All’origine della pretesa cristiana
Asti, 27 febbraio 2002
Presentazione del libro di Don Luigi Giussani
“ALL’ORIGINE DELLA PRETESA CRISTIANA”
Intervento del prof. Stefano Alberto
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Asti, 27 febbraio 2002
Centro Culturale San Secondo
Stefano Serena: Ringraziando tutti voi per la numerosa partecipazione, vorrei porvi il saluto del
Centro Culturale Pier Giorgio Frassati. Questa sera presentiamo il libro “All’origine della pretesa
cristiana” di Luigi Giussani. Questo libro è una riedizione, venne scritto parecchi anni fa da Don
Luigi Giussani, ma nell’ultimo anno lo ha rivisto, in parte ristrutturato, proprio per porlo più vicino
al lettore di oggi. Qui con noi a presentare questo libro c’è Don Stefano Alberto, docente di
Introduzione alla Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. “In esso – afferma
l’autore – ho voluto esprimere la ragione per cui un uomo può credere a Cristo, la profonda
corrispondenza umana e ragionevole delle sue esigenze con l’avvenimento dell’uomo Gesù di
Nazareth”. Chiederei a Don Stefano di introdurci a come Don Giussani ci ha raccontato la sua
esperienza di vita attraverso questo libro.
Don Stefano Alberto: Consentitemi innanzitutto di ringraziarvi dell’invito, di ringraziare Sua
Eccellenza per la presenza questa sera, è stata una gioia rivederlo perché ci legano comuni radici
biellesi che quindi, oltre al fatto di averlo presente come vostro Pastore, è una gioia personale
poterlo reincontrare qui questa sera. Consentitemi prima di entrare a delineare, sia pur per brevi
cenni, l’intuizione di questo testo e come Don Giussani lo sviluppa, di fare un richiamo al fatto che
questo testo – e questa penso che sia una delle ragioni, forse la regione fondamentale per cui sono
qui questa sera io – non è un testo nato a tavolino e non è il frutto di un lavoro da scienziato, da
erudito; è un testo nato prima nell’attività di insegnamento al liceo Berchet, ma poi soprattutto in
quasi 30 anni di insegnamento di Introduzione alla Teologia all’Università Cattolica. E’ una vita che
ha comunicato ad altre vite per generazioni le ragioni di una passione ideale. Lo dico perché, ed è
questa la seconda premessa che ci tengo a fare, questo testo non è solo tradotto in tantissime lingue
nel mondo – è in preparazione la traduzione cinese, giapponese e arabo – ma rappresenta lo
strumento di lavoro per quel fenomeno, potremmo dire in prima approssimazione di catechesi
popolare, che dall’Italia all’Europa, dagli Stati Uniti all’America Latina fino nel lontano
Kazakhstan, e adesso da poco nelle Filippine e in Australia, rappresenta la scuola di comunità.
Questo libro diventa l’opportunità di un paragone della propria umanità con la proposta cristiana
così come migliaia di persone la vivono in quella esperienza che si chiama Comunione e
Liberazione. Ma, ed è la terza osservazione, per leggere con utilità questo libro non occorre essere
cristiani convinti o impegnati come si dice, occorre, e lo dirò subito dopo perché, occorre essere
uomini, cioè seri con la propria esistenza, seri con la propria esperienza, intensamente impegnati
con quei fattori originali del vivere che sono la ragione e la libertà. Don Giussani non ha bisogno
di essere presentato. Vorrei però, consentitemi, ancora un po’ come premessa citare tre episodi: due
della sua infanzia e uno della sua giovinezza, che mi pare ci aiutino a comprendere l’intenzione
profonda del suo percorso di cui questo libro è il secondo, per lui centrale e decisivo passaggio. Il
primo episodio: siamo negli anni del primo dopoguerra a Desio in Brianza. Una mattina – Ofelia
Mazzoni la poetessa la chiamerebbe “una vibrante mattina di marzo, ardente primavera” – è molto
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presto sono le cinque del mattino, una mamma si affretta alla prima Messa e attraversa, adesso non
c’è più, quel grande crocicchio in cui confluivano le tramvie che da Desio andavano verso Milano e
da Desio salivano verso l’alta Brianza; c’è un grande silenzio, si sentono i passi della mamma e
quello più leggero e affrettato del bambino che le trotterella al fianco. Nel cielo in cui si intravede il
primo albore, brilla ancora una stella, l’ultima della notte. La mamma stringendo la mano al suo
bambino glielo fa notare e rompe il silenzio con questa affermazione: “Come è bello il mondo e
come è grande Dio”. Don Giussani ci dice che questa frase, sentita in quel primo mattino dalla
mamma, ha segnato la sua vita. Mi permetto di dire in due sensi. Il primo: la partenza nei confronti
della vita e nei confronti della realtà è sempre una bellezza, è sempre un’attrattiva. L’uomo è mosso
da qualcosa che capita, che lo colpisce e che lo attrae. Viene in mente la grande e bellissima,
drammatica espressione di S. Agostino la delectatio victrix, “l’attrattiva vincente”. La seconda
osservazione a questo proposito è la realtà, le cose con la loro bellezza sono segno, non semplice
fatto che sollecita una istintività, una curiosità meccanica. Sono segno, rimandano a chi le ha poste
in essere, a chi le fa essere. Questa intuizione della realtà come cosa bella che muove la ragione, che
apre la ragione e muove la libertà, cioè della realtà come segno, attraversa tutta la preoccupazione
educativa e l’intuizione esistenziale di Don Giussani.
Seconda scena, il bambino è cresciuto un po’. Lo vediamo insieme alla sorella di ritorno dalla
Messa grande. Domenica mattina, il prevosto di Desio, sono le 11 è ora di pranzo, ma il papà
Beniamino fa il giro un po’ più largo e passa nella famosa bottega del barbiere che allora era il
centro di raccolta, il punto di riferimento del Circolo socialista, del socialismo milanese, del
socialismo riformista Turati, Kuliscioff. La mamma si faceva raccontare a casa dopo pranzo, sia il
contenuto dell’omelia del signor Prevosto, sia il contenuto della discussioni udite nella bottega del
barbiere. Una frase ripeteva papà Beniamino al piccolo Luigi: “Qualunque cosa tu senta, qualunque
cosa tu dica, devi chiederti e devi darti le ragioni di quello che senti e di quello che dici”. Quando
andò in seminario, la prima volta che tornò a casa piccolo seminarista a 11 anni, il papà gli ripeteva
questa frase “devi darti le ragioni di quello che senti e di quello che dici”.
Ecco questa seconda accentua attraversa tutta la vita, tutto l’accento di Giussani: se il cristianesimo
è un fatto umano investe ragione e libertà, non è qualche cosa a lato sopra o sotto la vita. Il
cristianesimo è un fatto nella vita dell’uomo, nella vita dell’uomo l’umanità è innanzitutto
ragionevolezza e libertà.
Terzo accento: così come lo racconta lui già prete, giovane prete invitato innanzitutto ad insegnare
teologia; pensate siamo ormai alla metà degli anni cinquanta e la chiesa che noi conosciamo come
la chiesa prima del Concilio è la chiesa di Pio XII, una chiesa preoccupata della difesa della purezza
della fede, dei costumi di fronte all’attacco del mondo moderno con qualche irrigidimento. Ma
pensate il clima di Venegono – questo seminario che sembra un monastero benedettino, ma piantato
dentro la fede popolare – questo clima di libertà, per cui a Venegono Giussani può studiare non solo
i grandi slavofili, i grandi padri della Tradizione Ortodossa, imparare il russo con i compagni di
studi Giacomo Biffi, Monsignor Manfredini, ma occuparsi della teologia protestante americana.
Una mattina, mentre si sta affrettando ad ultimare il suo testo di tesi di laurea – che poi diventerà un
testo ancora oggi utilizzato addirittura in America, “Linee fondamentali della teologia protestante
americana” – leggendo l’opera principale di Reinhold Niebuhr, il suo autore prediletto, si imbatte
all’inizio di un capitolo con un osservazione che ad alcuni di voi è già nota. Scrive Niebuhr: “non
c’è risposta più assurda di quella a una domanda che non si pone”. Questa lucida e tagliente
osservazione segna la preoccupazione metodologica di Giussani anche nell’affrontare il tema più
delicato, affascinante, coinvolgente e drammatico che è la ragione per cui, per dirla con
Dostoevskij, un europeo, un uomo maturo può aderire a Cristo.
Vorrei leggervi, proprio perché mi pare l’intenzione centrale, a pag. 3 le prime 10 righe:
“Nell’affrontare il tema dell’ipotesi di una rivelazione e della rivelazione cristiana, nulla è più
importante della domanda sulla reale situazione dell’uomo. Non sarebbe possibile rendersi conto
pienamente di che cosa voglia dire Gesù Cristo se prima non ci si rendesse ben conto della natura di
quel dinamismo che rende uomo l’uomo. Cristo infatti si pone come risposta a ciò che sono «io» e
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solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e
disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo. Senza questa coscienza anche
quello di Gesù Cristo diviene un puro nome”. Cosa sia dal punto di vista esistenziale questa presa di
coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso, Giussani lo svolge innanzitutto in due
passaggi. Il primo richiama che cosa sia il fattore religioso, la dimensione religiosa, ecco la prima
affermazione in un mondo come quello di oggi, dove il termine religiosità è associato a
irrazionalità, sentimentalismo, magia, superstizione. Giussani dice: ma in realtà se osserviamo la
nostra esperienza, la religiosità è il vertice di quell’esigenza che noi abbiamo di vivere con un
significato, il vertice del dinamismo della ragione. Non c’è uomo che non affermi, vivendo anche
solo 5 minuti, un significato ultimo per cui valga la pena vivere quei 5 minuti. Certo la condizione
dell’uomo che consapevole si rende conto di questo dinamismo è vertiginosa, perché da un lato c’è
un qualche cosa, c’è un dinamismo che urge un significato, una risposta ultima, dall’altro lato ci
rendiamo conto che questa risposta è irraggiungibile, è inarrivabile con la sola forza dell’uomo.
Quanto più ne è consapevole, quanto più uno, dice Giussani,
non è stupido – e la stupidità suprema è quella di vivere
distratti – tanto più si rende conto che nella vita c’è qualcosa
di più grande della vita stessa, ma che con la vita ha a che
fare; solo che di fronte a questa sproporzione l’uomo a volte
si scoraggia. Per lui – dice – nascono anche immagini del
Mistero mostruose. Come è attuale, mi impressiona l’attualità
di questa osservazione scritta oltre 40 anni fa; di fronte alla fragilità, di fronte alla enormità del
male, di fronte alla violenza, l’uomo, proprio perché non arriva a conoscerlo, si fa del Mistero, del
Dio, un’immagine mostruosa. Questa citazione drammatica di pag. 9 dell’Edipo Re di Sofocle,
Shakespeare secoli più tardi la metterà pari pari nel IV atto del suo King Lear: “Gli uomini sono il
trastullo degli dei, sono come mosche nelle mani di fanciulli crudeli che le uccidono per divertirsi”.
Tanti commenti all’11 settembre sono, riprendono questo accento di disperazione, di disillusione.
Giussani parla con grande realismo, a volte come se ci si trovasse, si immaginasse di essere in una
palude insicura e talvolta angosciosa, ma anche di fronte a questa sproporzione, di fronte alla
vertigine, la ragione non smette di essere esigenza di cercare. Mi ha così colpito l’incontro di
presentazione di questo testo a Milano, quello che Ernesto Galli Della Loggia ha con grande
semplicità e con grande coraggio, detto in un passaggio commovente: “Io non ho il dono della fede,
ma se questo accadesse penso che mi consegnerei al Dio cristiano, così come emerge nella Sua
umanità in queste pagine”. Sono momenti in cui uno avverte che chi cerca così è profondamente
compagno, è profondamente amico al proprio cammino, alla propria avventura di cristiano che già è
stato raggiunto dalla risposta. Ma ecco la cosa che mi colpisce, l’esaltazione, il rispetto per questo
dramma esistenziale, per questa continua ricerca. Troviamo un accento sorprendente – la seconda
sottolineatura che vorrei richiamare, mi spiace non poterla sviluppare – Giussani se ne esce con una
affermazione veramente sorprendente. Ogni tanto si legge sui giornali di un Movimento chiuso,
conservatore, intollerante, i parà di Cristo. Se uno sfoglia queste pagine trova una affermazione per
certi versi assai sorprendente, come quella di pag. 18 quando Giussani scrive: “Ogni costruzione
religiosa riflette il fatto che ognuno fa lo sforzo che può ed è proprio questo che tutte le
realizzazioni religiose hanno in comune di valido: il tentativo.
Lo dirà più avanti, in questo senso ogni religione è vera, ogni religione è buona. Ma come, una
nuova voce che si aggiunge al sincretismo, al relativismo, a un malinteso pluralismo che
caratterizza tanto pensiero moderno e ahimè non poca teologia anche cattolica? No, il motivo di
questa valorizzazione è esattamente l’opposto di quella generica tolleranza che, notate bene, a
guardarci dentro è il primo gradino dell’indifferenza e della violenza: tollero quello che fai perché
quello che fai non mi interessa. Questa tolleranza, che sembra l’ideale anche di una convivenza
civile, in realtà è la forma più subdola e non meno perniciosa di violenza. Giussani, certo di una
propria esperienza, guarda con cordialità al tentativo, anche quello in apparenza molto distante,
anche nella consapevolezza che ogni tentativo in quanto tentativo umano non è esente, non è privo
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di ambiguità, ma può guardarlo proprio a partire dalla certezza che, dal momento che l’uomo è
esigenza di verità, è esigenza di una risposta, dal momento che una risposta c’è ed è possibile, i
tentativi per raggiungerla sono commoventi. Vale a dire: questa valorizzazione del tentativo non
nasce dall’indifferenza, nasce dalla passione per l’impeto umano alla ricerca della verità.
C’è un secondo accento, e questo è veramente straordinario a mio giudizio, in cui lui, quello che
come potente intuizione anche filosofica al termine del primo passaggio del I volume aveva
delineato come possibilità della ragione. La ragione nel suo vertice non può chiudersi alla
possibilità che sia il Mistero a prendere l’iniziativa. Quello che è una possibilità, Giussani lo
intravede come domanda dentro ogni tentativo. Ogni tentativo religioso, ogni sforzo immaginativo,
ogni ansia di costruzione ha dentro più o meno esplicitata, più o meno consapevole, questa segreta
domanda al Mistero – ma se prendessi tu l’iniziativa? se facessi tu un passo verso di me? – fino ad
arrivare alla conclusione per certi versi sorprendente, in cui ancora una volta si esalta la libertà e la
pluriformità dei tentativi. Giussani dice “Se c’è un delitto proprio nella libertà e pluriformità dei
tentativi e dei messaggi, se c’è un delitto che una religione può compiere è quello di dire «io sono la
religione, l’unica strada»”. E qui è uno dei classici coup de théâtre, delle sorprese che ogni tanto ci
riserva, è esattamente ciò che pretende il cristianesimo. Mi colpisce il ricordo di un piccolo
episodio: una ragazza, una matricola dell’Università Statale di Milano, che non è neanche cristiana,
ma guarda con simpatia alla presenza alla nostra comunità di universitari lì, prendendo in mano il
libro dice: “Ma come osate, ma siete veramente dei provocatori, oggi che a volte anche in campo
cattolico si cerca di non dico nascondere, ma un po’ velare i termini più forti che possono più urtare
una sensibilità moderna, voi sbattete in copertina “All’origine della pretesa cristiana”.
Giussani, sente questa obiezione: “Sarebbe delitto questa pretesa cristiana perché viene sentita oggi
come una imposizione morale – scrive lui – della propria espressione agli altri. Conseguentemente,
– udite udite – non è ingiusto sentirsi ripugnare di fronte a tale affermazione. Ingiusto rimarrebbe
non domandarsi il perché di tale affermazione, il motivo di questa grande pretesa”. E qui inizia la
parte più affascinante, con quello schizzo che, mi permetto di dirlo anche a costo di essere smentito,
resta, resterà tra i più famosi disegni, schizzi del XX Secolo, al pari penso al famoso disegno di
Einstein sulla lavagna di Princeton: E=mc2. Questo schizzo in cui dalla vicenda umana,
rappresentata dalla linea orizzontale, si dipartono una foresta di frecce verso quella X misteriosa,
simbolo dei tentativi di ogni epoca e di ogni tempo, non solo delle grandi religioni, ma dei tentativi
– Giussani lo dice esplicitamente – ma addirittura del singolo uomo; finché in mezzo a questa selva
di frecce che vanno dalla storia, dal tempo, dalla contingenza verso quella X misteriosa, una freccia
cambia direzione, dalla X scende ed entra dentro il tempo, dentro lo spazio, in un momento di
tempo e in un momento di spazio. Giussani parla di un fatto, di un cambiamento radicale del
metodo religioso.
Leggo a pag. 35: “Nell’ipotesi che il mistero sia penetrato nell’esistenza dell’uomo parlandogli in
termini umani, il rapporto uomo–destino non sarà più basato su sforzo umano, come costruzione e
immaginazione, su uno studio volto a una cosa lontana, enigmatica, tensione di attesa verso un
assente. Sarà invece l’imbattersi in un presente. … Non è più centrale lo sforzo di una intelligenza e
di una volontà costruttiva, di una faticata fantasia, di un complicato moralismo: ma la semplicità di
un riconoscimento; un atteggiamento analogo a chi, vedendo arrivare un amico, lo individua tra gli
altri e lo saluta”. Chi legge questo libro è invitato a entrare in questo metodo. Se volete è una scelta,
faccio un paragone un po’ audace, ma uso una espressione di Giussani, una delle Tischreden che
dice: “Come un film dove la telecamera scruta i volti dei primi che si sono imbattuti in questa
presenza”. Qualcuno di voi può riandare con la memoria al Vangelo secondo Matteo, in quella
scena sulla spiaggia dove Giovanni a Andrea stanno correndo incontro a quell’amico conosciuto
appena il giorno prima. Erano le 4 del pomeriggio ricorda Giovanni a 90 anni. Che cosa è successo
in quegli uomini, giovanissimi come Giovanni, che in quell’istante aveva 18 anni, o già più maturi
lavoratori, pescatori? Ecco, la parte centrale del libro è un percorso che affronta – lo dice Giussani
esplicitamente nella nuova prefazione a questa edizione – il tentativo di definire l’origine della fede
degli Apostoli. E’ ricordato il primo incontro, quando quei due venuti dalla Galilea – la Galilea era
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una zona considerata depressa, una zona sottosviluppata diremmo oggi, non faccio paragoni per non
offendere nessuno – ma proprio per questo curiosi, attenti di quello che capitava. Attenti di
Giovanni, finalmente dopo 150 anni, dopo Zaccaria che aveva fatto una brutta fine ammazzato sulla
spianata del Tempio, un nuovo profeta. Giovanni diceva cose strane, perché la gente non capiva, un
po’ lo ascoltavano, un po’ non l’ascoltavano, andavano a farsi battezzare da lui. In quell’istante alle
sorgenti del Giordano indica quell’uomo giovane che appena uscito dalla acque e sta risalendo la
riva. “Andate dietro a Lui, ecco è Lui che dovete seguire”. Quell’uomo sente dei passi dietro di sé,
si volta – in questi 10 secondi, in queste due domande c’è tutto l’inizio, c’è tutto il cristianesimo –
“Che cosa cercate?” – “Maestro dove abiti?”. Il testo originale dice: “Dove sei?” – “Dove rimani?”
–”Venite e vedete”. Andarono con Lui, sono rimasti con Lui quella sera, il giorno dopo e Lui che è
andato con loro. E’ una serie di incontri. E’ una serie di sorprese. Sono colpiti dalla eccezionalità di
quest’uomo. Non ha detto subito chi era. Giussani parla di un metodo, di una pedagogia che
comprendeva una concretezza negli esempi, nei racconti, ma anche nei gesti. Gesti di guarigione,
gesti di compassione e una implicitezza. Se avesse detto sono la Seconda Persona della Santissima
Trinità non avrebbe detto una cosa sbagliata, anzi, ma si sarebbe probabilmente risparmiato tutta la
tragedia del Calvario, perché l’avrebbero chiuso in un manicomio. Invece si è adattato alla mentalità
della gente che lo stava ascoltando. Che cosa vedevano? Innanzitutto una grande intelligenza, una
capacità di leggere nei cuori. Come siamo sorpresi quando una persona descrive la nostra vita più
acutamente, ci abbraccia in modo più completo di quanto ogni nostro tentativo riesca a fare. Eppure
questa intelligenza non era occasione di lite, pensate come si sviluppava nelle dispute con gli Scribi
e i Farisei, che si sentivano sempre più minacciati nel loro potere, nelle loro pratiche religiose, di
fronte a quest’uomo, a questo nuovo Rabbi. Eppure questa intelligenza, questa dialettica era
associata ad una grandissima bontà, ad una grandissima compassione per l’uomo, per il suo
bisogno. Non solo per il bisogno materiale, il bisogno di essere sfamato. Pensate la grande
operazione di catering: con pochi pani e due pesci sfama cinquemila persone, una volta ottomila,
tanto che questi si entusiasmano, gli corrono dietro, lo inseguono per tutto il lago per farlo re.
Questa bontà non riguarda solo i bisogni più materiali, ma il bisogno più profondo dell’uomo di
essere salvato dal proprio male, dal proprio limite, dalla propria incoerenza. Dentro all’antico inizia
a dire cose nuove, dentro alla Legge supera la Legge e pone sé al centro dell’attenzione,
dell’affezione.
Ci sono episodi straordinari, drammatici. Uno di questi è un momento in cui i suoi nemici, e più
passava il tempo più crescevano, pensano di averlo colto in
castagna. E’ quando gli viene portata innanzi una donna colta in
flagrante adulterio. Chi gliela porta pensa: il caso è chiaro, vediamo
questo giovane Rabbi, la Legge è chiara, l’adulterio è punito con la
lapidazione. Se Lui rispetta la Legge, la deve far lapidare e allora
tutta la sua bontà, tutta la sua misericordia dove va a finire? Ma se
non la fa lapidare, se si mostra troppo misericordioso, dove va la
Legge? La Legge è di Dio, la legalità. Tema ricorrente anche 20 secoli dopo a quanto pare, a quanto
si legge sui giornali. Il caso è serio. Gliela portano davanti non perché desiderino giustizia, ma per
poterlo cogliere in fallo, in tranello. Usano di quella donna. Immaginatevi la scena – chi ha visto
qualche inquadratura da Kabul può farsi un’idea – le mani che stringono le pietre, una grande
tensione, questa donna che singhiozza, chissà, sicuramente stava pensando, il Vangelo non lo dice,
oltre ai suoi errori ai suoi bambini, a casa sua, alla paura di morire. E Lui che scrive, traccia dei
segni per terra, in silenzio. Il silenzio si fa profondo rotto solo dai singhiozzi di quella poveretta; ad
un certo punto Lui parla: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Tutti a cominciare dai più
anziani, cioè da quelli più carichi di peccati, lasciate cadere le pietre, se ne vanno. Restano soli Lui
e lei: “Dove sono quelli che ti volevano condannare? Nessuno ti ha condannata” – “Nessuno
Signore” – “ Neanche io ti condanno, vai a casa e non peccare più”. Pensate essere testimoni di
scene come questa per giorni, settimane, mesi, anni. Con gli occhi pieni di una umanità
straordinaria, una umanità così eccezionale che rispondeva come nessuno aveva mai risposto al
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grido del cuore, alla domanda del cuore, all’esigenza più profonda, all’esigenza di significato, di
verità, di bellezza, di felicità, tanto che questo stupore, questa sorpresa che ogni gesto, ogni parola,
ogni giorno rinnovava, diventa una domanda. La stessa domanda gliela fanno gli amici e gliela
fanno i nemici: “Fino a quando ci tieni con il fiato sospeso? Tu chi sei?”. Ecco la cosa straordinaria
del metodo di Gesù: aver saputo riaprire questa domanda. Come dice Eliot su La Straniera “la
Chiesa che vive come la straniera tra l’indifferenza di tutti, Colei che sa fare le grandi domande”. E’
straordinario questo metodo di Gesù che nella concretezza di una convivenza quotidiana in gesti,
suscita questa domanda, cioè porta la libertà dell’uomo ad aprirsi secondo la dinamica che le è
propria, perché l’osservazione di Giussani è straordinaria. Come si muove la libertà? Certo in alcuni
momenti, nella vita saranno 4 o 5, la decisione della scelta di vita, sposarsi, non sposarsi, l’incontro
con la propria moglie, la nascita dei figli, un grande dolore. Sono quei 4 o 5 momenti capitali in cui
emerge la libertà, prende posizione; ma la libertà si modella nel chiaroscuro delle piccole decisioni
quotidiane, secondo due grandi possibilità: o restare aperta secondo la sua natura originale, come
vediamo nel bambino che di fronte alle cose è curioso, guarda, le afferra con gli occhi; oppure la
libertà che ha qualcosa da difendere di fronte alla realtà, di fronte a questa presenza che provoca.
Allora ecco, dice Giussani, andare incontro alle cose con la mano, con il gomito sugli occhi, hai
qualcosa da difendere, qualcosa che diventa pregiudizio, che diventa resistenza, che diventa
estraneità, che diventa avversione. Cristo prima di rispondere aspetta che la libertà degli amici
pochi, dei nemici molti, prenda posizione. La sua risposta, quella risposta che attraversa la storia.
Nessun uomo ha mai risposto così, tanti uomini hanno detto: “Io vi dico cosa Dio vuole” – “Chi è
Dio” – Che cosa scrive Dio a voi”. Tanti uomini sono stati grandi profeti, grandi geni religiosi. Il
vertice è forse l’episodio raccontato dalla vita di San Francesco, quando verso la fine della sua vita i
suoi frati, una mattina presto, lo hanno trovato nei boschi della Verna, il primo autunno, carponi,
con la faccia nella terra che continuava a ripetere: “Chi sono io?” – “Chi sei Tu?”. Nessun genio
religioso ha mai preteso identificarsi con Dio. Nessuno tranne uno, quest’uomo che al culmine della
sua esperienza ha detto: “Io sono la via, io sono la verità, io sono la vita”. Di fronte a questo
annuncio la nostra ragione e la nostra libertà sta come quella di Andrea, Giacomo e Giovanni.
Leggere questo libro è un aiuto consapevolmente offerto,
cordialmente offerto a questa mossa dell’umanità di fronte a
questo annuncio. Non più un ricercare pieno di incognite, ma la
sorpresa di un fatto accaduto nella storia degli uomini, questa è
la condizione senza la quale non si può neppure parlare di Gesù
Cristo; su questa strada invece Cristo diventa familiare, quasi
come il rapporto con la propria madre e il proprio padre. Nel
tempo diventa sempre più costitutivo di sé. L’avventura
cristiana come strada è la stessa strada sia per chi ancora non vi si trova, sia per chi magari pensa di
combatterla gettando massi dall’alto sulla strada, sia per chi già da tempo la percorre. La questione
resta – lo ricorda il Santo Padre nella lettera scritta a Don Giussani per il XX anniversario del
riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione – la questione resta non una
dottrina, non una regola di salvezza, ma la sorpresa, l’avvenimento di un incontro con questa
Presenza oggi. Per questo molto opportunamente, e con questo concludo, viene ripreso quel brano
dei Cori da «La Rocca» di Eliot, perché il punto non è una coerenza, non è neanche un
miglioramento morale, anche se dallo stupore e dalla gratitudine di questo incontro è impossibile
che non scaturisca anche una novità di vita. Ma la cosa più importante è la disponibilità, l’attesa, il
desiderio che questo incontro diventi familiarità, esperienza della Sua fedeltà alla nostra vita. Per
cui gli uomini – scrive Eliot – possono essere “Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre,
interessati e ottusi come sempre lo furono prima, Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare,
sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce; Spesso sostando, perdendo tempo,
sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via”. Grazie.
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Domanda: Leggendo il libro ad un certo punto Don Giussani dice: “Del resto l’ascolto di quegli
ultimi interrogativi posti da Gesù rappresenta la prima obbedienza alla nostra natura, se si è sordi a
essi ci si precludono le esperienze umane più significative. Non si potrà amare sé e si sarà incapaci
di voler bene a chiunque altro. Il motivo ultimo infatti che spinge a voler bene a sé e all’altro è il
Mistero dell’Io, ogni altra ragione è a questo introduttiva”. Mi chiedevo: oggi si parla tanto dell’Io,
ma qui si parla dell’Io come del Mistero; oggi tutti danno per scontato di conoscere l’Io, ma in
realtà l’Io di cui si parla qua è l’Io vero, profondo, che può essere conosciuto cristianamente
parlando solo in un rapporto familiare con il Mistero?
Don Stefano Alberto: Provo a rispondere sottolineando due fattori anche della mia esperienza. Il
primo è che realmente il cuore dell’uomo è fatto per la felicità, solo che questa cosa ha bisogno di
essere continuamente ripresa, sostenuta, alimentata. La frase che Rilke nelle sue Elegie duinesi
sottolinea è verissima quando dice: “Abbiamo vergogna, tutto congiura a tacere di noi un po’ come
si tace di un’onta – di una cosa vergognosa – un po’ come si tace di una speranza ineffabile”.
L’incontro con Cristo – che oggi ha il volto della comunità cristiana, dalla parrocchia al luogo di
lavoro, alla scuola, all’università – l’incontro con Cristo è innanzitutto l’incontro in cui l’uomo si
sente amato, voluto, perdonato, stimato; in cui la parola io è carica finalmente dello stupore
originale di quella familiarità che la ferita che ci portiamo dentro, le conseguenze del peccato
originale, tende continuamente trasformare, a oscurare in estraneità. Cristo non viene a dare delle
risposte giuste, viene – ed è questa la grande caratteristica tra il diavolo il padre della menzogna. Il
diavolo dice sempre che cosa hai fatto. Dio ti ridice chi sei. Infatti, non c’è società più diabolica, è
una società dove si vede, i due grandi segni della sua presenza sono la grande confusione oggi, ma
anche questa mancanza di misericordia. Intendiamoci, le leggi sono importanti, ma che cosa è la
legge senza l’amore? Che cosa è il peccato senza il perdono? Che cos’è lo sbaglio senza la
possibilità che da esso nasca una nuova possibilità? “Ti dico che cosa hai fatto”.
Invece, pensa come si deve essere sentito guardato quell’ometto, lo sappiamo che era piccolo
perché ha dovuto salire, arrampicarsi su un sicomoro ed era li nascosto tra le frasche per guardarlo
passare. Zaccheo si nascondeva, era meglio che lo facesse perché non era molto amato, faceva il
collaborazionista dei romani, un depredatore potremmo dire – festeggiamo tutti il decennale, io no –
uno di tangentopoli. Quell’uomo si ferma proprio sotto quell’albero e guarda su: “Scendi Zaccheo.
Vengo a casa tua, vengo a pranzo da te”. E’ come se gli avesse detto davanti a tutti: “Zaccheo io ti
stimo”. Non gli ha detto: “Hai fatto bene quello che hai fatto”. No. Ma ecco la forza dell’incontro
cristiano, andare al cuore non di quello che l’uomo ha fatto, ma di quello che l’uomo è. C’è questa
straordinaria domanda che attraversa la storia e attraversa la vicenda di tutta la nostra vita. Mi ha
colpito ritrovarla nel capitolo IX del Vangelo di Luca. Quel capitolo IX è il capitolo dove Gesù
incomincia a fare due cose: la prima ad andare consapevolmente verso Gerusalemme, verso il punto
della sua passione, morte e risurrezione.
La seconda: per la prima volta introduce i suoi amici non solo nella sua compagnia, ma nella
ragione per cui è venuto. Li mandò a due a due nei villaggi più lontani. Diede loro il potere, potere
in greco è bellissimo come termine: ex usia “essere da”, l’essere da un altro, di un altro, un altro
opera in me. Quando questi ritornano sono tutti entusiasti. “Abbiamo scacciato anche noi i demoni,
abbiamo guarito, abbiamo fatto udire i sordi, vedere i ciechi e la gente è entusiasta di te”. Lui dice:
“Non siate contenti perché scacciate i demoni, siate contenti – dice proprio felici – perché i vostri
nomi sono scritti in cielo”. Poi fa quella grande domanda: “Che serve all’uomo guadagnare tutto il
mondo se poi perde se stesso?” – “O che cosa dai in cambio di te stesso?”. Nessuna madre ha una
tenerezza così verso il figlio, nessun uomo ha mai detto dell’uomo una parola così: che cosa dai in
cambio di te stesso? E’ come dire tu vali. Tu vali, ti stimo, ti amo. E’ questa irriducibile passione
per l’umanità che caratterizza il Dio con noi, compagnia al nostro cammino, compagnia alla mia
vita passo dopo passo.
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All’origine della pretesa cristiana
Asti, 27 febbraio 2002
Domanda: Domenica su Avvenire è apparsa un’intervista interessante a Monsignor Angelo Scola
che è stato educato dentro l’esperienza di Comunione e Liberazione, come anche nell’intervista
viene riportato, e lui dicendo un desiderio per le anime del Patriarcato di Venezia tira fuori più di
una volta la parola libertà. Allora, non c’è un controsenso tra la parola libertà e la pretesa? Cos’è la
parola libertà com’è intesa anche in questo libro?
Don Stefano Alberto: Ho cercato già di farlo vedere. Che cosa rende l’uomo più libero?
Immaginate, state viaggiando per la bellissima campagna, le colline qua intorno – insieme alla
Toscana – è un paesaggio unico al mondo, di rara bellezza; non ha riempito gli occhi e il dramma
umano solo di Cesare Pavese. Ad un certo punto trovate tre strade, tre viottoli tra le vigne, siete
liberi di scegliere. Se la libertà come esperienza fosse quella che tutti dicono – autosufficienza,
autonomia, assenza di legami e possibilità infinite di scelta – dovrebbe rendermi lieto trovare tre
viottoli. Invece l’uomo è lì: quale sarà quello giusto? Che cosa rende più libero? Stare davanti ai tre
viottoli, tre mica solo uno, ma se poi fossero quattro o cinque – pensate nelle rotatorie, adesso ci
sono modelli francesi del traffico, una bella rotatoria da cui si dipartono sette, otto strade, fantastico
tu puoi stare li a girare tutto il giorno –. Che cosa rende più libero? Questa possibilità di scegliere o
il fatto che arriva con il passo lento se è anziano, o animoso, il proprietario di quella collina e dice:
“Dove devi andare?” – “Vorrei andare a casa” – “A casa dove?” – “Lì” – “Ah, ma certo: quello di
centro”. Penso che ciascuno di voi abbia fatto questa esperienza in montagna, o in collina, al mare,
in pianura, in città. Quando ci si sente più libero? Quando uno ti dice questa è la strada.
La pretesa cristiana non è una dottrina che vuole persuadere,
ma è l’accadere di un fatto che risponde a questa domanda:
dove vado? Dov’è la strada di casa? Che il Mistero sia
diventato un compagno come un amico che possa dire: per di
qui. Questo è il massimo della libertà offerta e vissuta per
l’uomo. Il problema è che occorre avere – questo mi permetto
di dirlo con forza – la semplicità e il coraggio di riprendere lo
sguardo al cristianesimo in questi termini. Troppo spesso
siamo affannati a soffermarci su conseguenze pur giuste, pur
doverose, inevitabili, ma che spostano l’asse della questione, spostano l’attenzione dall’unico punto
realmente sempre affascinante, dall’unico punto essenziale da cui tutto riprende, tutto riparte. A me
ha sempre colpito la risposta che Madre Teresa diede ad un giornalista che le chiedeva: “Madre
Teresa come vede la Chiesa, c’è tanto da cambiare, c’è tanto da riformare?” Il giornalista
pregustando già una di quelle belle risposte fulminanti che poi mettono in crisi anche l’autorità,
“Allora, da cosa comincerebbe?” – “Oh, è semplicissimo, dal punto di più urgente di riforma della
Chiesa: da me”. Questa è la libertà cristiana questo è il cristianesimo.
Domanda: Chiedo spiegazioni circa un fatto: com’è che è diventato sempre più difficile porre
l’attenzione sulla centralità della persona di Cristo e sulla pretesa che essa porta; perché sembra che
sempre di più ai giorni nostri inevitabilmente quando si parla di queste cose l’accento è portato
sempre sulla dottrina cristiana, sul pensiero cristiano, sui principi, sulle idee, sulle ispirazioni e
sempre quando c’è confronto o quando c’è scontro, questo è tra le idee cristiane e le idee laiche o le
idee non cristiane. Sembra quasi che la persona di Cristo sia sempre più soltanto il lontano, oscuro
messaggero di un messaggio che più viene chiarito e meno dà importanza a chi lo ha portato. Come
un postino che non acquisisce più alcuna importanza se non nel suo portare questo tipo di
messaggio all’umanità. Allora, come è avvenuto questo spostamento? Perché è così difficile
riportare l’attenzione sulla pretesa della persona di Cristo?
Don Stefano Alberto: Qui il discorso si farebbe lungo, dovremmo parlare di quello che Giussani
definisce nel suo libretto affascinante “La coscienza religiosa dell’uomo moderno” un lungo
percorso di dimenticanza. Ci sono tante cause, io ne vedo essenzialmente due, sono due sfide che
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All’origine della pretesa cristiana
Asti, 27 febbraio 2002
l’Illuminismo ha portato. La prima è stata purtroppo la riduzione, la trasformazione del messaggio
cristiano innanzitutto in una morale, invece che nell’insistenza su un fatto. Su questo, se l’uomo è
innanzitutto un problema di coerenza morale, si stabilisce un sottile ricatto, una sottile impossibilità
a essere fino in fondo se stessi. Ha ragione alla fine Dante: “Mestier non era partorir Maria”. Se
l’uomo riesce già essere bravo da solo, se l’uomo riesce a sforzarsi di una coerenza, allora ecco che
si riesce a eliminare dalla testa, dalla coscienza, dal cuore l’urgenza, il bisogno di una salvezza e la
gratitudine di fronte a un Salvatore. Il secondo fattore è stato l’orrore dell’esperienza. Il grande
contributo del carisma di Giussani è di riportare la categoria di esperienza, cioè l’esigenza di una
ragionevolezza della libertà al cuore della vicenda cristiana. Se Cristo è una dottrina si può
dialettizzare, si può discutere all’infinito. Questo può diventare il modo per non fare – giustamente,
io sono d’accordo – mai i conti con la questione che innanzitutto è un fatto, è un incontro possibile.
Queste due cose, cioè il rischio della riduzione del fatto dell’avvenimento, dell’ontologia nella
morale e l’astrazione sono i due grandi nemici di un’avventura cristiana; non a caso sono due, i due
atteggiamenti favoriti da chi vuole tenere Cristo distante dalla vita, favoriti dal potere, dai mass–
media.
Io vedo – lo dico in positivo – un fenomeno interessante, soprattutto con questo Papa, soprattutto in
tanti tentativi. Quando si riparte dall’essenziale, penso ad un gesto come Assisi, un gesto che dal
punto di vista umano rappresenta un rischio enorme, ma in cui è chiaro che per questa Presenza si
può rischiare tutto. E che questo fattore diventa fattore di pace e di giustizia, di possibilità per tutti.
Ecco, io sento questa questione, questa possibilità di ripartire da questa Presenza anche accettando il
sacrificio di essere, nella società di oggi, senza patria. Mi ha molto colpito l’osservazione che ho
sentito fare dal Cardinal Schönborn di Vienna quando, presentando la figura di Abramo – il primo
uomo con cui Dio si coinvolge per iniziare a tessere il suo disegno nella storia – dice: “Abramo la
prima cosa che si sente dire da Dio sembrerebbe un rifiuto” – “Vattene dalla tua terra” – “Abramo è
un senza patria”. L’ha detto anche Cristo: “il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Essere
senza patria non vuol dire ritirarsi sdegnosamente nelle nostre stanze. Essere senza patria significa,
proprio come Abramo e come quelli che hanno incominciato ad andare con Cristo, che il luogo è
stare con Lui e con la compagnia che da Lui nasce. Questo essere senza patria diventa così fonte di
benedizione per tutti. Per tutti. Non perché uno ha un discorso da imporre o un progetto da imporre,
ma perché nella propria vita accetta che possa fiorire una novità che diventa fonte di speranza per
tutti. Che diventa quindi una proposta alla libertà di tutti.
~o~
Saluto di Sua Ecc. Rev.ma Mons. Francesco Ravinale, Vescovo di Asti: Questa sera desidero
raccogliere una sensazione che percepivo – non mi sono voltato indietro, ditemi se percepivo bene
pur senza essermi voltato – percepivo una grande tensione, che voleva dire attenzione, voleva dire
interesse. Non credo di essermi sbagliato; allora proprio per questa tensione e per questo interesse,
credo che la sensazione che raccogliamo sia quella di avere passato una serata bella. Io credo che
questa sera nessuno vada a casa dicendo: che peccato potevo starmene tranquillo. E quando si passa
una serata bella si dice grazie. Adesso ho guardato Don Stefano Alberto, ma per dire grazie vorrei
dirlo prima ancora ad altri. Intanto, vorrei dire grazie a voi che avete accettato questa sera di
lasciarvi interpellare; e mi pare che siamo anche contenti di esserci lasciati interpellare. Vorrei dire
grazie a chi ha organizzato la serata e quindi a tutti gli amici del Movimento di Comunione e
Liberazione che ci hanno messo un po’ di calore in questa serata. Poi se permetti desidero dir grazie
anche a te, intanto perché mi fa piacere vedere gli amici nuovi, ma anche gli amici vecchi. Desidero
dirti grazie intanto di esser venuto, so che non soffri di disoccupazione, quindi siamo doppiamente
contenti che sei venuto.
Però se devo entrare nel contenuto della serata, non entro nel contenuto, ma nell’atmosfera sì. Visto
che voglio dirti grazie per questa serata, ti dico grazie innanzitutto per la chiarezza che ci hai messo
davanti e credo che condividiate con me. E’ stato un discorso di introduzione alla teologia che è già
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Asti, 27 febbraio 2002
teologia e che tuttavia, pur essendo molto profondo, ci risultava molto chiaro. Poi desidero dirti
grazie per la passione e l’amore che ci hai messo dentro; si vedeva che qui è la tua vita che viene
fuori, forse è la vita di qualcun altro che prima ti ha scelto. Però si sentiva come il parlare di fede
non è un mettersi un cappello in testa, qualcosa di intrinseco, è veramente qualcosa che viene dal
cuore. A me pare importante. Desidero ringraziarti poi, siccome il tema era ben preciso e ti muovevi
con quel libro in mano, desidero ringraziarti perché ci hai presentato un libro e ce lo hai presentato
bene. Certo la presentazione di un libro non sostituisce mai la lettura e noi ci saremmo annoiati
oltremodo se tu ce lo avessi letto questa sera. Di questo libro ci hai lasciato capire che è uno di quei
libri che ti parlano di cose importanti. Ci parla di cose decisive, perché ci parla di cose che sono
avvenute proprio nel mezzo della storia e che sono capitate. Non sono sopra alle nuvole, sono
proprio capitate. Quindi io ritengo che quando noi prendiamo in mano un libro convinti che parli di
cose importanti, allora è il primo approccio. Ma poi ci hai anche detto quali sono le cose importanti
e ce le hai fatte gustare, non sto a ripercorrerle.
Ci hai parlato di un libro ma contemporaneamente, in modo non esplicito ma molto chiaro, tu non ci
parlavi solo del libro, ma ci parlavi di noi. Perché questo libro qui non può essere letto e basta. Se io
lo leggo e poi dico è bello, è brutto, non è successo niente. Questo libro è uno di quei libri che mi
coinvolgono, così come tutto il messaggio cristiano mi coinvolge. Io sono rimasto un pochino
catturato quando hai parlato dell’uomo stupido, mi sono sentito preso dentro in questo fatto
dell’uomo stupido, perché non vorrei proprio vivere la mia vita senza pormi delle domande, senza
porre delle attenzioni, senza darmi ragione, come quando si va dal barbiere, anzi quando si andava
da qual barbiere là. Allora veramente questa serata ha parlato di noi. E’ un libro che non si può
leggere in qualche modo e neanche semplicemente studiarlo, è un libro che invece deve essere
affrontato con lo stato d’animo dell’uomo profondo, dell’uomo che va al di dentro delle cose, che
va fino in fondo usando la sua ragione.
E allora ecco che io mi sono detto che è molto importante proprio che la mia vita si ponga delle
domande. Ce le hai anche dette queste domande: “Da dove vengo?” – “Dove vado?” queste non
sono venute fuori, però è venuto fuori: “Che cosa cerco?” – “Chi cerco?” sono le domande di fondo.
A volte noi preti dal pulpito cerchiamo di dar delle riposte, ma è così di nuovo insulso dar delle
risposte a domande non fatte. Quindi, grazie che ci hai detto che una vita non è stupida quando si
pone delle domande. Poi c’è stata una bella sorpresa, quando ci dice che in fondo colui che io cerco
ha la pretesa di essere Lui. Che uno ha proprio la pretesa di essere quello che cerco e che questo
uno sia donato. Questo appartiene nuovamente al libro, ma poi appartiene nuovamente a me il dirmi
va bene, qualcuno ha la pretesa di essere colui che mi viene donato, ma qui c’è di nuovo interpellata
la mia vita. Costui che viene donato io lo posso accogliere o posso non accoglierlo in modo molto
libero e le decisioni più grandi della nostra vita dipendono dalla nostra libertà; e allora io spero di
dormire tranquillo questa sera, ma sono anche certo che qualche pulce nell’orecchio mi è venuta e
mi inquieta. Io spero di dormire ma di lasciarmi un po’ inquietare. Perché poi c’è questo discorso:
di fronte a uno che si dona con la pretesa di essere colui che è proprio importante, io liberamente
che faccio? E’ la mia libertà che è interpellata. Ti ringrazio del paragone dei tre viottoli, veramente
sembra il massimo della libertà girare in tondo, ma non è proprio così. Io vorrei proprio sentire che
la libertà si esalta molto non tanto quando faccio quello che voglio, ma la libertà si esalta molto
quando si affida a qualcuno che è veramente importante. Allora grazie di questo perché veramente
ci aiuti a fare un cammino molto importante, un cammino importante a livello personale e come
Vescovo dico anche a livello comunitario. Perché a me piacerebbe proprio camminare con degli
uomini liberi che liberamente si affidano a lasciarsi guidare. Grazie a Don Pino – posso chiamarti
così un attimo – grazie a tutti di essere intervenuti e auguri che la libertà la sappiamo vivere
veramente. Grazie.
(appunti non rivisti dall’Autore)
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