50114 9 www.lacrocequotidiano.it Hai firmato la petizione 772420 861004 Hai firmato la petizione contro l’ideologia gender nelle scuole? contro l’ideologia gender nelle scuole? www.notizieprovita.it www.notizieprovita.it DIFENDI DIFENDI IL FUTURO DEI TUOI FIGLI E DEI TUOI NIPOTI IL FUTURO DEI TUOI FIGLI E DEI TUOI NIPOTI Associazione ONLUS Associazione ONLUS #quotidiano contro i falsi miti di progresso € 1,50 | Anno 1 | Numero 2 | Mercoledì 14 gennaio 2015 | Santo del Giorno: San Felice da Nola, Confessore e martire | | 14 gennaio 1524 – Carlo V impone le sue condizioni a Francesco I (tra queste la cessione in ostaggio dei figli); 1784 – Il Congresso US ratifica il Trattato di Parigi - finisce la Guerra d’indipendenza americana; 1900 – la Tosca di Puccini viene rappresentata a Roma per la prima volta; 1954 – Marilyn Monroe sposa Joe DiMaggio; 1976 – Esce in edicola il primo numero di La Repubblica; 2000 – Un tribunale US condanna cinque croati bosniaci per l’eccidio di più di cento musulmani (1993). www.facebook.com/lacrocequotidiano #CULTURA | HO PIANTO E HO RISO MOLTO QUAL È LA MINACCIA ALL’OCCIDENTE #CHIESA | di PAOLA BELLETTI| pag. 4 di GIUSEPPE PERRI | pag. 6 di don FABIO BARTOLI | pag. 5 #STORIE | Grazie presidente LA SPLENDENTE LUCIDITÀ DI CHESTERTON G iorgio Napolitano lascia oggi la presidenza della Repubblica. È stato il più longevo capo dello Stato in sette decenni di storia post-monarchica. E c’è chi l’ha dipinto proprio come un re. Sicuramente dal 2011, con l’arrivo del governo Monti, ha svolto un ruolo che è andato anche oltre le sue prerogative istituzionali. Ha rappresentato un punto di riferimento politico mentre in Parlamento le beghe tra i partiti facevano somigliare l’Italia a una barca ingovernabile. Non tutto quello che ha fatto è condivisibile, sui temi della vita che più ci stanno a cuore ha sbagliato, ma resta un fondo di gratitudine per l’opera compiuta. IL VIAGGIO IN ASIA | #Francesco: «Basta equivoci» Il Papa, nel suo discorso sul dialogo interreligioso tenuto a Colombo, chiede parole di chiarezza prive di qualsiasi ambiguità in particolare ai capi delle varie fedi riuniti insieme a lui. È solo questa la via, peraltro stretta, che conduce a un orizzonte di pacificazione IL PAPA E L’ORRORE DEL CALIFFO di Mario Adinolfi I l viaggio di Francesco in Sri Lanka si sta rivelando carico non solo dei meravigliosi colori che persino le foto che vi offriamo nelle nostre pagine interne rendono evidenti, ma anche carico di significati per molti inaspettati. Con la morbidezza dei toni che è congeniale alla sua comunicazione Papa Bergoglio si è incamminato sulla strada più stretta: quella dell’enfatizzazione del valore del dialogo interreligioso a partire da un’affermazione netta e rispettosa delle identità di ciascun credo, con un richiamo però fortissimo a chiudere la stagione delle ambiguità nel rapporto con la violenza. Se si pubblicano le immagini di un ragazzino che spara alla testa dei prigionieri siamo oltre l’indicibile Quelle di ieri sono state parole che non lasciano spazio ad interpretazioni. Dice il Santo Padre: “Per il bene della pace, non si deve permettere che le credenze religiose vengano abusate per la causa della violenza o della guerra. Dobbiamo essere chiari e non equivoci nell’invitare le nostre comunità a vivere pienamente i precetti di pace e convivenza presenti in ciascuna religione e denunciare gli atti di violenza quando vengono commessi”. Il Pontefice non è ispirato solo dagli avvenimenti violenti e mediaticamente molto forti degli ultimi giorni: è il grido di cento milioni di cristiani perseguitati che sale fino a lui. E il Papa ora pretende parole chiare proprio da parte dei capi religiosi. Si fa fatica a credere che non ci sia un riferimento diretto ai capi islamici, alcuni dei quali evidentemente mantengono atteggiamenti equivoci anche dopo gli ultimi fatti. CINEMA | La via scelta da Francesco, lo ripetiamo, è stretta: mette insieme dialogo, identità, nettezza nella condanna di ogni fondamentalismo violento. Ma proprio perché è stretta pare l’unica logicamente percorribile in una condizione di estrema difficoltà come quella attuale, dove personalità che pure cercano di ammantarsi di un ruolo religioso hanno ormai avviato un processo di avvelenamento dei pozzi del dialogo. Il veleno della violenza, non solo fisica, ma che deriva anche dall’omertà e dal silenzio complice deve trovare un antidoto. Papa Francesco ancora una volta senza suscitare particolare clamore lavora all’antidoto e forse lui stesso lo è. Anche per questo ha rifiutato un inasprimento delle misure di sicurezza a protezione della sua persona e del Vaticano, quando pare evidente che piazza San Pietro potrebbe essere un obiettivo simbolicamente e mediaticamente molto ghiotto per l’estremismo islamico di ogni fatta. Ma non si devono costruire muri e Bergoglio anche da Papa resta con l’umiltà tutta pastorale del cardinale di Buenos Aires che va in ufficio prendendo la metropolitana. Non permette la crescita di pericolosi diaframmi e anche in questo dimostra la scelta coraggiosa di percorrere la via stretta. Che è, crediamo che ormai sia chiaro a tutti, l’unica percorribile. 14 GENNAIO 2015 E L’ITALIA VOLTÒ PAGINA Si chiude nello stesso giorno il novennato di Giorgio Napolitano al Quirinale e il semestre di guida italiana dell’Europa. M atteo Renzi, parlando ieri all’Europarlamento, ha dichiarato di dover “scappare” a fare le riforme. In realtà è scappato a Roma per avviare le grandi danze che porteranno ad un nuovo inquilino del Quirinale il cui nome con grande probabilità lui ha già in mente. Resta comunque l’occasione per l’Italia di aprire una nuova pagina della sua storia >> a pag. 2 Domani Francesco arriva nelle Filippine, il Paese con il più alto tasso di cattolici dell’intero continente asiatico. Il percorso di pace toccherà un’altra tappa decisiva #EDITORIALINO | #ALLARME | QUEL BIMBO CHE UCCIDE TENERE ALTA LA GUARDIA di HASHTAG È un dato particolarmente evidente dopo aver visto le immagini, che ci rifiutiamo di pubblicare su questo giornale, di un ragazzino che spara in testa a uomini di origine kazaka accusati di essere spie russe. Il filmato choc postato in rete dai profili internettiani che fanno riferimento all’ISIS producono un’altra puntata della soap opera dell’orrore costruita dal califfo Al-Baghdadi. L zxcrtkl zxcrtkl zxcrtkl zxcrtkl zxcrtkl zxcrtkl Come si può rispondere addirittura al sangue versato per mano di un bambino? Davvero l’unica strada su cui ci si può incamminare è quella indicata da Francesco in un viaggio in Asia che sta assumendo i contorni di un orizzonte profetico che cura il male di credenti e non credenti, dei cattolici e dei fedeli di altre religioni. #EXODUS PER VEDERE SUL GRANDE SCHERMO DIO CHE TRAVOLGE e immagini di un ragazzino che spara alla testa di prigionieri kazaki messe in rete dai profili social dell’ISIS richiamano un orrore senza pari. Eravamo stati raggiunti negli scorsi giorni dalle notizie di bambine usate come kamikaze da Boko Haram in Nigeria. Non aver visto ci aveva quasi tranquillizzati in una dimensione inconscia. Ora l’orrore vero è materializzato davanti ai nostri occhi. Neanche l’innocenza viene risparmiata. 17 Gennaio 2015 necessario rispetto alla città di Roma continuare a tenere alta la guardia. L’allarme provocato dai fatti di Parigi non è svanito anche se continuano ad arrivare voci tranquillizzanti che hanno l’evidente obiettivo di non seminare panico tra la popolazione della capitale. Obiettivo senz’altro condivisibile, ma occorre anche essere realistici. Il messaggio che arriva dal Vaticano, che giustamente non vuole alzare né steccati né muri di sicurezza, va temperato con le ragioni dell’intelligence più accurata. Noi nella nostra redazione quando saliamo le scale ci guardiamo le spalle. è Associazione ONLUS Siamo andati a una anteprima del kolossal che ha provocato mille polemiche in tutto il mondo. Una potenza visiva che lascia senza parole e interroga. di Costanza Miriano POLITICA | È bello ricordare che, quando serve, il Dio che si è fatto bambino povero ed è morto mitemente in croce è anche il Dio degli eserciti. Quando noi gli chiediamo seriamente aiuto contro il nostro peccato lui travolge cavallo e cavaliere. E se qualcuno commette una grave ingiustizia contro di noi facciamoci difendere solo da lui, che è sicuramente l’avvocato migliore su piazza, e quando serve, l’ho sperimentato, è anche il generale più abile. Se si incacchia sistema le cose per bene. >> a pag. 2 ore 15:00 DIFENDIAMO IL FUTURO DEI NOSTRI FIGLI E DEI NOSTRI NIPOTI Stiamo vivendo un’emergenza educativa: nelle scuole si vuole persino imporre la pericolosa ideologia del gender! AUDITORIUM TESTORI Piazza Città di Lombardia, 1 MILANO Per questo ProVita, l’Ass. Italiana Genitori, l’Ass. Genitori delle Scuole Cattoliche, il Movimento per la Vita e Giuristi per la Vita, hanno lanciato questa petizione propositiva al Ministro dell’Istruzione, nonché al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio, affinché i nostri figli possano trovare nella scuola progetti educativi giusti, in armonia con i diritti della famiglia e con le istanze etiche. Per firmare la petizione sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole vai su www.notizieprovita.it Fermiamo assieme l’ideologia gender nelle scuole! Mercoledì 14 gennaio 2015 | Semestre e novennato #addio Oggi l’Italia prova a voltare pagina. Si è chiuso con il discorso di Matteo Renzi all’Europarlamento il semestre di presidenza, mentre oggi arriveranno le dimissioni di Giorgio Napolitano. Questo 14 gennaio 2015 è il giorno in cui può cominciare una storia nuova. di Mario Adinolfi Q uesto 14 gennaio 2015 lo ricorderemo a lungo perché è il giorno in cui si chiude il novennato alla presidenza della Repubblica di Giorgio Napolitano a ventiquattro ore di distanza dalla fine del semestre italiano di presidenza europea. Il premier Matteo Renzi nel suo discorso all’Europarlamento ha dichiarato di voler “scappare” a fare le riforme. In realtà doveva scappare a Roma per cercare di mettere ordine in quel Palio di Siena che è la corsa al Quirinale. Secondo quanto ci dicono in molti il presidente del Consiglio ha già deciso il nome del successore di Napolitano, ma neanche sotto tortura lo rivelerebbe perché il suo piano avrà successo solo se riuscirà a farlo eleggere entro il quarto, massimo quinto scrutinio. Dunque ora il gioco è quello di bruciare i candidati che più possono far da ostacolo a quello che ha in mente Renzi, con una serie di mosse tattiche che caratterizzeranno per le prossime due settimane almeno il panorama politico italiano. In realtà bisognerebbe riuscire ad avere uno sguardo d’insieme un po’ più ampio, perché davvero questo 14 gennaio 2015 può essere l’occasione per l’Italia per voltare definitivamente pagina. I nove anni della presidenza Napolitano sono stati politicamente convulsi e il panorama è drasticamente cambiato se pensiamo ai giorni primaverili del 2006 in cui l’ex esponente comunista salì al Quirinale. Non sembrano trascorsi nove anni ma una vera e propria era geologica. Pensate, nel 2006 non esisteva il Partito democratico, Matteo Renzi era appena stato eletto presidente della provincia di Firenze e non lo conosceva praticamente nessuno, Prodi vincicchiava le elezioni e Berlusconi si preparava ad abbatterlo alle elezioni del 2008 con una maggioranza parlamentare di cui praticamente nessun governo repubblicano aveva mai goduto. Alle elezioni di cinque anni dopo nel 2013 un Pd dato per vincente veniva battuto nelle urne in Italia dal neonato movimento di Beppe Grillo. Nella fase (breve) del governo Letta così come con il precedente governo Monti il presidente Napolitano ha svolto una funzione di fatto politica regnante. Poi all’inizio del 2014 lo scettro è finito nelle mani di Matteo Renzi che, forte di un risultato delle europee inimmaginabile alla vigilia, ora può permettersi di far eleggere un vero presidente di garanzia senza reali funzioni di guida politica. Almeno fino a quando non dovesse palesarsi una nuova crisi politica, magari causata dall’aggravarsi della crisi economica. Sono scenari per ora però ancora poco prevedibili. Quello che accadrà è che da domani si darà la caccia al nome segreto che Renzi serba nel suo cuore. Non è un nome che scalderà i cuori, ci verrebbe da pensare. Perché dovrà essere ligio al volere del presidente del Consiglio, che certo non cederà quote di sovranità verso il nuovo inquilino del Quirinale. duta comune con i cinquantotto delegati delle Regioni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Anche i seguaci di Raffaele Fitto nel centrodestra sognano di essere determinanti, ma la verità è che il premier proverà a imporre una “pax renziana”, come tutti i veri imperatori. Se eleggeranno il nuovo Capo dello Stato entro il quinto scrutinio l’operazione sarà riuscita, altrimenti verrà dichiarata tristemente fallita. Ma allora la vendetta di questo “imperatore” neoquarantenne potrebbe essere pesantissima e immediatamente tramutata in elezioni politiche anticipate. Comunque andrà a finire oggi, 14 gennaio 2015, in qualche modo l’Italia volta pagina. Speriamo sia in grado di farlo davvero. n Da oggi, 14 gennaio 2015, osserviamo con attenzione come evolverà il quadrò politico complessivo. Le varie minoranze proveranno a dimostrarsi decisive: gli oppositori interni di Renzi nel Pd sognano di inchiodare il premier a una sorta di Vietnam parlamentare appena la presidente Laura Boldrini convocherà come da dettato costituzionale il Parlamento in se- #AUGURI REP.! #quotidiano contro i falsi miti di progresso www.lacrocequotidiano.it Organo dell’Associazione “Voglio la Mamma” R oma al numero 235/2014 del 21 ottobre 2014 ISSN: 2420-8612 EDITORE: Social Network s.r.l.s. - Piazza del Gesù 47 - 00186 Roma registrato al tribunale di DIRETTORE RESPONSABILE: Mario Adinolfi [email protected] STAMPATO DA Stampa quotidiana s.r.l. - loc. Colle Marcangeli - 67063 Oricola (Aq) Qualiprinters s.r.l. - Via Enrico Mattei 2- 20852 Villasanta (MB) DISTRIBUITO DA Press-di Distribuzione e Stampa Multimedia s.r.l. Via Mondadori 1 - 20090 Segrate (Mi) Cara Repubblica, anche se sono nata solo ieri, mentre tu tanti anni fa, ho già imparato che siamo sorelle, perché siamo nate dagli stessi genitori, cioè dal popolo e dall’editoria. Proprio oggi ho scoperto una cosa buffa, sorellona: anche se tu hai tanti anni più di me, abbiamo i compleanni attaccati. La mamma mi ha detto che tu sei nata proprio trentanove anni fa, mentre in Italia stavano succedendo tante cose brutte e difficili. Ma tu dici che i giornali nascono così? Che la mamma e il papà li fanno quando c’è un momento difficile? Perché pure se non ho visto i tuoi giorni, quelli in cui sei nata tu, anche i giorni in cui sono nata io non mi sembrano tanto facili. Comunque un compleanno è sempre un bel giorno, è un giorno di festa, e quindi ti faccio gli auguri. Sai che mi riesce proprio difficile immaginarti piccola come me, perfino neonata? Però la mamma dice che davvero lo sei stata, e allora penso che un giorno magari anch’io diventerò grande come te. Quando sarò grande come te, però, vorrei essere sposata, come mamma e papà: tu hai avuto tanti fidanzati, tutti belli, profumati e ben vestiti, ma perché non ti sei mai sposata? Questo se vuoi me lo dici un’altra volta. Adesso però devo chiederti un’ultima cosa, perché la mamma mi ha detto una cosa che proprio non riesco a credere: dice la mamma che quando sei nata, nel 1976, ti ha messo addosso un gioiello che aveva comprato in Spagna, al País – si chiamava “il garante dei lettori”. È vero? E adesso dove ce l’hai? Me lo fai vedere? Ah, non ce l’hai più... e come mai non ce l’hai più? L’hai perso da qualche parte? O magari l’hai dato via in cambio di qualcosa? Nel caso, spero ne valesse la pena. Io sono piccola e non capisco tante cose da grandi, però quella mi sembrava una bella idea: magari ti avrebbe aiutata a non fare quel pasticcio di Milano la settimana scorsa (io stavo ancora nella pancia della mamma, ma me l’ha raccontato papà): perché vai in giro a dire ai lettori cose che non sono vere? Mamma e papà mi dicono che i giornali servono per raccontare ai lettori come le cose sono andate veramente, perché magari la televisione e la radio non hanno tempo di farlo, e su internet c’è così tanta roba che nessuno capisce niente. Perché allora racconti cose che non sono mai accadute? Non è che dici un po’ di bugie? Papà mi ha raccontato che hai incontrato anche delle persone importanti, negli ultimi tempi, e non hai raccontato alla gente le cose che quelli ti dicevano veramente, ma quelle che tu volevi che la gente pensasse. Le bugie non dobbiamo dirle noi piccoli, ma non vuol dire che i grandi le possano dire, sorellona. Che peccato che non ce l’hai più, “il garante dei lettori”, forse ti aiuterebbe ad essere più buona – magari capita pure che alla fine incontri uno che ti piace veramente e te lo sposi. Come dici? Perché non me lo faccio io, un garante dei lettori? Mamma non c’è andata, al País quando mi aspettava, ma chissà che magari ci ritorni, un giorno... Però io penso una cosa, sorellona. Forse non è la fine del mondo aver perso quel gioiello che avevi da neonata, anche se era una cosa bella: l’importante è non dire le bugie ai lettori. Tanti auguri per i tuoi 39 anni, Repubblica. La tua sorellina La Croce REDAZIONE: Piazza del Gesù 47 - 00186 Roma Per info su abbonamenti e inserzioni pubblicitarie scrivere a: [email protected] seguici su www.facebook.com/lacrocequotidiano PS: posso chiamarti anch’io “Rep.”? Grazie. #quotidiano contro i falsi miti di progresso ASSOCIAZIONISMO | I CIRCOLI VLM A DIFESA DELLA #VITA Una forma di azione sul territorio contro i “falsi miti” di Mirko De Carli L e sfide di oggi vedono la persona protagonista di un processo di commercializzazione drammaticamente violento. Non parliamo di diverse visioni dei fondamentali della convivenza civile (come in buona parte è stato per la battaglia delle sinistre per il divorzio) ma di snaturamento complesso dell’impianto dei diritti dell’uomo: la persona da soggetto inalienabile diventa oggetto di compravendita. Di questo si tratta. E dobbiamo dirlo ad alta voce, senza mezze misure o reticenze. Oggi stiamo assistendo ad una consapevole e violenta campagna mediatica volta a distruggere tutte le forme di socialità diffusa (in primis la famiglia) che hanno tentato di proteggere,da duemila anni a questa parte, la persona dal deplorevole regime di schiavitù. Sì schiavitù. Perché un figlio che si può comprare attraverso il pagamento di una somma di danaro o un aborto post nascita perché il figlio non è come i genitori lo vogliono non è altro che rendere quel soggetto uno schiavo del Dio danaro. Niente più. E se noi, mondo occidentale, andiamo dichiarando che è contro ogni diritto dell’uomo quello che accade in tanti paesi del terzo mondo dove la schiavitù è all’ordine del giorno, come possiamo essere i promotori di simili atti di violenza sulla vita dei neonati? Stesso vale per pratiche come l’eutanasia. Un’incoerenza che noi, come circoli Voglio la mamma, raccontiamo attraverso il continuo presidio dei territori dove siamo presenti. Il nostro compito è proprio quello di essere sentinelle capaci di ‘squillare’ nel momento in cui atti contrari alla dignità dell’uomo (riassunti nei famosi venti punti del libro Voglio la mamma) vengono perpetuati nelle città italiane. Nel fare questo siamo diventati audaci comunità a difesa della verità e della vita: incontriamo altre realtà impegnate, nella chiesa e non, a difendere i valori a noi più cari, realizziamo momenti di incontro per confrontarci sopratutto con chi non ha ancora confidenza con questi temi ‘essenziali’ ma sente l’urgenza di approfondire... Insomma siamo comunità cristiane consapevoli, pronte a difendere ciò che hanno di più caro. Lo abbiamo fatto accompagnando Mario Adinolfi a Brescia, davanti alle minacce ricevute da chi non la pensa come noi. Lo abbiamo fatto a Roma andando con lui nell’università in cui avevo negato l’intervento a Benedetto XVI. Lo abbiamo fatto andando a Napoli in consiglio comunale protetti da diverse camionette della polizia di stato dopo che il sindaco De Magistris aveva bloccato la sala dell’incontro per mancanza di agibilità dei locali. Insomma, siamo per le strade delle nostre città per portare il messaggio che Mario Adinolfi ci ha consegnato: che le persone non sono cose, che i figli non si comprano, e che la morte non ce la si da da soli. Lo faremo anche grazie a La croce, dove avremo l’opportunità di dare voce alle tante storie che nascono dai territori e che i mass media tradizionali non raccontano. Storie di mamme e di papà, storie di aborti non consentiti, storie di eutanasia praticate anche senza una legge dello stato che lo autorizzi. Lo faremo perché siamo consapevoli che la verità vince su ogni menzogna. Noi faremo della verità un nostro scudo con cui andare in battaglia ogni giorno. Perché la vita ha un senso solo se difendiamo ciò che ci definisce come uomini e non ciò che ci rende schiavi del potere di turno. n #quotidiano contro i falsi miti di progresso | Mercoledì 14 gennaio 2015 PALAZZO MADAMA | Discutendo con i #senatori delle unioni gay Il presidente dei Giuristi per la Vita è stato convocato ieri dalla commissione Giustizia del Senato per dare il suo parere di esperto nel corso della discussione attorno al disegno di legge che vorrebbe aprire la strada al riconoscimento di patti paramatrimoniali tra omosessuali. Questo il suo resoconto per noi. di Gianfranco Amato In un’aula tristemente anonima ad accogliermi è stato il cordiale saluto di due amici: Lucio Malan e Gabriele Albertini. Così è cominciata la mia audizione alla Commissione Giustizia del Senato sul disegno di legge Cirinnà. Dopo i saluti e i ringraziamenti di rito, ho spiegato ai senatori che qualunque seria discussione sulla delicata materia delle unioni gay e coppie di fatto non può prescindere dal dettato costituzionale. L’art. 29 della Costituzione stabilisce che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimoni».Il verbo “riconosce” riveste un significato assai importante in questo contesto, rilevando che lo Stato si limita a “prendere atto” di un dato oggettivo di natura. Non si dice che la Repubblica “istituisce” la famiglia – perché se così fosse avrebbe diritto a porre tutte le modifiche ritenute opportune –, ma che “riconosce” quell’istituto. In questo senso la famiglia viene definita una elemento prepolitico e pregiuridico, essendo sottratta alla disponibilità dell’ordinamento giuridico. V’è un dato storico interessante, in questo senso. La famiglia entra a far parte dei documenti giuridici nazionali ed internazionali soltanto dopo un particolare momento storico: la seconda guerra mondiale. L’esperienza allora dimostrò come nello tsunami devastante della tragedia bellica, la famiglia fosse stata l’unica cosa che avesse retto a livello sociale, in un quadro complessivo di disgregazione anche sul piano istituzionale. Basti pensare a cosa è stato l’8 settembre 1943 per il nostro Paese. Ecco che, quindi, proprio alla luce di quell’evidenza, si ritenne di dover tributare alla famiglia il giusto riconoscimento, di prendere atto della sua fondamentale importanza e di tutelarne la delicata funzione. Per questa ragione oltre che nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, l’importanza della famiglia verrà riconosciuta dalle maggiori costituzioni europee, da quella tedesca fino alla nostra (lo Statuto Albertino, infatti, non faceva alcun cenno alla famiglia, proprio perché considerata elemento naturale prepolitico e pregiuridico). Prendere atto, però, non significa, come abbiamo visto, istituire. Ho spiegato ai senatori che noi abbiamo voluto approfondire questo particolare aspetto attraverso un’attenta esegesi dei lavori preparatori della nostra Costituzione e del relativo dibattito assembleare, partendo proprio dalla «società naturale», perché in essa risiede il nocciolo della questione. Lo spazio di tempo a disposizione ha consentito soltanto di limitare le citazioni a tre interventi: le dichiarazioni di voto degli onorevoli Moro, La Pira e Mortati. Il primo affermò quanto segue: «Dichiarando che la famiglia è una società naturale si intende stabilire che la famiglia ha una sua sfera di ordinamento autonomo nei confronti dello Stato, il quale, quando interviene, si trova di fronte a una realtà che non può menomare né mutare». Il secondo, La Pira, precisò che «con l’espressione società naturale si intende un ordinamento di diritto naturale che esige una costituzione e una finalità secondo il tipo della Moro interruppe, che lo fulminò con queste parole: «Non è una definizione, è una determinazione di limiti». Con quelle tre parole, espressione dell’indiscutibile intelligenza di un uomo come Aldo Moro, in maniera sintetica ed efficace fu riprodotto il pensiero della maggioranza dell’Assemblea, che volle infatti mantenere la formula «società naturale». Ora, a noi pare che il disegno di legge Cirinnà travalichi decisamente i limiti posti dai Padri costituenti. Si sta, infatti, addirittura introducendo una nuova forma di fa- sola eccezione dell’adozione. Quest’ultimo inciso, peraltro, non è destinato ad avere vita lunga, perché provvederà la Corte Costituzionale ad eliminarlo, sulla base dell’assunto per cui «come rilevato da recente giurisprudenza di legittimità, in assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza, costituisce mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale». Tribunale dei Minori di Bologna docet! organizzazione familiare». Il terzo, Mortati, volle precisare il carattere normativo della definizione di famiglia come società naturale, dichiarando che «con essa si vuole, infatti, assegnare all’istituto familiare una sua autonomia originaria, destinata a circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua regolamentazione». Poche furono le voci critiche rispetto a quella formula, e solo perché le attribuirono una portata meramente definitoria. per lo più che altro di carattere metodologico. L’on. Ruggiero, per esempio, rilevò che la Costituzione non doveva dare definizioni degli istituti, e che il progetto non ne dava alcuna, tranne che per la famiglia. Nel suo ragionamento fu interrotto dall’on. miglia, composta tra persone dello stesso sesso, attraverso la modifica dell’istituto del matrimonio. Sì, perché, al di là di ogni risibile velo d’ipocrisia, questo disegno di legge introduce di fatto il matrimonio gay. Non è una questione nominalistica ma sostanziale. Non conta il “nomen juris” che si attribuisce a questo nuovo istituto – lo si chiami come si vuole – ma la sua reale natura. E per comprendere quale sia tale natura è sufficiente una media conoscenza della lingua italiana. L’art. 3, primo comma, ad esempio, ci dice che «ad ogni effetto, all’unione civile si applicano tutte le disposizioni di legge previste per il matrimonio», con la Per capire che siamo in presenza di un matrimonio a tutti gli effetti è sufficiente, poi, continuare la lettura dello stesso art.3, al secondo comma, laddove si specifica che «la parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso è familiare dell’altra parte ed è equiparata al coniuge per ogni effetto», e anche al terzo comma, in cui si precisa che le parole “coniuge”, “marito” e “moglie”, ovunque ricorrano nelle leggi, decreti e regolamenti, si intendono riferite anche alla parte della unione civile tra persone dello stesso sesso». Potremmo continuare con l’art. 4 che estende i diritti alla successione legittima del coniuge alla parte legata al defunto da un’unione civile tra persone dello stesso sesso, op- Il triste boom del #divorziobreve Proviamo a pensare ai giovani di domani, a coloro che diventeranno adulti in un Paese dove la fine di un matrimonio sarà rapida come una firma e costerà meno di una pizza. di Giuliano Guzzo T rentacinque pratiche di separazione e divorzio a Genova, quasi trenta a Bari mentre Brescia, per fronteggiare l’onda anomala, sono già corsi ai ripari istituendo un nuovo sportello e un numero di telefono per appuntamenti con l’ufficio di Stato Civile. Il 2015 è appena agli inizi ma una certezza, purtroppo, pare già esservi: sarà l’anno del “divorzio breve”. Il pronostico, d’altra parte, non era difficile da azzeccare se si pensa che, per la sola città di Milano, uno studio del Sole 24 Ore quantificava in oltre 25.000 le rotture coniugali pronte ad essere formalizzate una volta approvata la nuova normativa. Ora però che la Legge 162 del 2014 è a tutti gli effetti vigore e che, soprattutto, i Comuni, con efficienza degna di miglior causa, si stanno attrezzando al meglio per applicarla aspettiamoci numeri crescenti e sempre più impressionanti. Anche perché, oltre alle tempistiche, pure i costi hanno subito una drastica riduzione e per dirsi addio archiviando il precedente matrimonio, d’ora in poi, basteranno 16 euro; saranno contenti a L’Espresso dato che lo scorso agosto, commentando un lieve calo delle separazioni – scese da 104.500 a 98.000 in tre anni – lamentavano: «Troppo poveri per divorziare». Ad ogni modo, occorrerà ancora qualche mese per farsi un’idea dell’effettivo successo del divorzio express anche se, lo abbiamo visto, i primi riscontri non sono affatto incoraggianti. Segno che la politica, commenterà qualcuno, ha finalmente varato un provvedimento corrispondente ai desideri dei cittadini. D’accordo, ma al pericolo di un precariato affettivo dilagante si è pensato? La possibilità che ad una semplificazione delle procedure per dirsi addio possa seguire una sorta di incentivo a farlo è stata considerata? Sono interrogativi tutt’altro che polemici dal momento che l’esperienza insegna come non vi sia legge, tanto meno sul versante morale, che determini effetti giuridici senza comportarne di valoriali. Proviamo per un momento a pensare ai giovani di domani, a coloro che diventeranno adulti in un Paese dove la conclusione di un matrimonio sarà rapida come una firma e costerà meno di mangiarsi una pizza fuori: come sarà possibile, per noi come cittadini, come comunità e come Italia ricordare ancora l’importanza del promettersi amore eterno e del provare a rendere concreta quella promessa? Come potremo solo immaginare di chiedere a coloro che verranno dopo di testimoniare quegli stessi valori che noi per primi abbiamo messo clamorosamente fra parentesi? Chi potrà biasimare l’atteggiamento di quanti, domani, troveranno indifendibili i principi che noi oggi, per pigrizia o per rassegnazione, ci asteniamo dal difendere? Vale la pena chiederselo davanti ad una politica che da un lato velocizza i tempi della fine di un matrimonio e, dall’altro, nulla o quasi fa per incentivare le coppie a sposarsi e per incoraggiarle a restare unite, neppure quando di mezzo ci sono quei figli che dell’instabilità coniugale, si sa, sono le prime vittime. E, si badi, qui non si sta facendo un discorso cattolico: fino a prova contraria c’è ancora una Costituzione che osa definire la famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio» (art. 29) e che impegna la Repubblica ad agevolare «con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose» (art. 31). Peccato che troppi, a destra come a sinistra, se lo siano dimenticato. n pure con l’art.2, secondo comma, il quale prevede che «le parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso stabiliscono il cognome della famiglia scegliendolo tra i loro cognomi» (si afferma quindi che sono una “famiglia”), arrivando a precisare che il cognome scelto «è conservato durante lo stato vedovile». Quest’ultima espressione, peraltro, qualora vi fossero stati dubbi, pare chiudere definitivamente la questione sulla natura di vero e proprio matrimonio che ha la cosiddetta “unione”. Questa è una nuova forma di famiglia ma non è la famiglia prevista dalla Costituzione. Un inciso di carattere giuridico. Qual è il fondamento su cui si basa questa “unione civile” tra persone dello stesso sesso? La risposta la dà il secondo comma dell’art.1: «il reciproco vincolo affettivo». Ho confessato ai senatori che quando ho letto questa espressione non ho potuto fare a meno di tornare con la mente a trentatré anni fai, quando ciò dovetti affrontare all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano l’incubo di tutti gli studenti di giurisprudenza: l’esame di diritto privato. Ricordo ancora quella prova, e ricordo benissimo che una domanda verteva sul concetto di rapporto giuridico. Mi si chiedeva quale fosse la differenza tra rapporto giuridico e rapporto giuridicamente irrilevante, ossia perché il diritto non si doveva occupare di rapporti quali l’amicizia, l’affetto, il sentimento, la cortesia. Il mio esaminatore, che era particolarmente colto, mi spiegò perché il legislatore «non può il libito far licito in sua legge», citando il Sommo Poeta in un celebre passo dell’Inferno. Altri tempi, qualcuno dirà, quando il diritto era una cosa seria. Non mi pare, però, che oggi le cose siano cambiate, per cui delle due l’una: o si aggiornano i manuali di diritto, o le leggi si adeguano al diritto. C’è una terza alternativa: che il diritto si trasformi in desiderio e fantasia. Tornando alle cose serie, ho ribadito con forza ai senatori che qualunque tipo di modifica di intenda fare in ordine alla famiglia, ciò deve avvenire solo nell’alveo del dettato costituzionale. Dobbiamo capire se siamo ancora inserito nella tradizione culturale, giuridica e di civiltà dei Padri costituenti. Se così non è, allora quello che occorre fare è semplice, basta modificare l’art.29. Ad esempio in questo modo: «La Repubblica istituisce la famiglia, definendone la natura, le funzioni e i relativi diritti e doveri». A quel punto il parlamento può fare tutto. Che so, stabilire che cinque donne tutte unite da un «reciproco vincolo affettivo» possano formare una nuova forma di famiglia. Ma, vivaddio, non si può dire che questa fosse l’idea di famiglia che avevano Togliatti, De Gasperi, Nenni, e tutti i Padri costituenti. Sono cambiati i tempi, benissimo allora cambiamo la Costituzione. Tra l’altro, vista la portata delle implicazioni non solo di carattere sociologico ma addirittura antropologico di queste modiche giuridiche, il luogo più idoneo per affrontarle è proprio quello della sede costituzionale. Solo in un dibattito di alto livello istituzionale e con un adeguato profilo culturale si possono assumere decisione destinate a segnare il futuro della nostra civiltà. Quello che, invece, non si deve fare è tentare una rivoluzione antropologia attraverso un uso surrettizio e fraudolento della norma. Ho concluso ricordando, infatti, ai senatori che Il 10 ottobre 2014 sono stato invitato come relatore ad un convegno organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Roma, nell’ambito delle iniziative per la formazione professionale dei legali. Il titolo di quell’evento era “Matrimoni Adozioni tra tutela dell’infanzia e parità dei diritti civili”. Io ero stato chiamato a fare da controcanto alla vulgata politically correct su quei temi. Ho avuto un sussulto d’inquietudine quando ho ascoltato questo ragionamento: «bisogna prendere atto che la nostra società non è ancora matura su questioni come l’adozione gay o la fecondazione artificiale per le coppie omosessuali, ma è proprio per questo che occorre introdurre delle norme: riusciremo a far evolvere la società con la forza pedagogica delle leggi». Ho percepito immediatamente che qualcosa non quadrava. A me è sempre stato insegnato che la norma è uno strumento che regola i rapporti tra i cittadini, e che è la legge che deve adeguarsi al naturale evolvere della società. Non il contrario. Nessuna legge, neppure se voluta dall’Europa, può rappresentare un traguardo da raggiungere o imporre. Questa la mia conclusione: «Onorevoli senatori, non so a voi, ma a me l’utilizzo ideologico della funzione legislativa per imporre un modello culturale alla maggioranza fa venire i brividi!». Nessuno ha potuto opporre obiezioni sul ragionamento dell’art. 29. n Mercoledì 14 gennaio 2015 | #quotidiano contro i falsi miti di progresso HO #PIANTO E HO #RISO MOLTO Si può dire a una donna che piange per la malattia del figlio che “l’importante è la salute”, e così ottenere che quella scoppi a ridere? Si può. Purché il momento sia quello buono e ci s’intenda sulle parole. di Paola Belletti S ono andata a confessarmi. Cerco di farlo almeno una volta al mese. Desidererei farlo di più. Ho scelto il Santuario vicino a casa, un bel santuario mariano come ce ne sono molti in Italia. VITE VISSUTE | #GIANNA: L’INFANZIA, LE CURE, L’AMORE Anche ad un’osservazione frettolosa ci si accorge subito che è frequentato, vivace. Tutto un via vai di pullman, ondate di pellegrini over ’60, facciamo anche over ’75, che si dirigono acciaccati ma spediti dalla madonnina e poi al negozio di souvenir. Ma anche molti giovani, molte persone e basta insomma. Anche alla Messa delle 7.00 e a quella delle 9.00. nei giorni feriali. Prego da tempo perché il Signore mi faccia imbattere in un bravo confessore che magari potrebbe pure sobbarcarsi l’onere di una vera e propria direzione spirituale. O almeno che mi aiuti ad averla una direzione e a smetterla di girare in tondo. Essendo un santuario molto frequentato e avendo una grande area dedicata alle confessioni, trovo coda. Aspetto il mio turno iniziando molte volte l’esame di coscienza, così come me lo ricordo dal catechismo delle elementari. Poi però do un’occhiata in giro e mi imbatto nel foglio lasciato sui banchi per aiutare i fedeli nella preparazione al sacramento. Poi mi viene in mente che avevo letto una bella riflessione di S. Giovanni Paolo II da qualche parte, la trovo sul La vita di Gianna Jessen sembra limitarsi, a guardarla da fuori, al tentato omicidio con cui si è aperta e a quello che di lei si vede ora – una bella giovane donna che gira il mondo a raccontare del tentato omicidio cui è sopravvissuta. C’è però un’infanzia, di mezzo; c’è l’adolescenza, c’è l’amore. Qui lo dice. di Gianna Jessen D opo l’ospedale, sono stata messa in affido temporaneo presso un mucchio di idioti, i quali avevano deciso che io non piacevo loro. Noti un filo conduttore? Sono appena sopravvissuta ad un aborto, mi mettono tre mesi nell’unità di terapia intensiva; non potevano affidarmi alla mia madre biologica perché lei era instabile – e non perché mi avesse abortito, ma perché proprio non era in grado. Quindi questi idioti mi chiudevano in una stanza per dei bei pezzi, perché il padre aveva deciso che io non gli piacevo. Un bambino gli in affido, tutto da sola, da single. Mi ha lasciato un’eredità eccezionale. Se non fossi stata adottata da queste persone, avrei perso Penny. E penso che il Signore sapesse che il mio cuore, il mio spirito non avrebbe saputo affrontarlo. Che potevo affrontare un’infanzia difficile, ma non avrei saputo affrontare la perdita di Penny. Negli anni dell’adolescenza, poi, erano prevalenti nella stessa maniera sia la speranza sia la disperazione. Facevo quello che faccio adesso. Era un grosso peso da portare, ma allo stesso tempo sono sempre stata incredibilmente vicina a Gesù. Sono sua e ho sempre saputo che, anche durante momenti di difficoltà e ingiustizia, in qualche modo lui era con me, in qualche modo mi avrebbe aiutata. Quindi io gli davo tutto, continuamente. Per quanto riguarda l’amore, non ha mai avuto veramente un padre, ho avuto un padre adottivo, ma non uno che fosse come un padre. Quindi non avevo un’idea chiara, non come ce l’ho adesso, di come un uomo dovesse essere. C’era solo un continuo tentativo di sopravvivenza, un continuo dirmi che ce l’avrei fatta, ma è terribile a quell’età essere disabili ed essere buttati nell’“arena” dell’amore. Questo sta cambiando adesso in America, ma spesso, almeno qui, sei immediatamente buttato nella categoria di quelli che sono speciali e che ispirano gli altri, ma non quelli a cui viene detto “sposami”, oppure “voglio che tu sia la mia ragazza”. «Tu mi sei di ispirazione, ma non ti voglio sposare» – questo genere di cose. Ed è straziante. Fino ai trent’anni di età, quando ho incontrato quest’uomo bellissimo – un uomo da cui ero attratta ma che non mi interessava (non so se mi spiego): pensava che io avessi un interesse per lui, ma si comportava con me come se gli dovessi essere grata per l’attenzione che mi concedeva, e questo mi faceva infuriare. Gli uomini europei sembrano avere una reazione diversa nei miei confronti rispetto agli americani. Loro pensano, non tutti chiaramente, che io sia veramente meravigliosa, voglio dire bella fisicamente, non solo nello spirito.n (Traduzione di Federica Paparelli Thistle) 2. continua Ecco, è il mio turno. Preparatissima sulle prime due domande dell’esame e decisa ad improvvisare sul resto entro e mi inginocchio. Mi accoglie un sacerdote anziano. Inizio a consegnare con la voce e col cuore i miei peccati a Dio e approfitto del fatto che ci sia una persona costretta ad ascoltarmi per aprire le cateratte e piangere di nuovo per il mio bimbo malato. Accidenti volevo essere più asciutta... Perché mi lascio andare così, perché non riesco a trattenere le lacrime? Va bene. Non importa; usiamoci un po’ di indulgenza. E poi chissà che non arrivi qualche preziosa parola di consolazione da questo caro sacerdote. In effetti spende qualche parola in più per me. Racconta di sua madre, dei suoi molti figli, del fatto che allora non c’erano ecografie e controlli e indagini come succede ora e forse era meglio. Era meglio? Mi chiedo. Non lo so. A me, a noi tocca vivere in quest’epoca di gravidanze commissariate dai medici e caricate di ansie indicibili. mi piace anche questa idea di dire: «Che cos’altro posso provare?» – perché mi insegna qualcosa su me stessa. Ma torniamo alla casa di Penny. Sono stata adottata da sua figlia e così Penny, la mia madre affidataria, è diventata mia nonna. E adesso, con tutto il rispetto, posso dire che la mia adozione, la mia infanzia, sono state molto difficili. La misericordia e la bellezza della storia della mia adozione sono Penny. Io mi sono legata a lei come una madre, non come a una nonna, e senza Penny adesso sarei un relitto. Mi ha amato come fa una madre. Mi ha appena lasciato, è andata in paradiso, nel novembre del 2013, aveva 91 anni. Si è presa cura di cinquantasei fi- Penny ha pregato per me, mi ha fatto fare fisioterapia, pur non credendo nella mia ripresa. Con rispetto, ma lei non ci credeva. Dio deve averle detto: «Non con questa qui, ci devi lavorare sopra, perché questa ragazza qui ha un futuro davanti» non distingue la differenza fra una mezz’ora, un’ora… Specialmente quando sei stato appena abbandonato in una stanza, con tutto il mio trascorso, e poi ancora altro abbandono. Lo Stato ha scoperto questa situazione, mi ha tolto da lì, e sono stata messa nella casa di una donna di nome Penny. A questo punto io avevo diciassette mesi, facevo sedici chili di peso morto ed ero incapace di muovermi. La mia prognosi era orribile: tutto quello che avrei fatto sarebbe stato restare lì sdraiata per tutta la vita, e bla bla bla… Ma Penny ha pregato per me, mi ha fatto fare fisioterapia, pur non credendo nella mia ripresa. Con rispetto, ma lei non ci credeva. Deve aver visto la mia forza di volontà, Dio deve averle detto: «Non con questa qui, ci devi lavorare sopra, perché questa ragazza qui ha un futuro davanti». Mi faceva fisioterapia tre volte al giorno, ha pregato per me, ho cominciato a poter sostenere la testa, poi il dottore ha detto che non sarei mai stata seduta. E io ho cominciato a mettermi seduta. Non gattonerà mai. Ho cominciato a camminare a gattoni. Non camminerà mai, ho cominciato a camminare, a tre anni e mezzo, con un deambulatore e tutori alle gambe. Oggi ho qualche problema di equilibrio e un’andatura claudicante, ovviamente, perché la paralisi cerebrale è un danno al cervello, ma mi difendo, anche se da qualche tempo non faccio più maratone, mentre prima le correvo. Ovviamente non le correvo nel senso convenzionale del termine, ma le vincevo a modo mio. Mi sono allenata per un anno e ho corso sulla parte anteriore del piede, per sette ore e mezza, per la National Marathon, e sono arrivata al traguardo. Tutto quello che volevo era finirla, tutta, tutte le 26 miglia. Poi ho incontrato un signore inglese che mi ha chiesto di correre. L’anno successivo, nonostante una ferita alla gamba, ho corso con questo signore inglese, sempre in punta di piedi, per nove ore e mezza. Adesso ho detto basta alla corsa: ho ottenuto quello che volevo. Adesso voglio provare a scalare una montagna. Sì, mi piace l’idea di essere una ragazza, mi piace la femminilità, ma mio sdrucito libretto di preghiere che di solito mi segue in borsa. Resisto a fatica alla tentazione di approfondire la ricerca su google. A me è toccato di vivere quella del nostro ultimo nato con molta angoscia, torturandomi nelle sale d’attesa di molti luminari, sottoponendo me e lui a risonanze magnetiche e numerosi esami. Rispondendo tante e tante volte alle stesse domande involontariamente di Katia Giardiello N crudeli. Senza ottenere risposte umane soddisfacenti. E ora ci tocca il dolore di accompagnarlo in una malattia ancora misteriosa ma seria, antipatica da morire, perfida addirittura. Certo, di malattie simpatiche non credo ce ne siano molte. Ho parlato di questo tra i singhiozzi al caro sacerdote. Devo avere singhiozzato troppo perché ha voluto lasciarmi con un po’ (troppo poca) di saggezza popolare. Mi ha detto, citando sua madre, che a lei , quando nascevano i suoi figli, andava bene tutto: «l’importante è che fossero sani». Ho pianto e ho pure riso molto. E sono uscita, grazie a quel sacerdote, con la mia anima candida e un Dio del tutto smemorato dei miei molti e sciocchi peccati. L’importante è la salute. L’importante è la salvezza. Sia Benedetto il Nome del Signore. Questo è il numero zero della rubrica “Il mondo di Paola”, firmata da Paola Belletti. Una bella donna, una moglie, una madre di quattro bambini, l’ultimo dei quali si chiama Ludovico è affetto da una grave malattia fin dalla nascita, ma è stato voluto, desiderato, amato e accolto come si devono accogliere i più deboli tra noi, che poi sono capaci di insegnare tanto, di donarci tutto e di renderci chiara l’essenza della vita. Su La Croce racconteremo la quotidianità di Paola per capire come si fa. Perché Paola, a cui tuttora chiedono persino con il sorriso di compatimento perché non abbia abortito Ludovico una volta saputo della sua malattia, spiega a tutti noi come si fa. Occhi negli #occhi on c’è luce. Da quel momento per me inizia una dura lotta. Non ho mai chiesto il perché, mai, non ho nemmeno mai chiesto la guarigione di mia figlia, non ci riuscivo, ma la cosa che mi distruggeva è che la parola morte stava prendendo il sopravvento e che temevo mio no a ridursi. La strada è lunga ma è questa. Padre. Poi dal timore è arrivata la rabbia. mi Dobbiamo continuare in questa direzione» scoprivo a sfidarlo, ma desideravo ardente(ndr. da letteratura scientifica le riduzioni mente che lui ci fosse. Lo bestemmiavo perdopo i trattamenti si vedono nel giro di un ché ero come ogni figlio che vuole dimentimese, dopo non cambia quasi nulla). Il mio care un Padre, in fondo continua a cercarlo cuore smette di battere. Si risale in giostra. sempre. «Cosa vuoi ancora? non ti lascerò Si richiede pazienza speranza forza d’animo andare finché non mi avrai benedetta! come amore e fiducia piena, con deposizione di Giacobbe dall’altra parte del fiume ti aspetarmi. Ecco, tutto è difficile, ma quest’ultima terò e ci picchieremo e ne sopravviverà solo cosa senza le preghiere di tutti coloro che uno… e non sei Tu! …rihanno sostenuto M e senza spondi! dove sei? Io voglio la presenza dei nostri cari e che tu ci sia, benedicimi!». Lo bestemmiavo come amici accanto non sarebbe Urla mute. stata possibile, sarebbe staun figlio che vuole 25 aprile, in auto verso dimenticare un Padre ta disumana. La deposizioVezzolano e poi colle Don ne delle armi è disumana. Bosco. «Chiunque crede 14 maggio: terza operazioin me, anche se muore vivrà, chiunque vive ne, M esce dalla sala, post operatorio lungo. e crede in me, non morirà in eterno. Credi 28 maggio: entra la neurochirurga in stanza questo?». Credi questo? Credi questo? Dee ci dice che anche l’aneurisma più grosso si pongo le armi e Ti chiedo per la prima volta: sta riducendo e che altre due vene stanno «Papà, guarisci il mio cuore e guarisci la mia drenando naturalmente al suo posto nel cerbambina». Mai il nome Papà mi era sembrato vello — «ti lodo, perché mi hai fatto come tanto dolce. un prodigio» — non ci sarà una quarta operazione. 8 maggio ore 15: «Non sia turbato il tuo Silenziosa e composta, incredula e profoncuore e non abbia timore». 8 maggio ore dissima gioia. 16 ci chiama la dottoressa e ci dice: «Il 14 Io non sono stata e non mi sento una mammaggio è confermato, ma volevamo coma forte, io non credo di essere forte nemmunicarvi che siamo stupiti dalla risonanza meno nella fede. Io non credo di aver capito di ieri, perché si può vedere che anche la molto. Né del dolore né della resurrezione. sacca più grossa sta iniziando piano piaLa morte la malattia il dolore restano un mi- Chiedersi perché lei sì e altri bambini no non ha senso, fa solo male. A volte come mamma mi succede. stero. Sono piena di gioia ma anche di dolore per l’“àlzati” che Gesù ha voluto dire alla mia piccola M, per la gloria di Dio, ma chiedersi perché lei sì e altri bambini no non ha senso, fa solo male. Ma a volte come mamma mi succede. Quello che so è che per essere pienamente umani dobbiamo Stare, senza fuga, in qualsiasi cosa. Lui ci vuole così. Per questo è incisa dentro di me, nella parte più intima del mio dolore e della mia gioia, l’immagine di Maria: La Madre Stava. Stabat Mater. Vangelo di Giovanni, la madre stava. Stava, lì, in silenzio, sotto la croce. Stare è disumano, devastante, semplicemente atroce. Ma Stare è disumano anche e proprio perché non è solo umano. Per Stare ci deve essere un secondo “Sì”. A Lui. È passato un mese e mezzo dall’operazione, facciamo controlli regolari perché M resta in sorveglianza speciale, e la nostra vita ha cominciato ad essere piano piano una vita “normale”. Così mi ritrovo spesso di notte a pensare. Penso a questa avventura con la nostra piccola grande M, ai primi attimi, a quando me l’hanno portata via. E penso a Chiara Corbella Petrillo, al suo dire che il nostro cuore conosce bene quale sia la Verità e penso che Dio è Padre buono, perché ti insegna ad Amare a piccoli passi proprio lì dove è la tua più grande Paura. Desidero con tutto il cuore dire ai tanti e cari genitori nella fatica di non abbattersi. Ci saranno i giorni e soprattutto le notti dell’angoscia, suderete sangue e lacrime, bestemmierete, e il vostro spirito sarà come schiacciato da un enorme sasso che non vi farà respirare. Sarete nel sepolcro più buio. Ma non fatevi vincere dall’angoscia. Forza! Chiedete incessantemente, stringetevi forte a Lui, stringete forte vostro marito e vostro figlio. E fidatevi e affidatevi agli strumenti che Dio vorrà donarvi, i dottori e tutto lo staff dell’ospedale hanno bisogno della vostra fiducia. Fidatevi di chi pur avendo una grande professionalità resta uomo umile. Fidatevi di vostro figlio e poi ancora, chiedete a chi vi sta accanto di sostenervi con la preghiera. Fatevi accompagnare da un frate, un prete, una persona di Fede e di esperienza, che possa camminare con voi nella prova, le amicizie tra laici e consacrati sono un Dono prezioso, non ringrazieremo mai abbastanza il nostro amico e padre V. Voi ce la farete ad Amare il vostro bambino pienamente. Io non so se ci sarà una guarigione o no, ma quello che è importante è Stare occhi negli occhi. Amando. Dando Tutto ciò che possiamo. Vi voglio bene, non sapete quanto, e vi sono vicina. Prego per voi e per la vostra pace. n 2. fine #quotidiano contro i falsi miti di progresso | Mercoledì 14 gennaio 2015 FRANCESCO AI CAPI RELIGIOSI: «DENUNCIATE GLI ATTI DI #VIOLENZA» di Papa Francesco materiali e spirituali dei poveri, degli indiQueste lodevoli iniziative hanno offerto opgenti, di quanti ansiosamente attendono portunità di dialogo, essenziale se vogliamo una parola di consolazione e di speranza. conoscerci, capirci e rispettarci l’un l’altro. ari Amici, Penso qui anche alle molte famiglie che Ma, come insegna l’esperienza, perché tale sono grato per l’opportunità di parcontinuano a piangere la perdita dei loro dialogo ed incontro sia efficace, deve fontecipare a questo incontro, che riucari. darsi su una presentazione piena e schietta nisce insieme, tra gli altri, le quattro comudelle nostre rispettive convinzioni. Certanità religiose più grandi, parte integrante Soprattutto, in questo momento della stomente tale dialogo farà risaltare quanto della vita dello Sri Lanka: Buddhismo, Induria della vostra Nazione, quante persone siano diverse le nostre credenze, tradizioni ismo, Islam e Cristianesimo. Vi ringrazio per di buona volontà cercano di ricostruire le e pratiche. E tuttavia, la vostra presenza e fondamenta morali dell’intera società! Posse siamo onesti nel per il caloroso benvesa il crescente spirito di cooperazione tra presentare le nostre nuto. Ringrazio anche Nel Concilio Vaticano II la i dirigenti delle diverse comunità religiose convinzioni, saremo quanti hanno offerto trovare espressione in un impegno a porre preghiere e benedi- Chiesa Cattolica ha dichiarato in grado di vedere più la riconciliazione fra tutti gli srilankesi al zioni, e in modo parti- il proprio rispetto profondo e chiaramente quanto cuore di ogni sforzo per rinnovare la società colare esprimo la mia duraturo per le altre religioni: abbiamo in comune. e le sue istituzioni. Nuove strade si aprigratitudine al Vesco«Nulla rigetta di quanto è ranno per la mutua vo Cletus Chandrasiri vero e santo» Per il bene della pace, non si deve permetstima, cooperazione Perera e al Venerabile tere che le credenze religiose vengano e anche amicizia. Vigithasiri Niyangoda abusate per la causa della violenza o delThero per le loro corla guerra. Dobbiamo Tali sviluppi positivi tesi parole. essere chiari e non nelle relazioni internell’invitare religiose ed ecumeniSono giunto in Sri Lanka sulle orme dei miei Come insegna l’esperienza, equivoci le nostre comunità che assumono un sipredecessori, i Papi Paolo VI e Giovanni Paperché tale dialogo ed a vivere pienamente gnificato particolare olo II, per dimostrare il grande amore e la i precetti di pace e ed urgente nello Sri sollecitudine della Chiesa Cattolica per lo incontro sia efficace, deve Lanka. Per troppi anni Sri Lanka. È una grazia particolare per me vifondarsi su una presentazione convivenza presenti in ciascuna religione gli uomini e le donne sitare la comunità cattolica locale, conferpiena e schietta delle nostre e denunciare gli atti di questo Paese sono marla nella fede in Cristo, pregare con essa di violenza quando stati vittime di lotta e condividerne le gioie e le sofferenze. Ed rispettive convinzioni vengono commessi. civile e di violenza. è ugualmente una grazia l’essere con tutti Ciò di cui ora c’è bivoi, uomini e donne di queste grandi tradiCari amici, vi ringrazio sogno è il risanamento e l’unità, non ultezioni religiose, che condividete con noi un ancora per la generoriori conflitti o divisioni. Certamente la prodesiderio di sapienza, di verità e di santità. sa accoglienza e per mozione del risanamento e dell’unità è un Nel Concilio Vaticano II la Chiesa Cattolica Spero che la collaborazione la vostra attenzione. impegno nobile che incombe su tutti coloro ha dichiarato il proprio rispetto profondo e interreligiosa ed ecumenica Che questo fraterno che hanno a cuore il bene della Nazione e duraturo per le altre religioni. Ha dichiarato dimostrerà che, per vivere in incontro confermi noi dell’intera famiglia umana. Spero che la che «nulla rigetta di quanto è vero e santo tutti negli sforzi per collaborazione interreligiosa ed ecumenica in queste religioni. Essa considera con sinarmonia con i loro fratelli e vivere in armonia e dimostrerà che, per vivere in armonia con i cero rispetto [quei] modi di agire e di vivere, sorelle, gli uomini e le donne diffondere le benediloro fratelli e sorelle, gli uomini e le donne [quei] precetti e [quelle] dottrine» (Nostra non devono dimenticare la zioni della pace. n non devono dimenticare la propria identità, aetate, 2). Da parte mia, desidero riaffermapropria identità sia essa etnica o religiosa. re il sincero rispetto della Chiesa per voi, le vostre tradizioni e le vostre credenze. Quanti modi ci sono per i seguaci delle Dobbiamo essere chiari e non È in questo spirito di rispetto che la Chiesa diverse religioni per equivoci nell’invitare le nostre Cattolica desidera collaborare con voi e con realizzare questo ser- comunità a vivere pienamente tutte le persone di buona volontà, nel ricervizio! Quanti sono i care la prosperità di tutti gli srilankesi. Spei precetti di pace e convivenza bisogni a cui provvero che la mia visita aiuterà ad incoraggiare dere con il balsamo presenti in ciascuna religione ed approfondire le varie forme di collaboradella solidarietà frazione interreligiosa ed ecumenica, che sono e denunciare gli atti di terna! Penso in partistate intraprese negli anni recenti. violenza colare alle necessità C Quello pubblicato qui di fianco è il discorso integrale pronunciato al Bandaranaike Memorial Conference Hall di Colombo da Papa Francesco sul dialogo interreligioso in apertura del suo viaggio in Asia che dopo questa tappa in Sri Lanka lo vedrà arrivare domani nelle Filippine “G.K. WEEKLY” | LA SPLENDENTE LUCIDITÀ DI #CHESTERTON Il fatto è che l’uomo è irrazionale, la realtà è irrazionale, e per adattarla alla sfera perfetta delle nostre teorie bisogna tagliarne inevitabilmente dei pezzi e va a finire che qualcuno rimane sempre fuori. E, guarda un po’, sono sempre i più deboli... di don Fabio Bartoli Q uando ho saputo che Mario Adinolfi aveva deciso di fondare un quotidiano per proseguire la battaglia culturale e politica iniziata con “Voglio la mamma”, devo dire che ho provato sentimenti contrastanti. Da una parte sono stato entusiasta dell’idea in sé, la lotta ormai si è fatta incandescente e il quadro di riferimento muta con tale rapidità che uno strumento di informazione e raccordo agile come un quotidiano era ed è assolutamente necessario, dall’altra però il titolo scelto mi ha dato qualche mal di pancia. «Ma come?» dicevo a me stesso «Continuiamo ad insistere sulla laicità delle nostre idee, facciamo sforzi pazzeschi per smarcarci dall’etichetta di “Cattolici” usata per ghettizzarci e Mario sceglie un titolo che più confessionale non si può? La sua forza, la sua originalità consiste proprio nel fatto che è impossibile ricondurlo allo schema del Cattolico di allevamento e poi mi sciupa tutto così?». Devo ammettere che sulle prime ho pensato che si trattasse di un clamoroso autogol. Ma poi mi è capitata in mano una famosa pagina del grande Chesterton, splendente di intelligenza e lucidità come sempre, ed allora ho capito. La pagina in questione è tratta dal prologo de “La sfera e la croce”, in cui dialogano un anziano monaco, Michele, e Lucifero stesso. La riporto qui di lato per comodità: Lucifero guardò il vecchio monaco mordendosi le labbra. «È vera questa storia?» «No» disse Michele «è una parabola: la parabola di tutti voi razionalisti e di te stesso. Cominciate con lo spezzare la croce, ma fi- nite col distruggere il mondo abitabile. Tu hai detto che nessuno deve entrare nella Chiesa contro la sua volontà e un minuto dopo dici che nessuno ha la volontà di entrarvi. Sostieni che non è mai esistito l’Eden, e il giorno dopo affermi che non esiste l’Irlanda. Cominci con l’odiare l’irrazionale e arrivi a detestare ogni cosa, perché tutto è irrazionale». (da La sfera e la croce, Piemme 1991, 20-22) “Cominciate con lo spezzare la croce e finite col distruggere il mondo abitabile!”. Provate a togliere la Croce dalla nostra cultura, dalla nostra umanità, e vi troverete rapidamente a non aver più in mano né una cultura né un’umanità. È vero, la croce è arbitraria, irragionevole, «Come ti stavo dicendo» seguitò Michele «anche quell'uomo aveva adottato l'opinione che il segno del Cristianesimo fosse un simbolo di barbarie e di irragionevolezza. È una storia assai interessante. Ed è una perfetta allegoria di ciò che accade ai razionalisti come te. Egli cominciò, naturalmente, col bandire il crocefisso da casa sua, dal collo della sua donna, perfino dai quadri. Diceva, come tu dici, che era una forma arbitraria e fantastica, una mostruosità; e che la si amava soltanto perché era paradossale. Poi diventò ancora più furioso, ancora più eccentrico; e avrebbe voluto abbattere le croci che si innalzavano lungo le strade del suo paese, che era un paese cattolico romano. Finalmente, si arrampicò sopra il campanile di una chiesa, ne strappò la croce e l'agitò nell'aria in un tragico soliloquio sotto le stelle. Una sera d'estate, mentre ritornava lungo un viale, a casa sua, il demone della sua follia lo ghermì di botto, gittandolo in quel delirio che trasfigura il mondo agli occhi dell'insensato. Si era fermato per un momento, fumando la sua pipa di fronte a una lunghissima palizzata: e fu allora che i suoi occhi si spalancarono improvvisamente. Non brillava una luce, non si muoveva una foglia; ma egli credette di vedere, come in un fulmineo cambiamento di scena, la lunga palizzata tramutata in un esercito di croci, legate l'una all'altra, su per la collina, giù per la valle. Allora, facendo volteggiare nell'aria il suo pesante bastone, egli mosse contro la palizzata, come contro una schiera di nemici. E, per quanto era lunga la strada, spezzò, strappò, sradicò tutte quelle assi che incontrava sul suo cammino. Egli odiava la croce ed ogni palo era per lui una croce. Quando arrivò a casa era pazzo da legare. Si lasciò cadere sopra una sedia, ma rimbalzò subito in piedi perché sul pavimento scorgeva l'intollerabile immagine. Si buttò sopra un letto; ma tutte le cose che lo circondavano avevano ormai l'aspetto del simbolo maledetto. Distrusse tutti i suoi mobili, appiccò il fuoco alla casa, perché anche questa era ormai fatta di croci; e l'indomani lo trovarono nel fiume». (G.K. C.) contraddittoria, ma proprio per questo è il simbolo più umano che ci sia. È insieme il segno di una delle torture più crudeli mai inventate dall’uomo e dell’atto d’amore più gratuito e sconvolgente della nostra storia, esprime contemporaneamente quanto di più alto e quanto di più basso c’è in ciascuno di noi e proprio per questo può rappresentarci meglio di qualunque altra cosa. La croce è nemica di ogni ideologia, perché racconta innanzitutto un fatto, un avvenimento: un uomo ha amato tanto da dare la vita. È in se stessa contraddittoria, in questa sua pretesa di protendersi contemporaneamente verso l’alto e orizzontalmente, ma proprio per questo può cogliere ed abbracciare tutta la realtà, perché questa è la medesima contraddizione che ogni uomo porta in sé. Paragonatela alla forma razionalista per definizione: la sfera. Armonica, uguale da ogni lato, perfetta nella sua essenzialità, ma anche chiusa in sé, inaccessibile dal di fuori. La croce non ha l’armonia e l’equilibrio di una sfera non c’è dubbio, ma se vi capitasse di cadere sareste capaci di aggrapparvi ad una sfera? Non è infinitamente più appropriata la Croce a questo scopo? La Croce è il simbolo dei deboli, rappresenta il forte che si fa debole per amore, ed è per questo nemica di ogni totalitarismo. Il fatto è che l’uomo è irrazionale, la realtà è irrazionale, e per adattarla alla sfera perfetta delle nostre teorie bisogna tagliarne inevitabilmente dei pezzi e va a finire che qualcuno rimane sempre fuori. E, guarda un po’, sono sempre i più deboli... bambini, anziani... insomma quelli di cui parla “Voglio la Mamma”. Per questo la Croce, sommamente irrazionale è anche sommamente ragionevole, perché è la sola che può abbracciare l’uomo, tutto l’uomo. ><><><><><><><><><> I n quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demonî. <><><><><><><><><>< Marco 1,29-39 Mercoledì 14 gennaio 2015 | #quotidiano contro i falsi miti di progresso Qual è la vera #minaccia “al nostro ideale occidentale e umanista” Da più parti si parla di guerra aperta e scontro di civiltà: anche papa Francesco ha denunciato “una guerra mondiale a tappe”. Se pure le cose stessero davvero così, non potrà che giovare qualche considerazione storica e sociologica sull’identità occidentale ferita. Partendo dalla Francia. Naturalmente. IMMIGRARE IN FRANCIA UNO SCORCIO #STORICO di Giuseppe Perri G li eventi degli ultimi giorni a Parigi hanno indubbiamente lasciato il segno sulle opinioni pubbliche dei Paesi occidentali. Nell’Europa post-bellica non si ricordano fatti di questo genere, cioè attacchi così sanguinosi a redazioni di giornali; si tratta davvero di un evento epocale e terribile, poiché colpisce uno dei fondamenti della convivenza sociale europea. Quel che più dà da pensare è l’evidente disorientamento generale che è seguito al massacro della redazione di Charlie Hebdo. Gli eventi dell’undici settembre americano sembravano, per quanto apocalittici, di più facile lettura. Da noi, Franco Cardini ha dichiarato: «Siamo in guerra, ma contro chi?»; Umberto Eco ha fatto scattare la reductio ad Hitlerum, dichiarando: «Siamo in guerra fino al collo, l’Isis è il nuovo nazismo»; Bernard-Henri Lévy ha sentenziato sui giornali italiani: «Il culto del sacro, in democrazia, è una minaccia alla libertà di pensiero». Il colmo dell’illogicità è poi stato raggiunto da qualche giovane politicante che, nel condannare l’intolleranza islamista, ha pensato bene di attaccare anche le parole di tolleranza del Papa. In Francia, il parterre dei commentatori più autorevoli ha già trovato l’asse interpretativo su cui far ruotare le reazioni al terribile evento; ci si divide infatti lungo la linea di confine dell’amalgame, cioè dello scongiuramento della confusione tra i terroristi e l’intera comunità di francesi islamici (che conta ormai ben 6 milioni di persone). Guillaume Bigot, su L’Événement du jeudi e su Le Monde, reagisce rovesciando sui tedeschi le accuse d’islamofobia: «È a Dresda, in Germania – egli protesta – e non a Parigi e a Lione, che le folle manifestano per denunciare la supposta islamizzazione del loro Paese». Bigot difende anche Houellebecq, di cui è in uscita la Soumission (in cui s’immagina un prossimo venturo presidente francese islamico), che viene velatamente accusato di essere tra coloro che, attaccando l’islamismo, hanno preparato i fatti di Parigi. Ora, la storia dell’emigrazione in Francia, per chi ne abbia una seppur minima conoscenza, non è mai stata una storia facile (uno dei migliori lavori su questi temi è: G. Noiriel, Les origines républicaines de Vichy, Hachette, Parigi 1999). Alla fine degli anni ’20 la Francia era il Paese al mondo con la più alta percentuale di stranieri residenti rispetto alla popolazione totale. Larga parte della società reagì con riflessi protezionistici forti: tra il 1880 e il 1914, ad esempio, diverse decine di progetti di legge contrari all’utilizzo di manodopera straniera furono depositate alla Camera. Il sentimento xenofobo popolare si rivolse spesso, negli stessi anni, contro i numerosi immigrati italiani (si veda: E. Barnabà, Morte agli italiani. Il massacro di Aigues-Mortes, Infinito edizioni, Formigine 20082); ma coinvolse anche gli spagnoli, i belgi e i nomadi, con gravi e ripetuti episodi di violenza. D’altra parte furono proprio gli operai italiani, lavorando anche nei giorni festivi, a rendere possibile la veloce costruzione della torre Eiffel. Nella Terza Repubblica, la maggior parte delle leggi sociali sul lavoro erano riservate ai cittadini francesi (“prima i francesi”), mentre gli stranieri erano esclusi dalla funzione pubblica e dai set- C’È #LAICITÀ E “LAÏCITÉ” APPUNTI SOCIALI tori economici vitali per la sicurezza nazionale (come l’industria degli armamenti e i trasporti); l’esercizio della professione medica era riservato ai laureati in Francia (poi ai soli cittadini francesi). di Daniela Bovolenta I recenti attentati terroristici che hanno sconvolto la Francia richiedono prima di tutto una dura condanna di ogni atto di violenza che usa le provocazioni come pretesto per seminare morte e panico. Tuttavia si rischia di confondere la doverosa pietà per le vittime con la loro santificazione. “Charlie Hebdo” e i suoi giornalisti non erano parte di una controcultura eroica e sotterranea, ma facevano parte a pieno titolo del mainstream della laïcité alla francese: una cultura dove la libertà di parola e di religione è dosata in funzione del gradimento espresso dalla cultura dominante e dai poteri forti. La riforma del codice della nazionalità del 1945 fu anche più restrittiva, con l’aggiunta di accenni eugenetici sulla salute dei naturalizzati, prima assenti. Solo nel 1983 vi sarà finalmente l’abolizione di ogni discriminazione legale nei confronti dei naturalizzati. Intanto, a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, le cose si erano complicate, poiché il progressivo e massiccio afflusso d’immigrati provenienti dai paesi arabi e islamici metteva in pericolo il “dogma” principale dei cosiddetti valori repubblicani francesi, vale a dire la laicità dello Stato. La risposta è stata quella della costruzione di un modello d’integrazione “repubblicano” e non comunitario, di cui l’emblema più significativo è la legge sul divieto di ostentazione dei simboli religiosi, la cui natura paradossale fu evidenziata dall’ipotesi, poi scartata, di considerare ostentatoria anche un’appendice naturale del corpo come la barba. I fatti di Parigi tornano a mettere in discussione sia l’attitudine francese ed europea nei confronti dell’“altro” (dell’immigrato in primo luogo e ancor di più dell’immigrato “etnico”) sia la soluzione laicista francese al problema dell’integrazione (non che le altre fin qui escogitate, quella comunitaria inglese, il presunto melting pot americano, il puzzle indistinto italiano, ecc., diano segni migliori). Già Braudel (Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, 2 voll., Einaudi, Torino 1994 – la seconda edizione francese è del 1966) paragonava le civiltà alle dune, che, nonostante gli effetti degli agenti atmosferici, hanno una persistenza naturale e tornano a riapparire, come se nulla fosse, davanti ai nostri occhi. I decisori sociopolitici europei hanno invece preferito vederle come mazzi di carte, la cui mescolanza è oltremodo facile, spontanea. Anzi, hanno pensato a un effetto di mera sostituzione, sperando che l’imperante ideologia del consumo livellasse ogni cosa; invece, proprio la propaganda edonista produce quell’universale ansia di possesso e di potere, che, se non soddisfatta, genera le follie nichiliste del terrorismo suicida. D’altra parte, come ha insegnato Beck (La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma 2000), si tratta di un’attitudine tipica della tecnoscienza politico-economica dominante, che produce rischi sistemici e incontrollabili: situazioni senza soluzioni (astratte). Tornare al concreto significa riscoprire i ritmi propri del confronto tra le civiltà, che è fatto di scontri ma anche di naturalissimi incontri, scambi e assimilazioni reciproche; almeno il 10% dei dizionari delle lingue europee, per fare un solo esempio, è infatti costituito da parole di origine arabo-islamica. Incontri che hanno però i tempi e i modi delle civiltà: la natura, però, come sintetizzava Francis Bacon, non si vince se non dopo essere accordiati alle sue dinamiche: «Natura non nisi parendo vincitur». n Senza risalire alle guerre di spopolamento in Vandea a seguito della Rivoluzione Francese, proviamo a fare un breve quadro del passato prossimo: nel 1996 la Francia pubblica l’elenco di 173 “sette pericolose”, sospettate – tra l’altro – di manipolazione mentale. Tra queste troviamo gli ebrei hassidim, i testimoni di Geova, gruppi cattolici carismatici, la Soka Gakkai e Scientology. «Imparare a pensare, a riflettere, a essere precisi, a pesare i termini del proprio discorso, a “s-cambiare i concetti”, ad ascoltare l’altro – questo significa essere capaci di dialogare, ed è il solo mezzo di arginare la spaventosa violenza che sale attorno a noi. La parola è il rifugio contro la bestialità. Quando non si sa, quando non ci si può esprimere, quando non si maneggiano che vaghe approssimazioni, come tanti giovani dei nostri giorni, quando la parola non è tale da essere intesa, non è abbastanza elaborata perché il pensiero è confuso e imbrogliato, non restano che i pugni, le botte, la violenza frusta, stupida, cieca. Ed è questo che minaccia di inghiottire il nostro ideale occidentale e umanista» #ACCADEMICA DI FRANCIA | JACQUELINE WORMS DE ROMILLY È stata detta “la più grande ellenista del XX secolo”. Nata a Chartres nel 1913, ha frequentato le più prestigiose scuole di Francia (Lycée Molière ed École Normale Supérieure), prima di essere castigata dal regime di Vichy per le sue origini ebraiche. Finissima grecista e raffinata politologa, insegnò per più di quindici anni alla Sorbonne, per poi passare al Collège de France. Lì fu la prima donna ad entrare, mentre fu la seconda ad essere accolta nell’Académie française. Visse in Grecia e dal governo greco fu nominata “ambasciatrice dell’ellenismo”: le sue passioni, ossatura del suo umanesimo radicale e profondamente occidentale, erano lo storico Tucidide e i tragici Eschilo, Sofocle ed Euripide. Morì nel 2010. Da più parti si hanno stesso) indulgendo a un saggi dell’opportunismo vago buonismo privo di politico di quanti fomen- un progetto concreto. tano le fobie popolari in La storia e le scienze materia di immigrazione e integrazione, o (ma è lo sociali indicano un’altra strada: l’umanesimo. Nel 2001 entra in vigore una legge “antisette”. Nello stesso anno è abbattuta ad opera dell’esercito la statua religiosa di un piccolo gruppo di fedeli della religione aumista, che ha sede sui Pirenei. Nel 2004 il parlamento francese approva la legge contro i simboli religiosi a scuola e nei luoghi pubblici, detta legge “anti-velo”, che in realtà proibisce anche kippah e croci visibili. Nello stesso anno viene approvata una legge sull'omofobia che proibisce di dire pubblicamente che i figli hanno diritto a una mamma e a un papà. Nel 2006 la Commissione sui Diritti Umani delle Nazione Unite redige un rapporto sull’intolleranza religiosa dello stato francese. Nel 2008 Vincent Peillon, attuale ministro dell’educazione del governo Hollande, affermava: «Non si potrà mai costruire un paese libero con la religione cattolica». Al contrario, Inna Shevchenko, leader del gruppo Femen, nel 2013 è finita su un francobollo commemorativo dela Republique, nonostante il gruppo a cui appartiene si sia distinto per atti dissacratori all’interno di chiese cattoliche. Nello stesso anno sono numerosi gli interventi di repressione, anche poliziesca, contro La Manif pour tous e i manifestanti contrari al matrimonio omosessule. All’inizio del 2014 viene modificata la legge sull’aborto, creando una specie di reato di “abortofobia”, in pratica non solo è vietato ostacolare in qualunque modo l’intenzione di abortire di una donna, ma si impedisce di darle qualunque informazione che potrebbe provocare un ripensamento: gli attivisti pro-life che si avvicinano agli ospedali, così come quelli che gestiscono siti internet prolife, rischiano sanzioni e anche la prigione. Risulta piuttosto evidente come nel quadro della laicità francese non tutte le libertà siano ugualmente tutelate: la tutela è tanto maggiore quanto le libertà vanno contro la religione in generale e il cattolicesimo in particolare. Come guardare allora ai recenti atti terroristici di Parigi, senza ridurli a un semplice “essere” o “non essere” Charlie? Forse potrebbe essere utile non ridurre tutto a una reazione spropositata contro delle vignette blasfeme. La blasfemia, e non verso una sola religione, c’è stata ed è stata l’occasione prossima, ma forse bisognerebbe leggere il fatto puntuale in una trama più ampia. Ecco alcuni fili di questa trama: c’è una componente, minoritaria ma agguerrita, del mondo islamico che vuole spazzare via non solo l’occidente, che considera corrotto, ma anche ogni islam moderato. Invoca il rispetto e la tolleranza fino a quando si trova in posizione di debolezza, ma ha pronta la shari’a da imporre a fil di spada non appena ritenga di averne le chances. Un islam che rifiuta di essere criticato dove è in minoranza, sventolando il reato di islamofobia, mentre è pronto ad uccidere, stuprare e ridurre in schiavitù laddove ne abbia il potere. I nomi dell’Isis e di Boko Haram valgano come esempio per tutti. Questo islam non solo non si diluisce tra gli immigrati nei paesi occidentali, ma al contrario molto spesso conosce nei cittadini europei di seconda o terza generazione una radicalizzazione su cui bisogna riflettere seriamente. In bilico tra due culture, l’islam mediamente più moderato dei loro genitori e la società occidentale, materialista, complessata, contraddittoria e relativista, scelgono una terza via. Si radicalizzano facendo scelte estreme, cercando una presunta purezza nel fondamentalismo, che è sempre un fenomeno moderno di ritorno a un rigore delle origini ampiamente immaginario. Pare proprio che atti come quelli di Parigi siano un enorme spot per coalizzare gli animi attorno a questo islam e, indifferenti a milioni di persone – anche musulmane – che condannano senza se e senza ma ogni atto di terrorismo, agli estremisti basta trovare qualche migliaio di nuovi combattenti pronti a lasciare l’Europa per unirsi ai combattenti in Iraq, Siria o altrove. Come si affronta questo nemico asimmetrico, ricco di figli, soldi e armi, e senza nessuno scrupolo nell’usarli? Non è facile dirlo, forse intanto non chiudendo gli occhi recitando il mantra dell’islam sempre e comunque religione di pace e tolleranza, non – soprattutto – lasciando proliferare numerose zone d’ombra nei nostri paesi, dove si infibula nel sottoscala, si applica la legge coranica nelle sale di preghiera, si portano davanti alla decisione dell’imam questioni che riguardano non solo il diritto di famiglia – ed è già grave – ma anche la giustizia penale. Non va affrontato permettendo ai musulmani di avere quartieri propri, come accade in Gran Bretagna, al di fuori della legge, in cui le scuole sono centri di propaganda, e le strade sono pericolose per i non islamici. Cioè, andando ancora più a fondo, il problema si affronta andando all’origine del nostro vivere in comune, dei principi che informano le nostre leggi, dei valori che riteniamo intangibili. Ma, prima di tutto, cercando di capire che le civiltà, come la natura, non tollerano il vuoto: in un certo senso il cancro laicista, che rende sempre più disumane le nostre società, e la denatalità, che le svuota, rendono marcio dall’interno quell’occidente che non sa resistere poi all’arrivo del radicalmente diverso. Non è l’islam che ci conquista, siamo noi che ci stiamo suicidando. Sarebbe inutile, dunque, contrapporre al fondamentalismo dell’islam il fondamentalismo della laicità. Stiamo vedendo due totalitarismi che si affrontano, ma dobbiamo avere ben chiaro che la civiltà occidentale, o quel che ne resta, va difesa proprio in quanto non si identifica con il culto dello stato che controlla le coscienze: al contrario si basa su quello straordinario incontro di cultura greco-latina, giudeo-cristiana e barbarica che nell’Incarnazione del Figlio di Dio, nel Logos vivente, vede la base della dignità umana, in cui il rispetto del sacro rende possibile la convivenza tra gli uomini, in cui la libertà di espressione ha un limite nella verità e la ragione è alleata, non antagonista, della religione. Una lezione che nel 2006, a Ratisbona, Benedetto XVI non ha dato solo all’islam, ma anche ai laicisti di casa nostra. n #quotidiano contro i falsi miti di progresso | Mercoledì 14 gennaio 2015 #EXODUS DI RIDLEY SCOTT, OVVERO COME TI SPALANCO LA #VITA Esce domani nelle sale cinematografiche il nuovo grande film ispirato all’epica biblica: dopo il maestoso e complesso Noah di Aronofsky è nientemeno che il padre de “Il gladiatore” a produrre l’ultimo “kolossal”. Potenza e ritmo, spettacolo e dramma, misericordia e massacro si alternano nell’affresco del più grande evento salvifico della storia umana (dopo la risurrezione del Cristo): si fa memoria di un Dio che interviene “con mano potente e braccio spiegato” a fare letteralmente di tutto per quelli che gli sono cari. Persino spalancare il mare. di Costanza Miriano I ntanto uscire di casa per andare al cinema ripassando i dieci comandamenti è già una cosa. «Ho fatto i pop corn», «quinto non uccidere», «tu prendi l’acqua», «gli atti impuri che sono? – dunque, aspetta te lo spiego in macchina», «no la cioccolata no abbiamo esagerato ultimamente – ma se io desidero la roba della mia compagna di banco come faccio a non desiderare?», «comunque ragazzi, ricordatevelo, i comandamenti sono le cose che ci fanno vivere meglio, non sono ordini ma il nostro libretto di istruzioni se vogliamo funzionare bene senza romperci, adesso però sbrighiamoci che è tardi». Insomma, uno va a vedere Exodus coi figli e cerca di ravanare nella memoria quello che si ricorda di Mosè, e una cosa certa è che è stato lui a ricevere le tavole della legge, e con quelle non si sbaglia mai, e poi un ripassino serve sempre (voi li ricordate tutti in fila, su due piedi? Bravi, non tutti purtroppo sono così preparati, neanche tra noi aspiranti cattolici). Poi, certo, ci saranno sicuramente quelli che la Bibbia la conoscono davvero, e che troveranno errori, imprecisioni, piccole o grandi infedeltà in questo Exodus, dèi e re che esce il 15 nelle sale italiane, con un Christian Bale sul quale non vorrei esprimermi perché sono una donna sposata. Io invece l’ho trovato bellissimo. Effetti speciali grandiosi ma non ridicoli (magari fra qualche anno lo sembreranno, ma adesso proprio no), una gioia per gli occhi, un tripudio, un godimento. Scene di massa grandiose, veramente bibliche. Una festa per gli occhi, un regalo. La regia mai banale, mai ovvia: d’altra parte è di Ridley Scott, quello di Blade Runner e del Gladiatore. Il regista lo ha dedicato al collega e fratello Tony, morto recentemente. Lo so perché mio marito è montatore e mi ha fatto vedere molti dei film importanti della storia del cinema, come condizione al nostro matrimonio. Grazie a lui mi sono fatta anche un po’ d’occhio sul montaggio, d’altra parte sarebbe anche il mio lavoro (sono giornalista televisiva) e posso dire che in Exodus non ho visto un taglio banale o una caduta di ritmo in queste due ore e mezza di film che hanno tenuto incollate anche due bambine di otto anni, e con pochissime patatine. La storia, si sa, è quella di Mosè, raccontato da quando è grande e amato dal faraone che lo ha cresciuto, precisamente dalla battaglia degli Egiziani contro gli Ittiti. Scopre la sua storia e sempre un po’ contro voglia – come succede sempre con le cose di Dio – capisce che deve portare il suo popolo fuori dall’Egitto. D’altra parte Mosè, che poi gli Ebrei dicono “Mòshe”, è del popolo di “Israele”, che significa colui che lotta con Dio. Per quanto mi riguarda è questa la bellezza del film: ripercorrere la storia della salvezza non come la storia di un popolo, ma la mia personale. Ricordare quante volte Dio mi ha aperto il Mar Rosso – che scena! – per tirarmi fuori dai pasticci in cui mi ero messa. Mettere al posto del faraone il peccato, mettere al posto dell’Egitto il mio star bene nel peccato, il mio accontentarmi di essere sì schiava, ma almeno con una sistemazione sicura. È per questo che è bello ricordare che, quando serve, il Dio che si è fatto bambino povero ed è morto mitemente in croce è anche il Dio degli eserciti. Quando noi gli chiediamo seriamente aiuto contro il nostro peccato lui travolge cavallo e cavaliere. E se qualcuno commette una grave ingiustizia contro di noi facciamoci difendere solo da lui, che è sicuramente l’avvocato migliore su piazza, e quando serve, l’ho sperimentato, è anche il generale più abile. Se si incacchia sistema le cose per bene. Travestendomi da critica cinematografica proverei anche ad aggiungere che ho trovato il casting direi perfetto, le facce giuste al posto giusto: John Turturro, Ben Kingsley, e anche le signore, Sigourney Weaver e Hiam Abbass, che nonostante la fama accettano di mostrarsi con tutta la bellezza delle rughe (chissà se anche loro come la Magnani le difendono: «Ho fatto tanto per farmele venire!»). Bellissima ma di una bellezza non convenzionale Maria Valverde nella parte della moglie Zipporah. Anche Christian Bale si è presentato alla macchina da presa con una ragionevole quantità di muscoli, insomma senza esagerare. Come dicevo prima gli effetti speciali meri- tano da soli il biglietto, le piaghe sono rappresentate senza sconti (la mia Lavinia ieri si è scoperta una bollicina sul ginocchio ed era terrorizzata, temeva di avere contratto le temibili pustole del faraone, forse per essersi seduta in una fila un po’ troppo avanti, vicina allo schermo) ed è un godimento puro per la vista, una memoria della potenza di Dio per l’anima. Unico appunto, per quanto mi riguarda, Dio che parla con la voce e l’aspetto di un ragazzino. Ma è talmente non rappresentabile Dio – «nessuno lo ha mai visto», dice la Bibbia – che qualsiasi tentativo sarà sempre ridicolo (compresi, per inciso, i nostri di mettergli in bocca i nostri pensieri e le nostre parole, o di farlo dispensatore di soluzioni facili, quando a volte davanti al mistero di certi dolori ci sarebbe solo da stare zitti). Noi non ci scandalizziamo di nessun tentativo, al limite ne sorridiamo (non così in alcuni paesi musulmani: il primo a chiedere il ritiro del film è stato il Marocco perché per l’Islam è blasfemia qualsiasi raffigurazione di Dio). si l’ingiustizia lui stesso, prendendo su di sé i peccati e facendosi mettere mitemente, silenziosamente, in croce. n Infine per rispondere a quelli che hanno trovato da ridire sulla “cattiveria” di questo Dio, di una fede religiosa trasformata in fanatismo, a me pare che nell’Antico Testamento di episodi in cui Dio non corrisponde all’immagine edulcorata che ci siamo fatti ce ne siano diversi. È una storia piuttosto cruenta, quella dell’Antico Testamento, è la storia della pedagogia che Dio ha avuto con noi: l’uomo, quando gli sembrava ragionevole uccidere chi ti rubava una pecora, non poteva capire il concetto di misericordia, e allora già la legge del taglione – pecora per pecora – è stato un passo avanti. Quanto alla morte degli innocenti che ha scandalizzato alcuni, nella Bibbia c’è, esiste (e anche nella realtà). Fa parte del mistero del male cui Gesù è venuto a rispondere, non ristabilendo la giustizia ma morendo, assumendo- #PROGRAMMITV #PROGRAMMITV 06:00 Euronews 06:10 Il caffè di Raiuno 06:30 TG 1 06:43 CCISS Viaggiare informati 06:45 Unomattina 06:55 Parlamento Telegiornale 07:00 TG 1 07:10 Unomattina 07:30 TG 1 L.I.S. 07:33 Unomattina 08:00 TG 1 08:25 Che tempo fa 08:27 Unomattina 09:00 TG 1 09:03 Unomattina 09:30 TG1 FLASH 09:35 Unomattina 10:00 Storie Vere 10:58 Unomattina 11:00 TG 1 11:05 Che tempo fa 11:10 A conti fatti 12:00 La prova del cuoco 13:30 TELEGIORNALE 14:00 TG1 Economia 14:05 Dolci dopo il Tiggì 14:40 Torto o ragione? 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Livio ) 10:30 Incontri con la geriatra (Marilena Cerliani) 11:55 I Salmi 12:00 Angelus - Ora Media 12:25 Intervista a Ivan di Medjugorie 13:30 Notizie dal mondo e dalla Chiesa – Il fatto del giorno (Riccardo Cascioli) 14:00 Pomeriggio insieme: dediche, saluti e auguri dall’Italia e dall’estero (Roberta) 15:05 Cultura per ragazzi (Ilaria) 15:45 Maria Immacolata regina della storia (p. Salvatore Fiumanò) 16:45Ora di spiritualità: S.Rosario - Vespri Benedizione Eucaristica 17:45 Frammenti di Luce (P. Livio ) 18:00 Racconti di un esorcista 19:30 Notizie Radio Vaticana 20:00 Preghiere della sera. Preghiere dei bambini in diretta telefonica 20:30 S. Rosario con le famiglie 21:00 Un solco nell’anima (d. Marino Gobbin) 22:30 Catechesi odierna del S. Padre 22:50Compieta 23:00 Lettera ai Romani (S. Em. Gianfranco Ravasi) Mercoledì 14 gennaio 2015 | #quotidiano contro i falsi miti di progresso Il pallone d’oro è un premio forse sopravvalutato ma per la terza volta è andato al campione portoghese del Real Madrid. A meritarlo davvero sarebbe invece stato il bianconero Tevez, non foss’altro per quella finale “Argentina-Germania” che con lui in campo la Selección avrebbe vinto. Lo ha vinto #Cristiano, ma doveva andare nella Carlito’s Way Nato Carlos Martínez il neonato Carlitos viene abbandonato dalla madre biologica, Fabiana Martínez, a soli tre mesi. A dieci mesi è vittima di un grave incidente domestico: gli cade sul viso l’acqua bollente di un bollitore. Viene portato in ospedale avvolto da una coperta di nylon che, scioltasi, aggrava ancora di più le ustioni di primo e secondo grado. Rimane in terapia intensiva per due mesi, e porta ancora oggi i segni dell’incidente sul viso e sul collo. Quando si riprese, Tevez venne affidato agli zii materni, Adriana Martínez e Segundo Tevez. Insieme vivevano al primo piano della Torre 1 a Fuerte Apache, a pochi metri dal temuto Nudo 14. Tevez ha iniziato a giocare a pallone al Club Santa Clara. All’età di cinque anni il padre biologico, Carlos, che non lo aveva mai riconosciuto, viene ucciso nel corso di una sparatoria con 23 colpi d’arma da fuoco. Nell’estate del 1989 viene notato da un osservatore del Club Atlético All Boys venuto a Fuerte Apache alla riFoto © ANSA A quindici anni venne ufficialmente adottato da Segundo Tevez, prendendone il cognome, per ottenere un nuovo cartellino e passare al Boca Juniors. Il 29 luglio 2014, Segundo Tevez viene sequestrato da un gruppo di tre uomini mentre era alla guida della sua macchina a El Palomar, nel dipartimento di Morón, in Argentina. Segundo è stato rapito tra le cinque e le sette di mattina e liberato poche ore dopo. Sembra che Carlitos abbia dato disposizioni di pagare un riscatto. Una storia così bella e terribile di dolore e riscatto, che sembra appartenere di diritto al mondo del cinema o della grande letteratura più che a quella della palla che rotola, meritava a nostro avviso un riconoscimento planetario. E’ vero che nei primi anni del millennio Carlitos si è aggiudicato tre volte il Pallone d’Oro sudamericano, ma si sa che quello che conta è quello europeo. Avrebbe dovuto vincerlo per un’assenza decisiva: avesse giocato, anzi, fosse stato convocato dall’ennesimo perso- SA Durante gli anni al Manchester United, Tevez viene informato che Juan Alberto, l’unico fratello biologico con il quale aveva mantenuto i contatti, e suo cognato Carlos Avalos erano stati arrestati per l’assalto a un furgone blindato. Da quel momento Tevez deciderà di troncare ogni rapporto con il fratello. I rapporti con la famiglia adottiva invece si sono mantenuti molto bene tanto che ogni mese Tevez invia del denaro ad Adriana e Segundo. AN Invece il tecnico della albiceleste non l’ha neanche convocato, Bielsa non sopportava Tevez, aveva paura che gli rovinasse lo spogliatoio. E così s’è rovinato lui. Come il marito che per far dispetto alla moglie eccetera eccetera. E poi, diciamoci la verità, Carlitos il Pallone d’Oro lo meriterebbe anche per la sua straordinaria storia. Ricordiamola per sommi capi. Perché pochi lo sanno ma è la storia di un ragazzo talmente povero e rifiutato da tutti da essere nato persino con un altro nome cerca di nuovi talenti, Carlitos aveva solo cinque anni. © Come avremmo voluto che andasse noi? Considerato che Leo Messi aveva già vinto immeritatamente il premio di miglior giocatore del mondiale brasiliano, forse si poteva osare con la fantasia. Ad esempio si sarebbe potuto premiare il giocatore che, mancando al mondiale brasiliano, ha evidenziato maggiormente proprio con la sua assenza la sua capacità di essere decisivo. Chi è questo giocatore? Claro, Carlitos Tevez. Pensate alla finale del Maracanà tra Argentina e Germania, pensatela con il numero dieci della Juventus al posto di Higuain o dell’esangue Palacio. Avrebbe avuto un altro esito? Credo proprio di sì. Tevez avrebbe fatto vincere la Coppa all’Argentina e poiché gliel’avrebbe fatta vincere in terra brasiliana il trionfo sarebbe valso il doppio. Invece. to pa dalle grandi orecchie vinta dai blancos il Pallone d’Oro è finito nelle mani un po’ coatte del bulletto portoghese. E’ andata così. Fo I l Pallone d’Oro lo ha vinto Cristiano Ronaldo e veramente non si capisce come possa essere stato premiato il giocatore portoghese in un anno in cui al mondiale è stato abulico portabandiera di una squadra che è stata totalmente inconsistente nel torneo brasiliano che ha incoronato i tedeschi come campioni planetari. Invece niente, restano a bocca asciutta i crucchi che hanno chiuso il poker di titoli mondiali, per premiare questo bullo che certamente ha alzato al cielo la Champions League, ma l’ha fatto da stella di un Real Madrid stellare, quello per capirci della follia di spendere cento milioni di euro per un giocatore fortissimo ma forse non proprio così forte come Christian Bale. Ma, insomma, forse in omaggio alla decima Cop- naggio fastidioso capitato nella sua complessa vita, avrebbe certamente vinto quella maledetta finale mondiale. Invece, niente. E niente premio, vince Cristiano Ronaldo, quello dai capelli impomatati dal gel dello sponsor. Avremmo voluto il riscatto definitivo dell’ultimo e invece ha vinto il solito primo della classe. Peccato. Qui si continuerà a fare il tifo per Carlitos, per la sua professionalità e la sua classe cristallina: è l’unico campione vero rimasto al calcio italiano, alla Serie A sempre più impoverita di talenti e campioni. Lui vuole tornarsene in Argentina, ha già annunciato che l’anno prossimo quando scadrà il suo contratto con la Juventus non ha intenzione di rinnovarlo. Il richiamo del barrio è troppo forte, il richiamo della terra non può essere rifiutato da un argentino che appartiene all’Argentina. Ora che se ne è andato Bielsa, Tevez è stato riconvocato anche in nazionale. Chissà che ai mondiali russi non abbia la chance in extremis di portarsi a casa il mondiale che l’Argentina non ha saputo o voluto vincere in Brasile perché ha fatto a meno di lui. n