210, con pinze a due pistoncini. Quanto al peso, Suzuki dichiara un peso di 216 kg in ordine di marcia: la nostra bilancia ha misurato 223 kg col serbatoio pieno (più o meno 213 a vuoto). Come velocità massima, siamo sui 144 km/h effettivi (circa 157 indicati) col contagiri a 9.400. Il consumo medio rilevato durante il viavai quotidiano casa lavoro (60 km al giorno, in orari di punta) in sella al Burgman 400 Lux è stato di 22 ambiente e il consumo medio. Il resto dello spazio è occupato dalle classiche spie di servizio, 11 per la precisione (quattro delle quali però non attive nel nostro caso, che diventano ovviamente tre sul modello con l’ABS): in alto troviamo quelle del freno a mano tirato e dell’iniezione, più sotto quelle degli indicatori direzionali, alle estremità destra quella dell’abbagliante quelle dell’ABS (qui non presente) e, al centro, quella dell’immobilizer inserito. Rimane, purtroppo la scomoda assenza di una spia che segnali la riserva: anche sul Lux, quindi, bisogna fidarsi di una lancetta che scende in un minuscolo quadratino rosso… Quanto agli accessori disponibili, per il Lux come per il Burgman standard, sono previsti il bauletto da 47 litri con relativo supporto, un parabrezza fumé con aletta superiore regolabile, lo schienalino per il passeggero, le manopole e la sella riscaldabili e i paramani in tinta. 21 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Prove rapidamente, ma tenderà ad allargare. Di conseguenza ci si abituerà a guidare in modo da contrastare il sottosterzo, ma è cosa piuttosto comune in questo settore. È divertente guidare il Burgman 400, sia sul misto che sul veloce: è piacevolmente stabile anche viaggiando al massimo – magari con qualche accenno di rollìo sorpassando i mezzi pesanti - ci si sente sempre a proprio agio anche in coppia, e il comfort è favorito anche dall’ottimo lavoro delle sospensioni, che sul nostro usuale tratto di perfido pavé cittadino si comporta in modo assolutamente egregio, senza tamponamenti a fondo corsa e/o rumori molesti di carrozzeria. Anche in autostrada si viaggia molto bene: ad alcune velocità e ad alcuni regimi di rotazione si percepiscono appena alcune fini vibrazioncelle transitorie – più che altro sotto ai piedi, in decelerazione - che magari potrebbero far storcere il naso a qualche viziatone abituato a viaggiare in Goldwing, ma è veramente roba da niente. Mi ha un pochino infastidito, piuttosto, il rumore cupo di aspirazione in accelerazione, che però si placa di molto viaggiando km/litro. Ma rilevando separatamente i consumi nelle varie situazioni d’uso sul nostro percorso tipo, abbiamo visto che in città si viaggia tranquillamente sui 18,5/19 km litro, in extraurbano mediamente siamo sui 26, e in autostrada, a 130 km/h effettivi (145 indicati) siamo sui 18 km/litro. Andando costantemente al massimo invece si scende a 16 km/litro. La prova Il Burgman è il classico maxiscooter piacevolmente rilassante, dove volendo si può viaggiare letteralmente e comodamente “distesi”. Essendo la seduta piuttosto bassa, però, dopo lunghi tragitti con le gambe non distese i piloti più alti lunga magari sentiranno l’esigenza di sgranchirsi un po’. Chi siede dietro sta molto comodo, con i piedi poggiati su due gobbette di supporto per 22 evitare che scivolino in avanti. E, come già accennato, se potrà contare su un appoggio posteriore (bauletto, o quantomeno schienalino opzionale), ringrazierà sicuramente. Insomma, si sta comodi in sella al maxiscooter Suzuki, e anche ben protetti dal parabrezza ben studiato, e non invasivo dal punto di vista ottico, perlomeno per chi è di statura media o alta. Uno scooter molto confidenziale, questo, nel senso che non appena ci si muove mostra un’agilità soprendente per un mezzo che compatto certo non è, e che sa muoversi in città con apprezzabile disinvoltura. Anzi, sulle prime si rimane un po’ spiazzati dalla sua rapidità nel fiondarsi alla corda delle curve, anche se quando si inizia a prenderci gusto, e magari si arriva rapidi su un tornante stretto, ci si troverà a fare i conti con un mezzo basso e con un interasse importante, che quindi andrà giù È divertente guidare il Burgman 400, sia sul misto che sul veloce: è piacevolmente stabile anche viaggiando al massimo 23 24 25 Prove Casco: modulare AGV Numo Evo Giubbino: Dainese Pantaloni tecnici: Dainese Guanti: Dainese Stivali: Dainese SCHEDA TECNICA Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica ABBIGLIAMENTO Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Suzuki Burgman 400 Lux € 6.390 Tempi: 4 Cilindri: 1 Cilindrata: 400 cc Raffreddamento: a liquido Avviamento: E Potenza: 33 cv (24 kW) / 7000 giri Coppia: 34.4 Nm / 5000 giri Marce: AV Freni: DD-D Misure freni: 260-210 mm Misure cerchi (ant./post.): 14’’ / 13’’ Normativa antinquinamento: Euro 3 Peso: 199 kg Lunghezza: 2270 mm Larghezza: 760 mm Altezza sella: 710 mm Capacità serbatoio: 13.5 l Segmento: Scooter Ruote basse a gas costante. Il motore è piacevole, dolce, ha uno spunto più che dignitoso rispetto alla stazza che si porta in giro, raggiunge la velocità massima piuttosto rapidamente, e la trasmissione ha sempre funzionato alla perfezione, senza strappi o rumori di sorta. Lo sottolineo perché non è certo un mistero che proprio la trasmissione sia sempre stata un po’ il tallone d’Achille di questo valido scooter, anche se nel corso degli anni pian piano Suzuki ha migliorato molto la situazione. Il nostro Lux ci è stato consegnato nuovo di zecca, quindi l’abbiamo rodato e ci abbiamo percorso quasi 1.500 chilometri, e onestamente, come già detto, di problemi non ne abbiamo riscontrati. Anche se personalmente sceglierei di sicuro il modello con ABS, anche i freni mi sono piaciuti molto: sono potenti e piacevolmente progressivi, anche se viaggiando forte, logicamente, bisogna forzare di più sulle leve. In particolare ho apprezzato il feeling col posteriore, che solo esagerando, magari sul bagnato, accenna a bloccare. 26 27 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine News Ducati Monster e Scrambler Altre indiscrezioni Ducati Monster e Scrambler sono due importanti novità sulle quali stanno lavorando a Borgo Panigale. E dopo la Panigale Superleggera spunta pure una nuova versione Diavel E’ di pochi giorni fa la notizia della nuova versione 1199 Panigale Superleggera. Intanto si comincia a sapere qualcosa di più della nuova Monster che avevamo già anticipato. La foto arriva da una convention commerciale e dovrebbe appartenere alla vista posteriore della nuova Monster. Monster che in realtà dovrebbero essere addirittura due. Saranno infatti due le versioni che adotteranno il motore Testastretta 11° con cilindrata 1200. Una versione base, da 135 cavalli, e una S da 145. Vale a dire un modello che farebbe concorrenza diretta con la Streetfighter, moto che in Ducati ha raccolto meno successo del previsto. La nuova Monster 1200 dovrebbe riprendere quanto 28 lasciato a suo tempo con le evoluzione delle varie S4, segnerà il ritorno al serbatoio d’acciaio e si parla di prezzi attorno a 14.500 euro per la base e di circa mille euro in più per la S. La Scrambler adotterà il motore raffreddato ad aria dell’attuale Monster 796, avrà la ruota anteriore da 19 pollici, un serbatoio che richiamerà quello della storica Scrambler monocilindrica degli anni Settanta, parafanghi corti, manubrio alto e scarico basso. Arriverà però nel 2015. In arrivo anche una variante della Diavel con motore a doppia accensione derivato dalla Multistrada, nuove prese d’aria ai lati del serbatoio, scarichi corti (avete presente gli Zard?) e faro oblungo simile a quello visto a suo tempo sulla Yamaha MT-01. 29 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Media riferimento di categoria è il T-Max Yamaha, anche se qui la cilindrate è 300 e il motore è un monocilindrico. La scelta è peraltro interessante per le possibilità di vendita e per il prezzo più competitivo. Nell’operazione è coinvolta direttamente la Kymco, non sono rari alcuni richiami all’ultimo Xciting 400, ma c’è tutto lo zampino stilistico di Kawasaki e, è facile prevederlo il contributo in alcune scelte tecniche. La sigla è J300 e nelle foto compare la dotazione ABS. Già sul finire degli anni 90 Kawasaki aveva proposto - senza troppo successo, per la verità - una gamma di scooter di piccola cilindrata in Italia, rimarchiando di fatto modelli Kymco. La stessa collaborazione è ancora in atto nei mercati del far east, dove la Casa di Akashi propone il Curve con le stesse modalità. Appuntamento ad EICMA, dove Kawasaki a questo punto potrebbe avere uno stand davvero ricco di novità. Comincia così il comunicato Kawasaki diffuso assieme alle prime immagini: News “Con l’ambizione di incrementare la propria presenza nel già nutrito mercato della mobilità urbana ed extra-urbana, Kawasaki mette in atto un ambizioso progetto per introdurre il suo primo scooter nel mercato europeo. Con un design interamente studiato da un team di progettazione dedicato, il nuovo scooter J300 presenta interessanti spunti visivi. La lettera J sta per Jyounetsu che significa passione in giapponese. Sulla base meccanica, estesa a motore e ciclistica, fornita dal partner strategico Kymco, lo sviluppo, il design e l’approccio ingegneristico al prodotto finale sono stati sviluppati esclusivamente dal team di progettazione e ingegneria di Akashi con il supporto del reparto europeo di ricerca e sviluppo”. Disponibile presso i concessionari ufficiali già da fine 2013 ,il J300 sarà presentato alla stampa e al pubblico al Salone di Milano il 5 novembre prossimo. Kawasaki allarga il tiro Uno scooter 300 in arrivo Prime foto ufficiali dello scooter Kawasaki J300 che era stato sorpreso a Milano qualche giorno fa. Costruito con la collaborazione della Kymco, dovrebbe debuttare a novembre all’EICMA L e riprese pubblicitarie portano davvero sfortuna alla Casa di Akashi: la scorsa estate un video promozionale girato all’Isola di Man ha svelato in anteprima l’arrivo della nuova Ninja 636, mentre solo pochi mesi fa una situazione analoga presso il ponte Storseisundet, in Norvegia, ha tradito la Z1000SX 2014 che abbiamo provato di recente. 30 Stavolta è toccato ad un maxiscooter, che Kawasaki sarebbe intenzionata a lanciare in occasione di EICMA il prossimo novembre. Le prime foto divulgate sono volutamente non chiarissime per non svelare subito le caratteristiche del primo scooter Kawasaki di media cilindrata. La sua linea sportiva (il frontale denota un chiaro family feeling con le verdone) conferma che il 31 Ducati presenta 1199 Panigale S Senna Sarà commercializzata solo in Brasile a partire da giugno 2014 la versione “Senna” della 1199 Panigale S. Prodottta in soli 161 esemplari, come il numero di GP corsi da Ayrton 32 33 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito P resentata in Brasile, al Salone di San Paolo, l’inedita livrea della 1199 Panigale S Senna. Per i vent’anni della scomparsa del campione di F1, Ducati presenta una nuova versione di una superbike dedicata ad Ayrton Senna. La moto verrà prodotta in accordo con la Fondazione Senna, in serie limitata e commercializzata solo in Brasile a partire da giugno 2014. In occasione del Salone delle Due Ruote di San Paolo, in Brasile, Ducati ha presentato un’esclusiva livrea per la 1199 Panigale S. La moto, dedicata al Campione di F1 Ayrton Senna, sarà destinata solo ed esclusivamente al mercato brasiliano, e verrà prodotta in serie limitata di soli 161 esemplari (il numero dei GP disputati in F1 da Senna). Il colore, è lo stesso che Ayrton Senna aveva scelto personalmente durante la sua visita in Ducati, avvenuta qualche settimana prima dell’ultima gara di Imola nel ’94, e utilizzato per le 300 unità della prima versione a lui dedicata, prodotte nel 1995. Si trattava di una 916SP di color grigio con cerchi rossi, la “916 Senna I” che venne commercializzata in soli 300 esemplari. Altre due versione che seguirono furono la “916 Senna II” e la “916 Senna III”. Tutte e tre le versioni Senna vennero fabbricate in edizione limitata e ancora oggi sono molto rare e ambite dai collezionisti in tutto il mondo. Ducati, in accordo con la Fondazione Senna, contribuendo agli scopi benefici ed educativi per cui la Fondazione opera sin dalla sua creazione, ha voluto rinnovare il tributo di riconoscenza e di stima ad uno dei suoi più famosi “ducatisti”, dedicando una speciale livrea alla sua moto più prestigiosa esponendo la versione n.01 al proprio stand al Salone delle Due Ruote di San Paolo, affiancandola a una delle prime 916 Senna. La moto sarà caratterizzata dalla speciale colorazione e verrà realizzata sulla base di una Panigale S. Verrà commercializzata, a partire da giugno 2014, con scarico racing a corredo e prodotta in serie limitata e numerata di 161 esemplari, con numerazione progressiva incisa su un’inedita testa di sterzo, caratterizzata da uno speciale design. 34 Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica News Media 35 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica L’ Senna e le moto Una storia lunga vent’anni di Edoardo Licciardello | Il tre volte iridato F1, alla vigilia del ventennale dalla sua scomparsa, riceve il tributo di una versione speciale della Ducati Panigale. Ripercorriamo la storia dei modelli a lui intitolati 36 annuncio Ducati dell’arrivo di una Panigale dedicata ad Ayrton Senna, a poco meno di vent’anni dalla sua scomparsa, è l’occasione per ricordare lo stretto rapporto fra l’indimenticato campione e le moto. Un amore nato e coltivato un po’ di nascosto (tranne quando utile per fini promozionali, come fece Honda ai tempi del sodalizio con McLaren) perché i Team della F.1 non hanno mai visto di buon occhio l’impegno dei propri piloti in attività potenzialmente foriere di infortuni che ne potessero compromettere il rendimento; ci volevano il carisma e la potenza contrattuale di Senna per imporsi e finire addirittura sulle pagine dei rotocalchi mentre sfrecciava per le strade del principato di Monaco o si presentava, vestito di tutto punto, ad appuntamenti ufficiali. Fra una gara e l’altra Ayrton (tre titoli mondiali nel 1988, 1990 e 1991, 40 vittorie e 80 podi) amava dedicarsi agli sport del manubrio: alle moto alternava il jet-ski ogniqualvolta si concedeva una vacanza in barca. Un amore che lo ha portato a stringere News amicizia con Claudio Castiglioni, che nella sua ben nota generosità ebbe modo di regalargli più di uno dei suoi gioielli. Il loro rapporto andò oltre, visto che il patron di Cagiva, MV e (all’epoca) Ducati si fece conquistare dall’impegno di Ayrton nell’aiuto dei meno fortunati, tanto da pensare ad una serie speciale delle proprie moto più belle e prestigiose dedicate al campione, con parte dei ricavi della vendita devoluti alla Fondazione Senna. Leggenda (perfettamente credibile conoscendo la meticolosità di Senna) narra che fu proprio Ayrton a scegliere la livrea identificativa tutta giocata sul contrasto fra antracite e rosso della 916 Senna, primo modello a ricevere la prestigiosa investitura, poco prima dell’incidente che lo privò della vita a Imola, il primo maggio 1994. L’iniziativa andò avanti con ancora maggior forza dopo la sua scomparsa grazie alla determinazione della sorella Viviane, che nel 1995 partecipò in prima persona alla presentazione ufficiale della moto. 37 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Non solo Ducati MV Agusta, nel frattempo, aveva realizzato la F4 e non tardò a dedicarne una versione alla Fondazione Senna. La prima F4 750 Senna arrivò nel 2002, sempre in una serie limitata a 300 esemplari: basata sulla seconda versione della F4 750 era spinta dal propulsore da 136 cavalli (leggermente modificato per poter girare leggermente più alto della versione di serie) e dotata di una ciclistica leggermente più raffinata della versione base. Completavano il quadro sovrastrutture dotate di alcuni dettagli in fibra di carbonio aggiuntivi. L’arrivo della F4 1000, nel 2005, fece nascere l’anno successivo la versione Senna: basata sulla F4 1000R ne mutuava il propulsore più spinto da 174cv, le sospensioni Marzocchi e Sachs (quest’ultimo però in versione racing leggermente alleggerita rispetto all’unità di serie) A volte ritornano Prodotta in soli 300 esemplari la 916 Senna (spinta dal propulsore della 916 biposto pur mutuando diverse delle più raffinate soluzioni ciclistiche della più spinta SP) andò a ruba, tanto da convincere Castiglioni e la Fondazione a produrne altre due serie due anni dopo. Denominate Senna II e Senna III, e contraddistinte da una livrea leggermente diversa virata verso l’argento, vennero messe in vendita nel 1997 e 1998 seguendo la stessa filosofia nella sostanza. La livrea ebbe un successo praticamente immediato, tanto che diversi appassionati di tutto il mondo la replicarono sui modelli più disparati. Qualcuno si spinse fino 38 News nonché l’impianto frenante Brembo con pinze monoblocco radiali, allora una vera rarità. Anche stavolta ne vennero realizzati solo 300 esemplari. Le 916 ed F4 Senna sono andate letteralmente a ruba fra i collezionisti, tanto che è abbastanza raro trovarle sul mercato dell’usato (e attenzione, ci sono molte repliche, per così dire, in giro – se siete interessati assicuratevi che l’esemplare riporti la denominazione Senna sulla targhetta della piastra di sterzo) quasi sempre peraltro a quotazioni importanti. La Panigale sembra destinata alla stessa sorte: la serie prevista è ancora più limitata – solo 161 esemplari, come i GP corsi da Senna – e in vendita solo sul mercato brasiliano, presumibilmente grazie al prezioso appoggio della struttura che la Casa bolognese ha recentemente avviato a Manaus. A quando l’arrivo dei primi esemplari di seconda mano qui da noi? a creare kit di adesivi (naturalmente privi di qualunque forma di ufficialità) con cui personalizzare le proprie moto. Il divorzio fra Castiglioni e la Ducati, ceduta a Texas Pacific Group in quell’anno, segnò la fine dei modelli ufficialmente intitolati al campione brasiliano da parte della Casa di Borgo Panigale. Ducati lanciò infatti la Monster S4 in livrea Senna, e successivamente verniciò altri modelli di Monster, ST2/4 e 748 negli stessi colori, senza però potersi fregiare del logo della fondazione sulla carrozzeria né poterne utilizzare la denominazione. La cosa non impedì però agli appassionati di identificarli con il nome del campione brasiliano… 39 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Le migliori moto sotto i 6.000 euro Quale mi compro? di Edoardo Licciardello | Anche in questo momento di forte crisi ci sono delle interessanti proposte per godere la passione motociclistica senza svenarsi. Vi presentiamo la nostra selezione sotto i 6.000 euro di spesa C ontinua la nostra serie di rassegne dedicate al mercato del nuovo, con cui vogliamo cercare di aiutarvi nella scelta della moto da acquistare. Dopo la prima puntata, dedicata alle moto guidabili con la Patente A2, passiamo ad una selezione guidata dal prezzo d’acquisto: stavolta abbiamo fissato la soglia a 6.000 euro cercando di 40 Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica trovare un buon equilibrio fra le proposte disponibili e le diverse tipologie. Ne abbiamo ricavato diverse sorprese, scoprendo che c’è chi propone tanta sostanza anche con un terzo dell’esborso richiesto dalle regine del mercato e che non è affatto necessario sacrificare divertimento e soddisfazione se non in maniera molto marginale acquistando una moto compatibile con molti bilanci familiari. Anche perché, ve lo anticipiamo, c’è qualcosa per (quasi) tutti i gusti. Anche in questo caso abbiamo effettuato tanto valutazioni tecniche quanto economiche o emozionali per isolare una ristretta selezione di modelli per darvi qualche spunto di riflessione. La nostra selezione è ordinata rigidamente per prezzo, dalla più economica alla più costosa, ed arricchendo ciascun modello con una sintetica descrizione e la motivazione per cui l’abbiamo scelta. Cliccando sul nome del modello si accede alla scheda tecnica, al listino e alle offerte di moto nuove e usate. Cominciamo! Suzuki Inazuma 250 Con i suoi 3.990 euro è la più economica fra le proposte del nostro listino (trovate qui la nostra Guida all’acquisto prova). Economica senza essere troppo povera, la bicilindrica della Casa di Hamamatsu fa dichiaratamente il verso alla supernaked B-King e, dopo pochi mesi dalla sua introduzione può vantare un discreto successo di vendite. Parca nella gestione (la spia della cambiata programmabile sull’economy non nasce a caso) la Inazuma non sacrifica la sicurezza, grazie ad una ciclistica da moto adulta, né il divertimento risultando sfruttabile anche nelle gite fuoriporta. E’ accessibile a tutti grazie ad un’ergonomia studiata con attenzione, ben rifinita considerando il prezzo e presenta l’unico limite di un peso un po’ elevato per la categoria: i suoi 182 kg sono forse l’unico aspetto in cui la piccola Suzuki tradisce la sua natura economica. Neofiti e commuters la ameranno senza riserve. 41 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Honda CRF250M La piccola CRF-M Honda (qui la nostra prova) è nata quest’anno con la missione di rendere alla portata di tutti l’esperienza del supermotard. Specializzata nell’ambito urbano, la 250 di Tokyo non disdegna l’uso ricreativo e propone una linea apertamente mutuata dalle specialistiche cross della Casa dell’ala dorata. Piacerà a chi ama lo stile fuoristradistico ma anche a chi ne apprezza le doti di agilità nella giungla d’asfalto della città, senza trascurare chi cerca durata delle finiture e una dotazione ciclistica migliore di quanto la quotazione non lasci prevedere. E’ anche una moto eccellente per farsi le ossa nella guida grazie a leggerezza ed accessibilità, che rispetto alla sorellina CRF-L offre una maggior versatilità nell’uso stradale grazie alle coperture. La Honda CRF 250M costa 4.640 euro, cifra con 42 Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica cui vi portate a casa una piccola motard che non cerca scuse in nessuna delle tipiche destinazioni d’uso di modelli del genere, fatta eccezione chiaramente per quelli più spinti all’interno di un circuito. Borile Multiuso Monocilindrica dallo spiccato sapore artigianale, la Multiuso di Umberto Borile (leggete qui la nostra prova) è semplice, leggera, versatile, efficace – in una sola parola, appunto, una multiuso che fa del fattore divertimento e dell’economia di gestione le sue carte migliori. Grazie a commistioni con il mondo della MTB e del Trial la Multiuso si rivela piacevolmente in grado di affrontare qualunque situazione, dalla scampagnata con divagazioni fuoristradistiche fino al più intenso impiego urbano, dove cederà qualcosa in termini di protezione agli scooter, ma sguscia nel traffico con un’agilità da riferimento. Ci vogliono 4.980 euro - non pochi, ma vista la natura del mezzo neanche una cifra eccessiva – per portarsi a casa una Borile Multiuso, anche se gli eventuali optional come il serbatoio aggiuntivo ne fanno salire la quotazione. Chi è attratto dal fascino unico ed artigianale di moto come questa non potrà non trovarla convenientissima. Kawasaki Ninja 300 Chi concepisce la moto come due semimanubri ed un cupolino (sportivo) molto difficilmente troverà qualcosa di più allettante della piccola Kawasaki (di cui potete leggere qui la nostra prova) in questa fascia di prezzo. Erede della 250R si presenta più potente, meglio rifinita e ancora più bella con tante “citazioni” alle sorelle maggiori Guida all’acquisto che gratificano non poco i proprietari. Il segreto del successo della piccola Ninja – e il motivo per cui l’abbiamo inserita in questa lista – è proprio in questo: il suo essere una moto facile ed accessibile ma tutt’altro che povera nell’apparenza. Anche per lei, come per la Suzuki Inazuma, è solo il peso un po’ troppo elevato a tradire i compromessi decisi in fase di progettazione. La Ninja 300 costa 4.990 euro, che diventano 5.590 nell’allestimento con ABS. Opzione che vi consigliamo caldamente: basta una banale scivolata per vanificare qualunque risparmio che si possa effettuare rinunciando al sistema antibloccaggio. KTM Duke 390 Appena arrivata, la Duke 390 (qui la nostra prova) è risultata immediatamente un successo planetario. Non è difficile capirne i motivi: nel pieno 43 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito rispetto della filosofia KTM è accessibile ma divertente. Leggera, vivace e soprattutto economica da comprare e da gestire la Duke accoglie a braccia aperte i neopatentati ma sa gratificare anche chi ha una certa esperienza ma ama le soddisfazioni che vengono regalate da una moto da spremere invece che da domare. Valida sia in città che nell’uso sportivo fuori porta, ha solo qualche limite nel turismo per una definizione più improntata al gusto che non al comfort. Con un prezzo di 4.995 euro (ABS compreso), la Duke 390 è una delle proposte in assoluto più interessanti della nostra rassegna come conferma il successo di vendite. Vale la pena di segnalare la prossima uscita della versione a manubri bassi (RC 390) prevista per EICMA – il prezzo sarà presumibilmente allineato. Beta Alp 4.0 Ben prima che KTM proponesse la sua Freeride la toscana Betamotor aveva pensato a chi ama arrampicarsi per i sentieri più inaccessibili senza voler tenere un ritmo da speciale o affrontare 44 Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica impegno tecnico e fisico imposti dalle enduro specialistiche. Un vero e proprio ritorno alle radici del motoalpinismo equidistante da enduro e trial per chi ama il fuoristrada turistico. Nonostante il peso rilevante (133 kg) la Alp si guida bene, ed ha dalla sua una grande economia di gestione – la massa è indice della fuga da soluzioni un po’ troppo estreme che, come sempre, comportano usure e consumi più vicini ai mezzi professionali. I 5.350 euro del listino non sono una cifra contenuta in senso assoluto visti i contenuti tecnici del mezzo, ma le concorrenti dirette – inesistenti, qualcuno potrebbe giustamente obiettare – non fanno certo di meglio. Spettacolare per chiunque abbia la passione per il fuoristrada in montagna. Honda CB500F Nata sul finire dello scorso anno e presentata ufficialmente ad EICMA, la Honda CB 500F (qui la nostra prova) è la declinazione naked della piattaforma bicilindrica media della Casa di Tokyo che comprende la sportiva CBR/R e la quasienduro CB-X. Valida, accessibile e divertente, si Guida all’acquisto fregia di un’estetica moderna e di finiture anche in questo caso ben superiori alla quotazione di listino. Ancora una volta è il peso a tradire i compromessi a cui si è ceduto in fase di progettazione, anche se come nelle migliori tradizioni Honda una volta in marcia l’equilibrio generale fa presto dimenticare i chili di troppo. Più adulta nelle prestazioni delle 250/300, meno impegnativa economicamente delle 700, è la vera via di mezzo di casa Honda per chi vuole una moto vera. La Honda CB500F costa 5.695 euro, in cambio dei quali vi portate a casa una moto dalla concezione moderna, con prestazioni interessanti e una ciclistica ben più valida di quanto il cartellino del prezzo non lascerebbe presagire. L’ABS di serie è solo la ciliegina sulla torta. vivace e divertente nella guida sportiva – Suzuki le ha a lungo dedicato un trofeo monomarca di grande successo – la Gladius è un’ottima scelta per chiunque cerchi una moto versatile e capace di districarsi nel traffico cittadino così come sui passi di montagna. Per renderla più accessibile Suzuki ha sacrificato il telaio in alluminio della SV sostituendolo con una più pesante unità in acciaio ma le prestazioni non ne hanno risentito più di tanto. Le pecche ascrivibili alla Gladius si limitano a qualche finitura non eccelsa; per tutto il resto la bicilindrica Suzuki si rivela una moto matura e ricca di sostanza, oltre che esteticamente accattivante pur se palesemente ispirata a modelli più prestigiosi. 5.890 euro bastano per mettersela in garage. Suzuki SFV Gladius 650 Benelli BN 600 Erede della storica SV650, a lungo cavallo di battaglia della Casa di Hamamatsu, la Gladius 650 (qui la nostra prova) ha riportato alla ribalta il bicilindrico a V di 90° che tanti motociclisti ha fatto crescere dalla fine degli anni 90. Agile, E’ la quadricilindrica più economica sul mercato italiano. La BN600, modello con cui la Casa pesarese (di proprietà cinese, lo sappiamo…) torna ad offrire una “quattro” è un mezzo ben fatto, gradevole alla guida e ben lontano da certi 45 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Royal Enfied stessa Entry Level Bullet EFI vi consentirebbero di risparmiare ancora qualcosa, ma riteniamo che il rapporto qualità/prezzo sia più favorevole alla dotazione della Electra ES. Yamaha XJ6 Diversion La Yamaha XJ6 Diversion è la variante carenata della naked entry level della Casa di Iwata (potete leggerne la nostra prova qui) riveduta e corretta per una maggior versatilità. Erede del modello dallo stesso nome – ma raffreddato ad aria – degli anni 90, ne replica i concetti in chiave ben più moderna e tecnologica. Vivace, divertente stereotipi legati ai prodotti nati sotto la Grande Muraglia per quanto riguarda la qualità costruttiva. Le finiture, al netto di qualche caduta di tono, non hanno molto da invidiare a proposte analoghe sul nostro mercato. Dove emerge qualche limite è nelle vibrazioni, nel tiro ai bassi regimi e (ancora una volta) sul peso a secco. Per portarsi a casa una 600 plurifrazionata di moderna progettazione e ben dotata in termini ciclistici come la Benelli BN600 bastano 5.890 euro. Possiamo tirarle le orecchie per l’assenza dell’ABS, non certo per le pecche normalmente associate ai prodotti cinesi. Per chi volesse spendere qualcosina di più c’è la BN 600R, che abbiamo appena provato qui. 46 Guida all’acquisto ma soprattutto versatile tanto nell’uso cittadino quando in quello diportistico, grazie alla protezione aggiunta dalla semicarenatura si disimpegna bene anche nel turismo a medio raggio. La Diversion costa solo 5.990 euro, prezzo quasi incredibile per una quadricilindrica giapponese che, pur facendo ampio ricorso ad economie di scala, è comunque un progetto recente e rinnovato da poco. Ha avuto un successo inferiore a quanto merita per la sua configurazione semicarenata, mai troppo apprezzata in Italia; proprio per questo motivo approfittare delle condizioni economiche sembra una scelta scontata. Royal Enfield Bullet 500 Electra ES Royal Enfield è un marchio indiano che può vantare però grande tradizione. Come si evince dal nome, la fabbrica venne impiantata dall’impero britannico ai tempi del colonialismo come filiale della Casa di Redditch, e ancora oggi produce moto classiche ed ispirate a quel passato. Recentemente uscita di produzione, la monocilindrica Bullet è un mezzo semplice ed economico ma capace di dare discrete soddisfazioni a chi non cerca i brividi della guida sportiva. Classica nel look, è una valida alternativa a proposte neoretrò di maggior pregio ma anche maggior prezzo. La Bullet in questa configurazione costa 5.900 euro - le sorelle minori, denominate da 47 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Dunlop SportSmart² confort e prestazioni di Francesco Paolillo | La storica Casa produttrice di pneumatici presenta lo SportSmart² evoluzione dello SportSmart, ma con importanti novità che ne migliorano le doti di confort e le prestazioni su asfalto bagnato 48 Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica S portSmart x SportSmart = SportSmart² (si legge square), con questa semplice formula Dunlop descrive il nuovo pneumatico dedicato alle moto sportive, e ai loro possessori, che pur prediligendo la guida su strada, in qualsiasi condizione di guida, non disdegnano o non si vogliono far mancare qualche puntata pista. Sviluppato nell’arco di 18 mesi dal Dipartimento di Ricerca e Sviluppo europeo lo SportSmart² tiene conto dei pregi, ma soprattutto dei difetti (a dire il vero Prova gomme davvero trascurabili) del suo predecessore. Allo SportSmart si imputava in particolare, lo scarso confort offerto su strada, ebbene il miglioramento di tale aspetto è stato uno degli obbiettivi dei tecnici, che hanno anche lavorato sulle prestazioni e la tenuta su asfalto bagnato, grazie all’utilizzo di una mescola 100% silice per la spalla del pneumatico posteriore (che come per il predecessore è bi-mescola). A tale scopo serve anche il nuovo disegno della scolpitura del battistrada, con superiori capacità drenanti (+20% il dato dichiarato), che per il pneumatico anteriore prevede il “rovesciamento” della scolpitura dalla tipica forma a V, che nello SportSmart aveva il vertice rivolto verso l’alto, mentre ora punta verso terra. Il pneumatico posteriore è anch’esso stato modificato nel disegno del battistrada, e a un primo esame visivo mostra degli intagli di maggiore larghezza. Le migliorate capacità di smorzamento delle sollecitazioni tipiche dell’asfalto sconnesso, sono state ottenute lavorando in particolar modo sulle carcasse dei due pneumatici, anteriore e posteriore, che ricordiamo sfruttano le tecnologie JLB (JointLess Belt) e JLT (JointLess Tread). La prima consiste nel posizionamento di una serie di “cinture” longitudinali che permettono un controllo ottimale delle deformazioni della carcassa, la seconda consente il posizionamento di mescole di diverso tipo sulla superficie del pneumatico. Da rilevare che il nuovo SportSmart² risparmia in termini di peso, rispettivamente un -7% sull’anteriore e -8% per il posteriore, con tutti i vantaggi in termini di guidabilità e inerzia. Anche il profilo è stato rivisto, con l’anteriore che assomiglia esteticamente, e non solo come leggerete più avanti, al D 212 GP. Messi alla prova Come consuetudine, Dunlop è solita invitare un manipolo di giornalisti sul tracciato di sua proprietà, lo spettacolare saliscendi di Mireval nel sud della Francia, nei pressi di Montpellier tanto per capirci, per far provare le novità auto e moto. Naturalmente non poteva mancare il 49 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Prova gomme aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb Media test su asfalto bagnato, o meglio allagato (6/8 mm di acqua sono davvero degni di un nubifragio estivo), e la prova su strada, che poi è quella più indicativa. Il test ha inizio con un paio di turni in sella a due Honda CBR 600 RR gommate SportSmart e SportSmart², tanto per fare un confronto diretto delle rispettive prestazioni, in questo caso, al limite nell’uso in pista. Le prime impressioni sono positive, e non stiamo parlando del nuovo prodotto, ma dello SportSmart, che ancora adesso convince per le prestazioni offerte anche nell’uso esasperato. Considerando che le pressioni dei pneumatici sono quelle standard, 2.5 ant 2.9 post, le “vecchie” Dunlop non sfigurano, ma è stato sufficiente montare in sella alla CBR 600 RR gommata SportSmart² per rivedere almeno in parte il giudizio. La prima cosa che si percepisce, è la maggiore rapidità nella fase d’inserimento in curva (i tecnici Dunlop 50 hanno stimato in un +23% la velocità di discesa in piega rispetto allo SportSmart), caratteristica da ricondurre al minor peso del pneumatico, ma soprattutto al profilo “più svelto” dell’anteriore, che in questo ricorda davvero da vicino il D212 GP. Il grip offerto in fase di frenata e inserimento è un gradino sopra al predecessore, e permette di entrare in curva con i freni ancora pinzati, potendo contare su una tenuta davvero notevole, e con una tendenza al raddrizzamento nulla. I cambi di direzione necessitano di minore impegno fisico, mentre aprire o chiudere una traiettoria in curva, appare certamente più facile e meno impegnativo. Il grip offerto dal posteriore è in linea con quello offerto dallo SportSmart, e quindi certamente elevato, mentre è apprezzabile il fatto che anche dopo svariati turni in pista, e nelle mani di personaggi poco raccomandabili, l’aspetto del battistrada non mostri segni di sofferenza, e il consumo appare limitato e uniforme, d’altronde le doti di durata, a detta degli uomini Dunlop, sono un altro punto forte di questo pneumatico. Prese le misure e fatta conoscenza con il pneumatico, ci aspetta una coppia di moto decisamente più impegnativa. Le SportSmart², e relativi piloti, sono ora alle prese con le Yamaha YZF R1, moto più impegnative del punto di vista ciclistico e dotate di un propulsore che, almeno tra i cordoli di una pista, potrebbero mettere in difficoltà un pneumatico “stradale” come lo SportSmart². Per l’occasione le pressioni dei pneumatici sono state abbassate, in questo specifico caso a 2.1 e 1.9, rispettivamente anteriori e posteriori, per garantire prestazioni superiori in presenza di coppia e cavalleria davvero “impegnative”. Le buone impressioni avvertite con la Honda CBR 600 RR sono confermate anche sulla R1, che nel passaggio, “vecchio” “nuovo”, guadagna in rapidità d’inserimento in curva e maneggevolezza nei cambi di direzione. Chiudere la traiettoria di una curva affrontata in maniera sbagliata, non è più “cosa per pochi”, ma è più semplice e meno impegnativo sia fisicamente sia mentalmente. Dove la natura stradale delle SportSmart² emerge in maniera più consistente, è quando “si prende in mano” la manopola del gas in uscita di curva. La risposta piuttosto brusca della mappa”A” della quattro cilindri giapponese, tanto per capirci quella che garantisce una risposta immediata del motore, tende a mettere in crisi l’aderenza dello SportSmart², al quale viene in soccorso il controllo di trazione. Spostando la mappatura su “Standard”, e quindi rendendo meno aggressiva la risposta del motore, le cose migliorano notevolmente, con la conseguenza che riusciamo anche ad abbassare la soglia d’intervento del controllo di trazione. In compenso 51 Periodico elettronico di informazione motociclistica Prova gomme Scarica l’APP del Magazine DISPONIBILITà Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Disponibili da Ottobre 120/60ZR17 (55W) TL SX SPORTSMART² 120/70ZR17 (58W) TL SX SPORTSMART² 160/60ZR17 (69W) TL SX SPORTSMART² 180/55ZR17 (73W) TL SX SPORTSMART² 190/50ZR17 (73W) TL SX SPORTSMART² 190/55ZR17 (75W) TL SX SPORTSMART² Disponibile da Gennaio 2014 180/60ZR17 (75W) TL SX SPORTSMART² Da Giugno 2014: 200/55ZR17 (78W) TL SX SPORTSMART² Da Maggio 2014: 110/70R17 54H TL SX SPORTSMART² 120/70R17 58H TL SX SPORTSMART² 150/60R17 66H TL SX SPORTSMART² 160/60R17 69H TL SX SPORTSMART² le perdite di aderenza sono sempre progressive, e a lungo andare ci si prende anche gusto a fare scodare la superbike di Iwata. A mollo Adesso è arrivato il test che amiamo di più, quello che prevede delle “umide” sessioni in pista, poiché il tracciato è quello completamente allagato che serve a saggiare le doti di tenuta e drenaggio dei nuovi pneumatici. Le moto scelte per la prova sono delle Suzuki GSR 750, naturalmente dotate di ABS, giusto per evitare spiacevoli scivolate, equipaggiate sia con le nuove SportSmart² sia con le precedenti SportSmart. Se tra gli obiettivi della Dunlop c’era quello di migliorare le prestazioni sul bagnato, bisogna dare atto che il feeling con le nuove SportSmart² è superiore, che l’anteriore fenda meglio la pellicola d’acqua 52 è forse più una certezza che non una sensazione, mentre la nuova mescola del posteriore permette di accelerare con più aggressività. In frenata proviamo più volte a richiamare all’ordine l’ABS, e con lo SportSmart² la cosa è davvero difficile, il grip dell’anteriore è di prima grandezza, e un gradino più in alto del pur ottimo predecessore. Dopo l’obiettivo della maneggevolezza, anche il miglioramento delle prestazioni sul bagnato è stato raggiunto. Adesso tocca vedere e toccare con mano se le nuove SportSmart² hanno perso quella cattiva abitudine di trasmettere le sollecitazioni dell’asfalto sconnesso alle terga del pilota. Per questa prova sono previsti 300 km di test, un terzo del quale da percorrere in autostrada, i restanti sono invece strade di montagna. Più volte scambiamo le moto, quindi possiamo apprezzare le differenze tra le due generazioni di pneumatici. L’obiettivo dell’innalzamento del confort a quanto pare sembra raggiunto, le sconnessioni che troviamo lungo il percorso, evidenziano una maggiore propensione a filtrare le sollecitazioni, sia davanti sia dietro, questa caratteristica potrebbe far pensare a una struttura della carcassa meno rigida e quindi meno precisa. Sbagliato, le SportSmart² si distinguono per reattività e precisione anche sul veloce, mentre lasciano indietro le precedenti SportSmart quando il misto si fa stretto e i cambi di direzione si susseguono, o almeno richiedono meno impegno fisico da parte del pilota. Si può in pratica confermare quanto i tecnici ci avevano riferito, e quanto avevamo letto in cartella stampa, le nuove SportSmart² ereditano le ottime qualità e i pregi delle SportSmart, eliminandone quasi totalmente i difetti. 53 Cafè Racer Roland Sands Design RSD KTM 690 CaféMoto di Edoardo Licciardello | Una K 690 è la base di partenza per una splendida café racer del mago californiano Roland Sands. Una special tanto bella quanto - a giudicare dalle foto - efficace 54 55 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Cafè Racer aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb Media bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb R oland Sands è per molti versi una mosca bianca fra i preparatori californiani: il celebre preparatore da sempre allestisce mezzi la cui caratteristica imprescindibile è la guidabilità, rifuggendo da esagerazioni stilistiche che compromettono irreparabilmente la guida. Difficile avere dubbi su questa KTM 690 che RSD ha trasformato in una Café Racer esposta per la prima volta al Brooklyn Invitational show qualche settimana fa. Il lavoro è partito... lasciando praticamente solo il motore. Il telaio è stato verniciato a polvere in bianco (nonostante in prima istanza Roland l’avesse immaginato in arancione) e gli è stato accoppiato uno splendido forcellone in tubi d’acciaio al Cr-Mo 4130 nello stesso colore su cui lavora una trasmissione Greggs. Le pedane sono naturalmente realizzate allo scopo, mentre i comandi sono CRG. Le sospensioni sono le unità originali rivisitate da Racetech, mentre i cerchi sono i Morris (prodotti direttamente da RSD) con un’inedita finitura superficiale che potrebbe arrivare alla produzione in un prossimo futuro. Il propulsore è stato rinvigorito attraverso un asse a camme più spinto, mentre lo scarico è un’unità in acciaio inox realizzata ovviamente da RSD stessa. Il parafango anteriore è un’unità in carbonio prelevata da una Ducati Sport Classic, e tutta la moto è stata tempestata di pezzi in alluminio anodizzato saccheggiati dal catalogo KTM Powerparts. Naturalmente in arancione, per fare péndant con la verniciatura realizzata da Chris Wood di Airtrix. A suo tempo, Roland ha messo le mani su due 690. La seconda sta per vedere la luce; attendiamo con ansia. 56 57 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica corse e per le moto sportive. Per cominciare, ecco le moto da corsa progettate e realizzate da lui: dalla Paton 500 del ’73, alle Bimota YB1 250 e 350, HD1 250, HD 350 e 500, fino alla Bimota SB1 500; qualcuno ricorderà la Morbidelli 250 per Giacomo Agostini, poi le YB2 e YB3 250 e 350, la Suzuki 500 GTA del team Gallina con lo sterzo indiretto e progressivo, infine la Cagiva 500 GP dell’89, quella di Mamola, per la sola parte stilistica. Per lui hanno corso Giuseppe Elementi (primo pilota Bimota), poi tra gli altri Cecotto, Villa, Matteoni, Paci, Eckerold, Ferrari, Lucchinelli, Uncini, Fogarty, Bayliss, Scassa. Più famose delle moto da corsa sono, in tutto il mondo, le sue moto stradali. La prima è la Bimota HB1 750 realizzata nel 1973 dopo una caduta a Misano, curva della Quercia, con la sua CB Four personale; non avesse demolito la sua Honda, forse non l’avrebbe ricostruita a suo modo e non sarebbe mai diventato il Tamburini che conosciamo. Da lì la serie delle Bimota: SB2 750 (‘77), KB1 900 (‘78) e poi 1000, SB3, KB2 500, HB2 900, KB3, SB4, HB3 1100. Del 1985 è la pepata Cagiva Aletta oro 125, e l’anno dopo arriva per il gruppo Cagiva la Ducati Paso 750, la stradale con carrozzeria Intervista integrale. Seguono la Freccia C9 125, la C10 nell’88 e nel 1990 la favolosa Mito. L’innovativa Ducati 916, per molti il più grande capolavoro di Tamburini, è del 1993; la 748 del ’95, la Cagiva Canyon 900 del ’96. Poi le moto marchiate MV: nel 1997 la meravigliosa F4 750 Oro e l’anno dopo la S, nel 2000 la Brutale Oro seguita ancora dalla S, nel 2002 la F4 1000 Ago (poi S, Tamburini e Senna), nel 2007 la F4 1078 Claudio Castiglioni; e infine la Husqvarna STR 650 Super Motard. Tante le ideazioni tecniche innovative firmate da Massimo. Tra loro, la moto con sospensione posteriore a geometria Nico Cereghini incontra Massimo Tamburini/1 di Nico Cereghini | Intervista al “guru” della moto sportiva made in Italy: il padre della 916 e della F4. Che cosa sta facendo uno dei progettisti più amati e apprezzati? E come sarà la moto sportiva di domani? T utti lo conoscono, è uno dei tecnici italiani più amati e rispettati. Ma, per comprendere bene la faccenda e non trascurare i lettori più giovani, può servire qualche nota biografica per inquadrare il personaggio. Vedrete che c’è da stupirsi. Massimo 58 Tamburini, riminese classe 1943, è stato il direttore tecnico e fondatore della Bimota dal ’73. E’ allora che l’ho conosciuto. Uscito dalla Bimota nel 1983, dopo una breve parentesi come direttore tecnico del team Gallina (anno 1984), viene assunto in Cagiva nell’85. Lì dirige prima il COR, Centro Operativo Rimini, e poi dal ’90 anche il Centro Stile del gruppo Cagiva. Nel 1993 nasce il CRC, Centro Ricerche Cagiva, del quale Massimo prima è direttore e poi dal ‘97 anche amministratore delegato. Tamburini lascia Castiglioni nel 2008, quando entrano gli americani dell’Harley-Davidson. Per tre anni si impegna allora in un patto di non-concorrenza. Massimo Tamburini ha sempre avuto una gran passione per le 59 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica la sella, e secondo noi serviva anche la carenatura; in azienda non avevamo la possibilità di inserire personale specializzato, forse a quei tempi era anche difficile trovarlo, e così, diciamo per necessità, sono diventato uno stilista. E mi sono accorto che plasmare materiali diversi dai miei, come per esempio lo stucco metallico per la modellazione, era anche divertente. Non meno divertente che lavorare un pezzo metallico alla fresa o al tornio. Perché ogni particolare della moto deve essere bello, piacevole da toccare e da montare, deve darti delle emozioni”. progressiva (1975), il primo forcellone a Boomerang (1976), la prima moto in produzione con telaio perimetrale (1978). Parole d’ordine la compattezza, l’evoluzione costante, la leggerezza, la bellezza. E tanti brevetti per manubri e pedane a regolazione di assetto, sterzo monolitico regolabile nell’angolo di sterzo, ammortizzatori di sterzo trasversali, sistemi rapidi di fissaggio ecc. Tutto questo elencare ci voleva, come vedete, ma adesso è il momento di attaccare l’intervista. 60 Massimo, sei il più amato progettista italiano, le tue moto sono state costantemente “moto dell’anno”, i premi non si contano. Ma ho una curiosità: delle tue creazioni, quale ti è oggi più cara? “Direi sicuramente la 916. Quella è al primo posto, poi viene subito la F4, e la KB2 quando ero in Bimota; quella moto aveva le caratteristiche che piacciono a me: era una moto leggera e facile da guidare, però capace di emozionare e divertire davvero”. Molti ti hanno definito uno stilista, ma non è vero: tu sei nato appassionato della meccanica. E poi cos’è successo? “Ho sempre avuto la passione per la meccanica, intendo la meccanica motociclistica; dopo un primo esercizio sulla base di una MV 600 quattro cilindri usata, mi sono lanciato nella mia prima realizzazione vera, la Bimota HB1 con il motore Honda Four 750. Lì ho dovuto allargare le mie conoscenze. Oltre al telaio ci voleva anche un serbatoio, un codino con La Bimota faceva impianti di riscaldamento e clima, ma hai trovato il modo di divertirti di più. “Anno dopo anno accumuli esperienza, vedi cosa fa la concorrenza, cresci. Per esempio, inizialmente i modelli venivano fatti da me e poi realizzati alla Bimota in due fasi; si partiva dalla parte sinistra oppure dalla parte destra, quindi veniva deliberata metà moto, e poi l’altra metà non veniva copiata da una macchina a controllo, macché, si facevano delle cèntine, un lavoro pazzesco, centimetro per centimetro tutto veniva copiato, c’era da meritare il paradiso. Oggi è più semplice, per la modellazione e il riempimento abbiamo materiali più pratici, si lavora presto e bene. Puoi cambiare forma in ogni momento, c’è un’evoluzione continua. Realizzi sempre metà moto, per esempio, ma dopo fai una scansione fotografica e puoi riprodurre la moto nel giro di pochissimi giorni, completa e ottimizzata”. Si capisce però che fare lo stilista di una moto resta tuttora un lavoro artigianale… “Molto artigianale. Personalmente ho anche provato a evitare la modellazione manuale, ma al computer fai molta fatica; per esempio la posizione di guida, se la vedi su uno schermo video fai fatica; ci vuole la dimensione reale, perché bisogna poterci anche salire sopra, sulla moto. Solo così cogli subito eventuali errori, anche minimi, e provvedi a correggerli”. E nel tempo cos’è cambiato? “La parte meccanica ha subìto una evoluzione incredibile. Ai tempi della Bimota, negli anni Settanta e Ottanta, la realizzazione di ogni particolare ricavato di macchina era fatto con disegno 2D, più che altro, perché il CAM non esisteva. Oggi tutti i particolari della moto - e sono tanti - vengono disegnati in 3D e hai già le basi per programmare una macchina. Nel giro di poche ore passi dalla progettazione del pezzo alla sua realizzazione”. C’è qualche moto dell’ultima generazione che ti piace in modo particolare? Intervista “Che mi entusiasmi davvero non ce n’è, da troppi anni le moto sono ferme, manca l’innovazione. A parte l’elettronica: lì, per me, si è andati anche oltre il lecito. Sul piano stilistico poi vedo un altro aspetto che mi piace poco: si intravvede la prevalenza di molti ragazzi stilisti sull’ingegnere”. E dove esattamente lo vedi? “Per dare al telaio un aspetto piacevole, ad esempio, ci sono moto sulle quali hanno messo materiale dove non serviva. La F4, per dire, ha la sospensione che lavora nella zona alta del telaio, e allora le piastre della parte bassa del telaio possono essere leggere; mentre al contrario sulle MotoGP di oggi, Honda o Yamaha, è la zona bassa del telaio che deve essere granitica. Bene, ho visto moto assurde, per inseguire l’estetica hanno sbagliato tutto. Lo stilista inventa e poi l’ingegnere deve correre ai ripari, magari fino a cambiare spessori, leghe e pesi per non arrivare a rotture. Non ci siamo: lo stilista deve essere di supporto all’ingegnere”. Possibile che un uomo così faccia la vita del pensionato? Impossibile, naturalmente. E se guardate il video, anzi i due video, quello di oggi e poi quello di domani, capirete che qualcosa di molto grosso bolle in pentola. 61 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica finalità commerciali, è di natura prettamente sperimentale, e potrei anche descrivere il perché di certe scelte e come sono state realizzate alcune soluzioni che personalmente ritengo molto innovative”. E allora fallo. Descrivi per piacere. “Sono partito dall’analisi delle moto sportive in produzione, poi delle SBK e delle MotoGP. Analizzando tutte le problematiche che ancora penalizzano il pilota quando va alla ricerca della miglior messa a punto nel minor tempo possibile, mi sono detto: se Valentino, o Lorenzo, vogliono cambiare sensibilmente l’assetto sulla loro moto da corsa, non lo possono fare nelle prove ufficiali perché i tempi sono stretti. Perché se vuoi cambiare l’assetto sull’anteriore devi smontare la carenatura, allentare e sfilare le canne in alto o in basso; e anche al retrotreno: è vero che ci sono moto abbastanza rapide da regolare dietro, però non sono tante; e allora ci vuole un sistema più rapido per cambiare anche l’assetto posteriore. E l’angolo di sterzo, poter cambiare quello, e addirittura variare anche la rigidezza del telaio: non sarebbe bello poterlo fare nel tempo che i meccanici impiegano per cambiarti le Intervista ruote? Perché il cambio ruote è una manovra che si deve fare per forza in un turno di prove. Ebbene, mi sono dedicato allo studio delle soluzioni e alla fine il progetto ha preso il via”. Puoi entrare nei dettagli? “All’anteriore c’è un sistema di regolazione speciale: si sposta tutto il gruppo e non c’è alcun bisogno di allentare le canne. Nella sua semplicità è un po’ l’uovo di colombo. Puoi fare una regolazione nei due sensi di 4 millimetri, che corrisponde a una tacca della forcella (o anche 5 o 6 mm, ma 4 è una misura più che sufficiente per una moto da pista che è quasi Nico Cereghini incontra Massimo Tamburini/2 di Nico Cereghini | Il grande progettista riminese racconta in esclusiva a Moto.it su cosa sta lavorando. Si profila un nuovo scenario: la moto da pista di domani E finalmente siamo arrivati al cuore del dialogo con Tamburini: su cosa sta lavorando oggi il geniale progettista di moto sportive che tutti rispettiamo? Massimo è sempre stato avanti, come si dice, e conoscere i suoi progetti potrebbe aiutarci addirittura a definire 62 la moto sportiva del futuro. Lui esita, capisco che gli piacerebbe dire più di quanto possa. Poi trova la misura. “Quando sono uscito dalla MV, alla fine del 2008, mi sono preso un anno di riposo, per godermi finalmente la famiglia e il mare; ma rischiavo l’imbecillità, il pensionato rischia di diventare imbecille, e allora mi sono detto: e se facessi ancora qualcosa? Qualcosa di sperimentale, perché ho delle idee in testa che per motivi diversi non ho potuto realizzare quando lavoravo per un’azienda ed ero legato alla produzione. Qualcosa di sperimentale, ripeto, una moto laboratorio che prima costruisci e poi porti in pista. E il progetto è nato nel 2010. Non aveva 63 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb perfetta) nel tempo del cambio gomme. La soluzione mi è piaciuta, l’ho realizzata, sono convinto che meriterebbe un approfondimento anche a livello produttivo, naturalmente per una moto di prestigio. Sul posteriore poi c’è un altro sistema, con un traverso che porta l’ammortizzatore rotante anziché fisso: allentando due viti fai la tua regolazione. E’ la parte meno importante del progetto, ma molto rapida”. Ma, se ho capito bene, hai accennato addirittura alla possibilità di variare la rigidezza del telaio... 64 Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica “Questa è una cosa nata dall’osservazione dei problemi lamentati dalla MotoGP della Ducati. Chi sosteneva che è troppo rigido il telaio, e allora via il carbonio, ci vuole una lega d’alluminio alla giapponese. Io non ho mai creduto a queste teorie. La cosa importante è la rigidezza torsionale: quella non deve mai mancare; ma il punto è che trasversalmente, a differenza di qualche anno fa, con gli angoli di piega raggiunti abbiamo bisogno di avere una sospensione laterale perché forcella ed ammortizzatore vengono annullati, non lavorano con quegli angoli così spinti. E la sospensione laterale puoi ottenerla soltanto attraverso l’elasticità del telaio. Insomma, se ipotizzo nel progetto una elasticità trasversale “x” e poi non mi va bene, mi tocca riprogettare tutto e impiego dei mesi interi. Se, invece, si riuscisse a ideare un sistema per poter cambiare in pista, in pochi minuti, la rigidezza laterale del telaio, allora si risolverebbe davvero il problema. Lì nacque l’idea, che a livello teorico funziona divinamente: dai calcoli che abbiamo fatto, tu puoi partire dalla massima rigidezza e vai a calare. Naturalmente servono ancora le prove che faremo in pista, se Intervista un giorno finiremo questo progetto sperimentale. E sono convinto che questa soluzione darebbe una svolta alle moto sportive, che sono ferme da anni. Tute le regolazioni oggi sono complesse: ma se io ti do la possibilità di cambiare l’angolo di sterzo nei pochi minuti di un cambio gomme, tu puoi farti la tua regolazione nelle prove ufficiali. Senza contare il fatto che il primo pilota che potesse utilizzare questa tecnica avrebbe anche un vantaggio psicologico che farebbe la differenza”. Possiamo dire che un sistema del genere potrebbe piacere anche ai motociclisti dilettanti, e penso ai pistaioli? “Certamente sì. Ognuno di noi cerca nel comportamento dinamico della sua moto un riscontro di un certo tipo. Io per esempio ho sempre cercato la massima rapidità nell’inserimento in curva: fin dai primi decimi di grado la moto deve aver capito che la voglio mettere in curva, non come lo scooter che vuole spostamenti di diversi gradi prima di capire. Ma ogni motociclista ha i suoi gusti. Oggi con i pneumatici si fanno cose pazzesche, ma puoi fare tantissimo ancora con il telaio. Cambiando i parametri a piacere e in pochi minuti”. Grazie Massimo! “Prego. Alla prossima”. 65 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Tecnica Negli anni Cinquanta la DKW 350 da competizione con tre cilindri a V ha mostrato una strada importante, in seguito ripresa da alte case motociclistiche. A sinistra la Suzuki GT380 del 1973, esisteva anche in cilindrata 550 I motori tre cilindri a due tempi di Massimo Clarke | Questo frazionamento ha avuto a lungo una notevole diffusione, in campo sia motociclistico che automobilistico, per eccellenti ragioni N egli anni Trenta i motori a due tempi erano considerati relativamente “umili” e adatti ad equipaggiare moto generalmente di piccola cilindrata e di costo ridotto e automobili utilitarie. Tra i principali sostenitori dei motori di questo tipo spiccava la tedesca DKW, un autentico colosso mondiale che produceva tanto mezzi a due ruote di grande successo quanto automobili, molte delle quali a trazione anteriore, che in Germania erano assai popolari. Altri importanti fabbricanti 66 di moto a due tempi erano la Zundapp e la Victoria in Germania e la Puch in Austria. La DKW ha realizzato anche diverse moto da competizione dalla tecnica sofisticata (avevano il raffreddamento ad acqua ed erano sovralimentate) che per diverso tempo hanno spadroneggiato nelle loro classi di cilindrata. Il primo motore automobilistico a tre cilindri, esso pure a due tempi, lo ha prodotto nel 1939 (i modelli precedenti erano a due e a quattro cilindri); equipaggiava la F9 e con una cilindrata di 900 cm3 erogava 30 cavalli. Le Auto Dopo il termine della seconda guerra mondiale la DKW ha ripreso l’attività nella parte occidentale della Germania, nei nuovi stabilimenti di Ingolstadt e Dusseldorf, producendo sia moto che auto a due tempi divenute ben presto molto popolari per le loro eccellenti caratteristiche. La prima vettura con motore a tre cilindri (in linea, e con raffreddamento ad acqua) è stata la 900 Sonderklasse, che disponeva di 34 cavalli. Per le sue autovetture la DKW – Auto Union (denominazione ripresa dal 1957) ha continuato a impiegare motori a due tempi con questa architettura in cilindrate comprese tra 800 e 1175 cm3 e potenze che andavano da 34 a 60 cavalli, fino al 1966. Diretta discendente della Sonderklasse è stata la 1000 denominata 3=6; questa scritta, ben visibile sulla carrozzeria della vettura, stava a indicare che il motore, essendo a due tempi, si comportava come un quattro tempi a sei cilindri. Ogni giro dell’albero a gomiti infatti si svolgevano tre fasi utili (ovvero, avevano luogo tre “scoppi”, come si dice impropriamente in gergo). Molto interessante è stata anche la Munga, ossia la vettura militare da fuoristrada impiegata per anni dall’esercito tedesco e da altri paesi Nato. Robusta e versatile, è stata prodotta in oltre 45.000 unità e ha lasciato un eccellente ricordo. Non è una cattiva idea ricordare che, come sottolineava uno slogan dell’epoca, nei motori a tre cilindri a due tempi ci sono solo sette parti mobili (tre bielle, tre pistoni e un albero a gomiti)! Nel frattempo nella Germania dell’Est era ripresa la produzione della F9, dapprima da parte della IFA e quindi, in versione migliorata e con cilindrata portata a 993 cm3, da parte della VEB Automobilwerke Eisenach, in uno stabilimento della Turingia che negli anni Trenta era stato di proprietà 67 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Honda RS500 1984 della BMW. Queste vetture venivano vendute con il marchio Wartburg e sono state prodotte fino agli anni Ottanta. Un’altra Casa che ha a lungo legato il suo nome a semplici e robusti motori a due tempi a tre cilindri in linea è stata la svedese Saab. La serie è iniziata con la 92 del 1949, dotata di un tricilindrico di 750 cm3 di netta ispirazione DKW ed è proseguita fino al modello 96 di 850 cm3, rimasto famoso per le sue vittorie nei rally dei primi anni Sessanta. La produzione delle Saab a due tempi è terminata nel 1968. Le Moto Pure per quanto riguarda i mezzi a due ruote a mostrare la strada è stata la DKW, negli anni Cinquanta, quando il tecnico Erich Wolf ha deciso di ricavare una 350 da Gran Premio raffreddata ad aria semplicemente aggiungendo un cilindro centrale alla 250 bicilindrica e cambiando leggermente le misure di alesaggio e corsa. 68 Tecnica Kawasaki 750 H2 MachIV 1972 Mentre però i due cilindri laterali erano solo leggermente inclinati in avanti rispetto alla verticale, quello centrale, dotato di alettatura radiale, era praticamente orizzontale, in quanto formava un angolo di 75° rispetto ad essi. La moto ha fatto il suo esordio nel 1952 con una potenza di circa 35 cavalli e in seguito ha continuato ad essere sviluppata, in particolare grazie all’opera di Helmut Gorg. Sulla DKW 350 hanno fatto la prima apparizione, sia pure in forma rudimentale, gli scarichi a espansione. Al termine della stagione 1956, quando la casa tedesca si è ritirata dalle competizioni, la potenza era salita a circa 46 cavalli a un regime dell’ordine di 10.000 giri/min. La prima moto tricilindrica a due tempi a entrare in produzione di gran serie, verso la fine del 1968, è stata la Kawasaki 500 H1 (denominata anche Mach III su molti mercati). In questo caso i cilindri erano in linea e, per evitare che la larghezza del motore risultasse eccessiva, l’interasse tra le canne era piuttosto contenuto. Questo impediva ai condotti di travaso (per la prima volta ne venivano impiegati quattro per ogni cilindro) di avere una conformazione ottimale, cioè arcuata e con ampie sezioni. Pure l’alettatura del cilindro centrale era ben poco sviluppata lateralmente. La potenza era elevatissima, in relazione alla cilindrata, per un modello di serie: ben 60 CV a 7500 giri/ min. Quello che impressionava maggiormente però era il carattere della erogazione, talmente brusca da risultare addirittura rabbiosa. Di questa moto, rimasta in produzione per buona parte degli anni Settanta, è stata realizzata anche una valida versione da competizione (H1 R). Una moto piena di carattere Con una architettura analoga alla 500 la Kawasaki ha prodotto a partire dal 1972 una “brutale” 750 da 74 cavalli e una 350, seguite da una 400 e perfino da una 250 (non importata da noi). Tutte queste tricilindriche avevano quattro travasi e i cilindri in lega leggera con canna riportata in ghisa. Della 750 è stata realizzata anche una versione da corsa, la H2 R, che nel 1975 ha subito una accurata rivisitazione, con adozione del raffreddamento ad acqua (KR 750). Pure la Suzuki ha fatto ricorso alla architettura a tre cilindri in linea, mettendo in produzione nel 1971 la 750 GT raffreddata ad acqua e destinata ad essere una confortevole e infaticabile divoratrice di chilometri. La potenza era di 67 CV a 6500 giri/min. I cilindri erano leggermente ruotati sul loro asse rispetto alla disposizione tradizionale in modo da poter avere condotti di travaso ampi e dotati di un andamento favorevole. In questo modo, anche se i travasi erano due soltanto, era possibile ottenere prestazioni molto elevate, come dimostrato dalla versione da competizione (la TR 750, che disponeva di oltre 100 cavalli e che ha vinto il trofeo FIM Formula 750 nel 1973) e dalla 69 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Tecnica aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb Honda NSR400 Vallelunga, allestita dall’importatore italiano SAIAD per le gare delle “derivate di serie” (81 CV). Questa vigorosa granturismo è stata affiancata nel 1972 dalle tricilindriche raffreddate ad aria GT 380 e GT 550, che disponevano rispettivamente di 40 CV a 7500 giri/min e di 50 CV a 6500. Si trattava di modelli destinati all’impiego di tutti i giorni e ai viaggi anche in due persone, con una erogazione pastosa e ben gestibile. Questo ha consentito alla GT 380 di essere grande protagonista delle gare in salita per diversi anni. Ma la Honda non rimase a guardare Quando la Honda, dopo anni di assenza dai Gran Premi, ha deciso di tornare alla attività agonistica ai massimi livelli, visto che neppure con la 70 La DKW ha costruito decine e decine di migliaia di automobili a trazione anteriore con motore tricilindrico a due tempi raffreddato ad acqua NR 500 a pistoni ovali riusciva ad essere competitiva utilizzando un motore a quattro tempi, ha scelto di realizzare una 500 a due tempi a tre cilindri, leggera, compatta e con ammissione lamellare. Il progetto è stato affidato alla equipe di S. Miyakoshi che si è ispirata abbondantemente alle esperienze (vincenti) compiute in campo crossistico negli anni precedenti. La nuova NS 500 ha debuttato nel 1982 e la stagione successiva ha conquistato il mondiale con in sella il velocissimo Freddie Spencer. Il motore aveva due cilindri quasi verticali e uno (quello centrale) quasi orizzontale. La soluzione, come era accaduto per la DKW, consentiva di limitare l’ingombro trasversale del motore, pur offrendo la massima libertà per quanto riguarda la conformazione e le dimensioni dei travasi, che in questo caso erano cinque per ogni cilindro. I tre perni di manovella erano disposti in modo da avere una perfetta equidistanza tra le fasi utili, proprio come accaduto per la 350 tedesca. Dalla moto ufficiale, che erogava poco più di 125 cavalli, è stata ricavata una versione per i piloti privati, denominata RS 500, che è stata commercializzata a partire dal 1983, e che disponeva di circa 120 CV a 11500 giri/min. Un paio di anni dopo la Honda ha realizzato una stradale sportiva a tre cilindri dalla ottima guidabilità e in grado di fornire eccellenti prestazioni, la NS 400 R. In questo caso il cilindro centrale era quasi verticale mentre i due laterali erano pressoché orizzontali. La potenza era di 72 cavalli a 9000 giri/min. Di questo motore esisteva anche una versione di 250 cm3, che non è stata importata in Italia. 71 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Tecnica di guida Figura 1 I segreti della guida in pista/4 Giù in piega Dopo il tema delle traiettorie in curva, approfondiamo la posizione di guida corretta da tenere in piega e in rettilineo. Tutto a vantaggio dell’aderenza e della velocità migliori. Con i consigli di Furio Piccinini, autore de “La guida in pista” A ll’inizio della terza parte del nostro corso ricorderete che ho fatto riferimento a un episodio che mi ha visto protagonista (credo e spero che sia applicabile anche a tutti voi...) in sella a una bicicletta, quindi ho deciso di avvalermi proprio di questo mezzo di trasporto per chiarirvi le idee. Immaginate di pedalare in senso rettilineo, in sella alla vostra bici; il vostro asse di simmetria coincide con quello della bicicletta. Immaginate 72 ora di spostarvi lateralmente sulla sella, ma di continuare a marciare in senso rettilineo. Cosa accade? La bicicletta “compensa” il vostro spostamento, inclinandosi dalla parte opposta. In Figura 1 potete vedere una bozza di quanto appena detto: nella prima figura il ragazzino in bicicletta viaggia in senso rettilineo, ma nella seconda sposta l’equilibrio sul suo lato sinistro, pertanto la bici si inclina dalla parte opposta, ovvero verso destra. In entrambi gli esempi il moto rimane rettilineo. Se non avete capito, prendete la vostra bicicletta e percorrete qualche metro sperimentando questo fenomeno fisico, poi tornate qui a leggere. È evidente che nel secondo caso l’asse di simmetria del corpo del ragazzino non corrisponde più a quello della bicicletta. Ora provate ad analizzare entrambi gli scenari, ma trasponendoli in una curva. La Figura 2 mostra lo stesso ragazzino in una curva. Nel primo caso, l’asse di simmetria del suo corpo corrisponde ancora a quello della bicicletta. Nel secondo caso, invece, è evidente che i due assi di simmetria non coincidono (esattamente come il secondo esempio della Figura 1), proprio per via del diverso assetto in sella. Ora osservate attentamente l’asse di inclinazione del corpo del ragazzino: che ci crediate o no, ha la stessa inclinazione in entrambe le rappresentazioni, ma nel secondo caso l’inclinazione della bicicletta è molto meno accentuata. Cosa significa tutto ciò? Semplicissimo: che l’impronta a terra dello pneumatico sarà maggiore! In questo stesso paragrafo, infatti, ho spiegato che con l’aumentare dell’inclinazione della moto, l’impronta a terra della gomma diminuisce, quindi una minore inclinazione si traduce in più aderenza, che a sua volta consente di percorrere più velocemente la curva, di farlo con un grado si sicurezza maggiore e di riaprire prima il gas. Sfortunatamente la bicicletta (e quindi le vostre gambe) non “spinge” come un bicilindrico o un quattro cilindri moderno, pertanto lo stress delle gomme è interessato anche da altre variabili, che comunque analizzeremo in seguito. La posizione giusta in accelerazione Il rettilineo e in genere la fase di accelerazione, sono momenti importantissimi per la guida veloce su circuito, perché è in questa fase che si toccano le punte più alte di velocità. Parlare di rettilineo significa quindi parlare di aerodinamica, un fattore determinante per il tempo sul giro. La domanda credo nasca spontanea: l’aerodinamica è definita dal produttore della moto, 73 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Tecnica di guida Figura 2 mediante complessi calcoli, pertanto che influenza può avere il pilota? Il cosiddetto coefficiente di resistenza aerodinamica, vale a dire il misterioso “Cx” (o anche Cd) di cui spesso si parla, è il valore adimensionale che esprime il grado di resistenza di un corpo durante il moto in un fluido. L’aria in cui ci spostiamo è infatti un fluido e, se volete, possiamo parlare di Cx anche in termini di capacità di penetrazione più o meno agevole in tale fluido. È da molti anni che i produttori di moto prestano molta attenzione alla definizione di un profilo delle carene che permetta di offrire la minor resistenza all’avanzamento, ricorrendo anche a tecniche che prima erano prerogativa delle sole auto sportive (o da competizione), come la galleria del vento. Le forme più o meno sinuose, affilate e “nervose” sono soprattutto funzionali, oltre che piacevoli da un punto di vista estetico, e sono tese proprio al miglioramento del 74 Cx. Un esempio: il posizionamento dello scarico, da sempre in configurazione laterale, è stato spostato sotto al codone proprio per questioni di bilanciamento e di miglioramento del coefficiente di penetrazione aerodinamica. Da qualche anno stiamo assistendo a un nuovo riposizionamento: lo scarico sta infatti abbandonando i codoni per via del posizionamento delle masse non ottimale (più in basso sono e meglio è, ai fini della definizione del baricentro), ma sono in pochi a ricorrere nuovamente alla configurazione laterale, preferendo quella sotto la carena, più bassa e vicina al baricentro. Spalmati sul serbatoio Le moto che guidiamo in pista, quindi, sono il risultato di studi lunghi e complessi, ma è un peccato rovinare tutto con una posizione in sella sbagliata e se avete pensato anche solo per un momento che il pilota non influisca sul rendimento aerodinamico, avete sbagliato. Pensate anche solo per un istante alle auto: il pilota è chiuso in un abitacolo e non è sottoposto ai flussi d’aria (e esclusione delle vetture a ruote scoperte). In moto è tutto diverso: il pilota è oggetto di forti pressioni d’aria e, tra l’altro, non può neppure usufruire delle appendici aerodinamiche che le auto sfruttano. Il fenomeno della portanza in una moto, infatti, è minimo per via delle superfici più piccole dello scarso sviluppo laterale della moto stessa. Pensate a una moto come a un missile, che deve fendere l’aria il più possibile, anziché contare su un alettone per aumentare l’aderenza a terra. Ecco, pensatevi a cavallo di un missile; in questa situazione come vi posizionereste? Quale sarebbe la vostra posizione “in sella”? Scommetto che sareste protesi in avanti, cercando di rimanere il più possibile attaccati alla superficie del vostro... mezzo di trasporto. Allora per quale motivo nelle varie uscite in pista si trovano sempre tante persone che hanno il busto quasi eretto? Prima regola: è fondamentale schiacciarsi sul serbatoio, facendo rientrare il casco nella sagoma del cupolino. Restare con il busto eretto (o parzialmente eretto) vi espone a forti pressioni d’aria, che finiscono per rallentarvi e peggiorare il Cx complessivo moto-pilota, ma può accadere anche di peggio. Poiché l’aria che preme sulla testa e sul petto agisce come una trazione all’indietro su tutto il corpo, il pilota potrebbe pensare di esercitare una trazione sui semi-manubri per controbilanciare le forze, alleggerendo la ruota anteriore (e modificando quindi le geometrie) e rendendo instabile la moto. Non dimenticate infatti che la fase di accelerazione di per sé porta già a un alleggerimento del carico sull’anteriore, che si sposta al retrotreno. Le Figure 3 e 4 ostrano 75 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Tecnica di guida aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb la posizione corretta e quella sbagliata. Al fine di migliorare ulteriormente il profilo aerodinamico, è bene stringere la moto con le gambe, facendole aderire il più possibile al telaio, cosa che permette di limitare al minimo gli spostamenti longitudinali dovuti alla propulsione. La stessa cosa è valida per le braccia, che devono essere aderenti al serbatoio, con i gomiti il più possibile bassi. Ciò permette da un lato di conferire più solidità all’avantreno, permettendo di gestire meglio i fenomeni di “sbacchettamento” e dall’altro di abbassare il profilo delle spalle, offrendo una minore resistenza all’avanzamento (provate a pensare a quale spinta all’indietro potreste ricevere andando a circa 300 km/h. Ci vorrebbe Hulk per resistere con le sole braccia). Ricordatevi sempre che ogni movimento in sella determina una variazione delle geometrie della moto. Per agevolare la corretta posizione di guida in rettilineo, i piloti spesso tendono a spostarsi molto indietro sulla sella, così da rientrare meglio nella protezione del cupolino. Questa manovra, tra l’altro, migliora anche l’aerodinamica complessiva, al punto che i piloti arrivano a sedersi sulla prima parte del 76 codone, abbandonando la sella. Se restate seduti troppo indietro in fase di accelerazione, specie con moto potenti e di grossa cilindrata, aumenterete la tendenza all’impennata, cosa che vi costringerebbe a parzializzare o chiudere il gas, per evitare il ribaltamento. Cercate quindi di spingere con le gambe verso l’avantreno, ma evitate accuratamente di aggrapparvi al manubrio e tirare, perché così facendo innescate una serie di scompensi della ciclistica. Cercate invece di sostenere tutte le forze in gioco con le sole gambe. Figura 3 Figura 4 Il libro “La guida in pista”, edito da Hoepli, è disponibili a questo link Furio Piccinini, classe 1976, è l’autore del volume “La guida in pista”, che verrà sviscerato in una serie di puntate su Moto.it, ma se avete fretta potete andare in libreria o collegarvi al sito dell’editore Hoepli e acquistarlo. Piccinini ha collaborato come istruttore di guida con diverse scuole di pilotaggio e circuiti italiani. Attualmente prosegue nell’insegnamento delle tecniche di pilotaggio presso varie piste. 77 SPECIALE motogp GP di sepang 78 79 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica primi giri. Purtroppo le Honda mi recuperavano molto in staccata e quando si sono consumate le gomme perdevo anche in accelerazione: ho provato in tutti i modi a innervosire Marquez, ma contro le Honda oggi non c’era niente da fare”, ha spiegato Lorenzo Così non c’è stato niente da fare per Marquez: Pedrosa oggi era imbattibile. “E’ un secondo posto come una vittoria! All’inizio, la sfida con Lorenzo è stata divertentissima, ma intanto Pedrosa allungava. Jorge mi ha passato nuovamente e quando finalmente ho conquistato il secondo posto, Dani era già troppo lontano. Ma va bene così”. Va bene così, eccome, perché adesso il suo vantaggio in classifica è di 43 punti: moltissimi, quando in palio ne sono rimasti solo 75. Dani: “Peccato per Aragon...”. Dani Pedrosa Vince il GP di Sepang di Giovanni Zamagni | Vince Pedrosa davanti a Marquez e Lorenzo protagonisti di uno spettacolare duello nei primi giri. Rossi quarto e Dovizioso ottavo T orna alla vittoria Dani Pedrosa, davanti a Marc Marquez e Jorge Lorenzo. Ancora una volta quarto Valentino Rossi, in una gara che si annunciava combattuta, ma è stata piuttosto noiosa. Ottavo Andrea Dovizioso, prima Ducati al traguardo staccata di 45”111. Aveva ragione Rossi: alla prima curva, davanti a tutti ci sono già Lorenzo e Pedrosa, mentre Marquez e lo stesso Valentino si superano un paio di volte. Nei primi giri, l’equilibrio è totale, con cinque piloti (compreso Bautista) racchiusi in meno di un secondo. 80 Pedrosa così interrompe un digiuno di 11 gare: l’ultima vittoria l’aveva ottenuta sull’acqua a Le Mans. “Qui sono andato subito forte fin da venerdì, mi sentivo pronto anche per la battaglia. Ho visto però la possibilità di imporre il mio ritmo: ho passato Lorenzo e me ne sono andato. Ci voleva: MotoGP peccato per quanto successo ad Aragon”. Rossi per Simoncelli Si sperava di più da Rossi, spettatore ravvicinato della bellissima sfida tra Marquez e Lorenzo, ma con un rallentamento precoce rispetto al compagno di squadra. Valentino ha finito a 3”682 da Jorge, confermando l’avvicinamento al rivale, ma, purtroppo, non è mai stato veramente in lotta, come perlomeno ha fatto Lorenzo per 10 giri. Nel giro d’onore, Rossi ha voluto omaggiare l’amico Simoncelli, purtroppo scomparso qui nel 2010: bella la bandiera sventolata da Valentino con il numero 58 del Sic. Ducati, peggio del solito Al quinto posto Alvaro Bautista, che proprio all’ultimo giro ha avuto ragione di Cal Crutchlow (partito malissimo dalla prima fila), mentre la Ducati ha chiuso all’ottavo posto con Andrea Dovizioso, che su una delle sue piste preferite si è beccato oltre 2 secondi al giro. Ritirati Hayden per problemi tecnici (probabile rottura del motore) e Iannone (problemi all’anteriore), decimo Yonny Hernandez. Gli altri italiani: 13esimo Corti, 16esimo Petrucci, 17esimo Scassa. Pedrosa perentorio Ma chi ne ha di più è chiaramente Pedrosa, che passa alla staccata dell’ultima curva del quinto giro: prende il comando e non c’è n’è più per nessuno. Per quattro giri, però, alle sue spalle si scatena una sfida fantastica tra Marquez e Lorenzo, con tanto di carenata di Jorge a Marc: Lorenzo guida alla Marquez, Marquez guida alla Lorenzo fino al nono giro, quando il bambino passa e immediatamente allunga, ponendo fine alle speranze del rivale. “Faceva molto caldo, ma ho fatto una grande partenza e ho spinto fortissimo nei 81 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica MotoGP aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa Dani Pedrosa Un pilota fortissimo, altro che eterno secondo bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb di Giovanni Zamagni | Poco considerato, spesso viene criticato. Ma Dani Pedrosa se la gioca, alla pari, con fenomeni come Rossi, Lorenzo, Stoner, Marquez: basta questo per dire che è un campione vero E terno secondo. Pilota sopravvalutato. Alla HRC solo per volontà dello sponsor e non per meriti. Si potrebbe andare avanti all’infinito con le critiche che, da sempre, vengono rivolte a Dani Pedrosa. Secondo me totalmente ingiuste: Pedrosa è un pilota fortissimo. E’ vero, nonostante guidi una Honda MotoGP dal 2006, non ha ancora conquistato il titolo mondiale, ma nella sua carriera è sempre stato battuto da fenomeni. Sento già chi obbietta: “Proprio nel 2006, ha preso paga da Nicky Hayden”. E’ vero, ed è forse l’unica critica che si può fare a Pedrosa, senza nulla togliere, naturalmente, ad Hayden, un ottimo pilota, ma sicuramente non un campionissimo a livello di Rossi, Lorenzo, Stoner, Marquez, ovvero chi in questi anni le ha suonate a Dani. Penalizzato dal fisico Bastano questi nomi per dire che uno che se la gioca con questi fenomeni è già un vincente, altro che eterno secondo. In più, non ci si può dimenticare delle dimensioni fisiche di Pedrosa. 82 Anche in questo GP, Valentino Rossi ha sottolineato come i piloti leggeri e piccoli siano avvantaggiati per quanto riguarda accelerazione, velocità massima e consumo della gomme: forse ha ragione. Ma anche se così fosse, questo discorso non vale per Dani: lui è così piccolo e leggero che gli svantaggi nel guidare moto così grosse sono – a mio modo di vedere – nettamente superiori ai vantaggi. Non a caso in passato, Dani ha avuto un sacco di problemi in frenata, tanto che si diceva che era inferiore a tutti nella lotta ravvicinata. In realtà, proprio perché così minuto, si è dovuto lavorare tantissimo sulla distribuzione dei pesi, spostando più volte la posizione del serbatoio, alla ricerca di una configurazione che gli permettesse di staccare forte come gli altri. Da un po’ l’ha trovata e i risultati si vedono: Pedrosa è diventato aggressivo anche in frenata. A volte poco determinato Questo gli ha permesso di conquistare sei delle ultime otto gare del 2012, due delle prime quattro nel 2013, prima di un periodo un po’ difficile, anche e soprattutto a causa della caduta in Germania, con conseguente micro frattura della spalla destra. Naturalmente non è un pilota perfetto: a volte è poco determinato, fatica ad azzardare come fanno invece i suoi rivali. Come è successo, per esempio, a Brno e a Silverstone, quando ha ritardato l’attacco a Lorenzo e Marquez, perdendo due GP che avrebbe potuto vincere, per la superiorità messa in mostra nel finale. Questo è sicuramente un limite, ma basta dire che è un eterno secondo: nel 2011 è stato battuto da Casey Stoner, che però gli è arrivato dietro nel 2012, quest’anno prende paga da Marc Marquez. Un debuttante, è vero, ma assolutamente fenomenale, un campione fuori dalla norma. Così come lo era Stoner: insomma, ci può stare di essere battuti da due cosi. Si continua a dire: Pedrosa non merita quel posto. Benissimo, ma con chi lo sostituisci? 83 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine MotoGP Valentino Rossi “Miglioro, ma non basta: voglio il podio” di Giovanni Zamagni | Quarto al traguardo, Valentino è soddisfatto per la prestazione generale, ma deluso per un altro 4° posto. “C’è ancora da lavorare”, dice dopo aver omaggiato Simoncelli con una bandiera U na “medaglia di legno” di valore, però, secondo il campione della Yamaha. “Soddisfatto? Così e così. E’ stato un fine settimana positivo per tanti aspetti. Sono stato veloce in prova, sono stato competitivo in qualifica, conquistando il secondo tempo: è già il terzo GP consecutivo che faccio bene in prova, dopo le tante difficoltà precedenti. Ma bisogna continuare a lavorare, perché soffro nella seconda parte della gara. All’inizio, quando ero attaccato agli altri piloti, avevo problemi con il freno anteriore, la leva si allungava tantissimo, era difficile fermare la moto. In ogni caso, sono arrivato a 3 secondi da Lorenzo (3”682, NDA): vuol dire che ho guidato bene. Partendo dalla prima fila, è chiaro che speri di salire sul podio. La verità è che la Honda va molto forte, sfrutta meglio le gomme, è più costante fino alla bandiera a scacchi. Io e Lorenzo abbiamo fatto una gara simile, abbiamo fatto più o meno lo stesso tempo nel giro veloce, abbiamo avuto lo stesso andamento quando sono calate le gomme. Ho solo rallentato prima di lui e questo spiega la differenza sul traguardo: credo che lui riesca a stressare meno la copertura posteriore, la scalda meno, sta meno tempo sull’angolo”. Senza i problemi al freno anteriore, avresti potuto giocarti il podio? “No, la verità è che mi manca qualcosa. Sicuramente l’inconveniente al freno mi ha un po’ rallentato all’inizio, ma loro vanno più forte di me, dobbiamo fare un altro passo in avanti. Qui, però, sono andato più forte di Aragon: là ero salito sul 84 podio perché era caduto Pedrosa, ma oggi sono andato complessivamente più forte, ho dato più di 10 secondi a Bautista e Crutchlow, sono più vicino a quelli davanti che a quelli dietro”. Questo vantaggio della Honda preoccupa in prospettiva 2014? “Il primo obiettivo della Yamaha è battere la Honda: è chiaro quindi che una gara così non è certo positiva per loro. La Honda è in testa a tutti i campionati: è sicuro che la Yamaha farà di tutto e di più per poterli battere. In questo momento, con la M1 soffriamo di più con la gomma morbida e nella lotta con noi i piloti Honda possono un po’ “giocare”. Un po’ come ha fatto Marquez con Lorenzo: hai visto che sportellate si sono dati? “Sì, è stato bellissimo, si sono anche toccati, Lorenzo ci ha provato in tutti i modi, poi Marquez se ne è andato: così devono essere le gare di moto”. Proprio come piacevano a Marco Simoncelli… “Già. Ieri sera i suoi meccanici e i suoi amici mi hanno chiesto se potevo fare qualcosa per ricordarlo, perché erano convinti che io salissi sul podio. Abbiamo pensato a una bandiera, che ho voluto sventolare anche se non sono arrivato nei primi tre”. Adesso si va a Phillip Island. “Lì la situazione è tutta differente, potrebbe anche fare troppo freddo. L’obiettivo è sempre lo stesso: salire sul podio”. 85 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine MotoGP aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb Spunti, considerazioni, domande dopo il GP della Malesia di Giovanni Zamagni | Come mai Rossi ha avuto un problema ai freni? Cosa è successo a Nicky Hayden? Come mai Dovizioso al 3° giro ha perso 2”8 e tre posizioni? Come mai Crutchlow, 3° al via, ha chiuso solo sesto? S e non fosse stato in lotta per il mondiale, Marc Marquez avrebbe provato ad andare a prendere Dani Pedrosa? Risponde Marquez: “La lotta con Lorenzo è stata bellissima e divertentissima: avrei voluto andare avanti per tutto il GP. Nel frattempo, però, Pedrosa ha allungato e io con Lorenzo mi sono un po’ ostacolato, non guidando perfettamente. Ho deciso di calmarmi un po’, di prendere fiato e quando sono riuscito a passarlo definitivamente (al nono giro, NDA) ho provato ad avvicinarmi a 86 Dani. Per riuscirci, però, avrei dovuto prendere troppi rischi e così ho preferito accontentarmi del secondo posto: oggi l’obiettivo era arrivare davanti a Lorenzo”. Marc, quindi, in un certo senso si è “accontentato”, ma la verità è che oggi Pedrosa era quasi impossibile da battere: Marquez ne ha preso atto e ha guidato di conseguenza. La Honda è effettivamente superiore alla Yamaha? Sì, soprattutto nelle piste come quella di Sepang, dove il consumo delle gomme è particolarmente significativo: la RC213V riesce a far lavorare meglio le Bridgestone fino alla bandiera a scacchi. Inoltre, il motore è più potente e questo permette di guadagnare parecchi metri in accelerazione. Come mai Valentino Rossi ha avuto un problema ai freni nei primi giri, con conseguente allungamento della leva? Secondo Valentino, stando attaccato a chi lo precedeva, il freno si surriscaldava, con conseguenze sul comando. Un problema manifestata anche da Alvaro Bautista (che però ha i Nissin e non i Brembo), tanto che al quinto giro quasi centra Rossi alla prima staccata. Come mai Cal Crutchlow, terzo al via, ha chiuso solo sesto? Secondo il pilota britannico, in questo momento la sua M1 non rende come dovrebbe, soprattutto per quanto riguarda le prestazioni del motore. Come mai Andrea Dovizioso al terzo giro ha perso 2”8 e tre posizioni? Risponde Dovizioso: “Alla curva 14 (la penultima, NDA) sono arrivato lungo, ho cercato in tutti i modi di rimanere in pista, ma ho perso un sacco di tempo. Rispetto alle prime gare, il distacco sta aumentando: è normale, perché Honda e Yamaha sono andate avanti, noi no”. Classifica del giro veloce in gara. Marquez (2 giro) 2’01”415, Pedrosa (11) 2’01”438, Rossi (2) 2’01”498, Bautista (3) 2’01”551, Lorenzo (2) 2’01”632, Crutchlow (2) 2’01”794, Smith (3) 2’02”544, Hayden (3) 2’02”782, Iannone (3) 2’02”786, Dovizioso (6) 2’03”080. Il fatto che Pedrosa abbia realizzato il suo giro veloce all’11esimo passaggio, la dice lungo sul margine che aveva. Cosa è successo a Nicky Hayden, ritiratosi all’ottavo giro mentre era ottavo, prima Ducati? Si è rotto il motore, ma per sapere l’entità del danno bisogna aspettare qualche giorno, dopo 87 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine MotoGP la verifica che verrà effettuata a Borgo Panigale, dove il quattro cilindri è già stato spedito. Quindi, avendo già punzonato 5 motori, a Phillip Island sarà costretto a utilizzarne un sesto e, di conseguenza, partire dalla pit lane? Il team manager Vitto Guareschi esclude questa eventualità. “Il quarto motore è ancora relativamente “fresco”: sicuramente non ci saranno problemi per l’Australia e, credo, nemmeno per il Giappone, mentre se il quinto propulsore dovesse essere effettivamente rotto, come è sembrato dalla fumata bianca, allora potremmo avere bisogno di montare il sesto motore a Valencia”. Marquez può già conquistare il titolo a Phillips Island? Sì. Con 43 punti di vantaggio, se Marquez fa 7 punti più di Lorenzo è campione del mondo. Per esempio: se Marc vince e Jorge fa terzo è matematicamente campione. 88 89 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica che in caso di bisogno è pronto anche alla battaglia: da applausi. Valentino Rossi 8La crescita è evidente, costante sia in prova sia in gara. Come ha detto lui stesso, è un quarto posto che vale più del terzo di Aragon, ma è chiaro che partendo dalla prima fila ti aspetti quanto meno un podio. Per la verità, non è mai stato in lotta con i primi tre, ma il distacco dal compagno di squadra si riduce GP dopo GP. La sua dedizione, la voglia a 34 anni di continuare a provarci è ammirevole. Alvaro Bautista 7 E’ stato attaccato a Rossi fino a quando un dritto – per problemi ai freni – gli ha fatto perdere il contatto. A quel punto si è ritrovato a lottare con Crutchlow, battendolo all’ultimo giro: non si può dire che non sia un combattente. MotoGP Cal Crutchlow Mezzo punto in più per le sue condizioni 6,5 fisiche e, soprattutto, perché Cal non cerca scuse per un avambraccio “spaventoso”: a Sepang è già dura finire la gara se stai bene, figurarsi nella sua situazione. Bradley Smith 530”864 dal primo, 24”195 dalla prima Yamaha, 8”563 dal compagno di squadra che corre con un braccio solo: i numeri sono impietosi, tutti contro di lui. Andrea Dovizioso Su questa pista il Dovi è sempre andato fortis6 simo, ma con questa Ducati non andrebbe forte nemmeno Stoner. Fa il “minimo sindacale” in una situazione psicologica veramente difficilissima. Le pagelle del GP di Sepang di Giovanni Zamagni | Dieci a Pedrosa, rabbia e velocità; 9 a Marquez, quasi campione; 9 a Lorenzo, non poteva fare di più; 8 a Rossi, in evidente crescita; 6,5 a Crutchlow, nelle sue condizioni fisiche una buona gara Dani Pedrosa 10Rabbia, determinazione, velocità, tattica, capacità unica di raddrizzare la moto a vantaggio del consumo delle gomme: una miscela vincente per un successo che mancava da troppo tempo. Quando è così in forma è difficilmente battibile e lo sarebbe stato anche ad Aragon. Ma non è lì che ha perso il mondiale, bensì nella caduta in Germania e nelle due gare opache – quelle sì – di Brno e Silverstone. Marc Marquez Si deve inchinare a un Pedrosa stellare, ma 9 non è che lui sia stato tanto inferiore: in prova ha 90 conquistato l’ottava pole stagionale, quarta consecutiva, in gara non si è minimamente innervosito di fronte alle “provocazioni” di Lorenzo e una volta secondo ha provato a vincere, ma ha capito che era meglio accontentarsi del secondo posto. Adesso il titolo è veramente a un passo. Jorge Lorenzo Ha sbagliato qualcosa? No. Poteva fare di 9 più? No. Come sempre ci ha provato, sfidando Marquez sul suo terreno in una serie di sorpassi carena contro carena, gomito contro gomito, di quelli che piacciono tanto al suo arrembante rivale. Preferisce guidare pulito, ma ha dimostrato, 91 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito MotoGP Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica MotoGP Sepang Classifica Yonny Hernandez Classifica Generale Pos. Pilota Punti Pos. Pilota Punti 1 Dani PEDROSA 25 1 Marc MARQUEZ 298 2 Marc MARQUEZ 20 2 Jorge LORENZO 255 3 Jorge LORENZO 16 3 Dani PEDROSA 244 4 Valentino ROSSI 13 4 Valentino ROSSI 198 5 Alvaro BAUTISTA 11 5 Cal CRUTCHLOW 166 6 Cal CRUTCHLOW 10 6 Alvaro BAUTISTA 136 7 Bradley SMITH 9 7 Stefan BRADL 135 8 Andrea DOVIZIOSO 8 8 Andrea DOVIZIOSO 120 9 Aleix ESPARGARO 7 9 Nicky HAYDEN 102 10 Yonny HERNANDEZ 6 10 Bradley SMITH 89 11 Hiroshi AOYAMA 5 11 Aleix ESPARGARO 83 12 Randy DE PUNIET 4 12 Michele PIRRO 50 13 Claudio CORTI 3 13 Andrea IANNONE 47 Honda 5Non fa danni, cercando di imparare a sfrutta- 9Ormai non c’è più nessuno nel paddock che re una moto difficilissima: il distacco finale, però, dubita sulla maggiore competitività della Honda, è elevatissimo. Nicky Hayden 5,5Stava facendo una gara sufficiente prima di rompere il motore, ma, nel complesso, è stato un altro GP difficile. Andrea Iannone Costretto al ritiro dalla rottura dell’ammortiz6 zatore di sterzo, fino a quel momento (settimo giro) stava facendo una gara discreta, forse la migliore della stagione. 92 più veloce in rettilineo, più efficace in frenata e più adatta alle Bridgestone. La moto perfetta non esiste, ma qui ci siamo vicini. Yamaha 7E’ sempre una moto competitiva, ma la Honda è un’altra cosa. C’è da lavorare un bel po’ per il 2014. Ducati 4Finché la moto non cambia, non possono cambiare le prestazioni. E il voto in pagella. 93 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Penalizzazioni dopo il GP di Aragon Puniti Marquez e la HRC, ma non cambia nulla Scarica l’APP del Magazine conseguenze immediate, perché considerando anche la penalizzazione di Silverstone (2 punti per aver creato pericolo nel warm up con l’esposizione delle bandiere gialle, NDA) Marc arriva a quota 3 (con 4 devi partire dall’ultima posizione, NDA). Inoltre, hanno deciso di penalizzare la Honda nel campionato costruttori levandogli i 25 punti ottenuti da Marquez: prenderemo quindi i 13 punti ottenuti dalla seconda Honda al traguardo, quella di Bautista, quarto. Questo perché, effettivamente, Dani è caduto più per il problema della RCV che per il contatto di Marc. Prendiamo atto della decisione: non faremo ricorso. Pedrosa stesso capisce che nel caso specifico Marquez non ha fatto chissà cosa, ma non essendo la prima volta che si rende protagonista di episodi simili, si è deciso di intervenire”. Il direttore tecnico del team HRC, il giapponese Takeo Yokoyama, aggiunge che: “Ad Aragon abbiamo avuto un problema sia all’hardware sia al software: il cavo era troppo esposto e abbiamo modificato la protezione, per quanto riguarda il software esiste un sistema di “background” che deve intervenire immediatamente, ma la strategia non era perfetta. Da questa gara, abbiamo MotoGP modificato il programma in modo che, in caso di problema, il traction control continui a funzionare ma con un intervento pressoché immediato”. Decisione giusta? Alla fine è stata presa la decisione giusta, perché è evidente che ad Aragon Pedrosa è caduto più per “colpa” della Honda che di Marquez, anche se la “Race Direction” era più orientata a punire maggiormente il pilota del costruttore, ma un intervento “dall’alto” ha fatto cambiare qualche opinione. Se quindi si è arrivati alla conclusione corretta, rimane sbagliato il modo: prima di tutto perché si è dovuto attendere 12 giorni per una decisione che doveva essere presa immediatamente ad Aragon, poi perché sembra sempre che la “Race Direction” non sia mai autonoma nelle sue prese di posizioni. Per non parlare poi del fatto che a rendere nota la sanzione non sia stata una nota ufficiale della Direzione Corsa o della FIM, ma Livio Suppo, parte in causa. Siamo alle solite: sotto certi aspetti, il più importante campionato motociclistico su pista è gestito in maniera dilettantesca. di Giovanni Zamagni | Per Marc un punto sulla patente, mentre la Honda ne perde 12 nel campionato costruttori: questa la decisione della Race Direction per il contatto Pedrosa-Marquez di Aragon U n punto di penalizzazione a Marc Marquez, tolti alla Honda i 25 punti conquistati da Marc ad Aragon per il campionato costruttori: la “Race Direction”, composta da Xavier Alonso (Dorna), Mike Webb (Direttore tecnico), Franco Uncini (FIM), Loris Capirossi (Responsabile Sicurezza), riunitasi alle 12 insieme ai due piloti coinvolti nell’incidente (Pedrosa e Marquez), ha finalmente deciso. Ci sono voluti ben undici giorni per arrivare a una sanzione, che alla fine non incide 94 sul campionato, con grande soddisfazione di Marquez e visibile delusione per Pedrosa, anche se solo nel pomeriggio i due commenteranno l’episodio. “E’ stato deciso – spiega Livio Suppo, Team Principal HRC – di penalizzare Marquez con un punto sulla licenza, non tanto per il caso specifico di Aragon, quanto per i precedenti: dicono che quest’anno, più di una volta è andato vicino a toccare in frenata il pilota che lo precedeva. Gli hanno detto di fare più attenzione e gli hanno voluto dare un avvertimento, che non ha 95 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine MotoGP Marquez contro tutti di Giovanni Zamagni | Lorenzo sulla penalizzazione: “Dovrebbero dargli un punto in più in campionato per lo show”. Pedrosa: “Bisogna pensare che non si è soli in pista”. Marquez: “Certe cose mi entrano da un orecchio e mi escono dall’altro” L ascia la conferenza stampa e Valentino Rossi commenta: “Che bega, per fortuna stavolta io non c’entro nulla in questa diatriba”. Una battuta, naturalmente, quella di Valentino, ma che fotografa perfettamente la situazione: c’è tensione tra i piloti spagnoli, con Jorge Lorenzo e Dani Pedrosa alleati “contro” Marc Marquez. Il più duro è Jorge, che, evidentemente, sperava in una sanzione maggiore per Marquez, penalizzato di un solo punto sulla “patente” o licenza che dir si voglia. “Invece di dargli un punto sulla patente – ironizza il campione della Yamaha -, avrebbero dovuto dargli un punto in più in classifica generale per il grande contributo che dà allo spettacolo, come ha fatto a Jerez (il riferimento è al sorpasso proprio ai danni di Lorenzo all’ultima curva con tanto di spallata, NDA), Silverstone, Laguna Seca (sorpasso su Rossi al Cavatappi, NDA): un grande show, come al circo romano (voleva dire al Colosseo, NDA)”. Ironico, naturalmente, ma durissimo. “Ritengo la penalizzazione di un punto troppo esagerata, Marquez non ha fatto niente. Non dimentichiamoci, però, che noi dobbiamo essere di esempio per i piloti più giovani della Moto2 e Moto3”. E Marquez non lo è: questo Lorenzo non lo dice, ma lo fa capire chiaramente. la calma. Al suo fianco, Pedrosa – che alla fine, a ben vedere, è l’unico veramente penalizzato dall’incidente di Aragon, perché ha perso la concreta possibilità di salire sul gradino più alto del podio, senza aver commesso nessun errore – è visibilmente indispettito: evidentemente, anche lui auspicava un intervento più duro sul compagno di squadra. “No comment – sono le sue parole sulla decisione della “Race Direction” -: è una cosa che non mi riguarda, io sono stato ascoltato solo perché coinvolto nell’incidente”. Pedrosa, però, non può esimersi da commentare le parole di Lorenzo. “E’ chiaro che è ironico ed è vero che certi episodi andrebbero puniti. Non parlo di Marquez nello specifico, ma in particolare in Moto3 si vedono delle manovre che non andrebbero fatte. Capisco che per chi è casa sul divano, con una birra in mano, possa essere bello vedere certi sorpassi o certi azzardi, ma non è questo l’esempio che bisogna dare”. Stoner, dall’Australia, ha detto che “Marquez dovrebbe avere più rispetto degli avversari”: parole che non sorprendono certo Dani. “E’ quello che ho detto ad Aragon: non si può correre pensando di essere da soli in pista. A Marc ho detto che ogni pilota si deve preoccupare di quello che ha davanti: non so se l’ha capito”. Pedrosa visibilmente indispettito Marquez: la serenità dei 20 anni Una presa di posizione che, sinceramente, lascia un po’ perplessi, che ha, forse, come unico scopo quello di provare a innervosire Marquez, che, per una volta, perde il suo solito sorriso. “Anche se a me queste cose entrano da un orecchio ed escono dall’altro” dice cercando di mantenere 96 Marquez, però, non sembra preoccuparsene più di tanto, anche se la situazione, inevitabilmente, gli crea qualche fastidio. “Rispetto l’opinione di Lorenzo, ma, naturalmente, non sono d’accordo. Non siamo sicuramente parte di un circo, a me piace la moto e la 97 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine MotoGP aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb competizione: lo spettacolo si può fare anche con l’allegria”. Non lo dice apertamente, ma è più che evidente che Marquez ritenga ingiustificato il punto di penalizzazione. “Bisogna naturalmente rispettare quello che decide la “Race Direction”, ma ad Aragon non ho fatto nessuna manovra pericolosa: si parla tanto di quell’episodio solo perché si è rotto il sensore del traction control, altrimenti nessuno avrebbe detto nulla. Non sto facendo niente di scorretto, tengo la testa dove la devo tenere, quindi sulla pista e sulla mia gara, non do peso a certe dichiarazioni, che mi entrano in un orecchio e mi escono dall’altro”. 98 Quali conseguenze? Poi via, ognuno per la sua strada, con le proprie convinzioni: Lorenzo pensa che, in qualche modo, Marquez venga protetto, Pedrosa che il passato non ha insegnato nulla, Marquez che dà fastidio che un debuttante sia già così competitivo. In pista, come spesso succede, la rivalità sarà grande, ma dentro ai confini della sportività e della correttezza, perché stiamo parlando di tre grandissimi campioni, che sanno perfettamente quello che fanno e che non cercano vendette private. Ma è evidente che se Dani può “aiutare” qualcuno questo è Jorge, non certo il compagno di squadra: è sempre più Marquez contro tutti. 99 Dietro le quinte della MotoGP: Gigi Soldano di Giovanni Zamagni | Non esiste foto che non sia stata scattata da lui: non per niente, Gigi Soldano è considerato “Il” fotografo del Motomondiale 100 101 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito N on esiste foto che non sia stata scattata da lui: non per niente, Gigi Soldano è considerato “Il” fotografo del Motomondiale. Eppure, di professionisti bravi ce ne sono tantissimi, ma Gigi sa sempre dare qualcosa in più alle sue foto, che trasmettono passione ed emozioni, le stesse che ancora oggi, dopo 30 anni, gli permettono di avere il medesimo entusiasmo di un ragazzino. Poi c’è il rapporto con i piloti: nessun altro è così in confidenza con i protagonisti della MotoGP – in senso generale, non solo riferito alla massima categoria – come Soldano. Per tutto questo, Gigi fa la differenza. Nome e cognome? “Luigi, detto Gigi, Soldano”. Nato dove e quando? “Bari, 18 ottobre 1948”. Prima gara di moto vista in televisione? “Purtroppo Monza 1973, quando morì Pasolini”. Primo GP in pista? “Assen, 1983”. Che scuola hai fatto? “Mi sono diplomato in ragioneria, poi mi sono laureato in scienze sociali. Prima di 102 Periodico elettronico di informazione motociclistica fare il fotografo ho lavorato in un’azienda metalmeccanica come assistente del direttore del personale. Piano piano mi sono allontanato dal concetto di “lavoro dipendente”, mentre la fotografia da hobby si stava trasformando in piccolo lavoro e quando mi hanno messo in “cassa integrazione”, la fotografia è diventato il mio vero impiego”. Come sei arrivato al motomondiale? “Abitando a Varese, avevo iniziato a fare dei piccoli lavori con la Cagiva, allora impegnata nel cross: a me piacevano le competizioni e le seguivo per loro. Contemporaneamente facevo qualche lavoro nei Rally d’auto, perché avevo un collega appassionato che mi portava con lui. I concorrenti volevano le foto e noi ci portavamo in pista una piccola camera oscura, stampavamo e vendevamo direttamente ai piloti. Poi ho conosciuto delle persone che lavoravano alla “Pool Comunication”, una società di comunicazione che realizzava dei servizi per “Grand Prix” (storica trasmissione di motori di Italia1, NDA): allora, non c’erano diritti per la F.1, i Rally e le moto e per loro ho iniziato a seguire il motocross e qualcosa di Rally, sempre come operatore. Il passo successivo è stato avvicinarsi alla velocità: mi sono proposto per fare anche il Scarica l’APP del Magazine MotoGP motomondiale, iniziando a seguire qualche gara europea, con la pellicola da 16 mm. Anche se ero e mi sentivo un fotografo, pur di entrare in questo mondo ho accettato di lavorare con la telecamera. Successivamente ho collaborato con la Dorna per 4-5 anni, ma la mia passione era soprattutto per la fotografia. Nel frattempo, ha iniziato a venire ai GP Tino Martino – adesso la mia spalla, anzi qualcosa in più – e le foto assumevano maggiore importanza: mi sono “separato” dalla Dorna e alla fine degli anni Novanta mi sono tuffato nelle foto. Da allora è nata la “Milagro”: tutti i giorni ci viene chiesto di fare “miracoli”…”. Quindi, da quanti anni segui il mondiale? “Quest’anno fanno 30, ancora di più se parliamo solo di foto, perché ho seguito anche la Parigi-Dakar: se tornerò quest’anno alla Dakar – come è molto probabile –, per me sarà la 25esima edizione”. In questi 30 anni come è cambiato il motomondiale e come la fotografia? “Il vero cambiamento è stato nel rapporto con i piloti e te ne accorgi subito guardando l’archivio: prima c’erano solo delle fotografie in pista, moto, moto, moto e basta. Successivamente c’è stato un grande avvicinamento umano”. 103 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Dai, una che ti ha dato una particolare soddisfazione? “Ce ne sono tante, anche significative. Diciamo il primo bacio di Valentino Rossi alla Yamaha a Welkome 2004 e l’ultimo a Valencia 2010: essere riuscito a “catturare” quel momento mi dà particolare soddisfazione. Come il sorpasso di Laguna Seca, il primo (Rossi-Stoner, 2008 NDA) e il secondo (Marquez-Rossi, 2013, NDA); ma ce ne sono altre”. Ti interrompo un attimo: quindi tu vai controcorrente, dici che c’è più rapporto umano adesso di prima? “Assolutamente. Adesso è la stessa fotografia a richiedere un certo tipo di rapporto con i piloti: è cambiato il tipo di comunicazione, molto più immediata e il pilota diventa “argomento” della fotografia. Questo è bello: per me è uno degli aspetti positivi della fotografia digitale. Lo svantaggio è la rapidità con la quale sei costretto a lavorare, magari tralasciando aspetti più belli e interessanti. In definitiva, curi meno alcuni aspetti: con la fotografia digitale il lavoro è cambiato radicalmente”. 104 Una provocazione: ma non è che adesso con photoshop tutti possono fare i fotografi? “In un certo senso sì, perché adesso basta il telefonino per fare una “bella” foto. Però non è proprio così: lo spirito, l’occhio del fotografo fa ancora la differenza. Puoi essere un grande “photoshoppista”, ma se non hai il taglio, la cura di certi particolari, non puoi fare delle belle foto”. Qual è la difficoltà di fare le foto a moto e piloti? “In pista fai la differenza nell’uso dei teleobiettivi, sapendo usare le macchine nel modo opportuno e corretto: non basta usare, come si faceva agli inizi del digitale, una normale macchina e un normale obiettivo e poi ingrandire il particolare, ma devi essere veramente “vicino” allo sport, a come si manifesta. Ogni sport va fotografato in un certo modo, tanto che oltre a conoscerlo dovresti quasi “praticarlo”. Qui si fa la differenza: lo devi conoscere fino in fondo, sapere come fotografarlo, dove meglio si esprime il gesto atletico. Se sei capace di fare questo sei già molto avanti”. La foto più bella che hai fatto? “Me lo chiedono sempre e rispondo sempre allo stesso modo: quella che devo ancora fare…”. Come decidi un posto dove andare a fare le foto: esperienza, fortuna o cos’altro? “Non puoi sapere dove può succedere qualcosa, ma lo puoi prevedere se ci sono delle situazioni particolari in alcuni punti della pista. Per esempio, è un po’ più facile ipotizzare dove ci possono essere dei sorpassi: durante le prove è importante “spendere” un quarto d’ora davanti alla televisione, per capire quali possono essere i punti strategici. Poi, naturalmente, c’è l’esperienza: in alcuni circuiti veniamo da ventanni…”. Questo per quanto riguarda la pista. E per i box? “Devi avere la “chiave di accesso” che ti permetta di entrare dentro al box: fortunatamente, lavorando per alcuni team, ho questa “chiave segreta”, che uso naturalmente con la massima discrezione, perché non MotoGP si può proprio fotografare tutto quello che c’è dentro a un box. Torniamo al discorso di prima: oggi siamo molto più vicini ai piloti. Mi ricorda che anni fa non ho mai fatto colazione con un pilota, come, per esempio, mi è capitato questa mattina con Nicky Hayden: non mi era mai capitato con Lawson, o Gardner, o con gli altri piloti di quell’epoca”. Un consiglio a un ragazzo che vuole fare questo lavoro. “Intanto ammiro moltissimo questi giovani colleghi che, purtroppo, vedo apparire e scomparire nell’arco di una stagione: oggi ci vuole tanto coraggio, perché è difficile e costoso fare il Motomondiale. Ma non puoi fare diversamente, devi “investire”: l’importante è che provi a inserirti in modo corretto. In altre parole, non ti devi “svendere”, non devi chiedere la metà di quello che vale il tuo lavoro. Purtroppo c’è chi lo fa ed è “squalificante”. Un pilota con cui è particolarmente facile lavorare e uno con cui è (o è stato) particolarmente difficile. “Al momento devo dire che mi trovo bene con tutti i piloti, c’è rispetto con tutti. C’è però stato un pilota in passato che mi ha creato qualche problema, ma preferisco non dire il nome”. Chi sarà? 105 Svelata la nuova Honda CRF450 RALLY per la Dakar Honda HRC presenta la nuova CRF450 RALLY, un modello concepito, progettato e costruito per i rally. Scenderà “in pista” con il Team HRC alla Dakar 2014, ma prima parteciperà al Rally del Marocco il 13 ottobre 106 107 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito I l Team HRC è ritornato a partecipare ufficialmente al Rally Dakar nello scorso gennaio 2013, per prima volta dopo 24 anni, con un prototipo la CRF450 RALLY basata sulla CRF450 X, un modello di serie da enduro. Dalla scorsa partecipazione alla Dakar 2013, sono scaturiti importanti dati nella valutazione della potenza massima, aerodinamica, manutenzione e affidabilità della moto che sono stati utilizzati per le modifiche effettuate a questo nuovo modello. Il CRF450 RALLY mantiene il sistema “Programmed Fuel Injection. (PGM-FI) il sistema elettronico di iniezione che ha dimostrato la propria efficacia e prestazione nelle più severe e variabili condizioni di gara nella 108 Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine News scorsa Dakar. Il Tema HRC parteciperà al prossimo Rally del Marocco che partirà il 13 ottobre con la nuova CRF450 RALLY, utilizzando la stessa formazione di cinque piloti e cinque moto ufficiali che parteciperà alla Dakar 2014 che inizierà il 4 gennaio prossimo. I test in gara, in Marocco, daranno ulteriori informazioni per effettuare gli ultimi aggiornamenti tecnici alla nuova moto. Durante gli scorsi mesi di agosto e settembre i piloti del Team HRC, guidato da Helder Rodrigues, Joan Barreda e Paulo Goncalves, hanno testato la nuova moto nel deserto californiano, vicino a Barstow, assieme a Sam Sunderland e Javier Pizzolito, con l’assistenza dell’esperto americano Johnny Campbell. 109 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Rally aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb Media bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb 110 111 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Rally Media La nuova KTM 450 Factory Rally Dopo Honda, botta & risposta di Piero Batini | A ruota della Honda HRC arriva la presentazione della nuova KTM 450 Factory Rally. Aspettando Yamaha, ecco le imagini della nuova “arma” austriaca N eanche quarantott’ore dopo la presentazione ufficiale della nuova Honda CRF450 Rally, KTM ha risposto alla “provocazione” ufficializzando le notizie che avevamo anticipato in quella circostanza. Botta e risposta alla ufficializzazione Honda, “raw” ovvero grezzamente senza immagini ufficiali e schede tecniche. Solo un “presente” all’appello lanciato da Honda. Ecco comunque la nuova KTM, la 450 Factory Rally che è anch’essa una moto completamente 112 nuova. È un po’ come quando KTM presentò la prima 450 da Rally. Era una versione “dimagrita” e più filante della “mitica” 690 Factory, più bella, tecnicamente più aggressiva non ostante la ridotta cilindrata, e molto curata nel design. Oggi KTM propone un nuovo step filogenetico delle sue Factory Rally, con una versione della moto imbattuta alla Dakar dal 2001, la 450 dal 2011, che si adatta in toto ai nuovi regolamenti, soprattutto per quanto riguarda la cilindrata massima ammessa, e alla struttura agonistica della nuova Dakar sudamericana. Dopo tre anni di “onorato servizio”, dunque la prima KTM 450 Rally va in pensione, e lascia il posto alla macchina completamente nuova che è pronta per il battesimo del Marocco, dove il Red Bull KTM Factory Team si appresta a disputare il Rally organizzato da NPO. La Moto è uscita informalmente allo scoperto, in un lancio operativo che ha coinvolto il Manager del Team, Alex Doringer, e i piloti che la guideranno in questa prima occasione e alla Dakar 2014. Come sapete, si tratta del portoghese Ruben Faria, dell’americano Kurt Caselli, e del “capitano unico”, lo spagnolo Marc Coma, che con la nuova moto darà l’assalto finale al Mondiale 2013 ancora aperto. Nessuna notizia o informazione che riguardino i dati tecnici della moto, naturalmente. Come d’abitudine, invece di un sacco di bugie o di reticenze, largo prima ai risultati sulla pista, la scoperta delle misure tecniche verrà dopo. Intanto fidatevi. La moto è stata riprogettata da zero ed è quasi completamente nuova, anche se di fronte all’enormità dell’esperienza vincente di KTM sarebbe sempre più corretto parlare di evoluzione. È stata rivista la ciclistica, con un nuovo telaio a traliccio, più corto e stretto, e questa volta disegnato attorno al propulsore (la prima 450 era nata dal telaio della 690 in cui era stato inserito il motore “piccolo”). Nuove sono le geometrie, tali da rendere la “macchina” più agile nel guidato ma ugualmente stabile rispetto alla progenitrice sul veloce. Nuove anche le sovrastrutture, con serbatoi anteriori ridisegnati per una capienza uguale alla precedente, ma più affilati e bassi, nuovo gruppo posteriore monolitico portante che include il serbatoio posteriore del carburante, nuova carenatura e nuovo telaietto anteriore di fissaggio della strumentazione, ora in fibra di carbonio. Nuovo tutto, insomma, e nuovo anche il motore, che si dice abbia riveduto molte parti rispetto al passato, EFI e distribuzione compresa. A sensazione, parola di Pilota, la nuova KTM 450 Factory Rally è più maneggevole, quasi come una cross-country americana, più leggera e più veloce. 113 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Superbike Editore: CRM S.r.l., Via Melzo 9 - 20129 Milano P. Iva 11921100159 Responsabile editoriale Ippolito Fassati Capo Redattore Andrea Perfetti Barrier debutterà in SBK a Jerez di Carlo Baldi | Il team BMW premia il giovane francese fresco vincitore per la seconda volta della Superstock 1000 FIM Cup facendolo debuttare in Superbike a Jerez I l BMW Motorrad GoldBet SBK team sarà presente a Jerez con tre piloti. Oltre a Melandri e Davies sarà Sylvain Barrier a guidare una S1000RR. Per il giovane pilota francese, che ha da pochi giorni vinto per la seconda volta la Superstock 1000 FIM Cup, si tratterà del debutto assoluto in Superbike, categoria nella quale Barrier spera di gareggiare in pianta stabile nel 2014, magari nella categoria Evo. A seguirlo nel weekend che chiuderà il mondiale Superbike 2013, sarà tutto il suo staff tecnico, lo stesso che lo ha portato alla vittoria nella Stock 1000, un campionato certamente difficile, dove i giovani talenti non mancano, ma che Barrier ha vinto per ben due volte e quest’anno addirittura con una gara di anticipo. Se consideriamo che in molte piste Sylvain ha girato con la sua stock su tempi che gli avrebbero consentito di partire a metà dello schieramento del mondiale Superbike, non è difficile prevedere per lui ottime prestazioni in Spagna. 114 Sylvain Barrier “È una notizia fantastica, sono contento che BMW mi abbia dato la possibilità di correre nel Mondiale Superbike. Questo è il più bel regalo che mi potessi aspettare per il mio venticinquesimo compleanno, che festeggerò proprio domenica a Jerez. Il mio obiettivo è sempre stato quello di gareggiare nel mondiale Superbike e voglio quindi ringraziare BMW per aver realizzato il mio sogno. Farò del mio meglio per ricompensarli per questa grande opportunità. Non vedo l’ora di essere a Jerez sulla mia S1000RR!”. Il posto di Barrier in Stock 1000 sarà preso da Markus Reiterberger, diciannovenne tedesco che in passato aveva già preso parte alla Superstock 1000 nel 2011 e nel 2012 e che quest’anno ha vinto l’International German Motorcycle Championship (IDM). Reiterberger ha già debuttato in Superbike, avendo gareggiato quest’anno sul circuito di casa del Nurburgring, andando a punti in entrambe le gare. Redazione Maurizio Gissi Maurizio Tanca Cristina Bacchetti Marco Berti Francesco Paolillo Aimone dal Pozzo Edoardo Licciardello Grafica Thomas Bressani Collaboratori Nico Cereghini Massimo Clarke Giovanni Zamagni Carlo Baldi Massimo Zanzani Lorenzo Boldrini Enrico De Vita Ottorino Piccinato Antonio Privitera Antonio Gola Alfonso Rago COPYRIGHT Tutto il materiale contenuto in Moto. it Magazine è oggetto di diritti esclusivi di CRM S.r.l. con sede in Milano, Via Melzo 9. Ne è vietata quindi ogni riproduzione, anche parziale, senza l’autorizzazione scritta di CRM S.r.l. Moto.it Via Melzo 9- 20129 Milano Reg. trib. Mi Num. 680 del 26/11/2003 Capitale Sociale Euro 10.000 i.v. Email: [email protected] 115