Comune di Comacchio - Assessorato alla Cultura
Università Ca’ Foscari - Cattedra di Archeologia Medievale
Comacchio:
una città alto-medievale e l’archeologia
Da una Mostra a uno scavo a una Mostra,
passando per un Convegno
di S. Gelichi, E. Grandi, con una cartolina di R. Hodges
L’intento di presentare a Comacchio gli atti del convegno internazionale sull’alto medioevo From
one sea to another. Trading places in the European and Mediterranean Early Middle ages (Da un
mare all’altro. Luoghi di scambio nell’Alto Medioevo europeo e mediterraneo), che si è tenuto nella
nostra città nell’anno 2009, riflette adeguatamente l’attenzione che l’Amministrazione Comunale
conferisce alla cultura e in particolare alla storia millenaria di questo territorio. La presentazione del
volume vuole pertanto essere un momento qualificante all’interno di un fecondo percorso di studi,
avviati nel 2006 dall’Università Ca’ Foscari di Venezia – Dipartimento di Scienze dell’Antichità e del
Vicino Oriente (ora Dipartimento di Studi Umanistici) – dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici
dell’Emilia Romagna e dal Comune di Comacchio, in una proficua sinergia che ha avuto quale frutto
maggiore il risultato delle indagini archeologiche compiute dall’Università sul sito di Comacchio,
sotto la direzione di Sauro Gelichi e Luigi Malnati. L’Amministrazione ha voluto produrre questo
agile libretto, a firma Sauro Gelichi ed Elena Grandi, di cui queste brevi note sono poste a premessa
istituzionale. È stato realizzato per avvicinare ai lettori e rendere più facilmente comprensibili le
informazioni tratte dal monumentale libro degli atti, che per lo più è in lingua inglese, a motivo della
sua diffusione internazionale. È importante ed opportuno operare costantemente per una adeguata
comunicazione ai cittadini e al pubblico delle nuove ricerche, come del resto è stato fatto spesso
a Comacchio in questi anni dall’Università di Venezia, durante gli scavi e nel corso delle iniziative
successive agli stessi.
Le indagini archeologiche effettuate nella zona antistante il sagrato della basilica concattedrale
di Comacchio e nel settore nord-occidentale del centro abitato hanno portato alla luce reperti e
strutture di grande interesse storico per la comprensione delle origini della nostra città e di altre nate
nello stesso periodo, tra cui Venezia e Grado, ma anche per lo studio degli equilibri commerciali
europei nell’alto medioevo. Gli esiti sono così confluiti in importanti iniziative culturali, di respiro
internazionale, quali il convegno e la mostra archeologica “L’Isola del Vescovo”, allestita nell’anno
2009 nel Settecentesco Ospedale degli Infermi. Grazie agli studi di Sauro Gelichi e della sua équipe
si è potuto risalire, così, al ruolo di primissimo piano ricoperto da Comacchio nei secoli VII e VIII d.C.
quale porto commerciale di collegamento in un crocevia di percorsi d’acqua che servivano i territori
longobardi e padani e le rotte mediterranee bizantine. I resti dell’antica cattedrale hanno confermato
la presenza di una sede vescovile e di botteghe artigianali.
La presentazione del volume, che raccoglie gli atti del convegno internazionale sugli empori e le rotte
commerciali nell’Occidente altomedievale, permette all’Amministrazione Comunale di trarre nuovi
stimoli per ripensare alla propria archeologia. Questa tappa offre anche l’opportunità di pianificare,
con rinnovato vigore e interesse storico, altre ricerche nella direzione già intrapresa.
Le Istituzioni hanno il dovere di salvaguardare il patrimonio archeologico, che ci consente di studiare
la nostra storia, ricostruendo minuziosamente tutte le fasi in cui si è evoluta la nostra civiltà.
Un sentito ringraziamento dunque va espresso al professor Sauro Gelichi e al professor Richard
Hodges, curatori del volume degli atti, al Centro Interuniversitario per la Storia e l’Archeologia
dell’Alto Medioevo che ne è l’Ente promotore e responsabile, all’Università di Venezia e a tutti coloro
che ci hanno offerto questa straordinaria occasione per leggere e per conoscere il nostro passato,
colmando tanti vuoti. Un ringraziamento particolare va anche alla Fondazione Cassa di Risparmio di
Ferrara, la quale ha generosamente contribuito alla realizzazione del volume degli atti “From one
sea to another. Trading places in the European and Mediterranean Early Middle ages”.
Alice Carli
Assessore alla Cultura
Marco Fabbri
Sindaco del Comune di Comacchio
2
Introduzione
‘‘Il grande storico belga Henri Pirenne e la sua scuola dedicarono accuratissime ricerche a dimostrare che l’avanzata musulmana nel VII e VIII secolo dell’era cristiana diede il colpo finale alle già
traballanti relazioni commerciali tra Est ed Ovest; di conseguenza il pepe in Occidente divenne
scarso come non mai”.
C. M. Cipolla
Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del medioevo,
in Allegro ma non troppo, Bologna 1988, p. 16
“In porto Parmisiano… piper oncias duas…”.
Capitolare di Liutprando
Biblioteca Comunale di Cremona
Questo libretto ci è stato chiesto dall’Amministrazione di Comacchio. Un testo, di facile
lettura, da pubblicare in occasione della presentazione, a Comacchio, di un libro ben più
ostico da digerire: gli atti di un Convegno Internazionale che si è tenuto nel marzo del
2009 a seguito di una Mostra, ‘L’Isola del vescovo’. Atti di un Convegno che, all’inusualità
dell’argomento, associano anche il problema della lingua (è scritto in gran parte in
inglese). Ma tutto ha una sua ragionevole spiegazione: il tema non usuale, ma necessario,
perché ci si prefiggeva lo scopo, come ha scritto Richard Hodges, di “dare il benvenuto
a Comacchio nel club dei grandi siti europei altomedievali”; la lingua, ‘barbara’, perché
entrare in quel club così esclusivo significa parlare uno stesso idioma universale (che oggi
non è più, ahinoi, il latino!).
Su Comacchio abbiamo già scritto molto, in questi ultimi anni, e molto, ancora, pensiamo
di scrivere nel futuro, visto che è in cantiere un volume monografico sugli scavi della
Cattedrale e di Villaggio San Francesco. Dunque, questo libretto non vuole ripetere
che cosa pensiamo di Comacchio, né discutere il suo ruolo nell’ambito dell’archeologia
medievale europea; né, infine, vuole condensare, “bignamino” in pillole, quanto è stato
detto in occasione di quell’incontro (anche se qualche riferimento per un pubblico di ‘non
addetti ai lavori’ è d’obbligo). Vuole essere, semplicemente, il racconto spiegato di un
progetto; e la storia di un rapporto, non sempre facile, tra un gruppo di ricercatori e una
comunità.
L’archeologia ha una difficile funzione in una società come la nostra: difficile perché importa
modelli, e dunque principi generali da cui discendono comportamenti, disposizioni e regole,
che sono stati elaborati in un contesto socio-culturale molto diverso e cronologicamente
lontano da quello attuale. Inoltre, se la Società è cambiata anche l’Archeologia non è più
3
la stessa. Tentare di coniugare, dunque, una nuova Archeologia con una diversa Società
è una scommessa che la nostra Comunità Scientifica non ha ancora tentato di affrontare,
ma indiscutibilmente dovrà farlo in un prossimo futuro (se non vogliamo vedere disperso
e mortificato il nostro patrimonio archeologico, o perché dilapidato da un’insensibilità
crescente, o perché ‘imbalsamato’ in uno spazio senza tempo e senza vita). Il rapporto
concreto con una realtà concreta, come quella comacchiese, può dunque rappresentare,
come ha rappresentato per noi, un’esperienza molto istruttiva.
La nostra scommessa, non lo nascondo ambiziosa, era infatti quella di trasferire un
progetto (che nasceva da una precisa motivazione scientifica) elaborato altrove (per di più
nella nemica storica, e rivale, Venezia!) in uno spazio ben preciso, fisicamente connotato,
popoloso e chiaramente definito sul piano dell’identità; e tentare di far vivere, e di far
crescere, quel progetto cercando di agglutinare, attorno ad esso, il massimo del consenso.
Non perché pensiamo che non possano esistere idee, valori e forti convincimenti anche
al di fuori di un’opinione comune e diffusa, spesso dettata dalla convenienza; ma perché
riteniamo che, in tema di ‘beni pubblici’ (e il patrimonio archeologico lo è di diritto, sia
nelle sue espressioni materiali che in quelle immateriali), la condivisione sia una procedura
ineludibile, un passaggio non negoziabile. Così, far discendere l’azione archeologica da un
progetto (e non viceversa, come quasi sempre accade) e tentare di spiegare e condividere
le ragioni di quel progetto (che, oltretutto ha, come qualsiasi attività archeologica buona
o cattiva che sia, un costo sociale elevato) è stata tra le priorità che ci siamo dati. Tutto
questo è avvenuto, non lo nego, tra qualche inevitabile polemica, a mio giudizio dettata
più da atavici fraintendimenti (e da un radicato senso di ‘distanza’ che permea qualsiasi
locale rivendicazione) che non da una meditata convinzione etica e scientifica. Tuttavia non
sempre siamo stati convincenti, anche se non ci possiamo rimproverare la ricerca costante
di un dialogo, l’apertura quotidiana di canali di comunicazione diretta: e lo abbiamo fatto
attraverso incontri pubblici (anche a livello politico) e attraverso lo strumento più facile
che avevamo a disposizione, ma che raramente viene impiegato. Abbiamo, cioè, aperto
il cantiere: anzi, l’abbiamo sempre lasciato aperto. Sfidando le ragioni della ‘segretezza’
archeologica, abbiamo messo alla prova i cittadini di Comacchio ponendoli a diretto
contatto, senza diaframmi, con i loro ‘tesori’. E abbiamo anche cercato di raccontarli questi
tesori che venivano ogni giorno alla luce, tentando di eliminare, insieme alle barriere
fisiche, anche quegli ostacoli psicologici che spesso allontanano i cittadini dai loro beni.
Un segmento della storia di questi luoghi è comunque emerso dalla penombra dove gli
eventi umani l’avevano da tempo relegato; anzi, per un breve periodo, ha conosciuto pure
‘le luci di una ribalta’ internazionale. Così lo consegniamo alla collettività, sperando che
sappia farne buon uso per il futuro. Per quanto ci riguarda, non ci resta che ringraziare le
molte persone che al progetto su Comacchio hanno creduto, lo hanno aiutato a crescere
e a concretizzarsi: i molti che qui hanno lavorato, insegnando ed imparando, e i molti che
fuori da qui hanno guardato a questa esperienza con occhi, spero, che non siano stati solo
quelli dell’amicizia.
Sauro Gelichi
Ferrara gennaio 2013
4
Le ragioni di un progetto archeologico e l’identità di Comacchio
Sauro Gelichi
Il progetto archeologico su Comacchio altomedievale nasce nel 2003, quando un gruppo
di ricerca cominciò a lavorare all’allestimento della mostra ‘Genti nel delta’, un’esposizione
organizzata in coincidenza con le celebrazioni dell’anniversario del Santo Patrono cittadino,
cioè San Cassiano. L‘occasione rappresentava poco più di un pretesto per riprendere in
considerazione un segmento temporale della storia di questo abitato che aveva conosciuto,
nel passato, alterne vicende. Come è noto, le fortune archeologiche di questi luoghi erano
cominciate verso gli anni ’20 del Novecento con le bonifiche di Valle Trebba e, a seguire,
di Valle Pega, interventi che avevano avuto lo scopo di recuperare terre all’agricoltura e di
far uscire dall’isolamento Comacchio, che fino ad allora era un isola.
Queste bonifiche ebbero anche il merito di riportare alla luce, in maniera meno episodica
di quanto non fosse avvenuto nel passato, i resti di alcune necropoli dell’antica Spina che,
grazie ai loro corredi funebri, svolsero anche la funzione di porre alla ribalta nazionale
questi dimenticati territori. La ricchezza quantitativa e qualitativa dei corredi etruschi non
solo aveva attirato l’attenzione della comunità scientifica su Comacchio, ma aveva anche
favorito la nascita di una percezione
comune che identificava in quegli oggetti
(e nelle popolazioni che li avevano
prodotti e/o utilizzati) i progenitori dei
pescatori e salinari lagunari. Se non per
via diretta (Comacchio all’epoca di Spina
non esisteva), l’antica città etrusca, e i
suoi oggetti finalmente ritornati alla luce
dopo un lungo oblio, sembravano ridare
un senso identitario a questa comunità e
l’aiutavano ad uscire da quello splendido
isolamento nel quale si era trovata per
secoli. Naturalmente le scoperte nelle Il regista Alfred Hitchcock nel 1960 alla ‘Mostra
Valli non avevano restituito solo materiali dell’Etruria padana e della città di Spina’
a
Bologna
(http://www.flickr.com/
risalenti alla ‘stagione dell’oro’ spinetico. tenutasi
photosilfattoquotidiano/5815486606/)
Saltuariamente, infatti, erano venuti alla
luce reperti di epoca romana ed ancora posteriore, che documentavano non solo l’ovvia
frequentazione di questi luoghi in epoche più tarde, ma sembravano già delineare i
caratteri e la fisionomia di un territorio senza più Spina. In particolare, sembravano già
molto promettenti le scoperte in valle Ponti (Baro dei Ponti e Baro delle Pietre), a nord-ovest
poco fuori l’abitato di Comacchio, da cui provenivano diversi elementi lapidei decorati
altomedievali e, soprattutto, i ritrovamenti in loc. Motta della Girata, dove vennero alla
luce i resti di una chiesa con annesso battistero e, vicino, un’estesa necropoli con più di
duecento inumazioni.
5
Santa Maria in Padovetere, la chiesa e il
battistero
Ambone da Valle Ponti, foto degli anni ’30 del secolo
scorso (foto di A. Felletti, archivio di Antonio Bruno Felletti,
Comacchio)
Per quanto a rimorchio di un’archeologia che aveva
nei tesori etruschi il suo centro, queste scoperte
relative al periodo altomedievale riportavano (o
avrebbero dovuto riportare) l’attenzione su un altro
momento durante il quale questi territori erano
stati decisamente importanti (e, curiosamente,
per gli stessi motivi per cui lo erano stati durante il
mondo antico). Le fonti scritte, infatti, e soprattutto
un famoso documento conservato a Cremona
(il c. d. Capitolare di Liutprando), raccontavano
dell’esistenza, verso gli inizi del secolo VIII, di un
insediamento che si chiamava Comacchio (proprio
come l’abitato attuale) i cui abitanti avevano
stipulato un trattato con i Longobardi per il
commercio lungo il Po e i suoi affluenti. Da questo
documento si apprendeva, dunque, che alle
soglie dell’altomedioevo la frangia meridionale
dell’estuario del Po era tornata ad essere decisiva
Valle Trebba 1928. Disegno tratto dal
nelle relazioni commerciali ed economiche tra
“Giornale di Scavo”
l’Adriatico (e, più in generale, il Mediterraneo)
e l’entroterra padano (ora sotto il dominio
longobardo). L’archeologia comacchiese, dunque, avrebbe potuto percorrere anche
queste vie, se i malfermi passi che muoveva allora l’archeologia medievale, da una parte, e
l’ingombrante peso del passato spinetico, dall’altra, non avessero consigliato altre strade.
Non vi è dubbio che l’archeologia a Comacchio nasca sotto il segno di un fraintendimento,
di una prospettiva di ricerca distorta. Comacchio, in quanto tale, è il prodotto di un
processo formativo che niente ha a che fare con il mondo antico e con la città etrusca.
Negli anni in cui l’emporio spinetico emergeva quale nodo commerciale, la zona dove
sorgerà Comacchio era sommersa dalle acque dell’Adriatico. Nell’epoca immediatamente
successiva, quella romana, un tipo diverso di popolamento aveva caratterizzato questi
territori: vasti spazi di proprietà del fisco imperiale all’interno dei quali si alternavano fattorie
a ville a piccoli nuclei abitati (vici), il più grande dei quali, Vicus Habentia, non assurse mai a
6
dignità di città. Una realtà insediativa profondamente
modificata e mutata che, in condizioni storicoeconomiche completamente differenti, avrebbe però
riconsegnato, ad un insediamento nuovo in un nuovo
spazio strappato prima al mare, poi alla laguna, quel
primato che dieci secoli prima era stato di Spina.
Ma questo è l’unico possibile collegamento che ci è
consentito avanzare tra Spina e Comacchio: niente di
più di una coincidenza funzionale connessa con una
rinnovata centralità delle vie d’acqua sulle vie terrestri.
Si sarebbe tentati di addebitare ad un fraintendimento
storiografico, da una parte, e ad un legittimo anelito
di restituzione di beni (le ceramiche spinetiche),
dall’altro, la responsabilità di aver lasciato il medioevo
(nel suo complesso) in mano ad una colta erudizione
che faceva a meno del dato materiale. Ma non è così,
o non è solo questo. L’altomedioevo comacchiese,
in particolare tra gli anni ’70 e ’90 del secolo scorso, Il Capitolare di Liutrprando (718-730)
è stato infatti al centro di molti contributi scientifici con indicazione degli “habitatoribus
che hanno cercato di recuperare il dato archeologico comaclo”
e di contestualizzarlo. Tuttavia questo è avvenuto
limitandone l’uso nell’alveo di una pratica tradizionale e piegandolo di fatto ad un tracciato
disegnato da una storiografia che indulgeva alla ricostruzione ‘erudita’ e ai suoi tipici topoi
(longobardo-bizantini, la guerra e il limes, la sequenza episcopale che affondava nella
notte dei tempi). La ‘cultura materiale’, che avrebbe potuto aprire un seppur timido varco
nella spessa coltre delle ovvietà comacchiesi, rimaneva timida spettatrice, illustratrice muta
di storie raccontate da altri. In realtà, una lettura più smaliziata e aggiornata dell’edito
archeologico e una riconsiderazione diretta dell’inedito, avvenuti in occasione della Mostra
‘Genti nel Delta’, dimostravano una situazione differente, e soprattutto differentemente
relazionata con il Regno longobardo e l’Impero bizantino, prima, con l’Impero Carolingio,
poi. Non erano solo nuovi oggetti a raccontare una diversa storia, ma era soprattutto un
diverso approccio a tutto quanto il contesto
archeologico comacchiese a profilare scenari
interpretativi profondamente mutati; e a
posizionare dunque Comacchio in un contesto
nuovo, senza dubbio più stimolante.
Inaugurazione della mostra
‘Genti nel Delta’ (16/12/2006)
7
Genti nel Delta. Punto d’arrivo e punto di partenza
Sauro Gelichi
Gli esiti degli studi avviati nel 2003 furono utilizzati per realizzare una sezione della Mostra
‘Genti nel Delta’ e contribuirono alla redazione di una parte, piuttosto corposa, del
Catalogo che accompagnava quell’esposizione. L’analisi diretta di tutti i materiali rinvenuti
a Comacchio, e la possibilità di studiare i risultati dei saggi
praticati nel 1996 in loc. Villaggio San Francesco (alla periferia
ovest dell’abitato, in occasione di una prima lottizzazione
dell’area), fornirono gli strumenti di base per riformulare una
piattaforma progettuale su Comacchio altomedievale.
Gli studi sui materiali fecero innanzitutto emergere, con grande chiarezza, la presenza di un numero consistente di contenitori anforici (le c. d. anfore ‘globulari’), databili tra VIII e
IX secolo. Scoperte un po’ ovunque nel passato (ma soprattutto nelle trincee di Villaggio San Francesco), queste anfore
sono risultate essere una costante nei depositi comacchiesi che, nel contempo, andavano a caratterizzare in maniera
molto originale, sia sul piano qualitativo che quantitativo (al
Il catalogo della mostra
momento, infatti, in nessun altro insediamento dell’Italia settentrionale ne è stato ritrovato un numero così alto). Poi, il
posizionamento (geo-referenziazione) di tutti i ritrovamenti [in
particolare le palificazioni scoperte dal Proni (assistente della
Soprintendenza per i Beni Archeologici) negli anni ‘20 e ’30 e
quelle emerse nell’area di Villaggio San Francesco negli anni
‘90], permisero di riconoscere, proprio in quella zona ad ovest
dell’attuale abitato, un importante snodo dell’insediamento
altomedievale, caratterizzato funzionalmente in senso marittimo e commerciale. Se non proprio il porto di Comacchio,
almeno un porto di Comacchio nell’alto-medioevo, come
dimostravano proprio le tipologie dei contesti archeologici
messi in luce (banchine, piattaforme, terminazioni spondali).
Inoltre, anche le altre tipologie di manufatti (i recipienti in
Anfora globulare altomeceramica e pietra ollare, i vetri, i metalli) lasciavano intravedere
dievale (dalla Crypta Balbi,
una fisionomia della ‘cultura materiale’ comunque diversa da
Roma)
quella dei coevi insediamenti di terraferma e molto più vicina
a quella che, nel frattempo, stava emergendo nella laguna veneziana.
La Mostra del 2006 aveva messo in evidenza, dunque, le enormi potenzialità di questo
sito e, soprattutto, ne aveva descritto, con chiarezza, le specificità, che erano innanzitutto
quelle di ‘nuovo centro abitato’, sorto da nulla in una zona non precedentemente insediata.
Inoltre, indipendentemente da come venisse qualificato nelle fonti scritte (castrum, insula,
8
Le ‘palafitte’ di Valle Ponti nel 1924, dal “Giornale di scavo” di F. Proni
Resti lignei dalle trincee per
i sottoservizi di Villaggio San
Francesco
etc.), Comacchio appariva molto più vicino ai
coevi empori del nord Europa che non alle città
italiche sopravvissute al collasso del mondo
romano. E questo nonostante che le differenze
fossero pure sostanziali, come ad esempio
il ruolo che qui avevano giocato le gerarchie
ecclesiastiche (l’arcivescovo di Ravenna, una
stabile sede episcopale a partire dal secolo
VIII) o quelle civili (quali erano, e quali erano
state, le sue relazioni con il potere bizantino?).
Per mettere meglio a fuoco il senso e il
significato della Comacchio altomedievale,
dunque, era necessario agire in due direzioni.
La prima era quella di sganciare la storia del
sito da una tradizione di studi che ne relegava
il ruolo ad una dimensione tipicamente
regionale, la stessa che lo collegava in maniera Posizionamento delle ‘palafitte’ ritrovate
esclusiva allo sfruttamento, pure importante, durante le bonifiche e delle trincee del 1996
del sale. Una storiografia che era propensa a nell’area archeologica di Valle Ponti e di
leggere le vicende di questo abitato più nelle Villaggo San Francesco
dinamiche politico-militari del Regno e poi dell’Impero (conflitto Longobardi-Bizantini,
poi Franchi-Longobardi) che non in una quadro, di sicuro più interessante, di genesi di
una nuova comunità. Inoltre, disincagliare la storia di Comacchio dalle vulgate locali,
significava anche tentare un ardito ma plausibile confronto con un fenomeno che gli storici
e gli archeologi nord Europei conoscevano bene, ma che sembrava del tutto estraneo alla
realtà italiana: quello degli empori. Un percorso che ci aiutava meglio a capire Comacchio,
l’urbanesimo altomedievale e, ancora, la fisionomia storico-economica del nord Italia
durante l’altomedioevo.
L’altra direzione era quella di pensare, in forme del tutto nuove, a dare un senso e una diversa
organizzazione alla ricerca archeologica: non più una pratica collegata all’emergenza,
dove non c’è attività che non sia il frutto del caso, ma una pratica che discendesse da
9
Comacchio nell’altro medioevo (disegno ricostruttivo di R. Merlo)
un progetto, il quale a sua volta coordinasse
e programmasse le indagini sul territorio. Non
era difficile, bastava cominciare a mappare
il rischio archeologico (e per alcune zone
questo è stato anche fatto) e, di converso,
ritagliare tra le risorse che l’Amministrazione
doveva comunque investire per lavori di
pubblica utilità, quei finanziamenti che
avrebbero permesso, appunto, di fare vera
prevenzione. In sostanza si trattava di applicare
a Comacchio quello che si stava cercando di
fare anche in altre province della regione, e
L’area degli scavi attorno alla Cattedrale
di farlo mettendo le risorse della collettività al
servizio di un programma che doveva essere
chiaro negli intenti, nelle procedure e nella finalità. Comacchio era nata nell’altomedioevo
e dunque lavorare a Comacchio non poteva che trovare in quel particolare momento
storico, e nelle sue testimonianze materiali, il suo principale motivo di interesse. Per farlo,
però, era necessario essere credibili, proporre qualcosa che la cittadinanza avrebbe dovuto
accogliere e condividere. Così, quando si seppe che l’Amministrazione comunale doveva
rifare la pavimentazione intorno alla Cattedrale (cuore spirituale e civile della Comacchio
storica), venne spontaneo proporre di far anticipare quelle ricerche sul sagrato da un
approfondito ed esteso scavo archeologico: una volta tanto gli archeologi non sarebbero
stati imbarazzati testimoni di un intervento in corso d’opera (tra le ruspe che incombono e
la fretta che incalza), ma protagonisti di una ricerca scientifica, con i tempi che occorrevano
e le modalità che si rendevano necessarie.
La Soprintendenza Archeologica dell’Emilia-Romagna, e il suo Soprintendente, furono
altrettanto audaci sperimentatori nel condividere con noi quell’esperienza (nei modi, nei
tempi). E così il lungo scavo intorno alla Cattedrale ebbe inizio. Era il 2006: sapevamo già
molto di Comacchio, ma per la prima volta ci veniva offerta la possibilità di toccare con
le nostre mani i depositi archeologici, e dunque di accedere direttamente ai segreti del
sottosuolo. Le nostre speranze non vennero disattese.
10
L’isola del vescovo. Gli scavi presso la Cattedrale
Elena Grandi
Si è detto nelle pagine precedenti che
la ricerca archeologica ha un costo – ed
un impatto aggiungerei – sociale non
indifferente. Ma l’aver investito qualche
tempo e qualche risorsa in più per
uno scavo archeologico stratigrafico,
condotto manualmente, nel cantiere di
Piazza XX Settembre, ha permesso di
recuperare oggetti e dati fondamentali
per conoscere la storia di Comacchio,
dati che, con un diverso tipo di intervento,
sarebbero andati perduti.
Scavo stratigrafico e manuale: in queste
parole è in qualche modo racchiuso il
senso, oltre che il metodo, della nostra
ricerca; e non è un concetto così scontato.
Nei mesi trascorsi a lavorare in piazza,
così spesso ci hanno chiesto perché
scavavamo così, perché fare tutta quella
fatica, pala, secchi, chini nel fango o sotto
il sole, se non anche cosa cercassimo,
che lì non c’era niente, alludendo a
mirabili vasi spinetici palesemente più
belli dei cocci monocromi e informi che
con tanta cura raccoglievamo. Credo che
le ragioni di questo modo di procedere,
del nostro ‘cercare’, siano per lo più
arrivate a chi, giorno dopo giorno, si è
soffermato a bordo scavo, osservando in
modo curioso – o molto spesso perplesso
– l’avanzamento dei lavori. Ed è con
l’intento di condividere con la comunità i
risultati raggiunti che nel marzo del 2009,
a scavo appena ultimato, perciò senza gli
approfondimenti e la rielaborazione che
sono tutt’ora in corso, è stata allestita
la mostra ‘L’isola del vescovo. Gli scavi
archeologici intorno alla Cattedrale di
Archeologi al lavoro
Lo scavo di una sepoltura
Archeologi al lavoro
11
La sala dedicata alla bottega artigiana
(foto di Arbali Walter)
Artigiano al lavoro (bozzetto di R.
Merlo)
‘Sulle dune sabbiose’: la prima sala della mostra
Locandina
della
‘L’Isola del vescovo’
mostra
Fibbia in bronzo dalle fasi
originarie di Comacchio
(seconda metà VI sec d.C)
Comacchio’, corredata dall’omonimo catalogo. La mostra raccontava le tappe salienti
di mille e duecento anni di storia di Comacchio, riscoperte grazie ai 180 mq di scavo
praticato tra il 2006 e il 2008 intorno al duomo di San Cassiano, in quella che, a ragione,
abbiamo battezzato come ‘isola del vescovo’. Ripercorriamole brevemente. A circa tre
metri dal piano di campagna abbiamo potuto individuare le prime testimonianze della
storia dell’insediamento, deboli tracce di una capanna con focolare costruita direttamente
sulle sabbie naturali. I reperti associati, tra cui una notevole fibbia in bronzo molto ben
conservata, la datano alla seconda metà del VI secolo d.C.. Questo, dunque, è il momento
in cui vennero occupate le dune e gli isolotti recentemente formatisi grazie all’avanzare
dei depositi del delta; ma oggi sappiamo ancora molto poco di questa fase primigenia
12
Comacchio nella seconda metà del VI sec. d.C. (disegno di R. Merlo)
Scorie di lavorazione del vetro
Matrice in marmo per realizzare lettere
in bronzo
L’atelier artigianale dallo scavo di
Piazza XX settembre
Scorie di lavorazione dei metalli
A destra: matrice in bronzo per realizzare cammei in vetro (dallo
scavo di Piazza XX settembre). A sinistra: uno dei cammei che
orna il reliquiario a capsella del Tesoro del Duomo di Cividale
del Friuli (Museo Cristiano e Tesoro del Duomo, Parrocchia di S.
Maria Assunta)
13
Comacchio nel VII secolo, quartieri artigianali e abitativi (disegno di R. Merlo)
dell’insediamento. Molto più evidenti
e ricchi di informazioni sono i resti
archeologici della fase successiva:
un’interessatissima
struttura
che
ospitava attività artigianali e produttive
di grande rilievo, come quelle della
lavorazione dei metalli e del vetro,
testimoniate da una fornace e fuochi
di lavoro, da scorie metalliche e vitree,
oltre che da un’ingente quantità di
frammenti di crogioli in pietra ollare.
All’interno di questa officina, nel tardo
VII secolo, si producevano recipienti
in vetro (probabilmente bicchieri),
manufatti di grande pregio artistico
(cammei vitrei), oggetti in metallo (tra
cui lettere in bronzo) e oggetti in osso.
La
fornace
individuata
era
probabilmente destinata alla soffiatura
del vetro; lo scavo ha messo in luce
solo una parte dell’atelier, lasciando
presagire un complesso più ampio
in cui si articolavano le diverse fasi di
lavorazione e si svolgevano attività
altamente specializzate. L’eccezionalità
della scoperta è palese se consideriamo
Planimetria ipotetica dell’area della primitiva chiesa
vescovile, con il cimitero antistante (VIII sec. d.C.)
14
Frammenti dell’arredo scultoreo della chiesa vescovile usati come
elementi di reimpiego nel secolo XI
Frammento di colonna in marmo
Frammento di trabeazione con iscrizione dedicatoria
Frammento di trabeazione
con figura togata
che, per l’alto medioevo, i possibili confronti vengono solo da pochissimi luoghi: Roma,
l’isola di Torcello (Venezia) e il monastero di San Vincenzo al Volturno (Isernia); anche
guardando all’estero, quello di Comacchio resta un ritrovamento di estremo rilievo. Sul fare
del secolo VIII l’edificio produttivo fu smantellato; l’area che occupava fu adibita a cimitero,
con sepolture in semplici fosse disposte ordinatamente entro un limite topografico ben
definito. La necropoli era collocata davanti alla prima cattedrale di Comacchio, che proprio in
questo momento divenne sede vescovile. Questo edificio religioso fu distrutto nel X secolo
ma numerosi elementi architettonici – calcari e marmi decorati, nonché tessere musive
pavimentali – recuperati durante lo scavo, permettono di ricomporre e immaginare parte
del suo arredo interno: recinti con pilastrini e plutei, colonne e capitelli, trabeazioni anche
15
Lastre marmoree e tessere musive pavimentali della chiesa altomedioevale
iscritte. Sappiamo che tra IX e X secolo la chiesa era cinta da un fossato, delimitato da un
terrapieno e da una palizzata lignea: questa è l’unica struttura difensiva che gli scavi hanno
restituito. Forse, non a caso, la sua presenza è ascrivibile ad un periodo di instabilità data dai
conflitti con i Veneziani e dalla minaccia saracena. Il secolo XI rappresenta un momento di
riqualificazione del complesso vescovile: la chiesa fu ricostruita e ad essa vennero associati
due grandi edifici porticati che delimitavano il sagrato antistante . Si tratta probabilmente
del palazzo vescovile e di ambienti accessori, che restarono in uso fino al Quattrocento
inoltrato. A partire da questo momento,
dopo l’abbattimento del palazzo, l’area fu
ancora una volta risistemata e destinata ad
uso cimiteriale. Salvo interventi di carattere
architettonico, come la realizzazione
di un portale monumentale sul lato
meridionale della chiesa, la costruzione
di una torre campanaria e poi l’avvio del
cantiere del duomo, l’uso di seppellire
sul lato dell’edificio perdurò fino al XVIII
secolo, quando il completamento del
duomo di San Cassiano – quale è oggi – la
sistemazione definitiva del sagrato.
Quanto emerso da questa potente
Denaro di Ludovico il Pio coniato a Venezia (819822) trovato nei livelli di distruzione della Chiesa
Planimetria ipotetica dell’area episcopale nel
secolo XI
16
stratigrafia è stato minuziosamente raccolto,
catalogato, contato, pulito, in parte consolidato e
restaurato, per poi essere analizzato in laboratorio,
disegnato ed esaminato. Allo studio di questi materiali
stanno partecipando specialisti italiani e stranieri, i
quali hanno accolto l’invito a lavorare con noi, per lo
più gratuitamente, grazie alla rilevanza dei ritrovamenti
comacchiesi. Si tratta di studiosi di resti botanici, di
resti ossei animali o umani, di numismatici, di storici
dell’arte, di esperti di arti minori, di ceramologi. Sono
poi in corso analisi di laboratorio che consentiranno
di determinare, con l’aiuto delle scienze esatte, come
la chimica e la fisica, quale fosse il contenuto delle
anfore, quale la composizione e la tecnologia del
vetro e del metallo che qui si lavorava e la possibile
provenienza dei contenitori da trasporto. Grazie a
questo lavoro d’équipe potremo sfruttare tutto il reale
potenziale informativo di uno scarto di lavorazione, di
un ‘banale’ coccio, di un campione di legno, di osso
o di terreno. Materiali che a tanti sembrava un non
senso raccogliere e che noi speriamo invece di poter
concretamente tradurre in conoscenza per l’intera
comunità.
17
Rosario in lignite da una sepoltura di
età moderna
Ingresso laterale monumentale della
Cattedrale (XVI sec.)
Un Po di economia. Comacchio emporio altomedievale
Elena Grandi
L’ipotesi che nell’alto medioevo Comacchio fosse stato uno snodo commerciale, tra i
traffici marittimi e quelli diretti verso la pianura padana, era stata formulata sulla base del
famoso trattato stipulato con i Longobardi nel 715. Il riesame della documentazione delle
bonifiche presso Baro dei Ponti e dei più recenti interventi edilizi in Villaggio San Francesco
ci aveva condotti ad un primo riscontro materiale di tale ipotesi: i pali e gli assiti di legno
affiorati in quelle occasioni erano probabilmente da interpretarsi come i resti di strutture
portuali. È in quella zona, dunque, che una volta conclusa la campagna di scavo in centro
città, ci siamo diretti per praticare, tra il 2008 e il 2009, alcuni sondaggi di analisi diretta. Le
esigenze prioritarie erano quelle di recuperare una sequenza affidabile, che ci permettesse
di inquadrare cronologicamente quei pontili e tavolati, e di verificare se la teoria che si
trattasse di infrastrutture portuali fosse percorribile. Quanto emerso dai sondaggi ha
superato le nostre aspettative poiché il grado di conservazione delle strutture supersiti è
eccezionale. Si tratta di pontili con pali infissi e assiti orizzontali, come quelli di cui ci era
arrivata documentazione, e di strutture di spondali di contenimento che delimitano una
banchina dotata di scivolo di alaggio.
Resti di pontile in uno dei sondaggi di Villaggio San
Francesco
Banchina con scivolo di alaggio coperto di pece,
discendente verso il canale (parte inferiore della
foto)
Struttura lignea di contenimento della banchina
prospiciente un canale portuale e tracce di una
struttura (magazzino?) bruciata (Villaggio San
Francesco, scavo 2009)
18
Contenitore da trasporto in ceramica
depurata da Comacchio
Frammenti di contenitori da trasporto dallo scavo del porto
(Villaggio San Francesco, scavo 2009)
Anfore globulari alto medievali da
Comacchio
Il cospicuo numero di contenitori da trasporto raccolti, sostanzialmente l’unica classe
di materiali qui presente, da un lato consente di datare queste costruzioni e il loro
funzionamento tra il tardo VII secolo e l’inoltrato IX secolo, dall’altro conferma la funzionalità
dell’area, prioritariamente commerciale.
Il sito occupa un’area molto grande, stimabile in via preliminare in circa 75.000 mq., e
corrispondente alla zona dell’attuale Villaggio San Francesco ed ex Zuccherificio, che
nell’alto medioevo si articolava su almeno due isole principali, individuate grazie alla
cartografia storica e all’analisi delle foto aeree. In queste ultime è possibile osservare
come in questa zona confluiscano importanti vie acquee, che mettevano in comunicazione
Comacchio con le rotte padane e marittime adriatiche. Banchine e piattaforme lignee
19
fungevano quindi da attracco e luogo di stoccaggio. Imbarcazioni locali a fondo piatto,
adatte a percorrere i bassi fondali dei fiumi della pianura Padana, garantivano la distribuzione
delle merci nell’entroterra. Questo quadro potrà essere arricchito da contributi di tipo
geo-pedologico e ambientale, che aiutino a leggere la conformazione del paesaggio e le
trasformazioni dell’ambiente terracqueo in età antica.
Comacchio, pertanto, doveva essere in primis un centro di smistamento: beni che
giungevano in Adriatico, anche da lontane rotte mediterranee, venivano reindirizzati verso
l’entroterra del Regno longobardo. Tra questi beni sono da annoverare sicuramente il vino,
come dimostra l’analisi del contenuto di alcune anfore, le spezie e, molto probabilmente,
anche il garum (salsa di pesce) e l’olio, come emerge dalle fonti scritte dell’epoca. Oltre ad
alimenti, dovevano probabilmente transitare per Comacchio anche tessuti, benché nessun
documento li menzioni direttamente.
Ma dal porto dovevano partire anche
prodotti locali, come ovviamente il
sale, e una serie di beni, in vetro e in
metallo, d’uso comune e di lusso, frutto
dell’attività artigianale rivelata dagli scavi
archeologici intorno alla Cattedrale.
Un centro cerniera tra mare e terra,
dunque, inserito all’interno di un sistema
economico che, prima di tutto, doveva
essere funzionale alle esigenze del
Regno longobardo durante il secolo VIII.
Insediamenti di questo tipo si stavano
Rilievo digitale del terreno con individuazione delle
sviluppando nello stesso periodo
due isole nelle quali si articolava il porto di Comacchio
nella laguna veneziana o si sarebbero
sviluppati poco più tardi nel sud Italia
Il porto di Comacchio nell’alto medioevo (particolare
(come ad esempio Amalfi). Per l’alto
del disegno di R. Merlo)
Adriatico, tuttavia, non esistono riscontri
archeologici di porti altomedievali,
interessanti confronti invece sono
rintracciabili nel nord Europa (per
esempio in Olanda e Germania), dove
un’archeologia più attenta alle fasi postclassiche ha indagato estesi empori
lagunari e fluviali che presentano
strutture di approdo del tutto simili a
quelle di Comacchio.
Le ricerche condotte hanno così
evidenziato i caratteri dell’insediamento
comacchiese, la sua vocazione e la
natura delle sue relazioni economicocommerciali. Comacchio, in sostanza,
nasce e si sviluppa essenzialmente per il
particolare ruolo economico che viene a
20
svolgere. Per tali motivi non sembra improprio assegnargli l’appellativo di emporio, un
termine che non ritroviamo nelle fonti latine coeve, ma che bene esprime la specifica
natura mercantile del centro e richiama, come abbiamo detto, un analogo fenomeno nord
europeo.
Comacchio emporio intermediario tra le rotte orientali/bizantine e i mercati padano/continentali
Il tragitto delle navi dei Comacchiesi lungo il Po, come descritto nel Capitolare
21
Da un mare all’altro. Comacchio in una dimensione europea
Elena Grandi
Nel 2009, i frutti di sei anni di ricerche erano perciò maturi per inserire a pieno titolo
Comacchio all’interno del dibattito di portata europea sull’economia altomedievale e sugli
emporia. Insieme alla mostra ‘L’Isola del vescovo’, tra il 27 e il 29 marzo 2009 aprirono i
battenti di Palazzo Bellini per ospitare il convegno internazionale ‘From one sea to another.
Trading places in the European and Mediterranean Early Middle Ages – Da un mare all’altro.
Luoghi di scambio nell’Alto Medioevo europeo e mediterraneo’. Nell’incontro, dunque, si
andava a parlare di luoghi di scambio, emporia, ovvero insediamenti commerciali costieri
sviluppatisi nei primi secoli del medioevo, specificatamente tra VII-X secolo, tanto nei
lontani mari nordici quanto in quelli più meridionali. Decidere di organizzare un convegno
internazionale a Comacchio è stata, anche questa, una scelta ambiziosa, per molte ragioni,
non ultime quelle meramente logistiche. L’esito è stato più che soddisfacente, come si è
percepito subito per il fermento che c’era in città, per la curiosità e l’entusiasmo manifestato
da studiosi stranieri e dal pubblico di fronte all’opportunità di visitare, magari per la prima
volta, ‘la piccola Venezia’, per la partecipazione, non solo di specialisti, alle tre giornate
e, infine, per la caratura degli
interventi, che tutti hanno potuto
agevolmente seguire grazie alla
traduzione simultanea prevista
dall’Amministrazione.
All’evento hanno preso parte
archeologi, storici e numismatici
provenienti da tutta Europa e
da oltre Oceano e, come ha
scritto uno dei partecipanti, “A
Comacchio gli specialisti hanno
scoperto le scoperte degli
altri e hanno creato contatti
intellettuali e comunicazioni
oltre confini geografici e
disciplinari che ancora oggi
sono così raramente superati”.
Il risultato apprezzabile è un
corposo volume di 576 pagine,
che raccoglie 22 contributi nei
quali si presentano ricerche
condotte in contesti diversi e
Un momento del convegno ‘From one sea to another’, da sinistra
lontani, tra il Mare del Nord e
a destra M. McCormick, R. Hodges, S. Gelichi, C. Wickham e S.
Gasparri (foto di Arbali Walter)
l’Africa del Sahel, e nei quali si
22
discute molto di approcci metodologici. Perché confrontare metodi e risultati, interrogarsi
sul significato delle proprie fonti – siano esse materiali o scritte – su come studiare il
fenomeno degli emporia o le dinamiche economico-commerciali alto medievali, è un
passo fondamentale per affinare i propri strumenti di ricerca e, in ultima analisi, per cercare
di ricomporre il passato di un luogo collocandolo nella corretta prospettiva storica. Il fatto
che, durante il Convegno, archeologi e storici abbiano cercato un percorso comune di
rilettura delle fonti, che si sia cercato di riflettere sui tratti caratterizzanti gli empori alto
medievali e, nel contempo, di individuarne le specificità locali ha portato a nuovi stimoli e
interessanti percorsi di ricerca.
Ma cosa si intende per empori nell’alto medioevo? Quali ne sono, appunto, i principali
tratti caratterizzanti? Innanzitutto, stiamo parlando di insediamenti sorti e sviluppatisi tra
VII e X secolo in aree non precedentemente insediate, localizzati sulla costa, in molti casi
prossimi a importanti vie fluviali di comunicazione. Centri, dunque, sorti in aree deltizie,
presso foci, in contesti fluvio-lagunari che, in certa misura, sono la loro forza e la loro
‘debolezza’. Grazie a queste localizzazioni, infatti, gli empori erano in connessione con
circuiti commerciali di lunga e media distanza e, nel contempo, erano isolati e protetti
dalla naturale conformazione dell’ambiente circostante, ma erano soggetti alla variabilità
del paesaggio e dei sistemi acquei, tanto significativa da incidere, allora come oggi,
nello sfruttamento delle risorse e nella gestione delle infrastrutture. Questi siti, inoltre,
si formarono in aree marginali e di transizione non solo dal punto di vista ambientale ma
anche politico, e non assunsero mai il ruolo di centri amministrativi. Negli empori erano
presenti lavorazioni artigianali specializzate, che realizzavano oggetti in metallo, osso, vetro
e ceramica: produzioni documentate molto bene a livello archeologico, alle quali, nel caso
di Comacchio, possiamo ragionevolmente aggiungere quella del sale e, forse, anche quella
di alimenti in salamoia. L’economia di questi centri costieri, dunque, sembra reggersi sul
traffico e sullo smercio di beni importati e, nel contempo, su attività manifatturiere, benché
non sia ancora chiaro in che misura i prodotti locali fossero destinati a consumi interni o
all’esportazione.
Comacchio alto medievale offre molti riscontri rispetto a questo quadro: nato su dune
di recente formazione, sulle sponde dell’Adriatico, in prossimità dell’antico corso del
Po, all’interno del suo delta e protetto dalle lagune. Era poi relativamente lontano da
Ravenna, in un territorio controllato a livello formale dai Bizantini ma economicamente
rivolto all’entroterra. Ai Longobardi, infatti, nonostante alcuni tentati divieti, si rivolgevano
i traffici commerciali. Gli scavi in Piazza hanno testimoniato la presenza di lavorazioni
artigianali, tanto di oggetti d’uso quotidiano quanto di beni di lusso. Le infrastrutture
portuali di Baro Ponti/Villaggio San Francesco sostenevano attività di smistamento di
carichi provenienti dalle rotte mediterranee verso percorsi fluviali diretti all’interno della
penisola e, nel contempo, potremmo supporre avvenissero attività di trasporto in senso
inverso di prodotti alpini (pietra ollare, pelli?) destinati ad una rete commerciale a mediocorto raggio di ambito padano.
Se la vocazione emporica della Comacchio delle origini può dirsi chiarita nei termini
generali, numerosi sono ancora gli aspetti da indagare. Il Convegno si è chiuso infatti
delineando possibili prospettive di ricerca e lasciando molte domande aperte: quale fu
l’impulso per la nascita della città? Perché si sviluppò proprio nel tardo VII secolo? Fu una
iniziativa autonoma della comunità, che sfruttò una posizione favorevole e un momento
23
La copertina del volume degli atti del
convengo
Localizzazione dei principali siti e empori
affini a Comacchio
politico di particolare debolezza dell’autorità, o, invece, fu il frutto di un progetto voluto da
un potere centrale o entrambe le cose in momenti successivi. Comacchio, come abbiamo
visto, si configura come un centro di smistamento che per un certo periodo, prima che altri
vettori emergessero, svolse attività di trasporto e ridistribuzione delle merci lungo tutto il
Po, ma cosa veniva corrisposto ai mediatori per queste attività? Denaro? Altri beni di prima
necessità non disponibili in loco? Come erano organizzati i Comaclenses e i loro traffici?
Quale era l’effettiva estensione e l’organizzazione interna del porto? E qual era il volume
dei traffici che supportava? La fine di Comacchio, poi, dipese da variazioni ambientali, da
mutati equilibri politici o da schiaccianti concorrenti sul piano logistico-economico?
Questi sono alcuni dei temi sui quali stiamo riflettendo e la pubblicazione dei dati di scavo
potrà essere un ulteriore passo nella ricomposizione dei tratti identitari dell’originaria
comunità di Comacchio.
24
Richard Hodges
Direttore dell’Università di Pennsylvania,
Museo di Archeologia e Antropologia
ora Presidente
dell’American University of Rome
Una cartolina da…
Comacchio
città commerciali alto-medievali del Mare del
Nord – Hamwic, la Southampton di epoca sassone,
Dorestad, nei Paesi Bassi, Haithabu in Germania e
Ribe in Danimarca. Nord e Sud Europa venivano
accomunati in una nuova visionaria interpretazione
dell’alba del Medioevo.
Poco tempo dopo sono andato a Comacchio
per vedere il posto con i miei occhi. Era come
continuare il pellegrinaggio degli anni ’70, quando
avevo visitato tutti gli empori del nord Europa,
assaporando il meglio dell’archeologia dell’Alto
Medioevo in luoghi così diversi come la tranquilla
Birka, sul lago svedese di Mälaren, o la ventosa
Domburg sull’isola olandese di Walcharen. Infatti,
appena arrivato in questo nuovo scavo nel
cuore della città - piazza XX settembre
vicino alla cattedrale barocca – ho
volto lo sguardo giù agli archeologi
italiani, vestiti elegantemente mentre
con entusiasmo portavano via i
depositi di colore nero, quando uno
di questi si è alzato di scatto. Fissava
affascinato qualcosa di minuscolo
nella sua mano. Fortunata scoperta!
Consegnò l’oggetto scintillante al suo
supervisore. Facendolo rotolare tra
le sue dita, questo barbuto signore
mi annunciò, con un sorriso saputo,
che si trattava di un denaro coniato
a Venezia poco dopo che Ludovico
il Pio era diventato imperatore
(Carolingio) nell’814.
Comacchio si trova vicino
alla foce del Po, a pochi
chilometri
dalla
costa
del Mare Adriatico. È a 30
L
a mia prima apparizione su Youtube
(nell’epoca che precede Twitter e Flickr)
ha immortalato la mia gioia raggiante
nell’ascoltare Sauro Gelichi descrivere
i suoi primi scavi a Comacchio.
Partecipavamo ad un Convegno nella città
toscana di Poggibonsi, abbastanza lontana
dal porto adriatico che Sauro stava
descrivendo. Essendo moderatore di
quella sezione del Convegno, riuscii a
fare una raffica di domande prima che il
pubblico potesse avere la parola.
Perché ero così eccitato? Sauro
Gelichi, Professore di Archeologia
Medievale all’Università di Venezia,
non solo aveva descritto la
scoperta del porto commerciale
– emporio – di Comacchio, ma
aveva ‘condito’ abilmente le sue
conclusioni comparando questa
nuova scoperta con le grandi
25
Una veduta di Comacchio
Ossessioni dei ‘Secoli Bui’
Mappa dei commerci
km di distanza a nord della capitale imperiale, e
poi bizantina, di Ravenna e a circa 100 km a sud di
Venezia. Ed è con Venezia che è ora collegata, grazie
alle innovative ricerche di Sauro.
Oggi la città somiglia, per molti aspetti, ad un
modesto quartiere della Serenissima. Ci sono canali
e strette barche, un labirinto di passaggi, e, sopra
tutto, un cielo piatto. I gabbiani volano intorno alla
città prima di dirigersi verso est per ‘ripulire’ i molti
canali e le insenature. I turisti vi giungono dai resort
sulla costa, a nord e a sud, per mangiare frutti di mare
e, in particolare, le anguille. Famosa appunto per le
sue anguille, ogni ristorante e bar è pronto a cucinare
queste ‘creature’ fritte, dopo che sono state battute
e poi fatte a dadini. Fuori dalla città, case da pesca
con reti congiungono il corso d’acqua dopo Porto
Garibaldi alla costa. Sono questi pescatori a fare oggi,
di Comacchio, una città turistica.
26
Ma torniamo alla mia personale ossessione con
questo porto.
Per quanto riguarda il suo passato, occupando
uno degli estuari dei rami del Po vicino al
mare Adriatico, Comacchio fu un porto
sorprendentemente importante in epoca
etrusca. Fonti di età longobarda mostrano
come questo ruolo sia stato rinnovato nel tardo
VII e VIII secolo e evidentemente come questo
centro sia prosperato quando Ravenna divenne
sempre di più un avamposto isolato di Bisanzio.
I ‘Comaclenses’(gli abitanti di Comacchio, cioè)
sono meglio conosciuti grazie ad un capitolare
o patto, stipulato nel 715-731 dal re longobardo
Liutprando. Questo straordinario documento
fornisce le istruzioni per il pagamento dei
pedaggi dovuti in alcuni porti e in alcune città
della pianura padana, come Bergamo, Brescia,
Cremona, Mantova, Parma e Piacenza, luoghi
oramai ‘decaduti’ dopo il collasso del mondo
romano. Il sale sembra essere stato il principale
carico verso questi porti fluviali del Regno
longobardo. Il patto del 715-731, naturalmente,
ha suscitato molto interesse tra gli storici.
L’interpretazione attuale è che Comacchio fosse
una sorta di entità commerciale indipendente,
come risulta dal trattato stipulato tra i
Longobardi e i loro vicini Bizantini, residenti
nell’esarcato di Ravenna. Ma ci sono differenze
Comacchio,
collegato da una
rete di ponti e
canali, è stato
descritto come
‘piccola Venezia’
di
interpretazione
tra
l’essere un centro autonomo
indipendente situato tra due
territori oppure essere in
qualche maniera collegato
con il potere bizantino. Una
generazione più tardi questo
centro era comunque sotto
il dominio longobardo,
cioè nel 756, quando il re
franco aveva marciato oltre
le Alpi per sostenere il
Papa Stefano che era stato assediato. Pipino
costrinse in quell’occasione il re longobardo,
Astolfo, alla pace e gli ingiunse di restituire
Comacchio al Papato. Passando velocemente
nel IX secolo, e a seguito del trattato di
Aquisgrana nell’812 tra l’Imperatore dei franchi,
Carlo Magno e i Veneziani di Rialto, il destino di
Comacchio venne segnato. Una vivida pittura
del XIX secolo nel Museo di Comacchio illustra
la fine della città nell’anno 881, quando fu
saccheggiata dai suoi vicini.
Il patto nell’epoca lombarda del 715-731 ha
sempre affascinato anche Sauro Gelichi. Si
tratta di una rara descrizione del commercio
nell’Alto-Medioevo, con il sale e forse altri beni
preziosi che passano da Comacchio verso una
serie di città dell’interno, alcune oramai decadute, e
verso alcuni monasteri lungo il Po, che doveva essere
una delle strade marittime più importanti dell’altomedioevo europeo. Da qui, si potrebbe supporre,
manufatti pregiati potrebbero essere passati e,
attraversate le Alpi, potrebbero essersi diretti verso il
bacino del Reno e poi, ancora, verso il Mare del Nord
e l’Inghilterra Anglo-Sassone e la Danimarca. I ‘Bronzi
copti’ (bacili e bottiglie), ad esempio, che si trovano nei
cimiteri franchi e inglesi del VII secolo potrebbero aver
viaggiato lungo questo percorso, da un luogo all’altro,
prima di entrare in Europa attraverso Comacchio.
Comacchio, in breve, è stata per un certo tempo una
porta di accesso alla Cristianità latina, nell’ambito dei
regni intorno al mare del Nord. Nel corso di questi
anni Sauro, avendo ben presente questo fatto, ha
scandagliato i fianchi fangosi dei profondi rivi e canali,
per interrogare quegli oggetti che potrebbero indicare
esattamente dove i famosi Comacchiesi hanno vissuto.
Poi, negli anni ’90 del secolo scorso, uno scavo di
emergenza realizzato in occasione
di una nuova lottizzazione, ha
portato alla luce i ceppi di legno
fradicio di pontili e banchine che
appartenevano esattamente a
quel periodo. Così cominciarono
quelle ricerche di Sauro che hanno
portato a nuovi scavi accanto alla
cattedrale e alla ricerca del porto.
Comacchio rivelata
Questa primavera sono venuto
a vedere una mostra, L’isola
del Vescovo, nel settecentesco
Ospedale degli Infermi – ora sede
del museo della città- che illustrava
i risultati dei nuovi scavi accanto alla
Cattedrale. Dopo l’inaugurazione
è stato organizzato un Congresso
Internazionale per dare il benvenuto a Comacchio nel
club dei grandi siti europei alto-medievali. La mostra
prova che l’emporio aveva un’ampiezza di circa 30-40
ettari. Oltre a questo, i suoi ampi depositi di anfore
per il vino e per il garum, la pietra ollare dalle Alpi, e
una produzione locale di vetro confermano il volume
dei suoi scambi commerciali tra la pianura padana e
l’Adriatico settentrionale, con alcuni contenitori che
provengono da ancora più lontano, ad esempio dal
Mar Nero.
Gli attenti scavi del 2007 intorno alla Cattedrale offrono
suggerimenti archeologici allettanti e promettenti.
Qui sono stati trovati i resti di una officina artigiana
che produceva il vetro con tutte le sue strutture più o
meno al loro posto: resti della costruzione in mattoni,
la fornace, insieme a quelle altre strutture che ancora
27
Comacchio altomedievale
in un disegno di un artista
(C. Negrelli)
Una tradizionale barca comacchiese
oggi si vedono a Murano, nei pressi di Venezia. Questa
bottega, però, ha cominciato la sua attività nel tardo
VII secolo, producendo probabilmente lampade e vetri
da finestra per i monasteri locali. Mucchi di tessere in
vetro colorato dimostrano che la materia prima veniva
strappata dai muri a mosaico degli edifici romani
in abbandono. Dall’800, o giù di lì, però, le officine
vennero smantellate per fare posto alla chiesa che
ha preceduto l’attuale cattedrale e intorno ad esse
vennero realizzate semplici sepolture in terra. La
celebre moneta di Ludovico il Pio, trovata per caso
durante gli scavi, segna il momento in cui l’officina
venne trasferita altrove. I vividi scarti della bottega
artigiana e delle attività commerciali dimostrano che
questo è stato senza ombra di dubbio il motore delle
politiche economiche regionali. Non c’è da stupirsi,
quindi, se sulla scia della tregua con i Carolingi, i
Dogi di Venezia decisero di schiacciare i loro vicini
comacchiesi.
Nessuno scavo, per tutta la lunghezza dei 1000
chilometri del mare Adriatico, ha prodotto qualcosa
28
di simile a quello che ha rivelato Comacchio.
Ma, ritornando al dibattito trasmesso da
Youtube, questi primi ritrovamenti non sono
che un allettante antipasto delle ricchezze
archeologiche che potrebbe rivelarci Venezia.
La prospettiva di poter penetrare e conoscere
questi depositi durante la nostra vita, dati i
problemi dell’impaludamento, resta tuttavia
improbabile. Ma qui a Comacchio – nella
nuova mostra di Sauro così come nelle sue
future ricerche archeologiche – la storia della
trasformazione del mondo romano e quella
dell’origine del medioevo è stata riscritta.
Se oltre a questo amate anche le anguille,
allora Comacchio è davvero il posto giusto
per voi.
Sauro Gelichi, professore di Archeologia Medievale alla
Mostra ‘Genti nel Delta’
* Traduzione del contributo “A postcard from
Comacchio”, apparso nel maggio 2009 nella rivista
Current World Archaeology
Bibliografia
Sugli scavi recenti a Comacchio:
S. Gelichi, D. Calaon, E. Grandi, C. Negrelli,
Comacchio tra IV e X secolo: territorio, abitato e
infrastrutture, in R. Francovich – M. Valenti (a cura di),
IV Congresso nazionale di Archeologia medievale, San
Galgano, Firenze 2006, pp. 114-123.
S. Gelichi, D. Calaon, E. Grandi, C. Negrelli, “…
castrum igne combussit…”. Comacchio tra Tarda
Antichità e Alto Medioevo, “Archeologia Medievale”,
XXXIII, 2006, pp. 19-48.
S. Gelichi, C. Negrelli, D. Calaon e E. Grandi Il
quartiere episcopale di un emporio altomedievale. Gli
scavi nel centro storico di Comacchio e la sequenza
dei materiali, in R.Auriemma – S. Karinja (a cura di),
Terre di mare. L’archeologia dei paesaggi costieri e le
variazioni climatiche (Atti del Convengo Internazionale
di Studi, Trieste 8-10 novembre 2007), Trieste 2008, pp.
416-426.
S. Gelichi, D. Calaon, E. Grandi, C. Negrelli, S.
Lora, Uno scavo scomposto. Un accesso alla storia di
Comacchio attraverso le indagini presso la Cattedrale, in
S. Gelichi (a cura di), Missioni archeologiche e progetti
di ricerca e scavo dell’Università Ca’ Foscari – Venezia,
Venezia 2008, pp. 167-178.
S. Gelichi (a cura di), L’isola del vescovo. Gli scavi
intorno alla Cattedrale di Comacchio, Firenze, 2009.
S. Gelichi, R. Belcari, D. Calaon, E. Grandi, ‘Spolia’ in
contesto. Il riuso nell’episcopio medievale di Comacchio,
“Hortus Artium Mdievalium”, 17 (2011), pp. 49-59.
S. Gelichi, D. Calaon, E. Grandi, C. Negrelli The
Mediterranean emporium of Comacchio and early
medieval European trade (the 6th-10th centuries AD), in
Ten centuries of Byzantine Trade (the 5th – 15th centuries),
Kiev, 2012, pp. 165-176.
S. Gelichi, D. Calaon, E. Grandi, C. Negrelli,
The history of a forgotten town: Comacchio and its
archaeology, in S. Gelichi, R. Hodges (eds), From one
sea to another. Trading places in the European and
Mediterranean Early Middle Ages, Turnout, 2012, pp.
169-205.
S. Aurigemma, Il regio museo di Spina, Ferrara, 1936.
F. Berti, Rinvenimenti di archeologia fluviale ed
endolagunare del delta ferrarese, in “Archeologia
subacquea 3”, supplemento al n. 37-38/1986 del
“Bollettino d’Arte del Ministero per i Beni Culturali ed
Ambientali”, 1986, pp. 19-38.
G. Bucci, Saggi di scavo archeologico nel piazzale
antistante la Chiesa di S. Maria in Aula Regia a
Comacchio: relazione preliminare, “Anecdota. Quaderni
della Biblioteca L. A. Muratori di Comacchio”, XII, 1/2,
2002, pp. 7-22
M. Calzolari, Prospettive della ricerca topograficaarcheologica nelle Valli tra Spina e Comacchio,
“Anecdota. Quaderni della Biblioteca L. A. Muratori di
Comacchio”, III, 2, 1993 pp.7-22.
V. Caputo, Richiesta di concessione di Scavo.
Comacchio. Baro Zavalea. Ente Pro Spina, Archivio
della Soprintendenza Archeologica per l’Emilia
Romagna, Bologna, 1977.
La civiltà comacchiese e pomposiana dalle origini
preistoriche al tardo medioevo (Atti del Convegno,
Comacchio 1984), Bologna, 1986.
A. Collina, Valle Ponti. Palafitte scoperte durante
l’escavazione del Canale Collettore di Valle Ponti, in
F. Proni, Giornale di Scavo di Valle Trebba, Volume
VIII, pp. 12-14, Manoscritto, Archivio del Museo
Archeologico Nazionale di Ferrara, Soprintendenza
Archeologica per l’Emilia Romagna, 1925.
E. Ercolani Cocchi, Il “tesoretto monetale di salto del
Lupo, in La civiltà comacchiese e pomposiana, Bologna,
1986, pp. 211-225.
F. Berti (a cura di), Fortuna maris. La nave romana di
comacchio, Bologna, 1990.
P. Mazzavillani, Relazione. Sorveglianza archeologica
in occasione di interventi fognario – depurativi (n. 174) a
Comacchio (FE), zona A: villaggio San Francesco e San
Carlo. Impresa De Luca Picione Costruzioni Generali
srl, giugno – luglio 1996, Tecne srl, Archivio del Museo
Archeologico Nazionale di Ferrara, Soprintendenza
Archeologica per l’Emilia Romagna, 1996.
M. Mazzotti, Santa Maria in Padovetere e il suo
battistero, in Atti del VI Congresso Internazionale di
Archeologia Cristiana, Ravenna 22-29 settembre 1962,
Citta del Vaticano, 1965, pp. 141-146.
S. Patitucci, Comacchio (Valle Pega). Necropoli presso
l’ecclesia beatae Mariae in Padovetere’, “Notizie degli
Scavi di Antichità”, serie 8, volume XXIV, 1970, pp. 69121.
S. Patitucci Uggeri, Il popolamento di età romana
nell’antico delta padano. I. Valle del Mezzano, in “Atti e
Memorie della deputazione Ferrarese di Storia Patri”, s.
III, XI , 1972, pp. 37-99.
Sui vecchi scavi nel Comacchiese
N. Alfieri, P. E. Arias, M. Hirmer, Spina¸ Firenze, 1958.
N. Alfieri, La chiesa di S. Maria in Pado Vetere nella
zona archeologica di Spina, “Felix Ravenna”, fasc. 43,
XCIV, 1966, pp. 5-51.
A. Andreoli (a cura di), L’antica diocesi di Voghenza. Le
radici cristiane di Ferrara (Atti della Giornata di Studi,
Castello di Belriguardo, 25 giugno 2000), “Analecta
Pomposiana”, XXXV.
29
nuovo Pallotta, p. 11, Manoscritto, Archivio del Museo
Archeologico Nazionale di Ferrara, Soprintendenza
Archeologica per l’Emilia Romagna, 1925.
F. Proni, Giornale di Scavo di Valle Trebba, Volume
VII, Visita in Valle Ponti, p. 239, Manoscritto, Archivio
del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara,
Soprintendenza Archeologica per l’Emilia Romagna,
1927.
F. Proni, Giornale di Scavo di Valle Trebba, Volume
VII, Sepolcreto romano in Valle Ponti, pp. 249260, Manoscritto, Archivio del Museo Archeologico
Nazionale di Ferrara, Soprintendenza Archeologica per
l’Emilia Romagna, 1930.
F. Proni, Giornale di Scavo di Valle Trebba, Volume VIII,
Comacchio 1931. Valle Ponti, pp. 17-22, pp. 24-26 e pp.
111-114, Manoscritto, Archivio del Museo Archeologico
Nazionale di Ferrara, Soprintendenza Archeologica per
l’Emilia Romagna, 1931.
P. Saronio, Relazione sul saggio di scavo eseguito a
San Giovanni di Ostellato e sui sopralluoghi effettuati
sul percorso dell’acquedotto dei Lidi Ferraresi,
Archivio del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara,
Soprintendenza Archeologica per l’Emilia Romagna,
Cartella “Ostellato”, 1984.
M. Simoni, Le valli del comacchiese. Trasformazioni
morfologiche e insediative dal Bronzo finale all’alto
Medioevo, Ferrara, 2001.
G. Uggeri, La romanizzazione dell’antico Delta Padano,
monografia de «Atti e Memorie della Deputazione
Provinciale Ferrarese di Storia Patria», s. III, vol. XX,
1975.
G. Uggeri, Baro Zavalea, near Comacchio. Torre
romana, in “Fasti Archeologici”, XXX-XXXI, vol. 2,
1975-1976, pp. 795-796, n. 11682.
G. Uggeri, Salto del Lupo. Near Argenta, in “Fasti
Archeologici”, XXX-XXXI, vol. 2, 1975-1976, p. 221,
n. 11973.
G. Uggeri, Vie di terra e vie d’acqua tra Aquileia e
Ravenna in età romana, «Antichità Altoadriatiche»,
XXXIII, 1978, pp. 68-79.
G. Uggeri, Aspetti della viabilità romana nel delta
padano, «Padusa» XVII, n. 1-2-3-4, 1981, pp. 40-58.
G. Uggeri, La romanizzazione del basso ferrarese.
Itinerari ed insediamento, in Civiltà comacchiese 1986,
pp. 147-181.
G. Uggeri, S. Patitucci Uggeri, L’insediamento antico e
altomedievale nel delta del Po, Bologna 1984.
S. Patitucci Uggeri, La necropoli medievale dell’insula
silva sulla via Romea, “Atti e Memorie della deputazione
Ferrarese di Storia Patria”, s. III, XXI, 1975, pp. 1-32
S. Patitucci Uggeri, Il ‘castrum Ferrariae”, in
Insediamenti nel Ferrarese, Firenze, 1976, pp. 15-158.
S. Patitucci Uggeri, Aspetti dell’insediamento
nell’area lagunare a nord di Ravenna tra tardoantico
ed altomedioevo, in XXX Corso di Cultura sull’Arte
Ravennate e Bizantina, Ravenna, 1983, pp. 391-433.
S. Patitucci Uggeri, Il ‘castrum Cumiacli’: evidenze
archeologiche e problemi storico-topografici, in La civiltà
comacchiese e pomposiana dalle origini preistoriche al
tardo medioevo, Comacchio 1984, Bologna, 1986, pp.
263- 302.
S. Patitucci Uggeri, I “castra” e l’insediamento sparso
tra V e VIII secolo, in Storia di Ferrara III –II, Ferrara,
1989, pp. 408-516.
S. Patitucci Uggeri, Problemi storico-topografici di
Comacchio tra tardoantco e altomedioevo: gli scavi
di Valle Ponti, in Actes du XI Congrès International
d’Archéologie Chrétienne. Lyon, Vienne, Grenoble,
Genere et Aoste (21-28 Septembre 1986), III, Roma,
1989, pp. 2301-2315.
S. Patitucci Uggeri, Il delta padano nell’età dei Goti, in
XXXVI Corso di Cultura sull’Arte Ravennate e Bizantina,
Ravenna, 1989, pp. 269-322.
G.B. Pellegrini, Osservazioni sulla toponomastica del
Delta Padano, in Civiltà comacchiese 1986, p. 84-88.
M.T. Pelliccioni, Relazione sui risultati dei sopralluoghi
effettuati in comune di San Giovanni di Ostellato e
Comacchio, durante i lavori di Costruzione del nuovo
acquedotto Ostellato-Lidi Comacchiesi, Archivio
del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara,
Soprintendenza Archeologica per l’Emilia Romagna,
Cartella “Ostellato”, 1984.
F. Proni, Giornale di Scavo di Valle Trebba,
Volume VIII, Copia della relazione inviata al Regio
Soprintendente alle Antichità per il sopraluogo eseguito
in Valle Ponti il 5/08/1921 al Baro dei Ponti (Baro
delle Pietre), Comacchio, pp. 261-265, Manoscritto,
Archivio del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara,
Soprintendenza Archeologica per l’Emilia Romagna,
1921.
F. Proni, Giornale di Scavo di Valle Trebba, Volume I,
La Valle Trebba e la Valle Ponti. Baro dei Ponti (delle
Pietre), p. 3 e p. 117, Manoscritto, Archivio del Museo
Archeologico Nazionale di Ferrara, Soprintendenza
Archeologica per l’Emilia Romagna, 1922.
F. Proni, Giornale di Scavo di Valle Trebba, Appunti
su Valle Ponti, Volume VIII, pp. 3-10, Manoscritto,
Archivio del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara,
Soprintendenza Archeologica per l’Emilia Romagna,
1924.
F. Proni, Giornale di Scavo di Valle Trebba, Volume
VIII, Palafitte rinvenute presso Comacchio in Valle Rillo
durante i lavori di drenaggio per il costruendo canale del
Su Comacchio, gli empori nord-adriatici e l’economia
altomedievale
S. Gelichi, Una discussione con Chris Wickham,
“Storica”, 34, 2006, pp. 134-147.
S. Gelichi (a cura di), Comacchio e il suo territorio tra la
tarda antichità e l’alto medioevo, in F. Berti, M. Bollini,
30
Byzantine symposia and colloquia), Washington, 2012,
pp. 217-231.
C. Negrelli, Vasellame e contenitori da trasporto tra
tarda antichità ed altomedioevo: l’Emilia Romagna
e l’area medio-adriatica, in La circolazione delle
ceramiche nell’Adriatico tra tarda antichità ed
altomedioevo (3° Incontro di Studio Cer.am.Is sulle
ceramiche tardoantiche ed altomedievali, a cura di S.
Gelichi, C. Negrelli), Mantova 2007, pp. 297-330.
S. Gelichi, C. Negrelli, Anfore e commerci nell’alto
Adriatico tra VIII e IX secolo, “Mélanges de L’école
Française de Rome. Moyen Âge” 120/2, 2008, pp. 307326.
C. Negrelli, (In)visibilità dell’alto Medioevo: vasellame
e strutture insediative nella parte orientale dell’Emilia
Romagna, in V Congresso Nazionale di Archeologia
Medievale, (a cura di Giuliano Volpe, Pasquale Favia),
Firenze 2009, pp. 557-562.
C. Negrelli, Ceramica e circolazione delle merci
nell’Adriatico tra VII e X secolo, in Actas del VIII
Congreso internacional de ceramica medieval en el
Mediterraneo (AIECM2) (a cura di J. Zozaya, M.
Retuerce, M.A. Hervas, A. de Juan), Ciudad Real 2009,
pp. 49-62.
C. Negrelli, Età romana: Periodo III, in R. Curina, L.
Malnati, C. Negrelli , L. Pini (a cura di), Alla ricerca
di Bologna antica e medievale. Da Felsina a Bononia
negli scavi di via D’Azeglio, Firenze, 2010, pp. 123132.
C. Negrelli, Tra Adriatico e Po: commerci e produzioni
locali nelle città e nelle campagne tardoantiche, in Ipsam
nolam barbari vastaverunt: l’Italia e il Mediterraneo
occidentale tra il V secolo e la metà del VI (Atti del
Convegno Internazionale di Studi, Cimitile-Nola-Santa
Maria Capua Vetere, 18-19 giugno 2009), a cura di C.
Ebanista e M. Rotili (Tavolario Edizioni), Cimitile, 2010,
pp. 27-44.
C. Negrelli, Towards a definition of early medieval
pottery: amphorae and other vessels in the northern
Adriatic between the 7th and the 8th centuries, in S.
Gelichi, R. Hodges (eds), From one sea to another.
Trading places in the European and Mediterranean
Early Middle Ages, Proceedings of the International
Conference (Comacchio 27th-29th March 2009), Leiden
(Brepols ed.), 2012, pp. 415-438.
S. Gelichi, J. Ortalli (a cura di), Genti nel Delta, da Spina
a Comacchio. Uomini, territorio e culto dall’Antichità
all’Alto Medioevo, Catalogo della mostra, pp. 365-689,
Ferrara, 2007. [con contributi di S. Gelichi, G. Bucci, D.
Calaon, V. Coppola, C. Corti, E. Grandi, C. Negrelli]
S. Gelichi, Flourishing places in North-Eastern Italy:
towns and emporia between late antiquity and the
Carolingian Age, in J. Henning (ed), Post-Roman Towns,
Trade and Settlement in Europe and Byzantium. Vol. 1.
The Heirs of the Roman West, Berlin – New York, 2007,
pp. 77-104.
S. Gelichi, Infrastrutture marittime nell’alto medioevo:
una prospettiva archeologica, in L’Acqua nei secoli
altomedievali (LV Settimana di Studi sull’Alto Medioevo),
Spoleto 2007, Spoleto 2008, pp. 283-317.
S. Gelichi, La nascita di Venezia, in J. J. Aillagon (a cura
di), Roma e i Barbari. La nascita di un mondo nuovo,
Milano 2008, pp. 584-587.
S. Gelichi, The eels of Venice. The long eight century of
the emporia of the northern region along the Adriatic
coast, in S. Gasparri (a cura di), 774. Ipotesi su una
transizione, Poggibonsi 2006, Turnhout, 2008, pp. 81117.
S. Gelichi, C. Negrelli, Ceramiche e circolazione delle
merci nell’Adriatico tra VII e X secolo, in Actas del VIII
Congreso Internacional de Ceramica Medieval, Ciudad
Real – Almagro 2006, Ciudad Real, 2009, pp. 49-62.
S. Gelichi, Venice, Comacchio and the Adriatic Emporia
between the Lombard and Carolingian ages, in A.
Willemsen, H. Kik (eds), Dorestad in an International
Framework. New Research on Centres of Trade and
Coinage in Carolingian Times, Turnhout, 2010, pp. 149157.
S. Gelichi, L’archeologia nella laguna veneziana e la
nascita di una nuova città, “Reti Medievali”, XI, 2010/2,
pp. 1-31.
S. Gelichi, The future of Venice’s Past and the Archaeology
of the Nort-Eastern Adriatic Emporia during the Early
Middle Ages, in J. G. Schryver (ed), Studies in the
Archaeology of the Medieval Mediterranean, Leiden,
2010, pp. 175-210.
S. Gelichi, La ricchezza nella società longobarda, in J.P.
Devroye – L. Feller – R. Le Jan (sous la dir.), Les Élites
et la Richesse au Haut Moyen Age, Turnhout, 2010, pp.
157-181.
S. Gelichi, Il nord Italia intorno al 711, in E. Baquedano
(a cura di), 711. Arqueologia y Historia entre dos
Mundos, Alcala de Henares, 2011, pp. 361-382.
S. Gelichi, R. Hodges (eds), From one sea to another.
Trading places in the European and Mediterranean
Early Middle Ages, Proceedings of the International
Conference (Comacchio 27th-29th March 2009), Leiden
(Brepols ed.), 2012.
S. Gelichi, Local and Interregional Exchanges in the
Lower Po Valley (eight-ninth century), in C. Morrisson
(ed), Trade and Markets in Byzantium, (Dumbarton Oaks
Risorse web:
http://www.world-archaeology.com/travel/comacchio/
http://www.youtube.com/watch?v=ARHc3jIoMg8
http://www.youtube.com/watch?v=GZMAPu1WX8o
http://www.youtube.com/watch?v=W_XDpdPK2lM
http://www.youtube.com/watch?v=k3I-deGz13Q
http://archeologiamedievale.unisi.it/mediacenter/video/
congresso/299
31
Comune di Comacchio
Assessorato alla Cultura
Università Ca’ Foscari
Cattedra di Archeologia Medievale
In copertina: particolare di una scoria di vetro rinvenuta negli scavi di Piazza XX Settembre a Comacchio
Finito di stampare nel mese di febbraio 2013 da EDIT FAENZA Srl
Via Casenuove, 28 - 48018 Faenza - Tel. 0546 634263 Fax 0546 634357
www.editfaenza.com - [email protected]
Scarica

Visualizza pubblicazione