Poste italiane s.p.a. Sped. in a.p. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma, 2, DCB Filiale di Pistoia Direzione, Redazione e Amministrazione: PISTOIA Via Puccini, 38 Tel. 0573/308372 Fax 0573/28616 e_mail: [email protected] www.settimanalelavita.it Abb. annuo e 45,00 (Sostenitore e 65,00) c/cp n. 11044518 Pistoia L LaVita dal 1897 G I O R N A L E a grandezza di sant’Agostino non si discute. Nonostante tutto, egli rimane il teologo più amato, il maestro di vita spirituale più vicino alla sensibilità cristiana di tutti i tempi. Il suo pensiero, i suoi discorsi, le sue opere sfidano i secoli, rimanendo al centro dell’attenzione dei cristiani fedeli a Roma e insieme di coloro che, con Lutero, da Roma si sono allontanati. Sempre sorretti da un inesauribile afflato poetico e da un uso magistrale della parola e dell’arte comunicativa, i suoi scritti hanno entusiasmato e orientato un numero indefinito di lettori di tutte le provenienze. Qualche volta però egli supera se stesso e ci offre suggestioni di straordinaria efficacia che non ci abbandonano più, fino a divenire un motivo privilegiato che accompagna e modula i ritmi della vita ascensionale del cristiano. E’ questo certamente il caso del brano di un discorso sul canto dell’alleluia, in cui poesia e teologia si uniscono insieme in un amalgama singolare e indimenticabile. Ascoltiamolo: “Cantiamo qui l’alleluia, mentre siamo ancora privi di sicurezza, per poterlo cantare un giorno lassù, ormai sicuri. O felice quell’alleluia cantato lassù! O alleluia di sicurezza e di pace! Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico. Ivi risuoneranno le lodi di Dio. Certo risuonano anche ora qui. Qui però nell’ansia, mentre lassù nella tranquillità. Qui cantiamo da morituri, lassù da immortali. Qui nella speranza, lassù nella realtà. Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria. Cantiamo pure ora, non tanto per goderci il riposo, quanto per sollevarci dalla fatica. Cantiamo da viandanti. Canta ma cammina. Canta per alleviare le asprezze della marcia, ma cantando non indulgere alla pigrizia. Canta e cammina. Che significa camminare? Andare avanti nel bene, progredire nella santità. Canta e cammina”. Il canto del pellegrino che marcia verso la patria promessa. Il canto dell’anima, il canto della certezza e della speranza. L’alleluia è il simbolo della vittoria cristiana, che però ancora non è arrivata alla sua pienezza, dunque espressione di una certezza attraversata e interrotta dai sentimenti della debolezza e della paura, ambedue però destinate a rientrare non appena si prende piena coscienza della nostra vera situazione. L’inno nazionale del popolo cristiano: il grido della risurrezione che diffonde le sue consolanti certezze su tutto e su tutti. Nella sua ripetizione si rinnovano le energie, si superano le fatiche, si rianima la certezza della meta. Una meravigliosa sintesi del “già e 43 Anno 114 C A T T O L I C O DOMENICA 4 DICEMBRE 2011 T O S C A N O e1,10 1,10 e “Canta e cammina” non ancora”, che segna la vita terrena del credente. Un “non ancora” destinato a diventare infallibilmente il “già” dell’eternità. L’utopia (il non luogo) che un giorno perderà la sua iniziale negazione e diventerà topia (cioè il luogo), il luogo per eccellenza e della definitività. Una poesia da mandare alla memoria, per poterla recitare nelle ore dell’impegno e nel tempo del riposo. La chiesa lo propone nella liturgia dell’ultimo giorno dell’anno, il giorno prima che, con l’avvento, cominci il nuovo cammino spirituale, nella ripresentazione ordinata dei misteri del Signore, perché essi diventino i misteri del popolo cristiano. Preghiera, dunque, dell’inizio e della fine, della sera e della mattina. L’orologio della nostra vita, la meridiana che segna i tempi di Dio, il pendolo che batte e scandisce le ore del pellegrinante popolo cristiano, la clessidra che interromperà definitivamente il suo corso nell’ora del passaggio dal tempo all’eternità. “Canta e cammina”: non uno solo di questi richiami, ma tutti e due uniti insieme. E’ l’unione che li rende indicazione e cifra della vocazione del cristiano. Il solo cantare è distrazione, inutilità, conforto di un momento; il solo camminare è procedere senza meta, senza sicurezze, nelle nebbie sempre più fitte della dispersione e dell’incertezza. Il cristiano, per definizione “homo viator”, avanza verso la rilucente città della fine, con nel cuore la più grande certezza che sia dato sperimentare qui sulla terra. “Canta e cammina”: un grido che chiama a raccolta l’intero popolo di Dio, destinato ad attraversare la storia per raccontare e comunicare a tutti la sua meravigliosa e incontenibile speranza. Giordano Frosini IL LAVORO È ANCORA UN DIRITTO? Una domanda che vale per tutti, in particolare per i giovani, soprattutto del Mezzogiorno, e che si estende a tutti i diritti. La nostra civiltà è messa a dura prova PAGINA 2 LA CarITAS HA 50 ANNI Una lunga storia di attenzione, assistenze, programmazioni e sollecitazioni per la giustizia e la carità della comunità cristiana e del mondo intero PAGINA 5 alluvioni a getto continuo A Messina si rinnovano le distruzioni causate dal maltempo, con vittime e danni ingenti PAGINA 14 IL PAPA IN AFRICA Il documento post-sinodale di Benedetto XVI ripropone il Vangelo della riconciliazione alla chiesa in Africa, tenendo conto dell’attuale situazione ecclesiale e sociale del continente PAGINA 4 CRISI ECONOMICA Riflessioni sull’economia finanziaria del nostro paese, in attesa del pacchetto di misure promesse dal governo Monti PAGINA 13 IL CAMERUN NON SCIOGLIE I NODI DI UNA DEMOCRAZIA DI FACCIATA Neanche le ultime elezioni sono riuscite a scardinare il regime autocratico di Biya PAGINA 15 La Vita è on line clicca su www.settimanalelavita.it 2 primo piano Vita La n. 43 4 DICEMBRE 2011 GIOVANI La generazione perduta D a molti anni ogni discorso dei politici e dei sindaca‑ listí italiani termina con la formula “per i giovani, soprattutto del Mezzogiorno”. Ora i giovani, soprattutto nel Mezzogiorno, sono messi molto male e sindacalisti e politici, avendo ormai verificato che la formula non è magica, elencano instancabilmente le tre o quattro cose «da fare subito». Peccato che poi nessuno faccia nulla. Prodi aveva un buon programma per i giovani, rimasto lettera morta perché la priorità era entrare nell’area euro e perché ‑appena raggiunto questo obiettivo‑ i partiti che sostenevano il governo si sono affrettati a farlo cadere. E adesso? Il debito pubblico sfiora i 1.870 miliardi di euro (do‑ vranno pagarlo quanti sono giovani oggi); la cultura del “pezzo di carta” ha prodotto più laureati di quanti ne occorrano, specie nelle discipline umanistiche, creando un paradosso: i laureati italiani non accettano i lavori disponibili perché considerati umili e così trovano occupazione da noi centinaia di migliaia di extracomuni‑ tari (molti dei quali... laureati). Si ca‑ pisce che nessuno provi ad affrontare un problema del genere, che tocca alla radice il progetto di società. L’Istat afferma che il tasso di disoccupazione a novembre dello scorso anno è rimasto sostan‑ zialmente stabile. Scorporando maggiormente i dati e analizzandoli distintamente, la situazione permane drammatica come nel caso del tasso di disoccupazione giovanile salito al 28,9 per cento. Si tratta del più alto tasso di disoccupazione ‑ riguardante giovani con un’età compresa fra 1 15 e i 24 anni ‑ dal gennaio 2004. Un tasso incrementato di 2,4 punti per‑ centuali rispetto a quello rilevato nel novembre del 2009 e di 0,9 rispetto al mese precedente. Il silenzio dei giovani N ulla è cambiato negli ul‑ timi sei anni: tutto è già stato detto e scritto an‑ cora prima che la crisi si manifestasse sui mercati e che diventasse reale attraverso ancor più radicali tassi di disoccupazione. Si avverte, però, un silenzio disar‑ mante e doloroso: quello dei diretti interessati, i giovani. È scorretta una riflessione che generalizzi la condizione giovanile, che uniformi ì giovani fra di loro: coloro che vivono a Milano e coloro che vivono a Palermo; coloro che hanno alle spalle una laurea (solo un quinto della popolazione giovanile) e coloro che già a 15 anni cercano disperatamente un lavoro. Alla sofferenza di faticare nel tro‑ vare un lavoro si affianca il patimento di non trovare un supporto nel mondo adulto, sovente distante e in‑ capace nel cogliere le trasformazioni del mercato del lavoro avvenute negli ultimi 15 anni. I genitori, che da un lato risultano fungere da veri e propri ammortiz‑ zatori sociali durante i periodi di Il lavoro non è più un diritto e non ci sono più diritti nell’oggi, e con tutta probabilità an‑ che ieri, sia maggiormente attratto da percorsi lavorativi che gli per‑ mettano di sperimentarsi in modo autarchico e che siano definibili in modo diretto, per quanto riguarda la gestione del tempo e della mobilìtà, è ovvio. Flessibilità e ansia L’ di Eugenia Montagnini disoccupazione (anche se le famiglie si dimostrano sempre più fragili nello svolgere questa funzione), caricano di ansia i giovani, frequentemente ritenuti incapaci nella ricerca di un’occupazione o nel mantenimento di essa (attraverso un contratto a tempo indeterminato). Ciò genera incomprensioni e conflitti. La medi‑ cina del lavoro segnala questo tipo di tensíoni (e dunque non solo quelle create nei luoghi di lavoro dalla relazione con i propri colleghi) fra quelle che stanno alla base di disturbi patologici, talvolta di natura psicoso‑ matica. Dietro al dolore organico si nasconde una forte tensione emotiva legata a un disagio lavorativo, all’ansia di non trovare una giusta collocazio‑ ne professionale, all’impossibilità di cogliere un senso nell’attuale mer‑ cato del lavoro e, infine, al confronto con le storie professionali dei propri genitori. Spesso le esperienze di questi ultimi non vengono contestualizzate: genitori e figli fanno dei paragoni come se non fossero intervenuti dei cambiamenti radicali nel mercato del lavoro, come se i meccanismi di ingresso e di permanenza fossero invariati fra generazioni. Ciò non fa altro che creare malesseri, incom‑ prensioni, sofferenze dell’anima che talvolta significano fallimento dell’io ideale. Un’indagine Istud A ltro elemento patologiz‑ zante è la discontinuità lavorativa, la mancanza di contratti che possano permettere al giovane di progettare, di investire sul proprio futuro con maggior serenità. In attesa che il contesto sociale, culturale ed econo‑ mico sia in grado di cogliere e assor‑ bire positivamente i cambiamenti del mercato del lavoro, offrendo quelle garanzie che nell’oggi buona parte dei contratti non offrono, i giovani ‑con un’età compresa fra 1 25 e 1 34 anni‑ sono affetti da stress lavorativo con un’incidenza significativamente maggiore rispetto al colleghi senior, secondo un’indagine Istud; inoltre, sempre secondo la medesima rileva‑ zione, fra questi chi ha un contratto a scadenza è percentualmente più fra‑ gile rispetto a chi ha una situazione lavorativa stabìle e definita nel tempo (sono proporzionalmente il doppio). Una delle possibili motivazioni per i ricercatori Istud è da cercarsi nell’impossibilità di attribuire un significato al lavoro svolto; il lavoro, come già accennato, è svuotato di qualsiasi significato sociale e relazio‑ nale: è un dovere per poter pensare alla propria sopravvivenza quotidiana. Non è, e questa distinzione allontana di molto la generazione più giovane da quella più adulta, un’occasione per guadagnare e concretizzare progetti futuri; non è uno spazio di confronto e di scontro tinalizzato a una crescita e a un consolidamento professionale, sociale e umano. Il lavoro, se c’è, ha significato nell’oggi: così viene percepito e così viene vissuto, svuotandosi di ogni senso altro, di ogni valore politico (inteso come di costruzione della polis) e di ogni aspettativa. All’inter‑ no di questo scenario è difficile per i giovani cogliere l’importanza del rispetto dei diritti dei lavoratori; in molti casi gli stessi diritti sono igno‑ rati o negati. In questi casi il giovane pensa che sia più importante portare a casa un compenso: il contratto, la cura dei diritti, il riconoscimento della persona e delle sue istanze sono collaterali. L’impressione è che l’osservanza dei diritti sia solo un impedimento e che laddove cì si trovi a lavorare in un contesto strutturato anche come luogo di crescita, di confronto e di rispetto (secondo l’accezione di Sennett) Ci Si ritiene privilegiati, si è stupìti di quella che dovrebbe essere l’ordinarietà. Un regolare contratto di lavoro firmato dopo anni di stage e di incertezze viene di continuo visto come la consuetudine: prima lo sfruttamento e poi, in un ipotetico futuro, un contratto. Le organizza‑ zioni danno per scontato tutto ciò ‑ anche quelle meritorie e senza fini di lucro ‑ e i giovani si trovano così a considerare come regolare una situazione che normale non è e che ha solo del paradossale e dell’illegale. I giovani subiscono ma non ne hanno una consapevolezza così come non l’avevano i loro coetanei parecchie generazioni fa, soggiacendo a un mercato del lavoro nel quale non si parlava di Statuto dei lavoratori e dì dìritti sindacali; e così come non l’hanno i loro coetanei che vivono in quel paesi che nell’oggi permangono in una condizione di povertà. Un nuovo fordismo? P er alcuni versi pare che ci sia una continuità fra l’at‑ tuale condizione lavorati‑ va giovanile e quella della fase fordista: anni di lotte sindacali buttati al vento e un lavoro subito. Che cosa è avvenuto? Perché ci troviamo in questa situazione nella quale manca un moto di indignazione, un urlo di disperazione dei giovani? I processi culturali richiedono anni per consolidarsì e per poter es‑ sere definiti tali; l’impressione però è che in alcuni contesti ancor più che in altri (per esempio più nelle città che nelle aree extraurbane, più al Nord che al Sud, pìù a Milano che a Paler‑ mo, più fra i laureati che fra i giovani che non lo sono) si stia diffondendo e consolidando una rappresentazione di lavoro come autonomo e flessibile. Di per sé tale idea non contiene elementi deprecabili. Che un giovane attuale contesto sociale rende tutto illusorio e fragile: mancano i pre‑ supposti di un lavoro che pur essendo autonomo e fles‑ sibile garantisca tutele previdenziali e salari equi. Il giovane è portato a pensare che alcuni diritti e alcuni meccanismi di protezione possano essere acquisiti nel tempo, proce‑ dendo nel proprio iter lavorativo, conseguendo professionalità. l’ac‑ quisizione di tali diritti e di tutele spesso si procrastina all’infinito e la sensazione che la flessibilità non sia sempre la strada migliore affiora e si manifesta, talvolta anche attra‑ verso ansia e stress. E le fatiche dei ventenni diventano così le fatiche dei trentenni. Il lavoro deve nuovamente tor‑ nare a essere tematizzato soprat‑ tutto all’interno di quei mondi che incontrano i giovani: la scuola, l’uni‑ versità, l’associazionismo (in ogni sua forma). Non sono contesti attraver‑ so i quali incrociare l’universo gìova‑ nile nella sua totalità ma attraverso questì iniziare ad accostarne delle parti. 1 giovani prima ancora di sen‑ tìrsi dire che il mercato del lavoro li respinge, che è difficile accedervi, che la crisi si abbatte su di loro, de‑ vono essere messi nella condizione di comprenderne i meccanismi, le regole e soprattutto di conoscerne le condizioni di regolarità, equità e legalità. Nel nostro paese sono pre‑ senti meritorie organizzazioni che si sono occupate e si occupano di lavoratori e di tutela dei loro dirìtti; le stesse dialogano sempre di meno con i giovani, si dimostrano distanti dal conoscere l’attuale condizione giovanile e dal cogliere le storture del mondo del lavoro giovanile. E’ anche su questo che vale la pena forzare l’interesse per i giovani, pre‑ mere per un riavvicinamento a quella generazione che pare aver perduto la consapevolezza dei propri diritti. Il rischio è che il lavoro sia ri‑ conosciuto teoricamente come un diritto senza una prassi che lo faccia vivere: discusso e tematizzato ma spoglio di concretezza, di ricadute propositive, di pratiche che con‑ traddicano il temuto sfruttamento giovanile. E questo è inaccettabile. I giovani devono essere accom‑ pagnati nell’acquisire professionalità e nella ricerca di un lavoro e, pari‑ menti, devono essere supportati anche nel conoscere quelli che sono i loro diritti, che un giorno poi do‑ vranno riconoscere ai loro colleghi. E un processo che deve riattivarsi, tornare a generare riflessioni non solo a partire dalle rilevazioni statistiche, ma anche dalle prati‑ che lavorative che si sono andate consolidando nelle organizzazioni per tornare a generare una cultura dei diritti e dei contratti rispettosi di essi. Vita La L a storia da Mammiano a Limestre e Bardalone si scrive con i “Se”…- se non ci fossero stati i Turri, nel 1894, ad acquistare le ex ferriere, non ci sarebbe stato né la fabbrica della Smi a Campotizzoro, né Luigi Orlando, suo attivissimo pa‑ trono, né questo racconto. I Turri infatti, (pochi lo ricordano), ebbero il gran merito di saper capovolgere lo stato delle cose a Mam‑ miano e rendere così molto redditizia e appetibile la loro fabbrica del rame, che, da ex ferriera in perpetuo abban‑ dono, sarebbe divenuta, per opera loro, un tal ghiotto affare che un qualsiasi altro industriale rampante avreb‑ be molto ambito prenderse‑ la, sviluppare, espandere. I Turri, toscani (d’origine trentina) erano gente di molte relazioni, anche extra‑ nazionali, attenta ai progres‑ si, industriosa e innovativa, oltreché dotata di finanza. Erano i tempi in cui il rame diveniva cardine tattico, all’avvio in Italia delle attività industriali, così che tenendo ben d’occhio la tecnologia, se ne poteva prevedere l’incremento dell’impiego e soprattutto si trattava di un metallo dal costo unitario molto più elevato, e dunque molto più remunerativo del‑ la lavorazione del ferro. Le vecchie foto, si sa, de‑ tengono lo straordinario po‑ tere di riportarci i momenti e la luce d’altra memoria: una foto fine ‘800 mostra Limestre dell’epoca, quando una moltitudine di donne, ragazzi e uomini in abiti da lavoro allineati in largo e in alto per otto o nove file, sta in posa davanti all’ingresso della fabbrica; sembrano un equipaggio affiatato, come fieri d’esserci, in aria di sagra, quasi a significare raggiunta un qual meta da carbonai, pastori, emigranti che erano; pur nel sotto‑ salario, fatica e marginalità, essi sembrano identificarsi protagonisti della scala di va‑ lori del lavoro che svolgono nella fabbrica. Tra i ragazzini assunti come lucidatori delle lastre di rame nelle ex ferriere di Mammiano credo sia stato anche mio nonno Giuseppe, e le sue attese, le sue spe‑ ranze per una qual che fosse occupazione, esaudite; diven‑ tare fonditori o faminatori o “grattini” acquietava il bi‑ sogno di lavoro di gente che molto “docilmente” avrebbe dato le braccia, convinta che la fortuna dell’impresa era anche propria fortuna, costituita non solo da un salario ma d’un lavoro conti‑ nuo al coperto, prossimi alla famiglia, e non più faticare a cavar macigno dal ventre del monte, per ricavarne un 4 DICEMBRE 2011 cultura n. 43 Il racconto Gocce calde d’alambicco di Giorgio Cinotti avaro campicello da patate. Un altra foto mostra l’opi‑ ficio di Limestre sovrastato dalla grande abitazione dei Turri, edificata su di un rilie‑ vo ai piedi del passo dell’Op‑ pio: essa documenta l’insie‑ me dei fabbricati, nella loro consistenza. Alla data in cui tutto passò di mano nell’an‑ no 1899, acquistato da Luigi Orlando, unitamente agli impianti di Mammiano, per conto della Smi di cui egli a quella data era presidente. Nel dicembre 1909 con gran scalpore fra la gente di questi monti, si diffonde la coinvolgente notizia che gli Orlando potranno vedersi assegnata dallo Stato una gran commessa per l’eserci‑ to, e la Smi, probabile asse‑ gnataria, dovrà per contratto costruire una nuova fabbrica. La faccenda ha contorni che odorano fin troppo, oggi, di una “combine” fra onorevoli ministri del regno e le alte sfere militari e industriali, ma se pur anche così fosse, sotto ogni latitudine così va il mondo. A Giuseppe, l’ex ragaz‑ zotto dei Turri, toccò ad un dato momento (non si saprà mai per quale virtù), la ventura vertigine d’esser scelto da Orlando per esse‑ re inviato studente all’Aldini di Bologna, un istituto d’arti e mestieri che teneva in quel 1907 un corso triennale mol‑ to selettivo, che, con moduli didattici sull’esempio inglese e tedesco, conferiva abilità con le quali si poteva con‑ seguire quella generica for‑ mazione di tecnico d’officina dell’epoca; si può immaginare il gran tonfo che nell’animo di quella persona deve esse‑ re avvenuto, di timori di non riuscire e l’ambizione, dato che gli si presentava una ter‑ ribile prova di responsabilità e la prospettiva di un balzo economico nella scala so‑ ciale, ma tale da far tremare le vene e i polsi a chiunque, non foss’altro perché quella officina cui era designato doveva essere in grado, nella concezione prestabilita del titolare, di riparare, copiare o duplicare e moltiplicare il parco macchine dei futuri reparti. Spinto da questa miscela di tensioni d’animo, d’esal‑ tazione e timore insieme Giuseppe credo sia andato in avanscoperta col treno‑va‑ poriera di allora, a Bologna e all’“Aldini” per verificare personalmente in cosa esso consistesse: la sede era nei locali dell’ex Convento di suore il Santa Lucia i cui stanzoni e l’ex chiesa fred‑ dissimi, erano stati adattati a reparti, e divisi come nelle fabbriche, in cui si accedeva poi ai banchi di esercitazione e alle macchine, per rota‑ zione di squadre. L’orario unico era pesante quanto mai, continuato mattina e pomerigglo con la sosta di un’ora, nel salone di ginna‑ stica, dove per gli studenti, tutti insieme si consumava il cartoccio degli alimenti; Giu‑ seppe considerò che sarebbe stato costretto a procurarsi una camera e tornare a casa solo settimanalmente. Le lezioni dalla cattedra veniva‑ no trascritte dagli alunni su quaderni e usati come libro di testo, così gli riferì uno studente dell’ultimo anno: “c’e solo qualche dispensa di algebra e geometria scritta da un insegnante” quindi fece capire che la cosa era dura perché alla sera, finite le otto ore di pratica e teoria, c’era da ordinare quello che si era scritto in fretta furia, poi fare i compiti e studiare meccani‑ ca, tecnologia ecc.; “dobbia‑ mo ‑proseguì‑ riempire interi quaderni e molto disegno di macchine..., quando mi sono iscritto eravamo in novanta e siamo venuti in fondo in quindici, che subito al primo anno ne hanno scartato una buona metà”. La più grossa angoscia intima di Giuseppe sta nella consapevolezza di non poter assolutamente incorrere in una bocciatura scolastica, non può permettersi nessu‑ na superficialità, e giura a se stesso che non solleverà con alcuno mai nessuna questio‑ ne, né per i voti che riceverà né per gli arbitri eventuali, pena all’“Aldini” d’esser cac‑ ciato e così mandar tutto a catafascio, con la vergogna vivissima del “fallito”, esposto al sarcasmo da parte di tutti i compagni di lavoro; e se an‑ che fosse riuscito a superare l’“Aldini”, come se la sarebbe cavata poi, con il rebus di quei meccanismi della ditta Fritz Werner, complicati e astrusi arrivati da Berlino, e visti montare dai tecnici te‑ deschi nei capannoni Smi? Con questi assilli in testa, si dovette convincere che ripianare il divario tra quanto appreso a scuola e il grave impegno del “fare” in officina, stava tutto sulle sue spalle, a lui di riuscire ad esser pari alle attese; avrebbe dovuto aguzzare i propri metodi, escogitare, risolvere rimboc‑ carsi le maniche, consapevole che l’officina lo aspettava ad un altro ben diverso banco di prova. Conviene a questo punto sottolineare che il travaglio interiore di Giuseppe ha valore non tanto in sé, quanto per ciò che rappresenta di simbolico per chiunque altro avesse in sé energie positive da conver‑ tire alla professionalità della meccanica quale gli si richie‑ desse dalla realtà industriale che si veniva istaurando con la nuova fabbrica, i suoi ritmi, i suoi codici. Se Giuseppe, sia poi riu‑ scito o no, lasciamo siano i dati della produzione Smi a dirlo, che da un iniziale valo‑ re nel 1911, in milioni di car‑ tucce passa, l’anno successi‑ vo, al valore otto volte tanto, e nel 1915, passa a molti‑ plicare il valore iniziale 25 volte, e son questi i numeri che affermano quanto a mio nonno abbia fatto bene la cura dell’“Aldini” e quanto a sua volta egli sia diventato buon insegnante d’officina, se Orlando stesso ebbe a dire di lui “colonna portan‑ te della Smi”. Le vicende tutte del dopoguerra non lo distolgono, né il “biennio rosso”, né l’avvento o la ca‑ duta del regime fascista, né, se si vuole, le convulsioni del secondo dopoguerra, facen‑ do egli sempre parte per la meccanica e per se stesso. Dal suo matrimonio, (la famiglia posposta), nacquero tre figli e con la altrettanto che la sua per la fabbrica, ebbe la totale dedizione di sua moglie semplice monta‑ nara, Duilia, la quale era per sua naturale indole, talmente aliena di qualsiasi contrasto, da andare in crisi di cuore, (diceva lei) per ogni nonnul‑ la col dispotico coniuge, e perciò consumerà negli anni, per gli affanni, uno stermina‑ to effluvio di inutile “acqua antisterica”. Sebbene si debba oggi riconoscere che questa persona oppressa e turbata da eccessive responsabilità (da notti insonni) che ne segnano drasticamente il carattere e l’agire, per la sua durezza d’animo, e per la sua fredda e chiusa personalità, qui la giustificazione, se non la pietosa assoluzione, fece‑ ro sì che quando lo conobbi mi parve la personificazione della leggenda dell’uomo d’argilla detto Golem a cui il Rabbino di Praga scrive sulla fronte di creta la parola “vita”, che dura finché la prima vocale vien cancellata, e l’argilla torna argilla. Beppe detto “Penky”, siccome testimonia chi lo ha conosciuto, è stato sempre e da tutti molto considera‑ to, in primo l’esigente l’ing. 3 Orlando che lo stimava mol‑ tissimo; abitava ormai da de‑ cenni coi suoi, una decorosa casa aziendale che oggi per fortuna sussiste ed è anche divenuta in maggior evidenza, risparmiata dal cambiamento e tolto che è stato il grigio alto muro confinario “in cima al miglio”; per lo spirito che vi aleggia è quasi “monu‑ mento” la casa ha resistito intatta a tutto lo stravolgi‑ mento e la scomparsa d’un mondo, (tutti i nipoti orfani di Smi oggi lo percepiscono) e alla rimozione o estinzio‑ ne d’una secolare storia di gente, cui i libri che ne sono stati scritti non rendono che sprazzi di quella spessa nobile umanità legata alla fabbrica di cartucce e bossoli di cannone per due guerre mondiali che si chiamava “la Metallurgica”. Era divenuto il Penky, ovvero, si considerava Giu‑ seppe un uomo “arrivato”? Uomo poco espansivo aveva una grande ultima aspirazio‑ ne, aveva ancora uno spe‑ cifico obiettivo liberatorio da conseguire: comprare la grande casa del notaro di San Marcello, quasi volesse finalmente ritagliarsi uno spazio “suo” (e vivere per sé), una casa grande a suffi‑ cienza e distante dal grigiore del quotidiano dell’officina. E lesinando anche sulle pa‑ ghette nonché lucrando sulla “Busta” quindicinale dei figli, tutti e tre dipendenti Smi, riuscì a comprarla mettendo i soldi occorrenti, “uno sopra l’altro” come si dice, alla fir‑ ma del contratto d’acquisto. Diventò invece da pensionato, operaio e ma‑ nutentore di tutte le porte e finestre, di tutti i piccoli lavori di gestione del frut‑ to di sua vita, dalla grande soffitta dei ricordi al piano basso sottostrada, su e giù in spolverina da lavoro come se un abito non sapesse toglier‑ selo di dosso, appiccicato alla pelle, nella sua gran casa semivuota. Poeti Contemporanei Solo aquiloni nel cielo di domani Ci sarà una passione che sia più forte del dolore, dell’impotenza, una musica che ti porti nel regno della pace, dove tutto è accordato, dove le anime sono incontaminate…? Ci sarà nell’aria una malia da respirare, per elevarsi al di sopra di ogni paura, per guardare in faccia ciascuna vita allo stesso modo…? Ci saranno finalmente, un giorno, solo aquiloni nel cielo di domani…? Simone Magli 4 attualità ecclesiale L’Avvento come “tempo stupendo” anche in una stagione difficile di Fabio Zavattaro T orna il verbo vegliare in questa prima domenica di Avvento, l’inizio del nuovo anno liturgico. Nelle ultime domeniche del tempo ordinario le parabole proposte ci hanno continuamente richiamato l’idea dell’attesa e dunque dell’essere pronti, di non farsi cogliere impreparati, dormienti. Abbiamo visto le dieci giovani con le loro lampade attendere lo sposo; abbiamo visto i servi che avevano ricevuto i talenti, aspettare il ritorno del padrone. L’Avvento è proprio fare del nostro tempo il luogo dell’attesa, del già e non ancora. È un cammino che ci chiama ad avere attenzione ai segni perché ogni attimo, ogni relazione, ogni avvenimento della nostra quotidiana esistenza sia desiderio di un incontro, di un volto. Questo tempo di attesa è anche contrassegnato dalla gioia della festa, dei doni; spesso proprio questo aspetto esteriore ha il sopravvento e ci si ritrova a celebrare dimenticando proprio il festeggiato. I l Benin ha accolto Benedetto XVI: il Papa è stato nel Paese africano per una visita di tre giorni. Il 22° viaggio apostolico di Benedetto XVI, il secondo in terra africana, s’inserisce nei festeggia‑ menti per i 150 anni dell’evangeliz‑ zazione del Paese.Tra gli eventi prin‑ cipali, la consegna dell’Esortazione apostolica postsinodale della secon‑ da assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, dal titolo “Africae munus”.Abbiamo chiesto a monsignor Nikola Eterović, segreta‑ rio generale del Sinodo dei vescovi, di parlarci di questo importante do‑ cumento per il continente africano. Il titolo dell’Esortazione “Africae munus” (L’impegno dell’Africa) è già un programma... “Esso rispetta il tema della seconda assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi che ha avuto luogo dal 4 al 25 ottobre 2009. Come è noto, l’argomento dei lavori sinodali era ‘La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace’. Nell’Esorta‑ zione apostolica postsinodale, con il contributo particolare proprio del carisma petrino, Benedetto XVI presenta i risultati dei lavori sinodali, riproponendo il Vangelo della ricon‑ ciliazione alla Chiesa in Africa, te‑ nendo conto dell’attuale situazione ecclesiale e sociale del continente”. Ci può parlare dei temi trattati in questo documento? “Non è facile indicare in poche parole il ricco contenuto dell’‘Afri‑ cae munus’, documento diviso in due parti, illuminate entrambe dalla Parola di Dio. La prima parte si ri‑ chiama al detto di Gesù glorificato, seduto sul trono: ‘Ecco, io faccio nuove tutte le cose’ (Ap 21,5), e la seconda sottolinea l’importanza dello Spirito Santo nell’opera di evangelizzazione e di promozione umana: ‘A ciascuno è data una ma‑ n. 43 4 DICEMBRE 2011 BENEDETTO XVI Vita La Vegliare nell’attesa L’Avvento ci ricorda che il tempo della pazienza, alimentato dalla speranza, sta per concludersi e possiamo già pregustare il momento dell’incontro. Un “tempo stupendo”, ricorda Benedetto XVI all’Angelus, “in cui si risveglia nei cuori l’attesa del ritorno di Cristo e la memoria della sua prima venuta, quando si spogliò della sua gloria divina per assumere la nostra carne mortale”. È un richiamo “salutare” quel vegliate rivolto a tutti, non solo ai discepoli. Rivolto a noi tutti chiamati a custodire nella vigilanza, una tensione, una direzione, una speranza nella quotidianità del nostro tempo e dei nostri giorni, ponendo il nostro cammino nelle mani del Signore. Ed è bella l’immagine che il Papa utilizza accompagnandola al verbo vegliare: la vita, dice all’Angelus, “non ha solo la dimensione terrena, ma è proiettata verso un ‘oltre’, come una pianticella che germoglia dalla terra e si apre verso il cielo. Una pianticella pensante, l’uomo, dotata di libertà e responsabilità, per cui ognuno di noi sarà chiamato a rendere conto di come ha vissuto, di come ha utilizzato le proprie capacità: se le ha tenute per sé o le ha fatte fruttare anche per il bene dei fratelli”. Ecco che torna alla mente la parabola dei talenti e un Gesù che non deplora la quotidianità della nostra vita, le azioni che vengono compiute, ma legge tutto questo in una prospettiva diversa: non azioni accostate l’una all’altra, non comportamenti distratti preoccupati più delle cose che si compiono, ma gesti che guardano al cuore stesso della vita, senza dimenticare il senso e la direzione della marcia. Superficialità da vincere, per cogliere nella nostra quotidianità ogni occasione di incontro con il Signore. Ed ecco che ci viene in aiuto un profeta, Isaia, che parla di salvezza per il servo fedele. Isaia riconosce le mancanze della sua gente, afferma Papa Benedetto:“Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità”. Commenta il Papa.“come non rimanere colpiti da questa descrizione? Sembra rispecchiare certi panorami del mondo post-moderno: le città dove la vita diventa anonima e orizzontale, dove Dio sembra assente e l’uomo l’unico padrone, come se fosse lui l’artefice e il regista di tutto: le costruzioni, il lavoro, l’economia, i trasporti, le scienze, la tecnica, tutto sembra dipendere solo dall’uomo. E a volte, in questo mondo che appare quasi perfetto, accadono cose sconvolgenti, o nella natura, o nella società, per cui noi pensiamo che Dio si sia come ritirato, ci abbia, per così dire, abbandonati a noi stessi”. Forse è necessario, in questo tempo segnato dall’attesa, inserire anche la preoccupazione per il futuro del pianeta. Il Papa rivolge un appello ai partecipanti al vertice di Durban, in Sud Africa, chiedendo loro di concordare “una risposta responsabile, credibile e solidale” riguardo al “preoccupante e complesso fenomeno” dei cambiamenti climatici” tenendo conto “delle esigenze delle popolazioni più povere e delle generazioni future”. In questo tempo di attesa ci viene chiesta la capacità di leggere i segni nella quotidianità della vita, di ricordare che, in realtà,“il vero padrone del mondo non è l’uomo, ma Dio”. Ecco, dunque, IL PAPA IN AFRICA Il vangelo della riconciliazione Nel documento post-sinodale di Benedetto XVI le linee del futuro cammino del grande continente africano nifestazione particolare dello spirito per il bene comune’ (1Cor 12,7).Tali richiami biblici indicano la prospettiva cristologica del documento. Dio ha infatti riconciliato a sé il mondo in Gesù Cristo. Nella grazia dello Spirito siamo invitati a lasciarci riconciliare con Dio e con il prossimo. La Chiesa, famiglia di Dio riconciliata, diventa segno efficace dell’invito alla ricon‑ ciliazione delle società nei rispettivi Paesi. Il documento, nella prima parte, analizza le strutture portanti della missione ecclesiale in Africa in vista della riconciliazione, della giustizia e della pace. Nella seconda parte, poi, sono specificati i contributi che tutti i membri del Popolo di Dio devono offrire dando il proprio apporto alla riconciliazione in seno alla Chiesa e alla società, nel comune impegno per la giustizia e per la pace. In un’Africa segnata da vari problemi, la Chiesa indica la via verso Cristo che, in forza dello Spirito, assicura la sua unità nella diversità dei doni ricevuti per il bene comune. I pastori devono, poi, tradurre le indicazione dell’Esortazione in linee operative nelle singole Chiese particolari”. Sono trascorsi 16 anni dall’Esortazione apostolica postsinodale “Ecclesia in Africa” di Giovanni Paolo II. Come è stato recepito quel documento dalle Chiese e dalle società africane? “Assai bene. È stato un documen‑ to di grande aiuto per la molteplice attività di evangelizzazione e di pro‑ mozione umana in Africa, negli ultimi decenni, particolarmente importante per la preparazione delle Chiese par‑ ticolari al Grande giubileo del 2000. L’‘Africae munus’ si situa in continuità con l’‘Ecclesia in Africa’ che cita spes‑ so, in quanto rimane un costante pun‑ to di riferimento. L’‘Africae munus’ tra l’altro riconosce ai lavori della prima assemblea speciale per l’Africa e, dunque, all’‘Ecclesia in Africa’ che ne ha raccolto i risultati, il grande dinamismo proprio della Chiesa nel continente africano. In particolare, ricorda come un risultato assai po‑ sitivo la nozione di Chiesa famiglia di Dio che è stata ben accolta anche a livello della Chiesa universale”. Il Sinodo ha avuto come temi portanti la riconciliazione, la giustizia, la pace. Quale può essere il contributo della Chiesa per promuovere questi valori nella società africana? “Essenziale. La Chiesa è la fa‑ miglia di Dio e, dunque, di persone riconciliate con Dio e tra di loro.Tale deve essere l’ideale a cui tendere, pur riconoscendo la debolezza degli uomini e l’ostacolo del peccato. La Chiesa, però, ha a disposizione i mezzi il verbo vegliare: “vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati”. Questo tempo di attesa, va oltre i giorni che ci separano da quella nascita che ha cambiato la storia dell’uomo. Non ci è chiesto di fare cose diverse, ma di guardare in modo diverso le cose che facciamo. E se gli eventi sembrano deludere e indebolire la nostra speranza, proprio guardando oltre la superficie, scendendo al cuore delle cose, ci rendiamo conto che non andiamo verso un buio senza fine, c’è una luce che fa nuove tutte le cose: “la porta oscura del tempo, del futuro è spalancata – scrive Papa Benedetto nell’enciclica Spe salvi – chi ha speranza vive diversamente; gli è donata una vita nuova”. Il Tempo di Avvento viene ogni anno a ricordarci questo vegliare, “perché la nostra vita ritrovi il suo giusto orientamento, verso il volto di Dio. Il volto non di un padrone, ma di un padre e di un amico”. per assicurare il cammino alla santità dei suoi membri, pur peccatori. È importante pertanto riscoprire il sacramento della Riconciliazione e dell’Eucaristia che forma l’unità di tutti i credenti, nonostante la diversità delle lingue, delle culture, delle etnie, degli Stati. La Chiesa educa le coscienze dei suoi mem‑ bri, soprattutto tramite la liturgia, l’amministrazione dei sacramenti, la catechesi, l’attività pastorale. Inol‑ tre, è assai impegnata nel campo educativo e della sanità tramite una vasta rete di scuole, ospedali, ecc. La Chiesa, pertanto, annuncia il Vangelo della riconciliazione negli ambienti in cui, per la Divina Provvidenza, vive e svolge la propria attività, e con l’esempio dei suoi membri la testimonia. In tale modo, contribu‑ isce notevolmente alla riconcilia‑ zione degli uomini e delle donne di buona volontà dell’intera società”. Nel documento ci sono anche delle linee d’impegno concreto per un’Africa riconciliata? “L’‘Africae munus’ indicherà le grandi linee dell’attività delle Chiese particolari e della Chiesa a livello continentale nei prossimi anni. Esse riguarderanno soprattutto l’impegno per la riconciliazione, la giustizia e la pace alla luce della Parola di Dio, in forza dei Sacramenti e seguendo le indicazioni del Magistero. L’Esor‑ tazione evidenzia vari problemi e numerose sfide alla Chiesa in Africa. Tuttavia, mantiene sempre un ap‑ proccio positivo, pieno di speranza per la Chiesa e per l’Africa. Benedet‑ to XVI rivolge le parole che Gesù Cristo disse al malato cronico presso la piscina di Betzatà: ‘Àlzati, prendi la tua barella e cammina!’. È l’invito all’Africa, di cui la Chiesa è come un’anima, di riscoprire Gesù Cristo, di svegliare le sue grandi potenzialità spirituali e materiali, e di incamminar‑ si nella via della riconciliazione, nella costruzione di un’Africa sempre più giusta e pacifica”. Vita La I quarant’anni dell’organismo pastorale voluto da Paolo VI si sono celebrati nei giorni scorsi a Fiuggi con grande solennità, durante il 35° convegno nazionale delle Caritas diocesane, che dal 21 al 23 novembre ha riunito oltre 600 direttori e operatori delle 220 Ca‑ ritas diocesane dal tema: “La Chiesa che educa servendo carità ‘...Si mise ad insegnare loro molte cose’ (Mc 6,34)”. Culmine delle celebrazioni è stata l’udienza con Benedetto XVI nella basilica di San Pietro il 24 novembre, con oltre 10.000 parte‑ cipanti da tutte le Caritas. “Una nuova etica pubblica” “In presenza di palesi limitazioni della giustizia e dell’uguaglianza, si rende urgente il rilancio di un concetto di legalità che non si ri‑ duca alla pur necessaria osservanza delle norme giuridiche, ma implichi una nuova etica pubblica come indispensabile cornice entro cui le leggi stesse devono essere fatte e osservate”. Lo ha affermato il 22 novembre mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, nel suo intervento a Fiuggi. In passato, ha osservato il vescovo, la cosiddetta “questione morale” passava “per il tema della legalità”: “Oggi questa battaglia appare ancora quanto mai necessaria, ma insufficiente”. “Per una rinnovata legalità - ha sottolineato - è necessaria un’educa‑ zione al bene comune che è compito di tutti i cristiani, e a un titolo specia‑ le della Caritas”. Da questa formazio‑ ne a una “cittadinanza responsabile” potranno venire “cittadini capaci di esprimere una classe politica sempre più attenta alla dignità di ogni perso‑ na e alle esigenze della vita intera di tutti e di ciascuno”. “Recuperare il senso della bellezza” Mons. Crociata ha invitato i con‑ vegnisti a “recuperare il senso della bellezza del bene, della carità, e del bene e della carità come fonte della vera bellezza”. Nella sua relazione A 4 DICEMBRE 2011 n. 43 LA CARITAS DOPO 40 ANNI attualità ecclesiale Carità è bellezza sull’”educare alla vita buona del Vangelo” ha ricordato che “il grande compito che abbiamo dinanzi è quel‑ lo di superare la dissociazione tra carità e bellezza. Una dissociazione tutta moralistica, che ha fatto percor‑ rere strade separate a un bene privo di fascino e a una bellezza ridotta a vuota esteriorità”. In una prospettiva profetica, ha continuato il vescovo, educare a una “cultura della carità” significa “non fermarsi ad astratti di‑ scorsi, ma aprire nella nostra società spesso senza misericordia, dove gli individui si agitano e si scontrano come solitari atomi impazziti, degli spazi di reale comunicazione fra le nostre povertà”. “Non si tratta soltanto di realizzare la carità in specifiche iniziative a favore di de‑ terminate categorie di persone - ha sottolineato mons. Crociata -, ma di contribuire a creare un clima, una mentalità e uno stile, diffusi a livello collettivo, che siano ‘caritatevoli’ e che si riflettano sui singoli orientan‑ done i pensieri, i sentimenti, le scelte, così da sviluppare, a tutti livelli, un tessuto di relazioni umane caratte‑ rizzate dalla fraternità”. “Nuova progettualità nella politica” Un invito a coltivare “l’idea di una politica - così come di un’economia a servizio dell’uomo” per “guardare in modo nuovo la vita della società civile e delle istituzioni”: lo ha detto, aprendo il convegno il 21 novembre, mons. Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi e presidente di Caritas italiana e della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute. Il vescovo ha esortato a “recu‑ perare progettualità nella politica, che comporta una rettifica di at‑ teggiamenti e di comportamenti” e un “rinnovamento in termini di ricchezza di contenuti”, a partire nche questa seconda domenica di avvento ci fa ritornare sulla difficile esperienza dell’attesa. L’apostolo Pietro sembra raccogliere tutte le nostre frustrazioni: “Il Signore ritarda, è lento nel compiere la sua promessa…”, il desiderio si smorza, la speranza si logora; è sempre più duro credere che vi sia un senso nel “fare memoria” e nel trasformare la “memoria” in capacità di vigile attesa, in slancio creativo e progettuale. Eppure, insiste Pietro,“il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa…, è magnanimo, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”. Dalla pagina di Isaia, tratta dal capitolo 40, il cosiddetto libro delle consolazioni, si alza con forza la voce che grida agli esuli di ieri, come a quelli di oggi: “Consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata”. Consolare è parlare al cuore, è riaprire una strada che sembrava interrotta, è abbassare monti e colline per spingere lo sguardo oltre l’impossibile, per iniziare a vivere di nuovo. E la Liturgia di questa seconda domenica di avvento ci regala l’esordio, l’incipit del Vangelo di Marco: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”. La prima parola di Marco offre subito questa possibilità di un inizio: ripartire da dove tutto sembra fermarsi. Sì, l’Avvento è un nuovo inizio, è un rimettere in marcia la speranza! “Inizio della buona notizia”. A partire da che Un lungo cammino dell’organismo italiano in favore della giustizia e della carità di Patrizia Caiffa dal “riconoscimento e dalla tutela dei diritti fondamentali che sono espressione di una dignità personale che permane in ogni fase e in ogni condizione della vita umana”. cruccio per la Caritas italiana, “non solo per gli sviluppi e le preoccupanti forme di protesta in cui spesso trova sbocco esponendosi a manipolazioni e strumentalizzazioni”. La povertà Immigrati, Europa delle famiglie e dei giovani La crescente vulnerabilità delle persone e delle famiglie, impoverite “dalla crisi economica, ma anche dai processi di globalizzazione, la precarizzazione del lavoro, la crisi del welfare” è stata sottolineata da mons. Merisi.“In un quadro di pover‑ tà complesso e multidimensionale, che tocca aree dell’intero Paese - ha osservato -, le famiglie continuano a pagare in misura più elevata la crisi, con prospettive sempre più incerte nel mercato del lavoro e una progres‑ siva erosione di risorse”. “La perdita improvvisa del lavoro o un qualunque altro imprevisto - ha ricordato può far precipitare facilmente nella povertà”. Anche la precarietà e l’as‑ senza di speranza” tra i giovani è un si apra “Un aspetto fondamentale che ha bisogno di maggiore profezia è l’immigrazione, per aprire l’Europa al futuro e a una globalizzazione ‘della’ solidarietà e ‘nella’ solidarietà”: lo ha detto mons. Francesco Cacucci, arci‑ vescovo di Bari-Bitonto e presidente della Conferenza episcopale pugliese. “In questo momento gli immigrati sono gli ultimi della società - ha osservato mons. Cacucci -. L’Europa deve essere perciò un continente aperto e accogliente, continuando a realizzare forme di cooperazione non solo economica, ma anche so‑ ciale e culturale”. Anche per mons. Cacucci, il Mezzogiorno d’Italia e i giovani sono due priorità: “Mi dolgo moltissimo che il documento su Chiesa e Mezzogiorno sia stato La Parola e le parole Seconda Domenica di Avvento Is 40, 1-5. 9-11 - Sal 85 - II Pt 3, 8-14 - Mc 1, 1-8 cosa ricominciare a vivere, a progettare? Da una buona notizia! Non dal pessimismo né da amare constatazioni e neppure dall’esistente e dal suo preteso primato. Ricominciare da una cattiva notizia è solo apparente intelligenza, che non contiene la sapienza del Vangelo. “Inizio della bella notizia che è Gesù”. Ripartire da Gesù Cristo: ecco il messaggio dell’Avvento. E il vangelo, ossia l’annuncio gioioso, comincia con la predicazione di Giovanni Battista. Quando Dio si accinge a intervenire nelle vicende umane, lo fa nella maniera più umana, cioè per mezzo di un uomo. L’evangelista Marco, mettendo insieme quello che aveva preannunciato il profeta Malachia (3, 1) con la profezia di Isaia (40, 3-4), sottolinea lo svolgersi progressivo, fatto di continuità e rottura, del piano di Dio. Giovanni svolge la funzione di precursore, ossia di colui che precede, in quanto testimone del passato, e di voce che chiama all’incontro con la Parola ultima e definitiva di Dio: il suo Unigenito Figlio. La strada del Signore che sta per venire è ostruita. Occorre sbloccarla, togliendo l’impedimento costituito dal peccato.Troppi sentieri contorti portano lontano o da nessuna parte. Bisogna raddrizzarli, perché av- venga l’incontro con Dio che si fa vicino all’uomo. C’è un solo luogo deputato al raddrizzamento dei sentieri, e questo è il deserto. Topograficamente si tratta del deserto di Giuda. Ma più che in un luogo geografico, la Voce ci dà appuntamento in un luogo simbolico. Ossia, il deserto come luogo della vicinanza e dell’intimità con Dio. E’ nel deserto che Dio ha parlato al suo popolo. Nel deserto si sono celebrate le nozze di Yahweh con il popolo eletto: “Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2, 16). E’ naturale che il tempo della salvezza venga inaugurato ancora nel deserto. E nel deserto “Giovanni proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”. Tolta al termine conversione l’incrostazione moralistica che vi si è sovrapposta, si tratta di una vera e propria “immersione” (è il significato di baptizo) in una mentalità diversa. E’ l’esigenza di un ri-orientamento della propria esistenza in direzione di Colui che, solo, può dare significato alla vita dell’uomo. Strano predicatore Giovanni, quasi scostante, ispido, selvatico: “vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava 5 molto lodato al momento della pub‑ blicazione - ha aggiunto ai giornalisti, a margine della sua relazione -, ma sia caduto nel silenzio totale nella Chiesa e nella società”. E a proposito dei giovani: “Come si fa ad essere profeti - si è chiesto - se i giovani sono completamente disattesi?”. Essere profezia La missione “profetica” della Caritas, in questo periodo di grave crisi economica - con 8 milioni di cittadini in povertà relativa, 3 milioni in povertà assoluta e il 25% della popolazione a rischio povertà - è “sollecitare le istituzioni responsa‑ bili a realizzare un piano completo ed efficace contro la povertà”. È la raccomandazione di mons. Giovanni Nervo, espressa il 22 novembre durante un intervento-intervista con l’inviato di “Avvenire” Paolo Lambruschi. Secondo mons. Nervo, oggi le priorità sono i giovani e gli immigrati. I giovani “perché nella nostra società non contano niente e sono i più esposti al pericolo della povertà: povertà di valori e di prospettive di vita e lavoro”. A questo proposito, sulla base di quella “grande esperienza educativa” che è stata l’obiezione di coscienza e il servizio civile (con 100.000 giovani coinvolti), mons. Nervo ha invitato a valorizzare il servizio civile volon‑ tario, oggi in difficoltà per mancanza di risorse. Gli immigrati sono invece “un fatto nuovo molto importante, non solo perché sono braccia che lavorano e teste che riflettono, ma perché nei loro confronti la Chiesa ha il compito preciso di annunciare il Vangelo: non attraverso una evan‑ gelizzazione diretta, perché sarebbe proselitismo, ma con la voce della carità che può arrivare nei loro cuori”. Mons. Nervo ha chiesto, perciò, alla Caritas di continuare a svolgere la sua “prevalente funzione pedagogica” nella Chiesa e nella società, così come intuito da Paolo VI quarant’anni fa. Un ruolo da svol‑ gere con “una solida cultura e una profonda spiritualità, per cogliere i segni dei tempi ed essere profezia”. cavallette e miele selvatico”. Eppure,“accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme”. Con lo stile di vita e con le parole: “viene dopo di me colui che è più forte di me”, non concentra l’interesse sulla propria persona, sul prestigio, l’interesse o il successo personali; rimanda a un Altro. Insomma, Giovanni come profeta, crea un’attesa, invita all’attenzione sul personaggio più grande: è la forza della predicazione, che attiva un movimento, suscita un interesse, provoca un “esodo” inarrestabile. Ma strano è anche questo deserto. Un deserto dove risuonano delle voci e delle grida, popolato di presenze, caratterizzato da un andirivieni incessante. Giovanni non predica sulle piazze, ma nel deserto. Per raggiungere gli ascoltatori, fugge dalla ribalta della città; non va verso gli altri, sono gli altri che accorrono presso di lui. Occorre recuperare questo senso del deserto come luogo dell’incontro, come spazio di comunione. Ritrovare il coraggio della solitudine, della vicinanza con Dio, come possibilità privilegiata di avvicinare gli altri. La Chiesa deve scegliere il deserto come luogo della predicazione, poiché nel deserto l’annuncio trova la strada per arrivare al cuore dell’uomo. Una Chiesa che si fa piccola, che riconosce e accetta la sua debolezza, che non annuncia se stessa, si ritira in disparte per far passare un Altro, diventa credibile e suscita interesse. Don Luca Carlesi Pistoia Sette N. 43 4 DICEMBRE 2011 L udovico Galleni, docente dell’Ateneo di Pisa, è uno dei punti di riferimenti sicuri nell’area di inter‑ sezione tra scienza e fede a livello europeo. Giovedì scorso, al centro Maritain, ha presentato un approfon‑ dimento sulla figura di Teilhard de Chardin. Alcune premesse generali, chiare e schematiche, hanno inqua‑ drato il tema. 1. L’evoluzione come fatto stori‑ co è sicuro come l’esistenza dell’Im‑ pero Romano. 2. I meccanismi che la guidano sono, però, tuttora in discussione: ci sono delle ipotesi piuttosto fondate, ma non ancora verità scientifiche certe ed evidenti. 3. Nel rapporto generale tra scienza e fede, laddove compaia un contrasto insanabile, è la teo‑ logia che deve rivedere le proprie posizioni (è il famoso principio del Card. John Henry Newmann, molto discusso in vita, ma oggi santo). 4. La contrapposizione tra caso e Dio è un errore logico: il caso si riferisce sempre alle cause seconde, le quali non possono dare indicazio‑ ne alcuna sulla causa prima. 5. Il pregiudizio che gli evoluzio‑ nisti debbano essere necessariamen‑ te atei è un errore di valutazione ancora più grave. All’interno di questa cornice concettuale, Galleni è passato quin‑ di a trattare la figura di Teilhard de CENTRO CULTURALE “J. MARITAIN” Teilhard de Chardin, l’evoluzionista cristiano Ludovico Galleni Chardin, presentato come retto da due passioni, solitamente contrap‑ poste: la passione per la religione e la passione per la materia. Laddove tradizionalmente la materia, il monda‑ no, il corpo allontana da Dio – come ad esempio nel platonismo e nella teologia che su questo si basa -, De Chardin propone una lettura ove la materia stessa è viatico e ponte per arrivare a Dio. «Dio che riempie la totalità dell’Universo» è la frase di Angela da Foligno che De Chardin costantemente ripete. In un episodio biografico significativo, De Chardin racconta che, lungo una delle sue spedizioni di ricerca in territori di‑ sabitati, si trovò privo del pane e del vino per celebrare la santa Messa. Al momento dell’elevazione, allora, egli offrì la materia dell’Universo stesso a Dio, come suo corpo. L’Universo evolve, si dirige verso qualcosa; qui vige casualità, ma anche linee di sviluppo precise ed identifi‑ cabili. La materia segue leggi fisiche e chimiche che conducono verso uno stato di complessità e vanno irrever‑ sibilmente dal semplice al complesso. Lo stadio cruciale di questa autoorganizzazione è stato il passaggio dalla materia inanimata alla materia organica, ovvero il sorgere della vita. Un secondo momento-cardine è stato l’originarsi del pensiero e della coscienza umana. Accanto a questi principi tuttora ben vivi nella geo-biologia contem‑ poranea, De Chardin pone consi‑ derazioni di natura propriamente teologica. Questo “dirigersi verso” del cosmo incita alla riflessione sulla parusia e sul compimento dei tempi, dove l’Eden non appare più come un ambiente perduto alle origini, un passato solo da rimpiangere, bensì una meta futura, una Terra preparata dall’essere umano, per accogliere adeguatamente il ritorno del Figlio di Dio. Il collegamento all’etica ambien‑ tale e all’impegno concreto per un mondo più giusto è lineare, così come è ben chiaro l’apprezzamento dello schema teologico dell’exitusreditus, che peraltro è la riscoperta dell’ultimo libro di don Frosini. Proprio questo libro Galleni cita all’inizio ed alla conclusione del suo intervento, come guida illuminante lungo queste considerazioni e ap‑ proccio che ben contempera fede e scienza. A.V. UNO SPAZIO DEDICATO AI NOSTRI INSEGNANTI Educare al pluralismo: la religione e le religioni nella scuola a cura di Martina Novelli P arlare di pluralismo oggi significa aprire i nostri occhi e osservare una realtà che, negli ultimi anni, si è fatta certamente ete‑ rogenea, poliedrica, sfaccettata e, soprattutto, ricca di aspetti mul‑ tiformi che coinvolgono l’intera società nella quale viviamo. Come ha sottolineato Marco Dal Corso in occasione dei due in‑ contri tenuti l’l1 e il 12 novembre nell’ambito di un corso di ag‑ giornamento sul pluralismo nella scuola italiana, già prendere atto e guardare con obiettività a ciò che ci circonda rappresenta un impor‑ tante primo passo verso la consa‑ pevolezza e la piena coscienza di sé stessi e della realtà quotidiana. Dal canto suo, la scuola non può esimersi dal riconoscere la condi‑ zione di pluralismo che caratteriz‑ za la quasi totalità dei paesi cosid‑ detti occidentali, che sempre più spesso si contraddistinguono per la convergenza di culture diverse, incarnate da individui provenienti da paesi stranieri che portano con sé un bagaglio personale fat‑ to di usanze, tradizioni, costumi talvolta molto diversi dai nostri. A tal proposito, Dal Corso ha affermato che si è passati “da una religione dell’Italia all’Italia delle religioni”, riferendosi in modo particolare al compito (peraltro molto arduo, è inutile negarlo), che in un simile contesto proprio la religione dovrebbe venire ad assumere. Più nello specifico, il tempo dedicato alla religione a scuola consente di affermare l’importan‑ za dell’educazione al pluralismo, mediante la quale riconoscere nell’altro una fonte di arricchi‑ mento: le paure più grandi che nei secoli hanno attanagliato l’umanità derivano nella quasi totalità dei casi dall’ignoranza nei confronti di realtà che sono sempre risultate altre rispetto alla nostra. Come ha notato Dal Corso, il rischio che corriamo rimanendo fermi al proprio punto di vista è quello di isolarci, di chiuderci in noi stessi, di “tribalizzarci” e di crogiolarci acriticamente negli stereotipi e nei pregiudizi che sembrano er‑ gersi come un muro invalicabile fra noi e gli altri. Ma questo non è ciò che la reli‑ gione ci vuole trasmettere: Dal Corso ha infatti affermato che proprio quella dell’aprirci all’altro è la via da seguire, la strada che ci permette di decentrarci e guarda‑ re con occhi nuovo e più lucidi il mondo esterno e, soprattutto, di trovare noi stessi, la nostra identi‑ tà, il nostro stesso essere cristiani nel mondo, il senso della nostra esistenza. Ancora ci ha fatto comprendere che mediante un’educazione al pluralismo che tenga conto della centralità del contributo della re‑ ligione possiamo cercare quanto meno di avvicinarci a quei valori universalmente riconosciuti e trasmessi nei Vangeli grazie al messaggio salvifico di Gesù quali la condivisione, la fratellanza, la solidarietà, la compartecipazione alla vita sociale, in una parola la pace, attuabile per noi cristiani nel momento in cui guardiamo al crocifisso come a un segno di accoglienza, di amore, di dono gratuito di qualcosa di sé in favore dell’altro. 8 comunità ecclesiale AL CENTRO MONTEOLIVETO DAL 3 ALL’11 DICEMBRE Movimento per la Vita e Centro di aiuto alla vita di Pistoia “Un amico è per sempre” Da 1 dicembre 2011 al 29 febbra‑ io 2012 il Movimento per la Vita e Centro di aiuto alla vita di Pistoia, con il patrocinio dell’ufficio sco‑ lastico provinciale, ha indetto un Concorso provinciale per alunni di scuola materna ed elementare dal titolo “Un amico è per sem‑ pre”. Al concorso possono partecipare gli alunni delle scuole: materne e primo ciclo delle elementari, statali e non statali, con disegni di gruppo oppure individuali; secon‑ do ciclo delle elementari, statali e non statali, con elaborati scritti individuali. Gli elaborati con l’indicazione del nome/dei nomi degli alunni deb‑ bono portare il timbro della scuo‑ la, controfirmati dall’Insegnante, con allegato l’elenco degli alunni della scuola che partecipano, de‑ vono pervenire Vicolo de’ Pazzi, 16 – 51100 Pistoia, non oltre il 29 febbraio 2012. I disegni e gli elaborati non saran‑ no restituiti, perché con essi verrà allestita una mostra al momento della premiazione, che avverrà entro il 15 maggio 2012. Battistero Jorio Vivarelli: il frutto della vita Mostra delle Opere del Maestro di Pistoia La diocesi di Pistoia, l’ufficio co‑ municazioni sociali, il Movimen‑ to per la Vita- Centro di aiu‑ to alla Vita, la Fondazione Pistoie‑ se Jorio Vivarelli con il contributo della Fondazione Cassa di Ri‑ sparmio di Pistoia e Pescia, Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e in collaborazione con Musiké, organizzano una mostra nel Bat‑ tistero di San Giovanni in Cort (piazza Duomo - Pistoia)dal titolo: Jorio Vivarelli: il frutto della vita, Mostra delle Opere del Mae‑ stro di Pistoia. L’inaugurazione si terrà venerdì 2 dicembre alle ore 18 alla presenza del vescovo monsignor Mansueto Bianchi. La mostra è visitabile fino a do‑ menica 8 gennaio 2012 con il seguente orario: lunedì chiuso; da martedì a venerdì: dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 17; saba‑ to e domenica: dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18. L’ingresso è libero. La mostra è curata da Veronica Ferretti; allestimento e trasporto a cura della Fondazione Pistoiese Jorio Vivarelli; segreteria organiz‑ zativa: Anna Mura - Assicurazione opere: Italiana Assicurazione. SAN PIERO AGLIANA Un incontro Venerdì 2 dicembre alle 21, nella chiesa parrocchiale di San Piero Agliana, la teologa domenicana che vive in una comunità indigena in Bolivia, Antonietta Potente, interverrà sul tema: “Dall’io al noi: costruiamo un Natale di Comunione”. n. 43 4 DICEMBRE 2011 Mostra fotografica su Alcide De Gasperi L a prima scelta riguardo il sog‑ getto ed il modo di presentarlo al potenziale pubblico: gli organizzatori hanno espressamente concepito questa mostra come strumento dalla forte valenza didattica ed educativa destinato ai giovani; la scelta dei contenuti e del linguaggio è stata perciò improntata all’essen‑ zialità comunicativa, con l’intento di illustrare l’opera degasperiana e di trasmetterne l’esperienza, i valori ed il messaggio da una generazione all’altra, permettendo anche a chi non possiede adeguate conoscenze e strumenti interpretativi di coglierne l’importanzo storica ed il valore di esempio morale e civile. Un percorso espositivo che ha la finalità principale di mettere in scena e in movimento la vita e l’opera di un personaggio protagonista dello storia nazionale ed europeo del XX secolo, illustrando i principali passag‑ gi della sua azione di uomo politico e di statista tra la fine della II guerra mondiale ed il 1954, anno della suo scomparsa. Dalla liberazione dell’Italia dell’occupazione nazifascista, alla riorgonizzazione dello stato e della vita politica su basi democratiche, alla fondazione di un partito ispirato dai valori cristiani; dei primi governi par‑ tecipati da tutte le forze antifasciste, alle scelte di campo che diedero vita alla stagione del centrismo e guida democristiana, alla difficile opera di ricostruzione morale e materiale dell’Italia negli anni dei dopoguerra, dalla scelta della Repubblica attra‑ verso il referendum del ‘46, al dibat‑ tito e al percorso parlamentare che diedero vita alla Costituzione, dalle grandi riforme economiche e sociali dei governi quidati da De Gasperi, alla scelta atlantico nella politica in‑ Dalla ricostruzione dell’Italia alla costruzione dell’Europa. A cura di “Centro culturale Filodemo” e “Istituto Luigi Sturzo” di Maurizio Gentilini Dipinto del pistoiese d’adozione Corrado Zanzotto Inaugurazione SABATO 3 dicembre ore 9,30: Messa in memoria del “Servo di Dio” Alcide De Gasperi, celebrata da monsignor Giordano Frosini ore 10,30: inaugurazione mostra (che resterà aperta gino al 13 dicembre) ore 10,45:Tavola rotonda “Attualità del pensiero e delle opere di Alcide De Gasperi”. Partecipano: Giorgio Federghi del “Circolo culturale Filodemo”, Frascalberto De Bari, giornalista e organizzatore della mostra; Maurizio Gentilini, storico e curatore della mostra; Giordano Frosini, teologo; Beppe Matulli, saggista politico ore 13: pranzo insieme INFO: 0573.31235 335399193 CASALGUIDI 27 NOVEMBRE 2011 Convegno diocesano RnS I l 27 novembre, I Domenica d’Avvento - presso il Centro Comunitario di Casalguidi - il movimento laicale “Rinnovamento nello Spirito Santo” della diocesi di Pistoia ha organizzato una “Giornata Comunitaria” con il vescovo monsignor Mansueto Bianchi. Tema proposto per questo intenso incontro è stato un versetto del Vangelo di Giovanni. “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv, 37b-38). La giornata è iniziata alle 9:30 con una lode corale di ringraziamento al Signore il quale ha ricordato, per bocca di San Paolo -a “quelli che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste” e quindi la “buona parola di Dio”- che “sono diventati partecipi del dono dello Spirito Santo” (Eb 6,4-5). Alle 10 c’è stato l’insegnamento del vescovo Bianchi, il quale ha illustrato ai partecipanti le tre tappe del “Pro- gramma pastorale diocesano” per il prossimo decennio, soffermandosi sul significato delle medesime, le quali rappresentano i vari volti della Chiesa: la Chiesa come Mistero, come Comunione e come Missione. In particolare, monsignor Bianchi, ha specificato la prima tappa per il prossimo triennio: ha ricordato che la Chiesa è “Mistero” nel senso biblico del termine, cioè è esperienza di coinvolgimento, di partecipazione, di abbraccio, di amore; la Chiesa è da noi ricevuta, non creata, quindi dobbiamo accoglierla come dono più grande di noi, con “stupore” e “sospensione d’animo”, coscienti che essa è “lo sgorgare della vita della Trinità nel tempo” e “ ha una latitudine che supera la nostra geografia e i nostri ambiti”. Poi ha spiegato il cammino che ogni persona è chiamata a fare nella Chiesa per diventare un “cristiano adulto”, cammino che dura tutta la vita e che è accompagnato dal dono dei sacramenti; un cammino che diventa possibile se siamo disposti a compierlo “dentro tracciati già percorsi prima di noi”. Nello specifico, il vescovo Bianchi, ha citato l’esempio del nostro “fratello più grande” Giovanni Battista, il quale ci educa ad avere sempre lo sguardo alla Parola di Dio e quindi alla Sua potenza e ci aiuta, in definitiva, a rinvigorire l’esperienza di essere Chiesa comemistero. Inoltre si è soffermato nell’analisi della situazione odierna della società dove risulta esserci una “scristianizzazione di massa”, dove diventa “notizia”, quasi “miracolo” il fatto di essere cristiani. Sempre più difficilmente –ha sottolineato mons. Bianchi– incontriamo l’universalità delle persone, ed allora, per avvicinare le persone alla Chiesa, ci rimane uno strumento molto importante: i sacramenti, in particolare il Battesimo, grande chance che permette di entrare in contatto con numerose coppie e di “gettare un seme” nelle loro vite. La Chiesa dovrebbe essere in grado di vivere l’esperienza dell’incontro come Vita La ternazionole; fino al grande progetto di integrazione che ha garantito pace e prosperità ai popoli e alle nazioni dell’Europa fino ai nostri giorni. Passaggi che costituiscono altret‑ tanti nuclei espositivi, che prendono forma all’interno dei pannelli in brevi testi introduttivi ed esplicativi, seguiti da immagini di varia forma e dimen‑ sione, scelte in modo da riassumere in maniera essenziale ed evocativa i singoli temi, sottolineando sempre il ruota di protagonista svolto da De Gasperi nel loro divenire. Graficamente, i gruppi di pannelli sono contrassegnati dai colori verde, bianco e rosso, a formare e rappre‑ sentare nella visione prospettico generale l’idea dell’unità nazionale; il nucleo di pannelli che tratto della dimensione europeo è invece con‑ trassegnato dal colore azzurro. Ovviamente, all’occorrenza, tutto è modificabile e integrabile con altro materiale (immagini, filmati, testi). Impossibile illustrare i molteplici aspetti e la reale portata storica dell’opera degasperiano in una mo‑ stra di questo tipo e concepita con queste finalità. L’intento è che la sua visione posso generare nei visitatori (soprattutto se giovani) la curiosità e l’interesse ad approfondire, a porsi alcune domande sul significato pro‑ fondo e sul valore di quell’esperienza politica, soprattutto se messo a confronto con la modestia (quando non la miseria) del nostro presente. Domande che non possono non portare a riflettere sui perché del profondo logoramento delle radici culturali e spirituali della vita politica nel nostro paese, sui perché di un casi pesante abbassamento di tono, e sulla necessità di risalire la china, anche facendo tesoro dei grandi esempi del passato. Ricordare De Gasperi è cer‑ tamente un ritorno a un passato lontano; ma è anche uno stimato fecondo per guardare al nostro pre‑ sente con occhi critici più avvertiti, più esigenti, più severi. Non si tratta di attualizzarlo, strumentalmente, ma di cogliere proprio nella coscienza della distanza che ci separa da lui il senso di una presenza vive e di una sfida per il nostro futuro. la viveva Gesù, di avere un “approdo e approccio dilatato nella vita di ogni persona”. Una Chiesa che guarda a se stessa con gli occhi della missione. Da qui anche l’importanza dei “laici preparati”, figure specifiche in grado di attivare “itinerari catecumenali” per fare esperienza viva e gioiosa della comunità cristiana, e non “itinerari dottrinali” o, peggio,“penitenziali”, che spesso si riducono ad un “esercizio di sopportazione”. Insomma c’è bisogno di una Chiesa e di cristiani con gli “occhi aperti”, vigilanti e pronti, capaci di “cingersi i fianchi e allacciarsi i calzari”. E’ tempo d’Avvento –ha sottolineato il vescovo– è tempo di riconoscere il Signore nella nostra vita, di accogliersi reciprocamente col cuore nel vincolo della fraternità, è tempo di staccarsi dal sonno dei nostri peccati e difetti, è tempo di cessare la stagione del sonnecchiamento e del galleggiamento, è tempo di combattere le nostre tiepidezze, è tempo di dare spazio alla nostra profondità per guarire quella malattia mortale che è la superficialità, è tempo in cui si ridesta lo Spirito! Irene Ricasoli Vita La Premio nazionale per la cultura della legalità La Fondazione Un Raggio di Luce insieme alla Fondazione Antonino Caponnetto di Firenze e al Centro di Documentazione e Progetto don Lorenzo Milani di Pistoia, ha preso l’iniziativa di istituire un premio per la Cultu‑ ra della Legalità in memoria del giudice Antonino Caponnetto, padre del pool antimafia di Pa‑ lermo che negli anni ‘80 istruì e portò a conclusione il maxi processo alla mafia. La cerimonia di premiazione si terrà martedì 6 dicembre 2011, nono anniver‑ sario della morte del giudice, alle ore 17.30 presso la Sala Maggiore del Palazzo Comunale di Pistoia alla presenza del sindaco Renzo Berti, delle autorità e dei membri della commissione esaminatrice, Durante la premiazione sarà consegnato il riconoscimento alla persona o alle persone scelte come meritevoli di aggiudicarsi il Premio. Interverranno la Sig. ra Elisabetta Baldi Caponnetto, e Pietro Grasso Procuratore Na‑ zionale Antimafia. Un umile ed eroico missionario Martine Bugiani ricorda in un libro padre Vittorio Agostini È stato presentato domenica 27 novembre nella Sala Franchini della Misericordia di Casalguidi e Cantagrillo il libro di Martine Bugiani «Padre Vittorio Agostini, dopo 20 anni ti ricordiamo così». Il libro ripercorre l’intensa vita sacerdotale e missionaria di padre Agostini che fu ordinato sacer‑ dote nel 1970 dal vescovo Mario Longo Dorni, disse la sua prima messa a Masiano e poi partì per la sua prima missione nell’Ohio, Ecuador, Zaire, Kenia e altri paesi ancora. E quanto aiuto ha ricevu‑ to dalla comunità di Casalguidi, come ricorda la parrocchia sul suo sito, per sostenere le sue attività accanto a chi non aveva niente. L’autrice di questo libro, Martine Bugiani di Casalguidi, responsabile proprio del gruppo missionario padre Vittorio Agostini che da anni si prende cura di realizzare opere di solidarietà in Mozzam‑ bico, ha raccolto testimonianze, ricordi, impressioni, aneddoti che le sono stati indispensabili per ri‑ costruire con dovizia di particola‑ ri la figura di questo umile, grande cristiano 4 DICEMBRE 2011 comunità ecclesiale n. 43 9 MONTEMAGNO Il laicato cristiano nella vita sociale e politica Cattedrale I Saranno le musiche di Franz Liszt (di cui si celebra quest’an‑ no il bicentenario della nascita), eseguite all’organo (Costamagna 1969) da Andrea Vannucchi, ad animare il Vespro d’organo in programma in Cattedrale dome‑ nica 18 dicembre (ore 17). I brani in programma sono la Fantasia e Fuga sul Corale “Ad nos ad salutarem undam” (dall’Opera “Le Prophéte” di Giacomo Meyerbe‑ er) e il Preludio e Fuga sul Tema B-A-C-H. l secondo incontro sull’“In‑ segnamento Sociale della Chiesa” organizzato dal Cir‑ colo Acli di Montemagno ha offerto l’opportunità di conoscere uno spaccato della Chiesa Pistoiese e della vita sociale e politica post unitaria. Tebro Sottili, responsabile della Camposanpiero per 25 anni ed oggi impegnato nel Ceis, ha ricordato i passaggi salienti dal 1861 (Unità d’Italia) con la perdita del potere temporale della Chiesa ed il “Non Expedit” di Pio IX (non occuparsi più di politica da parte dei cattolici), nonostante i fermenti presenti nella società e nella Chiesa stessa. Leone XIII con la “Rerum No‑ varum” (1891) prende atto dei mutamenti avvenuti e dà nuovo vigore all’impegno sociale e politico dei cattolici. Anche a Pistoia si avverte un cambiamento forte. Nasce in Semi‑ nario una scuola di sociologia grazie alla volontà di personaggi illuminati, quali il Vescovo Mazzanti, il Canonico Puccini ed altri ancora. Nel 1907 a Pistoia si tiene la 1° Settimana So‑ ciale, nascono le prime Casse Rurali, si organizza il primo sciopero delle “trecciaiole”, Don Sturzo da vita al Partito Popolare (1919). Questa azione positiva dei cat‑ tolici viene successivamente osta‑ colata con la nascita del fascismo e la conseguente abolizione dei partiti. Il concordato del 1928 e la diffidenza crescente della gerarchia verso le idee progressiste presenti nel mondo cattolico allontanano non pochi uomini che guardavano a sinistra con speranza di riscatto e di maggiore giustizia. Diffidenza che si manifesta anche dopo il conflitto e dopo gli anni della ricostruzione in una fase di svi‑ luppo. In que‑ sta stagione di rivendicazioni sociali e sala‑ riali anche le ACLI (nate nel 1944 dopo la scissione del sindacato uni‑ tario e unica associazione democratica nella Chiesa) vengono condannate per la scelta di campo avvenuta al Congresso di Torino (1969), che sancì la fine del collateralismo con la DC e l’apertura alle idee progressiste che avevano trovato nel Concilio Vaticano II nuova legittimazione. Tornando all’esperienza vissuta, Tebro Sottili ha voluto inquadrare il suo impegno personale nel contesto della Camposanpiero, struttura di accoglienza, assistenza e formazio‑ ne nata per volontà di Giuseppe Camposampiero, braccio destro di La Pira, morto a 33 anni durante la guerra, sotto un bombardamento su Pistoia che fece 147 morti e centinaia di feriti. Al dottor Federico Gelli, già Vi‑ cepresidente della Regione Toscana, è toccato affrontare il tema dell’im‑ pegno nella vita politica inteso come servizio e assunzione di responsabi‑ lità verso gli altri. Atteggiamento che purtroppo sembra oggi ben lontano dalla realtà (sono 80 gli inquisiti o condannati che siedono oggi in Parlamento, e certo non possono essere esempio di altruismo e mo‑ ralità). La politica non può essere una cosa sporca ma un’attività nobile e alta anche se è stata troppe volte tradita. Quindi no al qualunquismo, no al populismo, no al leaderismo e al trasformismo, favorito anche dalla attuale legge elettorale. Federico Gelli, anche con ri‑ ferimento alla propria esperienza personale (dall’impegno nel sociale e nella professione, alla politica e viceversa) afferma che l’attività po‑ litica in linea di principio dovrebbe essere “a termine”, per favorire il rinnovamento e la partecipazione più ampia, fermo restando l’altruismo e la moralità, anche nei comportamenti; caratteristiche richieste a tutti e più ancora ai cristiani. L’impegno dei movimenti, delle associazioni, il nostro personale, deve essere rivolto a rifondare la politica e la sua credibilità. La politica non può essere so‑ stituita dalla tecnocrazia come già successo per ragioni di emergenza. Anche nella Chiesa la gerarchia non è indenne da responsabilità quando preferisce trattare diretta‑ mente con il potere piuttosto che stimolare i cristiani all’assunzione di responsabilità e all’impegno per il bene comune, come chiaramente tracciato dal Concilio e dalle Enci‑ cliche Sociali. All’intervento dei relatori ha fat‑ to seguito un nutrito e interessante dibattito volto ad approfondire gli argomenti in discussione. Marcello Bracali Vespro d’organo con Andrea Vannucchi Prunetta Restaurato il campanile di San Basilio Con la chiesa di San Basilio è stato ristrutturato anche il cam‑ panile, una maestosa costruzione realizzata nel 1953. E’ alto 20 metri ed è costruito in pietra serena. Fu fortemente voluto da don Siro Pezzoli e alla sua realiz‑ zazione contribuirono paesani e villeggianti. E’ stato rifatto il tetto in rame ed i vari piani che porta‑ no all’ultimo dove sono ospitate quattro campane: la grande, la mezzana, la piccola, una minusco‑ la che suona in caso di calamità naturali: suonò nel lontano giugno 1940, giorno in cui iniziò la se‑ conda guerra mondiale. L’intervento su chiesa e campa‑ nile è stato fatto a tempo di re‑ cord, dall’Impresa Edile Giuseppe Marino di Cireglio. Ha diretto i lavori l’architetto Lorenzo Niccoli di Pescia. G.D. POGGIO A CAIANO Il ricordo del pittore Francesco Inverni di Luigi Corsetti P er ricordare i venti anni della scomparsa di Francesco Inverni, il Comune di Poggio a Caiano rende omaggio alla pittura dell’artista con un’esposizione alle Scuderie Medicee dal titolo Frammenti, affidando a Marco Moretti la cura della mostra e del catalogo. Francesco Inverni era nato a Poggio a Caiano nel 1935 da una famiglia titolare di una fabbrica di cappelli. Di animo sensibile alla bellezza, si era indirizzato fin da giovanissimo al disegno e alla pittura. Essere nati e cresciuti al Poggio significava, per un ragazzo che si avvicinava all’arte, guardare alla lezione di Soffici. Il maestro lo aveva incoraggiato a proseguire, esortandolo a una indipendenza creativa che poi il giovane riuscì a conquistare: dapprima asciugando certe campiture fratte e spumose che riconducevano alla fonte sofficiana; poi, come evidenziano i risultati di questa mostra, virando la propria creatività in una suggestiva vena intimista. Allievo di Primo Conti all’Accademia di Belle Arti, ne era uscito nel ’59 ottimo ritrattista e pittore di forte impianto strutturale, come dimostrano certe solide figure anche d’ambito religioso, partecipate dall’artista con animo del credente. Queste, in estrema sintesi, le direttrici della sua pittura snodatesi nell’arco d’un trentennio. La mostra alle Scuderie Medicee riguarda invece un decennio successivo e ultimo, che va dall’inizio degli anni Ottanta al 1991, anno della prematura morte di Francesco. Un decennio nel quale Inverni, staccati gli occhi dal ‘suo’ paesaggio sopraffatto dall’avanzar del cemento, si era volto all’osservazione intimistica di certe suggestioni che, con documenti di un vissuto appena dismesso, rimandavano a ciò che restava del mondo contadino: interni di case coloniche ormai sopraffatte dal silenzio; stanze ove giacevano dimenticati oggetti d’economia domestica e secolari strumenti di lavoro: fiaschi e ampolle, falci e nasiere, forbici per potare ancora riposte nei corni bovini. E scansie polverose ricolme d’oggetti, padelle e chiavi, santini dimenticati alle pareti, in precario equilibrio su vecchi interruttori di porcellana. Agendo sulla macro della sua straordinaria sensibilità, Inverni mise a fuoco lacerti ancor più minimi di quel recente passato. Così minimi da apparire invisibili se non addirittura insignificanti a un occhio superficiale o incapace di distinguere la poesia che si cela nelle piccole cose, e che appunto solo la disarmata sensibilità di un poeta poteva far risaltare e addirittura elevare a livello di arte: un chiodo arrugginito, piantato chissà quando su una parete senza storia; cartelli di latta dimenticati sui muri di vecchie rivendite. E altri muri d’interni dalle croste sfogliate, che, come smagliature nel tempo, lasciavan trapelare a ritroso il loro vissuto. Frammenti d’intonaco che l’artista aveva inizial- mente staccato dalle case coloniche abbandonate, e in seguito ricreato su tavola con calce e grassello, intervenendo poi sulla superficie scabra, spesso suggestivamente trattata come materia allo stato ‘informale’, con elaborazioni pittoriche di soggetti naturalistici: un paniere di fichi, ferri, fiori attecchiti nelle fessure murarie. La mostra, che si aprirà il prossimo 3 dicembre e sarà visibile fino al 29 gennaio 2012, comprende oltre settanta opere inerenti a quel tema e alla successiva, estrema ricerca, per mezzo di assemblaggi di legni e lamiere. Ricerca ultima, condotta fino a quelle composizioni con immutata sincerità di fede, e degna di essere consegnata alla storia. 10 comunità e territorio Mercoledì 7 dicembre manifestazione a Pistoia. Intanto il governatore Rossi ha chiesto un incontro col ministro Passera AnsaldoBreda Attesi interventi dal Governo di Patrizio Ceccarelli B reda ancora in primo piano. Dopo la mani‑ festazione di Roma (nella foto), alla quale da Pistoia hanno partecipato più di 300 tute blu, oltre ai rappresen‑ tanti istituzionali (sindaco Berti e presidente della Provincia Fratoni), della Diocesi e con in prima fila il presidente della Regione Enrico Rossi, adesso tutti aspettano di co‑ noscere il piano di risanamento da parte dell’amministratore delegato di AnsaldoBreda e un intervento da parte del Governo. La presidente della Provincia, Federica Fratoni, annuncia che «il Costi della sanità: è polemica a Pistoia U n’ assurdità che varca il limite fra burocrazia e buon senso. E’ questo, in sintesi, il senso di un’interrogazione presentata dal Vice presidente della Commissione sanità Stefano Mugnai e del Vice Presidente del Consiglio Regionale Roberto Benedetti alla giunta re‑ gionale toscana. I consiglieri del Pdl criticano gli Estav ossia gli organi‑ smi che si occupano degli approvvi‑ gionamenti sanitari e che secondo le intenzioni della giunta regionale dovrebbero servire a spendere di meno per ausili spuntando prezzi di favore presso i fornitori. Peccato che a Pistoia sia successo esatta‑ mente il contrario. I fatti. Un comune cittadini si reca in un negozio di articoli sani‑ tari per acquistare una carrozzina il cui prezzo si aggira attorno ai 280 euro. Il rivenditore gli segnala però che per il suo caso può rivolgersi all’Asl di appartenenza ( in questo caso l’Asl 3 di Pistoia). In quel mo‑ mento i magazzini dell’Asl ne sono provvisti ed allora l’Asl rilascia il buono per ritirare l’ausilio presso il rivenditore stesso con una sostan‑ ziale differenza : il prezzo che da 280 euro sale a 495…Perché? “Questo caso – si legge nell’interrogazione – rappresenta un’assurdità che varca il limite fra burocrazia e buon senso visto che proporre un prezzo migliore il pubblico spende quasi il doppio rispetto al privato. Ma allora gli Estav cosa ci stanno a fare? Abbia‑ mo proposto di ridurli da 3 a 1 ma la nostra mozione approvata all’unanimità dal consiglio regionale l’assessore alla salute Daniela Sca‑ ramuccia si è opposta.” Tuttavia secondo l’Asl 3 sono stati eseguiti tutti i giusti criteri. “Nel respingere le accuse al Di‑ rettore Generale – si legge in una nota dell’Ufficio Stampa – ricor‑ diamo che il nomenclatore ufficiale nel quale sono riportati i modelli accreditati ed il relativo prezzo che tutte le aziende sanitarie sono te‑ nute ad osservare, è valido su scala nazionale ed è stato concordato con tutti i rappresentanti dei tecni‑ ci ortopedici dei prodotti.” Edoardo Baroncelli CIET Dipendenti senza stipendio da giugno Difficoltà anche per riscuotere la cassa integrazione. I sindacati hanno dichiarato 24 ore di sciopero C ontinua l’odissea dei la‑ voratori del cantiere Ciet di Pistoia. Dopo la firma del verbale di cassa inte‑ grazione dello scorso 24 ottobre i contatti con l’azienda sono divenuti impossibili e il ritardo nel pagamen‑ to delle retribuzioni dallo scorso mese di giugno prosegue senza che si possa intervenire con misure effi‑ caci per ottenere il dovuto. La Ciet, il cui cantiere pistoiese ha sede a S. Agostino, è un’azienda che lavora per la Telecom e che nelle varie sedi del centro Italia oc‑ cupa circa 900 dipendenti. «I lavoratori - fa sapere la FiomCgil - vogliono denunciare questa situazione che è assolutamente intollerabile, anche per la disatten‑ zione di Telecom, che non ha voluto fin qui nemmeno tentare di trovare Vita La n. 43 4 DICEMBRE 2011 una soluzione al problema occupa‑ zionale, che oggi investe tutti e 20 i lavoratori in forza al cantiere di Pistoia». Pare infatti che ci fossero inte‑ ressi al subentro nell’area di Pistoia servita dalla Ciet da parte di altre aziende del settore, disponibili a riassumere tutti i dipendenti e che sia stata una scelta della commit‑ tenza a determinare lo stato di inoccupazione di tanta parte dei lavoratori di Pistoia. «Per i lavoratori della Ciet sostiene ancora la Fiom - sembra impossibile ricevere i pagamenti diretti della Cigs (cassa integrazio‑ ne straordinaria) da parte dell’Inps, così come concordato nel mese di giugno.Vengono evocate respon‑ sabilità diverse: come un gioco dell’oca nel quale gli unici a pagare i ritardi degli enti preposti sono i lavoratori». Il Ministero del Lavoro, il Ministero dello Sviluppo Econo‑ mico, le regioni Toscana, Marche e Liguria, sedi nelle quali la Ciet ha sottoscritto intese ed impegni tutti disattesi, sono richiamati al ruolo di garanti istituzionali rispetto ad un atteggiamento intollerabile dell’azienda. Per queste ragioni e per la necessità di un confronto con l’azienda, che avvenga in una sede istituzionale di garanzia per i lavo‑ ratori e le organizzazioni sindacali, il Coordinamento nazionale ha dichiarato un pacchetto di 24 ore di sciopero con una prima fermata di 8 ore precedute dalle assemblee per giovedì 1° dicembre con presi‑ dio in tutti i cantieri. Pa.Ce. 7 dicembre, in occasione dell’ini‑ ziativa pubblica organizzata con i lavoratori e le istituzioni pistoiesi, faremo il punto della situazione, mettendo sul tavolo tutte le in‑ formazioni di cui disponiamo e aprendole ad un confronto aperto e trasparente». «Il successo della manifesta‑ zione – dice il sindaco Renzo Berti – non è stato solo quello dei numeri con quattromila presenze di lavoratori da tutta Italia, ma nella piazza ho percepito una forte unità tra sindacati, rsu e lavoratori che compatti chiedono che un settore strategico come quello ferroviario non venga smantellato, ma al con‑ trario rilanciato». Da parte dei sindacati c’è pre‑ occupazione, ma anche soddisfa‑ zione per l’alta partecipazione alla manifestazione di Roma. «Il governo - afferma il se‑ gretario provinciale della Fiom, Nicola Riva - dovrà prendere atto dell’iniziativa e tirare le giuste con‑ clusioni». Lo stesso Riva aggiunge che «a questo punto è attesa la convocazione delle rappresentanze sindacali a Roma, dopo la riunione del Consiglio di amministrazione di Finmeccanica (previsto per il 1° dicembre, ndr), nel corso del quale non è escluso che cadano alcune teste». Il governatore, Enrico Rossi, presente alla manifestazione con il gonfalone della Regione Toscana, parla della necessità di trovare «soluzioni nazionali», aggiungendo di aver già chiesto un incontro al ministro Corrado Passera. «La crisi di questa azienda è tale - aggiunge Rossi - che richiede interventi diretti da parte del Governo, a partire da un dato positivo: le com‑ messe acquisite costituiscono una risorsa importante e un riconosci‑ mento nazionale delle professiona‑ lità e capacità produttive di Ansal‑ doBreda. Chiediamo il risanamento dell’azienda e il suo rilancio, non la svendita, né lo spezzatino delle imprese del gruppo, cosa assoluta‑ mente da evitare». “Beni comuni e ambiente” Una politica diversa sui rifiuti per vivere meglio la nostra città di Matteo Pieracci S e ne parla da tempo, del quotidiano problema dello smaltimento dei rifiuti e di quali siano le strade per cercare di superare un problema nazionale che rischia di ridicolizzarci a livello europeo. Ma nonostante le tante voci di esperti, posizioni partitiche e di‑ battiti pubblici, il problema rifiuti persiste sempre.Vi sono città in cui vi è una vera e propria emergenza (pensiamo ad alcuni comuni campani) e altre che sembrano aver trovato la giusta soluzione a tale problematica (Novara e Treviso in primis). In questi giorni, a seguito della definizione del Piano interprovinciale sui rifiuti, che riguarda le zone di Pistoia, Firen‑ ze e Prato, il problema della smaltimento è tornato d’attualità anche nel‑ la nostra città. Nei giorni scorsi Giuliano Ciampolini, responsabile del fo‑ rum “Beni comuni e ambiente” per conto del partito Sinistra Ecologia e Libertà, ha illustrato le proprie perplessità riguardo al nuovo Piano inter‑ provinciale sui rifiuti: “Sinistra Ecologia e Libertà ha discusso ed elabora‑ to un documento di tre pagine in cui si esprimono pareri critici riguardo questo piano. Secondo Sel, serve una politica più moderna per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti, una politica che noi ad oggi non ve‑ diamo. Si contesta quindi il fatto che la maggior parte degli investimenti siano destinati agli inceneritori, a discapito quindi di un potenziamento della raccolta differenziata porta a porta. Non dimentichiamoci che at‑ tualmente, la quantità di rifiuti nella zona cosiddetta -Toscana Centro-, zona di cui Pistoia fa parte, è di 1 milione di tonnellate circa, quantità che potrebbe essere notevolmente ridotta attraverso politiche quali la raccolta differenziata domiciliare”. Il discorso sui rifiuti potrebbe essere infinito, ed annoverare più voci ma sicuramente ciò che manca da Nord a Sud è una maggiore sensibilizzazione che va di pari passo al processo educativo, e che allo stato attuale delle cose dovrebbe essere il primo obiettivo. L’obiettivo realistico di raggiungere almeno il 65% nel 2015 di raccolta differenziata domiciliare nella nostra zona è attuabile, ma servo‑ no politiche nuove e meno conservatrici. I risultati da raggiungere sono appetibili per la collettività e sono rappresentati da una riduzione nella quantità dei rifiuti, un miglioramento della qualità delle materie seconde e del riciclaggio di esse nel mercato. La posta in gioco è alta, e non si tratta solo di un maggior risparmio in termini economici, ma anche e soprattutto del benessere dei cittadini e dell’ambiente stesso. Vita La 4 DICEMBRE 2011 comunità e territorio n. 43 VIVAISMO Diploma verde al presidente della Regione Toscana Riconoscimenti al sindaco Berti, al presidente della Provincia Fratoni e all’assessore regionale Salvadori di Patrizio Ceccarelli L’ Associazione pro‑ duttori del verde Moreno Vannucci ha assegnato il Diploma Verde al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi. La consegna del premio è avvenuta nel corso di una cerimonia che si è svolta nella Sala Nardi della Provincia, alla presenza delle autorità e di tanti vivaisti. Il riconoscimento, giunto alla sua XI edizione, consiste in un tro‑ feo che ogni anno viene assegnato ad un personaggio, che pur non operando nel settore specifico, ab‑ bia dimostrato di aver recepito con sensibilità la situazione del mondo agricolo e particolarmente del flo‑ Benefici per il diritto allo studio cade il 13 dicembre il termine per presentare la domanda presso al Comune di Agliana per l’erogazione dei benefici individuali relati‑ vi al diritto allo studio nell’anno scolastico 2011/2012. La locale amministrazione comunale sottolinea con particolare soddisfazione il fatto, “finora senza precedenti, che, in un momento di grave incertezza dei trasferimenti statali e nonostante la scarsità di risorse economiche, la giunta comunale ha deciso di destinare, con propria delibera, risorse comunali per i seguenti importi: 26.000 euro per l’attribuzione delle borse di studio e 7.000 euro per il rimborso delle spese per acquisto dei libri di testo. Scelta che, ancora una volta, conferma la volontà dell’Amministrazione comunale di sostenere interventi a favore delle fasce più deboli della popolazione ed, in questo caso, a tutela del di‑ ritto all’istruzione dei minori. Si tratta di importi che andranno ad implementare quelli che dovranno essere stanziati dall’amministrazione provinciale di Pistoia”. Di seguito le agevolazioni previste e le modalità di accesso alle stesse. Borse di studio riservate agli stu‑ denti frequentanti le scuole primarie e secondarie con sede nel comune di Agliana, appartenenti a famiglie con Isee non superiore a 15.000 euro. L’importo è quantifi‑ cato in 150 euro per gli studenti delle scuole primarie e secondarie di 1° grado e in 250 euro per le seconda‑ rie di 2° grado. Previsto anche il rimborso delle spese sostenute per l’acquisto di libri di testo da parte di studenti frequentanti la scuola secondaria di primo e secondo grado “Sestini” e della scuola secondaria di 2° grado “Capitini” appartenenti a famiglie con Isee non superiore a 15.000 euro euro. L’entità del contributo non potrà essere superiore al valore indicato dalle circolari ministeriali in materia di adozione dei libri di testo e sarà determinata in base alle fasce di Isee. Gli interessati dovranno consegnare le fatture o gli scon‑ trini unitamente all’elenco dei testi acquistati. Il limite Isee è elevato ad 18.000 euro per gli stu‑ denti disabili con handicap riconosciuto dalla legge vigente o con invalidità non inferiore al 66%. Possono presentare l’istanza anche gli studenti residenti nel Comune di Agliana e frequentanti scuole localizzate in una regione diversa della Toscana qualora questa riservi tali provvidenze esclusivamente ai propri residenti. Le richieste, per le quali è necessaria l’attestazione Isee relativa ai redditi percepiti nell’anno 2010, devo‑ no essere compilate presso l’Urp, i benefici verranno erogati fino alla concorrenza delle risorse disponibili nel rispetto di graduatorie formate seguendo l’ordine crescente di Isee. Per ogni informazione e chiarimento: numero verde 800.131.161. Marco Benesperi VI edizione di “Un racconto per San Marcello” di Alessandro Tonarelli I deato dallo scrittore Giampa‑ olo Merciai e organizzato dalla Società operaia di mutuo soc‑ corso di San Marcello (Soms Baccarini), il premio ‘Un racconto per San Marcello’ è progressivamen‑ te cresciuto di importanza fino ad ottenere prestigiosi patrocini. Il concorso, aperto a autori ita‑ liani e stranieri singoli o in gruppo (classi scolastiche) con una sola opera inèdita –fiaba, romanzo o quant’altro- in cui sia fatto riferi‑ mento a San Marcello o comunque alla montagna pistoiese, si articola in quattro sezioni: adulti, giovani, nino Vannucci, il presidente dell’As‑ sociazione Vivaisti Pistoiesi Andrea Zelari e i rappresentanti delle asso‑ ciazioni professionali agricole. «Occorre necessariamente ri‑ lanciare il credito agrario agevolato - ha detto Benesperi -, evidenzian‑ do quanto nel vivaismo il ciclo bio‑ logico produttivo di accrescimento delle piante sia lento, mentre i costi degli esercizi pluriennali sono mol‑ to elevati».Per questo Benesperi ha dato la disponibilità dell’Associazio‑ ne ad organizzare una delegazione per incontrare il presidente della Commissione agricoltura dell’Unio‑ ne Europea Paolo De Castro e il presidente della Bce Mario Draghi. Per quanto riguarda il credito, rassicurazioni sono venute anche dal presidente di Caripit, Gabriele Zollo, che ha anche messo in evi‑ denza l’ottimo stato di salute del settore vivaistico. ASSOCIAZIONE TEATRALE PISTOIESE COMUNE DI AGLIANA S rovivaismo pistoiese. Premiati anche il sindaco Renzo Berti, la presidente della Provincia Federica Fratoni e l’assessore re‑ gionale all’agricoltura Gianni Salva‑ dori, ai quali è andato il riconosci‑ mento per la cultura e il sostegno dato al vivaismo. La consegna dei premi è av‑ venuta al termine dell’incontro, coordinato da Renzo Benesperi, su «Credito e agricoltura», durante il quale si è parlato del nuovo or‑ dinamento bancario in materia di finanziamenti alle imprese agricole e vivaistiche. Al forum, che ha visto nella veste di relatrice la professoressa Silvia Scaramuzzi dell’università di Firenze, hanno preso parte, tra gli altri, il presidente della Cassa di ri‑ sparmio di Pistoia e Pescia Gabriele Zollo, il presidente del Distretto rurale vivaistico ornamentale Van‑ 11 alunni di scuola primaria e poesia di autori adulti. I relativi lavori (di lunghezza massima non superiore a due cartelle dattiloscritte in A4, ca‑ rattere Times new Romans, dimen‑ sione 12) dovranno essere inviati entro il 31 gennaio prossimo (farà fede il timbro postale) in otto copie completamente anonime –con indi‑ cazioni sulle generalità dell’autore in busta chiusa inclusa nel plico- a: Merciai Giampaolo, Casella postale 53, 51028 San Marcello P.se (Pt). I partecipanti alle sezioni A e D do‑ vranno aggiungere l’attestazione del pagamento della quota di quindici euro, quale contributo alle spese organizzative, sul conto corrente postale 13442594 intestato a Soms Baccarini, San Marcello pistoiese. Per le altre sezioni la partecipazio‑ ne è gratuita. Sono in palio premi in denaro per complessivi 2.100 euro nonché targhe, coppe, libri, diplo‑ mi di partecipazione e antologia contenente le opere finaliste, che saranno selezionate da apposite giurie di esperti. La cerimonia di premiazione si svolgerà nella prima‑ vera 2012. Info 338 1886839. Ballata per i bimbi morti di mafia D ebutto con successo dello spettacolo Cantata per la festa dei bambini morti di mafia, venerdì scorso al Piccolo Teatro Mauro Bolognini. La pièce, prodotta dall’Associa‑ zione Teatrale Pistoiese, per la regia di Maurizio Panici e la scenografia di Giorgio Gori, porta in scena lo struggente testo in canti di Luciano Violante, ex presidente della Camera dei Deputati, da sempre in prima linea per la difesa della legalità. La tragedia della mafia, intesa nella sua nuda essenza di perdita della dignità sociale, trova nel teatro un ottimo strumento di riflessione, nonché una preziosissima occasione di confronto. Il progetto si inserisce a pieno titolo nella rassegna A scuola di teatro, manifestazione rivolta in primo luogo agli studenti delle scuole superiori, incentrata quest’anno sul tema della legalità possibile. Accanto alle rappresentazioni sono stati organizzati interessati dibattiti con l’intento di istaurare un dialogo attivo tra i giovani su alcune delle più urgenti problematiche so‑ ciali, nonché occasione per avvicinare gli studenti al mondo del teatro. La crisi delle istituzioni culturali non ferma l’entusiasmo e la volontà di intraprendere iniziative di qualità che ribadiscono l’importanza didatti‑ ca di formare attraverso l’arte. Chiuderà la serie delle tre mani‑ festazioni iniziata con Atridi, rivisita‑ zione dell’Orestea di Eschilo, lo spet‑ tacolo Gomorra, tratto dal libro di Roberto Saviano, in cui sono ancora una volta i giovani a farsi portavoce delle conseguenze devastanti che crescono con la malavita organizzata. Alice Bresci PRESIDENZA E DIREZIONE GENERALE Largo Treviso, 3 - Pistoia - Tel. 0573.3633 - [email protected] - [email protected] SEDE PISTOIA Corso S. Fedi, 25 - Tel 0573 974011 - [email protected] FILIALI CHIAZZANO Via Pratese, 471 (PT) - Tel 0573 93591 - [email protected] PISTOIA Via F. D. Guerrazzi, 9 - Tel 0573 3633 - [email protected] MONTALE Piazza Giovanni XXIII, 1 - (PT) - Tel 0573 557313 - [email protected] MONTEMURLO Via Montales, 511 (PO) - Tel 0574 680830 - [email protected] SPAZZAVENTO Via Provinciale Lucchese, 404 (PT) - Tel 0573 570053 - [email protected] LA COLONNA Via Amendola, 21 - Pieve a Nievole (PT) - Tel 0572 954610 - [email protected] PRATO Via Mozza sul Gorone 1/3 - Tel 0574 461798 - [email protected] S. AGOSTINO Via G. Galvani 9/C-D- (PT) - Tel. 0573 935295 - [email protected] CAMPI BISENZIO Via Petrarca, 48 - Tel. 055 890196 - [email protected] BOTTEGONE Via Magellano, 9 (PT) - Tel. 0573 947126 - [email protected] 12 P istoia è una città ricca di cori che si esprimono in tutti i repertori musicali. Fare parte di un coro è un impegno non da poco: per imparare a cantare insieme bisogna studiare e ripetere prove su prove, in continuazione, ogni settimana, ogni mese, ogni anno. Esibirsi in un teatro, in una chiesa, in un auditorium è la ricompensa per tutti questi coristi, che cantano solo per soddisfazione personale e corale. Spesso queste esibizioni hanno scopi benefici, come raccolte di fondi per popolazioni colpite da calamità o per sostegno alla ricerca e alla vita. Il coro che meglio rappresenta la nostra città è sicuramente il coro polifonico “Città di Pistoia” diretto dal maestro Gianfranco Tolve. E’ un coro che ha alle spalle una lunga tra‑ dizione, oltre 30 anni di esperienza e cantori solisti: tenori e soprani che ne arricchiscono le esecuzioni. Presenta un vasto repertorio che va dalla musica rinascimentale a quella contemporanea e popolare, sia sacra che profana. Un altro coro che merita un cenno particolare è il Coro “Gen‑ zianella” nato oltre 50 anni or sono, nell’ambito del Centro Turistico Giovanile, dall’entusiasmo di un gruppo di amici. Era il 1955. Don Siro Butelli raccolse e mise insieme tanti giovani di varie associazioni cattoliche: S. Leone, Immacolata ed altre e fu disponibile ad insegnare a tutti a cantare insieme e a fondersi in un vero coro. Continuano a can‑ tare, diretti da Bastiano Galligani, la montagna e la gioia di essere ancora e sempre un coro di amici. Il coro alpini “SU INSIEME” è GRUPPI VOCALI Un coro di alpini nella città di Pistoia nato spontaneamente, quasi per gioco, in seno al gruppo alpini di Pistoia nel 1993, quando fu sentito il desiderio di cantare non in modo improvvisato, ma strutturati in coro per cantare al meglio le cante, sempre intonate negli incontri alpini. Prendono il nome dal motto “Su’nsema” di una Compagnia di alpini della soppressa Brigata Oro‑ bica. Loro lo hanno adottato perché rispecchia il modo di sentirsi alpini all’interno del coro. Pistoia e tutta l’alta Toscana sono state zona di reclutamento degli alpi‑ ni fin dal 1872, anno di costituzione del corpo. Dai nostri Appennini sono partiti migliaia di giovani per il servi‑ zio militare di leva nelle brigate alpine: Cadore, Julia, Taurinense, Orobica, Tridentina. Qui, insieme, nella difficile vita in alta montagna, tra ghiaccio e neve, bufere, frane, valanghe, lungo sentieri aspri e vie ferrate vertiginose, hanno capito e sviluppato il valore inestima‑ bile della solidarietà. Qui, finalmente, la sera intorno al fuoco acceso in una osteria, hanno conosciuto tante belle canzoni e il piacere di cantarle insieme in amicizia ed armonia. Canti che raccontano storie d’amore, canti allegri o venati di no‑ stalgia quando parlano di un rifugio ideale o di un tramonto che azzurra le colline. Canti solcati dal dolore per le sofferenze patite nelle guerre, per gli amici perduti e per la lontananza cocente dagli affetti più cari. Canti di guerra, come “Joska la rossa”, che dicono la gratitudine per un sorriso donato ai nostri soldati da una ragazza in terra di Russia. Nell’ottobre dell’anno 2001 que‑ sto coro, diretto dal maestro Paolo Pacini, è diventato il coro ufficiale della sezione di Firenze rappresen‑ tando cosi ben 30 gruppi alpini della Toscana e dell’Umbria. Nel 2003 in occasione del decen‑ nale della fondazione hanno inciso un CD di 14 cante con una particolarità: ogni canta ha il suo commento, re‑ citato da Pierluigi Zollo, noto attore pistoiese, recentemente scomparso. Gli inviti provenienti da ogni parte d’Italia sono innumerevoli ed ogni anno a partire dal 1997 il coro è sempre stato presente alla Rassegna di cori nelle Adunate nazionali degli alpini che si tengono ogni anno, la seconda domenica di maggio, in una diversa città italiana. Il 20 dicembre 2008 per festeggia‑ re 15 anni di attività, il coro ha pre‑ sentato nel Piccolo Teatro Bolognini il suo secondo Cd, costato tanto impe‑ gno e tanta fatica. Mi piace riportare qui le parole con le quali il presidente del coro Ana Paolo Degl’Innocenti presenta questo lavoro:“…Abbiamo cantato in questo nostro 2° Cd la terra degli alpini e per tutte le penne nere: per quelle più fortunate che sono tornate dai campi di guerra e per quelle che non sono più tornate lasciando nel dolore madri, spose, figli. E abbiamo cantato per tutti gli alpini in arme, attori indiscussi im‑ pegnati in missioni di pace all’estero, e per i nostri alpini volontari facenti Vita La n. 43 4 DICEMBRE 2011 parte di quella insostituibile strut‑ tura sociale ed umanitaria che è la Protezione civile. E ancora abbiamo cantato per i giovani, per essere loro più vicini e far conoscere questo at‑ taccamento alle nostre memorie e ai nostri ideali, e per gli anziani, per farli sentire sempre presenti e testimoni di due epoche, quella di ieri e quella di oggi. E abbiamo cantato con tanta tristezza per i nostri amici coristi che in questi ultimi anni ci hanno lasciato per sempre. E’ a voi, Ennio, Enzo, Giancarlo, Mauro, che dedichiamo questa nostra registrazione. Grazie amici coristi protagonisti di questo importante ed ambizioso progetto. Grazie maestro Paolo Pacini che tanto ci hai insegnato.” Il 20 dicembre 2010 il coro “Su Insieme” ha partecipato al concerto di Natale della Coralità di montagna organizzato come ogni anno, dagli Amici della Montagna, nell’Aula di Montecitorio, li, con altri 10 cori, in rappresentanza di ogni regione d’Italia, in finale hanno intonato tutti insieme il brano: la Montanara di Pigarelli, il pezzo più classico nel repertorio di montagna. Anche quest’anno all’adunata di Torino il 7‑8 maggio 2011, dove si festeggiavano i 150 anni dell’unità d’Italia, con Torino prima capitale del regno, il coro “Su Insieme” ha ben rappresentato la Toscana con un concerto nella chiesa di San Massimo patrono della città. Ora, grazie al nuovo maestro Riccardo Cirri, che ha trasmesso ai suoi studenti più sicurezza, i nostri coristi hanno rinnovato entusiasmo e buonumore e la voglia di cantare ancora a lungo nei loro incontri alpini. Fidalma Menichini Bucci sport pistoiese S Solidarietà ettimane intense al Ceis (Centro Italiano di Solidarie‑ tà) di Pistoia. Gli operatori del Centro, intanto, hanno stabilito di non trascurare lo sport, proiettandosi sul fitness. In una delle comunità, infatti, è stata inaugurata una piccola palestra (nella foto, l’in‑ terno): uno spazio da dedicare al proprio fisico. L’idea è stata di Francesco Mannucci, edu‑ catore e personal trainer, e ha inteso offrire ai ragazzi la possibilità di mantenere un corpo in forma, proponendo loro esercizi specifici in base alle varie esigenze. Ma la vera e propria novità proposta è stata il sacco della boxe. All’inizio si è registrato un po’ di stupore, poi tramutatosi in dissenso sia da parte degli operatori che dei ragazzi, che guardavano al sacco come a un brutto mostro. Il pugilato è visto, spesso, come uno sport violento, ma, pian piano, è stato spiegato loro che l’obiettivo è quello di convogliare rabbia e altri pessimi impulsi su quel sacco piuttosto che su oggetti o persone, ovvero convertire un sentimento negativo in un’azione positiva, che porta benefici al corpo. Nella palestra, oltre a una panca per gli addo‑ minali e a dei bilancieri, sono state inserite anche due palle mediche, da 3 e 5 chilogrammi l’una, attrezzi che servono a unire la volontà di perdere massa grassa al senso ludico, che mai deve mancare ad ogni età. I ragazzi si sono, infine, dimostrati entusiasti; vengono seguiti personalmente e possono utilizzare lo spazio-palestra quattro ore a settimana.Verranno, pian piano, rieducati all’importanza del riscaldamento e dello stretching e di uno sforzo fisico sano, fatto nel modo corretto. Poi c’è stato un pomeriggio di festa e intima commozione. È quanto si è percepito al centro di recupero “Il Poggiolino”, pieno di gente per un avvenimen‑ to che ha arricchito di significati e attese la comunità intera. Una giovane madre, durante il faticoso percorso di rinascita verso un’esistenza più responsabile e ricca di valori, ha sentito il bisogno di avvicinarsi alla fede e, dopo aver goduto di un’attenta preparazione, ha rice‑ vuto i tre sacramenti fondamentali: il Batte‑ simo, la Comunione e la Cresima. Il vescovo di Pistoia, Monsignor Mansueto Bianchi, ha celebrato la Messa durante la quale ha impartito i sacramenti, mettendo in risalto, nell’omelia, i valori di una “rinascita” che va oltre la vita fisica e che, arricchendola, ne celebra il valore e il dovere di preservarla nella sua dignità e la proietta in una dimen‑ sione universale e atemporale. Gianluca Barni Una palestra per il Ceis Calcio - Basket Tempi Supplementari di Enzo Cabella S e dovessimo prendere le ultime prestazioni della Tesi Group e della Pistoiese ci sarebbe da preoccu‑ parsi non poco sul loro futuro. La squadra di basket è stata sconfitta a Reg‑ gio Emilia, sommersa da un da autentico tsunami. Alla fine del match ben 48 punti dividevano quelli segnati dalla formazione emiliana da quelli della squadra pistoiese. Mai, nella storia del basket di casa nostra, una formazione pistoiese era stata così dominata, asfaltata da un avversario. A conti fatti, la Tesi Group non è mai entrata in par‑ tita, sul parquet c’era una squadra fantasma che non è mai riuscita a raccapezzarsi ed organizzare una manovra appena decente per contrastare la soverchiante superiorità di Reggio. Una brutta e avvilente sconfitta, che non solo riporta sulla terra la squadra di Moretti ma spazza via i facili entusiasmi e le possibilità di un inserimento nella lotta al vertice. Nessuno è convinto che la Tesi Group sia una squadra mediocre, tale da subire sconfitte con punteggi così devastan‑ ti. E’, invece, una buona squadra, che potrà recitare un ruolo importante in campio‑ nato, diciamo pure da outsider. L’assunto è provato dal fatto che la compagine ha un buon tasso tecnico e agonistico e alcuni giocatori (Galanda, Hardy, Jones) qualità di prim’ordine. Ma certe figure come quella vista a Reggio Emilia non sono più ammis‑ sibili. La Pistoiese non è stata da meno. Dopo le brillanti prove offerte contro due protago‑ niste del campionato (Forlì e Castelfranco Emilia), si pensava che la squadra arancione potesse continuare il trend positivo. Cosa più che possibile, visto che ospitava allo sta‑ dio Melani il Villafranca, con uno score me‑ diocre: penultimo posto in classifica, 9 reti all’attivo (peggior attacco del campionato), 23 al passivo (seconda peggior difesa del torneo), insomma un avversario che non incuteva il minimo timore, il successo degli arancioni era scontato. Invece, è successo che la rete subita dopo appena due minuti di gioco abbia bloccato la squadra di Indiani, che tuttavia è riuscita a pareggiare, vivifi‑ cando le speranze di una possibile vittoria. Invece, ancora ad inizio secondo tempo, la formazione veronese ha segnato il secondo gol e a quel punto per la Pistoiese la rimon‑ ta è stata come scalare l’Everest. Un brutto kappaò, che penalizza e mortifica il lavoro svolto da dirigenti e tecnici e cancella ogni speranza di playoff. Sarà bene metter da parte ogni velleità e ambizione e guardare più da vicino alla salvezza, pensando a co‑ struire già da ora la squadra per la prossima stagione. Vita La Verso nuove strutture di governo mondiali 4 DICEMBRE 2011 dall’Italia n. 43 ECONOMIA E FINANZA Una forza morale le nazioni si uniformino. L e cose si complicano pesantemente in econo‑ mia, finanza, gestione dei debiti pubblici. E la Chiesa universale, attraverso le sue realtà culturali, guarda alle sorti del mondo, in questo settore centrale per il so‑ stegno dei piani sociali e di sviluppo, parlando a più voci. Una prova si è avuta nei giorni scorsi a Roma, dove la Pontificia Università Lateranense (info: www.pul.it), tramite la sua area internazionale di ricerca, insieme alle “Settimane Sociali dei cattolici italia‑ ni”, ha indetto un colloquio aperto a studiosi italiani e stranieri sul tema “Il ruolo delle istituzioni alla luce dei principi di sussidiarietà, di poliarchia e di solidarietà”. La preoccupazione è fondata e se ne è fatto portavoce il rettore della Lateranense, il vescovo Enrico Dal Covolo, quando ha affer‑ mato: “Con la crisi internazionale, che si prolunga ormai da diversi anni, le condizioni stesse dello sviluppo economico e sociale vanno cambian‑ do in profondità e, probabilmente, in modo irreversibile. Sembrava inizialmente che si trattasse di una crisi passeggera, solo finanziaria, e perciò - in un certo senso - ‘virtuale’. Poi si è dovuto constatare come essa abbia determinato ripercussioni sull’economia reale, sull’occupazione, sulla disponibilità di beni essenziali, sulla politica”. Così i motivi di allarme sono divenuti concreti fattori con i quali fare i conti: posti di lavoro in meno, aziende che chiudono o si trasferiscono in Paesi a minor costo del lavoro, giovani che non trovano lavoro, intere zone del Paese (e del mondo) che rischiano il declino. È stato soprattutto un ge‑ sto simbolico, la voglia di reagire ad una situazione in cui l’intera nazione appare impotente di fronte ad un fenomeno di portata planetaria. Il Btp-day di lunedì 28 novembre – l’acquisto di titoli di Stato italiani favorito dalla mancata richiesta da parte delle banche delle com‑ missioni di intermediazione – ha registrato un buon successo nella parte più delicata della questione: la fiducia. C’è sì stato un forte aumento delle transazioni (doppie rispetto ai giorni precedenti, con molti acquisti fatti per poche migliaia di euro), segno che l’appello a soste‑ nere il nostro debito pubblico si è fatto strada in molti portafogli italiani. Ma soprattutto si è fatto strada nei cuori, nella voglia di ridare fiducia al sistema-Italia, nel desiderio-necessità di riappro‑ priarci del nostro destino. Non poteva certo essere una simile mossa a cambiare il corso delle cose: un miliardo di euro di acquisti deve infatti scontrarsi con l’imponente mole (1.900 mi‑ liardi) di debito pubblico italiano detenuto da investitori di tutto il mondo. Ma quel che deve fare oggi l’Italia è soprattutto con‑ vincere il mondo che siamo una nazione forte, patrimonializzata, Cominciare dalla Autorità politica mondiale Tra le “ricette” avanzate nei due giorni di lavori del colloquio interna‑ zionale, quella suggerita dal vescovo mons. Mario Toso, segretario del Pon‑ tificio Consiglio della giustizia e della pace, ha suscitato un vivo interesse: “Di fronte ai vari e gravi problemi di carattere economico, finanziario e sociale presenti oggi a livello mon‑ diale si rende evidente l’esigenza di una vera autorità politica mondiale, che non è una novità per la Chiesa perché venne già tratteggiata vari decenni fa dalla ‘Pacem in terris’ di Giovanni XXIII”. Il vescovo, facendo riferimento alla “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI, ha parlato della necessità di una riforma del sistema monetario e finanziario internaziona‑ le, alla luce “dell’esigenza di giustizia sociale globale”, e “nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale”. “Tale autorità - ha spie‑ gato - dev’essere una forza morale, basata su un principio unitivo e co‑ ordinativo superiore, avente la facoltà di comandare secondo ragione e di obbligare in virtù di un ordine morale orientato al bene comune”. I vari stu‑ diosi presenti hanno concordato con tale prospettiva, segnalando semmai la obiettiva difficoltà d’individuare figure di alto profilo politico e mora‑ le, in grado di ricoprire tali incarichi dentro un ente sovrannazionale che sia rispettato da tutti e ai cui ordini finanza Del resto, se non si dovesse giungere a un tale coordinamento sovrannazionale delle diverse spinte politiche ed economiche che intera‑ giscono tra le grandi aree del mondo, il rischio di “deflagrazione” appare tutt’altro che un’ipotesi. La crisi finanziaria mondiale ne è una prova con il suo corollario di disoccupa‑ zione, impoverimento, conflitti, fame, sottosviluppo. E allora, compiendo dei passi realisticamente possibili, senza invocare strutture che proba‑ bilmente necessiteranno di un lungo periodo di gestazione, mons.Toso ha indicato almeno l’obiettivo di attiva‑ re forme di controllo e governo dei mercati finanziari, primo passo verso strutture di governo sovrannazionali. “I sistemi economici, monetari e finanziari -ha detto- sono da consi‑ derare ‘beni pubblici’ al pari di acqua, aria, ambiente ecc. Del resto le crisi finanziarie creano gravissimi danni per le ricadute sulle nazioni e po‑ polazioni, specie sui più deboli”. “Di fronte alla finanza e alle sue storture -ha aggiunto- si tratta di ridimensio‑ nare il leviatano economico, che è organizzato come un super-potere e che sta dimostrando di sovrastare le nazioni”. Per questo ha invocato “mercati sicuri, liberi e trasparenti” che possano essere messi a dispo‑ sizione di tutti. Realtà già presenti e operanti, quali il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale “non devono essere cancellate ma vanno riformate in prospettiva del primato della politica”. BTP DAY La voglia di reagire Un gesto simbolico per una svolta concreta di Nicola Salvagnin con un’economia tutto sommato sana, con la capacità quindi non solo di pagare gli interessi su quel debito, ma pure di poterlo ridurre nel corso dei prossimi anni. È questo che ci sta affossando. Gli investitori giapponesi, i fondi sovrani del Golfo, i fondi pensione canadesi od olandesi, le banche d’affari di Singapore o di New York (in una parola, “i mercati”): sono in troppi a non credere più anzitutto nell’euro, e a pensare che l’anello debole della moneta sia l’Italia. L’impalcatura più fragile di una moneta artificiale, senza un vero Stato dietro alle spalle. Quindi, che fa questa pletora di investitori? Vende, anzi si libera dei nostri titoli di Stato. E i prezzi degli stessi da settimane sono in caduta libera. E i nuovi colloca‑ menti di Bot e Btp scontano que‑ sta sfiducia: per trovare acquirenti, abbiamo dovuto promettere loro quasi il doppio degli interessi che pagavamo solo quattro mesi fa. Allora ricompriamocelo, que‑ sto debito pubblico. Noi italiani sappiamo bene qual è la realtà del nostro Paese. Sappiamo che non siamo né la Grecia né un’economia sottosviluppata. Che un’azione di governo ben mirata può rimetterci in carreggiata. Che quindi non c’è ragione di temere il fallimento dell’Italia. Riacquistiamo questi Btp che gli stranieri vendono a basso prez‑ zo! Sono un vero affare proprio perché si possono acquistare ap‑ punto a basso prezzo. Basterà te‑ nerli fino a scadenza per vederseli rimborsati interamente, ed in più incassare le cedole degli interessi. Una buona occasione per i nostri risparmi, con la garanzia dello Sta‑ to italiano. Ci credete, nel vostro Stato? Metà del nostro debito pubblico è in mani straniere. Riappropriamo‑ cene, invertiamo il trend. Avremo di nuovo il futuro nelle nostre mani, e chi avrà avuto “coraggio” oggi, farà un affare per il futuro. Nel contempo, mandiamo nei palazzi europei i nostri governanti a chiedere al duo Merkel-Sarkozy che intenzioni ha.Vogliono dei veri Stati Uniti d’Europa, con una mo‑ neta potente e un ruolo effettivo nel pianeta? O vogliono tornare ai loro particolarismi, mandando a monte sessanta anni di pace, benessere, sviluppo dell’intero continente? Qui urge chiarezza immediata. Perché è veramente questo che pensa di noi il resto del mondo: l’Unione europea è un castello di carte. Da spazzare via per fare chiarezza. Se così fosse, l’Italia do‑ vrà ripensare la propria posizione nella geo-politica mondiale: se siamo l’appendice mal sopportata di una Grande Germania allargata, ritroviamo il nostro spazio nel Mare Nostrum, laddove siamo centrali e all’avanguardia per un bacino su cui convergono oltre 300 milioni di persone, dalla Turchia al Marocco, dalla Spagna all’Egitto. Oggi come duemila anni fa. 13 Onora i doveri fiscali, prediche per il risanamento di Domenico Rosati Pare che i cittadini dell’Urbe avessero sempre un buon motivo per non pagare le tasse: una volta perché comandava il papa, una volta perché comandavano i carcerieri del papa ... Ma l’abitudine era ed è ben più estesa; in tutta Italia è talmente radicata che la si considera parte del paesaggio. E c’è sempre una scusante, perché sempre c’è un potere prevaricatore che spreme il limone del popolo. Il quale, giocoforza, si difende ingannando il potere. Non è dunque invenzione di Berlusconi la dottrina per cui, oltre una certa soglia di prelievo, il sottrarsi ai doveri fiscali sarebbe legittima difesa. Ora però ‑effetto della crisi‑ ci si accorge che tale mentalità solidificata (Giovanni Paolo II l’avrebbe forse chiamata “struttura di peccato”) ostacola irreparabilmente gli sforzi necessari ad attenuare gli effetti del dissesto economico, determinato dalle avventure del capitale finanziario. E’ accaduto quando, con le manovre di agosto, il governo, sia pure col cuore sanguinante, ha ritenuto di dover “mettere le mani nella tasche degli italiani” contravvenendo al proprio totem liberista. E così, per far quadrare i conti di un risanamento problematico, ha pensato di computare tra le entrate dello stato i proventi del “contrasto all’evasione fiscale” Ma i referenti della manovra (la Bce e soprattutto i mercati) non hanno preso per buona la trovata, adducendo che il prodotto del recupero dell’evasione non è quantificabile in via preventiva. Ragione tecnica ineccepibile. Che si aggiunge alla consapevolezza del conclamato costume italiano di renitenza ai richiami civici. Come si fa a credere alla lotta all’evasione, quando è noto che ne sappiamo una più del diavolo, se si tratta di venir meno ai “doveri di solidarietà”, pure scritti nella Costituzione? Tentativo e libretto Come finirà l’operazione contabile in cui tutto il paese è immerso, è difficile da prevedere. Ma il tema dell’evasione resta, anzitutto, un problema di cultura che riguarda, in ultima analisi, il modo con cui ognuno di noi considera glì altri e il prossimo, prendendone in carico le esigenze. E particolarismo italico, di cui ragionò Guicciardini, è organicamente refrattario al bene comune, se non come residuo dell’appagamento individuale. Dunque ogni tentativo va compiuto, perché tutti paghino le tasse. Soprattutto, si dovrebbero attivare tutti i centri in grado di concorrere a una grandiosa opera di pedagogia sociale. In proposito, una volta Romano Prodi lamentò l’assenza di prediche sull’argomento. Non va chiesto ai parroci di chiamare i fedeli a offrire l’oro alla Patria, come dovettero fare nel 1936, ai tempi della guerra d’Abissinia. Basterebbe che si applicassero a illustrare la connessione tra l’essere cristiani e l’onorare il fisco come dovere di coscienza. 14 dall’italia O ffrire nuova speranza alla politica genovese. È l’obiettivo della neonata associazione “Primavera politica” che è stata pre‑ sentata ufficialmente nei giorni scor‑ si durante un incontro pubblico che si è svolto nell’aula magna dell’Isti‑ tuto delle Suore Ravasco. Nell’occa‑ sione è stato illustrato il nome e il logo dell’associazione e le tappe del cammino politico che porterà fino al prossimo appuntamento elettorale della primavera 2012, dove “Prima‑ vera politica” presenterà, oltre alla candidata sindaco Simonetta Saveri, una lista di candidati per le elezioni amministrative. A questa iniziativa se ne stanno aggiungendo altre ana‑ loghe avviate in alcune città italiane. Al centro la dignità umana “La nostra associazione - ha spiegato Simonetta Saveri - nasce da persone cattoliche che non vogliono certo nascondere la loro storia e la loro identità ma che desiderano compiere questo percorso nella laicità anche con chi non è credente ma condivide gli stessi valori fondati sulla dignità della persona umana e le stesse priorità. Riteniamo che questo sia un punto fondamentale: credenti e non credenti insieme al servizio della dignità della persona umana, nella chiarezza di alcuni valori irrinunciabili”. “La spinta a creare tutto questo - ha affermato Paolo Pedemonte, dell’ufficio stampa dell’associazione - è arrivata anche dal Santo Padre che più volte ha espresso la necessità di un concre‑ to impegno di giovani cattolici nel modo politico. A questa chiamata, ma anche a quelle magnifiche parole che Karol Wojtyla ha pronunciato a Tor Vergata nel 2000: ‘Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavo‑ ro’ - noi abbiamo risposto di sì, e siamo pronti per lavorare per il bene comune”.“Da cattolici - ha aggiunto Pedemonte - non possiamo che dire che dedicarsi alla politica sia uno dei mezzi più nobili per fare carità, offrire un servizio professionale, ma disinteressato, per il bene della nostra città”. Lavorare insieme per cambiare “La presentazione di una nuova associazione politica e culturale - ha detto ancora Saveri - ci riempie di gioia e siamo contenti di condivi‑ derla insieme, soprattutto in que‑ sto momento di crisi economica, sociale, politica, di tanta difficoltà per la nostra città e per il nostro Paese”. Infatti, ha proseguito, “ci si può abbandonare alla rabbia o si può cercare di cambiare le cose, insie‑ me”. “Fondare questa associazione - ha proseguito Saveri - è anche l’occasione per intraprendere un percorso educativo, nel nome della speranza; abbiamo l’opportunità di mostrare che si può ancora credere in qualcosa, che è bello ed è possibile impegnarsi per i propri valori e i propri ideali”. I 10 “sì” da cui partire “Disinteressarsi della politica - ha detto ancora Saveri - significa di‑ sinteressarsi del bene dell’altro, del nostro prossimo e questo non è Vita La n. 43 4 DICEMBRE 2011 GIOVANI E POLITICA Aria di primavera Presentata a Genova un’associazione e annunciata una rete nazionale di Adriano Torti più possibile”. La volontà dei dodici giovani fondatori è di una politica che riparta dal basso e sia anima della città. Hanno fatto loro parole come “legami, relazioni, famiglia, gioia, amore e speranza”. Parole che loro stessi definiscono “inusuali nell’am‑ bito della politica ma sono parole che abbiamo usato in questi mesi ed hanno riempito il cuore a noi e a molti”.“Non è più accettabile sentire “U n territorio ferito che con‑ tinua ad essere ferito, fino alla morte. Forse non dobbiamo più chiamare emergenza eventi divenuti normalmente attesi e annunciati. Il dissesto del terri‑ torio e soprattutto il prezzo che si continua a pagare in termini di vite umane non può e non deve più accontentarsi di interventi emergenziali, ma esige un piano organico di messa in sicurezza e un’attenzione costante”. È l’appel‑ lo accorato di mons. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agri‑ gento e vescovo delegato per la Sicilia per la pastorale della carità e la salute, che durante il 35° convegno nazionale delle Caritas diocesane che si è svolto a Fiuggi, dal 21 al 23 novembre, ha com‑ mentato il bilancio drammatico dell’ondata di maltempo. Quattro le zone colpite: Castroreale, Mi‑ lazzo, Barcellona Pozzo di Gotto e Saponara, dove ci sono state tre vittime (tra cui un bambino di dieci anni), nella frazione di Scar‑ celli, nel comune di Saponara, a causa di una frana sulle abitazioni. Intorno è un mare di fango che ha invaso le case, gli sfollati sono ospiti presso parenti o amici, una ventina di persone disabili presso una struttura di accoglienza. E l’al‑ lerta meteo è stata estesa a Cala‑ bria, Sardegna, Basilicata e Puglia. Il cordoglio dell’arcivescovo “Auspichiamo che le istituzioni si facciano carico dei problemi della gente che abita in questo paese, visto che i danni sono ingenti”: lo ha detto mons. Calogero La Piana, arcivescovo di MessinaLipari-S.Maria del Mela, in visita a Saponara per dare conforto ai cittadini colpiti dall’alluvione. Secondo mons. La Piana servono “piani regolatori saggi, che salva‑ guardino le persone e le case da questi fenomeni. Si deve avere più rispetto per il territorio e la natura, che non deve essere sfregiata, altrimenti si ribella”. In un messaggio l’arcivescovo aveva assicurato la sua “preghiera per le vittime” e “consolazione per le famiglie che sono nella prova”, esprimendo “gratitudine alle forze parlare di politica, di bene comune e, contemporaneamente, di interessi privati, giochi di potere, accumulo di denaro, scambi di favore, strate‑ gie politiche, paure di bruciarsi la carriera”, ha detto ancora Saveri. Le fondamenta da cui vogliono partire sono 10 “sì” che sono, nello stesso tempo, gli obiettivi da realizzare. E questi sono: l’attenzione ai più deboli e ai giovani; la promozione e il sostegno della famiglia; la ricerca della pace e del dialogo; la promo‑ zione della libertà religiosa; il rispetto della vita dal concepimento alla sua conclusione naturale; l’accoglienza dei migranti nel rispetto delle leggi dell’identità nazionale; salvaguardia e promozione dell’ambiente; difesa della libertà di educazione; la difesa del lavoro giustamente retribuito, che non significa solo una sufficiente retribuzione ma significa anche dire basta con le retribuzioni troppo elevate. L’albero dai frutti buoni Presentato anche il program‑ ma dell’associazione. A dicembre inaugurazione della sede e dell’info point per la campagna elettorale. A partire dalla fine di novembre verranno organizzati laboratori, aperti alla cittadinanza, per la cre‑ azione del programma politico: “Lavoro ed economia”, “Famiglia, educazione, scuola e università”, “Qualità della vita (Salute e servizi alla persona - bellezza della città)”. È stato presentato anche “L’albero dai frutti buoni”, la rete nazionale di condivisione e coordinamento tra giovani uniti dagli stessi valori e che si pongono come soggetti promotori del bene comune nella vita sociale e politica delle rispettive realtà locali. A prendere la parola sono stati un rappresentante di Reggio Emilia e uno di Como che hanno annunciato la creazione di una rete nazionale tramite una Costituente che si terrà nel marzo 2012. ALLUVIONE MESSINESE Un territorio ferito Tre vittime e distruzione a causa del maltempo, appelli e aiuti di Patrizia Caiffa dell’ordine locali e a quanti stan‑ no prestando soccorso, adope‑ randosi con infaticabile e diuturno impegno. Sebbene scossi per la tragicità dell’evento, e consapevoli della nostra fragilità e impotenza, manteniamo salda la speranza”. “La tragedia interpella la coscien‑ za e il senso di responsabilità di ciascuno nel custodire la natura - sottolinea mons. La Piana -, rico‑ noscendola dono prezioso creato da Dio e autentico bene per l’uo‑ mo. Auspico che in questo mo‑ mento la solidarietà affettuosa, il farsi carico delle altrui sofferenze per alleviarne il peso e il comune senso di appartenenza civile ed ecclesiale, possa contraddistin‑ guere il servizio offerto”. Per don Giuseppe Lonia, direttore del set‑ timanale diocesano “Scintilla”, è una “esperienza di dolore, rabbia, indignazione, unita ad una grande impotenza dinanzi al potere irre‑ frenabile della natura”. Primi soccorsi Anche la presidenza di Caritas italiana ha espresso solidarietà e vicinanza nella preghiera. La Caritas si è prontamente attivata sul territorio per cercare di far fronte ai bisogni più urgenti e sta monitorando l’evolversi della situazione, visto il permanere dell’allerta. “I parroci della zona si stanno attivando per prestare i primi soccorsi alle famiglie colpite dall’alluvione - dice al SIR don Gaetano Tripodo, direttore di Caritas Messina -. Abbiamo dato la nostra piena disponibilità ad intervenire con aiuti materiali ed economici”. “Per noi comunità cristiana - aggiunge - è l’occasione per stringerci intorno alle famiglie colpite nell’aiuto concreto e nel sostegno psicologico e relazio‑ nale”. Il parroco, “nessuno è abbandonato” Intanto tutta la comunità parroc‑ chiale di S. Sebastiano e S. Antonio di Padova a Scarcelli è impegnata a dare aiuti ai familiari delle tre vittime e ad una quindicina di sfollati. Una delle vittime, il pic‑ colo Luca Vinci, 10 anni, faceva il ministrante in parrocchia e ora il parroco don Nicola Bertino lo piange “con grande dolore, come fosse stato un nipote”, confida al SIR. “La situazione è grave, la gen‑ te è traumatizzata - afferma don Bertino, da 23 anni alla guida della parrocchia, con 1.800 fedeli delle frazioni di Cavalieri e Scarcelli -. In questo momento la priorità è to‑ gliere il fango e liberare le strade per poter circolare e rimettersi in moto. Riguardo agli sfollati non abbiamo grossi problemi perché, come è tradizione in Sicilia, sono stati tutti ospitati da parenti e amici. Nessuno è abbandonato”. Don Bertino chiede di “pregare e avere fede” citando un passo del Vangelo che dice “la natura geme e soffre le doglie del parto”: “Ci pensino tutti. Questo è un segno che può espandersi a macchia d’olio. Allora bisogna cominciare a preoccuparsi e a pregare”. Ancora non si sa quando e dove verranno celebrati i funerali delle vittime della frana. “Dopo l’autopsia si deciderà insieme al vescovo di Messina e alle famiglie”, precisa don Bertino. La madre di Luca, prosegue, “è una donna di grande cuore. Dovevo andare a trovare i familiari in ospedale, per porta‑ re una parola di conforto ma la mia macchina è stata travolta dal fango. Spero di poter andare do‑ mani”. La parrocchia non ha avuto danni per una provvidenziale pre‑ cauzione del parroco: “Prima lavo‑ ravo all’ufficio tecnico della curia di Messina. Quando sono arrivato a Scarcelli la prima cosa che ho fatto è stato costruire un muro di sostegno. Capivo che questo ter‑ reno, di natura esogena, avrebbe portato danni. Il terreno non si è mosso perché c’era il muro, altri‑ menti si sarebbe sbriciolato”. Vita La 4 DICEMBRE 2011 dall’estero n. 43 Il Camerun non scioglie i nodi di una democrazia di facciata L a situazione politica ed economica del Camerun da due anni non fa altro che peggiorare, ma neanche le ultime elezioni sono riu‑ scite a scardinare il regime autocratico di Paul Biya. Il voto di ottobre, preceduto da tensioni, ha infatti ricon‑ fermato il 78enni presidente, al potere dal 1982, che in questi tre decenni ha reato un ‘sistema Biya’ in grado di superare le diverse, gravi crisi che hanno investito il paese e che, paradossalmente, lo hanno rafforzato al punto “da farlo sembrare incrollabile”. Un sistema che ha attirato su di sé sempre più critiche internazionali, e provocato varie proteste sociali. L’uomo, però, sottolinea lo studioso Thomas Del Tombe, ha gioca‑ to con le istituzioni fino a pre‑ sentarsi come insostituibile: in base alla Costituzione del 1996 è al presidente del Sena‑ to che spetta garantire l’inte‑ rim in caso di vuoto di potere, ma ad oggi la Camera alta non è ancora stata istituita. “Non tollerando alcun rivale, e nessun erede, anche se solo ipotetico, e controllando con estrema attenzione l’apparato di sicurezza (esercito, polizia, servizi segreti), Biya – scrive del Tombe – si è in poco tempo imposto come l’unico padrone del gioco’’. Inoltre, approfitta del suo potere di nomina e di revoca dei dipen‑ denti statali, e stringe alleanze distribuendo di nascosto le ricchezze del Paese, a co‑ minciare dal petrolio: più di I dati forniti da Con‑ findustria, confermati dalle associazioni di settore nonché dal Sole 24 Ore, circa l’esodo di giovani italiani laureati, specializzati, all’estero sono impressionanti e spiegano da soli molto della crisi che l’Italia sta vivendo. Ogni anno lasciano l’Italia oltre 60mila laureati, spe‑ cializzati, molti di loro non torneranno mai più nel Belpaese. Le stime delle associazioni “laureati italiani all’estero” non necessitano di molti commenti registrano quasi due milioni di iscritti e, per lo più, il medesimo racconto. Sui vari blog si leggono sempre le stesse storie. Sono le esperienze di gio‑ vani che da neolaureati si sono visti sbattere la porta in faccia dalle aziende per‑ chè poco qualificati e, una volta ritornati dall’espe‑ rienza all’estero (in cui hanno lavorato dignitosa‑ mente retribuiti) vengono Neanche le ultime elezioni sono riuscite a scardinare il regime autocratico di Biya di Angela Carusone 10 miliardi di dollari ottenuti dai proventi del greggio sono svaniti tra il 1997 e il 2006: Così che, secondo l’econo‑ mista Olivier Vallee, “il giudice supremo e’ l’ingranaggio che muove la ruota della fortuna dei potenti”. Anche dopo la crisi degli anni Novanta e il crollo dei prezzi delle materie prime, mentre la popolazione subiva una riorganizzazione di stam‑ po neoliberista imposta dal fondo monetario internazio‑ nale e dalla Banca Mondiale, con una riduzione del 60 per cento dello stipendio dei dipendenti pubblici e il boom del settore informale, le classi dirigenti ne hanno approfitta‑ to: continuando a divorare le risorse statali, hanno abbrac‑ ciato per proprio tornaconto l’economia deregolamentata, alleandosi all’occasione con le multinazionali che godevano dei vantaggi delle privatizza‑ zioni. “Le nuove ricchezze del Camerun, a volte enormi e spesso ammassate in modo non proprio legale –spiega Del Tombe– sono all’origine delle nuove norme sociali. L’ossessione del denaro in un Paese ridotto alla miseria ha fatto esplodere la corruzione e la criminalità, in tutti gli strati della società: stando a varie classifiche, il Camerun è infatti tra i Paesi più corrotti al mondo”. Dopo le prime presiden‑ ziali multipartitiche del 1992, in cui la vittoria viene sot‑ tratta all’oppositore John Free Ndi, la frode è diventata prassi normale, ricordano gli osservatori. Ma, aggiungono, nonostante il dirottamento dei fondi e l’acquisto delle coscienze siano diventate le armi preferite dal regime, la permanenza di biya al potere non si spiegherebbe senza il continuo ricorso alla repres‑ sione, da ultimo il massacro dei manifestanti nel 2008. Una repressione più mirata si aggiunge a punizioni collettive, perché l’obiettivo del regime è quello di compromettere i renitenti e portare il popolo alla rassegnazione, aggiungono gli osservatori. “Due sono gli atteggiamenti che prevalgono tra i cittadini camerunensi –afferma la sociologa Fanny Pigeau– o fingono di credere alla commedia del regime, o non vi prestano attenzione. In entrambi i casi i sistemi del potere non vengono mai messi in discussione: esso può dun‑ que continuare a recitare la sua parte senza preoccuparsi della qualità o dell’importanza dell’uditorio, libero di non par‑ lare ad altri che a se stesso”. Se il Camerun si trova ad essere politicamente scle‑ Cervelli in fuga L’esodo, senza soluzione di sosta, dei nostri laureati, specializzati, in altre nazioni, è la vera sconfitta del sistema Italia di Riccardo Fagioli accompagnati all’uscita per‑ chè ora “troppo qualificati”. Questi “senza patria” sono costati al sistema formativo italiano diverse centinaia di migliaia di euro ciascuno e non produrrano mai un euro del nostro PIL. La cosa non sarebbe dram‑ matica, anzi sarebbe invece confortante, se 2milioni di giovani italiani si recassero a incrementare il PIL di altre nazioni e contempo‑ raneamente altrettanti stra‑ rotizzato è anche perché i suoi partner internazionali non hanno mai smesso di sostenere questa ambiguità.A cominciare dalla Francia: l’ex potenza coloniale, da quando Biya ha preso il potere, non lo ha mai abbandonato, for‑ nendogli le armi e formando le sue forze di repressione, salvando il bilancio del suo paese e assorbendo i suoi debiti, rallegrandosi con lui per ogni vittoria elettorale. Ma anche le altre potenze occidentali, Stati Uniti per pri‑ mi, si sono limitate a seguire piuttosto da lontano quanto seguito avessero le proprie rimostranze: il regime ha cosi’ sempre potuto limitarsi a vaghe promesse e a mezze misure per rispondere alla richiesta di buon governo e di dialogo “con quel surrogato di democrazia che –scrive del Tomba– costituisce la società civile”. Ora la comunità interna‑ zionale ha cominciato a molti‑ plicare le proprie iniziative per incitare Biya a preparare il ter‑ reno per il futuro: consapevoli del fatto che un’alternativa attraverso regolari elezioni è diventata impossibile e che il rischio di una rivolta sociale aumenta se Biya continuerà a stare al potere, i partner internazionali stanno facendo pressione affiché designi il suo successore. Ma –osservano gli analisti– non si capisce per‑ ché, dopo trent’anni di regime, il popolo camerunense debba accettare senza reagire a un nuovo successore nominato alle sue spalle. nieri giungessero a fare la stessa cosa in Italia. Tuttavia ciò non accade. L’immigra‑ zione con cui abbiamo a che fare è di scarsa quali‑ ficazione ed anche quando non è così, cioè giungono in Italia persone laureate o diplomate, le utilizziamo esclusivamente per lavori di “bassa manovalanza”. Se a tutto questo som‑ miano lo smantellamento progressivo del sistema formativo italiano,a mezzo della precarizzazione del corpo docente, stabiliz‑ zata a forma di risparmio delle risorse dello Stato, di scuola ed università, l’ab‑ bandono scolastico che sta tornando una ferita aperta come negli anni 70, ecco che disegnamo la mappa di una Italia in crisi. Un’Italia che deve tornare a credere in se stessa e per fare questo deve investire in cultura, formazione ed innovazione, deve credere nei suoi giovani perchè il futuro della nazione è il fu‑ turo dei suoi abitanti. 15 Dal mondo Calvario tibetano Nel sostenere che i casi di immolazione umana sono contrari alla morale e alla coscienza, la Cina ha accu‑ sato l’entourage del Dalai Lama di incitare i giovani monaci tibetani a darsi fuo‑ co. La presa di posizione di Pechino si è manifestata in seguito ai casi di suicidio avvenuti in ottobre nello Sishuan, provincia cinese (ad alta popolazione tibeta‑ na) vicina alla regione auto‑ noma del Tibet. A Dharm‑ sala, in India, il primo mini‑ stro del governo tibetano colà in esilio ha denunciato il “colonialismo” di Pechino e la sistematica distruzione della cultura, della religione, della lingua e dell’ambiente tibetano”. Africani celebri Da un sondaggio effettuato dalla rivista “Forbe‑s” è emerso che la maggiore celebrità del continente africano è l’ottantenne Chinua Achebe, scrittore nigeriano. Su 40 personalità proposte dal rotocalco, i lettori hanno concentrato il proprio voto sul padre nobile della letteratura africana moderna, l’autore de 1l crollo% capolavoro del 1958, tradotto in più di 50 lingue e venduto in oltre 10 milioni di copie; il libro narra il travaglio dei protagonisti nel passaggio, compiuto da più generazio‑ ni, dalla cultura ancestrale, al colonialismo, alla nascita degli stati moderni. Secon‑ do classificato è stato il musicista senegalese Yous‑ sou N’dour. Medici senza frontiere A ricordo del quarantennio di attività umanitaria, Me‑ dici senza frontiere (Msf) ha condotto nove scrittori, tra cui il Nobel peruvia‑ no Mario Vargas Llosa, in altrettante nazioni (dal Congo, alla Bolivia, all’India) allo scopo di visitare i pro‑ pri progetti. Ciò che ne è sortito è un racconto a più voci del “cuore di tenebra del mondo% è un’esor‑ tazione ad agire. Il libro sulle storie di “dignità” è pubblicato da Feltrinelli per celebrare i quattro decenni di impegno di Msf. Il 20 di‑ cembre del 1971 un grup‑ po di medici e di giornalisti reduci dalla carestia patita dal Biafra (Africa) creò l’organizzazione umanitaria, premio Nobel per la pace nel 1999. 16 musica e spettacolo n. 43 IL GOVERNO MONTI E L’INFORMAZIONE Sobrietà e chiarezza L a necessità di agire in fretta e bene è probabilmente fra le cause della scel‑ ta del premier Mario Monti e dei suoi ministri di non apparire troppo sui giornali e in televisione. Il tempo è merce preziosa ora più che mai per il nuovo governo, impegnato a varare al più presto una serie di manovre di bilancio e di correzioni in corsa che dovrebbero alleggerire la pesante situa‑ zione economica dell’Italia, permettendo al Paese di uscire dall’emergenza anche agli occhi dei capi di governo europei. Fin dalle prime ore dopo l’insediamento, è apparsa chiara la strategia mediati‑ ca di conserva e più di un ministro ha fatto capire ai giornalisti che la musica è cambiata rispetto alle usanze soltanto di qualche settima‑ na fa, quando le esternazioni dell’ex presidente del Con‑ siglio Silvio Berlusconi e dei membri della sua squadra erano pane quotidiano. L’era Monti si è aperta sotto il segno contrario: all’alto pro‑ filo tecnico delle persone chiamate a dirigere i vari Q uattrocento pre‑ ziosi fotogrammi ritrovati nell’ar‑ chivio personale di Manfredo Bertini, l’unica testimonian‑ za ad oggi di “Pioggia d’estate”: il primo lungometraggio del maestro Mario Monicel‑ li, risalente al 1936. Bertini a quel tempo fu l’operatore tecnico ed il montatore della pellicola, i fotogrammi sono stati recentemente esposti, in anteprima asso‑ luta, in occasione dell’ultima edizione di Europa Cinema a Viareggio (LU) dedicata al grande regista viareggino. La scoperta è stata annunciata dal prof. Marco De Santi, neo direttore di Europa Ci‑ nema e succeduto nel ruolo al fondatore del festival Felice Laudadio: «Si tratta di un ritrovamento ecceziona‑ le –ha spiegato- anche se il nostro sogno resta quello di riuscire a recuperare una copia del film, al momento introvabile». Una storia strana, misteriosa, quella di “Pioggia d’estate”: per de‑ cenni il maestro non ne ha mai parlato di questo lungo‑ metraggio girato a Viareggio all’età di 22 anni, assieme ad un gruppo di amici cinofili tra i quali Ermete Zacconi, firmato con lo pseudoni‑ mo di Michele Badiek, con il proposito di realizzare una versione italiana della commedia “made un USA” allora molto in voga, distri‑ ministeri fa riscontro un basso profilo mediatico che vuol essere ulteriore segno di serietà e di dedizione alla causa. Anche i giornali e le televisioni devono fare di necessità virtù e per poter riportare le dichiarazioni dei membri dell’Esecutivo si “ac‑ contentano” delle occasioni ufficiali in cui qualcuno di loro ha occasione di parlare. Il che non impedisce di pro‑ porre, come è già successo, qualche interessante inter‑ vista a tu per tu, ma è tutta la parte relativa alle dichia‑ razioni rubate al volo o ai retroscena a essersi ridotta molto (senza che, peraltro, se ne senta la mancanza…) rispetto a prima. Con il passare dei giorni, c’è da aspettarsi una pro‑ gressiva apertura dei titolari dei diversi dicasteri verso i media, soprattutto man mano che diventerà non soltanto opportuno ma an‑ che necessario spiegare agli italiani il dettaglio dei prov‑ vedimenti al varo. Qualcuno ha cominciato a portarsi avanti a modo suo; è il caso, per esempio, del neomini‑ stro degli Esteri, Giulio Terzi, che ha deciso di utilizzare Twitter per far conoscere le sue posizioni “anche al di Vita La 4 DICEMBRE 2011 là dei comunicati ufficiali”. È il primo membro del nuovo governo ad avere un account Twitter ufficiale e istituzio‑ nale, chissà se qualche suo collega deciderà di seguirne l’esempio. Nel frattempo, il governo Monti lavora anche per ri‑ dare credibilità all’immagine dell’Italia, prestando molta attenzione a non uscire dal protocollo nelle occasioni uf‑ ficiali e a non lasciarsi andare in alcun modo a gesti, com‑ portamenti o esternazioni che troppe volte in passato, da parte di qualcun altro, hanno contribuito a mettere in cattiva luce l’Italia oltre ai dati legati alla situazione economica e finanziaria. A dare indiretta confer‑ ma dell’impatto mediatico poco dirompente di Monti e dei suoi colleghi è anche la mancanza di idee e spunti da parte dei comici e degli intrattenitori. Lo ha spiegato il re degli showman contem‑ poranei, Fiorello, fin dalla prima puntata del suo nuovo spettacolo su Rai1: “Il nuovo premier italiano è alto 1,75, ha un sacco di capelli e ha la stessa moglie da quarant’an‑ ni, che satira potremmo fare su di lui?”. Chi ha voluto trovare a tutti i costi un elemento di parodia ha fatto come Mau‑ rizio Crozza, che ha rivisitato la figura del nuovo Presiden‑ te del Consiglio prendendo spunto dal suo aplomb aset‑ tico e privo di folklore per dare vita a un “Monti-robot” che parla con voce metalli‑ ca come se per esprimersi utilizzasse un sintetizzatore vocale. Marco Deriu CINEMA Il film perduto di Monicelli Ritrovati i fotogrammi di “Pioggia d’estate” buita anche in Argentina per gli emigrati di origini italiane. «Oltre a non essere repe‑ ribile neppure una copia del film, di quella pellicola non si conosce neppure la trama» afferma Riccardo Mazzoni, storico viareggino che ha recuperato i foto‑ grammi presentati. Si sa solo che nel cast c’erano lo stes‑ so Ermete Zacconi, Franca Taylor, Aristide Frigerio e Raniero Barsanti. Le ricer‑ che hanno tuttavia avuto un impulso dopo la scomparsa di Monicelli. Nell’archivio di Bertini, quindi, conosciuto soprattutto come martire viareggino della Resistenza toscana ma una volta opera‑ tore cinematografico, sono emersi 98 spezzoni del film, 400 fotogrammi complessivi. «Si tratta di spezzoni di montaggio privi di colonna sonora –precisa De Santiche Bertini teneva gelosa‑ mente avvolti all’interno di fogli di carta velina con su scritto “Pioggia d’estate”. E finalmente, dopo tantissi‑ mi anni, sono tornati alla luce». L’omaggio al padre della commedia all’italiana è stato ricco anche di altri appuntamenti interessanti: la proiezione della copia restaurata di “Caro Michele”, film diretto da Monicelli nel 1976, tratto dall’omo‑ nimo romanzo di Natalia Ginzburg ed interpretato, tra gli altri, da Mariangela Melato; la visione del film tv “La moglie ingenua e il marito malato”, tratto da un testo di Achille Campanile ma mai andato in onda; un ritratto del Monicelli più viareggino, con la proiezio‑ ne di un’intervista filmata e realizzata da Fantasy Stu‑ dio, nella quale il maestro parla del suo rapporto con il Carnevale. Leonardo Soldati Sostieni LaVita Abbonamento 2012 Sostenitore 2012 Amico 2012 euro 45,00 euro 65,00 euro 110,00 c/c postale 1 1 0 4 4 5 1 8 I vecchi abbonati possono effettuare il bollettino postale prein‑ testato, e chi non l’avesse ricevuto può richiederlo al numero 0573.308372 (c/c n. 11044518) intestato a Settimanale Cattolico Toscano La Vita Via Puccini, 38 Pistoia. Gli abbonamenti si possono rinnovare anche presso Graficamente in via Puccini 46 Pistoia in orario di ufficio. LaVita Settimanale cattolico toscano Direttore responsabile: Giordano Frosini STAMPA: Tipografia Artigiana Pistoia IMPIANTI: Palmieri e Bruschi Pistoia FOTOCOMPOSIZIONE: Graficamente Pistoia tel. 0573.308372 e-mail: [email protected] - [email protected] Registrazione Tribunale di Pistoia N. 8 del 15 Novembre 1949 e-mail: [email protected] sito internet: www.settimanalelavita.it