Rivista di ricerca
e cultura critica
Numero
4
Prezzo: 4 euro
Maggio 2008
POLISCRITTURE
Rivista di ricerca e cultura critica
Redazione: Ennio Abate, Marcella Corsi, Luca Ferrieri, Laura Galli, Ornella Garbin, Marcello Guerra,
Alessandra Roman, Donato Salzarulo, Antonio Tagliaferri, Pier Paride Vidari (I profili dei redattori si
leggono su www.poliscritture.it alla voce: Chi siamo ->Redazione)
Copertina: Ornella Garbin
Stampa: Cartotecnica Cremasca Sira – Divisioni Arti Grafiche Cremasche Via R. Sanzio, 7 – Crema ( CR)
Abbonamenti: Un numero costa 4 euro. Abbonamento a tre numeri 10 euro. Gli abbonamenti decorrono
dal gennaio di ciascun anno. Gli abbonamenti non disdetti entro il 31 dicembre si intendono rinnovati per
l’anno successivo.
Collaborazioni: I testi proposti vanno spediti a [email protected] o a [email protected];
e, se per posta normale, a Ennio Abate (Poliscritture), via Pirandello, 6 – 20093 Cologno Monzese (Milano)
su floppy disk e su carta. Il materiale non pubblicato non sarà restituito.
Impaginazione grafica: Ennio Abate, Luca Ferrieri, Ornella Garbin. Le immagini del n. 4 sono di: Giuseppe
De Vincenti (pag.70 e 86), Ennio Abate (pag. 72 e 103), Ornella Garbin (tutte le altre), Pier Paride Vidari
(pag. 7, 13, 14, 25 e 89). L’inserto fotografico ospita alcuni scatti di Carla Cerati.
«Poliscritture» esce come supplemento a «L’ospite ingrato», semestrale del Centro Studi Franco Fortini,
aut. Tribunale di Siena N.703 del 22.12. 2000.
I testi pubblicati sulla rivista e altri aggiornamenti sono reperibili sul sito www.poliscritture.it
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corsivo, Editore, Città e data (non separata da virgola), pagina (p. o pp. se più d’una). Per i saggi su rivista: Nome e Cognome
dell’autore in tondo, Titolo del saggio in corsivo, «Titolo della rivista (in tondo tra virgolette basse)», numero, anno, pag.
Altre indicazioni. Le virgolette basse (« ») vanno solo per le citazioni; le alte (“ “) per dare enfasi o indicare attenuazioni. Per
gli accenti distinguere ‘perché’ da ‘cioè’ e usare la ‘È’. Le parole straniere non entrate nell’uso vanno in corsivo. Secoli e decenni
vanno in lettere con l’iniziale maiuscola (Es. l’Ottocento, gli anni Settanta).
Indice
l’editoriale
Quadro vivo e mosso sul disagio di ieri e di oggi
5
1 Samizdat
Malinconie
Luca Ferrieri
Sul disagio ieri e oggi e qualche sua causa. Conversazione con Vincenzo Loriga
Ennio Abate
[Critica dialogante] Epifania dell’ombra e del fuoco
Michele Ferrara degli Uberti 8
10
14
15
Disagi d’oggi: pratiche e interrogativi di uno psicanalista. Pietro Andujar intervistato dai
redattori di «Poliscritture».
16
Distruggere quello che ti distrugge
Giacomo Conserva
26
“Arsenio Lupin” e il “dominio delle cose” . La difficoltà di mentalizzare le emozioni
Marina Massenz
27
La forma inquieta
Giorgio Bedoni
30
L’Atelier di Cologno
Carla Girardi e Laura Tonani
34
Due poesie
Ferrrucio Brugnaro 36
Nuove Strategie di libertà. Ritornando su Ceti medi quale futuro? di Sergio Bologna
Ennio Abate
37
2 Latitudini
(Esterno con alberi)
Anna Cascella Luciani 43
Rodoviaria brasiliana
Alessandro Teruzzi
44
3 Esodi
E ti dolzura che te vorressi
Marcella Corsi [Critica dialogante] 47
47
L’eroe del giorno
Fabio Ciriachi 48
Gli animali, la morte, il tempo, la memoria, la letteratura, il suicidio
Giorgio Mannacio 50
Due voci su Die Reise (Il viaggio) di Bernward Vesper
Considerazioni su Il viaggio
Fabio Ciriachi 52
52
4 Storia adesso
La pseudorivoluzione e la pseudonovità dei neocon
Franco Tagliafierro 61
5 Zibaldone
Figure dolenti
Donato Salzarulo
66
Nannìne. Reliquario materno
Ennio Abate
71
“Ma chi è quel signore che mi sta sempre attorno?”
Ornella Garbin 72
Balletto
Mario Fresa
74
Colomba
Claudia Iandolo 75
Nel sottile filo di ragnatela: zia Marsiella e altri
Anna Maria Celso
76
Scrittura come terapia del dolore
Sonia Scarpante 79
6 Letture d’autore
Raccontami un altro mattino
Marcella Corsi
82
Appunti su Verbale di Michele Ranchetti
Ennio Abate
84
Mondi che finiscono
Massimo Cappitti
[Critica dialogante] 87
89
7 Sulla giostra delle riviste
Storia della rivista «Fogli di informazione»
Paolo Tranchina con la collaborazione di Maria Pia Teodori 90
8 Riprese
Ripensando alla concezione borghese della convivenza fra i popoli: in margine al “caso
armeno”
Giulio Toffoli 97
9 Giochi di specchi
Il sito di «Poliscritture»
103
l’editoriale
Quadro vivo e mosso sul disagio
di ieri e di oggi
Q
uesto numero di «POLISCRITTURE» va in stampa ad urne elettorali aperte, col Partito
Democratico che non ha sfondato al centro, con la scomparsa della Sinistra Arcobaleno
dal Parlamento e coi risultati politicamente insignificanti di chi ha riproposto sulla scheda
elettorale la falce e il martello. La sinistra critica (comunista, femminista, ecologista, ecc.) rischia
di apparire, elettoralmente parlando, animale in via di estinzione. Fauna carismatica, come la
definirebbero gli esperti, da conservare e proteggere per garantire la biodiversità.
Che rapporto abbiamo noi con questa fauna?, noi che con le nostre scarsissime forze abbiamo
cercato, fin dal numero zero, di affrontare temi e problemi importanti e urgenti per reinventare e
ridefinire le armi della critica e per contrastare l’egemonia culturale e politica della destra? Non
possiamo chiamarci fuori e far finta di niente. Non possiamo mostrare indifferenza per quanto è
successo. Il rischio è che noi stessi sembriamo dei panda.
È vero che laddove la nostra redazione ha dei legami territoriali, questa sinistra, ridotta a nomenclatura senza popolo, fa di tutto per escluderci, per non riconoscerci, per continuare ad affibbiarci, come accadeva nella peggiore tradizione stalinista, l’epiteto di “intellettuali”. Ma tutto ciò non
ci consegna al rancore e alle dinamiche di rivalsa. Il nostro lavoro intellettuale (di scrittura, di
organizzazione, di tessitura sociale di legami, ecc.) vorremmo che entrasse in rapporto con le idee,
le emozioni, le visioni, gli atteggiamenti dei molti. Dovrebbe modificare e lasciarsi modificare. Altrimenti contribuiremmo ad affollare la galleria del narcisismo contemporaneo.
Cultura non è cristallo puro. Per dirla con un antropologo americano, Clifford Geertz, è insieme
ibrido di “modelli di” e “modelli per”. Mappe le prime che aiutano a descrivere eventi, processi,
fenomeni; le seconde, che forniscono istruzioni per costruire realtà. E’ ciò che esattamente continuiamo a fare in questo numero, un numero quasi doppio, ricco di pensieri, riflessioni, poesie e
storie, capaci di descrivere, raccontare ma anche di costruire eventi psichici, rinnovate percezioni
di facce e figure sociali.
I
n che misura il tema affrontato in questo numero entra in rapporto con la cultura e la politica
di una nuova sinistra critica degna di questo nome?
Nelle pagine seguenti si narra e argomenta del disagio nelle sue varie forme: esistenziale,
psichico, scolastico, sociale, politico.
È la malattia che irrompe nella nostra quotidianità, la malattia del non riuscire a cambiare, a
rompere le gabbie, a distruggere ciò che ci distrugge. Spesso è malattia mentale.
Ebbene, proprio nel mese di maggio, cade il trentennale dell’approvazione della legge 180, più
nota come legge Basaglia che decretò la chiusura dei manicomi. Fu una battaglia di libertà e di
liberazione, sostenuta da un movimento antistituzionale e antipsichiatrico. Nel saggio di Paolo
Tranchina e Maria Pia Teodori, Storia della rivista «Fogli d’informazione», è possibile cogliere
qualcosa dei fermenti d’allora.
Consapevoli degli attacchi condotti continuamente da destra e da molti settori dei mass-media a
questa cultura e a questa legge, abbiamo pensato di tornare ad esplorare, per certi versi, la questione.
L’abbiamo fatto dialogando sui disagi di ieri e di oggi con due psicoanalisti, Vincenzo Loriga e
Pietro Andujar. Il primo, è vero che dal 2006, non riceve più pazienti. Ma li ha incontrati per quasi
quarant’anni e questa lunga esperienza rende preziose le sue parole. Il secondo, in piena attività,
lavora con pazienti di tutti gli strati sociali e sottolinea come, rispetto al passato, nelle sedute si
abbia a che fare con disagi molto più complessi, tanto da rendere discutibili, se non poco attendiPoliscritture/Editoriale
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bili, le valutazioni diagnostiche. «Oggi il falso me stesso è merce assolutamente comune» e il cambiamento in atto, secondo Andujar, «è gigantesco e abbastanza totalizzante». È in primo luogo un
cambiamento mediatico che scompone tutto il collettivo sociale quasi rendendolo virtuale.
Abbiamo chiesto anche il contributo di alcuni psichiatri: di Giacomo Conserva che con semplicità,
ma con molta consapevolezza e lucidità, verso la fine del suo articolo, dichiara di non avere, in
quanto psichiatra, «nessuna lezione da insegnare, nessuna normalità da difendere» e di Giorgio
Bedoni che ci guida sulla strada della «forma inquieta», verso alcuni percorsi stimolanti tra arte
e psichiatria. Il quadro che ne risulta è vivo e mosso.
Giacomo Conserva, oltre che in Samizdat, è presente in Esodi con un fitto scambio di riflessioni
tra lui ed Ennio Abate a proposito di Die Reise (Il viaggio) di Bernward Vesper. Ne nasce, in chiave
prevalentemente esistenziale, un’attenta riflessione sul fenomeno della lotta armata.
In critica dialogante coi due leggiamo le considerazioni di Fabio Ciriachi.
Ritornando al tema centrale, appare importante l’intervento di Marina Massenz, pensato a partire dal suo parziale osservatorio sul mondo dell’infanzia; si tratta di mettere a punto adeguate
strategie terapeutiche a favore di un Arsenio Lupin di cinque anni. «Il disagio infantile si esprime
a volte in modi “terrificanti” per gli adulti; il bambino “ladro” a cinque anni terrorizza i genitori,
perché il mondo adulto fa spesso fatica a guardare il mondo dell’infanzia usando, come si dovrebbe, occhiali diversi». Sul versante delle risorse terapeutiche, può essere anche letta l’esperienza
raccontata da Carla Girardi e Laura Tonani sull’Atelier di libere attività espressive destinate a
pazienti affetti da una delle tante forme di soggettività frammentata e divisa.
Oltre alle varie tecniche artistiche, terapeutica appare a Sonia Scarpante anche la scrittura. Il suo
saggio si può leggere in Zibaldone.
Scrittura suggestiva, letterariamente raffinata, con sguardo e commenti affilati è quella delle
«Malinconie» contenute nelle pagine d’avvio di Luca Ferrieri. Sempre sul versante letterario, lucide e intelligenti le considerazioni di Giorgio Mannacio sugli «animali, la morte, il tempo, la memoria, la letteratura, il suicidio».
Le pagine di Zibaldone, aperte da «Figure dolenti» di Donato Salzarulo, rappresentano una galleria narrativa, il «cantiere dell’innovare scrivendo», che contiene i tanti racconti interessanti di
Ornella Garbin, Mario Fresa, Claudia Iandolo, Anna Maria Celso.
Tante le poesie presenti in questo numero, tutte molto ricche e stimolanti: «Epifania dell’ombra
e del fuoco» di Michele Ferrara degli Uberti, «E ti dolzura che te vorressi» di Marcella Corsi,
«(Esterno con alberi)» di Anna Cascella Luciani, le «Due poesie» di Ferruccio Brugnaro e «Nannìne. Reliquario materno» di Ennio Abate.
Proprio a partire dalla congiuntura politica evocata all’inizio, da segnalare i saggi «Nuove strategie di libertà» di Abate (che discute il libro Ceti medi, senza futuro? di Sergio Bologna) e «La pseudorivoluzione e la pseudonovità dei neocon» di Franco Tagliafierro, che sviluppa una limpida tesi:
«la Nuova Destra neocon altro non è che una versione aggiornata della Vecchia Destra posteriore
alla I Guerra mondiale».
Infine, nella rubrica Letture d’autore: «Raccontami un altro mattino» di Marcella Corsi, che recensisce il libro omonimo di Zdena Berger, «Mondi che finiscono» di Massimo Cappitti, che riflette
su un testo di Ernesto De Martino e una serie di appunti di Ennio Abate su Verbale, un libro di
poesie di Michele Ranchetti, autore recentemente scomparso e particolarmente caro alla rivista.
Il numero s’avvia alla fine con l’importante contributo di Giulio Toffoli sul “caso armeno” e Giochi
di specchi. Qui il lettore trova un veloce vademecum per scoprire e visitare il nostro sito, alter ego
virtuale della rivista cartacea, che avete in mano e che al centro - ve ne siete accorti - contiene un
inserto di foto “storiche” scattate da Carla Cerati negli ospedali psichiatrici agli inizi dell’esperienza di Franco Basaglia.
Non vorremmo apparire eccessivamente ambiziosi. Ma forse tutte queste pagine, se lette con attenzione e “critica dialogante”, aiutano a orientarsi e a collocarsi con intelligente e sfaccettata
consapevolezza nell’attuale, difficile momento storico.
Poliscritture/Editoriale
Pag. 6
«E questo è il sonno ... » Come lo amavano, il niente,
quelle giovani carni! Era il 'domani',
era dell"avvenire' il disperato gesto...
Al mio custode immaginario ancora osavo
pochi anni fa, fatuo vecchio, pregare
di risvegliarmi nella santa viva selva.
Nessun vendicatore sorgerà,
l'ossa non parleranno e
non fiorirà il deserto.
Diritte le zampette in posa di pietà,
manto color focaccia i ghiri gentili dei boschi
lo implorano ancora levando alla luna
le griffe preumane. Sanno
che ogni notte s'abbatte la civetta
affaccendata e zitta.
Tutta la creazione ...
Carcerate nei regni dei graniti, tradite
a gemere fra argille e marne sperano
in uno sgorgo le vene delle acque.
Tutta la creazione ...
Ma voi che altro di più non volete
se non sparire
e disfarvi, fermatevi.
Di bene un attimo ci fu.
Una volta per sempre ci mosse.
Non per l'onore degli antichi dèi
né per il nostro ma difendeteci.
Tutto è ormai un urlo solo.
Anche questo silenzio e il sonno prossimo.
Volokolàmskaja Chaussée, novembre 1941.
«Non possiamo più, - ci disse, - ritirarci.
Abbiamo Mosca alle spalle». Si chiamava
Klockov.
Elaborazione grafica da Lei, lui e i fantasmi di Vidari
Rivolgo col bastone le foglie dei viali.
Quei due ragazzi mesti scalciano una bottiglia.
Proteggete le nostre verità.
Poliscritture/Editoriale
(Franco Fortini, Composita solvantur, Torino, Einaudi, 1994, p. 63-64)
Pag. 7
1 Samizdat
critiche, dissensi, piraterie
Malinconie
Luca Ferrieri
Atrabile
Nella dottrina ippocratica, e poi aristotelica, degli umori, la malinconia è caratterizzata da un eccesso di produzione di uno dei quattro fluidi, la bile nera, che ha sede
nella milza. Questo squilibrio produce una serie variamente graduata di disturbi e di manie, che vanno dalla
depressione (cui la malinconia fu a lungo accomunata),
alla nostalgia (il “dolore del ritorno”, una malattia di
origine militare, che colpì nel ‘700 alcune guardie svizzere del Papa, fino a condurle alla morte), alla monastica accidia, il “demone meridiano”, che ebbe l’onore
di finire compreso tra i nove peccati capitali, e che si
presentava nella forma di una languida spossatezza in
grado di indurre i migliori cristiani alle peggiori tentazioni della carne e dello spirito.
La malinconia è una tristezza di tipo molto particolare:
mai disunita da una sorta di straniamento, e quindi dalla capacità di vedersi dal di fuori, perfino con una piccola dose di (auto)compiacimento e compatimento, essa
nasce non tanto da una sofferenza diretta, ma dal dolore
indotto dalla fine di uno stato piacevole, dalla sua sparizione, e dalla sensazione di caducità che ne deriva. Può
quindi manifestarsi come una forma quasi soave di consustanzialità con l’universale deperire del mondo e del
cosmo, con l’alternanza delle stagioni, con i cicli dell’inizio e della fine, come una forma di saggezza complice
che a volte sconfina deplorevolmente con il disincanto
e l’abitudine al peggio. Ma in molte situazioni può farsi
lancinante e scavare come un punteruolo nel petto: ciò
avviene soprattutto quando essa misura l’incolmabile
distanza tra le nostre capacità e le altrui esigenze, tra
il possibile e il necessario, quando avverte nello stesso
tempo il bisogno dell’azione e la sua inanità. In questa
forma la malinconia è una forma altissima di coscienza
e di autocoscienza, e per questo dagli antichi e dai moderni fu spesso avvicinata alla genialità. A differenza di
questa, però essa non trova facilmente, anzi spesso non
trova quasi mai, la via dell’espressione condivisa. Rimane introversa, chiusa, arroccata, isolata. Quando sconfina ormai nella disperazione, la sua intelligenza terragna
e terrestre le indica, come unica prospettiva, la dolcezza
del naufragio: come nei versi di due grandi malinconici,
Leopardi (e il naufragar mi è dolce in questo mare) e
Rilke (… noi, che pensiamo la felicità come un’ascesa,
ne avremo l’emozione, quasi sconcertante, di quando
cosa ch’è felice, cade).
Poliscritture/Samizdat
Folies Bergère ieri
La ragazza delle Folies Bergère (sì, quella del famoso
quadro di Manet) è davanti a me: il suo sguardo malinconico di la­voratrice del bar attende la chiusura del
locale, o forse non attende più nulla. Il vuoto del lavoro
e dell’attesa è tutto in quello sguardo. Dietro di lei, o
davanti, visto il gioco di spec­chi, brillano le luci della
festa, del consumo e del corteggiamento. Ma neppure
da quello sguardo di tristezza l’amore è escluso: nello
specchio appare un cappello a cilindro, un baf­fo e un
pizzo. Dunque è anche nella desolazione dell’amore e
nell’incomunicabilità con l’amato che quello sguardo si
specchia e si spezza.
Folies Bergère oggi
In questo negozio di borse lei, la commessa, parla al telefono incurante della folla del cen­tro commerciale e della
clientela che si ammassa nel negozio. Parla, e dal tono
sussurrato, da alcune frasi sconnesse che mi giungono
all’orecchio, dal suo sorriso che a tratti si spa­lanca dolcissimo, capisco che è una telefonata d’amore, uno dei
pochi fini che giustificano il mezzo (telefonico). Sto un
po’ a guardarla, stupito della sua serafica indifferenza a
ciò che le accade d’intorno. Lei non mi vede, non vede
nessuno. Il suo sguardo è perso nella cornetta. Per un attimo, in questo centro commerciale anonimo e volgare,
lei mi pare l’uni­ca persona vivente. Come la cameriera
delle Folies Bergère, lei guarda dall’alto il luccichio delle
falsi luci. Se quella era malinconica, questa è sorridente,
ma esprimono lo stesso altrove. E sullo sfondo, qua e
là, il cappello a bombetta dell’uomo che guarda – o che
ascolta. Non c’è vita senza il più abusato dei sogni, senza
che l’amore, per un attimo che è un sempre, riscatti il
luogo comune ripagandolo con la stessa moneta.
Malinconie amorose
François Truffaut è uno dei grandi cantori d’amore del
Novecento. Ma non è dell’amore a tinte rosa e a lieto
fine, non è di un tranquillo quadretto familiare che lui
è perennemente innamorato. A lui interessa l’amore
che passa i confini, che gioca e esce dal gioco, che mescola pericolosamente i colori e inclina di volta in volta
al nero, al giallo, al rosso. Così se in Jules e Jim tratteggia l’utopia gioiosa del menage a trois, e poi il suo
inabissamento finale, in Adele H è l’amour fou che fa
vacillare gli equilibri mentali e in La signora della porta accanto la relazione che va in scena è clinicamente
definibile come quella tra un ciclotimico e una depressa
cronica. Di questo amore stupendamente abbietto e reietto Truffaut non si stanca di tessere l’elogio. E indica
nell’amore stesso la cura migliore per le sue malattie.
In due direzioni, apparentemente contrapposte: il dongiovannismo kierkegaardiano de L’uomo che amava le
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donne in cui l’amore è una forza della natura cui è irragionevole opporsi, ed è tanto mortale quanto innocente, e la fedeltà assoluta, gioiosa e cieca, cieca fino alla
lungimiranza, di Luis Mahé in La sirène du Mississippi.
Questo è il film meno conosciuto di Truffaut, tradotto in
italiano con l’insipido e ammiccante titolo La mia droga si chiama Julie, ed è uno dei pochi (insieme, forse a
L’ultimo metro, una rivisitazione positiva del menage a
trois) che potremmo definire tecnicamente a lieto fine.
Ma chi lo avrebbe mai detto che quei due che cercano di
passare il confine tenendosi per mano, in una tempesta
di neve, hanno bevuto il veleno dell’amore fino al punto
di uccidere e di tentare di uccidersi?
La notte
“La notte scende non prima, non dopo: è straordinaria­
mente puntuale. Anche la tristezza è puntuale: né prima,
né dopo. Il cuore lo sa” (Ferruccio Masini, Aforismi di
Marburgo). La notte ha almeno due facce. Una è quella
indagata da Levinas e da Blanchot: una notte puramente negativa, in cui l’io perde il suo potere diurno, in cui
la sua presa sul mondo declina, la coscienza si rattrappisce e il pensiero si abbandona all’automatismo e alla
passività. L’altra è quella che appare, per esempio, nelle
pagine di Manguel (La biblioteca di notte): la notte si
caratterizza per uno stato di sospensione della legalità
diurna, che permette di liberare il mondo di fantasmi,
di immaginazioni e di ossessioni che ci abita. Non è la
notte in cui tutte le vacche sono nere, è quella dei mille
chiaroscuri repressi dalla solarità, schiacciati dalla illuminazione coatta del giorno. E’ la notte che si nutre di
letture ed è nutrita dalla lettura, soprattutto dalle letture che si fanno a letto (non a caso Duras diceva: “Leggo
di notte. Non ho mai potuto leggere se non di notte”).
Tutte e due queste modalità notturne sono spesso visitate dalla malinconia.
Nella prima modalità la malinconia si esprime nella
forma dell’insonnia: il silenzio si riempie di rumori,
di ricordi, di bagliori, di paure; tutto si ingigantisce; il
pensiero entra nel loop della ripetizione e dell’angoscia.
Secondo Lévinas è l’anonimo brusio dell’esistenza che ci
parla nel silenzio della notte, che ci impedisce di dormire, è l’esserci senza scopo e senza progetto che congela
la temporalità in un eterno presente.
La malinconia dell’altra notte, della notte brava, della
notte trasgressiva, della notte onirica, è invece molto diversa. Non a caso irrompe con le luci dell’alba, quando
la notte si chiude, la luce è crudele, rivela le piaghe, le
rughe, le ferite, la durezza del risveglio. Quando rapidi
passano quei sogni rivelatori, più reali del reale, che ci
lasciano una sensazione agrodolce per tutto il giorno.
E’ la malinconia del ritorno all’ordine, alla serialità, al
lavoro. E’ la malinconia della perdita.
L’incompiuta
In momenti notturni o stranieri càpita di esser presi dal
terrore dell’incompiuto... “Ecco, se morissi ora, in questa stazione, in questo paese (come se cambiasse qualcosa, contasse qualcosa, la localizzazione della fine), le
Poliscritture/Samizdat
mie carte, gli appunti, i lavori interrotti, tutto re­sterebbe
così, a metà, sospeso...”. E’ un terrore umano e diffuso,
ma così assurdo e così mortuario. Solo la morte è compiuta. Tutto il resto è soggetto a uno statuto provvisorio,
perfettibile, correggibile. Se muore uno che è vivo (ma
spesso gli uomini muoiono già morti, e non so se sia un
bene o un male) tutta la sua vita resterà interrotta. Sulla
sua scri­vania un libro a metà lettura, nella tasca della
giacca l’appunto della spesa; una conversa­zione che occorreva riprendere, una lettera senza risposta; e vagante nello spazio chiaro del mattino uno sguardo appena
sfiorato e lasciato in balia del dubbio. Per sempre.
Morire di ferragosto
Sto per celebrare il lutto dei sogni che si rivelano incubi.
La dannata metamorfosi, l’astuzia del cinismo, la rivincita della norma. Per esempio, il ferragosto: la deliziosa
sensa­zione di essere padroni della città, andare e venire
senza gente tra i piedi, passare con il rosso in mezzo a
radi passanti. Quante volte nel corso di un anno affollato hai sogna­to queste vacanze in città. Poi ci sei e se
ti capita per sbaglio di passare un ferragosto da solo in
città può capitarti di svegliarti nel silenzio con una fitta
al cuore. Non è rimasto in città nessuno che ti conosca
(almeno così credi). Sei l’unico sopravvissuto di questa
piccola catastrofe. E se volessi vedere qualcuno? Gli
amici sono in vacanza, la fidanzata è dispersa, la madre
persa. Allora ti mescoli alla scarsa folla residua che si
accalca come per farsi forza, per farsi an­cora più caldo.
Ma non c’è luogo dove si è più soli come nella folla anonima. La sindrome ferragostana (che si ripete a natale
e, in piccolo, a tutte le feste comandate) ti proietta in un
futuro in cui tutte le persone care saranno morte, il che
è molto peggio della morte. Ti vedi anziano, in mezzo
ad estranei, a sconosciuti. La società “fondata sulla famiglia” non ha sa­puto non dico creare, ma nemmeno
immaginare (se non per una minoranza privilegiata) al­
tri luoghi di condivisione, di scambio di esperienze, di
affetti. Dove tu possa sentirti amato, compreso, comunque accolto.
E’ così giusto morire di contrappasso. Annegare nelle illusioni più innocenti per sperimen­tare come sarà
quando crolleranno quelle maestre, le architravi del tuo
occhio bendato.
Fragili come siamo
Fragili come siamo, basterebbe un colpo di vento a portarci via. Ma il peggio non è la real­tà, sono i pensieri.
La cura dei cattivi pensieri sono altri pensieri. E allora
pensavo: a lui – nel romanzo di Giuseppe Berto, Il male
oscuro – lui che ha paura di tutto, ha paura di guidare, ha paura di viaggiare, ha paura di stare da solo, ha
paura di stare in mezzo alla gente, e la moglie che è in
montagna gli parla per ore e ore al telefono cercando
di tranquillizzarlo e lui prende l’auto e guida come un
pazzo dalla città alla montagna, sui tornanti, al lato dei
precipizi, e ce la fa, e quando arriva ci sono sua moglie
e sua figlia che lo aspettano, e si abbracciano tutti e tre
sul ciglio della strada. E poi pensavo a uno dei racconti
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di Ali Smith - nella raccolta Altre storie (e altre storie),
Roma, Minimum Fax, 2005 - che si inti­tola Questione
di energia. Ci sono due donne. Si amano teneramente.
Mentre stanno per andare a dormire (secondo me sono
le stesse che nell’altro racconto si raccontano sto­rie prima di addormentarsi), lei dice all’altra: pensa un po’ se
in questa stanza ci fosse un masso grandissimo, che viene addosso a noi lentamente e ci schiaccia… Non è una
robetta da nulla, il masso nella mente di lei c’è davvero,
è un’ossessione vera, e il libro ne è infar­cito, come la
nostra vita, solo che nel libro, e qualche volta anche nella vita, qualcuno ci indica la strada per uscirne. L’altra
le prende la mano, intreccia le dita con le sue, le dice:
dov’è uno scalpello?, dammi uno scalpello, e lo facciamo
in mille pezzi. Lei pensa: “Basta questo. Basta una tua
occhiata, un tuo colpo di traverso, e una roccia grande
come una stanza esplode in una miriade di pietruzze”.
Vincenzo Loriga in
conversazione con Ennio
Abate
Sul disagio ieri e
oggi e qualche
sua causa
Comincerei dall’esperienza del disagio che
lei ha conosciuto nella sua attività di psicanalista.
Io mi sono trovato ad operare con un certo tipo di pazienti, più donne che uomini in generale, persone che
andavano più o meno dai venti ai cinquant’anni. Non ho
lavorato con persone più giovani e quasi mai con persone più vecchie. Noti che ho cominciato a lavorare come
analista nel 1968 e ho interrotto l’attività nel 2006. Avevo, dunque, già fatto una serie di esperienze professionali e personali. Nella maggior parte dei casi ho avuto a
che fare con quella che veniva chiamata allora nevrosi di
carattere, e cioè una difficoltà ad avere rapporti buoni o
decenti o col partner amoroso o sul lavoro. Posso dire
di aver avuto anche qualche giovane che faceva molta
fatica ad entrare nel mondo sociale…
Può accennare a qualche caso?
Paura. Disegno infantile
Ho avuto, ad esempio, alcuni casi di nevrotici coatti abbastanza interessanti; e me li ricordo in quanto il nevrotico coatto è, diciamo, più nevrotico degli altri. E, infatti,
Freud, parlando della nevrosi di coazione, la chiamava
«la regina delle nevrosi». Ma forse lei desidera qualche
Poliscritture/Samizdat
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dettaglio?
Se possibile…
Lei adesso parla con uno che non fa più l’analista e che
quindi ha maturato un distacco da queste cose. Comunque, ci sono stati dei casi in cui la patologia diventava
quasi divertente. Per esempio, ho avuto un paziente
– premetto che il nevrotico coatto è di solito molto intelligente – il quale riteneva che le distinzioni che noi
facciamo tra un oggetto e l’altro (io, ad esempio, mentre
le parlo al telefono, ho di fronte a me la scrivania, poi
una lampada, una libreria, una finestra…) erano irreali, perché lo spazio è unico. E questo paziente aveva
anche paura di non seguire con sufficiente attenzione il
battito del cuore, pensava che in mancanza d’attenzione si potesse fermare. Le faccio un altro esempio. Ho
avuto un paziente che era un comunista doc, uno stalinista. Beh, quando avvenne il rapimento e l’uccisione di
Aldo Moro, il giorno in cui ci fu la manifestazione, qui a
Roma, in piazza S. Giovanni, sia del popolo comunista
che del popolo democristiano, io ero solo a casa mia –
era un mercoledì pomeriggio e non lavoravo. A un certo
momento questo giovane mi telefona spaventatissimo,
dicendomi che mi vuol vedere. Arrivò da me in taxi. Di
cosa aveva paura? Di mettersi a gridare in mezzo alla
folla in piazza S. Giovanni «Viva le Brigate rosse!».
L’inconscio lo spingeva potentemente dalla
parte dei “cattivi” dell’epoca…
Sì, comunque lui ce l’aveva con tutti. Temeva anche di
finire per dare uno schiaffo al suo superiore, col quale
aveva almeno in apparenza rapporti cordiali. E soprattutto non tollerava l’immagine della debolezza. E una
volta, mi ricordo, ebbe un atteggiamento aggressivo nei
miei confronti, perché, avendo io da poco subito un’operazione chirurgica, gli apparivo più debole.
Tra gli inizi e la fase finale del suo lavoro di
psicanalista quali differenze ha notato nei suoi
pazienti o in lei stesso?
Il mio atteggiamento è cambiato sicuramente nel corso
degli anni. Secondo me, un analista non fa che cambiare. Un analista passa il tempo a liberarsi delle cose che
gli hanno insegnato a scuola o ha appreso dai suoi maestri. Poi quando si è liberato del tutto, ha finito anche
di fare…l’analista!
Lei, dunque, oggi s’è staccato dalla psicanalisi?
Beh, non la pratico più…
Perché s’è stancato o per altre ragioni?
Il primo motivo è che mi sono stancato. Il secondo motivo è forse più penetrante…
Secondo me l’analisi ad un certo momento deve cessare. Finché uno resta impigliato nella rete analitica, tende a vedere le cose dell’animo umano - suo o anche dei
pazienti - con occhio scientifico. Ma c’è un elemento di
libertà o, se vogliamo, di arbitrio, che, secondo me, nella visione scientifica propria di quasi tutta la psicologia
viene sacrificato. Credo che l’unico che in qualche modo
abbia reso ragione a quest’elemento sia Lacan. Io non
Poliscritture/Samizdat
mi sono mai sentito particolarmente vicino a Lacan, ma
su alcuni punti sono d’accordo con lui. Ne ho parlato in
un dibattito assieme ad altri nel volume della rivista “La
ginestra” che risale al 1994 ed ha come titolo Castrazione e autocastrazione. Lì diciamo che, per “guarire”
(orrenda parola!), cioè per sentirsi se stesso, il paziente
deve essere capace di un atto d’arbitrio. Senza questo,
si rimane sempre lì a rigirarsi sui propri problemi. Insomma, uno diventa se stesso, quando non pensa più a
se stesso.
Abbandonare o oltrepassare dunque la psicanalisi per altre attività?
Io attualmente scrivo. Scrivo di fantasia. Ma uno può
anche fare, che so, l’imprenditore…
Beh, se ci riesce! Non è così alla portata di
molti come scrivere… Ma insisto, si deve proprio abbandonare la psicanalisi per “essere se
stessi”?
Se devo essere schietto, sì.
Posso chiederle quale attività svolgeva prima di
fare lo psicanalista?
Come no! Dunque, per un certo periodo ho fatto il bohemien, il poeta. Poi ho lavorato nell’industria. E poi, a
un certo momento, abbastanza tardi come ho detto, nel
1968 sono diventato psicanalista.
La sua scelta di dedicarsi alla scrittura, abbandonando la psicanalisi, farebbe pensare
che lei sia ritornato a un desiderio della sua
giovinezza…
Diciamo che essermi occupato di analisi e aver fatto io
stesso l’analisi mi ha permesso di vivere meglio. Vivere
meglio con se stessi, vivere meglio con gli altri: questa
è una cosa abbastanza importante. Però poi in questo
vivere meglio si finisce per sacrificare una cosa alla quale personalmente tengo molto; e che potrei chiamare
la potenza della parola. La parola, quando in qualche
modo viene condizionata da una visuale scientifica, perde il suo vigore perché non ha più un rapporto diretto
con l’esistenza.
Eppure esiste un disagio anche dei cultori
per eccellenza della parola, quali i poeti o gli
scrittori.
Sì, c’è questo disagio. Ma lei sa che spesso il poeta soffre
d’insonnia?
Non solo d’insonnia. Ho letto di recente su
Internet un’intervista del 2005 rilasciata al
“Corriere della sera” da Elio Gioanola. Trattava delle nevrosi di scrittori come Svevo, Tozzi, Campana e Gadda. Non la voglio condurre
sull’annoso dibattito dei rapporti tra psicanalisi e letteratura, ma le chiedo: sfuggendo il disagio che può venire dall’attività psicanalitica
e scegliendo la via della scrittura, non si passa
comunque da un disagio a un altro?
Beh, in realtà non parlo di disagio procurato dalla pratica della psicanalisi. Se uno non ha un problema di
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espressione, ma di espressione vera (penso all’arte o
alla filosofia) non c’è a mio avviso disagio. La psicanalisi lo può aiutare a viver meglio, favorendo fra l’altro,
oltre che un rapporto migliore coi propri simili, anche
una migliore armonia fra mente e corpo (cosa fondamentale; non dimentichiamo che l’inconscio freudiano,
specie nella prima fase del pensiero di Freud, è in gran
parte fisicità). Ma, se ci poniamo su un altro piano, la
psicanalisi può essere d’ostacolo a un linguaggio vero.
E per linguaggio vero intendo linguaggio libero. In che
senso è di ostacolo? il suo punto di riferimento è l’Ego:
quello che appunto beneficia dei vantaggi della nuova
visione del mondo che la psicanalisi gli offre, ma che
non ha alcuna possibilità di accesso a un linguaggio che
prescinda dall’utile.
La parola vera è quella che si propone quando il senso
dell’utile viene a cadere. O meglio ancora: il linguaggio,
in sé, non appartiene all’uomo, semmai lo domina. In
fondo io ripeto cose già dette, ma che spessissimo vengono dimenticate. Le aveva dette Rimbaud (L’Io è un altro! Giusto, giustissimo, perché l’Io vero, che è in stretto
rapporto col farsi del linguaggio, non è certo l’Ego, e i
suoi movimenti per lo più ci sfuggono). Le ha ridette Lacan. E sa chi altri le aveva dette? D’Annunzio. Non so se
lei conosce, di D’Annunzio, il Di me a me stesso, un libro
postumo, che contiene frasi folgoranti: «Lo stile è l’Incosciente», scritte negli anni Venti. E ce n’è un’altra che
dice: «Il discorso è pieno di pericoli», perché – spiega
D’Annunzio - uno sa come lo comincia, ma non sa dove
e come finirà. Ma potrei citare anche Aristotele, del quale, nell’Etica Eudemia, c’è questo singolare pezzo, che
stupisce poi alcuni, che a torto lo considerano un pensatore troppo aridamente razionale. Traduco alla meglio:
«Muove tutte le cose il divino che è in noi. E il principio
del Logos non è il Logos, ma qualcosa di più forte». Per
poi aggiungere che, spesso, il poeta e il veggente vedono
prima, e più rapidamente, cose che un cervello razionale elaborerà col tempo. In proposito vorrei ricordare
questa importante, felice frase di Lacan: «I poeti non
sanno quello che dicono, ma lo dicono prima degli altri». Io però vorrei andare oltre e rifacendomi al detto di
D’Annunzio («Il discorso è pieno di pericoli») osservare
che anche un filosofo autentico, quando comincia il suo
discorso, non sa dove questo lo porterà. Se lo sa, è un
buon volgarizzatore; tutto qui.
Ma così la ricerca non si chiude all’interno
della parola o del discorso?
Voglio fare un’eccezione per Freud, che in qualche modo
sta a mezzo. Da un lato fa lo scienziato, tratta o cerca di
trattare il materiale psichico come un oggetto, poi però
la forza del discorso lo trascina e lo porta a concepire
idee – vedi per esempio la pulsione di morte – che ai
suoi più burocratici allievi risulteranno sgradite. C’è
una libertà in lui - la psicanalisi non per nulla è stata
per più lustri una disciplina d’avanguardia - che non
ritroviamo più nei suoi seguaci e nei suoi imitatori. A
me non dispiace affatto che Freud ogni tanto lavori di
fantasia. Con la fantasia ogni tanto si scoprono verità
importanti che spesso sfuggono al pensiero cosiddetto
onesto. L’importante è che la fantasia sia tua, proprio
Poliscritture/Samizdat
tua, non condizionata da altri né per compiacere altri. È
un po’ come con l’attore, che recitando sembra mentire,
ma in realtà mette in luce punti dell’animo che di solito
restano nascosti.
E il corpo, in tutto questo, non c’entra?
Ecco, l’aspettavo al varco. Vorrei cominciare con un’osservazione che potrà sembrare un po’ singolare. Ho notato che medici e poeti tendono a trascurare il loro corpo. Gli psicanalisti meno, stanno più attenti. E sa perché
lo psicanalista in genere bada di più alla propria autoconservazione di quanto non faccia il poeta o il medico?
Perché la saggezza gli consiglia di risparmiarsi. Ma la
saggezza non è la libertà dello spirito, rientra nella categoria dell’utile. Mi sono chiesto spesso perché il poeta
trascuri il proprio corpo. Le confesso però che non sono
arrivato a una conclusione sicura. Io credo che la parola
forte in qualche modo agisca contro la corporeità.
Contro?
Sì, la parola forte è corporea, prende forza dal corpo e
gliela sottrae. Non così la parola piatta, o la parola segno, quella che adoperiamo negli scambi utili.
Secondo lei, la parola che si fa corpo o carne, come afferma la dottrina cristiana, ha a che
fare con questi discorsi?
(Pausa) Non le so rispondere.
A me pare di cogliere due processi: uno di
spiritualizzazione che trascura il corpo (e gli
esempi di poeti - ma non soltanto - potrebbero
essere numerosi); l’altro che cerca di riportare
in evidenza il corpo, la carne, la materialità.
Io sul fatto che il poeta spiritualizzi ho qualche dubbio.
Il poeta fa diventare idea la cosa, ma ama – e come – la
cosa. Ma in cambio può dimenticare se stesso. Quanto
alla chiesa essa parla sì di un verbo che si fa carne, ma il
suo atteggiamento fondamentale è sempre stato di ostilità verso la carne. La chiesa è sempre stata contraddittoria su un punto, perché in certi casi si propone come
gelosa custode della natura, mentre in altri la rifiuta recisamente. Le dirò che io non ho fatto lo psicanalista a
caso. L’ho fatto perché volevo una riconciliazione con la
mia corporeità. E qui mi permetto di ricordare il saggio
di Freud del 1908, La morale sessuale “civile”, che poi
è ripreso ne Il disagio della civiltà. È un atto violentissimo d’accusa contro una civiltà repressiva. Freud osserva che la repressione della sessualità com’era attuata nella società ottocentesca fino alle soglie del primo
Novecento finiva per danneggiarla. Tutto il Novecento
è stato agitato dal bisogno di riscoprire il corpo. Basti
pensare alla fortuna di D’Annunzio, poi ai futuristi, a
Freud, all’epoca del jazz in America; e poi negli anni
Sessanta i Beatles, la rivalutazione del corpo anche nel
modo di abbigliarsi. Siamo stati tutti travolti da un’ondata di giovanilismo.
Oggi però si sostiene che la psicanalisi, che
pur ha contribuito a rivalutare il corpo, non
serva più. La spinta liberatoria della “rivoluzione psicanalitica” sarebbe stata capitalizzata e deformata dalla commercializzazione. È
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[mc]
l’opinione di Eli Zaretsky, un docente di storia alla New School University di New York
espressa nel recente Secrets of Soul (I segreti
dell’anima). Di certo non si può contestare che,
almeno in Occidente, i paradigmi forti del pensiero siano caduti e ci ritroviamo in un tipo di
cultura informe.
Mi colpisce il passo della conversazione di Vincenzo Loriga in cui afferma: «Mi sono chiesto spesso
perché il poeta trascuri il proprio corpo. (..) credo
che la parola forte in qualche modo agisca contro
la corporeità. (..) la parola forte è corporea, prende
forza dal corpo e gliela sottrae».
Stiamo in una cultura che sta a metà del guado, che non
è né carne né pesce. C’è un livellamento dei gusti e dello
stile di vita. In questo le industrie hanno il loro peso. Ma
il suo peso l’ha anche l’orientamento generale, perché
poi l’industria cerca di corrispondere a delle richieste.
Condivido, in linea di massima. Tuttavia, più che
contro la corporeità, credo che la parola del poeta
agisca come prolungamento della sua corporeità.
Ma le manipola un bel po’ queste richieste.
Non crede che all’inizio esse abbiano una spinta autentica che viene tradita?
La parola forte di cui parla Loriga è quella gratuita
e necessitata della poesia. Una parola che ha passione di verità. Il discrimine sembra essere proprio
nella passionalità e nel non utilitarismo della parola
poetica (che non è l’utile, cui tende la parola segno
citata nell’intervista). È parola poetica in questo
senso anche l’espressione grafica o fotografica (o la
scrittura in prosa…) cui l’autore si senta necessitato come a parte essenziale del suo vivere, così come
non lo è la scrittura in versi originata da motivazioni di mera scrittorialità o altro utilitarismo. Questa
parola forte o poetica, ampliando la corporeità del
poeta, trasferendola fuori del limite fisico del corpo,
in qualche modo, certo, fa diminuire il peso specifico della sua attenzione corporea. Ma assume anche,
trasformandola in parola, quella capacità di adesione passionale alla realtà che il poeta, suo malgrado
talora, detiene. Capacità che è insieme il suo dono
e la sua fatica. Da un lato dunque gli sottrae forza,
dall’altro lo libera di quel surplus di partecipazione
che di necessità (in quanto poeta) lo lega a quanto,
ben oltre il limite fisico del suo corpo, gli si fa carne
e sangue. Quasi un meccanismo di compensazione,
per chi sopporta una corporeità che è già tanto anche fuori di sé. Non a caso chi è in questo senso poeta
e non produce poesia corre il rischio di impazzire (o
di morire). Pur entro qualche consapevolezza ‘poetica di tale dinamica:
tu quando scrivi preghi) io
quando scrivo vivo e prego forse quando chiedo
alle parole di farsi sulla carta immagine durevole
forma che viva nonostante la distanza dalla vita.
Viene anche tradita. Ma penso anche che non ci sia –
come spinta autentica – in troppe persone. Mi spiega,
ad esempio, perché in Italia la televisione è così volgare? E non parlo dei programmi politici. Le sembra un
caso, d’altronde, che certi programmi interessanti li si
veda solo dopo mezzanotte?
<--
-->
Per una critica dialogante
Perché a dirigere la Tv ci sono quelli che sollecitano i gusti più bassi. Ma la Tv si potrebbe
usare in altri modi. Talvolta succede. Ha visto Benigni recitare Dante? Un professore può
storcere il naso, ma non c’è paragone con il livello dei programmi involgariti.
Ma sono seguitissimi anche questi…
Ciò prova ancor più la potenza del mezzo.
Secondo me, c’è una corresponsabilità. Non mi addentro in dettagli. Se ci fosse una rivolta da parte del pubblico, certe cose non verrebbero più trasmesse. Basterebbe
chiudere il video. Resta il fatto che anche io rimprovero
alla televisione italiana di non svolgere nessuna funzione educativa.
Di solito vengono rimproverati soprattutto
gli utenti della Tv. E l’élite dirigente che tollera
trasmissioni di basso livello?
Beh, capisco… La cosa andrebbe fatta con una certa gra-
P.D.Vidari, Potere assoluto
E poi… Sì, forse la “parola che si fa carne” dei cristiani ha qualcosa a che fare con questo discorso. Chissà
che Cristo (qualcuno degli estensori della dottrina
cristiana) non fosse un poeta!
Poliscritture/Samizdat
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dualità. Non è che si può imporre alla gente di mettersi
a leggere Aristotele.
E sul disagio dei giovani oggi, qual è il suo
punto di vista?
Glielo dico subito. Fino agli inizi del Novecento, ma
anche più oltre, il principio della castrazione patriarcale funzionava. Naturalmente facendo anche dei danni
agli individui più deboli psicologicamente. Adesso non
funziona più. Da un certo punto di vista è stata una liberazione. Però non c’è stato nulla che abbia sostituito
quel principio. Noi abbiamo una figura di padre indebolitissima e manchiamo quindi di un’etica condivisa.
Ciascuno ha le sue ideologie, che sono ideologie private
o di un gruppo ristrettissimo. Però non esiste più un’etica condivisa a livello di sentire. E allora succede che la
maggior parte dei giovani si trovano nell’impossibilità
di farsi un progetto. Ora non è che tutti siano in grado di
farselo Questo richiede già una personalità. Però la società un progetto prima glielo poteva dare. Adesso quello che la società gli può dare per i più è privo di fascino.
È vero. Le trasformazioni del lavoro costringono a lavori flessibili, precari, intermittenti.
Un giovane è costretto a dividersi tra varie occupazioni o va incontro a periodi imprevedibili
di disoccupazione; e non riesce spesso a lasciare la famiglia. Figuriamoci a costruire un progetto di vita. Quando si uscirà da questo disagio?
Secondo me ci vorranno decenni. Sono pessimista a
breve termine, non a medio o lungo termine, anche se
penso che quelli che erano i valori della civiltà occidentale è difficile ricostituirli in qualche modo, perché l’Occidente è in declino. Sul Corriere del 23 dicembre 2007
c’era un’intervista, sul tema del declino dell’Italia, allo
storico inglese Denis Mack Smith, che in passato scrisse
una storia d’Italia con dati interessanti, anche se aveva
qualche tratto superficiale. Lui trova miope quest’accusa, perché, se è vero che c’è un declino, visto che i centri
dinamici della nuova civiltà si trovano nel Pacifico, esso
tocca tutto l’Occidente.
nascerà un’altra e sarà cinese.
E, in tal caso, sarebbe meglio o peggio a suo
avviso?
Mah, io i cinesi li stimo; e li stimo molto, ma la loro psicologia è così diversa dalla nostra, e così i loro valori.
Forse ci sentiremmo un po’ spaesati.
Ma conta ancora la matrice culturale nazionale di un popolo o contano di più i nuovi poteri sovranazionali?
La cultura nazionale conta. Gli americani sono diventati quelli che sono anche perché erano fatti in un certo
modo.
Pensa che la cultura americana sia migliore
delle altre?
No, guardi… io sono molto legato alla cultura europea.
Ma ritengo che attualmente la cultura europea non sia
in grado di farcela da sola. Lo si vede a livello politico:
non riescono a decidere. Io in America non ci sono mai
stato e preferisco vivere nel vecchio mondo. Però mi
rendo conto che probabilmente sono un sopravvissuto.
In fondo io credo ancora nell’arte, ma temo che l’arte, o
almeno un certo tipo di arte (non certo il cinema che per
altro è un’arte) non abbia un grande futuro. Ha scarse
possibilità. Lei non è d’accordo?
Non so davvero come pensarla. L’arte oggi
non ha la risonanza sociale che ebbe in passato nelle dimensioni cittadine o nazionali. Ma
potrebbe essere un seme di “altro”. Ma posso
sbagliare.
No, no. È legittimo pensarla così.
Tutte le comunità che avevano un’etica condivisa, come prima lei diceva, sono oggi sotto
pressione e catapultate nel vortice della globalizzazione del mercato. Commerci, migrazioni,
ma anche guerre avvengono in una confusa dimensione planetaria.
È un mondo che poi, secondo me, è minacciato dall’entropia. Tutto sembra livellarsi, ma in realtà ci sono spinte centrifughe e gli uni sviluppano sentimenti molto aggressivi nei confronti degli altri.
Il politologo Samuel Huntington parla senza esitazioni di “scontro di civiltà”. Due per il
futuro sembrano le prospettive: o l’arroccamento dell’Occidente, che dovrebbe reimporsi
con la forza alle altre civiltà: oppure un mondo
multiverso, multietnico.
Su quest’ultima ipotesi sono pessimista. Io sono convinto che, se viene meno l’egemonia degli Stati Uniti, ne
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Epifania
dell’ombra e del
fuoco
Michele Ferrara degli
Uberti
A Sharon mia diletta ombra nella forza dell’eros e della
vita, e del mito dell’origine
dedico questa epifania dell’ombra e del fuoco.
Finirò, la stanza
terminerà di essere arredata
distratta fermezza,
rigida notte,
al limite degli alberi
sulla pianura, precocemente adornata
dai soffi del vento, quando cadrò
ultimo frutto
dell’ira,
piangeranno vortici di luce
chiesti dal padre,
spina sul muro dov’è appesa una croce
Volete volete, figlie inermi lacrime
di mirto,
ramoscelli di olivo
per vivere per domandare
quando vedrete, la ruota fermarsi
l’officina chiudere le porte e mandare
via gli abitanti
follie lunari,
vesti,
della mente disabitata.
*
A Sofia
Dal domani, sconosciuta,
ambasciatrice
di fierezza, verrai
sul mio petto
pieno dei sapori dell’alba
tu spirito inquieto forgiato
per gli antichi maestri
cantori del mattino.
Poliscritture/Samizdat
*
Con una cura paziente
assolvo i compiti dell’ospite
entrando nei cerchi della pietra
sotto le città,
distese come enormi dormienti
in sacche oscure
disseccato il tempo nelle mie mani
respira attento
materia dei corpi,
rapide consistenze
rapide bruciature
sul legno carico d’occhi silenzioso
enorme
spaccatura,
futura, vedrà consumarsi
gli eventi
e il confuso rito delle voci
e la danza del libero mattino.
*
A Olivia
Circondami di cure
stella solitaria negli spazi del mattino
abbraccia la mia carne voce mai narrata
frammento, di una nascita
tra la nudità delle pietre
e il responso
futuro, della sera ospite insana
dietro la finestra
scagliata nel firmamento
spazio di luce, inascoltata energia
del fuoco.
*
Perché io sono
solo e non c’è
giustizia in questo
altalenare dell’edera sul muro
e lo spaccarsi della luce
nello specchio.
Lontano nel paese dove brucia il sole
passano gli uccelli, nel cielo
in un basso volo
e mi rapisce il suono delle onde
che battono sulla terra
entrando nella stanza
frangendosi,
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immaginaria
rocce
su alberi di vetro.
*
Brucia
il canto sterminato
dei campi.
La luce richiede il conforto
della tua opera,
le sazie ginestre,
come ferme pietre
nel silenzio ascoltano
antiche premonizioni
stanche di assecondare
il girare del vento
che traccia cerchi sulla terra
inquieta sottratta al respiro
di colei, impazzita andata
a cercare il suo assassino nei boschi.
*
Tu, che al mio disagio
offri asce potenti
reca la chiusa innocenza del
risveglio, debole lume
in tutte le terre considerate
sacre, acceso.
Sono venute pallide
signore dalla veste di piombo
la bocca spalancata
a spargere foglie e la parola
dei vangeli,
caduta cancellazione
dagli alberi
per l’arbitrio delle forme;
la danza, sui cerchi
disegnati
da abilissime mani;
varrà il dubbio,
la mutevole conseguenza
dell’acqua
che sfiora il corpo
lingua
griderà il suo terrore ai cieli il torrente.
Pietro Andujar
intervistato dai redattori
di «Poliscritture»
Disagi d’oggi:
pratiche e
interrogativi di
uno psicanalista
Cominciamo dalle esperienze di disagio che
approdano al tuo studio. Sono cambiate rispetto al passato?
Le esperienze di malessere, da dieci quindici anni a
oggi, sono cambiate in modo molto netto, se devo riferirmi a dei criteri ortodossi, classici. Una volta al nostro
studio arrivavano richieste d’aiuto da parte di pazienti
cosiddetti ‘nevrotici’ che, secondo le vecchie categorie,
avevano sofferenze più o meno riconducibili al tema
edipico piuttosto che alle strutture familiari. Dominava l’opinione che il paziente potesse essere catalogato
secondo la triade tipologica di perversione, psicosi o
nevrosi. Questi erano gli atti di lettura, di derivazione
sicuramente psichiatrica. Si pensava che la cura potesse essere di ordine relazionale, o più propriamente rivolta alla rilevazione di contenuti inconsci, o anche di
supporto, perché con certi pazienti psicotici a volte si
trattava di fare un lavoro più di sostegno, nel quale lo
psicoterapeuta assumeva spesso una funzione di io vicario, come si usava dire allora.
Fin da allora io non ero dell’idea che la divisione imposta dalla trilogia patologica fosse opportuna. Oggi sono
assolutamente convinto che sia una tipologia insufficiente, perché i pazienti che ci si presentano adesso manifestano modalità di disagio molto più complesse.
Non abbiamo una specie di psicogenesi del sintomo, di
storia sintomatica che possiamo far risalire a un inadeguato tipo di sviluppo nel decorso della crescita del
giovane, del ragazzo, della ragazza, ecc. Né possiamo
pensare che siano avvenuti eventi traumatici specifici;
oppure che ci siano fatti sociali, condizioni economiche
scatenanti che giustificano il malessere psichico.
Vediamo invece situazioni di patologie molto complesse, dove appaiono elementi psicotici abbastanza importanti e gravi: grosse fissazioni, deliri, componenti paranoiche abbastanza marcate o componenti maniacali
molto forti: quelli che una volta potevano rientrare nella
vecchia patologia psichiatrica e che costituivano, magari, il nucleo del sintomo cosiddetto psicotico e avrebbero potuto portare a una sorta di invalidità la persona
sofferente.
Oppure vediamo spesso persone che hanno una sofferenza abbastanza grave, però non innestata in quella
che si pensava fosse una struttura di disturbo grave, ma
Poliscritture/Samizdat
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su una personalità magari perfettamente adattata alla
realtà; e che, secondo i criteri sia sociologici - che io non
ho mai amato molto - sia psicologici - che amo ancora
di meno - può corrispondere alla definizione di personalità normale.
E cosa sarebbe una personalità normale?
Quando dico normale, non lo dico per una mia personale valutazione ideologica, ma mi attengo alle letture
della sintomatica quotidianamente in uso.
Se uso, ad esempio, il DSM IV, che è il sistema di diagnosi ufficializzato in tutto il mondo e condiviso dagli
psicologi così come dai medici, e seguo i criteri ad albero, le diramazioni, le molteplicità patologiche, potrei
riscontrare che i pazienti hanno dei disturbi di una certa
gravità su un asse, ma non hanno affatto dei disturbi
corrispondenti su un altro asse. Posso quindi ipotizzare
che ci sia stato un particolare disturbo familiare, di conflittualità, e quindi presumere che ci siano delle carenze,
dei disturbi, su un altro piano; ma non ci sono affatto.
Vediamo la composizione di questa psicodiagnosi, usando magari la SWAP 200, una scala che in Italia ha divulgato Vittorio Lingiardi (uno psichiatra e psicoanalista
junghiano molto vicino alla psicanalisi della relazione)
nel tentativo di ridurre la vaghezza e l’approssimazione
del DSM IV.
Da pochi anni si usa in Italia questa specie di tecnica
complementare di valutazione, composta da 200 item
della scala, che lo psichiatra, lo psicanalista, lo psicoterapeuta, lo “psico-qualche-cosa” deve sottoporre a se
stesso in relazione a ciò che ha rilevato del suo paziente, dopo che ha fatto una batteria di almeno quattro o
cinque colloqui con lui. Se voglio fare una valutazione
anamnestica, diagnostica e prognostica di un paziente,
dovrei, dopo che l’ho visto per un mese, rispondere a
queste domande e provare a pianificare una valutazione.
La cosa curiosa è che gli esiti del protocollo della SWAP
200 debbano essere parametrati in modo tale che le
patologie dei pazienti vengano commisurate secondo
certi canoni quantitativi. Ancora più interessante è, per
esempio, che tra gli elementi di valutazione compaia la
dicitura di «buon funzionamento» che può, come dire,
compensare, e ri-parametrare la nostra patologia.
Tu hai adottato questo sistema di diagnosi?
Dato che per scelta ho sempre lavorato con una vasta
gamma di pazienti - persone di tutti gli strati sociali,
economici culturali e di tutte le età - ho provato per
conto mio a guardare cosa succedeva applicando questi
nuovi e “più raffinati” modelli diagnostici. Dunque, per
esempio, ho avuto anni fa tra i miei pazienti un uomo
di scienza con una componente altissima di malessere narcisistico grave, un intelletto sicuramente di alto
funzionamento (come si suol dire) con trascorse patologie di dipendenza, con un malessere evidente. Questa
persona, parametrata con la SWAP 200, risultava con
tre o quattro aree patologiche significative; però, ri-parametrando la diagnosi con l’altissimo funzionamento
intellettuale, il grado di inserimento e di capacità di auPoliscritture/Samizdat
toaffermazione, la patologia presunta viene ri-normalizzata.
Un’altra paziente, una ricercatrice universitaria, era stata diagnosticata schizofrenica da alcuni colleghi: appariva come una pseudo anoressica. Dico ‘pseudo’, anche
se pesava 32 chili, perché ritengo che la patologia conclamata grave non fosse il sintomo anoressico, dal quale
si è riavuta in un tempo relativamente breve. Applicando i criteri di lettura della SWAP 200, ne risulterebbe
una patologia media trattabile.
La patologia media trattabile corrisponde a questa
persona, che, quando è venuta da me si somministrava 20 clisteri al giorno, oltre a mangiarsi un vasetto di
marmellata lassativa di tanto in tanto, oltre a prendere
cinque ordini di farmaci diversi, perché non sapendo
come diagnosticarla, i medici le avevano prescritto un
neurolettico (perché psicotica?), un S.S.R.I. - il classico
farmaco antidepressivo - (perché bipolare?), uno stabilizzatore dell’umore, che è un vecchio antiepilettico
(perché depressa organica?); e un paio di Benzodiazepine diverse, una per l’ansia e una per il sonno (perché
nevrotica e ansiosa?).
Con questo tipo di patologia la paziente ha avuto una
polidiagnosi, potendo risultare relativamente poco o
molto malata, secondo la valutazione.
Quindi questi criteri di valutazione sono discutibilissimi…
Quello che noi vediamo è che arrivano persone, che
sono magari relativamente ben inserite nel loro lavoro, non hanno particolari difficoltà scolastiche, possono essere studenti, possono essere lavoratori che fanno
piccoli corsi di vario tipo per imparare qualcosa, fanno
lavori interinali, ecc. Queste persone riescono a funzionare, però possono avere delle fissazioni di matrice psicotica, dipendenza da sostanze come la cocaina, che è
diffusissima, o polidipendenze; e, soprattutto, non sono
più rispondenti alle categorie di struttura mentale che
noi consideravamo fino a pochi anni fa.
Se noi pensiamo, ad esempio, a quello che era considerato da Freud il tema classico dell’isteria, il desiderio
inconscio rimosso, come veniva chiamato, o consideriamo l’aspetto ossessivo (oggi lo chiamano compulsivo),
non vediamo più nel compulsivo un fobico nascosto,
un soggetto immerso nell’angoscia, una paura profonda nascosta che agisce con reazioni di contenimento o
di controllo (perché c’è una possibile dimensione “inconscia” censurata), ma riscontriamo magari un delirio
visibile, non criptato.
Ci fai un esempio?
Ho un paziente - una persona di grande intelligenza giovane e relativamente bravo nel suo lavoro, che si presenta dicendo: - Io ho dei disturbi del pensiero... È vero
che ha dei disturbi, ma ha un pensiero perfettamente
funzionante. Per essere preciso, intervengono nel suo
pensiero dei disturbi. E cosa succede? Vedete questi
tendoni, che non ho messo per dare un’aria particolarmente importante e barocca allo studio. Le due tendine
centrali non coprivano bene il vetro. Allora ho montato
Pag. 17
questi due tendoni laterali. Così, quando lui arriva, è
tutto chiuso e assolutamente invisibile all’esterno. Arriva sempre almeno 5 minuti in ritardo, perché teme che
qualcuno possa vederlo entrare. Poi qui oltre ad oscurare, a volte devo togliere quel panno, se si stende sul
divano, perché gli può dar fastidio. Oppure le forme circolari gli rimandano vissuti inquietanti. Questa persona
è una perfettamente funzionante.
Altre persone che fanno dei lavori di servizio o che hanno attività di una certa importanza, invece, fanno uso
costante di cocaina. Ce n’è una diffusione fitta, non sono
poche.
Si parla di persone giovani?
Anche giovani. Un ragazzo che considero giovane - ha
28 anni - e una ragazza di 25 anni, anche questa cocainomane. Lei dice di non esserlo, perché, secondo il suo
parere “una volta alla settimana, non si è cocainomane”. Invece, l’emivita della cocaina nel sangue è di circa
sette giorni. Quando uno ne fa uso una volta alla settimana, è già dipendente. La persistenza della sostanza –
non dell’effetto - è di una durata analoga a quella degli
antidepressivi serotoninergici. Gli americani avevano
chiamato il Prozac “Bye-bye Blues” e ne facevano uso
nei week-end: lo prendevano a fine settimana, quando
iniziava a calare la concentrazione della sostanza attiva. Non avevano neanche tutti i torti a chiamarlo “addio, tristezza!”, perché l’effetto di ripresa dal malessere
melanconico funzionava veramente nei fine settimana!
Purtroppo la droga, invece, non è un regolatore dei neurotrasmettitori, e non si può liberarsene con la stessa
semplicità e rapidità con cui ci si separa dal Prozac!
Questa cosa è diffusissima tra i pazienti che vanno dai
25 ai 35 anni e, attualmente, credo di averne cinque che
ne fanno uso.
Puoi farci ancora degli esempi?
Ho due pazienti che stanno proseguendo un lavoro psicoterapico in qualche misura vicino alla psicoanalisi:
cocainomani abusanti per molto tempo, con delle componenti che si potevano definire indirettamente perverse, mirate semplicemente a disturbare per telefono
delle donne. La loro terapia è sostenuta o autorizzata
dal tribunale. Sono persone che svolgono attività di gestione e di servizio veramente importanti e di una certa
responsabilità.
Un altro paziente, con una diagnosi di schizofrenia è
una persona entrata in uno stato di dipendenza molto
forte dalla cocaina. Poi ha virato la dipendenza soprattutto su un abuso di hashish. L’hashish oggi è fortissimo, a volte viene proposto tagliato, a volte anche con
la cocaina. Può produrre una dipendenza molto forte,
anche perché contiene una quantità di sostanza attiva,
il delta-9-tetraidrocannabinolo, molto alta, dato che
vengono coltivate piante selezionate allo scopo. Rispetto agli “spinelli” degli anni andati, la concentrazione di
sostanze attive è altissima e il grado di dipendenza viene
soprattutto dai tagli che contiene.
Questo ragazzo, ad esempio, è stato scoperto dalla madre. Sono persone con mezzi economici proprio minimi:
Poliscritture/Samizdat
lei fa la domestica, lui lavorava in un grande magazzino;
e quindi si fa presto a rimanere senza i soldi per pagare
la bolletta della luce o del gas! La mamma se n’è accorta
e ha chiesto aiuto per il figlio. Contravvenendo alle regole psicoanalitiche, seguo la madre da un lato e il figlio
dall’altro. Il ragazzo è uscito dalla cocaina ed è arrivato
ad un uso moderato dell’hashish, ha quasi ottenuto un
lavoro stabile. Prima c’era anche un’instabilità lavorativa. Però si è dovuti passare attraverso il piano terapeutico psichiatrico per non pagare i farmaci costosissimi;
e la diagnosi psichiatrica, che a mio avviso è stata incongrua - “schizofrenia latente”- è stata consegnata, per
iscritto, nelle mani del paziente.
In realtà, la madre è una schizofrenica, paranoide però.
Una schizofrenia paranoidea abbastanza complessa,
secondo alcuni clinici, non coinciderebbe con la schizofrenia. Il figlio ha degli elementi deliranti di stile paranoideo, ma, secondo me, non ha assolutamente la
cosiddetta Spaltung, la scissione emotiva e intellettuale
che di solito in uno schizofrenico di un certo tipo si può
rilevare. Ha un grado di adattabilità molto forte, di relazione con l’altro, che non è poi finta o artificiale; ha un
investimento di tipo ideale nelle figure maschili che si
rivela in una serie di questioni che io conosco, avendo
seguito la madre; però viene diagnosticato schizofrenico.
C’è una componente di fragilità…
In questo caso c’è una fragilità forte e questo figlio è cresciuto da solo con la madre che definiamo schizofrenica.
Accenno a un altro caso trattato una decina di anni fa.
Letizia Jervis Comba mi inviò una paziente già diagnosticata da altri psichiatri come schizofrenica. Con Christopher Bollas1 fummo invece d’accordo di riconoscerla
come una psicosi isterica. Qualcuno la diagnosticava
una psicotica conclamata. Aveva un’incapacità di stabilire dei rapporti, nonostante fosse stata aiutata tentando di inserirla in attività lavorative, assegnandole una
pensioncina d’invalidità e fornendole tutta una serie
di servizi che cercavano di coinvolgerla. Eppure questa
persona si assentava da qualunque attività. Non era in
grado di stabilire dei rapporti con il mondo esterno, se
non con personaggi molto importanti. Ricordo che un
giorno ricevetti una telefonata da Franca Rame, esasperata da questa persona, che la tormentava e che le aveva lasciato il mio recapito. La paziente aveva stabilito
contatti con Dario Fo, con Franca Rame, con l’avvocato
Pisapia, perché era stata molto attiva nell’area culturale
e di ricerca della Libreria delle Donne di Milano. Pur
essendo una piemontese, gravitava su Milano, tormentava il povero professor Franco Fergnani - dicendogli
che anche lei era un’ebrea perseguitata come lui e cose
di questo genere. Però un rapporto comune con persone
di pari grado, orizzontale, non esisteva assolutamente.
1 Christopher Bollas è membro della “British Psychoanalytical
Society”, del “Los Angeles Institute and Society for psychoanalytic Studies” Honorary Member dell’ “Institute for Psychoanalytic Training and Research”. Membro dell’ESGUT: “European Study Group of Unconscious Thought”. La supervisione
e il dibattito su questo caso si svolse a Milano nel 1999, grazie
alla disponibilità del dr. Mariano Enderle, già allievo e collaboratore di Bollas.
Pag. 18
In tutti i pazienti gravi che io ho non ce n’è uno invece, oggi, che non abbia una possibilità di correlazione
orizzontale con altre persone, per cui è chiaro che tendenzialmente si dice che il disturbo non è lo stesso, non
c’è.
Ma che immagini, che modelli hanno in testa questi pazienti?
È una grossa questione che implica delle identificazioni con svariati modelli e immagini precostituite: quello che una volta si chiamava falso Sé. Oggi si dovrebbe
aggiungere un nuovo capitolo alla “Psicopatologia della
vita quotidiana”, che è improntata soprattutto al tema
della perversione. Io credo che oggi la difesa che si può
ben osservare nella psicopatologia della vita quotidiana
è quella che Freud chiamava la “Verleugnung”, la negazione del perverso: io nego pur sapendo di negare, posso
negare come se non sapessi. È una struttura di negazione, una difesa di negazione perversa, che fa parte della
vita quotidiana - quello che noi banalmente tanti anni fa
chiamavamo falso Sé.
Va ricordato che il termine è di derivazione inglese e potrebbe essere tradotto come un falso me stesso, non un
Sé metafisico. Oggi il falso me stesso è merce assolutamente comune. Anzi che uno non abbia una serie di falsi Sé è quasi raro. È il Sé del commercio insomma (generalizzando il concetto, quest’ultimo lo chiamerei un
Sé metafisico in senso filosoficamente proprio!). Questo
favorisce, secondo me, tutto un frullare di vortici di falsa identità talmente fitta, che genera ovviamente una
identificazione di falsa immagine, quella che il vecchio
Lacan chiamava falso sembiante, che è quasi impossibile frenare
Il cambiamento nel tipo di sofferenza quale
problema pone a uno psicanalista?
Il problema che abbiamo noi psicanalisti si è moltiplicato cento volte. Sul piano tecnico è difficilissimo oggi
lavorare e le persone giovani sono formate malissimo.
Anche quelle della mia generazione a volte sono formate proprio male, non capiscono assolutamente niente
della contemporaneità.
È difficilissimo lavorare, perché il cambiamento in
atto è gigantesco e abbastanza totalizzante. Mediatico
in primo luogo. Quello è il primo grandissimo cambiamento, che fa sì che qualunque cosa virtuale possa
essere scambiata per reale. Ho la possibilità di aprire
Internet sul mio computer, dialogare con un’altra persona, prenotarmi un aereo piuttosto che comperarmi
all’Outlet l’ultimo paio di Superga, che invece di costare 150 euro ora ne costano cinquanta, oppure posso
sapere attraverso un blog cosa succede, oppure posso
comunicare attraverso questi mostruosi aggeggi continuamente. Ciò ha prodotto una serie di estensioni, se
vogliamo comunicative, ma anche di fraintendimenti
fra ciò che è immaginario e ciò che è reale.
Tu come ti poni rispetto all’attuale invadenza
del virtuale?
Non si può dare una disdetta al virtuale, che appartiene
di fatto al piano di realtà. Qualche anno fa assieme a
Poliscritture/Samizdat
Marco Riva, uno psichiatra che ha anche una formazione psicanalitica, avevamo condiviso una ricerca sull’immagine virtuale e i suoi effetti, anche positivi. Marco
aveva proposto di proiettare dei video nelle sale d’attesa
dell’ambulatorio psichiatrico dove lavorava. Le proiezioni erano concepite per passare gradevolmente i tempi morti in alcuni luoghi-nonluoghi (come le sale d’attesa delle stazioni, degli aeroporti, degli ospedali, degli
uffici pubblici, le fermate del tram, ecc.). Questi cortometraggi avevano semplicemente una valenza estetica e
un libero flusso associativo caratterizzava il montaggio.
C’era anche l’intenzione di stimolare i pazienti, per incoraggiarli a prestare attenzione a qualche cosa di soggettivo, che le circostanze un po’ fuori dal senso comune
a volte ci aiutano a trovare. Non molti colleghi avevano capito bene di cosa si trattava. I colleghi medici, ad
esempio, non riuscivano a capire cosa c’entrasse con la
psiche, con la sofferenza questa cosa. Però, secondo noi,
vedere in questo virtuale qualche cosa che può fare un
effetto e accorgersi (e poter pensare) di gestirlo o di capire quali sono gli effetti o d’interagire con queste cose
ci sembrava un motivo molto importante [per tentare
l’esperimento].
È più attuale fare una cosa del genere che provare a vedere se lo psicotico è ancora psicotico, oppure se lo psicotico è un po’ perverso. Questo però ci porta - almeno
ha portato me personalmente - alla questione che ritengo fondamentale, la questione del soggetto.
Una questione centrale nella filosofia moderna e contemporanea, ma tu - crediamo - l’affronti da psicanalista…
Per me, come psicanalista con una formazione filosofica
di partenza - vengo da un’area umanistica, non medica è la questione oggi più complessa e più difficile.
Pensiamo a cos’è il soggetto nella psicanalisi, pensiamo
al vecchio Freud, che io considero continuatore della
tematica hegeliana dell’autocoscienza. Poi pensiamo
a Lacan, che è stato l’altro che ha fatto, secondo me,
un passo importante sul tema del soggetto: il soggetto sbarrato, lo stadio dello specchio1, lo scritto del ’49,
dove in qualche modo parla di questo soggetto illusorio,
nel quale io m’identifico. Si scatena tutta una serie di
strutturazioni, assieme all’impedimento al soggetto di
raggiungersi in modo onnipotente e totale. Lì c’è la prima visione lacaniana del soggetto.
Oltre a Freud e Lacan chi ne ha parlato?
Franco Fornari, negli anni ’70, era stato molto bravo
da questo punto di vista: aveva scritto delle belle cose
sui codici familiari, i codici affettivi, le parentele, tutte
questioni che poi aveva esteso anche alla politica. Parlava, per esempio degli Usa come struttura psicopolitica
dominata dal codice paterno, della Russia dominata dal
codice materno, dell’Europa come zona della tragedia
di Tieste2. E però, se parliamo di soggetti, non possiamo
1 “Le stade du miroir comme formateur de la function du Je
“ telle qu’elle nous est révélée dans l’experience psychanalytique. Communication faite au XVIe congrès international de
psychanalyse à Zürich, le 17 juillet 1949.
2 Tieste è personaggio mitico in feroce conflitto col fratello
Pag. 19
più pensare che il soggetto sia riducibile alla mamma
buona, alla mamma cattiva, al papà, al codice fraterno,
ecc. Oggi ci troviamo di fronte a una grossissima difficoltà a dare una fondazione del soggetto riconoscibile,
perché con questa mediatizzazione grossa, con questa
scomposizione di tutto il collettivo sociale, che è completamente scomparso, tu non hai più nessun polo di riferimento, di rispecchiamento, non hai più alcuna possibilità di deliberare con un riscontro convincente da
parte dell’altro (il che sarebbe ciò che ti fa un po’, tra virgolette, innamorare dell’altro!). Ma hai continuamente
delle protesi d’identificazione possibile, delle sembianze
di similitudine, dei falsi noi che si creano e che sono anche difficili e a volte pericolosi da smantellare. Perché
a volte ti ritrovi di fronte a persone che hanno come
strutturato un loro modo d’essere su quello che Lacan
chiamava «sembiante». Ma un sembiante complesso,
con la sua quota di realtà e che ti mette in una posizione
di interazione abbastanza gravosa, dove io credo che si
dimentichi per es. tantissimo il corpo.
C’è qualcuno che affronta oggi la questione
in modi interessanti?
Christopher Bollas ha scritto nel 2002-2003 un libro
interessantissimo e non ancora tradotto, “Free Association” dove riprende il tema della libera associazione
freudiana. Lo tiene buono come principio, ma fa vedere
come su di esso ci siano stati dei fraintendimenti colossali. Sostiene che la libertà di pensiero associativo del
soggetto sia una caratteristica indispensabile, per considerare correttamente la mente umana.
Bollas di formazione è un letterato, è docente di letteratura inglese, è stato allievo di Donald D. Winnicott ed
è membro ordinario della British Psychoanalytical Society. Ha pubblicato nel 2007 un libro nuovo, The Freudian Moment (Il momento freudiano). Può sembrare
una tematica di vecchio stile, però i titoli dei capitoli
sono molto significativi (uno è Identificazione percettiva e qui il corpo c’entra qualche cosa). E il sapere inconscio, a cui lui si riferisce, viene chiamato Unconscious
Known, cioè il conosciuto inconscio, il saputo inconscio.
C’è anche un gioco letterario, senz’altro, in questa cosa,
perché il vecchio inconscio freudiano Unbewußt in tedesco, scomparirà poi nella seconda topica freudiana,
dove farà capolino l’Es. In inglese abbiamo “Unconscious known” cioè “Unbewußt- Bewußt”.
Fa pensare a quello che il poeta Giancarlo
Majorino chiama l’ignoto del noto…
Si può chiamare anche così. Bollas sottolinea soprattutto l’aspetto inconscio dell’ identificazione percettiva,
perché è di cultura molto inglese. Pensa che lo stesso
Winnicott ha scritto un saggio di psicoanalisi dal titolo
Human Nature (La natura umana), tema tipico inglese. Siamo a Locke, ma più ancora a Hume, alla tradiAtreo. Fra I numerosi libri detti di “Psicopolitica”, Franco
Fornari pubblicò “La Malattia dell’Europa. Saggio di psiocopolitica sulla struttura diabolica del potere segreto”, Feltrinelli, Milano, 1981. Tra di noi, allievi del gruppo di metodologia
clinica, questo testo si chiamava “Tiestopa”
Poliscritture/Samizdat
zione classica inglese, che è sempre stata molto vicina
alla percezione come fondamento della stessa coscienza. Qui, secondo me, andrebbe fatta fuori tanta cultura
accademica, soprattutto italiana e anche francese. Gli
inglesi pongono molto in luce l’aspetto percettivo della
coscienza. La coscienza non è composta di solo pensiero. Per noi - e i francesi forse peggio di noi - la coscienza
è pensiero. Direi, con l’evidenza della contemporaneità,
che la coscienza è, forse prima di tutto, percettiva. Bollas mette in luce questa cosa e molto bene, secondo me.
È la prima volta che sentiamo nominare Bollas. Ci puoi dire qualcosa di più?
Christopher Bollas è uno dei più importanti psicoanalisti della British Psychoanalytical Society, allievo di Winnicott, aperto alla pluralità delle teorie psicoanalitiche,
“Independent” , cioè libero dalle costrizioni più ortodosse. Ha sostenuto potentemente il valore della creatività
soggettiva e ha criticato duramente alcuni canoni stereotipati della pratica psicoanalitica. Nel suo ultimo libro,
The Freudian Moment, ad esempio si trovano capitoli
intitolati Cos’è la teoria?, oppure Sull’interpretazione
del transfert come resistenza alla libera associazione.
Cosa va dicendo? In sostanza, che l’analista che comunica un’interpretazione del transfert al paziente, impedisce e pone una resistenza alla potenzialità di associare
liberamente. In altre parole, se io interpreto, ad esempio,
che tu ti stai comportando così, perché evochi attraverso il rapporto con me un rapporto conflittuale col padre,
piuttosto che un’altra qualsiasi area inconscia attivata,
blocco ogni lavoro di libera associazione, che è il pensiero creativo, che è la parte più significativa del soggetto.
Nonostante la sua rigorosa formazione kleiniana, l’analisi con il grande Winnicott e la conoscenza di Wilfred
Bion hanno forse aiutato Bollas a spingersi oltre nelle
critiche ai dogmi di certa psicoanalisi ufficiale.
Sempre in questo testo afferma una cosa molto semplice
e molto vera, che abbiamo sempre saputo tutti: il libero
pensiero è una modalità tipica, strutturale dell’essere
umano. Non è cioè un’acquisizione della psicanalisi o
di chi ha fatto l’analisi; e dunque teniamo conto che il
soggetto umano è dotato di una capacità di libero pensiero!
Certi filosofi l’hanno sempre detto, ma gli
scienziati sono d’accordo?
La teorizzazione di Bollas, o di alcuni sostenitori della
psicoanalisi relazionale, è abbastanza in sintonia con
certe acquisizioni delle neuroscienze. Pensiamo ad Antonio Damasio, al suo bel testo, Emozione e coscienza,
dove ha la capacità di sostenere che esiste un soggetto
biologico. Come esiste un soggetto nel senso filosofico
comune del termine, c’è una soggettività, un’individualità biologica.
Secondo me, il passaggio teorico necessario in questo
momento impone – sia dal punto di vista di un determinista, che di un costruttivista pluralistico, o di uno
strutturalista, o di qualunque altra posizione intellettuale si voglia sostenere - che non si neghi più come
indeterminato ciò che è invece soggettivo, individuale,
peculiare. C’è un diritto di esistenza specifica, particoPag. 20
lare del soggetto.
È questa, dunque, anche la tua posizione?
Il mio scopo personale coi pazienti da un po’ di anni
a questa parte, ma particolarmente adesso, è proprio
quello di essere su questa posizione etica di assoluta tutela, di diritto ad essere del soggetto, di potersi inventare, di essere qualche cosa che non sia determinato da
meccanismi. Per cui in qualche modo penso che anche
il vecchio Edipo, per esempio, sia da considerare un po’
alla stregua di una strutturazione archetipica. L’archetipo è come una struttura: d’accordo che io ho il cuore,
i polmoni, lo scheletro, l’apparato muscolare, ma non
posso essere ridotto a questa dimensione, perché, se
no, mi spiego che sono così perché ho questa struttura. Oggi questa è una cosa talmente palesemente falsa,
inadeguata, che non si può fare altro che passare a una
legittimazione di un soggetto che va facendosi, pur non
avendo delle identificazioni sostenibili all’esterno. E
questa è la contemporaneità freudiana autentica.
Ma allora non c’è più una teoria psicanalitica, ce ne sono varie?
Bollas è assolutamente pluralista rispetto alle teorie
psicoanalitiche: ritiene che siano integrabili l’una con
l’altra, o meglio, che debbano essere coesistenti. Fra i
colleghi milanesi ritengo che Carlo Viganò, allievo diretto di Lacan, sia pluralista e molto tollerante: è stato
molto vicino a Basaglia e mantiene uno stile di psichiatria democratico. Bollas è forse più “ecumenico”, perché
ritiene che oggi è impensabile che un analista abbia una
formazione limitata a una scuola. È anche molto critico
rispetto alla rigidità delle ortodossie. Ma sostiene che
non puoi pensare di avere letto Freud e di non avere letto nulla di Winnicott o di Melanine Klein, di Jacques
Lacan o di Wilfred Bion. È necessario appropriarsi di
una vasta gamma di concezioni dell’inconscio per poter sostenere la teoria del soggetto. E ciò non significa
nemmeno che si debba rinnegare una teoria dell’attaccamento, pensa a Bowlby e ai suoi seguaci. Bisogna far
proprio ciò che proviene da questi punti di vista…
Ma il riconoscimento della pluralità nella
psicanalisi è assodato?
Poco, poco…Diciamo, per esempio, che ci sono psicoanalisti come Carlo Viganò che sono aperti da questo
punto di vista. Lavoro con lui all’ex O.P. “Paolo Pini” da
sei anni. Da dieci vi si tiene un seminario sulla costruzione del caso clinico. Il gruppo che ha organizzato il
lavoro ha avuto la direzione di Salvatore Freni, uno psicoanalista della S.P.I. (Società Psicoanalitica Italiana),
di impostazione bioniana, psichiatra e docente universitario, che ha dato spazio a Viganò, pur essendo lui un
rappresentante della leva lacaniana. Ha dato la parola
anche a me, che considera abbastanza vicino all’area
inglese winnicottiana, nonostante in Italia io mi senta
forse più vicino all’area lacaniana. Sapete che io ho percorso anche un lungo tratto di analisi con un analista
junghiano. C’è anche qualche junghiano che partecipa
alla discussione…
Su queste rigidità di scuola rimango tuttora molto perPoliscritture/Samizdat
plesso. Però diciamo che a Milano c’è questa realtà del
Paolo Pini. E lì si può praticare ancora una forma di
psicoterapia quasi gratuita, pagando semplicemente un
ticket. Ciò vale per molte persone, per cui si può dire che
c’è ancora quest’area pluralistica e aperta che continua.
Però dire che c’è un’apertura alle varie scuole è molto
azzardato.
E tu come ti muovi in questa situazione?
Personalmente mi considero un po’ un poliglotta perché, avendo avuto la formazione di base con dei freudiani ortodossi, la prima formazione clinica con Fornari,
che allora era più bioniano che kleiniano, avendo poi
frequentato per molti anni gli junghiani e altrettanto i
lacaniani, so qual è il registro da cambiare quando tu
vuoi parlare.
Una cosa interessante è successa con Bollas. Gli ho presentato un caso di un paziente, figlio di madre suicida
quando lui aveva 16 anni. Manifestava una serie di malesseri gravissimi, ai quali si è aggiunto l’alcoolismo,
insomma una situazione allarmante. Un mio amico
psichiatra voleva ricoverarlo, ma abbiamo convenuto
di aspettare un po’ di tempo e il paziente ha accettato
di assumere un dosaggio moderato di antidepressivi,
perché era il caso, anche se ho fatto fatica a convincerlo. Siamo riusciti a non farlo ricoverare e a lavorare insieme. Dopo tre anni di lavoro con lui, tante cose sono
andate decisamente molto bene, anche se su alcune
questioni c’è ancora molto lavoro da fare. Per mia curiosità intellettuale ho presentato proprio questo caso a
Bollas. Volevo sentire lui che cosa mi diceva. E la cosa
interessante è stata questa: secondo lui la conduzione di
questa psicoanalisi era assolutamente coincidente con
la psicanalisi della relazione d’oggetto. Certo era stata
condotta in modo rigoroso dal punto di vista del setting,
delle regole analitiche. Ma il registro di lavoro da me
adottato con il paziente era assolutamente diverso da
quello che Bollas poteva riscontrare nel mio lavoro. La
caratteristica comune era la scelta decisamente non interpretativa, il paziente stava steso sul divano, veniva
due volte alla settimana e attraversava una serie di contenuti associativi liberi.
Perché la cosa è interessante? Perché indipendentemente dal riferimento teorico adottato, effettivamente
fai parlare il soggetto! Ha importanza il soggetto non la
teoria. E, se conosci le lingue in cui si parlano le varie
teorie, la traduzione dall’una all’altra è possibile!
Sul piano teorico a me interessa il fatto che si possa passare da un linguaggio all’altro, perché – e qui riprendo
Bion – i vertici sono tanti: puoi cambiare vertice e guardare da un altro punto di vista l’oggetto. L’importante è
ricordare che l’oggetto ha una sua esistenza di soggetto
e che non prevalga la teoria. La nostra psicanalisi, in generale, è ancora molto dogmatica: adotta una vecchia
meccanica ‘metafisica’.
Nella fase di preparazione di questo incontro
almeno alcuni di noi si sono segnati una serie
di libri (“Le nuove malattie dell’anima” di Julia
Kristeva, “L’indifferenza dell’anima” di L. Russo, “Intimità fredde. Le emozioni nella sociePag. 21
tà dei consumi” di E. Illoux), atti di convegno
(“Itinerari del rancore”, “Forme contemporanee del totalitarismo”, “Paranoia e politica”),
legati al disagio della civiltà. È arduo orientarsi nel dibattito tra neuroscienze, cognitivismo,
psicanalisi e psichiatria fenomenologica. Tu
sembri dirci: ragazzi il viaggio non è finito, la
società cambia, dobbiamo assumere atteggiamenti più complessi…Ma che importanza dai a
tutte o ad alcune di queste teorie?
Sulla questione delle varie psicologie e psichiatrie che
hai nominato, la cosa più importante da dire sarebbe
che non si legge più la clinica. Tu trovi molte formulazioni teoriche - forse le hai nominate tutte - che portano esemplificazioni di “vignette” cliniche (adesso si
usa chiamarle così) per comprovare l’attendibilità della
teoria o della tecnica psicoterapica utilizzata. In questo
senso, ripeto, le psicologie e le psicoterapie (psicoanalisi compresa) sono delle metafisiche dogmatiche e incongrue.
Mi pongo in modo un po’ marxiano in questo: prassi
e teoria. La psicanalisi non può assolutamente, e non
deve, evitare di basarsi sulla pratica. Le cliniche nominate spesso sono teorizzazioni e astrazioni formali che
non si fondano sulla casistica clinica. Ti porto, invece
l’esempio di due casi clinici di psicosi che sono stati
presentati di recente1. Nel trattamento si espongono le
complicazioni del caso, ciò che succede. Perché è importante prestare attenzione alla clinica? Da un certo punto
di vista rimango molto vicino alla posizione lacaniana
del cosiddetto après coup, quello che succede dopo,
l’evento. Ogni trattamento clinico procede per eventi e
accadimenti. Non si può pensare che io prevedo e predico l’accadimento.
Ma queste teorizzazioni non procedono
così?
No, perché incasellano tutto. Detto in parole povere,
eliminano il concetto di inconscio completamente, eliminano la lettura della terza topica lacaniana - il nodo
dei tre anelli R.S.I. - quella del Reale, del Simbolico,
dell’Immaginario, che sono sempre interconnessi. Perché il Reale è l’ineludibile, ciò a cui non mi posso opporre, il Simbolico è il linguaggio, l’Immaginario è il come
se. Bene, se guardiamo la questione da questo punto di
vista, le teorie s’incistano sul Simbolico o sull’Immaginario o sul Reale.
I cognitivisti, i comportamentismi, i biologisti sul Reale. Gli psicanalisti di stile iperteorico – compresi molti
lacaniani - sul Simbolico. Li ho criticati e me ne sono in
parte allontanato, perché non ne potevo più di questa
mitizzazione del simbolismo linguistico: la parola, la
parola, il ragionamento sulla parola. Sì, il dominio del
Simbolico, che diventa un’assolutizzazione di quell’anello topico. Gli junghiani e i kleiniani: Immaginario allo
1 Al IX Joint Meeting fra l’AAPDP (American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry) e OPIFER (Organizzazione di Psicoanalisti Italiani. Federazione e Registro) dedicato alle strategie della psicoterapia dinamica ho presentato
uno scritto intitolato Free thinking: la psy-chose prochaine.
Ovvero il libero pensiero e la follia vicina di casa.
Poliscritture/Samizdat
stato puro, il come se (i cosiddetti desideri che affollano
l’immaginario) posto come uguale al Reale. Poi ci sono
i fenomenologi che a furia di parlare di soggetto lo rendono oggetto all’estremo.
Ci sono lavori interessantissimi di varia provenienza,
ormai sono dei classici. Prendete Ronald Laing, che ha
scritto il testo più bello, L’io diviso, che è un esempio di
fenomenologia straordinaria, ma anche di psicanalisi.
Lui era allievo di Winnicott. In Lacan ci sono cose splendide negli Écrits e, soprattutto, in alcuni dei Séminaires
. Anche alcuni colleghi hanno scritto cose eccellenti, ma
indipendentemente dalla “scuola” di appartenenza. Per
esempio ci sono delle cose intelligentissime scritte da
qualche junghiano (si pensi a Vincenzo Loriga, ma anche a Cesare Viviani, o a Peter Schellenbaum).
Non voglio dire che gli psicoanalisti oggi siano stupidi o che siano da svalutarsi i loro scritti. Ma, quando
estrapoli da queste teorie provvisorie delle teorizzazioni
e ne fai un sistema, tu fai un tipo di riduzione alla logica
sbagliata.
La logica della psicanalisi è una logica clinica. Non è una
logica della teoria. Da questa chiusura in una cultura
molto vecchia, noi italiani non usciamo e pure i francesi
fanno molta fatica a venirne fuori. La teoria chiude tanto, non ti dà modo di avere un’interazione libera, soggettiva e intersoggettiva, dico io. Le teorie psicologiche
o psicoterapiche sono veramente scatole cinesi.
E però una teoria che fosse attenta alla varietà, pluralità e singolarità dell’esperienza non
potrebbe suscitare una maggiore attenzione
verso di essa? Non è che la teoria di per sé chiude soltanto…
Per chiarezza, vorrei dichiarare i pochi dogmi del mio
‘catechismo’: primum Freud. Allora, due cose. In Analisi Terminabile e Interminabile (1937), [Freud] nomina
tre azioni la cui realizzazione corretta è impossibile, ma
a cui non si deve rinunciare: «Sembra quasi che quella dell’analizzare sia la terza delle professioni “impossibili” il cui esito insoddisfacente è scontato in anticipo. Le altre due, note da molto più tempo, sono quelle
dell’educare e del governare». Sono d’accordissimo che
non possiamo portare la bandiera del valore etico o intenzionale di ciò che stiamo facendo come giustificazione del nostro lavoro, eppure non possiamo prescindere
dalla necessità etica di praticarlo. L’altra cosa che Freud
scrisse nell’Introduzione alla psicoanalisi (1932), ultima serie di lezioni, è che la psicanalisi non è una Weltanshauung (concezione del mondo). Importantissimo:
la psicanalisi non è un modo di guardare al mondo, non
è una visione del mondo. La psicanalisi è innanzitutto
una pratica. L’errore protratto molto a lungo è stato
quello di innescare questa continuità tra il pensiero accademico, filosofico e la psicanalisi.
Il connubio tra filosofia e psicanalisi sarebbe dannoso?
Guarda che cosa hanno scritto i vari psicanalisti (Lavagetto, Orlando, ecc.) che si sono occupati di letteratura o
di arte. Franco Fornari stesso ha scritto un bruttissimo
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libro su Agostino di Moravia. Soprattutto la psicanalisi
degli anni Settanta ha cercato di attestare una sua attendibilità teorica. Invece che ispirarsi in modo creativo e
curioso all’arte e alla letteratura, cogliendone gli stimoli
preziosi e la capacità di intelligenza e di rappresentazione, certa brutta psicoanalisi ha cercato di spiegare i tratti psicopatologici nascosti dell’artista o della sua opera.
Per fortuna, filosofi come Gilles Deleuze hanno fatto
giustizia e chiarezza sull’arte di Francis Bacon; semiologi come Roland Barthes ci hanno aperto gli occhi sulla
lettura dell’immagine! Sembra che la psicanalisi si senta sempre sorella minore della medicina, della filosofia
delle scienze positive. E c’è ancora chi cerca di dire che è
scienza, che è vera, è giusta e cura; e poi non ci credono
davvero a quest’effetto di cura. È come sentirsi né carne
né pesce e rimanere schiavi della medicina e fratelli minori della cultura filosofica e intellettuale.
Quindi per te la psicanalisi non è una teorizzazione? E non ha bisogno di teoria?
Ha bisogno di una pluralità di teorie. Non possiamo dire
che c’è una teoria psicanalitica, ma è anche sbagliato
dire: c’è quella freudiana, quella kleiniana, quella lacaniana. Ripeto: si può virare da una all’altra, se si conoscono i punti di snodo, ma la psicanalisi ha bisogno di
una quantità molto vasta di teorizzazioni.
E deve guardare di più alle scienze?
Pensiamo ad Antonio Damasio o ai neuroscienziati che,
spiegando la funzione dei neuroni a specchio, permettono di convalidare l’importanza dei processi inconsci di
identificazione. Ciò significa, ad esempio, che guardando un paziente, ascoltando la sua voce e sentendo lui la
mia, muovendomi e pensando certe idee, attivo un’area
di arricchimento di comprensione e di conoscenza possibile che si potrebbe chiamare banalmente creativa. La
scienza oggi mi dice: quello che fai è attendibile, è vero
che funziona. Come psicoanalisti l’abbiamo dato sempre per scontato, ma dirlo non è così facile. Per questo
compaiono la famosa empatia o le relazioni affettive rimosse, quasi a giustificare che fra due soggetti qualcosa
di nuovo accade!
E come potrei negare le funzioni di neurotrasmettitori, come la serotonina, la dopamina, la noradrenalina,
ecc.? Devo sapere che un individuo sottoposto a una fatica, a uno stress, al dolore, o a qualche cosa di molto
grave, andrà accudito, magari aiutato ad accettare un
aiuto farmacologico stabile o temporaneo adeguato.
Dovrò poter telefonare a un collega psichiatra e dirgli
che questo neurolettico per questo paziente è troppo,
lo fa star male. Oppure: guarda che questo neurolettico
non va bene, non si può sostituirlo o somministrargliene un po’ meno?
Se non so queste cose, non so curare il paziente. La teoria mi può dire quello che vuole, però io sono presente
anche per riconoscere che un farmaco a una persona fa
bene ma all’altra fa malissimo, che una cura tipica può
essere straordinaria per un’anoressica ma inutile o dannosa per un’altra, che solo un ottavo del dosaggio standard di un farmaco neurolettico è sufficiente a quello
psicotico cosiddetto delirante: è semplicemente preda
Poliscritture/Samizdat
di un’angoscia tremenda e quel farmaco che non lo stordisce gli fa recuperare un grado di calma e magari poi
smetterà anche di prenderlo.
Ora io non posso teorizzare che i farmaci non servano, che la serotonina non è così importante. Alla stessa
stregua, un cognitivista così come un fenomenologo su
certe cose hanno ragione. Se lo psicanalista interpreta
come atto mancato un comportamento inconsueto che
in realtà dipende da un’anomalia dell’amigdala, sta facendo un abuso teorico, ignorando le conoscenze che ci
hanno portato le neuroscienze. Allora da un certo punto
di vista bisogna dire con chiarezza che la psicanalisi non
è una teoria unitaria.
L’attenzione dello psicanalista verso le scienze non significa rifiuto della filosofia, vero?
No, anche dalla filosofia possiamo trarre insegnamenti
preziosi. Io trovo interessanti ad esempio le questioni
del tempo, del tempo inconscio, del non tempo dell’inconscio (una questione importante in sospeso) da Husserl ad Heidegger a Emanuele Severino, un uomo di
grande intelletto secondo me: la questione dell’eterno
presente, del tempo presente è una vera spiegazione teoretica del modulo logico del tempo. Da psicoanalista
non posso affermare che il senso del tempo è quello che
dico io e non è quello che dice Emanuele Severino…
Possiamo dire che la psicanalisi è un sapere
o una scienza aperta…
È una scienza aperta. Riprendiamo ancora Freud, che
segnalò quello che la psicanalisi non deve fare: negare.
Perché non deve avere una funzione negativa? Perché
la funzione negativa si legge, in psicoanalisi, come meccanismo difensivo rispetto al reale, e al sapere che si
produce. Non mi posso permettere, come psicanalista,
come essere pensante, come essere umano, di negare a
priori un dato del sapere solo perché scombina la mia
teoria.
Prendiamo l’esempio di alcuni pazienti citati da Damasio. Potrebbe capitare che uno di loro, portatore di una
lesione all’amigdala, dia una risposta assolutamente serena e non aggressiva davanti a chi lo insulta o lo malmena, anzi è sorridente e bonario. Come psicoanalista,
o psicologo, o psichiatra, potrei pensare che probabilmente il paziente ha un tratto masochistico, o forse ha
una componente d’identificazione con il proprio aggressore, o forse interpreta l’attacco in modo metaforico.
Potrei dire un sacco di sciocchezze! Perché chi ha una
microlesione nell’amigdala può essere assolutamente
capace di vivere, di amare, di lavorare di fare una vita
comune, ma non riesce ad individuare i segnali aggressivi (tono di voce, alterazione motoria, ecc.) di un altro
come minacciosi, non codifica questo come un attacco,
si comporta in modo non reattivo.
Allora, se dieci anni fa potevamo pensare che fossero
fissazioni dello scienziato, oggi dovremmo imparare
qualcosa di più dalla metodologia filosofica: sospendere
il giudizio, fare “l’epochè”, la sospensione del pre-giudizio, in attesa delle rilevazioni fenomeniche adeguate al
giudizio. Se no, si fanno delle operazioni assolutamenPag. 23
te criticabili. Come psicanalisti dobbiamo interrogarci:
perché mai dobbiamo negare qualche cosa?
La psicanalisi oggi è sottoposta a molti attacchi. Nel 2005 è uscito Il libro nero della psicanalisi e, in risposta a quel testo, Elisabeth Roudinesco ha scritto Pour quoi la psichanalyse.
Qual è la tua opinione?
La Roudinesco fa una serie di osservazioni sulla legittimità del lavoro analitico, sul fatto che il soggetto umano
non può essere ridotto a certe categorie e dà una risposta
anche abbastanza attendibile. Però penso anche che la
psicanalisi dovrebbe abbattere la propria presunta onnipotenza. Noi stessi siamo stati psicanalizzati da quelli
che abbiamo considerato maestri, ma credo che oggi il
mito sia sfatato, che forse vada preso atto che un’umiltà
rispetto agli altri saperi dobbiamo averla, perché altrimenti rischiamo di ideologizzare, di confezionarci “vestiti di idee” (l’Ideenkleid che Husserl ci ha insegnato a
riconoscere).
Eppure tutti parlano di epoca post-ideologica…
Quest’anno mi hanno colpito molto alcuni colleghi americani. In modo pregiudiziale spesso li avevo considerati
poco stimolanti sul piano intellettuale. Invece ho conosciuto Eric Plakun, che lavora da trent’anni all’Austen
Riggs Center, dove sono ricoverati i pazienti suicidali o
con rischio suicidale alto e con un alto grado di rifiuto
di ogni forma di trattamento psicanalitico o psicoterapico. Lui è responsabile da trent’anni di quest’ospedale.
È di una semplicità, di un’umiltà assolute. Ha scritto un
saggio bellissimo (ci ha lasciati tutti con tanto di naso!)
che riflette sugli errori dei terapeuti, che non sanno affrontare il fallimento della propria terapia né la paura
di parlare di morte o la mortalità possibile del paziente. Ciò implica che a volte i terapeuti non sanno usare
costruttivamente quell’aggressività che viene sollecitata
dai pazienti.
Plakun pone la questione in questi termini: tu, analista che lavori con una persona che si può ammazzare
e rifiuta la terapia, sai che cosa ti sollecita, sai che controtransfert – diremmo noi negativo - sollecita in te, sai
che parti tue di rigetto, di furia, di rabbia, di non accettazione, di negazione, sollecita?
Ha fatto un’indagine sugli errori nel processo, quando
non si guarda e a volte non si parla col paziente di questa problematica. Ora all’Austen Riggs hanno una bassa
percentuale di pazienti che si suicidano lo stesso. Ma
un’altissima percentuale di pazienti riesce a superare
questa impasse.
L’altra cosa intelligentissima è che, se un terapeuta in
supervisione non riesce ad affrontare la questione distruttiva ed è in qualche modo quasi complice del paziente, il team che segue il paziente darà il compito di
elaborare il nucleo distruttivo a un altro terapeuta, che
interviene magari col gruppo, anziché con la terapia individuale piuttosto che con la terapia farmacologia. Sarà
quest’ultimo a svolgere la funzione necessaria, senza
bloccare l’altra funzione utile che il terapeuta connivenPoliscritture/Samizdat
te in qualche modo sta svolgendo.
Da un americano non mi aspettavo tanto, francamente.
Ed è un insegnamento che ti fa pensare. Per esempio
quando noi generalizziamo e non prendiamo atto che
abbiamo delle difficoltà, dobbiamo affrontare delle cose
che non ci piacciono proprio e ci troviamo di fronte a
questioni abbastanza complesse… ecco, loro fanno una
clinic, dove c’è questa gente che lavora insieme e si integra in uno scopo comune. Per noi è una cosa abbastanza
strana e di là da venire…
Con questa pluralità di approcci e, diciamo
pure, di eclettismo e d’incertezza come fa l’analista a sciogliere i nodi più difficili? Quando ha
dei dubbi, a cosa, a chi ricorre? Ci sono dei supervisori?
Non ce n’è quasi nessuno. Io vado a Londra da Bollas,
magari anche solo per una supervisione. Lavoro con lui
e procediamo in un lavoro di ricerca a tempo indeterminato. Grazie al cielo ci capiamo bene. Ho anche degli
scambi con alcuni colleghi di Parigi, posso confrontarmi
abbastanza frequentemente coi colleghi americani, c’è
qualche collega milanese col quale è possibile uno scambio di punti di vista. Devo dirvi se a Milano c’è qualcuno
che mi capisce? Pochi e poco. Molti non capiscono neanche di cosa sto parlando. Se sono chiusi in una teoria,
sono io che mi devo sforzare di parlare il loro gergo, i
miei riferimenti pluralistici sono faticosi!
Allora un analista, che s’accorge della complessità dei nuovi disagi e dei rischi che corre
nell’affrontarli, su cosa può contare?
Secondo me su un lavoro d’équipe. L’ex Ospedale Psichiatrico “P.Pini” in qualche modo lo fa: sono una rete
di persone che possono collaborare.
In primo luogo ci vorrebbe un lavoro d’équipe organizzato principalmente dallo psicanalista. In secondo
luogo una collaborazione stretta con le altre figure terapeutiche (non un’esclusione come se una fosse la figura
utile e le altre figure accessorie). A volte la figura psicoterapica più efficiente può non essere affatto quella
dello psicoanalista, ma lo psicoanalista deve supportare
adeguatamente la figura designata e favorire un’armonizzazione dei compiti dell’équipe.
L’altro discorso è la supervisione. Sì, la supervisione
posso chiederla ad alcuni. Per carità, se c’è una persona che mi può illuminare! Però a volte sono pochissimi
quelli capaci di lavorare su piani complessi. Ormai con
queste scuole esplose dovunque, non c’è più psicoanalisi che si sofferma a pensare!
L’altro discorso è che io ho in supervisione alcuni colleghi. Cosa faccio, quando prendo in supervisione casi
gravi? Una comunicazione almeno settimanale; e poi
prendo in carico assieme al collega il lavoro che sta facendo, segnalandogli chiaramente quello che non vede.
Viene da me una collega che a volte lavora con casi gravi
e si è trovata nel panico. Allora, per es., quando tu fai un
quadro molto dettagliato e preciso con un collega che
supervisioni, prima di tutto devi sapere fino a che punto
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il collega ha lavorato su di sé.
come uno dei migliori analizzanti!
Ho avuto una collega in analisi per due anni e mezzo,
perché aveva bisogno di capire delle cose che non aveva
mai analizzato per continuare in quest’area di supervisione. E allora era importante che prendesse contatto
con delle aree psicotiche di sé, che non aveva mai tenuto
in considerazione e che quindi interagivano male con
quelle del paziente. Non poteva essere così pacata da lasciarlo tranquillo se aveva bisogno di catalogarlo, di collocarlo, di applicare la tecnica - questa cosa di applicare
le tecniche è mostruosa!
Anche la questione del vecchio dispositivo delle quattro o cinque sedute alla settimana, della neutralità dello
psicanalista, dell’accettazione indiscutibile delle regole
e dei tempi, della frequenza e dei pagamenti non può
essere attuata al giorno d’oggi. Pensa che a New York è
rimasto un solo allievo psicoanalista che procede nella
formazione tradizionale dell’Internazionale Freudiana.
Vorrà pur dire qualcosa rispetto ai cambiamenti necessari.
Imparate queste cose, allora, il lavoro può essere: “stiamo vedendo quello che succede!”. Non è che io preveda
esattamente quello che succederà, ma devo avere una
mappatura molto precisa, come un piano cartesiano che
ti permette di individuare il punto, l’oggetto.
È un lavoro davvero difficile…
Secondo me, quando ci sono grosse difficoltà col collega
in supervisione che ha un caso difficile da trattare, devi
disporre tanti occhi che guardano, devi tenere presente
una serie di dinamiche che si muovono.
A volte ci vuole pazienza da parte del terapeuta o
dell’analista, perché pare che per molto tempo non succeda niente... E magari nell’analista si coltiva l’angoscia,
si annida un malessere, non dorme di notte: ti porti
dentro dei mattoni pesanti, incredibili. E devi reggere.
A volte quello che fa succedere qualche cosa è proprio il
fatto che tu riesca a tenerti tutta questa carica mostruosa di angoscia, di malessere, portartela dentro; e a volte
vedi il paziente che esce alleggerito dal tuo studio e tu ti
senti pieno di pesi, di lividi, di insuccessi…
Un paziente che aveva delle fissazioni gravi mi era stato
mandato da un reparto psichiatrico importante di Milano. Aveva delle gravi situazioni deliranti. Ho notato
che aveva bisogno di un tempo della seduta completamente fuori da quello del setting, fuori da certi canoni.
Perciò fa una seduta di due ore. Tutte le volte, per un
anno abbondante, due ore alla volta, perché per sentirsi
a proprio agio, per sciogliersi verbalmente, per poter instaurare un rapporto sufficiente, ha bisogno di almeno
una mezz’ora. E adesso che si sente a proprio agio, il
tempo è quello, un tempo lungo.
So che sarebbe dovuto venire non meno di due tre volte
la settimana. Ma ci sono più problemi. Primo: secondo
lui due, tre volte è troppo e non se lo può concedere. Poi
economicamente non se lo può permettere. E poi per
lui venire più volte sarebbe un segno di gravità. E allora
cosa ho fatto? Ho lasciato l’accordo di una sola seduta
alla settimana, una seduta che occupa il tempo di tre
sedute che si tengono in giorno solo.
È fortemente antieconomico, dal punto di vista del denaro che guadagno. E però a volte un tempo antieconomico è indispensabile… Il tempo prolungato così, per
questo paziente, è indispensabile. Se confronti il mio
comportamento con un rigido setting, si può dire che io
mi comporti in modo selvaggio! Ma il paziente è guarito, se così si può dire, dalla propria patologia psicotica
e sta lavorando ora come ogni normale nevrotico, anzi
Poliscritture/Samizdat
Pag. 25
Distruggere
quello che ti
distrugge
1
Giacomo Conserva
Lo statuto della follia è sempre stato dubbio: dono degli dei; espressione della fragilità umana e suo specchio;
pura negatività; chiave verso un futuro. Apro casualmente un testo appena scaricato dalla Rete (Typography, di
Lacoue-Labarthe), e leggo l’inizio: “Quasi dappertutto
è stata la follia ad aprire la strada per l’idea nuova, a
rompere l’incantesimo di una abitudine venerata e della
superstizione. Capite perché è stata la follia a far questo? Qualcosa dalla voce e dall’atteggiamento inquietanti e incalcolabili come i modi demonici del tempo e
del mare, e perciò meritevole di un uguale rispetto e attenzione? Qualcosa che portava altrettanto visibilmente
il segno della totale non libertà delle convulsioni e della bava dell’epilettico, e che sembrava designare il folle
come la maschera ed il portavoce degli dei? Qualcosa
che nel portatore di una nuova idea risvegliava reverenza e timore per sé stesso - non più i tormenti della coscienza - e lo spingeva a divenire il profeta ed il martire
della sua idea?”
Altre letture sono state fatte. Il problema sono i ‘sani’,
la ‘normalità’: tutte le formulazioni di Laing etc. E che la
‘normalità’ incorpori un alto tasso di repressione sociale
interiorizzata mi pare difficile da contestare. Ma è stato
pure detto: fare della malattia un’arma (l’SPK, collettivo socialista dei pazienti- Heidelberg inizio anni ’70):
gruppi di discussione con ‘pazienti’, utilizzando sullo
sfondo Marx e la Fenomenologia dello Spirito - gruppi
di discussione e rottura dell’ordine psichiatrico (e non
solo) - ben al di là della rivendicazione del proprio diritto alla devianza dalla norma.
Naturalmente, la ‘follia’, in quanto tale, non esiste. O almeno, non esiste più, in quanto le categorie percettive,
ideologiche, teoriche sono cambiate. In questo c’è una
lunga storia, non conclusa (per es. all’inizio degli anni
’70 in USA l’omosessualità venne ufficialmente non più
considerata una malattia). Ora abbiamo psicosi, depressione, ansia, disturbi di personalità… Abbiamo persone
1 Letture: Gloria Anzaldua, Borderlands /La frontera, The
new mestiza, Aunt Lute Books 2007 (1987). - Saskia Sassen,
Una sociologia della globalizzazione, Einaudi 2008 ( 2007).Neil Brenner e Roger Keil, a cura di,The Global Cities Reader, Routledge 2006.- G. Deleuze e F.Guattari, Millepiani.
Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi 2003 (1980).- Allen
Ginsberg, Kaddish (1961), in Poesie scelte 1947-1995, testo
inglese a fronte, Net 2005.- F. Lyotard, Il dissidio, Feltrinelli
1985 (1983). - R.D. Laing, L’io e gli altri. Psicopatologia dei
processi interattivi, BUR 2002 (1961).
Poliscritture/Samizdat
che a volte chiedono aiuto; altre rispetto alle quali viene
chiesto aiuto (e anche questa è una categoria vastissima: si pensi all’uso a suo tempo in URSS della categoria
‘paranoia’ - delirio di persecuzione e di grandezza - contro non pochi oppositori).
Inoltre, il problema non riguarda solo ‘gli altri’, ma
ciascuno in prima persona: io, che scrivo queste righe
(come te, che le leggi), posso avere avuto (o avere, ora
o in futuro) periodi di alterazione e sofferenza estrema;
di me (di te) può venire detto - a un certo punto - che
sono strambo, bizzarro, patologico. A torto o ragione.
(Non solo nessuno è senza colpa, ma nessuno è esente
dai rischi della conditio humana).
La globalizzazione e la rivoluzione tecnico-scientifica
comportano sovvertimenti cognitivi e sociali. L’ambiente di lavoro e di vita cambia senza tregua (e spesso senza preavviso). Flussi di denaro, di merci, di immagini e
suoni e parole, di persone, di tecnologia si intrecciano
vorticosamente. Il caos ha anche i suoi lati positivi, certo. Era stato detto: non avere una identità fissa (contro
la società patriarcale, autoritaria, fallocentrica); ma vi
sono anche gli aspetti di violenza, disgregazione, distruttività pura, diffusa, o interpersonale nei piccoli gruppi,
o contro sé stessi. Le nostre menti e i nostri corpi hanno
a volte difficoltà a fare i conti con tutto questo.
Tutto ciò è particolarmente evidente se esaminiamo le
storie di stranieri ‘con problemi psichiatrici’ (o psicologici). Se si scava appena sotto la superficie, ci troviamo
proiettati in luoghi come Kushab, perso nelle campagne
del Punjab, ove c’è un reattore per il plutonio; o Souk
Sebt (un vecchio piccolo mercato settimanale, come
dice il nome), Marocco, regione di Beni Mellal (povera,
ad altissimo tasso di emigrazione): leggendo un blog nel
sito del municipio scopro (da un migrante che scrive furioso dalla Germania) della recente apertura lì, contro
ogni tradizione e contro la legge coranica, di una vineria
(a Beni Mellal, d’altro canto, stanno per aggiungere un
moderno reparto psichiatrico all’ospedale distrettuale).
Un russo-italiano mi parla (è ben al di là della fase acuta
dei suoi problemi), per diverse variabili della sua storia, di una città chiusa russa specializzata in produzioni
strategiche e militari, di un porto sul mare Artico, di una
città dell’Australia, di un sito elettronico che permette di
contattare i suoi compagni di liceo variamente dispersi
per il mondo, oltre che di Parma, dove vive; da una piccola città della Moldavia mi giungono storie di aggressioni
di strada, e della guerra con la Trans-Dnistria all’inizio
degli anni ’90. Posso discutere di Al Jazeera (trasmessa
dal principato del Dubai) con un operaio di Fornovo (a
Fornovo si svolse nel 1495 una famosa battaglia contro
Carlo VIII di Francia e nell’aprile 1945 una altra battaglia contro divisioni tedesche e della Repubblica di Salò
in ritirata: si arresero alla fine in 15.000) … e tutte le
variabili e intrecci di storia - familiari, sociali, economiche - possibili e immaginabili. Lo stesso, naturalmente,
vale per gli italiani nativi (ammesso che p.e. non siano
nati in Germania, come non poche volte capita di vedere). Era stata la lezione di Deleuze e Guattari: indagare e
seguire i flussi, le ramificazioni, i concatenamenti - fare
linea, non punto - mettersi dal punto di vista dei processi, e delle strutture e dei gruppi in trasformazione.
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In quanto psichiatra non ho nessuna lezione da insegnare, nessuna normalità da difendere. Posso solo aiutare le persone a fare quello che cerco di fare io: muovermi in questo oceano, essendo il più lucido possibile
su dove mi trovo e cosa sto facendo e cosa ciò implica;
e il meno rigido possibile davanti agli eventi interni ed
esterni, alle situazioni, alle emozioni, ai rapporti.
Naturalmente, è molto più facile da dire che da fare.
Ma, come è stato pure detto - wir sind nicht allein - non
siamo soli: si può, nel corso del tempo, chiedere aiuto,
riceverlo, pure darlo.
“Arsenio Lupin”
e il “dominio
delle cose”
la difficoltà di mentalizzare le
emozioni
Marina Massenz
Scena I
All’uscita dalla terapia, S. dice che vuole andare in bagno. La mamma chiede: “Hai bisogno d’aiuto?”. “No,
no… faccio da solo.” Sento subito una nota “stonata” in
quest’affermazione, peraltro apprezzabile in un bambino di cinque anni in cerca di una sua autonomia; è una
sfumatura, un tono di voce… Che però mi torneranno in
mente, suonando come un campanello d’allarme, quando, per tutto il pomeriggio, il Centro presso cui lavoro
vive il disagio della scomparsa delle chiavi della porta
dei servizi. Sapevo già che il bambino aveva l’abitudine
di “rubare” i soldi dal borsellino della madre, uno dei
sintomi del suo malessere che aveva convinto i genitori a chiedere un aiuto terapeutico per comprenderlo e
aiutarlo. Ma fino a quel momento non avevo incontrato
che un bambino molto bello, intelligente e vivace che si
limitava a giocare con me alcune partite sul tema oppositivo-provocatorio; eravamo all’inizio della terapia.
Il dialogo telefonico con la madre, il giorno seguente, si
sviluppa intorno al fatto avvenuto al Centro: ha preso
S. le chiavi del bagno? Il bambino, da lei interrogato,
prima nega, poi ammette; dove sono ora non lo sa, forse
le ha perse…
Nel nostro incontro successivo, racconto a S. (come fosse solo un fatto che riguardava me) quanto fossimo stati
“disperati” non trovando più le chiavi; faccio un racconto realistico, dettagliato, ma non gli chiedo nulla. S. è
molto partecipe emotivamente e subito mi offre il suo
aiuto: “Cerchiamole…”. Esce, guarda in bagno, poi dice:
“Forse sono cadute… forse nello zainetto di un bambino (e fruga nel suo). Forse sono cadute nelle tasche
del cappotto (e guarda nella tasca del suo)”. Purtroppo,
esprime un certo dispiacere, non si trovano!
Scena II
Ornella Garbin, In cerca di aiuto
Alcuni mesi dopo, S. termina la sua seduta con molta
fatica; il gioco che stavamo facendo lo coinvolgeva molto, stavamo bene insieme… Sono comunque costretta
a richiamarlo all’orario, alla conclusione del nostro incontro. Esce con un certo sforzo, si adatta alla “regola”
stabilita, ma noto che osserva con intensità F., il bambino che entra nell’ora successiva alla sua. Poi, dopo che
Poliscritture/Samizdat
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l’ho salutato e richiuso la porta per iniziare il mio lavoro con F., vedo la sua testa che fa capolino dalla porta;
“ciao!” mi dice. “Ciao S., ci vediamo la settimana prossima!” Capisco la sua fatica, cerco così di rassicurarlo
sulla continuità della nostra relazione.
Ma… quando F. esce dalla stanza non ci sono più le sue
scarpe! Il bambino va nel panico, vive con angoscia
questo attacco ai suoi oggetti personali, le scarpe poi!
Gli dico che forse qualcuno le ha nascoste, cerchiamo!
Infatti, troviamo una scarpa di F. nascosta nella cesta
dei panni. Ma l’altra? Anche il nonno, molto in ansia
perché non può portare a casa F. senza scarpe e lo aspettano per una data ora, ci aiuta nella ricerca. Niente.
Telefono alla mamma di S., che, molto prontamente,
mi dice: “Adesso torno subito lì con S.!”. S. nega fermamente di aver fatto sparire lui la scarpa di F., finché
la mamma, frugando quasi senza più speranza nel suo
zaino, la trova lì. Quando arrivano al Centro, la scena è
inquietante; lei è imbarazzatissima e mortificata per il
comportamento del figlio, F. è furibondo e, pur essendo
timido, è rosso in viso e lancia saette dagli occhi, anche se non dice nulla apertamente a S.; il nonno, molto
saggio, ma ora alterato, in ansia e in ritardo, cerca di
metterci una buona parola, ma con scarsi risultati. S.
osserva la scena con apparente indifferenza, anzi noto
in lui un sorrisino trattenuto.
Dopo avere gestito come potevo questo momento difficile un po’ per tutti, con la bambina dell’ora successiva che mi tirava per la mano sollecitandomi ad andare
nella “nostra” stanza, mi richiudo la porta alle spalle.
Mi resta in testa, come una foto istantanea, l’immagine della mimica del viso di S.; un insieme complesso
di espressioni, dallo scherno (il sorrisino), alla paura
(nello sguardo), all’apparente indifferenza del resto del
volto. Come se lui fosse lì per sbaglio e guardasse da
lontano tutto quel parapiglia e l’affanno delle persone
intorno a lui; come se il “fatto” non lo riguardasse più
di tanto.
Scena III
Proprio pochi giorni prima S. era arrivato da me accompagnato dalla signora che fa i servizi a casa sua; così,
in seduta, avevo avuto l’opportunità di parlare con lui
dell’affetto che nutre nei confronti di questa persona,
la cui bravura nel cucinare è molto apprezzata dal bambino. Parla invece della sua baby-sitter in termini assolutamente diversi; è arrabbiato con lei perché, quando
va a prenderlo all’uscita da scuola, non gli permette di
fare la merenda prima dei compiti. Lui invece è molto
stanco e ha fame! Questo racconto (che rimanda forse
non tanto alla stretta verità dei fatti, ma piuttosto al suo
vissuto emotivo-affettivo di questa relazione) mi pare
una prima apertura al “pensiero sugli affetti” e quindi
un momento importante di transizione verso il percorso di “mentalizzazione delle emozioni” che ho ipotizzato come strategia terapeutica.
Purtroppo però questo inizio di elaborazione dei propri
vissuti da parte del bambino non è sufficiente ad impedire un ulteriore “fattaccio”; infatti sparisce il portafoPoliscritture/Samizdat
glio della baby-sitter. Il fatto è grave, perché vi erano
contenuti anche documenti, carta di credito e soprattutto il permesso di soggiorno, dato che la ragazza è
straniera; quindi la scena che si svolge in casa è drammatica. Lei piange, si dispera; la madre di S. l’accompagna in questura a denunciare il furto del portafoglio, ma
prima interroga S., spiegandogli la gravità del fatto e
mettendolo di fronte al dispiacere della sua baby-sitter.
Niente! S. assicura in maniera fermissima che no, non
ne sa proprio nulla!
La sera anche il padre lo prende da parte e con parole
calme e accorate lo invita a dire la verità, a restituire subito il portafoglio, gli spiega che più tempo passa più il
fatto si fa grave, che poi risulterà essere anche bugiardo
ecc. Ma il bambino, che io immagino ormai sopraffatto
dalla vergogna e dal dispiacere per quell’azione, non ce
la fa proprio a parlare; si trincera dietro una negazione
insormontabile.
Il fatto accade il venerdì; il martedì successivo, l’altra
giornata in cui la ragazza viene a casa loro, S. compare sventolando il portafoglio e dicendo alla baby-sitter
sorridendo: “Ho un regalo per te!...”.
Arsenio Lupin
Dopo il secondo atto comincio a chiamare dentro di me
S. “Arsenio”; del famoso ladro ha non solo l’abilità, ma
anche la capacità di predisporre piani infallibili. Una
mente che programma il “danno”, che studia le mosse
e le parole giuste, che sa colpire in modo imprevisto e
imprevedibile. Però, questa è la mente di un bambino di
cinque anni. Di un bambino che soffre. Perché “ruba”,
Arsenio? Ruba affetto, che sente di non avere ricevuto
in misura adeguata ai suoi bisogni, che pensa sia stato
dato in misura maggiore alla sorella gemella; esprime
gelosia, verso di me, che anziché occuparmi solo di lui
dopo un’ora lo lascio per giocare con un altro bambino;
manifesta rabbia, verso la baby-sitter, che non gli lascia
fare la merenda come lui vorrebbe, prima dei compiti…
Le emozioni non sono pensabili, la sua piccola mente
non riesce a contenerle, elaborarle o dare loro degli
sbocchi più immediati e leggibili, che consentirebbero
anche agli adulti che gli sono intorno di comprenderlo
meglio e magari, quando è possibile, accogliere i suoi
bisogni, sintonizzarsi sui suoi vissuti. Arsenio utilizza
tutta la sua intelligenza per studiare “piani” che portino
queste emozioni “ingestibili” fuori dal contesto relazionale, per renderle fatti, per commerciare emozioni con
cose.
Nella confusione e nel panico generale che il suo comportamento genera - collera e sgridate, castighi e “ramanzine” - egli si trova poi sopraffatto da sensi di colpa
e sinceramente pentito e forse disperato; l’ha fatta così
grave che è impossibile rimediare! Quindi il circolo vizioso tende a riprodursi; al “danno irrimediabile” succede un ulteriore danno, quasi a confermare l’immagine di bambino cattivo e pericoloso che sta costruendo
intorno a sé.
Pag. 28
Un’altra modalità che S. utilizza per “provocare” gli
adulti è quella di fare la cacca, senza che nessuno sulle
prime se ne accorga, nei posti più improbabili: in mezzo al giardino della scuola materna, nel salotto di casa,
nella camera che divide con la sorella (presso le cose di
lei), a volte “spargendola” con cura sul suo tavolo…
Per questo l’attitudine terapeutica che mi sembra più
utile per aiutarlo è quella di evitare la colpevolizzazione (“Hanno preso le chiavi del bagno… chi sarà stato?), puntando a rimettere in moto le parti “buone” e
“capaci”di S., esprimendo indirettamente fiducia nelle
sue possibilità di “aggiustare il danno”. Entro in sintonia con il bambino che segretamente soffre per avere
così crudelmente attaccato l’oggetto (gli oggetti) d’amore e che si sente incapace di risollevarsi dalla situazione
emotiva (dolore, colpa, immagine negativa di sé, vergogna…) in cui si trova; lo sviluppo di capacità “riparative”
è infatti quello che consente ai bambini di accettare la
propria aggressività, le proprie parti “cattive”, proprio
perché integrate come meno pericolose e distruttive.
Insomma, posso anche fare un cattivo scherzo, un dispetto, un capriccio con la mamma, ma sapere anche in
fondo che non soccomberà a questo mio attacco e che
attivamente potrò (un abbraccio, una parola dolce, un
sorriso…) recuperare il suo affetto, solo temporaneamente (nel vissuto del bambino) perduto.
Se il potenziale aggressivo e i sentimenti negativi possono essere vissuti dal bambino come “non troppo minacciosi” egli potrà giocarseli apertamente nella relazione
con l’altro, fiducioso nella propria capacità di farsi perdonare e di essere perdonato. Spesso durante le sedute
lo gratifico per le sue abilità, le costruzioni meravigliose
che sa fare, la capacità di “giocare bene” con me; gli occhi azzurri e profondi di S. si illuminano di vera gioia in
questi casi, e posso vedere attivarsi un bambino molto
dotato e di buoni sentimenti.
Il rapporto tra S. e Arsenio è però molto complesso e
difficile da sbrogliare; infatti il crinale che divide queste due diverse modalità di essere del bambino è ancora molto sottile. La strada, in salita, è quella di rendere
mentalizzabili le emozioni, di poter pensare ed esprimere anche quelle negative, di rinunciare progressivamente a questi agiti per lasciar posto ad una loro circolazione all’interno della comunicazione con l’altro.
Su questa strada ci stiamo avviando, faticosamente; è
quasi un percorso archeologico, nel senso che con la paletta del nostro secchiello - la relazione affettiva che si è
creata tra noi - stiamo cercando di disseppellire queste
indicibili emozioni per renderle meno violente ed accedere alla possibilità di “giocarle” sul piano simbolico
(la scena è spesso quella del duello, che si svolge tra noi
senza morti e feriti grazie a bastoni di gommapiuma),
per poterle anche poi esprimere verbalmente.
Considerazioni generali
Il disagio infantile si esprime a volte in modi “terrificanti” per gli adulti; il bambino “ladro” a cinque anni
terrorizza i genitori, perché il mondo adulto fa spesso
fatica a guardare il mondo dell’infanzia usando, come
si dovrebbe, occhiali diversi. Per S. il furto è un’azione
lesiva, è senz’altro un’aggressione all’adulto, ma non è
assimilabile al codice delle leggi e dei comportamenti
adulti.
Per S. si tratta di agire il suo impulso, come potrebbe
fare un altro bambino dando un calcio o spaccando un
giocattolo; paradossalmente, le sue stesse doti (l’intelligenza) gli hanno reso la vita più grama. Infatti, la capacità di sviluppare una “strategia” complessa per esprimere i suoi sentimenti nascosti lo rende ancora più difficile da capire e gestire di quanto lo è un bambino che
tira un calcio. Inoltre, questa strategia è anche in grado
di “nasconderlo ai suoi stessi occhi”: per un po’, finché
non lo scoprono, S. può dimenticarsi di “essere cattivo”.
Spesso, anche scoperto, nega l’evidenza, come se fosse
possibile fare in modo che, come l’ha dimenticata lui,
possano scordarla anche gli altri. La negazione è quindi
la seconda trappola che si costruisce, la cui fragilità lo
espone poi a reazioni ancora più pesanti da parte dei
genitori e dell’ambiente che lo circonda. Insomma, ladro e pure bugiardo.
Ornella Garbin, Capriola sull’erba
Disseppellire le emozioni prima che Arsenio se ne appropri e le agisca dentro a un suo piano “diabolico” è
quindi per me come una strana gara con il tempo e le
situazioni.
Il dominio delle cose
Ma perché rubare? Le cose stanno al posto di altro…
come possiamo vedere intorno a noi, come avviene anche nel mondo degli adulti. Oggetti al posto di amore,
soldi per valore di sé, chiavi per bisogno di esclusiviPoliscritture/Samizdat
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tà, cibo per nutrimento affettivo ecc. Spesso non è più
possibile ricondurre il disagio infantile, o almeno il suo
modo di esprimersi, all’interno di una visione che comprende unicamente quel bambino, quella famiglia; si
tratta di comprendere forse come anche i bambini siano
ormai allenati al “commercio delle merci”, da cui sono
inondati sia direttamente che indirettamente, attraverso le immagini pubblicitarie. Ricostruire non è più solo
un compito che attiene agli affetti, alla buona circolazione degli stessi e alla risoluzione dei conflitti; si tratta
anche di ricostruire un “linguaggio”, che non è solo la
parola, ma anche i simboli, le metafore attraverso cui
ci esprimiamo.
Dal mio parziale osservatorio sul mondo dell’infanzia osservo con tristezza un generale impoverirsi dei
mezzi d’espressione; emerge un diffuso analfabetismo
sulle metafore espressivo-corporee e sulla parola sentita, che dice e viene ascoltata, mentre si diffonde una
generale difficoltà nel vivere emozioni, così forti per i
bambini da risultare pertanto spesso inesprimibili;
vengono così trasferite su sistemi di comunicazioni o
più primitivi o materiali. Come se al posto dello sguardo che chiede o della parola che, magari incespicando,
sussurra bisogni e desideri, avanzasse prepotentemente
la mano che afferra, prende, ruba, nasconde; la bocca
che ingoia, mai satura, senza masticare, alla ricerca del
latte primario, l’unico digeribile se nel frattempo non
sono cresciuti i denti, oppure, se anche sono cresciuti, non sono stati integrati nell’immaginario del corpo
come mezzo per “masticare” le emozioni e gli affetti.
La forma inquieta
Percorsi tra arte e psichiatria1
Giorgio Bedoni
Non bisogna credere che tutto è vero, ma che tutto è
necessario, scrive Kafka nel Processo. L’aforisma, che
sconcerta e sembra scompaginare le carte, ben si presta
a cogliere quell’urgenza insita nel lavoro dell’artista: necessità che supera tutte le altre, attraversando con forza
sorprendente esistenze fragili, proprio nel punto in cui
si è aperto uno iato tra l’io e la vita.
Ossessioni/simboli
Artisti e psichiatri del Novecento hanno dialogato con
insistenza sul “bisogno d’espressione”, sulla sua natura
primaria e pulsionale, come la definiva negli anni venti
lo psichiatra e storico dell’arte Hans Prinzhorn. “Necessità interiore” nelle parole di Wassily Kandinsky, quando nel caleidoscopico laboratorio dello “Spirituale”, che
registra il percorso compiuto per giungere all’astrazione, invitava l’artista “a fissare gli occhi e tendere l’orecchio sulla vita interiore”.
Urgenza, dunque, che possiamo meglio comprendere alla luce di una nozione antica e socratica, Daimon,
parola che ci richiama al mito e individua la nostra peculiarità, il nostro particolare destino quando entriamo
nel mondo.
E’ questo, indubbiamente , uno dei filtri possibili attraverso cui leggere l’opera e i processi creativi, la loro
dimensione unica ed irripetibile, percorsi che trovano
un senso nell’ossessione inventiva, nelle sue tensioni e
disarmonie.
L’esperienza artistica, ha scritto recentemente Mario
Perniola, vive di conflitti e fratture e, per certi versi, si
rende infine irriducibile a quelle istanze che intendono
normalizzarla.
In questa prospettiva il Novecento accoglie storie disarmoniche e tuttavia esemplari: storie di outsiders, di irregolari, di malati mentali i cui linguaggi, talvolta oscuri, irrompono sulla scena per mano delle avanguardie
artistiche.
Ferdinand Cheval, il “postino costruttore” dedicherà la
sua esistenza all’edificazione” di una straordinaria babele morfologica e iconografica” ( Tosatti, 2000): “ Ho
lavorato per anni ininterrottamente”, scrive Cheval,
“soprattutto la notte, con una candela in testa…”.
1 Riferimenti bibliografici: Bedoni G., Tosatti B. (2000),
Arte e psichiatria. Uno sguardo sottile. Milano, Mazzotta. Bedoni G. (2004). Visionari. Arte, sogno, follia in Europa.
Milano, Selene.
Poliscritture/Samizdat
Pag. 30
Ossessione inventiva che non lascia tregua e tuttavia
necessaria, dal giorno in cui, continua Cheval, “ mentre
facevo il mio giro di consegna delle lettere….inciampai
in qualcosa che mi fece ruzzolare per qualche metro.
Scoprii che col mio piede avevo fatto uscire dalla terra
una pietra di forma strana e attraente e che il luogo ne
era pieno; l’avvolsi allora nel fazzoletto e con molta cura
me la portai a casa, ripromettendomi di cercarne altre
nei momenti liberi dal lavoro. Da quel momento non
ebbi più riposo né pace: potevo fare anche cinque o sei
chilometri col mio carico di pietre in spalla”.
I surrealisti dedicheranno grande attenzione all’opera
di Cheval, al suo Palais Idéal di Hauterives: Andrè Breton, collocherà queste forme d’espressione sotto l’ala
del surrealismo. In un saggio del tutto particolare, molto caro a Breton e pubblicato per la prima volta nel 1957
così scrive: “ Tutta una corrente trovava la sua rivincita
e la sua giustificazione gloriosa nell’appello al funzionamento reale del pensiero, quello dell’arte dei naif, dei
pazzi, dei bambini, dei medium. Il palazzo meraviglioso
del postino Cheval e le architetture deliranti di Gaudì…
tutto questo dilettantismo geniale testimoniava contro
l’arte ufficiale europea”.
Funzionamento reale del pensiero, dunque: ogni riferimento è all’automatismo, che verrà proposto come
l’essenza stessa della poetica surrealista. Surrealismo,
scrive Breton nel 1924, “ è automatismo psichico puro…
è il dettato del pensiero con l’assenza di ogni controllo
esercitato dalla ragione...”. L’automatismo diviene così
la via maestra per accedere ad una realtà “altra”, assoluta: surrealtà.
riviste e dalle immagini di atlanti che Morgenthaler gli
mette a disposizione: luoghi reali, carte geografiche per
viaggi straordinari eppure necessari nel vuoto di una
esistenza deprivata.
Non c’è terapia nell’esistenza di Wolfli: l’arte tuttavia,
arte che nasce dal conflitto, è formazione di compromesso che salva dalla catastrofe e permette forme embrionali di ricostruzione di sé.
Morgenthaler leggerà nel linguaggio formale di Wolfli
una funzione regolatrice; un sistema originale per reintegrare la realtà in via di dissolvimento: qui il processo
creativo, prima ancora di essere individuato come l’area
illusionale che soddisfa l’espressione del delirio, è un
dispositivo che consente di reinvestire gli oggetti esterni di fronte al progressivo allentamento del rapporto di
realtà innescato dalla psicosi.
L’arte si configura così come il luogo del molteplice, dei
linguaggi e delle tecniche; dell’ altrove e del sintomo,
del progetto e del desiderio. Una breve storia clinica,
nondimeno segnata dalla sua eccezionalità, ci introduce
ulteriormente in questo campo, dove il contatto bruciante con la differenza provoca l’estetica, la riflessione
psicopatologica e l’istanza terapeutica sul terreno dei
metodi e dei ragionamenti.
Corpi/figurazioni
Su questa strada il surrealismo sarà fecondo sul piano della sperimentazione e delle tecniche, irrinunciabili
nel portare alla luce contenuti inconsci, per accedere al
profondo.
E’ un giorno d’estate del 1939 quando Serge Lifar si
reca all’ospedale psichiatrico di Munsingen, dove dal
gennaio di quello stesso anno è ricoverato il grande
ballerino russo Vaslav Nijinski. I diari clinici descrivono un uomo assente alla vita, serrato in un silenzio
assoluto, inerte: l’immagine di uno stato catatonico
schizofrenico.
Negli stessi anni altri labirinti simbolici catturano lo
sguardo di artisti e di psichiatri: nell’universo indifferenziato dell’asilo manicomiale un giovane psichiatra
svizzero, Walter Morgenthaler, restituisce un nome
ed una storia a uno schizofrenico istituzionalizzato da
più di vent’anni e in termini espliciti ne eleva l’opera al
rango di vera arte. Nel 1921 pubblica infatti Ein Geisteskranken als Kunstler ( un malato mentale come artista), una monografia dal titolo inconsueto per l’epoca e
la prima dedicata a un malato asilare che viene consacrato come artista.
Serge Lifar ha deciso di danzare per lui, davanti a lui,
nonostante l’inconsueta stranezza di Nijinski lo intimorisca. Prepara dunque un fonografo, ha con sé alcuni dischi del Fauno, dello Spettro della Rosa: inizia a
danzare il Fauno, Nijinski lo osserva con attenzione,
sembra spaventato. Si allontana, il ritmo del Fauno
non sembra stimolare alcuna risonanza. A quel punto
Serge Lifar s’interrompe, riprende a danzare, questa
volta sulle note dello Spettro della Rosa: il ritmo avvince il danzatore russo, “ rispondendo all’appello dei miei
salti”, scrive Lifar, Nijinski inizia a saltare,senza alcun
sforzo, senza preparazione.
Il complesso e labirintico linguaggio di Adolf Wolfli
segna in profondità l’esperienza psichiatrica di Walter
Morgenthaler: come Cheval, Adolf Wolfli edifica senza tregua la sua grande opera narrativa, più di 20.000
pagine a carattere autobiografico con migliaia di illustrazioni: opere in bianco e nero e a colori, ordinate
e precise, spesso con simmetrie, forme geometriche e
ornamentali in gran parte astratte, nelle quali vengono
introdotti motivi figurativi, mandalas e collages.
Wolfli è un costruttore, la sua opera si configura come
il tentativo, intenzionale, di ristabilire un contatto con
la realtà. Un lavoro nutrito e sostenuto dalla lettura di
Poliscritture/Samizdat
La musica finisce, Nijinski è affannato: “ preso dall’estasi”, ricorda Lifar,” mi getto in ginocchio davanti a lui,
ed è allora che il genio della danza rispose una volta
ancora al mio richiamo, al mio slancio, si mise in ginocchio da davanti a me e disse, indicando il mio piede: bon! Oui! Tres bien! »1.
Il celebre, ultimo salto di Vaslav Nijinski conferma
quanto l’arte sia necessaria allo sguardo psichiatrico,
laddove restituisce un senso ed un linguaggio ad espe1 Tratto da: Der letze Kontinent. Bericht einer Reise zwischen
Kunst und Wahn, Limmat Verlag, Zurich, 1997.
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rienze ritenute ormai perdute alla vita.
Per certi versi l’arte dei malati è l’oggetto ritrovato della
psichiatria, sospeso, come la vicenda di Nijinski insegna, tra perturbante alterità e possibilità terapeutica.
Forma di cura dunque, quando consente, come scrive
Paul Ricoeur, “ la capacità di riaprire” quello spazio di
contingenza un giorno appartenuto al passato.
La dimensione estetica, aldilà dello specifico scenario
della cura psichiatrica, si configura così come un dispositivo che riavvicina ad esperienze infantili precoci, attiva ricordi, fantasie e intrecci narrativi: è dunque
un’esperienza affettiva e cognitiva intensa che restituisce, in determinati casi, l’ombra e l’immagine del racconto originario, quelle prime relazioni d’ogni storia
individuale che, per essere elaborate, richiedono un
contesto facilitante e tuttavia solido, sicuro e continuo
nel tempo.
“Non opera che è, ma opera che diviene”, osserva Paul
Klee negli scritti che raccolgono la straordinaria lezione
didattica del Bauhaus di Weimar: qui il racconto originario si dipana nel divenire dinamico della forma; è il
mondo delle forme in fieri, della Gestaltung, un concetto chiave che, con singolare coincidenza1, utilizzerà negli stessi anni lo psichiatra Hans Prinzhorn di fronte alle
opere dei malati che daranno vita alla grande collezione
della clinica psichiatrica di Heidelberg.
Altre coincidenze richiamano analogie tra il processo
della messa in forma descritto da Klee e certe caratteristiche del lavoro psicoterapeutico: In certi quadri, scrive
l’artista bernese, “ si può, in questo o in quell’elemento,
scorgere un’allusione alla forma originaria. A volte la
distanza rispetto all’immagine originaria è assai grande;
è stato percorso un lungo cammino nell’elaborazione di
un’esperienza. E in tal caso la coerenza è maggiore, poiché non esiste alcun legame a determinati concetti”.
Si è detto in precedenza come il “fare” dell’arte definisca
un campo di polarità aperto a costanti relazioni tra memoria e progetto, tecniche e linguaggi. Gli scritti degli
artisti documentano direttamente queste intersezioni
e confermano il valore delle esperienze primordiali. Ne
sono un esempio le pagine autobiografiche di Man Ray,
che sottolineano gli stretti rapporti tra ricordi infantili
e invenzione. Nello scritto di Man Ray si rammenta una
1 Il dialogo tra arte e psichiatria vive di infinite coincidenze.
Coincidenze temporali,che intrecciando eventi rivelano lo spirito del tempo. Così nel 1907 Les Demoiselles D’Avignon di
Pablo Picasso annuncia una rivoluzione formale,il Cubismo,
che si nutre dell’arte nera e del primitivismo, cioè di quell’
“altrove “ espressivo che sarà accostato, anche in termini discutibili, agli oggetti estetici prodotti dai malati mentali. Nello
stesso anno, sempre a Parigi, lo psichiatra francese Paul Meunier aveva posto le basi per un riconoscimento delle opere dei
malati, pubblicando sotto lo pseudonimo di Marcel Réja un
saggio pionieristico e inusuale per i tempi, L’art chez les fous.
Ma il 1907 è anche l’anno in cui Sigmund Freud presenta al
pubblico viennese “Il poeta e la fantasia”, saggio che stabilisce
una serie di connessioni rivoluzionarie per l’epoca tra l’esperienza del gioco infantile e l’immaginario adulto impegnato
nel processo creativo. Secondo Freud, infatti, quest’ultimo
costituisce un vero e proprio sostituto “del primitivo gioco dei
bimbi”, necessario all’adulto perché indirizza gli investimenti
affettivi entro uno spazio illusionale separato dalla realtà.
Poliscritture/Samizdat
serata parigina del 1922:
“ Di nuovo, quella sera, sviluppai le lastre che avevo impressionato. Un foglio di carta sensibile intatto, che era
finito inavvertitamente tra quelli già esposti con su il negativo era stato sottoposto al bagno di sviluppo. Mentre
aspettavo invano che comparisse un immagine con un
gesto meccanico poggiai un piccolo imbuto di vetro, il
bicchiere graduato e il termometro nella bacinella sopra
la carta bagnata. Accesi la luce; sotto i miei occhi cominciò a formarsi un’immagine; non una semplice silhouette degli oggetti, ma deformata e rifratta dal vetro, a
seconda che fossero più o meno in contatto con la carta,
mentre la parte direttamente esposta alla luce spiccava
come in rilievo sul fondo nero. Mi ricordai di quando
ero bambino e sistemavo su un telaietto da stampa un
rametto di felce e un foglio di carta per bozze; passavo
sopra con il rullo e ottenevo un negativo bianco delle
foglie. Il concetto era lo stesso, ma con l’aggiunta di un
effetto tridimensionale e d’una gradazione dei toni. Affascinato dall’esperimento esaurii in una serie di tentativi la mia preziosa provvista di carta. Prendevo tutti gli
oggetti che mi capitavano sotto mano….non era necessario immergerli nel liquido, bastava posarli sulla carta
e poi esporli per pochi secondi alla luce. Ero molto eccitato e mi divertivo enormemente.
La mattina esaminai i risultati e appesi alla parete un
paio di rayogrammi, come decisi di chiamarli. Avevano un aspetto sorprendentemente nuovo e misterioso”.
In questo campo gli esempi sono pressoché infiniti:
Jackson Pollock, la cui esistenza è attraversata dalla
depressione e dall’alcolismo, amava ripetere di aver appreso la tecnica specifica del dripping ( sgocciolamento,
una tecnica che già Max Ernst utilizzava, seppur diversamente, dagli anni quaranta) dalle popolazioni indiane che vivevano nella sua terra originaria; una tecnica
rituale, che permetteva di tracciare segni complessi sul
terreno.
Questa particolare procedura consentirà a Pollock di
rinunciare al cavalletto e alla parete; la tela verrà infatti posta direttamente sul pavimento e l’artista danzerà
attorno ad essa, lasciando sgocciolare il colore con una
“controllata “casualità2 : una tecnica, dunque, che enfatizza la dimensione corporea, gestuale. Qui , in assenza
di un contatto diretto tra pennello e tela si modificano i
punti di vista percettivi ( un utile suggerimento per terapie a mediazione artistica) visualizzando così in altri
termini il noto concetto di regressione al servizio dell’io
coniato dallo psicoanalista viennese Ernst Kris, che riscontrava nel processo creativo spostamenti progressivi
di livello psichico, contrassegnati da stati di fusione e di
differenziazione dalla materia.
2 “Jackson usava dei rotoli di cotone da vela”, ricorda la moglie Lee Krasner, “ne srotolava un pezzo sul pavimento…..venti piedi circa…. Poi usando delle stecche o dei pennelli induriti
e delle siringhe per spruzzare, iniziava il lavoro. Il suo controllo era sorprendente, usare una stecca era già abbastanza
difficile, ma la siringa era come una grande penna stilografica.
Doveva controllare il flusso dell’inchiostro, oltre che il proprio
gesto…”. In: C. Ross ( 1990), Abstract Expressionism. Creators and Critics, Harry N. Abrams, New York.
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Ritorna, dunque, il tema del corpo: il corpo di Nijinski,
fissato dall’obiettivo fotografico nel suo ultimo slancio,
il corpo di Pollock nel ritmo esecutivo dell’Action Painting.
rienza dai confini mobili, che individua i propri elementi costitutivi nel delicato equilibrio tra procedure tecniche e libertà espressiva, tra la cornice dello scenario e le
dinamiche relazionali sollecitate dal processo creativo.
Il corpo come luogo dell’opera, ormai oltre i confini spazio temporali della tela: negli anni cinquanta questo processo di estensione porterà il corpo al centro dell’azione pittorica e dell’invenzione. Nelle performances del
Wiener Aktionismus e quindi, negli anni sessanta, con
le vicende della Body Art, il corpo verrà proposto come
opera, oltre la mediazione dell’immagine.
Le intuizioni del pensiero psicoanalitico sono in questo
settore disciplinare di grande interesse perché contribuiscono a definire i caratteri costitutivi del setting artistico.
Arnulf Rainer, esponente di spicco dell’azionismo viennese, sarà uno di quegli autori che in termini programmatici salderà il tema dell’identità, del corpo e delle tecniche ad esperienze di pratica artistica durante l’uso di
allucinogeni. Non solo: negli stessi anni si accosta alle
opere dei malati mentali, nel solco di una lunga tradizione di rapporti tra arte e psichiatria che attraversa in
modo particolare la storia del Novecento.
Il corpo, dunque, come testo, come plus espressivo e comunicativo che connette l’esperienza artistica alla vita
stessa dell’autore: è nel più, scrive Roland Barthes, che
“abita la differenza”.
Per certi versi la distinzione tra Korper e Leib, tra “corpo organico” e il corpo che vive l’esperienza del mondo,
viene ricomposta nell’attività artistica.
Paul Valery ricorda che il pittore “si dà con il suo corpo”,
affermazione perentoria, che Maurice Merleau-Ponty
riprende per tracciare un percorso esemplare sul valore
della sensorialità nell’esperienza estetica, considerando
come, prestando il proprio corpo al mondo, l’artista trasformi il mondo stesso in pittura.
Arte/cura
E’ questa, indubbiamente, una prospettiva importante
per interventi di cura che privilegiano medium artistici: l’attenzione al corpo,infatti, un corpo spesso coartato e bersaglio di agiti distruttivi, permette di meglio
osservare e comprendere tutti quegli indispensabili
contatti con la materia e con la dimensione spaziale del
setting artistico che non solo precedono, ma già sono,
( ricordiamo la lezione di Klee sul processo della messa in forma) processo creativo. Il dialogo con la materia, l’attenzione alle dinamiche relazionali ed ai bisogni
che nascono dall’esperienza estetica, e dunque le stesse
ipotesi interpretative , sono, per certi versi, gli organizzatori dell’esperienza rispetto ad inopportune, quanto
“selvagge” e non richieste incursioni nell’immagine prodotta che troppo spesso vengono propagandate in nome
della decodifica dei linguaggi.
L’esperienza estetica non può essere ridotta entro griglie “psicologistiche”, qualunque sia la loro origine: la
pittura, ha detto Robert Rauschemberg, “è un buco nero
tra l’arte, la vita e l’avventura”; al suo interno, nelle sue
alchimie s’accendono più eventi di quanti ne preveda la
vita stessa.
Il setting artistico, dunque, definisce un campo d’espePoliscritture/Samizdat
Nello specifico il contributo di Donald Winnicott , così
come quello di autori contemporanei che si rifanno alle
sue note teorie ( Christopher Bollas, ad esempio), è di
grande rilevanza culturale oltrechè terapeutica e offre
tuttora stimoli all’impianto complessivo dell’arte come
forma di cura: si pensi, tra gli altri, alla valorizzazione
della dimensione ludica e ai fenomeni illusionali ad essa
correlati; alla nozione di oggetto mediatore nelle terapie
a mediazione artistica, che evoca l’oggetto transizionale.
Già Winnicott considerava necessario allo stesso dispositivo terapeutico un dialogo con la materia: per lo psicoanalista britannico ogni forma di cura doveva, infatti,
offrire l’opportunità “di una esperienza informe”, ricca
di stimoli corporei e sensoriali. Egli riconosceva il valore trasformativo di queste esperienze, capaci di attivare
le parti creative della personalità.
La creatività, diversamente dall’essere apprezzata come
un plus, è qui considerata una risorsa umana difficilmente eliminabile, “ anche nei casi più estremi”, come
ricorda Winnicott in un celebre passo dei suoi scritti.
Essa coincide con “l’essere vivi” e si alimenta dall’incontro con la realtà.
La fiducia nelle qualità espressive si conferma così un
paradigma necessario, quando individua nell’esperienza creativa e nell’arte stessa quegli elementi capaci di attivare processi generativi anche nelle forme psicotiche
più gravi e nel più istituzionalizzato dei malati.
L’arte, tuttavia, non è riducibile ad una semplice questione comunicativa: l’opera, per certi versi, ridefinisce
i confini dell’agire psichiatrico e psicoterapeutico. Essa,
qualunque sia il contesto da cui trae origine, anche nel
più accogliente ed esposto alle migliori correnti empatiche, conserva sempre un suo statuto segreto e contraddittorio.
Scriveva Winnicott nel 1963: “ Al centro di ogni persona
c’è un elemento incomunicato, inviolabile, che è sacro e
che va preservato”.
Un segreto forse custodito in quell’ombra sul muro
nell’ultimo salto di Vaslav Nijinski. Ombra che ci è compagna discreta, il “raggio invisibile” che Andrè Breton1
rammenta nell’ultima pagina di un celebre scritto, prima di chiudere con queste fulminanti parole: “ vivere e
cessare di vivere sono soluzioni immaginarie. L’esistenza è altrove”.
1 Si tratta del testo “ Segreto dell’arte magica surrealista”, in:
De Micheli M., Le avanguardie artistiche del Novecento, Milano, Feltrinelli, 1966.
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L’Atelier di
Cologno
Carla Girardi
e Laura Tonani
Esiste uno spazio creativo a Cologno che da anni opera
intorno ad un progetto di grande rilievo culturale e sociale. Stiamo parlando del LIBERO ATELIER DI ATTIVITÀ ESPRESSIVE DI COLOGNO MONZESE, in Villa
Citterio, inaugurato il 2 ottobre 1999 e nato dalla sinergica collaborazione tra il Comune di Cologno Monzese e
il C.P.S. di Cologno dell’Azienda Ospedaliera Ospedale
Civile di Vimercate. Frequentano con costanza il laboratorio circa una ventina di utenti, ma, dall’inizio dell’attività, ben una settantina di persone hanno potuto fruire
di questa esperienza che ha contribuito alla loro crescita personale e ha favorito il bisogno di risocializzazione. Per ognuno di loro entrare a far parte di un gruppo
sollecita aspettative e timori complessi sia verso l’altro
che verso sé stessi. L’incontrarsi insieme in uno spazio
sul territorio cittadino, vicino ai luoghi della cultura e
lontano dai simbolismi tipici dell’istituzione medicoassistenziale, uno spazio che piano piano si è costruito
come luogo simbolico della creatività, ha rappresentato
l’aprirsi di una possibilità altra per dare espressione alla
propria personalità.
Una soggettività spesso frammentata e divisa, scissa tra
mente e corpo, può trovare nell’espressione artistica gli
strumenti per manifestarsi ed integrarsi oltre la parola
ritrovando il piacere di raccontarsi e anche di mostrarsi, una possibilità protetta e facilitata dalla relazione
di fiducia e collaborazione creativa tra arteterapeute e
operatori sanitari che nasce dalla condivisione dell’idea
della sofferenza.
Il nostro atelier opera utilizzando i linguaggi propri
dell’Arte, dalla pittura al disegno fino a quelli contemporanei, come la performance, l’installazione, la poesia
visiva e le tecniche care ai surrealisti, come il frottage
e il collage. Ogni persona esplora i materiali e i diversi linguaggi liberamente, scegliendo poi la dimensione espressiva più congeniale. Nella prospettiva di una
possibilità di Cura del disagio psichico anche attraverso
l’arte, si sono sviluppati, in tempi abbastanza recenti,
una serie di interessanti esperienze di ricerca.
I temi proposti agli utenti rappresentano tappe fondamentali per la conoscenza della loro personalità e spesso creano un “ponte” attraverso il quale il mondo interiore si fa strada e si mostra ai nostri occhi. Per esempio l’esperienza dell’autoritratto, argomento di grande
complessità psicologica e ricco di illustri riferimenti nel
mondo dell’arte, ci consente di capire il rapporto che
ognuno di loro ha con la propria immagine corporea che
spesso non coincide con ciò che vediamo con occhi ingenui. Nell’autoritratto le pulsioni autobiografiche racPoliscritture/Samizdat
contano trame esistenziali che prendono corpo in segni,
colori e parole, accompagnando lo sviluppo del lavoro
in un intreccio di significati. L’arteterapeuta segue, con
sguardo sottile, il processo creativo, aiutando la persona
nei momenti d’incertezza, facilitando l’espressione grazie al suggerimento delle tecniche idonee, calibrate su
ogni singola necessità.
La tecnica infatti non è un fatto secondario; essa è linguaggio, possibilità di comunicare emozioni, è la voce
dell’immaginazione. Come sottolinea Dino Formaggio
“La tecnica non è legge statica, cieca disciplina, regola
inesorabile; non è monologo. La tecnica è dialogo; come
tecnica artistica, poi, è linguaggio più che lingua, cioè
parola e comunicazione. È dialogo e linguaggio non banale, non decaduto alla ripetizione idolatria del discorso
comune, ma riportato alla sua origine, all’atto che ritorna su se stesso per rilanciarsi più lontano, all’azione vivente nel corpo delle materie viventi; al gesto che domanda, che risponde, che qualitativamente crea dall’interno e a seconda dell’intima vita del tempo e delle cose
nel tempo”.1
Affinché l’immagine interiore affiori in superficie e possa diventare forma, figura, occorre alimentare le pulsioni creative che spesso giacciono assopite in qualcuno di
noi. Non è semplice spiegare come e perché si riesca ad
“innescare” tale processo, ma tra i molteplici aspetti,
approfonditi nel corso del lavoro in atelier, ci siamo resi
conto che alcuni materiali e argomenti hanno una loro
capacità di tipo maieutico, cioè facilitano l’atto creativo.
I nostri frequentatori non hanno alcuna formazione artistica di tipo accademico, perciò il loro approccio all’arte è spontaneo e motivato dalla voglia di intraprendere un’esperienza gratificante, piacevole. La sensibilità
all’ascolto degli operatori, l’accoglienza, l’atmosfera luminosa, serena che l’atelier offre crea il setting, il luogo
ideale per la libera espressione di una creatività felice.
Da queste premesse s’intuisce come possano nascere
straordinari sviluppi e sinergie, in ambito riabilitativo
e preventivo, e la collaborazione con gli arteterapeuti
ha comportato l’integrazione di un diverso linguaggio,
nonché di uno sguardo, nei progetti di cura delle équipe
psichiatriche. L’arteterapia è territorio interdisciplinare
dove Arte e Psiche dialogano mantenendo i propri
ruoli, le proprie competenze, ma ritrovando la comune
prospettiva di comprensione della creatività.
La terapeutica artistica è il luogo dove corpo, espressione e idea tornano ad integrarsi superando, a volte solo
occasionalmente, il blocco determinato dalla malattia.
Certo è che il linguaggio espressivo artistico comunica
aspetti che la parola a volte tace. Il problema, come abbiamo già illustrato, è quello di strutturare, attraverso
strumenti efficaci e cioè le tecniche dell’arte, il messaggio interiore.
Perciò i conduttori dell’atelier devono prima di tutto
essere artisti, conoscere le proprietà maieutiche insite
nella materia, devono guidare il soggetto dell’esperien1 Dino Formaggio, Fenomenologia della tecnica artistica,
Pratiche Editrice, Parma-Lucca, 1978, pag .265.
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za creativa con grande sensibilità e abile regia. I nostri
utenti sono seguiti e affiancati nel processo creativo in
modo delicato, sensibile, e ad ogni loro richiesta, domanda di aiuto, trovano sostegno. Molti di loro hanno
acquisito nuove capacità, rafforzando la propria autostima, hanno ritrovato il piacere di creare “qualcosa di
bello” per sé e per gli altri: una dimensione creativa che
è fondamentale per il benessere dell’individuo.
Tempo fa qualcuno di loro ci ha detto che “dipingere
fa bene al cuore”; in questa semplice frase è racchiuso
un significato molto profondo, e forse il senso della nostra esperienza. Il gioco creativo è espressione di libertà
per l’individuo. Del resto arte e gioco sono intimamente
legate: “…l’arte ha inventato il gioco dell’animo, il cui
maggior pregio è quello di conservare all’animo la sua
freschezza e la sua giovinezza. “L’arte - scrive Delacroix
– ricolloca l’uomo sulla via dalla quale l’utilità biologica
e sociale l’avevano allontanato, e risveglia una potente
virtualità che la vita ha spento. […] L’arte è prima di tutto liberazione, disinteresse e rottura degli interessi pratici, per cui si arriva alla formazione di un’attività accessoria, di un’attività « di lusso », che si prodiga per mera
potenzialità, per desiderio di esercizio: questo è quanto
c’è di vero nel paragone tra arte e gioco, il quale ultimo
è anch’esso libertà, sogno che cerca la sua realizzazione,
azione fedele al sogno”.1
Questo è in sintesi il progetto silenzioso, ma dalla forza dirompente, che si svolge nell’atelier colognese. Annualmente il nostro lavoro “si mostra” durante rassegne aperte alla cittadinanza che hanno sempre avuto un
buon riscontro di pubblico.
Nell’estate 2005, l’atelier ha realizzato le scenografie
per due opere liriche, I pagliacci e Il Barbiere di Siviglia, messe in scena dall’Associazione musicale città
di Cologno, interagendo così con il tessuto cittadino e
dando prova di grande capacità organizzativa
interna. Un gruppo di lavoro felice si legge,
infatti, dall’armonia che caratterizza l’opera
costituita. Le fasi di realizzazione del lavoro
hanno permesso agli utenti dell’atelier di provare l’esperienza pittorica sul grande formato,
l’incontro totale, corporeo, con il colore e l’utilizzo di tecniche pittoriche e materiali inusuali rispetto alle tipologie classiche degli atelier
arteterapeutici, il tutto affidato all’esperienza
dei conduttori del gruppo. Anche nello scorso
ottobre durante la rassegna L’isola a Colori,
il nostro gruppo ha incontrato la cittadinanza
nell’isola pedonale, proponendo una serie di
attività artistiche, dalla pittura al teatro, dalla musica alla performance, coinvolgendo il
pubblico a partecipare ad una festosa giornata
creativa, realizzando insieme ai nostri utenti
una grande opera corale.
riflessione su alcune esperienze particolarmente significative. L’occasione ha consentito al gruppo di operare intorno al progetto del libro, dagli aspetti grafici alla
scelta dei temi, discussi e approvati insieme. L’utilizzo
del computer, di alcuni programmi che alcuni utenti in
parte conoscevano, ha contribuito a creare nuovi interessi assolutamente imprevisti.
La scrittura, l’immagine elaborata digitalmente e l’idea
di realizzare un video in collaborazione con l’atelier di
teatro terapia, che da circa quattro anni, si è affiancato
all’atelier di attività espressive, ha ampliato le possibilità espressive degli utenti.
L’aspetto straordinario è la capacità del gruppo di accogliere le novità con entusiasmo: sicuramente tutto ciò è
motivato dalla sua forte coesione, ma anche dalla fiducia
che i nostri ragazzi e ragazze hanno in noi. Fiducia che
ci sprona continuamente a fare meglio, ad impegnarci
con passione e dedizione in ciò che crediamo essere una
funzione sociale dell’arte, argomento fuori moda, forse,
ma che ancora affascina tanti giovani artisti.
Il nostro atelier ha molti sostenitori, primi fra tutti gli
studenti di Brera che chiedono costantemente di realizzare tesi, tirocini e progetti con noi. Spesso ci è stata
richiesta la presenza in prestigiosi convegni, dove la nostra esperienza ha potuto dialogare con quella altrui e
riflettere sui propri contenuti scientifici.
Tutto ciò ci gratifica molto in quanto sappiamo, nel nostro piccolo, di alimentare una corrente molto più grande di noi, quella che ha ancora il coraggio di vedere nella
creatività la via verso il benessere personale e sociale.
Tra i nostri futuri progetti vi è anche quello di creare altri spazi per l’anima, citando James Hilmann, offrendo
ad altri cittadini l’opportunità di accostarsi alla dimensione terapeutica dell’arte.
Attualmente siamo impegnati nella realizzazione di una pubblicazione che sta rappresentando per tutti noi un momento di grande
1 Charles Baudouin, Psicoanalisi dell’arte, a cura di Arnaldo
Ceccaroni, Guaraldi editore, Firenze, 1972, pp. 248-249.
Poliscritture/Samizdat
Autoritratto. Disegno infantile
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Due poesie
Ferruccio Brugnaro
Menzogne insopportabili
Mi sento in pezzi stasera.
Mi sembra di avere sul petto
enormi scavatrici.
Alla televisione ora un volto torvo
sta parlando con enfasi
di morale
di pudicizia
di amori peccaminosi.
Mi si rivolta lo stomaco.
La terra non ne può più
di queste iene.
I giorni sono stanchi
di questi corvi di sventura.
Basta
basta
con le invenzioni che uccidono.
Mi si parli di libertà
di liberazione.
Mi si parli di vita
di amore
di tanto amore
l’amore che riproduce
di continuo il mondo
e il nostro cuore.
Poliscritture/Samizdat
Non vedono più nessuno, niente
Sono sempre gli stessi.
Tengono in pugno tutto
sempre allo stesso
modo.
I loro discorsi sono pieni
di democrazia, libertà
e continuano ad opprimere, a
calpestare
con cinismo.
Disseminano guerre atroci
tra i popoli
nascondendosi dietro grandi ideali.
Mettono Dio in mezzo
a ogni parola.
Hanno raggiunto in questi giorni
culmini
di follia omicida
che non so, non so
chi potrà mai dimenticare.
Non vedono più nessuno, niente.
Il loro obiettivo è denaro
tanto denaro;
potere
grande potere
dentro montagne di chiacchiere
sul bene della nazione, sulla civiltà
sul popolo.
Il loro obiettivo è denaro
tanto denaro;
potere
grande potere
dentro montagne di chiacchiere
sul bene della nazione, sulla civiltà
sul popolo.
Non importa se poi
a mille metri di profondità,
nelle miniere più infernali
una tenace umanità
crolla
colpita a morte continuamente,
non importa se nelle fabbriche
vite e vite umane vengono
lentamente, inesorabilmente
disfatte;
non importa se uomini e uomini
muoiono dissanguati
in tutte le trincee della terra
aggrappati
a un sogno schernito fino all’ultimo.
Pag. 36
Nuove Strategie
di libertà
Ritornando su Ceti medi quale
futuro?
di Sergio Bologna
Ennio Abate
Su www.poliscritture.it, nella rubrica dialogare,
criticare, polemizzare, si possono leggere le pepate risposte di Sergio Bologna a 6 mie domande su Ceti medi,
quale futuro?.
Proprio perché il valore culturale e politico del libro è
per me fuori discussione e credo di muovermi in una
prospettiva di libertà democratica non dissimile dalla
sua, vorrei, secondo il metodo della «critica dialogante», insistere a scavare le mie gallerie di dubbi e obiezioni dentro questo suo terreno così ricco di spunti e dati
economici.
Ecco allora per punti le mie osservazioni:
1. Conricerca
Nella mia prima domanda a Bologna insistevo sul
bisogno d’integrare il necessario ascolto (chi non ascolta come può dialogare o confrontarsi realmente?) «con
uno sforzo anche teorico e immaginativo». Non parlavo
di teoria tout court. Bologna mi ricorda che nelle esperienze da me richiamate (inchiesta operaia, storie di vita
montaldiane, storia orale) è la «conricerca che produce
teoria». Ed è certo più esatto dire che «Geiger e Lederer
[da lui studiati e fatti conoscere in Italia1] più che dei teorici in senso stretto [sono stati] dei maestri d’analisi».2
Non credo però che in quelle loro analisi siano state
del tutto irrilevanti «né la visione cattolica di Geiger
né quella austro-marxista di Lederer» (come non lo è
la teologia di S. Tommaso per la Commedia di Dante).
Le teorie o le “visioni generali” possono essere esplicite
o implicite, ma non mancano anche nel più piatto positivismo, altrimenti sarebbero tutte intercambiabili o
forse irrilevanti.
Non lo penso: credo invece che anche l’ascoltatore (S. Bologna) che ha raccolto nella blogosfera storie
tanto significative non sia stato soltanto “orecchio”. E
d’altronde i giovani che lì raccontano di sé non hanno la
mente sgombra da «idee politiche bislacche» o ingenue,
come egli annota ma mette tra parentesi.
Secondo me, esse non sono tanto secondarie, ma in1 Cfr. S. Bologna in «L’ospite ingrato», Anno primo, Quodlibet, Macerata1998
2 Bologna, risposta 1.
Poliscritture/Samizdat
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SCHEDA DEL LIBRO
[E.A.]
Allora io con questo primo post porterò la bandiera delle milioni di Nuove Imprese che sono sorte in Italia. Detta così ci si
immagina un qua­dretto assolutamente rassicurante ed esaltante: tanti piccoli imprenditori che aprono il loro laboratorio (capannoncino per gli emiliani, la fabbri­chetta un po’ più a nord), gente che stanca di stare sotto padrone cerca l’emancipazione
aprendo nuove ditte, lavorando, assumendo ... E inve­ce ... le tante neonate Nuove Imprese, orgoglio dei programmi di governo
sia di destra sia di sinistra, non sono altro che milioni di persone che per non farsi sfruttare dai contratti di collaborazione si sono
aperti la fatidica Partita Iva. Siamo stati COSTRETTI a creare queste nuove imprese. Più che nuove attività, ci hanno costretto ad
avventurarci nell’impresa di di­ventare liberi professionisti, ai “quali chiedere più del 40% di tasse (non è una fandonia chiedete
ai vostri amici con P.Iva). lo sono uno di questi nuovi liberi professionisti, io sono una nuova impresa. Perché l’ho fatto? Perché
con una partita iva ho qualche possibilità in più di far valere i miei diritti mentre con i contratti a progetto ho solo doveri. O
almeno non c’è nessuno che vigili sull’uso quasi criminoso che i datori di lavoro fanno di questa formula contrattuale. Diversamente ricattati, senza soluzione al­ternativa: o te la cavi da solo con la tua Iva, o ti obblighiamo a lavorare alle nostre condizioni
senza tredicesima, senza malattia pagata (e non si parla di un’influenza da 5 o 6 giorni, chiedete a chi ha dovuto affrontare una
de­genza ospedaliera o semplicemente a chi è rimasta incinta/o). (S. Bologna, Ceto medio, quale futuro?, pag. 18, DeriveApprodi,
Roma 2007)
Questa è la testimonianza di Rufus, un lavoratore “autonomo”. È una delle tante che circolano su Internet e Sergio Bologna la
cita come esempio emblematico dell’esasperato e motivato disagio delle nuove figure di lavoro, alle quali, forse tra i primi in
Italia, si è interessato da vicino e dall’interno, essendosi egli stesso, come racconta, trasformato dopo vent’anni di insegnamento
universitario in «ricercatore libero professionista».
Si tratta dei «lavoratori autonomi di seconda generazione» che egli distingue nettamente da quelli tradizionali1.
Viaggiando nella cosiddetta blogosfera, ha trovato testimonianze di vario tipo: la trentenne romana che «si offre per una notte
d’amore in cambio di un lavoro decente», chi spera nella tutela del magistrato e non più del sindacato, chi immagina o pratica
espatri e fughe in altri paesi, chi denuncia le truffe dell’offerta di falsi «stage di formazione», chi organizza le prime rivendicazioni dei lavoratori autonomi e dei precari.
Le storie si somigliano. Dicono che il lavoro precario – che per Bologna va considerato un modo «strutturale» di organizzazione
della società del lavoro di oggi e non temporaneo e riassorbibile in quello a tempo indeterminato, come sostengono i sociologi
accademici del lavoro (Accornero, Reyneri) con cui polemizza - sta stravolgendo la vita, gli affetti, le relazioni familiari o amicali
di milioni di persone, senza che ci si decida a sanare la situazione con un serio intervento giuridico: «Così siamo arrivati al punto
che il 47% circa degli occupati nell’economia di mercato oggi non gode delle tutele sociali previste dallo Statuto dei lavoratori del
1970, che si applica soltanto alle imprese con più di 15 dipendenti». (p. 183)
A ingrassare sul lavoro dei precari e degli autonomi non sono solo imprese marginali o microimprese in difficoltà, ma i grandi
gruppi e soprattutto la Pubblica Amministrazione. S’è creata così una divisione tra lavoratori con prerogative e tutele garantite
dalla legge e lavoratori «flessibili» con zero diritti. L’impresa su tale divisione ci marcia, mentre il sindacato ha optato per una
strategia di difesa corporativa dei soli lavoratori già tutelati, contribuendo così ad esasperare le differenze (che non sono quindi
solo generazionali, come si dice).
Questa grave situazione, «non più compatibile con un paese civile» come rileva Bologna, non è cascata dal cielo: sono stati gli accordi sindacali con la Confindustria del luglio 1993 che, centralizzando la contrattazione sindacale hanno impedito ai lavoratori
a tempo indeterminato di negoziare alcunché sul proprio salario con le imprese e incentivato le forme “atipiche” del lavoro nelle
«imprese individuali» o microimprese.
Ne è conseguito un «mutamento genetico» nella mentalità stessa dei lavoratori: la stragrande maggioranza degli autori di queste
testimonianze – una “folla solitaria” di giovani e meno giovani, prigionieri del «circolo vizioso della precarietà»e che tirano su
per alcuni mesi, quando tutto fila liscio, dai 433 euro mensili ad un massimo di mille, è convinta che «bisogna cavarsela da soli».
La fiducia nella possibilità e utilità di coalizzarsi con persone che vivono in condizioni di lavoro simili, che ha caratterizzato la
storia dei lavoratori per tutto il Novecento, è stata estirpata. Per lo più domina la rassegnazione.
Poche perciò sono per ora le spinte associative tra i lavoratori autonomi e precari. Bologna le paragona a quelle che nell’Ottocento portarono alla formazione delle prime associazioni artigiane o alle prime società operaie. Allora i “senza voce” si riunivano
in qualche osteria per sfuggire alla polizia o alle spie del padrone. Oggi lo fanno nello spazio del web, gettando le basi di una
«coalizione virtuale», che Bologna giudica «una delle forme moderne di democrazia, forse una delle ultime rimaste», visto che
«i sindacati non rappresentano più questa forza lavoro, non hanno voluto rappresentarla» (p. 20).
In altri paesi la situazione è più promettente: in Francia nella primavera del 2006 si sviluppò un movimento contro la legge sul
«contratto di prima assunzione» (CPE) del governo Villepin; negli Usa sono nate le «Frelancers Unions» di New York, organizzate dall’avvocatessa Sara Horowitz, che ha costruito un sindacato dei lavoratori autonomi di seconda generazione con 40mila
iscritti e la «United Professional» della sociologa Barbara Ehrenreich che si rivolge ai lavoratori autonomi e ai colletti bianchi.
In Italia, a Milano, sulla spinta di questi modelli sono sorti «l’ascoltatoio» sulle forme del lavoro postfordista presso la Libreria
delle donne, che si propone di «raccogliere testimonianze di persone che raccontano semplicemente le loro esperienze di lavoro»
e, nel 2004, Acta (Associazione di consulenti nel terziario avanzato), di cui Bologna è uno degli animatori, mentre si va facendo
strada l’«evento» Mayday, la manifestazione quasi carnevalesca, sullo stile dei gay pride o dei love party, dei «devoti di San Precario». Promossa dai centri sociali autogestiti, dal 2001 contrappone simbolicamente il significato originario del Primo Maggio
(dignità e necessità del riscatto e della liberazione del lavoro) al rito stanco e forzato dei sindacati.
In Italia uno dei massimi ostacoli all’organizzazione dei lavoratori autonomi e precari sta per Bologna nei partiti e nei sindacati,
che definisce «professionisti della sconfitta».
1 Bologna li chiama così perché li considera differenti e per certi versi opposti a quelli di «prima generazione», rappresentati
dai tradizionali professionisti tutelati dagli Ordini (architetti, medici, avvocati, ecc.) o dai lavoratori autonomi del commercio
o dell’agricoltura (p.127) e, in un passo precisa: «questa gente, cui io appartengo, cui appartengono altri 6 milioni di persone, è
gente che lavorano poggiando esclusivamente su mezzi propri, su proprie risorse umane, intellettuali, economiche, relazionali, è
gente comune, un po’ middle class un po’ proletariato, un po’ Lumpen del postfordismo» (p. 220).
Poliscritture/Samizdat
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terferiscono nella presa di coscienza dei nuovi bisogni e
della realtà al momento in cui, ad es., poniamo il problema cruciale di «cosa possiamo fare perché quella ragazza se lavora possa lavorare in maniera decente».1
Accolgo perciò solo in parte il consiglio di lasciar stare (per evitare sterili litigiosità, per non perdere di vista
l’essenziale) «le diatribe sull’operaismo, il marxismo, il
comunismo, il concetto di classe, il femminismo»2, che
oggi capirebbero in pochissimi. Tuttavia, per cogliere
l’importanza di fatti, dati e misure che Bologna espone
con tanta chiarezza, bisogna pur districarsi nella selva
delle nuove forme assunte oggi dall’individualismo e
dalla legge del mors tua, vita mea (p. 15), per ritrovare (forse!) tracce di quella «solidarietà» che egli stesso
vede ormai estirpata dall’animo e dalla mente dei lavoratori.
Dire che una “teoria” o, almeno, una cornice, un
lessico, un linguaggio comune, una qualche tradizione
ripensata ci aiuterebbe, non mi pare volgere le spalle ai
fatti, ai dati, alle misure (e alle scelte etiche che la loro
conoscenza impone).
Se ci fosse, darebbe sia agli studiosi “in ascolto” che
ai narratori che “si sfogano” la possibilità di capirsi di
più e magari di agire assieme.
2. Anarchismo e comunismo: sfondi dell’attuale
conricerca
Una “cornice” (non voglio chiamarla “teoria implicita”) a me pare sia presente anche in questo libro di Bologna. L’idea di una «coalizione» del «lavoro autonomo di
seconda generazione» non nasce, infatti, come Venere
dal mare o solo dalla conricerca svolta da Bologna nella
blogosfera, ma attinge alla memoria, alle «buone rovine» (Fortini) della tradizione anarcosindacalista, cara
a lui e in buona misura pure a me. Però – ecco la mia
seconda (fraterna) obiezione – oggi a me pare necessaria ma insufficiente. Non perché, abbindolato da quelli
che Bologna chiama «professionisti della sconfitta» e
in particolare dalle «componenti che si richiamano alla
tradizione comunista e quindi a un’immagine del lavoro di stampo fordista», coltiverei il «retaggio del gene
stalinista» (p. 25). Ma per una considerazione storica,
che mi fa vedere anarchismo e comunismo comunque
intrecciati in tutta la storia del movimento operaio.
Trascurare tali intrecci e non attingere – come
credo si debba fare – sia alle «buone rovine» della tradizione anarcosindacalista che a quelle della tradizione
comunista mi pare un gesto unilaterale, che tra l’altro
cancellerebbe una lezione, quella di Danilo Montaldi,
che Bologna stesso è impegnato a preservare.3
1 Bologna, risposta 6.
2 Bologna, risposta 6.
3 «Danilo […] ti dice solamente che la dimensione nuova con
cui lui ha letto la storia del comunismo gli ha consentito di
acquistare un’autonomia di giudizio e una possibilità di pratica non eterodiretta. Se t’interessa, puoi provarci anche tu. In
pratica significa che puoi fare politica, puoi agire pensando di
cambiare l’ordine delle cose anche senza un Partito alle spalle.
[…] Danilo non ti diceva di partire da una condizione di “ta-
Poliscritture/Samizdat
La storia del comunismo o dei comunismi o dei
comunisti a cui penso non è quella devastata dal «gene
stalinista». È la stessa per la quale Bologna mostra gran
rispetto ed enorme interesse: «quella che le versioni
ufficiali amavano mettere in ombra».4 Quei comunisti
messi in ombra dal partito piacciono a lui, ma piacciono
anche a me; e bisognerà pur spiegare perché rimanevano
comunisti, malgrado le persecuzioni dei loro “compagni”.
A parte poi il fatto che anch’io non sono mai stato
iscritto al PCI e ho imparato qualcosa da Montaldi, il
suo invito sarcastico a «comunisti o post-comunisti o ex
comunisti o neocomunisti a rivitalizzarsi»5, sembra una
scorciatoia un po’ contraddittoria con quel gran rispetto
e interesse per la storia del comunismo. Come se essa
dovesse interessare solo a chi ritiene «più importante il
governo della società» e non – direi - altrettanto a chi
giudica «la società più importante del quadro politico»,
che sono le due formule in cui Bologna riassume di fatto
storia del comunismo e storia dell’anarchismo.6
Non mi pare, insomma, utile mettere ancora
in primo piano qualcuno dei tanti momenti tragici e
mortali della contrapposizione frontale di anarchici
e comunisti7 e rimuovere, fossero pure pochissimi, i
momenti, “aurorali” se si vuole, di avvicinamento e
di solidarietà almeno tra i militanti di base (i soviet, i
consigli), che rappresentarono “il meglio”, soffocato
ma prezioso, di quelle due tradizioni. E dico questo
pur riconoscendo che anche a me la «coalizione» di
matrice anarcosindalista oggi sembra più realistica
della forma «partito comunista», che ha agonizzato
per tutto il Novecento e che, come Bologna dice a
proposito dell’ultimo Luigi Pintor, ha forse chiuso
il suo ciclo storico, imponendo a chi in essa aveva
pensato un pezzo del Novecento a rifugiarsi poi in un
«vocabolario millenarista» (p. 176). Eppure, malgrado
tutto, ripensare (e ritentare) ancora la mai riuscita
“quadratura del cerchio”, che sotterraneamente trapela
dall’intera storia conflittuale delle due tradizioni, non
mi pare un’ingenuità. Forse è giusto ripartire dall’idea
di «coalizione» dei lavoratori, ma evitando i rischi
di una “coalizione ristretta” e correndo quelli di una
“coalizione larga” (ma dirò ora….). Un movimento
capace di non farsi vampirizzare dai “politici”, di
sostituirsi ad essi, espropriandoli della politica che
hanno professionalizzata e resa continuamente
fenomeno d’èlite (o di casta, come oggi si dice) non s’è
bula rasa”, da un’assenza di memoria, da una verginità politica artificiosa. Al contrario, ti diceva che non facevi un passo
avanti se non avevi fatto i conti con la storia del comunismo,
anzi, dei comunismi, meglio, dei comunisti (Bologna, Sulla figura di Danilo Montaldi come crocevia di generazioni, in Ceto
medio quale futuro?, p 229, Derive Approdi, Roma 2007).
4 Bologna, risposta 3.
5 Bologna, risposta 3.
6 Bologna, risposta 3.
7 Bologna, risposta 3: «Fossi stato in Spagna nel ’36 i comunisti mi avrebbero fucilato».
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mai realizzato, ma non è mai impossibile.
3. Coalizione “stretta” e coalizione “larga”
Torno al presente e al libro. Se l’attuale «rivoluzione
capitalistica» ha accentuato, anche grazie alle burocrazie sindacali e partitiche, una divisione tra lavoratori
“tradizionali” e lavoratori collocati nei punti dove avvengono le trasformazioni più dinamiche e sconvolgenti del lavoro (che da fordista va facendosi postfordista),
non mi pare «meglio per tutti che ciascuno marci per
conto suo».1 Come si passerebbe da un “esodo d’emergenza” (minoritario o persino individuale) a un esodo
costruttivo e vasto? Alla politica sempre più corporativa dei sindacati negli ultimi decenni e allo svuotamento
della democrazia si sta già rispondendo “marciando ciascuno per conto suo”. Come non vederne i limiti? Non
ho nessun dubbio sull’obiettivo proposto da Bologna: i
nuovi lavoratori autonomi devono ottenere quella tutela che governi e sindacati s’incaponiscono a riservare
solo ai lavoratori a tempo indeterminato.2 Eppure la sua
ipotesi di «coalizione» è rivolta innanzitutto e soprattutto (se non esclusivamente) ai «lavoratori autonomi
di seconda generazione» ed ha – lo riconosce egli stesso
- un «sapore fortemente elitario».3
Non so se per orgoglio o rassegnazione («È la
caratteristica storica dell’operaismo»4) questo sapore rischia di diventare permanente. Il che potrebbe a
mio parere spingere i lavoratori autonomi di seconda
generazione a guardare dall’alto in basso non solo i lavoratori dipendenti, ma anche i precari più generici; e
questi ultimi a “invidiare” i lavoratori dipendenti, perché “al sicuro”, o i lavoratori autonomi meglio professionalizzati, perché hanno più opportunità e vantaggi
economici di loro. In questo elitarismo per me si annida
un rischio: la nuova figura dei lavoratori autonomi di
seconda generazione rischia di essere pensata dai suoi
concreti rappresentanti secondo una logica purista.
Avremmo una replica storica delle vecchie “aristocrazie
operaie”. La nuova coalizione si ridurrebbe a una “coalizione dei più vicini”, che scarterebbe o vedrebbe come
fumo negli occhi ogni possibile coalizione più ampia ed
eterogenea, sicuramente oggi difficile da immaginare e
da costruire, ma secondo me irrinunciabile. Ammetto
il “realismo” della proposta di Bologna. Sì, i lavoratori autonomi, se coalizzati, potrebbero «creare non pochi fastidi all’assetto dominante», azzeccare «il punto
sensibile del potere, il suo nervo scoperto e lì [premere]
fino a fargli male».5 Ma ciò basta?
1 Bologna, risposta 2.
2 «Uno ha il diritto, se vuole, di vivere di lavori alla giornata,
ma ha anche il diritto di pretendetere di non essere trattato
da cittadino di serie B per questa scelta» (p.163); «la richiesta politica è un’altra: chi lavora per scelta o per necessità in
maniera intermittente non deve essere discriminato sul piano
delle tutele previdenziali e assistenziali. I diritti sociali, la tutela della salute, della maternità, della vecchiaia debbono essere garantiti a tutti e non soltanto alle categorie di lavoratori
con contratto di lavoro a tempo indeterminato» (p. 191)
3 Bologna, risposta 6.
4 Bologna, risposta 6.
5 Bologna, risposta 6.
Poliscritture/Samizdat
Il fatto che oggi nessun altro, tantomeno l’attuale sinistra, sappia offrire una (indispensabile o no?)
«”rappresentanza generale” degli interessi di classe»
non abolisce il problema, trascurato dai sindacati o gestito dai “politici di professione” nelle forme mistificate
della «postdemocrazia» (Marramao6). Non vedo perciò
perché la ripresa della conricerca non debba implicare
fin dall’inizio gli esponenti dei vari settori dell’attuale
forza lavoro (lavoratori della conoscenza, lavoratori “tradizionali”, informe “galassia” degli immigrati),
tutti coinvolti in varie misure e forme dal mutamento
postfordista.
4. Gli esclusi dalla «coalizione»: gli immigrati
Per dirla tutta lealmente, mi chiedo: conricerca e coalizione devono essere limitate ai soli lavoratori autonomi di seconda generazione per mancanza
di forze capaci di «ascolto» o per sfiducia degli attuali
“ascoltatori” verso lavoratori privi di «quelle risorse di
capitale umano possedute da coloro che occupano posizioni di relativa forza sul mercato»?7 Propenderei per
la seconda ipotesi quando m’imbatto nel giudizio un po’
censorio che Bologna dà di quelli che oggi si occupano
“caritatevolmente” degli immigrati.8 È vero che questo
volontariato è quasi sempre cattolico e bloccato nella logica paternalistica del filantropismo (e sul n. 3 di «Poliscritture» lo avevo rilevato io pure, parlando dell’ipotesi
di «villaggio solidale» a Cologno Monzese promossa da
don Colmegna). Che i marxisti (del resto azzittitisi o da
tempo trasformatisi per lo più in para-cattolici) siano
latitanti verso questo settore di forza lavoro (in parte
“debole”, in parte dinamicissimo) o non siano in grado
di costruire pratiche e narrazioni alternative al «gran
parlare di “accoglienza”, di “civiltà multietnica” e bla
bla filantropico»9 (o svelare l’illusione dell’acconto di
«eterno» che le religioni offrono attingendo alla rendita del sacro) non significa che la «coalizione» non vada
cercata anche con le fasce degli immigrati. E bisogna,
comunque, riconoscere al volontariato cattolico almeno
il merito di sapersi accostare a condizioni di vita pesanti
e di misurarsi a suo modo con i “diversi” che ormai sono
in mezzo a noi europei ex-colonizzatori. Esso, specie
nelle sue forme di “militanza di base”, non è perciò tutto
riducibile alla “colonizzazione” che denunciava Fanon.
E, di sicuro, l’oscuramento dei problemi del lavoro non
è tutto ad esso imputabile.
Se – come ricorda un po’ polemicamente Bologna - i bruciati alla Thyssen Krupp non sono immigrati,
quella sorte atroce toccò nel 2000 al rumeno Cazacu cosparso di benzina e dato alle fiamme da un piccolo imprenditore di Oggiona S. Stefano perché chiedeva un’assunzione regolare. Sarebbe meglio, insomma, parlare di
«una situazione disastrosa del lavoro» non soprattutto
6«Nella postdemocrazia non vige uno stato d’eccezione reale, ma uno stato d’eccezione «formattato», creato ad arte per
rendere indiscernibili i profili dei veri conflitti, delle effettive
linee antagonistiche» (il manifesto, 18 marzo 2008).
7 Bologna, da me citato nella domanda 6.
8 Bologna, risposta 2.
9 Bologna, risposta 2.
Pag. 40
o soltanto per i «cittadini italiani»,1 ma del lavoro in generale. Così non si rischia di scivolare nella difesa dell’
”italianità” del lavoro. Vedo, insomma, nel discorso di
Bologna, così concentrato sulla middle class o che si
spinge al massimo verso la lower middle class, una trascuratezza verso le condizioni di vita di fette consistenti
di “neoproletariato” o “moltitudine”.2
5. La “città invisibile” nascosta dalla Milano
«città del capitale»
Anche nell’immagine che Bologna delinea di Milano, la
«città che dipende dal mercato dei segni e delle immagini, città dell’industria dei media e dell’intrattenimento,
della moda con le sue infinite articolazioni, del design,
della pubblicità, dei servizi alle imprese, dell’informatica» (p. 26) e che attira dal suo hinterland o vi disloca
forza lavoro, a me pare manchi qualcosa. Non voglio accentuare più del dovuto una contrapposizione tra Milano e il suo hinterland (tra l’altro la LUMHI3 ha nel suo
nome stesso il termine hinterland). Eppure, oltre agli
interlocutori di riferimento di Bologna - quei lavoratori
che operano nell’industria dei media, dell’informatica
e dei settori affini -,4 ce ne sono tanti altri: quelli che
agiscono nelle strutture statali (scuole, etc.), gli stessi
«devoti di San Precario», che secondo lui mostrano una
nostalgia tutta fordista del «posto fisso» (p. 93), i ricercatori universitari, che, avendo chiesto l’abrogazione
della legge 30, hanno mirato, sempre secondo Bologna,
a «un’illusoria abolizione della precarietà piuttosto che
[puntare] sui sistemi di tutela per conviverci» (p. 28). A
questa massa di figure più “tradizionali” andrebbero aggiunte quelle marginali o alla deriva in quartieri degradati, che io, vivendo a Cologno Monzese, noto di più. In
queste sezioni della società il dinamismo del postfordismo sembra spento o inafferrabile o sperimentato solo
nei suoi aspetti di deriva. 5 Vorrei che proprio da parte
1 Bologna, risposta 2.
2 Un altro esempio: l’attenzione prestata al movimento francese degli intermittents du spectacle a scapito della rivolta
dei giovani delle banlieues (p. 22). E ancora: perché la giusta
esigenza di «guardare anche dentro casa nostra» occupandosi del «disagio delle classi medie» non dovrebbe essere integrata con i dati che vengono dalle discussioni sulla «povertà
dei paesi dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia, dei paesi
dell’ex Unione Sovietica», anche se «molto si parla ma ben
poco di concreto si fa» per eliminare questi gravi problemi?
(pag. 156)
3 La LUHMI è la Libera Università di Milano e del suo Hinterland intitolata «Franco Fortini e fondata nel 1995 da S. Bologna.
4 «quelli che rappresentano la forza lavoro del mercato dei segni e dei simboli, cioè dell’industria dei media, dell’informatica e dei settori affini… forza lavoro dotata di skill professionali, spesso senza titoli universitari, uscita da scuole tecnicospecialistiche o da corsi di formazione professionale, capace
di tenersi bene a galla nel mercato districandosi tra occasioni
saltuarie, periodi di lavoro all’estero, gelosa della propria autonomia e pertanto senza il miraggio del posto fisso» (27).
5 Leggo su «il manifesto» del 23 marzo 2008 la recensione
di Agostino Petrillo a Milano ai tempi delle moltitudini di
Aldo Bonomi. Mi pare interessante (nella recensione, non
nel libro di Bonomi che non ho letto) il richiamo un po’ boccioniano al «rumore di fondo che sale dalla “città invisibile”,
ossia dalle cerchie di coloro che sono spremuti ed espulsi dal
Poliscritture/Samizdat
di chi si trova nei punti alti del postfordismo si riuscisse
a considerare tutto questo insieme di forza lavoro, sicuramente percorso da contraddizioni interne non solo
oscure ma quasi ingovernabili. È utopia? Non credo. Si
“sentirebbe” e si comprenderebbe meglio la condizione di chi è costretto a dibattersi tra prospettive (lavoro
autonomo, posto fisso) spesso entrambe illusorie e non
veramente alternative non così disgiunta da quella,
quasi invisibile, dei tanti “alla deriva”.
6. Il lavoro precario come “scelta”
E torno, infine, su un punto per me decisivo,
che avevo affrontato nella domanda 5 e che non ha trovato, secondo me, una risposta da parte di Bologna.
Egli ha scritto: «Mai dimenticare che il postfordismo è
stato il prodotto di una doppia spinta: da una parte la
riorganizzazione capitalistica e dall’altra il rifiuto del lavoro normato, così come si manifestò, per esempio, nel
movimento del ’77. La precarizzazione l’abbiamo voluta
anche noi! E pertanto deve essere cancellato ogni accento vittimista»» (p. 31). Io dubitavo che il movimento
del ’77 avesse puntato proprio alla «precarizzazione»
e esprimevo perplessità verso le critiche al cosiddetto
“vittimismo” e scetticismo verso la qualità delle attuali
«strategie di libertà» costruite «anche attraverso il lavoro intermittente o indipendente».6
Ora torno a chiedermi: ma perché chi muove
delle critiche (anche “vecchie” ma fondate su fatti e esperienze) a queste sia pur relativamente nuove «strategie
di libertà» farebbe del “vittimismo”? Giusto sfuggire ai
vecchi ideologismi, ma perché sostituirli con nuovi ideologismi? Chiedersi (caso per caso, se si potesse) quanto
il lavoro “autonomo” di cui andiamo parlando sia davvero «indipendente» o quanto potrà magari diventarlo
(e a me pare importante stabilire anche per quanti potrà
diventarlo) è domanda seria e non dovrebbe infastidire i
sostenitori di un lavoro autonomo, quando la loro visione è fondata su esperienze reali e non su ideologismi.
Non credo perciò di dire una cosa campata in
aria se affermo che «strategie di libertà» limitate, quali
sono per me quelle stesse qui delineate per il «lavoro
autonomo di seconda generazione», sono state possibili, e forse lo sono ancora, con altre modalità, anche nel
lavoro dipendente. Del resto, anche se Bologna sostiene
con forza le «opportunità di liberazione e di autonomia
che la condizione del precario offre», nelle pieghe del
suo complesso e documentatissimo discorso si trovano
molte affermazioni che dimostrano come non gli sfuggano né l’incertezza né la drammaticità né la pesantezza
del mutamento in corso. Accenna, infatti, alle spinte e
controspinte che portano i giovani ora verso un lavoro autonomo per necessità (pag. 61), perché esiste una
reale impossibilità di accedere al mercato del lavoro dimercato del lavoro, da chi paga i costi umani e sociali della
trasformazione[di Milano, e cioè dei] “naufraghi del fordismo”
di vario genere:: migranti impiegati nei nuovi lavori servili,
giovani disoccupati o precarizzati, manodopera ipersfruttata
dal ritorno del caporalato e dal dilagare del lavoro nero, soprattutto in settori come l’edilizia».
6 Intervista, domanda 5.
Pag. 41
pendente, ora a tentare l’avventura a volte piena di illusioni del lavoro indipendente.1 Né tace, col richiamo a
Sennet2, gli effetti deleteri sulla psiche almeno di un certo lavoro precario. Come non gli sfugge una situazione
ancora peggiore: «la condizione di quelli che lavorano
per niente, gratis».3
Ecco perché non mi pare inutile o reazionario
chiedersi: le offre davvero e per quanti queste occasioni
di “libertà” il lavoro precarizzato? Se esse stentano ad
essere afferrate, forse vuol dire anche che spesso non
ci sono o ci sono solo per pochi più fortunati. E allora,
ci vorrebbe una maggiore prudenza: messianica può risultare non solo l’attesa del posto fisso, ma anche quella
delle opportunità di lavoro “autonomo”, proprio perché
«i confini dell’insicurezza sociale vanno ben al di là del
rapporto tra «posto fisso» e lavoro precario» (p. 94).
Certo, «il lavoro occasionale, il lavoro flessibile è stato anche scelto, cercato, dalla forza lavoro così come la
fuga dalle campagne è stato un movimento spontaneo
durante certi periodi dell’industrialismo dell’Ottocento
e del Novecento, non è stato soltanto un esodo forzato»
(p. 191), ma non sarebbe più realistico parlare di lavoro
dipendente e flessibile come di due varianti all’interno
di una costante che è il lavoro comunque sottoposto al
controllo del capitale? E tenere a mente l’obiettivo della
liberazione del lavoro nel suo complesso, anche se questa ipotesi allo stato attuale appare scandalosa o addirittura pazzesca?
certi vantaggi interstiziali si trovano nel lavoro autonomo, in forme diverse si trovano – ripeto - pure nel lavoro dipendente. I liberti ci sono sempre stati, ma senza
che venisse abolita la schiavitù.
Il problema che nessuno mi toglie dalla testa è
quale tipo di libertà si può/si deve cercare (nel lavoro?
o anche oltre il lavoro?). È, insomma, sulle «strategie di
libertà» e su come misurarle che dovremmo intenderci.
Bologna ammette che il lavoratore autonomo è «una figura di compromesso», che «non rovescerà il sistema».
Di più non si può fare: chi ne è capace si faccia sotto» (p.
36) . Sarebbe, dunque, infantile intestardirsi su un desiderio di libertà “assoluta”? Qui si dovrebbe aprire un
lungo discorso “teorico”, ma né lo spazio disponibile né
il rispetto che sento di dover portare al libro di Bologna
permettono in questa occasione di cominciarlo.
Insomma un breve richiamo non alla sinistra
d’oggi, ma all’idea gramsciana di «rivoluzione passiva»
gioverebbe ad approfondire la questione. O questa sarebbe ideologia? Sì, «una visione puramente pessimistica e catastrofista del postfordismo non ci aiuta nemmeno a capire perché certe persone continuano a difendere
certi stili di vita», ma perché «il primo punto da mettere in discussione è proprio quello del «posto fisso»,
dell’occupazione a vita, dell’accettazione di un sistema
gerarchico, di un’organizzazione del tempo e dello spazio secondo criteri definiti da una volontà superiore, al
tempo stesso dispotica e protettiva» (p. 166)? Come se
il lavoro autonomo fosse – qualcuno forse lo vive così
con qualche buona ragione - un’alternativa piena che
già sfugge del tutto al sistema gerarchico del capitale.
Non sono convinto, cioè, che la libertà (quella vera) sia
più tangibile o a portata di mano nel lavoro autonomo
e meno nel lavoro dipendente, proprio perché entrambi
- qui sarò “veterissimo” (ma anche Bologna, quando si
propone di demistificare il falso potere liberatorio del
lavoratore autonomo e del personal computer,4 parrebbe esserlo…) - sono lavori sottomessi al capitale; e se
Poliscritture/Samizdat
L’urlo. Disegno infantile
1 «Il soggetto abbandona la sfera simbolica del lavoro ed entra
in quella dell’impresa, da lavoratore pensa di essere diventato
imprenditore, di essere passato al proletariato alla borghesia.
In realtà, molto spesso, non è né l’uno né l’altro» (p. 181).
2 R. Sennet, L’uomo flessibile, Feltrinelli, Milano 1999.
3 «regalando a un signor X, sconosciuto, il loro tempo e le loro
competenze. Li chiamano stage […] Da noi succede di frequente presso gli studi delle professioni tradizionali. Grossi studi di
avvocati o architetti dove i giovani lavorano gratis anche per
anni (p. 180).
4 Bologna, risposta 4.
Pag. 42
2 Latitudini
ovunque e con ogni mezzo
(Esterno con
alberi)
aria fuoco acqua terra
i quattro elementi lontani
- un passero picchietta
emettendo i suoi suoni
il centro di piccoli fiori
- mandorli o peschi piantati - infruttuosi - sul marciapiede
di via Settembrini - Roma vicino piazza Mazzini - i petali
cadono sul tavolino del bar è un 20 di febbraio
del 2008 - Ippolita ed io
beviamo qualcosa - mi parla
d’una vacanza lontana - lei
ed un uomo si avventurano
in macchina - all’inizio una pista
visibile - poi all’improvviso
la sabbia confonde - li perde non sanno più dov’è l’est - dove
è l’ovest - sorpresa degli elementi
natura - paura - a fatica
un villaggio - gli adulti
stupiti li ospitano - qualche
bambino li attornia - il giorno
dopo - con carri di buoi
e con funi - portano macchina
e i due alla città più vicina
(che era lontana) e con grazia seria
gli dicono “jamais le désert” Ippolita ringrazia - lascia
delle scarpe - una giacca - qui
passano macchine - motorini ai tavolini poche persone
nel pomeriggio - il tronco
del mandorlo - o pesco - è scuro
nerissimo - si salvano dalla pece
dell’aria le radici - quelle
ancora respirano - ancora avviene
la fioritura - annuso i petali
- li prendo - caduti Poliscritture/Latitudini
Anna Cascella Luciani
dal tavolino - pendici
di colli - di prati altrove
- li conservo dentro una carta
poi il cellulare di Ippolita
squilla - il campo dei fili
invisibili ha avuto il suo
corso - una donna anziana
- italiana - discreta - pudìca
ha chiesto qualcosa - offriva
piccoli porta-fortuna o portachiavi - l’economia tira
avanti per la sua strada senz’occhi - il prezzo
della benzina oggi ancora
salito - noi poveri troveremo
domani ancora rialzate frutta
verdura ma oggi è il mio
compleanno di festa - dieci
euro ai tavolini
del bar - gentili le ragazze
al servizio - i lindi capelli
scuri o più chiari
in ordinati chignon - aprono
un varco tra le sedie quando
andiamo via - compio 67 anni -
[da Incisioni, inedito]
Pag. 43
Rodoviaria
brasiliana
Alessandro Teruzzi
Quelli che seguono sono alcuni estratti del libro I
diari della rodoviaria, nel quale vi sono il racconto, le
riflessioni, le emozioni che io e Gigi (il mio compagno di
viaggio) abbiamo vissuto in 45 giorni on the road (ma
anche on the river) in Brasile. Il termine ‘rodoviaria’
è una parola portoghese che indica la stazione degli
autobus. Agli occhi più attenti non potrà certo sfuggire
una certa somiglianza tra questo titolo e quello di un
altro diario: I diari della motocicletta, film del regista
Walter Salles, che portò al cinema i diari che Ernesto
Guevara raccolse in Latinoamericana. L’idea è quella
di sottolineare come questo nostro viaggio rappresenti
un momento di conoscenza e di maturazione, sia come
persone che come cittadini del mondo.
Buona lettura
[…] MANAUS, capitale dello stato dell’Amazonas, nel cuore della foresta, alla confluenza tra
Rio Negro e Rio delle Amazzoni
Dopo solo 40 ore di viaggio siamo arrivati da padre
Riccardo1 a Manaus. Elias2 ci ha accompagnato
dall’aeroporto a Novo Israel, il bairro dove abitano
Riccardo, Pedro3 e gli altri. Il quartiere è costruito su una
discarica che è stata occupata dai dannati di Manaus per
reclamare il loro diritto ad avere una casa. Pare che sia
stata una suora indigena (Elena) a guidarli nella lotta.
Spero vivamente di conoscerla.
Venendo nel Bairro abbiamo subito visto la miseria e la
fatiscenza delle “case”. Dopo poco siamo entrati nella
casa dei missionari, un’abitazione che non ha nulla
da invidiare alle nostre. Non possiamo fare a meno
di pensare se sia giusto che esista un’oasi di relativo
benessere in un mare di miseria. E se fosse sbagliato,
non saremmo forse noi ancora più colpevoli?
Padre Enzo4 ci ha accolti e abbiamo scambiatoquattro
chiacchiere. Parlando di Lula5, la sua posizione è
sembrata piuttosto moderata: non era molto convinto
che nel PT6 ci fossero stati episodi di corruzione e
giustificava le scelte (non abbastanza di sinistra) di
1 Padre Riccardo è il capo della comunità presente a Novo
Israel, una delle favelas di Manaus. Il centro vive grazie ai soldi che arrivano dall’associazione “Groppone Missionario”, un
gruppo attivo tra Verona e Venezia. Padre Riccardo ne è un po’
l’“amministratore delegato”.
2 Elias è uno degli educatori del gruppo. Non molto alto, pelle
olivastra, in carne ma non grasso, capelli corti, crespi e neri.
Faccia simpatica, sorridente. È sui 20 anni.
3 Pedro è un altro educatore: fisico asciutto, abbastanza sornione, anche lui sui 20 anni. Studia filosofia in università.
4 L’altro prete che dà una mano a Riccardo. È in Brasile solo
da 6 mesi.
5 L’attuale presidente del Brasile.
6 Partido dos Trabalhadores . È il partito di Lula.
Poliscritture/Latitudini
Lula con il fatto che il presidente del Brasile non ha la
maggioranza nei due rami del parlamento.
È un punto di vista ragionevole? Oppure quando uno
REALMENTE vuol fare le cose, le fa, e tutto il resto sono
scuse?
Il viaggio è solo all’inizio, ma le domande sono già tante:
sarà un viaggio di interrogativi più che di risposte.
D’altra parte, siamo qui per cercare, non per trovare.
L’accoglienza di Pedro nei nostri confronti è cambiata
radicalmente non appena ha saputo che siamo amici
di Adriana: da apatico/quasi annoiato a entusiasta/
loquace. Che Adriana gli abbia rubato il cuore?
[…]Durante la visita della favela di Novo Israel
E adesso (dopo la teoria) arriva il piatto forte (la
pratica), la botta, il pugno nello stomaco che ti stende
senza appello. Signore e signori, benvenuti al giro delle
meraviglie nella favela di Novo Israel: baracche, vita
inumana, madri trentenni logorate da 10 figli, una vita
di ingiustizie e violenze e padri/mariti assenti, ubriachi
e violenti7.
La situazione più forte l’ho vissuta dalla penultima
famiglia del “giro”. Un buco voncio e pieno di resti di
cibo e di animali, un 3x3 sul lato di una collinetta a
strapiombo sul pattume. Tra un divano, un mobile,
un materasso disteso a terra e una amaca c’erano otto
bambini, una madre e un marito ubriaco che dormiva
su un materasso in terra.
Quando siamo entrati Eleite (la mia “autista”) mi ha
presentato come un missionario. Nessuno mi rivolgeva
la parola e i bambini (soprattutto la ragazzina, quella più
grande, forse 8 anni) mi guardavano con degli occhioni
neri che se avessero potuto parlare avrebbero riempito
un libro. Erano bambini bellissimi: vedere tanta
bellezza in una simile condizione grida vendetta. Chissà
cosa avrebbero voluto chiedere dietro quegli occhioni:
come ti chiami, da dove vieni, cos’è l’Italia, anche tu vivi
in una casa come la nostra... La cosa più incredibile è
stato quando ho chiesto di fare una foto. La madre ha
acconsentito. Quando ho tirato fuori la macchina, si è
affrettata a chiedere che NON fotografassi la casa, ma
le persone. Anche in questa situazione, questa madre ha
un amor proprio, un senso della dignità. Questa donna
si vergogna del posto dove vive. I volontari del centro,
con il loro lavoro educativo mirano proprio a questo:
far capire alle madri che valgono, che hanno diritti da
reclamare. Che è colpa di altri, non loro, se sopravvivono
in una favela.
Quando vivi una cosa del genere i sentimenti che
provi sono RABBIA e poi frustrazione, perché non
vedi un modo per combattere la situazione. Allora
ti siedi a pensare per trovare una soluzione. Solo la
consapevolezza e la lotta politica possono essere i
detonatori per la liberazione dei dannati della terra. Ma
la vera domanda è: noi occidentali siamo colpevoli? Ma,
soprattutto, IO sono colpevole? Colpevole di vivere da
ricco in un mondo di poveri? Colpevole di essere parte
di un meccanismo che ruba ai poveri per dare ai ricchi?
A questa domanda NON ho ancora una risposta, una
risposta dalla quale dipendono le scelte di tutta una
vita.
7 Io e Gigi ci dividiamo e due ragazzen del Movimento ci accompagnano su è giù per il bairro a far visita a diverse famiglie
legati a progetti di adozione a distanza.
Pag. 44
Un’altra riflessione che deve trovare posto in questo
diario è senz’altro il contrasto tra alcuni volontari (Marzia, su tutti) e i preti/volontari italiani.
I primi sembrano usciti da un film di Ken Loach1: duri,
incazzati, combattivi, con idee chiare e un lavoro sul
campo, nella merda. I secondi, al massimo, sono usciti
da un film dei Vanzina con Abatantuono2: parlano in
dialetto veneto, fanno discorsi da “volemose bene,
diamo una mano a sti poveracci”, sembra che sono qui a
fare villeggiatura, che non capiscono la realtà sociale che
li circonda. Effettivamente, padre Riccardo è un uomo
d’affari, un direttore di impresa, un manager. Qua, con
lo stipendio da prete, fa una bella vita: bella casa, cene
al ristorante, poco lavoro. Non condivide nulla con gli
abitanti della favela.
Sicuramente è meglio di niente, ma è abbastanza? Di
sera abbiamo parlato con Pedro: ci ha detto che lavora
(in nero) per padre Riccardo per pagarsi gli studi. È
giusto? È sbagliato? Padre Riccardo è uno stronzo? Una
cosa è certa: Pedro non se la passa bene.
Dopo siamo andati, con Elias, in un quartiere di lusso
e molto turistico di Manaus (Ponte Negra) a cenare. È
stato incredibile come nell’arco di pochissimo tempo
siamo passati dalla miseria più disperata al lusso. Il
fatto suscita parecchie riflessioni.
[…] Lasciamo Manaus e cominciamo la navigazione sul Rio delle Amazzoni in direzione Belem
A questo punto del rio, le coste si popolano di baracche,
palafitte di legno tra il fiume e la foresta. Quando il barco
passa, decine di canoe con a bordo madri e bambini si
avvicinano alla nave nella speranza che qualcuno getti
soldi e vestiti. Altri, soprattutto ragazzi, “abbordano”
il barco con canoe piene di cocco, banane, gamberi e li
vendono ai passeggeri. Questa gente probabilmente sta
peggio di quelli nelle favelas: niente luce, niente acqua,
niente fogne, niente scuole, collegamenti con la città.
Però, ogni tanto, si vedeva qualche casa col tetto in
cotto, le pareti dipinte: qualcuno che aveva “fatto
fortuna”. Qualche casa aveva anche il campo da calcio
sul retro. La cosa che più colpiva eravamo noi, i turisti,
che senza capire la tragedia e la miseria di questa gente,
ci divertivamo a vederli e a fotografarli, come se fossero
una attrazione per i visitatori. A pensarci, è come se uno
svizzero venisse a Milano e si mettesse a fotografare i
lavavetri ai semafori.
[…] Cambio di scenario: Teresina, capitale del
Piauì. Siamo ospitati nella sede del Movimento
dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST)
Jesus ci spiega il rapporto tra MST e Lula. Se lo devono
tenere, perché di meglio in giro non c’è niente (o forse è
il meno peggio) ma sono delusi e non si fanno problemi
a dargli addosso a parole e a fatti (la marcia di 300 km
tra aprile e maggio). Il nodo fondamentale, lo stesso
per tutta la Latino- America è sempre il medesimo: la
riforma agraria. Da cento anni a questa parte questo è
stato l’oggetto principale di tutte le lotte, rivoluzioni,
movimenti in questa parte del mondo (e non solo).
1 Per Ken Loach un film a scelta tra “Terra e Libertà”, “Paul,
Mick e gli Altri”, “Piovono Pietre” o “Brad and Roses”.
2 Per Abatantuono non può mancare “Il barbiere di Rio”.
Poliscritture/Latitudini
L’analisi dei Sem Terra è molto semplice: il latifondo è la
causa principale della grande povertà che c’è in Brasile.
Se le terre fossero ridistribuite non solo i contadini
avrebbero di che vivere, ma anche il problema delle
città si risolverebbe, perché la gente potrebbe avere il
suo pezzo di terra in campagna. Non ci sarebbe più,
quindi, il fenomeno di urbanizzazione di massa che
c’è ora e che alimenta le favela e quindi la povertà e la
violenza. Inoltre, il problema del Brasile non è che è una
nazione povera, anzi. La questione è che la ricchezza è
tutta nelle mani di pochi. “Chi ha la terra non la lavora e
chi la lavora non ha la terra” diceva il campesinho indio
nel film di Salvatores “Puerto Escondido”. È sempre
questo il nocciolo della questione. Il governo Lula in
questa direzione ha fatto pochissimo: in due anni ha
dato la terra a sessantamila famiglie. Con questo ritmo,
per provvedere ai 4,5 milioni di famiglie senza terra gli
ci vorranno cent’anni!
Meno severo il giudizio di Jesus su Lula per quanto
riguarda gli scandali economici del governo. Secondo
lei c’è una macchinazione, un complotto per screditare
il governo. Infatti, tutti rubano e comprano i voti, ma si
parla solo del PT. Mah...
[…] Cambio di scenario: Recife, capitale del Pernambuco. Il mattino dopo un’indimenticabile
notte.
Al mattino, dopo una bella colazione con anche un
ovetto strapazzato per reintegrare, Liliany mi porta a
fare un giro per il paese. A un certo punto lasciamo la
strada principale e saliamo su una collinetta, a ridosso
della foresta, dove abita un suo amico.
Credo che sia uno spacciatore: mi fa vedere dove coltiva
la maria, mi dice che è stato in viaggio per sei mesi in
Spagna con un narcotrafficante. Per concludere in un
degno crescendo, mi dice che se vivesse in Italia si
affilierebbe subito alla mafia, perché con la mafia girano
un sacco di soldi. Mi chiede anche perché io non sia
ancora entrato in cosa nostra. Mi rifugio in un ”não
gosto”.3
Poi mi racconta della sua collezioni di insetti, e per
finire in bellezza mi porta una scatoletta, la apre, ed
esce una tarantola grigia e pelosa. Appena la vedo faccio
un salto di un paio di metri e mi allontano. Il tipo se la
tiene tranquillamente in mano. Mi spiega che ha così
tanto veleno che con un solo morso può zazzare4 cinque
uomini, ma che lui non ha nulla da temere perché la
tarantola è stata raccolta quando era ancora piccola
nella foresta e quindi conosce il suo odore e non gli farà
niente.
Mi dice anche che il ragno è in grado di saltare per
oltre 5 metri: a questo punto faccio un altro salto e mi
allontano di altri due metri. C’è da dire che il ragazzo è
simpatico e gentile: prima di andare via mi regala un
braccialetto, di quelli che si trovano sulla spiaggia, fatti
di corda, ninnoli e conchiglie.
3 “Non mi piace”.
4 Espressione colloquiale che significa, a seconda del contesto,
segare, uccidere, bocciare.
Pag. 45
[…] Lungomare di Copacabana, Rio de Janeiro
Sulla via del ritorno ci fermiamo a bere qualcosa in un
bar. È pieno zeppo di ragazze. Mentre bevo incrocio lo
sguardo con una di loro. È molto carina e mi sorride.
Ricambio. Accade un’altra volta. Allora io prendo il mio
succo d’arancia e vado verso di lei. Come ti chiami?
Lohane. Lavori o... Lavoro. E sorride. Quanti anni hai?
Diciannove. E a me quanti me ne dai? Ventiquattro.
Brava! Si vede che hai ventiquattro anni, ma con la barba
sembri più vecchio. Non ti piace la mia barba? Penso che
staresti meglio senza. Dopo un po’ che parliamo noto
che non sta bevendo niente. Vuoi qualcosa da bere? Mi
vuoi offrire qualcosa? Eccome, no!?
Mentre siamo al bancone le chiedo che lavoro fa.
Lavoro qui, dice ridendo. Ah, lavora qui, ma non fa la
cameriera... Ah, ho capito. Ti piace il tuo lavoro? Più o
meno. A un certo punto mi chiede che vogliamo fare. Le
dico che mi piace molto, ma non mi piace molto pagare.
Le dico che forse è meglio se vado, se lei deve lavorare.
Sorride. Sì, penso di sì. Ci salutiamo. Mi dice che spera
che la prossima volta che ci vedremo sarà in un posto
diverso: un ipermercato, una spiaggia, un ristorante.
Lo spero anch’io. E spero che non dovrà più fare questo
lavoro. Esco dal locale e aspetto Gigi che sta parlando
con una collega di Lohane. Gigi, dimostrandosi ancora
una volta molto più sveglio di me, ha capito subito il
mestiere della sua interlocutrice. Mentre aspetto passa
una tipa che vende rose. Ne compro tre bianche e le
regalo a Lohane. Avevo voglia di fare così. Spero che le
faccia piacere. Non tanto per le rose. Quanto per il fatto
di sapere di non essere (per tutti) un oggetto di piacere,
ma una persona, una ragazza. Torno in albergo con una
grande tristezza. Non so perché. Forse perché vedere
una ragazza così carina, così dolce (a me è sembrata
così, non so se fosse parte del suo lavoro) a 19 anni, che
fa la puttana, e che forse, addirittura, non le dispiace
più di tanto, mi fa male. In questo viaggio abbiamo visto
moltissima gente che se la passa molto (molto molto)
peggio, però... non so, fa male.
Il giorno dopo…
Alla mattina si va al Cristo del Corcovado. Ovviamente,
essendo dei duri, ce la facciamo a piedi. Ci vogliono due
ore e mezza, camminando sui binari del trenino che
porta in cima i turisti meno volenterosi. Il percorso è
quasi tutto nella foresta che avvolge la collina. Oltre
metà strada, incontriamo “un uomo della foresta”, una
sorta di eremita della montagna, intento a far fare una
visita naturalistica a un gruppo di turisti. L’incontro
avviene nei pressi di una fonte: gli chiediamo se l’acqua
è potabile (abbiamo una sete porca). Ci risponde che è
molto più pulita di molte acque in bottiglia. Ci sono dei
batteri, ma sono “di montagna” (giuro, ha detto così!),
fanno bene. A lui. Speriamo sia così anche per noi.
Alla fine, vediamo che l’attrazione simbolo di Rio è
molto sopravvalutata. In cima è pieno di turisti merdoni
che smaniano solo dalla voglia di farsi fotografare sotto
il Cristo. Non sanno un cazzo del Brasile. Per loro il
Brasile è una merdosa collinetta con una altrettanto
merdosa statua.
Alle 3 del pomeriggio siamo di nuovo a Copacabana
per l’ultimo bagno. L’acqua è fredda e sporca. Una
delusione. Ci dicono tutti che il periodo migliore per Rio
è tra gennaio e marzo. Nota per il prossimo viaggio.
Andiamo a fare l'ultimo pasto (cena) del Brasile.
Poliscritture/Latitudini
Troviamo un posticino inculato che ci fa mangiare a
piacere per 10 Reais in due. Torniamo in spiaggia per
l'ultimo giro. Sta cominciando a fare buio, ma la spiaggia
è ancora affollata e illuminata dai fari. Ci si avvicinano
due tipi (come era già successo un sacco di volte) e ci
offrono della maria, ci chiedono dell'Italia e bla bla
bla. Ci chiedono se possiamo dar loro un dollaro per
mangiare. Intanto, senza che ci facessimo molto caso, i
tipi diventano sei.
La situazione butta male: infatti, quando facciamo per
alzarci e andarcene ci saltano addosso e uno di loro
tira fuori un coltello e mi minaccia. A Gigi saltano
addosso in due. Ci portano via i soldi (euro e reais), la
mia macchina fotografica e la chiavetta MP3 di Gigi. Ci
lasciano documenti e carte di credito. Alla fine, ho solo
un taglietto sul dito e il bottone di una tasca dei pantaloni
rotto. Poteva andare molto peggio. Per un paio di ore
non mi va molto di parlare. Man mano che realizzo
cosa è successo una rabbia feroce e furiosa mi monta
dentro. Quando arriviamo alla rodoviaria sono in piena
fase esplosiva. Tiro una media di una bestemmia ogni
15 secondi. Credo di essere abbastanza intrattabile. Dei
soldi non me ne frega niente. Della macchina un po' me
ne frega, ma non molto. Ma sono incazzato nero per le
foto che c'erano. Una cinquantina. Da Fortaleza in poi.
I catadores, Marina, le favelas, Liliany. Tutto perduto.
Come mi fa incazzare. Porco D.... Saliamo sull'autobus
per San Paolo. Sono le 23.
Il giorno del ritorno. Arriviamo a S. Paolo molto presto,
verso le 5. Cominciamo a camminare verso la sede dei
Sem Terra. Ci fermiamo in un bar-pasticceria e facciamo
colazione. Arriviamo alla sede verso le sette. L'obiettivo
è comprare un po' (un bel po') di roba da rivendere a casa
per finanziare il Laboratorio. La sede apre alle otto. Ci
aspettavamo di trovare camion e camion di magliette e
bandiere. Restiamo molto delusi. Avevamo preventivato
di spendere 2000 R. con tutta la buona volontà che
ci mettiamo arriviamo solo a 350 R. Intanto il tempo
passa, ma l'incazzatuara per la rapina rimane. Se mi
facessero votare adesso per il referendum, voterei NO e
poi andrei a comprare un bazooka. Però il tempo dirada
anche le emozioni e cominciano a farsi strada anche
delle riflessioni più razionali. Così credo di capire cos'è
che mi fa tanto arrabbiare. La rabbia che provo è una
forma di risentimento, perché mi sono sentito indifeso,
impotente, alla mercè dei capricci di altre persone.
Credo che sia per questo che provo tanto rancore. Oltre
che, naturalmente, per le foto che sono andate perdute.
Porca troia!
Ci andiamo a imbarcare all'aeroporto e succede il
delirio. Come da accordi, chiediamo alla tipa di fare il
doppio check-in, in modo da ritirare i bagagli a Milano e
non dover andare fino a Parigi. La tipa ci dice che non è
possibile, dobbiamo per forza arrivare fino alla capitale
francese. GELO. Cominciamo a dirle che non è possibile,
che avevamo già chiesto e che ci era stato assicurato che
non ci sarebbe stato alcun problema. Allora la tipa ci
gira all'ufficio Alitalia. Lì, un'altra tipa, dopo essersi
consultata col suo capo, ci dice che non è possibile.
Al che, riparte la pantomima (“ma non è possibile, ci
avevate garantito....”)
Alla fine, come nei migliori film di Totò, le chiediamo: “ci
faccia parlare col direttore”. E, anche con quest'ultimo,
ripetiamo la sceneggiata. Alla fine ce la facciamo e ci
fanno il doppio check in. Grazie a dio/buddha/visnù/
allah/manitù/!
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3 Esodi
passare i confini
E ti dolzura che te
vorressi
Marcella Corsi
E ti dolzura che te vorressi
rinverdire e dolzemente avere loco
e permanere e rindolzire noi pure
e liberare de nostre durisie più dure
ti dolzura sì minuscola e ‘nnascosa
‘ndoleita de tanto nasconderse
in tra durisie nostre grandi, ti
picolisia impertinente de frescura
intima mente pura, de nullo indolente
– donde te prende forsa e duratura
come te ‘ntrighi ne la tera nostra dura
e nuda de le piante che sole te nudre
donde te prende forsa che te dure
noi nonostante e tutta intiera
la durisia nostra contra la vida vera
E tu dolcezza che vorresti
rinverdire e dolcemente avere luogo
e permanere ed indolcire noi pure e
liberarci delle durezze più dure
tu dolcezza così minuscola e nascosta
indolenzita da tanto nascondersi
tra le durezze nostre grandi, tu
piccolezza impertinente di frescura
intimamente pura, di nulla indolente
– da dove prendi la tua forza duratura
come t’impasti con la nostra terra dura
e nuda delle piante che sole ti nutrono
dove prendi forza che ti duri
noi nonostante e tutta intera
la durezza nostra contro la vita vera
Poliscritture/Esodi
<--
Per una critica dialogante
(…) È stata scritta in una strana lingua, insieme intima, passionale e arcaica, alla quale il contenuto,
almeno in fase di creazione, soggettivamente la costringeva. Questo linguaggio mi è sembrato poi non
del tutto proponibile in lettura e ne ho dato una
‘traduzione in italiano’ più leggibile oralmente ma
nella quale qualcosa almeno mi sembra si perda in
pregnanza di significati (per esempio quel “te ‘ntrighi” tradotto con t’impasti, ma non ho trovato di
meglio). Quesiti: la prima versione è proponibile? O,
nonostante la sua soggettiva necessità, risulta un po’
ridicola o comunque troppo strana o non comprensibile? Sulla pagina potrebbe essere accostata alla sua
‘traduzione’. Ho pensato di proporla per il prossimo
numero di Poliscritture: è uno dei maggiori motivi di
disagio, che sento in questa fase della mia vita e in
questo periodo storico, che non ci sia spazio per l’innocenza, l’intenerimento... Ma... i dubbi sul testo li
ho già espressi. Forse la pagina di una rivista potrebbe aiutare, consentendo di contemperare la stranezza
della versione in lingua d’emozione con la maggiore
comprensibilità di quella in italiano, che a sua volta
riceverebbe maggior senso dall’accostamento all’altra. Mi farebbe piacere sapere che ne pensi...
Un abbraccio
Marcella
(…) non so scegliere tra le due versioni, quella in
“lingua” è bella, comprensibile, da leggere in una
“lettura” ma..... la prima è sincera, forse dura, ma
sentita molto di più, la seconda è “acculturata”, la
prima è vera (…). Secondo me non dovresti avere
remore a presentarla come la hai scritta, se ti va aggiungi la seconda per accontentare coloro che non
accettano il fatto che il “dialetto” possa essere altrettanto poetico come la lingua italica. (…) “te intrighi”
non ha traduzione e proprio per questo è più bello.
(…) Resto dell’ idea che vadano scritte e comunicate
entrambe le versioni (…)
ciao
Marco
… è un bel problema. (…) Non è stata scritta in un
dialetto ma nella lingua consueta del sentire che stavolta, a causa di una particolare intensità, è andato a
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cercarsi le parole negli angoli più riposti della lingua
italiana prendendo in prestito parti di dialetti esistenti e creando ex-novo parole con suono e senso
più convincenti di quelle codificate. Stando così le
cose non avrebbe bisogno nemmeno di una traduzione in italiano. Tanto si capisce, o comunque, quel
po’ d’incomprensibile che rimane non è superiore
a quello che qualunque testo poetico contiene. Potresti invece aggiungere una nota in cui racconti dei
tuoi dubbi circa il da fare a proposito di una così
insolita (e per te stessa sorprendente) forma espressiva. Insomma, voglio dire che le traduzioni si fanno
da una lingua all’altra e non all’interno della stessa
lingua, altrimenti è parafrasi, spiegazione, esegesi,
quello che vuoi ma non poesia.
Un abbraccio
Fabio
(…) La mia opinione è che la prima versione nella
“strana lingua” debba avere il risalto della poesia e
la seconda deve adattarsi al ruolo di traduzione di
servizio (per cui non mi dannerei per ‘te ‘ntrighi’ tradotto con ‘t’impasti’). Il dialetto ( a me pare cogliere
qualcosa di veneto, ma non sono certo) ha una sua
forza, che va rispettata e non messa in competizione
con l’italiano.
Sul tuo cruccio per l’assenza di spazio a innocenza e
intenerimento vorrei seguirti. Non ci riesco, se non
nel senso che mi sento di proteggerla in chi la vive o
la esprime (anche in poesia). Ma siccome penso che
comunque questi sentimenti, per sussistere in un
mondo così caotico e tragico, abbiano bisogno di un
bel po’ di rimozione, mi sento abbastanza imbarazzato a dirlo (e a dirtelo). Sembra sempre che voglia
rimproverare o non sia in grado di capire …
Un caro saluto
Ennio
(…) È con questi versi e con l’immagine di un pruno
(che selvatica e tenera pianta!) che vorrei augurare
a tutta la redazione (vicina e lontana) una buona
Pasqua. Sì, Ennio, lo so. In questo momento sugli
schermi scorrono le immagini dei Tibetani oppressi e
uccisi. Io non rimuovo niente. Vorrei augurare anche
a loro “dolzura” e forse hanno bisogno di liberarsi “de
nostre durisie più dure” anche gli oppressori cinesi...
Nel ‘68 - i lottarmatisti son venuti dopo! - c’era anche
chi sosteneva di “dirlo coi fiori”.
Ad ogni buon conto, buona Pasqua e un carissimo
abbraccio a tutti
Donato
Poliscritture/Esodi
L’eroe del giorno
Fabio Ciriachi
Quelle che seguono sono le ultime pagine di un racconto, dal titolo L’eroe del giorno, inserito nella raccolta omonima in corso di pubblicazione presso l’editore
Gaffi. A fare da filo conduttore, le vicende di Ivan e di
Giggi-stecco che, sul finire degli anni Cinquanta, vivono
le loro adolescenze in quel punto di attrito tra fantasia
e realtà (ma anche tra natura e storia) che è l’estrema
periferia romana del quartiere africano, dove un’urbanizzazione in continuo sviluppo divora, assieme a fette
sempre più consistenti di campagna, anche gli ultimi
residui di mito che su di essa ancora aleggiano.
[…] Ora che Lillo non c’era più, Ivan, il Moretto e Giggistecco si sentivano più grandi, più seri, più cattivi
di prima. La morte fa di questi scherzi; strappa dal
calendario un sacco di foglietti insieme, leva di colpo
la voglia di ridere, fa provare piacere per il dolore degli
altri. Dopo Lillo era toccato alla sorellina del Moretto.
Difterite. Per giorni e giorni, finché il destino non si
decise a lanciare i dadi, il palazzone trattenne il fiato
per la vita di Rossella. La speranza era consentita, e
siccome non costava nulla (o costava solo dolore, che
era come nulla) scorreva a fiumi. Tutti speravano e
molti pregavano.
La primavera aveva appena imbiancato di margherite
i pochi campi rimasti al di là di viale Somalia quando i
lamenti della signora Santulli echeggiarono per le scale
ponendo fine alle novene delle vecchie. Andarono tutti
alla veglia funebre. Davanti all’appartamento del terzo
piano c’era un via vai di gente che bisbigliava e scuoteva
la testa. Rossella giaceva sul lettone dei genitori con
l’abito bianco della prima comunione e le mani giunte
poggiate sul petto. Tra le dita, la coroncina del rosario.
Ornata di veli trasparenti, sembrava una sposa in
miniatura. Aveva anche i calzini bianchi e le scarpe dello
stesso colore con le suole quasi pulite.
Il Moretto non sapeva bene che atteggiamento
assumere. Non aveva mai provato una spiccata simpatia
per la sorellina ma a forza di vedere gente commossa gli
venne spontaneo spargersi un po’ di dolore sulla faccia.
Al funerale la bara bianca fu preceduta da una doppia
fila di bambine col vestito della comunione e un giglio
bianco in mano. Don Angelo, col suo discorso a braccia
larghe e testa inclinata, ricordò che un’innocente era
andata in cielo e che i gigli bianchi ne rappresentavano
la purezza. Ripensando al racconto del Moretto, Ivan
immaginò don Angelo che leccava la lingua dell’amico
attraverso la grata del confessionale. Che schifo,
esclamò tra sé e sé rallegrandosi che non fosse toccata a
lui quella penitenza.
Si sentivano grandi e cattivi dopo la morte di Lillo, e
camminavano con la testa fra le spalle e la schiena curva
come James Dean nel film Il gigante. Erano terribili,
o almeno così volevano apparire alla banda di Jimmy
l’americano che dettava legge nel quartiere scorrazzando
qua e là su moto di grossa cilindrata, in giacconi di
Pag. 48
pelle nera e cinte con le borchie di metallo. Si diceva
che Jimmy l’americano fosse capace di entrare in una
tabaccheria con la pistola in pugno, di farsi consegnare
una stecca di sigarette, poi di pagarla e andarsene.
Sembrava che fosse anche pieno di donne. Ivan e gli
altri non lo avevano mai visto, e l’unico vero contatto
con la sua banda avvenne nel cinema Trieste dove i
tre amici andavano di tanto in tanto per guadagnarsi
qualche liretta facile.
Sulla scia di Giggi-stecco, anche Ivan e il Moretto
avevano cominciato a fumare e avevano bisogno di
soldi per il vizio. I soldi guadagnati al cinema, Ivan non
li metteva nel salvadanaio - come gli spiccioli che gli
dava sua madre se lavava i piatti, lustrava gli ottoni col
Sidol, faceva le commissioni da Aronne - ma li spendeva
subito per non farseli trovare in tasca. Come avrebbe
potuto giustificarli altrimenti? Non era certo il caso di
dire a sua madre che andava coi froci. Le sarebbe venuto
un colpo; e poi chissà che idea si sarebbe fatta di lui.
Mentre invece non c’era niente di strano in quel lavoro,
e oltre tutto poteva vedere un sacco di film.
L’orario migliore per incontrare i froci al cinema Trieste
era il primo spettacolo, con la sala quasi vuota e pochi
ficcanaso in giro. Ivan prendeva posto per conto suo,
come anche il Moretto e Giggi-stecco, si accendeva una
sigaretta e si metteva a guardare il film. Dopo un po’
un signore gli si sedeva accanto e cominciava a fare
ginocchietto finché Ivan gli diceva “Quanto mi dai?”.
Stabilito il compenso - cinquecento lire, un doblone,
come chiamava la bella moneta d’argento da poco
in circolazione - se il frocio era d’accordo pagava in
anticipo; poi, accertatosi che non ci fossero presenze
indiscrete, gli apriva la bottega dei calzoni e cominciava
a smaneggiare.
Ivan doveva sempre chiedere aiuto alla fantasia per
dargli soddisfazione. Ne approfittava per concedersi
avventure mozzafiato con la madre di Giggi-stecco,
la vedova, che da un po’ gli piaceva più delle signore
che abitavano nel palazzone. Immaginava di andare a
casa sua con un pretesto. Pomeriggio torrido d’estate,
la palazzina nuova dormiva, silenzio ovunque. Lei era
da sola in casa, accaldata, febbrile, vestaglia nera e
trasparente mezz’aperta. Non verrà nessuno gli diceva
muovendo le labbra rosse e umide, e intanto si sfilava la
vestaglia e restava in reggiseno e mutande e calze con le
giarrettiere. Ivan sentiva il sangue battergli nelle tempie,
e da lì precipitarsi verso l’inguine dove i peli erano
cresciuti abbondanti, e gonfiargli il pisello e farglielo
diventare duro e lungo come quello di Franco Picchioni.
Le guardava la pancia, le cosce, lo spacco tra i seni, il
gonfiore della fica il cui pelo straripava dalle mutande.
L’abbracciava furioso e la leccava, mordeva, toccava
come avesse avuto dieci bocche e cento mani. Lei si
sdraiava tirandolo su di sé, gli frugava nella bottega dei
calzoni e a quel punto tutto si confondeva e una delizia
indescrivibile gli faceva piegare la testa all’indietro. A
cose fatte il frocio tirava fuori dalla tasca il fazzoletto, gli
puliva con cura il pisello e se ne andava. Tutto lì.
Quando all’uscita gli amici si ritrovavano, a Ivan
sembrava che Giggi-stecco avesse sempre una faccia
beata e un’espressione furba da presa in giro che non
gli piaceva affatto. Cominciò a sospettare che mentre
immaginava di farsela con la bella madre dell’amico,
quel paraculo ne approfittasse per intendersela con
la sua. Non poté mai saperlo con certezza. Le fantasie
sessuali erano l’unico argomento di cui non facevano
Poliscritture/Esodi
parola, il territorio inviolabile della vera libertà. Niente
di più facile, quindi, vista la propensione di Ivan a fare
certe visite alla madre di Giggi-stecco, che questi gli
rendesse pari pari la cortesia.
Il giorno in cui si scontrarono con gli uomini di Jimmy
l’americano Franco Picchioni aveva portato una ragazza
che gli piaceva al cinema Trieste, dove Ivan, il Moretto e
Giggi-stecco erano appena arrivati. Il metodo John Vigna
gli aveva sviluppato muscoli degni della sua eccezionale
forza fisica, una forza che metteva sempre al servizio
di qualche nobile causa. L’avevano soprannominato il
Nembo Kid del quartiere perché dove c’era un sopruso
arrivava lui e a parole o a cazzotti faceva giustizia. Aveva
la faccia angelica, e questo sorprendeva sempre gli
avversari incautamente tentati da soluzioni manesche.
Franco Picchioni non sapeva che la sua ragazza piaceva
anche a uno della banda di Jimmy l’americano,
un energumeno sfregiato che quel giorno, con due
guardaspalle, l’aveva seguita fin nel cinema. Furono
subito scintille. Nonostante l’energumeno si fosse
infilato il pugno di ferro, Franco Picchioni fu più veloce.
Lo colpì al viso con due ganci brevi e secchi e mentre
a gambe larghe lo guardava cadere, con una mossa di
judo si liberò di uno dei due guardaspalle che aveva
provato a colpirlo da dietro. L’altro, vista la malaparata,
rinunciò a combattere e aiutò gli amici sanguinanti a
filarsela dal cinema. Il Trieste era una specie di tritatutto
capace di accogliere e digerire qualunque avvenimento.
Così, malgrado la rissa, la proiezione andò avanti come
niente fosse, i froci continuarono ad aggirarsi in cerca
di pischelli, e il poliziotto sullo schermo non smise di far
fischiare le ruote della sua auto lanciata a cento all’ora
dietro quella dei banditi.
Euforici per la scazzottata vittoriosa, Ivan, Giggi-stecco
e il Moretto, anziché sedersi uno qua uno là in attesa
dei froci, decisero di vedere il film e basta. Così, dopo
essersi accesa una sigaretta, si misero tutti e tre vicini,
alle spalle di Franco Picchioni e della sua ragazza che
adesso quasi gli sveniva tra le braccia per l’ammirazione
e per le tante carezze che lui le dava. Nel buio fumoso
della sala Ivan staccò gli occhi dall’eroe dello schermo e
li posò su quello in carne e ossa che gli sedeva davanti.
Voglio diventare forte come lui, pensò con la solenne
serietà del giuramento, e mentre carezzava con lo
sguardo la schiena e la testa di Franco Picchioni, capì
che proprio quella sagoma massiccia era il ritratto
fedele della forza che cercava, come se il segreto delle
cose abitasse semplicemente nella loro forma.
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Gli animali, la
morte,
il tempo,
la memoria, la
letteratura,
il suicidio
Giorgio Mannacio
I.
Negli ultimi due anni di lunghe marce e di aspri combattimenti, Lola Ribar era stato visto quasi sempre in
groppa al suo cavallo. L’animale aveva sempre mostrato
strani segni di angoscia se veniva separato, anche per un
solo istante, dal suo padrone. Dopo la morta di Lola, diventò incontrollabile e nessuno poté più avvicinarglisi.
Il senso della perdita subita portò il cavallo alla pazzia;
alcuni giorni dopo, con selvaggia determinazione, si uccise gettandosi in un burrone .
( F.W. Deakin : La montagna più alta – Einaudi 1972,
pag. 262-263 )
Questo episodio non è stato inventato da un poeta; non
fa parte di un racconto fantastico e non è neppure l’interpretazione di un fatto proveniente da persona intenta
a speculazioni religiose, esoteriche, filosofiche o scientifiche. Si tratta di un’annotazione, incidentale all’interno
di un resoconto storico – politico, di un militare inglese
impegnato in una rischiosissima azione di guerra ( stabilire i contatti tra i rappresentanti del Governo inglese
di stanza al Cairo e le formazioni partigiane jugoslave
comandate da Tito ). È proprio l’uso improprio ed ingenuo dei termini che ne garantisce l’autenticità.
II.
Si coglie subito, in questa vicenda, un rapporto tra assenza temporanea/segni di angoscia e assenza definitiva/ salto nel burrone ma questo rilievo mette in luce,
immediatamente, alcune difficoltà concettuali.
Secondo quali criteri si può parlare di assenza temporanea e di assenza definitiva di una persona?
Quest’ultimo evento, nel mondo degli uomini, si relaziona alla morte e vede in essa il suo paradigma più significativo. Anche se nessuno ha esperienza della propria
morte, è sufficiente per noi, per la definizione di essa,
considerare la morte degli altri ed arrivare, attraverso
la relativa constatazione, alla conclusione che essa costituisce un territorio inesplorabile dal quale nessuno è
mai tornato ( Amleto : Atto III, scena I ).
In questo senso la memoria della morte diventa elemento necessario perché la si descriva – concettualmente –
Poliscritture/Esodi
come fine dell’individuo, di ogni individuo e si diventi
tragicamente consapevoli che ciascuno di noi è coinvolto in tale comune, irreversibile destino di scomparsa.
Ma si propone, a questo punto, un’altra difficoltà. Non
basta, a questa singolare esperienza la memoria del singolo. Una persona morta non ha ricordo della propria
morte ed esso è solo l’ombra lasciata ad altri che le sopravvivono. I viventi che sognano i defunti non fanno
che ritrovarsi di fronte ad una memoria collettiva. Ma
il sogno appartiene alla vita. Se immaginiamo la contemporanea morte di tutti e quindi la fine del sogno collettivo siamo portati inevitabilmente a concludere che
laddove non c’è memoria non c’è morte.
Se, dopo un cataclisma definitivo, nascesse per miracolo
un secondo Adamo costui potrebbe sapere della morte
solo a condizione di sperimentare un’altra morte o di
scoprire “ i segni “ delle morti passate, quale che sia la
natura di questi segni. La morte, dunque, nella sua essenza concettuale non è un luogo, né un tempo, ma solo
letteratura.
III.
F.W.Deakin avrebbe forse potuto fantasticare di un cavallo (quello di Lola Ribar ) che – unico tra gli animali
– conosce (ha memoria) della morte. Ma questa meravigliosa invenzione avrebbe dovuto accompagnarsi, in
una coerenza che non l’avrebbe smentita ma semmai
confermata, all’immagine di un cimitero dove i cavalli
recitano i loro riti funebri ovvero di una biblioteca dove
sono raccolte quelle che furono le vite , più o meno illustri, dei cavalli defunti.
Ma non è tanto una astratta convinzione a legarci alla
certezza che gli animali non hanno conoscenza della
morte quanto l’osservazione concreta (che allo stesso
tempo li avvicina e li allontana da noi ) che essi non sono
capaci di creare e trasmettere segni su questo evento
che resta così confinato in un eterno presente simile a
quello che circoscriverebbe il secondo Adamo privo di
compagni mortali e di una storia trasmessagli da altri.
Dando per scontato ( ma all’esperienza del militare inglese si aggiungono aneddoti troppo numerosi e concordanti per essere falsi) che l’animale avverta l’assenza
provvisoria attraverso il sintomo dell’angoscia, possiamo dedurre che come alla assenza temporanea segue
un’angoscia passeggera, così all’assenza definitiva segue
una angoscia duratura.
Ma questi rilievi hanno a che fare, ancora una volta, con
la memoria e la creazione e trasmissione di segni. Se la
temporaneità si correla alla speranza del ritorno, la definitività è legata alla certezza del non ritorno ma tanto la
speranza che le certezza presuppongono una memoria
dei termini entro i quali esse vivono e , dunque , ancora
una volta creazione e trasmissione di segni. Con questo non si vuole affermare, non si può affermare, che gli
animali non abbiano, per così dire, il “ senso del tempo
“. Tra lo stato di fame e lo stato di sazietà che segue la
golosa ingestione di croccantini di pesce, il mio gatto
avverte una differenza. La situazione complessiva - che
Pag. 50
Rispetto a questo quadro la vicenda del cavallo di Lola
Ribar presente tratti comuni e tratti differenziali che
non possiamo descrivere se non con il nostro vocabolario. Certo parliamo di prima e dopo, di causa ed effetto; di stati di quiete e di angoscia che si susseguono e –
adattando quella vicenda alla nostra struttura – diciamo
che l’angoscia è successiva alla scomparsa del padrone
ed effetto di essa. Oggettivamente, se è possibile esprimersi così, anche il cavallo subisce una modificazione.
A quella sazietà o sicurezza che si fondava sulla presenza del padrone segue la fame o inquietudine correlata
alla di lui scomparsa. Per il cavallo il prima e il poi sono
scanditi dalla presenza e dall’assenza di una persona e
poco importa rilevare che nell’esempio del gatto il punto di frattura sia rappresentato da un pasto.
L’aspetto singolare del caso del cavallo, piuttosto, consiste nel rilievo che la modificazione non riguarda quelli
che, nel nostro linguaggio, potremmo chiamare “ bisogni primari o elementari “ ma da bisogni che definiamo
“ elevati e nobili “ cadendo, così e ancora una volta nel
tranello delle convenzioni. La distinzione, che a questo
punto si può chiamare impropria, potrebbe essere recuperata e ridefinita riflettendo sulla diversità degli effetti. Non sono in grado, per mia ignoranza, di dire quali
siano le conseguenze immediate del mancato soddisfacimento del bisogno primario di cibo, ma l’esito definitivo è, biologicamente, scontato. La debolezza estrema
dell’organismo comporterà l’impossibilità di ogni movimento e dunque la fine, ma se si riflette solo un poco
ci si accorge che tutto sembra implicare una questione
di tempo.
Senza cedere ad alcuna suggestione fantastica ed attenendoci ai fatti, possiamo attestarci, prudentemente,
sulla considerazione che ogni modificazione dello stato
presente induca ad uno stato di allarme, quale che sia
la “ qualità “ delle causa di modificazione. Man mano
che ci si addentra nell’analisi di questa modificazione
il quadro complessivo diventa più oscuro e complicato. È evidente che la nozione di definitività presuppone
una esperienza specifica delle causa modificatrici e che
– in particolare – la definitività dell’assenza come morte postula una ragionamento sulla morte che, a quanto
ne sappiamo, non appartiene al regno animale. Si può
perciò dare per scontato che il termine definitivo usato
da Deakin sia trasposto dal nostro ad altro mondo. È
però certo che il cavallo ha vissuto in maniera differente
l’assenza di Lola Ribar “quanto al tempo“ e che quando
l’assenza ha superato un certo limite essa è diventata,
in termini biologici, intollerabile. In termini umani potremmo dire che il cavallo non ha saputo elaborare il
lutto dell’assenza. In termini fattuali che si è comportato in modo diverso da quello secondo il quale si sarebbe
Poliscritture/Esodi
comportato prima.
Ancora una volta l’uomo Deakin scrive che il “ cavallo si è ucciso “ conferendo ad esso una intenzione di
sparire definitivamente dall’orizzonte del mondo. Al di
fuori di una meravigliosa fantasia ci è difficile accettare
tale conclusione. Attenendoci all’oggettività possiamo
limitarci a dire che le modificazioni del quadro di riferimento hanno determinato uno stato di disorientamento
radicale, togliendo al cavallo ogni senso del pericolo e
portandolo al compimento di un movimento che il suo
istinto avrebbe evitato.
La definitività si è consumata nella reiterazione del fenomeno dell’assenza, in un accumulo di presenti intollerabili. Non sono in grado di analizzare i meccanismi
biologici e neurologici che precedono la “ feroce determinazione “ di buttarsi nel vuoto e mi limito ribadire
che la modificazione del quadro di riferimento produce
un disorientamento assoluto ( riferibile quindi anche al
quadro degli istinti )
IV.
Il vero suicidio, quello che non è accompagnato da alcuna spiegazione e giustificazione, presenta qualche
singolare analogia con il racconto del militare inglese.
Con profonda intuizione Ottiero Ottieri (L’Irrealtà quotidiana, Bompiani 1966) enunciò che il suicidio non si
pone come abbandono della vita ma come estremo tentativo di sfuggire alla “morte verticale “, quella presenza
che ci si para di fronte, in un certo momento e per cause
ignote, come l’unica alternativa possibile (l’unica porta
aperta ?). E, altrettanto profondamente, Blanchot ( Lo
spazio letterario, Einaudi 1967 ) enuncia, con singolare
finezza, che il suicidio non è ciò che accoglie la morte
ma piuttosto ciò che vorrebbe sopprimerla come futuro,
togliendole quella parte di avvenire che è come la sua
essenza, renderla superficiale, senza speranza o senza
pericolo.
Se ipotizziamo che il cavallo cercasse – nella sua “ feroce
determinazione “ – soltanto un altro punto di riferimento, avremmo un motivo per sentirlo in qualche modo
simile a noi.
Disegno infantile
è quasi spaziale ( se si dipinge una ciotola piena, un gatto che mangia e una ciotola vuota) – è divisa, appunto
in due parti che chiameremo fame e sazietà in mezzo
alle quali porremo il pasto. Vi è in questo tratto lineare
dell’esistenza una modificazione che ci consente di parlare di un prima e di un dopo e che, in alcune circostanze, ci impone la costruzione di un nesso causale tra lo
stato precedente e lo stato successivo.
Pag. 51
Due voci
su Die Reise
(Il viaggio) di
Bernward Vesper1
Parlare oggi in Italia degli anni Settanta e della piega
lottarmatista che presero per una parte dei “militanti”
di allora - minoritaria, ma politicamente non così trascurabile (come molti allora sostennero; e se ne videro
gli effetti, purtroppo tragici, culminati nel rapimento
e nell’uccissione di Aldo Moro) è come, fatte le debite
proporzioni storiche, parlare del Terrore alla Robespierre nell’epoca del Termidoro o dei mazziniani e di
Pisacane nel Piemonte di Cavour o dei soviet in epoca
stalinista. Un tabù s’è consolidato – insidioso e non dichiarato – soprattutto nelle menti di quanti quell’epoca l’hanno vissuta, non solo per ragioni anagrafiche
ma per coinvolgimento emotivo, intellettuale e pratico
nelle varie formazioni partitiche o nella miriade di collettivi sociali. Tanto che persino le storicizzazioni più
documentate, come ad esempio quelle di Giorgio Galli,2
stentano ad essere accolte e discusse.
Eppure le passioni, i furori e gli incubi di quel decennio
si riaffacciano, magari in carteggi privati, come questo
tra me e Giacomo Conserva, quasi scaturito “per caso”
dal richiamo a un libro che, nella Germania anch’essa attraversata negli anni Settanta dalla parossistica
esperienza della RAF e dalla tragedia di Stammheim,
fu giudicato «testamento di una generazione».
Nel carteggio i problemi d’interpretazione politica e
storica sono appena accennati e la piega esistenzialista prevale. I brani del testo di Vesper – così in presa diretta con gli umori più oscuri e forse distruttivi
di quell’epoca sommersa – risulteranno a molti quasi
indecifrabili (e non basterebbe un solido apparato di
note a chiarirli, tant’è vero che alla fine vi abbiamo rinunciato). Si dia atto solo di questo: che la memoria
sta “lavorando” e non si contenta di demonizzazioni
imposte o delle correnti apologie di una mummia del
’68 tutta sorriso ebete o puerile. [E.A.]
1 Per la biografia di B. Wesper vedi oltre: Carteggio, 12 settembre 2007, Da Giacomo.
2 Si veda Giorgio Galli, Piombo Rosso. La storia completa
della lotta armata in Italia dal 1970 a oggi, Baldini Castaldi
Dalai, Milano 2004
Poliscritture/Esodi
Considerazioni
su Il viaggio
Fabio Ciriachi
Ho incontrato Il viaggio, di Bernward Vesper, all’inizio degli anni Ottanta. Vivevo ad Arezzo, allora, e dopo
una lunga assenza dalla pratica della scrittura, stavo
lentamente considerando la possibilità di riprendere la
penna in mano; questo, per dire che l’ho letto con gli occhi del potenziale scrittore. A interessarmi subito, nella
quarta di copertina, era stata la dichiarata intenzione
di scrivere un romanzo sotto l’egida, diciamo così, psichedelica. Durante gli anni Settanta avevo accumulato
una discreta esperienza diretta con l’LSD. Caratteristica
comune ai sempre diversi viaggi fatti in quel periodo,
la loro incompatibilità con l’espressione verbale. Dominavano le immagini, travolgenti; e solo di rado pensieri balenavano in profondità (ovvero, il più possibile
lontani dalla loro resa in parole), tanto in profondità da
sembrare tutt’uno con la violenza delle emozioni. Annichilimento, stupore, espansione, scoperte folgoranti
e indicibili. Ecco, indicibili è il termine esatto con cui
potrei etichettare quelle esperienze. E Vesper, invece, ci
aveva costruito sopra una buona parte del suo lavoro!
Devo dire che il libro, poi, mi aveva talmente interessato
per la sua cruda incompletezza di opera postuma che la
specifica curiosità iniziale si era diluita presto nel piacere delle tante scoperte impreviste offerte in abbondanza
da quel suo essere laboratorio a cielo aperto, lavoro in
corso che il suicidio dell’autore aveva fissato a metà delle
spazio fra intenzioni e risultati. Ulteriore interesse per Il
viaggio, la sua ambizione di costituirsi come opera unica e definitiva, onnicomprensiva; desiderio che, nell’intimo, molti scrittori covano, e che raramente si concretizza per le immani difficoltà che comporta. Per anni e
anni questo grande e dimenticato laboratorio compositivo - solo relativamente spia di una certa stagione politica in quanto, nel suo estremismo, rappresenta fino in
fondo solo l’autore - è rimasto misconosciuto. Qualche
mese fa, poi, ne ho letto in un articolo di Franco Cordelli su Uwe Tim3 apparso, credo, sul Corriere della Sera,
e ora, questa bella iniziativa di «Poliscritture» che, mi
auguro, possa preludere a una ristampa de Il viaggio.
Di nuovo - a riprendere oggi in mano la vecchia edizione
Feltrinelli, con le pagine dai bordi sempre più ingialliti
che assediano il cuore della scrittura - un sentimento di
enorme pena per il piccolo Felix (figlio dell’autore e di
Gudrun Ensslin) a cui il libro è dedicato e che, immagino, avrà avuto non poche difficoltà a capire la feroce
ironia di quel nome in rapporto al tragico destino di sua
madre e suo padre. A proposito di Felix: se ne sa qualcosa? È vivo? Ce l’ha fatta? (marzo 2008)
3 Uwe Timm, scrittore tedesco, autore di L’ amico e lo straniero, Mondadori, Milano 2007.
Pag. 52
Miniantologia da Il viaggio di Vesper1
a) Ton Steine Scherben: “Macht kaputt was euch
kaputt macht”2
Le radio suonano, i dischi suonano,
i film vanno, le TV vanno,
comprano viaggi, comprano auto,
comprano case, comprano mobili.
Perché?
1 LIBRI, ED ALTRO:
Sulla storia di Bernward Vesper esiste già un film di Markus
Imhoof dell’86; un altro è in preparazione adesso, basato un
libro di Koenen.
- Bernward Vesper, ‘Die Reise. Romanessay’, Ausgabe Letzer
Hand, bes. Jörg Schröder und Klaus Behnken, Rowohlt 2003
(1983), - tr.it. ‘Il viaggio’, trad. Bruna Bianchi, Feltrinelli 1980
( che a me pare largamente insoddisfacente; è comunque basata sulla originaria edizione del 1977, molto più limitata di
quella letzer hand del 1983).
- C. Pozzoli (a cura di), ‘Germania: verso una società autoritaria’, Laterza, 1968 ( trad. parziale di G.Schäfer, C.Nedelmann
hg., ‘Der CDU-Staat’, 1967).
- J. Agnoli, ‘La trasformazione della democrazia’, Feltrinelli
1969 ( ‘Die Transformation der Demokratie’, 1968).
- Edoarda Masi, ‘Lo stato di tutto il popolo e la democrazia
repressiva’, Feltrinelli, 1976.
- G. Koenen, ‘Vesper, Ensslin, Baader. Urszenen des deutschen Terrorismus’, Fischer 2005 (2003).
-G. Kornen, ‚Das rote Jahrzehnt. Unsere kleine deutsche Kulturrevolution 1967-1977’, Fischer 2002 (2001).
-Wolfgang Kraushaar (a c. di), ‘Die RAF und der linke Terrorismus’, Hamburger Edition, 2006 .
-Peter Brückner, ‘Ulrike Meinhof und die Deutschen Verhältnisse’, Wagenbach 2006 (1a edizione 1976, 2a edizione ampliata 1995).
-Stefan Aust, ‘Der Baader-Meinhof-Complex’, Goldmann,
1998 (1a ed. 1985).
-Bommi (Michael) Baumann, ‘Wie alles anfing’, Rotbuch Verlag, 2007 (1975) (‘Come è cominciata’, La Pietra, 1977).
Distruggete quello che vi distrugge!
Distruggete quello che vi distrugge!
I treni girano, i dollari girano,
costruiscono fabbriche, costruiscono macchine,
costruiscono motori, costruiscono cannoni.
Per chi?
Distruggete quello che vi distrugge!
Distruggete quello che vi distrugge!
Bombardieri volano, dollari girano,
poliziotti picchiano, difendono titoli,
difendono il diritto, difendono lo stato.
Da noi!
Distruggete quello che vi distrugge!
Distruggete quello che vi distrugge!
(1970)
b)
“Scriverò un libro”, ho detto a Burton. “Il libro si chiamerà ‘L’odio’. Odio Dubrovnik. Odio la Germania. Odio
queste verdure ambulanti. Odio le auto. Odio le strade.
Odio Berlino. Odio i bambini. Odio mio padre. Odio tutti quelli che hanno fatto di me un maiale. [Odio i miei
insegnanti] e così via per 150-200 pagine…”
-Alois Prinz, ‘Disoccupate le strade dai sogni. ��������������
La vita di Ulrike Meinhof’, Arcana 2007 (‘Lieber wütend als traurig. Die
Lebensgeschichte des Ulrike Meinhof’, 2003).
“Un bel libro”, disse Burton.3
-Bettina Röhl, ‘So macht Kommunismus Spaß! Ulrike Meinhof, Klaus Rainer Röhl und die Akte Konkret’, Europäische
Verlagsanstalt, 2006.
c)
-Inge Viett, ‘Nie war ich furchtloser’, Rowohlt, 1999.
-Hermann Glaser, ‘Deutsche Kultur 1945 – 2000’, Ullstein
1999 (1997).
-Martin Heidegger, ‚Hölderlins Hymne „Der Ister“ (Sommersemester 1942)’, Klostermann, 1982.
http://www.infopartisan.net/archive/1967/index.html
http://www.zeitgeschichte-online.de/site/40208724/default.aspx
http://www.bewegung.in/mate.html
http://www.riolyrics.de
Poliscritture/Esodi
Orfeo è rimasto troppo a lungo agli Inferi. (Ho attraversato l’Inferno. [Ho disimparato la paura, mentre
arrostivo nelle ondate di fuoco dell’Inferno. Odisseo è
rimasto troppo a lungo nell’isola di Circe. Tannhäuser
troppo a lungo sul Venusberg. L’esercito del Faraone è
stato troppo a lungo sotto lo specchio nuovamente ri2 Una famosa canzone dalla Berlino autonoma-anarchica
dell’inizio degli anni ’70 si può facilmente scaricarla da eMule.
Un gruppo di movimento, un cantante - Rio Reiser- oggetto di
culto. Uno slogan che giunse anche in Italia: ‘distruggi chi ti
distrugge’- Toni Negri
3 Da Bernward Vesper, ‘Die Reise. Romanessay’, Ausgabe
Letzer Hand, bes. Jörg Schröder und Klaus Behnken, Rowohlt
2003 (1983), pag. 20 passim. Poi verrà usata la formula: DR,
pag. 20 passim.
Pag. 53
chiusosi del Mar Rosso. Robert Musil è rimasto troppo
a lungo sotto la tenda guardando la strada che scuriva.] Ma mi era impossibile esprimere tutto questo,
mentre sedevo nell’OMBRA delle tapparelle abbassate
vicino davanzale della stanza di Gerd Conradt o sulla
seggiola nell’ombra e così via?)1
bera vita selvaggia. Attenti! Non ci sono neutrali nella
guerra genetica… Uccidere un poliziotto robot assassino, per difendere la vita, è un atto sacro…”4
g)
SOL INVICTUS
d)
Burton mi rovina il trip.
Posso concepire Ulrike, quando vedo le sue ginocchia
piegate (e considero lei, rimpicciolita, accovacciata sulle ginocchia), mentre sfoglia carte dai faldoni al tavolo
dell’Istituto, e i due guardiani, la pistola nella cintura,
seduti lì vicino che non capiscono nulla della conversazione, solo se collego tutto questo con il balzo dalla finestra del 1° piano, pochi secondi dopo, mentre i poliziotti
sono già stesi sul pavimento e quell’idiota si è buttato
in mezzo come poliziotto ausiliario, e adesso è per terra
davanti alla porta, sanguinante. E via sull’auto, e l’azione ‘riuscita’ e Baader ‘libero’. Un silenziatore ed una
Beretta italiana, rimasti sul ‘luogo del delitto’, portano i
poliziotti sulle tracce di Voigt…
…adesso potevi piangere solo a piccoli tratti. Non c’è
Nessuno cui tu possa dire che ti hanno lasciato solo,
ma è una cosa buona saperlo, per te stesso. È un Punto
Fisso. Non ti sposti di lì.
Lontano dal balzo, dal suo splendore, dalla sua audacia, alle 11 di mattina in un quartiere di ville di Berlino,
Voigt…2
e)
Aspetta ancora, finché mi avrai tutto, quando arriverà
l’estate,
quando torneremo dal tempio al mare, il mare santo,
che nostra madre
mentre ancora ci attende il dio che ci ha creato, che noi
abbiamo riconosciuto come la giustizia e l’amore.
Rallegrati, presto riavrai il mio corpo intatto indietro
dall’inferno,
ed è solo poco tempo che ci conosciamo
felici in noi come in lui: dappertutto c’è luce, e anche là
dove non c’è, la vediamo!
3
f)
Mentre scrivo questo mi cade giù dal tavolo Love n. 5,
con il comunicato di Leary, carcerato n° 26358 dello
stato di California- che era prima già volato, proprio
davanti a due carri armati, sopra il muro di una delle
prigioni degli imperialisti. “Fratelli e sorelle! Non parliamo più di pace! Fratelli e sorelle! Questa è una guerra per la sopravvivenza. Dichiaro che adesso è in corso
la Terza Guerra Mondiale. Viene condotta da robot dai
capelli corti che, con l’introduzione di un ordine meccanico, vogliono distruggere la rete complessa della li1 DR, pag. 192
2 DR, pag. 158 passim.
3 DR, pag. 573 (dal frammento di poesia‚AUS EINER ANDEREN SPRACHE’, pagg. 572-3).
Poliscritture/Esodi
E i passi andavano nel vuoto, andavo senza andare,
una ruota che girava e girava, un viaggio nell’abisso,
in cui il tempo è immobile, lo spazio…non ne salti fuori…Si attende l’aeroplano, la gente nella sala d’aspetto
guarda le tabelle, i segnali rossi e verdi: partenza- atterraggio- ma tu [non atterri, tu] vieni meno, decadi,
già fra duemila anni sarai completamente dimenticato
[come se tu non fossi mai esistito, già domani, quando
morirai]…
Il freddo mi dava i brividi- andavo senza meta (e poi
con una unica meta [, disfare la separazione]…
In fondo al giardino, dietro al monumento equestre,
la facciata vuota dell’edificio e improvvisamente un
piegare il capo- IL SOLE! Un’arancia con strisce verdi,
ma cresce, si stacca dai verdi banchi di nuvole andando verso l’alto- con lentezza, invicibilmente. IL SOLE!
Un nuovo torrente di lacrime, di felicità, di stupore.
Il piccolo sole! [Nel mio più profondo abbandono,] E
improvvisamente ho capito, ho spalancato le braccia.
Il segreto, il mio segreto: [il nostro segreto: Felix].
FELIX È IL PICCOLO SOLE.
Mi sono girato dietro, ho chiamato Burton, che procedeva dietro siepi alte fino alla vita, più lontano due
giardinieri con rastrelli e grembiule blu.
“Corri qui”, gli ho gridato.
C’è voluto molto prima che sentisse: “Guarda, il
sole!”
Burton si avvicinò in silenzio, diede un’occhiata e si
voltò dall’altra parte. Io ero calmissimo, felice, guardavo come il sole saliva in alto, come il rosso diventava
sempre più chiaro, come la luce si diffondeva sul disco,
costruiva uno spazio rossastro, diventava più chiara,
BIANCA, BIANCA. “Fa male agli occhi”, disse Burton.
Oh sì, e forse non si tornerà più indietro, quando il
BIANCO riempie tutta la corteccia del cervello e ci si
rifiuta di ritrarsi da questo stadio, dalla zona di enorme luminosità- per tornare alle vecchie condizioni…
(“Non mi disturba affatto” dissi io. Non prestavo attenzione a quello che ancora stava borbottando. Creai
4 DR, pagg. 497-8 passim (in Italia il testo di Leary apparve
inizialmente su RE NUDO; diceva pure: ‘C’è il tempo del ridente Krishna e il tempo del torvo Shiva. Il conflitto che abbiamo cercato di evitare incombe su di noi’).
Pag. 54
una linea di confine. Quando il bordo inferiore del sole
si libererà del tutto dalle nuvole, mi volterò. Un meraviglioso, luminoso, splendente viaggio. Felix, il dio del
sole sorge dalle ombre, percorre un cammino diritto
nel maestoso cielo blu…) FELIX È IL PICCOLO SOLE.
(Burton vuole rovinarmi il viaggio…)
È sicuro: il sole non può volar via. Arriva. Continuerà a salire, scalderà i miei occhi, la fronte, mitemente,
senza febbre. [(Felix dorme. È tanto che non lo vedo!
Ma oggi sì, o domani.)] FELIX. (Viene da te e dice:
Papà, me l’hanno preso via, fammelo restituire per favore. Ed io risi e piansi. “Il leone mi ha morso il dito”
disse Felix. L’ho preso in braccio e ho detto: “Vieni qui
da me, non me ne vado via, ci sono sempre…” e sono
tuo Padre e resto con te fino alla fine del mondo, il tuo
mondo. Smette di esistere quando anche tu smetti, e lui
rise. Voglio vederlo! Devo vederlo! Non lo lascerò mai!
Ci avevo pensato, di rinunciare a lui, per esempio, per
intraprendere un viaggio, per sempre…)
Sono andato da Burton, che aspettava un paio di
passi indietro. (Felix è il piccolo sole. A lui non potevo
dirlo. E tutto il giorno ho cercato qualcuno cui poterlo
esprimere. La pura Verità!)
//(Nulla è più come era nel 1969. In Inghilterra non
governa più un governo laburista, ma i conservatori.
In Francia non è più De Gaulle l’interlocutore, e nella
Repubblica Federale Tedesca la CDU è stata sostituita
dall’SPD come partito di governo.)//1
h)
Il nuovo Stato
Sono passati solo sei anni- e come una meraviglia
è sorto dalle rovine un nuovo Stato,
uno Stato di pace, uno Stato in armi,
da uno solo voluto e da uno solo costruito,
una cittadella di forza, nel centro del mondo
collocato su un buon terreno,
dalla fiducia e dal coraggio di un popolo,
da pura volontà e puro sangue,
su una fede che fa miracoli!
Chi ha occhi aperti
e non è traditore o stupido
vede quello che è avvenuto e come tutto si è risolto
in bene grazie a colui che ci ha mandato Dio:
tutte le ruote in movimento, i pistoni in azione,
gioiosi al lavoro vecchi e giovani.
Il pane ben guadagnato
rende luminosi gli occhi, rossa la schiena,
e nessuno più soffre la miseria in Germania!
E la discordia civile, l’antica peste,
è finita per sempre!
…
il Führer posa lo sguardo…
1 DR, pag. 110-112.
Poliscritture/Esodi
Will Vesper- Per il 50° compleanno del Führer2
i)
7 maggio 1969: assalto a ‘Konkret’3
…Konkret: sugli spari di Berlino. Vomita tutto, amico
mio! E lui ancora a vomitare: ‘L’anarchismo porta al
fascismo’. E Klaus Rainer sbrodola per tre colonne, fa
finta di non essere stato sposato per tredici (?) anni con
Ulrike. Non ne sa niente. Non ha niente a che fare con
lui- è uno sviluppo tra le cui cause Röhl non è trovabile.
Ci mettiamo in moto di notte. I rocker con i loro elmetti d’acciaio, giacche di cuoio, le croci di ferro al collo.
Un paio d’auto, un furgoncino VW. Di mattina, al Gänsemarkt il fotografo furtivo che di nascosto scatta foto
verso il nostro tavolo.”Tira fuori la pellicola”- Tomayer,
sex bomb fuori testa, eccola qui! E lo accompagnamo giù
dalle scale, mentre l’oste crepa di paura. Così, dammi la
macchina, fuori il rullino, e poi fila! Ci guardava con gli
occhi sbarrati, sembrava aspettarsi che lo ammazzassimo di botte. “Chiamo la polizia!” Togliti di mezzo! Corri
dai poliziotti, maiale! E poi iniziò l’assalto a ‘Konkret’.
Qualche troia il giorno dopo ha blaterato qualcosa sui
rossi in famiglia. Röhl tremava nell’appartamento di
Rühmkorf, armato di una pistola a gas lacrimogeno. Sì,
ci è sfuggito per un pelo, lui, il Capo, il piccolo imprenditore, il due volte sfruttatore, che ruba soldi dalle tasche
dei rossi e giudica idiozia le loro idee, che ha cacciato
via i rivoluzionari, ha rifiutato la collettivizzazione e infine, pieno di rabbia come un matto, ha levato il culo- lui
che due dozzine di persone hanno trascinato via dall’ingresso della sede della rivista sbarrato dai poliziotti. Poi
fuori dalla città, alla villa. La Volvo con i freni guasti, e
poi una discussione con Astrid: Cazzo, Vesper, stai calmo!
Incisioni francesi finivano per terra, oggetti liberty an2 Will Vesper era il padre di Bernward.
3 Ulrike Meinhof lasciò nel 1968 il marito, Klaus Rainer Röhl,
editore di ‘Konkret’ (la rivista della sinistra radicale tedesca,
con una tiratura a un certo punto giunta a 100.000 copie); abbandonò la lussuosa villa di Blankenese, vicino ad Amburgo, e
si trasferì a Berlino. Vi erano problemi interpersonali, e grosse differenze politiche nella valutazione del movimento extraparlamentare. A un certo punto fondò una redazione alternativa (’rivoluzionaria’) della rivista, di cui da un decennio era
la principale editorialista. Da Berlino il 7 maggio del ’69 partì
una spedizione diretta ad Amburgo: prima alla sede di Konkret, in centro, presidiata dalla polizia, poi alla villa. C’era pure
la Meinhof. La Volvo ricordata sopra era l’auto di Vesper. Cfr.
Aust (‘ Der Baader-Meinhof- Complex pagg. 52-55 e 83-85 ),
J_Seifert (pagg. 363-4 in Kraushaar ed. ‘Die RAF..’), Koenen
(211 ).- Le 2 bambine finirono nel ’70 in una comune in Sicilia
(da dove pare la Meinhof, passata intanto alla clandestinità,
intendesse farle giungere ai campi palestinesi in Giordania);
in modo rocambolesco Stefan Aust, suo amico e collega, le riportò dal padre ad Amburgo, sfuggendo poi di poco alla vendetta della RAF.- Da aggiungere che marito e moglie erano
stati per anni iscritti al partito comunista clandestino, e che la
rivista era stata originariamente finanziata dalla DDR (come
si scoprì dopo il crollo di questa). Su tutto questo si dovrebbe
pure leggere il libro di Bettina Röhl dedicato ai suoi genitori
ed al loro mondo.
Pag. 55
davano in frantumi. La pisciata si allargò ai lati della
rivista sul ‘letto matrimoniale’, Dio lo sa, e il compagno
veloce che proprio allora doveva urinare sporcò le belle
lenzuola, cambiate di fresco. Vicino c’era Ulrike. “Per te
deve essere un momento da ricordare” disse Benjamin.
vario di quanto a volte ci si immagina che sia (e pieno di
possibilità, dunque, anche).
Era la sua casa, lei l’aveva messa su, abitata, lasciata
assieme alle bambine. La percorreva come una rovina,
una baracca che sta per essere sacrificata ai picconi, e
guardando la quale tutto sembra ripetersi, le sequenze
del film, la ricerca di una casa, le ipoteche, le trattative,
il lento, mortale accumularsi di oggetti, che rapidamente riempiono tutte le stanze, coprono i muri, si annidano nella coscienza, diventano pietra, un guscio di morte,
che blocca qualunque rottura, barricate che ostruiscono
il futuro.
Da Giacomo
È questa tutta l’offerta abitativa di un’unica casa? Sono
gli scaffali delle porcellane, i letti, TV e stereo, tappeti orientali, stuoie, lampade, quadri, stanza da bagno,
cucina, libri di arredamento? Bello, ma non è ancora
tutto!// Adesso volano attraverso la finestra chiusa nel
giardino, adesso bruciano parole Blu sulla facciata (e
noi, “ mentre già il BLU riempie le valli da sud a nord a
10000 metri d’altezza. Silenzio fra i braccioli del sedile
del jet”) 1
Carteggio
6 agosto 2007
Da Giacomo
Continuo, fra le altre cose, a lavorare attorno a quel
libro di Vesper, Il viaggio, e alla Germania degli anni
attorno al ‘68 e post. Sicuramente ci scriverò qualcosa
sopra. A parte le cose di fondo, ci sono tanti particolari
almeno per me totalmente inattesi: la scuola di Francoforte è quasi diventata negli anni dal ‘90 in poi la filosofia di stato; un ex avvocato di Ulrike Meinhof e degli
altri della RAF, a suo tempo vicino all’SDS,- a suo tempo accusato di complicità con i detenuti di StammheimOtto Schily, ben noto allora, è stato per anni ministro
dell’Interno nel governo Schroeder; Horst Mahler, invece, l’avvocato di Berlino che fu fra i primissimi fondatori della RAF, è da anni un nazionalista molto vicino
ai nazi; Klaus Croissant, un altro avvocato della RAF,
arrestato a Parigi fra clamore e proteste nel ‘74, fu a lungo un informatore della STASI (come si è detto anche
del notissimo giornalista e scrittore Guenther Wallraff,
cognato di Heinrich Boll); d’altra parte, una delle mie
figure mitiche di gioventù, Bommi Baumann, fu nel ‘73
per oltre 10 giorni minuziosamente interrogato dalla
STASI sullo stato del movimento- legale e illegale- in
Germania (sono stati ritrovati gli atti completi dell’interrogatorio). Ma queste sono minuzie, anche se sono il
tipo di cose che non avrei mai pensato potessero succedere (ricordo ancora, detto per pura associazione, il mio
sconfinato stupore quando venne annunciata la ‘fuga’ di
Lin Piao e la sua morte, o il viaggio di Nixon a Pechino).
Tanto per ricordare che il mondo è molto più vasto e
1 DR, pp. 199-201.
Poliscritture/Esodi
12 settembre 2007
‘E Baader libero’: un libro dalla Germania (‘abbatto il
muro del suono del delirio in tuo onore’-)
Bernward Vesper era figlio di un poeta sentimental-nazionalista, un poco kitsch e celebre
già prima della I Guerra Mondiale, che negli
anni ’30 divenne nazista. Nacque nel 1938, con
il padre già sessantenne; crebbe in una tenuta
semifeudale nel Nord della Germania, vicino
alla brughiera di Lüneburg. Naturalmente, nei
discorsi del padre e dei suoi amici, la storia girava attorno alle vicende dei prigionieri polacchi e
russi che lavoravano nei campi e nella torbiera,
alla fine della guerra nel rombo di bombardieri e
carri armati nemici e dell’antiaerea. Da ragazzo
si impegnò, seguendo il padre, nei movimenti di
destra. A 20 anni andò all’Università di Tubinga,
ove a un certo punto incontrò Gudrun Ensslin,
una dei sette figli di un pastore protestante progressista legato agli ambienti neutralisti e pacifisti. Insieme, nel corso degli anni, furono presi
dal processo di trasformazione e radicalizzazione che investì una significativa porzione della
società tedesca negli anni ’60 (con una serie di
tappe: il movimento antiatomico; l’affare Spiegel del ’62, la Grande Coalizione e la lotta contro
le leggi per lo stato di emergenza, la guerra del
Vietnam, la morte di Benno Ohnesorg il 2 giugno 1967 a Berlino, l’esplosione dell’SDS, il movimento delle Comuni, l’attentato a Dutschke,
etc). Da sempre impegnato nell’editoria, fondò una piccola casa editrice, la Voltaire Verlag,
che divenne uno dei portavoce del movimento
antiautoritario e della opposizione extraparlamentare. Nel 1967, appena nato il loro bambino
(chiamato Felix in segno d’augurio), Gudrun lo
lasciò per Andreas Baader e per una attività politica sempre più dura (che inarrestabilmente la
portò alla RAF, la Rote Armee Fraktion - ovvero ‘Banda Baader-Meinhof’, a anni di prigionia,
a una tragica e oscura morte dieci anni dopo).
Rimase solo e disperato (dopo averla prima
innumerevoli volte tradita), combattendo una
perdente lotta per tenere con sé il bambino (su
cui non aveva la patria potestà, sulla base della
legge tedesca di allora, non essendosi i genitori
sposati). Musica, hashish e altro, vagabondaggi,
sogni di lotta armata (e forse collaborazione alla
lotta armata), tentativi infine falliti di tenere in
piedi la casa editrice- che perse definitivamente all’inizio del ’69, fluttuanti storie d’amore- di
cui la più insensata con Ruth Ensslin, la sorella
14enne di Gudrun.
Nell’estate del ’69 portò il figlio a una coppia di
Undingen (cristiano-democratici, classe media,
Pag. 56
conservatori, amici degli Ensslin), che ricorrentemente se ne faceva carico. Proseguì nel Sud
della Germania per il campeggio rivoluzionario di Ebrach. Infine, mentre diversi suoi amici e amiche stretti andavano in Giordania - su
un furgone Ford pare fornito da Feltrinelli- per
adddestrarsi alla guerriglia nei campi palestinesi, scese in auto in Italia, e quindi in traghetto
giunse a Dubrovnik per incontrare Ruth, che vi
si trovava in vacanza con i genitori. Il pastore
Ensslin ancora gli ingiunse e lo supplicò di lasciare in pace la sua famiglia. Riuscì a trascorrere una notte con Ruth, che però lo respinse.
Nel pomeriggio, disperato, ripartì in auto, risalendo la costa jugoslava. A Rijeka incontrò un
giovane ebreo americano che faceva l’autostop
(pieno di hashish lui, tutto il tempo, e avendo
con sé un trip, un acido, datogli da una sua amica prima che lei, invece di recarsi in India come
aveva progettato, salisse sul Ford Transit diretto in Giordania). Bernward e Burton tornarono insieme in Germania. A Monaco di Baviera
all’inizio di agosto presero insieme l’LSD. ‘Da
allora niente è più stato uguale’, scrive a un certo punto.
Dopo qualche giorno, nella tenuta paterna,
iniziò a scrivere a tempo pieno un romanzosaggio-autobiografia, un enorme frammento.
Si incrociano viaggi reali, il trip di Monaco ed
altri con peyote, fumo sempre, un ‘semplice
resoconto’- sempre più lungo e penosamente
dettagliato- della sua infanzia, la Germania di
quegli anni, innumerevoli figure reali (i membri della Kommune 1 di Berlino, il fondatore dei
Tupamaros West Berlin, Günther Grass, l’editore di Konkret e marito di Ulrike Meinhof Röhl,
Ulrike M., Ingeborg Bachmann, Lena Conradt e
suo marito il regista Gerd, Gudrun, Ruth, Petra,
Elken…), polemiche con Günther Wallraff sulla
lotta armata, con Martin Walser sull’LSD, scene del celebre congresso di Londra sulla Dialettica di Liberazione organizzato da Laing e Cooper nel ’67 (cui lui aveva partecipato), un diario
(immaginario?) di viaggio nel Nord dell’Italia
all’interno della sinistra extraparlamentare
e delle Brigate Rosse allora in formazione, un
dettagliato racconto di una guerrigliera tedesca
in Giordania, frammenti di giornali vari, lettere
all’editore con cui era in contatto per la pubblicazione del suo libro in fieri, - perfino un fattualmente accurato resoconto della liberazione di
Andreas Baader nel maggio ’70 (l’inizio ufficiale
della RAF), visioni insight sogni incubi con LSD
hashish mescalina anfetamine, innumerevoli
citazioni e richiami (Sartre, Camus, Genet, Pavese, Reich, Laing, Marcuse, Leary, Stokely Carmichael, Eldridge Cleaver, Guevara, etc etc)1.
1 Alla fine del 1977 in una assemblea teorizzai che bisognava
uscire dal provincialismo, che la germanizzazione era la tendenza dominante- con stato autoritario, caccia agli oppositori,
sfrenato dominio delle multinazionali, assorbimento dei sin-
Poliscritture/Esodi
12 settembre 07
Da Ennio
[…] Così come lo presenti, un personaggio come Vesper
m’incuriosisce e respinge. Non riesco a capire come
avvicinarlo. Rappresenta per me il lato del ’68 più frenetico e romantico che - devo riconoscere a posteriori
- mi sfiorò soltanto come discorso “per sentito dire” o
per immagini intraviste (sui giornali o in persone del
movimento incrociate ma non frequentate). Mi viene in
mente un certo S., uno studente di filosofia conosciuto tra 1966 e 1967, quando avevo ripreso alla Statale di
Milano i miei studi universitari interrotti. Da lui avevo
cercato di farmi spiegare un articolo di Badaloni su Althusser che trovavo incomprensibile. Ricordo di averlo
poi rivisto “fatto” (ma allora nulla sapevo di droghe),
dondolante in piedi e con lo sguardo smorto, davanti
all’ingresso della Statale occupata. Lo incrociai settimane dopo sotto la Galleria accanto a Piazza Duomo con
Allen Ginsberg (sì, proprio lui). S. mi diede un indirizzo, forse quello una comune, e un appuntamento. Mi
presentai puntuale, bussai più volte alla porta indicata
sul biglietto. Nessuno mi aprì. Dietro l’uscio sentivo bisbigliare persone. Forse mi scrutavano dallo spioncino
e– suppongo - diffidando di uno sconosciuto, non mi
aprirono. Oppure penso a D., uno che aveva organizzato
agli inizi degli anni ’60 i primi scioperi operai “a gatto
selvaggio”. Lo ricordo durante una riunione di studenti
che, abbandonando la Statale chiusa e presidiata dalla polizia, erano dopo gli scontri confluiti al Politecnico. Lui si offrì di buttarsi da solo contro i poliziotti per
provocare uno scontro. Di recente, quasi per caso, ho
trovato un sito a lui dedicato: è morto nel 1996. Ho visto sue foto, letto suoi scritti, saputo qualcosa della sua
tormentata giovinezza e degli scontri feroci con un padre socialmente molto in vista. E poi c’è P., col quale
ho avuto sempre un rapporto/non rapporto e una comunicazione mai veramente sintonizzata: come fra due
universi che sembrano in continuità ma nei fatti si svelavano distanti. Anche lui, al di là degli incontri/scontri
nel contesto preciso della scuola dove insegnammo tra
‘70 e ‘78 o delle lettere che ci siamo scambiati, aveva una
zona di esperienza politica ed esistenziale “altra” dalla
mia. So che me l’ha sempre occultata. Credo per una
valutazione da parte sua d’incompatibilità politica, ma
anche umana con me (una volta mi disse che io parlavo
ancora «come un contadino»). Un diaframma tra noi è
rimasto. Ho sentito sempre in lui un intento strumentale, come di chi collochi il rapporto con te su un piano
delimitato e subordinato ad altri ben più importanti per
lui. Da lì tu non devi uscire: o ci stai o si rompe. Detto
questo sulle mie reazioni alla storia di Vesper e al retroterra che mi evoca, mi chiedo cosa spinge te a esplorare
oggi la sua figura. Mi dici che nel ’77 avevi teorizzato che
bisognasse sprovincializzarsi e “imparare il tedesco”. Io,
per vari motivi, non ci sono mai riuscito. Ma - non prenderla come una provocazione - mi sentirei alleato della
dacati, trasformazione della socialdemocrazia, utilizzo della
manodopera straniera, lotta per la conquista di nuovi mercati
e campi di investimento; che ‘bisogna imparare il tedesco’.
Pag. 57
tua ricerca, se capissi cosa hai già imparato dalla tua
esplorazione della Germania, cosa ricavi dai materiali
sulla vita di Vesper, cosa e come potremmo riproporre
tutto ciò su Poliscritture.
15 sett 2007
Da Giacomo
Per un aspetto, l’idea era di utilizzare le sostanze psichedeliche per accedere a un più profondo contatto con sé
stessi, la propria storia, il mondo; usarle per superare
le rigidità, distruggere la corazza caratteriale, disfare
quanto di disastroso famiglia, educazione, Germania
avevano depositato dentro di lui («mi avete reso un
maiale», dice a un certo punto); e, nello stesso tempo,
viene sviluppata una tecnica del ricordo, del ripercorrere infinite volte il passato biografico- tolto alla banalità,
alle identificazioni o controidentificazioni acquisite, sollecitato come da una lente dalla luce spietata, capace di
focalizzare, ristrutturare, annientare.
Lottare contro le ‘verdure’, gli integrati, i nazisti del
mondo esterno e del mondo interno; passare dall’odio
all’energia grazie all’esperienza (riprendendo a modo
suo una formula di Che Guevara). (E ricordi di William
Blake , quello delle «porte delle percezione»: la Strada
dell’Eccesso che conduce al Palazzo della Saggezza). E
muoversi intanto nella realtà delle comuni, dei piccoli
e grandi gruppi in trasformazione, delle discussioni e
lotte collettive, sullo sfondo di un mondo dove l’ordine
imperialistico-patriarcale era ovunque in crisi. Da tutto
ciò non solo il legame con le tematiche di protesta e resistenza del movimento antiautoritario, ma la tensione
(allora di tanti) ad innalzare il livello di scontro, ad attaccare invece di difendersi soltanto.
Il libro è così al centro di spinte laceranti. Fare i conti
con il nazista dentro di sé non è così semplice, comporta
una serie di rischi (Bernward Vesper ebbe all’inizio del
‘71 una crisi psicotica, per esempio; e più tardi morì suicida); costruire rapporti “diversi” con compagni e compagne non è banale; e quanto alla guerra rivoluzionaria
di liberazione, al “distruggi chi ti distrugge”, si sa bene
quanti labirinti, sofferenze, disastrose sconfitte e a volte
disastrose vittorie comporti. E poi: osare lottare, osare
vincere- è stato scritto tanto tempo fa, e la cosa ha un
senso e la questione resta aperta, anche se a volte una
spessa nebbia oscura il campo di battaglia, stravolge le
fisionomie dei contendenti e degli astanti, a volte ne modifica la natura più interna; ma la questione resta aperta
appunto, comunque; e il merito di questo libro è di porla con forza, in tutta la sua complessità e il suo caos (e a
volte tutto il suo orrore e il suo squallore). Così, come
scrisse Heinrich Böll nel ‘77, è un libro non benefico,
ma necessario. Infine messo insieme dai manoscritti e
dalle note di Vesper, il libro uscì in quell’anno, l’anno di
Stammheim, e trovò una grande eco e un enorme ascolto. «Testamento di una generazione», venne chiamato;
in effetti tratteggia tutto il travaglio della generazione
del ‘68 tedesco, il suo tentativo di fare i conti con un
passato atroce e di costruire, oltre il fascismo quotidiano ed i rapporti di potere di una società autoritaria, un
nuovo mondo; e testimonia pure senza dubbio la terriPoliscritture/Esodi
bile violenza messa in campo in questo sforzo.
Dopo il maggio ‘71, in cui morì Bernward Vesper, tante cose sono avvenute in Germania e altrove. Di molti
eventi, emozioni, concatenazioni di quel periodo storico
si è cancellato il ricordo, di altre si diffonde una versione unidimensionale e rosé- come se p.e. il ‘68 a livello
mondiale sia stato solo un glorioso momento di modernizzazione e democratizzazione, o inversamente di nascita e avvento di una nuova borghesia, o di ascesa del
sistema a più alti livelli di complessità ed efficienza. È
tutto vero, ma c’è di più in quegli anni: un di più che va
indagato e pensato- non solo per amore della verità, ma
anche per aiutare a restituire al reale la sua dialettica e
il suo colore, la sua sofferenza, ma anche il suo campo
di possibilità. Così Die Reise può servire- una specie di
esercizio di meditazione su sé stessi e sul proprio mondo: è esattamente quello che Bernward Vesper aveva in
mente quando decise di dedicarsi alla sua ricerca.
15 settembre 2007
Da Ennio
Sì, il tuo pezzo su Vesper scrosta i depositi di rimozione
ammucchiatisi sul ’68, respinge le sue letture accomodanti, e, partendo da una sorta di autobiografia di un
concreto militante, evita discorsi generali e generici su
quegli anni. Ma il «di più» di quegli anni dev’essere pur
valutato e chiarito. E la verità, allora raggiunta o intravista, andrebbe non solo riconosciuta, ma anche riproposta ad altri/e, ai giovani, ecc. Perciò chiedo: cosa c’è
da portare ad esempio nella vicenda di Vesper? La sua
(e d’altri) idea di «utilizzare le sostanze psichedeliche
per accedere a un più profondo contatto con sé stessi, la
propria storia, il mondo» è riproponibile? Quella «tecnica del ricordo, del ripercorrere infinite volte il passato biografico- tolto alla banalità, alle identificazioni o
controidentificazioni acquisite» non manca di qualcosa
(del contatto con gli altri, secondo me) per fruttare sia
individualmente che socialmente? Tutto sta poi a vedere quale obiettivo uno persegue. Forse è vero che «la
strada dell’Eccesso conduce al Palazzo della Saggezza».
Ma non a “cambiare il mondo”, come si pretendeva allora (e, per me, si dovrebbe ancora pretendere). Anche
«muoversi intanto nella realtà delle comuni, dei piccoli
e grandi gruppi in trasformazione, delle discussioni e
lotte collettive» a me pare sia stato proposito insufficiente e generico. Quanto e cosa quelle comuni mettevano… in comune e quanto, invece, si chiamavano fuori
da altre trasformazioni snobbate o sottovalutate? Fare
«i conti con il nazista dentro di sé» non è così semplice.
Per questo – vado per approssimazioni – quel tipo di
lotta dev’essere almeno contiguo ad altre lotte. Se no,
si rischia di assolutizzare e interiorizzare tutto senza
più scambiare davvero con gli altri/e. Troppi sono stati
i cortocircuiti tra i due piani (interno ed esterno). Ed
essi hanno danneggiato il lavoro su entrambi e sulle loro
specifiche caratteristiche. Per cui l’«osare lottare, osare
vincere» è stato più spesso un azzardo soggettivo e disperato che un atto maturo di coraggio. Mi spiego. Per
me ‘coraggio’ significa una visione realistica almeno del
Pag. 58
Ornella Garbin, Sogni
70% di quella che chiamiamo “realtà” e un azzardo del
30%; e non viceversa. Ho in mente il Lenin delle Tesi di
aprile che convince i suoi compagni titubanti a prendere il potere. Altrimenti, non solo non si vince neppure
per un attimo, ma non si fa un passo avanti; e la sconfittà stronca le spinta liberatrici, anche le più elementari.
Vorrei capire poi bene in che senso Böll riteneva «non
benefico, ma necessario» questo libro di Vesper. È forse nel senso che intendeva Fortini quando nella poesia
«Stammhein» scriveva: «Essi hanno fatto quello che
dovevano / secondo gli ordini della città non visibile. /…
Sono stati uccisi. / Nessuno fu più obbediente di loro.»?
Posso anche arrivare a
capire che in quella Germania, con quel passato,
quella generazione doveva attraversare quella
prova. Ma tutti i passi
o i più significativi fatti
da Vesper vanno iscritti
in quel contesto o no?
La mia impressione è
che Vesper abbia vissuto poco politicamente e
molto esistenzialmente
gli eventi in cui fu coinvolto. E la vera “scoperta”
per lui più che il mondo
politico ( il movimento
studentesco, etc.) in conflitto con la Germania
d’allora pare sia stata
quella dell’LSD, che gli
apre le porte di una scrittura convulsa e di genere
misto («romanzo-saggio-autobiografia»
tu
dici). È proprio questo
suo «semplice resoconto
– sempre più lungo e penosamente dettagliato»
che andrebbe valutato. Quanto è delirio?
Quanto corrisponde
a fatti accertati? Merita davvero la definizione di «testamento
di una generazione»?
Sulla base di quanto tu ne scrivi, io, pur con tutta l’attenzione che porto al singolo e alle sue sofferenze, ho dei
dubbi. Per essere un vero testamento, bisognerebbe –
credo – che in quel «semplice resoconto» i nuclei di verità soggettiva fossero in qualche relazione abbastanza
precisa con i nuclei di verità politica della Germania di
allora. Altrimenti – mi azzardo a dire - credo che possa
interessarti come psichiatra. È il resto che a me preme e
per meglio avvicinarmi al singolo. È il divario tra quella
soggettività e le altre, che fecero esperienze diverse, che
va colmato. Comunque il tema è interessante. insisterò a fare l’avvocato del diavolo (o dell’angelo in questo
caso). Tu lavoraci e poi lo proponiamo anche agli altri.
Poliscritture/Esodi
30 settembre 2007
Da Giacomo
Scusa il tempo trascorso […]. Non ho comunque smesso di pensare alle questioni poste da te, che sono quanto
mai appropriate. Proverò a spiegarmi un poco. In primo
luogo, dopo le morti di Stammheim facemmo una dimostrazione rabbiosissima a Parma - la più soggettivamente violenta cui io abbia mai partecipato (a parte il 12-377 a Roma- in cui però ero stato molto più passivo). Poi.
De Il viaggio mi parlò il mio migliore amico nell’’80,
quando uscì; lo presi in mano, ma lo trovai ECCESSIVAMENTE cupo e angoscioso, e totalmente
respingente. Non me
ne scordai però. Molti
anni dopo, occupandomi variamente di
cose tedesche, cominciai a trovarne tracce
molteplici in Rete.
Finché quasi due
anni fa lo comperai, e
lentamente cominciai
ad entrarci dentro aiutato in modo decisivo infine da un libro
di G.Koenen, autore
di una ben nota storia del Movimento in
Germania fra il ‘67 e
il ‘77, e di un luttuoso «Vesper, Ensslin,
Baader. Alle origini
della lotta armata in
Germania». Intanto
c’era l’aspetto intellettuale: decifrare un
testo superstratificato-caotico, mettere
in rapporto le pagine
e pagine di testo con
una sensata serie di
eventi
(solo-individuali, e storici in
senso stretto). Poi: ci
sono pagine di un valore estremo: le scene
in contemporanea sono vive, di un linguaggio diretto
e forte e semplice (meglio di quello di Handke, senza
la sua deformazione elegiaca). Poi, più rilevante (e qui
vengo a una domanda esplicitamente posta da te): più
ci entravo dentro, più Vesper mi ricordava (completamente diverso, sì) il me fra i 15 e i 35 anni, più o meno:
un mix (nomadico? Io direi caotico) di padre autoritario
e distante- amato/odiato, provenienza in qualche modo
alto-borghese (decaduta), rovine attorno nel dopoguerra, ricerca di liberazione individuale utilizzando ogni
scorciatoia immaginabile, fascinazione per l’idea di un
sovvertimento TOTALE (ben al di là della percentuale
di irrealismo che tu, giustamente, ritieni gestibile/utile), ricerca della libertà emotivo-sentimentale accopPag. 59
piata a uso a volte del tutto irresponsabile delle altre
persone (e, in ultima analisi, di sé stessi), mantenimento non detto di tutta una serie di dipendenze decisive.
Come ti ho scritto, ritengo il libro anche la cronaca di
una malattia. Non mi ci sono trattenuto, perché (e probabilmente sbagliavo) mi sembrava evidente: un tale
stile di comportamento e di scelte, l’uso sfrenato di sostanze, l’instabilità di rapporti, la eccessiva disarmonia
interna e violenza interna (e a volte esterna: vedi p.e. la
cronaca dell’attacco alla villa di Rohl, ex-marito di Ulrike Meinhof e direttore di Konkret- una rivista di sinistra estrema molto importante-, che si era distanziata
dalla sinistra extraparlamentare nel ‘69- che penso tradurrò prossimamente e inserirò nel testo). La cronaca
è appunto francamente agghiacciante, come p.e. erano stati agghiaccianti i comunicati sul fratello di Peci,
o un messaggio di Gudrun Ensslin a Kurt Wagenbach
della fine del’76, che ho letto pochi giorni fa:- come ho
pure letto da un’altra parte, la lotta armata e la violenza sono spesso molto più affascinanti viste da lontano
che da vicino). Vi era comunque in Vesper (e in quegli
anni in senso lato) una energia estrema, che mi interessa riconsiderare. Per quanto mi riguarda, a un certo
punto (inizio dell’’80, grosso modo) mi sono quasi completamente azzittito su troppi temi: un po’ perché non
condividevo, o non condividevo più, i prncìpi portanti;
un po’ per paura (paura della polizia, paura dello sguardo degli altri, paura), un po’ per pura angoscia. Mi ci
sono voluti anni - difficili- per venirne un poco a capo.
Quando ho ricominciato a occuparmi di politica in senso lato, la struttura del silenzio è stata elusa, non affrontata (il massimo di formulazione è stato del tipo: quelle
cose avvenivano allora- senza dettagliare a me stesso in
primo luogo di cosa esattamente parlavo-, ma adesso i
tempi sono diversi, possiamo tutti insieme occuparci in
modo più irenico di altro - di qui l’interesse per i Verdi
p.e. È una soluzione, ma non ottimale; troppo rimane
fuori). A ogni modo: occuparmi di Germania (che per
una serie di motivi mi ha sempre interessato: all’origine p.e. le copie della «Illutrazione italo-germanica» bilingui degli anni dopo il ‘43 trovati nella soffitta della
casa di campagna di mia madre; e la scia della Seconda
guerra mondiale, con sigle e nomi che mi affascinavano:
OKW, Rommel, Von Keitel, Stuka etc etc etc- tieni conto
che per me bambino i tedeschi erano i perdenti assoluti,
dotati comunque di una forza del tutto superiore a quella dei fascisti italiani) (mio padre era liberale, con un
passato antimonarchico e non-fascista; mio nonno materno, morto suicida nel ‘44, era un medico importante
e gerarca di medio livello, per quel poco che sono riuscito a capire)- occuparmi di Germania è un modo che
ho trovato per fare un po’ i conti con il mio passato (e
il passato di un po’ d’altri); tieni conto, per concludere,
che nel ‘75 dedicai il libro di Blake ad Anna Maria Mantini, dei Nuclei Armati Proletari; che poco dopo scrissi
una lunga poesia su Margherita Cagol (che certo non ho
più fatto girare, ma che ancora trovo molto bella); che
poi nel ‘78 scrissi ‘Ziggy Stardust’ sognando sognando
sognando di essere lontano dalla semiguerracivile che
infuriava attorno. Per dire che ero un po’ confuso, come
tanti. Credo non fosse scontato che mi salvassi dai vari
rischi (crollo mentale, licenziamento, arresti per motiPoliscritture/Esodi
vi veri o presunti, etc). (NON HO MAI PARTECIPATO
ALLA LOTTA ARMATA ).
30 settembre 2007
Da Giacomo
Mi accorgo di non avere concluso una frase- preso da
una lunghissima parentesi: mi sembrava dunque evidente che lo stile di comportamento di Vesper diventasse sempre più idiosincrasico, pericoloso, infine del
tutto patologico; e una psicosi maniacal-delirante, come
quella in cui entrò francamente all’inizio del ‘71, e che
lo portò a mesi di ricovero psichiatrico obbligatorio,
con suicidio infine il giorno prima della dimissione, è
quanto di più patologico si possa immaginare; pur mettendoci dentro l’AntiEdipo e Laing etc è evidente che
dal suo ‘viaggio’ lui non è riuscito a uscire in condizioni
decenti e accettabili (anche se quanto vi ha scoperto e
vissuto può essere estremamente significativo PER GLI
ALTRI).
5 aprile 2008
Da Giacomo
…ho pensato a lungo alle note che proponi di mettere:
ma come si fa? Lin Piao, Mao, Klaus Croissant, Rudi
Dutschke, l’affare Spiegel, la Grande Coalizione, la Stasi, gli Stukas…: è come dovere spiegare passo passo la
storia di 50 anni- o una sua porzione significativa. E poi
la spiegazione è sempre unilaterale e per forza parzialmente falsa, e fuorviante. È al di là delle mie capacità.
Diciamo che sono un sopravvissuto (che vive ancora,
sottolineo), o che bisogna studiare (come ha detto Fortini, appunto: le Chinois, ça s’apprend).
Le uniche cose che mi sento in dovere di aggiungere sono bibliografiche, e ad personam. “Right on. Per
Mara (e per Ulrike, NdR)” apparve sull’’Erba voglio’ nel
1976; “Ziggy Stardust, i Ragni di Marte ed il rapimento
di Aldo Moro” su ‘A/traverso’ all’inizio del ’79. “Poesie”
di William Blake, con scelta e traduzione mia, è stato
stampato dalla Newton Compton nel ’76 (e poi ristampato almeno altre due volte).
E poi che, naturalmente, la Germania è per me anche
Hölderlin e Brecht e Goethe e Adorno e Fassbinder e
Wenders e…
Pag. 60
4 Storia adesso
del passato che resta e del presente che si fa storia
La pseudo
rivoluzione
e la pseudonovità
dei neocon
Franco Tagliafierro
Neoconservatorismo, neoconservazione, neoconservatore ecc.: sono termini pesanti, perciò ci si avvale preferibilmente di neocon con funzione di sostantivo o di
aggettivo, e alcuni giornalisti, quando si riferiscono agli
esponenti del neoconservatorismo americano, o alla pletora dei loro imitatori europei, formano il plurale come
esige la grammatica inglese e scrivono neocons. Ormai
la moda si è appropriata di tutto ciò che è neocon o che
aspira a esserlo, vuole farci credere che esista ben poco
di teorico e di praticabile al di fuori del marchio neocon,
rende così intrinseca alle nostre esigenze umane e civili
la visione neocon del mondo, che solo per un ghiribizzo
da pedante si possono rievocare le circostanze in cui le
parole neoconservatism e neoconservative irruppero
nei media degli Stati Uniti. I responsabili morali dell’irruzione si affrettarono a spiegare che quelle parole non
attestavano un semplice rinnovamento nella dinamica
del conservatorismo americano, come suggeriva il prefisso neo-, ma un evento di portata molto più vasta, addirittura epocale, al punto che ritenevano legittimo parlare di Neoconservative Revolution. L’opinione pubblica non fece molto caso all’ossimoro che l’evento epocale
recava in sé. Il termine “rivoluzione”, nonostante alcuni
storici fallimenti della sua applicazione pratica, ha ancora un certo fascino romantico, è semanticamente duttile, perfino “trasversale”, ed è per questo che può continuare ad attribuire titoli di intraprendenza e creatività a
chi ne fa la propria bandiera.
All’inizio degli anni Ottanta i media inglesi si compiacquero di battezzare con il nome di “Rivoluzione conservatrice” il programma politico di Margareth Thatcher
che governò dal 1979 al 1990. Ovviamente non ci fu
alcuna rivoluzione, non si sovvertirono le istituzioni
del Regno Unito. Il cambio della guardia nel palazzo
del potere non dovrebbe essere chiamato “rivoluzione”
quando il partito che assume la guida del paese ha già
governato in un passato abbastanza recente e mantiene
invariati il programma e l’orientamento ideologico, sia
pure con qualche adattamento ai tempi... Non dovrebbe, ma, come dicevo, la parola ha il suo fascino, e perPoliscritture/Storia adesso
tanto “funziona” propagandisticamente più di qualsiasi
termine corrispondente a verità.
Dopo quella della Thatcher ci furono altre due clamorose riconquiste del potere da parte dei conservatori: una
si realizzò grazie al senatore repubblicano Ronald Reagan che diventò presidente degli Stati Uniti nel 1980,
dopo la parentesi democratica di Jimmy Carter; l’altra
fu quella del Partito Repubblicano, sempre degli Stati
Uniti, che nelle elezioni di medio termine del 1994 ottenne la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti
e nel Senato, dopo 40 anni di attesa nella prima e 8 anni
nel secondo. Ambedue le riconquiste furono salutate
come “rivoluzioni”, e poiché sia gli artefici della prima
(che erano i grandi elettori di Reagan), sia gli artefici
della seconda (che erano i “cervelli” del Partito Repubblicano) non volevano più essere chiamati conservatori
bensì neoconservatori, sia all’una che all’altra si applicò
l’etichetta di “Rivoluzione neoconservatrice”. Probabilmente Ronald Reagan si considerava un conservatore
“puro e duro” e non sentiva il bisogno di farsi precedere
da un neo-, però si adeguò.
Ma era appropriato il termine “rivoluzione” per le due
riconquiste? E soprattutto: era giustificato il prefisso
neo- per i conservatori che le realizzarono?
Il termine “rivoluzione” si impose entrambe le volte
perché il Partito Repubblicano e i milioni di cittadini
che condividevano il suo programma credevano di fare
qualcosa di rivoluzionario mettendo al bando - tramite
la politica di un presidente nel primo caso, e del Congresso nel secondo - il sentimento laico della vita, il femminismo, il controllo statale sull’economia, il concetto
ecologico di sopravvivenza, le rivendicazioni imperniate
sull’egualitarismo, e tutto quel complesso di ideologie
e comportamenti sessantotteschi che in qualche modo
aveva “rivoluzionato” (qui il termine è appropriato) la
vita e la visione del mondo di tante persone e aveva influito anche sulle scelte politiche (una fra tutte: la ritirata dal Vietnam).
Normalmente non siamo propensi a chiamare “rivoluzione” fenomeni come l’amplificazione del nazionalismo, dell’individualismo, del fondamentalismo religioso, del tradizionalismo, della discriminazione sessuale e
razziale ecc. Semmai, in questi casi, dovremmo usare il
termine “controrivoluzione”, riconoscendo come rivoluzionari rispetto alla tradizione statunitense il pacifismo
dei “figli dei fiori”, la politica del welfare e l’estensione
dei diritti civili alle minoranze emarginate. Oppure potremmo parlare di “restaurazione”, e questo è il termine
che più si attaglia al ritorno dei conservatori al potere.
Lo chiama restaurazione, infatti, Juan-Ramón Capella
nella sua ricognizione delle fasi caratterizzanti della seconda metà del secolo scorso, anzi, considerando che si è
trattato di un fenomeno con implicazioni internazionali,
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non esita a classificarlo come “Grande Restaurazione”1.
Dunque, non era il caso di scomodare il termine “rivoluzione” per indicare una semplice riconquista del potere e una applicazione dei vecchi metodi di governo, sia
pure con più aggressività, da parte di chi nel frattempo
non aveva rinnovato radicalmente, né tanto meno “rivoluzionato”, il proprio orientamento ideologico-politico.
Ma sia chiaro che la retorica del nominalismo può sempre essere tirata in ballo per giustificare l’uso improprio
di un termine.
Anche del prefisso neo-.
Il termine neoconservative esisteva come neologismo
inerte in qualche dizionario. Chi involontariamente gli
diede una vitalità duratura fu Michael Harrington, che
nel 1973, in un articolo su “Dissent” (rivista liberal di
New York), lo usò per bollare idee e atteggiamenti di
alcuni intellettuali allontanatisi dalla sinistra liberal del
Partito Democratico. Vitalità duratura perché a quei
transfughi il termine piacque e ne fecero la propria divisa. Però di nuovo c’è gente, a detta di Francis Fukuyama, che lo usa come insulto. La paternità del neoconservatism spetta soprattutto a Irving Kristol. Secondo lui,
il neoconservatorismo è la prima variante del conservatorismo che sia pienamente conforme con il “carattere americano” (American grain)2, che è un carattere
fortemente anticomunista, fortemente filocapitalista,
fortemente antistatalista, fortemente tradizionalista e
devoto al culto della proprietà privata, della famiglia e
della patria. Dice questo come se la Vecchia Destra (Old
Right) avesse elaborato, a suo tempo, un conservatorismo conforme al “carattere” dei tedeschi o dei francesi,
o come se in precedenza il carattere degli americani fosse stato debolmente anticomunista, debolmente filocapitalista, debolmente antistatalista ecc. Dice anche che
il neoconservatorismo non è un movimento ma “una
‘persuasione’, che si manifesta di tanto in tanto, ma
in modo discontinuo, e il cui significato profondo viene compreso solo in retrospettiva”. Tradotto in parole
meno alate, il neoconservatorismo americano è una rete
articolatissima di ideologi, accademici, leader sindacali,
opinionisti, lobbysti, dirigenti politici, che si adattano
mimeticamente ai più svariati contesti per diffondere
“una ideologia di destra piuttosto raffinata, gratificante
per le élite e comprensibile per le masse”3. Su questioni
marginali possono essere in contrasto gli uni con gli altri, così come possono essere differenti le elaborazioni
programmatiche dei vari think tank (“serbatoi di pensiero”) a cui fanno capo, ma ciò che conta è che tutti
perseguano gli stessi scopi.
1 Juan-Ramón Capella, La nuova barbarie. La globalizzazione come controrivoluzione conservatrice. Dedalo, Bari, 2008,
p. 151.
2 Irving Kristol, The Neoconservative Persuasion, The Weekly Standard, Volume 008, 25 agosto 2003; trad. it.: Irving
Kristol spiega chi sono i neocon, Il Foglio, 19 agosto 2003;
cfr. Irving Kristol, Neoconservatism: The Autobiography of
an Idea, The Free Press, 1995, trad. it.: Neoconservatorismo:
autobiografia di un’idea, Nuove Idee, Roma, 2005.
3 Mario Proto, I due imperi. Ideologie della guerra tra modello prussiano e neoconservatorismo americano, Lacaita,
Manduria-Bari-Roma, 2005, p. 224.
Poliscritture/Storia adesso
Nella seconda metà degli anni Sessanta, prima ancora
di chiamarsi “neoconservatori”, i transfughi dal Partito
Democratico già elaboravano delle strategie finalizzate
a influire sulla opinione pubblica e sulle decisioni del
governo. Le elaboravano su invito delle organizzazioni che avevano allestito i think tank, e queste erano la
Rockefeller Foundation, la Hoover Institution, la Ford
Foundation, la Heritage Foundation, l’American Enterprise Institute ecc., ossia entità create dalle massime corporation affinché, sotto la copertura di attività culturali
e benefiche, preparassero con la dovuta lungimiranza i
piani per il dominio del mondo da parte della economia
americana, dominio che doveva essere conquistato provocando il crollo della Unione Sovietica e inducendo i
governi dei paesi amici a non porre limiti alla libera circolazione delle merci e dei capitali. Per raggiungere più
in fretta tali obiettivi David Rockefeller fondò nel 1973
la Trilateral Commission, che doveva rendere più stretti
i legami politici ed economici fra i tre blocchi del mondo
occidentale, cioè fra Stati Uniti, Europa e Giappone, con
il fine - stando alla sua storica precisazione - di “sostituire la sovranità dei popoli con una élite mondiale di tecnici e di finanzieri che governi nell’ombra”4 . Il progetto
della futura globalizzazione nacque da lì.
I neocon della prima generazione non erano nati conservatori. Erano stati giovani negli anni Trenta e le loro
simpatie erano andate al New Deal, al sindacalismo
battagliero, in qualche caso alla rivoluzione permanente propugnata da Trotzky, o alle tesi marxiste di un
suo amico, Max Shatchman. Le conversioni dagli ideali superprogressisti al superconservatorismo furono
determinate dalla insoddisfazione per la politica degli
anni Sessanta, giudicata troppo accondiscendente nei
confronti dell’Unione Sovietica, troppo tollerante nei
confronti dei ribellismi pre e post sessantotteschi e inefficiente nel Vietnam. Parallelamente alla conversione
ideologica ci fu la adesione, pur con qualche differenza tra adepto e adepto, alle teorie di tre patriarchi del
liberismo novecentesco: Ludwig von Mises, Friedrich
von Hayek e Milton Friedman. I primi neocon liberatisi
dall’influenza di Max Shatchman passarono sotto quella
di Leo Strauss, un filosofo dell’autoritarismo e dell’elitismo che insegnava nell’università di Chicago e avviava gli allievi più dotati a brillare nei think tank. Furono
gli straussiani e i loro seguaci quelli che insistettero affinché si inasprisse la politica antisovietica. Tra l’altro
affermavano che era necessario sostenere dovunque i
governi di destra, compresi i regimi dittatoriali, perché
erano baluardi sicuri contro il comunismo (ricordiamoci di Pinochet in Cile e di Marcos nelle Filippine).
I neocon “sono un potente partito di intellettuali” scrisse Peter Steinfels nel 19795. Infatti, già allora potevano
contare su centinaia di organizzazioni di simpatizzanti
sparse per tutto il territorio. La prima dimostrazione
della loro potenza fu l’elezione di un presidente come
Ronald Reagan che garantiva l’attuazione di un pro4 Bruno Cardeñosa, El gobierno invisibile. Think tank. Los
hilos que manejan el mundo, Espejo de tinta, Madrid, 2007,
p. 86.
5 Peter Steinfels, I neoconservatori. Gli uomini che hanno
cambiato la politica americana, Rizzoli, Milano, 1982, p. 14.
Pag. 62
gramma preparato dai “cervelli” neocon della Trilateral
Commission, della Hoover Institution, dell’American
Enterprise Institute e della Heritage Foundation, al fine
di contrastare, con il rilancio dei “valori tradizionali”, la
cultura democratica dominante fin dai tempi di Franklin
Delano Roosevelt. Al centro delle “proposte” neocon
c’era una politica estera più aggressiva, il massimo di
libertà per le imprese e campagne di spoliticizzazione
delle masse6. L’amministrazione Reagan (1981-89) attuò una sostanziosa riduzione delle imposte dirette, la
abolizione della progressività fiscale, e applicò il principio dello “Stato minimo”, cioè limitò il controllo statale sull’economia mediante una serie di provvedimenti
che rientravano nella “filosofia” della deregulation lanciata dalla Scuola Economica di Chicago nel 1970 e in
parte avviata da Carter. In conformità con l’esaltazione
dell’individualismo e della libera iniziativa si ridussero i
fondi per il Social Welfare State, ma il disavanzo e il debito pubblico non decrebbero, perché si provvide ad aumentare le spese per gli armamenti fino a cifre record. I
neocon che facevano parte dello staff di Reagan premevano, in conformità con i disegni delle corporation, per
una politica più spregiudicata in difesa degli interessi
degli Stati Uniti. Il rispetto di tali interessi, aldilà della
realpolitik alla Kissinger e di ogni possibile appeasement, doveva essere imposto al resto del mondo anche
con la forza, e gli Stati dovevano essere distinti in “amici” e “nemici”, con l’implicito avvertimento che contro i
nemici ci si doveva sentire permanentemente in guerra.
Inoltre era opportuno che in materia di politica estera
e di armamenti l’esecutivo acquisisse maggiori poteri,
sottraendo potere al Congresso, alle leggi esistenti, e in
generale al “controllo dal basso”. Si applicava, insomma,
con la formula di un “unitary executive”, il Führerprinzip di Carl Schmitt rimodernato da Leo Strauss. Con
l’occasione si rivitalizzarono vecchi miti come quello
dell’“eccezionalismo americano”, della “frontiera”, del
“destino manifesto”, e così il neoconservatorismo, trasformato mediaticamente in “reaganismo”, si affermò
come ideologia di massa (non a caso Reagan fu definito
il “grande comunicatore”).
Il passaggio di consegne dalla prima alla seconda generazione dei neocon si ebbe tra il 1994 e il 1997. Nel
’94 il candidato repubblicano Newton Gingrich presentò agli elettori il famoso “Contratto con l’America”, un
programma politico totalmente liberista che consentì al
Partito Repubblicano di riconquistare la maggioranza
nel Congresso, come detto sopra, e di dichiarare definitivamente attuata la “Rivoluzione neoconservatrice”.
Nel ’95 William Kristol (il figlio di Irving) fondò insieme ad altri e poi diresse “The Weekly Standard” (un
settimanale finanziato da Rupert Murdoch), che fin
dall’inizio entrò baldanzosamente in collisione con tutto ciò che si opponesse alle concezioni neocon. Nel ’97 lo
stesso Kristol, assieme a Wolfowitz, Cheney, Rumsfeld,
Perle e altri, costituì il gruppo del Project for the New
American Century il cui obiettivo era rendere operante
a tutti gli effetti la leadership mondiale degli Stati Uniti. La seconda generazione proclamò che era arrivato il
momento di consolidare il trionfo degli ideali america6 Juan-Ramón Capella, op. cit., p. 169.
Poliscritture/Storia adesso
ni, riconosciuto ormai dal mondo intero dopo il crollo
dell’Unione Sovietica, mediante nuove dimostrazioni di
forza, e in breve tempo riuscì a far accettare dalla maggioranza dei cittadini il rifiuto di ogni ipotesi di pacificazione, dimostrando che non la pace, bensì le guerre
avrebbero garantito la loro sicurezza. Ora che non c’è
più il pericolo di uno scontro frontale con una potenza
dotata di forze pari o quasi pari, non la guerra per reazione, come in passato, ma quella preventiva diventa il
mezzo per tutelare gli interessi degli Stati Uniti. Dovunque si creino i presupposti per un conflitto tra Stati o si
attui all’interno di uno Stato una politica “inaccettabile”,
è dovere del governo degli Stati Uniti intervenire: dovere, non arroganza. Così si espressero, a nome dell’intero
apparato neocon, William Kristol e Robert Kagan. Al
fine di evitare fraintendimenti Michael Ledeen, ex eminenza grigia fluttuante per la Casa Bianca dai tempi di
Reagan agli attuali, condensò il suo pensiero in questa
frase: “The best democracy program ever invented is
the U.S. Army” (“Il miglior programma di democrazia
mai inventato è l’Esercito degli Stati Uniti”).
C’è stato un crescendo nella aggressività dei neocon:
durante la Guerra Fredda avevano dovuto raffreddare
il proprio bellicismo dato che l’orientamento prevalente era favorevole al rispetto delle regole, ma dal crollo
dell’Unione Sovietica in poi non si stancarono mai di
ripetere che bisognava instaurare un “nuovo ordine
mondiale” (espressione coniata dal presidente Bush
Sr.) e bollarono come “paleoconservatori” e “pessimisti di professione” i conservatori liberali che ancora
ritenevano doveroso rispettare le “convenienze” vigenti nell’ambito dei rapporti fra gli Stati. Nuovo ordine
mondiale significa che agli Stati Uniti compete la “responsabilità” di agire militarmente, con o senza il beneplacito dell’ONU, per instaurare regimi formalmente
democratici dovunque sia possibile e debellare gli “Stati
canaglia”. Significa che il multilateralismo, nonostante
abbia garantito per decenni un certo equilibrio internazionale, deve essere relegato fra le strategie obsolete e
che oggi non è “obiettivamente” concepibile altra logica
che quella dell’unilateralismo: perché oggi gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza: the lonely superpower7.
Irving Kristol e compagni sostengono che il neoconservatorismo è un movimento diverso dal vecchio conservatorismo americano, e quindi nuovo, perché basato
sul pragmatismo e non sul liberalismo utopistico caro ai
vecchi conservatori.
Ma le cose stanno davvero così?
La loro azione, in conformità con quanto richiesto dalle
corporation, tendeva a imprimere un indirizzo imperialista più deciso alla politica degli Stati Uniti, dato che
tale imperialismo sarebbe stato la protezione più idonea per il mercato finanziario globale. E bisogna dire
che hanno raggiunto lo scopo, essendosi inseriti nei posti chiave dell’amministrazione ai tempi di Reagan ed
essendo riusciti a mantenervisi durante la presidenza
Clinton. Però bisogna dire anche che sul piano ideologico i neocon non sono stati degli innovatori, non hanno
7 Samuel Huntington, The Lonely Superpower, Foreign Affairs, marzo/aprile 1999.
Pag. 63
“superato” affatto le vecchie correnti del conservatorismo americano.
Vediamo qual era la situazione fino alla seconda metà
degli anni Sessanta, cioè fino al formarsi del primo “serbatoio” di neocon.
Gli storici distinguono fra una Vecchia Destra conservatrice anteriore, e una Vecchia Destra posteriore alla
I Guerra Mondiale. La anteriore era caratterizzata da
un nazionalismo esclusivo, dal culto dell’”eccezionalismo americano”, dal tradizionalismo, dal fondamentalismo religioso, nonché da un orientamento libertarian
(il libertarianismo è il liberalismo classico depurato da
ogni ascendenza razionalista o illuminista e proiettato
verso un antistatalismo estremistico). Dopo la guerra
il conservatorismo diventò l’asse portante del Partito
Repubblicano e poi, dal 1921 fino al 1933, della politica di presidenti come Warren Harding, Calvin Coolidge
e Herbert Hoover. Sui principi base si innestò il mito
dello sviluppo economico indefinito, che la crisi del ’29
provvide a demolire, però i conservatori insistettero
nel loro arroccamento sui postulati del liberismo puro,
quindi nel rifiuto dell’intervento statale nell’economia.
Nel 1943, in piena guerra, fu fondato l’American Enterprise Institute per svolgere un’azione di contrasto
al New Deal e difendere la libertà delle imprese. Nel
1944, Friedrich August von Hayek pubblicò The Road
to Serfdom (trad. it.: La via della schiavitù, Rusconi,
1995) una requisitoria contro marxismo e socialismo e
soprattutto contro la cultura liberal. Del libro si fece un
riassunto che fu pubblicato nel “Reader’s Digest” e se ne
vendettero milioni di copie. Hayek non ammetteva l’intervento statale neanche in una situazione catastrofica
come quella generata dalla crisi del ’29: secondo lui il
ruolo dello Stato deve consistere nel creare le leggi che
agevolino la libera concorrenza, e basta.
Illustri rappresentanti del pensiero conservatore furono Richard Weaver (1910-63), filosofo platoneggiante
campione del tradizionalismo più intransigente, e Russel Kirk (1918-94), anche lui campione del tradizionalismo, oltre che dell’antiegualitarismo e dell’antiprogressismo (come risulta dalla sua opera più famosa: The
Conservative Mind. From Burke to Santayana, 1953),
tanto che sarà considerato il padre del neoconservatorismo culturale. Albert Nock (1870-1945) e Henry Mencken (1880-1956) furono per un trentennio la coppia
libertarian più autorevole degli Stati Uniti, sostenitori
dell’individualismo e dell’antistatalismo anche durante
il New Deal. Grandissima diffusione ed enorme importanza per la divulgazione della visione libertarian del
mondo ebbero negli anni Trenta e Quaranta i romanzi
“filosofici” di Ayn Rand (alias Alyssa Rosenbaum, 190582), nei quali veniva esaltato l’individualismo e il diritto naturale in un’ottica anticomunista, antisocialista,
antistatalista (uno di quei romanzi, We, the Living, del
1936, fu tradotto anche in Italia)8. Più accademico ma
non meno importante per la formazione di intellettuali
8 Il titolo italiano è: Noi vivi, Baldini & Castoldi, Milano, 1938.
Nel 1942 il regista Goffredo Alessandrini ne trasse un film in
due parti intitolato: Noi vivi - Addio Kira, che doveva fungere da supporto alla propaganda antisovietica. Era in corso la
Campagna di Russia.
Poliscritture/Storia adesso
e politici conservatori fu Murray Rothbard (1926-95),
un altro strenuo difensore del diritto di proprietà illimitato, di una economia del libero mercato integralmente
anarchica, di un antistatalismo spinto fino al punto di
accusare lo Stato di “ladrocinio” non solo quando impone tasse, ma anche quando batte moneta e gestisce
la banca centrale: è considerato l’ideologo del moderno
libertarianismo. Non meno significativo fu Robert Taft
(1889-1953), che concorse per la nomination di candidato del Partito Repubblicano nelle primarie del 1940,
del 1948 e del 1952, e che è riconosciuto come il principale ideologo del conservatorismo americano moderno:
propugnava l’antistatalismo, l’individualismo, e la opposizione al welfare e al sindacalismo. Grande importanza
per il pensiero conservatore ebbero le riviste “National
Review” e “Modern Age”, fondate rispettivamente nel
1955 e nel 1957, che contribuirono a preparare le nuove
generazioni di conservatori.
Una roccaforte del conservatorismo anteriore e posteriore alla II Guerra mondiale fu la Hoover Institution on
War, Revolution and Peace, fondata nel 1919 da Herbert
Hoover, il futuro presidente. Si impegnava in una costante propaganda per rivendicare il massimo di libertà
per l’economia e il minimo di potere per lo Stato. Altrettanto faceva la Fondazione Rockefeller che era stata
creata sei anni prima della Hoover, e che si era distinta
per i suoi interventi filantropici come la lotta contro la
tubercolosi, il tifo, la febbre gialla e la malaria (per combattere la malaria fu presente anche in Italia nel periodo
fascista). Nel 1960 Frank Meyer scrisse: “Negli ultimi
anni il pensiero conservatore è cresciuto e si è diffuso in
America più che nell’ultimo secolo”9.
L’anticomunismo dei vecchi conservatori non ammetteva cedimenti e fu bellicoso già prima della II Guerra
Mondiale, ma ancor più dopo, quando esigeva da ogni
presidente che esacerbasse gli scontri con l’Unione Sovietica o vincesse quotidianamente la Guerra fredda. Da
quel tipo di anticomunismo si originò la famigerata caccia alle streghe del senatore repubblicano Joseph McCarty, che tra il 1950 e il 1954 fece della “paura rossa”
lo strumento della persecuzione nei confronti di ogni
essere umano sospetto di filocomunismo. Negli anni
kennedyani il conservatorismo non venne mai meno,
anzi poté vantare nel senatore repubblicano Barry Goldwater il suo grande campione, da molti considerato il
fondatore del conservatorismo moderno. Tanto fondatore non fu, perché non c’era alcun bisogno di rifondare
un sistema di idee già compiutamente stabilizzato, ma
propulsore lo fu senz’altro, nonostante il suo insuccesso
nelle elezioni presidenziali del 1964, quando fu battuto
clamorosamente da un Lyndon Johnson favorito dall’essere stato il vice del martire John Kennedy. Era un liberista estremista, proponeva una drastica limitazione del
welfare, la riduzione delle imposte, la abolizione della
progressività fiscale, la abrogazione delle leggi che consentivano il controllo dello Stato sulla economia: proponeva tutto ciò in nome del diritto naturale di arricchirsi
9 Frank. S. Meyer, Only Four More Years to 1964, National
Review, 3 dicembre 1960, cit. in Giuseppe Mammarella, Liberal e conservatori. L’America da Nixon a Bush, Laterza, Bari,
2004, p. 31.
Pag. 64
o di difendersi da soli dalla povertà e dal bisogno. Era
ovviamente un tradizionalista, esaltatore prima di tutto
dei principi di patria e famiglia, e anticomunista viscerale, così come visceralmente era contro l’estensione dei
diritti civili e contro l’emancipazione delle donne e delle
minoranze di colore. L’Unione Sovietica era il suo incubo, ma lo era anche per tutti i gruppi della Vecchia Destra, i quali sollecitavano costantemente ulteriori sforzi
per accrescere gli armamenti. Logicamente avevano diviso il mondo in Stati “amici” e “nemici”.
In conclusione, tenendo conto di tutti i “contributi” offerti dai vari personaggi alla causa del conservatorismo
prima del 1970, appare chiaro che quanto i neocon teorizzarono e affermarono in seguito non costituisce una
novità né una innovazione, ma solamente un ricalco di
quanto era stato teorizzato e affermato in precedenza.
Pertanto la Nuova Destra neocon altro non è che una
versione aggiornata della Vecchia Destra posteriore alla
I Guerra mondiale, che era già di per sé antistatalista,
antidirigista, antikeynesiana, antiwelfare, antimodernista, antifemminista, tradizionalista, sessuofobica e profondamente fondamentalista per tutto ciò che riguardava la patria, la famiglia e la religione. Insomma, cambiano i nomi ma la sostanza, anche se viene presentata
sotto una nuova forma, rimane pressoché la stessa: ciò
comincia a essere riconosciuto anche da alcuni neocon,
segno che si sentono sicuri nelle posizioni conquistate. I
più coscienziosi già non gradiscono più che li si chiami
neocon.
Dunque il neoconservatorismo non ha elaborato nulla
di nuovo? Non ha nulla di nuovo da esibire nell’ambito
della realtà politica americana?
O. Garbin, L’aquila prigioniera
Sì, qualcosa ha elaborato, che però non ha nulla a che
fare con il concetto di conservazione. Il nuovo che può
esibire è la enunciazione di un presunto diritto degli
Stati Uniti alla guerra preventiva in difesa degli interessi degli Stati Uniti o con lo scopo di prevenire ipotetiche guerre future. Nuova è anche l’enunciazione del
principio secondo il quale gli Stati Uniti devono essere
liberi di agire secondo la propria visione del mondo,
all’occorrenza prescindendo dall’ONU e da qualsiasi
convenzione internazionale, perché sono l’unica superpotenza, e ad essa spetta esercitare l’egemonia. Che è
una “benevolent hegemony”, a detta di William Kristol
e Robert Kagan10.
10 William Kristol, Robert Kagan, Toward a Neo-Reaganite
Foreign Policy, Foreign Affairs, luglio/agosto 1996.
Poliscritture/Storia adesso
Pag. 65
5 Zibaldone
i cantieri aperti della scrittura
Figure dolenti
Galleria di ricordi tra racconto
e riflessione
stò per terra immobile diversi minuti con noi, intimoriti, a cercare di prestargli soccorso. Poi arrivò il padre e
il fratello più grande.
Donato Salzarulo
In seguito seppi che si trattava di crisi epilettica. In seguito, andato via da più di un decennio dal paese, seppi della morte di Michele. Non so se per epilessia o per
qualche sua complicazione. Oggi mi pare che per questa
malattia non si muoia e che il “mal caduco”, come popolarmente si chiamava una volta, è tenuto abbastanza
sotto controllo dai farmaci.
Credo si chiamasse Michele. Aveva un anno o due più di
me. Si era adolescenti.
A Michele ho sempre ripensato, quando ho avuto in
classe alunni epilettici, quando ho acquisito parenti dichiarati sofferenti di questo male, quando un po’ di anni
fa ho letto L’idiota. Dostoevskij soffriva di epilessia e
come lui il principe Myškin, eroe del romanzo.
O. Garbin, Piazza del convento
Stavamo un giorno affacciati sul parapetto di piazza
Convento, quella che, come la siepe leopardiana, apre
allo sguardo l’ultimo orizzonte. Si stava lì a godersi il
pomeriggio di sole appenninico, quasi in silenzio o raccontandosi, come spesso si faceva, donne e sogni. Un
urlo ci colpì. E due secondi dopo vedemmo Michele
crollare per terra e il suo corpo farsi elettrico, tremare, sbattere, sussultare. «Tenetegli la testa, tenetegli la
testa» ingiunse una voce adulta proveniente dalla panchina sotto il tiglio della piazza. «Tenetegli la testa…
Potrebbe farsi male». Ma noi si era paralizzati, terrorizzati. Una manciata di secondi ancora e quel corpo in
preda a se stesso, alla sua crisi si calmò. Il viso pallido,
funereo. All’angolo delle labbra una striscia di bava. Re-
Poliscritture/Zibaldone
La malattia irrompe nella quotidianità, è dentro. Da ragazzi si stava in bande. A scuola terminata, bel tempo o
maltempo, si andava per le strade a sfidarci, a lanciarci sassi, a bussare alle porte, a rovesciare conche d’acqua piovana raccolta dai canali, a giocare al piattello,
a figurine, a salta la cavallina. Tra di noi, ai margini, si
aggirava un mio omonimo. Ben più grande, però. Sui
vent’anni forse. Non frequentava quelli della sua età,
ma non frequentava neanche noi (come avrebbe potuto?). Ciondolava silenzioso, guardando furtivamente,
orecchiando. A volte si allungava sui sedili, su un parapetto di muro, sulle scale di una loggia. Inoperoso come
un buono a nulla. Parlava
spesso da solo. Qualche
volta qualcuno lo mandava
a riempir barili alla fontana. E lo si vedeva trascinare litri d’acqua sulle spalle.
Non era cattivo, ma noi lo
rendevamo tale. Quando
lo vedevamo aggirarsi disadattato tra l’una e l’altra
età, col cranio rasato a zero,
cominciavamo a prenderlo in giro, a chiamarlo col
suo nomignolo, a tirargli
sassi. E lui ci rincorreva, ci
minacciava, ce ne diceva di
tutti i colori. Un po’ paura
di lui ce l’avevamo, un po’
ce la procuravamo. Donato
col suo pantalone di tela e
la giacca scura e sdrucita
faceva da spettro alla nostra fanciullezza. Un giorno non l’abbiamo visto più.
«L’hanno portato ad AverPag. 66
sa, al manicomio.» dicevano concordi le voci del paese.
Quando a Torino, tra il ’67 e il ’68, tra l’occupazione di
Palazzo Campana e il primo esame di pedagogia generale, ho letto alcuni libri di Laing, mi sono chiesto di cosa
soffrisse il mio omonimo. Io diviso? Psicosi? Schizofrenia? Boh. Donato non mi sembrava così pericoloso da
dover essere rinchiuso. Cosa era successo? Cosa aveva
fatto di tanto grave? Boh. Forse avevamo voluto semplicemente togliercelo dall’anima.
A legge Basaglia approvata, col decreto di chiusura dei
manicomi, tornando in vacanza al paese, ho spesso sperato di rincontrare il mio sfortunato omonimo. Nulla.
Una voce un giorno mi disse che aveva dei parenti in
Puglia. Forse stava lì. O forse era morto.
Non posso testimoniare. Non ho visto coi miei occhi.
Il racconto, però, mi è stato fatto da gente fidata: mio
fratello, mia sorella, mia madre, mio padre…Erano lì,
erano in casa. C’erano anche zio Antonio e zia Maria. Lo
facevano spesso, dopo cena. Si raccoglievano intorno al
camino per chiacchierare, spettegolare, litigare. Io avevo altre esigenze ed ero a caccia di sguardi femminili
nella piazza del paese. Tornando a notte fonda, ad occhi
e mani vuote, come quasi sempre accadeva, mia madre
che riordinava: «Figlio mio, non puoi immaginare cosa
è successo stasera!...Tua zia!...La sarta!...Due uomini
non riuscivano a mantenerla. Urlava come una pazza
contro di me. Rossa in faccia. Invasata. Completamente
invasata. Coi capelli che ognuno se ne andava per i fatti
suoi. Ha avuto una crisi.»
La zia sarta era una cugina di mia madre. Sposata a un
calzolaio, non aveva potuto coronare il suo sogno di maternità. Ce l’aveva così con tutte le donne, soprattutto le
parenti, che di figli ne avevano almeno tre e non erano
certo più “intelligenti” di lei. Su questo punto la zia non
transigeva. L’intelligenza ce l’aveva tutta lei e lei poteva fare ben altro che la sarta, se…Insomma, delirava un
po’. E siccome sembra che torni a piovere dove già piove, la zia, oltre alla sfortuna di non avere figli, visse la
tragedia di un unico fratello morto in Germania ancora
giovane e in circostanze tutt’altro che chiare. Il corpo fu
ritrovato in un lago e non si capì se ci finì coi suoi piedi
accidentalmente o intenzionalmente. Si congetturò anche che qualcuno ce l’avesse spinto.
Con la sua morte lasciò una vedova e un figlio. Come
si può immaginare il pargoletto venne risucchiato dalla
zia.
Ecco, la malattia ha questa capacità di risucchiare. Per
questo probabilmente la si teme. Quale fosse la diagnosi
per la zia non so. Quasi certamente quella sera in casa
nostra ebbe una crisi psicotica. Fu ricoverata in una clinica ad Avellino. In quelle camere tornò, mi pare, altre
volte, quando la sofferenza e il dolore dell’esistenza l’avvolgevano in un vortice.
Finché abitava nella piazza del paese, sempre, nel periodo delle vacanze, andavo a salutarla. Di lei, dei suoi
occhi guardinghi e stralunati, del suo passo felpato, della sua figura bassa e fragile, non ho mai avuto paura.
Poliscritture/Zibaldone
L’ho guardata, invece, sempre con attenzione e affetto,
curiosità e gentilezza. Soprattutto dopo l’ingestione di
testi psicanalitici e di “anti-psichiatria” consumatasi a
partire dal movimentato anno torinese.
La zia ora è morta. In famiglia ogni tanto ne parliamo.
È quasi inevitabile quando vediamo il suo unico nipote,
nostro parente, anche lui ormai cinquantenne e orfano ormai di tutti (padre, madre, zia), passeggiare sulla
piazza del paese. Solo, non sposato e ovviamente senza
figli.
Ogni tanto scherzo con mio fratello e mia sorella. «Stiamo attenti – dico – in famiglia abbiamo una bella riserva
di folli, sia sulla linea materna che su quella paterna».
Infatti, oltre alla zia sarta, un’altra cugina di mia madre
è ricorsa di tanto in tanto alle cure degli “psi”. Avevano
lo stesso nome. Ma per il paese era “la rossa”. Inutile
dire che penso al Verga di “rosso malpelo” e che lo stigma se lo portava già nel nomignolo. Poi abitava vicino
al cimitero. Da bambini, quindi, doppia paura. Meno
male che mia madre non era una grande frequentatrice
di tombe e le capitava di portare un lumino sulla lapide di suo padre, morto relativamente giovane, soltanto
in occasione della ricorrenza annuale. Allora ci teneva
e dovevamo andare con lei. Impossibile non fermarsi a
casa della zia. Nel quarto d’ora di conversazione ci tenevamo ben stretti alle sue ginocchia. Del resto era stata
proprio lei a metterci in guardia sull’imprevedibilità dei
comportamenti della cugina. Se devo dire quel che penso, mia madre esagerava. La zia era a mio parere innocua. Indubbiamente segnata. Nubile, forse senza amori.
A disagio nella sua esistenza o nel suo stato sociale. Il
paese poi sapeva essere istituzione totale. Per cui la zia,
avendo avuto la madre fuori di sé per il figlio morto in
Russia e altre tragedie, non poteva non essere anche lei
un po’ fuori di sé. Tra le famiglie si facevano strani ragionamenti sulle eredità delle malattie. Se ti capitava di
appartenere a una “famiglia di pazzi” eri messo piuttosto male. Il pregiudizio funziona sempre. Anche oggi la
pressione contro la legge 180 e la richiesta di tanto in
tanto sbandierata di riapertura dei manicomi si nutre
più di pregiudizi che di argomenti razionalmente fondati. La follia non sta di casa soltanto tra i folli dichiarati
tali. E ve ne sono di diverse specie. Quella delle zie era,
tutto sommato, innocua. Quella di certi capi di stato,
invece, andrebbe forse più denunciata, contenuta, bloccata.
Comunque, questa era la linea materna. Sulla paterna,
c’è la storia di zio Cecco, la birba di famiglia.
Il giorno che doveva sposarsi mia nonna andò a ritirarlo
in una cantina. Se ne era dimenticato. Il matrimonio,
si dice, è la tomba dell’amore e forse mio zio non voleva cascarci. Peccato che non animasse solo sequenze di
questo tipo che oggi potrebbero apparire, per certi versi,
simpatiche. Nel suo corpo germogliavano aggressività
varie, violenze, azioni nocive e insopportabili. Fu meno
fortunato delle zie. Finì in manicomio. Ero ancora bambino quando la sua esistenza si concluse.
Ammetto: la follia piace ai romantici. C’è chi sostiene
Pag. 67
che vada a braccetto con la genialità. Può darsi. Ma
quando una mattina del 1978, varcato il cancello della
scuola in Viale Lombardia, mi vedo venire incontro il
custode allertato: «Attento! – mi dice – in Direzione, c’è
uno che pensa di essere il vero direttore», beh, in questi
casi, un brivido percorre il tuo corpo e non pensi più agli
aforismi, ai giudizi, alle tesi più o meno fondate. Che
faccio? La scuola è tutta in allarme. Dalle aule viene un
mormorio, una finta indifferenza, un tramestio di maestre che provano a tener buoni i bambini e a continuare
la lezione.
Il compagno di viaggio è una persona alta e allampanata. Sedendosi, continua a ripetere quei versi di una
pubblicità dell’epoca, se non sbaglio. Ha in testa un copricapo alla Napoleone e indossa un vestito sbrindellato. Da dove sbuca questo?!...Accidenti a lui! Certe volte
si è egoisti non per partito preso. Semplicemente perché
qualcuno ci fa saltare, con la sua sola presenza, il nostro
piccolo o grande piano. «Ooliooo cuooore!...Si beeevee
con amoooree!»
«Oh, buongiorno! – dico – come va?». L’uomo sulla
quarantina, in giacca e cravatta, installato alla scrivania,
neanche mi sente e continua a dare ordini all’applicato che gli sta di fronte. «Io sono il direttore!...Io!...Non
quel coglione!. Quello è un usurpatore, in combutta col
Provveditore…Questo posto è mio!...E tu stai zitto e obbedisci!..»
Non risponde. Dopo pochi minuti di silenzio e di sguardo mio ben rivolto al suo, si alza e se ne va. Ci rimango
male. Ormai m’ero distratto e incuriosito. Parlare un po’
con lui non mi sarebbe dispiaciuto. Avevo probabilmente commesso qualche errore. Forse lui poteva pensare di
essere Napoleone, io dovevo considerarlo, invece, soltanto una persona.
Come si fa a non obbedire? Così io e Nino, l’applicato,
cerchiamo di conservare la calma, ingiungendoci con gli
occhi il sangue freddo. Presidiamo intanto le porte; che
non gli venga voglia di recarsi nelle aule; che si limiti a
parlare con noi. Proviamo a capire. Ma c’è poco da capire. La canzone è sempre la stessa. Quel posto di direttore è suo e il titolare glielo avrebbe soffiato.
Ascoltare e dialogare con chi sta male e soffre non è facile.
Si va avanti così per una decina di minuti. Poi arrivano
due infermieri. Non appena li vede, li riconosce e si alza.
Non fa resistenza. I due lo chiamano per nome, lo prendono sottobraccio e lo portano via. Successivamente veniamo a sapere che abitava nel palazzone di fronte alla
scuola, che era un emigrato, che viveva solo.
Scherziamo col direttore (io allora facevo il vice): «Usurpatore di posti!...». Racconta di averlo incrociato, in
provveditorato, una sola volta in vita sua. «Ah, quindi,
un legame c’è!...»
Chissà quante volte quell’uomo s’era affacciato al balcone e aveva visto maestre e bambini entrare ed uscire.
Chissà quante volte aveva immaginato di poter essere
altro da quel che era, rimediando, magari, a qualche suo
fallimento. Direttore per un quarto d’ora. Meglio che
niente.
Sessione d’esame autunnale. Mattina presto. Viaggio in
una carrozza per Torino. Me la sono scelta vuota. Ho con
me il pacco di libri. Ci sono capitoli da ripassare, pagine
da tornare a leggere, mappe da ripercorrere, concetti da
fissare. Frenetico ruminare della memoria. Ho lavoro e
famiglia, politica e passioni. Studio negli intervalli. Che
nessuno mi disturbi in carrozza! A nessuno venga in
mente di rivolgermi domande o di accendere frammenti
di conversazione! Il mio capo calato sulle pagine aperte
sarebbe di per sé un segno di chiusura, di barriera. Così
rannicchiato sul sedile e concentrato, sento una voce altissima provenire dal corridoio: «Ooliooo cuooore!...Si
beeevee con amoooree!».
La voce, mio Dio!, si avvicina. Entra, è finita!, nella carrozza.
Poliscritture/Zibaldone
«Come è andata la battaglia?», gli domando, «Quanti
soldati sono morti?»
Altre figure potrei “sistemare” in questa galleria. Conosciute personalmente o raccontatemi da altri: dalla mia
alunna, in prima media, affetta da autismo alla madre
depressa di un collega, dall’amico che in una crisi psicotica andò in giro nudo vicino alla Croce alla maniaca che raccoglieva carte per le strade fino a rimanerne
sommersa. I vigili dovettero svuotarle l’unica stanza in
cui abitava, un sottano, per il rischio elevato d’incendio.
Poteva restarne bruciata.
Giorni fa ho chiesto ad un amico poeta se avesse un contributo da proporre per questo numero di POLISCRITTURE sul “disagio”. Mi ha riposto, mica tanto scherzando, che, se volevo, poteva mandarmi la sua foto.
Ecco, nella galleria, potrei mettere, oltre alla sua, anche
la mia foto. Non solo per l’album di famiglia al quale
ho accennato. Ma perché tutti soffriamo di malinconia
e stati momentaneamente depressivi. Come evitare la
morte di un nostro caro o di una nostra cara? Come non
pensare alla nostra? Tutti manifestiamo manie, ingorghi psichici, indifferenze, invidie, rancori, nevrosi, stati
schizoidi, paranoici, psicotici. Vorrei non aver nulla a
che fare con Olindo e Rosa, i due rei quasi confessi di
Erba. Giuridicamente non ho nessuna responsabilità
per quanto è successo. Non c’ero neanche! Se televisione e stampa non mi tempestassero con le loro immagini
fredde e assenti, non saprei nulla della loro esistenza.
E, tuttavia, posso credere che il “funzionamento mentale” (cognitivo, affettivo, emotivo, neuronale ) di un folle
e/o di un assassino sia così diverso dal mio? Se lo è, in
cosa lo è? Dove, in quale punto, in quale momento, ogni
storia si ramifica e singolarizza ed ognuno diventa un
“caso” a sé? Perché Abele e perché Caino?...
Domande da milioni di dollari si dirà. Argomenti inesauribili, buoni ad impegnare decine e decine di esistenze.
Centinaia, migliaia. Però, noi siamo fatti così. Cerchiamo il senso. Non ci basta essere presenti in questo monPag. 68
do, respirare, percepire, nutrirsi, lavorare, riprodursi.
Vogliamo chiarirci e spiegarci, afferrare e comprendere.
Siamo affamati di significati. Vogliamo capire ciò che ci
accomuna e ciò che ci divide, ciò che ci rende simili e ciò
che ci differenzia.
In fondo, anche un assassino ha una testa (magari,
non ben fatta come la vorrebbe Morin), un cuore e uno
sguardo (magari, di ghiaccio), una doppia circolazione
sanguigna, un funzionamento digestivo, metabolico e
neuronale. Anche un assassino vede, sente, percepisce,
parla, immagina, sogna, pensa. Vorremmo che fosse
mostro, omuncolo o ciclope proveniente da un mondo
totalmente altro. Belva, ad esempio, o marziano non di
Marte. L’estraneità spaventa e, nello stesso tempo, rassicura. In fondo non siamo degli Hitler, non siamo impiegati anonimi e banali della fabbrica dello sterminio.
Sì, forse sì. Per certi versi, sì. Non lo siamo. Non possiamo dimenticare, però, che folli, assassini, aguzzini, sterminatori sono impastati con la stessa farina degli Abeli,
appartengono alla stessa specie di homo sapiens e/o
insipiens. Questo, per la biologia almeno, per le neuroscienze. La biologia molecolare ci rende astrattamente
uguali, la storia concretamente ci divide, differenzia, distingue. L’un contro l’altro armati.
Due anni fa, a fine marzo, visito il museo di Art Brut di
Losanna. Il suo teorizzatore è Jean Dubuffet, artista e
collezionista francese. Nell’anno torinese tra le mani mi
era capitato un suo libretto, «Asfissiante cultura». Ma
allora per me la cultura non era asfissiante e non ne ricavai granché. Ecco un altro pregiudizio: gli studenti del
’68 non erano contro la cultura. Erano contro l’autoritarismo e la cultura delle classi dominanti. Erano contro
la maschera della “neutralità”.
A Losanna riscopro Jean Dubuffet e la sua voglia di libertà e sovversione dei valori filosofici ed estetici dominanti. La cultura si fa asfissiante quando paralizza l’immenso patrimonio di creatività e intelligenza presente
in ognuno di noi, quando blocca la forza dell’esistenza,
la sua irriducibile base istintuale e “selvatica”. Il bisogno di espressione è incomprimibile. E, quando viene
compresso, la malattia può dilagare meglio. I tantissimi
normali, per lo più, soffrono d’impotenza creativa.
Quante persone, dopo aver trascorso anni ed anni sui
banchi di scuola, non prendono più in mano una penna,
una matita, un libro? Quante persone si fanno prendere
dal panico se devono scrivere un bigliettino d’auguri?
A Losanna vado con un gruppo di studentesse e alcuni
docenti dell’Accademia di Brera. Accompagno Lucia, la
seconda figlia. Ha finalmente deciso l’argomento della sua tesi. Si concentrerà sulla vita e sulle opere di un
artista “irregolare”, uno di quelli che Dubuffet amava:
Aloïse Corbaz. Ha visto alcune sue tavole nel catalogo
«Figure dell’anima. Arte irregolare in Europa» e ne è
rimasta affascinata. È anche intenerita dalla storia
d’amore di questa donna. Nata a Losanna nel 1886, a
27 anni, dopo essere stata costretta dalla sorella primogenita a rompere la sua relazione con un prete spretato,
si trasferisce come istitutrice in Germania, nel castello
Poliscritture/Zibaldone
di Potsdam. Qui investe affettivamente, come si direbbe
oggi, niente meno che sul principe Guglielmo II. Sogno
d’amore fiabesco, ardente e impossibile.
Quando per lo scoppio della prima guerra mondiale,
torna a Losanna e vede il suo sogno crollare, comincia a dare segni di squilibrio, ad assumere comportamenti strani, a fare dichiarazioni visionarie e deliranti.
Sostiene, ad esempio, di essere stata messa incinta da
Cristo; va gridando per le strade che le stanno rubando
il fidanzato. In breve, finisce in manicomio a trentadue
anni e vi rimane fino alla morte. Tra quelle mura lotta
per esprimersi. Comincia a disegnare, raccogliendo furtivamente carte tra le immondizie da scarabocchiare nel
gabinetto, scrive pagine di una sua cosmogonia e attraverso un processo di proiezione permanente, sostituisce
il mondo antico di un tempo che la nega con il suo universo immaginario, molto complesso e strutturato. Da
vittima si trasforma in creatrice.
Nel 1941, la dottoressa Jacqueline Porret-Forel va ad
incontrarla nella saletta di stiratura del manicomio, diventata suo feudo. Ne rimane affascinata. Comincia a
portarle regolarmente carta e matite colorate. L’ascolta,
comprende la sua attività, raccoglie i frammenti della
sua storia, ne parla e scrive.
Per compilare la sua tesi, Lucia non può non studiare gli
scritti di questa dottoressa. Uno per tutti, la monografia
«Aloïse et le théâtre de l’univers» pubblicata dall’Edizione d’Arte Skira di Ginevra.
Ma la figlia non conosce il francese. Dovrò tradurre per
lei. Ecco, tra l’altro, perché sono a Losanna.
«Dai, papà, perché non dici che questi argomenti piacciono anche a te!...». Edipismi? Probabile.
Fatto sta che da oltre due anni finisco col leggere storie di matti diventati artisti e storie di artisti diventati
matti.
Buon ultimo, Adolf Wölfli.
Pochi mesi fa è stato tradotto in italiano il libro di Walter Morgenthaler del 1921 centrato sulla opera di questo artista che non sapeva di esser tale. Acquistandolo
(titolo:«Arte e follia in Adolf Wölfli», ALET, 2007),
guardo a lungo, nel retro di copertina, la sua foto. La
mano destra è alzata, con l’indice rivolto verso un suo
quadro. Ha in testa un basco nero, i pantaloni tenuti su
con le bretelle, rigirati fino al ginocchio. Una camicia
senza colletto, bianca, a mezze maniche e dei calzettoni
da contadino, di lana ruvida, ripiegati sulla caviglia. È
ritratto nella cella in cui si trovava nel 1920. In primo
piano, nell’angolo a sinistra dell’osservatore, la pila dei
suoi quaderni. Totale: 25.000 pagine scritte fittamente,
contenenti la sua autobiografia. Sulla colonna di fascicoli, in inchiostro rosso granato, il grafico ha sovrapposto un giudizio di André Breton: “L’opera di Wölfli è
una delle tre o quattro più importanti del Novecento.” È
possibile farsene un’idea guardando le 25 tavole poste
al centro del libro.
In appendice, la cartella clinica: «Ospedale psichiatrico
Pag. 69
di Waldau. Numero di ricovero: 4224 D 3. NOME: Wölfli Adolf. Data di nascita: 29.02.64 [1864, ovviamente].
Stato civile: celibe. Professione: contadino. Paese di origine: Schangnau. Residenza: Berna. Domicilio: Carcere
giudiziario, Bühlstr. 27, Berna. Indirizzo dei familiari:
Ufficio del Giudice istruttore II, Berna Marzo 1922. Nipote: Rudolf Wölfli, fochista, Bellevue Palace, Berna.
DIAGNOSI PROVVISORIA: Caso in fase di analisi. DIAGNOSI DEFINITIVA: Dementia paranoides. Ricovero:
3 giugno 1895. Dimissione: 6 novembre 1930», giorno
della sua morte.
Oltre alle 25.000 pagine dell’autobiografia, l’opera ciclopica di Sant’Adolf, come ad un certo punto comincia
a firmarsi, comprende qualcosa come 1500 illustrazioni
e 1560 collage.
Racconto ad un’amica di Wölfli finito in manicomio, in
totale isolamento, anche per alcuni suoi tentativi, non
riusciti, di pedofilia: «Non parlarne – mi fa – non parlarne.»
Il conformismo sociale è una cappa di piombo che avvolge ognuno di noi, è lo smog delle nostre anime. Quante
volte, girando per le classi, inibisco manifestazioni d’affetto nei confronti dei bambini per paura che possano
essere equivocate o male interpretate?
Sono, come dubitarne?, dalla parte delle vittime non dei
pedofili, delle stuprate non degli stupratori, degli oppressi non di chi opprime, degli assassinati non degli
assassini. E, tuttavia, perché non abituarsi a valutazioni
differenziate, a giudizi articolati? In fondo una persona
non si esaurisce in un atto, in una scelta, buona o cattiva
che sia. Una volta con termine forte, teologico, si diceva
“redenzione”. In giurisprudenza mi pare si dica “ravvedimento”. L’importante è non schiacciare noi stessi e i
nostri simili in un’identità-prigione, in una modalità di
presenza che ci sottrae qualsiasi altra possibilità. Spesso
ci imprigioniamo da soli e gli altri non fanno che rafforzare le sbarre invisibili edificate col nostro stesso contributo. Nella lista dei tuoi nemici, metti il tuo nome,
recita, all’incirca, un verso di Fortini.
Ogni tanto mi capita sotto gli occhi la cartella clinica di
mia madre. Era una cardiopatica. Avevo quattro anni
quando ebbe il primo scompenso. Lei ne aveva trenta.
Mi ricordo bambino confuso e scombussolato dall’andirivieni di parenti e vicini di casa che si affollavano al suo
capezzale. Mi tenevo stretto all’inferriata di un balcone
con dei vasi di piante grasse pungenti, piangevo spaventato e chiedevo: «Cosa avete fatto a mamma mia!...
Cosa avete fatto!...».Un medico le praticò un salasso,
per fortuna superò la crisi, e il ricordo sbiadì.
Avevo, però, ventitrè anni quando ebbe il secondo scompenso. Ricoverata d’urgenza, fu ripresa per un soffio. In
una pausa, con gli occhi appena aperti e temendo forse
di doversi congedare per sempre, chiese: «Ho fatto tutto
quello che dovevo fare?...Mi sono comportata bene con
voi?...Sono stata una brava madre?...». La rassicurammo. «Sei stata e sei bravissima!...Devi stare ancora qui
con noi. ». Riconoscimento. Bisogno d’amore. Emozioni, affetti, pensieri che s’accendono quasi certamente
con neuroni e sinapsi ma che hanno senso e significano qualcosa soltanto “tra”: nelle relazioni “tra” madre,
padre e figli, “tra” amici e amiche, “tra” persone. In un
luogo e in un tempo, in una comunità, in una società. In
breve, in un mondo.
G. De Vincenti, Il matto di Maduria
“Tra” è anche tra sé e sé, tra lo spazio interiore, una
sorta di teatro che giorno dopo giorno ci cresce dentrofuori, e il campo di relazioni fuori-dentro che manteniamo aperte, facciamo stagnare o chiudiamo. Chissà poi
se chiudiamo davvero! Quante relazioni ci rimangono
dentro in una specie di vita fantasmatica, spettrale. Relazioni fatte d’incontri visibili, con persone in carne e
ossa (e non solo con esse), nutrite di parole, pensieri,
fantasie, emozioni, immaginazioni, progetti più o meno
realizzabili. Storie di vite interiori e di esistenze sociali.
Probabilmente essere presenti a se stesso non significa nient’altro che porsi il proprio sé davanti e chiedersi
quali possibilità si hanno. Questo vuol dire forse trascendersi, oltrepassarsi. Ci sono momenti, situazioni,
eventi che possono mettere in crisi questa presenza di
noi a noi stessi. Quando non si vede via d’uscita, quando
ci si sente in trappola, quando ci crescono dentro vortici, spirali incontrollati, voci invadenti che non si riescono a tenere a bada.
Poliscritture/Zibaldone
Uscire fuori di sé è necessario. Se ho capito qualcosa,
sono le modalità di uscita che possono diventare incontrollabili. O forse bisognerebbe dichiarare il proprio
scacco fin dall’inizio. Il re è nudo, l’Io è nudo. Non è padrone in casa propria. Abbandonarsi con la propria zattera corporea agli eventi - che rappresentano il modo
ora lieto ora minaccioso, ora prevedibile ora imprevedibile, attraverso cui il mondo si apre a ciascuno di noi
Pag. 70
- e guidare-lasciarsi guidare tra derive momentanee e
momentanei approdi. Tenere tra le mani il filo della
propria esistenza è un lavorio quotidiano. “Mestiere di
vivere” diceva Pavese.
Era proverbiale. Se una donna, giovane o vecchia, mostrava un comportamento un po’ strambo: «E che sei
diventata Maria la pazza?!...», si sentiva apostrofare.
Abitava in una via per la Valle. La porta sempre aperta.
Dovendo passare vicino, in quel punto, si diventava silenziosi e guardinghi, si buttava sospettosi l’occhio dentro, si valutava il pericolo.
Maria vestiva, dicevano le voci, da zingara: gonne larghe e vivacemente colorate, camicie bianche e sbuffanti,
grembiali frasche e foglie, fazzoletto in testa smeraldo,
annodato sulla nuca. Questo, in un paese in cui prevaleva il nero delle vedove o il blu carbonella delle donne
con mariti e figli. Se non era blu, era grigio o avana. In
certe occasioni verde scuro. «Dove te ne vai così sfarzosa?!...». Lo sfarzo che le donne si rimproveravano poteva essere rappresentato da un vestito turchese o verde
chiaro. Saranno pure stati anni di boom economico, ma
i colori del nostro mondo erano freddi, scuri. Senza dire
dei tanti papà, a volte con intere famiglie, costretti ad
emigrare.
Maria la pazza era imprevedibile, vociante, sbalestrata.
Se la si vedeva arrivare alla fontana, col suo barile da
riempire in perfetto equilibrio sul capo, le donne preferivano darle la precedenza. Per quanto possibile, la
scansavano. La temevano persino gli uomini. Con qualcuno venne alle mani e portò per giorni il volto pieno di
graffi.
Aveva figli, e noi non si voleva essere nei loro panni;
marito, e questo ci importava di meno. Anche se, ogni
tanto, lo si immaginava, poveretto!, costretto a tacere
e sopportare. Lui che andava quasi quotidianamente in
campagna.
Non ricordo se la situazione precipitò con la luce o col
buio. Le voci dissero che minacciò con l’accetta marito
e figli. O non minacciò soltanto. Addirittura provò ad
affondarla nel corpo dei malcapitati.
Raccontarono pure che se la portarono i carabinieri, a
fatica. Finì dove in quegli anni finivano tutti gli strambi,
i disadattati, i fuori di giro, i violenti.
Di Maria non ho saputo più niente. Nessuno ha raccolto
la sua storia.
Poliscritture/Zibaldone
Pag. 71
Nannìne. Reliquario materno
Ennio Abate
Figlie, hai raggione.
Nì ncoppa spiaggia
vicin’o mare,
nì dint’o giardine
chine r’ombre addurose
e soreme Assuntine;
e manche dint’a stanze e liette
cue mobile e mogane,
ca me facette frateme Vicienze
o falegname,
me putive purtà
a murì.
O munne e ‘na vote
nun ‘ngera chiù;
e o cirvielle mie perse
nu vereve
cae palazze re ricche
s’erene mangiate
e spiaggie,
e geranie russe
ro giardine
erene bruciati
e re ccose e casa noste
parient’e mariuole,
accuncianne e arraffane,
s’erene regniute e borse.
Sule dint’a chella
pianura mai viste,
addo te n’ire fuiute,
dint’a ‘na città manicomie,
fatte ra fatiche e chill’e
ca po’ ngi finiscene chiuse,
miezz’a chilli muri
e nebbie,
me putive purtà.
E ie là
te puteve lascià
sule st’ombra mia,
ca mò cresce
e mò se fa piccirella;
ma te vene arrete
t’e chiama
e t’e rice:
a vite ca te riett’e
puortale pe vvie
chiù chiene e sole,
ma nun te scurdà
l’ombre,
l’ombre ra morte mie.
Poliscritture/Zibaldone
Figlio, hai ragione. / Né sulla spiaggia / vicino al mare, /
né nel giardino / pieno d’ombre odorose / di mia sorella
Assunta; / e neppure nella stanza da letto / coi mobili
di mogano, / che mi costruì mio fratello Vincenzo / il
falegname, / potevi portarmi / a morire.
Il mondo di una volta / non c’era più; / e la mia mente
persa / non s’accorgeva / che i palazzi dei ricchi / avevano invaso / le spiagge, / [che] i rossi gerani / del giardino /erano bruciati / e [che] delle cose di casa / parenti
avidi / riordinando e arraffando / s’erano riempite le
borse.
Soltanto in quella / pianura sconosciuta, /dove eri fuggito, / in mezzo a una città manicomio, / costruita con
la fatica di quelli / che poi ci finiscono prigionieri, / in
mezzo a quei muri di nebbie, / potevi portarmi.
E io là / potevo lasciarti soltanto questa mia ombra / che
ora s’espande / ed ora diventa minima; / ma ti segue /
ti chiama / e ti dice: / la vita che ti ho dato / portala
per vie più soleggiate, / ma non dimenticare / l’ombra,
/ l’ombra della mia morte.
Pag. 72
“Ma chi è quel
signore che mi sta
sempre attorno?”
Ornella Garbin
Mia madre era “una ragazza degli anni Quaranta”, gli
anni della guerra. Angela era romantica o le piaceva
crederlo, alla fine della sua vita ha confessato di essere
una pessimista, era vissuta facendoci credere il contrario, a nostro beneficio. È morta in casa, curata da noi
familiari con tutta la tenerezza e la pazienza di cui siamo stati capaci, ma ogni tanto mi accuso di non esserlo
stata abbastanza, paziente. Nel rapporto già complesso
come quello fra madre e figlia, la malattia mentale (Alzheimer) senza una preparazione adeguata, può essere
un elemento devastante. Tutto viene buttato all’aria, i
sentimenti, la propria e l’altrui nozione d’essere, tutto
ciò che si pensava di conoscere diventa caos e la fatica maggiore sta nel dover riordinare in continuazione
questo caos.
La malattia aveva in mia madre radici più lontane, ma
vivendo con mio padre in un paese in collina, in un piccolo mondo conosciuto, la progressione era stata lenta
e accettabile. Nel momento in cui le loro condizioni di
vita erano diventate inaccettabili, soprattutto per l’alimentazione e l’igiene, ho dovuto prendere la decisione
di farli tornare nella loro casa di città, vicino a me, che
avevo la possibilità di aiutarli.( Fra l’altro anche mio padre era malato, del morbo di Parkinson).
Continuo a dirmi che non c’erano altre soluzioni, le ave-
vo vagliate tutte, ma questo trasferimento ha accelerato
il deterioramento cognitivo di mia madre. Il cambiamento di ambiente, di abitudini, aumenta il senso di
estraniamento proprio di questa malattia. La mancanza
di memoria progredisce ampliando inesorabilmente il
suo raggio. Ho avuto mia madre sotto gli occhi tutti i
giorni e l’osservavo molto, capivo che dovevo imparare
molte cose per poter affrontare le sue aggressività, (per
fortuna solo verbali) e il suo spaesamento. La cosa più
difficile era il dover sostituire la sua attività di casalinga, prima io da sola e poi con una badante, senza farla
sentire inutile.
La sua lotta quotidiana cosciente era con la perdita di
memoria , inizialmente si aiutava scrivendo tutto,( amava scrivere, da ragazza racconti per riviste femminili,
poi molte poesie), ho appena ritrovato grazie ad un trasloco diversi suoi quaderni e notes pieni di annotazioni
giornaliere, su di una copertina c’è scritto: “Da conservare” e “Messaggio di tenerezza”e dentro, ad esempio:
”Sono stata in Ospedale a Melzo per 16 giorni…il viaggio
di andata mi è costato 115.000…sono tornata con Marcello, Edmondo, Ornella.- Regalato a Pia fiori di seta e
saponetta fatta con petali di Fiori.- Regalato poesie a
Clementino.- Lauretta Masiero avuto un figlio da Gionni Dorelli.- Oggi 9 dicembre sono caduta in piazza davanti alla Patarini per la retromarcia di una macchina.
Sembrava una cosa da poco invece ho dovuto chiamare
il medico e ora ho molto male speriamo che vada tutto
bene..” e più avanti:” ore 10 Il Signore della macchina
mi ha Soccorso con gentilezza ma mi sembrava di non
avere tanto dolore. Ora invece ho dovuto chiamare il
Medico. A Federica ho regalato il libretto delle mie Poesie. Tutte le poesie sono nel terzo cassetto del comò.Bacia una bimba buona e una bimba vivace…ma non
ritorna l’uomo dalla Fornace. Bacia una testa bionda e
una testa nera ma non ritorna l’uomo della ferriera “ e
così via, tutte le pagine sono piene della sua scrittura
che pian piano andava perdendo forma , e l’insieme visualizza bene il suo stato mentale. Poi perse anche la
capacità di scrivere, ripeteva ossessivamente tutto ciò
che per lei era importante non dimenticare, ad esempio
il nome dei suoi figli.
Perfino sui rumori c’era la perdita di conoscenza,se non
vedeva l’oggetto che li produceva, anche quelli più comuni, come il motore di una macchina per strada.
Poi si dimenticò il nome di mio padre, e alla fine che
era suo marito …ma questo fatto drammatico riuscì
perfino a farci sorridere: “Ma chi è quel signore che mi
sta sempre attorno ?” –detto con una punta di malizia
femminile- “Ma è tuo marito, mamma…”- rispose: “Così
vecchio…?! “
I sui racconti, i suoi ricordi, già da tempo simili a delle
registrazioni, poco a poco cominciarono a cambiare…
cambiavano i personaggi, si confondevano i ruoli.
Ricordi dolorosi, come la morte di un giovane nipote,
si trasformavano in racconti fantastici, o così grotteschi
da risultare comici.
Un altro aspetto curioso della malattia, il più piacevole,
è stato per mia madre lo sblocco della voce, amava mol-
Poliscritture/Zibaldone
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to la musica e anche cantare, ma era stata da sempre
considerata stonata, negli ultimi mesi invece aveva cominciato a cantare a voce chiara e ferma le canzoni della
sua giovinezza ed infanzia, si ricordava perfino quelle
dell’asilo…. ne fu veramente felice.
Era una persona molto ordinata,per lei il senso dell’ordine, che appartiene alla sfera psichica, era diventato
maniacale, come per contrastare il disordine mentale.
Tutto doveva essere in fila, meglio se in numero pari e
simmetrico. Richiedeva anche un ordine uditivo, una
voce alla volta e non alta.
Quando ho scritto per la prima volta un articolo, per
una rivista medica, sulla sua malattia, mia madre era
ancora viva, ora dopo sette anni dalla sua scomparsa,
i contorni dell’esperienza sono cambiati, più sfumati,
forse meno idealistici; allora la ringraziavo dell’esperienza di vita che mi offriva…poi però c’è stato l’ultimo
terribile mese con il problema della piaga da decubito e
la perdita della capacità, della sua straordinaria capacità di comunicazione, ma a dire il vero anche con la
perdita del linguaggio, anche con lo scollegamento del
linguaggio con la realtà, ci sono stati pochi ma importanti, preziosi momenti di comunicazione senza parole.
Non posso provarlo con descrizioni esatte, ma sia io che
mio fratello,e anche mio padre, abbiamo avuto dei momenti con lei di vero contatto, non siamo credenti, ma la
parola più esatta forse è “fra anima e anima”.
In ogni caso come scrivevo nel vecchio articolo, si trattava per me di ascolto con il cuore, credo di averlo imparato con lei e poi con mio padre, vissuto ancora cinque
anni dopo di lei, gli ultimi due immobile in un letto ,
anche lui senza più parole.
Balletto
Mario Fresa
Voglio dire che mi picchiano, i miei genitori, tutti e due,
proprio adesso, me l’hanno dato: proprio uno schiaffo,
qui. Ci sono stati i testimoni gli scheletri degli alberi,
anche il fogliame, l’albergatore ha vinto la scommessa i
gesti sembrano incredibili il caffè si raffredda.
Voglio dire che mi hanno picchiato, proprio qui. Dunque io, come avrete capito, ho soltanto risposto. Ho dovuto difendermi.
Infatti: mio fratello abbandonò il ferito sulla spiaggia
io non ho visto niente; la voce del microfono era uscita distorta e così per risposta allegramente gli lanciai la
moneta e mi pentii subito, appena, cioè, la vidi ricadere
sulle mani del suo amico; tra poco, dicevo, sarò io, davvero, a dover chiedere l’elemosina (e giù un altro schiaffo, ancora).
Sai tagliare la mela? Mi dice l’infermiera e se la ride,
come gli altri.
Quando sono venuto la prima volta nel manicomio, il
medico più giovane era così bravo ed era proprio così
bravo che ho avuto voglia di abbracciarlo ( «Ma un po’ !
Ma un po’ di contegno, su!»).
Invece la prima volta (mia madre: devi infilarti presto
i pantaloni) sono scappato; però è stata la prima volta
che ho visto il mio paese dall’alto con le luci che tremano ecco il negozio le torri dei conquistatori la battaglia
partita per la guerra il tè con poco zucchero ti prego.
Mi carezzano a gara, tutti. Non è mica un brutto posto
sa niente nessuno amiamoci.
Ho mostrato al primario che mi fa male qui: il mio
ventre è diventato (e lui sorride, sfido io!) come una
polpa grande. Però nessuno mi risponde: è che i matti
non li vuole nessuno, mi dice sorridente: carezzandomi,
caro; la voce rotta, inquieta.
Mi chiedono sempre di ricostruire, di spiegare: ma la
vicenda, reclusa qui, proprio dentro, poi tormentando si
restringe si fa come una mosca immensa, vieni.
I racconti pigolano ancora, velocissimi, attraverso le
corsìe; e poi l’affanno, l’abbracciarsi (tutti infelici, allora?); e il caldo amore interessato delle orazioni pronunciate, sudando, sottovoce.
Poliscritture/Zibaldone
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Perché mi avete impedito quel salutare volo?
Ma questo gelo: e questo ansioso muoversi «devi calmarti un poco».
Pensavo di scamparla, di porre fine a questi anni innumerevoli qual è la forza che ci spinge a uscire, a colpire?
Anche scendere dal letto è un incredibile sfida agli eventi: e noi, loro, nel fumare lamentoso delle notizie che già
vibrano «ce la farà»;
Qualche volta, la mattina, ci scortano severi uomini in
divisa, aprendo le celle con violenza; la nuova compagna osserva la scena con attenzione, girando il latte che
bolle: grida che si raffredda, tu ci rimarrai due anni.
Ci hanno trattato bene: gli altri pazienti, e anch’io, noi
siamo stati bravi, nessuno ha pianto. Lanciamo insieme
la moneta nell’acqua niente da fare hai perso; ancora un
po’ noi ci tocchiamo.
Allora gli infermieri mi accompagnano immersi nella
luce bassissima: così lo sguardo cade ovunque, ansiosamente osserva le grandi stanze i rettangoli fitti le austere proporzioni; Caronte alita, esperto, qualche parola
strana al suo collega e così osservo da lontano la campagna notturna mentre spazzano violentemente agiscono
insensibili raccattano batuffoli gettati con malagrazia le
macchie scure sorridono sul pavimento largo; veloci poi
traghettano i corpi sospirosi sulle grigie barelle seminuove.
Ma voi sapete, amici, che il sonno non mi aiuta; e voi,
parenti amati, lasciate pure i vostri cari bimbi qui; ve
li farò trovare teneramente scuoiati e appesi ai rami di
questa dolceverde pineta: parola d’onore qua la mano.
O. Garbin, Collage
Il medico inietta frasi di conforto e voi, fintifelici: «a domani»; e queste parole saranno cancellate, dimenticate
presto; o finiranno in miele appiccicoso o in un terribile
segreto.
Poliscritture/Zibaldone
Colomba
Claudia Iandolo
Colomba, che aveva visto il diavolo, non sarebbe mai
potuta ingrassare. Perciò se ne andava in giro vestita
di nero, per una serie di lutti sempre più stretti che si
erano stratificati negli ultimi trenta, trentacinque anni,
con i panni che si gonfiavano, anche quando non c’era
vento, e che sembravano trasportarla. Ma come non era
riuscita a mettere carne su quel corpo fermo all’inizio
dell’adolescenza, così non aveva più saputo sedersi. Poteva sdraiarsi e dormire, per poche, pochissime ore la
notte, ma sedersi no. Colomba restava in piedi, pronta
ad andare, per giri misteriosi, qualunque cosa c’era da
dire o da sentire. Che avesse visto il diavolo era chiaro, e infatti chi lo vede resta così, un po’ sbandato, con
un’ansia di corpo e di anima, un soffio inquieto in più
che non spengono né il matrimonio né i figli. Dicevano
senza malizia Chi? Ah, Colomba! E qualcuno aggiungeva come a suggellare, Quella che ha visto il diavolo.
A quei tempi, quando Colomba era bambina, ed era da
poco passata la grande guerra, certe cose succedevano
ancora. Al lavatoio coperto, per esempio, il fantasma di
una donna piangeva e si lamentava che era uno strazio,
perché mentre lavava si era distratta e il figlio, figlio bastardo, di prete, era caduto in acqua ed era annegato neanche il tempo di rendersi conto. Ora, la madre lo cercava ogni notte, ma avrebbe preso chiunque al suo posto,
qualunque ragazzino dopo il tramonto si fosse trovata
di fronte. Oppure giù, al muraglione, dove tra i cespugli
incolti e i fiori di sant’Antonio le serpi facevano l’amore,
ce n’era un’altra, con una mano lunghissima, che nessuno ricordava più perché e quando avesse cominciato
ad afferrare gente e a farla precipitare sul vecchio deposito di legname. Anche il ragazzino delle biglie, quello
fantastico, che vinceva sempre, e avrebbe vinto tutte le
biglie del mondo se fosse vissuto, era caduto un giorno senza vento, mentre forse guardava, chissà, anche
lui, due vipere che facevano l’amore. Colomba sapeva
come comportarsi ai crocicchi, cosa dire, velocemente,
passando davanti al lavatoio e cosa fare lungo il muraglione. Sapeva molte altre cose, e molte ne faceva, per
precauzione, prima di scendere dal letto e di chiudere
gli occhi la sera, davanti al fuoco se fosse rimasta sola
e la lingua di fiamme si fosse allungata all’improvviso
in una contorsione poco naturale che era, anche questa, segno del maligno, di fronte ad un mal di testa o
ad un mal di pancia senza spiegazione, se un’ombra le
avesse attraversato la strada, eppure il diavolo lo vide
così, in pieno giorno, come dire, in carne ed ossa, uno
qualunque, pantaloni e cappellaccio, uguale a chi va in
montagna a lavorare. E per questo all’inizio non ne ebbe
paura, per questo, lei, col diavolo ci parlò pure, prima di
capire. Il diavolo si avvicinò lentamente, come uno che
ha qualcosa da fare, e che sa dove andare, ma non ha
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fretta. Colomba era sotto un castagno, e aspettava che
suo padre e gli altri venissero per mangiare. Colomba
lo vide e lui vide Colomba: Sei la figlia di Antonio, disse, e non era una domanda. Colomba fece segno di sì,
e non riusciva a mettere a fuoco quella faccia, che era
la faccia di un forestiero, ma con qualcosa di già visto,
di familiare. Il diavolo si sedette pure lui, a terra sotto
il castagno e si tolse il cappello: Mettiti comoda, disse,
tuo padre farà tardi. Si asciugò la fronte, proprio come
fanno i contadini, con un fazzoletto uguale ai pochi che
aveva suo padre e di cui tutta la famiglia era orgogliosa.
Il diavolo la guardò e sembrava pensieroso, sembrava
che volesse dire altro dalle parole che invece pronunciava. Poi Colomba non ricordò più niente, e non riuscì a
ricordare per tutta la vita, anche quando ci pensava e si
sforzava, chiudeva gli occhi e cercava di pensare ma non
riuscì a dire mai quanto tempo e cosa fosse successo, nel
frattempo. Quello che il diavolo le aveva detto doveva
essere una cosa importante, perché le rimase un’espressione pensierosa, una vaghezza incantata, solo che lei lo
aveva dimenticato.
Nel sottile filo
di ragnatela: zia
Marsiella e altri
Anna Maria Celso
Per un periodo non troppo breve della mia giovinezza,
ha diviso con noi la casa estiva dei nonni, zia Marsiella,
Marzia in realtà era il suo bellissimo nome.
Abituate ad avere la casa dei nonni paterni tutta per noi
nipoti, quella nuova inquilina risultava un po’ scomoda.
Non si capiva bene da dove fosse sbucata, ora che, vedova, era diventata ospite di suo fratello maggiore, nostro
nonno.
E poi questa zia era proprio strana: già anziana, piuttosto taciturna e con uno sguardo a tratti allucinato e
a tratti perso nei suoi pensieri. E lei, che aveva perso i
suoi due giovani figli nella guerra del 1915-’18, di pensieri doveva averne tanti e sicuramente tristi. La sua
voce era spesso in falsetto e lei, riconoscente verso mio
padre e mio zio, i suoi nipoti, che non avevano obiettato
al suo arrivo, si sottoponeva volentieri alle loro richieste
di recitare filastrocche o canti spesso infantili. Spesso le
genuine risate di cuore che suscitava in chi l’ascoltava,
avevano un suono amaro e facevano crescere in me un
senso di inquietudine: non capivo o forse intuivo il filo
sottile che divideva la compassione dalla bonaria presa
in giro. Ai miei occhi di ragazzina, Zia Marsiella non sapevo come e dove collocarla. Le dovevo rispetto, questo
era l’insegnamento dei miei, ma mi faceva anche un po’
paura, soprattutto quando la ritrovavo addormentata
sul pavimento nelle calde giornate di agosto o quando
scoppiava a piangere improvvisamente. E lei lo aveva
capito, tanto che a volte si divertiva ad assumere il ruolo
attivo della zia un po’ matta che faceva spaventare me e
i miei cugini con piccole ed ingenue grida.
Sentivo che dovevo volerle bene, ma non era facile.
O. Garbin, Collage
E poi un anno con quei bianchi capelli tagliati a caschetto e tenuti fermi da un cerchietto, per essere più ordinata, il suo aspetto assunse ancora di più la forma della
sofferenza e del disagio psichico. La morte precoce dei
figli e poi del marito aveva fatto saltare il suo equilibrio
ma, ho scoperto più tardi, forse lei era nata già con le
sue difficoltà mentali, in seguito esasperate ed era andata in moglie a più di un marito, forse perché costituiva
comunque un peso ed una responsabilità troppo grande
per i suoi. Quello che più mi è rimasto dentro di lei era il
suo bisogno di essere amata e come si fosse affidata con
totale dedizione a chi l’aveva accolta in casa e le dava un
tetto sotto cui stare e un piatto caldo da mangiare. Ma
chi l’aveva amata veramente?
Come è diverso ora il mio sguardo su di lei! Il suo ricordo suscita in me grande tenerezza e rimpianto di non
Poliscritture/Zibaldone
Pag. 76
averla conosciuta abbastanza ed aver scoperto, al di là
delle apparenze, la sua anima bella, quella nascosta dalle sofferenze e dal suo disagio. Forse adesso sarei capace
di stabilire con lei una relazione autentica e perciò salvifica. Ma forse questo hanno fatto, ciascuno a modo loro,
gli adulti che si sono presi cura di lei. Senza il legame
con i suoi cari o con quelli che lei riteneva tali, si sarebbe
persa del tutto.
Ma non è proprio il rapporto con le persone ciò di cui
abbiamo bisogno tutti, ciò che ci conferma o disconferma di fronte agli altri? Il contatto affettivo costante ci
nutre e ci alimenta, permettendoci di costruirci nella
nostra identità e personalità.
Nel mio master sul disagio nascosto in classe il focus
è stato ripetutamente messo sugli aspetti affettivi del
processo di apprendimento. Lì si parlava di quel disagio
sottile e spesso celato che con occhi sempre più esperti,
se vigili, si riesce a scorgere nei nostri alunni. Non è la
difficoltà certificata di chi è autistico, epilettico o psicotico, piuttosto quella sofferenza di chi è sempre un po’ al
margine, border-line, mai completamente adeguato, che
comunque comunica ripetutamente la grande difficoltà
di imparare e la sua incapacità a vivere nel gruppo.
La strettissima interdipendenza che esiste tra imparare
ed insegnare trova, in alcuni autori di ispirazione psicoanalitica come Bion, la sua centralità nella fatica e nello
sforzo di mettere in gioco energie e capacità di sostenere
il dolore e la sofferenza mentale che da questo processo
si genera. Tanto per l’alunno che per l’insegnante.
Ad una prima lettura dolore e sofferenza mentale mi
sono sembrate espressioni eccessive da attribuire all’apprendimento ma poi, man mano che proseguivo nello
studio, mi sono ritrovata ad annotare, al margine del
testo, il nome di qualche mio scolaro: Luca, Antonino,
per esempio, ormai alle scuole medie.
Sì, Antonino aveva proprio un mal di pancia da piangere davanti ad alcuni concetti per lui troppo impegnativi
da afferrare; e quando Luca partiva per la tangente e si
faceva prendere dalla sua ansia e senso di impotenza di
fronte ai simboli scuri e oscuri della matematica, potevo
percepire e toccare il suo dolore.
Mi trascinava con lui nel suo vortice e non sempre riuscivo a contenere tutta la sua emotività dirompente ed
esplosiva. Mi serviva un grandissimo sforzo per controllare la mia frustrazione, perché non si accumulasse alla
sua, e diventasse conferma della sua incapacità.
Dove avevo sbagliato? Come era possibile che in quinta
elementare ancora non fosse sicuro delle quattro operazioni di base sulle quali avevamo lavorato fino allo
sfinimento?
Imparare significa concedersi di tollerare la frustrazione, le ansie e i problemi che nascono dall’incontro con il
nuovo, con l’ignoto, con ciò che ancora non ci appartiene
e comprendere che è possibile sostenere emotivamente
questo carico: bisogna attraversare uno spazio indefinito che ci separa dal sapere. Ma Luca aveva energie per
poter compiere questo salto nel buio? I suoi si erano separati, e in malo modo, quando lui aveva 7 anni.
Poliscritture/Zibaldone
Ricordo che il giorno in cui me lo disse, disastrosa mattinata di matematica, alla mia domanda se avesse riposato bene, mi rispose candidamente che aveva aspettato
di salutare suo padre che andava via di casa.
-Perché, sai maestra, pare che abbia un’ altra!
Poi suo padre andò a vivere, con la nuova compagna e la
nuova figlia, prima a Roma e poi a Cagliari e Luca si ritrovò a viaggiare da solo sugli aerei, quasi ogni 15 giorni,
accompagnato solo dalle hostess.
Poteva avere risorse ed energie da riversare nella scuola
o doveva essere sempre all’erta per tollerare lo sfascio
della sua famiglia e capire quale fosse ora il suo posto?
Quando riuscivo a tenere tutto nella mia mente, a tenere presente tutta la storia di questo ragazzino e a rielaborare i miei sensi di fallimento e tutte le sue sensazioni
di inadeguatezza, le cose andavano decisamente meglio
per tutti.
Coglievo fino in fondo il senso da attribuire all’espressione promuovere la funzione psicoanalitica della
mente dell’insegnante: si chiede a me, come ad ogni
altro docente, la disponibilità a considerare il bambino
non solo tutto testa, ma nella sua integralità con emozioni e sentimenti per ascoltarlo, accogliere, tutte le sue
istanze, riconoscerle ed essere in grado di aiutarlo ad
ordinarle.
I temi legati all’aspetto disciplinare e didattico spesso
diventano marginali rispetto allo sviluppo relazionale,
affettivo ed emotivo degli alunni. I tanti Non sono capace e Non lo so fare, in alunni perfettamente normali,
sono il segno di questa inquietudine un po’ diffusa, legata alla paura di stare da soli, quasi sospesi nel vuoto,
in una fase ancora di non conoscenza.
- Maestra, ho finito, cosa faccio? chiedono ripetutamente gli alunni in una smania di dover agire, ma in modo
esecutivo, solo se qualcuno detta le regole del gioco.
Tutto sùbito ed ora e le cadute diventano sempre più
frequenti.
Le mamme buone, che aiutano i figli a sostenere lo sforzo di crescere e di diventare gradualmente autonomi e
capaci di scelte responsabili, sono oggi sostituite da madri troppo buone, che eliminano in partenza anche l’ipotesi di un ostacolo per il proprio figlio e ,in quella grande
palestra di scambi sociali e culturali che è la scuola, i
ragazzi si sentono spesso persi e senza riferimenti.
Mi viene in mente Alessia, forte e scontrosa bimbetta
di seconda elementare. Ai primi no sentiti, reagiva addirittura voltando le spalle a noi maestre e aprendo i
suoi quadernetti personali che teneva nello zaino. E poi,
più avanti, sempre spavalda, copiava perfettamente dai
compagni per non ammettere a sé stessa e alle maestre
le sue grandi difficoltà. Ci è voluto un anno e mezzo per
farle sentire che le sue maestre erano lì accanto a lei,
poteva fidarsi e aprirsi alle conoscenze, non sarebbe stata sola, gli esiti non sarebbero stati solo negativi, lei le
capacità le ha da mettere in gioco!
Penso ora a Marco, ma anche ad Andrea o a Mattia.
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Quanta confusione nella loro mente e spesso nel loro
animo!
Nelle giornate in cui sono incontenibili e scombinano
la classe, dovrei essere capace di fermarmi e ribaltare
la situazione con un’attività in grado di scaricare tutta
quella tensione.
Delle volte mi sembrano burattini mossi da fili invisibili.
-Ma perché fai così? Te ne rendi conto?
Dai loro occhi sbarrati e dispiaciuti, capisco che ho sbagliato le domande.
Sono io che devo aiutarli a capire di più tutta quella agitazione emotiva che li governa, a dare una interpretazione e insieme a loro trovare le strade di uscita.
Allora li rassicuro, dico che sto chiedendo qualcosa che
è loro nota, che sono certa che l’hanno capita, devono
solo tirare fuori la conoscenza. Basterà avvicinarmi di
più e annuire, magari sedendomi accanto, suggerire una
piccola cosa, dare loro fiducia, far capire che possono
procedere da soli e che comunque la maestra è lì come
loro sostegno.
Ho attivato e valorizzato, in maniera assolutamente
controcorrente, la capacità di pensare.
Allora nei loro occhi, con le mille gratificazioni, si intravede un sorriso: bene questa giornata è andata, un
pochino di più sono cresciuti nella fiducia e stima di sé.
Ma quanta fatica e so che non sarà sempre così facile!
È per questo che si esce stremati dalle classi, noi e gli
alunni?
Perché dicono che il lavoro dell’insegnante è comodo e
leggero?
Non importa: vedere poi che gradualmente i ragazzi
imparano a pensare, ad essere critici, ad avere opinioni personali, a fidarsi e a diventare affidabili, ad essere
attenti ai compagni è un’emozione che vale la pena di
vivere, soprattutto se, con un pizzico di presunzione, ci
si ritiene un po’ artefici di questo prodigio.
Pochi giorni fa un’amica, con la quale ho un fitto scambio di libri, mi ha proposto la lettura di Lunatica di
Alessandra Arachi.
Sai- mi ha detto- per me che lavoro con i matti, questo
è un libro interessante.
Roberta è un’insegnante di una scuola speciale di Milano e si occupa di persone affette da patologie mentali
medio-gravi. È vero, il romanzo si legge in poche ore e
l’autrice, giornalista del Corriere della Sera, racconta in
forma accattivante, della sua esperienza di malata affetta da disturbo bipolare.
Malattia strana questa che attacca l‘umore e riduce la
persona in completa balìa di stati di grande euforia ed
eccitazione e poi di profonda depressione. È un momento, e la mente fa clic e non si recupera più.
Leggo con avidità il libro e più mi inoltro nella lettura
più ritrovo la narrazione di un’altra amica che più volte
mi ha confidato con amarezza della malattia di sua cognata, senza mai però definirla. Quando nel testo trovo,
tra le varie terapie, il ricorso all’assunzione del litio, un
sale stabilizzatore dell’umore che modula la trasmissione dei segnali tra le cellule cerebrali e all’interno delle
cellule stess., ho la conferma che si tratta dello stesso
disturbo.
Quando Teresa sta male e riesce ad accorgersene, deve
iniziare a prendere il litio. Se arriva in tempo evita l’acuirsi dei sintomi, l’altalena tra gli alti e i bassi e il recupero è più veloce.
Vado subito alla fine del libro, dove cerco di trovare le
cause di questo fenomeno.
È a carico del sistema nervoso centrale e pare si tratti di
un disturbo dell’energia vitale che non riesce ad essere
controllata dai sistemi regolatori di cui dispone il nostro
cervello ed altera perciò il nostro equilibrio psichico. Se
tutti gli organismi viventi sono sensibili ai cambiamenti
dell’ambiente prodotti dall’ orbita della terra intorno al
sole, della luna intorno alla terra, alle variazione di luce
e di calore, ai campi elettromagnetici, non fa eccezione
il cervello umano. I ritmi di vita frenetici, l’uso e abuso
di droghe e di sostanze stupefacenti, la riduzione delle
ore di sonno, eventi drammatici o traumatici diventano
elementi scatenanti in personalità più fragili o dotati di
sistemi regolatori meno efficienti.
Dio mio, ma allora siamo tutti a rischio!? È solo un sottilissimo filo di ragnatela quello che segna il confine tra
la normalità e la possibile malattia mentale!?
Forse mi sto autosuggestionando…o forse no.
Certo è che Alessandra è potuta guarire, o meglio tenere sotto controllo la sua malattia anche grazie alla
presenza e sostegno continuo della sua famiglia, di chi
l’ha saputa seguire ed accompagnare nel suo percorso
di risalita. Anche il medico della clinica psichiatrica che
ha finalmente diagnosticato la malattia e che la sta curando con una terapia farmacologia appropriata lo sa e
nei momenti più cupi, quelli nei quali il paziente deve
essere attivo e dare il suo consenso alle cure, non esita
ad abbracciarla e tenerla in braccio con la tenerezza d
un padre.
Il rischio di poter perdere improvvisamente la propria
integrità di uomo, il controllo sulla propria mente e su
di sé, fa veramente paura e pensare che nessuno forse è
immune da questo pericolo spinge a guardare gli altri
con occhi diversi.
Con maggior generosità e magnanimità, ma soprattutto e sempre con grande amore e compassione, come
condivisione della condizione degli altri perché insieme
è possibile, non eliminare il dolore e la sofferenza, ma
rendere più tollerabile e dignitosa ogni condizione umana.
Difficilissima da diagnosticare, ancora poco conosciuta,
ha come epilogo, per 15% dei suoi malati, il suicidio.
Poliscritture/Zibaldone
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Scrittura come
terapia del dolore
Sonia Scarpante
Depressione. Una parola che si teme, che fa molta paura. Un cancro della mente a cui non sappiamo dare
confini, limiti. Il volto del depresso lo leggi nel vuoto
di relazioni che non tendono alla speranza, al futuro, al
cambiamento. Il volto del depresso langue in un deserto
di emozioni che il cuore tende a nascondere, sopraffatti
come siamo da una vita irrefrenabile. Un moto perpetuo che inabissa la nostra condizione interiore perché la
società nega il diverso, il depresso, la persona melanconica. Mentre la vita si svolge su quel confine labile dove
l’amarezza si alterna alla serenità, la sofferenza alla giocosità, la rabbia alla calma. Molti associano la depressione alla malattia, alla pazzia, a ciò che rende l’uomo
passivo, privo di coraggio e di volontà. Spesso subentra ad un sentimento a cui facilmente ci accostiamo nel
percorso vitale: la noia. Quel non senso del vivere quotidiano che viene enfatizzato da ruoli resi scarni da un’
abitudine che vuole mancare di progettualità, di estro
e di creatività. Ruoli obsoleti che osserviamo in conoscenti smarriti, in educatori persi in un’illusione caotica che non ha tempi per fermarsi sui tempi dell’anima.
Ruoli consumati in professionisti evanescenti come si
avverte nelle figure di medici, politici, professionisti
rinchiusi nel loro super-ego. E la distanza aumenta
incontrovertibile senza prevedere una cura che possa
riparare a quei danni che la mente sottende. E la relazione in una società sempre più tecnica perde sempre
più di valore, il rapporto medico-paziente, il rapporto
educatore-studente, il rapporto politico-cittadino sconfinano nei meandri della incapacità dialettica e dell’insostenibilità empatica. Tutto diviene moto allucinante.
È il ritmo frenetico della vita che ci ingabbia in una via
senza soluzione? E come possiamo intervenire per incanalare verso la speranza quelle forze che la depressione
emana per tentare di sanare un percorso che rischia di
sprofondarci nell’abisso? Come porgere aiuto a quelle
persone, a quei volti scarni senza rimanere intrappolati
in un delirio di onnipotenza salvifico che può mettere a
rischio la nostra vulnerabilità? La nostra vita dipende
sempre da quel sottile equilibrio in cui barcameniamo
le nostre esistenze : quel perdersi per poi ritrovarsi con
il coraggio di sentirsi unici ed insostituibili in un tragitto
che non ci vuole vinti. È quell’essere, poi, disponibili ad
affrontare le “ miserie” dell’altro imparando a tutelare
la nostra parte sana che viene costruita giorno per giorno, e che va necessariamente rinvigorita ed impreziosita. In questo lavoro non facile , gioco-forza esige che
sia essenziale imparare ad amare prima se stessi. Nella
logica di questo divenire per amarsi si deve intendere lo
stato della ricerca interiore, dell’approfondimento finalizzato a porre in luce la propria autenticità, quell’intePoliscritture/Zibaldone
riorità creativa che spesso rappresenta l’antitesi ad uno
stato del mondo che ci sommerge nei suoi valori avulsi:
il potere, il dio-denaro, la carriera atrofica. L’arte, il lato
creativo, il sogno appartengono ad una sfera più intima
che, solitamente, siamo soliti temere perché esprimere
l’interiorità cruda nella sua nudità ci mette a rischio, ci
espone, ci rende più soli. Solitudine intesa come trasparenza del sé attraverso quei segni della mente che ha
bisogno di ispirazione, fiducia, passione, per espandere
le proprie possibilità. Nell’alternanza di questa vita che
tenderebbe a renderci mediocri a quell’altra che, invece,
ci spinge ad essere più coraggiosi e vitali, si intesse quella trama che sta a noi forgiare giorno per giorno.
Il bagaglio culturale di chi accompagna il nostro percorso formativo può ingabbiare queste energie o, altrimenti, sostenere questa ricerca finalizzata alla tutela di una
speranza comune. Il nostro bagaglio culturale deriva
da chi cammina con noi accompagnandoci negli anni
e spesso anche solo la funzione di un educatore aperto
alla vita promuove comportamenti attivi e positivi; spesso anche un legame affettivo felice può definire quella
maglia di riflessioni e di valori che l’anima ha bisogno
di reperire per darsi un senso profondo. L’educatore
in tal senso può reperire la sua funzione volta alla cura
dell’altro, non rinunciando al vincolo di una sua professionalità affidataria, ma qualificando la sua capacità
propedeutica in quella direzione dove l’impeto assume
la forma della passione fiduciaria. Fiducia nel paziente
che traslata dal medico diviene fulcro in una prospettiva
futura di guarigione e di speranza verso la salute salvifica. Un senso è dato reperire in queste direzioni se come
individui crediamo nelle nostre possibilità, nelle nostre
capacità di iniziativa volte alla conoscenza interiore e
alla sua tutela.
Pensando al mio bagaglio culturale desidero valermi
della forte testimonianza di una cara persona con cui
sono cresciuta: lei ha segnato i miei pensieri oltre le mie
possibilità obbligandomi ad un confronto dove lei emergeva come parte lesa ed io come parte salvata. Sono la
nipote a cui la cultura, la conoscenza ha dato maggiori
possibilità per imparare a sondare qualcosa che la mente difficilmente riesce a identificare nel suo significato.
La narrazione come forma di conoscenza della realtà e
costruzione di significati ci insegna ad affrontare l’incerto, il non conosciuto. La forte valenza formativa della
narrazione consente al soggetto di riflettere sui vissuti
cognitivi e affettivi. Credo di aver desunto la semplicità
dell’arte di raccontarsi e di dire attraverso le emozioni proprio da quella nonna che, mi dicono, avesse da
giovane il dono dello scrivere con fluidità, la scioltezza
dell’espressione in lettere che nascondeva anche a se
stessa. Era riuscita a dare poche svolte nella sua vita,
ma quelle che era riuscita a realizzare scaturivano da
quell’indole originaria che, ponendosi magistralmente
in contatto con l’arte e la creatività interiore, analizzava
i moti dell’anima, mediava gli intenti, cesellava, intrepida anche nel chiedere giustizia. Un esempio della sua
meritoria capacità mi venne raccontato da adulta. La
figlia, mia zia, era solo una bimba e si ricorda la madre
mentre chiedeva, tramite lettera, alle autorità ecclesiaPag. 79
stiche un aiuto per le ristrettezze economiche che pesavano prepotentemente sulla famiglia e per la mancanza
di un lavoro che non permetteva al marito di rispondere
alle necessità primarie di sussistenza. La zia mi raccontò che quelle parole furono talmente profonde e dirette
che a distanza di pochi giorni alcuni delegati della curia
bussarono alla loro porta.
La nonna non assecondò questo suo spirito indomito,
troppo presa dall’educazione dei tre figli, dal ruolo di
madre e moglie, poco consapevole del dono ricevuto.
E credo fortemente, oggi, che quel moto dell’anima
avrebbe potuto risollevarla, rinvigorirla, se coltivato nei
suoi risvolti più autentici; solo se avesse avuto la possibilità di esercitare quella sua peculiarità che, forse, intravide appena. Quella scrittura poteva divenire la sua
forza.
Io, questo percorso, sono riuscita ad affrontarlo perché
la forte esperienza della malattia di 9 anni fa mi ha dato
la spinta iniziale. Lo scrivere di sé nasce da una domanda della mente. Chi sente di aver vissuto qualcosa che
deve essere raccontato, attraverso la scrittura riesce a
riconciliarsi con eventi dolorosi, traendone emozioni
di pace, mitigando la propria soggettività, per aprire la
mente ad altri orizzonti.
Credo che la nonna non sia stata in grado di riconciliarsi
con se stessa perché la strada che aveva reso inaccessibile e non conforme alla sua natura emozionale non
le permetteva di mettere a fuoco il suo lato creativo.
Certamente la scrittura come arte curativa e strumento
terapeutico, per cultura, non aveva spazio fra i suoi pensieri. Mentre nei miei sì: l’esperienza della sofferenza mi
ha permesso di esprimere la mia interiorità, mitigando
quel conformismo di vita a cui siamo legati tutti per difesa, arricchendo quegli iter formativi già resi obsoleti
dalla omologazione imperante. Due generazioni di distanza hanno permesso questa riconciliazione.
Come scrive spesso Duccio Demetrio nei suoi libri (e la
mia sottolineatura, accompagnandosi al suo dire, diventa sempre più verità): “ Raccontando ci riempiamo
di cose e di senso”.
Mia nonna ha sofferto e non è riuscita a dare spessore
alla sua sofferenza: ha introiettato il suo dolore massificandolo nel tempo come una pietra tombale. Mentre
io ho fatto un percorso diverso: ho voluto recuperare
l’esperienza del dolore per consentirmi l’opportunità di
dare nuove risposte alle domande che mi sono posta nel
momento in cui ho deciso di vivere appieno la mia vita.
È stata una ricerca personale del mio senso che passava
prima attraverso la ricerca del senso della malattia per
arrivare a cogliere quello dell’intera esistenza. Se alla
sofferenza, alla malattia, si riesce a dare un senso, allora
tutto può diventare più accettabile; assume un ruolo, un
significato.
La conoscenza di noi stessi è sempre mediata dal racconto autobiografico, poiché il testo che creiamo ci rispecchia e ci invita a reinterpretarci.
“Mi sto aiutando”, scrivevo, per sottolineare l’importanza del tragitto interiore, che se tutelato, può aprire
Poliscritture/Zibaldone
nuovi varchi alla conoscenza terapeutica.
Il mio incontro con il tumore alla mammella è stato
dirompente. Venivo da un periodo difficile e sofferto.
La crisi matrimoniale mi ha messo a dura prova e non
ho avuto forze per contrastarla. Le mie autodifese si
sono isterilite e ho immagazzinato eccessivo dolore per
poter uscire indenne da una situazione che psicologicamente non mi dava tregua. Solo oggi riesco a descrivere quei giorni di sofferenza, perché voglio aiutarmi
per superare quel dolore. Credo che il male si possa attenuare solo parlandone, cercando di esternare quelle
emozioni forti che si sono attaccate addosso e da cui
ci possiamo salvare, se lo vogliamo in un cammino di
speranza. Se dovessi confrontarmi con una donna che
è passata o che attraversa simili vie, credo che le consiglierei di trascrivere, con parole dettate dal cuore, la
sua esperienza, il dolore, l’angoscia che ha provato in
quei momenti. Penso che la migliore terapia risieda in
quelle parole, in quel vissuto esternato.
Le parole descrivono, trasformano, creano emozioni,
indagano, evocano, colpiscono e fanno bene, parlano di
se stesse, eccitano il pensiero. Chiunque abbia tenuto
un diario, in cui esprime i propri pensieri più profondi
circa un’esperienza di sofferenza, sostiene che il tempo
e lo sforzo ad esso dedicati, sono stati ampiamente ricompensati dai benefici ottenuti nella propria salute.
Come scrive Isabelle Allende nella sua autobiografia “
Paula”: «La mia vita si fa nel narrarla e la mia memoria si fissa con la scrittura; ciò che non riverso in parole
sulla carta lo cancella il tempo. Ma il racconto mi aveva
preso e non potei più fermarmi, altre voci parlavano attraverso di me, scrivevo in trance, con la sensazione di
andar dipanando un gomitolo di lana, e con la stessa urgenza con cui scrivo adesso. Alla fine dell’anno si erano
accumulate 500 pagine in una borsa di tela e capii che
non era più una lettera; allora annunciai timidamente
alla famiglia che avevo scritto un libro. Quel libro mi
salvò la vita. La scrittura è una lunga introspezione, è un
viaggio verso le caverne più oscure della coscienza, una
lenta meditazione».
Questo ascoltarsi interiore, dando vita al processo che ci
ha costruiti come donne ed uomini, non può che sollecitare, anche, una maggiore cultura dell’ascolto che diviene, oggi, sempre più necessaria e
meritoria. Educati come siamo alla cultura
dell’applauso non sappiamo neanche dove
sta di casa la cultura dell’ascolto. Scrive
Umberto Galimberti: «Distribuiamo
farmaci per contenere la depressione, ma mezz’ora di tempo
per ascoltare il silenzio del
depresso non lo troviamo
mai. Con i farmaci, utili
senz’altro, interveniamo sull’organiPag. 80
smo, sul meccanismo biochimico, ma la parola strozzata
dal silenzio e resa inespressiva da un volto che sembra
di pietra, chi trova il tempo, la voglia, la pazienza, la disposizione per ascoltarla? Tale è la nostra cultura».
E ancora: «Non si può parlare neppure di disperazione,
perché l’anima del depresso non è più solcata dai residui della speranza. Bisogna avere il coraggio di vivere
fino in fondo anche l’insignificanza dell’esistenza per
essere all’altezza di un dialogo con il depresso. E solo
muovendosi intorno a questa verità, che è poi la verità
che tutti gli uomini si affannano a non voler sentire, può
aprirsi una comunicazione. Comunicazione rischiosa,
non perché ci può trascinare nella depressione, ma perché può tradire la nostra insincerità. Il depresso, infatti,
è sensibile al volto che smentisce la parola, e il suo silenzio smaschera la finzione e l’inconsistenza. Per questo i
volti dei depressi sono rigidi e pietrificati».
avvertita dal nostro cuore e sepolta
dalle nostre parole. Questa verità,
che si annuncia nel volto di pietra del depresso, tace per non
confondersi con tutte le altre parole.
La depressione
chiede
ascolto.
Si può spezzare questo cerchio tragico e perfetto? Sì,
se siamo capaci di ritrovare l’essenza dell’uomo che
Holderlin indica là dove dice: «Noi siamo un
colloquio». Il colloquio è fatto di parole, ma le
parole non si dicono solo, si ascoltano anche. Ascoltare non è prestare l’orecchio,
è farsi condurre dalla parola dell’altro
là dove la parola conduce. Se poi,
invece della parola, c’è il silenzio
dell’altro, allora ci si fa guidare da quel silenzio. Nel
luogo indicato da quel
silenzio è dato reperire, per chi ha uno
sguardo forte e
osa guardare
in faccia il
dolore,
la verità
Poliscritture/Zibaldone
Pag. 81
6 Letture d’autore
incontri e confronti con gli autori che ci parlano
Raccontami un altro
mattino *
Marcella Corsi
Il freddo stringeva la città. Ma nella piazza orlata di luci
al neon i giovani, passata la statua, voltavano e tornavano,
sorridendo a quelli che andavano in giù. La madre preparava
gulash o frittelle di patate per la cena. La sera il padre
portava a casa il giornale, piegato in modo che si vedeva solo
il titolo CORTINE DI FUMO PER PROTEGGERE LA CITTA’.
«Forse la guerra non scoppierà subito». In piazza S. Venceslao
nera di gente i cannoni sono lunghi come i tronchi degli alberi
caduti. Oltre il Giardino delle rose, vuoto d’uccelli,
le campane della chiesa mi rimbombano nello stomaco.
«Non la voglio portare… Proverò giusto per una volta».
Per la strada un’altra stella mi viene incontro. È un ragazzo
che abita dall’altra parte della strada. Mi piace ma
lui non mi degna mai d’attenzione. Oggi mi fa un gran sorriso
e un cenno del capo… Vicino alla fermata del tram
un’altra stella: saliamo sull’ultima vettura. Perché non abbiamo
il permesso di entrare nella prima e nella seconda. Solo
nella terza. La vettura è piena di stelle. Parlano e ridono
e leggono il giornale come qualunque altro giorno. E
penso: non si sono mai viste tante stelle di giorno. E di notte
nessuno le può vedere – non abbiamo il permesso
di girare per strada dopo il tramonto. Cambio le stelle.
Dalla camicetta al maglione al cappotto. E poi ancora…
Più stelle da portare e sempre di meno a portarle. Mi domando
dove è finito il tempo e dov’è finita tutta la gente che conoscevo.
Una volta alla settimana, e talora più spesso, una processione
riempiva le strade della città. La luce del mattino
avvolgeva l’oro battuto delle torri, ma le strade infossate erano
buie. Camminavano per le strade con i bagagli numerati
per la partenza definitiva. Non sapevano dove stavano andando
né quando sarebbero tornati. Non capivano perché dovessero
lasciare una città dove c’era abbastanza posto per loro.
Tutta di pietra azzurrina, la città scorreva davanti ai loro occhi.
Dietro le imposte chiuse la gente stirava le braccia, la bocca
aperta in uno sbadiglio… gli uomini sollevavano appena
la tapparella e guardavano giù in strada. Poi la lasciavano
ricadere e si allontanavano dalla finestra. La processione
Poliscritture/Letture d'autore
Pag. 82
seguitava a camminare. Prima di entrare nella stazione
i prescelti giravano ancora una volta gli occhi scuri sulla città.
Coglievano attraverso un velo di lacrime l’ultimo scintillio
delle torri. Sentivano aprire le prime serrande… Era come se
la città si svegliasse solo allora. Quelli dietro le finestre alzavano
le tapparelle. La città era più chiara adesso nella luce brillante
del mattino. Era un giorno come qualunque altro, ora che
la gente in marcia se n’era andata.
Qui ci sono le cimici. Arrivano ogni notte in una lunga fila.
Le aspetto e loro vengono. Abito in una fortezza
e quella è una pattuglia di soldati. Mi pizzicano tutto
il corpo con cento morsi. Ogni mattina seguo nel loggiato
le altre donne con le coperte. Lì le battiamo per scuoterle via.
Le cimici cadono al piano di sotto, sulle coperte che vengono
arieggiate lì – e noi riceviamo altre cimici dal piano di sopra.
«Se non faccio quello che fanno loro sono libera. Loro
fingono di fare una vita normale, qui. E ogni settimana mille
sono spediti chissà dove e ne arrivano altri mille…Non è
una vita normale e non intendo fingere che lo sia. Con Ivan
non voglio farlo. Non qui. Non ho più niente da perdere.
Ma questo l’ho ancora». Durante la sosta ci stendiamo
su uno dei tavoli ed Eva si addormenta… è distesa dritta
sul tavolo ed è così che vive: dritta. In tutte le strade contorte
di questa cittadella, Eva segue una linea bianca… l’ha tracciata
lei così dritta e non riesco a immaginare nulla che possa
farla deviare. Nemmeno un pezzo di pane. Eva si sveglia,
ammicca verso di me e dice: «Sai una cosa? Lo amo.
Ci sposeremo quando sarà finita».
La sera aspettiamo mio padre. Di ritorno dalla selezione.
Prima nel pomeriggio abbiamo visto Eva tornare
dalla selezione; ci ha salutate con la mano da lontano
e ho capito che era finita a destra. Ora aspettiamo mio padre.
La mamma è sempre in piedi. Io mi sono seduta da un pezzo.
Da quando se n’è andata Eva. Sono molto stanca –
da quando se n’è andata Eva. «Non ti vuoi sedere, mamma?»
«No. grazie. Lo vedo prima se sto in piedi». Ora la vedo
sussultare. Mi alzo. Lo vedo che viene verso di noi…
come uno che non ha fretta e non ha dove andare.
«Da che parte sei andato?» Mio padre solleva un piede
sulla caviglia, a testa china; poi col tallone smuove il terriccio.
Lo pareggia col piede, guardando per terra. Alza la testa,
stringe le labbra. «Ah…» come se l’avesse scordato.
«A sinistra… sono andato a sinistra».
* Zdena Berger, Raccontami un altro mattino,
Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007
[annusato per via di Fusini su «La Repubblica», letto d’un fiato.
Ma perché una traduzione dall’inglese? Che sia stato scritto
in inglese? Si spiegherebbe la scrittura così semplice…
L’autrice, nata a Praga, vive negli U.S.A. da molto tempo.]
Poliscritture/Letture d'autore
Pag. 83
Appunti su
Verbale di
Michele Ranchetti
Ennio Abate
Ora già tutto è diventato breve:
la luce, il passo e lo stesso mio corpo
e breve è il tempo e breve la distanza
tra me e la fine se anche la durata
della vita è immensa
(Ranchetti, Verbale, pag. 23)
Michele Ranchetti (1925-2008), studioso di storia della Chiesa, di Wittgenstein, Heidegger e Freud, saggista,
poeta, traduttore di Celan e Rilke, è morto il 2 febbraio.
L’avevo intervistato nel 2005 per «Poliscritture» (Cfr.
n. zero, maggio 2005 o su www.poliscritture.it) su Non
c’è più religione (Garzanti 2003), libro in cui svolgeva
un discorso drastico e spietato su quello che più tardi
avrebbe chiamato «il disagio nella civiltà cristiana»
(Cfr. il numero monografico de «L’ospite ingrato», 2,
2006, da lui curato). Con questi appunti sull’immagine
che mi sono costruita di lui e la poesia del suo Verbale
(Garzanti 2001) qui lo ricordo1.
1.
Ranchetti, uomo cresciuto interamente nell’epoca del
Libro, espone in Verbale una verità quasi insopportabile. Ci cozzo contro quando leggo versi come questi:
«Tu vivi, viviamo, nell’altro
lato del foglio che riceve il senso
dal suo contrario e quando tu lo vedi
è tardi per la vita, hai compiuto
tutto il tragitto, sei al di là
di te stesso, sei te stesso morto».2
Tale verità egli la coglie in quei «momenti di un giro a
vuoto mentale»3 permessi solo dalla poesia e non è «trasmettibile, né convertibile in una forma diversa (filosofica, religiosa, estetica)».4 Non può dunque essere “narrata” o “spiegata” (il che comporterebbe una distensione
temporale decisa ad arbitrio). Per lui può essere fissata
soltanto in «momenti (frammenti)»5. E perciò Verbale
non è il rendiconto di uno scienziato: quella verità, rimuginata dentro per una vita intera e tutta interiore, ha
1 Questi miei appunti su Verbale sono visibili in una stesura
più ampia su www.poliscritture.it : (Cerca: Ranchetti> L’ombra in poesia).
2 M. Ranchetti, Verbale, pag. 96, Garzanti, Milano 2001
3 M. Ranchetti, La mente musicale, pag. 7, Garzanti, Milano
1988
4 Verbale, pag. 133.
5 Verbale, pag. 133.
Poliscritture/Letture d'autore
solo in superficie tratti oggettivi; va sentita; a descriverla sfugge o appare ovvia, banale.
2.
So cosa incontrerò in questa raccolta: nube (ombra),
malattia, morte dell’animale (dell’uomo). Vado incontro a una scarnificazione del mondo, alla sua assenza.
Lo spirituale esclude il secolare:
Il gioco è fermo: il mondo
se il bambino delira: exivi
da saeculo dove corrisponde
alla mia morte solo la mia morte
il vuoto nelle reti fra chi vive
e chi precipita.6
In poesia - e in maniera ancora più decisa che nei suoi
scritti in prosa - la storia, la politica, l’industria, la lotta
di classe, la “realtà” (ciò che ha occupato - ancora occupa - la mia mente e logora i nostri corpi) - sono abolite.
Qui Ranchetti volge ancora più decisamente le spalle a
quotidianità, cronaca e storia. Da lui, che ha continuato
attivamente a pensare e ad agire nell’habitat del pensiero religioso cattolico, noi che ci siamo voluti adulti e
moderni, rimaniamo separati.
3.
Ranchetti è rimasto “cattolico”, dunque? Credo di sì. Ma
con un cattolico che, scrivendo Praevalebunt7 o Intellettuali e Chiesa cattolica: tesi (ora in Non c’è più religione8), ha svelato il nichilismo del«cattolicesimo di questi
inizi del terzo millennio»,9 atei, agnostici o non credenti
possono, se non intendersi, confrontarsi al di fuori dai
mille equivoci presenti nei discorsi su “ritorno della religione”, “ateismo devoto”, “teocon”.
4.
Per la sua “nostalgia di cristianesimo”, Ranchetti sta su
un altro piano rispetto a un Fortini o a un Ernst Bloch,
che, prospettando un possibile e reciproco inveramento
utopico sia del dramma religioso che di quello mondano, hanno avuto il merito ai miei occhi di spingersi più
di lui verso un possibile punto di confluenza tra cristianesimo antico e marxismo moderno. La sua a-mondanità è così netta che, al confronto, la religiosità di un Bloch
o di un Fortini non possono apparire che “teatrali”, il
che – credo – spieghi la sua disattenzione al primo e le
sue rimarcate riserve nei confronti del secondo. Non c’è
posto in Ranchetti per la contraddizione nella storia. Il
dramma in lui resta solo religioso. E perciò, coerentemente, anche in poesia egli respinge una «poetica [che
non abbia] carattere di esperienza particolare», com’è
quella fortiniana, fino a trovarla «risultato di un esercizio di ragione, sia pur di ragione poetica» che preclude
«quelle cadute verticali nell’immaginazione poetica (e
6 Verbale, pag. 55.
7 Cfr. La rivista del manifesto, n. 10 ottobre 2000.
8 M. Ranchetti, Non c’è più religione, Garzanti, Milano 2003.
9 M. Ranchetti, Non c’è più religione, pag. 14, Garzanti, Milano 2003.
Pag. 84
sia pure un Grand Hotel Abgrund)» che per lui sono
l’essenziale in poesia.1 Quando la spinta poetica si affaccia nella mente di Ranchetti, il dramma storico, da lui
pur indagato sul versante della storia della Chiesa, è del
tutto accantonato e vanificato: «l’assenza / si introduce
ed è l’essenza – egli scrive - e la luce è «luce del morto
in te, luce / luce perpetua del compito, luce / precipua
d’ombra, contro luce».2
che Mengaldo chiama «”metafisica”»7. L’antivitalismo
di Ranchetti si coglie in questi versi:
Sottrae, erode, distrugge
per una
ragione di morte, per un
assillo che ostenta
d’essere priva mentre altri vivono
come immortali nel nulla
di cui lei, lei sola, è consapevole.
5.
Nella Postfazione Ranchetti parla di figure che hanno agito nella sua esperienza e con le quali ha stabilito «un’alleanza affettiva e teoretica»3. Sono le fonti del
suo sentire: familiari, amici, conoscenti (le allusioni più
chiare paiono quelle riferibili ai genitori, ai figli) già fattisi però pensiero. E quindi sapere i nomi di alcuni suoi
reali interlocutori– come aveva lui stesso precisato nella
precedente raccolta, La mente musicale - non aggiunge
molto di più a quanto i versi passano.
6.
Per chi verbalizza Ranchetti? Sento nella sua poesia
l’assenza del noi, diciamo pure del fantasma che tanto ha agitato fra Otto e Novecento almeno la parte dei
poeti e degli intellettuali che mi sono scelto come riferimento. Ranchetti era estraneo ad ogni retorica del
noi o della “fraternità”. Quindi mancano in questi versi
l’intento didattico, la volontà di colloquio, la fiducia nel
cercare assieme agli altri. Manca pure la spinta a persuadere qualcuno della verità che egli vuole, scrivendo,
salvare dalla distruzione del tempo. Non dico che c’è solipsismo nella sua scrittura, ma, soprattutto nella poesia, una solitudine vissuta in modi estremi nel pensiero
e nel linguaggio.
7.
In poesia, Ranchetti abbrevia:
Vivo in una cassa
da vivo: morto
sarò risorto.4
In modo rigorosamente intellettuale l’ansioso suo percorso di vita (termine da lui svalutato, se non dileggiato) e d’esperienza (termine non assente dal suo lessico
ma accompagnato da una forte consapevolezza del «limite», e cioè della morte incombente come sua conclusione) viene contratto e accorciato.5 Sappiamo che esso
è stato lungo e multiforme, ma, in coerenza con il princìpio religioso della sua poesia, egli riassume la vicenda («le origini / i parenti modesti, la severa / pratica di
pietà religiosa e civile»6) nel nulla, nella morte, in quella
1 M. Ranchetti, Scritti diversi II, pag. 236, Edizioni di storia e
letteratura, Roma 1999.
2 Verbale, pag. 98.
3 Verbale, pag. 133.
4 Verbale, pag. 60.
5 Verbale, pag. 39: : «Non si può immaginare / come del lungo
itinerario resti / solo la fine».
6 Verbale, pag.39.
Poliscritture/Letture d'autore
Cerca di persuadere tutti
qui e ora a morire
senza perdere tempo ancora a vivere.
Spettro immortale domini il presente
con la tua cenere fragile tra gli arti
dell’esistente e distruggi il presente
perché lo escludi dal principio, dal prima
del tuo vivere assente.
8.
In questo «percorso conoscitivo, fissato in punti di illuminazione e di ombra» a me pare che Ranchetti si sia
misurato soprattutto con le ombre, con «i punti morti di
luce», fiducioso che, connettendosi tra loro, essi diano
luogo (non dice: possono o potrebbero…) a «momenti
(frammenti) di chiarezza». Di ombra, di oscurità (del
linguaggio stesso), sin dalla prima lettura delle sue poesie ne ho trovata tanta. E mi sono chiesto quanto ciò
fosse dovuto a mia ignoranza o al distanziamento dal
mondo cristiano-cattolico-borghese di Ranchetti. Ma è
davvero più “intelligibile” oggi questa sua poesia a un
cattolico o a un cristiano? Tanta ombra non sarà dovuta
al suo sporgersi (ricorro a Giudici8) «nell’aldilà di ogni
oltranza dell’esserci» che l’ha portato in Non c’è più
religione? alla stessa negazione o messa in dubbio del
pensare religiosamente? Chi afferma, comunque, che
Ranchetti rientrerebbe interamente in «quella grande
tradizione mistica (che ebbe, da noi, in Clemente Rebora il suo estremo grande testimone)» mi pare che
addolcisca l’intero suo percorso.9 Davvero l’”oscurità”
ranchettiana è apparentabile a una «laica noche oscura», come hanno scritto in occasione della sua morte
vari commentatori?
9.
Non sono in grado di intendere la qualità di quest’ombra ranchettina (e – lo ammetto – della stessa oscurità
per me di tanti suoi versi). Eppure da questa difficoltà
non ho tratto alcun sentimento di rifiuto nei confronti di
7 P.V. Mengaldo, Op. cit. pag. 433.
8 Verbale, seconda di copertina.
9 Ancora Giudici nel risvolto di copertina di Verbale. Secondo me, il percorso di Rebora è inverso a quello di Ranchetti, tant’è vero che per il primo si conclude con il sacerdozio,
mentre Ranchetti nella Prefazione di Non c’è più religione
arriva a questa conclusione sicuramente antitetica: «Di fronte
a queste autorità religiose e civili l’unica virtù che può forse
recuperare un senso religioso alla vita, se mai un senso religioso fosse necessario, e non è affatto detto, è la disobbedienza
“cieca e assoluta” perinde ac cadaver. Letteralmente. Forse il
resto verrà da sé» (pag. 14).
Pag. 85
questa poesia. Anzi, proprio perché tanto ostica (sicuramente più dei suoi Scritti diversi1), mi spinge a fissare
con precisione i miei «non capisco» (i miei “limiti”).
10.
Ranchetti, a differenza di tanti poeti che in poesia vogliono metterci la vita, ci mette la morte. Non è il primo.
Dante da vivo ha immaginato un viaggio di purificazione e di rinascita (alla vita, a una vita ancora umana, ma
più consapevole del divino) nel mondo dei morti. Ma
quello di Ranchetti non è un viaggio. Non c’è «tragitto»
né «progetto»:
«Potestas interpretandi»: ciascun uomo
io prima della fine ho ancora il compito
almeno di capire
la perdita del senso.
Qui, perduto il carattere
del qualsiasi progetto, riconosco
solo l’assenza di un tragitto»: fine
uguale a fine perenne riconquista
grado a grado il suo corso
e corrisponde al mirabile.2
1 M. Ranchetti, Scritti diversi, Edizioni di storia e letteratura,
Roma 1999.
2 Verbale, pag. 30.
3 Verbale, pag. 91.
4 Cfr. M. Ranchetti, Scritti in figure, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2002.
Poliscritture/Letture d'autore
L’ombra dell’uomo di G.De Vincenti
La sua mi pare un’operazione più drastica anche di quella che fece Leopardi. Nel poeta di Recanati, il sentimento di morte e la disperazione lasciavano intravedere la
vita (che spettava magari agli altri più che a lui). Qui no.
Il “piacere della vita”, ogni piacere, è negato. Ranchetti
non si finge morto (come ad es. fa Giudici in una nota
poesia). Non pensa da morto la vita, come fa Leopardi.
Nella vita sta da «sasso», da «albero».3 Mi pare che egli
pensi da morto la morte. Ci dà una poesia mortificata, rinsecchita, scheletrica (come lo sono le immagini di
corpi umani e di animali – specie alcuni gallinacei - che
egli fissò in disegni tanto vicini al primo Paul Klee4). Avrà
accolto – come dicono - quasi solo Rebora, ma sottoponendo la sua lezione a un’ulteriore depurazione (delle
immagini ad es.). La sua distanza dai modi poetici più
consueti è enorme: dove un poeta di solito mette un’immagine, Ranchetti mette un pensiero. E non credo si sia
mai occupato di poetica o di tecniche poetiche. La biografia, la sociologia, almeno nel suo caso, aiutano fino
ad un certo punto. Sì, è un borghese, è un cattolico, ma
ciò non spiega questo tipo di poesia. E davvero queste
sono ancora poesie? La domanda non è provocatoria,
perché qui la letteratura viene cancellata. Egli le volta
le spalle, guarda altrove, neppure “l’attraversa”, come
si dice. Si tratta, invece, di una stenografia dell’anima
che delira e, per afferrarne il codice (se si ha la tenacia
o la fiducia di poterlo afferrare...), bisognerebbe rifare
tutto il «percorso conoscitivo» che l’autore afferma di
aver abbreviato e «fissato in punti di illuminazione e di
ombra».
Pag. 86
Mondi che
finiscono
Massimo Cappitti
In un breve scritto intitolato Furore in Svezia Ernesto
De Martino si chiede perché, inaspettatamente, i giovani svedesi diano vita - «senza premeditazione e senza
organizzazione senza capo e senza scopo»1 - a manifestazioni caratterizzate da un inesplicabile «furore distruttivo». Questi episodi di violenza, infatti, non sono
diretti in particolare contro qualcuno o qualcosa. Non
esistono un piano o un progetto entro cui si inscrivono, né sono finalizzati al raggiungimento di un obiettivo, qualsivoglia sia la sua natura. Sembrano, piuttosto,
rispondere a un «richiamo misterioso» come se quei
giovani ubbidissero ad una religione le cui regole fossero note solo a loro e che, per consolidarsi, richiedesse
epifanie così clamorose.
Vi è, nel prodursi di questi atti, una gratuità radicale e
assoluta, determinata a restare tale, senza la ricerca di
mediazioni o di istanze destinate a rappresentarla. In
effetti «questi ribelli senza causa non si propongono rapina o vendetta nel senso comune di queste parole: sono
mossi da un impulso di annientamento delle persone e
delle cose».2 Li anima, cioè, il desiderio di «ridurre in
cenere il mondo», ovvero di trascinare la realtà apparentemente ordinata e consolidata nel nulla da cui proviene.
Eppure, come cercherò di mostrare, credo che non solo
di questo si tratti, ovvero di una esplosione di cieca e
immotivata violenza, come sembra sostenere De Martino. Ritengo, infatti, che, di quegli eventi, De Martino
evidenzi soltanto il carattere distruttivo, trascurando,
invece, il fatto che quelle manifestazioni, al di là delle
intenzioni di chi vi prende parte, determinano, anche,
una rottura nell’ordine dominante, portandone così alla
luce, insieme alla sua infondatezza, la sua revocabilità.
Svelano, in tal modo, seppure in maniera inconsapevole
e confusa, la fragilità e la contingenza del fondamento
su cui la realtà si regge e dal quale trae la pretesa di vigere e di valere, come se, inamovibile, essa potesse, immune dagli «strappi del tempo», durare per sempre.
Il reale, allora, in quegli istanti di furore, appare, finalmente, come effettivamente è: una costruzione di senso
labile e infondata perché si affaccia sull’abisso da cui,
con fatica, ha preso forma, pronta a rientrarvi perché
preda del potere corrosivo che sempre la insidia.3
1 E. De Martino, Furore in Svezia, in Furore simbolo valore,
Feltrinelli, Milano 2002, p. 167. De Martino si riferisce, in particolare, a un episodio di violenza urbana avvenuta la sera di
capodanno del 1956 a Stoccolma.
2 Ivi, p. 168.
3 Riprendo, a questo proposito, le intuizioni di Castoriadis a
Poliscritture/Letture d'autore
L’ordine dei significati, pertanto, appare rovesciabile e
le concrezioni di senso – salde solo all’apparenza – perdono la loro presa, cosicché i possibili inespressi e latenti nelle pieghe della storia tornano, leibnizianamente, a
rivendicare il loro diritto ad esistere. Si produce, così,
una sospensione nel corso ordinario del tempo grazie
alla quale nuove forme potrebbero affermarsi.
Allora, le manifestazioni di violenza parossistica e gratuita rivelano, seppure in modo contraddittorio, insieme all’infondata pretesa dell’esistente a porsi come unico e definitivo, altre prospettive capaci di scardinarne
l’univocità. All’improvviso, accostati, appaiono, l’uno
accanto all’altro, il vecchio mondo destinato a morire e
il nuovo ancora di là da venire.
La «potenza di eversione», però, altrettanto repentinamente come è sorta, si esaurisce e declina senza che
da essa nascano legami significativi: la sua opera resta
incompiuta. «Le bande temporanee si sciolgono così
come si sono formate, senza lasciare traccia di rapporti
oltre la scarica distruttiva».4
Tutto, allora, si ricompone come se nulla fosse accaduto, come se fosse impossibile a quegli eventi di raccogliersi e precisarsi in un’esperienza. In questa enigmatica repentinità – di formazione prima, poi di disgregazione – risiedono, contemporaneamente, la forza e la
«vulnerabilità» della massa, l’ebbrezza dello slancio e
del superamento dei limiti e, insieme, la stanca e rassegnata caduta, accompagnata dal presentimento della
fine imminente che non tollera ulteriori differimenti,
perché gerarchie e ruoli devono essere ripristinati e le
differenze ribadite. Cose, persone, rapporti, istituzioni
riacquistano i loro profili rassicuranti e l’ordine, che finalmente sembrava capovolto, riprende la sua abituale
configurazione.
Nel momento della «scarica» - quando, cioè, la massa,
come scrive Canetti, davvero esiste perché i suoi componenti «si liberano dalle loro differenze e si sentono
uguali»5 - proprio nel punto più alto della sua potenza,
inizia il suo declino. Rimangono, allora, solo «l’angosciata esplosione di puro furore distruttivo»6 e la forza
di negazione esercitata a caso.
De Martino, però, sembra non considerare il valore liberatorio di questa esperienza, intravisto, invece, da
Canetti. Non solo, quindi, un furore estremo ma anche
«l’attacco a tutti i confini» e la distruzione del potere
vincolante delle immagini, espressione di gerarchie prive, ormai, di ogni legittimità. Se la «rigidità» granitica
di quelle immagini rappresentava il contrassegno della
loro «permanenza» e stabilità, ora, invece, «travolte»,
cui rinvio per un approfondimento di questo tema. Tra i libri
di Castoriadis si vedano L’immaginario capovolto, Elèuthera,
Milano 1987; L’istituzione immaginaria della società, Bollati
Boringhieri, Torino 1995; L’enigma del soggetto, Dedalo, Bari
1998; Finestra sul caos, Elèuthera, Milano 2007. Cfr. anche i
libri di Mario Pezzella, Narcisismo e società dello spettacolo,
Manifestolibri, Roma 1996; Il volto di Marilyn. L’esperienza
del mito nella modernità, Manifestolibri, Roma 1999.
4 E. De Martino, Furore in Svezia, cit., p. 168.
5 E. Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 1981, p. 21.
6 E. De Martino, Furore in Svezia, cit., p. 168.
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«giacciono in rovina».1
De Martino scorge in quella violenza giovanile soprattutto l’emergere dell’angoscioso sentimento di «essere
afferrati dalla violenza del non umano»,2 l’attrazione
per il caos magmatico che soggiace ad ogni costruzione.
I giovani di Stoccolma, nel momento in cui accettano di
spegnere «il lume della coscienza vigilante» e di «annientare» tutto ciò che «testimonia a favore dell’umanità e della storia», sembrano ispirati più dalla freudiana pulsione di morte che dallo spinoziano desiderio di
vita. Risuona, pertanto, nella loro «abdicazione» alla
«persona», intesa come «centro di decisione e di scelta
secondo valori»,3 il cupo fascino dell’indistinto e la «nostalgia del nulla».
Gli eventi svedesi, dunque, mettono in scena la fine del
mondo, la possibilità che questi, senza remissione, rovini definitivamente. Balena, in quel momento, il «rischio
radicale» - che mina ogni cultura, destinandola alla morte - «di non poter iniziare nessun mondo possibile»,4 di
non intravedere un «oltre» capace di ricomporre i frantumi in una nuova formazione di senso.
De Martino distingue, a questo proposito, tra l’esperienza della fine di “un” mondo, «esperienza salutare, connessa alla storicità della condizione umana»,5 segnata
da passaggi temporali – le età della vita, ad esempio – e
la fine “del” mondo, possibilità mortale per una cultura o un individuo quando non includa «un progetto di
vita» in grado di «mediare una lotta contro la morte».
Allora «l’energia morale che sopravvive alle catastrofi
dei suoi mondi»6 si inaridisce, chiudendo culture e singoli nella loro incomunicabile privatezza.
Se De Martino è inquietato dalla rinuncia all’esercizio
critico della ragione, dall’immediatezza che, di là da
ogni forma, si manifesta deflagrando, tuttavia sa bene
che eventi simili hanno, da sempre, accompagnato nelle
società il delicato – perché potenzialmente letale – passaggio dal caos al cosmo.
Nelle culture tradizionali, però, la sovversione dei valori
condivisi veniva, attraverso il rito e il mito, imbrigliata e
incanalata in forme riconoscibili che ne impedissero lo
scatenamento incontrollabile. Il rito, facendo coincidere «aspetti di distribuzione e di annientamento dell’ordine sociale vigente» e «l’opposto momento della reintegrazione dell’ordine e del ripristino dei valori sociali e
morali»,7 permette di attribuire un sembiante rassicurante all’«inatteso» che minaccia di fluidificare i confini
e rendere indeterminate le appartenenze e le identità.
Non solo, nel momento in cui il rito consentiva di asse1 E. Canetti, Massa e potere, cit., p. 23. Scrive Canetti: «Sono
i forti suoni di vita di una creatura nuova, le grida di un neonato. La facilità con cui si suscitano li rende ancora più graditi; tutti si uniscono nel grido, e il fracasso è l’applauso delle
cose». ( p. 23)
2 E. De Martino, Furore in Svezia, cit., p. 169.
3 Ibidem.
4 E. De Martino, La fine del mondo, Einaudi, Torino 2002, p.
630.
5 Ibidem.
6 Ivi, p. 631.
7 E. De Martino, Furore in Svezia, cit., p. 170.
Poliscritture/Letture d'autore
gnare un senso all’«angoscia della storia», alla frattura
che ne interrompeva lo svolgimento lineare, contribuiva a trasformare le tendenze distruttive in strumenti di
rinnovamento dell’esistenza e di una «nuova fondazione simbolica». Come scrive Balandier, il rito «fa di ciò
che provoca conflitto, lacerazione sociale e decadimento
individuale un fattore di ricostruzione e di coesione».8
Garantisce, quindi, la rielaborazione collettiva del culto
e, contemporaneamente, la possibilità di sperimentare,
nel momento stesso in cui viene meno un mondo, un
nuovo inizio.
Quell’antica modalità religiosa, tuttavia, è scomparsa
e con essa le narrazioni capaci di fornire un orizzonte
allo sfaldamento delle forme e di «offrire una risoluzione culturale all’impulso di distruzione».9 Appare, però,
sterile – nonché equivoca e pericolosa come ogni «gergo dell’autenticità» che indichi nell’origine immutabile,
nel tempo prima dei tempi, la pienezza del senso poi
perduta negli smarrimenti della storia – ogni nostalgia
per un mondo ormai tramontato.
D’altra parte, la «democrazia laica», secondo De Martino, non ha ancora trovato narrazioni sostitutive altrettanto efficaci di quelle tradizionali, sebbene paia profilarsi un «nuovo umanesimo» che, da un lato, potrebbe
restituire alle vite una nuova chance di raccogliersi in
unità dotate di senso e, dall’altro, portare a compimento
«un piano di controllo e di risoluzione culturale della
vita istintiva»10 che consenta ai mondi di finire senza che
il mondo finisca.
Posizione fragile perché inscritta ancora in una concezione progressiva della storia, fondata sulla convinzione
che i nuovi valori umani si affermino irresistibilmente
grazie alla loro ragionevolezza riconoscibile, nel tempo,
da tutti.
Resta la lucidità profetica di De Martino che ha saputo
cogliere i segni della possibile catastrofe del mondo –
della sua fine definitiva e immedicabile – presagio del
furioso attacco capitalistico condotto in questi anni al
vivente.
8 G. Balandier, Il disordine. Elogio del movimento, Dedalo,
Bari 1991, p. 49.
9 E. De Martino, Furore in Svezia, cit., p. 171. Scrive De Martino: «Furore e impulso distruttivo erano dunque, attraverso
la iniziazione stimolati a esplodere, ma al tempo stesso ricevevano uno schema mitico e cerimoniale che li trasformava
in simboli della possessione da parte di un nume, in visibili
testimonianze di una nuova esistenza, e nell’acquisto di un
ruolo sociale definito nel quadro di un rinnovamento totale
della comunità nel suo complesso». (p.172)
10 E. De Martino, Furore in Svezia, cit., p. 174. Scrive De Martino: «Si è verificata una crisi delle credenze tradizionali, ma
gli individui non trovano ancora nella società i modi adatti per
partecipare attivamente alla esperienza morale che alimenta
la democrazia laica, e per sentirsi protagonisti del suo destino». (p. 174) Poco sopra si legge: «È da tempo che una cupa
invidia del nulla, una sinistra tentazione da crepuscolo degli
dei, dilaga nel mondo moderno come una forza che non trova
adeguati modelli di risoluzione culturale, e che non si disciplina in un alveo di deflusso e di arginamento socialmente accettabile e moralmente conciliabile con la coscienza dei valori
umani faticosamente conquistata nel corso della millenaria
storia dell’Occidente». (p. 173)
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Rimangono inevase, per il pensiero critico, alcune questioni fondamentali che riguardano, ad esempio, la ridefinizione del rapporto tra democrazia e capitalismo
o il profilarsi della democrazia autoritaria come forma
di governo della società attraverso la produzione, come
scrive Marx, di stati di eccezione. Altresì resta aperta la
domanda come possa il novum «sorgere dall’ordine e a
sfuggire ai vincoli che questo impone».1 Domanda tanto
più urgente quanto più insistenti i diversi poteri fanno
sentire le loro voci. Allora, diventa tanto più necessario
riabilitare il pensiero e la pratica del conflitto contro il
pensiero dell’ordine e del disciplinamento, poco importa se imposto con la forza o attraverso il «totalitarismo
morbido» e il potere seduttivo e ipnotico delle merci nel
mondo ridotto ormai, come ha sottolineato Anders, a
pura «esposizione pubblicitaria». Occorre, intanto, - e
non è poco - «produrre una diversa descrizione del mondo nella quale la considerazione del movimento e delle
sue fluttuazioni prevalga su quella delle strutture, delle
organizzazioni, delle permanenze».2 Si tratta, infine, di
salvaguardare, del reale, quella felice e feconda ambivalenza irriducibile ad ogni formalizzazione definitiva, ad
ogni identità costrittiva, a ogni rigida “naturalizzazione”
che condanni l’umano a un destino di soggezione irriscattabile e insuperabile.
<--
Per una critica dialogante
[mc]
Ernesto De Martino ha stimolato un altro commento
(era già accaduto sul n. 3, a partire da La terra del
rimorso). Non mi meraviglia che uno dei padri della
demoantropologia italiana possa suscitare interesse.
Quel che risulta fuorviante è il fatto che entrambi i
commenti trascurino di segnalare che i testi sui quali si esercita la loro lettura, pur ripubblicati nel XXI
secolo, furono scritti quasi cinquant’anni prima. In
particolare Furore in Svezia fu pubblicato nel 1959 e
nel ’62 incluso in Furore simbolo valore (Milano, Il
Saggiatore).
Alla luce di questa puntualizzazione, l’ultima parte del testo di Massimo Cappitti sembra almeno in
parte ingenerosa: chi avrebbe potuto nel ’57 o nel ’58
(quando presumibilmente fu scritto Furore in Svezia) porsi il problema della ridefinizione del rapporto
tra democrazia e capitalismo o quello del profilarsi
della democrazia autoritaria come forma di governo?
Credo poi che il testo demartiniano da cui Cappitti
prende le mosse, breve com’è, andrebbe compreso e
presentato entro l’insieme degli scritti che nell’edizione lo accompagnano, e forse anche a partire dal
complesso della produzione dell’autore sull’argomento. Ernesto De Martino fu uno storico delle religioni e scrisse tra gli anni ’40 e i primi anni ’60 del
secolo passato (morì nel maggio del ’65) focalizzando
la sua attenzione soprattutto sul Meridione d’Italia.
Sulla problematica al centro dell’articolo di Massimo Cappitti può essere letto molto largamente: da Il
mondo magico a La fine del mondo, passando attraverso Morte e pianto rituale nel mondo antico, Sud e
magia, La terra del rimorso e Furore simbolo valore (tutti, mi sembra, ripubblicati di recente). E certo
l’efficacia delle analisi, la tensione etica e sociale, il
valore anche letterario della scrittura gli conferiscono interesse, anche dopo cinquant’anni e anche al di
fuori dell’area disciplinare d’origine. Dedicandogli
l’attenzione che il complesso dei suoi scritti merita,
contribuiremo anche a sfatare la convinzione – erronea ma abbastanza diffusa – che la demoantropologia sia disciplina di facile assunzione e praticabilità.
I giovani di Vidari
Proprio la possibilità di lettura plurale di un autore
ne dimostra fecondità e grandezza: questo è il caso
di De Martino.
[Massimo Cappitti]
1 G. Balandier, Il disordine, cit., p. 19.
2 Ivi, p. 18.
Poliscritture/Letture d'autore
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7 Sulla giostra delle riviste
per capire chi s’allontana e chi s’accosta
Storia della
rivista «Fogli di
informazione»
Paolo Tranchina
con la collaborazione di
Maria Pia Teodori
Premessa
La rivista «Fogli di Informazione» nasce a Milano,
nel 1969, figlia della contestazione e delle lotte
antistituzionali, dall’incontro cioè tra il “Collettivo di
intervento nelle istituzioni”, e l’équipe dell’ospedale
psichiatrico di Gorizia, allora diretto da Agostino
Pirella.
Dopo circa un anno di incontri, il gruppo, alla fine del
1970, inizia la pubblicazione di un bollettino ciclostilato.
Ne seguiranno 13 numeri, fino al settembre 1972, quando
esce il primo fascicolo a stampa, il N° 01, firmato da
Vittorio Gregotti e Luca Petrella.
È la prima serie stampata, con la copertina marrone, di
carta da pacchi, e il numero grosso, in alto a destra, che
dura nove anni, fino al N° 70 nel 1980.
Ad essa seguono, dall’anno dopo la morte di Franco
Basaglia, altri 116 numeri, fino al N° 205. È la seconda
serie stampata, con il bordo superiore colorato e il
labirinto in prima pagina, la grafica è di Giovanni
Troni.
Nel 1984 comincia la collana dei «Fogli di Informazione»,
che da allora ha stampato 35 libri. La grafica è di
Giovanni Anceschi.
L’editore è stato, fino al 2006, il Centro di
Documentazione di Pistoia. Il nuovo editore è la DBA
di Firenze, una associazione informatica no-profit. La
nuova grafica è di Luca Marzi che ha elegantemente
integrato le precedenti copertine.
Con Zurigo avevo scelto di andare direttamente alle
fonti di un sapere che mi affascinava, la psicologia
analitica, lavorando con un gruppo di docenti molti dei
quali erano stati diretti allievi di Carl Gustav Jung. Gli
analisti dell’Istituto erano estremamente colti e attenti
allo sviluppo di ogni singolo allievo, portando avanti
una cultura capace di spaziare oltre il provincialismo, il
bigottismo nostrani, approfondendo sistematicamente
l’ermeneutica simbolica e tenendo insieme l’universale
e il particolare. Per questo è con profonda riconoscenza
che ricordo Adolfo Guggenbuhel-Craig, Marie Louise
Von Franz, Dieter Baumann, Dora Kalff, per non citare
che alcuni dei docenti che hanno preceduto il successivo
lavoro con Norman Elrod.
A Milano vivevo in una comune in cui c’era anche
Mario Mariani, da poco entrato alla televisione come
regista. L’atmosfera della casa era ricca e stimolante:
politica, cinema, cultura, psicanalisi, e anche psichiatria
alternativa, ovviamente. Avevo infatti letto “Che cos’è
la psichiatria ?”, edito nel 1967 dall’Amministrazione
Provinciale di Parma, curato da Franco Basaglia.
“Quando ho finito a Zurigo, è con questi qui che voglio
lavorare”, avevo pensato, per cui seguivo con attenzione
l’evolversi delle esperienze alternative italiane.
Frequentavo anche il Centro di Piazza Sant’Ambrogio,
dove Pierfrancesco Galli portava avanti il suo discorso
antiaccademico di rottura con il monopolio della cultura
analitica delle società di psicoanalisi. Era un ambiente
ricco e stimolante, frequentato da giovani psichiatri e
psicoterapeuti che il giovedì confluivano al Centro da
tutto il Nord Italia per lavorare con Silvia Montefoschi,
Enzo Codignola, Emanuele Gualandri, Giambattista
Muraro, Giampaolo Lai, Berta Neumann, per fare
l’analisi di gruppo con Enzo Morrone, seguire i seminari
di Gaetano Benedetti e Joannes Cremerius.
In quella sede, avevo organizzato un gruppetto di
giovani operatori appassionati che si riuniva cercando
uno sbocco operativo alla loro voglia di cambiare il
mondo.
Frequentavamo anche la casa di Giorgio Galli, dove
confluivano intellettuali di diversa matrice e dove la
psicoanalisi e la psicologia analitica incontravano la
politica, la letteratura, la sociologia, la storia, sotto lo
sguardo attento, ospitale, della padrona di casa: Anna
Guerrieri. Eravamo poi in contatto, tra gli altri, con
Tito Perlini, Mario Spinella, che aveva da poco fondato
“Utopia”, Aldo Rovatti, giovani filosofi che facevano
capo ad “Aut Aut”.
La nascita dei «Fogli di Informazione»: Milano,
Zurigo
Londra, Edimburgo
Verso la fine dell’estate del 1969 frequentavo il secondo
anno dell’Istituto Carl Gustav Jung di Zurigo, e dividevo
il mio tempo tra la Svizzera e Milano, dove avevo
cominciato a lavorare come analista privato e militavo in
Lotta Continua. A ripensarci erano veramente formidabili
quegli anni, come ha scritto Mario Capanna, sembrava
praticamente che non ci fosse quasi bisogno di dormire,
e che ognuno di noi fosse indispensabile, almeno in due
o tre posti, sempre, contemporaneamente.
Agli inizi di settembre del 1969, Mario Mariani ritorna dal
Festival del Cinema di Venezia, con una notizia bomba.
Ha conosciuto Franco Basaglia, hanno discusso a lungo
di psichiatria e informazione, psichiatria e politica, di
prospettive di comunicazione a largo raggio. Sembra
che finora Basaglia abbia avuto una certa diffidenza
rispetto ai media per la loro capacità di distorcere ogni
messaggio. Con Mario però si sono piaciuti, per cui alla
fine lo ha invitato a fare un film con lui sulle esperienze
Poliscritture/Sulla giostra delle riviste
Pag. 90
antipsichiatriche inglesi. Si deve infatti recare a
Edimburgo per un congresso di psichiatria sociale, in
cui verrà festeggiato Maxwell Jones, uno dei fondatori
della comunità terapeutica, che lascia l’Inghilterra per
tornare negli USA, il suo paese d’origine. Sulla via di
Edimburgo, ed eventualmente anche al ritorno, Basaglia
si fermerà a Londra, per riprendere le esperienze di
Laing, Cooper, Kingsley Hall, il loro network.
Mario mi offre di accompagnarlo nel viaggio come
interprete e parte per Londra con una équipe della TV.
Due giorni dopo lo raggiungo. A Londra avevamo una
base operativa da una signora che conosceva bene sia
la situazione italiana che quella inglese. È stato lì che
ho conosciuto Franco Basaglia, che scherzava in dialetto
veneto sulla leadership, sul potere, sui miti, con un gusto
infantile e arguto, prendendomi e prendendosi in giro.
Da allora sono cominciate due settimane frenetiche.
A Londra abbiamo intervistato il network del gruppo
di Laing e Cooper: Sidney Briskin, Leon Redler, Roy
Battersby, persone molto colte, appassionate, che
credevano in quello che facevano. L’impressione
era quella di un gruppo estremamente capace,
critico, differenziato, che sapeva prendere in carico
efficacemente la follia, anche se aveva problemi di
inserimento nelle strutture pubbliche.
Ronald Laing era una persona dall’intenso fascino e un
profondo carisma. Con la sua sciarpa nera intorno al collo,
gli occhi penetranti, una gestualità e una mimica allusive,
ricordava un noto ritratto di Dickens giovane, i capelli
lunghi ordinati. Nel suo interloquire, costruiva tesi su
tesi, antitesi, fino a giungere a domande inequivocabili.
Altre volte, invece, continuava ad aprire nuove frasi
dipendenti fino a perderne il senso, la consequenzialità
possibile, per ritrovarli poi, all’improvviso, da un
dettaglio che sembrava dimenticato, con un “Ah, ah”
liberatorio e arguto: l’intuizione, il nuovo punto di
coscienza critica raggiunto, di cui lo stesso Laing gioiva,
sembrando piacevolmente sorpreso.
Il suo studio era arredato con una semplicità che
generava fiducia, un gusto che ispirava confidenza. Con
lui, come con gli altri, Franco non lesinava domande,
approfondimenti, specificazioni, anche se nel rapporto
non cercava lo scontro. Si sentiva che stavano dalla
stessa parte della barricata.
Al gruppo si era aggiunto Angel Fiasche, uno
psicoanalista argentino e le verifiche con Franco si
facevano sempre più raffinate, profonde, con Franco
che puntava sempre dritto, intransigente, all’aspetto
sociale, collettivo, istituzionale, che cercava di cogliere il
senso politico delle esperienze, il loro valore collettivo,
le ideologie implicite o esplicite che le caratterizzavano.
David Cooper ci ha ricevuto in una stanza estremamente
confortevole, in cui ci si sentiva subito a proprio agio.
La stanza, odorosa di incenso, aveva le pareti dorate
e il pavimento, coperto di tappeti, era cosparso di
cuscini di diversa forma e colore, con una delicata luce
soffusa. Le risposte di Cooper erano precise, articolate,
consequenziali. Non c’erano lacune nella sua costruzione
del discorso, partiva da un punto e arrivava ad un altro,
su tragitti logici, razionali.
Per entrare a Kingsley Hall, la prima casa famiglia della
storia, credo, abbiamo chiesto, non solo formalmente, il
permesso agli ospiti.
In fondo a una stanza, non molto illuminata, una
bellissima ragazza alta, con lunghe trecce curate,
Poliscritture/Sulla giostra delle riviste
accudiva con dolcezza un bambino. Tutta la
situazione era molto semplice, modesta, al limite
della povertà, ma non era mai sciatta. Abbiamo
anche incontrato Mary Barnes, una donna dagli
occhi sfavillanti, il volto forte, risoluto, che
ha fatto per noi un bellissimo quadro. Un sole
coloratissimo, a rilievo, giallo, rosso e arancione
si stagliava nell’azzurro chiaro del cielo sopra
l’azzurro carico, profondo, del mare.
Nonostante l’aspetto modesto, si respirava a
Kingsley Hall un intenso senso di tranquillità, di
accettazione, come di un posto dove si può stare
in pace, ritrovare la pace con se stessi. Proprio un
luogo “dove andare a ritrovare se stessi, in caso
di bisogno”, come ci aveva detto Cooper. Solo la
casa di Dora Kalff, l’inventrice della terapia della
sabbia, a Zollikon, vicino a Zurigo, mi ha dato un
simile vissuto di accettazione.
Anche Franco era stato colpito dall’esperienza e
discuteva animatamente delle sue possibilità di
diffusione, di utilizzazione pratica. Riportava,
infatti, ogni proposta terapeutica all’interno di
tematiche istituzionali, politiche. La passione che
ci metteva, il fatto di avere alle spalle l’esperienza
di superamento del manicomio, tutto il ribollire
di tematiche politiche, antistituzionali, di quegli
anni in Italia, davano al suo discorso uno spessore
critico, una incidenza concreta, che spesso
mancavano ad altri. Per sentire meglio il polso
della gente ha voluto anche che facessimo delle
interviste agli hippies che bivaccavano a Piccadilly
Circus, ad altre persone che frequentavano
quell’ombelico del mondo. Microfono in mano,
seguiti passo passo dalla telecamera, lui faceva
le domande e io le traducevo: “Crede che la
psichiatria abbia qualcosa di sociale?”. “Ci sono
rapporti tra psichiatria e politica?”. “Cosa è la
follia?”. “Cosa è la normalità?”.
A Edimburgo, al congresso di psichiatra sociale
abbiamo trovato Franco molto in forma, abbiamo
fatto molte interviste, a Jurgen Ruesch, ad
americani, inglesi, non sembravano molto
consapevoli dei rapporti tra psichiatria e
politica, o almeno non quanto Franco che, però,
non infieriva. Con Maxwell Jones è stato molto
affettuoso, deferente, mi sembra proprio che lo
considerasse un padre positivo, e anche Maxwell
Jones gli parlava con affettuoso rispetto. Non a
caso, infatti, Franco aveva voluto che uno dei suoi
primi collaboratori di Gorizia, Lucio Schittar,
facesse una lunga esperienza in Scozia.
Evidentemente Franco lo apprezzava molto,
sentiva che la sua esperienza era stata molto
importante per la deistituzionalizzazione in Italia,
anche se insisteva, nella critica, sulla necessità
di recupero di forza lavoro, dopo la guerra, che
aveva determinato quelle esperienze di apertura e
sul pericolo che si trasformassero in gabbie d’oro,
se non si procedeva a creare strutture territoriali
diffuse.
L’atmosfera del Dingleton Hospital, l’ospedale
psichiatrico di Maxwell Jones a Melrose, in Scozia,
a pochi chilometri da Edimburgo, era interessante
e aperta al confronto. Oltre che sulla messa
in questione delle gerarchie istituzionali, per
creare una terapeuticità orizzontale, nel dibattito
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sull’apprendimento sociale si metteva molto
l’accento sul problema emozionale, fondamentale
per i nuovi rapporti terapeutici.
Su questi aspetti Maxwell Jones aveva giocato
molto e un episodio successivo conferma la
centralità della dimensione affettiva nei processi
di apprendimento sociale. Qualche anno più tardi,
nel 1976, ero con Agostino Pirella a Palo Alto,
negli USA, al Mental Research Institute, per una
verifica della situazione italiana e la presentazione
dei primi risultati delle esperienze del Soteria
Project, con Alma Menn e Loren Mosher. C’era
anche Maxwell Jones, molto vivace e in forma.
Come è noto, il progetto Soteria, ripreso in
Europa da Luc Ciompi a Berna, si articola sulla
gestione delle crisi di giovani psicotici in piccole
comunità residenziali con personale addestrato di
non profes­s ionisti. A Palo Alto, in una riunione
a cui partecipava anche Jones, gli operatori del
Soteria Project hanno illustrato la loro pratica,
arricchendola con la proiezione di diapositive.
Parlando dell’orario di lavoro hanno riferito che
consisteva in 48 ore consecutive, seguite dai
cinque giornate di libertà. Jones si è meravigliato
di questi turni e ha chiesto come potevano
gli operatori metabolizzare collettivamen­t e le
emozioni di particolari momenti, come potevano
cioè mantenere una continuità affettiva, oltre che
relazionale, se tutto il gruppo si rivedeva solo
dopo cinque giorni. Gli operatori hanno glissato
sull’argomento e Maxwell Jones dopo aver ribadito
altre due volte la necessità di tempi minimi entro
cui elaborare emozioni e comunicazioni, senza
razionalizzarle, non ricevendo il debito ascolto se
n’era andato.
Ripensandoci, il tema dell’affettività è sempre
stato centrale nel pensiero di Basaglia, nelle
sue pratiche, nella sua capacità di coinvolgere,
indignarsi, impli­c arsi in prima persona.
A Melrose, in Scozia, comunque, avevamo avuto
modo di visitare e di filmare anche alcune case
famiglia fuori dall’Ospedale di Dingleton. Alcune
simpatiche vecchiette erano state molto contente
di mostrarci le loro casette linde e ordinate,
offrendoci gentilmente il tè, per nulla intimorite
dall’armamentario delle riprese. A differenza
di Kinsgley Hall, che era promossa dal gruppo
privato della Philadelphia Association, questa
case famiglia erano una emanazione dell’ospedale,
e le signore che le abitavano, il frutto di intensi
processi di riabilitazione della lungodegenza.
Ero veramente felice di essere andato in
Inghilterra. Avevo visto in prima persona alcune
delle esperienze più avanzate nel nostro campo,
alle quali, pur criticamente, le nostre esperienze
si rifanno, godendo della irripetibile opportunità
della costante critica radicale di Franco Basaglia,
arricchita anche della dialettica del sistematico
confronto psicanalitico con Angel Fiasche. Cosa
potevo sperare di più?
La notte prima di lasciare Londra ho fatto un
sogno.
Ero in una specie di cattedrale gotica dalle volte
altissime e sottili, soffuse di una luce verde.
Davanti all’altare mi inginocchiavo e Franco
Basaglia con una spada, mi investiva cavaliere
Poliscritture/Sulla giostra delle riviste
toccandomi, con la punta, le spalle e la testa.
Per il rapporto con i media, però, purtroppo,
Basaglia non aveva avuto ragione. Non solo il film
di Mario Mariani non è mai stato programmato
in televisione, ma negli archivi della Rai-TV se
ne sono perse addirittura le tracce. Tutto ciò
che resta, oltre alle interviste pubblicate sulla
“Maggioranza Deviante” 1 , è un metro e mezzo di
pellicola da 16 millimetri della ripresa di una mia
intervista a Ronald Laing. L’avevo tenuta come
souvenir, prendendola durante il montaggio della
pellicola.
Gorizia
Tornato a Milano il rito di iniziazione londinese
ha cominciato a sortire i suoi inevitabili effetti.
Ho rafforzato il gruppo di riflessione critica tra
psichiatri e analisti disponibili. Con Guido Medri
e altri abbiamo contestato, cosa non semplice,
Pierfrancesco Galli per certi aspetti della sua
gestione del Centro di Piazza Sant’Ambrogio, ho
cominciato la mia lunga marcia nelle istituzioni al
Reparto Rigola del manicomio di Mombello.
A dicembre ero a Gorizia, due settimane di full
immersion nelle dinamiche coinvolgenti e inaspettate
di quell’ospedale, diretto allora da Agostino
Pirella. Altri membri dell’équipe goriziana erano
Domenico Casagrande, Vincenzo Pastore, Vieri
Marzi, Nicoletta Goldschmidt, Ernesto Venturini.
Non è stato difficile innamorarmi di Gorizia,
cogliere la novità assoluta del suo messaggio
antistituzionale, partecipando quotidianamente a
situazioni, atteggia­m enti, risposte che rovesciavano
punti di vista consolidati, paradigmi di rapporto
apparentemente intoccabili, il tutto alimentato
dalla presenza stimolante, ricca dei pazienti, dalla
attenzione critica, riflessiva, continua dell’équipe,
le interazioni tra volontari, il giudizio analitico,
articolato, di Agostino Pirella. Ho avuto modo di
apprezzare la calma e la profonda saggezza della
signora che dirigeva l’assemblea generale e che
mandava avanti una piccola trattoria all’interno
dell’ospedale, cosa che mi ha poi dato, quando
lavoravo ad Arezzo, lo spunto per mettere su la
tavola calda sul Colle del Pionta 2.
Mi sono lasciato trasportare nella realtà di
Grado, da Dosolina, una vecchia pescivendola
che conosceva tutti. Mi aveva scelto durante
un’assemblea nel reparto di Casagrande, con altre
pazienti eravamo andati a trovare le sue amiche,
la sua famiglia. Viaggiando, avevo scoperto il
significato della frasca appesa lungo le strade.
Erano mescite di vino. La cosa che mi aveva più
colpito era stata però la capacità di gestione
dell’équipe, l’acutezza nel decodificare la follia
rispondendole senza colludere coi suoi aspetti
regressivi, lo spessore dell’impegno terapeutico.
In particolare, mi aveva impres­s ionato la gestione
1 Vedi: Franco Basaglia, Franca Ongaro Basaglia, Paolo Tranchina, Mario Mariani : L’impossi­bile strategia, in: F. Basaglia,
F. Ongaro Basaglia : La maggioranza deviante: l’ideologia del
controllo sociale totale, Einaudi, Torino, 1971, pag. 103-129.
2 Vedi P. Tranchina: La tavola calda, un momento antistituzionale di coinvolgimento collettivo, «Fogli di Informazione»,
N° 14 , 1974 p. 215-220
Pag. 92
di una giovane paziente: Bruna M.. La ragazza,
che era stata dimessa, doveva iniziare il giorno
dopo un lavoro a Trieste. Sin dalla mattina si era
presentata in ospedale cominciando una serie di
provocazioni, atti di rottura. Al­l ’azienda agricola
aveva tirato una pala a Vieri Marzi, senza colpirlo,
vicino alla portineria aveva tirato un flacone di
medicine contro Vincenzo Pastore che era finito
contro le vetrate. Prima di sera, entrata nella
direzione di Pirella, aveva stracciato alcune lettere
del suo tavolo. Il problema era di resistere alle sue
provocazioni cercando di mitigare la sua ansia,
senza colludere con la sua distruttività. Pensavo
al setting, agli orari rigidi, e li confrontavo
con la disponi­b ilità di tutta una istituzione di
continuare a gestire la crisi, senza reprimere,
fino a che non si trovava una soluzione adeguata.
Durante la riunione con i volontari che, a Gorizia
aveva luogo tutte le sere, Bruna si era presentata,
sempre in crisi, dicendo che voleva essere seguita
da Pirella.
Pirella le aveva risposto con fermezza che poteva
scegliere chiunque volesse nell’équipe, ma non lui.
La sera tardi, infatti, ho visto Bruna che andava a
dormire con una volontaria nello stesso albergo
dove risiedevo, e, in seguito, ho saputo che le cose
a Trieste erano andate bene.
Oltre all’insieme dell’ospedale e dell’équipe, è
stata specialmente la figura di Agostino che mi
ha colpito, le sue capacità dialettiche, la ricchezza
della sua cultura, l’incisività che lo portava
immancabilmente alla radice delle contraddizioni.
In particolare, mi aveva affascinato la sua
coscienza politica, l’estrema raffinatezza delle
sue analisi istituzionali, in grado di collegare il
particolare al generale, e poi quel suo modo di
pensare che, per ogni problema, lo portava prima
a generalizzare, allineando situazioni, aspetti
simili, per poi raggiungere improvvisamente la
conclusione, confermando o contraddicendo,
in modo indiscutibile, le tesi iniziali. Della sua
disponibilità, della sua sensibilità empatica
rispetto alle psicosi, avrei fatto esperienza ad
Arezzo, nel lavoro di deistituzionalizzazione. Ad
Arezzo la porta del suo studio era sempre aperta, il
suo atteggiamento sempre disponibile all’ascolto.
Anche se sapeva perfettamente come metterti di
fronte alle tue responsabilità. Alcune volte veniva
in un reparto in crisi e con la verifica rovesciava
totalmente la situazione. Altre volte ci diceva:
“Andate a discutere con gli infermieri finché non
trovate qualcosa”.
Prima di lasciare Gorizia, nel gennaio 1970, con
Pirella abbiamo cercato qualcosa da fare insieme,
per dare corpo ai nostri discorsi: un ponte tra
Milano e Gorizia che continuasse, allargandolo,
il nostro incontro, il rapporto affettivo,
culturale, politico, che si era instaurato tra noi.
I membri dell’equipe di Gorizia sarebbero venuti
mensilmente alla Casa della Cultura di Milano,
presentando la loro esperienza e discutendone
collettivamente. Il gruppo informale di psichiatri,
psicoterapeuti, volontari che avevo organizzato
al Centro di Piazza S.Ambrogio, aveva finalmente
trovato le persone giuste e stava accingendosi a
diventare, trasformandosi profondamente, “Il
Collettivo di Intervento nelle Istituzioni”.
Poliscritture/Sulla giostra delle riviste
II Collettivo di Intervento nelle Istituzioni di
Milano e i «Fogli di Informazione» ciclostilati
Le prime riunioni con i goriziani, nel 1970, che
purtroppo non abbiamo registrato, sono state
molto ricche, entusiasmanti. C’erano psicanalisti
svizzeri, psichiatri, scrittori, operatori del
Centro Nord, studenti, volontari. Tra gli altri
ricordo lo psicanalista Bernard Rotschild, di
Zurigo, lo scrittore Ottiero Ottieri. Il centro di
discussione era Gorizia e le pratiche alternative, la
deistituzionalizzazione, ma il discorso si allargava
sul disagio psichico nei suoi rapporti col sociale,
i rapporti tra tecnica e politica, psicanalisi e
istituzioni.
Dalla fine del 1970 abbiamo cominciato a
registrare le riunioni formalizzandole. Abbiamo
iniziato a raccogliere l’elenco degli indirizzi
dei partecipanti. Sono così nati i «Fogli di
Informazione» ciclostilati, tredici numeri per circa
300 pagine. In ogni fascicolo, insieme al resoconto
dell’ultima riunione, mettevamo uno o due articoli
che costituivano l’argomento di discussione per la
riunione successiva, di cui si indicava data e luogo.
Sfogliando quelle pagine emerge una enorme
ricchezza: la psichiatria in Vietnam, le carceri in
Usa, la repressione in Sudamerica, si affiancano
ad accesi dibattiti sulla situazione psichiatrica di
Torino, Milano, Udine, Gorizia, Arezzo, Firenze,
Napoli, ai nuclei essenziali della deistituziona­
lizzazione, della lotta contro l’esclusione, dibattiti
sui centri di riabilitazione per gli handicappati,
riflessioni sulla scuola media a tempo pieno, le
classi differen­z iali, l’educazione antiautoritaria,
interventi contro i licenziamenti al carcere minorile
Beccaria di Milano, riflessioni sull’uso alternativo
della psicoanalisi nella scuola, verifica del lavoro
dell’analista nelle istituzioni psichiatriche, i
prodromi delle dimissioni dell’equipe di Gorizia
per l’impossibilità di allargare l’esperienza sul
territorio, il ruolo dei partiti, del sindacato.
Ripercorrendo queste pagine ciclostilate sono stato
sorpreso dalla loro pregnanza narrativa, dalla forza
della critica, gli abbozzi di teorie, la freschezza
delle nostre passioni. A volte traspare anche
una certa ingenuità, cortocircuiti tra speranze
e pratiche, semplificazioni, ma senza quella
passione i manicomi continuerebbero a dettare
legge, a fare scempio di identità, sofferenze, non
avremmo mai scritto “Manicomio ultimo atto” 1.
Eravamo ossessionati dai rapporti tra tecnica
e politica, dalla paura che le nostre battaglie
fossero riassorbite dal sistema, che fossero
inutile riformismo. E come continuità, sostanza,
c’era tutta una cultura alternativa che faticava
ad affermarsi e cercava alleanze, riconoscimenti,
i fondamenti teorici della propria identità. La
riflessione sul potere in rapporto all’operatività
possibile investiva sia i tecnici che occupavano i
massimi livelli delle gerarchie psichiatriche, sia
specialisti isolati e controcorrente, sia i volontari
che operavano come potevano, dove potevano,
con minimi livelli di potere.
1 Vedi P. Tranchina, M. P. Teodori: Manicomio Ultimo Atto:
bilanci, rischi, prospettive della chiusura definitiva degli
ospedali psichiatrici in Italia, Editrice Centro di Documentazione, Pistoia 1996
Pag. 93
1 Vedi: Relazione del gruppo dell’Ospedale Psichiatrico di
Gorizia, in: Pierfrancesco. Galli (a cura): Psicoterapia e
scienze umane: Atti dell ‘ VIlI congresso internazionale di
psicoterapia, Feltrinelli, Milano 1973 p. 161-184
2 Vedi: P. Tranchina: Il potere in psicoterapia. «Fogli di Informazione» N° 7, 1973, p.247-252
3 Gli altri membri erano: Marina Saviotti, Almachiara Dusi,
Lilia D’Alfonso, Alfonso D’Alfonso, Giuseppe Miccolis, Annamaria Fabbrichesi. Cecilia Morosini.
Poliscritture/Sulla giostra delle riviste
sistematicamente abbiamo approfondito la nostra
cultura politica, facendo tesoro delle capacità
di Mario Spinella 4. Nel 1987 il Centro di Via
Giussano si è trasformato in Associazione di
Studi Psicanalitici, e attualmente, come scuola
riconosciuta di psicoterapia, continua una intensa
attività di formazione.
Intanto, nell’estate del 1971, Pirella si era
spostato da Gorizia all’Ospedale psichiatrico di
Arezzo, Basaglia era andato a dirigere l’ospedale
psichiatrico di Trieste. I dibattiti del Collettivo
di Intervento nelle Istituzioni, sempre estrema­
mente vivaci, critici, si aprivano su orizzonti
pratico-teorici nuovi, raccoglievano nuove sfide
antistituzionali. Anche il numero di partecipanti
si allargava, si differenziava, nuovi operatori
come Gianfranco Pittini, Arcadio Erlicher, Fausto
Matteini, Veniero Galvagni. Agostino Contini si
O. Garbin, Ritratto di Basaglia
In quegli anni, infatti, il gruppo di volontari che
lavorava a Mombello, nome corrente che si dava
all’OP Antonini di Limbiate, e in altri ospedali,
si era molto rafforzato. A Mombello con una
psichiatra che ci appoggiava, Zenaide Malavasi,
cercavamo, tra l’altro, di opporci alle lobotomie,
convincendo i parenti a non firmare il consenso
scritto che era indispensabile perché si potesse
fare l’interven­t o. Sostenevamo poi il lavoro di
apertura che con fatica il dr. Orsi portava avanti
nel suo reparto.
Al gruppo dei volontari di Mombello partecipava
anche Cristina Lanni, compagna di Vittorio
Gregotti. Spesso ci riunivamo a casa loro. È stato
quindi naturale, quando abbiamo deciso di fare
i «Fogli di Informazione» stampati, chiedere a
Gregotti di disegnarci la copertina.
Anche in campo analitico, non
mancavano fermenti. Francesco
Ruffini, compa­g no di Silvia
Montefoschi, discutendo con i
suoi pazienti privati, era giunto
alla conclusione che l’analisi
non bastava, per cui aveva
favorito la creazione di un
piccolo centro dove i pazienti
potevano incontrarsi tra di loro.
Nei seminari di casistica, con
Emanuele Gualandri, oltre che gli
aspetti psicodinamici cercavamo
di decifrare le componenti che
potevano collegare struttura e
sovrastruttura. Enzo Morpurgo
aveva organizzato un ambulatorio
psicanalitico
gratuito
nel
quartiere di Niguarda. Pier­
france­s co Galli e membri del
PSIUP avevano lavorato a una
ricerca per cercare di cogliere
le motivazioni psicodinamiche
profonde del qualunquismo.
Nel 1970, dopo l’VIlI congresso
internazionale di psicoterapia
- in cui i goriziani hanno avuto
un ruolo importante 1 e anche io,
presentato da Sergio Piro, ero intervenuto 2 - il
Centro di Piazza S. Ambrogio aveva cessato la sua
attività. Pierfrancesco Galli, infatti, aveva deciso
di trasferirsi a Bologna. Coordinandoci, in dodici,
Guido Medri, Mariella Loriga, Ciro Elia, Teresa
Corsi e altri 3, abbiamo fondato il Centro Studi di
Psicologia Clinica e di Psicoterapia di via Alberto
Da Giussano, di cui sono stato presidente dal 1970
al 1972. Il Centro era veramente, in quegli anni,
un momento di riflessione alta e interdisciplinare.
Oltre a Benedetti, Cremerius, Morrone anche
Mauro Rostagno ci ha fatto dei seminari, e
affiancavano ai goriziani, ai primi frequentatori
come Giampaolo Guelfi, sempre particolarmente
attivo, Enrico Pascal di Torino, Ponte di Genova,
Simone Wender e Allegri di Pavia, Sergio Piro di
Napoli, Alberto Parrini di Firenze, Milly Fumagalli
e Dinni Cesoni, di Milano.
Con alcuni di loro, Guelfi, Parrini, Piro, ecc., ci
eravamo anche scontrati vivace­m ente con Diego
Napolitani e il suo gruppo, contestando duramente
le pretese egemoniche della psicoanalisi, e
obbligandolo a diffondere a tutti i partecipanti
al I seminario su ‘’psichiatria comunitaria e
socioterapia” una nostra relazione “ analisi
sociopolitica delle istituzioni”, discutendola in
una apposita riunione. Dato, però, che Napolitani,
molto democraticamente, non l’ha pubblicata
negli atti del seminario, l’abbiamo pubblicata
4 Vedi, per esempio l’interessante dibattito con Mario Spinella, Norman Elrod, Giovanni Jervis, ecc. sul problema della
soggettività, rispetto alla classe in Marx. In: A A VV: Resoconto dell’ultima riunione, Milano 7 ottobre 1972, «Fogli di
Informazione» N: 2 , p.44-62 1972
Pag. 94
noi insieme ad altri documenti che criticano gli
interventi di Fornari, Pagliarani, Perruzzotti,
Resnik, Shiller, Charmet, ecc.
Mi sembra quindi chiaro che il “Collettivo
di Intervento nelle Istituzioni”, nonostante
l’organizzazione “debole”, informale, era dotato
di grande capacità di coinvolgimento, alleanze,
incisività critica e operativa sugli obbiettivi che
sceglieva di darsi e che perseguiva con efficacia.
Come molti gruppi a quei tempi, era estremamente
curioso, radicale, dotato di grande mobilità, e
spirito di inventiva. Solo adesso, riflettendoci, mi
sembra di cogliere questa sua estrema plasticità,
questa capacità di lottare su tanti fronti aggregando
interessi, ideali, affettività, e disaggregandosi,
appena necessario, per ricostituire nuovi campi
d’azione. Era proprio questa, credo, la nostra
forza, questo “noi” collettivo estremamente
sensibile e attento, etico, intransigente ma
plastico, che, nonostante tutto, sembra continua­
re a trasmetterci energia, voglia di fare, se dopo
quasi 40 anni siamo ancora qui a rifletterci.
Nell’estate del 1972, Giuliano Capecchi del Centro
di Documentazione di Pistoia ci ha proposto di
stampare il bollettino fino allora ciclostilato, dato
che la domanda era aumentata.
I «Fogli di Informazione» stampati
Dal 1972 a oggi abbiamo stampato 186 numeri.
In essi tra l’altro abbiamo discusso delle nuove
facoltà di psicologia a Roma (n. 16), dei soggiorni
estivi a Trieste (n.23-34) e a Firenze (n.35-36),
della situazione psichiatrica di Napoli (n.25-26)
e di Ferrara (n.27-28), di tossicodipendenze a
Verona (n.30), di sessualità e condizione operaia
a Terni (n.31-32), di servizi territoriali a Reggio
Emilia (n.33-34) e a Settimo Torinese (n.3536), di superamento dell’ospedale psichiatrico a
Volterra (n.39-40), dei rapporti tra psichiatria e
terremoto a Gemona (Udine), (n.41-42).
Il loro contributo di documentazione, riflessione
critica, ricerca, è davanti agli occhi di tutti.
Numero dopo numero i Fogli hanno puntualmente
verificato l’applicazione della legge 180, i suoi
successi, i suoi ritardi, denunciando prontamente
ogni tentativo di snaturamento dei suoi contenuti
fondamentali e battendosi attivamente contro
tutti i tentativi di controriforma.
Linee fondamentali della rivista
Possiamo così riassumere le linee fondamentali
della rivista:
I) Documentazione meticolosa delle pratiche nella
loro complessità.
2)Confronto sistematico con le tecniche, psico­
ana­l isi, terapia familiare, psi­c o­f ar­m aci.
3) Collegamento continuo tra istituzioni e società,
tecnica e politica.
4) Critica della scientificità degli strumenti e delle
istituzioni in rapporto alle deleghe, ai processi di
e­s clu­s ione.
5) Attenzione alla quotidianità, alla convivenza,
al gruppo, al fare collettivo, alla critica all’er­g o­t e­
Poliscritture/Sulla giostra delle riviste
ra­p ia e quindi valorizzazione del lavoro e im­p re­s a
sociale, (19) autoaiuto e reti sociali.
6) Rigoroso, intransigente, atteggiamento etico
che ha sempre cercato di porre al centro, col
massimo rispetto, la dignità degli psichiatrizzati,
degli esclusi, la loro soggettività.
7) Tentativo di approfondire sistematicamente i
processi di riproduzione della normalità insieme
a quelli della devianza, della follia.
8) Attraverso atteggiamenti di empatia allargata,
l’identificazione con gli oppres­s i, la cultura dei
Fogli si è incentrata sul paradigma dell’ultimo.
In questo senso, particolarmente importanti sono
stati i libri della collana dei Fogli.
Fondamentale è stata anche, negli anni, la
collaborazione con Norman Elrod e il suo gruppo
di Zurigo-Kreuzlinghen 1. Importante anche il
la­v o­r o del gruppo di Psicoterapia Concreta di
Firenze che ha fatto corsi e incontri, riflettendo in
particolare sul concetto di inconscio istituzionale,
un ponte lanciato tra psicanalisi e pratiche di
deistituzionalizzazione.
Come si può notare, i rapporti tra il movimento
e la psicoanalisi sono ben più ricchi e articolati
di quan­t o a volte non appaia. E ben lontani da
semplici negazioni, dettate a volte dall’urgenza
del fare 2.
In questa sede non posso passare sotto silenzio
l’enorme sforzo della redazione del “Portolano
di psicologia”, realizzato insieme a Enrico
Salvi, Maria Pia Teodori, Sandra Rogialli 3 che
ha sintetizzato in un volume la totalità delle
tematiche essenziali delle pratiche alternative
(130 autori, 111 articoli) arricchen­d ole con quan­
to di più importante, vivo ha visto la luce in
campo psichiatrico, psicoterapico, psicologico,
psicanalitico.
II CD ROM dei “Fogli”
Per il convegno di Trieste del 1998 “Franco
Basaglia: la comunità possibile” (20-24 Ottobre),
abbiamo realizzato un CD rom che costituisce una
banca dati consultabile in linea, una volta inserita
nel computer. Sono quasi 2000 articoli, quasi tutti
con l’abstract italiano, molti con abstract anche
in inglese, tutti con le parole chiave (descrittori
maggiori e minori, indicatori). Ho caricato anche i
«Fogli di Informazione» Ciclostilati e il “Portolano”,
e il mio libro di Supervisioni: Un sagittario venuto
1 Per la collaborazione con Norman Elrod e il suo gruppo,
l’Istituto di psicoanalisi di Zurigo Kreuzlingen, Vedi: Fogli di
informazione № 107 ( gennaio 1985)
2 Il gruppo di Psicoterapia Concreta, attivo a Firenze dal 1990,
di cui faccio parte insieme a Vieri Marzi, Mario Santini, Annibale Fanali, Maria Pia Teodori, Sandra Rogialli, Enrico Salvi,
Maridana Corrente, Sandro Ricci, Alfredo Lo Cigno, Cesare
Bindioli, attraverso momenti di riflessione e seminari di formazione, lavora a una ricerca approfondita sul problema delle
psicosi, la loro terapia, riflettendo in particolare sul concetto
di “inconscio istituzionale”, un ponte tra inconscio individuale
freudiano e inconscio collettivo junghiano.
3 P. Tranchina, E. Salvi, M.P. Teodori, S. Rogialli, Portolano
di psicologia: esperienze prospettive convergenze di una professione giovane, Editrice Centro di Documentazione, Pistoia,
1994
Pag. 95
male, Editrice Centro di Documentazione Pistoia,
1997, e qualche altro libro 1.
Da sottolineare anche il fatto che il CD contiene
un thesaurus di termini controllati e rappresenta,
credo, la prima esperienza informatizzata nel
nostro campo.
Ultimi sviluppi
Nel 2006 si conclusa la lunga collaborazione con il Centro
di Documentazione di Pistoia. Il nuovo editore è la DBA
di Firenze, una struttura informatica no-profit, che, tra
le altre cose, ha distribuito ISIS, il sistema informatico
gratuito dell’Unesco, ai paesi in via di sviluppo.
INDIRIZZI
Direzione: Paolo Tranchina,
Viale don Minzioni 29, 59129 Firenze tel. 055570842
e-mail: [email protected]
Editore: DBA Associazione, Via Santucci 1 50127 Firenze
tel. (39) 055435777 fax 0554376833 e-mail: fogli@dba.
it
POSTSCRIPTO
Ritengo utile concludere questo intervento con
il postscripto al testo di Serrano e Pini, scritto in
collaborazione con Maria Pia Teodori.
A pochi mesi dal trentennale della legge 180, che i
Fogli d’Informazione celebreranno con un numero
speciale: 180 XXX Anno, al quale stiamo lavorando
intensamente, questo testo rappresenta un momento
alto di maturità e di sintesi del movimento che dalla
chiusura dei manicomi ha investito il territorio con
interventi sempre più efficaci e partecipati, dalla
istituzione negata alle istituzioni inventate. Protagonisti
12 utenti che, addestrati all’eccellenza dall’Università,
intervistano mille persone lavorando sullo stigma e,
approfondendolo, ne minano i lineamenti, ne intaccano
lo spessore, la coriacea immutabilità normativa, insieme
alla propria sofferenza psichica.
Ritratto di Costantinopoli
Firenze 7 marzo 2008
1 Per le supervisioni vedi anche: Paolo Tranchina: Forme di
Vita, supervisione, psicoterapia, lavoro di equipe, Editrice
Centro di Documentazione, Pistoia 2002
Poliscritture/Sulla giostra delle riviste
Pag. 96
8 Riprese
temi da non perdere di vista
Ripensando
alla concezione
borghese della
convivenza
fra i popoli
in margine al “caso armeno”
Giulio Toffoli
…Non è mai un documento della cultura senza essere insieme un documento della barbarie. E come non è esente
da barbarie esso stesso, così non lo è neppure il processo
di trasmissione per cui è passato dall’uno all’altro. Il materialista storico, quindi, prende le distanze da esso nella
misura del possibile. Egli considera suo compito spazzolare la storia contropelo» (W. Benjamin, Sul concetto di
storia, VII, Einaudi, Torino, 1997, pag. 31)
Fra le testimonianze della millenaria storia anatolica,
che dimostrano come quella regione sia stata terra di
continue migrazioni, di inesausti conflitti e di sovrapposizioni di culture, certo meritano particolare menzione
quelle costituite dalle rovine della città di Ani, la capitale dell’antico regno armeno che fra il IX e il X secolo d.C.
ebbe il controllo di una fetta significativa dell’Anatolia
orientale1. Le grandi dinastie dei Bagratuni, degli Artzrouni, dei Kamsarakan, dei Siouni dominarono, in diversi periodi, l’Armenia feudale. Si è trattato di un’egemonia, che si è estesa su un territorio che dalla catena
del Caucaso scende fin nella parte profonda dell’altopiano anatolico, caratterizzata da una costante labilità dei
confini. Quella degli Armeni è stata una storia di continui scontri che si sono declinati nelle più diverse forme:
ostilità familiari e tribali, conflitti sociali ed economici,
contrapposizioni tra fondamentalismi religiosi e infine
soprattutto conflitti razziali. Un coacervo di scontri di
potere che non ha trovato una soluzione, se non molto
parziale, per tutta la fase del plurisecolare dominio ottomano.
Il caso della famiglia dei Bagratuni, anzi, può essere
considerato esemplare di questa storia davvero particolarmente intricata, visto che questa possente famiglia della nobiltà caucasica, ed è solo un esempio fra i
vari possibili, era divisa in due rami, con estesi domini
feudali, uno di discendenza armena e uno di discendenza georgiana, che in momenti diversi hanno governato
sullo stesso territorio contendendosi la leadership delle
stesse genti, degli stessi villaggi, degli stessi pascoli, de-
1 In generale per la storia armena dall’antichità alla realtà
contemporanea risulta utile la silloge curata da Gerard Dedeyan, Histoire des Armeniens, Privat, Paris, 1982 e Claire Mouradian, De Staline à Gorbatchev. Histoire d’une rèpublique
soviétique: l’Arménie, Editions Ramsay, Paris, 1990.
Poliscritture/Riprese
Pag. 97
gli stessi commerci.
Parlare della questione armena ci pare possa in questa
prospettiva, se non si assume un forte distacco critico,
diventare la premessa per avvilupparsi in un ginepraio
difficilmente districabile. Il rispetto dovuto alla complessità della storia, all’analisi attenta e critica delle
fonti, capace di liberarci da qualsiasi forma di pregiudizio, è l’unica strada per poter affrontare questa tematica
senza trasformare, ancora una volta, la storia da disciplina che cerca faticosamente di individuare e difendere
un suo statuto di scientificità in una tragica ideologia al
servizio delle peggiori cause.
Nella zona caucasica il rischio che la storia sia manipolata per interessi che potremmo definire, in modo eufemistico, di parte, ci appare particolarmente evidente.
Non è possibile infatti dimenticarsi del tragico riemergere dopo il 1989 delle più imbarazzanti tendenze nazionaliste, di un nazionalismo sciovinista che ha visto
contrapporsi, contendendosi lo stesso territorio, spesso
a suon di obsolete citazioni medievali, i diversi nazionalismi, in un crescendo che si è espresso attraverso guerre interregionali, guerre civili e guerriglie più o meno
sanguinose e criminali.
Sul finire del XX secolo la storiografia occidentale, parallelamente al tracollo del mondo sovietico, ha ripreso la sua attività ideologica trasformandosi, almeno in
alcune sue frange, in una potente lobby impegnata a
fornire patenti di verità, in un modo che non è granché
diverso da quello che, nel tardo XIX secolo, la storiografia positivistica utilizzava per stabilire ciò che era civile
e ciò che non lo era. Questa frangia della storiografia si è
ritagliata uno spazio particolarmente importante, almeno dal punto di vista della sua visibilità di fronte all’opinione pubblica, dando vita a un’originalissima ricerca
fondata sulla individuazione di una specie di «hit parade» dei massacri e dei genocidi, che senza andare tanto
per il sottile, basandosi su una risoluzione dell’ONU del
1948, ha iniziato a operare in modo retroattivo, secondo
una strana metodologia di verità che trova, si afferma,
nella stessa civiltà occidentale il suo parametro di indiscutibile certezza.1
L’intervento di Ottavio Rossani, «La Turchia di fronte
alla “questione armena”»2, ci pare impostato proprio secondo un modello di tipo ampiamente apodittico che ha
la premessa in questa «scienza del massacro». Cerchiamo di vedere perché.
1 Un esempio di tale tendenza ci pare rappresentato dall’attività svolta recentemente da Marcello Flores con il suo Tutta la
violenza di un secolo, Feltrinelli, 2005 e il successivo Il genocidio degli Armeni, Il Mulino 2006 che si rifanno complessivamente al dibattito, che ci pare ampiamente ideologico, sul
XX secolo come secolo del male, più o meno assoluto. Su problema più generale della creazione di una logica della «contabilità del terrore» si veda il lavoro di Domenico Losurdo, Il
peccato originale del Novecento, Laterza, 1998, cui rinviamo
come riferimento complessivo sull’intero problema della ricostruzione storica basata su una selettività ideologica che potremmo definire eufemisticamente «conservatrice».
2 Facciamo esplicitamente riferimento al saggio presente nel
Numero 3 della rivista «Poliscritture», novembre 2007. Le citazioni in corsivo sono tratte dall’articolo di Rossani.
Poliscritture/Riprese
Partiamo dal primo tragico dato, quello dei numeri.
Una strana moda si è consolidata dopo l’89 e tende ad
affrontare le tragedie del XX secolo secondo una logica
quantitativa. Verrebbe da dire, se non risultasse forse
un poco blasfemo: chi più ne ha più ne metta!
Sappiamo che la burocrazia ottomana non era certamente fra le più capaci di realizzare un censimento obbiettivo della popolazione dell’impero. Comunque secondo
i dati della Sublime Porta, che non si capisce perché
dovrebbero essere pregiudizialmente considerati falsi,
la popolazione armena dell’impero doveva, intorno al
1914, assommare a circa 1,2 milioni di sudditi. I dati del
patriarcato armeno parlavano invece di 2,1 milioni di
Armeni presenti all’interno dei confini dell’impero. Già
qui si evince la difficoltà di un’analisi oggettiva su quale
delle due valutazioni fosse quella esatta3.
Non ci addentreremo neppure nell’analisi tecnica delle diverse vicende, delle violenze contro la popolazione armena e riconosciamo senza ombra di dubbio che
qualsiasi sia stata la cifra ben poco conta il numero, si è
trattato sempre di una tragedia inaccettabile, un massacro come tanti innescati dalla guerra, anzi dalle guerre
imperialistiche. Aggiungiamo solo che non vorremmo
che l’enfatizzazione di parte delle cifre (1,5 milioni o
addirittura 2 milioni di morti) non sia altro che un’amplificazione ideologica che vuole nascondere il vero problema, ovvero quello di individuare quali siano state le
cause di questa come di altre tragedie che segnarono il
tramonto dell’impero ottomano e che non si possono
semplicemente risolvere parlando di una «geopolitica
dell’Ottocento ormai inattuale». Per inciso forse può essere interessante ricordare che uno storico del valore di
A. Toynbee fu costretto ad ammettere che il Libro blu,
da lui preparato per conto del governo inglese e che raccoglieva le denunce delle violenze turche, altro non era
che «propaganda di guerra»”4.
Non di meno ci lascia perplessi sentir parlare per la realtà dell’impero ottomano all’inizio del XX secolo di minoranze che «si proiettavano verso l’indipendenza nazionale» e ci chiediamo se è vero che «si proiettavano»
o se, più esattamente, erano «proiettate» da una serie
di rivolte fomentate da vari soggetti con una politica
imperialistico-coloniale, quali erano allora Inghilterra,
Francia, Russia, Italia e Austria-Ungheria, con la finalità ben chiara di dividersi le spoglie dell’impero.
Alcuni movimenti nazionalisti presenti nelle varie regioni del medio oriente trovarono sostegno nell’attività diplomatica delle potenze straniere; altri movimenti
vennero fomentati ad arte rispondendo così alle esigenze strategiche delle nazioni europee che ambivano
alle spoglie della Sublime Porta. Ciò ovviamente generò azioni di rivolta che trovarono voce soprattutto nelle
ali più radicali, ad esempio fra gruppi di Armeni che si
3 Per il problema demografico si veda: Gerard Dedeyan (a cura
di), Histoire des Armeniens, cit., pag. 492/493. Merita però
di ricordare che nelle varie provincie orientali dell’impero gli
Armeni rimanevano ovunque una, più o meno ampia, minoranza.
4 Cfr. Robert Mantran (a cura di), Storia dell’impero ottomano, Argo Editrice, Lecce, 1999, pag. 671.
Pag. 98
rifacevano a logiche di crociata anti-islamica1. Vennero avviate azioni di lotta armata (tutti sapevano che le
armi circolavano fra i gruppi di combattenti armeni,
provenendo dal confine russo) che si svilupparono diventando azioni di vero e proprio terrorismo, che era
combattuto dal governo centrale di Istanbul con grande
violenza.
Ma tali affermazioni corrono il rischio di rimanere su un
terreno di palese vaghezza.
Forse il più prosaico ritorno alla storia, con l’individuazione di alcune date, può essere utile per farci uscire da
quella indeterminazione in cui, per dirla con un «vecchio» grande maestro, si corre il rischio di trovarsi nella
«notte in cui tutte le vacche sono nere».
Mentre attraverso la cosiddetta «rivoluzione» del 1908
il mondo turco era alla ricerca di una nuova identità
politica di tipo più «democratico», proprio attraverso l’azione riformatrice di quei militari che furono il
nucleo del movimento dei Giovani Turchi1 da cui, ben
diversamente da chi ne sottolinea in modo unilaterale
le presunte nefandezze, emersero leader come Enver
Bey, Gemal Pascià, Mehemed Cavid, Mehemed Talt e
lo stesso Mustafa Kemal, senza i quali non vi sarebbe
stata una Turchia moderna, l’Occidente avviava una serie di azioni che puntavano alla dissoluzione del mondo ottomano2. Si tratta di interventi che andavano dalla
decisione unilaterale dell’Impero d’Austria-Ungheria di
incamerarsi la Bosnia Erzegovina nel 1908, alla guerra
di aggressione italiana in Libia del 1911-12, all’esplosione delle guerre balcaniche del 1912-13.
Ci chiediamo: si può parlare allora di «processo di disfacimento» per l’impero ottomano o piuttosto sarebbe
più onesto dire che si trattava di un disegno di smem1 Varrebbe la pena analizzare il problema della presenza all’interno del mondo politico e culturale armeno, all’inizio del XX
secolo, di due anime quella nazionalista e quella classista marxista in lotta fra di loro. Anche qui, come nel resto dell’Europa, lo scoppio della Grande Guerra elimina la contraddizione
dando spazio a forme di acceso nazionalismo, reso ovviamente ancora più tragico dalla peculiarità della condizione della
popolazione armena. Sul problema della guerriglia armena si
legga Guenther Lewy, Il massacro degli armeni. Un genocidio
controverso, Einaudi, 2006, pag. 39 e segg..
2 La «rivoluzione» dei Giovani Turchi è tematica storica degna di ben altra considerazione, rinviamo in generale a: A.M.
Porciatti, Dall’impero ottomano alla nuova Turchia, Alinea
Editrice, Firenze,1997. Si aggiunga, per meglio comprendere
la complessità dei giochi che si svolsero in quella tragica estate del 1914, quanto scritto da Stanford J. Shaw: «In realtà, la
maggior parte degli ottomani, e quasi tutti i Giovani Turchi,
simpatizzavano per le democrazie liberali dell’Intesa, sulle
quali contavano per essere aiutati nei loro programmi di riforma. La maggioranza preferiva tener fuori del tutto l’impero
da una guerra in cui si confrontavano ambizioni e interessi
quasi solo europei. Quando però l’odiata Russia si schierò con
l’Intesa e l’Inghilterra confiscò due corazzate ottomane…l’ammirazione per il genio militare prussiano… e la direzione del
ministro della guerra Enver Bey permise(ro) a quest’ultimo…
di firmare un accordo segreto con la Germania, che trascinò
gli ottomani… nella guerra appena iniziata». S.J.Shaw, La rivoluzione turca e il crollo dell’impero ottomano, in La storia
I Grandi problemi dal Medioevo all’Età Contemporanea, vol.
9, L’Età Contemporanea, 4 – Dal primo al secondo dopoguerra, UTET, 1986, pag. 143/144.
Poliscritture/Riprese
bramento che aveva come naturale esito finale proprio
la scomparsa del mondo turcoottomano come entità
statale autonoma?
Siamo inoltre proprio convinti che vi fu un preciso
disegno politico militare che coordinò lo sterminio
degli Armeni? Come non tenere conto piuttosto dello
stato di grande difficoltà militare e di disorganizzazione
che l’impero stava vivendo in quel momento e che
l’autenticità dei documenti secondo i quali il governo
dei Giovani Turchi avrebbe ordinato nella primavera del
1915 lo sterminio sistematico degli Armeni è da molti
studiosi giudicata per lo meno dubbia?
Inoltre come dimenticare che dalla Russia venivano
precisi inviti alla ribellione? Lo zar Nicola II non aveva
perduto il suo tempo e il 17 settembre 1914 aveva
indirizzato ai suoi sudditi armeni un appello che era
palesemente diretto anche ai loro «confratelli» d’oltre
confine: «Armeni, i popoli di tutta la grande Russia si
sono levati al mio comando. Armeni dopo cinque secoli
di giogo tirannico, durante i quali voi e i vostri fratelli
avete subito e alcuni ancora subiscono i più abominevoli
oltraggi, l’ora della libertà è infine suonata per voi…»3.
Proprio in quel momento nella zona del confine
caucasico le armate dello zar, dopo il tragico inverno
del 1914 che aveva visto le truppe turche sbaragliate
dai russi e annientate dalla disorganizzazione interna
alle forze armate del Sultano4, stavano avanzando,
trascinando sulla loro scia una serie di battaglioni
costituiti da volontari armeni dell’intero Caucaso5. In
tale frangente decine di migliaia, anzi più probabilmente
alcune centinaia di migliaia di mussulmani, ma anche di
cristiani non armeni, se non ebbero la fortuna di trovare
salvezza nella fuga, furono sterminati senza pietà.
L’avanzata russa continuò per parte dell’anno successivo,
il 1916, portando all’occupazione temporanea, fino allo
sbandamento delle truppe russe sul finire dell’inverno
1916-17, di un largo territorio nell’Anatolia centrale fino
a Trabzon e Erzincan. Le popolazioni mussulmane di
3 A.Debidour, Histoire diplomatique de l’Europe. Depuis le
congrès de Berlin jusqu’à nos jours, II Vers la Grande Guerra
(1904-1916), Librairie Félix Alcan, Paris, 1918, pag. 274 .
4 Questo aspetto meriterebbe un’analisi più approfondita, che
facesse i conti con la mentalità dei ceti dominanti dell’epoca.
Una disfatta militare che comporta l’occupazione di una parte significativa di un territorio nazionale e viene vissuta come
un’azione cui contribuisce o può contribuire una quinta colonna interna può generare reazioni, più o meno violente, sia
pure eticamente difficili da giustificare? Si pensi per esempio
alle parole usate, nel momento dell’ingresso degli USA nel
primo conflitto mondiale, da una personalità di spicco come
l’ex presidente Theodor Roosevelt: «…non c’è posto per una
doppia lealtà; colui che dice di professarla «è necessariamente un traditore nei confronti per lo meno di un paese» ed è
«da abbattere senza pietà»», Domenico Losurdo, Il peccato
originale del Novecento, cit., pag. 38. Certo militarmente la
campagna caucasica dei Turchi fu a dir poco tragica, vide la
distruzione del IX e dell’XI corpo d’armata, generando il timore di un tracollo militare complessivo del fronte orientale e
lo spettro di una rivolta alle spalle delle popolazioni armene.
Palesemente l’argomento rimane aperto e non è nostro fine
risolverlo in queste poche righe. Fra l’altro si veda anche Robert Mantran (a cura di), Storia dell’impero ottomano, cit.
pag. 668.
5 Questo tema presenta un certo interesse per ciò che riguarda il contributo delle unità di volontari armeni per il successo della offensiva d’inverno scatenata dai Russi. Il problema
è trattato da Guenther Lewy, Il massacro degli armeni. Un
genocidio controverso, cit., pag. 129/140.
Pag. 99
quelle contrade in quei mesi pagarono un pesante tributo
di sangue di cui troppo spesso nessuno si ricorda. È certo
infatti che i censimenti del dopoguerra mostrarono in
modo irrefutabile che proprio in quei mesi, fine 1914inizio 1917, non solo le popolazioni armene ma anche
le altre genti anatoliche, insomma le masse dei ceti
popolari, contadini e urbani, delle varie etnie, furono
vittime di violenze, in cui certo ebbero la loro parte le
tragiche misure repressive turche ma anche le vendette
su larga scala operate dalle truppe armeno-russe1.
Rossani aggiunge che «per molti decenni del genocidio
degli Armeni nessuno parlò», ma è poi vero2? Ci sembra
impressionante, leggendo queste parole, come venga
falsificato il processo storico e schiacciato il problema
della drammatica realtà vissuta da quell’intera regione
in quella frenetica fase storica. Come dimenticare che
nel 1917 i rivoluzionari russi smascherarono i giochi
delle diplomazie occidentali e fecero conoscere al
mondo ciò che le cosiddette «potenze democratiche»
avevano deciso di fare dell’intera Anatolia e più in
generale del Medio Oriente? Forse merita di essere
rammentato che accordi segreti del maggio 1916 (si noti
la data!) avevano diviso l’impero fra Inghilterra, Francia
e Russia e la zona di Erzurum, Trabzon, Van e Bitlis,
insomma la zona cosiddetta armena, era stata ceduta,
senza nessun particolare patema morale, a Nicola il
Sanguinario. In seguito l’opera di smantellamento
sistematico dell’impero ottomano era continuata a
livello diplomatico con un’ulteriore divisione che cedeva
una fetta meridionale dell’Anatolia persino all’Italia e si
era conclusa con la famosa dichiarazione di Balfour del
novembre 1917, che apriva la strada a un quasi secolare
contenzioso arabo-ebraico e a una breve, ma non meno
tragica, guerra greco-turca del primo dopoguerra3.
Nel contempo l’Office of War Propaganda, segretamente
installato dal Foreign Office britannico a Wellington
House, sul Buckingham Gate di Londra si impegnò
con grande solerzia, nel tentativo di dare un senso a
una guerra che vedeva l’opinione pubblica sempre
più scontenta e delusa, a raccogliere notizie per
propagandare l’immagine, accanto alla barbarie tedesca,
della barbarie turca4. Tale propaganda ebbe come esito
l’arresto nel 1918 di ben 120 fra politici e intellettuali
1 Si legga, ad esempio, Robert Mantran (a cura di), Storia
dell’impero ottomano, cit., pag. 670.
2 Cfr. O. Rossani, cit, pag. 48. Inutile sottolineare che la tragedia armena fu ben conosciuta, si ricordi solo la pubblicazione
dell’opera di Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh,
1933 che ebbe vasta risonanza mondiale. Per un approfondimento su questo tema, con una articolata bibliografia, si rinvia
al testo completo presente sul sito della rivista.
3 In tale prospettiva meriterebbe forse di essere ricordata anche la guerra turco-greca del 1919-22, con il suo tragico fardello di massacri, stimolata dal disegno politico delle forze
dell’Intesa. In questo caso la storiografia dominante ha cercato
di sorvolare sull’argomento, solo i Greci se ne ricordano, forse
perché viene messo in forse il facile schema della «logica del
terrore». Fu infatti l’azione delle nazioni vincitrici dell’Intesa
a stimolare i Greci alla guerra e poi li abbandonarono al loro
destino. Rimane il dubbio: la costa ionica dell’Egeo è «storicamente» greca o turca? I Greci hanno diritti a ritornare in possesso di quelle terre? Ci chiediamo però se ciò non inneschi
un meccanismo che annienta lo stesso paradigma nazionale
dando via a un contenzioso infinito.
4 Su questo tema si può approfondire il discorso con la lettura
di Robert Mantran (a cura di), Storia dell’impero ottomano,
cit., pag. 680 e segg. e Guenther Lewy, Il massacro degli armeni. Un genocidio controverso, cit.
Poliscritture/Riprese
turchi di primo piano, internati a Malta e liberati dopo
il 1922 senza che si fosse arrivati a nessuna imputazione
formale5. Il tentativo di smembrare la Turchia venne
bloccato dalla lotta dei Turchi di Mustafa Kemal, che
riuscirono ad espellere dal territorio dell’Anatolia gli
invasori europei.
D’altronde solo la cecità «revisionista» oggi tanto di
moda può parlare del popolo armeno come di un popolo
senza patria. Infatti dopo il 1918 gli Armeni hanno avuto
non solo una patria ma anche un luogo dove è stata difesa
la peculiarità culturale e linguistica della loro tradizione.
Per quel che ci è dato sapere proprio la tanto deprecata
Armenia Sovietica aveva creato, per conservare il ricordo
della civiltà e della storia armena, una grande biblioteca
dove sono stati custoditi i più preziosi capolavori della
arte della miniatura e della cultura di quel popolo.
È forse qui che si vede la differenza con l’enfasi della
nuova Armenia e il suo impressionante e, ci si consenta,
«retorico» braciere! Quel fuoco è paradossalmente
mantenuto vivo, fra l’altro, da una legione di storici
statunitensi, francesi e armeni, contro cui ben poco
possono le argomentazioni degli storici turchi che
debbono essere «stolte» di principio, oppure di color
che hanno intenzione di indagare questa tragedia con la
maggior obiettività possibile6.
Oggi tutto è organizzato affinché all’opinione pubblica
mondiale venga rammentato non tanto il dramma
dei popoli coinvolti nella criminale assurdità di una
guerra imperialistica per la spartizione del mondo ma
l’esistenza di un Olocausto Armeno. Tale impostazione
favorisce lo spostamento del paradigma storico dalla
responsabilità delle borghesie imperialiste occidentali
al presunto primitivismo culturale e civile islamico. In
questo modo il revisionismo storico si trasforma in un
giustificazionismo etico e in uno strumento politico.
Fin qui le cosiddette problematiche storiche; ora
passiamo al versante «politico» che ci permettiamo
di credere sia quello che sta alle fondamenta di tanto
interesse storico revisionista.
Cosa chiede il governo della moderna Repubblica
«borghese» dell’Armenia? Che la Repubblica nazionalista
della Turchia prenda le distanze dal paese dell’epoca del
5 Tale opera di internamento e il tentativo di creare un tribunale internazionale tipo «Norimberga» ci pare un segnale
esemplare. Una tale azione non venne effettuata infatti nei
confronti del sovrani di Germania o Austria-Ungheria, per i
quali vennero fatte deboli pressioni diplomatiche per sottoporli a processo, subito bloccate da una specie di solidarietà
conservatrice fra le forze della reazione borghese europea.
Contro la Turchia, in quanto realtà nazionale extraeuropea,
che era evidentemente in una condizione gerarchica inferiore,
era lecito agire con quella violenza che non si poteva usare con
Guglielmo II o Carlo I.
6 Ovviamente ciò non vuol dire schierarsi dalla parte di coloro
che difendono l’odierna legislazione turca che tende a difendere dogmaticamente il primato dell’etnia turca. Su questo
tema, che sottolinea come la repressione contro le minoranze etniche si unisca a un più ampio discorso di intolleranza
politica nei confronti di chi si fa portavoce di una superiore
speranza di costruzione di una società più giusta, si vedano gli
articoli pubblicati sul numero di Alias, l’inserto de il Manifesto, di sabato 26 gennaio 2008 sotto il titolo di «Siamo tutti
Hrant, siamo tutti armeni Un’altra Europa è nata a Istanbul,
il 19 gennaio scorso. Rifondata dal basso, dai 10 mila turchi
scesi in piazza per ricordare il giornalista di origini armene
Hrant Dink, ucciso un anno fa da un fanatico nazionalista, e
per abrogare gli articoli liberticidi e anticomunisti del codice
penale e della costituzione…».
Pag. 100
genocidio1, che «il popolo turco chieda scusa al popolo
armeno»! Ma chi chiederà scusa ai turchi?
Forse più semplicemente, come cittadini di questa
strana realtà, con la sua traballante legittimità, che è
l’Europa delle borghesie di questi primi decenni del
XXI secolo, ci possiamo chiedere cosa voglia dire questo
continuo «chiedere scusa», questa moda del pentitismo
a tutti i livelli?
Si risarcisce in questo modo qualcuno o qualche cosa?
In più, in questa paradossale Europa, in cui facciamo
sempre più fatica a riconoscerci, cosa vuol dire che la
Francia ha votato una legge secondo la quale negare il
genocidio armeno è reato? Nessuno di noi discuterà mai
che una violenza di qualsiasi tipologia sia sanzionata2,
ma ci chiediamo: come si comporteranno le istituzioni
francesi di fronte ai vari «genocidi» degli Algerini, dei
Marocchini, delle genti del Sahara, delle popolazioni
della Cocincina, dei Vietnamiti, di fronte alle infinite
violenze e gli infiniti stupri che hanno caratterizzato
la storia della Francia coloniale dalla seconda metà
del XIX secolo in poi? A quando delle leggi che
riconosceranno quelle violenze, le trasformeranno in
reato e condanneranno coloro che hanno fatto della
Francia uno spietato strumento di inciviltà per oltre un
secolo?
Domande che rimangono inevase, ma la questione
armena pare essere ora di gran moda…
Esiste infatti una borghesia internazionale, una
diaspora armena, una lobby estremamente potente che
fa sentire il proprio peso. Questi esponenti sono quelli
che ci informano, ci dice Rossani, che «i Turchi non
cambieranno mai »(?) e che saranno il «il cavallo di Troia
dal quale usciranno i mussulmani che conquisteranno
il continente» (ovvero l’Europa n.d.r.). Di fronte a
«tanta preveggenza» ci viene da chiederci: ma questi
«sapienti» non sanno che abbiamo già in Europa, se
questo fosse il problema, almeno due enclave islamiche,
l’Albania e il Kosovo, che se non sono già entrate in
Europa, nel dissennato disegno che si sta apprestando,
ci entreranno prima o dopo?
È davvero triste, ci si conceda la povertà del dire, che
all’inizio del XXI secolo si chieda, ben sappiamo con
quali mezzi, la «conversione» (si noti il termine!)
di qualcuno alla democrazia. Ma da quale pulpito?
Proprio mentre questi primi anni del nuovo secolo sono
insanguinati da chi ha deciso, costi quel che costi, di farsi
piazzista della democrazia, non sarebbe forse il caso di
iniziare a ragionare in modo più onesto e rispettoso
delle diversità, riconoscendo le colpe del nuovo tipo
di neocolonialismo, dello sfruttamento del terzo e del
1 Rimane un dubbio che ci appare difficile da risolvere: se il
regime kemalista e poi la realtà politica turca successiva sono
oggettivamente ben distanti dal sultanato ottomano (c’è di
mezzo la caduta di un impero universalista!) come può il nuovo regime assumersi le colpe di un sistema politico precedente, totalmente diverso sia dal punto di vista istituzionale che
culturale?
2 Ci sia consentito un’ulteriore dubbio sulla liceità che le istituzioni politiche possano intervenire d’autorità nelle polemiche culturali. La falsità di una teoria, il fatto di essere più o
meno aberrante, dovrebbe emergere dai dati obbiettivi e divenire parte dell’acquisizione di coscienza dell’opinione pubblica senza bisogno di censure. L’azione censoria ci pare faccia
emergere, nonostante tutto, un pericoloso clima di caccia alle
streghe che pone chi afferma di aver ragione, o ha ragione tout
court, su una posizione non dissimile da chi ha palesemente
torto.
Poliscritture/Riprese
quarto mondo, della creazione di sempre maggiori e
tragiche diseguaglianze che hanno favorito una reazione
che forse, certo l’argomento meriterebbe ben altro
approfondimento, trova delle sue giustificazioni.
A questo livello però il problema si fa più intricato: è
ancora una volta il tragico gioco delle diplomazie che
vede gli USA, l’Europa, la Russia e, in prospettiva, le
emergenti potenze orientali confrontarsi per controllare
una regione, il Medio Oriente, che rimane strategica e
dove grandi masse vivono in condizioni di incredibile
povertà mentre producono le materie prime che
consentono all’Occidente opulento di mettere in mostra
il proprio arrogante sfarzo.
La creazione di «commissioni miste di conciliazione»3
appare in tale prospettiva davvero un prodotto originale
di questi anni, di una volontà di riscrivere la storia
secondo la nuova glossa che crede di aver esorcizzato lo
spettro dell’«Ottobre» e di essere tornata a rivitalizzare,
quasi nulla fosse successo nel XX secolo, ideali ormai
consunti, anche se potenzialmente ancora portatori di
violenza e morte, come quello di patria.
Ci si dirà: ma i diritti umani? Non ci rimane di fronte alla
pelosa pietas di tante «anime belle» che rimandare alle
parole che Edoarda Masi scriveva due decenni fa con
ineguagliabile efficacia e preveggenza: «A mascherare
le contraddizioni e le diversità, la socialdemocrazia
propone messaggi unificanti. Il più universale è l’appello
alla tutela dei diritti umani... È la base elementare del
civismo e della buona educazione. È uno degli strumenti
più potenti di esorcismo e di anestesia». Settant’anni
di guerre ininterrotte, rivoluzioni e controrivoluzioni,
aggiungeva la Masi, hanno creato una situazione
di disillusione, con una caduta della tensione etica,
quasi un timore per l’azione politica, tanto da: «far
scompare la differenza fra combattenti consapevoli e
innocenti sacrificati, e tutti si vedono accomunati nella
condizione di vittime. Sono sentimenti che implicano
comprensione… Ma implicano una diminuzione della
dignità umana e si accompagnano all’assunzione di
una coscienza di servi. Si lascia ad altri l’onere di fare la
Storia e si chiede di vivere indisturbati la propria piccola
storia personale… si favorisce la polarizzazione verso un
popolo di pecore contrapposto, e soggetto, a un potere
esercitato da professionisti e identificato con la violenza
in ogni sua forma… Quelli che esercitano la violenza
come potere vogliono sotto di sé pecore con coscienza
di vittime, e per mezzo dei loro pubblicitari diffondono
l’etica umanitaria che dice a occhi chiusi «abbasso la
violenza» e non vuole sapere altro.»4
Non è forse il caso di modificare la nostra prospettiva
e volgerci ancora una volta verso il domani guardando,
come ci diceva Benjamin, il passato, anche il passato
prossimo, facendo un’opera di «spazzolatura
contropelo»? Allora potremo vedere come, all’interno
del disegno di riorganizzazione dello sfruttamento del
mondo da parte dei diversi imperialismi, le borghesie
e i ceti militari, sia caucasici che anatolici, pur con
modalità diverse, puntano tutti all’affermazione delle
3 Cfr. O. Rossani, cit, pag. 49, che ci parla della costituzione di
una «Commissione di riconciliazione turco/armena» composta da una ventina di intellettuali di entrambe le parti. Sarebbe
forse il caso di domandarsi se gli «intellettuali» abbiano ancora questa funzione maieutica e se la democrazia abbia bisogno
di delegare all’intellettuale funzioni di questo tipo.
4 E. Masi, Il libro da nascondere, Marietti, Casale Monferrato,
1985, pag. 73/74.
Pag. 101
loro egemonie locali, dei loro privilegi e, all’interno delle
diverse realtà statali, alla conferma di una stabilizzazione
sociale ed economica fondata su una precisa gerarchia,
che ha la finalità di conservare vantaggi e benefici a
favore delle lobby di potere locali e reprimere con
ogni mezzo qualsiasi forma di protesta di coloro che
non partecipano al banchetto della storia e debbono
accontentarsi delle briciole.
È più che mai necessario, in questa situazione di grave
regressione storica e intellettuale, liberarsi dall’ideologia
borghese e dai suoi paradigmi falsamente umanitari
e di ritornare a porre con forza all’ordine del giorno
l’indicazione che Bertolt Brecht pose ai partecipanti
al I Congresso internazionale degli scrittori in difesa
della cultura del 1935: “…Personalmente non credo alla
brutalità per la brutalità. Bisogna proteggere l’umanità
dall’accusa di essere per la brutalità indipendentemente
dal fatto che essa sia un buon affare. È una spiritosa
distorsione quella del mio amico F. quando afferma
che la volgarità vien prima dell’interesse personale.
La brutalità non viene dalla brutalità ma dagli affari
che senza di essa non si possono fare…Non parliamo
soltanto per la cultura! Si abbia pietà della cultura ma
prima di tutto si abbia pietà degli uomini!... Compagni,
parliamo dei rapporti di proprietà!”.1
Ritratto di Costantinopoli
1 Si legga il fondamentale intervento di B. Brecht riportato nel
volume di F. Fortini, La verifica dei poteri, il Saggiatore, 1965,
pag. 176.
Poliscritture/Riprese
Pag. 102
9 Giochi di specchi
sguardi e correzioni
C’è un sito che vi attende:
www.poliscritture.it
“Poliscritture” ha da tempo attivato un sito che si propone come “laboratorio” della rivista e nello stesso
tempo come spazio per la pubblicazione e la discussione di scritti e di opinioni. In questa puntata di “Giochi di specchi” vi offriamo un indice ragionato di quello che, in questo momento, sul sito si può trovare,
invitandovi a visitarlo.
Tanto per cominciare, naturalmente, sul sito trovate tutti i numeri arretrati della rivista, scaricabili in formato pdf.
Questa è la home page al 21-4-2008:
Sulla colonna di destra c’è un articolo che resta in
evidenza per un po’ di tempo. Ora è:
Poliscritture/Giochi di specchi
Pag. 103
Se esaminate la colonna di sinistra ci trovate:
Se cliccate su:
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POLISCRITTURE Rivista
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1. Editoriali
2. Samizdat
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5. Storia adesso
6. Zibaldone
7. Letture d’autore
8. Sulla giostra delle riviste
Se andate alla colonna di centro:
Poliscritture/Giochi di specchi
Pag. 104
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COSA C'E' DI NUOVO
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940. Dialogare, criticare, polemizzare
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________________________________________
Milano da bere e Milano dabbene
dicembre 2005 di Ennio Abate
che comincia così:
Le passioni di Milano: undici pagine con foto grandi, raffinate e inconsuete, sei articoli e due interviste (la
prima allo storico dell’arte Giovanni Agosti; la seconda - fatta nel 2003 - al compianto Giovanni Raboni).
Tema: il confronto tra ieri e oggi, tra «una certa Milano» di una volta e la «Milano da vomitare piuttosto
che da bere» di oggi.
Ed ecco, sempre dall’home page, altri
articoli in evidenza:
Poliscritture/Giochi di specchi
Pag. 105
Provate a cliccare su:
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di Vincenzo Loriga
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Passione
Ascolta te stesso che mangi.
Ascolta le fauci che cantano,
allegre, la loro canzone.
Le viscere stanno in silenzio,
raccolte: son pronte al lavoro.
Goditi la linda parete,
le sedie in vacanza, la tavola
appena imbandita.
Verifica se la materia
sia fredda più di un rimorso.
Se andate invece su:
• 29 foto negli ospedali psichiatrici
attorno al 1968
di Carla Cerati
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I collaboratori del numero 4
Pietro Andujar. Psicoanalista non medico, socio fondatore de “La Ginestra. Associazione di cultura psicoanalitica” e per molti anni redattore della rivista
omonima. Si occupa di terapia psicoanalitica delle psicosi e di psicopatologie contemporanee. Collabora con Christopher Bollas nell’E.S.G.U.T. European
Study Group of Unconscious Thought, ha contatti con gruppi Freudiani e Lacaniani a Parigi (Société de Psychanalyse Freudienne e “Insistance”) e con
l’American Academy of Psychoanalysis And Dynamic Psychiatry in U.S.A. È anche collaboratore stabile del “Gruppo sulla costruzione del caso clinico”,
presso l’ex O.P. “Paolo Pini” di Milano.
Giorgio Bedoni. Psichiatra e psicoterapeuta, lavora presso l’Azienda Ospedaliera di Melegnano, è docente al corso di perfezionamento in teoria e pratica
della terapeutica artistica, Accademia di Belle Arti di Brera e presso il Centro di formazione nelle arti terapie “La linea dell’arco” di Lecco.
Ferrucio Brugnaro. È nato a Mestre nel 1936 e vive a Spinea (Venezia). Operaio a Porto Marghera dai primi anni Cinquanta, ha partecipato attivamente
alle lotte del movimento operaio. È stato uno dei primi in Italia a diffondere la poesia ciclostilata in forma di volantino. Ha pubblicato diversi libri ora tradotti in inglese, spagnolo, francese. Sue poesie sono apparse e appaiono frequentemente anche in molte riviste letterarie internazionali.
Massimo Cappitti. Insegnante. Fa parte del Comitato del Centro Studi Franco Fortini di Siena. Collabora a diverse riviste ed è nella redazione de «La
società degli individui».
Anna Cascella Luciani (Roma 1941). Poeta, ha pubblicato: Le voglie in Nuovi Poeti Italiani 1, Einaudi, 1980; Tesoro da nulla, Scheiwiller All’insegna
del pesce d’oro, 1990 (premio “Laura Nobile”, premio Mondello opera prima); Piccoli campi, Stamperia dell’Arancio, 1996 (premio Sandro Penna, premio
“Procida, Isola d’Arturo-Elsa Morante”); i semplici, Il Bulino, 2002. Tra gli scritti di critica: I colori di Gatsby-Lettura di Fitzgerald, Lithos, 1995.
Anna Maria Celso. Nata a Milano, abita a Cologno Monzese e insegna in una scuola elementare. Laureata in Pedagogia, ha conseguito in seguito un master su “La gestione educativa del disagio nascosto in classe”. S’interessa di disagio e disabilità scolastiche e ha svolto attività di consulenza pedagogica, di
formazione per docenti e vari corsi di aggiornamento professionale. Ama la danza, il teatro, la lettura.
Carla Cerati. Nata a Bergamo, è fotografa dal 1960. I suoi temi vanno dal teatro, al ritratto, al reportage sul paesaggio urbano e le più varie figure sociali
(giovani, intellettuali, emarginati). È anche narratrice, finalista al Premio Strega nel 1973 con Un amore fraterno e autrice di numerosi romanzi, tradotti in
diverse lingue.
Fabio Ciriachi. È nato e vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte di poesia L’arte di chiamare con un filo di voce (Empirìa, 1999) e Il giardino urbano
(Empirìa, 2003), il volume di racconti Azzurro-cielo e verde-pistacchio, (Edimond, 2008). Ha tradotto dal francese l’opera di David Mus Qu’alors on ne se
souviendra plus de la mer Rouge (RagageEmpiria, 2005). Ha collaborato come recensore alle pagine culturali de “la Repubblica” e “il manifesto”, collabora
a quelle de “l’Unità”. Una seconda raccolta di racconti, L’eroe del giorno, è in corso di pubblicazione per l’editore Gaffi.
Giacomo Conserva. Nato a Parma nel 1948, lì ancora vive. È stato nel ’68, nel ’77, e così via. È medico nel Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura (SPDC)
di Parma, una figlia di 32 e uno di 3 anni. Nel ’75 tradusse per la Newton Compton William Blake, tuttora ristampato. Ha fatto molti viaggi e scritto molte
poesie, diverse apparse qua e là nel lento corso degli anni. Nel ’91 pure un piccolo libro, Derive Metropolitane, per «A/traverso».
Michele Ferrara degli Uberti. È nato a Roma nel 1971. Sue poesie sono uscite su varie riviste e antologie. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: I
richiami della luna nuova, Fermenti, 1998; Il compagno invisibile, Liberi Editore, 2004; L’amato viaggio, il ritorno, Liberi Editore, 2006.
Mario Fresa (Salerno, 1973). È autore di due raccolte poetiche, di un libro di aforismi e di un volume di prose. Ha collaborato e collabora a varie riviste,
nazionali e internazionali. Cura per le edizioni di Nuova Frontiera una collana di poesia.
Carla Girardi. Psicologa psicoterapeuta, docente e formatore della Scuola di formazione psicoanalitica “Il Ruolo Terapeutico” di Milano. È redattrice
dell’omonima rivista. Dal 1988 opera presso il CPS di Cologno Monzese e dal 2004 svolge attività di supervisione e di riflessione con il Libero Atelier di
Atiività Espressive di Cologno Monzese.
Claudia Iandolo. Nata a Milano nel 1961, laureata in lettere classiche, insegna italiano e latino nei licei. Ha pubblicato per il teatro Rossa luna di Novembre e altri ( Grafic Way, Avellino 1995), per la poesia Aegre (Elio Sellino Editore, Avellino 2004), saggistica per il Centro di Ricerca Guido Dorso di Avellino,
i romanzi Il paese bianco di Isidora vecchia (Mephite, Avellino 2005), Qualcuno Distratto (Palomar, Bari 2007). È apparsa sulle riviste L’Indice, L’Area di
Broca, Zeta, Interpretare e Gradiva ed è presente nell’antologia Ti bacio in bocca- antologia di poesia erotica al femminile (Edizioni LietoColle).
Vincenzo Loriga. Psicoanalista e scrittore. Ha pubblicato un volume di saggi, L’angelo e l’animale (Raffaello Cortina, 1990), uno di racconti, L’igrone
(Zone Editrice, 2002), e tre libri di poesia: Materia (Rebellato, 1958), Regina degli inganni (con prefazione di Cesare Viviani, Crocetti 1985) e Sulla punta
delle dita (Book Editore 2004)
Giorgio Mannacio. È nato in Calabria nel 1932 ma è sempre vissuto a Milano. Sue poesie sono uscite su “Il Verri”, “Il Caffè”, “L’Almanacco dello Specchio”, “Alphabeta” e altre riviste. Ha pubblicato cinque libri di poesie. L’ultimo è Visita agli antenati (Ed.Philobiblion, 1996).
Marina Massenz. Terapista della neuropsicomotricità dell’età evolutiva e formatrice, è docente presso l’Università Statale di Milano per il Corso di Laurea
di Educatore Professionale. Dirige la rivista “Psicomotricità” e lavora in ambito terapeutico ed educativo-preventivo con i bambini. Ha pubblicato quattro
libri e molti articoli sul suo lavoro. È autrice di un libro di poesie, Nomadi viandanti filanti (Amadeus, 1995). Altre sue poesie e prose sono apparse su diverse
riviste, fra cui “QUI - Appunti dal presente”, “Il Monte Analogo” e “Poliscritture”.
Sonia Scarpante. Nata a Milano nel 1958, laureata in Architettura. Si interessa di etica, salute e ambiente. In particolare è fiduciaria dell’associazione
“Attive come prima” che si occupa di terapie di gruppo per malati oncologici ed è volontaria all’Istituto Europeo di Oncologia. Una sua testimonianze su tali
temi ha avuto la prefazione di Umberto Veronesi. Ha scritto due raccolte di poesia: Tracce e Le dimensioni perdute, quest’ultima con prefazione di padre
Bartolomeo Sorge. Collabora a riviste culturali milanesi e fa parte del gruppo teatrale “Le Griots”.
Franco Tagliafierro (Teramo 1941). Risiede a Milano ma da qualche anno soggiorna per lunghi periodi a Madrid. Ha pubblicato due romanzi storici: Il
capocomico (1991) e Strategia per una guerra corta (1999).
Maria Pia Teodori. Psicologa, psicoterapeuta, ha lavorato a Pesaro e a All’ U.S.L.28 di Grosseto, occupandosi in particolare di strutture intermedie. Redattrice della rivista “Fogli di informazione”. Attualmente è direttore di unità operativa asl 10 di Firenze.
Alessandro Teruzzi. Vive a Cologno Monzese, dove, dopo aver partecipato ai fatti di Genova durante il G8 del 2001, ha fondato nel 2002 assieme ad altri
un collettivo politico. È stato presente anche ai diversi Social Forum europei e, da ultimo, alle proteste a Heiligendamm (Rostock) durante il G8 del giugno
2007. Laureatosi nel frattempo in ingegneria informatica al Politecnico di Milano, coltiva la speranza di tornare in Brasile tra i ragazzi di strada per portare
avanti un sogno di cambiamento e di giustizia.
Giulio Toffoli. Docente in un liceo a Brescia e storico. È autore di Giacomo Matteotti. Una tragedia di ieri, una lezione per il domani (Rezzato, 2004).
Laura Tonani. Pittrice e docente all’Accademia di Belle Arti di Brera dal 1985. Da anni opera come artista terapista in riabilitazione psichiatrica e dal 1999
è coordinatrice del Libero Atelier di Attività Espressive di Cologno Monzese. Si occupa anche di formazione nelle arti terapie ed écoordinatrice,con Tiziana
Tacconi, del corso biennale di Perfezionamento in Teoria e Pratica della Terapeutica Artistica dell’Accademia di Brera, Milano.
Paolo Tranchina. Psicologo analista, specializzato all’istituto jung di Zurigo, ha lavorato a Milano, Arezzo, Prato, Torino, Firenze. Ha insegnato psicoterapia alla Clinica psichiatrica dell’università di Verona.Dirige la trivista “Fogli di Informazione”.Presidente della Società Italiana di psicoterapia concreta. Autore di Norma e Antinorma (1978), Il segreto delle pallottole d’argento (1984), Psicanalista senza muri (1989), La rinascita delle dee (1991). Si occupa di
formazione e supervisione nei servizi pubblici.
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maggio 2008 - poliscritture