Bollettino
Gennaio – Aprile
2014
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Indice
Atti del Vescovo...................................................................................................................... 5
Omelie.......................................................................................................................................... 7
Lettere e messaggi................................................................................................................. 49
Decreti e Nomine .................................................................................................................. 59
Diario del Vescovo................................................................................................................. 65
Attività del Presbiterio........................................................................................................ 75
Avvenimenti Diocesani...................................................................................................... 89
Atti del Vescovo
• Omelie
Ogni uomo è mio fratello – Per la Giornata Mondiale della Pace ........................... 7
L’hanno cercato e l’hanno trovato – Per la Messa dei popoli .................................11
Più vita più futuro – Per la Giornata per la Vita ...........................................................14
La vita consacrata nella Chiesa – Per la giornata della Vita consacrata ............16
Questa parola è la vostra vita – Per Comunione e Liberazione ............................20
Digiunare con il pane della Parola – Per la Quaresima ...........................................23
Per un’A.C. viva, forte e bella – S. Messa per l’Azione Cattolica Diocesana ........25
Nel deserto con il pane della Parola
Per il conferimento dei ministeri istituiti .....................................................28
Un amore scandaloso fino alla follia – per la Domenica delle Palme ................31
La gioia di essere cristiani e preti – Per la Messa Crismale.....................................33
Crismale.....................................33
Prese il Pane e rese grazie – Per la celebrazione in “coena Domini“ ..................36
Si è offerto in espiazione – Per l’azione liturgica del Venerdì Santo ...................39
Se Cristo non fosse risorto – per la Veglia Pasquale ..................................................42
Ha liberato la nostra libertà – Per la Messa del giorno di Pasqua........................45
• Lettere e Messaggi
Lettera per il mercoledì delle Ceneri ...............................................................................50
Lettera alla Missione Diocesana in Albania .................................................................51
Nomina del presidente Azione Cattolica Diocesana ..................................................54
Lettera per la Pasqua 2014.................................................................................................55
• Decreti e nomine............................................................................................59
• Diario del Vescovo ........................................................................................65
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
Ogni uomo è mio fratello
La fraternità via della pace
Omelia dal Vescovo nel corso della Messa per la Giornata
Mondiale della Pace
Rimini, Basilica Cattedrale, 1 gennaio 2014
Parola maiuscola e fragile, fraternità è tra le parole più facili da capire, tra le
più difficili da attuare. E papa Francesco quest’anno l’abbina a un’altra parola,
anch’essa essenziale, preziosa, ma troppo spesso amara e drammatica: pace.
Fraternità e pace: un binomio inscindibile, esigente e coinvolgente, che attraversa tutta la storia dell’umanità. Già nella Genesi, la fratellanza è considerata
una realtà costitutiva dell’umano, ma è realtà povera, contraddetta dall’istinto
del male, dipinto come un cane rognoso, “accovacciato alla porta“ di ciascuno
di noi, e di cui Abele è la prima vittima innocente. Qualche decennio fa, l’opinione pubblica fu colpita dall’accorato richiamo di Paolo VI: “Ogni uomo è mio
fratello“ (1971). Vi si coglieva l’eco della Dichiarazione universale dei Diritti
dell’uomo: “Tutti gli uomini nascono liberi e uguali nella dignità e nei diritti;
essi sono dotati di ragione e di coscienza, e devono comportarsi gli uni gli altri
come fratelli“. Più vicino a noi, in occasione della sua morte, è stato rilanciato il
grido pressante di Nelson Mandela: “Tutti siamo nati per essere fratelli“. Fratelli,
dunque, si nasce, ma la fraternità non è un semplice dato anagrafico: è una
vocazione. Fratelli si diventa.
1. Dov’è tuo fratello?
Dovrei ora proporre una sintesi del messaggio di Francesco, per la Giornata
della Pace. Mi piacerebbe seguire il papa nei sentieri invitanti e impegnativi da
lui tracciati per mostrare come la fraternità riesca a sconfiggere efficacemente
la povertà (nn. 5–6), come ci ottenga finalmente l’ambizioso risultato di spegnere ogni guerra (n. 7), come contrasti drasticamente la corruzione e il crimine
organizzato (n. 8). Ma con il poco tempo disponibile rischierei di compilare un
riassuntino talmente schematico e scontato da risultare superfluo e, forse, perfino banale. Non farei così un buon servizio né al papa né a voi.
Preferisco invece effettuare una sorta di ’ingrandimento’ di un passaggio
decisivo nel messaggio papale, quello in cui Francesco ci prende per mano e ci
guida nella rilettura di una pagina biblica fondamentale “per comprendere meglio la vocazione dell’uomo alla fraternità, per riconoscere più adeguatamente
gli ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione e individuare le vie per il
Omelie
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loro superamento“. è la pagina di Caino e Abele, a cui il papa dedica un intero
paragrafo (n. 2).
Il racconto di Caino e Abele è di una incredibile densità emotiva. Narra la
comparsa della fraternità sulla faccia della terra – in effetti è la prima volta, in
assoluto, che nella Bibbia appare la parola ’fratello’ – ma quella ’saga’ vuole
rispondere a una delle domande cruciali della storia umana: da dove viene la
violenza? Come mai un fratello diventa lupo per l’altro fratello? Lo sappiamo:
Caino e Abele, come Adamo ed Eva, non sono personaggi storici, necessariamente esistiti. Sono degli archetipi, delle figure simboliche, in cui l’autore sacro
retroproietta alle origini ciò che si presenta come esperienza generale della vita
umana. Noi occidentali, quando vogliamo rendere ragione delle cause profonde di certi fenomeni, ricorriamo a simboli spaziali. Diciamo, per esempio: “alla
base di questo fenomeno“, oppure: “alla radice di questo malanno“, o ancora:
“al fondo di questa situazione“. Gli orientali invece adottano simboli temporali:
“in principio“, “all’inizio“, “nei tempi primordiali“.
Nella pagina di Caino e Abele, in forma narrativa, in chiave simbolica, con la
rappresentazione di personaggi prototipici, si tenta una spiegazione del perché
si scatena la violenza, questa tragica esperienza dell’umanità di ieri, di oggi, di
sempre. Dopo la narrazione – anch’essa simbolica – della ’avventura sventurata’ della prima coppia umana – l’Adamo e la Eva, ossia l’Uomo e la Donna – si
passa alla rappresentazione emblematica della prima coppia di fratelli: Caino
e Abele. I due sono ugualmente uomini, ugualmente figli, e sono pure reciprocamente fratelli. Ma tra i due fratelli si instaurano tre differenze. La prima è di
ordine naturale: Caino è il primo, il maggiore, il figlio primogenito, con tutta
la dignità che in antico rivestiva la primogenitura e con la sua conseguente
superiorità sui fratelli minori. La seconda differenza è di tipo culturale: Caino è
agricoltore, Abele è pastore. In verità noi sappiamo che i primi uomini non sono
stati né pastori né contadini, ma cacciatori. Perciò la distinzione sta a dire che il
racconto non ha pretese di storia obiettiva. La terza differenza tra i due fratelli
è cultuale: “Trascorso del tempo, Caino presentò frutti del suolo come offerta
al Signore, mentre Abele presentò a sua volta primogeniti del suo gregge e il
loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua
offerta“.
Qui non immaginate quanti fiumi di inchiostro sono corsi per assolvere il
Padreterno da ogni accusa di favoritismo e di arbitrarietà. Ad esempio, secondo
sant’Ambrogio – sulla scorta di 1Gv 3,12 – Caino, a differenza di Abele, avrebbe
offerto in ritardo (“trascorso del tempo“) i frutti della terra e non le primizie, e
quindi non sarebbe stato né sollecito con Dio, né generoso nelle offerte. La risposta più giusta, accreditata dai commentatori più autorevoli, è semplicemente la seguente: Dio preferisce Abele, perché è il minore. Infatti Dio è così: parte
sempre dagli ultimi. Preferisce Giacobbe ad Esaù, Isacco ad Ismaele, Giuseppe
ai fratelli più grandi. Anche Davide fu scelto, proprio perché era il più piccolo. è
la logica del Magnificat: Dio rovescia i potenti, innalza gli umili; retrocede i primi
in classifica, e gli ultimi li promuove in “serie A“.
Ma a Caino questa logica non va giù. Non accetta la differenza. Si arrabbia
con Dio, prova un rancore sordo e mostra livore in volto, fino ad uccidere il fra-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
tello e ad occultarne il cadavere sotto terra. Ecco perché la violenza è entrata
nel mondo: perché non si sono accolte le differenze. Succede sempre così, e
quando succede, allora, invece della convivialità delle differenze basata sulla
comune identità filiale, si arriva ineluttabilmente al conflitto delle diversità. Al
posto della collaborazione possibile, subentra la concorrenza fatale, si registra
la più spietata competizione, fino alla più disumana, crudele contrapposizione.
2. “E voi siete tutti fratelli“
Dopo Caino, la violenza ha registrato una escalation paurosa, tanto da toccare il tetto massimo con l’impennata di Lamech, il quale ha teorizzato la vendetta non fino a sette volte come per Caino, ma fino a settantasette volte.
Gesù non solo ha azzerato la legge del taglione, ma ha detto a Pietro che
bisogna perdonare non sette e neanche settantasette volte, ma fino a settanta
volte sette. E ha insegnato pure ai suoi discepoli: “Uno solo è il Padre vostro, e
voi siete tutti fratelli“ (cfr Mt 23,8s).
Ora veniamo a Maria, di cui oggi celebriamo il titolo più importante, quello
di Madre di Dio, in concomitanza con la Giornata della pace. Nella prospettiva
di una autentica liturgia, che esce dal tempio ed entra nel tempo per sfociare
nella storia, anche se non si può propriamente sostenere che la Giornata della
pace abbia le sue origini nella festa della Madre di Dio, tuttavia occorre cogliere
lo stretto rapporto tra le due ricorrenze. Un rapporto che potremmo sinteticamente fissare così: se Cristo porta la pace, sua Madre non può essere assente
da questo dono del Figlio. Infatti tutte le svolte della vita della santa madre di
Dio, sono state le tappe di un cammino, in cui Maria ha fatto “scuola di pace“.
Dall’annuncio di Gabriele e dal concepimento di Gesù, Maria ha imparato
– e perciò ci può insegnare – che di Dio, di un Dio che si fa bambino, non c’è
da aver paura. è piuttosto del nostro io possessivo, vorace, aggressivo che c’è
da aver paura. Perché Dio è Amore e vuole solo la pace e la piena felicità dei
suoi figli.
Dalla nascita di Gesù, Maria ha imparato – e perciò ci può insegnare – che
c’è modo e modo di annunciare la pace. C’è il modo di Augusto: quello di imporre la nostra pace agli altri. E c’è il modo di Cristo: quello di lasciarci imporre
la pace da Dio, di imporla a noi stessi, di farla regnare nel nostro cuore, vincendo la cattiva radice da cui sprizza la scintilla di ogni discordia, si accende la
fiamma di ogni conflitto, divampa l’incendio di ogni guerra: l’egoismo. Perché,
se l’uomo vecchio non muore, l’uomo nuovo non nasce, non nasce l’uomo figlio
della pace.
Dalla crescita di Gesù e dal suo ritrovamento al tempio, Maria ha imparato e perciò ci può insegnare – che alla pace si viene educati se si cresce nella
convinzione di dover obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, e che quando
si curano gli interessi di Dio, tutto il resto ci viene dato in aggiunta. Perché la
brama insaziabile delle ricchezze è la radice velenosa di tutti i mali.
Dall’attività pubblica di Gesù, Maria ha imparato – e perciò ci può insegnare
– che non si può separare la verità su Dio che salva dalla manifestazione del
suo amore di preferenza per i poveri e gli umili. Perché i primi saranno ultimi,
e gli ultimi primi.
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
Dal processo a Gesù e dalla sua passione, Maria ha imparato – e perciò
ci può insegnare – che il cristiano non è uno che si arrende all’ingiustizia, ma
segue un’altra via per fare giustizia, sia nel privato che nel pubblico: la via della
non–violenza. Perché chi di spada ferisce, di spada perisce.
Dalla morte in croce di Gesù, Maria ha imparato – e perciò ci può insegnare – che “Cristo è la nostra pace, colui che ha fatto dei due popoli antagonisti
irriducibili, ebrei e greci, un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che
li divideva, cioè l’inimicizia. Solo se si sbriciolano i muri della contrapposizione,
con le loro macerie si possono costruire i ponti della comunione. Perciò ogni
apartheid è escluso alla radice.
Dalla risurrezione di Gesù e dalla Pentecoste, Maria ha imparato – e perciò
ci può insegnare – che il lievito di pace immesso da suo Figlio nella pasta della
storia sostiene la speranza di una famiglia umana non più formata da popoli
dominatori e popoli dominati, da oppressori e oppressi, ma composta da una
umanità riconciliata in modo che tutti siano una cosa sola. Perciò non c’è più il
vicino e il lontano, l’ebreo e il pagano, il privilegiato e l’escluso.
Benedetta Maria, tra tutte le donne! Benedetto il frutto del suo grembo, Cristo nostra pace! Benedetto il Signore che, mediante Maria, guida i nostri passi
sulla via della fraternità e della pace!
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
L’hanno cercato e l’hanno
trovato
I Magi hanno seguito la stella, ma non hanno
incontrato una star
Omelia dal Vescovo per la “Messa dei Popoli“
Rimini, Basilica Cattedrale, Epifania 2014
C’è un proverbio cinese che dice: “Se vuoi tracciare dritto il tuo solco, lega
il tuo aratro ad una stella“. I Magi non erano agricoltori: non lavoravano la terra,
studiavano il cielo, ma non erano astronomi nel senso moderno del termine.
Perciò non usavano né aratri né telescopi. Forse, in prima approssimazione, si
potrebbero definire astrologi: ce ne parla san Matteo, in una pagina che però è
un brano di teologia, non di astrologia. è un vangelo, non diverso dal vangelo
di Natale, ma è l’esplosione del lieto messaggio trasmesso nella Notte santa. In
due parole, questa è la grande, bella notizia dell’Epifania: Dio ci ama e ci vuole
felici: tutti. Fratello, Sorella, se cerchi Dio, stai contento: certamente lo incontrerai; non devi romperti la testa né fasciartela prima di rompertela, perché Dio ha
mandato suo Figlio a cercare proprio te. Se ti senti lontano da lui, non aver paura: lui è venuto proprio per te e per quelli come te. I Magi lo hanno incontrato,
perché lo hanno cercato. E lo hanno cercato perché si sono lasciati intercettare
dalla “sua stella“. E a quella stella hanno legato carri e cavalli. Ma, se leggiamo
bene, il verbo cercare non è solo il titolo del primo episodio della loro storia; è
il filo rosso di tutte le puntate della loro stupefacente avventura.
1. Cercare è rischiare
Ma cosa ha significato per i Magi cercare la Verità? E che cosa significa per
noi?
Cercare la Verità significa interrogarsi e mettersi in questione. I Magi venivano da lontano, non appartenevano al popolo ebreo; molto probabilmente
credevano a divinità astrali. Per essi quella piccola stella non era il simbolo della
fede nel Dio unico, ma rappresentava una traccia del Mistero. E si sono messi
in ricerca. Oggi, dopo la reazione dovuta all'illusione della dea–ragione e delle
grandi ideologie, si respira un clima di vero e proprio scetticismo che porta il
nome di “pensiero debole“: la nostra ragione – si pensa e si dice – accusa una
sostanziale impotenza ad accettare la fluidità e l’inafferrabile complessità del
reale. E, a livello di mentalità diffusa, si registra una forma di tolleranza, fondata
su questo ragionamento: ognuno ha il diritto di credere nella propria verità,
dato che questa va bene per lui, ma nessuno può permettersi il lusso di dare in
merito un giudizio sulle verità credute rispettivamente da ognuno di tutti quanti
Omelie
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gli altri. Insomma non c’è niente di oggettivo, tutto è relativo, e la sola verità
universalmente valida è la necessità di rispettarsi a vicenda. Solo che in questa
prospettiva tutto si equivale. Se è la mia adesione a rendere valida una idea,
come faccio a decidere a quale idea aderire? La scelta, a questo punto, diventa
arbitraria. Ma così si abortisce sul nascere ogni tentativo di ricerca, si finisce
per spegnere le domande di fondo, si arriva ad esorcizzare la crisi di senso, ci
si ritrova schiavi della “dittatura del relativismo“. Se fossero vissuti oggi i Magi e
avessero tranquillamente aderito a questi teoremi, non si sarebbero certamente messi in cammino, e oggi noi non staremmo qui a celebrarne la memoria.
Cercare Dio significa uscir fuori. L’evangelista Matteo ci attesta che i Magi
venivano “da lontano“. Seguendo una tenue traccia nel cielo, hanno avuto il
coraggio di lasciare la loro terra, di congedarsi dalle loro case, di salutare le
loro comode abitudini, per rintracciare una risposta alle domande più impervie
della mente e del cuore. Hanno avuto la libertà di ’uscir fuori’ dal cerchio caldo
di rassicuranti legami affettivi, ma anche da schemi mentali cristallizzati, da
certezze ormai acquisite, dai facili slogan in circolazione. Cercare significa mettersi in cammino, percorrere strade ignote e sentieri pericolosi, con intelligenza
d’amore.
Cercare Dio significa rischiare: rischiare di sbagliare strada, tempi, soste,
informazioni, equipaggiamento, e alla fine rischiare di fallire la meta. I magi non
hanno avuto paura di sbagliare. In effetti hanno sbagliato città: sono andati a
finire a Gerusalemme, anziché a Betlemme; hanno sbagliato consiglieri: si sono
fidati del soggetto meno affidabile di tutti, come Erode; a un certo punto hanno
anche smarrito l’unica guida sicura, la stella.
Cercare Dio significa lasciarsi sorprendere: i Magi hanno seguito la stella,
ma alla fine non hanno trovato una star, un v.i.p., un divo della politica, delle
finanze, dello spettacolo. Forse si aspettavano di bussare a una reggia e si trovano davanti a una misera baracca sgangherata; forse si illudevano di vedere un
re–fanciullo con tanto di scettro e di corona, di forzieri sfavillanti e di impettite
guardie d’onore. Uno che tenesse in mano tutti. Invece si ritrovano un bambino
che si mette nelle mani di tutti. Un bambino del tutto normale, con qualche
straccetto addosso, forse anche maleodorante di latte e di puerizia.
Cercare Dio significa fidarsi e affidarsi: significa seguire i ripidi sentieri
dell’audacia e della fiducia. Perché di Dio ci si può fidare: lui non fa il latitante,
non si rende irreperibile, non gioca mai a nascondino, ma si lascia sempre trovare da chi lo cerca con cuore sincero. Anzi quando lo si incontra, ci si rende
conto che era stato lui il primo a cercarci e a metterci in cuore il segreto desiderio di poterlo abbracciare.
2. Una Chiesa per quelli di fuori
Ma noi, che ci autodefiniamo credenti, a chi rassomigliamo? Non penso,
certamente, ad Erode: il suo ghigno è talmente beffardo e ripugnante che lo
respingiamo al mittente, anche al solo sentirne parlare. Ma ci dovremmo sinceramente interrogare se per caso non rassomigliamo alla casta degli scribi e dei
sadducei di Gerusalemme: gente che sa a memoria la risposta esatta, che può
anche conoscere i passi biblici sul Messia, ma non si scomoda per andarlo a ri-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
conoscere. Gente che muove gli occhi sulle Scritture, ma non muove i piedi per
andare incontro alla Parola incarnata nelle Scritture. Oh, per carità, noi, certo,
veniamo incontro a questa Parola, se è vero che siamo usciti di casa e siamo
venuti a messa per ascoltare la Parola incarnata. E tra poco ci muoveremo in
processione per venire qui a fare la comunione. Ma se facciamo la comunione
con il Pane eucaristico e poi non condividiamo il pane quotidiano con chi non
ce l’ha, questa comunione è veramente un mangiare la cena del Signore oppure
è un ingoiare la nostra condanna?
Se poi con questi fratelli condividiamo le preghiere ma non le pene, se poi
spartiamo la liturgia ma non la vita, se poi non facciamo nostro l’impegno per
rivendicare i loro sacrosanti diritti, se poi apriamo loro le porte della chiesa ma
non le porte di casa, allora a chi lo andiamo a dire che noi siamo tutti fratelli?
Riconosciamolo: abbiamo comunità chiuse, che scoprono la loro missionarietà verso i ’lontani’ di tanto in tanto. E quando diciamo ’lontani’, in genere
pensiamo a quelli che si sono allontanati, mentre dovremmo pensare anche a
quelli che sono stati da noi allontanati. Comunque, cosa stiamo facendo per
“quelli di fuori“ (cfr Col 4,5) che pure ci si fanno vicini, in occasione di richieste
di funerali, di battesimi, di iscrizione dei figli al catechismo...? Ecco, sappiamo
valorizzare “ogni occasione“ (ivi) per aiutare questi fratelli e sorelle a riscoprire
la bellezza della fede cristiana con la proposta del primo o secondo annuncio
del vangelo? Ci ricordiamo che noi cristiani siamo solo di Cristo, ma Cristo non
è solo di noi cristiani?
Forse, a questo punto, ci conviene sostare e affidare pensieri e domande ai
versi di questa stupenda preghiera: Magi, voi siete i santi più nostri, /naufraghi
sempre in questo infinito, /eppure sempre a tentare, a chiedere, / a fissare gli
abissi del cielo, / fino a bruciarsi gli occhi del cuore (Turoldo).
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
Più vita più futuro
Omelia del Vescovo nel corso della Messa per la Giornata per la
vita
Rimini, Basilica Cattedrale, 1 febbraio 2014
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La speranza è una medaglia a due facce. Da un lato porta scritto: Finché
c’è vita, c’è speranza. Dall’altro: Finché c’è speranza, c’è vita. Il vecchio Simeone
non solo spera perché è ancora al mondo, ma soprattutto è ancora al mondo
perché spera. La speranza, che questo “uomo giusto e pio“ si porta in cuore, è
figlia della promessa preannunciatagli dallo Spirito Santo: “che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore“. Oltre che figlia della
promessa, la speranza di Simeone, è anche sorella della memoria: la memoria
di una salvezza già sperimentata da Israele, perché il Dio di Abramo, Isacco e
Giacobbe, il Signore di Mosè, di Davide e Isaia non è mai rimasto insensibile al
grido di dolore che di volta in volta gli è salito dal suo popolo. Questo vegliardo
dagli occhi ardenti è una palpitante icona della tenace speranza dell’umanità,
perché si porta dentro un cuore forte e giovane: alla sua età nutre ancora l’invincibile audacia di “aspettare la consolazione di Israele“.
1. Oggi, Giornata per la Vita. La celebriamo sullo sfondo di un quadro che è
un autentico inno alla vita. Quello pennellato da Luca, è un quadro suggestivo,
carico di messaggi. La vita sta al centro: nel piccolo Bambino presentato da
Maria e Giuseppe, in quel fazzoletto di carne che scalcia e sussulta tra le braccia
di Simeone si concentra in germe il futuro di un mondo nuovo. Ma per vivere,
la vita ha bisogno di essere accolta nel cerchio caldo di una solidarietà intensa,
un amore vibrante di grato stupore. Come nella scena del tempio, immagine
tipo di ogni nostra famiglia.
Alla Federazione internazionale dei medici cattolici, lo scorso 20 settembre
2013, papa Francesco ha detto che “ogni bambino non nato, ma condannato
ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù“. Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il papa riconosce che taluni ridicolizzano la difesa che
la Chiesa fa delle vite dei nascituri presentando la sua posizione come qualcosa di oscurantista e conservatore. Francesco ribadisce che “la difesa della vita
nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano“ e che un
essere umano “è un fine a se stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà“. I bambini nascituri, che sono i più indifesi, fanno parte di quella cerchia di
deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, perché si cerca
di negare loro la dignità umana per poterne fare ciò che si vuole (cfr n. 213).
Forti le due affermazioni nel documento del vescovo di Roma: egli sottolinea che “non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
una vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare
adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto
si presenta come una rapida soluzione alle loro profonde angustie, particolarmente quando la vita che cresce in loro è sorta come conseguenza di una
violenza o in un contesto di estrema povertà“ (n. 214).
In questi ultimi decenni, l’uomo ha messo le mani sulla vita, ma ha perso di
vista il senso e il valore irrinunciabile dell’esistenza umana. Scriveva don Primo
Mazzolari nella sua opera Il compagno Cristo: “Manovali, inesperti e supponenti, pretendiamo di saper manovrare il delicatissimo congegno della vita, senza
tener conto di Colui che l’ha messa insieme dal nulla, e nelle nostre mani si
spezzano i nostri più alti destini. Non Dio, ma l’uomo fa paura; non il comandamento di Dio, ma il comandamento dell’uomo“.
Un cantautore recentemente scomparso ha dichiarato che la vita “è sempre
importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche quando si presenta inerme e indifesa. L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato
e che dobbiamo riempire di senso, sempre e dovunque. Salvare una vita è
come salvare il mondo. Ci vorrebbe una carezza del Nazareno“ (Enzo Iannacci).
Oggi è urgente superare la “cultura dello scarto“, che schiavizza il cuore e
l’intelligenza di tanti: essa richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se
fisicamente più deboli. La risposta quindi è un deciso sì alla vita, un sì senza se
e senza ma. Il primo diritto di una persona umana è quello alla vita, che è un
bene fondamentale, alla base di ogni altro diritto.
2. Ma è indispensabile andare alla radice di questa “peste che vaga nelle
tenebre“ di un mondo, il nostro europeo, sempre più obeso e depresso. è la
pandemia dell’individualismo: si privilegiano i diritti individuali e si scartano
quelli comunitari. Si finisce così per sbilanciarsi sulla inarrestabile china di un
baratro spaventoso e disperante: diritti per ciascuno e futuro per nessuno.
Ancora una volta la Chiesa, ben lungi dal rimanere ancorata a un passato
remoto e rimosso, ben lungi dal restare “fissata“ su valori che alcuni ritengono
superati e ormai archiviabili, la comunità cristiana guarda avanti e ricorda che i
figli sono il futuro. Una verità che, però, si deve tradurre in impegni concreti. Le
strade per farlo sono molteplici. Da quella, sul piano pubblico e politico, dell’iniziativa Uno di Noi intrapresa dai cittadini di 28 Paesi europei – con circa 2 milioni di firme raccolte a favore della tutela dell’embrione – a quelle più sociali
e familiari del sostegno e dell’aiuto perché “la nostra società ha bisogno, oggi,
di solidarietà rinnovata, di uomini e donne che la abitino con responsabilità. E
siano messi in condizione di svolgere il loro compito di madri e padri, impegnati
a superare l’attuale crisi demografica e, con essa, tutte le forme di esclusione“.
Un’esclusione che tocca, in particolare, chi è ammalato e anziano, magari con il
ricorso a forme mascherate di eutanasia“ (dal Messaggio dei Vescovi italiani).
Un popolo che non si prende cura degli anziani, dei bambini e dei giovani
è una società senza futuro, un popolo condannato ad attraversare un freddo,
triste inverno, senza poter vedere i germogli di una primavera che un giorno
dovrà pur fiorire. Che l’alba di quel giorno non tardi ad arrivare!
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
La vita consacrata nella Chiesa
Una riforma per via di santità
Omelia tenuta dal Vescovo nella messa per la Giornata della
Vita consacrata
Rimini, Basilica Cattedrale, 2 febbraio 2014
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Quale impareggiabile fortuna, quel giorno, per il povero, vecchio Simeone!
Aveva passato la vita a sognare il Messia. Per anni e anni avrà accarezzato il
desiderio di poter assistere al suo ingresso trionfale nel tempio di Gerusalemme. Ma poi il sogno aveva assunto i contorni della promessa più affidabile, da
quando lo Spirito Santo in persona gli aveva garantito che non sarebbe morto
senza aver prima visto l’Unto del Signore. E chissà come se lo sarà immaginato, Simeone, il Messia d’Israele: come un re devoto e fedele quale il santo
re Davide? O paludato della sfavillante armatura di un eroe guerriero roccioso
e imbattibile? Oppure come un sommo sacerdote, dal portamento ieratico e
impeccabile? Ma forse, vista la sua indole umile e pacifica, se lo sarà rappresentato semplicemente come un pastore, con addosso il buon odore acre, ma
gradevole, delle pecore. Passano giorni, mesi, anni, e Simeone non si stanca di
aspettare. è un vero figlio di Abramo, capace di sperare contro ogni speranza,
disponibile a lasciarsi sorprendere da un Dio abituato a superare se stesso. Ed
ecco, scocca l’ora dell’appuntamento: “mosso dallo Spirito“ Simeone si reca al
tempio. La promessa si compie come una imprevedibile sorpresa: il Messia è
proprio lui, quel piccolo bambino portato in braccio dalla sua povera, giovane
Madre. Così, l’incontenibile desiderio del vegliardo si realizza in una cornice
di stupefacente umiltà, fino a liberare la vita dalla faticosa speranza che l’ha
tenuta accesa, fino a invocare il sonno pacificato di sorella morte dopo l’interminabile attesa. In quel bambino, che gli scalcia tra le braccia come tanti, che
piange e dorme e si succhia il dito come tutti, gli occhi di Simeone vedono e
riconoscono la “salvezza fatta carne“. Anche Anna, la profetessa, esce dall’ombra e appare come la figura di Israele, la sposa del Signore, che attende il suo
Cristo, il re–Messia.
1. Simeone e Anna, icone di speranza, modelli di attesa. Non sono forse
proprio l’attesa e la speranza i parametri della vostra vita, sorelle e fratelli consacrati? Oggi però sembra che non sia più il tempo della speranza, ma della
frustrazione; non più l’ora dell’attesa, ma della più amara delusione.
Quelli di noi più avanti negli anni erano arrivati alla professione con il
vento alle spalle: era il vento impetuoso del post–Concilio che ci aveva fatto
sognare in grande. Il futuro veniva da noi guardato con ottimismo. Ci si batteva
per una Chiesa più povera e carismatica, più incarnata e fraterna, libera dal
trionfalismo, dall’autoritarismo, dal clericalismo. I giovani che ci hanno seguito
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
si sono progressivamente ridotti di numero, fino agli attuali che ci pongono e
con i quali ci poniamo domande brucianti: i nostri carismi sono attuali? La vita
consacrata cosa rappresenta nella Chiesa? Ha ancora qualcosa da dire? Avrà un
futuro? I nostri giovani reggeranno al nostro genere di vita?
Ma poi l’anno scorso “venne un uomo mandato da Dio“, J.M. Bergoglio,
chiamato Francesco, il nuovo vescovo di Roma. Penso che sia determinante
per il rinnovamento della vita religiosa lasciarci percuotere dal vento riformatore che, con l’avvento del nuovo papa, ha fortemente investito la Chiesa e
che – non possiamo dubitarne – è il vento del Concilio e proviene dallo Spirito
Santo. Nella sua prima esortazione apostolica, Evangelii gaudium – non ho
trovato riferimenti diretti ed espliciti alla vita consacrata, ma tenendo presente
lo spirito di fondo che la ispira, penso che la vita consacrata possa e debba assicurare alla Chiesa quella riforma che si potrebbe chiamare “per via di santità“.
L’espressione risale a un classico della teologia cristiana, un libro pubblicato
negli anni ’50, quindi prima del Concilio, a firma di Y. Congar, intitolato “Vera e
falsa riforma della Chiesa“.
2. Come modello della vera riforma della Chiesa “per via di santità“, vi si
addita Francesco d’Assisi. E, visto che papa Francesco, proprio dal Poverello
ha voluto prendere il nome, per intraprendere il sentiero della “riforma della
Chiesa in uscita missionaria“, anche noi vogliamo ripartire da Francesco. Ma
per capire qualcosa dell’avventura di questo santo, bisogna ricominciare dalla
sua conversione. Di tale evento esistono, nelle fonti, diverse descrizioni con
notevoli differenze tra di loro. Per fortuna abbiamo una fonte assolutamente
affidabile che ci dispensa dallo scegliere tra le varie versioni. Abbiamo la testimonianza di Francesco stesso nel suo Testamento. Scrive:
Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore
stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi,
ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di
poi, stetti un poco e uscii dal mondo.
Gli storici insistono giustamente sul fatto che Francesco, all’inizio, non ha
scelto la povertà e tanto meno il pauperismo; ha scelto i poveri! Il cambiamento avvenuto in Francesco sarebbe motivato più dal comandamento: “Ama il
prossimo tuo come te stesso“, che non dal consiglio: “Se vuoi essere perfetto,
va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi“. Era la compassione per la povera gente, più che la ricerca della propria perfezione che lo
muoveva, la carità più che la povertà.
Tutto questo è vero, ma non tocca ancora il fondo del problema. È l’effetto
del cambiamento, non la sua causa. La scelta vera di san Francesco fu molto
più radicale: non si trattò di scegliere tra ricchezza e povertà, né tra ricchi e
poveri, tra l’appartenenza a una classe piuttosto che a un’altra, ma di scegliere
tra se stesso e Dio, tra salvare la propria vita o perderla per il Vangelo.
Il motivo profondo della sua conversione non è di natura sociale, ma evangelica. Gesù ne aveva formulato la legge una volta per tutte con una delle frasi
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
più solenni e più sicuramente autentiche del Vangelo:
“Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita
per amor mio, la troverà“ (Mt 14, 24–25).
Francesco, baciando il lebbroso, ha rinnegato se stesso in quello che era
più “amaro“ e ripugnante alla sua natura. Ha fatto violenza a se stesso. Il particolare non è sfuggito al suo primo biografo che descrive così l’episodio:
“Un giorno gli si parò innanzi un lebbroso: fece violenza a se stesso, gli si avvicinò
e lo baciò. Da quel momento decise di disprezzarsi sempre più, finché per la misericordia del Redentore ottenne piena vittoria“.
Francesco non andò di sua spontanea volontà dai lebbrosi, mosso da umana e religiosa compassione. “Il Signore, scrive, mi condusse tra loro“. È su
questo piccolo dettaglio che gli storici non sanno – né potrebbero – dare un
giudizio, ed è invece all’origine di tutto. Gesù aveva preparato il suo cuore in
modo che la sua libertà, al momento giusto, rispondesse alla grazia. Pur senza
pensare che si trattasse di Gesù in persona sotto le sembianze di un lebbroso,
in quel momento il lebbroso per Francesco rappresentava a tutti gli effetti
Gesù. Non aveva egli detto: “L’avete fatto a me“? In quel momento ha scelto
tra sé e Gesù.
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Tutto questo ci obbliga a correggere una certa immagine di Francesco resa popolare dalla letteratura posteriore e accolta da Dante nella Divina Commedia. La
famosa metafora delle nozze di Francesco con Madonna Povertà che ha lasciato
tracce profonde nell’arte e nella poesia francescane può essere deviante. Non
ci si innamora di una virtù, fosse pure la povertà; ci si innamora di una persona.
Le nozze di Francesco sono state, come quelle di altri mistici, uno sposalizio con
Cristo (R. Cantalamessa).
3. Ai compagni che gli chiedevano se intendeva prendere moglie, vedendolo una sera stranamente assente e luminoso in volto, il giovane Francesco
rispose: “Prenderò la sposa più nobile e bella che abbiate mai vista“. Questa
risposta viene di solito male interpretata. Dal contesto appare chiaro che la
sposa non è la povertà, ma il tesoro nascosto e la perla preziosa, cioè Cristo.
“Sposa, commenta il Celano che riferisce l’episodio, è la vera religione che egli
abbracciò; e il regno dei cieli è il tesoro nascosto che egli cercò“. Francesco non
sposò la povertà e neppure i poveri; sposò Cristo e fu per amor suo che sposò,
per così dire “in seconde nozze“ Madonna povertà. Così sarà sempre nella santità cristiana. Alla base dell’amore per la povertà e per i poveri, o vi è l’amore
per Cristo, oppure i poveri saranno in un modo o nell’altro strumentalizzati e la
povertà diventerà facilmente un fatto polemico contro la Chiesa, o una ostentazione di maggiore perfezione rispetto ad altri nella Chiesa, come avvenne,
purtroppo, anche tra alcuni dei seguaci del Poverello. Nell’uno e nell’altro caso,
si fa della povertà la peggiore forma di ricchezza, quella della propria giustizia.
Yves Congar vede in ciò una delle condizioni essenziali della “vera riforma“
nella Chiesa, la riforma, cioè, che rimane tale e non si trasforma in scisma:
vale a dire la capacità di non assolutizzare la propria intuizione, ma rimanere
solidale con il tutto che è la Chiesa. La convinzione, dice papa Francesco, nella
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
sua recente esortazione apostolica Evangelii gaudium, che “il tutto è superiore
alla parte“.
Quello additato da Francesco d’Assisi è un traguardo difficile – chi vi parla
è lontano dall’esservi giunto – ma la vicenda di Francesco, ci mostra cosa può
nascere da un rinnegamento di sé fatto in risposta alla grazia. Il premio è la
gioia di poter dire con Paolo e con Francesco: “Non sono più io che vivo, Cristo
vive in me“. E sarà l’inizio della gioia e della pace, già su questa terra. Francesco, con la sua “perfetta letizia“, è l’esempio vivente della “gioia che viene dal
Vangelo“, l’Evangelii gaudium.
Preghiamo ed operiamo perché il profumo della vostra “perfetta letizia“
continui a farsi respirare a pieni polmoni nella nostra Chiesa, carissime Sorelle
e cari Fratelli!
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Omelie
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
Questa parola è la vostra vita
Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa per C.L.
Rimini, Basilica Cattedrale, 21 febbraio 2014
Il vangelo della croce è “il“ vangelo: punto. è il baricentro insostituibile di
tutto il vangelo, la sorgente sempre fresca e zampillante dell’acqua della vita, il
nucleo dinamico e generatore di quel “quinto evangelo“ che deve essere riscritto a puntate, brano a brano, da ogni generazione cristiana. E il centro del centro
del vangelo della croce è rappresentato da quel versetto inesorabile, che ci mette in presa diretta con il Maestro e spiazza anche gli uditori meglio schermati:
“Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e
mi segua“ (Mc 8,34). Se si riuscisse a cancellare dal vangelo questa parola dura
quanto una pietra, ma di quelle pietre da cui si cava il fuoco, di colpo il volto di
Gesù risulterebbe annebbiato e indecifrabile.
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1. Il mondo pensa: “Quanto sarebbe bella la vita senza la croce“. E anche
i cristiani più patentati tirano un sospiro tra il sottomesso e il rassegnato: “Ma
non si potrebbe proprio fare a meno della croce?!“. In effetti solo quei discepoli
di Cristo che puntano sulla misura alta della vita cristiana, la santità, hanno il
coraggio – e sperimentano la gioia! – di sfidare il giudizio della sapienza umana
che li vorrebbe far passare per folli e “fissati“, per gente malsana e malata di
inguaribile masochismo.
Ma non è tanto sulla parola della croce che vorrei riflettere con voi stasera,
sorelle, fratelli, amici di CL, quanto più in generale proprio sulla Parola: sull’incalcolabile tesoro e sulla indescrivibile importanza della parola di Dio, in questo
anno dedicato dalla nostra diocesi alla Parola scritta e proclamata con la voce
e con la vita: “Affamati”.
Domandiamoci: cosa è questa Parola? Formulata così, la domanda è scorretta. La parola di Dio non è un che, è piuttosto un chi. Ce lo dice proprio la liturgia della Parola. All’inizio della Messa si è snodata la processione d’ingresso,
con particolare solennità. I segni liturgici – lo sappiamo – sono molto espressivi.
A cominciare dal libro in cui è contenuta la parola di Dio che ogni volta viene
proclamata. La Chiesa in tutta la sua tradizione ha sempre avuto una particolare
venerazione e ha costantemente tributato grande onore al libro che contiene la
Parola di Dio. Non ne ha mai fatto un foglietto che si stropiccia e poi si butta nel
cassonetto della carta straccia, o un libretto instant–book, usa e getta, ma ha
custodito con gelosa premura un libro degnamente e talora artisticamente confezionato, qualche volta racchiuso entro copertine preziosissime. Perché? Perché questo libro è come un tabernacolo, che contiene la parola di Dio scritta,
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
attraverso la quale Dio stesso ci parla. Ecco perché, nel monumentale scrigno
di pietra qual è la nostra splendida, inimitabile cattedrale, la messa del Vescovo
si apre normalmente con una processione regale: il diacono, scortato dalle luci
accese dei due candelieri, porta l’evangeliario che tiene elevato, presentandolo
alla vista di tutti. Perché tanto scialo di onore e venerazione? Perché questo
libro contiene il cuore delle sante Scritture che ci tramandano la parola di Dio. Il
libro poi non viene parcheggiato sopra un qualche sgabello: viene invece collocato sull’altare, che è il cuore della Chiesa e, al momento del canto al vangelo,
viene intronizzato sull’ambone, perché rappresenta il Cristo re e signore dell’assemblea liturgica. Un teologo importante del XII secolo scriveva: “Tutta la divina
Scrittura è un solo libro e quel libro è Cristo stesso“ (Ugo di san Vittore), perché
tutte le Scritture parlano di lui e trovano in lui il loro eccedente compimento.
Ecco perché la proclamazione del vangelo sarebbe bene concluderla non con
un frettoloso e biascicato “Lode a te, o Cristo“, ma con un’acclamazione cantata, preferibilmente ripetendo l’Alleluja. Perché se all’inizio la proclamazione
si è aperta con la formula di rito: “In quel tempo Gesù disse...“, l’acclamazione
conclusiva dell’assemblea sta a dire: “Viva il Signore che ora, in questo nostro
tempo, ci ha detto...“. In altre parole, è come dire: Oggi abbiamo udito la voce
del Signore. Oggi, si è ri–presentato a noi l’avvenimento che si è realizzato in
quel tempo...
2. Ma, per penetrare ancora di più l’importanza “extra large“ della Bibbia
nella Chiesa e nella vita, ripercorriamo quel trittico di immagini policrome, miniate proprio dalla Bibbia per parlare di se stessa: una lampada su un sentiero
buio, la pioggia che scende dal cielo su un terreno arido e stepposo, una spada
tagliente che penetra a fondo nella carne viva. Sono tre immagini scintillanti
con cui la parola di Dio si autodefinisce nella Bibbia. Il Salmo 119, monumentale cantico della legge–parola del Signore, vede l’esistenza dell’uomo come
una strada inghiottita dal buio. Ma a un certo punto, ecco una luce che sfavilla:
“Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino“. Nel rotolo
del profeta Isaia – è la seconda immagine – si disegna il panorama di una terra
bruciata dal sole. Ma poi, nella stagione delle piogge, questa distesa secca e
screpolata viene abbeverata da abbondanti piovaschi e da fitti manti di neve, e
così la terra è come percorsa da un fremito di vita:
“Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver
irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, così sarà della parola
uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che
desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata“ (Is 55,10s).
Quella solenne e raffinata omelia della Chiesa delle origini qual è la Lettera
agli Ebrei contempla – è la terza immagine – la comunità cristiana esposta alla
pericolosa tentazione di scivolare nelle sabbie mobili dello scoraggiamento, del
pessimismo sterile, di una amara, infeconda nostalgia. Ecco allora la provocazione violenta di una spada che penetra e sconvolge:
“La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio; essa
penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle
midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore“ (Eb 4,12).
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
La Bibbia, quando l’apriamo, deve quindi trasformarsi per noi in lampada
che arde, in acqua viva che feconda la terra, in spada affilata e penetrante. Ma
perché questo avvenga, è necessario che si realizzi il motto caro all’Associazione Biblica Universale, di cui fanno parte cattolici, ortodossi ed evangelici: “Non
basta possedere la Bibbia, bisogna anche leggerla. Non basta leggere la Bibbia,
bisogna anche pregarla. Non basta pregare la Bibbia, bisogna anche viverla“.
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3. In conclusione, permettetemi di invitare me e voi, cari fratelli e sorelle di
CL, a lasciarci percuotere dalle parole infuocate di papa Francesco che ormai
conosciamo, stimiamo e tanto amiamo. Ne “La gioia del vangelo“ Francesco ha
scritto che nella predicazione si verifica spesso una vistosa sproporzione “quando si parla più della Chiesa che di Gesù Cristo, e più del Papa che della Parola
di Dio“ (EG 38). E per farci capire che Dio non ha ispirato la Bibbia per farla studiare dai biblisti, ma perché tutti noi suoi figli possiamo ascoltare, comprendere
e vivere la sua parola, Francesco ha affermato pari pari: “Lo studio della Sacra
Scrittura deve essere una porta aperta a tutti“ e tutti devono acquisire una assidua “familiarità con la Parola di Dio“, ricordando però che questo esige che “le
diocesi, le parrocchie e tutte le aggregazioni cattoliche propongano uno studio
serio e perseverante della Bibbia, come pure ne promuovano la lettura orante
personale e comunitaria“ (EG 175).
Cari amici di CL, voi lo sapete: il vescovo si fida di voi e affida alla vostra
convinta, appassionata fedeltà al vescovo di Roma e al vescovo di Rimini – in
questo anno dedicato dalla nostra diocesi alla parola di Dio – l’impegno di accogliere l’appello incalzante di papa Francesco, perché la parola di Dio venga
accolta con generosa disponibilità, venga annunciata con mitezza e franchezza evangelica, venga vissuta con coerente trasparenza, nella certezza che ci fa
ardere il cuore: “Questa parola è la vostra vita“, dice Mosè a Israele, l’antico
popolo di Dio (Dt 32,47).
“Accogliamo il sublime tesoro della Parola rivelata“, dice Francesco al nuovo
Israele di Dio (EG 175).
Atti del Vescovo
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Digiunare con il pane della
Parola
Messaggio del Vescovo per la Quaresima
Rimini, Basilica Cattedrale, 5 marzo 2014
La Quaresima non è un pedaggio che noi paghiamo a Dio, ma un regalo
che Dio fa a noi. E che regalo! Dio Padre ci convoca nella sua Chiesa e ci invita a
seguire Gesù nel deserto. Se avesse ceduto alle seduzioni del grande Tentatore,
Gesù non sarebbe andato a finire sulla croce: sarebbe morto di vecchiaia e noi
saremmo morti senza speranza. Ma Gesù ha vinto la tentazione soprattutto con
due armi: il digiuno (“Non mangiò nulla in quei giorni“) e il ricorso alla parola
di Dio (“Sta scritto“). Il digiuno quaresimale – sappiamo bene non è tanto il
digiuno corporale (l’astinenza dal cibo), quanto quello spirituale: digiunare dal
mondo, ossia dalla mentalità individualista e consumista di questo mondo. Ma
soprattutto digiunare da se stessi, dal proprio io: “Se qualcuno vuole venire
dietro a me, rinneghi se stesso“ (Lc 9,23). Ecco il vero digiuno ed ecco la vera
dieta quaresimale: rinnegare il proprio io – l’io dell’uomo vecchio, egoista e
peccatore – per nutrirsi di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. In questo
anno dedicato nella nostra Diocesi alla parola di Dio, è proprio su questo fattore
irrinunciabile del cammino quaresimale che vorrei attirare la vostra attenzione.
1. Il nostro Dio non è un presente... assente. Non è come gli idoli dei pagani, che rassomigliano tanto ai tabelloni della pubblicità: “hanno bocca e non
parlano“. è vero: il nostro Dio non ha bocca e lingua come noi, eppure parla e
ci interpella, comunica e si rivela. Siamo noi che, pur avendo orecchi sempre
aperti, pur disponendo di sofisticati apparecchi auricolari e di potenti antenne
paraboliche, non ci poniamo in ascolto della sua voce. Una voce lieve come il
fruscio di una soffice brezza, e forte come lo scoppio di un irresistibile uragano.
Facciamoci ora aiutare da un’altra pagina del vangelo: la parabola del Seminatore, in cui il Maestro ci disegna l’avventura della Parola nel nostro cuore. è
la vicenda del seme: se cade su un cuore indurito, non attecchisce; se attecchisce, per colpa dei sassi non cresce; se cresce, è soffocato dai rovi; ma se trova
un terreno umile e fertile come il cuore di Maria di Nazaret, si sviluppa e porta
frutto. Sono dunque quattro le possibilità della Parola segnalate dalla parabola
del seminatore e che sinteticamente possiamo siglare con altrettante espressioni qualificative: la Parola rubata; la Parola perseguitata; la Parola soffocata;
la Parola abbracciata.
La prima situazione – simboleggiata nella strada – è quella della Parola rubata: quando il cuore diventa duro come la terra battuta, come una via lastricata dal buon senso, dalle ideologie alla moda, dal “così fan tutti“ e dai tanti luo-
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
ghi comuni in circolazione, allora piomba Satana, ci scippa il seme della Parola,
e fa ostruzionismo alla sua potenziale fecondità. Fin dall’Eden delle origini, il
Maligno è il tenebroso maestro del sospetto. Ci inocula il dubbio che Dio con la
sua Parola voglia incastrarci, imponendoci il peso di leggi soffocanti e di doveri
insostenibili. Ci seduce con astuzia maliarda e ci induce a pensare che quella
di Dio è una Parola troppo alta per arrivare ad incarnarla nella nostra storia,
meschina e melmosa. Il principe del mondo è il ladro matricolato della Parola:
ce la sottrae anche facendoci semplicemente ritenere che, in fondo, l’abbiamo
ascoltata tante volte, ma non è cambiato niente. Del resto, abbiamo già troppe
cose a cui badare, troppa fame di pane da spegnere, troppe preoccupazioni e
affanni da sostenere.
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2. La seconda situazione – raffigurata nel terreno sassoso – indica la Parola
perseguitata. Dopo un primo ascolto entusiasta ma superficiale, al sopraggiungere dell’avversità o della persecuzione, la debole fiammella della fede comincia a tremolare e finisce per spegnersi del tutto. In effetti, se nell’ascoltare la
Parola subito ci si accende, ma poi non si offre un terreno fertile al seme del
Vangelo, inevitabilmente si inciampa nei sassi delle contrarietà e non si ha la
forza di affrontare la fatica che le dure esigenze della sequela comportano.
Il terzo tipo di terreno – pieno di erbacce e di rovi – designa quella che si
potrebbe chiamare la Parola soffocata. Ciò che qualifica questo terzo tipo di
ascoltatori non è tanto la fragilità di carattere, l’entusiasmo e lo scoraggiamento
facile, ma l’eccesso di interessi ingombranti e di corrispondenti preoccupazioni.
Nel loro cuore e nella loro vita la Parola “soffoca“, perché non trova spazio e
manca di aria. Le allettanti seduzioni mondane o le passioni esorbitanti – il proprio comodo, il proprio successo, la propria immagine – si insinuano in questi
credenti con subdola prepotenza e inducono al compromesso: salvare capra e
cavoli, conciliare le esigenze della conversione con gli idoli del proprio avere,
godere, potere.
Infine, ecco il quarto tipo di ascoltatori, quelli che potremmo racchiudere
nell’immagine della Parola abbracciata. Il verbo greco che indica l’accoglienza
della Parola non è quello per i terreni precedenti, un verbo comune, un po’
scialbo (lambanein, prendere, ricevere), ma paradechomai, accogliere: ospitare con amicizia, a cuore aperto, abbracciare senza condizioni e senza riserve,
come lo sposo abbraccia la sposa. Sono i credenti che ascoltano, accolgono e
portano frutto. Come Maria, la perfetta credente, che ha accolto il Figlio di Dio,
la Parola in persona, ha offerto il grembo in cui “si raccese l’amore“ e il Verbo
si è fatto carne.
Preghiamo: “Padre misericordioso, il tuo Figlio si è fatto parola ispirata nelle sante Scritture e parola incarnata nel grembo di Maria. Tu hai bisogno degli
uomini per rivelarti, e resti muto senza la nostra voce. Donaci il tuo Spirito perché ci renda docili ascoltatori della tua Parola, gioiosi annunciatori e testimoni
credibili del Vangelo che salva“.
Che Maria, l’umile serva della Parola, ci tenga buona compagnia nel cammino verso la Pasqua.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
Per un’AC viva, forte e bella
Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della Messa celebrata
per l’A.C.
Rimini, Basilica Cattedrale, 9 marzo 2014
Gesù di Nazaret è un vero uomo, non un super–uomo. No, non è un Superman, che “non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è
stato messo alla prova in ogni cosa, come noi, escluso il peccato“ (Ebr 2,18).
La sua umanità non è uno scafandro impermeabile che avvolge e nasconde la
sua divinità. Anzi ne è la più limpida trasparenza. Gesù non è morto come un
eroe senza macchia e senza paura, ma, piuttosto, come l’anti–eroe, che ha letteralmente sperimentato su di sé l’angoscia, la paura e il turbamento di fronte
alla croce. L’antifona di questa liturgia canta con squilli di vittoria: “Per noi ha
sofferto tentazione e morte“. La prova, la tentazione, la morte è il test più attendibile dell’umanità verace del Figlio di Dio, un uomo ’umano–umano’, non
nonostante sia, ma proprio perché è, la sua, l’umanità di Dio.
1. L’episodio delle tentazioni nel deserto è molto di più che un... episodio.
Il triplice racconto dei sinottici è fondato su un dato storico, assolutamente
ininventabile: mai la comunità cristiana si sarebbe permessa di “creare“ una
serie di episodi in cui Cristo appare sottoposto alla tentazione di Satana. Un
avvenimento, dunque, è la dura prova giocata nel deserto, e più che un avvenimento. è un “vangelo“: un evento che contiene un messaggio di salvezza per
noi, un’autentica buona notizia: Gesù è stato tentato da Satana come noi ed è
risultato vincitore per noi. La sua tentazione è stata una seduzione da parte del
Maligno, ma, poiché l’iniziativa e la ’regia’ della prova è stata diretta dallo Spirito
Santo – è lui che ha ’condotto’ o addirittura ’sospinto’ Gesù nel deserto (Mt 4,1;
Mc 1,12) – quella prova è risultata una chance per Gesù di ribadire la sua adesione al disegno del Padre sulla propria vita. In questa assemblea liturgica che si
celebra in coincidenza con l’assemblea elettiva dell’AC diocesana, vorrei accennare ad alcune chances che oggi l’AC ha di rinnovarsi nel suo cammino di fede.
La prima è la chance religiosa. Dopo la desertificazione di senso ad opera
della secolarizzazione, ora noi assistiamo a un promettente risveglio religioso.
Nel momento in cui la società secolarizzata appare sempre più asfittica e soffocante, in cui, soprattutto i giovani, sentendosi traditi e delusi, cercano con tutti i
mezzi di uscirne, sarebbe strano che la Chiesa perdesse tempo con una pastorale al ribasso. Oggi è morto il cristianesimo dell’abitudine, della tradizione, della convenzione sociale, e sta rinascendo il cristianesimo dell’innamoramento,
della convinzione e della responsabilità.
Ma non per questo siamo esenti da una tentazione sottile e pervasiva: quel-
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
la di ridurre la fede a una emozione religiosa, a un brivido a pelle. Oggi siamo
chiamati alla nuova evangelizzazione. Dobbiamo tornare alle origini, e alle origini della nostra fede c’è sempre la parola di Dio, il puro e santo vangelo. La conversione di Francesco d’Assisi inizia dall’incontro con Cristo, da lui contemplato
nel Crocifisso di san Damiano, identificato poi nel lebbroso e nei poveri. Papa
Francesco non si stanca di ripetere le parole di Benedetto XVI che ci conducono
al centro del Vangelo: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica
o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che
dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva“ (DCE 1).
Ecco come si supera la tentazione di ridurre il cristianesimo a una vaga
emozione religiosa, che poi fatalmente svapora e spesso ’precipita’ in una triste, monotona litania di riti, di formule, di leggi e leggine. La tentazione si vince
con l’esperienza dell’incontro con il Gesù vivo nella Chiesa e nei poveri. Allora
si prova “la dolce e confortante gioia di evangelizzare“ (EG n. 13) e non si cade
nell’errore di intendere (l’evangelizzazione) “come un eroico compito personale, poiché l’opera è prima di tutto sua, al di là di quanto possiamo scoprire
e intendere“ (EG 12). E si viene sorpresi dalla gioia del Vangelo che “riempie il
cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore,
dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia“ (EG 1).
Non facciamoci rubare la gioia del Vangelo!
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2. La seconda chance è quella popolare. La domanda ricorrente, che attraversa tutta la storia della Chiesa, è: dobbiamo formare comunità cristiane di
élite o di popolo? Di militanti duri e puri o di peccatori umili e festanti? Dobbiamo ricordare che noi siamo sempre e solo dei poveri dis–graziati che sono
stati super–graziati. Non ci siamo riconciliati noi, di nostra iniziativa, con Dio,
ma è Dio Padre che si è riconciliato con noi e ci ha usato misericordia (cfr 2Cor
5,18). Possiamo, allora, e vogliamo gustare “il piacere di essere popolo“: “Per
essere evangelizzatori autentici occorre sviluppare il gusto spirituale di rimanere vicini alla vita della gente, fino al punto di scoprire che ciò diventa fonte di
una gioia superiore“ (EG 268). Perciò “vogliamo inserirci a fondo nella società,
condividiamo la vita con tutti, ascoltiamo le loro preoccupazioni, collaboriamo
materialmente e spiritualmente nelle loro necessità, ci rallegriamo con quelli
che sono nella gioia, piangiamo con quelli che piangono e ci impegniamo nella
costruzione di un mondo nuovo, gomito a gomito con gli altri. Ma non come un
obbligo, non come un peso che ci esaurisce, ma come una scelta personale che
ci riempie di gioia e ci conferisce identità“. Sono parole di papa Francesco che,
a tal proposito, parla di “rivoluzione della tenerezza“.
L’AC conserva nel suo DNA questa nota della popolarità. Che la nostra associazione diocesana di AC ricordi ai suoi membri e a tutti una verità fondamentale: prima ancora che per la fedeltà di noi a Cristo, la Chiesa esiste per la
fedeltà di Cristo a noi.
Non lasciamoci scippare la gioia di essere popolo di Dio!
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
3. La terza chance per la nostra AC è quella comunitaria. In una società ad
alto tasso di individualismo, viviamo in un arcipelago di isolotti. Siamo continuamente tentati di ripiegarci nel nostro guscio, di isolarci e di rinchiuderci
nella nostra nicchia calda e dorata. Anche la Chiesa è ad alto rischio di frammentazione, come la comunità di Corinto, spezzettata tra quelli che erano di
Paolo, quelli di Apollo, di Cefa, addirittura di Cristo. Anche le nostre comunità
sono attraversate da forze centrifughe; registrano l’urto di tensioni disgreganti.
E poi ci sono i cristiani ’migranti’, che si allontanano dalla Chiesa quando essa
trema d’inverno, per rientrare quando rifiorisce a primavera. Un laico di AC vive
le quattro stagioni che, nel calendario della Chiesa, si susseguono nel tempo e
nello spazio. Una associazione di AC è viva, se verifica continuamente la sua esistenza all’interno della comunità cristiana. E un’AC viva, bella, attraente scrive la
parola Chiesa tante volte quante scrive la parola Cristo.
Non lasciamoci trafugare la gioia della comunità!
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Omelie
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
Nel deserto con il pane della Parola
Quaranta giorni per imparare a vincere Satana
Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della Messa
per il conferimento del lettorato, accolitato e del ministero
della comunione eucaristica
Rimini, Basilica Cattedrale, 9 marzo 2014
Esperienza di miseria e di misericordia, la Quaresima è il tempo della sconfinata, tenerissima misericordia di Dio che si china con generosa condiscendenza sulla nostra penosa, umanamente invincibile, miseria. La quale ci induce a
cercare istintivamente tutto ciò che può darci l’impressione di invulnerabilità.
Ma in questo modo ci fa chiudere in noi stessi. Così rifiutiamo il vero rapporto
con il mondo, con i fratelli e con Dio, subordinando a noi l’Altro, con l’A maiuscola, e ogni altro, visto come antagonista e concorrente. Ecco la tentazione
profonda che mina tutta la nostra vita.
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1. Tuttavia c’è stato chi ha vinto questa micidiale tentazione: Gesù di Nazaret. Guidato dallo Spirito Santo nel deserto, Gesù affronta Satana, il tenebroso tentatore, che gli prospetta una strategia di stampo trionfalistico, un falso
messianismo fatto di miracoli clamorosi, come: trasformare le pietre in pane,
gettarsi dall’alto del tempio con la certezza di essere salvato, conquistare il
dominio politico di tutte le nazioni. Gesù respinge al mittente la tentazione del
benessere e della facile prosperità materiale; rintuzza la seduzione del successo
e dell’ambigua popolarità ottenuta con miracoli spettacolari; ricusa come indecente e del tutto irricevibile la suggestione del dominio e del potere temporale,
optando per una scelta decisamente controcorrente.
Se voi siete qui, cari candidati al lettorato, all’accolitato, al ministero straordinario della comunione eucaristica, è segno che volete camminare sulle orme
di Gesù, rimanendo fedeli alle promesse battesimali, con cui siamo tutti impegnati a respingere le medesime tentazioni dell’avere, dell’apparire, del potere.
Ma il battesimo – voi ne siete consapevoli – non ci rende immuni da ogni tentazione. Il Papa, nel suo recente documento – La gioia del Vangelo – richiama
la nostra attenzione su alcune tentazioni che specialmente oggi colpiscono gli
“operatori pastorali“, dai “vescovi fino al più umile e nascosto dei servizi ecclesiali“ (EG 76). Ecco, pensando a voi, permettetemi di elencare alcune di queste
tentazioni.
La prima è quella del ritualismo. Si ha l’impressione che oggi un nuovo
formalismo, forse meno appariscente che in passato, ma ugualmente sterile e
illusorio, stia rimpiazzando l’antico. La mancata assimilazione dello spirito della
liturgia e la distorta comprensione dei fini della riforma liturgica, da parte dei fe-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
deli e di non pochi operatori pastorali, ha portato fatalmente alla dissociazione
tra liturgia e vita, che invece devono rimanere intimamente interconnesse, per
cui al ministero liturgico dovrebbe corrispondere un adeguato impegno nelle
diverse attività in favore della comunità ecclesiale e civile. Inoltre, per risultare
significativi, i riti da una parte devono conservare la loro autenticità senza venire banalizzati con un cerimonialismo che ne estenui l’originale senso umano;
dall’altra devono risultare trasparenti ed evocativi di ciò che Dio ha fatto per
la salvezza del suo popolo e ancora oggi opera nella celebrazione liturgica. In
effetti non sempre l’osservanza letterale e meticolosa delle norme liturgiche,
che eludesse la possibilità di scelta e di adattamento che esse offrono, è segno
di fedeltà meritoria, ma piuttosto sarebbe frutto di pigrizia e di inescusabile
negligenza.
2. La seconda tentazione è quella del protagonismo, che riduce l’assemblea
ad un ruolo passivo e puramente esecutivo. Capita così di vedere fedeli che
spesso appaiono relegati o attestati nella posizione del tutto inerte di ascoltatori–spettatori–fruitori di un atto che altri – presidente e/o ministri – svolgono
per loro e davanti a loro. Mentre il vero soggetto della celebrazione è e deve
essere sempre l’assemblea del popolo di Dio. I ministri esercitano il loro ministero a servizio – e non al di sopra o a prescindere – dalla comunità ecclesiale.
Non si sottolineerà mai abbastanza la centralità dell’assemblea liturgica: infatti
la comunità non è solo destinataria, ma innanzitutto protagonista di ogni celebrazione.
Una terza tentazione, alla quale tutti noi operatori pastorali siamo inesorabilmente esposti e dalla quale non siete esentati neanche voi, è quella dell’attivismo, che si potrebbe efficacemente chiamare “eresia dell’azione“. è l’azione
per l’azione, sia pure partendo dai migliori propositi; il fare, l’agire, l’organizzare,
il moltiplicare iniziative – assillati solo dalla necessità di un successo visibile
delle cose che si fanno – e quindi il considerare inutili o per lo meno accessorie
la liturgia, la formazione, la riflessione culturale. Il mezzo per superare questa
tentazione è la contemplazione. Nei grandi momenti di svolta della civiltà o di
riforma della Chiesa, quando le carte di navigazione costruite dall’esperienza
non servono un gran che per un cammino del tutto nuovo, è più ancora necessario orientarsi facendo riferimento alla stella polare della parola di Dio. Senza
la contemplazione rischiamo di cadere in un grosso abbaglio: confondere Dio
con le opere per Dio. Il cristiano è uno che si adopera per Dio e per il suo regno, per la Chiesa e per la grande causa dell’evangelizzazione, ma rimane uno
che ha scelto Dio, non le attività – sia pure le attività intraprese per Dio – non
le opere, sia pure quelle che vengono chiamate le “opere di Dio“. Del resto ci
ricorda san Giovanni della Croce, “giova più alla Chiesa un solo atto di amore
che non tutte le sue opere messe insieme“.
3. L’antidoto contro le patologie su diagnosticate – ritualismo, protagonismo, attivismo – è lo stesso di quello usato da Gesù nella sua controffensiva
nei riguardi di Satana e della triplice tentazione: il ricorso alla parola di Dio. In
questa Giornata diocesana della Parola, ci torna particolarmente utile – anche
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
se, forse, ci potrà risultare alquanto duro – lasciarci percuotere dai richiami
pressanti di papa Francesco sulla parola di Dio:
“La Sacra Scrittura è fonte dell’evangelizzazione quotidiana. Pertanto bisogna formarsi continuamente all’ascolto della Parola. La Chiesa non evangelizza se non
si lascia continuamente evangelizzare. è indispensabile che la parola di Dio ’diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale’ (Benedetto XVI). La parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’eucaristia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella
vita quotidiana. (...) Lo studio della Sacra Scrittura deve essere una porta aperta
a tutti i credenti. è fondamentale che la Parola rivelata fecondi radicalmente la
catechesi e tutti gli sforzi per trasmettere la fede. L’evangelizzazione richiede la
familiarità con la parola di Dio e questo esige che le diocesi, le parrocchie e tutte
le aggregazioni cattoliche propongano uno studio serio e perseverante della Bibbia, come pure ne promuovano la lettura orante personale e comunitaria“ (EG
174–175).
In conclusione, permettetemi di ripetere con il linguaggio diretto e sempre
sorprendente di papa Francesco: “Non lasciamoci scippare il tesoro inestimabile della parola di Dio!“.
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
Un amore scandaloso fino alla
follia
Omelia tenuta dal Vescovo per la Domenica delle Palme
Rimini, Basilica Cattedrale, 13 aprile 2014
Orrore, sconcerto, stupore: sono le emozioni registrate ai piedi della croce,
ma anche provate a qualche decina d’anni dai fatti, come testimonia san Paolo,
a Corinto e in ogni città e borgata dell’impero dove si predicava il vangelo del
Messia crocefisso. Secondo l’Apostolo, la croce provocava immancabilmente
il fremito dell’orrore nei Giudei, scandalizzati per una fine tanto infamante, e
produceva il sussulto dello sconcerto nei pagani, irritati per un messaggio totalmente assurdo e irricevibile, fino ad apparire inquinato dalla idiozia più pazzesca (1Cor 1,18). Per i Giudei era del tutto inconcepibile un Messia che non aveva
potuto salvare se stesso, scendendo dalla croce. Il santo servo di Dio, Giovanni
Battista, aveva preannunciato un Messia inflessibile e lo aveva dipinto come
un giustiziere implacabile, che avrebbe fatto piazza pulita nell’aia della casa di
Dio. Invece questo Gesù di Nazaret se l’era fatta con pubblicani e peccatrici e,
dall’alto della croce, avrebbe invocato da Dio non una legione di angeli per incenerire i suoi avversari, ma perdono e misericordia per mandanti e carnefici. Alla
vista di Greci e Romani, poi, la storia della croce non poteva risultare che follia e
stoltezza: non la stoltezza audace e ardimentosa dell’eroismo più temerario, ma
quella della balordaggine più insensata, della stupidità più insulsa. Che razza di
Figlio di Dio può essere un povero straccione, che non può disporre neanche di
una guardia del corpo che lo difenda da attentati, da stragi e carneficine? Rimbalzava anche a Corinto, come ad Alessandria e perfino a Roma, lo sconcerto
già sperimentato dai soldati crocifissori e che si era espresso nello scherno più
impietoso: come può salvare gli altri uno che non può salvare se stesso?
Ma per i credenti, sia Giudei che Greci, proprio quel capo d’accusa lanciato
con crudele sarcasmo contro il Crocefisso – “non ha potuto salvare se stesso“
– dimostrava che “la stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini“ (1Cor 1,25). La fede si prendeva la rivincita
sull’orrore degli Ebrei e sullo sconcerto dei pagani, e suscitava uno stupore
incontenibile. Gesù non era morto come il grande Socrate e neanche come
Giovanni il Battezzatore. Socrate era morto con l’olimpica imperturbabilità del
saggio che domina, intrepido, la paura della morte fino a fare dell’ironia su di sé
e sui propri giudici e carcerieri. “Tutto d’un fiato, senza dar segno di disgusto –
racconta Platone nel Fedone, “uno di quei pochi libri che provocano gli uomini
a indagare se sono degni del loro nome“ (Guardini) – piacevolmente vuotò la
coppa (della cicuta, il veleno mortale) fino in fondo“. Giovanni, d’altro canto,
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
era morto come un santo, come un fiero testimone della verità, con la gloriosa
aureola del martirio. Socrate era morto scherzando amabilmente con i suoi
discepoli fino all’ultimo; Giovanni aveva finito i suoi giorni, senza arretrare di un
millimetro nella sua impavida testimonianza alla verità. Socrate e Giovanni concludono una vita compiuta, una missione riuscita. Invece “Gesù, nei giorni della
sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che
poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito.
Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono“ (Eb 5,7–9).
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Socrate è l’eroe, Giovanni è il martire: sia l’uno che l’altro sono l’eccezione,
non ogni uomo. Gesù sulla croce, invece, è ogni uomo. Socrate muore come
forse vorremmo morire. Gesù muore come veramente si muore. Ma se Gesù
muore perché non scende dalla croce e non salva se stesso, tutto questo è
per un atto di smisurato amore: come potrebbe scendere dalla croce se i suoi
fratelli non ne possono discendere? La sera prima, nel cenacolo aveva solennemente proclamato: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per
i propri amici“. San Paolo ai Romani ha l’ardire di affermare: “A stento qualcuno
è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una
persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre
eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,6–8). Ecco la verità: gli
eravamo nemici e lui, morendo, ci ha resi suoi amici (cfr Rm 5,10). Gesù infatti
ha rinunciato a stravincere sui suoi nemici, ma ha stravinto l’inimicizia, e non
l’ha stravinta fuori di sé, ma in se stesso (cfr Ef 2,14–16).
Dopo duemila anni che si è diffusa la fede nel Crocifisso–Risorto, dopo anni
e anni che ricordiamo nella nostra vita i giorni della sua Passione, c’è un nemico
che congiura contro l’insorgere di un sia pur appena accennato sentimento di
stupore: non è l’incredulità; è l’assuefazione. Ci abbiamo fatto il callo con riti
e devozioni e rischiamo di non vibrare più di fronte all’evento che ha cambiato
la storia e ha trasformato il mondo. Ma come possiamo andare in automatico
con la croce di Gesù? Lo sappiamo, l’assuefazione è inesorabile, asfalta tutto:
sentimenti, sorprese, sbalordimenti.
Ci sono tre vie che ci aiutano efficacemente a non cadere in questo rischio.
La prima è quella degli affetti e delle devozioni, come ad esempio la Via Crucis.
Ma ce n’è un’altra ancora più importante: quella dei sacramenti e della santa
liturgia, in particolare della liturgia eucaristica. Qui raggiungiamo il massimo di
partecipazione, perché non solo ricordiamo, ma riviviamo la morte e la risurrezione del Signore. Poi c’è la via della conversione, quando ci lasciamo incontrare
da Gesù nella nostra esistenza e sperimentiamo la salvezza della nostra vita.
In questi santi giorni contempliamo, adoriamo, ringraziamo.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
La gioia di essere cristiani e preti
Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della Messa Crismale
Rimini, Basilica Cattedrale, 16 aprile 2014
è festa. Oggi è la festa regale del nostro sacerdozio battesimale, carissimi
fratelli e sorelle, qui convocati in segno della comune dignità di popolo fatto
tutto di re, di profeti e sacerdoti, “stirpe eletta, nazione santa, popolo scelto da
Dio per annunciare le sue meraviglie“ (1Pt 2,9). Ma è anche la splendida festa
del nostro sacerdozio ministeriale, carissimi fratelli presbiteri: oggi la Chiesa celebra la memoria annuale del giorno in cui Cristo Signore partecipò agli apostoli
e, attraverso di loro, a noi presbiteri il suo sacerdozio santo e santificante. Ricorre il nostro compleanno: che lo Spirito del Crocifisso risorto ci aiuti a festeggiare
e a vivere questa messa come il giorno della nostra ordinazione sacerdotale,
“tenendo fisso lo sguardo su Gesù (...) il sommo sacerdote misericordioso e
degno di fede“ (Eb 12,2; 2,17).
1. La gioia di essere cristiani
Sono anni e anni che ascoltiamo i brani della liturgia in corso, e ormai li
conosciamo quasi a memoria. Rischiamo l’assuefazione, il narcotico soporifero
che anestetizza ogni brivido di innocente stupore. Per non cadere nella sensazione di annoiata sazietà dovuta alle cose troppe volte ascoltate, non ci basta
rileggere le letture bibliche: ci occorre scrutare le Scritture, esplorarle tra le
righe e le pieghe della pagina sacra, quasi spremendo ogni parola, lasciandoci
sorprendere da ogni sprazzo di luce. Ho provato a fare così, e ho incrociato quel
versetto che ritorna per ben due volte in questa liturgia: prima nel rotolo del
profeta Isaia come promessa, poi, come compimento, nel racconto di Luca. “(Lo
Spirito del Signore) mi ha mandato ad evangelizzare i poveri“. In quel verbo –
evangelizzare, lett. “annunciare un messaggio di gioia“ – ho rivisto occhieggiare,
come fosse la prima volta, le lettere fragranti della parola ’gioia’, voce bilingue
che sa di cielo e di terra, una di quelle parole maiuscole che appartengono
al dizionario divino–umano, umano–divino. “Al solo sentirla nominare, tutti si
drizzano e ti guardano, per così dire, nelle mani, per vedere se mai tu sia in
grado di dare qualcosa al loro struggente bisogno“ (s. Agostino).
La parola gioia veicola due domande: si può essere felici senza Dio? si può
essere felici con Dio? Quasi in risposta alla prima domanda, degli atei inglesi
qualche anno fa hanno promosso una campagna pubblicitaria, facendo apparire sugli autobus la scritta: “Probabilmente Dio non esiste. Smettila di preoccuparti e goditi la vita“. Ma le cose stanno davvero così? A guardare bene, bisogna
onestamente riconoscere che la tristezza aleggia nelle case, l’ansia e la paura
vanno a braccetto per le nostre strade, la depressione e l’angoscia mietono
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
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sempre più vittime nella nostra società, impietosamente autodefinitasi “sciapa
e infelice“ (Censis, 2013).
Quanto alla seconda domanda – si può essere felici con Dio? – possiamo
francamente ammettere che, pur dovendo attraversare nebbie e controllare
ipertensioni, pur dovendo registrare fatiche, slanci e ricadute, siamo al corrente
di numerose testimonianze che autorizzano una risposta positiva.
Sì, si può essere felici con Dio, ci insegna Gesù. Il Dio secondo Gesù di
Nazaret è Padre: non padre–padrone, ma Padre–Abbà. La ricaduta di questa
verità è che, se “io–sono“, allora è segno che io–sono pensato da Lui e che da
Lui io–sono immensamente amato. “Amor, ergo sum“ (Sono amato, dunque
sono), si potrebbe dire parafrasando Cartesio. Non c’è gioia più grande di questa: sentirsi amati dall’Amore. Non esiste felicità più solida e infrangibile della
stupefacente meraviglia di piacere all’Artista che ci ha sognati e plasmati e di
potergli gridare stupiti e commossi: “Tu mi hai fatto, mio Dio, come un prodigio.
Sono stupende le tue opere!“. Fratello, sorella, per quello che sei, per quello che
hai, per quello che puoi e che vali, tu sei opera delle sue mani, tutto hai ricevuto
da Lui: tu puoi stimarti in quanto sei amato da Lui, in modo unico, singolare e
irripetibile. Nessuno di noi è uno scarabocchio, destinato al cestino della carta
straccia. Nessuno di noi è uno qualunque, ma è un tipo speciale, un fuori–serie,
non duplicato né duplicabile da alcun clone, perché Dio Padre ci conta perfino i capelli del capo, uno ad uno, e ci ama come non è stato amato, non è e
non sarà amato nessun altro nella sterminata storia dei viventi. Non puoi avere
dubbi: per il tuo Signore tu sei importante; sei prezioso ai suoi occhi. Del resto
basta che ti soffermi a rileggere la storia ingarbugliata della tua vita, e la vedrai
come una storia di salvezza: quante volte Dio Padre ha mandato suo Figlio a
ripescarti da naufragi e tracolli, a recuperarti da sbandate e paurosi infortuni...
Scrive papa Francesco: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera
di coloro che si incontrano con Gesù. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce
la gioia“ (EG 1). Popolo di Dio che è in Rimini, canta il Magnificat per il tuo sacerdozio battesimale e respingi la tentazione della tristezza come la tentazione
più subdola e impura.
2. La gioia di essere preti
Anche noi pastori ci portiamo dentro un desiderio sconfinato di felicità, e
anche a noi è stata promessa una gioia straripante, corrisposta con un tasso
di interesse centuplicato, versata in caparra con una misura pigiata, scossa e
traboccante.
La gioia di essere preti è la gioia di essere scelti. Lui, Gesù, è fatto così. Un
giorno è passato per la mia strada, ha gettato gli occhi su un mucchio di pietre
scartate, ha scelto quel ciottolo sporco e opaco che ero io, e mi ha reso il grande onore di potergli servire nella costruzione della sua casa. Non mi ha scelto
perché ero – di mio – utile e prezioso, ma mi ha reso prezioso e utile perché mi
ha guardato con commovente tenerezza.
è la gioia di essere peccatori perdonati e messaggeri di perdono. Lui, il
buon Pastore, è fatto così. Non affida il ministero della misericordia ad esseri
angelici e immacolati che si possono permettere il lusso di sentirsi perfetti.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
Consegna la sua tenerezza alle mani di poveri peccatori, per far loro provare la
gioia di poter dire ad altri peccatori, anch’essi assetati di felicità, dove insieme
potranno dissetarsi: alla fontana della divina misericordia.
è la gioia di servire alla gioia dei fratelli. Lui, il grande sacerdote, è fatto così:
guarda dei poveretti come noi e ci sceglie per una missione da compiere nella
vita: quella di un intera esistenza donata per amore. è la gioia di spendersi a
fondo perduto, che non si lascia incrinare dall’ingratitudine, né si lascia frenare
dagli scarsi risultati, né spegnere dal gelido vento dell’indifferenza.
è la gioia di una vita vissuta nella povertà, abbracciata per amore di Cristo
povero e dei suoi vicari, i piccoli e i poveri, nella certezza che ogni bene e perfino i beni di Dio non possono mai oscurare Dio come unico bene della nostra
povera vita. Nella castità di un cuore indiviso, che ha smesso di pensare a se
stesso, che non offre corsie preferenziali per qualcuno – se non per i poveri
– e non pianta cartelli con “divieto di accesso“ per nessuno. Nell’obbedienza
alla volontà di Dio, manifestata dal vescovo e serenamente abbracciata, senza
condizioni e senza riserve. Senza programmarsi il futuro, senza puntare sulla
propria realizzazione, senza monopolizzare la propria libertà, sapendo che per
ardere senza bruciarsi, non basta spendersi: occorre donarsi.
è la gioia della Pasqua, la perfetta letizia, la gioia non ’nonostante’ ma ’attraverso’ il dolore, vissuto con un po’ di fede e con un pieno di amore. La fede
che dà la forza di fidarsi più dell’Amore invisibile ma eterno che della sofferenza
tangibile ma temporanea.
Per mantenere viva la fiamma della gioia, vale la pena ricordare alcune ’perle’ della sapienza tradizionale, che hanno aiutato molti in passato e possono
tornarci utili ancora oggi. La prima: a noi è offerta la gioia di seminare, ma non
è sempre garantita la gioia di raccogliere. La seconda: è il vangelo della vita
fraterna che permette all’acqua viva della gioia di zampillare e rinfrescare anche
il deserto spesso arido e torrido della quotidianità. Un’ultima perla: solo chi
coltiva la rara pianta della gioia dentro di sé, ne può condividere i frutti con gli
altri; solo chi ha imparato a ridere umilmente di sé, è in grado di far sorridere
anche gli altri.
Fratelli presbiteri, siamo chiamati ad essere preti in un mondo che non
riesce più a trovare l’indirizzo di casa della gioia. D’altro canto è la gioia l’unico
segnale di vangelo che anche i non credenti sono ancora in grado di decodificare e che può metterli seriamente in crisi. Papa Francesco ci scuote: “Non
lasciamoci rubare la gioia! Un cristiano non può mai essere triste“.
E a voi fedeli tutti, noi, presbiterio di Rimini, oggi qui convocato in seduta
plenaria, diciamo forte, con la solennità di un giuramento e con tutta la grinta
che lo Spirito del Risorto ci mette in corpo: “Noi non intendiamo fare da padroni
della vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia“ (2Cor 1,24).
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
“Prese il pane e rese grazie“
Il sacrificio di Cristo come “benedizione“
Omelia tenuta dal Vescovo durante la celebrazione “in coena
Domini“
Rimini, Basilica Cattedrale, 17 aprile 2014
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1. Gerusalemme, una sera dei primi di aprile dell’anno 30. Era il primo giorno della grande festa degli Azzimi. Gesù di Nazaret aveva radunato i suoi discepoli nella sala superiore di una casa messagli a disposizione, tutta addobbata a
festa per la cena pasquale. Sarebbe stata l’ultima volta che il Maestro sedeva a
mensa con il gruppo dei Dodici. Ad un tratto sulla tavola si allungò l’ombra del
traditore. Gesù, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine. Prima volle ostinatamente lavare loro i piedi. Poi, dopo aver consegnato il suo testamento – “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi“ – raccontano Marco e Matteo, “prese
il pane, benedisse, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli...“. Occhio al verbo ’benedire’: era la preghiera di benedizione (la beraqah) che il capofamiglia recitava
sul pane azzimo prima di distribuirlo ai commensali: “Benedetto sei tu, Signore,
Dio dell’universo. Dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane“, ma in quel
pane quella sera Gesù consegnò il suo corpo, offerto in sacrificio per noi.
Antiochia, anno 40 circa. Da qualche tempo il vangelo è arrivato in questa
grande città e per la prima volta nella comunità cristiana sono entrati anche dei
pagani di lingua greca. Quando si celebra l’eucaristia, si riprendono i quattro
verbi sul pane – prendere, benedire, spezzare, dare – solo che il vocabolo ’benedire’ viene reso in greco con il verbo eucharistein, che letteralmente significa
“rendere grazie“. La liturgia latina, sia nel canone romano che nella III preghiera
eucaristica III fonde i due verbi – benedire e rendere grazie – con questi termini:
“(Gesù) rese grazie con la preghiera di benedizione“.
Occhio ora a questa espressione: “rendere grazie con la preghiera di benedizione“. Che cosa significa? Gesù sa bene che è giunta la sua ora di passare
da questo mondo al Padre. è l’ora dell’addio ai discepoli. è l’ora della catastrofe. Gesù ha obbedito alla missione che il Padre gli ha affidato. Ma ora questa
missione sta per registrare il fallimento totale: la morte in croce. Nell’ultima
cena Gesù affronta consapevolmente questa situazione estremamente avversa.
Il suo ministero di dedizione a Dio e ai fratelli, esercitato con la generosità più
completa, sta per essere brutalmente interrotto da un tradimento: la colpa più
odiosa e più contraria al dinamismo di alleanza. Qual è la sua reazione? Quale
sarebbe la reazione da aspettarsi in una situazione così ingiusta e drammatica?
2. Una situazione analoga l’aveva già vissuta Geremia: avvisato dal Signore
di un complotto tramato contro di lui, Geremia non compie la propria vendetta
ricorrendo alla violenza, ma affida la sua vendetta a Dio. Il cuore del giovane
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
profeta di Anatot è colmo di livore e Geremia scaglia invettive implacabili contro i suoi nemici: chiede a Dio di sterminarli, di rendere le loro donne vedove
e senza figli: “Ora, Signore degli eserciti, giusto giudice, che scruti il cuore e la
mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia
causa“ (Ger 11,20).
La vittoria di Gesù è incomparabilmente più radicale e positiva. Nonostante
sia infinitamente più innocente di Geremia e la sua sorte sia drammaticamente
peggiore, il cuore di Gesù non conosce la minima traccia di odio, non brama alcuna spietata rivalsa, ma è stracolmo di gratitudine, di tenerissima misericordia
e di gratuito perdono. Gesù supera lo sconforto e spinge il suo amore oblativo
fino al massimo: al posto della spirale perversa della violenza che produce violenza, Gesù percorre la strada dell’amore. Anticipa la propria morte, rendendola
presente nel pane spezzato che trasforma nel suo corpo, nel vino che diventa il
suo sangue versato, e così tramuta la propria morte in sacrificio di alleanza per
il bene di tutti. Davvero non c’è amore più grande di questo: dare la vita per le
persone che si amano. Così l’amore stravince sull’odio e il perdono disarma la
vendetta.
Ritorniamo all’espressione: “rese grazie con la preghiera di benedizione“. è
come se Gesù dicesse: “Padre buono e santo, Abbà dolce e caro, ti rendo grazie
per questo pane, che mi dai in segno della tua bontà, e per questo vino, simbolo del tuo amore, che rallegra il cuore dei miei fratelli. Ti lodo e ti benedico,
ti rendo grazie perché per mezzo di questo pane e di questo vino, posso fare
dono della mia vita e della mia morte, il dono di tutto me stesso, per comunicare agli uomini la tua vita e stabilire così la nuova alleanza“. Quindi Gesù prendendo il pane, prende la sua vita tra le mani, la vita che il Padre gli ha donato.
Questo significa “prendere rendendo grazie“. Gesù si prende tra le mani, ma
non considera un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, non considera la
sua natura divina come una preda, non si ripiega morbosamente su di sé, non si
chiude in un mutismo amaro e risentito, ma si offre gratuitamente al Padre e si
dona generosamente ai fratelli. Adamo invece aveva preso, rubandolo, il frutto
della vita, l’aveva mangiato con avidità vorace e con livida invidia, senza riconoscere il dono e senza benedire colui che dona ogni bene. Impadronirsi del dono
significa distruggerlo nella sua natura e separarsi dal donatore. Prendere benedicendo, invece, significa ricevere con gratitudine ed entrare in comunione con
il donatore. Nella benedizione ogni goccia di vita ritrova la sua sorgente; ogni
briciola di realtà rintraccia la sua matrice e ridiventa segno di uno sconfinato
amore. Gesù si comporta da Figlio fino alla fine: riceve tutto dal Padre, a cominciare dal suo essere Figlio. Cosa è per Gesù essere Figlio, se non un continuo
ricevere tutto dall’amore del Padre? L’amore filiale è necessariamente un amore
riconoscente. Gesù si accoglie con gratitudine dal Padre, si lascia dividere, accettando, con umiltà e mitezza, di farsi spezzare come un pane fragrante, e si
lascia condividere con i fratelli.
3. Ma vivere l’economia del dono in un mondo inquinato dalla logica del
possesso esige il sacrificio di sé. L’amore non corrisposto comporta la morte del
donatore, il quale prima che i nemici gli rapiscano la vita, ne fa una consegna
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
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libera e generosa. “Il corpo donato (di Gesù), portando su di sé tutta la maledizione del nostro rifiuto, diventa pane spezzato per noi, fonte perenne di ogni
benedizione“ (S. Fausti).
Capiamo allora perché noi diciamo – sulla scorta delle Scritture – che la
passione di Gesù è stata un sacrificio o che l’eucaristia è un sacrificio. Quando
pensiamo a un sacrificio offerto a Dio, noi pensiamo a una rinuncia e a una perdita penosa: ci priviamo di qualcosa per poterla offrire a Dio, pensando così di
meritare la sua benevolenza. Ma come ’purificare’ significa ’rendere puro’, così
’sacrificare’ significa ’rendere sacro’, e non c’è niente di più sacro che l’amore. è
l’amore, solo l’amore che può rendere sacro anche il dolore, non il ripiegamento
autoreferenziale, morboso e ostile, e tantomeno la ricerca masochistica della
sofferenza, della croce per la croce. è Gesù che dà senso alla croce, non la croce
che dà senso a Gesù.
Il nostro individualismo borghese e narcisista ha dato origine a questo nostro mondo egoista, possessivo e violento, in cui la spinta oblativa nell’orizzonte
del dono viene ostinatamente neutralizzata dal mito dell’autorealizzazione, per
il quale si vale non per ciò che gratuitamente riceviamo e per ciò che generosamente doniamo, ma solo per quello che riusciamo a realizzare a nostro
esclusivo profitto. Ma se io non sono il padre del mio io, se la ’filialità’ mi sottrae
alla presunzione di una illusoria autosufficienza e mi strappa al mito disperante
della possessività più rapace, e mi riconsegna alla terra santa della gratuità, allora in ogni occasione – anche nel deserto più arido e riarso – può germogliare
il fiore benedetto della gratitudine.
Allora fare Pasqua significa “offrire se stessi a Dio, come vivi tornati dai
morti“ (Rm 6,13), e fare eucaristia equivale ad agire come Gesù, il quale “ci ha
amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore“
(Ef 5,2). Insomma fare Pasqua e fare eucaristia è vivere come Gesù: come il
chicco di grano che dona la vita marcendo.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
“Si è offerto in espiazione“
Il sacrificio di Cristo come purificazione
Omelia tenuta dal Vescovo nell’azione liturgica del Venerdì
santo.
Rimini, Basilica Cattedrale, 18 aprile 2014
Il nostro vocabolario cristiano – biblico, liturgico, ascetico – contiene non
poche parole sulle quali si è depositata una spessa patina di equivoci e di dolorose incomprensioni. Sono parole che si trascinano immagini distorte e che
pertanto hanno urgente bisogno di una energica ’raschiatura’ e di una delicata
opera di restauro, per comunicare il loro significato genuino e tornare a brillare
nel loro originario splendore. Due di queste parole sono quelle classiche, usate
– e purtroppo abusate – in passato per veicolare il messaggio del venerdì santo:
sacrificio ed espiazione. Con la sua passione e morte – si dice – Gesù ha compiuto un sacrificio di espiazione. Eppure, anche se destano una diffusa allergia e
per questo risultano esiliate dal linguaggio corrente, queste parole continuano
ad essere tuttora “in corso“ nella liturgia odierna.
1. Per quanto riguarda la parola sacrificio, basterà ricordare che, mentre
nell’accezione comune questo termine ha assunto un senso negativo in quanto
evoca l’immagine di una dolorosa privazione, di per sé è un vocabolo positivo
del linguaggio religioso, così come indica la sua etimologia. Infatti sacrificare è
un verbo di azione, che significa “rendere sacro“, così come “semplificare“ significa “rendere semplice“ e “purificare“, “rendere puro“.
Pieghiamoci ora sull’altra parola: espiazione. Nel linguaggio corrente, anche
il verbo “espiare“ ha acquisito una accezione negativa, nel senso di “subire una
pena“, e poco importa se il reo accetti o meno la sentenza di condanna: se subisce la pena, espia. Invece l’idea biblica di ’espiare’ è quella di “portare rimedio
al male“. Nella prima lettera di Giovanni si legge: “In questo sta l’amore: non
siamo stati noi ad amare Dio, ma Dio ha amato noi e ha mandato suo Figlio
come vittima di espiazione per i nostri peccati“ (1Gv 4,10), ma sarebbe più esatto rendere “vittima di espiazione“ con “strumento di perdono“. Ecco, espiazione
è da intendere come purificazione, non come castigo sostitutivo e sacrificio “in
risarcimento“ del dolo e del danno arrecato con il peccato. Gesù non è stato
condannato da Dio al posto nostro, anche se ha sofferto al posto nostro e a
vantaggio nostro. L’amore del Padre ha fatto del Figlio in croce lo strumento
di purificazione dei nostri peccati, il ponte di riconciliazione con noi peccatori.
La morte del Crocifisso è stata un vero radicale gesto di purificazione: quando nell’Antico Testamento il popolo offriva un sacrificio di riconciliazione, veniva prima asperso con il sangue della vittima per essere purificato dai peccati
e riabilitato a rendere culto a Dio. Quindi il sacrificio non agiva su Dio, ma sul
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
peccatore; è Dio che purifica dal peccato, ristabilendo la comunione e la pace
con il suo popolo. Il sangue era considerato sede della vita e perciò simbolo
divino, atto a produrre qualcosa di sacro e di sovrumano: non è un dono fatto
dal popolo a Dio, ma un dono fatto da Dio al popolo. Questo significato veniva
espresso dal rito dell’aspersione: la vita di Dio torna a circolare in quella comunità con cui Dio stesso ristabilisce l’alleanza. Certo, nella Bibbia si sviluppa
anche il tema dell’ira di Dio, ma la collera di Dio è solo la tristezza del Padre nel
constatare il male che i suoi figli si sono fatti con il peccato. Afferma s. Tommaso: “Si dice che Dio si placa non nel senso che egli riprenderebbe di nuovo ad
amare, ma nel senso che dall’uomo viene allontanata la causa dell’odio, cioè il
peccato“. è chiaro quindi che non è stato l’uomo a riconciliarsi con Dio, ma “Dio
ha riconciliato a sé il mondo“: non è il peccatore che si propizia Dio offrendogli
un rimborso per il peccato commesso, ma è Dio che si rende propizio l’uomo
donandogli un sangue nuovo, cioè la sua stessa vita divina.
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2. In questo senso, è da rigettare energicamente l’idea del Crocifisso come
il capro espiatorio del nostro peccato. Quando nell’antico Israele si celebrava
la liturgia del grande giorno dell’espiazione, descritta nel cap. 16 del libro del
Levitico, due erano i capri che venivano presentati al sommo sacerdote: uno era
il “capro per Azazel“ (il capo dei demoni), sul quale il sacerdote imponeva le
mani per scaricarvi i peccati del popolo, e che poi veniva mandato a morire nel
deserto, il luogo dei demoni. L’altro era il “capro per JHWH“ che veniva immolato come vittima sacrificale a Dio. Nel Nuovo Testamento, quando si parla del sacrificio di Cristo, non si fa mai allusione al rito del capro espiatorio, ma sempre
e solo all’agnello pasquale (cfr 1Cor 5,7). Cristo non è il parafulmine sul quale
un Dio indignato scaricherebbe la sua incontenibile ira. Il sangue dell’agnello
non serviva a “placare Dio“, ma a segnare i suoi eletti. Inoltre l’immolazione
della vittima non va intesa come punizione che l’uomo ha meritato col peccato
e che in qualche modo subisce nella vittima, uccisa al suo posto. L’immolazione
è piuttosto oblazione a Dio per esprimere l’offerta di sé; significa che per il peccatore non si dà ritorno a Dio se egli prima non muore a se stesso.
La croce perciò non è un sacrificio offerto a una divinità vendicativa, quasi
Dio vedesse nel proprio Figlio il colpevole del peccato del mondo e il maledetto
su cui esercitare il rigore spietato di una inflessibile giustizia. Nella sua carne
martoriata, nel suo volto straziato, Cristo è l’immagine plastica del peccato degli uomini: solidale con un mondo incancrenito dal peccato, egli cade vittima
dell’epidemia che cura a proprio rischio e pericolo. Si verifica così lo scambio
meraviglioso: tra la sua ricchezza e la nostra povertà; tra la sua forza e la nostra
debolezza; addirittura tra la sua giustizia e il nostro peccato.
Morendo in croce, per solidarietà con i peccatori, Gesù condivide la maledizione comminata ai trasgressori della Legge ebraica, perché questa era l’infamia che colpiva chi veniva appeso alla forca. Nella prospettiva della Legge,
Gesù, confitto al patibolo, appare maledetto, ma nella prospettiva della fede,
egli è l’origine della benedizione di Dio ai credenti. L’amore di Cristo per noi è
stato tale da indurlo ad accettare di essere maledetto agli occhi della Legge; in
cambio egli ci comunica la benedizione stessa di Dio. Una retta comprensione
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
di questo messaggio farà evitare la lettura in “cortocircuito“ della relazione tra il
Figlio e il Padre, e susciterà uno scoppio di ammirazione: “Dolce scambio, opera
imperscrutabile, benefici insospettati! L’ingiustizia di molti viene riparata da un
solo giusto e la giustizia di uno solo rende giusti molti criminali!“.
La redenzione è stata resa possibile non tanto dal dolore sofferto da Gesù,
quanto dal suo amore offerto al Padre per noi peccatori. Gesù ama soffrendo
e soffre amando. Il suo sacrificio non è consistito tanto nella morte, ma nella
“morte della morte“, attraverso il fuoco dell’amore. è la trasfigurazione di una
morte da scomunicato in mezzo di comunione; è la trasformazione del suo sangue innocente, criminalmente versato, in sangue di alleanza e di riconciliazione.
“L’offesa è cancellata solo dall’amore“ (s. Tommaso d’Aquino).
3. Davanti a Gesù crocifisso, oggi noi vogliamo contemplare l’incredibile
amore del Padre, che mentre il Figlio patisce, egli ’con–patisce’. “Come avrebbe potuto il Figlio patire, senza che il Padre compatisse?“ (Tertulliano). Non
possiamo allora più ripetere la frase che “l’uomo soffre, e Dio no“! A noi che
oggi passiamo davanti alla croce, la liturgia ci permette di ascoltare il lamento
di Dio Padre: “O tu che passi per la via della croce, fermati almeno un istante e
domandati se c’è un dolore simile al dolore di Dio“.
E noi possiamo rivolgerci al Padre di ogni bontà e di sconfinata misericordia, e dirgli con cuore stupito e commosso: “Quanto ci hai amato, Padre buono,
che non ti sei risparmiato il tuo unico Figlio, ma lo hai consegnato per noi empi!
Quanto ci hai amato!“.
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
Se Cristo non fosse risorto
Omelia tenuta dal Vescovo durante la Veglia Pasquale
Rimini, Basilica Cattedrale, 19 aprile 2014
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1. Gesù è risorto! Questa è la notizia più straordinaria e sorprendente di
tutti i tempi. Gesù è vivo, è realmente, personalmente, integralmente vivo. è
realmente vivo: non come talvolta si dice dei cari defunti che vivono nel nostro
affettuoso, indelebile ricordo. O come, con una buona dose di patetica retorica,
si definiscono immortali i grandi della storia. Gesù è personalmente vivo: lo è
nella consistenza della sua umano–divina soggettività, e non nel senso che la
sua memoria continuerebbe a rimanere desta e viva nella sua opera, proseguita
dai suoi seguaci. Gesù è integralmente vivo, non per il fatto che l’anima non
muore mai, ma perché l’intera sua natura di uomo – e dunque anche il suo
corpo – con tanto di organi e di apparati, e con un vero, pulsante cuore di carne
– è soggetto vivo e attivo di esperienza, di movimento, di operazioni e di azioni
varie. Gesù non è vivo come era vivo Lazzaro, al quale da Gesù stesso era stata
semplicemente prorogata la data della definitiva sepoltura. Lazzaro era risorto
“all’indietro“, tornando alla vita di prima; Gesù è risorto “in avanti“, come uno
che ha definitivamente sconfitto la morte. Lo precisa san Paolo: “Cristo, risorto
dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui“ (Rm 6,9).
Gesù è risorto e vive. Da quel mattino di una domenica dei primi di aprile
dell’anno 30, ancora una volta in queste ore la notizia vertiginosa e strabiliante
della sua risurrezione sta facendo il giro del mondo. Ma a forza di risentirla e
di ripeterla, non si rischia di ridurla a una sorta di chewing–gum, che più si
mastica e più perde sapore? Ma allora che notizia può essere mai un annuncio
che finisce per non accendere più alcun brivido di stupore? Permettetemi perciò di provare a rilanciare questa notizia formulandola “per assurdo“: che cosa
sarebbe successo o succederebbe se Cristo non fosse risorto? è, questo, il filo
di ragionamento che segue san Paolo ai cristiani di Corinto: “Se Cristo non è
risorto, la nostra predicazione è insensata e la vostra fede risulta infondata. Se
Cristo non è risorto, allora neanche noi risorgeremo. Se Cristo non è risorto,
allora noi siamo ancora impantanati nella palude dei nostri peccati. Se Cristo
non è risorto e neanche i morti risorgono, allora mangiamo e beviamo, tanto
domani moriremo“ (cfr 1Cor 15, 14–32) .
2. Ecco, cosa sarebbe successo se Cristo non fosse risorto... Primo, la vicenda di Gesù di Nazaret sarebbe stata una bella storia finita male, anzi una delle
storie più esaltanti finita nel peggiore dei modi. Gesù aveva percorso in lungo
e in largo la sua patria, la Palestina, facendo del bene a tutti e risanando quanti
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
erano prigionieri del male. Aveva amato appassionatamente la vita, quella dei
fiori e degli animali, ma soprattutto la vita degli uomini, a partire dagli ultimi e
i poveri, ai quali diceva: “Vostro è il regno di Dio“. Di questo regno mostrava i
segni: alle folle affamate offriva il pane della vita; ai malati e ai sofferenti ridonava la salute e il sorriso; ai peccatori e alle peccatrici assicurava la misericordia
e il consolante perdono di Dio. Ma ben presto incontrò il rifiuto degli uomini e
conobbe il dolore e l’ingiustizia. Alcuni lo avversarono per tutto il tempo della
sua missione, e, alla fine, con ingiusta sentenza, lo uccisero appendendolo alla
croce. I suoi nemici gridarono allo scandalo: come poteva chiamarsi Messia se
non era riuscito a salvare se stesso? Come poteva chiamare Dio suo Padre se
non lo aveva salvato dalla croce?
Secondo, se Cristo non fosse risorto, noi non potremmo credere in un Dio
che è Padre. Gesù era rimasto fedele a Dio sino a dare la vita per lui, ma aveva
predicato un Dio ’diverso’ e lo aveva onorato con una prassi di vita ’diversa’.
Questa diversità è stata la ragione della sua condanna a morte, ma lui ha sostenuto che era, al contrario, la trascrizione più fedele del volto di Dio, nel cui
nome osava correggere la Legge ebraica che Dio stesso aveva dato a Mosè. La
risurrezione è il test più attendibile che in quella diversità Dio si è riconosciuto.
La risurrezione non ha mutato la diversità di quell’immagine: ne ha mostrato la
verità. Il Crocifisso è un uomo che ha sostenuto di avere un rapporto filiale con
questo Dio che egli chiamava affettuosamente Abbà, un rapporto diverso da
quello di ogni altro uomo. La risurrezione è il segno che questa pretesa era vera.
Terzo, se Cristo non fosse risorto, noi non potremmo ricevere il suo Spirito.
Se io vedo un uomo, che per salvare la mia vita, ha rinunciato alla sua, potrò
dire: “Ha dato la sua vita per me“. In effetti Gesù è morto per l’amicizia che mi
ha donato, per le parole che mi ha insegnato, per il mondo nuovo che mi ha
promesso. Ma se poi lo incontro anche ’risorto’, di nuovo inspiegabilmente vivo,
e mi sento per di più riempire di una vita che non è la mia, dirò ancora: “Ha dato
per me la sua vita“. Ma ora questa espressione afferma una ulteriore certezza:
che la sostanza della sua vita è passata nella mia, tanto che io ne faccio esperienza. Questo è il ’regalo’ di Pasqua, il dono del Risorto: lo Spirito Santo. Ora io
non posso più concepire la vita, la morte e la risurrezione di Gesù, come qualcosa di esteriore alla mia persona, ma come una esperienza che mi sorprende
– nel senso letterale del termine: mi rigira sottosopra – che mi coinvolge e mi
trasforma, che trascina con sé il mio stesso essere e agire. Ormai nella vita e
nella morte, totalmente e irreversibilmente, io appartengo a lui.
Quarto, se Cristo non fosse risorto, non ci sarebbe la sua Chiesa. Tutt’al più
i sarebbe qualche congrega di gente che si rifà al suo modo di vestire, di parlare
e di agire. O qualche accademia che cita le sue sentenze e ricorda i suoi fioretti. O un qualche museo dove si custodiscono i cimeli legati alla sua memoria,
oppure dove si conserva gelosamente qualche sua rarissima reliquia, come il
lenzuolo che ne avrebbe avvolto il cadavere. O, tutt’al più, ci sarebbe da qualche parte un mausoleo, forse imponente ma freddo e vuoto, senza neanche i
suoi resti mortali. Ma non è questa la sua Chiesa. La Chiesa di Gesù Cristo è
la comunità storicamente legata a doppio giro di corda al Risorto. Non è mai
esistita una Chiesa slegata dalla fede nella risurrezione del Crocifisso; essa
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
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anzi ha preso forma proprio perché ha potuto fare esperienza di un particolare incontro con lui dopo la sua morte. La Chiesa è la comunità dei fedeli che
credono fermamente che Cristo è vivo e continua a vivere e ad operare in ogni
comunità cristiana. La Chiesa crede che è Cristo che battezza quando si celebra
il battesimo, è Cristo che –non si commemora – ma si rende presente e vivo
quando si celebra l’eucaristia.
Quinto, se Cristo non fosse risorto, la storia sarebbe “la favola raccontata
da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla“ (Shakespeare). Ma “se davvero Cristo è risorto, allora tutto è possibile“, come afferma un
filosofo non credente (M. Ferraris). Infatti il Risorto è lui il Signore della storia.
Pertanto la fede dei cristiani presenta sempre un carattere di sfida a tutto quello
che può apparire ineluttabile, già deciso e definitivo, privo di prospettive e di
speranza. Da qui deriva quel timbro di audacia che spetta al messaggio cristiano. Il credente sa che appunto “tutto è possibile“ e si impegna generosamente
a difendere le ragioni del bene rispetto ad ogni propaganda dell’inevitabilità di
questo o di quel male. Questo carattere di ’resistenza’ è oggi particolarmente
importante, in quanto la cultura, la politica, l’economia sembrano non riuscire
più a trovare risorse, modelli, indicazioni in grado di contrastare le spinte egoistiche che dominano ciò che papa Francesco chiama la “globalizzazione dell’indifferenza“ e la “cultura dello scarto“, che lasciano fuori della porta della storia
milioni di esseri umani e li continuano a sfruttare senza troppe preoccupazioni
per il futuro del pianeta.
Infine, se Cristo non fosse risorto, la nostra vita sarebbe come un pacco
postale, spedito dall’ostetricia all’obitorio, e non invece un pellegrinaggio verso
la casa del Padre, come ci ricorda la fede in Cristo risorto. Una fede che non si
può mostrare con una faccia da funerale, ma solo con una vita da risorti e con
fatti di vita nuova: bella, buona, beata.
è il regalo di Pasqua, la grazia di questa santa veglia, la gioia e l’impegno
del nostro cammino.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
Ha liberato la nostra libertà
Il sacrificio di Cristo come liberazione
Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa del Giorno di Pasqua
Rimini, Basilica Cattedrale, 20 aprile 2014
Noi umani siamo fatti così: siamo fatti di carne e sangue, ma non possiamo
vivere solo di aria e di pane, di sonno e di sforzi, di fughe e rincorse. Non possiamo vivere costantemente bloccati da mille e una paura, e sempre in affanno per
qualche raro piacere. Noi umani abbiamo fame di futuro, e sappiamo di averla.
Anche gli altri animali bipedi e implumi hanno un ieri e un domani, ma, oltre a
non saperlo, il loro domani non è veramente un nuovo giorno: è la ripetizione
necessaria, inesorabile e prevedibile di ciò che è stato ieri. Un po’ come un
robot perfettamente programmato, che va avanti, con precisione automatica,
per conto suo.
1. Ogni essere umano, invece, non può non aprirsi a cose nuove, non ancora successe: sono le cose che potranno avvenire, quelle che i romani chiamavano le ad–venturae, da cui il nostro ’avventure’. Ogni figlio d’Eva può spingere
la mente sempre oltre, può gettare il cuore più in là, sempre più in là; può sognare una immagine di sé e porla davanti a sé (pro–getto). La persona umana
è tale perché può camminare verso il progetto di sé. Questa capacità di futuro
prende il nome di libertà: la vita umana non è la pura e semplice riproduzione
di ciò che si è sempre verificato, ma la libera apertura a ciò che non è ancora
avvenuto.
Poi, prima o poi, si sperimenta lo scacco matto della morte: si scopre che
non bastiamo a noi stessi, si sperimenta che la nostra libertà è fragile e crepuscolare, non ci bastano le nostre piccole abitudini, cadiamo vittime di voglie e
miraggi, ci fabbrichiamo idoli a cui affidare la soddisfazione dei nostri bisogni
immediati. è stata l’esperienza del popolo d’Israele nel deserto. Alla fatica del
futuro libero, ma misterioso e inafferrabile, il popolo preferisce lo squallore di
un passato schiavo ma chiaro e sicuro.
Nella storia di Israele si specchia la storia di noi, nuovo Israele. Ma è nel
Nuovo Testamento che si smaschera la perversa strategia di Satana, il quale ci
tiene schiavi con la madre di tutte le paure: la morte. E, all’opposto, si profila
la strategia di Gesù. Eccola, concentrata in due righe: “Gli uomini sono fatti di
carne e sangue. Per questo anche Gesù è diventato come loro, ha partecipato
alla loro natura umana. Così, mediante la propria morte, ha potuto distruggere
il demonio, che ha il potere della morte; e ha potuto liberare quelli che vivevano
sempre come schiavi, per paura della morte“ (Eb 2,14–15).
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.1
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2. La vita di Gesù è stata l’esigente, affascinante avventura di una libertà
sempre più grande. Gesù non si è atteggiato ad asceta duro, alla maniera di
Giovanni Battista, ma non è neppure mai stato schiavo della bramosia di possedere. Ha insegnato con parole e con atteggiamenti coerenti che la ricchezza
diventa padrona, quando uno ripone in essa la misura del proprio valore e la
sicurezza della propria vita.
Oltre che dalla ricchezza, Gesù è stato anche libero dalla suggestione del
potere e dalla tentazione di dominare gli altri. Si è presentato come “colui che
serve“ (Lc 22,27) e ha insegnato che l’autorità deve essere esercitata come un
servizio, e non come un dominio oppressivo: “Chi vuol essere il primo, sarà il
servo di tutti“ (Mc 10,44). .
La liberazione dal possesso egoistico e dall’ambizione, però, non è sufficiente. Il regno di Dio – ha insegnato Gesù – trasforma anche gli affetti e li apre
a valori più alti e universali. Gesù riconosce il valore della famiglia, eppure non
esita a dichiarare che la sua famiglia più vera è quella formata dai discepoli che
compiono la volontà del Padre.
Ma come fa Gesù a liberarci dall’incubo della morte, dall’ansia ossessiva di
trovare sicurezze e piaceri per sentirsi vivi? Come ha fatto Gesù a vincere in se
stesso la paura della morte? Abbandonandosi con fiducia nelle mani del Padre.
Gesù stesso spiega così la sua scelta di andare incontro alla morte in croce:“Per
questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita“ (Gv 10,17). Ecco il segreto
della libertà che Gesù ha svelato e realizzato anche per noi: fare sempre e totalmente la volontà del Padre genera e tiene in vita la libertà capace di amare e
servire fino all’estremo! L’incomprensione degli amici, l’odio degli avversari, la
minaccia sempre pendente sul suo onore, sui beni a cui avrebbe avuto diritto,
sulla sua stessa vita – minaccia tradotta poi in atto nella morte in croce – non
sono stati per lui un incitamento a difendere rabbiosamente questi beni, continuando la spirale di odio, di egoismo, di vendetta da cui gli uomini non riescono, da soli, a liberarsi. Gesù ha spezzato la catena soffocante del passato: ha
visto nell’odio e nella morte preparatagli dagli oppositori, un motivo per amare
di più coloro che gli erano nemici.
In base a che cosa, dunque, ha potuto compiere questa trasformazione?
Ha potuto perdere la vita perché si è fidato del Padre, che crea e ricrea la vita.
Gesù non ha voluto mettere le mani sul proprio futuro, prolungando la sua vita
fisica con tutti i beni che le fanno corona. Ha consegnato il suo domani nelle
mani tenere e forti di Dio Padre e l’ha ricevuto dalle sue mani come un dono:
quel dono che il Nuovo Testamento chiama “risurrezione dai morti“ per indicare
non la semplice restituzione della vita, ma il dono di una vita nuova, definitiva,
diversa rispetto a quella fragile e mortale che noi conduciamo sulla terra.
3. Così la storia di Gesù non è solo la commovente vicenda dell’innocente
che vince il male, con il suo disarmato amore, ma è vittoria divina sul male,
vera distruzione del passato malvagio e condizionante, vero e pieno perdono
del peccato. L’evento–Gesù non è solo un nobile buon esempio lasciato ai posteri, ma è forza di rinnovamento che Gesù, vivente per sempre presso il Padre,
comunica a coloro che si lasciano raggiungere da lui, entrano in comunione
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.1
con la sua persona. Dalla storia di Cristo nasce così la storia cristiana. Dalla vita
di Cristo scaturisce la vita nuova dei cristiani. Dalla libertà di Cristo si accende
l’avventura della nostra libertà. è il carattere pasquale dell’esistenza cristiana.
Sepolti con Cristo al momento del battesimo, noi siamo pure risorti con lui,
perché abbiamo creduto alla forza di Dio che lo ha risuscitato. La nuova vita in
cui siamo entrati non è altro che la partecipazione reale alla vita di Cristo risorto. Questa certezza infrangibile comanda e ispira tutto il nostro cammino. San
Paolo ci ha appena ricordato: “Se siete risorti insieme con Cristo, cercate le cose
del cielo, dove Cristo regna accanto a Dio“ (Col 3,1). La partecipazione alla sua
risurrezione è pure la fontana a cui appagare la sete ardente di speranza che
ci brucia in cuore. Se il cristiano attende con impazienza la trasformazione del
suo corpo di miseria in corpo di gloria, è perché già possiede il pegno di questa
vita futura. La nostra risurrezione finale non farà che manifestare chiaramente
ciò che noi siamo già nella realtà segreta del mistero: ora la nostra vera vita è
nascosta con il Risorto nel cuore di Dio.
Questo può fare di noi la Pasqua di Cristo. Alleluja!
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Omelie
Lettere e Messaggi
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Lettera per il Mercoledì delle
Ceneri
Ai Reverendi Parroci
delle Parrocchie del Vicariato Urbano
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Carissimi,
esattamente fra un mese inizierà la Quaresima, il grande periodo penitenziale, che – mediante “l’ascolto più frequente della parola di Dio e la dedizione
alla preghiera“ (S.C.109) – dispone i fedeli alla celebrazione della Santa Pasqua.
Molto opportunamente, nella nostra Diocesi, è dal Giubileo del Duemila che la
sera del Mercoledì delle Ceneri si svolge una solenne liturgia penitenziale, con la
proclamazione della Parola di Dio, con l’imposizione delle ceneri e un congruo
tempo per le confessioni individuali.
Purtroppo, negli ultimi anni, la presenza delle comunità parrocchiali si è
alquanto indebolita, e ne ha risentito sia lo spirito della celebrazione sia la partecipazione “consapevole, attiva e fruttuosa“ dei fedeli. Vengo perciò a raccomandare ai parroci, agli operatori pastorali e ai fedeli tutti, di programmare in tempo
la partecipazione più larga possibile a tale celebrazione che avrà luogo nella
Basilica Cattedrale il 5 marzo p.v. alle ore 20.30.
Faccio presente che, insieme alla solenne processione del Corpus Domini,
questo è l’altro evento in cui la comunità cristiana della Città viene convocata dal
Vescovo, perché sia un segno di fede anche per tutti i nostri concittadini. Tenendo poi conto che “la penitenza del tempo quaresimale non sia soltanto interna
ed individuale, ma anche esterna e sociale“ (S.C.110), e considerato che il Mercoledì delle Ceneri è anche il giorno di digiuno, propongo che l’equivalente del
“salta–cena“, o altre offerte libere, vengano in quell’occasione raccolte perché
siano devolute per il “Fondo del Lavoro“.
Vi ringrazio dell’ascolto e della vostra generosa disponibilità. Vi saluto e benedico di cuore, con san Paolo: “Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione,
fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio
dell’amore e della pace sarà con voi.“
Rimini, 5 febbraio 2014
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Lettera alla Missione
Diocesana in Albania dopo la
Visita Pastorale
Ai Missionari in Albania
Alla Commissione Diocesana per l’Albania
Carissimi,
posso finalmente inviarvi alcune riflessioni e indicazioni, dopo la mia visita
alla Missione Diocesana in Albania.
1 - Il grande orizzonte
Continua a risuonare forte il segnale alto inviatoci da papa Francesco con la
sua esortazione apostolica La gioia del Vangelo: “Usciamo, usciamo ad offrire a
tutti la vita di Gesù Cristo“ (n. 49). Il Vescovo di Roma ci va dicendo e ridicendo
in tutti i toni che “l’attività missionaria rappresenta, ancora oggi, la massima sfida
per la Chiesa (...), il paradigma della sua opera“ (n. 15). Concretamente il Papa ci
chiede due sì – alla sfida di una pastorale missionaria (nn. 78–80); alle relazioni
nuove generate da Gesù Cristo (87–92) – e tre no: all’accidia egoista (81–83);
al pessimismo sterile (nn. 84–86); alla mondanità spirituale (nn. 93–97); alla
guerra tra di noi (98–101). Il Papa ci ricorda che “le sfide esistono per essere
superate. Siamo realisti, ma senza perdere l’allegria, l’audacia e la dedizione
piena di speranza! Non lasciamoci rubare la forza missionaria!“ (n. 109). Ma il
messaggio del Papa è tutto martellato da altri ’allarmi’ e ci mettono in guardia da
altrettanti ’scippi’ quanto mai nocivi: “Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!“ (n. 68); “Non lasciamoci rubare la speranza!“ (n. 86); “Non lasciamoci rubare la comunità“ (n. 91); Non lasciamoci rubare il Vangelo“ (n. 97); “Non
lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!“ (n. 101).
Il Messaggio del Papa ci aiuta anche ad evitare le trappole ideologiche nelle
quali cadiamo quando assolutizziamo certi nostri schemi parziali e riduttivi. Ne
segnalo due, che ho visto serpeggiare tra di noi. Il primo, riguarda “l’importanza
dell’evangelizzazione intesa come inculturazione. Ciascuna porzione del popolo
di Dio, traducendo nella propria vita il dono di Dio secondo il proprio genio,
offre testimonianza alla fede ricevuta e la arricchisce con nuove espressioni che
sono eloquenti“ (n. 122). Il secondo ’ideologismo’ riguarda il rapporto tra evangelizzazione e promozione umana. Qui il Papa sintetizza e rilancia il messaggio
già espresso dal Concilio e da tutto il magistero post–conciliare: “Dal cuore del
Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione
umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l’azione evangelizzatrice“ (n. 178). Vi ho già detto che le due strade dell’evangelizzazione e
Lettere e Messaggi
51
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
della promozione umana non sono alternative, ma convergenti. Una evangelizzazione senza l’impegno coerente della promozione umana rischierebbe di negare la verità dell’Incarnazione. Una promozione umana senza la luce dell’evangelizzazione si ridurrebbe fatalmente a generica filantropia.
Cari fratelli e sorelle missionarie/i, non vi sembra che questi orientamenti
’ad alta quota’, tradotti in indicazioni limpide e concrete, ci possano e debbano
aiutare a stimarci e a rispettarci di più, a sopportarci con più misericordia e tenerezza, a sostenerci reciprocamente nel rimanere fedeli alla vocazione battesimale, alla nostra specifica spiritualità, ai rispettivi compiti ed impegni? Non vi
sembra che i fratelli che siamo chiamati a servire abbiano il diritto di vederci più
uniti a priori nell’essenziale e più capaci di convergere anche nell’opinabile? Ci
crediamo, non è vero? Che la prima missione è la comunione tra di noi? Domandiamoci onestamente: chi di noi è senza peccato al punto da poter scagliare la
prima pietra? Chi di noi può permettersi di togliere la pagliuzza dall’occhio del
fratello senza prima essersi tolta la trave dal proprio occhio? è necessario pertanto riprendere la strada della riconciliazione, della preghiera comune – almeno
una volta alla settimana, tra tutti i missionari – e ricostruire continuamente un
rapporto di fiducia reciproca, sulla base dei criteri sopra indicati.
52
2 – Alcuni passi concreti
1. Vorrei ora passare ad alcune valutazioni più mirate al contesto della nostra
missione diocesana. Innanzitutto mi piace sottolineare il grande bene che la
presenza dei missionari garantisce nei Centri di Berat, Uznove, Kucova, e come
tale presenza articolata e coordinata favorisca la comunione tra i cristiani dei
tre Centri. Al riguardo vi raccomando di perseguire con ogni sforzo l’unità della
missione, soprattutto tra gli operatori pastorali, fino a comprendere tutti i fratelli
e sorelle catecumeni e battezzati.
2. Inoltre vi domando un inserimento diretto e formale di qualche componente della Comunità missionaria nella Fondazione Shen Asti. In seguito sarà da
valutare assieme la presenza effettiva nelle attività della Fondazione, e la possibilità o meno di ulteriori sviluppi.
3. Ancora, vi chiedo la carità di continuare e, se possibile, migliorare la collaborazione con l’attività scolastica e culturale delle suore Maestre Pie Filippini e
con le attività della Fondazione Sphresa.
4. è importante che, pur tenendo distinti i singoli capitoli di spesa, nella
richiesta di sostegno economico – alle parrocchie, ai vari enti, al Campolavoro
missionario, a privati…– la Missione si presenti in modo unitario e che le offerte
vadano a confluire verso un solo destinatario: la Missione Diocesana. A volte
potrà essere proficuo, come immagine, proporre il finanziamento di un progetto
specifico, ma che la missione realizza all’interno del progetto globale. Inoltre
ognuno coglierà le occasioni di sensibilizzazione in base alle proprie conoscenze
e amicizie.
5. Per quanto riguarda i vari capitoli di spesa, ritengo opportuno che sia la
comunità missionaria, in accordo con il direttore diocesano di Missio, a predisporre un piano preventivo di spesa per l’anno, comprendente i vari capitoli e
con il criterio del contenimento dei costi.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
6. Considero urgente un incontro chiarificatore con i responsabili del Campolavoro Missionario diocesano. Se vuole essere ’diocesano’ ed avere tutto il
supporto del Vescovo e della Diocesi, di Missio, delle parrocchie, dei volontari
ecc., la Missione Diocesana, pur senza esigere una destinazione esclusiva dei
contributi, non può non esserne un obiettivo prioritario, e nel senso unitario
indicato sopra.
7. A due anni di distanza, si profila l’opportunità di una ricostituzione della
Commissione Albania, con lo scopo di fare da ponte tra la Missione, il nostro
Presbiterio e la Diocesi di Rimini. La sua opera potrà giovare alla realizzazione di
progetti proposti dalla Comunità Missionaria, alla formazione e preparazione dei
volontari che periodicamente si recheranno in missione e alla cura dei numerosi Albanesi presenti nelle nostre comunità, diversi dei quali hanno ricevuto o
chiedono il battesimo. Tale Commissione risulterà composta da: Don Aldo Fonti,
Direttore dell’Ufficio missionario diocesano (Missio); don Giuseppe Vaccarini,
primo missionario in Albania e nostro Responsabile per il Catecumenato; don
Lanfranco Bellavista e un rappresentante dell’Associazione Famiglia Vogel; don
Giovanni VaccariniOsvaldo Caldari, Gualtiero Galassi, della Fondazione Shen Asti,
e altri due laici, indicati dal Direttore della Missio diocesana. Durante l’anno terranno alcuni incontri con i componenti delle Fondazioni e con sacerdoti e laici
più vicini alla Missione.
Ora vi saluto servendomi delle parole di san Paolo: “Siate sempre lieti nel
Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è
vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le
vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che
supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù“
(Fil 4,4–7).
Vi benedico con grande affetto
Rimini, 12 marzo 2014
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Nomina Presidente Azione
Cattolica Diocesana
Gent.ma Sig.ra
Prof.ssa MIRNA AMBROGIANI
c/o AZIONE CATTOLICA ITALIANA
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Carissima Mirna,
ho ricevuto la comunicazione della terna, indicata dal rinnovato Consiglio Diocesano di Azione Cattolica, per la nomina del Presidente Diocesano della
medesima Associazione.
Ti nomino pertanto molto volentieri, a norma dello Statuto, Presidente Diocesano dell’Azione Cattolica confermandoti il mandato per il triennio 2014–2017.
Il Beato Alberto Marvelli sostenga e protegga il tuo servizio all’Azione Cattolica e alla nostra Chiesa diocesana.
Di cuore ti ringrazio per la tua disponibilità e ti benedico
Rimini, 12 marzo 2014
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Dio ci ha spedito una lettera.
è la Bibbia
Lettera del Vescovo per la Pasqua 2014
La Bibbia è come una lettera. Mittente: Dio. Destinatari: tutti noi. La Bibbia
è come una lettera di famiglia, che Dio ha scritto in particolare alle famiglie cristiane. Queste poche righe vorrebbero semplicemente aiutare a non aver paura
di aprirla. In questo anno dedicato dalla Diocesi alla Parola di Dio, vi chiedo il
permesso di entrare a casa vostra e di parlarne un po’ insieme...
Una storia come parabola
Due anziani coniugi, alla sera del loro 60° di matrimonio. Era stata una giornata indimenticabile: dopo la Messa delle nozze di diamante e il pranzo al ristorante, i due rientrarono in casa, accompagnati dal corteo di figli, nipoti e
pronipoti. Furono proprio i più piccoli, che, prima di lasciare i bisnonni da soli,
cominciarono ad insistere, in coro: “Fateci vedere qualche foto–ricordo del vostro matrimonio“. Gli anziani sposini tirarono giù da un vecchio armadio uno
scatolone polveroso: da come lo guardavano, si percepiva a pelle che lì dentro
c’era un po’ il loro “tesoro“. E cominciarono a pescare: ne cavarono fuori delle
foto, prima fra tutte quella, solenne e radiosa, del giorno delle nozze. Poi l’ingrandimento della foto del primo figlio, poi quella di un paesaggio estivo: la loro
prima villeggiatura. Pescarono ancora e vennero fuori delle cartoline che si erano
scambiati durante il fidanzamento: qualcuna, un po’ logora, perché lui se l’era
tenuta sotto la giubba, durante il militare. Poi venne fuori un albero genealogico:
una lista monotona di nomi e di date, che dicevano la fierezza di appartenere
a una discendenza. Poi estrassero un pacco di lettere d’amore, capaci ancora di
far arrossire lei, e di imbarazzare un po’ anche lui. Pescarono ancora e ritrovarono delle preghiere scritte per i grandi eventi della loro vita. Venne fuori anche
l’omelia della Messa di nozze, che il vecchio parroco aveva voluto lasciare loro
come ricordo e che avevano riletto ogni anno nell’anniversario di matrimonio. E
ancora: il contratto d’affitto del loro primo appartamento. Via via che li presentavano, quei “reperti“ in mano a loro sembravano illuminarsi e diventavano dei
frammenti, dolorosi o gioiosi, di qualche tratto del loro lungo cammino...
Proviamo ad aprire la Bibbia
Applicata alla Bibbia, questa ’parabola’ pecca certamente per difetto. Tuttavia
ci aiuta a cogliere delle dimensioni importanti della Sacra Scrittura. Innanzitutto
ci ricorda che prima si vive, poi si scrive. La Bibbia è una storia divenuta “testo“.
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
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Quegli anziani sposi non mostravano dei “documenti“, ma dei concentrati della
loro vita. Attraverso di essi si poteva partecipare alla loro avventura d’amore. Così
è per la Bibbia: attraverso i suoi scritti, si può scoprire l’avventura di un popolo di
credenti, si può entrare nel loro “mondo“. La Bibbia non è come il Corano: non
è piovuta in verticale dal cielo, dettata da un arcangelo dalle ali dorate, ma non
è neanche nata a tavolino. Vi sono pagine scritte nella sontuosa corte di un re,
altre nel buio di un carcere; alcune riflettono la dolce luce di un plenilunio estivo,
altre gridano il trauma desolante dell’esilio; alcune cantano un’ardente passione
d’amore, altre tradiscono una scottante situazione politica.
Inoltre la Bibbia non è stata scritta di getto, tutta in una volta. La sua formazione progressiva rispecchia il cammino compiuto dal popolo d’Israele e dalla
Chiesa primitiva. Gli elementi che la compongono hanno preso forma e sono
cresciuti lungo un arco di storia durato quasi due millenni.
Altro elemento importante: la varietà dei generi letterari che caratterizzano
le pagine della Scrittura. Come un’omelia non appartiene allo stesso genere di
una lezione scolastica o di un contratto d’affitto, così nella Bibbia non si può
prendere un racconto epico per un resoconto di cronaca, o una rubrica liturgica
per una preghiera, o una parabola per un racconto storico.
Ma ciò che caratterizza in modo specifico la Bibbia è questo: è parola di Dio
in linguaggio umano. È stata scritta sotto l’azione dello Spirito Santo: è letteralmente “ispirata“ Pertanto bisogna comprenderla “con l’aiuto dello stesso Spirito
mediante il quale è stata scritta“. Occorre credere per comprendere. E occorre
pregare per viverne il messaggio.
Alcune regole e qualche consiglio
Proviamo ora a declinare alcune indicazioni che possono risultare utili per
la lettura della Bibbia.
Prima regola. Occorre leggere la Bibbia con intelligenza, come si fa con ogni
libro, ad esempio l’Iliade, la Divina Commedia, una poesia di Montale o della
Merini. Perciò non ci si deve fermare al linguaggio (cosa dice il testo), ma occorre arrivare al messaggio: cosa vuol dire il testo. Per questo è necessario tenere
conto dei diversi generi letterari: non si può leggere il libro di Giona come quello
di Geremia, oppure l’annunciazione a Maria come i racconti della passione di
Gesù. Per individuare la forma o il genere letterario di un brano, ci si può servire
di una buona Bibbia, con introduzioni semplici e chiare, e con appropriate note
esplicative.
Seconda regola. Bisogna ricordare che il messaggio della Bibbia lo si comprende nella sua purezza e profondità solo se ci si apre alla luce dello Spirito. Gli
occhi della ragione sono necessari, ma anche le lenti della fede sono indispensabili per non far dire a Dio ciò che Dio non ha detto e non vuole dire.
Terza regola. Si deve fare attenzione al contesto e all’unità di tutta la Scrittura. L’ispirazione divina che attraversa la Bibbia fa dei libri dell’Antico e del Nuo-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
vo Testamento un solo libro, un tutt’uno. Ciascun testo va sempre ricollegato
all’evento centrale della storia della salvezza: la vicenda di Gesù, la sua persona
e la sua opera, la sua morte e risurrezione.
Quarta regola. La rivelazione di Dio è avvenuta nella storia e perciò ha registrato tappe successive fino a culminare nell’evento centrale e fondamentale:
la Pasqua di Gesù. E ciò spiega la presenza di cose imperfette e temporanee
nell’Antico Testamento. Perciò bisogna leggere l’Antico Testamento alla luce del
Nuovo, e non viceversa.
Quinta regola. La Bibbia deve essere interpretata nella Chiesa, non senza o
contro la Chiesa. Infatti lo Spirito Santo non solo ha ispirato la sacra Scrittura, ma
anche anima e guida la Chiesa, per cui si dà una sintonia piena tra la Scrittura e
la Chiesa che ne possiede il significato profondo, come per istinto.
Forse queste regole possono sembrare difficili o complicate. Ecco allora alcuni consigli per facilitare il percorso di avvicinamento alla Bibbia.
Primo. Non pretendere di poter fare tutto da soli. Per arrivare a leggere in
modo corretto la sacra Scrittura, è bene mettersi insieme con altri fratelli nella
fede e farsi aiutare da un sacerdote o da un laico preparato. L’aiuto di un gruppo
biblico potrebbe risultare molto efficace.
Secondo. Il percorso–base che la Chiesa propone è quello liturgico: lo sapevate che se si frequenta la Messa la domenica, nel giro di tre anni si leggono i
passi fondamentali dei vangeli e dell’Antico e del Nuovo Testamento?
Ci sono buoni sussidi che possono aiutare il percorso sia personale che comunitario. Ne indico alcuni:
– Don Oreste BENZI, Pane Quotidiano, editrice Sempre: libretto bimestrale
con commenti ai brani della liturgia quotidiana, feriale e festiva, (eccellente);
– Sulla tua parola, editrice Shalom, formato e periodicità, come sopra, (discreto);
– Dall’alba al tramonto, mensile, (buono).
Carissimi,
spero che questa mia vi possa aiutare. Non abbiate paura di aprire o di
riaprire la Bibbia. Ve lo assicuro: è un libro onesto.
Se la trattiamo bene, ci ripaga.
Buona lettura!
Lettere e Messaggi
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Decreti e Nomine
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Atti del Vescovo
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Decreti e nomine
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Atti del Vescovo
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Decreti e nomine
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
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Atti del Vescovo
Diario del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Diario del Vescovo
GENNAIO
mercoledì 1
66
Pomeriggio
Cattedrale – S.Messa, con canto del Veni Creator
da venerdì 3 a sabato 4 Convegno Nazionale Ufficio Nazionale Pastorale
Vocazioni
domenica 5
lunedì 6
sabato 11
Mattino
ore 11.00 Curia – Consiglio Episcopale
da lunedì 13 fino a venerdì 17
Esercizi Spirituali per il Clero di Padova
Mattino
ore 12.00 Seminario – Cenacoli del Vangelo
Pomeriggio
ore 17.30 Cattedrale – S.Messa, Epifania–Messa
dei Popoli
venerdì 17
Sera
Oratorio degli Artisti – Presentazione
pubblicazione CEER “Religiosità alternativa, sette,
spiritualismo sfida culturale, educativa, religiosa“
martedì 21
Mattino
Curia – Consiglio Episcopale
Sera
Seminario di Imola – Conferenza “Senza
speranza non si educa“
mercoledì 22
giovedì 23
Atti del Vescovo
Sera
Sala Manzoni – serata pro–missione Marilena
Pesaresi
Mattino
Ravenna – ritiro del clero
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
venerdì 24
sabato 25
domenica 26
da lunedì 26 a giovedì 30
venerdì 31
Sera
San Nicolò – Veglia per l’unità dei cristiani
Mattino
ore 10.00 Curia – Collegio Consultori
Mattino
Salesiani – S.Messa, festa san Giovanni Bosco
Pomeriggio
Sala Manzoni – Convegno Catechistico
Diocesano
a Roma per il Consiglio Episcopale Permanente
della CEI
Mattino
Seminario – incontro del clero
Curia – Consiglio Pastorale Diocesano
FEBBRAIO
sabato 1
Mattino
Clarisse – S.Messa
MonteColombo, Casa Madre del Perdono –
incontro pubblico “Perdonare...conviene“
Cattedrale – S.Messa, Giornata per la Vita
domenica 2 Mattino
Seminario – Cenacoli del Vangelo
Cattedrale – S.Messa, Giornata della Vita
Consarata
lunedì 3 Mattino
Bologna – Conferenza Episcopale dell’Emilia
Romagna
martedì 4 Mattino
ore 9.00 Roma, Pontificia Università della Santa
Croce – relazione alla “III Settimana di studio per
formatori di seminari“
sabato 8
Mattino
udienze
Sera
Bellariva – Convegno Nazionale AGESC
Diario del Vescovo
67
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
domenica 9
martedì 11
68
Mattino
Onferno – S.Messa
Gemmano – S.Messa
Bellaria – S.Messa, festa S.Apollonia
Pomeriggio
Ospedale – Giornata del Malato
martedì 11 e mercoledì 12 in Seminario, Consiglio Presbiterale
venerdì 14 e sabato 15
domenica 16
martedì 18
Mattino
Curia – Consiglio Episcopale
venerdì 21
Mattino
udienze
Sera
Cattedrale – S.Messa, riconoscimento Fraternità
CL e memoria di don Giussani
domenica 23
lunedì 24
venerdì 28
Roma, Seminario di Studio con i Rettori dei
Seminari Maggiori d’Italia
Mattino
S.Martino in Riparotta – cresime
Sera
incontro Vescovi della Romagna
Mattino
Bordonchio – cresime
Curia – ritiro Catecumeni
Mattino
San Marino – S.Messa, arrivo reliquia di don
Bosco
Mattino
Seminario – incontro di Presbiterio
MARZO
Atti del Vescovo
sabato 1
Mattino
ore 8.00 Clarisse – S.Messa
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
domenica 2
martedì 4
mercoledì 5
venerdì 7
Pomeriggio
sede CUD – Commissione Pastorale
Universitaria
Pomeriggio
Savignano, parr. S.Lucia – S.Messa, con
imposizione delle Ceneri
Sera
Cattedrale – Liturgia penitenziale con
imposizione delle Ceneri
Mattino
Bologna – incontro Vescovi per il Seminario
Regionale
da venerdì 7 a domenica 9 Esercizi Spirituali dei Diaconi
domenica 9
sabato 15
domenica 16
l
Mattino
Seminario – Cenacoli del Vangelo
Pennabilli – S.Messa, ingresso Vescovo San
Marino–Montefeltro
Mattino
Cattedrale – S. Messa, Assemblea Diocesana AC
Pomeriggio
Cattedrale – S.Messa, I domenica di Quaresima
e istituzione ministeri consacrati
Mattino
udienze
Pomeriggio
Cattedrale – S.Messa, memoria Chiara Lubich
Mattino
S.Nicolò – S.Messa, con gli amici di don Oreste
Cattedrale – incontro cresimandi e genitori
(Litorale Sud, Morciano, Coriano)
Sera
S.Martino in Riparotta – Assistenti AGESCI
Lunedì 17 Sera
S. Agostino – Meditazione Quaresimale “Vivere
nella Chiesa“
Diario del Vescovo
69
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
martedì 18
Mattino
Curia – Consiglio Episcopale
S.Gaudenzo – S.Messa, ACLI
venerdì 21
Pomeriggio
Curia – Consulta per la Scuola
Curia – Consiglio Pastorale Diocesano e
Consiglio Presbiterale
domenica 23
da lunedì 24 a mercoledì 26
venerdì 28
sabato 29
sabato 29 e domenica 30
domenica 30
lunedì 31
70
Pomeriggio
Cattedrale – incontro cresimandi e genitori
(Vicariato Urbano)
a Roma per il Consiglio Episcopale Permanente
della CEI
Mattino
Seminario – incontro del clero
Cattedrale – Veglia per i Missionari Martiri
Mattino
Maestre Pie – Ritiro USMI–CISM–CIIS
Esercizi Spirituali AC diocesana
Pomeriggio
Cattedrale – incontro cresimandi e genitori
(Litorale Nord, Savignano–Santarcangelo,
Valmarecchia)
Mattino
Bologna – Conferenza Episcopale dell’Emilia
Romagna
Sera
S. Agostino – Meditazione Quaresimale “Vivere
nella contemplazione“ con Sr. Maria Ignazia
Angelini
APRILE
Atti del Vescovo
mercoledì 2
Pomeriggio
Cappella Universitaria – S.Messa, Pasqua
Universitaria
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
giovedì 3
Mattino
Cattedrale – S.Messa, precetto pasquale
interforze
venerdì 4
Sera
Longiano, Santuario del Crocifisso – S.Messa
sabato 5
domenica 6
lunedì 7
Mattino
Clarisse – S.Messa
Pomeriggio
Bellaria – S.Messa, Pastorale del Turismo
Mattino
ore 12.00 Seminario – Cenacoli del Vangelo
Sera
S. Agostino – Meditazione Quaresimale “Vivere
nell’ascolto“ con Andrea Riccardi
mercoledì 9 in Seminario – Consiglio Presbiterale
venerdì 11
sabato 12
Mattino
Caritas – Presentazione Rapporto annuale sulle
Povertà
ore 21.00 Cattedrale – GMG diocesana
domenica 13
Mattino
Cattedrale – Processione e S.Messa delle Palme
Pomeriggio
Covignano – via crucis CL
Sera
ISSR “Marvelli“ – Meditazione Pasquale
SETTIMANA SANTA
martedì 15
mercoledì 16
Mattino
Officine FS – S.Messa
Pomeriggio
Ospedale – Via Crucis
Mattino
Seminario – incontro del presbiterio
Pomeriggio
Cattedrale – S.Messa crismale
Diario del Vescovo
71
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
72
giovedì 17
Pomeriggio
Cattedrale – S.Messa “in coena Domini“
venerdì 18
Mattino
Via Crucis ACg
Pomeriggio
Cattedrale – Liturgia della Passione
sabato 19
domenica 20
Mattino
Clarisse – Ora della Madre
Pomeriggio
Casa Circondariale – Visita e momneto di
preghiera
Notte
Cattedrale – Veglia Pasquale
Mattino
Cattedrale – S.Messa solenne nel giorno di
Pasqua
da martedì 22 a giovedì 24 Palermo, Seminario di formazione sulla
Direzione Spirituale a srvizio dell’orientamento
vocazionale
giovedì 24–venerdì 25 Molfetta, Convegno per i formatori dei Seminari Regionali
sabato 26
domenica 27
lunedì 28
marted’ 30
Atti del Vescovo
Pomeriggio
Cattedrale – S.Messa, con i disabili
Casale – S.Messa, festa popolare per il beato Pio
Campidelli
Mattino
Mater Misericordiae – cresime
Villaggio I maggio – cresime
Mattino
Fognano (RA) – S.Messa, Capitolo OFM
Cappuccini
Pomeriggio
Sala S.Gaudenzo – iniziativa O.PE.RO.
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
mercoledì 30
Mattino
Udienze
Sera
Colonnella – Veglia per il lavoro
73
Diario del Vescovo
Attività del Presbiterio
Consiglio Presbiterale Diocesano
Incontro 11–12 febbraio 2014 ............................................................... pag. 76
Consiglio Presbiterale Diocesano e Consiglio Pastorale Diocesano
Incontro 21 marzo 2014...........................................................................pag. 82
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Consiglio Presbiterale
Diocesano
Verbale dell’incontro 11–12 febbario 2014
76
Martedì 11
Mancano don Fiorenzo Baldacci, don Giuseppe Bilancioni, don Lanfranco Bellavista, don Giuseppe Maioli, don Stefano Sargolini, don Marcello Zammarchi
Il Vescovo introduce offrendo una griglia di lettura sulla Evangelii Gaudium, la
gioia del Vangelo.
Cita per contrapposizione, il rapporto CENSIS dove si parla di società infelice. A
questa società siamo chiamati ad offrire la gioia del vangelo: la dolce e confortante gioia di evangelizzare:
Qui il Papa accende alcune luci di posizione: sono delle leggi dell’evangelizzazione:
1. La legge del dono (10) La vita si rafforza donandola. La vita cresce e matura
nella misura in cui la doniamo agli altri.
2. Legge della gioia (10): non evangelizzatori tristi e scoraggiati
Sulla gioia ritorna spesso, es n.21: la gioia è una gioia missionaria. Questa gioia
è un segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto.
3. Legge del primato della grazia (12)
4. La legge della memoria: memoria deuteronomica (13)
5. Legge della proporzione o dell’equilibrio (38):
I tre ambiti della evangelizzazione
1. Pastorale ordinaria: i vicini che frequentano regolarmente o anche non frequentano ma sono credenti. Qui c’è una fede in crescita. Scopo della pastorale
ordinaria far crescere la loro fede.
2. Le persone battezzate; possiamo chiamarli i lontani vicini: ad es i genitori dei
ragazzi del catechismo. O chi viene in chiesa per un funerale. E ricordo che la
parrocchia è la comunità dei battezzati che vivono nel territorio, anche chi non
frequenta, e che devono starci maggiormente a cuore.
3. Coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. La chiesa
non cresce per proselitismo ma per attrazione.
Al n° 17 La riforma della chiesa in uscita missionaria.
Riprendo un testo di Y. CONGAR, Vera e falsa riforma nella Chiesa. Parla della
riforma della chiesa per via di santità. Anche il Papa usa l’espressione riforma
della chiesa.
“Potremmo parlare di una riforma spirituale, di una riforma pastorale e poi di
una riforma istituzionale.“
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
A proposito della riforma per via di santità cita l’esempio di Francesco d’Assisi.
Si tratta di non deviare sospinti dal gioco della sola intelligenza. … ma l’opera
della intelligenza disgiunta dalla carità porta a misconoscere la realtà stessa
della chiesa. In realtà le vere riforme sono state quelle fatte nel clima pastorale.
I santi cattolici hanno cercato di migliorare la chiesa mediante la chiesa.“
Capitolo I: LA TRASFORMAZIONE MISSIONARIA DELLA CHIESA. Cinque verbi:
PRENDERE L’INIZIATIVA, COINVOLGERSI, ACCOMPAGNARE, FRUTTIFICARE E
FESTEGGIARE.
Mi sembra che nessuno come l’attuale papa abbia lodato il cammino neocatecumenale, e poi ha chiarito tre cose:
1. Lo Spirito Santo vi ha preceduto
2. Lasciate liberi di andare via quelli che non vogliono stare con voi.
3. L’unità è un bene talmente grande che è giusto sacrificare dei dettagli a cui
voi siete attaccati.
Capitolo II: PASTORALE IN CONVERSIONE
Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari
per avanzare nel cammino di conversione pastorale.
Improrogabile rinnovamento ecclesiale (27 ss)
Porsi in dinamismo di uscita.27
Parrocchia non è struttura caduca.28
Movimenti e associazioni ecc. 29
Capitolo III: DAL CUORE DEL VANGELO
L’annuncio si concentra sull’essenziale.(35)
Il vescovo ha chiesto poi come questo testo interpellava ciascuno del membri
del Consiglio.
Mercoledì 12
Sintesi del Vescovo a partire dagli interventi della sera.
1. LA GIOIA DEL VANGELO riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato,
dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia
e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni.
Questo testo (Evangelii Gaudium) è programmatico per il rinnovamento pastorale della Chiesa. Ho citato Congar riguardo la conversione spirituale della
Chiesa per via di santità.
Ci sono accenni anche per la terza riforma: quella istituzionale. Ad esempio
quella del papato dove il Papa stesso riconosce che non è stato fatto molto.
Dopo questo grande orizzonte il Papa accende delle luci di posizione: mette dei
paletti che devono orientare il cammino della Chiesa.
Allora: perché dobbiamo ripartire da questa esortazione? Perché la Chiesa vive
se si riforma continuamente. Si respira l’aria del concilio. La Chiesa o si riforma
Incontri e ritiri
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
o si deforma.
Anche la frase: ripara la mia chiesa san Francesco l’ha intesa in senso materiale (san Damiano). Francesco non si è mai presentato come riformatore della
chiesa.
A questo punto farei una proposta: questo testo merita una lettura più approfondita, pacata e più concreta. È un documento che accende pensieri nuovi, ci
mette nell’animo la gioia di assumere questo impegno della missione, dobbiamo vigilare su noi stessi per evitare recriminazioni, compromessi ecc.
Io farei una proposta: abbiamo incontri di presbiterio già programmati.
Perché alla tre giorni non facciamo una revisione del nostro spirito, della vita
del nostro presbiterio e della nostra pastorale alla luce della Evangelii Gaudium.
Forse anche tutto l’anno prossimo lo possiamo dedicare a una sua ripresa. Non
è esagerato parlare di un messaggio ispirato.
Proposta: dedicare la tre giorni soprattutto al primo capitolo. Ascolto meditato
orante e concreto di questo messaggio.
Siete d’accordo?
Don Danilo Manduchi: io penso che è un lavoro che possiamo fare nei ritiri.
Useremmo il tempo in maniera impropria vista la natura pastorale della tre
giorni.
Don Giuseppe Bilancioni : mi sembra una attenzione più di tipo pastorale quella
da tenere. In questo momento vedrei altre urgenze.
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Vescovo: io non vedo le cose in alternativa. La tre giorni ha una intonazione pastorale, che però il documento assume ma nel senso nobile. Immagino un bosco che si rigenera. Si rigenera di suo, se ha una vitalità gli alberi malati cadono
e i nuovi nascono. La chiesa è il campo di Dio. Qui troviamo materia sufficiente.
don Aldo Amati: il rischio è quello di riferire quello che sta più a cuore a me,
quindi soggettività rischiosa. Il Vangelo è Cristo, è questo il Vangelo. È questa la
partenza della gioia, dello spendersi ecc.
La vita del presbiterio è un conseguenza. Mi sembra che sia lo zelo apostolico ad essere carente. Si ha l’impressione di tanti preti che studiano, che non
amano la responsabilità della parrocchia. Ma allora il problema non è tanto il
volerci bene, rischiamo di parlarci addosso. Il problema è la gente, il vangelo,
Gesù Cristo.
Vescovo: propongo una lettura libera, senza la fretta di concretizzare. Vedo che
questo ascolto ci fa bene, ospitare questo messaggio in modo disteso. Questo
non è in alternativa alle attenzioni che dobbiamo avere al servizio che stiamo
compiendo. A livello di cammino non esclude che tutto questo sia ripreso a
livello vicariale e di zona pastorale. Vogliamo che il papa trovi ascolto.
Don Luigi Ricci: importante non dare l’impressione di mettere da parte il lavoro
e la progettazione pastorale. Ad es il testo ci parla del rapporto tra parrocchie e
movimenti che in realtà non è scontato. Anche il cap IV su chiesa e poveri non
ci possiamo esimere dall’esaminare concretamente la vita della nostra chiesa.
Don Roberto Battaglia: il documento esordisce dicendo indicare vie per il cam-
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
mino della chiesa nei prossimi anni.
Attenzione a non diventare chiesa aggrovigliata su se stessa in groviglio di procedimenti. Del papa mi è piaciuta l’esigenza di toccare la carne di Cristo nei
poveri. Per accusare il colpo della Evangelii Gaudium bisogna essere disposti a
mettere in discussione tutto.
Vescovo: il guaio della nostra vita non è che rinneghiamo Gesù Cristo per trasgressione, ma è quella apostasia silenziosa di quando andiamo in letargo.
Quando il papa dice: quando la vita interiore si chiude nei propri interessi …
non si gode più la gioia del dolce amore… scontenti e senza vita….
Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli
altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più
della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche
i credenti corrono questo rischio, sicuro e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di
una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la
vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto.(EG2)
Quando sono diventato vescovo ho scelto frammento di una cripta di Anagni,
vescovo, diacono e fedeli che guardano tutti nella stessa direzione.
Don Biagio Della Pasqua: penso che il testo è un dono che ci viene fatto. La
domanda che io farei è: in una tre giorni vogliamo fare un’opera di sensibilizzazione, climatizzando una sensibilità pastorale, lasciando le mediazioni alle
singole realtà, oppure possiamo tematizzare alcune linee che siano di orientamento per tutti, per es la linea delle periferie, della cultura in rapporto alla fede
(fede cultura), oppure il discorso impellente dei poveri. Oppure uno dei cerchi
di cui si parlava dei vicini lontani. Riusciamo a intravvedere delle periferie che
oggi ci richiamano? Vedo la necessità di focalizzare delle mediazioni possibili
per la nostra comunità.
Don FiorenzoBaldacci: mi ha sorpreso questa proposta, vedendo soprattutto tra
noi preti la difficoltà di respirare una apertura missionaria, la difficoltà di uscire
da una depressione pastorale. Dobbiamo recuperare questa gioia di incontro
con il Signore. Lo crediamo acquisito ma acquisito non lo è. Il rischio è di fare
tanti progetti che mancano di cuore. Ritengo che potrebbe essere un bel momento.
Don Andrea Turchini: io sento molto vere tutte e due le istanze. Direi importante è chiarire gli obiettivi da dare in questa 3 giorni Ci vuole un taglio di lettura.
Il problema è che nonostante noi ascoltiamo tutti i giorni il vangelo però non lo
traduciamo in scelte concrete di vita.
Allora ci vorrebbe un ulteriore momento durante l’anno per concretizzare alcune piste. Sul fatto che possa avvenire dopo pongo un’altra questione: quest’anno abbiamo affrontato progetti, e questioni, ma le abbiamo sempre affrontate
con approccio clericale. Io credo che sia la lettura sia la fase delle mediazioni,
dovrebbe coinvolgere le altre vocazioni della chiesa.
Don Dino Paesani: mi colpiva l’idea del marcare il territorio (don Danilo). Il
papa ci dice di mettere ali. Chiedo dalla tre gg quello spirito che metta al cen-
Incontri e ritiri
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
tro l’amore per Gesù e la passione di comunicarlo, ma contemporaneamente
mettere a fuoco degli aspetti sul piano pastorale che siano convergenti con la
Evangelii Gaudium
Vescovo: Conclusione. N° 25: Non ignoro che oggi i documenti non destano lo
stesso interesse che in altre epoche, e sono rapidamente dimenticati. Ciononostante, sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e delle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano
in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una
conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una “semplice amministrazione“. Costituiamoci in tutte le
regioni della terra in un “stato permanente di missione“. La sintesi deve essere
sempre nel punto più alto. Il papa ci chiede di attuare una conversione missionaria della nostra pastorale. Questo non è un messaggio nuovo, se prendiamo Il
volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia ritroviamo lo stesso
pensiero.
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Allora la domanda che ci pone è: come ci interpella questo messaggio. Poniamoci con libertà di fronte a questo. Pensiamo ai risultati come frutti. Fate
frutti degni di conversione. I frutti non vengono fuori perché stiriamo i rami ma
perché coltiviamo le radici. Da noi cosa significa che il nostro presbiterio e la
nostra chiesa riprenda questo cammino di conversione missionaria della nostra
chiesa. Io ho fiducia.
Tra le malattie c’è l’autoreferenzialità. Il documento ne ha il vaccino. Mi sembra
che un ascolto libero gratuito, disponibile, non può non farci riflettere sulla
nostra vita.
Ricordavo l’intervento di papa Francesco ai neocatecumenali. Mai un Papa li ha
lodati così tanto e mai era stato così chiaro su tre punti.
Quindi lo Spirito Santo ci precede per cui noi siamo dei discepoli missionari.
Concretamente mi impegno che l’ascolto non sia solo accademico, ma anche
che non si pregiudichi l’ascolto. Vi chiedo una preghiera perché non siamo soli.
La legge della grazia è fondamentale. Condivido che l’ascolto allargato ci fa
bene. Ci fa bene allargarci in qualche momento con i laici e con i diaconi. Sono
una risorsa di cui lo Spirito Santo ha arricchito la chiesa. Quindi che ci sia un
momento plenario. Non escludo che ci dia una bella assemblea pastorale. Perché questo contenuto richiede un ascolto approfondito e ampio perché ne va
della riforma della chiesa.
A circa 15 anni della missione del–al popolo come ravvivare il fuoco?
Ho chiesto al consiglio presbiterale: vi sembra che sia venuto il momento per un
annuncio missionario che aiuti ad andare verso una pastorale più missionaria?
Mi è stato detto di aspettare ed è stato provvidenziale. Oggi abbiamo una prima
riflessione su questo interrogativo. Però intendo convocare il Consiglio Presbiterale insieme al Consiglio Pastorale per un discernimento più allargato. Sarà in
quella sede che noi faremo un esercizio di discernimento comunitario su tempi,
modi ecc. tenendo conto del cammino che abbiamo fatto.
Mi sembra che ci sia bisogno e che ci siano delle buone premesse. Nel 2010–11
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
abbiamo dedicato un anno alla missione. Abbiamo condiviso l’impostazione:
Contemplazione–Comunione–Missione. Non abbiamo fatto una missione straordinaria. Ma abbiamo risvegliato una sensibilità missionaria. Come si fa a misurare sociologicamente la riuscita? Come si fa a misurare un raggio di sole con
il metro?
E per le zone pastorali: siamo di fronte a una scelta obbligata ma anche benedetta, perché ci è suggerita dai Vescovi. Oggi avviamo un discernimento ma
non lo finiamo qua.
Oggi cominciamo ma poi altri passi. Per es la tre giorni ci aiuterà ad andare
avanti. Mi sembra che lo Spirito Santo ci stia aiutando. Mi sembra che possiamo
chiedere al Signore la gioia dell’annuncio.
Segue il confronto tra i membri nel Consiglio.
Vescovo: mi sembra che tutti condividiamo che quest’anno di pausa sia stato
provvidenziale. C’è un atteggiamento meno aggressivo nei confronti della chiesa. Il tempo è cambiato, ci sono dei kairoi che rendono opportuna l’apertura
missionaria. Mi sembra che si condivida di ritrovarci in un momento successivo
con il consiglio pastorale. Non abbiamo parlato del cammino di preparazione.
Potremmo vedere anche la possibilità di raccogliere proposte. Vediamo di fare
spazio a convocazione straordinaria dei due consigli. Per prendere la Evangelii
Gaudium come la mappa che ci indica la meta. Vi chiedo di dare la precedenza
rispetto agli altri impegni.
Conclusioni e comunicazioni del Vescovo :
1. Sono 25 zone pastorali. 25 pomeriggi e serate per più di due mesi. Fatte le debite
proporzioni mi viene da pensare alla visita delle benedizioni alle famiglie. Mi piace
che possa diventare una itineranza ordinaria del Vescovo, che una volta all’anno
visita le comunità. I momenti più importanti sono: l’incontro personale con i preti
e anche i diaconi. L’incontro con la comunità alla sera. Un vicariato è riuscito a fare
una assemblea di preparazione. È un momento importante. La gente gusta questo momento. È un momento breve. Si inizia alle 21,00 e si deve finire massimo
entro le 23. Dobbiamo vedere di condividere il possibile, doni, risorse, fatiche.
ritorno sul discorso della pastorale integrata: è strada obbligata, benedetta e
faticosa.
2. Si è detto giustamente di quella spinta centrifuga che serve ad equilibrare
la spinta centripeta. La pastorale integrata non va solo verso l’accorpamento.
La sua finalità è missionaria e quindi dovrà salvare la capillarità della presenza
ecclesiale, quindi riscoprire le comunità ecclesiali di base, focolari, in cui si incontrano per la preghiera, scrittura, catechesi e realtà della vita ordinaria. Tali
comunità decentrano e articolano la comunità parrocchiale.
3. Per i cenacoli del vangelo: è cominciato il cammino mensile, è seguito mensilmente da d Davide Arcangeli e don Luigi Ricci si farà l’incontro con gli accompagnatori dei cenacoli, con un questionario si farà il punto della situazione.
L’impressione è che hanno aderito persone motivate; altre sono venute mandate ma senza avere ben chiaro che i cenacoli sono finalizzati per il 3° cerchio, i
lontani, cosa quanto mai difficile. Non è detto che il percorso si concluda entro
un anno.
Incontri e ritiri
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Consigli Presbiterale e
Pastorale Diocesani
Verbale dell’incontro congiunto del 21 marzo 2014
Alle ore 19,00 del giorno 21 marzo 2014, si sono riuniti in seduta congiunta,
sotto la presidenza del Vescovo S. E. Mons. Francesco Lambiasi, il CPD ed il
Consiglio Presbiterale, con il seguente o.d.g.:
“RIFLESSIONE SULLA EVANGELII GAUDIUM: UNA MISSIONE STRAORDINARIA
PER LA MISSIONE PERMANENTE“
Introduce S.E. il Vescovo che, dopo lo scambio del segno della pace, invita
all’ascolto della Parola di Dio, espressa in At. 13, 46–49 e nel Salmo 96.
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Si procede alla lettura del primo punto della Esortazione Apostolica “Evangelii
Gaudium“, della quale S. E. il Vescovo, aveva avuto cura di sottolineare alcuni
passaggi nella lettera invito inviata a tutti i membri dei due consigli diocesani.
L’inizio dell’incontro si ha con la preghiera “A Maria“ posta alla fine dell’esortazione.
In sintesi le parole del Vescovo: “Ho voluto fornirvi una breve sintesi della Esortazione Apostolica che io stesso ho curato e non certo come strumento sostitutivo, ma come spunto di riflessione per un lavoro personale. Vi trovate
sintetizzati i capitoli 1 – 2 – 3 – 5. Ora, ci rivolgiamo a Maria e mettiamo nelle
Sue mani e nel Suo cuore il nostro desiderio: attraverso lei, lo Spirito Santo ci
faccia essere un cuor solo e un’anima sola sin da questo momento. A Maria
chiediamo anche che la nostra Chiesa possa fare quel balzo in avanti, quello
slancio –un soprassalto di grinta, come dice il Papa– perchè possiamo vivere
una rinnovata Pentecoste. Questo oltrepassa i nostri sogni, ma dobbiamo osare
e sognare insieme. Il nostro incontro si svolgerà in due tempi: nella prima parte
farò io stesso una presentazione e poi interverranno Don Luigi per illustrare il
cammino missionario fatto e Mirna per la suddivisione del lavoro in gruppi.
Insieme a voi, desidero sottolineare il significato di alcuni punti, senza la pretesa di esaurire tutto il contenuto.
Il S. Padre, citando le parole di Papa Benedetto, riferisce che esse ci conducono
al centro del Vangelo: ’All’inizio dell’essere cristiani, non c’è una decisione etica
o una grande idea, bensì l’incontro con un Avvenimento, con una Persona che
dà alla vita un nuovo orizzonte ...’. Dio è Amore e questo è l’essenziale, è il nostro monoteismo cristiano. (cfr. n° 7)
L’annuncio cristiano si concentra su ciò che è ’più bello, più grande...più ne-
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
cessario’ (cfr n° 35) e quindi l’impressione di smarrimento di fronte al CCC
non deve esserci perché, come affermava Giovanni Paolo II, quello è il nostro
Catechismo, la bella notizia, è il Kerigma. Quindi il catechismo contiene il fondamento, la Bella notizia è che Cristo è morto e Risorto.
Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti“ (n° 39). Non dobbiamo
infatti dimenticare che deve esserci una “gerarchia“ delle verità, come è affermato nel decreto Conciliare “Unitatis Redintegratio“, in cui si afferma: “...
i teologi cattolici, fedeli alla dottrina della Chiesa, nell’investigare con i fratelli
separati i divini misteri devono procedere con amore della verità, con carità e
umiltà. Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o
gerarchia nelle verità della dottrina cattolica... “ (n°11).
L’evangelizzazione non deve essere prevalentemente dottrinale. Si tratta di
mettere a fuoco il “comandamento nuovo che è il primo (Gv 15, 12): ’Questo è il
mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi’ (161)“.
Ora vorrei sottolineare lo stile missionario (cfr. 12 e 112): Lo stile missionario
non può essere pelagiano. Il primato è sempre di Dio, ma Dio da solo non porta avanti l’evangelizzazione. Dio vuole portare avanti il Suo disegno alleandosi
con noi e noi, non possiamo pensare di fare tutto da soli. Semmai tocca a noi
fare tutto come se tutto dipendesse da noi, ma con la consapevolezza di lasciar
fare tutto a Dio (cfr. S. Ignazio di Loyola).
Vorrei sottolineare i cinque verbi riportati al n° 24: – prendere l’iniziativa: la
comunità sperimenta che il Signore l’ha preceduta nell’amore ed è per questo
che può fare il primo passo; – coinvolgersi: la comunità imita il Maestro ’fino
all’umiliazione’; – accompagnare nella pazienza e nelle lunghe attese; – fruttificare: il Signore vuole che la Chiesa sia feconda (qui il Papa esprime la sua
spiritualità Ignaziana), ma il seminatore non si scandalizza della zizzania e trova
il modo di far sì che la Parola si incarni; – festeggiare: la comunità gioisce per
ogni piccola vittoria.
L’Esortazione Apostolica è una bella sfida e la Missione Straordinaria non nasce
dal niente.
Interviene Don Luigi Ricci, che illustra i passi compiuti fino ad oggi.
La Missione del Popolo al Popolo (1999 – 2000). La Missione fu proclamata in
preparazione all’anno giubilare del 2000.
Le caratteristiche:
ogni fedele è missionario;
capillarità nel territorio;
iniziative diverse distinte per età;
missione diocesana articolata in base alla Pastorale.
18/10/1998 apertura solenne in Duomo con la celebrazione della Parola;
20/11/1999 conclusione.
20/11/1998 Catechesi del Card. Biffi all’auditorium della Fiera, dal titolo:
“Gesù Cristo vivo nella Chiesa“;
altre iniziative.
Incontri e ritiri
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
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Alcuni dati interessanti:
• la popolazione della Diocesi era di 300.000 abitanti; le parrocchie erano
123, mentre oggi sono 115;
• ad ogni iniziativa hanno partecipato in media 1.200 persone;
• 800 “Centri di ascolto del Vangelo“ con circa 15.000 partecipanti;
• è stato distribuito, con il sistema “porta a porta“ il Vangelo di S. Luca in un
n° di 15.000 copie;
• la spesa sostenuta dalla Diocesi è stata di Lit. 348.000.000 e le entrate pari
a Lit. 195.000.000.
Nel settembre 2007 abbiamo vissuto l’ingresso in Diocesi del nostro Vescovo
Francesco e il percorso Pastorale, sulla base della Lettera Apostolica “Novo
Millennio Ineunte“ è stato così declinato:
• Contemplazione. Anno 2008: “Vogliamo vedere Gesù“ . Assemblea diocesana a Stadium 105 tenuta il 12/10/2008
• Comunione. Anno 2009: “E di me sarete testimoni“.
• Missione. Anno 2010/11: “è in te la sorgente della vita“.
Segnala che ci sarà il Convegno Ecclesiale a Firenze nel 2015: “In Gesù Cristo il
nuovo umanesimo“.
Al termine della relazione del V.G., Mirna divide i partecipanti in 3 gruppi per il
lavoro di riflessione e condivisione.
La sintesi globale dei lavori di gruppo è allegata al presente documento.
Alle ore 22,00 si ritorna in assemblea ed un portavoce per ogni gruppo espone
una breve sintesi.
S. E. il Vescovo così conclude: “Citando il n° 279 di EG, la missione non è un
progetto o un affare aziendale; non è un’organizzazione umanitaria; non è uno
spettacolo per contare quanta gente vi ha partecipato, ma è qualcosa di più
profondo che sfugge alle nostre misure. Spesso i nostri missionari si sentono
scoraggiati, ma quante volte non pensiamo ai frutti sparsi in altri luoghi! Noi
dobbiamo donarci, questo sì, perchè se non lo facciamo, possiamo anche spenderci, ma restiamo delusi e stanchi.
Qual è la certezza fondamentale? è questa: Cristo è Risorto e la Sua azione
è contenuta in questo passo del Vangelo che ora vi cito: (Mc 16, 19 – 20) “Il
Signore Gesù dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore
operava insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano“.
Vi invito a riflettere sulle ultime pagine dell’esortazione. Abbiamo bisogno di
un anno per metterci in “stato di missione“, un anno di conversione pastorale
(dei pastori e della pastorale); dobbiamo pregare molto e far pregare; abbiamo
bisogno di ascolto per condividere quello che abbiamo. Se la missione non riparte da noi, a chi la proponiamo? Straordinarietà ed ordinarietà della missione
sono in stretto rapporto.
Dopo la preghiera e la benedizione del Vescovo, la seduta termina alle ore
22,30.
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Documento di sintesi dei gruppi di lavoro
Il Consiglio pastorale ed il Consiglio presbiterale, nella seduta comune del 21–
3–2014, hanno commentato così la necessità della missione:
Viviamo oggi in una società post–cristiana, che necessita di un nuovo annuncio
di fede, realizzato nei tre differenti ambiti che Papa Francesco riconosce al n°14
di EG.
Nel rispondere a questa esigenza oggettiva, cogliamo l’occasione propizia di
riscoprire la missione come dimensione costitutiva dell’essere Chiesa, nella vita
personale e comunitaria (EG 15). Solo in quest’ottica – allo scopo di motivare in
senso missionario la pastorale ordinaria– hanno senso le iniziative straordinarie
e gli eventi.
La Chiesa vive continuamente la tentazione della chiusura e del “si è sempre
fatto così“ (EG 33), mentre Papa Francesco la esorta ad essere piuttosto“sporca
ed accidentata“ (EG 46–49), ma “in uscita“ e “con le porte aperte“.
La proposta è quella di una fede scelta, adulta e convinta, innanzitutto in chi
la propone: la fede non si può “insegnare“, ma occorre testimoniare la gioia
dell’incontro con Cristo e favorire le condizioni perchè l’altro vi si accosti e la
scopra. Diventano in tal senso essenziali ed evangelizzatrici, in primo luogo, le
relazioni: “...il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il
volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue
richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo“ (EG 88).
Tutti coloro che hanno scoperto la bellezza della fede sentono l’esigenza di comunicarla e condividerla ed il Papa richiama continuamente l’impegno comune
del popolo di Dio.
“La bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto“ (EG 36) è il cuore dell’annuncio.
La missione non è, nella sua essenza, un’organizzazione, e protagonista della
missione e primo evangelizzatore è il Signore Gesù. La vita della Chiesa non
deve costringere o soffocare lo Spirito e, andando verso l’altro, dobbiamo credere che il Signore si serve di noi per operare salvezza.
Comunione e missione sono intimamente connesse: una “comunione fraterna
che diventi attraente e luminosa“ (EG 99) costituisce la forza prima della missione. Nelle occasioni in cui, come Chiesa locale, ci siamo ritrovati in assemblea, abbiamo fatto esperienza di un popolo convocato e radunato dalla Parola
ed inviato in missione. Altra esperienza paradigmatica in questo senso è quella
della preparazione degli animatori dei Cenacoli del Vangelo.
È vero altresì che dare credito allo slancio missionario aiuta a vivere l’unità, perchè la passione missionaria accomuna.
La contemplazione, l’incontro abituale con la Parola come alimento necessario
ed il rapporto con Dio nella preghiera permettono di scoprire relazioni nuove,
generate dal Signore e mettersi in gioco con chi ci sta vicino tutti i giorni, correndo “il rischio dell’incontro con l’altro“ (EG 88).
Occorre partire dal significato dei verbi “prendere l’iniziativa“ e “coinvolgersi“
(EG 24), che indicano la scansione fondamentale, spirituale e concreta, della
missione, poi si deve uscire, fare esodo, abbandonando le sicurezze. In questo
modo la Chiesa diventa inclusiva e attenta all’estraneità.
Incontri e ritiri
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
La missione straordinaria può essere l’occasione per rimettere in tensione tutta
la comunità, cogliendo le potenzialità in essa contenute.
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Hanno elaborato queste attenzioni e proposte:
1. è necessario in questo cammino rispettare il quadro d’insieme (siamo partiti
dall’anno del Battesimo, poi la Cresima, ora l’Eucaristia; nel 2015 avremo il
Convegno di Firenze e viviamo il decennio dedicato all’educazione).
2. Il criterio del doppio binario sembra indispensabile: impegno di preghiera e
di concretezza nella missione.
3. Non cercare lo straordinario, ma recuperare la missionarietà nell’ordinarietà
della vita pastorale.
4. L’evangelizzazione ha al centro la Persona di Gesù: questa è la misura sulla
quale verificare le attività pastorali.
5. Non ci siano “recinti del sacro“, ma si recuperi un rapporto con il reale intero,
per vivere il mistero dell’Incarnazione.
6. Mettere in luce tutte le povertà, “le periferie“ del nostro tempo; lasciarsi
evangelizzare dai poveri.
7. Valorizzare come tali “i fatti di Vangelo“ e la testimonianza di chi per la fede
ha cambiato la sua vita.
8. Si scoprano gli ambiti di primo annuncio, per accompagnare le persone nelle
diverse condizioni di vita.
9. Il soggetto pastorale della missione deve essere la Zona prima ancora della
parrocchia; la pastorale integrata è insieme frutto della missione e testimonianza di comunione per essa. Occorre far emergere il suo volto missionario.
10. Il lavoro sui metodi e lo stile della missione è necessario (la formazione per
andare, saper ascoltare e porsi in relazione, così come saper sollecitare le
domande ed i bisogni delle persone).
11. Praticare gesti concreti, anche se piccoli, è un punto di partenza.
12. La missione è importante negli ambiti della ferialità di vita: le relazioni con
le persone vicine, i luoghi di lavoro e di incontro sociale. Anche il gesto semplice di bussare alla porta del vicino serve ad entrare in situazioni frequenti
di isolamento e solitudine.
13. La visita alle famiglie è strumento utile.
14. Lo stile del missionario: credibilità, coerenza, sorriso, fiducia, senza nascondere le proprie fragilità.
15. Valorizzare la professionalità delle persone può essere una risorsa nell’ambito della missione.
16. Uno dei grandi poveri del nostro tempo è la famiglia, della quale pochi si
curano e alla quale vengono richieste molte cose: dall’educazione dei figli
all’assistenza degli ammalati, dall’affrontare le problematiche di famiglia disgregata alla disoccupazione.
17. La Dottrina sociale della Chiesa è un tesoro da impiegare nella missione.
18. L’impegno per la giustizia è necessario; il Fondo per il lavoro è in questa
linea.
Hanno indicato questi rischi:
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
1.Il rischio di sentire la missione come replica di qualcosa già vissuto e ridurlo
ad un gesto pubblico.
2.Perdere l’occasione di ripensare strutture, stili e metodi della vita pastorale
nell’ottica dell’evangelizzazione, creando le premesse per un’educazione permanente alla missionarietà.
3.Farsi prendere dal facile entusiasmo delle iniziative e non saper compiere
attento discernimento dei frutti della missione.
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Incontri e ritiri
Avvenimenti Diocesani
Settimana per l’unità dei cristiani .....................................................................................90
Visita Pastorale alle Zone e Unità pastorali ...................................................................91
Meditazioni Quaresimali 2014 .........................................................................................93
Giornata della Parola di Dio ...............................................................................................95
Incontri cresimandi 2014 ....................................................................................................96
Giornata in memoria dei Missionari martiri ..................................................................98
Settimana Santa e celebrazioni pasquali .......................................................................99
Apertura Causa di beatificazione di don Oreste Benzi ........................................... 101
Liturgia Eucaristica con le persone disabili................................................................. 102
Illuminaci ............................................................................................................................... 103
Veglia del 1 Maggio............................................................................................................ 104
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Settimana per l’unità dei
cristiani
Cristo non può essere diviso
Anche Rimini ha alzato la sua preghiera insieme ai fratelli ortodossi e coinvolge
per la “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani“ che si è svolta dal 18 al
25 gennaio. Il tema di quest’anno è stato “Cristo non può essere diviso“.
90
Tre le iniziative a livello diocesano.
La prima è stata una conferenza pubblica organizzata dall’Istituto Superiore di
Scienze Religiose “A. Marvelli“ (nell’aula magna dell’Istituto), in collaborazione
con la Commissione diocesana per l’Ecumenismo, dal titolo “Profezia e dialogo
della carità. A 50 anni dall’incontro tra Paolo VI e Athenagoras I“. Relatore il
prof. don Basilio Petrà, docente di Teologia Morale presso la Facoltà Teologica
dell’Italia Centrale e docente di Morale ortodossa presso l’Accademia Alfonsiana e il Pontificio Istituto Orientale di Roma.
Gli altri due appuntamenti sono stati di preghiera:
Venerdì 24 gennaio una Veglia di Preghiera presieduta da mons. Francesco
Lambiasi, Vescovo di Rimini, presso la chiesa di San Nicolò al porto a Rimini.
Sabato 25 gennaio il Vespro Ortodosso guidato da padre Serafino Corallo, Protopresbitero Ortodosso presso la Chiesa Cattedrale Ortodossa della Presentazione di Maria SS. al Tempio e S. Nicola di Myra a Rimini, via Emilia, 1.
Anche Riccione si è mobilitata. La Commissione Diocesana per l’Ecumenismo
in collaborazione con le parrocchie riccionesi ha proposto una serata cittadina
di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, presso la vecchia Chiesa San Martino (C.so
F.lli Cervi 235), e animata dal “Coro Internazionale San Nicola“ composto da
persone di fede cattolica e ortodossa.
Oltre a tanti gesti di singoli e parrocchie, giovedì 22 gennaio, la zona pastorale
di Savignano ha organizzato una veglia di preghiera presso la chiesa di Santa
Lucia, insieme alla comunità ortodossa, per la quale ha partcipato anche padre
Serafino Corallo.
Avvenimenti Diocesani
Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Visita Pastorale alle Zone e
Unità Pastorali
Il Vescovo Francesco ha incontrato per la prima volta queste nuove forme di
aggregazione comunitaria
Si tratta di 25 realtà, da San Giovanni in Marignano–Pianventena a S. Salvatore–S. Lorenzo in Correggiano–Casalecchio–S. Maria in Cerreto. La Visita Pastorale proseguirà con cadenza serrata fino al prossimo 19 aprile.
Sono 25 queste realtà, dalle più numerose a quelle più periferiche, da quelle
più strutturate a quelle con maggiori affinità pastorali.
La Zona Pastorale è l’insieme di più parrocchie che insistono su un territorio
omogeneo, promuovono gradualmente una collaborazione organica e stabile,
a partire da alcuni ambiti, come Iniziazione cristiana, Formazione di catechisti
e operatori pastorali, Pastorale familiare e giovanile, Caritas.
Per Unità Pastorale si intende l’insieme di più parrocchie di un’area omogenea,
affidate a una cura pastorale unitaria e chiamate a condividere un cammino
concordato e coordinato, attraverso la realizzazione di un preciso progetto pastorale missionario. Le UP potranno conoscere una molteplicità di forme, ma
dovranno poter contare su alcuni elementi: un presbitero Moderatore per il
coordinamento dell’unità pastorale; un progetto pastorale comune, approvato
dal Vescovo; la costituzione di un Consiglio dell’unità pastorale, luogo di comunione, discernimento e coordinamento.
Zone Pastorali e Unità Pastorali sono una scelta della Diocesi, giunta dopo una
lunga riflessione a vari livelli, e in ordine a motivazioni pastorali e spirituali. La
realizzazione di ZP e UP sarà graduale ma è un’opportunità per i sacerdoti, le
comunità e i laici. Per i sacerdoti, sia sul piano spirituale sia quello pastorale e
umano (aiuto per momenti di preghiera, per le scelte pastorali, per la valorizzazione di competenze diverse….).
Per le comunità, nell’ottica di avere laici formati e capaci di corresponsabilità, nell’opera educativa (dai bambini agli adulti), nella gestione economica,
nell’impegno missionario.
La Visita Pastorale del Vescovo si è svolta dal pomeriggio alla sera, con modalità che ciascuna ZP o UP avrà scelto e indicato. Il Vescovo ha incontrato sempre
i sacerdoti, prima singolarmente, poi comunitariamente – e insieme ai diaconi,
Avvenimenti diocesani
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
dove sono presenti – per Zona o Unità Pastorale. Successivamente ad una cena
frugale, è prevista la recita della preghiera dei Vespri, aperta a tutta la comunità, e l’incontro con gli operatori pastorali. Dove c’è già stato un certo cammino,
è stata l’occasione per presentare i passi compiuti, con le difficoltà incontrare
e gli aspetti positivi riscontrati. Dove il cammino è ancora da intraprendere, la
Visita Pastorale è stata anche l’occasione per incontrarsi, conoscersi e fissare
qualche passo successivo concreto, da organizzare, realizzare e verificare. In
ogni caso, il Vescovo Francesco ha proposto uno sguardo di fede su questo
momento storico della Chiesa e richiamerà le motivazioni della scelta pastorale delle Zone Pastorali e Unità Pastorali.
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Meditazioni Quaresimali 2014
Eucaristia nostra vita
Cinque meditazioni, ogni lunedì dal 10 marzo al 7 aprile, con grandi protagonisti della vita culturale e pastorale, dall’ex ministro Andrea Riccardi al fondatore
del Semirg Ernesto Olivero.
Il sacramento che da duemila anni i cristiani si ostinano a credere sia tutto: la
fonte e la foce, la base e il vertice, il punto di partenza e di pienezza del vissuto
cristiano, è al centro delle “Meditazioni Quaresimali 2014.
“Eucarestia nostra vita“ è infatti il titolo dell’itinerario che la Diocesi di Rimini ha realizzato attraverso cinque appuntamenti (i lunedì dal 10 marzo al 7
aprile): proporrà altrettante meditazioni sul dinamismo pasquale che si attiva
nell’Eucaristia, richiamando la centralità e la bellezza dell’Eucarestia.
“Davanti all’Eucaristia proviamo immancabilmente stupore e tremore. – ha
scritto il Vescovo Francesco Lambiasi presentando le Meditazioni 2014 – nel
grande sacramento la realtà divina si affaccia al nostro orizzonte come “mistero tremendo e affascinante“: tremendo, per la sua incontenibile potenza; affascinante, per la sua sconfinata misericordia. Per fare spazio alla nostra libertà,
Dio si mostra talmente immenso e illimitato da autolimitarsi in un pezzetto di
pane e in un sorso di vino, e si rivela talmente misericordioso e benevolo da
offrirsi, disarmato, alla nostra fame e sete di infinito“.
L’Itinerario (giunto alla sesta edizione) prende il via il 10 marzo (ore 21): l’esordio è affidato a Ernesto Olivero, il fondatore del Sermig / Arsenale della Pace
di Torino: “Il segreto della mia vita (Testimoniare il Dono ricevuto)“. Il secondo
appuntamento (17 marzo) verrà protagonista il Vescovo di Rimini. Mons. Francesco Lambiasi “Vivere nella Chiesa. La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa
la Chiesa“. La terza tappa (24 marzo) “Vivere nelle ’periferie esistenziali’ (La
carne di Cristo e lo scandalo della carità)“ è affidata a don Giovanni Nicolini,
parroco della Dozza a Bologna e fondatore della Comunità “Famiglie della Visitazione“. “Vivere nella contemplazione (Il pane del silenzio e della Parola)
è il tema dell’Abbadessa di Viboldone Maria Ignazia Angelini (31 marzo). La
conclusione delle Meditazioni Quaresimali è affidata ad Andrea Riccardi, ex
ministro, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, cittadino onorario
di Rimini. Riccardi interverrà sul tema: “Vivere nell’ascolto“. Il sottotitolo è già
da sé un programma: “Vita e lettura della Parola di Dio“.
Dopo gli itinerari quaresimali degli ultimi anni, incentrati sul Contemplare il
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
volto di Cristo, sulla testimonianza a Cristo nella Chiesa–Comunione, e sulle
certezza che Con Cristo o senza Cristo cambia tutto, alla Chiesa riminese pare
ora necessario e urgente interrogarsi sul sacramento dell’Eucaristia: “nel pane
consacrato è scolpito il volto inconfondibile di Cristo, e vi si specchia il volto
specifico del cristiano, nella sua misura più alta, quella della santità“.
Gli incontri, aperti a tutti, sono tenuti presso la Chiesa di Sant’Agostino, a Rimini.
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Giornata della Parola di Dio
Domenica 9 marzo, si è celebrata la Giornata della Parola di Dio. “Una domenica all’anno, per vivere tutte le domeniche in ascolto della Parola. E perché
non tutti i giorni dell’anno?“ domanda il Vescovo di Rimini nel presentare la
Giornata.
Dio ha parlato e continua a inviarci i suoi messaggi. E parla “umano“. Però
l’uomo spesso non accoglie i messaggi, e li lascia nella “segreteria“ del suo
smartphone senza scaricarli.
“Ecco la pena di Dio. – aggiunge mons. Francesco Lambiasi – Dio ci ha
spedito una lettera – appunto la Bibbia – e continua a supplicarci perché noi
suoi figli ci mettiamo in comunicazione con lui, ma per il 90% dei cristiani la
sua Parola continua a rimanere una mail ricevuta e dimenticata, senza neanche
venire aperta. È tempo di dire basta a questa traumatica incomunicabilità tra
Dio e noi“.
Non si tratta di iscriverci tutti al Pontificio Istituto Biblico, perché Dio non
ha ispirato la Parola per farla studiare solo da biblisti ma perché i suoi figli la
ascoltino, la comprendano e vivano la sua Parola. Papa Francesco ha affermato:
“Lo studio della Sacra Scrittura deve essere una porta aperta a tutti“. Il Santo
Padre auspica infatti una assidua “familiarità con la Parola di Dio e questo esige
che le diocesi, le parrocchie e tutte le aggregazioni cattoliche propongano uno
studio serio e perseverante della Bibbia, come pure ne promuovano la lettura
orante personale e comunitaria“.
Dopo aver dedicato (parte) della Lettera Pastorale proprio al tema della
Parola di Dio, e il libretto Vorrei leggere la Bibbia. Mi aiutate? (edizioni ilPonte),
il Vescovo ora rilancia. “Allora sveglia, vescovo, preti, diaconi di Rimini! Sveglia,
consacrate/i, associazioni e movimenti, fedeli tutti della diocesi! Domenica 9
marzo sarà la prima domenica di Quaresima. Per la prima volta nella nostra
Diocesi celebreremo la Giornata della Parola di Dio“.
In tutta la Diocesi da tempo esistono diversi esperienze di ascolto della parola di Dio: i gruppi di Ascolto del Vangelo, la Settimana Biblica organizzata da
Azione Cattolica, i corsi all’Istituto di Scienze religiose “A. Marvelli“, i corsi biblici
nelle parrocchie, esperienze periodiche di Bibbia “scrutata“. Ora la Diocesi sta
approntando i Cenacoli del Vangelo, formando gli accompagnatori per questa
nuova esperienza.
In occasione della Giornata della Parola di Dio, poi, le parrocchie hanno
risposto in diversi modi e con sensibilità differenti.
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Incontri cresimandi 2014
Una cosa solo so: ora ci vedo!
Il Vescovo Francesco ha recapitato un invito ai ragazzi. Sì, proprio un invito, di
quelli che si ricevono per le feste di compleanno di amici, o i dépliants pubblicitari per i locali. L’invito ad un momento in cui in amicizia e con allegria dire
grazie a Gesù per il dono dello Spirito Santo nella Cresima. “Insieme, perché
è più bello dire grazie accanto ad amici che già conosciamo e ad altri che
possono diventarlo. – scrive il Vescovo – Con allegria, perché i doni di Dio, se
capiamo bene come funzionano, sono pensati per la nostra gioia“.
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La lettera personale che mons. Lambiasi ha inviato a tutti i cresimati e cresimandi della Diocesi di Rimini, si apre con una richiesta, fatta quasi in punta
di piedi: “Vi posso fare una domanda che mi sta molto a cuore? – scrive il
Vescovo – Vi fermate mai a pensare al dono della vista?“. Gesù ha incontrato
un ragazzo cieco, a Gerusalemme, ma che in realtà vedeva molto più dei suoi
compaesani, come è raccontato al cap. 9 del Vangelo di Giovanni.
Il Vescovo Francesco prosegue il dialogo con i ragazzi: “Vi è mai capitato di
ricredervi su una persona? Magari pensavate che quel ragazzo fosse antipatico
e poi, grazie a un incontro positivo, vi siete accorti che non era vera. Sapete
che è facile sbagliarsi? Solo Dio ci vede bene e vede il cuore delle persone. Se
vogliamo vederci bene – è l’invito – dobbiamo stare molto vicini a Lui“. Come
il ragazzo cieco del racconto. Il quale, guarito, incontra di nuovo Gesù, che gli
chiede di vedere ciò che veramente conta: “Tu credi in me?“. “E se fossimo noi
di fronte a Lui, ora? Se Gesù ci chiedesse: “Ma tu ti fidi di me?““. Forse vediamo tante cose, alcune volte con la mente, altre con superficialità e perfino con
pregiudizio, poche volte vediamo con il cuore. “Cari ragazzi, concludo questa
lettera invitandovi a scegliere Gesù come il vostro più grande amico: l’amico
più leale, generose, fedele e simpatico! Il giorno della Cresima sarà il giorno del
vostro “patto di amicizia“ con Lui“.
Gioia, una felicità grande, sfacciatamente incontenibile, è quella che il Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi ha augurato ai ragazzi e ai loro genitori in
occasione di tre incontri programmati dall’Ufficio Catechistico Diocesano per
coloro che si apprestano a ricevere (o hanno già ricevuto) il Sacramento della
Confermazione durante questo anno pastorale.
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Il Vescovo ha incontrato i ragazzi (circa 2.500) e i loro genitori in tre appuntamenti distinti. Il primo appuntamento è stato domenica 16 marzo e ha riguardato i Vicariati Litorale Sud, Coriano e Morciano, il secondo domenica 23 marzo per il Vicariato Urbano, Il terzo si è svolto domenica 30 marzo, per i Vicariati
Valmarecchia, Litorale Nord, Savignano–Santarcagelo.
Alle ore 15 i genitori dei cresimandi si sono ritrovati in Cattedrale assieme al
Vescovo, mentre i ragazzi (accompagnati dai loro catechisti ed educatori) si
sono incontrati in Sala Manzoni, seguiti dal direttore dell’Ufficio Catechistico
diocesano don Daniele Giunchi, che li ha aiutati a riflettere sull’icona evangelica di Gesù che incontra il ragazzo cieco nato e lo guarisce, aiutandolo ad
aprire gli occhi per vederlo veramente: nella vita, nei poveri, nelle persone che
lo circondano, nei sacramenti, nelle meraviglie del creato.
L’incontro dei giovani è stato incentrato sulla visione e dal commento di video
e filmati musicali che aiutano a riflettere sulla fede, su ciò che Dio ha fatto per
noi e sul dono della “vista“.
Papà e mamme (ai quali a loro volta è stata recapitata in precedenza una lettera di mons. Lambiasi) hanno ascoltato alcune testimonianze prima di una
breve catechesi del Vescovo. Sono stati proiettati anche alcune brevi video–interviste che raccontano le vicende di altri testimoni.
Genitori e figli si sono poi ritrovati insieme con mons. Lambiasi alle ore 16.30
in Cattedrale per la preghiera conclusiva.
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Giornata in memoria
dei Missionari martiri
Mandato missionario per il Campo Lavoro 2014 e
ad Alberto Zamagni, per un anno in Venezuela
Il 24 marzo 1980, mentre celebrava l’Eucaristia, venne ucciso Mons. Oscar
A. Romero, Vescovo di San Salvador nel piccolo stato centroamericano di El
Salvador. La celebrazione annuale di una Giornata di preghiera e digiuno in
ricordo dei missionari martiri, prende ispirazione da quell’evento sia per fare
memoria di quanti lungo i secoli hanno immolato la propria vita proclamando
il primato di Cristo e annunciando il Vangelo fino alle estreme conseguenze,
sia per ricordare il valore supremo della vita, dono per tutti. Fare memoria dei
martiri è acquisire una capacità interiore di interpretare la storia oltre la semplice conoscenza.
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La Diocesi di Rimini ha celebrato la Giornata con una Veglia, venerdì 28 marzo,
in Basilica Cattedrale, alle ore 21, organizzata da Missio e alla presenza del
Vescovo mons. Francesco Lambiasi.
La celebrazione ha previsto l’ascolto della Parola di Dio, la proclamazione del
Martirologio, ricordando tutti i martiri (sacerdoti, laici e consacrati) del 2013, e
si è conclusa la recita del Padre Nostro.
Inoltre è stato consegnato a tutti i “Campolavoratori“ presenti il mandato missionario quale segno tangibile del proprio impegno.
Analogo mandato è stato affidato dal Vescovo ad Alberto Zamagni, un giovane
santarcangiolese di 22 anni, in procinto di partire per una esperienza di un
anno nella missione di San Martin de Porres, in Venezuela, dove alla fine degli
anni Settanta la Diocesi di Rimini aveva aperto la sua prima missione, allora
affidata a don Aldo Fonti, oggi direttore di Missio Diocesana.
Al termine della veglia, è partita l’Adorazione Eucaristica come proposto dal
Consiglio Pontificio per la nuova evangelizzazione, e iniziata da Papa Francesco
in San Pietro. è stato esposto il Santissimo, e l’esposizione è proseguita per
tutta la notte del 28 e per la giornata di sabato 29. Si è conclusa alle ore 17 con
il canto dei Vespri, seguiti dalla Santa Messa, alle 17,30.
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Settimana Santa
e celebrazioni pasquali
La Settimana Santa 2014 si è aperta la Domenica delle Palme (24 marzo)
alleore 10,45 con la commemorazione dell’ingresso del Signore in Gerusalemme e la Processione partita dalla Chiesa di S. Antonio (Paolotti) e seguita dalla
S. Messa in Cattedrale.
Lunedì santo si è aperto con il Vescovo di Rimini impegnato prima con la
Conferenza Episcopale Italiana, a Roma.
Martedì 15 aprile mons. Francesco Lambiasi ha presieduto la tradizionale S.
Messa alle Officine Fs di Rimini, alle 11.15. Alle ore 15.30 il Vescovo ha guidato
la Via Crucis all’Ospedale “Infermi“ di Rimini.
Mercoledì 16 aprile i sacerdoti della Diocesi si sono ritrovati presso il Seminario “don Oreste Benzi“ insieme al vescovo Francesco Lambiasi per il ritiro
per il clero riminese. Alle 15,30 si è svoltae in Basilica Cattedrale la Messa del
Crisma. Durante la Messa il Vescovo ha rivolto la sua omelia soprattutto ai
sacerdoti, che in tale occasione rinnovano le promesse della loro ordinazione.
Giovedì santo, 17 aprile, alle ore 18 in Basilica Cattedrale si è celebrata la
Messa in Coena Domini, nella Cena del Signore, memoriale dell’Ultima Cena e
dell’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio. Il Vescovo ha compiuto il gesto
di Gesù ai suoi apostoli: la lavanda dei piedi ai recuperandi della Case Madre
del Perdono e Casa Madre della Riconciliazione.
Venerdì santo, 18 aprile, è giorno di contemplazione del mistero della passione di Gesù. Non si è celebrata la Messa.
I Giovani dell’Azione Cattolica di tutta la Diocesi hanno svolto la Via Crucis,
dal titolo “Non si prega bene che con il silenzio“.
Il percorso, suddiviso in tappe, animate dai giovani e accompagnate dal
Vescovo Francesco Lambiasi (e dall’Assistente diocesano dei giovani di Azione
Cattolica don Daniele Giunchi, è partito alle ore 9 dal Parco Giovanni Paolo II, di
Rimini, e con l’arrivo dopo pranzo presso il Tempio Malatestiano, Rimini, dove
si è svolta la celebrazione della Passione del Signore.
Alle ore 18 il Vescovo ha presieduto in Basilica Cattedrale la liturgia della
Passione del Signore.
Sabato santo 19 aprile nella Chiesa di S. Bernardino, alle 10, si è cantata
l’“Ora della Madre“: una preghiera in canto, della tradizione cristiana orientale,
Avvenimenti diocesani
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
in cui si rivive la speranza della Madonna in trepida attesa della risurrezione del
Figlio. Parteciperà anche il Vescovo.
Alle ore 17.30 il Vescovo – come tradizione – ha fatto visita ai carcerati
presso la Casa Circondariale di Rimini, concluso con un momento di preghiera.
Alle 22,30 di sabato, in Basilica Cattedrale, il Vescovo ha presieduto la solenne Veglia Pasquale nella notte santa.
Alla Domenica della Santa Pasqua il Vescovo ha presieduto in Basilica Cattedrale la Messa Solenne di Pasqua alle ore 11.
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Apertura Causa di
Beatificazione di don Oreste
Benzi
Il Vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, mercoledì 16 aprile, alle ore
12, di fronte ai sacerdoti della Diocesi di Rimini riuniti in presbiterio presso il
Seminario Vescovile “don O. Benzi“, ha annunciato di aver firmato il Decreto per
l’introduzione della Causa di Beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio
sacerdote don Oreste Benzi, e ha disposto che si apra il Processo diocesano sulla vita, virtù e fama di santità del fondatore della comunità papa Giovanni XXIII
e “infaticabile apostolo della carità“, come lo ha definito Papa Benedetto XVI.
Tale annuncio è stato ripetuto, a tutti i fedeli, in occasione della Messa del Crisma, in Basilica Cattedrale, a Rimini.
Il Vescovo è arrivato a questo passo importante dopo aver ottenuto il nulla osta
della Santa Sede (la Congregazione per le Cause dei Santi ha dato il suo avvallo
lo scorso 3 gennaio) e sentito il parere positivo dei confratelli nell’Episcopato
della regione Emilia–Romagna. È stata così accolta, in tempi piuttosto rapidi,
l’istanza avanzata dalla Postulatrice della Causa, la dott.ssa Elisabetta Casadei.
Tutti i fedeli sono ora invitati a fornire al Vescovo notizie utili riguardanti la
causa, e scritti di don Oreste eventualmente in loro possesso, come lettere,
autografi, etc., anche in copia autenticata (da un notaio civile o ecclesiastico).
Il Processo Canonico si dividerà in due fasi: il vaglio degli scritti pubblicati di
don Oreste e l’ascolto dei testimoni. Il Vescovo Francesco nominerà alcuni Periti
teologi, ai quali saranno consegnati i libri e gli articoli raccolti dalla Postulatrice,
affinché siano esaminati per verificare se contengano qualcosa contro la fede e
la morale cattolica.
Contemporaneamente, il Vescovo di Rimini nominerà anche una Commissione
di storici: tale Commissione avrà il compito di ricercare gli scritti non pubblicati
di don Oreste e ogni altro documento riguardante la Causa. Solo al termine di
questa prima fase potranno essere ascoltati i testimoni.
Don Oreste Benzi fin d’ora può essere chiamato con il titolo di Servo di Dio. “è
un titolo attribuito al fedele cattolico di cui è stata intrapresa la Causa di Beatificazione, e indica che la fama di santità e di segni di cui gode era ed è degna
di fiducia: – spiega la dott.ssa Elisabetta Casadei – Ci sono infatti fondati motivi per affermare che abbia vissuto conformandosi a Cristo, praticando le virtù
umane e cristiane in modo eroico“.
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Liturgia Eucaristica
con le persone disabili
In occasione della Celebrazione Eucaristica della Domenica in Albis (II Domenica
di Pasqua), sabato 26 aprile 2014 nella Basilica Cattedrale di Rimini, il Vescovo
di Rimini mons. Francesco Lambiasi ha incontrato le persone diversamente
abili, le loro famiglie, le associazioni e gli operatori.
L’appuntamento nasce dal desiderio di esprimere vicinanza e testimoniare un
segno di accoglienza da parte di tutta la comunità cristiana diocesana, e per
valorizzare le ricchezze umane di ciascuna persona.
“Con la risurrezione di Cristo tutto ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è
invecchiato si rinnova, e tutto ritorna alla sua integrità grazie allo Spirito Santo“
ha scritto nel libretto della Liturgia il Vescovo Francesco.
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Sono invitate tutte le persone diversamente abili, le loro famiglie, le associazioni,
gli operatori e le comunità cristiane. È la prosecuzione di un percorso iniziato
assieme già da qualche anno.
“Per toccare il Dio vivo, non serve “fare un corso di aggiornamento“ ma entrare
nelle piaghe di Gesù e per questo “è sufficiente uscire per la strada“.
Chiediamo a San Tommaso la grazia di avere il coraggio di entrare nelle piaghe
di Gesù con la nostra tenerezza e sicuramente avremo la grazia di adorare il Dio
vivo“ ha detto Papa Francesco.
Ad accompagnare la liturgia ci sarà il Coro dei movimenti diocesani.
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Illuminaci
Un percorso tra arte e fede alla scoperta del
Tempio Malatestiano
Il Tempio “illuminato“ di nuova luce. L’intento del percorso conoscitivo all’interno del Tempio Malatestiano di Rimini, in programma martedì 29 aprile, è
quello di andare alla ricerca dei contenuti artistici, teologici e sapienzali dell’edificio più significativo di Rimini: il simbolo identitario della città e della Chiesa
riminese, oggi anche Basilica Cattedrale. L’eloquenza del Tempio sarà dunque
indagata e mostrata attraverso differenti “punti di osservazione“ che hanno
nell’umanesimo cristiano e nel suo sguardo rivolto alla Divina Sapienza il loro
filo conduttore.
Questa iniziativa, che prevede l’avvio di una diversa modalità di fruizione culturale del Tempio Malatestiano, si inserisce nella più ampia cornice del progetto
Illùminaci, avviato nell’estate del 2013 dall’Opera Pellegrinaggi della Romagna
(che vede la stretta sinergia della Diocesi di Rimini insieme alle altre sei diocesi
della Romagna), con l’intento di promuovere una più ampia e dinamica valorizzazione e riscoperta del patrimonio di arte sacra dei poli di eccellenza che
testimoniano la radice della cristianità in Romagna.
“Illùminaci“ si compone di due parti (entrambe ad ingresso libero). La prima,
pomeridiana, in Sala San Gaudenzo (di fianco alla Cattedrale), con introduzione
del Vescovo Francesco, alcuni significativi interventi e la presentazione di strategie per un turismo culturale e religioso a Rimini. La seconda, in prima serata, più
“spettacolare“, è prevista all’interno del Tempio stesso, attraverso video, intermezzi musicali, letture e interventi di noti studiosi, dal prof. Pier Giorgio Pasini
al prof. Alessandro Giovanardi, dall’arch. Jonny Farabegoli al prof. Auro Panzetta.
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Bollettino Diocesano 2014 - n. 1
Veglia del 1 maggio
La festa del lavoro, il lavoro a Rimini
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Si è tenuta mercoledì 30 aprile presso la parrocchia riminese di S. Maria
Annunziata (meglio conosciuta come Colonnella), la tradizionale Veglia in
occasione del 1 Maggio, festa del lavoro e memoria liturgica di San Giuseppe
Lavoratore.
Organizzata dall’Ufficio Diocesano di Pastorale Sociale, diretto da don Antonio
Moro, la Veglia è itinerante: ogni anno è ospitata in un luogo significativo della
Diocesi di Rimini, ovvero dove vi è una presenza di realtà lavorative significative.
La scelta del luogo 2014, ovvero la parrocchia riminese di S. Maria Annunziata,
è motivata dal fatto che in questa realtà (circa 5.200 abitanti) negli ultimi
due anni è stato intrapreso un lavoro con i giovani (in particolare gli scout, in
preparazione alla route nazionale del prossimo agosto), dedicato proprio al
tema del futuro che si intreccia con il lavoro.
Durante la serata sono state ospitate anche tre testimonianze: un ragazzo scout,
una coppia giovane (che vive l’esperienza della Gioc) e un ragazzo che lavora in
una cooperativa (aderente a Comunione e Liberazione).
Si tratta di un momento di preghiera e di riflessione. La veglia di preghiera aveva
per titolo “Giovani e Lavoro. Nella precarietà la speranza…“ è stata presieduta
dal Vescovo di Rimini, S.E. mons. Francesco Lambiasi. La Veglia è stata preparata
dall’Ufficio Diocesano di Pastorale Sociale insieme ai vari gruppi della parrocchia,
a partire da una frase di papa Francesco: “Auspico che, nella logica della gratuità
e della solidarietà, si possa uscire insieme da questa fase negativa, affinché sia
assicurato un lavoro sicuro, dignitoso e stabile“.
Avvenimenti Diocesani
Bollettino
Maggio – Agosto
2014
2
Bollettino Diocesano 2014 - n. 2
Indice
Dalla Santa Sede................................................................................................................................. 5
Atti del Vescovo................................................................................................................................... 11
Omelie.........................................................................................................................................................13
Lettere e messaggi.................................................................................................................................23
Decreti e Nomine...................................................................................................................................35
Diario del Vescovo...............................................................................................................................53
Attività del Presbiterio................................................................................................................... 61
Avvenimenti Diocesani..................................................................................................................73
Dalla Santa Sede
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
SEGRETERIA DI STATO
PRIMA SEZIONE – AFFARI GENERALI
N. 30.588
Dal Vaticano, 6 giugno 2014
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Eccellenza Reverendissima,
è pervenuta a quest’Ufficio la somma di € 32.406,11, che Ella, anche a
nome di codesta Diocesi, ha inviato al Santo Padre Francesco, quale Obolo di
San Pietro per l’anno 2013.
Sua Santità, riconoscente per il premuroso gesto di ecclesiale comunione e per i sentimenti di spirituale affetto e di venerazione che lo hanno suggerito, mentre chiede di pregare per la Sua persona e per il Suo universale ministero,
invoca la celeste protezione della Vergine Maria e di cuore imparte a Vostra Eccellenza e a quanti sono affidati alle sue cure pastorali una speciale Benedizione
Apostolica.
Nel significarLe che l’offerta figurerà nel Rendiconto dell’Obolo per l’anno 2014, mi valgo della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio
dell’Eccellenza Vostra Reverendissima
dev.mo
Angelo Becciu
Sostituto
A Sua Eccellenza Rev.ma
Mons. FRANCESCO LAMBIASI
Vescovo di Rimini
Dalla Santa Sede
Bollettino Diocesano 2014- n.2
SEGRETERIA DI STATO
N. 21.924
Dal Vaticano, 30 luglio 2014
Eccellenza Reverendissima,
in occasione del XXXV Meeting per l’amicizia tra i popoli, sono lieto di
far giungere a Lei, agli organizzatori, ai volontari e a quanti vi parteciperanno il
cordiale saluto e la benedizione di Sua Santità Papa Francesco, insieme col mio
personale auspicio di ogni bene per questa importante iniziativa.
Il tema scelto per quest’anno – Verso le periferie del mondo e dell’esistenza – riecheggia una costante sollecitudine del Santo Padre. Fin dal suo episcopato a Buenos Aires, Egli si rese conto che le “periferie“ non sono soltanto
luoghi, ma anche e soprattutto persone, come disse nel Suo intervento durante
le Congregazioni generali prima del Conclave: “la Chiesa è chiamata ad uscire
da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma
anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’assenza di fede, quelle del pensiero, quelle di
ogni forma di miseria“ (9 marzo 2013).
Perciò Papa Francesco ringrazia i responsabili del Meeting di avere accolto e diffuso il Suo invito a camminare in questa prospettiva. Una Chiesa “in
uscita“ è l’unica possibile secondo il Vangelo; lo dimostra la vita di Gesù, che
andava di villaggio in villaggio annunciando il Regno di Dio e mandava davanti
a sé i suoi discepoli. Per questo il Padre lo aveva mandato nel mondo.
Il destino non ha lasciato solo l’uomo è la seconda parte del tema del
Meeting: un’espressione del servo di Dio Don Luigi Giussani che ci ricorda che
il Signore non ci ha abbandonati a noi stessi, non si è dimenticato di noi. Nei
tempi antichi ha scelto un uomo, Abramo, e lo ha messo in cammino verso la
terra che gli aveva promesso. E nella pienezza dei tempi ha scelto una giovane
donna, la Vergine Maria, per farsi carne e venire ad abitare in mezzo a noi. Nazareth era davvero un villaggio insignificante, una “periferia“ sul piano sia politico
che religioso; ma proprio là Dio ha guardato, per portare a compimento il suo
disegno di misericordia e di fedeltà.
Il cristiano non ha paura di decentrarsi, di andare verso le periferie, perché ha il suo centro in Gesù Cristo. Egli ci libera dalla paura; in sua compagnia
possiamo avanzare sicuri in qualunque luogo, anche attraverso i momenti bui
della vita, sapendo che, dovunque andiamo, sempre il Signore ci precede con
la sua grazia, e la nostra gioia è condividere con gli altri la buona notizia che Lui
è con noi. I discepoli di Gesù, dopo aver compiuto una missione, ritornarono
entusiasti per i successi ottenuti. Ma Gesù disse loro: “Non rallegratevi però
Dalla Santa Sede
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Bollettino Diocesano 2014 - n.2
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perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri
nomi sono scritti nei cieli“ (Lc 10,20–21). Non siamo noi a salvare il mondo, è
solo Dio che lo salva.
Gli uomini e le donne del nostro tempo corrono il grande rischio di
vivere una tristezza individualista, isolata anche in mezzo a una quantità di
beni di consumo, dai quali comunque tanti restano esclusi. Spesso prevalgono
stili di vita che inducono a porre la propria speranza in sicurezze economiche
o nel potere o nel súcesso puramente terreno. Anche i cristiani corrono questo
rischio. “E evidente afferma il Santo Padre – che in alcuni luoghi si è prodotta
una “desertificazione“ spirituale, frutto del progetto di società che vogliono costruirsi senza Dio“ (Esort. ap. Evangelii gaudium, 86). Ma questo non ci deve
scoraggiare, come ci ricordava Benedetto XVI inaugurando l’Anno della fede:
“Nel deserto si torna a scoprire il valore di ciò che è essenziale per vivere; così
nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso manifestati in
forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel
deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita,
indichino la via verso la Terra promessa e così tengono viva la speranza“ (Omelia nella Santa Messa di apertura dell’Anno della fede, 11 ottobre 2012).
Papa Francesco invita a collaborare, anche con il Meeting per l’amicizia
tra i popoli, a questo ritorno all’essenziale, che è il Vangelo di Gesù Cristo. “I
cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come
chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala
un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per
proselitismo ma “per attrazione““ (Evangelii gaudium, 14), cioè “attraverso una
testimonianza personale, un racconto, un gesto, o la forma che lo stesso Spirito
Santo può suscitare in una circostanza concreta“ (ibid., 128).
Il Santo Padre indica ai responsabili e ai partecipanti al Meeting due
attenzioni particolari.
Anzitutto, invita a non, perdere mai il contatto con la realtà, anzi, ad
essere amanti della realtà. Anche questo è parte della testimonianza cristiana:
in presenza di una cultura dominante che mette al primo posto l’apparenza,
ciò che è superficiale e provvisorio, la sfida è scegliere e amare la realtà. Don
Giussani lo ha lasciato in eredità come prcigramma di vita, quando affermava:
“L’unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre
intensamente il reale. La formula dell’itinerario al significato della realtà è quella di vivere il reale senza preclusioni, cioè senza rinnegare e dimenticare nulla.
Non sarebbe infatti umano, cioè ragionevole, considerare l’esperienza limitatamente alla sua superficie, alla cresta della sua onda, senza scendere nel profondo del suo moto“ (Il senso religioso, p. 150).
Inoltre, invita a tenere sempre lo sguardo fisso sull’essenziale. I problemi più gravi, infatti, sorgono quando il messaggio cristiano viene identificato
con aspetti secondari che non esprimono il cuore dell’annuncio. In un mondo
nel quale, dopo duemila anni, Gesù è tornato ad essere uno sconosciuto in tanti
Paesi anche dell’Occidente, “conviene essere realisti e non dare per scontato
che i nostri interlocutori conoscano lo sfondo completo di ciò che diciamo o
che possano collegare il nostro discorso con il nucleo essenziale del Vangelo
Dalla Santa Sede
Bollettino Diocesano 2014- n.2
che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva“ (Evangelii gaudium, 34)
Per questo, un mondo in così rapida trasformazione chiede ai cristiani
di essere disponibili a cercare forme o modi per comunicare con un linguaggio
comprensibile la perenne novità del Cristianesimo. Anche in questo occorre essere realisti. “Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà
per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada“ (ibid., 46).
Sua Santità offre queste riflessioni come contributo alla settimana del
Meeting, a tutti coloro che vi parteciperanno, in particolare ai responsabili, agli
organizzatori e ai relatori che giungeranno dalle periferie del mondo e dell’esistenza per testimoniare che Dio Padre non lascia soli i suoi figli. Il Papa auspica
che tanti possano rivivere l’esperienza dei primi discepoli di Gesù, i quali, incontrandolo sulla riva del Giordano, si sentirono domandare: “Che cosa cercate?“.
Possa questa domanda di Gesù accompagnare sempre il cammino di quanti
visitano il Meeting per l’amicizia tra i popoli.
Mentre chiede di pregare per Lui e per il Suo ministero, Papa Francesco
invoca la materna protezione della Vergine Madre e di cuore invia a Vostra Eccellenza e all’intera comunità del Meeting la Benedizione Apostolica.
Nel pregare Vostra Eccellenza di assicurare anche il mio personale augurio, profitto della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio
dell’Eccellenza Vostra Reverendissima
dev.mo
Pietro Card. Parolin
A Sua Eccellenza Rev.ma
Mons. FRANCESCO LAMBIASI
Vescovo di Rimini
Dalla Santa Sede
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Dalla Santa Sede
Atti del Vescovo
• Omelie
Pentecoste, festa della missione – Per la Veglia di pentecoste ..............................13
Dall’ingratitudine alla gratuità – Per il Corpus Domini ............................................17
Incontrare Gesù nella sua Chiesa – Per il Meeting di C. L. ...................................20
• Lettere e Messaggi
Lettera dopo la Visita pastorale alle 25 Zone Pastorali .............................................24
Invito alla Tre Giorni del Presbiterio.................................................................................29
Invito alla Veglia di Pentecoste..........................................................................................30
Resta con Noi – Preghiera per la Pentecoste ...............................................................31
Ai Rover e alle Scolte dell’AGESCI.....................................................................................32
Ai Giovani di Comunione e Liberazione .........................................................................33
• Decreti e nomine............................................................................................35
• Diario del Vescovo ........................................................................................53
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Pentecoste, festa della missione
Usciamo ad offrire la gioia del Vangelo
Omelia del Vescovo per la Veglia di Pentecoste
Rimini, Arco di Augusto, 7 giugno 2014
Nei giorni della sua vita terrena un ardente desiderio bruciava incontenibile
nel cuore di Gesù. Un giorno lo ha esternato lui stesso con parole infiammate, percorse dal fremito di un sospiro irrefrenabile, e puntualmente riportate
dall’evangelista Luca (Lc 12,49s): “Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla
terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo da ricevere, e provo
una grande angoscia finché non l’avrò ricevuto!“. Parola di Gesù! Chiediamoci
ora: che cos’è questo fuoco e cosa sarà mai questo battesimo? E ancora: qual
è il momento supremo in cui Gesù intravede il compimento del suo desiderio?
Secondo lo stesso evangelista, san Luca, con quelle parole Gesù deve certamente avere avuto in mente l’evento della Pentecoste, di cui il Battista aveva
parlato, proprio alludendo al Messia Gesù: “Io vi battezzo con acqua, ma... lui
vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco“ (Lc 3,15s). In effetti lo stesso evangelista,
nel libro degli Atti, presenta la Pentecoste come il primo solenne battesimo di
tutta la Chiesa, un battesimo non di acqua, ma appunto di fuoco, come si intuisce dall’effusione dello Spirito Santo, nel segno delle lingue di fuoco posate su
Maria e gli apostoli, nel cenacolo (cfr Atti 2,3).
1. Con la Pasqua di morte e risurrezione e con il suo culmine, la Pentecoste, si è dunque compiuto in pieno quel desiderio che faceva infiammare Gesù
durante la sua vita. Ma che ne è ora di quel sogno? Forse che Gesù non nutre
più alcun desiderio nei nostri confronti? Il suo cuore infuocato è diventato forse come un vulcano spento? Niente affatto! Quel sospiro vibra ancora nel suo
cuore ed è ora più fremente che mai, perché il fuoco della Pentecoste non si è
acceso una volta per sempre, ma attende di accendersi ogni volta di nuovo. Nulla è automatico nella relazione bidirezionale tra la Chiesa e Gesù, nulla è fissato
una volta per tutte. Sia la Chiesa sia Gesù attendono una “nuova Pentecoste“:
la Chiesa attende di riceverla, Gesù attende di donarla!
Cosa vogliamo intendere, dicendo che quel fuoco deve accendersi “ogni
volta di nuovo“? Vogliamo dire che deve accendersi nella vita di ogni cristiano.
Certo, è stato acceso la prima volta nel nostro battesimo, perché lo Spirito Santo ci fu donato in quell’occasione insieme alla dote preziosa delle virtù teologali
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.2
– fede, speranza e carità – che allora, in germe, ci furono infuse. Ma lo sanno
tutti che un fuoco, per quanto ardente, può arrivare a spegnersi, può rimanere
coperto da una coltre di cenere, e allora è come se non bruciasse affatto. Questa è la situazione precisa in cui il fuoco dello Spirito e dell’amore di Dio è in
molti cristiani: sepolto, perciò inattivo, inoperoso, inefficace. È spento, perché
non accende una vita, non provoca una missione, non genera una testimonianza, non contagia una gioia. Ma un bel giorno un credente si accorge che la sua
vita cristiana è scarica: è incolore, inodore e insapore, e avverte una scossa.
Prova una gran voglia di cambiare; gli sembra come di passare attraverso un
nuovo battesimo di fuoco; sente un insopprimibile desiderio di vivere la “vita
nuova“, ricevuta in dono il giorno del suo battesimo.
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2. Ma ci sono epoche nella storia della Chiesa in cui il Signore pare non contentarsi più di piccoli falò o di focherelli di carta che si accendono qua e là nel
popolo di Dio, con il pericolo di consumarsi in breve e di spegnersi del tutto, ma
vuole che tutta la Chiesa si riaccenda e si rinnovi. Al Signore non gli basta più
che ci siano qua e là nella pianura dei mucchietti di ossa che rivivono. Vuole che
tutto il popolo si rimetta in piedi e sia come “un esercito grande, sterminato“.
Perciò manda ancora i suoi profeti a gridare: “Ossa inaridite, ascoltate la parola
del Signore: Ecco, io faccio entrare in voi lo Spirito e rivivrete... Spirito, vieni dai
quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano“ (Ez 37,4–10).
Molti segni indicano che la nostra è una di quelle epoche. Un primo segno è
lo scontento e la delusione che si fa sempre più strada, specie tra i giovani, nei
confronti di altri progetti di rinnovamento della società che nel recente passato
hanno affascinato l’animo di molti per un certo tempo, ma non sono “dello“ e
“nello“ Spirito. Inoltre, a fronte di molti battezzati che abbandonano la Chiesa,
stanchi di una religione sdolcinata e stucchevole – fatta di cerimonie, di formule, di precetti e divieti – altri invece avvertono un’ardente sete di vita nuova. Desiderano riscoprire la gioia dell’incontro con un Dio vivo, con un Gesù persona
concreta, non personaggio da museo. È quella nuova Pentecoste, sognata da
san Giovanni XXIII e dai padri del Concilio.
Ma ora, a 50 anni dal Vaticano II, alla domanda se sia una vera Pentecoste
quella a cui stiamo assistendo, dobbiamo rispondere senza mezze parole: sì! E
il segno più convincente è il rinnovamento della qualità della vita cristiana. È la
nuova immagine di Chiesa, rilanciata dal Concilio, quale popolo di Dio in cammino, sotto la guida dello Spirito Santo, animata dai suoi carismi, in comunione
con i suoi pastori, come è possibile contemplarla nei movimenti ecclesiali, in
associazioni antiche e rinnovate, in tante comunità parrocchiali, in cui è possibile fare oggi una esperienza viva di Gesù, attraverso la sua parola, il soffio del
suo Spirito, una intensa vita fraterna, un audace slancio missionario.
Sono risvegli che danno luogo a un modo nuovo di stare insieme tra credenti, che somiglia a quello dei primi cristiani e tende a concretizzarsi in modelli nuovi e più autentici di comunità. I cristiani riscoprono la loro vocazione
battesimale, come vocazione alla santità, e anziché essere spaventati da questa
parola – “santità“ – ne sono affascinati: sentono che la santità non è altro che
la misura alta della vita cristiana, si rendono conto che essa è fatta per loro e
loro sono fatti per essa.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
3. Sì, è l’ora della Pentecoste. Lo Spirito Santo ci ha mandato un uomo,
chiamato Francesco, che non si stanca di gridare: “Usciamo, usciamo ad offrire
a tutti la vita di Gesù Cristo. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il
centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti“ (EG
49). Usciamo dal cenacolo, altrimenti diventa un carcere in cui ci intrappoliamo
con le nostre mani. “Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!“ (EG 80).
È l’ora della missione. Siamo troppo chiusi e rannicchiati nei nostri recinti;
siamo rimasti a “fare i bigodini“ alle dieci pecore ancora nell’ovile e facciamo
poco, troppo poco! per andare a ritrovare le novanta smarrite. Ripeto: la domanda vera oggi non è: quanti cristiani siamo? ma: quanto siamo cristiani? La
missione non è un lusso, ma un bisogno; non è un optional, ma un mandato;
non è un peso, ma un dono: gratuitamente affidato alla nostra generosità. “La
missione è una passione per Gesù, ma, al tempo stesso, è una passione per il
suo popolo“ (EG 268).
È l’ora della conversione pastorale. Ciò significa passare da una visione statica e burocratica della pastorale a una prospettiva missionaria; da una pastorale di conservazione, stanca e ripetitiva, a una pastorale di primo annuncio.
Dobbiamo smettere di appartenere alla setta di quella gente che cade compulsivamente nel peccato ricorrente del “si dovrebbe fare così“ o si sdraia pigramente nel comodo alibi del “si è sempre fatto così“ (EG 96; 33).
È l’ora di tornare all’essenziale: “Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta
di imporre a forza di insistere“ (EG 35). Il cuore della fede cristiana non è una
grande idea o un nobile valore; è un avvenimento, anzi una Persona che – fratello, sorella! – prova ad incontrarla, e poi mi dirai se non ti cambia la vita. Se
dunque il cuore della fede è Gesù, il Messia, il nostro misericordioso e onnipotente Salvatore, allora non si può parlare “più della legge che della grazia, più
della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio“ (EG 38).
Bisogna anche evitare che la rigidità con cui si intende conservare la precisione
del linguaggio vada a danno del messaggio. In altre parole, si può usare anche
un linguaggio rigorosamente ortodosso ma incomprensibile ai più, e non trasmettere la perenne novità e l’inesauribile freschezza del vangelo. (cfr EG 41).
È l’ora della grinta, dello slancio, dell’entusiasmo. Basta con le facce da
funerale! Basta con cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza
Pasqua! Il vangelo della gioia si può annunciare solo con la gioia del vangelo.
Le sfide ci stanno per essere attraversate, non per venire diplomaticamente
bypassate, né per lasciarcene travolgere. Le sfide vanno appunto... “sfidate“ con
fiducia e tenacia, con grinta, addirittura con allegria! Non meravigliatevi di queste parole: non sono mie, ma di papa Francesco! Provare per credere: vedi EG
277;109.
È l’ora dei no e dei sì di papa Francesco. No all’accidia egoista, no alla nuova
idolatria del denaro, no all’ingiustizia che genera violenza, no al pessimismo
sterile, no alla mondanità spirituale, no alla guerra tra di noi. Sì alla sfida di una
spiritualità missionaria, sì alle relazioni nuove generate da Gesù Cristo, sì alla
Chiesa dei/con/per i poveri.
È con questi pensieri e con questi sentimenti che comunico l’intenzione di
Omelie
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indire una missione straordinaria per il prossimo biennio 2014–2016: il prossimo anno pastorale sarà dedicato alla preghiera, alla formazione e alla preparazione della missione; il secondo anno alla sua concreta attuazione. Mettiamo
l’impresa della missione diocesana sotto la protezione dei nostri santi e beati,
in particolare di Alberto Marvelli, in questo anno dedicato alla sua santa memoria, nel 10 anniversario della sua beatificazione.
Lo Spirito della Pentecoste è il grande vento: noi non ne siamo i padroni,
ma possiamo orientare le vele della barca della nostra Chiesa. Scrive il Papa:
“Non c’è maggior libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolar e a controllare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci
orienti, ci spinga dove lui desidera“ (EG 280).
Preghiamo, con il Papa, santa Maria:
“Stella della nuova evangelizzazione, aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione, del servizio, della fede ardente e generosa, della
giustizia e dell’amore verso i poveri, perché la gioia del Vangelo giunga sino
ai confini della nostra terra e nessuna periferia sia priva della sua luce“.
Amen. Alleluia.
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Dall’ingratitudine alla gratuità
Eucaristia: rendere grazie sempre, dovunque,
comunque
Omelia del Vescovo alla processione del Corpus Domini
Rimini, Arco d’Augusto, 19 giugno 2014
Gratitudine, gratuità, grazia, grazie: sono vocaboli che appartengono alla
costellazione di una parola maiuscola e irrinunciabile del lessico cristiano: eucaristia. Ma da vari segnali risultano anch’esse sempre più esiliate dalla nostra cultura. Non potremo mai uscire dal tunnel di questa crisi di cui si fatica a vedere
la fine, se non impareremo di nuovo a declinarle, se noi cristiani non torneremo
umilmente a frequentare la scuola dell’eucaristia. È alla mensa di Gesù che si
può riapprendere la grammatica della grazia e del grazie. È alla cena del Signore
che possiamo riprendere il percorso che ci porta dall’ingratitudine alla gratuità.
1. In una società così poco socievole, che sembra sempre più un arcipelago
di tanti isolotti, angusti e tristi, quanti sono i nostri ’io’ – tutti narcisisticamente
occupati a fotografarsi ognuno con il proprio selfie – sembra che il manifesto
che ci riproduce ad alta definizione si possa riassumere nello slogan: autonomia ingrata. È vero, amaramente vero: ai nostri giorni la vicinanza esteriore tra
le persone sale in proporzione diretta alla loro lontananza interiore. La gratitudine, invece, è figlia legittima dello stupore e della sorpresa: uno stupore incontenibile, ’coniugato’ – letteralmente, legato in coppia – con l’inimmaginabile
sorpresa di trovarsi di fronte a un dono eccedente, immeritato, imprevedibile.
È la ’lezione’ dell’eucaristia, che significa ’rendimento–di–grazie’. Ricordiamo come la grande preghiera eucaristica cominci con un sussulto di gratitudine: “È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza rendere
grazie sempre e in ogni luogo...“. Certo, noi poveri mortali ci rendiamo ben
conto che i nostri inni di lode non possono ingrandire la già infinita grandezza
di Dio. Il quale non ha affatto bisogno di un supplemento di lode, ma per un
dono del suo amore ci chiama a rendergli grazie. Dio trova la sua gloria non nel
prenderla da noi, ma nel parteciparci la sua. Perché “la sua gloria è la nostra
vita“ (s. Ireneo).
Così ha fatto Gesù: nella sera in cui veniva tradito, ha preso il pane e ha
reso grazie, letteralmente: ha sciolto al Padre il suo più splendido canto di lode,
perché in quella circostanza tremenda l’amore che il Padre gli infondeva permetteva al Figlio amato di trasformare un odio totalmente arbitrario in una abnegazione totalmente gratuita. In breve, con il dono dello Spirito d’amore Gesù
ha trasformato un grandissimo dolore in un amore infinitamente più grande.
2. Questo facciamo noi cristiani, quando celebriamo l’eucaristia. Senza dubbio, si possono vedere le cose e le persone in un modo superficiale: quando le
Omelie
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si guarda unicamente per possederle o per goderne egoisticamente; quando la
morbosa voglia di riuscire a dominarle diviene fonte di ansie sfibranti e di angosciosi affanni. L’eucaristia ci insegna a guardare tutte le creature con lo sguardo
limpido di Gesù, ci guida a contemplarle con gli occhi purificati di Francesco
d’Assisi, ci insegna e ci impegna a considerarle come parole divine nel cuore
stesso delle cose: a vedere il sole, il vento e il fuoco come fratelli, e la luna, le
stelle, l’acqua e perfino la morte come sorelle.
La gratitudine, a sua volta, genera la gratuità. Il ricevere, infatti, precede
sempre il fare e l’accogliere anticipa il dare. Ma la gratuità non è riducibile alla
semplice e pur benemerita filantropia. Mentre la filantropia trova la sua forza
nella cosa donata, nella sua oggettiva entità, nel quantum regalato – tanto è
vero che esistono le graduatorie o le classifiche di merito filantropico – la gratuità invece genera reciprocità, mettendo chi riceve nelle condizioni concrete
di ricambiare il dono. Mentre nel regalo ti do per ricevere – è la logica dello
scambio dei regali – nel dono gratuito invece ti do perché tu possa a tua volta
donare (non necessariamente a me). La filantropia fa – quello che fa – per gli
altri; la gratuità lo fa con gli altri. La filantropia rischia di creare dipendenza; la
carità provoca vicinanza. Perché il dono non umili l’altro, devo dargli non solo
qualcosa di mio, ma qualcosa di me, e il dono è completo quando dono completamente me stesso.
Nell’eucaristia si verifica il massimo della gratitudine e il massimo della
gratuità. Gesù non mi dona semplicemente la sua sapienza e la sua forza, ma
mi dona tutto se stesso, perfino la sua fragilità, inscritta nella sua carne e nel
suo sangue. Si verifica così la perfetta coincidenza tra il dono e il donatore, e si
realizza la piena, reciproca unità tra il donatore e ciascuno dei molti donatari.
Pensiamo al segno del pane, trasparente immagine di gratuità: la sua fragrante presenza nelle nostre case richiama l’aspirazione alla pace, il sapore
della tenerezza che vorremmo sperimentare nella quotidianità. Spezzare il pane
rivela gioia di condivisione, interiore certezza che spinge a superare le fatiche e
le difficoltà nelle relazioni reciproche e nelle situazioni faticose. Poterlo spezzare ogni giorno è speranza di esistere non dell’effimero, ma della vera sostanza,
che rende interiormente libera e perennemente buona e bella la nostra esperienza di vita. Introdurre lo spirito dell’eucaristia nella nostra esistenza vuol dire
porre il mistero che contiene al centro del nostro essere e del nostro operare,
come energia generante un modo di vivere che ne sia autentico riflesso. Il nostro pellegrinare quotidiano fra le cose assume, allora, una continuità di lode,
celebrata in tutto ciò che siamo, facciamo, proviamo, anche nella sofferenza,
nella contrarietà e nella contraddizione.
Si verifica così in pieno l’obbedienza all’indicativo–imperativo di Gesù:
“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date“ (Mt 10,8).
3. Diametralmente opposta alla logica eucaristica è la logica del gioco
d’azzardo. Si tratta di una immonda, drammatica caricatura della gratuità. Lo
dobbiamo dire a chiare lettere: il gioco d’azzardo è immorale. Si basa sull’adescamento dei soggetti deboli: i poveri, i disoccupati, le casalinghe, gli anziani,
i giovani, perfino i bambini. Si basa sulla speranza di facile e immediato arricchimento, senza lavoro. Severa, al riguardo, la parola di s. Paolo: “Chi non
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
vuol lavorare, neppure mangi... Ordiniamo di guadagnare il pane lavorando con
tranquillità“ (2Tess 3,10.12). La promozione del gioco d’azzardo è ancora più
aggressiva e grave in un periodo di crisi economica e di povertà diffusa come
l’attuale. Inoltre occorre tenere presente che il contesto culturale, in cui il gioco
d’azzardo è praticato, è mafioso. Le stesse ditte che producono e collocano le
macchine da gioco nei locali pubblici sono in maggioranza straniere e senza
possibilità di tracciabilità da infiltrazioni mafiose.
Si tratta di un fenomeno che continua a registrare una paurosa escalation.
La spesa pro capite nel decorso anno in Italia per il gioco d’azzardo è stata di
1270; è il 10% della spesa degli italiani, compresi i neonati. Siamo quarti nel
mondo per la raccolta del gioco, e Rimini è tra le prime città in Italia per volume
di spesa pro capite nel gioco d’azzardo. Il fenomeno è esploso raggiungendo
una raccolta di ben 85 miliardi all’anno, rispetto ai 24 di dieci anni fa. A fronte
di questa spesa scellerata, si registrano le cifre spaventose delle vittime del gioco d’azzardo: due milioni di italiani a rischio dipendenza, 800mila malati; ben
400mila bambini tra i 7 ed i 9 anni hanno già puntato dei soldi.
Su questo fenomeno ho già avuto modo di alzare la voce l’anno scorso e, se
ora ci ritorno, non è solo perché il fenomeno nel frattempo ha registrato una ulteriore impennata, ma anche perché si è verificato un fatto che apre il cuore alla
speranza. Infatti si è raggiunto ed è stato ampiamente superato il quorum delle
firme necessarie per la proposta di legge di iniziativa popolare contro il gioco
d’azzardo. La Corte di Cassazione ha ammesso la proposta che ora è all’esame
delle competenti Commissioni parlamentari. Ma occorre andare avanti, senza
se e senza ma. Occorre favorire l’associazione “giocatori anonimi“: a Rimini c’è.
Occorre favorire il “bollino qualità“ per i locali pubblici che non accettano il gioco d’azzardo: a Rimini, purtroppo, sembra che non ce ne sia nessuno. Occorre
che dell’argomento si faccia cenno diretto nell’omiletica e nella catechesi.
Sorelle, Fratelli, Amici, chiediamo ora la benedizione al Signore per la nostra
Città. Noi lo vogliamo pregare perché provochi noi credenti a non tenerlo prigioniero nelle nostre chiese. Lui non bussa dall’esterno per entrare, ma dall’interno
per uscire. Nessun cittadino abbia paura: Gesù non viene a toglierci nulla. Fare
di Cristo il cuore della Città non significa amputare quanto di umano ci qualifica, ma eliminare quanto di disumano ci rattrista. Noi preghiamo perché Gesù
venga ad abitare tra di noi e resti con noi per sempre.
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Incontrare Gesù nella sua
Chiesa
Omelia tenuta dal Vescovo per celebrazione eucaristica
del Meeting di C.L.
Fiera di Rimini, 24 agosto 2014
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Incontrare Gesù: è l’avventura di molti, il sogno di tanti, il bisogno di tutti.
Quel giorno, dalle parti di Cesarea di Filippo – città tutta pagana, estrema periferia esistenziale dell’alta Galilea – Pietro ancora una volta incontrò Gesù e in
lui intravide il Messia, e Gesù incontrò Pietro e in lui intravide la roccia su cui
poggiare l’edificio della sua Chiesa. Certo, Simeon bar Jonas era già inciampato
nella vita allo sbando di ’quel’ Jeshù di Nazaret, e da diverso tempo ormai non
poteva più fare a meno di andargli dietro. La prima volta lo aveva incontrato
durante una magra battuta di pesca sulle rive del lago di Tiberiade: era rimasto
incantato e letteralmente incatenato dal suo sguardo irresistibile, e da lui si era
sentito rovesciare addosso quella promessa esorbitante: “Farò di te un pescatore di uomini“. Poi lo aveva incontrato sul monte, insieme agli undici compagni e a una folla straripante, e si era abbeverato ad ampi sorsi alle sue parole
luminose e dissetanti: “Beati i poveri... Beati i puri di cuore... Beati gli assetati
di giustizia“. Poi tante volte aveva mangiato e bevuto con lui, aveva assistito
sorpreso e sbalordito ai suoi miracoli, si era spellato le mani al sentire le sue
repliche infuocate alle pretestuose polemiche di scribi e farisei, aveva provato
un brivido a pelle tutte le volte che il Maestro baciava i lebbrosi o abbracciava
i bambini. E ogni volta, sempre come fosse la prima. Eppure nessun incontro
con il giovane rabbi, proveniente da un villaggio di terz’ordine della Galilea, era
la fotocopia del precedente, anzi risultava fresco, sempre nuovo, assolutamente inedito. Con quel Maestro lì era davvero impossibile andare in automatico...
Ma quel giorno, sotto l’azzurro fitto del cielo, ai piedi dell’Ermon, alla domanda stringente e ineludibile del Maestro: “Ma voi, chi dite che io sia?“, Simone si era ritrovato sulle labbra parole più grandi di lui: “Tu sei il Cristo, il Messia,
tu sei il Figlio del Dio vivente“. Di getto il primo dei Dodici aveva parlato per
tutti i compagni. La storia dell’antico Israele, su su fino ai profeti del passato
più remoto, fino all’insuperabile re Davide, fino al padre Abramo, sembrò raccolta in quelle parole letteralmente piovute dall’alto. Simone aveva captato il
mistero di Gesù e Gesù, di schianto, aveva promesso di poggiare la sua Chiesa
sulle spalle di Simone. “Su di te, come su una roccia – aveva appena detto il
Maestro – edificherò la mia Chiesa“. Nel sentirsi chiamare per la prima volta
“roccia“, Simone Kefas deve aver piantato i suoi occhi impauriti negli occhi di
Gesù, come per dire: “Ma, Signore, io... roccia?! Io, così friabile, io così duro
fuori e fragile dentro?“. Paura – quella di Pietro – di tutta la storia terrena di
questa nuova comunità che il Maestro voleva edificare? In un lampo il primo
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
dei Dodici avrà forse visto la Chiesa diventata così grande e preoccupata soprattutto di difendersi, o così sicura da bastare a se stessa, come tutte le costruzioni umane? Avrà forse intravisto i tradimenti, le presunzioni, i cedimenti,
a cominciare dai suoi?
Anche noi oggi siamo collocati da Gesù di fronte al mistero. Siamo definitivamente posti nella situazione dei discepoli di fronte alla domanda così diretta, così assoluta: “Ma voi chi dite che io sia?“. Un profeta? bravo, autorevole,
deciso, tutto d’un pezzo, superiore alla media, ma pur sempre un profeta, un
portavoce di Dio ma non proprio il Figlio di Dio... Oppure il simbolo più riuscito
dello Spirito umano (Hegel), un Socrate superiore e perfetto (Rousseau), il
cavaliere del sogno più bello (Gibran), un dolce poeta errante (L. Cavani), ma
non proprio il Messia, l’unico vero Salvatore di tutti? Ancora: un grande personaggio religioso, magari testa di serie, ma non un vero e proprio “fuori–serie“?
Anche a noi oggi Gesù affida la sua Chiesa, questa casa con crepe e brecce,
che ha continuo bisogno di essere riparata, come la Chiesa del tempo di Francesco d’Assisi, che era tutta in rovina. Noi non ci sentiamo affatto delle rocce,
ma solo delle piccole pietre, dei poveri sassetti. Ma nessun sassetto al mondo
è inutile, ricordava giusto sessant’anni fa Federico Fellini, nel film La strada.
Altrimenti “tutto sarebbe inutile, anche le stelle“. Anzi in mano a Gesù ogni
sassetto diventa prezioso. Perché lui è fatto così: prende il primo ciottolo che
incontra per strada e lo colloca dove ne ha bisogno. Quel ciottolo sei tu, sono
io, ognuno di noi. Lui ti guarda con infinita tenerezza e si mette a cesellare la
tua povera vita; getta via le cianfrusaglie, ma non ti fa fare brutta figura. E che
ti importa, se ti mette sopra una volta che tutti ammirano o sotto il pavimento
a cui nessuno bada? Ciò che importa è trovarti nelle sue mani, malleabile, utile,
per essere collocato là dove lui da sempre ti ha sognato, nel posto preparato
proprio apposta per te. E tu, tutti noi, per quanto piccoli sassi, siamo però resi
dal suo amore “pietre vive“, e dunque abbiamo una voce, e possiamo gridare
a Dio la nostra felicità.
Omelie
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Lettere e Messaggi
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Lettera dopo la Visita Pastorale
alle 25 Zone Pastorali
Ai Sacerdoti, ai Diaconi,
alle Persone Consacrate, ai Fedeli Laici,
Ai Membri del Consiglio Pastorale
e della Consulta delle Aggregazioni Laicali
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Carissimi tutti,
giusto un mese fa, lo scorso 10 aprile, ho concluso la visita alle 25 zone pastorali, nelle quali è stato suddiviso il territorio della Diocesi: un impegno assorbente, ma più ancora appassionante e sempre coinvolgente, che si è protratto
per oltre due mesi interi. Per me è stato motivo per ringraziare mille e una volta
il Signore per quel ”fiume carsico“ di bene, che scorre nel sottosuolo delle nostre
comunità, ma che di tanto in tanto, come in questa occasione, affiora in superficie, esuberante e magnifico. Mi avete detto che anche per voi questa rapida
visita pastorale è stata un momento prezioso di conoscenza, di comunione, di
fecondo dialogo e incoraggiamento reciproco. Ogni volta una esperienza nuova,
perché ogni comunità pastorale ha una storia singolare e un volto inconfondibile.
Ora, non volendo lasciar passare troppo tempo, mi premuro di scrivervi per
isolare alcuni fotogrammi di interesse comune e condividerli con voi.
Un primo tratto della visita è stato l’incontro personale con tutti i fratelli
presbiteri, e, dove possibile, anche con i diaconi e i religiosi. Praticamente mi è
stata data la felice opportunità di incontrare uno ad uno tutti voi sacerdoti, come
avvenne all’inizio del mio ministero episcopale qui in diocesi. Abbiamo verificato che non è stata una piatta sequenza di incontri formali; piuttosto abbiamo
imbastito insieme una fitta rete di dialoghi, schietti e amichevoli, che ancora
una volta mi hanno fatto toccare con mano il vostro amore tenace e generoso
al Signore Gesù, alla sua Chiesa, alle vostre comunità. Un amore giustamente
ricambiato dalla stima, dalla gratitudine espansiva e dall’affetto sincero e sentito
di tanti fedeli. Anche il vedere voi preti assieme nell’assemblea serale; il venire a
sapere che avete tra voi, pur con modalità e frequenze diverse, momenti comuni di preghiera, di confronto pastorale, di cordiale convivialità, è stato per tutti
i partecipanti motivo di limpida letizia. Dopo la celebrazione dei vespri e una
breve cena fraterna – occasione per continuare il dialogo anche con i diaconi
presenti – si è svolta l’assemblea, in alcuni casi limitata ai consigli parrocchiali,
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
in altri casi estesa ad un numero più vasto di operatori pastorali e di fedeli, che
hanno accolto l’invito.
A questo punto mi è praticamente impossibile riportare la densità del folto
faldone di esperienze, iniziative, proposte emerse. Ma al di là e prima ancora,
tutti possiamo riconoscere di avere sperimentato la presenza pacificante e promettente del nostro dolcissimo Maestro, che puntualmente ci faceva concludere:
”Ci ha riuniti tutti insieme Cristo Amore“. Inoltre il grande angolare della Chiesa
”comunione e missione“ ci ha permesso di mettere nuovamente a fuoco l’alto
orizzonte del regno di Dio e il campo lungo della storia della salvezza. In questa
cornice abbiamo inquadrato i piccoli fotogrammi della nostra vicenda. Abbiamo
avuto la fortuna di conoscerci un po’ di più tra parrocchie vicine, condividendo
– senza lasciarci appannare la vista da pensieri negativi – il bene degli uni e degli altri. Abbiamo sperimentato un intenso affiatamento di cuori e di menti che
spesso ci ha felicemente sorpresi. Abbiamo vissuto la gioia di una preghiera non
rituale, mettendoci in ascolto della parola di Dio. Ci siamo scambiati nella verità
il dono e l’abbraccio della pace… Insomma tutto quanto abbiamo pensato, detto e vissuto ci ha dato la consapevolezza tangibile di aver mosso passi – piccoli
ma concreti – sulla via della comunione, nella direzione del cenacolo: ”Che siano
una sola cosa, perché il mondo creda“. Certo, non ci siamo montati la testa; la
strada è ancora lunga e sappiamo di dover recuperare molto terreno. Eppure più
volte abbiamo constatato che, se ci fossimo incontrati anche solo per quel poco
(o molto?!) che insieme abbiamo condiviso, ne sarebbe valsa la pena…
Ora vorrei provare a raccogliere il succo della visita alle 25 comunità pastorali. Mi faccio aiutare dalla Evangelii Gaudium (EG) di papa Francesco: la vorrei
leggere quasi in contrappunto con l’esperienza vissuta con voi nei mesi precedenti. Provo a concentrare il tutto nei seguenti passaggi.
1. Non lasciamoci rubare il piacere di essere popolo (EG 268). Noi non siamo
una organizzazione come tante, né una università di scienze religiose e neanche
una organizzazione di beneficenza: siamo un organismo vivente; costituiamo il
popolo di Dio nel riquadro di terra che abitiamo e nel frammento di storia che
stiamo attraversando. Formiamo il corpo di Gesù presente qui e ora, un corpo
che gli altri hanno il diritto di vedere, di avvicinare, di toccare. Non ci siamo convocati tra di noi per formare un club di “tifosi del Nazareno“: noi siamo i chiamati
dal Signore, che ha bisogno dei nostri occhi per vedere i poveri e i sofferenti accanto a noi; ha bisogno delle nostre mani per lavare loro i piedi e fasciare le loro
piaghe; ha bisogno della nostra bocca per annunciare loro l’amore tenerissimo
del Padre–Abbà. Non vi sembra che non appena la soglia dell’autocoscienza
di essere popolo di Dio si abbassa, fatalmente si alza l’asticella della voglia di
diventare una élite di tizi chic & snob, un’azienda a reddito, una nicchia di gente
untuosa e presuntuosa, che cade compulsivamente nel peccato ricorrente del ”si
dovrebbe fare così“ o si sdraia pigramente nel comodo alibi del ”si è sempre fatto così“ (EG 96; 33)? Ecco, dobbiamo praticare concreti e ripetuti esercizi di conversione per allenarci a vivere quella conversione pastorale che papa Francesco
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.2
ci domanda con parole che non si possono né recintare né scolorire (EG 25ss;
76ss). Dobbiamo riconoscerlo: ”l’appello alla revisione e al rinnovamento delle
(nostre) parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più
vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione“ (EG 28). Dobbiamo anche ammettere
che la fondamentale e imprescindibile ”opzione per i poveri“ ci vede ancora in
grande debito con loro. È significativo notare che è stata proprio la Caritas ad anticipare l’impegno tra parrocchie vicine per dare risposte più adeguate alle tante
situazioni di disagio e di bisogno, che le singole comunità da sole non avrebbero
potuto assicurare. Ma domandiamoci: possiamo onestamente dire che ”tutti ci
lasciamo evangelizzare dai poveri“ (EG 198)?
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2. Non lasciamoci rubare la grinta nell’affrontare le sfide attuali (EG 109).
In qualche visita ho citato quel passo di san Paolo dove è scritto: “Abbiamo un
tesoro in vasi di creta… Siamo tribolati, ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati, colpiti ma non uccisi“ (2Cor 4,7ss). Le sfide ci stanno per essere attraversate, non per venire diplomaticamente bypassate, né per lasciarcene travolgere.
Le sfide vanno appunto… “sfidate“ con fiducia e tenacia, con grinta, addirittura
con allegria! Non meravigliatevi di queste parole: non sono mie, ma di papa
Francesco! Provare per credere: vedi EG 277;109. In particolare, una sfida che ci
riguarda tutti da vicino è la situazione del nostro presbiterio. Se nei prossimi anni
possiamo sperare in nuove ordinazioni è perché il nostro seminario diocesano
è ancora una comunità vitale: l’impegno per sostenerlo e per promuovere una
efficace pastorale vocazionale deve continuare ad essere responsabilità generosa e condivisa da tutto il popolo di Dio. Rimane comunque prevedibile che il
numero dei sacerdoti ”attivi“ continuerà a calare, e che nei prossimi anni il saldo
tra decessi o inabilità da una parte e nuove ordinazioni dall’altra sarà purtroppo sempre più in rosso. Pertanto non sarà possibile garantire come in passato
la presenza del sacerdote in ogni comunità. Né ci potremo più permettere di
assicurare la messa domenicale in orari diversi e in tutte le chiese. Ma anche
questa difficoltà, se vissuta con un briciolo di fede nella guida rassicurante del
buon Pastore, potrà tramutarsi in vantaggiosa opportunità. Un domani (che è
già cominciato!) ci saranno sempre meno preti, ma se ci saranno più cristiani
veri, più comunità vive, allora l’annuncio del Vangelo continuerà a percorrere le
strade di questo nostro tempo inquieto eppure assetato di Dio. Pertanto dovremo portare avanti una ridistribuzione del clero, immaginando la presenza sul
territorio di un presbiterio, almeno zonale, dove le varie capacità e inclinazioni
non vengono azzerate, ma esaltate. Sarà così possibile realizzare anche una valorizzazione delle competenze, un risparmio delle risorse e un riequilibrio dei
carichi di lavoro. Per questo il Signore domanda uno scatto di generosità a tutti:
ai pastori, nel formare tra di loro delle “fraternità“ che si prendano insieme cura
di un territorio più ampio; ai fedeli, nel convergere, ad esempio, su un numero
più ridotto di messe, ma che siano più curate e partecipate (“meno messe e
più messa“!). Di conseguenza dovremo continuare a mettere in atto puntuali
ed efficaci esercizi di formazione. In particolare occorre curare una formazione
ampia e disinteressata del laicato, non indirizzata subito a un incarico pastorale
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
e/o missionario, ma alla crescita della qualità testimoniale della fede cristiana.
Su questo sfondo siamo chiamati a promuovere anche una capacità di servizio
ecclesiale, sia in forma occasionale e diffusa sia con impegno a tempo pieno o
parziale. In questa prospettiva è importante investire energie nella formazione
dei catechisti battesimali, della iniziazione cristiana dei bambini e degli adulti,
degli educatori dei gruppi giovanili, di laici impegnati nella cultura, nella sanità,
nel servizio della carità, nell’ambito familiare, sociale e politico. Ritengo che l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli“ e la Scuola di Teologia Pastorale
offrano itinerari formativi di qualità, che meritano un’accoglienza più disponibile
e una più conveniente valorizzazione.
3. Non lasciamoci rubare la comunità (EG n.92). Sia all’interno del presbiterio, sia nelle varie articolazioni pastorali (vicariati e zone pastorali) come pure
all’interno delle diverse comunità parrocchiali, dobbiamo dire un no deciso
all’accidia egoista, alla guerra tra di noi; un no al pessimismo sterile, alla mondanità spirituale, alla cura ostentata della liturgia. Per dire sì alle relazioni nuove
generate da Gesù Cristo, all’amore fraterno, alla corresponsabilità nella Chiesa
con i laici e, in particolare, con le donne (cfr EG 76–109). “Una sfida importante è
mostrare che la soluzione (dei problemi pastorali) non consisterà mai nel fuggire
da una relazione personale e impegnata con Dio, che al tempo stesso ci impegni
con gli altri“ (EG 91). Solo una carità fraterna senza se e senza ma ci permetterà
di sfuggire alla trappola di due derive scivolose, entrambe fondate sull’egoismo:
quella di un centralismo autoritario, in cui uno “deve per forza“ essere tutto nella
comunità, e quella di un individualismo radicale, in cui ognuno ”vuole per forza“
essere tutto. Solo tutti possono essere tutto, e così nella comunità cristiana si
eviterà sia di congelare per un individualismo estremo, sia di soffocare per un
estremo centralismo. Concretamente dovremo continuare a fare intensi e concreti esercizi di comunione. In tutte le assemblee è stato chiaramente affermato
che le ”zone pastorali“, la cosiddetta ”pastorale integrata“ – meglio, le comunità
e le unità pastorali – non vogliono massificare le parrocchie, specialmente quelle
più piccole, ma anzi valorizzarle, in una logica che sia appunto integrativa, e non
puramente aggregativa.
4. Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario (EG 80). Non dobbiamo
mai dimenticare che il fine della Chiesa non è la Chiesa, ma il regno di Dio, e perciò la missione. Il papa impegna tutta la Chiesa – quindi anche la nostra Chiesa
riminese – alla ”riforma della Chiesa in uscita missionaria“ (EG 17a). Per questo
ci pungola a declinare cinque verbi: primerear (prendere l’iniziativa), coinvolgersi, accompagnare, fruttificare, festeggiare (EG 24). Tutti hanno il diritto di ascoltare l’annuncio del Vangelo! ”Usciamo – ci sfida Francesco di Roma, con paziente
ostinazione – usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo!“ (EG 49). Qui
dobbiamo riconoscere che siamo ancora molto indietro. Siamo troppo chiusi e
rannicchiati nei nostri recinti; siamo rimasti a ”fare i bigodini“ alle dieci pecore
ancora nell’ovile e facciamo poco, troppo poco! per andare a ritrovare le novanta
smarrite. Ormai basta parlare di missione! è urgente realizzarla, praticando audaci e creativi esercizi di missione. In diversi incontri è venuto spontaneo il riferi-
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.2
mento alla realtà che i paesi di missione ad gentes (come in Africa) vivono già da
tempo: il missionario visita periodicamente le singole comunità, ma ognuna di
esse ha dei laici formati che curano la catechesi, guidano la preghiera, animano
e tengono unita la comunità. Il vero problema allora non è quanti sono i cristiani,
ma quanto noi siamo cristiani. Spesso, venendo da voi, mi sono servito di questa
immagine, ispirata alla veglia pasquale: cento candele spente non ne accendono
nessuna; ma dieci candele accese ne accendono cento e più di cento. Ritengo
che in questa direzione vada la missione straordinaria che sto per indire nella
veglia della prossima Pentecoste (a Rimini, 7 giugno sera p.v.), il cui frutto, se
invocato dal Signore con fiduciosa insistenza e da noi accolto con umile, grata
generosità, sarà senz’altro una Chiesa in missione permanente.
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Carissimi Fratelli e Sorelle, stiamo vivendo tempi straordinari; anche nella
nostra Chiesa è già scoccata l’ora di una rinnovata Pentecoste. È ormai al capolinea un cristianesimo fatto di riti e di convenzioni; è morto da un pezzo il cristianesimo dell’abitudine, è scoccata l’ora del cristianesimo dell’innamoramento. Il
Papa ci invita a vivere questa ”nuova tappa dell’evangelizzazione“, guardando
a Maria, la stella polare della nuova evangelizzazione ”perché ogni volta che
guardiamo a lei, torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e
dell’affetto“ (EG 288). Certamente – lo ripeto – dovremo affrontare sfide ardue
e faticose; dovremo operare cambiamenti nella mentalità e nei comportamenti,
ma permettetemi di citare ancora una volta il proverbio cinese: ”Quando soffia
forte il vento del cambiamento, alcuni alzano muri; altri, più saggi, costruiscono
mulini a vento“. Nel ”campo“ della missione giochiamo al rialzo!
Rinnovo di cuore la mia gratitudine a tutti voi, sacerdoti, diaconi, consacrate/i,
laici. Aiutatemi a pensare che, a Dio piacendo, si possa realizzare un desiderio
che mi è sorto spontaneo e che spero di tradurre in impegno concreto: quello di
rinnovare fra un anno, magari con modalità diverse, un’altra visita pastorale alle
singole comunità pastorali.
Continuo a seguirvi con affetto e vi accompagno con una calda benedizione
del Signore.
Rimini, 10 maggio 2014
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Lettera di invito alla Tre Giorni
del Presbiterio diocesano
Carissimi,
stiamo vivendo la pienezza di questo tempo pasquale in cui la presenza del
Risorto rigenera il tessuto delle nostre comunità. In molte parrocchie è anche il
tempo in cui si celebrano i sacramenti della iniziazione cristiana e si raccolgono
i frutti di un intero anno di lavoro pastorale. Sono momenti di grazia per i nostri
ragazzi e le loro famiglie, occasioni importanti di evangelizzazione per i cosiddetti “lontani“ e di crescita nella fede per gli altri.
Mentre ci avviciniamo alla solennità della Pentecoste, che vedrà riunita la
nostra Chiesa diocesana per la veglia di sabato 7 giugno, vi invito già da ora a
preparare il prossimo incontro di assemblea di tutto il nostro presbiterio:
la TreGiorni, che si terrà il prossimo 9–10–11 giugno presso il nostro Seminario.
Da anni questo è uno dei momenti importanti del nostro cammino di presbiteri, momento positivo e fecondo di riflessione, confronto, vita fraterna, preghiera comunitaria.
La presenza e la partecipazione attiva di ognuno renderà più ricchi tutti! Saranno tre giornate molto intense, in cui ci metteremo in ascolto della Evangelii
Gaudium, che lo stesso papa Francesco considera un documento ”dal significato
programmatico e dalle conseguenze importanti“ per gli anni futuri delle nostre
comunità.
Daremo inizio ai lavori con una riflessione in cui presenterò alcuni punti del
documento che mi sembrano decisivi per il nostro ministero e fecondi per la
missione della Chiesa, e che intendo affidare alla vostra attenzione e preghiera.
Abbiamo anche pensato di utilizzare due pomeriggi (liberi), oltre alle tre
mattinate, per rendere più incisivo e fruttuoso il nostro lavoro.
Potete consultare il programma completo nell’allegato.
Affidiamo alla protezione della Vergine Maria questo impegno che ci attende, perché anche noi come Lei possiamo sperimentare la gioia di sentirci umili
servi di Colui che fa grandi cose.
Rimini, 16 maggio 2014
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Lettera di invito alla Veglia di
Pentecoste
A tutta la Diocesi
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Fratelli, Sorelle, Figlie e Figli carissimi,
ogni anno la festa di Pentecoste offre alla Chiesa l’occasione per rientrare in
se stessa, per riscoprirsi animata e guidata dallo Spirito del Risorto, e per potere
poi uscire nuovamente da se stessa e riprendere così la strada della missione.
La Pentecoste è veramente il… culmine del culmine. Se la Pasqua rappresenta
il vertice della glorificazione di Gesù, a cui non si può aggiungere altro, la Pentecoste avviene al cinquantesimo giorno – non dopo la Pasqua – ma nel giorno
di Pasqua. La Pasqua di Gesù è il giorno dei giorni, è l’unico grande giorno che
comprende tutti i nostri giorni, fino al “sabato senza tramonto“.
Significativa la nuova versione CEI della pagina degli Atti degli Apostoli in
cui il terzo evangelista inizia il racconto dell’evento. La versione precedente riportava: “Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire“; la nuova traduce più
fedelmente: “Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste…“. Ecco: la
Pentecoste non è la fine della Pasqua, ma ne è il fine, il frutto maturo e il massimo compimento.
Da qualche anno, nella nostra Chiesa Riminese, stiamo cercando di far diventare la Pentecoste la “festa della Chiesa diocesana“. Concretamente ci raduniamo in una veglia di preghiera che ha sempre un risvolto “estro–verso“, in
piazza. Quest’anno ci ritroveremo la sera di sabato 7 giugno prima in Cattedrale
alle ore 20,30 e poi andremo processionalmente verso l’Arco di Augusto, per
dare una testimonianza pubblica della nostra fede.
C’è un motivo in più, quest’anno, per ritrovarci insieme nella veglia di
Pentecoste: ed è la solenne indizione della Missione diocesana. Vorremmo perciò che fossero presenti i nostri fedeli: tutti, con la preghiera; molti, con la partecipazione diretta. Metteremo la Missione sotto la preghiera di intercessione di
Alberto Marvelli – con l’inizio dell’Anno a lui particolarmente dedicato – e agli
altri santi e beati della nostra Chiesa Riminese.
Vi chiedo la carità della vostra preghiera e della vostra presenza.
Vi saluto di cuore e vi benedico con grande affetto.
Rimini, 19 maggio 2014
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Resta con noi
Preghiera per la Pentecoste
Resta con noi, Signore, perché si fa sera:
la sera del dubbio, quando ogni sogno si spegne,
ogni certezza si sfalda e lascia il vuoto inquietante
dell’ansioso vagare senza una via, senza una meta;
la sera del crollo, di fronte a progetti falliti,
a incontri delusi, a piaceri sfioriti, ad amori spezzati;
la sera del male, quando l’angoscia ci invade
e raggela la mente, senza più luce.
Resta con noi, Signore, perché si fa sera!
Resta con noi, Signore, finché non spunti il giorno:
il giorno della Parola, che riscalda ogni cuore;
il giorno del tuo Pane, che appaga ogni fame;
il giorno dello Spirito, che non ci lascia mai soli;
il giorno della Chiesa, la nostra casa–famiglia;
fino al giorno estremo del nostro aspro cammino,
quando ormai la notte mai più scenderà
e si alzerà il mattino, senza più sera.
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Resta con noi, Signore, perché si fa sera!
Resta con noi, Signore, non ci lasciare:
per darci il sussulto della tua dolce presenza;
per farci amare senza mezze misure;
per aiutarci a servire chi è povero e solo;
per andare oltre le nostre incertezze;
per uscire a donare la stupenda notizia:
“Il Signore è davvero risorto e cammina con noi“.
E sarà solo amore e luce, senza più fine.
Resta con noi, Signore, perché si fa sera!
Lettere e Messaggi
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Ai Rover e alle Scolte
dell’AGESCI
Lettera in occasione della Route Nazionale
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Amiche e Amici carissimi,
state per partire per la Route nazionale. Vi posso chiedere 300 secondi
di ascolto? Ecco, dopo che mi sono letteralmente “bevuto” il vostro bel libretto
che vi accompagna nel percorso di catechesi, mi sono smozzicato quasi una
mezza matita tormentandomi con la domanda: “E mo’, io che gli scrivo?“. Non
scandalizzatevi se dopo prove e riprove, mi sono arreso e mi son detto: “E se
invece di essere io a dire qualcosa a loro, mi mettessi ad ascoltarli?“. Già, ma
come si possono ascoltare persone che non hai tempo e modo di incontrare a
quattr’occhi? E invece, quando ci si sente amici, questo succede, eccome! Sì, per
il fatto stesso di sapervi in route, mi avete trasmesso questi messaggi che ora
provo a rilanciarvi in forma di tre brevi post.
Primo post. Con la vostra route mi dite: “Non è che noi non osiamo perché le
cose sono difficili, ma sono difficili perché non osiamo“. È vero: è la paura
che rende difficili le avventure della vita. Ma –ricordate l’apologo di Martin Luther
King? “Un giorno la paura bussò alla mia porta. La fede andò ad aprire. Fuori,
non c’era nessuno“.
Secondo post. Con la vostra route mi dite: “C’è una vita più umana di quella
cristiana? No, non c’è“. È vero: Gesù non è venuto a paralizzarci con una sfilza
ammorbante di no alle cose belle della vita: l’amore, la gioia, la fraternità, la
libertà. Non è venuto a privarci di ciò che è veramente umano, ma a donarci
il coraggio e l’audacia di conquistare le vette più vertiginose di una vita bella,
buona, piena, strapiena. Se ci fidiamo, lui riesce a soddisfare la nostra fame di
infinito, di eterno, di assoluto. O no?
Terzo post. Con la vostra route mi dite: “Il vangelo della gioia si può annunciare solo con la gioia del vangelo“. È vero: il vangelo è il manuale della perfetta
felicità. Voi lo sapete, perché più di una volta l’avete sperimentato: se vivi il vangelo, riesci a trasformare anche il dolore in amore, anche la prova in opportunità,
anche l’ostacolo in vantaggio. Così è avvenuto per Gesù che è riuscito addirittura
a trasformare la morte in vita. È successo così anche a Francesco d’Assisi, ad
Alberto Marvelli, a don Oreste Benzi, a Sandra Sabattini. Provare per credere...
Cari Amici, grazie per quanto mi avete già detto. Ma a questo punto posso contare anche su quanto mi direte dopo la route? Non vedo l’ora di ascoltare i vostri
racconti e vi ringrazio in anticipo.
Buona strada!
Il vostro Vescovo
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Ai giovani di Comunione e
Liberazione
Lettera in occasione del pellegrinaggio mariano
a Bonora
Cari amici di CL,
Vi dico la verità: sarei venuto a occhi chiusi insieme a voi in pellegrinaggio al
nostro santuario diocesano della Madonna di Bonora, se un impegno indifferibile non me lo avesse impedito. Permettetemi di ridirvelo: ci sarei venuto molto
volentieri per condividere con voi le sacrosante ragioni che motivano un segno
chiaro e coinvolgente come il vostro, un evento che, di suo, è intriso di umana
pietà, di fede mite e coraggiosa, di forte, audace speranza.
La prima ragione è che questo pellegrinaggio dice a tutti che voi conoscete
bene la differenza che c’è tra il vagabondo e il pellegrino. Il vagabondo passa da
una esperienza all’altra senza alcun orientamento, perché è partito senza un sogno e continua a vagare qua e là senza una meta. Il pellegrino invece ha operato
una scelta chiara e ardita, ha impresso una direzione precisa al proprio cammino: cerca un senso per cui spendere la vita, e crede che la sua ricerca coincida
perfettamente con la ricerca di Dio. Lo sappiamo: noi credenti in Gesù e nella
sua Chiesa non siamo più bravi degli altri, ma siamo più ricchi. Non certo per
nostro merito, ma siamo ricchi di un desiderio mai interamente placato. Ricchi
di un Mistero che si lascia sempre incontrare da chi lo cerca con cuore sincero.
Ricchi di una attrattiva che spinge ad andare più in là, sempre più in là, fino a
cadere tra le braccia di un Padre che può tutto, ma non può stare solo, senza
anche uno soltanto dei suoi figli.
La seconda ragione, che mi fa provare un’acuta nostalgia di non poter camminare oggi con voi, è il fatto che il vostro pellegrinaggio mariano lo colorate
quest’anno con una preghiera accorata per le decine di migliaia di cristiani perseguitati in Iraq, in Nigeria e in molti, troppi altri paesi.
Con questo pellegrinaggio voi ci dite la vostra fede nel Dio della pace, un Padre che non può essere compreso da chi semina la discordia tra i suoi figli, non
può essere accolto da chi ama la violenza contro i propri fratelli. Voi ci dite che
nessuna guerra può essere santa, nessuna fede può giustificare la barbarie. Ci
dite ancora che ogni credente – che non voglia rimanere insensibile alla eroica
testimonianza di tanti cristiani, perseguitati solo perché colpevoli di voler restare
tali – deve lasciarsi svegliare dal letargo di una fede insipida e intorpidita.
Cari amici, sentitevi accolti dalla nostra Chiesa e pregate santa Maria per noi
cristiani di Rimini, perché la scossa del vostro pellegrinaggio non ci trovi apatici
e menefreghisti di fronte al mare di sofferenza di tanti nostri fratelli che pagano
a prezzo di sangue la loro tenace fedeltà al vangelo.
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Gradite un saluto affettuoso e accogliete una benedizione colma di gratitudine e
carica di sincera, ammirata simpatia.
Rimini, 15 agosto 2014
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Atti del Vescovo
Decreti e Nomine
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
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Decreti e nomine
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Atti del Vescovo
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Decreti e nomine
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Decreti e nomine
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Decreti e nomine
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Decreti e nomine
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Decreti e nomine
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Atti del Vescovo
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Decreti e nomine
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Atti del Vescovo
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Decreti e nomine
Diario del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Diario del Vescovo
MAGGIO
giovedì 1
Mattino
Carbognano - S.Messa
da giovedì 1 a sabato 3 Roma, Assemblea Nazionale Azione Cattolica
domenica 4
martedì 6
mercoledì 7
giovedì 8
Mattino
udienze
Sera
Punto Giovane - S.Messa
venerdì 9
Sera
Santarcangelo - Veglia per le vocazioni
54
Atti del Vescovo
Mattino
Riconciliazione - cresime
Rivabella - cresime
Seminario - S. Messa, Cenacoli del Vangelo
Pomeriggio
S. Giuliano - incontro con i neofiti
Cattedrale - cresime parr. S.Gaudenzo
Sera
Cesena - incontro Vescovi della Romagna
Pomeriggio
Curia - Consiglio Diocesano Affari Economici e
Collegio Consultori
Mattino
Curia - Consiglio Episcopale
Pomeriggio
Sala San Gaudenzo - incontro con i Dirigenti
Scolastici
Cattedrale - S.Messa, Pastorale della Scuola
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
sabato 10
domenica 11
lunedì 12
martedì 13
domenica 18
Mattino
udienze
Sera
Saiano - S. Messa, pellegrinaggio AC
Mattino
Santarcangelo - cresime
Pomeriggio
Arco d’Augusto - pellegrinaggio “Fuori le sbarre“
Pomeriggio
Riccione, parr. San Martino - cresime
Pomeriggio
S.Chiara - S. Messa
Sera
Covignano - S. Messa, con il Cenacolo della
Ss.Trinità
Mattino
San Mauro - cresime
Savignano, parr. S.Lucia - cresime
55
da lunedì 19 a giovedì 22
venerdì 23
Sera
Curia - Consiglio Pastorale Diocesano
sabato 24
Mattino
Seminario – preti giovani
Pomeriggio
Curia - Ordo Virginum interdiocesano
Regina Pacis - cresime
domenica 25
Mattino
S.Martino Monte l’Abate - cresime
Sacramora - cresime
Pomeriggio
Cattedrale - cresime, parr. Colonnella
martedì 27
udienze
Sera
Curia - Consulta Aggregazioni Laicali
Roma, Assemblea Generale CEI
Diario del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
mercoledì 28
giovedì 29
udienze
venerdì 30
Mattino
Pennabilli - ritiro per il clero della Diocesi di San
Marino-Montefeltro
sabato 31
Pomeriggio
S.Agostino - S. Messa, ingresso nuovo parroco
Sera
Fiumicino - S. Messa, conclusione mese mariano
Mattino
Curia - Vicari Foranei
udienze
GIUGNO
56
domenica 1
lunedì 2
martedì 3
Sera
Casalecchio - incontro parroci Z.P. e Consigli
Pastorali Parrocchiali
mercoledì 4
Mattino
Scuole Marvelli - inaugurazione edificio
Sera
Riccione - incontro “stabilità“ Punto Giovane
venerdì 6
sabato 7
Atti del Vescovo
Mattino
Seminario - S.Messa, Cenacoli del Vangelo
Pomeriggio
S.Giuseppe al Porto - cresime
Mattino
Piazza Cavour - Festa della Repubblica
Sera
Mondaino - Liturgia della Parola per
inaugurazione chiesa
Mattino
Clarisse - S. Messa
Pomeriggio
Casinina - cresime
Sera
Cattedrale e Arco d’Augusto - Veglia di
Pentecoste
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
domenica 8
Mattino
Morciano - cresime
Pomeriggio
Villa Verucchio - cresime
da lunedì 9 a mercoledì 11 Seminario, 3 giorni del Presbiterio
martedì 10
da giovedì 12 a mercoledì 17
Sera
Dogana - S. Messa, ingresso nuovo parroco
Visita Pastorale alla missione di Mutoko
(Zimbabwe)
giovedì 19
Mattino
Curia - Uffici Pastorali
Sera
S. Agostino e Arco d’Augusto - Corpus Domini
venerdì 20
Pomeriggio
Santo Spirito - incontro CIIS
Sera
Riccione, parr. S. Martino - S. Messa, ingresso
nuovo parroco
sabato 21
domenica 22
da lunedì 23 a venerdì 27
Marola (RE), Esercizi Spirituali vescovi Emilia
Romagna e Conferenza Episcopale Emilia
Romagna
sabato 28
Mattino
udienze
Sera
Morciano - S. Messa, ingresso nuovo parroco
domenica 29
Mattino
ritiro OV
Pomeriggio
Sogliano - S. Messa, professione solenne
Carmelitana
Sera
Colonnella - S. Messa, ingresso nuovo parroco
Pomeriggio
Campo don Pippo - S. Messa
Diario del Vescovo
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Bollettino Diocesano 2014 - n.2
LUGLIO
martedì 1
mercoledì 2
udienze
venerdì 4
udienze
sabato 5
domenica 6
lunedì 7
martedì 8
udienze
sabato 12
udienze
domenica 13
lunedì 14
venerdì 18
58
Da venerdì 18 a domenica 20
Atti del Vescovo
Sera
Coriano - S. Messa, ingresso nuovo parroco
Mattino
Clarisse - S. Messa
udienze
Pomeriggio
Maestre Pie - S. Messa, X Anniversario Coop.
Girasole
Sera
Porto Canale Rimini - Festa del Mare
Mattino
Curia - Consiglio Episcopale
Sera
Seminario - incontro sulla Pastorale Vocazionale
(per sacerdoti e responsabili parrocchiali)
Sera
Rivabella - S. Messa, arrivo immagine della
Madonna di Fatima
Mattino
Curia - Consiglio Episcopale
Mattino
Incontro a Saludecio con i sacerdoti della Zona
Pastorale di Riccione
A Saludecio, programmazione Cenacoli del
Vangelo
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
AGOSTO
lunedì 11
venerdì 15
venerdì 22
domenica 24
Mattino
Rimini Fiera - S. Messa, apertura Meeting (diretta
RAI)
Pomeriggio
Misano Mare - S. Messa
da lunedì 25 a venerdì 29
A Ginestreto (PU), esercizi spirituali per ordinandi
presbiteri e diaconi
sabato 30
domenica 31
Pomeriggio
Clarisse – S.Messa, festa santa Chiara
Mattino
Saiano - S. Messa
Pomeriggio
Viserbella - S. Messa
Mattino
S.Giovanni di Auditore - S. Messa e incontro
Mattino
Curia - Consiglio Episcopale
Curia - Consiglio Presbiterale
Sera
Cattolica - S. Messa, festa della Madonna del
Mare
Mattino
Cattedrale - S. Messa, partenza campo ACg
Diario del Vescovo
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Attività del Presbiterio
Tre Giorni del Presbiterio 2014
Programma ............................................................................................................62
Relazione di don Tarcisio Giungi ......................................................................63
Sintesi dei lavori di gruppo.................................................................................67
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Tre Giorni del Presbiterio 2014
Programma
62
La “Tre giorni“ del presbiterio si è tenuta in Seminario nei giorni dal 9 all’11
giugno 2014 sul tema: “La nostra Chiesa in ascolto della Evangelii Gaudium”
secondo il seguente programma, proposto dal Consiglio Presbiterale:
Lunedì 9
ore 9.45: Ora media
ore 10.00: “Ascolto della Evangelii Gaudium“ – Introduzione del Vescovo
• Preghiera personale
ore 11.00: Dialogo in assemblea
ore 12.00: Incontro dei sacerdoti divisi per vicariato e sondaggio per la nomina
dei Vicari Foranei.
ore 13.00: Pranzo
ore 14.30: Confronto e riflessione sulle esperienze in atto relative all’Iniziazione
Cristiana.
Martedì 10
ore 9.45: Ora media
ore 10.00: “Pastorale in conversione nella Evangelii Gaudium“ (don Tarcisio
Giungi)
ore 10.45: Votazioni per il rinnovo del Consiglio Presbiterale
ore 11.00: Gruppi di studio
1. La ministerialità dei laici in ordine alla missione
2. La pastorale giovanile.
3. La missione nelle zone pastorali.
4. Le periferie esistenziali.
ore 13.00: Pranzo
ore 14.30: Confronto e riflessione sulle esperienze in atto nelle zone pastorali.
Mercoledì 11
ore 9.45: Ora media
ore 10.00: Sintesi dei gruppi di studio (don Andrea Turchini)
• dialogo in assemblea
• considerazioni conclusive del Vescovo
ore 12.00: Celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo
ore 13.00: Pranzo
Al termine della “Tre giorni“ si è dato spazio a un ultimo giro di interventi
in assemblea, ai quali il Vescovo ha dato una prima risposta, riservandosi di
riprendere i diversi temi emersi nella Lettera Pastorale, che sarà pubblicata a
metà settembre.
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Evangelii gaudium: quali conversioni per la nostra Chiesa
Premesse
• Non una presentazione della EG, perché tutti la conosciamo, ma quasi un
elenco di punti sui quali, a partire dalla EG, siamo invitati a cambiare, a
convertirci. Talvolta una selezione di brani, talaltra un trarre le conseguenze
dalle idee centrali della esortazione. Procederò in modo trasversale e anche
in ordine sparso
• Lo farò in modo sommesso, nella consapevolezza che tutti dobbiamo convertirci...
• Una esortazione che sorprende per lo stile, il linguaggio concreto, gli orizzonti che apre: leggerla dà gioia e insieme mette inquietudine perché ci
scuote dal nostro letargo. Nello stile di papa Francesco, che esce con frasi
come “Una Chiesa che non sorprende è da ricoverare in rianimazione“ (Regina coeli di Pentecoste).
• EG è quasi un trattato di Teologia Pastorale (talvolta quasi un manuale di
TP), a partire da una visione spirituale ed ecclesiologica. Proprio per questo
la mia relazione sarà articolata in tre parti:
+ le conversioni sul piano personale
+ le conversioni sul piano ecclesiologico
+ le conversioni sul piano pastorale
Il fondamento
Alla base di tutto sta un fondamento che è lo stesso titolo della esortazione “La
gioia del Vangelo“. Se non si prova gioia nel vivere il Vangelo e nell’annunciare il
Vangelo è segno che siamo fuori strada e che il nostro ministero assomiglia più
ad un mestiere che ad una grazia. I due termini gioia e vangelo costituiscono
insieme quasi una tautologia: questo è il segno dell’importanza della posta in
gioco e del valore che il papa annette alla questione. Se il vangelo non è gioia,
che razza di bella notizia è? (1)
1. Le conversioni sul piano personale
• La gioia di sentirei salvati e di essere annunciatori di salvezza. È impressionante la famosa frase del n. 6 “Ci sono dei cristiani che sembrano avere
uno stile di Quaresima senza Pasqua“, che richiama una famosa frase di
F. Nietzche e “Voi cristiani dovreste cantarci dei canti più belli perché noi
possiamo credere“. (n. 264/A).
• La gioia di sapere e sentire che è Dio che salva e non noi, e che le sue vie
non sono le nostre vie, anche se noi dobbiamo mettercela tutta. In Teologia
Incontri e ritiri
63
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
64
Pastorale si ricorda la distinzione di Arnold (pastoralista protestante della
prima metà del ’900) tra “processo di salvezza“, che appartiene solo a Dio
e “mediazione di salvezza“ che è compito della Chiesa. (n. 12/A)
• La gioia di sentirci comunità, popolo di Dio. È il richiamo di Luca che colloca
la discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste. Non una salvezza
individuale e da vivere in modo individuale, ma la consapevolezza che Dio
Trinità ci costituisce in comunità. (268) In questo si inserisce anche la nostra condizione di “pastori“, chiamati a salvarci insieme al nostro popolo,
come Mosè che sta sulla breccia di fronte a Dio e non accetta di essere
salvato senza il suo popolo.
• La gioia del fare memoria della nostra salvezza nella storia concreta di ciascuno di noi. Ognuno ricorda qualche ora particolare della sua vita (“erano
circa le 4 del pomeriggio“) e deve fare memoria delle persone che sono
state preziose nella sua vita e nel suo cammino di fede (n. 13/B).
• La gioia di seminare lasciando ad altri l’eventuale compito di raccogliere,
senza avere paura del fallimento, anche dopo avere fatto tutto il possibile
(Raymond, Tre frati ribelli, EP, p. 98).
2. Le conversioni sul piano ecclesiale
• Primato teologico della Chiesa particolare, nella comunione di tutte le Chiese. È sintomatico che il papa si definisca vescovo di Roma (cfr primo saluto)
e parli sempre in italiano, anche se non è la sua lingua madre. In questa
linea il papa parla di decentralizzazione (n. 16/B). Noi preti dobbiamo riscoprire il significato della incardinazione e della obbedienza al vescovo che
ci ha ordinati e ai suoi successori: c’è una realtà teologica che precede le
persone e le loro caratteristiche. Noi siamo preti per questa Chiesa che è in
Rimini, prima ancora di essere preti in astratto e di svolgere questo o quel
ministero concreto. Sentire la sollecitudine per tutta la nostra Chiesa e non
solo per la nostra parrocchia o realtà ecclesiale.
• La comunione nella Chiesa per la missione, da cui deriva la partecipazione
nella Chiesa. Occorre riprendere sul piano teologico e su quello pastorale lo
schema della Lumen gentium e la frase di S. Agostino: “Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo“. (n. 31B) Quello che vale per il vescovo vale anche
per noi preti. (n. 102) Un compito grande ci attende: favorire la nascita di
un laicato responsabile sia per compiti intraecelesiali (pastorale integrata:
responsabili di piccole comunità, veri ministeri liturgici e non solo aiuto per
le cerimonie... in modo diverso la crescita del diaconato), sia per compiti
extraecclesiali (mondo sociale, politico, economico; il servizio educativo...):
per questo si pone il problema della formazione degli operatori: ISSR, SDTP,
SDOP, livello locale...
• Una Chiesa in uscita, capace anche di rischiare e di sbagliare, ma comunque non statica. (n. 49). Anche la comunione all’interno della Chiesa è una
comunione missionaria, altrimenti si rischia la comunione intimistica della
setta dei puri, di quelli che stanno bene insieme. La cartina al tornasole
della verità della comunione ecclesiale è la sua capacità di essere aperta,
missionaria. (n. 23)
• Una Chiesa accogliente e non burocratica (n. 63/B).
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
• Una Chiesa unita, in cui ci si rallegra del bene degli altri (nn. 99 e 100). Una
Chiesa in cui si è diversi per sensibilità, sottolineature, metodi ecclesiali, ma
comunque unita sul piano spirituale e capace di camminare insieme come
popolo di Dio.
3. Le conversioni sul piano pastorale
Premessa: la pastorale non è tecnica, praticume, armatura che ingabbia... è la
nostra vita, la vita della Chiesa. Prima ancora di essere l’arte dell’essere pastore,
è la gioia di essere Chiesa viva, che si costruisce nel tempo e nello spazio e che
annuncia il Vangelo di Gesù. La TP è mettere l’intelligenza umana al servizio del
Vangelo. Richiamo ai teologi perché siano al servizio dell’annuncio del Vangelo
(n. 133).
Con questa precisazione, ecco alcune conversioni sul piano pastorale, per noi
singoli e per le nostre comunità.
• Il papa parla di “Chiesa in uscita“, in stato permanente di missione: è un
cambiamento rivoluzionario, radicale rispetto al concetto di “cura delle anime“ in cui la pastorale teoricamente si riconosceva fino a poco tempo fa
e che è ancora viva sul piano pratico. Anche se a parole parliamo sempre
di missione, di fatto continuiamo a fingere che la nostra realtà sia ancora
cristiana: questa illusione (mantenuta in vita da tante richieste di servizi
sacri che ci vengono rivolte) ci distoglie dalla necessità di metterci in stato
di missione. In tal senso la missione popolare dei prossimi due anni può
costituire uno scossone salutare. (cfr. n. 25)
• Validità della parrocchia e insieme sua conversione (n. 28). La scelta storica
della parrocchia ha reso concreto il valore della presenza capillare della
Chiesa per l’Eucaristia e per la Missione. Oggi la parrocchia deve ripensarsi
(VMPMC, CEI 2004) per essere fedele ai motivi per cui è nata 1500 anni
fa. In tal senso sta il nostro tentativo delle zone pastorali, nel progetto più
globale di pastorale integrata.
• Due conversioni apparentemente in contrasto, ma in realtà perfettamente
complementari:
–La valorizzazione della pietà/religiosità popolare (la teologia del popolo, tipica dell’AL), per un nuovo annuncio del Vangelo (n. 122/B)
–Il coraggio di ripensare obiettivi, metodi, stile, strutture pastorali per
l’annuncio e la piantatio ecclesiae. Rifiutare il comodo “Si è sempre
fatto così“ (cfr. n. 33), per ripensare insieme la pastorale: a partire da
una attenta verifica della efficacia dell’azione pastorale e dalla lettura
della situazione, occorre il coraggio di cambiare, talvolta di ricominciare
da capo. In questa linea — lo dico per esperienza personale — anche
il cambio di servizio pastorale è assai fecondo, anche se doloroso, sul
piano personale e su quello della vita delle comunità.
• Una scala gerarchica e organica delle verità di fede, da vivere e da presentare. Non tutte le verità hanno la stessa importanza e insistere su qualcuna di
minore importanza può offuscare in certi momenti la verità fondamentale:
Dio ci ama in Cristo. (n. 35)
• Occorre saper coniugare radicalità/esigenza e misericordia, avere il corag-
Incontri e ritiri
65
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
gio di osare e anche il coraggio di pazientare (n. 47)
• Alcune – concretizzazioni pastorali stupiscono – per la minuziosità delle indicazioni anche metodologiche. Sono la prova di quanto si diceva all’inizio
sulla identità di testo di TP della esortazione:
– Omelia
– Catechesi kerigmatica e mistagogica (sono i due elementi fondamentali anche della nostra sperimentazione dei percorsi di IC dei bambini e
dei fanciulli, al di là dell’ordine e della data dei sacramenti dell’IC)
– La Via pulchritudinis nella vita cristiana e nella catechesi: si pensi alle
conseguenze per la celebrazione delle nostre liturgie, per l’arredo delle
chiese ecc.
– L’accompagnamento personale nei processi di crescita (n. 169B)
• Le conseguenze dell’ascolto della Parola e della Eucaristia sul piano sociale e
politico (è da recuperare in questo senso il valore della festa del Corpus Domini
e delle altre processioni, strappandole al solo aspetto folkloristico e — peggio —
campanilistico). In particolare l’opzione preferenziale per i poveri (il Papa al n.
199 cita ampi passi della NMI di Giovanni Paolo II).
66
Conclusione
In conclusione: attualità della Evangelii nuntiandi di Paolo VI (n. 80, cit. a p.
9). il Signore ci dia sempre questa gioia e non permetta mai che la fatica del
ministero, le difficoltà date dai limiti delle persone e dai nostri stessi limiti ce
la tolgano, perché senza gioia non è possibile la conversione e non è possibile
neppure la vita.
a cura di don Tarcisio Giungi
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Sintesi dei contributi dei gruppi di lavoro
Premessa
La lettura della Evangelii Gaudium (EG) rappresenta indubbiamente un’occasione per procedere in quel cammino di rivisitazione e conversione della nostra
pastorale che da anni i papi e i vescovi ci richiedono. Il suo linguaggio vivo
e la provocatorietà del testo – uniti alla testimonianza viva della persona del
Papa – ci colpisce e ci richiama a rimetterci in gioco per trasformare in modo
missionario la vita delle nostre comunità cristiane. Il sentimento diffuso che
emerge dagli interventi proposti nei gruppi è quello di cogliere insieme questa
occasione per intraprendere la via della missione.
I nostri gruppi di lavoro (o di confronto sarebbe meglio dire) hanno voluto
concentrare l’attenzione su quelli che sono stati definiti come dei nodi dell’impegno di conversione pastorale che ci interpella. Simbolicamente i nodi rappresentano sia un elemento di ostacolo (sono quelli da sciogliere per guadagnare
in libertà e verità = conversione), sia un fattore di congiunzione tra elementi
diversi (sono quelli da stringere per utilizzare con più efficacia elementi che
sciolti risulterebbero inutili o perlomeno insufficienti allo scopo).
Ho provato a rileggere in questa prospettiva gli appunti che mi sono stati passati, sperando di aver capito bene e di non aver limitato troppo la ricchezza degli
interventi. In ogni caso il tempo di confronto che ci è concesso ci consentirà di
completare.
1. La ministerialità dei laici in ordine alla missione
Avendo partecipato direttamente al confronto avvenuto in questo gruppo. mi
sono reso conto che il primo nodo messo in evidenza è di natura terminologica,
perché non per tutti noi è pacifica l’associazione tra laicità e ministerialità. È
senz’altro un nodo da sciogliere, una conversione da attuare.
“A partire da EG n.120, abbiamo riaffermato che ogni membro del popolo di
Dio, in forza del battesimo, è soggetto attivo nella vita della chiesa e, quindi,
chiamato alla missionarietà (che è un modo di essere e non una cosa in più da
fare), intesa come annuncio e testimonianza di vita. Se il cristiano ha fatto e sta
facendo una vera esperienza di fede in Gesù e di vita di chiesa, non necessita di
molta istruzione che lo abiliti alla missione“. Associare in modo troppo stretto
la dimensione della laicità a quella della ministerialità o in generale all’assunzione di un compito o un ruolo all’interno della comunità cristiana, non sembra
garantire la persona né nella crescita della fede né nel senso di appartenenza
alla comunità cristiana.
Incontri e ritiri
67
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
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Ricuperare lo statuto missionario del battezzato in quanto tale e affermare
con forza l’esigenza di una formazione non in vista di un’operatività, ma per la
crescita nella fede, è una conversione pastorale che deve coinvolgere tutte le
nostre comunità, ricordando che il laico ha per vocazione alcuni ambiti di vita
(famiglia, lavoro, tempo libero, …) che sono naturalmente luoghi di annuncio
e di testimonianza missionaria senza il bisogno di alcun mandato ecclesiale. In
questa prospettiva sembra molto opportuno che le nostre comunità diventino
(o ritornino ad essere) maggiormente luoghi di formazione alla vita cristiana,
luoghi in cui le questioni della vita quotidiana diventano oggetto di confronto,
per poter essere testimoni di quella differenza che caratterizza il credente. “Il
cammino della fede e nella fede, diventa una scuola di missionarietà“.
Il nodo presenta però un altro aspetto che, a mio parere, ci conduce a delle
scelte rilevanti, riconoscendo che “la vita stessa della comunità richiede specifici incarichi ministeriali laicali, per la conduzione e la guida della vita comunitaria. Perché la comunità sia missionaria, occorrono responsabili formati che
accompagnino le persone nella crescita della fede e nello slancio missionario.
Come stiamo educando i laici al loro ruolo? Si sentono appartenenti a Gesù e
alla chiesa?“.
L’ecclesiologia del Concilio, che prevede una maggiore corresponsabilità con i
laici, riguarda anche la conduzione delle nostre comunità cristiane nell’impegno
missionario che coinvolge la comunità in quanto tale. Nella trasformazione missionaria della vita delle nostre comunità cristiane, non possiamo fare a meno
di una ministerialità diffusa che garantisca una capillarità della presenza della
Chiesa e dei punti di riferimento visibili (accanto ai presbiteri e ai diaconi).
In questo senso appare importante un discernimento vocazionale e una formazione ministeriale che aiuti le persone a comprendere bene il loro compito e a
diventare competenti nel ministero che viene loro affidato. La scelta di lavorare
per zone pastorali ci stimola a far crescere questa ministerialità consapevole e
matura, per non scadere nella semplice aggregazione e rischiare un serio impoverimento delle nostre comunità.
“Occorre recuperare i componenti dei consigli pastorali e della economia, perché già forniti di una certa sensibilità ecclesiale e pastorale. Le nostre comunità
sono ancora molto “prete–dipendenti“ e sono troppo poco collegiali“.
Il ruolo dei laici in vista della missione va valorizzato nella “capacità di costruire
relazioni con le persone: senza una vera prossimità, non c’è missionarietà!“
2. La pastorale giovanile
Il termine più ricorrente negli interventi riportati negli appunti che mi sono stati
trasmessi è quello di emergenza! È un’emergenza sociale la realtà giovanile, ma
è un’emergenza anche la nostra pastorale giovanile.
Quali sono i nodi da sciogliere nella prospettiva di una conversione pastorale
che coinvolga i giovani?
Il primo elemento che emerge dal confronto è che molte comunità ecclesiali sui
giovani hanno dato forfait, si sono arrese, di fronte alla difficoltà di intercettare
l’interesse e coinvolgere in un percorso di crescita la fascia giovanile. Molte comunità parrocchiali non hanno alcuna proposta per la fascia giovanile.
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Coloro che sono impegnati nella realtà giovanile risultano scollegati tra loro:
non ci sono più ambiti di confronto e di lavoro comune; alcune iniziative nascono e muoiono fine a se stesse; non esiste un progetto condiviso che orienti ed
ispiri il lavoro educativo che legittimamente deve poi adattarsi ai vari contesti e
ai vari territori con proposte diverse e articolate.
La nostra proposta di pastorale giovanile spesso coincide con i gruppi ecclesiali, mentre non abbiamo alcuna proposta per coloro che non sono nei gruppi,
spesso non li consideriamo neppure destinatari della nostra proposta, non andiamo a cercarli.
Quali sono invece i nodi da stringere, i sentieri da battere per rinnovare il nostro
impegno di annuncio e proposta cristiana ai giovani?
Una proposta di annuncio deve partire dagli ambiti di vita dei giovani che sono
la scuola, l’università, il lavoro (e il non lavoro), il tempo libero, lo sport … occorre abitare con intelligenza questi luoghi con una presenza evangelica. Sulla
presenza in questi ambienti invece investiamo relativamente poche energie.
Quali investimenti ci richiede il rilancio della pastorale giovanile?
A livello diocesano “abbiamo mollato, ci siamo seduti, non abbiamo più il coraggio di proporre cose nuove e sperimentazioni“. Occorre ricreare ambiti di
laboratorio, di confronto e di sperimentazione per tracciare strade nuove. Alcune esperienze in Italia e in Europa, anche in ambienti molto più secolarizzati,
sembrano avere una certa efficacia (corso Alpha, le 10 parole, …); quali sono
gli ambiti per confrontarsi su queste possibilità?
Non dobbiamo aver paura della pluralità delle proposte, ma è necessario aprire
delle strade di collaborazione che vedano il concorso di soggetti diversi (genitori, insegnanti, animatori, allenatori, …); una collaborazione proficua si attua
avendo alcuni punti di riferimento condivisi; qualcuno sente l’esigenza di un
progetto condiviso.
Per una proposta di pastorale giovanile è giusto verificare quali siano le risorse
migliori all’interno del presbiterio per valorizzarle al massimo, ma occorre puntare su figure di educatori formati ad una vita di fede e di chiesa. Non è sufficiente coinvolgere funzionalmente qualcuno per coprire un buco. Importanza
della Diocesi nella formazione degli educatori.
Nella pluralità delle proposte e degli approcci non possono mancare esperienze
importanti sulla formazione spirituale (preghiera) e sulla carità.
Non è secondaria la verifica sull’impatto vocazionale che la nostra proposta
possiede e su quanto curiamo nelle nostre proposte la dimensione vocazionale
sia a livello di contatto con testimoni, sia a livello di accompagnamento personale dei giovani.
3. La missione nelle zone pastorali
La questione della missione rimane ancora una prospettiva delle nostre parrocchie e zone pastorali, un desiderio più che una realtà, un argomento di cui
parliamo più che un’esperienza da condividere.
I nodi da sciogliere nella prospettiva di una conversione pastorale e della trasformazione missionaria della Chiesa sono evidenti:
– È emersa in modo ricorrente l’esigenza di ricuperare una visione ampia
Incontri e ritiri
69
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
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del popolo di Dio che non si limiti solamente alla minoranza di coloro
che partecipano, ma che consideri tutti i battezzati e i destinatari dell’annuncio. Quando noi pensiamo alla categoria “popolo di Dio“, a chi ci
riferiamo?
– Occorre rinunciare ad alcuni attaccamenti possessivi per lasciarci espropriare; dagli attaccamenti campanilistici a quelli indicati dal Papa come
tentazioni (Cfr Prolusione alla CEI). Tutti questi attaccamenti rappresentano degli impedimenti alla missione, rispetto ai quali risuona forte il
richiamo alla conversione.
– Rimane il rischio di un volto poco attraente della comunità cristiana e
della parrocchia.
Tra i nodi da stringere nella prospettiva delle zone pastorali impegnate nella
missione, sono stati richiamati i seguenti:
– Valorizzare le zone pastorali stesse come occasione di apertura di orizzonti rispetto alla singola parrocchia; ogni zona ha le sue tempistiche, i
suoi equilibri e le sue caratteristiche, ma questa scelta ci aiuta ad una
prospettiva rinnovata. Anche se questa uscita non è ancora quella missionaria, ci pone nella giusta direzione.
– Anche se non coincide con la scelta delle zone pastorali, la vita comune
tra preti viene indicata come un contributo significativo ad un progresso
nella prospettiva missionaria; essa rappresenta un segno eloquente oltre
che un vantaggio per la vita dei singoli presbiteri.
– Ritorna il richiamo a valorizzare ogni occasione dataci dalla pastorale ordinaria per proclamare l’annuncio evangelico: la religiosità popolare, la
vita sacramentale, le situazioni di vita delle persone, i momenti di gioia e
di lutto, … ogni occasione può essere propizia per un annuncio missionario.
– In questa prospettiva di rinnovamento occorre fare attenzione a non
mortificare le realtà esistenti e vitali, ma occorre aiutarle a camminare
verso una maggiore corresponsabilità in vista della missione.
– La zona pastorale diventa un contesto propizio per proporre quelle iniziative e quei percorsi di carattere culturale, sociale e caritativo che una
singola parrocchia non riesce a sostenere e che possono diventare opportunità di incontro e coinvolgimento di persone che sono lontane dalla
vita ecclesiale.
4. Le periferie esistenziali
La categoria “periferie esistenziali“ rappresenta uno dei contributi più originali
del magistero teologico e pratico di papa Francesco. Questa categoria è direttamente collegata alla prospettiva che domina la EG, quella della “Chiesa in
uscita“ … in uscita verso le periferie esistenziali che non sono necessariamente
quelle che evidenziano una situazione di degrado umano o sociale, ma quelle
che attendono un annuncio del vangelo.
Le periferie esistenziali non sono semplicemente territori esterni al recinto del
tempio o della Chiesa, ma sono i “territori“ in cui la Chiesa è chiamata a rendersi presente per portare la gioia del vangelo e cogliere i fiori del “nuovo che
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
germoglia“ e del Regno che attende di essere scoperto ed incarnato.
Uno dei nodi più importanti da sciogliere e su cui attuare una vera conversione della pastorale è quello dell’opzione privilegiata dei poveri, intesi non solo
come destinatari privilegiati di un’azione pastorale, ma come soggetti dell’azione di evangelizzazione (Cfr. EG 195–201). L’opzione per i poveri non è un settore della pastorale, una delle nostre attenzioni, o un ambito da delegare ad alcuni specialisti e “patiti dei poveri“, ma “una vera e propria categorie teologica
ed ecclesiale, collocata al centro del nostro essere cristiani e del nostro essere
Chiesa.“ Cosa significa? Cosa comporta a livello di trasformazione della Chiesa?
Alcuni nodi su cui stringere e alcune scelte di metodo proposte dal gruppo:
– Punto di partenza, non può che essere l’incontro! Dall’incontro col povero, dall’abitare le periferie, nasce la ricerca delle soluzioni e degli strumenti di indagine, mai il contrario, che porta sempre il rischio della strumentalizzazione e dell’ideologia. L’incontro con i poveri nasce per noi
dalla consapevolezza che in essi abita Cristo, che noi vogliamo servire ed
adorare. Egli li definisce “Beati“ ed in essi si identifica “Avevo fame …“
– Valorizzare nella comunità l’impegno “culturale“ fondato sulla opzione
per i poveri: per esempio la legge “Bossi–Fini“, non ha suscitato troppo
scandalo o sconcerto nelle nostre comunità cristiane. La nostra gente
percepisce gli stranieri o extracomunitari come nemici, non come fratelli,
se pure problematici, ma comunque realmente fratelli. Nelle nostre comunità, la mentalità verso le coppie separate e risposate che frequentano e che magari occupano legittimi spazi di “visibilità“ e servizio, non è
favorevole, ma prevale un atteggiamento diffidente e giudicante.
– Percepire la Chiesa come un “ospedale da campo“ ci pone nella prospettiva di accogliere la fragilità umana come luogo privilegiato per la manifestazione della grazia del Signore, della sua potenza redentrice (Cfr. la
testimonianza di Giorgio Pieri alla Veglia di Pentecoste)
– Vi sono periferie geografiche e periferie umane che già sono in qualche modo raggiunte dalla Chiesa o da gruppi ed esperienze particolari;
facciamo prima di tutto tesoro di esse, facciamole conoscere e mettiamole in “rete“: L’impegno con i cinesi della comunità di Montetauro, le
Case–famiglia di don Oreste, tante piccole grandi esperienze delle Caritas e delle comunità parrocchiali … occorre dare voce, ascolto, sostegno
e condivisione prima di tutto spirituale e culturale ... sono esperienze di
impegno che dobbiamo sentire come nostre.
– Vi sono periferie antiche da non dimenticare: i malati, gli anziani, gli handicappati, i malati psichici … sono sempre da valorizzare e mai dare per
scontate.
– Vi sono periferie nuove: i giovani, assenti nelle nostre comunità, ai margini della società e del mondo produttivo. Famiglie povere, in numero
crescente. Famiglie disgregate. Gli stranieri. Valorizzarle significa scommettere su loro, dare fiducia, accogliere negli ambiti della comunità, magari in un primo tempo creati e pensati per loro.
– Anche se non dobbiamo mai indulgere nella delega agli specialisti, è
bene che nelle comunità parrocchiali e nelle zone pastorali vi siano dei
Incontri e ritiri
71
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
“ministeri“ volti a fare crescere e maturare le nostre comunità ecclesiali
in questo senso e coinvolgerle nel loro essere Chiesa missionaria.
– Possibilità di riconvertire le strutture che per noi sono un peso; come
aiutarci in queste valutazioni?
Conclusioni
L’ascolto dell’EG e il confronto tra noi ha fatto emergere alcuni punti di attenzione sia per la conversione della nostra pastorale che per il rilancio in senso
missionario del nostro impegno. Ho provato a riproporli in modo sistematico
per mettere in evidenza le questioni che sono all’ordine del giorno.
Senza volere ingabbiare il confronto che seguirà, credo che sarebbe interessante provare a vedere come “dare gambe“ a queste intuizioni, quali primi passi
prevedere per il nostro comune impegno di presbiterio, per non limitare il nostro confronto al livello delle analisi e degli auspici.
La prospettiva della missione straordinaria indetta dal Vescovo per i prossimi
due anni, può rappresentare una bella opportunità per intraprendere insieme
e concretizzare alcuni dei percorsi che abbiamo individuato come importanti.
a cura di don Andrea Turchini
72
Attività del Presbiterio
Avvenimenti Diocesani
S. Messa per la scuola .........................................................................................................74
Avvicendamenti sacerdoti ...................................................................................................75
Veglia di Pentecoste 2014 .................................................................................................77
Corpus Domini 2014 ............................................................................................................78
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Messa per la scuola e incontro
dirigenti scolastici
Mercoledì 7 maggio 2014, alle ore 18,30 nella Basilica Cattedrale di Rimini, è
stata celebrata la S. Messa per la Scuola presieduta da S.E. mons. Francesco
Lambiasi, Vescovo di Rimini. Al tradizionale appuntamento, organizzato dalla
Consulta Diocesana per la Pastorale Scolastica, sono stati invitati i dirigenti
scolastici, i docenti, gli studenti, il personale non docente e la cittadinanza tutta.
In precedenza, alle ore 17, il Vescovo Francesco, come d’abitudine, ha incontrato i dirigenti scolastici delle Scuole di ogni ordine e grado presso la Sala San
Gaudenzo.
74
Mons. Lambiasi ha presentato una riflessione dal titolo “La Chiesa per la Scuola“, in vista della giornata della Scuola italiana con il Santo Padre Francesco
svoltasi 10 maggio a Roma.
Avvenimenti Diocesani
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Avvicendamenti sacerdoti
Il 20 maggio il Vicario Generale ha comunicato gli avvicendamenti di parroci e
altri i trasferimenti ai quali il Vescovo ha provveduto, dopo aver avuto la disponibilità dei sacerdoti negli incontri personali durante la Visita alle Zone pastorali
o in altra occasione. Ha successivamente fatto un colloquio con i sacerdoti
interessati ed ha infine, come previsto, informato il Vicario foraneo a quo e ad
quem.
Pur con qualche difficoltà e sacrificio dovuti alla graduale diminuzione del numero dei sacerdoti, le scelte sono state fatte, avendo come preoccupazione
prioritaria la vita comunitaria dei sacerdoti, nelle diverse modalità di attuazione,
e la responsabilità condivisa di una Zona o Unità pastorale.
Precedentemente sono stati convocati i Consigli Pastorali delle parrocchie o
Zone pastorali interessate ai cambiamenti, per dare loro in modo diretto la comunicazione e le motivazioni.
1 – Sacerdoti per la Zona pastorale di Gemmano, Montefiore, Morciano, S. Clemente: Agostini don Gianluca, Brigliadori don Egidio, Cucchi don Massimiliano,
Fabbri don Maurizio. Potranno contare inoltre sulla collaborazione di don Emilio
Maresi e don Ferruccio Capuccini, che sarà a tempo pieno a servizio del Santuario di Bonora.
2 – Zona Pastorale di Cerasolo–Mulazzano, Coriano, Ospedaletto: Baldacci don
Fiorenzo, –Sargolini don Stefano. Collaborerà con loro don Davide Pruccoli, parroco di S. Andrea in Besanigo. Avranno inoltre la collaborazione di don Serafino
Pasquini. La Zona Pastorale ha inoltre la presenza preziosa di alcuni Diaconi
permanenti.
3 – Uraldi don Fabrizio: Parroco di S. Maria Annunziata (Colonnella), che continua a far parte della Zona Pastorale Flaminia, con le parrocchie di Cristo Re,
Mater Misericordiae, Regina Pacis, San Giovanni Battista.
4 – Moro don Antonio, parroco in solido con Alasia don Alessio della parrocchia
S. Martino di Riccione.
5 – Metalli don Vittorio, parroco della parrocchia S. Agostino, del Centro storico
di Rimini. Potrà continuare a contare sulla collaborazione pastorale di don Dino
Paesani e don Vittorio Maresi.
6 – Equipe educativa del Seminario: don Andrea Turchini, Rettore; don Cristian
Squadrani, Padre Spirituale; curerà anche la pastorale delle due parrocchie di
Avvenimenti diocesani
75
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
S. Aquilina e S. Pio X (Dogana italiana); don Marcello Zammarchi, vicerettore.
L’equipe avrà inoltre il compito di curare la pastorale vocazionale e altre attività
formative (Centro universitario, Uffici pastorali, Cresime, collaborazione con le
parrocchie…).
7 – Dal 21 settembre p.v., con le Ordinazioni presbiterali e diaconali, alcune
parrocchie, a cominciare da quelle che con gli attuali trasferimenti non hanno
più il Vicario parrocchiale, potranno avere la presenza di un giovane Presbitero
o di un Diacono.
Sappiamo tutti per esperienza che ogni avvicendamento comporta fatica e sacrificio per il sacerdote e per la Comunità; ma è anche l’occasione per una ripartenza, un nuovo slancio di cammino spirituale e pastorale. Il Vescovo ha trovato
la convinta disponibilità di tutti i sacerdoti interessati ai trasferimenti e anche
di altri. Si augura che anche le Comunità parrocchiali, aiutate da noi sacerdoti,
dimostrino maturità di fede e disponibilità alla corresponsabilità.
Chiediamo per tutti e per ciascuno la protezione materna di Maria SS., l’intercessione di S. Gaudenzo, dei SS. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Il Vescovo,
impegnato a Roma per l’Assemblea ordinaria della CEI, certamente ci accompagna con la sua preghiera e la benedizione del Signore.
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Avvenimenti Diocesani
Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Veglia di Pentecoste 2014
Usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Risorto
La Veglia di Pentecoste, svoltasi sabato 7 giugno, è stata un avvenimento di
popolo con il quale il Vescovo di Rimini ha dato appuntamento a tutti i fedeli
delle parrocchie, agli operatori pastorali, ai movimenti e alle associazioni ecclesiali per una serata di meditazione, canto e testimonianza.
È stato il momento in cui tutta la comunità cristiana si è riunita per vivere il
compimento del mistero pasquale fondamento della sua vita: dalla Pasqua di
Gesù e dal dono dello Spirito Santo nasce la Chiesa, comunità dei discepoli
che annunciano a tutti la buona notizia del Vangelo.
La Veglia arriva a conclusione dell’anno pastorale e segue le proposte diocesane di Pentecoste degli anni precedenti: il convegno “Educare alla vita buona
del Vangelo“, il pellegrinaggio al santuario Madonna di Bonora a Montefiore,
la festa in Duomo con le famiglie, l’assemblea al 105 Stadium e la Veglia in
piazza Cavour. È un appuntamento di grande unità della chiesa diocesana, che
intende mostrare la bellezza della vita cristiana.
Il Vescovo mons. Francesco Lambiasi ha invitato la Diocesi nel cuore della città
per accogliere l’invito della Evangelii gaudium ad uscire dalle sue sicurezze per
condividere il dono della vita nuova che scaturisce dalla risurrezione di Gesù.
“Usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Risorto“ è il titolo della Veglia.
La Veglia è stata scandita in tre momenti. Nel primo la comunità diocesana
si mè messa in ascolto della Parola di Dio, attraverso canti, preghiere e testi
biblici. Nel secondo, seguendo la croce di Gesù, come un sol popolo è uscita
dalla Cattedrale in corteo verso l’Arco di Augusto. Il terzo momento ha previsto,
dopo il Vangelo, tre esperienze di cristiani impegnati a portare la testimonianza evangelica in diversi contesti.
La conclusione è stata del Vescovo Francesco.
Avvenimenti diocesani
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Bollettino Diocesano 2014 - n.2
Corpus Domini 2014
Resta con noi, Signore
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Giovedì 19 giugno si è tenuta la tradizionale, solenne processione cittadina del Corpus Domini presieduta dal Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi.
Alle 20.30 la S. Messa concelebrata presieduta dal Vescovo presso la Chiesa di
Sant’Agostino poi là la processione per terminare con la benedizione solenne
all’Arco d’Augusto intorno alle ore 22.
Presso il monumento simbolo di Rimini, l’Arco d’Augusto, il Vescovo Francesco Lambiasi ha pronunciato il discorso alla città – come sempre in tale occasione – al termine della processione del Corpus Domini. Il messaggio lanciato
in occasione del Corpus Domini, collega l’insostituibile valore del sacramento
eucaristia all’impegno nella vita sociale e civile.
La celebrazione è stata accompagnata dal canto del Coro della parrocchia
di S. Agostino. Durante la processione hanno guidato il canto e le preghiere le
Sorelle Povere di Santa Chiara (suore Clarisse), collegate dal Monastero Natività
di Maria di via San Bernardino di Rimini alla processione attraverso un impianto
apposito.
All’Arco il canto è stato guidato dal Cappella Musicale Malatestiana – Coro
della Cattedrale di Rimini, diretto dal Maestro Filippo Maria Caramazza.
Avvenimenti Diocesani
Bollettino
Settembre - Dicembre
2014
3
Bollettino Diocesano 2014 - n. 3
Indice
Dalla Santa Sede..................................................................................................................... 6
Atti del Vescovo....................................................................................................................................7
Omelie..........................................................................................................................................................8
Lettere e messaggi................................................................................................................................ 29
Decreti e Nomine...................................................................................................................................73
Diario del Vescovo............................................................................................................................... 91
Attività del Presbiterio..................................................................................................................101
Organismi Pastorali........................................................................................................................119
Avvenimenti Diocesani................................................................................................................. 131
Dalla Santa Sede
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Dalla Santa Sede
Telegramma del Segretario di Stato in occasione del Festival
Francescano
Dal Vaticano, 17 settembre 2014
6
In occasione del Festival Francescano che si svolge nella città di Rimini, dedicato al tema della perfetta letizia, il Santo Padre Papa Francesco rivolge il suo
cordiale e beneaugurante pensiero, esprimendo vivo compiacimento per l’iniziativa che intende ravvivare il carisma francescano fra la gente, specialmente
le nuove generazioni. Sua santità, auspicando sempre più piena adesione alla
spiritualità del poverello di Assisi, icona vivente di Cristo Signore, e generosa
testimonianza della perenne novità del messaggio evangelico, mentre chiede
di pregare per Lui e per il suo universale ministero, affida attese e propositi alla
materna protezione della Beata Vergine Maria, regina degli angeli, e imparte a
vostra eccellenza, al movimento francescano promotore dell’iniziativa, ai frati e
alle suore ed ai partecipanti tutti l’implorata benedizione apostolica, propiziatrice di fecondo cammino sulla via del bene.
dell’Eccellenza Vostra Reverendissima
dev.mo
Pietro Card. Parolin
A Sua Eccellenza Rev.ma
Mons. FRANCESCO LAMBIASI
Vescovo di Rimini
Dalla Santa Sede
Atti del Vescovo
• Omelie
Un pieno di gioia -.Per.le.ordinazioni.Presbiterali.e.Diaconali.................................. 8
Il segreto della perfetta letizia.-.Per.il.Festival.Francescano.....................................10
Una Chiesa tutta in uscita.-.Per.Per.la.festa.di.San.Gaudenzo................................12
Una chiesa casa della Chiesa ......Per.la.dedicazione.della.chiesa.parrocchiale.di.Cristo.Re...................................................15
Se tu fossi stato qui.-.per.le.esequie.di.Matteo.Circelli..............................................18
La profezia di Amato Ronconi - Per.la.canonizzazione.di.s..Amato.Ronconi...20
Natale: evento e vangelo -.Nella Messa della Notte di Natale.................................23
Il Verbo incarnato: parole, luce, vita.-.Nella Messa della Giorno di Natale..........26
• Lettere e Messaggi
Abbiamo.trovato.il.Tesoro.-.Lettera.Pastorale.2014....................................................30
Reagire.alla.rassegnazione..................................................................................................47
Verso.la.Missione-.Sette.lettere.da.Patmos
Piccole comunità ma missionarie ...........................................................................54
Comunità della parola o delle chiacchere?..........................................................57
I nostri riti generano vita?...........................................................................................59
Una carità operosa e trasparente............................................................................62
Il profumo della gioia...................................................................................................64
Sono queste le nostre “cinque piaghe“?................................................................67
Le cinque vie della missione......................................................................................70
• Decreti e nomine............................................................................................73
• Diario del Vescovo........................................................................................91
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Un pieno di gioia
Usciamo ad offrire la gioia del Vangelo
Omelia del Vescovo per l’ordinazione diaconale di Simone
Franchin, Stefano Battarra, Andrea Scognamiglio, e per
l’ordinazione presbiterale di Francesco Fronzoni, Ugo
Moncada, Gino Gessaroli
Rimini, Basilica Cattedrale, 21 settembre 2014
8
La gioia. Per molti, un desiderio pungente, destinato a rimanere immancabilmente frustrato. Per altri, una sconsolata nostalgia. Per altri ancora la gioia
sarebbe un miraggio maliardo che prima ti illude e poi ti delude. Una sorta di
fata morgana che prima ti strega e poi ti annega nelle sabbie mobili della più
desolante depressione. Ma per i discepoli di Cristo – insegna papa Francesco –
“la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano
con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla
tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e
rinasce la gioia“ (EG 1).
1. Quel giorno a Gerico Zaccheo ha incontrato Gesù, e per la prima volta ha
scoperto il domicilio della gioia. Per la prima volta ha ricevuto una misura pigiata, scossa e traboccante di perfetta letizia. Per la prima volta ha letteralmente
incassato un “pieno di gioia“ (Lc 6,9). Zaccheo è la storia di una vocazione, è il
’tipo’ che percorre tutta la filiera dei verbi ’vocazionali’: cercati, chiamati, mandati, perché amati.
Cercati. Gesù non può tollerare che “anche uno solo dei suoi fratelli più
piccoli si perda“ (cfr Mt 18,14). Il Figlio di Dio è tutto suo Padre, e Dio è fatto
così: non si accontenta di avere in casa uno su due figli, cioè il 50%, come nella
parabola del padre misericordioso. Non si accontenta neppure del 90%, come
nella parabola delle dieci monete; anzi neppure del 99%, e per questo se ne
va in cerca dell’unica pecorella smarrita. Perché “il Figlio dell’uomo è venuto a
cercare ciò che era perduto“ (Lc 19,10). Tra tutti gli abitanti di Gerico, sembra
che a Gesù interessi proprio Zaccheo. Chissà, forse, se avesse dovuto sostenere
l’esame di matematica, il Maestro di Nazaret avrebbe rischiato una solenne
bocciatura. Per lui 1 = 99, anzi anche di più, perché “ci sarà più gioia nel cielo
per un solo peccatore che si converte, che per novantanove giusti i quali non
hanno bisogno di conversione“ (Lc 15,7). Dunque, se gli manchi anche solo tu,
gli manca tutto. Ma, attenzione! Non è la conversione di Zaccheo che condiziona la simpatia di Gesù, ma è la simpatia di Gesù che determina la conversione
di Zaccheo. Non è vero che Dio non ha bisogno di cercarci, perché toccherebbe
a noi cercare lui. Piuttosto vale anche per lui quanto vale per noi: “Si cerca
perché sia più dolce il trovare e si trova perché sia più intenso il cercare“ (s.
Agostino). E questo basta alla nostra gioia.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
2. Chiamati. Noi siamo cercati da Dio e da lui siamo stati ’chiamati’ dall’eternità. È la ’vocazione’: una parola-chiave del Vangelo, ma ormai esiliata dal nostro vocabolario corrente, che preferisce parlare di mission. In realtà ognuno di
noi può dire: il Signore mi ha scelto, mi ha voluto, mi ha invitato ad esistere,
mi ha inviato nel mondo per essere un’altra “bella copia“ – unica, originale,
irripetibile – dell’immagine perfetta del Figlio suo. Sentirsi scelti è una delle
esperienze umane più liete e gratificanti; mentre il vedersi dimenticati e il ritrovarsi disattesi è spesso la fonte amara da cui fuoriescono a fiotti tante nostre
tristezze. Pensiamo a un giovane che ha mandato in giro centinaia di curriculum
e non viene mai chiamato a un colloquio. Pensiamo a una ragazza che a una
festa si rende conto che nessuno si interessa di lei. Solo quando ci arriva una
chiamata o un invito, solo allora la vita ci torna a sorridere. E questo basta alla
nostra gioia.
3. Mandati. Siamo stati chiamati per andare a servire, a seminare, non a
mietere successi, non a compiere miracoli spettacolari, non a produrre effetti
speciali. Noi non siamo né i giganti dei nostri miraggi, né i nani dei nostri incubi.
Siamo solo servi inutili, non nel senso che il nostro servizio non serva a niente,
ma nel senso che siamo chiamati a servire senza riserve e senza pretese, senza
puntare su premi e medaglie, senza la paura di minacce e castighi. Perciò non
stiamo lì a romperci la testa con la partita doppia degli oneri e degli onori, degli
investimenti e dei fatturati. Ci basta ricordare che l’obbedienza garantisce la
missione dal rischio di coincidere con una autodestinazione. Ci basta sapere
che siamo stati chiamati e veniamo mandati, perché siamo stati amati. Ci basta
riconoscere che siamo stati amati non perché siamo santi e immacolati, ma per
diventarlo. E questo basta alla nostra gioia.
4. Carissimi, avrei ancora tante cose da dirvi, ma una sola è quella necessaria: la gratitudine. Non dimenticate mai che la gioia è il risultato più ambito di
questa virtù di “serie A“: la gratitudine. Dio non ha bisogno dei miei complimenti, ma come faccio a non ringraziarlo se per il mio primo giorno di esistenza mi
ha regalato la vita? Come faccio a non essere grato con un Padre che il giorno
del mio battesimo mi ha sorpreso con l’incalcolabile fortuna di farmi suo figlio?
Come faccio a non rendermi conto che è cosa buona e giusta rendere grazie –
sempre, dovunque, comunque – a Colui che ogni mattina sveglia per me il sole
e per me ogni notte accende le stelle? Come faccio a non riamare chi mi ha
dato fiducia? Mi ha cercato, chiamato, mandato a fare il pastore, in cooperativa
con il Pastore grande delle pecore e con gli altri pastori, nell’unico presbiterio.
Infine, una beatitudine, una certezza, un augurio.
La beatitudine. Beati preti e diaconi che camminano nella vita a braccia
spalancate: non faranno carriera, ma incontreranno tanta gente da abbracciare.
La certezza. Il contrario della santità non è il peccato: è la tristezza. Perciò
nessuno crederà a un prete triste, anche se dice di portare una Buona Notizia.
L’augurio. Vi auguro di essere non solo preti generosi, ma soprattutto preti
gioiosi, perché abbiamo bisogno di avere di più che preti bravi. Abbiamo bisogno di preti più contenti.
Omelie
9
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Il segreto della perfetta letizia
Omelia del Vescovo nella Messa a conclusione
del Festival Francescano
Rimini, Basilica Cattedrale, 28 settembre 2014
10
È stato detto: “È meglio essere cristiani senza dirlo che dirlo senza esserlo“
(Ignazio Ant.). “Che ve ne pare?“, sorelle e fratelli: non si trova concentrato nel
lampo di questa frase il succo del messaggio proposto da Gesù con la parabola
dei due figli (Mt 21,28-32)? Non vi sembra che nella filigrana di questa citazione
si intraveda scolpito il profilo, rispettivamente, del primo e del secondo dei due
fratelli del vangelo?
1. Ma ora dobbiamo spiegarci quale passaggio sia avvenuto nel cuore del
primo figlio, il “ribelle-obbediente“: perché dopo il rifiuto opposto all’invito del
padre di andare a lavorare nella sua vigna, si è poi risolutamente deciso ad
andarci? È Gesù stesso che ci svela come e perché questo giovane abbia preso la decisione diametralmente opposta al suo diniego iniziale: perché “si è
ricreduto“ (v. 29), cioè ha radicalmente cambiato parere, ha fatto una sorta di
“inversione ad U“, si è ravveduto, insomma si è letteralmente pentito della sua
ribellione. Da questo verbo – pentirsi – come sappiamo, deriva la parola penitenza, ed è proprio questa la parola che ci spiega il ravvedimento o conversione
avvenuta nel cuore di Francesco, quando ha deciso di cambiare vita. È lui stesso
ad usarla nel suo Testamento:
“Il Signore dette a me, Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando
ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore
stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi,
ciò che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di
poi, stetti un poco e uscii dal mondo“.
Francesco non era né un pagano idolatra, né un ateo o un incallito miscredente. Era stato battezzato ed educato cristianamente dalla mamma, donna
Pica. Tutto lascia pensare che dicesse le preghiere al mattino e alla sera, che
andasse a messa la domenica, che facesse elemosine ai poveri, fuori della cattedrale di san Rufino. Ma arrivato attorno ai venti anni, le ben note circostanze
della sua vita – il fallimento del suo sogno di diventare un celebre cavaliere
“senza macchia e senza paura“, la prigionia a Perugia, la malattia spossante e
deprimente – gli fecero avvertire tutta l’insoddisfazione di una fede ridotta a
riti, forme e a vuote parole.
Toccato dalla grazia, decise di entrare tra i “penitenti“, ossia tra quei cristiani
decisi a cambiare vita e a vivere un vangelo fatto di… “fatti di vangelo“. Dopo
aver incontrato il Crocifisso a san Damiano e averlo rivisto e abbracciato nel
lebbroso, fece come Cristo Gesù, di cui abbiamo ascoltato nella seconda lettura
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
(Fil 2,1-11), che “spogliò se stesso“ o “svuotò se stesso“. Anche Francesco “spogliò se stesso“ sulla piazza maggiore di Assisi, e, baciando il lebbroso, il Celano
dice che “fece violenza a se stesso“ e “da quel momento decise di disprezzarsi
sempre di più“. E cominciò a gridare il vangelo con la vita e ad esortare i fedeli
non tanto a fare ’penitenze’, ma piuttosto a “fare penitenza“, a cambiare vita.
2. Ha ragione allora chi addita Francesco come l’esempio più limpido e
credibile di riforma della Chiesa “per via di santità“ (Y. Congar). Francesco non
pensò mai di essere chiamato a riformare la Chiesa. Anche il sogno in cui Innocenzo III avrebbe visto il Poverello sostenere con la sua spalla la chiesa cadente
del Laterano, come nell’affresco di Giotto, non dice nulla di più. In effetti questo
sogno lo fece il Papa, non Francesco. Allora ecco cosa significa essere riformatori della Chiesa per via di santità: significa esserlo, senza saperlo, anzi senza
neppure dirlo a se stessi, senza pretendere a tutti i costi di apporre il proprio
autografo sotto il progetto di riforma della Chiesa.
Francesco realizzò in se stesso la riforma della Chiesa, e così indicò – tacitamente, ma effettivamente – alla comunità cristiana l’unica via per uscire dalla
crisi: riaccostarsi al Vangelo, riaccostarsi alla gente, e in particolare alla povera
gente.
Anche noi oggi siamo chiamati dal Signore, attraverso papa Francesco, alla
“riforma della Chiesa in uscita missionaria“. Per questo ci è richiesto di fare
come ha fatto Francesco sulle orme di Gesù: liberarci dall’escalation del possesso e dell’accumulo. Troppo spesso infatti ci si illude di trovare nel possesso
quiete e libertà, ma poi ci si accorge che bisogna ancora affannarsi per conservare e magari moltiplicare il possesso accumulato.
L’itinerario di Francesco è chiaro e diritto: la fede – ossia un grande amore
per Gesù - porta alla povertà. La povertà – il vivere “senza nulla di proprio“ –
porta alla libertà. E la libertà porta alla gioia, alla vera piena perfetta letizia. È il
vangelo secondo Gesù, è il messaggio di Francesco e Chiara di Assisi, di Amato
Ronconi da Saludecio e Alberto Marvelli, di don Oreste Benzi, di Sandra Sabattini e suor Ornella Fabbri da Rimini.
Liberi nella gioia: si può? Sì, si può. Provare per credere.
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Una Chiesa tutta in uscita
Alla scuola di San Gaudenzo
Omelia tenuta dal Vescovo per la festa del Patrono
Rimini, Basilica Cattedrale, 14 ottobre 2014
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La storia di san Gaudenzo intriga. E intriga parecchio proprio perché – paradossalmente – del nostro patrono, è più quello che non sappiamo di quello
che sappiamo. È vero: il gruzzolo del minimo comun denominatore che si ricava dalle diverse tradizioni sulla sua figura appare piuttosto scarso e precario.
Gaudenzo vi è indicato come un cristiano proveniente da Efeso. Intorno al IV
secolo venne inviato dal papa a Rimini per annunciarvi il Vangelo. Divenuto
vescovo della città – probabilmente il proto-vescovo – Gaudenzo continuò
nella sua opera di evangelizzazione e, secondo la tradizione attestata dal culto,
morì martire.
1. Missionario, pastore, martire: tre tratti, un solo ritratto. Depurata da
particolari aneddotici e incerti, questa storia ci riconsegna l’essenziale per una
comunità cristiana, mentre a me vescovo restituisce l’indispensabile per il mio
ministero pastorale. E questo mi basta. Mi deve e ci deve bastare uno zoom
sul concentrato “essenziale-indispensabile“ della storia di san Gaudenzo. Nel
profilo del nostro patrono i tre aspetti appena evidenziati consentono di cogliere il DNA della fede cristiana allo stato nascente, aiutano a riscoprire la
freschezza delle nostre origini, contagiano una simpatia per il nostro passato e
il nostro presente, e ci trasmettono una invincibile fiducia per il nostro futuro.
Insomma la succinta storia di Gaudenzo ci autorizza a parlare tranquillamente
della Chiesa riminese come di una “novità antica“: un ossimoro, questo, che
esprime appunto la sorprendente combinazione tra l’originalità iniziale e il suo
perdurare nel tempo. Vorrei allora guardare, sì, indietro alle lontane origini
della nostra storia, ma, tutt’altro che con l’interesse passatista dell’archeologo,
strizzando invece l’occhio alla nostra situazione ecclesiale e culturale di oggi.
In effetti, quando si parla di cristianesimo, affiorano sempre, latenti e intriganti
due domande ineludibili: se Gesù si ripresentasse oggi, dopo duemila anni, si
riconoscerebbe ancora in coloro che sostengono di essere fedeli custodi della
sua persona e del suo messaggio? E se san Gaudenzo tornasse oggi nella nostra città, riconoscerebbe me vescovo come suo fedele successore, scoprirebbe voi sacerdoti come generosi “con-presbiteri“ del vescovo, certificherebbe
voi consacrate/i come autentici testimoni della radicalità evangelica, identificherebbe voi laici come sacerdoti, re e profeti del mondo nuovo?
2. Non per schivare, ma proprio per aggredire di petto queste domande,
dobbiamo porcene un’altra, preliminare e imprescindibile: come si è diffuso
il cristianesimo nella nostra città e nel territorio circostante? Certamente non
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
c’era alcun “braccio secolare“ che lo appoggiasse; senza alcun dubbio le conversioni non erano determinate da vantaggi esterni, da interessi economici, da
privilegi sociali o culturali. Inoltre essere cristiani non rappresentava una consuetudine o una moda seducente e fascinosa, ma una scelta controcorrente,
spesso a rischio della vita. Per certi versi, la situazione è tornata a crearsi oggi
in diverse parti del mondo, e per alcuni aspetti sembra riprodursi anche dalle
nostre parti. Anche da noi oggi non si può più essere cristiani per convenzione,
ma solo per convinzione e per scelta personale. Certo, per noi, la conversione
ad una vita cristiana seria non espone più al rischio di persecuzione fisica, eppure essere cristiani è tornato a costare. Ma questo, per la fede e per la Chiesa,
non è affatto una perdita; rappresenta piuttosto un cospicuo guadagno.
Resta la domanda: quali furono le ragioni del trionfo del cristianesimo? Un
messaggio nato in un oscura e disprezzata periferia dell’impero, tra persone
semplici, senza cultura e senza potere, in meno di tre secoli si estende a tutto
il mondo allora conosciuto, sorpassando la raffinatissima cultura dei Greci e
bypassando la potenza imperiale di Roma! Tra le diverse ragioni del successo,
qualcuno insiste sull’amore cristiano e sull’esercizio attivo della carità, tanto
da indurre, più tardi, l’imperatore Giuliano l’Apostata a dotare il paganesimo di
analoghe opere caritative per contrastare tale successo. Qualche altro storico
individua le ragioni del prevalere della fede cristiana nel suo spirito “cattolico“,
ossia nella sua capacità di conciliare in sé le opposte tendenze e i diversi valori
presenti nelle religioni e nella cultura del tempo. Ancora, tra gli storici delle
origini cristiane c’è chi dà importanza ad alcuni fattori “strutturali“, come ad
esempio le grandi arterie stradali dall’impero sapientemente sfruttate dalla
strategia missionaria dei cristiani che puntavano sui grandi centri urbani, per
poi diffondersi nei dintorni e nell’entroterra.
Ma tutti questi fattori dimenticano una cosa semplicissima, che si rischia
anche di trascurare in tanti approcci attuali e mediatici, quando si parla di
nuova evangelizzazione. Si rischia cioè di dare più importanza al soggetto che
all’oggetto della missione, più agli evangelizzatori e alle condizioni in cui essa
si svolge che al suo contenuto, più ai seminatori e al terreno in cui si semina
che al seme stesso. Gesù aveva dato in anticipo una spiegazione del diffondersi sorprendente e prodigioso del suo Vangelo. Aveva detto: “Così è il regno di
Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di
giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa“ (Mc 4,26-27).
3. Chi ha colto con lucidità la priorità del Vangelo sugli evangelizzatorio, se si vuole, la precedenza, sul soggetto che annuncia, dell’oggetto che si
annuncia – è l’apostolo Paolo: “Io – scrive ai Corinti – ho piantato, Apollo ha
irrigato, ma era Dio che faceva crescere“. Sembra un commento alla parabola
di Gesù, appena citata. Non si tratta di tre operazioni della stessa filiera; l’apostolo aggiunge infatti: “Ora, né chi pianta né chi irriga è qualche cosa, ma è Dio
che fa crescere“ (1Cor 3,6-7). È da ricordare che l’apostolo ha subito una serie
di smacchi cocenti e di vistosi fallimenti. Si pensi al rigetto, diplomatico ma
non troppo, incassato dall’apostolo all’Areopago da parte dell’intellighenzia
di Atene. Si tenga inoltre presente un’altra costante nella strategia missionaria
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
di Paolo: ogni volta che arrivava in una città, si recava sistematicamente alla
sinagoga degli ebrei e sembrava lo facesse apposta a sfidare l’opposizione dei
suoi ex-correligionari. Ma le bordate di fischi, la collezione di fiaschi non hanno
mai minimamente scalfito la sua fiducia nel messaggio. Abbiamo ascoltato
poco fa nella seconda lettura: “Non ci perdiamo d’animo. Noi non annunciamo
noi stessi, ma Cristo Gesù Signore. Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di
creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non
viene da noi“ (2Cor 4,1-7).
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4. Prima di concludere, vorrei accennare a un altro fattore determinante
per la diffusione dei primi germi di cristianesimo anche a Rimini e dintorni. Al
tempo delle persecuzioni, quando i primi cristiani non potevano costruire i loro
luoghi di culto e di incontro pubblici, la struttura delle comunità cristiane continuava ad essere quella registrata negli scritti del NT: i battezzati si riunivano
a gruppi di poche decine nelle case più grandi, messe a disposizione sempre
più stabilmente da qualche famiglia. San Paolo parla più volte di “chiesa riunita
nelle case di…“, ad esempio, di Priscilla e Aquila, a Roma o ad Efeso o a Laodicea (Rm 16,5.23; 1Cor 16,19; Col 4,15; cfr anche Fm 2). Nel secondo-terzo secolo il raduno delle comunità avveniva in una casa, che ormai però non era più
una casa privata, bensì un luogo ’semi-pubblico’: era la “casa della comunità“,
in latino domus ecclesiae. In una “casa-chiesa“ la comunità cristiana cresceva
attorno ai sacramenti, alla parola, alla fraternità. Vi si celebrava il battesimo e
l’eucaristia; vi si proclamava la parola di Dio e si trasmetteva la fede; vi si coltivava la carità sia all’interno che nei confronti dei bisognosi. Era insomma una
esperienza di “piccola chiesa“, vissuta a misura di “casa-famiglia“. Quando san
Gaudenzo è venuto a Rimini, avrà molto probabilmente già trovato qualche
piccola comunità o comunque ne avrà certamente aperte altre.
Anche questa strutturazione della comunità cristiana di una città in piccole
comunità è un fattore che dobbiamo tenere presente non solo per rivitalizzare
il tessuto friabile delle nostre parrocchie, ma anche per recuperare grinta ed
entusiasmo nell’evangelizzazione. Senza ammalarci di nostalgia, senza rincorrere sbiadite ’riproduzioni’ dei tempi che furono, senza cadere in una sorta di
’strabismo’ storico, con un occhio sul passato e uno sul presente, che finirebbe
per farci tradire sia il presente che il passato… l’avvio delle piccole comunità
intracomunitarie – nelle forme più varie: comunità di vicinato o di ambiente, di
associazione o di movimento – permetteranno alla pastorale integrata di evitare il rischio di ridursi ad una mera operazione aggregativa. E ci consentiranno
di imboccare lo svincolo che, con l’aiuto del Signore, ci porterà a percorrere
la strada di parrocchie integrate non soltanto tra di loro, a livello interparrocchiale, ma anche a livello intraparrocchiale, al loro interno. Solo così potranno
diventare “piccole chiese in uscita missionaria“.
Fratelli e sorelle, la festa di san Gaudenzo ci pianti nella mente e nel cuore
questo chiodo fisso: il nostro è tempo di semina, e seminare il Vangelo si deve
e si può. Papa Francesco grida forte e ci sgrida: “Usciamo, usciamo a portare a
tutti la vita di Gesù Risorto!“ (EG 49).
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Una chiesa casa della Chiesa
Omelia tenuta dal Vescovo per la dedicazione
della chiesa parrocchiale di Cristo Re
Rimini, 1 novembre 2014
Gerico, un giorno di fine-marzo dell’anno 30. “Arriva Gesù!“: la voce passa di bocca in bocca, gira di casa in casa, e riempie di folla strade, viuzze e
piazzette della deliziosa “città delle palme“, pigramente adagiata nella pianura
del Giordano. Ai bordi della fiumana di gente che accoglie Gesù e lo avvolge
pressandolo da tutte le parti, c’è lui, Zaccheo, carico di soldi, un uomo piccolo
piccolo, anche di statura, che sguscia in incognito e sgattaiola veloce nel folto
di un sicomoro. È il capo dei pubblicani, come a dire un ladro matricolato, un
implacabile aguzzino duro e spietato, un uomo senza cuore e senza Dio, all’infuori del dio denaro. Lo si direbbe un caso disperato, un miserabile disgraziato
non solo del tutto impermeabile ad ogni richiamo evangelico, ma refrattario
finanche ad ogni sia pur minimo senso di umana pietà. Eppure nel profondo di
questo omino tozzo e tondo c’è un lembo di terra vergine, abitato dal desiderio
di incontrare Dio, c’è un brano di cuore agitato dalla voglia di vedere quel rabbi
galileo che è sulla bocca di tutti.
1. Nella galleria dei personaggi “dipinti“ da Luca, Zaccheo è la figura del
peccatore convertito. La cosa non finisce di sorprendere: c’è un miracolo più
grande del trasformare un avvoltoio in galantuomo, un peccatore in discepolo
e testimone? È il miracolo della conversione.
Ma ecco, il rabbi galileo sta passando, proprio mentre quel palloncino gonfiato di Zaccheo sembra come rimasto impigliato nella fitta chioma di rami e
di foglie del grande sicomoro. E ora l’imprevedibile accade: accade la grazia.
L’evangelista fissa l’evento in tre scatti. Primo, uno sguardo che cerca: “alzò lo
sguardo“. Due, una voce che chiama: “Zaccheo!“. Tre, un incontro che avviene:
“Oggi devo fermarmi a casa tua“. Tutto comincia dallo sguardo di Gesù, che
sorprende Zaccheo e lo scruta “dal basso in alto“, non – come facciamo noi
tante volte – dall’alto in basso! Non è però come pure sembra a prima vista:
non è Zaccheo alla ricerca di Gesù; è anzitutto Gesù alla ricerca di Zaccheo. E lo
invita a scendere, ma non per svergognarlo in pubblico, bensì per autoinvitarsi
a casa sua: “Oggi io devo fermarmi a casa tua“. “Io devo“: è la settima volta
che l’evangelista annota questa parola sulle labbra del Maestro di Nazaret. La
prima volta fu quando aveva dodici anni, nel tempio, finalmente ritrovato da
Giuseppe e da Maria, la madre. Ma ora Gesù usa quell’espressione per dire
che anche a Gerico continua a realizzare la missione che il Padre gli ha affidato: non è venuto a cercare i giusti, ma i peccatori. Quel giorno a Gerico lui
“doveva“ salvare Zaccheo; era andato là per cercare lui e anche solo per lui ci
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sarebbe andato. Perché Gesù è fatto così: è come suo Padre che “deve “ cercarmi, ne ha bisogno, non può farne a meno. Se gli manca Zaccheo, gli manca
l’ultima pecorella, l’ultima monetina, gli manco io. “Il Figlio dell’uomo è venuto
a cercare e a salvare chi si era perduto“.
Dunque: “Zaccheo, smettila, scendi giù da quell’albero!“: umanissimo
Gesù! Non dice: “Scendi subito perché devo convertirti“. Ma: “Voglio avere il
piacere e l’onore di essere tuo ospite“. Gesù accoglie Zaccheo prima della sua
conversione. Non è la conversione del boss dei pubblicani che determina la
simpatia di Gesù, ma è la previa simpatia di Gesù che provoca la conversione
di Zaccheo. E poi, una volta entrato a casa del capo, Gesù non gli dice niente,
non gli rifila una predica veemente sulla penitenza e sull’inferno. E quando si
mette a tavola, non manda di traverso il pranzo a tutti i commensali con una
puntigliosa relazione sulla fame nel mondo…
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2. Carissimi, la storia di Zaccheo rispecchia la nostra, e l’evento che stiamo
celebrando – la dedicazione della vostra chiesa parrocchiale – si rispecchia nel
vangelo di Zaccheo e ci dice che cosa è la chiesa di pietra e di mattoni.
La chiesa è il luogo e il segno della casa di “pietre vive“. La pietra di fondamento è Gesù, e noi siamo le pietre poggiate sopra. Noi chiamiamo il tempio
la “casa di Dio“, ma lo sappiamo: neanche Dio può stare solo. È un Padre e non
ce la fa a stare senza che i suoi figli siedano alla mensa di suo Figlio. Allora possiamo dire che la chiesa con la c minuscola è la casa-famiglia dei figli di Dio.
La chiesa è la palestra della misericordia, la tenera divino-umanissima
misericordia, che ci rende simili al Padre dei cieli, il cui nome è “Padre“, e “misericordioso“ è il suo cognome di famiglia, perché anche il Figlio è il misericordioso: mai egli si chiuse alle necessità e alle miserie dei suoi fratelli. E lo Spirito
Santo è la misericordia in persona. Certo, Dio è l’onnipotente, ma trova la sua
onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono. Pertanto i suoi figli
non potranno non perdonarsi a vicenda e non avranno altro debito che la reciproca carità e misericordia. E nella chiesa-palestra potranno allenarsi a quel
“sollevamento pesi“, che richiede la sopportazione paziente dei pesi reciproci.
La chiesa è la scuola della comunione. Non è vero come qualche volta si
dice che si entra in chiesa per amare Dio, e se ne esce per amare il prossimo.
Non si può dividere ciò che Dio ha unito, e perciò non si può separare il comandamento dell’amore di Dio dal comandamento dell’amore del prossimo.
Le persone che compongono la comunità imparano a vivere relazioni a misura
della santa Trinità, in cui le persone sono distinte le une dalle altre ma non separate, unite tra di loro ma mai confuse. Per essere e vivere da fratelli, i figli di
Dio respingeranno le tentazioni “anti-trinitarie“ – gli uni senza gli altri, sopra o
contro gli altri – e impareranno a vivere le “preposizioni trinitarie“: gli uni conper gli altri, addirittura gli uni negli altri.
La chiesa è la base della missione. È il cenacolo della pentecoste, dove secondo la bella immagine dell’icona bizantina, gli apostoli stanno con un piede
levato, pronti per scattare e uscire in missione: “Usciamo, usciamo per offrire
a tutti la vita di Gesù Risorto“ (papa Francesco).
La chiesa è la casa della gioia, in cui si vive la passione per le tante pecore
che sono andate via, ma si fa festa anche per un solo Zaccheo che si converte.
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Nella chiesa la comunità dei fratelli “celebra e festeggia ogni piccola vittoria,
ogni passo avanti nell’evangelizzazione“ (EG n. 25).
La chiesa è l’alloggio dei pellegrini: noi cristiani siamo un popolo in cammino, non una massa di vagabondi che non ricordano più da dove vengono e
dove stanno andando. Siamo un popolo di pellegrini in cammino verso la casa
del Padre: pertanto la chiesa diventa la stazione in cui si fa sosta e si fa rifornimento per la tappa successiva, fino alla soglia della casa del Padre, quando
verrà la sera del sabato senza tramonto…
Ecco infine una preghiera, che ci può aiutare a fissare questi pensieri, provocati dalla liturgia della dedicazione della vostra bella chiesa.
Quale sarà il mio posto nella casa di Dio? Lo so, non mi farai fare brutta figura, non
mi farai sentire una creatura che non serve a niente.
Perché tu sei fatto così, Signore: quando ti serve una pietra per la tua costruzione,
prendi il primo ciottolo che incontri, lo guardi con infinita tenerezza e lo rendi
quella pietra di cui hai bisogno: ora splendente diamante, ora opaca e ferma come
una roccia, ma sempre adatta al tuo scopo.
Cosa farai di questo ciottolo che sono io? Tu ti metti a cesellare la mia vita e
fai cose inaspettate, gloriose. Se mi metti sotto un pavimento che nessuno vede
ma che sostiene lo splendore dello zaffiro o in cima a una cupola che tutti guardano, ha poca importanza. Importante è trovarmi ogni giorno là dove tu mi metti,
senza ritardi. E io, per quanto pietra, sento di avere una voce: voglio gridarti, o
Dio, la mia felicità di trovarmi nelle tue mani, malleabile, per renderti servizio, per
essere tempio della tua gloria (card. Ballestrero).
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Se tu fossi stato qui
Omelia tenuta dal Vescovo per la Messa esequiale
di Matteo Circelli
Poggio Berni, 19 novembre 2014
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Signore, se tu fossi stato qui: qui adesso, qui subito, qui come sembrerebbe a noi giusto di poterci e doverci attendere da un Figlio di Dio, Fratello
e Amico nostro, come te. Se tu fossi qui, dove un termoreattore nucleare ci
risolve tanti problemi e basta un piccolo guasto per crearcene tanti altri e di
molto più gravi. Se tu fossi qui adesso, quando stanno agonizzando tanti poveri vecchi abbandonati e basta un kamikaze per far saltare in aria dei poveri
bambini innocenti. Se tu fossi quaggiù, dove i nostri mari fanno da cimitero
a tanti profughi, dove l’azzurro dei nostri cieli viene oscurato giorno e notte
dalle nubi ammorbanti di interminabili roghi tossici, dove i nostri marciapiedi
fanno da letto alla carne innocente di tanti poveri barboni. Se tu fossi stato
qui vicino, l’altro ieri sera, quando la macchina con Matteo e compagni stava
sbandando…
Caro papà Renato, cara mamma Nicoletta, carissima sorellina Vale, permettetemi di accostarmi a voi con rispetto e tenerezza, e di dirvi anzitutto:
Non abbiate paura di porre a Gesù questa domanda: ’Dov’eri, Signore buono,
sabato sera, alle 22,30?’. State sereni: Gesù non si offende nel vedersi investito
dal vostro dolore, perché lui stesso ha urlato verso il cielo, dall’alto della croce,
quel 14 di nisan dell’anno 30: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?“. E permettetemi anche di fare mia la domanda che più vi brucia in cuore
e che io non solo non ho alcun diritto di censurare, ma che, anzi, ho il dovere
di assumere e di sottoscrivere a due mani. Ma prima ancora, permettetemi
di piangere insieme a voi, e insieme a voi di mettermi in ascolto della voce di
Matteo. Sì, non è vero che i nostri morti non parlano. Alludendo al giorno della
propria morte, Don Oreste aveva scritto: “Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia.
Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio
occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena
chiudo gli occhi a questa terra, li apro all’Infinito di Dio.“
Oggi, Sorelle e Fratelli carissimi, Matteo dice a me e a tutti voi: “Caro papà,
cara mamma, cara Vale, cari amici tutti, al vostro posto anch’io chiederei al
Signore perché mi ha strappato dal vostro abbraccio. Ma ora non glielo chiedo
più. Anzi io vi autorizzo a dirgli: ’Signore, non ti chiediamo perché ci hai tolto
Matteo; ti ringraziamo perché ce l’hai donato’. Adesso io ’mi illumino d’immenso’ nella luce di Dio e capisco che Gesù non è venuto sulla terra per spiegarci
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
l’enigma del dolore, ma per trasformarlo in un mistero d’amore. L’enigma è un
giallo; il mistero è un’avventura. È una traversata con una fragile barca a vela,
su un mare agitato, spesso in tempesta. E Gesù ci chiede di salire in barca con
noi. Noi non siamo padroni del vento, ma lui ci aiuta a orientare la vela e a non
fare naufragio: il suo nome è Salvatore. Gesù non ci salva rifilandoci sofisticate
elucubrazioni sul dolore, ma trasformando il dolore in un amore ancora più
limpido e forte. Non elimina il male, ma non solo ci abilita a non lasciarcene
vincere, ma piuttosto a vincerlo con un bene infinitamente più grande. Noi
vorremmo miracoli, ma lui ci dona se stesso. È morto in croce e ha fatto di una
morte totalmente ingiustificata la possibilità di un amore totalmente incondizionato. Gesù era lì l’altra sera per non farmi precipitare nella cieca voragine
del nulla. Era lì, pronto per trasformare la mia caduta in un volo verso l’infinito.
“Ora, babbo, mamma, Vale, fatemi asciugare le vostre lacrime. Io so che voi
mi avete voluto bene e anch’io ve ne ho voluto. Ecco, per il bene che ci siamo
voluto, vi devo chiedere una promessa: tutte le volte che penserete a me, promettetemi di asciugare qualche lacrima intorno a voi. Questo sarà il balsamo
per la vostra ferita che continuerà a sanguinare: alleviare il dolore degli altri.
Vi prego, prestatemi le vostre mani e il vostro buon cuore per fare quello che
nel mio piccolo ho cercato di fare e che vorrei continuare a fare. Ho chiesto a
Gesù di farmi passare il mio cielo sulla terra per esercitare il ministero della
consolazione per tanta povera gente che soffre. Promettetemi di entrare nella
mia “cooperativa delle mani aperte e delle braccia spalancate“ per abbracciare
e dare una mano a quanti soffrono. E io sarò l’angelo che vi aiuterà a mantenere questa promessa.
“Vostro per sempre, Matteo“.
La sua anima e le anime di tutti i fedeli defunti, per la misericordia di Dio,
riposino in pace.
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La profezia di Amato Ronconi
Omelia tenuta dal Vescovo in occasione della Messa in
ringraziamento per la canonizzazione di S. Amato Ronconi
Rimini, Basilica Cattedrale, 14 dicembre 2014
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Il beato Amato Ronconi, canonizzato da papa Francesco il 23 novembre
scorso, ormai è santo, il primo e finora unico santo interamente nostro, del
secondo Millennio. Come non ringraziarne il Signore e il Vescovo di Roma? Ma
chi è un ’santo’? Lo sappiamo noi veramente? Della vita di ogni santo si possono
tracciare due interpretazioni fondamentali: l’interpretazione agiografica e
quella profetica. La prima consiste nel considerare il santo come il modello
immacolato di ogni virtù, che ci si deve sforzare allo spasimo di imitare e
riprodurre, senza però neanche lontanamente illudersi di poter raggiungere
l’alta quota della sua vertiginosa perfezione, talmente poveri e meschini noi
siamo. L’interpretazione profetica, invece, non si interessa tanto a ciò che il
santo ha fatto di eroico nella sua vita, quanto piuttosto a ciò che Dio ha detto,
ieri come dice oggi, a noi attraverso la sua vicenda. Ecco, Amato Ronconi come
profeta, ossia come messaggero e portavoce di Dio.
1. È proprio di questo profeta che io vorrei parlarvi. L’Amato Ronconi da Saludecio rischia facilmente di stancare o di scoraggiare, tanto ci sembra perfetto
e irraggiungibile. L’Amato profeta, no: ci interpella oggi come ieri; ci prende
dove siamo, perché non è lui che parla, ma Dio che parla tramite lui. E questa
parola, come ogni vera parola di Dio, è uno squillo di tromba che risveglia, una
fiamma di Dio che incendia. È come un martello che spacca la roccia, direbbe
Geremia, o come un ruggito di leone, direbbe Amos, il rude profeta-pecoraio
di Tekoa.
Oggi, fratelli e sorelle, vorrei vedere con voi sant’Amato come profeta, inquadrato in controluce con l’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento, Giovanni di Zaccaria, protagonista della liturgia di questa terza domenica di Avvento. E lo vorrei intravedere anche in sovrapposizione – quasi in filigrana – con
Francesco d’Assisi, di cui il nostro santo ha abbracciato lo spirito e la regola del
terz’Ordine. C’è infatti una parola che lega come un filo rosso questi tre autentici profeti, mandati da Dio. È la parola penitenza, una parola esiliata dal nostro
vocabolario, perché richiama veglie, aspri digiuni e flagellazioni. Ma al tempo
di Francesco d’Assisi e di Amato di Saludecio, questa parola – “penitenza“ veniva intesa in senso evangelico, e non diceva niente di più, ma anche niente
di meno che conversione. Non perché il figlio di Bernardone e Amato di Saludecio fossero pagani, ma perché a un certo punto della vita hanno scelto di
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
fare i cristiani. No, non di giocare a fare i cristiani, ma di esserlo: sul serio, con
una dedizione radicale e una inossidabile fedeltà. È stata proprio la penitenzaconversione il messaggio asciutto e provocante, proclamato dal Precursore (cfr
Mc 1,4). Come è scritto anche nel vangelo di Matteo: “Giovanni predicava nel
deserto della Giudea, dicendo: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! “
(Mt 3,2). Da parte sua Francesco nel suo Testamento così rievoca gli inizi della
sua vita nuova:
“Il Signore concesse a me, frate Francesco, d’incominciare così a fare penitenza,
poiché essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi;
e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di
corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo“ (FF 110).
Tutta la vita di Amato Ronconi ruota attorno a questo ruvido, ma liberante
messaggio, firmato da Cristo Signore e indirizzato al suo popolo: “Convertitevi,
capovolgete mente e cuore, invertite la via, cambiate la vita“. Non perché Amato prima fosse un dissoluto o un criminale, tutt’altro, ma perché ha scelto di
diventare cristiano. Poteva imboccare una strada larga e seducente, lastricata
di lussi e di spassi, ma che lo avrebbe fatalmente condannato a vivere una vita
infetta dal virus del narcisismo, bacata dai tarli dell’egoismo, della vanagloria,
dell’invidia e della gelosia, e che prima o poi avrebbe lasciato vuoto e inappagato il suo giovane cuore, assetato di cielo. Poteva seguire la via retta e integra
dei comandamenti, ma se non avesse rinunciato ai suoi beni per seguire Gesù
più da vicino, si sarebbe ritrovato come il giovane ricco: un uomo perbene,
onesto ma triste, sazio e insoddisfatto. No, Amato da Saludecio non ha voluto
per sé un’esistenza piatta e ripiegata, senza la fiamma di un amore appassionato per il Crocifisso, senza un brivido di compassione per i tanti crocifissi della
storia. Amato si è lasciato abbracciare da Gesù, ha verificato in pieno il suo
nome, si è sentito letteralmente e autenticamente “amato“. A quel punto ha
rinnegato il suo io vorace e possessivo come è l’io di ogni verace figlio di Eva,
ha infilato il ripido sentiero delle beatitudini e ha scalato il monte della felicità.
2. Oltre alla profezia della penitenza, anzi proprio per vivere da vero penitente fino in fondo, sant’Amato ha declinato la grammatica della conversione
con l’alfabeto della povertà. Si è lasciato affascinare dall’ideale francescano,
vissuto dai francescani del vicino convento di Monte Orciale. Fedele discepolo
del Poverello di Assisi, sant’Amato ha vissuto la profezia della povertà, come
aveva già fatto il Battista. “Giovanni – leggiamo dal vangelo di Matteo – portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle ai fianchi; il suo cibo
erano cavallette e miele selvatico“ (Mt 3,4). Quello di Giovanni è il vestito di
Elia, padre dei profeti (cfr 2Re 1,8). È il vestito dell’uomo nuovo, profeta rivestito di Cristo, che della Parola fa il suo cibo. E se il Precursore prepara la strada a
Gesù, che non avrà dove posare il capo, il Poverello d’Assisi non può guardare
il suo Signore, che “da ricco che era si è fatto povero per arricchirci con la sua
povertà“ (2Cor 8,6) senza piangere e mettere i piedi nelle sue orme. Francesco non può contemplare il Crocifisso di san Damiano, nudo sulla nuda croce,
senza poi denudarsi delle sue vesti in Piazza Maggiore, e senza indicare ai
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suoi frati la strada della castità, obbedienza e povertà. Ma - si noti bene - nella
Regola Francesco non usa la parola povertà e la sostituisce sistematicamente
con l’espressione “senza nulla di proprio“. Perché questa è povertà evangelica:
non attaccarsi neanche al bene ricevuto o donato, perché il bene appartiene
solo al Bene sommo, che è Dio.
Altrettanto fa Amato: non solo vive da povero e per i poveri, ma tra i poveri:
come Francesco, Amato ha rinunciato a tutti suoi beni perché ricolmo del Bene
infinito, si è dedicato ai poveri pellegrini, e per loro ha fondato e costruito un
ospizio-ospedale.
3. Il terzo tratto della profezia di Amato Ronconi è quello del pellegrinaggio. Rimini, San Marino, Assisi, Roma e, per quattro volte e mezzo, Santiago di
Compostella. E in questo Amato marca una certa discontinuità sia dal modello
del Battista che da quello di s. Francesco. Giovanni infatti è stato un predicatore che pendolava su e giù lungo il Giordano. Francesco ha fatto l’esperienza di
vari pellegrinaggi, ma è stato soprattutto un missionario più che un pellegrino
vero e proprio. Nei suoi venti anni circa dopo la conversione, ha macinato miglia e miglia per l’Italia in lungo e in largo, è andato perfino alla crociata, ma
senza benedire la guerra. Comunque è stato un predicatore itinerante.
Sant’Amato invece è stato un vero pellegrino. Ma qual è la profezia veicolata dal pellegrino? L’esperienza del pellegrinaggio è una metafora che identifica
in pieno la vita cristiana. Il pellegrino non è un vagabondo, senza né meta né
fissa dimora, che vaga solo per il piacere di andare qua e là. Non è neanche un
esploratore che va in cerca di nuove terre. Il pellegrino invece non si mette per
via per andare a scoprire una terra ancora sconosciuta, ma perché ha il cuore
puntato come l’ago di una bussola: sempre orientato verso il nord. E il nord per
il pellegrino è la casa del Padre, di cui il santuario terreno è segno emblematico
ed espressiva indicazione.
Ecco la profezia del pellegrino Amato: ci rammenta che noi non siamo
dei vagabondi smemorati che non ricordano più da dove sono partiti e dove
stanno andando. Siamo, come Gesù, dei viandanti diretti alla santa Gerusalemme, per abitare nella casa del Padre, dove non sarà più né lutto, né dolore,
né pianto. Perciò la vita è un santo viaggio: passando per la valle del pianto, la
trasforma in una sorgente. Il pellegrino, spoglio di tutto, ha trovato il tesoro, il
regno di Dio, e riesce così a vedere Dio in tutto. Come Francesco vede nel sole
un fratello e una sorella nella luna, e vede Dio nella madre terra e perfino in
“sora nostra morte corporale“. Così il pellegrino Amato trova Dio dappertutto:
nelle pozze d’acqua lungo il percorso, nelle gocce di rugiada, nel profumo del
caprifoglio, nella tenerezza delle pecore madri per i loro agnellini, negli occhi
ardenti degli innamorati, in una chiesetta satura d’incenso, nel perdono accordato ai persecutori, nell’umile coraggio del martire, nella instancabile dedizione di una madre per il figlio disabile. Dio tutto in tutti: questa è la profezia di
sant’Amato. Non ci interpella, noi cristiani tiepidi e sonnolenti di inizio Millennio, una profezia così audace?
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Natale: evento e vangelo
Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa della Notte di
Natale
Rimini, Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2014
Natale è un fatto. Un fatto effettivamente, obiettivamente, storicamente
accaduto. Natale non è affatto un mito, né una fiaba dipinta a colori-pastello.
Ed è molto di più che un rito, per quanto solenne e suggestivo. Il vangelo
del Natale non proclama una dottrina, ma annuncia una persona: Gesù. Non
illustra una teoria, ma documenta una storia: la storia di Gesù. Non esalta un
valore freddo e astratto, per quanto nobile e grande, ma racconta un incontro
concreto: l’incontro – che avviene nella persona stessa di Gesù – tra l’umanità
persa e sviata, e Dio Padre, che ci ha creati per amore, perché ci vuole felici. È
un incontro reale, che cambia realmente il flusso del tempo e il corso della vita.
1. Un evento straordinario
L’evangelista Luca narra il grande evento della nascita di Gesù con sorprendente riserbo, come se avesse timore di schermarlo con abbellimenti edificanti, o di appesantirlo con fronzoli di dettagli curiosi e con orpelli di infiorettature
decorative e marginali. Tutto si riduce a due notizie asciutte ed essenziali. La
prima, quasi un dispaccio di agenzia, riguarda il decreto di Cesare Augusto
che “in quei giorni ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra“. La seconda notizia sembrerebbe una sorta di sms: Giuseppe andò a “farsi
censire con Maria, sua sposa“ a Betlemme“, la quale in quei giorni “diede alla
luce il suo figlio primogenito“. A una lettura immediata ma superficiale, il fatto
importante sembrerebbe il primo, cioè il decreto dell’imperatore che costringe Giuseppe e Maria a recarsi a Betlemme. Che un bambino nasca lontano
da casa, in situazioni disagiate, è – vista da Roma – una circostanza del tutto
trascurabile, un imprevisto marginale all’interno di un disegno politico ben più
rilevante.
Ma per l’evangelista è l’esatto contrario: l’avvenimento centrale è il secondo. Il primo è semplicemente la cornice, è il secondo la tela e il dipinto. Chi
cambia il destino del mondo è la nascita del piccolo bimbo di Maria, non il decreto del magnifico imperatore di Roma. Il mondo sembra essere dominato da
poteri umani – Cesare Augusto, Quirinio, Erode – ma il vero potere appartiene
soltanto a Dio. Soltanto Dio guida la storia umana e la trasforma in storia sacra.
E mentre la storia umana ha per protagonisti i potenti, la storia di Dio pone al
centro i poveri, gli umili, gli ultimi, che attendono la salvezza dal Signore e non
dai poteri umani.
Ma il grande evento viene annunciato con un segno che non ha nulla di
straordinario: per ben tre volte si ripete che il Bambino è “avvolto in fasce
Omelie
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
e adagiato in una mangiatoia“. Cosa c’è di eccezionale in tutto questo? Non
avveniva così per il parto dei piccoli nati dei pastori? I tratti meravigliosi del
racconto – la manifestazione della gloria di Dio e il canto del coro angelico
– servono ad inquadrare il fatto, concorrono ad illuminarlo dall’esterno e a
rivelarne il senso, ma non lo strutturano dall’interno né lo trasformano nella
sua sostanza. Ecco dov’è lo straordinario: è nel fatto che la manifestazione
del divino avvenga, a sorpresa, senza “effetti speciali“, senza traccia alcuna di
straordinarietà.
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2. Se Dio è con noi, allora tutto cambia
Ma qual è il vangelo del Natale, la bella notizia che da duemila anni noi
cristiani non ci siamo ancora stancati di ricevere e siamo tuttora impegnati a
rilanciare? La lieta notizia è tutta nel nome con cui il bambino di Maria viene
chiamato da Giuseppe: Gesù, un nome che significa “il Signore-salva“, e che
richiama il nome indicato dall’oracolo di Isaia, Emmanuele, “Dio con noi“. “Non
vi è, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati“ (At 4,12). Gesù è “Dio-con-noi“: questa è la notizia bella,
buona, beata del Natale. E se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Per quanto
deprimenti e frustranti siano le circostanze di questo tempo presente, afflitto
da una grave crisi economica, specchio ed effetto di una crisi morale ancora
più drammatica, se Dio è con noi, allora possiamo sperare di riuscire – con il
suo indispensabile aiuto – a non lasciarci vincere dal male, ma a vincere il male
con un bene più grande. Se Dio è con noi, non siamo condannati a maledire
la terra per i suoi triboli e le sue spine pungenti. Se Dio è con noi, mai più dovremo disperarci di essere di argilla, se la nostra argilla tiene in sé il mistero di
una predilezione che supera ogni nostra pochezza. Se Dio è con noi, la speranza che ci è data nel Dio-Emmanuele attraversa ogni angoscia, sorpassa ogni
paura, sostiene l’urto di ogni contraddizione. Se Dio è con noi, allora l’amore
è più forte della morte, allora prima o poi la verità smaschera la menzogna,
allora per ogni dolore patito c’è da qualche parte una consolazione assicurata.
Più di quindici secoli fa, a una cristianità sconvolta dalle minacce e dalle
atrocità dei barbari, il papa san Leone Magno parlava così del Natale:
“Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita: una vita che distrugge la morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da
questa felicità: la causa di questa gioia è comune a tutti perché il Signore nostro,
vincitore del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero dalla colpa,
è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano (cioè
il non-credente), perché anche lui è chiamato alla vita“ (Discorso I per il Natale).
3. È proprio vero che stiamo nascendo?
Il Natale è una strada aperta: i pastori che hanno ricevuto l’annuncio, a loro
volta lo hanno raccontato. Così l’evento cristiano, che in sé e per sé è un preciso fatto storico – unico, singolare e irripetibile – ha cominciato a “camminare“
nella storia, a farsi contemporaneo a ogni generazione. L’evento fondatore –
avvenuto duemila anni fa – resta sempre il medesimo – fisso, immobile – ma
viene ripresentato, cioè reso presente e attualizzato nella celebrazione litur-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
gica. Allora dobbiamo chiederci: quale differenza tra questo Natale e quello
dell’anno scorso? Questa festa e questa notte sopprimono forse il tempo? Possiamo davvero fare finta, quasi per gioco, come se nulla fosse avvenuto? Qual
è dunque la realtà che ci viene manifestata in questa stessa notte di Natale?
Possiamo dire così: Dio, invisibile all’uomo, il Signore il cui volto rimane nascosto e sfugge allo sguardo umano, manifesta davvero se stesso in
questa silenziosa figura di un bambino che ci viene donato. Perciò possiamo
sperare di essere anche noi, con questo bimbo, in via di nascere e di crescere,
come veri figli di Dio. L’aveva già scritto l’evangelista Giovanni: “Noi fin d’ora
siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato“ (1Gv 3,2).
Così di Natale in Natale, di Pasqua in Pasqua camminiamo protesi – con tutta
la creazione e il mondo non-umano – “verso la piena manifestazione dei figli
di Dio“ (cfr Rm 8,20).
Mi è caro perciò scambiare con tutti e con ciascuno di voi questo augurio
natalizio:
Fratello, Sorella, “che il Figlio di Dio cresca in te, poiché egli è già formato in te. Che
egli diventi per te un gran sorriso e una gioia e una letizia perfetta, che nessuno
potrà più toglierti“ (Isacco della Stella).
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Omelie
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Il Verbo incarnato:
parola, luce, vita
Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa del Giorno di
Natale
Rimini, Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2014
Con l’inno al Verbo incarnato, che fa da prologo al suo Vangelo, l’evangelista
Giovanni ci conduce oltre la storia umana, nel mistero stesso di Dio. E ci dice
che il Verbo – quella Parola che era presso Dio ed era Dio stesso – si è fatto
carne: è venuto a trovarci, ma non ha sgomitato per rivendicare diritti di precedenza; si è messo in fila e non è passato davanti a nessuno. Per tracciare il
profilo di Gesù-Verbo e il percorso della sua vicenda – il cammino del Verbo per
divenire carne – il quarto vangelo enuncia tre proposizioni limpide e solenni:
“in principio c’era Colui che è la Parola“; “in lui era la vita“; “e la vita era la luce
degli uomini“. Verbo, Luce, Vita: sono parole dense che toccano il midollo della
nostra esistenza. E ci offrono il tracciato per contemplare l’evento del Natale.
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1. Gesù, parola per il nostro silenzio
Ognuno di noi attraversa il silenzio. Talvolta lo cerca, altre volte lo subisce,
in altre situazioni addirittura lo teme. I nostri silenzi nascondono spesso solitudini invincibili e ferite difficilmente rimarginabili. Le chiacchiere ci confondono,
i rumori ci stordiscono, gli svaghi ci svuotano. Dal cuore sale così l’invocazione
di una parola carica d’amore. Quella parola è Gesù. Abbiamo ascoltato dalla
Lettera agli Ebrei (1,1-2):
“Nei tempi passati Dio parlò molte volte e in molti modi ai nostri padri, per mezzo
dei profeti. Ora invece, in questi tempi che sono gli ultimi, ha parlato a noi, per
mezzo del Figlio“.
Il quarto vangelo si affaccia vertiginosamente sull’inizio assoluto, e ci dice
che l’eterno Figlio di Dio è Parola. E dopo averci svelato un cenno dell’intimità
di Dio, aggiunge che quella Parola non è una astrazione evanescente, ma è
entrata di persona nella storia, che si è messa in stretto contatto con il comune
destino degli uomini, che ha trovato casa nella città degli uomini e ha preso
carne dalla nostra carne. Perciò è Parola che si è resa intelligibile al nostro
linguaggio.
Guardiamo cosa sta avvenendo in questo momento: io vi sto parlando. Il
mio pensiero, per poter raggiungere voi, si traduce nel suono della mia voce.
Così il Verbo di Dio, per dirsi e per darsi agli uomini, si è fatto vero e fragile
uomo, con una storia umanissima di libertà e di debolezza. Ha condiviso in
tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana, fino alla quotidianità più
limitata e dimessa. Ha provato fame e sete, stanchezza e sonno; ha conosciuto
gioia e pianto, compassione e paura, amicizia e sdegno; ha sperimentato sor-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
presa e meraviglia, tristezza e solitudine, tentazione spirituale e tortura fisica.
Ha imparato l’obbedienza attraverso quello che ha sofferto. Con la morte e
risurrezione ha portato a compimento la sua crescita d’uomo.
Nella carne, veramente e integralmente umana, di Gesù si concentra tutto
quello che Dio Padre voleva e aveva da dirci. Ce lo ha detto tutto in una sola
volta e non ha più nulla da rivelare. Ma noi siamo disponibili a far diventare
viva nella nostra vita, carne della nostra carne questa unica e definitiva Parola?
2. Gesù, luce per il nostro buio
Ognuno di noi conosce le tenebre. Talora si abbattono su di noi come
spessa coltre, e ci sembra di sprofondare in un gorgo di oscurità, inghiottiti dal
mistero della sofferenza e del male. Spesso vaghiamo smarriti nella nebbia,
urtando, senza capirla, ogni realtà spigolosa e rimanendone feriti e sconfitti.
Girovaghiamo qua e là come viandanti al buio, costretti a brancolare, a inciampare e cadere. Siamo fatti per la luce, e tuttavia ci vediamo immersi nella notte
dell’errore, del dubbio, della più perfida menzogna.
Ma scocca l’ora che sulla monotonia dei giorni piomba una incredibile illuminazione: qui, qui dentro, a partire da queste viscere di buio e di attesa,
germina la Parola, l’Essere, la Vita. Dio fa cadere dal cielo la luce di Gesù suo Figlio e la colloca nella nostra storia come un faro regalato a tutti i naviganti che
cercano un approdo sicuro nel mare turbinoso della storia. E così conosciamo
non solo la nostra origine – veniamo dall’Amore – ma anche la nostra meta:
diventare come il Verbo “generati da Dio“, cioè suoi figli. E la luce del Verbo
non solo ci rivela come è fatto Dio – Dio è tutto fatto d’amore – ma ci dice pure
come siamo fatti noi: impastati di fango e di cielo, noi siamo la sua famiglia.
Dentro la verità del Verbo è riposta la nostra verità, questa: l’appartenenza incrociata di Dio che si fa uomo e dell’uomo che diventa figlio di Dio. Noi
siamo suoi. E la sua casa non è soltanto il genere umano e il mondo universo,
ma ciascun uomo, perché ogni singolo uomo è il termine dell’Amore. È proprio
vero che “Dio sa contare fino a uno“; che Dio fa ognuno di noi “a cera persa“;
che, per il battesimo, rassomigliamo tutti a Gesù, ma siamo tutti unici, singolari, irripetibili.
Gesù è “la luce vera, quella che illumina ogni uomo“ (Gv 1,9). La luce
splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta. Il linguaggio scintillante delle luminarie del Natale dice la dolorosa nostalgia di lasciarsi rischiarare
dalla Parola-Luce che è Cristo, la luce del mondo, e di ritornare così ad essere
conquistati dalla verità che illumina e salva. Ma noi che ci vediamo, cosa ne
abbiamo fatto della luce?
3. Gesù, vita per la nostra sete di vita.
Ognuno di noi è fatto per la vita. Non per una vita senza colore e senza calore, senza speranza e senza gioia. Una vita pallida ed esangue, come quella di
esili steli di grano cresciuto al buio. Siamo venuti al mondo con dentro l’infinito
desiderio di una vita infinita. Sogniamo una esistenza piena, rigogliosa, come
piante percorse da una linfa esuberante, capace di portare frutti in abbondanza. Aspiriamo a una vita che sconfini nell’eternità, che si dilati senza limiti, che
si superi fino a trascendersi. E invece annaspiamo smarriti in una cultura di
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
morte. È per questa cultura che si arriva a soffocare la vita nascente e quella al
tramonto, e non si ha rispetto né per l’operaio che lavora in un cantiere dove
non si osservano le norme di sicurezza, né per le famiglie che abitano nella
terra dei fuochi, né per gli anziani soli e abbandonati. Per questa cultura di
morte c’è gente che, mossa dall’avidità del guadagno, non esita a diffondere
tra i giovani e perfino tra i ragazzi la disperazione della droga e l’accanimento
nocivo e destabilizzante del gioco d’azzardo. Per questa cultura di morte si
continua a potenziare il mercato delle armi, arrivando perfino ad armare i bambini e spingendo anche i popoli più poveri a dilaniarsi in lotte fratricide. Per
questa cultura di morte non si rispetta il diritto alla libertà religiosa, e vengono
perseguitati e uccisi centinaia di migliaia di nostri fratelli e sorelle nella fede.
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Ma “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da
donna, nato sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli“ (Gal 4,5).
Ecco cosa è avvenuto a Natale: siamo divenuti figli in Gesù, il Figlio unigenito
del Padre, primogenito tra molti fratelli, per una adozione tale da comportare
non solo un legame puramente giuridico e formale o un vincolo di ordine
semplicemente affettivo, ma più ancora per una presenza vera e obiettiva nei
nostri cuori, cioè nel nostro intimo, dello Spirito del Figlio suo. Non siamo più
orfani. Non siamo più schiavi. Nemmeno di Dio. Comportarsi nei confronti di
Dio come uno schiavo è un cosa che non rallegra affatto il suo cuore, perché
Dio non è un faraone. A un faraone ci si assoggetta, a un padre ci si abbandona. Onorare la differenza tra Dio Padre e il faraone è una grave responsabilità
e un grande onore.
4. L’evangelo della piccolezza
Ma nella nascita di questo re senza corona, di questo messia senza esercito, di questo onnipotente senza potere – un umile neonato, avvolto in fasce e
adagiato in una mangiatoia – è custodito anche un altro messaggio: un evangelo della piccolezza, secondo cui ciò che ha valore non luccica in superficie
con manifestazioni di potenza, ma è piccolo, debole, umile, impotente. Proprio
come un bambino. Capiamo allora perché sotto ogni presepe si potrebbe collocare una scritta che riporta le parole di Gesù: “Se non vi convertirete e non
diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli“ (Mt 18,3). Gesù
chiede una conversione, non una regressione: diventare bambini non significa
ritornare infantili.
Per questo occorrerebbe avere più cura dell’infanzia: perché in essa è custodito non solo il futuro del mondo, ma è inscritto anche un orizzonte di novità, un modo originale, sorgivo di ridisegnare le coordinate della vita umana.
Si dovrebbe provare a sviluppare una responsabilità nuova verso i bambini e
le bambine che, in ogni parte del mondo, hanno bisogno di pace e di pane, di
gioco e di studio, di bellezza e di tenerezza. Hanno bisogno di una prospettiva
di senso che il mondo adulto stenta oggi a delineare.
Che la celebrazione del Natale aiuti noi adulti a diventare come i bambini,
come il piccolo Bambino di Betlemme.
Atti del Vescovo
Lettere e Messaggi
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Abbiamo trovato il Tesoro
Lettera Pastorale 2014 sulla Eucaristia
come fuoco della Missione
Ai Presbiteri, ai Diaconi, alle Persone Consacrate, ai Fedeli Laici
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Abbiamo trovato il Tesoro
Il cucciolo del cane, del gatto, del cavallo guarda le stelle,
e guaisce, miagola o nitrisce.
Il cucciolo dell’uomo e della donna fissa le stelle,
e fa “ohhh!“, batte le manine e sorride.
Il filosofo scruta il cielo stellato sopra di sé e si chiede:
“Cosa vorrà mai questa legge morale dentro di me?“.
Il poeta mira le stelle, e si sgomenta: “Ed io, che sono?“
Il poeta credente contempla le stelle, e si stupisce:
“E io chi sono, perché Tu ti ricordi di me?“.
Abramo guarda le stelle, e si sente guardato:
“Esci dalla tua terra e va’…“.
Anche i pescatori del lago di Galilea si sentono guardati:
“Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini“.
Poco dopo si diranno a vicenda: “Abbiamo trovato il Tesoro“.
Più esattamente si dicono: “Abbiamo trovato il Messia“.
Ma non è “quel“ Messia che viene da Nazaret il loro tesoro,
visto che non possono più farne a meno?
“Tesoro“: parola magica, esaltante e struggente.
Appartiene al vocabolario di poeti, pionieri e innamorati.
Ma è anche voce del lessico dei Vangeli e della Bibbia:
è il tesoro trovato nel campo, il tesoro del regno dei cieli,
è la dove batte il tuo cuore, e lo portiamo in fragili vasi di creta,
è la missione che ci è affidata, è la felicità che ci sarà riservata.
Tesoro è Gesù, la sua adorabile umanità, la sua santa eucaristia.
È un tesoro di bellezza, di gioia, di speranza, di libertà.
Noi lo abbiamo trovato perché ci è stato regalato,
non perché ce lo siamo meritato.
Ma ora, che cosa ne stiamo facendo?
Care Sorelle, Cari Fratelli,
ho finito di stendere questa Lettera l’ultima domenica del luglio scorso,
quando a messa si è letto il vangelo del tesoro nel campo. Al termine ho formulato il titolo e ho scritto questa introduzione. Ora vorrei indicare il contenuto e
le finalità della Lettera. Tra poco inizierà il nuovo anno pastorale che per noi – lo
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
ricordo – è il secondo anno dedicato all’eucaristia e ci vede impegnati nella preparazione della missione diocesana, che avrà luogo, a Dio piacendo, il prossimo
anno, 2015-16. Ho pensato perciò di proporre delle riflessioni su
- come l’eucaristia trasforma la nostra esistenza (capitolo 1);
- come informa la nostra storia (capitolo 2);
- come ci educa alla missione (capitolo 3).
Dedico questa lettera a quanti hanno trovato il tesoro, perché si decidano
– o continuino – a condividerlo. E a quanti non lo hanno ancora trovato, perché
non si stanchino di cercarlo.
Ringrazio per l’attenzione e per le gradite risonanze. E tutti benedico di cuore
Capitolo II
CRISTO VITA DELLA MIA VITA
1. Amati
Cosa fece Gesù l’ultima sera della sua vita terrena nel cenacolo? Prima
di venire “tradito“ – letteralmente, “consegnato“, cioè dato via, abbandonato,
rinnegato – Gesù “si consegnò“ liberamente e deliberatamente per la salvezza dell’umanità, nel segno del pane spezzato e del vino condiviso. Prima che
persecutori e carnefici gli strappassero il bene della vita, Gesù ne fece dono
volontario, generoso e gratuito: “Prendete, mangiatene, bevetene tutti: questo
è il mio corpo; questo è il mio sangue“. Quando noi nella messa obbediamo al
comando del Signore di celebrare il suo memoriale e recitiamo la grande preghiera eucaristica, continuiamo a vedere il pane e il vino sull’altare, ma crediamo
che essi – per l’invocazione allo Spirito Santo – sono diventati il corpo e il sangue
del Signore. È avvenuta una trasformazione sostanziale: il pane sembra ancora
pane – ne ha il colore, il sapore, l’odore – ma non ne ha più la ’sostanza’, poiché
è stato trasformato nel corpo di Cristo, come il vino nel suo sangue.
Ma quella sera nel cenacolo, si è verificata – sempre per l’azione dello Spirito
Santo – un’altra trasformazione: questa volta non negli elementi del pane e del
vino, ma nel cuore stesso di Gesù. L’odio che sta per aggredirlo viene trasformato in amore che liberamente si dona. Ad una violenza totalmente ingiustificata
Gesù reagisce con una dedizione totalmente incondizionata. La possiamo chiamare trasformazione esistenziale, in quanto è avvenuta nell’esistenza stessa di
Gesù. Da questa trasformazione esistenziale che avviene in Gesù si sviluppa una
energia talmente potente da causare la trasformazione sostanziale del pane che
si converte nel suo corpo e del vino che si tramuta nel suo sangue.
Per entrare più a fondo nella logica di Gesù e nella dinamica eucaristica,
dobbiamo riprendere i quattro verbi del racconto della cena: prese il pane, rese
grazie o benedisse, lo spezzò, lo diede. Ma prima ancora dobbiamo tornare al
protagonista di questi verbi: Gesù. Domandiamoci di nuovo: cosa si gioca nel
suo cuore, nel momento in cui Giuda, con il suo vile tradimento, sta per dare il
via alla passione del Maestro? Gesù sa bene che è giunta la ’sua’ ora di passare
da questo mondo al Padre. È l’ora della fine. Gesù ha obbedito con filiale abbandono alla missione che il Padre gli ha affidato. Ma ora questa missione sta per
registrare il fallimento più terribile e catastrofico: una infamante morte in croce.
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
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Nell’ultima cena Gesù affronta consapevolmente una situazione tanto avversa.
Il suo ministero di dedizione a Dio e ai fratelli, esercitato con la generosità più
fedele, sta per essere brutalmente interrotto da un abominevole tradimento: è
il delitto più rivoltante e il più refrattario al dinamismo dell’alleanza. Come reagisce il Maestro al complotto ordito contro di lui? Quale sarebbe la reazione da
aspettarsi in una circostanza così ingiusta e drammatica?
Una situazione analoga l’aveva già vissuta, secoli addietro, il profeta Geremia: avvisato dal Signore di una lurida congiura tramata contro di lui, Geremia
non si fa giustizia da solo, non ricorre alla violenza, ma si appella al tribunale di
Dio, da cui invoca una inesorabile vendetta. Il cuore del giovane profeta di Anatot è colmo di livore e scaglia invettive implacabili contro i suoi nemici: chiede
a Dio di sterminarli, di rendere le loro donne vedove e senza figli: “Ora, Signore
degli eserciti, giusto giudice, che scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua
vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa“ (Geremia 11,20). Ben
diversa la reazione di Gesù. Pure lui si appella al tribunale di Dio, ma non per
invocare vendetta. Gesù sa che dal cielo potrebbero arrivargli più di dodici legioni di angeli per difenderlo, ma dal Padre invece implora perdono e misericordia
incondizionata: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno“.
Ora domandiamoci: perché Gesù si comporta così? Cosa è che gli permette
di superare la paura della morte? Cosa gli consente di fare della sua vita e della
sua morte un dono d’amore? La risposta è una sola: è l’amore del Padre. Gesù
si è sempre sentito amato dal Padre suo. Un Figlio di Dio “orfano“ del Padre
sarebbe del tutto irriconoscibile. Fin da quando i vangeli registrano il suo primo
“pronunciamento“ a favore del Padre – quando appena dodicenne si reca, in occasione della Pasqua, a Gerusalemme – ai genitori angosciati per la sua latitanza,
risponde sicuro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi
delle cose del Padre mio?“ (Luca 2,49). E all’inizio della vita pubblica, quando si
fa battezzare da Giovanni nel Giordano, si ode dal cielo la voce: “Tu sei il Figlio
mio, l’amato: tu sei tutta la mia gioia“ (Marco 1,11). Una scena analoga si ripete
sul monte della trasfigurazione: “Questi è il Figlio mio, l’amato“ (Marco 9,7).
Una conclusione si impone: Gesù è l’Amato che si è sentito sempre, dovunque, comunque amato. Certo, la sua piena, integrale natura umana non gli
impedisce di sentire la paura della morte, ma l’amore tenero e tenace del Padre
lo trattiene dall’acconsentire alla paura e dal farsene paralizzare. È per questo
che nel momento stesso in cui formula ritualmente i quattro verbi eucaristici –
prendere, benedire, spezzare, dare – li personalizza esistenzialmente, cioè li attribuisce a se stesso, alla sua stessa persona. È come se dicesse: “Mentre prendo
questo pane, mi lascio ’prendere’ da te, Padre mio, per farmi benedire, spezzare,
dare“. Ma questa trasformazione esistenziale Gesù acconsente che avvenga in
lui, perché avvenga anche in noi. Perché anche noi, mangiando il suo corpo e
bevendo il suo sangue, ci sentiamo gli Amati che si lasciano, a loro volta, prendere dalle sue mani sante e venerabili, si lasciano benedire, spezzare, dare…
Così i quattro verbi eucaristici sono rivelatori dello stile messianico di Gesù: non
solo ci permettono di capire la sua vita, ma anche la nostra. Di più: ci abilitano a
vivere la nostra vita nella stessa luce eucaristica di Gesù. E il suo nome più bello
– l’Amato – diventa anche il nostro: noi siamo e ci chiamiamo gli Amati.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
2. Scelti
Siamo esseri scelti.
Forse vi aspettavate che cominciassi con il verbo “prendere“. In effetti, nel
rincorrersi dei quattro verbi ’eucaristici’ il primo è il verbo prendere: “prese il
pane“. Ma, riferito alle persone, questo verbo risulta duro e piuttosto freddo.
Quando ha chiamato i pescatori del lago di Galilea, Gesù non li ha presi,
come si afferrano oggetti “usa e getta“, ma li ha scelti. Ai suoi discepoli la sera
della cena ricorderà: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi“. Anche noi
siamo stati “scelti dal Padre in Gesù prima della fondazione del mondo“ (Efesini
1,3). Però per noi anche questo verbo – scegliere – riferito a Dio come soggetto,
risulta piuttosto antipatico e urticante. Ci viene da pensare che se Dio sceglie alcuni, è perché ne scarta altri. Non è così. Noi viviamo nella “cultura dello scarto“,
ci ricorda papa Francesco. Ma il mio essere stato scelto non significa che gli altri
siano stati eliminati. La scelta di Dio non è escludente, ma inclusiva: ingloba tutti
e ciascuno, ognuno nella sua assoluta, irripetibile singolarità. È una scelta misericordiosa, non selettiva né competitiva: noi non siamo amati perché preziosi, ma
siamo preziosi perché amati. Ai piedi del Sinai Israele si era domandato: “Perché
Dio, tra tutti i popoli della terra, ha scelto proprio noi? Eppure non siamo il popolo più forte, più ricco, più colto della terra. Al contrario!“. E Mosè, in nome di
Dio, aveva risposto: “Il Signore ha scelto voi, il più piccolo di tutti i popoli, perché
vi ama“ (Deuteronomio 7,7s).
Anche noi siamo stati scelti, perché siamo stati amati. Quando ci ha creati,
Dio ci ha prediletti e preferiti nella sconfinata galleria degli esseri possibili, e ci
ha chiamati all’esistenza. Ma non ci ha fabbricati in serie; ci ha creati ognuno “a
cera persa“: dopo averci plasmato, ha rotto lo “stampo di cera“ e per ognuno
usa sempre uno stampo diverso. La creazione non è una interminabile, noiosa
clonazione. Ogni figlio di Eva viene al mondo come una persona speciale: prima
di me e dopo di me non c’è stato e non ci sarà uno uguale a me. Nel mosaico
formato dagli infiniti volti – tutti somiglianti al Figlio suo, ma tutti diversi l’uno
dall’altro – io sono un ’tassello’ unico, originale, irripetibile.
Anche Gesù ci ha amati e ci ama tutti, ma non in modo “general generico“: è
morto per tutti e per ciascuno di noi. Lui è fatto così: per costruire la sua Chiesa,
non gli basta la roccia di Pietro, né quelle degli apostoli o dei santi, ma prende il
primo ciottolo che incontra e lo colloca dove ne ha bisogno. Quel ciottolo sono
io: lui mi guarda con infinita tenerezza e si mette a cesellare la mia povera vita,
getta via le cianfrusaglie, ma non mi fa fare brutta figura. A me non importa dove
mi mette: l’importante è trovarmi nelle sue mani, malleabile, utile, per essere
collocato là dove lui da sempre mi ha sognato, nel posto preparato proprio per
me. Questa è la mia felicità. Anch’io posso dire: “Mi ha amato e ha consegnato
se stesso per me“ (Galati 2,20).
3. Benedetti
Siamo figli benedetti.
Il secondo verbo riferito a Gesù nel contesto della cena, dopo aver detto
che “prese il pane“, è il verbo “rese grazie“ o “benedisse“. In alcuni quadri che
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
raffigurano l’ultima cena si vede Gesù che traccia un segno di croce sopra il pane,
ma non è questo il senso del verbo benedire. A chi o a cosa è rivolta allora la benedizione di Gesù? Dobbiamo ricordare che per noi il verbo benedire fa venire in
mente il prete che asperge con l’acqua santa un’auto nuova o il nuovo padiglione di un ospedale oppure segna con una croce una assemblea di fedeli, come
per esempio avviene al termine della messa. Ma per gli ebrei la benedizione era
la preghiera più alta che ci fosse: veniva rivolta a Dio per cantarne la potenza,
per decantarne la bontà, per acclamarne la sconfinata misericordia. Conosciamo
il Magnificat: è l’esplosione di una lode incontenibile che scaturisce dal cuore di
Maria, nel sentirsi amata, nel vedersi avvolta e tutta impregnata dalla gratuita misericordia di Dio. Ecco, il Magnificat è uno splendido esemplare di benedizione.
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Rientriamo nel cenacolo. È l’ora più drammatica della vita di Gesù. Uno tsunami di dolore sta per abbattersi su di lui e per schiantarlo senza scampo. Ma
nonostante tutto Gesù non indietreggia. Non fugge per mettersi in salvo. Non
prepara una diplomatica autocritica da sciorinare a bocca rotonda in sede di processo: se lo facesse, gli offrirebbero una uscita di sicurezza, gli farebbero ponti
d’oro. No, Gesù resta fedele al progetto del Padre, dal quale si sente immensamente amato e benedetto. Con la sconfinata forza di questa benedizione Gesù
affronta la prova e la supera. “Insultato, non rispondeva con insulti; maltrattato,
non minacciava vendetta“ (1 Lettera di Pietro 2,23). Grazie alla “energia nucleare“ e smisuratamente positiva della benedizione del Padre, Gesù riesce a neutralizzare la forza ostile e distruttiva della maledizione di Caifa e della sua mafia.
Ritorniamo all’espressione: “rese grazie con la preghiera di benedizione“.
È come se Gesù dicesse: “Padre mio, Abbà dolcissimo, Babbo buono e caro, ti
rendo grazie per questo pane, che mi dai in segno della tua bontà, e per questo
vino, simbolo del tuo amore, che rallegra il cuore dei miei fratelli. Ti lodo e ti
benedico, perché nel segno di questo pane e di questo vino posso fare dono
della mia vita e della mia morte, posso comunicare a tutti il dono di tutto me
stesso, e stabilire così la nuova ed eterna alleanza“. Questo significa prendere
(il pane) rendendo grazie. Gesù si prende tra le mani la vita di Figlio di Dio fatto
uomo – ma non ritiene un privilegio l’essere come Dio, non considera un tesoro
geloso la sua uguaglianza con il Padre, non si ripiega morbosamente su di sé,
non si chiude in un mutismo amaro e risentito – ma si offre gratuitamente al
Padre e si dona generosamente a tutti noi, poveri peccatori. Prendere benedicendo significa ricevere con gratitudine ed entrare in comunione con il Donatore
(il Padre) e con i donatari (i fratelli). Nella benedizione ogni goccia di vita ritrova
la sua sorgente; ogni briciola di realtà rintraccia la sua matrice e ridiventa segno
di uno sconfinato amore.
Viviamo in un mondo appestato dai fumi d’incenso sistematicamente indirizzati a coloro da cui si possono poi incassare, per par condicio, quote cospicue
di untuosa adulazione. Viviamo in una società inquinata dagli stomachevoli miasmi di calunnie e denigrazioni, implacabilmente mirate ad oscurare ombrose
concorrenze e ingombranti rivalità. Solo chi si sente amato da Dio può benedire
anche chi lo maledice e può sentirsi da lui benedetto, anche quando tutte le voci
gli si coalizzano contro e tentano di farlo sentire un maledetto, un miserabile
scartato ed emarginato.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
L’eucaristia è il sacramento della benedizione. In Gesù siamo stati benedetti
anche noi. “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo“ (Efesini 1,3). Il corpo
donato di Gesù, portando su di sé tutta la maledizione del nostro rifiuto, diventa
pane spezzato per noi, sorgente esuberante di ogni benedizione.
4. Spezzati
Siamo esseri spezzati.
Nella vita sperimentiamo dolorose fratture, amari abbandoni, ustioni brucianti. Ciò che più ci fa soffrire – molto più del dolore fisico, delle malattie invalidanti, delle disabilità congenite, degli incidenti traumatici, e perfino molto di
più delle povertà dovute a mancanza di pane, casa, lavoro – sono le sofferenze
provocate da relazioni spezzate, all’interno di famiglie, nei luoghi di lavoro, tra
innamorati, amici, colleghi e addirittura nelle comunità cristiane. Il mondo occidentale è stracolmo di gente che si sente rifiutata, ignorata, lasciata sola. Quanti
non si sentono amati da nessuno! E chi di noi non si porta nel cuore le stigmate
di queste penose ferite o la ferita ancora più scottante di aver arrecato queste
ferite ad altri?
Lo stesso Gesù, venendo in mezzo a noi, si è reso vulnerabile agli assalti
dell’odio, si è esposto alle micidiali aggressioni della violenza, all’amarezza del
tradimento, all’angoscia dell’abbandono. Anzi “ha preso le nostre infermità e si è
caricato delle nostre malattie“ (Matteo 8,17). Ma ha posto tutto questo mare di
dolore sotto il segno della benedizione. Non ha evitato lo scandalo della croce,
non ha bypassato né negato l’ignominia di una morte marchiata dall’infame
giudizio che lo condannava come un reietto e scomunicato. La santa Legge di
Dio aveva sentenziato senza appello: “maledetto chi è appeso al legno“ (Galati
3,13). Ma Gesù ha allontanato la croce dall’ombra della maledizione e l’ha collocata nel cono di luce della benedizione. Da ostacolo alla pace, ne ha fatto il
passaggio per arrivarvi. Da barriera all’amore, ne ha fatto il ponte per approdare
all’amore più grande. Ai due di Emmaus dirà che il Messia doveva patire per
entrare nella sua gloria (Luca 24,26). Quel verbo doveva non dice una fatale ineluttabilità, ma esprime una inevitabile conseguenza della scelta, siglata da Gesù,
di amare tutti, sempre, comunque, anche fino alla morte in croce.
Noi però da soli non ce la facciamo a porre il nostro “essere spezzati“ sotto
il segno della benedizione. Quando sperimentiamo il fallimento, quando soffriamo l’abbandono, quando rischiamo la vicinanza della morte, è più facile dire
a noi stessi: “Vedi, la tua vita è maledetta. Avevi sempre pensato di essere un
soggetto inutile, indegno, un buono a nulla. Adesso lo sai per certo“. Ma Gesù
nell’eucaristia ci salva dal naufragio e ci aiuta a passare all’altra riva, dove perfino
il nostro abbondante peccato può essere sovrabbondato dalla sua grazia, dove il
nostro male può diventare un bene da condividere con chi soffre più di noi. Possiamo anche noi gridare con san Paolo che niente e nessuno ci potrà separare
dall’amore di Cristo: neanche la fame, l’angoscia, la miseria, la spada (Romani
8,35). E se, alla fine, la croce mi avesse purificato e fortificato, se l’amore avesse
reso le mie ferite delle feritoie per travasare il balsamo di quella consolazione
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
– con cui sono stato personalmente consolato – sulle ferite anche di una sola
sorella o di un solo fratello, se la mia vita fosse servita a lenire la pena anche di
una sola persona al mondo, allora l’ultima parola dei miei celeri giorni sarà una
sola: benedizione.
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5. Donati
Siamo nati al mondo per essere donati.
Non veniamo scelti, benedetti, spezzati semplicemente per noi stessi, ma
per essere misericordiosamente donati. È il quarto verbo rivelatore dell’identità
dell’Amato, Gesù: “Prese il pane (…) e lo diede“. Gesù dando il pane, si dà, E
si da perché è ben consapevole di essere il Figlio che è tutto donato dal Padre:
riceve tutto da lui – la natura divina, la gloria, l’amore, il potere di dare la vita, di
salvare e di giudicare – e tutto ridona al Padre. Da solo non può fare nulla, se
non ciò che il Padre gli dona di fare. Gesù è “il-tutto-dono“. È venuto in mezzo
a noi per offrire la sua vita: le parole che ha ricevuto dal Padre, le opere che il
Padre gli ha dato da compiere, niente ha trattenuto per sé. E alla fine ci ha fatto
dono anche della sua morte: ha partecipato ai Dodici il suo sangue che stava
per essere versato: “per loro e per tutti noi“. Senza il brivido della meraviglia di
fronte a questa “economia del dono“, se non ci lasciamo afferrare dal tremito
dell’adorazione, senza l’incanto dello stupore, si fa difficile l’incontro con Gesù, e
diventa un rebus complicato anche il dialogo con Dio. Al massimo, con il Signore
ci potrà essere un rapporto mercantile, una transazione mercenaria, basata sulle
contrattazioni della domanda e dell’offerta, soprattutto nei momenti della paura
e dello smacco. Ma non esperienza di abbandono, non slancio di fiducia, e tanto
meno, vertigine d’amore.
L’eucaristia abilita anche noi a farci dono nella vita e nella morte. Nella vita:
possiamo donare tutto, possiamo condividere beni materiali e soprattutto beni
spirituali: amicizia, pazienza, bontà, gioia, speranza.
Se è vero che è tanto triste e spento il cielo di chi vive solo per se stesso, è
altrettanto vero che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Ma l’eucaristia ci aiuta
a fare dono anche della nostra morte un dono. In questi anni ho avuto modo di
venire in contatto con morti veramente cristiane e belle, molto belle. Racconto
brevemente l’ultima: il “santo viaggio“ di suor Ornella, una giovane suora riminese, delle suore “Francescane di sant'Onofrio“. Era malata da vari anni, ma ha
sempre vissuto il suo calvario totalmente decentrata da se stessa, tenendo sempre lo sguardo fisso sul suo Sposo. Non si faceva in tempo a chiederle: “come
stai?“, che già si era interessata di te. Quando si è aggravata, ha continuato a
donare il suo sorriso e la sua preghiera a tutti.
Un giorno mi ha detto: “il Signore è stato buono con me. Se mi avesse preso
dopo un incidente mortale o dopo una malattia fulminante, non avrei avuto il
tempo per prepararmi. Con me invece ha preso tempo e non sono io che mi devo
preparare all’incontro. Ci sta pensando lui“. Prima di entrare in agonia ha consegnato a tutti il suo ultimo messaggio. Diceva: “Questa notte ho fatto fatica a dormire. Ma Gesù mi ha fatto compagnia. Mi ripeteva in continuazione: io ti ho scelta
e ti ho prediletta“. La morte non è stata la fine di una vita splendida, ma l’inizio di
un’altra ancora più splendida. Questo significa morire da vivi, non vivere da morti.
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Capitolo II
COME VIVI TORNATI DAI MORTI
1. Dall’ostilità all’ospitalità
L’eucaristia trasforma la nostra vita e la plasma, la in-forma dandole una nuova forma, quella della vita di Cristo. Ci è così dato di vivere “come vivi tornati dai
morti“ (Romani 6,13). Per entrare in questo mistero d’amore, dobbiamo sempre
ripartire dall’evento del cenacolo. Nell’ultima sera della sua vita, Gesù era perfettamente consapevole di quale sarebbe stata la conseguenza fatale dell’ignobile
tradimento di Giuda Iscariota: una morte raccapricciante sulla croce. Nonostante
questa lucida previsione, Gesù non prende la strada della fuga. Non cade in un
vittimismo lamentoso e sprezzante, non si scaglia contro chi stava per tradirlo,
contro i discepoli che stavano per abbandonarlo. Ma “avendo amato i suoi che
erano nel mondo, li amò fino alla fine“ (Giovanni 13,1). Quel semplice gesto
dell’offrire ai commensali il pane e il vino come segni tangibili e trasparenti del
proprio corpo e del proprio sangue racconta senza possibilità di equivoco una
offerta di sé, totale e irreversibile.
Così facendo, Gesù si espone coscientemente e liberamente alle sofferenze
atroci e alle infamanti umiliazioni che dovrà subire. Le assume in anticipo e ne
fa l’occasione di un amore senza misure, di un perdono senza riserve, di una
dedizione senza condizioni. Abbandonato e vigliaccamente tradito, Gesù si dona
“a fondo perduto“ e si abbandona a persecutori e carnefici, in una consegna
irreversibile, senza calcoli e senza rimpianti, senza tentennamenti e senza compromessi. Assume preventivamente l’elemento di rottura – il tradimento, il fallimento, la morte – per trasformarlo in adeguato strumento di alleanza. Le parole
che pronuncia sulla coppa di vino rosso lo esprimono con chiarezza abbagliante:
“Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue“. Ecco quanto ’passa’ nel cuore di Gesù: il sangue infetto della cattiveria universale viene lavato e riossigenato
dal suo amore smisurato, per essere poi restituito come sangue sano e risanante
alle arterie del corpo dell’intera umanità, contaminata dalla pandemia dell’egoismo e del peccato. San Paolo esprime una sorpresa quasi incredula di fronte a
tanto spreco di bontà: “Nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. (…) Mentre
eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi“ (Romani 5,7-9). E nella Lettera
agli Efesini ci viene spiegato come abbia fatto Cristo a riconciliare con Dio Padre
degli esseri umani a lui spietatamente ostili: “ha distrutto in se stesso l’inimicizia“
(2,14). Cioè, non ha distrutto i nemici fuori di sé, ha distrutto l’inimicizia dentro
di sé, per accogliere e ospitare in sé i suoi irriducibili avversari. Eppure avrebbe
potuto domandare al Padre più di dodici legioni di angeli per immobilizzare i
suoi persecutori, ma non l’ha fatto, anzi ha invocato per loro il perdono. Ecco
dunque cosa avviene nella santa cena: a una ostilità tanto incomprensibilmente
arbitraria, Gesù reagisce con una ospitalità altrettanto incredibilmente gratuita.
Quando celebriamo l’eucaristia e riceviamo la santa comunione, accogliamo
in noi lo stesso dinamismo di amore che Gesù ha manifestato nell’ultima cena.
La comunione ci rende capaci di prendere occasione dalle ingiustizie e dalle
offese, da tutto ciò che è contrario all’amore, per ottenere la vittoria dell’amo-
Lettere e Messaggi
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re, in intima comunione con Cristo. Pertanto l’eucaristia diventa per noi scuola
e laboratorio, palestra e noviziato dove veniamo formati e allenati a transitare
dall’isolamento alla condivisione, dall’esclusione alla convivialità, dalla lontananza alla prossimità. In breve, l’eucaristia ci abilita a passare dall’ostilità all’ospitalità. Come non ricordare che Gesù ha aperto l’ultima cena con la lavanda dei
piedi ai discepoli, ossia proprio con quel gesto che era considerato il primo da
riservare all’ospite quando entrava in casa? Ma la conclusione che il Maestro ne
tira è scioccante: “Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi
dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri“ (Gv 13,14).
Lavarci gli uni i piedi degli altri. La prima attenzione, non tanto in ordine
di tempo quanto in ordine di coerenza, dobbiamo esprimerla all’interno delle
nostre comunità: “a cominciare dai fratelli nella fede“ (Galati 6,10). Spendersi
per i poveri, va bene. Lavare i piedi di quanti sono emarginati da tutti i banchetti
della vita, va meglio. Ma prima ancora dei disabili, dei barboni, dei nomadi, dei
profughi, di coloro che ordinariamente sono parcheggiati fuori del palazzo o
all’ombra del tempio, vengono coloro che condividono con noi l’area e l’aria del
’cenacolo’. La Chiesa non può portare ’fuori’ l’eucaristia, nella città, se prima non
la vive ’dentro’ le sue pareti. Non c’è una eucaristia dentro, e una lavanda dei
piedi fuori. Che cosa significa allora quell’inequivocabile pronome di reciprocità:
“gli uni gli altri“? Che, ad esempio, il vescovo difficilmente potrà essere portatore
di un ’primo annuncio’ del vangelo, se, nell’ambito del presbiterio, non è disposto a lavare i piedi di tutti gli altri sacerdoti e a lasciarsi lavare i piedi da ognuno
dei confratelli. Anzi, c’è di più o di peggio. È l’intera comunità cristiana che accusa deficit vistosi di credibilità se nel suo grembo serpeggia la divisione, dilaga
il campanilismo, tracima la faziosità, ci si osteggia in tifoserie contrapposte, si
sprofonda nel letargo dell’indifferenza reciproca, a tal punto che i piedi ognuno
se li deve lavare per conto suo.
Anche le nostre comunità civili – quartieri, rioni, frazioni, paesi, città – hanno
bisogno di passare senza tregua dall’ostilità all’ospitalità: non possiamo esimerci
dall’imboccare lo svincolo che fa transitare ogni cittadino dall’io al noi. Le nostre
città sono diventate più aride, frammentate e divise. La caduta della solidarietà,
e spesso, troppo spesso, un egoismo brutale e vorace e un feroce antagonismo
marcano ostentatamente la stagione in corso. Ci ritroviamo più vecchi e depressi, più soli, impauriti e aggressivi. L’ostilità, radicata in un cuore ribelle a Dio,
è il cancro che produce metastasi negli affetti e nelle relazioni: aggredisce le
famiglie, si insedia negli ambienti sociali e politici, si coagula in sistemi ingiusti
e brutali. Il preoccupante sfilacciamento del vincolo civile trova la sua adeguata
terapia solo nel rafforzamento del legame morale, pena l’inesorabile declino
della società. Vogliamo individuare il termometro infallibile per misurare il grado
di civiltà della nostra città? È la preferenza che si dà al bene comune rispetto agli
interessi privati.
Ecco il “capitale sociale“ rappresentato dall’eucaristia: costruire una città civile e abitabile, sulla base dei grandi valori della libertà, dell’uguaglianza, della
fraternità. In questo inizio di millennio si impone una seconda ricostruzione delle nostre città, dopo la prima, avvenuta a seguito della devastante distruzione
dell’ultima guerra mondiale. Oggi è l’anima umana della città che deve rinasce-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
re. In questo risorgimento morale, i cristiani laici sono sorretti da una certezza
incrollabile: che l’eucaristia non è fatta per mandarci in estasi, ma per metterci
in crisi. Tra parentesi: perché l’atmosfera culturale dominante continua a giudicare il Cristianesimo come un placebo per spiriti deboli? Eppure l’eucaristia ci fa
trovare il calice pieno del sangue di Cristo, non di camomilla. Allora come non
andare in crisi quando vediamo accendersi, dentro e fuori di noi, violente forze
negative, che si potrebbero chiamare letteralmente ’anti-eucaristiche’ in quanto
effettivamente anti-umane? Ne richiamiamo alcune, in triste, schematica elencazione: la ’liquefazione’ della prossimità, che promette una libertà senza orizzonti
e senza impegni, in cambio di una solitudine senza memorie e senza speranze;
la “dittatura del relativismo“ e la riacutizzazione di un laicismo surriscaldato, che
fatica a riconoscere il dna cristiano di una sana, serena laicità; la demonizzazione del diverso e dell’avversario politico, quali nemici da abbattere; l’assuefazione al dolore altrui, che rende indifferenti di fronte a tragedie colossali, come il
naufragio dei tantissimi profughi – tra i 20mila e i 30mila – ingoiati dal mare di
Lampedusa; la paura del futuro e dello straniero, due virus micidiali che vanno
quasi sempre in complotto…
Ma “noi che andiamo a messa“ ci lasceremo guidare dalla stella polare del
bene comune?
2. Dalla violenza alla benevolenza
Perché il sangue nell’eucaristia? Non grava su una presenza tanto drammatica un inquietante sospetto di crudeltà? Non si ritorna così a quella miscela esplosiva, data dall’ambigua commistione tra religione e violenza, tra sacro e sangue?
La risposta è appesa alla croce. Se teniamo fisso lo sguardo su Gesù, lo
vediamo trionfare sulla violenza non tentando di contrastarla o di azzerarla con
una violenza più grande, ma smascherandola e denunciandone tutta la scandalosa ingiustizia, mettendone a nudo la crudeltà orripilante, l’indecente malvagità.
Mai la violenza mostra il suo repellente ghigno beffardo come quando si abbatte
con raccapricciante ferocia su un innocente disarmato, qual è il martire. A differenza del kamikaze, che si uccide per uccidere, il martire si lascia uccidere per
dare la vita, non per sopprimerla negli altri, perché “chi di spada ferisce, di spada
perisce“ (Matteo 26,53). Bisogna quindi onestamente riconoscere che mai la
violenza viene irreparabilmente sconfitta come quando la vittima può vincere la
prepotenza del carnefice con la forza disarmata e disarmante della non-violenza
e con la gratuita, coraggiosa benevolenza del perdono. Infatti il Figlio in croce
non invoca la vendetta da parte del Padre, ma lo supplica con grido accorato:
“Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno“.
A questo punto, però, l’obiezione di tanta gente contro la croce si ritorce
contro il Padre: come conciliare la sua misericordiosa bontà con la morte straziante del Figlio crocifisso? In che senso si può e si deve parlare di sacrificio offerto al Padre? Ancora una volta la risposta è appesa alla croce. La morte di Gesù
non è sacrificale nel senso che esisterebbe un patto di sangue tra Gesù e il Padre
suo, come se questi esigesse la morte del Figlio per vendicare la propria giustizia
offesa e il Figlio si immolasse per soddisfare un padre incollerito e assetato di
sangue. In realtà Gesù muore proprio per non sottomettersi alla violenza e per
Lettere e Messaggi
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non farsi ricattare da essa.
E il Padre cosa fa? non vendica il sangue del Figlio incenerendo i suoi carnefici, ma perdonandoli. Ecco in che senso il Padre “si compiace“ del sacrificio
del Figlio: non nel senso pagano di una divinità ’neroniana’ che si rallegra sadicamente del sangue di una povera creatura innocente, nel qual caso sarebbe
piuttosto un padre… mostro! Dio non tratta Gesù da “capro espiatorio“, ma da
agnello pasquale, il cui sangue non era certo destinato a ’placare’ un dio adirato,
ma a segnare i suoi eletti, e quindi a salvarli. Spiega san Bernardo: “Dio Padre
non aveva sete del sangue del Figlio, ma della nostra salvezza“. Questo è piaciuto al Padre: non tanto la sofferenza di Gesù, quanto piuttosto il suo amore nel
sopportare l’acerbo dolore della croce. Il Padre non si compiace di una violenza
totalmente ingiustificata, inflitta al Figlio, quanto invece della benevolenza, totalmente incondizionata, della sua risposta d’amore. Ecco in che senso il sacrificio
del Figlio è gradito al Padre: in quanto non dice rinuncia da parte dell’uomo a
favore di Dio, ma dice vita impegnata da parte di Dio a favore dell’uomo.
Oggi il problema della violenza ci assilla, ci spaventa, ci scandalizza. Noi cristiani reagiamo inorriditi nel vedere quanta violenza abbia imbrattato perfino i
campi che dovevano essere oasi incontaminate di non-violenza, come lo sport,
il gioco, l’arte, l’amore. Il mite papa Francesco ha alzato la voce contro tante
forme di violenza che stanno insanguinando il mondo: “la tratta delle persone,
la logica della carriera e del denaro, una corruzione tentacolare fino ai livelli più
alti, un’evasione fiscale egoista, una vergognosa pedofilia, prostituzione, sfruttamenti, mafie, violenze contro donne e bambini, lavoro che rende schiavi, disoccupazione, capitalismo selvaggio, una politica che si preoccupa più delle banche
che delle persone…“.
Ma “noi-che-andiamo-a-messa“ ci limiteremo ad applaudire Francesco oppure diventeremo sul serio efficaci “costruttori di pace“?
3. Dall’ingratitudine alla gratuità
In una società così poco socievole, che sembra sempre più un arcipelago di
tanti isolotti, angusti e tristi, quanti sono i nostri ’io’ – tutti narcisisticamente occupati a fotografarsi ognuno con il proprio selfie – il manifesto che ci riproduce
alla più alta definizione si potrebbe riassumere nello slogan: autonomia ingrata.
È vero, amaramente vero: ai nostri giorni la lontananza interiore tra le persone
sale in proporzione diretta alla loro vicinanza esteriore. La gratitudine, invece, è
figlia legittima dello stupore e della sorpresa: uno stupore incontenibile, ’coniugato’ – letteralmente, legato in coppia – con l’inimmaginabile sorpresa di trovarsi di fronte a un dono eccedente, immeritato, imprevedibile.
È la ’lezione’ dell’eucaristia, che significa rendimento-di-grazie. Ricordiamo
come la grande preghiera eucaristica cominci con un sussulto di gratitudine: “È
veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza rendere grazie sempre e in ogni luogo…“. Certo, noi poveri mortali ci rendiamo ben conto
che i nostri inni di lode non possono ingrandire la già infinita grandezza di Dio.
Il quale non ha affatto bisogno di un supplemento di lode, ma è per un dono
del suo amore che ci chiama a rendergli grazie. Dio trova la sua gloria non nel
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
riscuoterla da noi, ma nel liquidarci la sua, a interesse zero. Dio è un Padre che
si esalta esaltando i suoi figli.
Così ha fatto Gesù: nella sera in cui veniva tradito, ha preso il pane e ha reso
grazie. Letteralmente: ha sciolto al Padre il suo più splendido canto di lode, perché in quella circostanza tremenda l’amore che il Padre gli infondeva permetteva
al Figlio amato di trasformare un odio del tutto arbitrario in una abnegazione
integralmente gratuita. In breve, con il dono dello Spirito d’amore Gesù ha trasformato un grande, sconfinato dolore in un amore infinitamente più grande.
Questo facciamo noi cristiani, quando celebriamo l’eucaristia. Senza dubbio,
si possono vedere le cose e le persone in un modo superficiale: quando le si
guarda unicamente per possederle o per goderne egoisticamente; quando la
morbosa voglia di riuscire a dominarle diviene fonte di ansie sfibranti e di angosciosi affanni. L’eucaristia ci insegna a guardare tutte le creature con lo sguardo
limpido di Gesù, ci guida a contemplarle con gli occhi purificati di Francesco d’Assisi, ci insegna e ci impegna a considerarle come parole divine nel cuore stesso
delle cose: a vedere il sole, il vento e il fuoco come fratelli, e la luna, le stelle,
l’acqua e perfino la morte come sorelle.
La gratitudine, a sua volta, genera la gratuità. Il ricevere, infatti, precede
sempre il fare e l’accogliere anticipa il dare. Ma la gratuità non è riducibile alla
semplice e pur benemerita filantropia. Mentre la filantropia trova la sua forza
nella cosa donata, nella sua oggettiva entità, nel quantum regalato – tanto è vero
che esistono le graduatorie o le classifiche di merito filantropico – la gratuità
invece genera reciprocità, mettendo chi riceve nelle condizioni concrete di ricambiare il dono. Mentre nel regalo ti do per ricevere – è la logica dello scambio
dei regali – nel dono gratuito invece ti do perché tu possa a tua volta donare ai
più poveri di me e di te. La filantropia, quello che fa, lo fa per gli altri; la carità lo
fa con gli altri. La filantropia rischia di creare dipendenza; la carità provoca vicinanza. Perché il dono non umili l’altro, devo dargli non solo qualcosa di mio, ma
qualcosa di me, e il dono è completo quando dono completamente me stesso.
Nell’eucaristia si verifica il massimo della gratitudine e il massimo della gratuità. Gesù non mi dona semplicemente la sua sapienza, la sua bontà, la sua forza, ma mi dona tutto se stesso, perfino la sua fragilità, inscritta nella sua carne. Si
verifica così la perfetta coincidenza tra il dono e il donatore, e si realizza la piena,
reciproca unità tra il donatore e ciascuno dei molti donatari.
Pensiamo al segno del pane, trasparente immagine di gratuità: la sua fragrante presenza nelle nostre case richiama l’aspirazione alla pace, rimanda il
sapore della tenerezza che vorremmo sperimentare nella quotidianità. Spezzare
il pane rivela gioia di condivisione, proclama l’interiore certezza che spinge a
superare distanze e difficoltà nelle relazioni reciproche e nelle situazioni più
faticose. Poterlo spezzare ogni giorno è speranza di esistere non dell’effimero,
ma della vera sostanza, che rende interiormente libera e perennemente buona
e bella la nostra esperienza di vita. Introdurre lo spirito dell’eucaristia nella nostra esistenza vuol dire porre il mistero che contiene al centro del nostro essere
e del nostro operare, come energia generante un modo di vivere che ne sia
autentico riflesso. Il nostro pellegrinare quotidiano fra le cose assume, allora,
una continuità di lode, celebrata in tutto ciò che siamo, facciamo, proviamo,
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
anche nella sofferenza, nella contrarietà e nella contraddizione. Il primato del
dono – anziché del piacere o del tornaconto – ispira e favorisce l’obbedienza
all’indicativo-imperativo di Gesù: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente
date“ (Matteo 10,8).
Ma “noi che andiamo a messa“, abbiamo gli stessi sentimenti che furono in
Cristo Gesù?
Capitolo III
EDUCATI ALLA MISSIONE
42
I valori irrinunciabili dell’eucaristia
In questo decennio dedicato dai vescovi italiani all’impegno educativo e
nell’anno dedicato dalla nostra diocesi alla preparazione della missione straordinaria che – ripeto – si svolgerà, a Dio piacendo, nel 2015-2016, vorrei condividere alcuni spunti sul potenziale pedagogico e formativo della liturgia eucaristica e
sulla sua straripante forza missionaria.
Scorrendo la filiera dei vari momenti che strutturano la celebrazione della
messa, possiamo evidenziare la risorsa educativa dell’eucaristia a questi sette
grandi valori, assolutamente “imprescindibili“: accoglienza, dialogo, sacrificio,
pace, comunione, servizio, missione. A quest’ultimo vorrei dedicare una attenzione particolare.
1. L’eucaristia educa all’accoglienza
Il primo segno della comunità cristiana, il più palpabile, il più eloquente
– ma anche il più complesso e delicato, visto il rischio del formalismo – è l’assemblea di coloro che vengono a celebrare l’eucaristia. Per agevolare la concreta
espressività di questo segno, una comunità matura mette in atto un caldo e
invitante ’servizio-accoglienza’, fuori dal tempio o anche sulla soglia, svolto da
persone che hanno il dono di stabilire contatti, un servizio fatto di modi affabili, di gesti cordiali, di delicata attenzione nei confronti di persone anziane, di
eventuali ospiti come i turisti, di mamme e papà con bambini, di persone diversamente abili. Anche il sacerdote può fruttuosamente dedicarsi a questo primo
spontaneo accostamento. Il presidente, infatti, è ’colui-che-raduna’. Si realizza
così la raccomandazione di san Paolo: “Accoglietevi gli uni gli altri, come Cristo
accolse voi per la gloria del Padre“ (Romani 15,7). Ma poiché il peccato è causa
di ogni divisione, i convenuti avvertono che la comunione con Cristo è offuscata
e compromessa dai loro tradimenti. Da questa consapevolezza nasce l’esigenza
della conversione e della riconciliazione che si esprimono nell’atto penitenziale.
E il rapporto infranto si ricompone. Il distante diventa vicino e il vicino diventa
prossimo.
2. L’eucaristia educa al dialogo
Segue la liturgia della Parola: Dio parla al suo popolo con la proclamazione
delle sante Scritture e il popolo risponde con la professione di fede e con la preghiera universale. Il dialogo che si compie nel rito è poi chiamato a prolungarsi
in tutta la vita. Sul dialogo papa Francesco ritorna spesso nella sua esortazione
apostolica Evangelii gaudium. Ne richiamo alcuni passaggi più provocanti. “No
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
alla guerra tra di noi!“ (98). “Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!“
(101). “L’unità è superiore al conflitto“ (228). “No ad una pace negoziata, sì ad
una diversità riconciliata“ (230). “Mi fa tanto male riscontrare come in alcune
comunità cristiane, e persino tra persone consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio, di divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di
imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una
implacabile caccia alle streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?“ (100). “Quando siamo noi che pretendiamo la diversità e ci rinchiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, provochiamo la divisione e,
d’altra parte, quando siamo noi che vogliamo costruire l’unità con i nostri piani
umani, finiamo per imporre l’uniformità“ (131).
3. L’eucaristia educa al sacrificio
Il dinamismo della celebrazione, che muove dalla convocazione e raduna
l’assemblea, si sviluppa nel dialogo e raggiunge il suo vertice nella liturgia eucaristica. Essa riproduce la cena, ma contiene la pasqua: Cristo stesso, nell’atto di
donarsi per amore. Quella di Gesù infatti non è stata solo una pre-esistenza (la
vita presso il Padre, prima dell’incarnazione), ma una vera pro-esistenza: una vita
completamente donata e spesa per gli altri. Questo mistero tocca il suo apice
nella pasqua e nel segno eucaristico che la attualizza. Partecipare ad essa non
è un puro rito da ripetere, ma una donazione da vivere. Così noi partecipiamo
al “sacrificio“ di Cristo. Il giusto per eccellenza ha conosciuto l’abbandono, la
tortura, una morte ignominiosa.
Ma di una vita che gli veniva violentemente strappata, Gesù ne ha fatto una
vita liberamente donata. Nel pasto eucaristico ha voluto che questa realtà fosse
riaffermata ogni giorno, in un mondo di violenza. Non si tratta di versare altro
sangue; non è certo il caso di martoriare alcun corpo, né il proprio né quello
di altri, ma di tendere con tutte le energie a fare della vita una “eucaristia“, un
memoriale gratuito di quanto è stato donato, e che deve trasparire veracemente,
con volontà generosa e con spirito di autentico servizio, nelle nostre parole e nei
nostri gesti, perché tutta la nostra vita diventi un sacrificio di lode gradito a Dio.
4. L’eucaristia educa alla pace
I riti di comunione si aprono con la preghiera del Padre Nostro, comprendono l’abbraccio di pace e la frazione del pane: un pane spezzato e diviso, quando
viene condiviso, fa l’unità in un solo corpo. Ma non è possibile la pace senza la
promozione della giustizia. Non facciamoci illusioni: rischiamo di perpetuare lo
scandalo della Chiesa di Corinto: “quando siete a tavola, uno ha fame, l’altro è
ubriaco“ (1 Lettera ai Corinzi 11,21). Oggi lo scandalo è che sono cristiani, almeno di origine, quel 20% dell’umanità che tiene nelle sue mani l’80% delle risorse
della terra. Che ne abbiamo fatto dell’eucaristia? Agli inizi della Chiesa, i pagani
restavano scossi vedendo come si amavano coloro che ricevevano il pane di
vita: non certo in modo teorico o con patetiche effusioni di buoni sentimenti. Il
mondo ha di nuovo bisogno della nostra testimonianza: che si tocchi con mano
che l’eucaristia ci porta a vivere la giustizia e l’amore come le uniche vie di una
pace vera.
Lettere e Messaggi
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5. L’eucaristia educa alla comunione
Nell’amore che si dona troviamo il principio di unità del mondo: il superamento di ogni egoismo, l’abbattimento di ogni separazione, l’azzeramento di
ogni più dura contrapposizione. All’eucaristia finisce l’opera del Padre, che fin da
principio vuole l’alleanza con tutta l’umanità: che si realizzi finalmente il regno
di Dio! All’eucaristia finisce l’opera del Figlio, che vuole essere con noi per sempre, tutti i giorni, anche nei giorni del buio e della nebbia, anche nelle ore del
dolore e del tormento, perfino nell’ora della nostra morte. A vivere – se si riesce
a vivere! – in tutta pienezza l’eucaristia, si è già nel regno. Un santo così pregava:
“Signore, quel giorno che raggiungessi una vera, perfetta comunione con te e
con i miei fratelli, in tutta la sua comprensione e capacità di trasformazione, portami con te, perché sarei già nel tuo regno“. Ma quando uno può dire di avere
“fatto“ una perfetta comunione? All’eucaristia finisce l’opera dello Spirito Santo:
“Poiché mangiamo lo stesso pane, noi formiamo lo stesso corpo“. Per questo
nell’invocazione allo Spirito Santo dopo la consacrazione, preghiamo che “per la
comunione al corpo di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo“. Il fine
della storia è che tutto il genere umano si componga nell’amore, a cominciare
dalla Chiesa che è il sacramento, la premessa e la promessa dell’unità di tutti figli
di Dio che sono dispersi.
6. L’eucaristia educa al servizio
L’evangelista Giovanni non racconta l’istituzione dell’eucaristia, ma ricorda
quel gesto che ne esprime il cuore: la lavanda dei piedi. Una dimenticanza polemica? Di fatto questo gesto svolge nella trama del quarto vangelo un ruolo analogo a quello dell’eucaristia nei sinottici. Il Gesù che depone le vesti e indossa il
grembiule del servo è lo stesso Gesù che si spoglia della sua gloria e si “veste“
delle apparenze del pane e del vino per abbracciare l’umano dolore e trasfigurarlo nell’amore più grande. Quello di Gesù è un gesto toccante e sconvolgente,
che non finisce di commuovere e di provocare. Da una parte il Maestro viene,
per dire così, “fotografato“ in una istantanea di lucida e piena consapevolezza
della sua origine, della sua dignità e del suo ritorno al Padre. D’altro canto, è proprio la sottolineatura della ineguagliabile dignità del Maestro a mettere ancora
più in risalto la novità insolita e sconcertante del suo gesto. La nostra vocazione
è una chiamata all’amore. Ora, se l’amore senza servizio è una farsa, il servizio
senza amore è una schiavitù, un vile, avvilente servilismo. Con il pane di Cristo,
anche noi possiamo servire, come ha fatto lui. Come lui e per lui, anche noi possiamo amare. Possiamo amare servendo. Possiamo servire amando.
Il settimo grande valore eucaristico è la missione. Ritengo opportuno dedicarvi un’attenzione particolare.
7. L’eucaristia educa alla missione
La celebrazione si conclude con il congedo. Questo rito non è un banale
avvertimento che tutto è finito: è piuttosto l’invito a iniziare un’altra celebrazione in cui è impegnata tutta la vita. È l’invio in missione, per portare a tutti la
grande, bella notizia della morte e risurrezione di Cristo. La missione non è una
cosa da fare, ma un modo di essere, lo stesso modo di essere di Cristo, il missionario del Padre. Tutta l’azione pastorale deve essere eucaristica: deve educare
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
all’accoglienza, al dialogo, al sacrificio, alla comunione, alla pace, al servizio, alla
missione.
Ed è proprio della missione che ora vorrei parlarvi. Lo faccio con un riferimento esplicito e insistente alla Evangelii Gaudium, rileggendola in modo trasversale e ricavandone questi dieci punti, che disegnano una sorta di mappa
dell’evangelizzazione nel mondo attuale.
1. Il messaggio da annunciare è il nucleo fondamentale del vangelo: “è la
bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto“
(35). Per formulare questo cuore del vangelo, papa Francesco cita Benedetto
XVI: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea,
bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo
orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva“ (7).
2. Il fine della missione è portare a tutti l’annuncio della salvezza che Dio ci
offre come opera della sua misericordia (112). Per rispondere a tale chiamata, la
Chiesa deve perseguire una “riforma in uscita missionaria“. Questa riforma spirituale e pastorale implica per la Chiesa anche una riforma strutturale, facendo
in modo che “le sue strutture diventino tutte più missionarie, che la pastorale
ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti
pastorali in costante atteggiamento di ’uscita’ e favorisca così la risposta positiva
di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia“ (27).
3. Il soggetto della missione è tutto il popolo di Dio (cap. III), e in esso: le
parrocchie (28), comunità di base, movimenti e associazioni (29), ogni Chiesa
particolare con il suo vescovo (30-31). Quindi tutti i discepoli di Cristo sono missionari di tutto il vangelo per tutti gli uomini (111-113).
4. Lo stile dei missionari è contrassegnato dalla gioia (1; 6), dall’allegria (109),
dall’ardore e dalla passione per Gesù Cristo e per il popolo (268), dall’amore per
la gente (272), da dolcezza e rispetto (271), dal piacere spirituale di essere popolo (268), dalla condivisione della vita con tutti (269). In altre parole “una persona che non è convinta, entusiasta, sicura, innamorata, non convince nessuno“
(266). Occorre comunque ricordare che “la Chiesa non cresce per proselitismo,
ma per attrazione“ (14).
5. Il metodo dell’evangelizzazione è espresso in cinque verbi: prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare, festeggiare (24). Occorre che il
vangelo venga annunciato con “fatti di vangelo“, ossia con la testimonianza di
una vita credente e credibile (128), senza mai dimenticare “l’esplicita proclamazione che Gesù è il Signore“ (110), secondo la limpida lezione del Concilio: “Non
basta che il popolo cristiano svolga l’apostolato con l’esempio: esso è costituito
ed è presente per annunciare il Cristo con la parola e con l’opera“ (AG 15). Fondamentale resta il dialogo personale (128).
6. Le tentazioni dei missionari sono molteplici: l’individualismo, una crisi
d’identità, un calo del fervore (78), un relativismo pratico che consiste nell’agire
come se Dio non esistesse (80), l’accidia pastorale (82), il pessimismo sterile
(84), la mondanità spirituale (93-97), la guerra tra di noi (98-101).
7. Le scelte irrinunciabili sono una serie di sì: alle relazioni nuove generate
da Gesù Cristo (87-92), alla forza missionaria (109), alla speranza (86), all’essere
comunità (91), all’ideale dell’amore fraterno (101).
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
8. Le sfide ineludibili sono rappresentate soprattutto dai poveri (197-201), i
laici (102), in particolare le donne (103s) e i giovani (105ss).
9. Gli ambiti della missione sono tre (14): l’ambito della pastorale ordinaria,
che comprende sia i fedeli che frequentano regolarmente, sia i credenti che non
partecipano frequentemente al culto. Il secondo ambito comprende le persone
battezzate che però non vivono le esigenze del battesimo. Infine la missione si
rivolge a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato.
10. I mezzi per una evangelizzazione feconda ed efficace sono la grazia di
Dio (12), la parola del Signore (22), l’appartenenza alla Chiesa (23), l’eucaristia
(264), la preghiera (281ss), la pietà popolare (122ss) e in particolare la pietà
mariana (284ss).
Preghiera a Maria
Stella della nuova evangelizzazione
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Maria, discepola del Signore,
ricordaci che non siamo annunciatori credibili del Vangelo,
se prima non ne siamo stati ascoltatori umili e disponibili.
Maria, madre della Verità fatta carne,
ottienici di non ridurre mai la fede a un ammasso di idee,
perché le idee non hanno bisogno di alcuna madre.
Maria, sostegno della nostra fede,
inquietaci quando dimentichiamo che credere in Gesù
non è privilegio da rivendicare, ma dono da condividere.
Maria, vergine orante nel cenacolo,
aiutaci ad essere sempre cordialmente uniti nell’essenziale,
ma capaci di convergere anche nell’opinabile.
Maria, madre della pace,
sostienici nel disarmare la vendetta con il perdono,
nel ribattere all’odio con l’amore,
perché la tenerezza sconfigga ogni bruta violenza.
Maria, donna vera,
soccorrici quando ci scordiamo noi per primi
o non ricordiamo più a sorelle e fratelli
che non c’è vita più umana di una vita pienamente cristiana.
Maria, aiuto dei cristiani,
dacci una mano per vincere il male con il bene,
per reagire alla paura con la fortezza,
alla tristezza con la perfetta letizia.
Maria, maestra spirituale,
concedici di non considerare nulla come tesoro più caro
dell’amore dolce e tenace del tuo Figlio Gesù,
morto e risorto per la nostra appagante felicità.
Atti del Vescovo
Amen.
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Reagire alla rassegnazione
“La Città non risorgerà se non insieme“
Discorso del Vescovo alle Autorità Cittadine, in occasione della Festa
del patrono Rimini, Residenza Vescovile, 14 ottobre 2014
Due ricorrenze caratterizzano la festa di san Gaudenzo nella presente edizione: i 70 anni dalla liberazione di Rimini e i dieci dalla beatificazione di Alberto Marvelli. Anche se distanziati nel tempo, i due anniversari sono avvicinati
non solo dal fatto di essere avvenuti nello stesso mese, ed è per questo che
sono stati celebrati nello scorso settembre a distanza di pochi giorni. Questi
eventi risultano interconnessi soprattutto perché ambedue intrecciati al nome
dello stesso personaggio – appunto Marvelli – in quanto, oltre ad essere il servo di Dio beatificato a Loreto il 5 settembre 2004, l’ingegnere-manovale della
carità è stato uno dei principali artefici della ricostruzione morale e materiale
della nostra Città. E proprio in sua memoria qualche giorno fa abbiamo firmato
con il sig. Sindaco, dott. Andrea Gnassi, la Carta dell’Amministratore, ispirata
agli ideali e alle virtù cristiane e civiche del nostro beato. Queste ricorrenze
non sono meramente celebrative, ma inducono a una severa revisione degli
orientamenti, dello stile e della prassi che si sta perseguendo per il ’risorgimento’ di Rimini e del Riminese.
1. Oggi per tanti cittadini vivere a Rimini è diventato faticoso e disagevole.
Si registra anche da noi quel malessere della ’città’ e nella ’città’, radicato e
sempre più diffuso, che si respira anche altrove. Aumentano le situazioni di
difficoltà e di sofferenza, e le aree della povertà, del pericolo, dell’insicurezza si
vanno estendendo in misura crescente e allarmante. Le persone che soffrono
per deficit di relazioni umane significative e appaganti sono sempre più numerose. Si manifestano forme di separazione che non riguardano solo le identità
etniche, culturali o religiose, ma semplicemente le età e le generazioni. Ogni
fascia anagrafica vive il suo disagio specifico rispetto alla città: i bambini, i
giovani, gli adulti, gli anziani, le donne, i disoccupati, gli immigrati. Si riscontra
anche un crescente scollamento tra la città come urbs, ossia come assetto
fisico-spaziale, e la città come civitas, come l’insieme organico dei suoi abitanti. Una sorta di scissione tra il corpo e lo spirito di quell’organismo particolare
che è appunto la città. Ma soprattutto appare in crescita esponenziale il sentimento di paura e di incertezza verso il futuro, in conseguenza delle minacce,
reali o presunte, che si profilano all’orizzonte: dalla paura degli immigrati e dei
fondamentalismi settari alla paura di attentati terroristici; dalla paura legata
agli episodi di microcriminalità che minacciano la nostra vita privata alla paura
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
di vivere in periferia e di essere esposti a rischi di ogni tipo. A fronte di questi
fenomeni emerge un grande bisogno di sicurezza e di legalità, come se la città
fosse, di suo, diventata ’ostile’ e inospitale, una minaccia da cui proteggersi in
qualche modo, in qualunque modo. Ma il primo vero ’ghetto’ è quello che si fa
strada nel cuore della gente, un ghetto culturale e spirituale, una separazione
unilaterale e discriminante, un auto-isolamento distante e appartato.
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2. Resta la domanda: quanto è umanamente ’abitabile’ la nostra Città?
Va apprezzato lo sforzo dell’Amministrazione nella risistemazione della rete
fognaria, nelle nuove pavimentazioni e con un arredo stradale più curato. Ma
occorre anche riconoscere che nel centro storico e nei borghi molti edifici
documentano un progressivo degrado: potrebbe essere utile un censimento
delle abitazioni obsolete, inadeguate, a volte disabitate o male abitate; case
molto piccole e a volte trascurate accanto a edifici più solidi e dignitosi. Forse
i troppi vincoli scoraggiano dall’operare ristrutturazioni onerose e senza corrispondente ritorno economico. Una visione ristretta del problema rischia di
rendere meno belle, abitabili e appetibili le zone centrali della Città.
Sappiamo che la vivibilità di una città è connessa anche alla sua viabilità.
Merita apprezzamento lo sforzo dell’Amministrazione per avviare a soluzione
l’annosa questione della circolazione interna. Occorre però non solo recuperare il tempo perduto, ma accelerare il passo anche in direzione di un vero e proprio progetto di ’coabitazione’ e di pacifica ’convivenza’ tra le diverse culture
ed etnie che stanno popolando il territorio. Non dobbiamo permettere che la
possibilità di creare un “giardino culturale“ in alcune zone e quartieri degeneri
in una sorta di “terreno incolto“ in cui si sperimenta l’ostilità piuttosto che
l’ospitalità.
3. Ritengo però di poter condividere con voi una certezza, e cioè che la
logica prevalente di una città debba essere radicalmente modificata. L’immagine della “città dei servizi“ tradisce una concezione del cittadino come utente,
come semplice cliente, come fruitore o consumatore di servizi, e non certo come persona con una sua inalienabile dignità. Solo una città attenta ai
bisogni veri della gente, a cominciare dalla povera gente, diventa ’decente’,
ossia “buona da viverci“. Una città è decente se le sue istituzioni non violano
la dignità delle persone e i loro diritti, se sa allargare lo sguardo sul mondo
assumendo il valore e l’etica della interdipendenza e del sentirsi parte di una
famiglia più grande, per trasformare dal basso l’azione politica, coniugando in
modo virtuoso il suo essere locale con la dimensione globale (’glocalismo’).
Ma è soprattutto decente se sa vivere la solidarietà come virtù civica.
Ma della vivibilità della Città devono farsi carico innanzitutto le sue Autorità civili, militari e anche religiose. Nella Carta “A. Marvelli“ per Amministratori e
Politici, sottoscritta l’altro ieri nella sala dell’Arengo a quattro mani dal Sindaco
e dal Vescovo si legge al n. 3: L’Amministratore civico “serve senza servirsi“:
“Occorre umiliare noi stessi, allontanare l’ambizione, l’orgoglio e la superbia
che chiudono gli occhi e il cuore dell’uomo e gli fanno credere di servire e
aiutare gli altri, mentre non favorisce egoisticamente che il proprio interesse“.
Inserisco qui uno spunto che forse può essere utile, come richiamo all’at-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
teggiamento personale, sulla linea del nostro Marvelli. Proprio nel periodo di
massima crisi, è il momento di mettere in gioco tutto ciò che si ha e che si è.
Invece che sentirsi rassicurati, invece che tentare di chiudere fuori quello che
non va, invece che sentirsi ’a posto’ e giustificati, perché in fondo ciascuno
pensa di aver fatto tutto ciò che gli è parso possibile. Ma quando si è fatto tutto
il possibile, allora è il momento di fare di più. Di non sentirsi arrivati. Di non
sentirsi dalla parte del giusto, anche se ci si è comportati da giusti. Di non sentirsi stanchi, perché è il momento in cui non si può riposare, finché qualcuno è
fragile ed è solo davanti alle proprie difficoltà.
Vorrei ora soffermarmi su tre questioni che papa Francesco ha insistentemente riproposto a noi vescovi nel suo intervento in apertura dell’Assemblea
annuale della CEI nel maggio scorso: famiglia, lavoro, immigrati.
4. Questione ’famiglia’. La riflessione in merito mi viene provocata dalla
tragedia che si è verificata nei giorni scorsi: l’assassinio della giovane mamma,
davanti ai figli piccoli, a Cattolica. Sia chiaro: rifletto sui comportamenti, non
mi permetto di giudicare le coscienze.
Quando la cronaca riporta tanti fatti analoghi, il problema esiste, e forse
vale la pena ricominciare proprio dai ’fondamentali’, che forse erroneamente
diamo per scontati: l’amore è dono reciproco, è la gioia di vedere l’altro, di
camminare insieme, nella sorte felice e nei periodi difficili. Non ha nulla a che
vedere con la pretesa di possedere l’altra persona, di volerne impedire la crescita umana e la piena realizzazione. L’amore costruisce nella pazienza e nella
stima. E se, fra due persone finisce una relazione, l’amore vero resiste, non si
arrende, trova comunque il coraggio per seguire i figli. E non può scomparire,
non diventa violenza, sopraffazione, vendetta, distruzione e morte. I fatti di
cronaca di cui siamo costretti a leggere, riportano però tanti, troppi episodi
di questo tipo, e la cosa giusta è ricominciare dall’educazione. E le famiglie, le
scuole, anche la Chiesa, tutti insieme dobbiamo fare la propria parte. Dobbiamo ricominciare a riflettere sull’affettività. Una storia d’amore non è una somma di brividi emotivi; va oltre i soli sentimenti. Vogliamo tornare a riflettere
sulla responsabilità che una relazione comporta: per sé, per la persona con cui
si condivide la strada, e per i figli che si generano. L’amore apre ad un mondo
di felicità condivisa, e una relazione va costruita giorno per giorno con costanza e fantasia, con rispetto e dedizione, con indulgenza e tenacia, con grinta e
anche allegria. Sembrano parole dimenticate: buone per i nostri nonni e ormai
irrimediabilmente fuori moda. Ma lo sono davvero? Cosa siamo, cos’è ciascuno
di noi senza gli affetti intorno, senza la storia che ogni famiglia ha scritto prima
di lui, senza i ricordi, senza il calore degli abbracci più veri? Non possiamo fare
finta che se succede così spesso, la violenza nelle famiglie non ci riguardi se
non ci colpisce direttamente.
Nel capitolo della famiglia merita particolare attenzione anche la questione del calo delle nascite. Anche la nostra Città sembra piombata in un crudo
inverno demografico. I dati destano la massima preoccupazione: nel 2013 i
nati sono stati 1.210, il dato più basso degli ultimi cinquanta anni; nonostante
l’aumento della popolazione e l’apporto, anche in fatto di nascite, degli immi-
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
grati (18 nati sul totale di 100). Le conseguenze a livello sociale ed economico
sono – e saranno – molto gravi; per non dire del risvolto morale e spirituale,
rivelando una parallela crisi della famiglia e la riluttanza – o l’impossibilità per
motivi sociali ed economici – dei giovani a farsi una famiglia. In molte nostre
parrocchie il numero degli anziani – anche molto anziani! – è molto superiore
a quello dei bambini, dei ragazzi e dei giovani; e i funerali superano di gran
lunga i battesimi. Il problema investe la nostra pastorale.
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5. Questione “lavoro“. Mentre la crisi continua a mordere, vorrei accennare
a due segnali di speranza che ritengo significativi e promettenti. Il primo riguarda il fondo per il lavoro, lanciato l’anno scorso proprio in questa circostanza.
Va rimarcata con gratitudine l’accoglienza positiva della proposta da parte
delle Istituzioni, delle associazioni di categoria, degli ordini professionali, delle
parrocchie. I risultati sono stati senz’altro positivi, sia sul piano della comunicazione che della raccolta fondi (oltre 315mila euro). Noi stessi siamo rimasti
positivamente sorpresi della risposta, come pure di altre iniziative analoghe.
C’è stata poi una buona collaborazione tra la Caritas diocesana, le Caritas parrocchiali, il Centro per l’impiego della Provincia, il patronato Acli, il Centro di
solidarietà della Compagnia delle Opere, nella segnalazione delle persone in
ricerca di lavoro e nella compilazione della documentazione richiesta: una unità di intenti, che non era obiettivo trascurabile della proposta. Naturalmente si
era consapevoli che non poteva essere ’la’ risposta ad un gravissimo problema,
ma appena un messaggio di speranza e di impegno. Dobbiamo fare i conti con
una crisi economica che non recede, un’attività produttiva che stenta a ripartire. Ma che a tutt’oggi una trentina di famiglie possano ricevere, attraverso il
loro lavoro, uno stipendio dignitoso per un periodo di almeno 6-12 mesi, più
la garanzia di altri tre mesi di mini-aspi, ci fa ritenerlo un risultato realistico, ma
positivo. Da aggiungere, come si era detto in partenza, che la somma raccolta
è totalmente destinata al finanziamento delle assunzioni, perché le tante persone che hanno collaborato con passione e competenza l’hanno fatto a titolo
assolutamente gratuito. Naturalmente ci auguriamo che l’impegno continui
da parte di tutti: sia per la raccolta fondi, sia per la ricerca di posti di lavoro o
della disponibilità di aziende ad assumere. Stiamo cercando di perfezionare e
finanziare anche la seconda fase del progetto: la promozione di nuove professionalità, sia con incentivi economici che con un accompagnamento iniziale.
Un’altra proposta interessante e promettente appare quella del cosiddetto
incubatore d’impresa.
La particolare, drammatica situazione economica che caratterizza questo
tempo richiede anche a Rimini la capacità di un affronto che, accanto alla dimensione dell’assistenza e della solidarietà, ponga la massima attenzione allo
sviluppo in funzione del bene comune. Penso alla prossima nascita a Rimini
di uno strumento apposito per sostenere e accompagnare l’avvio di nuove
aziende, in grado di canalizzare energie imprenditoriali e giovanili e di creare
occupazione. E penso anche alla annunciata apertura di un portale in cui sarà
possibile presentare progetti non profit e raccogliere su di essi donazioni economiche da parte dei cittadini. Questo come altri strumenti analoghi, anche
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
se di diversa tipologia, risulta in qualche modo emblematico. C’è una Città che
non vuol lasciarsi andare, non vuol cedere alla crisi, vuole reagire, mettendo
in campo risorse per la crescita imprenditoriale da un lato, e per lo sviluppo
di una cultura del dono dall’altro. Donare non è appena una costumanza filantropica: è affermare che io e l’altro siamo un ’noi’, che ciò che io faccio e tu
fai è un bene per tutti e per questo va guardato con simpatia e va sostenuto.
Occorre amplificare questa cultura del bene, perché solo una società più consapevole e più unita potrà far fronte alle difficoltà che stiamo attraversando.
6. Questione ’immigrati’. Mi faccio portavoce del Papa che a noi vescovi italiani nell’assemblea del maggio scorso ha raccomandato testualmente:
“La scialuppa che si deve calare è l’abbraccio accogliente ai migranti: fuggono
dall’intolleranza, dalla persecuzione, dalla mancanza di futuro. Nessuno volga
lo sguardo altrove. La carità, che ci è testimoniata dalla generosità di tanta gente, è il nostro modo di vivere e di interpretare la vita: in forza di questo dinamismo, il Vangelo continuerà a diffondersi per attrazione“. Come stiamo messi
noi qui a Rimini con questo capitolo? Leggo da un giornale locale un report
sull’ennesima operazione anti-degrado svolta dai nostri carabinieri: “Un appartamento trasformato in dormitorio-formicaio con ben 17 letti stipati in ogni
angolo. Situazioni di illegalità, come quella dell’affitto pagato dagli stranieri ai
proprietari italiani, fino a 1.500 euro in nero, tre volte di più di quanto previsto
nel contratto“. Ma è la “visione dello straniero“ che deve essere sottoposta
ad onesta e severa revisione critica. Leggo dal nostro settimanale ilPonte, sul
quale, in un editoriale durante gli ultimi ’mondiali’ di calcio, si osservava come
molte squadre europee abbiano titolari con origini africane o comunque siano
figli di immigrati. E si piazzava una domanda d’obbligo, per i milioni di tifosi
felici che li celebrano: “Se gli stranieri sono utili a migliorare il livello sportivo
delle squadre nazionali, chi l’ha detto che non possano giovare anche allo sviluppo sociale, economico e culturale? Sono buoni solo con i piedi?“.
Non dimentichiamo che gli immigrati residenti nella provincia di Rimini
sono ormai il 10,9%, pari a 36.521 persone. Coloro che provengono da paesi
islamici sono circa 3.200 persone. Nel 2013 le Caritas presenti nella nostra
diocesi hanno incontrato 7.455 persone, di cui 5.300 immigrate, in maggior
numero 1.500 mussulmane. Con gli immigrati si vede sempre più necessario promuovere un dialogo che favorisca l’inserimento sociale degli stessi e
l’accoglienza dei cittadini. Le regole sono necessarie, ma non si può fare solo
repressione. Prendendo come esempio il fenomeno dei venditori abusivi, non
si può non tenere conto della disperazione di immigrati poveri che si vedono
confiscare i loro prodotti, senza alcuna contropartita per vivere.
Non aspettiamo ancora per aprire un tavolo di dialogo, in particolare con
gli immigrati di religione islamica.
7. Infine, una questione trasversale: il gioco d’azzardo. È la terza volta che
intervengo pubblicamente su questo argomento: la prima fu l’anno scorso in
questa medesima circostanza; la seconda volta, in occasione della processione
cittadina del Corpus Domini, nel giugno scorso. Nel frattempo si sono fatte
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
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ancora più chiare e allarmanti le drammatiche dimensioni del fenomeno. Mi
introduco in questo ultimo passaggio con l’attacco di un recentissimo articolo,
ritagliato dall’ultimo numero della Civiltà Cattolica (n. 3943): “Il 2003 è l’anno
che segna un prima e un dopo nel gioco d’azzardo. La sua liberalizzazione,
voluta dalle principali forze politiche di maggioranza e di opposizione, ne ha
permesso un consumo di massa che sembra aver trasformato il Paese in un
grande casinò a cielo aperto“.
Permettetemi di ricordare i dati riguardanti il nostro Paese, il primo in Europa nel consumo del gioco d’azzardo e il terzo nel mondo. 450.000 slot machine sparse nel Paese hanno generato una industria con il terzo fatturato
più alto in Italia, composta da una filiera di 5.800 imprese del settore, in cui
lavorano circa 120.000 persone. Il fatturato annuo legale si aggira intorno agli
87miliardi di euro, con una spesa media che si avvicina ai 1.270 euro all’anno,
il 10% della spesa degli italiani, compresi i neonati. Il fenomeno è esploso raggiungendo una raccolta di ben 85 miliardi all’anno, rispetto ai 24 di dieci anni
fa. A fronte di questa spesa scellerata, si registrano le cifre spaventose delle vittime del gioco d’azzardo: due milioni di italiani a rischio dipendenza, 800.000
malati; ben 400.000 bambini tra i 7 ed i 9 anni hanno già puntato dei soldi.
Nel territorio della nostra Provincia viene investita una cifra di circa 200milioni di euro, praticamente qualcosa di simile alla somma di tutti i bilanci comunali dei 27 comuni che la costituivano. La nostra Città si colloca al 12mo posto
in Italia per spesa al gioco, con una media di 1.384 euro pro capite. Giocatori
patologici sul territorio provinciale si stima che siano almeno 2.000! Secondo
i dati più aggiornati (al 24.1.2014) nel solo comune di Rimini si contano 927
slot-machine, 211 esercizi con apparecchi slot, 222 VLT in 18 sale collaudate.
Il 6 ottobre scorso si è tenuta una riunione, alla quale mi conforta molto
sapere che tra le associazioni del territorio attive nel campo della promozione
della legalità e della formazione abbiano partecipato anche l’Agesci e il Masci.
In quella sede è stato presentato il marchio Slot freE-R che dà l’opportunità ai
cittadini di poter scegliere autonomamente di usufruire di una attività libera
dal gioco e che dunque dà il proprio contributo, piccolo ma indispensabile, per
contrastare un fenomeno di dimensioni sempre più preoccupanti.In questa
sede ho già detto e ripeto che la nostra attività educativa – che si svolge nelle
parrocchie, negli oratori, nelle scuole paritarie di ispirazione cattolica – può e
deve fare di più, per fronteggiare e prevenire il diffondersi della piaga sociale
delle ludopatie.
In conclusione, vorrei rilanciare un messaggio che ritengo pressante e particolarmente urgente. Occorre reagire alla rassegnazione. La situazione del Paese e quella particolare della nostra Città sta ingenerando un clima diffuso di
rassegnazione: ci si interessa meno e con minore speranza del bene comune;
ci si preoccupa piuttosto di superare le proprie difficoltà, individuali o familiari. Quasi scemata la fiducia nei partiti, delusa da promesse e ricette che non
hanno prodotto l’effetto sperato, perplessa di fronte a manifestazioni di sterile
populismo, scandalizzata dagli indifendibili privilegi di pochi, la maggior parte
della gente è portata a chiudersi in se stessa. Occorre riattivare il dialogo, ma
costruttivo, sulla cosa pubblica. Dialogo che deve essere incoraggiato, promos-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
so e voluto dalle Autorità amministrative a tutti i livelli, ma che deve fiorire
anche dalla società civile. Dal dialogo deve nascere l’unione delle forze, la passione e la speranza per uscire dal clima di rassegnazione e di individualismo,
per ri-avviare la vita, per salvare le opere e le attività ritenute più qualificanti e
importanti, per promuovere un nuovo sviluppo economico e civile.
La parola da riscoprire, che sembra ormai esiliata dal nostro vocabolario,
è la parola generosità. Torniamo ad essere generosi, capaci di non fermarci
a contare ad ogni momento se riceviamo abbastanza, se il destino è giusto
con noi, se tutti riconoscono adeguatamente quanto valiamo. La generosità
ribalta questo modo di vedere la vita, perché non fa conti in tasca, e dà con
abbondanza, senza misurare il merito di chi riceve, e non misura con il metro
più corto, ma nel valutare le persone, misura con la simpatia verso l’altro, e
promuove il bene che c’è in ciascuno. La generosità ci aiuta a guardare ad ogni
nuovo giorno con il sorriso, chiedendoci cosa di buono potremo fare per chi
ne abbia più necessità.
Da ultimo, in questo anno ’marvelliano’, ricordiamo che la Città non risorgerà, se non insieme.
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Lettere e Messaggi
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Piccole comunità,
ma missionarie
Prima lettera da Patmos
Per una comunità che ha abbandonato il primo amore
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Alla Chiesa di santa Maria dell’Evangelizzazione scrivi: “Così parla Colui
che tiene le sette stelle nella sua destra. Conosco le tue opere, sono al corrente
della tua convulsa attività, non riesco mai a finire di leggere la bacheca fitta
zeppa delle tue strabilianti iniziative. Agli occhi di tanti ti presenti come una
parrocchia ’fuori serie’, una comunità dagli ’effetti speciali’. Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo primo amore. Ricorda da dove sei caduta,
convèrtiti e compi le opere di prima“.
Carissimi, quando entro nella vostra luminosa chiesa parrocchiale mi abbaglia la splendida icona della Pentecoste: vi è raffigurata la comunità dei
Dodici, simmetricamente divisi a metà, sei da una parte e sei dall’altra, per
fare corona a Maria, immobile, al centro, mentre tutti gli apostoli appaiono
con un piede levato, pronti per andare in missione “fino ai confini del mondo“.
Mi domando (un modo per dire che vi domando): ma voi siete davvero una
comunità missionaria?
Vorrei aiutarvi a dare una risposta vera e sincera. Prendiamo l’avvio da una
situazione pastorale abbastanza diffusa, che devo necessariamente schematizzare per risultare più limpido e preciso. C’è la parrocchia formata da due cerchi
concentrici: uno più interno – i ’vicini’ – quelli che si sentono chiamati a formare una comunità solida, distinta, spesso anche distante dai ’lontani’. Ma tra i
due cerchi spesso si stende un largo fossato, senza neanche un ponte levatoio
che permetta un minimo di comunicazione tra i ’nostri’ e gli ’altri’. C’è poi, diametralmente opposta, la parrocchia che si pensa destinata a tutto il popolo di
Dio, ma finisce per disperdersi in una pastorale general generica, sommaria e
sfocata. Infine c’è una situazione intermedia, quella di una parrocchia che cammina su due binari paralleli, dividendosi fifty-fifty: un po’ al piccolo gruppo dei
vicini e un po’ a tutto il resto. Ritengo che tutt’e tre le posizioni siano sbagliate.
Basti pensare alla prassi di Gesù. Il quale ha, sì, scelto un piccolo gruppo
– i Dodici – li ha formati con grande cura, spendendovi tempo e passione, ma
al tempo stesso si è dedicato costantemente alle folle: le ha cercate, istruite,
accompagnate. Queste osservazioni meritano di essere ulteriormente riprese e
precisate, con rapidi rilievi. Primo: la piccola comunità di Gesù non è monocolore; dentro c’è tutto l’arco ’parlamentare’ ed extra-parlamentare del tempo. Ci
sono zeloti, sicari, pubblicani, pescatori, giusti e peccatori. Secondo: Gesù non
forma i suoi solo alla comunione, ma li proietta nella missione. Se la sua prima
parola è ’seguitemi’, l’ultima è ’andate’. E il seguire è già in vista dell’andare.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Ma il tratto più sorprendente è un altro: la comunità di Gesù – a differenza di
quella del Battista – è itinerante. Gesù non viaggia su due binari: è sempre
con la sua comunità che egli va in missione. È sintomatico che nel vangelo di
Marco il Maestro non appare mai da solo davanti alle folle, ma sempre con i
suoi discepoli. In sintesi, la comunità di Gesù si mostra ininterrottamente in
cammino, in permanente stato di missione. Fin dall’inizio Gesù va ai lontani
con il gruppo dei vicini.
Ora spostiamo lo sguardo da Cristo alla Chiesa. Se guardiamo alle prime
comunità cristiane, ci appaiono come piccole comunità missionarie, tutte fortemente concentrate sull’essenziale: l’annuncio di Gesù Cristo. Al centro della
loro missione non c’è una dottrina, una sofisticata teoria, o un’idea-madre, ma
un racconto, una storia, anzi una persona: Gesù di Nazaret. Non hanno parlato
anzitutto di se stesse, ma di Gesù Cristo. Questo però non le ha rese lontane
o latitanti rispetto alla storia – alle emergenze, ai problemi, alle crisi – del loro
tempo. Proprio concentrandosi sul kerygma – “Gesù, il crocifisso, è risorto“
– hanno trovato il criterio e il coraggio per denunciare le molte idolatrie del
tempo. E non hanno condannato il mondo perché non cristiano o pagano, ma
perché non umano. Qui si innesta il risvolto morale del kerygma, un risvolto
non primario, ma inevitabile, consequenziale: se Dio ha tanto amato il mondo
da dare il suo Figlio unigenito, allora è vero che Dio ama l’uomo, ogni uomo.
Allora il “sistema“ si scompagina e si rovescia: al primo posto non c’è più il
privilegio, ma la condivisione; non il merito, ma la solidarietà; non l’individualismo, ma la fraternità.
Il noi: la forma del Vangelo è la vita fraterna. Il soggetto della comunità
cristiana non è il singolo individuo: è la comunità. Una comunità fatta non di
perfetti, ma di peccatori, che però puntano sulla misura alta della vita cristiana:
la santità. Una comunità che cerca di vivere non in modo angelico, ma conforme al Vangelo, e quindi pienamente umano. Una comunità che mostra con
fatti di Vangelo che è possibile, che è cosa buona e giusta e veramente bella
vivere a misura di Gesù Cristo. Guardando la comunità ci si dovrebbe porre la
domanda: “C’è una vita più umana di quella cristiana?“, e si dovrebbe rispondere: “No, non c’è“. Di qui discende che il primato nella vita della comunità
non va alle attività e alle “buone azioni“, ma alle relazioni. Le persone vengono
prima dei ruoli. La Chiesa è una rete di relazioni fraterne: “Uno solo è il vostro
Maestro e voi siete tutti fratelli“.
Per questo occorre che le comunità siano a dimensione umana, come avveniva nelle Chiese dei primi secoli: i battezzati si riunivano a gruppi di poche
decine nelle case più grandi, messe a disposizione da qualche famiglia. Ecco
un fattore che dobbiamo tenere presente non solo per rivitalizzare il tessuto
friabile delle nostre parrocchie, ma anche per recuperare grinta ed entusiasmo
nell’evangelizzazione. Senza ammalarci di nostalgia, senza rincorrere sbiadite
’riproduzioni’ dei tempi che furono, l’avvio delle piccole comunità intracomunitarie – nelle forme più varie: comunità di vicinato o di ambiente, di associazione o di movimento – permetteranno alla pastorale integrata di evitare il rischio
di ridursi ad una mera operazione aggregativa. E ci consentiranno di imboccare
lo svincolo che, con l’aiuto del Signore, ci porterà a percorrere la strada di par-
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
rocchie integrate non soltanto tra di loro, a livello interparrocchiale, ma anche
a livello intraparrocchiale, al loro interno. Solo così potranno diventare “piccole
chiese in uscita missionaria“.
Una parrocchia, come comunità di piccole comunità, non autoreferenziali,
non settarie o concepite come nicchie parallele, ma missionarie: è possibile?
La risposta è sì se e a patto che siano assicurate tre condizioni. Che la missione
non venga intesa come un fare colpo, ma un fare mistero; che venga vissuta
per attrazione, non per proselitismo; che il parroco e il nucleo dei collaboratori
intendano il loro servizio come un essere, non come un fare. San Paolo insegna: non fare da padroni della fede dei fratelli, ma da collaboratori della loro
gioia.
Carissimi, vi auguro di evitare sia l’autoreferenzialità che la massificazione,
e vi benedico di cuore.
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Comunità della Parola
o delle chiacchiere?
Seconda lettera da Patmos
Per una comunità che parla e fa molto, ma ascolta poco
Alla Chiesa di santa Maria della Parola Incarnata scrivi: “Così parla il Primo e
l’Ultimo, che era morto ed è tornato in vita. Conosco la tua tribolazione, apprezzo il tuo impegno nel proclamare l’importanza della lettura delle sante Scritture
e nella diffusione della sacra Bibbia. Ho però da rimproverarti che ti riempi la
bocca di slogan roboanti sulla centralità della Parola di Dio, ma poi la tieni a debita distanza nella predicazione, nella catechesi, nel discernimento comunitario.
E non ne tieni conto nell’intercettazione dei messaggi siglati dallo Spirito di Dio
e trasmessi attraverso i canali della storia e della vita del suo popolo“.
Carissimi, quando entro nella vostra chiesa parrocchiale, rimango ammirato
di fronte alla splendente icona in bassorilievo, posta davanti all’ambone. Vi si
raffigura Maria, incinta, “nella stagione in cui lievita il ventre“ (De André). Il messaggio è trasparente: come in Maria la Parola di Dio si è fatta carne, così si deve
fare carne in noi, sia come persone che comunità. Mi domando allora: voi siete
veramente una comunità che traduce la Parola in fatti di Vangelo? Se è vero che
una comunità cristiana non si organizza ma si genera, la vostra “vita parrocchiale“ è impostata e strutturata in modo da creare spazi di ascolto della Parola, che
non siano periferici, ma centrali?
Al riguardo mi vengono in mente due brani del Nuovo Testamento, nei quali
vi invito a specchiarvi. Il primo è l’episodio di Marta e Maria. Si tratta dell’ascolto
della Parola e del servizio. Marta era tutta affaccendata per servire il Signore, non
il mondo. Maria invece era tutta dedita ad ascoltare il Maestro. Ecco: si può servire il Signore e non stare ad ascoltarlo. Si può elaborare un faldone di progetti,
ci si può affannare per mettere in atto tanti impegni, per realizzare tante opere
– magari programmate solo per il Signore – ma poi non mettere al primo posto
il Signore dei progetti, degli impegni, delle opere. Si possono accumulare molti
servizi – fare, disfare, rifare, strafare! – e poi non avere più tempo per ascoltare la
parola di Dio. Ora, Marta viene rimproverata da Gesù non per (alcune) prestazioni, ma proprio per i troppi servizi. E i troppi servizi riducono la comunità ad una
azienda, trasformano il prete in un manager, fanno scambiare la logica evangelica con la logica mondana, confondono la fecondità spirituale con il successo pastorale. E alla fine si è tentati di pensare che siamo noi a realizzare il regno di Dio
con i nostri sforzi e le nostre mirabolanti imprese, insomma con il nostro molto
lavoro. Si rischia di cadere nell’equivoco che la soluzione stia nell’aumentare il
lavoro, in modo esponenziale. Ma oggi si è in tre, una volta si era in trenta: come
possiamo fare in pochi tutto il lavoro di quando eravamo in tanti? Così alla fine ci
si ritrova sfiniti, stressati e spenti. E allora ci si rode con la domanda angosciante:
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
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basta, la stanchezza, a dare senso e sapore alla vita e all’attività pastorale? Abbiamo scelto di servire Dio o di sgobbare per le opere di Dio? Ci ricordava don
Oreste: “Il Signore non vuole dei facchini; cerca degli innamorati“.
L’altro episodio è quello del libro degli Atti, dove si legge che quando si sono
trovati ingolfati con il tanto lavoro per l’assistenza ai poveri e alle vedove della
comunità di Gerusalemme, gli apostoli hanno convocato la comunità per dire:
“Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense“
e hanno chiesto di presentare sette uomini di buona reputazione, mentre loro si
sarebbero dedicati “alla preghiera e al servizio della Parola“. Ecco, in pastorale,
prima del verbo “fare“, vengono i verbi “pregare“ e “annunciare“ la Parola.
Vi prego, ascoltatemi: non riempitevi solo di cose da fare. Le vostre agende
straripano di attività, manifestazioni, impegni amministrativi. Ma c’è un tempo
libero per rispettare il diritto di parola che tocca prima di tutti e di tutto a Dio?
Riusciamo a “liberare il tempo“ per andare a trovare le persone, per accoglierle, per ascoltarle? Non bastano le strutture, le iniziative, le molte opere, i mille
progetti. Non c’è fatica più frustrante di una frenetica attività di corto respiro e
priva di orizzonte, senza discernimento e senza direzione. Le troppe cose da fare
distraggono dall’essenziale, l’urgente distoglie da ciò che è veramente importante, l’efficacia viene sostituita dall’efficienza. Ma neanche il servizio caritativo deve
prosciugare il tempo dell’adorazione e dell’ascolto del Signore e delle persone.
Neanche l’annuncio o evangelizzazione deve avere la precedenza sul resto, ma
sempre e solo l’ascolto. E se le persone vengono prima dei contenuti, le relazioni
tra le persone devono sempre avere il primato su ogni attività e organizzazione.
Vedo che una rassegnata stanchezza si è infiltrata nella vostra comunità. Di
qui il pericolo di “sopravvivere“, accontentandosi di rattoppi superficiali, puntando a vincere qualche battaglia di retroguardia, accanendosi nel cercare frettolose
risposte, rinunciando a discernere i messaggi che il Risorto ci sta trasmettendo. È
dunque l’intera pastorale che va rivisitata e rinnovata. Ma come sarà possibile se
non ci metteremo in ascolto – un ascolto umile, assiduo, disponibile – della Parola? Altrimenti rimarremo sepolti sotto una montagna di panna montata, fatta di
chiacchiere inconcludenti, di slogan fuorvianti. Siamo il popolo di Dio in cammino
o il Figlio dell’uomo, quando verrà, ci troverà… riuniti in permanente seduta?
In conclusione, permettetemi due raccomandazioni. La prima è per tutti coloro che svolgono il servizio della Parola: presbiteri, diaconi, catechiste/i, lettori.
La ricavo dal mite Francesco, vescovo di Roma, il quale a proposito del predicatore che non si prepara per l’omelia usa parole pesanti come macigni, definendolo
“disonesto e irresponsabile“. E di uno che non prega prima di annunciare la
parola di Dio, dice che è “un falso profeta, un truffatore e un vuoto ciarlatano“.
La seconda raccomandazione riguarda l’evangelizzazione che “richiede la familiarità con la parola di Dio, e questo esige che le diocesi, le parrocchie e tutte le
aggregazioni cattoliche propongano uno studio serio e perseverante della Bibbia, come pure ne promuovano la lettura orante personale e comunitaria“.
Permettetemi, infine, una domanda: come state messi con questo appello
del vescovo di Roma?
Ora, con grande affetto, vi saluto tutti e ciascuno
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
I nostri riti generano vita?
Terza lettera da Patmos
Per una comunità che è andata in automatico
Alla comunità di Gesù divin Sacerdote, scrivi: “Così parla Colui che ci ama e
ci ha liberati dai nostri peccati, e ha fatto di noi dei veri sacerdoti per il suo Dio
e Padre. Io sono il Cristo che si è reso in tutto simile ai fratelli, per diventare un
sommo sacerdote misericordioso e degno di fede. Ho però da rimproverarti, mia
diletta Comunità, che hai abbandonato il fervore di un tempo, quando mettevi
molta cura nella preparazione e nella celebrazione della divina liturgia. Ed eravate molto impegnati nel tradurre la liturgia in vita. Ora invece vedo che siete andati in automatico: i vostri riti rischiano di essere, magari anche impeccabili, ma
spenti e sterili. Non vi sembra di rischiare, di questo passo, di ridurre la liturgia
ad una patetica, stucchevole parodia?“.
Carissimi, quando entro nella vostra chiesa, mi sento come calamitato dall’artistica vetrata che con una luce calda e policroma fa scintillare l’oro brillante del
tabernacolo: vi è raffigurato Gesù a braccia spalancate, mentre offre al Padre il
pane e il vino per una moltitudine sterminata di fratelli e sorelle di tutte le razze.
L’immagine declina la vostra fede: voi credete che in ogni liturgia, soprattutto in
quella eucaristica, Cristo in persona si rende presente: sia nel ministro che la presiede, sia nella sua parola che viene proclamata – perché è lui che parla quando
si legge la sacra Scrittura – sia nell’assemblea che prega e canta, sia soprattutto
nei segni del pane e del vino consacrati.
Questa è la nostra fede. Nella santa Messa Cristo non viene commemorato
come un grande personaggio ormai sepolto nei polverosi annali della storia. Non
viene neanche rappresentato in una sorta di nostalgica rievocazione o di sacra
rappresentazione delle sua gesta grandiose. Cristo, invece, viene ri-presentato,
cioè reso effettivamente, attualmente presente dal suo santo Spirito: qui, oggi,
ora, per noi. È lui il protagonista della liturgia, non il celebrante o il coro o i ministri. Voi lo sapete: alla Messa non si assiste, ma si partecipa; e si partecipa non
tanto perché mi piace quel prete o per ascoltare una bella predica o per provare
un brivido a pelle quando si eseguono certi canti particolarmente emozionanti.
Ma quand’è che la celebrazione eucaristica “avviene“ nel segno dello Spirito?
Quando non la subiamo come un antipatico precetto da soddisfare, ma ci
raduniamo per “fare assemblea“ e per vivere in comunione tra di noi, nello Spirito di Cristo, come vera e santa famiglia di Dio Padre.
Quando non la riduciamo a narrazione informativa di cose sapute, dette e
ridette, o a una sorta di pesante, barboso talk-show.
Quando non ne usciamo sbadigliando per sfinimento, ma con lo slancio di
un cuore che arde, con tutto il fuoco e la grinta che ci occorrono per andare in
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missione. Perché una eucaristia sia effettivamente così, c’è bisogno che sia seria,
non soporifera; che sia insieme dignitosa ed espressiva, semplice e solenne, ma
mai sciatta né pomposa o ingessata. Insomma ci vuole un’assemblea eucaristica
che sia trasparenza del mistero. Detto in una parola, ci vuole una liturgia bella.
Punto.
Ma per una liturgia che sia veramente, semplicemente bella, occorre vigilare
in modo particolare sulla qualità della Messa domenicale e festiva.
Occorre equilibrio tra Parola e Sacramento; serve cura – intelligente e molto
diligente – dell’azione rituale; si richiede un’attenta valorizzazione dei segni, per
saldare il legame tra liturgia, fede e vita. Recita un antico aforisma, che mi permetto di citare in latino – talmente è bello – e che subito traduco: “Lex orandi,
lex credendi, lex vivendi“ (La legge che regola la preghiera è la stessa che regola
anche la fede e la vita).
La Parola, nella proclamazione e nell’omelia, va presentata rispettando il significato dei testi e tenendo conto delle condizioni dei fedeli, perché ne alimenti
la vita nella settimana.
Il rito va osservato con delicatezza e intelligente fedeltà, senza variazioni
stravaganti o indebite intromissioni, evitando sia il rischio di un meticoloso cerimonialismo sia quello di un “fai-da-te“ arbitrario e autoreferenziale. Non bisogna
confondere la legittima creatività – e una sapiente possibilità-capacità di scelta e
di adattamento – con la novità che deve fare colpo a tutti i costi. I segni e i gesti
siano autentici, decorosi e significativi, perché si colga la profondità del mistero;
non vengano sostituiti da espedienti artificiosi e sofisticati; parlano da soli e non
ammettono il prevaricare delle spiegazioni. Così si salvaguarda la dimensione
simbolica dell’azione liturgica.
La celebrazione ha un ritmo, che non tollera né fretta nervosa e convulsa né
insopportabili lungaggini, e chiede equilibrio tra parola, silenzio, canto. Il silenzio
è componente essenziale della preghiera ed efficace educazione ad essa. Si deve
dare valore al bel canto, quello che unisce l’arte musicale con la proprietà del
testo. Va curato il luogo della celebrazione, perché sia accogliente e la fede vi
trovi degna espressione artistica.
In ogni parrocchia ci sia una preparazione accurata, che coinvolga varie ministerialità, nel rispetto di ciascuna, a cominciare da quella del sacerdote presidente, senza mortificare quelle dei laici. Perché le celebrazioni siano dignitose
e fruttuose, se ne valuti il numero, gli orari, la distribuzione nel territorio. Si
promuovano altre forme di preghiera, liturgiche o di pietà, consegnateci dalla
tradizione, per prolungare nella giornata festiva, in chiesa e in famiglia, il dialogo
con il Signore.
Non c’è niente da fare: la prima responsabilità è quella del presidente. Ci siamo mai soffermati su questo versetto di san Paolo: “Chi presiede, presieda con
diligenza“ (Rm 12,8)? Non vale anche per la presidenza liturgica? E, tanto per
non rimanere nel superattico dei grandi principi, ma per scendere al pianoterra
di ciò che è essenziale e assolutamente indispensabile, che conto facciamo – noi
pastori, a cominciare da me vescovo – delle parole infiammate che si trovano
ne La gioia del vangelo di Francesco? Eccole: “Senza momenti prolungati di
adorazione, di incontro orante con la Parola, di dialogo sincero con il Signore,
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
facilmente i compiti si svuotano di significato, ci indeboliamo per la stanchezza
e le difficoltà, e il fervore missionario si spegne“ (n. 262). Per passare dalla celebrazione all’evangelizzazione il ponte c’è, basta attraversarlo: è lo stupore orante
e adorante davanti all’eucaristia. Ricordiamocelo: senza adorazione non si dà
missione. Parola di Francesco di Roma.
Ricordatemi all’altare del Signore. Come faccio anch’io per tutti voi
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Lettere e Messaggi
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Una carità operosa e trasparente
Quarta lettera da Patmos
Per una comunità fedele e generosa
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Alle parrocchie della Comunità pastorale della Divina Provvidenza scrivi:
“Così parla il Figlio di Dio che ha occhi fiammeggianti come il fuoco e piedi simili
a bronzo incandescente. Conosco le tue opere, la carità, la fede, il servizio, la costanza. Io so tutto di voi. So che vi volete bene, che amate e servite i poveri. Anzi,
tutto questo ora lo fate più e meglio di prima. Non ho rimproveri da muovervi
e non vengo a suggerirvi ’ricette’ né a farvi i complimenti, perché non ne avete
bisogno. Mentre me ne rallegro, vi incoraggio a perseverare nella comunione tra
di voi e nella carità verso tutti, a cominciare dagli ’ultimi’, i poveri“.
Carissimi, quando entro nelle chiese di ognuna delle vostre cinque parrocchie, mi colpisce un segno particolare che fa un po’ da ’biglietto da visita’ di tutta
la vostra Comunità pastorale. All’ingresso trovo un grande pannello bifronte:
guardato dalla parte di chi entra, c’è a forma di puzzle la mappa planimetrica
della vostra zona pastorale, in cui le parrocchie sono evidenziate ognuna con
colori diversi. Guardato dalla parte di chi esce, invece, il pannello mostra un
grande volto di Gesù, disegnato a mosaico, con tessere che in piccolo riportano
volti di poveri: immigrati, barboni, disabili, tossicodipendenti, bambini denutriti,
cristiani perseguitati. Dal pannello traspare un messaggio preciso e provocante:
Gesù vive nei poveri, suoi fratelli, e le comunità cristiane ne riproducono il volto
nel territorio dove abitano, se non si sottraggono al suo giudizio: “Ero povero e
voi mi avete sfamato, ospitato, vestito, visitato, istruito, consolato“.
Vorrei ora leggere un frammento di quel “quinto vangelo“ che ogni comunità
cristiana, come la vostra, tenta di scrivere con il suo stile originale, con l’immagine espressa dalla sua singolare, tangibile testimonianza. Lo faccio perché lo
ritengo utile anche per le altre Comunità pastorali della nostra diocesi. In sintesi
nel vostro cammino io leggo il vangelo della carità. Questo binomio merita una
spiegazione. Vangelo della carità non significa solo che la carità è il test di credibilità del vangelo. Molto di più: significa che la carità non è né più né meno che
il contenuto stesso dell’annuncio. È insieme il DNA, il cuore ardente e la spina
dorsale dell’intero messaggio cristiano. Perciò i due termini – vangelo e carità
– se si sovrappongono, finiscono per combaciare perfettamente. Il vangelo è la
carità. La carità è il vangelo.
Con i “fatti di vangelo“ della vostra vita e della vivace attività che sviluppate,
voi mi dite quali sono le condizioni per cui la carità possa dirsi “vangelo“, cioè
lieta notizia che la gente si aspetta, messaggio che dà sapore e colore alla vita,
imprime senso e direzione al comune cammino. La prima condizione è la concretezza. L’amore è tale se si fa gesto e storia. Scrive san Giovanni, l’evangelista
dell’amore: “Figli miei, amiamo sul serio, a fatti; non solo a parole o con bei
discorsi!“ (1Gv 3,18). Di questo amore concreto e tangibile voi offrite tanti segni.
Mi riferisco a uno in particolare. La vostra zona è collegata da una strada provin-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
ciale, afflitta dalla piaga della prostituzione. Voi non vi siete arresi al dilagare di
un fenomeno tanto indegno e ripugnante, che riduce donne e perfino minorenni
a merce di scambio. Avete chiesto aiuto alla Caritas diocesana e all’APGXXIII, e
avete formato gruppi di donne e ragazze che una volta a settimana vanno di
notte per strada a incontrare le “schiave del sesso“, proprio come faceva Don
Oreste. Voi non andate a lanciare condanne o a commiserare quelle povere vittime della tratta, ma le guardate con rispetto e affetto: come donne e sorelle. E
offrite loro delle alternative, mostrando che se ne può uscire. Certo, non avete
risolto il problema, ma avete lanciato un segnale, non solo a loro, ma anche ai
clienti e alle autorità. “Noi cristiani – diceva don Tonino Bello – non abbiamo più
i segni del potere, ma abbiamo il potere dei segni“.
La seconda condizione - necessaria per trasformare la carità in vangelo - è la
trasparenza. Le concrete opere di carità devono essere luminose e visibili, come
una lucerna posta sul candelabro o una città collocata sopra un monte, in modo
da dare gloria al Padre. Ma occorre fare attenzione: le opere devono essere pubbliche – “davanti agli uomini“ – ma non pubblicitarie: non devono fare propaganda alla nostra carità. Ecco la trasparenza: chi vede le “nostre opere“ non deve
rendere gloria a noi, ma unicamente al Padre nostro che è nei cieli. Perciò la
semplice solidarietà non è ancora annuncio del vangelo, non è ancora missione.
Lo diventa quando le opere che sono nostre diventano trasparenza delle opere
di Dio. Infatti il vangelo – la grande splendida gioiosa notizia – non è tanto il nostro amore per i poveri. I poveri hanno bisogno dell’assoluto e cercano l’infinito
amore di Dio attraverso il nostro. Ma lo sappiamo bene: il nostro amore è troppo
piccolo e spesso è anche infetto di narcisismo e bacato dall’orgoglio. Comunque,
è poco, troppo poco nei confronti dell’amore di Dio che si è manifestato sulla
croce di Gesù. Lì Gesù ha dato veramente tutto, fino alla morte. Non solo fino
all’ultimo istante, ma proprio fino alla misura più alta. Non si è dato nulla finché
non si è dato tutto. Ma noi cosa diamo di noi quando diamo qualcosa?
È stato questo spirito di carità – con i suoi ingredienti di base: trasparenza e
concretezza – che vi ha aiutato a superare una tentazione assai insidiosa, quella
dell’assistenzialismo. In occasione di una grave carestia del Ghana, Caritas Italiana aveva formulato un programma di aiuto inviando ingenti quantitativi di riso.
I vescovi di quella piccola e giovane chiesa dissero: “Quanto ci avete inviato ci
aiuta a sopravvivere, ma mandateci quanto prima aratri e reti da pesca, perché
i giovani non devono accomodarsi nell’assistenza, ma devono lavorare per non
averne più bisogno“. L’assistenza tampona un’emergenza. L’assistenzialismo la
cronicizza. La solidarietà la risolve alla radice. La carità cristiana assume la solidarietà e la trasfigura in vangelo.
È così che si è sviluppata la vostra bella Caritas. Non è un struttura assistenziale: un organo erogatore di aiuti, distributore di fondi, promotore di collette per
i poveri. È invece l’organo che aiuta l’organismo della comunità a realizzare una
sua funzione vitale: la sistole che accoglie l’amore e la diastole che lo rimette in
circolo. È l’occhio che fa vedere i poveri, antichi e nuovi. È l’udito che fa ascoltare
il pianto di chi soffre e amplifica la voce di Dio che provoca al soccorso.
Su questa strada voi siete già avanti. Buon cammino.
Lettere e Messaggi
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Il profumo della gioia
Quinta lettera da Patmos
Per una comunità forte, mite e lieta
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Alla Chiesa di santa Maria della Perfetta Letizia, scrivi: “Così dice il Signore,
che è santo e verace. Conosco le tue opere. So che non avete molta forza, eppure avete messo in pratica la mia parola e non mi avete tradito. Ecco, ho aperto
davanti a voi una porta che nessuno potrà più chiudere. Io sto per venire: rimanete saldi nella fede, perché nessuno vi tolga la corona della vittoria. Custodite
con cura e contagiate attorno a voi il profumo della gioia. Ascoltate ciò che lo
Spirito dice alle Chiese tramite il vescovo di Roma: Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia“.
Carissimi tutti, quando imbocco con la macchina l’ultimo rettilineo che porta
alla vostra chiesa, mi salta subito agli occhi il cartello che annuncia il sito in cui
è ubicata: Via della Croce. Mi domando: è solo una indicazione stradale? Poi,
appena varcata la soglia, entro in chiesa e subito mi sento abbracciato da un’ondata di profumo intenso e avvolgente, che si lascia respirare a pieni polmoni: è
il profumo della gioia. Lo ritengo il vostro distintivo più invitante e contagioso.
Ecco, vorrei parlarvi ora proprio della gioia. Spero che la cosa vi possa tornare
utile: perché anche se siete decisamente incamminati “sulla via della croce“, non
vi considerate certo arrivati alla meta della perfetta letizia…
Non è facile parlare della gioia – me ne rendo conto – senza cadere nella
banalità. Noi cristiani talvolta ne abbiamo fatto una sorta di gadget, nell’illusione
di poter attraversare l’esistenza con occhiali rosa, avanzando con passi di danza
su manti colorati di petali, magari con un candido giglio in mano. Vi dicevo che
mi fa pensare molto il fatto che la vostra chiesa sia ubicata in Via della Croce.
Opportunamente decodificato, quel cartello sta a significare che la gioia cristiana
non va confusa con una superficiale euforia o con un facile ottimismo. La gioia
è al termine di una via imprevedibile e paradossale: è appunto la via dell’amore
crocifisso. Un amore che dà significato alla sofferenza ancor prima di eliminarla e, quando è possibile, lotta con mezzi pacifici per vincerla. La gioia per una
comunità cristiana richiede in ognuno dei suoi membri la morte del proprio io,
possessivo e vorace.
Ma quali sono gli ingredienti del profumo della gioia cristiana? Sono soprattutto due: la gratuità evangelica e la gratitudine pastorale. Innanzitutto, la
gratuità, che ispira un atteggiamento di servizio, assolutamente immancabile
negli operatori pastorali, a cominciare dal parroco e dai suoi più stretti collaboratori. L’attività pastorale non è una serie di opere buone che compiamo per
sdebitarci con Dio o che dobbiamo necessariamente fare “perché ci voglia più
bene“. È piuttosto un aiuto, offerto con gratitudine al Signore per la cura della
fede dei fratelli e delle sorelle. È una grazia che avvolge di impensata tenerezza
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
l’esistenza di quanti si chinano con umiltà a lavare i piedi di ogni membro della
comunità. Il servizio pastorale non solo non può essere svolto in modo narcisistico e autoreferenziale: per compensarsi di qualche frustrazione, o in vista di
una gratifica personale ambita e affannosamente ricercata, o per compiere un
pesante dovere, oppure per comperarsi il centuplo. Il servizio pastorale si può
compiere solo e sempre come gioiosa risposta a un amore che gratuitamente ci
è stato offerto e gratuitamente va ridonato. Il servizio alla fede non può essere
svolto neanche per proselitismo: per ingrossare le nostre file, per sentirsi più
bravi degli altri, per l’affermazione pruriginosa del proprio ’Io’ o del nostro ’Noi’.
Una volta ricevuto il dono dell’incontro con Cristo, non si può più fare a meno di
condividerlo con altri.
Altro ingrediente della gioia cristiana è la gratitudine pastorale, virtù gemella della gratuità evangelica. Nella logica del regno di Dio, la gratitudine non si
può pretendere. Ma quando la si incontra, costituisce sempre una lieta, grata
sorpresa, che dilata il cuore e aiuta a bypassare il rischio di deliri di onnipotenza
e di ansie da prestazione. Gesù non ha cercato la gratitudine, ma l’ha accettata
di buon grado: dei dieci lebbrosi guariti, uno solo “tornò indietro lodando Dio a
gran voce e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo“. A sua volta
san Paolo ringrazia sempre coloro che lo aiutano nel ministero. Un esempio tra
i tanti. Nel saluto ai cristiani di Filippi, scrive: “Ringrazio il mio Dio ogni volta
che mi ricordo di voi. Sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia, a
motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno al presente“.
Certo, nella comunità cristiana i problemi non mancano. Sconfitte e fallimenti
nell’evangelizzazione sono frequenti e molto dolorosi, e rischiano di causare
amarezze, risentimenti e penose frustrazioni. Ma finché la gratitudine prevale
sulla lamentela, il pastore può stare sereno. La consapevolezza che Dio non è
Padre a giorni alterni e che volge tutto al bene (proprio tutto, anche il male!), la
certezza che Gesù ha già dato il suo sangue per la nostra salvezza, la verità che
lo Spirito del Risorto non si è ancora stancato di operare per noi e con noi, e
che la sua grazia rende possibile ogni nostro sacrificio per l’avvento del regno di
Dio: questi sono convincimenti vigorosi e rasserenanti che ci aiutano a superare
stanchezze, a vincere angosce e paure, ad attraversare rischi e avversità, a dare
vela alla nostra pur fragile, eppure infrangibile speranza, riposta solo in Dio.
E al termine della giornata, il pastore che si è lasciato profumare dalla grazia - gratuità + gratitudine - e ha cercato di spandere il buon profumo di Cristo,
sa di non aver fatto tutto, anzi ha fatto molto poco, ma ora quei due spiccioli di
bene li mette nel… “banco di Santo Spirito“ e se ne va a dormire. E così può dire
a ragione: “In pace mi corico e subito mi addormento“. Il pastore sa pure che
la giustizia, l’uguaglianza, la libertà sono beni escatologici, e la loro piena realizzazione si raggiungerà solo nel regno di Dio. Ciò però non vuol dire che queste
realtà dobbiamo attenderle prefabbricate dall’alto. A noi non tocca mietere. A
noi tocca arare e seminare, nella consapevolezza che il futuro è nelle radici. Tutti
siamo abbastanza poveri per dover ricevere – abbiamo appena cinque pani – e
siamo tutti abbastanza ricchi per poter dare: abbiamo almeno cinque pani! E il
miracolo si rinnova: il tutto, anche se poco, di alcuni, moltiplicato dalle mani del
Signore, diventa il molto per tutti.
Lettere e Messaggi
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Carissimi fratelli e sorelle, non dimentichiamolo mai: noi non dobbiamo fare
da padroni sulla fede degli altri; vogliamo invece essere sempre collaboratori
della loro gioia.
Buon cammino sulla via della croce e della perfetta letizia!
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Sono queste le nostre
“cinque piaghe“?
Sesta lettera da Patmos
Per una comunità che si lascia guarire dal Signore
Al Consiglio interparrocchiale della Comunità Pastorale delle Cinque Piaghe
di Nostro Signore, scrivi: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo.
Tu dici: Sono ricco, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un
miserabile, un povero, cieco e nudo. Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li
educo. Sii dunque zelante e convertiti“.
Carissimi tutti, quando la scorsa settimana sono venuto da voi per presiedere il Consiglio pastorale delle cinque parrocchie della vostra Comunità di Zona,
sono rimasto letteralmente edificato nel constatare la maturità del dialogo che
si è sviluppato tra di voi. Nella fase di preparazione di quell’incontro mi avete
chiesto di suggerirvi un tema su cui riflettere e dialogare, e io vi ho proposto di
mettere a fuoco una domanda molto puntuale: cosa non piace al Signore della
vita nelle nostre parrocchie? Per preparare l’incontro, vi avevo anche proposto
di farlo precedere da una settimana di preghiera, e di misurare la vita di ogni
parrocchia sul metro della “Gioia del Vangelo“ di Papa Francesco, per riuscire
a diagnosticare almeno una “piaga“ della vostra rispettiva parrocchia, da curare con adeguata terapia. Siete così venuti alla riunione dell’altra sera e in un
clima di sincera fraternità ciascuna delegazione di rappresentanti delle vostre
parrocchie ha messo in luce una piaga della rispettiva comunità parrocchiale. Al
termine le abbiamo raggruppate, e sono risultate le seguenti: autoreferenzialità,
clericalismo, attivismo, immobilismo, terrorismo delle chiacchiere. Su ognuna
di esse, vorrei ora tornare brevemente, servendomi del pensiero ma anche del
linguaggio sempre caliente e scoppiettante di Papa Francesco. Anzi mi sdebito
subito con lui e con voi, confidandovi che di mio in questa lettera c’è ben poco,
perché ho attinto a piene mani, oltre che alla Gioia del Vangelo, anche al discorso tenuto dal Papa a noi vescovi della CEI nel maggio scorso e alla Curia romana
prima di Natale. Vi rilancio pertanto questi spunti, sullo sfondo del magistero del
Papa, il quale, con i suoi scritti e i suoi interventi, sta risvegliando sogni e speranze pastorali suscitate dal Concilio che nel corso degli anni hanno rischiato di
assopirsi, se non addirittura di spegnersi del tutto.
Autoreferenzialità. È la bulimia dell’Io. Quant’è vuoto il cielo di chi è ossessionato dal mito dell’autorealizzazione, dal culto della propria immagine,
dall’accanita ricerca del proprio prestigio! L’autoreferenzialità contagia l’epidemia
dell’indifferenza verso gli altri, e non fa più gioire con chi gioisce e piangere con
chi piange. Ma l’idolo del narcisismo è un narcotico che droga e uccide anche a
livello comunitario: quando l’appartenenza al gruppetto è più forte di quella alla
Lettere e Messaggi
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
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comunità; quando ci si divide fino a contrapporsi tra i “nostri“ e gli “altri“, tra parrocchie e parrocchie, tra parrocchie e movimenti. Ascoltiamo il grido del Papa:
No alla guerra tra di noi! Siamo sulla stessa barca e andiamo verso lo stesso
porto. Un farmaco infallibile contro questa malattia? È una litania di gratitudine
e di rallegramenti per i frutti degli altri, che sono di tutti.
Clericalismo. Scriveva Péguy: “Navighiamo tra due bande di ’curati’: i curati
laici che negano l’eterno del tempo, e i curati ecclesiastici che negano il temporale dell’eterno“. Ma parliamo ora del clericalismo di casa nostra. Clericalismo
è la patologia di noi pastori, quando dimentichiamo che noi siamo solo… pastori. Quando intendiamo il nostro ministero come potere, anziché come servizio. Quando non riconosciamo la dignità dei laici, con i quali condividiamo la
partecipazione al sacerdozio regale e profetico, che proviene da un solo battesimo. Quando chiediamo ai laici collaborazione, ma non favoriamo la loro corresponsabilità (“Qui comando io!“). Quando portiamo la gente alla nostra persona
più che a Cristo. Clericalismo è anche quando trattiamo le donne nelle nostre
comunità o come “fragole della torta“ (questa è proprio di Papa Bergoglio alla
Commissione Teologica Internazionale!), senza favorire concretamente una loro
presenza più incisiva nei luoghi dove si prendono le decisioni più importanti. Ma
il clericalismo non è solo monopolio dei preti, purtroppo! Lo è anche dei laici, e
non è affatto detto che questa specie sia meno pericolosa, soprattutto nel caso
in cui ci si considera promossi quando si riesce a svolgere un servizio analogo a
quello del prete. Comunque, un antidoto efficace contro l’epidemia del clericalismo non è un clericalismo rovesciato, ma un’autentica spiritualità di comunione
e una promozione più coraggiosa della corresponsabilità dei fedeli, in particolare
delle donne.
Martalismo. I diritti d’autore di questo intrigante neologismo spettano a Francesco di Roma. Martalismo è l’ipertrofia patologica dell’attivismo. È la presunzione di chi si illude di poter far conto solo sulle proprie forze, sull’abbondanza
di risorse e strutture, sulle strategie organizzative che sa mettere in campo, dimenticando l’insostituibile primato della grazia, e questa è addirittura una eresia
(“pelagianesimo“). Martalismo è vivere il ministero in modo burocratico, formalista e funzionalista, da meri impiegati. È la tentazione di chi sta sempre a stilare
piani e programmi e si accanisce nel calcolare entrate e uscite: allora l’apostolo
si riduce a fare il contabile o il commercialista. Preparare tutto è bene, purché
la progettazione si intenda come un mezzo e non come fine a se stessa, e non
venga intesa in modo mondano, confondendo efficienza ed efficacia, urgenza e
importanza. La profilassi e la terapia per questa piaga consistono in un’attenta
vigilanza sulla tentazione di voler pilotare lo Spirito santo.
Immobilismo. È la tentazione del “qui si è sempre fatto così“. È l’accontentarsi della semplice amministrazione. È il non voler uscire dalla chiesa e attraversare la piazza, per andare a cercare i molti “lontani“. È il rifiutarsi all’azione
dello Spirito che ci provoca a conversione. È il pensare che per la riforma della
Chiesa basti qualche ritocco di facciata. Ma la grande Tradizione non consiste
nel conservare la cenere del passato, bensì nel trasmettere il fuoco del futuro.
La scelta missionaria a cui ci chiama Papa Bergoglio richiede che le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
adeguato per l’evangelizzazione, più che per l’autopreservazione. L’antidoto per
questa piaga sarà una riflessione pacata, condotta in sede di consiglio pastorale,
su come rinnovare tradizioni consolidate, quali ad esempio, la visita alle famiglie
per la benedizione pasquale…
Il terrorismo delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi. Su
questo tasto il Papa continua a martellare. Ma come dargli torto? Si tratta di
una malattia grave, anche se si contrae semplicemente con l’idea di fare due
chiacchiere, ma che poi pian piano si impadronisce della persona e la riduce a
seminatrice di zizzania. San Paolo ci ammonisce: “Fate tutto senza mormorazioni
e senza critiche, per essere irreprensibili e puri“. Il farmaco. Per guarire da questa
piaga la terapia non può che essere basata sul silenzio dell’adorazione e sulla
correzione fraterna.
Carissimi, se il Papa ha parlato di queste malattie a vescovi e cardinali, a parrocchie e movimenti, è segno che nessuno di noi può scagliare la prima pietra.
Ma non scoraggiamoci: il Signore dell’Apocalisse rimprovera e corregge quelli
che ama. Anche noi.
Buon cammino di conversione…
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Lettere e Messaggi
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Le cinque vie della missione
Settima lettera da Patmos
Per una comunità in “uscita missionaria“
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Alla Comunità Pastorale di santa Maria del Cammino scrivi: “Così dice il Signore, che tiene in mano i sette spiriti di Dio e le sette stelle. Conosco le tue
opere. Tutti vi credono una Chiesa viva, vivace e vigorosa, ma in realtà siete una
comunità che dorme. Svegliatevi! Ricordate come avete ricevuto la Parola. Ebbene, mettetela in pratica; cambiate vita! Se continuate a dormire, verrò come
un ladro, all’improvviso, e piomberò su di voi senza che sappiate quando“.
Carissimi, questa è l’ultima lettera che vi scrivo. Non ho ricette da indicarvi,
ma, dopo aver riletto con voi i compiti, le risorse, le piaghe di una comunità cristiana che voglia corrispondere al “sogno“ affidatoci dal Signore Gesù, vorrei rilanciare i messaggi già proposti, segnalando cinque vie, suggeriteci da papa Francesco, per la conversione missionaria delle nostre comunità. Li riassumo in cinque
verbi – andare, annunciare, iniziare, educare, vigilare – che non si accostano
semplicemente l’uno all’altro, ma si intrecciano tra loro e percorrono trasversalmente ambiti e ambienti che una parrocchia non può assolutamente eludere.
1. Andare. La Chiesa nasce nel cenacolo, ma non per rimanerci. Il primo verbo usato dal Risorto nel suo ultimo messaggio ai discepoli, secondo il vangelo di
Matteo, era stato: “Andate!“. E il primo verbo dei discepoli dopo il “congedo“ del
Risorto, secondo Marco era stato il verbo “partire“, per andare “dappertutto“. Nel
dna del cristianesimo allo stato nascente si riscontra un dinamismo missionario
che ha dello strabiliante. Nel giro di pochi anni i primi missionari cristiani hanno
incendiato con il fuoco del Vangelo tutto il bacino del Mediterraneo. Non per
nulla, prima di essere chiamati cristiani, i discepoli di Gesù venivano chiamati
“quelli della Via“. Andare, dunque, si deve e si può. Ma intanto c’è da chiedersi:
come accogliamo quelli che vengono, tutte le volte che vengono – per portare
i figli al catechismo, per chiedere un sacramento o il funerale per il caro estinto… – anche se le loro motivazioni non sono proprio di fede? Tutte le volte che
vengono! Non è una disgrazia. È un dono di Dio che vengano, quando saremmo
noi a doverli andare a cercare. Andare, dunque, o “uscire“, verbo molto caro a
papa Francesco. Un verbo che facciamo tanta fatica a declinare. Non è per colpa
di un diffuso sonnambulismo che ci fa correre a ritmo frenetico per la semplice
amministrazione o per l’automatica ripetizione di ciò cui siamo abituati, e che ci
illude di andare, ma di fatto senza farci uscire dall’ombra del campanile?
2. Annunciare. Non è solo perché i preti vanno diminuendo, ma perché ogni
cristiano o è missionario o è… dimissionario. Ai nostri giorni sono i laici i nuovi
protagonisti dell’evangelizzazione. Sono un po’ come i capillari nel corpo umano: possono irrorare con il sangue del vangelo tutti i tessuti della società e le
varie situazioni di vita in cui sono immersi gli uomini del nostro tempo: la fami-
Atti del Vescovo
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glia, il lavoro e la cultura, la festa e il tempo libero, la povertà e la malattia. Non
si tratta di fare supplenza ai ministri ordinati, ma di promuovere la molteplicità
dei doni che il Signore offre e la varietà dei servizi di cui la Chiesa ha bisogno.
Per questo occorre favorire una formazione ampia e disinteressata del laicato,
non per creare una “casta“ di professionisti della pastorale, ma per promuovere
una vasta e capillare area di corresponsabilità ecclesiale in ordine alla missione.
3. Iniziare. Il Risorto aveva detto “Andate e fate discepoli“: per secoli si era
inteso quel “fare discepoli“ come un istruire, ma è molto diverso. Fare discepoli
significa “iniziare“ non solo ai sacramenti, ma attraverso i sacramenti alla vita
cristiana. In una parola occorre riattivare il catecumenato per gli adulti. Ecco, è
urgente avere adulti che con il pastore della comunità aiutino altri adulti a riscoprire la gioia della fede. In questo senso vanno i Cenacoli del vangelo. È proprio
impossibile sognare che in ogni comunità pastorale ne nasca almeno uno? Qui
il discorso è analogo a quello delle vocazioni – al presbiterato, al diaconato, alla
vita consacrata, al matrimonio cristiano. Il caso serio non è tanto che diminuisca
il numero delle persone “chiamate“, ma che non cresca o addirittura crolli il
numero dei “chiamanti“. Ecco la domanda: sta crollando il numero dei “sacramentalizzati“, ma sta crescendo il numero degli evangelizzatori?
4. Educare. Non entro nel verbo educare. Ci vado dietro. Perché la parrocchia
diventi una comunità educante, è indispensabile il salto della fede, nella cosiddetta pastorale, troppo incentrata sul mantenimento dell’esistente. Voglio dire,
occorre credere nel Dio del futuro, che “chiama all’esistenza le cose che ancora
non esistono“ (Rm 4,17). Occorrono comunità profetiche, inserite nella realtà
sociale entro cui vivono, per operare rispetto ad esse come il lievito e il sale,
invece che per restare ghetti chiusi in se stessi. Non basta una buona organizzazione, non basta il moltiplicarsi di iniziative, per educare alla virtù oggi più necessaria: la speranza. Queste cose anzi rischiano spesso di mascherarne l’assenza.
Ci risiamo: come possiamo educare alla speranza, senza adulti nella fede
che abbiano visto brillare la stella della meraviglia e della promessa, della bellezza e della novità che risplendono nel vangelo?
5. Vigilare. È un verbo immancabile nel vocabolario cristiano. Non indica
direttamente qualcosa da fare, ma un modo di vivere: essere cristiani desti. Sappiamo quanto alto sia il rischio che una comunità cada in letargo. Ma il rischio
raddoppia, perché lo corre anche il pastore. E allora succede che anche riunioni,
iniziative, addirittura catechesi e perfino i sacramenti, anziché tenere deste persone e comunità, finiscano per diventare dei buoni… sonniferi. È la parola di Dio
che ci tiene desti. Abbiamo ascoltato il Signore dell’Apocalisse: “Svegliatevi! Se
continuate a dormire, verrò all’improvviso, come un ladro“. In questa direzione
le consacrate e i consacrati hanno molto da dirci e da darci. Questo è il loro
anno, ma il loro tempo non si esaurisce affatto. Purché siano loro i primi a non
dimenticarlo.
Ora abbiamo bisogno di una scossa. Che il Signore ce la mandi e che noi non
ci proteggiamo dietro un muro di gomma.
Pregate per me. Anch’io prego per voi e vi benedico di cuore
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Decreti e nomine
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Decreti e nomine
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Decreti e nomine
Diario del Vescovo
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Diario del Vescovo
SETTEMBRE
lunedì 1 Udienze
da mercoledì 3 a venerdì 5 Cadore, presenza alla “giornata comune“ del
campo ACg e incontro con i giovani delle classi
quinte superiori
sabato 6 Mattino
Clarisse - S. Messa
92
domenica 7
lunedì 8
Mattino
S.Vito - S. Messa
Pomeriggio
Campo don Pippo - S. Messa
Pomeriggio
Casale - S. Messa
martedì 9 e mercoledì 10 Giornate di Formazione seminaristi
giovedì 11 Roma, Commissione Episcopale Clero e Vita
Consacrata con la Commissione Mista
da venerdì 12 a venerdì 19
sabato 20
domenica 21
Pellegrinaggio Diocesano in Armenia
Mattino
105 Stadium - S. Messa, inizio anno Scuole Karis
Pomeriggio
Cattedrale - S. Messa, Ordinazioni Presbiterali e
Diaconali
da lunedì 22 a mercoledì 23
Roma, Consiglio Episcopale Permanente CEI
Pomeriggio
ISSR - Collegio Docenti
Atti del Vescovo
giovedì 24
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
venerdì 26
Mattino
Seminario - incontro del presbiterio
Pomeriggio
Sagrato Cattedrale - Festival Francescano,
inaugurazione ufficiale e “itinerario francescano“
sabato 27
Pomeriggio
parr. La Resurrezione - apertura causa don
Oreste Benzi
Sagrato Cattedrale - Festival Francescano, veglia
di preghiera
domenica 28
Mattino
Cattedrale - Festival Francescano, S.Messa
Sagrato Cattedrale - Festival Francescano,
chiusura
da lunedì 29 a giovedì 2 ottobreSala Manzoni - Settimana Biblica
lunedì 29
Mattino
Bologna - Conferenza Episcopale dell’Emilia
Romagna
93
OTTOBRE
venerdì 3
sabato 4
Mattino
Clarisse - S.Messa
Sera
Teatro degli Atti - presentazione docu-film sul
beato Alberto Marvelli
domenica 5
Pomeriggio
S.Agostino - S.Messa, festa liturgica del beato
Alberto Marvelli
lunedì 6
Sera
Clarisse - Transito di san Francesco
Sera
Curia - Consiglio Pastorale Diocesano
mercoledì 8 Roma - riunione Commissione Presbiterale
Italiana
giovedì 9
Mattino
Seminario - Consiglio Presbiterale
Diario del Vescovo
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
94
venerdì 10
sabato 11
domenica 12
martedì 14
Mattino
San Gaudenzo - S. Messa
Pomeriggio
Sala S. Gaudenzo - Saluto alle Autorità
Cattedrale - S. Messa, nella festa di san
Gaudenzo
mercoledì 15
Sera
Morciano - S. Messa, incontro formativo
catechisti
giovedì 16
Mattino
Maestre Pie - S. Messa, per le scuole
Sera
Sala S. Colomba - Consulta Pastorale Giovanile
venerdì 17
Sera
S. Agostino - Veglia Missionaria
domenica 18
martedì 21
mercoledì 22
Atti del Vescovo
Mattino
Regina Pacis - Vicariato Urbano
Pomeriggio
Serramazzoni (MO) - ritiro per le Superiore delle
Suore Missionarie Francescane
Pomeriggio
Montetauro - cresime
Pomeriggio
Sala Manzoni - incontro Operatori Pastorali
Mattino
S. Vito - cresime
S. Patrignano - cresime
Pomeriggio
Bellaria - S.Messa, Congresso Regionale R.n.S.
Udienze
Pellegrinaggio delle Diocesi della Romagna a
Roma
Sera
S. Raffaele - S. Messa, incontro formativo
catechisti
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
giovedì 23
Pomeriggio
Suffragio - S. Messa, inaugurazione Anno
Accademico
venerdì 24
Mattino
Seminario - incontro del Presbiterio
mercoledì 29 udienze
Sera
Savignano - S. Messa, incontri formativi catechisti
giovedì 30
Pomeriggio
Palazzo Buonadrata - Presentazione libro
fotografico su Marilena Pesaresi e la missione in
Zimbabwe
sabato 1
Notte
Paolotti - S. Messa, iniziativa APG23 “Love Wins“
La notte di don Oreste
S. Giustina - S.Messa
Pomeriggio
parr. Cristo Re - dedicazione chiesa
NOVEMBRE
domenica 2
Mattino
parr. La Resurrezione - S. Messa, anniversario
don Oreste Benzi
Pomeriggio
Cimitero - S.Messa
mercoledì 5
Mattino
Curia - Vicari Foranei
venerdì 7
sabato 8
domenica 9
Pomeriggio
Sala dell’Arengo - inaugurazione mostra
ceramica EnAIP
Pomeriggio
S. Raffaele - cresime
Mattino
S. Mauro - cresime
Diario del Vescovo
95
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
dal 10 al 13 novembre Assisi, Assemblea Generale Straordinaria CEI
venerdì 14 Assisi, Assemblea “Molte membra, un corpo solo,
Religiosi e Chiesa particolare oggi“
sabato 15
domenica 16
lunedì 17
Pomeriggio
Colonnella - S. Messa, volontari Protezione Civile
Mattino
Miramare - cresime
Sera
Santarcangelo - incontro pubblico sui temi del
Sinodo sulla Famiglia
giovedì 20 udienze
venerdì 21
Mattino
Cattolica - Vicariato Litorale Sud
sabato 22
Mattino
Seminario - ritiro Ordo Virginum
Pomeriggio
S. Rita - S. Messa
domenica 23
da lunedì 24 a venerdì 28
venerdì 28
sabato 29
Pomeriggio
Bellaria - S. Messa, Azione Cattolica Unitaria
domenica 30
Mattino
Cattedrale - S. Messa, I domenica di Avvento
Pomeriggio
Casale - S. Messa, Giornata dell’Adesione
UNITALSI
96
Atti del Vescovo
Mattino
Vaticano - S. Messa presieduta da Papa
Francesco per la canonizzazione di Amato
Ronconi
Loreto, Settimana di Formazione Sacerdotale
Sera
Sala Manzoni - “La Chiesa e il grido dei poveri“
Conferenza promossa dal Progetto Culturale
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
DICEMBRE
venerdì 5
sabato 6
domenica 7
lunedì 8
Mattino
Chiesa dei Servi - S. Messa, Cenacolo della Ss.
Trinità
Angeli Custodi - cresime
Pomeriggio
Corpolò - cresime
La Riconciliazione - S. Messa, ingresso nuovo
parroco
martedì 9
Pomeriggio
Seminario - incontro di spiritualità per persone
impegnate in politica
mercoledì 10
giovedì 11
Mattino
Seminario Bologna - incontro Vescovi
per il Seminario Regionale
Pomeriggio
Dogana RSM, Villa Manzoni - inaugurazione
mostra sul beato Alberto Marvelli
Mattino
Clarisse - S.Messa
Maestre Pie - ritiro USMI-CISM-CIIS
Pomeriggio
Sala dell’Arengo - inaugurazione mostra
dei presepi
Mattino
S. Martino Monte l’Abate - S. Messa, ingresso
nuovo parroco
Sera
Curia - incontro Vescovi della Romagna
Mattino
Seminario - Consiglio Episcopale
Seminario - Consiglio Presbiterale
Pomeriggio
Ospedale - S. Messa
Palazzo Buonadrata - conferenza su Tempio
Malatestiano
Sera
Montetauro - esercizi spirituali parrocchiali
Diario del Vescovo
97
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
sabato 13
domenica 14
lunedì 15
martedì 16
mercoledì 17
giovedì 18
Pomeriggio
Enaip - S. Messa
Sera
ISSR - meditazione natalizia
venerdì 19
Mattino
Seminario - incontro del clero
sabato 20
Mattino
Vaticano, Aula Paolo VI - Udienza del Santo
Padre con l’Associazione Comunità Papa
Giovanni XXIII
domenica 21
Mattino
Villaggio I maggio - S. Messa
Cattedrale - S. Messa
Caritas - pranzo di Natale
Pomeriggio
Rimini centro - presepe vivente Scuole Karis
98
Atti del Vescovo
Pomeriggio
Savignano - S.Messa, festa S.Lucia
Mattino
Villaggio I maggio - S. Messa
S. Ermete - S. Messa, ingresso nuovo parroco
Pomeriggio
Cattedrale - S. Messa, ringraziamento per la
canonizzazione di Amato Ronconi
Pomeriggio
Seminario - S. Messa, per la scuola
Sera
Curia - Consiglio Diocesano AC
Mattino
Colonnella - S. Messa, dipendenti INPS
Sera
Viserba mare - scuola di formazione per laici
Mattino
Cattedrale - S. Messa, per le Forze Armate e le
Forze dell’Ordine
Pomeriggio
Viserbella, Villa Salus - S. Messa e unzione degli
infermi
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
lunedì 22
mercoledì 24
Mattino
Arco d’Augusto - inaugurazione presepe
Pomeriggio
Casa Circondariale - S. Messa
Notte
Cattedrale - S. Messa solenne, nella notte di
Natale
domenica 25
Mattino
S. Martino Monte l’Abate - S. Messa
Cattedrale - S.Messa solenne nel giorno di
Natale
da sabato 27 a martedì 30
mercoledì 31
Mattino
Clarisse - S. Messa, dipendenti comunali
viaggio con il Seminario a Palermo nei luoghi di
don Pino Puglisi
Pomeriggio
Cattedrale - S. Messa e canto del “Te Deum“
Notte
Clarisse - Veglia per la Pace e S. Messa
Diario del Vescovo
99
Attività del Presbiterio
Verbale.del.Consiglio.Presbiterale.Diocesano.del.10.agosto.2014..................... 102.
Verbale.del.Consiglio.Presbiterale.Diocesano.del.9.ottobre.2014...................... 106
Questionario.sulla.formazione.permante.dei.presbiteri......................................... 111.
Verbale.del.Consiglio.Presbiterale.Diocesano.del.10.dicembre.2014................ 114.
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Consiglio Presbiterale
Diocesano
Verbale dell’incontro del 30 agosto 2014
Presenti: Mons. Andrea Baiocchi; don Roberto Battaglia; don Giampaolo
Bernabini; don Lauro Bianchi; don Osvaldo Caldari; don Pierpaolo Conti; don
Biagio Della Pasqua; don Paolo Donati; don Maurizio Fabbri; don Marco Foschi;
P. Mario Giacometti; don Tarcisio Giungi; don Giuseppe Maioli; don Raffaele
Masi; don Daniele Missiroli; don Davide Pedrosi; don Giuliano Renzi; don
Concetto Reveruzzi; Mons. Luigi Ricci; don Andrea Turchini.
Presiede: Mons. Francesco Lambiasi
Si elegge, per alzata di mano, il nuovo segretario del Consiglio Presbiterale nella
persona di don Maurizio Fabbri.
102
1. Il Vescovo ha aperto l’incontro con alcune considerazioni sul vero senso
del dialogo tratte da E.G. 142: “il dialogo è piacere di parlare tra coloro che si
vogliono bene per mezzo delle parole“; n.171 “esercitarsi nell’arte di ascoltare
che è più che sentire…“; n. 272 “ la mistica di avvicinarsi con l’intento di cercare
il loro bene… scopriamo qualcosa di nuovo riguardo a Dio“ e dal Messaggio per
la giornata delle Comunicazioni sociali: “i muri possono essere superati solo
attraverso forme di dialogo… La cultura dell’incontro: dialogare non è rinunciare
a proprie idee e tradizioni ma alla pretesa che siano uniche e assolute“.
Un anno che ci prepara alla Missione.
Il Vescovo ha presentato per sommi capi la Lettera Pastorale di quest’anno, dal
titolo: “abbiamo trovato il Tesoro: sulla eucaristia come fuoco della missione“.
Suddivisa in tre parti, di cui le prime due di taglio più meditativo, per aiutare
la preghiera e la preparazione specialmente nel tempo fino a Natale; mentre
la terza parte intende presentare le caratteristiche, gli atteggiamenti, lo stile, il
metodo di una “Chiesa in uscita missionaria“.
Questo intende essere un anno caratterizzato dalla preghiera: costituire delle
équipes di Zona per aiutare le comunità a mettersi in stato di preghiera… (es.
un appuntamento con scadenza mensile o altro…; una intenzione di preghiera
per la missione da inserire nella preghiera dei fedeli ogni domenica (offerta dal
centro diocesano).
Infine, invita all’Assemblea diocesana di domenica 12 ottobre, ore 15,30, sala
Manzoni, rivolta a parroci e collaboratori pastorali di ogni parrocchia.
2. Quale impostazione dare agli incontri di Presbiterio
Don Maurizio Fabbri: occorre mettere a tema cosa si intende con la “missione
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
straordinaria“ e quali scopi e frutti ci si attende, in modo da consentire a tutti i
preti di sentirsi coinvolti nella comprensione e impostazione di questo evento.
Don Biagio della Pasqua: parlarne nei Vicariati e Consigli pastorali, prima della
riunione del presbiterio, in modo che ci sia un’assunzione del progetto da parte
delle comunità in uno stile di ascolto reale.
Don Tarcisio Giungi: una traccia da affrontare nei Vicariati?
Don Pierpaolo Conti: occorre un ascolto non solo dentro la Chiesa ma anche
della gente che vive nella comunità sociale e umana di Rimini… Perché tante
persone sono indifferenti verso la proposta della Chiesa? Qual è la sete? Le
zone pastorali si attivino per l’ascolto del nostro popolo (giovani, famiglie in
crisi, …) ospitando l’uomo con le sue fragilità…
Vescovo: a febbraio/marzo io visiterò le Zone pastorali (preti e operatori
pastorali) per ridire il perché della missione e verificare il lavoro di ascolto ed
elaborazione delle zone sulla missione.
Don Giampaolo Bernabini: Va bene l’ascolto ma non dimenticare l’obiettivo:
rendere le nostre comunità sempre più consapevoli della missione come
caratteristica permanente; poi mettere in campo qualche segno e iniziativa
concreta di novità missionaria.
Don Roberto Battaglia: Incontrare l’uomo per cogliere ciò che Dio ci dice… è
nelle periferie che Dio ci incontra. Per gli incontri di presbiterio proporrei : come
le periferie ci interpellano, quali germogli stanno nascendo sui tronchi secchi?
Tenere conto sempre della vita di fede di noi preti come uomini.
Don Osvaldo Caldari: Riscopriamo la ’mistica dell’incontro’: capire cosa il
Signore ci dice a partire dall’incontro con l’altro. Utilizziamo un metodo nuovo:
non difendersi dalle sfide che ci vengono dall’incontro con l’altro, ma lasciarci
interpellare da esse. Ad es.: il problema del dialogo interreligioso, come lo
affrontiamo?
Don Giuseppe Maioli: La preparazione alla missione ci educhi a metterci in
gioco, stare dentro la realtà, anche dentro quei rapporti con persone e situazioni
diverse da te… solo così ci si educa alla missione. Le forme in cui si attuerà la
missione sono dettate dalla vita.
Don Biagio Della Pasqua: L’ascolto va sempre incarnato, accogliendo la presenza
del Signore dentro alla vita… accogliendo le sfide di Dio che ci chiama dentro i
fatti della vita. Per non vivere la missione come crociata o proselitismo, ma ciò
implica essere dei contemplativi non dei faccendoni.
Don Tarcisio Giungi: Se l’orizzonte è la Missione, proporrei di impostare gli
incontri di presbiterio in questo modo:
A) come la Scrittura pensa la missione
B) storia della missione nella vita della Chiesa, con i suoi errori e sfide
C) Come emerge nell’Eucaristia il rapporto liturgia - vita
D) le sfide che oggi ci vengono dalla cultura attuale nel nostro territorio
E) racconto di cosa si è fatto in preparazione alla missione nelle singole zone
pastorali e come si pensa di farla.
Incontri e ritiri
103
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Don Davide Pedrosi: valorizzare anche esperienze di evangelizzazione che
vengono da altri contesti: es. la chiesa pentecostale in America Latina e la
Chiesa anglicana in Europa.
Don Daniele Missiroli: È importante chiarirci qual è lo scopo delle assemblee di
presbiterio nella vita del presbiterio… Aggiornamento scolastico o altro?
Don Paolo Donati: Usare gli incontri di presbiterio specialmente come luogo
di comunione: nel primo incontro: indicazioni del Vescovo sulla Missione
straordinaria, su cui lavorare come presbiterio. Negli altri incontri: Come le
periferie possono interpellare la Chiesa? Valorizzare testimonianze ed esperienze
che vengono rilette nel contesto della Chiesa italiana (uso della Parola di Dio,
come l’eucaristia ci aiuta a essere missionari…); non tanto lezioni di esperti ma
approfondire la dimensione pastorale… (es. relazione con gli immigrati non
cristiani; sfide antropologiche nel campo della sessualità e famiglia…).
Vescovo: Il Papa ha proposto ai Vescovi Italiani tre ambiti prioritari: immigrati,
lavoro e famiglia.
Don Concetto Reveruzzi: Attivare una metodologia di ascolto delle periferie,
con l’aiuto di persone (es. Spadaro di Civiltà Cattolica) che ci aiutino a capire il
pensiero e il metodo del Papa.
104
Don Maurizio Fabbri: Proporrei di dedicare i cinque appuntamenti di presbiterio
a questi temi:
1: Come pensiamo la Missione Diocesana straordinaria
2-3-4: i tre ambiti suddetti dal Vescovo
5: condivisione sul lavoro nelle zone pastorali
Don Andrea Turchini: Su questi tre ambiti fare un lavoro non di conferenza,
ma di reale scambio e nell’ultimo incontro: condividere il lavoro nelle zone
pastorali.
Mi chiedo qual è il ruolo di questa ’commissione’ che prepara la missione
straordinaria. È bene che non ci sia un organismo esterno, ma coinvolgere gli
organi istituzionali (Consiglio pastorale, Presbiterale…).
Il progetto delle ’diaconie’ per i Diaconi permanenti: di cosa si tratta? Parliamone
nel presbiterio e nel CPD.
Don Giuliano Renzi: Ho bisogno di incontrare testimonianze vive, mi aiutano a
tenermi vivo, mi stimolano, mi provocano…
Padre Mario Giacometti: Un anno di preparazione con la preghiera; la missione
è innanzitutto per convertire prima noi stessi e non solo i cosiddetti lontani;
valorizzare testimonianze concrete; come valorizzare i religiosi nella missione
straordinaria?
Don Roberto Battaglia: Proporrei di affrontare i tre temi su accennati a partire
da fatti e incontri, testimonianze per aiutare un sguardo di fede.
Don Tarcisio Giungi: Metodo: valorizzare le risorse che abbiamo in Diocesi e
collegare i temi di presbiterio con il lavoro nelle Zone e Vicariati. I tre temi sono
urgenti, possono essere, affrontati anche dai relativi uffici pastorali.
Dopo aver deciso di fare cinque incontri di presbiterio più due ritiri .
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Don Maurizio Fabbri, su sollecitazione del Vescovo, prova ad indicare
l’articolazione dei momenti di presbiterio:
Settembre (26/9): Proposta del Vescovo della Missione Straordinaria
Ottobre (24/10): La sfida della pastorale della famiglia alla luce anche del
Sinodo Straodinario
Novembre: (24-28): Settimana a Loreto
Dicembre (19/12): Ritiro di Natale
Gennaio (30/01): La sfida degli immigrati
Febbraio (27/2): La sfida del mondo del lavoro che cambia
Aprile (1/4): Ritiro pasquale
“(24/4): condivisione sul lavoro di preparazione alla Missione nelle Zone
Pastorali
Giugno (8-10/6): Tre Giorni del Clero
Vescovo:
Richiama l’appuntamento dell’Assemblea di san Gaudenzo (12/10) come lancio
del tema annuale;
la Settimana di Loreto che affronterà il tema della teologia morale oggi.
È da mettere in calendario almeno un incontro insieme con il Consiglio pastorale
per coordinare il progetto della missione straordinaria…
Le “Diaconie“: un’ipotesi in itinere, da affrontare poi nel Consiglio Presbiterale.
In merito agli incontri del Consiglio Presbiterale si decide a maggioranza di fare
la mattinata fino al pranzo compreso (obbligatorio) nelle date di: merc. 8/10;
merc. 10/12; merc. 11/02; mart. 15/04.
Per Vicari: ore 10-12,30 in Curia, i mercoledì 5 novembre; 14 gennaio; 11 marzo;
13 maggio.
Si chiude la riunione alle 12,45.
Incontri e ritiri
105
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Consiglio Presbiterale
Diocesano
Verbale dell’incontro del 9 ottobre 2014
Assenti: don Roberto Battaglia; don Aldo Fonti, Padre Bruno Baldiraghi
Presenza straordinaria: don Tonino Brigliadori, Caterina e il diacono Francesco,
quali membri del Consiglio del diaconato permanente.
Dopo la recita dell’ora media si inizia ad affrontare i punti all’O.d.G.
106
1. Il Progetto delle “Diaconie“
Don Tonino Brigliadori: Il Consiglio per il Diaconato permanente è composto da
2 diaconi, due sposi di diaconi e due preti. Attualmente gli aspiranti al Diaconato sono 26 persone, mentre i Diaconi già ordinati sono 39 persone.
Vescovo: Introduce il tema chiedendo: a che serve il diacono ma qual e il suo
carisma?
- il diacono come ’figura di frontiera’, specie sul fronte dell’evangelizzazione e
della carità
- non va relegato nella nicchia della sola Comunità Parrocchiale
Il diacono ha una funzione di ’sveglia’ per tutta la Chiesa, ossia ricorda che tutta
la Chiesa deve essere diaconale. In sintesi: “Diaconi per una chiesa diaconale“.
Vescovo: la formazione e il discernimento dei diaconi permanenti viene fatta in
modo serio nella nostra diocesi, con un aumento di richieste e vocazioni… così
pure si nota la presenza positiva delle spose.
Questa realtà ha un potenziale che dovremmo valorizzare di più… per questo
occorre fare un altro passo perchè sia una risorsa preziosa per la nostra Chiesa.
Don Tarcisio Giungi:
* trovare modalità concrete per una maggiore sinergia tra il cammino dei diaconi e il cammino diocesano; valorizzare la presenza dei diaconi nei vari ambiti
pastorali diocesana (es. Consiglio Presbiterale, uffici diocesani; qualche assemblea di presbiterio alla sera insieme ai diaconi …)
* precisare i tempi di impegno nelle zone pastorali
* quale relazione con la presenza dei diaconi nelle parrocchie?
Don Andrea Turchini:
* In una visione diacronica dagli anni 70 ad oggi, si faceva notare il timore che
il diacono venisse sradicato dal contesto che lo ha generato. Nella nostra Diocesi ci sono figure differenti di diaconi
* qualificare il tempo del diaconato dei seminaristi (1 anno): cosa significa far
loro vivere questa esperienza particolare del diaconato? Potrebbero essere
inseriti nel progetto delle ’diaconie’?
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Don Piergiorgio Farina:
Va precisata meglio la figura del diaconato nella Chiesa oggi, non è ancora
chiaro il suo ruolo e lo specifico carisma a livello teologico e pastorale. Inoltre,
sottolineo due aspetti:
a) Queste ’diaconie’ devono prevedere una qualche forma di comunione tra i
Diaconi stessi in modo che non siano solo funzionali ad un lavoro
b) indispensabile la comunione anche coi preti
Non solo rivolgersi alle comunità piccole e periferiche ma animare e sostenere
anche alcune comunità più significative: centro storico, grosse parrocchie di
periferia… per animare la vita pastorale es. sulla pastorale giovanile, …
Don Biagio Della Pasqua:
Mi sembra un’ipotesi di lavoro significativa e bella.
Va precisata la collocazione del sacramento del diaconato in rapporto con l’ambito del presbitero e del vescovo, in modo da evidenziare quale sia il vero soggetto dell’azione pastorale.
Si richiede un lavoro formativo specifico in ordine alla capacità di costruire comunione: il diacono non può essere un outsider (mentalità, prassi, atteggiamenti,…)
Infine, occorre un discernimento attento per individuare persone adeguate per
competenza nei vari ambiti di vita e pastorali.
Don Giuseppe Maioli:
Da quale valutazione, da quale giudizio è nata questa proposta delle ’diaconie’?
Attenzione a non sostituire il compito dei laici… stiamo forse tornando ad una
clericalizzazione? Come i diaconi si relazionano con tutto il lavoro di responsabilizzazione di cristiani adulti nella fede nei loro luoghi di vita?
Don Paolo Donati:
Si intende rendere più ampio il raggio di azione del diacono…
Da un bisogno iniziale, come emerge in At. 6 , si è poi passati ad una scelta
strutturale (cfr. Vescovi, collegio presbiterale e diaconi) nei primi secoli. Occore
riconoscere nella scelta del Vaticano II di ricostituire il diaconato permanente
una chiamata dello Spirito per una Chiesa che sia più pronta ad evangelizzare:
non si tratta di togliere spazio ai laici ma porsi sul fronte della prima evangelizzazione, come avamposti delle comunità cristiane… nello stile di una “Chiesa
in uscita“.
Occorrono persone con formazione e doti, non si può pretendere questa scelta
da tutti i diaconi…
Don Daniele Missiroli:
Bella l’idea e le finalità . Rifocalizzare l’ordine dei diaconi mantenendoli distinti
dall’ordine dei presbiteri.
La vocazione del diacono va posta in un ottica diocesana: attenzione a riduzioni
parrocchialiste o di tipo funzionale.
Don Luigi Ricci:
Il progetto tiene presenti alcune urgenze pastorali immediate, e intende valorizzare alcune competenze dei diaconi stessi.
Come armonizzare il servizio a livello diocesano e la presenza di servizio nella
propria parrocchia? Non uno sradicamento dal loro contesto ordinario di vita.
Incontri e ritiri
107
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Don Massimo Zonzini: Se un diacono vive la sua diaconia nel luogo di origine,
deve aiutare la sua parrocchia a crescere in una tensione più missionaria e diaconale…
Don Pierpaolo Conti: Un altro settore in cui promuovere la presenza dei diaconi è quello dei cattolici stranieri, immigrati, perché si sentano accolti in forme
adeguate nelle nostre comunità.
Don Maurizio Fabbri: è un progetto che può essere collegato e valorizzato nella
riflessione sulla Missione straordinaria nelle Zone Pastorali.
Don Tonino Brigliadori: Ci sono molti ambiti che richiedono una maggiore attenzione e spesa di energie…
Dare concretamente una dimensione diocesana al ministero diaconale… per
superare una dimensione solo strettamente parrocchiale.
Valorizzare i carismi di ogni diacono.
Queste equipe di diaconie lavorano in stretta corresponsabilità con i preti e gli
operatori pastorali della zona.
Ci sono diversi diaconi e coppie disposte ad entrare in questo progetto.
108
Vescovo: Questo progetto è nato nel giugno 2013 (?) con una prima bozza poi
i diaconi stessi si sono chiesti: ma noi chi siamo? A cosa siamo stati chiamati?
Attenzione a non forzare la Parola di Dio. Negli Atti degli Apostoli ci sono 7
persone per le mense, ma non sono chiamati diaconi. Al Cap. 8 Filippo invece
è chiamato diacono ma è un evangelizzatore, che annuncia il Cristo agli ebrei e
annuncia Gesù all’Eunuco di Candace.
Innanzitutto c’è la Diocesanità della vocazione diaconale: è il vescovo che assegna poi ad una parrocchia, come anche ad altre “periferie“ che la parrocchia
non riesce a raggiungere.
La riflessione ulteriore va fatta attraverso la verifica delle esperienze di frontiera,
non a tavolino.
Occorre cominciare da qualche parte…
Individuare zone precise, piccole comunità periferiche; prendersi cura di comunità “infraeucaristiche“, in un contesto di Pastorale Integrata, con un articolazione all’interno delle parrocchie, per non farle morire, come “piccole Comunità
ecclesiali di base“.
Scegliere uno o due ambiti specifici: es. carcere
2. Progetto formativo del seminario per la propedeutica
Don Andrea Turchini: presenta succintamente il progetto.
Don Piergiorgio Farina: C’è una domanda di fondo dietro a tutto ciò, ossia la
validità o meno della struttura del seminario. Occorre trovare altre forme ed
itinerari per preparare i preti…
In un mondo molto cambiato, come preparare meglio quelli che diventano preti? Ovviamente questo va affrontato a livello istituzionale ’più alto’.
Don Daniele Missiroli: concordo con don Piergiorgio: stiamo guardando il mondo con occhi di 30 anni fa… pensiamo a formare preti dentro un ’acquario’ poi
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
li buttiamo nel mondo… Aver ridotto la presenza dei seminaristi a Rimini ha
impoverito ulteriormente la proposta.
Don Raffaele Masi: Le proposte vocazionali del seminario in che misura sono
valorizzate dalle parrocchie, quanto esse si sentono coinvolte? Spesso riteniamo le attività vocazionali come qualcosa in più. Dall’altra parte io prete faccio
fatica ad accompagnare i giovani a livello vocazionale, ossia a tenere aperte le
porte… forse ho poca esperienza?
Don Biagio Della Pasqua: La gestione del percorso a Bologna è veramente di
tipo collegiale? Cioè le diocesi in che misura sono coinvolte nel discernimento
delle scelte educative?
Don Paolo Donati: Abbiamo una buona proposta ma pochissimi seminaristi!
Questo ci interpella tutti come preti e zone pastorali…
Le esperienze pastorali fatte dai seminaristi sono molto più limitate e meno significative durante il percorso di formazione. Occorre una formazione più legata
alla Chiesa Locale… perché non farli tornare in parrocchia il sabato e domenica?
Mi sembra un irrigidimento antistorico, forse segno di sfiducia verso la formazione pastorale in parrocchia.
Come proporre ad un giovane il Seminario se questo appare un luogo troppo
chiuso su se stesso?
Don Davide Pedrosi: Questa impostazione come educa alla comunione e alla
comunità? Vedo una riduzione del seminario a scuola teologica e non una comunità di vita.
Don Andrea Turchini: Anch’io avrei i miei ideali, ma oggi questa è la mediazione storica a cui siamo costretti dal numero dei seminaristi… Quest’anno in
seminario non è entrato nessuno, abbiamo solo due ragazzi del secondo anno.
Cosicché siamo 3 preti e 2 seminaristi: una comunità sbilanciata.
In merito alla collaborazione con Bologna: oggi c’è una buona collaborazione
per la disponibilità di don Stefano Scannabissi, che ci convoca continuamente;
io ho voce in capitolo per intervenire su vari aspetti. Vado a Bologna due volte
la settimana e tengo contatto con seminaristi e rettore.
Se il prossimo anno ci sarà un altro rettore, tutto può cambiare…
Siamo disponibili a venire in altri Vicariati e collaborare sulla pastorale vocazionale: colgo una disattenzione e superficialità da parte di varie parrocchie
e associazioni… certe cose si possono fare sul territorio … D’altra parte, nelle
nostre comunità, manca un lavoro coi giovani tra i 20-30 anni mentre sarebbe
proprio questa la fascia più sensibile.
Facciamo fatica a fare una proposta personalizzata e non soltanto rivolta ad un
gruppo, che ci consenta di valorizzare certe proposte offerte in diocesi.
Es. accompagnare i giovani che si coinvolgono in viaggi missionari… per non
limitarsi a consumare l’esperienza fatta. Noi lavoriamo sul lavoro del discernimento, del fare le scelte della vita…
Valorizzare quanto viene proposto dal Seminario. Curare la formazione degli
educatori e catechisti.
Vescovo: Premesso che l’immagine del prete si è molto deteriorata, ma la stima
per i preti da parte degli adulti è ancora buona, che i preti sono meno a con-
Incontri e ritiri
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
tatto coi giovani, che la cultura è antivocazionale, e che ci sono tanti modelli di
seminario… noi possiamo fare di più.
Il presbiterio in quanto tale si assume la responsabilità di educare i propri seminaristi, offrendo una reale immagine di comunione come famiglia, vivere il
presbiterio a cuore pieno; con lo spirito della correzione fraterna
Valorizziamo il contatto del prete che individua le persone e li affida ai preti del
seminario; fare le giornate vocazionali, invitando i preti del seminario.
3. Relazione su quanto emerso sulla missione straordinaria
Visto il poco tempo rimasto a disposizione don Giampaolo Bernabini, invierà
a tutti la relazione dei quattro gruppi di studio nell’ultimo presbiterio, per dare
conto della ricchezza emersa nei gruppi.
110
Il Vescovo raccomanda la presenza nell’assemblea diocesana del 12 ottobre e
invita a valorizzare questo anno di preparazione: preghiera, formazione, riforma
della Chiesa. La cosa più importante è assimilare lo spirito dell’Evangelii Gaudium.
A) Preghiera:
Ogni domenica una intenzione di preghiera specifica per la missione nella
messa nei foglietti
Ogni mese, un incontro di preghiera in parrocchia (adorazione o altro)
B) riforma delle nostre parrocchie per via di santità personale e delle comunità :
riflettere sulle tentazioni degli operatori pastorali
C) formazione: dipende da dove lo Spirito Santo ci vuole mandare; missionari
“anfore“
Anticipa che nel discorso alla Città per San Gaudenzo riaffronterà il problema
del gioco di azzardo che interpella non solo la città, ma anche le nostre comunità ecclesiali (cfr. circoli parrocchiali con slot machine)
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Questionario sulla formazione
permanente dei presbiteri
Sintesi delle risposte dei presbiteri della Diocesi di Rimini
al questionario sulla formazione permanente in vista
dell’Assemblea generale straordinaria CEI su “La Vita e la
Formazione Permanente
dei Presbiteri“.
Premessa
I sacerdoti di Rimini si sono incontrati per Vicariati dedicando una mattinata
all’esame del questionario.
Il dialogo è stato molto ricco, molte le osservazioni sulla vita sacerdotale nei
suoi vari aspetti; le diversità di vedute sono state espresse con franchezza. La
maggior parte degli interventi ha preso in considerazione i temi più attuali del
cammino della nostra chiesa di Rimini (unità pastorali, fraternità sacerdotali,
pastorale integrata…). Ho tentato di sintetizzare il tutto raccogliendo gli elementi più frequenti e omogenei intorno ai seguenti punti:
1- Il coinvolgimento personale.
La formazione permanente richiede come premessa indispensabile il coinvolgimento personale del prete, la ferma decisione di prendere in mano la propria
vita con perseveranza, per vivere la sequela di Cristo in modo sempre più autentico. È dunque importante sollecitare le motivazioni, fare appello alle risorse
della persona per suscitare continuamente il desiderio di una vita realizzata
come discepoli e ministri di Cristo. Si tratterà dunque di fare proposte che mirano a rendere la persona stessa protagonista della sua formazione. Nello stesso
tempo occorre avere attenzione alle insidie che minano questa potenzialità:
stanchezze, delusioni, pessimismo, solitudine, routine, sindrome da burn-out…
2- La centralità del presbiterio.
Il Concilio Vat II (P.O.) e la riflessione teologica successiva recepita nei documenti del Magistero ha sottolineato l’importanza del presbiterio come luogo
di appartenenza del prete. Anche la dimensione della Chiesa come mistero di
comunione (L.G.) ha contribuito a guardare con rinnovato interesse al collegio
presbiterale come ambito privilegiato nel quale si realizza la missione sacerdotale. In virtù dell’ordinazione sacramentale il presbitero viene configurato a
Cristo Pastore, inserito nel collegio dei presbiteri riunito intorno al Vescovo. È
questo collegio guidato dal Vescovo che continua ad esercitare la missione consegnata da Gesù agli Apostoli. La F.P. dovrà pertanto aiutare il prete a riscoprire
e valorizzare continuamente questa sua radice, che lo identifica e ne sostiene la
Incontri e ritiri
111
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
missione. In questo modo il prete riuscirà ad affrontare le fatiche e le contraddizioni del suo ministero pastorale senza sentirsi solo, evitando protagonismi
eccessivi e condividendo la gioia dell’apostolato. La comunione presbiterale
nella Chiesa locale vissuta come fondamento in vista della missione è decisiva
per l’identità spirituale e umana del presbitero. Pertanto accanto alle già collaudate iniziative di F.P. (incontri di aggiornamento teologico-pastorale, giornate di
ritiro, esercizi spirituali…), vanno proposte quelle iniziative che aiutano i preti a
vivere la fraternità, la condivisione della fede, la collaborazione, la condivisione
della vita.
È inoltre fondamentale che i presbiteri si esercitino assieme al Vescovo a vivere lo stile di una sinodalità sempre più vera, costruttiva e sincera riguardo all’
evangelizzazione e al servizio del popolo di Dio. Vanno valorizzate le assemblee
di presbiterio, gli incontri di vicariato, le settimane di fraternità, i momenti di
confronto e dialogo nelle zone pastorali.
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3- Il Ministero e la Carità Pastorale luogo di F.P.
Il Vaticano II ha messo in evidenza come la carità pastorale è concretamente il
nucleo attorno al quale si delinea e dispiega tutta l’opera del prete. Ma anche la
carità pastorale necessita di un continuo discernimento e rinnovamento. La F.P.
dovrà quindi realizzarsi sui quei contenuti che permettono un’adeguata carità
pastorale: la lettura dei tempi e della cultura attuale, l’urgenza della Missione,
la vita del presbiterio, la corresponsabilità dei laici, la sinodalità fra Vescovopresbiteri-laici nelle scelte che riguardano la Chiesa locale, la condivisione del
lavoro pastorale, il rapporto con le associazioni e i movimenti, la valorizzazione
della vita religiosa e dei molti carismi.
Inoltre sembra importante sottolineare come oggi non siano le molte attività
pastorali ad essere incisive quanto invece la qualità e la cura di queste stesse
iniziative. Pertanto si richiede al presbitero una profondità ed una competenza
sui nuclei fondamentali della nuova evangelizzazione.
4- La qualità della vita interiore.
La vita dei preti ha subito molte trasformazioni in questi ultimi 50 anni, delle
quali almeno due sono note a tutti: a) il calo numerico delle vocazioni che porta
ad un carico di lavoro sempre più pesante, un’attività pastorale che occupa la
giornata intera; b) il ruolo sociale del prete, non più riconosciuto come significativo e importante e perciò meno gratificante.
Proprio per questo è necessario curare una vita spirituale intensa, dove la centralità della relazione con Cristo appare come dato emergente rispetto a tutto
il resto, e capace di unificare e dare slancio al cuore e alla vita del presbitero:
a)la vita spirituale va coltivata sia come dimensione personale sia come dimensione comunitaria, vale a dire con altri sacerdoti e con la comunità dei fedeli.
b) il centro di questo cammino è dato dalla Lectio Divina e dall’Eucarestia che
prolunga la propria azione di Grazia nell’Ufficio Divino, ad essa strettamente
congiunto.
c) una vita spirituale incarnata in cui si meditano con discernimento i grandi
temi della vita del prete: il celibato e le dinamiche della vita affettiva, lo stile
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
delle relazioni con i propri fedeli, l’evangelizzazione, i drammi e le difficoltà
della gente a noi affidata…
d) per questo cammino è fondamentale che il prete abbia sempre qualcuno
che lo accompagni: padre spirituale, fratelli nel sacerdozio, confronto personale
e schietto con il Vescovo…
5- La qualità della vita.
La F.P. deve tenere conto della vita del prete in tutti i suoi aspetti avendo grande
attenzione anche alla quotidianità.
Troppo spesso la vita del prete rischia la routine, il fare ripetitivo, la frammentarietà degli impegni, il logoramento…
Il prete prima ancora di educare alla fede attraverso la pastorale che fa, educa
con la sua stessa persona, per ciò che egli stesso è. Per questo è necessaria una
cura alla crescita integrale della sua persona: le relazioni, gli affetti e le amicizie,
l’ordine e il decoro degli ambienti, il momento della mensa e i tempi del riposo,
l’attenzione alle inevitabili fragilità del suo temperamento, la cortesia e la puntualità, le buone letture e la buona musica…
6- Alcuni percorsi di formazione permanente attuali in diocesi.
Diversi sacerdoti hanno sottolineato come importanti e significativi altri percorsi già presenti nella nostra diocesi: l’inserimento e il cammino nelle associazioni
e nei movimenti, il ritrovarsi a gruppi di presbiteri per momenti di riflessione e
preghiera, momenti di fraternità e vita comune all’interno dei vicariati e delle
zone pastorali… Rimini 24 ottobre 2014
don Giampaolo Bernabini
Vicario Episcopale per la Formazione permanente del Clero
Incontri e ritiri
113
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Consiglio Presbiterale
Diocesano
Verbale dell’incontro del 10 dicembre 2014
Assenti: don Raffaele Masi, don Davide Pedrosi, Mons. Andrea Baiocchi
Nuovi inserimenti: don Bruno Baldiraghi, quale rappresentante dei religiosi
Ne esce don Giuseppe Maioli trasferito a nuovo vicariato
114
1. Visita del vescovo alle Zone Pastorali
Il Vescovo introduce richiamando il significato di questo anno dedicato alla
preparazione alla Missione diocesana:
Preghiera: l’adorazione come atteggiamento essenziale da vivere per non ridurre la missione a “cose da fare“;
“Riforma“ della Chiesa in uscita missionaria: cos’è che piace e cosa non piace al
Signore nella nostra vita comunitaria? Strumento utile sono le sette Lettere da
Patmos del Vescovo pubblicate su il Ponte su: le piccole comunità missionarie,
la liturgia, la Parola di Dio, la carità,… per aiutarci a tradurre gli stimoli di papa
Francesco nella nostra vita pastorale.
Don Luigi Ricci: la nostra proposta è di iniziare le visite pastorali il 13 gennaio
con il vicariato di Coriano e poi Morciano, fino al 18 marzo. Struttura: Incontro
coi sacerdoti al pomeriggio, cena e assemblea di Zona. Negli incontri serali occorre fare il punto del cammino fatto e rilanciare la seconda da parte dell’anno
su:
- come stiamo facendo sorgere la volontà di annunciare il Signore?
- verificare le nostre concrete situazioni e scelte pastorali alla luce della “Chiesa
in uscita missionaria“… quali scelte prioritarie fare e quali strumenti pastorali
(s. Piccole comunità); iniziative comuni a livello di zone, vicariato e diocesi…
- contributo delle Associazioni laicali e dei Religiosi per la missione in particolare negli ambienti di vita.
Vescovo: Le Piccole Comunità missionarie, sarebbero una nuova forma dei Centri di ascolto, in cui condividere il vissuto e la fede alla luce della Parola di Dio.
Si può pensare ad un incontro settimanale o quindicinale sulla Parola di Dio,
guidato da laici preparati…
Possono avere la forma di una presenza pastorale articolata nelle parrocchie
grandi, come quella di cammino di fede nelle piccole realtà isolate (di caseggiato o altra forma). Per questo occorre formare catechisti per adulti, valorizzando
anche persone già presenti nei movimenti e associazioni.
Don Pierpaolo Conti: Vedo il pericolo che le visite pastorali siano momenti celebrativi che non costruiscono una vita, ma lasciano le cose come sono. Quale
continuità possono avere? Cosa dobbiamo preparare per quella sera? Suggerisco:
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
A) una griglia chiara e semplice delle finalità che possa essere diffusa tra la
gente e preparata prima in modo da rendere fruttuosa l’assemblea
Quale preparazione?
B) le sette Lettere del vescovo possono essere utilizzate, scegliendo uno o piu
aspetti.
È troppo presto partire a gennaio, non c’è tempo per prepararla adeguatamente… per coinvolgere i laici …
Don Marco Foschi: anch’io vedo la necessità di una preparazione previa nelle
comunità in modo da portare qualcosa al Vescovo… sarebbe più fecondo.
Don Biagio Della Pasqua: Rischio di un incontro generico… Occorre una griglia.
Occorre mettere l’accento sul dono di laici cristiani, dei battezzati… non solo
degli operatori pastorali… Missione è la vita ordinaria di un credente che si
muove nei vari ambiti… non tanto pensare a fare cose straordinarie.
Don Piergiorgio Farina: Farla dopo Pasqua, dandoci un programma di lavoro
nelle comunità e zone in modo da prenderci degli impegni che poi il Vescovo
confermerà. La quaresima sia tempo di conversione per una revisione di stili,
mentalità e strumenti della vita comunitaria…
Vescovo: la visita pastorale non deve essere un occasione sprecata… calibrare bene i tempi. Il tempo di quaresima è propizio per iniziare con le zone di
mare… poi le altre Zone dopo pasqua.
Le sette lettere possono essere uno strumento utile…
Don Roberto Battaglia: Sia uno sguardo reale alla situazione cogliendo i virgulti
positivi… avvicinarsi con stima verso ciò che sta avvenendo già nelle singole
realtà locali… per non cadere in una uniformità mortificante.
Don Tarcisio Giungi: Obiettivi della visita:
1. Riflettere coi laici sul senso della missione nel rapporto con la tradizione…
2. Come operatori pastorali, cosa significa in quella zona essere chiesa missionaria.
La visita è un punto di partenza, non di arrivo… e di rilancio…
Lasciare spazio per precisare meglio la modalità della missione, dopo Pasqua.
Griglia: essere concreti dando spunti di utilizzo per le sette lettere…
Don Maurizio Fabbri:
Rifacendosi ad E.G.27-28, suggerisce due aspetti di riflessione:
A. Cosa comporta assumere uno sguardo missionario nel guardare il nostro
territorio, la vita dei nostri gruppi, l’uso delle strutture, orari… (Spunti delle
sette Lettere).
B. Quali ambiti di alimentazione di una Chiesa in ascolto comunitario della Parola e in stile missionario verso il proprio territorio.
Occorre far nascere uno stile e una struttura di vita ecclesiale ordinaria fondata
su alcuni luoghi generativi alla fede in chiave missionaria (es. Le piccole comunità).
Don Aldo Fonti: I nostri laici come sono educati alla dimensione missionaria? La
“Scuola di missiologia“ rivolta non solo ai gruppi missionari ma a tanti laici sulla
“missio ad gentes“ come paradigma della missione, può essere uno strumento
utile.
Sulla visita pastorale: ci sia preparazione reale e precisare delle mete… a se-
Incontri e ritiri
115
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
conda della zona pastorale. Nei laici c’è aspettativa. Occorre mettersi in ascolto
del popolo.
Don Paolo Donati: Fare un discernimento sul momento ecclesiale per non sciupare energie… . Occorre ripensare le nostre Scuole per operatori pastorali, mettendosi in ascolto delle attese ed esigenze della nostra gente vicina… Creare
più coordinamento tra la vita delle nostre parrocchie e le proposte diocesane…
Don Andrea Turchini: la formazione va radicata nelle varie zone territoriali, altrimenti non viene raccolta. . Tante iniziative diocesane rischiano di cadere nel
nulla (es. SDOP), così pure la scuola di missiologia. Occorre una maggiore corrispondenza tra lavoro nelle zone e momenti formativi diocesani…
Don Luigi Ricci: cerca di riassumere in merito alla Visite pastorali:
- tempo: da marzo a fine aprile
- inviare le sette lettere accompagnate da una griglia che focalizza alcuni temi
in ordine ad una revisione della vita della Comunità e far emergere proposte
operative
- preparare una relazione scritta per ogni zona pastorale preparata sia dai preti
che dalle comunità . . Da presentare nella visita pastorale stessa.
Vescovo: Il Signore cosa ci chiede come preti e come Comunità? Una riflessione messa per iscritto può aiutare a fare chiarezza. In un clima di preghiera e di
fede.
116
2. Situazione dell’Oasi di Santa Rita (Casinina)
Don Luigi presenta brevemente alla storia dell’ Oasi S.Rita: un oratorio creato
dalla signora Luisa che ritiene di avere visioni; opuscoletti; fontanelle di acqua
non potabile ma con poteri ’miracolosi’… Il 22 di ogni mese: rosario, messe,…
Hanno costruito un capannone. Afflusso in gran parte dalle diocesi dell’urbinate
e del pesarese. A dispetto delle prescrizioni del vescovo, fanno pubblicità sulle
TV, internet, organizzano pullman, si diffondono le rivelazioni private… e ci
sono preti che vengono a celebrare,…
Ai vescovi viciniori intendiamo comunicare che non c’è alcuna approvazione e
che non è opportuno che vengano preti di altre diocesi a celebrare.
Nei Vicariati accennare la cosa.
3. Associazione “Innamorati di Gesù e di Maria“
Don Luigi Ricci: l’associazione è guidata da un animatore di Bergamo, Dario
Gritti, ex DJ., che ha ricevuto il sostegno e l’autorizzazione di Mons. Sigalini,
vescovo di Palestrina.
Testimonianze alcune positive e altre molto critiche per l’autoritarismo, plagio,
fenomeni di cosiddetto “riposo dello spirito“…
Nel 2012 il Vescovo di Cesena ha proibito incontri in chiesa.
Intendiamo prendere la linea del Vescovo di Cesena, scrivendo una lettera al
responsabile invitandolo ad uscire dalla Diocesi.
Don Tarcisio Giungi: Il seguito di gente che radunano questi gruppi deve interrogarci: come riconoscere e accogliere le esigenze che hanno le persone?
Don Pierpaolo Conti: È una Chiesa devozionalista , protettiva,… Come rispondere ad una deriva devozionalista?
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Don Giampaolo Bernabini: Dobbiamo recuperare gli elementi essenziali della
vita cristiana … C’è un lavoro di purificazione da fare.
Don Piergiorgio Farina: Questi gruppi fanno leva su aspetti affettivi ed emotivi
della fede che noi non riusciamo ad intercettare. Con frutti anche positivi…
Vescovo:
Cfr. E.G.123 ss. dopo il Concilio si è caduti nella iper-razionalizzazione della fede
e occorre recuperare la dimensione della pietà popolare come valore positivo.
(Es. Pellegrinaggi, novena, pietà mariana,…) Attenti a non contristare la sensibilità dei più anziani,… (Cfr. Direttorio sulla pietà popolare del 2000)
Tanta fede semplice è stata conservata dalla pietà popolare. Ci sono una pluralità di cammini di preghiera, non assolutizziamo la Liturgia delle Ore! Occorre
recuperare il senso e la modalità del rosario,… Si tratta di “salvare il bambino
senza l’acqua sporca“.
Don Maurizio Fabbri: Saper starci dentro, senza demonizzare e ridicolizzare ,
aiutando le persone a fare un cammino di spiritualità vera.
Don Piergiorgio Farina: Attenzione a non far “spegnere lo spirito“. L’istituzionalizzazione non deve penalizzare la freschezza del carisma originario…
Don Maurizio Fabbri: Come distinguere il fanatismo dai veri frutti e manifestazioni autentiche dello Spirito Santo…?
Vescovo: Occorre un discernimento per non imporre in parrocchia una forma
sola di cammino spirituale
Per Medjugorje, atteniamoci alla linea della CEI: no ai pellegrinaggi ufficiali con
il Vescovo e il parroco, sì ad una nostra presenza nei pellegrinaggi informali,
promossi da altri.
Don Tarcisio Giungi: accenna al Sussidio pastorale sulla eucarestia, preparato
dall’ufficio liturgico per la formazione dei gruppi liturgici…
La Riunione si chiude alle 12,50.
Incontri e ritiri
117
Organismi Pastorali
Verbale.del.Consiglio.Pastorale.Diocesano.del.23.maggio.2014......................... 120
Verbale.del.Consiglio.Pastorale.Diocesano.del.6.ottobre.2014........................... 126.
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Consiglio Pastorale Diocesano
Verbale dell’incontro del 23 maggio 2014
Alle ore 19,00 del giorno 23 maggio 2014 si è riunito, sotto la presidenza del
Vescovo S. E. Mons. Francesco Lambiasi, il CPD con il seguente o. d. g.:
Riflessione sulla persona di Gesù, centro e scopo dell’evangelizzazione.
Come concretizzare questa verità in un percorso pastorale possibile,
evidenziando l’esistente e ricercando nuove vie, con attenzione a questi 3 punti
di riflessione:
a) Le “periferie delle nostre comunità“: come riconoscerle e incontrarle;
b) La missione nella ferialità della vita, nelle relazioni e negli ambienti quotidiani;
c) l’ambito specifico del lavoro e della professione.
120
Introduce S. E. il Vescovo con la preghiera tratta dal Vespro del giorno e cioè:
Sal 40 - Antifona: “Cristo si è fatto povero, ha dato a noi la Sua ricchezza.
Alleluia“
Lettura breve da Eb. 5, 8 -10
Dopo la preghiera, il Vescovo riferisce dell’incontro con Papa Francesco,
intervenuto all’apertura dell’Assemblea generale della CEI tenutasi a Roma dal
19 al 22 maggio.
Ecco, in sintesi le parole del Vescovo:
“Vorrei semplicemente condividere con voi il documento che il Papa ha
presentato all’apertura della 66ª assemblea CEI. È la prima volta che succede che
il S. Padre apra i lavori dell’assemblea. Di solito, in passato, il Papa interveniva
al termine dei lavori.
Ma è successo anche un altro fatto: è stato dato «l’extra omnes», così Papa
Francesco è rimasto solo con noi in un dialogo a porte chiuse, rispondendo volta
per volta a quindici interventi e, confermando lo stile sinodale, ha coinvolto tutti
noi Vescovi. Sul prossimo numero del settimanale diocesano Il Ponte ci sarà un
mio editoriale nel quale riporto ciò che ho vissuto.
Il Papa ha iniziato riferendosi al dialogo fra Gesù e Pietro (Gv. 21,19) : «Seguimi!».
Pietro era passato per tanti stati d’animo: la vergogna – perché si ricordava delle
tre volte che aveva rinnegato Gesù – e poi l’imbarazzo perché non sapeva come
rispondere e poi, la pace con quel: «Seguimi!».
Seguire Gesù, questo è importante!
Il Papa ci ha ricordato la nostra identità in tre punti, seguendo poi, per ognuno
di essi questo metodo: pone la domanda e ne chiarisce il contenuto, elenca
le tentazioni a cui si può essere soggetti e infine, suggerisce gli antidoti, cioè i
mezzi attraverso i quali si possono combattere e vincere le tentazioni.
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
1. I Pastori di una Chiesa che è comunità del risorto
Domanda: Chi è per me Gesù Cristo? Come ha segnato la verità della mia storia?
Che dice di Lui la mia vita?
La fede è memoria viva di un incontro, alimentato dal fuoco della Parola che
plasma il ministero e unge tutto il nostro popolo; la fede è sigillo posto nel
cuore … il Pastore è esposto al pericolo di vergognarsi del Vangelo.
Le Tentazioni: tiepidezza che scade nella mediocrità e nella rinuncia al sacrificio;
fretta pastorale, al pari dell’accidia, che porta all’insofferenza; presunzione di chi
si illude di poter far conto sulle proprie forze … di accomodarsi nella tristezza
che spegne e lascia insoddisfatti.
La nostra vita spirituale non può ridursi ad alcuni momenti, dobbiamo allenarci
a guardare a Colui che non passa: spiritualità è ritorno all’essenziale. Anche nei
momenti di difficoltà e di aridità, essa è manto di consolazione, metro di libertà,
fonte di gioia. Non stanchiamoci di cercare il Signore e di lasciarci cercare da
Lui, curando il silenzio e, nell’ascolto orante, la nostra relazione con Lui, Uomo
delle Beatitudini.
2. Pastori di una chiesa che è corpo del Signore
Domanda: Che immagine ho della Chiesa, della mia comunità ecclesiale? Me
ne sento figlio, oltre che Pastore? So ringraziare Dio, o ne colgo soprattutto i
ritardi, i difetti, e le mancanze?
La Chiesa, nel tesoro della sua Tradizione testimoniata dai Santi Giovanni XXIII
e Giovanni Paolo II, è l’altra grazia di cui sentirci debitori. Noi siamo entrati nel
Mistero del Crocifisso, abbiamo incontrato il Risorto nel Suo corpo. È dono
e responsabilità, l’unità. È quanto ha testimoniato anche il Venerabile Papa
Paolo VI che cinquant’anni fa diceva ai membri della CEI: «il servizio all’unità è
questione vitale per la Chiesa».
Infatti, ci troviamo perfettamente in sintonia con questo discorso profetico
perché la mancanza di comunione costituisce lo scandalo più grande. Nulla
giustifica la divisione: meglio cedere piuttosto che portare lacerazioni.
Le tentazioni: la gestione personalistica del tempo, le chiacchiere, le lamentele,
la gelosia, l’invidia, l’ambizione… quanto è vuoto il cielo di chi è ossessionato
da se stesso.
Rispetto a queste tentazioni, l’esperienza ecclesiale costituisce l’antidoto più
efficace. Una spiritualità Eucaristica chiama a partecipazione e collegialità.
Educhiamo i nostri sacerdoti a non calcolare «entrate ed uscite» … è il tempo
della pazienza. Promuovete la vita religiosa e chiedete ai consacrati, ai religiosi
e alle religiose di essere testimoni gioiosi… Non si può narrare Gesù in maniera
lagnosa.
Amate con generosa e totale dedizione le persone e le comunità … ascoltate le
donne e i giovani che con le loro intuizioni non vi permetteranno di attardarvi
su una pastorale di conservazione.
3. Pastori di una Chiesa anticipo e promessa del regno
Domanda: Ho lo sguardo di Dio sulle persone e sugli eventi? «Ho avuto fame
Organismi Pastorali
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
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…, ho avuto sete …, ero straniero …, ero in carcere» (Mt 25, 31 - 46) temo il
giudizio di Dio? Di conseguenza, mi spendo per spargere con ampiezza di cuore
il seme del buon grano nel campo del mondo?
Le tentazioni ostacolano la crescita del Regno, il progetto di Dio. Si esprimono
sulla distinzione fra «i nostri» e «gli altri». Queste sono le chiusure di chi crede
di averne abbastanza dei propri problemi e ci si attarda a restare nel proprio
recinto rinunciando ad attraversare la piazza, lasciando che il mondo vada per
la sua strada.
Ben altro è il respiro della Chiesa, essa annuncia il Regno che è e che viene, il
Regno che rimane oltre i nostri schemi.
Servire il regno comporta essere decentrati rispetto a se stessi, protesi
all’incontro. Verità e misericordia non disgiungiamole mai! «La carità nella
Verità» (Papa Benedetto XVI, - Caritas in veritate). Senza la carità l’amore si
risolve in una scatola vuota che ciascuno riempie a propria discrezione. Il vostro
annuncio sia cadenzato nell’eloquenza dei gesti. Siate semplici nello stile di
vita, distaccati, poveri e misericordiosi.
Tra i luoghi in cui la vostra presenza mi sembra maggiormente necessaria e
significativa c’è innanzitutto la famiglia. Essa è fortemente penalizzata dalla
cultura del provvisorio, mentre occorre testimoniarne la centralità e la bellezza.
Il secondo spazio di cui bisogna tenere conto è quello della folla dei disoccupati,
dei cassintegrati, dei precari. Occorre fare incontrare chi non sa come portare a
casa il pane e chi non sa come mandare avanti l’azienda.
Il terzo dramma del nostro momento storico è quello dell’accoglienza dei
migranti. Nessuno volga lo sguardo altrove!
Andate incontro a chiunque chieda ragione della speranza che è in voi.
Vi invito a fare la stessa preghiera che abbiamo fatto con il Papa, ripetendo
dopo ogni strofa: «Alzati e mettiti in cammino verso Dio»“.
I partecipanti sono suddivisi in tre gruppi in base ai temi proposti per un lavoro
di comunione e di riflessione.
Sintesi delle riflessioni nei gruppi:
Gruppo 1: Le “periferie“ delle nostre comunità: come riconoscerle e incontrarle
Le periferie individuate:
• Persone anziane sole a casa e nelle strutture. Manca la presenza dei
familiari. Troppo spesso si sentono di peso, o sono sentiti come un peso.
Avanza la cultura dello scarto.
• Immigrati regolari che abitano vicino alle nostre case: occorre eliminare i
pregiudizi che abbiamo nei loro confronti, essere accoglienti, anche con i
loro amici, creare rapporti di vicinanza, di amicizia. Ci ha detto Giuseppe di
Coriano: “Come eliminare la mia «periferia» l’ho capito quest’anno, con dei
miei vicini del Marocco: dovendo loro andare in Marocco per un mese, mi
hanno lasciato le chiavi di casa, loro si fidavano di me…“.
• Giovani (Sara). Sono soli anche se hanno un contesto famigliare. Restano
stupiti del fatto che si fanno le cose insieme al Punto Giovane, diventa
piacevole anche lavare i piatti. Normalmente vivono la loro vita passando
da una solitudine all’altra.
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
•
•
Famiglie in difficoltà al limite della disperazione a causa della crisi e della
perdita del lavoro. Si arriva al punto che si perde la voglia di cercare il lavoro,
dopo tante porte chiuse in faccia.
Come entrare in queste periferie:
1. Siamo noi che abbiamo bisogno di aprire gli occhi, la logica del Vangelo
è una logica di apertura.
2. Il miracolo avviene quando ci accorgiamo degli altri, quando andiamo
loro incontro.
3. Chi è senza lavoro, lo si affianca in due o tre, gli si fa compagnia, lo si
accompagna in quello di cui l’altro ha bisogno, aiutandolo anche nella
ricerca.
4. La nostra fede in queste situazioni deve materializzarsi rendersi visibile
e concreta, dobbiamo legarci ai fratelli nel bisogno.
5. Occorre creare opere che siano segno dell’incarnazione di Cristo. La
testimonianza concreta e vissuta provoca, mette in discussione, apre
orizzonti nuovi.
6. Aiutare i nostri gruppi di giovani, i gruppi famiglie ad incontrare queste
periferie camminando su un doppio binario: Parola di Dio - Incontro e
condivisione.
Gruppo 2: La missione nella ferialità della vita, nelle relazioni e negli ambienti
quotidiani
Ci siamo posti questa domanda: che cosa si intende per “ferialità della vita“? E
dove si incontra questa ferialità?
La ferialità della vita, si incontra principalmente nella famiglia e nel lavoro.
Si può intendere una missione rivolta “alla famiglia“ e “con la famiglia“. La
distinzione ha senso perché la Chiesa deve rivolgersi alla famiglia come soggetto
a cui si comunica la gioia del Vangelo. Ma allo stesso tempo, non si possono
dimenticare quei nuclei famigliari – non sono pochi nella Chiesa – che, per una
grazia che è stata loro fatta, sono divenuti essi stessi testimoni del Risorto e
quindi desiderosi e capaci di trasmettere la bellezza dell’Annuncio.
Il tema coinvolge molto tutti e ci si chiede anche a quale famiglia rivolgersi.
Ci si corregge immediatamente perché, pur consapevoli della precarietà in
cui versano tanti, il cuore dei credenti non può fare discriminazioni ed erigere
steccati. Incontriamo tutti, parliamo con tutti, per riaccendere la fiammella della
speranza che è stata posta dallo Spirito nel Battesimo. Non dimentichiamoci
che c’è un grosso ed emergente problema di educazione alla base.
I nostri programmi pastorali non sono insignificanti, ma occorre che essi siano
accompagnati da veri testimoni delle fede che al centro della loro vita mettono
Cristo.
L’esperienza che fanno i “catechisti battesimali“ e i “catechisti degli adulti“ è
un’esperienza che parla di un bisogno urgente, quello di rincontrare il Signore,
di ritornare alla Chiesa della quale si ricordano. Questi adulti, genitori di bambini
appena nati o di bambini che hanno iniziato il catechismo, hanno fame e sete
dell’annuncio, della Parola e di ritornare ad essere abbracciati dalla Chiesa.
Noi, che ci diciamo credenti abbiamo il dovere e allo stesso tempo la gioia di
Organismi Pastorali
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
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chiederci se basta accogliere queste persone o se, accanto a questo, non sia
necessario per noi una nuova conversione che ci faccia guardare in alto, perché
solo i discorsi sembrano inutili.
A questo proposito, chiediamoci: Cos’è l’amore fra l’uomo e la donna? Esso
risponde ad una legge universale. Qual è la differenza fra i credenti e i non
credenti, in questo? Nella Sacra Scrittura ci sono molti passaggi che testimoniano
la bellezza di questo legame. I paragoni del legame di Dio con il Suo popolo, di
Cristo con la Sua Chiesa, per noi devono avere un significato speciale perché,
l’espressione “per sempre“ che pronunciamo davanti all’altare, ha qui la sua
origine. Ma noi cosa ne abbiamo fatto? Dove sono i credenti che testimoniano
questo? Non abbiamo titolo per la testimonianza se non viviamo l’amore come
Cristo ci chiede.
Il Lavoro: sono molto frequenti le situazioni di fallimento aziendale, con la
conseguente chiusura di stabilimenti ed attività. Le persone sono tristi o perchè
hanno perduto la sicurezza del lavoro, o perché le aziende navigano in cattive
acque.
È vero che c’è la crisi economica che ha coinvolto tutto il pianeta, ma per noi
l’analisi non si può fermare qui: dobbiamo recuperare il senso della solidarietà
a livelli che vadano oltre la normalità, perché ci sono cristiani che vivono come
tutti gli altri. Ci sono poche persone che siano disposte a sacrificarsi.
Nell’ambito della crisi, un altro problema che non è adeguatamente considerato
nemmeno dalla Chiesa, quello dell’evasione fiscale. Per questo, è necessario
che anche i sacerdoti nelle loro omelie, dicano chiaramente che evadere il fisco,
equivale a rubare!
Gli atteggiamenti di fondo da adottare: uscire dalle nostre sicurezze, come
occasione di disponibilità al dialogo, al confronto, al rispetto degli altri, curare
di più la cultura dell’incontro, comprendendo anche quelle persone che non
la pensano come noi. Dobbiamo far capire a tutti che Dio ci ama, anche a chi
non lo sa o non ne ha fatto esperienza. Dobbiamo avere il coraggio e la gioia
dell’annuncio, come ha fatto Gesù e come Papa Francesco ci invita a fare.
Gruppo 3: L’ambito specifico del lavoro e della professione
Oggi è difficile il rapporto con il lavoro e con le sue problematiche, difficile
anche il senso cristiano del lavoro, a maggior ragione per chi è disoccupato.
Un grande problema dell’economia attuale è anche la gestione del capitale.
La Dottrina Sociale ci invita al superamento del conflitto lavoro-capitale; bisogna
riaffermare la priorità del lavoro sull’accumulo di capitale e la necessità del suo
impiego.
Si può ad esempio incentivare l’esperienza di una cooperativa sociale, anche
gestita da parrocchie: si potrebbe chiedere alle persone anche di impiegarvi
piccole somme di denaro.
La crisi di fiducia anche nei responsabili delle attività è un grosso limite (v.
l’impiego del Fondo lavoro della Diocesi), così come l’amore per il bene comune.
A Rimini si registra attualmente una grossa crisi nel campo dell’edilizia; non
si pensa alla riqualificazione della manodopera; la crisi soprattutto investe le
piccole imprese e coinvolge l’indotto.
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
In queste condizioni è facile l’infiltrazione mafiosa ed il lavoro senza dignità, ai
limiti della schiavitù.
La classe imprenditoriale nell’edilizia è stata dissennata e le banche hanno
le loro responsabilità; l’edilizia non ha tenuto conto neanche del rispetto
delle persone: nel quadro generale del disastro antropologico, anche qui si è
trascurato il lavoro come ambito umano essenziale.
Occorrono scelte coraggiose, lottare, denunciare gli scandali, affrontare i temi
della legalità e della giustizia ed in questo i pastori possono sollecitare le
coscienze.
Direttamente collegato alla crisi, c’è anche il fatto che i rapporti tra colleghi di
lavoro sono avvelenati dalla competizione per la produttività.
Aumentano i modelli di lavoro disumanizzanti, su cui si plasmano la vita delle
famiglie, l’utilizzo del tempo ed il senso della festa.
L’opportunità sta dentro la crisi, il senso del lavoro va ritrovato o insegnato a chi
entra in questo mondo: dovremmo lavorare sulle ambiguità e le contraddizioni
che toccano tutti.
Uno stile di vita sobrio e umano: in questo i cristiani sono chiamati a creare
alternativa.
Bisogna morire a questa mentalità ed a questo tipo di lavoro, per risorgere,
bisogna curarsi del bene comune anche nelle piccole cose, creare ambiti e spazi
di confronto su dubbi e difficoltà; formare le giovani coppie al tema del lavoro;
formare i giovani alla scelta della cooperazione ed alla cultura del lavoro.
Un segnale positivo è che la presa di coscienza nelle nuove generazioni comincia
ad affacciarsi, perciò bisogna aiutarle a scoprire nel lavoro una delle vocazioni
fondamentali dell’uomo.
A Rimini possiamo far crescere la proposta di nuovi modelli di accoglienza,
tentare con nuove opportunità secondo modelli locali, non rientranti nella
globalizzazione.
Alle 22 si ritorna in assemblea ed ognuno dei portavoce espone una breve
sintesi
S. E. il Vescovo così conclude:
“Stiamo muovendo passi in ordine ad una Missione straordinaria, in vista di
una Missione Permanente: la strada è quella delle opere. Sul piano culturale è
necessaria una nuova energia che lo Spirito Santo può donarci. Non dobbiamo
avere paura di affrontare le sfide, come ci dice Papa Francesco.
Poi occorrerà riflettere sulla politica: tanto va fatto”.
Avviso:
Veglia di Pentecoste del 7 giugno prossimo alle ore 20,30 a cui tutte le nostre
comunità sono invitate a partecipare.
Dopo la preghiera e la benedizione del Vescovo, la seduta si scioglie alle ore
22,30.
Organismi Pastorali
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Consiglio Pastorale Diocesano
Verbale dell’incontro del 6 ottobre 2014
Alle ore 19 del giorno 6 ottobre 2014 si è riunito, sotto la presidenza del Vescovo
S. E. Mons. Francesco Lambiasi, il C.P.D. con il seguente O d. g.:
“Nella prospettiva dell’anno pastorale 2014-15, dedicato ad Eucarestia e
missione nel loro legame intrinseco, tratteremo l’argomento della preparazione
spirituale alla missione, alla quale in questo anno siamo soprattutto chiamati“.
126
Programma orario:
• ore 19, preghiera ed introduzione di S. E. il Vescovo Francesco;
• votazione del verbale, comunicazioni della segreteria;
• ore 20, cena;
• ore 20,30, riflessione a gruppi, con partecipazione a scelta;
• ore 22,15, conclusioni di S. E. il Vescovo;
• ore 22,30, termine dei lavori.
I 2 gruppi di riflessione avranno i seguenti temi:
1. Come attuare, con quali modalità e sostegno, la proposta formativa della
Diocesi nelle parrocchie, nelle Zone e nelle Associazioni?
2. Elaborazione di altre proposte di formazione spirituale alla missione, adatte
alle diverse età e condizioni di vita.
Sono assenti: Annibali, don Bianchi, Bruckner, Cicchetti, Di Filippo, don Foschi,
Mancuso, Marano, Navetta, Negosanti, Pronti.
• Introduzione del Vescovo:
dalla Lettera di S. Paolo Apostolo ai Galati (4, 19 e segg):
“Figli miei, che io partorisco di nuovo, finché Cristo non sia formato in voi…“ sono
parole per un cammino di formazione adatto alla preparazione alla missione.
Papa Francesco afferma: “Senza adorazione non c’è missione“.
Il cammino diocesano cominciò con l’anno della contemplazione, per arrivare
alla missione: un cammino che non si deve mai dare per scontato, neanche ora.
Il rischio della parola formazione è l’intellettualismo. S. Paolo intende formazione
come generazione. Il parto avviene fino a che “Cristo non sia formato in voi“.
È un parto che avviene nel dolore, è un’immagine “materna“ della comunità.
Altro rischio è l’aziendalismo, formarsi per operare in settori d’attività.
Invece in noi deve arrivare a piena formazione il Cristo embrionale che abbiamo
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
dentro, come mostrano i Santi.
Cosa significa vivere un anno di formazione?
Papa Francesco usa il verbo riformare:
• ri-formare: o formazione permanente o de-formazione;
• i padri conciliari hanno parlato di “renovatio“: aggiornamento, purificazione
In che senso la Chiesa riminese deve riformarsi?
La prima riforma avviene per la via della santità, come mostra Francesco d’Assisi:
tutto il resto si regge su ciò.
Occorre anche riformare le strutture perchè si adeguino al disegno di Cristo; la
Chiesa deve essere radicale, coraggiosa.
L’anno marvelliano ci aiuta, così come la canonizzazione del beato Ronconi.
• Votazione del verbale: si approva all’unanimità
• Aggiornamenti dalla Consulta Aggregazioni Laicali: nasce il Forum delle
famiglie; si prende un impegno contro il gioco d’azzardo.
Il Vescovo, in merito all’impegno contro il gioco, afferma che la ricaduta
dell’omelia del Corpus Domini è stata discreta, anche in un incontro regionale
di sindaci, che c’è una mobilitazione di enti e stampa e che ha intenzione di
riprendere l’impegno.
I sindaci vanno non rimproverati, ma incoraggiati nel loro specifico impegno e
nella loro sfera di competenza.
Don Luigi segnala a chi volesse documentarsi un report della Caritas nazionale;
Sara Urbinati cita anche l’impegno del SERT.
P. Fonti: anche Avvenire ha un giornalista dedicato al problema.
P. Guiducci: c’è una differenziazione nel gioco d’azzardo, si diffonde il pericolo
del gioco on line, delle sale VLT.
Il Vescovo: è importante che quando il vescovo parla, il CPD possa pronunciarsi
con un documento in merito. Gli amministratori hanno potere sulla chiusura
delle Sale VLT. Consideriamo soprattutto la fragilità delle persone che ne sono
vittime, persone senza speranza.
Don Luigi: ricorda il percorso dei cenacoli del Vangelo, le cui schede sono state
integrate con il tema dell’Eucarestia e riferimenti ad Alberto Marvelli.
• Sintesi della riflessione e delle proposte dei 2 gruppi di lavoro
Sul sussidio di formazione presentato dalla Diocesi:
Per la formazione alla spiritualità missionaria, giudicata così importante
e destinata a coinvolgere tutta la Chiesa diocesana, si poteva pensare nella
preparazione, non solo ad un sussidio, ma ad una proposta articolata, al
coinvolgimento di più soggetti, ad un lavoro in comunione.
La domanda che segue immediatamente: chi deve fruire di questo sussidio?
Sembra che i destinatari siano persone che già hanno fatto una scelta di
formazione, quando sappiamo che, anche tra chi va a messa, molti hanno
bisogno di formazione di base.
Organismi Pastorali
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
L’esordio delle schede con il brano di Vangelo: meglio partire dall’ascolto della
vita.
Sulla formazione (suggerimenti in forma di appunti sintetici):
• Nei credenti favorire il recupero della dimensione battesimale e del proprio
incontro con Gesù risorto, nella preghiera personale e comunitaria e
nell’Eucarestia; favorire anche la riscoperta della propria vocazione di vita e
di impegno.
• Tenere alta la consapevolezza della propria fede e dei fondamenti (non
scontati!) della dottrina cristiana, in particolare su Eucarestia e missione.
• Avere lo sguardo fisso sull’essenziale, su Gesù e sul Vangelo.
• Formazione particolare di coloro che hanno risposto alla vocazione
dell’annuncio, che sia una formazione per credenti, prima di tutto e, solo in
secondo luogo, tecnica.
• Creare occasioni forti, personali e comunitarie, per presentarsi davanti a Dio,
con il coraggio di esaminarsi sulle incoerenze e le contro-testimonianze che
si sono rese.
• Mirare a dare la consapevolezza ad ognuno della necessità di pensare e
gestire una formazione permanente personale.
128
Quale spiritualità?
Ogni cammino spirituale ha bisogno dell’intelligenza. La formazione non
può essere solo spirituale, disgiunta dal piano del discernimento culturale:
la spiritualità è attiva in una situazione, solo se non manca la relazione
esperienziale.
La fede pensata, pregata, vissuta e testimoniata devono essere tenute insieme.
È inutile avere formatori che non conoscono le paure e i bisogni della gente e
come vivono le persone nel quotidiano.
È la testimonianza legata alla vita quotidiana che convince e converte. Servono
incontri con testimoni che sollecitino il cuore delle persone, che le persone
sentano vicine a loro ed a questo tempo.
Ci vuole un “maestro“, qualcuno che abbia fatto l’esperienza, anche radicale, di
una vita convertita e donata al Signore ed ai fratelli.
Gli esercizi spirituali, di cui il sussidio ha lo stile, non siano il solo strumento.
Occorre una diversificazione: per gli operatori si possono proporre, oltre agli
esercizi spirituali prolungati, scuole di preghiera, esperienza di preghiera
liturgica e meditazione, proposta di direzione spirituale, confessione. I religiosi
possono essere impiegati per la direzione spirituale .
Viene proposto anche un itinerario di tipo culturale-antropologico, con temi
scelti in relazione all’attualità, per una formazione che abiliti alla missione negli
ambiti e nelle situazioni esistenziali.
Far crescere un atteggiamento di accoglienza e di sospensione del giudizio, in
cui la dimensione principale sia l’ascolto: è importante condividere quello che
siamo, abbiamo scelto e capito, senza sentirci maestri
Vivere la comunione nelle parrocchie e nelle Zone: è una testimonianza
missionaria e la forza di tutti!
Nei nostri CPP, ad esempio, la riunione è vera se si può dire che abbiamo vissuto
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
un’esperienza di comunione, nell’ascolto, nel favorire il dialogo.
Tutte le iniziative parrocchiali abbiano una finalizzazione ed una verifica
missionaria; sia sempre mantenuto l’obiettivo dell’annuncio ai non credenti.
Anche le Zone pastorali possono fare qualcosa insieme nel discernimento e
nella preparazione.
Occorre affrontare il rapporto con l’Islam.
Proposte
Il servizio ha una grande forza educante, anche in un percorso pedagogico per
i giovani: lo stesso impegno concreto di servizio è già formazione spirituale,
anche in vista del sacerdozio.
Abituare i ragazzi alla preghiera personale e alla riflessione, educandoli alla
fedeltà a questo impegno.
La formazione ad essere “cittadini degni del Vangelo“ è altamente missionaria.
Occorre essere esigenti su questo con i giovani.
Per le associazioni ed i movimenti, si potrebbe pensare di dar loro un mandato
di formazione da spendere per il bene di tutti.
È detto in ultimo, ma è largamente condiviso, il pensiero di formarsi e formare
su Evangelii Gaudium.
• Conclusione del Vescovo:
Il Consiglio presbiterale si dovrà incontrare con il Consiglio Pastorale per un
discernimento condiviso.
Invita all’Assemblea diocesana del 12-10.
Avanza l’ipotesi di una preparazione diocesana con un questionario su quale
missione straordinaria e quale preparazione.
Altra ipotesi emersa, quella di una commissione che ascolti le diverse realtà e
persone della diocesi.
Lo strumento del questionario, magari diffuso non solo ad intra, potrebbe già
essere missionario.
Due benefici possibili: sensibilizzare alla missionarietà e porre il fondamento
della missionarietà permanente.
La traccia dovrebbe essere pensata bene (Sara Urbinati concorda, anche per la
difficoltà di lettura e sintesi dei questionari) e servirebbe a corresponsabilizzare;
si potrebbe affidarla ai consigli pastorali.
Don Luigi: serve uno strumento per leggere il cammino fatto e progettare il
futuro, da preparare per la visita pastorale alle Zone, ma ne serve anche un
secondo da diffondere tra chi si sente al di fuori della realtà ecclesiale.
Il Vescovo conclude, affidando la Lettera pastorale Abbiamo trovato il tesoro
alla riflessione ed alla cura di tutti.
Organismi Pastorali
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Avvenimenti Diocesani
Ordinazioni.sacerdotali.e.diaconali............................................................................... 132
Causa.di.beatifi.cazione.di.don.Oreste.Benzi.............................................................. 133
XVI.Settimana.Biblica.Diocesana................................................................................... 134
Solennità.di.San.Gaudenzo.............................................................................................. 135
La.Chiesa.e.il.grido.dei.poveri......................................................................................... 136
Incontro.di.spiritualità.per.persone.impegnate.in.ambito
..politico.e.sociale............................................................................................................... 138
“Pace.in.terra.agli.uomini.di.buona.volontà“.............................................................. 139
Canonizzazione.del.Santo.Amato.Ronconi................................................................. 140
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Ordinazioni Sacerdotali
e Diaconali
Domenica 21 settembre, in Basilica Cattedrale, alle ore 17.30, per imposizione
delle mani del Vescovo di Rimini mons. Francesco Lambiasi sono stati consacrati tre nuovi sacerdoti e tre diaconi in ordine al presbiterato.
I nuovi sacerdoti sono: don Francesco Fronzoni, don Gino Gessaroli, don Ugo
Moncada.
132
Don Francesco Fronzoni
Nato il 2 giugno 1980 a Scacciano, la famiglia risiede a Scacciano. Laureato in
Scienze dell’educazione come Educatore Sociale, ha vissuto diverse esperienze
come animatore turistico e clown. L’incontro con la realtà del Punto Giovane di
Riccione lo ha riavvicinato alla Chiesa.
Don Gino Gessaroli
Nato a Rimini il 5 marzo 1981, ha abitato con la famiglia a San Martino in
XX. Dopo la Laurea in Biotecnologie industriali, ha lavorato presso l’Università
di Modena. Poi la decisione di entrare in seminario. Proviene dall’esperienza
scout: alla “partenza“ ha deciso di mettere nelle mani del Signore la sua vita
come sacerdote.
Don Ugo Moncada
Nato a Rimini il 20 settembre 1979, Ugo è il più maturo dei tre nuovi presbiteri.
Attratto dalla musica, pianista ed organista si è messo al servizio della parrocchia di San Raffaele e all’età di 17 anni ha ricevuto il battesimo. Frequentava gli
studi di Ingegneria all’Università quando ha cambiato “corso“ per intraprendere
quelli di teologia istituzionale.
I tre nuovi diaconi sono Andrea Scognamiglio, Simone Franchin, Stefano Battarra.
Avvenimenti Diocesani
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Causa di beatificazione di
don Oreste Benzi
Prima sessione pubblica del processo per la causa di beatificazione
Si è svolta il 27 settembre alle ore 16 la Sessione di apertura del Processo diocesano sulla vita, virtù e fama di santità di don Oreste Benzi, fondatore della
Comunità Papa Giovanni XXIII, che per la Chiesa è già “servo di Dio“.
L’evento si è tenuto presso la Parrocchia La Resurrezione di Rimini (conosciuta
anche come Grotta Rossa), di cui lo stesso don Oreste è stato “fondatore” nel
1968 e vi è rimasto parroco per 32 anni.
Questa prima sessione, come anche l’ultima, è un momento aperto al pubblico
a cui possono partecipare tutti i fedeli e sarà presieduta dal Vescovo di Rimini
,mons. Francesco Lambiasi. “All’inchiesta pubblica – precisa Elisabetta Casadei,
postulatrice della Causa – si arriva solo dopo che sono stati vagliati dai periti
teologi gli scritti di don Oreste, sia quelli pubblicati sia quelli non editati, e dopo
che è stata conclusa la ricerca dei documenti storici da parte della Commissione storica che compie la verifica documentale degli scritti“.
Chiusa la fase documentale, si possono sentire i testimoni.
L’iter per l’avvio della causa era partito con la consegna della richiesta al Vescovo di Rimini da parte del responsabile della Comunità Papa Giovanni XXIII, Giovanni Ramonda, il 27 ottobre 2012, durante la celebrazione conclusiva del convegno: “Don Oreste Benzi, testimone e profeta per le sfide del nostro tempo“.
Il 24 ottobre 2013 la postulatrice, la teologa Elisabetta Casadei, aveva consegnato al Vescovo di Rimini, monsignor Francesco Lambiasi, la richiesta formale
di aprire la causa, dopo un anno di ricerche circa la “fama di santità“ di don Benzi, sostenuta da molte lettere tra cui quelle di 9 cardinali, 41 vescovi italiani e 11
vescovi e arcivescovi stranieri, oltre a vari movimenti ecclesiali e, naturalmente,
della stessa Comunità Papa Giovanni XXIII.
Il vescovo Lambiasi aveva quindi inviato la richiesta di nulla osta alla Congregazione delle cause dei Santi, che aveva dato parere favorevole in data 3 gennaio
2014. Dopo il parere favorevole della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna raccolto durante l’assemblea del 31 marzo, il vescovo Lambiasi ha reso
pubblico il Decreto, che porta la data dell’8 aprile 2014, in cui si dispone “che
si apra il Processo sulla vita, virtù e fama di santità“ di don Benzi e invita “tutti
i fedeli a fornire notizie utili“ facendogli pervenire eventuali “autografi, lettere e
ogni altro scritto del Sacerdote Oreste Benzi“ di cui fossero in possesso.
Avvenimenti Diocesani
133
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
XVI Settimana Biblica
Diocesana
Un solo pane, un solo corpo. Eucaristia e Chiesa
La XVI Settimana Biblica Diocesana per la Diocesi di Rimini si è incentrata sul
mistero dell’Eucaristia che fa la Chiesa, alla luce della prima Lettera ai Corinzi
di San Paolo Apostolo (1 Cor 8-11). Oltre alle conferenze serali, nelle quali sono
intervenuti i professori dell’ISSR di Rimini d. Guido Benzi, fra Mirko Montaguti,
d. Davide Arcangeli e d. Dario Vitali, professore di Ecclesiologia alla Pontificia
Università Gregoriana, la Settimana Biblica ha offerto laboratori biblici, per imparare ad accompagnare altre persone nell’arte della lettura e preghiera sulla
Parola di Dio. Inoltre una mostra di artisti riminesi ha condotto i partecipanti
dentro al mistero della croce di Cristo, da cui scaturisce la Chiesa, secondo la
tradizionale impostazione iconografica e teologica della Biblia Pauperum.
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Approfondire lo stile apostolico e pastorale di Paolo può aiutare anche le nostre
comunità a discernere le vie dell’annuncio di fronte alle sfide complesse del
nostro tempo.
La Settimana Biblica 2014 ha offerto esperienze di lettura popolare della Parola di Dio, rivolte ad accompagnatori di centri di ascolto del Vangelo o anche
a semplici cristiani che hanno il desiderio di apprendere un metodo semplice
e profondo di lettura comunitaria della Bibbia, secondo le indicazioni di Papa
Francesco. I laboratori di lettura popolare si sono tenuti lunedì 29 settembre,
martedì 30 settembre e mercoledì 1 ottobre.
PROGRAMMA
Lunedì 29 Settembre
Forti e deboli, ricchi e poveri in un unico corpo (1 Cor 8, 1-11, 34).
Mirko Montaguti
Martedì 30 Settembre
Il Vangelo è la mia ricompensa (1 Cor 9, 1-27). Guido Benzi
Mercoledì 1 ottobre
Cristo è una roccia spirituale, che nutre e disseta. (1 Cor 10, 1-22).
Davide Arcangeli
Giovedì 2 ottobre
La Chiesa che nasce dal Vangelo. Dario Vitali
Avvenimenti Diocesani
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Solennità di S. Gaudenzo 2014
Celebrazioni ed iniziative
Domenica 12 ottobre, in Sala Manzoni si è svolta l’Assemblea pubblica dei
Consigli Pastorali Parrocchiali e degli Operatori Pastorali dal titolo “Un anno
per prepararci alla Missione straordinaria. Orientamenti e indicazioni per il nostro cammino“. In tale occasione è stato sarà consegnato il programma pastorale 2014/2015 della Diocesi. Sono state tracciate le linee pastorali di questo
anno e, in modo particolare, è stato inaugurato il cammino verso la Missione
straordinaria che attenderà la chiesa riminese nell’anno pastorale 2015/2016.
Questo nuovo Anno Pastorale in preparazione alla Missione sarà dedicato alla
preghiera, alla riforma delle nostre comunità, alla formazione dei missionari
intensa non come mera educazione intellettualistica.
Il programma:
Racconto per immagini dell’anno pastorale trascorso
Preghiera iniziale
Intervento del Vescovo: “Orientamenti e indicazioni per il nostro cammino“
Testimonianze: la zona pastorale di Cattolica sulla pastorale integrata; la parrocchia San Gaudenzo di Rimini sull’iniziazione cristiana
Video sul beato Amato, proclamato santo il 23 novembre
Preghiera conclusiva.
Domenica 12 ottobre, alle ore 21, in Basilica Cattedrale si è tenuto un Concerto Sinfonico per San Gaudenzo, organizzato dalla Diocesi di Rimini grazie al
contributo dell’Ordine e della Fondazione dei Dottori Commercialisti e degli
Esperti Contabili di Rimini, della Fondazione Giuseppe Gemmani e dell’Istituto
Musicale di Rimini. Il concerto è stato eseguito dall’Orchestra dell’Istituto Musicale Pareggiato “G. Lettimi“ di Rimini insieme al Coro della Cappella Musicale
Malatestiana di Rimini, diretto dal maestro Filippo Maria Caramazza.
Martedì 14 ottobre, alle ore 16.30 in Sala San Gaudenzo, presso la Curia Vescovile, il Vescovo di Rimini ha incontrato le autorità civili e militari cittadine.
In Basilica Cattedrale alle 17.30 si è svolta la solenne concelebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Francesco con la quale la Chiesa riminese riprende con rinnovato vigore il suo cammino pastorale. Per la Chiesa riminese
tale tema assume la specificità di secondo anno della “eucaristia“, e anno di
preparazione per la Missione straordinaria.
Avvenimenti Diocesani
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
La Chiesa e il grido dei poveri
Conferenza pubblica
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Venerdì 28 Novembre 2014, ore 20.45, a Rimini in Sala Manzoni (via IV
Novembre 35) è in programma la Conferenza “La Chiesa e il grido dei poveri”.
I relatori saranno S.E. Mons. Giancarlo Bregantini (Vescovo di CampobassoBojano) e il Dott. Ferruccio De Bortoli (Direttore de Il Corriere della Sera).
Porteranno i loro saluti anche il Dott. Ernesto Diaco (Vice Responsabile del
Servizio Nazionale per il Progetto Culturale) e Padre Laurent Mazas (Direttore
Esecutivo del Cortile dei Gentili), oltre al Vescovo di Rimini, S.E. Mons. Francesco Lambiasi.
Si tratta di un evento aperto a tutta la cittadinanza, ideato nello stile dei
seminari “Cortile dei Gentili“ (www.cortiledeigentili.it), ovvero un’occasione di
incontro e dialogo libero e rispettoso tra “coloro che non credono e coloro che
si pongono delle domande riguardo alla propria fede“. Il “Cortile dei Gentili“ è
un’iniziativa ideata dal Pontificio Consiglio della Cultura allo scopo di “creare
luoghi d’incontro e di dialogo, spazi di espressione libera e rispettosa per coloro
che non credono e per coloro che si pongono delle domande riguardo alla propria fede. Il Cortile è una finestra sul mondo della cultura contemporanea che
vuole mettersi in ascolto delle voci che vi risuonano“.
Il tema che sarà approfondito in occasione della Conferenza è mutuato
dalla recente Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium di Papa Francesco, in
particolare laddove il Pontefice parla della necessità di ripensare tutta l’attività
pastorale (“conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose
come stanno“, E.G. n. 25), a partire dai poveri come “luogo teologico“ e come
coloro verso i quali Dio ha una “preferenza divina“ (E.G. nn. 48 e 198), e nei
confronti dei quali avere un’“attenzione d’amore“ (E.G. n. 199).
Il problema della povertà tocca purtroppo ampiamente anche la città di
Rimini, e non ci si può sottrarre dal dovere di affrontarlo con serietà, confrontandosi con umiltà anche con chi non si dice credente, nella convinzione che
le risposte possano essere trovate solo attraverso la collaborazione di tutti gli
uomini di buona volontà.
La Diocesi di Rimini, attraverso il Servizio Diocesano per il Progetto Culturale, ritiene dunque particolarmente importante cogliere l’occasione dell’ultimo
documento di Papa Francesco, Evangelii Gaudium, per mettersi in un atteggiamento di ascolto, riflessione e lavoro, sulla scia di quanto il Papa chiede di fare,
per non “lasciare le cose come stanno“. A tale scopo, ha convocato diverse realtà che operano nel campo della pastorale della cultura per avviare un percorso
Avvenimenti Diocesani
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
di riflessione, che partirà proprio con la Conferenza del prossimo 28 novembre,
e che proseguirà successivamente con ulteriori incontri e occasioni di riflessione, per poi confluire nella Missione Straordinaria che il Vescovo di Rimini ha
indetto per il prossimo anno pastorale.
La Conferenza del 28 Novembre è stato un evento pensato, organizzato e
vissuto insieme, il frutto di un prezioso lavoro coordinato dal Servizio Diocesano per il Progetto Culturale ma svolto insieme da tante realtà che, pur nella diversità delle rispettive esperienze, sono unite da un’unica fede e dalla condivisa
urgenza di essere lievito nella realtà in cui operano: AGESCI Rimini, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Associazione La Piccola Famiglia Onlus,
Azione Cattolica Diocesana, Caritas Diocesana, Centro Culturale Il Portico del
Vasaio, Centro Culturale Paolo VI, Fondazione Igino Righetti, FUCI Rimini, Icaro
TV-Radio Icaro, il Ponte settimanale, Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Marvelli“, MASCI Rimini, Meeting per l’amicizia fra i popoli, Movimento
Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC), Movimento per la Vita “A. Marvelli“ e
Centro di Aiuto alla Vita “C. Ronci“, Rinnovamento nello Spirito Santo.
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Avvenimenti Diocesani
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Incontro di Spiritualità
per persone impegnate in
ambito sociale e politico
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A Rimini martedì 9 dicembre con il Vescovo Francesco e il prof. Stefano
Zamagni
In prossimità del S. Natale 2014, l’incontro col Vescovo con le persone impegnate in ambito politico e sociale è una grande occasione per riflettere insieme, come Chiesa e come società civile, su argomenti di attualità, che toccano
l’impegno nella società e nelle istituzioni, che molte persone impegnate in ambito sociale e politico rappresentano.
Questo momento desidera essere una tappa, nell’impegno quotidiano in
mezzo a tante difficili e complesse situazioni da affrontare, che può aiutare
a riscoprire quelle motivazioni e valori umani e spirituali che stanno alla base
della scelta in ambito sociale e politico.
L’incontro di quest’anno si è inserito nel contesto delle celebrazioni del
decennale della beatificazione di Alberto Marvelli.
L’incontro si è tenuto martedì 9 dicembre presso la sede del Seminario
Vescovile “Don Oreste Benzi“ in via Covignano 259, a Rimini, con il seguente
programma:
ore 18.15: momento di preghiera presieduta dal vescovo
ore 18.45: Relazione del Prof. Stefano Zamagni: “L’inclusione sociale dei
poveri secondo la Evangelii Gaudium“(nn. 186-216)“.
Avvenimenti Diocesani
Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Pace in terra agli uomini
di buona volontà
Il punto di vista islamico sulla nascita e la persona di Gesù.
Prove di dialogo Resta con noi, Signore
La Pastorale Universitaria della Diocesi di Rimini in occasione del Natale
2014, condividendo una forte preoccupazione per le tensioni presenti a livello
internazionale che coinvolgono persone appartenenti alla fede cristiana e alla
fede islamica, ha pensato di proporre un evento nel segno della distensione e
del dialogo, nel tentativo di creare a Rimini le condizioni per un incontro amichevole e fraterno proprio in occasione del Natale.
Per questo motivo, mercoledì 10 dicembre 2014, presso l’Aula Alberti 1 del
Campus Universitario di Rimini è stato invitato a Rimini il prof. Wael Farouq,
professore universitario e vice presidente del Meeting Cairo, che ha aiutato
a comprendere il punto di vista islamico sulla nascita e la persona di Gesù di
Nazareth.
L’iniziativa, dal titolo “Pace in terra agli uomini di buona volontà“, prende
il nome dal canto degli angeli nella notte di Natale, invito di pace universale
rivolto a tutti coloro che cercano il bene. “Crediamo che questo invito – dice
don Andrea Turchini, cappellano universitario e responsabile della pastorale
universitaria della Diocesi di Rimini – sia la parola più opportuna da accogliere
in questi giorni che ci sono dati da vivere e condividere“.
Obiettivo dell’incontro è quindi di creare uno spazio di incontro e di confronto ad un alto livello culturale, tra persone di religione diversa, per dare inizio
ad un tavolo di dialogo da vivere a Rimini tra cristiani e musulmani.
L’iniziativa gode del patrocinio del Campus Universitario Rimini e di Uni.
Rimini.
Avvenimenti Diocesani
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Bollettino Diocesano 2014 - n.3
Canonizzazione del
Santo Amato Ronconi
Domenica 23 novembre papa Francesco, in una solenne celebrazione in piazza
San Pietro, ha proclamato Santo – assieme ad altri cinque protagonisti della cristianità – il Beato Amato Ronconi di Saludecio. È il primo Santo riminese della
nostra Diocesi.
Alla celebrazione hanno partecipato il Vescovo di Rimini mons. Francesco Lambiasi, il Vescovo emerito mons. Mariano De Nicolò, diversi sacerdoti e circa 600
fedeli.
Domenica 14 dicembre, alle ore 17,30 nella Basilica Cattedrale di Rimini il vescovo Francesco Lambiasi ha presieduto la solenne concelebrazione di ringraziamento.
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