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L
LaVita
dal 1897
G I O R N A L E
a grandezza di
sant’Agostino non si
discute. Nonostante
tutto, egli rimane il
teologo più amato, il
maestro di vita spirituale più vicino alla
sensibilità cristiana di tutti i tempi.
Il suo pensiero, i suoi discorsi, le sue
opere sfidano i secoli, rimanendo al
centro dell’attenzione dei cristiani
fedeli a Roma e insieme di coloro
che, con Lutero, da Roma si sono
allontanati. Sempre sorretti da un
inesauribile afflato poetico e da un
uso magistrale della parola e dell’arte comunicativa, i suoi scritti hanno
entusiasmato e orientato un numero
indefinito di lettori di tutte le provenienze.
Qualche volta però egli supera se
stesso e ci offre suggestioni di straordinaria efficacia che non ci abbandonano più, fino a divenire un motivo
privilegiato che accompagna e modula i ritmi della vita ascensionale del
cristiano. E’ questo certamente il caso
del brano di un discorso sul canto
dell’alleluia, in cui poesia e teologia
si uniscono insieme in un amalgama
singolare e indimenticabile. Ascoltiamolo:
“Cantiamo qui l’alleluia, mentre
siamo ancora privi di sicurezza, per
poterlo cantare un giorno lassù, ormai sicuri.
O felice quell’alleluia cantato lassù! O alleluia di sicurezza e di pace!
Là nessuno ci sarà nemico, là non
perderemo mai nessun amico. Ivi
risuoneranno le lodi di Dio. Certo
risuonano anche ora qui. Qui però
nell’ansia, mentre lassù nella tranquillità.
Qui cantiamo da morituri, lassù da
immortali. Qui nella speranza, lassù
nella realtà. Qui da esuli e pellegrini,
lassù nella patria.
Cantiamo pure ora, non tanto per
goderci il riposo, quanto per sollevarci dalla fatica. Cantiamo da viandanti. Canta ma cammina.
Canta per alleviare le asprezze
della marcia, ma cantando non indulgere alla pigrizia. Canta e cammina.
Che significa camminare? Andare
avanti nel bene, progredire nella santità. Canta e cammina”.
Il canto del pellegrino che marcia
verso la patria promessa. Il canto
dell’anima, il canto della certezza e
della speranza. L’alleluia è il simbolo
della vittoria cristiana, che però ancora non è arrivata alla sua pienezza,
dunque espressione di una certezza
attraversata e interrotta dai sentimenti della debolezza e della paura,
ambedue però destinate a rientrare
non appena si prende piena coscienza
della nostra vera situazione. L’inno
nazionale del popolo cristiano: il grido della risurrezione che diffonde le
sue consolanti certezze su tutto e su
tutti. Nella sua ripetizione si rinnovano le energie, si superano le fatiche,
si rianima la certezza della meta.
Una meravigliosa sintesi del “già e
43
Anno 114
C A T T O L I C O
DOMENICA
4 DICEMBRE 2011
T O S C A N O
e1,10
1,10
e
“Canta e cammina”
non ancora”, che segna la vita terrena del credente. Un “non ancora”
destinato a diventare infallibilmente
il “già” dell’eternità. L’utopia (il non
luogo) che un giorno perderà la sua
iniziale negazione e diventerà topia
(cioè il luogo), il luogo per eccellenza
e della definitività.
Una poesia da mandare alla memoria, per poterla recitare nelle ore
dell’impegno e nel tempo del riposo.
La chiesa lo propone nella liturgia
dell’ultimo giorno dell’anno, il giorno
prima che, con l’avvento, cominci il
nuovo cammino spirituale, nella ripresentazione ordinata dei misteri del
Signore, perché essi diventino i misteri del popolo cristiano. Preghiera,
dunque, dell’inizio e della fine, della
sera e della mattina. L’orologio della
nostra vita, la meridiana che segna
i tempi di Dio, il pendolo che batte
e scandisce le ore del pellegrinante popolo cristiano, la clessidra che
interromperà definitivamente il suo
corso nell’ora del passaggio dal tempo
all’eternità.
“Canta e cammina”: non uno solo
di questi richiami, ma tutti e due uniti
insieme. E’ l’unione che li rende indicazione e cifra della vocazione del
cristiano. Il solo cantare è distrazione,
inutilità, conforto di un momento;
il solo camminare è procedere senza
meta, senza sicurezze, nelle nebbie
sempre più fitte della dispersione e
dell’incertezza. Il cristiano, per definizione “homo viator”, avanza verso
la rilucente città della fine, con nel
cuore la più grande certezza che sia
dato sperimentare qui sulla terra.
“Canta e cammina”: un grido che
chiama a raccolta l’intero popolo
di Dio, destinato ad attraversare la
storia per raccontare e comunicare a
tutti la sua meravigliosa e incontenibile speranza.
Giordano Frosini
IL LAVORO È ANCORA
UN DIRITTO?
Una domanda che vale
per tutti, in particolare per
i giovani, soprattutto
del Mezzogiorno, e che
si estende a tutti i diritti.
La nostra civiltà è messa
a dura prova
PAGINA 2
LA CarITAS
HA 50 ANNI
Una lunga storia di
attenzione, assistenze,
programmazioni
e sollecitazioni
per la giustizia e la carità
della comunità cristiana
e del mondo intero
PAGINA 5
alluvioni a getto
continuo
A Messina si rinnovano
le distruzioni causate
dal maltempo, con vittime
e danni ingenti
PAGINA 14
IL PAPA IN AFRICA
Il documento
post-sinodale di
Benedetto XVI ripropone
il Vangelo della
riconciliazione alla chiesa
in Africa, tenendo conto
dell’attuale situazione ecclesiale e sociale
del continente
PAGINA 4
CRISI
ECONOMICA
Riflessioni
sull’economia finanziaria
del nostro
paese, in attesa
del pacchetto
di misure promesse
dal governo Monti
PAGINA 13
IL CAMERUN
NON SCIOGLIE I NODI
DI UNA DEMOCRAZIA
DI FACCIATA
Neanche le ultime
elezioni sono riuscite
a scardinare il regime
autocratico di Biya
PAGINA 15
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2
primo piano
Vita
La
n. 43 4 DICEMBRE 2011
GIOVANI
La
generazione
perduta
D
a molti anni ogni discorso
dei politici e dei sindaca‑
listí italiani termina con
la formula “per i giovani,
soprattutto del Mezzogiorno”. Ora i
giovani, soprattutto nel Mezzogiorno,
sono messi molto male e sindacalisti
e politici, avendo ormai verificato che
la formula non è magica, elencano
instancabilmente le tre o quattro
cose «da fare subito». Peccato che
poi nessuno faccia nulla. Prodi aveva
un buon programma per i giovani,
rimasto lettera morta perché la
priorità era entrare nell’area euro
e perché ‑appena raggiunto questo
obiettivo‑ i partiti che sostenevano
il governo si sono affrettati a farlo
cadere. E adesso? Il debito pubblico
sfiora i 1.870 miliardi di euro (do‑
vranno pagarlo quanti sono giovani
oggi); la cultura del “pezzo di carta”
ha prodotto più laureati di quanti
ne occorrano, specie nelle discipline
umanistiche, creando un paradosso: i
laureati italiani non accettano i lavori
disponibili perché considerati umili
e così trovano occupazione da noi
centinaia di migliaia di extracomuni‑
tari (molti dei quali... laureati). Si ca‑
pisce che nessuno provi ad affrontare
un problema del genere, che tocca
alla radice il progetto di società.
L’Istat afferma che il tasso di
disoccupazione a novembre dello
scorso anno è rimasto sostan‑
zialmente stabile. Scorporando
maggiormente i dati e analizzandoli
distintamente, la situazione permane
drammatica come nel caso del tasso
di disoccupazione giovanile salito al
28,9 per cento. Si tratta del più alto
tasso di disoccupazione ‑ riguardante
giovani con un’età compresa fra 1 15
e i 24 anni ‑ dal gennaio 2004. Un
tasso incrementato di 2,4 punti per‑
centuali rispetto a quello rilevato nel
novembre del 2009 e di 0,9 rispetto
al mese precedente.
Il silenzio
dei giovani
N
ulla è cambiato negli ul‑
timi sei anni: tutto è già
stato detto e scritto an‑
cora prima che la crisi
si manifestasse sui mercati e che
diventasse reale attraverso ancor
più radicali tassi di disoccupazione.
Si avverte, però, un silenzio disar‑
mante e doloroso: quello dei diretti
interessati, i giovani.
È scorretta una riflessione che
generalizzi la condizione giovanile,
che uniformi ì giovani fra di loro:
coloro che vivono a Milano e coloro
che vivono a Palermo; coloro che
hanno alle spalle una laurea (solo un
quinto della popolazione giovanile)
e coloro che già a 15 anni cercano
disperatamente un lavoro.
Alla sofferenza di faticare nel tro‑
vare un lavoro si affianca il patimento
di non trovare un supporto nel
mondo adulto, sovente distante e in‑
capace nel cogliere le trasformazioni
del mercato del lavoro avvenute negli
ultimi 15 anni.
I genitori, che da un lato risultano
fungere da veri e propri ammortiz‑
zatori sociali durante i periodi di
Il lavoro non è più
un diritto e non
ci sono più diritti
nell’oggi, e con tutta probabilità an‑
che ieri, sia maggiormente attratto
da percorsi lavorativi che gli per‑
mettano di sperimentarsi in modo
autarchico e che siano definibili in
modo diretto, per quanto riguarda la
gestione del tempo e della mobilìtà,
è ovvio.
Flessibilità
e ansia
L’
di Eugenia Montagnini
disoccupazione (anche se le famiglie
si dimostrano sempre più fragili nello
svolgere questa funzione), caricano
di ansia i giovani, frequentemente
ritenuti incapaci nella ricerca di
un’occupazione o nel mantenimento
di essa (attraverso un contratto a
tempo indeterminato). Ciò genera
incomprensioni e conflitti. La medi‑
cina del lavoro segnala questo tipo di
tensíoni (e dunque non solo quelle
create nei luoghi di lavoro dalla
relazione con i propri colleghi) fra
quelle che stanno alla base di disturbi
patologici, talvolta di natura psicoso‑
matica. Dietro al dolore organico si
nasconde una forte tensione emotiva
legata a un disagio lavorativo, all’ansia
di non trovare una giusta collocazio‑
ne professionale, all’impossibilità di
cogliere un senso nell’attuale mer‑
cato del lavoro e, infine, al confronto
con le storie professionali dei propri
genitori.
Spesso le esperienze di questi
ultimi non vengono contestualizzate:
genitori e figli fanno dei paragoni
come se non fossero intervenuti dei
cambiamenti radicali nel mercato
del lavoro, come se i meccanismi di
ingresso e di permanenza fossero
invariati fra generazioni. Ciò non fa
altro che creare malesseri, incom‑
prensioni, sofferenze dell’anima che
talvolta significano fallimento dell’io
ideale.
Un’indagine
Istud
A
ltro elemento patologiz‑
zante è la discontinuità
lavorativa, la mancanza
di contratti che possano
permettere al giovane di progettare,
di investire sul proprio futuro con
maggior serenità. In attesa che il
contesto sociale, culturale ed econo‑
mico sia in grado di cogliere e assor‑
bire positivamente i cambiamenti del
mercato del lavoro, offrendo quelle
garanzie che nell’oggi buona parte
dei contratti non offrono, i giovani
‑con un’età compresa fra 1 25 e 1 34
anni‑ sono affetti da stress lavorativo
con un’incidenza significativamente
maggiore rispetto al colleghi senior,
secondo un’indagine Istud; inoltre,
sempre secondo la medesima rileva‑
zione, fra questi chi ha un contratto a
scadenza è percentualmente più fra‑
gile rispetto a chi ha una situazione
lavorativa stabìle e definita nel tempo
(sono proporzionalmente il doppio).
Una delle possibili motivazioni per
i ricercatori Istud è da cercarsi
nell’impossibilità di attribuire un
significato al lavoro svolto; il lavoro,
come già accennato, è svuotato di
qualsiasi significato sociale e relazio‑
nale: è un dovere per poter pensare
alla propria sopravvivenza quotidiana.
Non è, e questa distinzione allontana
di molto la generazione più giovane
da quella più adulta, un’occasione per
guadagnare e concretizzare progetti
futuri; non è uno spazio di confronto
e di scontro tinalizzato a una crescita
e a un consolidamento professionale,
sociale e umano.
Il lavoro, se c’è, ha significato
nell’oggi: così viene percepito e così
viene vissuto, svuotandosi di ogni
senso altro, di ogni valore politico
(inteso come di costruzione della
polis) e di ogni aspettativa. All’inter‑
no di questo scenario è difficile per
i giovani cogliere l’importanza del
rispetto dei diritti dei lavoratori; in
molti casi gli stessi diritti sono igno‑
rati o negati. In questi casi il giovane
pensa che sia più importante portare
a casa un compenso: il contratto, la
cura dei diritti, il riconoscimento
della persona e delle sue istanze
sono collaterali.
L’impressione è che l’osservanza
dei diritti sia solo un impedimento
e che laddove cì si trovi a lavorare
in un contesto strutturato anche
come luogo di crescita, di confronto
e di rispetto (secondo l’accezione di
Sennett) Ci Si ritiene privilegiati, si è
stupìti di quella che dovrebbe essere
l’ordinarietà. Un regolare contratto
di lavoro firmato dopo anni di stage
e di incertezze viene di continuo
visto come la consuetudine: prima
lo sfruttamento e poi, in un ipotetico
futuro, un contratto. Le organizza‑
zioni danno per scontato tutto ciò
‑ anche quelle meritorie e senza fini
di lucro ‑ e i giovani si trovano così
a considerare come regolare una
situazione che normale non è e che
ha solo del paradossale e dell’illegale.
I giovani subiscono ma non ne
hanno una consapevolezza così
come non l’avevano i loro coetanei
parecchie generazioni fa, soggiacendo
a un mercato del lavoro nel quale non
si parlava di Statuto dei lavoratori e
dì dìritti sindacali; e così come non
l’hanno i loro coetanei che vivono in
quel paesi che nell’oggi permangono
in una condizione di povertà.
Un nuovo
fordismo?
P
er alcuni versi pare che ci
sia una continuità fra l’at‑
tuale condizione lavorati‑
va giovanile e quella della
fase fordista: anni di lotte sindacali
buttati al vento e un lavoro subito.
Che cosa è avvenuto? Perché ci
troviamo in questa situazione nella
quale manca un moto di indignazione,
un urlo di disperazione dei giovani?
I processi culturali richiedono
anni per consolidarsì e per poter es‑
sere definiti tali; l’impressione però è
che in alcuni contesti ancor più che in
altri (per esempio più nelle città che
nelle aree extraurbane, più al Nord
che al Sud, pìù a Milano che a Paler‑
mo, più fra i laureati che fra i giovani
che non lo sono) si stia diffondendo
e consolidando una rappresentazione
di lavoro come autonomo e flessibile.
Di per sé tale idea non contiene
elementi deprecabili. Che un giovane
attuale contesto sociale
rende tutto illusorio e
fragile: mancano i pre‑
supposti di un lavoro
che pur essendo autonomo e fles‑
sibile garantisca tutele previdenziali
e salari equi. Il giovane è portato a
pensare che alcuni diritti e alcuni
meccanismi di protezione possano
essere acquisiti nel tempo, proce‑
dendo nel proprio iter lavorativo,
conseguendo professionalità. l’ac‑
quisizione di tali diritti e di tutele
spesso si procrastina all’infinito e
la sensazione che la flessibilità non
sia sempre la strada migliore affiora
e si manifesta, talvolta anche attra‑
verso ansia e stress. E le fatiche dei
ventenni diventano così le fatiche
dei trentenni.
Il lavoro deve nuovamente tor‑
nare a essere tematizzato soprat‑
tutto all’interno di quei mondi che
incontrano i giovani: la scuola, l’uni‑
versità, l’associazionismo (in ogni sua
forma). Non sono contesti attraver‑
so i quali incrociare l’universo gìova‑
nile nella sua totalità ma attraverso
questì iniziare ad accostarne delle
parti. 1 giovani prima ancora di sen‑
tìrsi dire che il mercato del lavoro
li respinge, che è difficile accedervi,
che la crisi si abbatte su di loro, de‑
vono essere messi nella condizione
di comprenderne i meccanismi, le
regole e soprattutto di conoscerne
le condizioni di regolarità, equità e
legalità. Nel nostro paese sono pre‑
senti meritorie organizzazioni che
si sono occupate e si occupano di
lavoratori e di tutela dei loro dirìtti;
le stesse dialogano sempre di meno
con i giovani, si dimostrano distanti
dal conoscere l’attuale condizione
giovanile e dal cogliere le storture
del mondo del lavoro giovanile. E’
anche su questo che vale la pena
forzare l’interesse per i giovani, pre‑
mere per un riavvicinamento a quella
generazione che pare aver perduto
la consapevolezza dei propri diritti.
Il rischio è che il lavoro sia ri‑
conosciuto teoricamente come un
diritto senza una prassi che lo faccia
vivere: discusso e tematizzato ma
spoglio di concretezza, di ricadute
propositive, di pratiche che con‑
traddicano il temuto sfruttamento
giovanile. E questo è inaccettabile.
I giovani devono essere accom‑
pagnati nell’acquisire professionalità
e nella ricerca di un lavoro e, pari‑
menti, devono essere supportati
anche nel conoscere quelli che sono
i loro diritti, che un giorno poi do‑
vranno riconoscere ai loro colleghi.
E un processo che deve riattivarsi,
tornare a generare riflessioni non
solo a partire dalle rilevazioni
statistiche, ma anche dalle prati‑
che lavorative che si sono andate
consolidando nelle organizzazioni
per tornare a generare una cultura
dei diritti e dei contratti rispettosi
di essi.
Vita
La
L
a storia da
Mammiano
a Limestre
e Bardalone si
scrive con i
“Se”…- se
non ci fossero stati i Turri,
nel 1894, ad acquistare le
ex ferriere, non ci sarebbe
stato né la fabbrica della Smi
a Campotizzoro, né Luigi
Orlando, suo attivissimo pa‑
trono, né questo racconto.
I Turri infatti, (pochi lo
ricordano), ebbero il gran
merito di saper capovolgere
lo stato delle cose a Mam‑
miano e rendere così molto
redditizia e appetibile la loro
fabbrica del rame, che, da ex
ferriera in perpetuo abban‑
dono, sarebbe divenuta, per
opera loro, un tal ghiotto
affare che un qualsiasi altro
industriale rampante avreb‑
be molto ambito prenderse‑
la, sviluppare, espandere.
I Turri, toscani (d’origine
trentina) erano gente di
molte relazioni, anche extra‑
nazionali, attenta ai progres‑
si, industriosa e innovativa,
oltreché dotata di finanza.
Erano i tempi in cui il rame
diveniva cardine tattico,
all’avvio in Italia delle attività
industriali, così che tenendo
ben d’occhio la tecnologia,
se ne poteva prevedere
l’incremento dell’impiego e
soprattutto si trattava di un
metallo dal costo unitario
molto più elevato, e dunque
molto più remunerativo del‑
la lavorazione del ferro.
Le vecchie foto, si sa, de‑
tengono lo straordinario po‑
tere di riportarci i momenti
e la luce d’altra memoria:
una foto fine ‘800 mostra
Limestre dell’epoca, quando
una moltitudine di donne,
ragazzi e uomini in abiti da
lavoro allineati in largo e in
alto per otto o nove file, sta
in posa davanti all’ingresso
della fabbrica; sembrano un
equipaggio affiatato, come
fieri d’esserci, in aria di
sagra, quasi a significare
raggiunta un qual meta da
carbonai, pastori, emigranti
che erano; pur nel sotto‑
salario, fatica e marginalità,
essi sembrano identificarsi
protagonisti della scala di va‑
lori del lavoro che svolgono
nella fabbrica.
Tra i ragazzini assunti
come lucidatori delle lastre
di rame nelle ex ferriere di
Mammiano credo sia stato
anche mio nonno Giuseppe,
e le sue attese, le sue spe‑
ranze per una qual che fosse
occupazione, esaudite; diven‑
tare fonditori o faminatori
o “grattini” acquietava il bi‑
sogno di lavoro di gente che
molto “docilmente” avrebbe
dato le braccia, convinta
che la fortuna dell’impresa
era anche propria fortuna,
costituita non solo da un
salario ma d’un lavoro conti‑
nuo al coperto, prossimi alla
famiglia, e non più faticare a
cavar macigno dal ventre del
monte, per ricavarne un
4 DICEMBRE 2011
cultura
n. 43
Il racconto
Gocce calde
d’alambicco
di Giorgio Cinotti
avaro campicello da patate.
Un altra foto mostra l’opi‑
ficio di Limestre sovrastato
dalla grande abitazione dei
Turri, edificata su di un rilie‑
vo ai piedi del passo dell’Op‑
pio: essa documenta l’insie‑
me dei fabbricati, nella loro
consistenza. Alla data in cui
tutto passò di mano nell’an‑
no 1899, acquistato da Luigi
Orlando, unitamente agli
impianti di Mammiano, per
conto della Smi di cui egli a
quella data era presidente.
Nel dicembre 1909 con
gran scalpore fra la gente di
questi monti, si diffonde la
coinvolgente notizia che gli
Orlando potranno vedersi
assegnata dallo Stato una
gran commessa per l’eserci‑
to, e la Smi, probabile asse‑
gnataria, dovrà per contratto
costruire una nuova fabbrica.
La faccenda ha contorni che
odorano fin troppo, oggi, di
una “combine” fra onorevoli
ministri del regno e le alte
sfere militari e industriali,
ma se pur anche così fosse,
sotto ogni latitudine così va
il mondo.
A Giuseppe, l’ex ragaz‑
zotto dei Turri, toccò ad
un dato momento (non si
saprà mai per quale virtù),
la ventura vertigine d’esser
scelto da Orlando per esse‑
re inviato studente all’Aldini
di Bologna, un istituto d’arti
e mestieri che teneva in quel
1907 un corso triennale mol‑
to selettivo, che, con moduli
didattici sull’esempio inglese
e tedesco, conferiva abilità
con le quali si poteva con‑
seguire quella generica for‑
mazione di tecnico d’officina
dell’epoca; si può immaginare
il gran tonfo che nell’animo
di quella persona deve esse‑
re avvenuto, di timori di non
riuscire e l’ambizione, dato
che gli si presentava una ter‑
ribile prova di responsabilità
e la prospettiva di un balzo
economico nella scala so‑
ciale, ma tale da far tremare
le vene e i polsi a chiunque,
non foss’altro perché quella
officina cui era designato
doveva essere in grado, nella
concezione prestabilita del
titolare, di riparare, copiare
o duplicare e moltiplicare il
parco macchine dei futuri
reparti.
Spinto da questa miscela
di tensioni d’animo, d’esal‑
tazione e timore insieme
Giuseppe credo sia andato in
avanscoperta col treno‑va‑
poriera di allora, a Bologna
e all’“Aldini” per verificare
personalmente in cosa esso
consistesse: la sede era nei
locali dell’ex Convento di
suore il Santa Lucia i cui
stanzoni e l’ex chiesa fred‑
dissimi, erano stati adattati
a reparti, e divisi come nelle
fabbriche, in cui si accedeva
poi ai banchi di esercitazione
e alle macchine, per rota‑
zione di squadre. L’orario
unico era pesante quanto
mai, continuato mattina e
pomerigglo con la sosta di
un’ora, nel salone di ginna‑
stica, dove per gli studenti,
tutti insieme si consumava il
cartoccio degli alimenti; Giu‑
seppe considerò che sarebbe
stato costretto a procurarsi
una camera e tornare a casa
solo settimanalmente. Le
lezioni dalla cattedra veniva‑
no trascritte dagli alunni su
quaderni e usati come libro
di testo, così gli riferì uno
studente dell’ultimo anno:
“c’e solo qualche dispensa di
algebra e geometria scritta
da un insegnante” quindi fece
capire che la cosa era dura
perché alla sera, finite le otto
ore di pratica e teoria, c’era
da ordinare quello che si era
scritto in fretta furia, poi fare
i compiti e studiare meccani‑
ca, tecnologia ecc.; “dobbia‑
mo ‑proseguì‑ riempire interi
quaderni e molto disegno di
macchine..., quando mi sono
iscritto eravamo in novanta
e siamo venuti in fondo in
quindici, che subito al primo
anno ne hanno scartato una
buona metà”.
La più grossa angoscia
intima di Giuseppe sta nella
consapevolezza di non poter
assolutamente incorrere in
una bocciatura scolastica,
non può permettersi nessu‑
na superficialità, e giura a se
stesso che non solleverà con
alcuno mai nessuna questio‑
ne, né per i voti che riceverà
né per gli arbitri eventuali,
pena all’“Aldini” d’esser cac‑
ciato e così mandar tutto a
catafascio, con la vergogna
vivissima del “fallito”, esposto
al sarcasmo da parte di tutti
i compagni di lavoro; e se an‑
che fosse riuscito a superare
l’“Aldini”, come se la sarebbe
cavata poi, con il rebus di
quei meccanismi della ditta
Fritz Werner, complicati e
astrusi arrivati da Berlino, e
visti montare dai tecnici te‑
deschi nei capannoni Smi?
Con questi assilli in testa,
si dovette convincere che
ripianare il divario tra quanto
appreso a scuola e il grave
impegno del “fare” in officina,
stava tutto sulle sue spalle, a
lui di riuscire ad esser pari
alle attese; avrebbe dovuto
aguzzare i propri metodi,
escogitare, risolvere rimboc‑
carsi le maniche, consapevole
che l’officina lo aspettava ad
un altro ben diverso banco
di prova. Conviene a questo
punto sottolineare che il
travaglio interiore di Giuseppe ha valore non tanto
in sé, quanto per ciò che
rappresenta di simbolico per
chiunque altro avesse in sé
energie positive da conver‑
tire alla professionalità della
meccanica quale gli si richie‑
desse dalla realtà industriale
che si veniva istaurando con
la nuova fabbrica, i suoi ritmi,
i suoi codici.
Se Giuseppe, sia poi riu‑
scito o no, lasciamo siano i
dati della produzione Smi a
dirlo, che da un iniziale valo‑
re nel 1911, in milioni di car‑
tucce passa, l’anno successi‑
vo, al valore otto volte tanto,
e nel 1915, passa a molti‑
plicare il valore iniziale 25
volte, e son questi i numeri
che affermano quanto a mio
nonno abbia fatto bene la
cura dell’“Aldini” e quanto
a sua volta egli sia diventato
buon insegnante d’officina,
se Orlando stesso ebbe a
dire di lui “colonna portan‑
te della Smi”. Le vicende
tutte del dopoguerra non
lo distolgono, né il “biennio
rosso”, né l’avvento o la ca‑
duta del regime fascista, né,
se si vuole, le convulsioni del
secondo dopoguerra, facen‑
do egli sempre parte per la
meccanica e per se stesso.
Dal suo matrimonio, (la
famiglia posposta), nacquero
tre figli e con la altrettanto
che la sua per la fabbrica,
ebbe la totale dedizione di
sua moglie semplice monta‑
nara, Duilia, la quale era per
sua naturale indole, talmente
aliena di qualsiasi contrasto,
da andare in crisi di cuore,
(diceva lei) per ogni nonnul‑
la col dispotico coniuge, e
perciò consumerà negli anni,
per gli affanni, uno stermina‑
to effluvio di inutile “acqua
antisterica”.
Sebbene si debba oggi
riconoscere che questa
persona oppressa e turbata
da eccessive responsabilità
(da notti insonni) che ne
segnano drasticamente il
carattere e l’agire, per la sua
durezza d’animo, e per la sua
fredda e chiusa personalità,
qui la giustificazione, se non
la pietosa assoluzione, fece‑
ro sì che quando lo conobbi
mi parve la personificazione
della leggenda dell’uomo
d’argilla detto Golem a cui
il Rabbino di Praga scrive
sulla fronte di creta la parola
“vita”, che dura finché la
prima vocale vien cancellata,
e l’argilla torna argilla.
Beppe detto “Penky”,
siccome testimonia chi lo ha
conosciuto, è stato sempre
e da tutti molto considera‑
to, in primo l’esigente l’ing.
3
Orlando che lo stimava mol‑
tissimo; abitava ormai da de‑
cenni coi suoi, una decorosa
casa aziendale che oggi per
fortuna sussiste ed è anche
divenuta in maggior evidenza,
risparmiata dal cambiamento
e tolto che è stato il grigio
alto muro confinario “in
cima al miglio”; per lo spirito
che vi aleggia è quasi “monu‑
mento” la casa ha resistito
intatta a tutto lo stravolgi‑
mento e la scomparsa d’un
mondo, (tutti i nipoti orfani
di Smi oggi lo percepiscono)
e alla rimozione o estinzio‑
ne d’una secolare storia di
gente, cui i libri che ne sono
stati scritti non rendono
che sprazzi di quella spessa
nobile umanità legata alla
fabbrica di cartucce e bossoli
di cannone per due guerre
mondiali che si chiamava “la
Metallurgica”.
Era divenuto il Penky,
ovvero, si considerava Giu‑
seppe un uomo “arrivato”?
Uomo poco espansivo aveva
una grande ultima aspirazio‑
ne, aveva ancora uno spe‑
cifico obiettivo liberatorio
da conseguire: comprare la
grande casa del notaro di
San Marcello, quasi volesse
finalmente ritagliarsi uno
spazio “suo” (e vivere per
sé), una casa grande a suffi‑
cienza e distante dal grigiore
del quotidiano dell’officina.
E lesinando anche sulle pa‑
ghette nonché lucrando sulla
“Busta” quindicinale dei figli,
tutti e tre dipendenti Smi,
riuscì a comprarla mettendo
i soldi occorrenti, “uno sopra
l’altro” come si dice, alla fir‑
ma del contratto d’acquisto.
Diventò invece da
pensionato, operaio e ma‑
nutentore di tutte le porte
e finestre, di tutti i piccoli
lavori di gestione del frut‑
to di sua vita, dalla grande
soffitta dei ricordi al piano
basso sottostrada, su e giù in
spolverina da lavoro come se
un abito non sapesse toglier‑
selo di dosso, appiccicato
alla pelle, nella sua gran casa
semivuota.
Poeti Contemporanei
Solo aquiloni
nel cielo di domani
Ci sarà una passione
che sia più forte del dolore,
dell’impotenza,
una musica che ti porti
nel regno della pace,
dove tutto è accordato,
dove le anime sono
incontaminate…?
Ci sarà nell’aria
una malia da respirare,
per elevarsi al di sopra
di ogni paura,
per guardare in faccia
ciascuna vita
allo stesso modo…?
Ci saranno finalmente, un giorno,
solo aquiloni
nel cielo di domani…?
Simone Magli
4
attualità ecclesiale
L’Avvento come
“tempo stupendo”
anche in una
stagione difficile
di Fabio Zavattaro
T
orna il verbo vegliare in
questa prima domenica di
Avvento, l’inizio del nuovo
anno liturgico. Nelle ultime
domeniche del tempo ordinario le parabole proposte ci hanno
continuamente richiamato l’idea dell’attesa e dunque dell’essere pronti, di non
farsi cogliere impreparati, dormienti.
Abbiamo visto le dieci giovani con le loro
lampade attendere lo sposo; abbiamo
visto i servi che avevano ricevuto i
talenti, aspettare il ritorno del padrone.
L’Avvento è proprio fare del nostro
tempo il luogo dell’attesa, del già e non
ancora. È un cammino che ci chiama ad
avere attenzione ai segni perché ogni
attimo, ogni relazione, ogni avvenimento
della nostra quotidiana esistenza sia
desiderio di un incontro, di un volto.
Questo tempo di attesa è anche
contrassegnato dalla gioia della festa,
dei doni; spesso proprio questo aspetto
esteriore ha il sopravvento e ci si ritrova
a celebrare dimenticando proprio il
festeggiato.
I
l Benin ha accolto Benedetto
XVI: il Papa è stato nel Paese
africano per una visita di tre
giorni. Il 22° viaggio apostolico
di Benedetto XVI, il secondo in terra
africana, s’inserisce nei festeggia‑
menti per i 150 anni dell’evangeliz‑
zazione del Paese.Tra gli eventi prin‑
cipali, la consegna dell’Esortazione
apostolica postsinodale della secon‑
da assemblea speciale per l’Africa
del Sinodo dei vescovi, dal titolo
“Africae munus”.Abbiamo chiesto a
monsignor Nikola Eterović, segreta‑
rio generale del Sinodo dei vescovi,
di parlarci di questo importante do‑
cumento per il continente africano.
Il titolo dell’Esortazione
“Africae munus” (L’impegno
dell’Africa) è già un programma...
“Esso rispetta il tema della
seconda assemblea speciale per
l’Africa del Sinodo dei vescovi che ha
avuto luogo dal 4 al 25 ottobre 2009.
Come è noto, l’argomento dei lavori
sinodali era ‘La Chiesa in Africa al
servizio della riconciliazione, della
giustizia e della pace’. Nell’Esorta‑
zione apostolica postsinodale, con
il contributo particolare proprio
del carisma petrino, Benedetto XVI
presenta i risultati dei lavori sinodali,
riproponendo il Vangelo della ricon‑
ciliazione alla Chiesa in Africa, te‑
nendo conto dell’attuale situazione
ecclesiale e sociale del continente”.
Ci può parlare dei temi
trattati in questo documento?
“Non è facile indicare in poche
parole il ricco contenuto dell’‘Afri‑
cae munus’, documento diviso in
due parti, illuminate entrambe dalla
Parola di Dio. La prima parte si ri‑
chiama al detto di Gesù glorificato,
seduto sul trono: ‘Ecco, io faccio
nuove tutte le cose’ (Ap 21,5), e
la seconda sottolinea l’importanza
dello Spirito Santo nell’opera di
evangelizzazione e di promozione
umana: ‘A ciascuno è data una ma‑
n. 43 4 DICEMBRE 2011
BENEDETTO XVI
Vita
La
Vegliare nell’attesa
L’Avvento ci ricorda che il tempo
della pazienza, alimentato dalla speranza, sta per concludersi e possiamo già
pregustare il momento dell’incontro. Un
“tempo stupendo”, ricorda Benedetto
XVI all’Angelus, “in cui si risveglia nei
cuori l’attesa del ritorno di Cristo e
la memoria della sua prima venuta,
quando si spogliò della sua gloria divina
per assumere la nostra carne mortale”.
È un richiamo “salutare” quel vegliate rivolto a tutti, non solo ai discepoli.
Rivolto a noi tutti chiamati a custodire
nella vigilanza, una tensione, una direzione, una speranza nella quotidianità
del nostro tempo e dei nostri giorni,
ponendo il nostro cammino nelle mani
del Signore. Ed è bella l’immagine che
il Papa utilizza accompagnandola al
verbo vegliare: la vita, dice all’Angelus,
“non ha solo la dimensione terrena, ma
è proiettata verso un ‘oltre’, come una
pianticella che germoglia dalla terra e
si apre verso il cielo. Una pianticella
pensante, l’uomo, dotata di libertà e
responsabilità, per cui ognuno di noi sarà
chiamato a rendere conto di come ha
vissuto, di come ha utilizzato le proprie
capacità: se le ha tenute per sé o le
ha fatte fruttare anche per il bene dei
fratelli”. Ecco che torna alla mente la parabola dei talenti e un Gesù che non deplora la quotidianità della nostra vita, le
azioni che vengono compiute, ma legge
tutto questo in una prospettiva diversa:
non azioni accostate l’una all’altra, non
comportamenti distratti preoccupati più
delle cose che si compiono, ma gesti
che guardano al cuore stesso della vita,
senza dimenticare il senso e la direzione
della marcia. Superficialità da vincere,
per cogliere nella nostra quotidianità
ogni occasione di incontro con il Signore.
Ed ecco che ci viene in aiuto un
profeta, Isaia, che parla di salvezza per
il servo fedele. Isaia riconosce le mancanze della sua gente, afferma Papa Benedetto:“Nessuno invocava il tuo nome,
nessuno si risvegliava per stringersi a te;
perché tu avevi nascosto da noi il tuo
volto, ci avevi messo in balìa della nostra
iniquità”. Commenta il Papa.“come non
rimanere colpiti da questa descrizione?
Sembra rispecchiare certi panorami del
mondo post-moderno: le città dove la
vita diventa anonima e orizzontale, dove
Dio sembra assente e l’uomo l’unico
padrone, come se fosse lui l’artefice e il
regista di tutto: le costruzioni, il lavoro,
l’economia, i trasporti, le scienze, la
tecnica, tutto sembra dipendere solo
dall’uomo. E a volte, in questo mondo
che appare quasi perfetto, accadono
cose sconvolgenti, o nella natura, o nella
società, per cui noi pensiamo che Dio si
sia come ritirato, ci abbia, per così dire,
abbandonati a noi stessi”.
Forse è necessario, in questo tempo segnato dall’attesa, inserire anche
la preoccupazione per il futuro del
pianeta. Il Papa rivolge un appello ai
partecipanti al vertice di Durban, in
Sud Africa, chiedendo loro di concordare
“una risposta responsabile, credibile e
solidale” riguardo al “preoccupante e
complesso fenomeno” dei cambiamenti
climatici” tenendo conto “delle esigenze
delle popolazioni più povere e delle
generazioni future”.
In questo tempo di attesa ci viene
chiesta la capacità di leggere i segni
nella quotidianità della vita, di ricordare
che, in realtà,“il vero padrone del mondo
non è l’uomo, ma Dio”. Ecco, dunque,
IL PAPA IN AFRICA
Il vangelo
della riconciliazione
Nel documento post-sinodale di Benedetto XVI le linee del futuro
cammino del grande continente africano
nifestazione particolare dello spirito
per il bene comune’ (1Cor 12,7).Tali
richiami biblici indicano la prospettiva
cristologica del documento. Dio ha
infatti riconciliato a sé il mondo in
Gesù Cristo. Nella grazia dello Spirito
siamo invitati a lasciarci riconciliare
con Dio e con il prossimo. La Chiesa,
famiglia di Dio riconciliata, diventa
segno efficace dell’invito alla ricon‑
ciliazione delle società nei rispettivi
Paesi. Il documento, nella prima parte,
analizza le strutture portanti della
missione ecclesiale in Africa in vista
della riconciliazione, della giustizia e
della pace. Nella seconda parte, poi,
sono specificati i contributi che tutti
i membri del Popolo di Dio devono
offrire dando il proprio apporto alla
riconciliazione in seno alla Chiesa
e alla società, nel comune impegno
per la giustizia e per la pace. In
un’Africa segnata da vari problemi,
la Chiesa indica la via verso Cristo
che, in forza dello Spirito, assicura
la sua unità nella diversità dei doni
ricevuti per il bene comune. I pastori
devono, poi, tradurre le indicazione
dell’Esortazione in linee operative
nelle singole Chiese particolari”.
Sono trascorsi 16 anni
dall’Esortazione apostolica
postsinodale “Ecclesia in
Africa” di Giovanni Paolo II.
Come è stato recepito quel
documento dalle Chiese e
dalle società africane?
“Assai bene. È stato un documen‑
to di grande aiuto per la molteplice
attività di evangelizzazione e di pro‑
mozione umana in Africa, negli ultimi
decenni, particolarmente importante
per la preparazione delle Chiese par‑
ticolari al Grande giubileo del 2000.
L’‘Africae munus’ si situa in continuità
con l’‘Ecclesia in Africa’ che cita spes‑
so, in quanto rimane un costante pun‑
to di riferimento. L’‘Africae munus’
tra l’altro riconosce ai lavori della
prima assemblea speciale per l’Africa
e, dunque, all’‘Ecclesia in Africa’ che
ne ha raccolto i risultati, il grande
dinamismo proprio della Chiesa nel
continente africano. In particolare,
ricorda come un risultato assai po‑
sitivo la nozione di Chiesa famiglia
di Dio che è stata ben accolta anche
a livello della Chiesa universale”.
Il Sinodo ha avuto come
temi portanti la riconciliazione, la giustizia, la pace.
Quale può essere il contributo
della Chiesa per promuovere
questi valori nella società
africana?
“Essenziale. La Chiesa è la fa‑
miglia di Dio e, dunque, di persone
riconciliate con Dio e tra di loro.Tale
deve essere l’ideale a cui tendere,
pur riconoscendo la debolezza degli
uomini e l’ostacolo del peccato. La
Chiesa, però, ha a disposizione i mezzi
il verbo vegliare: “vegliate dunque: voi
non sapete quando il padrone di casa
ritornerà, se alla sera o a mezzanotte
o al canto del gallo o al mattino; fate in
modo che, giungendo all’improvviso, non
vi trovi addormentati”. Questo tempo di
attesa, va oltre i giorni che ci separano
da quella nascita che ha cambiato la
storia dell’uomo. Non ci è chiesto di fare
cose diverse, ma di guardare in modo
diverso le cose che facciamo. E se gli
eventi sembrano deludere e indebolire
la nostra speranza, proprio guardando
oltre la superficie, scendendo al cuore
delle cose, ci rendiamo conto che non
andiamo verso un buio senza fine, c’è
una luce che fa nuove tutte le cose: “la
porta oscura del tempo, del futuro è
spalancata – scrive Papa Benedetto
nell’enciclica Spe salvi – chi ha speranza vive diversamente; gli è donata
una vita nuova”.
Il Tempo di Avvento viene ogni anno
a ricordarci questo vegliare, “perché la
nostra vita ritrovi il suo giusto orientamento, verso il volto di Dio. Il volto
non di un padrone, ma di un padre e
di un amico”.
per assicurare il cammino alla santità
dei suoi membri, pur peccatori. È
importante pertanto riscoprire il
sacramento della Riconciliazione
e dell’Eucaristia che forma l’unità
di tutti i credenti, nonostante la
diversità delle lingue, delle culture,
delle etnie, degli Stati. La Chiesa
educa le coscienze dei suoi mem‑
bri, soprattutto tramite la liturgia,
l’amministrazione dei sacramenti, la
catechesi, l’attività pastorale. Inol‑
tre, è assai impegnata nel campo
educativo e della sanità tramite una
vasta rete di scuole, ospedali, ecc. La
Chiesa, pertanto, annuncia il Vangelo
della riconciliazione negli ambienti
in cui, per la Divina Provvidenza,
vive e svolge la propria attività, e
con l’esempio dei suoi membri la
testimonia. In tale modo, contribu‑
isce notevolmente alla riconcilia‑
zione degli uomini e delle donne di
buona volontà dell’intera società”.
Nel documento ci sono
anche delle linee d’impegno
concreto per un’Africa riconciliata?
“L’‘Africae munus’ indicherà le
grandi linee dell’attività delle Chiese
particolari e della Chiesa a livello
continentale nei prossimi anni. Esse
riguarderanno soprattutto l’impegno
per la riconciliazione, la giustizia e
la pace alla luce della Parola di Dio,
in forza dei Sacramenti e seguendo
le indicazioni del Magistero. L’Esor‑
tazione evidenzia vari problemi e
numerose sfide alla Chiesa in Africa.
Tuttavia, mantiene sempre un ap‑
proccio positivo, pieno di speranza
per la Chiesa e per l’Africa. Benedet‑
to XVI rivolge le parole che Gesù
Cristo disse al malato cronico presso
la piscina di Betzatà: ‘Àlzati, prendi
la tua barella e cammina!’. È l’invito
all’Africa, di cui la Chiesa è come
un’anima, di riscoprire Gesù Cristo,
di svegliare le sue grandi potenzialità
spirituali e materiali, e di incamminar‑
si nella via della riconciliazione, nella
costruzione di un’Africa sempre più
giusta e pacifica”.
Vita
La
I
quarant’anni dell’organismo
pastorale voluto da Paolo VI si
sono celebrati nei giorni scorsi
a Fiuggi con grande solennità,
durante il 35° convegno nazionale
delle Caritas diocesane, che dal 21
al 23 novembre ha riunito oltre 600
direttori e operatori delle 220 Ca‑
ritas diocesane dal tema: “La Chiesa
che educa servendo carità ‘...Si mise
ad insegnare loro molte cose’ (Mc
6,34)”. Culmine delle celebrazioni
è stata l’udienza con Benedetto
XVI nella basilica di San Pietro il 24
novembre, con oltre 10.000 parte‑
cipanti da tutte le Caritas.
“Una nuova etica
pubblica”
“In presenza di palesi limitazioni
della giustizia e dell’uguaglianza,
si rende urgente il rilancio di un
concetto di legalità che non si ri‑
duca alla pur necessaria osservanza
delle norme giuridiche, ma implichi
una nuova etica pubblica come
indispensabile cornice entro cui le
leggi stesse devono essere fatte e
osservate”. Lo ha affermato il 22
novembre mons. Mariano Crociata,
segretario generale della Cei, nel suo
intervento a Fiuggi. In passato, ha
osservato il vescovo, la cosiddetta
“questione morale” passava “per
il tema della legalità”: “Oggi questa
battaglia appare ancora quanto mai
necessaria, ma insufficiente”.
“Per una rinnovata legalità - ha
sottolineato - è necessaria un’educa‑
zione al bene comune che è compito
di tutti i cristiani, e a un titolo specia‑
le della Caritas”. Da questa formazio‑
ne a una “cittadinanza responsabile”
potranno venire “cittadini capaci di
esprimere una classe politica sempre
più attenta alla dignità di ogni perso‑
na e alle esigenze della vita intera di
tutti e di ciascuno”.
“Recuperare il senso della bellezza”
Mons. Crociata ha invitato i con‑
vegnisti a “recuperare il senso della
bellezza del bene, della carità, e del
bene e della carità come fonte della
vera bellezza”. Nella sua relazione
A
4 DICEMBRE 2011
n. 43
LA CARITAS DOPO 40 ANNI
attualità ecclesiale
Carità è bellezza
sull’”educare alla vita buona del
Vangelo” ha ricordato che “il grande
compito che abbiamo dinanzi è quel‑
lo di superare la dissociazione tra
carità e bellezza. Una dissociazione
tutta moralistica, che ha fatto percor‑
rere strade separate a un bene privo
di fascino e a una bellezza ridotta a
vuota esteriorità”. In una prospettiva
profetica, ha continuato il vescovo,
educare a una “cultura della carità”
significa “non fermarsi ad astratti di‑
scorsi, ma aprire nella nostra società
spesso senza misericordia, dove gli
individui si agitano e si scontrano
come solitari atomi impazziti, degli
spazi di reale comunicazione fra
le nostre povertà”. “Non si tratta
soltanto di realizzare la carità in
specifiche iniziative a favore di de‑
terminate categorie di persone - ha
sottolineato mons. Crociata -, ma di
contribuire a creare un clima, una
mentalità e uno stile, diffusi a livello
collettivo, che siano ‘caritatevoli’ e
che si riflettano sui singoli orientan‑
done i pensieri, i sentimenti, le scelte,
così da sviluppare, a tutti livelli, un
tessuto di relazioni umane caratte‑
rizzate dalla fraternità”.
“Nuova progettualità nella politica”
Un invito a coltivare “l’idea di una
politica - così come di un’economia a servizio dell’uomo” per “guardare
in modo nuovo la vita della società
civile e delle istituzioni”: lo ha detto,
aprendo il convegno il 21 novembre,
mons. Giuseppe Merisi, vescovo di
Lodi e presidente di Caritas italiana
e della Commissione episcopale per
il servizio della carità e la salute.
Il vescovo ha esortato a “recu‑
perare progettualità nella politica,
che comporta una rettifica di at‑
teggiamenti e di comportamenti”
e un “rinnovamento in termini di
ricchezza di contenuti”, a partire
nche questa seconda domenica di
avvento ci fa ritornare sulla difficile
esperienza dell’attesa. L’apostolo
Pietro sembra raccogliere tutte le
nostre frustrazioni: “Il Signore ritarda, è lento
nel compiere la sua promessa…”, il desiderio si
smorza, la speranza si logora; è sempre più duro
credere che vi sia un senso nel “fare memoria” e
nel trasformare la “memoria” in capacità di vigile
attesa, in slancio creativo e progettuale. Eppure,
insiste Pietro,“il Signore non ritarda nel compiere
la sua promessa…, è magnanimo, perché non
vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano
modo di pentirsi”.
Dalla pagina di Isaia, tratta dal capitolo 40, il cosiddetto libro delle consolazioni, si alza con forza
la voce che grida agli esuli di ieri, come a quelli di
oggi: “Consolate, consolate il mio popolo. Parlate
al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua
tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata”.
Consolare è parlare al cuore, è riaprire una strada
che sembrava interrotta, è abbassare monti e
colline per spingere lo sguardo oltre l’impossibile,
per iniziare a vivere di nuovo.
E la Liturgia di questa seconda domenica di
avvento ci regala l’esordio, l’incipit del Vangelo di
Marco: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio
di Dio”. La prima parola di Marco offre subito
questa possibilità di un inizio: ripartire da dove
tutto sembra fermarsi. Sì, l’Avvento è un nuovo
inizio, è un rimettere in marcia la speranza!
“Inizio della buona notizia”. A partire da che
Un lungo cammino
dell’organismo italiano
in favore della giustizia
e della carità
di Patrizia Caiffa
dal “riconoscimento e dalla tutela
dei diritti fondamentali che sono
espressione di una dignità personale
che permane in ogni fase e in ogni
condizione della vita umana”.
cruccio per la Caritas italiana, “non
solo per gli sviluppi e le preoccupanti
forme di protesta in cui spesso trova
sbocco esponendosi a manipolazioni
e strumentalizzazioni”.
La povertà
Immigrati, Europa
delle famiglie
e dei giovani
La crescente vulnerabilità delle
persone e delle famiglie, impoverite
“dalla crisi economica, ma anche
dai processi di globalizzazione, la
precarizzazione del lavoro, la crisi
del welfare” è stata sottolineata da
mons. Merisi.“In un quadro di pover‑
tà complesso e multidimensionale,
che tocca aree dell’intero Paese - ha
osservato -, le famiglie continuano a
pagare in misura più elevata la crisi,
con prospettive sempre più incerte
nel mercato del lavoro e una progres‑
siva erosione di risorse”. “La perdita
improvvisa del lavoro o un qualunque
altro imprevisto - ha ricordato può far precipitare facilmente nella
povertà”. Anche la precarietà e l’as‑
senza di speranza” tra i giovani è un
si apra
“Un aspetto fondamentale che
ha bisogno di maggiore profezia è
l’immigrazione, per aprire l’Europa al
futuro e a una globalizzazione ‘della’
solidarietà e ‘nella’ solidarietà”: lo ha
detto mons. Francesco Cacucci, arci‑
vescovo di Bari-Bitonto e presidente
della Conferenza episcopale pugliese.
“In questo momento gli immigrati
sono gli ultimi della società - ha
osservato mons. Cacucci -. L’Europa
deve essere perciò un continente
aperto e accogliente, continuando
a realizzare forme di cooperazione
non solo economica, ma anche so‑
ciale e culturale”. Anche per mons.
Cacucci, il Mezzogiorno d’Italia e i
giovani sono due priorità: “Mi dolgo
moltissimo che il documento su
Chiesa e Mezzogiorno sia stato
La Parola e le parole
Seconda Domenica di Avvento
Is 40, 1-5. 9-11 - Sal 85 - II Pt 3, 8-14 - Mc 1, 1-8
cosa ricominciare a vivere, a progettare? Da una
buona notizia! Non dal pessimismo né da amare
constatazioni e neppure dall’esistente e dal suo
preteso primato. Ricominciare da una cattiva
notizia è solo apparente intelligenza, che non
contiene la sapienza del Vangelo.
“Inizio della bella notizia che è Gesù”. Ripartire
da Gesù Cristo: ecco il messaggio dell’Avvento.
E il vangelo, ossia l’annuncio gioioso, comincia con
la predicazione di Giovanni Battista. Quando Dio
si accinge a intervenire nelle vicende umane, lo
fa nella maniera più umana, cioè per mezzo di
un uomo. L’evangelista Marco, mettendo insieme quello che aveva preannunciato il profeta
Malachia (3, 1) con la profezia di Isaia (40,
3-4), sottolinea lo svolgersi progressivo, fatto di
continuità e rottura, del piano di Dio. Giovanni
svolge la funzione di precursore, ossia di colui
che precede, in quanto testimone del passato, e di
voce che chiama all’incontro con la Parola ultima
e definitiva di Dio: il suo Unigenito Figlio. La strada
del Signore che sta per venire è ostruita. Occorre
sbloccarla, togliendo l’impedimento costituito dal
peccato.Troppi sentieri contorti portano lontano o
da nessuna parte. Bisogna raddrizzarli, perché av-
venga l’incontro con Dio che si fa vicino all’uomo.
C’è un solo luogo deputato al raddrizzamento
dei sentieri, e questo è il deserto.
Topograficamente si tratta del deserto di Giuda.
Ma più che in un luogo geografico, la Voce ci dà
appuntamento in un luogo simbolico. Ossia, il
deserto come luogo della vicinanza e dell’intimità
con Dio. E’ nel deserto che Dio ha parlato al suo
popolo. Nel deserto si sono celebrate le nozze di
Yahweh con il popolo eletto: “Ecco, io la sedurrò,
la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”
(Os 2, 16). E’ naturale che il tempo della salvezza
venga inaugurato ancora nel deserto.
E nel deserto “Giovanni proclamava un battesimo
di conversione per il perdono dei peccati”.
Tolta al termine conversione l’incrostazione moralistica che vi si è sovrapposta, si tratta di una
vera e propria “immersione” (è il significato di
baptizo) in una mentalità diversa. E’ l’esigenza
di un ri-orientamento della propria esistenza in
direzione di Colui che, solo, può dare significato
alla vita dell’uomo.
Strano predicatore Giovanni, quasi scostante,
ispido, selvatico: “vestito di peli di cammello, con
una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava
5
molto lodato al momento della pub‑
blicazione - ha aggiunto ai giornalisti,
a margine della sua relazione -, ma
sia caduto nel silenzio totale nella
Chiesa e nella società”. E a proposito
dei giovani: “Come si fa ad essere
profeti - si è chiesto - se i giovani
sono completamente disattesi?”.
Essere profezia
La missione “profetica” della
Caritas, in questo periodo di grave
crisi economica - con 8 milioni di
cittadini in povertà relativa, 3 milioni
in povertà assoluta e il 25% della
popolazione a rischio povertà - è
“sollecitare le istituzioni responsa‑
bili a realizzare un piano completo
ed efficace contro la povertà”. È la
raccomandazione di mons. Giovanni
Nervo, espressa il 22 novembre
durante un intervento-intervista
con l’inviato di “Avvenire” Paolo
Lambruschi. Secondo mons. Nervo,
oggi le priorità sono i giovani e gli
immigrati. I giovani “perché nella
nostra società non contano niente
e sono i più esposti al pericolo
della povertà: povertà di valori e
di prospettive di vita e lavoro”. A
questo proposito, sulla base di quella
“grande esperienza educativa” che
è stata l’obiezione di coscienza e il
servizio civile (con 100.000 giovani
coinvolti), mons. Nervo ha invitato
a valorizzare il servizio civile volon‑
tario, oggi in difficoltà per mancanza
di risorse. Gli immigrati sono invece
“un fatto nuovo molto importante,
non solo perché sono braccia che
lavorano e teste che riflettono, ma
perché nei loro confronti la Chiesa
ha il compito preciso di annunciare
il Vangelo: non attraverso una evan‑
gelizzazione diretta, perché sarebbe
proselitismo, ma con la voce della
carità che può arrivare nei loro
cuori”. Mons. Nervo ha chiesto,
perciò, alla Caritas di continuare a
svolgere la sua “prevalente funzione
pedagogica” nella Chiesa e nella
società, così come intuito da Paolo
VI quarant’anni fa. Un ruolo da svol‑
gere con “una solida cultura e una
profonda spiritualità, per cogliere i
segni dei tempi ed essere profezia”.
cavallette e miele selvatico”. Eppure,“accorrevano
a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme”. Con lo stile di vita e con
le parole: “viene dopo di me colui che è più forte
di me”, non concentra l’interesse sulla propria
persona, sul prestigio, l’interesse o il successo
personali; rimanda a un Altro. Insomma, Giovanni
come profeta, crea un’attesa, invita all’attenzione sul personaggio più grande: è la forza della
predicazione, che attiva un movimento, suscita
un interesse, provoca un “esodo” inarrestabile.
Ma strano è anche questo deserto. Un deserto
dove risuonano delle voci e delle grida, popolato
di presenze, caratterizzato da un andirivieni
incessante.
Giovanni non predica sulle piazze, ma nel deserto.
Per raggiungere gli ascoltatori, fugge dalla ribalta
della città; non va verso gli altri, sono gli altri che
accorrono presso di lui.
Occorre recuperare questo senso del deserto
come luogo dell’incontro, come spazio di comunione. Ritrovare il coraggio della solitudine, della
vicinanza con Dio, come possibilità privilegiata
di avvicinare gli altri. La Chiesa deve scegliere il
deserto come luogo della predicazione, poiché nel
deserto l’annuncio trova la strada per arrivare al
cuore dell’uomo.
Una Chiesa che si fa piccola, che riconosce e
accetta la sua debolezza, che non annuncia se
stessa, si ritira in disparte per far passare un Altro,
diventa credibile e suscita interesse.
Don Luca Carlesi
Pistoia
Sette
N.
43 4 DICEMBRE 2011
L
udovico Galleni, docente
dell’Ateneo di Pisa, è uno
dei punti di riferimenti
sicuri nell’area di inter‑
sezione tra scienza e fede a livello
europeo. Giovedì scorso, al centro
Maritain, ha presentato un approfon‑
dimento sulla figura di Teilhard de
Chardin. Alcune premesse generali,
chiare e schematiche, hanno inqua‑
drato il tema.
1. L’evoluzione come fatto stori‑
co è sicuro come l’esistenza dell’Im‑
pero Romano.
2. I meccanismi che la guidano
sono, però, tuttora in discussione: ci
sono delle ipotesi piuttosto fondate,
ma non ancora verità scientifiche
certe ed evidenti.
3. Nel rapporto generale tra
scienza e fede, laddove compaia
un contrasto insanabile, è la teo‑
logia che deve rivedere le proprie
posizioni (è il famoso principio del
Card. John Henry Newmann, molto
discusso in vita, ma oggi santo).
4. La contrapposizione tra caso
e Dio è un errore logico: il caso si
riferisce sempre alle cause seconde,
le quali non possono dare indicazio‑
ne alcuna sulla causa prima.
5. Il pregiudizio che gli evoluzio‑
nisti debbano essere necessariamen‑
te atei è un errore di valutazione
ancora più grave.
All’interno di questa cornice
concettuale, Galleni è passato quin‑
di a trattare la figura di Teilhard de
CENTRO CULTURALE “J. MARITAIN”
Teilhard de Chardin,
l’evoluzionista cristiano
Ludovico Galleni
Chardin, presentato come retto da
due passioni, solitamente contrap‑
poste: la passione per la religione e
la passione per la materia. Laddove
tradizionalmente la materia, il monda‑
no, il corpo allontana da Dio – come
ad esempio nel platonismo e nella
teologia che su questo si basa -, De
Chardin propone una lettura ove la
materia stessa è viatico e ponte per
arrivare a Dio. «Dio che riempie la
totalità dell’Universo» è la frase di
Angela da Foligno che De Chardin
costantemente ripete. In un episodio
biografico significativo, De Chardin
racconta che, lungo una delle sue
spedizioni di ricerca in territori di‑
sabitati, si trovò privo del pane e del
vino per celebrare la santa Messa. Al
momento dell’elevazione, allora, egli
offrì la materia dell’Universo stesso
a Dio, come suo corpo.
L’Universo evolve, si dirige verso
qualcosa; qui vige casualità, ma anche
linee di sviluppo precise ed identifi‑
cabili. La materia segue leggi fisiche e
chimiche che conducono verso uno
stato di complessità e vanno irrever‑
sibilmente dal semplice al complesso.
Lo stadio cruciale di questa autoorganizzazione è stato il passaggio
dalla materia inanimata alla materia
organica, ovvero il sorgere della vita.
Un secondo momento-cardine è
stato l’originarsi del pensiero e della
coscienza umana.
Accanto a questi principi tuttora
ben vivi nella geo-biologia contem‑
poranea, De Chardin pone consi‑
derazioni di natura propriamente
teologica. Questo “dirigersi verso”
del cosmo incita alla riflessione sulla
parusia e sul compimento dei tempi,
dove l’Eden non appare più come
un ambiente perduto alle origini, un
passato solo da rimpiangere, bensì
una meta futura, una Terra preparata
dall’essere umano, per accogliere
adeguatamente il ritorno del Figlio
di Dio.
Il collegamento all’etica ambien‑
tale e all’impegno concreto per un
mondo più giusto è lineare, così
come è ben chiaro l’apprezzamento
dello schema teologico dell’exitusreditus, che peraltro è la riscoperta
dell’ultimo libro di don Frosini.
Proprio questo libro Galleni cita
all’inizio ed alla conclusione del suo
intervento, come guida illuminante
lungo queste considerazioni e ap‑
proccio che ben contempera fede
e scienza.
A.V.
UNO SPAZIO DEDICATO AI NOSTRI INSEGNANTI
Educare al pluralismo: la religione
e le religioni nella scuola
a cura di Martina Novelli
P
arlare di pluralismo oggi
significa aprire i nostri
occhi e osservare una
realtà che, negli ultimi
anni, si è fatta certamente ete‑
rogenea, poliedrica, sfaccettata e,
soprattutto, ricca di aspetti mul‑
tiformi che coinvolgono l’intera
società nella quale viviamo.
Come ha sottolineato Marco Dal
Corso in occasione dei due in‑
contri tenuti l’l1 e il 12 novembre
nell’ambito di un corso di ag‑
giornamento sul pluralismo nella
scuola italiana, già prendere atto e
guardare con obiettività a ciò che
ci circonda rappresenta un impor‑
tante primo passo verso la consa‑
pevolezza e la piena coscienza di
sé stessi e della realtà quotidiana.
Dal canto suo, la scuola non può
esimersi dal riconoscere la condi‑
zione di pluralismo che caratteriz‑
za la quasi totalità dei paesi cosid‑
detti occidentali, che sempre più
spesso si contraddistinguono per
la convergenza di culture diverse,
incarnate da individui provenienti
da paesi stranieri che portano
con sé un bagaglio personale fat‑
to di usanze, tradizioni, costumi
talvolta molto diversi dai nostri.
A tal proposito, Dal Corso ha
affermato che si è passati “da una
religione dell’Italia all’Italia delle
religioni”, riferendosi in modo
particolare al compito (peraltro
molto arduo, è inutile negarlo),
che in un simile contesto proprio
la religione dovrebbe venire ad
assumere.
Più nello specifico, il tempo
dedicato alla religione a scuola
consente di affermare l’importan‑
za dell’educazione al pluralismo,
mediante la quale riconoscere
nell’altro una fonte di arricchi‑
mento: le paure più grandi che nei
secoli hanno attanagliato l’umanità
derivano nella quasi totalità dei
casi dall’ignoranza nei confronti di
realtà che sono sempre risultate
altre rispetto alla nostra. Come
ha notato Dal Corso, il rischio
che corriamo rimanendo fermi al
proprio punto di vista è quello di
isolarci, di chiuderci in noi stessi,
di “tribalizzarci” e di crogiolarci
acriticamente negli stereotipi e
nei pregiudizi che sembrano er‑
gersi come un muro invalicabile
fra noi e gli altri.
Ma questo non è ciò che la reli‑
gione ci vuole trasmettere: Dal
Corso ha infatti affermato che
proprio quella dell’aprirci all’altro
è la via da seguire, la strada che ci
permette di decentrarci e guarda‑
re con occhi nuovo e più lucidi il
mondo esterno e, soprattutto, di
trovare noi stessi, la nostra identi‑
tà, il nostro stesso essere cristiani
nel mondo, il senso della nostra
esistenza.
Ancora ci ha fatto comprendere
che mediante un’educazione al
pluralismo che tenga conto della
centralità del contributo della re‑
ligione possiamo cercare quanto
meno di avvicinarci a quei valori
universalmente riconosciuti e
trasmessi nei Vangeli grazie al
messaggio salvifico di Gesù quali
la condivisione, la fratellanza, la
solidarietà, la compartecipazione
alla vita sociale, in una parola la
pace, attuabile per noi cristiani
nel momento in cui guardiamo
al crocifisso come a un segno di
accoglienza, di amore, di dono
gratuito di qualcosa di sé in favore
dell’altro.
8
comunità ecclesiale
AL CENTRO MONTEOLIVETO DAL 3 ALL’11 DICEMBRE
Movimento per la Vita
e Centro di aiuto
alla vita di Pistoia
“Un amico è
per sempre”
Da 1 dicembre 2011 al 29 febbra‑
io 2012 il Movimento per la Vita e
Centro di aiuto alla vita di Pistoia,
con il patrocinio dell’ufficio sco‑
lastico provinciale, ha indetto un
Concorso provinciale per alunni
di scuola materna ed elementare
dal titolo “Un amico è per sem‑
pre”.
Al concorso possono partecipare
gli alunni delle scuole: materne
e primo ciclo delle elementari,
statali e non statali, con disegni di
gruppo oppure individuali; secon‑
do ciclo delle elementari, statali
e non statali, con elaborati scritti
individuali.
Gli elaborati con l’indicazione del
nome/dei nomi degli alunni deb‑
bono portare il timbro della scuo‑
la, controfirmati dall’Insegnante,
con allegato l’elenco degli alunni
della scuola che partecipano, de‑
vono pervenire Vicolo de’ Pazzi,
16 – 51100 Pistoia, non oltre il 29
febbraio 2012.
I disegni e gli elaborati non saran‑
no restituiti, perché con essi verrà
allestita una mostra al momento
della premiazione, che avverrà
entro il 15 maggio 2012.
Battistero
Jorio
Vivarelli:
il frutto
della vita
Mostra delle Opere del Maestro di Pistoia
La diocesi di Pistoia, l’ufficio co‑
municazioni sociali, il Movimen‑
to per la Vita- Centro di aiu‑
to alla Vita, la Fondazione Pistoie‑
se Jorio Vivarelli con il contributo
della Fondazione Cassa di Ri‑
sparmio di Pistoia e Pescia, Cassa
di Risparmio di Pistoia e Pescia
e in collaborazione con Musiké,
organizzano una mostra nel Bat‑
tistero di San Giovanni in Cort
(piazza Duomo - Pistoia)dal titolo:
Jorio Vivarelli: il frutto della vita,
Mostra delle Opere del Mae‑
stro di Pistoia. L’inaugurazione
si terrà venerdì 2 dicembre alle
ore 18 alla presenza del vescovo
monsignor Mansueto Bianchi.
La mostra è visitabile fino a do‑
menica 8 gennaio 2012 con il
seguente orario: lunedì chiuso;
da martedì a venerdì: dalle 10.30
alle 12.30 e dalle 15 alle 17; saba‑
to e domenica: dalle 10 alle 13 e
dalle 15 alle 18. L’ingresso è libero.
La mostra è curata da Veronica
Ferretti; allestimento e trasporto
a cura della Fondazione Pistoiese
Jorio Vivarelli; segreteria organiz‑
zativa: Anna Mura - Assicurazione
opere: Italiana Assicurazione.
SAN PIERO AGLIANA
Un incontro
Venerdì 2 dicembre alle 21, nella
chiesa parrocchiale di San Piero
Agliana, la teologa domenicana
che vive in una comunità indigena
in Bolivia, Antonietta Potente,
interverrà sul tema: “Dall’io al noi:
costruiamo un Natale di Comunione”.
n. 43 4 DICEMBRE 2011
Mostra fotografica
su Alcide De Gasperi
L
a prima scelta
riguardo il sog‑
getto ed il modo
di presentarlo al
potenziale pubblico: gli organizzatori
hanno espressamente concepito
questa mostra come strumento
dalla forte valenza didattica ed
educativa destinato ai giovani; la
scelta dei contenuti e del linguaggio
è stata perciò improntata all’essen‑
zialità comunicativa, con l’intento di
illustrare l’opera degasperiana e di
trasmetterne l’esperienza, i valori
ed il messaggio da una generazione
all’altra, permettendo anche a chi
non possiede adeguate conoscenze e
strumenti interpretativi di coglierne
l’importanzo storica ed il valore di
esempio morale e civile.
Un percorso espositivo che ha la
finalità principale di mettere in scena
e in movimento la vita e l’opera di
un personaggio protagonista dello
storia nazionale ed europeo del XX
secolo, illustrando i principali passag‑
gi della sua azione di uomo politico
e di statista tra la fine della II guerra
mondiale ed il 1954, anno della suo
scomparsa.
Dalla liberazione dell’Italia
dell’occupazione nazifascista, alla
riorgonizzazione dello stato e della
vita politica su basi democratiche, alla
fondazione di un partito ispirato dai
valori cristiani; dei primi governi par‑
tecipati da tutte le forze antifasciste,
alle scelte di campo che diedero vita
alla stagione del centrismo e guida
democristiana, alla difficile opera di
ricostruzione morale e materiale
dell’Italia negli anni dei dopoguerra,
dalla scelta della Repubblica attra‑
verso il referendum del ‘46, al dibat‑
tito e al percorso parlamentare che
diedero vita alla Costituzione, dalle
grandi riforme economiche e sociali
dei governi quidati da De Gasperi,
alla scelta atlantico nella politica in‑
Dalla ricostruzione dell’Italia alla
costruzione dell’Europa.
A cura di “Centro culturale Filodemo”
e “Istituto Luigi Sturzo”
di Maurizio Gentilini
Dipinto del pistoiese d’adozione
Corrado Zanzotto
Inaugurazione SABATO 3 dicembre
ore 9,30: Messa in memoria del “Servo di Dio” Alcide De Gasperi, celebrata
da monsignor Giordano Frosini
ore 10,30: inaugurazione mostra (che resterà aperta gino al 13 dicembre)
ore 10,45:Tavola rotonda “Attualità del pensiero e delle opere di Alcide De
Gasperi”. Partecipano: Giorgio Federghi del “Circolo culturale Filodemo”,
Frascalberto De Bari, giornalista e organizzatore della mostra; Maurizio
Gentilini, storico e curatore della mostra; Giordano Frosini, teologo; Beppe
Matulli, saggista politico
ore 13: pranzo insieme
INFO: 0573.31235 335399193
CASALGUIDI 27 NOVEMBRE 2011
Convegno diocesano RnS
I
l 27 novembre, I Domenica
d’Avvento - presso il Centro
Comunitario di Casalguidi
- il movimento laicale “Rinnovamento nello Spirito Santo” della
diocesi di Pistoia ha organizzato una
“Giornata Comunitaria” con il vescovo
monsignor Mansueto Bianchi.
Tema proposto per questo intenso incontro è stato un versetto del Vangelo
di Giovanni. “Chi ha sete venga a me
e beva chi crede in me; come dice la
Scrittura: fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv, 37b-38).
La giornata è iniziata alle 9:30 con
una lode corale di ringraziamento
al Signore il quale ha ricordato, per
bocca di San Paolo -a “quelli che sono
stati una volta illuminati, che hanno
gustato il dono celeste” e quindi la
“buona parola di Dio”- che “sono
diventati partecipi del dono dello
Spirito Santo” (Eb 6,4-5).
Alle 10 c’è stato l’insegnamento del
vescovo Bianchi, il quale ha illustrato
ai partecipanti le tre tappe del “Pro-
gramma pastorale diocesano” per il
prossimo decennio, soffermandosi sul
significato delle medesime, le quali
rappresentano i vari volti della Chiesa:
la Chiesa come Mistero, come Comunione e come Missione. In particolare,
monsignor Bianchi, ha specificato la
prima tappa per il prossimo triennio:
ha ricordato che la Chiesa è “Mistero”
nel senso biblico del termine, cioè è
esperienza di coinvolgimento, di partecipazione, di abbraccio, di amore; la
Chiesa è da noi ricevuta, non creata,
quindi dobbiamo accoglierla come
dono più grande di noi, con “stupore”
e “sospensione d’animo”, coscienti
che essa è “lo sgorgare della vita della
Trinità nel tempo” e “ ha una latitudine che supera la nostra geografia
e i nostri ambiti”. Poi ha spiegato il
cammino che ogni persona è chiamata
a fare nella Chiesa per diventare un
“cristiano adulto”, cammino che dura
tutta la vita e che è accompagnato dal
dono dei sacramenti; un cammino che
diventa possibile se siamo disposti a
compierlo “dentro tracciati già percorsi
prima di noi”. Nello specifico, il vescovo
Bianchi, ha citato l’esempio del nostro
“fratello più grande” Giovanni Battista,
il quale ci educa ad avere sempre lo
sguardo alla Parola di Dio e quindi alla
Sua potenza e ci aiuta, in definitiva,
a rinvigorire l’esperienza di essere
Chiesa comemistero.
Inoltre si è soffermato nell’analisi della
situazione odierna della società dove
risulta esserci una “scristianizzazione
di massa”, dove diventa “notizia”, quasi
“miracolo” il fatto di essere cristiani.
Sempre più difficilmente –ha sottolineato mons. Bianchi– incontriamo
l’universalità delle persone, ed allora,
per avvicinare le persone alla Chiesa,
ci rimane uno strumento molto importante: i sacramenti, in particolare il
Battesimo, grande chance che permette di entrare in contatto con numerose
coppie e di “gettare un seme” nelle
loro vite.
La Chiesa dovrebbe essere in grado di
vivere l’esperienza dell’incontro come
Vita
La
ternazionole; fino al grande progetto
di integrazione che ha garantito pace
e prosperità ai popoli e alle nazioni
dell’Europa fino ai nostri giorni.
Passaggi che costituiscono altret‑
tanti nuclei espositivi, che prendono
forma all’interno dei pannelli in brevi
testi introduttivi ed esplicativi, seguiti
da immagini di varia forma e dimen‑
sione, scelte in modo da riassumere
in maniera essenziale ed evocativa i
singoli temi, sottolineando sempre il
ruota di protagonista svolto da De
Gasperi nel loro divenire.
Graficamente, i gruppi di pannelli
sono contrassegnati dai colori verde,
bianco e rosso, a formare e rappre‑
sentare nella visione prospettico
generale l’idea dell’unità nazionale;
il nucleo di pannelli che tratto della
dimensione europeo è invece con‑
trassegnato dal colore azzurro.
Ovviamente, all’occorrenza, tutto
è modificabile e integrabile con altro
materiale (immagini, filmati, testi).
Impossibile illustrare i molteplici
aspetti e la reale portata storica
dell’opera degasperiano in una mo‑
stra di questo tipo e concepita con
queste finalità. L’intento è che la sua
visione posso generare nei visitatori
(soprattutto se giovani) la curiosità
e l’interesse ad approfondire, a porsi
alcune domande sul significato pro‑
fondo e sul valore di quell’esperienza
politica, soprattutto se messo a
confronto con la modestia (quando
non la miseria) del nostro presente.
Domande che non possono non
portare a riflettere sui perché del
profondo logoramento delle radici
culturali e spirituali della vita politica
nel nostro paese, sui perché di un casi
pesante abbassamento di tono, e sulla
necessità di risalire la china, anche
facendo tesoro dei grandi esempi
del passato.
Ricordare De Gasperi è cer‑
tamente un ritorno a un passato
lontano; ma è anche uno stimato
fecondo per guardare al nostro pre‑
sente con occhi critici più avvertiti,
più esigenti, più severi. Non si tratta
di attualizzarlo, strumentalmente, ma
di cogliere proprio nella coscienza
della distanza che ci separa da lui il
senso di una presenza vive e di una
sfida per il nostro futuro.
la viveva Gesù, di avere un “approdo
e approccio dilatato nella vita di ogni
persona”. Una Chiesa che guarda a
se stessa con gli occhi della missione.
Da qui anche l’importanza dei “laici
preparati”, figure specifiche in grado
di attivare “itinerari catecumenali” per
fare esperienza viva e gioiosa della
comunità cristiana, e non “itinerari
dottrinali” o, peggio,“penitenziali”, che
spesso si riducono ad un “esercizio di
sopportazione”.
Insomma c’è bisogno di una Chiesa
e di cristiani con gli “occhi aperti”,
vigilanti e pronti, capaci di “cingersi i
fianchi e allacciarsi i calzari”.
E’ tempo d’Avvento –ha sottolineato
il vescovo– è tempo di riconoscere il
Signore nella nostra vita, di accogliersi
reciprocamente col cuore nel vincolo
della fraternità, è tempo di staccarsi
dal sonno dei nostri peccati e difetti,
è tempo di cessare la stagione del
sonnecchiamento e del galleggiamento, è tempo di combattere le nostre
tiepidezze, è tempo di dare spazio alla
nostra profondità per guarire quella
malattia mortale che è la superficialità,
è tempo in cui si ridesta lo Spirito!
Irene Ricasoli
Vita
La
Premio
nazionale
per la
cultura
della legalità
La Fondazione Un Raggio di
Luce insieme alla Fondazione
Antonino Caponnetto di Firenze
e al Centro di Documentazione
e Progetto don Lorenzo Milani
di Pistoia, ha preso l’iniziativa di
istituire un premio per la Cultu‑
ra della Legalità in memoria del
giudice Antonino Caponnetto,
padre del pool antimafia di Pa‑
lermo che negli anni ‘80 istruì
e portò a conclusione il maxi
processo alla mafia. La cerimonia
di premiazione si terrà martedì
6 dicembre 2011, nono anniver‑
sario della morte del giudice, alle
ore 17.30 presso la Sala Maggiore
del Palazzo Comunale di Pistoia
alla presenza del sindaco Renzo
Berti, delle autorità e dei membri
della commissione esaminatrice,
Durante la premiazione sarà
consegnato il riconoscimento alla
persona o alle persone scelte
come meritevoli di aggiudicarsi
il Premio. Interverranno la Sig.
ra Elisabetta Baldi Caponnetto, e
Pietro Grasso Procuratore Na‑
zionale Antimafia.
Un umile
ed eroico
missionario
Martine Bugiani ricorda in un libro
padre Vittorio Agostini
È stato presentato domenica 27
novembre nella Sala Franchini
della Misericordia di Casalguidi
e Cantagrillo il libro di Martine
Bugiani «Padre Vittorio Agostini,
dopo 20 anni ti ricordiamo così».
Il libro ripercorre l’intensa vita
sacerdotale e missionaria di padre
Agostini che fu ordinato sacer‑
dote nel 1970 dal vescovo Mario
Longo Dorni, disse la sua prima
messa a Masiano e poi partì per
la sua prima missione nell’Ohio,
Ecuador, Zaire, Kenia e altri paesi
ancora. E quanto aiuto ha ricevu‑
to dalla comunità di Casalguidi,
come ricorda la parrocchia sul
suo sito, per sostenere le sue
attività accanto a chi non aveva
niente.
L’autrice di questo libro, Martine
Bugiani di Casalguidi, responsabile
proprio del gruppo missionario
padre Vittorio Agostini che da
anni si prende cura di realizzare
opere di solidarietà in Mozzam‑
bico, ha raccolto testimonianze,
ricordi, impressioni, aneddoti che
le sono stati indispensabili per ri‑
costruire con dovizia di particola‑
ri la figura di questo umile, grande
cristiano
4 DICEMBRE 2011
comunità ecclesiale
n. 43
9
MONTEMAGNO
Il laicato cristiano nella
vita sociale e politica
Cattedrale
I
Saranno le musiche di Franz
Liszt (di cui si celebra quest’an‑
no il bicentenario della nascita),
eseguite all’organo (Costamagna
1969) da Andrea Vannucchi, ad
animare il Vespro d’organo in
programma in Cattedrale dome‑
nica 18 dicembre (ore 17). I brani
in programma sono la Fantasia
e Fuga sul Corale “Ad nos ad
salutarem undam” (dall’Opera “Le
Prophéte” di Giacomo Meyerbe‑
er) e il Preludio e Fuga sul Tema
B-A-C-H.
l secondo incontro sull’“In‑
segnamento Sociale della
Chiesa” organizzato dal Cir‑
colo Acli di Montemagno ha
offerto l’opportunità di conoscere
uno spaccato della Chiesa Pistoiese
e della vita sociale e politica post
unitaria.
Tebro Sottili, responsabile della
Camposanpiero per 25 anni ed oggi
impegnato nel Ceis, ha ricordato
i passaggi salienti dal 1861 (Unità
d’Italia) con la perdita del potere
temporale della Chiesa ed il “Non
Expedit” di Pio IX (non occuparsi
più di politica da parte dei cattolici),
nonostante i fermenti presenti nella
società e nella Chiesa stessa.
Leone XIII con la “Rerum No‑
varum” (1891) prende atto dei
mutamenti avvenuti e dà nuovo
vigore all’impegno sociale e politico
dei cattolici.
Anche a Pistoia si avverte un
cambiamento forte. Nasce in Semi‑
nario una scuola di sociologia grazie
alla volontà di personaggi illuminati,
quali il Vescovo Mazzanti, il Canonico
Puccini ed altri ancora. Nel 1907 a
Pistoia si tiene la 1° Settimana So‑
ciale, nascono le prime Casse Rurali,
si organizza il primo sciopero delle
“trecciaiole”, Don Sturzo da vita al
Partito Popolare (1919).
Questa azione positiva dei cat‑
tolici viene successivamente osta‑
colata con la nascita del fascismo
e la conseguente abolizione dei
partiti. Il concordato del 1928 e la
diffidenza crescente della gerarchia
verso le idee progressiste presenti
nel mondo cattolico allontanano
non pochi uomini che guardavano a
sinistra con speranza di riscatto e di
maggiore giustizia. Diffidenza che si
manifesta anche dopo il conflitto e
dopo gli anni della ricostruzione in
una fase di svi‑
luppo. In que‑
sta stagione di
rivendicazioni
sociali e sala‑
riali anche le
ACLI (nate nel
1944 dopo la
scissione del
sindacato uni‑
tario e unica
associazione
democratica
nella Chiesa) vengono condannate
per la scelta di campo avvenuta al
Congresso di Torino (1969), che sancì
la fine del collateralismo con la DC e
l’apertura alle idee progressiste che
avevano trovato nel Concilio Vaticano
II nuova legittimazione.
Tornando all’esperienza vissuta,
Tebro Sottili ha voluto inquadrare il
suo impegno personale nel contesto
della Camposanpiero, struttura di
accoglienza, assistenza e formazio‑
ne nata per volontà di Giuseppe
Camposampiero, braccio destro di
La Pira, morto a 33 anni durante la
guerra, sotto un bombardamento su
Pistoia che fece 147 morti e centinaia
di feriti.
Al dottor Federico Gelli, già Vi‑
cepresidente della Regione Toscana,
è toccato affrontare il tema dell’im‑
pegno nella vita politica inteso come
servizio e assunzione di responsabi‑
lità verso gli altri. Atteggiamento che
purtroppo sembra oggi ben lontano
dalla realtà (sono 80 gli inquisiti
o condannati che siedono oggi in
Parlamento, e certo non possono
essere esempio di altruismo e mo‑
ralità). La politica non può essere
una cosa sporca ma un’attività nobile
e alta anche se è stata troppe volte
tradita. Quindi no al qualunquismo,
no al populismo, no al leaderismo e
al trasformismo, favorito anche dalla
attuale legge elettorale.
Federico Gelli, anche con ri‑
ferimento alla propria esperienza
personale (dall’impegno nel sociale
e nella professione, alla politica e
viceversa) afferma che l’attività po‑
litica in linea di principio dovrebbe
essere “a termine”, per favorire il
rinnovamento e la partecipazione più
ampia, fermo restando l’altruismo e la
moralità, anche nei comportamenti;
caratteristiche richieste a tutti e più
ancora ai cristiani.
L’impegno dei movimenti, delle
associazioni, il nostro personale, deve
essere rivolto a rifondare la politica
e la sua credibilità.
La politica non può essere so‑
stituita dalla tecnocrazia come già
successo per ragioni di emergenza.
Anche nella Chiesa la gerarchia
non è indenne da responsabilità
quando preferisce trattare diretta‑
mente con il potere piuttosto che
stimolare i cristiani all’assunzione
di responsabilità e all’impegno per
il bene comune, come chiaramente
tracciato dal Concilio e dalle Enci‑
cliche Sociali.
All’intervento dei relatori ha fat‑
to seguito un nutrito e interessante
dibattito volto ad approfondire gli
argomenti in discussione.
Marcello Bracali
Vespro
d’organo
con Andrea Vannucchi
Prunetta
Restaurato
il campanile
di San
Basilio
Con la chiesa di San Basilio è
stato ristrutturato anche il cam‑
panile, una maestosa costruzione
realizzata nel 1953. E’ alto 20
metri ed è costruito in pietra
serena. Fu fortemente voluto da
don Siro Pezzoli e alla sua realiz‑
zazione contribuirono paesani e
villeggianti. E’ stato rifatto il tetto
in rame ed i vari piani che porta‑
no all’ultimo dove sono ospitate
quattro campane: la grande, la
mezzana, la piccola, una minusco‑
la che suona in caso di calamità
naturali: suonò nel lontano giugno
1940, giorno in cui iniziò la se‑
conda guerra mondiale.
L’intervento su chiesa e campa‑
nile è stato fatto a tempo di re‑
cord, dall’Impresa Edile Giuseppe
Marino di Cireglio. Ha diretto i
lavori l’architetto Lorenzo Niccoli
di Pescia.
G.D.
POGGIO A CAIANO
Il ricordo del pittore
Francesco Inverni
di Luigi Corsetti
P
er ricordare i venti anni
della scomparsa di Francesco Inverni, il Comune
di Poggio a Caiano rende
omaggio alla pittura dell’artista con
un’esposizione alle Scuderie Medicee
dal titolo Frammenti, affidando a
Marco Moretti la cura della mostra e
del catalogo.
Francesco Inverni era nato a Poggio
a Caiano nel 1935 da una famiglia titolare di una fabbrica di cappelli. Di animo
sensibile alla bellezza, si era indirizzato
fin da giovanissimo al disegno e alla
pittura. Essere nati e cresciuti al Poggio
significava, per un ragazzo che si avvicinava all’arte, guardare alla lezione di
Soffici. Il maestro lo aveva incoraggiato
a proseguire, esortandolo a una indipendenza creativa che poi il giovane riuscì
a conquistare: dapprima asciugando
certe campiture fratte e spumose che
riconducevano alla fonte sofficiana; poi,
come evidenziano i risultati di questa
mostra, virando la propria creatività in
una suggestiva vena intimista. Allievo di
Primo Conti all’Accademia di Belle Arti,
ne era uscito nel ’59 ottimo ritrattista
e pittore di forte impianto strutturale,
come dimostrano certe solide figure
anche d’ambito religioso, partecipate
dall’artista con animo del credente.
Queste, in estrema sintesi, le direttrici della sua pittura snodatesi nell’arco
d’un trentennio.
La mostra alle Scuderie Medicee
riguarda invece un decennio successivo
e ultimo, che va dall’inizio degli anni
Ottanta al 1991, anno della prematura
morte di Francesco. Un decennio nel
quale Inverni, staccati gli occhi dal ‘suo’
paesaggio sopraffatto dall’avanzar del
cemento, si era volto all’osservazione
intimistica di certe suggestioni che,
con documenti di un vissuto appena
dismesso, rimandavano a ciò che restava
del mondo contadino: interni di case
coloniche ormai sopraffatte dal silenzio; stanze ove giacevano dimenticati
oggetti d’economia domestica e secolari
strumenti di lavoro: fiaschi e ampolle,
falci e nasiere, forbici per potare ancora riposte nei corni bovini. E scansie
polverose ricolme d’oggetti, padelle e
chiavi, santini dimenticati alle pareti, in
precario equilibrio su vecchi interruttori
di porcellana.
Agendo sulla macro della sua
straordinaria sensibilità, Inverni mise
a fuoco lacerti ancor più minimi di
quel recente passato. Così minimi da
apparire invisibili se non addirittura
insignificanti a un occhio superficiale o
incapace di distinguere la poesia che si
cela nelle piccole cose, e che appunto
solo la disarmata sensibilità di un poeta
poteva far risaltare e addirittura elevare
a livello di arte: un chiodo arrugginito,
piantato chissà quando su una parete
senza storia; cartelli di latta dimenticati
sui muri di vecchie rivendite. E altri muri
d’interni dalle croste sfogliate, che, come
smagliature nel tempo, lasciavan trapelare a ritroso il loro vissuto. Frammenti
d’intonaco che l’artista aveva inizial-
mente staccato dalle case coloniche
abbandonate, e in seguito ricreato su
tavola con calce e grassello, intervenendo poi sulla superficie scabra, spesso
suggestivamente trattata come materia
allo stato ‘informale’, con elaborazioni
pittoriche di soggetti naturalistici: un
paniere di fichi, ferri, fiori attecchiti
nelle fessure murarie.
La mostra, che si aprirà il prossimo 3 dicembre e sarà visibile fino al
29 gennaio 2012, comprende oltre
settanta opere inerenti a quel tema
e alla successiva, estrema ricerca, per
mezzo di assemblaggi di legni e lamiere.
Ricerca ultima, condotta fino a quelle
composizioni con immutata sincerità
di fede, e degna di essere consegnata
alla storia.
10 comunità e territorio
Mercoledì 7 dicembre
manifestazione
a Pistoia.
Intanto
il governatore Rossi
ha chiesto
un incontro
col ministro Passera
AnsaldoBreda
Attesi interventi
dal Governo
di Patrizio Ceccarelli
B
reda ancora in primo
piano. Dopo la mani‑
festazione di Roma
(nella foto), alla quale
da Pistoia hanno partecipato più
di 300 tute blu, oltre ai rappresen‑
tanti istituzionali (sindaco Berti e
presidente della Provincia Fratoni),
della Diocesi e con in prima fila il
presidente della Regione Enrico
Rossi, adesso tutti aspettano di co‑
noscere il piano di risanamento da
parte dell’amministratore delegato
di AnsaldoBreda e un intervento da
parte del Governo.
La presidente della Provincia,
Federica Fratoni, annuncia che «il
Costi della sanità:
è polemica a Pistoia
U
n’ assurdità che varca il
limite fra burocrazia e
buon senso. E’ questo,
in sintesi, il senso di
un’interrogazione presentata dal
Vice presidente della Commissione
sanità Stefano Mugnai e del Vice
Presidente del Consiglio Regionale
Roberto Benedetti alla giunta re‑
gionale toscana. I consiglieri del Pdl
criticano gli Estav ossia gli organi‑
smi che si occupano degli approvvi‑
gionamenti sanitari e che secondo
le intenzioni della giunta regionale
dovrebbero servire a spendere di
meno per ausili spuntando prezzi
di favore presso i fornitori. Peccato
che a Pistoia sia successo esatta‑
mente il contrario.
I fatti. Un comune cittadini si
reca in un negozio di articoli sani‑
tari per acquistare una carrozzina il
cui prezzo si aggira attorno ai 280
euro. Il rivenditore gli segnala però
che per il suo caso può rivolgersi
all’Asl di appartenenza ( in questo
caso l’Asl 3 di Pistoia). In quel mo‑
mento i magazzini dell’Asl ne sono
provvisti ed allora l’Asl rilascia il
buono per ritirare l’ausilio presso il
rivenditore stesso con una sostan‑
ziale differenza : il prezzo che da
280 euro sale a 495…Perché?
“Questo caso – si legge
nell’interrogazione – rappresenta
un’assurdità che varca il limite fra
burocrazia e buon senso visto
che proporre un prezzo migliore
il pubblico spende quasi il doppio
rispetto al privato. Ma allora gli
Estav cosa ci stanno a fare? Abbia‑
mo proposto di ridurli da 3 a 1
ma la nostra mozione approvata
all’unanimità dal consiglio regionale
l’assessore alla salute Daniela Sca‑
ramuccia si è opposta.”
Tuttavia secondo l’Asl 3 sono
stati eseguiti tutti i giusti criteri.
“Nel respingere le accuse al Di‑
rettore Generale – si legge in una
nota dell’Ufficio Stampa – ricor‑
diamo che il nomenclatore ufficiale
nel quale sono riportati i modelli
accreditati ed il relativo prezzo che
tutte le aziende sanitarie sono te‑
nute ad osservare, è valido su scala
nazionale ed è stato concordato
con tutti i rappresentanti dei tecni‑
ci ortopedici dei prodotti.”
Edoardo Baroncelli
CIET
Dipendenti senza stipendio
da giugno
Difficoltà anche per riscuotere la cassa integrazione.
I sindacati hanno dichiarato 24 ore di sciopero
C
ontinua l’odissea dei la‑
voratori del cantiere Ciet
di Pistoia. Dopo la firma
del verbale di cassa inte‑
grazione dello scorso 24 ottobre i
contatti con l’azienda sono divenuti
impossibili e il ritardo nel pagamen‑
to delle retribuzioni dallo scorso
mese di giugno prosegue senza che
si possa intervenire con misure effi‑
caci per ottenere il dovuto.
La Ciet, il cui cantiere pistoiese
ha sede a S. Agostino, è un’azienda
che lavora per la Telecom e che
nelle varie sedi del centro Italia oc‑
cupa circa 900 dipendenti.
«I lavoratori - fa sapere la FiomCgil - vogliono denunciare questa
situazione che è assolutamente
intollerabile, anche per la disatten‑
zione di Telecom, che non ha voluto
fin qui nemmeno tentare di trovare
Vita
La
n. 43 4 DICEMBRE 2011
una soluzione al problema occupa‑
zionale, che oggi investe tutti e 20
i lavoratori in forza al cantiere di
Pistoia».
Pare infatti che ci fossero inte‑
ressi al subentro nell’area di Pistoia
servita dalla Ciet da parte di altre
aziende del settore, disponibili a
riassumere tutti i dipendenti e che
sia stata una scelta della commit‑
tenza a determinare lo stato di
inoccupazione di tanta parte dei
lavoratori di Pistoia.
«Per i lavoratori della Ciet sostiene ancora la Fiom - sembra
impossibile ricevere i pagamenti
diretti della Cigs (cassa integrazio‑
ne straordinaria) da parte dell’Inps,
così come concordato nel mese di
giugno.Vengono evocate respon‑
sabilità diverse: come un gioco
dell’oca nel quale gli unici a pagare
i ritardi degli enti preposti sono i
lavoratori». Il Ministero del Lavoro,
il Ministero dello Sviluppo Econo‑
mico, le regioni Toscana, Marche e
Liguria, sedi nelle quali la Ciet ha
sottoscritto intese ed impegni tutti
disattesi, sono richiamati al ruolo
di garanti istituzionali rispetto
ad un atteggiamento intollerabile
dell’azienda.
Per queste ragioni e per la
necessità di un confronto con
l’azienda, che avvenga in una sede
istituzionale di garanzia per i lavo‑
ratori e le organizzazioni sindacali,
il Coordinamento nazionale ha
dichiarato un pacchetto di 24 ore
di sciopero con una prima fermata
di 8 ore precedute dalle assemblee
per giovedì 1° dicembre con presi‑
dio in tutti i cantieri.
Pa.Ce.
7 dicembre, in occasione dell’ini‑
ziativa pubblica organizzata con i
lavoratori e le istituzioni pistoiesi,
faremo il punto della situazione,
mettendo sul tavolo tutte le in‑
formazioni di cui disponiamo e
aprendole ad un confronto aperto
e trasparente».
«Il successo della manifesta‑
zione – dice il sindaco Renzo
Berti – non è stato solo quello dei
numeri con quattromila presenze
di lavoratori da tutta Italia, ma nella
piazza ho percepito una forte unità
tra sindacati, rsu e lavoratori che
compatti chiedono che un settore
strategico come quello ferroviario
non venga smantellato, ma al con‑
trario rilanciato».
Da parte dei sindacati c’è pre‑
occupazione, ma anche soddisfa‑
zione per l’alta partecipazione alla
manifestazione di Roma.
«Il governo - afferma il se‑
gretario provinciale della Fiom,
Nicola Riva - dovrà prendere atto
dell’iniziativa e tirare le giuste con‑
clusioni». Lo stesso Riva aggiunge
che «a questo punto è attesa la
convocazione delle rappresentanze
sindacali a Roma, dopo la riunione
del Consiglio di amministrazione
di Finmeccanica (previsto per il 1°
dicembre, ndr), nel corso del quale
non è escluso che cadano alcune
teste».
Il governatore, Enrico Rossi,
presente alla manifestazione con
il gonfalone della Regione Toscana,
parla della necessità di trovare
«soluzioni nazionali», aggiungendo
di aver già chiesto un incontro al
ministro Corrado Passera. «La crisi
di questa azienda è tale - aggiunge
Rossi - che richiede interventi
diretti da parte del Governo, a
partire da un dato positivo: le com‑
messe acquisite costituiscono una
risorsa importante e un riconosci‑
mento nazionale delle professiona‑
lità e capacità produttive di Ansal‑
doBreda. Chiediamo il risanamento
dell’azienda e il suo rilancio, non
la svendita, né lo spezzatino delle
imprese del gruppo, cosa assoluta‑
mente da evitare».
“Beni comuni
e ambiente”
Una politica diversa sui rifiuti per vivere
meglio la nostra città
di Matteo Pieracci
S
e ne parla da tempo, del quotidiano problema dello smaltimento
dei rifiuti e di quali siano le strade per cercare di superare un
problema nazionale che rischia di ridicolizzarci a livello europeo.
Ma nonostante le tante voci di esperti, posizioni partitiche e di‑
battiti pubblici, il problema rifiuti persiste sempre.Vi sono città in cui vi
è una vera e propria emergenza (pensiamo ad alcuni comuni campani) e
altre che sembrano aver trovato la giusta soluzione a tale problematica
(Novara e Treviso in primis). In questi giorni, a seguito della definizione
del Piano interprovinciale sui rifiuti, che riguarda le zone di Pistoia, Firen‑
ze e Prato, il problema della smaltimento è tornato d’attualità anche nel‑
la nostra città. Nei giorni scorsi Giuliano Ciampolini, responsabile del fo‑
rum “Beni comuni e ambiente” per conto del partito Sinistra Ecologia e
Libertà, ha illustrato le proprie perplessità riguardo al nuovo Piano inter‑
provinciale sui rifiuti: “Sinistra Ecologia e Libertà ha discusso ed elabora‑
to un documento di tre pagine in cui si esprimono pareri critici riguardo
questo piano. Secondo Sel, serve una politica più moderna per quanto
riguarda lo smaltimento dei rifiuti, una politica che noi ad oggi non ve‑
diamo. Si contesta quindi il fatto che la maggior parte degli investimenti
siano destinati agli inceneritori, a discapito quindi di un potenziamento
della raccolta differenziata porta a porta. Non dimentichiamoci che at‑
tualmente, la quantità di rifiuti nella zona cosiddetta -Toscana Centro-,
zona di cui Pistoia fa parte, è di 1 milione di tonnellate circa, quantità
che potrebbe essere notevolmente ridotta attraverso politiche quali la
raccolta differenziata domiciliare”. Il discorso sui rifiuti potrebbe essere
infinito, ed annoverare più voci ma sicuramente ciò che manca da Nord
a Sud è una maggiore sensibilizzazione che va di pari passo al processo
educativo, e che allo stato attuale delle cose dovrebbe essere il primo
obiettivo. L’obiettivo realistico di raggiungere almeno il 65% nel 2015 di
raccolta differenziata domiciliare nella nostra zona è attuabile, ma servo‑
no politiche nuove e meno conservatrici. I risultati da raggiungere sono
appetibili per la collettività e sono rappresentati da una riduzione nella
quantità dei rifiuti, un miglioramento della qualità delle materie seconde
e del riciclaggio di esse nel mercato. La posta in gioco è alta, e non si
tratta solo di un maggior risparmio in termini economici, ma anche e
soprattutto del benessere dei cittadini e dell’ambiente stesso.
Vita
La
4 DICEMBRE 2011
comunità e territorio
n. 43
VIVAISMO
Diploma verde al presidente
della Regione Toscana
Riconoscimenti al sindaco Berti, al presidente della Provincia
Fratoni e all’assessore regionale Salvadori
di Patrizio Ceccarelli
L’
Associazione pro‑
duttori del verde
Moreno Vannucci ha
assegnato il Diploma
Verde al presidente della Regione
Toscana Enrico Rossi. La consegna
del premio è avvenuta nel corso
di una cerimonia che si è svolta
nella Sala Nardi della Provincia, alla
presenza delle autorità e di tanti
vivaisti.
Il riconoscimento, giunto alla
sua XI edizione, consiste in un tro‑
feo che ogni anno viene assegnato
ad un personaggio, che pur non
operando nel settore specifico, ab‑
bia dimostrato di aver recepito con
sensibilità la situazione del mondo
agricolo e particolarmente del flo‑
Benefici per il diritto
allo studio
cade il 13 dicembre il termine per presentare
la domanda presso al Comune di Agliana per
l’erogazione dei benefici individuali relati‑
vi al diritto allo studio nell’anno scolastico
2011/2012.
La locale amministrazione comunale sottolinea
con particolare soddisfazione il fatto, “finora senza
precedenti, che, in un momento di grave incertezza dei
trasferimenti statali e nonostante la scarsità di risorse
economiche, la giunta comunale ha deciso di destinare,
con propria delibera, risorse comunali per i seguenti
importi: 26.000 euro per l’attribuzione delle borse di
studio e 7.000 euro per il rimborso delle spese per
acquisto dei libri di testo. Scelta che, ancora una volta,
conferma la volontà dell’Amministrazione comunale
di sostenere interventi a favore delle fasce più deboli
della popolazione ed, in questo caso, a tutela del di‑
ritto all’istruzione dei minori. Si tratta di importi che
andranno ad implementare quelli che dovranno essere
stanziati dall’amministrazione provinciale di Pistoia”.
Di seguito le agevolazioni previste e le modalità di
accesso alle stesse. Borse di studio riservate agli stu‑
denti frequentanti le scuole primarie e secondarie con
sede nel comune di Agliana, appartenenti a famiglie con
Isee non superiore a 15.000 euro. L’importo è quantifi‑
cato in 150 euro per gli studenti delle scuole primarie
e secondarie di 1° grado e in 250 euro per le seconda‑
rie di 2° grado. Previsto anche il rimborso delle spese
sostenute per l’acquisto di libri di testo da parte di
studenti frequentanti la scuola secondaria di primo e
secondo grado “Sestini” e della scuola secondaria di 2°
grado “Capitini” appartenenti a famiglie con Isee non
superiore a 15.000 euro euro. L’entità del contributo
non potrà essere superiore al valore indicato dalle
circolari ministeriali in materia di adozione dei libri di
testo e sarà determinata in base alle fasce di Isee. Gli
interessati dovranno consegnare le fatture o gli scon‑
trini unitamente all’elenco dei testi acquistati.
Il limite Isee è elevato ad 18.000 euro per gli stu‑
denti disabili con handicap riconosciuto dalla legge
vigente o con invalidità non inferiore al 66%.
Possono presentare l’istanza anche gli studenti
residenti nel Comune di Agliana e frequentanti scuole
localizzate in una regione diversa della Toscana qualora
questa riservi tali provvidenze esclusivamente ai propri
residenti.
Le richieste, per le quali è necessaria l’attestazione
Isee relativa ai redditi percepiti nell’anno 2010, devo‑
no essere compilate presso l’Urp, i benefici verranno
erogati fino alla concorrenza delle risorse disponibili
nel rispetto di graduatorie formate seguendo l’ordine
crescente di Isee. Per ogni informazione e chiarimento:
numero verde 800.131.161.
Marco Benesperi
VI edizione di “Un racconto
per San Marcello”
di Alessandro Tonarelli
I
deato dallo scrittore Giampa‑
olo Merciai e organizzato dalla
Società operaia di mutuo soc‑
corso di San Marcello (Soms
Baccarini), il premio ‘Un racconto
per San Marcello’ è progressivamen‑
te cresciuto di importanza fino ad
ottenere prestigiosi patrocini.
Il concorso, aperto a autori ita‑
liani e stranieri singoli o in gruppo
(classi scolastiche) con una sola
opera inèdita –fiaba, romanzo o
quant’altro- in cui sia fatto riferi‑
mento a San Marcello o comunque
alla montagna pistoiese, si articola
in quattro sezioni: adulti, giovani,
nino Vannucci, il presidente dell’As‑
sociazione Vivaisti Pistoiesi Andrea
Zelari e i rappresentanti delle asso‑
ciazioni professionali agricole.
«Occorre necessariamente ri‑
lanciare il credito agrario agevolato
- ha detto Benesperi -, evidenzian‑
do quanto nel vivaismo il ciclo bio‑
logico produttivo di accrescimento
delle piante sia lento, mentre i costi
degli esercizi pluriennali sono mol‑
to elevati».Per questo Benesperi ha
dato la disponibilità dell’Associazio‑
ne ad organizzare una delegazione
per incontrare il presidente della
Commissione agricoltura dell’Unio‑
ne Europea Paolo De Castro e il
presidente della Bce Mario Draghi.
Per quanto riguarda il credito,
rassicurazioni sono venute anche
dal presidente di Caripit, Gabriele
Zollo, che ha anche messo in evi‑
denza l’ottimo stato di salute del
settore vivaistico.
ASSOCIAZIONE TEATRALE PISTOIESE
COMUNE DI AGLIANA
S
rovivaismo pistoiese.
Premiati anche il sindaco Renzo
Berti, la presidente della Provincia
Federica Fratoni e l’assessore re‑
gionale all’agricoltura Gianni Salva‑
dori, ai quali è andato il riconosci‑
mento per la cultura e il sostegno
dato al vivaismo.
La consegna dei premi è av‑
venuta al termine dell’incontro,
coordinato da Renzo Benesperi, su
«Credito e agricoltura», durante
il quale si è parlato del nuovo or‑
dinamento bancario in materia di
finanziamenti alle imprese agricole
e vivaistiche.
Al forum, che ha visto nella
veste di relatrice la professoressa
Silvia Scaramuzzi dell’università di
Firenze, hanno preso parte, tra gli
altri, il presidente della Cassa di ri‑
sparmio di Pistoia e Pescia Gabriele
Zollo, il presidente del Distretto
rurale vivaistico ornamentale Van‑
11
alunni di scuola primaria e poesia
di autori adulti. I relativi lavori (di
lunghezza massima non superiore a
due cartelle dattiloscritte in A4, ca‑
rattere Times new Romans, dimen‑
sione 12) dovranno essere inviati
entro il 31 gennaio prossimo (farà
fede il timbro postale) in otto copie
completamente anonime –con indi‑
cazioni sulle generalità dell’autore
in busta chiusa inclusa nel plico- a:
Merciai Giampaolo, Casella postale
53, 51028 San Marcello P.se (Pt). I
partecipanti alle sezioni A e D do‑
vranno aggiungere l’attestazione del
pagamento della quota di quindici
euro, quale contributo alle spese
organizzative, sul conto corrente
postale 13442594 intestato a Soms
Baccarini, San Marcello pistoiese.
Per le altre sezioni la partecipazio‑
ne è gratuita. Sono in palio premi in
denaro per complessivi 2.100 euro
nonché targhe, coppe, libri, diplo‑
mi di partecipazione e antologia
contenente le opere finaliste, che
saranno selezionate da apposite
giurie di esperti. La cerimonia di
premiazione si svolgerà nella prima‑
vera 2012.
Info 338 1886839.
Ballata per i bimbi
morti di mafia
D
ebutto con successo dello
spettacolo Cantata per la
festa dei bambini morti di
mafia, venerdì scorso al
Piccolo Teatro Mauro Bolognini.
La pièce, prodotta dall’Associa‑
zione Teatrale Pistoiese, per la regia
di Maurizio Panici e la scenografia
di Giorgio Gori, porta in scena lo
struggente testo in canti di Luciano
Violante, ex presidente della Camera
dei Deputati, da sempre in prima
linea per la difesa della legalità.
La tragedia della mafia, intesa
nella sua nuda essenza di perdita
della dignità sociale, trova nel teatro
un ottimo strumento di riflessione,
nonché una preziosissima occasione
di confronto.
Il progetto si inserisce a pieno
titolo nella rassegna A scuola di teatro,
manifestazione rivolta in primo luogo
agli studenti delle scuole superiori,
incentrata quest’anno sul tema della
legalità possibile.
Accanto alle rappresentazioni
sono stati organizzati interessati
dibattiti con l’intento di istaurare un
dialogo attivo tra i giovani su alcune
delle più urgenti problematiche so‑
ciali, nonché occasione per avvicinare
gli studenti al mondo del teatro.
La crisi delle istituzioni culturali
non ferma l’entusiasmo e la volontà
di intraprendere iniziative di qualità
che ribadiscono l’importanza didatti‑
ca di formare attraverso l’arte.
Chiuderà la serie delle tre mani‑
festazioni iniziata con Atridi, rivisita‑
zione dell’Orestea di Eschilo, lo spet‑
tacolo Gomorra, tratto dal libro di
Roberto Saviano, in cui sono ancora
una volta i giovani a farsi portavoce
delle conseguenze devastanti che
crescono con la malavita organizzata.
Alice Bresci
PRESIDENZA E DIREZIONE GENERALE
Largo Treviso, 3 - Pistoia - Tel. 0573.3633
- [email protected] - [email protected]
SEDE PISTOIA
Corso S. Fedi, 25 - Tel 0573 974011 - [email protected]
FILIALI
CHIAZZANO
Via Pratese, 471 (PT) - Tel 0573 93591 - [email protected]
PISTOIA
Via F. D. Guerrazzi, 9 - Tel 0573 3633 - [email protected]
MONTALE
Piazza Giovanni XXIII, 1 - (PT) - Tel 0573 557313 - [email protected]
MONTEMURLO
Via Montales, 511 (PO) - Tel 0574 680830 - [email protected]
SPAZZAVENTO
Via Provinciale Lucchese, 404 (PT) - Tel 0573 570053 - [email protected]
LA COLONNA
Via Amendola, 21 - Pieve a Nievole (PT) - Tel 0572 954610 - [email protected]
PRATO
Via Mozza sul Gorone 1/3 - Tel 0574 461798 - [email protected]
S. AGOSTINO
Via G. Galvani 9/C-D- (PT) - Tel. 0573 935295 - [email protected]
CAMPI BISENZIO
Via Petrarca, 48 - Tel. 055 890196 - [email protected]
BOTTEGONE
Via Magellano, 9 (PT) - Tel. 0573 947126 - [email protected]
12
P
istoia è una città ricca di
cori che si esprimono in
tutti i repertori musicali.
Fare parte di un coro
è un impegno non da poco: per
imparare a cantare insieme bisogna
studiare e ripetere prove su prove,
in continuazione, ogni settimana, ogni
mese, ogni anno. Esibirsi in un teatro,
in una chiesa, in un auditorium è la
ricompensa per tutti questi coristi,
che cantano solo per soddisfazione
personale e corale. Spesso queste
esibizioni hanno scopi benefici, come
raccolte di fondi per popolazioni
colpite da calamità o per sostegno
alla ricerca e alla vita.
Il coro che meglio rappresenta la
nostra città è sicuramente il coro
polifonico “Città di Pistoia” diretto
dal maestro Gianfranco Tolve. E’ un
coro che ha alle spalle una lunga tra‑
dizione, oltre 30 anni di esperienza
e cantori solisti: tenori e soprani
che ne arricchiscono le esecuzioni.
Presenta un vasto repertorio che va
dalla musica rinascimentale a quella
contemporanea e popolare, sia sacra
che profana.
Un altro coro che merita un
cenno particolare è il Coro “Gen‑
zianella” nato oltre 50 anni or sono,
nell’ambito del Centro Turistico
Giovanile, dall’entusiasmo di un
gruppo di amici. Era il 1955. Don
Siro Butelli raccolse e mise insieme
tanti giovani di varie associazioni
cattoliche: S. Leone, Immacolata ed
altre e fu disponibile ad insegnare a
tutti a cantare insieme e a fondersi
in un vero coro. Continuano a can‑
tare, diretti da Bastiano Galligani, la
montagna e la gioia di essere ancora
e sempre un coro di amici.
Il coro alpini “SU INSIEME” è
GRUPPI VOCALI
Un coro di alpini
nella città di Pistoia
nato spontaneamente, quasi per
gioco, in seno al gruppo alpini di
Pistoia nel 1993, quando fu sentito
il desiderio di cantare non in modo
improvvisato, ma strutturati in coro
per cantare al meglio le cante, sempre
intonate negli incontri alpini.
Prendono il nome dal motto
“Su’nsema” di una Compagnia di
alpini della soppressa Brigata Oro‑
bica. Loro lo hanno adottato perché
rispecchia il modo di sentirsi alpini
all’interno del coro.
Pistoia e tutta l’alta Toscana sono
state zona di reclutamento degli alpi‑
ni fin dal 1872, anno di costituzione
del corpo. Dai nostri Appennini sono
partiti migliaia di giovani per il servi‑
zio militare di leva nelle brigate alpine:
Cadore, Julia, Taurinense, Orobica,
Tridentina.
Qui, insieme, nella difficile vita in
alta montagna, tra ghiaccio e neve,
bufere, frane, valanghe, lungo sentieri
aspri e vie ferrate vertiginose, hanno
capito e sviluppato il valore inestima‑
bile della solidarietà. Qui, finalmente,
la sera intorno al fuoco acceso in
una osteria, hanno conosciuto tante
belle canzoni e il piacere di cantarle
insieme in amicizia ed armonia.
Canti che raccontano storie
d’amore, canti allegri o venati di no‑
stalgia quando parlano di un rifugio
ideale o di un tramonto che azzurra
le colline. Canti solcati dal dolore per
le sofferenze patite nelle guerre, per
gli amici perduti e per la lontananza
cocente dagli affetti più cari.
Canti di guerra, come “Joska la
rossa”, che dicono la gratitudine per
un sorriso donato ai nostri soldati da
una ragazza in terra di Russia.
Nell’ottobre dell’anno 2001 que‑
sto coro, diretto dal maestro Paolo
Pacini, è diventato il coro ufficiale
della sezione di Firenze rappresen‑
tando cosi ben 30 gruppi alpini della
Toscana e dell’Umbria.
Nel 2003 in occasione del decen‑
nale della fondazione hanno inciso un
CD di 14 cante con una particolarità:
ogni canta ha il suo commento, re‑
citato da Pierluigi Zollo, noto attore
pistoiese, recentemente scomparso.
Gli inviti provenienti da ogni
parte d’Italia sono innumerevoli ed
ogni anno a partire dal 1997 il coro è
sempre stato presente alla Rassegna
di cori nelle Adunate nazionali degli
alpini che si tengono ogni anno, la
seconda domenica di maggio, in una
diversa città italiana.
Il 20 dicembre 2008 per festeggia‑
re 15 anni di attività, il coro ha pre‑
sentato nel Piccolo Teatro Bolognini il
suo secondo Cd, costato tanto impe‑
gno e tanta fatica. Mi piace riportare
qui le parole con le quali il presidente
del coro Ana Paolo Degl’Innocenti
presenta questo lavoro:“…Abbiamo
cantato in questo nostro 2° Cd la
terra degli alpini e per tutte le penne
nere: per quelle più fortunate che
sono tornate dai campi di guerra e
per quelle che non sono più tornate
lasciando nel dolore madri, spose,
figli. E abbiamo cantato per tutti gli
alpini in arme, attori indiscussi im‑
pegnati in missioni di pace all’estero,
e per i nostri alpini volontari facenti
Vita
La
n. 43 4 DICEMBRE 2011
parte di quella insostituibile strut‑
tura sociale ed umanitaria che è la
Protezione civile. E ancora abbiamo
cantato per i giovani, per essere loro
più vicini e far conoscere questo at‑
taccamento alle nostre memorie e ai
nostri ideali, e per gli anziani, per farli
sentire sempre presenti e testimoni
di due epoche, quella di ieri e quella
di oggi. E abbiamo cantato con tanta
tristezza per i nostri amici coristi che
in questi ultimi anni ci hanno lasciato
per sempre. E’ a voi, Ennio, Enzo,
Giancarlo, Mauro, che dedichiamo
questa nostra registrazione. Grazie
amici coristi protagonisti di questo
importante ed ambizioso progetto.
Grazie maestro Paolo Pacini che
tanto ci hai insegnato.”
Il 20 dicembre 2010 il coro “Su
Insieme” ha partecipato al concerto
di Natale della Coralità di montagna
organizzato come ogni anno, dagli
Amici della Montagna, nell’Aula di
Montecitorio, li, con altri 10 cori,
in rappresentanza di ogni regione
d’Italia, in finale hanno intonato
tutti insieme il brano: la Montanara
di Pigarelli, il pezzo più classico nel
repertorio di montagna.
Anche quest’anno all’adunata di
Torino il 7‑8 maggio 2011, dove si
festeggiavano i 150 anni dell’unità
d’Italia, con Torino prima capitale
del regno, il coro “Su Insieme” ha
ben rappresentato la Toscana con un
concerto nella chiesa di San Massimo
patrono della città.
Ora, grazie al nuovo maestro
Riccardo Cirri, che ha trasmesso ai
suoi studenti più sicurezza, i nostri
coristi hanno rinnovato entusiasmo
e buonumore e la voglia di cantare
ancora a lungo nei loro incontri alpini.
Fidalma Menichini Bucci
sport pistoiese
S
Solidarietà
ettimane intense al Ceis
(Centro Italiano di Solidarie‑
tà) di Pistoia. Gli operatori
del Centro, intanto, hanno
stabilito di non trascurare lo sport,
proiettandosi sul fitness. In una delle
comunità, infatti, è stata inaugurata
una piccola palestra (nella foto, l’in‑
terno): uno spazio da dedicare al proprio fisico. L’idea è stata di Francesco Mannucci, edu‑
catore e personal trainer, e ha inteso offrire ai ragazzi la possibilità di mantenere un corpo
in forma, proponendo loro esercizi specifici in base alle varie esigenze. Ma la vera e propria
novità proposta è stata il sacco della boxe. All’inizio si è registrato un po’ di stupore, poi
tramutatosi in dissenso sia da parte degli operatori che dei ragazzi, che guardavano al sacco
come a un brutto mostro. Il pugilato è visto, spesso, come uno sport violento, ma, pian piano,
è stato spiegato loro che l’obiettivo è quello di convogliare rabbia e altri pessimi impulsi su
quel sacco piuttosto che su oggetti o persone, ovvero convertire un sentimento negativo in
un’azione positiva, che porta benefici al corpo. Nella palestra, oltre a una panca per gli addo‑
minali e a dei bilancieri, sono state inserite anche due palle mediche, da 3 e 5 chilogrammi
l’una, attrezzi che servono a unire la volontà di perdere massa grassa al senso ludico, che
mai deve mancare ad ogni età. I ragazzi si sono, infine, dimostrati entusiasti; vengono seguiti
personalmente e possono utilizzare lo spazio-palestra quattro ore a settimana.Verranno,
pian piano, rieducati all’importanza del riscaldamento e dello stretching e di uno sforzo fisico
sano, fatto nel modo corretto. Poi c’è stato un pomeriggio di festa e intima commozione. È
quanto si è percepito al centro di recupero “Il Poggiolino”, pieno di gente per un avvenimen‑
to che ha arricchito di significati e attese la comunità intera. Una giovane madre, durante il
faticoso percorso di rinascita verso un’esistenza più responsabile e ricca di valori, ha sentito
il bisogno di avvicinarsi alla fede e, dopo aver
goduto di un’attenta preparazione, ha rice‑
vuto i tre sacramenti fondamentali: il Batte‑
simo, la Comunione e la Cresima. Il vescovo
di Pistoia, Monsignor Mansueto Bianchi,
ha celebrato la Messa durante la quale ha
impartito i sacramenti, mettendo in risalto,
nell’omelia, i valori di una “rinascita” che va
oltre la vita fisica e che, arricchendola, ne
celebra il valore e il dovere di preservarla
nella sua dignità e la proietta in una dimen‑
sione universale e atemporale.
Gianluca Barni
Una palestra
per il Ceis
Calcio - Basket
Tempi Supplementari
di Enzo Cabella
S
e dovessimo prendere le ultime
prestazioni della Tesi Group e della
Pistoiese ci sarebbe da preoccu‑
parsi non poco sul loro futuro. La
squadra di basket è stata sconfitta a Reg‑
gio Emilia, sommersa da un da autentico
tsunami. Alla fine del match ben 48 punti
dividevano quelli segnati dalla formazione
emiliana da quelli della squadra pistoiese.
Mai, nella storia del basket di casa nostra,
una formazione pistoiese era stata così
dominata, asfaltata da un avversario. A conti
fatti, la Tesi Group non è mai entrata in par‑
tita, sul parquet c’era una squadra fantasma
che non è mai riuscita a raccapezzarsi ed
organizzare una manovra appena decente
per contrastare la soverchiante superiorità
di Reggio. Una brutta e avvilente sconfitta,
che non solo riporta sulla terra la squadra
di Moretti ma spazza via i facili entusiasmi
e le possibilità di un inserimento nella lotta
al vertice. Nessuno è convinto che la Tesi
Group sia una squadra mediocre, tale da
subire sconfitte con punteggi così devastan‑
ti. E’, invece, una buona squadra, che potrà
recitare un ruolo importante in campio‑
nato, diciamo pure da outsider. L’assunto è
provato dal fatto che la compagine ha un
buon tasso tecnico e agonistico e alcuni
giocatori (Galanda, Hardy, Jones) qualità
di prim’ordine. Ma certe figure come quella
vista a Reggio Emilia non sono più ammis‑
sibili.
La Pistoiese non è stata da meno. Dopo le
brillanti prove offerte contro due protago‑
niste del campionato (Forlì e Castelfranco
Emilia), si pensava che la squadra arancione
potesse continuare il trend positivo. Cosa
più che possibile, visto che ospitava allo sta‑
dio Melani il Villafranca, con uno score me‑
diocre: penultimo posto in classifica, 9 reti
all’attivo (peggior attacco del campionato),
23 al passivo (seconda peggior difesa del
torneo), insomma un avversario che non
incuteva il minimo timore, il successo degli
arancioni era scontato. Invece, è successo
che la rete subita dopo appena due minuti
di gioco abbia bloccato la squadra di Indiani,
che tuttavia è riuscita a pareggiare, vivifi‑
cando le speranze di una possibile vittoria.
Invece, ancora ad inizio secondo tempo, la
formazione veronese ha segnato il secondo
gol e a quel punto per la Pistoiese la rimon‑
ta è stata come scalare l’Everest. Un brutto
kappaò, che penalizza e mortifica il lavoro
svolto da dirigenti e tecnici e cancella ogni
speranza di playoff. Sarà bene metter da
parte ogni velleità e ambizione e guardare
più da vicino alla salvezza, pensando a co‑
struire già da ora la squadra per la prossima
stagione.
Vita
La
Verso nuove
strutture
di governo mondiali
4 DICEMBRE 2011
dall’Italia
n. 43
ECONOMIA E FINANZA
Una forza morale
le nazioni si uniformino.
L
e cose si complicano
pesantemente in econo‑
mia, finanza, gestione dei
debiti pubblici. E la Chiesa
universale, attraverso le sue realtà
culturali, guarda alle sorti del mondo,
in questo settore centrale per il so‑
stegno dei piani sociali e di sviluppo,
parlando a più voci. Una prova si è
avuta nei giorni scorsi a Roma, dove
la Pontificia Università Lateranense
(info: www.pul.it), tramite la sua area
internazionale di ricerca, insieme alle
“Settimane Sociali dei cattolici italia‑
ni”, ha indetto un colloquio aperto a
studiosi italiani e stranieri sul tema
“Il ruolo delle istituzioni alla luce dei
principi di sussidiarietà, di poliarchia
e di solidarietà”. La preoccupazione
è fondata e se ne è fatto portavoce il
rettore della Lateranense, il vescovo
Enrico Dal Covolo, quando ha affer‑
mato: “Con la crisi internazionale,
che si prolunga ormai da diversi anni,
le condizioni stesse dello sviluppo
economico e sociale vanno cambian‑
do in profondità e, probabilmente,
in modo irreversibile. Sembrava
inizialmente che si trattasse di una
crisi passeggera, solo finanziaria, e
perciò - in un certo senso - ‘virtuale’.
Poi si è dovuto constatare come
essa abbia determinato ripercussioni
sull’economia reale, sull’occupazione,
sulla disponibilità di beni essenziali,
sulla politica”. Così i motivi di allarme
sono divenuti concreti fattori con i
quali fare i conti: posti di lavoro in
meno, aziende che chiudono o si
trasferiscono in Paesi a minor costo
del lavoro, giovani che non trovano
lavoro, intere zone del Paese (e del
mondo) che rischiano il declino.
È
stato soprattutto un ge‑
sto simbolico, la voglia di
reagire ad una situazione
in cui l’intera nazione
appare impotente di fronte ad un
fenomeno di portata planetaria. Il
Btp-day di lunedì 28 novembre –
l’acquisto di titoli di Stato italiani
favorito dalla mancata richiesta
da parte delle banche delle com‑
missioni di intermediazione – ha
registrato un buon successo nella
parte più delicata della questione:
la fiducia.
C’è sì stato un forte aumento
delle transazioni (doppie rispetto
ai giorni precedenti, con molti
acquisti fatti per poche migliaia di
euro), segno che l’appello a soste‑
nere il nostro debito pubblico si
è fatto strada in molti portafogli
italiani. Ma soprattutto si è fatto
strada nei cuori, nella voglia di
ridare fiducia al sistema-Italia, nel
desiderio-necessità di riappro‑
priarci del nostro destino.
Non poteva certo essere una
simile mossa a cambiare il corso
delle cose: un miliardo di euro
di acquisti deve infatti scontrarsi
con l’imponente mole (1.900 mi‑
liardi) di debito pubblico italiano
detenuto da investitori di tutto
il mondo. Ma quel che deve fare
oggi l’Italia è soprattutto con‑
vincere il mondo che siamo una
nazione forte, patrimonializzata,
Cominciare dalla
Autorità politica
mondiale
Tra le “ricette” avanzate nei due
giorni di lavori del colloquio interna‑
zionale, quella suggerita dal vescovo
mons. Mario Toso, segretario del Pon‑
tificio Consiglio della giustizia e della
pace, ha suscitato un vivo interesse:
“Di fronte ai vari e gravi problemi di
carattere economico, finanziario e
sociale presenti oggi a livello mon‑
diale si rende evidente l’esigenza di
una vera autorità politica mondiale,
che non è una novità per la Chiesa
perché venne già tratteggiata vari
decenni fa dalla ‘Pacem in terris’ di
Giovanni XXIII”. Il vescovo, facendo
riferimento alla “Caritas in Veritate”
di Benedetto XVI, ha parlato della
necessità di una riforma del sistema
monetario e finanziario internaziona‑
le, alla luce “dell’esigenza di giustizia
sociale globale”, e “nella prospettiva
di un’autorità pubblica a competenza
universale”. “Tale autorità - ha spie‑
gato - dev’essere una forza morale,
basata su un principio unitivo e co‑
ordinativo superiore, avente la facoltà
di comandare secondo ragione e di
obbligare in virtù di un ordine morale
orientato al bene comune”. I vari stu‑
diosi presenti hanno concordato con
tale prospettiva, segnalando semmai
la obiettiva difficoltà d’individuare
figure di alto profilo politico e mora‑
le, in grado di ricoprire tali incarichi
dentro un ente sovrannazionale che
sia rispettato da tutti e ai cui ordini
finanza
Del resto, se non si dovesse
giungere a un tale coordinamento
sovrannazionale delle diverse spinte
politiche ed economiche che intera‑
giscono tra le grandi aree del mondo,
il rischio di “deflagrazione” appare
tutt’altro che un’ipotesi. La crisi
finanziaria mondiale ne è una prova
con il suo corollario di disoccupa‑
zione, impoverimento, conflitti, fame,
sottosviluppo. E allora, compiendo
dei passi realisticamente possibili,
senza invocare strutture che proba‑
bilmente necessiteranno di un lungo
periodo di gestazione, mons.Toso ha
indicato almeno l’obiettivo di attiva‑
re forme di controllo e governo dei
mercati finanziari, primo passo verso
strutture di governo sovrannazionali.
“I sistemi economici, monetari e
finanziari -ha detto- sono da consi‑
derare ‘beni pubblici’ al pari di acqua,
aria, ambiente ecc. Del resto le crisi
finanziarie creano gravissimi danni
per le ricadute sulle nazioni e po‑
polazioni, specie sui più deboli”. “Di
fronte alla finanza e alle sue storture
-ha aggiunto- si tratta di ridimensio‑
nare il leviatano economico, che è
organizzato come un super-potere
e che sta dimostrando di sovrastare
le nazioni”. Per questo ha invocato
“mercati sicuri, liberi e trasparenti”
che possano essere messi a dispo‑
sizione di tutti. Realtà già presenti e
operanti, quali il Fondo monetario
internazionale e la Banca mondiale
“non devono essere cancellate ma
vanno riformate in prospettiva del
primato della politica”.
BTP DAY
La voglia di reagire
Un gesto simbolico per una svolta concreta
di Nicola Salvagnin
con un’economia tutto sommato
sana, con la capacità quindi non
solo di pagare gli interessi su quel
debito, ma pure di poterlo ridurre
nel corso dei prossimi anni.
È questo che ci sta affossando.
Gli investitori giapponesi, i fondi
sovrani del Golfo, i fondi pensione
canadesi od olandesi, le banche
d’affari di Singapore o di New
York (in una parola, “i mercati”):
sono in troppi a non credere più
anzitutto nell’euro, e a pensare
che l’anello debole della moneta
sia l’Italia. L’impalcatura più fragile
di una moneta artificiale, senza un
vero Stato dietro alle spalle.
Quindi, che fa questa pletora di
investitori? Vende, anzi si libera
dei nostri titoli di Stato. E i prezzi
degli stessi da settimane sono in
caduta libera. E i nuovi colloca‑
menti di Bot e Btp scontano que‑
sta sfiducia: per trovare acquirenti,
abbiamo dovuto promettere loro
quasi il doppio degli interessi che
pagavamo solo quattro mesi fa.
Allora ricompriamocelo, que‑
sto debito pubblico. Noi italiani
sappiamo bene qual è la realtà
del nostro Paese. Sappiamo
che non siamo né la Grecia né
un’economia sottosviluppata. Che
un’azione di governo ben mirata
può rimetterci in carreggiata. Che
quindi non c’è ragione di temere
il fallimento dell’Italia.
Riacquistiamo questi Btp che gli
stranieri vendono a basso prez‑
zo! Sono un vero affare proprio
perché si possono acquistare ap‑
punto a basso prezzo. Basterà te‑
nerli fino a scadenza per vederseli
rimborsati interamente, ed in più
incassare le cedole degli interessi.
Una buona occasione per i nostri
risparmi, con la garanzia dello Sta‑
to italiano. Ci credete, nel vostro
Stato?
Metà del nostro debito pubblico è
in mani straniere. Riappropriamo‑
cene, invertiamo il trend. Avremo
di nuovo il futuro nelle nostre
mani, e chi avrà avuto “coraggio”
oggi, farà un affare per il futuro.
Nel contempo, mandiamo nei
palazzi europei i nostri governanti
a chiedere al duo Merkel-Sarkozy
che intenzioni ha.Vogliono dei veri
Stati Uniti d’Europa, con una mo‑
neta potente e un ruolo effettivo
nel pianeta? O vogliono tornare
ai loro particolarismi, mandando
a monte sessanta anni di pace,
benessere, sviluppo dell’intero
continente?
Qui urge chiarezza immediata.
Perché è veramente questo che
pensa di noi il resto del mondo:
l’Unione europea è un castello
di carte. Da spazzare via per fare
chiarezza. Se così fosse, l’Italia do‑
vrà ripensare la propria posizione
nella geo-politica mondiale: se
siamo l’appendice mal sopportata
di una Grande Germania allargata,
ritroviamo il nostro spazio nel
Mare Nostrum, laddove siamo
centrali e all’avanguardia per un
bacino su cui convergono oltre
300 milioni di persone, dalla
Turchia al Marocco, dalla Spagna
all’Egitto. Oggi come duemila anni
fa.
13
Onora
i doveri
fiscali,
prediche
per il
risanamento
di Domenico Rosati
Pare che i cittadini dell’Urbe avessero
sempre un buon motivo per non
pagare le tasse: una volta perché
comandava il papa, una volta perché
comandavano i carcerieri del papa ...
Ma l’abitudine era ed è ben più estesa;
in tutta Italia è talmente radicata che
la si considera parte del paesaggio. E
c’è sempre una scusante, perché sempre c’è un potere prevaricatore che
spreme il limone del popolo. Il quale,
giocoforza, si difende ingannando il
potere. Non è dunque invenzione di
Berlusconi la dottrina per cui, oltre una
certa soglia di prelievo, il sottrarsi ai
doveri fiscali sarebbe legittima difesa.
Ora però ‑effetto della crisi‑ ci si
accorge che tale mentalità solidificata (Giovanni Paolo II l’avrebbe
forse chiamata “struttura di peccato”)
ostacola irreparabilmente gli sforzi
necessari ad attenuare gli effetti del
dissesto economico, determinato dalle
avventure del capitale finanziario. E’
accaduto quando, con le manovre di
agosto, il governo, sia pure col cuore
sanguinante, ha ritenuto di dover
“mettere le mani nella tasche degli
italiani” contravvenendo al proprio
totem liberista. E così, per far quadrare
i conti di un risanamento problematico,
ha pensato di computare tra le entrate
dello stato i proventi del “contrasto
all’evasione fiscale” Ma i referenti
della manovra (la Bce e soprattutto i
mercati) non hanno preso per buona
la trovata, adducendo che il prodotto
del recupero dell’evasione non è quantificabile in via preventiva.
Ragione tecnica ineccepibile. Che si
aggiunge alla consapevolezza del
conclamato costume italiano di renitenza ai richiami civici. Come si fa a
credere alla lotta all’evasione, quando
è noto che ne sappiamo una più del
diavolo, se si tratta di venir meno ai
“doveri di solidarietà”, pure scritti nella
Costituzione?
Tentativo
e libretto
Come finirà l’operazione contabile in
cui tutto il paese è immerso, è difficile
da prevedere. Ma il tema dell’evasione
resta, anzitutto, un problema di cultura
che riguarda, in ultima analisi, il modo
con cui ognuno di noi considera glì altri
e il prossimo, prendendone in carico
le esigenze.
E particolarismo italico, di cui ragionò
Guicciardini, è organicamente refrattario al bene comune, se non come
residuo dell’appagamento individuale.
Dunque ogni tentativo va compiuto,
perché tutti paghino le tasse. Soprattutto, si dovrebbero attivare tutti
i centri in grado di concorrere a una
grandiosa opera di pedagogia sociale.
In proposito, una volta Romano Prodi
lamentò l’assenza di prediche sull’argomento. Non va chiesto ai parroci di
chiamare i fedeli a offrire l’oro alla
Patria, come dovettero fare nel 1936,
ai tempi della guerra d’Abissinia.
Basterebbe che si applicassero a
illustrare la connessione tra l’essere
cristiani e l’onorare il fisco come dovere di coscienza.
14 dall’italia
O
ffrire nuova speranza
alla politica genovese. È
l’obiettivo della neonata
associazione “Primavera
politica” che è stata pre‑
sentata ufficialmente nei giorni scor‑
si durante un incontro pubblico che
si è svolto nell’aula magna dell’Isti‑
tuto delle Suore Ravasco. Nell’occa‑
sione è stato illustrato il nome e il
logo dell’associazione e le tappe del
cammino politico che porterà fino al
prossimo appuntamento elettorale
della primavera 2012, dove “Prima‑
vera politica” presenterà, oltre alla
candidata sindaco Simonetta Saveri,
una lista di candidati per le elezioni
amministrative. A questa iniziativa
se ne stanno aggiungendo altre ana‑
loghe avviate in alcune città italiane.
Al centro
la dignità umana
“La nostra associazione - ha
spiegato Simonetta Saveri - nasce da
persone cattoliche che non vogliono
certo nascondere la loro storia e
la loro identità ma che desiderano
compiere questo percorso nella
laicità anche con chi non è credente
ma condivide gli stessi valori fondati
sulla dignità della persona umana
e le stesse priorità. Riteniamo che
questo sia un punto fondamentale:
credenti e non credenti insieme al
servizio della dignità della persona
umana, nella chiarezza di alcuni
valori irrinunciabili”. “La spinta a
creare tutto questo - ha affermato
Paolo Pedemonte, dell’ufficio stampa
dell’associazione - è arrivata anche
dal Santo Padre che più volte ha
espresso la necessità di un concre‑
to impegno di giovani cattolici nel
modo politico. A questa chiamata,
ma anche a quelle magnifiche parole
che Karol Wojtyla ha pronunciato
a Tor Vergata nel 2000: ‘Voi non vi
rassegnerete ad un mondo in cui
altri esseri umani muoiono di fame,
restano analfabeti, mancano di lavo‑
ro’ - noi abbiamo risposto di sì, e
siamo pronti per lavorare per il bene
comune”.“Da cattolici - ha aggiunto
Pedemonte - non possiamo che dire
che dedicarsi alla politica sia uno
dei mezzi più nobili per fare carità,
offrire un servizio professionale,
ma disinteressato, per il bene della
nostra città”.
Lavorare insieme
per cambiare
“La presentazione di una nuova
associazione politica e culturale - ha
detto ancora Saveri - ci riempie di
gioia e siamo contenti di condivi‑
derla insieme, soprattutto in que‑
sto momento di crisi economica,
sociale, politica, di tanta difficoltà
per la nostra città e per il nostro
Paese”. Infatti, ha proseguito, “ci si
può abbandonare alla rabbia o si può
cercare di cambiare le cose, insie‑
me”. “Fondare questa associazione
- ha proseguito Saveri - è anche
l’occasione per intraprendere un
percorso educativo, nel nome della
speranza; abbiamo l’opportunità di
mostrare che si può ancora credere
in qualcosa, che è bello ed è possibile
impegnarsi per i propri valori e i
propri ideali”.
I 10 “sì” da cui
partire
“Disinteressarsi della politica - ha
detto ancora Saveri - significa di‑
sinteressarsi del bene dell’altro, del
nostro prossimo e questo non è
Vita
La
n. 43 4 DICEMBRE 2011
GIOVANI E POLITICA
Aria di primavera
Presentata a Genova un’associazione
e annunciata una rete nazionale
di Adriano Torti
più possibile”. La volontà dei dodici
giovani fondatori è di una politica
che riparta dal basso e sia anima
della città. Hanno fatto loro parole
come “legami, relazioni, famiglia, gioia,
amore e speranza”. Parole che loro
stessi definiscono “inusuali nell’am‑
bito della politica ma sono parole
che abbiamo usato in questi mesi
ed hanno riempito il cuore a noi e a
molti”.“Non è più accettabile sentire
“U
n territorio
ferito che con‑
tinua ad essere
ferito, fino alla
morte. Forse non dobbiamo
più chiamare emergenza eventi
divenuti normalmente attesi e
annunciati. Il dissesto del terri‑
torio e soprattutto il prezzo che
si continua a pagare in termini di
vite umane non può e non deve
più accontentarsi di interventi
emergenziali, ma esige un piano
organico di messa in sicurezza e
un’attenzione costante”. È l’appel‑
lo accorato di mons. Francesco
Montenegro, arcivescovo di Agri‑
gento e vescovo delegato per la
Sicilia per la pastorale della carità
e la salute, che durante il 35°
convegno nazionale delle Caritas
diocesane che si è svolto a Fiuggi,
dal 21 al 23 novembre, ha com‑
mentato il bilancio drammatico
dell’ondata di maltempo. Quattro
le zone colpite: Castroreale, Mi‑
lazzo, Barcellona Pozzo di Gotto
e Saponara, dove ci sono state
tre vittime (tra cui un bambino di
dieci anni), nella frazione di Scar‑
celli, nel comune di Saponara, a
causa di una frana sulle abitazioni.
Intorno è un mare di fango che
ha invaso le case, gli sfollati sono
ospiti presso parenti o amici, una
ventina di persone disabili presso
una struttura di accoglienza. E l’al‑
lerta meteo è stata estesa a Cala‑
bria, Sardegna, Basilicata e Puglia.
Il cordoglio
dell’arcivescovo
“Auspichiamo che le istituzioni si
facciano carico dei problemi della
gente che abita in questo paese,
visto che i danni sono ingenti”:
lo ha detto mons. Calogero La
Piana, arcivescovo di MessinaLipari-S.Maria del Mela, in visita
a Saponara per dare conforto
ai cittadini colpiti dall’alluvione.
Secondo mons. La Piana servono
“piani regolatori saggi, che salva‑
guardino le persone e le case da
questi fenomeni. Si deve avere
più rispetto per il territorio e
la natura, che non deve essere
sfregiata, altrimenti si ribella”. In
un messaggio l’arcivescovo aveva
assicurato la sua “preghiera per
le vittime” e “consolazione per
le famiglie che sono nella prova”,
esprimendo “gratitudine alle forze
parlare di politica, di bene comune e,
contemporaneamente, di interessi
privati, giochi di potere, accumulo
di denaro, scambi di favore, strate‑
gie politiche, paure di bruciarsi la
carriera”, ha detto ancora Saveri. Le
fondamenta da cui vogliono partire
sono 10 “sì” che sono, nello stesso
tempo, gli obiettivi da realizzare.
E questi sono: l’attenzione ai più
deboli e ai giovani; la promozione e
il sostegno della famiglia; la ricerca
della pace e del dialogo; la promo‑
zione della libertà religiosa; il rispetto
della vita dal concepimento alla sua
conclusione naturale; l’accoglienza
dei migranti nel rispetto delle leggi
dell’identità nazionale; salvaguardia
e promozione dell’ambiente; difesa
della libertà di educazione; la difesa
del lavoro giustamente retribuito,
che non significa solo una sufficiente
retribuzione ma significa anche dire
basta con le retribuzioni troppo
elevate.
L’albero dai
frutti buoni
Presentato anche il program‑
ma dell’associazione. A dicembre
inaugurazione della sede e dell’info
point per la campagna elettorale.
A partire dalla fine di novembre
verranno organizzati laboratori,
aperti alla cittadinanza, per la cre‑
azione del programma politico:
“Lavoro ed economia”, “Famiglia,
educazione, scuola e università”,
“Qualità della vita (Salute e servizi
alla persona - bellezza della città)”.
È stato presentato anche “L’albero
dai frutti buoni”, la rete nazionale di
condivisione e coordinamento tra
giovani uniti dagli stessi valori e che
si pongono come soggetti promotori
del bene comune nella vita sociale e
politica delle rispettive realtà locali.
A prendere la parola sono stati un
rappresentante di Reggio Emilia e
uno di Como che hanno annunciato
la creazione di una rete nazionale
tramite una Costituente che si terrà
nel marzo 2012.
ALLUVIONE MESSINESE
Un territorio ferito
Tre vittime e distruzione a causa
del maltempo, appelli e aiuti
di Patrizia Caiffa
dell’ordine locali e a quanti stan‑
no prestando soccorso, adope‑
randosi con infaticabile e diuturno
impegno. Sebbene scossi per la
tragicità dell’evento, e consapevoli
della nostra fragilità e impotenza,
manteniamo salda la speranza”.
“La tragedia interpella la coscien‑
za e il senso di responsabilità di
ciascuno nel custodire la natura
- sottolinea mons. La Piana -, rico‑
noscendola dono prezioso creato
da Dio e autentico bene per l’uo‑
mo. Auspico che in questo mo‑
mento la solidarietà affettuosa, il
farsi carico delle altrui sofferenze
per alleviarne il peso e il comune
senso di appartenenza civile ed
ecclesiale, possa contraddistin‑
guere il servizio offerto”. Per don
Giuseppe Lonia, direttore del set‑
timanale diocesano “Scintilla”, è
una “esperienza di dolore, rabbia,
indignazione, unita ad una grande
impotenza dinanzi al potere irre‑
frenabile della natura”.
Primi soccorsi
Anche la presidenza di Caritas
italiana ha espresso solidarietà
e vicinanza nella preghiera. La
Caritas si è prontamente attivata
sul territorio per cercare di far
fronte ai bisogni più urgenti e
sta monitorando l’evolversi della
situazione, visto il permanere
dell’allerta. “I parroci della zona
si stanno attivando per prestare i
primi soccorsi alle famiglie colpite
dall’alluvione - dice al SIR don
Gaetano Tripodo, direttore di
Caritas Messina -. Abbiamo dato
la nostra piena disponibilità ad
intervenire con aiuti materiali ed
economici”. “Per noi comunità
cristiana - aggiunge - è l’occasione
per stringerci intorno alle famiglie
colpite nell’aiuto concreto e nel
sostegno psicologico e relazio‑
nale”.
Il parroco,
“nessuno
è abbandonato”
Intanto tutta la comunità parroc‑
chiale di S. Sebastiano e S. Antonio
di Padova a Scarcelli è impegnata
a dare aiuti ai familiari delle tre
vittime e ad una quindicina di
sfollati. Una delle vittime, il pic‑
colo Luca Vinci, 10 anni, faceva il
ministrante in parrocchia e ora
il parroco don Nicola Bertino lo
piange “con grande dolore, come
fosse stato un nipote”, confida al
SIR. “La situazione è grave, la gen‑
te è traumatizzata - afferma don
Bertino, da 23 anni alla guida della
parrocchia, con 1.800 fedeli delle
frazioni di Cavalieri e Scarcelli -. In
questo momento la priorità è to‑
gliere il fango e liberare le strade
per poter circolare e rimettersi
in moto. Riguardo agli sfollati non
abbiamo grossi problemi perché,
come è tradizione in Sicilia, sono
stati tutti ospitati da parenti e
amici. Nessuno è abbandonato”.
Don Bertino chiede di “pregare e
avere fede” citando un passo del
Vangelo che dice “la natura geme
e soffre le doglie del parto”: “Ci
pensino tutti. Questo è un segno
che può espandersi a macchia
d’olio. Allora bisogna cominciare a
preoccuparsi e a pregare”. Ancora
non si sa quando e dove verranno
celebrati i funerali delle vittime
della frana. “Dopo l’autopsia si
deciderà insieme al vescovo di
Messina e alle famiglie”, precisa
don Bertino. La madre di Luca,
prosegue, “è una donna di grande
cuore. Dovevo andare a trovare
i familiari in ospedale, per porta‑
re una parola di conforto ma la
mia macchina è stata travolta dal
fango. Spero di poter andare do‑
mani”. La parrocchia non ha avuto
danni per una provvidenziale pre‑
cauzione del parroco: “Prima lavo‑
ravo all’ufficio tecnico della curia
di Messina. Quando sono arrivato
a Scarcelli la prima cosa che ho
fatto è stato costruire un muro di
sostegno. Capivo che questo ter‑
reno, di natura esogena, avrebbe
portato danni. Il terreno non si è
mosso perché c’era il muro, altri‑
menti si sarebbe sbriciolato”.
Vita
La
4 DICEMBRE 2011
dall’estero
n. 43
Il Camerun non scioglie i nodi
di una democrazia di facciata
L
a situazione politica
ed economica del
Camerun da due
anni non fa altro
che peggiorare, ma neanche
le ultime elezioni sono riu‑
scite a scardinare il regime
autocratico di Paul Biya. Il
voto di ottobre, preceduto
da tensioni, ha infatti ricon‑
fermato il 78enni presidente,
al potere dal 1982, che in
questi tre decenni ha reato
un ‘sistema Biya’ in grado di
superare le diverse, gravi crisi
che hanno investito il paese
e che, paradossalmente, lo
hanno rafforzato al punto “da
farlo sembrare incrollabile”.
Un sistema che ha attirato
su di sé sempre più critiche
internazionali, e provocato
varie proteste sociali. L’uomo,
però, sottolinea lo studioso
Thomas Del Tombe, ha gioca‑
to con le istituzioni fino a pre‑
sentarsi come insostituibile:
in base alla Costituzione del
1996 è al presidente del Sena‑
to che spetta garantire l’inte‑
rim in caso di vuoto di potere,
ma ad oggi la Camera alta
non è ancora stata istituita.
“Non tollerando alcun rivale,
e nessun erede, anche se solo
ipotetico, e controllando con
estrema attenzione l’apparato
di sicurezza (esercito, polizia,
servizi segreti), Biya – scrive
del Tombe – si è in poco
tempo imposto come l’unico
padrone del gioco’’. Inoltre,
approfitta del suo potere di
nomina e di revoca dei dipen‑
denti statali, e stringe alleanze
distribuendo di nascosto le
ricchezze del Paese, a co‑
minciare dal petrolio: più di
I
dati forniti da Con‑
findustria, confermati
dalle associazioni di
settore nonché dal
Sole 24 Ore, circa l’esodo
di giovani italiani laureati,
specializzati, all’estero sono
impressionanti e spiegano
da soli molto della crisi che
l’Italia sta vivendo.
Ogni anno lasciano l’Italia
oltre 60mila laureati, spe‑
cializzati, molti di loro non
torneranno mai più nel
Belpaese.
Le stime delle associazioni
“laureati italiani all’estero”
non necessitano di molti
commenti registrano quasi
due milioni di iscritti e,
per lo più, il medesimo
racconto.
Sui vari blog si leggono
sempre le stesse storie.
Sono le esperienze di gio‑
vani che da neolaureati si
sono visti sbattere la porta
in faccia dalle aziende per‑
chè poco qualificati e, una
volta ritornati dall’espe‑
rienza all’estero (in cui
hanno lavorato dignitosa‑
mente retribuiti) vengono
Neanche le ultime
elezioni sono riuscite
a scardinare il regime
autocratico di Biya
di Angela Carusone
10 miliardi di dollari ottenuti
dai proventi del greggio sono
svaniti tra il 1997 e il 2006:
Così che, secondo l’econo‑
mista Olivier Vallee, “il giudice
supremo e’ l’ingranaggio che
muove la ruota della fortuna
dei potenti”.
Anche dopo la crisi degli
anni Novanta e il crollo dei
prezzi delle materie prime,
mentre la popolazione subiva
una riorganizzazione di stam‑
po neoliberista imposta dal
fondo monetario internazio‑
nale e dalla Banca Mondiale,
con una riduzione del 60
per cento dello stipendio dei
dipendenti pubblici e il boom
del settore informale, le classi
dirigenti ne hanno approfitta‑
to: continuando a divorare le
risorse statali, hanno abbrac‑
ciato per proprio tornaconto
l’economia deregolamentata,
alleandosi all’occasione con
le multinazionali che godevano
dei vantaggi delle privatizza‑
zioni. “Le nuove ricchezze del
Camerun, a volte enormi e
spesso ammassate in modo
non proprio legale –spiega
Del Tombe– sono all’origine
delle nuove norme sociali.
L’ossessione del denaro in un
Paese ridotto alla miseria ha
fatto esplodere la corruzione
e la criminalità, in tutti gli
strati della società: stando a
varie classifiche, il Camerun è
infatti tra i Paesi più corrotti
al mondo”.
Dopo le prime presiden‑
ziali multipartitiche del 1992,
in cui la vittoria viene sot‑
tratta all’oppositore John
Free Ndi, la frode è diventata
prassi normale, ricordano gli
osservatori. Ma, aggiungono,
nonostante il dirottamento
dei fondi e l’acquisto delle
coscienze siano diventate le
armi preferite dal regime, la
permanenza di biya al potere
non si spiegherebbe senza il
continuo ricorso alla repres‑
sione, da ultimo il massacro
dei manifestanti nel 2008.
Una repressione più mirata si
aggiunge a punizioni collettive,
perché l’obiettivo del regime
è quello di compromettere i
renitenti e portare il popolo
alla rassegnazione, aggiungono
gli osservatori. “Due sono gli
atteggiamenti che prevalgono
tra i cittadini camerunensi
–afferma la sociologa Fanny
Pigeau– o fingono di credere
alla commedia del regime, o
non vi prestano attenzione.
In entrambi i casi i sistemi del
potere non vengono mai messi
in discussione: esso può dun‑
que continuare a recitare la
sua parte senza preoccuparsi
della qualità o dell’importanza
dell’uditorio, libero di non par‑
lare ad altri che a se stesso”.
Se il Camerun si trova
ad essere politicamente scle‑
Cervelli in fuga
L’esodo, senza soluzione di sosta, dei nostri laureati,
specializzati, in altre nazioni,
è la vera sconfitta del sistema Italia
di Riccardo Fagioli
accompagnati all’uscita per‑
chè ora “troppo qualificati”.
Questi “senza patria” sono
costati al sistema formativo
italiano diverse centinaia
di migliaia di euro ciascuno
e non produrrano mai un
euro del nostro PIL.
La cosa non sarebbe dram‑
matica, anzi sarebbe invece
confortante, se 2milioni di
giovani italiani si recassero
a incrementare il PIL di
altre nazioni e contempo‑
raneamente altrettanti stra‑
rotizzato è anche perché i
suoi partner internazionali
non hanno mai smesso di
sostenere questa ambiguità.A
cominciare dalla Francia: l’ex
potenza coloniale, da quando
Biya ha preso il potere, non
lo ha mai abbandonato, for‑
nendogli le armi e formando
le sue forze di repressione,
salvando il bilancio del suo
paese e assorbendo i suoi
debiti, rallegrandosi con lui
per ogni vittoria elettorale.
Ma anche le altre potenze
occidentali, Stati Uniti per pri‑
mi, si sono limitate a seguire
piuttosto da lontano quanto
seguito avessero le proprie
rimostranze: il regime ha
cosi’ sempre potuto limitarsi
a vaghe promesse e a mezze
misure per rispondere alla
richiesta di buon governo e
di dialogo “con quel surrogato
di democrazia che –scrive del
Tomba– costituisce la società
civile”.
Ora la comunità interna‑
zionale ha cominciato a molti‑
plicare le proprie iniziative per
incitare Biya a preparare il ter‑
reno per il futuro: consapevoli
del fatto che un’alternativa
attraverso regolari elezioni è
diventata impossibile e che il
rischio di una rivolta sociale
aumenta se Biya continuerà
a stare al potere, i partner
internazionali stanno facendo
pressione affiché designi il suo
successore. Ma –osservano
gli analisti– non si capisce per‑
ché, dopo trent’anni di regime,
il popolo camerunense debba
accettare senza reagire a un
nuovo successore nominato
alle sue spalle.
nieri giungessero a fare la
stessa cosa in Italia. Tuttavia
ciò non accade. L’immigra‑
zione con cui abbiamo a
che fare è di scarsa quali‑
ficazione ed anche quando
non è così, cioè giungono
in Italia persone laureate
o diplomate, le utilizziamo
esclusivamente per lavori
di “bassa manovalanza”.
Se a tutto questo som‑
miano lo smantellamento
progressivo del sistema
formativo italiano,a mezzo
della precarizzazione del
corpo docente, stabiliz‑
zata a forma di risparmio
delle risorse dello Stato,
di scuola ed università, l’ab‑
bandono scolastico che sta
tornando una ferita aperta
come negli anni 70, ecco
che disegnamo la mappa di
una Italia in crisi.
Un’Italia che deve tornare
a credere in se stessa e per
fare questo deve investire
in cultura, formazione ed
innovazione, deve credere
nei suoi giovani perchè il
futuro della nazione è il fu‑
turo dei suoi abitanti.
15
Dal mondo
Calvario
tibetano
Nel sostenere che i casi di
immolazione umana sono
contrari alla morale e alla
coscienza, la Cina ha accu‑
sato l’entourage del Dalai
Lama di incitare i giovani
monaci tibetani a darsi fuo‑
co. La presa di posizione di
Pechino si è manifestata in
seguito ai casi di suicidio
avvenuti in ottobre nello
Sishuan, provincia cinese
(ad alta popolazione tibeta‑
na) vicina alla regione auto‑
noma del Tibet. A Dharm‑
sala, in India, il primo mini‑
stro del governo tibetano
colà in esilio ha denunciato
il “colonialismo” di Pechino
e la sistematica distruzione
della cultura, della religione,
della lingua e dell’ambiente
tibetano”.
Africani
celebri
Da un sondaggio effettuato
dalla rivista “Forbe‑s” è
emerso che la maggiore
celebrità del continente
africano è l’ottantenne
Chinua Achebe, scrittore
nigeriano. Su 40 personalità
proposte dal rotocalco, i
lettori hanno concentrato
il proprio voto sul padre
nobile della letteratura
africana moderna, l’autore
de 1l crollo% capolavoro
del 1958, tradotto in più
di 50 lingue e venduto in
oltre 10 milioni di copie; il
libro narra il travaglio dei
protagonisti nel passaggio,
compiuto da più generazio‑
ni, dalla cultura ancestrale,
al colonialismo, alla nascita
degli stati moderni. Secon‑
do classificato è stato il
musicista senegalese Yous‑
sou N’dour.
Medici senza
frontiere
A ricordo del quarantennio
di attività umanitaria, Me‑
dici senza frontiere (Msf)
ha condotto nove scrittori,
tra cui il Nobel peruvia‑
no Mario Vargas Llosa, in
altrettante nazioni (dal
Congo, alla Bolivia, all’India)
allo scopo di visitare i pro‑
pri progetti. Ciò che ne è
sortito è un racconto a più
voci del “cuore di tenebra
del mondo% è un’esor‑
tazione ad agire. Il libro
sulle storie di “dignità” è
pubblicato da Feltrinelli per
celebrare i quattro decenni
di impegno di Msf. Il 20 di‑
cembre del 1971 un grup‑
po di medici e di giornalisti
reduci dalla carestia patita
dal Biafra (Africa) creò
l’organizzazione umanitaria,
premio Nobel per la pace
nel 1999.
16 musica e spettacolo
n. 43
IL GOVERNO MONTI E L’INFORMAZIONE
Sobrietà e chiarezza
L
a necessità di agire
in fretta e bene è
probabilmente fra
le cause della scel‑
ta del premier Mario Monti
e dei suoi ministri di non
apparire troppo sui giornali
e in televisione. Il tempo è
merce preziosa ora più che
mai per il nuovo governo,
impegnato a varare al più
presto una serie di manovre
di bilancio e di correzioni
in corsa che dovrebbero
alleggerire la pesante situa‑
zione economica dell’Italia,
permettendo al Paese di
uscire dall’emergenza anche
agli occhi dei capi di governo
europei.
Fin dalle prime ore dopo
l’insediamento, è apparsa
chiara la strategia mediati‑
ca di conserva e più di un
ministro ha fatto capire ai
giornalisti che la musica è
cambiata rispetto alle usanze
soltanto di qualche settima‑
na fa, quando le esternazioni
dell’ex presidente del Con‑
siglio Silvio Berlusconi e dei
membri della sua squadra
erano pane quotidiano. L’era
Monti si è aperta sotto il
segno contrario: all’alto pro‑
filo tecnico delle persone
chiamate a dirigere i vari
Q
uattrocento pre‑
ziosi fotogrammi
ritrovati nell’ar‑
chivio personale
di Manfredo
Bertini, l’unica testimonian‑
za ad oggi di “Pioggia d’estate”: il primo lungometraggio
del maestro Mario Monicel‑
li, risalente al 1936. Bertini
a quel tempo fu l’operatore
tecnico ed il montatore
della pellicola, i fotogrammi
sono stati recentemente
esposti, in anteprima asso‑
luta, in occasione dell’ultima
edizione di Europa Cinema
a Viareggio (LU) dedicata al
grande regista viareggino. La
scoperta è stata annunciata
dal prof. Marco De Santi,
neo direttore di Europa Ci‑
nema e succeduto nel ruolo
al fondatore del festival
Felice Laudadio: «Si tratta di
un ritrovamento ecceziona‑
le –ha spiegato- anche se il
nostro sogno resta quello
di riuscire a recuperare una
copia del film, al momento
introvabile». Una storia
strana, misteriosa, quella di
“Pioggia d’estate”: per de‑
cenni il maestro non ne ha
mai parlato di questo lungo‑
metraggio girato a Viareggio
all’età di 22 anni, assieme ad
un gruppo di amici cinofili
tra i quali Ermete Zacconi,
firmato con lo pseudoni‑
mo di Michele Badiek, con
il proposito di realizzare
una versione italiana della
commedia “made un USA”
allora molto in voga, distri‑
ministeri fa riscontro un
basso profilo mediatico che
vuol essere ulteriore segno
di serietà e di dedizione alla
causa. Anche i giornali e le
televisioni devono fare di
necessità virtù e per poter
riportare le dichiarazioni dei
membri dell’Esecutivo si “ac‑
contentano” delle occasioni
ufficiali in cui qualcuno di
loro ha occasione di parlare.
Il che non impedisce di pro‑
porre, come è già successo,
qualche interessante inter‑
vista a tu per tu, ma è tutta
la parte relativa alle dichia‑
razioni rubate al volo o ai
retroscena a essersi ridotta
molto (senza che, peraltro,
se ne senta la mancanza…)
rispetto a prima.
Con il passare dei giorni,
c’è da aspettarsi una pro‑
gressiva apertura dei titolari
dei diversi dicasteri verso
i media, soprattutto man
mano che diventerà non
soltanto opportuno ma an‑
che necessario spiegare agli
italiani il dettaglio dei prov‑
vedimenti al varo. Qualcuno
ha cominciato a portarsi
avanti a modo suo; è il caso,
per esempio, del neomini‑
stro degli Esteri, Giulio Terzi,
che ha deciso di utilizzare
Twitter per far conoscere
le sue posizioni “anche al di
Vita
La
4 DICEMBRE 2011
là dei comunicati ufficiali”. È
il primo membro del nuovo
governo ad avere un account
Twitter ufficiale e istituzio‑
nale, chissà se qualche suo
collega deciderà di seguirne
l’esempio.
Nel frattempo, il governo
Monti lavora anche per ri‑
dare credibilità all’immagine
dell’Italia, prestando molta
attenzione a non uscire dal
protocollo nelle occasioni uf‑
ficiali e a non lasciarsi andare
in alcun modo a gesti, com‑
portamenti o esternazioni
che troppe volte in passato,
da parte di qualcun altro,
hanno contribuito a mettere
in cattiva luce l’Italia oltre
ai dati legati alla situazione
economica e finanziaria.
A dare indiretta confer‑
ma dell’impatto mediatico
poco dirompente di Monti
e dei suoi colleghi è anche
la mancanza di idee e spunti
da parte dei comici e degli
intrattenitori. Lo ha spiegato
il re degli showman contem‑
poranei, Fiorello, fin dalla
prima puntata del suo nuovo
spettacolo su Rai1: “Il nuovo
premier italiano è alto 1,75,
ha un sacco di capelli e ha la
stessa moglie da quarant’an‑
ni, che satira potremmo fare
su di lui?”.
Chi ha voluto trovare a
tutti i costi un elemento di
parodia ha fatto come Mau‑
rizio Crozza, che ha rivisitato
la figura del nuovo Presiden‑
te del Consiglio prendendo
spunto dal suo aplomb aset‑
tico e privo di folklore per
dare vita a un “Monti-robot”
che parla con voce metalli‑
ca come se per esprimersi
utilizzasse un sintetizzatore
vocale.
Marco Deriu
CINEMA
Il film perduto
di Monicelli
Ritrovati i fotogrammi di “Pioggia d’estate”
buita anche in Argentina per
gli emigrati di origini italiane.
«Oltre a non essere repe‑
ribile neppure una copia
del film, di quella pellicola
non si conosce neppure la
trama» afferma Riccardo
Mazzoni, storico viareggino
che ha recuperato i foto‑
grammi presentati. Si sa solo
che nel cast c’erano lo stes‑
so Ermete Zacconi, Franca
Taylor, Aristide Frigerio e
Raniero Barsanti. Le ricer‑
che hanno tuttavia avuto un
impulso dopo la scomparsa
di Monicelli. Nell’archivio di
Bertini, quindi, conosciuto
soprattutto come martire
viareggino della Resistenza
toscana ma una volta opera‑
tore cinematografico, sono
emersi 98 spezzoni del film,
400 fotogrammi complessivi.
«Si tratta di spezzoni di
montaggio privi di colonna
sonora –precisa De Santiche Bertini teneva gelosa‑
mente avvolti all’interno di
fogli di carta velina con su
scritto “Pioggia d’estate”. E
finalmente, dopo tantissi‑
mi anni, sono tornati alla
luce».
L’omaggio al padre della
commedia all’italiana è
stato ricco anche di altri
appuntamenti interessanti:
la proiezione della copia
restaurata di “Caro Michele”, film diretto da Monicelli
nel 1976, tratto dall’omo‑
nimo romanzo di Natalia
Ginzburg ed interpretato,
tra gli altri, da Mariangela
Melato; la visione del film
tv “La moglie ingenua e il
marito malato”, tratto da un
testo di Achille Campanile
ma mai andato in onda; un
ritratto del Monicelli più
viareggino, con la proiezio‑
ne di un’intervista filmata
e realizzata da Fantasy Stu‑
dio, nella quale il maestro
parla del suo rapporto con
il Carnevale.
Leonardo Soldati
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“Canta e cammina”